Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
by J.-C.-L. Simonde de Sismondi · Italian · Gutenberg #43948 · 605,788 chars · public domain (US)
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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 08 (of 16)
Author: J.-C.-L. Simonde de Sismondi
Release date: October 14, 2013 [eBook #43948]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO, V. 08 (OF 16) ***
STORIA DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
_Traduzione dal francese._
_TOMO VIII._
ITALIA
1818.
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO LVII.
_Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del
quattordicesimo secolo._
Abbiamo guidati i nostri lettori fino alla fine dei XIV secolo, in
quest'importante periodo facendoci una costante legge di tener dietro
non solo alle rivoluzioni dei diversi popoli dell'Italia, ma ancora alla
generale politica dell'Europa, ed ai rapporti di tutte le nazioni
d'oltremonti cogl'Italiani. Chiederemo adesso licenza ai lettori, come
abbiamo chiesto in fine del precedente secolo, di trattenerci alquanto
con noi per dare un'occhiata allo spazio percorso.
Queste considerazioni sui decorsi tempi non ci saranno cagione di
perfetta soddisfazione. Grandi imprese si condussero a fine in questo
secolo da uomini sommi che si presentano sulla scena; grandi virtù,
grandi delitti, ed in particolar modo un grande sviluppamento dell'umano
ingegno occuparono alternativamente la nostra attenzione. Per altro un
solo pensiero non si vede riempire ed animare tutti gli spiriti; nè si
sente che le rivoluzioni degli stati e le passioni degli uomini tendano
verso un solo scopo; ed il secolo per avventura più ricco d'Italia in
grandi scrittori, in pensatori profondi, in uomini d'ogni maniera
grandissimi, non ha un determinato carattere. Non è già così che si
presentano alla nostra memoria gli uomini del secolo dodicesimo e
tredicesimo, con quella loro energia di libertà, con quell'ardente
desiderio di possanza e di gloria. La storia di tutte le città era in
allora quasi la medesima, la vita d'ogni uomo rassomigliava in allora
alla vita del suo concittadino, non per un eguale riposo, ma per una
attività della stessa natura; tutti tendevano con forza allo stesso
scopo, tutti rapidamente avanzavano sulla stessa via, e l'intera nazione
aveva un grande carattere, non già solamente perchè contava molti egregi
uomini, ma perchè ogni uomo, dal più grande fino al più oscuro, aveva
ricevuto dalla natura una doviziosa eredità.
Nel secolo quattordicesimo gl'individui si staccano molto più dalla
folla, e richiamando sopra di sè l'universale attenzione la
signoreggiano colle loro grandi intraprese, col loro ingegno, coi loro
delitti; ma intanto la nazione, cui appartengono, non si vede avanzare
di pari passo, e mentre essi risplendono come fuochi erranti e
s'aggirano per ogni lato, i varj popoli, cui dovrebbero servire di
guida, si smarriscono ne' tortuosi sentieri della politica, s'avanzano e
ritrocedono, e mentre alcuni tendono alla libertà, altri s'accostano al
dispotismo: l'immoralità e la religione, la superstizione e la
filosofia, il coraggio e la pusillanimità, sono dominanti a vicenda,
onde giunti al fine dell'intero secolo mal saprebbesi dire quali
progressi siansi fatti.
I primi capi d'opera della lingua italiana appartengono al
quattordicesimo secolo; ella nacque, per così dire, con lui, ed il poema
di Dante cominciò nel primo anno del secolo: il Petrarca ed il
Boccaccio, ed altri gentili poeti di minor nome appartengono interamente
a questo secolo[1]. Pure la recente scuola perde tutt'ad un tratto la
sua fecondità; la letteratura italiana si ferma, l'invenzione pare
proscritta, l'immaginazione viene incatenata dall'erudizione, nojosi
copisti subentrano ai poeti originali, e non sanno produrre che sonetti,
canzoni e fredde allegorie modellate sui trionfi del Petrarca; la
difficoltà del metro da loro adoperato agghiaccia ogni ispirazione, il
pensiere ricusa d'annicchiarsi nell'angusta periferia cui vuole ridursi,
niuno tratta la poesia epica o drammatica, e coloro che si occupano
della lirica, non hanno nè immaginazione, nè entusiasmo, nè sensibilità.
Finalmente le muse italiane ammutoliscono affatto, ed in sul declinare
del secolo più omai non rimane un solo ingegno che onori la lingua
volgare, che di già esaurita e corrotta deve dormire un altro secolo
prima che venga richiamata a creare nuove cose.
[1] Citansi particolarmente Bosone da Gubbio, Francesco da
Barberino, Benuccio Salimbeni, Bindo Bonichi, Fazio degli Uberti,
Marco Barbato, Giovanni Barili, Sennuccio del Bene, Lancellotto
Anguissola, Zenone Zenoni e Franco Sacchetti.
L'antichità era stata scoperta; e compresi da santo rispetto per la
medesima gl'Italiani tentarono di farle occupare il posto de' tempi
presenti. Lo studio delle lingue morte aveva tutt'ad un tratto sospesa
la vita presso una nazione così proclive a prendere nuove forme.
Coll'idioma de' passati secoli, e ponendosi a lato agli estinti, si
pretese di acquistar gloria; come se l'inspirazione potesse giammai
animare una lingua che non risuonò mai in fondo del cuore nella intimità
delle domestiche relazioni, una lingua che il figlio non udì uscir dalla
bocca della madre, l'amante da quella dell'amica; una lingua che non
eccita la commozione del popolo, e che non può sollevare, nè affascinare
la moltitudine. Molti uomini di alto ingegno impararono a pensare, a
sentire, a parlare come Cicerone, Tito Livio e Virgilio. Ottennero di
apparire ombre dei corpi dell'antichità; ma i presenti tempi non erano
che l'immagine d'un passato che invano cercavasi di richiamare; e questa
vita di riverbero, ove nulla poteva sentirsi di spontaneo, aveva la
triste freddezza della morte ch'ella imitava[2].
[2] I più celebri poeti latini, dopo il Petrarca e Zenobio da
Strada, sono Albertino Mussato, Ferreto di Vicenza, Convennolo di
Prato, Andrea di Mantova, Francesco Landini e Coluccio Salutato. Tra
i prosatori ricorderemo prima d'ogni altro gli storici di cui ci
siamo valuti. In sul declinare del secolo si videro comparire
Leonardo Bruno detto l'Aretino, Poggio Bracciolini e Coluccio
Salutato, che quali scrittori latini dovevano superare tutti i loro
predecessori.
Questo zelo dell'erudizione ebbe se non altro il vantaggio di
raccogliere i ricchi monumenti dell'antichità, che fino a tale epoca
erano rimasti affatto negletti. L'arte di fabbricare la carta, che
sembra essersi inventata a Fabriano, nella Marca d'Ancona, in sul finire
del precedente secolo[3], permise di moltiplicare le copie de' preziosi
manoscritti; Roberto, re di Napoli, il marchese d'Este, Giovanni
Galeazzo, duca di Milano, Lodovico Gonzaga, Pandolfo Malatesta, ed
alcuni altri sovrani raccolsero con enorme spesa libri d'ogni sorta,
accordando a tutti i dotti l'uso de' medesimi. I privati imitarono la
loro magnificenza, e l'Italia possedette in breve più biblioteche che
tutta l'Europa.
[3] _Tiraboschi Stor. della Letter., t. V, l. I, c. 4, § 4, p. 90._
Lo zelo esagerato e pedantesco della erudizione non poteva riuscire
vantaggioso alla letteratura; ma era forse necessario agli avanzamenti
di altri studj, e gl'Italiani in questo secolo sostennero la gloria
delle loro università con i dotti lavori de' loro teologi[4], de'
canonisti[5], de' giurisperiti[6]. Fu già un tempo nel quale i nomi di
Giovanni d'Andrea, di Bartolo e di Baldo sembravano consacrati ad
un'eterna celebrità; ma l'erudizione non può dare che una gloria
passaggiera: il solo genio, e non l'immensità del sapere, può solo
rendere le opere degli uomini trionfatrici del tempo.
[4] Roberto di Bardi, Dionigi di Borgo san Sepolcro, Guglielmo di
Cremona, Ugolino Malabranca, Bonaventura di Peraga, Luigi Marsigli
ec.
[5] Guido di Balso, Giovanni d'Andrea, Giovanni Calderini, Paolo de'
Liazari, Giovanni di Legnano, Pietro d'Ancarano, Lapo di
Castiglionchio, Francesco Tabarella ec.
[6] Cino da Pistoja, Bartolo di Sasso Ferrato, Niccolò Spinelli,
Andrea Rampini d'Isernia, Baldo, Gian Pietro Ferrari, Riccardo da
Saliceto ec.
Ad eccezione del Poema di Dante, dei Sonetti del Petrarca e delle
Novelle del Boccaccio, verun'altra opera di questo secolo è conosciuta
dalla comune dei lettori. Gli è dunque meno nelle scritture che nelle
azioni che cercare dobbiamo il carattere degli uomini di questo periodo
di tempo. Nel corso di questa storia ci siamo proposti di legare gli
avvenimenti gli uni cogli altri, dando loro un centro di comune
interesse e movimento. Mi sono perciò studiato di schivare le
transizioni troppo subitanee dalla storia d'un popolo a quella d'un
altro, e mi sono preso quasi sempre la penosa cura di trovare il
rapporto ed il punto d'unione che lega quegli avvenimenti che al primo
aspetto sembrano isolati. Non pertanto mi è pur forza di confessarlo,
deve rimanere ancora qualche confusione nella mente del lettore travolto
fra mille narrazioni che s'incrocicchiano. Per disporre con ordine le
nostre ricordanze tentiamo di seguire le rivoluzioni di un secolo in
tutti gli stati ond'era in allora divisa l'Italia, e cerchiamo in pari
tempo di vedere cosa essi fossero e cosa diventarono.
L'autorità imperiale, ristaurata in Germania dall'ingegno e dall'energia
di Rodolfo d'Apsburgo, e da suo figliuolo Alberto, non si era di nuovo
stesa fino all'Italia. Enrico di Lussemburgo tentò di fare in principio
del secolo ciò che la casa d'Austria non aveva fatto; portò le
vittoriose sue armi a traverso la Lombardia, fece sentire al Piemonte,
al Milanese, alla Marca Trivigiana un'autorità già da molto tempo
trascurata o disprezzata, lottò con gloria in Toscana contro la non meno
gloriosa resistenza della repubblica fiorentina, cinse a Roma la corona
imperiale, malgrado il potente avversario che voleva vietargli
l'ingresso in quella capitale, mostrossi non meno grande nella povertà e
nella privazione, che in mezzo alle vittorie, e l'immatura sua morte fu
forse il solo ostacolo che si opponesse al suo progetto di unire con
saldi legami l'Italia all'impero germanico.
Ma dopo la morte di questo principe passò lungo tempo prima che un uomo
degno di succedergli salisse sul trono imperiale. La guerra civile tra
Luigi di Baviera e Federico d'Austria contribuì forse meno a distruggere
l'autorità del monarca in Italia, che l'incoerente, l'ingrato ed avido
contegno di Luigi, dopo ch'ebbe trionfato di Federico. I discendenti di
Enrico VII, che occuparono in appresso il trono, pare che andassero di
generazione in generazione perdendo alcuna delle virtù o delle qualità
di questo gran principe, finchè caddero in una assoluta nullità. Suo
figliuolo Giovanni, re di Boemia, non aveva avuto in retaggio che il suo
valore cavalleresco, la sua attività, la sua lealtà; mentre l'incostanza
di Giovanni nel proseguimento de' vasti progetti, che appena ideati
abbandonava, doveva rovesciare la sua autorità colla celerità medesima
con cui era stata innalzata dalla sua attività. Carlo IV, suo figliuolo,
imperatore dopo Luigi di Baviera, era inferiore non meno al padre che
all'avo. Timido, egoista, avaro, corse due volte l'Italia piuttosto come
mercante che come sovrano, e due volte si espose ad affronti, di cui in
appresso vendeva il perdono, ivi dove i suoi antenati avevano colti
degli allori. Pose all'incanto l'onore dell'impero e il suo, e sagrificò
gli antichi amici di sua famiglia e la prosperità delle città, che gli
si erano mostrate più affezionate. Wencislao, suo figliuolo, mostrò che
si poteva scendere anche più a basso, e degenerare ancora da così fatto
padre. Probabilmente per altro la sua vita oziosa e dissoluta avrebbe in
Italia recato minore pregiudizio all'onore della corona, che i viaggi di
Carlo IV, perchè veniva volentieri dimenticato un uomo che non
ricordavasi d'alcuno; ma l'impazienza e la rivoluzione della Germania
risvegliarono l'attenzione del pubblico, e Wencislao colla vergognosa
sua caduta dal trono imperiale diede a conoscere tutto il disprezzo che
meritava.
E per tal modo in sul declinare del XIV secolo l'autorità
degl'imperatori in Italia, era nulla, come nulla era stata nel principio
dello stesso secolo. Le campagne d'Enrico VII, di Lodovico il Bavaro e
di Carlo IV non avevano loro procurata che un'efimera conquista; e se
pure ravvisavasi qualche differenza nella posizione dell'impero in
queste due epoche, stava tutta nella disposizione dei popoli. Eransi
questi liberati da tutte le illusioni; avevano affatto perduto l'antico
loro rispetto pel nome di monarca e spezzato ogni legame d'affetto e di
partito; perciocchè sebbene le fazioni guelfa e ghibellina non avessero
per anco deposti gli antichi odj, e dovessero bentosto azzuffarsi di
nuovo, eransi totalmente svincolate dagl'interessi dell'impero e della
chiesa. Niuno si maravigliò vedendo l'imperatore Roberto alleato dei
Guelfi di Firenze e di Padova per fare la guerra ai Ghibellini di
Lombardia; ma la mala riuscita di questa spedizione fece apertamente
conoscere quanto fosse debole l'impero anche quando era governato da un
savio e coraggioso principe.
La rivoluzione d'un secolo aveva portati ancora più notabili cambiamenti
nella potenza del papa. In sul finire del XIII secolo Bonifacio VIII era
tuttavia un potente sovrano in Italia, un pontefice ubbidito e temuto da
tutti i Cristiani. Bonifacio IX alla fine del XIV secolo aveva omai
perduta ogni temporale e spirituale autorità. Ma questo periodo era
stato per la Chiesa insignito da una lunga serie di calamità, ed è cosa
maravigliosa, non già il vederla caduta in così basso stato, ma bensì
che tali avvenimenti non l'abbiano privata d'ogni considerazione e
potenza. Gli oltraggi cui Bonifacio VIII fu esposto nel 1303, e la
violenta sua morte, sembravano presagire ciò che la dignità papale
soffrire doveva in questo secolo. Quando Clemente V rinunciò alla
naturale sua residenza ed acconsentì di starsi in qualità d'ostaggio tra
le mani di un re, cui davasi colpa d'aver fatti morire i due suoi
predecessori, si spogliò nello stesso tempo dell'autorità che veniva
accordata prima di tale epoca al comun padre de' Cristiani, e della
sovranità che i successori di san Pietro avevano lentamente innalzata
colla loro politica. Mentre il capo dei fedeli abbassavasi fino ad
essere lo strumento ed il ludibrio di una corte ambiziosa e
dissimulatrice, mentre dimenticava nella sensualità e ne' piaceri le
lezioni di morale dovute ai Cristiani, mentre la pompa della sua corte
non era che un velo del suo real servigio, mentre le sue ricchezze ne
accusavano la simoniaca venalità, gli abitanti di Roma e degli stati
della Chiesa scuotevano l'autorità dei legati e de' vicarj mandati da
Avignone per governarli. Gli uni riacquistavano la libertà, o una
burrascosa indipendenza; altri si assoggettavano a nuovi padroni, ma a
padroni guerrieri scelti da loro medesimi; e tutti omai si vergognavano
di ubbidire a deboli preti, mandatarj di un pontefice che più non
meritava rispetto[7].
[7] Intendasi del rispetto dovuto alle qualità personali di qualche
meno costumato pontefice, non del rispetto dovutogli come al
legittimo successore di san Pietro. _N. d. T._
I papi, dopo avere col lungo loro soggiorno in Francia cagionata la
rivoluzione de' loro stati, non rinunciarono perciò alla sovranità che
avevano in Italia; che anzi, trovandosi colla loro corte al sicuro da
ogni sinistro avvenimento, e non vedendo i mali del popoli ch'essi
esponevano alla guerra, ponevano ogni cura nel ricuperare la perduta
autorità con una perseveranza ed un egoismo non comune agli altri
governi. Eterne erano le guerre ch'essi suscitavano in Italia, perchè
giammai essi non potevano essere compiutamente vinti, nè mai prendevano
bastanti misure per vincere, nè mai erano abbastanza commossi dai
patimenti dei popoli per metter fine all'effusione del sangue. Gli altri
sovrani cercavano la pace dopo alcune disfatte, sia perchè temevano per
la loro medesima residenza, sia perchè la perdita di parte de' loro
stati li privava delle entrate necessarie al mantenimento delle armate.
Ma i papi per fare la guerra ritraevano le loro entrate da tutta la
Cristianità; e le disfatte che soffrivano, loro somministravano pretesti
per imporre nuove decime o contribuzioni sul clero. I tesori che in tal
modo raccoglievano in tutta l'Europa, venivano in parte dissipati dalle
prodigalità della lor corte, ed i suoi generali, lasciati senza danaro,
perdevano tutt'ad un tratto i vantaggi che avevano acquistati. Quando
ancora avessero potuto terminare la guerra, la riaccendevano a bella
posta per saziare con nuovi sussidj del clero l'avidità de' cortigiani.
Giovanni XXII, successore di Clemente V, fu quello che diede
cominciamento alle lunghe guerre della Chiesa in Italia. Per servire
Roberto, re di Napoli, di cui era creatura, nel 1317, attaccò i
Visconti; e dopo tale epoca fino alla fine del secolo la guerra tra la
Chiesa ed i signori di Milano non ebbe che brevi intervalli di tregue.
Pochi anni dopo, lo stesso papa dichiarossi nemico di Lodovico di
Baviera; ed in sull'esempio de' suoi predecessori, rifiutò fino alla
morte di questo monarca ogni progetto di pace e qualunque atto di
sommissione del suo avversario.
Finalmente Giovanni XXII diede principio ad una terza guerra, non più
contro stranieri sovrani, ma contro i proprj stati. Spedì il legato
Bertrando del Pogetto per ispogliare de' loro privilegi i popoli che
dipendevano dall'abituale signoria della Chiesa, per abbassare
l'indipendenza dei grandi, e scacciare dalle loro signorie i vicarj
pontificj. Questa terza guerra non fu meno lunga delle altre. In sul
declinare del 14.º secolo il papa combatteva ancora contro i feudatarj
ribelli, e lo stato della Chiesa non era nè più sottomesso, nè più
indipendente di quello che lo fosse settanta anni avanti quando cominciò
questa guerra; era solamente più spopolato e più povero.
In tempo di queste lunghe ostilità la Chiesa ottenne in due diverse
epoche brillanti successi, de' quali andava debitrice ai due legati
Bertrando del Pogetto ed Egidio Albornoz, che nella distanza di
venticinque anni l'uno dall'altro ricuperarono quasi tutto il patrimonio
ecclesiastico. Due gloriosi periodi contò pure il partito del popolo,
l'amministrazione di Cola da Rienzo in Roma, e la guerra della lega
della libertà intrapresa sotto la protezione de' Fiorentini. Ma le
conquiste dei legati erano in breve perdute per l'incapacità de' loro
successori, o per l'intempestiva avarizia della corte, siccome i
privilegi ricuperati dalle città venivano bentosto o abbandonati per
l'incostanza de' popoli, o invasi da nuovi usurpatori, non sapendo nè il
partito della Chiesa, nè quello della libertà fare durevoli conquiste.
Questa guerra mutò carattere all'epoca del grande scisma l'anno 1378.
Uno dei pontefici soggiornò in Italia, e trovossi tra le mani de' suoi
sudditi, dai quali i suoi predecessori eransi costantemente tenuti
lontani; stabilì la sua dimora a portata de' suoi nemici che fu
costretto di accarezzare; e venne privato della maggior parte delle sue
entrate, che i suoi predecessori ritraevano dal rimanente dell'Europa;
finalmente si trovò pure spogliato di quella considerazione in addietro
attaccata al suo carattere. L'inconseguenza d'Urbano VI, e le accuse
fattegli dal suo rivale d'Avignone, lo avevano renduto un oggetto di
scandalo per la Cristianità. Se a quest'epoca la lega delle città avesse
voluto valersi della sua superiorità, avrebbe distrutta l'autorità
temporale dei successori di san Pietro. Quando le città non ebbero più
timore del papa, nuovi signori, sorti nelle medesime, cercarono la sua
alleanza, e Bonifacio IX regnò sotto la protezione dei Malatesti.
Alla terza monarchia d'Italia, al regno di Napoli, funestissima riuscì
pure la rivoluzione del quattordicesimo secolo. Sotto i primi principi
della casa d'Angiò pareva che questa grande e ricca sovranità dovesse
stendersi su tutta la penisola ed in cambio i suoi successori la
lasciarono ruinare. Ella più non aggiugneva verun peso alla bilancia
politica; più non sapeva resistere ad alcun nemico; e le più belle
province dell'Europa omai non erano che un'arena in cui tutti gli
ambiziosi e gli avventurieri scendevano a combattere per rubarsi le
spoglie dei popoli.
Le calamità che perseguitarono i figli del savio re Roberto, potrebbero
rendere dubbiosa la tanto vantata prudenza di questo monarca. Si
potrebbe accusarlo della cattiva educazione data a suo figliuolo il duca
di Calabria, e dalla nipote la regina Giovanna, degli esempj di
corruzione ond'era circondata questa principessa, e della dissolutezza
di tutta la corte. Ma non è giusto di rimproverare ai re l'inevitabile
disgrazia della loro situazione. I loro sforzi per ispirare virtuosi
sentimenti ai figliuoli non possono giammai superare quelli de'
cortigiani nell'insegnar loro il vizio. Questi non s'innalzano mai che
lusingando le passioni de' loro padroni; ne guadagnano l'amicizia
servendoli nelle loro debolezze, e, tutti pieni di questa speranza,
osservano le loro prime inclinazioni per eccitarle, i primi loro
desiderj per renderli soddisfatti. Perchè un principe resister possa a
tanta seduzione conviene che sia dotato di una rarissima virtù, o che
circostanze affatto straordinarie non lo lascino esposto ai lacci tesi
alla sua inesperienza. Roberto ebbe ne' suoi figli la sorte comune dei
re; tutta la casa di Angiò degradò costantemente di generazione in
generazione. Il fondatore Carlo I riuniva solo le qualità tutte che
innalzano e consolidano le monarchie. Era valoroso, attivo, risoluto;
sapeva farsi amare dai soldati e temere dai popoli; la sua durezza
trovava scusa nel fanatismo che l'accompagnava; la sua crudeltà verso i
vinti veniva coperta dalle sue prodigalità a favore dei vincitori; la
stessa sua politica pareva che andasse d'accordo co' suoi sentimenti, e
fosse più ispirata che calcolata. Suo figliuolo, Carlo II, era più
umano, più dolce, più benefico, ma possedeva in minor grado del padre le
qualità per cui si regna. La sua carriera militare non fu luminosa, ed è
perfino dubbioso il suo valore. Roberto poi era più effemminato del
padre e dell'avo, ed andò debitore di quasi tutti i suoi prosperi
avvenimenti, non al suo coraggio, ma ad una prudenza che si accostava
alla dissimulazione. Il duca di Calabria, suo figliuolo, che morì prima
di lui, era affatto perduto nelle dissolutezze, e la condotta tenuta in
Firenze, quando vi fu chiamato a governarla, svelò apertamente la sua
incapacità. Finalmente Giovanna, che cominciò coll'assassinio del marito
una lunga serie di delitti e di debolezze, e che doveva terminarla con
una vergognosa morte, era a quell'estremo di degradamento pervenuta, che
è cagione della ruina delle case reali. Giovanna occupa, tra i
discendenti di Carlo d'Angiò, lo stesso luogo che Wencislao tra quelli
d'Enrico VII.
Dopo la guerra del re d'Ungheria, il regno di Napoli rimase
costantemente in preda ai saccheggi, e le compagnie di ventura
subentrarono ai semibarbari soldati del conquistatore. Più non
rimanevano nè flotte, nè armate sotto gli ordini del sovrano, niuna
stabile guarnigione nelle città, niuna ben conservata fortificazione, e
quando alcuna città difendevasi contro gli aggressori, faceva uso delle
proprie forze e non di quelle del governo. Le contribuzioni delle
province levavansi quasi sempre da straniere armate, e se qualche rara
volta giugnevano a Napoli, erano dalla corte dissipate nel lusso e ne'
piaceri, onde il pubblico tesoro trovavasi sempre esausto. Per ultimo
mentre la guerra guastava tutto il regno dai confini degli Abruzzi al
Faro di Messina, la nazione perdeva ogni abitudine militare, e non
interveniva alle battaglie che per essere spogliata: creduta incapace di
ogni resistenza, nulla da lei esigevano nè i suoi padroni, nè i suoi
nemici; essa medesima credeva che più non le restasse nè onore da
perdere, nè carattere da conservare; erasi finalmente rassegnata alle
sofferenze ed alla vergogna.
In tale stato ritrovò il regno Carlo III di Durazzo quando lo conquistò.
Egli diede prove all'istante dell'educazione guerriera che aveva
ricevuta in Ungheria. I suoi costumi, il suo carattere niente avevano di
comune con quelli dei mariti e degli amanti della regina, che avevano
prima di lui governato il regno. In poco tempo vi ristabilì la pace
nell'interno, e l'avrebbe ancora bentosto reso rispettabile anche al di
fuori, se la sua spedizione in Ungheria e l'immatura sua morte, non
avessero impedita l'esecuzione de' suoi progetti. Dopo di lui ricominciò
l'anarchia, ed alle cagioni di ruina che precedettero il suo regno
s'aggiunsero la guerra civile tra le due case di Durazzo e d'Angiò, e la
minorità dei due pretendenti al trono.
Durante lo stesso periodo, nuovi principi avevano cercato di acquistare
in Italia quell'autorità che gl'imperatori, i papi ed i re di Napoli
andavano ogni giorno perdendo. La casa della Scala a Verona e quella de'
Visconti a Milano, hanno potuto lusingarsi di condurre a termine questo
progetto, e l'una e l'altra portarono alcun tempo le loro speranze fino
alla corona d'Italia.
La casa della Scala fu la prima a formare così ambiziosi disegni, che
nutrì in tutta la prima metà del secolo, e due volte, sotto Can Grande e
sotto Mastino II, fece tremare l'Italia per la sua libertà.
