Annali d'Italia, vol. 2
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Title: Annali d'Italia, vol. 2
Author: Lodovico Antonio Muratori
Release date: August 27, 2013 [eBook #43575]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ANNALI D'ITALIA, VOL. 2 ***
ANNALI D'ITALIA 2
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750
_COMPILATI_
DA L. ANTONIO MURATORI
E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
_Quinta Edizione Veneta_
VOLUME SECONDO
VENEZIA
DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
1844
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500
Anno di CRISTO CCCXLI. Indizione XIV.
GIULIO papa 5.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 5.
_Consoli_
ANTONIO MARCELLINO e PETRONIO PROBINO.
Un'iscrizione che si legge nella mia Raccolta[1], quando pur sia
indubitata reliquia dell'antichità, ci assicura dei nomi di questi
consoli, in addietro ignoti. _Aurelio Celsino_ dal dì 25 di febbraio
cominciò ad esercitare la prefettura di Roma. Sul fine di giugno diede
Costanzo Augusto una legge in Lauriaco[2], creduto dal Gotofredo luogo
della Batavia, ma che più verisimilmente fu il Lauriaco, luogo insigne e
colonia de' Romani, posta alle parti superiori del Danubio. Era questo
principe divenuto signor delle Gallie, e colà dovette accorrere[3],
perchè i Franchi, passato il Reno, metteano a sacco le vicine contrade
romane. Abbiamo da san Girolamo[4] che seguirono fra que' Barbari e le
armate di Costante varii combattimenti, ma senza dichiararsi la fortuna
per alcuna delle parti. Libanio[5], descrivendo a lungo i costumi e il
genio de' Franchi d'allora, li dipinge per gente turbolenta ed inquieta,
a cui il riposo riusciva un supplizio. Solamente nell'anno seguente ebbe
fine questa guerra. Tanto il medesimo san Girolamo che Idacio mettono
sotto il presente anno spaventosi tremuoti che fecero traballare
moltissime città dell'Oriente. Tennero in quest'anno gli ariani un
conciliabolo in Antiochia, per alterare i decreti sacrosanti del
concilio niceno. Appena terminata fu la sacrilega loro assemblea, che il
tremuoto cominciò a scuotere orribilmente la misera città, siccome
attestano Socrate[6] e Sozomeno[7], e quasi per un anno si andarono
sentendo varie altre scosse. Non parla Teofane[8] se non di tre giorni,
ne' quali probabilmente quella città fu in maggior pericolo. Lo stesso
autore nota che circa questi tempi _Costanzo_ Augusto cinse di forti
mura e fortificò in altre guise Amida, città della Mesopotamia, situata
presso il fiume Tigri, acciocchè servisse di antemurale contro ai
Persiani. Ammiano[9], scrittore di maggior credito, all'incontro, scrive
che molto prima d'ora, cioè vivente ancora il padre, Costanzo Cesare con
torri e mura fece divenir quel luogo un'importante fortezza, di cui
sempre più crebbe la popolazione e la fama ne' tempi susseguenti. Durava
tuttavia la guerra coi Persiani, ovvero, se Socrate[10] non s'inganna,
essa ebbe principio in questi medesimi tempi; ma quali azioni militari
si facessero, non è pervenuto a nostra notizia. Già abbiam detto che
Costantino il Grande con varii editti e in altre guise si studiò di
abolir le superstizioni del paganesimo, distrusse moltissimi templi de'
gentili, vietò gli empii loro sagrifizii: il che vien confermato da
Socrate[11], da Teodoreto[12], da Teofane[13] e da altri. Ma lo svellere
dal cuore di tanta gente gli antichi errori e riti, difficil cosa
riusciva nella pratica. _Costante_ Augusto nell'anno presente, siccome
principe di massime cattoliche e di zelo cristiano, per eseguire
eziandio ciò che il padre gli avea premurosamente raccomandato, pubblicò
una legge, con cui, confermando gli editti paterni[14], sotto rigorose
pene abolisce i sagrifizii de' pagani, e per conseguenza ancora il culto
degl'idoli. Siffatti editti, e l'esempio de' principi seguaci della
legge di Cristo, furono quegli arieti che diedero un gran tracollo al
gentilesimo, con ridurlo a poco a poco all'ultima rovina. Ma se ad
occhio veniva meno la falsa religion de' pagani, per cura massimamente
dell'Augusto Costante, andavano ben crescendo in questi tempi le forze
dell'arianismo in Oriente con discapito della Chiesa cattolica, per la
protezion che avea preso di quella fazione l'Augusto Costanzo. Le
insigni sedie episcopali di Alessandria, Antiochia e Costantinopoli
vennero in questi tempi occupate da' vescovi ariani[15]: e tutte le
chiese d'essa città di Costantinopoli caddero in poter de' medesimi
eretici. Ma intorno a ciò è da consultare la storia ecclesiastica.
Grande solennità nel presente anno fu fatta in Antiochia per la
dedicazione di questa magnifica cattedrale, cominciata da Costantino il
Grande, e compiuta solamente ora per cura del suddetto imperadore
Costanzo.
NOTE:
[1] Thes. Novus Inscript., pag. 377.
[2] L. 31, de Decurion., Cod. Theodos.
[3] Idacius, in Fastis.
[4] Hieron., in Chron.
[5] Liban., Orat. III.
[6] Socrates, Histor., lib. 2, cap. 11.
[7] Sozomenus, Histor., lib. 3, cap. 6.
[8] Theophanes, in Chronogr.
[9] Ammianus, Histor., lib. 18, cap. 9.
[10] Socrat., Histor., lib. 2, cap. 25.
[11] Idem, ibid., lib. 1, cap. 8.
[12] Theodoret., in Histor. Eccl.
[13] Theoph., Chronogr.
[14] L. 2, de Paganis., Cod. Theod.
[15] Socrat., lib. 5, cap. 7. Theoph. Cedr.
Anno di CRISTO CCCXLII. Indizione XV.
GIULIO papa 6.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 6.
_Consoli_
FLAVIO GIULIO COSTANZO AUGUSTO per la terza volta e FLAVIO GIULIO
COSTANTE AUGUSTO per la seconda.
Ad Aurelio Celsino nella prefettura di Roma succedette in quest'anno
nelle calende d'aprile _Mavorzio Lolliano_[16], il cui impiego durò sino
al dì 14 di luglio, con avere per successore _Acone_ (ossia _Aconio)
Catulino_ (ossia _Catullino) Filomazio_ (o pur _Filoniano_). All'anno
presente riferisce il Gotofredo[17] un editto[18] di Costante Augusto,
dato nel dì primo di novembre, e indirizzato al medesimo Catullino
prefetto di Roma, in cui ordina che, quantunque s'abbia da abolire
affatto la superstizione pagana, pure non si demoliscano i templi
situati fuori di Roma, per non levare al popolo romano i divertimenti
dei giuochi circensi e combattimenti che aveano presa la origine da que'
medesimi templi. Nè già paresse per questo raffreddato punto lo zelo di
questo principe in favore del cristianesimo, perchè egli non altro volle
che conservar le mura e le fabbriche materiali di que' templi, ma con
obbligo di sbarbicar tutto quel che sapeva di superstizione gentilesca,
come idoli, altari e sagrifizii. Fors'anche non dispiaceva ad alcuni
accorti cristiani che restassero in piedi que' superbi edifizii, per
convertirli un dì in onore del vero Dio. Ma che in tanti altri luoghi
venissero abbattuti i templi de' gentili, Giulio Firmico[19], che circa
questi tempi fioriva e scrisse i suoi libri, ce ne assicura. Fino al
presente anno sostennero i Franchi la guerra nelle Gallie contra
dell'Augusto Costante[20]. Tali percosse nondimeno dovettero riportare
dall'armi romane, che finalmente si ridussero a chiedere pace. Un
trattato di amicizia e lega conchiuso con Costante li fece ripassare il
Reno. Libanio[21] con oratoria magniloquenza lasciò scritto che il solo
terrore del nome di Costante obbligò que' popoli barbari ad implorare un
accordo, senza dire che fossero domati coll'armi, come scrissero tanti
altri. Aggiugne ch'essi Franchi riceverono dalla mano di Costante i loro
principi, e stettero poi quieti per qualche tempo. Occorse nell'anno
presente in Costantinopoli più d'una sedizione fra i cattolici ed
ariani[22], da che Costanzo Augusto, sposata affatto la fazione degli
ultimi, mandò ordine che fosse da quella cattedra cacciato Paolo vescovo
cattolico, per introdurvi Macedonio ariano. Crebbe un dì a tal segno
l'impazienza e il furor della plebe cattolica, che andarono ad incendiar
la casa di Ermogene generale dell'armi, a cui era venuto l'ordine
dell'imperadore di eseguir la deposizione del vescovo cattolico; e messe
le mani addosso al medesimo Ermogene, lo strascinarono per la città, e
lo uccisero. Costanzo, che allora si trovava ad Antiochia, udita cotal
novità, tosto per le poste volò a Costantinopoli: cacciò Paolo e gastigò
il popolo, con privarlo della metà del grano, che per istituzione di
Costantino gli era somministrato gratis ogni anno; cioè di ottanta mila
moggia o misure ridusse il dono a sole quaranta mila.
NOTE:
[16] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.
[17] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.
[18] L. 3, de Paganis, Cod. eod. Theod.
[19] Julius Firmicus, de error. prof. Rel.
[20] Hieronymus, in Chron. Idacius, in Fastis. Socrates, lib. 2, cap.
13. Theoph., in Chron.
[21] Liban., Orat. III.
[22] Socrates, lib. 2, cap. 13. Sozomenus, Hist. Eccl. Idacius, in
Fastis. Hieronym., in Chron.
Anno di CRISTO CCCXLIII. Indizione I.
GIULIO papa 7.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 7.
_Consoli_
MARCO MECIO MEMMIO FURIO BABURIO CECILIANO PROCOLO e ROMOLO.
Questa gran filza di cognomi data al primo console, cioè a _Procolo_, si
truova in un'iscrizione creduta spettante a lui, e rapportata dal
Panvinio e Grutero. Non _Balburio_, come essi hanno, ma _Baburio_ viene
appellato nelle schede di Ciriaco, che riferisce lo stesso marmo. Il
secondo console dal suddetto Panvinio, che cita un'iscrizione, vien
chiamato _Flavio Pisidio Romolo_. Vopisco, nella Vita d'Aureliano[23],
ci rappresenta questo Procolo per uomo abbondante, non so se più di
ricchezze o di vanità, scrivendo essersi poco fa veduto il _consolato di
Furio Procolo_ solennizzato con tale sfoggio nel circo, che non già
premii, ma patrimonii interi parve che fossero donati ai vincitori nella
corsa de' cavalli. Ci fan conoscere tali parole in che tempo Vopisco
fiorisse e scrivesse. Nella prefettura di Roma continuò ancora per
quest'anno _Aconio Catullino_. Dappoichè la pace stabilita coi Franchi
rimise la calma in tutte le Gallie, Costante Augusto, il quale si
truovava in Bologna di Picardia nel gennaio dell'anno presente[24],
volle farsi vedere anche ai popoli della Bretagna, e passò nel furore
del verno colà con tutta felicità. Se prestiam fede a Libanio[25],
guerra non v'era che il chiamasse di là dal mare, ma solo timor di
guerra; e da Ammiano Marcellino[26] si ha abbastanza per credere che i
Barbari di quella grand'isola avessero fatta almen qualche scorreria nel
paese de' Romani. Per altro, che non succedessero battaglie e vittorie
in quelle parti, si può argomentare dal suddetto Libanio, giacchè egli
di niuna fa menzione. Truovansi nulladimeno alcune medaglie, dove egli è
appellato[27] _debellatore e trionfatore delle nazioni barbare_, le
quali, se non sono parti della sola bugiarda adulazione, possono
indicare qualche vantaggio delle sue armi in quelle contrade ancora.
Oltre di che, Giulio Firmico[28], parlando ai due Augusti, dice, che
dopo aver essi abbattuti i templi de' gentili nell'anno 341, Dio avea
prosperate le lor armi; che aveano vinti i nemici, dilatato l'imperio;
che i Britanni, all'improvviso comparir dell'imperadore, s'erano
intimoriti. Truovasi poi esso Augusto nel dì 30 di giugno ritornato a
Treveri, dove è data una sua legge. Ci fanno poi altre leggi vedere
Costanzo Augusto in Antiochia, in Cizico, in Jerapoli, tutte città
dell'Asia, imperocchè non gli lasciava godere riposo la guerra sempre
viva coi Persiani. Osserviamo ancora in una delle sue leggi[29] ch'egli
chiamò a militare in quest'anno i figliuoli dei veterani, purchè giunti
all'età di sedici anni, per bisogno certamente di quella guerra. Non so
io dire quale credenza si meriti Teofane[30], allorchè scrive che circa
questi tempi Costanzo, dopo aver vinti gli Assirii, cioè i Persiani
suddetti, trionfò. Niuno de' più antichi e vicini storici a lui
attribuisce alcuna memorabil vittoria di que' popoli, e molto meno un
vero trionfo. Abbiamo inoltre dal medesimo Teofane che la città di
Salamina nell'isola di Cipri per un fierissimo tremuoto restò la maggior
parte smantellata; siccome ancora circa questi tempi ebbe principio la
persecuzione mossa da Sapore re di Persia contra de' cristiani abitanti
ne' paesi di suo dominio.
NOTE:
[23] Vopiscus, in Aurel.
[24] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.
[25] Liban., Orat. III.
[26] Ammianus, lib. 20, cap. 1.
[27] Mediob., in Numismat. Imperator.
[28] Julius Firmicus, de error. profan. Rel.
[29] L. 35, de Decur., Cod. Theod.
[30] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO CCCXLIV. Indizione II.
GIULIO papa 8.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 8.
_Consoli_
LEONZIO e SALLUSTIO.
Nel dì 11 d'aprile ad Acone, ossia Aconio, Catullino succedette nella
prefettura di Roma _Quinto Rustico_. Nulla di considerabile ci
somministra per questo anno la storia, se non che truoviamo una
legge[31], con cui Costanzo Augusto concede delle esenzioni ai
professori di meccanica, architettura e ai livellatori delle acque. Il
genio edificatorio veramente non mancò a questo imperadore, ed egli
lasciò molte suntuose fabbriche da lui fatte in Costantinopoli,
Antiochia ed altri luoghi. Ma se egli coll'una mano innalzava materiali
edifizii nel suo dominio, coll'altra incautamente si studiava di
atterrare e distruggere la dottrina e Chiesa cattolica, lasciandosi
aggirare a lor talento dai seguaci dello eresiarca Ario. Però in questi
tempi smisuratamente prevalse in Oriente la lor fazione: laddove
Costante Augusto in Occidente, con dichiararsi protettore dei dogmi del
concilio niceno, divenne scudo della Chiesa cattolica. Se in Oriente si
tenevano conciliaboli contra la fede nicena, in Occidente ancora si
formavano concilii per sostenerla. Ma intorno a ciò mi rimetto alla
storia ecclesiastica. Intanto era flagellato da Dio l'imperador Costanzo
col tarlo della guerra persiana; e benchè Teofane[32] ancora sotto
quest'anno racconti che vennero alle mani le due armate romana e
persiana, e che gran numero di que' Barbari lasciò la vita sul campo;
pure, poco o nulla servirono questi pretesi vantaggi, perchè più che mai
vigorosi i Persiani continuarono a fare il ballo sulle terre romane,
senza che mai riuscisse ai Romani di cavalcare sul paese nemico. Abbiamo
poi da san Girolamo[33] e dal suddetto Teofane che nell'anno presente
Neocesarea, città la più riguardevol del Ponto, fu interamente
rovesciata a terra da un orrendo tremuoto colla morte della maggior
parte del popolo, essendosi solamente salvata la cattedrale fabbricata
da san Gregorio Taumaturgo colla casa episcopale, dove esso vescovo e
chiunque ivi si trovò rimasero esenti da quello eccidio.
NOTE:
[31] L. 3, de excusat. artific.
[32] Theoph., in Chronogr.
[33] Hieronymus, in Chronico.
Anno di CRISTO CCCXLV. Indizione III.
GIULIO papa 9.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 9.
_Consoli_
AMANZIO ed ALBINO.
Secondo il Catalogo del Cuspiniano e del Bucherio, nel dì 5 di luglio
_Probino_ fu creato prefetto di Roma. Una legge[34] di Costante Augusto,
data nel dì 15 maggio, ci fa vedere questo imperador ritornato dalla
Bretagna a Treveri. Però non so se sussista l'aver creduto il
Tillemont[35] ch'esso Augusto verso il fine del medesimo mese fosse in
Milano, dove invitò lo sbattuto santo Atanasio, per patrocinarlo contra
la prepotenza degli ariani. Certamente cominciò verso questi tempi il
cattolico Augusto a tempestar con lettere il fratello Costanzo,
acciocchè si tenesse un concilio valevole a metter fine a tante
turbolenze della Chiesa. Ma non si arrivò a questo se non nell'anno 347,
siccome allora accenneremo. Da una legge del Codice Teodosiano[36]
apprendiamo che l'Augusto Costanzo, nel dì 12 di maggio del presente
anno, si trovava in Nisibi città della Mesopotamia, e, senza fallo, per
accudire alla guerra coi Persiani. Abbiamo poi da san Girolamo[37] e da
Teofane[38] che in quest'anno ancora i tremuoti cagionarono nuove rovine
in varie città. Fra le altre la marittima di Epidamno ossia di Durazzo,
città della Dalmazia, restò quasi affatto abissata. Anche in Roma per
tre giorni sì gagliarde furono le scosse, che si paventò l'universal
caduta delle fabbriche. Nella Campania dodici città andarono per terra;
e l'isola, o, vogliam dire, la città di Rodi, fieramente anch'essa
risentì la medesima sciagura. Se crediamo alla Cronica Alessandrina[39],
Costanzo Augusto cominciò in quest'anno la fabbrica delle sue terme in
Costantinopoli; ma intorno a ciò è da vedere il Du-Cange[40], che
rapporta altre notizie spettanti a quell'insigne edifizio.
