Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
by J.-C.-L. Simonde de Sismondi · Italian · Gutenberg #43690 · 655,629 chars · public domain (US)
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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Author: J.-C.-L. Simonde de Sismondi
Release date: September 12, 2013 [eBook #43690]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
Traduzione dal francese.
TOMO II.
Italia
1817.
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO VII.
_Ambizione dei Milanesi, e loro conquiste in Lombardia ne' primi
cinquant'anni del secolo XII. — Regni di Lottario III, e di
Corrado II. — Rivoluzioni di Roma._
1100 = 1152.
Le passioni religiose rese vive dalla lite delle investiture, dopo avere
violentemente agitati l'Impero e la Chiesa, s'andarono da sè medesime
calmando in conseguenza dello spossamento prodotto dalla lunghezza e
dall'acerbità degli odj; poichè quelle calunnie, quelle ingiurie, quelle
invettive, che prima commovevano i popoli, erano, per il fattone abuso,
divenute indifferenti. Vedendo le nazioni, dopo sì lunga lotta, i due
partiti ugualmente forti, conobbero che non dovevasi prestar fede nè
alle grandi promesse degli unì, nè temere le minacce degli altri; che
ogni virtù non è da una sola banda, nè tutt'i vizj dall'altro lato, e
che niun partito poteva ripromettersi la parziale protezione del cielo.
Le private mire degli agitatori del popolo sono finalmente palesi, cessa
l'illusione, e quella spaventosa macchina, che aveva sommossa tutta la
società, non poteva più raddrizzarsi, nè ingannarla.
Anche assai prima della pace di Worms apparivano manifesti indizj della
stanchezza degli opposti partiti, dell'Impero e del Sacerdozio. Intanto
vedevansi rinascere, e ciò direttamente risguarda l'oggetto della
presente storia, le gelosie tra le vicine città, le guerre private, e lo
sviluppo delle passioni repubblicane prender luogo nel cuor degli
uomini, invece del fanatismo religioso.
Durante il torbido regno d'Enrico IV, le città lombarde avevano
sordamente adottato il governo municipale; e già ai tempi d'Enrico V,
oltre l'amore di libertà, incominciavano a nutrire pensieri ambiziosi di
conquista. Ogni città era libera, ma disuguale la popolazione di tutte
le città. L'estensione e la fecondità del territorio, il vantaggio della
posizione, le antiche prerogative civili ed ecclesiastiche, rendevano le
une più ricche e potenti delle altre. Milano e Pavia primeggiavano su
tutte le città lombarde, ed i loro cittadini, divisi da una pianura di
sole venti miglia non attraversata da verun fiume, avevano in tanta
vicinanza frequenti motivi di disgusti; perciocchè, oltre la rivalità di
gloria e di potenza, davan loro cagione di acerbe guerre i confini delle
diocesi non divise dalla natura, ed i dispareri sul corso delle acque
destinate alla irrigazione de' terreni.
Da principio si offesero indirettamente, cercando di ridurre in podestà
loro le città vicine più deboli; lo che divise tutta la Lombardia in due
fazioni, delle quali eran capo Milano e Pavia. Cremona, che dopo queste
era la più potente repubblica, tentò del 1100 d'impadronirsi di
Crema[1]. Pavia moveva guerra a Tortona nel 1107, e Milano attaccava
Lodi e Novara; le quali per timore di servitù chiedevano ajuto alla
metropoli amica. E per tali cagioni Crema e Tortona si posero sotto la
tutela de' Milanesi, mentre Pavia, Cremona, Lodi e Novara si collegarono
per far testa alla potenza de' Milanesi. I Bresciani, antichi rivali di
Cremona, si collegarono con Milano, siccome gli Astigiani, nemici dei
Tortonesi, s'unirono a Pavia. E tra le città più lontane, Parma e Modena
seguivano d'ordinario la parte milanese; Piacenza e Reggio l'opposta
lega.
[1] _Campi, Istoria di Cremona l. I, p. 17. — Ludov. Cavitelli
Cremon. Annales apud Graevium t. III, p. 1293._
Le loro guerre incominciarono sempre con leggieri scaramucce tra le
popolazioni vicine, che in tempo delle messi danneggiavano le campagne
nemiche. Riscaldati dalle fresche offese gli antichi odi, solevano
sfidarsi a battaglia in un luogo e giorno determinati, in cui gli uomini
de' due Stati atti alle armi andavano tutti col loro carroccio contro al
nemico. Presso questi repubblicani la bravura teneva sola luogo d'ogni
arte militare, ed una sola battaglia chiudeva d'ordinario la campagna e
la guerra. Siccome le due parti non aspiravano che all'onore del
trionfo, cercavan meno d'esterminare il nemico, che d'insultarlo e
d'avvilirlo. I Milanesi avendo del 1108 battuti i Pavesi, e fatti loro
moltissimi prigionieri, li condussero nella pubblica piazza, ove, poichè
ebber loro legate le mani al di dietro, ed appesovi un lumicino,
permisero loro di tornare alle proprie città, accompagnandoli per breve
tratto di strada colle fischiate[2].
[2] _Galvan. Fiamma Manip. Florum c. 159. Rer. Ital. t. XI. p. 628._
Non però tutte le guerre terminavano con sì poco danno. Milano era
chiuso dai territorj di sette repubbliche; Como, Novara, Pavia, Lodi,
Cremona, Crema e Bergamo: delle quali la più lontana, Cremona, trovavasi
a sole cinquanta miglia di distanza. Crema più debole delle altre erasi
posta sotto la protezione de' Milanesi, e formava, per così dire, parte
del loro Stato. La comune sicurezza riuniva le altre contro Milano, la
quale, quando potesse momentaneamente disunirle, era sicura di opprimere
le più deboli: e siccome veruna stabile alleanza legava le sei città, e
la pace e la guerra erano ugualmente cagione di frequenti separazioni, i
Milanesi ebbero ben tosto opportunità di combatterle separatamente, ed
incominciarono col dichiarar guerra a Lodi l'anno 1107[3].
[3] _Johan. Bap. Villanove Laudis Pomp. Hist. ap. Craevium t. III,
l. I, p. 856. — Landulphi Junior. Hist. Mediol. c. 16, p. 486._
(1107 = 1111) Questa guerra durò quattr'anni, dal 1107 al 1111, nel qual
tempo, se dobbiam credere agli storici lodigiani, i loro concittadini
furono più volte in aperta campagna vittoriosi. Non pertanto perdettero
molta parte del loro raccolto, e dovettero soffrire le ingiurie de'
nemici che avanzavansi ad insultarli fin presso alle mura della città. A
que' tempi, non conoscevasi quasi miglior modo di far gli assedj:
perciocchè quando gli assalitori non riducevano il nemico ad uscir dalle
porte per vendicarsi dei dileggi battendosi in aperta campagna, erano
ben tosto costretti di ritirarsi. Gli artigiani che formavano il grosso
dell'armata, e non erano pagati, mal potevano tenersi lungo tempo
lontani dalle loro officine. I Milanesi rinnovavano ogni anno la guerra,
ed ogni anno abbruciarono la messe de' Lodigiani, o la trasportarono nel
proprio territorio, malgrado i soccorsi de' Cremonesi e de' Pavesi.
Finalmente nel giugno del 1111 presero d'assalto le muraglie delle
città, che le milizie lodigiane, spossate dalle lunghe vigilie e dalla
fame, non ebbero forza di difendere[4]. I Milanesi diedero allora libero
corso al concepito odio, atterrarono le mura di Lodi, e ne incendiarono
le case, ripartendone gli abitanti in sei borgate, che sottoposero a
severissime condizioni, alle più odiose leggi; di modo che di
quell'infelice città non rimasero che le miserabili ruine nel luogo che
poi chiamossi Lodi vecchio. Quarantasett'anni dopo quegli abitanti
rifabbricarono una nuova città a qualche distanza dalla distrutta.
[4] _Galvan. Flam. Manipulus Florum c. 163. t. XI. R. It. p. 629. —
Trist. Calchi Hist. Patriæ l. VII, p. 208._
(1118) Una guerra di maggior considerazione intrapresero i Milanesi
contro la città di Como l'anno 1118, la quale fu descritta da un poeta
comasco assai vicino a que' tempi. Il suo poema è quasi la sola memoria
che ci resta di quella sanguinosa contesa[5].
[5] _Cumanus, seu de Bello comensi anonimum Poema ap. Scr. Rer. Ital
t. V. p. 399. Cum notis Jo. Mariæ Stampæ._
In principio del poema il cantore comasco paragona le sventure della sua
patria a quelle di Troja[6]: e quantunque egli non si rassomigli in
veruna cosa ad Omero, i descritti avvenimenti ci ricordano vivamente le
generali circostanze della guerra trojana. L'assedio di Como dura dieci
anni, e combattono contro gl'infelici Comaschi tutte le piccole
repubbliche lombarde. In questa lunga lotta le milizie loro fecero i
primi esperimenti del proprio valore, e s'agguerrirono in modo da potere
in appresso resistere a Federico Barbarossa, lo Zerse de' secoli di
mezzo.
[6]
_Testantur montes, testatur, et hoc Baradellus._
_Troja suis ducibus defenditur; Hector in illis_
_Affuit, Æneas, nec non Paris, Hectoris omnes_
_Pugnabant fratres, pugnat fortissimus Adam_
_Deque Piro dictus, duros deverberat hostes,_
_Hortatur socios, in pugna recreat omnes._
_Cuman. V. 38. p. 414._
Le opinioni religiose non furono da principio straniere a tale contesa.
Mentre i Lombardi seguivano generalmente la parte imperiale, Como stava
per il Papa, che gli aveva dato un vescovo di loro piena
soddisfazione[7]. L'antipapa Burdino, ossia Gregorio VIII, aveva
nominato vescovo di Como un diacono della chiesa milanese, chiamato
Landolfo, della nobile famiglia di Carcano. Sperando costui di
approfittare della dimora d'Enrico V in Italia, erasi recato fino al
castello di s. Gregorio, di dove co' suoi maneggi disturbava la diocesi
del suo rivale. Una notte il legittimo vescovo Guido, sortito dalla
città coi due consoli Adamo di Pirro e Gaudenzio Fontanella, sorprese il
castello di s. Gregorio, facendo prigione Landolfo, ed uccidendo molti
suoi parenti, e partigiani che cercarono di difenderlo. Coloro che
poterono sottrarsi al massacro, fuggirono a Milano, portando con loro le
insanguinate vesti degli uccisi, che stesero sulla pubblica piazza,
sedendosi taciturni a canto alle medesime, mentre le vedove ed i figli
degli estinti colle lagrime e coi gemiti invocavano i passeggieri, e
supplicavano il popolo di vendicare tanta ingiuria. Intanto le campane
chiamano i fedeli ai divini ufficj. L'arcivescovo Giordano fermò il
popolo all'ingresso del tempio, ordinando al clero che lo seguiva di
chiuderne le porte; e dichiarò che non si riaprirebbero che a coloro che
prendessero le armi per vendicare la chiesa e la patria[8]. Ne' paesi
liberi si commovono ed agitano le menti colla sorpresa dello spettacolo;
mentre dove la volontà d'un solo decide della pace e della guerra, tutto
ciò rendesi inutile.
[7] Guido Grimoldi di Galavesca. Gli storici milanesi risguardano
come una cosa vergognosa per la loro patria l'avere sostenuto lo
scisma, onde o non ne fanno parola, o cercano di darne colpa ai
Comaschi loro nemici; e per tal modo resero oscura assai questa
parte del loro racconto: ma ciò che non è dubbioso, si è che
Landolfo Carcano, difeso dai Milanesi, era un vescovo scismatico
eletto da Enrico V (_Scheda Antiqu. ap. Jos. Mariam Stampam præfatio
ad Cumanum p. 407._); e che il poeta comasco dà ad Anselmo da
Clivio, uno degli arcivescovi di Milano, l'aggiunto di _male
pactus_, che pare corrispondere al vocabolo di simoniaco. Veggasi
_Cumanus v. 686_, p. 428.; la prefazione premessa al Poema dal
Muratori _p. 402_, e Landolfo di s. Paolo _c. 37, t. V, p. 507_.
[8] _Landulph. Junior Hist. Mediol. c. 34, p. 504. Notæ Saxii ad
eundem. — Trist. Calcus Hist. pat. l. VII, p. 210._
I Milanesi corsero alle armi, e dietro ad un araldo mandato a sfidare i
Comaschi, uscirono pomposamente col carroccio e colle bandiere spiegate
dalla città loro, prendendo la strada di Como. Trovarono a' piedi del
monte Baradello le milizie comasche, con cui attaccarono una battaglia,
che senza alcun vantaggio degli uni o degli altri si prolungò fino alla
notte. I Milanesi approfittarono dell'oscurità per discendere
inosservati sulle ghiaje del torrente Aperto, lungo il quale
s'accostarono fino alle mura di Como, i di cui abitanti abili alle armi
trovandosi tutti nel campo presso Baradello, fu facile ai primi di
rompere le porte della città non difesa, ed abbandonarla alle fiamme. In
sul far del giorno vedendo i Comaschi che i nemici eransi allontanati,
s'avviarono alla città loro a traverso la montagna; e quando giunsero
alla sommità la videro, atterriti, coperta da denso fumo illuminato
dalla fiamma divoratrice. Scesero impetuosamente dalla cima del
Baradello, e fattisi addosso ai Milanesi intenti al saccheggio, gli
oppressero e fugarono in modo, che, rimasti all'istante padroni della
città, ebber tempo di estinguere l'incendio, e di rimettere le abbattute
porte[9].
[9] _Cum. v. 63.-114, p. 415. — Trist. Cal. Hist. Patriæ l. VII, p.
211. — Bern. Corio Stor. Mil. p. I, p. 28._
Sembra che a quest'epoca i Comaschi fossero i più valorosi soldati
d'Italia. Forse la vicinanza della Svizzera, l'abitudine di viaggiare
per le alte montagne e di navigare sopra un lago assai burrascoso, gli
aveva agguerriti prima degli altri. I ricchi e potenti villaggi situati
sul pendìo delle Alpi erano tutti soggetti a Como; ma non tutti erano
contenti di tale onerosa dipendenza. Quello d'Isola posto presso al lago
in faccia ad un'isoletta da cui prese il nome[10], volendo affatto
emanciparsi da Como, (1119) spedì deputati a Milano, che segnarono un
trattato d'alleanza colla repubblica. Allora gli abitanti d'Isola
equipaggiarono una flotta di battelli, e nella susseguente primavera
osarono di sfidare i Comaschi; i quali, sortiti colla loro flotta, li
ruppero e dispersero, senza poter approfittare della vittoria, costretti
di rientrare in città per opporsi a più temuti nemici che s'avanzavano
dalla parte di terra.
[10] Quest'isoletta, a sedici miglia al nord di Como, e cinquanta
passi solamente lontana dalla spiaggia, può avere un miglio di
circuito. Ebbe un castello assai forte fabbricato dai Lombardi.
Non si sa comprendere la cagione che consigliò tutte le città lombarde
ad abbracciare le parti della città, di cui erano a ragione più gelose,
contro una repubblica che mai le aveva offese, e da cui non avevano che
temere; e cresce la sorpresa vedendole prender parte a tale
confederazione, in tempo che non potevano ignorare che il principale
motivo della guerra era quello di appoggiare un vescovo scismatico
contro il legittimo pastore. Lo che è una aperta prova, che in tale
epoca la parte d'Enrico e dell'antipapa Burdino prevaleva in Lombardia;
attestando il poeta comasco[11] che i Milanesi avevano spediti deputati
a tutte le città vicine, ed ottenuti soccorsi da Cremona, Pavia,
Brescia, Bergamo, Vercelli, Asti, Novara, Verona, Bologna, Ferrara,
Mantova e Guastalla. La contessa di Biandrate, che aveva il suo feudo
tra Milano e Novara, andò al campo dei Milanesi portando in braccio il
figliuolo ancora bambino, ed i gentiluomini della Garfagnana, alpestre
contrada degli Appennini, mandarono ai confederati un corpo di
cavalleria.
[11] Cumano v. 200.-215. Malgrado la positiva testimonianza del
poeta comasco, seguito poi da tutti gli storici lombardi, io dubito
tuttavia di questa lega fra tante città, che non avevano verun
motivo di nimicizia verso i Comaschi, ed erano anzi fra di loro
rivali. Forse eransi soltanto arrolati all'armata milanese pochi
volontarj di quelle città; forse il poeta ne accrebbe il numero per
render più gloriosa la lunga resistenza e la caduta della sua
patria.
Non osarono i Comaschi di affrontare in aperta campagna tanti nemici, e
gli aspettarono entro le loro mura. La città di Como presenta la
configurazione d'un gambero; la sua bocca è rivolta all'estremità del
lago, e ne forma il porto. Due sobborghi, Vico e Colognola, stendonsi
lungo le spiaggie opposte come le chele del gambero, il di cui corpo si
allunga in sul piano chiuso da tre colline tutte difese da una rocca,
cioè Castelnuovo a levante, Baradello a mezzodì, e Carnesino a ponente;
per ultimo un terzo sobborgo, che, ripiegandosi, si prolunga tra levante
e mezzogiorno, raffigura la coda del gambero[12]. I Milanesi coi loro
confederati attaccarono i sobborghi di Vico e di Colognola; ma non
avendoli ottenuti d'assalto, dopo aver perduta molta gente, ed uccisa
quasi altrettanta agli assediati, fecero proclamare da un araldo, che in
agosto del susseguente anno riprenderebbero l'assedio della città.
Questa costumanza d'annunciare l'epoca d'una nuova spedizione[13] era un
impegno d'onore che guarentiva i nemici da ogni sorpresa, e che tra
tanti e così acerbi odj procurava lunghi intervalli di tregua alle
rivali popolazioni.
[12] Piano di Como presso Alessandro Ducker. _Grœvius t. III, p.
1199._
[13] Cumanus v. 263. Trovansene altri esempi ne' successivi anni
_v._ 271 e 313.
(1120-1127) Negli otto anni susseguenti dal 1120 al 1127, i Milanesi
rinnovarono ogni estate le ostilità loro contro i Comaschi, ma sempre
meno vigorosamente. Spedivano soccorsi ai villaggi che avevano fatti
ribellare a Como, e la guerra omai non si faceva che sulle rive dei
laghi Maggiore, di Lugano e di Como, ov'eran posti i paesi ribelli. I
Comaschi furono lungo tempo vittoriosi, castigarono sul proprio lago gli
abitanti d'Isola e di Menaggio, ed equipaggiarono una flotta su quello
di Lugano per contenere le popolazioni ancora fedeli, e far rientrare
nell'ubbidienza loro i sollevati. E perchè i nemici dominavano il fiume
Tresa, per cui il lago di Lugano comunica con il lago Maggiore,
trasportarono le navi della flotta coi carri da uno all'altro lago,
benchè distanti otto miglia; ed avendo di buon mattino lanciate in acqua
le loro barche, corsero trionfanti le coste del Verbano, rassicurando i
loro alleati, e saccheggiando i sorpresi nemici.
(1125) La perdita del vescovo Guido, che fu l'anima di tutte le loro
intraprese, accaduta del 1125, riuscì oltremodo dannosa ai Comaschi. Una
così lunga guerra gli aveva impoveriti di gente e di danaro: ogni anno
parte del raccolto era stato distrutto, molti paesi eransi sottratti al
loro dominio, e le stesse vittorie avevano distrutti i più valorosi
guerrieri. Ma la campagna del 1126 riuscì loro costantemente
svantaggiosa, onde i Milanesi poterono accorgersi che, raddoppiando i
loro sforzi, otterrebbero nel susseguente anno intera vittoria.
(1127) In primavera del 1127 i Milanesi avanzaronsi di fatto verso Como
con un'armata assai più numerosa che negli antecedenti anni, avendo
avuto modo d'interessare nella loro lite quasi tutte le repubbliche che
vi avevano presa parte del 1119. Se prestiamo fede al poeta comasco,
vedevansi nell'armata milanese gli stendardi di Pavia, di Novara, di
Vercelli, del giovane conte di Biandrate, d'Asti, d'Alba, d'Albenga, di
Cremona, di Piacenza, di Parma, di Mantova, di Ferrara, di Bologna, di
Modena, di Vicenza e dei cavalieri della Garfagnana[14]. Nè i Milanesi
accontentaronsi al presente d'attaccare i castelli che difendevano la
città, ma s'avanzarono sul piano ov'è fabbricata, ed accamparonsi presso
alle sue mura. Avevano ordinato agli abitanti della borgata di Lecco,
posta all'estremità d'un golfo del lago di Como[15], di condurli legnami
di costruzione; ed avevano assoldati a Pisa ed a Genova alcuni
ingegneri. Quelli di Pisa erano specialmente esercitati nell'arte di
dirigere le mine, ed i Genovesi in quella di costruire macchine
militari[16]. Fabbricarono gli ultimi a non molta distanza dalle mura
quattro torri con parapetto coperto di pelli di bue, onde preservarle
dal fuoco. Posero fra le torri due gatti, specie di montoni, in ciò solo
diversi da quelli usati dagli Antichi che erano armati d'un uncino
destinato a cavar le pietre smosse dal loro urto. Formarono inoltre
quattro baliste per lanciare massi di pietra al di là delle mura: e
quando tali macchine trovaronsi terminate, furono dall'armata a suono di
trombe strascinate presso le mura in mezzo alle grida di gioja.
[14] _Cum. V. 1834 e segu. p. 452._ — Veggasi la nota a _p. 15_.
[15] Lecco è posto all'estremità del Golfo a Levante, dove le acque
del lago tornano a formare l'Adda.
[16] _Cum. v. 1815, e segu. p. 452._
Dal canto loro i Comaschi non trascuravano verun mezzo di difesa.
Avevano cavate le loro fosse, aggiunti speroni alle mura, coperte le
parti più deboli di cuoi e d'altre materie cedenti. Avevano in pari
tempo equipaggiata la loro flotta, destinata ad attaccare
all'opportunità gli abitanti dell'Isola che bloccavano la città dalla
banda del lago. Malgrado il numero infinitamente maggiore de' loro
nemici, tentarono con una sortita d'incendiare le macchine degli
assedianti; ma furono respinti dopo aver dato sorprendenti prove di
valore.
Intanto a fronte della vigorosa resistenza degli assediati, le macchine
erano state spinte fino alle mura: il montone aveva squarciata parte
della muraglia, e si continuava a batterla, onde allargarne la breccia
per renderla praticabile alla cavalleria, di cui i Milanesi volevano
prevalersi nell'assalto del susseguente giorno. I Comaschi tentarono di
chiudere durante la notte l'apertura della breccia colle palafitte, ma
s'avvidero allora che la maggior parte de' loro guerrieri eran periti in
così lunga guerra, non restando omai che vecchi spossati dalle fatiche e
fanciulli inabili alle armi[17]. Ridotti vedendosi a tali estremità,
piuttosto che arrendersi, presero la disperata risoluzione d'abbandonare
la patria e cercare altrove la pace e la libertà. Per primo luogo di
rifugio prescelsero il castello di Vico; e mentre caricavano sulle loro
barche le donne ed i fanciulli con quanto avevano di prezioso, fecero
nel cuore della notte una disperata sortita per tenere i Milanesi
occupati intorno alla breccia, onde non s'accorgessero della fuga.
L'evento corrispose ai loro voti: dopo avere con un subito attacco
sparso il terrore nel campo nemico, s'imbarcarono anco i soldati, e
giunsero al castello di Vico senz'essere molestati nel loro tragitto.
[17] _Cumanus v. 1900, e segu. p. 454._
I Milanesi, rinvenuti da quella subita sorpresa, s'accostarono alle
porte che trovarono aperte ed abbandonate[18], vi appiccarono il fuoco,
ma non ardirono d'avanzarsi più in là finchè il nuovo giorno non li
rassicurò dal timore d'un'imboscata. Crebbe la loro sorpresa quando
videro la città spogliata di gente e di roba, ed il castello di Vico
provveduto di soldati e di macchine, e disposto a sostenere un nuovo
assedio ancora più lungo di quello di Como, perciocchè gli scogli su cui
Vico era fabbricato, lo assicuravano dai danni della zappa e del
montone. I Milanesi mandarono allora una deputazione di ecclesiastici ad
offrire ai Comaschi una vantaggiosa capitolazione, che fu ben tosto
accettata. Venivano conservate ai vinti tutte le proprietà a condizione
che prendessero parte in tutte le guerre dei Milanesi, che soggiacessero
alle tasse comuni, ed atterrassero le mura di Como, di Vico, di
Colognola[19]. In tal modo ebbe fine la guerra comasca; e questa città,
ormai incapace di difendersi, rimase lungo tempo in podestà dei
Milanesi, e non riebbe la libertà che ai tempi della lega lombarda
formatasi sotto gli auspicj di Federico Barbarossa, di cui Como seguì le
parti.
[18] _Cum. v. 1953 p. 455._
[19] _Id. v. 1974 ad finem p. 455._
La sommissione di Lodi e di Como rese Milano più potente delle sue
rivali e di lunga mano più potente, non essendovene altre che avessero
città soggette. L'ambizione de' Milanesi crebbe per sì prosperi
successi, che li trassero ben tosto in nuove guerre. Abbiamo altrove
veduto che avevan preso a proteggere Crema, più borgata che città,
dipendente rispetto alle cose spirituali e nelle temporali dal vescovo o
dalla città di Cremona. Del 1129 i Cremaschi tentarono di sottrarsi
dalla dipendenza di Cremona, ed invocarono il braccio dei Milanesi
siccome garanti de' loro privilegi. I Cremonesi invece si rivolsero ai
Pavesi, ai Piacentini, ai Novaresi, ai Bresciani, i quali gelosi
dell'ingrandimento di Milano, cui avevano essi medesimi contribuito,
colsero con ardore questo pretesto per attaccare così potenti rivali.
Questa nuova guerra tra popolazioni di forze quasi pari rimase
secondaria a liti di più alto rango, cui avea dato luogo la successione
dell'impero. Enrico V era morto senza lasciar figliuoli l'anno 1125. La
dieta de' principi tedeschi, riunitasi a Magonza per dargli un
successore, erasi divisa fra due Case da lungo tempo rivali, le di cui
gare agitarono la Germania e l'Italia, ed i di cui nomi divennero in
appresso i distintivi di due opposti partiti. I quattro ultimi
imperatori erano usciti da una famiglia che governava la Franconia
quando fu fatto imperatore Corrado; famiglia talvolta distinta col nome
di Salica, e talora con quello di _Gueibelinga_ o _Waiblinga_, castello
della diocesi d'Augusta nelle montagne dell'Hertfeld[20], dove forse
ebbero origine i suoi primi ascendenti; ed i suoi partigiani chiamaronsi
poi Ghibellini. Un'altra potente famiglia originaria d'Altdorf possedeva
in questi tempi la Baviera, e perchè progressivamente ebbe più principi
chiamati Guelfo o Welfo, fu alla medesima ed ai suoi partigiani dato il
nome di Guelfi[21]. Gli ultimi due Enrichi e la casa de' Ghibellini
avevano sostenute lunghe guerre contro la Chiesa, di cui i Guelfi eransi
dichiarati protettori. Quando morì Enrico V, suo nipote Federico
d'Hohenstauffen duca di Svevia, che aveva avuta la miglior parte della
sua eredità, lusingavasi pure che la corona imperiale non uscirebbe
dalla propria casa. Pure la Dieta, dietro i consigli dell'arcivescovo di
Magonza nemico della Casa Salica, ne dispose diversamente, proclamando
imperatore Lotario, duca di Sassonia, nemico della famiglia
Ghibellina[22]. Questo monarca non tardò a stringersi con nuovi legami
ai Guelfi, accordando in isposa al loro capo Enrico IV duca di Baviera
l'unica sua figlia ed erede che gli portava in dote il ducato di
Sassonia[23].