Tra le nuove case che non possedevano feudi ereditarj, e coi maneggi
sollevate si erano ad una sovranità che chiamavasi ancora tirannide, la
casa della Scala era la più antica. Fino dal 1260 era succeduta alla
potenza che il feroce Ezelino aveva in Verona, e da quell'epoca questa
città ubbidì alla sua famiglia fino presso agli ultimi anni del
quattordicesimo secolo. Ne' tempi in cui l'ambizione di Roberto, re di
Napoli, e l'implacabile odio di Giovanni XXII, muovevano acerba guerra a
tutti i Ghibellini, questa fazione rimasta priva di protettori per la
rivalità dei due imperatori eletti, scelse per suo capo Cane della
Scala, chiamato il grande. Colla sua abilità e collo straordinario suo
coraggio fece Cane prosperare le armi ghibelline, ed in pochi anni
occupò Padova, Vicenza, Treviso, e gran parte della Marca Trivigiana.
Egli fu il solo del suo partito che non isperimentasse l'ingratitudine
di Luigi di Baviera, e di già soprastava in ricchezze ed in potenza a
tutti gli altri signori italiani, quando morì nel vigore dell'età, in
mezzo alle sue conquiste. Mastino secondo, suo nipote, che gli successe
nella signoria, lo pareggiò in accortezza ed in coraggio, e fu più di
lui ambizioso; onde alla forza delle armi aggiunse la frode e la mala
fede. Le circostanze lo favorirono. Giovanni di Boemia, che era comparso
in Italia come il liberatore dei popoli, parve che non accettasse la
volontaria sommissione delle città che per renderle più facile preda di
Mastino della Scala. Questi unì all'eredità di suo zio Brescia, Parma,
Modena e Lucca: le sue entrate superavano quelle di quasi tutti i
sovrani d'Europa, e sembrava vicino l'istante da lui destinato a
cingersi il diadema reale che aveva di già fatto apparecchiare. Ma il
coraggio e l'energia de' Fiorentini fecero argine alle sue conquiste:
sollevarono contro di lui Venezia e tutta la Lombardia; fecero ribellare
Padova, conquistarono Treviso e Brescia, e non accordarono la pace a
Mastino, che quando ebbe cessato d'essere formidabile.
In fatti, dopo la pace, Mastino, obbligato dalla rivoluzione di Parma a
vendere ancora la signoria di Lucca, vide egli medesimo l'abbassamento
della sua famiglia. Dopo la di lui morte i suoi figliuoli più non ebbero
influenza in Italia, e se ottennero qualche celebrità non la dovettero
che ai loro delitti. Si videro i due minori far assassinare il
primogenito, cospirare in appresso l'uno contro l'altro, ed il più
debole, tratto in prigione, esservi strozzato, dopo alcuni anni, per
ordine del fratello che voleva assicurare ai proprj bastardi la paterna
eredità. I medesimi delitti si rinnovarono nella seguente generazione.
Un fratello, per regnare solo, fece uccidere l'altro, ma l'assassino
scontò la pena dovuta a questa colpevole stirpe, quando, spogliato de'
suoi stati da Giovan Galeazzo Visconti, fuggiasco, oppresso dalla
miseria, morì di veleno.
La seconda casa che aspirò all'impero d'Italia, si rese egualmente
odiosa con non minori delitti; ma più lungo tempo conservò i talenti ed
alcune di quelle virtù che ingrandiscono e conservano gli stati.
L'arcivescovo Ottone aveva il primo, in sul declinare del precedente
secolo, innalzata la dinastia de' Visconti alla sovranità di Milano; e
quand'egli venne a morte nel 1295, trasmise il suo potere al nipote
Matteo, cui gl'Italiani diedero il soprannome di grande. Questo signore
fu uno de' più risoluti campioni del partito ghibellino in Italia, e de'
più formidabili nemici dei papi. Sperimentò in principio del secolo la
volubilità della fortuna, e suo figliuolo Galeazzo, che gli successe,
fu, vent'anni dopo, vittima dell'ingratitudine di Lodovico il Bavaro. Ma
i Visconti appresero nelle disgrazie a trovare in sè medesimi maggiori
sussidi: Azzone, figlio di Galeazzo, allevato come il padre nella scuola
dell'avversità, si mostrò più virtuoso che tutti gli altri principi
della sua famiglia. Riebbe la signoria di Milano dall'imperatore
medesimo che l'aveva tolta a suo padre, vi aggiunse varie altre città,
che fino allora avevano ubbidito a parziali signori, e consolidò il suo
dominio fondandolo sulla stabile base dell'amore dei popoli. Il regno
d'Azzone fu veramente glorioso, poichè questo principe rese cari colle
virtù i suoi talenti, e non ismentì la sua moderazione in mezzo alle
conquiste.
In mezzo della sua gloriosa carriera Azzone morì inaspettatamente, ed i
due suoi zii, Lucchino e Giovanni, che gli succedettero, non seppero,
gli è vero, meritarsi l'affetto de' sudditi, ma loro non mancarono i
suoi talenti ed il suo coraggio. Questa dinastia ebbe il rarissimo
vantaggio d'avere consecutivamente sei capi egualmente distinti. Tutti
dovettero lottare contro l'avversa fortuna, e l'arcivescovo Giovanni
Visconti, che morì l'ultimo nel 1354 aveva appreso, come i suoi
predecessori, a conoscere gli uomini quand'era perseguitato ed esiliato.
Egli assoggettò al suo potere Genova, Bologna e gran parte della
Lombardia; tentò d'invadere la Toscana e lo stato della Chiesa, e forse,
più che verun altro principe del 14.º secolo, trovossi vicino ad
ottenere la sovranità dell'Italia. Per altro egli risvegliò la
diffidenza de' suoi vicini colla dissimulazione e colla perfidia assai
più che colle conquiste, ed i vizj medesimi per mezzo de' quali credeva
di vincere, preclusero la strada alle sue vittorie, ed opposero un
argine insormontabile alla di lui grandezza.
L'arcivescovo Giovanni fu l'ultimo della famiglia Visconti ch'ebbe
qualche magnanimità di carattere; ma la passione delle conquiste,
l'insaziabile desiderio di estendere il suo dominio, passò nei suoi
successori, che non avevano le più brillanti qualità del suo carattere.
La casa Visconti fino al suo ultimo rampollo, mai non rinunciò a'
progetti ideati dai primi suoi capi per assoggettarsi l'Italia; in
ultimo adoperò le arti della debolezza invece della forza, la perfidia
ed i maneggi piuttosto che le armi; ma mirò costantemente allo stesso
scopo.
Barnabò, Galeazzo suo fratello, e Giovanni Galeazzo, figliuolo
dell'ultimo, che tutta raccolse la loro eredità, erano uomini non meno
timidi che ambiziosi, che si resero esosi ai loro sudditi colla
crudeltà, coll'avarizia, colle gabelle, e ruinarono le soggette province
colle continue guerre. Sotto di loro fu distrutto il commercio,
abbandonate le manifatture, trascurata l'agricoltura medesima, e molte
fertili campagne della Lombardia che promettono al lavoro così ricche
ricompense, rimasero deserte. I guasti de' soldati, ed il peso delle
imposte soffocarono ogni industria. Per altro Barnabò e Giovanni
Galeazzo, così cattivi economi della fortuna de' loro popoli, sapevano
mantenere l'ordine nell'amministrazione delle proprie finanze; e fu
questa la causa principale de' loro prosperi avvenimenti. Essi hanno
potuto in ogni tempo erogare nelle guerre più vasti redditi che tutti i
loro avversarj, e gl'impiegarono con mano liberale nel ricompensare i
fedeli servitori, nel tenersi affezionati i piccoli stati deditizj, in
fine nel procurarsi partigiani e traditori ne' consigli de' lori vicini
o de' loro nemici. Mentre non risparmiavano l'oro per giugnere alla meta
della loro politica, prendevansi cura di non dissiparli con insensate
prodigalità; perciò trovavansi apparecchiati alla guerra quando i loro
avversarj avevano di già esaurite le proprie forze, e sentivansi
pressochè sicuri della vittoria qualunque volta giugnevano ad acquistar
tempo.
Finchè era vissuto Galeazzo ed avea diviso con Barnabò l'amministrazione
degli affari, i suoi particolari vizj avevano ritardati i progressi
delle armi di Barnabò, non conoscendo egli l'economia del fratello e del
figliuolo: l'amore del fasto e di un'apparente grandezza distruggeva le
reali sue forze; erogò prodigiose somme nell'innalzare sontuosi edificj;
e fu prodigo de' suoi tesori per unire la sua famiglia per mezzo
d'illustri matrimonj ai monarchi d'Europa. Ma quando Giovanni Galeazzo,
suo figliuolo, dopo avere aggiunti ai proprj stati quelli di Barnabò,
ebbe ristaurate le finanze, dilatò in tutti i sensi i limiti del suo
dominio, ed avrebbe indubitatamente fatta schiava tutta l'Italia, che
omai più non aveva forza per resistergli, se un'immatura morte non lo
sorprendeva nel colmo del suo ingrandimento.
Tali furono nel quattordicesimo secolo le principali rivoluzioni della
Lombardia, le quali non hanno potuto condursi a termine che colla ruina
di molti piccoli principi o tiranni, che ne' primi tempi di questo
periodo regnavano in ogni città. Eransi successivamente veduti i Ponzoni
ed i Cavalcabò spogliati della sovranità di Cremona, i Tornielli di
Novara, i Fisiraga di Lodi, i Maggi ed i Brusati di Brescia, i Langusco
ed i Beccaria di Pavia, gli Scotti ed i Landi di Piacenza, i Pelavicini
di san Donnino, i Correggi ed i Rossi di Parma, ed intorno allo stato
de' Visconti omai non rimanevano signori indipendenti, che i conti di
Savoja ed i marchesi di Monferrato a ponente, e dalla banda di levante i
Gonzaga, successori dei Bonaccorsi, i marchesi d'Este di Ferrara, ed i
Carrara di Padova.
Gli stati del papa, non meno che quelli della Lombardia, fertili di
tiranni, avevano veduto nella medesima età sorgere e perire molte case
sovrane. Quella dei Polenta a Ravenna erasi sola sottratta alle generali
rivoluzioni, e da lungo tempo signoreggiava quella città senza merito e
senza gloria, dimenticata dalla storia, come dai conquistatori che mai
non l'attaccarono. Tale non era la sorte de' Malatesti, signori di
Rimini: la fama del piccolo loro stato non era in verun modo
proporzionata alla di lui estensione, popolazione, o ricchezze, ma bensì
al numero de' grandi capitani usciti da questa sola famiglia, che tanta
gloria procacciarono al nome de' Malatesti. Vero è che non si
sottrassero al contagio della falsità e della perfidia; vizj comuni ai
piccoli tiranni; vizj di cui la pubblica voce accusava specialmente i
Romagnoli. Ma se talvolta rassomigliarono agli altri signori, mostrarono
ancora le virtù che gli altri non avevano; innalzarono la loro
riputazione al di sopra di tutti i principi del loro paese, e
s'apparecchiarono per tal modo ad essere nel susseguente periodo i
protettori delle scienze e delle arti.
Dopo avere riepilogate le rivoluzioni delle case principesche nel
quattordicesimo secolo, vediamo adesso quale fu la sorte delle
repubbliche. Venezia, la più antica e la più illustre, aveva data nuova
forma al suo governo. Tutti i diritti del popolo erano stati trasmessi
ad un consiglio, prima rappresentativo, e poco dopo ereditario. La
nobiltà, sola sovrana dello stato, aveva con estrema gelosia allontanato
il popolo da tutti i pubblici affari, e, non meno che del popolo, gelosa
del capo della nazione, in ogni nuova elezione del doge aveva sempre più
ristretti i limiti dell'autorità ducale. Una rigorosa aristocrazia
amministrava la repubblica colle virtù dei grandi principi piuttosto che
con quelle de' popoli liberi. Un'immutabile costanza ne' suoi progetti,
una fermezza superiore ai più grandi rovesci, una saggia economia in
mezzo a grandi ricchezze, un impenetrabile segreto, ed una politica non
traviata dalle passioni, erano le distintive qualità del senato di
Venezia. Ma presso di lui non vedevansi i generosi movimenti de' popoli
liberi, la giusta indignazione contro la falsità, la clemenza verso il
vinto nemico, il sagrificio de' proprj vantaggi alla speranza, e
talvolta al lusinghiero sogno di un bene generale. La repubblica di
Venezia, circondata da tiranni, lottava contro di loro colle loro armi.
Venezia non ebbe parte alle guerre eccitate da Enrico VII e da Lodovico
di Baviera, e non cominciò ad immischiarsi negli affari del continente
d'Italia, che quando Mastino della Scala dilatò i suoi confini fino alle
lagune, e spinse ancora più in là le sue pretese. La repubblica si
associò allora ai Fiorentini per umiliare questo signore, ma quand'ebbe
conquistato Treviso, ristabiliti in Padova i Carrara, ed allontanati gli
Scaligeri da' suoi confini, fece con questi la pace senza curarsi che i
Fiorentini avessero il debito compenso.
Malgrado questa prima guerra continentale e l'acquisto di Treviso, i
Veneziani non s'interessavano ancora che assai debolmente per quel paese
che dal campanile di san Marco avevano sempre sotto gli occhi. Il mare
era il loro elemento, ed oltre i suoi confini andavano essi a cercare
alleati e nemici. Il commercio della Tartaria accese, circa nella metà
del secolo, la guerra tra essi ed i Genovesi: era questa la terza
ch'essi sostenevano contro quest'emula nazione; strascinarono nella
medesima i Greci e gli Arragonesi, e fiumi di sangue furono versati dai
due popoli sulle coste della Grecia e della Sardegna; ma parve che i
Genovesi fossero in complesso i vincitori. Una guerra continentale tenne
dietro immediatamente alla marittima, e fu ancora meno fortunata: gli
Ungari privarono Venezia di tutta la Dalmazia.
Pareva che la repubblica si fosse rincorata in vent'anni di pace quasi
costante, quando una rivoluzione, accaduta nell'impero greco, riaccese
una quarta guerra marittima coi Genovesi. Le forze di Venezia si
esaurirono intorno alle mura di Chiozza, e la pace di Torino privò
Venezia di quanto possedeva nel continente d'Italia. Ma venuto a morte
Luigi d'Ungheria, di cui ne avevano sperimentata la potenza, si vide in
istato di rialzarsi. Allora si vendicò degli alleati di questo monarca,
assecondando l'ambizione di Giovanni Galeazzo, invece di porvi ostacolo;
ricuperò col di lui ajuto il territorio di Treviso, ed aspettò dallo
spirito pubblico, e dal coraggio de' Fiorentini i sagrificj ch'ella
doveva fare.
Allora sembrò che Venezia si allontanasse dalla sua consueta saviezza;
ma la sua fortuna la servì meglio contro Giovanni Galeazzo, di quel che
avrebbe potuto farlo la sua prudenza. Questo pericoloso vicino morì
nell'istante in cui forse non poteva più essere vinto, ed i Veneziani si
trovarono ne' primi anni del seguente secolo più potenti contro i suoi
eredi, perchè non avevano consumate le loro forze contro di lui
medesimo.
L'eterna rivale di Venezia, la repubblica di Genova, era animata da uno
spirito affatto diverso, e sperimentava un'affatto diversa fortuna. I
nobili di questo stato, non meno ambiziosi di quelli di Venezia, non
avevano non pertanto pensato a stabilire nella loro patria una regolare
aristocrazia, ma piuttosto ad esercitare sopra la medesima un'influenza
oligarchica. Le loro fortezze, i loro vassalli, i numerosi loro clienti,
loro ispiravano il sentimento delle proprie forze ed il desiderio
dell'indipendenza. Sentivansi troppo forti isolatamente per voler essere
confusi in un senato, ove l'individuo scompariva fa faccia
all'universalità. L'ambizione non era la sola passione che turbasse la
repubblica, che le gelosie ed i privati odj provocavano ogni giorno
nuove guerre civili. Uomini di uguale carattere sorgevano tra i borghesi
per essere loro rivali. Il governo in mezzo alle loro animosità ed alle
loro zuffe non poteva acquistare stabilità, ed era forzato a cambiare
ogni giorno partito, forma e piano di condotta. Le più violenti e
repentine rivoluzioni toglievano alla repubblica l'influenza che avrebbe
potuto acquistare sul rimanente dell'Italia, e la nazione consumava
contro di sè medesima tutte le proprie forze. La sua popolazione, le sue
ricchezze venivano distrutte dalla guerra civile; s'incenerivano i
palazzi della capitale, si guastavano le campagne, ed il commercio era
incagliato o distrutto. Ma questo popolo, che sembrava animato per la
propria ruina, non lasciava di essere formidabile quando volgeva le sue
forze contro esterni nemici. L'impetuoso valore de' Genovesi rimaneva
vittorioso in ogni lotta a fronte della politica de' Veneziani.
In principio del quattordicesimo secolo una violenta guerra civile era
stata calmata dalla venuta d'Enrico VII, e per la prima volta la
repubblica si era sottomessa ad uno straniero sovrano. Dopo la morte
d'Enrico VII un partito contrario a quello che lo aveva chiamato diede
Genova in mano di Roberto, re di Napoli, ed una nuova guerra civile, una
guerra che avrebbe potuto ruinare il più potente impero, ebbe origine da
questo cambiamento. Genova in mezzo alle sue burrasche ricuperò la
perduta indipendenza, ma nel 1339 una nuova lite successe alle antiche,
il popolo scacciò i nobili, creduti cagione delle precedenti turbolenze;
si diede un capo col titolo di doge, e sotto la di lui condotta mostrò
un nuovo vigore.
Un fiorente commercio riparò ben tosto i disastri della guerra civile. I
Genovesi fecero rispettare il nome latino sul mar Nero; posero in salvo
contro i Greci l'indipendenza della loro colonia di Pera; umiliarono i
Veneziani ed i Catalani nella terza guerra marittima: ma nel mezzo di
questa guerra si lasciarono scoraggiare da una disfatta, da cui seppero
rifarsi da sè stessi; sagrificarono per la terza volta la loro
indipendenza sottomettendosi volontariamente all'arcivescovo Visconti,
il più potente signore dell'Italia.
La loro sommissione era condizionata, ed i nipoti dell'arcivescovo, suoi
successori, violando le condizioni del contratto, diedero giusto motivo
ai Genovesi di sottrarsi alla loro dipendenza. Godettero alcun tempo
moderatamente della ricuperata libertà, illustrarono la loro domestica
pace con una gloriosa guerra in Cipro; ma poco dopo, strascinati nella
guerra di Chiozza, provarono i rovesci prodotti dai loro prosperi
avvenimenti e dall'imprudente loro ardire. Dopo la pace coi Veneziani le
interne fazioni vennero alle mani con nuovo accanimento: le rivalità tra
i popolani avevano preso il luogo di quelle dei grandi, si riaccesero
sanguinose guerre, subite rivoluzioni distrussero la forza del governo,
ed il popolo snervato dalle fatiche, chiamò per la quarta volta un
padrone straniero, e si assoggettò volontariamente alla Francia.
Fiorenza, non meno potente di Venezia e di Genova, figurò ancora più
nobilmente nella storia dell'Italia, perchè questa repubblica
continentale era attaccata da tutte le sue relazioni alla contrada nel
di cui centro trovavasi collocata, mentre le due repubbliche marittime
portavano quasi sempre al di là dei mari tutta la loro attenzione ed i
loro sforzi. L'intera politica dell'Italia si disaminava ne' consiglj di
Firenze, e questo popolo, tanto zelante per la libertà, manteneva colla
sua quella dell'intera nazione di cui era parte. Sembra essere stato il
solo a concepire l'importanza dell'equilibrio politico, ed a calcolare i
pericoli di una monarchia universale.
Firenze in tutto il quattordicesimo secolo ebbe un governo veramente
democratico; non perchè il popolo avesse tutto il potere nelle sue mani,
o perchè potesse a posta sua cambiare la costituzione; ma perchè aveva
tutta la possibile influenza nell'amministrazione, e forse ancora più
che non conviene di lasciargliene. La maggior parte de' cittadini di
tutti gli ordini era chiamata a vicenda alle prime cariche; i consiglj,
numerosi e popolarmente composti, rappresentavano costantemente il voto
della nazione; e se trovavasi nel popolo un partito contrario al
governo, è perchè in tutte le libere discussioni vi debbe essere una
minorità, e che l'intera nazione deliberava come un consiglio di stato
intorno ai pubblici affari.
Gli storici fiorentini, le nostre più sicure guide nella storia
d'Italia, ci hanno talmente iniziati in tutte le più minute circostanze
dell'amministrazione e della politica di questa repubblica, ci fecero
così ben conoscere tutte le passioni del popolo e tutti i sentimenti
degl'individui, che nel corso d'un secolo abbiamo dovuto vedere più
volte i colpevoli attentati di alcuni cittadini, o gli errori dei capi
della nazione. Ma volgendo al presente uno sguardo su tutto il secolo, e
riunendo le nostre memorie, troveremo senza dubbio la condotta dei
Fiorentini giusta, nobile e generosa in tutto il corso di questo periodo
più che quella di verun altro stato, e saremo costretti di convenire che
il più libero popolo dell'Italia, complessivamente considerato, era pure
il più saviamente governato.
Cominciando il quattordicesimo secolo scoppiò in Firenze la sciagurata
lite de' Bianchi e de' Neri, e l'esilio de' Bianchi fu una profonda
ferita fatta alla repubblica. Non pertanto quando Enrico VII entrò in
Toscana, la sola Firenze non si lasciò intimidire dall'autorità
imperiale; formò una lega guelfa contro il tedesco monarca, gli creò
nemici in Lombardia ed in Roma, sfidò la sua potenza quand'erasi
accampato alle di lei porte, e se l'Italia non fu di nuovo ridotta alla
condizione di provincia dell'impero germanico, se non fu privata della
sua libertà e sottomessa ad uno straniero padrone, alla sola Firenze
devesene tutta la gloria.
Due anni dopo la morte d'Enrico VII, tutte le forze dei Fiorentini e dei
loro alleati furono disfatte a Montecatini da un generale Ghibellino; ma
lungi dall'essere ridotti ad una vergognosa pace da così gran lotta, gli
sforzi fatti da loro per vendicarsene fecero tremare i loro nemici.
Castruccio, il più formidabile avversario della repubblica fiorentina,
attaccò in appresso Firenze: i soldati da lui formati lo risguardavano
come il più grande generale del secolo, ed erano da lui condotti sempre
a nuove vittorie. Nel suo regno di dieci anni, Castruccio, appoggiato
dai Visconti e da Lodovico di Baviera, espose Firenze a grandi rischi, e
le cagionò grandi perdite. Ma la fortuna delle monarchie è appoggiata
alla vita d'un uomo, e quella delle repubbliche non si spegne mai.
Castruccio morì, e le conquiste da lui fatte caddero in potere de'
Fiorentini.
Mentre l'Italia era lacerata dalle fazioni e dalle guerre civili, due
uomini, che s'annunciavano come pacificatori, fecero una rapida fortuna.
Il legato Bertrando del Pogetto e Giovanni re di Boemia adunarono i
Guelfi ed i Ghibellini, i partigiani dell'impero e quelli della chiesa,
e fondarono un nuovo dominio che pareva doversi stendere su tutta
l'Italia. I soli Fiorentini non furono sedotti dalle promesse e dalle
interessate negoziazioni di questi due uomini; essi svelarono i loro
segreti progetti; chiamarono a prendere le armi gli stati minacciati; si
collegarono coi principi ghibellini, loro ereditari nemici, dimenticando
un antico odio per un interesse presente e pubblico, e rovesciarono la
nuova signoria innalzata in pochi anni.
Mastino della Scala erasi arricchito colle spoglie del re Giovanni; ma
l'ingratitudine di questo signore costrinse i Fiorentini a venire contro
di lui alla via delle armi; formarono per superarlo una nuova lega,
spogliandolo di parte de' suoi stati, ed incaricando la dinastia guelfa
dei Carrara, cui restituirono Padova, di tenere gli occhi aperti sugli
ambiziosi disegni del signore di Verona.
Mastino vendicossi de' Fiorentini quando offrì loro di vender Lucca. La
guerra che dovettero sostenere contro i Pisani pel possedimento di
questa città, la disfatta delle loro truppe, e la perdita di Lucca
quando ne avevano di già pagato il prezzo, furono i minori disastri di
questa guerra, la quale precipitò i Fiorentini sotto la tirannide del
duca d'Atene. Altra volta avevano essi dato un capo, o protettore alla
loro repubblica, col titolo di signore; ma questa fu la prima volta che
si assoggettarono ad un padrone. Per altro non gli rimasero lungo tempo
soggetti: una tirannide di undici mesi bastò a stancare la pazienza del
popolo ed a riunire tutti gli ordini dello stato contro il tiranno, che
venne rovesciato quando fu unanime il voto della nazione.
Indebolita dal governo del duca, sotto il quale perdette tutte le sue
conquiste, dalla carestia, in tempo della quale diede così luminose
prove di generosità, e più ancora dalla terribil peste del 1348, pure la
repubblica fu la prima che potesse frenare l'ambizione dell'arcivescovo
di Milano. Tutte le forze di questo signore vennero nel 1351 a coprirsi
di vergogna innanzi a Scarperia.
Negli anni successivi Firenze conchiuse coll'imperatore Carlo IV un
trattato non meno onorevole che vantaggioso. Sola di tutti gli stati
d'Italia ebbe il coraggio di ricusare ogni accomodamento colla grande
compagnia de' soldati avventurieri, e due volte li costrinse ad uscire
dal suo territorio. Senza porti e senza marina protesse la libertà dei
mari e fece rispettare la bandiera adottata dai suoi mercanti;
finalmente in mezzo agli orrori della peste sostenne contro Pisa una
gloriosa guerra, che terminò dettando essa le condizioni di una giusta
ed onorevole pace.
Un'odiosa intrapresa dei legati della santa sede contro Firenze gettò
questa repubblica nel partito opposto alle sue antiche alleanze. Doveva
gastigare i luogotenenti del papa di un atto della più nera
ingratitudine, della più rivoltante perfidia; e lo fece con una
grandezza di lei degna, abbracciando la causa di tutti i popoli che gli
stessi uomini avevano traditi od oppressi. Proclamò la libertà delle
città vassalle della Chiesa, ed in pochi mesi rovesciò la potenza di
coloro che l'avevano offesa, e restituì a trenta popolazioni quella
medesima libertà di cui essa godeva.