NOTE:
[34] L. 7, de petition., Cod. Theod.
[35] Tillemont, Mémoires des Empereurs et de l'Histoire Ecclesiastique.
[36] L. 5, de exactionib., Cod. Theod.
[37] Hieron., in Chronico.
[38] Theoph., in Chronogr.
[39] Chronic. Alexandrinum.
[40] Du-Cange, Hist. Byz.
Anno di CRISTO CCCXLVI. Indizione IV.
GIULIO papa 10.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 10.
_Consoli_
FLAVIO GIULIO COSTANZO AUGUSTO per la quarta volta e FLAVIO GIULIO
COSTANTE AUGUSTO per la terza.
Perchè non si dovettero speditamente accordare i due Augusti intorno al
prendere insieme il consolato, o pure a notificarlo, noi troviamo che
nel Catalogo del Bucherio e in un concilio di Colonia per li primi mesi
dell'anno presente non si contavano i consoli nuovi; perciò l'anno
veniva indicato colla formola di _dopo il consolato di Amanzio ed
Albino_. Nella prefettura di Roma stette _Probino_ sino al dì 26 di
dicembre dell'anno presente[41], ed allora in quella carica succedette
_Placido_. Noi ricaviamo dalle leggi del Codice Teodosiano[42] spettanti
a quest'anno che Costante Augusto era in Cesena nel dì 23 di maggio, e
in Milano nel dì 21 di giugno. Dall'Italia dovette egli passare in
Macedonia, perchè abbiamo una legge di lui data in Tessalonica nel dì 6
di dicembre. Per conto dell'Augusto Costanzo, egli non altrove
comparisce che in Costantinopoli, dove confermò o pur concedette molte
esenzioni agli ecclesiastici. All'anno presente riferisce san
Girolamo[43] la fabbrica del porto di Seleucia, città famosa della
Soria, poche miglia distante da Antiochia, capitale dell'Oriente. Anche
Giuliano[44] e Libanio[45] parlano di questa impresa, che riuscì
d'incredibile spesa al pubblico, perchè per formare quel porto non già
alla sboccatura del fiume Oronte, come talun suppone, ma bensì alla
stessa Seleucia, convenne tagliar molti scogli e un pezzo di montagna,
che impedivano l'accesso alle navi, e rendevano pericolosa e poco utile
una specie di porto che quivi anche antecedentemente era. Perchè la
corte dell'imperador Costanzo per lo più soggiornava in Antiochia, di
incredibil comodo e ricchezza riuscì dipoi a quella città il vicino
porto di Seleucia. Teofane[46] aggiugne che Costanzo con altre fabbriche
ampliò ed adornò la stessa città di Seleucia; ed inoltre abbellì la
città di Antarado nella Fenicia, la quale prese allora il nome di
Costanza. Mentre poi esso Augusto Costanzo impiegava in questa maniera i
suoi pensieri e i tesori, cavati dalle viscere dei sudditi, dietro alle
fabbriche, il re di Persia Sapore non lasciava in ozio la forza delle
sue armi; e però, secondochè scrive il suddetto Teofane, nell'anno
presente si portò per la seconda volta all'assedio della città di Nisibi
nella Mesopotamia. Vi stette sotto settantotto giorni, e, non ostante
tutti i suoi sforzi, fu in fine obbligato a vergognosamente levare il
campo e ritirarsi. Nella Cronica di san Girolamo un tale assedio vien
riferito all'anno seguente. Ma cotanto hanno gli antichi moltiplicato il
numero degli assedii di Nisibi con discordia fra loro, che non si sa che
credere. Verisimilmente un solo assedio fin qui fu fatto, cioè se
sussiste il già accennato all'anno 338, un altro non sarà da aggiugnere
all'anno presente. Parleremo, andando innanzi, d'altri assedii di quella
città. Pare che in quest'anno accadesse una sedizione in Costantinopoli,
per cui quel governatore _Alessandro_ restò ferito, e se ne fuggì ad
Eraclea. Tornossene ben egli fra poco al suo impiego, ma poco stette ad
esser deposto da Costanzo, con succedergli in quel governo _Limenio_.
Libanio[47] quegli è che ci ha conservata questa notizia, e che sparla
forte d'esso Limenio, perchè il buon sofista fu cacciato da
Costantinopoli d'ordine suo.
NOTE:
[41] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.
[42] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.
[43] Hieron., in Chron.
[44] Julian., Orat. I.
[45] Liban., Orat. III.
[46] Theophanes, Chronogr.
[47] Liban., in ejus vita.
Anno di CRISTO CCCXLVII. Indizione V.
GIULIO papa 11.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 11.
_Consoli_
RUFINO ed EUSEBIO.
Abbiamo dal Catalogo di Cuspiniano, ossia del Bucherio, che nel dì 12 di
giugno dell'anno presente Placido lasciò la prefettura di Roma, e in suo
luogo subentrò _Ulpio Limenio_, il quale nello stesso tempo esercitava
la carica di prefetto del pretorio nell'Italia. Più che mai truovandosi
sconcertata la Chiesa di Dio in Oriente per la prepotenza degli ariani,
a' quali l'ingannato Costanzo Augusto prestava ogni possibil favore, e
vedendosi di qua e di là comparire in Italia i vescovi banditi, per
implorar soccorso dal romano pontefice Giulio e dal cattolico imperador
Costante: finalmente in quest'anno si sperò il rimedio a tanti
disordini. Non meno il pontefice che Costante picchiarono tanto, che
l'Augusto Costanzo acconsentì che si tenesse un solenne concilio[48] di
vescovi, al giudizio e parere de' quali fosse rimessa la cura di queste
piaghe. Ottenne Costante che fosse eletta per luogo del concilio
Serdica, chiamata anche Sardica, città di sua giurisdizione, e non già,
come pensò il cardinal Baronio[49], di quella di Costanzo, perchè
capitale della Dacia novella, la quale nelle divisioni era toccata a
Costante. Quivi dunque fu celebrato un riguardevolissimo concilio, dove
tanto pel dogma cattolico, quanto per la disciplina ecclesiastica,
furono fatti bei regolamenti, e fra le altre cose confermato il gius
delle appellazioni alla sede apostolica, e proferita sentenza in favore
di santo Atanasio e d'altri vescovi cattolici; ma con poco frutto,
perchè Costanzo, ammaliato dagli ariani, in breve guastò tutto, e più
che mai continuarono le divisioni e gli sconcerti. Due sole leggi
spettanti ad esso Costanzo cel fanno vedere nel marzo in Ancira di
Galazia, e nel maggio in Jerapoli della Soria. Di Costante Augusto nulla
si sa sotto l'anno presente, se non che probabilmente egli dimorò nelle
Gallie, dove santo Atanasio fu a ritrovarlo, prima di passare al
concilio di Serdica.
NOTE:
[48] Labbe, Collection Concilior.
[49] Baron., in Annalib. Eccl.
Anno di CRISTO CCCXLVIII. Indizione VI.
GIULIO papa 12.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 12.
_Consoli_
FLAVIO FILIPPO e FLAVIO SALIO O SALIA.
Perchè s'era introdotto il costume che cadauno de' due Augusti eleggesse
il suo console, si può perciò conghietturare che questo _Filippo_
console orientale fosse quel medesimo che nel Codice Teodosiano e in
altri monumenti delle antichità si truova prefetto del pretorio
d'Oriente, uomo crudele e partigiano spasimato degli ariani, come s'ha
da san Girolamo[50]: del che ricevette egli il gastigo da Dio anche
nella vita presente, siccome vedremo. Era quest'anno il millesimo
centesimo dalla fondazione di Roma, e s'aspettavano i Romani quelle
feste che in altri tempi furono fatte dal paganesimo per celebrare un
tal anno. Niuna cura di ciò si prese il cristianissimo Costante Augusto,
nemico delle superstizioni: del che si duole Aurelio Vittore[51], con
farci anche conoscere che il millesimo di Roma era stato nell'anno di
Cristo 248 solennizzato sotto Filippo Augusto. Per lo contrario, esso
imperadore, veggendo che non venivano ristabiliti nelle lor chiese santo
Atanasio e gli altri vescovi cattolici, dichiarati innocenti nel
concilio di Serdica[52], prese talmente a cuore gl'interessi della
Chiesa cattolica, che risentitamente sopra ciò scrisse al fratello
Costanzo, con giugnere a minacciare di romperla con lui per questo. Un
linguaggio sì fatto mise il cervello a partito a Costanzo, il quale
perciò parte nel presente e parte nel seguente anno consentì al ritorno
di que' vescovi alle lor chiese. Per quanto si può ricavare da santo
Atanasio[53], esso imperadore Costante venne a Milano nell'anno
corrente, e l'Augusto Costanzo fu in Edessa di Mesopotamia. San
Girolamo[54] e Idazio[55] riferiscono sotto quest'anno la battaglia
formidabile succeduta fra i Romani e Persiani presso Singara nella
suddetta Mesopotamia. Ma il Gotofredo e i padri Arduino e Pagi han
creduto che questa appartenga piuttosto all'anno 345, perchè Giuliano
Apostata[56] lasciò scritto che sei anni dopo d'essa battaglia saltò su
il tiranno Magnenzio; e questi senza fallo cominciò le sue scene
nell'anno 350. All'incontro il Petavio, Arrigo Valesio e il Tillemont,
appoggiati al testo espresso de' suddetti due storici, han rapportato
quell'avvenimento all'anno presente, e creduto qualche fallo nel testo
dell'orazion di Giuliano. A me ancora sembra più verisimile l'ultima
opinione, perchè Libanio[57] ne parlò in maniera circa l'anno 349, che
fece intendere quel combattimento come azione accaduta di fresco, e non
già alcuni anni prima, e _combattimento ultimo_, che ne suppone degli
altri antecedenti. Lo stesso Gotofredo[58] riconobbe per recitata
nell'anno 349 quella orazione di Libanio in lode dei due Augusti
Costanzo e Costante, di modo che nel testo di Giuliano si può credere
scappato per negligenza de' copisti un _sexto_ in vece di _tertio_.
Il fatto, in poche parole, fu così. Dopo il secondo assedio di Nisibi
dovette seguir qualche tregua fra i Romani e i Persiani; ma gli ultimi,
poco curanti delle promesse e de' giuramenti[59], si andarono disponendo
per far nuovi sforzi, e questi divamparono dipoi in questo anno. O sia
che Costanzo non volesse o pure che non potesse impedire i passi di così
possente armata, col mezzo di tre ponti gittati sul fiume Tigri
entrarono i Persiani nella Mesopotamia, e vennero sino ad un luogo
vicino a Singara, città di quelle contrade, nel bollore della state.
V'era in persona lo stesso re Sapore. Costanzo, a cui non erano ignoti i
preparamenti de' nemici, s'affrettò anche egli ad unir gente da tutte le
parti, ed essendo poi marciato con tutto il suo sforzo contra d'essi,
andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro. Stettero le due armate
per qualche tempo senza far nulla, quando i Romani impazientatisi un
giorno, dopo essere stati in ordinanza di battaglia fin passato il
mezzodì, si mossero, senza poter essere ritenuti da Costanzo Augusto,
per assalire il campo nemico. Contuttochè fosse già sera, cominciarono
inferociti il combattimento, nè la notte potè ritenerli dal menare le
mani. Ruppero le prime schiere nemiche; forzarono ancora alcuni loro
trincieramenti con molta strage d'essi Persiani; fecero gran bottino; ed
ebbero fin prigione il principe primogenito del re Sapore, che fu poi
barbaramente ucciso, se pure, come vuol Rufo Festo[60], egli non lasciò
la vita nel bollore della battaglia. Era la notte, tempo poco proprio
per combattere, e però Costanzo a furia chiamava alla ritirata le sue
genti; ma ebbe un bel dire, un bel gridare. Perchè verisimilmente i suoi
sapevano che più innanzi si trovava qualche fiumicello o canale vegnente
dal Tigri, siccome morti dalla sete, seguitarono i fuggitivi Persiani,
ed arrivati all'acqua, ad altro non attesero che ad abbeverarsi. Allora
gli arcieri persiani postati in quel sito un tal nembo di saette
scaricarono contro degli affollati Romani, che molti vi perirono, e chi
potè, ben in fretta se ne tornò indietro. Aveano questi ultimi, per
attestato di Festo[61], accese varie fiaccole che servirono mirabilmente
ai nemici per meglio bersagliargli. Giuliano, avendo preso in quella
orazione[62] a tessere le lodi dell'Augusto Costanzo, non parla che di
pochi Romani restati in quel conflitto. Libanio[63] slarga un po' più la
bocca. Per lo contrario, Ammiano Marcellino[64], anch'egli vivente
allora, e che volea poco bene a Costanzo, scrive che grande strage fu
ivi fatta delle soldatesche romane: il che si può anche dedurre da Rufo
Festo. Altro non dice Eutropio[65], se non che i Romani per loro
caparbietà si lasciarono togliere di mano una sicura vittoria; e le di
lui parole furono copiate da san Girolamo[66]. Tutti poi gli storici van
d'accordo in dire che il re Sapore prese la fuga; nè mai si credette in
salvo, finchè non ebbe passato il fiume Tigri. Giuliano pretende che
anche prima della zuffa quel valoroso re, al solo mirar da lungi la
poderosa armata de' Romani, battesse la ritirata, e lasciasse il comando
al figliuolo, che poi miseramente morì. Del pari è certo che non
tardarono i Persiani a levar il campo nel giorno seguente, e a ritirarsi
precipitosamente di là dal Tigri, con rompere tosto i ponti per paura di
essere inseguiti dai creduti vincitori Romani. Sicchè, se essi Romani
non poterono cantar la vittoria, nè pure i loro nemici ebbero campo di
attribuirla a sè stessi. E san Girolamo nota che di nove battaglie
succedute durante la guerra suddetta coi Persiani, questa fu la più
riguardevole e sanguinosa; ed essa almen per allora fece svanire i
boriosi disegni del re nemico, il quale, senza aver presa città o
fortezza alcuna, malconcio si ridusse al suo paese.
NOTE:
[50] Hieron., in Chronico.
[51] Aurel. Vict., de Caesarib.
[52] Theodoretus, Hist., lib. 1, cap. 28. Socrat., Histor., lib. 2, cap.
21.
[53] Athan., in Apolog.
[54] Hieron., in Chron.
[55] Idacius, in Fastis.
[56] Julian., Orat. I.
[57] Liban., Orat. III.
[58] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.
[59] Liban., Orat. III.
[60] Rufus Festus, in Breviar.
[61] Idem, ibidem.
[62] Julian., Orat. I.
[63] Liban., Orat. III.
[64] Ammianus, lib. 18, cap. 5.
[65] Eutrop., in Brev.
[66] Hieron., in Chron.
Anno di CRISTO CCCXLIX. Indizione VII.
GIULIO papa 13.
COSTANZO e
COSTANTE imperadori 13.
_Consoli_
ULPIO LIMENIO e ACONE ossia ACONIO CATULINO FILOMAZIO o FILONIANO.
Dal Catalogo de' prefetti di Roma, pubblicato dal Cuspiniano e dal
Bucherio[67], abbiamo che il console _Limenio_ seguitò ad essere
prefetto di Roma e prefetto del pretorio sino al dì 8 di aprile.
