Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV
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Title: Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV
Author: active 13th century Sidrac
Editor: Adolfo Bartoli
Release date: December 31, 2013 [eBook #44549]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO DI SIDRACH: TESTO INEDITO DEL SECOLO XIV ***
Indice generale e Nota di trascrizione in calce al libro.
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*COLLEZIONE*
DI
*OPERE INEDITE O RARE*
DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA
PUBBLICATA PER CURA
DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA
NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA
BOLOGNA
*Presso Gaetano Romagnoli*
1868.
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REGIA TIPOGRAFIA.
IL
LIBRO DI SIDRACH
TESTO INEDITO
DEL SECOLO XIV
PUBBLICATO
DA
*ADOLFO BARTOLI*
GIÀ COMPILATORE DELL'ARCHIVO STORICO ITALIANO
SOCIO DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA TOSCANA,
L'UMBRIA E LA MARCHE
*PARTE PRIMA*
(TESTO)
BOLOGNA
*Presso Gaetano Romagnoli*
1868.
ALL'ECCELLENZA
DEL SIGNOR COMMENDATORE
CONTE
*LUIGI CIBRARIO*
MINISTRO DI STATO, SENATORE DEL REGNO
PRIMO SEGRETARIO DI S. M.
PEL GRAN MAGISTERO DELL'ORDINE MAURIZIANO
EC. EC. EC.
_Eccellenza_,
Mi tengo ad onore che possa venire intitolato a Vostra Eccellenza questo
volume, il quale, come documento di molte opinioni popolari del medio evo,
sarà forse da considerare non affatto inutile alle discipline storiche, e
riuscirà, spero, bene accetto agli studiosi della lingua italiana.
So di offerire cosa troppo men che proporzionata al merito della
Eccellenza Vostra; ma siami scusa presso a Lei il desiderio che ebbi di
dare il Sidrach in custodia ad un nome illustre, e di attestare
publicamente la mia riverenza allo scrittore che gli italiani da molti
anni amano e venerano.
Della E. V.
_Devotissimo Servitore_
*ADOLFO BARTOLI.*
AVVERTENZA PRELIMINARE
Noi stiamo in isperanza che questo _Libro di Sidrach_ non vorrà parere
indegno di comparire tra le pubblicazioni a cui dà opera la nostra
_Commissione pe' Testi di lingua_, sia come scrittura del secolo
decimoquarto, sia come opera ch'ebbe ad essere nei tempi di mezzo
ricercata e letta avidamente in Francia, in Italia ed in altre parti di
Europa. Forse questo nome di Sidrach, sotto il quale amò di nascondersi lo
scrittore, potrebbe ricordarci quel Sirach, padre di Gesù, reputato autore
dell'_Ecclesiastico_, che i Greci chiamarono _Sapienza_ o _Panaretos di
Gesù figliuolo di Sirach_. Infatti noi troviamo che al nostro libro, in
molti codici e in istampe del quattrocento, fu dato il titolo di _Fontana
di tutte le Scenze_; e un manoscritto dell'Ambrosiana ne chiama l'autore
Iesu Sidracho (1). Ma che che di ciò possa credersi, è fuori di ogni
dubbio che lo scrittore di esso libro sperò, con impostura forse non rara
a' suoi tempi, nome ed onore di profeta nel mondo; e facendo fascio di
ogni erba, pur di darsi per illuminato da sapienza divina, compose una di
quelle enciclopedie, ch'erano al medioevo in ammirazione e in amore, e che
a noi rimangono come viva e parlante effige di esso. Sidrach di tutto
parla, ogni questione risolve, dà a ogni domanda, come che sia, una
risposta, facendo mescolanza continua delle cose più diverse, passando da
un capitolo di misticismo illibato ad un altro di oscenità stravagante,
insegnando al suo re una sapienza, ch'è a noi spesso documento
irrecusabile della grossezza di quei tempi. Il libro di questo profeta
contiene molto di teologia e di asceticismo: nè mancagli assai di
politica, di storia, di medicina, di fisica, di cosmografia; nè un
trattato dell'arte astrologica e delle virtù miracolose delle pietre e
dell'erbe: imbandigione sontuosa degli errori e dei pregiudizi del
medioevo. Quando ai secoli XII e XIII si cominciò a sentire il desiderio e
il bisogno di divulgare quelle cognizioni, le quali erano state fino a
quel tempo privilegio di pochissimi, vennero composti certi libri, quasi
enciclopedie, dove, con più o meno di chiarezza e d'ordine, si raccolse
tutto ciò che sapevasi intorno a Dio, alla natura ed all'uomo. La Francia
ebbe così l'Imagine del Mondo, il Lucidario, il Breviario d'amore, e,
massima fra tutte, l'opera famosa del Bellovacense; l'Inghilterra, i due
poemi di Filippo di Thaun e il trattato di Alessandro di Neckam; l'Italia,
il Tesoro di Brunetto Latini. Ma pochi tra questi si paiono tanto
popolarmente divulgati quanto il Sidrach, del quale esistono codici
francesi, provenzali, italiani ed inglesi; e parecchie edizioni fatte in
Francia ed in Inghilterra nei secoli quindicesimo e sedicesimo; di maniera
che non sono molte le biblioteche d'Europa a cui manchi o un manoscritto o
una stampa di esso. Che significa ciò? Perchè ebbero a dilettarsi così
nella lettura di questo libro, non solamente l'età di mezzo, ma i secoli
posteriori? Come degnò appressare le labbra a questa fontana di acque
torbide e lotose il dotto cinquecento? Una delle ragioni che possono
spiegare un tal fatto ci pare che sia l'essere stato il libro di Sidrach
tenuto quasi come un manuale dell'arte astrologica e dell'arte magica. Non
è alcuno che ignori quanto cara fosse al medioevo quella scenza che le
leggende narravano insegnata a Cam dagli angeli ribelli. Ma che meraviglia
non ebbero dunque a provare le genti, quando nel Sidrach, operatore di
prodigi, convertitore di miscredenti, profeta ispirato da celeste virtù,
lessero che un angiolo stesso di Dio erasi fatto maestro in astrologia al
prediletto Jafet? Questo dovea certo parere come una santificazione della
scenza degli astri, la quale era posta così accanto alla teologia; ed
anche quasi una canonizzazione della magia, se ne facea professione e ne
dava insegnamenti un tale uomo, il quale abbondava in ogni maniera di
sapienza più che umana. Tutto il medioevo farneticò dietro gli astrologi e
i magi; perchè ogni cosa che avesse del meraviglioso, del fantastico, del
soprannaturale, dell'impossibile piacque a quelle immaginazioni ardenti, a
quei fervidi cuori; e non il volgo solo, ma anco gli uomini grandi
parteciparono fatalmente all'indole morale di quei secoli, ai quali pareva
sola ricchezza desiderabile e sola non colpevole sapienza, la fede.
Inutile sarebbe parlar qui dell'astrologia, insegnata dal Sidrach
chiaramente ed apertamente. Ma questo profeta ed astrologo fece egli
veramente anco professione di magia? Di ciò ne è diviso non possa
dubitarsi da chi legga i capitoli che discorrono le virtù prodigiose delle
pietre e dell'erbe, le quali danno ai muti la favella, la vista ai cechi,
fanno vedere le stelle di giorno; obbligano a dire in sogno i propri fatti
più riposti e segreti; procacciano odio od amore; sono buone a guarire de'
farnetichi, a non annegare nell'acqua, e via discorrendo. Quanto poi non
avanzano ed eccedono le pietre in miracolosa virtù! Con lo zaffiro, ad
esempio, può l'uomo uscire dalla prigione più vigilantemente guardata; e
colla amatista otterrà dal proprio signore tutto che gli piaccia di
chiedere. L'onice darà sogni che dicano ciò onde i morti abbisognano; chi
abbia sopra di sè calcedonia, sarà parlatore di grande eloquenza; chi dal
lato sinistro porti diamante, non potrà, cadendo da cavallo, farsi alcun
male, e non commetterà peccato nè d'ira nè di lussuria. Altre pietre ti
salveranno da morte subitanea, e se vecchio, ti renderanno forza vigorosa
di giovinezza, e ti saranno rimedio ad ogni veleno. Preziosissime notizie
dovevano invero esser queste agli uomini de' secoli medioevali; e se i
dotti potevano leggere alcune di queste favole o in Dioscoride o in
Teofrasto o in Plinio o in Alberto Magno od in altri, chi non sapesse di
greco e di latino, nel Sidrach trovava quanto gli bisognasse; e leggendo
in un libro di tanta santità era sicuro dalla paventata dannazione
dell'anima. Perchè è bene da ricordare come due magie avesse il medioevo:
una puramente diabolica, nella quale agli dei del paganesimo si
sostituirono i demoni; l'altra, quasi una medicina ed una chimica magica,
la quale deriva dalla forza delle piante, degli animali, delle pietre e
dei corpi celesti. Chi ignora quello che fossero all'arte magica le erbe,
i beveraggi e gli unguenti? Già, per tacere d'altri più antichi, Plinio,
pur dichiarando la sua dotta incredulità, parlò dell'erbe buone ad avere
figliuoli di bellezza e bontà singolari, a rendersi invisibili, a vincere
i nemici, e ad ottenere altri effetti stupendissimi. Anche oggi gli arabi
dicono di avere bevande che fanno cantare e ballare ed essere eloquenti; e
gli indiani credono che un'erba possa farli mutare in figura di bestia, e
che un'altra insegni a scoprire i tesori nascosti (2). Tutti ci ricordiamo
di quel filtro magico o beveraggio d'amore de' romanzi cavallereschi.
Questa medicina magica, che è tuttora in uso presso alcuni popoli barbari,
fu nel medioevo tenuta in altissima venerazione. E per essa forse
acquistarono fama di negromanti Gerberto (il quale in progresso fu fatto
volare in aria in compagnia del diavolo), Ruggero Bacone ed Alberto Magno,
a cui si attribuirono i curiosi libri _de virtutibus herbarum_ e _de
virtutibus lapidum_, che possono essere considerati appunto come trattati
di questa magia naturale di cui parliamo, e che è professata dal Sidrach.
Innocua magia, la quale anco delle cose sante fece spesso suo strumento,
confondendosi col misticismo, di modo che fabbricò, non solamente
unguenti, ma anco orazioni buone ad effetti molto miracolosi (3); e che
durò lungamente, come può vedersi dalla Physognomonica e da altri libri
del Porta.
Nel Sidrach però, oltre i capitoli di magia naturale, sono anche
insegnamenti di medicina, i quali danno rimedi per la lebbra, per la
volatica, per il male dello stomaco e del fegato, per istagnare il sangue
della piaga e per altro. Nel che noi non vorremo troppo meravigliarci di
certe strane ricette che troviamo, come la merda de' bachi da seta
mescolata con sciloppo per guarire il fegato riscaldato; e la merda del
cavallo mescolata col grasso del porco per ingrassare; e gli scarafaggi
bruciati e bolliti nel lardo per la lebbra. Oltre poi la parte che
riguarda i rimedi, leggiamo ancora altri insegnamenti di medicina: dove
parlasi del corpo dell'uomo, del sangue, del parto, della pazzia, delle
varie complessioni; ed in ciò sentiamo le dottrine di Galeno e quelle
degli Arabi, spesso travisate e male spiegate, come di chi, non essendo
scenziato, parla di cosa che solamente in confuso conosce. Così un'altra
qualità viene ad aggiungersi al Sidrach, santo, astrologo e mago, per
renderlo caro all'evo di mezzo; ciò è l'essere considerato il suo libro
come un trattato di medicina popolare. Ed ognuno può agevolmente intendere
per quali stretti legami nella mente dello scrittore questa si
congiungesse all'astrologia ed alla magia, le quali non furono appunto in
origine altro che degenerazioni della medicina.
Ancora ci è diviso che a divulgare questa fontana di tutte le scenze
dovessero contribuire altre ragioni. Riducendoci a memoria ciò che fosse
l'asceticismo del medio evo, o spietato nel maledire a tutti gli affetti
della terra, o goffo arido bamboleggiante nelle sue mistiche
contemplazioni, troveremo che il Sidrach è veramente più _savio_ di molti
altri; e mentre si piace nelle astruse sottigliezze teologiche, ricordasi
spesso anche del mondo, insegnando cose che dovevano riuscire gradite al
cuore di chi lo leggeva. Così, se potè parer santo dimenticare i parenti e
ricusar loro ogni amore, eccovi nel Sidrach il precetto di amarli e
d'aiutarli; e se la demenza umana fecesi adoratrice della povertà,
predicando fonte di ogni male la ricchezza, il Sidrach vi dirà che anche
la ricchezza è buona a qualche cosa, e che deve essere pregiata; facendo
poi questa bella distinzione tra l'uomo ricco e il gentile: «gentilezza è
potere e larghezza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo. L'uomo che
ha grande potere ed è villano del suo corpo, sappiate che quelli non è
gentile, anzi è ricco» (4). Quale scrittore mistico del medio evo avrebbe
scritto tali parole? Ed esse non potrebbero per avventura esserci indizio
che lo scrittore di questo libro, prima d'invaghirsi del mestier di
profeta, amasse di frequentare le corti, forse cantando di donne e d'armi
e d'amori? Perchè anco alle donne (così velenosamente maledette dai
mistici) è largo qualche volta di affetto il nostro Sidrach; ed una
allusione noi troviamo nel suo libro alla _gaia scenza_, e certi precetti
di galateo che ce lo fanno parere uomo nè ruvido nè troppo dato al fervore
degli anacoreti. Tutto ciò dovea piacere ai secoli di mezzo; e ogni
maniera di gente avea di che sodisfare nel Sidrach al proprio desiderio.
Onde esso divenne quasi sorgente a cui attinsero molti scrittori; e noi lo
troviamo citato in parecchi libri, in compagnia di Aristotile, di Catone,
di Salomone, di San Tommaso, come, ad esempio, nel _Fiore di Virtù_, e nel
_Trattatello della natura e virtù delle pietre preziose_ (5).
Resterebbe che parlassimo ancora di molte altre cose che leggonsi in
questo volume; alcune delle quali stranissime, come sarebbe, che la gioia
e il dolore derivano dal mangiar bene o male; che le stelle cadenti sono
colpi di fuoco dati dagli angeli buoni agli angeli ribelli, che dimorano
nell'aria; che Iddio ha fatto la notte perchè l'uomo dorma, se no avrebbe
fatto tutto giorno; che l'erba più degna è il grano; e la più degna pietra
è la macina del grano; che il dormire è la più saporita cosa che sia; che
la vigna da Noè piantata di giorno fa il vino rosso, e quella che piantò
di notte, il bianco. Ma da quel poco che siamo andati sin qui esponendo ci
sembra che sieno a sufficienza indicate le ragioni che ebbero a rendere
questo libro così divulgato e popolare nel medio evo. Onde più utile sarà
che passiamo a vedere in che luogo e in che secolo esso sia stato scritto.
I più antichi codici del Sidrach sono in francese ed in provenzale: i
Franchi sono spesso ricordati, come la più forte e la più gloriosa gente
del mondo. Questo solo basta a renderne certi che lo scrittore fu un
francese, il quale compose l'opera sua o nella lingua d'oïl o in quella
d'oc. Non sappiamo per quale ragione il Le Clerc supponga che l'autore del
Sidrach fosse un ebreo; e che l'opera, quale fu stampata nei secoli XV e
XVI, sia una imitazione amplificata del primitivo lavoro (6). Nè meno
possiamo intendere come da lui si giudichi incerto il tempo nel quale il
libro fu scritto. Prendiamo brevemente in esame il _Prologo_, identico in
tutti i codici che abbiamo veduto. Quivi si narra come il prezioso volume,
posseduto già da un principe di Soria, poi smarrito, appresso venuto alle
mani di un greco arcivescovo di Samaria, fosse portato in Ispagna, dove fu
tradotto di greco in latino; e come al re di Spagna lo chiedesse in
prestanza il re di Tunisi, il quale fecelo tradurre in saracinesco. Da
Tunisi n'ebbe notizia Federigo imperatore, il quale mandò un frate di
Palermo, che lo ritraducesse in latino e glie lo portasse. Alla corte di
Federigo videlo un filosofo di Antiochia, che copiatolo, lo mandò al
patriarca della sua patria; e da Antiochia un chierico portollo in
Tolletta. Questi viaggi, queste traduzioni e ritraduzioni del libro, a noi
sembrano un'arte dallo scrittore usata a fine di dare all'opera sua
maggior valore, facendo credere che la fosse già stata tenuta in gran
pregio da re da imperatori da patriarchi. E l'indizio più chiaro della
favola sta nel principio del racconto, dove è detto che in origine questo
libro ci «venne d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani a uno
grande uomo, che lo volle ardere per lo consiglio del diavolo; e Iddio non
volle che ardesse» (7). Ma senza tener conto di ciò che può essere
piaciuto di narrare all'ambiziosa fantasia dello scrittore, resta pur
sempre che in questo prologo è chiaramente ricordato Federigo II
imperatore. Oltre ciò, al Cap. LI parlasi dei frati minori e dei frati
predicatori. E finalmente negli ultimi capitoli dell'opera, in mezzo alla
confusione di racconti guasti dalla tradizione o dalla fama, si accenna
evidentemente ai fatti della quarta Crociata, e forse ad alcuno della
sesta. Lo scrittore del libro è adunque posteriore alla prima metà del
secolo decimoterzo; e siccome possiamo molto ragionevolmente supporre che
gli ultimi fatti di cui parla sieno gli ultimi veduti o conosciuti da lui,
così non saremo fuori del vero argomentando ch'egli abbia compilata la sua
opera nei primi anni dopo il 1250; tanto più che essa verso gli ultimi del
secolo ci si mostra già largamente divulgata. Se Pietro Venerabile
all'anno 1140 cita il libro di Sirach (8), egli allude senza dubbio, non
alla compilazione del Sidrach, quale è ne' codici francesi del secolo XIII
e XIV, ma probabilmente a qualche altro lavoro fatto sull'_Ecclesiastico_,
e del quale potrebbe essere quasi una seconda redazione ed anche una
_amplificazione_ il Sidrach nostro. Ma questa non è che una congettura; la
quale forse da accurate indagini sui manoscritti francesi potrebbe essere
chiarita.
Dei molti codici del Sidrach daremo in altro luogo una bibliografia, la
quale studieremo di rendere meno incompiuta che per noi si possa (9). Qui
intanto occorre dire de' manoscritti che hanno servito alla presente
edizione; ed anzi tutto del francese (_COD. RICCARDIANO N.^o 2758,
indicato nelle note_ C. F. R.). Dai caratteri paleografici questo codice
apparisce del secolo XIV, e noi siamo di credere che debba averlo copiato
un italiano, il quale non fosse nella lingua d'oïl più che mezzanamente
istruito (10). Onde spesso accade di trovare parole delle quali non
intendesi e neppure può essere indovinato il senso; le regole della
grammatica non sono osservate; e molte voci appariscono scritte a seconda
della pronunzia italiana. Chi voglia, può certificarsi di questo ne' brani
di esso codice, i quali ci è accaduto di dover recare in nota; ma a prova
più larga della nostra opinione ne piace riprodurre qui un tratto maggiore
del manoscritto, trascrivendo senza correzione nessuna:
«Le vin si est une preciousa chosse et digne et si est salu dou cors et de
l'arme et per vin se peut sauver son cors de molt de enfermites. Et per
vin peut hom sauver s'arme de mout de pechies. Ensi com le vin est salu
dou cors et de l'arme, ausi est in perdicione dou cors et de l'arme. Car
per vin peut hom perdre son cors et s'arme legieremente. Le vin si est per
le sages chi le boivent atemprement et a raison et ne font nul daumage ne
a eaus ne a la gens; a celes genz vaut miaus a boivre le vin che l'aigue.
E as fos chi le boivent folement si boivent le sens o le vin et perdent
leur sens et luent la gens et les robent o se tuent ou ce laissent tuer
per leur sollement boivre le vin. A cil lor vaut miaus boivre l'aigue che
le vin, et le vin n'est mie fait por tel gens nive leur est ne droit ne
leyaus ...... Les rois et les seignors dovient estre premiers leyaus de
lor cors et de lor iugemens. Apres si doivent estre ardis et prous et
vailans de leur cors. Apres doivent estre large et donans. Apres si
doivent estre as mauvais et as outraious fiers et durs, ivians a tous a
chascun selonc sa deserte a droit et a raison, ia soit ce che il soient
nigie a mort et a taglier membres. Se les rois et les seignors sont leyaus
de lor cors et de lor parole il font aplaisir a Dieu et honorer a leur
seignor; et si sont sages et porveans, il le doivent bien estre, et por ce
che luer gens pregnent essample diaus et che il soient tels ce il sa gens
et donant itels doivent nestre......
Il y a bons chevaus ases par le monde et biaus. Mais cheval doit avoir en
lui IIII choses longues et IIII cosses cortes et IIII chosses larges.
Premierement doit avoir le biau cheval en lui lonc col et longues giambes
et longe sengle et longe coe. Et si doit avoir en lui large groppe et
large boche et large nariles. Et si doit avoir en lui cort pasteron et
cort dois et cortes oriles et corte coe, non pas le pel mais la propriete
de la car et de l'os.»
Sarebbe affatto superfluo che noi ci facessimo a dimostrare
particolareggiatamente agli studiosi della lingua d'oïl non essere questo
il buon francese del secolo quartodecimo, il quale scorre proprio elegante
fluido efficace sotto la penna di molti poeti e prosatori, tanto più
elegante, pare a noi, in quei primi secoli, che oggi non sia. E senza
volere far paragone del francese di questo Codice Riccardiano con quello,
a modo di esempio, corrottissimo e in tante parti non decifrabile, di
Niccolò da Casola, e neppure con quello di Martino da Canale, pur non è
dubbio che anche il francese del Sidrach non apparisca guasto ed errato.
Tra le illustrazioni che faranno seguito al presente volume sarà ancora
uno studio su molti codici francesi delle biblioteche italiane, e su
quelli specialmente di cui non dettero saggio nè il Keller nè
l'Heyse (11). Ivi apparirà manifesto come in Italia si scrivesse e si
copiasse il francese nei secoli XIII e XIV; e come dagli errori del testo
altri errori derivassero nelle traduzioni che allora si fecero, ai quali è
da aggiungere ancora i molti e stranissimi che dalla conoscenza scarsa
della lingua derivavano. Da ciò dovrà essere chiaro ad ognuno come quei
nostri antichi volgarizzamenti abbiano bisogno di un raffronto continuo
coll'originale, se voglionsi dare scritture alle quali il senso non
manchi, e che possano giovare alla storia della lingua. Che cosa è, come
lo possediamo nelle stampe, quel _Tesoro_ di Brunetto Latini, del quale,
fino dal 1816, desiderava il Giordani (e anch'oggi dovrebbe desiderarlo)
il testo italiano ridotto alla vera lezione e accompagnato col suo
originale francese? Che cosa sarebbe il Sidrach, se pubblicato sui codici
italiani soli, senza le correzioni e le illustrazioni che dal paragone col
francese derivano? Nè crediamo sia buona e saggia la opinione, che pure
oggi alcuni sostengono, essere da sfatare come inutilissime ed anzi
dannose le traduzioni de' primi secoli della lingua. Le quali, se anco non
fossero parte della storia delle nostre lettere, e se non ci fossero
documento della cultura di quei tempi, rimarrebbero sempre alla lingua
importantissime, e indispensabili a chi vorrà e saprà, quando che sia,
fare che all'Italia non manchi un glossario della sua lingua, comparata
colle altre lingue uscite dalla sorgente latina. Sappiamo non in tutte le
traduzioni del duecento e del trecento potersi ammirare una uguale
eccellenza di dettato; ma da ciò stesso usciranno utili considerazioni; e,
ad ogni modo, il traduttore meno garbato d'allora, potrà sempre essere
maestro di proprietà nell'arte, a noi, che non possediamo e non amiamo più
nessun'arte, e pare che consigliatamente studiamo di imbarbarire la nostra
povera lingua. Non vogliamo parlare delle traduzioni dal latino, nè dire
quanto le lettere nostre abbiano potuto ricevere di utilità da'
volgarizzamenti di Virgilio, di Livio, di Sallustio, di Ovidio; delle Vite
de' Santi Padri, de' Morali di papa Gregorio, e di altri non pochi, tutti
elegantissimi. Ma, e le traduzioni de' romanzi di cavalleria, chi si
assicurerà di affermare che furono inutili alla lingua ed alla
letteratura? Forse perchè in esse troviamo la forma francese? Ma in che si
differenzia dunque questa forma francese dall'italiana, nel secolo
tredicesimo? Chi si provasse a tradurre parola a parola una poesia o una
prosa francese di quel secolo, avrebbe una buona e spesso elegante
scrittura italiana; come eleganti sono quasi tutti i nostri romanzi
cavallereschi, de' quali i più non sono che letterali volgarizzamenti. A
volere però che utili riescano quelle traduzioni, occorre che le sieno
raffrontate col testo, sia per correggere gli errori, sia per chiarire i
passi più oscuri, sia ancora per mostrare che nelle origini il francese e
l'italiano amarono la stessa giacitura di parole e lo stesso
temperatissimo stile; come anch'oggi, sventuratamente, pare che amino e
l'uno e altro, rinnegando la loro origine, slanciarsi senza regola nelle
stranezze e nelle metafore più ardite e più goffe, senza pure serbare quel
decoro, che almeno al seicento non mancava.
Dopo il Codice francese 2758, ci siamo giovati assai del _CODICE
RICCARDIANO 1930_ (_indicato nelle note_ C. R. 1.) Esso appartiene senza
dubbio ai primi del secolo XIV, ed avrebbe per molti titoli meritato
preferenza sugli altri, se non fosse di una redazione soverchiamente
abbreviata, contenendo appena la terza parte dei capitoli degli altri
codici; onde non avrebbesi avuto da esso un giusto concetto di quello che
sia l'opera del Sidrach. Il traduttore è spesso elegante; e noi lo
giudichiamo senese dalle forme de' verbi _essare_, _scrivare_, _aombrarà_,
_vivare_ ec., che leggonsi costantemente nel Ms. (12). A molti luoghi
(come dalle note apparisce) il testo di questo codice corregge quello
degli altri, ed è poi sempre nella forma più proprio e più accurato.
L'abbreviazione va crescendo quanto più il traduttore volge al fine del
suo lavoro; e sembra come uomo preso dalla noia, il quale, avendo
cominciato colla intenzione di fare un volgarizzamento, a poco a poco
riducesi ad abbreviare, e poi salta addirittura molti capitoli, e termina
col far cosa quasi originale. Noi non possiamo astenerci da riferire qui
alcuni degli ultimi capitoli di questo Codice, li quali ci sembrano, nella
loro brevità, bellissimi:
Che ène il mare?
Quelli scrisse: abbracciamento del mondo, termine coronato, albergo delli
fiumi, fontana della pioggia dell'acqua.
