Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
by J.-C.-L. Simonde de Sismondi · Italian · Gutenberg #43802 · 659,376 chars · public domain (US)
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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16)
Author: J.-C.-L. Simonde de Sismondi
Release date: September 23, 2013 [eBook #43802]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO, V. 03 (OF 16) ***
STORIA DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
_Traduzione dal francese._
_TOMO III._
ITALIA
1817.
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO XVI.
_Continuazione del regno di Federico II. — Guerra della Lega
lombarda contro questo imperatore. — Viene deposto dal papa nel
concilio di Lione._
1234=1245.
Non erano appena passati sessant'anni dopo il trattato convenuto in
Venezia tra le repubbliche lombarde e l'imperatore Federico Barbarossa,
che una nuova guerra si riaccese nella stessa contrada fra la medesima
lega lombarda e Federico II, nipote del Barbarossa. Apparentemente
sembrava provocata dagli stessi motivi che avevano dato luogo alla
precedente guerra; e se da un lato pretestavansi le antiche prerogative
dell'Impero, facevansi risonare dall'altra banda i diritti de' cittadini
e la riconosciuta indipendenza delle città. Nel tredicesimo secolo,
siccome nel dodicesimo, la Chiesa non tardò a dichiararsi la protettrice
delle repubbliche ed a ferire più gravemente l'imperatore colle armi
spirituali. Si confondono facilmente i due Federici, le due leghe
lombarde, le due lunghe contese tra l'autorità reale e la libertà.
Queste due guerre sono per altro distinte da due importantissime
differenze. Era la prima necessaria; perchè, rispetto alle città,
trovavansi compromessi i loro più preziosi diritti, il loro onore, la
stessa loro esistenza. La seconda poteva facilmente risparmiarsi, se
l'insidiosa politica della corte romana non avesse accesa e tenuta viva
la discordia, e se ai Lombardi non avessero ispirata troppa fidanza le
loro ricchezze, e troppo orgoglio il sentimento della propria forza. E
siccome i motivi della guerra furono meno puri, n'ebbero altresì meno
onorevoli risultamenti. Spiegando lo stesso coraggio e la stessa
costanza del precedente secolo, ed adoperando maggiori forze, gran parte
delle repubbliche d'Italia non respinsero l'autorità imperiale, che per
cadere sotto il giogo della tirannia. L'illimitato potere dei capi di
parte, fatti sovrani, subentrò in molte città al legittimo e moderato
potere del monarca costituzionale.
Gregorio IX che appena fatto papa aveva date così luminose prove del suo
violento carattere e della sua parzialità, scomunicando Federico, erasi
posto relativamente a questo principe nella più difficile situazione.
L'imperatore regnava senza rivali in Germania, e poteva al bisogno
levare in queste contrade formidabili armate; ma preferendo all'aspro
clima della Germania i suoi regni della Puglia e della Sicilia, vi
faceva l'ordinaria sua residenza; e per tal modo trovavasi, per così
dire, alle porte di Roma; inoltre egli si era assoggettati que' baroni
che colla loro indipendenza avevano resa debole l'autorità de' suoi
predecessori: e ciò che più ancora doveva intimidire il papa, aveva dato
prove di tanta intelligenza nell'amministrazione de' suoi stati (come ne
fanno indubitata prova le sue leggi) che potè riempire il suo tesoro, ed
accrescere le sue armate senza angariare i suoi popoli[1]. In distanza
di tre in quattro marcie da Roma aveva stabilite due colonie di soldati
saraceni de' quali si era guadagnato l'amore, e ne' quali assai
confidava perchè stranieri al timore delle censure e delle scomuniche
papali. S'aggiungevano a tutti questi vantaggi la sua profonda
conoscenza della politica romana, perchè, cresciuto da fanciullo in
mezzo agl'intrighi, aveva appreso a schermirsene; e, nelle sue frequenti
controversie colla Chiesa, egli era divenuto così poco scrupoloso che
adoperava qualunque mezzo, purchè creduto utile ai suoi progetti. Nato
italiano, aveva in Italia più partigiani che mai ne avesse avuto alcun
altro imperatore; e per la debolezza de' grandi feudatarj, la sua
influenza era cresciuta a dismisura ne' ducati di Toscana, di Spoleti e
di Romagna. Nè mancava di partigiani nella stessa Roma, la quale, come
le altre città che formavano in allora lo stato della chiesa, cercava di
rendersi libera col tener viva la rivalità fra i due capi del
cristianesimo; onde, lungi dal favorire gl'interessi del papa, questi
non poteva restarvi sempre con sicurezza. Per tali motivi Gregorio IX
occupavasi incessantemente di alzare una potenza in Italia che potesse
difenderlo; e risguardava la propria esistenza come dipendente da quella
della lega lombarda. Erasene perciò dichiarato il protettore; ma mentre
cercava col mezzo de' suoi emissarj di accrescerne il coraggio, non
voleva romperla così presto con Federico, o perchè la lega acquistasse
maggiore consistenza, o perchè non si vedesse dalla medesima costretto
ad abbandonare egli stesso la neutralità.
[1] _Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, l. XVI, c. 8, p.
537._
(1234) Da molti storici si dà colpa a Gregorio IX d'avere suscitato
contro Federico un rivale nella sua propria famiglia[2]. Del 1234 si
seppe in Italia che il giovane Enrico primogenito dell'imperatore, e già
da lui nominato re di Germania, disponevasi colà alla ribellione; e
seppesi poco dopo che teneva intelligenza coi deputati della lega
lombarda, e che i Milanesi avevangli promesso di mettergli in capo la
corona d'Italia che custodivasi in Monza, costantemente rifiutata a suo
padre. Intanto il papa non poteva prender parte in questa ribellione
senza rendersi doppiamente colpevole; poichè non solo avrebbe messe in
mano d'un figlio le armi contro al proprio padre, ma l'avrebbe fatto in
tempo che riceveva dal padre un servigio di grande importanza. Di fatti,
in questo stesso anno, essendo Gregorio costretto a fuggire da Roma, fu
visitato a Rieti da Federico che offerse sè ed i suoi soldati in ajuto
della Chiesa, e continuò tre mesi la guerra contro i rivoltosi
romani[3]. Vero è che non sarebbe questi stato il primo figlio che
Gregorio avrebbe armato contro il proprio padre. Il Rainaldi ci conservò
negli Annali ecclesiastici una bolla diretta dallo stesso papa l'anno
1231 ai due signori da Romano, ordinando loro di dare essi medesimi il
loro padre Ezelino II in mano del tribunale dell'inquisizione, se non
rinunciava all'eresia[4].
[2] _Galvan. Flam. Manip. Flor. c. 264, p. 671, E. t. XI. — Ann.
Mediol. c. 5, t. XVI, p. 644. — Corio p. II, p. 97. b._ — Potrebbe
darsi che questi tre storici si fossero copiati l'un l'altro, non
essendo contemporanei. Nella lettera in cui Federico parla di questa
ribellione al re di Castiglia, non accusa il papa. _Petri de Vineis
l. III, c. 26, p. 439._
[3] _Chron. Richardi de s. Germano, p. 1034._
[4] _Raynald. An. Eccles. ad an. 1231, § 22, p. 379._
(1235) Ad ogni modo qualunque siano state le segrete pratiche di
Gregorio per determinare Enrico alla ribellione, quando in sul
cominciare del susseguente anno Federico partì per recarsi in Germania
onde ricondurre suo figlio al dovere, il papa assecondò gli sforzi
dell'imperatore, scrivendo ai prelati della Germania per esortarli a non
favorire il ribelle[5]. Federico attraversò l'Adriatico da Rimini ad
Aquilea, ed entrò senz'armata in Germania, assicurato da tutti i
principi dell'Impero della loro fedeltà[6]. Lo stesso Enrico si vide
costretto a domandar grazia, e venuto a Worms a gettarsi al piedi del
padre, il quale lo mandò prigioniero in Puglia dopo di averlo dichiarato
decaduto dalla corona di Germania. Questo giovane principe, la di cui
istoria è coperta d'impenetrabili oscurità, non sortì più di prigione,
ove morì pochi anni dopo. Attestano alcuni ch'egli si meritò questa
perpetua prigionia con nuovi attentati; altri danno colpa a Federico
d'aver trattato il figliuolo con eccessivo rigore[7].
[5] _Raynal. Annal. Eccles. ad annum 1235, § 9, p. 423. — Vita
anonim. Gregorii IX, p. 581, t. III Rer. Ital._
[6] _Richardi de s. Germano Chronic. p. 1036. — Giannone l. XVII, c.
I, p. 552 e 553._
[7] Federico scrisse al clero di Sicilia deplorando la morte di suo
figliuolo, e raccomandandolo alle loro preghiere. «Per acerbo che
sia il dolore, egli dice, cagionato ai padri dalle trasgressioni dei
figliuoli, punto non iscema quello ancora più acerbo, che fa provare
la natura, allorchè si perdono.» _Petri de Vineis Epist. l. IV, c.
I, p. 543._
Non era supponibile che l'imperatore perdonasse ai Milanesi il delitto
del figliuolo, ed i pericoli cui era stato esposto; e quand'anche
avess'egli potuto dimenticare la loro offesa, Ezelino III da Romano
prendevasi cura di ricordargliela, e di eccitarlo alla vendetta. In un
altro capitolo abbiamo avuto opportunità di parlare della famiglia da
Romano e della rivalità d'Ezelino II col marchese d'Este. Ezelino III,
cui il suo secolo diede il soprannome di feroce, fisserà più lungo tempo
i nostri sguardi. Una lunga vita, talenti straordinarj, sommo coraggio,
furono da costui impiegati a stabilire una tirannide, quale l'Italia e
forse il mondo non avevano ancora veduta. L'arte con cui seppe usurpare
la sovranità in mezzo a' repubblicani gelosi della loro libertà, i
delitti commessi per conservarla, la sua grandezza, la sua caduta,
meritano d'essere studiate dagli uomini nemici della crudeltà e della
tirannide, potendo ricavarne importanti ammaestramenti.
Ezelino II dopo avere lungo tempo diretta la parte ghibellina nella
Marca Trivigiana, dopo avere ottenuti sorprendenti successi, ed avere
estesi i dominj di sua famiglia su quasi tutto il territorio posto alle
falde dei monti Euganei, erasi dato alla divozione, ed, abbandonato il
mondo, aveva divise le sue sostanze tra i suoi figliuoli. Siccome dava
voce d'essersi assoggettato a penitenze monastiche, venne chiamato
Ezelino il _monaco_[8], quantunque effettivamente avesse abbracciate le
opinioni dei Paterini o Pauliciani, che alcun tempo dopo provocarono
contro di lui le censure della Chiesa. Egli aveva due figli; Ezelino III
cui aveva dato i castelli posti tra Verona e Padova, ed Alberico,
investito dei feudi del contado trivigiano. Fino del 1232 aveva Federico
accordato ai due fratelli un diploma che li dichiarava sotto la speciale
sua protezione, ed a dir vero niun altro signore lombardo aveva maggiori
diritti al favore dell'imperatore[9].
[8] _Rolandini de factis in March. Tarvis. l. II, c. 6, p. 186._
[9] Riferito da Gerardo Maurizio, che l'aveva ottenuto egli
medesimo, _p. 35_.
Alberico conservò lungo tempo la più alta influenza sulla repubblica di
Treviso; ma siccome egli aveva strascinata questa città a dividere il
suo odio contro i signori da Camino, i più potenti gentiluomini guelfi
del territorio, questi si posero sotto la protezione della città di
Padova, una delle principali della lega lombarda, dichiarandosi suoi
cittadini; e col suo appoggio forzarono finalmente i Trevigiani a
rinunciare alla parte ghibellina per unirsi alla guelfa[10]. Ezelino
ebbe più costante il favore della sorte: la città di Verona era
governata da un senato composto di ottanta consiglieri scelti tra la
nobiltà che si rinnovavano ogni anno; e l'elezione del 1225 fu in modo
favorevole ai signori da Romano, che i Montecchi (che così chiamavansi i
loro partigiani) ne approfittarono per eccitare una sedizione, col
favore della quale cacciarono di città Riccardo, conte di san Bonifacio,
capo del partito guelfo. Il senato, dominato dal partito ghibellino,
affidò ad Ezelino i poteri di podestà col nuovo titolo di capitano del
popolo[11]. Dopo tale epoca la repubblica si governò sotto l'influenza
del signore da Romano, quantunque per lungo tempo ancora Ezelino fosse
abbastanza avveduto per non cambiare le forme della sua amministrazione.
Soltanto del 1236 egli persuase i Veronesi a ricevere nella loro città
guarnigione imperiale sotto pretesto di rendere più sicuro il partito
ghibellino. Queste truppe, poste da Federico sotto gli ordini d'Ezelino,
giovarono maravigliosamente a consolidarne il potere[12].
[10] _Rolandini l. III, c. 8, p. 205._
[11] _Vita Com. Ricciard. de s. Bonifacio p. 125. — Parisius de
Cereto Chronic. Veronense p. 624._
[12] _Chron. Veronens. p. 628._
Le città di Cremona, Parma, Modena e Reggio eransi da lungo tempo già
dichiarate per la parte ghibellina, avevano abbracciata l'alleanza di
Ezelino, e con lui formavano una federazione opposta alla lega lombarda;
per cui trovavasi questa divisa in tre parti senza sicura comunicazione:
cioè da una parte Milano, Brescia, Piacenza e le meno importanti città
del Piemonte; dall'altra Bologna colle città della Romagna, e finalmente
nella Marca, Padova, Treviso e Vicenza. Se le due comuni di Mantova e
Ferrara, la prima delle quali era influenzata dal conte di san
Bonifacio, l'altra dal marchese d'Este, si mantenevano fedeli alla lega,
avrebbero assicurata la comunicazione tra le sparse membra, che tanto
importava di riunire; ma la costituzione delle repubbliche della Marca e
di qualunque altra, ove un capo di parte poteva acquistare molta
influenza, non era propria a guarentire la stabilità dei consigli, o la
costanza dei cittadini.
Niun altro governo offre la storia, che abbia più delle aristocrazie ben
costituite dato prove di maraviglioso coraggio e d'irremovibile
costanza. Il senato di Sparta, quelli di Roma e di Venezia sostennero
sempre l'avversa fortuna con più nobilità che non fecero mai le
assemblee popolari di Atene o di Firenze. Un governo aristocratico,
forse con pregiudizio del resto della nazione, giugne ad innalzare
l'anima d'una classe privilegiata: ma ciò non si ottiene che assicurando
a questa classe dominante tutti i vantaggi della libertà, e tutti ancora
quegli affatto illusorj dell'eguaglianza, che più degli altri abbagliano
l'immaginazione. Uomini che, senza regnare, possono vantare non esservi
nell'umana razza un solo uomo loro superiore; uomini che al di sopra di
sè medesimi non vedono che l'Essere degli Esseri, e la regola delle
leggi immutabili e astratte al pari di esso; questi uomini sentono più
di tutt'altri il sentimento dell'umana fierezza, e sono capaci di forza
straordinaria, di grandi sagrificj, di grandi virtù. L'emulazione tra
gli eguali innalza il loro spirito; nè l'obbedienza che li rende degni
del comando, nè il comando che li prepara all'ubbidienza, gli avvilisce
giammai.
Ma quanto possono essere grandi i nobili, tutti fra di loro eguali,
d'una ben costituita aristocrazia, altrettanto piccoli sono d'ordinario
i nobili della seconda classe in uno stato oligarchico. La nascita può
bene dar loro un titolo al disprezzo dei loro inferiori, ma non ad
essere superbi della propria indipendenza, perchè anch'essi soggetti ad
altri. Piccoli tiranni ne' proprj castelli, e vili cortigiani presso i
nobili di primo ordine, hanno tutti i vizj dei despoti, e la viltà degli
schiavi; e non riconoscono le distinzioni della nascita che per
abbassare sè ed i loro subalterni al di sotto dell'umana dignità.
Da una tale oligarchia erano in allora governate le repubbliche della
Marca Trivigiana: la loro costituzione ammetteva la nobiltà, ma non era
fatta per la nobiltà; perciocchè la possanza di alcuni nobili non era
proporzionata nè con quella degli altri, nè con quella del rimanente
dello stato. Nondimeno i potenti cercarono sempre di conciliare l'onore
colla subordinazione; si studiarono di nascondere la vergogna attaccata
alla condizione di loro soggetti; e per traviare l'opinione, fecero
credere che l'intero abbandono di sè medesimi al servigio altrui avesse
in sè qualche cosa di veramente cavalleresco. I nobili nelle monarchie,
i gentiluomini di second'ordine nelle oligarchie mal conformate,
riputarono perciò sempre gloriosa cosa il sagrificarsi per il padrone,
quasi che il solo nome di padrone non fosse un obbrobrio per colui che
ubbidisce. Ogni città della Marca aveva tra i suoi cittadini qualche
signore feudale potente quasi al paro della stessa città; tutti gli
altri gentiluomini poi, deboli isolatamente in faccia alla nazione, che
per altro disprezzavano, brigavano il favore di questo nobile più
potente, siccome cosa di loro gloria[13]. Di qui aveva origine la
debolezza di tutti i consigli, l'incertezza delle parti, ed il costante
sacrificio del pubblico al privato interesse.
[13] Ne sia prova l'avvilimento e la venalità di Roberto Maurisio,
un nobile di second'ordine addetto ad Ezelino. Si mostra tale in
tutta la storia ch'egli scrisse, e più chiaramente a _pag. 45_.
Federico II, cedendo alle istanze di Ezelino da Romano entrò in Italia
per la valle Trentina, e giunse in Verona il 16 agosto del 1286 con tre
mila cavalli tedeschi. Dopo avere ingrossata la sua armata col partito
de' Montecchi diretto da Ezelino, s'innoltrò al di là del Mincio. Le
truppe di Cremona, Pavia, Modena e Reggio lo stavano colà aspettando.
Con sì ragguardevole ajuto entrò ne' distretti di Mantova e di Brescia,
che pose a fuoco ed a sangue.
La città di Padova, la più potente delle tre repubbliche guelfe della
Marca Trivigiana, ed a cui era appoggiata in questo lato la sorte della
lega, governavasi in allora da un monaco don Giordano, priore di san
Benedetto, risguardato qual santo, e che sapeva, colle sue prediche,
riscaldare il coraggio de' cittadini[14]: il podestà era Ramberto
Ghisilieri di Bologna; come lo era di Vicenza il marchese d'Este. I due
comuni formarono di concerto l'ardito progetto d'attaccare il distretto
di Verona mentre Ezelino si trovava coll'imperatore: ma avvertito
Federico dell'avvicinarsi della loro armata, si portò sopra Vicenza con
tanta speditezza, che giunse inaspettato fino alle porte della città
prima che il marchese d'Este ed i Padovani potessero darle soccorso[15].
I Vicentini atterriti, e trovandosi privi de' più bravi loro soldati
ch'erano all'armata, posero una debole resistenza: le loro porte furono
atterrate, la città saccheggiata, i cittadini incatenati senza
distinzione; e lo stesso storico Gerardo Maurisio, quantunque venduto ad
Ezelino ed ai Ghibellini, fu tre giorni strascinato quasi nudo per le
strade dai Tedeschi che gli avevano saccheggiata la casa. Perdette
allora tutti i suoi beni, e perfino i suoi libri, che non potè in
seguito riavere che coi soccorsi ottenuti dagli amici.
[14] _Rolandini l. III, c. 9, p. 207._
[15] _Gerardus Maurisius, p. 44 e 45. — Ant. Godius Civ. Vicent. p.
82. — Mon. Patav. p. 675. — Rolandin. p. 207._
(1237) Dopo questa conquista, Federico riprese la strada dell'Allemagna
ov'era chiamato dalla guerra che aveva importantissima con Federico,
duca d'Austria; affidando le truppe, che lasciava in Italia, ad Ezelino,
il quale seppe destramente approfittare dei successi ottenuti dal
monarca. Padova, spaventata dalla sciagura di Vicenza, abbandonava le
redini del governo a sedici de' suoi principali gentiluomini[16]; ed in
pari tempo in una radunanza generale nel palazzo nazionale, Azzone VII,
marchese d'Este, riceveva dalle mani del podestà lo stendardo del
comune, ponendo in suo arbitrio la difesa della Marca. Ma la maggior
parte de' sedici gentiluomini pur dianzi eletti erano segretamente
addetti alle parti ghibelline; e mentre il marchese tornava ad Este per
provvedere alla sicurezza delle proprie terre, il podestà non tardò ad
avvedersi che i suoi consiglieri erano entrati in negoziati coi nemici
della loro patria. Questo bravo magistrato non si scoraggiò in così
difficile circostanza, ed avendo chiamati i sedici consiglieri, chiese
loro, secondo il costume d'allora, di giurare ubbidienza a' suoi ordini.
Da ciò appare, che nelle più difficili circostanze di pericolo della
patria, veniva affidata al primo magistrato una quasi dittatoria
autorità. I consiglieri prestarono il chiesto giuramento in mano allo
storico Rolandino, a quel tempo guardasigilli del comune; ma quando
Ghisilieri ordinò loro di recarsi all'indomani mattina a Venezia e di
presentarsi a quel doge, col di cui mezzo conoscerebbero i nuovi ordini
del comune, un solo ubbidì, e tutti gli altri si ripararono nelle loro
fortezze, che fecero ribellare al partito guelfo.
[16] _Roland, l. III, c. II, p. 209._
La fuga de' principali nobili accrebbe lo scoraggiamento del popolo, il
quale andava ripetendo nelle pubbliche piazze che una città abbandonata
dai più ragguardevoli cittadini dev'essere come una nave in balìa dei
venti; che in tal modo non governavasi Venezia, la sola delle città
italiane in cui i nobili ed il popolo non avessero separati interessi.
Per dare soddisfacimento ai gentiluomini e riavvicinare i due partiti,
l'assemblea del popolo destituì il podestà Ghisilieri nominando in sua
vece Marino, dell'illustre famiglia de' Badoeri di Venezia; ma mentre i
Padovani ondeggiavano irresoluti, il marchese d'Este fece separata pace
coll'imperatore e con Ezelino, per cui duecento soldati padovani che
custodivano varie rocche, furono fatti prigionieri. Invano Marino
Badoero alla testa delle milizie della città rispingeva il 23 febbrajo
Ezelino e gl'imperiali che volevano far l'assedio di Padova, che anche
questo nuovo podestà fu forzato di ritirarsi[17]. I gentiluomini
ghibellini, poi ch'ebbero ripigliata l'amministrazione del comune,
s'affrettarono di mandare deputati ad Ezelino, offrendogli di riceverlo
in città, che dichiaravano sottomessa all'imperatore, a condizione che
le fosse guarentito il godimento della sua libertà, e liberati senza
taglia tutti i prigionieri. Ezelino non curavasi delle condizioni,
purchè in qualunque modo ottenesse d'entrare in Padova, già destinata
capitale de' suoi nuovi dominj. Si notò che quando ne prese il possesso
alla testa delle truppe imperiali, curvatosi sul suo palafreno, e
gettato indietro il caschetto di ferro, baciò le porte della città: nè
questo era certo il pegno della sua riconciliazione cogli uomini che
allora si erano a lui sottomessi.
[17] _Rolandini l. III, c. 16, p. 213._
Credevasi dai più che Ezelino avrebbe accettata la carica di podestà; ma
convien dire che incominciasse a risguardarla come al di sotto delle
nuove sue pretensioni. Incaricato da un consiglio, affatto ligio al suo
volere, di scegliere questo magistrato, ricusò da prima, con finta
modestia, di farlo a nome di tutto il popolo[18]; poi cedendo alle
comuni istanze, indicò il conte di Teatino, napoletano, uomo a lui
subordinato. Fece in appresso ordinare dalle tre repubbliche di Padova,
Vicenza e Verona, che, per la sicurezza del partito ghibellino,
prenderebbero al loro soldo delle truppe dell'imperatore, cioè cento
Tedeschi e trecento Saraceni. In tal guisa egli s'assicurò d'una gran
guardia sempre armata, e che solo dipendeva da lui.
[18] _Rolandinus l. IV, c. I, p. 215._
Intanto molti Guelfi eransi chiusi nel castello di Montagnana, ch'essi
avevano afforzato; i quali pretendevano di essere i legittimi
rappresentanti del comune di Padova, perchè erano i soli rimasti
indipendenti dal tiranno. Attaccati da Ezelino, lo respinsero
gagliardamente, quantunque combattessero sotto i suoi ordini molti
soldati tedeschi e saraceni: ma egli seppe giovarsi di questa resistenza
per assodare il suo potere in Padova. Il podestà chiese ostaggi alle
famiglie de' gentiluomini e de' cittadini che sapevansi favorevoli al
partito guelfo; in appresso adunò, senza distinzione di partito, le più
potenti persone della città, e quelle che potevano avere maggiore
influenza sui loro concittadini, e pregò tutti a dare una prova del loro
amore per la pace, e della loro sommissione all'imperatore,
allontanandosi soltanto per pochi giorni dalla città; assicurandoli in
pari tempo essere questa l'unica via di smentire le calunniose voci che
s'andavano spargendo sul conto loro, alle quali voci per altro egli non
dava alcuna fede. In fatti circa venti de' più illustri cittadini di
Padova ritiraronsi a Fontaniva, a Carturio, a Cittadella ed in altri
castelli loro indicati da Ezelino, e tutti vicini alle sue terre. Pochi
giorni dopo, senza che nulla se ne sapesse in Padova, li fece tutti
sostenere e chiudere nelle proprie fortezze o in quelle del regno di
Napoli[19]. Quando si seppe la cosa in Padova, molti cittadini risolsero
di sottrarsi colla fuga alla crescente tirannia; ma ogni volta
ch'Ezelino veniva avvisato della fuga di una famiglia, ne faceva
abbattere le torri e smantellare le case. Scrive Rolandino, che in sul
finire del dominio di questo tiranno più della metà de' palazzi di
Padova altro non erano che un mucchio di rovine.