Restarono vacanti queste due dignità, senza che se ne sappia il perchè,
sino al dì 18 di maggio, in cui tutte e due furono conferite ad
_Ermogene_. Dall'Apologia di sant'Atanasio[68] si può ricavare che
Costante Augusto ne' primi mesi di quest'anno soggiornasse nelle Gallie;
perchè il santo vescovo, chiamato da lui, si portò colà prima di passare
ad Alessandria, giacchè finalmente di consenso dell'imperadore Costanzo
egli ricuperò in quest'anno la sedia sua. Truovasi poi Costante in
Sirmio della Pannonia nel dì 27 di maggio, ciò apparendo da una sua
legge. Libanio[69] anche egli attesta che questo principe nell'anno
presente visitò le città d'essa Pannonia. Quanto all'Augusto Costanzo,
apprendiamo dalle leggi del Codice Teodosiano ch'egli nel principio
d'aprile soggiornava in Antiochia, e da Emesa scrisse a sant'Atanasio
per sollecitarlo a tornarsene in Oriente. Alcune leggi da lui date in
quest'anno ci fan conoscere la premura di lui per reclutar le milizie
sue, e per ben disciplinarle. Imperciocchè i Persiani, con tutte le
percosse patite nell'anno precedente, non rallentavano punto le
disposizioni per seguitar le guerra, divenuta oramai una perniciosa
cancrena de' Romani in quelle parti; imperciocchè anno non passò,
durante il regno di Costanzo, in cui egli fosse esente dalle minaccie ed
incursioni di quella nemica e potente nazione, ora con vantaggio, ed ora
con isvantaggio delle sue genti. Intorno a che convien osservare due
diverse figure che fecero i due pagani Giuliano Apostata[70] e
Libanio[71]. Finchè visse Costanzo, l'eloquenza loro trovò dei luoghi
topici per esaltare il di lui valore e la sua condotta in fare e
sostenere quella guerra. Ma da che egli compiè la carriera de' suoi
giorni, amendue se ne fecero beffe, e formarono di lui un ben diverso
ritratto. All'udir questi due adulatori, Costanzo più volte gittò dei
ponti sul fiume Tigri, e passò anche sulle terre nemiche, tal terrore
spargendo ne' Persiani, che non osavano di lasciarsi vedere per
difendersi dai saccheggi. Passava egli il verno in Antiochia, e nella
state era in campagna contro i nemici, i quali si stimavano felici se
potevano fuggire e nascondersi dal valore di questo augusto eroe. Che se
riuscì talvolta a coloro di riportar qualche vantaggio sopra i Romani,
fu solamente per mezzo d'imboscate, e col mancare alle tregue. Passato
poi all'altra vita esso Costanzo, mutò linguaggio il sofista Libanio,
con dire che a lui non mancavano già buone milizie per vincere i
Persiani, ma bensì un cuore di principe e una testa di capitano. Alla
primavera comparivano i nemici per assediar qualche fortezza, e Costanzo
aspettava la state per uscire in campagna; ed usciva, non già per andar
contra di loro con tutto il suo magnifico apparato, ma per fuggir con
diligenza, informandosi studiosamente a tal fine de' lor movimenti per
ischivarli; di maniera che terminava ordinariamente la campagna in
tornarsene i Persiani alle lor case pieni di spoglie dei miseri abitanti
della Mesopotamia: dopo di che Costanzo si lasciava vedere per le città
e luoghi saccheggiati, quasichè la venuta sua avesse messo lo spavento
in cuore ai nemici, e fattili ritirare. In somma ci rappresentano
Costanzo per un vile coniglio; e pur troppo, se si ha da parlare
schietto, contuttochè, siccome abbiam veduto, san Girolamo[72] parli di
nove combattimenti seguiti in tutto il corso di questa guerra fra i
Romani e i Persiani; pure ogni storico[73] in fine confessa che l'armi
di Costanzo non cantarono mai vittoria alcuna, anzi ebbero sempre delle
busse; e che i Persiani presero e saccheggiarono or questa, or quella
città, fecero gran copia di prigioni; e quantunque d'essi ancora fosse
talvolta fatta strage, secondo le vicende giornaliere della guerra, pure
senza paragone fu il danno patito dalle armate e terre romane. Ed ecco
in succinto un'idea della lunghissima guerra di Costanzo coi Persiani,
guerra infelice per lui, perchè principe sprovveduto di coraggio e saper
militare, e perchè egli aveva ancora dei non lievi peccati che
meritavano poco l'assistenza di Dio per felicitarlo in questa vita.
Abbiamo da Teofane[74] che un fiero tremuoto diroccò in quest'anno la
maggior parte della città di Berito nella Fenicia, il che fu cagione che
molti di que' pagani ricorressero alla chiesa e chiedessero il
battesimo. Ma costoro dipoi, separatisi dai cristiani, fecero una
assemblea, dove praticavano le cerimonie imparate da essi, vivendo nel
rimanente da pagani.
NOTE:
[67] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.
[68] Athan., in Apolog.
[69] Liban., Orat. III.
[70] Julian., Orat. I et II.
[71] Liban., Orat. III.
[72] Hieron., in Chron.
[73] Ammianus. Socrates. Festus. Eutropius et alii.
[74] Theophan., in Chronogr.
Anno di CRISTO CCCL. Indizione VIII.
GIULIO papa 14.
COSTANZO imperadore 14.
_Consoli_
SERGIO e NIGRINIANO.
Ad Ermogene nella prefettura di Roma succedette nel dì 27 di
febbraio[75] _Tiberio Fabio Tiziano_. Funestissimi furono gli
avvenimenti e le rivoluzioni di quest'anno specialmente per la
sventurata morte di _Costanzo Augusto_. Truovavasi egli nelle Gallie, e
perchè regnava la pace fra tutti i popoli, il familiare suo divertimento
consisteva nella caccia, dietro alla quale era perduto: il che dicono
alcuni fatto per tenersi con questo esercizio sempre disposto per le
occorrenze e fatiche della guerra. Non badò egli che nel suo stesso seno
nudriva de' più fieri nemici. _Magno Magnenzio_ (così il miriamo
nominato nei marmi e nelle medaglie), capitano allora di una o due
compagnie delle guardie, prevalendosi della disattenzione del principe,
quegli fu[76] che nella città di Autun tramò una congiura contra la vita
di lui, con tirar nel suo partito Marcellino, presidente della camera
angustale, Cresto ed altri uffiziali della milizia. Venuto il dì
destinato a fare scoppiar la mina, cioè il dì 18 di gennaio, come s'ha
da Idazio e dalla Cronica Alessandrina, Marcellino (se pur non fu lo
stesso Magnenzio), col pretesto di solennizzare il giorno natalizio di
un suo figliuolo, invitò l'uffizialità ad un lauto convito, e
massimamente Magnenzio. Dopo aver costoro ben rallegrato il cuore, e
fatto durare il banchetto sino ad una parte della notte, _Magnenzio_
alzatosi, e ritiratosi in una camera, quivi si vestì della porpora
imperiale, e poi tornò a farsi vedere in quell'abito ai convitati. Una
parte d'essi già congiurata l'acclamò _Augusto_; gli altri per le parole
e promesse dell'usurpatore si lasciarono anche essi condurre a
riconoscerlo tale. Presa poi la cassa del principe, coll'impiego di quel
danaro seppe Magnenzio guadagnar le milizie quivi acquartierate e il
popolo di Autun, e qualche cavalleria venuta di fresco dall'Illirico.
Proclamato che fu imperadore l'indegno Magnenzio, non differì punto
d'inviar gente per levar la vita all'Augusto Costante, con far anche
tener serrate le porte della città, affinchè niuno uscendo gli recasse
l'avviso della nata ribellione, e lasciando solamente l'adito a chi
voleva entrarvi. Secondo Zonara, fu ucciso il misero Costante verso il
fiume Rodano, dove, ritrovato a dormire stanco per le fatiche della
caccia, da questo passò ad un più lungo sonno. Ma convengono i più
antichi storici[77] in dire ch'egli, non ostante la precauzion presa dal
tiranno, fu immediatamente avvertito della succeduta novità; e però,
deposti gli abiti e le insegne imperiali, fuggì con isperanza di
salvarsi in Ispagna. Ma avendogli tenuto dietro Gaisone con alquanti
cavalieri scelti per ordine di Magnenzio, il raggiunse ad Elena,
castello vicino ai monti Pirenei, a cui Costantino il Grande suo padre
avea dato questo nome in onor della madre, e quivi il trucidò. Presero
di qui motivo alcuni d'inventar una favola, narrata poi da Zonara[78]
come una verità, cioè che dagli strologhi fu predetto a Costantino suo
padre che questo figliuolo morrebbe in seno dell'avola, cioè di
sant'Elena. Morta ella prima di Costante, fu derisa la predizione
suddetta, che poi in altra maniera si verificò, con essere egli stato
svenato nel suddetto castello in età di soli trent'anni.
Come è il costume, dopo la morte di questo sventurato principe, chi ne
fece elogi, e chi mille iniquità raccontò o, per dir meglio, inventò
della sua persona. Si può ben credere che i partigiani di Magnenzio non
lasciarono via alcuna per iscreditar lui, e nello stesso tempo scusare,
se era possibile, la rivolta detestabile del tiranno. E perchè egli fu
principe zelante della religione cristiana, non è da stupire se gli
scrittori pagani[79], cioè Eutropio, Aurelio Vittore e il velenoso
Zosimo, l'infamarono a tutto potere, attribuendogli gran copia di vizii.
E Zonara poi, prestando fede a Zosimo, denigrò anch'egli non poco la di
lui memoria. Sopra gli altri esso Zosimo il descrive per un cane verso
de' suoi sudditi, trattandoli con inaudita crudeltà, ed aggravandoli con
eccessive imposte, e tenendo al suo servigio dei Barbari, ai quali
permetteva l'usare ogni sorta di violenza. Il tacciano ancora d'una
sfrenata libidine, e fin della più abbominevole, di una sordida
avarizia, e di avere sprezzato le persone militari. Sopra tutto dicono
ch'egli sommamente pregiudicò a sè stesso colla cattiva scelta dei
governatori delle provincie, vendendo le cariche, e che specialmente i
perversi suoi ministri gli tirarono addosso l'odio di ognuno; di modo
che divenne insopportabile il suo governo. Può darsi che parte di tanti
vizii non fosse sognata, ma più verisimilmente ancora si dee credere che
con alcune verità sieno mescolate molte calunnie. Certamente gli autori
cristiani[80] parlano con lode di questo principe, gran difensore della
religione cattolica contro gli ariani e donatisti, propagatore del
Cristianesimo, e che non cessava di esercitar la sua liberalità verso i
sacri templi. Confessano gli stessi pagani[81] che gran pruove diede
egli del suo valore in varie congiunture, e che era assai temuto dai
popoli della Germania. Libanio[82] poi, nell'orazione recitata nell'anno
precedente, di lui vivente fa un bell'elogio, rappresentandolo come
principe attivo, vigilante, sobrio, e nemico, non solamente degli
eccessi del vino e delle femmine, ma anche dei teatri e d'altri simili
divertimenti. Pare, in somma, che buona parte de' disordini nascesse non
da lui, perchè la poca sanità sua, per essere gottoso di mani e di
piedi, non gli permetteva di far molto, ma bensì da' suoi cattivi
ministri. Comunque sia, non dovettero mancar dei reati di Costante nel
tribunale di Dio; e grande soprattutto ne sarebbe stato uno, se fosse
vero, cioè che ingiustamente e a tradimento egli avesse procurata la
morte del suo maggior fratello Costantino: del che parlammo di sopra.
Non si sa ch'egli lasciasse dopo di sè figliuoli. E nè pur ebbe moglie.
Avea ben egli contratti gli sponsali con Olimpiade figliuola di Ablavio,
primo ministro di suo padre, ma di tenera età, e per la di lui morte
violenta non si effettuarono le nozze. Questa giovinetta fu poi data da
Costanzo in moglie ad Arsace re dell'Armenia, che se ne compiacque
assaissimo, come di un insigne favore, siccome attesta Ammiano[83]. Ma a
sant'Atanasio[84] parve uno strano mancamento di rispetto al fratello
l'aver Costanzo Augusto maritata con un Barbaro chi era stata
considerata qual moglie dell'imperador Costante.
Restò dunque l'usurpatore _Magnenzio_ padrone delle Gallie, alle quali
tennero dietro le Spagne e la Bretagna; ed essendosi egli affrettato a
spedir truppe, regali e larghe promesse in Italia[85], trasse ancor
queste provincie colla Sicilia e coll'altre isole, ed anche l'Africa
alla sua divozione. Ch'egli, dopo aver ucciso Costante, scrivesse a nome
di lui varie lettere agli uffiziali lontani, che o per lo merito loro, o
per l'amore a Costanzo potessero disapprovar l'assunzione suo al trono,
e che per istrada li facesse uccidere, lo scrive Zonara[86], ma con poca
verisimiglianza. Certo è bensì che Magnenzio, considerando il bisogno
ch'egli aveva di buone braccia per sostenersi nell'usurpata signoria,
conferì dipoi, cioè nell'anno seguente, il titolo di _Cesare_ a
_Decenzio_, che, secondo il giovane Vittore[87], era suo parente, o pure
suo fratello, come vuol l'altro Vittore[88] ed Eutropio[89]. Questi si
trova nelle monete[90] appellato _Magno Decenzio_. Similmente diede
dipoi il nome di _Cesare_ a _Desiderio_ suo fratello, di cui si trova
ancora qualche medaglia, se di legittimo conio, non so. Era
Magnenzio[91] originario dalla Germania, nato da Magno, uno forse di
coloro che furono trasportati da' paesi germanici ad abitar nelle
Gallie. Però Aurelio Vittore[92] il fa nato nelle medesime Gallie. Ma
Giuliano Apostata chiaramente scrive che costui fu condotto prigioniero
dalla Germania nelle Gallie a' tempi di Costantino il Grande, ed,
ottenuta la libertà, si diede alla milizia, dove fece di molte prodezze.
Alto di statura, robusto di corpo, avea studiato lettere, e si dilettava
molto di leggere, nè gli mancava eloquenza e forza nel discorso. Secondo
Zonara[93], egli comandava allora ad alcune milizie appellate Gioviane
ed Erculie, che si suppongono guardie del corpo formate da Diocleziano e
Massimiano Augusti. Filostorgio[94] pretende ch'egli fosse pagano; ma le
medaglie cel rappresentano cristiano, forse di solo nome, e di coloro,
senza fallo, ne' quali l'ambizione sconciamente prevale alla religione.
Chiunque degli antichi[95] parla de' costumi di lui, cel dipinge per
uomo d'insopportabil avarizia e crudeltà, e che tutte le sue azioni
spiravano quella barbarie e salvatichezza ch'egli portò dalla nascita.
Fiero nelle prosperità, timido e vile nelle avversità, dotato
nondimeno[96] di tale accortezza, che sapea comparire un bravo allorchè
più tremava. Sant'Atanasio[97], il quale, per esperienza, sapeva qual
fosse il merito di costui, non ebbe difficoltà di scrivere che egli era
un empio verso Dio, spergiuro, infedele agli amici, amico degli stregoni
ed incantatori, e finalmente una bestia crudele, un diavolo. Non indegno
certamente di questi titoli comparve chi contra tutte le leggi della
religione e della natura aveva assassinato il proprio principe, e
toltogli imperio e vita. Dovette ben tentare Magnenzio ancora di
stendere le griffe alle provincie dell'Illirico, anch'esse in addietro
sottoposte al dominio dell'ucciso Costante; ma gli andò fallito il
colpo.
Trovavasi nella Pannonia generale della fanteria _Vetranione_[98], uomo
originario della Mesia superiore, invecchiato nel mestier della guerra,
cristiano di professione, come eziandio si deduce dalle medaglie[99].
All'udire Aurelio Vittore[100], questi era persona di brutal barbarie,
corrispondente alla vil sua nascita, che nè pur sapea leggere, che
pareva uno stolido, ed era in fine un pessimo uomo. Ben diversamente
parla di lui Giuliano l'Apostata[101], mostrando stima delle di lui
qualità; ed Eutropio[102] ne fa un elogio, con descriverlo vecchio,
fortunato nell'armi, che si faceva amare da tutti per la sua civiltà ed
umore allegro, per la sua probità e pel suo vivere all'antica, ancorchè
nulla avesse studiato, e cominciasse solamente in questi tempi ad
imparar di leggere e scrivere. Vetranione adunque, intesa ch'ebbe la
morte dell'Augusto Costante, e trovata sì bella occasione, si fece
acclamare _Augusto_ dalla sua armata, ed occupò tutte le dipendenze
dell'Illirico, cioè la Pannonia, le Mesie, la Grecia, la Macedonia ed
ogni altra parte di quelle contrade; e ciò nel primo giorno di marzo,
come s'ha dalla Cronica Alessandrina[103], e non già di maggio, come per
errore si legge nel testo d'Idazio[104]. Se abbiamo qui a prestar fede a
Filostorgio[105]; non di suo capriccio Vetranione prese la porpora, ma
per consiglio di _Costantina Augusta_, sorella di Costanzo Augusto e
vedova di Annibaliano, già re del Ponto, la quale, temendo che Magnenzio
non s'impadronisse anche dell'Illirico, con questo ripiego volle parare
il colpo. Aggiugne quello storico che si andò ancora di concerto con
esso Costanzo, e che egli mandò il diadema a Vetranione. Teofane[106]
del pari lasciò scritta la risoluzion suddetta di Costantina, per
opporre questo Augusto, creatura sua, al tiranno Magnenzio; e lo stesso
vien accennato da Giuliano[107]. Scrive inoltre Zonara[108] che
Vetranione mandò a chiedere soccorso di gente e danaro a Costanzo, da
cui, per testimonianza di Giuliano, venne fornito di tutto, giacchè
Vetranione protestava di voler tenere esso Costanzo per suo imperadore,
con far egli non altra figura che quella di suo luogotenente. Dal che
veniamo ad intendere, perchè, avendo anche Magnenzio inviato a lui dei
deputati per tirarlo nel suo partito, tuttavia Vetranione preferì sempre
l'alleanza di Costanzo, e si dichiarò contra del tiranno Magnenzio.
Vegniamo alla terza scena. Avea ben Roma accettato per suo signore il
suddetto Magnenzio; ma _Flavio Popilio Nepoziano_, già stato console
nell'anno 336, per essere figliuolo d'_Eutropia_ sorella del gran
Costantino, trovò d'avere dal canto suo più diritto al dominio di Roma,
che il barbaro traditore Magnenzio; e però[109], unita una gran frotta
di giovani scapestrati, ladri e gladiatori, e presa la porpora nel dì 3
di giugno, venne alla volta di Roma. Uscito con sue genti contra di lui
_Aniceto_, o sia _Anicio_, prefetto del pretorio di Magnenzio, tardò
poco a tornarsene indietro sconfitto, e fece serrar le porte di Roma.
Per forza, al dire d'Aurelio Vittore, Nepoziano v'entrò dipoi, e gran
sangue sparse, verisimilmente di chi sosteneva la fazion di Magnenzio.