Che ène Iddio?
Iddio è mente immortale, allegrezza senza disdegno forma incomprensibile,
occhio senza sonno, luce e bene che contiene tutte le cose.
Che ène il sole?
Il sole ène occhio del cielo, cierchio del caldo, isplendore senza
abbassare, ornamento del die, dividitore della notte et del die tutto
tempo.
Che ène la luna?
La luna si ène porpore del cielo contraria del sole, nemica de' ma'
fattori, consolamento de' viandanti, dirizzamento de' navicanti, segno di
sepultura, larga di rugiada, agura di diviamento di tempi e delle
tempeste.
Che ène l'uomo?
L'uomo ène mente incarnata, fantasima del corpo, aguardatore della vita,
servente della morte, romeo trapassante et oste forestiere del luogo,
anima di fatiga, abitatore di picciolo tempo.
Che ène amico?
L'amico ène nome desiderevole, refugio delle aversità, biatitudine senza
abandono.
Che ène richezza?
Richezza ène peso d'oro e d'argento, ministra di rangole, diletto senza
allegrezza, invidia da non satiare, desiderio da non compire, bocca
grandissima, concupiscenza invisibile.
Che ène povertà?
Povertà è bene odiato, madre della santità, ritrovatrice del savere,
mercantia senza danno, possedimento senza calunnia, prosperità senza
sollecitudine.
Che ène sonno?
Sonno ène 'magine della morte, riposo delle fatiche, talento degl'infermi,
aspettamento di morte.
Che ène morte?
Morte ène sonno eternale, paura delli ricchi, desiderio delli povari,
cacciatrice di vita, risolvimento di tutti.
Che ène parola?
Parola ène manifestamento d'animo.
Che ène il corpo?
Il corpo ène magione dell'anima.
Che ène forte?
Forte ène 'magine d'animo.
Che sono li occhi?
Li occhi sono guida del corpo, vasello del lume, mostratori dell'animo.
Che ène cielabro?
Cielabro ène guardia della memoria.
Che ène il fegato?
Il fegato ène guardia del caldo.
Che ène il quore?
Il quore ène movimento della vita.
Che ène fiele?
Il fiele ène movimento dell'ira.
Che ène milza?
La milza ène albergo dell'allegrezza e desiderio.
Che ène lo stomaco?
Lo stomaco ène quoco delli cibi.
Che sono le ossa?
L'ossa sono fermezza del corpo.
Che sono li piedi?
Li piedi sono mobile fondamento.
Che ène il vento?
Vento ène turbamento d'aria, siccità di terra et movimento d'acque.
Che sono li fiumi?
Li fiumi sono corso che non viene meno, pascimento del sole et bagnamento
della terra.
Che ène amistà?
Amistà ène aguaglianza d'amici.
Che ène fede?
Fede ène meravigliosa certezza di cosa non saputa.
Fra i due Codici, RICCARDIANO 1475 (_indicato nelle note_ C. R. 2.) e
MEDICEO LAURENZIANO, PLUTEO LXI, 7, siamo stati incerti assai quale
meritasse preferenza per la stampa. L'uno e l'altro della seconda metà del
secolo quartodecimo, conformi nella lingua, identici nella redazione. E se
abbiamo preferito il Mediceo Laurenziano è stato perchè, dopo un minuto e
paziente raffronto, abbiamo veduto che l'amanuense di questo codice era
incorso meno spesso in errore che non quello del Riccardiano; e forse non
sarebbe difficile provare che il Manoscritto della Biblioteca Riccardi fu
copiato da quello della Laurenziana. Nonostante però esso Codice 1475 ci è
stato di un grande aiuto, a correggere, a supplire, a raddirizzare il
senso, a spiegare l'oscurità di molti periodi; poichè non si vuole
dissimulare che il Codice Laurenziano non sia troppo spesso di lezione
errata e stranamente confusa.
Di aiuto non meno prezioso ci è stata un'antica edizione del Sidrach, che
si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze (sezione Palatina), e
che ha questo titolo: MIL QUATRE VINGTZ ET QUATRE DEMANDES, AVEC LES
SOLUTIONS ET RESPONSES A TOUS PROPOZ, OEUVRE CURIEUX ET MOULT RECREATIF,
SELON LE SAIGE SIDRACH. — _Paris par maistre Pierre Vidove, MDXXXI._
(Indicato nelle note T. F. P.).
Venendo a dire del modo onde questa stampa è condotta, noteremo solo come
sia stato nostro intendimento di riprodurre con la più scrupolosa
esattezza il Codice, nella sua ortografia e lessigrafia, parendoci che, se
questa regola si seguisse costantemente nelle impressioni delle antiche
scritture, molto se ne agevolerebbero gli studi (che restano in gran parte
da farsi in Italia) sulle origini e sulla storia della lingua nostra.
Nelle note ci siamo studiati di chiarire il senso d'una parola o di una
frase con varianti di altri codici, ogni volta che ciò è stato possibile,
sembrandoci questo il modo migliore di commento, come quello che pone
sotto gli occhi del lettore una forma diversa, e lo lascia libero nel suo
giudizio. Ci siamo poi qualche volta allargati a commentare alcune parole
del testo francese, quando ciò potesse avere importanza per l'italiano.
Non abbiamo richiamato l'attenzione del lettore sopra tutte le parole che
potevano meritarla, essendo che ciò sarà fatto nel _Glossario delle voci
italiane e francesi degne di nota_, che troverà il suo luogo nella seconda
parte di questo volume.
Il quale, venendo ad accrescere il numero dei nostri testi di lingua,
parrà forse a molti cosa affatto inutile, essendo oggi rivolti a ricerche
troppo più alte gli ingegni, per avere agio e tempo di pensare anche a
quegli studi dell'arte, che furono già tanto cari ai nostri antichi, e che
procacciarono pure qualche onore all'Italia. Oltre di che i tempi odierni
professano teorie di letteratura così nuove, che riesce spesso molto
difficile intenderle a chi abbia educata la mente ai vecchi principii
dell'arte italiana. Ed oggi vediamo ancora un'antica questione, che pareva
risoluta, sorgere di nuovo; e sentiamo, dopo sette secoli di letteratura,
mettere in dubbio se esista una lingua italiana. Concedasi a me, nato e
vissuto sempre in Toscana, una modesta parola su questo argomento. Si
ricercano i mezzi per diffondere l'uso della buona lingua, ed a ciò
rispondesi anzi tutto che per buona lingua s'ha da intendere la
fiorentina. Perchè dunque il fiorentino è chiamato la buona lingua? Non
sapremmo a questa domanda trovare che una sola risposta. Quando un
dialetto parlato passa ad essere scritto, e se ne fa mezzo o strumento di
una letteratura, allora esso diventa predominante sugli altri dialetti
della stessa famiglia, acquista un titolo quasi di signoria legittima e
incontrastata, e noi siamo soliti di chiamarlo non più dialetto ma lingua.
Su ciò mi sembra che non possa cadere dubbio alcuno. Il dialetto del
Lazio, quando fu scritto, diventò quella che noi diciamo lingua classica
di Roma. I missionari che in regioni selvagge sono riusciti a ridurre in
iscrittura uno de' cento dialetti parlati, hanno tosto veduto che quel
dialetto acquistava una supremazia letteraria, vincendo gli altri che
rimanevano come barbari gerghi (13). Poniamo che la letteratura siciliana
del secolo XIII non fosse stata spenta col regno glorioso degli Svevi, e
il dialetto siciliano avrebbe preso qualità e autorità di lingua scritta,
e quindi di dialetto signoreggiante. La Francia vide due dei suoi dialetti
passare dalla forma parlata alla scritta, ed ebbe per conseguenza la
lingua e la letteratura d'oïl, la lingua e la letteratura d'oc. Se dunque
la buona lingua, la lingua classica non è che un dialetto, il quale, reso
stabile per mezzo della scrittura, acquista questo titolo, questa qualità,
questo privilegio, domandasi come al dialetto fiorentino possa attribuirsi
tale supremazia. La nostra lingua scritta è forse il fiorentino? E gli
scrittori senesi, pisani, pistoiesi, aretini hanno scritto tutti il
dialetto di Firenze, o non piuttosto quello delle loro città? E gli
scrittori delle altre città d'Italia hanno preso ad esempio i fiorentini
soli o tutti i toscani? Strettamente affini tra loro, fratelli legati da
vincoli di somiglianza cosiffatta, che appena ad occhio espertissimo
riesce scorgerne le tenui differenze, è facile spiegarsi come tutti i
dialetti toscani diventassero lingua scritta, pur rimanendo predominanti
il fiorentino ed il senese, non per altra ragione che Firenze e Siena
ebbero un numero di scrittori maggiore delle altre città. Ma questa del
fiorentino o toscano non è, a nostro credere, la questione principale.
Concediamo pure che per buona lingua s'avesse da intendere la fiorentina
sola; resterebbe sempre a vedere se si possa stendere l'uso di un dialetto
a fine di distruggere gli altri. Una lingua scritta è per sè stessa cosa
necessariamente artificiale: «la vita reale e naturale del linguaggio è
riposta nei suoi dialetti» (14), i quali di continuo lo alimentano, lo
arricchiscono, lo invigoriscono, e sono come una grande sorgente d'acqua
che irrigando un campo impedisce alle erbe di intisichire e seccarsi.
Spenti o trasformati i dialetti, la lingua scritta manca di vita, e passa
nel numero di quelle che chiamiamo lingue morte. Fosse pure possibile con
mezzi umani distruggere tutti i dialetti d'Italia, lasciando vivo il solo
fiorentino; certo è che in breve giro di anni noi non avremmo più della
lingua nostra, vivace, multiforme, potente, che un miserabile avanzo, a
cui lentamente verrebbe a mancare ogni forza: l'albero verdeggiante e
robusto si tramuterebbe in tronco decrepito e marcio. E per estendere
l'uso della buona lingua parlata, si propone di compilare un vocabolario
di essa lingua, o sia dialetto, di Firenze. Ma un vocabolario dell'uso
vivo di un dialetto a che gioverebbe praticamente? È noto che tutti i
dialetti tendono per loro natura a trasformarsi continuamente, non
rimanendo stabile che quella parte di essi che è fatta patrimonio della
lingua scritta. L'uso d'oggi potrebbe dunque non essere più l'uso di
domani; e si potrebbero additare come vive forme, che fossero già
anticate. Di più ancora, i dialetti letterari sono soggetti a decadere; ed
è questa pure una delle leggi che la scenza del linguaggio ha riconosciuto
per vera. Come dunque di questo dialetto, sequestrato da tutti gli altri,
farebbesi con profitto un vocabolario? A chi ed a che cosa profitterebbe
esso? Che aggiungerebbe al vocabolario della lingua scritta? Non sarebbe
per avventura più utile domandare, come poter rendere intelligibile a
tutti la lingua italiana, vale a dire la lingua della letteratura
d'Italia? Ed a rendere intelligibile questa lingua non sarebbe forse prima
e indispensabile condizione che tutti gli italiani sapessero leggerla?
Finchè avremo tanti milioni d'uomini che non conoscono l'alfabeto, si può
pensare ai mezzi di estendere l'uso della buona lingua? Quando tutti
sapranno leggere, allora scegliete abili maestri, allora divulgate buoni
dizionari della lingua, allora ponete nelle mani ai fanciulli grammatiche
ben fatte, semplici, facili, non come quelle, barbarissime, che oggi
sciupano miserabilmente i cervelli dei nostri poveri bambini; allora
procacciate che si pubblichino libri che il popolo possa leggere e
intendere. Avrete sempre i dialetti; ma a poco a poco tutti intenderanno e
parleranno anche la lingua; non la lingua fiorentina o toscana, ma
l'italiana; quella lingua che se ha vocaboli toscani, ha una struttura
grammaticale italiana; quella lingua che vive rigogliosa, perchè si
alimenta delle forme di tutti i suoi dialetti, e che, veramente, in tutte
le città apparisce, in nessuna riposa.
E qui è ben tempo che noi prendiamo commiato dal lettore cortese. Al quale
diremo per ultimo come, quando ci accingemmo a questa non facile
pubblicazione del Sidrach, fosse nostra intenzione di far seguitare al
volume del _Testo_ un volume di _Illustrazioni_, nel quale dovea
comprendersi, oltre la _Bibliografia_, il _Saggio dei Codici francesi_ e
il _Glossario delle voci_, anche un discorso sugli errori popolari del
medio evo, e un confronto tra le varie enciclopedie di quel tempo: uno
studio sulle traduzioni italiane dal francese nei secoli XIII e XIV, ed un
altro sulla influenza che la letteratura francese e provenzale (e
specialmente le leggende, le novelle e i poemi) esercitarono nei due
secoli anzi detti sulla letteratura italiana. Questo non ci sarebbe parso
lavoro affatto inutile in Italia, la quale appena ora comincia a indagare
criticamente le origini della sua letteratura. Se non che, mandati
dall'altrui volontà in paese dove i libri sono pochissimi, lontani da ogni
centro di cultura letteraria, senza aiuti e senza conforti, come por mano
o dar compimento a lavori di erudizione? E così hanno dovuto rimanere
interrotti quegli studi, già con tanto amore intrapresi, con tanti sudori
proseguiti; e la seconda parte del Sidrach comparirà senza ciò che avrebbe
forse potuto essere meno sgradito al lettore. Non vogliamo fare vani
lamenti; ma solamente ci sia permesso dire che a coloro i quali amano gli
studi, e vivono anzi solo di essi, potrebbersi non ricusare quei riguardi
e quegli incoraggiamenti che sono necessari a condurre a fine qualche cosa
di utile. Chi ha percorsa la faticosa via dello studio può intendere da
quanto acerbo e profondo dolore ci sieno dettate queste parole!
A' 20 di Maggio 1868.
*ADOLFO BARTOLI.*
(1) Cod. segnato I. 68. Inf. (Sec. XV). Comincia: «In nomine domini eterni
amen. Qua chomenza el pruolegho ella lezenda del libro del venerabelle
astrolagho Iesu Sidracho».
(2) Cf. MAURY, _Mag. et Astr._, cap. IV.
(3) Vedine alcuni esempi strani nel libretto pub. dal sig. G. Amati,
_Ubbie, Ciancioni e Ciarpe_, Bologna, Romagnoli.
(4) Cap. LV.
(5) Nel _Fiore di Virtù_ è chiamato ora _Jesus Sidrac_, ora _Jesus Sirac_,
ora _Sirac_; e questo può confermare quello che abbiamo supposto della
confusione tra _Sidrac_ e _Sirac_.
(6) _Hist. Litt. de la France_, XXIII, pag. 294.
(7) Pag. 5.
(8) _Hist. Litt. de la Fr._ loc. cit.
(9) Vedi PARTE II, _Bibliografia dei Codici e dei Testi a stampa del
Sidrach_. Vogliamo fin d'ora dichiararci riconoscentissimi al Sig.
Principe Don Baldassarre Boncompagni di Roma, per le molte notizie da esso
forniteci per questa Bibliografia.
(10) Che l'amanuense fosse un italiano, anco da questo si prova, che alla
fine del codice è scritto, dello stesso carattere del rimanente: _Finito
libro referamus gratias. Xpo._
(11) _Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung auf Italiänischen
Biblioth._ Mannheim, 1844. — _Romanische Inedita auf Italiänischen
Biblioth._ Berlin, 1856.
(12) È curioso a notarsi che in un Codice di cui trovasi indicazione nel
Catalogo della Biblioteca Heberiana, Sidrach è detto _filosofo e strologo
di Siena_.
(13) Cf. MAX MÜLLER, Scienza del linguaggio.
(14) MAX MÜLLER, op. cit.
IL
LIBRO DI SIDRAC
Questo è lo libro lo quale si chiama Sidracco, filosafo dello re
Tractabero, e delle quistioni che dispianò allo re Botozo, re di Levante.
La provedenza di Dio padre tutto possente è stato dal cominciamento del
mondo, e sarà sanza fine, di governare tutte le sue creature spirituali,
alle quali egli à promesso di dare lo paradiso (15), se per loro non
rimane; e vuole (16) ispargiere la sua grazia per l'universo mondo, perchè
le genti possano (17) meglio vivere in questo mondo; per la qual cosa e'
possano pervenire a quella gloria che mai non avrà fine. La misericordia
di Dio fu istabilimento de' patriarchi, che furono al tenpo d'Adamo
infino (18) al tenpo di Moysè, che insegniavano vivere alle genti secondo
i vizii (19) che allora erano; e tutti quelli che manteneano i loro usi
sono altressì salvi, come egli furono; e quelli che contrario feciono,
ebono lo contrario, perciò che trapassarono lo comandamento di Dio e de'
suoi ministri che allora erano. Lo giorno della sua rexuressione
dimorarono in inferno, e furono riconfermati per tutti tenpi, e non furono
delli compagni (20) de' ministri del figliuolo di Dio, perciò che non
feciero gli suoi comandamenti. Lo giudicamento del nostro Signore, ciò fu
quando mandò il diluvio (21), non fu per altra cosa, se non per abondanzia
de' peccati, che allora erano per l'universo mondo. E dopo lo diluvio Noe
e la moglie e figliuoli colle loro mogli abitavano in terra,
incominciarono (22) a fare e a stabilire lo comandamento di Dio, secondo
l'usagio (23). Iddio diè loro la perfezione di cresciere e multiplicare;
uno degli figliuoli di Noe ch'ebe nome Giafet, di gieneratione in
gieneratione, che di lui naquero, mantennero la fede di Dio, siccome Noe
loro padre facea (24). E Idio per la sua misericordia (25) volle mostrare
lo grande amore ch'egli avea nella generatione di Giafet, figlio (26) di
Noe: si fece nasciere uno uomo di quella medesima ingenerazione, lo quale
ebe nome Sidracho (27), lo quale Sidracho fue pieno di tutte le
scienzie (28) che furono dal cominciamento del mondo insino al suo tenpo.
Questo Sidrach fu dopo la morte di Noe anni DCCCXLVII; e anche seppe, come
piacque a Dio, dal suo tenpo insino alla fine del mondo. Questo Sidrac
Idio gli degnò per la sua gran dimostranza la forma della sua sancta
trinitade, (29) acciò ched e' fosse anunziatore (30) all'altre (31) genti
che dopo lui deono venire. E egli fu bene cosa conosciuta che dimostrò la
forma e la figura della trinitade, per lo comandamento di Dio, a uno re
miscredente, lo quale ebe nome lo re Botozo (32). Mostrogliele per
convertirlo (33) alla fede di Dio padre onipotente, perciò che questo re
adorava prima gl'idoli (34); e alla fine egli lo convertì, lui e altra
assai giente, siccome è scritto innanzi. Questo Sidrach ebe grazia da Dio
di sapere gli nove ordini degli angioli che sono in cielo, e di che serve
ciascuno ordine; e di sapere la storlomia e del fermamento, delle pianete
e delle stelle, e de' segni dell'ore e de' punti; e di sapere tutte cose
terrene e tenporali, e di tutte cose del mondo, come conterà (35) per
innanzi.
Or avenne al tenpo di questo re Botozzo ch'egli avea mandato chiegendo
questo Sidrach allo re Trattabar (36), però che Sidrach era filosafo di
questo re Tractabar; e mandollo chiedendo per alcuno bisognio ch'egli avea
di lui, siccome voi udirete innanzi, perciò che non è bene a contare le
cose due volte, noi ne passeremo brievemente, per lo migliore modo che noi
sapremo, colla grazia di Dio (37). Lo re Botoczo richiese lo filosafo
molto di quistioni, ch'egli disiderava di sapere, e non trovava uomo che
ne gli sapesse dire; ma Sidrach ne gli spianò (38) a diritto e a ragione,
di ciò che lo re lo domandò: delle qua' cose gli piacquero molto, e
feciene fare uno libro di quelle medesime quistioni, cioè questo
libro (39). E questo libro venne poi d'una mano in altra, tanto ch'egli
venne alle mani, dopo la morte dello re Botozo, a uno grande uomo: sì che
questo uomo da indi a certo tenpo lo volle ardere, per lo consiglio del
diavolo (40); e Idio non volle che ardesse, anzi lo fece venire alle mani
d'uno re ch'avea nome Mandriano (41); e poi venne alle mani d'uno grande
prencipe (42) de' cavalieri di Soria, lo quale era lebbroso, lo quale avea
nome Marna (43); e sì lo tenea molto caro. Questo Marna guarì detta lebbra
al fiume Giordano. Da indi a grande tenpo non potè essere trovato. E dopo
la venuta del nostro Signore, per la volontà di Dio, che non volle ch'egli
fosse perduto di tutto in tutto (44), si venne al podere (45) d'uno buono
uomo greco (46), che fu arcivescovo di Fabastora (47), che all'antico
tenpo si chiamava Samaria. E quello arcivescovo avea nome Iovazil (48), il
quale fu (49) buono cristiano, e ebe uno cherico ch'ebe nome Dimito (50);
e l'arcivescovo lo mandò in Ispagnia a predicare la fede di Jesu Cristo; e
portò con seco quello libro, e alla fine morì in Tolletta (51). E questo
libro (52) dimorò colà uno grande tenpo. E poi venne la chiericeria (53)
in Tolletta, e trovò questo libro, e sì lo traslataro di grecesco in
gramatica (54). E lo re di Spagnia udì parlare di questo libro, e ordinò
ch'egli l'ebbe (55), e tennelo molto caro (56). E lo re di Tunisi (57) che
a quello tenpo era, udì parlare per bocca di suoi anbasciadori di questo
libro, mandò pregando lo re di Spagna che, per liberale gratia, gli
mandasse quello libro; e lo re di Spagna lo fecie traslatare di gramatica
in francesco (58), e si gliele mandò (59). Ora venne che al tenpo che lo
'nperadore Federigo regniava, era uno re in Tunisi che lo leggieva, e
usavalo molto, onde n'era tenuto molto savio, per le grandi quistioni che
facea alle genti, e per le buone risposte (60) che facea di ciò che altri
lo domandava. Lo 'nperadore Federigo avea anbasciadori in quel tenpo nella
corte del re di Tunisi; e gli anbasciadori maravigliandosi (61), vedendo
tanta iscienzia, onde potea venire, fu loro detto che lo re avea nel suo
tesoro uno libro, e lo re di Spagna l'avea mandato a' suoi anticiessori, e
di quello libro sapea tutte le scienzie. Ora venne che gli anbasciadori
tornarono allo 'nperadore, e contarogli la bontà di quello libro, onde fu
molto intalentato di volerlo. Allora mandò uno anbasciadore al re di
Tunisi, che per liberale grazia gli mandasse quello libro. E lo re di
Tunisi gli mandò a dire, che gli mandasse uno cherico che sapesse
grammatica e 'l saracinesco. E lo 'nperadore gli mandò uno frate minore,
ch'avea nome frate Ruggieri (62) di Palermo. Quelli lo traslatò di
saracinesco in gramatica: onde lo 'nperadore Federigo ne fu molto allegro,
e molto lo tenne caro. Nella corte dello 'nperadore avea uno uomo molto
savio, lo quale avea nome Codici Pisolatico (63), ed era d'Antioccia (64),
e fu molto amato dallo 'nperadore. E quando egli udì parlare di questo
libro, si pensò molto com'egli lo potesse avere: tanto promise e donò al
camarlingo (65) dello 'nperadore, che gliel diede; l'asenprò, e scrisselo
privatamente, che niuno lo sapea. E da indi a certo tenpo Codici (66)
folosafo lo mandò in donamento (67) al patriarca Uberto d'Antioccia (68).
Quando il patriarca l'ebbe, il tenne molto caro, e usollo tutto il tenpo
della sua vita. Egli avea uno suo cherico, ch'avea nome Giovanni Petro di
Leone (69); questi exenprò (70) questo libro, e andossene in Tolletto. In
questo modo rivenne indietro in Tolletto; e di quello si traslatò molti
buoni libri, de' quali ciascuno (71) no gli puote avere (72). Da qui
innanzi noi non sapiamo alle cui mani egli si verrà, nè dee venire; ma
preghiamo Idio lo creatore, ch'egli possa venire alle mani di tali genti,
ch'egli lo possano ritenere e intendere, alla salvatione dell'anima e del
corpo (73).
Al tenpo dello re Botozo del Levante, re d'una grande provincia che è tra
Persia (74) e India (la qual provincia si chiama Botenes, (75) lo quale re
ora chiamato Botozzo, regnò dopo la morte di Noe DCCCXLVII anni (76)), e'
voleva fondare una città all'entrata d'India, per guerreggiare (77) uno
suo nimico re, ch'era contra lui, e teneva una grande partita d'India, e
avea nome re Garabo (78). Sicchè questo re Botozo fece fondare una torre
per edificare una città, all'entrata della terra dello re Garabo. E la
torre fu cominciata a grande gioia e festa, e lavoraro una grande partita
del giorno, ma la mattina trovaro tutto abattuto lo lavorio. Quando lo re
lo vide, fu molto dolente, e tostamente fece ricominciare lo lavorio di
capo (79). E l'altra mattina ogni cosa (80) si trovò abattuto, e lo re di
ciò molto s'adirò. Questo gli avenne ciascuno giorno, bene sette mesi. E
lo re Botoczo, vegendo questo, fece ragunare tutti i suoi savi, e domandò
in qual modo potesse fare lavorare in quella sua torre e in quella città,
che ella non rovinasse. E sopra quella domanda, gli fu dato consiglio che
egli mandasse cercando per tutti gl'indovini e astrolaghi della sua terra.