[19] _Rolandin. l. IV, c. 3, p. 216._
Ezelino teneva gli occhi aperti per impedire ogni tumulto popolare, che
in poche ore avrebbe potuto annientare la sua potenza. Egli non si
conteneva dall'aggravare il giogo, avendo solamente riguardo di non
farlo in modo che, eccitando tutto ad un tratto lo sdegno del popolo,
non gli si porgesse occasione di prendere le armi.
Il priore di san Benedetto, don Giordano, che da quel pulpito, su cui
predicava ai cristiani, aveva lungo tempo governata la repubblica,
trovavasi in città e poteva ad ogni istante illuminare il popolo sulle
pratiche di Ezelino. Il tiranno non trascurava in ogni occasione di
mostrare il più profondo rispetto per questo ecclesiastico. Un giorno
gli mandò alcuni suoi cavalieri, pregandolo da sua parte a venire a
palazzo per consigliarlo intorno ad un affare di somma importanza. Il
priore li seguì, e montato sopra un cavallo che lo aspettava alla porta,
venne condotto al castello d'Ezelino, ove rimase lungo tempo
prigione[20]. Intanto tutti i più valorosi cittadini padovani dovettero
ascriversi alla sua milizia; ed in tal modo le loro braccia ed il loro
coraggio servirono di sostegno a quella tirannia ch'essi avrebbero
potuto rovesciare[21].
[20] _Rolandin. l. IV, c. 4. p. 218._ — Può ancora leggersi intorno
allo stabilimento della tirannia Gerardo Maurisio, creatura del
tiranno che termina la sua storia a quest'epoca _p. 47-50_: come
pure Lorenzo de' Monaci, _Ezelinus III, p. 141_; ma questi non fece
che copiare il Rolandino.
[21] Ezelino III era capo del partito ghibellino, e dichiarato
nemico della corte di Roma, la quale rovesciò sopra di lui e della
sua casa tutti i suoi fulmini perchè il più potente mantenitore dei
diritti dell'impero in Italia: fu bensì di carattere feroce, e che
non guardava troppo minutamente se i mezzi che impiegava per
giugnere a' suoi fini fossero sempre onesti, ma non in ogni parte
così scellerato uomo, quale ci viene rappresentato dallo storico
Rolandino, e da altri scrittori affatto ligi alla parte guelfa.
Siccome il nostro autore non ebbe forse sott'occhio l'accurata
storia che della famiglia degli Ezelini da Romano pubblicò,
corredata di rari documenti, il sig. abate Verci, non dispiacerà a
chi legge la presente opera di vedere accennate le ragioni che ci
devono rendere circospetti nel prestar fede agli storici guelfi.
Era troppo facile cosa che in un tempo in cui due contrarie fazioni
avevano divise tutte le città di Lombardia, anche le storie dettate
da scrittori contemporanei si risentissero della parzialità
dell'autore. Il Muratori, che più d'ogni altro doveva conoscere i
vizj delle cronache italiane, osserva ne' suoi annali, all'anno
1258, che in particolare gli storici guelfi alterarono la verità
secondo la passione che li dominò. Bastava a costoro che Ezelino si
rendesse colpevole di qualche clamorosa esecuzione capitale per
rappresentarlo come il più crudele tiranno che mai esistesse, senza
farsi carico dei motivi che potevano averlo determinato ad insevire
contro i suoi nemici, e senza contrapporre ai suoi delitti le sue
virtù. L'autore della cronaca piacentina confessando la sua
crudeltà, ne trova l'origine ne' tradimenti de' suoi sudditi:
_Propter multas proditiones quas invenit in subditis suis, et alias
quas acriter puniebat, dicitur ipsum fuisse tirannum sævum et
crudelissimum. Sc. Rer. It. t. XVI, p. 470._ «Del rimanente, fu
Ezelino sempre fiero contro i nemici, ma verso gli amici affabile,
mansueto e benigno; nelle promesse fedele, ne' proponimenti stabile
e costante, maturo nel discorso, ne' consigli prudente, in ogni più
arduo affare saggio e circospetto; e finalmente in tutte le sue
azioni compariva un egregio e nobile cavaliere.» Tale è il carattere
che ci lasciò di Ezelino non uno storico ghibellino, ma Pietro
Gerardo, monaco padovano, del partito guelfo, da cui non dissentono
il Godi e Galvano Fiamma, che pure lo maltrattarono quanto seppero.
E venendo agli storici delle susseguenti generazioni, Giovanni
Basilio lo dice: _peritissimus rei militaris fuit, et virtute et
prudentia singulari._ Il Bologni: _Ezelinus innumerabilia quoque
virtutis exempla praestitit_; e l'accuratissimo Bonifacio nella sua
storia trivigiana asserì «essere degno Ezelino per le sue crudeltà
di gran biasimo, ma che fu uomo chiarissimo per la cognizione
dell'arte militare, e merita d'essere ricordato come grande e
valoroso principe.»
Il Brunacci nella storia MS. della Chiesa di Padova, ed il canonico
Avogaro nella nuova raccolta d'opuscoli _t. X, p. 179_ rivendicarono
dottamente Ezelino dalle ingiuste imputazioni de' suoi nemici;
dietro ai quali ne fece una ben ragionata Apologia nel _l. VI_ della
storia della famiglia da Romano l'abate Verci. I suoi dotti
apologisti distinguono le sue azioni in due epoche, avanti la presa
di Padova, e dopo; e lo dimostrano nella prima epoca, cioè fino
all'età di 43 anni, assai meno feroce che nella seconda, quando
esacerbato dalle continue congiure e dalle invettive che contro di
lui facevano i frati ne' loro sermoni, diventò assai più crudele che
prima non era.
Altronde se vorremo con occhio imparziale esaminare i modi tenuti
dagli altri signori e dalle repubbliche di que' tempi contro i
nemici, non accuseremo di enormi crudeltà il solo Ezelino. Lo
storico Rolandino, tanto parziale degli Estensi, racconta che quando
il marchese Azzo prese dopo lungo assedio il castello della Fratta,
furono messi a fil di spada uomini, donne, piccoli e grandi, in modo
che que' miseri abitanti furono tutti disfatti. Leggasi la sentenza
decretata nel maggior consiglio della città di Treviso contro
Alberico da Romano fratello di Ezelino, e contro la di lui moglie e
figli, in forza della quale quell'infelice signore fu barbaramente
ucciso, dopo avergli scannati in sugli occhi ad uno ad uno la
consorte e sei figli, tra i quali uno ancora in fasce; e poi si dica
se Ezelino fu il più crudele di tutti gli uomini. _N. d. T._
Mentre una delle più potenti città dell'Italia settentrionale, una città
costantemente attaccata al partito della libertà, cadeva sotto al giogo
di un tiranno, quelle del centro della Lombardia preparavansi a far
fronte all'invasione di Federico II. Questo monarca rientrò in Italia in
agosto del 1237, alla testa di due mila uomini di cavalleria tedesca, e
fu incontrato nelle vicinanze di Verona da dieci mila Saraceni, che
aveva fatti venire dalla Puglia. Nel distretto di Mantova ingrossava la
sua armata coll'unione di tutti i Ghibellini lombardi; e Mantova ed il
conte di san Bonifacio, spaventati da tanto apparecchio di forze, gli si
sottomisero[22].
[22] _Roland, l. IV, c. 4 p. 218. — Ricciardi Comitis sancti
Bonifacii vita, p. 130._
L'imperatore entrò in seguito nel distretto di Brescia, e dopo quindici
giorni d'assedio prese Montechiari ed alcuni altri castelli di minore
importanza; poi s'avanzò al mezzogiorno di Brescia in quella parte del
suo territorio che l'Oglio divide dal distretto di Cremona. I Milanesi
cogli ausiliari di Vercelli, d'Alessandria e di Novara eransi accampati
presso Manerbio, ov'erano coperti da un piccolo fiume e da una palude;
perchè vedendo l'imperatore di non poterli vantaggiosamente attaccare in
tale posizione, nè obbligarli ad abbandonarla, marciò lungo l'Oglio fino
a Pontevico, ove passò il fiume, dando voce che andava a prendere i
quartieri d'inverno a Cremona, e che colà licenzierebbe le sue truppe
fino all'aprirsi della nuova stagione.
I Milanesi credettero terminata la campagna ingannati dalle notizie
sparse ad arte dal nemico e corroborate dall'avvicinamento dell'inverno:
onde passarono l'Oglio anch'essi per ritornare a Milano, attraversando
il paese di Crema; ma quando giunsero a Corte nova si videro con estremo
stupore prevenuti dall'armata imperiale. Rinvenuti però ben tosto dalla
loro sorpresa, sostennero coraggiosamente l'impeto dei Saraceni e de'
Tedeschi; e quantunque dopo una lunga resistenza il rimanente
dell'armata fosse affatto sbaragliato, la compagnia detta de' _forti_,
cui era affidata la custodia del Carroccio, restò immobile nella sua
posizione finchè venne la notte a separare i combattenti.
Nulladimeno questa compagnia, solo avanzo d'un'armata distrutta, non
poteva sperare di sostenere una seconda battaglia all'indomani, che
Federico non avrebbe mancato di dare. La strada di Milano che attraversa
il Cremasco, era già presa dalle truppe imperiali; conveniva dunque
rimontare l'Oglio fino al distretto di Bergamo, che l'armata aveva prima
attraversato per entrare nello stato di Brescia. Riflettendo che in così
avanzata stagione il terreno reso molle dalle piogge avrebbe ritardata
la marcia del Carroccio, i bravi Milanesi risolsero di spogliarlo essi
medesimi di tutti i suoi ornamenti, ed in tale stato abbandonatolo tra i
carri del bagaglio, si misero in cammino nel cuore della notte.
Federico, fatto giorno, non tentò pure d'inseguirli, ma scoperto il
Carroccio tra i carri abbandonati, lo fece trionfalmente condurre a
Cremona come nobile testimonio della sua vittoria; e poco dopo lo mandò
al senato ed al popolo romano con sue lettere che ci sono state
conservate, nelle quali egli magnifica questo glorioso avvenimento[23].
Il Carroccio venne collocato in un ricinto del Campidoglio, ove fino al
1727 veniva indicato da un monumento in marmo[24].
[23] _Petri de Vineis Epist. l. II, c. I. p. 250._
[24] _Murat. Antiqu. Med. Aev. Diss. XXVI, t. II, p. 491._
Speravano i fuggitivi milanesi d'essere in luogo di sicurezza tostochè
giugnessero nel distretto bergamasco; ma i Bergamaschi che in principio
della guerra avevano domandato di starsi neutrali, si dichiararono
contro i vinti quando conobbero la sorte della battaglia. Molti Milanesi
furono nella loro fuga imprigionati o trucidati; altri in maggior numero
sarebbero infallibilmente periti, se Pagano della Torre, signore della
Valsassina, non veniva incontro ai fuggiaschi, e non li accoglieva ne'
suoi feudi facendoli passare per le gole del suo dominio. Egli fece
curare i feriti, e provvide ai bisogni di tutti; e quando gli parve
tempo, li accompagnò egli medesimo fino nel loro territorio. Quest'atto
di benificenza fu la prima cagione della grandezza della sua casa. Il
popolo di Milano si mostrò lungo tempo riconoscente, e pose in
compromesso la sua libertà piuttosto che parere ingrato verso di così
nobile famiglia[25].
[25] Intorno a questa parte della storia di Milano, e della lega
lombarda ho consultati: _Galvan. Flamma Manip. Florum, c. 269, 270.
p. 673. — Annal. Mediol. t. XVI, c. 8. p. 645. — Jacob. Malvecius
Chron. Brixian. c. 125. p. 909._ Questi è breve e poco
soddisfacente. — _Chron. Parm. t. IX, p. 767. — Monach. Patav.
Chronic. t. VIII, p. 677._ — Nulla trovasi nel _Chron. Placent._
benchè la città di Piacenza avesse molta parte in questa guerra _t.
XVI, p. 593_. — _Campi Cremona Fedele, l. II, p. 52. — Corio, delle
historie di Milano p. II, p. 98. — Conte Giulini, memorie della
città e campagna di Milano t. VII, l. L, LII, p. 515.-525._
Diverse sono le opinioni degli storici intorno alla perdita sofferta dai
Milanesi in questa fatale giornata. I loro scrittori la portano a due in
tre mila uomini tra morti e feriti; le lettere dell'imperatore ne
contano dieci mila. Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia e
podestà di Milano, cadde anch'egli in potere degl'imperiali; e Federico
con una barbarie affatto impolitica, dopo averlo fatto strascinare in
diverse prigioni della Puglia, lo fece morire sopra un palco. La
repubblica di Venezia più non seppe perdonare all'imperatore questa
crudele offesa, e dopo tale epoca si unì alla lega lombarda, cui per lo
innanzi erasi rifiutata di prender parte.
(1238) Federico prese i suoi quartieri d'inverno a Cremona, ma per non
rimanere ozioso tutto quell'inverno, visitò Lodi e Pavia, che,
quantunque sempre fedeli al partito imperiale, non avevano fin ora osato
di prendere a suo favore le armi per timore della soverchiante potenza
de' Milanesi. Passò da Pavia a Vercelli, che pure ricondusse alla sua
ubbidienza; e non è improbabile che in quel momento di terrore si
staccassero dalla lega ed abbracciassero almeno in apparenza le parti
ghibelline, anche le altre città del Piemonte, cioè Tortona,
Alessandria, Novara, Asti, Torino e Susa[26]. E per tal modo la
federazione lombarda trovossi ridotta a quattro sole città, Milano,
Brescia, Piacenza e Bologna, le quali pure non mostravansi aliene
dall'entrare in trattati coll'imperatore: ma avendo questi domandato che
si sottomettessero senza condizioni all'autorità imperiale, i loro
cittadini gli fecero rispondere che speravano di morire colle armi in
mano, piuttosto che coprirsi di tanta infamia.
[26] Enumerando queste città convien dire che l'autore risguardasse
alla presente condizione di Tortona, Alessandria, Asti ec., perchè
altrimenti non potrebbero dirsi piemontesi. _N. d. T._
I primi chiamati a dar prove della loro costanza furono i Bresciani.
Federico, così consigliato da Ezelino, il 3 agosto circondò Brescia
d'assedio colle truppe che aveva raccolte in Germania, ov'erasi recato
in primavera: assedio non meno notabile di quelli sostenuti contro
Federico Barbarossa da Tortona, Crema, Alessandria e Milano, durante il
quale per lo spazio di sessanta giorni nè gli assediati diedero minori
prove di coraggio, nè gli assedianti di perseveranza e di crudeltà.
L'arte della guerra aveva dopo Federico I fatti notabili progressi, e le
macchine adoperate da Klamandrino, ingegnere de' Bresciani, erano assai
più complicate di quelle che si videro a' tempi della prima guerra
lombarda. Ma l'assedio di Brescia non fu circostanziatamente descritto
che da Giacomo Malvezzi, storico bresciano, che fioriva in sul
cominciare del secolo decimoquinto[27]; e nel suo racconto non troviamo
quella perfetta conoscenza de' costumi e de' tempi, che rende
interessanti le più minute particolarità, ed esclude ogni sospetto
d'invenzione. In questo periodo di tempo i Lombardi non hanno storici
coetanei, onde siamo costretti di passare rapidamente sugli avvenimenti
loro, e di cercare la descrizione dei costumi e degli uomini nelle
storie della Marca Trivigiana, che furono dettate da coloro ch'ebbero
parte, o furono testimonj delle cose colà accadute.
[27] _Jacobus Malvecius in Chron. Distinct. VII, c. 128. t. XIV. p.
911._
In ottobre, vedendo Federico che l'assedio progrediva troppo lentamente,
e che i Milanesi, trovandosi la sua armata tutta intorno a Brescia, ne
approfittavano per battere a ritaglio i Ghibellini di Pavia e di Lodi,
risolse di abbruciare le sue macchine e di ritirarsi a Cremona. Questa
prima perdita, che si risguardò come una prova della debolezza del
partito imperiale, ravvivò il coraggio delle città guelfe, e procacciò
loro nuove alleanze. Il papa, dichiarossi loro protettore, e Venezia e
Genova stipularono un trattato d'alleanza col papa e colle città della
lega contro l'imperatore, i di cui ambasciatori dovettero partire da
Genova senza ricevere il giuramento di fedeltà, che Federico chiedeva a
quella repubblica.
Intanto nella Marca Trivigiana erasi riaccesa la guerra tra Ezelino ed
il marchese d'Este. Il primo, spalleggiato dalle milizie delle tre più
potenti città della Marca, aveva omai spogliato il marchese di tutte le
sue fortezze, e forzatolo a chiudersi in Rovigo: ma per quanto si
trovasse Ezelino avanzato nel favore di Federico, non ottenne però mai
che questa privata contesa si risguardasse come una guerra dell'Impero.
Anzi quando Federico venne a Padova, ove soggiornò gran parte
dell'inverno, invitò alla sua corte il marchese, e diè segno di volerlo
riconciliare con Ezelino. Fece fare solenni nozze tra Rinaldo figlio del
marchese, ed Adelaide figliuola d'Alberico da Romano, com'era stato
progettato da frate Giovanni da Vicenza; e parve avere divisa la sua
confidenza fra i due capi dell'opposto partito. Nondimeno Ezelino faceva
dalle sue spie osservare coloro che frequentavano la casa del marchese,
i quali furono altrettante vittime destinate al supplicio dopo la
partenza dell'imperatore.
(1239) Mentre Federico riceveva in Padova non dubbie prove della
divozione di quegli abitanti, ebbe notizia che Gregorio IX lo aveva, in
pieno concistoro, scomunicato. Siccome vedeva di non potere impedire che
questa sentenza non venisse tra poco a notizia de' Padovani, fece egli
medesimo raunare tutti i cittadini nella sala de' consigli generali, ove
stava preparato il suo trono, sul quale ascese con tutto il fasto
conveniente della dignità reale, mentre il suo cancelliere Pietro delle
Vigne, posto al suo fianco, alzossi per arringare il popolo. Scelse per
testo del sermone due versi d'Ovidio:
_Leniter ex merito quidquid patiare, ferendum est;_
_Quæ venit indigne pœna, dolenda venit._
Perchè di que' tempi costumavasi anche nelle dicerie profane di
cominciare con un testo. Pietro delle Vigne, applicando il suo
all'imperatore, dichiarò in suo nome, che s'egli si fosse meritata la
sentenza di scomunica, non sarebbesi rifiutato di confessare il suo
fallo avanti al popolo, e di sottomettersi al giudizio della Chiesa; ma
chiamando lo stesso popolo testimonio dell'ingiusto procedere del
pontefice, e passando in rivista le allegazioni cui appoggiavasi la
scomunica, si studiò di provarne la falsità.
Il papa, dopo aver rimproverato a Federico la sua empietà ed
incredulità, entrando nei particolari, lo accusava d'avere in Roma
suscitate ribellioni contro la santa sede, d'avere oppresso il clero e
perseguitati gli ordini mendicanti ne' suoi dominj, d'avere spogliate le
mense vescovili delle loro entrate, e finalmente d'avere occupato terre
e stati, dipendenti unicamente dalla Chiesa[28].
[28] La bolla di scomunica viene riportata ed illustrata negli _Ann.
Eccl. Raynaldi 1239, p. 475_.
Andava unita alla scomunica una bolla che scioglieva i sudditi dal
giuramento di fedeltà, ed assoggettava all'interdetto i luoghi abitati
dall'imperatore. Non ignorava Federico l'influenza di tali sentenze sul
cuore dei Guelfi, onde incominciò subito ad avere sospetti i due
principali signori di questo partito, il marchese d'Este ed il conte di
san Bonifacio, ch'egli aveva chiamati alla sua corte. Per assicurarsi
di loro, chiese al primo di dargli in mano come ostaggio suo
figlio Rinaldo colla consorte Adelaide; inchiesta che gli riuscì più
pregiudicievole di tutto quanto poteva temere dalla cattiva disposizione
de' Guelfi; perciocchè Alberico da Romano, forse di già ingelosito
dell'ingrandimento del fratello Ezelino, si chiamò oltremodo offeso,
vedendo condotta in Puglia come ostaggio sua figlia che lo stesso
imperatore aveva maritata con Rinaldo d'Este; ed unitosi al signore da
Camino, di cui fino a tal epoca era stato nemico, si ritirò con lui a
Treviso, e rivoltò la città contro Federico. In appresso mentre
l'imperatore marciava coll'armata alla volta di Lombardia, avendo al suo
seguito il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, un amico loro
che godeva la piena confidenza dell'imperatore, passandosi la mano a
traverso la gola, fece loro comprendere che si volevano decapitare[29].
Trovavansi in quel punto presso ai bastioni di san Bonifacio: spronarono
i cavalli, e precipitandosi in quel castello, ne fecero chiudere le
porte; e per quante istanze venissero lor fatte da Pietro delle Vigne a
nome di Federico, non vollero più sortire. E per tal modo gran parte
della Marca si andava inimicando all'imperatore: il marchese d'Este
ricuperava una dopo l'altra le terre toltegli da Ezelino, il quale,
credendosi alfine talmente stabilito in Padova da poter gustare
impunemente il piacere delle più atroci vendette, faceva decapitare
sulla pubblica piazza i più potenti gentiluomini, e morire tra le fiamme
o sopra un vergognoso palco gl'infelici cittadini che sospettava
attaccati alla causa della libertà. Diciotto di questi sgraziati
perirono in un solo giorno nel prato _della valle_ di Padova[30].
[29] _Rolandini l. IV, c. 13, p. 229._
[30] In settembre del 1259. _Rolandini l. IV, c. 15, p. 232._
Trattanto l'imperatore aveva condotta la sua armata nel territorio di
Bologna, ove consumò parecchi mesi nell'assedio di alcune rocche: di
dove si volse contro i Milanesi senza ottenere verun decisivo vantaggio.
L'infelice esito dell'assedio di Brescia non era la sola causa dello
scoraggiamento di Federico, e della guerra debolmente tratta in
Lombardia. Questo principe dava fede alle predizioni degli indovini ed
ai calcoli dell'astrologia giudiziaria, non movendo mai la sua armata se
prima un astrologo non aveva determinato il preciso istante della
partenza dietro accurata osservazione delle stelle. Allorchè, avvisato
della ribellione di Treviso, disponevasi alla marcia per sottometterla,
un eclissi del sole lo rimosse dall'impresa[31]. Forse un egual motivo
lo consigliò ad abbandonare la Lombardia per isvernare in Toscana; e
forse credette a ragione che gli si convenisse di avvicinarsi ai suoi
stati delle due Sicilie, ed alla corte di Roma.
[31] _Ibid. c. 13. p. 229._
Egli fissò il suo soggiorno in Pisa, città che godendo d'una intera
libertà sotto la protezione imperiale, abbracciava caldamente tutti
gl'interessi della casa di Svevia. Nuovi semi di discordia
incominciavano a dividere quegli abitanti, che all'imperatore importava
troppo di spegnere in sul loro nascere, perchè aveva bisogno di opporre
le flotte pisane a quelle delle repubbliche di Genova e di Venezia sue
nuove nemiche. Il possesso della Sardegna era la cagione principale
delle fresche discordie.
Nel primo capitolo di questa storia abbiamo osservato che l'isola di
Sardegna, dominata dai Mori, era stata conquistata dai Pisani, e che le
sue province furono divise tra i gentiluomini di Pisa, i Gherardeschi, i
Sardi, i Cajetani, i Sismondi ed i Visconti. Dopo tale epoca le cronache
di Pisa sono inesatte ed oscure, e niun lume ci somministrano le sarde.
I gentiluomini pisani stabiliti nell'isola rinunciarono presso che tutti
al nome del loro casato per prendere quello della propria giudicatura;
lo che rende assai difficile il distinguere gli uni dagli altri. Solo
alcuni genealogisti avrebbero potuto avere interesse a rischiarare
queste tenebre, ma le accrebbero invece colle favole e colle
supposizioni; di modo che l'amministrazione di quelle signorie, e la
successione dei loro sovrani, feudatari dei Pisani, forma forse la più
oscura parte della storia italiana de' secoli di mezzo. I papi
accordarono a vicenda protezione ai più deboli di questi signori; e
perchè la loro protezione non era gratuita, si arrogarono a poco a poco
un diritto di supremo dominio su tutta l'isola. Tosto che questa
pretensione ebbe qualche apparente fondamento, Innocenzo III, l'anno
1206, pretese che i Pisani rinunciassero ai diritti ed ai titoli che
avevano sopra la Sardegna, e fece sposare l'erede di Gallura ad uno de'
suoi cugini[32].