[20] _Otto Frising. de Gest. Friderici I lib. II c. 2. Rer. Ital. t.
VI pag. 699. — Mascovius Commen. de Reb. Imp. sub Conrado III lib.
III p. 141._
[21] _Chron. Weingartense de Guelfis ap. Leibn. t. I. p. 781._
Stando ad una cronaca bavara citata da Mascovio lib. III, p. 141,
tali nomi furono dati alle parti dopo la battaglia di Winsberg tra
Corrado III e Guelfo il 21 dicembre del 1140.
[22] _Otto Fris. in Chr. l. VII, c. 17, p. 137. — Mascov. Comment.
de Reb. Imp. sub Lothario II l. I, p. 1._
[23] L'anno 1127 alla Dieta di Mersburgo. _Mascov. p. 12._
Quantunque Lotario fosse il legittimo successore di Enrico, il passaggio
dell'autorità sovrana ad una casa nemica dovea essere cagione di
violenti convulsioni allo stato. Nella primavera del 1126 il principe
Ghibellino prese le armi, e ridusse la guerra in Alsazia ove possedeva
molti castelli; ma in questa prima campagna si trattò la guerra con poco
vigore[24].
[24] _Mascov. Comment. l. I, § 6, p. 9._
(1127) Nel 1127 Corrado duca di Franconia e fratello di Federico,
tornato di terra santa dove aveva combattuto contro gl'infedeli, rialzò
colla sua presenza il partito che d'ora innanzi chiameremo ghibellino:
forzò Lotario a levar l'assedio a Norimberga; prese, trovandosi a Spira,
il titolo di re, e passò di là in Italia, sperando di prevenire Lotario,
e di guadagnare i Lombardi al suo partito[25].
[25] _Otto Frising. Chron. l. VII c. 17, p. 137._
(1128) Di fatti i Milanesi nel 1128 ricevettero magnificamente Corrado
qual successore d'Enrico e legittimo monarca. Il clero ed il popolo
furon chiamati a parlamento sulla pubblica piazza, in cui Ruggiero
Clivelli cavaliere, e Landolfo da s. Paolo, lo storico, deputati
dell'arcivescovo, discussero le ragioni dei due competitori innanzi al
popolo, il quale chiese concordemente che venisse l'arcivescovo ad
incoronare il principe. Questa ceremonia si eseguì in Monza il 29 giugno
del 1128, e rinnovossi poi a Milano nella basilica di s. Ambrogio[26].
[26] _Landulphus Tun. l. I § 23, p. 37._
Frattanto papa Onorio, e le città di Pavia, Cremona, Novara, Brescia e
Piacenza eransi dichiarate in favore di Lotario: onde queste città
aprirono una Dieta in Pavia per trattare intorno alla guerra da farsi a
Corrado; ed i loro vescovi scomunicarono Anselmo, arcivescovo di Milano,
colpevole d'aver posta la corona sul capo dell'usurpatore; il quale,
indebolito da questa opposizione del clero, non potè dare esecuzione
all'impresa che meditava contro Roma, e gli fu forza consumare in Parma
un tempo troppo prezioso, aspettando l'esito della guerra che le città
lombarde facevansi in apparenza per cagion sua, ma infatti per i
particolari loro interessi. Nè in Germania si proseguiva la guerra più
vigorosamente, opponendovisi l'indipendenza de' principi e de' prelati
dell'Impero, come in Italia, quella della città. Perciò Lotario, che nel
1131 attaccò nuovamente Federico nella Svevia e nell'Alsazia, non
ottenne che la distruzione di alcuni castelli (1131) di poca
importanza[27]; e quando nel susseguente anno (1132) scese in Italia per
le alpi trentine, condusse una così debole armata, che veniva insultata
e derisa dagl'Italiani; perchè non s'attentando d'avvicinarsi a Milano,
dovette fare un vizioso giro per portarsi a Roncaglia, ove aprì
l'assemblea de' giudizj del regno. Il suo emulo Corrado, dopo essere
lungo tempo rimasto a carico dei Milanesi e dei Parmigiani suoi alleati,
trovandosi sprovveduto di soldati e di danaro, prevenne l'arrivo di
Lotario, e si ridusse vilmente, e quasi profugo in Germania[28].
[27] _Mascov. Comment. l. I § 23, p. 37._
[28] _Otto Fris. Chron. l. VII, c. 18, p. 138._
(1133) Pure Lotario colla piccola sua armata si avanzò fino a Roma, ed
ebbe la corona imperiale dalle mani di Papa Innocenzo II il giorno 4
giugno del 1133. Ma questa ceremonia, contro l'antica consuetudine, si
eseguì nella chiesa di s. Giovanni di Laterano, a motivo che la basilica
del Vaticano era occupata dai soldati di Ruggiero re di Sicilia, e
dall'antipapa Anacleto, più assai potenti di Lotario[29]: onde, appena
incoronato, si affrettò d'abbandonar Roma e l'Italia.
[29] _Fulconis Benev. Chron. t. V, p. 115._ Se crediamo a
quest'autore, Lotario non aveva con lui più di duemila soldati.
Mentre la lite di questi due sovrani ugualmente deboli, e la debole
guerra che si facevano, avvezzava le repubbliche italiane a disprezzare
l'autorità imperiale, lo scisma della Chiesa distruggeva il rispetto
dovuto ai Pontefici, ed incoraggiava il popolo romano a rendersi
indipendente dalla loro autorità.
Questo scisma aveva origine dalla rivalità di due potenti famiglie di
Roma dei Frangipane e dei Pietro Leone, le quali s'erano usurpati tutti
i diritti della nazione e della Chiesa. Fino da quando mancò nel 1118
papa Pasquale II, queste due famiglie avevano fatto nascere uno scisma;
essendosi Pietro Leone dichiarato protettore di Gelasio II, che la
Chiesa riconobbe legittimo, ed i Frangipane, coll'ajuto d'Enrico V,
fatto consacrare Gregorio VIII conosciuto sotto nome di antipapa
Burdino. Lo stesso partito divise del 1130 i Cardinali, che dopo il
decreto di Niccolò II eransi arrogati la più essenzial parte delle
elezioni. I partigiani di Pietro Leone elessero un suo figlio, che prese
il nome d'Anacleto II, mentre l'opposto partito dichiarossi per il
Cardinale di sant'Angelo che si fece chiamare Innocenzo II. Ma in questo
recente scisma, in cui le ragioni delle parti sembravano bilanciate, la
Chiesa[30] si decise a favore della fazione contraria a quella, alla
quale dodici anni prima aveva data la vittoria. L'avo di Pietro Leone
protettore di Gelasio II era un ebreo convertito; e per questa ragione
furono profusi a suo figliuolo Anacleto i nomi d'empio e di sacrilego
giudeo, e proclamati difensori della fede quei Frangipane medesimi che
dodici anni prima furono dichiarati gli oppressori della Chiesa[31]. Gli
scrittori ecclesiastici dimenticaronsi che in questa elezione non era
riconoscibile la buona causa, di modo che i due competitori dovevan
essere giudicati ugualmente colpevoli, o innocenti. È bastantemente
provato che nella elezione del 1130 la maggior parte dei suffragi fu per
Anacleto[32]; ma i più _rispettabili_, ci si dice, riunironsi in favor
d'Innocenzo, in ciò più _rispettabili_ che non si associarono agli
scismatici[33]. E per tal modo il più grossolano circolo vizioso, il più
assurdo sofisma viene adottato come incontrastabile ragione nelle
dispute di tale natura.
[30] Stando anche alla relazione del Fleury, _Stor. Eccles. lib.
LXVIII, c. 1 e 2_, qualunque uomo imparziale giudicherà illegale
l'elezione d'Innocente.
[31] _Baron. Ann. Eccl. ad ann. 1130, p. 183._
[32] Ventisette contro diecinove. Tra i primi contavasi il vescovo
di Porto decano del sacro Collegio ed il più vecchio Cardinale, che
godeva del favore del popolo e della nobiltà.
[33] _Anonimus apud Baronium ann. 1130, § 2, t. XII, p. 184._
Ma in sostegno delle ragioni i due partiti non tardarono a prendere le
armi. Innocenzo erasi reso forte nel palazzo di Laterano posto in
un'estremità di Roma, e lontano da ogni abitazione; e non credendo
questo luogo abbastanza sicuro, non tardò a ritirarsi coi cardinali del
suo partito ne' rovinati monumenti di Roma, di cui i Frangipani avevano
fatte altrettante fortezze. Dall'altra banda Anacleto s'impadroniva
colle armi alla mano delle basiliche di s. Pietro, di Santa Maria
Maggiore, e di tutte le chiese di Roma. Onde Innocenzo, cedendo a forze
tanto superiori, fuggiva a Pisa, di dove visitò in seguito la Francia e
la Germania. Aveva egli determinato Lotario ad intraprendere il viaggio
di Roma per ricevervi la corona imperiale, sperando poi col di lui
soccorso di potersi a forza impadronire della sede pontificia: ma
l'estrema debolezza cui Lotario era stato ridotto dalla guerra civile,
fece conoscere ad Innocenzo che doveasi prima dar la pace all'Impero che
alla Chiesa (1132).
(1134) Nel 1134, tornato Lotario in Germania, vi fu finalmente
riconosciuto imperatore. I due fratelli di Hohenstauffen, avviliti per
la perdita di Ulma, risolvettero di domandare la pace. Il primo a
tornare in grazia dell'imperatore fu Federico di Svevia, riconciliatosi
(1135) in marzo del 1135, e seguìto poco dopo da Corrado, il quale,
avendo rinunciato alla dignità reale, fu ammesso da Lotario a comandare
di conserva l'armata che meditava di portare in Italia[34].
[34] _Mascovius l. II, § 7 et 9, p. 59-64._
(1136) Abbiamo già parlato nel quarto capitolo di questa nuova discesa
in Italia, nella quale Lotario e Corrado si mostrarono agl'Italiani più
onorevolmente che non avevan fatto tre anni prima. I Milanesi ed i
Parmigiani accolsero l'imperatore come si conveniva alla sua dignità, ed
alla loro ricchezza; onde Lotario li trattò più amichevolmente dei
Pavesi e dei Cremonesi, che, quantunque suoi alleati, lo avevano in
addietro così freddamente soccorso. Dopo alcuni mesi passò dalla
Lombardia a Roma, di dove la sua armata, scacciato l'antipapa Anacleto,
s'avanzò verso Napoli, e costrinse Ruggiero re di Sicilia ad abbandonare
l'assedio di quella città. Ma i vantaggi di così fortunata campagna,
come abbiamo altrove osservato, non ebbero lunga durata; Lotario,
tornando in Germania, morì in Trento il 3 di dicembre del 1137, e papa
Innocenzo, rimasto solo contro Ruggiero, fu da questo re fatto
prigioniero a Gallazzo il 22 luglio del 1139.
(1139) Dalla guerra tra i due papi, e dalla subita morte di Lotario e
d'Innocenzo ebbe origine una lunga e scandalosa anarchia. Il popolo
romano, approfittando dello scisma e dell'abbassamento del potere
pontificio, ricuperò le prerogative perdute sotto la vigorosa
amministrazione di Gregorio VII e de' suoi successori, quando il
fanatismo non permetteva d'aprir gli occhi sulle usurpazioni della santa
sede: e le prediche del monaco Arnaldo da Brescia cooperarono
potentemente in sul finire del pontificato d'Innocenzo II a far
risorgere le spente forme del governo repubblicano.
Arnaldo, di ritorno dallo studio di Parigi, ebbe coraggio di predicare
in Brescia contro le iniquità, l'ambizione ed il despotismo del
clero[35]. I severi costumi e l'ortodossa fede di Arnaldo non
permettevano ai suoi avversarj di calunniarlo. La sua erudizione e la
robusta eloquenza gli davano l'assoluto predominio di tutte le adunanze,
nelle quali erano ordinario soggetto de' suoi ragionamenti i vizj del
clero e le pericolose conseguenze del suo potere temporale. E perchè
tale argomento solleticava la comune degli uditori, l'eresia de'
_politici_, nome espressivo che allora si diede alle sue dottrine,
faceva rapidissimi progressi[36].
[35] _Otto Fris. de Gest, Frid. I, l. II, c. 21, p. 719._
[36] _Gunt. in Ligur. l. III, v. 170, p. 41 apud Pitheum Scrip.
Germ. Basileæ 1569._
Arnaldo conservava per Pietro Abaelardo suo maestro la più tenera
amicizia; e non è affatto improbabile che le persecuzioni e
l'imputazione d'eresia, ond'ebbe tanto a soffrire Abaelardo nel 1140,
derivassero dall'odio del clero contro il suo discepolo Arnaldo. Si
vollero ambedue colpevoli di oscuri ed inintelligibili errori intorno
alla Trinità: Abaelardo ebbe la modestia di abiurare tutto ciò che
poteva trovarsi di erroneo nelle sue scritture, e morì compianto dai
monaci di Clugnì, presso i quali aveva trovato asilo e generosa
ospitalità[37]. Arnaldo fu perseguitato prima del maestro; ed i suoi
nemici ottennero dopo una lunga ed ostinata guerra di farlo condannare
alla morte ed all'infamia[38]. Nel 1139 Arnaldo fu condannato nel
concilio di Laterano, e costretto ad abbandonare l'Italia[39]. La
persecuzione di s. Bernardo lo seguì a Costanza, ov'erasi riparato
presso quel vescovo[40]: di dove salvatosi prodigiosamente (1139) passò
intrepido a predicare la libertà ai Zurigani, come l'aveva predicata in
Italia: e dopo cinque o sei anni tornò in trionfo a dar le leggi alla
repubblica romana.
[37] _Bar. ad an. 1140, § 4-19._ — _Fleury St. Eccl. l. LXVII._
[38] Intorno ad Arnaldo da Brescia merita di esserne letta
l'_Apologia_ pubblicatasi in Pavia l'anno 1790 in due volumi in 8.º,
e dedicata al Patrizio veneto Andrea Quirini. Oltre l'apologia
trovasi nel secondo volume la di lui vita, nella quale il dottissimo
autore raccolse ed illustrò tutto ciò che intorno a questo celebre
teologo era stato scritto nel suo secolo, o nel susseguente. _N. d.
T._
[39] _Baron. Ann. Eccl. an. 1199, § 10 et 11._
[40] _Sancti Bernardi Epist. 195, 196._ Questo Santo così scriveva
al vescovo di Costanza: «Voi scorgerete in costui un uomo che
apertamente si ribella contro il clero, confidando nel tirannico
potere della gente di spada; un uomo che insorge contro i medesimi
vescovi, ed inveisce contro tutto l'ordine ecclesiastico. Sapendo io
ciò, non saprei in tanto pericolo meglio consigliarvi e più
sanamente, che a seguire il precetto apostolico, di allontanare il
male che vi sta vicino. Un amico della Chiesa vorrebbe piuttosto che
fosse legato, che posto in fuga, onde pellegrinando di più non
faccia danno ad altri. Il Papa nostro Signore, quand'era ancora con
noi, ne aveva dato l'ordine in iscritto, dietro le informazioni
avute del male che quest'uomo andava facendo; ma sgraziatamente non
trovossi alcuno che volesse fare una così buona azione.»
Mentre trovavasi Arnaldo in esiglio, i Romani mantenevano viva la guerra
coi Tivolesi, cui aveva dato apparente motivo il precedente scisma
(1140). Ridotta per così dire alla sua prima infanzia, e chiusa negli
antichi confini, Roma appena sosteneva la rivalità di Tivoli, città
formata dalle case di campagna de' suoi antichi cittadini. Finchè i
Romani seguirono le parti d'Innocenzo II, i Tivolesi appoggiarono lo
scisma d'Anacleto (1141). Nel 1141 un'armata romana, preceduta dalla
scomunica, andò ad assediare quella piccola città; ma i Tivolesi con una
improvvisa sortita la ruppero in modo, che si diede ad una vergognosa
fuga, lasciando nel campo ragguardevoli ricchezze. Nel susseguente anno
vollero i Romani riparare la loro perdita, e, ricominciato l'assedio
della città nemica, la ridussero alle ultime estremità. Animati dalla
memoria del sofferto disastro pensavano di distruggerla, e ripartire gli
abitanti ne' vicini villaggi; ma il papa, ascoltando più moderati
consigli, accordò ai Tivolesi la pace ad oneste condizioni,
costringendoli a giurar fedeltà alla Chiesa, come se gli avesse vinti
colle proprie armi, non con quelle de' Romani[41].
[41] _Otto Fris. in Chron. lib. VII, p. 143._
(1143) Intanto i discepoli d'Arnaldo, e tutti coloro che avevano un
cuore libero e romano, mal soffrendo il dominio teocratico,
approfittarono dell'indignazione del popolo per la pace di Tivoli. I
nobili sparsi per le pubbliche piazze rappresentavano ai cittadini la
condotta d'Innocenzo come la conseguenza d'un piano da lui formato per
annientare il loro onore ed i loro privilegi; invocavano la seducente
memoria dell'antica grandezza; e paragonando il governo de' Cesari e la
maestà dell'antico senato con quello de' preti, scossero in modo il
popolo già esacerbato dalla fresca ingiuria, che lo trassero dietro loro
al Campidoglio, ove ristabilirono il senato come caparra del
ristabilimento della repubblica. Su questo monte sacro all'antica
libertà dimora anche al presente il senatore di Roma, troppo debole
immagine de' padroni del mondo. Posto tra l'antica e la moderna città,
pare che il senatore appartenga ancora agli antichi gloriosi tempi, e
faccia parte delle sue ruine; siccome la colonna isolata che vedesi
innanzi al suo palazzo, ricorda la grandezza e la maestà del tempio di
Giove, cui appartenne[42].
[42] Si suppone che questa colonna appartenesse al tempio di Giove
conservatore. È di marmo greco d'ordine corinzio di sessantaquattro
palmi d'altezza. _Vast. Itin. t. I, p. 110._
Innocenzo II sentì tanto vivamente questa sommossa del popolo, che cadde
infermo, e morì pochi giorni dopo (1144). Il breve papato di Celestino
II suo successore non gli permise di porre limiti al sempre crescente
potere de' cittadini, i quali sotto il pontificato di Lucio II posero
l'ultima mano alla loro costituzione, sostituendo al prefetto della
città, nominato dal papa, un nuovo magistrato incaricato della
presidenza del senato e della rappresentanza della repubblica, col
titolo di patrizio di Roma. I Romani nominarono a così grande dignità
Giordano, figliuolo del celebre Pietro Leone, e fratello del defunto
antipapa Anacleto[43].
[43] _Otto in Frisin. Chron. l. VII, c. 31, p. 145._
La città dividevasi in tredici rioni; ed i cittadini di ogni rione
nominavano tutti gli anni dieci elettori, i quali avevano la facoltà di
scegliere i cinquantasei membri che componevano il senato. Se dobbiamo
giudicarne dall'interessamento che la nobiltà prendeva a favore del
governo repubblicano, pare che i senatori fossero gentiluomini. E
siccome i più ragguardevoli aggiungevano al titolo di senatore quello di
consigliere, è da credersi che il patrizio avesse un consiglio privato,
forse formato per turno di tutti i membri del senato.
Anche il papa aveva un ragguardevole partito di nobili e di popolani,
alla testa de' quali trovavansi i Frangipani, e, cosa difficile a
credersi, i fratelli del patrizio Giordano gelosi della sua autorità. Il
pontefice, che aveva di fresco contratta alleanza con Ruggiero re di
Sicilia, aveva ragione di sperare assai da così potente alleato. Intanto
il senato per assicurarsi dagli interni nemici fece attaccare le torri
dei Frangipani e dei loro aderenti; i quali però ne rifecero ben tosto
delle altre, conservando pure gli antichi monumenti quasi tutti
fortificati, onde i nobili possedettero lungo tempo entro Roma degli
asili sicuri, ove sottrarsi al potere de' magistrati. Il senato, per
opporsi con vantaggio alla potenza di Ruggiero, spedì una deputazione al
monarca Allemanno, invitandolo a venire a Roma a prendere la corona
imperiale.
Questo monarca era Corrado III[44], ch'era stato incoronato a Milano nel
1128, ed aveva poi abdicata la corona del 1135. Allorchè morì Lotario,
Corrado ebbe un rivale in Enrico il superbo, genero di quest'imperatore,
erede della casa Guelfa, duca di Sassonia e di Baviera, e marchese della
Toscana; ma presso la dieta di Coblenz del 1138 aveva prevaluto la casa
Ghibellina, o di Hohenstauffen, a fronte d'Enrico, reso dal suo orgoglio
esoso ai principi; e Corrado fu consacrato il sei marzo dello stesso
anno in Aquisgrana. Ma i Sassoni ed i Guelfi non riconobbero legittima
tale elezione, ed avendo prese le armi, non permisero mai a Corrado di
venire a farsi incoronare in Italia[45].
[44] Corrado II per l'Italia è III per la Germania.
[45] _Mascov. Com. de rebus Imp. sub Corrado III, l. III, pag. 114.
— Otto Fris. Chron., l. VII, c. 22, p. 140. — Id. de gestis Frid. I.
l. I, c. 22, p. 656._
Ottone di Frisinga ci conservò una delle lettere del senato e del popolo
romano all'imperatore Corrado. «Se fedeli figliuoli, gli scrivono,
possono permettersi di giudicare le azioni del loro signore e padre,
siamo sorpresi che l'eccellenza vostra non rispondesse alle lettere
colle quali le davamo parte del nostro operato, che dalla nostra fedeltà
è sempre diretto all'onor vostro. Il senato fu colla grazia di Dio
ristabilito; col vigor del quale e del popolo romano, Costantino e
Giustiniano ressero gloriosamente tutto l'Impero, onde noi facciamo ogni
sforzo e desideriamo che voi possiate fare altrettanto, e ricuperiate
tutti gli onori che vi appartengono, e furonvi rapiti.... Noi abbiamo
posti i fondamenti di questo nuovo ordine di cose, perchè manteniamo la
pace e la giustizia a vantaggio di tutti quelli che l'amano: ci siamo
impadroniti delle torri, delle fortezze e delle case di que' signori che
di concerto col Siciliano e col papa si dispongono a resistere al vostro
impero; alcune le conserviamo fedelmente in vostro nome, altre furono
spianate. La vostra prudenza rammenti tutti i torti che la corte dei
papi ed i signori di cui parliamo, fecero ai vostri predecessori. Le
stesse persone collegate col Siciliano stanno preparandovene di ancora
più grandi.....»[46].
[46] _De gestis Friderici I, l. I, c. 27 et 28, p. 662._
Corrado che non ignorava nascondersi sotto quest'apparente sommissione
lo spirito d'indipendenza, non trovò opportuno di prender parte in
questa lite, non riscontrando il senato, onde non disgustare il papa che
in pari tempo erasi a lui diretto.
Intanto Lucio II lusingossi che i Romani, scoraggiati dall'abbandono di
Corrado, e dall'alleanza ch'egli aveva contratta col re di Sicilia,
rinuncierebbero alla nuova magistratura tostochè si vedessero
vigorosamente attaccati (1145). In tale persuasione circondato dal clero
e da tutta la pompa pontificia, e seguìto da' suoi partigiani armati di
tutto punto, marciò un giorno verso il Campidoglio per scacciarne il
senato. Il popolo sorpreso da questa mescolanza di armi spirituali e
temporali, non sapeva in sull'istante a qual partito appigliarsi, e
lasciò che la processione s'avvicinasse al sacro colle. Ma tutt'ad un
tratto vergognandosi di abbandonare i suoi magistrati, che risguardava
come i soli campioni della romana libertà, fece piovere un diluvio di
sassi sui soldati pontificj. Lucio medesimo, gravemente ferito, morì
pochi giorni dopo, ed i suoi satelliti dovettero abbandonare
l'impresa[47].
[47] _Godef. Viterb. in Pant. pars XVII, t. VII. R. It. p. 461._
Eugenio III discepolo di s. Bernardo eletto in suo luogo abbandonò
immediatamente Roma per non essere costretto a dare la sua approvazione
al ristabilimento del senato. Però dopo pochi mesi disponevasi a
riconoscerlo a condizione che i Romani riconoscessero pure il suo
prefetto; ed a tali patti ritornò in Roma in mezzo alle più vive
dimostrazioni di allegrezza: ma essendosene poco dopo allontanato,
mentre viaggiava in Italia ed in Francia, tornò a Roma trionfante
Arnaldo da Brescia[48], il quale si sforzò di dare ai Romani più giuste
nozioni intorno alle cause della grandezza della loro antica repubblica.
Persuaso che la più durevole di tutte le riforme è quella che, invece di
distruggere le antiche costumanze, cerca anzi di ravvicinarvisi,
rendendole più vigorose, consigliò i Romani a formare un ordine equestre
che fosse intermediario tra i senatori e la plebe, di ristabilire i
consoli per presiedere al senato, i tribuni per difendere il popolo; di
escludere affatto i pontefici dall'amministrazione politica, e di
limitare i poteri ch'erano forzati di conservare all'imperatore. Ma
l'assoluto silenzio degli storici italiani intorno alle cose accadute in
tale epoca, e la brevità delle storie tedesche cui dobbiamo attenerci,
non ci fanno conoscere quale esecuzione avessero le riforme proposte da
Arnaldo[49][50]. Sembra soltanto che durante tutto il non breve
pontificato d'Eugenio III i Romani fossero sempre in guerra col papa, e
che Arnaldo andasse loro rammentando l'esempio de' loro antenati, e ciò
che far dovevano per mantenere la patria libera. Vedremo nel susseguente
capitolo l'infelice fine di quest'uomo martire della libertà in quella
medesima città che aveva cercato di rendere libera.
[48] _J. de Muller_ scrive che, stando ad una cronaca di Corbia,
duemila Svizzeri delle montagne accompagnarono Arnaldo a Roma, e lo
assistettero a ristabilirvi la libertà. _B. I, c. 14, p. 410._
[49] _Gunt. in Ligurino, lib. III, p. 43. — Otto Fris. de gestis
Frid. I, l. II, c. 21, p. 719_. — Le vite dei papi scritte da
Bernardo Guidoni, e dal Cardinale di Arragona, _t. III, p. 437_ 439,
quasi niente contengono d'importante.