E lo re ordinò siccome coloro gli dissono; e fra venticinque giorni furono
venuti a lui, e furono LXXXVIIIJ. Lo re Botozzo gli ricievette a grande
gioia, e fecegli riposare tre giorni, e al quarto giorno se gli fece
venire innanzi, e disse: signori, io v'ò fatto venire dinanzi a me, per
farvi asapere quello ch'io vi dirò. Io sono lo maggiore re di tutto lo
Levante, e tutti i re di queste parti sono venuti sotto me; ma e' ci (81)
à uno re, che à nome Gharabo re d'India, questi non vuole venire sotto me,
e io non posso entrare in sua terra, perchè à troppo forte entrata; e
fummi dato per consiglio ch'io facessi una città all'entrata di sua terra,
per poterlo meglio guerregiare (82); e io incominciava una torre per
edificare la città; e òlla incominciata già fa sette mesi, e non si può
conpiere, e ciò che si lavora lo giorno, la notte e la mattina si truova
abattuto (83). Laonde io ne sono molto cruccioso, e molto mi grava, che le
novelle andranno al mio nimico, che io non posso conpiere una città in sua
terra. E per questo i' ò mandato caendo (84), per avere il vostro
consiglio: ond'io vi priego tutti comunalmente, che voi mi diate tale
consiglio, che io possa conpiere questa città; e io vi prometto, per lo
mio idio, ch'io farò a tutti voi grande bene: chè, se tutto il mondo fosse
mio, io non avrei tale allegreza, come vendicarmi dello re Gharabo. Quando
lo re Botozo ebe finita sua diceria (85), si rispuosono tutti i savi
comunalmente ad una boce, e dissono: messere, noi faremo tal cosa che a
voi tornerà onore e gioia, e vendetta del vostro nimico; e non vogliamo
avere termine più che XL dì, per aoperare la nostra arte, e vogliamo
istare tutti in uno luogo (86). Quando lo re udì questo, fu molto allegro;
e mandogli in uno luogo ch'era pieno di molta verdura, e comandò che
fossono serviti come il suo corpo, e fosse loro dato ciò che
adomandassero. E stando in questo luogo, incominciaron adoperare la loro
arte; e alla fine di XL giorni mandarono diciendo al re ch'egli aveano
conpiuto lo suo servigio, e ch'egli voleano andare inanzi (87). Quando lo
re lo 'ntese, n'ebbe grande allegreza, e fecesegli venire davanti con
grande gioia, e domandogli come aveano facto; e que' rispuosono a una boce
e dissono: messere lo re, fatevi di buona voglia (88), chè 'l vostro
intendimento è conpiuto; e da cotale giorno passati li XXV dì della luna,
ed a l'ora che noi incomincieremo e dallo punto, sì ve lo diremo (89), e
allora fate cominciare la torre, e noi vi saremo (90). Quando lo re udì
questo, ne fu molto allegro, e ringraziogli tutti. E quando venne lo
giorno del termine, egli furono al lavorio. Quando fue otta di lavorare,
egli cominciarono a grande festa e allegrezza a lavorare, e tutto lo
giorno lavorarono. Quando venne la notte e' savi feciono stare grande
luminaria, per guardia della torre, e gli uomini con questa luminaria vi
rimaseno a guardare (91), e lo re coll'altra gente s'andarono a dormire
con grande allegreza. E quando venne la mattina trovarono abattuto tutto
lo lavorio, in terra, e la novella andò allo re; e quando lo re lo 'ntese
ne fu molto cruccioso, e venne allo lavorio; e quando vide lo lavorio
abattuto, n'ebe gran doglia al cuore, e fece venire i savi dinanzi da lui,
e disse: è questa la promessa che voi mi facesti? E' savi non sepono che
si rispondere. E lo re disse: per lo mio idio, io vi rimanderò in tale
luogo, che sarà molto reo per voi, e non uscirete (92) infino che la città
non sarà conpiuta. E fecegli mettere in una prigione; e fu facto suo
comandamento, e questa fue la primaia prigione, secondo che ne parlano le
scritture. E le novelle n'andaron allo re Gharabo, come lo re Botozo non
potea fare per arte, nè per ingegnio (93) nè per niuno modo conpiere una
torre: onde n'ebe allegreza grandissima, e mandogli una pistola allo re
Botozo, e diceva così: Re Botozo, salute dalla parte di noi re Gharabo.
Noi abiamo inteso che voi volete edificare una torre all'entrata di nostra
terra, e sì v'avete ispeso molto del vostro avere, e non avete potuto
conpiere una torre, nè per arte nè per altro avere. Ma noi vi mandiamo
dicendo che, se voi ci volete dare la vostra figliuola a moglie, noi vi
lascieremo fondare la torre. Quando lo re Botozo intese la pistola, egli
ne fu molto cruccioso, e fece tagliare la testa allo anbasciadore che la
recava; e poi fece gridare uno bando (94) nella sua terra, che chiunque
gli sapesse dare consiglio da conpiere la città, egli gli darebe la sua
figliuola per moglie, e mezo il suo tesoro, e questo giurerà sopra lo suo
idio. E dopo questo bando, a dieci giorni, venne a lui uno vecchio uomo, e
disse: messere lo re, io sono venuto a voi per darvi consiglio di conpiere
questa vostra torre, che voi avete inpresa a fare; e io non voglio vostra
figliuola nè vostro tesoro, ma voi mi giurerete di farmi alcuno bene.
Quando lo re lo 'ntese, fu molto allegro; e lo re gli giurò sopra lo suo
idio di fargli bene, se la città si conpiesse. E lo vecchio disse: mandate
allo re Trattabar (95), per lo libro suo della strologia, che fu di Noe,
nel quale è scritto lo 'nsegnamento dell'angelo del suo Idio, che quello
libro fu lasciato a uno de' figliuoli di Noe magiore (96). Noe ebe tre
figliuoli: l'uno ebe nome Sem, l'altro Giafet. L'altro nome non è da
mentovare, che lo padre lo maladisse, e tornò di bianco in nero. Quello
libro venne da uno re in altro (97), tanto che venne alle mani dello re
Trattabar. E pregate che vi mandi lo libro e lo suo astrologo Sidrac (98),
perciò ch'egli è molto savio uomo, e sa molto dell'arte della strologia.
Sidracho vi darà consiglio di vendicarvi sopra lo vostro nimico, e di
conpiere la città. Quando egli l'ebbe inteso, ebe di ciò grande allegreza,
e fece aparechiare uno bello e ricco presente, e fece fare una pistola che
dicea così: Noi Botozo re vi mandiamo fortemente salutando alla vostra
signoria, re Trattabero, come signore e amico (99). Mandianvi pregando che
voi facciate per noi, come voi voleste che facessimo per voi. Noi vi
mandiamo pregando che voi ci mandiate lo libro della strologia, che fu di
Noe, conciosia cosa che noi n'abiamo grande bisogno; e mandate con esso il
vostro filosafo Sidrac; e con questa pistola mandiamo il detto presente.
Lo messo si mise per cammino, come piacque a Dio, e fu capitato allo re
Trattabar, e apresentogli la pistola e 'l presente; e lo re lo ricevette
volentieri, con grande allegreza, e poi disse al messo: io ò grande
allegrezza, quando messer lo re Botozo m'à mandate sue lettere (100). E
egli m'à mandato chiegendo uno mio libro che fu de' miei anticessori; e
prima fu di Noe; e parla d'una cosa ch'è in una montagnia, che chi ne
potesse avere, tornerebe al mondo grande prode (101). E lo mio padre si
mise ad andare su per quella montagnia, ma egli none potè venire a capo
del suo disiderio. Ma io credo bene che lo re Botozo ne potrà venire a
capo egli, ch'egli à molto grande podere, ch'egli è uno de' grandi re che
sia nel Levante. E allora mandò lo libro, e Sidrac con esso, e una pistola
che contenea così: Noi re Trattabar ringraziamo altamente voi, re Botozo,
del vostro onore e del vostro domandamento. Noi e la nostra terra è (102)
al vostro comandamento. Noi vi mandiamo lo libro e Sidrac nostro filosafo.
E cavalcò tanto (103) che giunse al palagio del re Botozo.
Quando lo re Botozo vide questo, egli ricevette lo libro e Sidrac con
grande allegreza, e cominciò a contare a Sidrac lo suo bisogno, e dissegli
come gli era incontrato. E Sidrac gli rispuose, e disse: messere, questa
terra è incantata, e niuna forteza vi si potrà fare, se gli incantamenti
non si disfanno; e io ò tale consiglio, che io gli disfarò. E lo re ebe di
ciò grande allegreza, e molto lo pregò che pensasse sopra questo fatto. E
Sidrac rispuose: messere, noi troveremo in questo libro del mio signore,
che fu prima di Noe, che uno agnolo del suo Idio gli avea insegniata una
montagna e una contrada della profonda India, la quale si chiama la
montagna verde del corbo; là ove Noe mandò lo corbo, per iscoprire la
terra, al tenpo del diluvio; e egli trovò carogna, e egli si puose
sopr'essa (104). Quella montagna è lunga quattro giornate e larga tre, e
su v'abita una gente che sono a nostra fazione (105) di corpo, ma lo volto
(106) loro ànno facto a maniera di cane. Quella montagnia è presso allo
regno femminoro (107), là ove uomo non puote vivere; e si à in quella
montagna dodici migliaia di maniere d'erbe: le quattro milia fanno
profitto, e l'altre quattro milia fanno danno (108), e l'altre quattro
milia non fanno nè prode nè danno. E anche v'à dodici maniere d'acqua, che
si ragunano in uno luogo dodici volte l'anno, e abeverano (109) tutta la
terra e tutte quelle erbe. E se voi volete andare in su quello monte per
avere di quelle erbe, voi potrete fare de' vostri nimici quello che voi
vorrete, e sì conpierete vostro disio. Quando lo re intese Sidrac, si ne
fu molto allegro; e disse che, se dovesse perdere tutto quello ch'egli à,
sì conviene ch'egli abia dell'erbe di quella montagna. E al terzo giorno
montò a cavallo colla sua gente, e misesi a cammino; e tanto cavalcaro,
che al decimo giorno fu a piè della montagna. E gli volti de' cani si
misono a difendere la loro terra, e sconfissono lo re Botozo malamente; e
poi anche risalirono, e furono sconfitti alla montagnia. E i volti de'
cani un'altra volta saliro la montagna. E lo re iscese a terra della
montagna, e mandò per soccorso; e gli venne grande aiuto. E poi per grande
forza e vigore sconfissono i volti de' cani, e uccisono molti di loro. E
poi si riposarono otto giorni, e alla per fine ebono la terra. Lo re
Botozo era miscredente, e non credea nel suo Criatore, anzi credea e
adorava gl'idoli. Sidrac credeva e adorava Idio padre onipotente, che
fatto l'aveva, e osserva gli suoi comandamenti. E lo re Botozo facea
portare, là ovunque (110) andava, l'idoli (111), ciascuno in su grande
sedia: e sì erano d'oro e d'argento; e una idola (112) v'era, ch'era
adornata di grande riccheze, e era posta a sedere più alta che niuna
dell'altre. Lo re fece aparecchiare bestiame, per fare sacrificio agli
suoi idoli, e avea fatti suoi padiglioni; e là entro tenea questi idoli,
spezialmente nel suo. E poi prese Sidrac per la mano, e menollo allo suo
padiglione, con grande compagnia di gente; e poi comandò che uno montone
fosse recato; e recato che fu, e egli prese uno coltello, e dicollò lo
montone dinanzi al grande idolo; e ciascuno della sua gente, secondo che
avea lo podere, uccidea una bestia, e gittavala (113) d'intorno a quelle
ydole; e poi l'ardevano tutto. Per questo modo faceano sacrificio
agl'idoli. E Sidrach che vide questo, forte se ne maravigliò, e molto ne
fu dolente. E lo re lo fece chiamare, e disse: Sidrac, fa sacrificio al
mio iddio, ch'è buono e ricco. E Sidrac rispuose con grande cruccio, e
disse: messere, non farò; anzi farò sacrificio al mio Idio, ch'è possente
sopra tutti, e è creatore del cielo e della terra, e è quelli che fece
Adamo e Eva, e tutte l'altre cose che ci sono. E quando lo re udì dire
questo, egli ne fu molto crucciato, e disse: che di' tu del mio idio?
Dico, disse Sidrac, ch'egli è malvagio; e è dimonio che v'à legato (114),
voi e la vostra giente, e per voi distruggiere; e se voi mi vorrete
credere, voi no gli crederrete; anzi lo farete disfare; chè idio ch'è
fatto per mano d'uomo, non si dee adorare nè credere. E lo re avendolo
inteso, ne fu molto crucciato, avendo udito tanto dispregiare lo suo
idolo. Allora se lo fece recare davanti con grande cruccio, e disse a
Sidrac: come ài (115) tu dispregiato così ricco idio e così bello come
questo? Perchè non si dee adorare e credergli? E Sidrac gli rispuose:
certo a cotale idio non è da adorare nè da onorare; me' (116) è da ontare
e da vituperare (117). Ma lo mio Idio, che creò lo cielo e la terra e
l'altre cose che sono, si dee adorare e onorare, lo suo nome
sacrificare (118). Lo re Botozo fu molto crucciato, e disse: che è lo tuo
Idio? E egli rispuose: lo mio Iddio è criatore del cielo e della terra. E
lo re disse: come è egli fatto e di che? Certo, disse Sidrac, lo mio Iddio
è una ispirituale sustanzia, e sì è di sì gran biltà (119), che angeli che
risplendono sette cotanti che 'l sole di biltade, tutto tenpo disiderano
lui vedere (120). E lo re si crucciò molto forte, e fece venire due degli
suoi savi, per disputare con Sidrac. E incominciarono a mostrargli la loro
miscredenza. E Sidrac tutti gli vincieva di loro quistionare, e tuttavia
mostrava loro la potenzia di Dio padre onnipotente. E li miscredenti
dissono: vedi lo tuo Idio altressì come noi vegiamo lo nostro? Sidrac
rispose, si (121). Allora dissono gli miscredenti: priega lo tuo Idio, e
noi pregheremo lo nostro, e ciascuno faccia la sua preghiera. E poi gli
miscredenti recarono incenso, e incensarono lo loro iddio; e poi feciono
orazione, e dissono così: Noi vi preghiamo che voi non sofferiate che
Sidrac per li suoi incantamenti vinca (122) la nostra credenza. E allora
parlò lo diavolo dentro dall'idola, e disse ad alta boce: prendete quello
incantatore Sidrac, e tagliatelo in quattro pezzi, veggendo tutti quelli
dell'oste. E Sidrac avea isguardato (123) lo cielo, e fatto questa
preghiera che io conterò: Signore Idio, che se' Iddio d'Adamo e d'Eva e di
Noè e mio, che formasti cielo e terra, io credo in voi e nella vostra
podestà; io vi priego che voi degniate di mostrare vostra potenzia,
veggente questi miscredenti (124), e che lo diavolo non abia podere, là
ove lo vostro nome sia nominato. E li miscredenti che udirono lo
comandamento del che diavolo, che dentro all'idola era (125), che 'l
teneano per loro idio, sì se ne mossono (126) ben cinquanta degli uomini,
per prendere Sidrac. E incontanente discese da cielo una folgore, e
percosse in su quello ydolo che teneano per loro iddio, e arselo a modo di
cienere (127); e così arsono gli uomini ch'erano iti per prendere Sidrac.
E lo dimonio si partì dell'idola, faccendo sì grande grida, ch'egli
ispaventò tutti quelli che là erano. E quando lo re vide questo, fu di ciò
molto crucciato, vedendo arso lo suo iddio e la sua gente; e comandò che
Sidrac fosse preso, e legate le mani e piedi, e che fosse ben guardato. E
dopo questo, dimorarono in su quella montagnia da otto giorni, e non
sapeano che si fare in su quella montagna, come quelli che vedeano lume
cogli occhi, e erano ciechi della mente. Lo re Botozo pensò quello che
egli avesse a fare, e conobe in suo proponimento che, s'egli non avesse il
consiglio di Sidrac, ch'egli era isconsigliato (128). Allora fece ragunare
tutti i suoi savi, e loro domandò consiglio. Disse lo re: signori, quelli
che ci à condotto insino a qui, per lo cui senno noi ci siamo venuti, àe
molto fallato, e beffato lo nostro iddio e arso e confuso; e non
sapiamo (129) se questo si fosse adivenuto per forza d'arte o per lo suo
iddio (130); ma, in qualunque maniera sia, noi pure abiamo perduto lo
nostro iddio e la sua grande ricchezza; però vi priego che voi guardiate
quello che noi abiamo a fare in questo istrano paese, ove noi siamo.
Quando lo re ebe finita sua diceria, e li savi cominciarono a consigliare
lo re. L'uno dicea: facciamo onore (131) a questo incantatore Sidrac,
tanto che noi abiamo fornita la nostra bisognia, e potrenci vendicare de'
nostri nimici: chè sanza lui non potremo noi fare nulla; e farello ardere
e a mala morte poscia morire, come fecie lo nostro (132) iddio, lo quale
egli à così distrutto; e poi ritorneremo nella nostra terra. E chi dava
uno consiglio e chi dava un altro. Egli s'acordarono tutti al primo
consiglio. E poi lo re mandò dieci delli suoi savi a Sidrac, là ove egli
era legato e guardato, come detto è, e sì gli dicono: Sidrac, lo re ti
manda comandando che tu ubidisca i suoi comandamenti, e elli ti perdonerà
quello che tu ài fatto verso lo suo idio. E Sidrac rispuose, e disse che
di quello non gli chiedeva perdonanza; e poi anche disse: ditegli che, se
egli vuole ch'io compia lo suo servigio, ch'egli si creda in Dio padre
onipotente, creatore del cielo e della terra, e ubidisca i suoi
comandamenti; e io gli mosterrò chiaramente le potentissime e le
graziosissime cose del cielo. E gli messaggi tornarono al re, e si gli
dissono la risposta di Sidrac; e lo re di ciò fue molto crucciato, e
comandò che fosse lasciato istare così legato in prigione X giorni. E in
capo di X giorni lo re gli mandò quelle medesime parole (133) di prima.
Sidrac simigliantemente come di prima gli rispuose. E quando lo re vide
che non poteva altro fare, e egli e la sua gente era isconsigliato (134),
che niuno perfetto consiglio non aveano, se Sidrac non vi fosse, si mandò
per lui, e fecelo diliberare de' legami. E Sidrac venne a lui, e disse:
voi m'avete fatto venire qui dinanzi a voi, non so perchè cagione neanche,
che in verità, per lo mio Idio vero del cielo, ch'è possente sopra tutte
le cose e sopra gli tuoi idii e sopra tutto lo mondo, ch'io gli ò fatto
una promessa: che per me nè per lo mio consiglio lo tuo bisogno non sarà
facto, nè per dono nè per parole che tu mi sapi dire o fare; anzi ti
lascierò perire, te con tutta tua gente, in su questa montagnia, e non
avrai aiuto nè consiglio, nè chi (135) te lo sappia dare, se non il solo
Idio; e, se a lui piace, egli ti darà il consiglio, o per me, ch'io ti
consigli io, o per altrui che a lui piaccia. E se di tutto questo tu
vuogli iscampare, tu e la tua gente, e avere lo tuo disio, sì ti conviene
credere in Dio del cielo, e ubidire i suoi comandamenti, e disfare e
rinegare i tuoi idii, i quali sono alberghi e abitacoli del diavolo, il
quale Idio cacciò di cielo per lo suo argoglio (136). Quando lo re Botozo
udì tanto dispregiare e avilire i suoi idii, cui egli tanto amava e
onorava, sì gli disse, per grande cruccio: tu non mi saprai tanto i miei
idii avilire, che io allo tuo perciò creda, se di lui o da lui alcuna
certezza non ne veggio, apertamente. Ciò ti mosterrò io bene, disse
Sidrac. E lo re disse: ora lo mi mostra, e io crederò nel tuo Iddio. E
Sidrac si trasse uno poco in disparte, e riguardò verso il cielo, e fece
questa preghiera: Messere Domenedio, piatoso padre e udevole (137),
criatore del cielo e della terra, che creasti cielo e terra e acqua, e
creasti gli angioli dentro dal cielo, e a loro donasti biltà e sapienzia e
allegreza e spirito sanza corpo (138), messere, quelli malvagi si
innorgoglirono e rubelloronsi da voi; per la loro cupidenzia (139)
seguitarono Setanasso; e la vostra umiltà disciese in terra, e formaste
tutte le cose corporali, e l'altre che ci sono, e formasti Adamo di terra,
e gli donasti spirito di vita; e poi formasti Eva della sua diritta costa;
priegoti che mi debi mandare, per la tua santa pietade, la tua sancta
grazia, sicchè io possa vinciere lo nemico crudele, e fare tornare questi
miscredenti allo tuo sancto nome. Quando egli ebe finita la sua preghiera,
e un angelo disciese da cielo, e venne a lui e disse: Sidrac, Iddio à
udita la tua preghiera, sicchè tu confonderai lo nimico e lo suo podere; e
la grazia di Dio è isciesa in te, sicchè tu saprai mostrare a questi
miscredenti dal cominciamento del mondo infino alla venuta del verace
profeta figliuolo di Dio; e anche saprai mostrare infino alla venuta del
falso profeta figliuolo di Satanas; e anche saprai mostrare infino alla
fine del mondo. Piglia uno vasello (140) di terra, e asettalo (141) in su
tre legni, al nome della sancta trinità, padre e figliuolo e spirito
sancto, tre persone in uno Idio (142); e enpi lo vasello d'acqua, e poi
vedrai la vertude di Dio, e mostralo a questi miscredenti. E allora
l'agnolo si partì. E Sidrac venne verso lo re, e disse: messere lo re, io
vi mosterrò la potenzia del mio buono Idio. E lo re disse, con grande
cruccio: mostralomi, che voglio vedere s'egli è migliore che 'l mio. E
Sidrac fece recare uno vasello di terra, e fecielo enpiere d'acqua, e si
lo puose (143) in su tre legni (144), siccome l'agnolo gl'insegnò. E
incontanente vide l'onbra della santa trinitade, ed una boce si gridò ad
alti (145), e disse: re Botozo, guarda nell'acqua del vasello, e vedrai lo
verace Idio, re di tutto il mondo. E lo re venne con grande ira, e
riguardò nell'acqua, e vide l'onbra della santa trinitade, padre e figlio
e spirito sancto, in una sedia (146), e gli angeli cantando e glorificando
lo padre e lo figliuolo e lo spirito sancto. Era lo figliuolo col padre, e
tutti e tre erano uno (147). Quando lo re vide questo, ebene grande
allegreza, e parveli (148) essere in gloria. E allora disse lo re: Sidrac,
io credo nel tuo Iddio, e in quello ch'è di lui e fu e sarà; ma io ti
priego che tu mi dichi come egli sono tre. Disse Sidrac: messere, questa è
la sancta trinitade, ed è padre, figlio e spirito sancto, e sono tre
persone e uno Idio. Disse lo re: come conversan'eglino insieme? Messere,
disse Sidrac, come lo sole, ch'e tre cose in uno: la prima è la sustanzia,
la seconda è lo chiarore, la terza è lo calore. La proprietà, cioè la
sustanzia, si è lo padre, e la chiarità si è lo figliuolo, e lo calore si
è lo sancto spirito. Queste sono tre cose in una; altressì possono essere
tre in uno Idio. Quando Sidrac ebe tosto detta questa ragione, molto
piacque allo re, e ebene grande allegreza, e gridò ad alta boce: Io adoro
e credo nello Idio di Sidrac, padre e figlio e sancto spirito, tre persone
in uno Idio (149), e sancta trinitade. Quando ebe questo detto, la sua
gente se ne crucciò molto, e giurarono tutti la morte di Sidrac; e
consigliaronsi una partita (150) insieme, e dissono: lo nostro re à
perduto lo senno, e Sidrac lo 'ncantatore l'à ingannato, e àgli fatto
rinegare lo suo buono iddio, e di suo padre e di suo avolo. E vennono a
lui e dissono: male ài fatto; la tua gente è malamente crucciata (151)
verso di te, di quello che voi avete fatto, e creduto a quello incantatore
Sidrac; chè gli suoi incantamenti ànno disfatto lo tuo buono idio; e te à
fatto rinegare i tuoi buoni idii, del tuo padre e del tuo avolo. E lo re
rispuose e disse: io ò lasciato la bruttura e preso lo fino oro (152); che
lo mio padre e li miei anticessori e io avavamo malvagio Idio; ma Sidrac
m'à mostrato lo chiarore del mondo; e insino a qui ò avuto ria credenza; e
da ora inanzi io non avrò altro Idio, se non colui che creò lo cielo e la
terra; e, se a lui piace, nella sua credenza voglio vivere e morire, e lui
voglio adorare e sacrificare, e non altro Idio che lui. Di questa risposta
si crucciò molto la gente sua, che d'intorno a lui erano; e tornarono
indrieto, e consigliaronsi insieme d'avere savi che quistionassono con
Sidrac; e elessono quattro, i più savi uomini dell'oste, che lo
mattassero (153), acciò che lo re tornasse alla sua credenza. E vennono
allo re, dissono che voleano disputare con Sidrac. E lo re di ciò molto si
contentò, e Sidrac. E allora cominciarono a disputare insieme, e
dimostravano la loro miscredenza; e Sidrac mostrò loro la potenza di Dio,
e come fece lo cielo e la terra e lo sole e la luna e tutte l'altre cose
ch'al mondo sono; sicchè coloro non si poteano difendere da lui; ma
disono: se il tuo Idio è così buono e leale come tu di', bei questo
bicchiere pieno di veleno aguto, che noi abiamo fatto recare. E Sidrac
istese la mano, e prese il bicchiere, e disse: io beo questo bicchiere
pieno di veleno aguto (154), al nome del mio Idio che creò lo cielo e la
terra. E bevvelo, e incontanente ch'egli l'ebbe bevuto, dimorò più fresco
e più chiaro (155) che prima; e tutti quegli che lo vidono, di ciò assai
si maravigliarono. E lo re ebe di ciò grande allegreza; più perfettamente
amò Idio onipotente. E incontanente disciese di cielo un fuoco con
folgore (156), sopra quelli quattro savi, e abattegli morti incontanente.
Quando gli altri videro questo, incominciarono a dire l'uno all'altro: se
lo Iddio di questo uomo non fosse buono e leale, egli non sarebbe
iscanpato di quello veleno, anzi sarebe incontanente morto, nè costoro non
sarebono arsi. Ma perchè furono folli, diceano male del suo Iddio, si ne
fece questa maraviglia. E la maggior parte della gente, e spezialmente del
popolo minuto, si convertirono a Dio. E lo re diventò più fermamente più
credente in Dio. Quando lo diavolo vede che à ricevuto sì grande inganno
(157) per Sidrac, si cominciò a gridare altamente, per li idoli (158),
che v'erano ancora, da nove o dieci, che non erano ancora disfatti, e
diceano: re Botozo, cattivo, che ài fatto tu? ài creduto i detti e
gl'incantamenti di Sidrac, el (159) grande incantatore; tu ài lasciato
noi, e noi lascieremo te; e le tue (160) offerte giammai non riceveremo, e
li tuoi beni distrugeremo, e le tue bestie uccideremo, e li tuoi nimici
sopra te manderemo; del tuo reame a tua onta ti caccieremo, e gli tuoi
figliuoli e gli tuoi parenti perderai, e a grande dolore ti faremo morire.