[32] _Raynaldi an. 1206. § 36. p. 149._
Tra i cittadini che si opposero con maggior fermezza alla domanda del
papa, si notarono i Visconti, nobile famiglia pisana, che nulla aveva di
comune con quella di Milano. Morto Innocenzo, due fratelli di questa
famiglia, Lamberto ed Ubaldo[33], armarono a proprie spese alcune
galere, e sprezzando le scomuniche della Chiesa, mossero guerra ai
piccoli signori ch'eransi dichiarati feudatari della santa sede, e
ricuperarono così varie signorie che pretendevano di loro pertinenza. In
tempo di questa guerra, che si prolungò almeno diciotto anni, Lamberto
morì, ed Ubaldo, rimasto solo, chiese in isposa Adelaide marchesana di
Massa, ed erede delle giudicature di Gallura e delle Torri, ch'egli
riclamava come dominj di sua pertinenza, e che omai aveva quasi
interamente riconquistate. Gregorio IX, ch'era parente d'Innocenzo III,
e perciò ancora della erede di Gallura, approvò questo maritaggio che
rendeva la pace alla Sardegna, ed assodava le pretensioni della Chiesa
sopra quest'isola. Ubaldo fu assolto dalle censure; ed in contraccambio
egli riconobbe la sovranità del papa sulla Sardegna, ed abiurò quella di
Pisa[34].
[33] _Anno 1218._
[34] Nel 1237.
Poichè si ebbe a Pisa sentore di questo trattato tanto pregiudicievole
alla repubblica, l'indignazione fu universale. I conti della Gherardesca
furono i primi a protestare contro la defezione di Ubaldo; e tutto il
casato de' Visconti si credette obbligato a sostenere il suo capo: e
perchè questo capo aveva contratta alleanza col papa, abbracciò in corpo
le parti della Chiesa, mentre i Gherardeschi si strinsero sempre più a
quelle dell'Impero. L'opposizione fra il titolo di Conti e il nome di
Visconti, che distingueva le due famiglie rivali, passò alle due
fazioni. Quindi in Pisa chiamaronsi i Ghibellini la parte dei Conti, ed
i Guelfi quella dei Visconti. L'un partito e l'altro presero le armi e
si fecero un'accanita guerra finchè la presenza di Federico ristabilì la
pace.
In questo frattempo essendo morto Ubaldo Visconti, Federico fece sposare
la sua vedova ad Enrico o Enzio[35], uno de' suoi figli naturali,
dandogli il titolo di re di Sardegna, senza pregiudizio però dei diritti
che aveva sull'isola la repubblica di Pisa, e per quanto sembra, senza
che Enzio visitasse mai il suo regno[36]. Invece di spedirlo in
Sardegna, lo creò vicario imperiale in Lombardia, affidandogli il
comando delle truppe allemanne e saracene per rinnovare la guerra contro
i Milanesi[37].
[35] Gl'Italiani chiamarono questo principe _Enrico._ Probabilmente
il suo nome era _Hause_ o sia _Giovanni._
[36] _Flaminio del Borgo, dissert. IV, dell'istoria Pisana p.
178-185._
[37] Parte di questo diploma viene riferito da Giorgio Giulini:
_Memorie della campagna di Milano l. LII, t. VII, p. 529._
Federico che aveva approfittato dell'inverno per rappacificare Pisa, per
formare una nuova armata, e ravvivare lo zelo de' suoi partigiani,
tostochè la stagione permise di trar fuori le truppe, invase il dominio
della Chiesa, e si avvicinò a Roma. Molte città dell'Umbria, tra le
quali Foligno e Viterbo, si dichiararono per il partito dell'imperatore;
ed in seguito gli aprirono le porte, Orta, Città Castellana, Sutri e
Montefiascone. Gli stessi Romani sembravano proclivi ad abbracciare la
causa di Federico; quando Gregorio, avvisato del vicino suo pericolo
dalle grida del popolo, facendosi precedere dal legno della vera croce e
dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo, sortì in processione dal suo
palazzo, accompagnato da tutti i cardinali, e trasportò queste reliquie
alla basilica vaticana, benedicendo la gente che si affollava sul suo
passaggio, ed invitandola a prendere le armi per difendere la Chiesa.
Così imponente processione attraversò Roma in tutta la sua
lunghezza[38], sedando dovunque recavasi i movimenti de' Ghibellini, e
riscaldando l'entusiasmo del popolo. Intanto i frati di san Domenico e
di san Francesco spargevansi in tutte le chiese e predicavano la
crociata contro Federico, pubblicando le stesse indulgenze che prima non
erano accordate che ai crociati di Terra santa. I preti, ottenutane la
dispensa dal papa, si crociarono e presero le armi prima degli altri, ed
in un sol giorno Gregorio adunò sotto i suoi ordini un'armata abbastanza
formidabile per non aver più timore di tutta la potenza di Federico.
Questi, perduta ogni speranza di occupar Roma, si ritirò nella Puglia;
ma adontato in modo nel vedere inalberata la croce contro di lui, che
condannò alla morte tutti coloro che avevano indosso questo segno di
odio contro la sua persona, o di ubbidienza alla Chiesa.
[38] Pare che allora il papa soggiornasse nel palazzo di Laterano,
lontano più di tre miglia dal Vaticano.
I nemici di Federico non predicavano la crociata per la sola difesa di
Roma. In Lombardia un'armata guelfa e crociata, condotta da un legato,
assediò Ferrara, ov'erasi chiuso Salinguerra, capo in questa città del
partito ghibellino. Questo vecchio ottuagenario che aveva lungo tempo
difesa la sua patria, venne imprigionato a tradimento in una conferenza,
e mandato a Venezia, ove morì cinque anni dopo in carcere[39]. La città
di Ferrara che da molti anni sacrificava la sua libertà allo spirito di
partito, dopo aver ubbidito al capo dei Ghibellini Salinguerra, più come
a principe che come a cittadino, accordò lo stesso potere al marchese
d'Este capo della parte guelfa. Vent'anni più tardi i nobili di Ferrara
trasmisero la sovranità al figlio del marchese con questa strana
formola, «che sottomettevano alla sua volontà la decisione del giusto e
dell'ingiusto.» Dopo tale epoca Ferrara più non deve risguardarsi come
una repubblica. È bensì vero che per istabilire una simile tirannia si
dovettero esiliare quasi mille cinquecento famiglie, e dividerne i beni
tra i loro nemici, onde attaccarli alla difesa del nuovo governo.
[39] _Rolandini, l. V, c. I. p. 233. — Chronicon. parva Ferrariens
t. VIII, p. 484._
Federico tentò di far risguardare l'animosità di Gregorio IX contro di
lui come una lite personale che non doveva turbare il riposo della
Chiesa. Gregorio, per l'opposto, pretendeva di proscrivere Federico agli
occhi del mondo cristiano. A quest'oggetto adunò un concilio a san
Giovanni di Laterano per il giorno di Pasqua del susseguente anno, al
quale chiamò i vescovi francesi con lettere del mese d'agosto. La
sollecitudine colla quale questi prelati si apparecchiavano al viaggio
di Roma, li mostrava affatto ligi al papa; onde Federico previde
apertamente che avrebbero sanzionata la scomunica papale, e che i suoi
partigiani, scoraggiati dall'inimicizia di tutta la Chiesa, lo avrebbero
un dopo l'altro abbandonato. Determinato d'impedire ad ogni patto
quest'adunanza che poteva essergli fatale, Federico scrisse a tutti i
sovrani d'Europa «che non permetterebbe giammai l'unione di un concilio
che dalle stesse lettere di convocazione appariva destinato non a
rendere la pace alla Chiesa, ma bensì a suscitare una crudel guerra
contro il capo del cristianesimo.» In pari tempo ordinò a tutti i suoi
partigiani di Lombardia che si opponessero al viaggio dei prelati. Era
sicuro di quasi tutta la Toscana; e perchè non rimanessero aperte le
strade della Romagna, prese a fare l'assedio di Faenza, che ad
istigazione dei Bolognesi erasi ascritta alla lega lombarda. La città si
difese ostinatamente tutto l'inverno; ma Federico se ne rese padrone in
sul cominciare di primavera.
(1241) Frattanto, a seconda degl'inviti di Gregorio, i prelati francesi
eransi recati a Nizza, ove furono ricevuti da due cardinali legati del
papa, il quale aveva loro fatta allestire a Genova una flotta di
ventisette galere per trasportarli per mare fino alle foci del Tevere.
La repubblica di Genova erasi a quest'epoca così caldamente impegnata
nel partito della Chiesa, che mentre era costretta di battersi alle
frontiere della Liguria col marchese Pelavicino e Martino d'Eboli, che
gli avevano mossa guerra in nome dell'imperatore; mentre il suo podestà
conteneva nell'interno le famiglie ghibelline dei Doria, degli Spinola e
dei Volta, essa mandava a Nizza le sue galere a prendere i prelati che
andavano al concilio[40]. Invano gli ambasciatori Pisani giunsero in
marzo a Genova per rimuovere que' cittadini da tale spedizione: invano,
ammessi in consiglio, rappresentarono, che l'alleanza contratta
coll'imperatore obbligava i Pisani ad opporsi al viaggio de' prelati, e
ad attaccarli ovunque li trovassero; fu loro risposto che la repubblica
di Genova, essendosi dedicata ai servigi del papa, non lascerebbe per
verun titolo di difendere con tutte le sue forze la libertà della Chiesa
e la fede cristiana, e di proteggere i prelati cristiani, ai quali aveva
promessa la sua assistenza.
[40] _Continuatio Caffari Annal. Genuensium Barthol. Scribae l. VI.
p. 485_, e seguenti.
In fatti non fu appena repressa una sedizione eccitata nella città dal
partito ghibellino, che la flotta genovese, già di ritorno da Nizza,
ripartì alla volta di Ostia sotto la condotta di Giacomo Malocello,
portando a bordo molti vescovi francesi. Intanto Federico aveva fatti
armare in Sicilia tutti i suoi bastimenti da guerra, i quali si unirono
in Pisa alle galere della repubblica, delle quali aveva il comando il
conte Ugolino Buzzacherino, cittadino pisano, della famiglia Sismondi,
come le navi di Federico erano sotto gli ordini di Enzio suo figliuolo.
La flotta ghibellina si pose tra la Meloria e l'isola del Giglio, ove il
giorno tre di maggio si vide a fronte la flotta genovese, che,
quantunque alquanto inferiore di forze, non rifiutò l'incontro. La
battaglia fu lunga ed accanita, ma i Ghibellini riportarono infine la
più completa vittoria. Di ventisette galere genovesi tre colarono a
fondo, e diecinove furono prese, restando prigionieri quattro mila
Genovesi, i due cardinali, i vescovi e deputati al consiglio: i primi
furono condotti in Sicilia, gli altri a Pisa, ove vennero chiusi nel
capitolo della cattedrale e caricati di catene d'argento per testificar
loro anche nella cattività qualche sorta di rispetto. Immenso fu il
bottino dai vincitori trasportato in città, dicendosi che il denaro si
divise collo stajo tra i Pisani ed i Napoletani[41].
[41] _Raynaldi ann. 1241. § 54. p. 509. — Caval. Flaminio del Borgo,
dissert. IV, p. 206_, con molte scritture originali. — _Barthol.
Scribae contin. Caffari Annal. Genuens. l. VI, p. 485. — Cronache di
Pisa di B. Marangoni. Supp. ad Scrip. Rer. Ital. t. I, p. 499. —
Petri de Vineis Epistolae l. I, cap. 8. p. 115. — Ricordano
Malespini istor. Fiorentina cap. 128. p. 962. — Paolo Tronci Annali
Pisani p. 190._
La disfatta della flotta guelfa si pubblicò da Federico come un
manifesto giudizio della provvidenza in suo favore. Pure i Genovesi che
non avevano mai avuta una così terribile rotta, e che inoltre furono
subito dopo attaccati dai Ghibellini per terra e per mare, non si
avvilirono punto, e furono i primi a mandare conforti al papa
sull'infortunio de' prelati, scongiurandolo a sostenere coraggiosamente
la libertà della Chiesa. «Dal più grande fino al minor cittadino, gli
scrivevano, tutti abbiamo dedicato le nostre vite ed i nostri beni a
vendicare una così crudele ingiuria, ed a difendere la fede santa di
Dio, e non avremo riposo finchè non vengano liberati i vostri
fratelli.... Sappia la beatitudine vostra che i cittadini di Genova
risguardano come cosa di nessuna importanza il danno sofferto; e che,
messo da banda ogni altro affare, lavorano indefessamente a fare nuovi
vascelli e ad armarli.... Quindi colle ginocchia piegate supplichiamo
vostra santità, per il sangue di Gesù Cristo che voi rappresentate in
terra, di non dar troppo valore all'infortunio da noi sofferto, e di non
abbandonare la nobil causa che avete fin ora sostenuta[42].»
[42] La lettera viene riportata per disteso dal Raynaldo all'anno
1241. § 60 e 63. È scritta in nome di Guglielmo Sordo podestà, e del
consiglio e comune genovese.
Intanto il papa scriveva ai sovrani del cristianesimo per interessarli a
suo favore, come ai prelati prigionieri per consolarli nel loro
infortunio; ed in pari tempo non trascurava la difesa di Roma e del suo
territorio contro un nuovo attacco di Federico, che essendosi guadagnato
nel sacro collegio Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, aveva
col suo mezzo fatti ribellare alla santa sede i feudi di Colonna,
Lagosta, Preneste, Monticello, ec., mentre occupava colle armi Tivoli,
Alba e Grottaferrata. Ma il vecchio pontefice non potè sopportare tanti
travagli, e morì in Roma il 21 agosto del 1241, tre mesi e mezzo dopo la
fatale rotta della flotta de' suoi alleati[43].
[43] Una vita di questo pontefice fu scritta da un anonimo, e
conservata tra quelle del cardinale di Arragona. _Scrip. Ital. t.
III, p. 575._ Ma questa vita è dettata con tanto fiele contro
Federico, e con un così affettato stile, che riesce penoso il
leggerla, difficile il darle fede.
(1242) Dopo la morte di Gregorio, la sede pontificia vacò quasi due
anni; perchè appena può risguardarsi come un interrompimento
dell'interregno il pontificato di Celestino IV, milanese, prima chiamato
Goffredo da Castiglione, il quale non sopravvisse che dieciotto giorni
all'elezione. Il sacro collegio trovavasi ridotto a pochissimi
cardinali: dieci soltanto intervennero all'elezione di Celestino IV, e
non più di sei o sette potevano entrare in conclave dopo la sua morte. E
perchè per essere uno eletto papa deve avere in suo favore due terzi dei
suffragi, bastava a Federico d'avere tre partigiani tra i cardinali per
impedire ogni elezione che non fosse di suo aggradimento: talchè dopo
così accanita guerra riusciva quasi impossibile agli elettori il
mettersi d'accordo[44]. Del resto Federico ascrive ad altre non meno
verosimili cagioni la loro irresolutezza: il loro piccol numero li
avvicinava tutti in maniera al trono pontificio, che niuno di loro
sapeva rinunciare alla speranza di occuparlo. Per metterli d'accordo,
l'imperatore loro rimproverava nelle sue lettere il torto che facevano
alla Chiesa, e queste lettere erano tali che giammai altro principe non
ne aveva scritte di simili ad un conclave[45]. «A voi, diceva loro,
figliuoli di Belial; a voi figliuoli d'Effrem, greggia di dispersione
indirizzo queste parole; a voi, cardinali che siete colpevoli del
conquasso del mondo intero; a voi che siete mallevadori dello scandalo
di tutto l'universo, ec.» Questa lettera è probabilmente posteriore alle
negoziazioni per un trattato di pace, che Federico intavolò senza
effetto colla Chiesa. Quando conobbe di non potersi appacificare colla
Chiesa, nemmeno quand'era senza capo, fece ricominciare le sospese
ostilità nella campagna di Roma. Intanto più occupato del grand'affare
dell'elezione del nuovo papa che della sommissione della lega lombarda,
la lasciò molti anni in pace, o a dir meglio l'abbandonò alle
dissensioni di cui aveva in se medesima i semi.
[44] _Raynald. 1241. § 85. p. 514. e 1242. § 1. p. 515. — Matteus
Parisius hist. Angliae, an. 1242. p. 518._
[45] Questa lettera trovasi nella raccolta di quelle di Pietro delle
Vigne, _l. I, c. 17. p. 138._ ed in _Raynaldus ad ann. 1242, § 2, p.
515_.
La potenza di alcuni gentiluomini che eransi usurpati la tirannide nella
loro patria o nelle vicine città, moveva l'ambizione di tutti gli altri.
Treviso era soggetto ad Alberico da Romano; Padova, Vicenza, Verona a
suo fratello Ezelino; Ferrara al marchese d'Este; Mantova al conte di
san Bonifacio, e Ravenna aveva lungo tempo ubbidito a Paolo Traversari.
Tale era il furore delle fazioni, che all'esaltamento di una famiglia
doleva assai più la caduta del partito guelfo o ghibellino, che la
perdita della libertà. I nobili potenti speravano che le repubbliche che
tuttavia duravano, sarebbero un giorno o l'altro loro preda; ed i nobili
di second'ordine avevano la viltà di accontentarsi delle cariche che il
favore de' nuovi principi lasciava loro sperare. In quella città per
altro ove i nobili erano più eguali, quest'ordine procurava non già di
darsi un padrone, ma di ristringere l'oligarchia e di allontanare
affatto il popolo dal governo. La discordia tra i patrizj ed i plebei si
manifestò in Milano l'anno 1240. Pretendevano i primi di far rivivere
l'antica legge de' Lombardi, che limitava il compensamento di un
omicidio ad una piccola somma di danaro, cioè a sette lire e dodici
soldi di terzuoli[46]. Il popolo risguardava questa legge come fatta
contro di lui, e come quella che metteva a troppo vil prezzo il capo di
un plebeo. Lagnavasi inoltre, perchè ne' tempi in cui la repubblica
andava soggetta a spese considerabili, i nobili si liberavano da
qualunque imposta ritirandosi ne' loro castelli; e perchè, malgrado le
fresche leggi che dividevano con perfetta eguaglianza tra i due ordini
le magistrature dello stato, e le dignità della chiesa, i nobili soli ne
usurpassero tutte le cariche. Onde per sottrarsi ad un giogo che
diventava ogni giorno sempre più insopportabile, il popolo risolse di
eleggere un protettore; e Pagano della Torre, signore della Valsassina,
che aveva, dopo la rotta di Cortenova, salvata parte dell'armata
milanese, parve l'uomo più degno di occupare questa carica[47]. E per
tal modo mentre il popolo attaccava i privilegi della nobiltà, non
rinunciava al vantaggio che un'illustre nascita poteva dare alla sua
causa, e sceglieva un nobile per tribuno della democrazia.
[46] Dietro il peso della moneta milanese, di cui devo la notizia
alla gentilezza del conte Luigi Castiglione; io valuto la lira di
terzuoli di quel tempo a quindici franchi tornesi, ossia sette lire
e dodici soldi a lir. 114 di Francia.
[47] La casa della Torre di Milano pretende essere un ramo di quella
di _Latour d'Auvergne_. Ma i suoi genealogisti non si appagarono di
tale origine. Gli annali di Milano fanno rimontare i Della Torre ai
tempi di sant'Ambrogio, _c. 12. p. 649_. Il Corio li fa discendere
da un bastardo di Ettore, chiamato Franco, _p. II, p. 100_.
Finalmente un monaco che non voleva essere soverchiato, ascende in
retta linea da Pagano fino ad Adamo. _Presso il Giulini, p. 544._
Dall'altra banda i gentiluomini milanesi scelsero per loro capo un uomo
straordinario, Leone di Perego, frate eloquente dell'ordine de'
Francescani, che di que' tempi, secondo raccontano quasi tutti gli
storici, si era da sè medesimo eletto arcivescovo, valendosi della piena
facoltà che gli aveva dato il capitolo di scegliere un nuovo prelato,
siccome ad uomo di provata santità ed alieno da pensieri ambiziosi[48].
Frate Leone da quest'epoca in poi abbracciò i pregiudizj
dell'aristocrazia con quella violenza di cui era capace la sua anima di
fuoco, comunicò tutta la sua energia al proprio partito, e lo sostenne
in mezzo alle disgrazie colla sola forza del suo carattere.
[48] _Ann. Mediol. Anonimi, c. 11-13, t. XVI, p. 649. — Galvaneus
Flamma Manip. Flor. c. 273-275, t. XI, p. 677 — Conte Giulini
Memorie t. VII, l. LII, p. 542-555. — Corio storia di Milano, p. II,
p. 100-102._
Indipendentemente dalle discordie civili, l'animosità delle città, le
une contro le altre, bastava per tener viva la guerra in tutta la
Lombardia, senza che l'imperatore vi prendesse parte. Ma i piccoli
vantaggi ottenuti dai Milanesi contro i Pavesi, dai Bresciani contro i
Veronesi, dai Genovesi contro i ribelli di Savona e di Albenga,
d'Ezelino contro il marchese d'Este, non possono descriversi minutamente
che nelle particolari storie di quelle città. Nondimeno questa piccola
guerra non fu di leggier vantaggio alla parte guelfa, poichè queste
contese furono cagione che si unissero alla lega lombarda i marchesi di
Monferrato, del Cerreto e della Ceva, e le città di Vercelli e di
Novara.
(1243) Finalmente il conclave, dopo lunghe deliberazioni[49], si accordò
a collocare sulla cattedra di san Pietro Sinibaldo del Fiesco, uno de'
conti di Lavagna, cardinale di san Lorenzo in Lucina, che prese il nome
d'Innocenzo IV. Benchè non si sappia qual parte avesse Sinibaldo ne'
pubblici affari prima di essere eletto papa, raccontano tutti gli
storici ch'egli godeva dell'intima amicizia di Federico, e che fino a
tale epoca la casa de' Fieschi di Genova mostrossi attaccata al partito
ghibellino: ed è quindi facil cosa che andasse in parte debitore della
sua elezione ai partigiani dell'imperatore, i quali almeno festeggiarono
pubblicamente tale avvenimento. Parve che Federico prendesse parte alla
loro allegrezza; ma egli prevedeva troppo bene gli effetti di tanta
potenza sopra un cuore ambizioso, ed è noto aver detto con dolore ai
suoi confidenti: «Ho perduto uno zelante amico nel collegio de'
cardinali, e lo vedo trasformato in un papa che diverrà il mio più
crudele nemico[50].»
[49] Il 24 giugno.
[50] _Ricordano Malespini istorie fiorentine, c. 132, p. 964. —
Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 276, p. 680. — Raynaldus ad an. 1243,
§ 12, p. 525. — Flaminio del Borgo nella dissertazione IV, p. 239_,
confuta questo racconto colle più deboli ragioni del mondo.
Malgrado questo pronostico che non tardò a verificarsi, Federico fece
ogni sforzo per pacificarsi colla Chiesa col mezzo di questo nuovo
pontefice. Per felicitare Innocenzo sul di lui innalzamento al trono
pontificio, e per domandare la pace, gli mandò una solenne ambasciata
composta de' più illustri personaggi de' suoi stati, il suo
gran-cancelliere Pietro delle Vigne, il gran maestro dell'ordine
teutonico, ed Ansaldo de Mari, grande ammiraglio di Sicilia,
concittadino del papa, e come lui appartenente ad una casa ghibellina.
Gli fece dire d'essere disposto ad una compiuta sommissione,
proponendogli ad un tempo un glorioso parentado per la famiglia del
Fiesco[51], il matrimonio di una nipote del papa per Corrado suo
figliuolo ed erede presuntivo. Innocenzo dal canto suo mostravasi
desideroso della pace, per cui entrò volentieri a trattarne: ma egli
domandava che precedentemente alle concessioni della Chiesa, Federico
accordasse la libertà a tutti i suoi prigionieri, e le restituisse le
terre conquistate: l'imperatore invece chiedeva che la santa sede
desistesse dal proteggere i Lombardi, e richiamasse il legato che
predicava tra que' popoli la crociata contro di lui: e perchè niente
potè ottenere dal papa di quanto gli aveva chiesto, assediò Viterbo
ch'erasi di fresco ammutinato[52].
[51] _Nicolai de Curbio, postea Episcopi Assisinatensis vita
Innocenti IV, Script. Rer. Ital. t. III, c. 11. p. 592._
[52] A quest'epoca Riccardo di san Germano termina la sua storia.
Questo scrittore coetaneo indica mese per mese colla più scrupolosa
esattezza e sufficiente imparzialità gli avvenimenti del regno delle
due Sicilie. La sua lettura non arreca molto piacere, ma istruisce
assai; ed io mi sono più volte doluto che le repubbliche lombarde
non abbiano prodotto in questo secolo alcuno scrittore del suo
merito.