Ma che? non passò un mese, che quel _Marcellino_, da cui si può dire che
Magnenzio avea in certa guisa ricevuto l'imperio, e che era divenuto
sopraintendente a tutta la di lui corte, spedito con grandi forze da
esso Magnenzio, venne ad affrontarsi coi Romani[110]. Abbiamo da san
Girolamo[111], che per tradimento di un Eraclida senatore rimasero
sconfitti i Romani, ed ucciso Nepoziano, la cui testa sopra una picca fu
dipoi portata per Roma. A questa vittoria tenne dietro un gran macello
di chiunque s'era dichiarato parziale di Nepoziano. Sfogò Marcellino
inoltre la rabbia sua contra di qualunque persona che avesse attinenza
per via di donne alla famiglia imperiale, e vi perì fra l'altre la
stessa _Eutropia_ madre di Nepoziano e zia dell'Augusto Costanzo. Anche
Temistio fa menzione[112] delle crudeltà usate da Magnenzio contra del
senato e popolo di Roma; queste nondimeno si veggono attribuite da
Giuliano[113] ai ministri di lui, cioè, per quanto si può credere, al
suddetto Marcellino. Santo Atanasio[114] parla anch'egli di tali
carnificine, siccome altresì nella sua Storia Socrate[115], con asserire
che molti senatori vi perderono la vita, e con supporre che Magnenzio in
persona venisse a Roma: del che non resta alcun altro segnale nelle
antiche storie. Abbiamo bensì da Giuliano[116] ch'egli fece morir molti
uffiziali della propria armata, ed obbligò con un eccesso di tirannia i
popoli a pagare al suo fisco la metà dei lor beni sotto pena della vita
(il che se non s'intende della metà delle rendite, io non so credere
vero e nè pur possibile). Diede anche licenza agli schiavi di denunciare
i lor padroni, e sforzò altri a comperar le terre del principato, con
altre iniquità che non sono espressamente dichiarate dagli scrittori
d'allora. E tutto per ammassar danaro e milizie, sotto pretesto di voler
muover guerra ai Barbari, ma in effetto per farla contra di Costanzo.
Mentre in queste rivoluzioni di cose si trovava involto l'Occidente, non
era meno in tempesta l'Oriente. Imperocchè in quest'anno, di nuovo
ritornò Sapore re della Persia[117] ad assediar Nisibi nella
Mesopotamia, dopo aver dato un gran guasto a que' paesi e presi ancora
varii castelli. Non oso io decidere se questo sia il secondo o pure il
terzo assedio di quella città, come fu d'avviso il Tillemont[118]; il
quale scrive che _Lucilliano_, suocero di Gioviano, che fu poi
imperadore, era comandante allora di Nisibi, e fece una maravigliosa
difesa. Zosimo[119], parlando d'esso Lucilliano, e della sua bravura in
difendere quella città, chiaramente riferisce quell'assedio, non al
presente anno, ma bensì all'anno 360, siccome allora vedremo. Può essere
che Zosimo s'ingannasse scambiando i tempi, come il Petavio
avvertì[120]. Quanto al presente, l'abbiamo descritto da Giuliano[121],
da Teodoreto[122], da Zonara[123] e da altri, i quali ci fan vedere i
mirabili sforzi de' Persiani per espugnar quella fortezza. Giacchè a
nulla servivano gli assalti, gli arieti e le mine, ricorse Sapore al
ripiego di levar l'acqua ai cittadini, con voltare altrove il fiume
Migdonio che passava per mezzo alla città. Ma pozzi e fontane non
mancarono al bisogno di quegli abitanti. Quindi si studiò Sapore
d'inondar con quel fiume la città; ma essendo alto il piano d'essa,
altro non fecero le acque che allagarla d'intorno. Se con delle macchine
poste sopra navi fu fatta guerra alle mura, vi si trovarono anche
valorosi difensori che vano renderono ogni sforzo nemico. L'ultima e più
formidabile pruova per vincere l'ostinata città, fu quella di trattener
l'acque del fiume alla maggior possibile altezza, e poi di lasciarle
precipitar addosso alle mura. In fatti ne restò abbattuta una parte, ed
allora i Persiani alzarono un grido, come se già si vedessero padroni di
Nisibi. Ma affacciatisi dipoi alla breccia per entrarvi, vi trovarono
una resistenza sì forte, che furono obbligati a ritirarsi, avendo anche
il cielo combattuto con pioggia e fulmini in favore de' difensori.
Concordano gli storici cristiani che l'assistenza e le preghiere del
santo vescovo della città suddetta, Jacopo, quelle furono che ottennero
da Dio la preservazione di Nisibi tanto ora, quanto ne' precedenti
assedii, sicchè non cadesse in man dei Persiani. Rifecero i Nisibini un
muro interiore, e contuttochè Sapore continuasse pertinacemente anche un
mese l'assedio, pure altro non ne riportò che la perdita d'assaissime
migliaia d'uomini e cavalli, e di moltissimi elefanti, per tal maniera
che scornato dopo quattro mesi si vide sforzato a levar il campo, e a
ritornarsene al suo paese, dove sfogò la sua rabbia contro molti de'
suoi uffiziali, imputando a lor difetto l'infelice riuscita di
quell'impresa, secondo l'uso dei tiranni d'Oriente, presso i quali ogni
perdita si attribuisce a colpa de' generali, e si punisce la sfortuna
come un grave delitto. Restò con ciò abbassata non poco la superbia e
fierezza del re persiano, nel cui regno entrati intanto i Massageti,
fecero vendetta anch'essi dei danni recati al paese cristiano.
Durante questo celebre assedio s'era trattenuto l'Augusto Costanzo in
Edessa e in Antiochia senza osare di comparir in campo contra
dell'innumerabil esercito de' Persiani; e poichè intese la loro
ritirata, tutto lieto rivolse più che mai i pensieri agli affari
dell'Occidente, non parendo probabile ch'egli partisse prima di
quell'assedio dalla Soria, come ha l'autore della Cronica
Alessandrina[124]. Aveva egli in questo tempo raunata quanta gente atta
all'armi egli potè raccogliere dai suoi Stati, ed allestita anche una
formidabil flotta di navi, che dall'adulatore Giuliano[125] vien
chiamata superiore a quella di Serse. L'intenzione sua era di procedere
con tutto queste forze contra del tiranno Magnenzio; ed affinchè i
nemici persiani non si prevalessero della sua lontananza, provvide tutte
le fortezze di frontiera di buone guarnigioni, di macchine e di viveri;
e poi si mosse dalla Soria alla volta di Costantinopoli. Aveva più d'una
volta Magnenzio spediti suoi deputati ad esso Costanzo, per trattare un
qualche accordo, affin di assicurare e legittimare l'usurpazion sua: e
di ciò parla anche sant'Atanasio[126]. Ma Costanzo, che si credeva avere
dalla sua Vetranione, divenuto imperadore dell'Illirico, e, per
conseguente, giudicava il suo partito superiore di forze a quello del
tiranno, niun ascolto avea dato finora a sì fatte proposizioni. Restò
egli dipoi ben sorpreso o stordito, allorchè gli giunse l'avviso che
Vetranione e Magnenzio aveano fatta pace fra loro. Più ancora crebbe
l'apprensione e l'affanno suo, quando arrivò ad Eraclea della
Tracia[127], perchè ivi se gli presentarono gli ambasciadori di amendue,
cioè _Rufino_ prefetto del pretorio, _Marcellino_ già da noi veduto il
braccio diritto di Magnenzio, e general delle sue armi, insieme con due
altri primarii uffiziali, cioè Nuneco e Massimo. Esposero costoro che
Magnenzio e Vetranione erano pronti a riconoscere Costanzo per Augusto
primario, purchè egli volesse lasciar loro godere il medesimo titolo,
cercando di persuaderglielo con ricordare gl'incerti avvenimenti delle
guerre. Magnenzio inoltre, per assodar meglio l'amicizia, proponeva di
torre per moglie Costanza, o pur Costantina, sorella del medesimo
Costanzo, esibendo nello stesso tempo a Costanzo una sua figliuola per
moglie: segno che egli era vedovo allora. Trovossi ben imbrogliato
Costanzo, nè sapea qual risoluzion prendere, se non che Zonara[128]
scrive essergli apparuto in sogno Costantino suo padre, che presentargli
Costante, gli ordinò di vendicarne la morte, e gli promise la vittoria.
Vera o falsa che sia tal diceria, certo è intanto che Costanzo rigettò
ogni proposizion di Magnenzio; ma forse trattò più dolcemente con quei
di Vetranione.
Quindi coraggiosamente marciò innanzi, ed arrivò sino a Serdica,
capitale della Dacia novella[129]. Turbossi veramente Vetranione
all'improvvisa venuta di Costanzo: ma non lasciò di andare ad
incontrarlo con un corpo vigoroso d'armata, maggiore ancora di quella di
Costanzo: il che si crede che inducesse Costanzo a trattar
amichevolmente con lui, e dopo avergli confermato il titolo d'Augusto,
ed unite le sue colle di lui milizie, si diede a trattar seco delle
maniere di opprimere Magnenzio. Un dì poi alla presenza di tutte le lor
truppe salirono amendue sopra un palco, e Costanzo, come più
privilegiato per la preminenza della sua nascita, fece[130] una arringa
in latino a quell'esercito, ricordando ad ognuno la liberalità loro
usata da Costantino suo padre, e il giuramento da essi prestato di dare
assistenza ai di lui figliuoli, e pregando ognuno di mostrar la fedeltà
e l'amore dovuto, per vendicar la morte di suo fratello Costante, e per
non lasciar impunito l'indegno usurpatore Magnenzio. Finì con dire che
egli non dimandava se non quello che gli conveniva di ragione, essendo
di dovere che l'eredità di un fratello pervenisse all'altro. Stava ben
la lingua in bocca a Costanzo, e però tra il suo bel dire, e l'aver
dalla sua tutto il suo esercito, con aver anche guadagnato con regali
segretamente molti dell'armata di Vetranione, ancorchè nulla
specificatamente proferisse contra d'esso Vetranione, tuttavia quelle
milizie all'improvviso con alte grida si lasciarono intendere di non
volere se non _Costanzo_ per imperadore[131], che a lui solo
servirebbono, per lui solo spenderebbono sangue e vita. Accortosi allora
troppo tardi il vecchio _Vetranione_ della rete, in cui era caduto,
altro scampo non ebbe che di gittarsi ai piedi dell'Augusto, e di
deporre la porpora e il diadema. Costanzo, senza lasciarsi vincere in
cortesia, l'abbracciò, chiamollo suo padre, e gli diede volentieri la
mano a scendere dal trono. Succedette questo fatto nel dì 25 di dicembre
dell'anno presente, e non già del seguente, come ha Idazio[132];
imperciocchè la Cronica Alessandrina[133] ed anche Aurelio Vittore[134]
non danno più di dieci mesi d'imperio a Vetranione. Che in Naisso, città
della Dacia novella, si trovasse allora Costanzo, l'abbiamo da san
Girolamo[135], ma Socrate e Sozomeno dicono in Sirmio. Dan qui nelle
trombe Giuliano[136] e Temistio[137], esaltando con lodi magnifiche
Costanzo, per essersi egli con tanta animosità, eloquenza e destrezza
sbrigato di questo competitore, ed aver con sì poca fatica guadagnate
tante e sì fertili provincie, piene di popoli bellicosi, ed insieme
un'armata di venti mila cavalli, e d'una copiosissima fanteria. Quello
che indubitatamente ognun riconoscerà per lodevole in Costanzo è il
trattamento ch'egli fece al deposto Vetranione. Gli avrebbono fra poco
tempo i tiranni sotto qualche pretesto tolta la vita, acciocchè non
potesse risorgere. Ma Costanzo[138], senza permettere che gli fosse
fatto alcun torto, il tenne seco a tavola, poscia il mandò ad abitare in
Prusa di Bitinia, con ordine che gli fosse fatto un trattamento
onorevole ed anche delizioso. Quivi, secondo Zonara[139], egli
tranquillamente campò anche sei anni, esercitandosi in opere di
cristiana pietà e in limosine ai poveri, con trovar più dolce quella
vita, siccome libera dalle spine dei gran governi. Sovente ancora[140]
scrisse a Costanzo, ringraziandolo del bene fattogli, con liberar la sua
vecchiaia dalle inquietudini del principato, ed esortandolo ad
abbracciar anch'egli un eguale stato di felicità. Il testo di Socrate
pare che dica ciò scritto da Costanzo a Vetranione; ma han creduto il
Tillemont[141] e il Fleury[142] che colla mutazion sola d'una parola più
naturale sia il primo senso, e al loro parere par giusto l'attenersi.
NOTE:
[75] Bucher., in Catalogo.
[76] Idacius, in Fast. Zosimus, lib. 2, cap. 42. Zonar., in Eutrop.
Aurelius Victor. Socrat. et alii.
[77] Zosimus. Idacius. Hieron. Aurel. Victor.
[78] Zonaras, in Annal.
[79] Athanasius, in Apolog. Optatus, lib. 3.
[80] Victor, in Epitome. Victor, de Caesarib. Eutrop., in Breviar.
[81] Aurelius Victor. Eutropius.
[82] Liban., Orat. III.
[83] Ammianus Marcellinus, lib. 20, cap. 11.
[84] Athanasius, in Epistol. ad Solitar.
[85] Julian., Orat. I. Zosimus, lib. 2, cap. 43.
[86] Zonar., in Annal.
[87] Aurelius Victor, in Epitome.
[88] Idem, de Caesarib.
[89] Eutrop., in Breviar.
[90] Mediobarbus, Numismat. Imper.
[91] Julian., Orat. I.
[92] Aurelius Victor, de Caesarib.
[93] Zonaras, in Annal.
[94] Philostorgius, lib. 3, cap. 26.
[95] Julian. Libanius. Zosimus et alii.
[96] Aurelius Victor, in Epitome.
[97] Athanasius, in Apolog.
[98] Chron. Alexandrinum.
[99] Mediobarbus, Numismat. Imper.
[100] Aurelius Victor, de Caesarib.
[101] Julian., Orat. I.
[102] Eutrop., in Breviar.
[103] Chron. Alexandrinum.
[104] Idacius, in Fastis.
[105] Philostorg., Histor., lib. 3, cap. 22.
[106] Theophan., in Chronogr.
[107] Julian., Orat. I.
[108] Zonaras, in Annalibus.
[109] Zosimus, lib. 2, cap. 43. Idacius. Aurel. Victor. Eutrop.
[110] Idacius, in Fastis.
[111] Hieronymus, in Chronico.
[112] Temisthius, Orat. III.
[113] Julian., Orat. II.
[114] Athan., in Apolog.
[115] Socrat., lib. 1, cap. 32.
[116] Julian., Orat. I.
[117] Idacius, in Fastis. Socrates, Histor. Eccl., lib. 2, cap. 26.
Chron. Alexandrinum. Zonaras, in Annalib. Julian., Orat. II.
[118] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[119] Zosimus, lib. 3, cap. 8.
[120] Petav., in Notis ad Julianum.
[121] Julian., Orat. II.
[122] Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 26. Chron. Alexandrinum.
[123] Zonaras, in Annalib.
[124] Chron. Alexandr.
[125] Julian., Orat. I.
[126] Athanasius, Apolog.
[127] Petrus Patricius, de Legat. Tom. I Histor. Byzant.
[128] Zonaras, in Annal.
[129] Julian., Orat. II.
[130] Zosimus, lib. 2, cap. 44.
[131] Socrat., lib. 2, cap. 28. Zonar., in Annal.
[132] Idacius, in Fastis.
[133] Chronic. Alexandrinum.
[134] Aurel. Vict., de Caesarib.
[135] Hieron., in Chron.
[136] Julian., Orat. I.
[137] Themistius, Orat. III.
[138] Chron. Alex. Philostorg. Zosimus. Julianus et alii.
[139] Zonar., in Annal.
[140] Socrat., lib. 2, cap. 28.
[141] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[142] Fleury, Hist. Eccl., lib. 13.
Anno di CRISTO CCCLI. Indizione IX.
GIULIO papa 15.
COSTANZO imperadore 15.
Dopo il consolato di SERGIO e
NEGRINIANO.
Così è notato in tutti i Fasti, perchè nei paesi dipendenti da Costanzo
Augusto non furono riconosciuti i consoli che Magnenzio elesse per
quest'anno in Roma. Per altro abbiamo la testimonianza dell'Anonimo[143]
Autore de' prefetti di Roma che _Magnenzio_ e _Gaisone_ (lo stesso che
tolse di vita Costante Augusto) furono consoli in Roma nell'anno
presente. Un frammento nondimeno d'antica iscrizione, da me dato alla
luce[144], parla di _Magnenzio_ e _Decenzio consoli_, e parrebbe che
appartenesse a questo anno. Quanto alla prefettura di Roma, v'ebbe più
volte cangiamento di ministri nell'anno corrente[145]. _Fabio Tiziano_
la tenne per i due primi mesi. Nel primo dì di marzo a lui succedette
_Aurelio Celsino_. Nel dì 12 di maggio _Celio Probato_, al quale nel dì
7 di giugno fu sostituito _Clodia Adelfio_; e nel dì 18 di dicembre
surrogato gli fu _Valerio Procolo_. Fra gli altri Adelfio fu sospettato
di nudrir pensieri pregiudiziali contra di Magnenzio, come s'ha da
Ammiano Marcellino[146]. Passò l'Augusto Costanzo il verno in Sirmio
della Pannonia, dove andò facendo le necessarie disposizioni per
procedere ostilmente al primo addolcirsi della stagione contra del
tiranno Magnenzio. Ma eccoti novelle che il re Sapore di Persia[147] con
formidabile armata minacciava di nuovo la Mesopotamia, e corse anche
voce che entratovi dopo fieri saccheggi fosse ritornato indietro.