E se tu vorrai iscanpare, sotto i piedi degli tuoi cavagli (161) fa
incontanente ardere lo incantatore, che t'à tracto (162) della nostra
buona credenza; e fa ronpere quello vasello; e quell'acqua che v'è dentro
falla (163) gettare sotto i piedi de' cavagli (164), ch'è tutta incantata
di grandi incantamenti; e gli tre legni fa ardere, chè Sidrac incantatore
della credenza sancta e degna di tuo padre e di tuo avolo e delli tuoi
anticessori ti vuole levare; e lo capo a lui fa tagliare. Quando lo re
Botozo e la sua gente udirono questo, egli si maravigliarono molto di ciò;
e Sidrac, che gli vide essere ismagati (165), fu molto adirato, e
dissegli: re Botozo, la tua credenza abbi in Dio fermamente, e guarda che
lo ingegno (166) del diavolo non ti sormonti (167); chè per lo padre del
cielo, cioè Idio, io isconfonderò lo diavolo e lo suo podere. Allora prese
Sidrac una iscure (168), e disse agli demoni che dentro v'erano: io vi
caccierò per la potenzia di Dio padre onnipotente. E comincia a dare della
scure per l'idoli, e tutti quanti gli ruppe. Quando i diavoli vidono che
non vi poteano più dimorare, partironsi, e feciono uno romore sì
grande (169), che tutta la gente si spaventò. Allora venne uno tuono per
la terra, per lo 'ngegno (170) del nimico, che parve loro che tutta la
terra dovesse profondare; (171) e cominciò a balenare e a tonare e a
piovere sì forte, che tutta la contrada allagava, e pareva che la terra
dovesse allagare (172). Quando lo re e la sua gente videro questo (173),
forte si maravigliarono (174); e Sidrac disse: messer lo re, non vi
isgomentate, chè la forza di Dio del cielo è maggiore che lo 'ngegno del
diavolo, e confortatevi che (175), se a Dio piace, voi vedrete
incontanente la grazia di Dio sopra voi e sopra coloro che in lui
crederanno. E incontanente disciese uno angiolo da cielo, con grande
luminaria (176), e disse: Sidrac, piglia dell'acqua di quello vasello, e
gittane a quattro cantoni del padiglione (177), al nome della sancta
trinità; e piglia l'uno di quegli legni, e picchia (178) l'uno sopra
l'altro per lo padiglione, al nome di Dio onipotente; e allora si
confonderà il diavolo. Allora si partì l'agnolo, e Sydrac (179) fece lo
suo comandamento; e in quella ora medesima la tenpesta rimase, e
incontanente disciese un altro agnolo da cielo, con una ispada di fuoco in
mano, e fedì lo diavolo, e confondello, e arse tutte l'idole. Quando gli
altri che non erano ancora convertiti vidono questo miracolo di Dio, si
convertirono tutti a lui. Lo re ebbe di ciò grande allegreza, e molto
ringraziò Iddio e lo suo padre (180). E poi domandò Sidrac quello che
significavano gli tre legni (181) e lo vasello e l'acqua che v'è dentro, e
quella ch'egli gittò ne' quattro canti del padiglione, e gli due legni che
tu battesti l'uno contro l'altro. E Sidrac disse: messere, io vel dirò: la
significazione di ciò che voi m'avete domandato volentieri vel dirò, colla
grazia di Dio: gli tre legni significano la sancta trinità, padre e
figliuolo e spirito sancto, tre persone in uno Dio (182). Lo vasello della
terra significa lo mondo, lo quale è sostenuto dalla sancta trinità (183).
L'acqua che v'è dentro significa lo figliuolo di Dio, che verrà nella
Vergine, e prenderà in lei corpo, e serà salvazione del mondo e degli suoi
amici, e confusione del diavolo e del suo podere e della sua credenza e
degli suoi amici. E quello prezioso corpo, che 'l figliuolo di Dio
prenderà nella vergine Maria, morirà nella crocie, e sarà messo in terra,
siccome quella acqua fu messa dentro a quello vasello di terra. E per
quello crucificamento (184) e morte diliberrà Adamo e gli suoi parenti del
podere del diavolo. Quella acqua che io gittava ne' quattro canti del
padiglione, significa (185) che 'l figliuolo di Dio sarà battezzato (186)
in acqua, e sarà (187) novella legge. I quattro cantoni significano
quattro buoni uomini, che saranno al tenpo del verace profeta figliuolo di
Dio, e saranno de' suoi disciepoli, e scriveranno lo suo detto e lo suo
comandamento e li suoi miracoli; e saranno allevati e cresciuti (188) per
li quattro elementi (189) del mondo; e per quelle iscritture confonderà lo
diavolo e lo suo podere. I due legni ch'io battei l'uno coll'altro per lo
padiglione, significano i santi uomini che saranno disciepoli del
figliuolo di Dio verace profeta; e andranno per l'universo mondo, e
chiameranno le genti che saranno perdute per la loro miscredenza; e
convertirannole (190) alla fede del verace profeta figliuolo di Dio, e sì
gli salveranno (191). Quando lo re udì questo dire a Sidrac, piacquegli
molto, e ebene grande allegreza; sì si affermò più nella credenza di Dio
adorare, e credette (192) nel suo nome perfettamente. E volle che Sidrac
gli dischiarasse di belle quistioni, che avea volontà che dischiarate gli
fossono, e non trovava niuno uomo che gli sapesse dire, se non Sidrac. Le
quali quistioni furono nel torno di 565. E lo re domandò Sidrac e disse:
(15) Abbiamo corretto col C. R. 2. Il C. L. ha: „le quali egli ha promesso
di dare loro il paradiso.„
(16) Volle C. R. 2.
(17) Sapesseno C. R. 2.
(18) Insine C. R. 2.
(19) ... qui ensegnoient les gens a vivre selon leur usages; et tous ceulx
qui maintiendront leurs usaige, ec. C. F. R. — che insegnavano vivere alle
genti li vizi che allora erano, e tucti quelli che manteneano le loro
uzanze, ec. C. R. 2. — Ci sembra evidente che sia qui usato _vizii_ per
_vezzi_ (usi, consuetudini), due parole che hanno comune la loro origine
in _vitium_ lat.
(20) Nella compagnia C. R. 2.
(21) Le jugement de nostre Segnor dou deluge il ne fu per autre cose, etc.
C. F. R. Da _causa_, ant. fr., _cause_, _cose_.
(22) habitarono in terra e cominciarono C. R. 2.
(23) uzanza C. R. 2.
(24) Et Deu les beney; et leur dona la beneixion de croistre et de
multiplier lor decedence qui ot nom Iafem de generation en generation, si
maintindrent la loy de Deu ce que lor pere Noe tenoit. C. F. R. — E Idio
diede loro la perfectione di crescere e di multiplicare il mondo uno de'
figliuoli di Noe, che ebbe nome Giafet, di generatione in generatione, che
di lui nacquero quelli che mantennero la fede di Dio, sì come Noe loro
padre l'avea. C. R. 2.
(25) Meraviglia C. L. — Abbiamo corr. col C. F. R. e col C. R. 2.
(26) Figliuolo C. R. 2.
(27) Sydrac C. F. R. — Sidracha C. R. 2.
(28) le quel enpli le monde de toutes sciences de savoir toutes les coses.
C. F. R.
(29) Cestui Sidrac Deu le deigna de mostrer per sa grace la forme de la
soe sainte trinite. C. F. R. — E questo Sidrach Idio si degnò per sua
gratia e misericordia di mostralli la forma della sua santa trinità.
C. R. 2.
(30) Nontior C. F. R.
(31) Il C. R. 2. ha qui e sempre: _autre_.
(32) Boctus C. F. R. — Bottus C. R. 2.
(33) Convertire C. L. Abbiamo corretto col C. F. R. e col C. R. 2.
(34) Gl'idoli sordi e mutoli C. R. 2.
(35) Conteremo. C. R. 2.
(36) Trataber C. R. 2. — Al C. F. R. manca.
(37) per la gratia di Dio nostro signore Jesu Xpo e della sua madre
madonna sancta Maria C. R. 2. Qui nel C. R. 2. è una divisione di
capitolo, e ciò che segue è intitolato così: _Coma lo re Botus domanda
Sidrach di quistioni_.
(38) glie le dispianò C. R. 2.
(39) per la qual cosa gli piacque molto, e sì ne fecie questo libro
C. R. 2.
(40) par la trait dou deable C. F. R. Potrebbe leggersi ancora par
_l'atrait_; e corrisponderebbe meglio alla traduzione italiana.
(41) Madiano C. R. 2. — Madiam C. F. R.
(42) Prine C. F. R. Se non è errore per _prince_, potrebbe intendersi nel
senso che ha il vb. _primer_. Nell'ant. fr. si trova _prin_, per _prim_,
_prime_.
(43) Manan C. R. 2. — C. F. R.
(44) Traduzione litterale del franc. _dou tout en tout_, che significa
_affatto_, _interamente_. Trovasi pure _du tot en tot_, _des tot en tot_.
F. _Burguy_, _Gram._ II, 329.
(45) Padre C. R. 2., che è certo errore, legg. nel C. F. R. _poeir_.
(46) Grison C. F. R.
(47) Sabastra C. R. 2. — Sabaste C. F. R.
(48) Dionasile C. R. 2. — Ayo vacileo C. F. R.
(49) Abbiamo corr. col C. R. 2. Il C. L. ha _lo al_.
(50) Demetrio C. R. 2.
(51) et si fu a Tolette martures et mors. C. F. R. _Martures_ da
_marturiare_.
(52) Manca _questo libro_ al C. L.: abbiamo supplito col C. R. 2.
(53) Chiericia C. R. 2. — Clergie C. F. R.
(54) de gresois en latin. C. F. R.
(55) e ordinò tanto che lo ebe C. R. 2.
(56) le tint en gran chierte por les belles demandes que il trouva en lui
C. F. R. Corr. _cherte_ e cf. _Burguy_, _Gramm._, e _Littré_, _Dictionn._
Il C. R. 2.: tennelo molto caro per le belle cose che su v'erano scripte.
(57) lo re Amomeni di Tunisi C. R. 2. — Emir el Momenim C. F. R.
(58) Saracinesco C. R. 2. — Sarazinois C. F. R.
(59) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per
titolo: _Come lo 'mperadore Federigo mandò per questo libro allo re di
Tunisi_.
(60) respontioni C. R. 2.
(61) maraviglionsi C. R. 2. — merveilloyent C. F. R.
(62) Ogier C. F. R.
(63) Todia filosafo C. R. 2. — Todre le phylosophe C. F. R.
(64) Antiochia C. R. 2.
(65) Camberlain C. F. R. Il prov. _camarlenc_, _chamarlenc_, è quello che
noi chiamiamo oggi _ciamberlano_, nell'ant. fr. _chambellanc_,
_chamberlens_, ufficiale della camera. Manca _camarlingo_, in questo
significato, alla Crusca.
(66) Teodia C. R. 2.
(67) le manda en present C. F. R.
(68) Antiochia C. R. 2.
(69) Abbiamo corr. col C. R. 2. — Il C. L.: Alleone.
(70) Assemprò C. R. 2. — contecrist C. F. R., errore che forse potrebbe
essere corr. in _contr'escrsit_, _contrescrist_, nel senso che ha
_contrefaire_, reproduire, par imitation, quelque chose. Varie forme ebbe
questo vb. al t. p. nell'ant. fr. _escrit_, _escript_, _escristrent_.
(71) ciasquiduno C. R. 2.
(72) De quoy cest livre cascun ne le pot mie avoir C. F. R. De quoy (de
coi, d'où vient que) è mal tradotto per _de' quali_. E il senso torna
meglio secondo il testo francese, facendo punto dopo _buoni libri_. Anche
il C. R. 2. ha: non lo possono avere.
(73) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per
titolo: _Siccome lo re Bottus cominciò la ciptà e ongni vuolta era
disfacta, onde fece venire tucti li filozafi et i savi_.
(74) Persia la grande C. R. 2. — Perce la grant. C. F. R.
(75) Bocteriensa C. R. 2. — Boctoriens C. F. R.
(76) avint que cil roy Boctus apres la mort de Noe de VIII\C. et XLVII ans
voloit ec. C. F. R.
(77) guerdoier C. F. R., che potrebbe essere errore per _guerroier_ o per
_guarder_.
(78) Guarahap C. F. R.
(79) da capo tostamente C. R. 2. — de richief mout austivement C. F. R.
_De richief_ corr. _de rechief_, _re-chief_, _re chef_. _Austivement_
sarebbe forse errore per _vistement_, che nell'ant. fr. trovasi per
_prontamente_, _tostamente_?
(80) Manca _ogni cosa_ al C. L.; abbiamo supplito col C. R. 2.
(81) che C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(82) gueroyer C. F. R.; e ciò conferma l'errore di _guerdoyer_.
(83) la nocte è abactuto e messo in terra C. R. 2. — le demain se treuve
tout abatu C. F. R.
(84) Noi crediamo che da _cherere_, siasi fatto _cherendo_, _cheiendo_, e
quindi, pel cambiamento dell'_e_ in _a_, _caiendo_, _caendo_. E lo stesso
cambiamento riscontrasi nell'ant. fr. del Berry, ove in luogo di
_chercher_ si disse _charcher_. Cf. _Jaubert_, _Gloss._, _supplément_.
(85) _Discorso_; e in questo senso manca alla Crusca.
(86) Qui nel C. R. 2. è un'altra divisione di capitolo, intitolato: _Si
come li Savj disseno ch'aveano veduto come la torre si compierebe_.
(87) voleano venire dinanzi da lui C. R. 2. — voloyent venir per devant
lui C. F. R.
(88) faites vos bon corage C. F. R.
(89) Abbiamo preferita la lezione del C. R. 2. Il C. L. ha: a quindici dì
della luna allora che noi comincieremo, il punto e direllovi (direnlovi),
e allora ec. Nel C. F. R.: et a tel jor passant a XVI jors de la lune,
alore che nos conmanderons et au point, feres comencer, ec.
(90) vi saremo presenti C. R. 2.
(91) Ci è sembrata migliore la lez. del C. R. 2. Nel C. L.: vi misero a
guardare.
(92) Vogliamo notare che il C. F. R. ha: vos de la ne istres; perchè
_istre_ è una delle forme più rare del vb. _issir_. Trovasi _ist_, uscì e
_istroit_, uscirebbe, nel Romans de Brut: Et Brutus ist de son
agait. — Corinéus s'an istroit; vol. I. pp. 14, 48.
(93) È propriam. trad. del franc. _engien_, _engin_.
(94) fist aler la crie C. F. R.
(95) Trattabero C. R. 2.
(96) Noe le grand C. F. R.
(97) Così il C. R. 2., preferibile alla lez. del C. L.: venne di mano di
re in altro.
(98) Sidrach C. R. 2. — Sydrac C. F. R.
(99) Io re Bottus mando altamente salute alla vostra signoria e amico
carissimo C. R. 2.; e meglio il C. R. 1.: a vostra signoria, re Trattabar,
come a signore ed amico.
(100) suoi lectere C. R. 2.
(101) prede C. L. Ci è sembrato buono di dare preferenza alla lez. del
C. R. 2. Nel C. F. R.: qui les poroit avoir feroit quant que il vodroit.
_Vodroit_, _da vouloir_, una delle molte forme del condizionale.
(102) siamo C. R. 2.
(103) Et elli si mosse e cavalcò tanto C. R. 2.
(104) sopra essa per pascere C. R. 2. — et s'acist sus celle C. F. R.
_Acist_ (_assir_, _asseoir_ da _ad_ e _sedere_) è forse una forma del vb.
_achir_, che si usò nel Picard. Cf. _Littré_, _Dictionn._
(105) _forma_, _figura_. „Così temo vostra altiera fazzone, Madonna mia.„
_Dello Bianco._
(106) les chieres C. F. R. Dal lat. _cara_, fecesi _chere_, _chiere_
nell'ant. fr., _cara_ in prov. e spagn., _cera_ in ital., e significò
_viso_, _sembianza_. „Che s'io troppo dimoro, aulente cera„ _Pier delle
Vigne_. I _Cinamologhi_, nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, _han muso e
le labbra di cane_. Lib. V., cap XX.
(107) feminoro C. R. 1. e C. R. 2. Forse dal gen. plur. del latino,
_feminarum_, _feminaro_, _feminoro_. Il trovarsi questa stessa parola in
tre codici di lezione diversa, e di diverso tempo, ci pare prova sicura
che non sia da tenersi per errore; e ci conferma in questa opinione il
trovare _regno femminoro_ nel testo della Tav. Rit. pubbl. dal Polidori,
pag. 292.
(108) dampno C. R. 2. È noto che Fra Guittone usò _dampnaggio_, e che
l'ant. fr. ha _dampnier_, e il prov. _dampnatge_.
(109) Aboivrent C. F. R., da _aboivre_.
(110) doveunque C. R. 2.
(111) _l'idoli_ manca al C. L. Abbiamo supplito col C. R. 2.
(112) Così pure gli altri codd. Essendo _idole_ in fr. di gen. fem., il
traduttore ha scritto _idola_.
(113) gittava C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.
(114) enlace C. F. R. Da _laqueus_, franc. _lac_, prov. _lacs_, port.
_lazo_, ital. _laccio_; e vbb. _allacciare_ ital., _lacer_, _enlacer_,
franc.
(115) Abbiamo corretto col C. R. 2. Nel C. L.: come ài così idio e così
bello come questo?
(116) ma C. R. 2.
(117) non si die nient'adorare, ma vergognare et avilarlo C. R. 1.
(118) et en s'amor sacrifier C. F. R. Nei pronomi possessivi _ma_, _ta_,
_sa_ si usò qualche volta di elidere l'_a_, quando la parola che seguitava
cominciasse per vocale. Così trovasi: _m'amour_, _s'auctorité_ ec. Il
C. R. 2. ha: del suo benedetto nome si de' sacrificare.
(119) Nel dialetto del Picard si usò _biel_.
(120) di lui isguardare C. R. 1. — en lui esgarder C. F. R.
(121) Abbiamo dato la preferenza alla lez. del C. R. 1. Il C. L. ha
solamente _disse Sidrac_; e il C. R. 2.: _disse lui Sidrach_.
(122) Nel C. L. _vi noia_. Abbiamo corretto col C. R. 2. — Venque nostre
creance C. F. R.
(123) iscongiurato C. R. 2.
(124) devant cest mescreant C. F. R.
(125) erano C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.
(126) se murent en tour C. F. R.
(127) e arse, e a modo di cenere si fece C. R. 2.
(128) sconficto C. R. 2. — qu'il ne poient riens faire, et seroient
malement desconceilles C. F. R. _Desconseillies_ vale _abbandonati_,
_senza consiglio_. „Mais nostre sires qui les disconsellies conseille.„
Villehardouin. — Lo _isconsigliato_ del n. t. è traduzione letterale del
francese.
(129) sapiate C. L. — Abbiamo creduto di corregg. col C. R. 2.
(130) per forteries ou per la force de son deu C. F. R. Credo da
correggere _sorteries_, per _sortilegi_. Da _sortiarius_ del b. l. fecesi
_sortiere_ ital., _sortero_ spagn. Il testo francese del ediz. Palat. ha:
par sorcerie ou par la force de son dieu. — Nel Romans de Brut,
_sortisséors_: venir fist ses sortisséors.
(131) fomes a plaisir C. F. R.
(132) al nostro C. R. 2.
(133) paroule C. R. 2.
(134) isconficti C. R. 2. — desconceilles C. F. R.
(135) ch'io te lo sappia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(136) gli quali Idio cacciò del cielo per la loro argaria e per la loro
superbia C. R. 2. — _Argaria_ per _algaria_. „Algaria è nelle persone
belle„. Bart. da San Conc.
(137) oyables C. F. R., del quale è traduz. letterale _udevole_ (da oyr).
Ma parrebbe che avesse piuttosto a leggersi _oyant_, _che odi_, _udente_.
(138) isnel espirt C. F. R.
(139) cupiditade C. R. 2.
(140) vagiello C. R. 1.
(141) asiele C. F. R., che pare abbia ad essere l'imperativo del vb.
_aseoir_, placer, etablir.
(142) tre e per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(143) acist C. F. R., forse da _achir_.
(144) fusti C. R. 1.
(145) Lo stesso che _ad alto_. „Il loro luogo è molto ad alti.„ _Fr.
Giord. Pred._ — Nel C. F. R.: et cria a haute vois.
(146) en leur ciege (siege) C. F. R.
(147) in uno C. R. 2.
(148) parvi C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(149) tre per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(150) parte C. R. 1.
(151) troppo corrucciata C. R. 1.
(152) ò lassato el pionbo et preso el fino oro C. R. 1. — ie ai laisse la
longuaigne et la pulentie. C. F. R. — _Longuaigne_ in ant. fr. vale
_latrina_, _elvace_. _Pulentie_ dev'essere lo stesso che _empuance_, che
significa _fetore_, _corruzione_. Trovasi _pulent_, _pullent_, che il
Burguy fa derivare da _purulentus_. Cf. _Du Cange_, _Gloss._; _Burguy_,
_Gloss._ — _Fino oro_ è anche nel Tesoretto di B. L.: Sì ch'io credea che
'l crino. — Fosse d'un oro fino.
(153) L'ant. fr. ha _mater_, _matir_; prov. _matar_, che vuol dire
abbattere, vincere, indebolire. Si hanno esempi di _matare_, _emattere_,
in antichi scrittori italiani. Cf. _Nannucci_, _Analisi_, 253, 2.
(154) pessimo veleno C. R. 1. — trencant venin C. F. R. _Trencant_
intenderei _mortale_, _che abbatte_, _che uccide_, dal vb. _trencher_,
_trancher_. Cf. _Burguy_, _Gramm._; _Diez_, _Etym. Wört._ a _Trinciare_.
(155) Esempio da aggiungersi a quello delle Istorie Pistolesi e de'
Fioretti, registrati dalla Crusca. Dove bene osserva il Nannucci
(_Analisi_, 147-48) non essere da intendere _chiaro_ per _forte_ e
_gagliardo_, ma per _lieto_, _brillante_, _gaio_, _sereno di spirito_. E
non solamente il provenzale ha _clar_ in questo significato, come il
Nannucci avverte; ma anche l'antico franc. ha _clair_, _cler_, _cleir_,
secondo il Burguy, il quale però non reca esempi che confermino questo
significato. Il C. F. R. ha solamente _plus fres_; e il T. F. P.: _plus
sains_; il C. R. 1.: _più bello e più fresco_.
(156) una saetta di folgore C. R. 1.
(157) dampnagio C. R. 1.
(158) entrò elli e li suoi ne li altri ydoli C. R. 1. — se mist dedens les
aultres idoles C. F. R.
(159) allo C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.
(160) tuoi C. R. 2.
(161) cani C. R. 1. — chiens C. F. R.
(162) ingannato C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.
(163) e falla C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(164) chiens C. R. 2.
(165) iscomentati C. R. 2.
(166) et garde toy de l'engi au deable C. F. R. _Engi_ è da corregg. in
_engin_, _engien_, che qui vale, inganno, furberia.
(167) soctometti C. R. 2.
(168) scura C. R. 2. — cougne C. F. R. Da _cuneus_ fecesi in ant. fr.
_coignie_, _coignee_, _cognee_; in prov. _cunh_, _conh_, _cong_. Nel
dialetto vallone trovasi _counie_, _cougne_. Cf. _Grandgagnage_, _Dict.
etym. de la langue Wall._
(169) misero una boce sì forte C. R. 1.
(170) 'mpegno C. R. 2. — engin C. F. R.
(171) e vene uno terrimuoto per ingegno del diavolo, sì che allora fu viso
ha tucti si dovesser confondare C. R. 1. Nel Romans de Brut: „Vis li fu là
où il dormoit„ etc. _Confondare_ è traduzione erronea del franc.
_confundre_, prov. _confondre_, _cofondre_, che vale _rovinare_,
_distruggere_.
(172) annegare C. R. 2. — sonabissare C. R. 1. — de gros tonieres et
lampieres et plovoir et gresilles che toute celle terre senblent qu'elle
devoit noyer C. F. R. — _Gresil_ sarebbe diminutivo di _gresle_, _grêle_.
Cf. _Burguy_, _Gloss._
(173) _questo_ manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(174) si smagò C. R. 1.
(175) _che_ manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(176) claritade C. R. 1.
(177) de la haberge C. F. R. — _Heberge_, tenda, accampamento.
(178) piega C. R. 2. — bates C. F. R.
(179) _Sydrac_ manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 1.
(180) pooir C. F. R. Pare che il traduttore abbia confuso _poor_, _poer_,
_pooir_ con _peire_, _piere_, _pere_.
(181) fusti C. R. 1.
(182) tre per uno Iddio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(183) Lo vagello è 'l mondo ke sostiene el podere di Dio e santa trinità
k'è tutto uno C. R. 1.
(184) risucitamento C. R. 2. — passione C. R. 1. — cruceflement C. F. R.,
che credo da corr. _crucifiement_.
(185) significano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(186) battegiato C. R. 1. Il prov. ha _bathegar_, _batejar_.
(187) fera C. F. R.
(188) letti e creduti C. R. 1. — leaus et creaus C. F. R. — leuz et creuz
T. F. P. — _Leaus_ potrebbe correggersi in _leus_, partic. pass. del vb.
_lire_; e _creaus_, _creus_, _creuz_ potrebbe essere una forma del partic.
pass. del vb. _creire_, _crere_, _croire_. Il tradutt. pare che abbia
creduto _leus_ partic. del vb. _lever_, e _creus_ del vb. _croistre_.
(189) alimenti C. R. 2. — elemens C. E. 2. — parties C. F. P.
— Crediamo che non si abbiano esempi di _elementi del mondo_ per _parti
del mondo_, nè in francese nè in italiano.
(190) convertiranno C. L. Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(191) e salveranno C. L. Abbiamo aggiunto _si gli_ dal C. R. 2.
(192) ad adorare e credere C. R. 2.
_Sidrac, ebe Idio mai cominciamento? E Sidrac rispuose (Qui diciamo
capitolo primo, ma gli altri cinque sono nella storia adietro):_
E' non ebbe unque cominciamento nè fine, nè none avrae. Egli fece cielo e
terra, e anzi ch'egli lo facesse, si sapea bene ch'egli dovea fare questo
e l'altre cose ch'egli fece. E sepe lo novero degli angioli, anzi che gli
facesse, e degli uomini e delle bestie e de' pesci e degli uccielli, e
quale morte dovea ciascuno fare; e sapea tutti quelli che doveano essere
salvi e che doveano essere perduti (193), e gli loro pensieri e gli loro
fatti e li loro detti e le loro volontadi; e s'egli non sapesse questo,
stato egli non sarebe Idio (194). E di tutto ciò, perchè facesse lo mondo
e le cose che sono nel mondo, egli non se ne migliorò punto; e s'egli
noll'avesse fatto, egli non potrebe esser di nulla piggiorato. Iddio fu
sanza cominciamento e sarà sanza fine (195). La sua potenza sa tutto, e si
è per tutto. E si è la sua sustanza in tre (196) cieli; l'uno corporale, e
questo è quello che noi veggiamo; e l'altro è spirituale, e questo è
quello che noi non vegiamo (197), ove gli angioli sono; lo terzo è quello
ove Idio nostro signore dimora, lo quale vedranno i giusti visibilmente.
(193) dampnati C. R. 1.
(194) non sarebbe egli stato Idio C. R. 1.
(195) finiminto C. R. 1.
(196) intra C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(197) veggiano C. R. 2.
Cap. II.
