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Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

by J.-C.-L. Simonde de Sismondi · Italian · Gutenberg #44169 · 703,048 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)
    
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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16)

Author: J.-C.-L. Simonde de Sismondi


        
Release date: November 12, 2013 [eBook #44169]
                Most recently updated: October 23, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/44169

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO, V. 12 (OF 16) ***

                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                            _TOMO XII._



                              ITALIA
                               1819.




STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE




CAPITOLO XCI.

      _Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del
      15.º secolo._


Nel corso di questa storia abbiamo di già due volte invitati i nostri
leggitori a trattenersi con noi, per dare insieme uno sguardo allo
spazio trascorso. Dopo il 1303 abbiamo procurato di offrir loro un
prospetto del tredicesimo secolo, e dopo il 1402 quello del
quattordicesimo. Prima di ripigliare la nostra narrazione, loro
chiederemo d'abbracciare con un colpo d'occhio il quindicesimo secolo,
per formarci un'accurata idea di ciò che era l'indipendenza italiana, di
ciò che era il contratto sociale in tutta la contrada, nel momento in
cui cominciò la terribile lotta che privò l'Italia della sua
indipendenza, e tutto sovvertì il suo stato sociale.

Se non abbiamo creduto di scegliere il nostro punto di riposo alla
precisa epoca della fine del tredicesimo e del quattordicesimo secolo,
abbiamo ancora migliore ragione di dispensarcene, rendendo conto del
quindicesimo; imperciocchè poco prima che terminasse questo secolo, ci
si presenta, nel punto cui siamo arrivati, una di quelle importanti
epoche, che dividono la storia in due periodi di carattere assolutamente
diverso, che chiudono in certo modo le precedenti rivoluzioni, e ne
cominciano di nuove, prodotte da altre cause e dirette da altre
passioni. Abbiamo fin qui osservato i tempi che propriamente
appartengono all'età di mezzo; entriamo adesso nella rivoluzione che
fece succedere alla sua antica organizzazione quella dei moderni tempi,
che mescolò nazioni fin allora separate, dando loro interessi di cui in
addietro non avevano pure avuto conoscenza.

Fino alla morte di Lorenzo de' Medici, accaduta nel 1492, colla quale
abbiamo posto fine al precedente volume, la nazione italiana dava, se
non legge, almeno ammaestramenti ed esempi a tutte le altre. Ridotta
essa sola a civiltà, affastellava il rimanente de' popoli europei sotto
il nome di barbari, e loro incuteva rispetto. Non aveva steso sopra di
loro il suo impero, ma non aveva nemmeno subito giogo straniero. Alcuni
esteri sovrani eransi per vero dire seduti sul trono di Napoli, ma dopo
essere diventati italiani; alcune armate oltramontane avevano
attraversata l'Italia, ma si erano prima poste al soldo di qualche
sovrano della contrada. Il progetto di soggiogare l'Italia non erasi
ancora formato da verun principe venuto a portarvi la guerra; giammai i
popoli non avevano concepito il timore di questa servitù, nè avevano
potuto sospettarne il pericolo.

Ma nel 1494 tutti i popoli limitrofi, gelosi della prosperità
dell'Italia, o avidi delle sue spoglie, cominciarono nello stesso tempo
l'invasione di questo ricco paese; armate devastatrici uscirono dalla
Francia, dalla Svizzera, dalla Spagna, dalla Germania, e, per lo spazio
di quasi mezzo secolo, non diedero verun riposo agli sventurati
Italiani; portarono il ferro ed il fuoco fino sulle cime più rimote
degli Appennini, e fino alle rive dei due mari; la peste e la fame
camminavano con loro; la miseria, il dolore, la morte penetrarono entro
i più sontuosi palazzi, e nei più abietti abituri; giammai tanti
patimenti avevano oppressa l'umanità, giammai tanta parte della
popolazione era stata distrutta dalla guerra. Diverse cagioni mettevano
le armi in mano ai combattenti, ma i risultamenti della loro guerra
erano sempre i medesimi. Ogni nuova invasione ruinava le fortificazioni
dell'Italia, distruggeva le sue ricchezze, faceva sparire la sua
popolazione. I suoi diversi governi si dividevano, alleandosi a
straniere potenze, e prendendo parte alle loro liti, mentre
dimenticavano la propria sorte; essi ancora non si accorgevano che la
loro esistenza si giuocava a gran giuoco, e che venivano promessi come
premio al vincitore, anche prima d'avere conosciuto che l'Italia poteva
essere soggiogata.

Si è in sul declinare del quindicesimo secolo, che, giunti in certo modo
al più elevato punto dello spazio che abbiamo abbracciato, vediamo
l'intera storia dell'Italia dividersi ne' diversi suoi periodi. I sei
primi secoli, che scorsero dopo la distruzione dell'impero d'Occidente,
apparecchiarono colla mescolanza de' popoli barbari coi popoli degeneri
dell'Italia, la nuova nazione che doveva succedere ai Romani. Nel
dodicesimo secolo questa nazione conquistò la libertà, di cui godette
nel dodicesimo e quattordicesimo secolo, aggiugnendovi tutti i trionfi
della virtù, de' talenti, delle arti, della filosofia e del gusto, e
lasciò che si corrompesse nel quindicesimo, perdendo in pari tempo
l'antico suo vigore. Quasi mezzo secolo di spaventosa guerra distrusse
allora la sua prosperità, la privò de' suoi mezzi di difesa, e gli rapì
all'ultimo la sua indipendenza. Dopo questa guerra, che formerà il
principale argomento di questi ultimi volumi, decorsero quasi tre secoli
nella servitù, nell'indolenza, nella mollezza, nell'obblio.

Quando una nazione è ad un tempo infelice e viziosa, siamo sempre
inclinati ad attribuire le sue disgrazie ai suoi vizj, quando
converrebbe il più delle volte attribuire i suoi vizj alle sue
disgrazie. Si direbbe che la compassione è per il cuore dell'uomo un
sentimento troppo penoso, e che avidamente cogliamo tutte le ragioni,
tutti i pretesti che ci dispensano dal compiangere gli altri. È altronde
indubitato che ognuno si sottrae possibilmente dall'applicare a sè
medesimo, ai suoi compatriotti, al suo paese, l'esempio delle grandi
calamità pubbliche; uom preferisce di non credervisi esposto, col
persuadersi che non si possano commettere in verun modo que' falli che
scorgonsi negli altri; e quando si accusa una nazione degenerata, si
suppone di trovarvi la guarenzia della propria. «Il popolo che potè
cadere sotto il giogo della schiavitù, dicono oggi i vincitori, il
popolo che la soffre, la merita. Coloro che non sonosi sentiti fremere
all'avvicinarsi dello straniero, coloro che non conobbero che, per
respingerlo, d'uopo era sagrificare i suoi beni, la propria vita, e
quella de' figli, sono fatti per rimanere sotto la sua legge, non sono
meritevoli di compassione, perciocchè una generosa nazione non avrebbe
subita una così triste sorte.»

Ma la storia non insegna agli uomini tanta confidenza; ci mostra per lo
contrario, che se le servitù sono necessarie per l'esistenza delle
nazioni, non bastano però a guarentirle; che la più saggia costituzione
non lascia di essere un'opera umana; che come opera dell'uomo in sè
contiene numerosi semi di ruina; che anche in seno alla libertà, alla
virtù pubblica, al patriottismo, si sono veduti manifestarsi gli eccessi
dell'ambizione, che hanno precipitato una nazione nell'abuso delle sue
forze, e nell'esaurimento che ne è la conseguenza; per ultimo che noi
soli non fabbrichiamo i nostri destini, e che le molte cagioni che sono
a noi straniere, e che indichiamo col nome di accidentalità, perchè non
sono da noi dipendenti, possono rendere inutili tutti i nostri sforzi.

La nazione inglese è forse oggi ciò che la nazione italiana era tre
secoli fa. Ugualmente cercò la libertà prima d'ogni altro vantaggio, e
questo solo gli diede tutti gli altri: nello stesso modo la libertà
dello spirito gli ha dato l'impero della filosofia e delle lettere, come
la libertà delle azioni gli diede l'impero del commercio e
dell'opulenza; e così la potenza dell'opinione intorno al proprio
governo gli diede la preeminenza su tutti gli altri, e la collocò nel
centro della politica europea: ma per quante circostanze non fu ella
l'Inghilterra in sul punto di perdere la felicità presente, e di cadere
più in fondo dell'Italia. Quale sarebbe stata la sua sorte, se più
lungamente vissuta fosse la regina Maria, o se avesse lasciati figli di
Filippo II? se Elisabetta accettato avesse uno de' molti sposi cattolici
che le si offrirono, se Carlo I non fosse stato tanto imprudente, nè
così vile Carlo II, nè Giacomo II tanto insensato? Quante volte non andò
debitrice della propria salute ai venti ed alle burrasche che
dissiparono le flotte de' nemici, che potevano distruggere le sue?
Quante volte la stravaganza di coloro che cercavano la sua ruina non gli
fu più salutare che la propria prudenza? Quante volte non fu soccorsa da
un felice destino, allorchè la propria salute non era più in sua mano?

Se gli Italiani, suol dirsi soventi, avessero formato, in sull'esempio
delle altre nazioni d'Europa, una sola e robusta monarchia, se avessero
rinunciato all'insensata discordia de' loro piccoli stati, se in cambio
di consumare le loro forze gli uni contro gli altri le avessero tutte
impiegate al di fuori, sarebbero stati più che bastanti a respingere gli
stranieri; e, coprendosi di gloria nelle battaglie, avrebbero assicurata
l'interna prosperità colla loro indipendenza. Ma potrebbesi piuttosto
dire: se gli Italiani avessero fatto come gli Spagnuoli, l'Italia
avrebbe subita la sorte della Spagna, e questa sorte non è più degna
d'invidia della loro. Effettivamente, nell'epoca in cui ebbero principio
le guerre crudeli che ridussero in servitù l'Italia, la Spagna, per lo
innanzi divisa in assai più stati, contava ancora cinque monarchie
indipendenti, e costantemente nemiche le une delle altre; quella di
Castiglia, d'Arragona, di Navarra, di Portogallo e di Granata. Fu Carlo
V il primo che riunì quattro di queste cinque monarchie, e Carlo V fu il
primo che soggiogò l'Italia. Questa riunione costò agli Spagnuoli la
libertà, non trovandosi le loro costituzioni abbastanza forti per
contenere un monarca, che impiegava contro i suoi sudditi di un regno
quelli di un altro. L'agricoltura, le manifatture, il commercio furono
scacciati dalla Spagna dalla violenta amministrazione succeduta alle
antiche e savie leggi delle cortes. Le private fortune vennero
distrutte, scomparve la sicurezza de' cittadini, e la popolazione
infinitamente scemò; tutti gli oggetti che gli uomini si propongono
d'ottenere nello stabilimento dell'ordine sociale furono per sempre
perduti, e l'indipendenza della nazione non fu assicurata a spese della
libertà. Sotto il regno di Carlo V tutta Spagna echeggiò di lagnanze,
perchè Giovanna aveva portato ad un sovrano straniero l'eredità dei suoi
padri, e perchè gli Spagnuoli venivano governati dai Fiamminghi. Sotto
il regno di Filippo II, gli Arragonesi, i Portoghesi, i Navarresi ed i
Mori di Granata non si lagnarono con minore amarezza del governo de'
Castigliani. Gli altri popoli dell'Europa potevano risguardare e gli uni
e gli altri come egualmente Spagnuoli; essi, che ubbidivano,
risguardavano i loro padroni come stranieri; e lo erano infatti per i
costumi, per le leggi, per la lingua, per gli odj ereditarj; onde il
peso del loro giogo fece scoppiare frequenti ribellioni.

Questa riunione delle monarchie spagnuole formò, egli è vero, una
potenza formidabile agli stranieri, che difese contro di loro la
penisola. Ma questa fu appunto la cagione de' giganteschi progetti della
casa d'Austria, di quell'abuso delle proprie forze ancora maggiore delle
sue risorse, di quelle spaventose guerre e tutte inutili cui prese
parte, dell'odio che si eccitò contro fa monarchia spagnuola in tutta
l'Europa, e della spaventosa miseria, cui ridusse gli spagnuoli. Una
smisurata ambizione produce all'ultimo smisurati disastri; e mentre la
Spagna, finchè fu divisa in piccoli stati, non aveva mai veduti eserciti
stranieri violare impunemente i suoi confini, tutte le sue capitali
furono costrette una dopo l'altra di aprire le loro porte alle armate
francesi ed inglesi nella guerra della successione.

Se gl'Italiani avessero formata una sola monarchia, chi può dire che non
sarebbero stati conquistati o conquistatori? Pure l'una e l'altra via
conduce egualmente alla servitù. L'Italia non venne soggiogata colle
forze di una sola nazione. Per lo spazio di più d'un mezzo secolo, fu
contemporaneamente attaccata e guastata dagli Spagnuoli, dai Francesi,
dai Fiamminghi, dagli Svizzeri, dai Tedeschi, dagli Ungari, dai Turchi e
dai Barbareschi. Veruna interna organizzazione non avrebbe potuto
renderla eguale di forze a tutti questi popoli riuniti a' suoi danni.
Lungi d'essere alleati, erano questi veramente nemici gli uni degli
altri; ma il vincitore approfittava di tutto il male fatto dai vinti.
Carlo V e Filippo II furono serviti dai Francesi, dagli Svizzeri, e dai
Musulmani, quanto dai proprj loro sudditi Tedeschi e Spagnuoli. Ruinando
l'Italia, i primi l'avevano renduta più facile conquista degli altri, e
più impotente a scuotere il giogo, quando avesse voluto tentarle. Tutti
questi popoli vennero a combattere nelle campagne d'Italia; ma se
gl'Italiani avessero cominciato ad essere conquistatori, chi sa se le
prime loro sconfitte non avrebbero tirati loro sulle braccia que'
medesimi nemici, e prodotte le stesse divisioni?

Se gli Italiani non avessero formata che una sola monarchia, chi può
dire che qualche guerra civile non avrebbe aperte le sue porte allo
straniero? Le guerre civili prodotte da una successione contrastata sono
un flagello inerente alle monarchie ereditarie, nè queste sono forse
meno frequenti, nè meno ruinose, di quelle che nascono dalle controverse
elezioni nelle monarchie elettive. La sola Francia ne andò quasi sempre
esente, perchè la legge salica semplificò la quistione del diritto
ereditario; ma quante guerre civili non ebbero invece luogo pel
controverso diritto alla reggenza? Altronde l'essenziale quistione
dell'eredità delle femmine era così mal decisa in Italia, che appunto
per questo titolo gli stranieri pretesero d'aver acquistati diritti su
questo paese. La guerra di Carlo VIII nei regno di Napoli, quella di
Lodovico XII nel ducato di Milano, furono intraprese per sostenere i
diritti di successione in una monarchia. Molti supposero questi diritti
legittimi e presero le armi per difenderli; e supposero di adempire ad
un loro dovere, aprendo le fortezze dello stato alle armate straniere.
In una monarchia s'insegna ai sudditi, che la _giustizia_ consiste nel
difendere la linea legittima dei loro re, e nel riporla sul trono con
pericolo ancora dell'indipendenza nazionale. Se i duchi di Milano o i re
di Napoli avessero potuto nel quindicesimo secolo riunire tutta l'Italia
sotto la loro sovranità, la quistione dei diritti della seconda casa
d'Angiò, o di quelli di Valentina Visconti non sarebbe perciò meno
insorta nel sedicesimo secolo, ed il partito angiovino, ed il partito
francese, invece di mostrarsi soltanto nel regno di Napoli e nel ducato
di Milano, avrebbe preso le armi in tutta l'Italia per una quistione che
avrebbe interessati tutti gl'Italiani.

È nell'essenza delle monarchie il dare costantemente diritti sopra di
loro agli stranieri, siccome sta nell'essenza delle repubbliche di non
riconoscere verun diritto sopra di loro che non parta dallo stesso
centro della nazione. Nelle monarchie che ammettono la successione delle
femmine non si marita una sola principessa di sangue reale, che non
possa un giorno o l'altro chiamare principi stranieri sul trono de' suoi
maggiori. Nelle altre, in cui la successione viene riservata ai soli
maschi, il pericolo è minore, e non comincia che quando un ramo cadetto
occupa un trono straniero. Così le case d'Angiò, di Napoli e d'Ungheria,
conservarono quasi dugent'anni un diritto eventuale alla successione
della Francia. La casa di Borbone-Navarra ne acquistò più tardi uno
simile; ma Enrico non possedeva il regno di Navarra quando ottenne la
corona di Francia, onde non chiamò i Navarresi a dominare sui Francesi.
I rami italiano e spagnuolo della casa di Borbone hanno ancora
presentemente, dopo un secolo, eventuali diritti alla successione di
Francia; e le rinuncie di queste due case, rendendo i loro diritti
dubbiosi, accrescerebbero vieppiù i pericoli d'una guerra civile e
d'un'invasione straniera per farli valere, nel caso che si aprisse la
successione. Come mai adunque lo stabilimento di una sola monarchia in
Italia avrebbe garantita l'indipendenza italiana, mentre le medesime
guerre, che ridussero l'Italia in servitù, altro titolo non ebbero che
le pretese ereditarie ammesse dal solo regime monarchico.

Non già riunendosi in un solo impero, ma piuttosto conservando le sue
repubbliche, poteva l'Italia sperare di salvare la sua indipendenza;
qualora queste fossero state fra di loro unite nello stesso tempo da un
legame federativo, o da alleanze temporarie ma conformi ai loro
interessi, tali alleanze avrebbero bastato a respingere gli stranieri, e
non ad attaccarli in casa loro; avrebbero preservati gl'Italiani dai
traviamenti della propria ambizione come dagli attacchi dei loro nemici.
Una repubblica federativa non può mai tanto fidarsi dell'unione de' suoi
membri per diventare conquistatrice; ella sfugge a tutti i pretesti di
guerra che somministrano ai re la domanda della dote di una figlia, o
quella dell'eredità di un avo lontano; e quando è costretta a prendere
le armi per sua difesa, trova mezzi che non avrebbe nel regime
monarchico. Venezia con una popolazione di due milioni e dugento mila
anime fece rispettare la sua potenza fino alla fine del secolo decimo
ottavo, assai meglio del regno di Napoli con sei milioni d'abitanti. Si
presentò l'occasione di ristabilire la repubblica milanese alla metà del
quindicesimo secolo, e di unirla a quella di Venezia e di Firenze, e
fors'anche a quella di Genova e della lega Svizzera, per la difesa della
libertà. Quando fu perduto quest'istante, ben si può dire che l'Italia
fu perduta.

Del resto i piccoli stati, tanto in Italia, come altrove, in tutto il
corso del quindicesimo secolo, piegarono sempre ad unirsi in più vasti
stati. È questa la naturale conseguenza di tutte le vicende delle
guerre, delle rivoluzioni e delle eredità. I sovrani della Francia,
della Spagna e della Germania, aggiugnevano tutti gli anni nuovi feudi
ai dominj della loro corona; sparivano i piccoli principi e le città
libere; pure ognuna di queste nazioni era ben lontana dall'ubbidire ad
una sola volontà. La casa d'Austria, divisa in varj rami, non aveva per
anco acquistata l'Ungheria e la Boemia; non era ancora più potente della
casa di Baviera o di quella di Sassonia; ed il suo ingrandimento nel
quindicesimo secolo appena era stato proporzionato a quello dei duchi di
Milano. La Francia ancora non contava tra le sue province l'Alsazia, la
Lorena, la Franca Contea, la Borgogna, l'Hainault, la Fiandra e
l'Artois. Il duca di Bretagna era tuttavia indipendente; gli altri
feudatarj non erano che per metà subordinati all'autorità reale; la sola
nobiltà era armata, mentre il popolo era troppo oppresso per accrescere
la forza nazionale. Frequenti guerre civili avevano occupati ne' loro
paesi i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, e niuno in Europa
sospettava che si trovasse una sproporzione tra le forze ed i mezzi di
queste varie monarchie e le forze ed i mezzi degli stati d'Italia:
quella forza, formata tutt'ad un tratto dal valore e dall'arte militare
degli oltremontani, non era irreparabile, perciocchè essi fecero
lungamente la guerra coi mercenarj levati nella Svizzera, i quali erano
egualmente disposti a ricevere soldo dagl'Italiani come dai Francesi.

Nulla annunciava all'Italia, nulla preveder faceva alle potenze
straniere il fine della guerra che si accese in sul declinare del
quindicesimo secolo; onde non possono accusarsi gl'Italiani di non avere
distrutte tutte le antiche loro instituzioni per prevenirlo; ma bensì di
non avere abbastanza saputo usare di queste antiche instituzioni, di non
avere abbastanza rispettata l'indipendenza di ogni stato, e la libertà
di tutti, e d'avere permesso che si spegnesse il patriottismo che gli
attaccava alla loro città, non all'idea astratta della nazione italiana.
Dopo avere perduti i loro diritti furono meno disposti a fare sagrificj
per una patria che loro prometteva minori beni, e più non trovarono in
sè medesimi quell'energia repubblicana che gli avrebbe salvati, se
qualche cosa poteva salvarli.

Infatti il vizio essenziale, che nel quindicesimo secolo intaccava il
corpo sociale in Italia, era l'indebolimento dello spirito di libertà.
L'aristocrazia faceva conquiste in seno alle repubbliche, indi il
despotismo conquistava le medesime repubbliche. Le città, gelose della
loro sovranità, non avevano dato verun diritto rappresentativo alle
campagne, di modo che quando dilatavano il loro territorio, accrescevano
il numero de' sudditi, non quello de' cittadini. Pareva loro che la
libertà fosse un diritto ereditario nelle famiglie, piuttosto che un
diritto inerente all'uomo; onde poche volte ammettevano nuove famiglie a
dividere le prerogative delle antiche, ed a rimpiazzare quelle che
naturalmente si spegnevano. La popolazione dello stato andava crescendo,
ed il numero de' cittadini si diminuiva; eppure i soli cittadini
formavano la sua forza, poichè i sudditi di una repubblica non le erano
più affezionati di quello che lo fossero al principe i sudditi di una
monarchia.

Se alla fine del quindicesimo secolo si fosse fatto un censo di tutti
coloro che avevano parte alla sovranità in tutta l'Italia, sarebbesi
probabilmente trovato che Venezia non contava più di due o tre mila
cittadini, Genova quattro in cinque mila, Firenze, Siena e Lucca cinque
in sei mila tra tutte; mentre che tulle le repubbliche dello stato della
Chiesa, tutte quelle della Lombardia, tutte quelle che precedettero il
regno di Napoli avevano perduta la loro libertà: in tutto appena sedici
o diciotto mila Italiani godevano pienamente di tutti i diritti del
cittadino in una popolazione di diciotto milioni d'abitanti. Un eguale
censo ne avrebbe forse dati cent'ottanta mila nel quattordicesimo
secolo, ed un milione ottocento mila nel tredicesimo. Questa progressiva
diminuzione del numero di coloro che avevano veri diritti nella loro
patria, e ch'erano pronti a difenderla con immensi sagrificj, era per
avventura la principale cagione dell'instabilità de' governi italiani e
della diminuzione delle loro forze. La libertà, che da principio era
seduta sopra larghissima base, omai più non posava che sopra la punta di
una piramide.

Rendesi necessaria una più universale partecipazione della nazione agli
onori pubblici per ravvivare l'entusiasmo, animare il patriottismo, e
porre tra le mani dei capi dello stato la forza di ogni individuo. Non è
che in proporzione di questa reale o immaginaria partecipazione di tutti
gli abitanti dello stato alla sovranità, che le repubbliche acquistano,
con un'energia tanto superiore, tanti mezzi di attacco o di difesa,
quanti non saprebbero trovarne le monarchie di uguale popolazione e
ricchezza. La sovranità di una repubblica sopra tutti i suoi cittadini è
sempre più estesa che non quella del più dispotico monarca, per la
ragione che siamo sempre più padroni de' proprj movimenti che di quelli
di un altro, fosse anche uno schiavo. Vero è che ne' tempi di calma il
principe assoluto può permettersi molti atti arbitrarj che sono vietati
ad un governo libero, ma il superfluo delle forze, ch'egli trova allora,
gli manca nell'istante del bisogno. Allorchè vorrebbe riunire tutte le
forze individuali verso il solo scopo della difesa nazionale, è
costretto d'impiegare una porzione de' suoi sudditi per costringere
l'altra, e metà delle sue forze si paralizza da sè stessa. Un duca di
Milano avrebbe veduto ribellarsi tutti i suoi stati, se in tempo di
guerra avesse caricati i suoi sudditi della metà soltanto delle imposte
che i Fiorentini s'imponevano da loro medesimi, perchè i Milanesi non
avevano che un mediocre interesse di ubbidire piuttosto ad un Visconti o
ad uno Sforza, che ad un Francese o ad un Tedesco, mentre rispetto al
Fiorentino trattavasi di comandare o di ubbidire. Ma nel tredicesimo
secolo, quand'ogni città era libera e governata popolarmente, sarebbesi
trovato lo stesso potere di resistenza in ogni piccolo cantone della
Toscana; circa la fine del quindicesimo, quando Pisa, Pistoja, Prato,
Arezzo, Cortona, Volterra, erano soggette alla repubblica fiorentina,
queste città ed i loro distretti non la servivano che come i sudditi
servono un monarca; gli abitanti misuravano i sagrificj coi vantaggi
spesso dubbiosi che potevano sperare dalla loro ubbidienza, e la
repubblica poteva dirsi felice, se nell'istante del suo maggiore
pericolo non si ribellavano.