[50] A torto si è tentato di attribuire ad Arnaldo da Brescia
opinioni troppo libere in punto di religione e di governo. Lasciando
da banda le prime perchè affatto straniere alla presente storia, non
credo inutile il dare qualche schiarimento rispetto alle seconde,
trattandosi di un uomo ch'ebbe tanta parte ne' movimenti popolari di
Roma e di Brescia; e vedremo che tutta la sua colpa si riduce
all'aver predicato contro il dominio secolare del clero. Lunga fu la
lotta che sostenne nella sua patria contro il vescovo Mainfredo, il
quale faceva ogni sforzo per rialzare in Brescia il prostrato
edificio della signoria episcopale, onde andava accarezzando i
nobili, mirando a valersi delle forze loro per distruggere i
consoli, e farsi egli principe. Lo che conoscendo Arnaldo contrario
allo spirito, alle leggi ed all'utilità della Chiesa, animò i
consoli ed il popolo ad opporsi agli attentati dell'ambizioso
vescovo. Colle scritture e coi sacri canoni mostrava al popolo che i
vescovi, siccome descritti in capo alla milizia di Dio, non devono
prender parte nelle faccende secolaresche; che come successori degli
apostoli debbono esserne gl'imitatori; _non essendo giusto che
abbandonino la parola di Dio_ per occuparsi di governi temporali, di
milizie, ec. Queste spiacevoli verità annunciate da Arnaldo al
popolo con robusta eloquenza, e confermate dalla santità de' suoi
costumi, riunirono contro di lui il vescovo, tutto il clero, gli
abati ed i monaci, i quali accusando Arnaldo di eresia al concilio
lateranese, ottennero, colla calunnia, di farlo condannare. S.
Bernardo chiama pessimo scisma, non eresia il titolo d'accusa dato
ad Arnaldo. E tale doveva veramente essere in faccia alla corte
pontificia la dottrina d'Arnaldo, che non solo non concedeva agli
ecclesiastici la superiorità da loro pretesa sopra il temporale dei
principi, ma accordava ai principi una piena autorità sopra i beni
ecclesiastici per regolarne l'uso a tenore dei canoni.
Obbligato di abbandonare la patria per sottrarsi alle calde
persecuzioni del clero, fu alcun tempo a Costanza, e nella Svizzera,
di dove passò in Francia per difendere il suo maestro Abaelardo
accusato da s. Bernardo. Ma sul principio del pontificato d'Eugenio
III si ridusse a Roma per appoggiare colla sua eloquenza e co' suoi
consigli la fazione de' Romani, che contrastavano al papa la
temporale signoria. E forse vi fu chiamato dai Romani medesimi,
conoscendo quanto poteva esser utile al loro partito. Nè Arnaldo
mancò alle loro speranze, perchè distinguendo accuratamente le
incumbenze ecclesiastiche dalle secolari, persuase al popolo, che il
Papa doveva accontentarsi della cura spirituale di tutta la
cristianità, ma non addossarsi ancora il peso del governo temporale,
la di cui alta ispezione doveva lasciare all'imperator de' Romani
suo sovrano, e l'immediata amministrazione al senato ed al popolo
romano. A tal fine confortava i Romani non solo a conservare il
senato, ma a repristinare ancora tutti gli antichi ordini e
costumanze, l'ordine equestre, i tribuni, i censori, i consoli, e
l'antica forma de' giudizj e delle milizie. _N. d. T._
CAPITOLO VIII.
_Federico Barbarossa imperatore. — Sua prima spedizione contro
le città libere d'Italia._
1152 = 1155.
Corrado III, che regnò quattordici anni in Germania, s'intitolava pure
re d'Italia senza aver avuta mai la più leggiera influenza sopra questo
paese. La guerra che faceva ai principi guelfi Enrico il superbo, e
Guelfo VI, duchi di Baviera e di Sassonia, lo tennero molti anni in
Germania. Del 1147 cesse, siccome Luigi VII di Francia, alle eloquenti
esortazioni di s. Bernardo, e passò in Oriente con una potente armata di
crociati; e di ritorno ne' suoi stati, dopo tre anni di sgraziata
guerra, fu sorpreso dalla morte il 15 febbrajo del 1152 mentre
disponevasi a discendere in Italia per ricevere la corona imperiale[51].
[51] Vedasi intorno a questo regno, _Mascovius Comment. de rebus
Imp. sub Corrado III lib. IV et V._
Quantunque lasciasse un figliuolo in tenera età, la dieta del regno
riunitasi in Francoforte, seguendo i consigli di Corrado medesimo, dava
la corona a suo nipote Federico Barbarossa, duca di Svevia, allora nel
fiore della gioventù. Potevano i principi lusingarsi che il nuovo
monarca farebbe cessare le sanguinose divisioni delle due più potenti
famiglie dell'Impero, i Ghibellini, ossia la casa di Svevia in
Franconia, ed i Guelfi, ossia la casa di Baviera in Sassonia. Federico
era l'erede della casa ghibellina, siccome nipote di una sorella di
Enrico V; e d'altra parte era alleato della famiglia guelfa per essere
figliuolo d'una figlia di Enrico il nero, duca di Baviera: di modo che,
dal lato della madre, veniva ad essere nipote di Guelfo VI, duca di
Baviera, e cugino d'Enrico il Leone, duca di Sassonia, i due capi della
casa guelfa[52].
[52] _Otto Frisin. de Gestis Frid. I. l. II, cap. 2. Scrip. Rer.
Ital. tom. VI, p. 699._
Le speranze dell'Allemagna non andarono deluse; e, quasi durante tutto
il lungo regno di Federico, le dissensioni di queste due famiglie che
avevano cagionati tanti travagli ai suoi predecessori, rimasero sopite.
Le forze de' Tedeschi rese maggiori dall'abitudine delle guerre civili,
si riunirono sotto le bandiere di Federico. Vero è che questa concordia
ebbe fine colla sua vita; quando le due famiglie, separandosi nuovamente
sotto il regno del suo successore, comunicarono il loro odio ai popoli,
i quali confondendo le contese di queste famiglie con quelle del
sacerdozio e dell'Impero, fecero nascere in Italia le troppo famose
parti de' Guelfi e de' Ghibellini, che, siccome vedremo, furono cagione
che essi spargessero torrenti di sangue per più secoli.
Lo stesso giorno dell'incoronazione, il nuovo sovrano lasciò travedere
il severo ed inflessibile carattere che portava sul trono. Uno de' suoi
cortigiani, che avendo avuto la disgrazia di spiacergli, era stato per
suo ordine allontanato dalla corte, credette che in questo giorno
d'allegrezza gli sarebbe stato facile d'ottenere il perdono. In tempo
della cerimonia si gittò ai piedi del nuovo re; e gli chiese grazia. Le
guardie che udirono le sue preghiere, benchè non sapessero quale fosse
il suo delitto, aggiunsero alle sue le loro suppliche, e tutta la
moltitudine, commossa a tale spettacolo, chiamò grazia per il
supplicante. Federico impose a tutti silenzio, e nell'istante in cui
andava a ricevere la sacra unzione, dichiarò con alta e severa voce, che
la giustizia, e non l'odio aveva dettato il suo giudizio, e che niuna
cosa al mondo potrebbe farglielo rivocare[53]. Tal era l'uomo che si
preparava ad armare la Germania contro la libertà italiana.
[53] _Ibid. — Gunteri Ligurinus lib. I, p. 12. ap. Pitheum._
Federico era stato eletto nella dieta di Francoforte dai soli principi
tedeschi; onde l'Italia veniva, siccome una provincia soggetta, data ad
un nuovo sovrano dall'altrui suffragio. Vero è però che alcuni pochi
gentiluomini toscani, lombardi e genovesi avevano assistito alla dieta,
ma ciò fu per caso, e senza missione[54]. Essi non pretesero di
conferire coi loro suffragi le due corone italiche; ma i loro
concittadini, contenti, se non della dominazione allemanna, almeno del
modo con cui la loro patria veniva amministrata, e della libertà di cui
godevano sotto stranieri sovrani, invece di opporsi, applaudirono
all'elezione di Federico.
[54] _Gunt. Ligur. lib. I, p. 6._ — È anche dubbioso che vi fossero
Genovesi, perciocchè il nome di _Ligures_ viene dato da Guntero a
tutti i Lombardi.
Fu nella dieta convocata il mese d'ottobre in Wurtzburgo, che i deputati
mandati da Federico in Italia resero conto della loro missione,
ritornando accompagnati dai delegati di papa Eugenio III per affrettare
i soccorsi del nuovo monarca contro i Romani diretti sempre da Arnaldo
da Brescia. Roberto principe di Capua, quello stesso che con tanto
coraggio aveva sussidiati i Napoletani nella guerra che loro tolse la
libertà, si presentò alla stessa dieta, implorando insieme ad altri
baroni della Puglia esigliati anch'essi, dal re e dalla nazione tedesca
di restituir loro il perduto patrimonio e di metter fine alle
usurpazioni del re di Sicilia ugualmente nemico suo, come
dell'Impero[55].
[55] _Otto Frisin. Frid. I. lib. II, cap. 7, p. 703._
Federico, giovane valoroso ed avido di gloria, vedeva quanto la riunione
delle fazioni allemanne accresceva le sue forze, ed era impaziente di
usarne. L'Italia era la sola provincia in cui potesse far conoscere la
sua attività ed i suoi talenti militari, e dove avrebbe dovuto essere
incoronato imperatore e re; ma sapeva pure che in Italia non avrebbe
trovato nè ubbidienza, nè sudditi, nè tesori, nè armate; ed egli
risguardava l'indipendenza d'Italia come uno stato di rivolta, i
privilegi, come ingiuste usurpazioni. Promise perciò soccorso a Roberto
ed ai baroni pugliesi, e segnò un trattato d'alleanza col papa, nel
quale Eugenio prometteva la corona imperiale, e Federico di ristabilire
in Roma l'autorità papale. In sul finire della dieta intimò a tutti i
vassalli del regno germanico di disporsi ad accompagnarlo in Italia
entro due anni al più tardi; e tutti i signori che assistettero alle
deliberazioni della dieta, giurarono di seguirlo in tale impresa[56].
[56] _Otto Frising. I. II, cap. 7._
In marzo del 1153 tenendo Federico un'altra dieta a Costanza, due
Lodigiani portando delle croci in mano, attraversarono la folla de'
principi, e gittandosi ai piedi dell'imperatore, domandarono colle
lagrime la libertà della loro patria, che i Milanesi avevano ridotta
nella più dura servitù. Erano omai quarant'anni da che la repubblica di
Lodi era stata sottomessa ed incorporata al territorio milanese; e la
generazione che aveva potuto aver parte in un governo libero, ed
esercitare nelle pubbliche adunanze i diritti della popolare sovranità,
era forse tutta discesa nel sepolcro: ma la dolce ad un tempo e trista
memoria della perduta indipendenza è una eredità che i repubblicani
lasciano ai loro figliuoli coll'obbligo di trasmetterla d'una in altra
generazione, per farla rivivere qualunque volta ne avranno la forza. I
cittadini lodigiani, senz'esserne autorizzati dai loro compatriotti,
condotti dal caso a Costanza, trovarono nel proprio cuore le parole che
potevano destare la compassione di persone che non intendevano il loro
idioma. I loro singhiozzi e le lagrime della rimembranza d'una patria
che più non avevano, si fecero strada al cuore di Federico, il quale
fece subito dal suo cancelliere spedire un ordine ai Milanesi di
ristabilire i Lodigiani negli antichi privilegi, e di rinunciare alla
giurisdizione che si erano usurpata. Sicherio suo ufficiale di corte fu
incaricato di portare all'istante quest'ordine ai consoli del popolo di
Milano[57].
[57] _Otto Morena Hist. Land. t. VI. Rer. Ital. p. 957. — Galvan.
Flamma Manip. Flor. c. 173, t. XI, p. 634._
Da prima recossi Sicherio a Lodi, ove partecipò ai magistrati delle
borgate, tristi avanzi della distrutta città, la missione di cui era
incaricato. Erano i Lodigiani troppo persuasi che una semplice lettera
non farebbe loro rendere la perduta libertà, e tremarono in vista del
pericolo cui gli esponeva l'inconsiderata procedura de' loro
concittadini. La loro città era stata distrutta dal fuoco, ed essi
ridotti ad abitare in villaggi aperti da ogni banda. Sapevano che la
possente cittadinanza milanese poteva, provocata dalla risentita lettera
di Federico, distruggere in poche ore le loro case, ed i loro raccolti,
quando i soccorsi di Germania tarderebbero almeno un anno. Federico li
proteggeva come usano i grandi di fare: essi credono d'aver tutto fatto
pei loro clienti, quando si prendono la cura di vendicarli. Invano i
magistrati di Lodi rappresentarono a Sicherio i loro pericoli; che non
ottennero di sopprimere la lettera imperiale, o di differirne la
consegna fino all'epoca in cui Federico entrasse in Italia.
I consoli milanesi ricevettero Sicherio in presenza dell'assemblea del
popolo, che ascoltò la lettura del dispaccio. L'indignazione eccitata da
una lettera così imperiosa fu universale; fu strappata di mano
all'araldo, e posta sotto i piedi; mentre tutti giuravano ad alta voce
di difendersi, e caricavano d'imprecazioni il despota. Sicherio si
sottrasse a stento alla moltitudine furibonda[58].
[58] _Otto Morena Rerum Laudensium p. 965._
Intanto i Lodigiani trovavansi in preda a mortali terrori: essi
mandavano le mogli ed i figli coi più preziosi effetti a Cremona ed a
Pavia; e gli uomini restavano di giorno nelle proprie abitazioni, che
abbandonavano la notte, disperdendosi ne' borghi e nelle campagne, per
timore d'essere ad ogni istante sorpresi dall'armata milanese, che
volesse punirli d'aver osato desiderare la libertà. Ma il popolo
milanese, prevenuto dell'imminente arrivo dell'imperatore, non volle,
attaccando i Lodigiani, che aveva presi a proteggere, provocare
maggiormente il suo sdegno; che anzi unitamente agli altri Lombardi
mandarono a Federico i regali che le città avevano costume di spedire al
nuovo sovrano. I deputati di Pavia e di Cremona portarono in tale
occasione al trono imperiale le loro lagnanze contro la crescente
ambizione dei Milanesi i quali conobbero ben tosto l'aggravio loro fatto
dalle vicine città, ed alla nuova stagione tentarono di vendicarsene con
alcune scorrerie sui territorj di Pavia e di Cremona[59].
[59] _Otto Morena p. 971._
La Lombardia era ancora in armi nell'ottobre del 1154 in cui v'entrò
l'imperatore. Scendeva egli le Alpi per la vallata di Trento, e marciava
alla testa di tutti i suoi vassalli, e di un'armata maggiore assai di
quante ne avevano i suoi predecessori condotte in Italia. Fermossi alcun
tempo in riva al lago di Garda per aspettarvi i suoi feudatarj; poi
s'avanzò fino a Roncaglia in vicinanza di Piacenza; segnò il suo campo
sulla pianura in riva del Po, e, secondo l'antica costumanza, vi aperse
i comizj del regno d'Italia[60].
[60] _Otto Fris. lib. II, cap. 12. 15, p. 706. — Otto Morena p. 969.
— Sire Raul, seu Radulphus Mediol. De gestis Frid. I. p. 1175, t.
VI. — Ligurinus l. II, p. 24._
Il primo atto de' comizj fu quello di privare de' loro feudi coloro che
non erano intervenuti; poi l'imperatore si dichiarò disposto a giudicare
le cause de' suoi sudditi italiani, ed a soddisfare alle loro lagnanze.
Il primo che domandasse giustizia fu Guglielmo, marchese di Monferrato,
il quale accusò la città d'Asti ed il borgo di Chieri. Questi due popoli
eransi costituiti in governi liberi, e non avendo potuto ridurre il
marchese a porsi sotto la loro protezione, facevano la guerra ai suoi
vassalli. Il vescovo d'Asti s'unì al marchese contro la sua greggia.
Tutte le nascenti repubbliche eccitavano la diffidenza o la collera di
Federico, onde prometteva al prelato ed al marchese di castigare
esemplarmente i popoli che gli avevano offesi.
Presentaronsi in appresso i consoli lodigiani e comaschi, rinnovando le
lagnanze che i Lodigiani avevano già fatte a Costanza contro i Milanesi.
I consoli di Milano trovavansi presenti e preparati a rispondere, onde
si discussero le rispettive ragioni innanzi all'imperatore, e tutte le
città manifestarono le loro inclinazioni. Si conobbero amici dei
Milanesi i Cremaschi, i Bresciani, i Piacentini, gli Astigiani, i
Tortonesi; dei Pavesi soltanto le città di Cremona e di Novara, poichè
quelle di Como e di Lodi erano soggette a Milano. Il partito pavese era
dunque evidentemente il più debole: per cui Federico chiamato a favorire
una delle due leghe, si dichiarò per quella che in appresso potrebbe
sempre facilmente opprimere; mentre quando avesse appoggiati i Milanesi,
questi non avrebbero in breve più avuto bisogno del suo favore[61].
[61] _Sire Raul p. 1175._
Ordinava intanto alle due parti di deporre le armi, e faceva che i
Milanesi lasciassero liberi i prigionieri pavesi: in appresso avendo
manifestata la sua intenzione di avvicinarsi a Novara prima di nulla
decidere intorno alle lagnanze di Como e di Lodi, chiese ai consoli di
Milano di condurlo essi medesimi a traverso al loro territorio.
La strada che naturalmente doveva tenere l'armata, fu quella che i
consoli di Milano avevano indicata, la quale attraversava, in linea
quasi retta per lo spazio di circa cinquanta miglia, Landriano, Rosate e
Trecate, ov'era il ponte sul Ticino. Ma su questa medesima linea appunto
eransi pochi mesi prima battuti in più riprese i Milanesi ed i Pavesi;
di modo che la campagna era stata rovinata: e perchè i Tedeschi
prendevano, senza pagare, non solo gli oggetti di cui abbisognavano, ma
gli animali ed i mobili, i paesani fuggivano innanzi a loro, e
lasciavano deserti i paesi per cui l'armata doveva passare. La prima
notte l'esercito di Federico s'accampò innanzi a Landriano, ove trovò
appena di che nutrirsi. Arrivò il susseguente giorno a Rosate, e perchè
le dirotte piogge ne rendevano difficile la marcia, fece alto
quarantott'ore presso a quel castello. I Milanesi non avevano calcolato
tale ritardo, e le provvisioni colà preparate essendosi consumate il
primo giorno, l'armata trovossi senza viveri. Lo stesso Ottone di
Frisinga osserva che il principe ed i soldati, travagliati dalle non
interrotte piogge, erano insofferenti e di cattivo umore, ed incolpavano
perciò i Milanesi dell'avversa stagione[62]. La sera del secondo giorno
Federico ordinò ai loro consoli d'allontanarsi dal campo e di sottrarsi
alla reale indignazione; soggiungendo di far subito evacuare il castello
di Rosate, ove trovavansi cinquecento soldati, onde la sua truppa
potesse valersi dei viveri della guarnigione. I consoli ubbidirono: nè
la guarnigione solamente, ma ancora tutti gli abitanti uscirono dal
castello conducendo di notte già innoltrata, e sotto una pioggia
freddissima e continuata, le loro mogli e figli; lo che rendeva
quest'esecuzione militare più odiosa e crudele. Presero la strada di
Milano da cui erano lontani dodici miglia, lasciando, com'era loro stato
ordinato, tutti gli effetti nel castello. V'entrò in sul far del giorno
l'armata tedesca, e, dopo averlo saccheggiato, lo spianò da cima in
fondo[63].
[62] _De rebus gestis Frid. I. l. II, cap. 14, p. 710._
[63] _Otto Morena p. 973._
Quando i fuorusciti di Rosate giunsero a Milano, volendo pure dar colpa
della loro sventura a qualcuno esposto alla loro vendetta, ripetevano le
lagnanze de' Tedeschi, rimproverando ai consoli milanesi d'aver dato
motivo della collera di Federico e della sua armata. Que' magistrati
avevano torto in faccia a quegli abitanti dell'aver condotta l'armata
presso al loro castello. Il popolo milanese era incapace di resistere
all'affascinamento d'un grande spettacolo; le lagrime delle donne di
Rosate, la miseria de' fanciulli che portavano in collo lordi di fango
ed assiderati da una pioggia gelata, lo scoraggiamento dei capi di casa
che avevano tutto perduto, facevano sui Milanesi un'impressione assai
più profonda che non la ferma e misurata eloquenza dei consoli, Oberto
dall'Orto, e di Gherardo Negro, che rendevano ragione della propria
condotta. La plebe tumultuante si portò contro la casa dell'ultimo, e la
demolì interamente. Pure questo magistrato dimenticò l'ingratitudine del
popolo, e non lasciò di servire con zelo e fedeltà la patria[64].
[64] _Otto Fris. de gest. Frid. I, l. II, cap. 13, e 15._
Altri deputati furono mandati a Federico, i quali rappresentarongli il
castigo inflitto al console, siccome una luminosa soddisfazione che il
popolo di Milano aveva voluto dargli: tentarono pure di calmarlo
offerendogli una ragguardevole ammenda, a condizione per altro di
lasciare la loro repubblica nel tranquillo possesso di Como e di Lodi.
Ma il leone che aveva assaporato il sangue, rifiutava tutt'altro
nutrimento. Federico si crucciò fieramente dell'offerta di un tributo,
quasi si fosse cercato di corromperlo col danaro[65]; e menando i suoi
soldati nelle più fertili campagne del Milanese, le lasciò a discrezione
loro. S'avanzò poscia verso i due ponti fortificati che i Milanesi
avevano costrutti sul Ticino per passare quando il volessero nel
territorio novarese, e dopo averli attraversati egli e l'armata, li fece
abbruciare. Milano possedeva pure sull'opposta riva due castelli
risguardati come chiavi del Novarese, Trecate e Galliate, ne' quali
teneva sempre guarnigione. Federico li prese d'assalto, e dopo averli
saccheggiati li fece spianare[66].
[65] _Ibid. Cap. 14._
[66] _Epist. Frid. ad Ottonem Frisin. ap. Scrip. Rer. Ital. t. VI,
p. 635._
I Milanesi osservavano attoniti le rovine fatte da questa barbara
armata, che a guisa di turbine aveva attraversato il loro territorio.
Essa ne era finalmente uscita, ma non potevano prevedersi i suoi
ulteriori movimenti; e dopo varj inutili tentativi, si era abbandonato
il progetto di calmare coi doni la cieca sua collera. Rinvenuti da
quella prima sorpresa, i magistrati pensarono a porsi in sicuro contro
nuovi attacchi. Introdussero in città abbondanti provvigioni, ne
rinforzarono con estrema cura le fortificazioni, e misero i castelli del
territorio nel migliore stato di difesa. Mandarono in pari tempo
ambasciatori alle città alleate per rinnovare gli antichi patti,
domandare ed offerire reciproco soccorso in caso d'attacco[67].
[67] _Tristani Calchi Hist. Patriæ, l. VIII, p. 222._
Nel 1154 Federico celebrò il Natale nelle vicinanze di Novara, ed al
principio del susseguente anno 1155 attraversò i territori di Vercelli e
di Torino[68]. Benchè queste due città si governassero a comune, ebbero
la sorte di trovar quel monarca loro propenso, per cui nella guerra,
ch'egli fece in seguito ai Lombardi, l'ultima fu sempre a lui attaccata.
Dopo avere passato il Po, riprese, attraversando la pianura posta a
diritta, la strada di Pavia. Guglielmo di Monferrato che seguiva
l'armata imperiale, gli rammentò le ingiurie fattegli dagli abitanti di
Chieri e d'Asti, chiedendogli il castigo di que' popoli così superbi e
gelosi della loro indipendenza. Questi spaventati dall'avvicinamento di
tanto formidabile armata, e non si fidando abbastanza delle loro torri e
delle loro mura, eransi salvati colla fuga. L'imperatore trovò affatto
deserto ed abbandonato Chieri, e la città di Asti[69]; le quali dopo il
saccheggio de' soldati furono incendiate.
[68] _Otto Fris. de Gest. Frid. I. l. II, cap. 15._
[69] Tutti gli storici contemporanei chiamano questa borgata Cairo,
ed il Muratori suppone che si parli d'un castello di tal nome posto
alle falde delle Alpi liguri quaranta miglia lontano da Asti. Ma
ponendo mente alla strada tenuta da Federico, non può essere che
Chieri. Questa borgata, ch'egli attraversò passando da Torino ad
Asti, ebbe governo repubblicano fino alla fine del tredicesimo
secolo.
S'avvicinò quindi a Tortona, città alleata di Milano, che l'aveva
soccorsa nella guerra contro Pavia. Gli fece il re intimare che
rinunciasse all'alleanza de' Milanesi, e si unisse ai Pavesi: e perchè
il Governo di Tortona rispose non essere sua costumanza di abbandonare
gli amici quand'erano nella sventura, fu la città posta al bando
dell'Impero con solenne decreto; ed il giorno 13 febbrajo il re ne
intraprese l'assedio[70].
[70] _Otto Fris. l. II, c. 17. p. 712. — Trist. Calchi l. VIII, p.
222._
È posta Tortona sopra un monticello che domina le pianure alla destra
del Po, a non molta distanza dalle falde delle Alpi liguri. Terre basse
e profonde la circondano da ogni banda, dividendola pure da Novi che
trovasi ove comincia la catena delle Alpi. La collina di Tortona non si
riunisce a questa catena che per mezzo di alcune alture che prolungansi
a levante. Su questa dirupata collina è fabbricata la fortezza, e più
abbasso un sobborgo, che, quantunque circondato di mura, non è capace di
lunga resistenza; onde il re non tardò ad impadronirsi del sobborgo, o
della bassa città, che gli abitanti avevano abbandonato, ritirandosi con
tutti i loro effetti nella città superiore.
Quando i Milanesi conobbero il pericolo dei loro amici, spedirono loro
all'istante duecento de' loro più valorosi soldati, e persuasero molti
gentiluomini delle montagne liguri, i quali eransi posti sotto la
protezione della repubblica milanese, e tra questi Obizzo Malaspina, a
ridursi nella città assediata[71].
[71] Tristano Calco ci diede i nomi de' capi di questi valorosi.