_Lo re domanda: puote Idio essere veduto? Sidrac risponde:_
Iddio è visibile e non visibile: egli vede tutto, e non puote essere
veduto; chè niuno corpo terreno puote vedere ispirituale cosa; ma lo
spirito vede lo spirito. Ma, se lo spirito è buono e giusto, potrà essere
ch'egli vedrà Idio, secondo (198) le sue opere. Ma questo averrà apresso
(199) lo tenpo che 'l figliuolo di Dio sarà venuto (200) in terra; che
sarà (201) lo spirito di Dio che si aonberrà (202) in una vergine, e lo
nome della vergine sarà apellato Maria; e piglierà di lei corpo, e sarà
veduto e udito (203); e farà (204) tutto quello che l'uomo; e sarà sanza
peccato; e sarà Idio medesimo; e per la sua potenza sarà egli in cielo e
in terra. E la vergine Maria, concieputo per spirito sancto, si rimarà
vergine inanzi il parto e dopo il parto (205). E se egli non pigliasse
corpo nella Vergine, niuna corporale cosa lo potrebbe vedere.
(198) esendo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(199) presso C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(200) veduto C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2. — apresso de
l'avenimento di Dio C. R. 1.
(201) cosa arà C. L. — non sarà C. R. 2. La lezione ci pare errata in
ambedue; nè col C. R. 1. e col C. F. R. possiamo corregg. Ma il senso del
discorso ci fa credere che abbia da legg. _sarà_.
(202) s'aombrara C. R. 1. — Se ombrerà C. F. R. — _S'aombrer_,
_s'anombrer_ nell'ant. fr. significa _divenire uomo nel seno della
Vergine_. „Com fist Gabriel li Archangles — Quant me dist que li rois des
Angles — S'aombreroit en mes sains flancs.„ _Du Cange_, _Gloss.
Gall._ — In provenzale ha lo stesso significato _solumbrar_. Il Raynouard
ne reca due esempi, tolti da un testo prov. del Sydrac: „Apres l'avenimen
del filh de Dieu qui _solombrara_ en la Virgis„; e traduce _qui
s'ombragera_, con errore che ci par manifesto. „Virtus Altissimi
obumbrabit tibi.„ _S. Luca_, I, 35.
(203) manca al C. L. _e sarà_. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(204) sarà. C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(205) Così il C. R. 2. Nel C. L.: E la vergine Maria che concieputo per lo
spirito sancto l'averà vergine fatta inanzi il parto, e vergine sarà dopo
il parto.
Cap. III.
_Lo re domanda: è Iddio in tutti luoghi e per tutti? E Sidrac
risponde:_
Iddio è in tutti luoghi e per tutti i tenpi. Egli è potente in ogni luogo
come in un altro; e com'egli è possente in cielo, così è possente in terra
e in ninferno, perciò ch'egli è tutto possente là ov'egli è; chè a quella
ora che governa quelli che sono in oriente, a quell'ora governa le cose
che sono in occidente; e però è egli tuttavia per tutto, che governa tutto
giorno tutte le cose.
Cap. IV.
_Lo re domanda: sentono tutte le cose Iddio? E Sidrac risponde:_
Idio non fece unque (206) nulla criatura, che lui non sentisse, e che lui
non dotti; chè queste cose che noi asenbriamo (207) sanza anima
mortale (208), quelle vivono e sentono lo loro criatore. Lo fermamento lo
sente, quando, per lo suo comandamento, non fina (209) di volgersi il
sole, la luna; le stelle lo sentono, che tutto tenpo ritornano (210)
nello loro luogo; la terra lo sente, che ciascuno anno rende lo suo
frutto; i venti lo sentono e lo mare, che, quando egli fanno la fortuna,
ritorna in bonaccia per la sua volontà; l'acque lo sentono, ch'elle
corrono allo luogo là ond'elle escono; i morti lo sentono, che risucitano
alla sua volontà, quando a lui piace; la notte e lo giorno lo sente,
ch'egli guardano bene quella legge che Idio à loro donata; le bestie lo
sentono, ch'elle seguiscono la loro natura.
(206) umche C. R. 2. — L'ant. franc. _onkes_, _unkes_, _unques_, _unc_,
_onc_.
(207) che noi sembriamo C. R. 2. — che noi sembiamo C. R. 1. — chi nos
semblent C. F. R.
(208) animale mortale C. R. 2.
(209) finono C. R. 2. — Da _finare_, ant. franc. _finer_, prov. _finar_.
„Finar, madre, non volemo„ _B. Iacopone._ „Per mostrar alla gente. — Che
loco sia finata. — La terra e terminata.„ _B. Latini_, _Tesoretto_.
(210) ritorna C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. V.
_Lo re domanda: che fece Idio primamente? Sidrac risponde:_
Primieramente fece Idio uno molto bello palagio, lo quale è apellato regno
di cielo; e poi fece questo secolo, e poi lo 'nferno. Ma quello palagio à
egli eletto uno grande ordine de' suoi amici (211): onde egli non
usciranno giammai, poi che egli vi fieno entro. E quello numero volle egli
fare d'uomini come delli angeli, per umiltà, perchè gli uomini e gli
agnoli adorassono uno solo Iddio in trinità, padre e figlio e spirito
sancto.
(211) Ma in quello palagio àe egli uno lecto grande di suoi amici
C. R. 2. — mais ycel palais ailes leupor un grant nombre de ses amis
C. F. R.; che io leggerei: mais ycel palais a il esleu por, ec. E _uno
lecto_ credo che debba intendersi per _una eletta_.
Cap. VI.
_Lo re domanda: quando (212) furono fatti gli angioli? Sidrac
risponde:_
Allora che Idio disse, sia fatto lucerna (213), e tutti gli agnoli e
arcagnoli furono fatti in quello punto, cherubin e serafin. E quando lo
malvagio agnolo Lucifero vide che Idio gli avea dato onore e gloria sopra
tutti gli altri agnoli, si volle dispregiare gli altri agnoli, e volle
essere pari del suo (214) creatore; e volle avere altra sedia che Idio non
gli avea dato; e si volle agli altri per lo suo argoglio comandare. E egli
fu incontanente del paradiso cacciato, cioè gittato, e fu messo in
carcere. Siccom'egli era prima bello e splendiente (215), così fu poi
laido (216) e scuro e nero, ch'egli cadde incontanente. E si dimorò una
ora in gloria (217); che, si tosto com'egli fu fatto, si cadde; che
diritto non era (218) ch'egli gustasse di quella gloria, poi che così
fatto argoglio avea incominciato contro lo suo criatore. Gli altri che
peccarono co lui, traboccarono co lui di cielo, perciò che a loro piacque
lo suo argoglio; e credeano ch'egli potesse Idio sopra montare. E egli
erano simigliantemente alti sopra gli altri, e gli più mastri di loro con
esso lui furono gettati in ninferno (219), e gli altri furono cacciati
nella più ispessa aria (220), là ove egli ardono, come s'egli fossono in
uno fuoco (221), che giammai mercè non avranno, e non la poterano
adomandare (222).
(212) come C. R. 2.
(213) „Vid'io in essa luce altre lucerne.„ _Dante._
(214) al suo C. R. 2.
(215) sprendiente C. R. 2. — piagente C. R. 1.
(216) ladio C. R. 2. — lasco C. R. 1. _Lasco_ può essere il _lasche_,
_lasque_, nel senso di _vile_.
(217) Sappiate ke non vi dimorò una ora compita C. R. 1.
(218) Nel C. L. sono, per errore evidente, ripetute le parole _ora in
gloria che si tosto_.
(219) onferno C. R. 1.
(220) in questo più spesso aiere C. R. 1.
(221) in onferno C. R. 1.
(222) mercè non avranno potranno e non la domandorno C. L. — Abbiamo corr.
col C. R. 2.
Cap. VII.
_Lo re domanda: di che servono gli angeli in cielo? Sidrac risponde:_
Li angioli che sono in cielo non ebono volontà di peccare verso lo loro
criatore, e perciò non caddono eglino cogli altri, anzi dimorano in
gloria. Idio dà a ciascuno ordine e uficio angielico. Angeli v'à che
anunziano (223) agli uomini le grandi cose. Anche altra maniera di angieli
v'à, che anunziano (224) alle comuni creature, cioè agli uomini, le
piccole cose. Altre maniere d'angioli v'à, che sono potestadi, che
comandano agli maligni spiriti, che più non facciano crudeltade all'umane
cose. Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano principi (225), che
ànno signoria sopra i buoni ispiriti, e lo loro comandamento si è a
conpiere lo comandamento di Dio (226). Altre maniere d'angioli v'à, che si
chiamano dominazioni, che sormontano gli detti grandi angioli (227), che
gli altri son loro subbietti per ubidenzia. Altra generazione d'angioli
v'à, che si chiamano troni, sopra gli quali è la sedia (228) di Dio, per
gli quali egli giudica i suoi giudicamenti (229). Altre maniere d'angioli
v'à, che si chiamano cherubin, in cui tutte le scienzie e molte altre
creature umane sono subbiette e ubidienti (230), e servono; in quello
ch'egli guardano lo specchio del chiarore (231) di Dio, perfettamente
egli ricevono gli segreti del creatore (232). Altre generazioni d'angieli
v'à, che si chiamano serafin; quelli sono ardenti e più presso dell'amor
di Dio che nulla criatura; e sormontano (233) ogni criatura d'onore, chè
tra loro e Dio non è nullo altro spirito.
(223) avanzano C. R. 2.; secondo uno de' significati che ha il vb.
_avancer_ in franc., che è di _annunziare_.
(224) avanzano C. R. 2.
(225) principati C. R. 2.
(226) e loro comandano he compiano el servizio di Dio C. R. 1.
(227) degli angioli C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(228) el sedio C. R. 1.
(229) elli usa spaventevolmente suoi indicamenti C. R. 1.
(230) a cui tucta scientia e più creature entendevoli sono obedienti e
subiecti C. R. 1.
(231) della chiarità C. R. 1.
(232) delle umane creature C. R. 2. — de le creature C. R. 1.
(233) formentano C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha:
surmontent. Nel C. R. 2.: soctomecteno ogni creatura d'onore.
Cap. VIII.
_Lo re domanda: gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare? Sidrac
risponde:_
Di quello ch' (234) egli ànno angelica natura, sanno molto grande
iscienzia, ma però non sanno egli tutte le cose. Che tanto quanto la loro
natura (235) è più spirituale che quella degli uomini, di tanto sono
eglino più (236) savi di tutto ingiegnio (237); le cose che sono a venire
non sanno egli niente, se non tanto quanto Idio lascia loro sapere. Ma le
cogitationi (238) e le voluntadi non sa se non Iddio, e colui a cui egli
lo vuole dimostrare. E non possono fare quello che egli vogliono, che lo
bene egli non vorranno fare nè non potranno; ma egli possono assai mal
fare, e non mica quanto vorrebono, se non tanto come i buoni agnoli gli
lassano (239) fare.
(234) Dal franc. _de ce che_ (que).
(235) Invece di _natura_ legg. nel C. L. _ma_. Abbiamo corr. col C. R. 1.
e C. R. 2.
(236) _più_ manca al C. L. Abbiamo suppl. coi Codd. R. 1. e R. 2.
(237) di tucti ingegni C. R. 1.
(238) comuntioni C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(239) lascieremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. IX.
_Lo re domanda che forma ànno gli angioli e se sanno tutto. Sidrac
risponde:_
In una maniera (240) ànno la forma di Dio, che somigliantemente (241)
fece la somiglianza (242) del nostro signore in loro, in tale maniera,
ch'egli sono lucenti (243). E sono sanza corpi, pieni di tutta biltade. E
nella natura delle cose non à nulla ch'egli non sapiano, ch'egli vegono
(244) tutti Iddio, e tutte quelle cose ch'egli vogliono, possono (245)
fare senza niuna graveza. E perciò che lo numero degli angioli (246) fosse
conpiuto, si fu fatto l'uomo. Egli fu fatto di corporale e di spirituale
sustanzia. Lo corporale (247) fu fatto di quattro elimenti (248); che
l'uomo à carne della terra, e lo sangue dell'acqua, e dell'aria si à
l'anima, e del fuoco si à lo calore. Lo capo (249) dell'uomo si è ritondo,
come lo fermamento, e si à due occhi altressì come lo cielo à due
lucenti (250), cioè lo sole e la luna; e simigliantemente, come lo cielo
àe in sè sette pianete, simigliantemente àe in sè l'uomo sette
pertugi (251) nel capo; e simigliantemente come l'aria (252) à in sè gli
tuoni e gli venti, sì à l'uomo al petto le grande alene (253) e le grande
scosse (254). E altressì come il mare riceve tutta l'acqua, così riceve
l'uomo nel suo ventre tutto enpitume (255); altressì come la terra
sostiene tutte le cose, altressì sostengono i piedi tutti i pondi (256)
dell'uomo. Del celestiale fuoco à egli la veduta; e dal più alto aire à
l'ardore, e dal più basso à el soffiamento del naso (257); e dell'acqua lo
gustare (258); e una partita della dureza delle pietre à egli nell'ossa;
lo verdore (259) degli alberi è (260) negli occhi; della spirituale
substanzia à egli l'anima, ch'egli è spirito in lui, e la immagine e la
simiglianza di Dio (261). La inmagine si dee intendere la forma di lui, e
la simiglianza si è la qualità, la grandeza; la divinità si è nella
trinità (262). L'anima tiene la sua ymagine, ch'è la memoria, perch'ella
si ricordi delle cose che sono passate; e si à intendimento, perch'ella
intenda le cose che sono udite (263); e si à volontà, perch'ella
dispregia (264) lo male e fa il bene. In Dio sono (265) tutte le cose e
tutte le virtudi; e simigliantemente come Idio non puote essere tenuto
dentro della sua creatura, conciosiacosa ch'ella conprende tutte le cose,
el cielo no la puote mica contastare (266), ch'ella non sappia assai delle
cose celestiali e dello inferno, simigliantemente che questa è la
spirituale sustanzia (267).
(240) mainira C. R. 1. — Ant. franc. _maniere_, _meniere_; prov.
_maneira_, _manieira_, _maniera_, _manera_.
(241) insiememente C. R. 1.
(242) sembianza C. R. 1.
(243) lucerna C. R. 2. — luysans C. F. R.
(244) ch'egli possono vegono C. L. — Abbiamo soppresso il _possono_, che
non trovasi in nessuno degli altri Codd., e che toglierebbe senso al
discorso.
(245) Qui manca _possono_ nel C. L., mentre leggesi negli altri Codd. Onde
è chiaro che l'amanuense traspose erroneamente questa parola, ponendola
sopra, dove non poteva stare, e omettendola qui dov'era necessaria.
(246) degli angeli buoni C. R. 2. — dei boni C. R. 1.
(247) Le corpora C. R. 2.
(248) alimenti C. R. 2.; C. R. 1.
(249) corpo C. R. 2.; C. R. 1.
(250) lucerne C. R. 2. — luminire C. R. 1. — lumiers C. F. R. — Di
_lucente_ sost. reca un esempio la Crusca. Invece di _luminire_ crediamo
abbia da leggersi _luminiere_. Si hanno esempi di _luminiera_ per _luce_.
L'Ariosto, a significare il sole e la luna, disse _luminario_. L'ant.
franc. ha _lumiere_, _luminaire_; il prov. _lumeira_, _lumneyra_,
_lhumnieyra_, _luminaria_. „Foron fachas luminarias, so es lo solelh e la
luna.„ _Rayn._, _Lex._ IV, 104. „E troverai de' buon, la cui
lumiera. — Non dà nullo splendore.„ _Dante_, Canz. _O patria degna_, ecc.
pag. 297., ed. Barbèra.
(251) pertusi C. R. 1. — _Pertuis_, ant. franc., da _pertusiare_,
_pertusium_.
(252) airie C. R. 1.
(253) aleines C. F. R. — L'ant. fr. ha il vb. _anheler_ e per
trasposizione dell'_n_ e dell'_l_, _aleiner_, onde _aleine_, _alainne_,
_alaine_; ed il prov. _ale_, _alen_, _hale_, _halena_.
(254) le grande cose. C. R. 2. — le gran cosse. C. R. 1. — les grans
tous C. F. R. — les grans corps T. F. P. — _Tous_ e _corps_ ci sembrano
errori, e supponiamo che abbia da leggersi invece _cous_ e _cops_,
_colps_, colpi, forse nel senso che ha _coup_ in franc. di _fatto_,
_azione_, al che risponderebbe in certo modo le _cose_ de' Codd. Ricc. Se
pure non volesse intendersi che l'uomo riceve _al petto i grandi colpi_;
ed allora il senso sarebbe renduto meglio da _le scosse_ del
Cod. Laurenz. E noi preferiamo quest'ultima interpretazione.
(255) empictione C. R. 2. — empleures C. F. R.; e pare che voglia
intendersi de' cibi. La Crusca registra _empitura_, ma non _empitume_ nè
_empizione_ per _empimento_.
(256) poins C. F. R. — L'ant. fr. ha _poix_, _pois_, _peiz_; il prov.
_pens_, _pes_: da _pensum_. Cf. _Diez_, _Etym. Wört._
(257) Così il C. R. 1. Il C. L. è in questo punto estremamente confuso. Ma
è da avvertire che esso C. R. 1. ha, invece di _soffiamento_,
_sofocamento_; mentre il C. R. 2. e il C. L. hanno _soffiamento_; il
C. F. R. _souflement_, e il T. F. P. _soufflement_.
(258) el gustamento C. R. 1.
(259) l'odore C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(260) àe C. R. 2.
(261) e de la spiritual substantia à l'anima di vita ke Dio vi mise per
lui, ke n'è scripto in lui l'imagine a la sembianza di Dio C. R. 1.
(262) A' teologi lo spiegare l'imbroglio di questo periodo, in tutti i
Codd. ugualmente confuso. Nel C. R. 1. si legge: la imagine si dia
intendere la forma di lui; la sembranza è la grandeza; la divinità fie ne
la trinità. Nel C. F. R.: la semblance si est qualite, et le grandesse la
divinite si est le trinite. E nel T. F. P.: et la semblance est la
qualite, et la grandeur est la dignite, qui est en la sainte trinite.
(263) le cose che sono ora C. R. 1. — le cose che sono decte. C. R. 2.
(264) dispera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2. — despite
C. F. R. — Forse invece di _dispera_ è da leggere _despira_, che potrebbe
derivare dall'ant. fr. _despire_, _despirer_, che ha appunto il senso di
_dispregiare_.
(265) Idio se non C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(266) Per _contrastare_.
(267) La confusione e l'oscurità è uguale in tutti i Codd., e maggiore nel
francese. Al T. F. P. manca questo tratto.
Cap. X.
_Lo re domanda: fece Iddio l'uomo colle sue mani? Sidrac risponde:_
L'uomo fu facto per lo suo comandamento solamente; e perciò possiamo noi
intendere la cattiva natura dell'uomo: elli lo fece di vile cosa (268),
per lo confondimento del diavolo, ch'egli n'avesse vergogna (269), che
così cattiva cosa montasse nella gloria, unde elli era caduto per suo
orgoglio; e si li fece nome di ciò che elli (270) era facto di quattro
elementi, donde (271) questo secolo è fatto; e si ebbe nome delle quattro
parti (272) del mondo (273), satachano carboncini tramas robras amefin; e
lo lignagio dee enpiere le quattro parti del secolo. Anche àe l'uomo
simiglianza al nostro Signore in questa maniera, che, altressì come lo
nostro Signore è sopra tutte le cose in cielo, e altressie sopra tutte le
cose fece l'uomo in terra. E però che egli sapea ch'egli peccherebe, sì
fece l'altre cose corporali, cioè quello ch'egli avrebe mestiero (274). E
sì fece le mosche e le formiche e le pulci e le zanzare (275) e gli altri
vermini, per l'argoglio dell'uomo, perciò che, quando elle lo pungono,
egli si pensa che molto è cattivo, che non può contastare a così cattive e
vili cose (276). Le formiche e li ragni, che si travagliano (277) nella
loro opera, ne danno asenplo (278) che noi dobbiamo lavorare. Se noi
guardiamo (279) bene tutto ciò che Idio fece (280), si ci è uno grande
diletto: chè gli fiori ànno biltade, e l'erbe ànno medicina, gli frutti
della terra si ci pascono, gli venti e lo sole e la luna si ci portono
significanza (281); e tutte quelle cose che ci sono buone, e furono fatte
per l'uomo, e si furono fatte alla gloria dell'uomo (282).
(268) Il C. R. 2. aggiunge: _cioè di bellecta di terra_; lo che non
leggesi nè nel C. F. R. nè nel C. R. 2., onde è a crederlo un glossema
dell'amanuense. _Belletta_ è il _limus_ de' latini. „Or ci attristiam
nella belletta negra„. _Dante._
(269) ontia C. R. 1. Manca alla Crusca.
(270) Nel C. L.: nella gloria la ove egli era fatto, ec. Abbiamo corr. e
suppl. col C. R. 1.
(271) unde C. R. 1.
(272) partite C. R. 1.
(273) secolo C. R. 1.
(274) di ciò ke avia mistiero C. R. 1.
(275) zenzare C. R. 2. — zanzane C. R. 1.
(276) a si picciola cosa C. R. 1.
(277) che si fadicano C. R. 1.
(278) essempro C. R. 2.
(279) sguardiamo C. R. 1. — Ant. fr. _esgarder_, _esguarder_.
(280) fane C. R. 1.
(281) portent significations C. F. R.
(282) a lodo de la gloria di Dio C. R. 1. — a la loenge de la gloire de
Deu C. F. R. — _Loenge_, _louenge_ vuol dire _permesso_, _approvazione_,
onde fu mal tradotto per _lodo_. Invece di _alla gloria dell'uomo_, com'è
nel C. L., crediamo si abbia a leggere _alla gloria di Dio_.
Cap. XI.
_Lo re domanda: dove fu fatto Adamo? Sidrac risponde:_
Adamo fu facto in Ebrot (283), ove egli morì e fu sopellito. E quando elli
fu facto, fu messo in paradiso, cioè in uno luogo molto dilettevole (284),
in Oriente. Là (285) sono albori di diverse maniere (286); egli sono buoni
contra diverse infermitadi: uno tale albore v'à che, se l'uomo mangiasse
del frutto, giammai fame non avrebe; e se del secondo mangiasse, giammai
istanco (287) non sarebbe; e al drieto (288), s'egli mangiasse di quello
che si chiama frutto di vita, giammai non infermerebe e non
invecchierebbe, nè mai non morrebbe. E in quello paradiso fu egli messo; e
Eva fu fatta in quello paradiso dal lato (289) all'uomo, quando egli
dormia, cioè a intendere della sua costa (290). E simigliantemente, come
egli furono d'una carne, così furono d'una volontà e d'uno cuore (291). E
Iddio volle ch'egli fossono simiglianti a lui, che siccome di lui
disciesono tutte le cose, così nascono di lui tucte le cose e tucti gli
uomini (292), cioè d'Adam (293); e però fu fatto Eva di lui. E si li fece
tali ch'egli potessono peccare, per magiore merito avere; che, quando egli
furono tentati, s'egli non avessino consentito al diavolo, allora sarebono
stati sì afermati (294), che giammai eglino e gli altri non potrebono
avere peccato. Inanzi ch'eglino peccassono erano ignudi (295), e non
aveano di loro membri vergogna, se non come degli occhi; che sì tosto come
egli feciono quello peccato verso lo loro criatore, sì si vidono ignudi, e
spogliati del vestimento della grazia. Essi ebono cupidizia l'uno verso
l'altro, e si cominciò a nasciere tra loro una grande confusione, e ebono
vergogna degli loro menbri. E perciò che l'uomo sapesse che tutte le
schiatte doveano essere colpevole di questo peccato, fece rimanere lo nodo
che àe la gola (296). E 'l nostro Signore sapea (297) che grande bene e
grande profitto dovea essere (298) di quella ischiatta. Anzi che
peccassono vidono Idio in paradiso. Lo diavolo ebe grande invidia di ciò,
ch'egli dovea montare là, onde egli era caduto, si entrò nel serpente, e
parlò alla femmina, e la ingannò; che, si tosto com'ella fu nata, ella fue
ingannata. Essi non dimorarono in paradiso se non sette ore (299); e le
tre ore (300) mise Adamo nome a tutte le bestie; alle sette ore (301)
mangiò la femina il pome (302), e diello al marito, e egli lo mangiò per
lo suo amore; e a ora di nona furono cacciati fuori del paradiso. E
incontanente disciese l'agnolo da cielo, cherubin (303), con una spada di
fuoco in mano; quello fuoco era uno muro di fuoco (304), onde quello
paradiso ne fue intorniato (305), apresso quello peccato. Cherubin fu
quello che guarda lo fuoco ch'è intorniato al paradiso, e getta adietro i
corpi e gli spiriti (306); chè nullo ispirito v'enterrà, nè buono nè reo,
infino a tanto che il figliuolo di Dio perverrà in terra, e morrà
inpeso (307) in croce, per questa disubidienzia che Adamo fece verso lo
suo criatore. E per quello amore ispegnerà lo muro del fuoco, che
intornia (308) il paradiso, e ronperrà le porti (309) del ninferno, e
trarranne fuori Adamo e gli suoi amici, e metteragli nel paradiso
celestiale. E allora (310) tutti quelli che morranno perfetti, sì saranno
amici di Dio, e andranno in paradiso celestiale, e non troverranno chi
loro lo vieti. Certo bene dee l'uomo credere a quello Idio, che manderà lo
suo figliuolo di cielo in terra, per noi diliberare (311) si lascierà
morire.
(283) Ebron C. F. R., C. R. 1.
(284) diliciano C. R. 1.
(285) ine C. R. 1. — ileuques. C. F. R., che è da corr. _ilueques_.
(286) mainiere C. R. 1.
(287) lasso C. R. 1.
(288) da dirieto C. R. 2. — a la perfine C. R. 1. — au deran
C. F. R. — Vedesi come il traduttore del testo Laurenziano abbia
volgarizzato secondo il significato etimologico della parola. _Au
darrien_, _au daarrain_, _a la deraina_, significa _in ultimo luogo_,
_alla perfine_, e deriva da _deretranus_, e questo da _de retro_, onde il
_drieto_, _dietro_ del nostro testo.
(289) de la costa C. R. 1.
(290) de la sua costa diricta C. R. 1.
(291) coragio C. R. 1. — corage C. F. R. — Nel franc. ant _corage_,
_coraige_ vuol dire _cuore_, _sentimento_, _volontà_. Lo stesso
significato ha _coratge_ in prov. e _coraggio_ in ital.
(292) Abbiamo adottata la lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.:
que tout encement (_esement_, _ensement_) com de lui descendent toutes
coses, encement nasquissent tuit li home d'Adam.
(293) cioè Adam C. L. Abbiamo aggiunto il _d'_. Nel C. R. 1. v'è di più:
d'Adamo ke fu masso di tucta l'umana generatione.
(294) fermi C. R. 1.
(295) inudi C. R. 1.
