Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
by J.-C.-L. Simonde de Sismondi · Italian · Gutenberg #44069 · 598,321 chars · public domain (US)
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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16)
Author: J.-C.-L. Simonde de Sismondi
Release date: October 29, 2013 [eBook #44069]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO, V. 10 (OF 16) ***
STORIA DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
_Traduzione dal francese._
_TOMO X._
ITALIA
1818.
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO LXXV.
_Pontificato di Niccolò V; congiura di Stefano Porcari. —
Campagna di Giacomo Piccinino nello stato di Siena. — Disgrazie
e deposizione di Francesco Foscari a Venezia._
1447 = 1457.
Nel 15.º secolo la storia politica dell'Italia presenta un maraviglloso
contrapposto colla sua storia letteraria; imperciocchè, mentre ogni
giorno s'andava sempre più accostando colla ruina della libertà, quella
pure de' costumi, dell'energia, e di ogni virtù pubblica e privata,
vedevasi per lo contrario nascere ed aggrandirsi la passione per la
poesia, l'ammirazione per l'eloquenza, ed in particolare per
l'erudizione, che sembravano indicare qualche cosa di più nobile e di
più elevato nel carattere del secolo. Ad ogni modo quando si fissano più
a lungo gli sguardi sopra i celebri letterati che fiorirono in
quest'epoca, per quanto ci sorprenda la loro laboriosa attività, per
quanta riconoscenza c'inspirino i capi d'opera dell'antichità ch'essi ci
conservarono, ed i capi d'opera de' moderni tempi ch'essi ci
apparecchiarono, si scorgono però nel loro carattere e nel loro spirito
gli effetti del disordine sociale, e scorgesi la ragione per cui non
potevasi niente sperare dal loro lavoro che fosse degno di que' tempi
che erano oggetto della loro ammirazione. In fatti i progressi dei lumi
nel quindicesimo secolo non erano uno sviluppamento nazionale; non erano
la riflessione, la meditazione, l'immaginazione italiana, che avevano
fatti nascere i Guarini, i Valla, i Filelfo, i Poggio, ed i Ficino, ma
l'ostinato studio di un'antichità che non aveva relazione col tempo
presente, ma l'adozione dei pensieri, delle formole di ragionamento,
d'immagini e di leggi poetiche, ch'erano state fatte per altre nazioni,
per altre lingue, per altri costumi, ed un'assoluta preferenza accordata
alla memoria in pregiudizio di tutte le altre facoltà, una servile
sommissione del gusto individuale ai modelli ed all'autorità letteraria.
Forse quest'assoluto abbandono delle naturali e vere impressioni, del
pensiero originale, del gusto particolare d'ogni individuo in una nuova
nazione, fu di maggior danno alle lettere in Italia ed in tutta
l'Europa, che non furono loro di vantaggio i modelli, greci e romani,
malgrado la loro sublime bellezza. Ma soprattutto nella politica del
secolo presentemente vedremo come sia stato servile il carattere dato
dall'erudizione al pensiero. La storia ci conduce a cercare le pubbliche
virtù negli scrittori del quindicesimo secolo, e li troviamo mancanti di
elevazione, di nobiltà, di amore di patria, di sentimenti politici.
Le repubbliche ed i piccioli principati produssero dei filologi; la sola
Firenze coi suoi Leonardo Bruno, Poggio, Ambrogio Camaldolese e
Marzuppini poteva a quest'epoca avere la palma sopra tutti gli altri
paesi: ma quantunque tre di questi siano stati un dopo l'altro
cancellieri della repubblica, non si videro acquistare nello stato
un'influenza proporzionata ai vasti loro studj, nè adoperare utilmente
in servigio della patria i sommi loro talenti, nè introdurre ne'
consigli e nel foro un'eloquenza persuasiva, nè ricordare colle virtù e
coi talenti degli antichi l'antichità che essi imitavano.
Il passaggio a Firenze dell'imperatore Federico III pose al cimento i
talenti di questi pretesi oratori e politici. Carlo Marzuppini, ch'era
succeduto a Leonardo Bruno d'Arezzo nell'ufficio di segretario della
repubblica, venne incaricato di complimentare l'imperatore. Gli
addirizzò un discorso in lingua latina, che compose in due giorni; la
sacra e profana erudizione, onde l'aveva arricchito, e l'eleganza dello
stile eccitarono, l'ammirazione degli uditori. Ma nè i consiglj, nè lo
stesso oratore avevano pure pensato allo scopo politico di questo
discorso d'etichetta. L'imperatore fece rispondere al Marzuppini dal suo
segretario, Enea Silvio Piccolomini, che fu poi Pio II. Questi, ch'era
ben più politico che filologo e ch'erasi accostumato nelle deliberazioni
del consiglio di Basilea a parlare con uno scopo determinato, fece nella
sua risposta alcune domande alla repubblica, ed alcune osservazioni, che
richiedevano una replica; ma il Marzuppini, che non vi si era
apparecchiato, si trovò incapace di dire una sola parola, e Giannozzo
Manetti dovette prendere la parola invece del Marzuppini[1].
[1] _Roscoe Life of Lorenzo the Magnificent, t. I. p, 22._
Questi uomini che non sapevano pensare che dietro gli altri, e che,
sempre parlando al pubblico d'eloquenza, lasciarono il loro secolo così
sterile nelle cose di quell'arte oratoria, che pure avrebbe dovuto
esercitare il suo impero nelle repubbliche; questi uomini avevano più
vanità che amore di gloria, più cupidigia che ambizione, e preferivano
le corti dei principi nelle quali l'erudizione teorica era più stimata
che la scienza applicata. Nelle repubbliche si sentivano umiliati,
qualunque volta venivano paragonati a magistrati di fermo carattere,
d'idee giuste, quali erano Neri Capponi, Maso degli Albizzi, o Cosimo
de' Medici, che, sebbene ignorassero le _eleganze del parlare latino_ e
l'arte di prendere a prestito dagli antichi dei falsi ornamenti, pure
sapevano muovere le menti colla forza dei loro pensieri. Si trovavano in
migliori acque presso d'un Alfonso, d'uno Sforza, d'un Gonzaga, d'un
marchese d'Este, di un Montefeltro; la loro vita era totalmente
consacrata ad un genere d'erudizione, che non poteva adombrare il più
sospettoso principe, nè turbarne lo stato. Quand'erano chiamati a
qualche pubblica incumbenza, non richiedevasi che i loro discorsi
d'etichetta fossero l'espressione dell'interno loro convincimento;
perciò essi giustificavano senza scrupolo quegli atti tirannici, cui non
avevano preso parte. Le incumbenze loro non erano quelle d'analizzare o
di giudicare le azioni, ma di velarle con belle frasi ciceroniane;
impiegavansi non come pubblici magistrati, ma come retori; non si
tenevano responsabili nemmeno agli occhi del mondo de' loro pensieri o
dei loro giudizj, ma soltanto del loro stile; e quando avevano
l'opportunità di sostenere il pro ed il contro, di parlare
successivamente in due opposti sensi, vi ravvisavano una doppia gloria,
avendo con ciò occasione di mostrare in tutto il suo lume il loro merito
d'oratore e di sofista.
Per avere in tal modo separata la scienza dall'azione, l'eloquenza dalla
politica, lo stile dal pensiero, gli eruditi del quindicesimo secolo non
procurarono ai tempi in cui fiorirono nè maggiori virtù pubbliche, nè
nuovi lumi intorno alle scienze che hanno relazione col governo. Non
pertanto alcuni di loro s'innalzarono alle più sublimi cariche della
repubblica cristiana. Uno de' più illustri ad un tempo e de' più
fortunati fu forse Tommaso da Sarzana, che sotto il nome di Niccolò V
occupò la cattedra pontificia nel periodo da noi percorso. Protettore
zelante degli eruditi, ai di cui lavori aveva avuta tanta parte,
splendido rimuneratore delle belle arti, di cui ne moltiplicò in Roma i
capi d'opera, non si mostrò egualmente favorevole alle opinioni liberali
come alle arti liberali. Egli aveva presa nella società dei clienti e
dei protetti di Cosimo de' Medici quell'indifferenza per la libertà, che
rimpicciolì la loro anima; e segnalò il suo regno mandando al patibolo
l'ultimo patriotta romano, e rendendo vano l'ultimo sforzo fatto per la
libertà di Roma.
Niccolò, allora chiamato Tommaso, era figlio di Bartolomeo Parentucelli,
medico pisano, ammogliato a Sarzana, ed era nato nel 1398. Aveva
ricevuto i primi ordini in età di dieci anni, poi era stato mandato a
Bologna per continuarvi i suoi studj[2]. Essendo egli affatto povero,
era stato costretto a tenersi lontano da questa università dai diciotto
fino ai ventidue anni, onde venire a Firenze a tenere scuola ai
figliuoli di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi[3]. Quando tornò a
Bologna, il cardinale Niccola Albergati lo prese al suo servigio e lo
nominò suo maggiordomo. Tommaso lo accompagnò da principio a Roma, poi
nelle sue legazioni in Francia, in Inghilterra, in Germania, supplendo
presso di lui, per lo spazio di vent'anni, le incombenze d'intendente,
di segretario e di medico[4]. Il cardinale Albergati avendolo ricondotto
a Firenze presso Eugenio IV, ebbe Tommaso opportunità di legare
domestichezza coi più illustri letterati colà riuniti, quali erano
Leonardo Bruno d'Arezzo, Giannozzo Manetti, Poggio, Carlo Marzuppini,
Giovanni Aurispa, Guasparro di Bologna, ed altri molti. Usavano questi
di adunarsi ogni mattino sull'angolo del palazzo, e di disputare, sola
maniera in allora praticata dai dotti per far mostra del loro ingegno.
Tostocchè Tommaso aveva accompagnato in palazzo il suo padrone,
raggiugneva quest'adunanza, vestito con una semplice tonaca turchina, e
con una berretta da prete; e prendeva caldamente parte nella disputa[5].
[2] _Janotti Manetti vita Nicolai V., Script. Rer. Ital., t. III, p.
II, p. 907-911. — Barth., Facii, l. IX, p. 141._
[3] _Comment. della vita di P. Niccolò composto da Vespasiano, e
mandato a Luca degli Albizzi, t. XXV, R. I. p. 270._
[4] _Vita Niccolai V a Janottio Manetti, p. 915. — Vespasiano, vita
di Niccolò, p. 271._
[5] _Vespasiano vita di Niccolò, p. 271._
Tommaso di Sarzana aveva di già fatto vantaggiosamente conoscere il suo
gusto per i classici, avendo arricchiti con giudiziose note i
manoscritti copiati di suo pugno[6]; perciò quando Cosimo dei Medici
aprì al pubblico nel convento di san Marco la collezione dei manoscritti
di Niccolò Niccoli, chiese a Tommaso istruzioni intorno al modo di
distribuire una biblioteca, intorno alla divisione dei libri ed alla
formazione del catalogo. La scrittura dettata per soddisfare a tali
inchieste, non servì soltanto di norma per la distribuzione della
biblioteca di san Marco, ma inoltre per quella della Badìa a Fiesole,
del conte di Montefeltro ad Urbino, e di Alessandro Sforza a Pesaro[7].
Il cardinale Albergati aveva generosamente provveduto al mantenimento di
Tommaso, procurandogli due beneficj semplici, uno de' quali fruttava
trecento scudi; e morendo gli avea lasciato altri beni. Ma la generosità
di Tommaso, e più ancora le sue spese in libri ed in copisti superavano
di molto le sue entrate[8]. Dopo la morte del cardinale Albergati,
Eugenio IV chiamò alla sua corte questo dotto ecclesiastico col titolo
di vicecameriere apostolico, e lo mandò di nuovo in Germania col
cardinale di sant'Angelo per persuadere i Tedeschi a rinunciare alla
loro neutralità tra il concilio di Basilea e la corte di Roma. Di
ritorno da questa missione lo fece vescovo di Bologna, e poi cardinale
nell'anno medesimo che non doveva terminare, prima che il nuovo prelato
salisse sulla cattedra di san Pietro[9].
[6] _Roscoe life of Lorenzo, t. I, p. 42. — Vespas. vita di Niccolò,
p. 273._
[7] _Vespasiano vita di Niccolò V, t. XXV, p. 274._
[8] _Vespasiano vita di Niccolò V, t. XXV, p. 275._
[9] _Janottii Manetti vita Nicolai V, p. 916. — Platina vite de'
Pontefici in Niccolò V, p. 416. Edit. Ven. 1730._
Eugenio IV essendo morto il 23 febbrajo del 1447, vennero consacrati
nove giorni alle pompe funebri, prima che i cardinali entrassero in
conclave. Durante quest'interregno Alfonso s'avvicinò a Roma, e stabilì
il suo soggiorno in Tivoli onde dare maggior peso al suo partito. Tutti
i baroni romani cercavano di far valere i loro diritti; Battista Savelli
pretendeva di avere quello di custodire le chiavi del conclave, ma i
cardinali non vollero riconoscerlo. D'altra parte il consiglio della
città di Roma, adunato nella chiesa d'Araceli, riclamava tutti i
privilegj anche recentemente esercitati dal popolo; fu propriamente in
questo consiglio che Stefano Porcari, gentiluomo romano d'incontaminata
riputazione, cominciò a farsi conoscere. Il pontefice or ora morto aveva
disgustati i Romani colla sua incostanza e col disprezzo di tutte le
leggi; la tirannide del patriarca Vitelleschi, che fu lungo tempo il suo
favorito, aveva eccitata l'indignazione. Il Porcari che sospirava dietro
la libertà, e che voleva imitare le virtù dell'antica Roma più che il
suo idioma, esortò i cittadini adunati ad approfittare di quest'unica
circostanza per consolidare la loro costituzione. «Non trovasi, loro
disse, in tutti gli stati della Chiesa così piccola e misera città, che
non abbia leggi e statuto, e che contro un annuo tributo non goda della
sua libertà: dovrà la sola Roma esser priva d'un beneficio comune? Non
si trova così piccola e misera terra, che, quando la morte la rende
libera dal suo tiranno, non approfitti dell'interregno per ricuperare i
suoi diritti, o almeno per porre un limite alle prerogative de' suoi
oppressori; alla sola Roma mancherà l'energia, che hanno i più oscuri
popoli[10]?» Ma l'arcivescovo di Benevento, che presiedeva a
quest'assemblea, vietò a Porcari di continuare, e lo denunciò in
appresso al nuovo papa come un uomo pericoloso.
[10] _Diario Rom. di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1131. —
Platina vita di Niccolò V, p. 417. — Leonis Bapt. Alberti de
Porcaria conjuratione, t. XXV, p. 309._
I cardinali, che entrarono in conclave nella chiesa di santa Maria sopra
Minerva, erano diciotto. Rendevasi dunque necessaria per la nomina del
papa l'unione di dodici voci. Il cardinale Prospero Colonna in due
differenti scrutinj, tenuti in diversi giorni, ebbe solo dieci voci; gli
altri erano divisi, e Tommaso di Sarzana veniva appena indicato. Dopo il
secondo scrutinio il cardinale di Maurienne alzossi e disse: «Miei
padri, non prodigare il tempo, niente può riuscire tanto pericoloso alla
Chiesa quanto questo ritardo: Roma è agitata; il re d'Arragona trovasi
alle nostre porte; Amedeo di Savoja ci tende delle imboscate; il conte
Francesco Sforza è in guerra con noi; qui noi soffriamo mille disagi
nella nostra reclusione; affrettiamoci adunque di nominare un pontefice.
Ecco un angelo di Dio, un agnello innocente che di già riunì dieci
suffragj, non gliene mancano che due; un solo di voi si alzi e gli dia
il suo, e la cosa sarà fatta, che un'altra voce non gli mancherà.» Tutti
rimasero immobili; finalmente alzossi Tommaso di Sarzana per andare a
dare la sua voce al Colonna; ma il cardinale di Taranto, trattenendolo
per la sua veste, lo supplicò ad aspettare ancora, a pensare a ciò che
andava a fare, a ricordarsi che nominando un papa, dava un Dio alla
terra, un uomo che avrebbe il potere di legare e di sciogliere, d'aprire
e di chiudere il cielo, che questa scelta domandava mature
considerazioni. «Tutti questi ritardi (ripigliò il cardinale di Aquilea)
non sono chiesti che per impedire l'elezione di Prospero Colonna; ma
dimmi tu stesso, quale papa vorresti fare?» — «Il cardinale di Bologna,
Tommaso di Sarzana» (rispose il cardinale di Taranto) — «Piace a me pure
(rispose quello di Maurienne)» e gli altri furono subito dello stesso
parere, e si riunirono in un istante i dodici suffragj. Era il 6 marzo
del 1447; e Prospero Colonna, il decano del sacro collegio, annunziò
allora al popolo adunato, che il papa era stato nominato[11].
[11] _Orat. Aeneae Silvii de Creat. Nicolai V, t. III, p. II, p.
894._
Il pontefice, assistito dalla sua personale considerazione, e
dall'appoggio dell'imperatore e del re di Francia, riuscì in aprile del
1449 a far cessare lo scisma prodotto dal concilio di Basilea, e ottenne
l'abdicazione di Felice V. Amedeo di Savoja ripigliò l'antico suo nome,
ma venne dalla corte di Roma riconosciuto come cardinale e legato della
santa sede in Germania, e tutti i cardinali da lui creati furono ammessi
nel sacro collegio[12].
[12] _Platina vita di Niccolò V, p. 420._
Le antiche lettere approfittarono bentosto dell'innalzamento del più
zelante loro ammiratore. Egli chiamò alla sua corte moltissimi copisti e
traduttori dal greco e dal latino. Mandò dei dotti in traccia di
manoscritti, che faceva loro comperare per conto suo in ogni parte
dell'Italia, della Germania, dell'Inghilterra, della Grecia e del
Levante. Negli otto anni del suo regno furono tradotti in latino più
autori greci che non eransene tradotti in cinque secoli prima di lui e
sotto cento diversi papi. Strabone, Erodoto, Tucidide, Zenofonte,
Polibio, Diodoro, Appiano, Filone giudeo, vennero sotto il regno di
Niccolò V posti in mano di coloro che non intendevano il greco. Molte
opere di Platone, d'Aristotile, di Teofrasto si aggiunsero a quelle che
di già si avevano. I padri ed i teologi dei primi secoli della Chiesa
non furono dimenticati, e si tradussero le opere di Eusebio di Cesarea,
di Dionigi Areopagita, di Basilio, di Gregorio Nazianzeno, di Giovanni
Grisostomo, di Cirillo: nello stesso tempo si studiarono con ardore le
lingue orientali, e lo stesso Giannozzo Manetti venne incaricato dal
pontefice di fare una traduzione della sacra scrittura sul testo
ebraico; lavoro rimasto imperfetto per la morte di Niccolò V[13], il
quale non era meno sollecito dei progressi dell'erudizione che di quelli
dell'architettura. In tutte le città de' suoi stati riparò o edificò
chiese; ingrandì, decorò e cinse di sontuosi edificj le pubbliche
piazze, e rialzò le distrutte mura. Assisi, Cività Vecchia, Cività
Castellana riconoscono da lui ornamenti che sorprendono in così piccole
città. Fabbricò magnifici palazzi in Orvieto ed in Spoleti; costrusse in
Viterbo bagni per gl'infermi, degni di ricevere non solo private
persone, ma principi. Intorno alla stessa Roma rialzò le mura mezzo
ruinate, ristaurò la maggior parte delle chiese, che di que' tempi erano
quaranta, e profuse particolarmente le splendide sue cure alle sette
principali basiliche. Quella di san Pietro in Vaticano cadeva in ruina;
Niccolò vi fece cominciare sopra i disegni di Bernardo Rosellini e di
Gio. Battista Alberti una nuova tribuna più vasta dell'antica. Egli
voleva innalzare nella capitale de' Cristiani un tempio, la di cui
magnificenza non avesse esempio, di già n'erano gettati i vasti
fondamenti, ma i muri non avevano ancora tre gomiti d'altezza sopra il
suolo, quando la morte di Niccolò V fece sospendere questo prodigioso
edificio, che non si ripigliò che mezzo secolo dopo da Giulio II
coll'opera di Bramante[14]. Per supplire a queste regie spese aveva nel
1450 accordato un giubileo, che riempì i tesori della Chiesa, e passar
fece in pochi giorni ne' forzieri de' Medici, banchieri della santa
sede, parecchie centinaja di migliaja di fiorini[15].
[13] _Vita Nicolai V a Jan. Manetto, t. III, p. II. Rer. Ital., p.
926-927. — Vespas. Vita, t. XXV, p. 282._ — Aggiugne i nomi di tutti
i dotti incaricati da Niccolò delle varie traduzioni, e l'ammontare
dei premj loro dati.
[14] _Jannozio Manetti, t. III, p. II. Rer. Ital., p. 934-940._
[15] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 279._
Nello stesso tempo Niccolò V soddisfece pure al suo gusto per le arti,
fondando la biblioteca del Vaticano; egli adunò cinque mila volumi in
quel palazzo pontificio, ed allora non credevasi che dopo i tempi di
Tolomeo altra biblioteca avesse mai avuta così gran copia di libri[16].
I dotti, cui era destinata, e coi quali viveva familiarmente, lo amavano
teneramente, e lo apprezzavano e rispettavano. Pare che Niccolò V fosse
di carattere faceto, semplice, ingenuo. Quando il Vespasiano andò a
trovarlo dopo l'elezione, il papa gli disse sorridendo: «Ebbene i vostri
compatriotti di Firenze avrebbero creduto che un povero prete, fatto per
suonare le campane, fosse nominato pontefice?» Il Vespasiano rispose,
che quel popolo, che lo conosceva, erasene rallegrato, perchè da lui
sperava la pace; ed il papa replicò subito, che se Dio gli dava grazia
di soddisfare il suo desiderio, altr'arma mai non adoprerebbe in sua
difesa che la croce di Gesù Cristo[17].
[16] _Ivi, p. 282._
[17] _Vespasiani Comment., p. 279._
In fatti non era altrimenti l'ambizione di accrescere il dominio papale,
meno ancora quella di rendere potente la sua famiglia, che potevano far
trascurare a Niccolò V i suoi doveri di comune pastore dei fedeli. Ma
nella sua amministrazione temporale, che per lui non era che un
interesse affatto secondario, non sapeva soffrire opposizione. I
privilegj riclamati dai suoi sudditi gli facevano perdere quel tempo
ch'egli avrebbe voluto consacrare alla Chiesa, alle lettere ed alle
arti, e si sbrigava con sollecite decisioni. Altronde, avendo vissuto
tanti anni nell'altrui dipendenza, non conosceva che le relazioni di
padrone e di servitore, e chiedeva quell'illimitata ubbidienza ch'egli
aveva tanto tempo prestata ad altri. I magistrati romani continuavano a
considerarsi come rappresentanti del popolo e della repubblica, ed egli
voleva ridurli al rango di semplici agenti del sovrano pontefice. Il
Porcari, che di buon'ora aveva manifestato il suo amore di libertà, che
coi suoi discorsi cercava sempre di tener viva nel popolo quell'antica
fiamma, era in particolar modo sospetto al papa. Ciò non impedì che
Porcari fosse nominato Podestà d'Anagni; ma questa carica veniva
probabilmente conferita dalla città, come costumavasi universalmente in
Italia[18]. Al suo ritorno, dopo avere terminate le incumbenze della sua
carica, il Porcari non perdette di vista il suo favorito progetto di
rendere la libertà a Roma. Un tumulto, eccitatosi pei giuochi di piazza
Navona, parvegli una propizia occasione di tentare qualche cosa; in
questa circostanza si compromise di nuovo, e venne esiliato a Bologna,
con ordine di presentarsi ogni giorno al cardinale Bessarione, allora
governatore di quella città[19].
[18] _Vespasiani Comment., p. 309._
[19] Leon Battista Alberto vorrebbe far intendere che il Porcari
avrebbe dovuto essere riconoscente per tal favore; ma quand'anche vi
avesse avuta qualche parte Niccolò, la carica di podestà di così
piccola terra poco utile e poco onorifica poteva essere per un uomo
della condizione del Porcari. _De Porcaria Conjurat. Comm., t. XXV,
R. I. p. 309._
Fu in tempo di quest'esilio, che Stefano Porcari concepì il progetto di
far scuotere ai suoi compatriotti un giogo, ch'essi risguardavano come
ignominioso. Il governo era omai tutto tra le mani degli ecclesiastici,
la maggior parte di oscuri natali, forastieri, ed innalzati dall'intrigo
ad una potenza, cui non erano stati preparati dalla loro educazione. Ma
i Romani si vergognavano di dovere ubbidire a cotal gente; riguardavano
come una usurpazione il potere dei papi, che ne' suoi cominciamenti, tre
in quattro secoli prima, era stato limitato da quello dei caporioni,
veri rappresentanti dello stato, e che in appresso aveva fatto luogo a
quello della repubblica finchè la corte si era tenuta in Avignone, ed
avea durato lo scisma. La temporale autorità dei pontefici, ristabilita
da Martino V nel 1420, appena era stata riconosciuta quindici anni di
seguito. Eugenio IV ne fu nuovamente spogliato nel 1434, e fu costretto
ad esiliarsi da una città, in cui i legittimi magistrati non volevano
permettergli di risiedere. Dopo la sua tornata, continui abusi di
potere, sanguinose esecuzioni, non precedute da regolare giudizio,
guerre e ribellioni sempre rinascenti nelle vicinanze di Roma, non
avevano che fatto troppo conoscere, che il governo de' prelati
aggiugneva tutti i vizj dell'anarchia a quelli del despotismo. Durante
il regno di Niccolò il malcontento era diventato estremo tanto nella
nobiltà che nel popolo. La protezione delle lettere e delle arti non
dev'essere pel governo che un oggetto secondario; ed i Romani potevano
essere mal governati da quello stesso papa, che ristaurava i manoscritti
e gli edificj dell'antichità. I prelati erano vinti dall'ebbrezza del
potere, dal lusso, dalle ricchezze, da tutti i vizj de' principi, mentre
richiedevasi dal loro ordine un contegno ed una decenza, di cui più
alcuno non dava l'esempio.
A questi motivi, che incoraggiavano il Porcari nella sua intrapresa, un
altro degno di osservazione ne aggiugne il Machiavelli, che ci fa
conoscere le opinioni del secolo. Il Porcari leggeva con trasporto la
canzone del Petrarca: _Spirto gentil, che quelle membra reggi_; nella
quale l'antica capitale del mondo viene chiamata dal poeta a nuova
libertà. Non solo in essa vedeva ch'egli in ogni tempo le anime sublimi
si erano proposte uno stesso scopo; ma inoltre risguardava quest'ode
come uno slancio profetico. Parevagli che il Petrarca per la superiorità
dei suoi lumi avesse acquistato il privilegio di leggere nell'avvenire,
e credevasi dal poeta chiamato egli medesimo avanti il suo nascere sotto
l'indicazione di cavaliere:
_Un cavalier, che Italia tutta onora,_
_Pensoso più d'altrui che di sè stesso._
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Dice che Roma ognora_
_Cogli occhi di dolor bagnati e molli_
_Ti chier mercè da tutti i sette colli[20]._
[20] _Machiavelli Istorie, l. VI, p. 246._
La credenza dei doni profetici non era inallora risguardata come indegna
de' più filosofici ingegni; non era straniera allo stesso Machiavelli, e
nelle pericolose imprese somministrava agli eroi soprannaturali forze.