Aveva Federico fissato il suo quartiere all'occidente della città verso
il Tanaro; il duca Enrico di Sassonia occupava a mezzogiorno il
sobborgo, e le milizie pavesi eransi accampate dalla banda della loro
città. Gli assedianti aprirono tra questi diversi quartieri una fossa
che toglieva ogni comunicazione fra Tortona e la campagna. Si
fabbricarono macchine d'ogni sorta, altre per nettare i merli gettando
pietre contro i soldati, altre per rompere le mura. E tali erano i
progressi ch'eransi fatti dagl'ingegneri in quest'arte, che raccontasi
avere un gran macigno, gettato da una balista avanti al portico della
cattedrale, ucciso, spezzandosi, tre de' principali cittadini che
stavano colà deliberando intorno al modo di difendere la città. Per
ordine di Federico erano state innalzate alcune forche in faccia alle
mura, per appendervi coloro che si facessero prigionieri, siccome
colpevoli di ribellione.
Intanto i Tortonesi venivano resi forti, per così dire, dalla
disperazione, ed insultavano gli assedianti con frequenti sortite, e
specialmente il campo de' Pavesi, perchè tra i posti avanzati di questi
ed i loro era situata la sola fonte cui gli assediati potessero attinger
acqua; ma il re rinforzò questo quartiere mandandovi colle sue truppe il
marchese di Monferrato. Cercò pure di abbattere la torre, chiamata
_Rubea_, la sola che non fosse fondata sulla rupe; ma i minatori reali
furono scontrati dagli assediati che scavavano delle contromine, e li
fecero perire soffocati nelle loro gallerie[72].
[72] _Otto Fris. de gestis Frid. I. l. II, c. 17._
Non potendo i Pavesi allontanare affatto dalla fonte affidata alla loro
custodia gli assediati, vi gettarono cadaveri d'uomini, e d'animali per
corrompere le acque; ma la sete vincendo ogni ribrezzo, non lasciavano
per questo di beverne con avidità. Giunsero in fine a renderla affatto
inservibile gittandovi solfo infiammato e pece. Tale assedio si
protrasse fino alle feste di Pasqua; per celebrare le quali Federico
accordò alla sua armata una tregua di quattro giorni; tregua di cui
pochissimo approfittarono gli assediati travagliati dalla fame e dalla
sete.
Il clero di Tortona sortì processionalmente per chiedere al re la grazia
di non accomunarlo al gastigo di una città colpevole ch'egli abbandonava
alla sua collera; ma Federico non ascoltò le vili preghiere d'una
corporazione che abbandonava i suoi fratelli in tanta calamità, ed
avendo costretto quegli ecclesiastici a rientrare in città, fece
ricominciare l'attacco[73].
[73] _Ibid. cap. 19._
Intanto la sete rendevasi ai Tortonesi insopportabile, i quali avendo
esauriti tutti i soccorsi della pazienza e del coraggio, dopo
sessantadue giorni di trincea aperta, non potendo ottenere migliori
condizioni, si arresero a patto di sortire dalla città portando sulle
spalle gli effetti di cui potrebbero caricarsi una sola volta, lasciando
tutto il restante all'armata vittoriosa. Così sortirono in fatto da
Tortona, ma dimagrati e sfiniti in modo, che più gloriosa rendevasi la
lunga resistenza. Presero la strada di Milano, e mentre si scostavano
dalla loro patria, vedevano innalzarsi le fiamme che la
distruggevano[74].
[74] _Otto Morena, p. 981. — Otto Fris. l. II, c. 20 e 21, p. 718. —
Abbas Usp. in Chron., p. 283. — Godafr. Viterbiensis in Pantheo.
pars XVIII, t. VII, p. 464. — Sicardi Ep. Crem. Chron., p. 599, tom.
VII Rer. Ital._
Qual che si fosse l'infelice fine dell'assedio di Tortona, i
repubblicani lombardi prendevano buon augurio dal vedere che una sola,
ed una delle meno popolose e potenti loro città, avesse fermata due mesi
la marcia della più formidabile armata che il re tedesco potesse
condurre contro di loro, e gli fosse costata più sangue e sudore che ad
Ottone la conquista di tutta l'Italia. Un grandissimo esempio di
costanza e di coraggio era stato dato per la libertà; i Tortonesi ne
erano i martiri, e furono posti sotto la protezione delle repubbliche
per la di cui causa avevano tanto sofferto. Furono ripartiti tra le
famiglie milanesi con cui avevano formati legami di ospitalità, ed i
consoli promisero di rialzare le mura di Tortona tosto che partirebbe
l'armata tedesca.
Mentre questi valorosi fuorusciti colle loro mogli e figli, portando i
miseri avanzi di loro fortune, entravano in Milano tra le acclamazioni
del popolo ammiratore della loro virtù, Federico entrava trionfalmente
in Pavia, ove facevasi coronare nella chiesa di S. Michele presso
all'antico palazzo dei re lombardi[75].
[75] _Otto Fris. l. II c. 21. p. 718._
Impaziente di associare a quello di re il titolo d'imperatore
s'incamminava ben tosto alla volta di Roma, passando in vicinanza di
Piacenza e di Bologna, ed attraversando la Toscana senza provocare, nè
provare ostacoli.
Papa Eugenio III era morto del 1153; Anastasio IV suo successore non
aveva regnato più di un anno; e quando Federico s'avvicinava a Roma era
salito sulla cattedra di S. Pietro Adriano IV. In questa città viveva da
più anni in pace Arnaldo da Brescia, protetto dal senato, ed applaudito
dal popolo, cui denunciava le ambiziose usurpazioni del clero. In
principio dell'anno, Adriano IV aveva fulminato l'interdetto contro di
Roma[76], che fino al presente non soggiacque mai a così fatto castigo
spirituale; e siccome il popolo incominciava a lagnarsi d'essere,
all'avvicinarsi della Pasqua, privo delle sacre cose, il senato,
consigliandosi colla prudenza, non volle compromettere la pubblica
tranquillità, ponendola in urto colle usanze religiose, e persuase
Arnaldo ad allontanarsi da Roma, condizione richiesta dal papa per
riconciliarsi colla città. Arnaldo si rifugiò presso un gentiluomo della
Campania, aspettando le determinazioni che prenderebbe Federico.
[76] _Bar. Ann. Ecc. ad ann. 1155, §. 2, 3, e 4. Card. Aragonius in
Vit. Ad. IV. p. 442. Sc. Rer. Ital T. III. P. 1._
I due partiti forzavansi ugualmente di guadagnarsi il favore del
monarca. Aveva Adriano mandati a riceverlo a S. Quirico tre cardinali, i
quali ottenevano in compenso della promessa della corona imperiale, che
Federico lo ajuterebbe a soggiogare i Romani. Il re per dargli una
caparra della sua protezione fece arrestare il conte Campano che aveva
dato asilo ad Arnaldo, e non lo rilasciò finchè non ebbe consegnato
quell'eloquente nemico de' papi al Prefetto di Roma, magistrato eletto
da Adriano, ed a lui devoto. Il popolo atterrito ugualmente dai fulmini
della Chiesa e dalle minacce dell'esercito Allemanno, non si mosse a
favore dell'apostolo della libertà, dichiarato eretico da un concilio;
ed avanti che i Romani avessero tempo di rinvenire da questa prima
sorpresa, la vendetta papale era compiuta. Il Prefetto teneva il
prigioniero nella sua abitazione in castel s. Angelo; di dove in sul far
del giorno lo fece tradurre alla piazza del Popolo, destinata alle
esecuzioni de' delinquenti. Dal rogo, su cui si fece salire per
abbruciarlo, Arnaldo potè vedere a perdita di vista le tre lunghissime
strade che facevan capo innanzi al patibolo, e che formano quasi la metà
di Roma. Colà, ignorando l'estremo pericolo del loro legislatore,
giacevano ancora immersi nel sonno quegli uomini, che tante volte aveva
chiamati alla libertà. Il fracasso dell'esecuzione, e le fiamme del rogo
risvegliarono i Romani, che si armarono ed accorsero, ma troppo tardi,
per salvarlo. Le coorti del papa rispinsero colle loro lance coloro che
desideravano di raccogliere come preziose reliquie le ceneri
d'Arnaldo[77].
[77] _Vita ad Pap. — Otto Fris. l. II, c. 21, p. 721._
Dopo tale esecuzione, Adriano accompagnato da' suoi cardinali s'avanzò
fino a Viterbo all'incontro di Federico. Qualunque fosse il bisogno
ch'egli aveva di lui, voleva, in sull'esempio de' suoi predecessori,
ridurre l'imperatore ad umiliarsi innanzi al capo della Chiesa prima
d'essere da lui esaltato. Federico, vedendolo avvicinarsi, non si mosse
per tenergli la staffa ed ajutarlo a discendere dal mulo: tanto bastò
perchè il papa si rifiutasse di dargli e di ricevere il bacio di pace
finchè l'orgoglioso monarca, alle persuasioni de' suoi cortigiani che
avevano veduto Lotario nella medesima circostanza, si piegò a così
umiliante ceremoniale. Si ebbe le destrezza d'assicurarlo che tale
condiscendenza non comprometteva in verun modo la sua dignità, giacche
non al papa, ma all'apostolo da questi rappresentato, riferivasi tale
omaggio[78].
[78] _Mur. Ant. It. Dis. IV. vol. I, p. 117._
Venti miglia più lontano tra Nepi e Sutri presentaronsi a Federico i
deputati del senato romano. Ottone di Frisinga ci conservò per intero il
discorso che diressero all'imperatore[79]. Rammentarono l'antica gloria
di Roma, che era debito dell'imperatore di ripristinare; parlarono del
dominio che la loro città ebbe lungo tempo di tutto il mondo; dominio
cui poteva ancora aspirare dopo avere scosso l'ingiusto giogo de' preti;
richiedevano da Federico che, prima d'entrare nella loro città, giurasse
di rispettare le costumanze e le antiche leggi di Roma riconfermate coi
loro diplomi da tutti gl'imperatori; finalmente di assicurare i
cittadini dalla licenza dei Barbari, e di pagare cinque mila libbre
d'argento agli ufficiali che, in nome del popolo romano, dovevano
coronarlo in Campidoglio.
[79] _Otto Fris. l. II, cap. 22._
Quantunque l'orgoglio di Federico fosse rimasto ferito dall'altero
carattere d'Adriano, aveva sagrificato alla dignità della religione, ed
all'età del pontefice l'amor proprio, ma nulla aveva potuto prevenirlo
per l'alterezza del senato romano. Que' sentimenti repubblicani che
combattuti aveva in Lombardia, non gl'ispiravano punto di stima e di
rispetto; onde rispose in tal modo da despota: non essere egli fatto per
ricevere condizioni, ma per darle al popolo: che quando fa il bene de'
suoi sudditi, non segue che gl'impulsi del proprio cuore senz'esservi
obbligato da veruna legge o giuramento. Dopo ciò rimbrottando ai
deputati romani la degenerazione loro dagli antenati, e la debolezza
attuale in confronto dell'antico valore, li rimandò con disprezzo.
Mentre i deputati si ritiravano, li fece inseguire da un corpo di mille
cavalieri che occuparono la città Leonina. È questa una parte di Roma
posta sul monte Vaticano al di là del Tevere intorno alla basilica di s.
Pietro. Era stata fortificata dell'848 da Papa Leone IV, dopo che i
Saraceni avevano spogliata quella basilica, e perciò portava il suo
nome[80]. La città Leonina non comunica colla città principale che per
mezzo di un ponte fabbricato a lato di Castel sant'Angelo[81], il quale
fu preso dai Tedeschi, e barricato. Dopo tali precauzioni Federico ed
Adriano poterono all'indomani entrare senza pericolo e senza incontrar
resistenza in quelle deserte strade, e celebrare la ceremonia
dell'incoronazione in onta de' Romani che, ritenuti al di là delle
barricate, fremevano di sdegno, vedendo che il nuovo imperatore credeva
di non abbisognare dei loro suffragi. Poichè Federico ricevette dalle
mani di Adriano IV nella basilica di S. Pietro la corona d'oro, si
ritirò co' suoi soldati nel campo formato fuori delle mura[82].
[80] _Anast. Bibl. de vita Leonis IV, p. 240. Sc. Rer. It., t. III._
[81] Si chiama oggi Ponte S. Angiolo, prima _Pons Aelii Adriani_.
[82] _Otto Fris. L. II, c. 23, p. 724._
Tosto che i Romani videro levarsi le guardie che difendevano il ponte
sul Tevere, si precipitarono entro la città Leonina, e massacrarono
tutti coloro del seguito dell'imperatore che rimasti erano presso al
Vaticano. All'avviso di questa sommossa popolare, riunì all'istante
Federico i suoi soldati, e si portò nella città Leonina contro gli
ammutinati. La battaglia s'impegnò innanzi a castel sant'Angelo alla
testa del ponte, e tra il Gianicolo ed il fiume presso ad una fonte di
cui ora non rimane verun avanzo: nel primo luogo combattevano gli
abitanti della città, nell'altro i transteverini. Tale era già l'effetto
della disciplina repubblicana, che i Romani sostennero tutto il giorno
lo sforzo dell'armata imperiale benchè composta delle migliori truppe
tedesche. Furono però alla fine respinti, lasciando sul campo di
battaglia mille morti e duecento prigionieri. All'indomani l'imperatore,
che incominciava a mancar di viveri, s'allontanò da Roma col papa e
s'accampò presso Tivoli. Colà celebrò la festa di S. Pietro e Paolo,
nella quale il papa, dopo la messa, assolse tutti i soldati che avevano
massacrate le sue pecore, dichiarando, _non essere delitto il versare il
sangue umano per sostenere il potere de' principi, e vendicare i diritti
dell'impero_[83].
[83] _Otto Frising. Lib. II, c. 24, p. 725._ — Se l'imperatore aveva
realmente diritto di sovranità sovra di Roma, non è meraviglia che
il papa facesse la surriferita dichiarazione. _N. d. T._
Intanto l'avvicinamento della canicola moltiplicava nell'armata le
febbri pestilenziali; onde, per evitare la fatale influenza
dell'eccessivo caldo, Federico condusse le sue truppe nelle montagne del
ducato di Spoleti, la di cui capitale, siccome tutte le altre città
italiane, reggendosi a comune, ebbe la sventura di muover la bile
dell'imperatore. Il fisco pretendeva dalla città di Spoleti un residuo
pagamento di ottocento lire per diritto di fodero, e per questo titolo
veniva imputata d'aver defraudati i diritti reali. Inoltre i consoli di
Spoleti avevano arrestato il conte Guido Guerra, uno de' più potenti
gentiluomini toscani, che, di ritorno da una legazione, voleva
raggiungere l'armata. Federico adunque spinse le sue truppe contro gli
Spoletini, che coraggiosamente affrontarono gli assalitori; ma attaccati
dalla cavalleria tedesca, non ne sostennero l'urto, e fuggirono verso la
città inseguiti dai vincitori, che, entrandovi coi fuggiaschi, la misero
a fuoco prima d'averla interamente spogliata. Due giorni rimasero i
Tedeschi in quelle vicinanze per dividere le spoglie degl'infelici
Spoletini, sottratte alle fiamme[84].
[84] _Idem. Ibid. p. 726._
I baroni pugliesi ch'eransi rifugiati presso l'imperatore, lo andavano
esortando a portare le sue armi negli stati del re di Sicilia. Ruggeri
il primo dei re normanni era morto a Palermo il 26 febbrajo del 1153 in
età di 56 anni, dopo un regno glorioso, ma in sul finire infelicissimo;
perciò che nell'ultimo anno di sua vita perdette i suoi due maggiori
figliuoli Ruggeri ed Alfonso, le di cui virtù mostravangli degni
successori degli eroi normanni. Guglielmo I, il terzo de' suoi figli,
uomo pusillanime ed incapace di governare, erasi perciò abbandonato alla
direzione di un oscuro cittadino di Bari, chiamato Mago, ch'era stato da
lui nominato cancelliere e grande ammiraglio, per cui aveva indisposta
la nobiltà, e dato occasione ad una sommossa popolare in Puglia[85].
Roberto, principe di Capoa, alla testa degli esuli era entrato nella
Campania, per farla ribellare; e tutte le città gli avevano aperte le
porte, tranne Napoli, Amalfi, Salerno, Troja e Melfi. Emmanuele Comneno,
imperatore di Costantinopoli, faceva nello stesso tempo attaccare da una
flotta Brindisi e Bari, che gli opponevano una leggiere resistenza.
Tutto il regno di qua dal Faro credevasi perduto dal monarca normanno,
se Federico, come ne aveva dato voce, si fosse avanzato per terminarne
la conquista: ma i Tedeschi impazienti di restituirsi alla loro patria,
onde rimettersi dalle fatiche e dalle malattie di così micidiale
campagna, non permisero all'imperatore di prolungare la guerra. Fu
dunque costretto di licenziare la sua armata in Ancona, ove molti de'
signori che l'avevano seguito, s'imbarcarono per Venezia; altri,
attraversando la Lombardia ed il Piemonte, valicarono le Alpi della
Savoja. Federico ch'erasi conservato un considerabile corpo di truppa
passando per la Romagna, il Bolognese ed il Mantovano, si ridusse nel
territorio veronese[86].
[85] _Romualdi Salernit. Chron. p. 197. t. VII._
[86] _Otto Frising. l. II, cap. 25._
Era costumanza de' Veronesi di non accordare alle truppe imperiali il
passaggio per la loro città. Per non esservi obbligati usavano perciò di
fabbricare fuori delle mura un ponte sull'Adige. Quando Federico entrò
sul loro territorio cogli avanzi d'un'armata che aveva portato la
desolazione in tutta l'Italia, e che da Asti fino a Spoleti aveva
segnata la sua marcia cogl'incendj e coi massacri, lusingavansi, se
riusciti fossero a dividerli, di distruggerli affatto, e vendicare essi
soli la Lombardia. Il ponte di battelli costrutto al di sopra della
città, era, dice Ottone di Frisinga[87], un laccio teso ai Tedeschi
piuttosto che un ponte, perchè le barche che lo formavano erano legate
soltanto quanto bastava per resistere alla forza della corrente; e
mentre l'armata lo attraversava, enormi masse di legnami, che facevansi
scendere lungo il fiume, dovevano urtarlo e romperlo. Un leggiere errore
di calcolo sul tempo necessario perchè dal luogo in cui venivano posti
nel fiume giungessero i legni fino al ponte, fece andar a vuoto il
progetto. Gl'imperiali avendo affrettata la marcia onde sottrarsi al
furore dei paesani che gl'inseguivano per vendicarsi delle loro rapine,
non solo ebbero tempo di passare il ponte prima che si rompesse, ma lo
avevano di già attraversato molti degl'insorgenti che tenevano lor
dietro, i quali, rimasti poi separati alcuni istanti dai loro patriotti,
furono tutti massacrati. Pure l'imperatore non si trovò abbastanza forte
per vendicarsi di coloro che gli avevano preparata tale insidia; onde
proseguendo il suo viaggio verso le montagne, rientrò in Baviera per
Trento e Bolzano un anno dopo la sua partenza.
[87] _De Gestis Frid. I, l. II, c. 26._
CAPITOLO IX.
_Continuazione della guerra di Federico Barbarossa colle città
lombarde. — Primo assedio di Milano; assedio di Crema; presa e
rovina di Milano._
1155 = 1162.
I consoli milanesi non avevano aspettato che Federico licenziasse le sue
truppe per mandare ad effetto le promesse fatte agli abitanti di
Tortona. Quando aveva di poco abbandonato Pavia per recarsi a Roma, essi
presentarono al popolo quegl'infelici fuorusciti, vittime onorate del
loro attaccamento alla causa della libertà lombarda, ed ottennero dal
parlamento, o consiglio generale, il decreto per rifabbricar Tortona a
spese del pubblico. Il tesoro era esausto, ma i cittadini erano avvezzi
a soccorrerlo. Coloro che non potevano dar danaro, offrivano le loro
braccia allo stato. Gli abitanti di due porte della città, che ne
formavano il terzo, furono incaricati di tale spedizione. Gentiluomini e
plebei, cavalieri e pedoni, tutti partirono assieme, e nello spazio di
tre settimane in cui rimasero a Tortona, a vicenda soldati e muratori,
respinsero i Pavesi che volevano impedire il rifacimento della città, e
nel medesimo tempo rialzarono le mura e le rovinate case[88]. Alle porte
Ticinese e Vercellina furono surrogate la Renza e la Romana; e mentre
toccava a quest'ultima la guardia, i Milanesi accantonati nel sobborgo
di Tortona, furono sorpresi dalle milizie di Pavia, e costretti di
salvarsi nella città alta, abbandonando la maggior parte dei loro
effetti e munizioni. Altri rifugiaronsi nella chiesa mentre i loro
fratelli d'armi rispingevano dalle mura non ancora ultimate gli
assalitori. Dopo la battaglia i consoli fecero scrivere sulla porta
della medesima chiesa i nomi di coloro che disperando della salute
pubblica vi avevano cercato un rifugio con dispendio del proprio
onore[89].
[88] _Otto Mor. Hist. Ver. Land. p. 983. — Trist. Calchi Hist.
Patriæ l. VIII, p. 223._
[89] _Sire Raul de Gest. Frid. I, p. 1176._
I Milanesi non si limitarono a ristabilire Tortona, ed a richiamarvi i
loro abitanti, ma si disposero inoltre a punire coloro che, comunque
ugualmente interessati alla libertà d'Italia, eransi uniti
all'oppressore di quella. Essi ristabilirono e fortificarono il ponte
sul Ticino presso Abbiategrasso, che era stato abbruciato da Federico:
per il qual ponte, aprendo loro i territorj della Lomellina e di
Vigevano da loro sottomesse, potevano, quando gli piaceva, attaccare i
paesi del Pavese, del Novarese, del Monferrato. E per tal modo,
minacciando ad un tempo tutti i loro nemici, seppero approfittare di
così eccellente posizione per costringere i Pavesi ad una pace
umiliante, per battere il marchese di Monferrato, per impadronirsi di
molti castelli del Novarese, e ristabilire interamente la riputazione
delle loro armi, che dalle vittorie di Federico parevano messe in
fondo[90].
[90] _Carol. Sigon. de Regn. It. l. XII, p. 293. — Sire Raul p.
1179. — Trist. Calch. l. VIII, p. 225._
Nel tempo medesimo all'altra estremità del territorio erano entrati
nella vallata di Lugano ed avevano occupati circa venti castelli che
seguirono la parte imperiale. Avevano ristabiliti e fortificati i ponti
sull'Adda, fugati i Cremonesi che venivano ad attaccarli, ed assicurata
la subordinazione de' Lodigiani, di cui diffidavano con ragione[91].
[91] _Ibid._
Dopo la guerra disastrosa che loro aveva fatta Federico, chi avrebbe
creduto che le loro armi potessero trionfare in ogni lato della
Lombardia, ed i loro consoli impiegare cinquanta mila marche d'argento
nel fortificare la città ed i castelli dello stato?
L'energia dei Milanesi si comunicò ancora agli altri popoli attaccati
alla causa della libertà. I Bresciani ed i Piacentini resero più intima
l'antica alleanza, ed accrebbero le difese delle loro città. Tutta la
Lombardia prese contro i Tedeschi un aspetto imponente, e Federico non
tardò ad accorgersi che lungi dall'avere assicurata sul suo capo la
corona d'Italia, non aveva la sua prima discesa ad altro giovato che a
renderlo più odioso, e meno rispettato de' suoi predecessori.
Il mezzogiorno d'Italia era stato il teatro di traversie ancora più
umilianti. Il principe Roberto di Capoa tradito dal suo vassallo
Riccardo dall'Aquila, conte di Fondi, era stato dato in mano di
Guglielmo re di Sicilia, che, dopo averlo barbaramente privato della
vista, lo aveva fatto perire nelle prigioni di Palermo[92]. I Greci che
sostenevano il suo partito, ed erano alleati dell'imperatore d'Occidente
e del papa, furono battuti a Brindisi[93], e quasi tutti i baroni
ribelli della Puglia presi e mandati al supplizio, o posti in ferri: per
ultimo papa Adriano, spaventato dai prosperi successi d'un nemico così
vicino e tanto potente, aveva fatto pace con Guglielmo, ed abbandonati
alla sgraziata loro sorte tutti coloro che per suo ordine, e per i suoi
vantaggi, eransi esposti a tanti travagli e pericoli[94]. Accordò al re
Guglielmo l'investitura della Sicilia, del ducato di Puglia, del contado
di Capoa, di Napoli, di Salerno, d'Amalfi, e della Marca. Il trattato
venne segnato a Benevento nella state del 1156, meno d'un anno dopo che
Federico aveva ricevuto la corona imperiale a Roma dalle mani del
papa[95].
[92] _Romualdi Salernit. Chronicon p. 198._
[93] _Willelmus Tyrius l. XVIII, c. 8. p. 937, Gesta Dei per
Francos._
[94] _Baronius Annales an. 1166, § 1._
[95] _Ibid. § 4.-9._
Questo monarca doveva bensì prevedere che il Pontefice dopo una pace,
forzatamente fatta, conserverebbe qualche riconoscenza per il principe
che lo aveva protetto; ma non già che Adriano, dopo essersi riconciliato
col re normanno, non meno potente alleato, che temuto nemico,
cercherebbe pretesti di umiliarlo. Alcuni signori tedeschi avendo
arrestato un arcivescovo di Svevia, il papa scrisse all'imperatore per
ottenere giustizia dell'oltraggio fatto alla Chiesa. In questa lettera
egli spiegava tutto l'orgoglio d'un successore d'Ildebrando avvezzo a
creare e deporre i re. I suoi nunzj presentandosi a Federico nella dieta
di Bezanzone, tennero un contegno che annunciava le pretese e
l'alterigia della corte papale. «Il beatissimo papa Adriano vostro padre
e nostro, ed i cardinali vostri fratelli, vi salutano,» dissero costoro:
indi lessero le lettere di cui erano apportatori, nelle quali fu
principalmente notata la seguente frase: «Noi ti abbiamo accordata la
corona imperiale e tutta la pienezza delle dignità mondane, nè avremmo
avuto difficoltà di accordarti altri maggiori beneficj se potevan
esservene di maggiori[96].» Così superbe parole eccitarono
maravigliosamente lo sdegno dell'altero monarca; più fortemente
inasprito dall'equivoco vocabolo di beneficio, _beneficium_, che usavasi
per indicare i feudi, o _beneficj conferiti_ dal signore, _Suserain_;
dimodochè il papa attribuivasi in alcun modo la supremazia sopra la
corona imperiale. Tutti i signori tedeschi presenti alla dieta
parteciparono del risentimento di Federico; onde senza degnarsi di
rispondere al papa, fu ordinato ai legati di sortire all'istante dal
regno di Germania.
[96] _Radevicus Frisingensis, Appendix ad Ottonem de rebus gestis
Friderici I. l. I, cap. 8. tom. VI. Rer. Ital._ Radevico fu canonico
di Frisinga che continuò l'istoria incominciata dal suo vescovo
Ottone. Noi siamo per congedarci da costui che pure è uno de' più
eleganti storici, illuminati ed imparziali de' mezzi tempi. Ottone
di Frisinga aveva sortiti illustri natali, essendo figliuolo di
Leopoldo marchese d'Austria e di Agnese sorella dell'imperatore
Enrico V: era fratello di Corrado III, re dei Romani, e zio di
Federico Barbarossa. Ci rimangono di lui due opere: una cronaca dal
principio del mondo fino a' suoi tempi pubblicata a Basilea in fog.
nel 1569, da Pitteo, divisa in otto libri. Noi abbiamo più volte
citato il settimo, che contiene il secolo precedente al suo.