(1244) Le negoziazioni si ripresero o continuarono nel susseguente anno,
e sapendosi già ammessi tutti gli articoli più importanti, si sperò
vicina la pace. L'imperatore ed il papa perdonavano reciprocamente ai
partigiani della Chiesa e dell'Impero le vicendevoli offese fattesi
durante la guerra. Federico accettava la mediazione del papa per
terminare le precedenti sue dispute coi Lombardi; Innocenzo doveva
essere rimesso nel godimento di tutte le terre che la Chiesa possedeva
avanti alle prime ostilità; tutti i prigionieri dovevano essere
liberati, ed annullate tutte le confiscazioni[53]. Ma probabilmente il
papa non acconsentiva alle concessioni che egli faceva che per acquistar
tempo, perchè conosceva quanto pericolosa fosse la sua posizione in
Roma; e forse Federico disponevasi a rompere i trattati tostochè gli si
presentasse vantaggiosa opportunità di farlo, imperciocchè quando ancora
duravano, cercava di farsi nuovi partigiani in Roma e nel suo
territorio. Egli teneva pratiche coi Frangipani perchè gli cedessero le
fortificazioni che avevano innalzate nel Coliseo, ottenendo le quali
diventava padrone di una fortezza entro la stessa Roma; onde il papa non
vedevasi omai sicuro nella sua stessa capitale, e temeva inoltre
d'essere sorpreso dai soldati dell'imperatore quando recavasi nelle
città del dominio ecclesiastico, Anagni, Città castellana, o Sutri. Il
giorno sette di giugno erasi portato a Città castellana, per dare
l'ultima mano, come egli diceva, al trattato di pace; ma infatti perchè
aveva alcun tempo prima segretamente spedito a Genova un frate
francescano per procurarsi la protezione di questa repubblica sua
patria. Il 27 giugno ebbe, stando a Sutri, notizia dell'arrivo di
ventidue galere ben armate, che i Genovesi gli avevano mandato a Civita
Vecchia; perchè in sul far della notte partì quasi solo a cavallo
vestito da soldato, e camminò con tanta celerità che appena fatto giorno
giugneva in riva al mare, avendo fatto in quella breve notte di estate
trentaquattro miglia. Quando poc'ore dopo si sparse in Sutri la notizia
della fuga del papa, i suoi partigiani andavano dicendo che Innocenzo
aveva avuto avviso dell'avvicinarsi di trecento cavalli toscani, spediti
per prenderlo; ed il papa, giunto a Civita Vecchia, diceva lo stesso;
quantunque tale racconto mal s'accordasse coll'apparecchio d'una flotta
considerabile fatto molto tempo prima per venirlo a prendere a bordo.
[53] Il trattato viene riferito da Matteo Paris. _Historia Angliæ ad
ann. 1244, p. 554_, e da Oderico Raynaldo: _ad an. 1244, § 24-29, p.
530._
Innocenzo trovò sulle galere genovesi lo stesso podestà e tre conti del
Fiesco suoi nipoti, venuti ad incontrario. Ogni galera aveva sessanta
soldati e centoquattro marinaj d'equipaggio; e tutta la flotta era
apparecchiata ad una vigorosa difesa, quando fosse attaccata: ma il
podestà riponeva la sua maggior fiducia sul profondo segreto
conservatosi intorno a questa spedizione, di cui non aveva avuto notizia
che il consiglio di credenza. Trattavasi infatti di attraversare quello
stesso mare, ove tre anni avanti erano stati fatti prigionieri i prelati
francesi, che a bordo di un'altra flotta genovese andavano al concilio.
Federico in questo stesso tempo soggiornava in Pisa, e nel precedente
anno i Pisani con ottanta loro galere e cinquantacinque di quelle
dell'imperatore erano andati ad insultar Genova. Innocenzo non si
trattenne a Civita Vecchia più di ventiquattr'ore, per dar tempo ad
alcuni cardinali di raggiungerlo, di dove, col favore d'un gagliardo
vento favorevole, passò senza incontrare verun ostacolo tra le isole del
Giglio e della Meloria tanto funeste al suo partito, ed arrivò in cinque
giorni a Portovenere, e di là dopo cinque altri giorni entrò trionfante
in Genova in mezzo alle acclamazioni de' suoi concittadini: le galere
erano pavesate con drappi d'oro, e tutta la città partecipava della
gioja d'Innocenzo vedendolo fuori di pericolo[54].
[54] _Mathæus Parisius hist. Angliæ ad an. 1244, p. 560_, e presso
_Raynaldi_. — _Nicolaus de Curbio § 13 e 14, p. 592 v. in vita
Innocentii IV._ Nicola di Curbio era confessore e cappellano del
papa, e lo accompagnò nella sua fuga. — _Barthol. Scriba an.
Genuens. l. VI, p. 504. — Flaminio del Borgo diss. dell'istoria
Pisana p. 242 e seg._ Questo scrittore, producendo manoscritti fin
allora sconosciuti, ed attentamente esaminando le lettere di Pietro
delle Vigne, sparse molta luce e rese interessantissimo questo
tratto di storia.
Quando Federico ebbe avviso della fuga del pontefice, e seppe che a
Genova non aveva voluto ascoltare il conte di Tolosa che gli aveva
mandato con nuove proposte di pace, e che senza trattenersi in Italia
s'avviava verso Lione, attribuì ad altra cagione la di lui fuga ed il
vicendevole odio. Era stata ordita in Roma una congiura contro la vita
dell'imperatore: i frati francescani eransi addossato l'incarico di
corrompere i cortigiani del principe e que' signori di cui più si
fidava. Benchè questi frati fossero banditi dal regno, vi si recavano
travestiti per tener vive colpevoli corrispondenze; e quando furono
catturati i cospiratori e condannati a morte, tutti asserirono di non
aver agito che dietro gli ordini della santa sede[55]. Federico ebbe
quest'anno (1244) i primi indizj della congiura; e forse era vero che
aveva ordinato di fermare lo stesso papa, onde confrontarlo coi
colpevoli ch'egli aveva pur dianzi scoperti, allorchè questi si
sottrasse colla fuga a tale affronto.
[55] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10. p. 273._
Attraversando parte della Lombardia per recarsi da Genova a Lione, il
papa ridusse al partito guelfo le città di Asti e di Alessandria, che
presero parte alla lega. (1245) Giunto appena nella città che aveva
scelta per sua dimora, e postosi sotto la potente protezione di san
Luigi, convocò per la seguente festa di san Giovanni un concilio
ecumenico in Lione, ad oggetto, diceva egli, di assicurare la
Cristianità contro i Tartari, e soprattutto per sottomettere al giudizio
della Chiesa la condotta di Federico[56]. Ma senza aspettare la sentenza
che doveva pronunciare il concilio, rinnovò la scomunica fulminata
contro l'imperatore da Gregorio IX.
[56] Lettere di convocazione presso _Raynald. Ann. Eccles, 1245, §
1, p. 535_.
Intanto i vescovi d'Inghilterra, di Francia, di Spagna, ed anche alcuni
d'Italia e di Germania, adunavansi a Lione in numero di centoquaranta;
ed Innocenzo aprì il concilio nel convento di san Giusto il 28 giugno
del 1245. In tale occasione presentò al senato della Chiesa il prospetto
dei mali cui trovavasi la Chiesa esposta: ed era pur vero che i Latini
non eransi ancor trovati in più calamitosi tempi. Al nord i Tartari
Mogolli avevano invasa la Russia, la Polonia e parte dell'Ungheria.
L'Impero dei successori di Zengis[57] che comprendeva di già metà della
China, la Persia e l'Asia minore, minacciava omai d'ingojare tutta
l'Europa. Al mezzogiorno i Carismiani, cacciati dal loro paese dagli
stessi Mogolli, eransi resi padroni di Gerusalemme, ed avevano passato a
fil di spada la maggior parie dei Cristiani di Terra santa[58]. L'Impero
latino di Costantinopoli assalito da Vatace e dai Greci riducevasi alla
sola capitale, ed il sovrano di questa città mezzo deserta, per
sovvenire alla propria miseria, demoliva i palazzi de' suoi predecessori
per vendere il piombo ed il rame ond'erano coperti. Gli Occidentali,
malgrado il pericolo che loro sovrastava, non potevano unirsi per la
difesa della Cristianità, perchè la guerra tra il papa e l'imperatore
non permetteva loro di pensare a più lontane spedizioni, e perchè lo
zelo per le crociate d'Asia era omai spento, per essere promesse le
medesime indulgenze a colui che porterebbe le armi contro il capo
dell'Impero o contro i Musulmani; e perchè tutti i predicatori
apostolici indicavano di preferenza questa più facile strada dell'eterna
salute.
[57] Zengis regnò dal 1206 fino al 1227. L'anno 1235 un generale di
suo figlio intraprese la conquista del Nord. Veggasi _Gibbon c.
LXIV, vol. XI, p. 214._
[58] La perdita di Gerusalemme può in gran parte attribuirsi al
papa, che aveva sommosso questo regno contro Federico e suo figlio,
investendone Enrico di Cipro; lo che aveva cagionata una guerra
civile in uno stato di già troppo debole per difendersi. _Raynald.
ad. ann. 1246, § 52. p. 563._
Parlando dei pericoli della Chiesa, Innocenzo non si curò di ricordare
le colpe del suo capo; e per lo contrario attribuì a Federico tutte le
disgrazie e tutti i delitti, accusandolo di spergiuro, d'eresia,
d'empietà e di scandalosa unione coi Saraceni suoi sussidiarj, stabiliti
a Nocera.
Due deputati dell'imperatore, Tadeo di Suessa e Pietro delle Vigne,
eransi, d'ordine di Federico, recati al concilio per farne le difese.
Per altro il secondo, che aveva in tante altre circostanze date così
luminose prove della sua capacità, della sua facondia e del suo zelo,
tacque nella presente; e diede col suo silenzio apparente ragione a'
suoi emuli per metterlo in disgrazia del sovrano: ma Tadeo di Suessa,
escludendo le accuse date a Federico, dichiarò che questo principe non
altro aspettava che la sua riconciliazione colla Chiesa per portare le
armi contro gl'infedeli; che offriva al concilio tutte le forze del suo
Impero, della sua persona, ed i suoi tesori per difesa della fede; e
quando Innocenzo gli domandò quai mallevadori potrebbe dare di così
belle promesse, rispose Tadeo; i più potenti di Cristianità, i re di
Francia e d'Inghilterra. Noi non ci curiamo, replicò Innocenzo, d'avere
mallevadori gli amici della Chiesa, coi quali ella dovrebbe poi
inimicarsi qualunque volta il vostro padrone mancasse, com'è suo
costume, alle promesse[59].
[59] _Matteus Parisius hist. Angliæ; ad annum p. 580. — Raynald. ad
ann. § 27 e 28. p. 540. — Giannone istoria civile del regno, l.
XVII, c. 3. § 1. p. 578._
Il giorno 5 di luglio si tenne la seconda sessione del concilio.
Innocenzo rinnovò più circostanziatamente le sue accuse contro Federico,
e Tadeo le confutò nuovamente con non minore eloquenza che coraggio; al
rimprovero d'aver violati i trattati colla Chiesa, rispose esaminando ad
una ad una le supposte infrazioni; nel quale esame la condotta dello
stesso pontefice non andò esente da censura. Con minori risguardi trattò
ancora il vescovo di Catania ed un arcivescovo spagnuolo, che avevano
caldamente ridette le accuse del pontefice, dando loro a nome
dell'imperatore un'aperta mentita. Finalmente fece noto al papa ed al
concilio che Federico era già a Torino, disposto di venire a
giustificarsi personalmente; e fece calde istanze perchè fosse accordato
a questo principe un sufficiente termine per presentarsi all'assemblea.
Innocenzo rifiutò l'inchiesta, ed il concilio, ciecamente ligio, approvò
la risposta del suo capo. Nonpertanto mosso dalle istanze degli
ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, Innocenzo differì di dodici
giorni la seguente sessione, e l'assemblea aderì alla proposta del
pontefice. Informando il suo padrone dell'assoluto predominio esercitato
dal papa sull'assemblea, Tadeo di Suessa probabilmente lo sconsigliò dal
viaggio di Lione, onde Federico non si avanzò oltre Torino. Il 17 di
luglio si tenne la terza sessione senza che l'imperatore si presentasse.
Incominciando la sessione, Tadeo dichiarò a nome di Federico, che
qualunque si fosse la sentenza di un concilio composto di così piccolo
numero di vescovi, e senza l'intervento de' procuratari de' vescovi
assenti, di un concilio al quale la maggior parte de' sovrani d'Europa
non avevano mandati ambasciatori, appellava ad un altro più solenne e
più numeroso concilio.
Innocenzo, dopo avere confutata la protesta e l'appello di Federico e
del suo ministro, fece leggere la sentenza di scomunica ch'egli aveva
preventivamente scritta. Appoggiavasi alla mancanza di fedeltà di
Federico al papa, di cui era vassallo come re di Sicilia; alla rottura
della pace più volte stabilita colla Chiesa, alla prigionia sacrilega
dei cardinali e dei prelati che andavano al concilio di Roma; finalmente
all'essersi reso colpevole d'eresia, disprezzando le scomuniche
pontificie, e collegandosi coi Saraceni, de' quali aveva adottati i
costumi: e chiudevasi con queste notabili parole: «Noi dunque che,
quantunque indegni, rappresentiamo in terra nostro Signore Gesù Cristo;
noi, ai quali nella persona di san Pietro furono dirette queste parole:
_tutto ciò che voi avrete legato in terra, sarà legato in cielo_; noi
abbiamo deliberato coi cardinali nostri fratelli, e col sacro concilio
intorno a questo principe resosi indegno dell'Impero, de' suoi regni e
di ogni onore e dignità. A motivo de' suoi delitti e delle sue iniquità
Dio lo rifiuta, e più non soffre che sia re o imperatore. Noi lo
facciamo soltanto conoscere, e lo denunziamo essere, a motivo de' suoi
peccati, rigettato da Dio, privato dal Signore di qualunque onore e
dignità; e frattanto noi pure ne lo priviamo colla nostra sentenza.
Tutti quelli che sono a lui vincolati pel loro giuramento di fedeltà,
sono da noi a perpetuità assolti e resi liberi da tale giuramento,
vietando loro espressamente e strettamente colla nostra apostolica
autorità di non più prestargli ubbidienza come ad imperatore o re, o in
qualunque altro modo pretenda di essere ubbidito. Coloro che gli daranno
soccorso o favore, come ad imperatore e re, incorrono _ipso facto_ nella
scomunica. Quelli cui spetta nell'impero l'elezione dell'imperatore,
eleggano pure liberamente il successore di questo: e rispetto al regno
di Sicilia sarà nostra cura di provvedervi col consiglio dei cardinali,
nostri fratelli, come troveremo più conveniente[60].»
[60] Dato a Lione il 16 delle calende d'agosto, l'anno III
d'Innocenzo IV.
Mentre leggevasi questa carta, siccome i padri tenevano in mano una
candela accesa, che in segno d'esecrazione dovevano rovesciare per
ispegnerla, Tadeo di Suessa gridò, percuotendosi il petto: _questo è il
giorno della collera, il giorno delle calamità e della sciagura!_ ed
uscì dall'assemblea. Allorchè Federico ebbe avviso della sua
deposizione, gittò uno sguardo d'indignazione sulla folla che lo
circondava: «Questo papa, disse, mi ha dunque rigettato nel suo sinodo;
mi ha dunque privato della mia corona! ove sono i miei giojelli? mi si
rechino subito.» E facendo aprire la cassetta che racchiudeva le sue
corone, ne prese una e se la fermò in capo; indi alzandosi con occhi
minacciosi: «No, disse, la mia corona non è ancora perduta; nè gli
attacchi del papa, nè i decreti del sinodo hanno potuto levarmela; ed io
non la perderò senza spargimento di sangue[61].»
[61] _Math. Paris ad an. p. 586_ e seguenti; e presso _Raynald.
annal. 1245, § 58, p. 545_.
CAPITOLO XVII.
_Ultimi anni del regno di Federico II. — Assedio di Parma. —
Rivoluzioni in Toscana. — Tirannia d'Ezelino._
1245=1250.
La perseveranza dei papi nel perseguitare un intero secolo tutti i
principi della casa di Svevia fino all'epoca in cui l'ultimo rampollo di
questa sventurata ed illustre famiglia perì sopra un palco, è una cosa
tanto più notabile, in quanto lo spirito del cristianesimo aveva
cominciato ad addolcirsi; e le costumanze e le opinioni non
riconoscevano più la pretesa superiorità de' papi sul potere temporale.
Lo stesso monaco Matteo Paris, che minutamente descrisse le circostanze
del processo intentato a Federico avanti al concilio di Lione, assicura
che gli assistenti non l'udirono pronunciare senza stupore e
raccapriccio[62]. Da una parte i Pauliciani avevano scossa colle loro
prediche la credenza dell'infallibilità papale, specialmente nella
Lombardia, ov'eransi moltiplicati assai; e dall'altra il risorgimento
delle lettere non era meno contrario alla servitù imposta dalla
superstizione. Non si conoscevano allora che tre classi di letterati,
giureconsulti, grammatici e poeti, i quali tutti in fatto di religione
tenevano opinioni abbastanza liberali; e siccome erano da Federico
favoreggiati e protetti, abbracciavano quasi tutti la sua causa contro
la santa sede. Tra gli storici coetanei di questo principe o de' suoi
figli, molti, e forse i migliori sono apertamente ghibellini[63]. La
maggior parte de' gentiluomini che avevano colle azioni loro acquistato
qualche diritto alla pubblica opinione, il Salinguerra, i signori da
Romano, i marchesi Pelavicino e Lancia, stavano per Federico: la metà
delle città libere avevano anch'esse abbracciata la medesima causa; e
tra queste la potente repubblica di Pisa, che lo ajutava con tutte le
sue forze, disprezzava i fulmini del papa per servire l'imperatore.
Mentre così ragguardevole numero d'Italiani impugnavano il potere de'
papi di sciogliere e di legare in terra ed in cielo, fa meraviglia che
questi ardissero spingere all'estremo le loro pretese, arrischiando
tutto lo stato loro sopra un diritto contestato.
[62] _Math. Paris Hist. Angliae ad an. 1245, p. 586. Edit. Londin.
fol. 1684._
[63] Riccardo di san Germano, Nicola di Jamsilla, Corrado Abate
d'Ursperg, Nicola Speciale, Bartolomeo di Neocastro, Gherardo
Maurisio, l'autore della cronaca di Ferrara, ec.
Pare che i papi essendosi accorti dei singolari talenti de' principi
della casa Sveva, si proponessero di disertarli ad ogni costo, onde
imperatori così valorosi ed intraprendenti, rinforzati dai rapidi e
necessarj progressi delle opinioni già in voga, non rivendicassero i
diritti di cui la Chiesa gli aveva spogliati, e ristabilissero in Roma
la suprema loro autorità: autorità che non poteva ripristinarsi senza
distruggere l'indipendenza dei papi.
La santa sede entrando in così pericoloso conflitto, affidavasi
principalmente alla nuova milizia di fresco creata, che non l'abbandonò
ne' suoi bisogni; i due ordini de' Francescani e de' Domenicani. Il più
importante servigio che le rendessero, fu quello di sottometterle
completamente i vescovi ed il clero secolare, cambiando l'aristocrazia
ecclesiastica in un perfetto despotismo. Così adoperando eseguivano il
loro voto d'ubbidienza e s'uniformavano allo spirito de' loro fondatori.
Avevano essi sull'antico clero il doppio vantaggio del fanatismo e del
vigore della gioventù d'una recente istituzione; e con tale superiorità
di forze lo attaccarono e gli tolsero l'affetto dei popoli. I vescovi
erano in modo assoggettati, o talmente persuasi della loro debolezza,
che i concilj, invece di giudicare i papi, come abbiamo veduto
praticarsi nel decimo secolo, e lo vedremo ancora nel quindicesimo,
erano diventati nel tredicesimo strumenti passivi nelle mani de'
pontefici.
Il secondo servigio reso alla santa sede dagli ordini mendicanti fu
quello d'impedire tra il popolo il dilatamento dell'irreligione;
imperciocchè agl'increduli che facevano valere nelle loro invettive
contro la Chiesa i depravati costumi del clero, opponevano quella
austera santità di vita che da più secoli non più vedevasi nei grandi
prelati. Non dirò già che ottenessero di richiamare a meno libere
opinioni coloro che la nascente passione dello studio, o lo spirito di
partito allontanavano dal cattolicismo; ma se un uomo dava qualche
indizio di timorata coscienza, veniva all'istante assediato dai nuovi
monaci che se ne impadronivano; e predicandogli come principalissima
virtù la cieca ubbidienza alla santa sede, e facendogli vedere i fulmini
della Chiesa pendenti sul capo de' Ghibellini, lo forzavano a
riconciliarsi colla medesima, a prezzo non poche volte d'un tradimento a
danno degli antichi alleati. A ciò si debbono attribuire quelle
imprevedute congiure che si videro scoppiare nelle città più fedeli
all'Impero, e quei mali umori che annunziavano i progressi della parte
guelfa e l'imminente caduta dei Ghibellini. Nella città di Parma, che
fino al 1245 erasi mantenuta fedele all'Impero, e che riceveva ogni anno
un podestà scelto dall'imperatore, tre delle più principali famiglie
nobili, i Lupi, i Rossi, i Correggeschi, parenti a dir vero di quella
del papa, si dichiararono del partito guelfo e dovettero abbandonare la
città; e nel susseguente anno (1246) altri Guelfi, pretestando di non
potere in buona coscienza ubbidire agli ordini dell'imperatore, si
ritirarono a Piacenza ed a Milano[64], ove con Gregorio di Montelungo,
legato del papa in Lombardia, ordirono quella trama che diede ben tosto
la loro patria alla parte guelfa. Un eguale abbandono del partito
ghibellino ebbe luogo in Reggio, per cui, dopo una sanguinosa zuffa,
vennero esiliate le famiglie guelfe dei Roberti, dei Fogliani, dei
Lupicini[65].
[64] _Chron. Parmen, Scrip. Ital. t. IX, p. 769._
[65] _Memoriale Potest. Regiens. t. VIII, p. 1114. — Annales veteres
Mutinens. t. XI, p. 62._
Non contento il papa di suscitare nemici a Federico nelle città
lombarde, che incoraggiava a difendere contro di lui la propria libertà,
cercava di ribellargli ancora gl'immediati sudditi delle due Sicilie, ai
quali spediva due cardinali con lettere dirette al clero, alla nobiltà
ed al popolo delle città e delle campagne. «Si maravigliano molti, loro
diceva il papa, che oppressi come voi siete da vergognosa servitù, ed
aggravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi
in qualunque modo, come hanno fatto le altre nazioni, le dolcezze della
libertà. Ma la santa sede vi ha per iscusati in vista del terrore che
sembra essersi insignorito del vostro cuore sotto il giogo di un nuovo
Nerone; e non altro per voi sentendo che pietà e paterno affetto, pensa
se i suoi ajuti possono recare sollievo alle vostre pene, o fors'anco
procurarvi il bene d'un'intera libertà.... Cercate dal canto vostro come
potreste rompere le catene della schiavitù, e far fiorire nel vostro
comune la libertà e la pace. Spargasi una volta tra le nazioni la voce,
che il vostro regno così famoso per la sua nobiltà e per l'abbondanza
de' suoi prodotti, ha potuto, coll'ajuto della divina provvidenza, unire
a tanti vantaggi anche quelli di una stabile libertà[66].»
[66] Lettera d'Innocenzo IV scritta da Lione il 6 delle calende di
maggio, an. 3. _Apud Raynald. an. 1246, § 11-13, p. 555._
Un certo che di così nobile e liberale spirano i concetti di questa
lettera, che ci sforza a rimaner dubbiosi intorno alla giustizia della
causa del pontefice e dei Guelfi, ed allo scopo che si proponevano. Ma
quand'anche la libertà, e non una licenziosa indipendenza, fosse
effettivamente l'oggetto dei Pugliesi e dei Siciliani ribellati, furono
certo indegni di così nobil causa i modi tenuti per acquistarla;
riducendosi a vili cospirazioni, nelle quali presero parte gli antichi
amici ed i confidenti di Federico, da loro guadagnati. I due figliuoli
del grande giustiziere del Mora, tutti i Sanseverino, tre fratelli della
Fasanella, ed altri molti avevano nel 1244 cospirato coi frati minori
per assassinare il loro sovrano. Federico, come si disse altrove, aveva,
dietro i primi indizj di tale congiura, fatti imprigionare molti frati,
nell'istante medesimo in cui il papa fuggì da Roma. Ciò nulla meno la
sentenza del Sinodo e l'esortazione dei cardinali legati riaccesero la
sopita congiura, che avrebbe facilmente avuto effetto, se il complice
Giovanni di Presenzano, scosso dai rimorsi, non palesava il segreto a
Federico. Quando seppero imprigionati alcuni de' loro compagni, i del
Mora ed i Fasanella si salvarono nello stato del papa, altri
s'impadronirono delle rocche di Capaccio e della Scala, ove furono presi
dopo lungo assedio. Un solo fanciullo della casa Sanseverino fu salvato
da un domestico della famiglia[67]. Quasi tutti i congiurati, condannati
a pena capitale, attestarono prima di morire, che il papa era partecipe
della loro congiura. L'imperatore dando notizia di questo macchinamento
a tutti i re e principi dell'Europa con una lettera circolare, che forse
fu l'ultima che scrivesse Pietro delle Vigne, la chiude con queste gravi
parole: «Chiamiamo in testimonio il giudice supremo, che ci vergogniamo
di quanto abbiam detto, perchè eravamo troppo alieni dal credere di
dover vedere e sentire attestato somigliante delitto; non essendoci mai
immaginati che i nostri amici, i nostri pontefici, ci volessero vittima
di così cruda morte. Lungi da noi per sempre tanto obbrobrio! Lo sa
Iddio, che dopo l'iniqua procedura del papa contro di noi intentata nel
concilio di Lione, non abbiamo mai voluto acconsentire alla sua morte od
a quella di taluno de' suoi fratelli, quantunque caldamente richiesti da
persone zelanti del nostro servigio, limitandoci a difenderci dagli
altrui attentati colla giustizia, e non colle vendette»[68].