Il Porcari risolvette adunque di arrischiare la propria vita per rendere
a Roma la libertà; si concertò con Battista Sciarra, suo nipote, che
aveva iniziato ne' suoi progetti, e che lo assecondava con ardore. Gli
ordinò d'invitare a casa sua tutti coloro di cui conosceva il
patriottismo. Trecento soldati e quattrocento esiliati furono
segretamente raccolti nelle case del Porcari, dello Sciarra e di Angelo
Mascio, cognato del Porcari[21]. Tutti i congiurati furono invitati ad
un gran pranzo pel 5 gennajo del 1453, vigilia della Epifanìa. Il
Porcari, che aveva finto di essere ammalato, e che con tale pretesto
erasi sottratto alla vigilanza del cardinale di Bologna, comparve tra i
convitati con una veste di porpora e di oro. La pompa di tali abiti non
era tanto destinata ad abbagliare i congiurati, come ad agevolargli
all'indomani l'ingresso della basilica. Sapeva che i guardiani delle
porte giudicavano del rango dei personaggi dal loro abito, e che non
ricuserebbero di lasciar passare chi vestiva la porpora e l'oro. Alcuni
de' suoi complici, in abito di capitani della guardia notturna, dovevano
condurre un sufficiente numero di congiurati alle prigioni del
Campidoglio, e presentarli come sediziosi che avevano arrestati; e
questi dovevano occupare quell'importante luogo nell'atto che ne
sarebbero state aperte le porte[22].
[21] _Diario Romano di Stefano Infessura, p. 1134._
[22] _Leo Baptista Alberti de Conjur. Porcaria, p. 312._
Il Porcari, trovandosi in mezzo ai congiurati ricordò loro con
quell'eloquenza, che l'aveva già renduto celebre, i diritti dei Romani e
la presente loro oppressione; fece vedere i loro statuti violati, e la
crescente corruzione de' loro padroni[23]. Espose il suo progetto di
sorprendere il papa ed i cardinali avanti alla porta della basilica di
san Pietro, in occasione che vi si recherebbero all'indomani per
celebrare la Epifanìa. Con tali ostaggi in mano egli contava di farsi
dare Castel sant'Angelo e le porte di Roma, di suonare in appresso la
campana del Campidoglio, e di ricostituire la repubblica coll'autorità
di quest'assemblea del popolo romano, cui un secolo prima Cola da Rienzo
aveva inspirato il suo entusiasmo. Tutti gli uditori di Porcari
mostravansi apparecchiati a seguirlo ed a sagrificarsi per così nobile
cagione. Ma stava ancora arringando, che di già era tradito. Il
senatore, avvisato dell'adunanza che tenevasi in questa casa, l'aveva
fatta circondare dai suoi soldati, che l'attaccarono bruscamente; i
satelliti dei congiurati, separati da loro, e senza avere ricevuto alcun
ordine, non poterono soccorrerli. Il Porcari volle fuggire, ma fu
trovato presso sua sorella nascosto in un cofano; furono inoltre
arrestati i principali complici, tranne il nipote, che battendosi ebbe
il coraggio di aprirsi una via alla fuga[24]. Non si fecero esami, non
si confrontarono gli accusati, non s'intraprese un regolare processo; i
loro progetti e la colpa loro non possono perciò essere conosciuti che
vagamente; e lo stesso giorno Stefano Porcari fu appiccato con nove
complici ai merli di Castel sant'Angelo. Si ricusò loro, prima di
morire, la confessione e la comunione, sebbene ne facessero caldissima
istanza; perciocchè la loro intrapresa contro la temporale autorità dei
papi non li rendeva meno zelanti cattolici[25].
[23] _Ivi, p. 310._
[24] _Leo Bapt. Alberti de Conjur. Porcaria, p. 312._
[25] _Diario Romano dì Stefano Infessura, p. 1134. — Plat. Vita di
Niccolò V, p. 422. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 700. — Ann.
Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 157_. Giannozzo Manetti ed il
Vespasiano, nelle loro biografie, non dicono che una sola parola di
questa congiura, p. 943 e 314. — Era la parte meno onorifica della
vita del loro benefattore e del loro eroe.
Niccolò V, persuaso che si era voluto assassinarlo, sebbene la sua morte
avrebbe evidentemente troncati i progetti del Porcari, diventò timido e
feroce, mentre prima era confidentissimo e di facile accesso. Altre
esecuzioni tennero dietro alle prime quasi senza intervallo; il 12
gennajo fece appiccare un dottore ed un cittadino romano, che avevano
accompagnato il Porcari nella sua evasione da Bologna; lo stesso giorno
fece promettere mille ducati di premio a colui che darebbe in mano della
giustizia due parenti del Porcari che si erano nascosti, e cinquecento
ducati a colui che gli assassinasse. Trattò con tutti i governi d'Italia
per avere coloro che si erano salvati; e molti vennero infatti arrestati
a Venezia ed a Padova, tra i quali Battista Sciarra, nipote del Porcari,
che tutti furono condannati a morte. Dietro le calde preghiere del
cardinale di Metz Niccolò fece grazia della vita ad uno dei prevenuti,
detto Battista di Persona, ch'era, dicevasi, assolutamente innocente; ma
all'indomani lo fece arrestare di nuovo, ed appiccare senza processo. Nè
i soli congiurati furono lo scopo delle sue crudeltà: un gentiluomo,
detto Angelo Ronconi, che aveva ajutato il conte Averso dell'Anguillara
a nascondersi per sottrarsi alla giustizia che lo inseguiva, fu dal papa
chiamato a Roma, ove recossi munito di un salvacondotto soscritto di
proprio pugno di sua santità; ciò non ostante egli fu preso per ordine
di Niccolò il 13 ottobre del 1454, giorno susseguente al suo arrivo, ed
immediatamente decapitato. Vero è che il giorno dopo Niccolò lo fece
chiedere al capitano di giustizia, e che mostrossi maravigliato assai ed
afflitto oltre modo, quando gli fu detto ch'egli medesimo ne aveva
ordinato il supplicio. Aggiugne Stefano Infessura, che fu detto che il
papa era ubbriaco quando condannò il Ronconi, perciocchè aveva fama di
bever molto[26]. Per lo contrario il Vespasiano ci assicura, che
l'accusa d'intemperanza sparsa contro Niccolò V era soltanto fondata
sulle compre ch'egli faceva di squisiti vini, i quali poi donava agli
amici[27].
[26] _Diario Romano di Stefano Infessura, p. 1135._
[27] _Vespasiani Comment., t. XXV. p. 276._
Niccolò V non sopravvisse lungamente a queste esecuzioni. Era
crudelmente tormentato dalla gotta; e si accerta che il dolore
cagionatogli dalla presa di Costantinopoli, ed i mali della Cristianità,
che ne furono la conseguenza, terminarono di distruggere la sua mal
ferma salute. Nell'ultimo anno di vita, prevedendo vicino il suo fine,
chiamò presso di sè due religiosi che godevano opinione grandissima di
dottrina e di santità, Niccola da Tortona e Lorenzo di Mantova, e gli
alloggiò in palazzo. Andò un giorno nella loro camera, e sedutosi a
canto a loro, lagnossi d'essere il più sventurato uomo del mondo.
«Giammai, egli disse, io non vedo un uomo passare la soglia della mia
porta, che mi dica una parola di vero. Io sono così confuso dalle
finzioni di coloro che mi circondano, che, se non mi trattenesse il
timore dello scandalo, rinuncierei al pontificato per ritornare ad
essere Tommaso di Sarzana. Io aveva sotto questo nome più soddisfazioni
in un sol giorno, che non posso omai sperarne in un anno.» Allora questo
pontefice, il di cui regno era stato così glorioso ed in apparenza così
felice, s'intenerì fino a versar lagrime[28]. Chi sa se tra gli errori
in cui lo avevano strascinato gl'intrighi della sua corte, i suoi
rimorsi non gli facevano dare il primo luogo alla credenza ch'egli aveva
data alla trama di Porcari contro la sua vita, ed alla precipitazione ed
al rigore delle sentenze che avevano tenuto dietro alla scoperta di tale
congiura?
[28] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 286._
Durante la sua malattia, sebbene soffrisse acerbissimi dolori, Niccolò
non fu mai udito lagnarsi; ma i suoi amici piangevano intorno al suo
letto. Gli venne tra questi veduto Giovanni, vescovo d'Arras, dotto
teologo, tutto bagnato di lagrime. «Presenta queste lagrime, mio caro
Giovanni, gli diss'egli, al Dio onnipossente che noi serviamo, e
domandagli con umili e devote preghiere di perdonarmi i miei peccati; ma
ricordati che tu vedi oggi morire in papa Niccolò un vero e buono
amico.» Allora il vescovo d'Arras, più non potendo frenare i suoi
singhiozzi, fu costretto ad uscire di camera[29].
[29] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 287._
Niccolò V morì il 24 marzo del 1455[30]. Il giorno 8 aprile il conclave
gli diede per successore Alfonso Borgia, nato in Valenza e vescovo della
stessa città, il quale prese il nome di Calisto III. Questo pontefice,
di già assai vecchio nell'istante della sua elezione[31], parve da
principio che d'altro occupare non si volesse che d'una crociata contro
i Turchi, ai quali dichiarò la guerra; ma i favori che andò accumulando
sopra i suoi nipoti in tempo del breve suo regno, aprirono la strada
delle grandezze a quella casa Borgia, che Alessandro VI e Cesare, suo
figliuolo, dovevano rendere così vergognosamente famosa. La perdita
delle ultime speranze di libertà per Roma, e la morte di Stefano Porcari
dovevano tirarsi dietro assai da vicino il regno dei più odiosi tiranni.
[30] _Stef. Infessura Diario di Roma, p, 1136. — Plat. Vita di
Niccolò V, p. 424. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 716._
[31] Il Bonincontri di Samminiato dice che aveva 80 anni, _t. XXI,
p. 158_, e Cristoforo da Soldo dice che ne aveva 85. _Stor di
Bresc., p. 892._
Uno degli ultimi atti del pontificato di Niccolò V era stato quello di
ridurre Alfonso a ratificare il trattato di Lodi; e l'accessione di
questo monarca alla pace sembrava guarantire il riposo dell'Italia. In
fatti il nuovo duca di Milano non aveva portata sul trono l'inquietudine
d'un condottiere; egli voleva guarire le piaghe che così lunghe guerre
avevano fatto al commercio ed all'industria de' suoi stati, e cercava
ogni mezzo di ravvicinarsi a que' medesimi che aveva combattuti.
Sottoscrisse una lega di venticinque anni coi Fiorentini, i Veneziani ed
il re di Napoli; e l'oggetto di questo nuovo trattato, di cui era
garante il papa, era il mantenimento della pace. Bentosto lo Sforza
contrasse più intime relazioni con Alfonso. Malgrado l'accanito odio che
gli aveva lungamente divisi, malgrado la perdita de' suoi stati nella
Puglia, negli Abbruzzi, nella Marca d'Ancona, che Alfonso gli aveva
tolti, egli preferì l'unione di questo potente re all'amicizia della
casa d'Angiò, perchè que' medesimi Francesi, che altra volta egli aveva
chiamati in Italia per la conquista di Napoli, avevano pure delle
pretensioni sopra i suoi stati. Alfonso dal canto suo sentiva egli pure,
come lo avea già insegnato a Filippo Maria Visconti, quanto importasse
alla sicurezza d'Italia, che il sovrano di Milano si unisse a quello di
Napoli per chiudere la strada delle Alpi alla Francia, di cui vedevasi
crescere la potenza a dismisura. La venuta del re Renato d'Angiò in
Lombardia nell'anno 1453, e nel susseguente anno la venuta in Toscana di
suo figlio Giovanni, che portava il titolo di duca di Calabria, avevano
fatto sentire ad Alfonso che una nuova guerra poteva compromettere la
stessa sua esistenza. Trattò dunque con Francesco Sforza un doppio
matrimonio, onde assicurare con un'intima alleanza la successione di suo
figlio naturale Ferdinando, intorno alla quale poteva avere qualche
dubbio, e la superiorità del partito d'Arragona sopra l'Angioino. Nel
1456 egli fece promettere per isposa ad Alfonso, figlio di Ferdinando,
Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, mentre che Sforza Maria,
terzo figlio dello Sforza, fu promesso ad Isabella Eleonora, figliuola
di Ferdinando. Il duca di Milano, che voleva consolidare il suo regno
unendo la sua famiglia per mezzo di matrimonj a tutti i principi
d'Italia, aveva promesso suo figlio maggiore alla figliuola del marchese
di Mantova, il secondo alla figlia del duca di Savoja, e sua nipote,
figlia d'Alessandro, signore di Pesaro, a Santi Bentivoglio capo ed
amministratore della repubblica di Bologna[32].
[32] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 677. — Cron. di Bologna, t. XVIII,
p. 706._
Ma le guerre, sostenute con soldati mercenarj e stranieri ai paesi
ch'essi difendevano, non erano necessariamente terminate colla pace
segnata dai sovrani. Giacomo Piccinino, erede ad un tempo dell'armata e
della riputazione di Niccolò suo padre e di Braccio, fondatore della sua
scuola militare, perdeva colla pace d'Italia la sua esistenza ed il suo
asilo. I Veneziani non volevano conservare al loro soldo che il solo
Bartolommeo Coleoni, cui corrispondevano cento mila ducati all'anno pel
mantenimento dell'armata. Giacomo Piccinino offrì ai soldati licenziati
di condurli in un paese, ove potrebbero vivere col saccheggio in
mancanza del soldo ch'egli non era in grado di poter loro corrispondere.
Tutti accettarono, e l'armata del Piccinino, composta in principio di
tre mila cavalli e di mille fanti, parve tanto più formidabile in quanto
che il danaro fin allora creduto sì necessario alla guerra gli mancava
assolutamente. Il Piccinino partì dalle vicinanze di Brescia con questa
gente accostumata al disordine ed al saccheggio, ed omai incapace di
tornare alla mal abbandonata agricoltura, o alle arti della pace.
Attraversò gli stati del duca di Modena, che, lungi dall'opporgli
resistenza, s'affrettò di somministrargli viveri per conciliarsi il di
lui favore. Fu egualmente bene accolto da Malatesta Novello nella stessa
città di Cesena. Passando per Bologna, tentò dal 2 al 9 maggio di
rianimare la fazione che aveva altra volta data la sovranità di quella
città a suo padre ed a suo fratello; ma il duca di Milano aveva mandati
quattro mila cavalli nello stato di Bologna, per difesa del partito
dominante; onde il contrario non si mosse, ed il Piccinino,
senz'artiglieria e senza danaro, non potè trattenersi, o pensare ad
intraprendere un assedio, durante il quale gli sarebbero in breve
mancate le vittovaglie[33]. Non osando attaccare potenti stati, egli
attraversò l'Appennino e scese in Toscana tra san Sepolcro ed Anghiari.
Mostrò maggiori riguardi ai Fiorentini che agli altri stati; pagò
scrupolosamente tutti i viveri che prese nel loro territorio, e giunse
così ai confini dello stato di Siena. Nell'ultima guerra questa
repubblica avea egualmente scontentati i Fiorentini, aprendo le sue
fortezze al re Alfonso, e questo re, ricusando di darsi a lui. Pareva
che niun sovrano si prendesse pensiero di difendere i Sienesi, ma
Francesco Sforza e papa Calisto mandarono le loro armate dietro a quella
del Piccinino per chiuderlo nel ritiro che si era scelto. Il Piccinino
aveva prese Setona, Sartiani e pochi altri villaggi, col di cui sacco
aveva arricchito i soldati. Corrado Foliano e Roberto di Sanseverino,
generali del duca di Milano, si unirono al conte di Ventimiglia,
generale del papa, e vennero ad accamparsi in Valle d'Inferno presso al
fiume Fiora ed a Pitigliano; eglino si erano portati a sole tre miglia
dal Piccinino, senza essere per altro determinati d'attaccarlo. Questi
li prevenne, e li sorprese in sul bel mezzodì nel loro campo. Da
principio sgominò la loro armata; ma avendo Roberto da Sanseverino
adunati i suoi soldati, giunse finalmente a respingerlo[34].
[33] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 716._
[34] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 679. — Niccolò Machiavelli Ist.
Fior., l. VI, p. 257._
Nelle situazioni in cui trovavasi il Piccinino, bisognava vincere; ed
una battaglia indecisa equivaleva per lui ad una sconfitta. Dopo la
battaglia della Valle d'Inferno egli ritirossi a Castiglione della
Pescaja, castello che Alfonso aveva conquistato nella precedente guerra,
e ch'era rimasto in suo potere. Il Piccinino sperava colà soccorsi dal
re di Napoli; ma questa fortezza posta tra un lago paludoso ed il mare,
nella più malsana parte della Maremma, non aveva abbastanza viveri per
alimentare un'armata. I soldati non trovavano in que' deserti altri
alimenti che frutti selvaggi; corrotte erano le acque, ed i contrarj
venti, che dominavano sul mare, tenevano a dietro i vascelli di Napoli
che loro recavano il biscotto. La febbre maremmana non tardò ad
attaccare quest'armata, poc'anzi tanto formidabile, e vi cagionò
grandissima mortalità. I generali dello Sforza, secondati da Pietro
Brunoro, capitano de' Veneziani, e da Simonetta, capitano de'
Fiorentini, tenevano il Piccinino senz'attaccarlo in questa fatale
prigione. La metà de' soldati, che sotto diverse bandiere avevano
combattuto in Italia negli ultimi dieci anni, perivano vittime del
clima, mentre Alfonso negoziava invano per loro. Questi voleva che la
lega italiana, nella quale egli era entrato, acconsentisse a tener
sempre sul piede di guerra un'armata comune, di cui sarebbe capo il
Piccinino. Voleva che fosse sempre pronta per opporsi ai Turchi, le di
cui conquiste facevano tremare l'Europa, e domandava che le potenze
d'Italia s'accordassero ad assicurare a quest'armata cento mila fiorini
all'anno, ed i quartieri ai suoi soldati. Francesco Sforza rifiutò
sdegnosamente la proposizione di rendere l'Italia tributaria di colui,
ch'egli chiamava un capo d'assassini. Ma mentre si prolungavano questi
trattati, la febbre aveva distrutta quell'armata che volevasi opporre ai
Turchi; ed in sul finire della campagna non contavansi più di mille
cavalieri[35], e le armate incaricate di tenerla d'occhio non erano
state molto meno maltrattate. Non pertanto nel seguente inverno il
Piccinino sorprese ancora il porto sienese d'Ortobello, col di cui sacco
provvide alla sussistenza dell'armata. Lo restituì in primavera, colle
altre sue conquiste pel prezzo di venticinque mila fiorini, che gli pagò
la repubblica di Siena. Fu il re Alfonso che gli procurò questa
capitolazione, e che, ritirandolo da questo disastroso accantonamento,
lo ricevette colle sue truppe negli Abbruzzi, ove cercò di
ristabilirsi[36].
[35] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 716._
[36] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 682. — Comm. Pii Papae II sub nomine
Gobellini, l. I, p. 26. Edit. in fol. Francof. 1614._
La presa di Costantinopoli, che avrebbe dovuto far accogliere
favorevolmente la proposizione d'Alfonso, di provvedere alla comune
difesa con un'armata mantenuta a comuni spese, aveva ispirato maggior
terrore ai Veneziani che a tutto il rimanente dell'Italia. La loro
repubblica, confinante co' Turchi, e proprietaria in Levante di molte
isole e colonie, aveva più strette relazioni di commercio e d'amicizia
colla Grecia e coi deboli avanzi dell'impero orientale. Ma dopo che le
armate dei Turchi si erano stese in Europa, lo stato di Costantinopoli,
chiuso da ogni banda dalla potenza musulmana, più non comunicava che
difficilmente coll'Italia; appena aveva esso qualche parte nelle guerre
degl'Italiani, e più non faceva parte della bilancia politica; perciò
era pressocchè dimenticato da loro, qualunque volta qualche grande
calamità non richiamava sovr'esso l'attenzione e la compassione.
Costantinopoli, sebbene nel quindicesimo secolo sempre cristiana,
effettivamente più non apparteneva alla cristianità; era un mondo a
parte, sul quale l'altro più non esercitava veruna influenza, nè egli
n'esercitava alcun'altra a vicenda. Per altro lo spavento della presa di
Costantinopoli, l'uccisione e la schiavitù di tante migliaja di
Cristiani, toccarono vivamente tutti gli spiriti. I due papi, Niccolò V
e Calisto III, vollero risvegliare lo zelo delle crociate; ed infatti si
fecero in Italia molte offerte per sostenere la guerra sacra, e molti
vestirono il segno de' crociati; ma l'infingardaggine di Federico III
dissuase i Tedeschi di sceglierlo per capo d'una spedizione pericolosa.
Carlo VII non volle permettere che in Francia si predicasse la crociata;
la politica d'Italia assorbì bentosto compiutamente l'attenzione degli
stati italiani, e nel 1456 la vigorosa resistenza di Giovanni Unniade a
Belgrado, che si dice essere costata ai Turchi quaranta mila uomini,
intiepidì ancora lo zelo della Cristianità, e persuase a persone che
altro non chiedevano che di fermarsi, che la potenza dei Musulmani era
bastantemente rintuzzata[37].
[37] _Niccolò Machiavelli Stor. Fior., l. VI, p. 259. — Cronica di
Bologna, t. XVIII, p. 721_ con una copia di lettera scritta da
Belgrado e comunicata dalla Signoria di Venezia. _Cron. d'Enguer. de
Monstrelet, v. III, f. 68._
I Veneziani furono i primi a spedire ambasciatori a Maometto II dopo la
presa di Costantinopoli. Bartolomeo Marcello venne particolarmente
incaricato di trattare coi Turchi per la liberazione degli schiavi; nel
che riuscì al di là di quanto sperava, perciocchè non solo riscattò i
prigionieri veneziani, ma il 18 aprile del 1454 conchiuse in nome della
sua repubblica un trattato di pace e di buona vicinanza col sultano, in
virtù del quale I Veneziani continuarono, come sotto gli imperatori
greci, a mandare un Bailo a Costantinopoli, per essere ad un tempo il
loro ministro ed il giudice di tutte le liti de' loro sudditi negli
stati del gran signore. Lo stesso Bartolomeo Marcello, che aveva
sottoscritto il trattato, fu il primo Bailo di Venezia nella capitale
dell'impero turco[38].
[38] _Marin Sanuto Vite de' duchi di Venezia p. 1154. — M. A.
Sabellicus dec. III, l. VII, f. 200. — Cron. di Bol., t. XVIII, p.
709_, col testo del trattato. — _Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p.
1118._
Il doge di Venezia, che con questo trattato aveva prevenuta una guerra
non meno pericolosa di quella che aveva terminata quasi nello stesso
tempo col trattato di Lodi, era in allora giunto ad una estrema
vecchiaja. Francesco Foscari occupava questa prima dignità dello stato
dal 15 aprile 1423. Sebbene avesse più di cinquantun anni quando fu
eletto, era non pertanto il più giovane dei quarantuno elettori. Aveva
ottenuto con molta difficoltà la carica che desiderava, e la sua
elezione era stata condotta con molta destrezza. Per molti giri di
scrutinio i suoi più zelanti amici non gli avevano dato il loro voto,
perchè non fosse dagli altri considerato come un concorrente
formidabile[39]. Il consiglio dei dieci temeva il di lui credito tra la
nobiltà povera, perchè egli aveva cercato di guadagnarla mentre era
procuratore di san Marco, facendo impiegare più di trenta mila ducati
nel dotare fanciulle di buone case, o nello stabilire giovani
gentiluomini. Temevasi inoltre la numerosa di lui famiglia, perciocchè
in allora era padre di quattro figli, ed ammogliati di fresco;
finalmente temeva la sua ambizione, e la sua inclinazione per la guerra.
L'opinione che i di lui avversarj eransi di lui formata si verificò
cogli avvenimenti: ne' trentaquattro anni che il Foscari fu capo della
repubblica, ella fu sempre in guerra. Se le ostilità venivano sospese
per alcuni mesi, non era che per ricominciarle in breve con maggior
vigore. Fu questa l'epoca in cui Venezia stese il suo impero sopra
Brescia, Bergamo, Ravenna e Crema, in cui fondò il suo dominio di
Lombardia, e parve più volte a portata d'occupare tutta questa
provincia. Profondo, coraggioso, irremovibile, il Foscari comunicò ai
consiglj il proprio carattere, ed i suoi talenti gli procacciarono
maggiore influenza sopra la sua repubblica di quella che avessero
esercitata la maggior parte de' suoi predecessori. Ma se la sua
ambizione aveva avuto per iscopo l'ingrandimento della sua famiglia,
egli dovette trovarsi crudelmente deluso. Tre de' suoi figliuoli
morirono ne' primi otto anni del suo ducato; il quarto, Giacomo, pel
quale si perpetuò la famiglia Foscari, fu vittima della gelosia del
consiglio dei dieci, ed avvelenò colle sue disgrazie la vita di suo
padre[40].
[39] _Marin Sanuto Vite dei duchi di Ven., p. 967._
[40] _Marin Sanuto vite dei duchi di Ven., p. 968._
Il consiglio de' dieci, diventando sempre più diffidente verso il capo
dello stato, quando lo vedeva più forte pei suoi talenti e per la sua
popolarità, teneva aperti gli occhi sopra Foscari, per punire in lui il
suo credito e la sua gloria. In febbrajo del 1445 Michele Bevilacqua,
fiorentino, esiliato a Venezia, accusò segretamente Giacomo Foscari
presso gl'inquisitori di stato d'avere ricevuto dal duca Filippo
Visconti dei regali consistenti in danaro e gioje per mezzo di persone
della sua casa. Tale era l'odiosa processura adottata in Venezia, che su
questa segreta accusa il figlio del doge, del rappresentante della
maestà della repubblica, fu assoggettato alla tortura. Gli si
strapparono coi tormenti la confessione delle accuse portate contro di
lui, e lo relegarono a vita a Napoli di Romania, con obbligo di
presentarsi ogni mattina al comandante della Piazza[41]. Per altro il
vascello che lo portava avendo dato fondo a Trieste, Giacomo, gravemente
ammalato in conseguenza della tortura, e più ancora per la sofferta
umiliazione, chiese in grazia al consiglio dei dieci di non essere
mandato più lontano. Ottenne questo favore in forza di una deliberazione
del 28 dicembre del 1446: fu quindi richiamato a Treviso, ed ebbe la
libertà d'abitare indifferentemente tutto il territorio Trevigiano[42].