Nel corso del quindicesimo secolo, Pisa fu la sola repubblica di primo
ordine che cadde sotto il giogo di una repubblica rivale. La sua servitù
privò tutta l'Italia della popolazione, del commercio, della
navigazione, del valore militare di una delle sue più fiorenti città; e
questa conquista, invece di accrescere la potenza di Firenze, la
diminuì, perchè i Fiorentini non seppero, o non vollero far entrare i
Pisani nella loro repubblica; non pensarono invece che ad indebolirli,
ad incatenarli colle fortezze, a privarli dei mezzi di ribellarsi: dopo
tale epoca tutte le forze destinate alla custodia di Pisa si levarono
dai Fiorentini con pregiudizio di quelle con cui potevano difendersi. Ma
se il numero de' cittadini liberi non provò quasi verun'altra
diminuzione, il giogo che pesava sulle città suddite venne continuamente
aggravato dall'insensibile lavoro di tutto il secolo. Quelle che
volontariamente si erano poste sotto la protezione di repubbliche più
potenti, non avevano perciò creduto di perdere la loro libertà, avevano
solamente contratta un'alleanza disuguale, che non alterava il loro
governo municipale, che spesso ancora le aveva liberate da una domestica
tirannide. Soltanto l'andare del tempo toglie a quello che ha poco, ed
aggiugne all'altro che ha molto; i privilegi de' più deboli sono ogni
giorno meno rispettati, mentre le prerogative del più forte si vanno
ogni giorno sempre più consolidando in conseguenza degli abusi che si
cambiano in diritti. In tal maniera la città dominante diventò capitale,
e suddite le città protette. Questo cambiamento si effettuò
contemporaneamente in tutte le città che i Veneziani avevano sottratte
ai tiranni della Marca Trivigiana, sebbene, mandando loro lo stendardo
di san Marco, essi dicessero di render loro la libertà: si eseguì
egualmente in tutte quelle che i Fiorentini avevano conquistate in
Toscana, ed in tutte quelle delle due Riviere, che ubbidivano ai
Genovesi.

La libertà politica, ossia la partecipazione degli uomini alla
sovranità, aveva diminuito nelle capitali, perchè il numero de'
cittadini s'andava sempre più ristringendo; aveva diminuito nelle città
suddite, perchè i privilegi di queste città erano stati
considerabilmente ristretti: finalmente aveva diminuito d'intensità, se
posso così esprimermi, perchè i diritti di coloro ch'erano rimasti
cittadini nelle repubbliche indipendenti, erano stati intaccati o
circoscritti, e la sovranità del popolo più non era rispettata. Mentre
che la repubblica di Venezia si andava sempre più ciecamente
assoggettando ad una gelosa aristocrazia, la libertà a Firenze, a
Genova, a Lucca, a Siena, era per lo meno esposta a rimanere
frequentemente e lungo tempo sospesa. I Fiorentini, nel quindicesimo
secolo, lasciarono usurpare alla famiglia de' Medici un potere di poco
inferiore a quello dei re in una monarchia temperata. I Genovesi
precipitarono più volte da frenetici la loro repubblica sotto il giogo
di un principe straniero. Lucca rimase trent'anni sotto la tirannide di
Pandolfo Petrucci; Bologna, che aveva così nobilmente figurato tra le
repubbliche italiane, s'avvezzò poc'a poco al giogo dei Bentivoglio;
Perugia, che brillò alcun tempo con quasi eguale splendore, poichè fu
assai malmenata dalle fazioni degli Oddi e de' Baglioni, abbandonò
finalmente agli ultimi il sovrano potere; e tutte le città dello stato
della Chiesa, che pel corso di due o tre secoli avevano avuto governo
repubblicano, perdettero fin l'ombra della libertà.

Dopo essersi lasciati privare dell'esercizio dei loro diritti, i popoli
conservavano tuttavia qualche sentimento d'orgoglio nazionale, quando
risguardavano come opera loro l'autorità cui dovevano sottomettersi. In
principio del quindicesimo secolo, la maggior parte de' principi che
regnavano nelle città d'Italia erano stati innalzati alla sovranità da
un partito formatosi tra i loro concittadini; così nominatamente
ricevevano la loro autorità dal popolo, e, quando ancora non mostravano
verun riguardo per la sua libertà, conservavano per lo meno, e
riscaldavano in esso l'amore dell'indipendenza nazionale. Tutti i
diritti esercitati da una nazione sono di una natura in parte
metafisica, e non è facile il definirli per le persone di non fino
intendimento, onde non dobbiamo maravigliarci, se vengono spesso confusi
gli uni cogli altri. Infatti l'indipendenza riceveva dagli Italiani il
nome di libertà; gli abitanti di Ravenna chiamavansi liberi sotto
l'autorità della casa di Pollenta, perchè non ubbidivano nè al papa, nè
ai Veneziani; i Milanesi dicevansi liberi sotto i Visconti, perchè non
ricevevano ordini, nè dall'imperatore, nè dal papa, nè dal re di
Francia. La stessa illusione prodotta da un nome ancora caro,
affezionava il popolo alla cosa pubblica, e non poteva essere distrutta
senza lasciare scopertamente vedere che la sola spada dava la legge. Ma
il quindicesimo secolo distrusse, rispetto alla maggior parte dei
sudditi dei principi, quest'illusione d'indipendenza, come distrusse il
sentimento della libertà per quasi tutti i cittadini delle repubbliche;
e con questo funesto cambiamento si privarono i governi del loro
carattere nazionale, e si rendette l'Italia più debole.

Veramente niun secolo fu più fatale alle principesche case d'Italia, nè
distrusse più dinastie: e questa fatalità andò inoltre crescendo negli
anni che decorsero, dopo l'epoca in cui ci siamo fermati, fino al 1500.
I primi anni del secolo videro perire i Carrara di Padova ed i Scaligeri
di Verona, videro nello stesso tempo scomparire tutti que' soldati
avventurieri allevati da Giovan Galeazzo Visconti, che dopo la di lui
morte eransi fatti sovrani nella loro città natale, o in quelle in cui
si trovavano di guarnigione, ma che non si poterono lungamente
mantenere. Le conquiste di un altro soldato avventuriere più illustre di
tutti loro, di Francesco Sforza, furono ancora più fatali alle antiche
dinastie italiane. Egli aveva da principio spogliati molti feudatarj
della Chiesa nelle guerre cui dovette il suo primo stabilimento nella
Marca d'Ancona, e, quando poi occupò colle armi l'eredità di suo suocero
e fece succedere gli Sforza ai Visconti, privò l'intera Lombardia, uno
de' più potenti ed importanti stati d'Italia, della illusione della
legittimità, che compensava i sudditi di quella libertà che avevano
perduta. Tutti gli abitanti del ducato di Milano seppero alla fine che
ubbidivano al potere della spada, e che, come solo questa aveva loro
dato un padrone, solo questa aveva un eguale diritto di rapirlo loro.

Un secondo stato monarchico, che abbracciava più d'un terzo della
popolazione di tutta l'Italia, il regno di Napoli, aveva ancor esso
colla forza delle armi mutato padrone alla metà del secolo. Il titolo,
che Alfonso d'Arragona vantava sull'eredità di Giovanna II, pareva a lui
medesimo così dubbioso, che preferì di fondare la propria autorità sul
diritto di conquista; e considerò pure questa conquista come una
bastante ragione per disporre per testamento del regno di Napoli a
favore di suo figliuolo naturale, Ferdinando, mentre lasciava gli stati
che possedeva per diritto ereditario a suo fratello ed ai figliuoli di
questi.

Per ultimo, nel centro dell'Italia, ambiziosi papi, poco scrupolosi, e
pei loro costumi poco degni di rispetto, rialzarono con continuati
sforzi la temporale monarchia della Chiesa, che in principio del
quindicesimo secolo trovavasi ridotta in estrema debolezza. Ma ossia
ch'essi alienassero di nuovo a favore de' loro figli e nipoti i feudi
apostolici che andavano ricuperando, o pure gl'incorporassero alla
diretta della Chiesa, essi staccavano egualmente i popoli dai loro
rispettivi governi, sostituendo la propria autorità a quella che gli
antichi feudatarj avevano nella loro patria; e lasciavano in ogni città
un seme di malcontento, levando ad ognuna colla sua piccola corte tutti
i proprietarj, tutti i ricchi, tutti gli uomini attivi, che passavano
alla capitale per attaccarsi al governo. Per tal modo, mentre
l'osservatore superficiale risguarda il quindicesimo secolo in Italia
come poco fertile di rivoluzioni, mentre tutti gli storici hanno
celebrato la sua tranquillità, la sua prosperità, in confronto alle
terribili guerre che vennero in appresso, una più accurata disamina fa
scoprire in questo stesso secolo le prime cagioni di quelle guerre e
delle funeste loro conseguenze. Queste cause furono il rilasciamento del
nodo sociale dall'una all'altra estremità d'Italia, l'indebolimento del
patriottismo, e la diffusione in ogni luogo dei semi del malcontento.

Ma se l'Italia non fosse in fatti stata ruinata nel seguente secolo, mai
non sarebbesi conosciuto che gli avvenimenti del quindicesimo secolo
dovessero produrre tanta rovina. I contemporanei, benchè senza dubbio
vedessero con dispiacere dimesse molte istituzioni cui erano stati
affezionati i loro padri, non ebbero motivo di lagnarsi di straordinarie
calamità, e probabilmente credettero il loro paese in uno stato di
crescente prosperità. Quelle stesse rivoluzioni, che mutarono il governo
di quasi tutte le parti dell'Italia, svilupparono i più grandi ingegni,
ed i più grandi caratteri, e spesso ne ricompensarono gloriosamente i
loro autori. Francesco Sforza non riconosceva la sua potenza che dai
suoi soldati, mentre i Visconti avevano ricevuta la loro dal popolo; ma
lo Sforza era superiore ai Visconti per la nobiltà de' sentimenti, per i
suoi talenti amministrativi, per le sue virtù militari. Il re Alfonso
era ancor esso forestiero nel regno di Napoli, e la sua violenta
usurpazione poteva appena dare fondamento ad un potere legale; ma
Alfonso era un grand'uomo, che succedeva ad una donna debole,
spregevole, scostumata. Colle sue virtù cavalleresche inspirava
entusiasmo a tutti coloro che l'avvicinavano; era inoltre ardente
ammiratore dell'antichità, il padre de' letterati, il fondatore di tutte
le instituzioni che apportarono splendore a Napoli. Niccolò V diminuì la
libertà de' cittadini romani, e Pio II riunì alla santa sede i feudi di
molti piccoli principi di Romagna, ma tutti e due illustrarono la santa
sede con tanto amore per le lettere, con un sapere, con un'eloquenza,
con una liberalità, che forse non troverebbersi in veruno de' loro
predecessori, o de' loro successori. Cosimo de' Medici scosse la
costituzione della sua patria, ma così vasti furono i suoi progetti,
così elevati i suoi pensieri, tanto grande la sua magnificenza, che la
posterità è tuttavia disposta, come i suoi concittadini, a chiamarlo il
padre della patria. Niun periodo fu più ricco di sommi uomini quanto il
quindicesimo secolo, e lo splendore che sfolgoreggia intorno a loro
sembra riverberare sulle loro famiglie, sulla loro patria, su tutti
coloro che furono subordinati alla loro autorità.

Il quindicesimo secolo non andò esente da guerre: questa calamità, la
più terribile di quelle cui trovasi esposta l'umana generazione, è forse
necessaria alle società politiche per conservare la loro energia; ma
nelle guerre del quindicesimo secolo si osservò ancora qualche rispetto
per l'umanità. In questo secolo la città di Piacenza fu la sola delle
grandi città d'Italia, che fu esposta agli orrori del saccheggio ed
all'intera cupidigia de' soldati. Veruna campagna venne guastata in
maniera da distruggere per molti anni la speranza dell'agricoltore; i
prigionieri furono dolcemente trattati, e quasi sempre liberati senza
taglia dopo essere stati spogliati; le battaglie furono poco micidiali,
e troppo poco senza dubbio, poichè talvolta ridussero la guerra a non
essere che un giuoco tra i soldati mercenarj, che reciprocamente
sfuggivano ogni occasione di nuocersi. Ma niuno in allora avrebbe potuto
prevedere che questi vicendevoli riguardi esporrebbero gl'Italiani a
vergognose disfatte, quando dovessero sostenere l'urto delle altre
nazioni. Le loro truppe venivano continuamente esercitate, le loro armi
erano della tempra migliore, i loro cavalli della più vigorosa razza.
Gli uomini d'arme italiani, che Francesco Sforza aveva mandati a
Lodovico XI, erano tornati gloriosi dalle guerre civili della Francia,
ed i Veneziani non eransi trovati inferiori ai Tedeschi, quando furono
in guerra coll'Austria. Un grandissimo numero di capitani tutti italiani
eransi formati nelle due scuole de' Bracceschi e de' Sforzeschi: eransi
tenuti esercitati, e mai non avevano deposta l'armatura dopo qualunque
trattato di pace, perchè prestavano alternativamente i loro servigj a
tutti gli stati che guerreggiavano; infine essi avevano applicate allo
studio teorico del loro mestiere tutte le cognizioni dello spirito più
illuminato. Non è a dubitarsi che colui, il quale avanti la fine del
quindicesimo secolo avesse predetto agl'Italiani che le loro truppe non
farebbero testa un solo istante alle oltramontane, sarebbesi renduto
ridicolo; gli sarebbe stato domandato, s'egli credeva che i Barbiano, i
Carmagnola, i due Sforza, i Braccio, i Caldera, i due Piccinini, i
Coleoni, i Malatesta, non avessero lasciati successori, e se gli
oltramontani avevano un sol uomo, che conoscesse al par di loro la
teoria e la pratica dell'arte della guerra.

Il tempo de' capi d'opera della lingua italiana non era ancora giunto,
ma verun secolo non provò forse maggiore entusiasmo per le lettere
quanto il quindicesimo, nè si trovò meglio sulla via della gloria
letteraria. Mentre nel restante dell'Europa la nobiltà facevasi un punto
d'onore di non saper leggere, non eravi un principe, non un capitano,
non un solo de' grandi cittadini d'Italia, che non fosse stato educato
nelle lettere, che non istudiasse l'antico con qualche passione, e che
non si affezionasse alla gloria degli eroi degli andati tempi con tanto
maggiore ardore, quanto più aspirava egli stesso alla gloria. I grandi
filosofi che di quest'epoca ristaurarono tutti i monumenti letterarj
dell'antichità, i dotti che rinnovarono la filosofia platonica, i poeti
che risvegliarono le muse italiane, furono tutti membri de' consiglj de'
principi o delle repubbliche, ed ottennero nel governo della loro patria
un'influenza cui rare volte c'innalzano le lettere.

L'ultimo Visconti ed il primo Sforza furono egualmente generosi verso i
dotti che chiamarono alle loro corti. Vi trattennero lungamente
Francesco Filelfo, l'uomo più famoso del secolo per la profonda
erudizione, per l'infaticabile studio, e per il grandissimo numero dei
suoi discepoli, Cecco Simonetta, segretario di Francesco Sforza, suo
primo ministro e governatore de' suoi figliuoli, era ancor esso uomo
dottissimo. I consiglj d'Alfonso e la corte di Napoli offrivano la
stessa mescolanza di erudizione e di politica. Bartolomeo Fazio, Lorenzo
Valla, e soprattutti Antonio Beccadelli, più conosciuto sotto il nome di
_Panormita_ erano de' più intimi confidenti e de' più abituali
consiglieri del monarca. La repubblica fiorentina aveva contati tra i
suoi principali segretarj, Coluccio Salutato, Leonardo Aretino, e Poggio
Bracciolini. Cosimo de' Medici contava tra i suoi più cari amici
Ambrogio Traversari e Marsilio Ficino. Niccolò V e Pio II, che dallo
studio delle lettere erano stati portati sul trono pontificio, pareva
che tutta la sovranità loro consacrar volessero a quelle lettere da cui
la riconoscevano. Flavio Biondo, Platina, Jacopo Ammanati ebbero
l'intima loro confidenza. Il Guarino e Giovan Battista Aurispa ornarono
le meno potenti corti di Ferrara e di Mantova, e ne educarono i
principi. I Montefeltri ad Urbino, i Malatesta a Rimini trasformarono in
qualche maniera i loro palazzi in accademie.

Con questa costante emulazione fra tanti piccoli stati, con tanti lumi
sparsi in tutte le province, la letteratura italiana fece rapidissimi
progressi. Ma se tutta la penisola fosse stata riunita in una sola
monarchia, quest'emulazione sarebbe immediatamente cessata. Con una sola
capitale gl'Italiani non avrebbero formata che una sola scuola, i
medesimi pregiudizj, i medesimi errori, renduti dominanti dal talento
d'un professore, l'intrigo d'una cabala o la protezione di un padrone,
si sarebbero uniformemente sparsi in tutte le contrade. Sarebbesi
creduto di non potere pensare, scrivere, parlare puramente la lingua che
a Roma, per modo d'esempio, come in Francia si crede non poterlo fare
che a Parigi: la poesia italiana vi avrebbe perduta la sua originalità e
varietà; ed il danno sarebbesi principalmente sentito nelle province,
che più non isperando di riaver l'antico lustro, avrebbero cessato di
contribuire ai progressi dello spirito, ed in conseguenza non ne
avrebbero più risentito il beneficio. Nel quindicesimo secolo non v'ebbe
capitale d'uno stato indipendente, per piccola che si fosse, e che non
contasse molti uomini distinti, non ebbevi città suddita, per grande che
si fosse, che un solo ne conservasse nel suo seno. Pisa, malgrado il suo
decadimento, era una città assai più ricca, più popolata, più
ragguardevole di Urbino, di Rimini, di Pesaro; ma Pisa, una volta fatta
suddita dei Fiorentini, più non produsse un solo uomo distinto nelle
cose delle lettere o della politica, mentre le piccole corti di Federico
di Montefeltro in Urbino, di Sigismondo Malatesta in Rimini, di
Alessandro Sforza in Pesaro, avevano tutte molti filosofi e molti
letterati. Ferrara e Mantova non avevano maggiore popolazione di Pavia,
di Parma, di Piacenza; ma nelle prime brillavano in tutto il loro
splendore le arti, la poesia, le scienze, mentre che, in tutto lo stato
di Milano, la sola Milano aveva lo stesso lustro. Il regno di Napoli era
un esempio ancora più convincente della depressione delle province,
quando una capitale s'innalza a loro spese. In questo bel regno, che
abbracciava solo il terzo della nazione italiana, che più del rimanente
della penisola era favorito dalla natura, e che, non avendo che un solo
confine ed un solo vicino, la Chiesa, era meno esposto ai guasti della
guerra che ogni altro stato d'Italia, la sola capitale aveva partecipato
del movimento che nel quindicesimo secolo rianimò lo studio delle
lettere e della filosofia. Malgrado il favore d'Alfonso, malgrado la
fama dei grandi letterati che formarono la di lui corte, verun uomo di
singolari talenti aveva aperto scuola nelle città così numerose e così
felicemente situate della Calabria e della Puglia. Queste province
appartenevano ancora alla barbarie, e fino alla presente età non hanno
ancora sentita tutta l'influenza dell'incivilimento europeo.

I progressi di questo incivilimento avevano, dovunque si erano estesi,
prodigiosamente accresciuti i godimenti della vita: gli studj del
quindicesimo secolo, non erano, gli è vero, rivolti verso le scienze
naturali, i di cui risultamenti sono applicabili all'utilità pratica, ma
verso l'erudizione e la poesia, che arrecano diletto solamente allo
spirito. Pure da una banda l'abitudine dell'osservazione, dall'altra lo
studio degli antichi, avevano fatte risorgere alcune delle scienze che
si propongono per loro scopo la felicità degli uomini. La legislazione
aveva fatto de' progressi, la giurisprudenza era illuminata, le finanze
regolarmente amministrate, e l'economia politica, sebbene il suo nome
non fosse ancora conosciuto, non veniva oltraggiata con assurdi
regolamenti, come lo fu tra le mani degli Spagnuoli, poichè l'Italia
perdette la sua indipendenza. I governi si lasciarono spesso strascinare
in grandissime spese, e talvolta imposero enormi contribuzioni ai loro
sudditi, ma la loro maniera d'imporre le tasse non accresceva il danno
di pagarle, non soffocava il commercio, non opprimeva l'agricoltura.

Quanto più un'istoria è circostanziata, tanto meglio mette in chiaro,
quando è veridica, gli errori ed i patimenti degli uomini. Forse quella
dell'Italia nel quindicesimo secolo avrà lasciato nello spirito del
lettore molto maggior numero di sventure e di delitti, che non suole
offrirne il più delle volle un paese della stessa estensione nello
stesso spazio di tempo. C'inganneremmo non pertanto, credendo che di
que' tempi gl'Italiani fossero più sventurati o più viziosi che i loro
contemporanei nel rimanente dell'Europa, o che lo fossero quanto i loro
successori nel proprio loro paese. La privata vita degl'Italiani in così
piccoli stati, quali erano quelli che componevano allora l'Italia, era
tutta visibile, e tutte le disgrazie venivano registrate nella storia.
Ogni individuo trovavasi, per così dire, in contatto colla sovranità, e
le sue passioni, i suoi intrighi, le sue vendette, si associavano alle
rivoluzioni dello stato, agli avvenimenti pubblici. Nelle grandi
monarchie, in cui i provinciali vivono avviluppati in una profonda
oscurità, e nei piccoli principati moderni, ove lo stato medesimo non ha
storia, e dove un immenso spazio divide ii sovrano dal suddito, ognuno
soffre in silenzio la parte sua delle pubbliche calamità, e questa parte
gli viene inflitta piuttosto per effetto delle cattive leggi, che per le
violenze degli uomini. Le malversazioni dei ministri subalterni non
richiamano la pubblica attenzione; la denegata giustizia, gli arresti
arbitrarj, ordinati da oscuri magistrati, non sono avvenimenti storici;
i delitti de' privati sono di competenza soltanto de' tribunali, e la
ruina delle famiglie, dell'agricoltura, del commercio, dell'industria,
viene tutt'al più indicata dagli storici complessivamente, senza che mai
diano risalto alle infortune individuali. Per confrontare nel
quindicesimo secolo i patimenti del popolo francese e dell'italiano,
sarebbe d'uopo che la storia dei primi ci descrivesse colle grandi
rivoluzioni della monarchia tutte le ingiustizie sofferte nello stesso
tempo dai borghesi di Blois e d'Angers, di Tours e di Bourges, e di
tutte le altre città del regno; che ci narrasse l'innalzamento e la
ruina delle private famiglie, le segrete gelosie, le colpevoli pratiche
colle quali i più oscuri cittadini si soppiantano gli uni gli altri, ed
i delitti puniti dai tribunali. Ma quando non trovansi nelle province nè
libertà, nè indipendenza, queste particolarità sono senz'interesse, come
senza dignità; sebbene le passioni private esercitino tutta la loro
forza nell'abitazione del più piccolo barone, e nella sfera dei poteri
dell'ultimo scabino, il loro risultamento non ferisce che gl'individui,
e non si associa in verun modo ai destini della nazione: veruna generosa
passione nobilita agli occhi delle vittime la calamità ch'esse soffrono
in comune, e la storia non degnasi nemmeno di nominare due o tre volte
per secolo varie grandi città, che, se fossero state libere, avrebbero
tutte somministrati tanti argomenti agli studj de' moralisti.

Per conoscere se una nazione è felice o sventurata, se la massa degli
individui, che la compongono, è partecipe della sua prosperità, se la
gloria che raccolgono i suoi capi è per essa sterile o fruttifera,
conviene esaminare lo stato de' suoi lavori, la sua agricoltura, le
manifatture, il commercio; conviene formarsi un'idea della privata vita
di queste diverse classi di cittadini; è d'uopo osservare un capo di
famiglia ne' varj stati della società, e vedendolo incamminare in
qualche esercizio ognuno de' suoi figli, chiedere quali speranze di buon
successo egli veda sul cammino per cui gli addirizza. Giudicando
l'Italia con queste regole, troveremo che nel quindicesimo secolo era
giunta ad un alto grado di prosperità, da cui è assai discesa a' nostri
giorni; e rimarremo convinti che veruna contrada d'Europa non poteva in
allora sostenere il confronto dell'Italia.

Sotto il rapporto dell'agricoltura l'Italia era in allora come adesso
coltivata da gastaldi, che facevano tutti i lavori e tutte le
anticipazioni, ritenendo in compenso la metà de' raccolti. Così mentre
nel rimanente dell'Europa i contadini erano tuttavia attaccati alla
gleba, o per lo meno sottomessi alle usanze del _gius villico_ ed
all'oppressione dei loro padroni, quelli dell'Italia erano liberi, erano
uguali ai cittadini rispetto ai diritti civili, non dipendevano dai
capricci di un padrone, non ricevevano da lui salario, e, sebbene non
fossero proprietarj, essi non ricevevano il loro sostentamento che dalle
terre e dal loro lavoro. La fertile Lombardia era, come al presente,
industriosamente livellata, la coltivazione del grano di Turchia, e
quella de' fieni vi avevano introdotte vantaggiose successive raccolte;
le acque erano state industriosamente, per mezzo di canali fatti con
grandissime spese, ripartite sopra la campagna, e questo sistema
d'irrigazione, che la copre tutta intiera a foggia di rete, era stato
condotto a perfezione da Lodovico il Moro, che diede il proprio nome ad
alcune delle opere idrauliche fatte a sue spese. Le colline della
Toscana erano, come nell'età nostra, coperte d'uliveti e di viti; e
perchè le acque non si strascinassero dietro la terra vegetale, questa
veniva sostenuta con diversi piani di muri senza cemento nelle vicinanze
di Firenze, e nei contorni di Lucca con terrapieni di zolle.