L'ottavo è consacrato alla storia religiosa. L'altra sua opera è
ancora più interessante, contenendo il racconto della prima discesa
di Federico in Italia, ed è divisa in due libri. Fu pubblicato nel
t. VI, Rer. Ital. Ottone morì del 1158. Benchè il suo continuatore
Radevico non sia senza merito, non compensa la perdita d'Ottone, che
è quasi il solo autore che sparga qualche luce sopra un secolo
barbaro ed oscuro.
L'imperatore sentiva la necessità di tornare quanto prima potesse in
Italia, e nella primavera del 1157 invitava tutti i principi a recarsi
alla dieta d'Ulma coi loro vassalli per la festa di pentecoste del
susseguente anno 1158, a fine di passare di là in Italia, onde forzare i
Milanesi a sottomettersi all'Impero[97]. Furono in pari tempo mandati
deputati ai feudatari d'Italia per annunciar loro questa spedizione[98].
[97] _Otto Fris. l. II, c. 31._
[98] _Radevic. Fris. l. I, c. 19._
S'avvide allora il papa che Federico non era in modo lontano, che non
fosse più a temersi. Aveva già cercato di farsi favorevole il clero di
Germania, ma non aveva potuto staccarlo dagl'interessi dell'Impero:
(1158) scrisse quindi all'imperatore del 1158, e frammischiando
accortamente le più lusinghiere espressioni ai sentimenti di tenerezza e
di paterna affezione, spiegava la frase che aveva più adombrato quel
sovrano: «_beneficium_, scriveva, è un favore, e non un beneficio:
_conferire_ la corona non altro significa che l'averla posta sul vostro
capo: altro senso non venne da noi attaccato a questo vocabolo, ed in
tale occasione voi medesimo non potete negare che non abbiamo operato
verso di voi con amore.» Tale lettera calmò l'imperatore, che
riscontrandolo, assicurò il papa della sua amicizia e del desiderio che
nutriva di conservarsi amico della Chiesa[99].
[99] _Radev. Frisin. l. I, c. 22._
Intanto, all'avvicinarsi della Pasqua, la città di Ulma si andava
riempiendo di soldati, di modo che molti principi tedeschi, vedendo che
l'armata sarebbe troppo numerosa per tenere la stessa strada,
s'incamminarono di consenso dell'imperatore per diversi passaggi delle
Alpi, sicchè dal Friuli fino al grande s. Bernardo uscivano in Lombardia
da tutte le valli battaglioni tedeschi. Il duca d'Austria, quello di
Carinzia e gli Ungaresi tennero le strade di Canale, del Friuli e della
marca veronese; il duca di Zevingen valicò il s. Bernardo coi Lorenesi
ed i Borgognoni; gli abitanti della Franconia e della Svevia passarono
per Chiavenna e per il lago di Como; finalmente lo stesso Federico,
accompagnato dal re di Boemia, da Federico duca di Svevia e figliuolo di
Corrado, dal fratello di questo duca Corrado, conte palatino del Reno, e
dal fiore della nobiltà tedesca, discese in Italia per la valle
dell'Adige[100].
[100] _Idem cap. 25._
I Milanesi informati dell'avvicinamento di quest'armata, destinata a
soggiogarli, avevano tutto disposto per una vigorosa resistenza. Avevano
in particolare cercato d'assicurarsi della fedeltà e dell'ubbidienza de'
Lodigiani, di cui avevano ragione di temere. Le precauzioni prese a tale
oggetto sono una luminosa prova della buona fede degl'Italiani nel
dodicesimo secolo. Non chiesero ostaggi, nè posero guernigioni nei loro
castelli, ma andati a Lodi i consoli di Milano nel mese di gennajo,
chiesero che tutti gli abitanti del distretto, senza eccezione,
giurassero di ubbidire in ogni cosa agli ordini del comune di Milano. I
Lodigiani che avevano nel loro cuore stabilito di sottrarsi a quella
città, non vollero giammai prestare un giuramento che ne avrebbe loro
tolti i mezzi; si lagnarono che nella formola del giuramento non era
espressa la condizione, _salva la fedeltà dovuta all'imperatore_, lo che
essi ritenevano necessario per la tranquillità della loro coscienza,
essendo da precedente giuramento legati a questo monarca[101]. I consoli
per ridurli all'ubbidienza marciarono contro di loro alla testa delle
milizie milanesi, e gli tolsero i loro mobili, senza che questi
opponessero la più piccola resistenza. Passati due giorni, ultimo
termine loro accordato, i Milanesi presentaronsi di nuovo innanzi alle
borgate di Lodi; ma tutti gli abitanti, uomini, donne, fanciulli,
avevano abbandonate le proprie case, ed eransi rifugiati a
Pizzighettone. I Milanesi, dopo averle saccheggiate, le
incendiarono[102].
[101] _Otto Morena Hist. Laud. p. 995._
[102] _Ibid._
Benchè travagliati da questa guerra civile nell'istante della più
pericolosa invasione, i Milanesi non si scoraggiarono. Essi
ripromettevansi assai de' loro alleati i Bresciani, e sperarono che
avrebbero lungo tempo trattenuti i nemici. Furono infatti attaccati
dall'armata imperiale ne' primi giorni di luglio, ma dopo aver resistito
quindici giorni, spaventati dall'imminente loro pericolo, offrirono
ostaggi ed una grossa somma di danaro per prezzo della pace[103].
[103] _Radev. Frigius. l. I, c. 25._
Federico in mezzo al proprio campo tenne sul loro territorio una specie
di dieta, in cui proclamò un regolamento intorno alla disciplina
militare, il quale, non meno de' fatti storici, può farci conoscere la
maniera con cui di que' tempi si guerreggiava, ed i costumi del secolo
dodicesimo. Tale regolamento fu chiamato _la pace del principe_, perchè
destinato a prevenire le querele nel campo.
Per impedire le battaglie private, conviene offrire un mezzo di
reprimere e punire legalmente le ingiurie; e questo infatti è lo scopo
del primo articolo del regolamento, che proporzionando la pena alla
qualità dell'insulto, sulla deposizione di due testimoni non parenti
dell'istante, ordina, a seconda dei casi, la confisca dell'equipaggio,
il castigo delle verghe, il taglio de' capelli e della scottatura della
mascella, infine per gli omicidj, della morte. Ma in mancanza di
testimoni dovevano le cause d'ingiurie essere decise da un combattimento
giudiziario; oppure, se due schiavi avevano parte nel processo, colla
prova del ferro caldo.
Alcuni altri articoli sono destinati a proteggere i popoli ne' di cui
territorj l'imperatore aveva destinato di condurre l'armata. «Che il
soldato che spoglia un mercante, sarà obbligato di restituire il doppio,
e di giurare che ignorava che il derubato fosse mercante:» onde pare che
la mercatura fosse particolarmente protetta. «Quello che abbrucerà una
casa in città o in campagna, sarà battuto colle verghe, tosato e
scottato alla mascella. Colui che troverà vasi pieni di vino, non li
romperà nè taglierà i cerchi della botte, e si contenterà di prendere il
vino. Quando l'armata s'impadronirà d'un castello, i soldati porteranno
via tutto quanto vi si trova, ma non lo abbruceranno senz'ordine del
maresciallo. Quando un Tedesco avrà ferito un Italiano, se questi potrà
provare con due testimoni d'aver giurata la pace, il Tedesco sarà
castigato.» I ventiquattro articoli ond'è composto questo regolamento,
presentano tutti l'impronta dell'indisciplina e della barbarie; e se fu
noto ai Lombardi, non dovette ispirar loro troppa fiducia nell'armata
ch'entrava in paese[104].
[104] Tale regolamento viene riferito per intero da Radevico, lib.
I, c. 26. Un Tedesco contemporaneo, e suddito di Federico, chiamato
Guntero, fece un poema di 12 canti dei quattro libri d'Ottone di
Frisinga, e del continuatore Radevico. Gli ha quasi sempre
servilmente parafrasati ne' suoi versi, che pure sono i meno cattivi
dei poeti storici di questo secolo. Egli tradusse perfino questo
regolamento, lib. VII, p. 101, ciò che forma una strana sorte di
poesia. Il suo _Ligurinus_ si stampò in Basilea del 1569 in seguito
alla storia di Ottone di Frisinga per cura di Pitteo.
Nella stessa dieta furono citati i Milanesi a comparire per
giustificarsi della loro ribellione; i quali non avendo scosso ancora in
modo il giogo dell'Impero da non riconoscere certa tal quale
subordinazione al suo capo, ubbidirono alla citazione. I loro deputati,
dopo aver giustificata la condotta dei Milanesi, offrirono per taglia
una ragguardevole somma di danaro, che fu dall'imperatore rifiutata. La
dieta li dichiarò nemici dell'Impero, e l'armata ebbe ordine di
prepararsi all'assedio di Milano. I Milanesi avevano posti mille cavalli
al ponte di Cassano, il solo che avevano lasciato sull'Adda, che,
ingrossata dallo scioglimento delle nevi, sembrava sufficiente a
difendere il loro territorio, come l'aveva altre volte difeso contro le
incursioni de' Cremonesi. Ma il re boemo, scendendo lungo l'Adda fino a
Carnaliano, ove il fiume è più largo, lanciossi in acqua alla testa
della sua cavalleria, ed ora guadando, ora nuotando giugne all'opposta
riva perdendo in questo tragitto duecento uomini sopraffatti dalla
corrente[105]. Alcuni distaccamenti di Milanesi che marciavano lungo il
fiume incontrarono il re di Boemia che si avanzava verso Cassano.
Diedero questi il segno d'allarme alla cavalleria destinata alla difesa
del ponte, e che, trovandosi esposta ad essere presa alle spalle, non
poteva senza pericolo restare in quella posizione: onde ripiegò subito
verso Milano lontano poco più di dodici miglia dal fiume; e gli abitanti
della campagna, sentendo che i nemici erano penetrati nel loro
territorio, s'affrettarono di ripararsi entro le mura della città,
cacciandosi avanti i loro bestiami, e trasportando i più preziosi
effetti: e, come suole accadere, per iscusare la loro paura, esagerando
il numero de' nemici, accrebbero quella de' loro concittadini.
[105] _Otto Morena, p. 1007. — Sire Raul, p. 1180. — Radevic.
Frising. l. I, c. 29. — Gunterus in Ligurino, l. VII, p. 105._
Poi ch'ebbe passato il ponte di Cassano col rimanente dell'armata,
Federico, invece d'avanzarsi sopra Milano, attaccò e prese il castello
di Trezzo, indi quello di Melegnano, poi andò fino al fiume Lambro sulle
di cui rive era posta l'antica città di Lodi. Mentre stava accampato su
quelle rovine, i Lodigiani, che forzati ad abbandonare l'incenerita loro
patria, eransi rifugiati a Pizzighettone, si presentarono a lui,
portando delle croci in mano, siccome costumavano dì fare i
supplichevoli, e chiedendo un nuovo ricinto per fabbricarvi la loro
città distrutta dai Milanesi. Federico accordò loro quello di
Monteghezzone in riva all'Adda quattro miglia distante dalle ruine
dell'antica Lodi; e su questo rialto, che alquanto signoreggia il piano,
fece porre in sua presenza la prima pietra della città che tuttora
sussiste[106].
[106] _Otto Morena, p. 1009. — Joh. Bapt. Villanovæ, Laudis Pomp.
hist. ap. Grœvium, t. III, lib. II, p. 863._
Intanto eransi recati al campo imperiale quasi tutti i feudatarj
italiani, e le milizie della maggior parte delle città; onde trovavansi
colà riuniti più di quindici mila cavalli, e cento mila pedoni. Un
gentiluomo tedesco, lusingandosi che i Milanesi, spaventati da tanto
esercito, non oserebbero uscire dalle loro mura, partì da Lodi con circa
mille cavalli per segnalarsi con uno strepitoso fatto d'armi, insultando
i nemici dell'imperatore fino sulle loro porte; ma fu ricevuto in modo
dalle milizie milanesi, che, dopo un ostinato combattimento, rimase sul
campo di battaglia egli e quasi tutti i suoi soldati[107].
[107] _Radev. Frising. l. I, c. 31._
Due giorni dopo tale fatto d'armi, il sei o l'otto agosto, come alcuni
vogliono, l'imperatore andò ad accamparsi nel _Broglio_ di Milano
situato fuori di P. Romana[108]. Immenso essendo il circondario delle
mura, fortificate esternamente da larga fossa piena d'acqua[109],
conobbe Federico che non era possibile d'attaccar la città col montone,
le torri mobili, ed altri ingegni militari, che impiegavansi allora
negli assedj, e credette più prudente cosa di aspettare che l'immensa
popolazione di Milano venisse dalla fame costretta ad arrendersi; lo che
doveva accadere tra non molto, perchè que' cittadini, credendo
impossibile il chiuderli da ogni banda, non avevan fatti grandissimi
approvvigionamenti. Perciò l'imperatore divise l'armata in sette corpi
che pose innanzi alle porte, ordinando loro di coprirsi subito colle
trincee.
[108] _Idem l. I, c. 32. — Sire Raul, p. 1180._
[109] Radevico dice che la città aveva cento stadj di circuito.
Questa misura greca ugualmente straniera allo storico tedesco ed
agli assediati, non ci dà che un'idea assai inesatta. Le mura
presenti hanno circa sei mila tese di lunghezza.
Quello di questi corpi che più difficilmente poteva comunicare cogli
altri, era capitanato dal conte Palatino del Reno e dal duca di Svevia.
I Milanesi non tardarono ad accorgersi ch'era quasi isolato, ed avendolo
attaccato la prima notte, lo posero in disordine. Ma il re boemo,
accorso in ajuto de' suoi alleati, forzò i Milanesi a ritirarsi con
perdita. Pochi giorni dopo gli assediati attaccarono il corpo comandato
da Enrico duca d'Austria, ma furono ugualmente respinti.
A due o trecento passi fuori della P. Romana eravi un antico monumento
chiamato l'Arco de' Romani; quattro arcate massicce di marmo formavano
una specie di portico[110], al di sopra del quale ergevasi un'altissima
torre ugualmente di marmo. Quaranta soldati milanesi eransi in questa
rinchiusi, i quali, quantunque non avessero comunicazione colla città,
vi sostennero otto giorni d'assedio, finchè i Tedeschi essendosi
appostati sotto il portico medesimo, ov'erano al sicuro dalle frecce e
dalle pietre che si gittavano dall'alto, ruppero la volta dell'edificio
e forzarono gli assediati ad arrendersi[111]. Federico fece porre sulla
sommità di questa torre una petriera che, signoreggiando le mura della
città, faceva grandissimo danno agli assediati.
[110] Eranvi altravolta in tutte le piazze di Roma, e probabilmente
in tutte le colonie romane, di tali portici chiamati _archi di
Giano_, destinati a difendere i mercanti dal sole e dalla pioggia.
L'arco di Giano quadriforme nel Velabro di Roma è il solo che siasi
conservato fino ai nostri giorni. La torre posta sull'uno e
sull'altro erano opere posteriori de' tempi barbari.
[111] _Rad. Fris. l. I, c. 38. — Otto Morena, p. 1013._
D'altra parte i Milanesi, in alcune scaramucce di non molta importanza,
sorpresero i Tedeschi, e tolsero loro sì grande quantità di cavalli che
vendevasi cadauno per quattro soldi di terzuoli[112]; ma non ebbero
ulteriori vantaggi. Fino dal cominciare della guerra provarono la
fortuna contraria, e tutto loro riusciva male: nè solamente erano stati
abbandonati dai loro alleati, ma li vedevano servire nel campo nemico. I
Cremonesi ed i Pavesi abusavano del favore imperiale per rovinare le
campagne, estirpando e bruciando i vigneti, i fichi, gli ulivi[113];
atterravano le case, scannavano i prigionieri; e per dirlo in una
parola, facevano la guerra con quella feroce barbarie cui s'abbandonano
spesso i deboli esacerbati da lunga oppressione, ed inebriati dalla
presente prosperità[114]. I Milanesi miravano dall'alto delle mura la
rovina delle loro campagne, e soffrivano nell'interno la fame e la
mortalità; e molti del popolo che risguardavano siccome un sacro dovere
l'ubbidienza all'imperatore, attribuivano alla vendetta del cielo
queste, per essi, nuove calamità. Altri, e specialmente la gioventù,
mostravano maggior costanza; e nelle loro assemblee obbligavansi gli uni
verso gli altri a sacrificare la vita per la salvezza della patria, e
per l'onore della città.
[112] Tre franchi. Le monete de' tempi d'Ottone erano state alterate
assai: Federico le ristabilì. Il suo danaro d'argento pesava un
danaro ed un grano; ma lasciò ugualmente in corso il danaro di
terzuolo pesante 18 grani con un terzo di fino e due di rame. Venti
di questi grani formavano il soldo in discorso. Devo al conte Luigi
Castiglione di Milano, ed alla sua ricca collezione di monete
milanesi, tutte le mie teorie intorno alla storia monetaria di
Lombardia, che gli antiquarj hanno lasciata nella più profonda
oscurità.
[113] Forse alcuno l'avrà scritto, ma non so che nemmeno a que'
tempi potessero provare gli ulivi presso Milano. _N. d. T._
[114] _Radev. Frising. L. II, c. 39._
Mentre i cittadini divisi di sentimento rimanevano indecisi sul partito
da prendersi, il conte di Biandrate, il principale e più potente
gentiluomo di Milano, aveva saputo acquistarsi la confidenza dei due
opposti partiti, e, senza perdere il favore popolare, conservare il suo
credito alla corte. Poi ch'ebbe scandagliato l'animo dell'imperatore,
chiese ed ottenne dai consoli di adunare il popolo nella piazza
pubblica. Allora rammentando ai suoi concittadini quanto aveva fatto
egli medesimo per difesa della patria, ed il suo conosciuto attaccamento
alla causa della libertà, il più grande dei beni, il solo per cui
s'acquisti gloria combattendo, gli scongiurò a non prolungare una
resistenza che omai non lasciava veruna speranza di felice fine, di
cedere, non alle armi, ma alla fame, alla peste, più assai terribili
nemici di Federico; di cedere a coloro cui i loro antenati non avevano
sdegnato di sottomettersi, avendo malgrado il valore e la virtù loro
ubbidito ai re transalpini, a Carlo Magno, al grande Ottone; di cedere
perchè instabile è la fortuna, onde conservando illesa la loro patria
potevano pure sperare di vederla un giorno ricuperare l'antico suo
splendore[115].
[115] _Rad. Fris. t. I, c. 40 — Ligur. l. VIII, p. 114._
Ai Lombardi mancava quella ferma confidenza nel destino della loro
repubblica, che avevano gli antichi Romani; quella impossibilità di
concepire altra esistenza fuori dell'indipendenza e della libertà;
quella forza d'animo che si ostina contro le sventure per un sentimento
superiore al freddo calcolo dei vantaggi e dei pericoli. La repubblica
era ancora giovane, e la ricordanza della passata dipendenza indeboliva
l'energia de' cittadini; le loro istituzioni non erano proprie a
sostenere e formare le virtù pubbliche; e non andavano debitori del
valor loro, qual che si fosse, che alla natura ed alla libertà, non
all'avvedutezza dei legislatori. Essi cedettero alle persuasioni del
conte, e spedirono deputati a Federico, il quale accordò loro tali
vantaggiose condizioni cui ben potevano sottoporvisi senza vergogna:
obbligavansi i Milanesi di rendere la libertà a Como ed a Lodi, a
giurare fedeltà all'imperatore, a fabbricargli un palazzo a spese del
Comune, a pagargli in tre termini entro un anno nove mila marche
d'argento, per guarentire la quale somma dovevano dare alcuni ostaggi;
finalmente a rinunciare ai diritti reali ch'essi possedevano.
L'imperatore dal suo canto prometteva che, tre giorni dopo aver ricevuti
gli ostaggi, allontanerebbe l'armata dalle mura di Milano, senza
permettergliene l'ingresso. Venivan compresi nel trattato gli alleati di
Milano, i Tortonesi, i Cremaschi, e gl'Isolani del Lago di Como,
sanzionando colla sua autorità la continuazione della loro alleanza, e
permettendo ai Milanesi l'elezione dei Consoli nella pubblica assemblea
del popolo, a condizione che gli eletti gli giurassero fedeltà, e che
altri deputati si presenterebbero a lui nelle seguenti calende di
febbrajo a rinnovare il giuramento de' Consoli. Per ultimo offerse la
sua mediazione per trattar la pace tra Milano ed i suoi alleati da un
lato, e dall'altra parte le città di Cremona, Pavia, Novara, Como, Lodi
e Vercelli, con patto che fossero dalle due parti rilasciati i
prigionieri: sul quale ultimo articolo acconsentì che nel caso che non
potessero aver felice esito le trattative di pace, gl'Italiani potessero
ritenere i rispettivi prigionieri, senza ch'egli avesse diritto di
lagnarsene[116].
[116] Questo trattato viene fedelmente riportato da Radevico
Frisingense. _L. II, c. 41._
Ben lungi che la costituzione repubblicana di Milano e delle altre città
dipendenti dall'alta signoria dell'Impero fosse riconosciuta dalle
leggi, queste città non aspiravano nemmeno apertamente all'indipendenza,
ritenendo che il giuramento di fedeltà all'imperatore era una formalità
di obbligo, e che per antico costume dovevasi pagare al medesimo una
somma di danaro qualunque volta veniva in Italia; onde la tassa di nove
mila marche imposta in quest'occasione ai Milanesi non doveva sembrar
loro esorbitante. La liberazione di Lodi e di Como era il solo articolo
oneroso di questo trattato, sembrando gli altri convenuti tra uguali
potentati[117]; di modo che il trattato smentisce in parte il racconto
degli storici imperiali, i quali mostrano Federico in quest'impresa
sempre accompagnato dalla vittoria. Se i successi non fossero stati
compensati dalle perdite non è supponibile che i Milanesi avessero
potuto ottenere così vantaggiose condizioni. Ma in tutto questo periodo
non possono consultarsi che scrittori parziali di Federico[118].
[117] Il preambolo di questo trattato non ricorda nè l'umiliazione
dei Milanesi d'implorare perdono, nè la clemenza dell'imperatore di
accordarla. Niente ritrovasi nella sua forma che sia più duro delle
condizioni. Comincia con semplicità in tal modo. «In nomine Domini
nostri Jesu Christi, haec est conventio per quam Mediolanenses in
gratiam imperatoris redituri sunt et permansuri.»
[118] Le nostre guide in questa parte di Storia fino alla conquista
di Milano sono tre scrittori contemporanei. Radevico Canonico di
Frisinga di cui ho già parlato, è il primo. Allievo di Ottone di
Frisinga di cui ne continuò la storia, adotta i suoi pregiudizj di
famiglia, ed è come il maestro, appassionato ammiratore di Federico
cui dedicò la sua Storia, cercando ad ogni modo di dar risalto alla
sua gloria, a spese de' suoi nemici. Pure non era insensibile
all'entusiasmo della libertà, e siccome d'ordinario riporta
estesamente gli atti originali, la verità traspira dalla sua
narrazione ancora quando non è favorevole al suo Eroe. Il secondo è
Ottone Morena: magistrato lodigiano, ed impiegato da Federico
nell'ufficio di giudice, scrisse una storia de' suoi tempi,
intitolata _Historia rerum laudensium_ assai voluminosa, ed
abbondante di curiose particolarità, ma marcata dell'impronta di
quella servilità che io rimprovero ai legisti italiani, e piena
d'invettive contro Milano. Abbiamo finalmente uno storico milanese
Sire Raul, o Rodolfo milanese, la di cui storia di Federico I sempre
abbreviatissima, e probabilmente interpolata in più luoghi,
c'istruisce assai più delle passioni de' Lombardi, che de' fatti.
Qualunque ella siasi, ci è pertanto preziosa, perchè Rodolfo è il
solo scrittore repubblicano di questo mezzo secolo, di cui siasi
conservata l'opera, col di cui sussidio si possano rettificare gli
esagerati racconti degli scrittori del contrario partito. Lessi
pure, ma con pochissimo profitto, due scrittori tedeschi
contemporanei _Otto de Sancto Biasio_, ed _Abbas Uspergensis
Chronicon_.
Tale convenzione fu sottoscritta il giorno 7 di settembre, e non molto
dopo l'imperatore si trasferì a Roncaglia per presiedere la dieta del
regno d'Italia, alla quale intervennero ventitrè tra arcivescovi e
vescovi delle principali diocesi, molti principi, duchi, marchesi, e
conti, i consoli ed i giudici di tutte le città. L'imperatore aveva con
lui quattro legisti bolognesi, discepoli di Guarnieri, che in sul
cominciar del secolo aveva introdotto nello studio di Bologna la scuola
di giurisprudenza.
In niuna precedente dieta italiana eransi, come nella presente, vilipesi
i diritti del popolo. L'arcivescovo di Milano in un discorso di
consuetudine, rispondendo a quello pronunciato da Federico, diede il
primo esempio di vile adulazione. I vescovi che due secoli prima,
dominando le città, erano così caldi per l'indipendenza, furono i
principali nemici della libertà dei popoli, dopo che le città ebbero
scosso il giogo vescovile. «Spetta a voi (diceva il prelato milanese a
Federico) spetta a voi a statuire intorno alle leggi, alla giustizia, ed
all'onore dell'Impero; sappiate che vi fu accordato pieno diritto sui
popoli per istabilire novelle leggi, e che la vostra volontà sola è la
regola della giustizia: una lettera, una sentenza, un editto da voi
emanati, diventano all'istante leggi del popolo. E per verità, non è
forse doveroso, che il lavoro abbia la sua ricompensa? che colui che ha
l'incarico di proteggerci, goda invece le dolcezze del comando[119]?»
[119] _Rad. Fris. lib. II, c. 4. p. 786. — Gunther. Ligurinus, l.
XVIII, p. 124._
Tale press'a poco era il linguaggio de' legisti, approvando tutto quanto
di basso e di vile si contiene nella giurisprudenza de' romani
imperatori; accostumati a risguardare i libri di Giustiniano come la
ragione scritta, e non altro conoscendo delle cose romane, che i suoi
padroni, univano le massime del dispotismo all'amore che professavano
alla loro scienza, da cui riconoscevano la propria riputazione e la loro
gloria. I legisti infatti fino alla fine delle repubbliche italiane
ebbero sempre opinioni poco liberali.