[41] _Marin Sanuto, p. 968._
[42] _Ivi, p. 1123._
Viveva in pace a Treviso, e la figlia di Leonardo Contarini, ch'egli
aveva sposata il 10 febbrajo del 1441, era venuta a raggiugnerlo nel suo
esilio, quando il 5 novembre del 1450 Almoro Donato, capo del consiglio
dei dieci, fu assassinato. Gli altri due inquisitori di stato, Triadano
Gritti ed Antonio Venieri, portarono i loro sospetti sopra Giacomo
Foscari, perchè un di lui servitore, detto Olivieri, era stato veduto
quella stessa sera in Venezia, ed era stato uno dei primi a spargere la
notizia dell'assassinio. Olivieri fu posto alla tortura, ma negò fino
alla fine con irremovibile coraggio il delitto ond'era accusato, sebbene
i suoi giudici spingessero la barbarie fino a fargli dare ottanta colpi
di corda. Non pertanto, siccome Giacomo Foscari aveva potenti motivi di
nimicizia contro il consiglio dei dieci, che lo aveva condannato, e che
mostrava odio verso il doge suo padre, si tentò di porre anche Giacomo
alla tortura, prolungando contro di lui questo terribile tormento senza
poterne avere veruna confessione. Malgrado la sua negativa il consiglio
dei dieci lo condannò ad essere trasportato alla Canea, ed accordò un
premio al suo delatore. Ma gli atroci dolori, sofferti da Giacomo
Foscari, avevano turbata la sua mente. I suoi persecutori, commossi da
quest'ultima disgrazia, acconsentirono che fosse ricondotto a Venezia il
26 maggio del 1451. Egli abbracciò suo padre, ricevette dai suoi
conforti qualche coraggio e qualche calma, e fu immediatamente
ricondotto alla Canea[43]. In questo tempo Niccolò Erizzo, uomo di già
noto per un precedente delitto, confessò morendo che egli era stato
l'uccisore d'Almoro Donato[44].
[43] _Marin Sanuto, p. 1138. — M. A. Sabellico, dec. III, l. VI, f.
187._
[44] _Marin Sanuto, p. 1139._
Lo graziato doge, Francesco Foscari, avea di già più volte cercato di
abdicare una dignità a sè ed alla sua famiglia così funesta. Parevagli,
che tornato nel rango di semplice cittadino, più non inspirando timore
nè gelosia, non si continuerebbe ad opprimere suo figlio con sì acerbe
persecuzioni. Abbattuto dalla morte de' primi figliuoli, aveva voluto
fino dal 26 giugno del 1433 deporre una dignità, nell'esercizio della
quale la sua patria era stata tormentata dalla guerra, dalla peste, e da
disgrazie d'ogni sorta[45]. Rinnovò questa proposizione dopo i giudizj
renduti contro suo figlio; ma il consiglio dei dieci lo riteneva
forzatamente sul trono, come teneva il di lui figliuolo tra le catene.
[45] _Ivi, p. 1032._
Invano Giacomo Foscari, obbligato di presentarsi ogni giorno al
governatore della Canea, riclamava contro l'ingiustizia dell'ultima
sentenza, intorno alla quale la confessione dell'Erizzo aveva tolto ogni
dubbio. Invano chiedeva grazia al feroce consiglio dei dieci, che non
gli dava mai risposta. Il desiderio di rivedere il padre e la madre,
giunti l'uno e l'altra ad estrema vecchiezza, il desiderio di rivedere
una patria la di cui crudeltà non meritava un così tenero amore, si
cambiarono in lui in vero furore, e non potendo tornare a Venezia per
vivervi libero, volle almeno cercarvi un supplicio. Scrisse al duca di
Milano in sul finire di maggio del 1456 per implorare la sua protezione
presso al senato: e sapendo che una tal lettera verrebbe risguardata
come un delitto l'espose egli medesimo in un luogo, in cui era sicuro
che sarebbe raccolta dalle spie che lo circondavano. In fatti, essendo
stata portata la lettera al consiglio dei dieci, egli fu subito mandato
a prendere e ricondotto a Venezia il 19 luglio del 1456[46].
[46] _Marin Sanuto, p. 1162._
Giacomo Foscari non negò la lettera, e raccontò nello stesso tempo a
quale oggetto l'aveva scritta, e come l'aveva fatta venire in mano del
suo delatore. Malgrado questa confessione, il Foscari fu assoggettato
alla tortura e gli furono dati trenta colpi di corda, per vedere se
confermerebbe in appresso le sue deposizioni. Quando fu staccato dalla
corda, fu trovato tutto lacerato da quelle orribili scosse. I giudici
allora permisero a suo padre, a sua madre, a sua moglie ed a' suoi figli
di andare a trovarlo nella sua prigione. Il vecchio Foscari, appoggiato
sul suo bastone, si strascinò a stento nella camera, ove a l'unico suo
figlio si medicavano le ferite. Egli chiedeva ancora la grazia di morire
in casa sua. «Torna al tuo esilio, mio figliuolo, poichè l'ordina la tua
patria (gli disse il doge), e ti sottometti alla sua volontà.» Ma
rientrando nel suo palazzo, questo sventurato vecchio cadde svenuto,
spossato dalla violenza che si era fatto. Giacomo doveva ancora passare
un anno di prigione alla Canea, prima che gli si rendesse la stessa
limitata libertà che gli era stata accordata avanti quest'avvenimento;
ma egli non fu appena sbarcato nella terra del suo esilio che morì di
dolore[47].
[47] _Marin Sanuto, p. 1163. — Navagero, p. 1118._
Dopo tale epoca il vecchio doge, e per quindici mesi, carico d'anni e di
disgusti, più non riebbe nè la forza del corpo, nè quella della sua
anima; egli più non assisteva a verun consiglio, nè poteva soddisfare ad
alcuna incumbenza della sua carica. Era entrato nell'anno ottantasei
della sua vita, e se il consiglio dei dieci fosse stato capace di
qualche pietà avrebbe aspettato in silenzio il fine, sicuramente vicino,
d'una vita insignita da tanta gloria e da tante calamità. Ma inallora il
capo del consiglio dei dieci era Giacomo Loredano, figlio di Marco, e
nipote di Pietro, il grande ammiraglio, ch'erano stati in tutta la loro
vita gli accaniti nemici del vecchio doge. Essi avevano trasmesso per
diritto ereditario il loro odio ai proprj figli, e quest'antica rivalità
non era per anco soddisfatta[48]. Ad istigazione del Loredano Gerolamo
Barbarigo, inquisitore di stato, propose al consiglio de' dieci, in
ottobre del 1457, d'assoggettare il Foscari ad una nuova umiliazione.
Poichè questo magistrato più supplire non poteva alle sue incumbenze,
Barbarigo domandò che si nominasse un altro doge. Il consiglio, che
aveva due volte rifiutata l'abdicazione di Foscari perchè la
costituzione non lo permetteva, esitò prima di porsi in contraddizione
co' proprj decreti. Le discussioni nel consiglio e nella giunta ai
protrassero otto giorni fino a notte molto innoltrata. Allora si fece
entrare nell'assemblea Marco Foscari, procuratore di san Marco e
fratello del doge, onde fosse vincolato dal terribile giuramento del
segreto, e non potesse impedire le pratiche de' suoi nemici. Finalmente
il consiglio si recò presso il doge, chiedendogli d'abdicare
volontariamente un impiego che più non poteva esercitare. «Ho giurato
(rispose il vecchio) di soddisfare fino alla morte alle incumbenze cui
mi ha chiamato la patria, come richiede l'onor mio e la mia coscienza.
Io non posso da me stesso sciogliermi dal mio giuramento; che un ordine
del consiglio disponga di me, ch'io mi sottometterò; ma non lo preverrò
giammai.» Allora una nuova deliberazione del consiglio sciolse Francesco
Foscari dal suo giuramento ducale, gli assegnò una pensione vitalizia di
due mila ducati, gli ordinò dì uscire entro tre giorni dal palazzo, e di
deporre le insegne della sua dignità. Il doge, avendo veduto tra i
consiglieri che gli arrecarono quest'ordine un capo della quarantia
ch'egli non conosceva, chiese il suo nome. «Io sono figlio di Marco
Memmo (disse il consigliere). — Ah! tuo padre era mio amico (rispose il
vecchio doge sospirando).» Ordinò all'istante che si trasportassero i
suoi effetti in una casa di sua ragione, ed all'indomani, 23 ottobre, fu
veduto, reggendosi a stento ed appoggiato al suo vecchio fratello,
scendere quelle stesse scale, sulle quali trentaquattro anni avanti era
stato installato con tanta pompa, ed attraversare quelle sale in cui la
repubblica aveva ricevuti i suoi giuramenti. Tutto il popolo parve
commosso da tanta durezza esercitata contro un vecchio che egli
rispettava ed amava, ma il consiglio dei dieci fece pubblicare un ordine
di non parlare di questa rivoluzione sotto pena d'essere tradotto
innanzi agl'inquisitori di stato. Il 20 ottobre Pasquale Malipieri,
procuratore di san Marco, fu eletto invece di Foscari, il quale non ebbe
almeno l'umiliazione di vivere subordinato là dove aveva regnato. Udendo
il suono delle campane che celebravano tale elezione, morì subitamente
per l'emorragia d'una vena, che gli scoppiò nel petto[49].
[48] _Vettor Sandi Stor. Civile Venez., p. II, l. VIII, p. 715-717._
[49] _Marin Sanuto, p. 1164. — Chron. Eugubinum, t. XXI, p. 992. —
Crist. da Soldo Stor. di Brescia, t. XI, p. 891. — Navagero Stor.
Venez., t. XXIII, p. 1120. — M. A. Sabellico, dec. III, l. VIII, f.
201._
CAPITOLO LXXVI.
_Guerre d'Alfonso, re di Napoli, contro Malatesta di Rimini e
contro i Genovesi. — Rivoluzioni di Genova; accanimento di
Alfonso contro il doge Pietro di Campo Fregoso. — Morte di
questo monarca e suo carattere_.
1455 = 1458.
Più non restavano in tutta l'Italia altri semi di nuove guerre che
quelli che Alfonso di Napoli non aveva acconsentito di soffocare col
trattato di Lodi e colla lega formata nel susseguente anno. Egli aveva
domandato che Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, che Astorre
Manfredi, signore di Faenza, e che i Genovesi, in allora governati dalla
famiglia di Campo Fregoso, venissero esclusi dalla pace generale. Pure
Alfonso non attaccò immediatamente coloro cui erasi riservato di poter
fare la guerra; volle dare un poco di riposo ai suoi popoli, che dopo la
morte di Giovanna II erano stati a vicenda in preda a civili discordie
ed a straniere invasioni.
Sigismondo Malatesta si era procacciato l'odio di Alfonso con una
mancanza di fede, cui poteva darsi il nome di truffa. Egli si era fatti
dal re pagare trenta mila fiorini a conto di un armamento che doveva
fare in suo favore, e dopo avere ricevuto il danaro si era unito ai di
lui nemici. Forse Alfonso sarebbesi accontentato di forzarlo alla
restituzione colle minacce o colle negoziazioni, se Sigismondo colla sua
inquieta attività, colla sua violenza, colla sua rapacità, non si fosse
attirato l'odio di tutti i suoi vicini. Federico di Montefeltro, conte
d'Urbino, era particolarmente irritato per cagione della sua mala fede.
Sigismondo vessava sotto mille pretesti i vassalli d'Urbino; rompeva a
voglia sua i trattati, e ne faceva di nuovi per romperli ancora. Le
restituzioni che faceva dopo non erano mai un adequato compenso del
danno cagionato[50].
[50] _Guernieri de Bernio Cron. d'Agobbio, t. XXI, p. 990._
Federico di Montefeltro era stato, come i Gonzaga, allievo di Vittorino
da Feltre, e fu il più caro, il più distinto di tutti gli scolari di
così celebre precettore; si acquistò in Italia altrettanto nome colla
sua lealtà, colla sua aperta condotta, colla sua dilicatezza sul punto
d'onore, quanto pei suoi talenti militari. Coperto da ogni genere di
gloria, egli era nello stesso tempo l'amico ed il protettore dei dotti
coi quali lavorava, ed il mecenate delle belle arti che faceva fiorire
in Urbino. Questa piccola città si andava adornando sotto il di lui
governo co' più bei monumenti d'architettura[51]. Federico, che
occupavasi con molto zelo della prosperità de' suoi sudditi, non sapeva
soffrire di vederla turbata dagli assassinj del principe suo rivale e
suo vicino. Pure, prima di riaccendere la guerra in Italia, voleva avere
il consentimento degli stati che si erano obbligati a mantenere la pace.
Nella state del 1467 egli visitò Firenze, Bologna, Milano e Ferrara;
ovunque fu ricevuto coi riguardi dovuti ben più al suo carattere che al
suo rango. Il duca di Modena, Borso, lo fece in Ferrara scontrare in
Sigismondo Malatesta, sperando che si riconcilierebbero; ma
quest'incontro non servì che ad inasprirli di più e si separarono con
motti ingiuriosi. Federico, dopo avere inutilmente cercata la pace,
passò a Napoli per associare il suo risentimento a quello di Alfonso. Fu
di ritorno in novembre con Giacomo Piccinino, che aveva avuto il tempo
di rifare la sua armata a Città di Chieti nell'Abbruzzo, ov'erasi
trattenuto un anno. Prima che le nevi obbligassero questi due generali a
prendere i quartieri d'inverno, essi tolsero al Malatesta Reforzato,
Montalto, e quattro in cinque altri castelli[52].
[51] _Tiraboschi Storia Letteraria, t. VI, l. I, c. II, § 22-49._
[52] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, p. 992. — Jo. Simonetae
Hist., l. XXVI, p. 685. — Cron. di Bol., l. XVIII, p. 724._
Ma la guerra di Romagna, che limitavasi a piccoli assedj fatti con
piccole armate, non era che un giuoco che appena turbava la tranquillità
d'Italia. L'altra guerra, che Alfonso erasi riservato il diritto di
continuare, era molto più importante, e gli stava molto più a cuore.
Mantenevasi vivo un odio ereditario tra i Catalani ed i Genovesi, e
quest'odio aveva sempre fatto avidamente abbracciare alla repubblica di
Genova le parti di tutti i nemici d'Alfonso. Questo monarca non aveva
dimenticato l'affronto ricevuto a Ponza l'anno 1435, nè la battaglia in
cui era stato fatto prigioniero coi suoi fratelli e colla sua nobiltà, e
dove aveva potuto credere rovesciata per sempre la sua fortuna. Nuove
offese erano state aggiunte a questo primo insulto; alleanze da lui
contratte coi ribelli della repubblica gli avevano fatto abbracciare un
partito nelle sue guerre civili, ed Alfonso credeva interessato l'onor
suo a cacciare di Genova Piero di Campo Fregoso.
Questa repubblica, separata dalle montagne dalla Lombardia, più occupata
del suo commercio del Levante che delle rivoluzioni degli stati vicini,
era inoltre talmente indebolita dalle sue civili dissensioni, talmente
concentrata ne' suoi domestici affari, che veniva dimenticata nel
sistema politico d'Italia; e negli ultimi vent'anni erasi appena veduto
il suo nome o le sue armi prendere parte ai grandi avvenimenti di questa
contrada.
Potevasi a Genova osservare che la potenza de' grandi nomi e delle
memorie istoriche non è meno durevole nelle repubbliche che nelle
monarchie. Ma questa potenza non era stata ben legata alla costituzione
dello stato, ed invece di essere una delle basi su cui riposavano
l'ordine e le leggi, essa diventava per lo contrario un fomite di
rivoluzione e di anarchia. Un popolo non conserva con sicurezza la sua
libertà che quando l'aristocrazia costituzionale si unisce intimamente
all'aristocrazia naturale, e si prestano a vicenda le forze loro, e
reciprocamente si garantiscono, e non pertanto sono ambedue contenute
ne' giusti limiti dal potere popolare. Ma se per lo contrario la potenza
conservatrice nella repubblica deve continuamente lottare contro i
pregiudizj che mantengono la nobiltà, lo stato non può sottrarsi a
violenti convulsioni.
Quanto più un popolo è libero, tanto più ogni cittadino s'interessa
vivamente alle grandi azioni operate per la patria, e tanto più allora
la gloria ereditaria, che si attacca alle imprese ed alle virtù
pubbliche, è sicura. Il suddito di un despota altro non vede nel
generale vittorioso che l'istrione d'un magnifico spettacolo; il
cittadino vede in lui il suo difensore, il suo salvatore, l'autore della
propria sua gloria. Il nome, reso illustre da una nobile azione, è una
proprietà nazionale, che in una patria libera fa brillare di gioja tutti
i cuori. Niun popolo mostrò maggior entusiasmo del genovese per le sue
famiglie nobili; ogni erede dei nomi dei Doria, degli Spinola, dei
Fieschi, dei Grimaldi, o dei nomi plebei ma illustri, degli Adorni e dei
Fregosi, disponeva di una tale forza d'opinione che la nobiltà mai non
esercitò in alcuna monarchia. Quest'aristocrazia di fatto aveva eccitata
la gelosia della magistratura, e le leggi, che avrebbero dovuto
appoggiarsi alla medesima come ad una áncora, tendevano per lo contrario
a distruggerla.
Perchè un popolo sia liberamente governato, un elemento d'aristocrazia
deve esistere nella sua costituzione; imperciocchè la libertà è
l'equilibrio; il peso che nella bilancia reprime gli eccessi del popolo
è essenziale all'equilibrio, siccome il peso che comprime la cupidigia
dei grandi. Sopra tutto d'uopo è che trovinsi in una repubblica i
rappresentanti del tempo passato, come quelli del tempo presente; che si
veda un potere conservatore, come un potere rinnovatore. Conviene che
trovisi in qualche parte del governo uno spirito aristocratico che sia
il difensore delle antiche instituzioni, e l'áncora della repubblica per
tenerla ferma contro le agitazioni democratiche. I progressi del
pensiero ed il cammino dei secoli devono fare sperare un perfezionamento
progressivo nelle politiche instituzioni; ma quelle che hanno di già la
sanzione di una lunga durata, che riposano sul consentimento di molte
generazioni non devono essere leggermente abbandonate. Dunque le leggi
non devono respingere alcune innovazioni, ma devono renderle tutte
difficili, per dare a tutte le quistioni la maturità della disamina.
Tale è il bisogno aristocratico di tutti gli stati liberi; è un bene che
trovisi sempre in loro un elemento aristocratico proprio a soddisfarlo.
I pregiudizj, le passioni, gl'interessi della nobiltà, vale a dire delle
famiglie rese illustri dalla pubblica riconoscenza, la rendono propria
in tutti gli stati a questo ufficio conservatore. La sua potenza sta
interamente nella durata e nelle memorie. Le passioni del momento
attuale hanno agli occhi suoi minor valore che l'eredità dei secoli; le
fanno paura le innovazioni, perchè l'antichità è l'unica sua garanzia:
applaude al superstizioso rispetto per le forme, pei costumi, pei
pregiudizj, perchè la disamina di questi può nuocere a lei medesima, e
perchè l'opinione di cui gode è associata ai pregiudizj. Per tal modo
gl'interessi proprj della nobiltà, e le sue private passioni
guarentiscono il suo zelo conservatore, qualora non le si accordino
altre funzioni nello stato; mentre che questi stessi interessi, queste
medesime passioni schiaccerebbero tutte le altre classi, se
esercitassero esclusivamente la sovranità.
Genova conservata avrebbe la sua libertà, la sua gloria e l'interna sua
prosperità, se le nobili famiglie, i di cui nomi si associavano sempre
nel cuore d'ogni marinajo, d'ogni soldato ligure, alle vittorie che
insanguinarono le coste della Sardegna, della Sicilia, dell'Italia,
della Grecia, avessero legalmente goduto di un rango che potesse
soddisfarle; se fossero state interessate a mantenere la costituzione e
la gloria nazionale; se le leggi, invece di castigare la loro celebrità,
l'avessero ammessa, e si fossero ristrette a limitarne la potenza. Ma
l'imprudenza del legislatore non aveva prese in considerazione la
celebrità dei discendenti di Paganino Doria e la somma influenza loro
sul popolo, che per escluderli con tutti i nobili dalla principale
dignità dello stato. Egli non aveva meglio associato gli Adorni ed i
Fregosi alla difesa della costituzione, quantunque li riconoscesse
plebei; non aveva voluto avere riguardo alcuno al favore popolare, ed
aveva affidata la difesa dell'ordine stabilito a nuovi personaggi,
opposti a coloro che invocavano la potenza dei secoli. Da ciò nacque che
Genova fu forse di tutte le repubbliche la più infelice, quella che fu
esposta alle più violenti convulsioni, quella che volontariamente
soggiacque più volte al giogo straniero, perchè coloro che la natura
aveva chiamati a difendere le sue leggi, s'armarono sempre per
rovesciarle; perchè i custodi dell'onore nazionale lo resero dipendente
dai loro capricci; perchè l'opinione rimase sovra di loro senza forza,
tostocchè si furono una volta accertati che i numerosi loro partigiani
non gli abbandonassero, quand'ancora tratterebbero coi nemici della
patria; per ultimo perchè in tutte le occasioni l'aristocrazia del
governo si trovò in opposizione coll'aristocrazia che aveva creata la
pubblica opinione.
Abbiamo descritta la maniera con cui Genova riebbe la sua libertà in sul
finire del 1435, ed in qual modo i cittadini occuparono in principio del
susseguente anno il Castelletto, la sola fortezza che il duca di Milano
avesse conservata entro le loro mura. Dopo tale epoca non avremmo quasi
più opportunità di trattare di questa città, poichè le turbolenze che
pel corso di venti anni seguirono quella rivoluzione si operarono quasi
affatto internamente. I cittadini, adunati nel tempio di san Siro,
avevano scelto per loro doge Isnardo di Guarco, figliuolo di quel
Niccola ch'era stato capo della repubblica in tutto il tempo della
guerra di Chiozza dal 1378 al 1383. Ma due famiglie potenti in Genova,
due famiglie proprietarie di molti feudi nelle due Riviere, ed
imparentate con tutta l'antica nobiltà esclusa dalla legge dalla suprema
magistratura, non acconsentiva giammai che la corona ducale si trovasse
fuor dell'una casa o dell'altra. Era appena stato posto sul trono
Isnardo di Guarco, quando Tommaso Fregoso rientrò in città con una
truppa di faziosi, lo attaccò il settimo giorno della sua magistratura,
lo cacciò dal palazzo pubblico, e adunò il consiglio degli elettori.
Tommaso Fregoso rappresentò loro ch'egli stesso era doge di Genova,
ch'era stato legittimamente eletto il 4 luglio del 1415; che dopo tale
epoca nulla aveva fatto che potesse fargli perdere la carica
accordatagli dalla sua patria; che veramente egli si era assoggettato al
trattato con cui la repubblica, per godere qualche riposo, aveva, il 2
novembre del 1421, chiamato il duca di Milano alla signoria, ma che nel
1425 egli era stato il primo ad accorrere in soccorso dell'oppressa
libertà, che il suo tentativo, sebbene non coronato da felice riuscita,
doveva averlo renduto benemerito dei suoi concittadini, che altronde
egli perduti non aveva i suoi diritti, e che, la repubblica trovandosi
finalmente riconstituita, doveva rientrare egli stesso nel godimento
della sua prima dignità. Questo discorso, sostenuto dalla presenza di
Battista Fregoso, il valoroso fratello di Tommaso, dalla ricordanza
della di lui vittoria sopra i Catalani a Bonifazio, e da un partito
audace ed armato, persuase il consiglio a riconoscere Tommaso per doge
in forza della precedente elezione[53].
[53] _Uberti Folietae Genuens. Hist., l. X, p. 591. — Jacobi
Bracelli de Bello Hispano, l. IV, f. k. 11. — Agost. Giustiniani
Ann. di Genova, l. V, f. 199. Edit. in fol. 1537. Genoa Senat.
popul. Genuen. Hist. atque Ann. auct. Petro Bizzarro, l. XII, p.
257. Edit. in fol. Antuerp. 1579._
I Genovesi, dopo le lunghe loro guerre civili, avevano la sventura di
non riputare delitto nè turpe cosa il prendere le armi contro la patria,
o l'arrogarsi violentemente una contrastata autorità. I principi loro
vicini che volevano signoreggiarli, coglievano avidamente tutte le
occasioni per prendere parte nelle interne loro discordie, seducendo i
capi di fazione con offerte di soccorsi, e loro suggerendo ambiziosi
progetti che mai non avrebbero osato di formare essendo soli. Il duca di
Milano fece insinuare a Battista Fregoso, che postocchè il popolo di
Genova non aveva eletto suo fratello che per cagion sua, era cosa da
stolto il lasciare il fratello sopra un trono ch'era destinato a lui
medesimo, lasciando altrui raccogliere i frutti di quel favore popolare,
che tutto dirigevasi verso di lui. Gli offrì soldati, danaro e la sua
alleanza. Battista non seppe resistere a tanta seduzione; si assicurò
l'assistenza de' soldati, che gli erano affezionatissimi, occupò il
pubblico palazzo mentre suo fratello assisteva ai divini ufficj, e si
fece riconoscere doge l'anno 1437. Per altro i migliori cittadini,
sdegnati da questo attentato contro le leggi, e da questo domestico
tradimento, accorsero in ajuto di Tommaso Fregoso, attaccarono con lui
il palazzo, fecero prigioniere Battista; e lo consegnarono al fratello.
Tommaso, lungi dall'acconsentire che fosse condannato a pena capitale,
come ne facevano istanza i tribunali, gli perdonò, e nel susseguente
anno gli affidò il comando delle galere accordate dalla repubblica al re
Renato per combattere Alfonso nel regno di Napoli[54].