Gli storici contemporanei non si presero cura di dipingere l'aspetto del
paese, ed è il più delle volte dietro le descrizioni delle battaglie, e
per gli accidenti d'un accampamento d'armata, che ci è dato di conoscere
quale fosse lo stato dell'agricoltura, o la sorte de' contadini ne'
tempi da noi lontani. Ma se queste circostanze staccate non ci lasciano
punto dubitare che l'Italia non presentasse lo stesso aspetto dell'età
presente nelle province che conservarono la loro prosperità, ci fanno
altresì vedere che la campagna era coperta di villaggi e di agricoltori
ancora nelle province, che adesso sono scambiate in deserti. La
desolazione si è stesa sopra una ragguardevole ed altre volte
fertilissima estensione dell'Italia, dalle rive del Serchio fino a
quelle del Volturno. Vero è che le ricche campagne di Pisa furono
ruinate dalle inondazioni e rendute, dal quindicesimo secolo in poi,
insalubri dalle acque stagnanti, e in appresso dalla negligenza o dalla
gelosia de' Fiorentini; ma potenti borgate animavano ancora tutto il
littorale, oggi affatto deserto, da Livorno fino all'Ombrone. Possiamo
formarci un'idea della numerosa popolazione dello stato di Siena e della
sua Maremma dalla quantità dei villaggi che il marchese di Marignano vi
fece spianare nel susseguente secolo, facendo passare a fil di spada
tutti gli abitanti. Le guerre dei baroni, feudatarj della Chiesa,
mostrano che la campagna di Roma aveva pure una numerosa popolazione,
possedendovi i soli Colonna, nel quindicesimo secolo, maggior numero di
popolosi villaggi, che tutta questa provincia non conta adesso case
d'affittajuoli. Non può negarsi che tutta la provincia marittima, ossia
la Maremma, come chiamasi ancora presentemente, non fosse riputata
malsana, ma non quanto al presente. Flavio Biondo, facendone la
descrizione sotto il pontificato di Niccolò V, si accontenta di dire,
che nell'età sua più non era così fiorente come ai tempi dei Romani, e
quando parla di Ostia, dice che questa città mai non godette di un clima
troppo salubre, perchè esposta in riva al mare[1]; ma se avesse dovuto
parlare del presente suo stato, avrebbe a stento trovate espressioni per
dipingere la spaventosa desolazione del paese e gli effetti dell'aere
pestilenziale che vi si respira.

  [1] _Italia illustrata di Flavio Biondo, trad. di Lucio Fauno.
  Venez., 1542 in 8.º Regione III, f. 94._ Ostia, che ne' tempi Romani
  contava per lo meno cinquanta mila abitanti, non contiene adesso che
  trenta uomini nella buona stagione, e dieci nella malsana con due o
  tre donne. In un raggio di dieci miglia da ogni lato, la campagna
  non ha un solo abitante, fuorchè a Porto, città ancora più desolata
  di Ostia.

Nel quindicesimo secolo i contadini italiani distinguevansi da quelli
de' nostri in ciò, che, invece di abitare in mezzo ai loro campi, ove
tenevano per altro una casa rustica, alloggiavano quasi tutti in terre
murate; di là recavansi ogni mattina ai loro lavori, e, quando la loro
sicurezza era minacciata da nemica invasione, conducevano entro la
borgata i loro bestiami e gli attrezzi inservienti all'agricoltura, ed i
loro raccolti. Gli storici, parlando di molte imprevedute invasioni,
aggiungono spesso che i contadini non avevano avuto tempo di condurre
nei luoghi murati le loro bestie e le loro famiglie; lo che mostra, che,
in tempi tranquilli, solevano tenerli alla campagna.

La riunione de' contadini nelle borgate riusciva, non v'ha dubbio,
perniciosa all'agricoltura, e scemava i prodotti che la loro famiglia
poteva cavare da un terreno fertile. Ma quando si esaminano queste
borgate, che sono presentemente quasi tutte spopolate, si trovano nelle
loro case, abbandonate da più secoli, indizj dell'opulenza di coloro che
le abitavano. In generale queste case sono vaste e comode, aggiungono
l'eleganza alla solidità, e danno a conoscere che i contadini italiani,
nel quindicesimo secolo, erano assai meglio alloggiati che non lo sono
al presente i borghesi di una mediocre fortuna ne' più prosperi paesi
dell'Europa.

Inoltre questa riunione di contadini in villaggi fortificati, che
chiamavano castelli, attribuiva loro un'importanza e diritti politici,
di cui non avrebbero potuto godere rimanendo isolati. Erano essi
incaricati della difesa della patria, ed il governo perciò aveva loro
affidate armi, un tesoro pubblico ed un'amministrazione diretta da
magistrati scelti coi loro suffragi. Gli aveva in tal modo posti in
istato di difendersi contro un nemico straniero, ma nello stesso tempo
aveva loro dati mezzi di respingere ogni oppressiva operazione d'ogni
altro corpo dello stato.

Tale era la sorte di questa metà della nazione italiana, che col suo
lavoro faceva nascere tutti i frutti della terra. Se si paragona a
quella de' contadini della Francia, dell'Inghilterra, della Spagna,
della Germania alla stessa epoca, si troverà senza dubbio infinitamente
più felice. I padri di famiglia erano esenti da qualunque schiavitù e da
ogni vassallaggio domestico. Non erano inquieti rispetto alle condizioni
del loro affitto che mantenevasi sempre eguale di generazione in
generazione, nè intorno al pagamento delle contribuzioni, che spettava
soltanto al proprietario del feudo, nè intorno al pagamento dell'affitto
delle terre, che si eseguiva in natura. Potevano senza timore allevare i
loro figliuoli, sapendo che il lavoro somministrerebbe loro un
abbondante sostentamento; e se la loro famiglia diventava più numerosa
che non richiedeva il perfezionamento del loro podere, trovavano sempre
per quest'eccesso di popolazione un impiego nell'armata, nel clero,
nelle professioni meccaniche della città.

Tutti coloro che lavoravano i campi vivevano colla metà dei frutti della
terra; onde si può supporre che formassero per lo meno la metà della
nazione[2]. La parte del raccolto, che i gastaldi davano in natura ai
loro padroni, veniva consumata nelle città, e vi manteneva un'altra metà
della nazione. Ma la condizione di questa seconda parte del popolo era
ben diversa da quella che lo è presentemente; invece di languire
nell'ozio per mancanza di lavoro, o per non avere conservata l'abitudine
e l'abilità di lavorare, questa classe produceva valori commerciali con
non minore attività di quella che avesse la prima nel produrre valori
agricoli. L'Italia era tuttavia il più ricco paese dell'Europa in
manifatture; le sete, ch'ella somministrava in tanta abbondanza, le
lane, il lino, la canape, le pelli, i metalli, l'allume, lo zolfo, il
bitume, tutti i prodotti bruti della terra, che dovevano essere
modificati dall'industria, lavoravansi in Italia e da mani italiane,
prima di essere rilasciati all'interno o all'esterno consumo. Ma le
materie prime somministrate dall'Italia non bastavano alle sue
manifatture; era una delle più importanti operazioni del suo commercio
l'importarne altre dagli scali del mar Nero, dell'Affrica, della Spagna
e dei paesi del Nord, e in quelle medesime terre tornarle a distribuire
in appresso, dopo che il lavoro italiano ne aveva accresciuto il prezzo.
Questo lavoro era costantemente ricercato; quando il povero recava le
sue braccia sul mercato, era sicuro di trovarvi imprenditori disposti a
farlo lavorare, ed a ricompensarlo in proporzione della sua abilità.

  [2] Questo calcolo non è una misura determinata, ma un _minimum_.
  Tutto il frumento che viene portato al mercato non è necessariamente
  consumato nelle città; i contadini, che non coltivano che vigne ed
  uliveti, ne assorbono una gran parte. Questa sproporzione si è
  accresciuta dopo che le vaste campagne delle Maremme e della Puglia
  sono state abbandonate e deserte. La sola parte della campagna
  italiana che sia tanto popolata quanto lo era nel quindicesimo
  secolo, è quella che riacquista il grano portato al mercato; la
  minorazione della coltura dei grani nei paesi oggi deserti fu già
  proporzionata alla popolazione delle città; e perciò alcuni
  economisti pretendono che oggi i quattro quinti della nazione
  italiana appartengano alla classe de' coltivatori.

Non devesi per altro confondere l'ingegno degli artefici col lavoro
meccanico degli operaj; ma tutte le arti erano pure una lucrativa
carriera, ed ancora riguardandole dal lato dell'economia politica, non
dobbiamo scordare che quello stesso paese che aveva maggior numero di
cartolaj e le più attive tipografie, possedeva ancora la maggior parte
di que' dotti, i di cui libri diventavano un oggetto di commercio per
tutta l'Europa; che a poca distanza dalle cave del marmo statuario[3] di
Carrara, e dalle fonderie delle Maremme, trovavansi gli studj degli
statuarj Donatelli e Ghiberti, e la maravigliosa cupola di santa Maria
Reparata a Firenze, innalzata dal Brunelleschi: e che a canto agli
operaj che fabbricavano le tele, i pennelli ed i colori, vedevansi
sorgere il Masaccio, il Ghirlandajo e tutti i fondatori delle scuole di
pittura[4]. Così prosperavano simultaneamente tutti i lavori, da quello
del tessitore, condannato ad un'operazione sempre uniforme, fino a
quello dell'artefice destinato a formare la gloria del suo paese. In
tale stato di cose quel padre di famiglia che altra eredità non lasciava
a' suoi figliuoli che sanità, attività e coraggio di tutto
intraprendere, lo abbandonava in sul cammino della vita senza timore.

  [3] Ho sostituito _marmo statuario_, per singolarizzare quella
  qualità di marmo, che in allora come al presente era la sola che
  serviva pei principali lavori di scultura. _N. d. T._

  [4] Ne' tempi di cui parla l'autore le tele servivano pochissimo ai
  pittori; e non tutte le scuole di pittura ebbero fondatori toscani.
  _N. d. T._

Il commercio italiano aspettava, ed anticipatamente pagava tutti questi
prodotti dell'industria nazionale, per distribuirli in seguito tra le
diverse popolazioni del mondo. Ancora non era venuto quel tempo, in cui
principi, gelosi dell'indipendenza di tali uomini, che potevano
facilmente sottrarre le loro sostanze alla tirannide, armarono il
disprezzo contro l'attività e l'industria mercantile. Gli oltremontani
non avevano peranco insegnato agli Italiani, che il commercio faceva
torto alla nobiltà; e le più illustri famiglie di Firenze, di Venezia,
di Genova, di Lucca e di Bologna, davano contemporaneamente capi alle
case mercantili, cardinali alla Chiesa e gran priori all'ordine di
Malta. Mentre che i più riputati uomini della nazione arrecavano col
loro esempio maggior lustro al lavoro, che insegnavano a risguardare
l'ozio come un vizio, come un disonore, come un delitto contro la
società, essi medesimi, applicandosi ad un commercio che abbracciava la
metà del mondo allora conosciuto, acquistavano l'accortezza di esperti
mercanti, le cognizioni positive dei legislatori, ed avevano opportunità
di studiare i principj della prosperità pubblica, che dovevano prendere
di mira nella loro amministrazione. Altronde i commercianti, che
formavano un così distinto ordine della società, accostumavansi a
trafficare con maggiore lealtà, con modi più liberali, con più svariate
cognizioni. La mente, applicata a vicenda ora ai pubblici, ora ai
privati affari, andava acquistando maggiore pieghevolezza, e meglio
soddisfaceva all'una ed all'altra incumbenza.

La quantità del lavoro che può fare una nazione, la sussistenza che si
può procacciare, e la popolazione che può nutrire si misurano sempre
sulla quantità dei capitali di cui può disporre. Ora il capitale
produttivo che apparteneva agli Italiani nel quindicesimo secolo
pareggiava forse quello di tutte le altre nazioni d'Europa assieme
unite, e questo capitale, affidato a mani economiche ed industriose, non
giaceva mai ozioso. Oggi l'entrata annuale dell'Italia consiste quasi
unicamente nella metà dei prodotti del suolo, che i gastaldi danno in
natura ai proprietarj, e che questi, da sè medesimi, o col mezzo de'
loro diversi salariati, consumano nell'ozio[5]. Nel quindicesimo secolo
eranvi tra i proprietarj delle terre molti commercianti che aggiugnevano
ogni anno ai loro capitali produttivi la parte, molte volte
considerabilissima, de' prodotti de' loro poderi, che non consumavano
oziosamente. In tal maniera andavano di continuo impinguendo i capitali,
il di cui prodotto superava forse d'assai quello delle terre. Una più
numerosa popolazione poteva adunque vivere sullo stesso suolo e più
agiatamente. Mentre oggi una non piccola parte delle sete, degli olj
d'Italia, ed ancora dei grani, si cambiano con oggetti di lusso, allora
quasi i soli oggetti di lusso, che esportavansi dall'Italia, cambiavansi
in grani che s'importavano dall'estero. Verun argine vincolava le
speculazioni del mercante, che vedeva sempre crescere il fondo destinato
alle sue intraprese; il povero trovava la ricchezza nel suo lavoro, il
ricco era sicuro di accrescere le sue sostanze con un'incessante
attività; e l'uno e l'altro potevano vedere l'accrescimento della loro
famiglia senza temere la miseria.

  [5] Da oltre un mezzo secolo, in diverse parti d'Italia si è
  cominciato anche dai grandi proprietarj a dare maggior valore ai
  prodotti del suolo, coll'industria e col commercio, e non pochi de'
  grandi proprietarj del Milanese, del Veneziano ec. professano la
  mercatura. _N. d. T._

Nell'istante in cui l'Italia usciva dalla barbarie abbiamo fatto
osservare la gloriosa maniera con cui presentavasi in sul sentiero delle
lettere e delle arti. Ma nel quindicesimo secolo la storia delle lettere
e delle arti non è meno importante che la storia della politica;
conviene adunque abbandonarla a coloro che la trattarono di proposito.
In altra opera presentai un breve prospetto della letteratura italiana,
mentre che una compiuta storia di questa stessa letteratura si andava
pubblicando da uno de' più illustri scrittori della Francia[6]. Molti
altri hanno descritti i maravigliosi progressi dell'architettura, della
scultura, della pittura, delle quali non potrebbesi qui parlare
degnamente con poche parole, nè trattare a fondo senza uscire dall'unità
d'un soggetto storico. Non sarà adunque che come un nuovo argomento di
quella prosperità, di quel sentimento di riposo e di felicità sparso in
tutta la nazione nel quindicesimo secolo, ch'io ricorderò i rapidi
progressi delle arti. Senza dubbio quando si videro giunte all'apice
della perfezione, quando uomini come Michelangelo, Raffaello, Tiziano,
ebbero pubblicati i loro capi d'opera, le arti si sostennero in tutto il
sedicesimo secolo, e di maravigliosa luce folgoreggiarono in mezzo alle
più terribili calamità. Le disgrazie non offendono sempre il genio; ma
sibbene è necessario uno stato di sicurezza e di godimento della vita,
per accendere la prima volta la di lui fiaccola. D'uopo è che una
nazione osservi il presente con confidenza, e l'avvenire senza timore,
per aggiungere ai fuggiaschi piaceri dell'opulenza l'immortale pompa
delle belle arti.

  [6] Il signor Ginguenè, di fresco rapito alle lettere, la di cui
  Istoria della Letteratura Italiana può considerarsi come complemento
  della Storia Italiana de' secoli di mezzo. _N. d. T._

I monumenti, onde si coprì l'Italia nel quindicesimo secolo, non
dinotano solamente che un delicato sentimento del bello diresse lo
scalpello, il pennello e la squadra de' più illustri scultori, pittori,
ed architetti; ma il tutt'insieme di questi monumenti ci fa vedere una
nazione piena di fiducia nelle proprie forze, di speranze pel suo
avvenire, di soddisfaccimento per gli ottenuti successi. I suoi templi
superano infinitamente in magnificenza ed in solidità tutti i più
celebri della Grecia; i palazzi de' suoi cittadini, per estensione e per
colossale spessezza di muraglie, vincono quelli degli imperatori romani;
ed anche alle semplici case non manca un carattere di forza, di
agiatezza, di comodità[7]. Quando oggi si attraversano molte città
dell'Italia quasi deserte, e tanto decadute dall'antica loro opulenza,
quando entrasi nei templi che nemmeno la folla delle grandi solennità
può riempire, quando si osservano que' palazzi, i di cui proprietarj
occupano appena la decima parte, quando si riflette alle spezzate
sculture di quelle finestre fatte con tanta eleganza, all'erba che
germoglia presso le mura, al silenzio che regna in quelle vaste
abitazioni, alla povertà degli abitanti, al lento camminare, all'aria
disoccupata di tutti coloro che attraversano le strade, ai mendicanti
che ti pajono formar soli la metà della popolazione; ben si sente che
tali città furono fabbricate per un popolo diverso da quello onde sono
presentemente abitate, che furono il prodotto dell'attività, e sono ora
l'eredità della scioperatezza; che appartennero all'opulenza, cui tenne
dietro la miseria; che sono l'opera d'un gran popolo, e che questo gran
popolo più non esiste.

  [7] Forse l'amore dell'Italia rese il nostro autore alquanto
  parziale ai moderni nel confronto che fece degli Edificj greci e
  romani con quelli del XVI secolo. _N. d. T._

Il lusso dei re può talvolta creare una magnifica capitale, ancora
quando la loro nazione è tuttavia miserabile e mezzo barbara, e che
punto non desidera di privarsi di porzione del suo necessario per
circondarsi d'una pompa di cui ella non gode. Lodovico XIV e non la
Francia, Federico e non la Prussia, Pietro e Catarina e non la Russia,
si vedono ne' palazzi di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo; perciò le
lontane province all'epoca che s'innalzavano quegli edificj erano tanto
più miserabili, quanto più sontuose diventavano le capitali. Ma
spontanee sono la ricchezza e l'eleganza dell'architettura italiana; in
villa come in città conservano lo stesso carattere, in ogni luogo sono
superiori alla condizione de' presenti proprietarj; ovunque si vedono
abitazioni più vaste, più agiate che quelle che la medesima classe della
società occupa ne' paesi oggi riputati i più prosperi. Le non conosciute
borgate di Uzzano, di Buggiano, di Montecatino, poste in sul pendìo
delle colline di Val di Nievole, se fossero trasportate tutte intiere in
mezzo alle più antiche città della Francia, di Troyes, di Sens, di
Bourges, ne formerebbero i più bei quartieri; i loro templi sarebbero
fatti per recare ornamento alle più grandi città. Quando c'interniamo
nelle valli degli Appennini, lontane dalle men frequentate strade, da
ogni commercio, e sto per dire da ogni viaggiatore, vi si trovano ancora
dei villaggi, ove dal quindicesimo secolo in poi non si fabbricò veruna
casa, ove verun'antica casa venne ristaurata; tali sono Pontito, la
Schiappa o Vellano; oppure sono unicamente formati di case di pietra a
cemento, a più piani, e d'una non inelegante architettura.

In quasi tutta l'Italia, l'agricoltura, le strade, la forma data al
terreno dalla mano degli uomini, l'architettura delle città e quelle dei
villaggi, conservano monumenti dell'antica opulenza, d'una prosperità
comune a tutte le classi, d'una attività di spirito, d'uno zelo
intraprendente ch'erano l'effetto, e di nuovo diventavano la causa della
nazionale felicità. Quest'opulenza, malgrado tutte le rivoluzioni di cui
abbiamo parlato, mantenevasi ancora in sul declinare del quindicesimo
secolo. Solo ci resta a vedere per quale concatenamento di calamità
venne distrutta, da quali impedimenti fu oppresso lo spirito della
nazione; sicchè ancora dopo la cessazione delle guerre e di tutti i
flagelli, che si succedettero pel corso d'un mezzo secolo, dopo il
ritorno della tranquillità, dopo il godimento d'una lunga pace invidiata
dalle altre nazioni europee, più l'Italia ricuperare non potesse
un'ombra soltanto dell'antica sua felicità.




CAPITOLO XCII.

      _Elezione di Alessandro VI. — Progetto di riforma di Girolamo
      Savonarola; vanità di Piero de' Medici, nuovo capo della
      repubblica fiorentina. — Lodovico Sforza eccita Carlo VIII a far
      valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta
      l'Italia. — Ferdinando I muore prima d'essere attaccato._

1492 = 1494.


Le opinioni religiose e la politica concorrevano in Italia a collocare
il papa alla testa degli stati indipendenti, ne' quali era divisa questa
penisola. Fu principalmente nel corso del quindicesimo secolo che i papi
innalzarono la loro monarchia temporale, riducendo la città di Roma a
non avere che un governo municipale, e sostituendo la propria autorità a
quella del senato e della repubblica, talchè dopo la congiura di Stefano
Porcari avevano aboliti gli ultimi avanzi della romana libertà. Nelle
vicine province i papi avevano lavorato con ardore a rendersi ubbidiente
la nobiltà feudataria; e la violenza con cui furono perseguitate le due
più potenti case, quella dei Colonna da Sisto IV, e quella degli Orsini
da Innocenzo VIII, in principio del suo pontificato, le aveva molto
indebolite. Quasi tutti i piccoli principi e quasi tutte le città
libere, poste tra Roma, gli stati di Firenze e quelli di Venezia, erano
state costrette a riconoscere la suprema autorità della santa sede. Gli
è vero che i principi di Romagna conservavano la loro sovranità sotto
l'autorità della Chiesa, ma essi ubbidivano con zelo al papa, che
temevano, e gli somministravano in tutte le sue guerre eccellenti
capitani e buoni soldati. Perciò gli ultimi pontefici ebbero più virtù
guerriere che ecclesiastiche, e fecero fortemente sentire l'importanza
militare dello stato della Chiesa.

Altronde il papa, che aveva l'alta signoria del regno di Napoli, ch'era
direttore del partito guelfo in Lombardia ed in Toscana, e supremo capo
della Chiesa, non misurava la propria potenza sopra la sola estensione
degli stati sottoposti alla sua immediata giurisdizione. Ben al di là ed
a molta distanza dai proprj confini poteva senza danaro guadagnarsi
partigiani, fare la guerra senza soldati, minacciare ed atterrire senza
forze reali. Perciò la storia dei papi era forse la parte più essenziale
della storia d'Italia. Le rivoluzioni delle repubbliche e quelle delle
monarchie trovavansi costantemente legate a quelle della corte
pontificia, e quasi tutte le grandi catastrofi, che dovevano squarciare
l'Italia, erano state predisposte dagl'intrighi o dalle passioni de'
preti.

Il principio dell'ultimo periodo della libertà italiana, cui siamo
arrivati, ed il cominciamento della lunga guerra che gli oltremontani
dovevano portare in quasi tutta la penisola, fu pure un istante di crisi
pel potere pontificio; imperciocchè appunto in allora venne innalzato
sulla cattedra di san Pietro il più odioso, il più impudente, il più
malvagio di tutti coloro che fecero abuso d'una sacra autorità per
oltraggiare ed opprimere gli uomini. Alessandro VI fu eletto successore
d'Innocenzo VIII. Lo scandalo della corte di Roma, sempre crescente da
un mezzo secolo, non poteva essere spinto ad un più ributtante eccesso;
ed infatti dopo tale epoca andò gradatamente diminuendo. Veruno
scrittore ecclesiastico ebbe l'ardire di difendere la memoria di questo
papa, indegno del nome di cristiano; e l'obbrobrio, che in tempo del suo
regno coprì la Chiesa romana, distrusse quel religioso rispetto, che
proteggeva tutta l'Italia, e l'abbandonò agli stranieri come più facile
preda.

Innocenzo VIII era morto il 25 di luglio del 1492; vennero, secondo
l'uso, consacrati alcuni giorni alla pompa dei suoi funerali, ed il 6
agosto susseguente i cardinali si chiusero in conclave per eleggere il
successore. Si trovarono ridotti al numero di ventitre[8]. Ognuno di
loro sentiva ingrandirsi la propria importanza, vedendo scemarsi il
numero di coloro che avevano diritto di sedere in questo senato; la
divisione delle ricchezze, degli onori, dei principati, disponibili
dalla Chiesa, in gran parte spettava a loro; ognuno in ragione del
piccolo numero de' suoi competitori, poteva riservare per sè medesimo o
per le sue creature una più vantaggiosa porzione in questa grande
eredità. Quindi, malgrado l'esperienza dell'inutilità di tutte le
condizioni imposte ai futuri pontefici ne' precedenti conclavi, i
cardinali, provvedendo prima di tutto ai proprj interessi, promisero con
giuramento, che quello di loro che avrebbe la tiara, non farebbe nuove
promozioni senza l'assenso del sacro collegio[9].

  [8] _Stef. Infessura Diar. Rom., t. III, Scrip. Rer. It., t. II, p.
  1243. — Ann. Eccl. Rayn., 1492, § 22, t. XIX, p. 412._

  [9] _Rayn. An. Eccl., 1492, § 28, p. 414._

Tutti i voti trovaronsi uniformi per questa prima risoluzione che
giovava al comune interesse; ma quando si venne all'elezione di un nuovo
capo della Chiesa, ognuno diede nuovamente orecchio ai consigli della
propria ambizione e privata cupidigia. Il conclave era quasi interamente
composto di creature d'Innocenzo VIII e di Sisto IV, e non potevasi
sperare da uomini eletti in tempi di tanta corruzione, nè molto
disinteressamento, nè elevati sentimenti. Un solo tra di loro, Roderigo
Borgia, era di più antica creazione, il quale, più degli altri
invecchiato nelle dignità della Chiesa, aveva potuto accumulare maggiori
ricchezze degli altri. Era costui figliuolo di una sorella di Calisto
III, e per fare cosa grata allo zio, che lo aveva adottato, aveva
lasciato il suo cognome di Lenzuoli per prendere quello di Borgia.
Essendo ancora giovinetto era stato colmato dal vecchio Calisto di tutte
le grazie che un papa può conferire ad un nipote: a lui aveva il
pontefice resignato il proprio arcivescovado di Valenza nella Spagna; e
lo aveva il 21 settembre del 1456 creato cardinale diacono,
aggiugnendovi in pari tempo la lucrosa carica di vice cancelliere della
Chiesa. Sisto IV, che aveva adoperato Roderigo Borgia in molte
legazioni, gli aveva dati i vescovadi di Alba e di Porto. Altre più
fresche missioni, nelle quali il Borgia aveva dato luminose prove della
sua accortezza, gli avevano fruttate nuove ricompense[10], e nel 1492
aveva l'entrate di tre arcivescovadi in Ispagna, e di molti altri
beneficj in tutta la Cristianità. Le ricchezze di un cardinale
influiscono quasi necessariamente sopra i suffragj de' suoi colleghi,
perciocchè, non potendo per sè ritenere i beneficj, fatto papa, è cosa
ovvia che li ripartisca sopra tutti coloro che più contribuirono alla
sua elezione; e quanto più partecipò egli stesso ai favori della Chiesa,
tanto più può darne ai suoi partigiani, senza muovere giuste lagnanze.
Il Borgia, nel corso di quasi un mezzo secolo di prosperità, aveva
accumulati immensi tesori, e la natura gli aveva accordati tutti i
talenti proprj a farne uso per la sua ambizione: aveva una facile
eloquenza, sebbene non fosse che mediocremente versato nelle lettere, e
la sua mente, straordinariamente pieghevole, era di tutto capace: ma
soprattutto era in particolar modo provveduto di singolari talenti per
trattare gli affari, e di una inarrivabile destrezza nel saper condurre
ai suoi fini lo spirito de' suoi rivali[11].