[67] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo t. VII, p. 1073._
[68] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10, p. 278._
Ma la più dolorosa perdita di Federico fu quella del suo primo ministro,
del suo intimo confidente, del suo amico, Pietro delle Vigne. Ossia che
quest'uomo affatto straordinario si fosse macchiato di un tradimento, o
che il principe, reso diffidente dalle congiure che ogni giorno si
andavano scoprendo, desse troppo facile orecchio alle suggestioni
degl'invidiosi cortigiani; o giusta o ingiusta che si fosse la sentenza
di Pietro; si dice che Federico esclamasse più volte prima di
pronunciarla: «me sciagurato, qual uomo io gastigo!»[69]
[69] _Matt. Paris Hist. Angl. ad an. 1249, p. 662._
Pietro delle Vigne era nato a Capoa affatto povero; la passione per lo
studio lo aveva condotto all'università di Bologna, ov'era costretto di
andare elemosinando per vivere, sebbene desse prove di maravigliosi
talenti nello studio della legge, dell'eloquenza e della poesia.
Condotto accidentalmente innanzi a Federico, ebbe la fortuna di
meritarsi in modo la sua stima, che lo tenne in corte, facendolo a bella
prima suo segretario; in appresso giudice, consigliere, protonotaro, e
partecipe di tutti i suoi segreti. Pietro delle Vigne aveva una
maravigliosa arte nello scriver lettere; aggiungendo ad una nobile e
dignitosa eloquenza una certa qual forza di ragionamento che convince e
persuade. Perciò verun principe avanti che s'inventassero la stampa ed i
giornali aveva, come Federico, fatto tanto capitale dell'illusione delle
scritture, nè provocato colle sue lettere sopra le proprie azioni la
pubblica opinione. Nè in ciò solo valevasi l'accorto principe de'
talenti di Pietro; abbiamo altrove osservato che approfittò de' suoi
consigli e dell'opera sua per riformare le leggi del regno, e per
rianimare lo studio delle scienze e delle lettere; abbiamo veduto che lo
incaricò di giustificare la propria condotta innanzi al popolo di Padova
contro la sentenza di scomunica pubblicata contro di lui; che lo aveva
più volte mandato suo deputato al papa, e per ultimo incaricato di
trattare la sua causa innanzi al concilio di Lione. Nella quale ultima
occasione parve che Pietro mal rispondesse all'antica sua riputazione,
conservando un misterioso silenzio, mentre Tadeo di Suessa difese
caldamente il suo sovrano[70].
[70] Pietro delle Vigne conobbe i prelati adunati nel concilio di
Lione affatto ligi al papa, e non voleva trattare innanzi a loro la
causa di Federico contro il papa che presedeva e dirigeva tutte le
risoluzioni conciliari. Se ne accorse, ma troppo tardi anche lo
Suessa, e fece un'inutile protesta. Pietro delle Vigne è uno di que'
grandi Italiani che hanno maggior diritto ad essere posti nel novero
de' più illustri italiani. _N. d. T._
Dopo tale epoca Pietro delle Vigne non ebbe forse più l'intera
confidenza di Federico, non trovandolo adoperato in veruna importante
occasione, nè meno nello scriver lettere a nome del sovrano; anzi una ne
troviamo diretta al medesimo per accertarlo della propria innocenza[71].
È probabile che, senza abbandonare la corte, non vi avesse più
quell'opinione che gli aveva dato la confidenza del sovrano; e che
soltanto tre anni dopo cedesse alle istigazioni degli emissarj del papa;
oppure che i suoi nemici si approfittassero di qualche apparenza per
farlo credere a Federico, quantunque non avesse ceduto[72]. Ecco come
racconta il fatto Matteo Paris.
[71] _Petri de Vineis Epistolæ l. III, c. 2, p. 391._ — Benvenuto da
Imola parlando di altre lettere nelle quali Pietro si chiama colpevole,
dice che queste sono false. _Excerpta in Comœd. Dantis ap. Murat.
Antiq. Ital. t. I, p. 1051._
[72] Il racconto di Matteo Paris distruggerebbe, se fosse vero, la
supposizione del nostro autore. Se da tre anni Pietro non godeva più
dell'intera confidenza del principe, come sarebbe stato scelto, per
presentargli, unitamente al medico, la bevanda avvelenata? Per
imputargli quest'orribile attentato conviene supporlo nell'intima
confidenza di Federico. Ma conviene di più dare a Pietro delle Vigne
carattere, opinioni, inclinazioni affatto diverse da quelle
costantemente seguite in tutto il corso della gloriosa sua vita
politica; lo che non deve supporsi col solo appoggio di memorie
tanto incerte ed oscure. _N. d. T._
Federico giaceva infermo quando Pietro gli si presentò col medico
ch'egli aveva guadagnato, il quale gli offrì come medicina una bevanda
avvelenata. Il principe, nell'atto di accostare il nappo alla bocca,
disse ai traditori: io credo che voi non vogliate darmi veleno. Pietro,
turbato a un tempo e sorpreso, si dolse di un dubbio che faceva torto
alla sua lealtà, chiamandosene altamente offeso: ma Federico,
rivolgendosi in atto minaccioso al medico, gli porse il calice,
ordinandogli di beverne la metà. Il medico sbigottito finse d'inciampare
e lasciò cadere il calice in terra; ma Federico fatto raccogliere quanto
si poteva della sospetta bevanda, la fece dare ad un condannato a pena
capitale, che morì all'istante. Avute così evidenti prove del delitto,
l'imperatore ordinò che il medico perdesse la vita sul palco, e che
Pietro delle Vigne fosse abbacinato; ma questi diede del capo contro il
muro con tanta violenza, che si spaccò il cranio, e morì dopo pochi
istanti[73]. Matteo Paris è il solo storico contemporaneo che parli
circostanziatamente della morte di quest'uomo straordinario; e non
bastano a smentirlo le vaghe ed incerte relazioni degli scrittori guelfi
de' tempi posteriori. Non devo per altro lasciar di dire che nel secolo
decimoquarto credevasi comunemente che Pietro fosse stato vittima della
calunnia; onde Dante, ponendolo tra i suicidi nell'inferno, gli fa dire:
_Canto XIII, vers. 70_:
«L'animo mio, per disdegnoso gusto,
«Credendo, col morir, fuggir disdegno,
«Ingiusto fece me contro me giusto.»
[73] _Math. Paris p. 662._ L'istoria di Pietro delle Vigne è assai
oscura, e piena di contraddizioni. Nè io intendo parlare solamente
delle favole narrate da Tritemio nel suo Chronic. _Hirsang. ad ann.
1229_; e ripetute da altri molti; ma ancora de' moderni scrittori e
de' più acuti critici. Mi sono più che d'ogni altro valso della
_Storia della letteratura italiana del Tiraboschi p. IV, l. I, c. 2,
p. 5-14, 16-30_, da cui per altro mi sono talvolta allontanato per
seguire gli autori originali, che ho pure voluto consultare; quali
sono, _Ricordano Malespini Stor. Fior. c. 131, p. 964. — Giovanni
Villani Istorie l. VI, c. 22, p. 169. — F. Franc. Pipini Chron. t.
IX, c. 39, p. 660. — Benvenuto da Imola Comment. Antich. Ital. t. I,
p. 1051. — Giannon. Istoria Civile l. XVII, c. 3, § 2, p. 584. —
Flamin. Del Borgo Dissert. dell'Istoria pisana l. IV, § 2, p. 257._
Questi riporta un MS. dell'ospitale di Pisa, stando al quale Pietro
delle Vigne sarebbe morto in Pisa, nella chiesa di sant'Andrea.
Allorchè Federico ebbe notizia della scomunica pronunciata dal Sinodo,
non si lasciò punto smuovere, e scrisse a tutti i principi d'Europa per
rappresentar loro che il clero, corrotto dalle ricchezze, abusava
stranamente del suo potere: scrisse di nuovo al re di Francia per
attaccare l'irregolare condotta del papa, e mostrare la nullità del
processo contro di lui intentato, invitandolo a riflettere che potrebbe
ben venire la volta loro, quando i sovrani non si unissero a reprimere
l'arroganza della corte di Roma[74]. Ma in breve oppresso da spiaceri
d'ogni genere, tradito dai suoi più cari amici, abbandonato dai principi
tedeschi che avevangli sostituito, in qualità di re dei Romani, Enrico,
langravio della Turingia, il quale sconfiggeva suo figlio, il re
Corrado, ad altro più non pensò che a pacificarsi col papa, onde metter
fine alla travagliata sua vita. A tale oggetto sottoscrisse in presenza
di molti prelati una professione di fede conforme affatto a quella della
Chiesa; ed in pari tempo chiedeva la mediazione di san Luigi: ma tutto
inutilmente.
[74] _Petri de Vineis Epistolæ l. I, c. 1, p. 87; e c. 3, p. 98._
Senza decidere se queste lettere siano o no scritte da Pietro delle
Vigne, osserverò soltanto che tutte le lettere di Federico scritte
anche dopo la morte del suo segretario furono comprese in questa
raccolta.
(1247) Nel susseguente anno, non ommise Federico di rinnovare le sue
calde istanze per rientrare in seno della Chiesa, sebbene avesse avuta
notizia della totale disfatta e della morte del suo rivale, Enrico di
Turingia, all'assedio di Ulma. Le condizioni da lui offerte nel presente
anno, e ne' due successivi con nuovi schiarimenti, pare che lo mostrino
atterrito dalle censure della Chiesa, e che, a fronte della fierezza del
suo carattere, e del prospero stato de' suoi affari, non avrebbe
ricusato di sottoporsi alle più penose umiliazioni, ai più dolorosi
sagrificj, per rappacificarsi col clero. In questo tempo san Luigi si
apparecchiava a condurre in Egitto quell'armata di crociati ch'ebbe così
sventurato fine. Federico proponeva di unire tutte le sue forze a quelle
del re francese, e di fare insieme l'impresa d'Oriente; e perchè tale
offerta non era di piena soddisfazione del papa, aggiunse l'altra
condizione di militare contro gl'infedeli oltre mare finchè vivesse.
Acconsentiva inoltre alla divisione della sua eredità, purchè non ne
fossero privati i suoi figliuoli. L'Impero germanico non doveva più
essere unito al regno di Puglia; ma il primo rimarrebbe a Corrado, ed
avrebbe il secondo Enrico, figlio di Federico e d'Isabella, sua terza
moglie[75]. E perchè Innocenzo IV, rigettando la confessione di fede
fatta avanti ai prelati per iscolparsi del delitto d'eresia, aveva
dichiarato appartenere a lui solo la disamina della coscienza del
monarca, e ch'era disposto ad ascoltarlo, qualora si recasse
personalmente alla corte pontificia[76]; Federico volle acconsentire
ancora a quest'ultima umiliazione, e si pose effettivamente in viaggio,
attraversando la Lombardia con un treno affatto pacifico, e non toccando
il territorio delle città nemiche, delle quali pareva volerne scordare
le offese[77]. E già era giunto a Torino, quando ebbe avviso che i
parenti del papa gli avevano ribellata la città di Parma. Abbiamo già
osservata che tre delle principali famiglie, i Rossi, i Lupi ed i
Correggeschi, essendosi dichiarati del partito guelfo, avevano dovuto
uscir di Parma. Erano costoro parenti o alleati dei Fieschi, i quali,
all'istante che fu nominato papa uno della loro famiglia, eransi dati
alla fazione nemica dell'Impero. Altri fuorusciti parmigiani avevano
pure raggiunti i primi a Piacenza, aspettando che le prediche di alcuni
frati lasciati in Parma disponessero quel popolo alla sedizione. Quando
credettero giunto l'istante favorevole, la domenica del 16 giugno 1247,
tutti gli emigrati parmigiani s'avanzarono sotto il comando di Gherardo
da Correggio fino al Taro, ove trovarono sull'opposta riva Enrico Testa,
podestà imperiale, con un grosso corpo di nobili e popolani di Parma; il
quale credendosi sicuro della vittoria attraversò il Taro per
attaccarli: ma, durante la battaglia, tutti quelli della sua armata, che
segretamente favorivano i Guelfi, si unirono ai nemici. Quest'impensato
avvenimento portò lo spavento nelle truppe, che non sostennero l'urto
de' Guelfi, restando tra i morti lo stesso podestà, Manfredi di
Cornazano, ed Ugo Manghirotti, due de' più illustri Ghibellini,
salvandosi gli altri colla fuga. Intanto la massa del popolo, perduti i
capi, manifestava con segni di acclamazione il suo attaccamento alla
Chiesa, e conduceva in trionfo gli emigrati entro le mura di Parma.
Gherardo da Correggio venne sulla pubblica piazza proclamato podestà, e
dati il palazzo, le mura e le torri in guardia ai suoi soldati.
[75] _Bartholomæi Scribæ, continuat. Caffari Ann. Genuens. l. VI,
an. 1248, t. VI, p. 515. — Raynaldi Ann. Eccl. an. 1246, § 24, p.
558. — Id. an. 1249, § 14, p. 592. — Math. Paris. Hist. Angl. an.
1249, p. 665._
[76] Lettera dei papa del 10 giugno an. 3 presso il Raynaldi
all'anno 1246, § 20, _p. 557_.
[77] _Barthol. Scribæ Ann. Genuens. p. 511._
Enzo, ossia Enrico, figliuolo di Federico, e re di Sardegna, trovavasi
allora nel contado di Brescia all'assedio di Quinzano. Avuto avviso
della rivoluzione di Parma, abbrucia le macchine guerresche, e viene a
grandi giornate fino alle rive del Taro, lusingandosi di sottomettere i
ribelli con un colpo di mano. Federico, informato a Torino dello stesso
avvenimento, avvampa di collera contro il papa, e deposto con orrore il
pensiero di andare a Lione per umiliarsi innanzi ad un uomo che non
cessava di macchinare contro di lui, riunisce tutti i suoi partigiani
delle vicine città, e fattane una piccola armata, raggiugne il figlio
sulle rive del Taro, di dove si avanza fino a pochi passi dalla
città[78].
[78] _Chron. Parmense, t. IX, p. 770._
La perdita di Parma gli toglieva la comunicazione colle città ghibelline
dalle Alpi al suo regno di Puglia, la quale mantenevasi per Torino,
Alessandria, Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena e Toscana; oltrecchè
Parma e Cremona gli aprivano un'altra importantissima comunicazione con
Verona, gli stati d'Ezelino e la Germania. Affrettava perciò la leva di
una formidabile armata e faceva avanzare a grandi giornate un corpo di
Saraceni, i soli suoi sudditi non esposti all'influenza de' frati, nè al
terrore delle scomuniche. Ma prima che potesse formare un'armata
abbastanza forte per fare l'assedio di Parma, i Guelfi ebbero tempo di
provvederla abbondantemente di truppe e di vittovaglie. Il legato del
papa, Gregorio di Montelungo, vi si chiuse con mille soldati scelti di
Milano, e seicento di Piacenza, ch'egli vi aveva condotti per difficili
strade. Un altro rinforzo vi spediva da Mantova il conte di san
Bonifacio, il quale alla testa d'un altro corpo di Mantovani entrava in
pari tempo nel territorio cremonese, per guastarlo, onde sforzare i
Cremonesi ad abbandonare il campo dell'imperatore per venire in soccorso
della loro patria. Anche il marchese d'Este, poco curandosi di lasciare
in balìa di Ezelino le proprie terre, si gettò con un corpo di Ferraresi
in Parma, ov'eransi pure adunati tutti i fuorusciti guelfi di Reggio, di
modo che vi si trovarono due mila cavalieri forastieri e mille della
città. La milizia dividevasi per quartieri; e le milizie di due porte
occupavansi ogni giorno della guardia della terra, dello scavamento di
nuove fosse e dell'innalzamento di bastioni e di palizzate per supplire
alla conosciuta debolezza delle antiche mura.
Mentre Parma era alleata dell'imperatore, gli aveva spediti dei soldati,
ch'egli teneva nelle vicine città; de' quali, essendogli, dopo
l'accaduto, talmente sospetta la fede da poterli trattare come aperti
nemici, ne fece imprigionare ottanta a Reggio e cinquanta in Modena,
ritenendoli per ostaggi; ed inoltre fece arrestare tutti i giovani
parmigiani che trovavansi allo studio di Modena, i quali tutti spogliati
de' loro cavalli, delle armi, dei libri e di quanto avevano, furono
mandati carichi di catene al campo imperiale[79].
[79] _Chron. Parmense, p. 771._
Intanto l'armata ghibellina riceveva ogni giorno nuove genti; erano
arrivati dalla Puglia molti Saraceni a piedi ed a cavallo: Ezelino aveva
seco condotte le milizie di Padova, di Vicenza, di Verona; ed i
Ghibellini di tutte le città d'Italia si univano sotto le bandiere di
Federico per ricominciare una sanguinosa guerra: ma ossia che le forze
ghibelline non fossero tali da poter impedire ai nemici di battere la
campagna, oppure gli mancassero le macchine d'assedio, nè assediò la
città, nè venne a giornata con Bianchino da Camino ed Alberico da
Romano, i quali con un'armata guelfa eransi trincerati dalla banda
settentrionale di Parma sull'altra riva del Po. Tutte le fazioni di
questa campagna si ridussero dunque ad alcune scaramucce coi Saraceni, i
quali cercavano d'impedire che fosse vittovagliata la città: al quale
oggetto s'impadronirono un dopo l'altro de' castelli del territorio
parmigiano, tranne Colorno; e tutti li distrussero; di modo che le bande
de' soldati guelfi, quando ancora potevano scorrere la campagna, non
trovavano viveri di veruna sorte per portare in città: onde i cittadini
cominciavano a soffrire la fame, ed i viveri si vendevano a carissimo
prezzo.
Credette Federico giunto l'istante opportuno d'atterrire gli assediati
con sanguinose esecuzioni. Fece dunque condurre nel prato di Flazano, a
due tiri di balestra dalle mura, quattro prigionieri parmigiani, due
gentiluomini, e due borghesi, e fece loro tagliar il capo, proclamando
in pari tempo che ogni giorno, finchè s'arrendesse la città, farebbe
morire quattro Parmigiani, e mille ne teneva allora Federico in poter
suo; ma il podestà ed i consiglieri, cui il consiglio generale aveva
dati illimitati poteri per la difesa della città, presero le più
rigorose misure per impedire che dal campo imperiale si recasse notizia
di quanto accadeva; onde il pericolo che correvano tanti cittadini, non
consigliasse i loro parenti ed amici a qualche atto di debolezza. Molte
spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono
colti dalle guardie del podestà, ed abbruciati nella pubblica piazza,
talchè niuno della città osò parlare di entrar in trattati col nemico.
Frattanto nel susseguente giorno erano stati decapitati due altri
prigionieri, e tutti gli altri minacciati dello stesso destino, quando i
soldati di Pavia che militavano nel campo dell'imperatore, lo
supplicarono ad accordar loro la vita de' prigionieri. «Noi siamo
venuti, gli dissero, per far guerra ai Parmigiani, ma colle armi e sul
campo di battaglia, non per far il carnefice.» L'imperatore si lasciò
placare, e da quel punto il suo campo non fu più macchiato da così
odiose esecuzioni[80].
[80] _Chron. Parmense, p. 772._
Non era lontano l'inverno, e tutto annunziava che l'assedio non sarebbe
così presto ridotto a termine; onde Federico che non voleva scostarsi
dalla città ribelle, risolse, per assicurare alla sua armata più
tollerabili quartieri d'inverno, di fabbricare una città, cui diede il
nome di Vittoria, nella quale, poichè si fosse impadronito di Parma,
pensava di trapiantarne gli abitanti. Ne fece porre i fondamenti a
duecento passi da Parma lungo la strada che conduce a Piacenza. La fece
circondare di larghe fosse, dietro alle quali alzavansi bastie di terra
difese da palizzate: le porte avevano ponti levatoj, ed il canale, detto
_naviglio_, che scendeva da Parma fino al Po, fu sviato dal suo corso
per farlo entrare nelle fosse di Vittoria per girare i mulini. In pari
tempo i Saraceni ebbero ordine di trasportare alla nascente città i
materiali delle case distrutte nel territorio parmigiano[81].
[81] _Chron. Parmense, p. 773._
Mentre Federico occupavasi della fondazione di Vittoria, e che Enzo, suo
figliuolo, guardava la linea del Po, le città di Mantova e di Ferrara
allestirono una flottiglia carica di vittovaglie d'ogni sorta; e fattala
rimontare il fiume, mentre l'armata di terra cercava di forzare il ponte
custodito da Enzo, introdussero il loro convoglio per il fiume Parma
nella città.
(1248) Intanto l'imperatore allontanavasi spesse volte dall'armata, per
cacciare col falcone, poichè la cattiva stagione non gli permetteva di
muovere le truppe. La guarnigione di Vittoria erasi, durante l'inverno,
indebolita assai per essersi molti capi ghibellini recati alle loro
case. Avutosi di ciò sentore in città, il 18 febbrajo, i Parmigiani coi
Guelfi sussidiarj progettarono di attaccare improvvisamente la città di
Vittoria, mentre l'imperatore stava cacciando co' suoi falconi; e
l'assaltarono così bruscamente, che se ne resero ben tosto padroni
cacciandone gl'imperiali. Perirono in questo fatto molti Saraceni, quel
Taddeo Suessa che aveva tanto caldamente difesa la causa di Federico
innanzi al concilio di Lione, il marchese Lancia, ed altri assai
distinti personaggi; in tutto circa due mila, periti sul campo di
battaglia, e tre mila fatti prigionieri. Caddero in mano de' vincitori
il carroccio de' Cremonesi, il tesoro della camera imperiale ricco di
molto numerario, di corone, di giojelli, di vasi preziosi. La nuova
città fu incendiata in modo, che non rimase pietra sopra pietra.
Federico di ritorno dalla caccia incontrò i fuggiaschi e fu con loro
strascinato verso Cremona, inseguìto dai vittoriosi Parmigiani fino alle
rive del Taro[82].
[82] L'assedio di Parma viene circostanziatamente descritto nella
Cronica parmigiana _t. IX, p. 770 e seguenti_ — Vedasi inoltre
_Rolandini l. V, c. 21, p. 248. — Chron. Veronense t. VIII, p. 634.
— Monachi Patav. Chron. p. 683. — Chronic. Placent. t. XVI, p. 464.
— Memoriale potestat. Regiens. t. VIII, p. 1115. — Nicolai de Curbio
Vita Innocent. IV, § 26, p. 592. — Ghirardacci Storia di Bologna l.
VI, p. 169._
Non molto dopo questa disfatta Federico ebbe avviso che suo figliuolo
Corrado, cui aveva affidata l'amministrazione della Germania, era stato
più volte battuto da Guglielmo, conte d'Olanda, coronato dal partito
guelfo quale successore del langravio di Turingia, destinandolo alla
dignità imperiale tostochè ne fosse spogliato Federico. L'imperatore,
oppresso da tante calamità, chiese nuovamente la pace, interponendo i
buoni uffici di san Luigi. Questi stava per imbarcarsi con i crociati; e
siccome i Genovesi gli somministravano parte de' vascelli pel passaggio
del mare, Federico, per avvicinarsi a lui, andò fino ad Asti, offerendo
nuovamente la propria persona e le sue truppe per la difesa di Terra
santa, a condizione solamente che gli fosse accordata l'assoluzione; ma
l'inesorabile pontefice non voleva perdere verun frutto della sua
vittoria. Per altro tanta ostinazione non era senza pericolo; essendovi
alcuni, anche tra i signori francesi, che, compassionando le disgrazie
di Federico, disapprovavano la condotta del clero. Quattro grandi
feudatarj, il duca di Borgogna, quello di Bretagna ed i conti
d'_Angoulême_ e di _saint Paul_[83] convennero tra di loro di metter
limiti all'autorità giudiziaria che il clero aveva usurpata, e di
proteggere coloro che venissero colpiti dalla scomunica, qualunque volta
loro sembrasse ingiusta la sentenza degli ecclesiastici. «Non è già
colla predicazione evangelica, dicevano nel loro manifesto, che si fondò
sotto Carlo Magno l'impero de' Franchi, ma colla forza delle armi; oggi
coll'astuzia delle volpi, gli ecclesiastici, un tempo schiavi,
usurparono i diritti de' principi.» Tutta l'arroganza ed il fiele
d'Innocenzo IV sarebbero venuti meno, se questi signori, dando vigorosa
esecuzione al loro progetto, avessero forzato il papa a tornare in
Italia e ad avvicinarsi al pericolo. Ma alcuni degli alleati lasciaronsi
smuovere dalle scomuniche e dalla veemenza con cui Innocenzo eccitò
contro di loro tutto il clero di Francia; altri furono corrotti dai
regali e dai beneficj che Innocenzo seppe opportunamente spargere con
prodigalità tra le loro famiglie.
