Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
by J.-C.-L. Simonde de Sismondi · Italian · Gutenberg #44170 · 722,683 chars · public domain (US)
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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Author: J.-C.-L. Simonde de Sismondi
Release date: November 12, 2013 [eBook #44170]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO, V. 13 (OF 16) ***
STORIA DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
_Traduzione dal francese._
_TOMO XIII._
ITALIA
1819.
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO XCIX.
_Negoziazioni di Lodovico XII in Italia. — Continuazione della
guerra di Pisa; questa città, abbandonata dai Veneziani,
continua a difendersi. — I Francesi conquistano il ducato di
Milano. — Lodovico Sforza vi rientra dopo cinque mesi, ma per
tradimento degli Svizzeri è fatto prigioniere a Novara._
1498 = 1500.
Nell'istante in cui il Savonarola, abbandonato dal favore popolare,
vedeva cambiarsi in accuse contro di lui quelle rivelazioni con cui
aveva in Firenze pasciuti i suoi seguaci, pareva che la più importante
sua profezia avesse adesso compimento. Aveva predetto a Carlo VIII che
Dio lo aveva scelto per liberare l'Italia dai suoi tiranni e per
riformare la Chiesa; dopo ciò mai non aveva lasciato di rimproverargli a
nome del cielo irritato la lentezza sua nell'esecuzione di questa
grand'opera, e di minacciargli un esemplare gastigo. Il Savonarola aveva
cercato di far risguardare come principio di tale gastigo la successiva
morte di due delfini, che Carlo VIII perdette in tenera età; ma un nuovo
gastigo, diceva egli, minacciava tuttavia il monarca abbandonato in
preda ai piaceri, e nello stesso giorno in cui doveva fare sulla piazza
di Firenze la terribile prova della sua dottrina, mandando il suo
discepolo, Domenico Buonvicini, in mezzo alle fiamme, il 7 aprile del
1498, vigilia della domenica delle Palme, Carlo VIII fu colpito da
apoplessia nel suo palazzo d'Amboise, e non si potendo trasportare fuori
della galleria in cui allora si trovava, passaggio lordo d'immondezze ed
il più _indecente luogo di quel palazzo_, dice il Comines, fu steso
sopra un letto di paglia, ove morì entro nove ore[1].
[1] _Mém. de Comines, l. VIII, c. XXV, p. 431. — Fr. Belcarii Com.
Rer. Gall., l. VII, p. 213. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 187. —
Arn. Ferronii Burd., l. II, p. 32._
Carlo VIII non lasciava figli, e la sua corona passava al duca d'Orleans
il più vicino principe del sangue. Era questi nato a Blois, il 27 di
giugno del 1462; era figlio di Carlo, nipote di Lodovico, lo sposo di
Valentina Visconti e pronipote di Carlo V. Questo principe quantunque
genero di Lodovico XI, ed il più prossimo erede del trono aveva passati
i suoi giorni fra le sciagure; si era più volte fatto capo dei partiti
malcontenti della Francia, aveva a vicenda sofferti i mali della
prigionia e dell'esilio, ed aveva dalla fortuna avuta la sola
educazione, che possa far conoscere ai re la condizione degli altri
uomini. Era giunto ai trentasei anni quando salì sul trono sotto il nome
di Lodovico XII, e sebbene non fosse provveduto di una mente assai vasta
e capace di lunga applicazione, sebbene avesse manifestata la propria
debolezza col continuato bisogno di un favorito; non pertanto ispirava
agli stati limitrofi maggiore considerazione e timore assai che non
Carlo VIII, di cui ne avevano conosciuta l'instabilità e
l'inapplicazione[2].
[2] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 191._
Ma più che a tutt'altri, salendo sul trono Lodovico XII, poteva incutere
timore agl'Italiani. Egli aveva sempre cercato di far valere i diritti
sul ducato di Miliano di sua ava, Valentina Visconti. Affinchè questi
pretesi diritti fossero valutabili sarebbe stato necessario che la
sovranità di Milano stata fosse uno stato necessariamente ereditario di
padre in figli, e non già una signoria italiana, nella quale il diritto
del principe non aveva verun altro fondamento fuorchè il presunto
assenso del popolo; sarebbe stato inoltre necessario che questa eredità
potesse cadere in una femmina, lo che non era meno contrario al diritto
pubblico francese che all'italiano. Carlo, duca d'Orleans, padre di
Lodovico XII, ora prigioniero de' francesi, ora capo di parte nelle
guerre civili della Francia, non aveva potuto fare colle armi esperienza
de' suoi diritti, ed era morto lasciando suo figliuolo in età di tre
anni. Intanto Lodovico XI si era collegato cogli Sforza; Carlo VIII
aveva conservata la medesima alleanza, e lungi dall'appoggiare le
pretese di suo cugino sul ducato di Milano, allorchè fece l'impresa
d'Italia, aveva più che in tutt'altro riposte le sue speranze nell'ajuto
di Lodovico il Moro, figliuolo di Francesco Sforza. Dopo avere
sperimentata la mala fede di questo principe, non aveva pure valuto
privarlo d'ogni speranza di riconciliazione, mentre nello stesso tempo
si era invece dato a conoscere diffidente e geloso del duca d'Orleans,
allorchè questi, dimorando in Asti, aveva minacciato d'invadere il
Milanese. Ma montando sul trono Lodovico XII, non tardò a manifestare
l'intenzione di far valere le pretese che non gli si era permesso per
tanto tempo di mandare ad effetto. Al titolo di re di Francia aggiunse
quelli di duca di Milano e di re delle due Sicilie e di Gerusalemme, e
non dissimulò le sue intenzioni di sostenere questi titoli con tutte le
forze d'una potente monarchia[3].
[3] _Fr. Belcarii Com. Rer. Gal., l. VIII, p. 216._
Era di que' tempi l'Italia da tante passioni agitata, che questa seconda
invasione de' Francesi, la quale, dopo i mali prodotti dalla prima,
doveva essere da tutti temuta, nutriva per lo contrario le speranze di
molti potenti stati; di modo che prima d'intraprenderla Lodovico XII
trovò il mezzo di variare il sistema delle alleanze del suo
predecessore, e di guadagnarsi utili cooperatori per le meditate
conquiste.
La guerra di Pisa rimasta accesa, come una fiaccola destinata ad
eccitare un nuovo incendio, aveva più che ogni altra circostanza
contribuito a cambiare le inclinazioni de' diversi partiti. Aveva questa
guerra ruinati i Fiorentini, facendo loro provare tutta la mala fede di
Carlo VIII e de' suoi luogotenenti, e lasciando nel cuor loro vivissimo
rincrescimento di avere data fede alle promesse della Francia. La stessa
guerra, dopo di avere solleticate le speranze di Lodovico il Moro, più
non prometteva che ai suoi rivali il prezzo cui egli stesso aspirava.
Trovavasi per la seconda volta deluso dai propri calcoli, seguendo
quell'astuta politica di cui tanto si gloriava; ed omai cominciava a
desiderare un ravvicinamento coi Fiorentini per iscacciare di Pisa i
Veneziani, dopo avere in qualche modo posta egli medesimo questa città
nelle loro mani. Dall'altro canto i Veneziani, che si davano il vanto di
avere due volte salvato il Moro, erano così sdegnati di quella che
dicevano sua ingratitudine, che per vendicarsi di lui erano disposti a
commettere lo stesso errore ch'era stato così aspramente rimproverato al
Moro, ed a provocargli contro un antagonista di loro e di lui più
potente[4].
[4] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 193. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII,
p. 217._
Infatti non ebbero appena avviso della morte di Carlo VIII, che
ordinarono al segretario della loro repubblica, residente in Torino, di
recarsi alla corte del suo successore, il quale fu bentosto seguito da
tre ambasciatori, incaricati di scusarsi delle precedenti ostilità, e di
fargliele risguardare come una conseguenza di una contesa terminata
colla morte dell'ultimo re. Il papa, che circa lo stesso tempo aveva
determinato di sciogliere suo figlio, Cesare Borgia, dagli ordini sacri,
e di farlo passare dal grado di cardinale a quello di principe
temporale, colse dal canto suo con premura quest'occasione di eccitare
nuove guerre, e di vendere ad un possente alleato tutto l'appoggio della
sua temporale sovranità e tutte le grazie spirituali ch'erano in suo
arbitrio. Sapeva che il re di Francia aveva di lui bisogno per
soddisfare alle sue passioni ed alla sua politica; che, trovandosi da
vent'anni ammogliato con una figlia di Lodovico XI, che mai non aveva
amata, desiderava di fare da lei divorzio; che, da gran tempo avendo
concepita una calda passione per la vedova del suo predecessore,
desiderava di sposarla e di conservare con tal mezzo la Bretagna alla
Francia. Alessandro VI era il solo che potesse sanzionare questo
divorzio, e questa nuova unione; incaricò i suoi ambasciatori di farne
l'offerta al re di Francia, contando di vendere a caro prezzo lo
scandalo che con tale atto darebbe alla Cristianità. Dal canto loro i
Fiorentini mandarono ambasciatori a Lodovico XII per rinnovare l'antica
loro alleanza, e ricordargli tuttociò che avevano di fresco sofferto per
essersi conservati fedeli alla causa della Francia. Tutti questi
ambasciatori furono dal nuovo re egualmente ben accolti, e con tutti
aprì negoziazioni, ma con fermo proposito di non fare l'impresa d'Italia
senza avere preventivamente posti in sicuro i confini della Francia con
nuove convenzioni con tutti i suoi vicini[5].
[5] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 194. — Cron. Ven., t. XXIV, Rer.
Ital. p. 49. — Arn. Ferroni l. III, p. 36._
Infatti consacrò il primo anno del suo regno alle cure dell'interna
amministrazione de' suoi stati, ed alle negoziazioni esterne che
rimasero sepolte nel silenzio del gabinetto. Soltanto si potè conoscere
che quelle che manteneva col papa avevano avuto il felice risultamento
di ravvicinare strettamente le due corti, quando si vide Giorgio
d'Amboise, favorito di Lodovico XII ed arcivescovo di Roven, ricevere il
17 di settembre il cappello cardinalizio. Nel susseguente mese Cesare
Borgia rinunciò in pieno concistoro la romana porpora, protestando la
violenza fattagli da suo padre per farlo entrare negli ordini
ecclesiastici; partì in appresso alla volta della Francia per trattare a
nome di Alessandro intorno al divorzio del re. Poco mancò per altro che
per avere adoperata soverchia accortezza non perdesse il prezzo cui
sperava di vendere questa grazia. Pretese di non avere seco portata la
bolla del papa che annullava il precedente matrimonio di Lodovico, il
quale, avvisato dal vescovo di Cettes che la bolla era stata spedita,
invece di fare istanza perchè fosse a lui consegnata, il 12 dicembre del
1498 fece pronunciare dai giudici ecclesiastici da lui dipendenti la
sentenza di divorzio, e l'8 marzo del 1499 passò a seconde nozze con
Anna di Bretagna. Allora Cesare Borgia cercò di riconciliarsi col re, di
sottoscrivere il trattato che si andava tra di loro discutendo, e di
rimettergli la bolla di suo padre, ricevendo in ricompensa da Lodovico
il ducato di Valenza nel Delfinato, onde prese il titolo di duca
Valentino, invece di quello di cardinale vescovo di Valenza in Ispagna
che aveva fin allora portato. Ma egli più non perdonò al vescovo di
Cettes lo aver rivelato al re il suo segreto, e l'avergli fatto in pari
tempo conoscere, che quand'era spedita la bolla, sebbene a lui non
consegnata, la sua coscienza doveva essere pienamente tranquilla. Il
vescovo di Cettes morì poco dopo avvelenato dal Borgia[6].
[6] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 207. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 95. — Machiavelli frammenti stor., p. 127._ — Gli annali
ecclesiastici del Rainaldo, rispetto a questo divorzio ed in
particolare rispetto alle relative scandalose transazioni, sono
brevissimi; l'autore si ristringe a riferire il testo dello storico
francese Ferronio _ad an. 1498, § 4 e 5, t. XIX, p. 471_. Brevissimo
è pure il vescovo di Belcario. _Comm, Ber. Gall. l. VIII, p. 222. —
Fr. Ferroni Rer. Gall., l. III, p. 37._
Mentre che Lodovico XII formava in Italia nuove alleanze, e si
apparecchiava a portarvi le sue armi, in Toscana si continuava la
guerra. Questa aveva ricominciato intorno a Pisa in ottobre del 1497,
all'epoca in cui cessava l'armistizio stipulato dai re di Francia e di
Spagna, senza che per altro fino al maggio del 1498 producesse
avvenimenti di qualche importanza. In tale epoca i Pisani spedirono
Giacomo Savorgnano, capitano veneziano al loro soldo, nello stato di
Volterra per saccheggiarlo. Desso ritornava da questa spedizione alla
volta di Pisa, carico di bottino, con settecento cavalli e mille pedoni,
quando presso san Regolo fu attaccato dal conte Rinuccio da Marciano e
da Guglielmo de' Pazzi, generali dei Fiorentini. Il Savorgnano fu
sconfitto, ma, nel mentre che i vincitori stavano saccheggiando i suoi
equipaggi, furono attaccati da Tommaso Zeno, che giugneva allora da Pisa
con soli cento cinquanta cavalli, e che, trovandoli disordinati, liberò
i prigionieri, ricuperò il bottino, e fece grande uccisione dei
nemici[7]. In questo fatto i Fiorentini perdettero molta gente, e perchè
i loro generali reciprocamente s'incolpavano di questa disgrazia, il sei
di giugno la repubblica diede il comando delle sue forze ad un capo più
rinomato, ma la cui ambizione poteva inspirar loro maggiori timori: fu
questi Paolo Vitelli di città di Castello, il quale aveva opinione di
avere imparato nell'armata francese tuttociò che gli oltremontani
sapevano nell'arte della guerra[8]. La stessa disfatta consigliò
Lodovico il Moro a soccorrere efficacemente i Fiorentini, per impedire
che facessero la pace, acconsentendo che i Veneziani si stabilissero in
Pisa. Spedì loro tre cento alabardieri; prese al suo soldo in comune con
loro Gian Paolo Baglione, signore di Perugia, ed il signore di Piombino,
e loro sovvenne in diverse volte tre cento mila ducati[9].
[7] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 194. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.
248. — Machiavelli Fram. Stor., p. 71. — P. Bembi Ist. Ven., l. IV,
p. 73._
[8] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 87. — Cron. di Pisa di Jac.
Arrosti in Arch. Pis. MS. I vol. f. 206. — Machiavelli il principe,
c. XII, p. 285._
[9] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 195. — P. Bembi Stor. Ven., l. IV,
p. 75. — Cron. Ven., t. XXIV, p. 52._
I Veneziani tenevano in allora in Pisa sotto gli ordini di Marco
Martinengo quattrocento uomini d'armi, ottocento Stradioti e due mila
fanti. Non avevano fin allora incontrata difficoltà veruna nel far
giugnere rinforzi a quest'armata; ma il duca di Milano, scopertamente
abbracciando l'alleanza de' Fiorentini, chiuse il passo alle truppe
destinate contro di loro: inoltre persuase Giovanni Bentivoglio, signore
di Bologna, a fare lo stesso, ed il suo esempio fu seguito da Catarina
Sforza, madre di Ottaviano Riario, signore d'Imola e di Forlì, e dalla
repubblica di Lucca; così fu chiusa alle truppe veneziane la più diretta
strada a Pisa pel Ferrarese pel Modonese e per lo stato di Lucca: oltre
di che il duca di Milano si era incaricato di ridurre i Genovesi a non
accordare il passaggio ai nemici de' suoi alleati[10]; la strada di
Romagna sembrava egualmente chiusa dal Bentivoglio e dal Riario; ma
siccome questi piccoli principi potevano temere di compromettersi colla
potente repubblica di Venezia, i Fiorentini, per impedire che si
prendessero a ritroso i loro confini, vollero pure guadagnarsi la
neutralità di Siena, onde non avere verun vicino nemico. Sottoscrissero
una tregua di cinque anni con Pandolfo Petrucci, che col solo favore
della guarnigione di Siena, di cui era capitano, si usurpava la tirannia
di quella repubblica[11].
[10] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 179. — P. Bembi Ist. Ven., l. IV,
p. 74._
[11] _Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 104._
I Fiorentini, dopo di avere tolta ai Pisani ogni comunicazione coi loro
alleati, spedirono contro di loro Paolo Vitelli con forze superiori a
quelle comandate dal Martinengo, il quale fu malmenato assai in
un'imboscata presso Cascina; egli perciò abbandonò la campagna, ed il
Vitelli, avanzandosi lungo la destra riva dell'Arno, prese i castelli di
Buti, di Calcinaja, di Vico Pisano e la Vallata di Calci, che di tutto
il territorio Pisano è la più ricca contrada e la più facile a
difendersi, perchè fortificata dagli scoscendimenti dei monti di san
Giuliano e dalle acque del lago di Bientina[12].
[12] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 249. — Guicciardini, l. IV, p.
198. — Jac. Nardi, l. III, p. 88. — Cron. di Pisa di Jac. Arrosti,
f. 207._
I Veneziani, che avevano accolti i Pisani sotto la loro protezione,
avevano ad ogni modo determinato di non lasciarli privi de' loro
soccorsi. Vero è che non restava loro aperta veruna strada fino al
territorio pisano, ma quella non era chiusa che metteva ai confini di
Firenze. Il signore di Faenza aveva riconosciuta la loro protezione, e
non poteva loro ricusare il passaggio per Valle di Lamone da lui
dipendente. Carlo Orsini e Bartolommeo d'Alviano, partendo dalla Romagna
veneziana, giunsero per tale strada fino a Marradi, rocca assai forte
che loro chiudeva l'ingresso della Romagna toscana. Pietro e Giuliano
dei Medici, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro
patria, perchè speravano di rientrarvi col favore delle armate
straniere, erano passati nel campo de' Veneziani, ed avevano promesso ai
loro capi che troverebbero traditori fra i comandanti fiorentini de'
castelli dell'Appennino, non potendo essere che non si abbattessero in
qualche antico partigiano della loro famiglia. Infatti la terra di
Marradi, sotto la quale si presentarono in settembre, aprì loro le porte
senza resistenza; ma la rocca, chiamata Castiglione, che signoreggia e
chiude la via della Toscana, fu ostinatamente difesa da Dionigi Naldo,
con che si diede tempo ai Fiorentini di adunare su quel punto le truppe
destinate a proteggerli[13].
[13] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 202. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 251. — Jac. Nardi, l. III, p. 89._
Mentre che l'armata veneziana era trattenuta negli Appennini, quella de'
Fiorentini, comandata da Paolo Vitelli, proseguiva prosperamente le sue
operazioni contro Pisa, ed in sul cominciare d'ottobre conquistò
Librafratta[14]. I generali veneziani cercavano di penetrare
sollecitamente in Toscana per soccorrere i Pisani: tentavano tutte le
vie, ma tutte le trovavano chiuse da gagliarde rocche. All'ultimo un
piccolo signore feudatario, Ramberto di Sogliano, di un ramo cadetto
della casa Malatesta, aprì loro il castello da lui posseduto ai confini
tra lo stato d'Urbino ed il Casentino[15]; Bartolommeo d'Alviano
approfittò colla celerità sua propria del passaggio accordatogli. In una
sola notte, per la via di Sogliano, si recò da Cesena all'Abbazia di
Camaldoli, dove arrivò mentre i monaci cantavano il mattutino senza
credersi esposti a verun pericolo. Assicurano i monaci che san Romualdo,
fondatore del loro convento, li difese, e che fu veduto, finchè durò
l'assalto, lanciare con vigorosa mano mattoni contro gli assalitori. Per
lo contrario i Veneziani sostengono di essersi impadroniti del convento,
e certo è almeno che non trattenne l'Alviano[16]. Questi mandò
immediatamente, come venisse dai dieci della guerra, un falso avviso a
Bibbiena di apparecchiare l'alloggio per cinquanta cavalieri dell'armata
del Vitelli, e tenendo dietro immediatamente al messo, entrò in Bibbiena
il 15 di ottobre con cento uomini d'armi, prima che il paese sapesse
ch'egli aveva passati i confini, e fu ricevuto in quella terra murata
come capitano fiorentino. Lo seguiva da vicino il grosso dell'armata
veneziana, e Carlo Orsini assicurò con ottocento cavalli una conquista,
che l'Alviano doveva non meno all'inganno che alla sua intrepidezza[17].
[14] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 252. — Fr. Guicciardini, l. IV,
p. 203. — Machiavelli Frammenti Ist., p. 82. — P. Bembi Ist. Ven.,
l. IV, p. 77._
[15] _Ivi, p. 79._
[16] Lo stesso generale dei Camaldolesi, Pietro Delfino, attesta
questo miracolo, _Epis. 83, l. V, ap. Raynald. Ann. Eccl. 1498, § 9,
p. 471_. Vero è che egli non era presente, e che inoltre osserva a
_maggior conferma del fatto_, che la fede di questo miracolo era più
divulgata tra il popolo in ragione che più allontanavasi dalla
Toscana. — _P. Bembo, l. IV, p. 79. — An. Navagero, t. XXIII, p.
1216. — Mach. Framm. Stor., t. III, p. 124_, i quali riferiscono
questo avvenimento diversamente l'uno dall'altro.
[17] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 252. — Jac. Nardi, l. III, p. 90.
— Machiavelli Fram. Stor. p. 119. — Fr. Guicciardini, l. IV, p.
204._
Bartolommeo d'Alviano aveva sperato di spingere più oltre questi suoi
primi vantaggi, e di occupare senza grande difficoltà il castello di
Poppi, che in sua mano sarebbe diventato la chiave di Val d'Arno e
dell'Aretino, e gli avrebbe dato modo di scendere finalmente nelle
pianure della Toscana; ma Antonio Giacomini, uno de' più valorosi e
risoluti cittadini fiorentini, trovavasi in allora commissario a Poppi,
e fece andare a vuoto l'ardita intrapresa dell'Alviano[18].
[18] _Machiavelli Nature d'uomini fiorentini, t. III, p. 139, e
Fram. Stor., t. III, p. 121. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 253. —
Jac. Nardi, l. III, p. 91. — Marin Sanuto Ist. Ven., t. XXIV, p.
63._
L'autunno era di già innoltrato, e la guerra trovavasi trasportata nella
più aspra e più montuosa provincia della Toscana; paese sterile, chiuso
da strette gole, e le di cui montagne erano coperte di alte nevi. Paolo
Vitelli, premurosamente chiamatovi dai Fiorentini, e che non aveva
lasciato nella campagna di Pisa che le guarnigioni delle conquistate
fortezze, era altrettanto cauto e metodico, quanto l'Alviano impetuoso.
Aveva sotto di lui Fracassa Sanseverino, mandato dal duca di Milano, e
Rinuccio di Marciano. La sua armata, cui i Fiorentini spedivano continui
rinforzi, si trovò bentosto più numerosa di quella de' Veneziani, che
pure contava, sotto Carlo Orsini, Bartolommeo d'Alviano ed il duca
d'Urbino, settecento uomini d'armi e sei mila fanti, tra i quali si
trovavano alcune compagnie di Tedeschi. Ma il Vitelli aveva fissato di
non venire a battaglia, potendo più facilmente trionfare de' nemici col
chiuderli nello sterile paese che in allora abitavano. Con tale vista
occupò i passi dell'Avernia, di Chiusi e di Montalone, pei quali
l'armata veneziana poteva avere comunicazione colla Romagna, ed afforzò
Arezzo e tutte le gole del Casentino. Dalla banda della Toscana, eccitò
i contadini ad armarsi, e a porsi ovunque in su le difese contro i
nemici: per tal modo, sempre più rinserrandoli entro augusti confini,
gli espose bentosto a mancare di vittovaglie e di foraggi[19].
[19] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 205. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 253. — Jac. Nardi, l. III, p. 91. — Pet. Bembi Ist. Ven., l. IV,
p. 82. — P. Giovio Vita di Leon X, l. I, p. 68._ — Il Navagero
termina a quest'epoca tutt'ad un tratto la sua storia di Venezia.
Potrebbe supporsi che questa non fosse per lui che uno schizzo della
storia in dieci libri che stava scrivendo in latino, e che è noto
ch'egli ha fatta abbruciare in punto di morte. Infatti il
manoscritto che fece stampare il Muratori, _Scr. Rer. Ital., t.
XXIII, p. 921-1216_, ci offre un lavoro imperfetto ed affatto
indegno della riputazione del Navagero. Fu questi uno de'
ristauratori delle lettere in Italia, amico del Bembo, ed uno de'
più illustri uomini di stato di Venezia. Morì a Blois l'8 maggio del
1529, ambasciatore della repubblica presso Francesco I. Pure la
parte di questa storia che risguarda il fine del XX.º secolo ha il
merito della veracità e l'interesse della ingenuità.
Con ciò l'armata che i Veneziani avevano spedita in Toscana, per far
levare l'assedio di Pisa, trovavasi assediata; ed il duca d'Urbino lungi
dal poter liberare Marco Martinengo, siccome portavano le sue
commissioni, aveva invece bisogno di essere liberato egli medesimo. La
repubblica non perdette tempo ad occuparsene, e mandò a Ravenna, in
principio del 1499, il conte Niccola di Pitigliano per ragunarvi
un'altra armata. Tosto che questi ebbe sotto i suoi ordini quattro mila
fanti si avanzò ad Elci, rocca situata ai confini del ducato d'Urbino,
con intenzione di penetrare da quella banda nel Casentino e liberare
l'armata assediata. Ma il Vitelli venne ad accamparsi in faccia al
Pitigliano, a Pieve di santo Stefano, per chiudergli il passo. Le due
repubbliche, egualmente stancheggiate dalle enormi spese di una ruinosa
guerra, affrettavano i loro generali di venire ad una decisiva
battaglia; ma i due capitani, Pitigliano e Vitelli, educati secondo il
cauto sistema della scuola militare italiana, chiusero le orecchie a
tutte le istanze che loro si facevano, e non vollero affidare la propria
riputazione all'incerto esperimento di una battaglia[20].
[20] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 253. — Jac. Nardi, l. III, p. 93.