(296) Del _nodo della gola_ non parlasi nè nel C. F. R., nè nel T. F. P.,
nè nel C. R. 1.
(297) che sapea C. L. e C. R. 2. — Abbiamo tolto il _che_, parendoci
errore evidente, e non leggendosi nè nel C. R. 1., nè nel T. F. R.: et
nostre sire soit, ec.
(298) nasciare C. R. 1. — estre C. F. R. Probabilmente il testo francese
da cui fu trad. il nostro, diceva _istre_, una delle forme del vb.
_issir_, uscire, che dal volgarizzatore fu confusa con _estre_, essere.
(299) VII dì C. R. 1.
(300) e a la terza ora C. R. 1.
(301) a la sexta ora C. R. 1.
(302) pomo C. R. 1. — pome C. F. R.
(303) lo quale avea nome cherubin C. R. 2.
(304) Concordano tutti i codd. Il T. F. P. ha: qui sembloit feu, et de
celle espee fist ung mur, ec.
(305) avironato C. R. 2. — environee C. F. R.
(306) i corpi e gli spiriti che di paradiso, che nullo, ec.
C. L. — Abbiamo tolto _che di paradiso_, stando alla lez. del C. R. 2.
(307) apresso C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2. Nel C. R. 1.: pendente.
(308) invirona C. R. 1.
(309) Per _porte_. Cf. _Nannucci_, _Teorica_, _Cap. X._, 265, 268.
(310) e da ine inanzi C. R. 1.
(311) ricomparare C. R. 1., per _ricomprare_.
Cap. XII.
_Lo re domanda: quando Adamo fu fuori del paradiso dove andò egli? E
Sidrac risponde:_
Adamo sì venne in Ebrocti (312), ove egli fu fatto, e là ingienerò gli
figliuoli (313). E poi (314) cento anni egli pianse Abel suo figliuolo,
che Caino l'avea ucciso; e unque poi non si volle acostare (315) alla
moglie. Ma però che Idio non volle nasciere della malvagia semenza (316)
di Caino, fece Adamo amaestrare per l'agnolo suo, che giacesse colla
moglie: e egli sì lo fece, e ingenerò uno figliuolo ch'ebbe nome Sem,
della cui ischiatta lo figliuolo di Dio nascierà (317). E sapiate tutti di
vero che dal tenpo d'Adamo infino al tenpo di Noè, non piove (318) unque,
e non aparvono nuvoli in cielo (319). E non mangiavano carne e non
beveano (320) vino: e tutto quello tenpo era così bello come la state; e
si era abondanza di tutte le cose; e tutto questo rimase (321) per lo
peccato della gente.
(312) Ebron C. R. 1. e C. F. R.
(313) VII anfans C. F. R. — filz et filles T. F. P. — Nel C. L. si legge:
e là ingienerò gli figliuoli disse Signore e poi cento anni, ec. _Disse
Signore_, che non trovasi in nessuno degli altri codd., ci è parsa una
interpolazione dell'amanuense, e l'abbiamo soppressa.
(314) e per C. R. 1. — e più C. R. 2.
(315) asenbiare C. R. 1. — assembler T. F. R.— _Assembler_, _assambler_,
_assanber_, ant. fr., unirsi ad alcuno; e _assemblement_, unione dell'uomo
colla donna.
(316) semente C. R. 1.
(317) nasceo C. R. 1.
(318) piobe C. R. 1.
(319) nè apparì arco in cielo C. R. 1. — l'arc dou ciel C. F. R.
(320) bevivano C. R. 1.
(321) _cessò_, _mancò_.
Cap. XIII.
_Lo re domanda: fece Adamo altro peccato inverso lo suo criatore, se non
quello ch'egli trapassò (322) lo suo comandamento e mangiò lo pome (323)?
Sidrac risponde:_
Non certo (324); ma questo fu tropo gran peccato, ch'egli disiderò
d'essere Iddio, e (325) però mangiò lo pome, che Idio gli avea vietato.
Egli non volle fare lo comandamento di Dio, e la criatura non dee fare
nulla (326) contra lo suo creatore. Certo se tu fossi inanzi a Dio, e
alcuno ti dicesse guardati indietro, e se tu non lo facessi (327) tutto il
secolo pericolerà; e (328) Idio ti dicesse, io non voglio che tu guardi
indrieto, anzi voglio che 'l secolo pericoli, tu dei (329) fare lo
comandamento del tuo criatore, e l'altro no, conciosia cosa che (330) 'l
mondo perisca. E così fece Adamo, egli era (331) dinanzi a Dio. E sì tosto
come lo diavolo lo molestò (332), egli guardò indietro, e però fece magior
peccato, che di pericolare tutto il mondo. Et in quello solo peccato fece
secte criminali peccati, per li quali (333) egli ingonbrò (334) tutti
quelli che doveano nasciere di lui. Primieramente fue argoglio ch'egli
volea essere pari di Dio; lo secondo fu (335) innobedienzia, ch'egli
trapassò lo comandamento del suo criatore; lo terzo fu avarizia, ch'egli
disiderò più che Idio non gli volea dare (336); lo quarto fu sacrilegio,
ch'egli prese in sè quello che Idio gli avea difeso (337); lo quinto fu la
spirituale fornicatione, che la sua anima era coniunta a Dio, e quando
egli fece la volontà del diavolo, sì fece adulterio (338), e però perdette
l'amore del suo verace isposo; lo sesto fu micidio (339), ch'egli uccise
sè e tutti gli altri; lo settimo fu morte e ghiottornia (340), ch'egli
mangiò lo pome, e credette alla volontà della femina, e fece quello che
Idio gli avea vietato (341), e tolse l'onore a Dio. Per quello peccato gli
conviene fare sodisfazione, che chi dell'altrui toglie, rendere gli
conviene, e per l'amendamento (342) si piglia mercede. E perciò che Adamo
dee fare sodisfazione a Dio, egli è ancora in tenebre d'inferno, e sarà,
infino a tanto che il verace profeta figliuolo di Dio verrà in terra per
lui diliberare.
(322) travalcò C. R. 1.
(323) la poma C. R. 1.
(324) None niente C. R. 1.
(325) ma C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(326) neuna cosa dia fare C. R. 1.
(327) che tu nollo avessi fatto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — e se
nol fai C. R. 1.
(328) Abbiamo agg. questo _e_ dal C. R. 2. e C. R. 1.
(329) dii C. R. 1.
(330) Qui ha il senso di _malgrado che_, _nonostante che_, conforme al
franc. _ja soit ce que_, _ja seit ce que_, di cui è traduzione. Cf.
_Burguy_, _Gramm._, II, 383; _Roquefort_, _Gloss._ — Nel C. R. 1.: Se
tucto el mondo perisse.
(331) Pare che debba sottintendersi _infinchè_ o _quando_. Nel C. R. 1.:
k'era.
(332) Ci pare migliore la lez. del C. R. 1.: l'amaestrò. Nel C. F. R.: lor
mostra. _Mostrer_, ant. fr., insegnare.
(333) Così ha il C. R. 1., la cui lezione ci è parsa preferibile a quella
del C. L.
(334) Così tutti i Codd. _Encombrer_ in ant. fr. e _encombrar_ in prov.
hanno il significato di _souiller_. Il Raynouard reca questo stesso passo,
tolto da un testo prov. del Sydrac: el fetz VII peccatz mortals per que
encombret cels que devion naisser de lhuy. Cf. _Burguy_, _Gramm._, e
_Roquefort_, _Gloss._
(335) ch'egli fu C. L. Errore evidente, che abbiamo corr. col C. R. 2.
(336) gli avia donato C. R. 1.
(337) _proibito_.
(338) avolterio C. R. 1.
(339) omicidio C. R. 1.
(340) mortal ghiotornia C. R. 1.
(341) vetato C. R. 1.
(342) lo mendamento C. R. 1.
Cap. XIV.
_Lo re domanda che cose tolse Adamo a Dio, e come gliele converrà
rendere. Sidrac risponde:_
Adamo tolse a Dio tutto quello che doveano avere tutti quelli che di lui
doveano nasciere, e simigliantemente vincere lo diavolo, com'egli era
vinto da lui. E se tutti quelli che doveano nasciere di lui in tal maniera
lo doveano (343) ristorare, come se egli non avesse unque peccato, però
ch'egli avea magior peccato che tutto il mondo, si dovrebbe rendere tal
cosa che fosse magiore di tutto lo mondo; ma egli non potè fare nè l'uno
nè l'altro; però rimas'egli in cattivitade.
(343) la dovea C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. XV.
_Lo re domanda perchè non fue perduto di tutto in tutto (344), che (345)
così grandissimo peccato avea fatto. Sidrac risponde:_
Perciò che non potea essere disfatto quello che Idio avea fatto e
stabilito. Iddio avea ordinato che egli conpierebe lo numero degli eletti
del legnaggio d'Adamo, e non però (346) egli avea volontà
d'amendarlo (347), et egli (348) non potea, e la misericordia di Dio non
gli volle perdonare, e mettere nel suo regno tale come egli era. E se Idio
gli avesse perdonato la sua ingiuria, sanza sodisfacimento, dunque non
sarebe tutto potente, se egli mettesse tale uomo nella (349) sua gloria
senza vendetta, là onde egli avea cacciato l'agnolo per una sola
cogitazione, dunque non sarebe mica diritto; però dee essere presa la
vendetta (350) del peccato, cioè del peccatore. Quando uno uomo truova
pietre preziose in alcuno luogo lordo, elli no le mette mica nel suo
tesoro, infino a tanto che non l'à lavate. Però che lo servo dee essere
fedele del suo signore, e egli era andato al tiranno, che l'avea messo in
carcere, serà mandato lo figliuolo dello re, e batterà lo tiranno, e
rimenerà lo servo al suo signore colla sua gloria.
(344) in tutto C. R. 1.
(345) puoi che C. R. 1.
(346) impertanto C. R. 1.
(347) amender C. F. R.
(348) egli C. L. — Abbiamo agg. _et_ dal C. R. 2.
(349) in della C. R. 2.
(350) presso alla vendetta C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
Cap. XVI.
_Lo re domanda e disse: perchè non mandò Iddio uno angelo inanzi per lui
diliberare, o ch'egli avesse fatto uno uomo per lui diliberare? Sidrac
risponde:_
Se l'agnolo raccattasse (351) l'uomo, dunque sarebbe (352) suo servo, e
l'uomo dee essere ristorato, sicchè egli sia simigliante all'angelo. E
l'altra cosa divisò Idio, che l'angelo (353) è fiebole nella sua natura, e
se egli divenisse uomo, di tanto avrebe meno di potestà. E se egli avesse
fatto un altro uomo, e l'avesse mandato per lui diliberare (354), dunque
non aparterebbe (355) nulla la ragione alla schiatta d'Adamo. E però che
l'agnolo non potea raccattare l'uomo, nè egli per sè non potrebbe fare
sodisfazione, si piglierà primieramente lo figliuolo di Dio carne in una
sola persona, fatta in due maniere: l'una maniera si è che vincierà lo
diavolo e serà Iddio, e vincierà lo diavolo simigliantemente che lo
diavolo vinse l'uomo, e averà podestà sopra tutte le cose, come elli serà
Iddio, che aprirà lo cielo e tutti coloro che entrare vi dovranno; l'altra
maniera si è ch'egli diventerà uomo, e farà ciò che fa (356) l'uomo sanza
peccato.
(351) Se l'angelo avesse ricomparato C. R. 1.
(352) sarebbe l'uomo C. R. 1.
(353) l'uomo. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.
(354) ricomparare C. R. 1.
(355) parrebbe C. L. — Abbiamo di creduto poter corr. _aparterebbe_ sulla
scorta del C. F. R. che ha: apartenist; e del C. R. 1. che dice: dunque
non avarebbe apartenuto.
(356) e sarà ciò che l'uomo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
Cap. XVII.
_Lo re domanda (357): perchè vorrà egli nascere di vergine, e come sarà
ella vergine quand'egli nascierà di lei? Sidrac risponde:_
Per quatro modi (358), siccome Idio fece l'uomo: lo primo, quando Adamo fu
facto non ebbe nè padre nè madre, se non Iddio, così nascierà lo figliuolo
di Dio, della Vergine, e egli sarà sè medesimo padre (359), e la figliuola
sarà sua madre (360). Lo secondo modo si è, siccome Eva nacque della costa
dell'uomo, e divenne femmina, altressì lo figliuolo di Dio nascierà della
Vergine, dello Spirito Sancto e del Padre, e ciò sarà egli medesimo, e
diventerà uomo. Lo terzo modo (361) si fia (362) per la sua potenza, per
la sua volontade. Lo quarto modo di solamente femmina nascirae (363), per
confondere lo diavolo, e per diliberare l'uomo del suo podere. E dal
cominciamento del mondo guardò Iddio quelli che più l'ameranno, e lo suo
comandamento faranno, e lo suo benedetto nome adoreranno: di quello
lignaggio sarà eletta la Vergine, che sarà netta e pura, sanza peccato,
florente, e di tutte degnità; sì generrà (364) lo figliuolo di Dio
salvatore, sanza nullo diletto, e partorirà sanza nulla ordura (365) e
sanza niuno dolore. E lo Salvatore entrerà (366) nel suo corpo, e uscirà,
e tuttavia chiusa (367), similemente come lo sole entra per la
vetriera (368), sanza danneggiarla (369). E nel suo ventre piglierà umana
natura, e dimoreravvi nove mesi, però che si conpierà nove ordini
d'angioli, delle genti che nascieranno in questo secolo. E tutte le cose
saprà egli come Idio; e secondo la sua podestà potrà egli fare tutte le
cose; ma egli vorrà di tutto in tutto tenere (370) la natura dell'uomo
sanza peccare.
(357) domanda disse C. L. — Abbiamo soppresso il _disse_.
(358) I modi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., e sulla scorta del
C. F. R.
(359) ed elli medesimo sarà el padre C. R. 1.
(360) „Vergine madre, figlia del tuo figlio„.
(361) mainira C. R. 1.
(362) fa C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(363) Così ha il C. R. 1. _Nascirae_ manca al C. L.
(364) _genererà_.
(365) _Ord_, _ordure_ fr. — Nel C. R. 2.: lordura.
(366) increrà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.
(367) entrerà nel suo ventre la porta kiusa e n'escirà la porta chiusa
C. R. 1.
(368) ventiera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. R. 1.: vetro.
Nel C. F. R.: veriere, che vuol dire _vetro_ e _finestra_.
(369) e no la danagia C. R. 1.
(370) manca al C. L. _tenere_. — Abbiamo suppl. col C. R. 1.
Cap. XVIII.
_Lo re domanda (371): quanto tenpo visse Adamo? Sidrac risponde:_
Adamo vivette novecento anni. Quando egli venne a morte mandò lo suo
figliuolo a l'angelo, che gli desse sanità di quello male ove egli
era (372); e lo figliuolo andò per la via che Adamo gli disse, tanto che
capitò alla porta del paradiso, là onde Adamo fu cacciato; e volendo
entrare alla porta e l'angelo gliel vietò. Egli gli domandò sanitade per
lo padre; e l'angelo gli diede tre granella (373), e disse: portale allo
tuo padre, e mettigliele in sulla bocca; e diragli che l'uno di queste
granella lo diliberrà della grande infermitade: e lo comandamento si è a
cinque giorni e mezo. E egli si partì e ritornò a Adamo (374), e missegli
le granella in bocca, e contogli quello che l'angelo gli avea detto. E
disse, padre, non ti isgomentare, che l'agnolo mi disse che di qui a
cinque giorni e mezo tu guarresti (375). E Adamo sospirò, e disse: sappi
che lo giorno di Dio è mille anni; e poco stante e egli trapassò di questo
secolo. E i diavoli presono l'anima sua con grande allegreza, e misserla
nella sponda del ninferno. I novecento anni che Adamo vivette significano
quello ch'egli fece disubidienzia verso Iddio, e dispectò la (376)
conpagnia de' nove (377) ordini degli angioli (378). Le tre granella
significano che nascieranno di loro albori, de' quali legni fia fatta la
croce, sopra la quale fia crocificato e morto lo figliuolo di Dio. E Adam
guarirà della sua infertà (379), per quella (380) morte che lo figliuolo
di Dio farà, sarà diliberato dello inferno, e tutti gli amici di Dio con
lui. I cinque giorni e mezo significano cinquemilia cinquecento
anni (381).
(371) domanda e disse C. L. — Abbiamo soppr. _e disse_, stando alla lez.
del C. R. 2.
(372) che il li donast guarison de cel mal ou il estoit C. F. R.
(373) tre granella del pomo c'Adamo avia mangiato C. R. 1.
(374) Adamo C. L. — Abbiamo agg. _a_.
(375) guariresti.
(376) alla C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(377) novi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(378) les IX\C ans senefient les IX ordens d'angles, per ce ch'il fist
desobedience vers Deu, et si despita la compagnie des IX ordens des angles
C. F. R.
(379) sincope d'_infermità_.
(380) la qual C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(381) Il C. R. 1. è in questo cap. di lezione assai diversa e più diffusa
del C. R. 2. e del C. F. R.
Cap. XIX.
_Lo re domanda e disse: perchè è chiamata morte, e quante morti sono?
Sidrac risponde:_
Perciòe è chiamata morte, perch'ella è amara, perchè Adamo morse lo pome
che gli era vietato; però fummo noi morti. Quella morte che non è di
natura (382), siccome quella de' garzoni, e quella ch'è di natura (383),
siccome quella de' vecchi uomini, per lo peccato d'Adam è ordinata, la
morte (384); altrimenti non morrebbe l'uomo. Che somigliantemente come
l'una generazione trapassa apresso l'altra per la morte, e l'una
generazione apresso l'altra per la vita, simigliantemente saremmo (385)
mutati allora di volto in volto (386), e alla fine saremmo stati tutti
simiglianti agli angioli.
(382) natura C. L. — Il C. R. 1. e C. R. 2. hanno _matura_, ma a noi è
parso meglio corregg. _di natura_.
(383) e quella siccome ch'è di natura C. L. — Abbiamo tolto _siccome_,
essendo evidente che è stato scritto per errore. Nel C. R. 1.: k'è
naturale.
(384) Crediamo questa ripetizione _la morte_ un errore dell'amanuense.
(385) saremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(386) di molto in molto C. R. 2. — de mort en mort C. F. R. — de mont a
mont T. F. R. Tre varianti che ci paiono tutte erronee. Noi supponiamo che
abbia da leggersi _di volta in volta_.
Cap. XX.
_Lo re domanda, e disse: nuoce agli uomini di quale morte e' si
facciano? Sidrac risponde:_
Non mica, nè poco nè molto, chè quelli che si pensano ch'egli deono
morire, quelli non muoiono già di morte subitana; e questo fanno (387)
medesimamente i buoni, che in Dio credono, e lo suo comandamento fanno. E
questi, in qual modo muoiano, o ch'egli sieno uccisi a ghiado (388), o
ch'egli sieno divorati per le bestie salvatiche, o ch'egli sieno arsi in
fuoco o anniegati in acqua, o ch'egli sieno appesi come ladroni, o ch'egli
sieno morti per alcuna disaventura, non nuoce a loro: giustizia, nè lo
loro ben fare non puote essere perduto (389). Questa maniera di morte non
nuoce loro niente. Che se egli avessono fatto in questo secolo alcuna
cosa, per fragilitade della fievole carne, si è loro tutto perdonato, per
la grazia dell'aspera morte. Che della (390) morte de' malvagi uomini, che
non credono in Dio, e non fanno lo suo comandamento, egli non ànno grande
proficto (391), quando egli giacciono lungamente in infermità, anzi
ch'egli muoiano. La loro morte è ria, ch'egli non sono mica morti in
Dio (392), nè solamente (393) nollo vogliono pensare; e però la loro morte
è molta pessima. Non credono mica quelli che viveranno lungo tenpo dopo
noi, Idio del cielo mandi loro buona ley (394) e li X comandamenti (395),
già sia cosa ch' (396) egli siano credenti in Dio, se egli non servano i
dieci comandamenti, che Iddio loro averà mandati, egli morranno in
quell'aspra morte, nè loro profitterà niente (397). Anche non credono gli
altri, che viveranno dopo loro grande tenpo, che lo figliuolo di Dio si
scienderà (398) in terra, e loro comanderà una buona legge e giusta, e
crederanno in lui, ch'egli è verace Idio, e quelli che non faranno i suoi
comandamenti, che a loro saranno comandati per li suoi ministri, già
l'aspra morte non loro profitterà nè poco nè molto (399), anzi loro
nuocie.
(387) questi muoiono C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., C. R. 1. e
C. F. R.
(388) a ghiadi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(389) car la soe iustisse ne les siens bienfais ne peuent onques estre
perdus C. F. R.
(390) la C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(391) perfetto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(392) idio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. e C. R. 1.
(393) nella mente C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(394) Questa parola francese che trovasi nel ms. mostra forse che il
volgarizzatore non seppe come tradurla. L'ant. fr. ha _loy_, _ley_, legge.
(395) li X i comandamenti C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. Dopo
_comandamenti_ il C. L. ha: _che Idio_; ed essendo chiaro l'errore da ciò
che segue, abbiano soppresse queste parole.
(396) Intendasi _avvegna che_, come ha il C. R. 1. _Già sia cosa che_ è
trad. lett. del franc. _ja soit ce que_, che significa appunto _quoique_,
_bien que_.
(397) Così abbiamo corr. sulla scorta del C. F. R. che dice: ne lor
profitera neent. Il C. L. ha: nè loro perfettamente; il C. R. 2.: nè loro
profeta niente varrà; il C. R. 1.: e non proferà loro niente. _Proferà_
supporrebbe un infinito _profare_, forse _fare pro_ recare utile, non
volendo crederlo errore per _profitterà_. Tutto questo periodo, assai
confuso, ci pare da intendere così: Quelli che viveranno dopo noi e
avranno da Dio buona legge e i dieci comandamenti, non ritrarranno da ciò
alcun profitto, benchè sieno credenti in Dio, se non osserveranno i dieci
comandamenti.
(398) ascienderà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(399) Abbiamo corr. col C. F. R. che dice: ia l'aspre mort ne lor
profitera ne tant ne quant. Il C. L. ha: già fia l'aspra morte non loro
perfettamente nè poco nè molto. — Ed errate del pari sono le lezioni degli
altri codd. ital.
Cap. XXI.
_Lo re domanda e disse: come vanno l'anime nell'altro secolo? Sidrac
risponde:_
L'anime vanno nell'altro secolo simigliantemente come lo malfattore (400)
si mena alla giustizia, con grande conpagnia di sergenti; non gli fanno
altro (401) se non la giustizia; e simigliantemente, come l'anima si dee
partire del corpo morto (402), se ella è (403) ria, si ragunano grande
quantità di demoni, e si la portano in ninferno (404), e se l'anima è
stata credente verso lo suo creatore, ella sarà diliberata verso la (405)
conpagnia d'Adam, quando lo figliuolo di Dio ronperà lo 'nferno, e
lo (406) diliberrà (407). E se l'anima non sarà stata credente verso lo
suo creatore, ella sarà radice di ninferno tutto tenpo mai (408). Ma al
tenpo della credenza del figliuolo di Dio, saranno l'anime menate in tre
modi: quelli che avranno tenuto giustamente la sua fede e la sua credenza,
e avranno fatto lo suo comandamento, quando questa giusta anima si partirà
dal corpo, si raunerà (409) grande moltitudine d'angeli, nella conpagnia
dell'angelo che l'averà guardato nelle percussioni (410) e nelle
tribolazioni; elli lo porteranno, laudando e glorificando Idio, egli la
meneranno nel paradiso celestiale. La seconda maniera, di quelli che
muoiono e ànno facto assai male e poco bene, e poi si confidano (411)
nella fede, la quale lo figliuolo di Dio àe loro donata e comandata, e
s'amendano (412) inanzi la loro morte, quando l'anima loro escie del
mortale corpo, si viene l'angiolo di Dio, e si la piglia, e dalla al
malignio ispirito; e egli la porta in uno luogo dello 'nferno che si
chiama lavatorio (413), cioè purgatorio, di vizii di questo secolo; egli
la mette in quello luogo, e no le puote poi più malfare (414), se non
quello che lo buono agnolo averà comandato. E quando ella è lavata e
purgata quello ch'ella dee (415), e viene lo buono agnolo, e pigliala, e
mettela in paradiso celestiale, dove sono gli altri buoni (416). La terza
maniera di menare si è di quella anima che tutto tenpo avrà mal fatto, e
stata in questo secolo male e in peccato, fuori della fede e del
comandamento di Dio: si vengono grandissime moltitudine di diavoli, e
piglialla, e portalla a grande onta (417) e a grande vergogna, e mettolla
al fuoco dello 'nferno, e là istarà tutto tenpo, che giammai fine non
avrà.
(400) li mali factori C. R. 1.
(401) altro male C. R. 2.
(402) mortale C. R. 2. — mortel C. F. R.
(403) la sella sebbe C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(404) in onferno C. R. 1.
(405) ne la C. R. 1. — in della C. R. 2.
(406) egli lo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(407) quando el figliuolo di Dio discendarà ad inferno e strugiarà el
diavolo e delibarà e' suoi amici C. R. 1.
(408) tous iors mais C. F. R. — L'ant. fr. ha: _tos jors_, _tos dis_, _tos
tans_, ma non trovo esempi ne' quali a questo avverbio sia aggiunto
_mais_, conforme al nostro _sempre mai_. — _Sarà radice di ninferno_ ci
pare da intendere: _avrà radice nell'inferno_, _sarà abbarbicata
all'inferno_.
(409) si raunerà manca al C. L. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(410) Sebbene tutti gli altri codd. abbiano _persecutioni_, non ci pare di
poter tenere per errore _percussioni_.
(411) Il C. L. ha: si confondono. — Abbiamo data la preferenza alla lez.
del C. R. 2. Nel C. F. R. leggesi: se porpencent; da _porpenser_, che vuol
dire _meditare_, _riflettere_, _pensare_; onde _se porpencent de la foy_,
significherebbe _meditano_, _pensano della fede_.
(412) s'emandano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(413) Nel C. L.: lavoto; e nel C. F. R.: lavest; ma ci sembrano errori
ambedue. Il C. R. 2. ha: lavatorio; e forse anche nel francese potrebbe
leggersi: lavatoire; parola che trovasi usata dall'Amyot. Cf. _Dict. de
l'Acad. Franc._ — _Lavatorio_ manca alla Crusca.
(414) molestare C. R. 2.
(415) Et quando avrà compiuto ciò ke die C. R. 1.
(416) le buone anime C. R. 2.
(417) ontia C. R. 1.
Cap. XXII.
_Lo re domanda e disse: che cosa è paradiso celestiale? Sidrac
risponde:_
Paradiso celestiale è vedere Iddio, quando l'uomo lo vede a faccia a
faccia. Che se tutte le gioie e li diletti che furono che sono e che
saranno fossono in uno uomo, non avrebono delle centomilia parti l'una,
d'allegreza e di diletto e di bene, che ànno coloro che vegiono Idio: egli
non disiderano di sanitade e di biltà nè di forza nè d'allegreza, quelli
che Iddio veggono.