Conobbe allora Costanzo di non poter solo accudire a due diverse guerre,
e che per acquistar l'Occidente, correva pericolo di perder l'Oriente; e
però venne alla risoluzione di eleggersi un collega, il quale mentr'egli
guerreggiava nell'una parte, avesse l'occhio alla difesa dell'altra.
Niuna prole maschile fin qui gli aveva dato Iddio, e nè pur gliene diede
dipoi. Rivolse dunque il guardo a _Gallo_ suo cugino, figliuolo di
_Giulio Costanzo_, cioè di un fratello del gran Costantino. Avea _Gallo_
col fratello suo _Giuliano_, che fu poi Apostata, quasi miracolosamente
scappata la morte nell'anno 337, allorchè Costante Augusto fece
quell'orrido macello di tanti suoi parenti, e fra gli altri del padre
d'esso Gallo. Tornato poi in sè stesso, non solo lasciò di perseguitare
i due giovanetti cugini[148], ma ebbe cura di farli signorilmente
educare, con restituire a Gallo buona parte de' beni paterni e a
Giuliano quei della madre, tenendoli nondimeno amendue come in una
specie d'esilio in varii luoghi, e specialmente in una terra della
Cappadocia. L'occasione suddetta portò che gli affari di Costanzo
abbisognassero d'un braccio fedele per costodir l'Oriente dai continuati
insulti de' Persiani. Costanzo adunque, chiamato a sè Gallo, gli conferì
il titolo e la dignità di _Cesare_ nel dì 15 di marzo[149], e nel
medesimo tempo volle ch'egli sposasse sua sorella, chiamata da alcuni
_Costanza_, ma che, per attestato di Ammiano, fu veramente _Costantina_,
vedova del già re Annibaliano. Poscia il mandò alla difesa dell'Oriente,
dandogli per generale dell'armi _Lucilliano_. Benchè _Gallo_ prendesse
allora il nome di _Costanzo_, o per onorare il benefattore Augusto, o
pure per ricreare suo padre Giulio Costanzo, nientedimeno gli scrittori
continuarono a chiamarlo Gallo, per non confondere il nome di lui con
quello del regnante imperadore. Il Gotofredo[150] fu di parere che Gallo
assumesse il nome non di Costanzo, ma di _Costante_, citando in prova di
ciò Idazio[151] e l'autore della Cronica Alessandrina[152], ma il
Tillemont[153] con più fondamento sostenne la precedente opinione; e pur
troppo si trovano nelle memorie antiche sovente confusi e cambiati
questi nomi per la loro vicinità, o per le abbreviature. Dovrebbono
servire a decidere questa per altro poco importante quistione le
medaglie[154] rapportate da varii autori col CONSTANTIVS GALLVS, se noi
fossimo certi della loro legittimità. In passando esso Gallo per
Nicomedia[155], visitò Giuliano suo fratello, ivi dimorante sotto la
disciplina di Eusebio vescovo ariano di quella città.
Solamente in quest'anno fu, per attestato di Zosimo[156] e di
Zonara[157], che il tiranno Magnenzio, trovandosi in Milano, diede il
titolo di _Cesare_ a _Decenzio_ suo fratello, inviandolo poscia alla
difesa delle Gallie, che in questi tempi più che mai rimasero esposte
alla rabbia ed avidità dei Franchi, Sassoni, Alemanni ed altri popoli
della Germania. Libanio[158] non ebbe difficoltà di scrivere che
Costanzo Augusto, considerando più la ragion di stato, fiera turbatrice
del riposo de' popoli, che ogni altro riguardo; e pensando solo a
vincere, senza mettersi pensiero, se legittimi o no fossero i mezzi,
quegli fu che mosse con sue lettere e con danaro i Barbari a far guerra
a Magnenzio nelle Gallie, per facilitare maggiormente a sè stesso la
maniera di atterrarlo. Di simili esempli volesse Dio che le susseguenti
età, ed anche la nostra, non ne avessero mai veduto, ed insieme
deploratane l'iniquità. Certo è che que' Barbari recarono incredibili
danni alle Gallie, posero a sacco molte ricche città, e scorrendo
dappertutto senza trovare resistenza alcuna, talmente fissarono ivi il
piede, che solamente si poterono far isloggiare di là ai tempi di
Giuliano Cesare, siccome diremo. Le tante estorsioni di Magnenzio,
accennate di sopra, per adunare il nerbo quasi principal delle guerre,
cioè il danaro e le diligenze da lui fin qui usate, aveano servito a
metter insieme una sì sterminata copia d'armati non solo suoi sudditi,
ma anche Sassoni, Franchi e di altre nazioni germaniche[159], prese al
suo soldo, che pareva con tante forze atto ad annientare l'Augusto
Costanzo, e ad assorbire il rimanente dell'imperio. Per maggiormente
ancora animar le sue genti, promise loro la libertà dei saccheggi. In
questo mentre Costanzo, stando nella Pannonia, niun movimento faceva;
mostrava anzi paura, con disegno di tirare il nimico nel paese piano
d'essa Pannonia, perchè, quantunque inferiore di fanteria, sperava di
far meglio giuocare la sua cavalleria, superiore di numero a quella di
Magnenzio[160]. In fatti dalla Italia pel Norico s'inoltrò la possente
armata del tiranno alla volta della Pannonia, e mandò innanzi a sfidare
Costanzo, con dire che nelle campagne larghe di Sciscia al fiume Savo
verrebbe a trovarlo, per chiarire chi sapesse più bravamente menar le
mani. E perciocchè intese che Costanzo avea spedite innanzi alcune
schiere per contrastargli qualche passo, in un'imboscata che loro tese,
le mise a filo di spada. Or mentre egli insuperbito per questo primo
vantaggio si andava disponendo per passare il Savo, ecco giugnere
_Filippo_, uno de' primi uffiziali della corte di Costanzo, perchè
prefetto del pretorio, e personaggio di sperimentata prudenza, spedito
dall'Augusto padrone in apparenza, secondo la opinione d'alcuni, per
trattare di pace, ma in sostanza per iscoprire le forze e i disegni di
Magnenzio, e studiarsi di mettere sedizione nella di lui armata.
Diedegli udienza Magnenzio alla presenza di tutte le sue milizie, e
seppe ben valersi l'accorto ambasciatore dell'occasione, mostrando di
parlare al solo tiranno, per fare un'aringa anche alle ascoltatrici
truppe di lui, con rappresentare come cosa vergognosa a gente romana il
portar l'armi contra d'altri Romani, e massimamente contra de' figliuoli
del gran Costantino, principe, a cui tutti aveano tante obbligazioni.
Aggiunse, che se Magnenzio volea cedere a Costanzo l'Italia,
consentirebbe Costanzo a lui la signoria delle Gallie; sotto il qual
nome sembra verisimile che fosse compresa anche la Spagna e Bretagna.
Zosimo e Zonara furono d'avviso che Costanzo veramente desiderasse la
pace, per ischivare lo spargimento inevitabile del sangue di tanti
popoli. Fece tal impressione nel cuore degli ascoltanti il discorso di
Filippo, che durò fatica Magnenzio a far intendere la sua risposta,
consistente in dire ch'egli di buon cuore accettava la proposizion di
pace, ma che gli bisognava un po' di tempo per maturarne le condizioni.
Con tale scappata rimise lo affare al giorno seguente, nel quale aringò
la sua armata, e tanto disse dei mancamenti ed eccessi dell'estinto
Costante, che smorzò in cuore dei più d'essi la inclinazione alla pace.
Tosto dunque fatto prendere l'armi, andò per passare il Savo in
vicinanza di Sciscia; ma gli fu all'incontro la guarnigione di quella
città, che diede una fiera percossa alle di lui genti, parte
precipitandole nel fiume, e parte trucidandole colle spade. Allora
Magnenzio, vedendo tanto scompiglio de' suoi, cacciata la punta
dell'asta sua in terra, fece segno con la mano alle milizie di Costanzo,
di voler parlare di pace; e ne parlò in fatti, mostrando di passare
unicamente per trattarne con Costanzo; di modo che o i soldati di
Costanzo, o Costanzo medesimo ch'era vicino, fecero cessar la battaglia,
e permisero il passo a Magnenzio. Tale è il racconto di Zosimo[161], in
cui nondimeno apparisce poca verisimiglianza. Quel che è certo, valicato
ch'ebbe Magnenzio il Savo, stese il poderoso esercito suo nelle pianure
poste tra il Savo e il Dravo, bramando intanto Costanzo di ridurlo a
Cibala, per dargli battaglia in quel luogo, dove Costantino suo padre,
ventisette anni prima, aveva sconfitto Licinio. Era appunto in Cibala
Costanzo, e quivi teneva mirabilmente afforzato il suo campo, quando
_Tiziano_, senator romano, creduto il medesimo che vedemmo poco fa
prefetto di Roma, spedito da Magnenzio, venne a parlargli. Disse costui
un'infinità d'insolenze contro la memoria del gran Costantino e de' suoi
figliuoli, conchiudendo in fine che se a Costanzo era cara la vita,
dimettesse l'imperio. Non altro gli rispose Costanzo, se non che
rimetteva la sua causa alla giustizia di Dio, sperando che essa
combatterebbe in suo favore, e vendicherebbe la morte indegna del
fratello. Permise ancora a Tiziano di andarsene salvo, ancorchè i suoi
cortigiani fossero in affanno, perchè _Filippo_, già inviato a
Magnenzio, non era per anche tornato indietro dal campo, e nuova di lui
non si sapeva. Accadde poscia che _Silvano_, il quale comandava un corpo
di cavalleria di Magnenzio, con tutti i suoi disertando, passò ai
servigi di Costanzo: azione, che quanto recò di giubilo all'esercito
d'esso Costanzo, altrettanto di affanno portò a Magnenzio, il quale, per
paura che altri imitassero quell'esempio[162], si affrettò per venire
alla decision della lite con qualche combattimento. Assalì Sciscia, e,
presala d'assalto, la desertò. Dopo aver dato il sacco al paese posto
fra il Dravo e il Savo, piombò addosso alla città di Sirmio, capitale
del paese, credendosi di entrarvi senza contrasto. Trovò che i cittadini
e il presidio militare aveano sangue nelle vene e cuore in petto; e
però, lasciata quell'impresa, rivolse i passi e l'armi contro la città
di Mursa, situata alla riva del fiume Dravo, dove ora è il ponte di
Essec; e poichè la trovò ben munita, e costò caro alle di lui genti un
furioso assalto, per cui sperava di prenderla, si mise ad assediarla.
Allora fu che Costanzo, per non lasciar cadere quella città in man del
nemico, mosse il suo campo a quella volta. Avvisato nel cammino che
Magnenzio gli avea tesa un'imboscata, ebbe maniera di far tagliare a
pezzi quella nemica brigata.
Furono dunque a vista le due possenti armate, vogliose amendue di menar
le mani, e nel dì 28 di settembre si schierarono per venire a battaglia.
Stettero in ordinanza la maggior parte del dì, senza che alcuna d'esse
cominciasse la danza: nel qual mentre, se vogliam credere a Zonara[163],
Magnenzio, per consiglio d'una maga, fece un orrido sagrificio d'una
fanciulla. Finalmente, accostandosi la sera, cominciò il terribil fatto
d'armi, le cui particolarità, secondo il solito, son raccontate
diversamente dagli scrittori. Giuliano[164] pretende che la vittoria non
tardasse a dichiararsi in favor di Costanzo, con rimanere rovesciato il
corpo di battaglia di Magnenzio dall'ala sinistra; e dalla cavalleria
d'esso Costanzo; e che Magnenzio non tardò a prendere la fuga; ma che le
sue genti rimesse in ordinanza continuarono a far testa, animate dal
coraggio de' loro uffiziali. Zosimo[165] e Zonara[166], per lo
contrario, scrivono che il combattimento restò dubbioso fino alla nera
notte, quando le genti di Costanzo, fatto uno sforzo, misero finalmente
in rotta i nemici, buona parte de' quali o restò fredda sul campo, o
andò a bere la morte nel fiume Dravo. Presi furono gli alloggiamenti dei
vinti, che andarono a sacco; e Magnenzio, allorchè vide disperato il
caso, e d'aver anche corso pericolo d'essere preso, come scrive
Eutropio[167], deposti gli abiti imperiali, e travestito si diede alla
fuga, lasciando indietro il suo cavallo ben addobbato, acciocchè si
credesse ucciso il padrone, e niuno gli tenesse dietro. Abbiamo da
Sulpicio Severo[168] che l'Augusto Costanzo nel tempo della zuffa stette
aspettandone l'esito nella chiesa de' Martiri di Mursa. Certo egli non
fu mai in concetto di gran guerriero, ed allora dovette raccomandarsi
ben di cuore a Dio, ed implorar l'intercessione de' santi. Fu questa una
delle più fiere e sanguinose battaglie che da gran tempo avesse veduta
l'Europa, e vi perirono assaissimi uffiziali di raro valore dall'una
parte e dall'altra, uno de' quali specialmente è rammemorato da
Zosimo[169], cioè Menelao capitano degli arcieri, il quale con tal forza
e disinvoltura nel medesimo tempo scagliava tre freccie, che colpiva tre
diverse persone. Con una d'esse avendo egli mortalmente ferito Romolo,
generale dell'armata magnenziana, questi non volle desistere dal
combattimento, finchè non ebbe tolta la vita al feritore, con lasciarvi
appresso anch'egli la sua. Nuova più non si seppe di Marcellino, altro
generale d'esso Magnenzio, e gran promotore della di lui ribellione; e
però fu creduto ch'egli perisse nel Dravo. La mattina seguente[170]
Costanzo Augusto si portò a mirare da un'eminenza il campo della
battaglia; ed osservato il funesto spettacolo della innumerabil gente
tanto sua che nemica estinta, non potè contener le lagrime, considerando
come l'imperio romano fosse rimasto privo di sì gran copia di bravi
uffiziali e forti soldati, che sarebbono stati il terror de' Barbari e
il sostegno delle provincie romane. Eutropio[171] anch'egli nota che di
sommo pregiudizio all'imperio riuscì la perdita di sì valorose milizie.
Non sembra poi credibile il dirsi da Zonara che Costanzo di ottanta mila
combattenti, ch'egli avea, ne perdè trenta mila; e Magnenzio di
trentasei mila ne lasciò sul campo ventiquattro mila. Vi sarà dell'error
nel suo testo. Ordinò dunque Costanzo che si desse tosto sepoltura a
tutti i cadaveri senza distinzion d'amici e di nemici, e che si
curassero i feriti dell'una e dell'altra parte. Pubblicò ancora il
perdono per chiunque avesse portate l'armi contra di lui, ed avuta parte
nella morte del fratello Costante. Intanto il fuggitivo Magnenzio[172]
ebbe la fortuna per ora di scappare il meritato gastigo, e di salvarsi,
con ripassar l'Alpi, tornandosene nelle Gallie, giacchè non si fidava
de' Romani e degl'Italiani, a' quali sapeva d'essere in odio. Nè
Costanzo si sentì voglia di fargli tener dietro, nè di proceder oltre,
perchè trovò anche l'armata sua troppo affaticata ed infievolita di
forze[173]. La flotta sua, che s'era lasciata vedere sulle coste
dell'Italia in questi medesimi tempi, senza aver operato cosa alcuna
degna di memoria, solamente servì ad imbarcar molti che fuggivano la
crudeltà di Magnenzio, e fra essi non pochi senatori e principali di
Roma.
NOTE:
[143] Cuspinianus. Bucherius.
[144] Thes. Novus Inscript., pag. 380.
[145] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.
[146] Ammianus, lib. 16, cap. 6.
[147] Philost., lib. 3, cap. 23. Zonar., in Annal.
[148] Julian., in Epist. ad Athen.
[149] Idacius, in Fast. Zonar., in Annal. Socrat., Hist., lib. 2, cap.
28.
[150] Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.
[151] Idacius, in Fastis.
[152] Chron. Alexand.
[153] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[154] Mediobarbus, Numismat. Imper.
[155] Liban., Orat. XII.
[156] Zosimus, lib. 2, cap. 45.
[157] Zonaras, in Annalib.
[158] Liban., Orat. XII.
[159] Julian., Orat. I.
[160] Zosimus, lib. 2, cap. 45 e 46. Zon., in Ann.
[161] Zosimus, lib. 2, cap. 48.
[162] Zosim., lib. 2, cap. 49. Zonar., in Annal.
[163] Zonar., in Annal. Idacius, in Fastis.
[164] Julian., Orat. II.
[165] Zosim., lib. 2, cap. 49.
[166] Zonar., in Annalib.
[167] Eutrop., in Breviar.
[168] Sulpitius Severus, Hist., lib. 2.
[169] Zosimus, lib. 2, cap. 52.
[170] Zonar., in Annalib.
[171] Eutrop., in Breviar.
[172] Zosimus, lib. 2, cap. 53.
[173] Julian., Orat. II.
Anno di CRISTO CCCLII. Indizione X.
LIBERIO papa 1.
COSTANZO imperadore 16.
_Consoli_
FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per la quinta volta e FLAVIO COSTANZO GALLO
CESARE.
Tali furono i consoli nell'Oriente e nell'Illirico, cioè nelle provincie
dipendenti da Costanzo imperadore; imperciocchè per conto di Roma, e
dell'Italia e delle provincie oltramontane, tuttavia ubbidienti
all'usurpatore Magnenzio, abbiamo dal Catalogo de' Prefetti di Roma[174]
che furono consoli _Decenzio_ (cioè il fratello del tiranno) e _Paolo_.