— Machiavelli Framm. storici, p. 128._
E a dir vero le due repubbliche avevano le più gagliarde ragioni di
allontanarsi nella presente circostanza dalla consueta loro prudenza, e
di porre in balìa di una dubbiosa battaglia la sorte loro. Ognuna
sperava, ottenendo la vittoria, di fare la pace a più vantaggiose
condizioni, ed ognuna sentiva che, anche soffrendo una sconfitta, a
tanta distanza dalla capitale ed in paese così facile a difendersi, la
sua esistenza non sarebbe altrimenti compromessa. Forse ambedue
avrebbero piuttosto desiderato che una sconfitta le forzasse a
rinunciare alle loro pretese, anzi che continuare con poca speranza una
ruinosa interminabile contesa. I Veneziani erano impazienti di liberare
le loro tre armate ridotte all'immobilità in Pisa, a Bibbiena e ad Elci;
i Fiorentini non desideravano meno di licenziare il loro generale Paolo
Vitelli, contro del quale avevano concepiti gagliardi sospetti. Aveva
questi di fresco accordato un salvacondotto al duca di Urbino, che era
ammalato, e Giuliano dei Medici aveva approfittato di tale salvacondotto
per uscire di Bibbiena col duca, onde i Fiorentini si erano amaramente
lagnati che un ribelle della loro repubblica, assediato dalla loro
armata, fosse stato sottratto dal proprio loro generale al gastigo
comminatogli dalle leggi[21].
[21] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 254. — Fr. Guicciardini, l. IV,
p. 216. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 93. — P. Giovio vita di
Leon X, l. I, p. 69._
Le due repubbliche erano ancora più bramose della pace che della
battaglia, e due potenti mediatori si offrirono contemporaneamente per
trattare fra di loro. Da un canto Lodovico XII cercava di avere
l'alleanza sì dell'una che dell'altra repubblica; e per riconciliarle
chiedeva che Pisa si depositasse nelle sue mani, promettendo
segretamente ai Fiorentini di rendere loro quella città, ed ai Veneziani
di procurar loro larghi compensi nello stato di Milano[22]. Dall'altro
canto Lodovico il Moro, affrettando i Fiorentini a riconciliarsi coi
Veneziani, sperava con tal mezzo di rappacificarsi egli medesimo cogli
ultimi. Vedeva il re di Francia tener dietro ai progetti manifestati ne'
primi giorni del suo regno d'invadere la Lombardia, era informato delle
negoziazioni di quel monarca col papa, della sua nuova alleanza col re
d'Inghilterra e della tregua convenuta per più mesi con Massimiliano,
senza che questi, in conformità della sua promessa, vi avesse fatto
comprendere il ducato di Milano; nello stato di guerra tutto doveva il
Moro temere dal risentimento de' suoi vicini; ma se giugneva a
ristabilire la pace in Italia, poteva sperare che la repubblica di
Venezia, tornando a più prudenti consiglj, abbandonerebbe i progetti di
vendetta troppo per lei medesima pericolosi[23].
[22] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 208._
[23] _Barth. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 565._
Avendo Lodovico XII rinunciato alle parti di mediatore per unirsi più
strettamente alla repubblica di Venezia, i Fiorentini, che vivamente
desideravano la pace, diedero perciò più facile orecchio ai consiglj di
Lodovico il Moro. Dal canto loro i Veneziani, che secretamente si
apparecchiavano ad una guerra contro il duca di Milano, che sapevano che
i Turchi armavano per attaccare i loro possedimenti nella Grecia, che
per ultimo erano inquietati dalle strane pretese e dalle minacce di
Massimiliano, sebbene accostumati a vederle sfumare, non vollero essere
distratti dalla guerra di Pisa in circostanze che potevano diventare più
difficili. Gli affari di Pisa si passarono dal consiglio de' pregadi a
quello de' dieci, risguardato siccome meno accessibile alle generose
passioni, ed assai più dominato dalla sola politica. Questo consiglio,
accettando la proposizione fatta da Lodovico il Moro, sottoscrisse un
compromesso, in forza del quale riponeva tutti i diritti della
repubblica in mano d'Ercole d'Este, duca di Ferrara, suocero del duca di
Milano, il quale obbligò pure i Fiorentini ad accettare lo stesso
arbitro: e furono accordati otto giorni per proferire la sentenza tra le
due repubbliche, che si obbligarono ad assoggettarvisi[24].
[24] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 219. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 96. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 139. — P. Bembo Ist.
Ven., l. IV, p. 85. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 69._
Il 16 aprile del 1499 il duca di Ferrara pronunciò la sentenza tra le
due repubbliche che l'avevano scelto per arbitro. Obbligò i Veneziani a
ritirare prima della prossima festa di san Marco tutte le loro truppe
dal territorio pisano, da Bibbiena e dal Casentino; ed ingiunse ai
Fiorentini di pagare per dodici anni ai Veneziani, a titolo delle spese
della guerra, quindici mila ducati all'anno. Volle ancora che i
Fiorentini accordassero un'illimitata amnistia agli abitanti di Bibbiena
e di Pisa, e che agli ultimi accordassero inoltre la licenza
d'esercitare, siccome i Fiorentini, ogni specie di mercatura tanto per
mare quanto per terra; che lasciassero ai Pisani le loro fortezze, a
condizione d'ottenere l'assenso della signoria fiorentina per tutti i
capitani che prenderebbero al loro servigio, e di ridurre le guarnigioni
al numero de' soldati che vi tenevano i Fiorentini prima della
ribellione. Il duca di Ferrara ordinò pure che i giudizj civili si
pronuncierebbero in Pisa da un podestà forestiere scelto dagli stessi
Pisani in un paese alleato di Firenze, e che le sentenze criminali si
farebbero dal capitano di giustizia fiorentino, ma sotto l'ispezione
d'un assessore nominato dal duca di Ferrara[25].
[25] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 219. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 254. — Diar. Ferrar. anon., t. XXIV, p. 363. — Ist. di Gio.
Cambi, t. XXI, p. 140. — Chron. Ven., p. 70._
Potrebbe risguardarsi come prova dell'imparzialità del duca di Ferrara
il generale malcontento eccitato da questo arbitramento. Altra sentenza
mai non venne accolta tanto sfavorevolmente da tutte le parti. I
Veneziani, vergognandosi di mancare apertamente a tutti gli obblighi
contratti coi Pisani, non vollero che un atto pubblico potesse far prova
della loro mala fede, e sebbene eseguissero la sentenza, e richiamassero
dalla Toscana nel fissato termine le loro truppe, non acconsentirono
giammai ad assoggettarvisi formalmente. Dolevansi i Fiorentini, che loro
non venisse restituita Pisa, finchè lasciavansi le fortezze in mano ai
loro sudditi ribelli, e che fossero ingiustamente condannati a pagare le
spese d'una guerra, nella quale erano stati attaccati senza avere
provocati i nemici. Pure accettarono espressamente la sentenza
arbitramentale; ma la loro accettazione rimase senza effetto; perchè i
Pisani, risguardando tutte le guarenzie loro offerte dal duca di Ferrara
come facili ad eludersi, e preferendo la morte alla servitù, ricusarono
di sottomettersi, e quantunque da tutti abbandonati, protestarono di
volere difendersi, affrettandosi a far uscire dalla loro città e
fortezze le truppe veneziane per paura che non le consegnassero ai loro
nemici[26].
[26] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 220. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 255. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 97._
Quando i Fiorentini ebbero avviso della risoluzione presa dai Pisani di
continuare a difendersi, richiamarono dal Casentino Paolo Vitelli colla
sua armata, e lo mandarono contro Pisa, che a loro credere non poteva
fare lunga resistenza. Lodovico il Moro, sempre più atterrito dagli
apparecchj di guerra che facevano i Francesi, come aveva eccitati i
Fiorentini ad accettare l'arbitramento del duca di Ferrara, eccitava non
meno i Pisani ad accomodarvisi, e faceva ogni sforzo per ristabilire la
pace in Toscana, ed assicurarsi i soccorsi di quella provincia; ma non
trovava chi gli credesse. Rammentavansi i Pisani, che sotto colore di
proteggere la loro libertà egli aveva tentato d'insignorirsi della loro
città; ed i Fiorentini lo avevano sospetto di covare tuttavia questi
progetti, e d'incoraggiare segretamente i loro nemici a fare resistenza.
Perciò gli uni e gli altri, chiudendo le orecchie a' suoi consiglj, ed
abbandonando la Lombardia alle rivoluzioni che dovea destarvi una nuova
invasione, ricominciarono le ostilità fra di loro con maggiore
accanimento di prima.
Il 25 di giugno Paolo Vitelli si unì al conte Rinuccio di Marciano sotto
Cascina, che fu subito attaccata con tanto vigore, che dopo 26 ore
questa ragguardevole terra dovette capitolare[27]. Le deboli guarnigioni
pisane che tuttavia occupavano la torre di Foce d'Arno ed il ridotto
dello Stagno si ritirarono alla prima intima che venne loro fatta, onde
più non restavano ai Pisani in tutto il loro territorio che la fortezza
della Verrucola, e la piccola torre d'Ascagno. Invece d'attaccarle,
Paolo Vitelli credette opportuno l'istante di cominciare l'assedio della
stessa città. Il primo di agosto si avanzò a tracciare il suo campo
sotto le mura di Pisa, seco conducendo tanta cavalleria che bastava
anche sola a tenere la campagna, una formidabile artiglieria e diecimila
pedoni. Fece sapere alla signoria di Firenze, che dietro i suoi calcoli
l'assedio non poteva durare più di quindici giorni. Le mura di Pisa non
erano circondate da fosse, nè sostenute da terrapieni, ma tanta era la
grossezza loro e la tenacità del cemento, che ben potevano più d'ogni
altra muraglia resistere ai guasti dell'artiglieria. I Pisani non
avevano al loro soldo verun altro capitano forastiere che Gurlino
Tombasi, valoroso ufficiale ravennate, che aveva abbandonato per loro il
servigio de' Veneziani. Ma tutti gli abitanti della città, tutti i
contadini, che vi si erano rifugiati, agguerriti da cinque anni di
continue battaglie, potevano risguardarsi come non inferiori alle
migliori truppe di linea[28].
[27] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 222. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 255. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 97._
[28] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 233. — Jac. Arrosti Chron. di Pisa
in Archiv. Pisano, f. 207 v._
Il Vitelli aveva collocato il suo campo alla sinistra dell'Arno, e
piantate le batterie contro il muro attiguo alla torre o rocca di
Stampace. Accampandosi sull'altra riva avrebbe più efficacemente
prevenuto l'arrivo di ogni rinforzo; ma nella posizione in cui trovavasi
in allora l'Italia, non credeva che veruna potenza pensasse a soccorrere
i Pisani, e sapeva inoltre che questi dal lato di Lucca avevano
internamente afforzate le loro mura, lo che non avevano creduto
necessario di fare dal lato che guarda Livorno.
Si continuarono nello stesso tempo due attacchi, uno fra sant'Antonio e
Stampace, l'altro fra Stampace e la porta a Mare, con venti pezzi
d'artiglieria. Il Vitelli, fedele all'antica tattica italiana, nè
volendo combattere senza essere sicuro di vincere, aveva determinato di
non venire all'assalto finchè le brecce aperte dalla sua artiglieria non
offrissero un libero passaggio alle sue squadre. Di già erano caduti
larghi pezzi di muro, ma egli credeva che la breccia non fosse ancora
praticabile; ed intanto i suoi indugj davano agio ai Pisani d'innalzare
dietro la muraglia ch'egli batteva in breccia un gagliardo parapetto
difeso da una fossa. L'ardore de' Pisani non era vinto da verun
pericolo; l'artiglieria scopava i loro lavori, senza che le donne o i
fanciulli lasciassero il badile. Due sorelle lavoravano assieme; una fu
uccisa da una palla da cannone; l'altra, raccogliendo all'istante le
sparse sue membra, le seppellì entro lo stesso gabbione che stava
riempiendo, e nell'atto che le dava colle lagrime e coi singhiozzi
l'estremo addio, proseguiva il suo lavoro, esposta al fuoco della stessa
batteria che le aveva tolta la sua compagna[29].
[29] _Jac. Nardi, l. III, p. 98. — Jac. Arrosti Cron. di Pisa, f.
210._
Finalmente le mura che univano Stampace alle fortificazioni della città
erano state abbattute dall'una banda e dall'altra di quella gran torre.
Il conte Rinuccio era stato ferito in una scaramuccia; e Paolo Vitelli,
rimasto solo al comando dell'armata, risolse il decimo giorno
dell'assedio di dare l'assalto alla torre. Questa era già stata in più
luoghi ruinata, e sebbene i Pisani opponessero un'ostinata resistenza, i
Fiorentini inalberarono la loro bandiera sulla sommità della Stampace.
Nel primo terrore cagionato da questo avvenimento credettero i Pisani
che anche la città loro più non avesse riparo. Pietro Gambacorti fuggì
per l'opposta porta verso Lucca con quaranta arcieri a cavallo che
militavano sotto di lui, e la guardia del parapetto, che oramai formava
la sola difesa della città, era atterrita ed in sul punto di fuggire: ma
il Vitelli aveva ordinato soltanto di dare l'assalto alla rocca e non
alla città. Era troppo contrario al suo carattere ed alla sua pratica
militare il porre in pericolo un vantaggio di già ottenuto volendolo
spingere più in là, e coglierne frutti che non si fosse prima proposto
di conseguire. Temeva d'essere avviluppato in una città difesa da una
valorosa popolazione, e fece ritirare i suoi soldati che aspiravano a
dare un secondo assalto. Bentosto perdette per sempre la propizia
occasione di cui non volle prevalersi. Moltissimi Pisani, che avevano
cercato di nascondersi nelle proprie case, furono dalle loro mogli
confortati a tornare contro al nemico, e rioccuparono la breccia
coraggiosamente. La loro artiglieria fu diretta dalle vicine mura contro
gli assalitori, e dopo la presa di Stampace si trovò che la città poteva
ancora difendersi[30].
[30] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 234. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 98. — Jac. Arrosti Cron. di Pisa, f. 215._
Il Vitelli aveva pensato di collocare una batteria sopra la stessa torre
di Stampace, onde signoreggiare le opere degli assediati; ma la torre,
di già ruinata dalle brecce fattevi da lui medesimo ed in appresso dai
Pisani, non fu creduta abbastanza forte per sostenere i cannoni che di
già vi aveva fatti portare. Intanto continuava a far battere in breccia
le mura della città: vi era di già stata fatta un'apertura di cinquanta
braccia, e non era ancora soddisfatto. Egli non voleva che i suoi
soldati fossero esposti a verun pericolo, o piuttosto, come apertamente
e concordemente lo dicevano i Fiorentini, egli non voleva prendere la
città, ma desiderava di conservare il più che poteva gli onori e gli
emolumenti del comando, di restare alla testa di potente armata per
offrire il suo ajuto al miglior offerente tosto che le rivoluzioni di
Lombardia determinassero una delle potenze in guerra a chiamare un nuovo
condottiere, e forse a farsi pagare da' Pisani il prezzo della sua
moderazione o della sua lentezza. Ma tali ambiziosi progetti vennero
distrutti dalla natura. Nell'umido suolo del piano di Pisa le fosse sono
d'ordinario piene d'acqua nella maggior parte della state; ma verso la
metà d'agosto sono asciugate dal sole, i di cui raggi, percuotendo sulla
putrefatta melma ne sollevano pestilenziali esalazioni. In due soli
giorni la metà dell'armata si trovò assalita dalla febbre maremmana.
Paolo Vitelli aveva dato avviso che il giorno 23 d'agosto darebbe
l'assalto: la breccia era praticabile, ed il successo sarebbe stato
sicuro, s'egli avesse potuto mettere in movimento un sufficiente numero
di soldati per dare esecuzione a' suoi progetti; ma i suoi ufficiali, i
commissarj fiorentini presso l'armata, ed egli medesimo, erano tutti
presi dalla stessa malattia. Frattanto si diede ordine di spedire al
campo nuovi rinforzi per abilitare il generale a dare nello stabilito
giorno un assalto che doveva essere decisivo. Ma ogni loro diligenza
tornò vana; il numero degli ammalati superava sempre quello de' nuovi
venuti onde il Vitelli trovavasi sempre più inabile a fare uno sforzo
vigoroso. Dietro alla siccità vennero le piogge calde, che invece di
purgare l'aria accrebbero la mortalità. All'ultimo, perduta ogni
speranza di buon successo, il Vitelli abbandonò l'assedio, e traslocò la
sua armata a Cascina. Fece imbarcare sull'Arno la sua grossa artiglieria
per mandarla a Livorno, e parte di questo convoglio cadde in potere de'
Pisani. Malgrado le calde istanze de' commissarj fiorentini egli
abbandonò la torre di Stampace, dichiarando che trovandosi così
maltrattata dalle proprie batterie, non poteva difendersi, e che la
guarnigione che vi lascerebbe sarebbe tosto fatta prigioniera di
guerra[31].
[31] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 235. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 257. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 100. — Jac. Arrosti
Cron. di Pisa MS., f. 219._
Quanta era stata grande l'opinione de' Fiorentini ne' talenti militari
di Paolo Vitelli, tanto maggiore fu il loro sdegno nel vedere il cattivo
esito dell'impresa. Credettero che gli esagerati indugj e le precauzioni
del generale non potessero essere che l'effetto della sua perfidia. Di
già gli rimproveravano il salvacondotto dato al duca d'Urbino ed a
Giuliano de' Medici per uscire da Bibbiena; avevano pure palesata molta
diffidenza per le conferenze avute dal Vitelli collo stesso Giuliano e
con Pietro de' Medici, sebbene fossero state pubbliche alla presenza di
due armate, e stando gli uni sopra la destra, gli altri sulla sinistra
riva dell'Arno. Ma dopo il colloquio il Vitelli aveva regalati i Medici;
aveva tenuta una corrispondenza quasi egualmente sospetta con Pandolfo
Petrucci, tiranno di Siena; era entrato in negoziazioni con Lodovico XII
per prendere servigio sotto di lui, e tutto il complesso della sua
condotta era oggetto de' pubblici sospetti e delle più gravi accuse.
Altronde mantenevasi più che mai viva la gelosia tra il Vitelli ed il
conte Rinuccio di Marciano, che aveva con lui divisi gli onori del
comando. Il Vitelli si era strettamente legato colla fazione degli
arrabbiati e coll'aristocrazia, che segretamente si ravvicinava ai
Medici. Rinuccio per lo contrario aveva tutto il favore de' piagnoni e
de' discepoli del Savonarola, i quali, avendo perduto il loro maestro,
condannato a crudele supplicio, colsero avidamente l'occasione di
vendicarsi contro la creatura e lo strumento del contrario partito[32].
[32] _Comm. di Fil. de' Nerli, l. IV, p. 84._
Avendo il Vitelli condotta la sua armata a Cascina, chiedeva alla
signoria di spedirgli sufficienti rinforzi onde ricominciare l'assedio
tosto che cessassero le piogge. Infatti i Fiorentini gli mandarono altri
soldati, di cui potevano fidarsi, sotto gli ordini di due commissarj,
Antonio Canigiani e Braccio Martelli, ai quali i decemviri della guerra
avevano dati segreti ordini. I commissarj recaronsi nella rocca di
Cascina, posta dieci miglia al levante di Pisa sulla sinistra dell'Arno,
dalla qual rocca il campo del Vitelli era lontano un miglio. Ma questo
capitano, dietro invito de' commissarj fiorentini, si portò presso di
loro a Cascina, e pranzò con loro. Vitellozzo Vitelli, fratello di
Paolo, che pure era stato invitato allo stesso abboccamento, era rimasto
ammalato al campo. Perciò i commissarj spedirono alcuni uomini fidati
per arrestarlo. Di già Vitellozzo era stato senza rumore posto a
cavallo, e veniva condotto alla volta di Cascina, quando, scontratosi in
alcuni de' suoi uomini d'armi, uno di loro gli porse la lancia che
portava, esortandolo a non si lasciar condurre come una pecora al
macello. Vitellozzo la prese, e l'adoperò vigorosamente per liberarsi.
Gli arcieri che lo conducevano, vedendo i soldati disposti a difenderlo,
non osarono di provocare una più aperta resistenza, e lasciarono fuggire
Vitellozzo, che salvossi in Pisa, dove fu ricevuto con trasporti di
gioja. I commissarj fiorentini, cui era male riuscito il loro attentato
contro di lui, fecero arrestare Paolo Vitelli e lo spedirono subito a
Firenze, ove fu immediatamente posto alla tortura per cavargli di bocca
la confessione de' tradimenti che gli venivano imputati. Non eravi
contro di lui veruna prova autentica, veruna carta da lui scritta, ed i
tormenti ch'egli sostenne con maschia costanza non gli estorsero alcun
nuovo argomento di reità, alcuna confessione. Non pertanto fu condannato
a morte, e questa crudele sentenza si eseguì la mattina del susseguente
giorno, primo ottobre, in una delle sale del palazzo[33].
[33] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 235. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 257. — Jac. Nardi, l. III, p. 100. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
p. 44. — Jac. Arrosti Cron. di Pisa, f. 219-221._
La barbara giurisprudenza che ammetteva l'uso della tortura avrebbe pure
dovuto salvare la vita di Paolo Vitelli, perchè quest'odiosa procedura
non era stata inventata che dal credersi necessaria la confessione del
prevenuto al di lui convincimento. La condotta tenuta dal Vitelli era
stata sospetta; le sue secrete relazioni cogli Orsini, amici e parenti
dei Medici, dovevano far pensare che mirasse come loro a ristabilire i
Medici in Firenze. La corrispondenza de' suoi segretarj, trovata tra le
sue carte, non lasciava verun dubbio che non avesse parte in una segreta
trama, di cui non si arrivò a conoscere l'oggetto. La prudenza voleva
che gli si levasse un comando che gli si era incautamente affidato, ma
la giustizia richiedeva di rispettare la di lui vita, poichè non era
convinto di verun delitto. Il di lui supplicio fu altrettanto impolitico
quanto crudele, lasciò ne' signori di Città di Castello un violento
desiderio di vendetta contro Firenze, del quale Firenze ebbe a soffrire
finchè si mantenne nello stato di repubblica; irritò egualmente tutti i
generali francesi che avevano militato coi fratelli Vitelli nella guerra
di Napoli, e che gli stimavano assai. Ma mentre ciò succedeva in
Toscana, in Lombardia avevano avuto luogo tali avvenimenti che
consigliavano potentemente i piccoli stati d'Italia ad accarezzare il re
e l'armata francese.
Precisamente nell'epoca in cui la repubblica di Venezia accettava il
duca di Ferrara come arbitro delle sue contese con Firenze, e ritirava
le sue armate dalla Toscana, conchiudeva con Lodovico XII un assai più
importante trattato, e prendeva parte ad un'alleanza che sembrava
smentire l'antica sua riputazione di prudenza e di moderazione. Il
trattato tra la repubblica di Venezia e Lodovico XII fu sottoscritto il
9 di febbrajo del 1499, ma per tre mesi si mantenne nascosto ai sospetti
di Lodovico il Moro e di tutta l'Italia: e quando fu pubblicato portava
la data di Blois del 15 di aprile[34]. Con questo trattato i Veneziani
riconoscevano i diritti di Lodovico XII sul ducato di Milano, e si
obbligavano a concorrere colle loro forze a dargliene il possedimento.
Dovevano perciò somministrargli mille cinquecento cavalli e quattro mila
pedoni, che sarebbero spesati dal re; nello stesso tempo promettevano
d'attaccare il ducato di Milano ai confini verso levante, nello stesso
tempo in cui l'armata francese l'attaccherebbe dalla banda d'occidente.
In ricompensa di questo servigio Lodovico XII loro cedeva Cremona e la
Ghiara d'Adda fino alla distanza di ottanta piedi dal fiume di tal nome;
ed i due stati sì promettevano la vicendevole garanzia di tali
possedimenti, divisi prima di conquistarli[35].
[34] _P. Bembo Ist. Ven., l. IV,. 85. — Léonard, Traités de paix, t.
I, p. 419 e seg._
[35] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 213._
Senza avere avuta diretta notizia di questo trattato Lodovico il Moro
non ignorava quanto i Veneziani l'odiassero, e con quanta attività
Lodovico XII apparecchiavasi a muovergli guerra; onde dal canto suo
cercava di fortificarsi con nuove alleanze. Aveva particolarmente
riposta la sua fiducia in quella di Massimiliano, che aveva sposata la
di lui nipote, e che in ricompensa delle sue proteste di attaccamento e
di protezione si faceva continuamente prestare danaro. Massimiliano
nudriva contro i Francesi un'animosità sempre pronta a scoppiare; egli
voleva far rivivere sulle province venete e su tutta l'Italia i diritti
dell'impero, da più secoli dimenticati. Pareva dunque che i suoi
interessi e le sue passioni dovessero portarlo a difendere Lodovico il
Moro; ma non poteva farsi maggior conto de' suoi progetti che delle sue
promesse: conciossiacchè, non prendendo consiglio che dalle presenti
circostanze, egli si riduceva quasi sempre a fare ciò che non aveva
preveduto e ciò che non aveva voluto. Erasi obbligato verso Lodovico il
Moro a non fare convenzioni colla Francia senza comprendervelo, e ciò
non gli aveva impedito di prolungare fino alla fine d'agosto la tregua
che aveva fatta con Lodovico XII, senza far parola del duca di
Milano[36]. Intanto egli faceva la guerra nella Gueldria; ma essendo
scoppiata in sul finire di febbrajo qualche ostilità fra i suoi sudditi
e gli Svizzeri ne' paesi posti alle sorgenti del Reno, la lega di Svevia
prese a difendere i possedimenti austriaci, e Massimiliano vi si recò
immediatamente per porsi alla testa delle sue armate. Fece dichiarare
l'impero contro gli Svizzeri; entrò nel loro paese con forze di lunga
mano maggiori, e non pertanto venne sempre respinto: senza poter venire
ad una generale battaglia, vide le sue truppe consumarsi in sanguinose
scaramucce. Assicurasi che perirono ventimila uomini in così breve
guerra, e che un numero ancor maggiore perì vittima della fame e della
miseria. Massimiliano, che aveva presa parte in questa lite piuttosto
per collera e per orgoglio che per politica, faceva bruciare le case, le
capanne, i granai, i villaggi, lusingandosi di far perire di fame, in
mezzo ai loro ghiacci ed alle loro rupi, i contadini, che non aveva
potuto raggiugnere. Ma cotali atti di ferocia producevano orribili
rappresaglie, e Lodovico Sforza, vedendolo consumare tutte le sue forze
contro gli Svizzeri, nulla poteva da lui sperare[37].