Appena ultimata questa guerra, una congiura pose per alcun tempo il
governo in mano del popolaccio, e sospese per tutto quel tempo il suo
vigore e la sua energia; ma in breve si rialzò da questo assopimento, e
fu il solo in Italia che avesse il coraggio e la forza d'entrare in
guerra contro Giovanni Galeazzo Visconti, e di porre con un'ostinata
resistenza insormontabili confini alla sua ambizione.
In un secolo abbondante di rivoluzioni, in un secolo in cui l'ambizione,
scatenata in tutti gli altri stati, adoperava senza scrupolo gli
artificj della viltà e della frode per ingrandirsi, tale fu la condotta
sempre aperta, sempre giusta, sempre coraggiosa, e nel tempo medesimo
sempre savia di una prudente repubblica, in cui la prima magistratura
non durava che due mesi ed ove un migliajo di cittadini disaminavano
sempre i pubblici affari. La gloria nazionale è veramente la proprietà
d'un popolo, quando è, come a Firenze, il frutto delle virtù di tutti
piuttosto che la ricompensa dell'abilità del governo, e questa nazione
può di pieno diritto andar superba della sua condotta, allorchè mutando
continuamente capi, pure conservasi sempre ferma ed irremovibile in una
sempre gloriosa carriera.
La repubblica di Firenze trovò una fedele alleata in quella di Bologna,
per tutto il tempo che questa si mantenne indipendente; ma i Bolognesi
erano meno attaccati che i Fiorentini alla loro libertà, o furono meno
fortunati nel difenderla. Erano indeboliti da più violenti fazioni, ed i
loro capi manifestavano mire più personali nell'uso della vittoria, e
una più implacabile vendetta verso i vinti.
I vantaggi ottenuti dai Ghibellini sui Guelfi, quando i primi erano
diretti da Castruccio e da Azzone Visconti, persuasero l'anno 1327 i
Bolognesi a porsi sotto la protezione di Bertrando del Pogetto, legato
del papa, siccome i Fiorentini avevano implorata quella del duca di
Calabria. Ma la tirannide del legato durò sette anni, ed ebbe tutto il
tempo d'introdurre la corruzione in tutte le parti della repubblica.
Invano i Fiorentini ajutarono Bologna a scuotere il giogo, che non
ottennero di renderle quello spirito fiero ed indipendente che l'avrebbe
conservata libera.
Questa repubblica, snervata da uno straniero padrone, più non ebbe mezzi
di difendersi contro l'ambizione di uno de' suoi cittadini, reso
pericoloso dalle sue immense ricchezze. Nel 1337 si pose sotto la
sovranità di Taddeo de' Pepoli, ed i suoi figliuoli la vendettero l'anno
1350 all'arcivescovo di Milano. Un tiranno più crudele, Giovanni
Visconti d'Oleggio, gli successe nel 1355. I Fiorentini tentarono
inutilmente, in varie circostanze di liberare i loro fratelli, ma i
Bolognesi non ebbero bastante coraggio per assecondarli; essi altro non
ambivano che di passare sotto il dominio della Chiesa, e vi tornarono in
fatti, ma dopo avere perduta la loro popolazione, le ricchezze loro, e
ciò che più non potevano riacquistare, l'antico loro carattere. Furono
essi gli ultimi ad unirsi a' Fiorentini in tempo della generale
rivoluzione degli stati della Chiesa, ed i primi a firmare una pace
parziale colla medesima. In appresso lo scisma rese loro quella libertà
che per sè soli non erano capaci di riavere; rientrarono in allora
nell'alleanza de' Fiorentini, e li secondarono contro Giovanni Galeazzo,
ma verso la fine del secolo soggiacquero un'altra volta agl'intrighi ed
all'ambizione di un loro concittadino; e la tirannide di Giovanni
Bentivoglio aprì la via al duca di Milano per occupare di nuovo la loro
città.
Nel precedente secolo, Lucca era stata la costante alleata di Firenze;
ma nel quattordicesimo questa città addetta ad una fazione nemica, pagò
pochi anni di gloria con una lunga infelicità. Fino al 1314 i Lucchesi
eransi conservati fedeli al partito guelfo ed agli antichi loro alleati.
Castruccio, richiamato quest'anno da' suoi concittadini, aprì le porte
della sua patria ad Uguccione, capo dei Ghibellini, al quale dopo due
anni successe egli medesimo. Innalzato al supremo potere dalla
confidenza meritata dal suo partito, creò la gloria delle armi lucchesi,
che poi si spense alla di lui morte. Egli estese le sue conquiste al di
là di Sarzana, nella riviera del Levante; sottomise Pistoja, Volterra e
Pisa, e corse tutto il territorio fiorentino, ove niuno ardì
resistergli. Lodovico di Baviera, che in lui riconosceva il più valoroso
campione dell'impero, lo creò senatore di Roma, e volle, quando fu
coronato imperatore, che Castruccio gli cingesse la spada imperiale. Per
ricompensarlo eresse i suoi stati in ducato, distinzione che
gl'imperatori non avevano ancora accordata ad alcun altro: ma tanta
grandezza, tanta gloria svanirono all'istante alla morte di Castruccio.
I suoi figliuoli furono spogliati della paterna eredità e mandati in
esilio, tutte le città da lui soggiogate vennero in potere de' suoi
nemici, e la stessa Lucca, venduta e rivenduta dai Tedeschi, rimase
successivamente soggetta a Gherardino Spinola, a Giovanni di Boemia, a
Mastino della Scala, ai Fiorentini ed ai Pisani. Dopo cinquantacinque
anni di servitù, nel 1369, i Lucchesi riacquistarono finalmente la
libertà dall'imperatore Carlo IV. Negli ultimi trent'anni del secolo
cercarono di rimediare in silenzio ai mali che avevano sofferti. Troppo
deboli e troppo poveri per figurare nella lega guelfa, cui si erano di
nuovo attaccati, non richiamarono la nostra attenzione, che quando,
soccombendo alla peste che desolava la loro città, ebbero la sventura,
l'ultimo anno del secolo, di essere ridotti in servitù da un usurpatore
senza talenti.
Siena che nel XIII secolo era stata la rivale di Firenze, che aveva
offerto un asilo agli emigrati ghibellini, e gli aveva in seguito
ristabiliti trionfanti nella loro patria, Siena fu nel quattordicesimo
secolo quasi costantemente fedele alla fazione guelfa e quasi sempre
alleata de' Fiorentini. Ma i Sienesi in tutto questo periodo di tempo
ebbero pochissima influenza sugli altri paesi d'Italia, e se talvolta
richiamarono la nostra attenzione, non fu che per le passioni politiche
onde furono agitati, e che vestirono nella loro città un particolare
carattere. Ogni partito sembrava che avesse in Siena una più pronunciata
tendenza verso l'oligarchia, ed una più ingiusta gelosia contro tutti
gli altri ordini de' cittadini. L'oligarchia mercantile, che fu la prima
ad avere le redini del governo dal 1283 al 1355, inspirò forse questo
carattere alla nazione colle cure che si prese per escludere il popolo
da ogni potere. L'ordine dei nove fu trattato ingiustamente dopo la sua
espulsione, perch'egli stesso aveva ingiustamente trattati tutti gli
altri ordini. I dodici, che subentrarono nel luogo dei nove, i
riformatori e l'ordine del popolo, che altro più non erano che una
fazione, vollero tutti governare soli. Frattanto la repubblica era
diventata il patrimonio delle ultime classi della società; i vizj del
popolaccio, il suo inconsiderato impeto, la sua credulità, la sua
indifferenza per le leggi dell'onore, si comunicarono al governo, il
quale si staccò per i suoi falli medesimi da tutti i suoi alleati
naturali, e, confidando piuttosto in un tiranno che in un popolo libero,
cadde in sul finire del secolo ne' lacci che gli aveva tesi il duca di
Milano.
La libertà di Perugia soggiacque nella stessa epoca agli stessi
artificj, e nel modo medesimo che quella di Siena. Avanti la metà del
quattordicesimo secolo, questa città erasi sordamente fatta ricca in
seno della libertà. La sua alleanza con Firenze le fece alcun tempo
occupare un distinto rango tra le città guelfe d'Italia, che si univano
per difendere la libertà. Ma una certa ferocia che i Perugini
manifestarono nelle loro fazioni, esaurì ben presto con torrenti di
sangue le forze della repubblica. Un nuovo Catilina cospirò non contro
la libertà, ma contro l'esistenza della sua patria. Dopo di lui, altri
faziosi cercarono nelle guerre civili piuttosto la vendetta che il
potere. I Perugini vennero violentemente staccati dall'alleanza dei
Fiorentini, e subito dopo oppressi e snervati dalla stanchezza del loro
furore si assoggettarono volontariamente a Giovanni Galeazzo.
Tutte queste repubbliche toscane avevano abbracciata la parte guelfa, e
da questa riconobbero lungo tempo il mantenimento della loro libertà. Ma
il 14.º secolo fu testimonio del lungo decadimento di un'altra
repubblica addetta alla parte ghibellina fino da' più remoti tempi, e
che prima d'ogni altra aveva additata ai Toscani la libertà e la gloria.
La repubblica di Pisa non aveva mai cambiato partito; i capi delle sue
diverse fazioni lo seguivano con più o minore accanimento; ma il popolo
mantenevasi costantemente fedele agli stessi principj. Questa costanza
doveva conservare tra Pisa e Firenze una costante opposizione, e l'odio
di questi due popoli, ch'ebbe tanta parte nel destino de' Pisani e fu
cagione della sua ruina ne' primi anni del quindicesimo secolo, non è
affatto spento ancora nell'età presente.
La grande disfatta della Meloria, e le leggi dettate dai Genovesi ai
Pisani, avevano allontanati gli ultimi dal mare verso il fine del
tredicesimo secolo. Colla distruzione della marina guerriera, il
commercio aveva perduta la sua attività, le lontane colonie erano state
abbandonate, e le coste marittime, altre volte popolate di marinaj,
rimasero deserte quando più non furono difese dalle galere della
repubblica. Ma i Pisani si erano volti a cercare un'altra gloria, che
tenesse luogo di quella delle conquiste d'oltremare. Sforzaronsi di
compensare cogli acquisti di terra ferma le perdite che avevano sofferte
in altre parti, ed il loro valore che si sostenne luminosamente quando
gli altri popoli d'Italia avevano quasi abbandonato l'uso delle armi,
giustificò i loro titoli a questa novella gloria.
Pisa era dunque la più militare repubblica della Toscana; onde, più che
alcun'altra, ebbe bisogno di affidare le forze dello stato ad un solo
uomo. Il suo governo ebbe quasi sempre un capo che d'ordinario era un
grande capitano. Ma se l'ambizione di questi tendeva ad occupare il
supremo potere, i suoi desiderj non ebbero mai pieno soddisfacimento,
perchè la nazione, tenendo sempre aperti gli occhi sopra di lui e sopra
i proprj diritti, si abbandonò assai meno alle fazioni in presenza del
supremo magistrato che poteva proporsi d'opprimerle tutte.
Il conte Fazio di Donoratico era capitano del popolo e capo della
repubblica di Pisa, quando Enrico VII entrò in Italia. L'attaccamento
de' Pisani al partito imperiale, li determinò a rompere la pace loro
procurata dalle vittorie di Guido di Montefeltro nel 1293; essi
sprezzarono le forze riunite di tutti i Guelfi della Toscana, le tennero
occupate essi soli mentre Enrico VII andava a cercare a Roma la corona
imperiale; essi versarono spontaneamente il proprio sangue, e
prodigarono i loro tesori per servigio di questo monarca, il di cui
cuore generoso non potè ricompensare tanto attaccamento che con una
inefficace riconoscenza. Enrico morì quando Pisa riponeva in lui le sue
più alte speranze; tutti i suoi nemici, ch'egli aveva fatti tremare, si
unirono contro la repubblica, mentre niuno de' suoi alleati osò di
abbracciare le difese d'una città, che offrivasi spontaneamente in
premio a' suoi liberatori. I Pisani, abbandonati alle proprie forze,
ruppero, sotto il comando d'Uguccione della Fagiuola, l'armata guelfa di
tutta l'Italia il doppio più forte della loro; seppero allontanare il
generale cui dovevano i loro prosperi avvenimenti, tosto che lo videro
abusare della sua autorità per giugnere alla tirannide, e terminarono
una gloriosa guerra con una moderata pace.
Pisa conservava ancora oltremare una potente colonia; la Sardegna era
feudataria della repubblica, quando, la notte dell'undici aprile 1323,
tutti i Pisani furono uccisi in quasi tutte le parti della Sardegna per
una perfidia del giudice d'Arborea e d'Oristagni, e questa parte
dell'isola venne abbandonata agli Arragonesi. Malgrado le forze di lunga
mano superiori del nemico monarca, malgrado l'abbandono in cui erano
rimasti i Pisani, opposero una vigorosa resistenza all'invasione.
Manfredo della Gherardesca, che li comandava, fece perdere quindici mila
uomini agli Arragonesi in una serie di battaglie, e finalmente incontrò
egli medesimo una gloriosa morte sul campo di battaglia. La repubblica
perdette per sempre la Sardegna, e colla Sardegna gli ultimi avanzi
della sua potenza marittima.
Era appena ultimata questa guerra quando la smisurata ambizione di
Castruccio, e la perfidia di Lodovico di Baviera ne sollevarono un'altra
contro i Pisani per parte del monarca e del partito medesimo di cui
eransi meritata la riconoscenza con tanti sagrificj. I Pisani furono
assediati da Lodovico, e dopo avere con lui capitolato, la capitolazione
fu violata, e per lo spazio di dieci anni rimasero a lui soggetti.
Frattanto dodici anni di pace rifecero le forze dei Pisani, e quando
seppero che Mastino della Scala stava per vendere Lucca al migliore
offerente, risolsero di acquistare colle armi una città cui non avevano
abbastanza denaro per comperare. Assediarono i Fiorentini nella
fortezza, di cui questi avevano allora pagato il prezzo, gli
scacciarono, e si fecero bentosto assicurare la loro conquista con un
trattato fatto col duca d'Atene, in allora signore di Firenze.
La repubblica di Pisa, diventata più potente coll'acquisto di Lucca,
pensò a riparare le perdite che la peste e le precedenti guerre le
avevano cagionate. Il primo flagello avendo distrutta la famiglia
Gherardesca, che lungo tempo occupò il primo rango nello stato, prese le
redini del governo un'altra famiglia arricchitasi colla mercatura. I
Gambacorti, meno appassionati pel partito ghibellino, conoscevano meglio
i vantaggi della pace, onde conservarono molti anni l'alleanza de'
Fiorentini: ma il contrario partito, favoreggiato prima da Carlo IV, e
verso il finire del secolo, da Giovanni Galeazzo, fu due volte
vittorioso, due volte trasse i Pisani in una pericolosa guerra coi
Fiorentini, e due volte le disgrazie della guerra si trassero dietro lo
stabilimento d'una tirannide; da prima quella di Giovanni dell'Agnello,
poi l'altra di Giacomo d'Appiano.
I due partiti de Guelfi e de' Ghibellini non eransi conservati, come nei
precedenti secoli, egualmente favorevoli alla libertà. Ovunque, fuorchè
a Pisa, i Ghibellini avevano fondata la tirannide: onde i Pisani,
sebbene liberi, essendo Ghibellini, trovaronsi in tutte le guerre di
partito uniti ai nemici di tutti i popoli liberi. Essi pagarono a caro
prezzo la loro confidenza in que' perfidi alleati; i tiranni di
Lombardia si presero la cura di assoggettare Pisa ad un signore; e
quando i Visconti ebbero consegnata la repubblica ad un padrone, non
dovettero fare che un passo per succedere a questo signore,
approfittando della confidenza de' Pisani per ridurli in servitù.
Tali furono nel corso del quattordicesimo secolo le vicende de'
principali stati d'Italia. L'esplosione di tante rivali passioni, la
complicazione di tanti opposti interessi, che gettarono la storia in una
quasi inevitabile confusione, influirono potentemente sullo spirito e
sul carattere di coloro che vissero in mezzo a questo turbine.
Nelle corti lombarde potevasi imparare quali erano i misterj della più
tortuosa politica, e fin dove giugnevano le feroci passioni, sciolte da
qualunque legame della morale e dell'onore; l'occhio penetrava negli
abissi del delitto fino alla più spaventosa profondità. Assai diversi
erano questi mostruosi governi da quelli talora benefici, spesso viziosi
e quasi sempre effemminati, tra i quali era divisa l'Italia a' nostri
giorni. Ma il delitto dà alcuna volta terribili ammaestramenti, niuno
può darne la corruzione. Un grande carattere poteva svilupparsi sotto
Giovanni Galeazzo per giudicarlo e prevenire i suoi colpi, per
combatterlo o per odiarlo; ma il sonno della morte aveva oppressi tutti
i sudditi de' piccoli principi, che in età di molto posteriore a
Giovanni Galeazzo, caddero vittima di maggiore potenza.
Nel quattordicesimo secolo le repubbliche formavano in Italia un'altra
scuola, e permettevano di fare un più nobile studio dell'uomo. Le rare
qualità di alcuni individui, ed il grande carattere di tutto un popolo,
presentavansi simultaneamente all'osservatore. La virtù era tuttavia
onorata, la fedeltà delle promesse era ancora risguardata come un dovere
delle nazioni, ed i grandi sagrificj dell'interesse personale al bene
della patria non erano affatto rari. Vero è che i costumi più non erano
semplici ed illibati, e la conoscenza del male aveva sparsi in ogni
luogo troppo famosi esempj: i popoli non eransi mantenuti fedeli al solo
amore di libertà, al solo amore di patria; troppe passioni personali
avevano trovato il mezzo di soddisfarsi: ma l'umana natura conservava
ancora sufficienti tracce della primitiva sua grandezza per insegnare al
filosofo, al vero politico tutto ciò ch'ella avrebbe potuto e dovuto
essere, onde lo studio dell'uomo poteva essere compiuto così nel bene
come nel male.
CAPITOLO LVIII.
_Arte militare degl'Italiani in principio del quindicesimo
secolo. — Anarchia della Lombardia. — Nuovi tiranni si dividono
gli stati di Giovanni Galeazzo. — Bologna e Perugia restituite
alla Chiesa. — Siena torna in libertà._
1402 = 1404.
Il modo con cui guerreggiavasi in Italia in sul finire del
quattordicesimo secolo e ne' primi anni del quindicesimo è talmente
diverso dal presente, che le determinazioni de' generali parranno spesse
volte inconcepibili ai nostri lettori, ed inesplicabili i risultamenti
delle campagne. La presente arte della guerra differisce meno da quella
dei Greci o dei Romani, che non da quella del quindicesimo secolo,
sebbene in allora la moderna artiglieria fosse universalmente adoperata;
e la tattica di Filippo o quella di Scipione sarebbe più applicabile ai
nostri eserciti che quella di Giovanni Acuto, o di Alberico da Barbiano.
L'essenziale differenza, e quella che determina tutte le altre, è che la
cavalleria pesante formava in allora il nervo delle armate, mentre
adesso, siccome ai tempi romani, è l'infanteria. Quest'ultima era stata
lungo tempo composta di contadini, o di borghesi mal disciplinati, che
combattevano senz'arte e senza coraggio, e che d'ordinario non
sostenevano la prima carica della cavalleria. Altronde sprezzavansi
troppo i pedoni per prendersi cura di perfezionare le loro ordinanze,
tutti gli sforzi del genio militare si ristrinsero al miglioramento de'
corazzieri. Credevasi in fatto d'averli resi superiori alla cavalleria
di tutti i popoli dell'antichità, e tenevasi per indubitato che la
migliore infanteria non potesse sostenerne l'urto.
Non pertanto questi cavalieri, affatto coperti di ferro, che
combattevano con lunghe lance, con pesanti spade, e con armi affatto
gigantesche, non potevano venire alle mani quando alcun ostacolo poteva
contrariare o ritardare il corso de' loro cavalli; la più debole
fortezza li tratteneva; un piccolo fiume, una fossa, bastavano a rompere
le loro ordinanze; non potevasi combattere nelle montagne, e nè pure
nelle pianure, quando un generale stava trincerato nel suo campo, ove
d'ordinario non si poteva senza somma temerità tentare di forzarlo. Per
lo più conveniva per venire a battaglia, che i due generali fossero
d'accordo, e che, dopo avere mandato ed accettato il guanto della pugna,
ognuno dal canto suo facesse appianare il terreno ove dovevasi
combattere. Ma nulla è tanto raro quanto una battaglia volontaria da
ambedue le parti, perciocchè l'un generale o l'altro ha sempre a temere
qualche svantaggio, o ha qualche mezzo per giugnere a' suoi fini senza
battersi. Altronde i condottieri facevano di que' tempi la guerra per
speculazione, di modo che risparmiavano il più che potevano il sangue
de' loro soldati ed il loro proprio, i loro cavalli, le loro munizioni,
i loro equipaggi.
Il più delle volte in tutto il corso di una guerra non accadeva alcuna
vera battaglia e talvolta non accadevano nemmeno zuffe: in tal caso
tutte le ostilità si limitavano ad una o più _cavalcate_, chiamandosi
con tal nome le spedizioni ne' paesi nemici. Un generale invadeva una
provincia con intenzione di bruciare le case, di distruggere le messi,
di rubare le mandre; tutti gli abitanti fuggivano innanzi a lui e si
chiudevano entro le terre murate. Siccome egli non poteva trattenersi
per assediarle, proseguiva il cammino guastando tutto quanto trovavasi
sul di lui passaggio. Intanto il generale nemico provvedeva i castelli
di truppe, seguiva l'armata a qualche distanza, spiava l'opportunità di
sorprenderla, piombava addosso ai cacciatori, li forzava a non
allontanarsi dal campo, ed in pochi giorni obbligava quasi sempre
l'aggressore a dare a dietro ed a rientrare nel proprio paese per
mancanza di vittovaglie.
La guerra facevasi al popolo e non all'armata; tutto il corpo della
nazione risguardavasi come nemico; i soldati consideravano tutte le
proprietà dei popoli presso i quali guerreggiavano come una legittima
preda; facevano prigionieri i proprietarj ed i contadini, e non li
rilasciavano senza taglia. Perciò niuno poteva tenersi neutrale nella
lite del suo paese, niuno serviva il nemico, niuno gli somministrava
munizioni o vittovaglie, ma tutti ponevansi in su le difese, e cercavano
di sottrarre le loro proprietà ai soldati, onde non fossero rapite.
Coloro che non riuscivano a porre in sicuro i proprj effetti, andavano
forse soggetti a più grandi perdite che ai nostri giorni; ma d'altra
parte non potevasi stabilire un metodo regolare di angariare un paese;
nè allora sapevasi togliere ai vinti senza violenza, non solo tutto
quanto possedono, ma tutto ciò che devono avere un giorno, e far loro
impegnare i loro beni futuri, nella speranza di salvare quelle
proprietà, che poi vengono loro tolte.
A que' tempi non eravi quasi veruna casa sparsa ne' campi, abitando
tutti gli agricoltori borghi o villaggi posti d'ordinario sopra qualche
colle o eminenza suscettibile di difesa. Circondavansi questi villaggi
di mura, e si munivano di robuste porte, ond'ebbero poi il nome di
castelli. In ogni tempo le proprietà mobiliari più preziose de'
contadini erano lasciate in questi castelli, e quando veniva dichiarata
la guerra, il governo ordinava di trasportarvi tutte le messi che si
erano lasciate in mezzo ai campi, e di chiudervi tutto il bestiame.
Accordava quasi sempre l'esenzione delle gabelle a coloro i di cui
castelli non credevansi capaci di lunga difesa, e che perciò
trasportavano i loro effetti in città. Per tal modo la campagna restava
affatto spogliata in pochi giorni, ed il nemico, che proponevasi di
vivere col saccheggio, non trovava di che mantenersi.
Veruno stato avrebbe avuto abbastanza soldati per guarnire tutte le
fortezze onde era coperto il suo territorio, perchè ogni bicocca era
fortificata; ma, sebbene si fosse trascurato di alimentare il genio
militare tra i popoli, i contadini erano sempre attissimi a difendere le
piazze forti e le donne, i fanciulli, i vecchi concorrevano a respingere
gli assalitori, gettando sopra di loro dall'alto delle mura pietre o
materie infiammate. I difensori erano difficilmente colpiti dai dardi o
da altre armi del nemico, ed il pericolo non cominciava per loro che
nell'istante in cui cessava la resistenza; allora venivano saccheggiate
le loro proprietà, violate le donne, e gli uomini tratti in ischiavitù.
Perciò tutta la popolazione d'un paese combatteva per la propria difesa;
non potevasi occupare una vallata della lunghezza di sei miglia che dopo
avere superati otto o dieci castelli con altrettanti diversi assedj.
Così il piccolo territorio di Samminiato contava ventotto castelli
dipendenti da questa borgata[8]; così lo stato fiorentino, nel quale
oggi non trovasi una piazza capace di lunga resistenza, non avrebbe
potuto essere conquistato che dopo tre in quattrocento assedj. Se il
nemico non trovava viveri nel paese in cui guerreggiava, non poteva nè
meno tirarne dal proprio, perchè tutto lo spazio che si lasciava
addietro, non essendo sottomesso, i suol convogli erano ad ogni passo
esposti ad essergli tolti.
[8] _Bonincontrii Miniatensis Annales, t. XXI, p. 70._
Noi siamo talmente accostumati a calcolare la potenza distruttiva del
cannone, che non sappiamo concepire come si potesse non temere il nemico
dietro una semplice muraglia, che il più delle volte serviva ancora di
parete esterna alle case che le erano addossate. Per altro ancora
presentemente queste fortificazioni, usate dai nostri antenati,
potrebbero difendersi finchè l'artiglieria non vi avesse praticata una
larga breccia, e le rapidissime operazioni delle armate verrebbero
stranamente ritardate se fosse d'uopo piantare batterie innanzi ad ogni
villaggio. Ma come ispirerebbesi ora mai ai contadini la coraggiosa
ostinazione che opponevano negli andati tempi al nemico? Invincibile era
in allora la loro resistenza, oggi l'istante della sommissione è
preveduto e prossimo; la certezza d'essere vinti un giorno, li fa
ubbidienti nell'ora medesima, e tutto il popolo è diventato neutrale
nelle guerre, delle quali lascia ogni cura ai soldati.