[54] _Uberti Folietae Genuens. Hist., l. X, p. 592. — P. Bizzarro
Hist. S. P. Q. Genuens., l. XII, p. 259. — Agost. Giustiniani Annali
di Genova, l. V, f. 200._
La nomina di Giovanni Fregoso, altro fratello di Tommaso, al comando di
una seconda flotta destinata nel 1441 a soccorrere lo stesso re, fu
cagione di un'altra guerra civile. I nobili, quantunque con
rincrescimento, si erano assoggettati alla legge che gli escludeva dalla
suprema magistratura; ma conservavano la pretensione di comandare le
flotte e le armate della repubblica, ed i Doria, gli Spinola, i Fieschi,
i Grimaldi, avevano troppo ben dimostrato con infinite intraprese di
esserne degni. Pretendevano essi che il senato fosse obbligato di
scegliere alternativamente gli ammiragli tra i patrizj ed i plebei; non
pertanto di già quattro popolani erano stati incaricati del comando
delle ultime quattro flotte. La nomina del quinto era un'ingiuria
ch'essi non volevano in verun modo soffrire. Giovan Antonio del Fiesco,
cui i talenti non meno che l'alta opinione di cui godeva, e le sue
ricchezze, davano giusti titoli alla carica accordata ad altri,
accompagnò le sue rimostranze con maggiore alterigia e risentimento. Non
avendo potuto ottenere giustizia ritirossi ne' suoi feudi nelle
montagne, ove non tardarono a raggiugnerlo gli emissarj del duca di
Milano sempre apparecchiato ad offrire soccorsi a tutti i ribelli; il
Fiesco si era di già rivolto ad Alfonso d'Arragona. La guerra cominciò
nello stesso tempo in tre luoghi. Il Fiesco co' suoi Alpigiani e coi
Milanesi era sceso fino alle porte della città e guastava la Polsevera;
Galeotto del Carretto, marchese di Finale, aprì i suoi porti e le sue
fortezze ai nemici della repubblica, i quali in ogni tempo avevano
trovato asilo nel suo feudo; i Catalani colla loro flotta ruinavano le
due riviere[55]. Malgrado il pericolo e la ruina di questa guerra
civile, i Genovesi, infiammati dal loro odio contro i Catalani, e dalla
persuasione di non ottenere giammai perdono da Alfonso, continuarono a
consacrare le loro forze, i loro vascelli, il loro danaro in soccorso
del re Renato: ma la guerra di Napoli era un vortice che la repubblica
non poteva colmare, sebbene vi gettasse tutti i suoi tesori. La generosa
assistenza de' Genovesi sostenne Renato nella sua miseria, e non si
ritrasse dal soccorrerlo nè pure quando Alfonso ebbe occupato Napoli;
essi vittovagliarono ancora Castelnuovo; ed all'ultimo trasportarono nel
1442 colle loro galere il re Renato prima a Firenze, poi a
Marsiglia[56].
[55] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. X, p. 596. — Agost. Giustiniani
Ann. di Genova, l. V, f. 202. — P. Bizzarro Hist. S. P. Q. Genuens.,
l. XII, p. 266._
[56] _Uberti Folietae, l. X, p. 597. — Agost. Giust., l. V, f. 202.
— P. Bizz., l. XII, p. 267._
Ma questa guerra, che tanto aveva accresciuta la collera d'Alfonso
contro i Genovesi, era appena terminata colla totale ruina del partito
d'Angiò, che Tommaso Fregoso, che l'aveva diretta, fu ancor esso levato
di carica. Suo fratello Battista era morto nel 1442, ed i funerali di
questo valoroso capitano erano stati celebrati con un fasto che aveva
offeso i cittadini di uno stato libero. Giovann'Antonio del Fiesco,
informato nel suo esilio del loro malcontento, si rese più audace,
persuadendosi che i suoi concittadini lo seconderebbero; perciò avendo
ricevuto soccorsi da Alfonso e da Filippo, si apparecchiò a fare uno
sbarco, la notte del 15 dicembre del 1442, fra le chiese di san Nazaro e
di san Celso. Il suo progetto era stato preveduto, e collocate delle
guardie nel medesimo luogo per impedirne l'esecuzione; ma il rigore del
freddo e la violenza di un vento contrario sembrando custodire
bastantemente la costa, i soldati si ritirarono dopo la mezza notte. Il
vento improvvisamente cambiò, e Giovanni Antonio del Fiesco, avendo
saputo approfittarne, entrò in Genova senza incontrare resistenza.
I Genovesi, incoraggiati dalla presenza di questo capo di partito, si
sollevarono per cambiare il governo. Invece di un solo magistrato, che
sempre faceva temere lo stabilimento di un potere dispotico, pensarono
di nominare otto cittadini, che col titolo di capitani della libertà
amministrassero la repubblica. Tommaso Fregoso, da tutti abbandonato,
erasi renduto prigioniero a Giovanni Antonio del Fiesco ed a Raffaello
Adorno, i quali furono del numero de' nuovi magistrati con un Doria ed
uno Spinola. Ma le fazioni di Genova erano troppo fra di loro accanite,
e troppo inflessibili i capi delle opposte fazioni, perchè mantenere si
potesse un consiglio in cui si erano voluti riunire. Non era ancora
passato un mese, quando la scissura tra le due parti sempre
irreconciliabili obbligò a sopprimere il consiglio, ed a nominare di
nuovo un doge. Raffaello Adorno, che fu in allora scelto, era figlio di
Giorgio e nipote d'Antoniotto, che avevano pure occupata la stessa
carica. Giovanni Antonio del Fiesco, fieramente irritato nel vedere che
una rivoluzione da lui condotta a fine altro non aveva fatto che
traslocare l'autorità ducale da una famiglia popolare ad un'altra
egualmente popolare, senza che i nobili ne sentissero alcun vantaggio,
uscì di città, occupò Recco e Porto Fino, e ricominciò la guerra civile.
D'altra parte Pietro Fregoso, nipote di Tommaso, giovane audace ed
ambizioso, esiliato dal nuovo governo cogli altri Fregosi, erasi
ritirato a Novi, di cui il duca di Milano gli aveva dato la fortezza;
indi cominciò dal canto suo le ostilità contro i Genovesi[57].
[57] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 599. — P. Bizzarro Hist.
Genuens., l. XII, p. 269. — Agost. Giustiniani Ann. di Genova, l. V,
f. 203._
La famiglia Adorno era stata quasi continuamente esiliata da Genova
durante la guerra che i Genovesi avevano fatta ad Alfonso nel regno di
Napoli, ond'era meno odiata da questo monarca; ciò le agevolò il modo
d'intavolare con lui un trattato di pace, che fu non senza molta
difficoltà accettato dalla repubblica. Questa finalmente si obbligò nel
1444, a mandare al re di Napoli, in forma di tributo, un piatto
d'oro[58]. Nel susseguente anno Alfonso, invece di ricevere
quest'offerta senz'apparato, volle ostentare la sua gloria e far
conoscere l'umiliazione de' nuovi tributarj. Fece entrare i loro
ambasciatori in mezzo alla sua corte; tutti i grandi del regno erano
stati chiamati per essere testimonj del suo trionfo, ed i Genovesi,
sorpresi da questa impreveduta pompa, conservarono un implacabile
risentimento per la vergognosa parte che avevano dovuto sostenere[59].
Alfonso, che andava debitore di questo trionfo alla famiglia Adorno,
cominciò a considerarla come sua alleata, e la eccepì dal suo odio
contro i Genovesi. Ma questa famiglia andava perdendo la considerazione
de' suoi concittadini in ragione di quella che acquistava presso un
monarca nemico.
[58] _Barth. Facii, l. VIII, p. 127._ — Egli medesimo fu uno de'
negoziatori del trattato per parte dei Genovesi.
[59] _Uberti Folietae Gen., l. X, p. 600. — P. Bizzarro, l. XII, p.
271. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 203._ Con questo trattato di
pace, e coll'umiliazione dei deputati genovesi incaricati di portare
il tributo, Giovanni Bracelli di Sarzana termina la sua storia: _De
Bello Hispano Libri quinque_. Comprende gli avvenimenti dal 1412 al
1444, de' quali l'autore, cancelliere della repubblica di Genova,
era stato non solo testimonio, ma autore. È scritta in latino con
maggiore eleganza, sebbene con minore ostentazione, che la più gran
parte delle storie latine della stessa epoca. Invece di supposti
discorsi, di pompose descrizioni, vi si trovano verità ne'
sentimenti, aggiustatezza e precisione. Dicesi che il Bracelli si
fosse proposto d'imitare i commentarj di Cesare; ma questa pretesa
imitazione lo condusse ad una naturale maniera di scrivere. Ho
seguita l'edizione d'Hagneau del 1530, in 4.º; ma fu ristampata nel
Tesoro di Grevio, _t. I, p. 1267-1320_.
Gli Adorni non trovavano che Raffaello, loro capo, li facesse abbastanza
partecipare della sua potenza, ed avrebbero voluto alla testa della
repubblica un uomo che tenesse la bilancia meno eguale tra le fazioni, e
che, invece di riconciliarle colla dolcezza, arricchisse l'una colle
spoglie dell'altra. Persuasero a Raffaello che per calmare gli spiriti,
agitati dal contegno di Alfonso verso i loro ambasciatori, conveniva che
l'autore del trattato non fosse più capo dello stato. Raffaello, pieno
di moderazione e di confidenza ne' suoi consiglieri, rinunciò il giorno
4 di gennajo del 1447 ad una carica, che aveva cercata per giovare alla
sua patria, non a sè medesimo. Gli Adorni, approfittando di
quest'inconsiderata moderazione, lo stesso giorno gli sostituirono
Barnabò Adorno, che loro prometteva una parte assai più ricca delle
spoglie de' loro avversarj[60].
[60] _Uberti Folietae Hist. Gen., l. X, p. 600. — P. Bizarro, l.
XII, p. 272. — Agost. Giust., l. V, f. 204. X._
Per porre in sicuro la propria autorità, Barnabò accettò da Alfonso una
guardia di seicento Catalani. E siccome era questa la sola truppa
assoldata della repubblica, si vide quello stato medesimo, che in guerra
aveva fatto crollare il trono di un gran re, tremare in pace innanzi ad
un branco di soldati ammessi tra le sue mura. Non eravi violenza che non
dovesse aspettarsi da un primo magistrato, capo di partito, che in una
libera città si era circondato di una guardia straniera. Ma Barnabò non
era appena da oltre un mese salito sul trono ducale, quando Giano
Fregoso osò entrare in porto nel cuor della notte con una sola galera,
sbarcare ottantacinque valorosi giovani, che erano il fiore de' suoi
partigiani e determinati di tentare una rivoluzione, ed attaccare il
palazzo pubblico difeso dalla guardia del doge. Un'ostinata zuffa si
attaccò nelle anguste strade di Genova, che rendevano meno sensibile il
vantaggio del numero. Molti compagni del Fregoso caddero estinti, tutti
furono feriti, ma nessuno di loro, finchè potè sostenersi, abbandonò la
battaglia. La guardia fu rotta, Barnabò cacciato fuori dal palazzo, e
Giano Fregoso innalzato in sua vece sul trono ducale il 30 gennajo dei
1447. Pietro Fregoso venne richiamato dal suo esilio, e nominato
comandante della città[61].
[61] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 601. — Pietro
Bizarro, S. P. Q. Genuens. Hist., l. XII, p. 273. — Agost.
Giustiniani Ann. di Gen., l. V, f. 204. Y. — Chroniques d'Enguerrand
de Monstrelet, vol. III, p. 3._
Giano dichiarò la guerra a Galeotto del Carreto, marchese di Finale, che
sempre alleato con tutti i nemici della repubblica, aveva approfittato
delle lunghe turbolenze di Genova per esercitare insoffribili
soverchierie sopra i suoi vicini. Per odio del marchese di Finale i
Genovesi si rendettero colpevoli di una mancanza di fede fin allora
senza esempio negli annali della loro città, appropriandosi gl'interessi
a lui dovuti dalla banca di san Giorgio. Giammai, nè prima, nè dopo, si
fecero lecito di non pagare ai loro nemici un debito legalmente
contratto. Finale fu preso nel 1449, saccheggiati furono i sobborghi
della città, e spianata la fortezza; ma sebbene avessero i Genovesi
prima determinato di distruggere questa città da cima a fondo, fecero
poi grazia agli abitanti; anzi restituirono ancora un terzo del
marchesato a Marco del Carreto, parente dell'ultimo feudatario, che non
aveva abbracciato il di lui partito[62].
[62] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 602. — P. Bizarro, l. XII, p.
275. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 204. P._
Questa guerra non venne condotta a fine da Giano, morto in sul declinare
del 1448, ma da Luigi Fregoso, suo fratello, che gli era stato
sostituito. Per altro non corrispondendo questi all'universale
aspettazione, venne deposto in luglio 1450. I consiglieri offrirono la
corona ducale a quel Tommaso Fregoso ch'era stato doge nel 1415 e nel
1436; ma questi, trovandosi allora ritirato nella sua signoria di
Sarzana, rispose di essere troppo indebolito dall'età, dai travagli e
dalle inquietudini per governare lo stato in tempi così difficili, e
consigliò di preferire suo nipote Pietro Fregoso, in allora comandante
della città, il di cui carattere e talenti si meritavano la pubblica
confidenza. Infatti Pietro venne di comune assenso eletto il giorno 8
dicembre del 1450[63].
[63] _Uberti Folietae, l. X, p. 602. — P. Bizarro, l. XII, p. 275. —
Agostino Giustiniani l. V, f. 205. E._
Di quest'epoca la difesa di Costantinopoli era ciò che più importava ai
Genovesi, e doveva credersi che occuperebbe un lungo spazio negli annali
di Genova. Infatti la colonia genovese di Pera, rapidamente crescendo in
ricchezze ed in potenza, pareva che un giorno dovesse eguagliare la
città imperiale, di cui inaddietro non era che un sobborgo. Nel 1452 la
repubblica vi aveva mandati novecento tra arcieri e corazzieri per
difenderla contro i Turchi. Giovanni Giustiniani, che li comandava,
partecipò valorosamente a tutte le fatiche ed a tutti i pericoli
dell'ultimo Costantino; ma costretto da una ferita ad abbandonare la
battaglia, parve che tutt'ad un tratto perdesse la presenza di spirito
ed il coraggio. Egli abbandonò il suo posto, come se tutto fosse
perduto, e la ritirata della piccola sua truppa aprì la città ai
Musulmani. Pera s'arrese immediatamente dopo Costantinopoli, e la
perdita di così fiorente colonia fu una delle più funeste sventure
provate dalla repubblica di Genova. Gli storici genovesi appena
accennano avvenimenti di tanta importanza, e pare che non siano stati
informati delle particolari circostanze dai loro compatriotti;
perciocchè niente aggiungono ai racconti degli storici Greci, cui
strettamente si attengono, e non accennano veruna parziale cronaca di
Pera. Pure i loro mercanti furono in Oriente testimonj di rivoluzioni
troppo meritevoli di ricordanza, e l'esistenza medesima ed il governo
della loro colonia offrivano uno straordinario fenomeno politico e
mercantile degno della loro attenzione[64]. Dopo la perdita di Pera,
temendo i Genovesi di perdere ancora gli altri stabilimenti del Levante,
ed in particolare Caffa, ossia Teodosia, sul mar Nero, ne trasferirono
la sovranità alla banca di san Giorgio, che sempre ferma in mezzo alle
loro rivoluzioni, sempre saggia in mezzo alla follia ed all'ebbrezza
delle fazioni, più che il doge ed i suoi consiglj pareva capace di
salvare una colonia tanto difficile a custodirsi[65].
[64] I tre storici genovesi che noi seguiamo sono quasi posteriori
di un secolo a tale epoca. Tra questi il solo P. Bizarro racconta la
presa di Costantinopoli alquanto circostanziatamente, _l. XII, p.
279-282_. Ma non fa che copiare i Greci; e la stessa descrizione di
Pera è tolta dalla Topografia Costantinopolitana di Pietro Gillio. —
_Ubert. Folietae, l. X, p. 603, ed Agost. Giustin., l. V, f. 205_,
ne danno conto con poche linee.
[65] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 203. — P. Bizarro, l.
XII, p. 285. — Agost. Giust., l. V, f. 205. A._
Nello stesso anno 1453 i Genovesi cedettero la sovranità dell'isola di
Corsica alla stessa banca di san Giorgio, perchè Alfonso aveva loro
tolta la città di san Fiorentino, e minacciava il rimanente dell'isola.
Questo monarca aveva risguardato il ristabilimento dei Fregosi in Genova
come una dichiarazione di guerra; e senza dubbio dopo tale epoca più non
gli si pagò il tributo del piatto d'oro. Il papa, spaventato dalle
conquiste dei Turchi, intromise la sua mediazione, ed ottenne da
Alfonso, ancor esso inquieto e spossato, una tregua di sei mesi. Ma i
vascelli catalani, che ne avevano approfittato per vittovagliarsi nel
porto di Genova, violarono la tregua nell'istante che uscivano dal
porto. Pietro Fregoso scrisse al re con molta nobiltà per chiedere conto
di queste ostilità, quando tutti i sovrani d'Italia avrebbero dovuto
riunire le loro forze contro i Turchi, veri nemici del nome cristiano;
gli proponeva di porre le loro liti in arbitrio del papa, o di chiunque
altro credesse Alfonso di nominare[66]. Questi non si curò punto di
questa rimostranza; ed il suo ammiraglio, Bernardo di Villa Marina, dopo
essersi concertato cogli Adorni e coi Fieschi, stese le sue piraterie
sulle coste delle due Riviere[67].
[66] La lettera di Pietro Fregoso in data del 27 luglio del 1455
viene riportata dal _Raynal. Ann. Eccles., t. XVIII, p. 444, § 35._
[67] _Uberti Folietae, l. X, p. 603. — P. Bizarro, l. XII, p. 285. —
Agost. Giust., l. V, f. 206._
Pietro Fregoso non oppose una flotta a quella dell'Arragonese, ma dopo
avere provvedute del bisognevole tutte le fortezze, e postosi ovunque in
istato di difesa, lasciò che Villa Marina si andasse consumando in vani
sforzi. Egli temeva, assai più che l'ammiraglio, i nemici che poteva
avere nella stessa città, e piuttosto che esporsi ad essere sorpreso
all'impensata, volle dar loro egli medesimo una occasione di manifestare
le loro trame. Dopo avere lasciata in palazzo una numerosa guardia, e
prese tutte le convenienti misure per la sicurezza della città, pubblicò
di voler fare un viaggio nelle due Riviere per provvedere alla loro
sicurezza in qualunque caso d'attacco. Invece di partire, il 28 di
luglio andò segretamente nella fortezza, ove teneva una grossa
guarnigione di cui potevasi pienamente fidare. Accadde ciò ch'egli aveva
preveduto; tosto che i faziosi lo credettero lontano, presero le armi, e
proclamando i nomi di Adorno e del re d'Arragona, vennero ad attaccare
il palazzo pubblico. Il Fregoso aspettò che tutti i suoi segreti nemici
si fossero palesati, ed allora sortendo dalla cittadella colle sue
truppe, prese alle spalle coloro che attaccavano il palazzo, e ne fece
orribile carnificina; scacciò i vinti fuori di città, e punì alcuni de'
loro capi con pena capitale[68].
[68] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 604. — P. Bizarro S. P. Q.
Genuens. Hist., l. XII, p. 286. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 206._
Ma il Fregoso, probabilmente vergognandosi d'uno stratagemma poco
leale, scrisse il 4 di agosto ad Alfonso, ch'egli si era
effettivamente imbarcato il 28 di luglio, e ch'era giunto fino a
Sestri; che al suo ritorno, il terzo giorno, aveva acquietata con
poco spargimento di sangue una rivoluzione scoppiata in tempo della
sua lontananza. _Raynal. Ann. Eccl. 1433, § 36, t. XVIII, p. 444._
Durante la cattiva stagione la flotta arragonese erasi ritirata noi
porti del regno di Napoli; tornò in primavera del 1456 a minacciare le
coste della Liguria, e ad intercettare il commercio, occupando inoltre
Albenga, che peraltro fu bentosto ripresa. In così difficili circostanze
Pietro Fregoso ricorreva alternativamente al duca di Milano, ai
Fiorentini, ai Veneziani, che tutti avevano legate le mani dalla lega
fatta con Alfonso, e dalla quale avevano avuto la debolezza di escludere
i Genovesi, loro antichi alleati. Papa Calisto III, che risguardava il
popolo genovese come il solo di cui potesse far capitale per difesa del
cristianesimo in Levante, interponeva per loro i suoi buoni ufficj. I
continui soccorsi di vittovaglie, di armi e di danaro, che la repubblica
mandava a Caffa e nelle sue isole della Grecia, la snervavano affatto,
non lasciandole nè vascelli, nè soldati da opporre ad Alfonso. Pietro
Fregoso ed il consiglio della repubblica si erano, sempre di concerto
con Calisto, rivolti ai più lontani principi, per ridurli a mandare
ajuti ai Cristiani del Levante; le loro lettere ai re d'Inghilterra e di
Portogallo fanno ad un tempo vedere quanti sagrificj avevano fatti essi
medesimi, quanto erano innoltrati i loro trattati con questi principi, e
quanto la guerra, che loro faceva Alfonso, riusciva dannosa alla difesa
della cristianità[69].
[69] La lettera del doge al re d'Inghilterra è del 7 aprile del
1456, quella al re di Portogallo è del 3 di settembre dello stesso
anno, e sono riferite dal _Raynald. Ann. Eccles, ad annum., § 5 e 9,
p. 454, 455._
Finalmente il re di Napoli, cedendo alle istanze di Calisto III, alle
esortazioni di tutti i principi cristiani, che non sembravano occuparsi
d'altra cosa che della crociata, e forse per timore d'essere attaccato
il primo, quando i Turchi continuassero le loro conquiste, promise di
unire quindici galere a quelle del papa; manifestò inoltre l'intenzione
di porsi alla testa dell'armata de' principi cristiani, e sotto questo
pretesto fece levare grossi sussidj in tutti i suoi stati. Ma qualche
tentativo fatto dai Genovesi per ricuperare i loro possedimenti in
Corsica riaccese subitamente la di lui collera. Egli rigettò con amaro
insulto le istanze che gli faceva il doge di armarsi contro i Turchi; e
rinfacciò ai Genovesi d'avere i primi trasportati in Europa gli Osmanli.
«Gli è contro di voi, che siete i veri Turchi dell'Europa, disse
Alfonso, che ci facciamo un dovere di volgere i nostri primi sforzi, e
non ci tratterremo finchè, coll'ajuto di Cristo, non vi avremo ridotti
supplichevoli ai nostri piedi. Allora soltanto noi termineremo, a
dispetto vostro, la spedizione contro i Turchi dell'Asia, cui ci siamo
obbligati.» La lettera scritta con quest'insultante amarezza era lavoro
d'uno dei molti dotti addetti alla corte d'Alfonso, e forse di Antonio
di Palermo, il quale la scrisse con quel tuono oltraggiante, che
caratterizza le contese letterarie del quindicesimo secolo. La risposta
della repubblica, scritta dal suo cancelliere Bracelli, è per lo
contrario altrettanto nobile che misurata[70].
[70] La lettera d'Alfonso è del 23 luglio del 1456, e trovasi colla
risposta negli _Ann. Miniatenses Bonincontrii, t. XXI, p. 159. — P.
Bizarro, l. XII, p. 287-291. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 206-210,
e gli Ann. Eccles., t._
In questa stessa epoca i Genovesi avevano mandate due galere a Chio con
cinquecento uomini di guarnigione, armi d'ogni sorta, e sufficiente
quantità di granaglie per approvvigionare non solo quest'isola, ma
ancora quella di Rodi. Avevano mandato un vascello, armi, e
dugent'uomini di guarnigione a Mitilene, e finalmente due vascelli a
Caffa, uno dei quali, il più grande che si fosse fin allora veduto sul
Mediterraneo, fu colato a fondo da un fulmine[71].
[71] Lettera di Pietro Fregoso e del consiglio a Calisto III in data
dell'11 luglio del 1456. _Ann. Eccl., t. XVIII, p. 458._
Nel susseguente anno Calisto, che aveva rinnovate le sue offerte di
mediatore, lusingossi qualche tempo d'avere persuaso Alfonso a fare la
pace coi Genovesi; i loro ambasciatori dovevano scontrarsi in Roma con
quelli del re di Napoli, ed il trattato pareva ridotto a buon termine,
quando un vascello d'Alfonso fu preso dai Genovesi. Sebbene non vi fosse
armistizio, il re mostrossi irritato da quest'atto ostile, come se non
lo avesse provocato. Gli ambasciatori genovesi abbandonarono Roma senza
aver nulla convenuto, e Pietro Fregoso, disperando di trovare soccorso
altrove, s'addirizzò al solo nemico che ancora potesse farsi temere da
Alfonso, a Carlo VII, re di Francia, protettore e parente di Renato
d'Angiò[72].
[72] Lettera di Calisto III al doge. _Ann. Eccl. 1457, § 46, p.
499_, e lettera d'Alfonso al papa. _Ann. Miniat., p. 160._
Malgrado l'inconsiderata maniera con cui Renato erasi nel 1458 ritirato
dalla guerra di Lombardia, egli non aveva rinunciato ai suoi diritti sul
regno di Napoli. Di conformità alla fatta promessa egli aveva mandato ai
Fiorentini suo figlio Giovanni, duca di Calabria, per assumere il
comando delle loro truppe. Giovanni era giunto a Firenze il 7 febbrajo
del 1454, e dopo le più onorifiche accoglienze, gli era stato consegnato
in mezzo a splendide feste il bastona del comando[73]. Pure i trattati
di pace avevano di già avuto cominciamento, e la pace si pubblicò in
Firenze il 14 aprile seguente, senza che il duca Angiovino di Calabria
avesse potuto prestare alcun servigio ai suoi alleati. Ma sebbene gli
dovesse spiacere il vedere la repubblica fiorentina contrarre
un'alleanza col suo competitore, non manifestò verun malcontento per una
condotta renduta necessaria dalla presente posizione degli affari; egli
si trattenne un anno in Toscana, come portava il suo trattato, e quando
partì, accettò un regalo di venti mila fiorini oltre ciò che gli era
dovuto; e tornò in Francia nel maggio del 1455[74].
[73] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 78._
[74] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 81. — Istor. di Gio. Cambi,
delizie degli Erud., t. XX, p. 333._
A questo stesso principe ed a Carlo VII ricorse Pietro Fregoso, il quale
sentiva che i patimenti di così lunga guerra avevano resa la sua
autorità odiosa ai suoi concittadini; circondato da aperti e da segreti
nemici, più non sapeva come loro resistere, e non pertanto era
deliberato di non cedere loro la vittoria. Propose adunque di porre la
repubblica sotto la salvaguardia di un potente protettore, e con un
trattato, conchiuso in febbrajo del 1458, trasferì a Carlo VII la
signoria di Genova, riservando alla sua patria i diritti ed i privilegj
di città libera, quali erano di già stati enumerati in somigliante
concessione fatta a Carlo VII, il 25 ottobre del 1396[75]. Propriamente
parlando altro non era che l'autorità del doge che veniva in tal modo
accordata ad un sovrano straniero, ed almeno, secondo l'intenzione del
consiglio, la repubblica doveva sussistere colla stessa libertà e
giurisdizione sotto la temporaria magistratura di un delegato del re di
Francia, come sotto quella di un Fregoso o di un Adorno. Giovanni
d'Angiò, duca titolare di Calabria, venne, in conformità di questo
trattato, ad assumere il comando dei soli nemici che il suo rivale
avesse ancora in Italia. Giunse a Genova l'undici maggio del 1458, ed i
magistrati vennero a giurargli fedeltà a nome del popolo ne' giardini
Fregoso posti nel sobborgo di san Tommaso. Dal canto suo il duca di
Calabria, prima di essere ammesso entro le mura, giurò di rispettare le
leggi ed i privilegj dei Genovesi, gli statuti e l'indipendenza della
banca di san Giorgio; e dopo ciò divise con Pietro Fregoso la cura della
difesa della città[76].