[36] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 222. — Barth. Senaregae de reb.
Gen., t. XXIV, p. 565._
[37] Bilibaldo Pyrckeimer di Norimberga, che militava nell'esercito
dell'imperatore, vide ai confini della Valtellina, durante questa
guerra, un branco di quaranta fanciulli d'ambo i sessi, condotti ne'
campi da due donne attempate per cogliervi erbe crude onde
cibarsene. Erano stati uccisi i loro parenti, bruciate le loro case,
distrutti i loro approviggionamenti, sicchè non avevano che questo
miserabile cibo; essi perivano gli uni dopo gli altri, e di ottanta
ch'erano da principio, erano ridotti a soli quaranta; ai quali, se
dovevasi giudicarne dalla loro magrezza e pallidezza, non restava
che un soffio di vita. _Apud Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 14, p. 481._
Lodovico il Moro aveva pure chiesto ajuto a Bajazette II, imperatore de'
Turchi, al quale oggetto gli spedì due segretarj per rappresentargli che
Lodovico XII rinnovava i progetti di conquiste del suo predecessore, e
minacciava l'impero di Oriente; che essendosi collegato coi Veneziani,
aveva maggiori mezzi di nuocere alla Porta ottomana che non aveva avuto
Carlo VIII; che perciò era d'uopo prevenirlo col fare una diversione
contro i Veneziani, e che i Turchi salverebbero la Grecia attaccando
l'Italia. Federico di Napoli appoggiò con tutta la sua influenza i
deputati di Lodovico Sforza, onde Bajazette, cedendo alle loro istanze,
ordinò d'attaccare i Veneziani nel Peloponneso, nella Macedonia e
nell'Istria[38].
[38] _Ann. Eccl. 1499, § 5, p. 480. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII,
p. 231._
Diffatti in ottobre del 1499 Scander Bassà, governatore della Bosnia,
penetrò nel Friuli colla sua cavalleria, e tutta la saccheggiò fino alla
Livenza, distruggendo e bruciando tutte le ricchezze del paese che
scorreva. Vi aveva fatto un grandissimo numero di schiavi, ma quando
ritirandosi giunse in sulle rive del Tagliamento non volle imbarazzare
la sua armata con tanta gente, e dopo avere scelti coloro che potevano
essere più utili, fece uccidere tutti gli altri[39].
[39] _Ann. Eccl. 1499, § 7 e 8, p. 480. — Chron. Ven., p. 116. —
Jos. Ripamontii Hist Urb. Mediol., l. VII, p. 662. — P. Jovii de
Vita magni Consalvi, l. I, p. 188._
Sebbene i re di Spagna non avessero quasi preso parte nella guerra
contro Carlo VIII, erano non pertanto entrati nella precedente lega
d'Italia: ma il duca di Milano più non poteva avere in loro veruna
fidanza avendo essi rinunciato ai precedenti loro obblighi, ed avendo
col trattato sottoscritto da Ferdinando e da Isabella con Lodovico XII a
Marcussi il 5 agosto del 1498, nominato, tra gli alleati che si
riservavano di poter difendere contro la Francia, soltanto l'imperatore,
l'arciduca suo figlio, il duca di Lorena ed il re d'Inghilterra, senza
aver fatto un'eguale riserva a favore di verun sovrano d'Italia[40].
[40] _Garnier Hist. de France, t. XI, p. 53. — Dumont, Corps
Diplom., t. III._
Il papa aveva dato qualche speranza a Lodovico il Moro: tutta la sua
ambizione aveva per iscopo di fare sposare a suo figlio, Cesare Borgia,
una principessa di sangue reale, ed aveva fissate le sue viste sopra
Carlotta, figliuola di Federico, re di Napoli. Incaricò Lodovico il Moro
di trattare per lui questo matrimonio, che doveva essere seguito da
un'intima alleanza tra il papa, il re di Napoli ed il duca di Milano. Ma
e Federico, e sua figlia Carlotta sentivano pel prete apostata, bastardo
e figlio d'un prete, per l'assassino del proprio fratello, per l'amante
della propria sorella, una così invincibile ripugnanza, che non vollero
a tale prezzo comperare la loro sicurezza. A cagione del loro rifiuto
Cesare Borgia sposò Carlotta, figlia d'Alano d'Albretto, e sorella del
re di Navarra. Il quale parentado lo univa alla reale famiglia di
Francia e lo attaccava al partito francese[41].
[41] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 223. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall. l. VIII, p. 232._
Il re Federico di Napoli aveva promesso a Lodovico il Moro di mandargli
Prospero Colonna con quattrocento cavalieri e mille cinquecento fanti;
ma, spossato com'egli era dalla precedente guerra, non tenne la
promessa, sebbene l'avesse fatta non meno pel vantaggio del suo alleato
che pel proprio. I Fiorentini, implicati trovandosi nella guerra di
Pisa, non potevano ajutare il duca di Milano, ed il duca di Ferrara,
quantunque suo suocero, non volle promettergli il più leggiere ajuto per
timore di compromettere la sua neutralità in faccia al re di Francia.
Lodovico Sforza, da tutti abbandonato, non perciò perdette il coraggio;
fortificò diligentemente il castello d'Annone, posto a breve distanza da
Asti, come pure Alessandria e Novara; incaricò Galeazzo di Sanseverino
d'opporsi ai Francesi che volessero dal Piemonte o dal Monferrato
penetrare in Lombardia; gli diede seicento uomini d'armi, mille
cinquecento cavalleggieri, diecimila fanti italiani e cinquecento
tedeschi, perciocchè la guerra tra la lega sveva e gli Svizzeri non gli
avea accordato d'assoldare presso gli ultimi maggiore quantità di gente.
Contava d'opporre ai Veneziani il marchese di Mantova con un'altra
armata, ma scontentò il marchese per fare cosa grata a Galeazzo
Sanseverino, la cui vanità non poteva soffrire che un altro generale
avesse un più elevato grado del suo: onde dietro il rifiuto del Gonzaga
diede quest'armata al conte di Cajazzo. Dicesi per cosa certa che un
servitore fedele avvisò Lodovico il Moro, che quel Galeazzo di
Sanseverino, cui aveva affidato col comando di tutte le sue forze una
quasi assoluta autorità, lo tradiva. Lodovico, dopo avere alcun tempo
ponderati gl'indizj che gli si davano di tale perfidia, rispose
sospirando che non poteva figurarsi tanta ingratitudine, e che
quand'anche fosse vera non saprebbe come rimediarvi; che niuno poteva
avere maggiori diritti alla sua confidenza quanto coloro ch'egli aveva
colmati di beneficj, e che tornava lo stesso l'arrischiare di essere
tradito dagli amici, quanto l'esporsi a perdere i loro ajuti per mal
fondati sospetti[42].
[42] _Fr. Guicciardini, l. IV, p, 255. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall., l. VIII, p. 234._
Lodovico Sforza aveva raccomandato a' suoi generali di schivare ogni
decisiva battaglia, di chiudersi nelle fortezze, e di condurre la guerra
in lungo, per dar tempo a Galeazzo Visconti, che aveva mandato tra gli
Svizzeri, di negoziare un trattato di pace tra Massimiliano ed i
cantoni, e di condurre a' suoi servigi quelle armate che si andavano
consumando in una guerra impolitica. Infatti il Sanseverino non si mosse
contro i Francesi che si andavano adunando in Piemonte, ed aspettò
d'essere attaccato. Questi valicavano le Alpi sotto gli ordini di Gian
Giacomo Trivulzio, di Lodovico di Lussemburgo, conte di Lignì, e di
Everardo Stuardo, signore d'Aubignì, i quali tenevano sotto i loro
ordini 1,600 lance, ossia 9,600 cavalli, cinque mila Svizzeri, quattro
mila Guasconi, e quattro mila avventurieri levati nelle altre province
della Francia. Lodovico XII era rimasto a Lione, di dove dirigeva i
movimenti de' suoi generali ed i rinforzi che loro abbisognavano[43].
[43] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 226. — P. Bembi Hist. Ven., l. IV,
p. 86._ Quest'ultimo vuole che l'armata francese fosse più grossa.
L'armata francese, essendosi finalmente adunata, attaccò il 13 agosto
del 1499 la rocca d'Arazzo posta in riva al Taro in faccia d'Annone.
Sebbene difesa da cinquecento pedoni questa fortezza fu vilmente ceduta
ai primi colpi di cannone, e subito dopo venne attaccato Annone. Questa
grossa terra era stata diligentemente fortificata da Lodovico Sforza, ma
i settecento uomini di guarnigione erano fresche reclute, e quando il
Sanseverino volle mandarvi qualche rinforzo, più non potè farlo. La
breccia fu aperta il secondo giorno; Annone presa d'assalto, e passata a
fil di spada tutta la guarnigione. Allora i Francesi si allargarono per
tutto il paese d'Oltrepò. Il Trivulzio faceva ai popoli in loro nome le
più lusinghiere promesse; i soldati italiani non ardivano di venire alle
mani con quelle barbare armate, ed i borghesi temevano la sorte degli
abitanti d'Annone; perciò Valenza, Bassignana, Voghera, Castel Nuovo,
Ponte Corone, ed all'ultimo Tortona colla sua rocca affrettaronsi
d'aprire ai Francesi le loro porte[44].
[44] _Arn. Ferroni, l. III, p. 38. — Fr Guicciardini, l. IV, p. 226.
— Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 103. — P. Bembo Ist. Ven., l.
IV, p. 87._ Ma per errore di stampa fu sostituito il nome di Novi a
quello di Non o Annone. — _Cron. Ven., t. XXIV, p. 92. — Barth.
Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 566. — Fr. Belcarii Comm., l.
VIII, p. 233._
Il popolo di Milano soffriva di mal animo la signoria di Lodovico
Sforza; lagnavasi delle eccessive contribuzioni ond'era aggravato;
trovava ridicolo l'orgoglio del sovrano, la sua politica imprudente e
macchiata di mala fede; ed inoltre non gli perdonava l'usurpato dominio,
cui aggiugneva il sospetto dell'avvelenamento di suo nipote. Frattanto
quando Lodovico il Moro conobbe la sua potenza vacillante per le rapide
conquiste de' Francesi, tentò di riacquistare la popolarità, onde avere
i sudditi in sua difesa. Adunò un consiglio, al quale chiamò tutte le
più distinte persone di Milano per nobiltà, per ricchezze o per
riputazione. Spiegò loro la sua condotta e la necessità in cui erasi
trovato di mantenere molte truppe, di pagare sussidj a straniere
potenze, e perciò di dover levare considerabili imposte per allontanare
la guerra dai confini dello stato. Ricordò che durante la sua lunga
amministrazione i Milanesi mai non avevano veduti soldati forastieri,
che se il suo governo aveva costato al popolo molto danaro, era però
stato sempre giusto ed eguale; ch'egli stesso erasi sempre fatto
accessibile ai suoi sudditi, che mai non aveva trascurate le cure ed i
lavori amministrativi per darsi in braccio ai piaceri, che non gli si
poteva rimproverare veruna crudeltà, e che non eravi sovrano in Italia
che avesse al pari di lui risparmiati i supplicj ed il sangue. Invitò i
Milanesi a confrontare la sua liberale amministrazione con quella che
dovevano aspettarsi dai Francesi, stranieri di costumanze e di lingua,
orgogliosi e sempre disposti a sprezzare e ad opprimere la nazione
italiana. Non trattavasi, loro diceva egli, che di opporre un poco di
fermezza e di costanza al primo urto del nemico, perchè i soccorsi del
re di Napoli, dell'imperatore e degli Svizzeri non tarderebbero[45].
[45] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 227. — Jos. Ripamontii Hist. Urb.
Mediol., l. VII, f. 658._
Ma questi ragionamenti facevano pochissimo effetto sullo spirito di un
popolo scosso ed intimidito, che cercava scuse al suo terrore affettando
il malcontento. Lo Sforza aveva fatto fare in Milano le liste di tutti
gli uomini in istato di portare le armi; aveva in pari tempo abolite
alcune delle più odiose imposte, ma non altro si ravvisava in queste
troppo tarde misure che il suo terrore e la sua debolezza. Quantunque i
Veneziani, attaccandolo contemporaneamente ai Francesi, si fossero di
già impadroniti di Caravaggio[46], egli richiamò il conte di Cajazzo
destinato a far loro testa, per farlo passare a Pavia, onde unirsi poi a
suo fratello presso Alessandria. Ma questo fratello, favorito e genero
di Lodovico il Moro, questo Galeazzo di Sanseverino, che aveva opinione
d'essere un gran militare, perchè trattava con grazia la lancia ne'
tornei, e vinceva in simulate battaglie, era di già stato segretamente
guadagnato dai Francesi. Tre giorni dopo l'arrivo di questi presso
Alessandria, egli fuggì vilmente nella notte del 25 di agosto dalla sua
armata che tuttavia contava mille dugento uomini d'armi, altrettanti
cavalleggeri e tremila fanti. Lo accompagnò Giulio Malvezzi, ed in
breve, essendosi in Alessandria sparsa la voce della sua fuga, più ad
altro i soldati non pensarono che a fuggire, o a nascondersi, e tutta
l'armata si disperse[47].
[46] _P. Bembi Hist. Ven., l. IV, p. 87. — Chron. Ven., t. XXIV, p.
98. — Fr. Belcarii, Comm. l. VIII, p. 234._
[47] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 228. — P. Bembo Ist. Ven., l. IV,
p. 87. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 99._
I Francesi entrarono in Alessandria nella susseguente mattina,
svaligiarono i soldati italiani che non erano fuggiti, ed abbandonarono
la città al saccheggio. Frattanto il Sanseverino per coprire il suo
fallo spargeva voce d'avere avuti pressanti ordini da Lodovico il Moro
di tornare a Milano. Credettero alcuni che le lettere da lui citate
fossero state falsificate da suo fratello, il conte di Cajazzo, e
nell'universale disordine non fu possibile di riconoscere se fu perfido
o ingannato, onde Lodovico il Moro non lo privò della sua confidenza.
Intanto i Francesi, avendo passato il Po, attaccarono Mortara e
ricevettero la capitolazione di Pavia prima di giugnere alle sue porte.
In pari tempo i Veneziani s'erano impadroniti della fortezza di
Caravaggio, ed i loro avamposti arrivavano fino a Lodi. Tutte le città
della Lombardia erano in grandissimo fermento, e nella stessa Milano il
popolo già sollevato uccise di bel mezzogiorno Antonio Landriano,
tesoriere del duca, nell'atto che usciva dal castello[48]. Conoscendo lo
Sforza l'impossibilità di sostenersi più oltre, fece partire i figli
alla volta della Germania sotto la custodia di suo fratello, il
cardinale Ascanio, con il residuo del suo tesoro in allora ridotto a
240,000 ducati. Pose in libertà Francesco Sforza, figliuolo di Giovan
Galeazzo, suo nipote e suo predecessore, e lo consegnò a sua madre,
Isabella d'Arragona, eccitandola per altro a sottrarlo alla gelosa
diffidenza di Lodovico XII. Isabella, cui egli mostrava un troppo tardo
affetto, lo temeva assai più che i suoi nemici. Invece di ritirarsi in
Germania volle aspettare i Francesi per porre nelle loro mani il suo
figliuolo; ma questi vindici da lei invocati non tardarono a mostrarsi
ancora verso di lei più crudeli che non lo era l'usurpatore cui
felicitavasi d'essersi sottratta[49].
[48] _Jos. Ripamontii Hist Urb. Med., l. VII, p. 659._
[49] _Ivi._
Lodovico il Moro fece entrare nel castello di Milano, che in allora
veniva risguardato come inespugnabile, approviggionamenti e munizioni di
guerra bastanti per sostenere un lungo assedio. Portò la guarnigione a
tre mila fanti, diretti da ufficiali da lui scelti con estrema
diligenza, e ne affidò il comando a Bernardino Corte nativo di Pavia, e
da lui educato, e nel quale aveva tanta confidenza che lo preferì a suo
fratello Ascanio, che volontariamente si offriva di chiudersi nel
castello. Lasciò il comando di Genova ad Agostino ed a Giovanni Adorno;
accordò grazie ai principali gentiluomini di Milano, ed il 2 di
settembre uscì dal suo castello protetto da un piccolo corpo di truppe,
comandato da Galeazzo di Sanseverino e da Giulio Malvezzi, e si avviò
per la Valtellina in Germania[50]. Ma non era appena uscito di Milano
che gli si accostò il conte di Cajazzo per dirgli che, abbandonando egli
i suoi stati, veniva con ciò a sciogliere i suoi soldati dal giuramento
di fedeltà, e li lasciava in libertà di provvedere come meglio loro
piaceva alla propria sicurezza. Nello stesso tempo alzò le insegne della
Francia, e colla truppa formata a spese del duca di Milano tenne dietro
al principe come nemico, finchè questi si trovò fuori de' suoi stati. Lo
Sforza, giunto a Como, s'imbarcò sul lago alla volta di Bellagio di dove
passò a Bormio ed in appresso ad Inspruck[51].
[50] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 104 — Jos. Ripamontii, l.
VII, p. 659. — Arn. Ferroni, l. III, p. 38._
[51] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 230. — Burchardi Diar. t. V, p.
580. — Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 17, P. 582. — P. Bembo Ist. Ven., l.
IV, p. 88. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 100. — Barth. Senaregæ de Reb.
Gen., t. XXIV, p. 566. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 235._
I Francesi avanzarono rapidamente per approfittare della sollevazione
della Lombardia e del terrore della famiglia Sforza. In distanza di sei
miglia da Milano incontrarono i deputati di quella città che venivano ad
offrire le chiavi delle sue porte, colla riserva per altro di capitolare
collo stesso re, quando verrebbe a prendere il possesso de' suoi nuovi
stati. Cremona, di già assediata da' Veneziani, chiese di arrendersi ai
Francesi; ma questi addirizzarono i deputati della città ai generali
della repubblica. Genova si arrese colla medesima facilità; e gli Adorni
e Giovan Luigi del Fiesco facevano a gara nel mostrarsi più affezionati
alla Francia. All'ultimo il comandante del castello di Milano, che lo
Sforza aveva scelto fra tutti i suoi più affezionati per affidargli una
fortezza di tanta importanza, non aspettò pure il primo colpo di
cannone, e la cedette al nemici per una grossa somma di danaro dodici
giorni dopo il loro arrivo: ma in appresso que' medesimi che lo avevano
corrotto, gli mostrarono tanto disprezzo, che, sostenere non potendo
tanta infamia, morì disperato dopo pochi giorni[52].
[52] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 231. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 105. — P. Bembo Ist. Ven. l. IV, p. 88. — Agost. Giustiniani
Cron. di Gen., l. V, f. 255._
La conquista del ducato di Milano erasi dai Francesi effettuata in venti
giorni. Il popolo, oppressato dal governo cui era stato fin allora
subordinato, erasi volontariamente posto sotto il giogo degli stranieri.
Lodovico XII appena ebbe avviso dell'accoglimento fatto a' suoi
capitani, che si affrettò di scendere in Italia per prendere possesso
de' suoi nuovi acquisti. Quando seppesi il suo imminente arrivo tutti
gli ordini de' cittadini si portarono per riceverlo tre miglia fuori di
Milano: lo precedevano nel suo ingresso quaranta fanciulli vestiti di
stoffe di seta e d'oro, cantando inni in onor suo, e chiamandolo il gran
re, il liberatore della patria. I senatori, i giudici, il clero, la
nobiltà, i mercanti, tutti s'affrettavano di fargli corona come se
Lodovico XII recasse alla loro patria la pace e la libertà[53].
[53] _Naurclerus, l. II apud Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 20, p. 483._
Il primo pensiero di Lodovico fu quello di rassodarsi ne' suoi nuovi
possedimenti, facendo trattati cogli stati d'Italia suoi vicini. Trovò
nella sua capitale gli ambasciatori di tutti i sovrani d'Italia, a
riserva di quello del re di Napoli, don Federico. Accolse con
dimostrazioni di singolare favore il marchese di Mantova, cui tenevasi
obbligato per non avere preso servigio sotto Lodovico Sforza; ma non
volle ricevere sotto la sua protezione nè il duca di Ferrara, nè
Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, che mediante l'esborso di
ragguardevoli somme, come compenso del favore che mostrato avevano verso
il Moro. Accolse ancora più ostilmente gli ambasciatori di Firenze.
Tutti i capitani del suo esercito accusavano quella repubblica d'avere
fatto ingiustamente perire Paolo Vitelli, che aveva con loro militato
nel regno di Napoli e guadagnata la loro stima ed affetto. Altronde non
avevano dimenticata l'antica loro parzialità per i Pisani, che trovarono
meritevoli di maggiore stima dopo la generosa loro resistenza.
Dimenticavano invece i lunghi servigj e l'antica alleanza de' Fiorentini
per non ricordarsi che della fresca loro alleanza con Lodovico Sforza.
All'ultimo, dopo infinite difficoltà, il re acconsentì a rinnovare
l'alleanza fra i due stati. Prometteva che, venendo attaccati i
Fiorentini, li difenderebbe con seicento lance e con quattro mila fanti;
ed i Fiorentini si obbligavano a guarentire gli stati del re in Italia
con quattrocento lance e tre mila fanti; inoltre si obbligavano a
somministrargli cinquecento lance e cinquanta mila ducati per l'impresa
di Napoli; ma ciò soltanto dopo che avrebbero ricuperata Pisa. A tali
condizioni il re prometteva d'ajutarli a riacquistare Pisa e
Montepulciano[54].
[54] _Fr. Guicciardini_, che per attestato del Nardi era uno degli
ambasciatori, l. IV, p. — _Jac. Nardi, l. III, p. 106. — Scip.
Ammirato, l. XXVII, p. 258._
Lodovico XII non si trattenne in Milano che poche settimane, ma in quel
breve spazio di tempo tutto perdette quel favore popolare che gli aveva
procurato il dominio della Lombardia. I partigiani della Francia, per
prevenire il popolo in suo favore, avevano sparsa voce che il re era
bastantemente ricco per abolire tutte le imposte, o almeno per ridurle
nello stato in cui si trovavano ai tempi de' Visconti. Infatti Lodovico
XII accordò alcune grazie pecuniarie ai nuovi suoi sudditi, ma minori di
lunga mano delle imprudenti speranze che si erano loro date, di modo che
il malcontento fu così generale, quanto fallace era stata la speranza.
Altronde Gian Giacopo Trivulzio, che il re, partendo, aveva nominato suo
luogotenente nel ducato di Milano, era piuttosto fatto per acquistare un
nuovo stato che per conservarlo. Era costui capo del partito guelfo, e
non sapeva dimenticare questa parzialità nell'istante in cui soltanto
avrebbe dovuto pensare a governare con eguale giustizia le due fazioni,
ed a ravvicinare l'una all'altra. I nobili ghibellini altro in lui non
vedevano che un capo di faziosi, ed i cittadini un soldato che portava
in una grande città la rozzezza e la ferocia degli accampamenti. Era
stato veduto uccidere colle proprie mani alcuni macellaj sulla piazza
del mercato, perchè si rifiutavano al pagamento della gabella, e co'
suoi modi arbitrarj ed arroganti aveva eccitato l'odio universale contro
di sè medesimo e contro il sovrano da lui rappresentato[55].
[55] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 107. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 122. — Diar. Ferrar. anon.,
t. XXIV, p. 375. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VII, p.
671. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 238._
Intanto Lodovico il Moro ed il cardinale Ascanio, giunti alla corte di
Massimiliano, l'avevano trovato rappacificato cogli Svizzeri. Erano da
lui stati accolti con quel vivo interesse che doveva eccitare il loro
infortunio, ed avevano ottenute larghe promesse di soccorsi, delle quali
Massimiliano era così prodigo. Ma questo principe mai non aveva saputo
condurre a compimento una sola delle grandi cose da lui annunciate:
diceva uno de' suoi consiglieri, ch'egli non volle giammai gli altrui
consigli, nè mai fece ciò ch'egli voleva, perchè, nascondendo nel più
profondo segreto i suoi disegni, non ammetteva veruno a disaminarli con
lui profondamente; e quando li faceva conoscere, allorchè cominciava ad
eseguirli, lasciavasi scoraggiare dalle prime opposizioni che gli
venivano fatte[56]. Massimiliano, dopo avere promessi i più potenti
ajuti al duca di Milano, di cui aveva sposata la nipote, non si vergognò
di chiedergli, per levare la sua armata, quel danaro che lo Sforza
aveva, e che era il solo avanzo della passata sua potenza. Non ignorava
il Moro che tutto il danaro che presterebbe al re de' Romani sarebbe
immediatamente dissipato tra i suoi favoriti; onde preferì d'impiegare
questo residuo de' suoi tesori nell'assoldare egli medesimo un'armata.
La guerra della Svizzera, poc'anzi terminata, aveva lasciato nello
stesso paese in cui egli si trovava molti soldati senza impiego. Gli fu
dunque facile d'adunare e prendere al suo soldo cinquecento uomini
d'armi borgognoni ed ottomila fanti svizzeri; e senza aspettare che
tutta questa gente fosse interamente ragunata sotto le sue insegne,
s'incamminò verso i confini della Lombardia[57].
[56] _Machiavelli il Principe, c. 23, p. 347._
[57] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — P. Bembo Ist. Ven., l. V,
p. 99. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 136. — Diar. Ferrar. anon., t.
XXIV, p. 378. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VII, p. 672.
— Arn. Ferroni, l. III, p. 39._
Quando Gian Giacopo Trivulzio ebbe avviso che si avvicinava lo Sforza,
domandò al senato di Venezia di far avanzare le sue truppe sull'Adda, e
richiamò Ivone d'Allegre, che si era recato in Romagna per ispalleggiare
i progetti di Cesare Borgia. Ma la rapidità dello Sforza non lasciò
tempo di riunirsi ai Francesi e ai loro alleati. In sul cominciare di
febbrajo del 1500 egli valicò le Alpi, ed attraversò il lago di Como
colle barche che trovò alle sue rive. Gli abitanti di Como, quand'ebbero
avviso della sua venuta, manifestarono così vivamente la loro parzialità
per lo Sforza, che i Francesi si videro costretti a ritirarsi,
abbandonandogli quella città. I cittadini di Milano, ed in particolare
coloro che appartenevano alla fazione ghibellina, sentendo che trovavasi
in Como Lodovico il Moro, ne festeggiarono il ritorno con un entusiasmo
che incuteva terrore agli attuali loro ospiti. Il Trivulzio, credendo
vicina a scoppiare una sollevazione, si chiuse precipitosamente in
castello, e dopo avervi posta una sufficiente guarnigione, ne uscì il
susseguente giorno e si ritirò verso Novara, inseguito dal popolo
sollevato fino alle rive del Ticino. Il Trivulzio lasciò pure
quattrocento lance in Novara, indi condusse il rimanente della sua
armata a Mortara, per ricevere colà gli ajuti che aveva caldamente
chiesto al re di mandargli dalla Francia[58].