[83] _Paris. Historia Angliæ ad an. 1247_, p. 628. — _Raynaldi Ann.
Eccles. 1247, § 46, p. 574._
Sebbene Federico sentisse tutto il peso delle sue avversità, e
desiderasse la pace, non ommise di dare non dubbie prove del suo fermo
carattere allorchè stabilì il partito ghibellino nella repubblica di
Fiorenza. Questo partito era da lungo tempo in Toscana preponderante.
Pisa, la più potente città di questa contrada, era affatto ligia
all'imperatore; Siena, fiorente città che contava in allora nell'interno
delle sue mura undici mila ottocento famiglie, quasi fino dalla sua
origine erasi costantemente conservata fedele al partito; le meno
potenti città di Pistoja e di Volterra, e quasi tutti i feudatarj
trovavansi armati per la stessa causa; per ultimo ancora nelle città
considerate guelfe numerosi erano i Ghibellini e non esclusi dalle
cariche pubbliche.
Fiorenza era capo della lega guelfa che comprendeva Lucca, Montalcino,
Monte-Pulciano, Poggibonzi e un limitato numero di gentiluomini. Ma
quantunque Fiorenza facesse vivamente guerra agli abitanti di Siena, il
vicendevole loro odio prodotto da gelosia e da private ingiurie era
affatto indipendente dalla gran lite dell'Impero. Nè i Fiorentini eransi
apertamente dichiarati contro l'imperatore, riconoscendo anzi la
repubblica loro subordinata sempre alla legittima, ma limitata autorità
del monarca. Dopo la morte di Buondelmonti accaduta del 1215, la
repubblica non aveva potuto riconciliare le famiglie nobili che avevano
la maggior parte dell'amministrazione della città: si azzuffavano queste
frequentemente o presso le torri che ogni potente famiglia aveva
fabbricate, o in quattro o cinque delle principali piazze, nelle quali i
nobili d'ogni quartiere avevano erette delle fortificazioni mobili dette
_serragli_, che consistevano in barricate o cavalli di frisa con cui
chiudevasi parte della strada, e servivano a proteggere coloro che
combattevano. Alcune principali famiglie comandavano le barricate
innalzate al di fuori dei loro palazzi, e si affrettavano di chiuderle
quando nasceva qualche tumulto: gli Uberti, per modo d'esempio, i quali
avevano quello spazio oggi occupato dal palazzo vecchio, signoreggiavano
la strada che sbocca da questa banda sulla gran piazza; i Tedaldini
difendevano la porta di san Pietro, i Cattanei la torre del Duomo. Una
disputa qualunque per un affare pubblico o privato, un motto offensivo
incautamente pronunciato, metteva le armi in mano a tutta la nobiltà;
ognuno portavasi al suo luogo, e si combatteva contemporaneamente in sei
o sette parti della città; ma la sera cessava la rissa, e le parti
nemiche ritiravano tranquillamente i loro estinti: il giorno susseguente
era consacrato ai funerali; ed i valorosi Guelfi e Ghibellini
s'incontravano pacificamente, ed adunavansi ancora talvolta per
decretare la gloria dei combattimenti del precedente giorno a quello che
aveva date prove di maggior valore ed intrepidezza. Tutti uniti
sacrificavano egualmente le private loro nimistà alla gloria della
patria; e durante la guerra di Siena, nella quale i Fiorentini ebbero
molti vantaggi, niuno avrebbe potuto sospettare che la loro armata fosse
in parte composta d'ufficiali e soldati ghibellini.
Mentre trovavasi ancora all'assedio di Parma, Federico, per acquistare
maggiore influenza su questa repubblica, nominò suo vicario in Toscana
uno de' suoi figli naturali, Federico, re d'Antiochia, cui diede il
comando di mille seicento cavalli tedeschi. Nello stesso tempo scrisse
alla famiglia degli Uberti, la principale del partito ghibellino, per
muoverla a fare un generoso sforzo in di lui favore, cacciando i loro
antagonisti fuori di Fiorenza[84]. In fatti gli Uberti presero le armi,
ed i Guelfi si affrettarono di porsi in difesa delle loro barricate: ma
i Ghibellini non si curando di difendere i proprj trinceramenti si
unirono tutti alla casa degli Uberti, e rimasero facilmente vittoriosi
dei Guelfi d'un solo quartiere che si erano loro opposti. Marciarono poi
tutti uniti contro un'altra barricata guelfa, e la superarono colla
medesima facilità; ed inseguendo così di posto in posto i loro
avversarj, gli sconfissero dappertutto prima che potessero unirsi,
finchè arrivarono alle barricate dei Guidalotti e dei Bagnesi in faccia
a porta san Pier Scheraggio. Tutti i Guelfi della città sottrattisi alle
precedenti zuffe eransi adunati entro di queste barricate, e per tal
modo i due partiti trovaronsi in questo luogo con tutte le loro forze in
presenza l'uno dell'altro. Ma mentre durava la zuffa, trovando le porte,
secondo l'intelligenza, aperte, entrò in città Federico d'Antiochia,
alla testa di mille seicento cavalieri tedeschi. I Guelfi, dopo essersi
difesi quattro giorni contro i proprj concittadini e contro i Tedeschi
ne' loro trinceramenti, cedettero alla superiorità delle forze nemiche e
sortirono da Fiorenza tutt'insieme la notte della candelora, ritirandosi
o ne' loro poderi del contado, o ne' castelli di Montevarchi e di
Capraja, posti in Val d'Arno, dove si fortificarono di bel nuovo.
[84] La lettera credenziale di Federico d'Antiochia ai Fiorentini è
posta nel _l. III, c. 9, p. 409_ di quelle di Pietro delle Vigne.
I Ghibellini vittoriosi, rimasti padroni della città, atterrando tutte
le fortezze che fin allora avevano reso forte l'opposto partito,
pensarono di togliergli ogni speranza di ricuperare il perduto potere.
Trentasei palazzi colle loro torri furono in pochi giorni distrutti[85],
tra i quali primeggiava la torre de' Tosinghi sulla piazza di _mercato
vecchio_ tutta ornata di colonne di marmo, ed alta centotrenta braccia.
L'architettura militare era in allora il solo oggetto di lusso de'
Fiorentini; onde perirono in questa circostanza molte di quelle cose che
formavano il principale ornamento della città, ed una non piccola parte
della pubblica fortuna. E questo primo esempio dato dai Ghibellini di
far la guerra ai più sontuosi edificj non fu sventuratamente dimenticato
ne' susseguenti tempi dall'opposta fazione.
[85] Ricordano Malespini, _c. 137 e 139, p. 967_; quasi copiato _ad
litteram_ da Giovanni Villani nel _l. VI, c. 33 e 35, p. 179_. —
Mach. St. Fior. — L'Aret. St. Fior.
(1249) Non contenti dell'intero dominio di Fiorenza, i Ghibellini
volevano altresì disporre a loro arbitrio di tutti i castelli de'
Guelfi: onde in marzo del seguente anno assediarono Capraja, ove, dopo
l'esiglio da Fiorenza, eransi ritirate le famiglie de' loro avversarj.
L'istesso imperatore, rientrato in Toscana, si pose a Fucecchio, facendo
stringere Capraja con tanto vigore, che in capo di due mesi gli
assediati, non avendo più viveri, dovettero rendersi a discrezione.
Federico mandò nella Puglia quasi tutti i più distinti personaggi fatti
prigionieri a Capraja, e gli si dà colpa d'averne condannati molti alla
morte, altri alla perdita degli occhi.
Cacciati i Guelfi da Fiorenza, tutta la Toscana rimaneva a disposizione
di Federico: ma i suoi affari non procedevano in Lombardia ed in Romagna
con eguale fortuna; perchè i fuorusciti fiorentini, riparatisi in
Bologna e nelle vicine città, combattevano valorosamente contro il
partito imperiale. Il papa aveva spedito suo legato ai Bolognesi il
cardinale Ottaviano degli Ubaldini, per istimolarli a porre la Romagna
sotto il dominio della santa sede. Il giorno susseguente al suo arrivo,
il cardinale fu ammesso nel consiglio del comune, nel quale dal popolo e
dal prelato si fissò il piano della futura campagna. Era pretore di
Bologna Bonifacio di Cari, di Piacenza, che, uscito ne' primi giorni di
maggio con una bella e poderosa armata e col carroccio del comune, si
fece a guastare la parte del territorio modonese, posta al levante del
fiume Scultenna, ossia Panaro; occupò Nonantola, e spianò i forti di san
Cesario e di Panzano. Di là, passando all'altra estremità del distretto
bolognese, prese molte castella soggette ad Imola, che poi cinse
d'assedio.
Era Imola troppo vicina a Bologna per non soffrire dall'ingrandimento
d'una città rivale, ed aveva più volte fatto infelice esperimento della
inferiorità delle sue forze, onde sentiva di non potersi lungamente
sostenere. Altronde i Bolognesi non volevano toglierle la libertà e
l'indipendenza; ma chiedevano soltanto che si unisse al partito della
Chiesa, promettendole fedeltà. A tali condizioni i due podestà segnarono
tra le repubbliche un trattato di pace il 6 maggio del 1248, che fu
all'istante approvato dai due consigli generale e speciale, dai consoli
de' mercanti, dagli anziani del popolo e dai maestri dei collegi della
repubblica bolognese adunati dal podestà nel campo medesimo[86],
perciocchè la repubblica trovavasi tutta intera nell'esercito; la
sovrana podestà passando alternativamente dal podestà al popolo e dai
cittadini, diventati soldati, al magistrato loro generale.
[86] _Registro nuovo di Bologna, fol. 70 presso Ghirardacci, l. VI,
p. 172._
Dopo questo, l'armata bolognese marciò sopra Faenza, Bagnocavallo,
Forlimpopoli, Forlì e Cervia, le quali, non essendo caldamente attaccate
al partito ghibellino, lo abbandonarono, giurando fedeltà alla Chiesa ed
alla lega di Bologna.
(1249) Nel susseguente anno il cardinale Ubaldini faceva nuove istanze
alla repubblica bolognese perchè trattasse vigorosamente la guerra
contro gl'imperiali ora ridotti in basso stato; non avendo Enzio,
figliuolo naturale di Federico, nominato re di Sardegna e suo vicario in
Lombardia, che poche forze sotto i suoi ordini: di modo che, quantunque
Modena e Reggio fossero le sole città alle quali egli doveva
specialmente aver l'occhio, non aveva potuto impedire che varie loro
castella si dassero alla parte guelfa. I Bolognesi, determinati di
approfittare della presente debolezza degl'imperiali, offrivano al
marchese d'Este la carica di capitano generale dell'esercito alleato e
delle loro milizie; il quale, trovandosi allora infermo, mandava,
rifiutandola, in ajuto de' Bolognesi tre mila cavalli e due mila fanti.
L'armata bolognese era composta di mille cavalli, di ottocento uomini
d'arme e di tre tribù della città, cioè porta Stieri, porta san Procolo
e porta Ravegnana; la quale sortì in bella ordinanza preceduta dal
carroccio, e capitanata dal pretore Filippo Ugoni e dal cardinale
Ottaviano degli Ubaldini. Posti sufficienti presidj ne' più importanti
castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco, si avanzò fino al
Panaro contro i Modenesi, i quali, avuto sentore dei movimenti dei loro
nemici, ne avevano dato avviso al re Enzio, che, poste insieme
speditamente le truppe napoletane e tedesche lasciategli dal padre, le
milizie reggiane e cremonesi, gli emigrati di Parma, Piacenza e delle
altre città guelfe, formò un'armata di quindici mila uomini. Erasi
lusingato di trovarsi a fronte dei Bolognesi prima che passassero il
Panaro che scorre tre miglia al di là di Modena; ma giunto a Fossalta,
distante due miglia, seppe che i nemici avevano occupato il ponte di
sant'Ambrogio, e passato il fiume. Le due armate, sebbene si trovassero
in presenza ed in aperta campagna, non osarono, per alcuni giorni, di
venire alle mani essendo pressochè eguali di forze. Di ciò avutone
avviso il senato di Bologna fece marciare due mila uomini della quarta
tribù, detta di san Pietro, ordinando al pretore di venire a giornata
immediatamente. Perciò il 26 di maggio, in sul far del giorno, essendo
la festa di sant'Agostino, i Bolognesi attaccarono i nemici con un
movimento che fecero a sinistra, mostrando di volerli prendere alle
spalle dalla banda degli Appennini. Li ricevette valorosamente Enzio, il
quale aveva divisa la sua gente in due corpi di battaglia, ed in uno di
riserva, collocando in cadauno de' primi due metà de' suoi soldati
tedeschi, ne' quali assai fidava, onde sostenessero gl'Italiani; e
formando la riserva della sola milizia modenese. Dall'altro canto il
pretor bolognese aveva partito il suo esercito in quattro corpi: nel
primo trovavansi i pedoni ausiliarj del marchese d'Este e parte della
sua cavalleria, nel secondo il rimanente de' suoi cavalieri, e due mila
Bolognesi della tribù di san Pietro, ch'erano di fresco arrivati al
campo; componevano il terzo le milizie delle tre altre tribù ed
ottocento cavalli bolognesi; e nella quarta trovavansi le truppe scelte
sotto gl'immediati ordini dello stesso pretore consistenti in novecento
cavalli, mille cittadini e novecento arcieri a piedi. Questa divisione
che dimostra l'intenzione di economizzare le proprie forze, di condurle
successivamente alla battaglia, di sostenere con truppe fresche quelle
che si vedessero piegare in faccia al nemico, è una non dubbia prova de'
progressi che andava facendo l'arte della guerra. La battaglia si
mantenne vigorosa fino a sera, senza che si vedesse alcuno apparente
vantaggio dall'una o dall'altra banda. Enzio, caduto sotto il cavallo
ucciso, fu difeso da' suoi Tedeschi finchè fu rimesso in sella. Non
pertanto a notte già fatta i Ghibellini avevano cominciato a piegare in
modo, che si ruppe l'ordine della battaglia; onde inseguiti dai nemici,
molti perirono sotto i loro colpi, altri smarriti in una campagna,
tagliata da' profondi canali, trovaronsi separati dai loro amici e fatti
prigionieri. Furono di questo numero lo stesso re, Buoso di Dovara che
già cominciava ad essere potente in Cremona, e molti gentiluomini e
cittadini modenesi.
Il pretor bolognese, non volendo esporre a qualche impensato accidente
un prigioniere di tanta importanza qual era Enzio, si pose quasi subito
in cammino per condurlo a Bologna[87]. Allorchè giugneva presso al
castello d'Anzola incontrò le milizie bolognesi, che, prevenute
dell'accaduto, venivangli incontro per onorarne il trionfo colle
trombette ed altri strumenti. Da questa borgata fino alla città tutta la
strada era affollata di gente, curiosa di vedere tra i prigionieri il
principe Enzio, e per essere figliuolo di così potente imperatore, e
perchè re egli stesso. Oltre di ciò, la sua fresca età di venticinque
anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la
gigantesca statura, la nobiltà del viso su cui vedevansi vivamente
espressi il suo coraggio e la sua sventura, tutto facevanlo oggetto
della universale ammirazione. Grande fu veramente la sua sventura,
perciocchè il senato di Bologna fece una legge, poi sanzionata dal
popolo, colla quale si vietava per sempre di concedere ad Enzio la
libertà, per grandi che fossero le offerte o le minacce del magnanimo
suo padre. In pari tempo la repubblica provvedeva nobilmente ai bisogni
dell'illustre prigioniere per tutto il tempo del viver suo, e lo
alloggiava in uno de' più magnifici appartamenti del palazzo del
podestà. Per lo spazio di ventidue anni, che tanti ne sopravvisse alla
sua disgrazia, i nobili bolognesi lo visitavano ogni giorno, onde
temperare in qualche modo i suoi mali, ma si mantennero egualmente
inaccessibili alle offerte od alle minacce di Federico[88].
[87] _Caroli Sigonii Histor. Bonon. Oper. omn. Edit. Palat. Mediol.
1733, 6 vol. fol. t. III, l. VI, p. 273-283._ Di qui ha preso il
Ghirardacci quasi tutte le particolarità della battaglia. _Sigonii
de Regno Ital. t. II, l. XVIII, p. 999-1005. — Ghirardacci Storia di
Bologna l. VI, p. 171-178. — Fra Bartolomeo della Pugliola, Cronica
di Bologna t. XVIII, p. 264. — Mathæi de Griffonibus Memoriale
Historicum de rebus Bonon. t. XVIII, p. 113. — Campi Cremona fedele
l. II, p. 57. — Memor. potest. Regiens. t. VIII, p. 1116. —
Ricobaldi Ferrar. Hist. Imper. t. IX, p. 131. — Chron. Fratr.
Francisci Pipini, t. IX, c. 35, p. 657. — Chr. Parm. t. IX, p. 775.
— Annal. Veter. Mutin. t. XI, p. 63. — Chron. Mutin. Johan. de
Bazano t. XV, p. 563. — Chron. Est. t. XV, p. 312. — Stor. de' Prin.
Esten. di Gio. Bat. Pigna l. III, p. 216._
[88] Abbiamo una lettera di Federico ai Bolognesi colla quale
ricordando le vicende della fortuna, chiede loro suo figlio, e li
minaccia in caso di rifiuto di tutto il suo sdegno. _Petri de Vineis
l. II, c. 34, p. 314._
Poi ch'ebbe posto l'illustre suo prigioniero in luogo di sicurezza, il
pretore accordò più settimane di riposo alle truppe; e solo ne' primi
giorni di settembre le condusse nuovamente nel territorio di Modena,
mentre i Parmigiani avevano convenuto di attaccare, dal canto loro, la
città di Reggio, onde queste due città ghibelline non potessero ajutarsi
a vicenda. La repubblica di Modena era di lunga mano più debole della
bolognese; e la sconfitta d'Enzio, e la lontananza di Federico
scoraggiato da tante sventure, facevano apertamente sentire ai Modenesi
che non potevano trovare salvezza che nel proprio coraggio. Si chiusero
perciò entro le proprie mura, mostrandosi lungo tempo insensibili ai
guasti del loro territorio, ed agl'insulti de' Guelfi accampati presso i
loro baluardi, finchè i Bolognesi li forzarono ad uscire dalle porte con
un'ingiuria creduta in allora tanto grave, che tutti gli storici
contemporanei la trovarono meritevole di particolare ricordanza. Essi
gettarono con una catapulta entro la città il cadavere d'un asino cui
avevano posti dei ferri d'argento, il quale andò a cadere appunto in
mezzo alla vasca della più bella fontana della città. Dopo tanta
ingiuria i Modenesi si credettero dal loro onore costretti ad uscire
contro ai nemici: resi dalla collera più valorosi, ruppero le file degli
assedianti, e giunti alla macchina fatale con cui erano stati insultati,
la fecero in pezzi e tornarono trionfanti in città.
Dopo tal fatto che poneva in sicuro il loro onore, si mostrarono meno
difficili ad ascoltare le oneste condizioni di pace che proponevano loro
i Bolognesi. Il trattato fu proposto al pretorio di Modena il 7 dicembre
del 1249, e fu esaminato dai maestri delle arti e dal consiglio
generale; poscia il 19 gennajo 1250 venne discusso in Bologna dai varj
consiglj, dagli anziani del popolo, dai consoli de' mercanti, e da tutti
i collegi, ed avendo ottenuta l'universale approvazione, le due nazioni
giurarono la pace sotto le seguenti condizioni: che il comune di Modena
si obbligava a conservarsi amico ed alleato di quello di Bologna, a
dargli ajuto contro i suoi nemici, nessuno eccettuato, come pure a
soccorrere il legato apostolico; prometteva inoltre di non far nuove
alleanze senza il consentimento del legato e della repubblica di
Bologna; di più richiamava tutti i fuorusciti della fazione degli Aigoni
(così chiamavansi in Modena i Guelfi), e li rimetteva in possesso de'
loro beni. I due partiti dei Grasolfi, o Ghibellini, e degli Aigoni, o
siano Guelfi, furono autorizzati a nominare il proprio podestà; ma gli
ultimi dovettero nominare un Bolognese. Dall'altra parte il comune di
Bologna rendeva a Modena tutte le terre conquistate nella presente
guerra, e si faceva mallevadore della pace tra le opposte fazioni; ed i
prigionieri furono dai due comuni fatti liberi senza pagamento di
taglia. Intanto il legato Ottaviano Ubaldini riconciliò Modena colla
Chiesa, togliendo l'interdetto in cui era incorsa da tanto tempo, e
permettendo la celebrazione dei divini uffici[89].
[89] _Ghirardacci Stor. di Bolog. l. VI, p. 176._ Questa è la guerra
che forma l'argomento del poema eroicomico di Alessandro Tassoni,
_la Secchia rapita_.
Mentre i Guelfi trionfavano nella Romagna e nella Lombardia, la parte
ghibellina otteneva non minori vantaggi nella Marca Trivigiana. Da che
Federico erasi, l'anno 1239, allontanato da Padova, Ezelino, come si
disse nel precedente capitolo, approfittando della ottenuta
indipendenza, faceva morire tutti coloro che credeva suoi nemici; ed
aveva in modo rassodata in tutta la Marca la sua tirannide, che appena
aveva più bisogno di riconoscere l'autorità imperiale. Egli incominciò
dall'attaccare le fortezze d'Agna e di Brenta, occupate dai fuorusciti
padovani, e resosene padrone, aveva fatti perire tutti quegl'individui
delle illustri famiglie dei Carrara e degli Avvocati, ch'eransi colà
riparati per sottrarsi alla sua crudeltà. Era in appresso entrato nel
territorio del suo capital nemico, il marchese d'Este, ed aveva, nel
periodo di dieci anni conquistate una dopo l'altra tutte quelle
fortezze, non escluse quelle di Montagnana e di Este, che pure si
credevano inespugnabili. Nel distretto di Verona erasi reso padrone del
castello di san Bonifacio, antico patrimonio di un'illustre famiglia da
più anni rivale della sua; aveva tolte molte terre alla città di Treviso
in allora governata da suo fratello Alberico da Romano, il quale pareva
che avesse abbracciato il partito guelfo: finalmente aveva a forza
occupate le piccole città di Feltre e di Belluno, che da molto tempo
eransi poste sotto la protezione di Biachin da Camino, gentiluomo
guelfo, che Ezelino spogliò affatto de' suoi dominj.
Ma nel tempo che il signore da Romano andava in tal modo dilatando il
suo dominio, giustificando con ciò il titolo che aveva preso di vicario
imperiale in tutti i paesi posti tra le Alpi trentine e l'Oglio, faceva
scorrere il sangue a torrenti in tutte le città a lui sottomesse, e con
una funesta esperienza insegnava agl'Italiani quale dev'essere un
tiranno che acquista signoria in un paese avvezzo alla libertà[90].
Farebbe orrore un troppo circostanziato racconto di tutti i suoi
delitti; il semplice annovero delle sue vittime non riuscirebbe
interessante che a coloro cui non ne sono sconosciuti i nomi, nomi
illustri solamente entro i confini della Venezia: ci limiteremo quindi a
scegliere in così vasta messe alcuni tratti bastanti a dare un'adequata
idea di quest'uomo crudele.
[90] Senza oppormi in generale al racconto dell'autore non devo
tacere che molte terre della Marca Trivigiana ebbero motivo di
lodarsi del breve dominio d'Ezelino. _N. d. T._
Del 1228 aveva Ezelino fatto prigioniere Guglielmo nipote di Tisone di
Campo san Piero, in allora fanciullo di pochi anni, e lo aveva fatto
educare nella propria corte. Era costui suo nipote; e morti essendo
Tisone e Giacomo di Campo san Piero, pareva che la nimicizia di Ezelino
contro questi due signori dovesse essersi spenta, ed aver ripreso il
debito vigore, i legami del sangue. Accadde tutt'all'opposto, che
Ezelino, l'anno 1240, fece sostenere il giovanetto Guglielmo sotto
pretesto di averlo come ostaggio: onde quattro dei signori suoi più
vicini parenti presentaronsi ad Ezelino come mallevadori di Guglielmo.