Fece fine in quest'anno ai suoi giorni il romano pontefice san _Giulio_,
dopo avere con incredibil fermezza e zelo sostenuta la religione
cattolica contro la prepotenza degli ariani[175]. Accadde il beato
passaggio di lui nel dì 12 d'aprile, e poscia nel dì 21 di giugno,
_Liberio_ in sua vece fu posto nella sedia di san Pietro. Tornò _Valerio
Procolo_ ad essere prefetto di Roma, e a lui poscia nel dì 9 di
settembre in quell'uffizio succedette _Settimio Mnasea_, che lo tenne
sino al dì 26 del medesimo mese, in cui ebbe per successore _Nerazio
Cereale_. Passò l'Augusto Costanzo il verno nella Pannonia, allestendo
intanto le maggiori forze possibili per calare nella prossima primavera
in Italia. Magnenzio, che già prevedeva il colpo, ossia ch'egli non si
fosse ritirato nelle Gallie nell'anno prossimo addietro, o che tornasse
da esse Gallie in Italia, si andò a postare ad Aquileia, per quivi
impedir la calata de' nemici[176]. Quivi, credendosi egli più che
sicuro, attendeva a solazzarsi; quando Costanzo, venuta la prima buona
stagione, mise in marcia l'esercito suo; e la prima sua impresa fu
quella d'impadronirsi senza gran fatica d'un castello situato sull'Alpi
Giulie, creduto da Magnenzio inespugnabile per la numerosa guarnigione
ch'egli avea qui collocata. Ammiano Marcellino[177] sembra attribuire la
facilità di questa conquista ad un conte Atto, il quale si lasciò
prendere da quel presidio, e seppe poi con doni e promesse tirarlo alla
divozion di Costanzo. Per questo colpo veggendo Magnenzio sconcertate le
sue misure, si ritirò da Aquileia, lasciando all'armi di Costanzo libera
l'entrata in Italia. Di quello che dipoi avvenne in queste contrade poco
si sa. Aurelio Vittore[178] in due parole accenna che Magnenzio verso
Pavia diede delle percosse alle milizie di Costanzo, mentre
disordinatamente l'inseguivano: il che nondimeno a nulla servì per
impedire i progressi dell'armi di Costanzo, le quali in fine il
ridussero ad abbandonar l'Italia. Per quanto s'ha da Zonara[179],
contribuì non poco a farlo ritirar nelle Gallie l'averlo abbandonato
molte delle sue soldatesche, per darsi a Costanzo colle fortezze
raccomandate alla lor custodia. Non lasciò per questo il tiranno
d'inviare un senatore, e poi dei vescovi a Costanzo, cercando pure, se
poteva, d'intavolar qualche trattato di pace, con esibirsi infino di
sottomettersi, purchè gli restasse qualche onorevol grado nella milizia.
Costanzo senz'altra risposta rimandò indietro quegli inviati.
In somma non passarono molti mesi che Costanzo Augusto divenne pacifico
padrone di Roma e dell'Italia tutta. Una legge da lui pubblicata[180]
per cassare gli atti del tiranno, se pur la data non è guasta, cel fa
vedere in Milano nel dì 3 di novembre dell'anno presente. E il
Tillemont[181] osservò che se _Nerazio Cereale_, che dicemmo creato
prefetto di Roma, è quel medesimo che si sa essere precedentemente stato
uffiziale della corte di Costanzo, veniamo ad intendere che anche nel dì
26 di settembre Costanzo signoreggiava in Roma, perchè egli inviò colà
un nuovo prefetto, cioè il medesimo Cereale. Ricavasi poi da
Giuliano[182] che Costanzo spedì la sua armata navale dall'Egitto e
dall'Italia, per ridurre alla sua ubbidienza Cartagine e l'Africa: il
che gli venne fatto. Veleggiarono similmente altre navi a prendere il
possesso della Sicilia; ed avendo fatto passar la flotta in Ispagna,
que' popoli sino ai monti Pirenei l'accettarono per loro signore. Ma
questi felici avvenimenti appartengono piuttosto all'anno seguente.
Accudiva in questi tempi Gallo Cesare al governo dell'Oriente, quando,
per testimonianza di Zonara[183], Magnenzio spedì colà un suo sicario
per assassinarlo, e dar con ciò apprensione di novità a Costanzo.
Sovvertì costui alcune persone militari; ma, scoperta la trama, ognun la
pagò colla vita. Ma forse non v'era bisogno d'immaginar costui inviato
da Magnenzio, perchè sì malamente, come vedremo, reggeva Gallo que'
popoli, che da maravigliarsi non sarebbe se nella stessa Soria si fosse
maneggiata qualche congiura per torgli la vita. A questi tempi vien
riferita da san Girolamo[184] e da Teofane[185] una solevazion de'
Giudei nella Palestina. Prese l'armi, uccisero di notte le guarnigioni
romane; poi sfogarono la rabbia loro contra de' Samaritani con fieri
saccheggi, e con giugnere infino, se Aurelio Vittore[186] non falla, a
dare il titolo di re ad un certo Patrizio. Ebbero ben presto a
pentirsene. Marciò colà da Antiochia Galle Cesare; ne mise a fil di
spada molte migliaia, senza nè pur perdonare ai fanciulli; e diede in
preda alle fiamme alcune loro castella e città, e fra l'altre Tiberiade,
Diospoli e Diocesarea. L'ultima soprattutto fu spianata dai fondamenti,
perchè ivi era nata la ribellione. Varie leggi[187] del Codice
Teodosiano ci fan vedere l'imperadore Costanzo nei primi sei mesi, ed
anche nel dicembre dell'anno presente, in Sirmio e Sabaria della
Pannonia; ma si può ben temere che non tutte quelle date sieno giuste.
NOTE:
[174] Cuspinianus. Bucherius.
[175] Chronic. Damasi. Baronius, Annal. Eccl. Pagius, Crit. Baron.
[176] Julian., Orat. I et II.
[177] Ammianus, lib. 31, cap. 11.
[178] Aurel. Victor, in Epitome.
[179] Zonaras, in Annal.
[180] L. 5, de infirmandis bis, quae sub Tyrann. Cod. Theodos.
[181] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[182] Julian., Orat. I.
[183] Zonar., in Annal.
[184] Hieron., in Chron.
[185] Theophanes, in Chronogr.
[186] Aurelius Victor, de Caesarib.
[187] Gothofred., Chron. Cod. Theod.
Anno di CRISTO CCCLIII. Indizione XI.
LIBERIO papa 2.
COSTANZO imperadore 17.
_Consoli_
FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per la sesta volta e FLAVIO COSTANZO GALLO
CESARE per la seconda.
Continuò ad esercitar la prefettura di Roma _Nerazio Cereale_ sino al dì
8 di dicembre, nel qual giorno ebbe per successore _Memmio Vitrasio
Orfito_. L'anno fu questo in cui l'Augusto Costanzo giunse a terminar
felicemente la guerra contra del tiranno _Magnenzio_. S'era, siccome
dicemmo, ritirato costui nelle Gallie, dove attese a premunirsi il
meglio che potè, giacchè prevedeva che le forze di Costanzo erano per
cadere addosso di lui anche in quelle parti. Giuliano[188] ci assicura
ch'egli maggiormente si screditò per le tante estorsioni e crudeltà che
allora commise per unir danari, di modo che abbondavano i desiderosi
della di lui rovina. Abbiamo da Ammiano[189] che la città di Treveri
chiuse le porte a _Decenzio Cesare_ di lui fratello, ed elesse per suo
difensore un certo Pemenio, che poi nell'anno 335 ne pagò il fio.
Zosimo[190] ancora scrive che avvenne in questi tempi l'irruzione de'
Barbari della Germania nelle Gallie, procurata sotto mano con regali dal
medesimo Costanzo Augusto. Ma quello che probabilmente ridusse a mal
termine gli affari di Magnenzio fu l'andare i soldati ed uffiziali suoi
disertando, con passare al servigio del nemico imperadore. Perciò,
impoverito di forze, impedir non potè il passaggio delle Alpi all'armata
di Costanzo, riducendosi solamente a contrastarle i progressi al luogo
di monte Seleuco nell'Alpi Cozzie, posto nel Delfinato d'oggidì fra Die
e Gap. Quivi battaglia seguì fra i due nemici eserciti; e ne andò
sconfitto quel di Magnenzio. Perciò il tiranno, salvatosi a Lione con
poca gente di seguito, si trovò presto in istato di disperazione;
perchè, avvedutosi che i suoi soldati lo aveano come bloccato in casa,
con pensiero di darlo vivo in mano di Costanzo, uscì per ricordar ad
essi il loro dovere nel dì 15 d'agosto, come ha Socrate[191]. Ma
udito[192] che gridavano tutti: _Viva Costanzo Augusto_, rientrato nel
palazzo, e trasportato da rabbia e furore, uccise la propria sua madre,
ferì gravemente _Desiderio Cesare_ suo fratello; svenò ancora, o pure
ferì chi gli capitò davanti de' suoi cortigiani, ed in fine[193] colla
punta della spada rivolta al suo petto, correndo contro al muro, tal
ferita si diede, che col sangue uscì anche l'empia di lui anima,
esentando in tal guisa sè stesso dai tormenti che poteva aspettarsi,
cadendo in mano di Costanzo, ma non già da quei della divina giustizia
per le tante iniquità da lui commesse. _Decenzio Cesare_ suo fratello,
che chiamato veniva in aiuto di lui, arrivato alla città di Sens[194],
dove intese il fine di Magnenzio, anche egli, con istrozzar sè stesso,
terminò i suoi giorni nel dì 18 d'agosto. Zonara[195], che fa solamente
ferito _Desiderio Cesare_, altro di lui fratello, quando v'ha chi il
vuole ammazzato dal medesimo Magnenzio, scrive che guarito esso dalle
ferite, andò poscia a rendersi all'Augusto Costanzo, senza poi dire cosa
ne divenisse. Ed ecco il fine del tiranno _Magnenzio_, per la cui morte
niuna fatica durò più Costanzo ad aver l'ubbidienza di tutte le Gallie e
Spagne, e della Bretagna, e videsi, per conseguente, tutto l'antico
vasto imperio romano ridotto sotto il comando di lui solo.
Abbiamo nel Codice Teodosiano leggi[196] che ci fan vedere questo
imperadore in Ravenna nel dì 21 di luglio, in Lione nel dì 6 di
settembre, e in Arles nel dì 5 di novembre. Certo è ch'egli passò nelle
Gallie per rallegrare i suoi occhi in mirar sì grandi conquiste, ma non
già per recar allegrezze a' popoli di quelle contrade. Giuliano
Cesare[197], nell'orazione seconda fatta in onore d'esso Costanzo,
esalta molto la di lui clemenza verso coloro ancora che s'erano mostrati
più appassionati in favor di Magnenzio; ma è da credere che la sua penna
prendesse unicamente consiglio dall'adulazione. Comincia qui a comparire
in aiuto nostro la storia di Ammiano Marcellino, scrittore
contemporaneo, cioè il libro decimoquarto coi susseguenti, giacchè il
tempo ci ha rubato gli altri tredici precedenti. Ora egli scrive[198]
che pervenuto Costanzo ad Arles sul fin di settembre, o sul principio di
ottobre, quivi passò anche il verno. E che nel dì 8 d'esso ottobre
solennizzò i tricennali del suo imperio cesareo con singolare
magnificenza di divertimenti teatrali e di giuochi circensi: il che
fatto, s'applicò a contaminar la felicità ed allegrezza della vittoria,
con divenir più fiero e superbo, come Zosimo[199] lasciò scritto, e con
mettersi a far rigorosa giustizia degli amici e parziali dell'estinto
tiranno. Il peggio fu che da ogni banda saltarono su accusatori e
calunniatori, a' quali si prestava facilmente credenza, perchè
piacevano; e tanto addosso ai colpevoli (se pur colpa era l'aver dovuto
ubbidire ad un tiranno) quanto agl'innocenti si scaricò l'ira di
Costanzo e l'avidità del fisco, levando a non pochi di loro e roba e
vita, e condannando altri all'esilio. Ammiano ci lasciò un lagrimevol
racconto di tali crudeltà, delle quali spezialmente fu ministro un Paolo
Spagnuolo, notaio di corte, spedito anche nella Bretagna, per far quivi
buona caccia: azioni tutte di grave discredito alla riputazion di
Costanzo, il quale sì malamente pagava i benefizii a lui compartiti da
Dio. Ai primi mesi di quest'anno pare che appartengano le nozze d'esso
imperadore con _Eusebia_, figliuola d'un console di Tessalonica, lodata
dagli antichi scrittori[200] per la sua beltà, ma più per la saviezza e
regolatezza de' suoi costumi, e per la letteratura superiore all'uso del
suo sesso; ma non esente però da difetti, siccome vedremo. Era Costanzo
da qualche tempo vedovo, senza aver potuto ricavar prole da più d'uno
antecedente matrimonio; e quantunque egli amasse non poco questa nuova
compagna, nè pur col tempo da essa riportò alcuno de' sospirati frutti.
Due fratelli ancora aveva essa Eusebia, cioè _Eusebio_ ed _Idacio_, che
furono poi consoli, avendo ella principalmente fatta servire l'autorità
sua per esaltare i suoi parenti e gli amici della sua famiglia. Vero è
che Ammiano parla della di lei prudenza; ma non seppe ella guardarsi dal
fasto e dalla superbia, maligni ed ordinarii compagni delle umane
grandezze. Intorno a ciò abbiamo un caso narrato da Suida[201]. Tenevano
i vescovi ariani d'Oriente un concilio in una città, dove anche
soggiornava l'Augusta _Eusebia_; e portatisi ad inchinarla, furono da
essa ricevuti con gran contegno ed altura. Il solo _Leonzio_, vescovo di
Tripoli in Lidia, ariano anche esso, e di testa non meno alta che quella
dell'imperadrice, si astenne dal visitarla. Fumò per la collera Eusebia;
ma tuttavia si contenne o contentossi di fargli ricordare il suo dovere,
offerendosi ancora di dargli una somma di danaro e di fargli fabbricare
una chiesa. Leonzio le fece rispondere che v'andrebbe ogni qual volta
ella fosse disposta a riceverlo col rispetto dovuto ad un vescovo, cioè
a venirgli incontro, e ad inchinarsi per prendere la sua benedizione;
altrimenti egli non intendeva di voler avvilire la dignità episcopale. A
tale risposta smaniò l'altera principessa, proruppe in indecenti
minaccie, e corse in fatti al marito, dolendosi come di un grave
affronto, ed attizzandolo alla vendetta. Costanzo più saggio di lei,
dopo aver lodato la generosa libertà del vescovo, consigliò l'adirata
signora ad attendere ai grandi affari della sua toletta. Ma se questo
prelato ariano volle correggere il fasto dell'imperadrice con un
maggiore dal canto suo, non si può già lodare; perchè lo spirito del
cristianesimo ha da essere spirato d'umiltà, e i saggi sanno accordar
insieme questa virtù col sostenere nello stesso tempo il decoro dovuto
alla lor dignità. Abbiamo poi da Ammiano[202] che, non ostante così
prosperosi successi dell'armi di Costanzo Augusto, le Gallie non
goderono in questi tempi pace, perchè infestate dalle scorrerie delle
nazioni germaniche, e dai soldati di Magnenzio o cassati o pertinaci
nella primiera ribellione. In Roma ancora si provarono sedizioni per la
penuria del vino, o pure per i mali effetti dell'abbondanza e dell'ozio.
Un bel ritratto fa qui Ammiano del lusso e dei corrotti costumi de'
Romani d'allora, confessando nulladimeno che quella gran città era
tuttavia in venerazione presso d'ognuno. L'Oriente anch'esso fieramente
restò turbato dalle incursioni degli Isauri, che si stesero per varie
provincie, dando il sacco dappertutto; e nel medesimo tempo i Saraceni
infestarono non poco la Mesopotamia. Finalmente, se son giusti i conti
del Gotofredo, appartiene a quest'anno un'importante legge[203]
dell'Augusto Costanzo, indirizzata a _Tauro_ prefetto del pretorio
d'Italia, con cui fu ordinato che per tutte le città e in ogni luogo
d'Italia si chiudessero i templi dei gentili, e fossero vietati i
sacrifizii ai falsi dii; e ciò sotto pena della vita e del confisco di
tutti i beni. A questa legge pare che avesse riguardo Sozomeno[204],
allorchè anch'egli accenna l'imperial comandamento di chiudere i templi
del paganesimo. E perciocchè il tiranno Magnenzio, condiscendendo alle
istanze de' gentili, avea permesso loro il far de' sacrifizii in tempo
di notte, Costanzo con altra legge[205] cassò quella licenza: il che non
bastò già ad estinguere le inveterate superstizioni, trovandosi anche da
lì innanzi dei sagrifizii notturni fatti al dio Mitra, cioè al sole,
come consta da alcune iscrizioni che si leggono nella mia Raccolta[206]
ed altrove.
NOTE:
[188] Julian., Orat. I.
[189] Ammianus Marcellinus, lib. 15, cap. 6.
[190] Zosimus, lib. 2, cap. 53.
[191] Socrates, in Histor. Eccles.
[192] Sozom. Zonaras. Zosimus et alii.
[193] Aurelius Victor, in Epitome.
[194] Idacius, in Fastis. Hieron., in Chronic. Eutrop., in Brev.
Zosimus, lib. 2, cap. 53.
[195] Zonaras, in Annalib.
[196] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.
[197] Julian., Orat. II.
[198] Ammianus Marcellinus, lib. 14, cap. 5.
[199] Zosimus, lib. 2, cap. 54.
[200] Aurelius Victor, in Epitome. Julian., Orat. III. Ammianus, lib.