[58] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 248. — Chron. Ven., t. XXIV, p.
138. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 239. — Agost. Giustiniani
Cron. di Genova, l. V, f. 255._
Appena si erano i Francesi ritirati da Milano, quando vi rientrò il
cardinale Ascanio, e poco dopo suo fratello. Era questi uscito dalla sua
capitale il 2 di settembre del 1499, accompagnato dalle maledizioni del
popolo che affrettava la sua fuga, vi rientrò cinque mesi dopo, il 5
febbrajo del 1500, ed i Milanesi sembravano inebbriati di gioja nel
rivedere l'antico loro sovrano. Questi rapidi cambiamenti non devono
risguardarsi come indizj dell'incostanza del popolo: questo popolo
abborriva sempre egualmente le vessazioni arbitrarie, le estorsioni de'
finanzieri, le perfidie della corte ed il despotismo: soltanto porgeva
troppo facile orecchio alle promesse de' principi; inconsideratamente
rigettava con troppo favorevole prevenzione tutti i vizj de' sovrani sui
loro ministri, attribuendo ai primi tutti i nobili e generosi
sentimenti; troppo facilmente davasi a credere che la disgrazia avrebbe
emendati coloro che vedeva esposti a' suoi colpi; ed il sovrano
presente, non iscordando giammai di scioglierlo dalla data fede colla
violazione delle sue promesse, il popolo non aveva altro torto che
quello di conservare una troppo tenera memoria del precedente sovrano;
era troppo più sedotto dalla costanza delle sue affezioni che dalla sua
leggierezza.
Tutta la Lombardia era animata dai medesimi sentimenti verso lo Sforza.
Parma e Pavia proclamarono immediatamente l'antico loro duca, Lodi e
Piacenza erano sul punto di fare lo stesso; ma l'armata veneziana,
rapidamente marciando verso quelle città, riuscì a tenerle in dovere.
Alessandria e tutto il paese d'oltre Po, trovandosi più esposti agli
attacchi de' Francesi, aspettavano gl'avvenimenti per decidersi; Genova
non volle prendere parte nella rivoluzione. Frattanto lo Sforza non
perdeva tempo, e niente trascurava di tutto quanto poteva contribuire a
dare maggiore consistenza a' suoi nuovi successi; mandò il cardinale di
Sanseverino a Massimiliano per informarlo de' primi avvenimenti e
chiedergli soccorso, ed il vescovo di Cremona a Venezia per offrire a
quella repubblica d'accettare qualunque condizione piacesse al senato
d'imporgli: fece chiedere ai Fiorentini qualche pagamento in conto
d'alcune somme loro sovvenute, ciò che questi ricusarono di fare con
maggior lode di prudenza che di buona fede. I piccoli principi colsero
avidamente quest'occasione di riprendere un servigio attivo: il fratello
del marchese di Mantova, i signori della Mirandola, di Carpi e di
Correggio, Filippo de' Rossi ed i conti del Verme, ricuperarono i feudi
ch'erano stati confiscati a loro pregiudizio da' Francesi o dallo stesso
Sforza, ed in appresso raggiunsero il duca di Milano colle compagnie
d'uomini d'armi che ognuno di loro aveva formate. Coll'ajuto di costoro
lo Sforza riunì mille cinquecento uomini d'armi e molti fanti italiani:
incaricò suo fratello Ascanio dell'assedio del castello di Milano,
mentre ch'egli, passato il Ticino, prese Vigevano ed assediò Novara.
Frattanto Ivone d'Allegre, tornando di Romagna coll'armata francese, e
con tutti gli Svizzeri rimasti in Italia al soldo della Francia,
attraversò il territorio di Parma e di Piacenza dopo avere con questi
due popoli patteggiata una sospensione delle ostilità durante il
passaggio della sua armata. Giunto presso Tortona ricevette una
deputazione dei Guelfi di quella città che gli chiedevano vendetta
contro i Ghibellini, i quali, secondo essi dicevano, avevano segrete
intelligenze con quelli di Milano, e si rallegravano per la ritirata de'
Francesi. Ivone d'Allegre s'incaricò volentieri di questa vendetta; si
fece aprire le porte della città, e l'abbandonò tutta al saccheggio
senza fare distinzione tra Guelfi e Ghibellini. Dopo ciò continuò il suo
cammino alla volta d'Alessandria[59].
[59] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 249. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
IV, p. 109. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 141._
Gli Svizzeri, che in addietro dimoravano chiusi nelle loro montagne, e
non guerreggiavano che per difesa della propria libertà, erano da sei
anni in poi diventati quasi i soli soldati dell'Europa. Non eravi altra
fanteria che potesse fargli fronte, onde tutte le potenze mettevano
all'incanto i loro servigj. Permettendo loro tutti gli eccessi
dell'indisciplina, esse li cuoprivano di oro, e conducendoli ne' più
ricchi e più voluttuosi paesi dell'Europa, gli avvezzavano a tutte le
delizie dell'opulenza. Una spaventosa corruzione era stato il frutto di
così subita mutazione in tutte le abitudini di un popolo in addietro
tanto riputato per la purità de' suoi costumi e per la sua buona fede.
Tutta la nazione era diventata avventuriera e mercenaria; la Svizzera
aveva somministrato alle varie armate delle potenze belligeranti assai
maggior numero di uomini, di quello che un saggio governo non armerebbe
nemmeno per difendere la patria nel più grave pericolo. L'abitudine di
non vedere altro nella guerra che il danaro da guadagnare, ed i piaceri
di una vita indipendente, erasi sparsa in tutta la popolazione; l'antico
punto d'onore veniva sagrificato alla cupidigia ed al gusto de' piaceri,
e finchè si mantenne l'incantesimo di questa nuova bevanda, la nazione
non fu più riconoscibile. In allora fu perfino in procinto di macchiare
la sua gloria con odiosi tradimenti.
I Francesi furono i primi a soffrire i danni della mala fede degli
Svizzeri. Quattrocento di loro, che con Ivone d'Allegre si erano chiusi
in Novara per rinforzare la guarnigione, non tardarono ad avere
comunicazione coi loro compatriotti che gli assediavano; e sentendo da
questi che nel campo nemico si viveva meglio e si aveva più grosso
soldo, e che, per quanto potevano essi giudicarne, si avevano più
fondate speranze di buon successo, passarono tutti sotto le bandiere
dello Sforza. Il loro arrivo agevolò la presa di Novara, che si arrese
per capitolazione. Lo Sforza fece religiosamente condurre a Vercelli la
guarnigione francese rimasta in Novara, ed intraprese l'assedio della
rocca, che forse era miglior senno di abbandonare per andare ad
attaccare l'armata francese a Mortara, prima che ricevesse nuovi
rinforzi[60].
[60] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 249. — Barth. Senaregæ de reb.
Gen., t. XXIV, p. 571. — Chr. Ven., t. XXIV, p. 148. — Diar. Fer.
anon., t. XXIV, p. 382._
Infatti Lodovico XII opponeva alla diligenza dello Sforza un'eguale
diligenza: dopo avuta notizia della rivoluzione di Milano aveva
affrettata la partenza di tutti i suoi uomini d'armi; aveva mandato il
balivo di Digione ad assoldare nuovi Svizzeri, e lo stesso suo ministro,
il cardinale d'Amboise, aveva passate le Alpi e si era fissato in Asti
per affrettare l'unione dell'armata, che in poco tempo s'ingrossò a
dismisura: perciocchè la Tremouille vi condusse mille cinquecento lance
e sei mila fanti francesi, ed il balivo di Digione dieci mila Svizzeri.
Quest'armata ne' primi giorni di aprile, trovandosi più numerosa di
quella dello Sforza, andò ad accamparsi tra Novara e Milano. In ambedue
le armate gli Svizzeri formavano essi soli quasi tutta l'infanteria, e,
trovandosi in procinto di venire alle mani gli uni contro gli altri,
ricominciarono ad unirsi agli avamposti, ad abboccarsi fra di loro, ed a
ristringere le relazioni d'amicizia o di parentela che gli univa gli uni
agli altri. Coloro che militavano nell'armata francese erano stati
levati con espressa licenza della federazione, ed avevano alla loro
testa le bandiere de' rispettivi cantoni: per lo contrario quelli del
duca erano individualmente entrati al suo soldo, senza l'assenso dei
loro governi. Sì gli uni che gli altri ricevettero nello stesso tempo un
ordine della dieta, che li richiamava in patria, e loro vietava di
spargere reciprocamente il sangue de' proprj fratelli. Gli Svizzeri del
duca, sedotti dalle pratiche de' loro compatriotti, e probabilmente
dall'oro francese, si tennero come più particolarmente obbligati ad
ubbidire. Essi dichiararono che, combattendo contro le bandiere de' loro
cantoni, rendevansi colpevoli di ribellione e si esponevano a capitale
castigo. Frattanto andavano cercando qualche pretesto per abbandonare il
principe cui servivano, e chiesero allo Sforza con minacciose e
tumultuarie grida di pagar loro il soldo arretrato. Il duca corse subito
tra le loro linee, e raccomandandosi alla loro generosità, distribuì
tutta l'argenteria e tutti gli effetti preziosi che aveva con sè:
inoltre attestava con giuramento di avere fatto chiedere danaro a
Milano, e li supplicava a pazientare tanto solamente che giugnesse
questo danaro. Ottenne in tal modo di calmarli per brevi istanti; indi
scrisse a suo fratello per affrettarlo a condurgli quattrocento cavalli
ed otto mila fanti italiani ch'egli aveva adunati, onde servirgli di
difesa in mezzo a così barbara soldatesca[61].
[61] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 250. — Jos. Ripamonti Hist. Urb.
Med., l. VII, p. 672. — Barth. Senaregae de reb. Genuens., p. 572._
Intanto i Francesi si andavano avanzando fra il Ticino e Novara, sicchè,
volendo Lodovico Sforza mantenersi libera la comunicazione con Milano,
era costretto di venire a battaglia; e così risolse di fare: il 10
d'aprile fece uscire dalle mura la sua armata, e cominciò la battaglia
colla sua cavalleria leggiera e co' suoi uomini d'armi borgognoni. Ma
gli Svizzeri, di già disposti in ordine di battaglia, dichiararono di
non volere combattere contro i loro compatriotti, e di volere
immediatamente prendere la strada della loro patria. Nello stesso tempo
rientrarono disordinatamente in città, e tutti gli altri soldati,
vedendosi da loro abbandonati, furono costretti a seguirli. Lo Sforza,
disperando di poterli ricondurre sul campo di battaglia, o di essere
vittorioso con truppe così mal disposte, domandò almeno nella più
commovente maniera, che le truppe che volevano ritirarsi provvedessero
prima alla sua sicurezza, e lo conducessero con loro. Era questo il
preciso dovere degli Svizzeri, e l'onore della nazione vi era talmente
interessato, che l'avrebbero sentito gli stessi loro compatriotti che
militavano nell'armata nemica, e non sarebbe stata difficil cosa che la
ritirata dello Sforza fosse stata per espressa condizione convenuta
nella loro capitolazione. Ma gli Svizzeri lo ricusarono aspramente, e
solo offrirono al duca ed a quelli dei suoi generali che potevano avere
ragioni di essere personalmente maltrattati, di nascondersi travestiti
tra i loro squadroni. Lo Sforza, di già vecchio, di colore oscuro, e di
scarna corporatura, non poteva passare per uno di que' robusti
montanari. Prese un abito di frate francescano, e, postosi sopra un
cattivo cavallo, tentò di passare pel loro cappellano. Galeazzo di
Sanseverino, il Fracassa ed Anton Maria, suoi fratelli, vestirono gli
abiti di soldati Svizzeri, e sfilarono così tra le linee dell'armata
francese, ma furono tutti quattro riconosciuti e fatti prigionieri senza
che i pretesi loro fratelli d'armi si movessero in loro difesa. Alcuni
traditori accrebbero in tal modo l'infamia degli Svizzeri, additando
queste quattro vittime ai loro nemici[62].
[62] Memorie di Lodovico della Tremouille, _t. XIV, c. X, p. 162_.
L'autore dichiara d'avere egli stesso conosciuto ed arrestato
Lodovico il Moro in abito di francescano. Gli altri lo dicono
travestito da svizzero. — _Giovanni d'Auton Storia di Lodovico XII,
p. 110. — Mém. pour l'histoire de France, t. XIV, p. 292. — Saint
Gelais hist. de Louis XII, publ. par Téod. Godefroi, Paris 1622,
4.º, p. 159. — Garnier, hist. de France, t. XXI, p. 125, 4.º. —
Chron. Ven., t. XXIV, p. 151._ — Rodolfo di Salis, detto il Lungo,
Grigione, e Gasparo Silen d'Uri, che servivano nell'armata di
Lodovico il Moro, sono da Giovio e dopo di lui da Belcario accusati
d'averli additati ai Francesi. _Comm. Rer. Gallic., l. VIII, p.
240._
Gli Svizzeri, dopo essersi infamati con questo tradimento, ripigliarono
la via delle loro montagne. Pure, passando per Bellinzona, quelli di
loro ch'erano usciti dai quattro cantoni posti in sulle rive del lago di
Lucerna, occuparono quella piccola città, che diventava per loro la
chiave della Lombardia, ed approfittarono della circostanza in cui
Lodovico XII trovavasi implicato in mille affari per assicurarsi una
conquista fatta in tempo d'intera pace[63].
[63] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 250. — Jac_. _Nardi Ist. Fior., l.
IV, p. 110. — P. Bembi Ist. Ven., l. V, p. 100. — Barth. Senaregae
de Reb. Gen., t. XXIV, p. 572. — Josephi Ripamontii Hist. Urb.
Mediol., l. VII, p. 673._
Le truppe italiane, abbandonate in Novara dagli Svizzeri, vennero
svaligiate. Il cardinale Ascanio non potendo in Milano difendersi colle
poche truppe che gli restavano, fuggì coi principali capi della nobiltà
ghibellina. Prese la strada dello stato di Piacenza per recarsi nel
regno di Napoli; ma giunto essendo a Rivolta presso Corrado Lando,
gentiluomo suo parente e suo antico amico, gli chiese ospitalità per
riposarsi una notte, trovandosi stanco all'estremo. Corrado gli promise
piena sicurezza, ed intanto fece avvisati dell'emergente alcuni capitani
veneziani, che si trovavano in Piacenza, i quali durante la notte
circondarono la sua casa e fecero prigioniere Ascanio con tutti i
gentiluomini che lo accompagnavano. Lodovico XII, sapendo in appresso
che questi prigionieri erano stati tradotti a Venezia, li domandò al
senato. Egli non voleva lasciare in mano di un popolo vicino pretendenti
allo stato che aveva allora conquistato, ed accompagnò le sue inchieste
con tanta alterigia e tante minacce, che non solo il cardinale Ascanio e
tutti gli arrestati con lui furono consegnati alla Francia, ma le furono
inoltre ceduti altri gentiluomini Milanesi, ai quali aveva accordata una
formale salvaguardia[64].
[64] _F. Guicciardini, l. IV, p. 251. — Chr. Ven., t. XXIV, p.
153-155-157. — Jos. Ripamontii Hist. Med., l. VII, p. 673. — Mém. de
Mess. Louis de la Tremouille, t. XIV, p. 165._
Francesco Sforza aveva fondata la sua sovranità co' suoi talenti
militari, ed aveva dovuto credere la propria dinastia solidamente
stabilita; per lo contrario Lodovico XII, che risguardavasi quale
legittimo erede del ducato di Milano, era animato da non minore invidia
che odio contro colui ch'egli chiamava l'usurpatore. Egli fece conoscere
questi suoi sentimenti dopo la vittoria, e trattò tutti i membri della
famiglia di Francesco Sforza caduti in suo potere con quella implacabile
durezza con cui la mediocrità suole vendicarsi quando la fortuna le fa
buon viso. Tra i prigionieri del re trovavansi due figliuoli del grande
Francesco Sforza, Lodovico il Moro ed Ascanio, un nipote legittimo,
Ermes, e due bastardi, Alessandro e Contino, tutti e tre figliuoli di
Galeazzo, e finalmente un pronipote, Francesco, figlio di Gian Galeazzo
e d'Isabella d'Arragona, la quale aveva avuto l'imprudenza di porlo essa
medesima in mano di Lodovico XII. Il re forzò quest'ultimo a vestire in
Francia l'abito monastico[65]. Fece chiudere il cardinale Ascanio in
quella medesima torre di Bourges in cui era stato egli stesso da due
anni prigioniere. Fece gettare i tre figli di Galeazzo in un oscuro
carcere. Lodovico il Moro, di tutti il più pericoloso per i suoi
straordinari talenti, per la sua eloquenza, pel suo spirito insinuante,
per la memoria di suo padre, e per la compassione che ispiravano la sua
fortuna e le sue disgrazie, fu condotto a Lione ove in allora trovavasi
il re. Venne introdotto in quella città di pieno mezzo giorno tra un
affollato popolo che rallegravasi della sua miseria; fece calda istanza
per vedere il re, ma gli fu rifiutata questa grazia, e dopo essere stato
traslocato da Pietro in Scisa al Lis San Giorgio, venne chiuso nella
rocca di Loches, dove terminò i suoi giorni, dopo dieci anni di
prigionia, di assoluta solitudine, di rigorosi trattamenti e di
dolori[66].
[65] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — Rayn. Ann. Eccl. 1499, §
24, p. 483. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 384._
[66] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 252. — Chron. Veneta, t. XXIV, p.
161. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 675. — P. Bizzaro Sen.
Pop. que Gen. Hist., l. XVI, p. 378. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall., l. VIII, p. 241. — Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l.
VI, f. 106, v. — Mémoires de chev. Bayard, c. XVI, t. XV, des. Mém.
pour servir à l'Hist. de France, p. 1. — Ag. Giustiniani An. di
Gen., l. V, f. 256. — Ar. Ferronii, l. III, p. 41._
CAPITOLO C.
_Conquista della Romagna fatta da Cesare Borgia e sua invasione
della Toscana. — Alleanza di Lodovico XII con Ferdinando il
Cattolico contro Federico d'Arragona. — Si dividono tra di loro
il regno di Napoli_.
1499 = 1501.
In sul finire del quindicesimo secolo la Chiesa aveva per capo l'uomo
più immorale della cristianità, un uomo che il pudore più non frenava
nelle sue dissolutezze, la buona fede non legava ne' suoi trattati, la
giustizia non tratteneva nella sua politica, non moderava nelle vendette
la compassione. Questo prete, che non pertanto mostrava di voler essere
il difensore della fede, ed il vindice delle eresie, non aveva maggior
rispetto per le cose della religione di cui era sommo pontefice, di quel
che avesse riguardi per le umane cose, e scandalizzava i fedeli non meno
con decisioni contrarie alle leggi della sua Chiesa, che colla sua
condotta. I divorzj dei principi, i voti dei prelati, i tesori destinati
dai cristiani per la guerra sacra, tutto a' suoi occhi era subordinato
alla politica, tutto sagrificato al più leggiere vantaggio temporale di
sè medesimo o di suo figlio.
Ma se alcuna cosa può giustificare o spiegare in parte la profonda
immoralità del sovrano di Roma, è la deplorabile corruzione del paese
soggetto al di lui governo. Forse in allora lo stato della Chiesa era di
tutti i paesi della terra il più male amministrato: ogni giorno si
avevano sotto gli occhi tanti esempi di assassinj, di perfidia e di
ferocia, e l'abitudine di vederli rinnovati ad ogni istante aveva
talmente diminuito l'orrore che devono naturalmente inspirare, che la
pubblica morale aveva perduta la sua maggiore guarenzia, che consiste
nella maraviglia e nello spavento che dovrebbe sempre produrre l'aperta
violazione delle sue leggi fondamentali.
La parte del territorio ecclesiastico più vicina a Roma era quasi tutta
caduta sotto il dominio di due potenti famiglie, Orsini e Colonna. Gli
Orsini in particolare avevano vasti dominj nel patrimonio di san Pietro
dalla banda occidentale del Tevere, i Colonna nella Sabina e nella
Campagna di Roma dalla banda di levante e di mezzodì dello stesso fiume.
I primi venivano risguardati come capi dei Guelfi, gli altri de'
Ghibellini; e questi nomi di fazioni, che omai più non indicavano
opposte opinioni, ma soltanto la memoria d'antichi odj, davano non
pertanto maggiore accanimento a tutte le contese che lordavano di sangue
Roma ed il suo territorio. Tutta la nobiltà seguiva queste due insegne;
i Savelli ed i Conti stavano d'ordinario pel partito Ghibellino, i
Vitelli per quello de' Guelfi.
Queste famiglie avevano fondata la loro potenza nella professione delle
armi e nell'amore de' soldati, mentre che i governi avevano
imprudentemente abbandonata a gente mercenaria la difesa dello stato.
Tutti gli Orsini e tutti i Colonna, i Savelli, i Conti, i Santacroce, e,
per dirlo in una parola, tutti i nobili feudatari romani erano
condottieri: ognuno di loro comandava ad una compagnia di uomini d'armi
più o meno numerosa, ma loro sommamente affezionata; ognuno
separatamente trattava coi re, colle repubbliche, coi papi, per porsi al
loro servigio; ognuno negl'intervalli di riposo, che loro lasciavano
l'esterne guerre, riparavasi in uno de' suoi castelli, lo afforzava
diligentemente, e cercava di addestrare nell'arte della guerra i suoi
vassalli, per trovare fra di loro onde mettere a numero la compagnia; e
per tal modo quanti più giovani capi contava una famiglia, e più
riputavasi potente.
Le frequenti accanite guerre dei Colonna cogli Orsini avevano affatto
spogliate le campagne di agricoltori. Tutti gli abitanti dimoravano
entro le terre murate, perchè ne' villaggi aperti non potevano trovare
sicurezza per i loro ricolti, pei bestiami e per le stesse loro persone.
Tutto ciò che avessero lasciato in una casa isolata sarebbe stato preda
de' soldati; non potevano nè pure sperar profitto da verun genere di
coltivazione che occupasse lungamente il suolo. Ne' crudeli guasti cui
andavano così frequentemente esposti, erano state svelte tutte le viti e
bruciati gli ulivi, onde più non ritraevano dai loro fondi che gli
uniformi prodotti annuali del pascolo e delle messi. Così andavasi
allargando la desolazione delle campagne romane, che, prive di abitanti
e di alberi, senz'ornamenti, senza siepi, non distinguevansi dai deserti
che a cagione di un lavoro fuggitivo, che dopo un anno non lasciava
veruna traccia. Pure i villaggi murati, la di cui vicina campagna veniva
tuttavia ravvivata da un annuale lavoro, non potevano essere ruinati
dalla guerra senza che l'intero distretto cessasse di essere coltivato.
Spesse volte dopo che un villaggio era stato bruciato e trucidati i suoi
abitanti, i loro eredi si trovavano tuttavia a portata di rialzare le
mura, e di porvisi in istato di difesa; ma se non avevano forza o danaro
per farlo, se le loro brecce restavano aperte, e se non erano in istato
di resistere ad un colpo di mano, invano si sarebbero lusingati di
godere essi medesimi i frutti de' loro sudori; perivano di miseria,
oppure, abbandonando quelle proprietà che non erano di veruna utilità,
portavano il loro lavoro in paesi ove potesse procurar loro un sicuro
sostentamento. Bentosto il cattivo aere del deserto occupava gli
abbondanti campi, e se in più tranquilli tempi i loro antichi abitatori
ardivano di ritornarvi, soggiacevano alle febbri maremmane. Vero è per
altro che, finchè i gentiluomini abitarono le loro rocche in mezzo ai
proprj vassalli, si fecero un essenziale dovere di riparare i disastri
della guerra, e finchè non mancarono loro affatto i mezzi, ripararono
sempre le ruinate fortificazioni, e mantennero ancora ne' loro feudi
qualche ramo d'industria, qualche popolazione, qualche ricchezza. Ma
quando in tempi più tranquilli stabilirono la loro dimora nella
capitale, gli estremi effetti delle funeste guerre de' loro antenati si
fecero sentire alla posterità, e gli ultimi avanzi della popolazione
scomparvero dalle campagne di Roma.
Alessandro VI non erasi conservato neutrale tra i Colonna e gli Orsini,
e ne' primi tempi del suo pontificato si era dichiarato contro i primi,
che aveva trovati partigiani della Francia, mentre egli stava per gli
Arragonesi di Napoli. Vero è che nel susseguente anno i Colonna
passarono sotto le insegne di Ferdinando II, e con ciò si riconciliarono
per qualche tempo col papa; ma questi si dichiarò bentosto per l'opposto
partito, ed essendosi unito alla Francia, si fece di nuovo a
perseguitare i Colonna. Armava sempre una di quelle famiglie contro
l'altra, e qualunque delle due rimanesse perdente o ruinata, egli
credevasi egualmente avvantaggiato. Cesare Borgia, duca del Valentinese,
e di lui figliuolo, s'appigliava per maggiormente abbassarli ad un altro
mezzo: erasi fatto egli medesimo condottiere; aveva raccolti sotto le
sue bandiere tutti i gentiluomini che prima servivano sotto i Colonna e
gli Orsini, e largamente pagandoli e loro dando soldati e castella,
aveva sostituito l'attaccamento per la sua persona all'antico spirito di
parte, che favoriva i Colonna e gli Orsini[67].