[75] Veggasi nel tomo VII la p. 406.
[76] _ Uberti Folietae, l. X, p. 604. — Machiavelli Ist. Fior., l.
VI, p. 263. — P. Bizarro, l. XIII, p. 291. — Agost. Giustiniani, l.
V, f. 211. O._ — Fregoso aveva convenuto per sè medesimo la cessione
di quattro castelli presso Avignone, e 30,000 ducati in danaro.
_Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 725._
Giovanni d'Angiò aveva seco condotte dieci galere francesi e molte
truppe per metterle di guarnigione in Genova ed in Savona[77]. Credeva
perciò il Fregoso che il re di Napoli non avrebbe ardito di attaccare un
così potente protettore; ma parve per lo contrario che Alfonso
raddoppiasse i suoi sforzi per sottomettere i suoi avversarj, in ragione
della loro ostinazione. Bernardo di Villa Marina, suo ammiraglio, aveva
svernato con venticinque navi a Porto Fino; in primavera Alfonso gliene
mandò altre dieci, che avevano a bordo armi, munizioni, e truppe da
sbarco, prese tra le scelte della sua armata. Questa flotta venne a
bloccare il porto di Genova quasi subito dopo l'arrivo di Giovanni
d'Angiò. Giovanni Antonio del Fiesco, Raffaello e Bartolommeo Adorno,
scesero dal canto loro dalle montagne per assediare la città; e Pietro
Spinola, egualmente esiliato, fece prendere le armi ai suoi vassalli e
partigiani. D'altra parte Giovanni d'Angiò aveva fatti entrare nel porto
tutti i vascelli genovesi, e lo aveva poi chiuso con forti catene e con
tarroloni galleggianti; aveva posto di guarnigione i suoi Francesi in
tutte le fortezze insieme ai soldati del Fregoso, ed aspettava con
coraggio un prossimo assalto, quando il primo di luglio l'una e l'altra
armata ricevette con eguale sorpresa la notizia della morte d'Alfonso,
accaduta il 27 di giugno. La flotta degli assedianti si disperse
all'istante, alcuni de' vascelli entrarono ne' porti della Catalogna,
altri in quello di Napoli, di dove erano usciti, e l'armata de'
malcontenti ritirossi in pari tempo nelle montagne; Barnabò e Raffaello
Adorno morirono dopo pochi giorni, o per le sostenute fatiche, cui non
erano accostumati, o per dolore di vedersi strappata di mano una
vittoria, che credevano sicura. I Genovesi, maravigliati di così
improvvisa liberazione, appena potevano goderne essi medesimi, perchè la
carezza e la cattiva qualità delle vittovaglie di cui eransi alimentati
in tempo dell'assedio, la miseria, le fatiche e le cure della guerra,
avevano generata entro le loro mura una malattia contagiosa, che uccise
più gente assai che non il nemico che si era di fresco ritirato[78].
[77] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 683._
[78] _Jo. Simonetae vita Franc. Sfortiae, l. XXVI, p. 684. — Uberti
Folietae Genuensis Hist., l. XI, p. 605. — P. Bizarro S. P. Q.
Genuens. Hist., l. XIII, p. 292. — Agostino Giustiniani Ann. di
Genova, l. V, f. 211. P. — Pandolfo Collenuzio Ist. di Napoli, l.
VI, f. 201-206._
Alfonso, allorchè morì in età di sessantatre anni otto mesi e ventisette
giorni[79], regnava in Arragona dal 1416 in avanti; ma soltanto dopo
avere portata la guerra in Corsica del 1420, e sopra tutto dopo essere
stato adottato da Giovanna II di Napoli, aveva acquistata in Italia una
potenza preponderante. Credeva di avere assicurata la successione di suo
figliuolo naturale Ferdinando coi suoi trattati con quasi tutti i
principi d'Italia, e coll'investitura successivamente ottenuta da due
papi. L'ordine da lui posto in questa successione sembravagli conforme
alla giustizia, poichè non disponeva a favore del suo bastardo che del
regna di Napoli, conquistato da lui medesimo, mentre lasciava tutti i
suoi stati ereditarj al fratello Giovanni, re di Navarra. Costui
trovavasi allora in lite con suo figliuolo del primo letto, don Carlo,
che portava il titolo di conte di Viana, ed era venuto a cercare asilo
alla corte di Napoli. Il conte di Viana era in Roma nel principio di
maggio del 1458 quando Alfonso infermò, ed avutane notizia si affrettò
di restituirsi a Napoli. Era meritamente amato dal popolo e dalla
nobiltà; ed Alfonso non lo vide ritornare senza inquietudine, temendo,
qualora egli morisse a Castelnovo, che gli Arragonesi ed i Catalani, di
guarnigione in quel castello, non si dichiarassero per il conte di Viana
figlio ed erede presuntivo del nuovo loro re. Ammalato com'egli era
gravemente, fece spargere voce della sua convalescenza; si fece
trasportare a Castel dell'Ovo sotto pretesto di mutar aria, e nello
stesso tempo diede il comando del castello, che abbandonava, a suo
figlio Ferdinando. Lo stesso giorno sottoscrisse il testamento con cui
chiamava Ferdinando suo figlio legittimato alla corona di Napoli, e
lasciava la corona d'Arragona, di Catalogna, di Valenza, delle isole
Baleari, di Sardegna e di Sicilia, a suo fratello, il re di Navarra, in
conformità delle costituzioni degli stessi regni. Ventiquattr'ore dopo
morì[80].
[79] Secondo il _Bonincontri Ann. Miniatens., t. XXI, p. 162_. —
Colla morte di Alfonso finiscono questi annali di un merito assai
disuguale: pure contengono importantissime notizie intorno ad alcune
parti della storia del regno di Napoli. Le cose di Samminiato non
occupano che la minor parte del libro.
[80] _Giannone Istor. civ. del regno di Napoli, l. XXVI, c. VII, p.
540._
La posterità conservò ad Alfonso il soprannome di _magnanimo_, di cui
questo principe andò debitore ad una quasi illimitata liberalità. In
questo secolo, in cui tutti i sovrani d'Italia rivalizzavano nell'amore
per le lettere, egli pareggiò o superò tutti col suo entusiasmo per
l'antichità, col suo zelo per gli studj, colle sue beneficenze verso i
dotti, che da ogni banda chiamava con ogni maniera di allettamenti alla
sua corte. Aveva tolto per sua impresa un libro aperto; e niun sovrano,
non accettuati coloro che non furono come lui amministratori e
guerrieri, consacrò tanto tempo alla lettura. Seco portava sempre Tito
Livio ed i Commentarj di Cesare; aveva sempre libri sotto il suo
origliere, onde valersene nelle ore che poteva rubare al sonno. Il suo
segretario e panegirista, Antonio Beccadelli di Palermo, conosciuto
sotto il nome di _Panormitano_, pretende di averlo a Capoa risanato da
una malattia, leggendogli la vita di Alessandro scritta da Quinto
Curzio. Si dice che Cosimo dei Medici ottenne di calmarlo dopo il torto
fattogli dal trattato di Lodi, e di farlo entrare nella lega dell'Italia
superiore, regalandogli un bel manoscritto di Tito Livio[81].
[81] _Guinguenè, Hist. litter. d'Italie, chap. XVIII, t. III, p.
268. — Tiraboschi stor. della letter., t. VI, l. I, c. 2, § 17, p.
40._
I letterati ed in particolar modo gli eruditi sono troppe volte
stranieri allo spirito del loro secolo, perchè si possa prestare intera
fede ai loro elogj intorno alle virtù di un re; ma è una sicura riprova
del nobile carattere d'Alfonso la piena confidenza ch'egli aveva
nell'amore del popolo da lui conquistato. Passeggiava spesso a piedi e
senza seguito per le strade di Napoli, e rispondeva a coloro che
credevano questa sua abitudine pericolosa: «che può temere un padre
passeggiando in mezzo ai suoi figliuoli?» In fatti Alfonso era amato dal
popolo per le sue virtù, e dirò ancora pei suoi difetti. La sua
eloquenza, la sua affabilità, le sue nobili maniere, il suo cavalleresco
valore, affascinavano tutti coloro che avevano il vantaggio di
avvicinarlo. Loro piaceva pure per una tal quale simpatia che trovasi
nel popolo, per la tenerezza e la tendenza all'amore, che questo sovrano
conservò fino agli ultimi suoi giorni. Il suo romanzesco carattere
influì notabilmente sul suo destino. La nascita di suo figliuolo,
Ferdinando, era stata accompagnata da misteriose circostanze. Assicurano
alcuni storici, ch'egli era nato da un incesto con Catarina, moglie
d'Enrico, fratello d'Alfonso; che per salvare la riputazione di questa
principessa, Margarita de Hijar acconsentì che gli si attribuisse questo
fanciullo, onde fu poi vittima della gelosia della regina, che la fece
soffocare[82]. Alfonso più non seppe condonare alla moglie tanta
barbarie; più non volle vederla; ma restò, finchè visse vincolato da un
matrimonio che detestava, e non poteva sciogliere. L'oggetto dell'ultima
sua passione fu Lucrezia d'Alagna, figlia di un gentiluomo napolitano.
Pio II, di già papa quando scriveva i suoi commentarj, li vide assieme,
e si sentì commosso dal loro amore e dalla loro virtù. «Stava, egli
dice, a Torre del Greco, Lucrezia, donna, o piuttosto vergine
gentilissima, nata di nobili ma poveri parenti napolitani. Amolla il re
perdutamente, a segno di sembrare fuori di sè alla di lei presenza.
Altro egli non vedeva, altro non udiva che Lucrezia; i suoi occhi
stavano sempre fissi sopra di lei; ne lodava le parole, ne ammirava la
saviezza, ed applaudiva a tutto quanto ella faceva. Soleva colmarla di
doni, e voleva che venisse onorata come una regina; e talmente a lei si
abbandonava che niuno poteva ottenere udienza senza il di lei
assenso..... Pure, se dobbiamo prestar fede alla pubblica voce, essa mai
non accondiscese ai di lui desiderj. Si assicura aver ella detto più
volte, che mai non sagrificherebbe al re la sua verginità, e che, s'egli
tentasse far uso della forza, saprebbe prevenire la propria vergogna
colla morte, invece di punirsi troppo tardi come l'antica Lucrezia[83]».
Alfonso erasi lusingato di sposare Lucrezia d'Alagna, ed aveva perciò
domandato a Calisto III un divorzio con Maria di Castiglia a cagione
della sua sterilità; ma sebbene questo papa fosse prima stato suo
ambasciatore, governatore di suo figlio, e suo confidente, mai non volle
accordare al re questa domanda[84].
[82] _Surita Annales del reyño de Aragon, l. XIV, c. 35. — Rocchi
Pirri Chronologia Regum Siciliae apud Burmannum, Thesaur. Antiqu.
Ital., t. X, p. V, p. 96_. — Altronde il Pontano, che fu segretario
di Ferdinando, chiama sua madre Vilardona Carolina, ed aggiugne che
molte persone lo dicevano supposto da questa donna, e figlio di un
calzolajo di Valenza, maomettano come lo era quasi tutto il popolo
in quel regno. _Pontan. Napol. belli, l. II. Y._
[83] _Comment. Pii Papae secundi, l. I, p. 27._
[84] _Platina vita di Calisto III, p. 426. — Ann. Eccles. Raynal.
1455, § 36, p. 444, e 1456, § 12, p. 457. — Giannone stor. civ., l.
XXVI, c. VII, p. 536. — Rocchi Pirri Chronol. reg. Siciliae,
Thesaur. Burmanni, t. X, p. V, p. 96. — Jo. Marianæ. de Reb.
Hispan., l. XXII, c. 18, p. 55._
Grandi avvenimenti militari, la conquista di un regno, luminose vittorie
sopra Caldora, sopra Renato d'Angiò, sopra Francesco Sforza, davano ad
Alfonso uno splendore che abbagliava le persone volgari. La prosperità
delle due Sicilie, e la pace ristabilita dopo una lunga anarchia, gli
davano posto tra i più saggi amministratori; ma ad ogni modo la virtù
che gli guadagnò maggiori elogj, la sua liberalità, fu quasi sempre
imprudente ed eccessiva; le sue profusioni lo tenevano costantemente in
mezzo alle ristrettezze; bentosto riprendeva con una mano ciò che aveva
donato coll'altra: era forzato di opprimere i suoi sudditi con
gravissime gabelle, o di vendere loro grazie contrarie all'ordine ed
alla buona amministrazione del regno. Il danaro mancando alle sue
prodigalità, egli distribuì nella sua monarchia con profusione nuovi
titoli, dignità e signorie feudali; colla medesima liberalità allargò le
prerogative dei signori, accordando loro una quasi assoluta sovranità
sui loro vassalli, ed in tal modo aggravò la sudditanza di questi,
togliendo loro la protezione della corona; indebolì l'autorità sovrana;
nocque alla pronta esecuzione della giustizia, e moltiplicò i mezzi di
resistenza dei grandi feudatarj nelle successive guerre civili. Può
dunque muoversi dubbio se il regno d'Alfonso sia stato favorevole ai
progressi dell'incivilimento nel regno di Napoli, ma non si può ricusare
di annoverar lui tra i più grandi e generosi monarchi che illustrarono
il quindicesimo secolo[85].
[85] _Giannone Ist. civile, t. III, l. XXVI, c. V, VI e VII. —
Giornali Napolitani, t. XXI, Rer. Ital., p. 1132._
CAPITOLO LXXVII.
_Sforzi di Calisto III e dei baroni napolitani per impedire
Ferdinando d'Arragona di succedere a suo padre. — S'addirizzano
a Giovanni d'Angiò, signore di Genova. — Pietro Fregoso rimane
ucciso in un attacco contro Genova. — Giovanni d'Angiò abbandona
Genova pel regno di Napoli. — Guerra civile; battaglie di Sarno
e di san Fabbiano tra gli Angiovini e gli Arragonesi_.
1458 = 1460.
Dacchè Alfonso era salito sul trono di Napoli fino alla morte, pareva
che la sua politica altro scopo non avesse che quello di assicurare
questo regno a suo figliuolo naturale Ferdinando. Tostocchè il re Renato
d'Angiò ebbe abbandonato Napoli, Alfonso pensò a fare riconoscere dal
parlamento, come abile a succedere alla corona questo figliuolo, ch'egli
aveva di già legittimato. Il parlamento di Napoli era la grande dieta
nazionale del regno, ed era composto soltanto di due camere. In quella
della nobiltà sedevano coi principi e coi baroni alcuni prelati nella
loro qualità di feudatarj, come l'abate di Monte Cassino, riconosciuto
pel primo barone del regno, l'arcivescovo di Reggio, ed altri: in quella
dei deputati delle città venivano chiamati, l'eletto del popolo di
Napoli, ed i sindaci delle principali comunità. Questo parlamento aveva
il diritto di regolare in concorso del re l'amministrazione della
giustizia e le finanze dello stato[86]; ma non era bastantemente
guarantita la sua esistenza, ed i monarchi napolitani trascurarono
spesso di adunarlo. Alfonso lo convocò nel 1443, ed i suoi confidenti
s'incaricarono di far sentire alla nobiltà il bisogno di fissare
l'ordine della successione al trono. Se il figliuolo naturale vi è
chiamato, essi dissero, siccome non avrà verun altro stato, e tutto
aspettar dovrà dai Napoletani, sentirà viemmeglio la necessità di
rispettare i loro privilegj; che se per lo contrario, in difetto di
legittimi figli d'Alfonso, si lasciasse passare la corona a suo fratello
il re di Navarra, non potrebbesi da questi sperare che preferisse
l'Italia alla sua patria; onde la capitale rimarrebbe senza sovrano,
Napoli sarebbe tutt'al più la residenza di un vicerè, e dovrebbe
aspettare gli ordini da una corte straniera, che non avrebbe contezza nè
dei costumi, ne dell'idioma del popolo a lei subordinato. Altronde,
soggiugnevano, essendo stato Alfonso innalzato egli medesimo sul trono
dalle armi de' Napolitani, poteva risguardarsi come un monarca eletto
dal suo popolo. Egli non aveva altri diritti alla corona che quelli che
derivavano da quest'elezione, a meno che valere non facesse i diritti di
conquista. Verun patto non obbligava o i suoi sudditi, o lui medesimo a
far partecipare suo fratello e la casa d'Arragona ad un acquisto che gli
era personale. L'adozione di Ferdinando fatta dalla nazione era dunque
altrettanto legittima, quanto conveniente. I baroni adunati in
parlamento parvero gustare questi diversi motivi; e dopo la loro
deliberazione, onorato Gaetano, conte di Fondi, venne a prostrarsi alle
ginocchia del re, supplicandolo, a nome della nobiltà adunata, di
accordare a suo figlio Ferdinando, allora in età di diciannove anni, il
titolo di duca di Calabria, e di designarlo per successore alla corona.
Alfonso, nel colmo della sua gioja per avere ottenuto quanto desiderava,
accordò quello che si era fatto chiedere; investì suo figliuolo, nella
chiesa di san Ligorio, del ducato di Calabria, gli passò la corona, lo
stendardo e la spada, e gli fece prestare il giuramento dalla nobiltà e
dai deputati delle città del regno[87].
[86] _Giannone, l. XX, c. IV, t. III, p. 51-53._
[87] _Giannone Ist. civile del regno, l. XXVI, c. I, p. 489._
Ma perchè i papi pretendevano di essere signori abituali del regno di
Napoli, la pacifica successione di Ferdinando non era assicurata finchè
la corte di Roma, in allora attaccata al partito angiovino, non
riconoscesse il nuovo re, ed il diritto ereditario di suo figliuolo
naturale. Il monarca affidò la propria riconciliazione col pontefice ad
Alfonso Borgia, vescovo di Valenza, quello stesso che poi trovossi
innalzato sulla cattedra di san Pietro sotto il nome di Calisto III,
quando si fece luogo a questa stessa successione. In fatti Eugenio
riconobbe Alfonso col trattato di pace soscritto a Terracina il 14
giugno del 1443, e gli spedì nello stesso anno delle bolle, colle quali
accordava la successione ai figli maschi d'Alfonso, senza aggiugnervi la
clausola, _legittimi_, ed in loro mancanza alla linea transversale[88].
Il 14 luglio del susseguente anno Eugenio IV legittimò Ferdinando,
dichiarandolo abile ad occupare le più alte dignità del regno, come pure
a succedere alla corona[89]. Per altro la nuova bolla d'investitura,
pubblicata in Napoli il 2 giugno del 1445, ristringeva ancora la
successione ai figli nati da legittimo matrimonio[90]. Pare che Eugenio
IV pensasse a riservarsi la possibilità di contrastare la successione di
Ferdinando quand'ella s'aprirebbe, e che in virtù di questo segreto
motivo ricusasse di spiegarsi così chiaramente come il re avrebbe
desiderato. Niccolò V, di più pacifico carattere, si prestò in un modo
più aperto ai voti d'Alfonso; confermò con una bolla del 14 gennajo del
1448 tutte le grazie dalla Chiesa accordate al re di Sicilia; nuovamente
riconobbe e sanzionò il diritto di successione di Ferdinando con una
bolla del 27 aprile del 1449; e finalmente il 26 gennajo del 1455 entrò
nella lega di venticinque anni tra Venezia, Firenze, il duca di Milano
ed il re di Napoli; uno degli oggetti della quale lega era il
mantenimento di questa successione di già sanzionata da tanti
trattati[91]. Pareva dunque stabilito il diritto di Ferdinando dal
consentimento del popolo, da quello del signore abituale e da quello di
tutti gli stati d'Italia.
[88] _Rayn. An. Eccl. 1445, § 1, 2-9, t. XVIII, p. 273-279._
[89] La bolla riportata da Raynaldo parla delle più alte dignità, ma
non della corona. È per altro probabile che sia mancante, poichè non
solo il Giannone, ma papa Pio II, dicono espressamente, che Eugenio
abilitò Ferdinando a succedere al padre. _Raynal. An. 1444, § 20, p.
304. — Giannone, l. XXVI, c. 2, p. 496. — Pii PP. II, comment., l.
I, p. 29._
[90] _Ann. Eccl. 1445, § 1-11, p. 305-310._
[91] _Giannone, l. XXVI, c. 3, p. 499._ — L'annalista della Chiesa,
per non mettere Calisto III in troppo aperta contraddizione cogli
atti dei suoi predecessori, travisò una parte di questi fatti.
Soppresse le prime due bolle di Niccolò V, ma perchè riferisce la
terza (_1445, § 3 e 4, p. 427_) colla quale il papa guarentisce la
successione di Ferdinando, il diritto di questo principe al trono di
Napoli resta, ancora per suo conto, bastantemente stabilito.
Non pertanto Alfonso per meglio provvedere alla sicurezza di suo
figliuolo volle procurargli una potente alleanza ne' suoi proprj stati.
Il più grande e ricco dei feudatarj del regno era Giovanni Antonio
Orsini, principe di Taranto. I suoi tesori, l'estensione de' suoi feudi,
il numero dei vassalli e de' soldati che teneva sempre sotto le armi, lo
mettevano quasi in istato di dare o di togliere la corona al suo
padrone. L'Orsini teneva presso di sè a Lecce Isabella di Clermont,
figlia della contessa di Copertino, sua sorella; Alfonso la domandò per
suo figliuolo, e gliela fece sposare nel 1444. Maritò nello stesso tempo
una delle sue figlie naturali a Martino di Marzano, figlio unico del
duca di Suessa, ed un'altra la diede a Lionello, marchese d'Este[92].
[92] _Giannone Ist. civile, l. XXVI, c. 3, p. 496._
Ma quando morì Alfonso, si videro dichiararsi contro il suo figlio
quegli uomini medesimi che il monarca credeva di avergli guadagnati. Il
primo ed il più accanito di tutti i suoi nemici fu Calisto III, lo
stesso ch'era stato suo ministro a Roma, quando non era che vescovo di
Valenza, che aveva ottenuta dal suo predecessore la legittimazione di
Ferdinando, ed accompagnato lo stesso Ferdinando ne' suoi viaggi.
Tostocchè seppe la morte d'Alfonso, pubblicò il 12 luglio del 1458 una
bolla, colla quale dichiarava il suo regno devoluto alla santa sede per
l'estinzione della linea legittima dell'ultimo feudatario; quasichè la
corte di Roma non avesse preventivamente riconosciuti i diritti di
Ferdinando, figlio di Alfonso, quelli di Giovanni suo fratello, e quelli
di Renato d'Angiò suo rivale. Vietò ai sudditi napolitani di prestare il
giuramento di fedeltà a veruno dei pretendenti alla corona; sciolse
dagli obblighi loro quelli che già lo avevano prestato; ed invitò tutti
coloro che credevano di avere qualche diritto a tale successione, a
dedurre i loro titoli innanzi ai tribunali ecclesiastici[93].
[93] _Raynald. An. Eccl., 1458, § 32, 33, p. 517. — Jov. Pontanus de
bello Neapolitano, l. I._ Il Pontano, uno de' più illustri letterati
del quindicesimo secolo, era segretario di Ferdinando I, quando
scriveva questa storia. Lo fu in appresso d'Alfonso II, e di
Ferdinando II. Adoperato nelle più onorevoli missioni diplomatiche,
ne' più importanti trattati, fu inoltre il maestro di Alfonso II.
Successe ad Antonio Beccadelli, conosciuto sotto il soprannome di
_Panormitano_, nella presidenza dell'accademia di Napoli, e le sue
poesie latine, più che gli altri suoi scritti, formarono la di lui
fama. (_Tiraboschi Stor. della Letter. Ital., t. VI, l. III, c. 4, §
29-30, p. 886._) La sua storia della guerra di Napoli divisa in sei
libri è scritta con molta eleganza. L'autore ebbe grandissima cura
di dipingere i luoghi e gli uomini, indicando con un colpo d'occhio
sicuro ciò che caratterizza ogni governo, e mostrando una
straordinaria accortezza nell'introdurre ne' suoi racconti il
ritratto de' popoli stranieri, o il racconto delle rivoluzioni che
si legano ai tempi di cui tratta. L'edizione in 4.º di cui mi sono
valso (_Haganovae 1530_) non ha numerate le pagine, onde indicai i
fogli per le lettere d'impressione. Fu ristampato nel _Thesaur.
Antiq. Ital., t. IX, p. III._
Non contento d'impiegare le armi e le minacce della chiesa per
sottomettere il regno di Napoli, cercò Calisto di persuadere il duca di
Milano ad assecondare le ambiziose sue viste. Lo Sforza aveva perduti i
suoi feudi negli Abbruzzi e nella Puglia, primi frutti delle vittorie di
suo padre. Calisto gliene offriva la restituzione, aggiugnendovi nuovi
stati, se coll'assistenza sua riduceva il regno sotto il suo dominio, e
poteva disporne a favore di Pietro Luigi Borgia, suo favorita nipote. Ma
Francesco Sforza, lungi dal dare orecchio a queste proposizioni, si
dichiarò fedele all'alleanza contratta colla casa d'Arragona, e disse
che ajuterebbe Ferdinando con tutte le sue forze[94]. Del resto Calisto
III, che formava così vasti progetti, non ebbe troppo tempo per condurli
a maturità; perciocchè quando morì, Alfonso egli era di già oppresso
dalla vecchiaja, ed affetto dalla malattia che doveva condurlo al
sepolcro. Tenne subito dietro ad Alfonso, e spirò il 6 di agosto[95].
Calisto III, salendo sul trono, aveva annunciate benefiche intenzioni, e
fatto sperare un regno virtuoso, ma non tardò a smentirsi; egli non ebbe
altra cura che quella d'arricchire i suoi nipoti, niuno de' quali
facevasi stimare per talenti o per virtù. Uno di loro, Roderico
Lenzuoli, che in questo stesso anno fu fatto dal papa vescovo di
Valenza, prendendo il nome di Borgia, diede a questo nome una troppo
odiosa celebrità, e fece riverberare sul benefattore la vergogna di cui
ricoprì sè medesimo.
[94] _Jo. Simonetae Hist., l. XXVI, p. 685._
[95] _Ann. Eccles. 1458, § 40, p. 520. — Stefano Infessura Diar.