21. Zosimus, lib. 3, cap. 1.
[201] Suidas, in Lexico, ad verbum _Leontius_.
[202] Ammian., lib. 14 et seq.
[203] L. 4, _Placutt._ De Paganis Cod. Theod.
[204] Sozomenus, Histor., lib. 3, cap. 16.
[205] L. 5, de Paganis. Cod. eodem.
[206] Thes. Novus Inscript. Class. Cons.
Anno di CRISTO CCCLIV. Indizione XII.
LIBERIO papa 3.
COSTANZO imperadore 18.
_Consoli_
FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per la settima volta e FLAVIO COSTANZO GALLO
CESARE per la terza.
Continuò anche per quest'anno ad esercitar la prefettura di Roma _Memmio
Vetrasio Orfito_, siccome consta dal Catalogo antichissimo pubblicato
dal Cuspiniano e poi dal Bucherio, che in questo anno viene a noi meno,
convenendo cercar altronde i successori in essa dignità. Dopo avere
l'Augusto Costanzo passato il verno in Arles, città allora delle
primarie delle Gallie, avvicinandosi la primavera, passò a Valenza[207],
con animo di portar la guerra addosso a _Gundomado_ e _Vadomario_
fratelli, re degli Alamanni, per vendicar le frequenti incursioni fatte
da loro nel paese romano. La massa delle milizie si faceva a Sciallon
sopra la Sona; ma perchè i tempi cattivi impedivano il trasporto de'
viveri, l'esercito che ne penuriava, si ammutinò, e bisognò inviar colà
_Eusebio_ mastro di camera che, guadagnati con danaro i principali,
quietò il tumulto. Misesi finalmente in marcia quell'armata collo stesso
Augusto, e dopo molti disagi pervenuta al Reno al disopra di Basilea,
quivi tentò di gittar un ponte sul fiume. Per le freccie, che
diluviavano dalla ripa opposta, si trovò quasi impossibile; ma avendo
persona, pratica del paese e ben regalata, scoperto un buon guado, per
di là passarono tutti nel territorio nemico, ed avrebbono potuto
lasciare una funesta memoria agli Alamanni, se qualche uffiziale
dell'esercito imperiale, ma di essa nazione, non avesse pietosamente
avvertiti i re nemici del pericolo in cui si trovavano, e per cui
spedirono tosto ambasciatori ad umiliarsi e chiedere pace. Non durò
fatica l'uffizialità a consentire, forse perchè sapevano essere Costanzo
fortunato nelle guerre civili, molto sventurato nelle altre. Fu dunque
conchiusa la pace, con accettar l'esibizione fatta dagli Alamanni di
somministrare all'imperadore delle truppe ausiliarie. Dovette poi
Costanzo fare un giro per l'Italia,[208] trovandosi leggi da lui date in
Milano, Cesena e Ravenna, con tornare in fine a Milano, dove, per
attestato di Ammiano, egli si trattenne per tutto il verno seguente.
Correva già gran tempo ch'esso Augusto era disgustato di _Gallo Cesare_
suo cugino, a cui già vedemmo appoggiato il governo dell'Oriente; e ciò
a cagione de' suoi mali portamenti. Non aveva questo principe più di
ventiquattro anni, allorchè fu promosso alla dignità cesarea da
Costanzo. Il trovarsi egli portato improvvisamente sì alto dalla bassa
fortuna, in cui era vivuto per l'addietro; l'aver per moglie una sorella
dell'imperadore; l'essere suo cugino, e il godere un'autorità quasi
sovrana in tante belle provincie, gli mandò tosto dei fumi alla testa,
accresciuti da qualche buon successo dell'armi sue contra de' nemici
dell'imperio, e dagli adulatori e panegiristi, fra' quali si conta anche
Libanio sofista. A renderlo anche più cattivo e crudele contribuì non
poco _Costantina_ sua moglie, che portava il titolo d'Augusta, donna
piena d'orgoglio, che Ammiano[209], forse con eccesso di passione,
arrivò a chiamare una Megera; la quale in vece di addolcirlo, lo andava
incitando continuamente ai processi e alle morti, non mancando mai
pretesti per opprimere anche le persone più illustri ed innocenti.
Professava Gallo, è vero, la religione cristiana[210], e per cura sua
seguì in Antiochia la traslazione del corpo del celebre martire s.
Babila; ma non men di Costanzo Augusto favoriva anch'egli e fomentava
l'arianismo: perlochè Filostorgio[211] ariano parla assai bene di lui.
Ma convengono gli storici tutti d'allora che non lieve era la sua
crudeltà ed ingiustizia; e infin lo stesso Giuliano[212] suo fratello,
contuttochè si sforzi di scusar le di lui azioni, e di rigettarne la
colpa addosso a Costanzo Augusto, pure confessa ch'egli fu d'umore
selvatico e fiero, e non fatto per regnare. Ma lo storico Ammiano senza
briglia scorre nelle accuse di questo principe, dipingendolo per uomo di
testa leggiera, pieno sempre di sospetti, credulo ad ogni calunnia, e
però portato a spargere il sangue ancora degl'innocenti, non che dei
veri colpevoli. Faceva egli uno studio particolare col mezzo di
assaissime spie per saper quello che si diceva di lui anche nelle case
private; e per chiarirsene meglio cominciò ad usare di andar la notte
travestito per le osterie e botteghe. Ma non durò molto questa sua
viltà, perchè essendo le strade in Antiochia illuminate da molte lumiere
la notte, in guisa che quasi vi compariva al chiarezza del giorno (il
che si praticava allora anche in altre città), egli fu più di una volta
riconosciuto, nè più si attentò ad esporsi a maggiori pericoli. Ma non
gli mancavano relatori di quanto si diceva, o pur si fingeva che si
dicesse; e ad ognuno si dava benigno ascolto, e poi senza processi, e
senza dar le difese, facilmente si procedeva alle condanne. Perchè
Libanio sofista[213] gli era assai caro (verisimilmente per le sue
adulazioni) la scappò netta un giorno. Da chi gli voleva male fu
subornato un uomo iniquo ad accusarlo di sortilegi contro la persona
dello stesso Gallo. Ma Gallo freddamente gli rispose che andasse a
produr tali accuse davanti ai giudici ordinarii; e con ciò si sciolse in
fumo la meditata trama. Accaddero dipoi varii disordini in Antiochia per
la carestia del grano. Perchè a cagion d'essa i magistrati non poterono
soddisfare alla di lui premura per una festa, ne fece morir alcuni, ed
altri cacciò nelle carceri: il che accrebbe il male. Andossene egli a
Jerapoli, senza provvedere al bisogno del popolo, con aver solamente
dato per risposta che _Teofilo_ governatore della Soria avea gli ordini
opportuni. Lasciò in tal guisa esposto quel ministro al furor della
plebe, la quale, vedendo sempre più incarire i viveri, un dì gli pose le
mani addosso, e dopo averlo barbaramente ucciso, strascinò il di lui
cadavero per le strade.
Erano riferiti a Costanzo Augusto tutti questi ed altri disordini ch'io
tralascio; e però a poco a poco cominciò a ritirare di sotto al comando
di Gallo le milizie di quelle parti. Poscia, in occasione[214] che mancò
di vita _Talassio_ prefetto del pretorio d'Oriente, mandò colà
_Domiziano_ ad esercitar quell'autorevole impiego, riconoscendosi da ciò
che gli imperadori, nel dare allora i governi ai Cesari, si riserbavano
l'elezione almen delle cariche principali. Seco portò Domiziano un
ordine segreto d'indurre con bella maniera e tutta dolcezza Gallo a dare
una scorsa in Italia. Ma siccome costui era un uomaccio ruvido ed
incivile, arrivato ad Antiochia, passò davanti al palazzo del principe,
senza curarsi di usare con lui atto alcuno di rispetto, e portatosi
all'abitazion consueta dei prefetti del pretorio, quivi si fermò per
qualche tempo senza uscirne, con allegar degl'incomodi di sanità, ma
intanto raccogliendo tutto il male che si diceva di Gallo, per avvisarne
l'imperadore. Chiamato poi da esso Cesare, andò in fine a visitarlo, e
fra le altre cose sgarbatamente gli disse, esservi ordine di Costanzo
ch'esso principe andasse in Italia; perchè, altrimenti facendo,
comanderebbe che gli fossero trattenuti i salari e le provvisioni solite
a somministrarsi a lui e alla sua famiglia: e, ciò detto,
dispettosamente se ne andò. Gallo, giacchè Domiziano, benchè invitato
altre volle, non si lasciò più vedere, montato in collera, mandò parte
delle sue guardie a rinserrarlo in casa[215]; e perciocchè Monzio,
ossia, come altri lo appellarono, Magno questore, parlò a quelle
guardie, con dir loro che quando pur volevano far simili violenze a un
sì riguardevole uffiziale dell'imperadore, dovevano prima abbattere le
statue dell'Augusto Costanzo, cioè venire alla ribellione: Gallo Cesare,
di ciò avvertito, andò sì fattamente in furia, che spinse le guardie
addosso al questore, il quale insieme col prefetto Domiziano fu in breve
messo a pezzi, e i lor corpi gittati nel fiume. A questi sconcerti ne
tennero dietro degli altri, che tutti riferiti a Costanzo imperadore, il
misero in grande agitazione, e tanto più, perchè saltò su il timore che
Gallo fosse dietro a far delle novità, e meditasse di usurpare
l'imperio. Questo timore agevolmente in cuore di lui nato, perchè
principe naturalmente sospettoso, poscia fu avvalorato[216] da Dinamio e
Picenzio, iniqui suoi cortigiani, e da _Lampadio_ prefetto del pretorio,
uomo sommamente ambizioso, e dagli eunuchi di corte, che gran credito
aveano presso il regnante. Socrate[217] fu d'avviso che ben fondati
fossero i sospetti di Costanzo, ed Ammiano inclinò anch'egli a credere
dei perniciosi disegni in Gallo. Giuliano[218] di lui fratello, e Zosimo
pretendono tutto ciò falso. La gelosia di Stato ne' principi,
massimamente deboli, è un mantice che di continuo loro ispira le più
violente risoluzioni; e così ora avvenne, con prendere Costanzo la
determinazione di levare al cugino Gallo, non solamente la porpora, ma
anche la vita.
La maniera da lui tenuta, per compiere tal disegno, fu la seguente.
Chiamò prima in Italia _Ursicino_, generale delle armi in Oriente[219],
per paura ch'egli non si unisse con Gallo, o facesse altra novità in
quelle parti. Venuto ch'egli fu, Costanzo spedì a Gallo una lettera,
tutta profumata di espressioni amorevoli, pregandolo di venire a
trovarlo in Italia, per consultar seco intorno ai bisogni presenti, e
massimamente intorno ai Persiani, che minacciavano un'irruzione nelle
provincie romane. Nello stesso tempo fece sapere a _Costantina_ sua
sorella, che se voleva dargli una gran consolazione, venisse anch'ella
alla corte. Attesta Filostorgio[220] che questa chiamata pose in somma
apprensione tanto Gallo che la moglie: tuttavia fu creduto che andando
Costantina innanzi, saprebbe essa ammollir l'ira del fratello ed ottener
grazia pel marito. Però ella si mise in viaggio, e Gallo le tenne
dietro. Ma giunta Costantina nella Bitinia al luogo di Cene, quivi
assalita da maligna febbre, terminò il corso del suo vivere, e il corpo
suo fu portato dipoi a Roma, e seppellito nella chiesa di sant'Agnese,
già da lei fabbricata. Allora Gallo si vide come perduto; e, se Ammiano
dice il vero, pensò ad usurpar l'imperio; ma non ne trovò i mezzi,
perchè odiato dai più, e perchè Costanzo gli avea tagliate le penne, con
levargli le milizie. Incoraggito poi dagli adulatori, arrivò a
Costantinopoli, dove si fermò a vedere i giuochi circensi, benchè
sollecitato dalle lettere di Costanzo che l'aspettava a braccia aperte,
e mandato aveva intanto uffiziali per vegliare sopra le di lui azioni,
sotto pretesto di servirlo nel viaggio. Lasciò Gallo in Andrinopoli
buona parte della sua famiglia, e con pochi de' suoi giunse a Petovione,
oggidì Petau, vicino al fiume Dravo, dove poco stette ad arrivar anche
_Barbazione_ conte de' domestici, ossia capitan delle guardie, che molte
calunnie avea prima inventato contra di lui[221], e non tardò a
spogliarlo della porpora e di tutti gli altri ornamenti principeschi,
assicurandolo poi con più giuramenti a nome di Costanzo, che niun altro
male gli accaderebbe. Ma il misero fu condotto di poi alla fortezza di
Fianone sulle coste della Dalmazia, ossia dell'Istria, vicino a Pola,
dove a Crispo, figliuolo del gran Costantino, negli anni addietro era
stata tolta la vita, e dove Gallo fu sequestrato sotto buona guardia.
Credesi che veramente l'Augusto Costanzo avesse intenzione di non far di
peggio al deposto cugino; ma tanto picchiarono Eusebio e gli altri
eunuchi di corte, che mutò massima. Fu inviato lo stesso Eusebio con
Pentado segretario, per esaminarlo intorno alla morte di Domiziano e
d'altri, secondochè si ha da Ammiano: il che è da contrapporre a
Giuliano[222] e Libanio[223], che il dicono condennato senza ascoltarlo.
Rispedì poi Costanzo lo stesso Pentado ad eseguir la sentenza di morte
fulminata contra di Gallo; e quantunque Filostorgio[224] e Zonara[225]
scrivano ch'egli pentito inviò un ordine in contrario, questo, per frode
degli eunuchi, non arrivò a tempo, e Gallo ebbe mozzata la testa.
Cattivo fine fecero poi coloro che maggiormente colle lor bugie aveano
contribuito alla di lui morte, come Barbazione, Scudilone ed altri.
Scaricossi ancora lo sdegno di Costanzo, principe implacabile, come
avviene a chiunque è di picciolo cuore, sopra gli uccisori di Domiziano
e di Monzio: giacchè trovandosi esso Augusto solo possessore del romano
imperio, diviso per tanto tempo addietro fra più imperatori e
cesari[226], andava ogni dì più crescendo la di lui crudeltà ed
orgoglio. Fatto anche venir dalla Cappadocia _Giuliano_, fratello
dell'estinto Gallo, poco mancò che a lui pure non levasse la vita per le
suggestioni degli adulatori di corte; ma interpostasi in favore di lui
l'Augusta _Eusebia_, fu mandato a Como, e poscia ottenne di poter
passare ad Atene, per continuar lo studio delle lettere che era il suo
favorito.
Abbiamo da Ammiano che in questo anno, per avere alcuni popoli
dell'Alemagna fatte più incursioni nelle terre romane verso il lago di
Costanza, Costanzo Augusto nella state mosse l'armata contra di loro, e
fermatosi nel paese di Coira, inviò innanzi _Arbezione_, che sulle prime
ebbe delle busse, ma poscia in un secondo combattimento sconfisse i
nemici: perlochè Costanzo tutto glorioso ed allegro se ne tornò a
Milano, dove passò ancora il verno seguente. A quest'anno appartiene pur
anche la ribellion[227] di _Silvano_, nobile e valoroso capitano
franzese, quel medesimo che, abbandonato il tiranno Magnenzio prima
della battaglia di Mursa, era passato ai servigi dell'Augusto Costanzo,
e creato dipoi generale di fanteria, fu inviato nelle Gallie per
reprimere i barbari germanici, che mettevano a sacco e fuoco quelle
contrade. Che che dicano di lui Giuliano[228] e Mamertino[229], si crede
che Silvano procedesse da uomo prode ed onorato in far guerra contra de'
Barbari. Ma non gli mancavano emuli e nemici alla corte, i quali
procurarono la di lui rovina. Dinamio, uno dei bassi cortigiani, per
quanto si disse, fu il fabbricator della trama. Impetrò egli lettere
commendatizie da Silvano a varii personaggi di corte, e poi ritenuta la
sottoscrizione, e scancellate con pennello le altre lettere della
pergamena, vi scrisse ciò che volle, cioè delle preghiere in gergo ad
essi suoi amici, per essere aiutato a salire dove la fortuna il
chiamava. Portate dall'iniquo Dinamio tali lettere a _Lampadio_ prefetto
del pretorio, che poi si sospettò complice della frode, passarono sotto
gli occhi di Costanzo; e tosto saltò fuori l'ordine della carcerazione
delle persone alle quali erano indirizzati que' fogli. Fu ancora spedito
nelle Gallie Apodemo, per far venire Silvano alla corte; ma costui prima
di avvisarlo, si predè ad occupare i di lui beni, e a tormentare alcuni
dei di lui dipendenti. Ciò diede impulso a Silvano di non volersi
arrischiare al viaggio d'Italia, essendo egli assai persuaso che in
questi tempi l'essere accusato e condennato era facilmente lo stesso; e
però non sapendo qual partito prendere, si ridusse a farsi proclamare
_Augusto_ dalle milizie di suo comando. Troppo sventuratamente per lui,
perchè in questo mentre essendosi scoperte le furberie di Dinamio alla
corte, e per conseguente la di lui innocenza, se avesse tardato a far
quel gran passo, era in salvo l'onore e la vita sua. Giunto a Milano
l'avviso della di lui ribellione, ne sguazzarono i suoi emuli, al vedere
fortunatamente verificati i lor falsi rapporti; e Costanzo Augusto inviò
tosto nelle Gallie _Ursicino conte_, il quale a dirittura si portò a
Colonia; e fingendo d'essere colà andato per unirsi con Silvano, entrò
seco facilmente in confidenza finchè sotto mano guadagnati alcuni
soldati, il fece un dì tagliare a pezzi, dopo soli ventotto giorni
dell'usurpato imperio. Aspra giustizia fu dipoi fatta di alcuni complici
di Silvano. Contuttociò si mostrò questa volta sì discreto
Costanzo[230], probabilmente perchè capì essere stato precipitato
l'infelice in quella risoluzione non da mala volontà, ma da un giusto
timore, che presto desistè dal perseguitare i di lui amici[231], anzi
volle che fossero conservati tutti i di lui beni ad un suo figliuolo,
lasciato dianzi in corte per ostaggio della sua fede. Vi ha chi mette
all'anno seguente il fatto di Silvano. Io, tenendo dietro a s.