[67] _Machiavelli il Principe, c. VII, p. 54._
Se l'autorità del pontefice era pochissimo conosciuta nella stessa
campagna di Roma, e s'egli era forzato a guerreggiare perfino nelle
strade della sua capitale ora contro i Colonna ora contro gli Orsini,
era cosa naturale che le più lontane province avessero scossa ancora più
compiutamente la sua autorità. Alcune città avevano sempre mantenuta se
non altro la forma di un'amministrazione repubblicana; Ancona, Assisi,
Spoleto, Terni, Narni, eransi sottratte al giogo de' domestici tiranni,
o l'avevano scosso; ma le proprie loro fazioni e le continue guerre de'
loro vicini, le avevano sempre tenute in uno stato di debolezza e di
oscurità. Le altre città erano venute in balìa de' vicarj pontificj, i
quali, mercè la promessa di un annuo censo che mai non pagavano, avevano
ottenuta una intera indipendenza. Quasi tutta la Marca era divisa tra le
due case di Varano e di Fogliano, e la prima si era sollevata alla
sovranità di Camerino. Giulio di Varano regnava allora in quel piccolo
principato: Giovanni di Fogliano, che non molto dopo fu barbaramente
assassinato da suo nipote Oliverotto, regnava in Fermo[68]. Sinigaglia
nel 1471 era stata data in feudo da Sisto IV a suo nipote, Giovanni
della Rovere, col titolo di prefetto di Roma, e questo principe era
nello stesso tempo genero e presuntivo erede del duca d'Urbino.
L'alpestre provincia posta tra le Marche e la Toscana era governata da
Guid'Ubaldo, illustre ed ultimo erede dell'antica casa di Montefeltro:
questa provincia comprendeva il ducato d'Urbino da cui s'intitolava, il
contado di Montefeltro e la signoria d'Agobbio. L'Italia non aveva nè
più bellicosa gente, nè altra corte più letterata e più gentile. A
ponente il ducato d'Urbino confinava colle due sovranità che si erano
formate nella Vallata del Tevere Gian Paolo Baglioni a Perugia, e
Vitellozzo Vitelli a Città di Castello. Avevano ambidue abbracciata la
professione delle armi, ed il Vitelli aveva renduto importante il suo
piccolo stato coi rari talenti militari da lui spiegati e da' suoi
quattro fratelli, e coll'eccellente disciplina introdotta tra i suoi
vassalli.
[68] _Machiavelli il Principe, c. VIII, p. 264._
Dalla banda della Romagna trovavasi successivamente Pesaro, piccolo
principato staccato nel 1445 da quello dei Malatesta da Francesco
Sforza, a favore del ramo cadetto della sua famiglia; n'era sovrano in
allora Giovanni Sforza, che nel 1497 aveva fatto divorzio con Lucrezia
Borgia, figliuola del papa. Il principato di Rimini che veniva in
seguito più non conservava la potenza cui era stato innalzato da
Pandolfo III e da suo fratello Carlo nel quattordicesimo secolo; era in
quel tempo governato da Pandolfo IV, che aveva cominciato a regnare nel
1482. Questo principe, figliuolo naturale di Roberto Malatesta e genero
di Giovanni Bentivoglio, non si era per anco dato a conoscere che colle
sue dissolutezze e colle crudeltà; ma trovavasi sotto la protezione
della repubblica di Venezia, che per dilatare più sicuramente la sua
influenza su tutte le coste dell'Adriatico, offriva soldo a tutti i
principi di quella provincia. Coloro che volevano accettarlo non erano
tenuti a condurre essi medesimi le compagnie degli uomini d'armi che si
obbligavano a mantenere, altro ciò non essendo che un pretesto per avere
un'onorevole pensione. Cesena, posta a ponente di Rimini, trovavasi in
allora sotto l'immediato dominio della Chiesa, che l'aveva tolta ad un
ramo della casa Malatesta[69]. Ma Forlì, antica signoria degli
Ordelaffi, era del 1480 passata in Girolamo Riario, nipote di Sisto IV,
che nel 1473 era pure stato investito da suo zio della signoria d'Imola.
Questi due principati, separati l'uno dall'altro da quello di Faenza,
fino dal 1488 erano soggetti al giovane Ottaviano Riario, sotto la
tutela di sua madre, la coraggiosa Catarina Sforza, figlia naturale di
Galeazzo, duca di Milano. Aveva costei sposato in seconde nozze Giovanni
de' Medici appartenente al ramo cadetto di quella casa, da cui ebbe un
figliuolo, che acquistò poi tanta celebrità nelle guerre d'Italia. Suo
marito era morto nel 1498, ma Catarina non aveva perciò conservato
minore attaccamento verso la repubblica fiorentina, la quale per arra
della sua protezione pagava un soldo al giovane Ottaviano Riario. Tra i
principati di Forlì e d'Imola trovavasi chiuso quello di Faenza, che per
la valle del Lamone si stendeva fino ai confini della Toscana. I
Veneziani avevano data somma importanza all'apertura di questo passaggio
per attaccare la repubblica fiorentina; si erano procurata la tutela del
giovane Astorre III di Manfredi, che aveva soltanto sedici anni; avevano
compresse le guerre civili tra Astorre e suo fratello naturale
Ottaviano, ed erano quasi assoluti padroni di Faenza e di Val di
Lamone[70]. Gli stessi Veneziani si erano impadroniti di Ravenna e di
Cervia, togliendo la prima alla casa di Pollenta, l'altra ad un ramo
cadetto della casa Malatesta. Giovanni Bentivoglio fino dal 1462 regnava
con assoluto potere sulla ricca e potente città di Bologna. Per ultimo
il duca Ercole d'Este era il più lontano ed il più indipendente de'
feudatarj della Chiesa. Egli riconosceva da questa il Ferrarese, che da
più secoli era governato dalla sua famiglia; lo univa ai feudi imperiali
di Modena e di Reggio, ed appena pensava che la sua causa potesse aver
nulla di comune con quella degli altri vicarj pontificj.
[69] _Fr. Guicciardini, Stor. Fior., l. IV, p. 245._
[70] _And. Navagero Stor. Ven., p. 106. — P. Bembi Ist. Ven., l.
III, p. 51._
Le numerose corti di tanti piccoli signori davano alla Romagna
un'apparenza d'eleganza e di ricchezza: ogni capitale era ornata di
templi e di palazzi vagamente fabbricati, ognuna aveva la sua
biblioteca, ed ogni corte cercava in tal maniera di abbellirsi col lusso
dell'ingegno: alcuni poeti, alcuni eruditi, alcuni filosofi si trovavano
sempre tra i cortigiani d'ogni principe, e la rivalità di tutti questi
piccoli stati giovava indubitatamente ai progressi delle lettere,
sebbene il più delle volte avvilisse il carattere de' letterati. Ma
l'assoluta potenza suole generare dispendiosi vizj; tutti gli adulatori
del più piccolo sovrano ripongono la munificenza nel novero delle sue
virtù, ed egli stesso non sa porre maggior limite ai suoi desiderj che
se fosse sovrano del più vasto impero. Perciò ogni principe della
Romagna trovava sempre le sue entrate sproporzionate ai bisogni della
sua difesa, della sua vanità, dei suoi piaceri. Era sempre attento ad
approfittare di ogni occasione per istrappare a' suoi sudditi qualche
parte delle loro sostanze; e siccome le imposte non bastavano di lunga
mano, vi aggiugneva il prodotto delle ammende e delle confische. «Uno
de' loro disonesti modi di far danaro, era, dice Machiavelli, quello di
pubblicare leggi proibitive di qualche azione; erano poi i primi a dar
motivo di violarle, e si astenevano dal punire i delinquenti, finchè un
grandissimo numero di cittadini fossero caduti nello stesso fallo.
Allora gli attaccavano tutti ad un tratto, non per amore dell'osservanza
delle leggi, ma per guadagnare le ammende. Così i popoli diventavano
poveri senza correggersi; e quand'erano ridotti in miseria, cercavano di
riavere quello che avevano perduto a danno di coloro che non potevano
difendersi»[71].
[71] _Machiavelli dei Discorsi sopra Tito Livio, l. III, c. 29, p.
145._
V'hanno certi delitti che sembrano di esclusiva pertinenza di quelle
famiglie, che, separate da tutte le altre, sciolte da ogni legame
sociale, non appresero a sentire come la comune degli uomini, e non si
credono soggette alla stessa morale. In fatti le case sovrane della
Romagna avevano dati al popolo frequenti esempi d'assassinj fra i
congiunti, d'avvelenamenti e di tradimenti d'ogni genere. Le nobili
famiglie credevano inoltre di comprovare l'indipendenza di cui godevano
colla crudeltà delle loro vendette. Numerose bande di sicarj venivano
continuamente adoperate per attaccare o per difendersi: i nemici non
erano soddisfatti, finchè conservavasi un solo individuo, di qualunque
sesso egli si fosse, nella casa che volevano distruggere. Quando
Arcimboldo, arcivescovo di Milano, fu nominato cardinale di santa
Prassede e legato di Perugia e dell'Ombria, trovò in quella provincia un
gentiluomo, che aveva schiacciato contro le pareti il capo de' figliuoli
del suo nemico e strozzata la consorte di lui gravida; dopo di che,
avendo scoperto un altro figlio dello stesso uomo ch'era rimasto vivo,
l'aveva inchiodato alla porta della propria casa quale trionfo della sua
vendetta, come talvolta i cacciatori vi appiccano le aquile e i gufi da
loro uccisi. E ciò che più importa, tanta atrocità non era sembrata ai
suoi compatriotti una cosa straordinaria[72].
[72] _Jos. Ripamontii Hist. Urb. Med., l VII, p. 667._
Siccome la desolazione della campagna di Roma è ancora ai nostri giorni
un testimonio delle antiche guerre dei Colonna e degli Orsini, così
l'attuale carattere dei Romagnoli ricorda tuttavia l'educazione che
diede loro il governo dei piccoli loro principi, e l'esempio troppo
frequente di tante famiglie sovrane. Dante fino nel 1300 li denunciava
all'Italia come crudeli e perfidi, ed i loro vicini hanno di loro anche
nell'età presente la stessa opinione[73].
[73] _Inferno Cant._ XXVII, XXVIII, ed altrove.
Un così fatto governo non potev'essere amato dal popolo; la forza lo
aveva stabilito, e la forza lo manteneva: se poteva altresì essere
rovesciato dalla forza, non doveva riuscire assai difficile lo
stabilirne un altro, che gettasse nel cuore dei sudditi più profonde
radici. Avendo Alessandro VI presa la risoluzione d'ingrandire suo
figlio a spese del patrimonio della Chiesa, Cesare Borgia non s'ingannò,
giudicando, che, ove potesse occupare i piccoli stati di Romagna, que'
popoli gli condonerebbero tutti i delitti, tutte le crudeltà, tutti i
tradimenti diretti soltanto contro i loro antichi signori, purchè lo
stato loro diventasse più tranquillo. e vi si mantenesse la giustizia e
la pace[74].
[74] _Machiavelli il principe, c. VII._
La segreta condizione in forza della quale Lodovico XII aveva ottenuta
l'alleanza del papa e la bolla pel suo divorzio, era stata la promessa
del re di Francia di assecondare Cesare Borgia nella sua impresa della
Romagna. Infatti non appena fu per la prima volta conquistato il ducato
di Milano dai Francesi, che il duca Valentino, il quale era con loro
tornato dalla Francia, ottenne che si staccassero dalla loro armata
trecento lance pagate dal re, sotto gli ordini d'Ivone d'Allegre, e
quattro mila Svizzeri, comandati dal balivo di Digione, e pagati dalla
Chiesa[75]. Con queste truppe il Borgia si presentò sotto Imola in sul
finire di novembre del 1499. La città, ch'era mal fortificata, capitolò
immediatamente, ma la rocca oppose qualche resistenza, e negli ultimi
tre giorni di novembre il suo fuoco recò molto danno ai Francesi.
All'ultimo dovette capitolare il 9 di dicembre[76]. Il Valentino si
presentò subito dopo a Forlì. Catarina Sforza aveva prudentemente
mandato a Firenze suo figlio e tutti i suoi più preziosi effetti; e
perchè non giudicò la guarnigione sotto i suoi ordini sufficiente a
tenere la città, si chiuse nella rocca, e la difese con un coraggio
degno di quello col quale aveva salvata la medesima rocca nel 1488 dalle
mani degli assassini di suo marito. Intanto l'artiglieria francese fece
una larga breccia nelle mura, che cadendo strascinarono seco il
terrapieno che sostenevano, e colmarono parte della fossa. Catarina ed i
suoi soldati, abbandonando allora il restante della fortezza, vollero
difendere ancora la torre maestra, ma i Francesi, che montavano
all'assalto, vi penetrarono coi fuggiaschi, uccisero la maggior parte
della guarnigione, e mandarono Catarina prigioniera a Roma. Il papa la
tenne per alcun tempo chiusa in Castel sant'Angelo, ma Ivone d'Allegre,
vergognandosi del male che fatto aveva ad una donna così illustre, fece
per lei così calde istanze, che venne posta in libertà[77].
[75] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 245. — Jac. Nardi, l. III, p.
106._
[76] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 373_. — Udivasi, stando a Ferrara,
il cannonamento della rocca. — _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 245. —
Jo. Burchardi Diar. Curiae Rom. apud Jo. Georg. Eccardum, script.
Med. Aevi, t. II, p. 2109. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 259._
[77] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 246. — Diar. Ferr., p. 375, 377. —
Jo. Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2111. — J. Nardi, l. III, p. 106.
— P. Bembi Ist. Ven., l. V, p. 98._
Di quest'epoca le conquiste di Cesare Borgia vennero interrotte dalla
rivoluzione di Milano. Ivone d'Allegre fu dal Trivulzio richiamato in
Lombardia, allorchè il duca Valentino era in procinto d'attaccare
Pesaro[78]. La rivoluzione di Milano fu inoltre cagione di qualche
raffreddamento tra il papa ed il re, perchè Alessandro ricusava di
prestare veruna assistenza ai Francesi. Ma Giorgio d'Amboise, cardinale
di Rovano, e favorito di Lodovico, credeva cosa di troppo grande
importanza l'alleanza colla corte di Roma, perchè non riuscisse ad
Alessandro di riconciliarsi facilmente colla Francia. Il prezzo di tale
riconciliazione fu la missione di legato _a latere_ in Francia, che il
papa accordò al cardinale per diciotto mesi, obbligandosi in pari tempo
ad ajutare il re con tutte le sue forze, allorchè questi farebbe
l'impresa del regno di Napoli; in contraccambio Lodovico rimandò
d'Allegre in Romagna con trecento lance e due mila fanti, facendo
inoltre partecipare a tutti i potentati d'Italia che risguarderebbe come
un'ingiuria fatta a lui medesimo ogni opposizione alle conquiste di
Cesare Borgia[79].
[78] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 246. — J. Nardi, l. IV, p. 109. —
P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 99._
[79] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 258. — Fr. Belcarii Com., l. VIII,
p. 244._
Le minacce di Lodovico XII riuscivano a Cesare Borgia assai più
vantaggiose che non lo sarebbero state le sue armate. La seconda
vittoria de' Francesi nel Milanese aveva incusso un terrore universale,
ed i loro alleati non tremavano meno de' loro nemici. Giovanni
Bentivoglio, che a stento aveva ottenuto il perdono dei soccorsi dati
allo Sforza, mediante una contribuzione di quaranta mila ducati[80], si
astenne dal prestare ajuto ad Astorre III di Manfredi, sebbene fosse
figlio d'una sua figliuola. Il duca di Ferrara ed i Fiorentini si
mostrarono egualmente paurosi di offendere la Francia, e ricusarono ogni
soccorso; per ultimo i Veneziani, che si erano obbligati a proteggere
gli stati di Manfredi e di Malatesta, quando avevano fatto con loro un
trattato d'alleanza e di _condotta_, fecero sapere ad Astorre III,
signore di Faenza, ed a Pandolfo IV, signore di Rimini, che ritiravano
la loro protezione e rinunciavano alla loro alleanza. In pari tempo
fecero inscrivere il duca Valentino nel loro libro d'oro, ammettendolo
in tal modo nel numero de' loro gentiluomini sovrani della
repubblica[81].
[80] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 255. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.
259._
[81] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 258. — P. Bembi Ist. Ven., l. V, p.
109. — Diar. Ferrar., p. 389._
Avendo Cesare Borgia uniti alle truppe francesi settecento uomini d'armi
di sua spettanza e sei mila fanti, entrò in Romagna. Al suo avvicinarsi
i signori di Rimini e di Pesaro fuggirono e gli abbandonarono senza fare
veruna resistenza le capitali e stati loro; ma per lo contrario il
giovane Astorre di Manfredi si apparecchiò a difendersi in Faenza,
sebbene altro appoggio non avesse che lo zelo e l'amore de' suoi
concittadini. Per altro la metà del suo piccolo stato non aveva seguite
le disposizioni della capitale; e Valle di Lamone colla rocca di
Bersighella, che n'era la chiave, era stata ceduta al duca Valentino da
Dionigi Naldo, il più riputato personaggio di quella valle, che da gran
tempo trovavasi ai servigj del duca. In appresso il Borgia andò ad
accamparsi sotto Faenza tra i fiumi Lamone e Marzano, e scoprì le sue
batterie il 20 di novembre dal lato che guarda Forlì e chiamasi il
Borgo, sebbene chiuso entro il ricinto delle mura. Il quinto giorno
diede un assalto che fu valorosamente sostenuto dagli assediati; onde,
incoraggiati da quello avvenimento, i Faentini attaccarono gli
assalitori con frequenti sortite, e quasi sempre felicemente. Avevano
essi bruciate tutte le case poste intorno alle mura, e tagliati tutti
gli alberi fino ad una considerabile distanza dalla città; e perchè di
già cominciava a farsi sentire un rigoroso inverno, e perchè le truppe
degli assedianti trovavansi sepolte in profonde nevi, il duca Valentino
dovette nel decimo giorno levare il campo per ritirarsi ai quartieri
d'inverno. Per altro giurò che nella vegnente primavera si vendicherebbe
della inaspettata resistenza che gli aveva opposta un fanciullo[82].
[82] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 259. — Jac. Nardi, l. IV, p. 115. —
Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 261. — Diario di Ferrar. p. 390. — Fr.
Belcarii Com. Rer. Gall., l. VIII, p. 244._
In principio di gennajo del 1501 il Borgia tentò di sorprendere Faenza,
dandole la scalata, ma venne respinto; riaprì la campagna in sul
cominciare di primavera, prese diverse rocche dipendenti da quel piccolo
principato, ed il 12 di aprile fece giuocare le sue batterie contro la
città dalla banda della rocca; il 18 di aprile fece dare un primo
assalto che fu respinto; il 21 Vitellozzo, Paolo e Giulio Orsini ne
diedero un altro; essi superarono la muraglia, ma furono trattenuti da
una fossa che avevano a fronte, mentre l'artiglieria della piazza li
batteva di fianco. Dopo avere sofferto una perdita considerabile furono
costretti a ritirarsi. Per altro i Faentini avevano dal canto loro
perduta molta gente nei diversi fatti; non eravi alleato che si muovesse
a soccorrerli, e le fortificazioni della città erano ruinate. Offrirono
perciò di capitolare, a condizione che il loro giovane signore, Astorre
Manfredi, sarebbe libero di ritirarsi dove gli piacesse, conservando le
sue entrate patrimoniali. L'accordo fu sottoscritto, e le porte di
Faenza si aprirono al Valentino il 22 di aprile del 1501. Il duca
accolse con apparente benevolenza il giovane Manfredi, che non aveva
allora più di diciotto anni; dichiarò di volerlo ritenere alla propria
corte, onde addestrarlo nel mestiere delle armi. Con tale pretesto di là
a pochi giorni lo mandò a Roma, dove il giovane principe di Faenza, dopo
essere stato vittima delle lubricità del papa o di suo figlio, fu
strozzato con suo fratello naturale, e tutti e due gittati di notte nel
Tevere[83].
[83] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 262. — Burchardi Diar. Cur. Rom. p.
2128. — Jac. Nardi, l. IV, p. 118. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.
263. — Diar. Ferrar., p. 394, 395. — P. Giovio Vita di Leon. X, l.
I, p. 72. — Ann. Eccl. 1501, § 15, p. 507._
La conquista della Romagna era compiuta colla sommissione di Faenza, ma
tuttavia mancava un atto che potesse chiamarsi legittimo, il quale
servisse di fondamento al nuovo potere del duca Valentino. Il papa non
poteva alienare i dominj della Chiesa senza l'assenso dei cardinali;
perciò Alessandro VI con una nuova promozione volle assicurarsi la
maggiorità del concistoro. Dodici nuovi cardinali, comperando a danaro
contante i loro cappelli, rifecero il tesoro del pontefice, oltre
l'avere anticipatamente obbligati i loro voti[84]. Il sacro concistoro
acconsentì all'alienazione della Romagna, la quale si eresse in ducato a
favore di Cesare Borgia, che, dopo averne ricevuta l'investitura,
aggiunse questo nuovo titolo a quello di duca dei Valenziani[85].
[84] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 259._
[85] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 262. — Orl. Malavolti, p. III, l.
IV, f. 107, v._
Cesare Borgia non aveva risparmiato verun tradimento per rendersi
padrone della Romagna, e non lasciava ancora di tendere lacci ai piccoli
principi che egli aveva spogliati per farli perire, conoscendo, che fin
a tanto che rimarrebbero le antiche famiglie sovrane in istranieri
paesi, cercherebbero sempre di eccitare contro di lui sollevazioni, ed
il suo trono sarebbe sempre vacillante. Ma voleva nello stesso tempo
adonestare agli occhi del popolo tali atti di crudeltà con
un'amministrazione che facesse nei suoi stati fiorire la giustizia e la
sicurezza. Erano quelle province da tanti malfattori infestate, erano in
preda a così crudele anarchia, che trovò necessario di reprimere in sul
principio tanti delitti con estrema severità. Creò governatore di quello
stato messer Bamiro d'Orco, uomo attivo ed inesorabile, più severo per
carattere che per principj, e che sembrava trovar diletto nell'ordinare
supplicj. Valendosi dell'illimitata autorità accordatagli da Cesare
Borgia questo supremo giudice sparse il terrore in tutte le città con
sanguinose esecuzioni; perseguitò i malfattori fino negli ultimi loro
nascondigli, moltissimi ne fece perire, forzò gli altri a fuggire dalla
provincia, nella quale fece rivivere quella regolarità di polizia, e
quella piena sicurezza nelle strade e nelle campagne, che da gran tempo
più non si conoscevano. Ad ogni modo il Valentino non voleva che gli si
attribuissero le crudeltà dell'amministrazione del suo luogotenente:
l'ordine era ristabilito, la crudeltà più non era necessaria, e gli
abitanti di Cesena furono una mattina compresi da profondo orrore e da
maraviglia, trovando sulla pubblica piazza innalzato un palco sul quale
stava diviso in due parti l'uomo terribile innanzi al quale avevano fin
allora tremato. Il ceppo, la scure insanguinata e le due metà del
cadavere rimasero esposti agli occhi di tutti senz'altra
spiegazione[86].
[86] Quest'esecuzione ebbe luogo il 23 dicembre del 1502. _Machiav.
Legaz. I, lett. 19, p. 63. — Idem il Principe, cap. VII._
La conquista della Romagna, ben lungi dal soddisfare l'ambizione di
Cesare Borgia, non servì che ad invogliarlo di più alte intraprese. Il
Bolognese, la Toscana, le Marche ed il ducato d'Urbino stuzzicavano a
vicenda la sua cupidigia, e sembravangli premj promessi ad ulteriori
imprese. La Toscana contava nuovamente quattro repubbliche, Firenze,
Pisa, Siena e Lucca, oltre il piccolo principato di Piombino. Ma questo
paese non era mai stato ridotto a tanta debolezza come al presente da
imprudenti guerre, nè meno atto a resistere ad un esterno nemico. Una di
queste repubbliche, quella di Siena, pareva inoltre che avesse
rinunciato a quella libertà, che l'aveva renduta gloriosa. Si era data
un padrone, che aveva bisogno di tutta la propria accortezza e di tutta
la sua possanza per istare in sulle difese contro i suoi proprj
concittadini, e per conseguenza più non poteva valersi al di fuori di
una forza che consumavasi in seno allo stato.
Nel 1495, temendo i Sienesi la vendetta de' Fiorentini, cui avevano
tolto Montepulciano, introdussero nella loro città un corpo permanente
di truppe di linea, cui avevano dati per capi due loro concittadini
Lucio Bellanti e Pandolfo Petrucci. Avevano in pari tempo accordato a
questi due capitani un'illimitata autorità giudiziaria per castigare le
cospirazioni da cui si credessero minacciati. Le funzioni di questi due
giudici militari non dovevano durare che pochi mesi[87]; ma Pandolfo
Petrucci era troppo ambizioso per rinunciare ad un potere di cui era
stato una volta rivestito, e troppo accorto per lasciarselo rapire. A
lui solo essendo affezionati i soldati da lui dipendenti, fece accusare
Lucio Bellanti, suo collega, di segrete pratiche coi Fiorentini e con
ciò lo costrinse a fuggire. E perchè suo suocero, Niccolò Borghese, capo
d'una fazione opposta alla sua, cercava ancora di limitare la di lui
autorità, Pandolfo lo fece tagliare a pezzi sulla pubblica piazza il
giorno 19 di luglio del 1500[88]. Fu questa, a dir vero, la sola
circostanza in cui versò sangue; ma con ciò atterrì gli altri suoi
avversarj, che presero volontario esilio. Egli palliò la sua autorità
sotto quella dell'ordine dei Nove cui apparteneva e cui mostrava di
servire; nè mai prese verun titolo, nè mai si allontanò dalle costumanze
di semplice cittadino: nè col proprio matrimonio, nè con quello dei suoi
figliuoli cercò d'imparentarsi con famiglie principesche, ma soltanto
coi suoi concittadini, fin allora suoi eguali. Conservò sempre le
semplicità delle vesti, il mantello nero che portavano tutti i Sienesi;
e ne' suoi pranzi si contenne costantemente entro i limiti di modesto ed
economo cittadino; non edificò che una privata comoda abitazione, senza
darle la sontuosa eleganza de' palazzi; e per dirlo in una parola, in
tutto il corso del viver suo cercò di coprire e di far dimenticare
l'assoluta sua autorità[89].
[87] _Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 102, v._
[88] _Id., f. 105._
[89] _P. Giovio Elogi d'Uomini illustri, l. V, p. 299._
Non pertanto il duca Valentino risguardava il nuovo principato di
Pandolfo Petrucci e la piccola signoria di Piombino, appartenente a
Giacomo IV d'Appiano, come le due parti della Toscana che potrebbe
attaccare con migliore speranza di felice successo, e quelle che
dovevano fargli strada ai suoi vasti disegni di conquiste; nello stesso
tempo gli altri stati della provincia gl'inspiravano poco timore;
perciocchè la repubblica di Firenze, che ne' precedenti tempi era sempre
stata la gelosa custode dell'indipendenza italiana, trovavasi talmente
spossata dalla guerra di Pisa, dallo spirito rivoluzionario de' suoi
sudditi, e dai disordini dell'interna sua amministrazione, che tutto
aveva a temere dall'ambizioso vicino che attaccava un dopo l'altro e si
assoggettava tutti i confinanti stati, prima di venire con essa
all'esperimento delle armi.