L'artiglieria, all'epoca cui siamo giunti, era in uso già da un mezzo
secolo, ma l'arte degli assedj non aveva ancora fatti che debolissimi
progressi. Le bombarde e le spingarde venivano adoperate contro i
combattenti, non contro le mura, e non erasi ancora trovata l'arte di
battere regolarmente una fortezza in breccia, e di demolirla con una
serie di colpi che non possono ripararsi. L'artiglieria di lunga mano
superiore a tutte le invenzioni degli antichi per rovesciare i ripari,
non lo è ugualmente per combattere gli uomini. Oggi ancora le battaglie
si decidono spesso colla bajonetta, che per altro è molto inferiore alle
picche o lance de' nostri antenati; le balle non facevano maggior guasto
d'assai che le frecce, e spesso non passavano una pesante armatura. In
allora per caricare le armi a fuoco dovevasi impiegare molto tempo, e
riponevasi il loro principale vantaggio nello spaventare i cavalli
coll'esplosione loro e colla fiamma. Non fu che dugent'anni dopo
l'invenzione dell'artiglieria, ch'ebbe compimento la rivoluzione che
doveva fare nell'arte della guerra.
Un'altra non meno strana rivoluzione si operò più prontamente. Alla metà
del quattordicesimo secolo tutti i soldati che militavano in Italia
erano stranieri; ed alla fine dello stesso secolo tutti o quasi tutti
erano Italiani; l'esperimento che fecero delle forze loro contro i
Tedeschi dell'imperatore Roberto, mostrò che non cedevano nè in valore,
nè in talenti militari alle più bellicose nazioni.
I Catalani e gli Almogavari, introdotti in Sicilia ed in Calabria dal re
Federico, erano stati i primi soldati stranieri che avessero fatto della
guerra un mestiere. Dopo la pace di Sicilia una parte di queste truppe
mercenarie passò in Grecia sotto il nome di grande compagnia; il
rimanente si pose al soldo dei principi o delle repubbliche d'Italia, ed
in principio del quattordicesimo secolo il nome di Catalani era comune
ai mercenarj di tutte le nazioni.
Enrico VII, Lodovico di Baviera, Giovanni di Boemia e Carlo IV
condussero molti Tedeschi in Italia. Quasi tutti, poco affezionati ai
principi che gli avevano condotti, presero servigio presso i loro
avversarj. Così i sovrani si confermarono nell'abitudine di confidare a
braccia mercenarie la difesa de' loro stati. Pure fu nella stessa epoca
ed in mezzo al quattordicesimo secolo, che le formidabili compagnie di
ventura del duca Guarnieri, del conte Lando, d'Anichino Bongartm, fecero
conoscere agl'Italiani tutto quanto dovevano temere da queste terribili
bande. Somiglianti truppe, formate nelle guerre di Francia e
d'Inghilterra, passarono pure in Italia nella seconda metà del
quattordicesimo secolo. Fra Moriale, i capi della compagnia Bianca e
della compagnia della Rosa, Giovanni Acuto ed il cardinale di Ginevra
discesero consecutivamente dalle Alpi alla testa di soldati francesi,
inglesi, provenzali, guasconi e bretoni. Finalmente Lodovico d'Ungheria
in tempo del suo glorioso regno aprì a' suoi sudditi la strada
dell'Italia, e tutta la cavalleria leggiera delle armate italiane più
non fu composta che di soli Ungheri.
I governi trovavansi in ogni tempo apparecchiati alla guerra, senza aver
avuto bisogno d'inreggimentare da prima, o d'istruire le loro truppe: in
pochi giorni potevano ristaurare col danaro un esercito nel momento in
cui un altro era disfatto; potevano in fine far cessare ogni spesa
militare nel giorno medesimo in cui soscrivevano la pace. E per tal modo
l'indisciplina delle truppe mercenarie, le loro perfidie, le loro
pretese, quando si formavano in compagnie di ventura, non poterono per
lungo tempo persuadere gli stati d'Italia a rinunciare al loro servigio.
Altronde nè i principi, nè le repubbliche si erano ancora arrogato il
diritto d'ordinare forzati arrolamenti; i cittadini non erano obbligati
a servire lo stato che in tempo di pressante bisogno; le milizie non
erano pagate, e non erano giammai obbligate ad allontanarsi per lungo
tempo dai loro affari domestici, dai loro focolari. Non avevasi avuto il
tempo di esercitarle, e qualunque volta si ponevano a fronte a truppe
disciplinate, provavano tali rovesci, che più non osavasi riporre in
loro alcuna fiducia.
Per altro quando il nemico penetrava nel territorio d'una città,
facevasi ancora talvolta prendere le armi all'intera nazione; ognuno
doveva porsi sotto il comando de' suoi ufficiali di quartiere, ed il
podestà aveva il supremo comando della milizia. Dava ordine a tutti i
cittadini, sotto pena d'ammenda o di corporale castigo, di uscire dalla
città per passare al campo intanto che la maggior campana martellava, ed
avanti che una candela accesa sotto le porte avesse terminato di
bruciare. Il timore del castigo faceva in fatti marciare tutti i
cittadini, ma non dava perciò loro l'attitudine di maneggiare le armi,
nè il coraggio di battersi. Nella stessa epoca coloro che facevano il
mestiere del soldato erano sempre in guerra: nell'istante che un
principe li licenziava per avere fatta la pace, gli assoldava un altro
per cominciare nuove guerre. In verun tempo la diversità tra le milizie
e le truppe di linea era stata così grande, imperciocchè i primi non
sapevano cosa fosse la guerra, gli altri non avevano mai vissuto in
pace.
Questa diversità inspirava un'alta opinione per un mestiere che poche
persone credevansi in istato d'esercitare; la paga di qualunque operajo
nelle più lucrose professioni non uguagliava quella del soldato[9]; e
questi riceveva ancora frequentemente straordinarie ricompense; si
chiudevano gli occhi sulle sue ruberie, e gli si usava indulgenza per
ogni eccesso.
[9] Pagavansi ad ogni lancia dai tredici ai sedici fiorini al mese,
ciò che ammonta, peso per peso, a circa sessanta franchi per uomo,
ed avuto riguardo alla rarità del numerario che valeva quattro volte
più che adesso, circa dieci luigi al mese. Vero è che spettavano ai
cavalieri il cavallo e le armi. _Cron. di Jacopo Salviati, t. XVIII,
Deliz. degli Erud., p. 201. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di
Venezia, p. 807, t. XXII._
La guerra è una passione così naturale all'uomo, che non abbisognano
tante ricompense per affezionare i soldati al loro mestiere. Si vedono
oggi accontentarsi della paga assai minore di quella dell'ultimo
operajo, e non pertanto assoggettarsi a fatiche assai maggiori. Rispetto
al pericoli cui devono esporsi, lungi dal pensare a farseli pagare, vi
trovano in qualche modo la loro ricompensa; imperciocchè la battaglia,
siccome la caccia, ha i suoi piaceri, ed il godimento della vittoria è
tanto più vivo quanto il pericolo è stato più grande. Ma questo gusto
della guerra non è facilmente creduto dalle persone pacifiche, per
essere una conseguenza di emozioni che non conoscono e che non hanno
prevedute. Per persuadere gl'Italiani a rientrare nella professione
delle armi da loro abbandonata, rendevasi necessario un allettamento più
generalmente sentito. L'amore del danaro, il desiderio di menare una
vita licenziosa che in allora permettevasi alle truppe, fecero
impressione sulla comune degli uomini, e gli spiriti ardenti ed inquieti
portarono più in là la loro ambizione e le speranze. Il più grande
potere, la più smisurata ricchezza, la sovranità medesima poteva
acquistarsi da un soldato di fortuna. Tra i condottieri tedeschi,
francesi ed inglesi ch'eransi veduti in Italia giugnere ai primi gradi,
molti erano usciti dalle più povere classi della società. Gl'Italiani
fecero ancora più sorprendenti fortune quando si posero in su la stessa
carriera.
Molti principi di questa nazione si erano innalzati circa la metà del
quattordicesimo secolo alla riputazione di buoni capitani, ma le armate
ch'essi comandavano erano composte soltanto di stranieri. Francesco
degli Ordelaffi, signore di Forlì, i Malatesti di Rimini, Ridolfo di
Varano, signore di Camerino, e molti altri vennero successivamente
chiamati in qualità di generali dalla repubblica fiorentina, dal papa e
da altri sovrani. Ambrogio Visconti, figliuolo naturale di Barnabò,
formò pure una compagnia di ventura, colla quale corse più volte
l'Italia per guastarla. Ma non è per altro a costoro che spetti la
gloria d'avere rinnovata la milizia italiana. Essi combattevano con
un'armata straniera in mezzo alla loro patria. Alberico conte di
Barbiano, che successe a costoro, formò il primo un'armata nazionale,
che servì di scuola a tutti i capitani italiani.
Alberico da Barbiano era signore di alcuni castelli nelle vicinanze di
Bologna; cominciò nel 1377 a farsi conoscere in un modo che fece più
onore a' suoi talenti militari che alla sua umanità. Nell'attacco di
Cesena aveva sotto i suoi ordini duecento lance, e molto contribuì alla
presa di questa città[10]; ma ebbe altresì parte all'orrendo massacro
comandato dal cardinale di Ginevra ed eseguito dai Bretoni. Non molto
dopo levò un corpo, tutto formato d'Italiani, che intitolò la compagnia
di san Giorgio. In tempo dello scisma servì con questa Urbano VI, mentre
i Bretoni erano sotto gli ordini di Clemente VII. Il 28 aprile del 1379
osò di attaccarli innanzi a Marino, ed i suoi avventurieri italiani, che
fin allora avevano militato divisi in corpi stranieri, ebbero la gloria
di vincere la più temuta truppa dell'Europa.
[10] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 510._
La riputazione del Barbiano andò sempre crescendo dopo questa vittoria.
La compagnia di san Giorgio venne risguardata come la gran scuola
dell'arte militare in Italia; i fratelli ed i parenti d'Alberico vi
entrarono prima degli altri; tutti coloro che dovevano in appresso
illustrare il proprio nome nella carriera militare, si associarono a
Barbiano. Ugolotto Biancardo, Jacopo del Verme, Facino Cane, Otto Bon
Terzo, Broglio, Braccio da Montone, Biordo e Ceccolino dei Michelotti si
formarono sotto di lui. Sforza attendendolo, mentre stava lavorando la
terra presso al suo villaggio di Cotignola, fu da alcuni soldati
invitato ad entrare nello stesso servigio. Gettò la sua zappa sopra una
quercia dichiarando che s'ella ricadeva rimarrebbe contadino, e se
restava appesa all'albero, risguarderebbe tale presagio come quello di
futura grandezza: la zappa non ricadde e Sforza si fece soldato; e suo
nipote, duca di Milano, diceva a Paolo Giovio: «tutte queste grandezze
di cui tu mi vedi circondato, questi soldati e tante ricchezze, le devo
ai rami d'una quercia, che sostennero la zappa di mio avo[11].»
[11] _Paul. Jov. Elog., l. III, c. 2, e nella prefaz. Murat., t.
XIX, p. 624._
La maniera con cui arrolavansi le truppe, per lancia rotta, dava ad un
molto maggior numero di soldati i mezzi di farsi conoscere. Un
gentiluomo si affezionava alcuni de' suoi vassalli, un abile
avventuriere si associava alcuni compagni di servigio, e queste piccole
compagnie erano indissolubili: anzi andavano sempre ingrossando, e
quando il capitano disponeva di venti lance, ossia di sessanta uomini di
cavalleria, cominciava a trattare separatamente e con indipendenza coi
sovrani che volevano prenderlo al loro servigio.
Le continue guerre del regno di Napoli, sempre lacerato, dopo la morte
di Giovanna, dalle fazioni d'Angiò e di Durazzo e dalle rivalità de'
signori feudatarj, offrivano impiego a tutti i capitani. Alberico da
Barbiano vi militò con distinzione sotto Carlo III, e nel 1384 ottenne
da questo monarca il titolo di gran contestabile del regno, che conservò
finchè visse[12]. Per altro non si attaccò esclusivamente al servigio
dei reali di Napoli; più frequentemente guerreggiò in Lombardia; ottenne
la confidenza di Giovanni Galeazzo, e divise quasi sempre con Jacopo del
Verme di Verona, capitano a lui non secondo, il comando delle armate
ducali.
[12] _Giornal. Napol., t. XXI, p. 1051._
Giovanni Galeazzo, che mai non comandava le sue armate, che non esponeva
la sua persona ad alcun pericolo, e che nell'interno del suo palazzo
viveva con sospetto e con diffidenza, aveva saputo accordare a questi
generali quel grado di confidenza di cui erano degni. Questo principe
aggiugneva ai vizj che lo resero odioso, alcune qualità che hanno
l'apparenza della grandezza. Amava e proteggeva le lettere, aveva gusto
per le arti, ed innalzò gloriosi monumenti della sua magnificenza; ma
sopra tutto sapeva distinguere il merito che poteva essergli più utile.
Penetrava con infallibile perspicacia il talento politico e militare,
avanzava senza gelosia gli uomini distinti, e loro accordava in appresso
una inalterabile confidenza; perciò ebbe sempre ne' suoi consigli ed
alla testa delle armate i più destri negoziatori, i migliori generali
d'Italia.
Giovanni Galeazzo credette, morendo, di potere mostrare ancora la
medesima confidenza ad uomini, che aveva lungo tempo lasciati depositarj
di tutte le sue forze, e li nominò custodi de' suoi stati e de'
figliuoli che lasciava in tenera età. Ma i capitani, che meglio lo
avevano servito, fecero ben presto vedere, che fin ch'egli visse gli si
erano conservati fedeli per timore, non per amore.
Il testamento di Giovanni Galeazzo divise i suoi stati tra i figli. A
Giovanni Maria, il primogenito, che non aveva che tredici anni, diede il
ducato di Milano dal Ticino fino al Mincio[13]; ed al secondo, Filippo
Maria, che dichiarò conte di Pavia, assegnò le città poste a ponente del
Ticino, o al levante del Mincio[14]. Aveva pure un bastardo, detto
Gabriele Maria, cui lasciò le signorie di Crema e di Pisa[15].
[13] Le città di Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio,
Bergamo e Brescia. — Ebbe pure le città di Bologna, Siena e Perugia.
[14] Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza,
Feltre, Belluno e Bassano.
[15] _And. Bilii Hist. rer. Mediol., l. I, p. 12, Scrip. Rer. Ital.,
t. XIX. — Bern. Corio Hist. Milan., p. IV, p. 286._
Questi principi, troppo giovani per governare da sè stessi, furono dal
padre lasciati sotto la tutela d'un consiglio di diecisette personaggi,
de' quali doveva essere capo Francesco Barbavara di Novara, già
cameriere di Giovan Galeazzo. La duchessa madre, Catarina, figlia di
Barnabò Visconti, doveva avere la presidenza del governo. Jacopo del
Verme, Alberico da Barbiano, Antonio, conte d'Urbino, Pandolfo
Malatesta, Francesco dei Gonzaga e Paolo Savelli erano membri del
consiglio di reggenza. E per tal modo tutti i migliori generali d'Italia
trovavansi al soldo dei giovanetti principi, e tutti i vicini stati
erano in pace con loro, tranne i Fiorentini e Francesco da Carrara.
Ma nel 1402, i Fiorentini che non avevano potuto trovare verun alleato,
quando la salute e la libertà dell'Italia dipendevano dalla loro
resistenza, formarono facilmente una potente lega per attaccare e
spogliare gli eredi di Giovan Galeazzo. Si volsero prima che ad ogni
altro, al papa Bonifacio IX, che aveva giusti motivi di malcontento
contro il duca di Milano. Le città di Perugia, di Bologna e di Assisi
erano state sottratte al suo alto dominio; il Visconti aveva persuasi
molti feudatarj della santa sede a fargli la guerra; e di concerto coi
Colonna, cercava perfino di togliergli la sovranità di Roma[16]. Non
pertanto finchè Giovan Galeazzo visse, Bonifacio non osò farne lagnanza,
nè porsi in istato di difesa. La prima notizia dell'infermità del duca
rese il papa coraggioso, e gli fece rinnovare un trattato coi
Fiorentini, poi, quando ebbe certezza della sua morte, soscrisse un
trattato di alleanza colla repubblica, in forza del quale prometteva di
aggiugnere cinque mila cavalli ai sei mila che darebbero i Fiorentini,
onde muover guerra agli eredi Visconti, e ritoglier loro tutti gli stati
ingiustamente occupati dal loro genitore[17].
[16] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 291._
[17] _Piero Minerbetti, 1402, c. 15, p. 465. — Scipione Ammirato, l.
XVII, p. 894._
Era appena soscritto il trattato, quando Giannello Tommacelli, fratello
del papa, s'avanzò contro Perugia con mille cinquecento lance, onde
sostenere gli emigrati che volevano rientrare nella loro patria: di già
gli si erano arresi quattordici castelli, e la città chiedeva di
capitolare, quando Otto Bon Terzo si avanzò per liberarla, e costrinse
alla ritirata il fratello del papa, che mancava egualmente di coraggio e
di cognizioni militari[18]. Dal canto loro i Fiorentini guastarono
alcune parti dei territorj di Siena e di Pisa, ma non impedirono a
Gabriele Maria Visconti di recarsi in quest'ultima città con Agnese
Mentegatti, sua madre, per prendere possesso della signoria che gli era
stata data da Giovanni Galeazzo, e difenderla dai nemici[19].
[18] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 467. — Pompeo Pellini Istoria di
Perugia, p. II, l. XI, p. 132._
[19] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 825._
In gennajo del 1403 i Fiorentini rinnovarono i decemviri della guerra,
onde spingere le operazioni ostili con maggior vigore. Malgrado la loro
democratica gelosia non solo affidavano questa carica per un anno, ma
d'anno in anno riconfermavano nell'impiego que' decemviri che ben
meritavano della patria[20]. Questi magistrati, formando un nuovo
esercito, riuscirono ad avere al loro soldo alcuni di que' capitani, i
quali essendo stati da Giovanni Galeazzo nominati nel consiglio di
Reggenza, sembravano interamente addetti al duca di Milano. Ma di già
una segreta gelosia divideva questo consiglio, ed i generali erano
ansiosi di portare le armi contro coloro che avevano lungo tempo
serviti. Alberico da Barbiano accettò il comando dell'esercito
fiorentino, ed il marchese d'Este, Malatesti di Rimini e Pietro da
Polenta, signore di Ravenna, presero servigio sotto le sue insegne ed
abbandonarono i Visconti[21].
[20] _Piero Minerbetti 1402, c. 10, p. 469. — Scip. Ammirato, l.
XVII, p. 896._
[21] _Piero Minerbetti 1403, c. 1, p. 470. — Cron. di Bologna, t.
XVIII, p. 578._
Carlo Malatesti di Rimini e Paolo Orsini comandavano le truppe del papa,
e Baldassare di sant'Eustachio, che fu poi Giovanni XXIII, dirigeva le
loro operazioni come legato di Romagna[22]. Quest'esercito si adunò
lentamente in giugno e luglio, attaccò Bologna, difesa da Facino Cane e
da Galeazzo Porro, e costrinse Lodovico degli Alidosi, signore d'Imola,
a lasciare l'alleanza dei Visconti[23].
[22] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 292._
[23] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 478. — Bern. Corio Ist. Milan., p.
IV, p. 291. — Jacobi de Delayto An. Esten., t. XVIII, p. 982._
Francesco Barbavara, che Giovanni Galeazzo aveva nel suo testamento
nominato presidente del consiglio di reggenza, aveva cominciata la sua
carriera come cameriere del duca, onde i signori, che facevano parte del
consiglio, non sapevano perdonargli la bassezza de' suoi natali, nè
riconoscerlo per loro superiore[24]. Quanto più lo vedevano onorato
della confidenza della duchessa, maggiormente si disgustavano del
governo, e nell'istante che avrebbero dovuto provvedere gagliardamente
contro gli attacchi de' Fiorentini, del papa e di Francesco da Carrara,
non pensavano che ai mezzi di nuocere al Barbavara, che credevano
l'amante di Catarina[25]. Due Visconti, lontani parenti dell'estinto
duca, si posero alla testa dei malcontenti, ed accusarono il Barbavara e
la duchessa di favorire i Guelfi[26]. Essi persuasero i due Porri,
Antonio e Galeazzo, e Galeazzo Aliprandi, gentiluomini milanesi e
ghibellini, ai quali Giovanni Galeazzo avea mostrata molta confidenza,
ad unirsi con loro per sollevare il popolo. Tutta la città risuonò di
grida sediziose del popolaccio che domandava la morte del Barbavara, e
molti de' suoi amici furono uccisi[27]. La duchessa spaventata si chiuse
con lui nel castello, e gli ammutinati nominarono senza la
partecipazione di lei un nuovo consiglio di reggenza.
[24] _Andrea Biglia Histor. Mediol. l. I, p. 12._
[25] _Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 809._
[26] _Bernard. Corio Ist. Milan., p. IV, p. 297._
[27] _Piero Minerbetti, 1403, c. 6, p. 472._
Frattanto Catarina, come talvolta accade alle donne, confondeva la
violenza e l'impetuosità colla fermezza; credeva di agire come si
conviene a uomo ed a principe, quando più s'allontanava dal carattere
del suo sesso e dal proprio, e commetteva azioni barbare per ostentare
una virile condotta. Dopo di avere ammessi nella reggenza i nuovi
consiglieri datile dal popolo, li fece un giorno chiamare per deliberare
seco nel castello di Milano[28], e fattili circondare dai suo satelliti,
fece decapitare i due Porri e l'Aliprandi, indi esporre sulla pubblica
piazza i loro sfigurati corpi. Antonio Visconti e gli altri arrestati
con loro vennero chiusi in prigione[29].
[28] Il 7 gennajo 1404.
[29] _Piero Minerbetti, 1403, c. 28, p. 492. — Castello di Castello
Chron. Bergom., t. XVI, p. 946. — Andrea Gataro Stor. Padov., p.
873. — Ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, p. 838._
Nè meno crudelmente aveva la duchessa trattate alcune città ammutinate.
I cittadini d'Alessandria avevano prese le armi in ottobre, e scacciati
dalla loro città i ministri dei Visconti: ordinò Catarina a Facino Cane,
uno de' suoi generali, di punirli. La città fu presa ed abbandonata ad
orribile sacco, dopo il quale Facino Cane[30] se ne fece signore, e più
non depose la sovranità[31]. Non molto dopo i Guelfi di Como furono in
una sollevazione cacciati dalla loro patria dai Ghibellini; implorarono
la protezione della duchessa, la quale mandò a Como Pandolfo Malatesti,
altro suo generale, cui andava debitrice de' soldi arretrati. Gli
permise di pagarsi col saccheggio de' Ghibellini di Como, ma il
Malatesti saccheggiò tutta la città, ed in appresso se ne appropriò il
governo[32].
[30] Questo generale era oriondo di Castel sant'Evasio nel
Monferrato. _Redusius de Quero Chron. Tarvis., p. 809._
[31] _Piero Minerbetti, c. 18, p. 487._
[32] _Iv., c. 23, p. 487._
Tutte le città ch'erano state assoggettate al dominio dei Visconti
trovavansi in preda alla più violenta anarchia. In cadauna eravi qualche
famiglia, che ne aveva in altri tempi avuta la signoria, o che almeno
aveva primeggiato sugli altri col favore dello spirito di parte; queste
famiglie sentivano assai più vivamente il desiderio di ricuperare
l'antica loro autorità, che i popoli quello di riporsi in libertà: ogni
piccolo stato sentiva meno il peso di un giogo dispotico, che
l'avvilimento di vedersi ridotto alla condizione di città di provincia,
e si lusingavano tutti di veder rinascere la loro prosperità passata,
tornando ad essere capitali di una piccola sovranità; perciò favorirono
le famiglie che cercarono di sottrarsi all'autorità dei Visconti per
sostituirvi la propria. Cremona fu la prima a ribellarsi. Giovanni
Ponzoni, i di cui antenati erano stati capi del partito ghibellino,
trovavasi esiliato dalla sua patria, e vi rientrò il 30 maggio alla
testa di un branco di gente armata, cacciandone Giovanni da Castione,
commissario della duchessa, e rendendo la libertà a tutti i prigionieri.
Trovavasi tra costoro Luigi Cavalcabò, antico capo dei Guelfi cremonesi.
Quest'uomo ambizioso ed inquieto non fu appena fuori di prigione che
cercò di risvegliare in Lombardia la parte guelfa; nome omai dimenticato
sotto la lunga oppressione dei Visconti.
Più non trattavasi tra Guelfi e Ghibellini della contesa così lungamente
agitata tra gl'imperatori ed i papi, come più non trattavasi, siccome in
Toscana, dell'opposizione tra il partito della libertà e quello
dell'assoluto potere; imperciocchè i Guelfi lombardi, non meno che i
Ghibellini, avevano perduto ogni spirito d'indipendenza. Ma restavano
tuttavia antichi odj da soddisfare, antiche vendette da fare; restava
più che tutt'altro un'inquieta ambizione, ed il sempre rinascente
desiderio di ricuperare un potere già da tanti anni perduto. Tutti i
Guelfi nelle città, ne' castelli, ne' villaggi si posero in moto per
rialzarzi dall'oppressione in cui gli avevano così lungo tempo tenuti i
Visconti, trattarono coi Fiorentini, capi in Italia di tutta la parte
guelfa, e formarono una lega generale, alla direzione della quale
nominarono Ugolino Cavalcabò, marchese di Viadana, e Gabrino Fondolo,
suo amico e suo luogotenente[33].
[33] _Lodov. Cavitellius Ann. Cremon. apud Graevium., t. III, p.
1396. — Campi Cremona Fedele, l. III, p. 107._
Nel mese di luglio Cavalcabò cacciò i Ghibellini fuor di Cremona, e
cadde in sospetto d'avere fatto avvelenare Giovanni Ponzone suo rivale e
suo liberatore, ma in un'adunanza del popolo fu nominato signore di
Cremona[34]. Poco dopo persuase la città di Crema a scacciare coi
Ghibellini gli ufficiali del duca di Milano ed a sottomettersi alla
signoria dei Benzeni. A Brescia i Guelfi, sostenuti dagli abitanti di
piè dell'Alpi, riportarono una compiuta vittoria; a Como per lo
contrario i vittoriosi furono i Ghibellini. Franchino Rusca cacciò i
Guelfi dalla città e dai villaggi posti in sul lago, ma si ribellò ai
Visconti, le di cui truppe lo avevano servito nel condurre a fine questa
rivoluzione[35]. Bergamo rimase in potere della famiglia ghibellina dei
Suardi, dopo avere scacciati i Coleoni coi Guelfi. A Lodi Giovanni da
Vignate, capo dei Guelfi, scacciò i Vestarini ed i Ghibellini. Gli
Scotti a Piacenza ed i Landi a Bobbio ricuperarono l'antica loro
autorità, mentre la famiglia ghibellina degli Anguisoli veniva esiliata
dalle due città. E per tal modo dall'una all'altra estremità della
Lombardia un universale fermento rinnovò gli antichi odj da tanto tempo
sopiti. Un solo stato spezzavasi in venti separate sovranità, governate
da piccoli tiranni; una guerra universale scoppiava ai confini di tutte
le province; la guerra civile esauriva ogni comunità; e quel dominio che
i Visconti avevano innalzato con tante fatiche, con tante pratiche, con
tanti delitti, pareva spegnersi per sempre.