  [10] _Onof. Panvino vite de' Pontefici. In Aless. VI, p. 472._

  [11] _Jacob. Volaterranus Diar. Rom., t. XXIII, Rer. It. p. 130. —
  Ann. Eccl. Rayn., 1492, § 25, t. XIX, p. 413._

Collocato dalle immense sue ricchezze e dalla sua anzianità nel collegio
de' cardinali tra i principali candidati per la santa sede, il Borgia
sembrava, anche agli occhi de' più savj, giustificare in parte le sue
pretese co' distinti talenti impiegati la servigio della Chiesa; se non
che i suoi costumi potevano dar luogo a potenti eccezioni. Fin sotto il
pontificato di Pio II, le sue dissolutezze, in allora più condonabili in
grazia della gioventù, l'avevano esposto alla pubblica censura[12];
aveva poi preso seco un'amica, detta Vanozia, colla quale viveva come se
stata fosse sua moglie, e nello stesso tempo l'aveva fatta sposare ad un
cittadino romano; aveva da lei avuti quattro figliuoli ed una figlia,
che tra poco vedremo prendere una molto importante parte negli affari.
Egli nelle parole e ne' fatti non aveva la riservatezza conveniente a
uomo di Chiesa: ma il libertinaggio era di già salito sul trono con
Sisto IV e con Innocenzo VIII, ed il sacro collegio non era più composto
di uomini abbastanza irreprensibili perchè i vizj di Roderigo Borgia
fossero un sufficiente motivo d'esclusione.

  [12] _Ann. Eccl., 1492, § 24, p. 413._

Pareva che due rivali potessero disputare la tiara al Borgia, cioè
Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere. Ascanio, figliuolo del grande
Francesco Sforza, duca di Milano, era zio di Giovanni Galeazzo, allora
regnante, e fratello di Lodovico il Moro, che governava in suo nome la
Lombardia; era stato creato da Sisto IV cardinale diacono del titolo dei
Santi Vito e Modesto, era dopo il Borgia uno de' cardinali più ricchi di
beneficj ecclesiastici, ed era inoltre spalleggiato da suo fratello e
dagli alleati del duca di Milano. Ma dopo avere fatte alcune infruttuose
prove delle forze del proprio partito, preferì di vendere la propria
adesione al suo rivale, piuttosto che vedersi da lui vinto; trattò col
Borgia e si fece promettere la carica di vice cancelliere, e gli
guarentì in iscambio tutti i suffragi da lui disponibili[13].

  [13] _Josephi Ripamontii Hist. Urbis Mediol., l. V, p. 653._

Giuliano della Rovere, figliuolo di un fratello di Sisto IV, prete
cardinale del titolo in san Pietro _in vincula_, era il terzo candidato.
I suoi distinti talenti, e l'avere luminosamente figurato nel
pontificato dello zio, gli avevano procurati molti suffragj; ma Roderigo
Borgia, spargendo danaro a piene mani, seppe guadagnarsi coloro che
ancora pendevano incerti. Sotto colore di porli in luogo sicuro finchè
durava il conclave, egli aveva mandato quattro muli carichi di danaro
alla casa del cardinale Ascanio Sforza, e questo danaro fu impiegato
nell'acquisto delle coscienze incerte. La voce del cardinale patriarca
di Venezia fu pagata cinque mila ducati, tutte le altre furono
mercanteggiate nella stessa maniera[14], ed il sabato mattina, undici di
agosto, Roderigo Borgia fu proclamato papa, colla maggiorità di due
terzi de' suffragj, sotto il nome di Alessandro VI[15].

  [14] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1244._

  [15] _An. Eccl., 1492, p. 413._ Per altro alcuni scrittori indicano
  un diverso giorno. Il giornale di Siena fa seguire l'elezione il 10
  di agosto: _Allegr. Allegretti, t. XXIII, p. 826; Onofrio Panvinio_
  nel primo.

Si conobbe subito a quali vergognosi mercati andava il pontefice
debitore della sua elezione, perciocchè fu veduto nei primi giorni dopo
l'elezione pagare i convenuti premj. Risegnò al cardinale Ascanio Sforza
la lucrosa sua dignità di vice cancelliere; cedette al cardinale Orsini
il suo palazzo di Roma coi due castelli di Monticello e di Soriano;
diede al cardinale Colonna l'abbazia di Subbiaco con tutti i suoi
castelli; al cardinale di sant'Angelo, il vescovado di Porto con tutti i
suoi mobili sommamente magnifici, oltre la sua cantina ricca de' più
squisiti vini; al cardinale di Parma la città di Nepi; a quello di
Genova la chiesa di santa Maria _in via lata_; al cardinale Savelli la
chiesa di santa Maria maggiore, e la città di Città Castellana: gli
altri furono premiati a danaro sonante. Cinque soli, alla testa de'
quali furono posti Giuliano della Rovere e suo cugino Raffaello Riario,
non acconsentirono a vendere i loro suffragj[16].

  [16] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1244. — Franc. Guicciardini, l.
  I, p. 4. — Ist. di Gio. Cambi, Deliz. Erud., t. XXI, p. 71._

I Romani celebrarono l'elezione di Alessandro VI con tali feste, che
sarebbero state più convenienti alla coronazione di un giovane
conquistatore che a quella di un vecchio pontefice. Sarebbesi detto che
il popolo re chiedeva al suo nuovo sovrano di richiamare sotto il suo
impero le nazioni altre volte soggiogate dalle armi romane. La maggior
parte delle iscrizioni che ornavano le case romane alludevano al nome di
Alessandro assunto dal Borgia, e se in qualche modo ricordavano la
religione di cui era capo, lo facevano, promettendo al nuovo Alessandro
tanto più luminose vittorie in quanto che egli era un Dio, e non un
semplice eroe[17]. Quest'eccesso d'adulazione non venne immediatamente
smentito dal fatto. Una spaventosa anarchia era nata sotto il venale ed
effeminato regno d'Innocenzo VIII; erasi aggrandita nella letargia di
questo pontefice in modo che dugento venti cittadini romani erano stati
assassinati dall'ultima crisi della sua malattia fino alla morte[18].
Alessandro VI, che voleva regnare, e che sapeva farsi temere, pose
subito rimedio a tanto disordine e ridonò la sicurezza alle strade di
Roma. Il solo cardinale della Rovere non lasciossi sedurre da questa
apparente calma: l'apostata spagnuolo, il _marrano_, com'egli lo
chiama[19], non poteva ispirargli troppa confidenza. Si chiuse nel
castello d'Ostia fino all'istante in cui credette più prudente partito
il recarsi in più lontani paesi, e non assistette alle scandalose feste
colle quali il papa celebrò nel proprio palazzo il matrimonio di sua
figlia Lucrezia con Giovanni, figlio di Costanzo Sforza, signore di
Pesaro[20].

  [17] _Cæsare magna fuit, nunc Roma est nascima sextus: = Regnat
  Alexander. Ille vir iste Deus. = Epistola Petri Delphini, l. III,
  Ep. 38. — Rayn. Ann. Eccl. § 27, p. 414._

  [18] _Stef. Infessura, p. 1244._

  [19] Gli Spagnuoli chiamano _marranos_ i mori convertiti; pochi
  spagnuoli sottraevansi di quei tempi al rimprovero di Apostasia.

  [20] Le nozze di Lucrezia si celebrarono il 9 e 10 giugno del 1493.
  _Infessura Diar. Rom., p. 1246. — Alleg. Allegretti, p. 827._

L'istante in cui la Chiesa romana, disonorata dai vizj di alcuni capi
del clero, alzava sul trono un pontefice di cui doveva vergognarsi, non
poteva sottrarsi ai tentativi di riforma di coloro che, più sinceri
nella loro fede, cercavano nella religione un appoggio alla morale, e
prevedevano le funeste conseguenze dell'esempio dato a tutta la
Cristianità da un papa adultero e fors'anche incestuoso. In sul
declinare del quindicesimo secolo, e ne' primi anni del susseguente, era
ancora troppo fervente, e troppo sincero era il sentimento della
religione perchè i grandi scandali non fossero cagione di grandi
rivoluzioni. Coloro che per una virtuosa indignazione s'allontanavano da
un Sisto IV, da un Innocenzo VIII, da un Alessandro VI, non lasciavano
perciò d'essere Cristiani, o affezionati alla Chiesa disonorata da
alcuni suoi capi; essi attribuivano tutti i vizj agli uomini e non al
sistema; e quanto più vedevano accrescersi i disordini e gli scandali,
facevansi un più stretto dovere di scacciare l'abbominazione dal
santuario, e mostravansi più disposti a compromettere anche la vita per
una riforma, che risguardavano come l'opera del Signore.

Lo scandalo della corte di Roma non era ancora che imperfettamente
conosciuto al di là delle Alpi. Prima delle guerre degli oltremontani in
Italia, un profondo rispetto copriva d'impenetrabil velo il palazzo di
san Pietro a Roma; ed ai riformatori, che più tardi spiegarono lo
stendardo della ribellione contro la Chiesa romana, sarebbe stato
impossibile il dare compimento all'opera loro in Germania ed in Francia
avanti questa mescolanza delle nazioni. La stessa intrapresa doveva
piuttosto tentarsi in Italia, ove più che altrove conoscevansi gli
abusi: questa doveva ricevere un diverso carattere dal popolo che
cominciava la riforma; doveva scoppiare tra gl'Italiani con maggiore
entusiasmo, doveva parlare d'avvantaggio all'immaginazione ed al cuore,
doveva farsi meno spalleggiare dalla filosofia, e forse essere meno
indipendente dalle opinioni religiose, ma invece legarsi più
strettamente alla politica. In Italia l'ordine civile e l'ordine
religioso erano egualmente corrotti, mentre i principj costitutivi
dell'uno e dell'altro erano stati profondamente penetrati con un lungo
studio: onde i riformatori dovevano tentare di dar mano
contemporaneamente a tutti e due. Tali infatti furono i divisamenti di
Girolamo Savonarola; e questo precursore di Lutero non fu da lui
diverso, se non quanto un Italiano deve esserlo da un Tedesco.

Girolamo Francesco Savonarola apparteneva ad un'illustre famiglia
originaria di Padova, ma chiamata a Ferrara dal marchese Niccolò d'Este.
Nacque in quest'ultima città il 21 settembre del 1452 da Niccolò
Savonarola e da Annalena Bonaccorsi di Mantova[21]. Distintosi di
buon'ora ne' suoi studj, in particolare, nella teologia, s'involò alla
sua famiglia in età di 23 anni, e, rifugiatosi nel chiostro de'
Domenicani di Bologna, professò il 23 aprile del 1475 con un fervore
religioso, un'umiltà ed un desiderio di penitenza, che non si smentirono
giammai[22]. I suoi superiori, conoscendo bentosto i singolari talenti
del giovane domenicano, lo destinarono a leggere pubblicamente
filosofia. Il Savonarola, chiamato a parlare in pubblico, doveva lottare
contro i difetti del suo organo ad un tempo debole e duro, contro la sua
mal aggraziata declamazione, e contro lo spossamento delle sue forze
fisiche, prodotto da una severa astinenza.

  [21] _Della storia e delle gesta del padre Girolamo Savonarola, l.
  IX, dedicati a P. Leopoldo, 1782, 4.º, l. I, § 2, p. 2._

  [22] _Vita di Savonarola, l. I, § 3, p. 5._

Fu ammirata l'erudizione del nuovo professore, ma egli non piacque come
predicatore quando salì sul pulpito, ed allora non fu al certo preveduto
quel potere che in breve acquistar doveva la sua eloquenza sopra più
numerosi uditori[23]. La forza dell'ingegno e quella della volontà
vinsero tutti gli ostacoli. Il Savonarola acquistò nel ritiro quei
vantaggi che supponevansi essergli stati dalla natura negati. Coloro che
nel 1482 erano stati offesi dalla sua declamazione, appena potevano
riconoscerlo quando nel 1489 l'udirono modulare a suo piacimento una
voce armoniosa e robusta, e sostenerla con una nobile, imponente e
graziosa declamazione[24]. Egli stesso, temendo d'insuperbirsi per gli
sforzi che aveva felicemente fatti onde perfezionarsi, riferiva al cielo
i suoi progressi con cristiana umiltà, e risguardava le proprie
metamorfosi come un primo miracolo, che provava la sua divina missione.

  [23] _Vita di Savonarola an. 1478, § 9, p. 13. — Anno 1482, § 11, p.
  15._

  [24] _Ivi, § 19, p. 22._

Fu nel 1483 che il Savonarola credette sentire in sè medesimo un segreto
profetico impulso che lo destinava riformatore della Chiesa, chiamandolo
a predicare ai Cristiani la penitenza, e ad annunciare ai medesimi
anticipatamente le calamità onde lo stato e la Chiesa erano egualmente
minacciati. A Brescia cominciò la sua predicazione intorno
all'apocalisse nel 1484, e predisse ai suoi uditori che le loro mura
sarebbero un giorno bagnate da torrenti di sangue. Questa minaccia pare
che avesse compimento due anni dopo la morte del Savonarola, quando nel
1500 i Francesi, sotto gli ordini del duca di Nemours, presero Brescia
d'assalto, e lasciarono gli abitanti in preda ad un'orrenda
uccisione[25]. Nel 1489 Savonarola recossi a piedi a Firenze, e fissò la
sua residenza nel convento del suo ordine, sotto il titolo di san Marco,
dove pel corso di otto anni doveva continuare a predicare la riforma,
fino al momento in cui fa mandato al supplicio, come, a seconda di
quanto attestano i suoi discepoli, aveva egli stesso prenunciato.

  [25] _Vita di Savonarola, l. I, § 15, p. 19._

La riforma, che il Savonarola raccomandava, siccome un'opera di
penitenza, per allontanare le calamità ch'egli diceva vicine a piombare
sull'Italia, doveva cambiare i costumi del mondo cristiano e non la sua
fede. Il Savonarola credeva corrotta la disciplina della Chiesa, credeva
infedeli i pastori delle anime, ma non erasi mai fatto lecito di muovere
un solo dubbio intorno ai dommi che professava questa Chiesa, o di
assoggettarli a veruna disamina. La stessa natura del suo entusiasmo non
glielo doveva permettere; non era già in nome della ragione ch'egli
attaccava l'ordine stabilito, ma in nome d'una inspirazione ch'egli
credeva soprannaturale, non per mezzo di esame, ma colle profezie e coi
miracoli.

L'ardire del suo spirito, che si era trattenuto in faccia all'autorità
della Chiesa, aveva per altro misurate con minore rispetto le autorità
temporali. In tutto ciò ch'era opera dell'uomo voleva che potesse
riconoscersi per iscopo l'utilità degli uomini e per regola il rispetto
dei loro diritti. La libertà non sembravagli meno sacra della religione;
risguardava come un bene mal acquistato, e che non si poteva conservare
senza rinunciare all'eterna salute, il potere che un principe aveva
usurpato, innalzandosi nel seno d'una repubblica. Ai suoi occhi Lorenzo
de' Medici era un illegittimo detentore della proprietà dei Fiorentini:
malgrado i replicati inviti, fattigli da questo capo dello stato, mai
non volle visitarlo, o attestargli veruna deferenza, onde non si
supponesse ch'egli ne avesse riconosciuta l'autorità[26]; e quando
Lorenzo, sul letto della morte, chiamò presso di sè questo confessore
per ricevere dalle sue mani l'assoluzione, il Savonarola gli chiese
preventivamente se aveva intera fede nella misericordia di Dio, ed il
moribondo dichiarò di sentirla nel fondo del suo cuore; se era
apparecchiato a restituire tutto il bene che aveva illegittimamente
acquistato, e Lorenzo dopo qualche incertezza si dichiarò disposto a
farlo; finalmente se ristabilirebbe la libertà fiorentina ed il governo
popolare della repubblica; ma Lorenzo ricusò di assoggettarsi a questa
terza condizione, e rimandò il Savonarola senza avere ricevuta
l'assoluzione[27].

  [26] _Stor. del P. Girol. Savonarola, l. I, § 22, p. 25._

  [27] _Ivi, § 26, p. 33._

Se il Savonarola avea creduto di dover predicare a Lorenzo de' Medici la
restituzione della sovrana autorità a Firenze, siccome d'un bene mal
acquistato, egli aveva ancora più gagliarda ragione per persuadere
Pietro de' Medici a dimettersi da un'autorità ch'egli non aveva nè la
forza, nè l'abilità di conservare. Pietro, il maggiore de' tre figli di
Lorenzo, non aveva che ventun anni quando suo padre morì, e la sua
prudenza era al di sotto dell'età. A Firenze, le leggi determinavano
l'età richiesta per l'esercizio d'ogni magistratura, ed avevano
generalmente protratta assai quest'epoca: i consiglj dispensarono Pietro
dalle condizioni dell'età, e lo dichiararono proprio a ricevere tutte le
onorificenze, e ad esercitare tutte le magistrature di suo padre[28].
Questa violazione della costituzione era una conseguenza della schiavitù
della signoria; ma questa ferì i Fiorentini facendo loro vedere il giogo
sotto cui erano caduti.

  [28] _Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXVI, p. 187._

Pietro, appassionato pei piaceri della gioventù, per le donne, per gli
esercizj della persona che potevano farlo brillare ai loro occhi,
d'altro omai non intratteneva la repubblica che di feste e di
divertimenti, cui consacrava tutto il suo tempo. La sua statura era più
che mezzana, aveva petto e spalle assai larghe e straordinarie erano la
di lui forza e destrezza. Egli ragunava presso di sè i più insigni
giocatori di palla di tutta l'Italia; ma in quest'esercizio superava
tutti, come in quelli della lotta e del cavalcare. Aveva facilità somma
di dire, pronuncia aggradevole, armoniosa voce, mentre che suo padre per
una cattiva conformazione del suo organo parlava col naso. Pietro aveva
fatti singolari progressi nelle lettere greche e latine sotto Angelo
Poliziano: improvvisava versi con somma facilità; variata e gradevole
era la sua conversazione, ma il suo orgoglio mostravasi con insultante
maniera qualunque volta vedevasi contraddetto. Questo era di tutti il
suo più dominante difetto, difetto in lui accarezzato da sua madre
Clarice, e da sua moglie Alfonsina, l'una e l'altra della famiglia
Orsini, le quali aveano portata in casa dei Medici l'arroganza della
loro famiglia. Egli pretendeva che la repubblica ricevesse ciecamente i
suoi ordini, ed intanto risguardava come cosa indegna del suo grado la
fatica dello studiare i pubblici affari; perciò gli abbandonava alle
persone di sua confidenza, ed in particolare a Pietro Dovizio di
Bibbiena, fratello maggiore di quel Bernardo, che Leon X creò poi
cardinale ed acquistò illustre nome nelle lettere volgari. Pietro di
Bibbiena era stato segretario di Lorenzo, aveva pratica degli affari, ed
il Medici, accordandogli la sua confidenza, metteva questo subalterno,
nato in una provincia suddita, al di sopra degli antichi magistrati
della repubblica[29].

  [29] _Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 15._

Meno era Pietro de' Medici capace di governare uno stato, e più
diffidava di coloro che potevano nella repubblica aspirare ad un rango
eguale al suo. Un altro ramo della casa de' Medici cominciava in allora
a richiamare l'attenzione dei Fiorentini; erano questi i nipoti di
Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo. Il più giovane di costoro aveva
quattro anni più di Pietro; avevano ereditate le ricchezze accumulate
colla mercatura del loro avo; ma ossia che verun singolare talento si
fosse sviluppato in questo ramo della famiglia, o che i suoi membri si
riputassero abbastanza onorati dal parentado loro coi capi dello stato,
non eransi mai veduti nè Pier Francesco, padre di questi giovani, nè
Lorenzo, loro avo, prendere veruna parte nelle politiche contese di
Firenze. Piero fu il primo a scoprire de' rivali ne' suoi cugini; li
fece arrestare in aprile del 1493, e prese a deliberare se dovesse farli
morire; ma i loro amici ottennero a fatica che fosse contento di
mandarli fuori di città, assegnando loro per prigione le loro due case
di campagna. Ma il popolo aveva risguardato il loro arresto come una
violazione de' suoi diritti, e la libertà loro come un trionfo: gli
accompagnò colle sue acclamazioni e co' suoi voti mentre uscivano di
città, e fece vie meglio sentire a Pietro, ch'egli andava perdendo tutto
il favore popolare[30].

  [30] _Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 16. — Comment. di Filippo de'
  Nerli, l. III, p. 58._

Forse Pietro avrebbe più facilmente soppressi questi primi sintomi di
fermento, se si fosse affrettato di allontanare da Firenze colui che
dirigeva lo spirito popolare, comprendendo la libertà nella riforma
della Chiesa e dei costumi. Ma Girolamo Savonarola scuoteva ogni giorno
una numerosa udienza coll'interpretazione delle profezie, nelle quali
credeva di vedere prenunciata la ruina di Firenze. Parlava al popolo in
nome del cielo delle calamità che lo minacciavano, e lo supplicava di
convertirsi; in appresso dipingeva a' suoi occhi il disordine dei
privati costumi, i progressi del lusso e dell'immoralità in tutte le
classi de' cittadini, i disordini della Chiesa e la corruzione de' suoi
prelati, i disordini dello stato e la tirannide de' suoi capi; invocava
la riforma di tutti questi abusi, e la sua immaginazione era altrettanto
vivace ed entusiasta, quando parlava degli interessi del cielo, quanto
vigorosa era la sua logica ed affascinatrice la sua eloquenza, quando
regolava gl'interessi della terra. Di già i cittadini di Firenze
attestavano colla modestia dei loro abiti, coi loro discorsi, col loro
contegno, ch'essi andavano abbracciando la riforma del Savonarola; di
già le donne avevano rinunciato alle loro acconciature; sorprendente in
tutta la città era il cambiamento de' costumi, ed era facil cosa il
prevedere che l'istruzione politica del predicatore non farebbe minore
impressione sugli uditori di quel che lo faceva l'istruzione morale[31].

  [31] _Comment. di Ser Filippo de' Nerli, l. III, p. 58. — Storia di
  F. Girolamo Savonarola, l. I, § 35, p. 49._

Le predicazioni del Savonarola erano appoggiate alla minaccia di nuove
spaventose calamità che straniere armate dovevano recare all'Italia; in
fatti ogni giorno queste calamità si andavano avvicinando, e
cominciavano a rendersi visibili a tutti gli occhi. Le pretese della
casa d'Angiò sul regno di Napoli avevano turbata l'Italia un intero
secolo, e l'Italia era avvezza a volgere lo sguardo verso la Francia per
discoprirvi gl'indizj della burrasca che si addensava per distruggere la
sua pace. Erano già vent'anni che i diritti della casa d'Angiò erano
passati nel re di Francia, e ben poteva prevedersi, che quando il
giovane principe fosse in età da credersi in istato di condurre gli
eserciti, potrebb'essere solleticato dalla gloria di conquistatore.
Sentivasi perciò da molto tempo che si rendeva necessaria l'unione delle
potenze d'Italia per chiudere la porta di questo paese agli
oltremontani. Quest'unione esisteva nelle pubbliche convenzioni, ed era
stata inoltre raffermata dal trattato di Bagnolo del 7 agosto del 1484,
e da quello di Roma dell'11 agosto del 1486, l'uno e l'altro in pieno
vigore; ma intanto quest'unione non aveva spente le segrete rivalità dei
sovrani, le gelosie e gli odj che dividevano l'Italia in due rivali
fazioni, e che aspettavano l'opportunità per iscoppiare.

Lodovico Sforza, detto il Moro, che governava il ducato di Milano in
nome di suo nipote Giovanni Galeazzo, pareva sentire più che gli altri,
siccome più degli altri vicino agli oltremontani, la necessità
dell'unione degli stati d'Italia, e voleva non solo che esistesse
realmente, ma ancora che fosse solennemente annunciata a tutta l'Europa.
L'assunzione di Alessandro VI al pontificato parvegli una favorevole
circostanza per farlo, perchè all'elezione di un nuovo papa tutti gli
stati cristiani mandavano a Roma una solenne ambasciata per prestargli
ubbidienza. Il duca di Milano era unito con una particolare
confederazione, rinnovata per 25 anni nel 1480, col regno di Napoli, il
duca di Ferrara, e la repubblica fiorentina. Lodovico il Moro propose ai
suoi alleati di far partire nello stesso tempo gli ambasciatori di
queste quattro potenze, di ordinare per lo stesso giorno il loro
ingresso in Roma, e di farli presentare insieme al papa, incaricando
quello del re di Napoli di parlare egli solo a nome di tutti. Voleva
così mostrare al papa, ai Veneziani ed alle altre potenze d'Europa, che
intima e forte era la loro unione, persuadere le due prime ad unirsi a
loro per la difesa dell'Italia, e far conoscere alle altre che questa
provincia non aveva di che temere dagli stranieri. La puerile vanità di
Pietro de' Medici mandò a monte questo progetto, ed eccitando la
diffidenza del Moro, lo gettò in una politica affatto contraria[32].