Mentre che Cesare Borgia terminava colle truppe francesi la conquista
della Romagna, i Fiorentini avevano cercato di sottomettere Pisa,
valendosi ancor essi delle truppe francesi, ma non avevano provati che
rovesci. Lodovico XII, dopo la conquista di Milano e mentre si
apparecchiava a fare l'impresa di Napoli, aveva cercato di tenere in
Italia esercitati i suoi soldati e di mantenerveli a spese de' suoi
alleati, ed aveva con tali viste prestato orecchio alle contrarie
negoziazioni dei Fiorentini e de' Pisani. I primi chiedevano al re
l'adempimento de' trattati tante volte rinnovati con Carlo VIII, e la
restituzione di Pisa e delle sue fortezze; domandavano gli altri che
sostenuta fosse una indipendenza loro data dalla Francia, e di concerto
coi Sienesi, coi Genovesi, coi Lucchesi, offrivano cento mila ducati per
prezzo della libertà di Pisa, di Montepulciano e di Pietra Santa;
inoltre promettevano l'annuo tributo di cinquanta mila ducati, se il re
obbligava i Fiorentini a rendere a Pisa il porto di Livorno, che in
addietro apparteneva a quella repubblica. Gian Giacopo Trivulzio e Gian
Luigi del Fiesco caldamente appoggiavano i Pisani, ma in quest'occasione
il cardinale d'Amboise preferì l'onore e la parola del re all'esca del
danaro che venivagli offerto. Con tutti i suoi trattati la Francia aveva
guarentita la restituzione di Pisa ai Fiorentini, e pareva che questi
avessero acquistati ulteriori diritti alla riconoscenza del re collo
zelo con cui avevano somministrati sussidj in danaro per ricuperare lo
stato di Milano dopo l'invasione di Lodovico il Moro. Perciò Giorgio
d'Amboise stipulò con loro un nuovo trattato, in forza del quale loro
prometteva di ajutarli a ricuperare Pisa e Pietra Santa, ed obbligavasi
a mandar loro a tal fine pel primo di maggio del 1500 seicento lance e
cinque mila Svizzeri, coll'artiglieria e munizioni necessarie. Durante
questa spedizione gli uomini d'armi dovevano essere al soldo del re; ma
gli Svizzeri dovevano essere pagati dalla repubblica fiorentina[90].
[90] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 254. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.
259. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 110. — Ist. di Gio. Cambi,
t. XXI, p. 150._
Il re aveva determinato di dare il comando di quest'armata ad Ivone
d'Allegre, uno de' suoi migliori ufficiali; ma i Fiorentini, che più
volte avevano avuto cagione di non essere contenti de' generali
francesi, un solo ne conoscevano nel quale avessero intera confidenza, e
questi era Ugone di Belmonte, il quale, essendo stato nella precedente
guerra incaricato del comando di Livorno, avea loro consegnata quella
piazza nel convenuto termine, senza cercare pagamento per aver fatto il
suo dovere, e senza pensare come i suoi colleghi a vendere a' nemici del
suo padrone l'ingresso della sua fortezza. Perciò chiesero
premurosamente a Lodovico XII il Belmonte per comandare la loro armata,
e l'ottennero, sebbene il re trovasse questo gentiluomo di meno elevato
grado che non si conveniva per tenersi ubbidiente e rispettosa una così
ragguardevole armata[91].
[91] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 254 — Jac. Nardi, l. IV, p. 110. —
Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 259._
Intanto il Belmonte si pose in cammino; ma prima che giugnesse ai
confini della Toscana, i Fiorentini ebbero nuove occasioni di lagnarsi
della mala fede de' Francesi. Fin dal primo di maggio i pedoni erano al
soldo della repubblica; si era calcolato che costerebbero ventiquattro
mila ducati al mese, lo che corrisponde ad una lira e 92 centesimi
dell'attuale moneta al giorno per ogni pedone svizzero. Non pertanto
tutto il primo mese si consumò nel porre a contribuzione i piccoli
signori di Carpi, di Correggio e della Mirandola, che si erano
dichiarati a favore di Lodovico Sforza. Dopo avere estorti a questi
piccioli principi di Lombardia venti mila ducati ed altri quaranta mila
a Giovanni Bentivoglio[92], l'armata francese entrò finalmente in
Toscana per la strada di Pontremoli; ma le prime ostilità furono dirette
contro Alberico Malaspina, alleato della repubblica, che i Francesi
spogliarono della signoria di Massa per darla a suo fratello Gabriele.
Colà i commissarj fiorentini, Giovan Battista Ridolfi e Luca Antonio
Albizzi, trovarono l'armata del Belmonte e la passarono in revista.
Avevano seguite le bandiere due mila Svizzeri di più di quelli ch'erano
stati domandati; e fu d'uopo cominciare dal pagar loro due mesi di soldo
senza che avessero prestato verun servigio. Per altro l'armata si avanzò
e si fece aprire le porte di Pietra Santa; ma invece di consegnare
quella fortezza ai Fiorentini, in conformità del trattato, la ritenne in
deposito, finchè il re potesse decidere, dopo la sommissione di Pisa,
intorno alle ragioni di coloro che la pretendevano[93].
[92] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 255._
[93] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 255. — Jac. Nardi, l. IV, p. 111.
— Scipione Ammirato, l. XXVII, p. 259._
Finalmente l'armata arrivò sotto Pisa, e il 29 di giugno aprì la trincea
tra la porta a Mare e la porta di Calci: durante la notte furono posti i
cannoni in batteria, ed all'indomani, tre ore prima di notte, erano di
già state atterrate quaranta braccia di mura. I Francesi e gli Svizzeri
corsero subito all'assalto senza voler altro aspettare e senza aver
fatta riconoscere la breccia. Ma quand'ebbero appena passata la
muraglia, furono trattenuti da una larga fossa, che non credevano di
trovare, e che non potevano superare. Dopo avere fatto qualche inutile
sforzo per attraversarla ed avere perduta molta gente, furono
dall'oscurità della notte costretti a ritirarsi nel loro accampamento; e
dopo questo sperimento più non vollero tentare verun vigoroso
attacco[94].
[94] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 255. — Jac. Nardi, l. IV, p. 112. —
Scipione Ammirato, l. XXVII, p. 260._
Non è già che alle truppe francesi mancasse il coraggio, ma sibbene la
volontà di nuocere ai Pisani. Appena avevano questi veduto avvicinarsi
l'armata destinata ad espugnarli, che avevano trovato il modo di
risvegliare nella medesima col loro affetto, colla loro confidenza, e
nello stesso tempo col loro valore l'antica parzialità tanto chiaramente
dichiarata ai tempi di Carlo VIII. L'armata francese trovavasi ancora
nel territorio di Lucca, allorchè due ambasciatori pisani eransi
presentati al Belmonte per dichiarargli che ponevano la loro città sotto
la protezione del re di Francia. Altri nello stesso tempo erano stati a
portare una simile dichiarazione a Filippo di Rabenstein, governatore di
Genova a nome del re, e questo capitano l'aveva imprudentemente
accettata a nome di Lodovico XII. Allorchè il Belmonte spedì un araldo
d'armi ad intimare ai Pisani d'aprirgli le porte della città, risposero
di non aver altro desiderio che quello d'ubbidire al re di Francia, e di
ricevere la sua armata entro le loro mura; al che non mettevano che una
sola condizione: che il re non gli assoggetterebbe giammai ai
Fiorentini[95].
[95] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 256._
Dal canto suo il Belmonte aveva mandato ai Pisani due gentiluomini,
Giovanni d'Arbouville ed Ettore di Montenart, per invitarli a darsi
volontariamente agli antichi loro padroni. Questi cavalieri, condotti in
cerimonia al palazzo del comune, vi trovarono il ritratto di Carlo VIII
esposto alla venerazione del popolo col titolo di liberatore di Pisa:
furono supplicati a non distruggere l'opera di questo re, protettore
della libertà pisana, ma piuttosto ad invitare il loro capo a ricevere
sotto il dominio francese i liberti di Carlo, o almeno ad accordar loro
un asilo in Francia, poichè i Pisani erano apparecchiati ad abbandonare
le case e la patria loro, piuttosto che tornare sotto il comando de'
Fiorentini. Cinquecento fanciulle, vestite di bianco, si fecero loro
intorno, e stringendo le loro ginocchia, e piangendo gli andavano
scongiurando a mostrarsi, secondo il loro giuramento di cavalleria, i
difensori delle matrone e delle vergini contro la brutale insolenza de'
loro nemici: «Se voi non potete, soggiunse una di loro, accordarci
l'ajuto delle vostre spade, non ci rifiuterete quello delle vostre
preghiere;» ed all'istante li trassero innanzi all'immagine della Beata
Vergine, dove cominciarono a cantare in così pietosi modi e con tali
lamentevoli voci, che cavavano le lagrime a tutte le persone[96].
[96] _Garnier Hist. de France, règne de Louis XII, t. XI, p. 130._
Il Belmonte aveva ottenuto di spingere le sue truppe al primo assalto,
perchè il sentimento dell'onore e della militare disciplina avevano
fatto tacere gli affetti del cuore. Ma dopo essere stati perdenti in
questo primo attacco, i Francesi cercarono avidamente qualche pretesto
per non tentarne altri. I Pisani mai non ricusavano, fosse di giorno o
di notte, di aprire le porte ai soldati francesi che desideravano di
entrare in città. Sempre gli accoglievano colla medesima ospitalità e
collo stesso affetto; li colmavano di doni, e loro mostravano pure le
batterie coperte, affinchè i loro amici, che stavano al campo, non vi si
esponessero. I Francesi non erano meno attenti a gratificare i Pisani,
lasciando entrare i rinforzi che loro giugnevano dalle altre città della
Toscana, e lasciando tra gli altri passare Tarlatino di Città di
Castello, luogotenente di Vitellozzo, che tanto si rese illustre in
questa guerra coll'intelligenza somma e colla costanza con cui diresse
dopo tale epoca la difesa dei Pisani. Dall'altro canto i Francesi
saccheggiarono i convoglj di vittovaglie, che venivano condotti al
proprio accampamento, per avere poi occasione di lagnarsi dei Fiorentini
che loro mancar lasciassero i viveri. Ogni giorno manifestavasi sempre
più contro di questi la loro animosità. Non potendo il Belmonte
rimettere la disciplina nel suo campo, all'ultimo disse a Luca degli
Albizzi, commissario rimasto presso di lui, ch'egli era determinato di
levare l'assedio; e perchè l'Albizzi si opponeva con vivacità per
l'onore medesimo del re di Francia e delle sue armi, gli Svizzeri lo
fecero prigioniero, dichiarando di volerlo custodire come pegno di certi
soldi dovuti ad alcuni loro compatriotti fin dal tempo della guerra di
Livorno. Convenne assoggettarsi a questa nuova violenza; Luca degli
Albizzi venne redento con mille trecento ducati, e l'armata, che aveva
fatta una così vergognosa campagna, ripigliò il 18 di luglio la strada
della Lombardia[97].
[97] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 256. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.
260. — Jac. Nardi Ist., l. IV, p. 112. — Istor. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 151._
La ritirata delle truppe francesi ridusse i Fiorentini alla
disperazione. Contando essi sulla potente loro assistenza, e non potendo
nel medesimo tempo sostenere una duplicata spesa, avevano licenziati i
proprj soldati, di modo che si trovavano quasi del tutto disarmati, onde
i Pisani non durarono fatica a riprendere Librafratta ed il bastione
della Ventura. Inoltre Lodovico XII, siccome usano di fare le potenze
alleate a più deboli stati, imputava ai Fiorentini la cagione del mal
esito, dovuto all'indisciplina delle sue proprie truppe. Estremo era il
suo sdegno contro la repubblica, ch'egli accusava d'avere lasciato il
campo senza vittovaglie, d'avere male assecondati i suoi generali, ed in
particolare di essersi ostinata a scegliere il Belmonte piuttosto che
Ivone d'Allegre. Convenne che i Fiorentini pensassero a giustificarsi
innanzi a quegli di cui avevano ragione di dolersi, e convenne addolcire
il rifiuto, che la repubblica credette di dover fare, di condurre nel
susseguente anno una nuova armata francese sotto Pisa per attaccare
quella città con maggiore vantaggio[98].
[98] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 257. — Jac. Nardi, l. IV, p. 113. —
Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 261._
Dopo così sgraziata campagna, Firenze rimase debole e circondata di
nemici: le rivali città di Genova, di Lucca e di Siena si rallegravano
della sua umiliazione, ed apertamente soccorrevano i Pisani. Nello
stesso territorio fiorentino, in proporzione delle sventure della
metropoli, si accrescevano il malcontento e le disposizioni alla
ribellione. A Pistoja le due fazioni dei Cancellieri e dei Panciatichi
ricominciarono una guerra civile di cui credevasi spenta ogni ricordanza
dopo un intero secolo di un più fermo governo. In sul cominciare del
1501 tutti i Panciatichi furono cacciati di città; il 25 di febbrajo
furono condannati come ribelli, e si bruciarono le loro case,
abbandonando ai soldati i loro effetti. In appresso i Cancellieri li
perseguitarono anche fuori di città fino a san Michele e gli assediarono
nella chiesa di tal nome; ma vennero colà sorpresi dai partigiani de'
Panciatichi, che si erano adunati in gran numero per liberare i loro
capi, e gli assedianti perdettero più di dugento persone[99]. La
repubblica fiorentina, che non aveva quasi più soldati sotto i suoi
ordini, ed il di cui tesoro era stato affatto smunto dalle incessanti
domande del re di Francia, nè poteva tenere la campagna contro Pisa, nè
frenare i Pistojesi, nè gastigare i capi delle nuove sedizioni.
[99] _Guicciardini, l. V, p. 258. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.
262. — Jac. Nardi, l. IV, p. 117. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.
152. — Michel Ang. Salvi delle Istor. di Pist., t. III, l. XVIII, p.
15-28._
La libertà toscana pareva minacciata dal più triste avvenire;
un'invincibile gelosia acciecava tutti i vicini di Firenze e li faceva
cospirare alla ruina di lei; un generale fermento faceva temere nuove
rivoluzioni tra i sudditi di lei; l'instabilità di un governo che
rifacevasi ogni due mesi, e che non conservava per verun rispetto la
tradizione dell'antica sua politica, inspirava uguale diffidenza agli
stranieri ed ai cittadini. Venezia aveva preso a proteggere la famiglia
usurpatrice, che voleva risalire sul trono; il duca di Milano ed il re
di Napoli più non tenevano alternativamente la bilancia dell'Italia, ed
il re di Francia, ch'era succeduto al primo e stava per rovesciare
l'altro, più non proteggeva la repubblica. Il papa di lei più prossimo
vicino era pure il di lei più pericoloso nemico, perciocchè,
sagrificando ogni sentimento di dovere, ogni cura dell'indipendenza
della Chiesa, e la buona fede ed il pudore all'ingrandimento di suo
figlio, aggiugneva le perfidie ed i falsi giuramenti alle armi
spirituali e temporali per assoggettare la Toscana a Cesare Borgia.
La repubblica, costretta dalla sua povertà a deporre le armi, pareva
comprovare ai suoi vicini le pacifiche sue disposizioni, ed invece
somministrò precisamente con tale atto a Cesare Borgia il pretesto che
desiderava per cominciare le ostilità. Questi, dopo avere occupata
Faenza il 22 aprile del 1501, disponevasi ad attaccare Giovanni
Bentivoglio, signore di Bologna, quando il condottiere Rinuccio di
Marciano, licenziato dai Fiorentini, passò al soldo di questo signore
colla sua compagnia; il papa e suo figliuolo si dolsero subito altamente
che la repubblica spedisse soccorsi ai loro nemici, cercando soltanto di
travisarli con una troppo comune astuzia[100].
[100] _Jac. Nardi Ist., l. IV, p. 117._
Cesare Borgia si era innoltrato verso i confini del Bolognese fino a
castel san Piero sulla strada d'Imola. Colà ebbe ordine da Lodovico XII
di non passar oltre, perchè il Bentivoglio si era posto sotto la
speciale protezione della Francia[101]. Infatti si astenne
dall'attaccarlo, ma si valse dello spavento che gli faceva per dettargli
nuove condizioni. Da lui ottenne la cessione di Castel Bolognese posto
tra Imola a Faenza, la promessa di un tributo di nove mila ducati, e
quella di cento uomini d'armi e di due mila fanti, che il Borgia contava
di adoperare contro Firenze. Per prezzo di questa nuova alleanza il
perfido Borgia rivelò al Bentivoglio le intelligenze che aveva coi
Marescotti, potente e ricca famiglia e seguìta da numerosi clienti, la
quale fin allora erasi mostrata interamente attaccata al principe. Il
Bentivoglio ordinò a suo figliuolo Ercole di assassinare Agamennone
Marescotti, capo di quella famiglia, ed in seguito fece uccidere altre
trentaquattro persone tra fratelli, figli, figlie o nipoti, e altre
dugento parte parenti e parte amici. Finchè tanta carnificina non fu
terminata, le porte di Bologna si tennero chiuse. Il Bentivoglio
costrinse tutti i figli delle più nobili famiglie a prendervi parte, per
renderli odiosi al partito contro cui voleva inferocire, e per
attaccarli alla propria fortuna col timore della rappresaglia[102].
[101] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 263. — Raynaldi An. Eccl. 1501, §
16, p. 507._
[102] _Diar. Ferrar., t. XXIV, Rer. It., p. 395. — Gio. Cambi, t.
XXI, p. 156. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 263. — Jac. Nardi, l. IV,
p. 118. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 263._
Il duca Valentino non aveva mai calcolato di trattenersi lungamente per
soggiogare Bologna. Firenze era l'oggetto de' suoi apparecchi; egli
aveva chiamato alla sua armata Vitellozzo Vitelli, signore di Città di
Castello, che ardentemente desiderava di vendicare la morte di suo
fratello, e gli Orsini, parenti ed alleati dei Medici. Fino dal mese di
gennajo aveva mandati a Pisa alcuni rinforzi sotto gli ordini di Ranieri
della Sassetta, e di Pietro Gambacorti[103]. Poi ch'ebbe terminata la
conquista della Romagna, mandò a Pisa altri distaccamenti comandati da
Oliverotto di Fermo, favorito ed uno de' più riputati luogotenenti del
Vitelli[104]. Aveva avuti alcuni abboccamenti con Giuliano de' Medici,
che si era portato fino a Bologna, e sperava col di lui mezzo di armare
contro la sua patria tutti i partigiani della sua esiliata famiglia.
Egli ben sapeva che i Medici sarebbero sempre disposti ad accettare alle
più vergognose condizioni qualunque si fosse parte della sovranità della
Toscana che offrisse loro; ed infatti Giuliano de' Medici, dopo avere
tutto convenuto con Cesare Borgia, partì in posta alla volta della
Francia, onde persuadere Lodovico XII a rifiutare ogni soccorso ai
Fiorentini[105].
[103] _Jac. Nardi, l. IV, p. 116._
[104] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 263._
[105] _Jac. Nardi, l. IV, p. 116._
Pure tutte le operazioni del Valentino dovevano rimanere subordinate ai
vasti progetti che Lodovico XII aveva formati contro Napoli. E di già
l'esercito destinato a tale impresa cominciava a porsi in cammino. La
più forte colonna, condotta dal d'Aubignì, doveva attraversare la
Romagna, e raccogliervi le truppe francesi, che sotto il comando d'Ivone
d'Allegre avevano fin allora secondato il duca Valentino; un'altra
colonna, sotto gli ordini del balivo d'Occan, doveva tenere la strada
della Lunigiana, attraversare Pisa ed unirsi nello stato di Piombino con
Cesare Borgia, ch'erasi obbligato a seguire i generali francesi nel
regno di Napoli. E precisamente in occasione di questa sua andata alla
volta di Piombino, egli pensava di dare compimento alle rivoluzioni di
cui minacciava la Toscana.
Cesare Borgia entrò in quella provincia dalla banda di Bologna con
settecento uomini d'armi e cinque mila fanti, partecipando alla
repubblica fiorentina di volere attraversare il suo territorio come
amico, per passare a Roma, e altro non chiedendo che vittovaglie contro
pagamento a danaro. Ma quando ebbe passate le gole delle montagne, e fu
arrivato a Barberino, mutò linguaggio. Allora dichiarò di non potere
mostrarsi l'amico della repubblica, fintanto che non la vedesse
sottomessa ad un governo del quale potesse fidarsi; che la chiamata dei
Medici poteva sola rispondere a' suoi occhi di una stabile
amministrazione; che in conseguenza chiedeva il ristabilimento di Piero
de' Medici in tutta l'autorità che aveva avuta in addietro; e questi
stava aspettando a Lojano, villaggio posto al confine del Bolognese, il
risultamento di tali minacce. Inoltre il Borgia chiedeva, che sei
cittadini, indicati da Vitellozzo, fossero posti in suo potere, onde
portare la pena dell'ingiusta sentenza pronunciata contro Paolo Vitelli;
che la signoria si obbligasse a non soccorrere il signore di Piombino; e
finalmente che prendesse lui medesimo al suo soldo con una condotta
conveniente all'elevata sua dignità[106].
[106] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 120.
— Comm. di Filippo de' Nerli, l. V, p. 88._
I Fiorentini avevano in allora alla testa della loro repubblica una
signoria che non inspirava nè rispetto nè confidenza, molti suoi membri
si avevano sospetti di essere segretamente d'accordo coi Medici o col
Borgia per sopprimere il gran consiglio, e per ritirare la sovranità
dalle mani del popolo. Verun uomo di straordinario ingegno, veruno di
grande riputazione si era acquistata una decisiva influenza sulle
risoluzioni del governo; e perchè le circostanze erano realmente
difficili, niuno osava prendere ardite misure per uscire d'imbarazzo.
Vero è che la signoria armò una parte della milizia delle campagne, che
pose alla loggia de' Pazzi, a Fiesole ed a Bello Sguardo per difendere
Firenze; ma nello stesso tempo vietò qualunque ostilità, minacciò di
punire severamente i contadini che opporrebbero qualche resistenza ai
soldati del Borgia, ed accordò a costui di attraversare a piccole
giornate il territorio fiorentino, saccheggiando e guastando tutto ciò
che incontrava, sebbene pretendesse sempre di essere l'amico ed il
confederato della repubblica.
Tra i capitani di Cesare Borgia eranvene due, che non parevano fatti per
inspirare diffidenza ai Fiorentini. Raffaele dei Pazzi e Marco Salviati
discendevano da due famiglie, rendute illustri dalla congiura del 1478,
e poco doveva temersi che facessero causa comune coi Medici. Tuttavolta
la vanità offesa delle grandi famiglie suole piuttosto riconciliarsi con
ogni specie di tirannide che col governo popolare. I due figli di coloro
che avevano congiurato a favore della libertà, congiurarono per
l'assoluto potere; concertarono coi loro amici di Firenze, che i
partigiani dei Medici si renderebbero padroni del palazzo, mentre
ch'essi medesimi coi soldati dei Vitelli si presenterebbero alle porte
della città[107]. Questa cospirazione era in sul punto di scoppiare,
quando Cesare Borgia, che non aveva che pochi giorni da trattenersi in
Toscana, e che, nell'istante in cui dovrebbe partire alla volta di
Napoli, non potrebbe cavarne tutto quel partito che poteva sperarne in
migliore congiuntura, preferì di protrarre i suoi progetti, e di
approfittare del timore che aveva inspirato ai capi della repubblica per
estorcere una grossa somma di danaro. Infatti si fece promettere per tre
anni l'annuo soldo di 36,000 ducati, promettendo di tenere trecento
uomini d'armi pronti a soccorrere la repubblica in ogni suo bisogno.
Costrinse la signoria a rinunciare alla protezione del signore di
Piombino, ma non si ostinò rispetto al domandato cambiamento della
costituzione, o riguardo alla soddisfazione da darsi a Vitellozzo[108].
[107] _Vita di Leone X, di P. Giovio, trad. da Mes. Lod. Domenichi.
Firenze 1551, in 12.º l. I, p. 74._
[108] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 122.
— Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 263. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.
161._
Non fu che il 4 luglio del 1501, che Cesare Borgia entrò finalmente nel
territorio di Piombino. Il signore di quel piccolo stato, Giacomo IV di
Appiano, aveva preventivamente guastato il proprio paese, bruciati i
foraggi, tagliati gli alberi e le viti, e distrutte le poche fonti che
somministravano acque salubri. Erasi in appresso chiuso nel castello di
Piombino co' suoi più affezionati vassalli, e con alcuni Corsi che aveva
preso al suo soldo. In pochi giorni Suvereto, Scarlino, l'isola d'Elba e
quella di Pianosa si arresero al duca Valentino; ma il castello di
Piombino richiedeva un regolare assedio; ed esso aveva di già resistito
più giorni, quando il Borgia si vide forzato ad allontanarsi il 28 di
giugno per seguire l'armata francese[109]. Nulladimeno lasciò ai suoi
luogotenenti, Vitellozzo Vitelli e Gian Paolo Baglioni, l'ordine di
stringere l'assedio. Giacomo d'Appiano, che vedevasi vicino a doversi
arrendere, e che temeva di cadere in mano del crudele Borgia, passò il
17 di agosto a Livorno, ed in appresso a Genova, sperando di persuadere
i Genovesi a comperare il suo piccolo feudo, e porlo così sotto la
protezione della Francia; ma la guarnigione, che più non veniva
incoraggiata dalla presenza del capo, si arrese il giorno 3 di
settembre, ed il Borgia pose allora il primo fondamento della sua
potenza in Toscana[110].
[109] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265. — Jac. Nardi, l. IV, p. 123.
— Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 264. — Or. Malavolti Stor. di Siena,
p. III, l. VI, f. 107, v._
[110] _Bart. Senaregae de reb. Gen., p. 574. — Scip. Ammirato, l.
XXVII, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 126. — Burchardi Diar. Curiae
Rom., p. 2133. — Orl. Malavolti, p. III, l. VI, f. 108. — Agost.