[34] _Jacobi de Delayto, Ann. Estens., t. XVIII, p. 990._
[35] _Bernard. Corio Ist. Mil., p. IV, p. 292._
I Fiorentini, volendo approfittare dell'abbassamento dei loro avversarj,
avevano unite nel Bolognese le loro armate a quella del papa. Avevano
invitato Francesco da Carrara ad unirsi a loro sotto le mura di Milano,
e mentre questi occupava Brescia e ne cingeva d'assedio il castello,
Alberico da Barbiano conduceva l'esercito della lega nello stato di
Parma. Eravi in allora per comandante Otto Bon Terzo, uno de' migliori
generali de' Visconti, parmigiano egli medesimo e di famiglia
ghibellina, il quale da Giovanni Galeazzo era stato investito di tutti i
beni che appartenevano ai Correggieschi, ed aveva nella sua patria la
doppia autorità di comandante militare e di capo di parte[36]. Per
assicurarsi la conservazione della città ne cacciò i Rossi con più di
due mila Guelfi che si recarono al campo de' Fiorentini[37], e loro
fecero aprire volontariamente le porte di molte terre murate. Alberico
da Barbiano, dopo avere soggiogata una parte di questa provincia,
apparecchiavasi a passare il Po per portarsi sopra Milano; ma Carlo
Malatesti che comandava sotto i di lui ordini le truppe del papa lo
trattenne inaspettatamente, dando pubblicità ad un trattato che andava
maneggiando da lungo tempo.
[36] _Ann. Mediol., c. 164, p. 838._
[37] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 983._
Il Malatesti aveva sposata una sorella della duchessa Catarina, figlia
di Barnabò Visconti. Finchè visse Giovanni Galeazzo questa parentela
poteva essere pel signore di Rimini un altro motivo per odiare colui che
aveva fatto perire suo suocero: ma morto il duca, il Malatesti non
poteva vedere con fredda indifferenza i pericoli che moltiplicavansi
intorno alla duchessa di Milano; tenne segrete conferenze con Francesco
dei Gonzaga, comune cognato, il quale erasi conservato fedele a
Catarina, e fu pure ammesso a tali conferenze Baldassare Cossa, legato
del papa, senza che il Barbiano, il marchese d'Este, o Vanni Castellani,
ambasciatore fiorentino, avessero sentore di queste pratiche; ed il 25
agosto del 1403, con estrema maraviglia degli alleati del papa, si
pubblicò la pace tra i Visconti e la Chiesa, che raccolse tutto il
frutto degli sforzi fatti dai popoli cui erasi associata, facendosi
restituire Bologna, Perugia e tutte le città che Giovanni Galeazzo aveva
tolte allo stato ecclesiastico, senza nulla domandare a vantaggio dei
Fiorentini[38].
[38] _Piero Minerbetti, 1403, c. 7, p. 474; e c. 14, p. 479. — Cron.
di Bolog., t. XVIII, p. 580. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 901._
Il legato ricondusse immediatamente l'armata presso Bologna, e questa
città, impaziente di ritornare sotto il governo della Chiesa, non
aspettò che Facino Cane, che vi comandava, aprisse le porte. I cittadini
presero le armi il 2 settembre, e scacciarono il generale, facendo
subito entrare in città le truppe pontificie[39]. Nel seguente ottobre i
Perugini, dopo avere avuta una lettera della duchessa di Milano, che
loro rendeva la libertà[40]; aprirono egualmente le porte a Giannello
Tommacelli, fratello del papa, e richiamarono i fuorusciti[41].
[39] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 581._
[40] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, p. II, t. XI, p. 137._
[41] _Piero Minerbetti, 1403, c. 17, p. 483. — Sozomeni Pistor.
Histor., t. XVI, p. 1178._
I Fiorentini spedirono a Roma ambasciatori per dissuadere il papa dal
ratificare un trattato contrario a' suoi primi impegni[42]. L'oggetto
dell'alleanza era di ricuperare le città della Chiesa, e di liberare
quelle della Toscana. Niuna di queste ultime era per anco sottratta al
giogo de' Visconti, ed il papa non ignorava che gli sforzi de'
Fiorentini non tendevano che a rendere la libertà alla Toscana, onde non
poteva senza taccia di mala fede abbandonarli, dopo aver egli raccolti i
frutti dell'alleanza; tanto più che veruna disfatta non dava vero nè
apparente motivo alla sua _defezione_[43]. Ma Bonifacio IX, dopo avere
calmata con affettati indugi l'indignazione eccitata dalla sua condotta,
ratificò, senza nulla cambiare, il trattato conchiuso dal legato[44].
[42] Jacopo Salviati che ci lasciò alcune memorie de' suoi tempi,
era uno degli ambasciatori. _Delizie degli Eruditi Toscani, t.
XVIII, p. 214._
[43] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 481. — Poggio Bracciolini, l. IV,
p. 293. — Scip. Ammirato l. XVII, p. 902._
[44] _Piero Minerbetti, c. 19, p. 484._
I Fiorentini abbandonati a sè medesimi non però rinunciarono ai progetti
che avevano formati, e continuarono coraggiosamente la guerra. Spedirono
due mila cavalli e mille cinquecento fanti ad Ugolino Cavalcabò, il
nuovo signore di Cremona[45]. Presero al loro soldo Guido da Fogliano di
Reggio, Pietro de' Rossi di Parma ed altri gentiluomini lombardi, ad
ognuno dei quali pagarono mille fiorini d'oro al mese, per ajutarli a
sostenere la guerra che questi signori facevano intorno ai loro
castelli[46]. Ma sopra tutto sforzaronsi di tornare in libertà le due
repubbliche toscane che avevano mostrato così accanito odio contro di
loro, che avevano fatto loro tanto male, e che per farne loro ancora di
più, eransi volontariamente date in mano a Giovanni Galeazzo.
[45] _Ivi, c. 22, p. 486._
[46] _Ivi, c. 30, p. 493._
Il primo tentativo dei Fiorentini per rendere la libertà a Siena non
ottenne il desiderato effetto. Francesco Salimbeni e Cocco di Cione,
dopo avere tentato coi loro discorsi di risvegliare nel popolo l'amore
della patria, erano rimasti d'accordo di prendere le armi coi loro
associati il 26 di novembre del 1403, d'attaccare il palazzo pubblico, e
di scacciarne san Giorgio di Carreto, governatore della città. Ma i
Salimbeni, i Malavolti ed il monte dei dodici erano entrati soli nella
congiura, onde la gelosia degli altri ordini la fece mancare. Venne
avvisato il governatore di ciò che contro di lui si tramava, e questi
avendo tratto Francesco Salimbeni presso al palazzo, intrattenendosi con
lui amichevolmente, colà lo fece uccidere dalle sue guardie[47]. I
dodici che si armavano per difenderlo furono attaccati e rotti, e molti
di loro presi e mandati al supplicio, o in esilio. Il monte dei dodici
fu in allora dichiarato escluso da ogni partecipazione al governo, e
questo decreto si mantenne in vigore per lo spazio di quasi
ottant'anni[48].
[47] _Bernardino Corio Storie Milan., p. IV, p. 294. — Andreae
Biglii Histor. Mediol., l. I, p. 14._
[48] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, p. 194. — Joh. Bandini
de Bartholomeis Senensis suorum temporum hist., t. XX, Rer. It., p.
I._
Per altro i Sienesi, che non avevano voluto ricevere la libertà per
opera dei dodici o dei Salimbeni, non tardarono a procurarsela da sè
medesimi. Alla fine di marzo del 1404 spedirono a Firenze ambasciatori a
chiedere pace. Quando cominciò questa negoziazione, il governatore san
Giorgio di Carreto, conoscendo di avere perduta in modo l'autorità sua,
che non chiedevasi pure il di lui assenso per trattare coi nemici del
suo principe, uscì di città spontaneamente, avanti di esserne scacciato.
I magistrati ordinarono all'istante che si levasse la biscia dei
Visconti da tutti i luoghi pubblici e dalle monete che faceva coniare la
repubblica; ed in tal modo fu in Siena, senza rivoluzione, abolita
l'autorità del duca di Milano[49].
[49] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, p. 195. — Scip.
Ammirato, l. XVII, p. 906._
I Fiorentini accolsero lietamente gli ambasciatori Sienesi, restituirono
alla loro repubblica tutte le terre che avevano occupate nel di lei
territorio, riservandosi soltanto la giurisdizione di Montepulciano,
ch'era stata la prima cagione della guerra. Vollero invece che gli
esiliati di Siena fossero richiamati in patria, ammettendoli al
godimento de' loro beni e diritti. Questo trattato di pace si pubblicò
in mezzo al tripudio de' cittadini nelle due città il 4 aprile del
1404[50].
[50] _Piero Minerbetti, 1404, c. 1, p. 497. — Bandini Hist.
Senensis, t. XX, p. 7. — Ser. Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, p.
846._
I Fiorentini lusingavansi di giugnere più facilmente a sottrarre i
Pisani alla tirannide di Gabriele Maria Visconti. Questo nuovo signore,
che non poteva nè proteggere i suoi sudditi, nè nuocere ai suoi nemici,
andava non pertanto accrescendo le imposte per supplire alle spese della
sua piccola corte, e per sostenere una guerra, cui il popolo non
prendeva veruna parte[51]. Quando vide che le imposte ordinarie non
bastavano, pretese d'avere scoperta una cospirazione de' Bergolini, e
sotto questo colore fece morire un Agliate, un Bonconti ed altri
rispettati cittadini, confiscando i loro beni.
[51] _Piero Minerbetti, 1403, c. 24, p. 487. — Scip. Ammirato, l.
XVII, p. 903._
Per approfittare del malcontento del popolo, in gennajo del 1404, i
Fiorentini mandarono sotto Pisa un grosso corpo di cavalleria, con
alcuni ingegneri e poche compagnie d'infanteria. Erano stati avvisati
che le mura della città erano mezzo ruinate in vicinanza di un'antica
porta ch'era stata chiusa, e che potevano facilmente superarsi[52]. Ma
giunti innanzi a Pisa trovarono una nuova fortificazione innalzata nel
luogo ch'essi pensavano di attaccare, il nemico informato de' loro
progetti, e le mura coperte di soldati e di macchine. Risolsero perciò
di ritirarsi dopo avere guastate le campagne.
[52] _Piero Minerbetti, 1403, c. 26, p. 489. — Sozomeni Pistor.
Hist., t. XVI, p. 1179._
Questo tentativo invece di nuocere a Gabriele Maria Visconti servì per
lo contrario a consolidare il di lui potere, perchè lo determinò ad
implorare la protezione di Boucicault, maresciallo di Francia, che in
allora teneva il comando di Genova. Quest'illustre generale, che
desiderava di vendicarsi sugl'infedeli della schiavitù sofferta tra le
catene di Bajazet, cercava modo di trattare con Emmanuele II Paleologo
per soccorrerlo nelle sue avversità; onde avea avidamente accettato il
vicariato di Genova, di cui ne aveva prese le redini il 31 ottobre del
1401, perchè il popolo che possedeva Pera aveva più d'ogni altro mezzi
ed interesse di difendere Costantinopoli[53]. Boucicault era entrato in
tutti gl'interessi de' Genovesi e per conto loro si adombrava di tutti
gli acquisti che potrebbero fare i Fiorentini; ed in particolare non
voleva permettere che questo popolo di mercanti possedesse
gl'importantissimi porti di Pisa e di Livorno. Accolse adunque con
piacere le proposizioni del Visconti; si fece dare Livorno e le sue
fortezze, richiese per conto della signoria di Pisa l'annuo tributo d'un
cavallo e d'un falcone pellegrino, ed a tali condizioni avendo
riconosciuto Gabriele Maria Visconti come feudatario del re di Francia,
intimò ai Fiorentini di non arrecare ulteriore molestia a lui o al suo
territorio, se non volevano provocare la collera di Carlo VI. Quando
Boucicault vide che questa minaccia non bastava, fece arrestare tutti i
negozianti fiorentini che si trovavano in Genova, e porre sequestro
sulle loro mercanzie, e non li rilasciò che dopo avere forzata la
signoria a segnare una tregua di quattro anni col Visconti, e colla
comunità di Pisa[54].
[53] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1187._
[54] _Piero Minerbetti, 1403, c. 27, p. 490. — Cron. di Lucca di
Gio. Ser Cambi, p. 845. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1180. — Scip.
Ammirato, l. XVII, p. 904._
Ad eccezione di Pisa, la Toscana trovavasi liberata da ogni straniera
influenza, ed i Fiorentini avevano ad ogni modo ottenuto lo scopo che si
erano proposti nella presente guerra. Siena aveva ricuperata la sua
libertà; Perugia e Bologna avevano cambiata la tirannide de' Visconti
contro il paterno e più pacato dominio della Chiesa; Riccardo
Cancellieri di Pistoja aveva fatte proposizioni di pace in settembre del
1403, e per ricuperare i suoi beni aveva ceduto alla repubblica il
castello della Sambuca, che chiudeva uno de' più importanti passaggi
degli Appennini[55]. Altro adunque a far non le rimaneva per soddisfare
a' suoi desiderj, che di punire i signori feudatarj, che avevano
abbandonati i Fiorentini per unirsi ai Visconti, onde i dieci della
guerra gli attaccarono vigorosamente. Giacomo Salviati, che comandò
questa spedizione, tolse agli Ubertini tutti i castelli che possedevano
nella val d'Ambra, s'innoltrò dopo contro i conti Guidi ed i conti del
Bagno, ed occupò tutte le fortezze che avevano questi gentiluomini ai
confini della Romagna, e per ultimo ricondusse all'ubbidienza della
repubblica tutta la nobiltà feudataria degli Appennini[56].
[55] _Sozomeni Pistor. Hist., p. 1179._
[56] _Jac. Salviati Mem., Deliz. degli Erud. Tosc., t. XVIII, p.
221. — Piero Minerbetti, 1404, c. 2 e 6, p. 495 e 501. — Poggio
Bracciolini Hist. Flor., t. IV, p. 295._
Al di là di queste montagne i Fiorentini non volevano nè fare acquisti,
nè obbligarsi a lunghe alleanze per timore di trovarsi avviluppati in
perpetue ostilità. Nondimeno mandarono soccorsi di danaro e di gente ad
Ugolino Cavalcabò, signore di Cremona. Pietro de Rossi, uno de' loro
alleati, erasi riconciliato in principio dell'anno con Otto Bon Terzo,
che governava Parma piuttosto come tiranno che come luogotenente del
duca di Milano; avevano convenuto di dividere la sovranità di questa
città, ed Otto Bon Terzo aveva offerto di passare al soldo dei
Fiorentini contro i Visconti; ma improvvisamente assalì i Guelfi di
Pietro de' Rossi che con lui erano di guarnigione nella cittadella di
Parma, e li disarmò; poi scagliandosi contro i pacifici borghesi ch'egli
credeva affezionati al suo rivale, ne fece un orribile carnificina, e
lasciò che fossero saccheggiate le loro case[57]. Pietro de Rossi,
scacciato dalla sua patria, venne a Firenze per implorare i soccorsi
della repubblica. I decemviri posero sotto i suoi ordini quasi mille
cinquecento corazzieri e lo provvidero di danaro e di munizioni da
guerra. Ma contuttociò essi più non agivano in Lombardia che come
ausiliari degli antichi loro amici; senza venire a trattati di pace, più
non maneggiavano la guerra col vigore di prima, e lasciavano che i
Visconti lottassero contro le difficoltà in cui trovavansi
avviluppati[58].
[57] _Jacob. de Delayto An. Estens., t. XVIII, p. 1001. — Piero
Minerbetti, 1404, c. 11 e 12, p. 508. — Redusius de Quero Chron.
Tarvis., t. XIX, p. 809._
[58] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. IV, p. 294._
Il popolo milanese, approfittando della debolezza del governo, s'andava
agitando per ricuperare la libertà; ma l'ambizione de' grandi, o
l'inquietudine de' cittadini non si appoggiavano a nobili desiderj; i
primi non cercavano che a soppiantarsi con intrighi di corte, i secondi
turbavano l'amministrazione con movimenti insignificanti senza verun
progetto determinato, senza verun costante desiderio. Se i Milanesi
avessero rimossa dalla sovranità la famiglia Visconti, resa veramente
dai suoi delitti indegna di regnare, essi avrebbero riposta la loro
repubblica alla testa della lega lombarda, e le avrebbero per lo meno
ottenuto lo stesso rango che Firenze occupava in Toscana. Se per lo
contrario avessero cercato di consolidare la sovranità innalzata dagli
ultimi principi, dando una costituzione alla monarchia, ed assicurando
la felicità del popolo sotto la circoscritta autorità d'un capo, la
città loro sarebbe rimasta la capitale della Lombardia, e le venticinque
città, che Giovanni Galeazzo aveva governate, sarebbero rientrate sotto
la loro dipendenza; ma tutte le ribellioni di Milano venivano eccitate
da persone faziose, non da virtuosi patriotti. Cercavano essi di
strapparsi l'un l'altro di mano il potere, e non pensavano a riclamare o
a far valere i loro diritti.
Dal canto suo la duchessa Catarina colla sua imprudente e crudele
condotta andava perdendo ogni diritto all'affetto ed alla stima del
popolo. La morte dei due Porri e dell'Aliprandi aveva in principio
dell'anno eccitato in Milano un grandissimo fermento. Nel mese di
aprile, il popolo trovò una mattina cinque cadaveri vestiti di nero e
senza testa, che stavano esposti per ordine della duchessa avanti alla
porta di sant'Ambrogio. Pensava Catarina che questa misteriosa
esecuzione assicurerebbe il suo potere spaventando i faziosi. Ma
tutt'all'opposto, sebbene i Milanesi non conoscessero i decapitati, si
abbandonarono ai sentimenti di sdegno e di rabbia. Presero le armi ed
obbligarono la duchessa a dare in mano ai borghesi le sue fortezze,
dalle quali sloggiarono i soldati; il giovane duca Giovan Maria venne
affidato a consiglieri ghibellini eletti dal popolo; la casa di
Francesco Barbavara fu abbandonata al saccheggio; ed egli si ricoverò in
Val Siccida posta sopra Novara, mentre la duchessa andò a chiudersi in
Monza, sperando di rimanervi sicura sotto la protezione di Pandolfo
Malatesti[59].
[59] _Andreae Biglii Hist. Mediol., l. II, p. 27, t. XIX. — Piero
Minerbetti, 1404, c. 8, p. 503. — Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p,
1181._
Ma quando il duca più non trovossi custodito dalla duchessa sua madre, i
faziosi abusarono del suo nome per muovere guerra alla reggente.
Vedevansi in ogni città il partito del duca e quello della duchessa
azzuffarsi frequentemente[60]; l'ultima fu improvvisamente sorpresa a
Monza da Francesco Visconti e gittata in prigione, ove, se può darsi
fede alla pubblica voce, morì avvelenata il 16 ottobre del 1404[61].
Pandolfo Malatesti, che trovavasi presso di lei, fuggì a piedi e scalzo,
com'egli era, alla volta di Trezzo, e di là passando immediatamente a
Brescia, ottenne di avere in sua mano la città e le fortezze, e se ne
fece proclamare signore[62].
[60] _Piero Minerbetti, 1404, c. 13, p. 509._
[61] _Ivi, c. 14, p. 510, e c. 25, p. 519. — Poggio Bracciolini
Hist. Flor., l. IV, p. 294. — Sozomeni Pistor., p. 1183._
[62] _Andreae Biglii Hist., l. II, p. 27._
Per tal modo tutta la Lombardia trovossi divisa tra nuovi tiranni.
Filippo Maria, il più giovane de' fratelli Visconti, risedeva in Pavia,
ma l'autorità sopra questa città era stata nuovamente usurpata dai
Beccaria, che l'avevano in altri tempi signoreggiata. Facino Cane
regnava in Alessandria, Giorgio Benzoni a Crema, Giovanni da Vignate,
figliuolo d'un macellajo, a Lodi, i Suardi a Bergamo, i Coleoni a
Trezzo, Cavalcabò a Cremona, Francesco Rusca a Como; ed i popoli
calpestati dai nuovi padroni, e dai loro soldati, erano omai ridotti a
desiderare il giogo più uniforme dei Visconti.
CAPITOLO LIX.
_Conquiste di Francesco da Carrara in Lombardia. — Gelosia de'
Veneziani; gli dichiarano la guerra; vigorosa resistenza del
Carrara, che perde successivamente Verona e le sue principali
fortezze; egli è forzato ad arrendersi, ed il consiglio dei
dieci lo fa morire co' suoi figliuoli._
1404 = 1406.
Quando cominciarono le turbolenze eccitate in Lombardia dalla morte di
Giovanni Galeazzo, la duchessa di Milano aveva offerta la pace a
Francesco da Carrara, signore di Padova, di cui temeva il risentimento
ed il valore. Il Carrara vi acconsentiva a condizione che gli fossero
restituite Vicenza, Feltre e Belluno, onde potesse, com'egli diceva,
lasciare la signoria d'una città a ciascuno de' suoi figliuoli. Non
pertanto dietro l'interposizione de' Veneziani si era accontentato di
Feltre e di Belluno, e la duchessa aveva promesso di dargli queste due
città nel giugno del 1403[63]. L'odio che Jacopo del Verme e Francesco
Barbavara, consiglieri di Catarina, portavano al signore di Padova, fece
rompere questo trattato all'atto che doveva eseguirsi; onde il Carrara,
dopo avere riclamata la guarenzia de' Veneziani, che gli diedero una
risposta insignificante, entrò il 12 agosto nel territorio di Verona con
una formidabile armata. Non avendo potuto riportare alcun vantaggio
sopra Ugolotto Biancardo, che comandava le truppe de' Visconti, passò
nello stato di Brescia, ed i Guelfi gli aprirono le porte di quella
città[64]. Ma le truppe del duca eransi chiuse nella cittadella, ed
avanti che il Carrara potesse forzarle ad arrendersi, sopraggiunsero
Otto Bon Terzo e Galeazzo di Mantova con mille lance, che costrinsero il
signore di Padova a ritirarsi[65].
[63] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 865._
[64] _Andrea Gataro Stor. di Padov. p. 867. — Bern. Corio Stor.
Milan., p. IV, p. 294._
[65] _Andrea Gataro, p. 868. — Piero Minerbetti, 1403, c. 11, p.
475._
In principio del 1404 Facino Cane fu mandato a Vicenza dalla duchessa
con un ragguardevole corpo d'armata per portare la guerra nel padovano;
ma il Carrara, appostando le sue milizie dietro i canali ed i fiumi che
attraversano e circondano i suoi stati, rispinse le truppe milanesi, e
determinò finalmente Facino Cane a condurre altrove i suoi soldati, onde
approfittare per sè medesimo dell'anarchia in cui trovavasi la
Lombardia[66].
[66] _Andrea Gataro, p. 872._
Lo stesso giorno in cui ritiravasi Facino Cane, Guglielmo della Scala
entrò in Padova per domandare a Francesco Carrara di prendere parte in
un'intrapresa che egli meditava intorno a Verona. Guglielmo era figlio
d'Antonio, l'ultimo signore della Scala; nel suo esilio era stato
beneficato assai dal Carrara[67]. Sperava che fosse giunto l'istante in
cui potrebbe ricuperare la sovranità de' suoi maggiori, ed assicurava il
signore di Padova che gli antichi sudditi della sua famiglia
desideravano di ritornare sotto il suo dominio, e convenne con lui, che
qualora col suo ajuto rientrasse in Verona, egli lo assisterebbe poi con
tutte le sue forze per ricuperare Vicenza. I due principi soscrissero le
condizioni di questo trattato il 27 marzo del 1404[68].
[67] _Ivi, p. 873._
[68] _Andrea Gataro, p. 874._
Il 30 di marzo l'armata del Carrara si mosse sotto gli ordini di Filippo
da Pisa. Niccolò, marchese d'Este, genero del signore di Padova,
sopraggiunse ad ingrossarla con cinquecento corazzieri[69], e questi
generali cinsero d'assedio il castello di Cologna. Mentre richiamavano
colà l'attenzione de' nemici, tenevano vive segrete corrispondenze coi
malcontenti di Verona, sotto le di cui mura recossi improvvisamente
l'armata che assediava Cologna la notte del 7 aprile, ed ajutata da'
partigiani de' suoi antichi signori, vi penetrò scalando le mura, onde
Ugolotto Biancardo, che vi comandava a nome del duca di Milano, dovette
ritirarsi nella fortezza[70].
[69] _Gio. Battista Pigna Stor. dei Princ. d'Este, l. V, p. 465._
[70] _Andrea Gataro, p. 877. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., t.
XVIII, p. 995._
Ma nel momento medesimo che acquistava la sua capitale, Guglielmo della
Scala era troppo infermo per poter sostenere il movimento del cavallo.
Se dobbiamo dar fede a Gataro, storico che, malgrado la sua parzialità
pei Carrara, inspira confidenza per tutte le minute circostanze che egli
riferisce, Guglielmo della Scala era travagliato da dissenteria
accompagnata da continua febbre, e fino dal 20 marzo, in cui giunse a
Padova, era stato curato dai medici del principe, e la sua malattia
aveva di già per alcuni giorni fatta ritardare l'esecuzione de' suoi
progetti[71]. Redusio da Quero, autore contemporaneo, capitale nemico
del signore di Padova, pretende invece che questi, allorchè Guglielmo
entrò in Padova, gli avesse fatto dare un lento veleno[72]. Frattanto lo
Scala venne riconosciuto per signore di Verona, e tutti i suoi
concittadini si presentarono a rendergli omaggio. La fatica
dell'inaugurazione faceva peggiorare il di lui male; e la gioja d'essere
rientrato in patria e risalito sul trono de' suoi padri veniva funestata
da' suoi crescenti dolori. Dopo quindici giorni di signoria Guglielmo
morì il 21 d'aprile. Il popolo, e quasi tutti gli scrittori
contemporanei accusarono Francesco da Carrara d'aver fatto avvelenare
questo signore[73]. Vuolsi per altro osservare, che la frequenza di tali
delitti li faceva agevolmente credere; e noi dobbiamo andare guardinghi
nel macchiare la memoria d'un principe, che in tutta la sua condotta ci
sembra nobile e generoso; altronde questo delitto era inutile, perchè
Guglielmo della Scala lasciava due figli, Antonio e Brunoro, che Carrara
investì immediatamente dell'eredità del loro padre[74].