Vinto dalle loro preghiere lo rilasciò; ma Guglielmo, troppo giovane per
riflettere in mezzo al turbamento ed al terrore, ch'egli comprometteva i
suoi generosi amici, fuggì al suo castello di Treviglio che fortificò in
modo da non dover paventare un colpo di mano del tiranno. Ezelino fece
allora imprigionare i quattro signori di Vado, che furono custoditi
nella fortezza di Cornuda, di cui dopo pochi anni fece murare le porte.
Per interi giorni udironsi questi sciagurati che con lamentevoli grida
domandavano pane; e quando furono, dopo morti, aperte le prigioni, si
trovò che le loro ossa erano coperte soltanto da una pelle nera e
diseccata.
Nondimeno Guglielmo da Campo san Piero, dopo essersi conservato
indipendente sei anni, atterrito dai progressi grandissimi che faceva
Ezelino, tentò di riconciliarsi seco lui; gli consegnò le sue fortezze,
e venne a mettersi tra le sue mani dichiarando di volergli essere amico,
siccome nipote. Ma si racconta che, la notte medesima in cui trovavasi
in potere del tiranno, credette di vedere in sogno le ombre de' suoi
zii, i signori di Vado, che chiedendo pane, gli ricordavano la dolorosa
loro morte ch'egli aveva troppo incautamente dimenticata, e gli fecero
sentire, ma troppo tardi, a qual crudele signore si fosse fidato. Non
tardò a farne un crudele esperimento. Del 1249 Ezelino gli ordinò di
ripudiare la consorte, siccome quella che apparteneva ad una famiglia da
lui proscritta; al che rifiutandosi Guglielmo, fu imprigionato, e dopo
un anno condannato a morte, confiscati tutti i suoi averi, e posti in
ferri i suoi parenti senza distinzione di sesso o di età[91].
[91] _Roland. de factis in March. Tarvis. l. II, c. 9, p. 188; l. V,
c. 2, p. 234, c. 16, p. 245; l. VI, c. 12, ec. p. 262._
Due delle vittime d'Ezelino illustrarono gli estremi istanti della loro
esistenza con generosi atti di coraggio. Raineri di Bonello tradotto
avanti al tribunale d'Ezelino fu in presenza di tutto il popolo accusato
da questi d'aver tentato di dar Padova in mano del marchese d'Este.
Raineri rispose denunciando al popolo come apertamente calunniosa ed
infame tale accusa, e dichiarando che il vero motivo del supplicio
imminente era d'aver dichiarato il suo rammarico per avere i Padovani
affidata al tiranno l'autorità sovrana, di che ne facevano così amara
penitenza. Ezelino lo condannò ad essere decapitato sulla pubblica
piazza[92]. Giovanni di Scanarola fu condotto innanzi al podestà di
Verona Enrico d'Ygna, uomo venduto ad Ezelino, e suo degno satellite.
Sebbene il prigioniere si trovasse carico di catene in mezzo alle
guardie, s'avventò improvvisamente sopra il suo giudice, e,
rovesciandolo giù dal tribunale, gli fece tre mortali ferite nel capo
con un coltello che aveva avuto modo di portar nascosto sotto le vesti,
prima che le guardie avessero tempo di tagliar a pezzi lo Scanarola
colle loro alabarde. Da questo fatto ebbe principio, o si rese più
celebre il proverbio italiano: _Quello che vuol morire è padrone della
vita del tiranno_[93].
[92] _Ib. l. V, c. 9, p. 239._
[93] _Roland. l. V, c. 20, p. 248. — Monachus. Patav. in Chron. p.
682._
La maggior parte de' giustiziati, coperti d'una veste nera, perdevano la
testa sulla pubblica piazza. I loro beni erano confiscati, atterrate le
loro case, dichiarati sospetti ed imprigionati i loro parenti ed amici
d'ambo i sessi. Ma non tutte le vittime perivano di morte così dolce:
accusate indifferentemente d'aver cospirato contro il tiranno, non si
allegavano altre testimonianze del loro delitto, che le confessioni
strappate loro di bocca coi tormenti: e molti gentiluomini che
rifiutavansi di confessare i supposti delitti, si fecero perire in mezzo
agli orrori d'una tortura spinta al di là di quanto può soffrire l'umana
natura[94].
[94] _Roland. l. V, c. 9, p. 239._
Tante erano le persone sospette condensate nelle carceri da Ezelino,
ch'egli ordinò di far nuove carceri presso alla chiesa di san Tomaso di
Padova. Uno di que' vili cortigiani che i tiranni sanno trovare in ogni
paese e valersene nell'esecuzione de' loro disegni, chiese, come una
grazia, la direzione della fabbrica delle prigioni, affinchè riuscissero
veramente infernali. «Ma si rallegrino, soggiugne Rolandino, le anime di
quegli sventurati che perirono nel castello (così chiamaronsi quelle
prigioni), poichè colui che tante volte era volontariamente entrato in
quelle segrete, per assicurarsi che un solo raggio di luce non vi
penetrerebbe, colui che aveva posto ogni suo studio nel renderle
tenebrose, insalubri e somiglianti al Tartaro, vi fu egli stesso chiuso
per ordine di Ezelino, e perì miseramente nell'inferno da lui formato,
in preda alla fame, alla sete, agl'insetti immondi, in vano bramando il
ristoro di quell'aere che con tanta cura aveva cercato di escludere da
quel luogo»[95].
[95] _Roland. l. V, c. 10, p. 240._
Doveva credersi che poco considerabile fosse il numero di quegli uomini
vili e feroci di cui abbisogna un tiranno per dare esecuzione alle sue
crudeltà; ma tutt'all'opposto accadde sotto il governo d'Ezelino. Ogni
podestà ch'egli mandava alle città soggette, tutti i governatori de'
castelli, i carcerieri, sembravano quanto Ezelino insensibili e crudeli.
Egli aveva, dopo abbandonato l'assedio di Parma, fissata la sua
residenza in Verona, ed aveva affidato il governo di Padova ad uno de'
suoi nipoti, Ansidisio Guidotti, forse più crudele del suo signore. Un
apologo incautamente raccontato nel pubblico palazzo, ed applicato ad
Ezelino[96], fu un delitto espiato colla morte non solo del suo primo
autore, ma di tutti coloro che si suppose averlo applaudito. Eran essi
dodici, e le loro consorti, i fratelli, i figli, quantunque fanciulli,
furono tutti imprigionati.
[96]
_Accipitrem, milvi pulsurum bella, Columbæ_
_Accipiunt Regem; Rex magis hoste nocet._
_Incipiunt de rege queri, quia sanius esset_
_Milvi bella pati, quam sine marte mori._
Di que' tempi all'incirca tra coloro che perirono sul palco furono assai
compianti que' della famiglia Delesmanini, una delle più ricche e
potenti della fazione ghibellina. Una signora di quella casa aveva di
fresco sposato in seconde nozze un gentiluomo affezionato al conte di
san Bonifacio, e perciò nemico d'Ezelino. Queste nozze fattesi in
Cremona probabilmente senza saputa dei Delesmanini, provocarono in modo
la collera del tiranno, che fece imprigionare tutte le persone di quella
famiglia, ordinando al suo podestà Guidotti di farle perire. Sebbene un
suo fratello avesse sposata una sorella di quegli sciagurati
gentiluomini, senza avere alcun riguardo ai legami del sangue e
dell'amicizia, fu rigoroso esecutore della crudel vendetta del suo
padrone. Volle per altro far esperimento del popolo, temendo che si
ammutinasse; e mandò al supplicio un solo Delesmanino, il più giovane ed
il meno stimato; ma vedendo che i loro vassalli ed amici non facevano
verun movimento, fece strascinare tutti gli altri sulla piazza, ove
furono decapitati. «Universale fu la sorpresa, dice Rolandino, per la
morte dei Delesmanini, perchè la casa da Romano non aveva avuto in tutta
la Marca amici più prossimi, più fedeli, o più zelanti. Tale amicizia
parve che si conservasse tra i contemporanei di questa generazione,
com'erasi mantenuta inviolata tra i loro padri: ma nulla dobbiamo tanto
temere, niuna cosa è foriera di tante calamità, quanto un amico perfido
e sleale, che acquista troppa grandezza e potenza.»[97]
[97] _Roland. l. VI, c. 2, p. 254; e c. 9, p. 261._
Intanto Federico, dopo aver soggiogati i Guelfi di Fiorenza, e rassodata
la sua autorità in tutta la Toscana, dava voce di voler abbandonare
l'Italia settentrionale a sè medesima, onde raddolcire alquanto la
collera del papa, e farsi strada, se era possibile, a qualche
riconciliamento. San Luigi, re di Francia, aveva svernato del 1248-1249
nell'isola di Cipro col potente esercito de' crociati che conduceva in
Egitto. E perchè in primavera incominciava a mancare di vettovaglie,
Federico accordò ai Veneziani, coi quali era in guerra, salvacondotti,
onde potessero recar soccorsi all'armata francese, e spediva egli stesso
a san Luigi un convoglio di vettovaglie, manifestandogli in una lettera
l'ardente suo desiderio di raggiugnere la crociata, ed il rincrescimento
di esserne impedito dalla guerra che gli faceva il papa[98]. Dall'isola
di Cipro san Luigi scrisse di nuovo ad Innocenzo IV per determinarlo a
far la pace col benefattore della cristianità, col principe che aveva di
fresco salvata l'armata de' crociati da una spaventevole carestia[99].
Bianca, regina di Francia, non s'interessava meno vivamente per lo
stesso oggetto; ma Innocenzo fu inflessibile; e la totale disfatta di
san Luigi presso Damietta, la sua prigionia e la morte di Federico,
liberarono il papa da ulteriori istanze.
[98] _Petri de Vineis l. III, epist. 22, 23, 24, p. 431 e seguenti._
[99] _Math. Paris. Hist. Angl. ad ann. 1249, p. 663._
Trovandosi nella Puglia già da un anno, senza aver fatto cose, per
quanto si sappia, di molta importanza, Federico fu sorpreso a
Florentino, borgata di Capitanata, da una dissenteria che lo condusse al
sepolcro il 13 dicembre del 1250, nel cinquantesimo sesto anno dell'età
sua, essendo stato trentun anni imperatore, trentotto re de' Romani,
cinquantadue re delle due Sicilie.
Nel corso di questa Storia abbiamo dovuto formarci un'idea del carattere
di questo principe; ma siccome verun sovrano fu attaccato con maggiore
accanimento, nè difeso così caldamente, riesce quasi impossibile lo
spogliare le sue azioni dalle imputazioni della calunnia, o dal favore
de' suoi zelanti partigiani. Non saprei meglio chiudere ciò che ho fin
qui detto intorno a questo principe, che trascrivendo ciò che ne dissero
due storici della susseguente generazione, uno de' quali Giovanni
Villani, fiorentino, fu uno zelante Guelfo, l'altro Nicolò di Jamsilla,
napoletano, uno de' più caldi Ghibellini.
«Federico, dice Villani, fu un uomo di gran valore e di grande affare,
savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose,
seppe la lingua latina, e la nostra volgare, e tedesco, francesco, greco
e saracinesco: e di tutte virtù copioso, largo e cortese in donare, e
savio in arme; e fu molto temuto. Fu dissoluto in lussuria in più guise,
e tenea molte concubine e mameluchi a guisa de' Saraceni, ed in tutti i
delitti corporali si volle abbandonare, e quasi vita epicurea tenne, non
facendo conto che mai altra vita fosse; e questa fu principale cagione,
perchè egli venne nemico di santa Chiesa e dei chierici ec.»[100].
[100] _Giovanni Villani Istor. l. VI, c. 1, p. 155._
«Federico, scrive Giacomo di Jamsilla, fu uomo di gran cuore, ma la
somma sua sapienza ne temperava la magnanimità; di modo che le sue
azioni non procedevano giammai da impetuosa passione, ma da maturità di
giudizio.... Amò la filosofia, di cui fu studioso, e la propagò ne' suoi
stati. Prima ch'egli regnasse, sarebbesi a stento trovato nelle Sicilie
un letterato; ma egli aprì, nel suo regno, scuole per le scienze e per
le arti liberali, chiamando con isplendidi premj da tutte le parti del
mondo i più rinomati professori. Nè a questi soli accordava liberali
assegnamenti, ma prendeva dal proprio tesoro di che pagare il
mantenimento de' poveri scolari, affinchè niun uomo, di qualunque
condizione si fosse, venisse da povertà costretto a lasciare lo studio
della filosofia. Diede egli medesimo non dubbie prove de' suoi studj
letterarj rivolti principalmente alla storia naturale, avendo scritto un
libro della natura e della cura degli uccelli. Amò la giustizia e la
rispettò talmente, che tutti i suoi sudditi potevano liberamente piatire
contro di lui, senza che il suo rango gli dasse alcun vantaggio presso
ai tribunali, o che qualunque avvocato facesse difficoltà di patrocinare
contro l'imperatore i suoi sudditi. Ma malgrado tanto amore per la
giustizia, non lasciava di temperarne talvolta il rigore colla
clemenza»[101][102].
[101] _Nicolai de Jamsilla, Historia Conradi et Manfredi, in
proemio, t. VIII, p. 495._
[102] È cosa veramente singolare che questo così illustre Italiano,
ed il suo intimo confidente Pietro delle Vigne non abbiano avuto
luogo tra i sessanta uomini più illustri della nostra Italia; anzi
non siasi pur sospettato da chi ne fece la scelta, che potessero
aspirare a tanto onore; tale è la forza che anche in questa nostra
filosofica età conservano le opinioni di parte, che diressero la
penna degli storici nemici degl'imperiali. Ma se si vorrà
sottilmente esaminare ciò che a favore delle scienze e delle lettere
operarono Federico II, e Pietro delle Vigne, si troverà che l'Italia
e l'Europa va loro debitrice del rinnovamento degli studj e di
quello spirito filosofico, che a fronte degli sforzi fatti per
comprimerlo, incominciò, dopo tale epoca, a fermentare tra
gl'Italiani. _N. d. T._
CAPITOLO XVIII.
_Innocenzo IV torna in Italia. — Sue guerre con Corrado e
Manfredi. — Sua morte. — Roma sotto il suo pontificato; il
senatore Brancaleone. — La Toscana: il governo popolare si
stabilisce in Fiorenza._
1251=1255.
Colla morte di Federico II ebbe fine in Italia l'autorità
degl'imperatori, la quale, sebbene ne fossero controversi i limiti, era
però confessata da tutte le repubbliche[103]. Di ciò ne furono
principale cagione i principi di Germania che protrassero ventitre anni
l'elezione del nuovo re de' Romani, e la debolezza di Rodolfo
d'Absburgo, eletto re di Germania dopo la morte di Federico II, e de'
suoi immediati successori Adolfo ed Alberto, i quali non avendo potuto
scendere in Italia a ricevere in Roma la corona dell'Impero, non ebbero
il titolo d'imperatori. Dopo sessant'anni Enrico VI, di Lussemburgo,
entrò in Italia per farvi rivivere i diritti dell'Impero; ma dopo la
subita morte di questo monarca un secondo interregno lasciò i popoli
italiani in piena libertà di rassodare la loro indipendenza e di rompere
tutti i legami che gli univano alla Germania.
[103] La sola repubblica di Venezia, siccome quella che esisteva
avanti che si rinnovasse l'Impero occidentale, non si volle mai
riconoscere dipendente agl'imperatori francesi o tedeschi. _N. d.
T._
La storia degl'imperatori formò dunque fino alla morte di Federico II
una importantissima parte di quella delle repubbliche italiane; onde non
lasciai di tener dietro alla maniera con cui poc'a poco s'andarono
staccando dall'Impero; come crebbero i loro privilegi a danno di quelli
degl'imperatori, de' quali per altro riconobbero sempre l'alto dominio;
come dopo averne eccitata la gelosia loro, seppero resistere alle loro
forze; e per ultimo come facessero causa comune coi papi per balzare dal
trono in nome della religione la più illustre e potente famiglia della
Germania. Riandando questi avvenimenti, abbiamo pure veduto come nel
seno medesimo delle città non pochi cittadini, sdegnati della lega che
vedevano formarsi contro il capo dell'Impero, presero le armi in difesa
de' suoi diritti; e come tutte le repubbliche trovaronsi lacerate da
intestine fazioni, e molte cadute sotto il giogo della tirannia avanti
che conseguir potessero lo scopo che si erano proposto.
Dopo la presente epoca le cose della Germania saranno alquanto più
separate da quelle dell'Italia; e poco dovremo occuparci dell'elezione
degl'imperatori e del governo della Germania: ma non perciò la storia
de' popoli liberi d'Italia potrà scompagnarsi da quella de' loro vicini
e de' loro nemici. Gl'interessi delle nazioni cominciarono ben tosto ad
essere in contrasto in questo paese, ed a contrappesarsi
vicendevolmente, onde siccome non si può scrivere la recente storia d'un
popolo senza abbracciare quella di tutta l'Europa, così la storia delle
repubbliche italiane de' secoli di mezzo comprende quella di quasi tutto
il mezzogiorno. Nelle rivoluzioni del regno di Napoli che decisero dei
destini di quasi tutte le città libere, vedremo i Francesi e gli
Arragonesi in guerra coi Tedeschi e cogli Arabi; ed in un tempo o
nell'altro vedremo presentarsi sulla scena che ci siamo proposti di
rappresentare, quasi tutte le nazioni.
La morte di Federico II equivaleva per il papa ad una grande vittoria,
perchè sembrava che dovesse portare uno straordinario cambiamento allo
stato d'Italia. Ne sentì tutta l'importanza Innocenzo IV, il quale
scriveva in tal modo al clero del regno di Sicilia: «Esultino i cieli,
la terra si riempia d'allegrezza, essendosi, per la morte di costui,
cambiati in freschi zefiri ed in feconde rugiade il fulmine e la
burrasca che Dio teneva sospese sulle vostre teste»[104]. Non tardò
l'accorto pontefice a formare il vasto progetto dell'unione di tutto il
bel regno di Napoli al patrimonio di san Pietro; al quale oggetto
invitava con sue lettere il clero, i nobili, i borghesi del regno, a
prendere le armi contro il loro re, e poco dopo così scriveva alla città
di Napoli. «Coll'assenso de' nostri fratelli i cardinali, abbiamo prese
sotto la protezione della santa sede le vostre persone, i vostri beni e
tutta la città, ordinando che perpetuamente rimanga sotto l'immediata
sua dipendenza, obbligandoci a questo, che la Chiesa non accorderà
giammai la sovranità, o qualsiasi diritto sopra la medesima a veruno
imperatore, re, duca, principe o conte, o ad altra persona»[105].
[104] _Innoc. IV, Epist. l. VIII, ep. I, Ap. Raynald. ad ann. 1251,
§ 3, p. 604._
[105] _Inn. Epist. l. VIII, ep. 148, ib. § 41, p. 612._
Per approfittare di così favorevoli circostanze ed essere più vicino
alle conquiste che meditava di fare, Innocenzo partì da Lione in sul
cominciare di primavera alla volta d'Italia. Venne ricevuto in Genova
dai suoi concittadini con istraordinario giubilo, accresciuto dalla
presenza dei deputati di quasi tutte le città lombarde, colà recatisi
per incontrarlo, ed ottenere che volesse onorare della sua presenza
quelle città: inchiesta avidamente accolta dal pontefice, siccome quella
che maravigliosamente giovava ai suoi progetti[106]. Il partito
ghibellino, scoraggiato dalla morte di Federico e dall'abbandono di
molte città amiche, signoreggiate dai Guelfi, chiedeva pace; e se tal
pace facevasi sotto gli occhi e colla mediazione del pontefice, veniva a
rendersi più certo il trionfo della santa sede. Le città di Savona e di
Albenga ed il marchese del Carreto, che, finchè visse l'imperatore,
ebbero guerra con Genova, avevano già mandati ambasciatori a questa
città, offrendole di governarsi sotto i suoi ordini e di unirsi alla
parte guelfa. Gli stessi Pisani, che in ogni tempo eransi mostrati
caldissimi partigiani della casa di Svevia, avevano spedito un frate
domenicano a Genova per trattare un accomodamento. Vero è che quando i
Genovesi chiesero al domenicano la cessione del castello di Lerici,
posto in riva al mare al confine dei due territorj, questi rispose loro:
«Vi cederemmo piuttosto Cinzica, uno de' quartieri della nostra città»;
ed ebbe così fine ogni trattato.
[106] _Caffari Contin. l. VI, Ann. Genuen. p. 518. — Caval. Flamm.
del Borgo l. V dell'Istoria pisana, § 5, p. 282._
Il viaggio d'Innocenzo in Lombardia fu un continuo trionfo: i Guelfi si
affollavano in sulla strada, e per assicurarlo dagl'insulti de'
Ghibellini avevano formato alcuni corpi di guardie d'onore, che tenevan
luogo di vere armate. Ma le città ghibelline, come Pavia e Lodi, sul di
cui territorio doveva passare il papa, scoraggiate dalla morte del loro
capo, non volevano certamente provocar davvantaggio la collera del
pontefice: che anzi, bramando di far dimenticare le antiche offese, si
dicevano disposte a riconciliarsi colla parte guelfa, e permettevano ai
loro esiliati di rientrare in patria[107]. In fatti la città di Lodi,
tribolata dalle armi dei Milanesi, entrò nella lega; e Pavia fece con
Milano un trattato di pace, ch'ebbe poi corta durata.
[107] _Nicolai de Curbio Vita Innoc. IV, t. III, p. I, § 30, p. 592.
1. — Galvan. Flammæ Manip. Flor. § 285, p. 683. — Corio Stor. di
Milano p. II, p. 109. verso._
Il papa aveva poste le armi in mano ai Lombardi contro l'imperatore; ma
se gli aveva spinti in una pericolosa guerra contro un grande monarca,
gli aveva così potentemente sussidiati colle armi spirituali, che
n'erano usciti vittoriosi. Federico aveva dovuto abbandonare l'assedio
di Brescia e di Parma; non aveva osato d'intraprendere quelli di altre
più potenti città, quali sono Milano, Genova e Bologna; ed un anno prima
di morire, erasi allontanato da un paese, per opprimere il quale
sentivasi troppo debole. Mossi da queste considerazioni i Milanesi
mostrarono al pontefice il più vivo attaccamento, recandosi, per così
dire, la città in corpo ad incontrarlo, onde duecento mila persone
fiancheggiavano tutta la strada a dieci miglia dalle mura. Inventarono
per onorarlo un nuovo ordigno, sotto il quale fece il suo solenne
ingresso in Milano: era questo coperto di un drappo di seta e portato
dai più ragguardevoli gentiluomini; ordigno adoperato poi nelle
cerimonie religiose, e detto _baldacchino_. I Milanesi intrattennero il
papa più di due mesi nella loro città, e gli accordarono l'autorità di
nominare in quell'anno il podestà, ricevendo essi, in compenso degli
onori grandissimi con cui lo colmarono, indulgenze e grazie spirituali.
Benchè gloriosa, lunga fu però la guerra che i Milanesi sostennero per
favorire Innocenzo, e cotal guerra aveva esaurite le pubbliche entrate;
onde nel precedente anno avevano dovuto ordinare, a favore del comune,
un ritardo di otto mesi a pagare i suoi debiti, ed accrescere le gabelle
onde poter soddisfare ai nuovi impegni. In pari tempo accordavano a
tutti i privati debitori quelle facilità medesime che si arrogava la
repubblica[108]; col quale apparente atto di giustizia si venivano ad
accrescere i disordini e le perdite causate alla società da questa
specie di fallimento. Nè bastando queste gravezze, finalmente i Milanesi
risolsero di chiamare un magistrato straniero, cui accordarono un
illimitato potere di stabilire, ove e come lo trovasse più opportuno,
dogane, gabelle, pedaggi. Sebbene quest'odiosa scienza non fosse in
allora così ben conosciuta come nella presente età, il nuovo magistrato
Beno de' Gozzadini di Bologna fece quanto seppe per accrescere colle
concussioni i profitti del comune. Ne' primi quattro anni il popolo si
sottomise, senza lagnarsi, alle arbitrarie gravezze di Gozzadino; e
nell'ultimo anno fu innalzato alla suprema carica di podestà onde
incontrasse minori ostacoli, e più sollecitamente pagasse il pubblico
debito. Ma le sue concussioni stancarono finalmente la pazienza del
popolo; il quale, ammutinatosi, mise a morte l'infelice podestà, siccome
autore d'insoffribili gravezze. Ed è cosa notabile che, morto il
Gozzadino, il popolo non essendo sollevato dalla maggior parte delle
gabelle che questi aveva inventate per sovvenire ai bisogni dello stato,
gli storici milanesi, prendendo parte alle prevenzioni del popolo, hanno
continuato a maledire la memoria di questo finanziere[109]. Il papa
erasi appena partito da Milano, che scordando tutto quanto aveva per lui
sofferto, e la splendida accoglienza fattagli, scrisse da Brescia a
quell'arcivescovo per eccitarlo a sostenere vigorosamente le libertà
ecclesiastiche contro il podestà ed i consigli, che alcuna volta non le
rigettavano. Lagnavasi in particolare che si obbligassero alcuni monaci,
detti _umiliati_, ad esercitare alcune pubbliche incumbenze alle porte
ed alle dogane, siccome coloro che con maggiore economia e fedeltà
riscuotevano le gabelle. Ordinava all'arcivescovo d'impiegare contro la
repubblica le censure ecclesiastiche, e tutto il rigore degli spirituali
castighi per rintuzzare gli abusi che si fossero introdotti nel governo.