  [32] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 188. — Franc. Belcarii Comment.
  Rer. Gallic., l. V, p. 114. Lugduni 1625 in fol._

Era Pietro de' Medici uno degli ambasciatori nominati dalla sua
repubblica per recarsi a Roma; voleva figurare in questa solenne
circostanza, spiegando agli occhi de' Romani e de' forastieri i tesori
di gemme ammassati da suo padre, il lusso de' suoi equipaggi e
l'eleganza degli abiti de' suoi servitori. La sua casa era stata due
mesi ingombra di sartori, di ricamatori ec.; tutti i suoi giojelli erano
stati seminati sulle assise de' suoi paggi, ed un solo collare, che
doveva portare uno di costoro, stimavasi del valore di dugento mila
fiorini. Tanto lusso sarebbe stato meno osservato se quattro solenni
ambasciate avessero dovuto fare nello stesso tempo il loro ingresso.
Collega di Pietro era Gentile, vescovo d'Arezzo, uno dei precettori di
Lorenzo de' Medici; Gentile era incaricato di parlare, e non aveva
questi minor voglia di recitare il discorso che aveva composto, che
Pietro di far vedere le sue assise. Ma, secondo il progetto di Lodovico
il Moro, avrebbe parlato il solo ambasciatore del re di Napoli[33]. Il
Medici non sapeva rinunciare a tutte queste soddisfazioni dell'amor
proprio, e persuase Ferdinando, re di Napoli, a ritirare la parola già
data al Moro. Questi sentì la sua vanità ferita in vedere con tanta
leggerezza abbandonato un progetto da lui proposto e sostenuto da
plausibili motivi; perciò si fece ad indagare le cagioni che potevano
dare a Pietro tanto ascendente sull'animo di Ferdinando, e scoprì
l'esistenza di una segreta lega tra questi ed il capo della repubblica
fiorentina. Un'alleanza, indipendente da quella di cui egli stesso
faceva parte, pareva minacciarlo; la casa de' Medici, costantemente
alleata degli Sforza, era disposta ad abbandonarlo per la casa rivale di
Arragona, e poteva derivarne un intero cambiamento in tutto il sistema
politico dell'Italia[34].

  [33] _Franc. Guicciardini, l. I, p. 6. — Ricordanze di Tribaldo de'
  Rossi, Deliz. degli Erud., t. XXIII, p. 280._

  [34] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 189._

Bentosto nuove prove di questa intelligenza accrebbero i timori del
Moro. Ferdinando e Pietro de' Medici consigliarono Virginio Orsino,
parente d'ambidue loro, ad acquistare i feudi d'Anguillara e di
Cervetri, che Innocenzo VIII aveva dati in sovranità a suo figlio
Franceschetto Cibo. Il loro prezzo venne portato a quarantaquattro mila
ducati, ed il Medici ne sovvenne quaranta mila[35]. I feudi degli
Orsini, posti in gran parte tra Roma, Viterbo e Civitavecchia,
assicuravano la comunicazione del re di Napoli colla repubblica
fiorentina, ed in qualche modo inceppavano il papa, i di cui feudatarj
venivano per tal modo, fino alle porte della sua capitale, protetti dai
due più potenti vicini. Lodovico il Moro fece sentire questo pericolo ad
Alessandro VI, confortandolo, poichè verun feudo della Chiesa non poteva
alienarsi da un feudatario senza il consentimento del papa, a non
approvare la vendita d'Anguillara[36].

  [35] _Allegr. Allegretti Diarj Sanesi, t. XXIII, p. 826._

  [36] _Franc. Guicciardini, l. I, p. 8. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  189._

Lodovico il Moro approfittò de' sospetti che questo negoziato e le
minacce di Ferdinando e di Pietro de' Medici davano ad Alessandro VI per
intavolare con lui e colla repubblica di Venezia un'alleanza, che
potesse servire di contrappeso all'ascendente che pareva prendere la
casa d'Arragona. Tale alleanza fu sottoscritta il 22 aprile del 1493,
malgrado l'opposizione del doge di Venezia, il quale, conoscendo il
carattere d'Alessandro VI, non sapeva ridursi a riporre in lui veruna
confidenza. Poco dopo entrò in questa lega ancora Ercole III, duca di
Ferrara, ma la repubblica di Siena non volle prendervi parte[37].

  [37] _Alleg. Allegretti Diari Sanesi, t. XXIII, p. 827. — And.
  Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1201._

Obbligavansi i confederati a tenere in armi pel mantenimento della
pubblica pace un esercito di venti mila cavalli e di dieci mila fanti,
cui il papa contribuirebbe per un quinto, e, cadauno per due quinti, il
duca di Milano ed il governo veneto. Quest'alleanza non aveva verun fine
ostile, e tutti gli stati d'Italia potevano, quando loro piacesse,
entrarvi[38].

  [38] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1250._ Termina con
  tale avvenimento questa voluminosa cronaca. Negli ultimi anni fu
  scritta assai diffusamente giorno per giorno, ma spesse volte con
  poca precisione, secondo che le cose venivano raccontate in Venezia.
  Il suo autore, figliuolo di Leonardo Sanuto, era senatore veneziano,
  e viveva tuttavia nel 1522. Il Muratori, che per la prima volta
  pubblicò queste vite nel _vol. XXII Script. Rer. Ital., p. 400, p.
  1252_, ritiene che la cronaca veneta, pubblicata nel vol. XXIV,
  della _p. 1_ alla _p. 154_, sia una continuazione scritta dallo
  stesso autore.

Lodovico il Moro temeva meno Ferdinando che suo figliuolo Alfonso,
perchè vedeva nell'ultimo il protettore naturale del suo proprio nipote,
Giovanni Galeazzo, di cui aveva usurpata tutta l'autorità. Quando nel
1479 erasi il Moro impadronito mano armata della reggenza di Milano,
soppiantando la duchessa Bona ed il vecchio Simonetta, aveva avuto un
plausibile motivo per arrogarsi tutti i poteri di suo nipote Giovanni
Galeazzo, il quale era evidentemente troppo giovane per governare; e,
sebbene dichiarato maggiore di quattordici anni, sapevasi a Milano, come
in tutte le monarchie, che questa formalità non aveva altro effetto che
quello di levare l'autorità ai tutori indicati dalla legge per
trasmetterla ai favoriti del giovanetto principe, o a coloro che avevano
a suo nome occupato il supremo potere.

Ma erano omai quattordici anni che il Moro teneva le redini del governo,
e suo nipote era giunto a tale età che la sua ragione non aveva più
nulla a sperare dal tempo. Erasi ammogliato con Isabella, figlia
d'Alfonso e nipote del re Ferdinando; «la quale fanciulla, dice il
Comines, era coraggiosa assai, ed avrebbe volentieri, se l'avesse
potuto, dato il potere a suo marito; ma egli non aveva troppa prudenza,
e palesava ciò che la consorte gli diceva»[39]. Effettivamente la
fortuna o l'educazione data al principe favorivano i disegni del Moro.
Venne questi accusato d'averlo avvertitamente allontanato dallo studio
delle lettere, da ogni esercizio militare, e da qualunque istruzione
potesse renderlo capace di governare, affidando la di lui educazione ad
inetti adulatori onde avvezzarlo al lusso ed alla mollezza[40]; ma
sarebbe ingiustizia l'attribuire al Moro così reo disegno, mentre tale
era l'ordinaria educazione che di que' tempi soleva darsi ai principi.
Giovanni Galeazzo, avanzando in età, mai non era uscito dall'infanzia;
la di lui debolezza, pusillanimità ed incapacità, erano aperte a tutti
coloro che lo avvicinavano, onde a Lodovico il Moro bastava il lasciarlo
conoscere, per giustificarsi dal tenerlo affatto lontano da ogni
pubblica amministrazione.

  [39] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VII, c. II, p. 143._

  [40] _Petri Bembi Rer. Ven. Hist., l. II, p. 22._

La stessa Isabella d'Arragona conosceva l'incapacità di suo marito, ma
parevale di aver essa il diritto di governare in sua vece. Educata
presso al trono, e sempre alimentata dalla speranza di regnare, credeva
il proprio orgoglio fermezza d'animo, e la sua risolutezza abilità, onde
avrebbe voluto governare lo stato come governava il marito. D'altra
parte la sposa di Lodovico, Beatrice d'Este, non trascurava occasione di
umiliarla, volendola in tutto soverchiare. Magnifica era la corte di
Beatrice per affluenza di cortigiani e di servili adulatori, e per la
pompa degli abiti e degli equipaggi; ed intanto Isabella viveva
solitaria nel palazzo di Pavia, ove in qualche modo contrastava colla
povertà; ed i suoi parti, che dovevano dare un erede allo stato, erano
appena resi noti al pubblico. Isabella aveva fatte contro il Moro amare
lagnanze a suo padre, il quale, per mezzo de' suoi ambasciatori, aveva
formalmente domandato che al giovane duca venisse affidata l'autorità
che per diritto gli apparteneva[41].

  [41] _Josephi Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 652. — Franc.
  Guicciardini, l. I, p. 9. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 187. — Pauli
  Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 8; edit. Basil. 1578. — Carlo de'
  Rosmini Ist. di Gian Jacopo Trivulzio, l. V, p. 198. 2 Vol. in 4.º
  Milano 1815._

Invece di rinunciare all'amministrazione del ducato di Milano, Lodovico
il Moro cominciò dopo tale epoca a mendicare pretesti per sedere egli
stesso sul trono: l'imperatore Federico III era morto in età di
ottant'anni, nella notte del 19 al 20 agosto del 1493, e suo figliuolo
Massimiliano, che gli era succeduto col titolo di re de' Romani, provava
ne' principj del suo regno quella mancanza di numerario, in cui per i
suoi disordini e per le sue prodigalità restò fino agli ultimi suoi
giorni. Lodovico gli offrì in matrimonio Bianca Maria, sua nipote, colla
dote di quattrocento mila ducati[42], chiedendogli in contraccambio
l'investitura per sè del ducato di Milano. I cancellieri imperiali
trovarono facilmente pretesti per velare quest'ingiustizia. Francesco
Sforza e dopo di lui suo figlio Galeazzo mai non avevano ottenuta
l'investitura imperiale; il diploma accordato a Lodovico dichiara che
gl'imperatori romani eransi fatta una legge di negare il legittimo
possedimento di un feudo a chiunque lo avesse violentemente usurpato, e
che per questo motivo Massimiliano aveva rigettate tutte le istanze
fatte da Lodovico Sforza a favore di suo nipote, ed aveva preferito di
scegliere invece lo stesso Lodovico[43]. Pure questi non si diede
premura di dare pubblicità a questo diploma, e continuando ad
intitolarsi duca di Bari, e lasciando al nipote i titoli, tutta per sè
conservava la potenza e la pompa della sovranità.

  [42] _Barthol. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 534._

  [43] _Guicciardini Ist., l. I, p. 24, 25, ediz. 1645 in 4.º — Jos.
  Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 654._

La personale ambizione di Lodovico appagavasi dell'esercizio della
reggenza: bensì desiderava di procurare ai suoi figliuoli, piuttosto che
a quelli del nipote, l'eredità del ducato di Milano; ma non
s'arrischiava senza timore in così spinosa intrapresa, nella quale
avrebbe avuto contrario il re di Napoli. Abbastanza conosceva il nuovo
re de' Romani per non isperarne verun soccorso; cominciava a travedere
la versatilità del papa, che a principio erasi lusingato di poter
dirigere coi consiglj del cardinale Ascanio, suo fratello; poca fiducia
riponeva ne' Veneziani, in ogni tempo nemici della sua famiglia; i
Fiorentini gli erano contrarj, ed i medesimi suoi sudditi di Lombardia
potevano improvvisamente manifestare un'aperta opposizione ai suoi
progetti, che tendevano a balzare dal trono la legittima linea de' loro
principi. In tale imbarazzo credette il Moro conveniente di cercare
oltremonti un alleato, di cui non aveva ancora potuto calcolare la
potenza, e si volse a Carlo VIII, re di Francia.

Carlo VIII era succeduto, il 30 agosto del 1583, a suo padre Lodovico XI
alleato del padre di Lodovico il Moro; ma non avendo allora che tredici
anni e pochi mesi, Lodovico XI aveva, morendo, affidato il governo del
regno a madama di Beaujeu, sua figlia primogenita, moglie di Pietro di
Borbone. In dieci anni d'una gloriosa amministrazione questa principessa
aveva represse le pretese de' principi del sangue, terminate le
pericolose guerre civili, ed assoggettati o riuniti alla corona vasti
feudi fino allora indipendenti[44]. Carlo VIII non aveva propriamente
cominciato a governare da sè medesimo che dopo il 1492. Lo splendore
d'una brillante spedizione, e l'acquisto d'un regno, ottennero a questo
monarca una gloria non conveniente alla sua fisica costituzione o alla
sua educazione. Mentre la maggior parte degli storici francesi lo
rappresentarono, secondo Luigi de la Trémouille, come «piccolo di corpo
e grande di cuore»[45]; i due migliori osservatori del secolo, Filippo
di Comines e Francesco Guicciardini, ne fanno il più svantaggioso
ritratto. Il primo lo dice, «molto giovane, e appena uscito dal nido;
mal provveduto d'intelletto e di danaro, di debole persona, ostinato nei
proprj consiglj e non accompagnato da uomini prudenti»[46]. «Dice
l'altro che questo giovane in età di ventidue anni e per natura poco
intelligente delle azioni umane, era trasportato da ardente cupidità di
dominare e da appetito di gloria, fondato piuttosto in leggiere volontà,
e quasi impeto, che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria
inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede a'
signori ed a' nobili del regno, dacchè era uscito della tutela di Anna
duchessa di Borbone sua sorella, non udiva più i consiglj
dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel
governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola
condizione, allevati al servigio della persona sua, che facilmente erano
stati corrotti»[47].

  [44] _Mémoir. de L. de la Trémouille ch. VI e VII, t. XIV, p. 137._

  [45] _Ivi, ch. VIII, p. 145, tom. XIV des mém. pour servir à l'hist.
  de la France._

  [46] _Mémoir. de Phil. de Comines, l. VII, Proposit., p. 128, et
  chap. V, p. 163, t. XII des Mémoires pour servir à l'hist. de la
  France._

  [47] _Franc. Guicciardini Storia, l. I, p. 18._

La figura di Carlo VIII corrispondeva a tanta debolezza di spirito e di
carattere; era piccolo, aveva grossa la testa, e corto il collo, petto e
spalle larghe e sollevate, coscie e gambe lunghe e gracili. «Carlo fino
da puerizia fu di complessione molto debole, e di corpo non sano, di
statura piccolo e d'aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità degli
occhi) bruttissimo; l'altre membra erano sproporzionate in modo che
pareva quasi più simile a mostro che a uomo: non solo non ebbe alcuna
notizia delle buone arti, ma appena gli furono cognite le figure
dell'abbicì: aveva animo cupido di imperare, ma abile più ad ogni altra
cosa, perchè aggirato sempre da' suoi, non riteneva con loro nè maestà,
nè autorità: alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle
quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudicio: se pure alcuna
cosa in lui pareva degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più
lontana dalla virtù che dal vizio; era inclinato alla gloria, ma più con
impeto, che con consiglio; era liberale ma inconsideratamente, e senza
misura o distinzione; era immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma
ciò era spesso ostinazione mal fondata anzi che costanza: e quello che
molti chiamavano bontà, meritava più convenientemente il nome di
freddezza e di remissione d'animo»[48]. Tale era l'uomo, di cui le
circostanze formarono un conquistatore, e che la fortuna caricò di
maggiore gloria che non poteva sostenerne.

  [48] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 43. — Bern. Oricellarii de bello
  Italico Commentarius, p. 91._

Lodovico Sforza mandò in Francia Carlo di Barbiano, conte di Belgiojoso,
ed il conte di Cajazzo, figliuolo primogenito di Roberto di Sanseverino,
morto da pochi anni, per invitare il re Carlo VIII a venir a conquistare
la corona di Napoli, che gli s'aspettava, ad approfittare delle
favorevoli disposizioni dei signori del regno stanchi di soffrire il
giogo della casa d'Arragona, ed a giovarsi del risentimento del papa
contro di Ferdinando. Nello stesso tempo gli offriva un'intima alleanza
che gli aprirebbe l'Italia a traverso della Lombardia, e gli
assicurerebbe il dominio del mare coi porti dello stato di Genova.
Lusingava inoltre la sua vanità ed ambizione colla speranza di conquiste
ancora più luminose, facendogli travedere in lontananza la sommissione
della Turchia e la liberazione di Costantinopoli e di Gerusalemme,
siccome impresa riservata al valor francese[49].

  [49] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 14. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
  l. I, p. 11. — Phil. de Comines Mém., l. VII, ch. III, p. 148._

Il conte di Cajazzo, capo del ramo bastardo della casa di Sanseverino,
che erasi in Lombardia acquistata tanta gloria co' suoi rari talenti
militari e politici, aveva trovati alla corte di Francia i capi del ramo
primogenito e legittimo della sua casa, cioè Antonello di Sanseverino,
principe di Salerno, e Bernardino, principe di Bisignano, i quali, dopo
essersi sottratti alle persecuzioni della casa d'Arragona, cercavano di
concerto con tutti gli emigrati del partito d'Angiò di tirare le armi
francesi nel regno di Napoli. Ingannati dalle illusioni che si fecero
gli emigrati d'ogni tempo, misuravano le disposizioni de' loro
compatriotti sul proprio risentimento, e vedevano con piacere una guerra
straniera offrir loro speranze, che più non ravvisavano nel proprio
partito. Assecondarono perciò a tutto potere il conte di Cajazzo[50].

  [50] _Ivi, c. II, p. 138, 142, c. III, p. 150. — Petri Bembi Hist.
  Ven., l. II, p. 23._

Dal canto suo il conte di Belgiojoso assicurava la buona riuscita de'
suoi consiglj con tutti i segreti intrighi di un esperto cortigiano.
Aveva cercato tutti coloro che godevano del favore del re, corrompendo
gli uni coi doni, gli altri colle promesse; aveva fatti loro sperare
feudi ed impieghi luminosi nel regno di Napoli, titoli alla corte di
Roma, beneficenze ecclesiastiche in tutta la Cristianità. Aveva in
particolare sedotti Stefano di Vesc, di Linguadoca, ch'era stato lungo
tempo semplice cameriere del re, in appresso era diventato siniscalco di
Beaucaire, e Guglielmo Briçonnet, che di mercante era diventato
appaltatore della generalità di Linguadoca, col titolo di generale, ed
all'ultimo vescovo di san Malò, conservando nello stesso tempo la
sovraintendenza della finanza[51]. Questi due personaggi con tutti i
loro subalterni applaudivano ad una spedizione che loro apriva nuove vie
verso l'opulenza, senza troppo esporli alla gelosia de' magnati. Coloro
per lo contrario che pel loro rango e pel loro credito ereditario erano
più attaccati alla Francia che alla fortuna del re, disapprovavano
un'intrapresa che loro non sembrava presentare probabili speranze di
durevole successo, e che preventivamente richiedeva che la Francia, per
assicurarsi da ogni straniera invasione, comperasse la pace dai suoi
vicini, sagrificando sicuri vantaggi a lontane speranze.

  [51] _Godefroi, observat. sur l'hist. du roi Charles VIII, p. 658
  Edit. Paris. fol. 1684. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 18. — Pauli
  Jovii, l. I, p. 15. — Phil. de Comines, l. VII, c. III, p. 149._

Finalmente dopo molti contrasti, tra il re e gli ambasciatori di
Lodovico il Moro si fece una convenzione per opera di Briçonnet e del
siniscalco di Beaucaire. Fu convenuto che, quando Carlo VIII passerebbe
in Italia, o vi farebbe scendere la sua armata, il duca di Milano
sarebbe obbligato ad accordargli il passaggio per i suoi stati, a farlo
accompagnare a sue spese da cinquecento uomini d'armi, a permettergli
d'armare a Genova quanti vascelli egli volesse, ed a prestargli duecento
mila ducati all'atto della sua partenza dalla Francia. In corrispettivo
il re si obbligava a difendere contro chicchefosse il ducato di Milano e
la personale autorità di Lodovico il Moro, a lasciare in Asti, città
appartenente al duca d'Orleans, duecento lance francesi, sempre
apparecchiate a difendere la casa Sforza; per ultimo a regalare a
Lodovico il principato di Taranto, fatta che avesse la conquista del
regno. Queste condizioni si tennero per molti mesi segrete; e quando
cominciò a spargersi in Italia la voce della prossima invasione de'
Francesi, Lodovico il Moro, anzi che convenire d'essere loro alleato,
cercò di persuadere agl'Italiani ch'egli non meno di loro era atterrito
da questa invasione di barbari[52].

  [52] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 19._

Da che Carlo VIII ebbe determinato di far l'impresa del regno di Napoli,
ad altro più non pensò che ad avere le mani libere, facendo trattati di
pace con tutti i suoi vicini, anche con sagrificio de' vantaggi che
madama Beaujeu aveva colla sua prudenza ottenuti nel glorioso corso
della sua amministrazione. Carlo VIII, quando prese le redini del
governo, trovossi in guerra con due de' più potenti vicini della
Francia, Enrico VII, re d'Inghilterra, e Massimiliano, re de' Romani;
era nello stesso tempo poco sicuro per parte di Ferdinando e d'Isabella,
re d'Arragona e di Castiglia. Ma tutti questi sovrani erano ad un tempo
nemici della Francia, e non d'accordo tra di loro. Il re Carlo fece a
ciascheduno separatamente tali lusinghiere offerte, che non gli riuscì
difficile di ottenere la pace. Trattò da prima con Enrico VII, che era
sbarcato a Calé con una formidabile armata, ed il 3 di novembre del 1492
convenne ad Etaples di sborsare al re inglese quarantacinque mila scudi
d'oro a titolo di rimborso delle spese della guerra della Bretagna, con
che questi abbandonasse l'alleanza del re dei Romani[53].

  [53] Il trattato d'Etaples viene letteralmente riportato da Dionigi
  Godefroi. _Observ. sur l'hist. de Charles VIII, p. 629-637. — Vely,
  Hist. de France, t. X, p. 378_, edit. in 4.º.

La guerra di Francia sembrava che dovesse essere più accanita a cagione
del doppio affronto fatto da Carlo VIII a Massimiliano, rimandandogli
Margarita di Borgogna sua figlia, cui era promesso sposo, per
ammogliarsi con Anna di Bretagna, che doveva sposare lo stesso
Massimiliano. Pure la corte di Francia ottenne col trattato di Senlis,
del 28 maggio 1493, di pacificare il sovrano austriaco, restituendogli
le contee di Borgogna, di Artois, di Charolois, e la signoria di Noyers,
che Carlo VIII occupava di già come dote di Margarita. Si obbligò pure
di restituire a Filippo d'Austria, giunto che fosse in età maggiore, le
città di Hesdin, Aire e Bethune, sulle quali Filippo vantava parziali
diritti[54].

  [54] Il trattato di Senlis viene riferito da Godefroi, p. 640. —
  _Phil. de Comines, l. VII, ch. IV, p. 153. — Vely, t. X, p. 381._

Il terzo trattato fu ancora più svantaggioso. Lodovico XI aveva
ricevuto, in pegno per 300,000 ducati, dal re Giovanni d'Arragona
Perpignano, il contado di Rossiglione e della Cerdaigne. Queste piazze
erano come le chiavi della Francia dalla banda de' Pirenei, e Lodovico
XI le credeva di tanta importanza, che in appresso non aveva volute
restituirle all'Arragonese contro il pagamento del danaro prestato. Per
lo contrario Carlo VIII le restituì gratuitamente a Ferdinando il
Cattolico, a condizione che questi non soccorrerebbe suo cugino
Ferdinando di Napoli, e non si opporrebbe ai progetti del re di Francia
sull'Italia. Fu questo il risultato del trattato di Barcellona del 19 di
gennajo del 1493[55].

  [55] Testo del trattato in Dionigi Godefroi, p. 662. — _Guicciardini
  Ist., l. I, p. 16. — Vely, t. X, p. 382._

Mentre che Carlo VIII con questi trattati assicurava la pace alla
Francia, altri ne andava intavolando per apparecchiare la guerra in
Italia. Aveva colà spediti quattro ambasciatori con ordine di visitare
tutti gli stati della provincia e di chiedere a tutti la loro
cooperazione per far ricuperare i suoi diritti alla corona di Francia.
Perron de' Baschi, la di cui famiglia, originaria d'Orvieto, diede in
seguito alla Francia i marchesi d'Aubais, era capo di quest'ambasceria.
Aveva precedentemente accompagnato in Italia Giovanni d'Angiò, e
perfettamente conosceva gl'interessi di tutti i principi. Il Baschi
s'accostò prima ai Veneziani, ed aveva ordine di chiedere _ajuto e
consiglio pel re suo padrone_. Risposero i Veneziani che sarebbe
presunzione la loro di dare consiglj ad un principe circondato da uomini
tanto prudenti, e che imprudente cosa sarebbe il promettergli soccorso,
mentre dovevano star sempre apparecchiati a respingere le armi turche;
ma che Carlo VIII non doveva dubitare dell'attaccamento e della
devozione della repubblica verso la corona di Francia. Con queste
equivoche frasi credeva il senato di porsi al coperto da ogni rimprovero
dal canto de' sovrani d'Italia. Per altro celatamente desiderava
l'abbassamento della casa d'Arragona, e si sarebbe alleato colla Francia
se non avesse temuto di essere poi abbandonato da questa potenza, e
ridotto a sostenere solo tutto il peso della guerra[56].

  [56] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, ch. V, p. 158. — And.
  Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1201. — P. Bembi Stor. Ven., l.
  II, p. 21._

Perrone de' Baschi passò in seguito a Firenze. Erano suoi colleghi
d'ambasciata il d'Aubignì, il sovraintendente Briçonnet ed il presidente
del parlamento di Provenza. Vennero questi signori introdotti nel
consiglio de' settanta, cui erano intervenuti col nome d'aggiunti tutti
coloro che negli ultimi trentaquattr'anni avevano seduto come
gonfalonieri nella signoria. E per tal modo quest'assemblea veniva ad
essere composta di persone ligie alla casa Medici. Chiesero gli
ambasciatori che la repubblica promettesse all'armata francese il
passaggio pel suo territorio e vittovaglie contro pagamento. Ma il
consiglio, subordinato a Pietro de' Medici, fu di unanime sentimento di
mantenersi fedele alla casa d'Arragona. Come però i Fiorentini avevano
in Francia molti de' loro più ricchi banchi di commercio, si limitarono
a dare al re una risposta evasiva; e gli spedirono inoltre Pietro
Capponi e Guid'Antonio Vespucci per cercar di conservare la sua
amicizia[57].