Rom., t. III, p. II, p. 1138._
I cardinali diedero per successore a Calisto III Enea Silvio
Piccolomini, nato a Corsignano, borgata lontana ventidue miglia da
Siena, che poi prese il nome di Pienza, perchè il nuovo papa si fece
chiamare Pio II. Era questi uno de' più dotti, de' più penetranti, de'
più attivi uomini dei suo secolo. Aveva cominciato a rendersi celebre
nel concilio di Basilea, ove si distinse tra gli oppositori della corte
di Roma. L'antipapa Felice V lo creò suo segretario, e lo spedì per
trattare le cose sue presso Federico III. Questi lo annoverò pure tra i
suoi segretari, ed in appresso tra i consultori dell'impero[96].
L'imperatore lo incaricò d'una importante commissione presso Eugenio IV,
ed in tale circostanza Enea Silvio si riconciliò colla corte di Roma, e
venne ammesso nel numero dei segretari d'Eugenio, prima di avere
abdicato lo stesso impiego presso Felice V[97]. Impiegato
alternativamente nelle negoziazioni del concilio, dell'imperatore e del
papa, corse più volte l'Europa, e si fece vantaggiosamente conoscere per
la sua eloquenza, la sua erudizione, la sua destrezza nel trattare gli
affari. Eugenio IV lo aveva fatto vescovo di Trieste, Niccolò V gli
diede il vescovado di Siena, e Calisto III il cappello cardinalizio[98].
[96] _Vita Pii II per Jo. Anton. Campanum, t. III, p. II, p. 969,
970._
[97] _Ivi, p. 971._
[98] Pio II, nel commentario della propria vita, _l. I, p. 30, 31_,
dà curiose notizie intorno al conclave in cui fu eletto.
Nel momento della sua coronazione Pio II si trovò senza soldati e senza
danaro. Calisto aveva tutto dato ai nipoti, i quali cominciavano di già
a vendere le fortezze della Chiesa a Giacomo Piccinino, mentre questi
abbandonava la guerra di cui era incaricato contro Sigismondo Malatesta,
per approfittare delle rivoluzioni della corte romana. Pio in tale stato
di cose sentì la necessità di attaccarsi a Francesco Sforza, che gli
accordò i suoi soccorsi a condizione che il papa si riconciliasse col re
Ferdinando[99]. Altronde Pio II salendo sul trono pontificio,
abbracciava caldamente il progetto di spedire una crociata contro i
Turchi, la quale mai non aveva cessato di predicare come vescovo e come
legato. Il primo atto del suo pontificato fu quello di convocare pel
primo giugno del susseguente anno una dieta dei principi italiani in
Mantova, onde occuparsi della guerra sacra; e perchè rendevasi
necessaria per tale unione la pace interna, Pio II non ricusò di
confermare i diritti di successione di Ferdinando, di già riconosciuti
dai suoi predecessori[100]. In ottobre mandò a Napoli il cardinale
Latino Orsini a recargli la corona del regno[101], ed approfittò di
questa circostanza per fare con Ferdinando un trattato egualmente
vantaggioso a lui ed alla Chiesa. Fissò il tributo che i re della
Sicilia anteriore dovevano a san Pietro, tributo che da lungo tempo non
era stato pagato, e fece rendere alla Chiesa Benevento, Pontecorvo e
Terracina[102]. Ammogliò suo nipote, Antonio Piccolomini, con Maria,
figliuola naturale di Ferdinando, che gli diede per dote il ducato
d'Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del
regno[103]. Finalmente si riservò di stendere il trattato di pace tra
Sigismondo Malatesta ed il re di Napoli.
[99] _Jo. Simonetae, t. XXVI, p. 687._
[100] _Vita Pii II a Jo. Campano, t. III, p. II, p. 974. — Comment.
Pii Papae II, l. II, p. 34-35._
[101] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 688. — Cronico di Bologna, t.
XVIII, p. 727._
[102] _Giannone, l. XXVI, c. VI, p. 527. — Campanus vita Pii II, p.
978. — Comment. Pii Papae II, l. II, p. 36._
[103] _Giannone, l. XXVII, Introduzione, p. 550. — Jo. Simonetae, l.
XXVI, p. 688. — Pii II, Comment., l. II, p. 36_. Omette le
condizioni relative al suo personale vantaggio.
Ferdinando era di già tranquillo possessore del trono di Napoli, pure
don Carlo, conte di Viana aveva trovato tra i baroni Catalani e
Siciliani, che formavano la corte d'Alfonso, molti partigiani.
Sostenevano questi che il regno di Napoli, essendo stato conquistato
dagli Arragonesi, doveva correre la sorte del regno di Arragona.
Altronde il conte di Viana era altrettanto stimato per la nobiltà del
suo carattere, la sua generosità, e le gentili sue maniere, quanto
Ferdinando era odiato per la sua dissimulazione, la sua crudeltà, la sua
avarizia. Ma Ferdinando, appena morto il padre, corse la città di Napoli
a cavallo per prenderne possesso, e venne salutato dalle acclamazioni
del popolo; il conte di Viana non si attentò di lottare contro quello
che parvegli il voto nazionale; andò a bordo di un vascello, che
trovavasi in porto, insieme a tutti i Catalani che non volevano servire
Ferdinando, e ritirossi in Sicilia[104].
[104] _Giannone, l. XXVII, Introd., p. 544. — Jov. Pontanus de Bello
Neapolit., l. I, n.º 11. — Jo. Marianae de rebus Hispaniæ, t. XXII,
c. 19, p. 56._ — Vedasi il bell'elogio del conte di Viana di Marineo
Siculo, che pure lo scrisse per ordine di Ferdinando il Cattolico.
_Lucii Marinei Siculi de Reb. Hisp., l. XIII, p. 417, in Hisp.
illust., t. I._
Per altro le acclamazioni del popolo non esprimevano il voto nazionale:
i baroni napolitani conoscevano abbastanza il carattere di Ferdinando
per desiderare ardentemente di sottrarsi al suo dominio; e solo avevano
bisogno di tempo per apparecchiare la loro resistenza. Di questi il più
diffidente era quello stesso principe di Taranto, Giovanni Antonio
Orsini, di cui il nuovo re aveva sposata la nipote. L'Orsini non ardiva
di abbandonare la sua residenza di Lecce per venire alla corte; egli
stava sempre in guardia contro il ferro ed il veleno degli emissarj di
Ferdinando, e risguardava le grazie che da lui riceveva come esche
destinate a trarlo in pericolosi lacci. Fu dei primi a formare un
partito contro il nuovo re, associandosi in principio col principe di
Rossano, poi con Giosia Acquaviva, duca d'Atri, e col marchese di
Cotrone. Questi potenti feudatarj mandarono ad offrire a Giovanni di
Navarra di porlo in possesso del regno di Napoli, per lo stesso titolo
per cui riceveva quello d'Arragona ed il rimanente della fraterna
eredità. Fortunatamente per Ferdinando trovavasi in allora Giovanni
impegnato in civili guerre co' suoi sudditi di Catalogna e di Navarra.
Signoreggiato dalla seconda sua consorte, voleva diseredare il conte di
Viana, suo figlio del primo letto, per sostituirgli quel Ferdinando,
nato del secondo, ch'ebbe poi il nome di _Cattolico_. Troppo occupato
trovandoci degli affari della Spagna per cercarne altri in Italia,
Giovanni ricusò di turbare l'amministrazione di suo nipote, dichiarando
che non domandava di regnare in Napoli, purchè questo stato si
conservasse in un ramo della casa d'Arragona[105].
[105] _Giannone Ist. civ., l. XXVII, c. I, p. 552._
I baroni napolitani respinti dal re di Navarra, si volsero a Giovanni,
figliuolo di Renato, duca di Calabria, che allora governava Genova, e
che non aveva accettato quel governo, che per cogliere le occasioni di
far rivivere le antiche pretese della casa d'Angiò sopra le due
Sicilie[106]. Persuasero facilmente questo duca ad approfittare delle
circostanze, che sembravano favorevoli; ma non pertanto siccome la
precedente guerra, e la malattia contagiosa che aveva travagliata
Genova, non gli permettevano di potere disporre di numerose forze, o di
molto danaro, volle, prima d'impegnarsi in questa spedizione,
guadagnare, se gli fosse possibile, l'amicizia del potente suo vicino,
il duca di Milano. Gli mandò in qualità di ambasciatori il vescovo di
Marsiglia e Giovanni Cossa, barone napolitano, che per attaccamento al
partito d'Angiò trovavasi omai da circa diciannove anni in esilio. Gli
fece ricordare l'antica alleanza tra le due famiglie: Sforza Attendolo,
padre del duca di Milano, era morto combattendo per la casa d'Angiò, ed
egli medesimo aveva perduto per questa causa tutti i suoi stati del
mezzogiorno dell'Italia. Il duca di Calabria lo supplicava in nome
dell'antica loro amicizia di appoggiare quelle stesse pretese, di cui
egli medesimo aveva sostenuta la giustizia colle armi alla mano, e di
preferire ad una nuova ed affatto impolitica alleanza, quella di un
mezzo secolo, che sarebbe suggellata da lunghe affezioni, e da doverosa
riconoscenza. Offriva di sposare egli medesimo Ippolita, figliuola del
duca di Milano, ch'era destinata al figlio di Ferdinando di lei molto
più giovane; e prometteva di restituire alla casa Sforza tutto ciò
ch'ella aveva già posseduto nel regno di Napoli, aggiugnendovi nuovi
stati, ed attenendosi in ogni cosa ai suoi consigli[107].
[106] _Jovianus Pontanus de bello Neapol., l. I, n. 111. — Giornali
Napoletani, t. XXI, p. 1132._
[107] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 692._
Francesco non disaminò lungamente queste proposizioni: conosceva le
pretese della casa d'Orleans sul ducato di Milano; vedeva che questa
aveva posta in Asti una guarnigione francese; vedeva altri francesi
padroni di Genova; e se ancora il regno di Napoli cadeva nelle mani de'
Francesi, prevedeva distrutta la propria indipendenza e quella degli
altri principi d'Italia. Nella sua risposta al duca Giovanni di Calabria
frammischiò destramente alle proteste di amicizia, alcuni rimproveri,
perchè il duca gli avesse dissimulata l'impresa di Genova. Dichiarò
altronde, che qualunque si fossero i diritti dei pretendenti alla corona
di Napoli, egli non si permetterebbe di giudicarli, e che la sua
condotta non poteva essere diretta che dai trattati che aveva stipulati.
L'alleanza conchiusa nel 1455 fra tutti gli stati d'Italia non
lasciavagli, egli diceva, l'arbitrio della scelta. Che se la casa di
Arragona veniva attaccata nel regno di Napoli, egli si troverebbe
obbligato a difenderla, e che tutta l'Italia, vincolata dallo stesso
trattato, abbraccerebbe egualmente la causa di Ferdinando; onde invitava
il duca Giovanni a riflettervi maturamente, prima di tentare un'impresa,
che probabilmente sarebbe al di là delle sue forze. Per la stessa
ragione, soggiugneva, non era più in tempo d'accettare per sua figlia
l'onorevole parentado della casa d'Angiò, perchè ella era stata
solennemente promessa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, e che, qualunque
si fossero gli avvenimenti, egli sarebbe fedele mantenitore delle sue
promesse[108].
[108] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 693._
Francesco Sforza, che, ricusando la sua assistenza al duca Giovanni,
conservava nel suo discorso tanta lealtà e moderazione, stava per altro
contro di lui apparecchiando segrete pratiche, che prevennero l'attacco
del regno di Napoli. Pietro Fregoso, quello che nel precedente anno
aveva data Genova ai Francesi, lagnavasi di già amaramente che non
venivano osservate le condizioni stipulate a favor suo e della patria.
Lo Sforza l'accolse nello stato di Milano, gli permise di ragunare armi,
di soldarvi gente col danaro mandatogli da Ferdinando, di darne il
comando a Tiberto Brandolini, uno de' suoi luogotenenti, e d'invadere lo
stato di Genova, in febbrajo del 1459, con una ragguardevole armata.
Nello stesso tempo Villa Marina bloccava con dodici galere di Ferdinando
la città dal lato del mare; e Giovann'Antonio del Fiesco venne ad
ingrossare il campo del Fregoso co' suoi parenti ed amici. Pure entro le
mura di Genova non si fece verun movimento; tutto il popolo pareva
affezionato ai Francesi, ed i cittadini supplivano le parti de' soldati
che mancavano al duca di Calabria, schivando soltanto di venire a
battaglia fuori delle mura: ma il Fiesco per provocarli ad una sortita
s'avvicinò tanto alle mura, che fu ucciso con un colpo di colombrina.
Quest'accidente riuscì funesto al suo partito: credendo i suoi parenti
di avere tutti eguali diritti alla di lui eredità, partirono all'istante
alla volta dei varj castelli della sua famiglia, ad oggetto di
acquistarne il possesso colle armi. Il Fregoso, indebolito dalla loro
dispersione, s'allontanò da Genova, e dopo avere levate contribuzioni a
Sesto ed a Chiavari, tornò in Lombardia[109].
[109] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 694. — Uberti Folietae Genuens.
Hist., l. XI, p. 608. — P. Bizarro, l. XIII, p. 295. — Agost.
Giustiniani, l. V, f. 212._
Il duca Giovanni erasi meritato l'affetto che i Genovesi gli mostravano;
aveva saputo adottare le loro costumanze, ed i sentimenti degl'Italiani;
sentiva di non essere in Genova che il magistrato di una libera città,
ed invece di comandare come padrone, faceva dipendere le proprie
decisioni dalle deliberazioni del senato e del popolo. Infatti fu al
senato di Genova ch'egli partecipò le proposizioni fattegli dal principe
di Taranto; dichiarò, che, sebbene credesse di avere di già soddisfatto
al proprio dovere, rispingendo lontano dalle mura d'una città da lui
amata, il nemico che minacciava di ridurla, dopo averla saccheggiata, in
servitù, non farebbe la spedizione cui era chiamato per riavere
l'eredità dei suoi maggiori, senza il consentimento de' Genovesi. Del
resto credeva vantaggioso alla loro repubblica ed a sè stesso di
rovesciare sopra la casa d'Arragona il peso di una guerra, colla quale
questa da tanto tempo opprimeva la Liguria, e di restituire al commercio
ed all'attività de' Genovesi le fertili province, rese quasi deserte da
Alfonso e da suo figlio Ferdinando. Questo discorso e la modestia del
duca di Calabria eccitarono un universale entusiasmo; il senato votò a
favore del principe d'Angiò, con un decreto che venne sanzionato dal
consiglio, l'armamento di dieci galere e di tre grandi vascelli da
trasporto, il pagamento degli equipaggi per tre mesi, e inoltre un
sussidio di sessanta mila fiorini da prendersi sulla banca di san
Giorgio[110]. Dal canto suo il re Renato aveva fatto armare a Marsiglia
una flotta di dodici galere, che mandò a raggiugnere quella di suo
figlio.
[110] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 696. — Bern. Corio Ist. Milan., p.
VI, p. 951. — Uberti Folietae Genuens. Hist., l. XI, p. 609. — P.
Bizarro, S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 298. — Agust.
Giustiniani Annal., l. V, f. 212. A._
Ferdinando, avuto avviso di questi apparecchi, si sforzò di ritenere a
Genova il duca di Calabria, suscitandogli in questa città nuovi
travagli. Mandò danaro a Pietro Fregoso, e lo pose in istato di
rimontare la sua armata, chiedendogli soltanto di rientrare nello stato
ligure, prima che Giovanni s'imbarcasse. Il Fregoso attraversò
effettivamente l'Appennino, scese nella valle della Polsevera, e
s'accampò a sole quattro miglia da Genova; ma gli fu opposto lo stesso
sistema di difesa adoperato contro di lui con sì buon effetto in
primavera. Veruna banda di soldati non uscì dalle mura; il Fregoso non
trovava chi combattere; non poteva lungo tempo mantenere la sua armata
in quelle sterili montagne, ed il danaro ricevuto dal re di Napoli era
omai consumato. Frattanto udì con piacere che la flotta provenzale,
unita a quella di Genova era uscita dal porto ed aveva fatto vela alla
volta di Livorno. Credendo di trovare la guarnigione della città molto
indebolita dalla lontananza di tanti soldati, osò nella notte del 13 di
settembre di tentare la scalata; questa gli riuscì, ed i suoi soldati
penetrarono fino a Pietra-Minuta, la prima delle colline poste entro il
circondario delle mura esteriori. Il duca Giovanni, sempre padrone del
ricinto interno, sortì con tutta la guarnigione addosso al nemico,
abbandonando la città alla buona fede de' cittadini; e ben poteva farlo,
perchè egli era così amato, e tanto temuto era Pietro Fregoso, che un
solo degli antichi partigiani di quest'ultimo non si mosse in suo
favore. Allo spuntare del giorno fu data una sanguinosa battaglia tra le
due mura. Ogni partito aveva per difendersi il vantaggio del terreno, e
quando tentava di attaccare provava egualmente crudeli perdite: ma il
Fregoso, avuto improvvisamente avviso che Paolo Adorno era in
quell'istante entrato in porto con una galera, e che gli Adorni
prendevano le armi, volle con un ardito colpo decidere la sua sorte
prima che giugnessero. Discese da Pietra-Minuta ed attaccò la porta di
san Tommaso, ove fu respinto; allora tenendo dietro alle mura
dell'antica città, s'avvide che la porta della Vaccheria era aperta, e
l'attraversò arditamente colla cavalleria che lo seguiva. Ma mentre
introducevasi in città fu chiusa questa porta, ed egli trovossi separato
dalla sua armata. In quel momento non aveva con sè che tre cavalieri,
onde, vedendosi perduto, ripose ogni speranza nella bontà del suo
cavallo, che spinse di galoppo verso le strade più lontane dalla zuffa
per uscire dalla porta orientale. Gli riuscì infatti di lasciarsi molto
a dietro il piccolo numero de' soldati che l'avevano conosciuto e lo
inseguivano; ma la porta orientale si trovò chiusa, e quando di là volle
recarsi alla porta di sant'Andrea, cominciò ad essere dall'alto delle
case assalito a colpi di pietre. Scorrendo sempre di galoppo le strade
deserte, ove non era preveduto il suo arrivo, ma sempre inseguito da
Giovanni Cossa, che due volte lo raggiunse con un colpo di mazza, egli
fu finalmente oppresso dai sassi e rovesciato da cavallo presso al
pretorio. Quando fu rialzato dal suolo, non rispose una sola parola a
coloro che lo interpellavano, e morì dopo poche ore[111].
[111] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 698. — Cron. di Bol., t. XVIII, p.
731. — Uberti Folietae, l. XI, p. 611. — P. Bizarro Hist., l. XIII,
p. 300. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 213. D. E._
Quando l'armata di Pietro Fregoso si trovò separata dal suo capo, e
quando seppe subito dopo la di lui morte, coloro che la componevano
perdettero il coraggio, e non pensarono che a salvarsi colla fuga, ma la
maggior parte non si sottrasse ai nemici che gl'inseguivano; e quasi
tutta la cavalleria e la metà dei pedoni rimasero prigionieri. Masino
Fregoso, fratello di Pietro e Rinaldo del Fiesco, essendo stati presi
colle armi in mano, furono condannati come capi di ribelli all'ultimo
supplicio. Sigismondo, figliuolo di Tiberio Brandolini, che fu preso
nello stesso tempo, venne posto in prigione, perchè serviva nell'armata
del duca di Milano, allora in pace collo stato di Genova, onde queste
ostilità vennero risguardate come una violazione del diritto delle
genti. Ma tutti gli altri soldati furono lasciati liberi, dopo avere
giurato di non più servire contro la casa d'Angiò[112].
[112] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 699. — Uberti Folietae, l. XI, p.
611. — P. Bizarro, l. XIII, p. 301. — Agost. Giustiniani, l. V, f.
214._
Dopo tale vittoria, il duca di Calabria, risguardando Genova come
bastantemente sicura, apparecchiò tutto quanto occorreva pel suo
imbarco. Andò a bordo il 4 ottobre del 1459, e toccò in viaggio Luna,
indi Porto Pisano, ove la repubblica di Firenze gli offrì magnifici
doni, accompagnati da' suoi sinceri voti. Malgrado l'alleanza conchiusa
con Alfonso, ella non poteva dimenticare l'antica sua parzialità per la
casa d'Angiò: ella, in sull'esempio del duca di Milano, non assoggettava
ogni suo affetto alla politica; e giudicava il proprio carattere de'
combattenti, piuttosto che la convenienza d'impedire i progressi de'
Francesi in Italia. Francesco Sforza per lo contrario non lasciavasi
sgomentare dal cattivo successo delle due intraprese sopra Genova; non
perdeva di vista i mezzi di soccorrere Ferdinando, e dirigeva in
particolare verso questo scopo le conferenze di Mantova, alle quali Pio
II aveva invitati tutti i principi cristiani.
Pio II, che sperava di regolare in questa dieta gli sforzi combinati dei
Cristiani contro i Turchi e la politica dell'Italia, aveva presa la
strada di Mantova con una pompa religiosa, che di già disponeva gli
spiriti volgari ad ubbidirgli. Lo accompagnavano dieci cardinali e
sessanta vescovi, varj principi secolari eransi uniti al di lui seguito,
ed altri vi avevano mandati i loro ambasciatori. Perugia lo aveva
ricevuto come suo sovrano, Siena per compiacerlo aveva richiamata la sua
nobiltà, e rendutile i diritti di cittadinanza; a Firenze Galeazzo
Maria, figlio di Francesco Sforza, i Malatesta, i Manfredi e gli
Ordelaffi, ch'erano venuti ad incontrarlo, portarono la sua lettica, e
la repubblica lo accolse colle onorificenze riservate ai più gran
re[113]. Le feste destinate pel passatempo della sua corte sarebbero
state più confacenti a quella di un giovane conquistatore, che non a
quella del padre spirituale de' fedeli. Era stato apparecchiato un gran
torneo sulla piazza di santa Croce, un magnifico ballo nella piazza di
mercato nuovo, ed un combattimento di bestie feroci in quella della
signoria. Si videro con maraviglia scendere sull'arena dieci leoni, e lo
stupore de' forastieri crebbe a dismisura, quando videro comparire la
gigantesca giraffa, fino a quell'epoca quasi sconosciuta all'Europa. Ma
per quanti sforzi si facessero per provocare questi rarissimi animali
alla pugna, non si potè giammai eccitare la loro collera ed offrirne lo
spettacolo alla corte pontificia[114]. Continuando il suo viaggio Pio II
entrò in Mantova il 27 maggio del 1459, portato nella sua lettica dai
deputati dei re e dei principi, che lo stavano aspettando[115].
[113] _Comment. Pii Papae II, l. II, p. 40._
[114] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud. Tosc., t. XX, p. 369,
370._
[115] _Campanus vita Pii II, p. 975, 976. — Commentarii Pii Papae.
II, p. 39._
Giammai non erasi dispiegata, dopo il rinnovamento delle lettere, tanta
eloquenza latina. Pio II con varj discorsi, pronunciati intorno
all'infelicità di Costantinopoli ed ai pericoli del cristianesimo cavò
le lagrime a tutti gli uditori. Fu ammirato Francesco Filelfo, allorchè
parlò pel duca di Milano, e più ancora Ippolita Sforza, figlia di
Francesco, e promessa sposa d'Alfonso, allorchè complimentò il papa con
un discorso latino. I deputati del Peloponneso fecero una profonda
impressione sopra quest'augusta assemblea col racconto dell'invasione
dei Turchi, e col quadro dell'orribile schiavitù in cui erano caduti i
Greci; e i deputati di Rodi, di Cipro, di Lesbo, d'Epiro, dell'Illiria,
fecero sentire che senza i pronti soccorsi dei Latini i loro stati non
potevano sottrarsi alla sorte che minacciava tutto il Levante. Quasi
tutti i principi d'Italia assistevano personalmente a questa dieta, ove
trovavansi pure gli ambasciatori di quasi tutti gli stati della
Cristianità. Da molti secoli non erasi veduta in Italia un'adunanza più
solenne e più imponente; nessun'altra era stata chiamata a discutere più
grandi, più immediati, più universali interessi. Il papa accordò la pace
a Sigismondo Malatesta, attaccato e quasi spogliato dal Piccinino e da
Federico di Montefeltro; fece accordare l'onore del comando di tutte le
forze della Cristianità a Filippo, duca di Borgogna, che si era
consacrato alla crociata; fece decidere dalla dieta, che l'armata che si
spedirebbe contro i Turchi sarebbe levata in Germania, e pagata dalla
Francia, dalla Spagna e dall'Italia. Le contribuzioni di quest'ultimo
paese vennero ripartite in proporzione della ricchezza degli stati, ed i
deputati di Firenze, di Siena, di Genova e di Bologna si obbligarono in
nome delle loro città al pagamento della tangente, che loro verrebbe
assegnata. Borso d'Este, duca di Modena e signore di Ferrara, forse di
già prevedendo che veruna di queste risoluzioni avrebbe effetto,
sorprese l'assemblea colla smisurata offerta di 300,000 fiorini. Tutto
pareva preventivamente regolato per la guerra che la Cristianità stava
per muovere di comune consentimento[116]; ma questi apparecchi della
crociata vennero tutt'ad un tratto sospesi dalla notizia delle ostilità
che scoppiavano dovunque tra i popoli latini. Le galere, che si erano
armate alle rive del Rodano, e che credevansi destinate contro i Turchi,
erano state cedute dal re di Francia a Renato per tentare la conquista
di Napoli; erano giunte alle foce del Garigliano, ed il duca Giovanni di
Calabria aveva invasa la Campania. Nella stessa Roma i Savelli, e nello
stato della Chiesa il Piccinino e Sigismondo Malatesta avevano
ricominciata la guerra. Le rivoluzioni d'Inghilterra, di Castiglia, di
Boemia, di Ungheria, distruggevano le speranze fondate su questi diversi
popoli; e la dieta di Mantova, che aveva avuto così imponenti principj,
e che pareva animata da tanto zelo, si divise senza veruna fondata
sicurezza di recare soccorso ai Cristiani del Levante[117].
[116] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 752. — Comment. Pii Papae II,
p. 52_, e tutto il libro III, 60, 93.
[117] _Jo. Ant. Campanus vita Pii II. P. Max., t. III, p. II, p.
977. — Comment. Pii Papae II, l. III, p. 93._
Pio II sentì vivamente questo totale sovvertimento delle sue speranze e
de' suoi progetti; ed il tentativo della casa d'Angiò contro il re di
Napoli sembrandogli la causa immediata dell'abbandono della crociata, il
di lui risentimento si confuse ai suoi occhi collo zelo per la
Cristianità. Altronde Francesco Sforza, nelle frequenti conferenze avute
con questo pontefice, accrebbe ancora la sua parzialità per la casa
d'Arragona. Per quanto sia grande lo zelo pel pubblico bene che nutre un
papa quando acquista la tiara, gl'immediati interessi della sua
sovranità di Roma vincono bentosto nella sua mente quelli della
repubblica cristiana. Francesco Sforza fece sentire a Pio II, che
l'ingrandimento de' Francesi in Italia lo ridurrebbe in un'assoluta
dipendenza. Dietro questa considerazione risguardò la difesa di
Ferdinando e la guerra di Napoli come un affare personale, e consacrò
alla difesa della casa d'Arragona i tesori e le armi che aveva raccolte
per la guerra contro i Turchi.