Tanta ingratitudine del pontefice offese i Milanesi se non abbandonarono
affatto il partito guelfo, cessarono almeno di esserne i più caldi
partigiani: imperciocchè nominarono loro capitano generale il marchese
Lancia di Monferrato, zio di Manfredi, reggente di Sicilia e zelante
ghibellino; e gli affidarono dal 1253 al 1256 il governo degli affari
della guerra e della giustizia, a condizione che mantenesse al soldo
della repubblica mille cavalli forastieri. Il marchese Lancia non venne
però a stare in Milano, ma vi mandò ogni anno in qualità di suo
luogotenente un podestà da lui nominato.
[108] _Giorgio Giulini, Memorie della campagna di Milano, t. VIII,
l. LIII, p. 52._
[109] _Conte Giulini, Memorie l. LIV, p. 113. — Galvan. Fl. Manip.
Flor. § 288, p. 685. — Corio Istor. di Mil. p. 112 — Annal. Anon.
Mediol. t. XVI, c. 24 e 26, p. 657._
Sebbene avessero scelto per loro giudice e generale un Ghibellino, non
sembra che a tale epoca i Milanesi avessero affatto abbandonata la parte
guelfa; e la guerra che coll'ajuto del marchese Lancia fecero ai
cittadini di Pavia, dovrebb'essere una contraria prova. Non può dirsi lo
stesso degli abitanti di Piacenza, i quali avanti che morisse Federico,
a motivo dell'odio che nudrivano contro i Parmigiani, staccaronsi del
partito che questi avevano di fresco abbracciato, si collegarono con
Cremona, col marchese Pelavicino e con tutti i Ghibellini, e
ricominciarono la guerra che nel principio del secolo avevano intrapresa
contro Parma. Ad eccezione di questa sola guerra, le parti e le
alleanze, tutto aveva cambiato aspetto: pareva che ogni armata fosse
passata nel campo nemico per rinnovare la pugna.
Due passioni l'una dall'altra affatto indipendenti dividevano in due
opposte fazioni gli abitanti di tutte le città d'Italia. Da una banda la
gelosia e la reciproca diffidenza de' plebei e de' nobili teneva viva la
discordia in seno ad ogni repubblica; dall'altra i partigiani
dell'Impero e quelli della Chiesa dividevano l'Italia in due parti che
si facevano un'accanita guerra. Tra le fazioni politiche nate in seno di
ogni città, e le fazioni religiose che regnavano in tutto l'Impero, non
eravi veruna stabile alleanza: nè i papi eransi dichiarati protettori
della plebe, nè gl'imperatori della nobiltà. A Milano i gentiluomini
erano Ghibellini, Guelfi i popolari: a Piacenza era tutto il contrario.
La scelta di ogni famiglia tra queste due grandi fazioni non era figlia
di personali considerazioni e di viste d'interesse; ma era stata
determinata dalla propria inclinazione verso il capo della religione o
verso il capo dello stato: puri n'erano i motivi, sincero
l'attaccamento. Dal canto loro il papa e l'imperatore eransi procurati
partigiani in quelle città nelle quali più vicini interessi avevano già
accesa la discordia, prendendo a favoreggiare il partito più debole, a
lusingarne le passioni, tenendo in ogni luogo un diverso linguaggio
secondo credevan più conveniente a sedurre la classe degli uomini con
cui trattavano. Coloro che per interno sentimento erano Guelfi o
Ghibellini, non abbandonavano le proprie affezioni; coloro la di cui
alleanza era stata per interesse cercata dal papa o dall'imperatore,
potevano cangiare colla politica. Generalmente parlando, non potrebbesi
in verun modo spiegare la lunghissima durata in tutta l'Italia delle
fazioni guelfe o ghibelline, i prodigiosi sagrificj che tutti i più
virtuosi cittadini facevano allo spirito di partito, l'eguaglianza delle
forze e le frequenti alternative di vittorie e di sconfitte, volendole
originate da solo personale interesse. L'egoismo non suole ispirare
energia, e colui che non calcola che i suoi avvantaggi, li troverà
sempre nel riposo. Più nobili cagioni armavano i cittadini d'ambo i
partiti; due virtuosi sentimenti, lo spirito religioso e lo spirito di
giustizia, erano stati dalla discordia posti in guerra fra le due
podestà religiosa e politica.
Non può negarsi che i papi non usassero una troppo aperta ingiustizia
contro gl'imperatori, invadendo i loro più sacri diritti, eccitando il
tradimento in seno alle loro famiglie, calunniandone il nome, e
privandoli per fino colle inique sentenze della loro corona. Il rango,
la potenza, le virtù de' personaggi, oggetto di tanta ingiustizia, ne
rendevano le sventure più illustri, e queste lasciavano nell'anima de'
popoli una profonda indelebile traccia: imperciocchè sebbene siano degni
di commiserazione tutti gli sventurati, quella che sentiamo pei sovrani
veste un carattere ancora più nobile, innalzandoci in qualche modo al
grado di coloro che ci spinge a soccorrere: noi la chiamiamo col nome di
_lealtà_, ed andiamo superbi dell'entusiasmo onde ci investe.
Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può
allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla
giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di
esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il
cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici
della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni
non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra
un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso
convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie,
fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio,
senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle
dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più
suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le
due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare
in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con
energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti
dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa.
[110] Qui l'autore confonde l'abuso che in alcun tempo fecero della
religione cattolica i principali prelati, valendosi dell'ignoranza
de' popoli superstiziosi, colla natura della religione medesima; la
quale, fondata sopra la divina rivelazione, è ben lontana dal
chiedere il sagrificio della ragione, volendo anzi che la
_sommissione de' fedeli sia ragionevole_. _N. d. T._
Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla
fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi
negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a
Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo
addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di
onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di
accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di
divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini.
Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase
alcun tempo.
[111] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VIII, c. 4, t. XIV, p.
920. — Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, 30, 592._
Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale,
era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva
Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli
legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora
viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico
figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo
testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli.
Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di
una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo
che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È
probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui
sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno
e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico
re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de'
Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il
giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e
Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del
1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per
venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati.
[112] Vedasi il testamento di Federico II presso _Lunig. Codex
Italiæ Diplomat. t. II, p. 910_, oppure presso il _Giannone l. XVII,
c. 6, t. II, p. 617_.
[113] Se crediamo a Matteo Paris, Federico d'Antiochia sarebbe morto
prima di suo padre. _An. 1249, p. 665._
Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca
Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da
Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare
l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la
sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze
per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo
scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a
portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere
veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo
all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata
composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee
metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò
a Siponto nella Capitanata.
[114] _Monac. Patav. in Chron. p. 685._
[115] _Flamin. del Borgo Diss. V dell'Istoria pisana, p. 285._
Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il
regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era
stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la
sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso
carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche
de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani
dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè
ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia,
nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli;
Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de'
ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che
non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle
marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non
aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto
il suo regno.
[116] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo, t. VII, p. 1069._
Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi
acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare
il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun
padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente
facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al
fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che
doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I
conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e
che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato
della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli
co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni
di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que'
gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e
Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non
ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi
a ridurre queste due città.
[117] _Nicolai de Jamsilla t. VIII, p. 505 e 506._
Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva
procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla
solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone
dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio
le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le
due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero
della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse
gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione.
[118] _Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x._ — Dice
Matteo Paris che in tempo delle negoziazioni, Corrado fu avvelenato
dai partigiani del papa, e che a stento si sottrasse alla morte.
_An. 1252, p. 725._
Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere
soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze
andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città,
dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico
uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da
una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè,
incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di
capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non
volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i
Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco,
e spianare le mura della città[119].
[119] _Matteo Spinelli Diurnal, p. 1071. — Sabas. Malaspina Hist.
Sicula l. I, c. 3, p. 789. — Barthol. de Neocastro Hist. Sicula, c.
I, t. XIII, p. 1016._
La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di
soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e
conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così
vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma
tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo
della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per
diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa
politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou,
ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli.
[120] _Nicolaus de Curbio, Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x. —
Raynald. 1253, § 2-5, p. 623, 625._
Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi
predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi
diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo
di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora
l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva
sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva
rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò
Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la
corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello
d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le
guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte
militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere
una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo
ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso
conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai
montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete
speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie,
aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio
della Sicilia.
[121] _Mathæi Paris Hist. Angl. (Continuatio) ad an. 1253, 1254, p.
761._ Matteo Paris si era proposto di terminare la sua storia
coll'anno 1250, onde terminando il venticinquesimo mezzo secolo,
ricapitola gli avvenimenti degli ultimi cinquant'anni, e chiude le
sue osservazioni con una specie di epilogo, _p. 697_. A fronte di
ciò io penso che lo stesso Paris sia il continuatore della storia.
Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa,
e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla
necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata
delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul
parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima
moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado
alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a
dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì
repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj
del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono
apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto
fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali
d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III
stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al
fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo,
conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto
sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle
istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua
sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi
tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori
esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa,
ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli
avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi
dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della
Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla
morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno,
fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che
lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare
in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca
di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in
fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo
raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso
principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il
marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo
avevano in grandissima stima.
[122] _Mathæus Parisius an. 1254, p. 765._ — Lettera di Corrado _in
additamentis ad Mat. Paris. p. 1113_.
[123] _Ibid. p. 767._
[124] Il 21 maggio 1254. _Nicol. de Jamsilla hist. t. VIII, p. 507._
[125] _Schmidt storia degli Allemanni l. VI, c. 10, t. III, p. 589_;
lo dice Margravio d'Hocherg, ma tutti gl'Italiani lo chiamano
d'Oenburgo.
La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo,
dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie
di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo
primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo
padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane
Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non
sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa,
accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità.
Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla
corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il
dispiacere avutone[130].
[126] _Barth. de Neocastro hist. Sic. t. XIII, p. 1016._
[127] _Ricord. Malasp. hist. Fior. c. 143, p. 974._
[128] _Raynald. an. Eccl. 1254. § 42. p. 644._
[129] _Sabas Malas. hist. Sicula l. I, c. 4, p. 790._
[130] _Math. Paris ad ann. e Giannone hist. civile l. XVIII, c. 2,
p. 631. — Flaminio del Borgo, dissert. V, p. 290._ Niuno scrittore
coetaneo parlò di veleno. _Monac. Patav. l. II, p. 689. — Nicol. de
Jamsilla p. 507. — Diurnali di Matteo Spinelli p. 1071._
Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado,
tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per
raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado,
rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto
commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua
eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi
interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di
Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere
nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni
pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e
rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere,
avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in
appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato,
poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe
accordargli[131].
[131] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 507._
Dopo così orgogliosa risposta, Innocenzo domandò truppe alle repubbliche
guelfe della Lombardia, della Toscana, della Marca d'Ancona; ed i conti
del Fiesco, suoi parenti, fecero pure a Genova leve di soldati per suo
conto. Mentre il papa adunava la sua armata nella città d'Anagni, i suoi
partigiani eccitavano i Siciliani alla ribellione, rappresentando loro
quanto vergognosa cosa fosse il dominio de' Saraceni e dei Tedeschi.
Effettivamente i grandi giustizieri di quasi tutte le province erano
Arabi, ed Arabi gli altri principali impiegati civili e militari. La
sollevazione non tardò a scoppiare in tutte le province, e continui
avvisi di nuove congiure giugnevano al marchese ed a Manfredi; perchè il
primo, scoraggiato da tanti mali, si appigliò finalmente al partito di
dimettersi dalla reggenza del regno, e si unì agli altri baroni che si
erano mantenuti fedeli al sovrano, per disporre Manfredi a prendere le
redini del travagliato governo.
Nelle presenti circostanze, in cui l'autorità reale trovavasi esposta a
mille rischi ed umiliazioni, rifiutava a Manfredi cotale inchiesta: ma
riflettendo ad un tempo che forse era egli il solo che potesse in tanto
turbamento di cose salvare la monarchia, ne accettò la reggenza a
condizione che sarebbero posti a sua disposizione tutti i tesori di
Corrado, de' quali Bertoldo erasi riservata l'amministrazione, e che
passerebbe nella Puglia per far leva di un'armata pronta a servirlo in
ogni incontro. Bertoldo non attenne le sue promesse, onde
moltiplicandosi le sedizioni, e l'armata del papa trovandosi già presso
ai confini del regno, Manfredi risolse di andargli incontro egli stesso
e di fargli aprire le porte di tutte le fortezze. Il papa era assai
vecchio, ed il popolo stanco dell'ultima amministrazione; onde non
poteva ridursi ad odiare i nuovi padroni ch'egli stesso si era scelti,
che facendone esperienza. Un'imprudente resistenza non poteva che
accrescere i mali della guerra, ed il più sicuro consiglio era quello di
aspettare salute dagli avvenimenti.
Manfredi si fece precedere da' suoi ambasciadori, i quali da parte sua
dissero al papa ch'egli risguardava la santa sede come la naturale
protettrice dei pupilli e dei deboli, che l'ultimo re, morendo, aveva
espressamente posti i suoi figliuoli sotto la protezione del pontefice;
e che se per conservare questa eredità ad un orfano, voleva Innocenzo
stesso prenderne il possesso, Manfredi non si opporrebbe altrimenti alle
sue mire, che riservavasi soltanto tutti i diritti suoi e di suo nipote,
e che precederebbe tutti i Pugliesi nel dar prove del suo rispetto e
devozione per la santa sede. In fatti si avanzò fino a Ceperano, posto
al confine dei due stati, e tenne egli stesso le briglie del cavallo del
papa mentre passava il Garigliano[132].
[132] _Nicol. de Jamsilla p. 512. — Diurnali di Matteo Spinelli p.
1073._
Sopraggiugneva Innocenzo circondato da tutti gli esiliati del regno, da
tutti quelli che colle loro pratiche avevano, fin dai primi anni del
regno di Federico, cercato di turbarne l'amministrazione, i Sanseverino,
i del Mora, i d'Aquino e Borello d'Anglone, che tutti mostravansi
premurosi di accrescere cogl'insulti l'umiliazione di Manfredi. I
Sanseverino, se devesi prestar fede allo Spinelli, rifiutavansi,
incontrandolo, di salutarlo; un legato del papa esigeva da tutti i
baroni il giuramento di fedeltà alla santa sede, quasi che il regno le
fosse devoluto per sempre; ma ciò non bastando, osò perfino di chiederlo
allo stesso Manfredi, mentre un'ingiusta investitura del papa spogliava
questo principe di una parte de' suoi dominj a Taranto, e li trasmetteva
a Borello d'Anglone suo nemico.
Costui, poco dopo la morte di Federico, aveva da Manfredi ottenuta una
grazia, ma l'aveva scordata per risovvenirsi soltanto del suo rancore
verso la casa di Svevia: audacemente disputava intorno ai diritti del
principe e pareva che si dasse minor premura di spogliarlo de' suoi
beni, che di fargli sentire d'essere diventato suo eguale. Per ultimo
postosi alla testa di alcuni soldati s'avviò verso Alesina per prendere
possesso della contea tolta a Manfredi, il quale trovavasi allora a
Teano col papa. Ebbe intanto avviso che Bertoldo d'Oenburgo, altra volta
reggente, avvicinavasi con una armata per rendere omaggio al papa, e
partì subitamente con un magnifico seguito per abboccarsi seco avanti il
suo arrivo. Tenne la stessa strada di Capoa, e raggiunse Borello che
l'aveva di poco preceduto: le due scorte, inasprite da mille precedenti
ingiurie, s'insultarono e vennero alle mani: Borello fu ucciso contro il
volere del principe, come lo attestano i suoi partigiani; ed è da
credersi, perciocchè aveva troppa accortezza per non vedere che,
quantunque figlio dell'imperatore e presontivo erede del trono, questo
avvenimento lo poneva in grandissimo pericolo. Il papa citò Manfredi a
presentarsi al tribunale di uno de' suoi nipoti, per purgarsi, se ancora
lo poteva, dell'omicidio ond'era accusato; ed in pari tempo gli negò un
salvacondotto per recarsi al tribunale: d'altra parte la città di Capoa
fece prendere gli equipaggi del principe e spedì truppe per arrestarlo.
Manfredi erasi chiuso in Acerra, il di cui conte era suo stretto
parente; ma non tardò ad avvedersi che ognuno cercava di tenersi da lui
lontano: lo stesso marchese d'Oenburgo che aveva approvata la sua
condotta, si astenne dall'aver seco un abboccamento, e mise in campo
contro il figliuolo dell'augusto suo padrone alcune lagnanze di cui non
erasi prima nemmeno sognato. Bentosto il marchese Lancia, zio materno di
Manfredi, gli diede avviso che non era in Acerra sicuro, perchè vi
sarebbe assediato con forze superiori; e che se egli, a seconda
dell'ordine pontificio, si dava spontaneamente in potere del papa,
sarebbe stato chiuso in una prigione, per essere in seguito condannato
all'esilio ed alla perdita de' suoi beni, e fors'anco alla morte.
Una sola strada vedeva il principe aperta alla sua salvezza, quella di
attraversare il regno e rendersi a Luceria nella Capitanata, ponendosi
confidentemente in mano dei Saraceni abitatori di quella città, e
risvegliando nel cuor loro, se era ancor tempo, l'affetto che sempre
conservarono alla sua famiglia. Ma il comandante di Luceria era Giovanni
Mauro, creatura del marchese d'Oenburgo, che di già erasi sottomesso al
papa; e per giugnere a Luceria dovevasi attraversare una vasta contrada
occupata dai suoi nemici.
Manfredi dando voce che andava alla corte pontificia, partì d'Acerra
avanti la mezza notte con un seguito troppo numeroso per viaggiare
inosservato, e troppo debole per sostenere una lunga pugna. Facevano
parte della scorta i due fratelli Marino e Corrado Capece, gentiluomini
napoletani, i quali avendo le loro terre lungo le montagne che dovevansi
attraversare, ripromettevansi di condurlo senza accidenti fino a
Luceria. Per evitare il castello di Monforte, ove teneva guarnigione il
marchese d'Oenburgo, dovettero praticare aspri sentieri a traverso di
scoscese montagne, i di cui precipizj debolmente illuminati dalla luna
sembravano, ancor più che non lo erano, spaventosi agli uomini ed ai
cavalli. Attraversando senz'essere conosciuto la terra di Manliano,
formata, come molte altre del regno di Napoli, di una sola strada lunga,
angusta e tortuosa, e senza veruna uscita laterale, udiva quella gente
interpellarsi se dovessero fermare quel convoglio, per osservare se vi
fosse il principe fuggitivo, lo che facevagli comprendere che il suo
destino dipendeva dalla fantasia di alcuni contadini[133]. In così
difficile istante alcuni de' muli che portavano la salmeria e
precedevano gli uomini d'armi, essendo caduti, obbligarono alcun tempo
la comitiva a trattenersi, senza che gli ultimi ne conoscessero il
motivo. Pure i Manlianesi limitaronsi a chiudere le porte della fortezza
appartenente al borgo, senza fare altre novità.
[133] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 523._
Di là il principe giunse colla sua gente al castello d'Atripalda ove i
signori Capece avevano le loro donne; le quali[134] si tennero assai
onorate d'aver per loro commensale il figlio d'un imperatore: «ed il
principe, osserva Nicola di Jamsilla, poteva farlo senza compromettersi,
perciocchè tale è la prerogativa delle donne, che possono loro
tributarsi senza viltà i più grandi onori, che non sarebbe permesso di
rendere agli uomini più potenti.» È questa la prima volta che troviamo
negli storici contemporanei le massime cavalleresche della galanteria,
che forse ebbe principio molto prima ne' paesi settentrionali.
[134] _Ibidem p. 524._
D'Atripalda recavasi Manfredi a Guardia de' Lombardi, Bisaccia e Bimio,
terre di sua ragione, ma i suoi vassalli lo prevennero che non potrebbe
dimorarvi a lungo senza pericolo, essendosi le città vicine arrese al
papa. Melfi gli chiuse le porte; Ascoli, sentendo che s'avvicinava, si
rivoltò, massacrando il governatore che sapevano attaccato al principe,
Venosa lo accolse con rispetto; ma i cittadini non tardarono a fargli
sapere ch'erano minacciati d'assedio, se non prendevano parte alla lega
guelfa e ch'erano troppo deboli per difendersi.
Intanto Giovanni Mauro era partito da Luceria per recarsi alla corte del
papa, lasciando in quella città suo luogotenente Marchisio con mille
soldati Saraceni, e trecento Tedeschi, ordinandogli di tenere sempre
chiuse le porte della città. Per andare da Venosa a Luceria, doveva il
principe passare tra Ascoli e Foggia, città non solo nemiche, ma dove
erano di già arrivati alcuni distaccamenti di truppe pontificie per
fermarlo. Trovandosi ormai giunto in tanta vicinanza di Luceria,
credette prudente consiglio il separarsi dalla sua scorta, che diresse
alla volta di Spinazzola, mentre col gran cacciatore di suo padre e due
scudieri, la notte del primo di novembre, si fece ad attraversare le
campagne della Capitanata. Mentre usciva di città alcuni suoi amici, che
l'avevano conosciuto, lo seguirono, nè egli osò di congedarli. Quando
furono affatto fuor di strada cadde una dirotta pioggia che faceva la
notte oscurissima: pure non lasciarono di camminare verso Luceria,
diretti dal primo cacciatore, e giunsero ad una casa della caccia reale,
che dopo la morte di Federico era stata abbandonata, e si riposarono
alquanto, asciugandosi intorno ad un gran fuoco, ad un fuoco reale, come
piacevolmente diceva il principe[135]; ed era veramente la sola cosa
reale che gli fosse rimasta nel presente stato. Ripigliarono la via un
poco prima che facesse giorno; e quando furono a poca distanza da
Luceria, Manfredi lasciò addietro gli amici che lo avevano seguìto[136],
e coi tre scudieri ch'egli aveva scelti, si avvicinò alla porta.
[135] _Nicolai de Jamsilla historia, p. 529._
[136] Pare che Nicola di Jamsilla fosse del numero de' suoi amici; e
perciò rese così commovente tutta questa narrazione.
Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta
molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua
araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre
mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste
parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero
allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e
che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti
che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci
facciamo mallevadori per la sua persona.»
Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte:
ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del
ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di
quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per
entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri,
che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e
spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi
sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo.
Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi
contro il principe, determinato di venire alle mani, quando tutto il
popolo gridò ad una voce: «scendete dai vostri cavalli, prostratevi
innanzi al vostro principe, al figlio del vostro imperatore!» Marchisio,
confuso, gittossi di fatti a terra, ed il suo esempio fu seguìto dalle
guardie che, piegando un ginocchio, rinnovarono tutti insieme il
giuramento di fedeltà.
E per tal modo Manfredi si alzò dal fangoso rivo per salire sul trono;
imperciocchè la somma della rivoluzione stava in questo avvenimento.
Luceria, fortissima città, non era in verun modo esposta agli insulti di
una sommossa popolare, onde gli ultimi sovrani vi avevano depositati i
loro archivj ed i loro tesori. Il principe vi trovò la così detta camera
fiscale di Federico e quella di Corrado, quella del marchese d'Oenburgo
e quella di Giovanni Mauro; perchè col danaro colà ritrovato potè subito
assoldar truppe. L'universale odio del popolo confondeva i Tedeschi
cogli Arabi; sembrando agli Italiani gli uni e gli altri soldati
stranieri e mezzo barbari, armati a favore d'una autorità oppressiva;
onde sì gli uni che gli altri, dopo la morte di Corrado, erano stati
cacciati dalle città dov'erano acquartierati e riuniti insieme dalla
persecuzione. Manfredi trovò tra i Saraceni di Luceria molti soldati
tedeschi; altri molti ne riunì in pochi giorni; ed in breve tempo, colle
genti di queste due nazioni mise in piedi un'armata così forte da tener
testa al papa, e da far pentire il marchese d'Oenburgo del suo vile
abbandono.
Erasi costui avanzato con un'armata guelfa fino a Foggia, colà preceduto
da suo fratello Oddo. Da un'altra banda erasi innoltrato fino a Troja il
legato Guglielmo, cardinale di san Eustachio, e nipote del papa, con
un'armata ancor più poderosa di quella del marchese. Ebbero colà avviso
che quel principe, che fino allora avevano risguardato come un
fuggiasco, ordinava a queste ed a tutte le altre città di pagare i
consueti tributi. La potenza del principe aveva fatto rinascere il
rispetto nel cuore del marchese, onde gli spedì un regalo di abiti, di
cui Manfredi aveva urgente bisogno, essendo egli arrivato a Luceria
vestito soltanto delle proprie armi. Bertoldo cercò
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