Federico fece rivendicare dai suoi giureconsulti in faccia alla dieta i
reali diritti di cui erasi a poco a poco spogliata la sua corona. Le
prerogative imperiali riclamate da un principe vittorioso, alla testa di
una potente armata, furono spiegate e difese con tutte le sottigliezze
scolastiche e legali. I proprietari dei diritti signorili scoraggiati
dalle nuove opinioni del clero, e trovandosi ugualmente incapaci di far
fronte agli argomenti de' dottori bolognesi ed alle armi tedesche,
s'appigliarono al partito di rassegnare tutti i loro privilegi al
monarca. La dieta dichiarò che le _regalie_ spettavano a lui solo, e che
sotto il nome di regalia erano compresi i ducati, i marchesati, le
contee, il diritto di coniar monete, i pedaggi, il diritto del _fodero_,
ossia, approvvigionamento, i tributi, i porti, i mulini, le pesche, e
tutti i redditi provenienti dai fiumi. Per ultimo aggiunse a tutto
questo che i sudditi dell'Impero dovevano pagare un testatico al suo
capo[120].
[120] _Otto Mor., p. 1019. — Radev. Fris., l. II, c. 7._
Per altro Federico non fece uso di così vaste concessioni, nè forse era
prudente il farlo. Confermò a tutti i diritti di cui erano possessori,
mercè un'annua corresponsione indicante l'alta signoria dell'Impero. E
per tal modo con apparente generosità aggiunse trenta mila talenti, dice
Radevico, che non suole impiegare che frasi classiche, all'entrate
dell'Impero. Furono verosimilmente trenta mila marche, o trenta mila
libbre d'argento, trovandosi queste valutazioni impiegate negli editti
della stessa epoca.
La medesima Dieta dichiarò pure di pertinenza dell'imperatore la nomina
dei consoli e dei giudici, ma coll'assenso del popolo. Federico
introdusse in quest'occasione un importante cambiamento
nell'amministrazione della giustizia. Durante la dieta erano state
prodotte, secondo l'antica consuetudine del regno, moltissime cause
private, affinchè venissero giudicate dall'imperatore. Egli si lagnò
d'essere sollecitato a pronunciare i suoi giudizj, dicendo che l'intera
sua vita non basterebbe a ciò; ed in conseguenza incaricava in ogni
diocesi delle incumbenze giudiziarie alcuni nuovi magistrati, detti
_podestà_, ch'egli obbligavasi di nominare sempre stranieri alle città
che dovevano reggere[121].
[121] _Radev. Fris. l. II, c. 6._
Tale innovazione apparentemente provocata dal solo amor di giustizia,
poteva riuscir fatale alla libertà, ed ebbe infatti il preveduto
effetto. I podestà trovaronsi bentosto in opposizione coi consoli. I
primi, siccome persone scelte dall'imperatore nella classe de'
gentiluomini a lui più affezionati, o in quella de' legisti, mostravansi
sempre favorevoli al potere arbitrario; i secondi, nominati dal popolo,
erano i campioni della libertà cui dovevano la propria esistenza. Quando
l'imperatore conobbe questa rivalità, si prese cura d'abolire i consoli,
onde rimanessero più potenti i podestà. Ciò diede luogo a quasi tutte le
guerre che si accesero in appresso, ma è cosa notabile che, avendo il
popolo ottenuta intera libertà, non abolisse un'istituzione straniera,
che aveva ricevuta dalle mani d'un sovrano. Rispettando l'ordine
stabilito, conservò i podestà ch'egli stesso nominava, e coi podestà
tenne vivo nel comune un lievito del potere arbitrario; e
quest'abitudine di riclamare l'autorità d'un solo, costò in progresso a
molte repubbliche la libertà.
Nella stessa dieta fu ratificata una legge intorno alla conservazione
della pace, affatto opposta alle prerogative dei comuni, perciocchè a
questi, siccome ai duchi, marchesi, conti, capitani, valvasori, si
toglieva il diritto di far la guerra e la pace, di cui erano in possesso
da tanto tempo: ma perchè tutti erano a parte dei disordini inseparabili
dalle guerre private, niuno ardì opporsi ad una legge tanto favorevole
all'umanità[122].
[122] _Radev. Frisin. l. II, c. 7._
Questa notabile dieta fu chiusa con un giudizio dell'imperatore intorno
alla contesa che da lungo tempo agitavasi tra Piacenza e Cremona. La
prima fu alleata dei Milanesi, l'altra aveva mandate le sue milizie
sotto le insegne di Federico; e ciò bastò a determinare il favore del
principe, che fece atterrare le mura di Piacenza e le torri, e riempirne
le fosse.
Tutto omai piegava ai voleri di Federico, il quale approfittando di
tanta prosperità, faceva ansiosamente ricercare se nelle antiche
provincie romane eravi alcun diritto da rivendicare all'Impero:
nell'antica divisione del quale erano toccate all'imperatore d'Occidente
le isole di Corsica e di Sardegna. Mancando di miglior titolo egli pensò
di valersi di questo, e spedì i suoi commissari ai Pisani ed ai
Genovesi, ingiungendo loro di trasportarli in quelle isole. E perchè sì
gli uni, che gli altri non si prestarono alle sue domande, arse di
sdegno contro di loro, e minacciò di sfogarlo sopra Genova[123]. I
Genovesi dal canto loro non erano contenti della legge emanata dalla
Dieta intorno ai diritti reali; appoggiandosi ad antichi privilegi
degl'imperatori, che li dispensavano da ogni tassa e da ogni servizio, a
motivo della povertà delle loro montagne, e per ricompensarli della cura
che si prendevano di difendere le coste dagl'infedeli. Temendo che
Federico facesse tener dietro i fatti alle minacce, uomini, donne,
fanciulli, lavoravano notte e giorno con instancabile zelo per mettere
la loro città in istato di vigorosa difesa, rinforzando le mura,
coprendole di macchine da guerra, e facendo delle _piatta-forme_ con
alberi ed antenne di navi. Non trascurarono intanto di mandare una
onorata deputazione di magistrati all'imperatore, tra i quali trovavasi
pure lo storico Caffaro. Seppero questi così opportunamente impiegare
l'accortezza e le ragioni, e mostrarsi ad un tempo sommessi e
coraggiosi, che Federico si accontentò di ricevere dodici mila marche
d'argento in tacitazione d'ogni sua pretesa[124].
[123] _Idem, l. II, c. 9._
[124] _Caffari Annal. Gen. l. I, p. 270 et 271._
Supponeva l'imperatore che le decisioni della Dieta di Roncaglia lo
assolvessero dall'osservanza del trattato fatto coi Milanesi, e quindi
sottrasse Monza alla loro giurisdizione, quantunque gli avesse
assicurato il possedimento di tutto il territorio, tranne Lodi e Como.
Poco dopo li privò pure dei contadi della Martesana e del Seprio,
investendone un nuovo Signore; pose guarnigione tedesca nel castello di
Trezzo, e, per far cosa grata ai Cremonesi, ordinò che si distruggessero
le mura di Crema. Mandava in pari tempo a Milano il suo cancelliere per
sostituire il podestà ai consoli in onta alla letterale convenzione del
trattato di pace[125]; perchè il popolo risguardando quest'atto come un
aperto oltraggio, prese furibondo le armi, e sforzò il cancelliere a
sortire all'istante dalla città: nè i Cremaschi avevano diversamente
trattato il messo che loro recava l'ordine di atterrare le mura.
[125] _Sire Raul p. 1181, 1182. — Otto Morena p. 1021. — Radev.
Frisin. l. II. c 21._
Prima che ciò accadesse, gran parte de' signori tedeschi che avevano
accompagnato l'imperatore, eransi, dopo la sommissione di Milano,
ritirati alle loro case, ed al cominciare dell'inverno l'armata di
Federico trovavasi molto indebolita; oltre che erasi avanzata in parte
verso Bologna per sostenere i deputati, che dovevano far eseguire nel
territorio della Chiesa i decreti della dieta di Roncaglia. I Milanesi,
convinti che il sovrano credevasi disobbligato dall'osservanza dei
trattati fatti coi sudditi; i Milanesi che sapevano d'averlo offeso, e
non ignoravano quanto fosse proclive alla vendetta, credettero di
prevenirlo, e si prepararono subito alla guerra. L'imperatore teneva
guarnigione nel castello di Trezzo, posto in riva all'Adda, quattro
miglia al di sopra del ponte di Cassano; lo che aprivagli sempre la
strada del territorio milanese, e toglieva a quegli abitanti il
vantaggio di difendersi dietro i fiumi che da due lati cingono la loro
diocesi. I Milanesi attaccarono perciò Trezzo, e se ne impadronirono in
tre giorni, ma non furono ugualmente felici nell'attacco di Lodi che
difende un altro passaggio dell'Adda[126].
[126] _Radev. Fris. l. II. c. 32. — Otto Morena p. 1023. — Sire Raul
p. 1182._
L'imperatore conoscendosi troppo debole per punire all'istante tanti
oltraggi, si limitò a denunciarli ad una corte plenaria che adunò ad
Antimiaco presso Bologna. Il vescovo di Piacenza, quantunque città da
lungo tempo alleata coi Milanesi, si diffuse in invettive contro di
questi provocando un decreto della Corte che metteva Milano al bando
dell'Impero, ed ordinava ai principi di riunirsi di nuovo per muovergli
guerra.
Questa corte o dieta si occupò inoltre di altre gravissime cause.
Adriano IV si lagnò della condotta de' messaggieri reali venuti a
visitare il patrimonio della Chiesa. Sosteneva il papa, che l'imperatore
senza sua intelligenza non poteva mandare deputati a Roma, perchè quella
non era subordinata che alla Chiesa, che l'imperatore non poteva
pretendere il diritto del _fodero_ dal patrimonio di s. Pietro che in
occasione di recarsi a Roma per ricevere la corona dalle mani del papa;
che i vescovi d'Italia sono bensì tenuti a prestargli il giuramento di
fedeltà, ma non di vassallaggio; siccome non erano tenuti a ricevere i
messaggieri imperiali ne' loro palazzi; per ultimo, che tutti i
possedimenti della contessa Matilde essendo devoluti alla santa Sede,
spettavano al papa i tributi di Ferrara, di Massa, di tutto il
territorio posto tra Acqua pendente e Roma, del ducato di Spoleti e
delle isole di Sardegna e di Corsica. A queste gravi contestazioni
un'altra se n'aggiunse assai più frivola, ma forse più calda rispetto
allo stile adoperato dalla cancelleria imperiale nello scrivere al
papa[127].
[127] _Radev. Fris. l. II, c. 18.-20, et 30, 31. — Baron. ad ann.
1159, § 1.-19._
Rispondeva Federico, che i suoi messaggieri, abitando ne' palazzi
vescovili, abitavano in propria casa, perchè fabbricati sul suolo
imperiale; che i vescovi non potevano dispensarsi dal dichiararsi suoi
vassalli finchè rimanevano in possesso dei feudi dell'Impero; per ultimo
essere affatto insussistente la pretesa sovranità del papa nella città
di Roma, mentre egli aveva il titolo di re dei Romani.
La guerra di questo monarca coi Milanesi, e la vicina morte d'Adriano,
non permisero, è vero, che questa lite s'inasprisse troppo, ma fu
cagione che il senato romano, che ancora mantenevasi nemico de' papi, si
rappacificasse coll'imperatore.
Nella disuguale contesa che i Milanesi rinnovavano coll'imperatore, non
contavano altri alleati che i Cremaschi, popolo valoroso ma debole, ed i
Bresciani che nella precedente campagna non avevano dato prove di molta
fermezza. I Tortonesi o non osarono, o non hanno potuto soccorrerli.
Federico aveva costretti gli abitanti di Piacenza e dell'Isola sul lago
di Como, a rinunciare all'alleanza de' Milanesi per unirsi a lui; e le
città di Como e di Lodi, già soggette ai Milanesi, avevan prese le armi
contro di loro. Lodi nuovamente fortificata con un ponte sull'Adda,
apriva il territorio milanese ai nemici, padroni di quella città.
Aggiungevasi a tali ristrettezze, le campagne rovinate nella precedente
guerra, il tesoro esausto, la morte de' più bravi cittadini per cui
trovavansi in peggiori circostanze che all'epoca della prima invasione:
di modo che la risoluzione ardita di dichiarar la guerra, potrebbe
chiamarsi stoltezza, se generosi motivi non l'avessero provocata. È
nobile orgoglio il poter dire: siamo deboli, siamo abbandonati, saremo
sterminati, chè non è in nostro potere il soggiogar la fortuna, ma
questo residuo di ricchezze che possiamo sagrificare alla patria; questa
rimanenza di vigore che sentiamo nelle nostre braccia, questo sangue
libero che bolle ancora nelle nostre vene, dobbiamo pur consacrarli ad
un nobile oggetto; noi non possediamo tutto ciò che per combattere il
dispotismo; e noi non ci sottometteremo che quando, oltre aver perduta
ogni speranza di vincere, ci sarà tolto ogni mezzo di resistenza[128].
Con tali sentimenti, con tanta costanza, l'entusiasmo si perpetua, la
seguente generazione rivendica quella che soggiace, i despoti si
snervano a forza di vincere, e sulle rovine delle città libere s'innalza
di nuovo lo stendardo della libertà.
[128] Ho riportata fedelmente questa declamazione più da retore che
da storico, perchè non è in facoltà d'un traduttore di mutilare il
testo. Il discreto lettore darà quel peso che merita a quest'uscita
dell'autore, non perdonabile che in un lungo lavoro pregevole per
infinite bellezze. _N. d. T._
Federico non intraprese la seconda volta l'assedio di Milano, ma usando
destramente di tutti gli avvantaggi che gli dava la facilità di entrare
all'improvviso nel territorio milanese, di porsi in sicuro nel caso di
sinistro evento, e la superiorità della sua cavalleria tanto pel numero
che per la disciplina, si limitò in quella estate a devastare le
campagne de' suoi nemici, bruciando le messi, facendo atterrare o
scorzare gli alberi fruttiferi, distruggendo ogni sorta di commestibili,
e vietando sotto severissime pene il recar vittovaglie a Milano, al qual
oggetto faceva continuamente battere dalla cavalleria tutte le
strade[129]. I Milanesi per altro ch'eransi anticipatamente provveduti,
ed inoltre avevano stabilita una saggia economia nella distribuzione de'
viveri, osservarono con apparente non curanza la desolazione delle loro
campagne.
[129] _Radev. Fris. l. II, c. 23._
In questo frattempo i Cremonesi, avendo avuto qualche considerabile
vantaggio sui Bresciani, determinarono l'imperatore a far l'assedio di
Crema. Essi furono i primi ad accamparsi presso questa città il giorno 3
o 4 di luglio, raggiunti otto giorni dopo dall'imperatore con rinforzi
che aveva ricevuto di Germania.
Crema è posta sulla riva del Serio in una paludosa pianura tra l'Adda e
l'Oglio, ventiquattro miglia distante da Milano, ed altrettante dalle
montagne. Questa piuttosto borgata che città, che borgata allora si
chiamava, era cinta di doppio muro, e d'una fossa piena d'acqua larga e
profonda assai. I Cremaschi, che non senza pena eransi sottratti alla
dipendenza de' Cremonesi, conservavano per Milano una fedeltà a tutta
prova. Avvertiti del pericolo de' loro alleati, i Milanesi destinarono
Manfredo di Dugnano, uno de' loro consoli, a recarvisi con quattrocento
pedoni ed alcuni cavalli, che promettevano di mantenere finchè durasse
l'assedio, quantunque a tale epoca, avendo Federico divisa la sua
armata, danneggiasse già il territorio milanese[130]. Anche i Bresciani
mandarono a Crema alcuni soccorsi.
[130] _Sire Raul, p. 1182._
Intanto gl'imperiali avevano, secondo l'antico costume, incominciato a
lavorare intorno ad una linea di circonvallazione, per togliere alla
città ogni comunicazione colla campagna, ed assicurarsi ad un tempo
dalle sortite degli assediati. Ma questi non cessavano di molestarli; ed
in un attacco che fecero mentre l'imperatore era lontano, combatterono
con tanto valore, che si mantennero superiori fino a notte, quantunque
non avessero più di cento cavalli. Allorchè Federico tornò al campo,
indispettito fieramente perchè i Cremaschi avessero osato di battere le
sue truppe, come avesse giusto motivo di farlo, ordinò che si
appiccassero alcuni prigionieri in faccia alle mura. Gli assediati,
credendosi in dovere di far uso del barbaro e talvolta impolitico
diritto di rappresaglia, esposero sulle mura allo stesso supplicio un
egual numero di Tedeschi[131].
[131] _Radev. Fris. l. II, c. 45, p. 823._
Allora Federico fece loro intimare da un araldo, che ad alcun patto non
farebbe loro grazia, essendo determinato di trattarli coll'estremo
rigore: e per darne una barbara prova fece morire quattro ostaggi presi
a Crema prima della guerra, e sei deputati che i Milanesi mandavano a
Piacenza, tra i quali un nipote dell'arcivescovo.
Alcuni giovanetti cremaschi trovavansi ancora come ostaggi in potere di
Federico. Egli li fece attaccare ad una torre che doveva spingersi
contro la città, mentre gli assediati, con nuovi mangani o catapulte,
sforzavansi di tenerla lontana. Sperava così Federico di costringere i
Cremaschi a non adoperare le loro macchine, che minacciavano di spezzare
la sua torre; pure non lasciava loro veruna speranza di salute, avendo
fatti morire altri ostaggi; onde quand'anche i Cremaschi per salvare
quegl'infelici avessero sagrificata la città, non erano perciò lusingati
di avere sopportabili condizioni. I padri di quelle sventurate vittime,
armati sulle mura, mettevano lamentevoli grida, ma non lasciavano di
combattere e di dirizzare le catapulte contro la torre che avanzavasi
contro la città; ed uno di loro, secondo lo attesta Radevico di
Frisinga, gridava ad alta voce ai suoi figliuoli[132]: «Fortunati coloro
che muojono per la patria e per la libertà! Non temete la morte che può
sola oramai rendervi liberi. Se foste giunti all'età nostra, non
l'avreste voi disprezzata come noi facciamo? voi felici, che morite
avanti di temere come noi altri l'infamia delle nostre spose, e non
udite le grida de' vostri figli che implorano pietà. Oh ci sia dato di
seguirvi ben tosto! e non rimanga veruno de' nostri vecchi seduto sopra
le ceneri della città. Possano chiudersi i nostri occhi prima di vedere
la santa nostra patria caduta tra l'empie mani de' Cremonesi e de'
Pavesi!»
[132] _Radev. Fris. l. II, c. 47. — Gunt. Lig. l. X, p. 146._
La torre intanto, colpita dagli enormi sassi lanciati dalle catapulte,
minacciava rovina, e l'imperatore aveva ragione di temere che, prima
d'arrivare a' piè delle mura, schiaccerebbe, cadendo, i guerrieri che
portava. La fece perciò ritrocedere e staccarne gli ostaggi che la
ricoprivano coi loro corpi; de' quali ne furono trovati nove morti,
quattro milanesi e cinque cremaschi, e tra i primi uno de' Posterla, ed
un Landriano, due delle principali famiglie di quella città; tra gli
ultimi un giovane ecclesiastico. Altri due ostaggi erano gravemente
feriti; molti erano tuttavia illesi[133].
[133] _Otto Mor. p. 1037, 1139. — Sire Raul p. 1183. — Trist. Calchi
Hist. patr. l. II, c. 48, et 49._
Nè queste furono le sole atroci azioni che infamassero l'assedio di
Crema; ma il dovere di storico non mi forza ad intrattenermi più
lungamente in mezzo a così ributtanti memorie.
I Milanesi che desideravano divertire dall'assedio di Crema parte delle
forze imperiali, assediarono il castello di Manerbio, che possedevano i
Tedeschi sul lago di Como; ma furono costretti a ritirarsi da certo
conte Goswino che con un corpo di truppe era stato spedito
dall'imperatore in soccorso di Manerbio, e vi perdettero molti uomini.
In pari tempo furono posti al bando dell'impero i Piacentini per avere
approvigionato di viveri Milano e Crema[134].
[134] _Radev. Frising. l. II, c. 48, et 49._
Erano più di sei mesi che quest'ultima città era stata cinta d'assedio,
nè l'imperatore si lasciava muovere dall'asprezza dell'inverno a
renderlo men vivo. Fece riparare la torre mobile che gli assediati
avevano rispinta, e costruirne un'altra, che, a fronte della più
ostinata resistenza, furono portate in tanta vicinanza della muraglia,
che i balestrieri soprastavano agli assediati. (1160) Ma ciò che gli
diede maggior speranza di condurre l'impresa a felice fine, fu il
tradimento di Marchese, principale ingegnere de' Cremaschi, il quale,
passato essendo nel campo imperiale, presiedette alla costruzione di
nuove macchine contro quella città, che aveva fin allora lungo tempo
difesa[135]. Egli consigliò l'imperatore a mettere sulle torri i
migliori soldati, ed i balestrai nella parte più elevata, perchè,
dominando le mura, facessero ritrarre gli assediati dalle difese, mentre
il fior de' guerrieri getterebbe dal primo piano i ponti sulle mura. Il
rimanente dell'armata avanzavasi all'assalto tra l'una torre e l'altra,
disposta a valersi della zappa e della scala, secondo che tornerebbe più
in acconcio, tosto che vedessero abbassati i ponti levatoj. Dal canto
loro gli assediati si ordinavano sulle mura, e coperti di mantelletti
sforzavansi coi loro gatti o montoni adunchi d'impadronirsi, o di
rovesciare i ponti che dalle torri facevansi cadere sulle loro mura.
Respinti più volte da queste, altre tante le ricuperarono, ributtando
sempre valorosamente gli assalitori, tra i quali facevasi distinguere
Attone conte palatino di Baviera, il primo a lanciarsi sulle mura,
l'ultimo ad abbandonarle. Dopo aver perduto assai gente esposta alle
freccie degli arcieri, senza che potessero nè difendersi nè vendicarsi,
in sul cadere del giorno furono costretti d'abbandonare le mura
esteriori e di ripiegarsi entro i secondi ripari, disposti in tutto di
voler sostenere con egual vigore un secondo assedio[136].
[135] _Otto Morena p. 1046._
[136] _Radev. Fris. l. II, c. 59. — Otto Moren. 1045, 1047. —
Guntheri Ligurinus l. X. p. 148, 150._
Ma quando, durante la notte, riconobbero le poche forze che loro
rimanevano, e numerarono i valorosi soldati che avevano perduti, quando
videro le fosse colmate, ed osservarono la debolezza del muro interno,
abbandonaronsi alla disperazione. All'indomani proposero al patriarca
d'Aquilea ed al duca di Baviera di entrare in trattato per la resa colla
loro mediazione. Il patriarca assicurò i consoli, che il solo mezzo di
calmare la collera dell'imperatore era quello di darsi a discrezione.
Uno di loro, comprimendo il suo dolore, rispose non aver essi prese le
armi contro Federico, ma bensì contro i Cremonesi, risoluti di non
servire che a Dio ed all'imperatore: che credevano d'aver fatto
conoscere che preferivano la morte ad una ingiusta schiavitù: che la
loro alleanza coi Milanesi non aveva avuto altro oggetto, che quello di
liberarsi dalla servitù: che l'avevano mantenuta fin che Dio lo permise,
ma che ora erano sforzati di risguardare come un segno della celeste
collera la disperata situazione cui trovavansi ridotti. Ed in fatti essi
avevano ancora armi e viveri senza poterne far uso per salvezza della
loro libertà. Il console pose fine al suo parlare, chiedendo che, poichè
il vittorioso imperatore era pur determinato di castigare i suoi
concittadini, non volesse almeno darli in mano ai loro più feroci
nemici, i Cremonesi.
Finalmente Federico si lasciò piegare ad offrir loro alcune condizioni,
che vennero subito accettate. Permetteva loro di sortire dalla città
colle mogli e figli, portando in una sol volta sulle proprie spalle
quanti effetti potevano. Rispetto alle milizie sussidiarie di Milano e
di Brescia, volle che sortissero senz'armi e senza salmeria; ma permise
a tutti senza riserva di recarsi dove più loro piacesse.
In forza di tale convenzione il giorno 22 gennaro del 1160, gli abitanti
di Crema, uomini, donne e fanciulli in numero di circa ventimila
sortirono da questa sventurata città, avviandosi verso Milano.
L'imperatore abbandonò Crema al saccheggio, dopo il quale i suoi soldati
appiccaronvi il fuoco, ed i Cremonesi atterrarono poi fino alle
fondamenta tutto quanto aveva resistito all'incendio[137][138].
[137] _Radev. Fris, l. II, c. 62._
[138] Quantunque le repubbliche lombarde impugnassero le armi per
difendersi contro le armate imperiali, non cessarono però mai, anche
in tempo che trovaronsi vittoriose, di riconoscere le prerogative
dell'Impero e di rispettare l'imperatore, che non avrebbe facilmente
trovato veruna città ribelle, se loro avesse lasciati i privilegi
accordati da Ottone il grande, e non si fosse collegato, per
opprimerne alcune, colle città rivali, le di cui milizie sfogavano
sotto il di lui nome i loro odj privati sui vinti. Del resto quante
lagrime e quanto sangue dovettero versare quelle semi-repubbliche
per una larva di libertà, ed in sostanza mancanti di vera
indipendenza, di unione fra loro e per conseguenza di quiete e di
ogni civile felicità! _N. d. T._
Il settembre del precedente anno era morto papa Adriano IV, quando la
sua lite coll'imperatore incominciava a farsi viva. Il collegio de'
cardinali, riunitosi per dargli un successore, si divise fra due rivali;
Rollando originario di Siena, canonico di Pisa, cardinale del titolo di
san Marco, e cancelliere della Chiesa, fu eletto dagli uni, mentre
dall'opposta fazione fu nominato Ottaviano nobile romano, cardinale del
titolo di santa Cecilia. Il primo ch'ebbe maggiori suffragi, ed aveva il
favor popolare, fu consacrato sotto nome di Alessandro III, e dalla
Chiesa riconosciuto pur per legittimo papa. Il secondo, che prese il
nome di Vittore III, era spalleggiato dal senato e dalla nobiltà romana;
ma è verosimile che fosse egli medesimo persuaso della illegittimità di
sua elezione, poichè cercò il favore degli antagonisti dei papi e della
libertà romana, in Germania ed in Lombardia. Sperando Federico che
questa doppia elezione indebolirebbe la corte pontificia, convocò di sua
propria autorità un concilio a Pavia, intimando ai due pontefici di
presentarsi. Alessandro era stato fatto prigioniere dal suo rivale; e,
quantunque liberato dalla fazione popolare, non trovandosi abbastanza
forte per sostenersi in Roma, dimorava ora in una ed ora in altra città
a guisa di fuoruscito: pure rispose con fierezza, che il legittimo
successore di s. Pietro non era subordinato al giudizio dell'imperatore,
o dei concili. All'opposto Vittore passò a Pavia, e si guadagnò i
suffragi di Federico e de' suoi vescovi, onde, nell'atto che fu
confermata la di lui elezione, fulminò la scomunica contro Rollando o
Alessandro III, il quale dal canto suo scagliò tutti i fulmini della
Chiesa sul capo di Federico e dichiarò i suoi sudditi sciolti dal
giuramento di fedeltà[139][140].