Cap. XXIII.
_Lo re domanda: chi fu fatto innanzi tra il corpo o l'anima? Sidrac
risponde:_
Lo corpo fu innanzi fatto di quattro elimenti, d'aria e d'acqua e di fuoco
e di terra; e sì à quattro complessioni (418) in sè. E poi ch'egli fu
formato, Iddio, per la sua grazia, gli soffiò nel volto ispirito di vita,
e gli donò la signoria sopra tutte le cose che sono in terra; e che egli
fosse signore in terra; altressì come Iddio è in cielo. E di lui fece Eva
la sua parecchia (419), e non volle da loro se non l'ubidienza, siccome
voi avete udito inanzi. E ella (420) si uscì fuori de' suoi comandamenti,
e incontanente fu ispogliato de' vestimenti di grazia, e gittato fuori del
paradiso.
(418) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano _comparazioni_ e
_comperazioni_, noi abbiamo creduto di correggere _complessioni_, stando
al C. F. R. che dice: et si a IIII conplesions; parendoci che dalla lez.
de' due codd. fiorentini non si potesse ritrarre nessun senso. — Il
presente cap. manca al C. R. 1.
(419) I due codd. fior. hanno _parrocchia_, errore manifesto, che noi abb.
corr. in _parecchia_, nel significato di _pari_, _simile_, come in quel
verso di Dante: „Salendo su per lo modo parecchio — A quel che scende„
(Purg. XV); e nel Ninfale del Bocc.: „Or che farà la tua madre cattiva,
che non arà giammai un tuo parecchio?„ Il C. F. R. ha: sa pairille; e
questo pure crediamo errore per _pareille_. In provenzale _parelha_ vuol
dire _compagna_, _femmina_, ed altri potrebbe forse supporre che il
volgarizzatore toscano abbia voluto dare a _parecchia_ questo significato,
come già lo ebbe _par_ nel basso latino e _per_ nell'ant. francese, i
quali si trovano usati per _isposa_, _compagna_.
(420) elli C. R. 2.
Cap. XXIV.
_Lo re domanda e disse: chi parla o 'l corpo o l'anima? Sidrac
rispuose:_
Lo corpo non parla, anzi l'anima; ma l'anima è spirito e 'l corpo
mortale (421). Simigliantemente uno uomo che fosse in su una bestia, e
egli la mena ove egli vuole, et ella (422) lo porta, simigliantemente
aviene del corpo e dell'anima: che cioè (423), che 'l corpo parla e fae si
viene dall'anima, conciosia cosa che (424) 'l corpo abia volontà di fare
alcuna cosa, egli no la puote contastare. E magiore colpa àe l'anima che
lo corpo: chè il corpo è fatto di terra; e in terra dee ritornare, e
morire gli conviene. Perciò non à egli così forte natura, come l'anima,
che morire non puote, nè niuno travaglio sente. Dunque à l'anima magiore
podere sopra lo corpo, che il corpo sopra l'anima. E l'anima puote molte
volte delle cose vietare al corpo, che 'l corpo non puote fare all'anima;
e perciò dician noi che l'anima governa lo corpo, e fallo muovere a
parlare, e fa tutti argomenti, ciòe che 'l corpo non puote fare all'anima.
E questo potete voi vedere chiaramente: quando l'anima si parte dal corpo,
lo corpo rimane la più laida carogna (425) che sia nel mondo, che parlare
nè muovere non si puote. Perchè l'anima si parte dal corpo, ella non muore
nè mica, ma ella va a ricevere lo guidardone di quello ch'ell'avrà fatto
in quello corpo ov'ella è stata; e secondo ch'ell'avrà governato, in
quello tempo (426) ch'ella sia istata in quello corpo (427), ella sarà
pagata. E però de' avere l'anima magior colpa che lo corpo: che per lei
fae lo corpo tutti gli argomenti (428) ch'egli fa. Che s'ella non fosse
consentiente del male ch'egli fa, dunque non sareb'ella dannata; nè non
sarebbe messa in gloria, per lo bene che 'l corpo facesse, che 'l corpo
avrebbe (429) l'uno e l'altro. Ma però che tutti gli argomenti che lo cuor
pensa (430), vegnon da lei, sarà ella più colpevole e dannata che 'l
corpo.
(421) e l'anima parla però che l'anima è spirito e lo corpo è mortale
C. R. 2.
(422) Abb. agg. _et_ dal C. R. 2.
(423) echo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(424) Qui come indietro _ja soit ce que_ (avvegna che) è stato trad. per
_conciosiacosache_.
(425) carogna (ant. fr. _charoigne_, _carongne_), dal nom. lat. _caro_, è
la carne senza spirito, il cadavere.
(426) _tempo_ manca al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(427) in quel corpo al secolo C. R. 2.
(428) Qui _argomento_ pare che abbia il significato di _azione_. Nel
C. F. R.: argumens.
(429) manca al C. L. _chè 'l corpo avrebbe_. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(430) che lo corpo fae C. R. 2. — che le cors fait C. F. R.
Cap. XXV.
_Lo re domanda: l'anima ch'è ispirito solamente, che non à corpo nè
membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere, come può sentire
gioia e gloria in cielo, e pene e dolore nello 'nferno? Sidrac risponde:_
L'anima si è spirito (431) veramente, e lo spirito si è l'anima; e si è
sottile cosa, ch'ella non si può vedere; e si è leggiere come vento, nè
morire non puote, nè mangiare nè bere non vuole. E se centomilia anime
fossono in su uno pelo, lo pelo non peserebbe più, nè più carico non
avrebbe, e pigliare non si potrebe. E sì gusta (432) e sente l'anima
grande gioia e grande pena e grande gloria e grande dolore: chè, quando la
buona anima si parte di questo secolo, incontanente ricieve ella
vestimento di gratia e di gloria, sente la gratia e la gloria di Dio, e
stae (433) tra gli angioli, che mai non avrà fine (434). E la ria anima,
quando ella si parte di questo secolo, incontanente riceve vestimento di
pene e di dolore, e incontanente è menata allo 'nferno e al purgatorio, là
ov'ella à servito (435) di stare. S'ella è in ninferno, ella vi sta sanza
fine; e s'ella è in purgatorio, ella si purgherà, e poi incontanente monta
in cielo, e sarà vestita di vestimento di grazia e di gloria; e questo
sarà dopo l'avenimento che 'l figliuolo di Dio farà (436) in terra.
(431) isposa C. L. — Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: espirt.
(432) se giusta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(433) Abb. agg. _stae_ dal C. R. 2.
(434) est ele entre les angles sans fin C. F. R. — tra gli angioli che mai
non ànno fine C. R. 2.
(435) a deservi C. F. R. — _Desservir_ nell'ant. fr. ha il senso di
_meritare_, come in alcuni es. di ant. scritt. ital. ha _servire_.
(436) verrà C. L. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: apres
la venue dou fis de Deu en terre.
Cap. XXVI.
_Lo re domanda: qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo? Sidrac
risponde:_
Lo corpo è più sicuro; ma, se dannaggio loro aviene, l'anima avrà più
pericolo che lo corpo. Altressì come due uomini che vanno per uno cammino
pericoloso, e l'uno è ardito e l'altro è codardo; lo codardo pensa in sè
medesimo: io sono in compagnia d'uno valente uomo, e se alcuno ci
asaliscie, egli difenderà sè e me; e questa ragione fa lo codardo
sicuramente. E lo valente pensa in sè medesimo: io sono in conpagnia d'uno
codardo uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli fuggirà, e io rimarrò solo al
fatto, o serò preso o serò morto; e a questa cagione non va bene sicuro.
Tutto altressì aviene del corpo e dell'anima: lo corpo dice: io farò i
miei diletti e le mie volontadi, e quando morrò, io diventerò terra, e non
mi cale che avegnia di me. L'anima dice: lo corpo mi tiene ria compagnia,
e menami in malo luogo e in malvagio camino e pericoloso, e al dirieto io
arò pericolo e pena (437); con tutto ciò egli de' essere meco participale
di tutte le mie pene; cioè ad intendere che lo corpo è lo codardo e
l'anima è lo valente. E spesse volte viene magiore male del codardo che
del valente, per molte cose.
(437) Nel C. L.: e pene nella fine. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — _Al
dirieto_ è trad. del franc. _au derain_.
Cap. XXVII.
_Lo re domanda e disse: dove abita l'anima? Sidrac risponde:_
L'anima abita nel suo vasello, cioè a intendere per tutto lo corpo, dentro
e di fuori, là ove è lo sangue; chè lo vasello dell'anima è lo sangue, e
lo vasello del sangue si è il corpo. Là ove sangue non è, l'anima non vi
dimora, cioè a sapere agli denti, all'unghie, a' capelli. L'anima non
abita giammai in questi luoghi; e lo duolo di queste tre cose che noi
abiamo contate, si è perchè la loro radice tocca il sangue, e però
dogliono elle; ma chi le tagliasse o tondesse, egli non dorrebbono punto.
Cap. XXVIII.
_Lo re domanda: perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue è
tutto fuori? Sidrac risponde:_
L'anima non puote dimorare nel corpo, altressì come una fonte piena di
pesci, e allora viene l'uomo, e spande l'acqua di quella fonte, a poco a
poco, tanto che tutta l'acqua è perduta, e gli pesci si truovano sopra
terra, e conviene loro morire. Allora viene l'uomo, e si gli piglia, e
l'uno fa arostito e l'altro fa lesso e l'altro fritto, secondo ch'egli
fieno buoni a mangiare. Altressì viene (438) dell'anima: quando lo corpo
perde lo suo sangue, di qualunque modo si sia (439), l'anima va tuttavia
infievolendo; e quando lo sangue è tutto fuori, l'anima rimane come lo
pescie sanza acqua, che si truova in terra; e allora si parte di quello
medesimo cuore, che non vi puote più dimorare, ch'ella à perduta la sua
innodritura (440), simigliantemente come lo pescie l'acqua, e a ciò si
conviene allora partire per forza. Lo pescatore dell'anime buone o
malvagie, cioè a intendere pescatore, o angelo o diavolo, la piglia, e
portalla, e dalla (441), secondo ch'ell'à fatto e governato in quello
medesimo corpo. E se ella à ben fatto, ella sarà della conpagnia del
figliuolo di Dio, quando egli sarà risucitato.
(438) adiviene C. R. 2.
(439) di quale uomo sia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel
C. F. R.: de chelche maniere chi soit.
(440) notritura C. R. 2.
(441) e si la dae C. R. 2.
Cap. XXIX.
_Lo re domanda: come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore?
Sidrac risponde: (442)_
Le genti muoiono per molti modi: alcuno modo è quando egli ànno conpiuto
lo termine che Idio à loro dato. Altri muoiono per grandi misfatti,
ch'egli ànno misfatto verso lo loro creatore, simigliantemente come lo
servo, ch'è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per
lo suo misfatto. Altri muoiono per molte malizie (443); altri per
necessità di cose corporali; altri per battaglia e per molti altri modi;
chè niuna anima del mondo potrebbe vivere solo uno punto, oltre al termine
che Idio gli à dato. Ma per lo suo misfatto puote bene morire anzi lo suo
termine, simigliantemente, come noi abiamo detto di sopra, del servo che è
cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo fallo
e per la sua volontà. In luogo (444) del forfatto (445), potea egli ben
fare, e sarebe dimorato nell'albergo del suo signore, a conpiere lo
termine al suo signore e al suo amore, la ov'egli si fosse soferto (446)
di mal fare, già arebe (447) bene fatto. E semigliante fanno le genti del
bene e del male, per la loro volontade. E di qual maniera egli muoiono,
della giustitia di Dio non possono fuggire, chè al suo giudicamento
conviene passare (448) i buoni e i rei.
(442) Questa rubrica nel C. L. dice: _Lo re domanda come vivono le genti
ch'età muoiono tosto e quanta diede_. Mancando il senso, nè potendo
giovarci, a correggerlo, del C. R. 1. nè del C. F. R., abbiamo posto il
titolo quale trovasi nel C. R. 1.
(443) Per _malattie_, come trovasi negli antichi. Il franc. _malice_ non
ha questo significato; trovasi però _maligeux_, agg., _di debole salute_,
e _maleza_ prov. per _malattia_.
(444) e luogo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(445) Da _foris facere_ fecesi _forfaire_, e in ital. _forfare_. Alcuni
credono che il prefisso _for_ delle lingue romane, sebbene abbia relazione
col lat. _foris_, sia stato ant. usato sotto l'influenza del prefisso
germanico _fair_, _far_, _for_.
(446) fosse C. L. — Abb. agg. _si_ dal C. R. 2., necessario in questo
luogo, per il senso che ha _sofferire_ di _astenersi_, conforme a' due es.
citati dalla Crusca. Lo stesso significato ha pure in ant. fr. il vb.
_sofferir_, e in prov. _sufferre_, _sufrir_. Cf. _Roquefort_, _Gloss._;
_Raynouard_, _Lex._
(447) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano _sarebe_, noi abbiamo
corr. _arebe_, e perchè altrimenti non avremmo saputo qual senso potesse
avere il periodo, e perchè il C. F. R. ha: _auroit_.
(448) essere C. R. 2. — passer C. F. R.
Cap. XXX.
_Lo re domanda: come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo alla
sua similitudine? Sidrac risponde:_
Noi troviamo nel libro del buon servo di Dio, ciò fu Noè, che quando
l'umanità di Dio fece Adam, ch'egli disse: noi faremo uno uomo alla nostra
simiglianza; e la parola fu alla divinità, al suo spirito (449). E per
quella parola sapiamo noi bene che Idio fece l'uomo alla sua simiglianza;
che egli è tre per uno Dio; ch'egli potrebe bene avere detto: faremo uno
uomo; e questo sarebe inteso che Idio avesse facto uno uomo in altrui
simiglianza che nella sua. E se avesse detto: io farò uno uomo, sarebe
inteso ch'egli non sarebe istato padre e filio e spirito sancto; che lo
figliuolo e lo sancto spirito venisse in terra, e (450) quello medesimo
uomo dilibera (451) dal podere del diavolo, Adamo e li suoi amici. Si
disse egli anche: noi faremo uno uomo, però ch'egli volle che noi fossimo
degni d'avere parte del suo regno, chi (452) servire lo vuole. Ancora ci
diede pura iscienzia di sapere, che noi siamo la più degna criatura del
mondo.
(449) e allo spirito santo C. R. 2.
(450) por C. F. R.
(451) diliberare C. R. 2. — delivrer C. F. R.
(452) a qui C. F. R.
Cap. XXXI.
_Lo re domanda: quando (453) noi siamo fatti alla simiglianza di Dio,
perchè non possiamo noi fare altressì com'egli? Sidrac risponde:_
Veramente Idio ci à facto alla sua simiglianza. Perciò ch'egli ci à facto
alla sua simiglianza, egli à dato podere sopra tutte l'altre criature
ch'egli fece, che tutte ci fanno reverenza, e sono al nostro comandamento.
E per quella medesima simiglianza, conosciamo noi le cose che sono state e
sono e saranno; e conosciamo il nostro bene e il nostro male; e sapiamo
guadagnare e vivere e lavorare; e sapiamo tutto l'altre criature pigliare
al nostro servigio, travagliare e aoperare. L'altre creature che Idio
fece, che non sono alla sua simiglianza, non ànno già podere di questo
fare che noi facciamo. Noi non dobiamo comandare, nè dire che noi fossimo
altressì savi nè altressì forti come Idio: ciò non possiamo noi essere,
ch'egli è possente di tutto, e noi siamo servi, e egli è signore di tutto
lo mondo. Egli è più degno che 'l cielo; e tutte l'altre cose che sono e
saranno di lui muovono. Egli non ebe unque cominciamento, nè fine non
avrà. Però ch'egli volle enpiere la sedia degli angioli che caddono per lo
loro argoglio, ci à elli (454) fatti alla sua simiglianza; che di noi che
siamo alla sua simiglianza dee le sedie rienpiere; che altra criatura e
altra simiglianza che la sua, non sarebe degna d'entrare nella sua
conpagnia. Ma noi v'enterremo, cioè quelli che degni saranno, e gli suoi
comandamenti faranno.
(453) Per _poichè_; ma non trovo che in questo significato siasi adoperato
il _quant_, _quand_ dei Francesi.
(454) e àgli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XXXII.
_Lo re domanda e disse: lo sangue che diviene quando lo corpo è morta?
Sidrac risponde:_
Iddio fece lo sangue d'acqua e lo corpo di terra; che altressì come
l'acqua abevera la terra e la mantiene, altressì lo corpo abeverato è
mantenuto (455). L'anima mantiene lo corpo, e l'anima per lo suo calore
iscalda lo sangue e lo corpo. Quando lo sangue perde lo suo calore
dell'anima, si torna alla sua natura in acqua; e di questa acqua bee il
corpo, ch'è della natura della terra, altressì il bee come la terra
l'acqua; e allora, quando lo corpo l'à bevuta, egli la scaglia (456), e
diventa nulla. L'anima non puote essere sanza lo sangue, e 'l sangue sanza
l'anima al corpo.
(455) Meglio nel C. R. 1.: altresì el sangue abevera l'uomo e sostiene el
suo corpo.
(456) et cel aigue le cors la boit chi est de la nature de la terre, auci
le boit com la terre reboit l'aigue; adonc le prent le cors et le boit et
le chaille et devien neent C. F. R. — Vedesi che la _scaglia_ dovrebbe
essere trad. del fr. _le chaille_; ma mi pare evidentemente un errore. Sul
modo di correggerlo sto incerto assai, non vedendo quello che possa
significare il _chaille_ fr., e non parendomi ch'e' possa corregg. in
_echaille_. — Il C. R. 1. ha: quando el corpo bee el sangue elli cambia et
viene in niente.
Cap. XXXIII.
_Lo re domanda: che diviene lo fuoco quand'egli è spento? Sidrac
risponde:_
Lo fuoco escie del sole, e al sole ritorna quando egli è ispento. E
simigliantemente, quando noi vegiamo che il sole fa lo suo torno, pare che
si corichi, e tutto lo sprendore e lo calore che si spande sopra la terra
si ritrae a lui, egli dimora tuttavia sopra la terra, e da lui non si
parte; altressì il fuoco quando è spento e' si ritrae a quella medesima
regione del sole, cioè della sua natura; che tutti i fuochi e i calori del
mondo escono del sole e al sole ritornano.
Cap. XXXIV.
_Lo re domanda: perchè non si parte l'anima, quando il corpo perde la
metà del sangue e più? Sidrac risponde:_
Quando lo corpo perde la metà del suo sangue, lo caldo che è nell'anima,
che lo sangue mantiene, non perde già; che in quello poco sangue che vi
dimora, l'anima dimora in lui. Il sangue sostiene l'anima, e l'anima
sostiene il sangue e lo corpo: e l'uno de' due non puote stare al (457)
corpo solo. E quello poco sangue che rimane al corpo sostiene l'anima,
altressì come uno piccolo lucignolo sostiene uno molto bello fuoco; e
quando lo lucignolo falla, il fuoco viene meno e si spegne e si parte; che
il sangue si è lo lucignolo, e il fuoco si è l'anima. Quando lo corpo non
perde il sangue e muore di malattia, l'anima consuma; e allora parte l'uno
dall'altro, altressì come lo lucignolo è al fuoco, èe tutto consumato e
diviene nulla. Il fuoco ne va al sole, che è di sua natura; altressì
diviene dell'anima e del sangue: l'anima si ritrae a Dio, al suo
comandamento; e per la lena che di bocca gli uscie (di quella lena gli
donò l'anima), altressì si ritrae al suo comandamento; e ella aventa,
secondo ch'ell'avrà servito in questo secolo (458).
(457) lo C. L. — Abb. corr. cogli altri Codd.
(458) Nel C. F. R. leggesi: „auci se retrait ele a son comandement, et per
cel comandement elle aura, seguont ce che elle aura deservi en cest
siecle.„ Notisi il _seguont_ (segont, selon) di cui nota il _Burguy_
trovarsi rari esempi nella lingua d'oïl, se non nelle provincie prossime
alla lingua d'oc. — Nel C. L. sia scritto: altressì ritrae. — Abbiamo
aggiunto il _si_ sulla scorta del Francese. — Di _aventare_ reca un solo
esempio la Crusca, nel senso di _crescere_, _allignare_. Ma noi crediamo
che il nostro _aventa_ abbia piuttosto il significato dell'_avantar_
provenzale, _avvantaggiare_, _avere vantaggio_ (esse potiori conditione):
l'anima si avvantaggia, si nobilita, secondo i proprii meriti. Nel
C. R. 1.: e per quello comandamento avrà secondo l'uopara k'avarà servito
in questo mondo.
Cap. XXXV.
_Lo re domanda: di qual natura è 'l corpo e di quale conpressione?
Sidrac risponde:_
Lo corpo è della natura della terra e di fredda conpressione; e si è facto
di quattro elimenti: che della terra à egli la carne, e dell'acqua lo
sangue, e dell'aria l'anima, e del fuoco calore. La carne, che è fatta di
terra, è fredda; lo sangue, che è facto d'acqua, si è freddo; l'anima,
ch'è fatta d'aria, si è calda, che ciascuna torna alla sua natura. Il
calore che è della lena di Dio, si è l'anima, che la lena si è di due
cose: aria e calore (459). E quello calore che a l'anima (460) dà la lena
di Dio, si abita al sangue, e per diritta natura inforza (461) il sangue e
lo scalda. Et elli scalda (462) l'altre cose che sono al corpo, e si fa
gli omori neri e gialli, per la natura del sole, caldi essere.
(459) el calore ke ella avia da Dio è anima di natura; di natura si è
calda, kè alena si è due cose: aiere e calore C. R. 1.
(460) che è anima C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(461) isforza C. L. e C. R. 2. — Abb. corr. col C. R. 1., e col C. F. R.
che ha _esforce_, da _esforcer_, fortificare, rendere più forte.
_Isforzare_, trad. letter. di _esforcer_, non ha in ital. questo
significato.
(462) Abb. aggiunto _et elli scalda_, dal C. R. 1.
Cap. XXXVI.
_Lo re domanda: l'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o sono
facte ciascuno giorno (463)? Sidrac risponde:_
Dio fece tutte quelle cose che essere doveano dal cominciamento del mondo
a una volta (464), e tutte le cose fece insieme; che iscritto è che allora
fece tutte le cose che erano a venire; ma egli le divise poi di (465)
diverse maniere. Che altressì come lo comandamento fue dal cominciamento
del mondo, che, tante creature nasciessero, tante anime fossero facte a
una volta dal cominciamento del mondo, che incontanente fue lo suo
comandamento adenpiuto. Però diciamo noi che infino allora furono conpiute
tutte le cose che essere doveano in questo secolo, infino allora che 'l
suo comandamento fu fatto. Non credete già che ciascuna criatura che
nascie (466), che Idio in quell'ora comandi lo suo nascimento; anzi è il
suo nascimento (467) comandato dal cominciamento del mondo; chè 'l buono
signore a una volta suo comandamento e volontà à compiuto, insiememente
come leale justizia, ch'è ordinata e scripta sempre mai a tucti (468).
(463) o sono facte di dì in dì C. R. 2.
(464) a l'octa C. R. 1.
(465) in C. R. 1. e C. R. 2.
(466) nascesse C. L. — Abb. corr. coi Codd. R. 1 e R. 2.
(467) sua nascenza C. R. 1.
(468) Nel C. L. e nel C. R. 2. questo periodo è molto confuso e senza
senso. Al C. F. R. manca. Noi abbiamo per conseguenza adottata la lez. del
C. R. 1., sebbene assai oscura anch'essa.
Cap. XXXVII.
_Lo re domanda: quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono
avere (469) nulla scusa? Sidrac risponde:_
Tutti quelli che non conoscono Idio, Idio non conoscie loro; e tutti
quelli che non vogliono conosciere Dio (470) nè per fede nè per ley (471)
nè per opere, quelli saranno dannati colli suoi nemici per tutto tenpo. E
quelli che lui credono e non vogliono fare le sue opere (472), che
semplicemente intendono, come semplici uomini (473), se egli sono dannati,
elli sono più crudelmente tormentati, se inanzi la loro morte chegiono
perdono e merciede, e prometteranno che giammai peccato non faranno, e in
questa promessa attendono (474).
(469) Abb. agg. _avere_. Nel C. R. 1.: puote avere niuna scusatione.
(470) Abb. agg. _Dio_ dal C. R. 1.
(471) Parola schiettamente francese. Nel C. R. 1.: nè per leggi, nè per
fede, nè per uopera. — La stessa parola abbiamo trovata al cap. XX.
(472) suo comandamento C. R. 1.
(473) Intendi: coloro che hanno intelletto semplice.
(474) È evidente che il senso non torna. Correggasi dunque col C. R. 1.,
che va daccordo col francese: s'elli sono dampnati non sono duramente
tormentati; ma kelli ke bene conoscono e suoi comandamenti, e no li
vogliono fare, quelli sono duramenti tormentati, se prima ke muoiono non
si pentono, e promectano di giamai più non peccare, et kesta promessa
manterano.
Cap. XXXVIII.
_Lo re domanda: dèe l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di Dio?
Sidrac risponde:_
Idio à facto l'uomo naturalmente per lui servire, e fare lo suo
comandamento, e odiare lo suo nimico e lo nostro, cioè a intendere lo
diavolo e lo suo ingegno. E simigliantemente (475), come noi abiamo e
volemo avere signoria, e essere serviti da tutte l'altre criature che
Iddio fece, altressì vuole Iddio che è tutto possente avere servigio da
noi, e che noi gli crediamo e adoriamo, che noi dobiamo avere grande amore
in Dio lo creatore, e grande odio al diavolo.
(475) e essere simigliantemente C. L. — Abb. soppresso _essere_ sulla
scorta de' Codd. R. 2, e F. R.
Cap. XXXIX.
_Lo re domanda: perchè è chiamata morte? Sidrac risponde:_
Le morte non è chiamata morte a quelli che trapassano di questo secolo,
anzi è chiamata trapassamento; che quegli che muoiono in questo secolo, e
pare che muoiano, non fanno (476), anzi trapassano di questo secolo
nell'altro. Quelli che non credono in loro criatore, e sono fuori del suo
comandamento, quelli muoiono, e a cotal gente vale molto la morte, se
avere la potessono, perch'egli domanderanno la morte, e la morte loro
fuggirà. Quando verrà la seconda volta lo figliuolo di Dio a giudicare lo
mondo, i buoni e li malvagi risuciteranno; i malvagi saranno col corpo e
coll'anima, siccom'egli sono in questo secolo, in pene; e gli buoni
trapasseranno. E non morranno già quelli che lo loro creatore conoscono. E
quelli che (477) lo suo comandamento non fanno, saranno messi nel più alto
inferno; egli vi dimoreranno sanza fine. E la seconda volta che 'l
figliuolo di Dio verrà per noi giudicare, i corpi de' buoni ritorneranno
coll'anime in (478) gloria di vita eterna, nella conpagnia degli angioli,
che mai non averà fine.