Il duca Giovanni di Calabria, giugnendo sulle coste del regno di Napoli
in ottobre del 1459, aveva contato sull'ajuto d'Antonio Centiglia, conte
di Catanzaro e marchese di Cotrone, ma seppe non senza inquietudine che
Ferdinando l'aveva fatto arrestare pochi dì avanti[118]. Fu per altro in
breve riconfortato dalla insurrezione degli altri feudatarj, suoi
alleati, che si manifestò in ogni lato. Marino Marzano, duca di Svessa,
fu il primo a spiegare l'insegna d'Angiò e ad accogliere il duca di
Calabria, a favore del quale si dichiarò tutta la Campania. Negli
Abruzzi, Antonio Candola o Caldora, figlio di Giacomo, diede un esempio
simile, e fu bentosto imitato da Pietro Gian Paolo Cantelmo, duca di
Sora, e da Niccolò, conte di Campo Basso[119]. Il principe d'Angiò,
allontanandosi dalla sua flotta, visitò tutti questi feudi, passando
prima all'Aquila, che gli aprì le porte. Dall'Abruzzo si recò nella
Puglia, ove venne ad unirsi a lui colle sue truppe Ercole d'Este.
Ercole, legittimo erede della signoria di Ferrara e del ducato di
Modena, era venuto a cercare servigio nel regno di Napoli, mentre che i
suoi due fratelli naturali regnavano successivamente in sua vece; egli
era stato da Ferdinando incaricato dì comandare nella Puglia di concerto
con Alfonso d'Avalos; ma si lasciò come gli altri strascinare
dall'entusiasmo generale per la casa d'Angiò. Luceria, Foggia, san
Severino, Troja e Manfredonia avevano a gara aperte le porte ai
Francesi; e la strada di Taranto più non essendo chiusa al duca di
Calabria, il principe Giovanni Antonio Orsini, che fin allora aveva
dissimulato con Ferdinando, abbracciò il partito d'Angiò. Avendo questi
adunati sotto i suoi ordini tre mila cavalli, attaccò contemporaneamente
in più luoghi le truppe di Ferdinando e costrinse i feudatarj, suoi
vicini, a dichiararsi pel partito ch'egli aveva abbracciato[120].
[118] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 699. — Cron. di Bologna, t. XVIII,
p. 732._
[119] _Jovianus Pontanus de Bello Neapol., l. I, p. 7. — In Thesaur.
Antiqu. Ital. t. IX, p. III. — Giorn. Napolit. t. XXI, p. 1133. —
Comment. Pii Papae II, l. IV, p. 94. — Pandolfo Collenuccio Compend.
dell'Istoria di Napoli, l. VII, f. 211._
[120] _ Jo. Simonetae, l XXVI, p. 701. — Jov. Pontanus, de bello
Neapolit., l. I, p. 14._
Spargendosi per l'Italia le notizie dei prosperi avvenimenti del
principe d'Angiò, esse vi cagionarono un generale fermento. Renato e suo
figlio Giovanni erano conosciuti dagl'Italiani, e dovunque avevasi avuto
qualche relazione con loro, si conservava per le persone loro un
affettuoso rispetto. La bontà, la semplicità, la lealtà, la sincerità
formavano il fondo del loro carattere, e vantaggiosamente li
distinguevano da tutti gli altri principi. Alfonso d'Arragona non aveva
al certo risvegliato il medesimo interessamento a suo favore. Si era
temuta la di lui politica, il di lui orgoglio aveva dato luogo a
lagnanze, e tutte le potenze d'Italia, Venezia, Firenze, Genova, il duca
di Milano ed il papa, erano stati la volta loro in guerra con lui. Pure
sapevasi quanto questo principe era superiore a suo figliuolo; sapevasi
che questi era maligno e crudele, che aveva inspirata una insuperabile
avversione a tutta la nobiltà napolitana, e ch'era l'odio concepito
contro di lui, non già l'illegittimità de' suoi diritti, che rendeva la
ribellione universale. Altronde diversi stati d'Italia erano, in forza
d'antica alleanza, uniti alla casa d'Angiò. In particolare i Fiorentini
risguardavansi come i perpetui alleati della Francia in Italia. Da circa
dugent'anni e fino dai tempi di Carlo il vecchio avevano consacrati le
loro fortune ed il loro sangue per istabilire il suo dominio nel regno
di Napoli; ed udirono colla più viva gioja le vittorie di Giovanni, cui
credevano che dovesse in breve tener dietro la conquista di tutto il
regno.
Ferdinando, che coll'avviso dell'invasione del suo rivale, era subito
tornato dalla Calabria a Napoli, mandò, dietro i consiglj di Francesco
Sforza, ambasciatori a Firenze ed a Venezia per domandare i sussidj che
gli stati coalizzati si erano vicendevolmente promessi per venticinque
anni nella lega d'Italia del 1455. Il duca Giovanni, avuta notizia di
questa ambasceria, ne mandò ancor esso un'altra simile per chiedere gli
stessi soccorsi in virtù dell'antica alleanza della casa di Francia
colle due repubbliche. Il diritto dei trattati stava apertamente a
favore di Ferdinando, ma tutti i cuori inclinavano verso Giovanni.
Altronde siccome si suppone che tutti i governi vengono sempre trattati
a nome dei popoli, le due repubbliche si credevano obbligate verso il
regno di Napoli, non già verso la casa d'Arragona, e pretendevano che
l'alleanza loro col re e col regno di Napoli non poteva obbligarle a
dare per forza a questo regno un re detestato. I Veneziani, siccome i
Fiorentini, cercarono di più una scusa nella guerra che Alfonso aveva
fatto fare in Toscana dal Piccinino; pretesero che questo monarca avesse
in tal maniera derogato egli stesso alla lega d'Italia, e ch'egli aveva
perduto ogni diritto ai soccorsi stipulati, poichè lungi dal darne
allora alla repubblica egli erasi apertamente collegato col suo nemico.
I Fiorentini, più zelanti nel loro attaccamento alla casa d'Angiò,
risolsero di accordare al duca Giovanni un annuo sussidio di ottanta
mila fiorini, finchè avesse terminata la conquista del regno. Pure
avanti di prendere un pubblico impegno vollero concertarsi col duca di
Milano. Cosimo dei Medici gli scrisse caldamente, nulla dimenticando di
ciò che credeva utile per fargli sentire quanto egli stesso doveva alla
casa d'Angiò e quanto poteva sperarne, enumerandogli d'altra parte tutti
i torti che la casa d'Arragona aveva verso di lui e verso tutta
l'Italia. Gli rappresentò la fortuna di Ferdinando di già affatto in
fondo, e lo supplicò a non ostinarsi, se non altro per prudenza, nel
voler risuscitare un morto; gli offriva di trattare a nome del duca di
Milano col duca di Calabria, e prometteva d'ottenergli le più onorate e
vantaggiose condizioni. Ma Francesco nella sua risposta, dopo di avere
allegati i suoi obblighi, che dichiarò sacri, mostrò che Ferdinando,
tuttavia padrone della capitale e delle principali fortezze, trovavasi
in migliore situazione che non il duca Giovanni. Aggiunse che il primo,
non avendo altri stati che quello di Napoli, non potrebbe mai dipartirsi
dagl'interessi degli Italiani, e rendersi formidabile a tutta la
penisola, come lo era stato suo padre che governava nello stesso tempo
molti regni _barbari_[121]; o come lo diventerebbero Renato e suo
figlio, che terrebbero Napoli in dovere coi soccorsi dei Francesi. Se i
principi della casa d'Angiò erano di troppo superiori pel loro carattere
ai principi arragonesi, Cosimo non poteva d'altra parte negare che i
Francesi, loro sudditi, non fossero vicini assai più pericolosi. Lo
Sforza gli rammentava la loro petulanza, l'insolenza loro nella
prosperità, l'insaziabile loro ambizione, il disprezzo per le costumanze
e per le leggi straniere, e l'ingratitudine loro verso quelli che gli
avevano fatti grandi. Li mostrò di già avere bloccata l'Italia colle
loro guarnigioni d'Asti e di Genova; mostrò le loro alleanze in Romagna,
le conquiste in Calabria, e fece vivamente sentire a Cosimo tutto il
pericolo di renderli ancora più potenti. Pio II, al suo ritorno dalla
dieta di Mantova, ebbe una conferenza con questo illustre capo della
repubblica fiorentina, e insistette intorno agli stessi motivi di
politica, e le sue insinuazioni, unite a quelle dello Sforza, persuasero
Cosimo a far rivocare dalla repubblica il decreto de' sussidj a favore
del duca di Calabria. Allora i Fiorentini ed i Veneziani dichiararono di
comune consentimento, che osserverebbero una stretta neutralità fra i
due pretendenti, o che, per quanto potesse dipendere da loro,
accorderebbero all'uno ed all'altro la loro amicizia, ed i loro buoni
ufficj[122].
[121] Gl'Italiani, come altravolta i Greci, non esitavano a dare il
nome di _barbari_ a tutti i popoli che non parlavano il loro
linguaggio.
[122] Tutta questa negoziazione ci fu conservata da que' medesimi
che la trattarono. Racconta Pio II ne' suoi commentarj la sua
conferenza con Cosimo de' Medici, l. IV, p. 96, e Giovanni Simonetta
scrisse sotto la dettatura dello Sforza la lettera di questi a
Cosimo de' Medici. Egli riferisce questa lettera nel _l. XXVI, p.
702-706. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 89._
Dietro domanda di Pio II e di Francesco Sforza, Ferdinando aveva
accordata la pace a Sigismondo Malatesta, e richiamato il Piccinino; ma
questi, che vedevasi preclusa la strada al compimento delle sue
vittorie, e strappate di mano le conquiste promessegli in feudo come
premio della sua attività, che di più vedeva il tesoro di Ferdinando
esausto nel cominciamento della guerra, e che non poteva avere da lui il
pagamento del suo soldo arretrato, si guardò come sagrificato da questo
trattato, ed entrò in trattato con Giovanni d'Angiò per passare al suo
servigio. Invano, per rimoverlo da questa risoluzione, Francesco Sforza
gli mandò il padre dello storico Corio coll'offerta di dargli in
matrimonio Drusiana, sua figlia naturale[123]. Quando, a fronte di
queste pratiche, il Piccinino si pose in movimento con un'armata di
sette mila uomini per passare nell'Abruzzo, il duca di Milano scrisse a
suo fratello, Alessandro Sforza, signore di Pesaro, ed al conte di
Montefeltro di chiudergli il passaggio; ma nè l'uno nè l'altro volle
esporsi a trattenere la guerra nei suoi stati, ed il Piccinino arrivò
senza combattere fino ai confini del regno[124].
[123] _Bern. Corio Ist. Milan., p. VI, p. 953._
[124] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 707-709. — Jov. Pontanus, l. I,
p. 27. — Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, t. XXI, p. 996. —
Comment. Pii Papae II, l. IV, p. 100._
Tutte le forze dell'Italia radunavansi in queste province. Alessandro e
Bosio Sforza, fratelli di Francesco, vi condussero l'armata del duca di
Milano, il Simonetta quella di papa Pio II, e dall'altro canto la flotta
Genovese era nuovamente comparsa sulle coste della Campania, ed il duca
Giovanni erasi avvicinato a Nola per assediarla. Ferdinando gli si fece
incontro, dopo avere ingrossata la sua armata con quella che gli mandava
il sommo pontefice. All'avvicinarsi del re molti castelli, ch'eransi
dichiarati per gli Angiovini, rialzarono le insegne arragonesi. Il duca
Giovanni ed il principe di Taranto, sperimentando di già l'incostanza
attribuita ai popoli del mezzodì dell'Italia, sentirono il pericolo
della loro posizione; perciò ritiraronsi in una specie di penisola
formata da due fiumi che, sboccando da montagne impraticabili, dopo il
corso di due miglia in sul piano si uniscono per gettarsi nel mare.
Questa naturale posizione, appoggiata ancora dal castello di Sarno, era
formidabile; ma d'altra parte sarebbe stato facile a Ferdinando il
chiudere Giovanni in questo luogo con istretto assedio[125]. In fatti
aveva da principio presa tale risoluzione, e, se avesse continuato in
questo genere d'attacco, avrebbe forse terminata la guerra nella pianura
di Sarno; ma gli mancava il danaro per pagare le truppe, e di già
dugento fucilieri erano passati nel campo nemico, allorchè si erano
veduto ricusato il pagamento[126]. Altronde gli si era fatto credere che
il papa stava per richiamare le sue truppe e dichiararsi neutrale. Onde
pensò di venire a battaglia per incoraggiarlo con una vittoria, o per
risvegliare il suo risentimento con una disfatta. Un prigioniero,
rilasciato dagli Angioini, gl'indicò una strada a traverso le montagne,
per la quale potevasi penetrare nella penisola; vi entrò di fatti nella
notte del 7 luglio 1460, e sorprese i suoi nemici. I soldati di
Ferdinando, credendo di già il duca di Calabria affatto perduto, si
sbandarono per saccheggiare il campo; molte migliaja di contadini, che
avevano seguito il re per partecipare alla sua vittoria, diedero
l'esempio del disordine; e quando i capitani angioini, rinvenuti dalla
prima sorpresa, cominciarono ad attaccare gli assalitori, questa truppa
di saccomani terminò di spargere la confusione nelle truppe arragonesi.
La cavalleria, chiusa in angusto spazio, non poteva spiegarsi da verun
lato[127]; intanto era venuto il giorno, e bentosto il caldo crebbe a
dismisura. Gli Arragonesi, ammucchiati nello stesso ricinto dove
avrebbero potuto chiudere i loro nemici, rotti senza potersi riordinare,
signoreggiati dalle fortificazioni rimaste in potere degli Angioini,
furono tanto più compiutamente rotti, quanto più lunga era stata la loro
resistenza. Ferdinando si salvò a stento seguito da una ventina di
cavalli, e la maggior parte della sua armata fu fatta prigioniera. Si
trovò tra gli estinti Simonetta da Campo san Piero, generale della
Chiesa, sul cui corpo però non si rinvenne veruna ferita. Si suppose che
fosse stato rovesciato da cavallo e calpestato, e che per essere vecchio
ed assai pingue non avesse avuto forza di rialzarsi[128].
[125] _Jov. Pontanus de bello Neapolit., l. I, p. 17._
[126] _Comment. Pii Papae II, l. IV, p. 104._
[127] _Jov. Pontanus, l. I, p. 20._
[128] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 711. — Cron. di Bologna, t.
XVIII, p. 734._
Dopo la rotta di Ferdinando a Sarno, tutte le terre murate della
Campania e del principato si arresero agli Angioini; i Sanseverini e
tutti i gentiluomini, che si credevano i più affezionati agli
Arragonesi, abbandonarono il loro partito per quello del duca di
Calabria. Onorato Caietano, conte di Fondi, fu quasi il solo che si
conservasse in questa provincia fedele al re: Ferdinando si era
rifugiato a Napoli coi deboli avanzi della sua armata, e perchè non
aveva alcun mezzo di resistere, se Giovanni d'Angiò fosse venuto colla
sua armata sotto le mura della città subito dopo la sua vittoria, è
probabile che la guerra sarebbesi terminata in pochi giorni. Ma il
principe di Taranto, il di cui potere era cresciuto a dismisura in tempo
della guerra civile, non desiderava che avesse subito fine. Era zio
della regina Isabella, moglie di Ferdinando, e raccontasi come cosa
indubitata, che questa, travestita da frate francescano, penetrasse nel
di lui campo, e, gettataglisi ai piedi, lo supplicasse a non farla
scendere da un trono sul quale l'aveva egli medesimo innalzata. Giovanni
Antonio Orsini parve commosso, ed allora cominciò a spingere la guerra
con minor vigore[129]. Egli persuase il duca Giovanni di attaccare le
piccole città della Campania, piuttosto che Napoli, facendogli così
perdere la state senz'alcun frutto, indi mettere le sue truppe ai
quartieri d'inverno nella Puglia quando appena cominciava
l'inverno[130].
[129] _Giornali Napolitani, t. XXI, p. 1153._
[130] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 712. — Jov. Pontanus, l. I, p.
23._
Nello stesso tempo il Piccinino trovavasi negli Abruzzi a fronte
dell'armata milanese, comandata da Alessandro e da Bosio Sforza, ed a
fronte di Federico, conte di Montefeltro e d'Urbino. Il Piccinino
stabilì il suo campo sopra un poggio in faccia a san Fabbiano, un solo
miglio distante dai Milanesi. Una larga fossa terminava il pendio del
colle, e presso a questa i cavalieri delle due armate solevano
frequentemente scaramucciare. La scaramuccia, cominciata quattr'ore
avanti notte il 27 di luglio, diventò bentosto una battaglia generale. I
soldati dello Sforza volevano impedire a quelli del Piccinino il
passaggio della fossa, e questi per lo contrario vi si ostinarono in tal
maniera, che la battaglia si protrasse al lume delle fiaccole fino a tre
ore di notte. Veruna battaglia italiana non era per anco stata nè così
ostinata, nè così micidiale, e non eransi ancora veduti i soldati di due
armate mantenersi sette ore nello stesso luogo senza avanzare o
ritirarsi. Finalmente il Piccinino, disperando di superare la fossa,
fece suonare la ritirata; ma la perdita era stata assai maggiore
nell'armata dei fratelli Sforza, che in quella del Piccinino, avendo
soprattutto sofferto assai i cavalli, quasi non essendovi più un solo
corazziere che potesse valersi del suo. Grandissimo era il numero de'
feriti, ed i capi, quando videro la zuffa sospesa, invece di rientrare
nel loro campo, ad altro più non pensarono che alla ritirata. Quando fu
giorno fecero partire i feriti sui muli dell'equipaggio, che lasciarono
in balìa dei nemici, e nella seguente notte presero quietamente la
strada della Marca, e non si fermarono finchè non ebbero passato il
Tronto[131].
[131] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 715. — Jov. Pontanus, l. I, 29. —
Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 734. — Comment. Pii Papae II, l. IV,
p. 105. — Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, p. 997._
Il Piccinino per approfittare di questa vittoria inseguì i suoi nemici
nello stato della Chiesa, e sparse il terrore e la desolazione intorno a
Roma. Ma Francesco Sforza, che risguardava la guerra del regno come un
affare suo proprio, quand'ebbe notizia dei vantaggi degli Angioini,
mandò danaro, artiglieria e soldati ai suoi due fratelli, al papa, ed a
Ferdinando, e li pose in istato di rifare l'armata. I partigiani
arragonesi rinvennero dal loro terrore, il Piccinino tornò ai suoi
quartieri d'inverno in Puglia, i fratelli Sforza si accantonarono nelle
vicinanze di Roma, e terminò la campagna, senza che la sorte della
guerra fosse decisa[132].
[132] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 717. — Jov. Pontanus de bello
Neapolit., l. I, p. 31, 33._
Durante l'inverno Ferdinando, trovandosi affatto privo di danaro, fu
forzato di ricorrere all'affetto de' suoi sudditi per rimontare
l'armata; nel che gli riuscì utilissima la popolarità e la naturale
eloquenza della regina, che a questi pregj aggiugneva quello di una
singolare bellezza. Isabella di Clermont, quarta figlia di Tristano,
conte di Copertino, e di Catarina, sorella del principe di Taranto,
univa il coraggio, la presenza di spirito e la costanza nelle avversità
alle più dolci virtù femminili, alla modestia, alla grazia, e ad una
divozione forse alquanto superstiziosa. Fece portar seco nelle chiese,
nelle strade, nelle pubbliche piazze i suoi figliuoli, il maggiore dei
quali non aveva più di dodici anni; e colà domandava con dignitosa
confidenza ai cittadini di contribuire alla difesa dei nipoti d'Alfonso,
il benefattore del regno, alla difesa di principi nati Italiani e loro
concittadini, la di cui signoria doveva loro esser cara, all'espulsione
di que' francesi rinomati per la loro arroganza, i quali vorrebbero
introdurre fra di loro lingua e costumanze straniere. Niuno poteva
resistere a così nobile interceditrice; e perchè rimaneva poco danaro
ne' forzieri de' privati, tutti affrettavansi di mandare ai regj
commissarj, cavalli, muli per le bagaglie, armature, abiti pei soldati,
cuoj per gli equipaggi, tele per le tende, infine tutto ciò che
adoperarsi poteva in un grande pubblico bisogno[133]. Isabella non visse
abbastanza per vedere Ferdinando rendersi indegno di quell'affetto del
popolo ch'ella cercava di riconciliargli. Gli aveva già dati sei figli,
quando morì in sul finire della guerra.
[133] _Jov. Pontanus, l. I, p. 32._
CAPITOLO LXXVIII.
_La repubblica di Genova, sollevata dalle pratiche
dell'arcivescovo Paolo Fregoso, si sottrae al dominio de'
Francesi, ed ottiene sopra il re Renato una luminosa vittoria. —
Disastro del partito angioino nel regno di Napoli. — Tirannide
di Paolo Fregoso a Genova. Questa repubblica si assoggetta al
duca di Milano. — Ultimi anni e morte di Cosimo de' Medici_.
1460 = 1464.
Finchè la repubblica di Genova si tenne ferma nell'amore del partito
d'Angiò, questo poteva facilmente ricevere soccorsi dalla Francia; le
galere della repubblica erano sempre apparecchiate a trasportare soldati
e munizioni dalla Provenza in Calabria, ed i porti della Liguria
offrivano ai Provenzali un comodo scalo. Genova pareva soddisfatta del
dominio della Francia, e Luigi della Vallée, che vi era stato mandato
per governatore quando era partito il duca Giovanni, non aveva in verun
modo ecceduti i suoi diritti, od offesi gli spiriti tanto irritabili di
questa repubblica. Pure la lontananza di tanti cittadini aveva
considerabilmente scemate ne' precedenti anni le pubbliche entrate; i
flagelli della guerra e della peste avevano esausto il tesoro, e le
frequenti spedizioni nel regno di Napoli richiedevano nuove spese, cui
non sapevasi come supplire. Si ricorreva a prestiti forzati, a
contribuzioni arbitrariamente imposte sui più agiati cittadini; e tali
imposte, che mettevano il privato interesse in immediata opposizione
coll'autorità, erano cagione di grandissimo malcontento. I consiglj più
volte trattarono dei mezzi di rimettere l'ordine nelle finanze.
Proponevano i nobili di accrescere le gabelle sui generi di consumo; i
plebei all'opposto di assoggettare alle imposte generali tutti coloro
che avevano ottenuti privilegj d'esenzione. Queste contese tra i
privilegiati ed il popolo riaccesero bentosto gli antichi odj. Il
governatore francese piegava a favorire i nobili, e fu questo per i
plebei un motivo di far rivivere le parti degli Adorni e de' Fregosi, i
di cui capi erano stati esiliati. Il re di Francia aveva chiesto ai
Genovesi di armare alcune galere contro gli Inglesi, ed aveva con ciò
cagionato un nuovo malcontento. Molti ricchi mercanti genovesi erano
stabiliti in Londra, e la repubblica non voleva comprometterli[134].
Ogni giorno si adunavano nuovi consigli, ed interminabili erano le loro
dispute, quando in un'assemblea del 9 marzo del 1461 un uomo oscuro, di
cui non si seppe nemmeno il nome, gridò doversi colle armi e non con
vane discussioni sostenere i diritti del popolo; uscì nello stesso tempo
furibondo dal consiglio, e trascorrendo il sobborgo di santo Stefano
chiamava i cittadini alle armi[135].
[134] _P. Bizarri S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 303. — Agost.
Giustiniani, l. V, f. 214._
[135] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 719. — Uberti Folietae Gen.
Hist., l. XI, p. 612. — P. Bizarri, l. XIII, p. 304. — Giustiniani,
l. V, f. 213._
Coloro che si adunarono a bella prima a queste sediziose grida non
furono molti; ma il comandante ed i magistrati credettero di poterli
ridurre colla dolcezza, e mentre negoziavano altri malcontenti si
unirono ai corpi di già formati. La notte incoraggiò i ribelli; tutta la
città fu in armi, e Luigi della Vallée ritirossi senza combattere nella
fortezza del Castelletto, incaricando i magistrati di continuare le
pratiche che parevano promettere felice esito. Ma intanto Paolo Fregoso,
arcivescovo di Genova, entrò in città con una truppa di contadini
addetti alla sua fazione. Paolo era fratello di quel Pietro Fregoso,
ch'era stato ucciso due anni prima; nè meno questi di lui violento, nè
meno ambizioso, nè meno sanguinario, non aveva potuto, essendo
ecclesiastico, compensare i suoi vizj con un'alta riputazione militare.
In pari tempo, ma per un'altra porta, entrò in città Prospero Adorno con
altri contadini devoti alla sua famiglia. I plebei avevano appena
ottenuta la vittoria, che già si dividevano tra le due antiche fazioni;
e lo stesso giorno in cui i Francesi eransi rifugiati nel Castelletto,
vi fu più d'una zuffa tra gli Adorni ed i Fregosi in diversi quartieri
della città[136].
[136] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 720. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 613. — P. Bizarro, l. XIII, p. 504._
All'ultimo il partito degli Adorni pareva omai riconciliato coi Francesi
per l'intromissione degli Spinola e della nobiltà; ed omai vedevasi il
popolo generalmente disposto a cacciare fuori di città Paolo Fregoso,
che credevasi non respirare che il desiderio di vendicare suo fratello.
Ma i segreti agenti del duca di Milano, e quelli del Fregoso si sparsero
tra il popolo, esortandolo a diffidare delle pratiche della nobiltà, ed
a non perdere l'occasione di ricuperare la sovranità, scacciando gli
stranieri e ricostituendo la repubblica. Con questi loro maneggi la
sedizione si rinnovò con maggior furore che mai, ed il basso popolo
prese ad assediare il Castelletto. In pari tempo Paolo Fregoso
approfittò di questo rinascente favore per trattare coll'Adorno; gli
rappresentò che uguali erano i loro interessi, essendo capi l'uno e
l'altro del partito popolare, e perciò perpetuamente in guerra col
partito dei nobili, o con quello de' forestieri; che uguali essendo le
forze loro, sarebbe stato prudente consiglio l'avvicendare fra di loro
l'autorità ducale, anzichè disputarsela più lungamente colle armi alla
mano. Non solo propose di alternare in tal modo la magistratura, ma
poichè era pur forza che l'uno o l'altro cedesse al suo rivale l'onore
di regnare il primo, dichiarò di essere apparecchiato a dare l'esempio
della moderazione, portando Prospero Adorno sul trono ducale, ed a
contentarsi del credito che gli dava la sua dignità di arcivescovo di
Genova. Durante questo trattato, Prospero e Paolo erano stati forzati ad
uscire di città, dove otto capitani del popolo, nominati da un'assemblea
popolare, esercitavano temporariamente la sovranità. Ma da che la
convenzione proposta dal Fregoso fu da loro sottoscritta, i due rivali
rientrarono assieme in Genova, i capitani del popolo abdicarono la loro
magistratura, e Prospero Adorno, spalleggiato egualmente dalle due
fazioni, venne eletto con unanimità di suffragj; cosa in Genova assai
infrequente[137].