  [57] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 192-197. — Fr. Guicciardini, l. I,
  p. 26, 29._

L'ambasceria francese arrivò a Siena il 9 maggio del 1494. Questa
repubblica manifestò il suo vivissimo desiderio di mantenersi
scrupolosamente neutrale, facendo sentire, che nell'estrema sua
debolezza non poteva, senza estremo pericolo, dichiararsi
anticipatamente contra così formidabili rivali[58]. Alessandro VI, che
fu l'ultimo ad essere visitato dagli ambasciatori, loro dichiarò, che,
avendo i suoi predecessori accordata l'investitura del regno di Napoli
ai principi della casa d'Arragona, non poteva ritorgliela senza un
precedente giudizio, che evidentemente provasse che i diritti della casa
d'Angiò vincevano quelli della casa di Arragona. Incaricò gli
ambasciatori di rappresentare al loro sovrano che il regno di Napoli era
un feudo della santa sede, che al solo papa spettava di pieno diritto la
decisione tra i competitori per via forense, e che, occupando il regno
colla forza, sarebbe lo stesso che attaccare la Chiesa[59].

  [58] _Orlando Malavolti Storia di Siena, p. III, l. VI, f. 97. —
  Allegr. Allegretti Diari Sanesi p. 529._

  [59] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 30. — Rayn. Ann. Eccl. 1494, §
  18, p. 432._

Ferdinando dal canto suo non trascurava le vie delle negoziazioni. Spedì
alla corte dello stesso Carlo Camillo Pandone, in cui moltissimo
confidava, per chiedere al re il rinnovamento de' trattati
precedentemente conchiusi con Lodovico XI, offrendosi di assoggettare
all'arbitrio del pontefice ogni loro controversia; lasciandogli inoltre
travedere la possibilità di riconoscere, senza venire all'esperimento
delle armi, la corona di Napoli per tributaria della Francia[60]. Ma
tutte queste proposizioni furono rigettate dal presuntuoso Carlo VIII,
che ordinò all'ambasciata napolitana di uscire all'istante da' suoi
stati[61].

  [60] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 21. — Paoli Jovii, l. I, p. 19._

  [61] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 27._

In pari tempo Ferdinando negoziava ancora col papa e con migliore
successo che in Francia. Alessandro VI ardentemente desiderava di
appoggiare la fortuna della sua famiglia ad illustri parentadi. Aveva
richiesto che la sua riconciliazione colla casa d'Arragona fosse
suggellata con un matrimonio; e, sebbene si accontentasse d'una figlia
naturale d'Alfonso, figlio di Ferdinando, per uno de' proprj figli,
aveva da Ferdinando avuto un rifiuto; ma il timore de' Francesi aveva
reso più mansueto l'orgoglioso Alfonso, e don Giuffrè Borgia, il più
giovane de' figliuoli di Alessandra VI, sposò donna Sancia, figlia
d'Alfonso. I due sposi non erano ancora nubili; pure don Giuffrè passò
subito al servizio della casa d'Arragona con una compagnia di cento
uomini d'armi, ed andò a soggiornare in Napoli per godere della rendita
di dieci mila ducati e del ducato di Squillace, cedutogli a titolo di
dote. Nello stesso tempo il papa approvò la vendita delle due contee
d'Anguillara e di Cervetri, che era stata la prima cagione del suo mal
umore con Ferdinando. Obbligò per altro l'Orsini a fare un secondo
pagamento in sua mano, e Ferdinando gli somministrò il danaro[62].

  [62] _Fran. Guicciardini, l. I. p. 22. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  192. — Machiavelli Framm. Stor., t. III, p. 1._

Non ommise Ferdinando d'intavolare trattati ancora con Lodovico Sforza;
gli fece rappresentare che le loro famiglie erano unite da tanti legami
di parentela, che, come suol farsi tra congiunti, all'amichevole
dovevano trattarsi le loro differenze. Che se la figlia di suo figlio
aveva sposato Giovanni Galeazzo, la figlia di sua figlia, la duchessa di
Ferrara, aveva sposato Lodovico il Moro; di modo che, qualunque di loro
due conservasse il ducato di Milano, sarebbe sempre erede del trono un
suo nipote[63]. Il matrimonio di Bianca Maria Sforza col re de' Romani
pareva annunciare che Lodovico il Moro abbandonasse l'alleanza della
Francia, perciocchè sapevasi che a dispetto del trattato di Senlis,
Massimiliano conservava un profondo odio contro Carlo VIII[64]. Ma il
Moro trovavasi omai ridotto a doversi abbandonare tra le braccia della
sorte ch'egli stesso aveva provocata, ed a correre tutte le
vicissitudini della pericolosa alleanza ch'egli aveva contratta. Poi
ch'ebbe risvegliata l'ambizione e la vanità del giovine re più non era
in suo arbitrio il calmarle. Nè avrebbe prudentemente operato,
staccandosi da Carlo, e privandosi della sua assistenza, dopo avere così
gravemente provocati i suoi nemici; onde studiavasi soltanto di
guadagnar tempo per non essere attaccato prima della discesa de'
Francesi in Italia; ed invece d'entrare di buona fede nelle proposizioni
di accomodamento che gli faceva il re di Napoli, sforzavasi di
persuadergli, ch'egli non aveva veruna convenzione coi Francesi, e che
più d'ogni altro sentiva i pericoli cui sarebbe esposto, se le armate
francesi penetravano una volta in Italia[65].

  [63] Questa duchessa, figlia di Ferdinando e suocera di Lodovico il
  Moro, morì l'undici ottobre del 1493. _Diar. Ferrar., t. XXIV, p.
  286._

  [64] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 193._

  [65] _Machiavelli Fram. Ist., t. III, p. 5. — Fr. Guicciardini, l.
  I, p. 25._

Ferdinando non trascurava intanto di apparecchiarsi a respingere i
nemici colle armi. Non sapendo per quale strada tenterebbero di
penetrare ne' suoi stati, aveva posta sotto gli ordini del suo
secondogenito, don Federico, una flotta di cinquanta galere e di dodici
grossi vascelli per chiuder loro la via del mare; mentre che Alfonso,
duca di Calabria, cui la presa d'Otranto aveva acquistata somma
riputazione militare, adunava ai confini dei regno un'armata che con
ogni mezzo cercava d'ingrossare[66]. Ma la difesa di Napoli pareva
principalmente appoggiata all'alleanza della Chiesa, sebbene Alessandro
VI cercasse fino all'ultimo istante di approfittare delle inquietudini e
delle angustie del suo alleato per giungere a' suoi privati fini.
Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro _ad vincula_, non aveva
voluto ad alcun patto riconciliarsi con Alessandro VI; erasi ritirato
nel suo vescovado d'Ostia, ed erasi fortificato nel castello ch'egli
aveva fabbricato in questa città, e le di cui torri hanno ancora al
presente i suoi stemmi. Il papa s'infinse di credere che Giuliano colà
si tenesse di concerto con Ferdinando, cui dichiarò di tornare
all'alleanza della Francia se non gli faceva consegnare Ostia. Invano
protestava Ferdinando, che il cardinale della Rovere non dipendeva
altrimenti da lui, ed eccitava il papa a pensare piuttosto ai guasti de'
Turchi in Croazia, che alla guarnigione d'Ostia; un nuovo lievito di
discordia andava fra di loro fermentando, ed il re di Napoli chiaramente
conosceva che non doveva fare fondamento sopra un alleato comperato a
così caro prezzo[67].

  [66] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 194._

  [67] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 194. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  26._

La situazione del vecchio Ferdinando rendevasi ogni dì peggiore; i suoi
alleati ad altro non pensavano che a vendergli più care le loro promesse
di soccorsi, senza allestire i mezzi di assisterlo. Vero è che ancora i
suoi nemici non avevano dispiegata attività che negl'intrighi; ma
avevano intanto sciolta quella confederazione dell'Italia che poteva
inspirar timore agli oltremontani. Da parecchi anni l'Italia godeva
piuttosto pace che felicità; più prospero era il di lei stato, ma i suoi
desiderj non erano soddisfatti; confidava nelle proprie forze ancora
intere, e segretamente desiderava di fare nuovi sperimenti del suo
valore. Avanti che i popoli sentano il peso delle calamità della guerra,
futili passioni, l'inquietudine, la curiosità, il bisogno di vive
emozioni, l'amore del più grande de' giuochi d'azzardo, li consigliano
spesse volte a provocare le rivoluzioni. Il solo Lodovico il Moro aveva
negoziato colla Francia, ma dall'una all'altra estremità della penisola
la metà degli uomini aspettava con impazienza un'invasione di cui essi
medesimi avevano paura. Lo stesso duca Giovanni Galeazzo Sforza andavasi
lusingando che la venuta ne' suoi stati di un re, suo parente, potrebbe
mutare la sua sorte. Il duca Ercole III di Ferrara, che si era associato
alle negoziazioni di suo genero, Lodovico il Moro, operava nelle future
turbolenze di riavere il Polesine di Rovigo rapitogli dall'ultima pace.
I Veneziani desideravano di vedere umiliata la casa d'Arragona; i
Fiorentini di scuotere il giogo della casa de' Medici; il papa di farsi
arbitro tra i due potentati; i numerosi nemici della casa d'Arragona nel
regno di Napoli di vendicarsi della lunga oppressione. Assicurasi che
Ferdinando, testimonio di questo universale fermento, pensò a malgrado
della sua avanzata età di recarsi a Genova per abboccarsi col Moro, onde
fargli sentire a quali pericoli esponeva l'Italia e sè medesimo, aprendo
imprudentemente le sue porte ad un nemico di tutti loro più forte.
Supponeva di potere tuttavia esercitare l'impero della ragione e della
sana politica sopra un principe di cui conosceva il pieghevole ingegno e
la singolare accortezza[68]. Mentre occupavasi di questi progetti,
tornando un giorno dalla caccia, fu in un modo affatto impensato preso
da un'affezione catarrale che lo trasse in due giorni al sepolcro. Morì
il 25 gennajo del 1494, in età di settant'anni dopo un regno di
trentasei, lasciando due figliuoli, Alfonso e Federico, di già riputati
nella carriera militare, e il primo de' quali fu all'istante
riconosciuto per suo successore[69].

  [68] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 28. — Machiavelli, Fram. Stor., t.
  III, p. 4._

  [69] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 27. — Pauli Jovii Hist., l. I, p.
  20. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 195. — Petri Bembi Hist. Venet.,
  l. II, p. 24. — Summonte Ist. di Napoli, l. V, t. III, p. 539. —
  Giannone, l. XXXIII, c. 2, p. 621._

La fortuna, che aveva in tutto il tempo del viver suo prodigati a
Ferdinando quei doni di cui egli non sembrava meritevole, gli fu ancora
favorevole in ciò, che lo rapì al mondo nell'unico istante in cui la sua
morte poteva riuscire spiacevole. Non solo i suoi natali erano
illegittimi, ma tanto vergognosi, che suo padre mai non aveva voluto
palesarne il segreto, lo che diede luogo ad opposte conghietture; ma
questa macchia non gl'impedì di occupare un trono che dovevano invidiare
i più potenti monarchi. Non mostrò nè singolare valore, nè sommi talenti
militari, sia nelle spedizioni di cui l'incaricò suo padre, sia nelle
violenti lotte ch'ebbe a sostenere contro i suoi sudditi ribelli; e non
pertanto trionfò di tutti i suoi nemici. Non aveva da suo padre Alfonso
ereditato nè la sincerità, nè la galanteria, nè la generosità, nè
verun'altra delle sue amabili qualità, sebbene avesse avuta la fortuna
di cattivarsi tutta l'affezione di così grand'uomo. Ebbe per competitori
due principi, che gli erano di lunga mano superiori per virtù militari,
politiche e morali. Uno di loro, il conte di Viane, suo nipote, aveva a
suo favore tutte le fazioni arragonesi; l'altro, il duca di Calabria,
quella degli Angiovini. Quei baroni napolitani, che non avevano
apertamente abbracciato verun partito, sembravano inclinati a porsi con
quello che poteva liberarli da Ferdinando; ma l'uno e l'altro furono
perdenti, e Ferdinando regnò trentasei anni. Egli fece perire in
prigione coloro che avevano più volte tentato di scuotere il suo giogo,
e consolidò colla crudeltà e colla perfidia un'autorità sempre più
detestata. I primi prosperi avvenimenti sono il più delle volte l'opera
di una cieca fortuna, ma la loro costanza vuolsi ascrivere ad
un'accortezza, che, per esserci troppo odiosa, ricusiamo di riconoscere:
tale fu quella di Ferdinando. Non possedette veruna delle qualità che
caratterizzano i grandi uomini, non generosità, non nobiltà; ma
possedeva una consumata prudenza, e la sua politica fu poche volte
fallace. Conseguì quanto volle, in quel modo che gli scellerati giungono
ai loro fini, in onta delle regole della giustizia e della morale. Regnò
lungamente, e morì sul trono. Se questo era il suo scopo, l'ottenne; ma
regnò detestato, e morì lasciando la sua famiglia in gravissimo
pericolo, e quando quella prudenza, ch'era in lui conosciuta ed
abborrita, poteva sola salvare suo figlio da imminente ruina.

Ferdinando era di mediocre grandezza, aveva volto grande e bello,
circondato da lunghi capelli di color castagno; aveva aggradevole
fisonomia, fronte aperta, corpo piuttosto pingue e proporzionata
grandezza. Straordinaria era la di lui forza: essendosi un giorno
scontrato in un toro fuggito, che attraversava la piazza del mercato di
Napoli, lo prese per le corna e lo fermò. Aveva coltivati gli studj, e
possedeva varie scienze, ed in particolare la giurisprudenza, che
risguardava come necessaria ai re. Aveva grazioso parlare; dando udienza
ai suoi sudditi, sapeva dissimulare tutti i sentimenti che potevano
renderlo odioso, ed in generale aveva l'arte di congedarli soddisfatti.
Non debbono tutte attribuirsi a politica le innumerabili sue crudeltà;
gliene suggerì molte la sua passione per la caccia, avendo provveduto
alla conservazione della selvagina riservata ai suoi piaceri con atroci
ordinanze, che faceva senza pietà eseguire contro gli sventurati
contadini del suo regno[70].

  [70] _Summonte Ist. di Napoli, t. III, l. V, p. 540, ediz. in 4.º di
  Napoli, 1675._




CAPITOLO XCIII.

      _Apparecchi di difesa di Alfonso II. — Primi attacchi de'
      Francesi nello stato di Genova ed in Romagna. — Discesa di Carlo
      VIII in Italia. — Pietro dei Medici gli dà in mano tutte le
      fortezze della Toscana. — Ribellione di Pisa; rivoluzione di
      Firenze; esilio dei Medici._

1494.


Alcune di quelle grandi rivoluzioni che cambiano la faccia del mondo,
fanno conoscere tutte le forze dello spirito umano; vengono calcolate
negli attacchi e nelle difese tutte le più accorte combinazioni; tutti
gli accidenti sono preveduti, e tutti gli ostacoli, dagli uni ingranditi
coll'arte, vengono rimpiccoliti dall'altrui accortezza. La fortuna, che
non si può escludere dalle cose umane, è stata in parte corretta da una
costante antiveggenza; e la giusta confidenza in sè medesimo, che si
acquista facendo uso di tutte le proprie facoltà, si comunica dai capi
ai subordinati; tutti hanno fatto il dover loro come cittadini o come
soldati, ogni ordine fu eseguito come fu dato, e quegli ancora che
rimangono perdenti possono non pertanto vantarsi di essere stati alla
migliore scuola della guerra e della politica. Ma altre rivoluzioni,
egualmente importanti nei loro risultati, vengono alcuna volta condotte
a fine con mezzi affatto diversi; l'imperizia si oppone all'imperizia;
l'errore, che perdere dovrebbe un partito, non lo perde, perchè viene
compensato da un altro più grande commesso dalla contraria parte.
L'umana previdenza non può allora calcolare le vicende d'una tal lotta;
perchè si possono bensì assoggettare al calcolo gli umani interessi, ma
non mai le follie degli uomini; a petto di un savio partito
incontransene mille di sragionevoli, e l'impero della fortuna è
prodigiosamente esteso, quando vi si trova compreso lo stesso
concatenamento delle idee. La sorte dell'Italia si decise nel 1494 con
una lotta di simile natura tra l'incapacità e l'inesperienza: l'una e
l'altra parte, isolatamente considerate, pareva che dovessero essere
perdenti, e vedendo la condotta del re di Francia, e quella del re di
Napoli, sembrava ugualmente impossibile che Carlo VIII potesse
conquistare l'Italia, e che Alfonso II potesse impedirlo.

Due ore dopo la morte di Ferdinando, Alfonso II, siccome era l'uso
d'Italia, aveva corse a cavallo le strade di Napoli, e le sei piazze o
_seggi_, ove si adunavano la nobiltà ed il popolo per le cose del
governo municipale; era stato accolto in mezzo agli applausi popolari,
e, dopo avere preso possesso della corona nella cattedrale, si era fatta
dare la guardia de' castelli[71].

  [71] _Summonte dell'istoria del regno e città di Napoli, l. VI, c.
  I, p. 481, ediz. napolitana, in 4.º 1675._

Il nuovo re aveva molte volte comandate le armate di suo padre contro i
Fiorentini, i Veneziani ed i Turchi, aveva scacciati gli ultimi da
Otranto, e questa spedizione gli aveva procacciata non poca riputazione
militare. Aggiugneva a questo vantaggio quello di disporre di un immenso
tesoro ammassato con avarizia dal padre, e ch'egli stesso accrebbe con
una straordinaria contribuzione assai pesante imposta in occasione del
suo avvenimento al trono[72]. Finalmente Alfonso godeva riputazione di
non avere eguali in quella perfida politica, che credesi accortezza fin
che è coronata da felici successi. «I nostri nemici, dice Filippo di
Comines, erano tenuti savissimi e sperimentati in fatto di guerra,
ricchi ed abbondanti d'uomini accorti e di buoni capitani, ed in
possesso del regno[73].» Ma tutta la loro riputazione non sostenne una
prima prova.

  [72] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 20._

  [73] _Phil. de Comines Mémoires, l. VII, c. V, p. 163._

Alfonso, salendo sul trono, doveva apparecchiarsi a difenderlo contro il
vicino assalto che gli era annunciato: da un canto gli era perciò
necessario di spalleggiarsi con un buon sistema di alleanze; dall'altro
di adunare un'armata che potesse anche sola tener testa al nemico,
perciocchè mai non doveva lusingarsi che veruno alleato abbracciasse la
sua causa con maggior vigore di quel che la difenderebbe egli medesimo;
ma parve che il nuovo re avesse maggiore confidenza nelle negoziazioni
che nelle armi.

Mandò subito Camillo Pandone, uno de' suoi confidenti ministri, lo
stesso che tornava dall'ambasciata di Francia, a Bajazette II,
imperatore dei Turchi, per rappresentargli che Carlo VIII diceva
scopertamente che non risguardava la conquista di Napoli che come uno
scalino necessario per occupare l'impero d'Oriente; e che effettivamente
i suoi porti dell'Adriatico, i quali non erano lontani che pochi giorni
di navigazione da quelli della Macedonia, quando fossero in potere di
una nazione così potente e bellicosa quanto lo era la francese,
potrebbero facilitare i più pericolosi attacchi contro l'impero turco.
In conseguenza Alfonso domandava a Bajazette sei mila cavalli ed
altrettanti pedoni, offrendosi di pagarli per tutto il tempo che
sarebbero al suo servigio in Italia[74]. Dopo pochi mesi Pandone fu
nuovamente spedito a Bajazette, cui il papa, volendo pure trattare in
nome proprio, aggiunse Giorgio Bucciardo, Genovese, che Innocenzo VIII
aveva altra volta incaricato di poco onorevole missione presso la
sublime Porta[75]. Alessandro VI, che nelle sue bolle esortava Carlo
VIII a volgere tutte le sue forze contro il Turco, poichè le guerre con
un principe cristiano erano indegne di un monarca che prendeva il titolo
di Cristianissimo, e di figlio primogenito della Chiesa[76], cercava
nello stesso tempo di eccitare i Turchi contro lo stesso monarca.
D'altra parte accordava a Ferdinando il cattolico il prodotto delle
tasse della crociata che faceva predicare nelle Spagne, purchè questo re
le adoperasse contro i Francesi e non contro gl'infedeli[77]. Maometto
II non avrebbe certo trascurata così bella occasione di mettere piede in
Italia, e ridurre ad una specie di vassallaggio un nuovo principe
cristiano; ma il suo debole successore non istendeva tant'oltre la sua
politica, e temeva di turbare la propria tranquillità; si limitò
pertanto di ordinare al pascià d'Albania di adunare circa quattro mila
soldati turchi alla Valona, e non prese veruna parte nella guerra[78].

  [74] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 20. — Franc.
  Guicciardini Ist., l. l, p. 34._

  [75] _Ivi, p. 39._

  [76] _Bulla Alex. ad regem Francorum 8 idus octob. 1494. — Raynaldi
  An. Eccl. § 16, t. XIX, p. 431._

  [77] _Ann. Eccl Rayn., t. XIX, p. 432, § 21. — Fr. Guicciardini, l.
  I, p. 39._

  [78] _Stor. Veneta, t. XXIV, Rer. It. p. 8._

Intanto Alfonso aveva mandati quattro ambasciatori al papa per rendere
più intima l'alleanza con lui conchiusa da suo padre, ed ottenere
l'investitura della Chiesa. Alessandro VI, la di cui politica consisteva
nel porre sfrontatamente all'incanto la sua fedeltà, aveva mostrato di
dare orecchio alle proposizioni del cardinale Ascanio Sforza, che nel
collegio de' cardinali spalleggiava il partito francese, mentre che il
cardinale Piccolomini era alla testa dell'arragonese. Ma questa non era
che un'astuzia del papa per vendere a più alto prezzo le sue
concessioni, ed il 18 aprile del 1494 accordò ad Alfonso le bolle
d'investitura per il regno di Napoli sotto le condizioni espresse nelle
precedenti investiture[79].

  [79] _Rayn. An. Eccl., 1494, § 3-5, p. 417. — Summonte Ist. di
  Napoli, l. VI, c. I, p. 482._

Il cardinale Giovanni Borgia, figlio del papa ed arcivescovo di
Monreale, era stato nominato legato _a latere_ per la cerimonia della
coronazione d'Alfonso, e questi andò a Napoli a raccogliere per la sua
famiglia le ricompense, colle quali questo monarca aveva comperata
l'alleanza de' Borgia. Eranvi a Napoli sette grandi cariche della
corona, che a seconda delle istituzioni feudali erano ministeri a vita,
quasi indipendenti dall'autorità reale: una di loro, quella di
protonotario fu accordata a Giuffrè Borgia col principato di Squillace,
la contea di Cariati e dieci mila ducati d'entrata; un'altra, cioè la
prima che rimarrebbe vacante, fu promessa al duca di Candia, secondo
figlio del papa, col principato di Tricarico, i contadi di Chiaramonte,
Cauria e Carinola, e dodici mila ducati d'entrata; finalmente Virginio
Orsini, che aveva condotto questo trattato, ricevette un'altra di queste
grandi cariche della corona, ed era quella di grande contestabile la più
eminente di tutte[80]. Diverse rendite ecclesiastiche vennero accordate
nel regno a Cesare Borgia, che suo padre aveva di fresco creato
cardinale, facendo con testimonj e giuramenti provare ch'era figlio
legittimo di un cittadino romano e capace d'esercitare le più sublimi
dignità della Chiesa[81].

  [80] _Scip. Ammirato, l, XXVI, p. 197. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  28._

  [81] _Ivi._

L'alleanza di Pietro de' Medici non era stata comperata a così alto
prezzo, ed aveva bastato per sedurlo la propria vanità. Credevasi che
Alfonso gli avesse promesso d'ajutarlo a mutare la sua autorità sopra
Firenze in assoluto dominio, col titolo di principato[82]. In
contraccambio il Medici, in forza di segreta convenzione, non comunicata
ai consigli della repubblica, prometteva al re di Napoli di ricevere la
sua flotta nel porto di Livorno, di fare per lui in Toscana leve di
soldati, e di resistere colle armi all'attacco de' Francesi[83]. Inoltre
credeva il Medici di potere rispondere delle repubbliche di Siena e di
Lucca, che trovavansi quasi affatto chiuse nel territorio fiorentino, e
che non potevano pensare a tenere una diversa politica. Alfonso aveva
pure estesi i suoi trattati dalla banda della Romagna. Cesena era
rientrata sotto l'immediata autorità del pontefice che ne rispondeva;
Faenza, principato del giovane Astorre Manfredi, trovavasi allora sotto
la tutela de' Fiorentini; Imola e Forlì, che appartenevano ad Ottaviano
Riario, sotto la tutela di sua madre, la famosa Catarina Sforza, presero
parte alla lega mercè un sussidio promesso da Alfonso e dai Fiorentini;
finalmente Giovanni Bentivoglio di Bologna abbracciò lo stesso partito
ad eguali condizioni[84]. Per tal modo tutta l'Italia meridionale
sembrava unita da una sola alleanza, e più non presentava che un solo
confine dalle rive dell'Adriatico a quelle del mar Tirreno. La Toscana e
Bologna erano i soli paesi per i quali l'armata francese potesse
avanzarsi verso Roma e Napoli; Alfonso si obbligò di custodire l'uno e
l'altro confine con due armate, che occuperebbero la linea delle
montagne, ed i passaggi fortificati dei fiumi. Nello stesso tempo,
perchè aveva avuto avviso de' grandi apparecchi marittimi che i Francesi
facevano a Genova, e ricordandosi che Giovanni, duca di Calabria,
l'ultimo dei principi Angiovini, aveva invaso per mare il regno di
Napoli, diede a don Federico, suo fratello, il comando di una flotta di
trentacinque galere, diciotto grandi vascelli e dodici più piccoli, coi
quali doveva portarsi a Livorno per aspettare i Francesi in quelle
acque, e chiuder loro il passaggio del mare di sotto, se mai volessero
tentarlo[85].

  [82] _Ivi, p. 31._

  [83] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 38._

  [84] _Ivi._

  [85] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199._

Per disporre, d'accordo co' suoi alleati, le forze di terra, Alfonso
andò il 13 luglio a Vicovaro, presso Tivoli, ove dovevano trovarsi
Alessandro VI e gli ambasciatori Fiorentini. Assicurasi che in questo
congresso Alfonso parlò con molta eloquenza intorno alla necessità di
salvare co' più vigorosi sforzi, non il suo trono, ma l'indipendenza di
tutta l'Italia, l'esistenza di tutti gli stati, l'esistenza delle loro
leggi e delle loro costumanze. D'uopo era, diceva egli, o persuadere
Lodovico il Moro a rinunciare all'alleanza contratta col monarca
francese ed a rientrare negl'interessi italiani, o forzarlo a scendere
dal trono, rendendo l'autorità al nipote[86]. Per giugnere a questo
scopo Alfonso offriva la sua flotta, comandata da suo fratello don
Federico, e l'armata di terra, composta di cento squadroni di cavalleria
pesante, di venti uomini d'armi per ogni squadrone, e di tre mila
arcieri o cavalleggeri. Pensava di attraversare la Romagna con queste
truppe e di far rivoltare la Lombardia, prima che il Moro avesse
ricevuti soccorsi dai Francesi[87].