(476) ma non muoiono C. R. 1.
(477) Abbiamo agg.: _E quelli che_; poichè altrimenti il senso non
torna. — Il C. R. 2. concorda col C. L.
(478) di C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XL.
_Lo re domanda: quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono?
Sidrac risponde:_
Due sono i secoli e due mondi: l'uno si è la grazia e la gloria di Dio, là
ove sono gli angioli e gli arcangioli, e là ove la buona generazione
d'Adamo monterà. L'altro secolo è lo 'nferno, là ove è lo diavolo, e le
tenebre sono e lo grandi pene. L'uno mondo è chiamato lo sole e la luna, e
lo giorno e la notte, e l'altre cose spirituali che a noi danno lo lume, e
noi servono in questo secolo. L'altro mondo si è quello che noi vegiamo e
che noi tocchiamo corporalmente; l'altro, che tutto inghiotte nostro
ventre e tutto consuma, cioè mondo corporale, èe il mondano secolo, buono
o rio (479).
(479) Nel T. F. P.: L'aultre est ce que nous mangons et touchons
corporellemente; ce de quoy nous vivons en la terre, qui tout engloutte en
nostre ventre, qui tout consumme, c'est le mond corporel.
Cap. XLI.
_Lo re domanda: Idio è di grande guidardone? Sidrac risponde:_
Niuna anima non potrebe pensare nè dire nè 'l bene nè l'amore nè 'l
guidardone (480), che Idio dae a quelli che in Dio (481) credono e lo suo
comandamento fanno. E non domanda loro altro che questa piccola cosa,
ch'egli faccino il bene e lascino lo male. Egli gl'innorerà (482) cogli
suoi angioli; e poichè gli angioli sono spiriti tanto solamente (483), i
buoni, quando il suo comandamento faranno, egli gli metterà in cielo col
corpo e collo spirito; e per loro manderà il suo figliuolo in terra a
liberragli, e per loro si lascierà morire. Questo è grande guiderdone alli
suoi amici. Chi è quelli che per li suoi amici lascierebe il suo figliuolo
morire? Sapiate di verità che Idio lo farà per li suoi amici, e sapiate
che ciò sarà, e sarà grande guidardone che Idio loro farà; che niuna anima
potrebe pensare lo bene nè l'amore nè il guiderdone che Iddio darà ai
buoni.
(480) ne bene nell'amore del guidardone C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.,
che concorda perfettamente col C. F. R.
(481) da quelli che in Dio C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(482) Per _onorerà_, come in parecchi esempi citati dalla Crusca.
(483) Per _solamente_, come nel Boccaccio: „essendo contento d'avervi
tanto solamente ricordato,„ ec. — Il C. F. R. ha: tant solement.
Cap. XLII.
_Lo re domanda: le gienerazioni che saranno al tenpo del figliuolo di
Dio, saranno egli credenti a lui tutti comunemente? Sidrac risponde:_
Tutti saranno credenti alla sua fede, cioè (484) a 'ntendere del suo
popolo. Ma egli saranno di diverse maniere di linguaggi (485); e l'uno
avrà più stretto comandamento che l'altro (486); che quello che il
figliuolo di Dio comanderà al suo popolo sarà tutto uno; e quello (487)
che li suoi dodici ministri comanderanno, sarà quello ch'egli avrà
comandato della sua bocca. Ma gli altri che verranno apresso, saranno in
luogo di ministri (488), vedranno la fragilità della fievole carne della
gente, e allora faranno uno comandamento più leggiero, ch'egli ànno il
podere di ciò fare, dal podere di Dio e de' suoi ministri. Ma ciascuna
delle nazioni crederà essere migliore l'una che l'altra, al loro parere;
ma tutti saranno come in uno grande giardino, ove avrà molti albori, e
l'albero che più renderà al giardino, lo giardiniero più l'ama e più lo
'nnacqua e tienlo più caro (489). Simigliantemente saranno tutte le
nazioni e le generazioni che crederanno nel figliuolo di Dio vivo, e lo
suo comandamento (490): quelli che più fermamente terrà sua fede e suo
comandamento, quelli sarà più presso di lui in cielo e in gloria.
(484) acciò C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(485) ligniagi C. R. 2.
(486) che la loro C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: des
autres.
(487) quegli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(488) meglio il C. F. R.: et seront en leu des ministres.
(489) Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come più corretta di quella del
C. L. Dobbiamo però avvertire che in esso C. R. 2. si legge, invece di _lo
giardiniero_, _lo giardino_, che a noi è parso errore da potersi senza
esitanza correggere, sull'autorità del C. F. R. che ha _jardinier_.
(490) ed al suo comandamento C. R. 2.
Cap. XLIII.
_Lo re domanda: che comandamento farà Iddio al suo popolo? Sidrac
risponde:_
Iddio comandò al suo popolo amore e giustizia, e che l'uomo non faccia a
niuno quello che non volesse che l'uomo faccia a lui (491). Che per
l'amore di Dio che à in Adamo (492), egli manderà il suo figliuolo in
terra a morire, per lui diliberare; e per l'amore che 'l figliuolo di Dio
avrà in lui, si lascieranno molti morire per diversi tormenti, per andare
nella sua compagnia in cielo. Per l'amore e per la povertà e per
l'astinenzia, andranno egli in cielo nella sua gloria: che chi àe buono
amore in Dio, egli à buono amore in sè medesimo; chi à la povertà (493) e
la sofferenza e l'astinenzia in lui, egli à l'amore di Dio in lui.
(491) Migliore la lez. del C. R. 2.: Idio comanda al suo populo timore e
giustizia e astinenzia, e che l'omo non faccia a nullo quello che non
volesse che fosse fatto a lui.
(492) che Dio àe in Adamo C. R. 2.
(493) punta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XLIV.
_Lo re domanda: qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e
la più degna e la più bella? Sidrac risponde:_
L'anima è la più degnia cosa del mondo, e la più bella e la più benedetta;
chè la buona anima è più bella e più isplendiente che 'l sole, e più
degnia che niuna altra cosa che Idio abia fatta in terra; ch'ella è fatta
della lena di Dio; e sì sono stabiliti gli angioli per lei
isguardare (494); e si istà inanzi a Dio a faccia a faccia, e è la più
sicura cosa (495) che Idio abia fatta; ch'ella è buona, e sicura ch'ella
sarà della conpagnia di Dio, nella sua gloria, tra gli agnoli, e non avrà
mai fine, nè fame nè freddo nè caldo nè male nè dolore nè tristizia nè
invidia nè cupidigia, ma tutto giorno gioia (496) e letizia delle sue
benedizioni. L'anima è la più benedetta cosa che Idio abia fatta; chè egli
benedisse tutte le cose per lei servire. La benedizione è sì grandissima,
che, se ella entrasse in una pietra, ella parlerebbe. Ella sarà benedetta
per lo figliuolo di Dio, per tutti i tenpi, quando egli verrà la seconda
volta a giudicare lo mondo, cioè a sapere alla fine del mondo, che
giudicherà i buoni e' rei.
(494) Il C. F. R. ha _garder_, che noi crederemmo usato qui nel senso di
_proteggere_. Potrebb'essere che il testo francese da cui fu tradotto il
nostro avesse _esgardeir_, _esguarder_, che fu adoperato per
_consigliare_.
(495) Abbiamo agg. _cosa_ da' codd. R. 2 e F. R.
(496) e tutto giorno è gioia C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.:
mais tous iors ioie, ec.
Cap. XLV.
_Lo re domanda: qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e
la più maledetta e la più paurosa? Sidrac risponde:_
L'anima ria è la più laida cosa che Idio facesse, e la più orribile cosa
che sia; che, chi la ria anima potesse vedere, egli avrebe paura di lei.
Ella si è la casa del diavolo; e si è sì puzzolente, che gli angioli nolla
possono sofferire a vedere nè udire. E sta ella tutto giorno in grande
paura d'avere maggiore pene che non à; e si sarà tormentata, nella
conpagnia del diavolo, di sua maladizione. Ella è la più maladetta cosa
che Idio abia fatta, che ella sarà maladetta dal figliuolo di Dio, al dì
del giudicio, inanzi gli angioli e inanzi gli arcangioli e tutte l'altre
buone anime, che tutte avranno allegreza del suo male.
Cap. XLVI.
_Lo re domanda: le buone anime non avranno duolo del male delle rie
anime? Sidrac risponde:_
In verità vi dico che le buone anime saranno nella volontà di Dio, e a
tutti piacerà lo suo giudicamento degli suoi nimici, e ched egli si
vendichi (497) di tutti coloro che sono istati contra lui; chè egli è
diritto, e lo suo giudicamento si è diritto e leale. E quando le
buone (498) anime vedranno che (499) Idio l'avrà giudicate in pene, elle
si diletteranno di vederle, altressì come noi ci dilettiamo di vedere i
pesci nell'acqua.
(497) e ch'egli si vendica C. L. — Abb. pref. le lez. del C. R. 2.
(498) rie C. L. — Abb. creduto di dover preferire la lez. del C. R. 2.,
anche per l'autorità del C. F. R. che ha: quant les bones armes.
(499) Meglio il C. F. R.: veront les felons.
Cap. XLVII.
_Lo re domanda: che vale meglio o la santà o la malizia? Sidrac
risponde:_
Degna cosa è la sanità dell'anima che è pura e netta, e quella anima sarà
nella conpagnia del cielo (500). Altressì come uno cavaliere che è forte e
prode e è valente, e fosse della vostra masnada, e voi andasti in
battaglia, bene vorresti ch'egli fosse della vostra conpagnia; e se egli
fosse malato e fievole e debole, voi non vorresti che egli fosse presso a
voi; simigliantemente (501) della sanità e della malizia; che sanità varrà
meglio che malizia all'anima. Che l'anima ch'è malata, cioè di peccato,
quella anima è della conpagnia del diavolo; e Dio non vuole che s'acosti a
lui, se di quella malizia non guariscie. La sana, ch'è sanza peccato,
vuole egli bene che sia apresso di lui. Eziandio al corpo vale meglio la
sanità che la malizia, a coloro che la sanità e la forza usano bene per
loro e per altrui. Gli rei, che lo bene non vogliono fare e fanno lo male,
la malizia al corpo loro vale meglio che la santà; chè, per la fievoleza
del corpo e della malizia, si ritragono di mal fare; e gli buoni non ànno
briga delle loro rie opere, ch'egli fanno.
(500) Così hanno i due Codd. L. e R. 2. Ma la lez. è senza forse errata, e
a corregg. giova riferire il testo del C. F. R. che ha: car l'arme chi est
saine, elle est nete et pure; et celle arme sera en la compagnie Deu.
_Chi_ corr. _ki_. — E del pari ha il C. R. 1.: „Dengna cosa è la sanità
dell'anima; imperciò ke l'anima k'è sana e necta, quella cotale anima
saràe de la conpagnia di Dio.„ Ed esso C. R. 1. seguita: E l'anima k'ene
amalata si è de la compagnia del diavolo; e Dio non vuole ke s'apressi a
lui, se di chel male non guarisse.
(501) simigliantemente è C. R. 2.
Cap. XLVIII.
_Lo re domanda: che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? Sidrac
risponde:_
Iddio à donato a ciascuna uno reame (502) a guardare e a governare; s'ella
lo governa bene, quello reame che Idio l'à donato a guardia, ella sarà
coronata e posta a sedere nella sedia reale (503), a grande allegreza e
con grande laude, innanzi a Dio; e Idio gli dirà: amico, vieni inanzi, e
ricevi la corona ch'io t'ò serbata, che l'ài bene lealmente guadagnata, e
tu se' degna di questa corona portare. Lo reame è lo bene che 'l corpo fa;
lo corpo è questo secolo, e la buona credenza che l'uomo à nel suo
creatore, e a fare il suo comandamento (504). Che ciò che l'anima vuole,
lo corpo fa alla sua volontà (505), che l'anima è lo re, e lo corpo è lo
reame e lo comandamento di Dio. E se l'anima non governa bene lo reame che
Idio l'à donato in guardia, ella sarà nel mal fuoco gittata; e però
dobiamo noi lasciare l'opere del diavolo, e fare quelle del nostro
criatore che ci à fatti, e fare i suoi comandamenti. E chi avesse uno suo
grande amico, che gli facesse uno grande benefacto per lui, conciosia cosa
ch'egli non sia di suo prode, anzi di suo travaglio, egli lo farebe
volentieri per colui che bene gli fa (506). Dunque diricto è che noi
crediamo il nostro criatore, e che noi facciamo i suoi comandamenti, che
egli ci darà signoria sopra tutte le cose del mondo; e non ci comanda
nullo travaglio, se non che noi lo crediamo, e che noi l'amiamo, e che noi
non facciamo male per lo suo amore. Sappiate che quegli che verranno
dietro a noi, egli saranno credenti in Dio. Loro domanderà più ch'egli non
fa ora a noi; e saranno chiamati il popolo del figliuolo di Dio, lo
veracie profeta. Egli a loro domanderà più che a noi, nè a coloro che
inanzi a loro verranno; e più loro domanderà, chè lo servigio sarà
più (507).
(502) regname C. R. 1.
(503) assettata in sedio di re C. R. 1.
(504) Abb. corretto questo periodo coll'aiuto del C. R. 2., del C. R. 1. e
del C. F. R. Altri veda se abbiamo errato. Ecco le tre lezioni: Lo reame e
ello bene che 'l corpo fa lo corpo e in questo secolo la buona credenza
che l'uomo à nel suo creatore e facto il suo comandamento C. L. — Lo reame
è lo bene che lo corpo fa lo corpo è questo secolo la buona credensa che
l'uomo àe nel suo creatore àe fatto il suo comandamento C. R. 2. — Lo
reame si è el corpo e 'l ben fare ke l'omo fa in chesto secolo e la buona
guardia C. R. 1.— Le royaume est le cors afait en ceste secle et la bone
garde et la bone creance che l'om a à son creator et à fair son
comandement C. F. R. — _Afait_ potrebbe essere errore per _afaitié_,
_afetié_, poli, ajusté, da _afaiter_, orner, parer ec.
(505) che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb.
corr. col C. R. 2.
(506) Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il
C. R. 2., conforme al C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che gli
facesse grande bene, e lo suo amico lo pregasse ch'elli facesse uno grande
fatto per lui, conciosiacosa ch'elli non sia di suo prò, anzi di suo
travaglio, egli lo farebbe volentieri per colui che bene gli
fa. — _Conciosiacosachè_ è traduz. erronea di _ja soit ce que_, sebbene,
abbenchè. Meglio degli altri poi ha il C. R. 1.: Unde ki avesse uno buono
amico, e pregasselo ke facesse uno gran facto per lui, avenga ke non fusse
sua utilità, anzi fusse in suo affanno, elli lo farebbe volentieri, per
colui ke ben li fae; molto magiormente ec.
(507) e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a
costoro domandarà più k'a noi e che a quelli ke apresso noi veranno, ke la
comandigia sarà più grande C. R. 1. — Di _comandigia_ non reca che un
esempio solo la Crusca.
Cap. XLIX.
_Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:_
La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di
guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio
e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse
di queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio (508), si
aviene (509) per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se
egli mangia buone vivande (510), sì gli viene buono sangue, che gli
rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male
vivande e di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio
omore, e vanno intorno al cuore e lo rinfebiliscono (511), e faglielo
grave, e allora si cruccia. E simigliantemente aviene del male olore,
ch'egli l'amena al cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.
(508) cioè della gioia e del cruccio C. R. 2.
(509) se li aviene C. R. 2.
(510) buone vivande e umide C. R. 2.
(511) infievoliscono C. R. 2. — Abbiamo lasciato _rinfebiliscono_ perchè
lo crediamo traduzione di _afebloient_ (da _afebloir_). Il presente
capitolo manca al C. F. R., quindi non possiamo sapere quale fosse la
parola francese corrispondente a _rinfebiliscono_. È noto che la Crusca
registra _infiebolire_ e _infiebolito_.
Cap. L.
_Lo re domanda: dopo lo tenpo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo
averà istolomia (512) nel mondo per insegnare? Sidrac risponde:_
Quando lo figliuolo di Dio monterà in cielo, si lascierà lo suo podere a'
suoi XII apostoli, e quelli istabiliranno una casa che sarà chiamata dello
figliuolo di Dio (513). Dopo loro verranno gli altri, che tuttavia lo
comandamento loro seguiteranno uno grande tenpo, e saranno i primi che al
figliuolo di Dio avranno creduto, e saranno di grande podere e di grande
ricchezze e signoria; e poi diventeranno fievoli nella credenza del
figliuolo di Dio e ne' suoi comandamenti, i quali avranno istabiliti i
dodici apostoli; e non si vorranno amendare delle loro rie opere. Iddio
per loro peccato gli distruggierà. Quelli saranno dell'arte della
stolomia (514), perch'elli saranno molti savi e di grande provedenza.
(512) istrologhi C. R. 2. — estronomen C. F. R. — Crediamo che sia da
correggere _istrolomia_. — Il prov. ha: _estrolomia_; e più sotto
_strolomia_ ha il C. R. 2.
(513) una casa che sarà chiamata lo figliuolo di Dio C. L. — e quelli
stabiliranno uno che sarà chiamato lo figliuolo di Dio C. R. 2. — Lezioni
erronee ambedue. Noi abbiamo creduto di ristabilire rettamente il senso,
correggendo _dello figliuolo di Dio_, sull'autorità del testo francese:
une sainte maison che sera apelée la maison dou fis de Deu; e del
C. R. 1.: che sarà apellata la magione di Dio.
(514) Il C. R. 1. ha qui: astralumia.
Cap. LI. (515)
_Lo re domanda: chi bene nè male non fa è menato a peccato? Sidrac
risponde:_
Lo principe (516) de' ministri del figliuolo di Dio quelli
l'acomanderà (517) a uno buono uomo che avrà nome Pietro (518); e dall'uno
a l'altro sarà comandato (519), insino alla venuta del falso profeta che
tutto il mondo divorerà; quelli sarà figliuolo del diavolo. Dopo la venuta
del figliuolo di Dio M anni, crescerà peccato al mondo, fra 'l suo popolo,
contra la fede, e sarà mescolato (520) tra' buoni, come i' loglio (521)
tra 'l grano (522). E dopo lungo tenpo nascieranno due grandi
colonne (523), che la fede di Cristo accrescieranno; e i miscredenti, che
tra' buoni saranno, distrugeranno. L'una delle due colonne saranno
apellate frati minori, e gli altri fratri predicatori (524); e saranno
molto temuti per lo mondo, e povera gente saranno. I buoni gli ameranno e
onoreranno e temeranno, per lo bene che faranno, e per la fede ch'egli
acrescieranno; i rei gli temeranno, e onore e reverenza loro faranno, per
la paura ch'egli avranno di loro; che per la gente di quelle due
colonne (525) molti mali si lascieranno a fare, per la paura che i malvagi
avranno di loro; ch'egli saranno la spada e la forza della casa del
figliuolo di Dio, e aversari del diavolo di ninferno.
(515) Questo Cap. nel C. R. 2. e nel C. F. R. ha per titolo: _Lo palagio
del figliuolo di Dio a cui sarà accomandato quando elli verrà in terra_? E
questo titolo è necessario tener presente alla memoria, per intendere ciò
che segue.
(516) principio C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(517) lo comanderanno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(518) È curioso a notare che, mentre i due Codd. L. e R. 2. sono affatto
conformi al C. F. R., e il C. R. 1. è affatto diverso e nell'ordine e
nella dicitura e nella mole, qui esso C. R. 1. ha, invece di _Pietro,
padre de' padri_; e _pere des peres_ ha il C. F. R., mentre _Pietro_ ha
pure il C. R. 2., come il L.
(519) Per _accomandato_. _Comander_ franc. e _comandar_ prov. hanno il
senso il raccomandare.
(520) saranno anunziato C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. R. 2. ha:
e saranno amischiati.
(521) gramegna C. R. 1. — La Crusca non registra che _gramigna_ e
_gremigna_.
(522) Aggiunge il C. R. 1.: et sarano famati per loro risia patarini. — La
Crusca non registra _famato_, nè _risia_.
(523) Così hanno tutti i Codd.
(524) sarà chiamata la minore, l'altra l'amonestatore C. L. — Abb. corr.
col C. R. 1. Pare che il traduttore non intendesse la parola _amonesteors_
del testo francese, che vuol dire propriamente _consigliere_, da
_amonester_ (ad monitare) _consigliare_. — Il C. F. R. ha: amonesteors
prechors. _Prechor_ significa _predicatore_, da _precher_.
(525) che per quelle gente de le due colonne C. R. 1.
Cap. LII. (526)
_Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al
peccato. Sidrac risponde:_
Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia; che
se la bestia avesse iscienza in lei (527), farebe bene. Quelli che fa lo
peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa
fare (528), egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di
manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli
frutti, e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare,
egli fa male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci
morire; chè magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.
(526) Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a
questo Cap. il titolo che appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII.,
il titolo del LIV.; mentre doveva avere quello del LII.
(527) en soi C. P. R.
(528) Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo
possa fare.
Cap. LIII.
_Lo re domanda se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa.
Sidrac risponde:_
La signoria si è dal comandamento (529) di Dio; egli comanda in terra
giustizia; e se la giustizia non fosse tra le genti del popolo del
figliuolo di Dio, sarebe a maniera di pesci, che lo forte mangierebe lo
fievole, e lo grande lo piccolo (530). Tutte le giustizie debono esser
fatte (531) per giudicare i rei a diritto e a ragione, e a ciascuno dare
la sua ragione. Inanzi che lo figliuolo di Dio venga in terra, nascierà
uno re molto buono e credente a Dio e suo profeta (532); e dirae nella sua
profezia: benedetti sieno quelli che faranno giustizia, e che la
manteranno a tutti i tenpi. Se lo malvagio è preso in alcuna malvagia
opera, egli si die iudicare secondo sua uopera (533); e se lo signore
vuole avere merciè di lui, e perdonagli una volta, egli lo puote bene
fare; ma s'egli vi cade altra volta, egli è ben degno del suo
merito (534).
(529) se dal cominciamento C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., che concorda
col C. F. R.
(530) troppo cresciarebbero e malifatori, che li forti mangiarebero li
debili C. R. 1.
(531) Così ha pure il C. R. 2.; ma il C. R. 1.: tucta justizia dia essare
forte. — E il C. F. R.: toute justice doit estre fort.
(532) Qui, come in parentesi, sia scritto nel C. F. R.: _Roy Daniel_.
(533) Abb. corr. col C. R. 1. Il C. L. ha: è ispento e lealmente
judicare. — Ed errato è pure il C. R. 2.
(534) Tanto il nostro che il C. R. 2. hanno: degno del suo merito. — Ed
eccone la spiegazione. Nel C. F. R. sta scritto: il est bien dignes de sa
deserte avoir. — E siccome _deserte_ avea il significato di _merito_ e di
_ricompensa_, il traduttore ha scambiato l'uno coll'altra. Ed infatti il
C. R. 1. ha: è degno di ricievare guidardone di sua uopera. — Vale a dire,
è degno di avere la sua ricompensa, la ricompensa di avere perdonato la
seconda volta.
Cap. LIV.
_Lo re domanda: de' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici?
Sidrac risponde:_
Buono e rio (535). Se gli tuoi parenti sono buone genti, e sono disagiate,
e ànno perduto lo loro per disaventura, loro dei ben fare e consigliare e
atare. E se i tuoi parenti e i tuoi amici sono rei, e perdono in male, per
la loro volontade, grande malfatto fae chi fa bene loro, e tutto si perde;
altressì come uno grande ciero di bella ciera, accieso inanzi a uno uomo
cieco, che non vedesse lume, o come la candela allo lume del sole, ch'ella
non à nullo valore. Simigliantemente aviene de' rei uomini, che si perde
tutto, siccome la cera inanzi al cieco, e la candela inanzi al sole.
(535) Egli ene bene e si è male C. R. 1.
Cap. LV.
_Lo re domanda che cosa è gentileza. Sidrac risponde:_
Gentileza è podere e largheza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo.
Quelli che à più di podere è più gentile. E si à anche altre gentileze.
L'uomo che àe grande podere e è villano del suo corpo, sapiate che quelli
non è gentile, anzi è ricco. Uomo di podere e savio e cortese e di buona
aria (536) e bene insegnato (537), quelli puot'essere chiamato gentile
uomo; che tutti siamo d'Adamo e d'Eva venuti, e fummo dal cominciamento
del mondo; e quelli che à magior podere, e meglio insegnato, e più beni
sono in lui, questi è gentile uomo.
(536) dibuonaire C. R. 1. — _De bon aire_ si disse nell'ant. fr. per _di
buona indole_; onde poi _debonaire_, per buono, dolce, affabile. Anche il
prov. ha _de bon ayre_, ma non l'aggettivo _debonnaire_, rimasto
esclusivamente al francese.
(537) Nell'ant. fr. trovasi adoperato come sostantivo il part. pass. del
vb. _enseigner_, _enseigné_, nel senso di _dotto_, _sapiente_. E il trad.,
avendo trovato _enseigné_ ha voltato in ital. _insegnato_. _Insegnato_
registra la Crusca per _ammaestrato_, e per _accostumato_, _scienziato_,
dicendo di quest'ultimo significato, ch'è _maniera antica che viene dal
Provenzale_.
Cap. LVI.
_Lo re domanda: come fa freddo quando il tenpo è chiaro? Sidrac
risponde:_
Quando lo tenpo è chiaro e l'aria è pura e chiara, lo freddore (538)
isciende dall'aria in terra, e caccia con travaglio (539) in terra lo
calore. E quando l'aria è turbata (540) lo freddo non può venire giuso
alla terra, lo calore della terra monta di sopra, e lo caldo viene; cioè a
sapere lo calore del sole si de' intendere che scalda la terra di notte,
quando fa lo suo torno.
(538) splendore C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del
C. F. R. che ha: la freidor. Vogliamo notare che _freidor_ è parola
schiettamente provenzale. Il franc. ha _froit_, _freit_, _froideur_,
_froidour_.
(539) Il C. L. ha: con travale (_travail_, franc.). — Abb. corr. col
C. R. 2.
(540) Tutto ciò che segue di questo Cap. è tratto dal C. R. 2., essendo la
lez. del nostro stranamente confusa ed errata.
Cap. LVII.
_Lo re domanda: puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi
per neuno segno? Sidrac risponde (541):_
Li buoni uomini ànno allegri volti, quando egli ànno buona
coscientia (542), e sono sicuri della perdurabile (543) vita; e li loro
occhi sono isprendenti, e le menti sono molto misur
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