Giustiniani Ann., l. VI, f. 257._
Il compimento degli ambiziosi disegni del Borgia veniva sospeso dal
passaggio dell'armata francese a traverso all'Italia, e la politica di
tutti i potentati della penisola era subordinata a quella della corte di
Francia, la quale omai non risguardava la conquista del Milanese che
come un passo necessario per far quella del regno di Napoli;
l'imprudente intrapresa di Carlo VIII pareva diventata pel di lui
successore di facile ed indubitata esecuzione. Le truppe francesi,
quando avevano valicate le Alpi, trovavano in Lombardia abbondanti
granai e fortissime città, di cui liberamente disponevano, e che loro
assicuravano il cammino fino nel centro dell'Italia. La repubblica di
Venezia, che aveva contrariati i progetti di Carlo VIII, era alleata di
Lodovico XII; e trovavasi inoltre implicata in una pericolosa guerra
coll'impero turco, onde non poteva temersi che volesse provocare
ostilità sugli opposti confini. La Toscana divisa e debole dipendeva
dagli ordini della Francia, e non erano meno ubbidienti i principi
confinanti coi Veneziani. Il papa, non prendendo consiglio che
dall'ambizione di suo figliuolo, era diventato egli stesso un
affezionato servitore del re. Don Federico, riposto sul trono
dall'affetto dei popoli, non aveva nè tesoro nè armate; il suo regno
guastato, le fortezze atterrate, gli arsenali vuoti, non gli lasciavano
quasi verun mezzo di resistenza; ed i suoi sudditi, ruinati da una
guerra crudele, non potevano pagare le imposte necessarie per ristaurare
tutto ciò ch'era stato distrutto.
Ma se Lodovico XII risguardava facile la conquista del regno di Napoli,
non vedeva la stessa facilità di conservarlo; aveva timore dei re di
Spagna, i quali dai porti della Catalogna e della Sicilia potevano con
estrema facilità spedire rinforzi al re di Napoli, e nello stesso tempo
fare una diversione dalla banda dei Pirenei; temeva Massimiliano, che,
pubblicando in ogni dieta il proprio risentimento, poteva finalmente
armare contro di lui la Germania; non si fidava degli Svizzeri, che,
fatti più inquieti ed intrattabili dopo avere tradito Lodovico Sforza,
mostravano di voler cancellare con qualche luminoso fatto la vergogna di
cui si erano coperti, e che da Bellinzona, in cui si afforzavano,
minacciavano tutta la Lombardia. All'ultimo Lodovico XII temeva che le
proprie truppe cadessero vittime di quel clima meridionale, di cui
avevano di già sperimentata la funesta influenza.
Dal canto suo don Federico tutta conosceva la propria debolezza, e non
aveva risparmiate nè le preghiere, nè le più rispettose pratiche per
ottenere la pace. Aveva offerto di riconoscersi feudatario del re di
Francia, di pagargli un tributo, di dargli in mano le più forti sue
piazze e di ricevervi guarnigione francese. Si era insomma fatto
conoscere apparecchiato di cedere al re tutti i vantaggi di una
conquista, senza esporre i soldati alle vicende della guerra, nè i paesi
contestati ai loro guasti[111]. Per uno strano accecamento Lodovico XII
rifiutò tutte queste offerte, e preferì di trattare a meno vantaggiose
condizioni con un uomo, che doveva inspirargli maggiore diffidenza, e
che, non potendo secondarlo senza commettere una perfidia, avrebbe
dovuto farlo arrossire di così fatta alleanza.
[111] _Summonte dell'Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 534._
Lodovico XII riaprì adunque con Ferdinando il cattolico le negoziazioni
cominciate sotto Carlo VIII, e ch'egli aveva rotte, smentendo le facoltà
de' suoi agenti, quando aveva creduto di non aver che temere da quel
monarca. Pretendeva Ferdinando che Alfonso I non avesse avuto il diritto
di disporre del regno di Napoli, da lui conquistato, a favore di suo
figlio naturale; e, dichiarandosi egli medesimo erede di quel monarca,
offriva a Lodovico XII di dividere quel regno, sul quale la casa di
Francia pretendeva di avere legittimi diritti quale erede della casa
d'Angiò, e la casa di Arragona quale erede di quella di Durazzo, senza
venire nuovamente all'esperimento delle armi per cotali diritti
controversi che avevano tanto tempo lordato di sangue l'Italia.
Ferdinando facevasi garante verso Lodovico XII del buon successo
dell'impresa; conciossiachè Federico aprirebbe egli medesimo le migliori
sue piazze alle truppe spagnuole, che vi sarebbero ricevute per
difenderle, ma che invece non vi entrerebbero che per darle alla
Francia. L'undici di novembre del 1500 venne sottoscritto in Granata
questo trattato d'Alleanza tra Lodovico XII e Ferdinando ed Isabella, ma
si tenne gelosissimamente segreto. Le parti contraenti convennero di
attaccare contemporaneamente il regno di Napoli, e di dividerselo in
maniera, che a Lodovico restasse Napoli, la Terra di Lavoro e gli
Abbruzzi coi titoli di re di Gerusalemme e di Napoli, ed al re
Ferdinando toccasse la Puglia e la Calabria col titolo di duca di quelle
due province. I due re non si obbligavano ad ajutarsi reciprocamente
nell'acquisto delle province rispettive, ma soltanto a non nuocersi. In
seguito dovevano ambidue ricevere l'investitura dal papa, riconoscendosi
immediatamente dipendenti dalla Chiesa[112].
[112] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 260. — Hist. de Louis XII par Jean
de Saint Gelais, p. 162. Paris 1622, 4.º — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gal., l. IX, p. 248. — P. Jovii vita Magni Consalvi, l. I, p. 193. —
Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. VI, t. III, p. 535. — Arn.
Ferroni, l. III, p. 43._
Nello stesso tempo in cui Ferdinando sottoscriveva questo trattato,
prendeva le opportune misure per eseguirlo, senza nè risvegliare i
sospetti di don Federico, nè di verun principe dell'Europa, ma per lo
contrario affettando, secondo la consueta sua politica, di essere
soltanto inteso ai vantaggi della Chiesa ed alla difesa della
Cristianità. Erasi mostrato vivamente commosso dalle vittorie ottenute
dai Turchi sopra i Veneziani nel Peloponneso e nell'Adriatico, ed aveva
mandato in ajuto della repubblica il suo migliore generale, Gonsalvo di
Cordova, con una flotta di quasi sessanta vascelli armati a Malaga, e
montati da mille dugento cavalli e da otto mila fanti della miglior
milizia. Quest'armata, di cui dovremo parlare in appresso, secondò
valorosamente i Veneziani, poi svernò in Sicilia, per essere pronta ad
eseguire i segreti disegni di Ferdinando il Cattolico[113].
[113] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. I, p. 191, 192._
Lodovico XII più svelatamente apparecchiavasi alla guerra per eseguire
un trattato non meno imprudente che vergognoso, in forza del quale
introduceva in quell'Italia, di cui era arbitro, un rivale che un giorno
potrebbe scacciarnelo. Il suo esercito, comandato dal d'Aubignì, contava
mille lance, quattro mila Svizzeri e sei mila tra Guasconi ed
avventurieri. In pari tempo Filippo di Rabenstein, fratello del duca di
Cleves, governatore di Genova, conduceva sulle coste del regno di Napoli
sedici vascelli brettoni e provenzali, sei caracche genovesi e sei mila
cinquecento uomini da sbarco[114].
[114] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265._
Dal canto suo don Federico, il quale aveva preso al suo soldo i Colonna,
teneva sotto i suoi ordini settecento uomini d'armi, seicento
cavalleggeri e sei mila fanti; ma riponeva ogni sua speranza in Gonsalvo
di Cordova, che sapeva trovarsi in Sicilia con un'armata composta di
eccellenti truppe, e che gli era annunciato da suo cugino Ferdinando
come apparecchiato a difenderlo. Federico affrettava Gonsalvo a
raggiungerlo a Gaeta, e gli faceva aprire tutte le città della Calabria,
nelle quali diceva il generale esservi bisogno di porre guarnigioni per
guarentire le posizioni della sua armata. Nello stesso tempo Federico
faceva istanza all'imperatore dei Turchi di difendere un regno che
poteva risguardare come antimurale del suo impero. Mandò a Taranto, la
più forte città de' suoi stati, il suo figliuolo primogenito Ferdinando,
sebbene ancora fanciullo; ed egli andò ad accamparsi a san Germano, dove
dovevano raggiugnerlo tutte le truppe che gli conducevano i Colonna e
quelle di Gonsalvo di Cordova[115].
[115] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265._
Ma il 6 di giugno del 1501, essendo l'armata francese, divisa in due
colonne, entrata già nello stato della Chiesa, gli ambasciatori francesi
e spagnuoli presentaronsi insieme al papa ed al sacro collegio per
partecipar loro il trattato di divisione del regno di Napoli,
sottoscritto già da sei mesi dai proprj sovrani. Nello stesso tempo
dichiararono che i loro padroni non miravano ad altro, mettendosi in
possesso del regno di Napoli, che ad acquistare nuovi mezzi per
attaccare di concerto l'impero ottomano. Chiesero al papa di appoggiare
così pia intenzione, accordando ai loro sovrani l'investitura delle
province toccate nella divisione all'uno ed all'altro. Alessandro VI non
poteva che applaudire ad un accomodamento che veniva a farlo arbitro fra
i suoi due potenti feudatarj. Pure non pubblicò la sentenza che
spogliava Federico del trono di Napoli che quando l'esito della guerra
era già deciso, sebbene cotale sentenza fosse già stata pronunciata in
un segreto concistoro tenuto il 25 di giugno[116].
[116] _Raynald. Ann. Eccl. t. XIX, 1501, § 50 a 72, p. 519-527. —
Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2129-2131. — Fr. Guicciardini, l. V,
p. 266. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. IX, p. 249. — Scip.
Ammirato, t. XXVII, p. 264._
Ferdinando era il più prossimo parente di don Federico, ed il suo più
intimo alleato; gli aveva inspirato una illimitata confidenza; aveva di
fresco impetrato ed ottenuto il soprannome di Cattolico, e sempre
ostentava in faccia alla Cristianità l'ipocrita suo zelo pel dilatamento
della fede e per la difesa della Chiesa; onde l'insigne suo tradimento
eccitò quasi tanta indignazione negli stranieri che nello stesso don
Federico. Gonsalvo di Cordova, volendo fino alla fine ingannare questo
sventurato principe, gli scrisse per ismentire ciò che l'ambasciatore
spagnuolo aveva pubblicato in Roma, e per dichiarare d'essere sempre
disposto a difendere colla sua armata il nipote ed il più caro alleato
del suo padrone. Queste proteste gli servirono a calmare le province
ch'egli voleva attraversare, ed a facilitargliene l'occupazione: e
soltanto dopo che l'armata francese toccò i confini del regno, Gonsalvo,
confessando la vergognosa sua commissione, spedì sei galere a Napoli per
levare le due vecchie regine, una sorella, l'altra nipote dei suo
re[117].
[117] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 267._
I mezzi di resistenza che Federico aveva apparecchiati più non bastavano
contro questa doppia aggressione. I suoi soli alleati, i Colonna, erano
dal canto loro attaccati ad Alessandro VI, ed avevano preso il
necessario partito di abbandonare tutte le loro terre, ad eccezione di
Amelia e di Rocca di Papa, nelle quali avevano poste guarnigioni[118].
La ribellione era di già scoppiata in san Germano e ne' vicini luoghi,
non perchè Federico non fosse amato più che i Francesi, ma perchè i suoi
sudditi non volevano prender parte in una guerra che loro non lasciava
veruna speranza. Federico, tuttavia incerto sul partito cui doveva
appigliarsi, e non potendo mantenersi in campagna, chiuse le sue truppe
nelle migliori piazze, per darsi tempo di prendere più maturi consiglj.
Fabrizio Colonna, cui fu dato per compagno il conte Rinuccio di
Marciano, entrato recentemente al servizio di Napoli, fu incaricato
della difesa di Capoa con trecento uomini d'armi, alcuni cavalleggeri e
tre mila fanti; don Federico occupò Aversa con un'altra parte della sua
armata, e Prospero Colonna prese sopra di sè la difesa di Napoli[119].
[118] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 267. — Burchardi Diar. Cur. Rom.,
p. 2129._
[119] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 268._
Frattanto il d'Aubignì aveva, avanzandosi, bruciato Marino, Cavi ed
altri castelli dei Colonna, per vendicare alcuni baroni, partigiani
della Francia, che questi avevano fatto uccidere in Roma. Giulio
Colonna, che doveva difendere Montefortino, abbandonò quella piazza in
un modo poco onorevole, e l'armata francese si trovò padrona di tutto il
paese di confine fino al Volturno. Questo fiume sarebbesi difficilmente
passato in faccia a Capoa, ma il d'Aubignì, avvicinandosi alle montagne,
lo attraversò a minore distanza dalla sua sorgente, ed occupò Aversa, da
cui Federico dovette ritirarsi, indi sottomise Nola e tutto il paese
fino a Napoli. In seguito ripiegò verso Capoa e la investì
contemporaneamente dalle due bande del fiume. La guarnigione rispinse
valorosamente il primo assalto dato dai Francesi, ma si trovò molto
danneggiata: aveva veduto da vicino il pericolo, e temeva di soggiacere
in un altro attacco; di modo che il 24 di luglio del 1501 domandò di
capitolare. Il conte di Cajazzo venne ricevuto sul bastione ad un
abboccamento con Fabrizio Colonna, per trattare intorno alle condizioni
della resa. La guarnigione, che già da otto giorni veniva chiamata alla
custodia delle mura, credette non essere più necessaria tanta vigilanza,
quando erano omai convenute le condizioni della resa; e mentre si stava
trattando, i Francesi penetrarono in città. Assicurasi che un borghese
ne aprì loro le porte, ma che fu all'istante ucciso dai vincitori.
Capoa, sorpresa mentre credeva di arrendersi, venne trattata con tutta
la crudeltà in allora propria delle guerre degli oltremontani in Italia:
furono uccisi sette mila abitanti nelle strade[120], tutte le proprietà
saccheggiate, e tutte le donne abbandonate alla brutale libidine de'
soldati; ma tanto grande era l'orrore che inspiravano, che non poche
matrone si precipitarono nei pozzi per sottrarsi colla morte al
disonore. Nè più degli altri luoghi furono rispettate le chiese ed i
conventi, e finchè agli sventurati Capoani rimase qualche cosa da
perdere, i generali francesi, che in faccia a que' nuovi sudditi
pretendevano di rappresentare il legittimo sovrano, non li coprirono
colla loro protezione. Finalmente il saccheggio era cessato, il soldato
era calmato e ristabilita la disciplina, quando si seppe che una torre
della città aveva servito di rifugio a molte donne. Cesare Borgia le
fece tutte condurre presso di sè, e dopo averle diligentemente
esaminate, scelse le quaranta più belle e le mandò nel suo palazzo di
Roma per formare il suo serraglio[121].
[120] _Burchardi Diar. Cur. Rom. p. 2132. — Fer. Belcarii Comm. l.
IX, p. 250. — Summonte Stor. di Napoli l. VI, c. IV, p. 535._
[121] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 268. — Jac. Nardi l. IV, p. 124. —
Orl. Malavolti Stor. di Siena p. III, l. VI, f. 103._
Fabrizio Colonna, don Ugo di Cardone, e più altri distinti capitani
rimasero tra i prigionieri. Il conte Rinuccio di Marciano, ferito da una
freccia, era pure rimasto in mano de' soldati del Valentino, ma morì il
secondo giorno; e fu creduto che Vitellozzo Vitelli avesse fatte
avvelenare le sue ferite, sovvenendosi che la rivalità di questo
capitano con suo fratello Paolo era stata una delle cagioni del di lui
supplicio[122].
[122] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 269._
La perdita di Capoa portò l'ultimo colpo alla di già vacillante fortuna
di Federico. Egli abbandonò la sua capitale, che più non poteva
difendere, si chiuse in Castel Nuovo, e permise alle città di Napoli e
di Gaeta di aprire, senza essere attaccate, le porte ai Francesi. La
prima si riscattò dal sacco con una contribuzione di sessanta mila
ducati; ed il 25 di agosto, sei giorni dopo l'ingresso dei Francesi in
Napoli, don Federico consegnò loro anche Castel Nuovo. Egli convenne col
d'Aubignì di porlo pacificamente in possesso di tutto ciò che ancora
possedeva in quella parte del regno di Napoli, che dava ai Francesi il
trattato fatto con Ferdinando il Cattolico, riservandosi soltanto
l'isola d'Ischia che per lo spazio di sei mesi non potrebbe essere
attaccata. Nello stesso tempo stipulò un'amnistia per tutti coloro che
si erano dichiarati contro la Francia dopo la conquista di Carlo VIII, e
riservò ai cardinali Colonna e di Arragona il godimento delle rendite
ecclesiastiche che avevano nel regno[123].
[123] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 269. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
IV, p. 125. — Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2132._
Giammai non si erano vedute più illustri vittime delle politiche
rivoluzioni, di quelle che allora si trovavano nell'isola d'Ischia.
Eravi in quel castello Beatrice d'Arragona, sorella di don Federico, da
prima consorte del gran Mattia Corvino, re d'Ungheria, poi di Uladislao,
re di Boemia. Costei aveva col suo favore procurata ad Uladislao la
corona d'Ungheria; e questi in contraccambio l'aveva ripudiata per
isposare un'altra donna. Eravi pure Isabella, duchessa di Milano, nipote
di don Federico, che aveva tutt'ad un tratto perduta la sua sovranità,
quella di suo padre, il consorte e il figlio; finalmente lo stesso
Federico, che trovavasi in quella rocca con sua moglie e quattro
figliuoli in tenera età. Vero è che non istette lungamente in questo
ritiro, dove avrebbe più prudentemente adoperato, aspettandovi qualche
cambiamento di fortuna. Così violenta era la sua indignazione contro suo
cugino, Ferdinando d'Arragona, che preferì di darsi in braccio ad un
nemico che lo aveva sempre combattuto a forza aperta. Egli si attenne al
consiglio di Filippo di Rabenstein ch'era giunto presso Ischia colla sua
flotta: da quest'ammiraglio ebbe un salvacondotto per passare in Francia
con cinque galere leggeri, mentre spedì la maggior parte de' suoi uomini
d'armi a Taranto che si difendeva ancora a nome di suo figlio
primogenito. Affidò il comando d'Ischia al marchese del Guasto ed alla
contessa di Francavilla. Lasciò pure in quell'isola Fabrizio e Prospero
Colonna, il primo de' quali era stato forzato a riscattarsi dai Francesi
dopo la presa di Capoa. Lodovico XII, commosso dalla confidenza di don
Federico, gli accordò infatti il ducato d'Angiò e trenta mila scudi di
rendita, invece del regno che aveva perduto; ma a condizione che mai non
uscirebbe dalla Francia: e sebbene non fosse suo prigioniere, e fosse
venuto sotto la fede di un salvacondotto, Lodovico XII lo pose sotto la
sopravveglianza del marchese di Rothelin, che con trecento uomini ebbe
ordine di fare onorevole guardia alla sua persona, ma in fatto per
tenerlo ubbidiente[124].
[124] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 537. — Fr.
Guicciardini, l. V, p. 269. — Jean de Saint Gelais Hist. de Louis
XII, p. 163. — Barth. Senaregae de reb. Gen. p. 573. — Ist. di Gio.
Cambi, t. XXI, p. 166. — Rayn. An. Eccl. 1501, § 74, p. 528. —
Arnoldi Ferroni, l. III, p. 43._
La conquista dell'altra metà del regno di Napoli che faceva Gonsalvo di
Cordova non fu così rapida; l'aveva cominciata più tardi e con più
deboli forze, ed inoltre aveva incontrato maggior resistenza negli
abitanti. Vedevano questi con estremo dolore la loro patria divisa, e
poichè dovevano cessare d'avere il proprio re, avrebbero almeno
preferito di passare sotto il dominio francese. Pure, perchè il loro
sovrano gli aveva abbandonati, e niun altro principe prendeva a
difenderli, si andarono assoggettando di mano in mano che gli Spagnuoli
intimavano loro di arrendersi. Le sole città di Manfredonia e di Taranto
sostennero un assedio: breve fu quello di Manfredonia, ma quello di
Taranto lunghissimo, sebbene diretto dallo stesso Gonsalvo. La città,
posta in un'isola unita da due ponti al continente e abbondantemente
provveduta di vittovaglie, era abbastanza forte per rendere lungamente
vani tutti gli sforzi degli assedianti; e Giovanni di Guevara, conte di
Potenza, governatore del giovanetto Ferdinando, che vi comandava,
affidato alla naturale forza della piazza, evitava le sortite, le
scaramucce ed ogni piccola zuffa che ad altro non avrebbero servito che
ad indebolire la guarnigione. All'ultimo avendo Gonsalvo trasportato una
ventina di navi armate entro al seno di diciotto miglia di circuito,
detto dai Tarentini mare interno, il conte di Potenza, che non credeva
di essere attaccato da quella banda, e non vi aveva fatte nuove opere di
difesa, si mostrò disposto a capitolare, tanto più che il Gonsalvo gli
aveva fatte offrire onoratissime e vantaggiose condizioni. Il generale
del re cattolico giurò sull'ostia nella più solenne forma, che
accorderebbe al giovane Ferdinando, duca di Calabria, la libertà di
ritirarsi ove più gli piacesse. La città fu ceduta a tal patto, ed il
giovane principe si affrettò, in conformità agli ordini avuti da suo
padre, di prendere la strada di Bitonto per passare nella parte del
regno occupata dai Francesi. Ma non era appena giunto in quella città,
che fu arrestato per ordine di Gonsalvo, ricondotto a Taranto, e di là
imbarcato e mandato prigioniero in Ispagna, malgrado le rimostranze sue
e del governatore, che amaramente rimproveravasi d'averlo precipitato
nella rete. Gonsalvo di Cordova era un uomo religioso fino alla
superstizione ed al fanatismo; e non pertanto si rendeva per politica
colpevole del più insigne spergiuro; ma non volendo illuminare la
propria coscienza, rimettevasi in tutto al suo direttore, e trovò
teologi che gli dissero e pubblicarono per sua difesa, che aveva giurato
non per sè medesimo, ma pel suo padrone, onde non era personalmente
vincolato, come non lo era pure il suo sovrano, poichè il Gonsalvo erasi
per lui obbligato senza sua saputa[125].
[125] P. Giovio, che riferisce questo sofisma, sembra risguardarlo
come un argomento senza replica. _Vita Magni Consalvi, l. I, p.
195-199. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 270. — Fr. Belcarii Comm., l.
IX, p. 251._
Così cadde per non rialzarsi più questo ramo della casa d'Arragona, che
aveva regnato a Napoli con tanto splendore per lo spazio di
sessantacinque anni, e avuto tanta influenza nell'incremento delle
lettere italiane. Federico colla troppo precipitosa sua ritirata si
privò dei mezzi che poteva presentargli la mala intelligenza dei
monarchi che si erano diviso il suo regno. Egli morì in Angiò il 9 di
settembre del 1504. Suo figlio Ferdinando, duca di Calabria, morì in
Ispagna soltanto nel 1550, dopo essersi ammogliato due volte, ma sempre,
secondo le viste della politica spagnuola, con donne conosciute sterili.
Alfonso, il secondogenito, che aveva seguito il padre in Francia, morì a
Grenoble nel 1515 non senza sospetto di veleno, e l'ultimo, Cesare, morì
a Ferrara in età di diciott'anni. Tra le figlie del re Federico, la sola
Carlotta, maritata col conte di Laval, lasciò prole[126].
[126] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 537. — Murat. Ann.
d'Italia an. 1501, t. X, p. 7._ — Nicolò, conte di Laval,
governatore ed ammiraglio di Bretagna, che sposò Carlotta, non
lasciò che una figlia, Anna di Laval, maritata a Francesco de la
Tremoille. Per questa la casa de la Tremoille rivendicò alcuni
diritti sul regno di Napoli.
CAPITOLO CI.
_Guerra nel regno di Napoli tra Lodovico XII e Ferdinando il
cattolico; rivoluzione d'Arezzo; conquiste di Cesare Borgia;
carnificina di Sinigaglia; battaglia di Cerignole; i Francesi
scacciati dal regno di Napoli_.
1501 = 1503.
Gli oltremontani, che in principio del sedicesimo secolo guerreggiavano
in Italia, non dissimulavano in verun modo i sentimenti di diffidenza,
di disprezzo, o di odio che nudrivano verso la nazione che venivano a
combattere. Questi sentimenti mostravansi scopertamente nelle scritture
de' contemporanei, e perchè i successivi avvenimenti più d'una volta li
giustificarono, contribuirono a fondare in tutta l'Europa un pregiudizio
svantaggioso alla nazione che all'ultimo soggiacque. Pure, almeno a
quell'epoca, l'avversione degli oltremontani per gli Italiani altro non
era che l'odio che nutrono tutti i barbari contro le nazioni ridotte a
maggiore civiltà. Sentivano la superiorità dello spirito, del senno,
delle cognizioni dei loro nemici, ma si esasperavano perciò contro la
nazione. Essi rappresentavano questi vantaggi come necessariamente
legati alla dissimulazione ed alla perfidia; si appropriavano invece la
palma del valore e della lealtà, ed abbandonavano con dispregio agli
Italiani il merito dell'astuzia e dell'avvedutezza. Ogni nazione,
paragonandosi agli Italiani, si attribuiva qualità incompatibili con
que' meschini artificj che sono proprj di un popolo giunto all'estrema
civiltà; vantavano a vicenda la buona fede teutonica, la rozza
franchezza elvetica, l'onore francese, la lealtà castigliana. Per altro
ognuna di queste nazioni parve farsi carico di dare nel periodo di pochi
mesi, in seno alla stessa Italia, tali prove di mala fede, che i più
diffamati politici italiani non avrebbero mai pareggiate.