  [86] _Pauli Jovii Hist. sui tem., l. I, p. 24. — Summonte Ist. di
  Napoli, l. VI, c. I, p. 496._

  [87] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 55._

Ma questi vigorosi consigli vennero attraversati dagl'interessi e dalle
private passioni del papa. Voleva questi approfittare delle forze
adunate ne' suoi stati, per liberarsi prima di tutto dai suoi nemici.
Aveva di già stretta d'assedio Ostia per disfarsi del cardinale Giuliano
della Rovere che caldamente perseguitava; questi, non ignorando la sorte
che gli era riservata se cadeva in mano ai suoi nemici, fuggì d'Ostia il
23 d'aprile a tre ore di notte, e si fece sopra un brigantino
trasportare a Savona, di dove passò a Lione presso Carlo VIII[88]. Dopo
la di lui fuga la sua fortezza non fece lunga resistenza. Alessandro VI
voleva pure adoperare le truppe napolitane per sopprimere i Colonna.
Prospero e Fabrizio due capi di quest'illustre casa avevano di già
acquistata molta riputazione nelle armi stando al soldo del re
Ferdinando, ma eransi aombrati de' favori ultimamente prodigati a
Virginio Orsini, capo di una casa rivale, e s'erano segretamente
obbligati a prendere servigio sotto il re di Francia; intanto, finchè
loro si presentasse l'opportunità di passare sotto le sue bandiere, si
erano ritirati ne' loro feudi col cardinale Ascanio Sforza, cercando di
guadagnar tempo con false negoziazioni intavolate col papa e col re di
Napoli[89].

  [88] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 29. — Barth. Senaregae de reb.
  Gen., t. XXIV, p. 539. — All. Allegretti Diar. Sanesi, t. XXIII, p.
  829. — Stefano Infessura, Diar. Rom., p. 1252._ — Con questo
  avvenimento chiude l'Infessura il suo curioso giornale, che in mezzo
  a molte novelle popolari ed a non poche maldicenze dipinge così bene
  il governo pontificio del 15.º secolo. Il Muratori lo pubblicò
  sopprimendo alcune cose, _t. III, Rer. It. p. 1105_. Eckard lo
  riprodusse tutto intero.

  [89] _Fr. Guicciardini, l. l, p. 36._

L'inimicizia del papa contro i Colonna obbligò Alfonso a dividere
l'armata. Rinunciò alla risoluzione di condurla egli stesso in Romagna,
e ne affidò il comando a suo figlio Ferdinando; ma prima ne staccò
trenta squadroni di cavalleria, che tenne ai confini degli Abruzzi, onde
coprire lo stato ecclesiastico ed il suo, ed una parte de' suoi
cavalleggeri, che diede a Virginio Orsini con dugent'uomini d'armi del
papa, onde accantonarsi ne' contorni di Roma e tenere in dovere i
Colonna. Ferdinando, duca di Calabria, valoroso principe, in età di
venticinque anni, non meno caro ai sudditi che ai soldati, doveva
entrare in Romagna con settanta squadroni, ed il rimanente della
cavalleria leggiera, riunire alla sua armata le compagnie degli uomini
d'armi promesse dal Riario e dal Bentivoglio, tentare di promovere una
rivoluzione in Lombardia, e, non potendo ciò ottenere, chiudere almeno
ai Francesi fino all'inverno la strada della Romagna.

Non supponevano gl'Italiani che si potesse guerreggiare in tempo
d'inverno, e, se potevano guadagnare sei mesi, non dubitavano che
l'attacco de' Francesi, intrapreso con leggerezza, con eguale leggerezza
non fosse abbandonato[90]. Gian Giacopo Trivulzio, guelfo milanese, il
conte di Pitigliano della casa Orsini, ed Alfonso d'Avalos, marchese di
Pescara, furono dati per consiglieri al giovane principe. Promise Pietro
de' Medici d'incaricarsi della difesa della Toscana, e delle gole degli
Appennini; ma con una inconcepibile imprudenza non si procurò truppe
straniere.

  [90] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 35. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
  l. I, p. 24. — Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 164._

All'assemblea di Vicovaro erasi trovato il vecchio cardinale, Paolo
Fregoso, arcivescovo di Genova, che tanto tempo era stato in questa
città capo de' faziosi. Offrì la sua assistenza per cacciare da Genova
gli Adorni, suoi avversarj, e con loro i Milanesi; promise che
coll'ajuto d'Ibletto de' Fieschi e della propria fazione, renderebbesi
facilmente padrone della repubblica, ove potesse presentarsi nel mare
ligure colla flotta napolitana, prima che le galere del contrario
partito fossero del tutto armate, nè arrivata a Genova la flotta
francese. Venne accettata la sua offerta, e la flotta di don Federigo,
avendo ricevuti a bordo gli emigrati genovesi con circa cinque mila
fanti ragunati nello stato di Siena ed in Livorno, si diresse verso la
riviera di Levante[91].

  [91] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 24. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 36. — Orl. Malavolti, p. III, l. VI, f. 98._

Ma il cardinale Giuliano della Rovere, che da Ostia era passato a Savona
sua patria, vi aveva scoperte le fila ordite dal cardinale Fregoso in
tutta la Liguria, ed erasi affrettato di recarsi a Lione per darne
avviso a Carlo VIII. Lo aveva persuaso a far passare due mila svizzeri a
Genova per isventare queste trame; e nello stesso tempo aveva impiegata
la sua eloquenza e tutto l'impeto dell'ardente sua anima ad affrettare
gli apparecchi di guerra contro l'Italia ed a dissipare tutte le
dubbiezze e le incertezze di Carlo VIII, sperando in tal modo di
affrettare la propria vendetta[92].

  [92] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 539. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 34._

Infatti Carlo VIII, a dispetto di tante sue minacce e di tutte le sue
negoziazioni che non avevano altro scopo che la spedizione d'Italia,
pendeva tuttavia incerto, e rispetto alla strada che terrebbe e rispetto
alla stessa esecuzione del progetto. Pure, omai determinato essendo ad
attaccare per mare il regno di Napoli, mandò a Genova tutto il danaro di
cui poteva disporre; fece per sè medesimo apparecchiare sontuosi
appartamenti ne' palazzi Spinola e Doria, e vi mandò il suo grande
scudiere Pietro d'Urfè, per farvi armare una possente flotta, che doveva
poi unirsi a quella che per suo conto si stava armando a Villafranca ed
a Marsiglia[93]. La prima, che non gli rendette verun servigio,
perciocchè abbandonò tutti i suoi progetti colla stessa leggerezza con
cui gli aveva formati, fu la più magnifica che si fosse mai veduta nel
porto di Genova. Eranvi dodici grandi vascelli per trasportare la
cavalleria, capaci di mila cinquecento cavalli, novantasei più piccoli
per l'infanteria, diciassette speronare, ventitre vascelli di
cinquecento sessanta tonellate e ventisei di cinquecento ottanta, una
grande galeazza capace di cento cavalli, trenta galere da guerra; e per
ultimo la galera reale colla poppa dorata, e tutta coperta da un
padiglione di seta[94].

  [93] _Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 663. — Barth. Senaregae de
  reb. Genuens., p. 539. — Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 165._

  [94] _Barth. Senaregae de reb. Gen., p. 542._

Per difendere e comandare questo prodigioso armamento, Carlo VIII mandò
a Genova colla flotta francese suo cugino, il duca d'Orleans, che fu poi
Lodovico XII. Questi entrò in città lo stesso giorno in cui la flotta
napolitana fu a vista delle coste liguri[95], e mentre Antonio di
Bessey, barone di Tricastel e balivo di Digione, incaricato di trattare
per parte del re cogli Svizzeri, presso i quali aveva grandissimo
credito, conduceva a Genova i due mila fanti levati ne' loro
cantoni[96].

  [95] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 162._

  [96] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 37. — Fr. Belcarii, Comment. Rer.
  Gallic. l. V, p. 129._

Ibletto de' Fieschi aveva promesso a Paolo Fregoso ed a don Federigo
d'Arragona che tutti i suoi partigiani gli aspetterebbero armati nella
riviera di Levante; onde la flotta napolitana si presentò a Porto
Venere, piccola città in faccia a Lerici, che signoreggia l'ingresso dal
magnifico golfo della Spezia. Ma lo stesso suo fratello, Giovan Luigi
de' Fieschi, affezionato al contrario partito, erasi recato alla Spezia,
ed aveva esortati gli abitanti di quelle coste a conservarsi fedeli alla
repubblica, e Giacomo Balbi era entrato con quattrocento fanti in Porto
Venere[97].

  [97] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Uberti Folietæ Hist. Gen.,
  l. XII, p. 664. — Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 249._

Di verso terra questa città non aveva che una debolissima muraglia;
alcuni corpi d'infanteria napolitana l'attaccarono, mentre la flotta,
provveduta di grossa artiglieria, era entrata in rada, e tentava uno
sbarco sulla stessa riva. Ma tutti gli abitanti e perfino le donne di
Porto Venere, essendosi posti coi soldati dietro le mura, rispingevano
gli assalitori facendo rotolare sopra di loro grosse pietre. Alcuni
scogli a fior d'acqua erano stati anticamente ridotti in modo da servire
di comodo sbarco ai marinai; gli abitanti avevano avuta l'antiveggenza
di ugnere di sego questi levigati scogli, che s'innoltravano in mezzo a
profondo ed agitato mare. I Napolitani vi si avvicinavano colle
scialuppe dei loro vascelli, e, quando si credevano abbastanza vicini,
lanciavansi di salto tutt'armati su quest'insidiosa riva, da cui
sdrucciolavano nel mare; ciò che dando motivo di ridere ai difensori di
Porto Venere, potentemente contribuiva ad accrescer loro il coraggio. La
zuffa si prolungò sette ore con eguale accanimento da ambo le parti;
finalmente, avvicinandosi la notte, don Federigo richiamò sulle navi le
sue truppe e prese il largo, allontanandosi da una così piccola città,
sotto la quale ebbe principio la sua malvagia fortuna[98].

  [98] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 25. — Franc.
  Guicciardini Ist., l. I, p. 37. — Bart. Senaregae de reb. Gen., p.
  540. — Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 664._

Dopo questa mala riuscita don Federigo tornò a Livorno per rinfrescare
la sua flotta e per ricevere a bordo altri soldati; indi ripartì dopo un
mese all'incirca, quando seppe che Carlo VIII aveva presa la strada
delle Alpi. Il 4 di settembre presentossi in faccia a Rapallo, ricca
terra posta ad uguale distanza tra Porto Fino e Sestri di Levante. Non
essendo fortificata, Lodovico il Moro non vi teneva guarnigione, onde i
Napolitani l'occuparono senza trovare ostacolo. Sbarcarono Ibletto de'
Fieschi con tre mila pedoni, e gli emigrati genovesi, i quali
provvisoriamente si chiusero entro un ricinto formato con grandi forche
piantate in terra, su le quali erano assicurati de' travicelli
all'altezza di circa due braccia. Di più non abbisognava per difendersi
dalla cavalleria e per inspirare coraggio agli uomini che dovevano
difendere questi deboli ripari[99].

  [99] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 26. — Fr. Guicciardini,
  l. I, p. 44._

Ma nè lo Sforza nè il duca d'Orleans volevano permettere che i loro
nemici si afforzassero a Rapallo. Il primo aveva preso al suo servigio i
sette fratelli Sanseverini, figli del vecchio Roberto, che nella
precedente generazione aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della
Lombardia. Lo Sforza aveva trovati tra questi fratelli i suoi più
accorti consiglieri ed i più valorosi generali. Due di loro, Anton Maria
e Fracassa, erano stati incaricati della difesa di Genova, ed il primo
di loro partì subito alla volta di Rapallo per la via di terra con due
coorti di veterani ed uno squadrone di cavalleria, mentre che il duca
d'Orleans vi s'accostava colla sua flotta, composta di diciotto galere e
dodici grossi vascelli aventi a bordo le truppe svizzere. Don Federigo,
non osando di lasciarsi chiudere nel golfo di Rapallo da una flotta che
sapeva meglio muoversi della sua, ed era armata di colombrine di
maggiore calibro, prese il largo e permise al duca d'Orleans di sbarcare
senza ostacolo. Le truppe venute per la via di terra, e quelle sbarcate
dalla flotta, avendo impiegato lo stesso tempo nel fare le venti miglia
che contansi tra Genova e Rapallo, erano giunte presso questa borgata
molte ore prima di sera. I loro capi non pertanto pensavano di farle
accampare in un'angusto piano poco lontano di Rapallo, rimettendo
l'attacco all'indomani: ma ciò non potè farsi per la rivalità che si
manifestò tra i soldati veterani dello Sforza, e le guardie ducali di
Genova. I primi, per occupare il posto d'onore per la battaglia del
susseguente giorno, e per insultare ad un tempo i nemici chiusi in
Rapallo, presero a piantare i loro alloggiamenti alla più breve distanza
possibile dalla terra. La guardia ducale, avvezza a vivere in una ricca
città, ed a fare di sè vaga mostra colla forbitezza delle armature e la
ricchezza degli abiti e ad ostentare bravura, non seppe tollerare che un
altro corpo d'armata la precedesse; ella si fece innanzi per accamparsi
nel brevissimo spazio, che restava tra i veterani dello Sforza e
Rapallo. Credendo i Napolitani che si avanzassero per attaccarli,
uscirono incontro agli assalitori[100].

  [100] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p, 27._

Così cominciò la scaramuccia senza che fosse ordinata dai capi delle
opposte parti, e si sostenne lungo tempo con molto accanimento;
finalmente l'emulazione tra le diverse nazioni che servivano nell'armata
del duca d'Orleans e la sua flotta, che, trovandosi presso alla riva,
faceva fuoco contro i Napolitani assicurarono la vittoria ai Genovesi.
Fu questa la prima zuffa di così terribile guerra, in cui siansi veduti
alle mani cogl'Italiani gli stranieri, i quali si distinsero assai più
colla loro ferocia che col valore; imperciocchè non solo gli Svizzeri
non fecero grazia ai soldati che loro s'arresero, ma uccisero la maggior
parte di quelli che si erano dati prigionieri ai loro alleati. Nè gli
abitanti di Rapallo furono meglio trattati: tutti senza misericordia e
senza distinzione di partito vennero spogliati d'ogni avere e
maltrattati con estrema ferocia; furono perfino barbaramente uccisi
cinquanta ammalati che stavano in quello spedale. I Genovesi non
soffrirono pazientemente di vedere posti in vendita gli effetti di
quegli sgraziati abitanti: il popolo si ammutinò, uccise una ventina di
quegli Svizzeri, ed a stento Giovanni Adorno riuscì a calmarlo[101].

  [101] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 542. — Mémoir.
  de Phil. de Comines, l. VII, c. VI, p. 168._

Erano stati dall'armata vittoriosa condotti a Genova alcuni distinti
prigionieri, tra i quali Fregosino, figliuolo naturale del cardinale,
Giulio Orsini ed Orlando Fregoso. Ibletto dei Fieschi, principale capo
del partito vinto, fuggì con suo figlio Rolandino a traverso alle
montagne, e tre volte venne consecutivamente spogliato dai masnadieri.
Le prime due volte i contadini del vicinato gli diedero degli abiti; ma
la terza volta disse a suo figlio colla sua consueta imperturbabile
tranquillità: «Andiamo, mio caro, ed accontentiamoci delle vesti del
nostro primo padre, altrimenti vedo che la cosa non avrebbe più
fine[102].» Don Federigo, tenuto da un vento di terra lontano dalle
coste tutto il tempo della battaglia, non potè raccogliere che un
piccolo numero di fuggiaschi, coi quali tornò tristamente a
Livorno[103].

  [102] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 542._

  [103] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 28. — Fr. Guicciardini,
  l. I, p. 44. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Jac. Nardi Ist.
  Fior., l. I, p. 17. — Belcarius Comm. Rer. Gall., l. V, p. 130._

Intanto don Ferdinando si avanzava a traverso alla Romagna, intenzionato
di entrare nel l'autorità del loro legittimo sovrano, Giovanni Galeazzo,
ed a scuotere il giogo di un tiranno, che voleva esporli a tutte le
furie degli oltremontani. Ma Ferdinando non aveva sotto gl'immediati
suoi ordini che mille quattrocento uomini d'armi, e circa due mila
cavalleggeri: ed ancora dopo avere ingrossata la sua armata con quella
di Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, colle truppe de' Fiorentini, e con quelle
somministrate dai piccoli principi della Romagna, questa armata, secondo
i più alti calcoli, non contava più di due mila cinquecento corazze e di
cinque mila pedoni[104]. Dal canto suo Carlo VIII, prima di fissare la
sua irrisolutezza, aveva fatto scendere in Italia il signore d'Aubignì,
della casa Stuardo e della linea di Lenox, con circa duecento maestri,
ossia cavalieri francesi, e diversi battaglioni di fanteria svizzera,
che, valicati il san Bernardo ed il Sempione, eransi uniti a
Vercelli[105]. Lodovico il Moro fece che queste truppe si recassero
subito nelle province minacciate dal nemico, loro associando Francesco
Sanseverino, conte di Cajazzo, con circa seicento uomini d'armi e tre
mila fanti veterani. Il conte di Cajazzo occupò una forte posizione a
Fossa Giliola, ai confini del Ferrarese, di là osservando le mosse di
Ferdinando[106].

  [104] _P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 27. — Scip. Ammirato l. XXVI,
  p. 199. — Fr. Guicciardini l. I. p. 35._

  [105] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, ch. VI. p. 167 e nota p.
  482._

  [106] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 29. — Fran. Guicciardini,
  l. I, p. 38. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 200. — Franc. Belcarii
  Comm. Rer. Gallic., l. V, p. 131. — Bern. Oricellarii de bello
  Italico, p. 26._

In sul finir di luglio questo giovane principe aveva avuta una
conferenza con Pietro de' Medici a Città di Castello. Aveva in appresso
attraversata Val di Lamone, ed assoldata molta gente in quella armigera
provincia. Tutti i rinforzi che poteva sperare lo avevano raggiunto,
onde pareva maturo l'istante di attaccare l'armata del conte di Cajazzo
e del signor d'Aubignì, prima che ricevesse gli Svizzeri ed i Francesi
che scendevano ogni giorno le Alpi. Ma Alfonso II, dando a suo figlio
un'armata affatto sproporzionata all'affidatagli intrapresa, lo aveva
reso del tutto dipendente dai consiglieri che gli aveva posti al fianco.
Il principale di loro, il conte di Pitigliano, riconosceva la sua
riputazione militare assai più dal prudente temporeggiare, che da
quell'audacia che signoreggia gli avvenimenti. Questi nel consiglio di
guerra si ostinò perchè l'armata di Ferdinando si limitasse a stare in
su le difese, non potendo, siccome egli diceva, la sua fanteria tener
testa agli Svizzeri, nè la sua artiglieria sostenere, nella rapidità
delle cariche, il confronto della francese; per ultimo, diceva, che gli
uomini d'arme napolitani non sosterrebbero l'impeto degli
oltremontani[107].

  [107] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 29._

Per lo contrario Gian Jacopo Trivulzio, il di cui carattere era
altrettanto bollente quanto era circospetto quello del Pitigliano,
attestava d'avere battuti gli Svizzeri a Domo d'Ossola, gli uomini
d'armi e l'artiglieria francese in Francia nelle guerra del _ben
pubblico_, e che niente trovavasi in quest'armata, che potesse
sorprendere gl'Italiani; ch'egli prometteva la vittoria, ove si
attaccasse all'istante, e che non sapeva quale resistenza farebbe
l'armata francese, se gli si dava tempo di ricevere nuovi rinforzi[108].

  [108] _Rosmini Ist. di Gian Giacopo Trivulzio, l. V, p. 214._

Ma omai la notizia degl'infelici successi di don Federico aveva
scoraggiati e renduti incerti alcuni degli alleati. Giovanni Bentivoglio
temeva la vendetta de' Francesi e del duca di Milano, se prendeva parte
in una guerra offensiva; ed il consiglio di guerra decise che non si
attaccherebbero i nemici ne' loro trincieramenti. Tutto quanto ottennero
le calde istanze d'Alfonso d'Avalos e di Bartolomeo d'Alviano, in allora
allievo del Pitigliano, fu la licenza di mandare un trombetta al conte
di Cajazzo per isfidarlo ad uscire in aperta campagna. Non avendo questi
voluto rinunciare a' suoi vantaggi per accettare il dubbio esperimento
di una battaglia, Ferdinando si ritirò sotto le mura di Faenza dietro ad
un lungo canale, in cui derivavansi le acque del Lamone, locchè ne
rendeva la posizione fortissima; e quando seppe che Carlo VIII aveva
passate le Alpi, pensò di starsi colà aspettando le truppe tedesche che
suo padre faceva, sebbene troppo tardi, levare nella Svevia e
nell'Austria[109].

  [109] _P. Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 30. — Fr. Guicciardini
  Ist. d'Italia, l. I, p. 48._

Carlo VIII erasi recato a Lione con tutta la sua corte per avvicinarsi
all'Italia, e vi aveva passata la state in feste e tornei, tra i quali
pareva avere dimenticati tutti i suoi progetti di conquiste. Aveva
consumato nell'armamento della flotta di Genova quasi tutto il numerario
di cui poteva valersi. Madama di Beaujeu, il duca di Borbone e quasi
tutti i principali signori biasimavano una lontana impresa, che nulla
poteva aggiungere alla forza reale del regno. Briçonnet, che l'aveva
lungo tempo consigliata, più non ardiva addossarsene la responsabilità;
il siniscalco di Belcario che ardentemente la promoveva, era stato di
que' tempi costretto ad allontanarsi dal re, perchè uno de' suoi
servitori era morto con sintomi di peste[110]. I cortigiani davano al re
opposti consiglj, secondochè aderivano ora agli agenti del re di Napoli,
ora a quelli del duca di Milano: Pietro de' Medici aveva inoltre cercato
di rendere quest'ultimo sospetto alla corte di Francia, facendo che si
tenesse un messo del re di Francia nascosto entro un gabinetto, mentre
egli s'intratteneva confidenzialmente con un ambasciatore del Moro[111].
Tra tanti timori e tante contraddizioni, Carlo VIII abbandonò più volte
i suoi progetti, a ciò persuaso continuamente dall'allettamento de'
piaceri; aveva perfino ordinato a molti signori, di già partiti colle
loro truppe, di tornare alla corte, quando il cardinale Giuliano della
Rovere, fatto più che tutt'altri bramoso della spedizione d'Italia
dall'immenso suo odio verso Alessandro VI, parlò al re con un tale
ardire, che verun altro non sarebbesi permesso di farlo. Disse, che il
re sarebbesi coperto di vergogna rinunciando a pretese proclamate in
tutta l'Europa, non raccogliendo verun frutto de' sagrificj che fatti
aveva co' suoi trattati col re de' Romani e coi re della Spagna, ed
abbandonando i suoi alleati ed i suoi soldati, che di già per lui
valorosamente combattevano nella riviera di Genova e nella Romagna.
Carlo VIII, vinto dalle calde ammonizioni del cardinale, di cui
rispettava l'eminente dignità, e sedotto dalle adulazioni del siniscalco
di Belcario, cui era stato di fresco permesso di liberamente tornare
alla corte, partì da Vienna nel Delfinato, il 23 agosto del 1494,
prendendo la strada del monte Ginevra, e valicando le Alpi, senza che
scontrasse verun ostacolo[112].

  [110] _Phil. de Comines, l. VII, ch. V, p. 164._

  [111] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 40. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
  I, p. 22. — Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 2._

  [112] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 42. — P. Jovii, l. I, p. 23. —
  Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, ch. VI, p. 166._

L'armata francese contava tre mila seicento uomini d'armi, sei mila
arcieri a piedi, assoldati in Bretagna, sei mila balestrieri delle
interne province della Francia, otto mila fanti della Guascogna, armati
di fucili e di spade a doppio taglio, ed otto mila tra Svizzeri e
Tedeschi, armati di piche e di alabarde[113]. Moltissimi servitori
seguivano l'armata, ingrossata, poichè fu scesa in sul piano d'Italia,
dal contingente di Lodovico il Moro; di modo che quando attraversò la
Toscana non aveva meno di sessanta mila uomini[114]. Tra i suoi più
illustri generali contavansi il duca d'Orleans, poi Lodovico XII, che
allora aveva il comando della flotta a Genova, il duca di Vandome, il
conte di Montpensier, Lodovico di Lignì, signore di Lussemburgo,
Lodovico de la Trimouille e molti altri principali signori della
Francia. Ma il siniscalco di Belcario ed il sovrintendente Briçonnet,
vescovo di san Malo, confidenti del monarca, che pure lo accompagnavano,
avevano presso di lui maggior credito che tutti i signori della sua
corte[115].

  [113] _Mém. de Louis de la Trémouille, ch. VIII, p. 145, l. XIV des
  Mém._

  [114] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 28._

  [115] _Mém. de la Trémouille, ch. VIII, p. 146. — Fr. Guicciardini,
  l. I, p. 46. — Belcarius Comment. Rer. Gall., l. V, p. 132._

Una così grossa armata avrebbe potuto difficilmente attraversare le
Alpi, se avesse trovato qualche nemico; ma la disgrazia d'Italia aveva
fatto sì che il Piemonte ed il Monferrato, egualmente governati da
principi indipendenti, fossero ambidue a quello stato di debolezza e
d'incapacità ridotti, cui sono condannate le monarchie in tempo di
minorità. Carlo Giovanni Amedeo, nato il 24 giugno del 1488, era in
allora duca di Savoja, e non contava che nove mesi, quando il 13 marzo
del 1489 successe al duca Carlo suo padre. Sua madre, Bianca di
Monferrato, sebbene affatto giovane, aveva ottenuta la tutela pel favore
del popolo di Torino in pregiudizio de' suoi cognati, i conti di Ginevra
e di Bresse. Bianca aveva bensì il 20 giugno del 1493 soscritto un
trattato d'alleanza con Ferdinando, re di Napoli, ma in appresso non
aveva osato provocare il turbine sui proprj stati; fece aprire a Carlo
VIII tutte le sue città e castella, e l'accolse ella stessa in Torino
con estrema magnificenza[116]. Maria, marchesana di Monferrato, tutrice
di Guglielmo di Monferrato, nato il 20 agosto del 1486, non si dipartì
dalla politica di Bianca[117].