[139] _Barron. ad ann. 1159, § 70, et sequ. — Vita Alexan. papæ III
a Card. Arragon. t. III, Rer. Ital. p. 448.-450._
Qui incominciamo a far uso della storia di Alessandro III, scritta
da un autore contemporaneo e raccolta con alcune altre dal cardinale
di Arragona. Questa preziosa opera ci compensa di quella di Radevico
che termina poco dopo quest'epoca. Essa devesi piuttosto risguardare
come la storia della guerra di Lombardia, che come quella del
pontefice. Questa storia, ordinatamente scritta, è particolarizzata
in modo che ben si conosce dettata da un testimonio oculare; e vi si
trova tutta quella imparzialità che può pretendersi da una storia
scritta in mezzo alle guerre civili. Sembra probabile che l'autore
morisse prima di papa Alessandro, poichè il racconto non arriva che
fino al 1178. Le altre due vite, quasi contemporanee, dello stesso
papa raccolte da Amalrico Augerio e da Bernardo Guidone, non
meritano pure di essere ricordate.
[140] L'elogio che il nostro autore fa alla vita anonima di papa
Alessandro III, non deve farci dimenticare dell'epoca in cui fu
scritta, nè l'autore di essa, quantunque assai diligente, s'innalza
però sopra il livello del suo secolo. _N. d. T._
La caduta di Crema non aveva scoraggiati i Milanesi, i quali, per
l'alleanza che contratta avevano col legittimo pontefice, univano la
loro causa a quella di mezza l'Europa, ed ammorzavano lo zelo de' loro
nemici. Inoltre i Tedeschi, dopo aver sostenuta una così lunga e penosa
campagna, sospiravano pel ritorno alla loro patria; onde Federico,
quantunque rimasto in Lombardia per continuar la guerra, si trovò
obbligato di licenziare la maggior parte della sua armata[141], non
ritenendo presso di se che suo cugino il duca Federico, figliuolo di
Corrado, i due conti palatini Corrado ed Ottone coi loro vassalli, i
vassalli proprj, e gl'Italiani della sua fazione. Conoscendo di non
avere forze superiori a quelle de' nemici, nel 1160 si limitò a fare la
piccola guerra.
[141] _Otto Mor. p. 1061. — Radev. Fris. l. II, c. 75._ Questa è
l'ultima notizia che prendiamo da così pregevole scrittore, il quale
dettò la sua storia lo stesso anno 1160, e la terminò allorchè
furono licenziate le truppe allemanne. Alla stessa epoca termina
Guntero il suo poema; onde dei Tedeschi non ci rimangono che Ottone
da s. Biagio e l'abate Uspergense. Sussidio assai debole.
Il fatto di Cassano fu il più importante di questa campagna. I Milanesi
avendo posto l'assedio a quel castello occupato dalle truppe imperiali,
Federico marciò il nove agosto per soccorrere gli assediati con alcune
milizie pavesi, tutte quelle di Novara, di Vercelli e di Como, i
vassalli di Seprio e della Martesana, il marchese di Monferrato, ed il
conte di Biandrate. Un rinforzo condotto dal duca di Boemia lo raggiunse
quando già trovavasi in faccia all'armata repubblicana, ch'egli circondò
da ogni banda, togliendole la comunicazione con Milano. Allorchè i
consoli s'avvidero della difficile situazione cui erano ridotti, non
volendo dar tempo ai soldati di conoscere il comune pericolo, e non
esporli a soffrire la fame, ordinarono di attaccare all'istante i
nemici. Opposero ai Tedeschi ed all'imperatore i battaglioni di porta
Romana e di porta Orientale, confidando loro la guardia del Carroccio,
perchè l'ardore con cui difenderebbero quel sacro deposito, gli
uguaglierebbe per lo meno ai Tedeschi, più di loro esperti nell'arte
militare. Collocarono i battaglioni delle altre due porte e gli
ausiliari bresciani contro gl'Italiani. Il valor personale di Federico,
sormontando ogni ostacolo, penetrò fino al Carroccio, uccise i buoi che
lo conducevano, atterrò la croce dorata ond'era ornato, e prese lo
stendardo del comune. Ma intanto l'altr'ala dei Milanesi trionfava
compiutamente degl'imperiali, di modo che le due armate credevano
ugualmente d'aver guadagnata la battaglia, quando una violenta pioggia
obbligò i combattenti a separarsi. Rientrando nel campo l'ala vittoriosa
dei Milanesi, conobbero la rotta avuta dall'altra; perchè insofferenti
dell'affronto fatto al Carroccio, uscirono tutti di nuovo per attaccare
l'imperatore, il quale, avendo perduto molti suoi valorosi soldati e
trovandosi separato dai Novaresi ch'erano fuggiti, abbandonò
precipitosamente i prigionieri ed i suoi equipaggi. I repubblicani,
paghi d'aver veduto l'imperatore fuggire innanzi a loro, rientrarono
trionfanti in Milano carichi delle sue spoglie[142].
[142] _Otto Morena Hist. Laud. p. 1087._
Il susseguente giorno furono ugualmente rotte le milizie cremonesi e
lodigiane, che marciavano con un convoglio d'approvigionamenti in
soccorso dell'imperatore: ed in pari tempo gli assediati del castello di
Cassano piombarono improvvisamente addosso alle poche truppe rimaste nel
campo, e, bruciate le macchine dei Milanesi, gli sforzarono a levar
l'assedio malgrado tutti i vantaggi riportati il precedente giorno.
Prima di porsi ai quartieri d'inverno in Pavia, Federico radunò i
feudatari italiani, e gli obbligò sotto la santità del giuramento di
raggiungere con tutte le loro forze i suoi stendardi nella vegnente
primavera. Si annoverano con dispiacere fra costoro il marchese Obizzo
Malaspina ed il conte di Biandrate, che in principio della guerra
avevano combattuto per una causa più nobile[143].
[143] _Otto Morena Hist. Laud. p. 1087._
(1161) Alcune scaramuccie di veruna importanza aprirono la campagna del
1161. Il giorno 16 di marzo i Lodigiani ed i Piacentini, senza che gli
uni sapessero degli altri, andarono nel bosco di Bulchignano posto al
confine dei loro territorj per sorprendersi reciprocamente con
un'imboscata, e vi stettero tutta la notte senz'avvedersi della
prossimità del nemico; ma essendosene in sul far del giorno accorti i
Piacentini, approfittarono della sorpresa de' Lodigiani e li fecero
quasi tutti prigionieri.
Intanto vergognandosi i Tedeschi che l'imperatore rimanesse come
abbandonato in mezzo ai Lombardi, verso la metà di giugno passarono le
Alpi per venire in suo soccorso. La loro armata di quasi cento mila
uomini si congiunse a Federico avanti il raccolto, ond'egli postosi alla
loro testa potè avanzarsi nel territorio milanese e bruciarne le biade
ancora immature fino alla distanza di dodici in quindici miglia dalla
città. I Milanesi tentarono più volte inutilmente di scacciare il nemico
dal loro territorio, ma rimasero perdenti in quasi tutti
gl'incontri[144].
[144] _Otto de Sancto Blasio in Chron. c. 16. Scrip. Rer. Ital. t.
VI, p. 874._
Quando poi in settembre s'avvicinavano a maturità i secondi raccolti, il
miglio e le fave[145][146], Federico invase di nuovo il territorio
milanese e consumò queste derrate col fuoco, come aveva prima distrutte
le biade. In tutto il rimanente della campagna i vantaggi e le perdite
si compensarono da ambe le parti; di modo che i soli fatti notabili sono
le crudeltà dell'imperatore verso i prigionieri cui faceva tagliar le
mani o appiccare.
[145] Morena nel suo barbaro latino li chiamava blava, che è la
biada degl'Italiani, vocabolo adoperato per indicare il raccolto
d'autunno e sopra tutto la biada di Turchia e la sagina, che io
credo non ancora coltivata in Italia nel dodicesimo secolo. Si
potrebbe per altro risguardare questo passo come una prova del
contrario.
[146] Anticamente il nome generico di biava usavasi in Lombardia per
indicare qualunque specie di granaglie, ma il grano turco
s'incominciò a coltivare alcuni secoli dopo l'epoca di Federico
Barbarossa. _N. d. T._
Al cominciar dell'inverno, Federico stabilì il suo quartiere a Lodi,
facendo in pari tempo fortificare Rivalta Secca e s. Gervasio per
tagliare la comunicazione tra Milano, Brescia e Piacenza, di maniera che
i Milanesi non potevano procacciarsi le vittovaglie da queste due città.
Ad accrescere le angustie di questi, oltre la ruina quasi totale delle
loro campagne, s'aggiunse un fatale incendio che consumò due quartieri
della città ov'erano posti quasi tutti i granai, talchè in sul cominciar
dell'inverno mancavano già i viveri. (1162) L'imperatore, che non
ignorava le sventure de' suoi nemici, faceva crudelmente punire coloro
che si attentavano d'introdurre vittovaglie in Milano, cosicchè in un
solo giorno rimasero senza mani venticinque paesani, che i suoi soldati
avevano trovati carichi di munizioni[147]. Perchè conobbero i Milanesi
essere loro impossibile di giungere con sì scarse provvisioni fino al
nuovo raccolto, che pure dovevano credere che verrebbe, siccome il
precedente, distrutto dai nemici, di modo che ciò che la forza delle
armi non ottenne, si consegui dall'onnipotenza della fame. I consoli
spedirono all'imperatore, che in allora soggiornava a Lodi, deputati ad
offrire umili condizioni di pace; cioè di demolire, in attestato di
sommissione, le mura in sei luoghi, e di ricevere in avvenire i podestà
che vorrà mandarli. Ma Federico rispose ai loro deputati, che non
isperassero grazia finchè non gli s'arrendessero senza condizione,
abbandonandosi affatto alla sua clemenza. Allorchè si ebbe in Milano
tale risposta, i magistrati protestarono invano di non voler rinunciare
alla libertà che perdendo la vita, perciocchè il popolo ammutinato
trionfò della loro resistenza e gli obbligò a sottomettersi[148].
[147] _Sire Raul p. 1186._
[148] _Otto Morena p. 1099._ È vero che l'imperatore lasciava in
loro arbitrio di arrendersi a discrezione o sotto così dure
condizioni, che i suoi medesimi cortigiani non credevano eseguibili;
e perciò s'applicarono al primo partito. _Burchardi Ep. de Excid.
Med. t. VI, Rer. Ital. p. 915._
Cedendo al volere del popolo gli otto consoli con altri otto cavalieri
si presentarono il giorno primo di marzo al palazzo dell'imperatore in
Lodi, e tenendo la spada nuda in mano si arresero a discrezione in nome
della città. Giurarono nello stesso tempo d'essere disposti ad ubbidire
a tutti gli ordini imperiali; giuramento che verrebbe rinnovato da tutti
i Milanesi. Tre giorni dopo, richiese l'imperatore che trecento
cavalieri venissero a deporre ai suoi piedi le loro spade e trentasei
stendardi del comune. In tal occasione Guintellino, capo degl'ingegneri,
gli portò pure le chiavi della città. Allora l'imperatore, senza per
altro far conoscere le sue intenzioni, domandò che venissero al suo
quartiere tutti quelli che furono consoli, negli ultimi tre anni, e gli
si recassero tutti gli stendardi della città; umiliante cerimonia cui i
Milanesi si sottomisero il susseguente martedì.
I cittadini di tre quartieri della città andavano avanti al Carroccio
portando in mano supplichevoli croci, e quelli degli altri tre
chiudevano la processione. Quando il sacro carro fu a vista
dell'imperatore, i trombetti della signoria fecero per l'ultima volta
eccheggiar l'aria del loro clangore; l'albero su cui sventolava lo
stendardo s'abbassò come spontaneamente innanzi al trono, e non fu
rialzato senz'ordine di Federico. Il Carroccio con novantaquattro
stendardi furono in seguito dati ai Tedeschi. Allora uno de' consoli
milanesi si fece ad arringare l'imperatore, supplicandolo d'usare
misericordia alla sua patria. Tutto il popolo si gettò subito
ginocchione, domandando perdono in nome delle croci che portavano. Il
conte di Biandrate che militava sotto Federico, prendendo una croce di
mano a quelli contro cui aveva poc'anzi combattuto e che per lo innanzi
servì, si prostrò innanzi al trono domandando grazia per loro. Tutta la
corte, tutta l'armata piangeva a così compassionevole spettacolo; e
soltanto non iscorgevasi verun indizio di commozione sul volto
dell'imperatore. Diffidando della sensibilità della consorte, non aveale
permesso di assistere a questa ceremonia; perchè i Milanesi, non potendo
avvicinarsele, gettavano verso le sue finestre le croci che erano
portate e che dovevano parlare per loro. Federico poi ch'ebbe ricevuto
il giuramento di fedeltà da tutti quelli che accompagnavano il
Carroccio, e scelti quattrocento ostaggi, ordinò al popolo di tornare a
Milano, di demolire le sei porte della città ed i muri attigui e di
riempire la fossa, ond'egli potesse liberamente entrare colla sua
armata. Dietro loro mandò pure sei gentiluomini tedeschi e sei lombardi,
tra i quali lo storico Morena, per ricevere il giuramento di fedeltà da
coloro ch'erano rimasti in Milano, e rivocò la sentenza che aveva posti
i Milanesi al bando dell'impero.
Erano omai dieci giorni passati dopo la resa della città, ed il
vincitore in cambio di occuparla colle sue truppe conduceva l'armata da
Lodi a Pavia, ove rimaneva otto giorni, senza manifestare le sue
intenzioni. Finalmente il 16 di marzo ordinò ai consoli di Milano di far
sortire tutti gli abitanti dal circondario delle mura: misteriosi ordini
che i magistrati eseguirono tremando. Molti cittadini rifugiaronsi in
Pavia, in Lodi, in Bergamo, in Como e nelle altre città lombarde; ma la
maggior parte della popolazione aspettò l'imperatore fuori delle mura,
avendo tutti, uomini, donne e fanciulli abbandonato le proprie case, che
non sapevano se avrebbero più rivedute, e Milano rimase affatto deserto.
L'imperatore comparve alla testa delle sue truppe il giorno 25 di marzo,
e pubblicò finalmente la sentenza da lungo tempo sospesa: che Milano
doveva atterrarsi fino alle fondamenta, ed il nome dei Milanesi
cancellarsi dalla nota delle nazioni lombarde. All'istante i quartieri
della città furono consegnati ai più caldi nemici con ordine di
distruggerli; porta Orientale ai Lodigiani, la Romana ai Cremonesi, la
Ticinese ai Pavesi, la Vercellina ai Novaresi, la Comacina ai Comaschi,
e porta Nuova ai vassalli del Seprio e della Martesana. L'armata
imperiale si occupò con tanto ardore della distruzione di Milano, che
dopo sei giorni di travaglio non rimaneva in piedi la cinquantesima
parte delle case. L'imperatore ritornò a Pavia la domenica delle
palme[149][150].
[149] _Otto Mor. p. 1103, 1105. — Sire Raul p. 1187. — Otto de
Sancto Blasio c. 16, p. 875. — Trist. Calchi Hist. patr. l. X, p.
253. — Galv. Flamma Manip. Flor. c. 189, p. 642._ — Veggasi sopra
tutto, _Epist. Burchardi Notarii Imp. ad Nicol. Sigebergensem
abbatem t. VI, Rer. Ital. p. 915.-918_. Abbiamo in questa lettera un
assai circostanziato racconto della ruina di Milano e
dell'impressione che fece sui Tedeschi la vittoria dell'imperatore.
[150] Queste sono piuttosto crudeltà dei tempi che di Federico, cui
il nostro autore rende più sotto la debita giustizia, dicendo che se
incrudelì nel caldo della guerra, mostrossi poi umano coi nemici
sottomessi, non infierendo che contro le insensibili mura. Nè ai
Milanesi doveva riuscire inaspettato l'ordine di atterrare la loro
città, dopo ch'essi avevano usato lo stesso trattamento ai
Lodigiani. _N. d. T._
CAPITOLO X.
_Oppressione dell'Italia. — Lega lombarda. — Sua resistenza
all'Imperatore. — Fondazione di Alessandria._
1162 = 1168.
LA vittoria ottenuta da Federico contro la prima città d'Italia e la
punizione inflittale, si celebrarono dai partigiani dell'Impero come un
nobile e glorioso trionfo, come un luminoso atto di giustizia di un
grande monarca: i deputati delle Provincie, i vescovi, i conti, i
marchesi, i podestà, i consoli delle città s'affrettarono di recarsi a
Pavia per felicitare l'imperatore di così glorioso avvenimento; e quando
si presentò loro coll'imperatrice ornato dell'imperiale diadema, ch'egli
aveva giurato di non portare finchè non avesse soggiogati i Milanesi, fu
accolto coi più caldi applausi[151]. I Bresciani ed i Piacentini, che
vedevano nella perdita di Milano la total rovina della libertà,
cercarono, sottomettendosi alle più odiose condizioni, di calmare la
collera di Federico. Essi atterrarono le torri e le muraglie delle loro
città, ne colmarono le fosse, pagarono enormi tributi, e ricevettero il
podestà mandatogli dall'imperatore. Tutto piegava innanzi a lui, ed
universale era il terrore; sicchè poteva omai lusingarsi d'aver
assicurato il suo trono contro qualunque avvenimento. Ma il potere
fondato sul terrore non è stabile, finchè la nazione non sia
compiutamente avvilita: e quantunque in que' primi istanti estremo fosse
il terrore, il carattere lombardo non aveva ancora perduta tutta la sua
elasticità; e se piegò alcun tempo sotto l'oppressione, non fu che per
rialzarsi con maggior forza. I fuorusciti milanesi, passando d'una in
altra città, raccontavano agli uomini, com'essi una volta liberi, la
deplorabile ruina della loro patria, la caduta di quelle mura difese con
tanta bravura, l'incendio e la profanazione delle chiese, la rapina o la
dispersione delle reliquie e delle sacre immagini, e le vessazioni
d'ogni maniera che, dopo distrutta la loro città, facevansi soffrire
agli sventurati loro concittadini. Non saziavansi di andar replicando
come il vescovo di Liegi e Pietro de' Cunin, che successivamente li
governarono, non contenti di averli divisi in quattro borgate, che per
loro ordine avean dovuto fabbricare due miglia lontano dalla città,
pigliavansi le loro messi, s'appropriavano i poderi, accrescevano i
tributi, e gli sforzavano a trasportare essi medesimi i materiali della
distrutta città per innalzare castelli e palagi all'imperatore[152].
Generose lagrime cadevano loro dagli occhi quando descrivevano le
battaglie che sostennero, e que' gloriosi giorni ne' quali, in mezzo ai
pericoli e mancanti d'ogni cosa, pure credevansi ancora felici finchè
vedevansi armati per difesa della patria.
[151] _Otto Mor. p. 1105, 1107. — Trist. Calc. Hist. Patr. l. X, p.
256. — Joh. Bapt. Villan. Hist. Laud. Pomp. l. II, p. 875._
[152] _Sire Raul p. 1188. — Galv. Flam. Manip. Flor. c. 192. p. 644.
— Bern. Corio Stor. Milanesi p. I, p. 54._
Le grandi sventure sogliono soffocare le antiche nimistà: Pavia,
Cremona, Lodi, Bergamo, Como, avevano aperte le loro porte ai rifugiati.
Anche in mezzo alle guerre nazionali i legami dell'ospitalità riunivano
le famiglie delle vicine città, ed accoglievansi cordialmente a tavola
coloro contro i quali poc'anzi per onore della propria città avevano
combattuto. I racconti de' Milanesi s'imprimevano più profondamente
nell'animo degli uditori dopo che i partigiani dell'Impero
incominciarono ad esperimentare ancor essi i funesti effetti della loro
vittoria. Aveva bensì Federico permesso ai Cremonesi, ai Pavesi, ai
Lodigiani di eleggersi i loro consoli; ma aveva mandati podestà a
Ferrara, a Bologna, a Faenza, ad Imola, a Parma, a Como, a Novara, città
che pur non erano alleate ai Milanesi, o che anzi avevano mandate le
loro milizie in soccorso dell'imperatore: e quando in sul finire
dell'estate questi passò in Germania, lasciava in Italia Rainaldo
cancelliere dell'Impero, ed arcivescovo eletto di Colonia, in qualità di
suo luogotenente generale, il quale rese indistintamente più grave a
tutti i Lombardi il giogo loro imposto.
Ninna scrittura ci fa meglio conoscere il terrore da cui erano compresi
gl'Italiani, quanto gli Annali genovesi. Siccome lo storico Caffaro gli
andava dettando anno per anno, conservarono dopo tanti secoli
l'impressione del momento. Perciò lo stesso scrittore che con tanto
entusiasmo aveva descritto l'universale ardore dimostrato dai Genovesi,
quando, nel 1158, temendo d'essere attaccati dall'imperatore, rialzarono
e rinforzarono le loro mura[153], parlando adesso delle fresche vittorie
di Federico adopera le più lusinghiere frasi, chiamandolo _l'imperatore
sempre augusto, sempre trionfante, quello che innalzò l'impero al più
elevato grado di gloria_[154]. Infatti i Genovesi spedirono una
deputazione a Federico per felicitarlo della sua vittoria, ed
assicurarlo della loro sommissione. E perchè nel tempo medesimo gli
offrirono una flotta per valersene nella sua guerra di Sicilia,
ottennero da lui un atto che ci fu conservato, col quale accorda ai
consoli di Genova il diritto di chiamare sotto le loro bandiere in tempo
di guerra gli abitanti della costa ligure da Monaco fino a porto Venere,
vale a dire di quasi tutto l'attual territorio della repubblica, salva
però sempre la fedeltà che questi vassalli di second'ordine dovevano
all'Impero, ed il diritto di giustizia de' conti e dei marchesi.
Riconfermò al popolo il diritto di eleggere i suoi consoli, ed accordò
in feudo ai Genovesi Siracusa ed altri duecento cinquanta feudi nella
valle di Noto, promettendogliene loro il possesso all'istante che col
loro ajuto sarebbesi impadronito della Sicilia. Gli concesse inoltre,
con pregiudizio de' Provenzali, il privilegio esclusivo di commerciare
in tutti i luoghi marittimi, non escluso lo stato di Venezia, qualora i
Veneziani non riacquistassero la sua grazia. Li dispensò pure dal
militare per lui, tranne sulle coste della Provenza e delle due Sicilie;
e per ultimo si obbligava a non far la pace con Guglielmo re di Napoli,
o con i suoi successori senza il libero assenso de' consoli
genovesi[155].
[153] _Caffari Ann. Genuenses l. I, p. 271._
[154] _Idem. p. 278._
[155] Questo trattato viene riportato per intero dal Muratori.
_Antiqu. Ital. Diss. XLVIII. t. IV, p. 253._
Mentre con questi speciosi privilegi pareva che Federico esentasse i
soli Genovesi dal giogo che aveva posto alle altre città, si offerse
arbitro delle contese che avevano coi Pisani, perchè desiderava di
rendere la pace a due popoli, onde valersi a proprio vantaggio delle
loro armi. La guerra che al presente facevansi le due repubbliche ebbe
principio in Costantinopoli, ove ambedue avevano stabilita una colonia.
I Pisani trovandosi colà in numero di due mila, mal soffrivano nel
commercio di quella capitale la concorrenza de' Genovesi, la di cui
colonia non contava più di trecento uomini; perciò gli attaccarono, e,
senza che il governo greco, testimonio di tanta violenza, osasse
d'immischiarsi nella contesa di commercianti bellicosissimi ch'egli
accarezzava e temeva, gli spogliarono affatto e cacciarono dalla città.
I Genovesi disponevansi appunto a vendicare sul mar tirreno l'affronto
fatto ai loro concittadini quando Federico usò della sua autorità per
far loro deporre le armi. I deputati delle due città rivali dovettero
firmare in Torino una tregua colla quale s'obbligavano di non riprendere
le armi, finchè l'imperatore non pronunciasse la sua sentenza dopo
tornato dalla Germania[156].
[156] _Caffari Ann. Gen. p. 280.-283. — Breviarium Pisanæ Hist. p.
173.-174. — Uber. Fol. Gen. Hist. l. II, p. 268. — Marang. Cronache
di Pisa. Scrip. Etr. t. I, p. 387._
(1163) Quando l'imperatore tornò in Italia in sul finire del 1163, non
più come conquistatore, ma come padrone, trovò queste due città
sommamente inasprite da un nuovo motivo di discordia. Avevano i Pisani,
come si disse a suo luogo, conquistata già da un secolo l'isola di
Sardegna, e ne avevano dato in feudo le signorie a molti loro
gentiluomini. Ma questi feudatari, trovandosi lontani dalla metropoli,
eransi quasi emancipati da ogni dipendenza e resi sovrani indipendenti,
appoggiati dall'alleanza de' Genovesi che possedevano alcune fortezze in
Sardegna. Quest'isola era allora caduta quasi tutta in potere dei
quattro signori di Sallura, di Logodoro, di Arborea e di Cagliari, i
quali col titolo di giudici affettavano un fasto reale. Barisone giudice
d'Arborea che discendeva dall'antica famiglia Sardi di Pisa (posta in
possesso d'Arborea quando i Pisani conquistarono la Sardegna), essendo
di questi tempi andato a Genova, trovò che due suoi compatriotti erano
stati innalzati alle principali magistrature della repubblica. Corso
Sismondi era console del comune, e Sismondi Muscula console delle
liti[157]. Propose loro di riporre tutta l'isola sotto l'alta signoria
di Genova, a condizione d'ajutarlo ad allargare la propria autorità. A
Federico che, sempre avido di riconquistare gli antichi dominj
dell'impero romano, non aveva potuto far valere (1164) i suoi pretesi
diritti sulla Sardegna, si presentò a Fano Barisone, offerendogli di
fargli omaggio dell'isola di Sardegna e di pagargli a titolo di tributo
un canone di quattro mila marche, a condizione che l'imperatore volesse
riconoscere i suoi diritti, o piuttosto le sue orgogliose pretese, ed
investirlo del regno sardo. I consoli genovesi Corso Sismondi e Baldizzo
Ususmari, deputati del comune presso Federico, dovevano dare guarentia
per Barisone e promettere l'assistenza della loro flotta per metterlo al
possesso del nuovo regno, ch'egli doveva poi sempre mantenere ligio e
devoto alla repubblica di Genova.