[137] _Cron. di Bologna, p. 736. — Uberti Folietae, l. XI, p. 614. —
P. Bizarro, l. XIII, p. 306. — A. Giustiniani, l. V, f. 215._
Ma rendevasi necessario lo scacciare i Francesi dal Castelletto; e
siccome mancavano per tale intrapresa l'artiglieria ed il danaro,
Prospero e Paolo s'addirizzarono a Francesco Sforza, che aveva fin
allora diretta la rivoluzione, e che più ardentemente ancora dei
Genovesi desiderava di scacciare i Francesi dalla Liguria. Il duca di
Milano poco allora temeva di eccitare in tale occasione la collera del
re di Francia, perchè si era guadagnata l'amicizia del Delfino, che fu
poi Lodovico XI, il quale faceva causa comune con tutti i nemici di suo
padre[138]. Il duca fece dunque passare a Genova artiglieria e danaro, e
fu dato vigorosamente principio all'assedio della fortezza. Vedendosi
bentosto rinascere l'antica diffidenza e nimicizia tra Prospero Adorno e
Paolo Fregoso, il duca chiamò il Fregoso a Milano, per lasciare che
Prospero d'altro non si occupasse che della guerra cogli stranieri[139].
[138] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 721._
[139] _Uberti Folietae, l. XI, p. 615. — Bernard. Corio Ist. Milan.,
t. VI, p. 955._
Frattanto Carlo VII adunava un'armata nelle province meridionali della
Francia, per trasportare la quale furono apparecchiati dieci vascelli
lunghi, ed il vecchio re Renato s'incaricò di condurla. Era composta di
sei mila soldati quasi tutti gentiluomini, armati di caschetto e di
corazza come i cavalieri, ma disposti a combattere a piedi, perchè i
cavalli potevano essere poco utili nel paese montuoso in cui dovevano
operare. Renato venne in luglio a prendere lingua a Savona, la quale
erasi mantenuta fedele ai Francesi, e colà fu raggiunto da quasi tutta
la nobiltà genovese che aveva dal canto suo fatti armare i suoi
vassalli. L'avvicinamento di così formidabile armata atterrì Genova.
Francesco Sforza vi aveva di già mandato Marco Pio, signore di Carpi,
con un ragguardevole corpo di cavalleria, e vi fece subito tornare Paolo
Fregoso, che aveva saputo riconciliare coll'Adorno. Paolo colla truppa
dello Sforza ed il fiore della gioventù genovese, s'incaricò della
difesa delle montagne, e Prospero, della città. Questi faziosi
magistrati della difesa, per procurarsi danaro in così critica
circostanza, fecero imprigionare trenta dei più ricchi cittadini di
Genova, loro chiedendo per liberarsi un'arbitraria contribuzione. Ma tra
i furori della guerra civile, conservavasi in Genova un così vivo
sentimento del rispetto dovuto alle leggi, che fra que' trenta
prigionieri non se ne trovò un solo che non si dichiarasse apparecchiato
a soffrire ogni cosa, piuttosto che incoraggiare una tale violazione
della pubblica libertà, pagando vilmente una taglia[140].
[140] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 723. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 616. — P. Bizarri, l. XIII, p. 308. — Agost. Giustiniani, l. V,
f. 216._
Il re Renato aveva passata la notte a Varagine, di cui si erano
impadronite le sue truppe da sbarco; di là si erano avanzate, senza
incontrare resistenza, fino a san Pier d'Arena, e la flotta francese
stava pure in faccia a questo sobborgo. Se questa avesse forzato
l'ingresso del porto, e se l'armata avesse dato un assalto quando
arrivò, forse la città, spaventata e scoraggiata, sarebbe stata presa:
ma gli emigrati, che seguivano il campo francese, sperando di ricondurre
l'ordine nella loro patria per mezzo di negoziazioni, supplicarono il re
a non adoperare subito la forza, e questi, che nutriva pei Genovesi
affetto e riconoscenza, si lasciò facilmente piegare[141]. Però il terzo
giorno, 17 di luglio, quando s'avvide che i suoi nemici accrescevano i
loro apparecchi di difesa, ordinò di attaccare le alture. L'armata
francese, partendo dal convento di san Benigno, si mosse in tre colonne,
per occupare verso il levare del sole la montagna che signoreggia questo
convento. La prima eminenza fu dai Francesi forzata con poca perdita, e
respinta la prima divisione genovese; ma la disposizione del terreno
rendeva facile ai Genovesi la difesa nel ritirarsi, mentre che i
Francesi, di già oppressi dal caldo e dal peso delle loro armi, si
vedevano sempre innanzi scoscese balze che dovevano superare. Paolo
Fregoso aveva avuta la precauzione di far apparecchiare sulle alture
rinfreschi e viveri per i suoi soldati, mentre che i Francesi, esposti
ad un ardente sole, cominciavano a soffrire la sete. Non pertanto la
battaglia fino a mezzogiorno mantenevasi indecisa, quando tre soldati
dello Sforza, celebri pel loro valore, giunsero da Milano a Genova, e
corsero nel campo di battaglia annunciando l'imminente arrivo di Tiberto
Brandolini con un numeroso corpo di cavalleria. I combattenti credettero
questa cavalleria di già entro il recinto delle mura: il nome dello
Sforza venne ripetuto dai Genovesi con grandi acclamazioni; si credette
bentosto di ravvisare questo rinforzo in una truppa di contadini della
Polsevera, che si avvicinavano; i Francesi si scoraggiarono, e
cominciarono a voltare le spalle. Il loro corpo di riserva tentò invano
di sostenerli; perchè tutti i contadini ed i borghesi armati adunati
sulle alture, che fin allora non avevano osato di cimentarsi nella
battaglia, si precipitarono sui nemici fuggiaschi. I Francesi vennero
rovesciati dal pendìo delle colline e spinti fino alla riva del mare. Si
dice che Renato, il quale, stando sulla sua flotta, vedeva la loro
disfatta, non volle far avanzare i suoi vascelli per riceverli,
dichiarando che cavalieri che fuggivano non meritavano nè compassione nè
soccorso. La sconfitta fu compiuta, e questa battaglia fu forse la più
sanguinosa che siasi data in tutto il secolo in Italia. Si trovarono sul
campo di battaglia due mila cinquecento morti, oltre un ragguardevole
numero di fuggitivi che si erano annegati gettandosi in mare per
raggiugnere le loro navi. Il peso delle armi non permise che un solo si
salvasse a nuoto, onde tutti coloro che non perirono furono fatti
prigionieri[142].
[141] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 723. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 617._
[142] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 725. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 618. — P. Bizarri, l. XIII, p. 309. — Ag. Giustiniani, l. V, f.
216. — Crist. da Soldo, t. XXI, p. 893. — Comment. Pii Papae II, l.
V, p. 126. — Bernard. Corio p. VI, p. 956._
Ma appena dalle armi riunite di Prospero Adorno e di Paolo Fregoso erasi
ottenuta così luminosa vittoria, che la gelosia di questi due rivali
scoppiò con nuovo furore. Prospero ordinò alle porte di non lasciar
entrare il Fregoso, o i suoi partigiani; questi attraversarono il porto
colle barche, e quando furono in città ricusarono d'uscirne. Dalle
negoziazioni si venne alle armi, e lo stesso giorno, ch'era stato
illustrato da così micidiale battaglia contro i Francesi, i vincitori ne
attaccarono fra di loro un'altra entro le mura sotto gli occhi
dell'armata milanese, che non volle prendervi parte, dichiarando di
avere avuto ordine di soccorrere unitamente gli Adorni ed i Fregosi, e
di non sapere quale scegliere fra di loro. Finalmente Prospero Adorno
dovette uscire di città con tutti i suoi partigiani, e Paolo, credendo
la dignità ducale incompatibile con quella di arcivescovo, la fece dare
a suo cugino Spineta Fregoso. Il re Renato, più non potendo difendere il
Castelletto, sperò d'avere trovato all'arcivescovo un nemico nella sua
famiglia, dando in mano il Castelletto a quel Luigi Fregoso ch'era stato
doge dal 1448 al 1450. Ma Paolo, sicuro della sua superiorità, richiamò
anche Luigi nel suo partito, facendolo nominare doge invece di Spineta.
Renato lasciò il comando di Savona a quello stesso Luigi della Vallée
che aveva avuto il comando di Genova, e tornò in Francia, ove la morte
di Carlo VII, accaduta il 22 di luglio[143], gli aveva fatto perdere
quegli in cui principalmente confidava. Lodovico XI, che succedeva a
Carlo, era sempre stato come Delfino l'alleato dei nemici di suo padre;
non pertanto dichiarò agli ambasciatori di Francesco Sforza, che oramai,
come re di Francia, punirebbe le ostilità che aveva incoraggiate prima
di regnare[144].
[143] _Enguerr. de Monstrelet. Chron. v. III, f. 87._
[144] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 726. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 619-620. — P. Bizarri, l. XIII, p. 311. — Giustiniani, l. V, f.
217._
La ribellione di Genova era sommamente dannosa al partito angioino che
combatteva a Napoli, perciocchè lo privava degli annui sussidj, d'una
ragguardevole flotta, ed inoltre della cooperazione dell'armata disfatta
sotto Genova, che Renato avrebbe condotta a suo figliuolo nel regno di
Napoli, se avesse ottenuto a Genova lo sperato successo. Intanto
continuavasi la guerra nel regno di Napoli, e Pio II, ausiliario
interessato di Ferdinando, prendeva possesso in proprio nome dei feudi
che il suo generale, Federico di Montefeltro, toglieva agli angioini.
Nello stesso tempo faceva dare a suo nipote, per compensarlo de' suoi
servigj, Castiglione della Pescaja in Toscana, tuttavia occupato da una
guarnigione napolitana[145].
[145] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 727. — Aug. Dathi Fragm. Hist.
Senensis. Rer. Ital., t. XX, p. 61. — Comment. Pii Papae II, l. IV,
p. 107._
In tutta questa campagna la guerra si trattò quasi soltanto nella
Puglia. Ferdinando era venuto a gittarsi in Barletta; egli possedeva
anche Trani; ma tutto il rimanente era nelle mani del duca di Calabria.
Questi disponevasi ad assediare in Barletta il monarca arragonese, ma
l'arrivo di Alessandro Sforza interruppe i suoi disegni, oltrechè
bentosto vide con maraviglia armarsi contro di lui un altro nemico.
Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg l'eroe della Cristianità, lasciando
le guerre dei Turchi in Epiro, sbarcò in Puglia con ottocento Albanesi
per soccorrere il figliuolo di quell'Alfonso d'Arragona da cui era stato
più volte soccorso. I soldati francesi del duca di Calabria volgevano
con rincrescimento le armi contro questo valoroso campione della fede, e
Ferdinando, avendo con questi diversi sussidj ricuperata la superiorità,
assediò e prese la città di Gesualdo, indi quella di Nola, sotto gli
occhi degli Angioini; poi prese i quartieri d'inverno[146].
[146] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 729. — Jovian. Pontanus, de
bello Neapol., l. II, p. 34-42. — Comment. Pii Papae II, l. VI, p.
165._
Ma sebbene il duca di Calabria non avesse in questa campagna conservati
i vantaggi avuti nella precedente, non pertanto sembrava tuttavia in
migliore situazione di Ferdinando. Lodovico XI cercava colle promesse,
colle minacce, con tutto il credito della sua potente monarchia, di
staccare Francesco Sforza dalla alleanza del re di Napoli; nello stesso
tempo minacciava Pio II di far adunare un concilio in Francia, se questo
papa prodigava al bastardo d'Arragona i sussidj che la Cristianità aveva
somministrati per combattere i Turchi. Pio II non sapeva risolvere;
scriveva al duca di Milano che la guerra di Napoli era un'idra
rinascente; che i tesori della Chiesa erano esauriti dalle stesse
vittorie; che il suo dovere non meno che il suo interesse lo chiamavano
alla neutralità tra i principi cristiani. Francesco Sforza ch'era il
solo appoggio di Ferdinando, trovavasi egli stesso circondato soltanto
di partigiani della casa d'Angiò. I Fiorentini e Cosimo de' Medici, suoi
più antichi alleati, il senato di Milano e la stessa sua consorte,
Bianca Visconti, gli facevano calde istanze, perchè abbandonasse un
principe che non poteva sostenersi sul trono, ed assicurasse ai proprj
figli la potente protezione della casa di Francia. Queste istanze
raddoppiarono quando Francesco Sforza, in principio d'agosto, fu
assalito da violenti dolori articolari e da idropisia. Bianca Visconti,
che aveva quasi perduta ogni speranza della sua guarigione, lo
supplicava a non lasciare la di lui famiglia impegnata in così
pericolosa guerra, e di accordare piuttosto la mano di sua figlia
Ippolita al duca di Calabria, che nuovamente l'aveva richiesta. La voce
della morte dello Sforza divulgatasi ne' suoi stati cagionò un
ammutinamento in Piacenza, che potè fargli sentire quali rivoluzioni
scoppierebbero alla sua morte[147]. Suo figlio naturale, Sforzino,
cercava egli medesimo di sedurre un corpo di truppe per condurlo agli
Angioini[148]. Ma Francesco Sforza, irremovibile nel suo piano di
politica, e fedele ai suoi impegni, che risguardava come sacri, respinse
tutte le istanze de' suoi amici e della sua famiglia, e dichiarò che si
conserverebbe alleato di Ferdinando fino alla morte.
[147] _Ant. de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 907._
[148] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 739-756._
Quando il duca di Milano entrò in convalescenza, fece arrestare, in
febbrajo del 1462, il conte Tiberio Brandolini, uno dei migliori suoi
generali, che sospettava essere stato partecipe della sollevazione di
Piacenza, ed avere in appresso trattato col Piccinino e col duca di
Calabria per passare ai servigj della casa d'Angiò. Già da sei mesi
teneva pure in prigione suo figliuolo Sforzino, cui non fece grazia
della vita che dietro le istanze della consorte[149]. Il Brandolini fu
condannato a perpetua detenzione; ma il 12 settembre del susseguente
anno si tagliò egli stesso la gola, siccome attestarono i suoi
carcerieri[150]. Così scomparivano a poco a poco que' famosi
condottieri, la di cui mala fede ne rendeva egualmente pericolosa
l'alleanza e l'inimicizia. La potenza loro, indipendente da quella dei
sovrani, aveva fatto tremare l'Italia, e la loro vita non era protetta
dalle leggi sociali, che essi medesimi conculcavano. Francesco Sforza,
il più bravo e più fortunato condottiere, ne fece perire molti in forza
di accuse che nel sistema di guerra allora in vigore non risguardavansi
come criminose nè disonoranti: pare che conoscendoli meglio degli altri
per avere lungo tempo vissuto tra di loro, egli fosse più diffidente e
geloso de' loro progetti e della loro grandezza.
[149] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, p. 1002._
[150] _Ann. Foroliviens., t. XXIII, p, 226. — Jo. Simonetae, l.
XXVIII, p. 734._
I ragguardevoli sussidj, che Francesco Sforza mandava a Roma per
mantenere di concerto col papa l'armata di Federico di Montefeltro e
pagare solo quella di suo fratello Alessandro, non bastavano ancora per
procurare un deciso vantaggio al partito d'Arragona. Ferdinando,
occupando il 22 aprile la città di Sarno, aveva bensì assoggettata al
suo dominio tutta la terra di Lavoro tra il Sarno ed il Volturno[151];
ma la mancanza di danaro lo aveva forzato in appresso a rimanersi
inattivo, mentre il Piccinino ed il principe di Taranto occupavano in
principio della state Giovenazzo, Trani ed Andria, ed il principe
d'Angiò con un'altra armata invadeva tutta la vicina provincia di
Montegargano[152]. Non fu che in sul cominciare d'agosto, che Ferdinando
si unì ad Alessandro Sforza e passò colla sua armata dalla Campania
nella Puglia; dopo tale epoca vide cominciare una serie di prosperi
avvenimenti quasi mai turbati da disastri. Egli assediò il castello
d'Orsaria, poco lontano da Troja: il duca Giovanni ed il Piccinino,
volendo forzarlo a levare l'assedio, si accostarono in modo che il 18
agosto una scaramuccia, cominciata tra le due armate, diventò bentosto
una generale battaglia. L'armata degli Angioini, presa due volte alle
spalle da Alessandro Sforza, fu all'ultimo disfatta. Soltanto una parte
de' fuggitivi potè salvarsi in Troja, e gli altri, inseguiti nella
campagna e dispersi, furono fatti prigionieri. Pure il Piccinino,
osservando dall'alto delle mura di Troja il disordine dei vincitori
sparsi nel piano in traccia di prigionieri e di preda, piombò loro
addosso improvvisamente e liberò moltissimi prigionieri[153]. Questo
debol vantaggio non bastò a porlo in istato di potersi tenere a fronte
del nemico, onde dopo essersi ritirato col duca Giovanni a Luceria, andò
a raggiugnere il principe di Taranto, lasciando Troja e quasi tutta la
Puglia tra le mani di Ferdinando[154].
[151] _Comm. Pii Papae II, l. X, p 245. — Jovian. Pontanus, l. II,
p. 45._
[152] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 735. — Comm. Pii Papae II, l. X,
p. 246. — Jovian. Pontanus, l. IV, p. 60._
[153] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 738. — Comment. Pii Papae II, l.
X, p. 247-248. — Jovian. Pontanus, l. IV, p. 68-70._
[154] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 748. — Jovian. Pontanus, l. IV, p.
71._
Appena questi due capi del partito angioino erano giunti presso al
principe di Taranto, quando un vascello vi recò pure Sigismondo
Malatesta, che veniva a chiedere i loro soccorsi. Il principe di Rimini,
incaricato dal duca di Calabria d'inquietare il papa ne' proprj stati,
era stato sorpreso egli stesso a Mondolfo da Federico di Montefeltro
nella notte del 13 al 14 agosto, quattro giorni prima della disfatta di
Troja, mentre tornava dall'avere occupata Sinigaglia. Il conte d'Urbino,
approfittando della sua vittoria aveva conquistate in settembre quasi
tutte le fortezze del Malatesta, non lasciandogli che la sola città di
Rimini. Sigismondo ignorava il disastro del duca di Calabria, ed il duca
di Calabria non era informato del suo; estremo fu il loro
scoraggiamento, quando si trovarono pressochè nel medesimo tempo
spogliati de' loro soldati[155].
[155] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 742. — Cron. di Bologn., t. XVIII,
p. 745. — Guernieri Bernio Cron. di Agobbio, p. 1003. — Comment. Pii
Papae II, l. X, p. 258._
Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, presso al quale trovavansi
adunati tutti questi generali, cominciò da quell'istante a risguardare
gli affari della casa d'Angiò come disperati, e si affrettò di
conchiudere con Ferdinando un trattato, che da lungo tempo aveva
segretamente intavolato. Dopo la battaglia di Sarno egli non aveva
spinta la guerra con molto vigore; aveva dati consiglj al duca di
Calabria che avevano ritardato i suoi progressi, e non avevalo ajutato
co' suoi immensi tesori tuttavia intatti. Vero è che non era da sperarsi
che un principe assai vecchio, e febbricitante la maggior parte
dell'anno, spiegasse l'attività propria della gioventù; e gli Angioini,
temendo d'inimicarselo, scusavano le sue infermità, e la sua
intempestiva avarizia. Intanto Ferdinando aveva incaricato il cardinale
di Ravenna, ed Antonio Trezzo, ambasciatore del duca di Milano, di
fargli le più vistose offerte: egli chiamavalo sempre suo zio, e
parlavagli sempre del rispetto e dell'amore che per lui conservava
sempre; e non solo gli prometteva la conservazione di tutti i feudi e
giurisdizioni possedute dall'Orsini sotto il regno di Alfonso, ma gli
rendeva inoltre la carica di capitano generale, cui andava congiunto il
pagamento di cento mila fiorini. E perchè il principe di Taranto potesse
onoratamente ritirarsi dall'antica sua alleanza, Ferdinando offriva un
salvacondotto al duca di Calabria, al Piccinino ed alla loro armata,
purchè nel termine di quaranta giorni evacuassero gli stati del principe
e s'incamminassero alla volta degli Abruzzi[156]. A tali condizioni fu
sottoscritta la pace a Biseglio in Puglia il 13 settembre del 1462, ed
il papa ed il duca di Milano si fecero garanti per il re.
[156] _Jov. Pontanus Neap. belli, l. IV, p. 72. — Jo. Simonetae, l.
XXIX, p. 743. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 747. — Crist. da Soldo
Ist. Bresc., p. 894. — Comment. Pii Papae II, l. X, p. 250._
In fatti il principe d'Angiò ed il Piccinino presero i quartieri
d'inverno negli Abruzzi, che nella susseguente primavera (del 1463)
furono il teatro della guerra. Le spedizioni del Piccinino non avevano
oramai altro scopo che quello di trovare sussistenza alle sue truppe; ed
il duca di Calabria, caduto sotto la dipendenza del suo generale, era
obbligato di ruinare affatto i suoi sudditi pel di cui amore aveva
creduto di salire sul trono. Per tale motivo Celano fu abbandonato al
saccheggio, e Sulmona, presa dal Piccinino, non si sottrasse al sacco
che con una contribuzione[157]. Ma malgrado questi parziali vantaggi il
Piccinino risguardava come affatto prossima la ruina del suo padrone, e
non volendo trovarvisi avviluppato, sottoscrisse il 10 agosto una
separata convenzione con Alessandro Sforza, in conseguenza della quale
passò colla sua armata ai servigj di Ferdinando, che gli accordò la
città di Sulmona con molte castella, e novanta mila fiorini d'oro
all'anno[158]. La città dell'Aquila, minacciata dalle armi di Alessandro
Sforza, capitolò, ed il suo esempio fu seguito dalla maggior parte degli
Abruzzi: all'ultimo Marino Marzano, duca di Svessa e principe di
Rossano, ne' di cui feudi trovavasi in allora il duca di Calabria,
capitolò dopo gli altri; onde lo sventurato duca d'Angiò, dopo essere
stato accolto con entusiasmo da un grossissimo partito, e proclamato in
tutte le province, si vide abbandonato dalla fortuna, tradito dagli
amici, e forzato a cercarsi un asilo in vicinanza degli stati cui
pretendeva, nell'isola d'Ischia, che gli fu data per tradimento insieme
al castello dell'Ovo in faccia a Napoli da due Catalani malcontenti di
Ferdinando[159].
[157] _Jov. Pontanus, l. IV, p. 77, 78._
[158] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 747. — Cron. di Bolog., p. 752. —
Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 897. — Comment. Pii Papae II, l.
XII, p. 319._
[159] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 748._
Intanto Sigismondo Malatesta, il solo alleato che restasse alla casa
d'Angiò in Italia, veniva caldamente inseguito da Federico da
Montefeltro: egli aveva di già perduti Fano e Sinigaglia e quasi tutti i
suoi castelli, ed aveva più volte invocata la clemenza del pontefice.
Gli ambasciatori veneziani peroravano a suo favore; quelli di Firenze lo
raccomandavano alla generosità di Pio II, e rappresentavano che
Sigismondo, spinto agli estremi, potrebbe dare in mano ai Turchi il suo
porto di Rimini[160]. Il papa finalmente risolvette d'accordargli la
pace in ottobre del 1463, ma riducendo il suo territorio a cinque miglia
di raggio intorno a Rimini, e quello di suo fratello, Domenico
Malatesta, ad un eguale raggio intorno a Cesena. Alla morte di questi
due principi, le due loro città dovevano ricadere sotto l'immediato
dominio della Chiesa romana[161].
[160] _Comm. Pii Papae II, l. X, p. 266-272._
[161] _Jo. Simonetæ, l. XXX, p. 749. — Cron. di Bologna, t. XVIII,
p. 753. — Ist. Bresc., t. XXI, p. 897. — Guern. Bernio Cron.
d'Agob., p. 1006. — Comm. Pii Papæ II, l. XI, p. 298. — Scip.
Claramontii Hist. Cæsenæ, l. XVI, p. 424. — Thes. Burmani, v. VII,
p. II._
Mentre ciò accadeva, Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, morì
il 16 novembre nel suo castello d'Alta-Mura; si ebbe grandissima cura di
dire ch'era morto di vecchiaja, ma pure si vociferò bentosto ch'era
stato strozzato da' suoi servitori, guadagnati da Ferdinando. Il re
diffidava tuttavia di questo principe, che manteneva sempre
corrispondenza col duca di Calabria. Quand'ebbe avviso della sua morte,
si affrettò di recarsi ne' suoi feudi per prendere possesso della sua
eredità come marito di sua nipote: vi trovò grandissimi tesori in
danaro, in mercanzie di ogni sorta, in superbe razze di cavalli, in
numerose greggie, oltre quattro mila uomini di buone truppe. Le
ricchezze mobiliari del principe di Taranto si valutarono un milione di
fiorini, ed i suoi feudi, che vennero riuniti alla corona, erano i più
ricchi ed i più vasti del regno di Napoli. Così Ferdinando, per la morte
d'un uomo, che egli temeva più d'ogni altro, diventò tutt'ad un tratto
il più ricco e potente sovrano dell'Italia[162].
[162] _Giorn. Napolet., t. XXI, p. 1133. — Cron. di Bolog., t.
XVIII, p. 753. — Jov. Pontanus, l. V, p. 84. — Jo. Simonetae, l.
XXX, p. 750._
La morte del principe di Taranto terminò di rovesciare le speranze della
casa d'Angiò: il vecchio re Renato era partito da Marsiglia con dieci
galere in primavera del 1464 per soccorrere suo figliuolo; ma dopo
averlo raggiunto all'isola d'Ischia, ed aver seco deliberato intorno
allo stato dei loro affari, essi convennero che sarebbe cosa inutile lo
spargere altro sangue ed erogare altri tesori per una causa di già
perduta. Si rimbarcarono adunque e tornarono in Francia, abbandonando,
dopo una guerra di sei anni, un paese nel quale avevano fatto
risplendere il loro valore e la loro lealtà; ma dove nè il coraggio, nè
le più dolci virtù gli avevano preservati da una lunga serie di
calamità[163].
[163] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 761. — Jov. Pontani, l. VI, p. 91.
— Giannone Istor. Civ. del Regno, l. XXVII, c. I, p. 551-560._
Sarebbesi detto che i Francesi, disgustati delle guerre d'Italia,
volevano perfino privarsi della possibilità di tornare in questo paese.
Altro non
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