[71] _Andrea Gataro, p. 873._
[72] _Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, p. 813._
[73] _Andreæ Bilii Hist., l. I, c. XIX, p. 18. — Piero Minerbetti,
1404, c. 3, p. 499. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 997. —
Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 807. — Gio. Battista Pigna
Stor. dei Princ. d'Este, l. IV, p. 467._
[74] Corio, lo storico di Milano, mentre accusa Guglielmo di avere
circa questi tempi fatto avvelenare Carlo Visconti, suo commilitone,
ascrive la morte di Guglielmo a fatica ed a naturale malattia.
_Stor. di Milan., p. IV, p. 296._
Il 29 aprile Ugolotto Biancardo, assediato nella fortezza di Verona, fu
forzato di cederla agli assalitori, e Francesco da Carrara vi pose
guarnigione. Intanto Francesco Terzo, figliuolo primogenito del signore
di Padova, assediava Vicenza con un'altra armata. Da lungo tempo i
Vicentini ed i Padovani erano animati da vicendevole odio, onde i primi
si ostinavano a difendersi. Dal canto suo la reggenza di Milano tutto
poneva in opera per soccorrere il Biancardo, e mentre Facino Cane
cercava di gettare rinforzi nella città assediata, gli ambasciatori
della duchessa cercavano di persuadere la repubblica di Venezia a
dichiararsi contro il Carrara.
I Veneziani eransi mostrati indifferenti sui progressi di Giovanni
Galeazzo Visconti, e non avevano presa parte contro di lui quando questo
principe minacciava di occupare tutta l'Italia. Ma il doge Michele
Steno, e Francesco Foscari, capo della quarantia, fingevano adesso di
essere inquieti per l'ingrandimento di Francesco Carrara, principe
bellicoso, ambizioso, non meno accorto politico che grande capitano, il
quale, sebbene si mostrasse affezionato alla signoria, pensava
indubitatamente a vendicare i mali che quindici anni prima aveva questa
procurati a lui ed al di lui padre[75]. La duchessa di Milano aveva
mandati a Venezia come ambasciatori, il vescovo di Feltre, il generale
Jacopo del Verme, cui Francesco da Carrara aveva confiscati i beni a
Verona[76], ed Ugo Scrovegno, emigrato padovano, le di cui sostanze
erano pure state poste sotto sequestro; il personale loro odio seppe
risvegliare l'ambizione del doge e dei Veneziani. Offrirono da principio
di cedere alla signoria Feltre e Belluno come prezzo della loro
alleanza[77]; vi aggiunsero poco dopo Vicenza, e tutto quanto possedeva
la casa Visconti oltre l'Adige[78]. Il doge che desiderava la guerra per
illustrare colle conquiste il suo principato, adoperò qualche artificio
per allontanare dal consiglio dei _Pregadi_ tutti i favorevoli alla casa
da Carrara, e non pertanto non vinse la parte che per un solo
suffragio[79]. La guerra fu dunque decisa, e Giacomo Soriano, gentiluomo
veneziano, venne spedito a Vicenza per prendere possesso di quella
città, i di cui abitanti avevano direttamente implorata la protezione
della signoria.
[75] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 794._
[76] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 998._
[77] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 806. — Sandi Storia Civile
Veneta, l. VI, c. 3, p. 358._
[78] Ser Cambi assicura che i Veneziani pagarono dugento mila
fiorini per le città loro cedute, _Cron. di Lucca, p. 841._
[79] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 794._
Il 25 aprile 1404 la bandiera di san Marco fu posta sulla gran torre di
Vicenza, e spedito un trombetta a Francesco Terzo da Carrara per
ordinargli di togliere l'assedio da una città che apparteneva alla
repubblica. Il trombetta, avendo in qualche maniera provocata la collera
del giovane signore, fu ucciso in sua presenza; e questa violazione del
diritto delle genti venne ben tosto severamente punita su tutta la casa
da Carrara[80].
[80] _Andrea Gataro, p. 883. — Redusius de Quero Chron. Tarvis., p.
814. — Jacobi de Delayto Ann. Est., p. 1005. — Piero Minerbetti,
1404, c. 7, p. 502. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 807._
Francesco da Carrara recossi nel campo del figliuolo con intenzione di
dare il 1.º maggio un assalto alle mura di Vicenza; ma avendo ricevuta
una lettera della signoria, che altamente lo minacciava se non levava
l'assedio, il Carrara si contenne, sperando di evitare a tal prezzo la
guerra colla repubblica; abbandonò i suoi progetti, e ricondusse le
truppe a Padova[81].
[81] _Andrea Gataro, p. 885._
Mentre le cose trovavansi in questo stato fu avvisato che Brunoro ed
Antonio della Scala negoziavano dal canto loro con Venezia, per
guadagnarsi contro di lui medesimo la protezione della signoria, e
sottrarsi alla guerra, onde lo vedevano minacciato. Di già questi
principi gli avevano date altre cagioni di malcontento, forse ingrandite
dalla propria ambizione. Si credette autorizzato dalla loro
ingratitudine a spogliarli di quanto egli medesimo loro aveva dato. Li
fece arrestare il 17 maggio, e suo figliuolo, Giacomo da Carrara,
partecipò al popolo veronese, adunato nella pubblica piazza, i motivi di
tale determinazione[82]. Il 24 dello stesso mese Francesco da Carrara si
fece proclamare signore di Verona[83].
[82] _Jacobi de Delayto Ann. Estens., p. 999._
[83] _And. Gattaro, p. 887. — Andrea Navagero Stor. Veneziana, p.
1076._
Frattanto gli ambasciatori di Firenze e quelli della Chiesa cercavano
d'accordo col marchese d'Este di ristabilire la pace[84], ma tanto erano
eccessive le domande de' Veneziani che non potevasi aprire alcuna
negoziazione. Questi avevano di già persuaso Francesco di Gonzaga,
signore di Mantova, ad invadere il territorio di Verona[85]. Jacopo del
Verme aveva preso possesso in loro nome delle città di Feltre e di
Belluno[86], ed il 18 giugno, ruppe a mano armata le dighe della Brenta
presso all'Anguillara, onde inondare il territorio di Padova[87]. Per
altro la guerra non ancora era stata formalmente dichiarata. Francesco
da Carrara, avvisato di tali ostilità, adunò il consiglio del popolo,
che aveva conservato o ristabilito a Padova, ad oggetto di assicurarsi
l'affetto de' suoi sudditi. Gli manifestò le ingiurie che aveva ricevute
dalla repubblica, dicendo come avesse sempre cercato di contenersi in
faccia alla medesima come un figliuolo rispettoso, piuttosto che come un
buon vicino; ma soggiunse che vedevasi ora costretto a prendere le armi
per difendere i suoi legittimi diritti, e, dietro il parere del suo
popolo, dichiarò la guerra ai Veneziani il 23 giugno del 1404[88].
[84] _Ann. Estens. Jacob. de Delayto, p. 1006. — Piero Minerbetti,
c. 9, p. 506. — Marin Sanuto, p. 808. — Giovanni Battista Pigna, l.
V, p. 469._
[85] _Platina Hist. Mantuana, l. V, p. 795._
[86] _Redusius de Quero Chr. Tarvis., p. 814. — And. Navagero, p.
1077._
[87] _Jacobi de Delayto, p. 1009_.
[88] _Andrea Gataro, p. 890._
Il senato veneto erasi fatto una regola di non adoprare che armi
straniere e mercenarie. Non voleva affidare ad un cittadino un'autorità
di cui poteva essere tentato di abusare; nè voleva pure dargli occasione
d'acquistare troppa gloria, o permettere al popolo di accostumarsi alla
milizia. I condottieri, che la repubblica prendeva al suo servigio, non
ottenevano mai d'introdurre i loro soldati in Venezia, di modo che gli
stessi loro tradimenti non potevano esporre la capitale ad alcun
pericolo; e lo stato in allora più ricco dell'Europa poteva
intraprendere senza verun timore una guerra, per sostenere la quale non
esponeva che danaro.
Si raccolse adunque al soldo della repubblica, sotto il comando di
Malatesta da Pesaro, un'armata di nove mila corazzieri. Militavano sotto
il Malatesta Paolo Savelli, Taddeo del Verme, i Polenta da Ravenna, il
conte dell'Aquila ed altri celebri capitani[89]. Francesco da Carrara,
che non aveva tanta gente, compensò colla sua attività la disuguaglianza
del numero; persuase Francesco di Gonzaga ad accettare una tregua, che
doveva durare fino al 27 agosto, e ridusse suo genero, il marchese
Niccolò d'Este, ad unirsi a lui contro i Veneziani. Niccolò riacquistò
in pochi giorni il Polesine di Rovigo, antico dominio di sua famiglia,
ch'egli aveva precedentemente ceduto alla repubblica per guarenzia di un
debito[90]. Finalmente il Carrara, approfittando de' profondi canali che
attraversano tutta la Venezia, fortificò i confini del suo territorio,
con fosse e ridotti, e li difese come una fortezza. Col suo bravo
generale, Filippo di Pisa, si appostò presso Pieve di Sacco, dietro le
linee da lui formate, ed il 20 agosto rispinse valorosamente un attacco
generale dei Veneziani su tutto il confine dello stato di Padova[91].
[89] _Andrea Gataro, p. 891. — Jacobi de Delayto Annales Esten. p.
1009. — Piero Minerbetti, c. 9, p. 505._
[90] _Marin Sanuto, p. 810. — Piero Minerbetti c. 16, p. 511. — Gio.
B. Pigna, l. V, 476._
[91] _Andrea Gataro, p. 892. — Jacobi de Delayto, p. 1010. — Marin
Sanuto, p. 809. — Piero Minerbetti, c. 10, p. 506._
Spirava il 27 agosto la tregua conchiusa col Gonzaga, onde il Carrara fu
forzato di dividere le sue forze per resistere ad un nuovo attacco. Una
violenta burrasca disperse in tempo di sua assenza le truppe che
custodivano le linee di Pieve di Sacco. Mentre le sentinelle medesime
cercavano di sottrarsi alla dirotta pioggia che cadeva, alcuni soldati
veneziani trovarono nella casa di un contadino, che stavano
saccheggiando, un trave abbastanza lungo per fare un ponte che
attraversasse il canale; lo gettarono senz'essere osservati; i più
arditi passarono il canale, ed agevolarono agli altri il modo di rendere
questo ponte più solido e più largo, di modo che quando furono scoperti
trovavansi omai in sufficiente numero per conservare il posto; onde il 6
di settembre l'armata veneziana entrò tutta nel primo circondario
fortificato del territorio di Padova[92].
[92] _Andr. Gataro, p. 899. — Jacobi de Delayto, p. 1010._
Accorse ben tosto il Carrara per salvare le sue campagne dalla ruinosa
invasione de' nemici; si ritirò dietro una seconda linea di canali che
si affrettò di fortificare; indi, stendendo le sue truppe tra Oriago,
Stra e Vico d'Aggere, coprì almeno tutto il paese che restava alle sue
spalle. Frattanto a cagione di una contesa insorta tra il Malatesta e
Paolo Savelli l'armata veneziana si divise fra questi due generali: il
Carrara approfittò di questo avvenimento per battere separatamente
l'ultimo, e per togliere all'esercito nemico un convoglio di vittovaglie
che conduceva Taddeo del Verme[93].
[93] _Andrea Gataro, p. 902. — Jacobi de Delayto, p. 1016._
Ma il signore di Padova, malgrado i suoi talenti ed il suo coraggio, non
era abbastanza forte per lottar solo contro i Veneziani. Avevano questi
richiamato da Candia il marchese Azzo d'Este, che alcuni anni prima
aveva eccitata una guerra civile nello stato di Ferrara, e gli facevano
rimontare il Po colla loro flotta per attaccare il marchese Niccolò[94].
D'altra banda Jacopo del Verme aveva condotti a Francesco Gonzaga
potenti rinforzi, e tutti due assieme attaccavano il territorio di
Verona, ove successivamente prendevano molti castelli. Gli abitanti di
questo paese non erano in verun modo affezionati alla casa di Carrara, e
non mostravano veruno zelo per difenderla. Finalmente i Veneziani
avevano congedato il Malatesta, e riunita la loro terza armata sotto
Paolo Savelli. Era quest'armata la più ragguardevole che si fosse veduta
servire in Italia, e costava ogni mese cento venti mila ducati alla
signoria, la quale, abbastanza ricca per nulla risparmiare di tutto
quanto poteva tornar utile al buon successo, consumò due milioni di
ducati nella sola guerra di Padova[95].
[94] _Andrea Gataro, p. 905. — Marin Sanuto p. 811._
[95] _Navagero Stor. Venez., p. 1079._
Paolo Savelli, non avendo potuto forzare il ricinto che difendeva i
Padovani, in sul finire di novembre diede al suo esercito i quartieri
d'inverno nello stato di Treviso. Il Carrara, che temeva di perdere
l'amore del suo popolo, se lo affaticava con un troppo aspro servigio
militare, si affrettò dal canto suo di rimandare gli abitanti di Padova
alle loro case. Ma la ritirata del Savelli non era che uno stratagemma;
erasi egli comperati dei traditori a Stra, i quali gli aprirono un
passaggio a traverso alle linee così lungamente difese. Il 2 dicembre
egli attraversò la Brenta, ed entrò nel cantone di Pieve di Sacco il più
ricco ed il più fertile del territorio padovano. Francesco da Carrara,
accorso per respingerli, fu ferito in una mano, le sue truppe dovettero
ritirarsi, e tutte le campagne de' suoi stati vennero miseramente
saccheggiate[96].
[96] _Andrea Gataro, p. 907. — Jacob. de Delayto, p. 1021. — Piero
Minerbetti, c. 28, p. 520. — Marin Sanuto, p. 813._
Il principio del 1405 non fu meno della fine del precedente anno funesto
al Carrara. Il marchese di Ferrara, suo genero, ed il solo suo alleato,
lo abbandonò. Minacciato dalle flotte veneziane, mancante di
vittovaglie, e circondato da un popolo malcontento, egli soscrisse una
separata pace, e cedette ai Veneziani il Polesine di Rovigo, e le
fortezze che aveva innalzate lungo il Po[97].
[97] _Jacob. de Delayto, p. 1024. — Redusius de Quero, p. 816. —
Piero Minerbetti, 1405, c. 1, p. 522. — Marin Sanuto, p. 814. — And.
Navagero, p. 1077. — Gio. B. Pigna, l. V, p. 483._
Francesco da Carrara aveva chiesto inutilmente soccorso ai Fiorentini,
in allora occupati nelle negoziazioni di Pisa. Egli non riceveva
soccorso nè da loro nè da verun altro suo antico amico, molti de' suoi
sudditi cominciavano a scoraggiarsi, altri a manifestare qualche
malcontento, e pareva che Giacomo di Carrara, suo fratello naturale,
avesse preso parte in una congiura contro di lui[98]. Francesco cercò in
allora di porre in sicuro da ogni pericolo i suoi più giovani figli, e
parte de' suoi beni. Il primogenito, Francesco Terzo, era in Padova il
suo più fermo sostegno, ed il secondo, Giacomo, comandava per lui in
Verona. Il Carrara non volle allontanare da sè questi due valorosi
guerrieri, che dovevano avere con lui comuni l'estrema sua fortuna ed i
pericoli delle battaglie; ma fece passare a Firenze i più giovani figli,
Ubertino e Marsiglio, i suoi figli naturali, quelli de' suoi fratelli e
di suo figlio. Colà mandò pure tutti i giojelli di maggior valore ed
ottanta mila fiorini in danaro[99]. Avendo in tal modo provveduto alla
sorte di questa parte della sua famiglia, aspettò con tranquillità e con
inalterabile costanza l'aggressione d'un nemico, che aveva forze assai
maggiori delle sue.
[98] _And. Gataro, p. 914. — Jac. de Delayto, p. 1026._
[99] _And. Gataro, p. 915. — Jacob. de Delayto, p. 1037. — Cronica
di Lucca di Ser Cambi, p. 849._
Il 25 maggio del 1405 Castelcaro fu contemporaneamente attaccato dalla
flotta veneziana e dall'armata di terra. Dopo una vigorosa ma breve
resistenza il Castello fu reso, onde, il territorio di Padova trovandosi
aperto da ogni banda, Paolo Savelli condusse le sue truppe sotto la
capitale, di cui intraprese l'assedio il 12 giugno[100].
[100] _And. Gataro, p. 916. — Jac. de Delayto, p. 1027._
Da un altro lato Jacopo del Verme e Francesco Gonzaga stringevano
Verona. Que' cittadini non erano da verun affetto ereditario attaccati
ai Carrara, e di mal animo soggiacevano ai sagrificj resi necessarj da
una guerra cui essi non prendevano veruno interesse, e quando videro
attaccate dal nemico le loro mura, risolsero di far cessare la
resistenza di Giacomo da Carrara, ed occupata il 22 giugno la gran
piazza, domandarono di trattare con Gabriello Emo, provveditore
veneziano, che seguiva l'armata. Ottennero per altro un salvacondotto
per Giacomo da Carrara, di cui rispettavano le virtù, un salvacondotto,
affinchè potesse ritirarsi ove meglio credesse colla sua moglie e co'
suoi effetti preziosi[101]. Venne accordata a Verona una vantaggiosa
capitolazione, promettendo inoltre la signoria di conservarne ed
accrescerne i privilegi. Il 23 giugno l'armata di Jacopo del Verme entrò
in questa città e vi spiegò lo stendardo di san Marco[102]. Giacomo da
Carrara, ritenuto alcun tempo prigioniero contro il tenore della
convenzione, avendo tentato di fuggire, fu ripreso e mandato nelle
prigioni di Venezia[103].
[101] _Andrea Gataro, p. 918. — Piero Minerbetti, c. 4, p. 525._
[102] _Marin Sanuto, p. 820. — Andrea Navagero, p. 1078._
[103] _Andrea Gataro, p. 920. — Piero Minerbetti, c. 6, p. 526. —
Redusius de Quero, p. 816. — Jac. de Delayto, p. 1027._
L'armata che aveva presa Verona venne poco dopo ad unirsi a quella che
assediava Padova. Il primo luglio Paolo Savelli stabilì il suo campo a
Bassanello, ove fu mandato Carlo Zeno, come provveditore, dalla
repubblica. Il Gonzaga e Jacopo del Verme vi giunsero dopo pochi giorni.
Francesco da Carrara aveva divisa con suo figlio, Francesco Terzo, la
difesa della sua patria; egli vegliava la notte con una metà de'
cittadini, e Terzo coll'altra metà la custodiva di giorno[104].
[104] _Andrea Gataro, p. 921._
I contadini si erano ritirati in città coi loro bestiami e coi migliori
effetti; ogni borghese ne aveva ricevuti molti nella sua casa, altri
erano alloggiati nelle chiese e nei conventi, altri finalmente eransi
ridotti a dormire sotto i portici delle strade. In breve l'unione di
tanti uomini e di tanti animali, il cattivo nutrimento, le immondezze di
cui riempivasi la città, produssero l'ordinario loro effetto: una
terribile peste manifestossi in Padova coi medesimi sintomi che alla
metà del precedente secolo avevano cagionato tanto spavento. Quasi tutti
gli ammalati morivano il secondo o il terzo giorno. Alcuni carri
attraversavano ogni mattina la città per raccogliere i morti; sul loro
timone era stata posta una croce, sotto alla quale ardeva sempre una
piccola lucerna, invece delle candele che in altri tempi accompagnavano
tutti i feretri. Un solo prete seguiva il carro funebre, che portava ad
un tratto dai quindici ai venti cadaveri; cadevano vittime del contagio
quattro in cinquecento persone al giorno. In ogni cimitero eransi cavate
vaste e profonde fosse, ove ponevansi i cadaveri a strati fino alla loro
superficie. Dopo che un padre aveva deposto il figliuolo sul carro
funebre, un figlio il genitore, uno sposo la consorte, era d'uopo che
cogli occhi ancora bagnati di lagrime riprendesse sollecitamente le sue
armi per rintuzzare gli attacchi de' suoi nemici[105].
[105] Andrea Gataro, che perdette suo padre nella peste, assicura,
che rapì quaranta mila persone. _Ist. Padov., p. 921._ — Andrea
Biglia dà lo stesso numero. _Histor. Med., l. I, p. 20._ — Giacomo
di Delayto riduce le perdita a ventotto mila. _Ann. Est., p. 1029. —
Marin Sanuto, p. 817 e 827._
I castelli del territorio di Padova non avendo più comunicazione colla
capitale, nè sperando di essere soccorsi, si sottraevano gli uni dopo
gli altri all'autorità del Carrara, per fare più sollecitamente ed a
migliori condizioni la pace coi Veneziani. Este si arrese il 14
d'agosto, e Montagnana il 15. Il provveditore Zeno cercò di guadagnare
con larghe offerte Luca di Lione, nobile padovano, che comandava a
Monselice: questi ricusò con orrore le vergognose offerte; ma prese
occasione da questa comunicazione per entrare in trattato a nome dello
stesso Francesco da Carrara, e si recò espressamente a Padova per sapere
a quali condizioni accetterebbe di capitolare. Francesco dichiarò, che
consentirebbe di cedere la capitale e di rinunciare alla sovranità,
purchè fosse posto in libertà Giacomo suo figlio; che la signoria gli
pagasse cento cinquanta mila fiorini per indennizzazione; che
ratificasse le donazioni da lui fatte in tempo del suo governo, e
guarentisse i privilegj e le antiche consuetudini di Padova[106].
[106] _Gataro Stor. Padov., p. 923. — Jac. de Delayto, p. 1030._
Mentre che Carlo Zeno era a Venezia per consultare la signoria intorno a
queste condizioni, Francesco da Carrara approfittò dell'arrogante
confidenza de' suoi nemici per batterli. Adunò le milizie della città,
che trovavansi ridotte a quattro mila settecento individui, sebbene vi
fossero incorporati i contadini rifugiati, quando nel precedente anno
oltrepassavano i dodici mila. Alla testa di questa gente sorprese il 18
agosto il campo di Paolo Savelli, che la Brenta separava da quello di
Galeazzo di Mantova: ne bruciò gli alloggiamenti, atterrò la bandiera di
san Marco e quella del capitano, ed arrecò alla repubblica il danno
d'oltre cento mila fiorini[107].
[107] _And. Gataro, p. 924. — Jac. de Delayto, p. 1030. — And.
Billia, l. I, p. 19. — Marin Sanuto, p. 821._
Di ritorno al campo Carlo Zeno comunicò le offerte della signoria al
Carrara: questa rendeva la libertà a suo figlio, gli permetteva di
condurre con lui trenta carri coperti, e gli dava sessanta mila fiorini.
Carrara, di consentimento del suo consiglio, era disposto ad accettare
queste condizioni, quando per sua sventura ricevette la stessa notte una
lettera di Bartolommeo dell'Armi, governatore de' suoi figli a Firenze,
la quale lo avvisava che i Fiorentini avevano comperata Pisa, e che,
cessata l'inquietudine loro per questo lato, non indugierebbero a
soccorrerlo. Alcuni priori di Firenze avevano avvalorata questa speranza
coi loro discorsi, ed il signore di Padova, credendosi omai certo dei
loro soccorsi, dichiarò che si difenderebbe fino all'ultima
estremità[108].
[108] _Andrea Gataro, p. 926. — Navagero Stor. Ven., p. 1078._
La lunga resistenza dei castelli del territorio di Padova aveva divise
le forze degli assedianti. Posti sopra isolate colline in mezzo a vaste
campagne, avevano lungo tempo resa vana l'industria degl'ingegneri
veneziani: ma Campo san Piero si arrese l'undici di settembre, e
Monselice, ch'era stato provveduto di vittovaglie per sette anni,
perdette nello stesso giorno per un fortuito incendio i suoi magazzini,
e dovette capitolare tre giorni dopo Campo san Piero. Nel seguente
ottobre vennero l'un dopo l'altro occupati dai Veneziani Stra, san
Martino, Arlenga, Cittadella e Castel Baldo. La Brenta più non
attraversava Padova avendola gl'ingegneri deviata per altro canale, onde
i mulini della città non avevano più acqua. Paolo Savelli era morto di
malattia, ma Galeazzo di Mantova, che gli era succeduto nel comando
dell'armata veneziana, stringeva vigorosamente l'assedio[109].
[109] _Andrea Gataro, p. 928. — Jacob. de Delayto, p. 1029. — Marin
Sanuto, p. 818-821._
Il 2 di novembre i Veneziani, che avevano nel loro campo otto mila
cavalli e più di sedici mila pedoni, diedero un generale assalto alla
città che attaccarono su quattro punti diversi; ma furono dovunque
gagliardamente respinti. Il loro capitano, Galeazzo di Mantova, venne
rovesciato dal muro con un colpo di lancia da Francesco da Carrara; fu
pure ferito il provveditore veneziano Francesco Bembo; e la battaglia
che aveva durato dalle due ore avanti giorno fino alla notte, finì senza
che gli assedianti avessero ottenuto verun vantaggio[110].
[110] _Andrea Gataro, p. 929. — Jacob. de Delayto, p. 1030_.
Per riempire la città di terrore gli assedianti attaccarono alle loro
frecce viglietti, coi quali minacciavano per parte della signoria di
mettere Padova a ferro ed a fuoco trattandola come Zara e Candia, se gli
assediati non si arrendevano prima che passassero dieci giorni[111].
Francesco Terzo medesimo eccitava suo padre ad arrendersi, ed a
preservare la patria dagli orrori ond'era minacciata; ma il Carrara
ricordavasi del passato esilio, non voleva nuovamente gustare l'amarezza
del pane straniero, e sforzavasi di rianimare il coraggio de' suoi
concittadini colla speranza di vicino soccorso. Assicurava di averne
avuta la promessa dal re di Francia, dal re d'Ungheria, da suo fratello
il conte di Carrara che serviva con mille lance sotto gli ordini di
Ladislao re di Napoli, e che scordava le loro private nimistà per
salvare la sua patria[112]. Per altro egli medesimo non faceva
fondamento sulle speranze che cercava d'ispirare agli altri, e solo
credeva di poter lusingarsi di qualche ajuto per parte dei Fiorentini;
ma questi, impegnati trovandosi in una pericolosa guerra per la
conquista di Pisa, non volevano dividere le loro forze, nè tirarsi
addosso la potente inimicizia de' Veneziani[113].