[157] _Obertus Cancel. Ann. Gen. l. II. p. 292._
Tosto che i consoli pisani, che pure trovavansi alla corte di Federico,
ebbero sentore di questo trattato, riclamarono altamente contro la
concessione che l'imperatore era per fargli, rimostrando che la Sardegna
era una proprietà di Pisa e che Barisone, il quale aveva la sciocca
vanità di aspirare allo splendore della corona, era vassallo e
livellario della loro repubblica. I consoli genovesi che fino allora non
eransi più che tanto interessati alle proposizioni fatte dal giudice
d'Arborea, abbracciarono subito la sua difesa per dar peso alle loro
pretese sulla Sardegna, ed impedire che non fossero dall'imperatore
riconosciuti i titoli dei loro rivali. Ma questi, senza prendersi troppa
cura di scandagliare il merito della causa, s'affrettò d'accettare il
danaro che venivagli offerto per una corona che non gli apparteneva; e
fece stendere dai suoi notai un diploma col quale dichiarava Barisone re
di Sardegna; dopo di che domandavagli le quattro mila marche
promesse[158].
[158] _Obertus Cancel. Ann. Genuens. p. 293, 294. — Breviar. Pisanæ
Hist. p. 175, 176. — B. Marangoni Cron. di Pisa p. 394._
Il giudice d'Arborea, costretto d'imitare il fasto della corte e
largamente spendendo, aveva omai consunti que' tesori che il ristretto
vivere tra i suoi rustici vassalli gli faceva credere inesauribili. Di
modo che quando Federico gli accordò il diploma sì lungo tempo
desiderato, il nuovo re non aveva la somma convenuta. Vero è ch'egli
disponevasi a stabilire nella sua isola le imposte di cui vedeva
aggravati i popoli del continente, e protestando che i suoi sudditi,
abbagliati dallo splendore della nuova dignità, s'addosserebbero con
piacere le spese del trono, chiedeva a Federico di rientrare nella sua
isola ond'essere in grado di soddisfare in breve al suo debito; ma
l'imperatore dichiarò che non gli avrebbe permesso di allontanarsi dalla
sua corte senza aver prima mantenute le sue promesse.
I consoli genovesi che avevano favoreggiata la sua causa più per
soddisfare al loro odio contro di Pisa, che per affetto che portassero a
Barisone, si risolsero di soccorrerlo. Nè pagarono soltanto le quattro
mila marche dovute all'imperatore; che vi aggiunsero altre più
ragguardevoli somme per accompagnarlo con un'armata in Sardegna; ma
perchè risguardavano la sua persona come la sola cauzione del loro
credito, non gli permisero mai di sbarcare nella sua isola; e dopo
essere rimasto alcun tempo in faccia ad Arborea, sospettando che li
tradisse e si accomodasse di nuovo coi Pisani, lo ricondussero a Genova,
ove lo tennero prigioniero per i suoi debiti[159].
[159] _Obert. Can. p. 295.-298. — B. Maran. Cron. di Pisa p. 398._
Intanto i giudici di Gallura e di Logodora, avendo rinnovato il loro
giuramento di fedeltà ai Pisani, avevano coi soccorsi della repubblica
occupato il distretto d'Arborea e postolo a fuoco ed a sangue, di modo
che il nuovo re di Sardegna, lungi dall'assoggettarsi i suoi uguali,
aveva inoltre perduto l'antico suo patrimonio. Non però, quantunque
dimenticato più anni in prigione, lasciarono le rivali repubbliche di
battersi in mare e di distruggere i vascelli nemici e le fortezze poste
lungo le loro spiaggie.
Ma in tempo di queste guerre con Pisa erano i Genovesi interamente
travagliati da una civile discordia, di cui lo storico pubblico non ne
trascrisse le particolarità per timore di disonorare la sua patria[160].
Racconta solo che le nobili famiglie degli Avogadi e de' marchesi della
Volta, forse rivali in credito ed in potenza, eransi offese, ed avevano
strascinati gli amici nella loro contesa. Un marchese della Volta era
stato ucciso del 1165, quantunque fosse allora console; e furono
ugualmente uccisi nel susseguente anno Rubaldo Barattieri, Sismondo
Sismondi, Juscello e Scotto. E perchè l'odio delle due famiglie,
rendendosi ogni giorno più vivo, toglieva ogni speranza di
accomodamento, i consoli del 1169, per ristabilire la pace tra fazioni
sorde alle loro voci, e più del governo potenti, furono costretti di
ordire in certo qual modo una cospirazione.
[160] _Obertus Canc. p. 310._
Cominciarono dall'assicurarsi segretamente delle pacifiche disposizioni
di molti cittadini che la parentela colle famiglie rivali strascinava
loro mal grado nella lite; indi consigliatisi con Ugo, venerabile
vecchio loro arcivescovo, fecero avanti giorno chiamare dalle campane
del comune i cittadini a parlamento, sperando che la sorpresa e
l'allarme di così improvvisa chiamata, in mezzo all'oscurità della
notte, renderebbe l'adunanza e più numerosa e più tranquilla. I
cittadini nel recarsi a parlamento videro in mezzo alla piazza il loro
vecchio arcivescovo circondato da' suoi clerici in abito di cerimonia e
con torchie accese in mano, mentre che le reliquie del protettore di
Genova s. Giovanni Battista stavano colà esposte, ed i più ragguardevoli
cittadini tenevano tra le loro mani le croci supplichevoli.
Quando l'assemblea fu riunita, alzossi il vecchio prelato, e colla mal
ferma sua voce scongiurò i capi di fazione in nome del Dio della pace,
per la salute delle anime loro, in nome della patria e della libertà,
che le loro discordie menavano ad aperta ruina, a giurare sul vangelo
intera dimenticanza delle loro contese, e stabil pace. Poich'ebbe
terminato di parlare, gli araldi si presentarono a Rolando Avogado, l'un
de' capi d'una fazione che trovavasi presente all'assemblea, ed
assecondati dalle acclamazioni del popolo e dalle preghiere de' suoi
parenti medesimi, gl'intimarono di accedere al voto dei consoli e della
nazione.
Rolando stracciavasi gli abiti da dosso, e, sedutosi in sulla terra e
piangendo, chiamava ad alta voce i morti parenti che aveva giurato di
vendicare, e che non gli acconsentivano di perdonare le loro antiche
offese. E perchè non potevano ridurlo ad appressarsi al luogo ove stava
il libro de' vangeli, gli s'avvicinarono i consoli stessi, l'arcivescovo
ed il clero, i quali a forza di preghiere lo fecero finalmente giurare
sul vangelo obblio delle passate inimicizie.
Folco e Castro ed Ingo della Volta, capi della contraria parte, non
erano intervenuti all'adunanza, onde il popolo ed il clero recaronsi in
folla alle loro case, e trovaronli già commossi da quanto era stato loro
raccontato; perchè, approfittando delle loro disposizioni, li fecero
giurare una sincera riconciliazione, e dare il bacio della pace ai capi
dell'opposta fazione. In segno di allegrezza per così lieto avvenimento,
si suonarono le campane della città, e l'arcivescovo ritornato sulla
pubblica piazza intuonò il _Tedeum_ in onore del Dio della pace che
aveva salvata la patria[161].
[161] _Obertus Canc. Ann. Genuens. p. 324-327. Uberti Foliettæ
Genuensis Hist. l. II, p. 278._
Abbiamo detto che Federico era tornato in Italia del 1163 conducendo
seco la sposa, una splendida corte, ma non truppe. I Pavesi,
approfittando del terrore del di lui nome, mossi da vecchia gelosia,
vollero distruggere Tortona, onde rappresentarono all'imperatore che i
Milanesi non l'avevano rifabbricata che per mostrar disprezzo delle sue
vendette, e che una città, da lui ruinata e rifatta dai suoi più acerbi
nemici, cospirerebbe sempre coi faziosi: a queste ragioni aggiunsero
l'offerta di ragguardevole somma, ed ottennero dall'imperatore la
facoltà di atterrare fino alle fondamenta le mura della già ruinata
città. Nell'eseguire quest'imperiale rescritto non solo distrussero le
mura che potevano dare agli abitanti di Tortona un mezzo di difesa, ma
ne demolirono ancora le case[162].
[162] _Otto Mor. Hist. Laud. p. 1123._
(1164) Questo fu per altro l'ultimo atto violento che la fazione
vittoriosa si permettesse per soddisfare ad un'antica rivalità che omai
andava calmandosi. Durante la lontananza dell'imperatore, i podestà da
lui posti al governo delle diocesi avevano bruttamente abusato della
loro autorità, esigendo contribuzioni sei volte più gravi di quelle che
portavano le antiche consuetudini, e non lasciando agli abitanti del
Milanese e del Cremasco che il terzo del raccolto. Lo stesso Morena,
tanto affezionato storico dell'imperatore, depose che non eravi alcun
Lombardo il quale, rammentando l'antica libertà della sua patria, non
riguardasse come un obbrobrio le tasse cui vedevasi esposto, e non
desiderasse di vendicarsi[163]. Pure gl'Italiani avevano atteso il
ritorno dell'imperatore, lusingandosi che in allora avrebbe posto riparo
agli abusi d'ogni maniera sotto cui gemevano.
[163] Id. Ibid. p. 1127-1129. Non sappiamo per altro se Otto Morena
sia sempre l'autore di questa parte della storia, o se abbia a
quest'epoca incominciato la continuazione scritta da suo figliuolo
Acerbo. La narrazione dal padre viene senza interrompimento
continuata dal figliuolo e da uno sconosciuto, senza che possa
sapersi ove termina l'uno, ed incomincia l'altro. Acerbo Morena
militò sotto l'imperatore, e morì nella spedizione di Roma l'anno
1167. Acerbo manifesta sentimenti più generosi e più liberali del
padre.
Difatti, avvertiti i Milanesi che Federico recavasi da Lodi a Monza ove
faceva fabbricare un palazzo, presentaronsi affollati lungo la strada
che doveva tenere, ed in tempo di notte, in mezzo al fango e sotto una
dirotta pioggia, lo pregavano colle ginocchia a terra e con profondi
gemiti a trattarli con maggior dolcezza. Federico si mostrò commosso, ed
ordinò che si rilasciassero i loro ostaggi, ma avendo rimesso ai suoi
ministri l'esame delle loro lagnanze, questi ne presero anzi motivo per
aggravare di nuove tasse gli sgraziati che avevano osato di
lamentarsi[164].
[164] _Sire Raul p. 1189._
Gli abitanti della Marca veronese che non avevano quasi presa parte
alcuna nelle guerre di Lombardia, presentarono pure le loro istanze
contro queste vessazioni tanto più odiose, quanto che i ministri regi
non avevano alcun motivo di trattarli ostilmente. Pure non furono
ascoltati. Intanto essendosi l'imperatore innoltrato nell'Emilia dalla
banda di Fano, le città lombarde approfittarono del suo allontanamento
per tenere un'adunanza. Verona, Vicenza, Padova e Treviso giurarono di
sussidiarsi vicendevolmente ne' tentativi che farebbero per minorare i
diritti dell'Impero, riducendoli alla misura praticata dagl'imperatori
ortodossi predecessori di Federico. Convennero inoltre di opporsi ad
ogni usurpo del monarca, e di esaminare le prerogative che gli
appartenessero per diritto[165].
[165] Vita Alex. III a Card. Arragonio p. 456 — Se può darsi fede
allo storico greco Cinnamo (L. V, c. 13. p. 103. Bisan. t. XI),
quest'alleanza fu conchiusa ad istigazione dell'imperatore Manuele
Comneno geloso del crescente potere di Federico. Egli contestavagli
il titolo d'imperatore, e mandò Niceforo Calufi a Venezia, ed altri
agenti di minor conto nelle altre città con ragguardevoli somme di
danaro per eccitare alle armi i Lombardi in difesa della loro
libertà.
Anco i Veneziani, che da lungo tempo erano diventati odiosi a Federico,
presero parte in questa lega, che allora si credette abbastanza forte
per metter fine alle vessazioni de' governatori tedeschi: attaccò nella
Marca trivigiana que' gentiluomini ch'eransi rifiutati d'entrare nella
lega, e scacciò gli ufficiali dell'imperatore più odiosi al popolo.
Tosto che Federico ebbe notizia di tali movimenti, tornò a Pavia, ed
avendo riuniti de' Lombardi in cui più si fidava, le milizie di Pavia,
di Novara, di Cremona, di Lodi e di Como, s'avanzò alla volta di Verona
per devastarne il territorio; ma la lega veronese trasse in campagna la
sua armata, che marciò coraggiosamente contro l'imperatore. Non tardò
Federico ad avvedersi che le milizie lombarde lo seguivano di mala
voglia; e spaventato di trovarsi in loro balìa, abbandonò
precipitosamente il campo, e fuggì innanzi ai Veronesi[166]. Dopo tal
epoca tutte le città gli diventarono sospette, e perchè i marchesi, i
conti, i capitani dovevano essere naturali nemici delle città libere,
contrasse alleanza con questi, e ripartì nelle loro fortezze i suoi
migliori soldati tedeschi[167].
[166] _Acerbus Morena p. 1123._
[167] _Vita Alex. III. a Card. Arrag. p. 456._
Dopo così umiliante esperimento della sua debolezza, Federico non poteva
prolungare il suo soggiorno in Italia senza esporsi a grandissimi
rischi. Passò dunque in Germania poco dopo essersi ritirato dal
Veronese, assicurando però i suoi alleati, che sarebbe in breve tornato
con un'armata capace di mettere a dovere i sudditi ribelli.
Comunque insopportabil peso dovesse riuscire a così impetuoso carattere,
come era quello di Federico, il ritardo della vendetta, fu non pertanto
obbligato di lasciare ai Lombardi che lo avevano offeso, abbastanza di
tempo per esercitare le truppe, fortificare le città, e contrarre nuove
alleanze. L'antipapa Vittore III, che l'imperatore aveva opposto a papa
Alessandro, era morto in principio di quest'anno; ed il successore
ch'egli aveva fatto nominare, Guido da Cremona, che faceva chiamarsi
Pasquale III, non era riconosciuto da verun altro sovrano, onde Federico
trovavasi avviluppato in continui negoziati coi re di Francia e
d'Inghilterra, che lo andavano eccitando a dar la pace alla Chiesa, e
coi propri sudditi di Germania che non erano sempre disposti a
riconoscere vescovi scismatici. A tali ostacoli s'aggiunse in Germania
la guerra che rinnovossi tra le case guelfa e ghibellina, cui Federico
non poteva essere indifferente[168].
[168] _Otto de Sancto Blasio Chron. c. 18. et 19. t. VI. Rer. It. p.
875 — Conradi ab. Usper. Chron. p. 293. apud Pithaeum._
(1165) Intanto essendo morto il Vicario di Roma, papa Alessandro nominò
suo successore il cardinale di S. Giovanni e Paolo, il quale s'adoperò
per ridurre i Romani all'ubbidienza del legittimo pontefice. Per
riuscire nell'intento seppe opportunamente spargere il danaro tra il
popolo; fece entrare in Senato persone a lui affezionate, escludendone
gli scismatici; ottenne la restituzione della chiesa di S. Pietro e del
contado della Sabina ove il partito dell'antipapa aveva lungo tempo
dominato, e finalmente, a fronte dell'opposizione d'alcuni cittadini,
ottenne dalla maggioranza del popolo romano l'atto con cui spediva una
deputazione ad Alessandro per invitarlo a tornare alla sua greggia[169].
Alessandro, così consigliato dai re di Francia e d'Inghilterra, partì da
Sens ove aveva stabilita la sua dimora, e s'imbarcò a Monpellier. Spinto
dai venti a Messina, si valse di tale opportunità per rinfrescare
l'antica alleanza con Guglielmo re di Sicilia, e di là venne a sbarcare
ad Ostia. I nobili, i senatori, il clero ed il popolo gli si fecero
incontro in processione, e lo accolsero come loro pastore con
dimostrazioni sincere di rispettosa ubbidienza[170].
[169] _Vita Alex. III. a Card. Arrag. p. 456._
[170] _Ibid. p. 457. — Romuald. Saler. Chron. p. 205._
Dall'altro canto Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, il quale era
luogotenente dell'imperatore in Toscana, erasi con un'armata tedesca
avanzato nella campagna di Roma sottomettendo Viterbo e quasi tutte le
altre città all'antipapa Pasquale; ma appena s'allontanò dalle sue
conquiste, i Romani sussidiati dalle truppe del re Guglielmo fecero
rientrare nell'ubbidienza della Chiesa quasi tutte le piazze occupate
dagli scismatici.
(1166) Guglielmo I, soprannominato il cattivo, dopo avere giovato alla
Chiesa ed alla causa della libertà, morì[171], lasciando un fanciullo
per suo successore, che fu poi chiamato Guglielmo il buono, il quale
rimase lungo tempo sotto la tutela di Margarita sua madre. Benchè
distinti da opposti nomi il padre ed il figlio tennero la stessa
condotta rispetto all'Italia, per mantenere libera la quale, siccome
richiedeva la sicurezza del loro regno, fecero causa comune col papa,
coll'imperatore d'Oriente, e colle città libere.
[171] Guglielmo I, coronato ancora vivente il padre l'anno 1150,
morì del 1166. _Romual. Saler._ p. 205. Questo storico che dopo la
congiura di Matteo Bonella fu il principale liberatore del re, fu
pure uno de' principali suoi ministri, uno dei più ricchi prelati
del regno, suo confessore, e suo medico. La sua storia di questo
assai curioso regno merita d'essere letta.
Quelle della Marca veronese facevano grandi preparativi per difendere la
propria e la libertà della Chiesa. I Veronesi ed i Padovani attaccarono
il castel di Rivoli ed il forte d'Appendoli che chiudevano i passaggi
delle montagne per cui poteva scendere Federico in Italia: ma questi,
dopo aver raccolta una potente armata, prese in autunno la strada della
Valcamonica, ed entrò in Lombardia a traverso il territorio bresciano.
Benchè ugualmente irritato contro tutte le città, che sapeva tutte a se
malaffezionate, non s'attentò di attaccarle finchè non ottenne di
dividerle con segrete pratiche. Ne' comizi adunati in Lodi nel mese di
novembre, promise di far giustizia dei torti che formavano l'argomento
delle lagnanze dei comuni, e dopo averne favorevolmente accolti i
deputati, e pacificamente congedati, s'avviò senza dar battaglia alla
volta di Ferrara e di Bologna[172].
[172] _Vita Alex. III. a Card. Arragonio p. 457._ — _Acerbus Morena
Hist. Laud. p. 1131._ — _Otto de Sancto Blasio c. 20. p. 876._
(1167) Federico per cagioni a noi ignote rallentava la sua marcia verso
l'Italia meridionale, e consumava sei mesi tra Bologna ed Ancona[173],
senza aver castigati i Lombardi che lasciavasi alle spalle, e senza
avanzarsi verso Roma che si era ribellata. I Veronesi, sempre più
vessati dai ministri imperiali, mandarono deputati a tutte le città
ugualmente maltrattate, facendole risolvere a tenere una dieta il giorno
settimo degl'idi d'aprile nel monastero di Pontida posto tra Milano e
Bergamo[174], per risolvere sul modo di provvedere alla comune
difesa[175]. Intervennero a questa dieta i deputati di Cremona, di
Bergamo, di Brescia, di Mantova e di Ferrara. I Milanesi sempre divisi
nelle loro quattro borgate vi spedirono alcuni primarj cittadini, i
quali domandarono caldamente che la dieta facesse precedere ad ogni
altra risoluzione quella di render loro la patria, affinchè non
rimanendo più esposti alle continue incursioni de' loro nemici,
potessero di nuovo unirsi alle milizie confederate per difendere la
libertà d'Italia. I deputati di tutte le città, sovvenendosi della
valorosa resistenza fatta dai Milanesi, promisero d'impegnare i loro
concittadini a rifabbricare le mura di Milano, ed a proteggere quel
popolo finchè fosse messo in situazione di potersi da se medesimo
difendere. Dopo ciò convennero intorno alla forma del giuramento
federativo, che cadaun deputato riportò alla sua patria perchè fosse
adottato dai proprj concittadini. Approvato che fosse dall'assemblea
generale d'ogni città, doveva essere ripetuto da tutti gl'individui che
la componevano. Con tale giuramento le città contraevano un'alleanza di
vent'anni, durante la quale erano tenute di ajutarsi reciprocamente
contro chiunque osasse attaccare i privilegi di cui erano in possesso
dopo il regno d'Enrico IV fino all'assunzione al trono di Federico:
promettevano pure di concorrere a compensare i danni cui potessero
andare soggetti i membri della lega nel difendere la libertà.
[173] Federico partì da Lodi l'undici gennajo ed intraprese
l'assedio d'Ancona ai primi di luglio.
[174] Pontida è posta tra Bergamo e Lecco quasi ad uguale distanza,
ed è celebre il suo monastero per questa dieta della federazione
lombarda.
[175] _Sigon. de Regn. It. l. XIV. p. 320_ — _Acerbus Mor. p. 1133_
— _Trist. Calchi Hist. Pat. l. XI, p. 268._
In tempo che i consoli delle città ed i loro deputati ritornati alle
proprie case, assoggettavano alle deliberazioni dei parlamenti generali
l'alleanza conchiusa in Pontida, i Milanesi disarmati, e divisi in
aperte borgate, temevano di essere ad ogni istante assaliti dalle
milizie pavesi, cui non erano in grado di far resistenza. Sapevano
essersi resa affatto pubblica l'inchiesta fatta all'assemblea di
Pontida, ed ogni notte poteva essere anticipatamente stata destinata dai
loro nemici per il massacro e l'incendio, e l'avvicinarsi delle tenebre
gli stringeva il cuore di spavento. Circondati da città nemiche che in
meno d'un giorno potevano mandare le loro milizie a sorprenderli, erano
pure continuamente atterriti dagli amichevoli avvisi che i Pavesi davano
ai loro ospiti milanesi[176]. Estrema era la costernazione, quando la
mattina del giorno 27 aprile del 1167 comparvero all'ingresso della
borgata di S. Dionigi dieci cavalieri di Bergamo cogli stendardi del
loro comune; e tenevan loro dietro altrettanti stendardi di Brescia, di
Cremona, di Mantova, di Verona e di Treviso. Venivano dopo loro le
milizie che portavano le armi da distribuirsi ai Milanesi[177]. Gli
abitanti delle quattro borgate riunitisi all'istante, s'avanzarono,
mettendo grida di gioja, verso la distrutta città: colà distribuironsi
tra di loro il lavoro dello sgombramento della fossa e della
ricostruzione delle mura, prima di metter mano alle loro case. Le truppe
della _lega lombarda_, che allora presero tal nome, non ritiraronsi da
Milano finchè que' cittadini non furono a portata di respingere
gl'insulti de' loro nemici, e di non temere un colpo di mano[178].
[176] _Sire Raul p. 1191._
[177] _Acta Sancti Galdini apud Bolland. 18 april. p. 594. No. 5.
notæ ad Morenam p. 1134._
[178] _Acer. Morena p. 1135_ — _Trist. Cal. Hist. pat. l. XI. p.
268_ — _Galv. Flam. man. Flor. c. 198, 201. p. 648_ — _Jacobi
Malvetii Chron. Brix. dist. VII. c. 46, p. 879, t. XIV._
La città di Pavia era così ligia all'imperatore, che niuno lusingavasi
di poterla staccare dai suoi interessi; ma la lega lombarda risguardava
come cosa di somma importanza il guadagnare alla confederazione la città
di Lodi. Questa città posta tra Cremona e Milano diventava in mano
all'imperatore una piazza d'armi troppo dannosa; perchè, occupandola
egli, potrebbe sempre a sua posta intercettare i viveri ai Milanesi, le
di cui campagne erano state in modo ruinate, che lungo tempo dovrebbero
ancora provvedersi di viveri fuori del loro territorio. I Cremonesi che
in ogni tempo furono gli alleati ed i protettori di Lodi, vennero
incaricati del trattato con que' cittadini.
I loro deputati ammessi nel consiglio di Credenza salutarono, com'era di
costumanza, a nome de' loro consoli e di tutto il popolo cremonese, i
consoli ed il popolo lodigiano; indi narrarono ordinatamente quanto essi
avevano fatto fino allora in servigio dell'imperatore, e le ricompense
che ne avevano ricevuto; giustificarono poi i progetti della lega
formata per difendere i comuni diritti, e conchiusero supplicando i
Lodigiani ad unirsi con loro per l'onore della nazione lombarda e per
riclamare unitamente il ristabilimento degli antichi loro privilegi.
Risposero concordemente i Lodigiani, che più tosto che mancar di
riconoscenza al loro liberatore, a colui che aveva rialzate le loro
mura, erano tutti disposti a sacrificare i loro beni e le loro vite.
I Cremonesi gli mandarono una seconda ambasciata, che non ebbe miglior
successo; onde esposero ai deputati riuniti, di Milano, di Bergamo, di
Brescia e di Mantova, il cattivo esito delle loro pratiche. La lega
lombarda, e specialmente queste quattro città rimanevano sommamente
esposte finchè Lodi teneva le parti dell'imperatore, onde i confederati
risolsero di ottenere colla forza ciò che le amichevoli insinuazioni non
avevano ottenuto. Allora riunirono le loro milizie, che furono precedute
da una terza deputazione de' Cremonesi, i quali aggiungendo le minacce
alle preghiere, avvertirono gli antichi loro alleati che una inevitabile
ruina terrebbe dietro all'inconsiderata opposizione ai voti de'
Lombardi.
Risposero i Lodigiani che non potevano credere che i Cremonesi, i quali
a proprie spese e colle loro mani medesime rialzate avevano le loro
mura, volessero oggi assediarle e distruggerle; che volessero massacrare
coloro che gli erano affezionati, amici, ospiti, perchè mantenevansi
costanti nel partito che anch'essi avevano fin allora sostenuto; che
Cremona era sempre stata l'alleata dell'antica Lodi fino all'epoca della
sua ruina; che aveva con tutte le sue forze protette le borgate
ov'eransi riparati i Lodigiani ne' quarant'anni della loro servitù; che
lo stesso affetto aveva fino al presente conservato alla novella Lodi.
Ma che se adesso volevano opprimere i loro antichi amici, i Lodigiani si
esporrebbero al pericolo ond'erano minacciati, piuttosto che mancare ai
giuramenti che li legavano all'imperatore loro benefattore[179].
[179] _Acerbus Morena Hist. Laud. p. 1135.-1136._
Non consentendo la comune salvezza di lasciarsi smuovere da così
toccanti preghiere, l'armata confederata intraprese l'assedio di Lodi,
facendo ben tosto soffrire agli abitanti una crudel fame. Abbandonati
dall'imperatore che, in luogo di soccorrerli, aveva seco condotta verso
il mezzo dì dell'Italia buona parte delle loro milizie, dopo avere
difesa con tutte le loro forze la sua causa, finirono coll'emettere il
giuramento della lega, ed unirsi ai confederati. Ritirandosi l'armata
che aveva assediato Lodi, attaccò il castello di Trezzo posto tra Milano
e Bergamo, ove l'imperatore aveva lasciati i suoi tesori sotto la
guardia d'una guarnigione tedesca, e presolo dopo lungo assedio, lo
distrussero fino ai fondament
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