  [116] _Guichenon Hist. génér. de la maison de Savoie, t. II, p.
  160-162._

  [117] _Benvenuti de sancto Georgio Hist. Montis Ferrati, t. XXIII,
  p. 756._

Queste due reggenti, una a Torino, l'altra a Casale, parvero dinanzi a
Carlo VIII ornate di molte gemme, onde il giovane re, che di già
cominciava a mancare di danaro, se le fece prestare per depositarle in
mano di alcuni usurai che gli diedero ventiquattro mila ducati[118]. Il
19 di settembre entrò in Asti, città posseduta in piena sovranità dal
duca d'Orleans, siccome dote di sua madre, Valentina Visconti. Colà
venne ad incontrarlo Lodovico Sforza con sua moglie e suo suocero,
Ercole d'Este, duca di Ferrara[119]. Questi principi conoscevano le
inclinazioni di Carlo VIII, e, volendo guadagnarselo colle voluttà,
avevano seco condotte le signore milanesi che godevano opinione di
seducente bellezza e di poca austera virtù[120]. Si consumarono più
giorni in feste ed in piaceri, che vennero all'ultimo interrotti da
grave malattia onde fu il re sorpreso, la quale fu giudicata vajuolo a
motivo delle pustule che gli coprirono il volto. Pure questa prima
campagna de' Francesi in Italia ottenne infame celebrità da una malattia
ancora più crudele, cui più che a tutt'altra pareva essersi Carlo
esposto. Egli però non tardò a rimettersi in salute, e passò a Pavia ove
fu splendidamente accolto[121].

  [118] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. VI, p. 166. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 41._

  [119] _Diar. Ferr., t. XXIII, Rer. Ital., p. 288. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 45. — Bern. Oricellarii de bello Ital., p.
  34._

  [120] _Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VI, p. 654. — Pauli
  Jovii Hist., l. I, p. 30._

  [121] _P. Jovii, l. I, p. 30. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 45. —
  Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Roscoe Vita di Leon X, c. 3,
  p. 186. — Arnoldus Ferrarien. Burdigal. de reb. Gall., l. I, p. 4._

Lo sventurato Giovanni Galeazzo dimorava colla consorte e co' figliuoli
nel castello di questa città. Già da alcun tempo vedevasi la di lui
salute andar declinando a gran passi; la presumeva taluno distrutta da
immoderato abuso de' piaceri sensuali, ed altri, sospettando l'esistenza
di un delitto, ove vedevano un motivo di commetterlo, accusavano
Lodovico il Moro di avergli fatto dare un lento veleno. A veruno de'
cortigiani francesi fu permesso di vedere il duca, ed il solo re fu
ammesso ne' suoi appartamenti: questi due sovrani erano cugini germani,
figliuoli di due sorelle della casa di Savoja. Ma Carlo VIII, che temeva
di spiacere a Lodovico il Moro, si trattenne con Giovanni Galeazzo
soltanto intorno a cose indifferenti, e sempre alla presenza dello
zio[122]; ma in tempo di questo intrattenimento, la duchessa Isabella
sopraggiunse, gettandosi alle ginocchia del re, e supplicando di
risparmiare suo padre Alfonso e suo fratello Ferdinando. Rispose Carlo,
alquanto imbarazzato, che oramai era troppo avanzato per poter dare a
dietro, ed affrettossi a lasciare una città dove aveva sotto gli occhi
una così dolorosa scena, ch'egli stesso rendeva ancora più penosa. Ebbe
da Lodovico il Moro i convenuti sussidj, e la sua armata, poichè si fu
provveduta d'armi e di equipaggi avuti dall'arsenale di Milano, proseguì
il cammino alla volta di Piacenza[123].

  [122] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. VII, p. 177. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 48. — Bernardi Oricellarii de bello Ital., p.
  35._

  [123] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 50. — Arnoldi Ferronii, l.
  I, p. 6._

Lodovico il Moro accompagnava Carlo VIII, ma avendo a Piacenza o a Parma
avuta notizia che suo nipote era agli estremi, tornò subitamente a
Milano per raccogliere l'eredità. Giovanni Galeazzo Sforza morì il 20 di
ottobre[124], ed il senato di Milano tutto ligio al Moro si affrettò di
fargli presente, che, nelle critiche circostanze in cui trovavasi
l'Italia, un fanciullo di cinque anni, quale era quello di Giovanni
Galeazzo, non poteva avere il carico del governo; che lo stato non
doveva ricadere di una in altra minorità, che abbisognava di un sovrano
che regnasse effettivamente; all'ultimo che Lodovico il Moro era
necessario alla patria, e che questa gli chiedeva il sagrificio di
salire sul trono. Lodovico parve opporsi; pure all'indomani prese il
titolo e le insegne di duca di Milano, e protestò, anche segretamente,
che le riceveva come cosa che gli apparteneva a giusto diritto dietro
l'investitura datagli da Massimiliano[125]. Si affrettò poi di
raggiugnere l'armata francese, dalla quale, senza esporsi a qualche
pericolo, non poteva sempre tenersi lontano[126].

  [124] _Lodov. Cavitellii Crem. Ann., t. III, Thesaur. Ant. Ital., p.
  1469._

  [125] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 49. — P. Jovii Hist. sui temporis,
  l. II, p. 37. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VI, p. 655. —
  P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 27. — Navagero Stor. Ven., p. 1201._
  Ma questi attribuisce i sofismi a Lodovico e la resistenza al
  senato.

  [126] _Barth. Senaregae de reb. Gen., p. 543._ — Egli raggiunse il
  re a Villa, poco distante da Sarzana.

In fatti quest'armata era stata colpita da un sentimento di spavento per
la morte di Giovanni Galeazzo: tutti s'andavano interpellando
ansiosamente in qual modo il re poteva penetrare nel fondo dell'Italia
senza lasciarsi alle spalle verun altro alleato che quello stesso duca,
che si era aperta col veleno la via del trono. Ogni movimento dei
Milanesi rendevasi sospetto ai Francesi, cui mille cose erano state
raccontate intorno alle trufferie degli Italiani, ed i Francesi spesso
agivano di mala fede per guarentirsi da quella di cui si credevano
minacciati. Il duca d'Orleans, che aspirava all'intera eredità dello
Sforza, cercava di far sentire a suo cugino che più facile riuscirebbe
la spedizione di Napoli incominciandola dalla conquista del
Milanese[127]. Il principe d'Orange, il signore di Miolans, Filippo
delle Corde e gli altri tutti che risguardavano la marcia dell'armata
fino a Napoli come troppo pericolosa, approfittarono di tale fermento
per istringere il re a rinunciarvi; ma Carlo non dava orecchio che alla
sua ostinazione, ch'egli credeva amore di gloria; e, a seconda de'
concerti avuti col nuovo duca di Milano, prese la strada che da Parma
conduce nella Lunigiana, onde entrare in Toscana[128]. Questa strada
toccava Fornovo e san Terenzio e sboccava a Pontremoli, città che in
allora era posseduta dallo Sforza; onde non percorreva che paesi amici,
ed era sempre a portata della divisione che occupava Genova, e della
flotta francese. Pei quali motivi era così aperto che doveva preferirsi
dai Francesi a quella della Romagna, che mal si può spiegare l'incauto
consiglio de' Napolitani che l'avevano trascurata, portando tutte le
loro forze nella Romagna[129].

  [127] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 21._

  [128] Ciò accadde prima di abboccarsi col principe d'Orleans a Villa
  presso Sarzana. _N. d. T._

  [129] _Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 37_, ediz. Fior. in 4.º
  1733 colla data di Londra.

Papa Alessandro VI e Pietro de' Medici eransi obbligati a chiudere ai
Francesi l'ingresso della Toscana; ma se pure il papa era intenzionato
di spedirvi truppe, ne fu impedito dalla ribellione dei Colonna, che,
quando ebbero avviso dell'avvicinamento de' Francesi, rifiutarono le
vantaggiose offerte che loro aveva fatte Alfonso II, dichiararonsi
scopertamente al soldo di Carlo ed occuparono Ostia, ove, senza dubbio,
aspettavano la flotta francese. Il papa, lungi dal potere mandar truppe
in Toscana, si vide costretto a richiamare quelle che teneva in Romagna
sotto gli ordini di Virginio Orsini, per far testa ai Colonna[130].

  [130] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 47. — P. Jovii, l. I, p. 23._

La repubblica fiorentina aveva mandati ambasciatori a quella di Lucca ed
al duca di Ferrara, per persuaderli a non permettere di passare per i
loro stati a chiunque volesse invadere la Toscana; aveva in pari tempo
nominati commissarj straordinarj per provvedere alla sicurezza dello
stato; ma Pietro de' Medici non aveva voluto che loro si affidassero
truppe[131]. Pure così grande e così mal disciplinato esercito, qual era
quello de' Francesi, poteva bentosto trovarsi senza vittovaglie in una
provincia montuosa, che non ne produce quanto basta per alimentare i
suoi abitanti. L'esercito, scendendo da Pontremoli lungo la Magra,
attraversava i feudi del marchese Malaspina, in mezzo ai quali è posto
il borgo di Fivizzano appartenente ai Fiorentini. Era questo il primo
paese nemico. Il marchese di Fosdinovo, vinto da gelosia di vicinanza,
mostrò ai Francesi i lati deboli delle fortificazioni di quella terra,
ed i mezzi di occuparla. In fatti fu attaccata e presa d'assalto.
Vennero uccisi tutti i soldati e molti abitanti, e saccheggiate tutte le
case; e questa prima esecuzione militare, che sparse grandissimo
terrore, fece conoscere la diversità della nuova guerra e delle guerre
senza spargimento di sangue che si erano fin allora sostenute[132].
Nello stesso tempo Gilberto di Montpensier, che comandava l'avanguardia
francese, sorprese in riva al mare un corpo di truppe che Paolo Orsini
mandava per ingrossare la guarnigione di Sarzana, e non diede quartiere
a verun soldato[133].

  [131] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 202._

  [132] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 51. — Jac. Nardi Stor. Fior., l.
  I, p. 17._

  [133] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 31. — Barth. Senaregae de
  reb. Gen., p. 544. — Belcarii Rer. Gallic., l. V, p. 137._

Era Sarzana in qualche modo la chiave della Lunigiana[134]: così
chiamasi una spiaggia, chiusa tra il mare e le montagne, che stendesi
dai confini del Genovesato fino a Pisa d'una larghezza non mai eccedente
le sei miglia. Sarzana era una città assai ben fortificata e la sua
fortezza di Sarzanello credevasi inespugnabile. Se l'esercito francese
si fosse lasciata questa terra alle spalle, sarebbesi poco dopo trovata
chiusa la strada di Pisa da quella di Pietra Santa, posseduta pure dai
Fiorentini, e posta nel più angusto punto del littorale. Tutto il paese
potev'essere, difeso di tratto in tratto. Non è ferace che di olio, e
così sprovveduto di frumento, che importa la metà de' suoi viveri dalla
Lombardia a schiena di muli: e l'aere è così insalubre in autunno, che
la febbre avrebbe in poche settimane ruinato l'esercito nemico. I
capitani francesi mal sapevano perciò risolversi ad innoltrarsi in cotal
paese, ma la pusillanimità di Pietro de' Medici dissipò bentosto i loro
giusti timori.

  [134] Suppongo che debba dirsi Versilia, antica denominazione di
  questo littorale, sebbene nei posteriori secoli i marchesi di
  Lunigiana avessero esteso il loro dominio fino ai confini di Pietra
  Santa centro della Versilia. _N. d. T._

L'ingresso de' Francesi in Toscana, spargendo in Firenze un estremo
terrore, fece scoppiare un malcontento contro Pietro de' Medici tenuto
lungo tempo compresso. I Fiorentini erano da secoli affezionati alla
real casa di Francia, da loro risguardata quale protettrice del partito
guelfo e della libertà; altamente si lagnavano che il capo dello stato
gli avesse strascinati in una guerra contraria ai loro veri interessi,
ed esposti prima degli altri a tutti i pericoli d'una lite che punto non
li risguardava. Gli ambasciatori fiorentini erano stati dalla corte di
Francia rimandati; tutti i socj, tutti i commessi delle case di
commercio dei Medici eransi espulsi dal regno; ma tanto rigore non aveva
colpiti gli altri Fiorentini, quasi che si fosse voluto far loro sentire
che la Francia non li confondeva coll'usurpatore della loro
libertà[135]. Sapevasi che Lorenzo e Giovanni de' Medici, que' cugini di
Pietro, ch'egli aveva da pochi mesi maltrattati, poi rilegati nelle loro
ville, erano passati nel campo di Carlo VIII, supplicandolo di atterrare
un governo esoso alla generalità dei cittadini[136]. Il potere di questo
vanaglorioso capo, che non aveva voluto conoscere confini, trovossi
tutt'ad un tratto non ad altro appoggiato che ad una vacillante
opinione.

  [135] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 198. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  32._

  [136] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 196. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  32. — P. Jovii Hist., l. l, p. 32. — Jac. Nardi Istor. Fior., l. I,
  p. 16._

Pietro de' Medici, spaventato dall'interno fermento, di cui vedeva
ovunque le traccie, atterrito dalla guerra straniera ch'egli non era in
istato di sostenere, pensò di cedere al turbine, di fare la pace coi
Francesi, imitando la condotta tenuta da suo padre con Ferdinando,
condotta che aveva così spesso udito lodare. Egli non sapeva che per
imitare un grand'uomo conviene avere i suoi talenti, onde discernere le
circostanze, e la sua fermezza per disprezzare i pericoli. Pietro de'
Medici fece dalla repubblica eleggere una numerosa ambasciata, di cui
egli faceva parte, con commissione di recarsi presso il re di Francia e
cercare di placarlo. Ma, avvisato in viaggio che un corpo di trecento
uomini, che la repubblica mandava a Sarzana, era stato sorpreso e fatto
a pezzi, non osò, senza salvacondotto, innoltrarsi al di là di Pietra
Santa. Alcuni signori della corte, tra i quali Briçonnet e di Piennes
vennero a trovarlo, e lo condussero innanzi al re lo stesso giorno in
cui veniva attaccato Sarzanello[137].

  [137] _Fr. Guicciardini Hist., l. I, p. 52. — Scip. Ammirato, l.
  XXVI, p. 203. — Phil. de Comines Mémoir., l. VII, c. IX, p. 185._

Pietro, per giustificare il suo rifiuto di permettere al re
d'attraversare la Toscana, ricordò il suo trattato con Ferdinando,
conchiuso con approvazione dello stesso Lodovico XI; soggiunse che fino
all'istante in cui le armate francesi erano scese in Italia non avrebbe
potuto violare questo trattato senza esporsi a tutta la vendetta degli
Arragonesi; ma poichè al presente più non vedevasi esposto a tale
pericolo era apparecchiato a dar prove della sua divozione verso la casa
di Francia[138]. Il re, per tutta risposta a questo discorso, chiese che
gli si aprissero le porte di Sarzanello; e Pietro vi acconsentì subito:
e senza nè pure interpellare i suoi colleghi, ordinò che Sarzanello
fosse dato in mano al re, il quale, sorpreso da tanta facilità, domandò
che gli fossero inoltre consegnati Pietra Santa, Librafratta, Pisa e
Livorno. Non credevano già i Francesi, che, facendo così alte domande
venissero loro accordate quelle piazze, almeno senza grandi guarenzie
per la loro restituzione dopo il passaggio dell'esercito; ma Pietro
nulla chiese, e si accontentò della verbale obbligazione del re di
restituire le fortezze della Toscana, quand'avrebbe ultimata la
conquista del regno di Napoli; fu convenuto che i Fiorentini
presterebbero al re Carlo dugento mila fiorini; che a tale condizione
verrebbero ricevuti sotto la protezione del re, e che il trattato di
pace fra di loro sarebbe fatto in Firenze. Dietro questa semplice
verbale convenzione fece aprire ai Francesi tutte le fortezze dello
stato di Pisa, non senza eccitare lo sdegno de' suoi colleghi
d'ambasciata, i quali, essendo arrivati alquanto più tardi, credevano di
accordar molto al re coll'accordargli il libero passaggio a traverso al
loro stato[139].

  [138] _Bern. Oricellarii de Bello Ital. Comment., p. 39._

  [139] _Fr. Guicciardini Ist., l. I, p. 53. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. I, p. 31. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 203. — Jac. Nardi
  Istor. Fior., l. I, p. 18. — Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, c.
  IX, p. 185. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 6._

I Fiorentini, ricevendo la notizia della convenzione di Sarzana,
s'irritarono ancora più dei loro ambasciatori. Da lungo tempo avevano
cominciato ad accusare Pietro de' Medici di comportarsi come signore e
non come primo cittadino della sua patria; di tenere un contegno da
padrone che mai non avevano affettato nè Lorenzo, suo padre, nè Cosimo,
suo bisavo; di trascurare affatto d'intervenire ai consiglj e di sedere
co' suoi colleghi quand'era rivestito di qualche magistratura[140]. Ma
non aveva ancora osato prima d'allora di calpestare con tanta impudenza
le leggi della repubblica, nè di arrogarsi un'autorità che non gli era
mai stata conferita. Egli era quegli, si diceva, che aveva precipitata
la patria in una guerra contraria ai suoi interessi, ed era egualmente
quegli che, per salvarla, sagrificava le conquiste di molte generazioni.
Il partito della libertà, che si era successivamente ingrossato
coll'adesione di tutti coloro ch'erano stati oltraggiati dalla sua
insolenza, e di fresco riscaldati dalle prediche del Savonarola,
approfittava di questi avvenimenti per mostrare quanto pericolosa cosa
fosse il dare un capo ad una città libera; perciocchè sotto il suo
dominio uno stato perde bentosto il vigore delle sue armate, la prudenza
de' suoi consiglj, ed all'ultimo le sue migliori province o la sua
indipendenza. Approfittiamo almanco, dicevano essi, delle nostre
sciagure, e, poichè l'armata francese deve attraversare le nostre mura,
ci ajuti a rovesciare la tirannide[141].

  [140] _P. Jovii Hist., l. I, p. 31. — Jac. Nardi l, I, p. 15. —
  Phil. de Comines, l. VII, c. VI, p. 171._

  [141] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 54._

Mentre che l'armata francese dirigevasi verso Lucca e verso Pisa, Pietro
de' Medici, prevenuto del tumulto di Firenze, si affrettava di tornarvi,
sperando pure di potersela conservare ubbidiente. Vi arrivò l'8 di
novembre, e dopo essersi la stessa sera consigliato co' suoi amici, che
trovò tutti scoraggiati, o da lui alienati, risolse di recarsi
all'indomani a palazzo presso la signoria. Trovò il palazzo chiuso, con
guardie alla porta, come sempre costumavasi in occasione di tumulto. La
signoria aveva stabilito di non ricevere la visita di Pietro de' Medici,
e gli mandò Jacopo di Nerli, gonfaloniere di compagnia, a
parteciparglielo, mentre che Luca Orsini, uno de' priori, si trattenne
alla porta per vietargliene l'ingresso, ove si dovesse venire a
quest'estremo[142].

  [142] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Jac. Nardi, l. I, p. 21. —
  P. Jovii Hist., l. I, p. 32. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 55. —
  Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. X, p. 191. — Belcarii Comm.
  Rer. Gall., l. V, p. 138._

Pietro de' Medici non volle fare esperimento della loro costanza;
stordito da una resistenza che mai non aveva conosciuta, non si appigliò
nè alle preghiere, nè alle minacce; ritirossi in casa per chiamare in
suo soccorso Paolo Orsini, suo cognato, cogli uomini d'armi sotto i suoi
ordini; ma, essendo stato fermato il messo che gli mandava, i cittadini
presero le armi e si adunarono nella piazza del palazzo per essere
pronti ad eseguire gli ordini della signoria. Frattanto il cardinale
Giovanni de' Medici aveva corse alcune strade coll'accompagnamento de'
servitori della sua casa, cui faceva ripetere il grido d'armi di sua
famiglia: _Palle! Palle!_ ma questo grido altre volte così caro al
popolo non aveva mosso veruno de' suoi partigiani. Il cardinale non
aveva potuto oltrepassare la metà della strada de' Calzajuoli; e si
udivano da ogni banda minacciose grida contro i Medici. Pietro e suo
fratello, di già circondati dai soldati loro condotti da Paolo Orsini,
ritiraronsi verso porta san Gallo, e tentarono di nuovo, gettando danaro
tra il popolo, di muovere gli artigiani di quel quartiere a prendere le
armi per loro; ma non avendo che minacciose risposte, ed udendo suonare
la campana a stormo, uscirono di città, di cui gli si chiusero dietro le
porte. Il cardinale Giovanni de' Medici, essendosi travestito da frate
francescano, si sottrasse ancor egli al tumulto, e raggiunse i suoi due
fratelli negli Appennini[143].

  [143] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud., t. XXI, p. 78. — Diari
  Sanesi d'Allegr. Allegretti, t. XXIII, p. 833. — Bernardi
  Oricellarii de bello Ital., p. 41._

Pietro de' Medici aveva inconsideratamente presa la strada di Bologna,
invece di volgersi al re di Francia, presso al quale avrebbe
probabilmente trovato protezione. I soldati dell'Orsini, che lo
seguivano, attaccati dai contadini, si sbandarono quasi tutti, e lo
stesso Paolo Orsini conobbe che per la sicurezza di suo cognato era
d'uopo separarsi da lui. Pure i Medici arrivarono però a Bologna senza
incontrare verun nuovo accidente. Ma quando Pietro presentossi a
Giovanni Bentivoglio, suo alleato e suo amico, questi, maravigliato di
vedere un uomo che occupava lo stesso suo grado, rovesciato con tanta
facilità, gli disse: «Se giammai voi udirete che Giovanni Bentivoglio è
stato scacciato da Bologna, come lo siete oggi voi da Firenze, non
vogliate crederlo; ma credete piuttosto che si è fatto tagliare a pezzi
dai suoi nemici facendo loro resistenza»[144]. Non sapeva Giovanni
Bentivoglio, che spesso non è in arbitrio del principe, nè del generale
d'armata il trovare la morte che desidera; che, dopo averla lungo tempo
affrontata, se sopravvive suo malgrado alla sua disfatta, il desiderio
della propria conservazione si risveglia nel cuore più valoroso, e vi si
aggiugne una segreta speranza, che, poichè la fortuna si è presa ella
sola la cura della sua salvezza, lo riservi tuttavia a tempi migliori.
La sua sperienza non tardò ad insegnarglielo; l'istante del rovescio
giunse pure per il Bentivoglio, e malgrado la sua risoluzione, non morì,
ma condusse i suoi giorni in esilio.

  [144] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 22. — Fr. Guicciardini Ist.,
  l. I, p. 55._

Il popolaccio di Firenze svaligiò le case del cancelliere e del
provveditore del monte di pietà, che da molto tempo venivano accusati di
avere inventate nuove gabelle, e le varie estorsioni con cui eransi
accresciute le imposte. Saccheggiò inoltre i giardini di san Marco, e la
casa del cardinale Giovanni a sant'Antonio. Le guardie poste al gran
palazzo dei Medici in via larga, destinato al re di Francia, lo
salvarono in quel primo istante dal saccheggio. Ma i Francesi, che vi
furono alloggiati, presero con impudenza tutto quanto solleticava la
loro cupidigia, e dopo la loro partenza tutto ciò che vi restava fu
venduto con autorità della giustizia. E per tal modo furono disperse
quelle magnifiche collezioni di quadri, di statue, di pietre incise, di
libri, con tanta cura raccolti da Cosimo e da Lorenzo in tutti i luoghi
cui si estendeva il loro commercio[145].

  [145] _Phil. de Comines, l. VII, ch. XI, p. 106. — B. Oricellarii,
  p. 42-52._

La signoria, dopo la fuga dei Medici, fece un decreto per dichiararli
ribelli, per confiscare i loro beni e per promettere il premio di cinque
mila ducati a coloro che gli arresterebbero, e di due mila a chiunque
porterebbe la loro testa. Tutte le famiglie esiliate o private dei
pubblici onori pel corso di sessant'anni, in cui si era mantenuta
l'autorità de' Medici vennero ristabilite ne' loro diritti, i quadri che
ricordavano o le condanne del 1434, o quelle del 1478 per la congiura
dei Pazzi, furono cancellati, ed i due Medici, figliuoli di Pier
Francesco, rientrati in patria nell'istante in cui ne uscivano loro
cugini, nulla volendo avere di comune con una famiglia che aveva
aspirato alla tirannide, fecero cancellare i sei globi dai loro stemmi
per sostituirvi una croce d'argento in campo rosso dei Guelfi, e
scambiarono il nome di Medici in quello di _Popolani_[146].

  [146] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 25. — P. Jovii Hist., l. I,
  p. 33. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Ist. di Gio. Cambi, p.
  79._

Intanto il nuovo governo si affrettò di spedire ambasciatori al re di
Francia, per incolpare il suo predecessore d'una inimicizia tanto
contraria agl'interessi della repubblica, e per dare più autentica forma
al trattato conchiuso con tanta balordaggine dal Medici. Nominò
ambasciatori Piero Capponi, che di già nella sua ambasciata a Lione
aveva fatto conoscere l'ardente desiderio de' Fiorentini di scuotere il
giogo che portavano[147], Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Giovanni
Cavalcanti ed il padre Girolamo Savonarola. Costui, risguardato dai
Fiorentini, come dotato del dono dei miracoli e delle profezie, sembrava
loro un celeste avvocato, mandato dalla Provvidenza per difenderli.

  [147] _Mémoires de Phil. de

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