[111] _And. Gataro, p. 931._
[112] _Jacob. de Delayto, p. 1007._
[113] _And. Gataro, p. 931._
Finalmente le guardie delle porte di santa Croce lasciaronsi sedurre da
un Vicentino detto Giovanni di Beltramino, e lo fecero entrare la notte
del 17 novembre con cinquanta fanti. Egli cominciò ad uccidere i
traditori che gli avevano aperta la città, indi fece avanzare le truppe
veneziane[114]. Francesco da Carrara si portò quasi subito contro ai
nemici, e dopo inutili sforzi per ricuperare la porta, cercò almeno di
trattenere tanto tempo i nemici, finchè gli abitanti del sobborgo si
ritirassero coi loro più preziosi effetti nel ricinto interno,
perciocchè la città ne aveva ancora due, ossia ogni quartiere di Padova
era circondato di mura, e poteva separatamente difendersi. Ma sebbene da
pertutto si suonasse campana a martello e che gli amici del principe
chiamassero i cittadini a difendere con lui il loro onore ed i loro
beni, la maggior parte invece di prendere le armi non pensava più che a
nascondere i più cari effetti, onde salvarli dall'imminente sacco.
Francesco da Carrara, quasi abbandonato, domandò un armistizio ed un
salvacondotto per recarsi al campo veneziano. Vi fu accompagnato da
Paolo Crivelli e da Michele di Rabatta, gentiluomo del Friuli, la di cui
fedeltà non erasi giammai smentita. Dichiarò ai provveditori veneziani
ed a Galeazzo di Mantova, che recavasi presso di loro per rendere la
città ad onorevoli condizioni; e che quando non potesse ottenerle, era
risoluto di difendere fino alle ultime estremità i due ricinti di mura
che ancora gli restavano[115].
[114] _Marin Sanuto, p. 828._
[115] _Andrea Gataro, p. 934. — Jacob. de Delayto, p. 1031._
Risposero i provveditori di non avere sufficienti poteri per trattare
col Carrara; ma lo invitarono a dare la città nelle loro mani, ed a
passare in seguito a Venezia per trattare direttamente colla signoria.
Credette il Carrara di dover preferire alla loro parola quella di un
rispettato militare. «Capitano, disse egli a Galeazzo di Mantova
rivolgendosi a lui, a voi io affido senza timore la mia città e le mie
fortezze. Promettetemi soltanto sull'onor vostro, che se io non anderò
d'accordo colla signoria voi me le ritornerete nello stato in cui vi
saranno consegnate.» Dopo averne avuta la parola, Francesco tornò in
Padova per fare dal consiglio della comunità eleggere otto deputati, ed
eleggerne due egli medesimo, onde trattare a Venezia intorno alle
condizioni della resa della piazza[116].
[116] _Andrea Gataro, p. 934. — Jacobi de Delayto, p. 1031. — Marin
Sanuto, p. 828. — Piero Minerbetti, c. 21, p. 541._
Il doge e la signoria ricusarono di ascoltare gli ambasciatori del
signore di Padova, ma ricevettero cortesemente quelli della città, e
loro promisero di conservare a Padova tutti i suoi privilegj, purchè i
cittadini si arrendessero essi medesimi senz'aspettare che i Carrara
trattassero per loro. Fu all'istante convenuto che due degli
ambasciatori tornerebbero a Padova, e che persuaderebbero il popolo ed i
consigli a riporsi in possesso della sovranità. Per facilitare questa
rivoluzione Galeazzo di Mantova invitò Francesco da Carrara e suo figlio
ad una conferenza nel suo campo. Li trattò in seguito a cena, ed
all'indomani li mandò parte volontariamente e parte per forza, prima ad
Oriago ed in seguito a Mestre.
Durante questo tempo, i due ambasciatori tornati a Padova, vi avevano
spiegato l'antico stendardo della comunità, la croce rossa in campo
d'argento. Una ventina di sediziosi tentarono di eccitare un tumulto
colle grida di _viva san Marco! viva il popolo! morte ai Carrara!_ Ma i
cittadini non vi presero parte, e non cercarono nè di rovesciare, nè di
difendere la di già distrutta autorità dei loro signori. Un podestà,
nominato dai sediziosi, aprì nel medesimo giorno, 19 novembre 1405, le
porte di Padova a Galeazzo ed ai provveditori, che presero possesso
della città a nome della repubblica di Venezia[117].
[117] _Andrea Gataro, p. 937. — And. Billii Hist., l. I, p. 21._
Quando il Carrara seppe che la sua capitale era stata ceduta ai
Veneziani invitò Galeazzo di Mantova a mantenergli la data fede. In
particolare Francesco Terzo insisteva per rientrare in possesso del
castello, determinato com'egli era di difenderlo fino all'ultima
estremità, ed a seppellirsi sotto le sue ruine. Invano attestava il
generale, che la signoria tratterebbe i due principi generosamente,
poichè ciò era smentito dal rifiuto di ricevere i loro ambasciatori.
Frattanto Francesco da Carrara non tardò a conoscere che l'entusiasmo
de' suoi compagni d'armi era spento, e che più non troverebbe chi
volesse con lui consacrarsi a sicura morte. Conobbe pure che Galeazzo
non vorrebbe o non potrebbe mantenere la data fede, e che insistendo
sull'esecuzione d'una ineseguibile condizione si farebbe d'un protettore
un nemico. Acconsentì adunque d'imbarcarsi con suo figlio per rendersi a
Venezia scortato da Galeazzo e da Francesco di Molino. Al loro arrivo
nel quartiere di san Giorgio furono accolti dalle terribili grida del
popolo _a morte i Carrara!_ all'indomani, 30 novembre, Galeazzo lasciò i
suoi prigionieri per andare ad interporre a loro favore i suoi buoni
ufficj; ma quando vide l'animosità della signoria, più non osò di
rivederli. Egli risentì e manifestò fors'anche in un modo troppo
veemente la sua profonda indignazione pel colpevole abuso che si faceva
della sua parola: il senato non sapeva soffrire i rimproveri de' suoi
militari, e Galeazzo morì dopo poche settimane[118].
[118] _Jacobi de Delayto, p. 1031. — Andrea Gataro, p. 938. — Marin
Sanuto p. 829._
All'indomani i due principi di Carrara furono introdotti avanti alla
signoria; essi gittaronsi alle ginocchia del doge Michele Steno, che li
rialzò e li fece sedere uno alla sua destra e l'altro a sinistra. Il
doge ricordò loro che la repubblica gli aveva ajutati a ricuperare
Padova da Giovan Galeazzo, e rimproverò loro la propria ingratitudine,
ma senza amarezza. I Carrara non risposero a questi rimproveri che
chiedendo grazia e misericordia[119]. Furono non pertanto mandati in
prigione, ove trovarono Giacomo da Carrara il secondo figlio di
Francesco, il quale dopo essere stato arrestato a Verona cinque mesi
prima, nulla aveva potuto sapere intorno alla sorte della sua famiglia,
e che non aspettavasi di vederla riunita in così funesto soggiorno.
L'istante in cui gli sventurati principi si riconobbero, cavò le lagrime
agli stessi carcerieri.
[119] _Marin Sanuto, p. 830._
La signoria non si affrettò di decidere la sorte dei principi da
Carrara. Il consiglio dei pregadi aveva nominato il 24 dicembre cinque
commissari per formare il loro processo e per rilegarli nel luogo che
troverebbero più conveniente. Ma Jacopo del Verme, che trovavasi in
allora al servigio dei Visconti, e che odiava mortalmente i Carrara,
recossi espressamente a Venezia per isvegliare contro di loro la
diffidenza del consiglio dei dieci. «I Carrara, egli disse, furono
un'altra volta spogliati dei loro stati, e furono un'altra volta
prigionieri presso i loro vincitori; ma si rialzarono da questo
abbassamento per diventare più che mai formidabili ai loro vicini. La
loro attività, i loro talenti, e più di tutto l'odio implacabile onde
erano animati loro procacciarono alleati, armi e soldati. I loro antichi
sudditi si ribellarono nel 1390 per riporli sul trono. È facile lo
scorgere che quest'amore de' Padovani pei loro principi vive ancora,
allorchè si considerano tutti i patimenti che soffrirono senza
lagnarsene nell'ultima guerra. L'odio ereditario del Carrara contro
Venezia è d'assai anteriore alla guerra di Chiozza; trent'anni di
nimistà e di vicendevoli ingiurie lo cimentarono in modo da farne la
loro dominante passione. Per tenere in dovere uomini animati da un così
fatto odio, da un tale desiderio di vendetta, non havvi altra sicura
prigione che quella del sepolcro.»
Il consiglio dei dieci chiamò il processo al suo tribunale e decretò la
morte dei Carrara. Il 16 gennajo del 1406 il confessore del signore di
Padova andò ad annunciargli in prigione la sua sentenza ed a disporlo
alla morte. Francesco, dopo avere dato un primo sfogo al suo sdegno,
gittossi a' piedi del monaco per confessare divotamente i suoi falli, e
ricevere da lui la comunione. Si fu appena ritirato il confessore, che
due capi del consiglio dei dieci e due capi della quarantia entrarono
nella prigione con venti carnefici. Francesco da Carrara, che non voleva
riconoscere l'autorità del tribunale che lo condannava, nè lasciarsi
scannare come una vittima, preso il suo sgabello di legno, il solo
mobile che si trovasse in quella prigione, s'avventò contro i suoi
uccisori. Oppresso da tanta gente si difese alcun tempo valorosamente,
ma all'ultimo rovesciato al suolo, e tenuto per le mani e pei piedi
venne strozzato da Bernardo Priuli colla corda d'una balestra[120].
All'indomani fu sepolto onorevolmente nella chiesa di santo Stefano
degli Eremitani. Francesco Novello (dice il Gataro, suo storico e suo
amico) era di mediocre grandezza e di belle proporzioni, sebbene
alquanto grosso. Bruno era il suo volto e piuttosto severo, elegante il
suo discorso, il suo carattere dolce e misericordioso, vaste le sue
cognizioni, ed eroico il suo coraggio[121].»
[120] _Redusius de Quero, p. 818._
[121] _Andrea Gataro, p. 940._
Il giorno seguente lo stesso confessore andò a portare ai figliuoli
Carrara l'ordine di prepararsi alla morte. Teneramente si abbracciarono,
e ricevettero assieme la comunione; indi Francesco Terzo fu condotto il
primo al luogo ov'era stato strozzato suo padre, e vi perì nella stessa
maniera per mano di Bernardo Priuli; vi fu poi condotto Giacomo, il
quale dopo avere raccomandato a Dio l'anima di suo padre, del fratello e
la propria, scrisse a sua moglie Belfiore da Camerino per consolarla
nella sua disgrazia, e tese la testa al laccio.
Francesco, che al battesimo aveva ricevuto il nome di Terzo perchè era
destinato ad essere di quel nome il terzo signore di Padova, aveva
quando morì trentun'anni. Era grande della persona, ma portava la testa
bassa; era bruno ed alquanto losco dell'occhio destro. Era, secondo
Gataro, un valoroso e saggio cavaliere, ma inclinato alla crudeltà, alla
collera, alla vendetta. Suo fratello Giacomo contava ventisei anni;
aveva un'elegante figura, una dolce fisonomia, un cuore dolce e
compassionevole, e il suo discorso gli acquistava gli animi. A queste
qualità, che lo rendevano a tutti caro, aggiugneva l'ereditario valore
della sua famiglia[122].
[122] Redusio da Quero, nemico di tutta la famiglia dei Carrara,
parla con tenerezza di Giacomo. _Chron. Tarvis., p. 819. — Jacob. de
Delayto, p. 1036._
Restavano tuttavia in Firenze due legittimi figli di Francesco da
Carrara. La signoria di Venezia fece pubblicare a suono di tromba che
accorderebbe un premio di quattro mila fiorini a colui che le darebbe in
mano vivi l'uno o l'altro di questi principi, e tre mila a colui che gli
ucciderebbe. Questo premio promesso al delitto non sedusse verun
assassino. Ma i figli legittimi della casa di Carrara perirono senza
prole. Ubertino il primogenito morì a Firenze di naturale malattia, il 7
dicembre del 1407, in età di diciott'anni[123]. Suo fratello Marsiglio
dopo avere molti anni servito Filippo Maria duca di Milano, il 6 marzo
del 1435 fece un tentativo per rientrare in Padova e ricuperare la
sovranità de' suoi maggiori. Ma la trama formata dai suoi partigiani
venne scoperta, e mentre Marsiglio fuggiva con piccolo seguito, fu
fermato e condotto a Venezia, ove il consiglio dei dieci lo fece
decapitare il 24 marzo del 1435[124].
[123] _Redusius de Quero, p. 820._
[124] _Andrea Gataro, p. 942._ Questo storico finisce la sua
narrazione alla morte dei principi da Carrara, e spesso fa scordare
la sua prolissità con interessanti particolarità.
Rodolfo, fratello naturale di Francesco Novello, fu ritenuto in
prigione a Venezia fino al 1417. In tale anno fuggì, ma fu ben tosto
ripreso, e probabilmente condannato a morte. _Cronica di Bologna, p.
590. — Navagero Stor. Veneziana, p. 1099._
Se l'antico odio tra la casa dei Carrara e la repubblica di Venezia
scema l'orrore che devono ispirare questi giuridici assassinj; veruno
somigliante motivo poteva scusare la crudeltà del senato verso gli eredi
della casa della Scala. Antonio, loro avo, aveva perduti i suoi stati
per essere entrato, come alleato della repubblica, in una sgraziata
guerra. Guglielmo visse sotto la protezione dei Veneziani, e la di lui
morte, attribuita al Carrara, era stato il pretesto dell'ultima guerra.
Per ultimo i figli di Guglielmo, Antonio e Brunoro, avevano perduta la
protezione del signore di Padova, ed erano in oltre stati da lui posti
in prigione a motivo delle loro negoziazioni colla repubblica.
Trovavansi allora nel territorio di Trento; imperciocchè Francesco da
Carrara aveva loro data la libertà, prima di perdere i suoi stati.
Fecero chiedere di essere rimessi in possesso di Verona, e la signoria
invece di rispondere pose una taglia sulle loro teste. Allora i due
fratelli si separarono, e Brunoro passò ai servigi dell'imperatore, e vi
si tenne molti anni[125].
[125] Eravi ancora l'anno 1423 quando Andrea Biglia scriveva la sua
storia, _l. I, p. 18. — Marin Sanuto, p. 832._ — Brunoro seguì
Sigismondo nella sua spedizione d'Italia l'anno 1432. — _Petri
Russii Fragm. Hist. Senens., t. XX, p. 41._ — L'odiosa politica del
consiglio dei dieci non può essere paragonata che al suo atroce
sistema di procedura criminale. Nel dubbio, credeva di dover punire;
e sopra l'indizio d'un delitto facevasi l'assurdo dovere di
condannare un accusato malgrado l'intimo convincimento della sua
innocenza. Carlo Zeno, il più virtuoso cittadino, il più grand'uomo
di Venezia, venne accusato al consiglio dei dieci d'avere ricevuto
da Francesco da Carrara quattrocento ducati d'oro; i libri del
signore di Padova, ch'erano stati sorpresi, attestavano questo
pagamento senza indicarne il titolo. Zeno riconobbe immediatamente
d'avere ricevuta tale somma all'epoca indicata. Era, diceva lo Zeno,
il pagamento di eguale somma ch'egli aveva prestata al Carrara
quando era fuggito da Asti. Tutte le circostanze appoggiavano
quest'asserzione, che avrebbe dovuto implicitamente credersi in
vista del conosciuto carattere dello Zeno. Veruno de' suoi giudici
osava solamente sospettarlo di corruzione; pure lo privarono di
tutti gl'impieghi e lo condannarono alla prigionia di due anni,
disonorando, per quanto dipendeva da loro, l'uomo che aveva coperto
di maggiore gloria il nome Veneziano. _Caroli Zeni vita, l. IX, p.
345._
Tutte le province possedute dalle famiglie delle Scala, e da Carrara, e
tutta la Marca Trivigiana erano ridotte all'ubbidienza della repubblica
di Venezia. Lo stendardo di san Marco volteggiava a Treviso, a Feltre, a
Belluno, a Verona, a Vicenza ed a Padova. Il senato mandò in tutte
questa città due senatori, che presedessero al loro governo, l'uno come
podestà, l'altro come capitano del popolo.
La repubblica superava in potenza tutti i più vasti stati d'Italia, se
per altro la potenza può acquistarsi coi delitti, e se, ancora agli
occhi della politica mondana, l'odio e la diffidenza che eccita la
perfidia, non compensano tutto il vantaggio degli acquisti ch'ella
procura. Poichè Venezia ebbe acquistati degli stati in terra ferma, andò
trascurando le province d'oltre mare, il commercio, la marina, vere basi
della sua potenza, per avvilupparsi nella politica del continente; ella
prese parte in tutte le guerre ed in tutte le rivoluzioni, ed eccitò
contro di sè quella gelosia, quel profondo universale odio che, dopo un
intero secolo di politici maneggi e di guerre, scoppiò finalmente colla
lega di Cambray[126].
[126] Terminando la storia dei principi da Carrara e della Scala,
tornerà forse comodo al lettore di avere qui una tavola cronologica
di queste due dinastie. Quella dei Carrara aveva dominato in Padova
ottantasette anni, cominciando nel 1318.
Giacomo Grande da Carrara nominato dal popolo principe
di Padova. _an._ 1318 _mort._ 1324.
Nicolò, fratello di Giacomo } { 1326
} 1324 {
Marsilio, nipote di Giacomo } {
e di Nicolò } { 1338
Ubertino, nipote di
Marsilio 1338 1345
Marsilietto Pappafava _assassinato dal
da Carrara 1345 seguente_ 1345
Giacomo II, figlio di }
Nicolò detto qui sopra 1345 } _assassinato da un
} bastardo da Carrara_ 1350
Giacomino, fratello del } _arrestato da suo_
precedente } nipote 1357_ 1372
} insieme 1350.
Francesco I, loro nipote } _prigioniero di Giovanni
} Galeazzo 1389_ 1393
Francesco II o Novello 1390 _giustiziato a Venezia_ 1406
Francesco Terzo }
} _strozzati con lui_ 1406
Giacomo }
} figli di Francesco II.
Ubertino } _morto a Firenze_ 1407
Marsilio } _decapitato a Venezia_ 1435
La casa della Scala aveva cominciato a regnare a Verona per
Mastino della Scala nominato signore l'anno 1260,
_ucciso_ li 17 ottobre 1277
Alberto, suo fratello, 1277, _morto naturalmente_ 1301
Bartolomeo, figlio d'Alberto, 1301, _mort. nat._ 1304
Alboino, frat. del preced., 1304, _mort. nat._ in dic. 1311
Can Grande, frat. del prec., 1312, _mort. nat._ in lug. 1329
Alberto II. } figli d'Alboino, { _mort._ 13 settembre 1352
} ma Alberto prese {
} poca parte al governo, {
Mastino II. } 1329. { _mort._ 3 giugno 1351
Can Grande II. } figli di Mastino, { _ucciso dai fratelli_ 1354
Can Signore. } insieme { _mort. natur._ 1375
Paolo Alboino. } 1351. { _ucciso in prigione
{ dal fratel. morib._ 1374
Bartolommeo II. } { _assassin. dal
} figli naturali di { fratello_ 1380
} Can Signore, insieme { _fuggitivo nel_ 1388
Antonio } 1375. { _avvelenat. nel_ 1390
Guglielmo figlio d'Antonio ristabilito l'anno 1404,
_morto_ pochi giorni dopo.
Antonio. }
} suoi figli, _fuggitivi e proscritti_.
Brunoro. }
CAPITOLO LX.
_I Fiorentini conquistano Pisa. — Seguito dello scisma, che
viene mantenuto da Ladislao re di Napoli. — Concilio di Pisa. —
Deposizione di Gregorio XII e di Benedetto XIII. — Elezione di
Alessandro V._
1405 = 1409.
Quando Francesco da Carrara ricevette nelle prigioni di Venezia l'ordine
di apparecchiarsi alla morte, rifletteva con amarezza all'abbandono in
cui lo avevano lasciato i suoi amici, ed alla ingratitudine di coloro
ch'egli aveva colmati di beneficj. Alcuno de' suoi alleati non aveva
fatto un passo per salvarlo: eppure in quell'epoca medesima i Guelfi
trionfavano in tutte le parti dell'Italia, i quali, associati alla sua
fortuna per una alleanza ereditaria, sembravano chiamati dalla loro
affezione, dalla politica stessa a difenderlo, se apprezzavano una volta
i loro doveri, ed i veri loro interessi.
Tre nuovi signori guelfi erano sorti in Lombardia coll'assistenza di
Francesco da Carrara sopra le ruine della casa Visconti. Ugolino
Cavalcabò era sovrano di Cremona, Giorgio Benzoni di Crema, e Giovanni
da Vignate di Lodi. Veruno di costoro prese parte alla guerra di Padova.
Vero è che Cavalcabò aveva già ceduto il suo luogo ad un altro
usurpatore. Egli aveva di già sagrificati alla sua gelosia molti
rispettati cittadini, quando fu sorpreso a Manerbio il 14 dicembre del
1404, e fatto prigioniere da Astorre Visconti dopo la perdita di una
battaglia. Il suo favorito, Gabrino Fondolo, soldato di fortuna, da lui
fatto suo generale e suo primo ministro, continuò la guerra per
liberarlo o per vendicarlo, e rimase padrone della fortezza di Cremona,
e de' principali castelli, mentre che un altro Cavalcabò, chiamato
Carlo, fu dichiarato signore della città. Ma intanto Ugolino approfittò
delle turbolenze di Milano, e fuggì di prigione l'anno 1406. Stava per
iscoppiare in Cremona una guerra civile tra i due Cavalcabò, che
ugualmente volevano essere soli signori della loro patria, quando
Gabrino Fondolo più potente che i due Cavalcabò si offrì come mediatore.
Gl'invitò ad adunarsi nella sua fortezza con tutti i membri della
famiglia Cavalcabò, ove il 26 luglio 1406 aveva loro imbandito un lauto
pranzo, dopo il quale doveva regolarsi tra i convitati la divisione
della sovranità. Ma quando Fondolo vide tra le mani de' suoi satelliti
tutti i capi di parte, tutti i grandi, tutti coloro che potevano opporsi
ai suoi disegni, terminato il banchetto, diede il segno d'una orribile
carnificina: le sue guardie precipitaronsi sui convitati, ed uccisero
Ugolino e Carlo Cavalcabò con settanta de' principali cittadini di
Cremona, quasi tutti della casa Cavalcabò. Gabrino Fondolo, dopo
quest'orribile uccisione, venne riconosciuto signore di Cremona, e si
collocò senza trovare opposizione tra i principi d'Italia[127].
[127] _And. Billii Hist. Mediol., l. II, p, 28. — Redusii de Quero
Chron. Tarvis., p. 805. — Campi Crem. fedele, l. III, p. 109._
Pandolfo Malatesti, uno dei generali di Giovanni Galeazzo, fondò circa
lo stesso tempo un quarto principato guelfo in Lombardia. La sua
famiglia regnava da lungo tempo in Rimini col favore del partito della
Chiesa; ma Pandolfo pareva indifferente tra le fazioni, che oramai non
avevano più scopo, e consultava nella sua condotta la propria ambizione,
e non lo spirito di partito. Abbiamo di già osservato, che mandato a
Como dalla duchessa di Milano per ritornare la pace a questa città,
l'aveva abbandonata al saccheggio. Como era l'emporio del commercio tra
l'Italia e la Svizzera[128], e questo assassinio, che precipitò la
caduta della duchessa di Milano, a nome della quale erasi eseguito, rese
Pandolfo più caro ai soldati. Quando fuggì da Monza mezzo vestito e con
un solo piede calzato, venne assai ben accolto dalle guarnigioni di
Trezzo e di Brescia, e fu proclamato signore di quest'ultima città,
tostocchè si ebbe avviso della morte della duchessa.
[128] _And. Billii, l. I, p. 26._
Vero è che il signore di Padova non poteva lusingarsi che uomini di tale
carattere gli rimanessero fedeli nella sventura, perciocchè non erano
diretti da altro principio che dall'ambizione, e dovevano il loro
innalzamento soltanto ai delitti; ma egli aveva riposte le sue speranze
nella costante amicizia della repubblica fiorentina, che già da quindici
anni era associata alla di lui fortuna ed alle sue battaglie, ed
attaccata alla sua famiglia da un'alleanza ereditaria. Nè il Carrara
sarebbe rimasto deluso se non fossero stati strascinati i Fiorentini
dalla più violenta tentazione che potesse agire sopra di loro, e non
avessero impiegate tutte le forze nell'importante acquisto di Pisa.
Abbiamo osservato che Gabriele Visconti, signore di Pisa, erasi
procurata la protezione di Giovanni le Meingre, detto Boucicault,
maresciallo di Francia, che comandava in Genova a nome di Carlo VI; e
che col mezzo suo aveva dai Fiorentini ottenuta una tregua di quattro
anni. Boucicault col suo coraggio e colla sua severità aveva ristabilito
l'ordine in Genova, aveva obbligati i Genovesi a deporre le armi, e
fatto dichiarare il suo governo irrevocabile dietro inchiesta dei
medesimi Genovesi[129]. Ma di già un generale malcontento cominciava a
manifestarsi contro di lui in quella città, a motivo che le accuse di
lesa maestà ch'egli aveva fomentate, portavano la desolazione nelle
famiglie, e che le gabelle oppressive ruinavano il popolo; onde
Boucicault, temendo un ammutinamento[130], volle acquistarsi al di fuori
più potenti amici che non era il signore di Pisa. Persuase perciò il
Visconti a vendere la sua signoria per dividere con lui il prezzo che ne
otterrebbe, ed in giugno del 1405 diede commissione ad un fiorentino,
che allora trovavasi in Genova, di proporre segretamente alla sua
repubblica questo acquisto[131].
[129] _Uberti Folietae Genuensis Hist., l. IX, p. 523._
[130] _Ivi, 527._
[131] La proposizione venne fatta a Gino Capponi, di cui abbiamo
alcune memorie. _Coment. dell'acquisto di Pisa, t. XVIII, Rer.
Ital., p. 1127. — Scip. Ammirato, l. XVII, p, 914. — Paolo Tronci
Annali Pisani, p. 493._
Per prezzo della vendita di Pisa, Boucicault domandò prima quattrocento
mila fiorini, promettendo di erogare per altro parte di questa somma nel
soccorrere Francesco da Carrara, amico dei Fiorentini e suo. La
negoziazione cominciata a Genova si continuò a Vico Pisano, ov'erasi
recato Gabriele Visconti. Sentiva questi che la sua autorità in Pisa
stava per isfuggirgli di mano, ma d'altra parte egli temeva che
Boucicault si appropriasse tutto il danaro che ricaverebbe dalla vendita
de' suoi stati.