Massimiliano d'Austria, che ambiva di essere ancora più cavaliere che
re, non aveva fino a tale epoca presa veruna importante parte negli
affari d'Italia; soltanto più tardi ed in occasione delle sue contese
con Venezia mostrò in particolar modo il suo disprezzo per le proprie
promesse. Pure la sua inconseguenza aveva di già renduta la di lui
alleanza fatale a coloro che l'avevano comperata: questa aveva ingannati
i Pisani, cagionata la ruina di Lodovico Sforza, e contribuito a quella
di Federico d'Arragona. Questo re di Napoli aveva prestati a
Massimiliano quaranta mila fiorini, a condizione che non farebbe accordi
colla Francia senza comprendervelo. Ma Massimiliano, che dalla sua
insensata prodigalità veniva reso dipendente da tutti gli avvenimenti, e
che durante tutto il suo regno altro non fece che dare parole a prezzo
di danaro, e che mancare di fede per ricevere altre somme, acconsentì
per un sussidio pagatogli dalla Francia a fare con questa una tregua di
più mesi senza comprendervi don Federico, dando così tempo a Lodovico
XII d'attaccare il re di Napoli e di precipitarlo dal trono[127].
[127] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 260._
Il tradimento degli Svizzeri a Novara, di cui fu vittima Lodovico
Sforza, lasciava a quella nazione pochi titoli per vantare la sua
lealtà; tanto più che quella transazione fu preceduta e seguita da molte
altre, che, sebbene meno strepitose per l'importanza degli avvenimenti,
e meno funeste nelle loro conseguenze, non perciò riuscivano meno
contrarie alla fedeltà ed all'onore militare.
La condotta del governo francese era quasi sempre stata macchiata da
un'eguale mala fede: aveva trafficate le sue alleanze coi Pisani, coi
Fiorentini, col duca Valentino; aveva per una somma di danaro
abbandonati ai suoi nemici coloro cui avevano più solennemente accordata
protezione; e la costante sua alleanza con Cesare Borgia l'aveva fatto
partecipe di tutti i delitti di quell'uomo perfido. Ad ogni modo la
Spagna superava tutte le altre potenze per la impudenza della sua mala
fede. Pareva che Ferdinando il Cattolico si recasse a merito di non
promettere che per mancare, si facesse un trastullo de' giuramenti, come
i fanciulli de' fantocci, e pigliasse diletto a moltiplicare gl'inganni
anche più che non richiedeva il buon esito de' suoi disegni. I due
spagnuoli, Alessandro VI e Cesare Borgia suo figlio, fondarono in certo
qual modo col loro esempio la terribile scuola machiavellica; e lo
stesso eroe della Spagna, Gonsalvo di Cordova, si espose più volte al
rimprovero di perfidia.
Ma veruna transazione del secolo non portava l'impronta d'una violazione
più perfida di tutti i diritti, di tutti i doveri, quanto il trattato di
Granata per la divisione della monarchia di Napoli: verun'altra
transazione disvelava in coloro che sottoscrissero un più alto disprezzo
per le obbligazioni morali e per le leggi dell'onore. Bisognava essere
accecati dalla cupidigia per isperare che l'una parte o l'altra
eseguirebbe di buona fede una convenzione fondata sopra la sovversione
di ogni fede, di ogni principio. Una tale convenzione non poteva
produrre che la guerra e non la pace; ed infatti appena fu terminata la
conquista del regno di Napoli dai due principi che avevano concertato
tale tradimento, che cominciarono a contendersene le province.
Il trattato di divisione di Granata aveva avuto per base l'antica
divisione del regno di Napoli in quattro province, attribuendosene due
ogni potenza. La Campania comprendeva ciò che oggi chiamasi Terra di
Lavoro ed i due principati; l'Abbruzzo comprendeva i due moderni
Abbruzzi e la contea di Molise. Queste erano le province assegnate alla
Francia. La Puglia comprendeva la Capitanata, la terra di Bari e quella
di Otranto; la Calabria comprendeva la Basilicata e le due moderne
Calabrie. Per altro quest'antica divisione di province era stata
cambiata dal re Alfonso I. Le province della Capitanata e della
Basilicata, staccate una dalla Puglia l'altra dalla Calabria, non erano
state chiaramente indicate nel trattato di Granata siccome devolute al
re di Spagna. Alcune città della prima erano state occupate, senza
rimostranze in contrario, a nome del conte di Lignì, cui erano state
accordate in feudo da Carlo VIII: altronde pareva che la Capitanata non
si potesse separare dagli Abbruzzi; il quasi intero prodotto delle quali
due province consisteva nelle gabelle delle mandre che in tempo d'estate
pascolavano le erbe delle alte montagne dell'Abbruzzo e nell'inverno
quelle delle aduste campagne della Puglia[128].
[128] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. I, p. 199. — Alf. de Ulloa Vita
di Carlo V, l. I, f. 18. Venezia 1574 in 4.º — Fr. Guicciardini, l.
V, p. 274. — Fr. Belcarii Comm., l IX, p. 253._
Le ostilità cominciarono ad Atripalda nella Basilicata; i Francesi vi si
erano stabiliti, e gli Spagnuoli li sorpresero e li discacciarono. Pure
nè gli uni, nè gli altri erano apparecchiati ad una nuova guerra. Luigi
d'Armagnacco, duca di Nemours, vicerè di Napoli a nome di Lodovico XII,
acconsentì di scontrarsi con Gonsalvo di Cordova nella chiesa di
sant'Antonio tra Atella e Melfi, per regolare i punti intorno ai quali
non andavano d'accordo. Convennero che in pendenza della decisione dei
loro monarchi per la dilucidazione del trattato, le città controverse
sarebbero governate in comune dai due vicerè, che vi spiegherebbero le
insegne delle due nazioni, e che le gabelle pel pedaggio delle mandre,
che davano cento mila ducati all'anno, e che formavano il reddito più
depurato del regno, ma che sarebbe stato totalmente perduto pei Francesi
se avessero rinunciata la Capitanata, verrebbe in eguali porzioni diviso
fra loro e gli Spagnuoli[129].
[129] _Pauli Jovii de Vita M. Consalvi, l. II, p. 201. — Al. de
Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 18. — Fr. Guicciardini, l. V, p.
275._
Quest'accomodamento favorevole ai Francesi non era stato dal Gonsalvo
accettato che per conoscersi più debole; egli diede il tempo di scrivere
alle corti. Confessarono i due re di non conoscere il paese e di non
avere prevedute le difficoltà che si affacciavano; ma sentendo ambidue
l'impossibilità di conservare la pace, invece di commettere al
rispettivo luogotenente di ultimare la controversia all'amichevole,
l'invitarono ad approfittare il più che potesse delle presenti
circostanze, ed a spiegare a suo vantaggio tutto ciò che fosse oscuro.
L'uno e l'altro volevano la guerra, ma i Francesi trovaronsi
apparecchiati a sostenerla prima degli altri. Perciò il 19 di giugno del
1502 il Nemours fece dichiarare al Gonsalvo, che se non gli veniva
restituita la Capitanata, i Francesi si farebbero da sè giustizia colle
armi; e subito dopo attaccò Atripalda, l'occupò di nuovo, e nello stesso
tempo fece cominciare le ostilità su tutta la linea. Il Gonsalvo,
sentendo che i principi di Salerno e di Bisignano eransi dichiarati a
favore dei Francesi, e che tutto il paese era in fermentazione, fuggì di
notte da Atella, e si ritirò successivamente verso Andria, Bitonto e
Barletta, distribuendo tutte le truppe che gli restavano nelle fortezze,
ed abbandonando la campagna alle incursioni de' Francesi[130].
[130] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 275. — P. Jovi Vita M. Consalvi,
l. II, p. 202. — Al. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 18._
Gonsalvo di Cordova aveva scelta Barletta per riunirvi la sua armata,
aspettarvi i soccorsi della Spagna, e lasciar tempo ai Francesi di
snervarsi in una guerra di avamposti. Questa città, fabbricata
dall'imperatore Eraclio al sud-est della foce dell'Ofanto, era stata
spesse volte la sede degli antichi re di Napoli: angusto era il suo
porto e non sicuro per tutti i venti, e le vecchie sue mura non avevano
terrapieni. Ma il Gonsalvo vi adunava i suoi più valorosi soldati, ed i
baroni del regno che si erano dichiarati a favore della Spagna. Le era
rimasto fedele l'antico partito arragonese, il quale non aveva preso
parte al vivissimo sdegno di Federico, e mentre che questo re aveva
preferito di porsi in mano della Francia, piuttosto che commettersi a
suo cugino, quasi tutti coloro che l'avevano seguito nel suo esilio, e
particolarmente Prospero Colonna trovavansi in allora presso Gonsalvo.
Per lo contrario l'antica fazione d'Angiò si era ovunque dichiarata
favorevole ai Francesi, ed era appunto più potente nelle province cedute
alla Spagna.
Nel consiglio di guerra tenuto dal duca di Nemours intorno al suo piano
di campagna, Andrea Matteo d'Acquaviva, duca d'Adria, il più riputato
tra i baroni angiovini e come letterato e come guerriero, propose di
assediare Bari, la più florida città ed il miglior porto che gli
Spagnuoli avessero sull'Adriatico. Diceva che la sua conquista trarrebbe
seco quella di Giovenazzo e di Bitonto, e la rivoluzione di tutta la
provincia. Ma Isabella di Arragona, figlia di Alfonso II e vedova di
Giovan Galeazzo Sforza, aveva il comando di Bari assegnatale per suo
appannaggio; ed i generali francesi non sapevano senza ripugnanza
risolversi ad attaccare una donna, il di cui padre e marito erano stati
da loro privati del trono, e di cui ne tenevano in prigione il
figliuolo; una donna fatta da loro tanto infelice, e di cui rispettavano
il carattere. Ivone d'Allegre e la Palice dissero ch'essi credevano più
conveniente al carattere de' cavalieri francesi ed in pari tempo alle
regole dell'arte militare di attaccare lo stesso Gonsalvo nella città in
cui si era chiuso, di non dargli tempo di accrescere le fortificazioni,
e di approfittare dell'impeto francese per terminare la guerra sulle
medesime brecce di Barletta[131].
[131] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 203. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. II, f. 18._
Il duca di Nemours, che non aveva nè talenti distinti nè carattere,
appigliossi, come il più delle volte sogliono fare gli uomini mediocri,
ad un partito di mezzo tra i due che gli venivano proposti, e con una
fallace prudenza rinunciò ai vantaggi dell'uno e dell'altro. Attaccando
Bari, temeva di lasciare il Gonsalvo in libertà; temeva, assediando
Barletta, di avere a lottare coi talenti di un grande generale e col
vigore di una grossa armata, e risolse di bloccare soltanto Barletta.
Luigi d'Ars, Chatillon de Formant, e Chandieu o Chandenier, comandante
degli Svizzeri, furono dello stesso parere. Il d'Aubignì fu staccato con
un terzo dell'armata francese per fare un'invasione nella Calabria. Egli
si era fatto amare e rispettare in quella provincia in tempo della
precedente guerra colla giustizia e colla dolcezza del suo governo; ed
infatti non vi fu appena rientrato, che i principi di Salerno e di
Bisignano, della casa di Sanseverino, ed il conte di Mileto, si posero
sotto le sue bandiere; tutte le città, e la stessa Cosenza, capitale
della provincia, aprirono le loro porte ai Francesi; e le guarnigioni ed
i magistrati spagnuoli si ritirarono in Sicilia, lasciando che il
d'Aubignì stendesse il suo dominio fino allo stretto di Messina[132].
[132] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 204. — Al. de Ulloa vita
di Carlo V, l. I, p. 19._
Intanto il duca di Nemours andava prendendo varie posizioni intorno a
Barletta, ed occupando tutti i vicini castelli; tentava di togliere al
Gonsalvo i viveri e le comunicazioni colle altre parti del regno: egli
non entrava colle sue truppe che in iscaramucce di poca importanza; e
rinnovava l'errore in cui caddero diversi generali francesi, di lasciar
languire il soldato, di annojarlo ed impazientarlo, dissipando in tal
modo quell'ardore e quell'impeto nazionale, che gli avrebbero data la
vittoria.
Mentre che i due generali scansavano le regolari battaglie e le azioni
sanguinose, uno per prudenza l'altro per imperizia, le due armate, la di
cui cavalleria era tutta formata di coraggiosa nobiltà, cambiava la
guerra in tornei ed in duelli nelle forme. Gli uomini d'armi francesi,
confessando il valore della fanteria spagnuola, sprezzavano la
cavalleria, che risguardavano come formata nella scuola dei Mori, e più
fatta per caracollare che per combattere. Loro rispondevano gli
Spagnuoli, che con armi eguali ed in egual numero, non temevano i
Francesi. Si convenne perciò che si proverebbero undici cavalieri contro
undici. Erano i più distinti tra i campioni francesi, Bajardo, il
cavaliere senza paura e senza macchia, e Francesco d'Urfè, signore
d'Orose; tra gli Spagnuoli Diego de Vera e Diego Garcia de Paredes. I
Veneziani, che comandavano a Trani, e che osservavano una perfetta
neutralità fra le due armate, accordarono lo steccato e nominarono i
giudici della zuffa. Doveva terminare al tramontare del sole, e coloro
che verrebbero scavalcati, o cacciati fuori dell'aringo più non dovevano
prendervi parte. Al primo urto furono rovesciati sette francesi o uccisi
i loro cavalli; ma i quattro che rimanevano, cioè Bajardo, Orose, Torci,
luogotenente de la Palice, e Montdragon, chiudendosi come in un baluardo
dietro i cavalli de' loro compagni, stesi sul campo di battaglia, vi si
difesero tanto valorosamente e con tanta costanza, che dopo sei ore
d'inutili sforzi, essendo caduto il sole, i giudici della battaglia
divisero i combattenti, e dichiararono la gloria fra di loro
eguale[133].
[133] _P. Jovi vita M. Consalvi, l. II. p. 205. — Mém. du chev.
Bayard, t. XV, c. 13, p. 36. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I,
f. 19._
Le due nazioni avevano fatto un accordo pei prigionieri, e si facevano
un punto d'onore di trattarli con umanità. Don Alonzo de Sotomajor, il
quale era stato prigioniere del cavaliere Bajardo, lagnavasi di essere
stato trattato con soverchia severità. Protestava il Bajardo di non
averlo ristretto che dopo che il Sotomajor aveva tentato di fuggire
malgrado la data parola. I due cavalieri terminarono la loro lite in uno
steccato, ove il Sotomajor fu ucciso; e gli stessi Spagnuoli fecero
plauso alla vittoria del guerriero che rispettavano, risguardandola come
un giudizio di Dio contro il loro compatriotta[134].
[134] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 206. — Ar. Ferroni, l.
III, p. 45. — Mém. du chev. Bayard, c. 19-22, p. 15 e segu. — Alf.
de Ulloa, l. I, f. 19._
Queste battaglie in isteccato chiuso, questi cavallereschi riguardi tra
i soldati delle due armate non avevano luogo che tra i gentiluomini; i
pedoni ignobili non erano trattati con minore crudeltà che in addietro,
nè i contadini spogliati meno barbaramente. Intanto il Gonsalvo andava
ogni giorno afforzando Barletta con nuove opere, ed il Nemours, che
aveva trascurato di attaccarlo vivamente nel primo istante, non avrebbe
oramai potuto farlo con isperanza di riuscita. Si limitò quindi ad
occupare le fortezze del vicinato, Cerignole, l'antica rocca di Gerione,
che aveva resistito ad Annibale, e dove Zarate e d'Acunha comandavano
agli Spagnuoli, e Canosa difesa da Pietro Navarro. Questi due assedj
furono valorosamente sostenuti; ma conoscendo il Gonsalvo che finalmente
quelle guarnigioni avrebbero dovuto cedere, e non volendo esporsi a
perdere così buoni ufficiali e tanti valorosi soldati, ordinò loro di
evacuare quelle due città e di ritirarsi a Barletta[135].
[135] _Pauli Jovii vita M. Gonsalvi, l. II, p. 207. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. I, f. 20._
Erano di già più mesi passati da che Gonsalvo di Cordova teneva chiusa
la sua armata entro le mura di una povera città, che gli offriva così
pochi mezzi. La corte di Spagna colla consueta sua lentezza nulla aveva
fatto per soccorrerlo. Egli più non aveva nè danaro, nè vesti; ed ai
suoi soldati cominciavano pure a mancare le vittovaglie e le armi, ma
loro aveva saputo inspirare tanto amore, aveva così profondamente
penetrato il carattere spagnuolo, e approfittato così destramente
dell'orgoglio, della costanza e della sobrietà nazionali, che in mezzo a
tante privazioni i suoi soldati non diedero verun indizio d'impazienza,
d'indisciplina, o di scoraggiamento. Finalmente una nave siciliana portò
a Gonsalvo il frumento di cui aveva urgentissimo bisogno; un'altra gli
recò da Venezia armi, vesti, scarpe, che affatto mancavano alla sua
truppa; comperò tutti questi oggetti sul credito di Isabella di Arragona
e de' più ricchi mercanti di Bari, e mentre trovavasi affatto senza
danaro, fece credere ai suoi soldati che un forziere, che loro mostrava,
fosse tuttavia pieno d'oro, e che lo teneva in serbo per pagare il loro
soldo il giorno dopo la battaglia[136].
[136] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 209. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. I, f. 20. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 295._
In tal modo si consumò tutta la campagna del 1502. Frattanto il duca di
Nemours, avanti di distribuire le sue truppe ne' quartieri d'inverno, le
condusse sotto le mura di Barletta, ed invitò il Gonsalvo per mezzo di
un araldo d'armi a misurarsi con lui in aperta campagna. Il Gonsalvo lo
ringraziò della sua offerta, ma gli fece dire che gli sarebbe ancora più
tenuto, se da lui otteneva di aspettare la propria convenienza, tanto
più ch'egli non aveva costume di ricevere consiglio dal suo nemico circa
al tempo di combattere o no. Il Nemours, contento di avere terminata la
campagna con questa braveria, si ritirò verso Canosa, e senza temere un
nemico che ricusava di venire a battaglia, non camminava ordinatamente,
lasciando che i suoi battaglioni si sbandassero a molta distanza gli uni
dagli altri. Tutt'ad un tratto Diego di Mendoza, che gli teneva dietro
con Prospero Colonna, piombò sulla retroguardia, l'avviluppò cogli
uomini d'armi italiani, e gli fece moltissimi prigionieri[137].
[137] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 210. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. I, f. 20, v._
Trovavasi tra costoro Carlo Hennuyer de la Mothe, illustre ufficiale
francese, che co' suoi compagni di sventura, fu il giorno susseguente
invitato ad un banchetto in casa del Mendosa, di cui era prigioniero. Il
capitano spagnuolo, rendendo giustizia al valore francese, attribuì
tutta la riuscita della vigilia all'intrepidezza ed alla precisione dei
movimenti della cavalleria italiana comandata da Prospero Colonna. I
Francesi erano ben contenti di dividere la palma del valore cogli
Spagnuoli, ma risguardavano come un insoffribile affronto il paragone
cogl'Italiani. Il La Mothe sostenne caldamente che gl'Italiani, tante
volte vinti, non potevano con verun'arme, in veruna sorta di zuffa
essere eguali ai Francesi. Non si astenne nel susseguente giorno di
ripetere a sangue freddo le stesse ingiuriose parole in faccia a
Prospero Colonna, che lo aveva interpellato appostatamente, e che in
risposta gli diede una mentita. L'onore delle due nazioni parve
interessato in questa privata contesa; e i due generali furono contenti
che si venisse solennemente all'esperimento delle armi. Tredici Italiani
e tredici Francesi armati di tutto punto dovettero trovarsi in campo
chiuso per battersi fino all'ultimo sangue. Il campo venne scelto ad
eguale distanza tra Barletta, Quadrata e Andria; gli fu dato
l'estensione di un ottavo di miglio quadrato, e segnato con semplice
solco d'aratro: e fu convenuto che chiunque verrebbe spinto fuori di
questo recinto, si riconoscerebbe per vinto, nè più potrebbe rientrare
nella pugna. I due generali in capo, che avevano acconsentito ad una
tregua, eransi avanzati colle loro armate in ordine di battaglia per la
guardia del campo. I campioni erano stati diligentemente scelti, ed in
particolare dal lato degl'Italiani, il di cui onore sembrava più
gagliardamente compromesso. In conformità della disfida di La Mothe ogni
parte doveva armarsi a piacere, e come troverebbe più vantaggioso di
fare; sicchè le armi non erano eguali. Gl'Italiani usavano lance più
lunghe di un piede, ed avevano inoltre piantato sul campo di battaglia
due spiedi di riserva per uso de' cavalieri che si troverebbero
scavalcati. I vinti dovevano restar prigionieri dei vincitori, a meno
che non si riscattassero con cento scudi d'oro per cadauno.
Questo conflitto, cui gl'Italiani diedero maggiore importanza che ad una
formale battaglia, ebbe luogo il 13 di febbrajo del 1503. I loro
campioni erano stati scelti tra gli uomini d'armi di Prospero Colonna,
il quale per altro aveva avuto l'avvedutezza di prenderne qualcuno di
ogni provincia d'Italia. I voti dei generali, dell'armata, del popolo,
gli accompagnarono; e non dobbiamo maravigliarci, che una nazione
oppressa, assai più divisa che vinta, e che versava il proprio sangue
per gli stranieri, senza trovare occasione di spargerlo per la propria
indipendenza, cogliesse avidamente l'occasione di salvare il proprio
onore, quando aveva perduta ogni altra cosa, e che accogliesse poi con
trasporti di gioja e con entusiasmo i campioni che lo difesero. Questi
campioni furono vittoriosi. Invece di mettere in piena corsa i loro
cavalli, come fecero i loro avversarj, gli aspettarono di piè fermo, ed
ingannandoli rispetto allo spazio che dovevano percorrere, li
disordinarono. Alcuni cavalli francesi oltrepassarono il solco, ed i
loro cavalieri rimasero esclusi dalla pugna. Altri cavalieri furono
rovesciati dalle più lunghe lance degl'Italiani, senza che potessero
raggiugnerli colle loro. Due cavalieri italiani, caduti nel primo urto,
diedero di mano agli spiedi posti in serbo, ed atterrarono varj cavalli
francesi. Un solo francese fu ucciso; i suoi camerata, scavalcati gli
uni dopo gli altri, s'arresero successivamente agl'Italiani che li
fecero prigionieri, e dopo un'ostinata lotta si diedero per vinti e
furono condotti in trionfo a Barletta: niuno di loro aveva portati i
cento scudi pel suo riscatto, perchè niuno aveva creduta possibile la
loro sconfitta[138][139].
[138] Tutti gli storici Italiani parlarono con manifesta compiacenza
di questa zuffa ed assai circostanziatamente. _Fr. Guicciardini, l.
V, p. 296-298. — P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 211-214. —
Ejusdem vita di Pompeo Colonna, p. 354. — Summonte istor. di Napoli,
l. VI, c. IV, p. 542, e 552. — Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l.
I, f. 21. — Arn. Ferroni, l. III, p. 47._
[139] Il nostro autore, che d'ordinario si mostra parziale per
gl'Italiani, pare che in questa circostanza accordi la vittoria
piuttosto all'accortezza che al vero valore de' campioni italiani.
Oltre i citati autori e molti altri che non importa ricordare, non
dobbiamo ommettere il frammento di un poema latino del Vida,
pubblicato in Milano nel 1818, e probabilmente dall'autore non
veduto. Io mi limiterò a riferire, secondo lo stesso Vida, i nomi
de' guerrieri italiani:
Fieramosca Capuano
Miale o Aminale Toscano
Mariano da Sarni Napolitano
Pachis } Siciliani
Salamene }
Braccaleone Romano
Capoccio Romano
Carellario Napolitano
Fanfulla Cremonese
Riccio Parmigiano
Lod. d'Abenavolo Napolitano
Practius } Siciliani
Gelenus }
Mentre che i generali francesi conservavano la loro superiorità nel
regno di Napoli, piuttosto pel vantaggio del numero, che per quello de'
talenti, i loro commilitoni non erano senza qualche inquietudine nel
ducato di Milano. I figli di Lodovico il Moro si erano rifugiati alla
corte di Massimiliano, re de' Romani. Questo principe, che aveva sposata
una loro cugina, ed era vincolato col loro genitore non meno
dall'amicizia che dai trattati, nudriva da gran tempo tanta gelosia
contro la Francia, che non aspettava che l'istante propizio di
manifestarsi. Egli non aveva riconosciuti i pretesi diritti della casa
d'Orleans; rifiutava a Lodovico XII l'investitura del ducato di Milano,
e con tale rifiuto annullava, secondo il diritto feudale, la di lui
conquista. Il ministero francese mai non aveva potuto ottenere da
Massimiliano che tregue di pochi mesi, e le aveva tutte comperate col
danaro. Temeva ad ogni istante che l'imperatore invadesse la Lombardia,
e con ciò mettesse in pericolo il regno di Napoli. Il cardinale
d'Amboise, primo ministro di Lodovico XII, risoluto di non risparmiare
alcuna cosa per conservare la pace con Massimiliano, recossi a Trento
per avere con lui un abboccamento. Lodovico XII non aveva figli maschi,
ed il cardinale offrì la figlia del suo re, madama Claudia di Francia,
in matrimonio al nipote di Massimiliano, Carlo, figliuolo di Filippo e
di Giovanna di Castiglia, il quale trovavasi ancora in fasce. Questi due
sposi fanciulli dovevano avere per loro appannaggio il ducato di Milano,
di cui Massimiliano darebbe loro l'investitura. Filippo, sovrano de'
Paesi Bassi, era stato illuminato dall'interesse de' suoi industri
sudditi; desiderava conservare la pace colla Francia, ed incaricavasi
con zelo delle parti di mediatore tra Massimiliano, suo padre, e
Lodovico XII, suo formidabile vicino. Perciò la negoziazione, cominciata
molto prima dell'abboccamento di Trento, pareva portata a buon termine:
il cardinale d'Amboise vi aveva aggiunto il progetto della riforma della
Chiesa nel suo capo e nelle sue membra, credendo con ciò di farsi strada
al papato. Si mostrò quindi facile rispetto alle condizioni accessorie,
e tra le altre cose promise di porre in libertà Lodovico Sforza, il
cardinale Ascanio e gli altri prigionieri milanesi. Ma non era facile a
regolarsi la quistione principale. Lodovico XII poteva ancora avere un
figlio, e non voleva preventivamente diseredarlo a favore di sua figlia:
e l'imperatore non volle mai acconsentire alla riserva che Lodovico
avrebbe voluto fare di questo diritto contingente, onde si ruppe la
conferenza di Trento, senz'altro risultamento che quello di aver
prolungata di pochi mesi la tregua[140].
[140] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 271._
Intanto Massimiliano, che credevasi chiamato a far rivivere tutti i
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