Mentre egli stava ancora deliberando, i Pisani ebbero sentore delle
cominciate negoziazioni, e per non essere venduti ai Fiorentini, loro
eterni rivali, presero le armi il 21 luglio del 1405, attaccarono le
truppe del Visconti ovunque le incontrarono, e costrinsero questo
signore a ripararsi nella sua fortezza con duecento corazzieri, ed
alcuni arcieri che teneva al suo soldo[132].
[132] _Piero Minerbetti, 1405 c. 7, p. 527._
Nel tempo che questa rivoluzione faceva più vivamente sentire al signore
di Pisa il bisogno di fedele consiglio, perdette la madre, che fino a
tale epoca aveva con lui divise le cure del governo. Mentre essa
attraversava un angusto ponte per visitare le mura della fortezza,
atterrita dal subito scoppio d'un pezzo d'artiglieria si lasciò cadere e
morì. Il Visconti pochi giorni dopo strinse il mercato coi Fiorentini,
cedendo loro la cittadella di Pisa ed i castelli di Librafratta e di
santa Maria in Castello pel prezzo di dugentosei mila fiorini, pagabili
in diverse epoche[133].
[133] _Gino Capponi Comment., p. 1129. — Piero Minerbetti, c. 8, p.
530._
Ma non solamente Gabriele Maria Visconti fu costretto di dividere col
Boucicault il prezzo della sua eredità, ma fu in appresso spogliato dal
maresciallo della parte che gli era rimasta, e perì in Genova in
settembre del 1408, condannato a perdere la testa per una calunniosa
accusa di tradimento.
La cittadella di Pisa fu consegnata al Fiorentini il 31 agosto del 1405,
e Lorenzo Raffacani ne prese il comando. Ma sebbene i Pisani
stringessero vigorosamente l'assedio di questa fortezza, e che avessero
stabiliti alcuni pezzi d'artiglieria dalla parte della città per
batterla in breccia, Raffacani non volle prendere seco che alcune
compagnie di milizia e congedò i corazzieri del Visconti che vi trovò di
guardia. La cittadella era legata alle mura della città da una torre
detta di sant'Agnese, contro la quale erano tutte dirette le bombarde
dei Pisani. Impiegavansi a que' tempi parecchie ore nel caricarle; e nel
momento in cui le milizie le vedevano disposte a tirare, uscivano tutte
dal suo ricinto, aspettando in luogo più sicuro l'effetto
dell'esplosione. Avendo i Pisani notata questa pratica, apparecchiarono
tutto quanto abbisognava per una scalata, e tosto che i Fiorentini, per
timore d'una scarica, abbandonarono la torre, essi montarono
all'assalto, e se ne impadronirono senza trovare resistenza. La fortezza
fu presa il 6 di settembre due ore prima di notte con tutti coloro che
vi stavano di guardia, e fu subito dal popolo spianata fino ai
fondamenti[134].
[134] _Gino Capponi Com. p. 1131. — Piero Minerbetti, c. 9, p. 531.
— Bonincontrii Miniat. Ann., t. XXI, p. 93. — Cron. di Jacopo
Salviati Del. degli Erud., t. XVIII, p. 243._
Non erasi appena saputo a Firenze che la fortezza di Pisa era perduta,
quando si videro giugnere cinque ambasciatori pisani incaricati di
domandare la pace. Essi rappresentarono l'occupazione della loro
cittadella come una violazione della tregua conchiusa nel precedente
anno. Il cielo, soggiugnevano, si era di già dichiarato in loro favore,
e loro aveva resa in una maniera quasi miracolosa questa parte della
loro città; ma essi non volevano abusare dell'accaduto, e mediante la
restituzione di Librafratta e di santa Maria erano pronti a rendere ai
Fiorentini tutto quanto avevano pagato a Boucicault e a Gabriele
Visconti[135].
[135] _Gino Capponi Com., p. 1131. — Scip. Ammirato, l. XVII, p.
919._
Ma i Fiorentini erano troppo alieni dal voler rinunciare ad
un'intrapresa cui credevano attaccato il loro onore. Malgrado i consigli
di alcuni più moderati cittadini[136] rifiutarono le offerte dei Pisani;
ordinarono a Jacopo Salviati, loro capitano, di cominciare subito le
ostilità[137], e fecero venire il conte Bertoldo Orsini, cui affidarono
il 5 ottobre il bastone del comando[138].
[136] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 297._
[137] _Cron. di Jacopo Salviati, p. 243._
[138] _Piero Minerbetti, c. 15, p. 537. — Gino Capponi, p. 1132._
I Pisani per resistere a quest'attacco, cercarono avanti ogni altra cosa
di riconciliare in città le contrarie fazioni. I Raspanti erano stati
posti in possesso dell'autorità da Giacomo d'Appiano, e v'erano stati
conservati dal Visconti, i Bergolini trovavansi esclusi dal governo e la
famiglia Gambacorti era esiliata. Il partito perseguitato fu di nuovo
ammesso a dividere i diritti della sovranità; l'obblio delle passate
ingiurie ed una riconciliazione senza riserva vennero giurate sugli
altari; i capi delle due fazioni fecero colare il proprio sangue nella
coppa consecrata prima di bevere in comune, e numerosi matrimoni
suggellarono la pace tra le due parti. Ma Giovanni Gambacorti, nipote di
Pietro e capo della sua famiglia, seco non portava dal suo esilio che il
desiderio di regnare nella sua patria; onde a forza d'intrighi si fece
proclamare capitano del popolo, come lo era stato suo zio, ed approfittò
dell'ottenuta autorità per opprimere i suoi antichi nemici, per
ispogliarli, e spesso ancora per farli perire[139].
[139] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 538. — Poggio Bracciolini, l. IV,
p. 298._
I Pisani si erano lusingati che il Gambacorti, in forza della sua
ereditaria alleanza coi Fiorentini, potrebbe riconciliarli con questi
formidabili nemici, ed in fatti il nuovo capitano non fu appena
installato che mandò a chiedere pace; ma i Fiorentini ricusarono di
trattare, pretendendo di avere comperata Pisa dal suo legittimo signore,
e dichiarando che vedevano ne' suoi abitanti non un popolo indipendente,
ma sudditi ribelli[140].
[140] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 299._
I Fiorentini non credevano quasi possibile cosa l'aprire una breccia
nelle mura di Pisa, di modo che proposero di ridurre la città colla
fame, mentre la loro armata attaccherebbe successivamente i diversi
castelli del territorio. I Pisani dal canto loro sforzavansi di
provvedersi di vittovaglie, al quale oggetto spedirono alcune galere a
cercare frumento in Sicilia; una di queste, sorpresa nel suo ritorno dai
vascelli che i Fiorentini avevano fatti armare a Genova, rifugiossi
sotto la torre di Vado. Un fiorentino, detto Pietro Marenghi, profugo
dalla patria perchè colpito da sentenza capitale, colse questa
circostanza per rendere a' suoi concittadini un segnalato servigio. Egli
lanciossi dalla riva con una fiaccola in mano, avvicinandosi a nuoto
alle galere, malgrado le saette che lanciavansi contro di lui. Sebbene
ferito in tre luoghi continuò molto tempo a sostenersi sotto la prora
finchè vide il fuoco appiccato in modo alla galera nemica da non potersi
più spegnere. Ella bruciò in faccia alla torre di Vado; mentre Pietro
Marenghi riguadagnava la costa. Egli fu perciò richiamato con onore in
patria[141].
[141] _Matth. Palmerii de Captivitate Pisarum t. XIX, p. 176._
I Pisani cercavano di avere al loro soldo qualche condottiere che
potesse formare per loro un'armata. I loro deputati avevano trattato con
Agnello della Pergola, che con sei cento cavalli trovavasi allora negli
stati della Chiesa. Questo capitano si mosse per venire a Pisa
attraversando lo stato di Siena. Ma i dieci della guerra di Firenze,
avuto avviso della sua marcia, lo fecero attaccare, nell'istante ch'egli
meno se lo credeva, dal nipote del papa, che avevano preso di fresco al
loro soldo, e distrussero o dissiparono la piccola armata di
Agnello[142].
[142] _Piero Minerbetti, c. 22, p. 542. — Scip. Ammirato, l. XVII,
p. 920. — Paolo Tronci Ann. Pisani, p. 497._
Gaspare dei Pazzi, altro capitano che conduceva ai Pisani sei cento
cavalli dai contorni di Perugia, venne disfatto il 24 settembre da
Sforza da Cotignola al passo della Cornia; ed i suoi soldati, inseguiti
fino a Massa di Maremma, non si sottrassero alla prigionia che
abbandonando i loro cavalli e le armi, e promettendo di non servir più
contro i Fiorentini[143].
[143] _Piero Minerbetti, c. 26, p. 544. — Leodrisii Cribellii de
vita Sfortiæ Vicecomitis, t. XIX, l. I, p. 642._
Invano i Pisani offrirono la loro signoria a Ladislao l'ambizioso re di
Napoli, il quale non sentivasi ancora abbastanza sicuro ne' proprj stati
per estendere sulla Toscana i suoi progetti di conquista. Egli ottenne
dai Fiorentini l'assicurazione che non si opporrebbero alla sua
spedizione di Roma, e viceversa promise di non agire contro di loro
avanti a Pisa[144]. Otto Bon Terzo, che alla testa del partito
ghibellino erasi fatto signore di Parma e di Reggio e che adunava
un'armata in queste due città, accettò dai Fiorentini una grossa somma,
per la quale promise di non dare soccorso ai Pisani[145].
[144] _Piero Minerbetti, c. 23, p. 543._
[145] _Gino Capponi, p. 1133._
In principio del 1406 l'armata fiorentina occupò la val d'Era, la
Maremma, la contea di Monte Scudajo, e quasi tutti i castelli che
avevano in sul principio abbracciato il partito di Pisa[146]. In
appresso quest'armata si divise; un corpo formò l'assedio di Vico
Pisano, ragguardevole castello posto dieci miglia sopra Pisa, alla
destra dell'Arno, mentre l'altro corpo s'avvicinò a questa città per
istringerne il blocco. Occuparono la foce dell'Arno sette galere ed una
galeotta, che i Fiorentini avevano fatte armare a Genova; s'alzarono due
ridotti presso san Pietro in Grado sulle due rive del fiume, e fu fatto
tra i medesimi un ponte fortificato, privandosi in tal modo Pisa di ogni
comunicazione col mare[147]: onde i vascelli che i Pisani avevano
mandati in Sicilia a cercare vittovaglie furono presi dai Fiorentini il
22 di maggio, quando tornarono ne' mari della Toscana[148].
[146] _Piero Minerbetti, c. 28, 29 e 30, p. 545. — Scipione
Ammirato, l. XVII, p. 923._
[147] _Piero Minerbetti, 1406, c. 2, p. 549. — Paolo Tronci Ann.
Pisani, p. 499._
[148] _Gino Capponi, p. 1134. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 928._
Pareva che la fortuna congiurasse contro i Pisani, e gli stessi
avvenimenti da loro più desiderati tornavano tutti a loro svantaggio.
L'Arno, ingrossato il giorno dell'Ascensione da violenti piogge, ruppe
il ponte che univa i due ridotti; gli assediati non furono lenti ad
approfittarne per attaccare il più debole. Ma Sforza e Tartaglia, i due
generali dei Fiorentini, che trovavansi sull'opposta riva, spinsero i
loro cavalli nel fiume, e con estremo pericolo guadagnarono l'opposta
sponda, onde i Pisani fuggirono atterriti quasi senza combattere[149].
[149] _Gino Capponi, p. 1135. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 302._
Questi due capitani erano de' più riputati che allora contasse l'Italia.
Fino a tal punto la loro rivalità aveva giovato all'impresa; ma una
crescente gelosia, una oramai scoperta animosità, cominciavano a turbare
le operazioni dell'armata ed a rianimare le speranze dei Pisani. Gino
Capponi, uno dei dieci della guerra, si recò da Firenze al campo per
riconciliarli, e vi riuscì; ma credendo pericolosa la loro vicinanza,
prepose un di loro al corpo d'armata che cingeva la parte superiore di
Pisa, l'altro a quella che stava al di sotto, e la città trovossi per
questo divisamento bloccata più strettamente che mai[150].
[150] _Gino Capponi, p. 1137._
L'ardore del sole in quelle campagne insalubri, la cattiva aria e le
malattie delle armate parvero finalmente venire in soccorso degli
assediati. I soldati erano assaliti da nojosi insetti, febbri
pestilenziali si manifestavano nel campo, e cominciavano a spargervi lo
scoraggiamento. I dieci della guerra ne conobbero appena i primi
sintomi, che mutarono gli accantonamenti de' soldati; posero gli uni ne'
castelli perchè si ristorassero dalle sostenute fatiche, e tennero gli
altri in un continuo movimento, persuasi che l'ozio, in cui languisce il
soldato, sia la prima causa delle sue malattie[151].
[151] _Math. Palmerii de capt. Pisarum, p. 183._
D'altra parte la fatica, la miseria, la fame, esponevano i Pisani alle
stesse malattie, senza che questi avessero mezzo di ripararvi. Avevano
voluto liberarsi delle bocche inutili, ma i Fiorentini le facevano
rientrare in città[152]. Improvvisamente a mezzo luglio i Pisani
spiegarono lo stendardo del duca di Borgogna, e spedirono araldi d'armi
ad avvisare i Fiorentini che si erano dati a questo potente signore, ed
erano stati ricevuti sotto la di lui protezione. Ma perchè il duca non
aveva armata per liberarli, i Fiorentini continuarono l'assedio e
spedirono un'ambasciata a questo principe[153].
[152] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 833._
[153] _Jacopo Salviati, p. 249._ Fu egli medesimo uno degli
ambasciatori. — _Gino Capponi, p. 1138._
Giovanni Gambacorti aveva diretta la difesa dei Pisani con una quasi
assoluta autorità, ma quando vide il popolo in preda agli orrori della
fame, disperando di potersi più lungamente difendere, prese a trattare
segretamente coi Fiorentini. Le condizioni ch'egli domandava, e che
studiosamente nascondeva ai suoi compatriotti, riferivansi tutte al suo
particolare vantaggio. Voleva il diritto di cittadinanza a Firenze colla
proprietà di tre case, il vicariato di Bagno, molti castelli nelle sue
vicinanze, ed un'indennità di cinquanta mila fiorini[154]. Queste
condizioni vennero accettate, ed il Gambacorti aprì la porta di san
Marco all'armata fiorentina nella notte dell'8 al 9 ottobre 1406, e
nella stessa notte le truppe occuparono pure il quartiere del Borgo.
All'indomani avanzaronsi in città, precedute da carri pieni di pane e di
altri viveri, che i soldati medesimi distribuivano al popolo[155]. Tutte
le provigioni erano consunte, e più non trovaronsi in città nè grani, nè
farine, ma soltanto alcuni magazzini pieni di zuccaro e di cassia, e tre
vacche magre. Gli abitanti si erano nutriti di erbe, che coglievano
nelle strade e lungo le mura; sarebbe loro stato impossibile di
sostenersi ancora molti giorni; ma non pertanto non pensavano ad
arrendersi. Intesero con indignazione il vergognoso mercato con cui il
Gambacorti gli aveva venduti, ed il loro ultimo sentimento, perdendo
l'antica loro indipendenza, fu il desiderio della vendetta e l'odio
contro il tiranno che li tradiva[156].
[154] Il trattato diviso in 36 articoli termina la cronica del
Marangoni, p. 835-842. Contiene pure un gran numero d'esenzioni
personali e di privilegj per diversi membri della famiglia
Gambacorti.
[155] _Gino Capponi, p. 1139. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 303. —
Scip. Ammirato, l. XVII, p. 930._
[156] _Gino Capponi, p. 1142. — Poggio Bracciolini, l. IV, p. 304. —
Bern. Marangoni, p. 834. — Scip. Ammirato, l. XVII, p. 933. — Paolo
Tronci An. Pis., p. 501. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1088._ — Tutte
le croniche di Pisa finiscono a questo avvenimento. Il Tronci per
altro riferisce ancora in quattro o cinque pagine alcuni fatti
insignificanti fino al 1440.
Gino Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata ed uno dei
dieci della guerra, fu nominato governatore di Pisa col titolo di
capitano del popolo. Quando entrò in città adunò i cittadini a
parlamento sulla pubblica piazza; loro promise che Firenze li
tratterebbe dolcemente e li risguarderebbe come fedeli sudditi. Cercò
infatti di affezionarli alla loro sorte colla dolcezza e colla giustizia
della sua amministrazione, non trascurando ad un tempo i più vigorosi
provvedimenti per assicurarsi della loro sommissione. Mandò a Firenze
tutti i Gambacorti con duecento capi delle più nobili famiglie di Pisa,
che colà furono tenuti dalla repubblica in qualità di ostaggi[157].
Molti gentiluomini pisani abbracciarono in tale occasione la milizia, o
vi fecero inscrivere i loro figli, onde trovare nell'indipendenza degli
accampamenti la libertà che perdevano nella loro patria, e combattere
ancora come soldati avventurieri i loro oppressori, contro ai quali più
non potevano impugnare le armi come cittadini. Dopo un lungo esilio fra
gli stranieri, dopo frequenti e sempre inutili tentativi per liberare la
loro patria, dopo una rivoluzione eccitata in Pisa quando era già da un
secolo sottomessa, e dopo uno sgraziato assedio che i Pisani sostennero
con tutta l'energia de' loro antenati, alcuni finalmente abbandonarono
l'Italia, e tramandarono ai loro discendenti, come una preziosa eredità,
l'amore del sacro nome di patria e l'odio dell'oppressione. Coloro che
rimasero in Pisa conservarono più lungo tempo che verun altro popolo
sottomesso un'energia che quasi sempre viene distrutta dalla servitù. La
città che pel corso di cinque secoli aveva dominato il mar Tirreno con
tanta gloria, più non ebbe dopo tale epoca esistenza politica, nè
influenza, nè storia[158]; ma i cuori de' suoi abitanti non erano ancora
sottomessi; ed i Fiorentini non furono sicuri della sommissione di Pisa
che quando videro coperte di erba le sue deserte strade.
[157] _Piero Minerbetti, c. 7, p. 561. — Poggio Bracciolini, l. IV,
p. 305._
[158] Alcun Pisano non volle scrivere la storia di questi
infelicissimi tempi. Il Marangoni ed il Tronci che sono di molto
inferiori a quest'epoca, pare che ne ignorino perfino le minute
circostanze; verun nome venne conservato dalla storia, veruna
famiglia, veruno individuo si distinse in questa comune sciagura.
I Fiorentini non giunsero a conquistare Pisa, che adottando essi stessi,
e facendo adottare agli altri stati una politica contraria agli antichi
loro principj; quella d'isolare tutte le guerre, e lasciare che ognuno
si misurasse col suo particolare nemico, senza che i forti si alleassero
ai deboli; e senza che il mantenimento dell'equilibrio in Italia
assicurasse l'esistenza di tutti.
Nel corso d'un intero secolo i Fiorentini avevano tenuta una più
generosa politica. Invece d'ingrandirsi colle loro vittorie essi mai
cercato non avevano che l'altrui vantaggio, e sempre dopo le loro
perdite si erano veduti abbandonati dagli alleati. Si vergognarono
finalmente d'essere stati ingannati, come se la buona fede
dell'ingannato non fosse più gloriosa che la destrezza dell'ingannatore.
Essi non si lasciarono distogliere dalla loro intrapresa da niuna
rivoluzione d'Italia, e nel tempo che spingevano le loro conquiste fino
al mare, Milano prese una nuova forma, Venezia acquistò stati in terra
ferma, e Ladislao di Napoli sollevossi repentinamente sopra le abbattute
fazioni del suo regno, di modo che si andò a stabilire in Italia un
nuovo equilibrio fra meno numerosi ma più potenti stati. Per farne
conoscere le basi più non ci rimangono a descrivere che le rivoluzioni
degli stati della Chiesa e della Puglia.
Lo scisma che divideva la Chiesa dopo il 1378 sembrava che più terminare
non potesse. I pontefici rivali, che lo avevano cominciato, erano
ambidue morti, ma l'uno e l'altro avevano avuto un successore nominato
dalla propria fazione. I nuovi papi più non si battevano con tanta
violenza di scomuniche come i loro predecessori; ma malgrado l'apparente
loro moderazione, sforzavansi di conservare la loro dignità senza
prendersi pensiero del riposo e dell'unione della Chiesa. Conoscevano
l'uno e l'altro che non giugnerebbero giammai ad avere l'universale
dominio del cristianesimo, ma preferivano di regnare sulla metà de'
fedeli piuttosto che discendere dal trono; e tutti i segreti loro sforzi
miravano a prolungare lo scisma che la cristianità voleva terminare.
Roberto di Ginevra, o Clemente VII, era morto in Avignone il 16
settembre 1394, ed all'istante i re di Francia, d'Inghilterra e
d'Arragona, l'università di Parigi, gli elettori di Magonza e di
Colonia, e papa Bonifacio IX, avevano scritto ai cardinali francesi
pregandoli a non nominare il successore dell'estinto pontefice, ed a
cogliere quest'occasione per terminare lo scisma. Ma i cardinali
temevano di essere costretti a porsi presso il vivente pontefice in
qualità di colpevoli e di ribelli ridotti a chiedere grazia, non come
eguali che si riconciliano. Affrettaronsi perciò di chiudersi in
conclave, ed il dodicesimo giorno nominarono papa il cardinale
d'Arragona Pietro di Luna, che prese il nome di Benedetto XIII[159].
Sebbene questo cardinale avesse avuto parte nell'elezione di Clemente
VII aveva lungo tempo tentati tutti i mezzi di conciliazione; aveva
altamente biasimato il rigore del papa, che vi si rifiutava, ed aveva
riputazione d'essere il più moderato della fazione, ed il più proprio a
ristabilire la pace della Chiesa.
[159] _Lenfant, Histoire du Concile de Pise, l. I, p. 61._
Prima dell'elezione tutti i cardinali si erano obbligati a non ricusare
di prestarsi a qualunque sagrificio, e nominativamente alla cessione del
papato, per ottenere l'unione della Chiesa; Benedetto ratificò questa
promessa con giuramento dopo essere stato proclamato[160]; ma invano la
cristianità volle fargli eseguire questa promessa, ch'egli opponeva
sempre scrupoli a scrupoli, e considerandosi come vero papa, non voleva,
diceva egli, privare la Chiesa del suo legittimo capo, per sottometterla
forse ad uno scismatico scomunicato. I Francesi mostravansi più che ogni
altra nazione zelanti per la riunione, perchè la corte d'Avignone stava
interamente a carico loro, e non si manteneva che con una scandalosa
simonia. Carlo VI adunò un concilio generale a Parigi il 12 febbrajo del
1395; ma quest'assemblea intimò senza effetto ai due papi di abdicare
per la pace della Chiesa. Un secondo concilio nazionale venne adunato
nel 1398, e questi determinò di sottrarre la Chiesa all'ubbidienza dei
due papi, per obbligarli alla riunione; e perchè Benedetto XIII vi si
rifiutava Boucicault venne ad assediarlo nel castello d'Avignone, ove lo
costrinse a capitolare il 14 aprile del 1399[161]. Questi promise di
deporre la tiara tostochè farebbe lo stesso ancora Bonifacio, o che la
di lui morte aprirebbe un'altra strada alla riconciliazione della
Chiesa.
[160] _Dachery Spicilegium, t. VI. — Lenfant, Histoire du Concile de
Pise, l. I, p. 62._
[161] _Lenfant, Histoire da Concile de Pise, l. II, p. 96._
Intanto Wencislao aveva annunciato a Carlo VI che l'Allemagna e l'Italia
si leverebbero dall'ubbidienza di Bonifacio IX, quando la Francia più
non ubbidisse a Benedetto, ma tale promessa non ebbe esecuzione.
Wencislao erasi impegnato al di là delle sue forze, e la di lui
deposizione, e l'elezione di Roberto mutarono tulle le disposizioni
della Germania. I Francesi addolcirono la loro severità verso Benedetto,
ch'essi avevano tenuto prigioniere nel suo palazzo d'Avignone, e questo
papa coll'ajuto del duca d'Orleans fuggì il 12 marzo 1403 attraversando
le guardie normanne che lo circondavano. Tosto che trovossi libero, i
suoi cardinali lo raggiunsero, e tutta la Francia rientrò sotto la di
lui ubbidienza[162].
[162] _Lenfant, Hist. du Concile de Pise, l. II, p. 114._
Benedetto, ch'era stato ristabilito soltanto dopo di avere promesso di
cooperare all'estinzione dello scisma, mandò quattro ambasciatori a Roma
nel 1404 per trattare con Bonifacio IX; ma questi non proponevano
vicendevoli cessioni, ma soltanto assemblee dei due papi e dei loro
cardinali per riformare la Chiesa[163]. Mentre gli ambasciatori di
Benedetto trattenevansi in Roma aspettando i riscontri di Bonifacio,
questi morì il 29 settembre del 1404.
[163] _Piero Minerbetti, 1404, c. 17 e 18, p. 315._
Bonifacio era stato piuttosto guerriero che ecclesiastico; aveva
assoggettata Roma alla sua autorità, e durante il suo regno di quindici
anni, l'aveva conservata ubbidiente col supplicio di tutti coloro che
avevano cercato di scuotere il giogo. Ma quando fu morto, il popolo
prese le armi sotto la direzione dei Colonna e dei Savelli; le voci di
_viva la libertà_ risuonarono in tutti i quartieri della città, e
gl'insorgenti occuparono la chiesa di santa Maria d'Araceli, ove si
fortificarono, mentre i cardinali erano rinchiusi nel palazzo quasi
contiguo al Campidoglio[164]; in mezzo a tanto tumulto elessero Gusmano
di Sulmona, cardinale di Bologna, che prese il nome d'Innocenzo VII.
Prima di procedere all'elezione ogni cardinale aveva giurato di non
rifiutarsi quando fosse nominato papa, a verun sagrificio, non escluso
quello dell'abdicazione della sua dignità per mettere fine allo
scisma[165].
[164] _Ivi, c. 20, p. 517. — Diario di Stefano Infessura, t. III, p.
II, p. 1115._
[165] _Piero Minerbetti, c. 21, p. 517._
Innocenzo VII, prima di pensare alla pace della Chiesa, dovette
occuparsi di quella di Roma, ove tutte le strade erano chiuse da
steccati, ed ove il popolo armato faceva in ogni lato risuonare la voce
di libertà. L'ambizioso Ladislao di Napoli eravi accorso per
approfittare di questo disordine, ma la diffidenza che eccitava questo
principe riconciliò il popolo col suo pontefice: castel sant'Angelo e
città Leonina, ossia il Vaticano
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