Girolamo[232], ne ho parlato in questo, giacchè egli sotto lo stesso
anno riferisce le tragedie di Gallo e di Silvano.
NOTE:
[207] Ammianus, lib. 14, cap. 10.
[208] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.
[209] Ammianus, lib. 14, cap. 1.
[210] Sozomenus, Hist., lib. 4, cap. 19. Chrysostomus, in Gen., et alii.
[211] Philostorgius, lib. 3, cap. 27.
[212] Julian., Epist. ad Athen.
[213] Liban., in Vita.
[214] Ammianus, lib. 13, cap. 7.
[215] Sozom., Hist., lib. 4, cap. 2. Epiphan. Scholast. Theoph., in
Chronogr.
[216] Ammian., lib 14, cap. 8, et lib. 15.
[217] Socrates, Hist., lib. 2, cap. 34.
[218] Julian., Epist. ad Athen.
[219] Ammianus, lib. 14, cap. 9 et seq.
[220] Philostorgius, lib. 4, cap. 1.
[221] Ammianus. Philostorg.
[222] Julian., Epist. ad Atheniens.
[223] Liban., Orat. XII.
[224] Philostorg., Histor., lib. 4, cap. 1.
[225] Zonar., in Annal.
[226] Ammianus, lib. 15, cap. 1 et 2.
[227] Aurel. Victor, in Epit. Zonaras, in Annalib. Ammianus, lib. 15,
cap. 5.
[228] Julian., Orat. II.
[229] Mamertinus, in Panegyr. Jul.
[230] Aurel. Victor, in Epitome.
[231] Ammian., lib. 15. Jul., Orat. I et II.
[232] Hieronymus, in Chronico.
Anno di CRISTO CCCLV. Indizione XIII.
LIBERIO papa 4.
COSTANZO imperadore 19.
_Consoli_
FLAVIO ARBEZIONE e QUINTO FLAVIO MESIO EGNAZIO LOLLIANO.
Col favore d'alcune iscrizioni da me rapportate altrove[233], sembrano a
me sufficientemente provati i nomi di questi consoli. _Lolliano_ si
trova ancora col nome di _Mavorzio_. Continuò per alcuni mesi dell'anno
presente nella prefettura di Roma _Memmio Vitrasio Orfito_, ed ebbe poi
per successore _Leonzio_, personaggio assai lodato da Ammiano. Per
quanto si raccoglie dalle leggi del Codice Teodosiano[234], l'Augusto
Costanzo per lo più soggiornò in Milano nell'anno corrente, nè andò a
Roma o a Sirmio, come per errore si legge in due date. Fu appunto in
essa città di Milano tenuto in quest'anno un famoso conciliabolo, a cui
intervenne lo stesso imperadore, spasimato fautor degli ariani: il
perchè prevalse il loro partito. Quivi fu deposto sant'Atanasio[235]; e
perchè papa Liberio con altri vescovi ricusò di sottoscrivere gli iniqui
decreti, d'ordine di Costanzo fu mandato in esilio. Venne anche forzato
il clero romano ad eleggere un altro pontefice, che fu _Felice_;
essendosi poi disputato fra gli eruditi, se questi fosse vero o non vero
papa. Tolto di vita Silvano, l'unico generale di cui rispetto e paura
aveano in addietro i Barbari della Germania, parve che si aprisse la
porta al loro furore, per iscorrere liberamente per le provincie
gallicane, e portar la desolazione dappertutto[236]. Attesta Sozimo[237]
che i Franchi, Alamanni e Sassoni presero e devastarono quaranta città
poste lungo il Reno, e, fatto un immenso bottino, condussero in
ischiavitù una infinità di persone. Nello stesso tempo anche i Quadi e
Sarmati, dandosi probabilmente mano con gli altri Barbari, mettevano a
sacco la Pannonia e Mesia superiore, senza trovar chi loro facesse
resistenza. Del pari i Persiani non lasciavano quieta la Mesopotamia.
Costanzo intanto se ne stava da lungi osservando questi malori, nè
provvedeva al bisogno. Pieno sempre di diffidenze e timori, non osava di
passar nelle Gallie, dove maggiore era il bisogno; e nè pur vi spediva
generali, paventando l'esempio di Silvano. Mentre vacillava, senza
appigliarsi a risoluzione alcuna, l'imperadrice _Eusebia_, donna di
singolar prudenza, ancorchè conoscesse il sospettoso genio dell'Augusto
consorte, massimamente verso de' parenti, pure con sì bel garbo gli
seppe dipingere la persona di _Giuliano_ di lui cugino, e fratello
dell'estinto Gallo Cesare (chiamandolo giovane d'ingegno semplice, che
metteva tutto il suo piacere ne' soli studi delle lettere, usando perciò
il mantello da filosofo, e poco comparendo pratico degli affari
politici), che bel bello indusse Costanzo a richiamarlo da Atene in
Italia, e poscia a conferirgli il titolo di _Cesare_.
Scoperta dai cortigiani questa intenzione dell'imperadore, e temendo di
veder calare la loro autorità e possanza, non dimenticarono[238] di far
quanta opposizione poterono; con rappresentargli i pericoli ai quali si
esponeva, massimamente innalzando un fratello di Gallo, e tanto più
perchè egli non avea bisogno di compagni per governar tutto l'imperio.
Ma più di loro si trovarono possenti le persuasive dell'Augusta Eusebia,
di modo che raunate le milizie tutte in Milano[239], e salito Costanzo
sul trono, dichiarò _Cesare_ il suddetto suo cugino _Flavio Claudio
Giuliano_, gli diede la porpora cesarea e destinollo al governo delle
Gallie, per far testa a tanti barbari scatenati contra di quelle
contrade. Straordinarie in tal congiuntura furono le acclamazioni e il
giubilo de' soldati, ed orribile lo strepito de' loro scudi battuti
sopra il ginocchio: chè questo era il segno consueto dell'allegrezze:
laddove il battere colle lance gli scudi, segno era di sdegno e dolore.
Trovavasi allora il novello Cesare in età di venticinque anni, picciolo
di statura, ma spiritoso ed agile, di volto nondimeno poco avvenente; al
che contribuiva ancora l'aver egli voluto ritener la barba mal pettinata
e rabbuffata[240], che affettavano i filosofi di quel tempo, benchè
avesse deposto il mantello filosofico. Ma qui non finirono gli onori da
Costanzo compartiti a Giuliano. A lui diede ancora in moglie _Elena_ sua
sorella, e poscia nel dì primo di dicembre[241] l'incamminò alla volta
delle Gallie, accompagnandolo fino ad un luogo posto fra Lomello e
Ticino, o vogliam dire Pavia. Appena giunto a Torino intese Giuliano la
funesta nuova che l'insigne città di Colonia, assediata dai Barbari, era
finalmente caduta in loro mani, spogliata e diroccata dal loro furore:
nuova che il rattristò forte, quasi cattivo augurio ai suoi passi. Nè si
dee tacere che il geloso Costanzo si studiò per quanto potè di
ristrignere l'autorità del cognato e cugino Cesare, per paura ch'egli se
ne abusasse, come avea fatto il suo fratello Gallo. Sotto specie d'onore
gli mutò tutta la famiglia; gli diede guardie scelte da sè, con ordini
segreti ad ognuno di vegliare sopra i di lui andamenti; gli prescrisse
infino la tavola[242], come se si fosse trattato di un figlio che si
mettesse in collegio. Deputò per generale dell'armi _Marcello_; in man
di esso e non di Giuliano doveva essere tutto il comando, con ordine
espresso che Giuliano nulla potesse donare ai soldati, e nè pure per la
sua promozione, come si stilò sempre in addietro. Tante precauzioni del
sospettoso Augusto dove andassero a terminare, lo scorgeremo dopo
qualche tempo. Intanto Giuliano Cesare passate le Alpi prima che finisse
l'anno arrivò a Vienna del Delfinato, ivi accolto con gran festa da
tutto il popolo; ed allora fu, se merita fede Ammiano, che una vecchia
cieca di quella città gridò, essere venuto chi ristabilirebbe un dì i
templi de' falsi dii. Malcontento nondimeno fece Giuliano quel viaggio,
perchè Costanzo non gli avea dato seco se non trecento sessanta
soldati[243]; quando le Gallie si trovavano in un estremo bisogno di
forze militari, per resistere alla gran possanza e crudeltà delle
nazioni barbariche, alle quali il Reno non serviva più di confine. Nè
mancò gente maligna, per attestato di Socrate[244], che giudicò averlo
Costanzo Augusto inviato colà apposta per farlo perire, soperchiato dai
Barbari: il che niun colore ha di verisimiglianza. La di lui nobile
promozione, e l'illustre maritaggio smentiscono abbastanza tal voce, e
facilmente apparisce, aver solamente paventato Costanzo che questo
giovane alzato tant'alto, potesse un dì rivoltarsi contra del
benefattore, come in fatti dopo qualche tempo avvenne. Quanto ad Eusebia
Augusta, priva di figliuoli, considerando ella Giuliano per successore
del marito, cercò per tutte le vie di sempre più affezionarselo con
proteggerlo, e perchè conosceva il di lui genio ai libri, gli donò anche
una bella libreria, che forse fu a lui non men cara che i ricevuti
onori.
NOTE:
[233] Thesaur. Novus Inscript., p. 380.
[234] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.
[235] Sever. Sulpicius, lib. II. Baron., Annal. Eccl.
[236] Ammian., lib. 15, cap. 8.
[237] Zosimus, lib. 3, cap. II.
[238] Ammianus, lib. 15, cap. 8.
[239] Idacius, in Fastis. Socrates, Hist., lib. 2, cap. 27. Hier., in
Chronico.
[240] Aurelius Vict., in Epitome. Julian., in Misopogon.
[241] Ammian., lib. 15, cap. 9.
[242] Julian., in Epist. ad Athen. Ammian., lib. 15, cap. 5. Zosimus,
lib. 3, cap. 2.
[243] Zosimus, lib. 3, cap. 2. Libanius, Orat. ad Julian. Julian., in
Epist. ad Athen.
[244] Socrat., Histor., tom. 3, cap. 1.
Anno di CRISTO CCCLVI. Indizione XIV.
LIBERIO papa 5.
COSTANZO imperadore 20.
_Consoli_
FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per l'ottava volta e FLAVIO CLAUDIO GIULIANO
CESARE.
_Leonzio_, prefetto di Roma, continuò ancora per quest'anno in quel
riguardevole impiego, senza che apparisca se alcuno gli succedesse dopo
il mese d'ottobre, in cui si vede una legge[245] a lui indrizzata da
Costanzo Augusto. In Milano si fermò per tutto il verno esso imperadore,
e qualche apparenza v'ha ch'egli desse, venuta la primavera, una scorsa
nella Pannonia, perchè si sa che chiamò a Sirmio il celebre vescovo
Osio[246], ritenendolo ivi come in esilio. Ma egli si truova poi anche
in Milano nel suddetto ottobre, dove confermò, colla legge poco fa
accennata, i privilegi della Chiesa romana. In questi tempi ancora
affascinato più che mai dai vescovi ariani esso imperadore fece
un'orribil persecuzione al santo vescovo d'Alessandria Atanasio, il
quale fu forzato a fuggire e a nascondersi, con essersi intruso Giorgio
ariano nella di lui sedia. Mandò ancora in esilio il celebre vescovo di
Poitiers sant'Ilario con altri vescovi cattolici, benchè nel medesimo
tempo mostrasse grande ardore in favor della religione cristiana, e
pubblicasse editti contra chiunque sacrificava agl'idoli. Per quel che
riguarda Giuliano Cesare, egli soggiornò per tutto il verno in Vienna,
dove per la prima volta procedette console[247], ed attese a raccogliere
quante milizie potè, e a far preparamenti[248] per uscire in campagna
contro de' Barbari nemici, i quali, più fieri che mai, seguitavano a
dare il sacco alle contrade gallicane. Assediarono essi appunto verso
questi tempi la città di Autun, la quale, ancorchè poco fortificata, fu
bravamente difesa dai soldati veterani che vi erano di presidio. Le
diedero i nemici un dì la scalata, e furono rispinti con loro gran
danno. A quella città pervenne Giuliano verso il fine di giugno, perchè
gli antichi non solevano mettersi in campagna se non dopo il solstizio
di state. Di là passò ad Auxerre, e poscia a Troia, e nel cammino si
vide attorniato dai Barbari con forze superiori alle sue, ma gli riuscì
di dissiparli con grande loro perdita. A Reims, dove i due generali
Marcello ed Ursicino aveano avuto ordine di far la massa di tutte le
milizie, si mise Giuliano alla testa dell'armata, e marciò dipoi verso
l'Alsazia contra degli Alamanni, i quali, ancorchè avessero presa
Argentina, Vormazia, Magonza ed altri luoghi di quel tratto, amavano
piuttosto di abitare alla campagna, che di star chiusi nelle città[249].
Un corpo d'essi che assalì la di lui retroguardia, fu disfatto: dopo la
qual picciola vittoria[250], giacchè non compariva più ostacolo veruno,
rivolse i passi verso la città di Colonia, ed, entratovi, attese a
ristabilire quell'abbattuta città. Colla promessa ancora di un tanto di
danaro per cadauna testa che i suoi portassero de' nemici, animò
ciascuno a far con calore la guerra. Mentre quivi egli dimorava, vedendo
i re dei Franchi che i Romani aveano alzata forte la fronte, proposero e
conchiusero con Giuliano una tregua, che in questi tempi fu creduta
molto utile ai di lui affari. Così è a noi descritta da Ammiano la prima
campagna di Giuliano, che sembra stata gloriosa per lui, e pure,
scrivendo egli stesso agli Ateniesi[251], confessa che assai male
procederono le cose sue in questo primo anno. Libanio[252] aggiugne aver
egli avuto da soffrir molto per la contrarietà de' suoi assistenti, i
quali, in vece di secondare i di lui buoni disegni, parevano stargli al
fianco solamente per contrariarli, a tenore degli ordini segreti che
tenevano dal geloso Costanzo Augusto, quasichè tutta la sua autorità
avesse da consistere in solamente lasciarsi vedere per quei paesi, ma
senza far nulla: il qual dire ha cera di un'esagerazione maligna di quel
sofista pagano. Parla Giuliano[253] dell'andata di Eusebia Augusta a
Roma, mentre il consorte Costanzo facea guerra agli Alamanni con aver
passato il Reno, e del grande onore a lei fatto dal senato e popolo
romano, e dei donativi d'essa ai capi delle tribù e centurioni di esso
popolo. Può essere che questo suo viaggio accadesse nell'anno presente.
Ma noi nulla altro sappiamo della guerra suddetta contro gli Alamanni.
NOTE:
[245] L. 13, de Episcop. Cod. Theodos.
[246] Athanasius, ad Solitar.
[247] Ammianus, lib. 16, cap. 1.
[248] Liban., Orat. IX et XII.
[249] Liban., Orat. XII.
[250] Ammianus, lib. 16, cap. 3.
[251] Julian., Epist. ad Atheniens.
[252] Liban., Orat. IX et XII.
[253] Julian., Orat. III in fine.
Anno di CRISTO CCCLVII. Indizione XV.
LIBERIO papa 6.
COSTANZO imperadore 21.
_Consoli_
FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per la nona volta e FLAVIO CLAUDIO GIULIANO
CESARE per la seconda.
Anche per la seconda volta _Memmio Vitrasio Orfito_ esercitò in
quest'anno la carica di prefetto di Roma, come s'ha da Ammiano e dal
Codice Teodosiano. Le leggi di esso Codice[254] attestano essere
soggiornato l'Augusto Costanzo in Milano nei primi mesi dell'anno
presente. Giunta poi la primavera, voglioso di vedere l'augusta città di
Roma, dove, secondo tutte le apparenze, non s'era mai portato per
l'addietro, verso colà si inviò nel mese di aprile, conducendo seco
Elena maritata già con Giuliano. Per attestato d'Idazio[255] v'entrò nel
dì 28 di esso mese con somma magnificenza ed aria di trionfante. Per
questo suo trionfo gli dà Ammiano[256] la burla, perchè nè egli nè i
suoi capitani vittoria alcuna aveano mai riportato de' nemici
dell'imperio, nè egli aveva aggiunto un palmo di terreno al paese
romano, nè mai era intervenuto a verun combattimento; che se avea
abbattuto Magnenzio, non solevano i principi romani trionfare de'
proprii sudditi ribelli. Vedesi appresso descritta da esso istorico
quella splendidissima funzione coll'incontro del senato, e dei vari
ordini dell'immenso popolo romano, coll'accompagnamento delle schiere
militari, e fra le incessanti acclamazioni della plebe e strepiti di
innumerabili suoni di gioia. Poscia con vari giuochi e spettacoli
rallegrò egli il popolo romano e di mano in mano andò visitando le tante
rarità e magnifiche fabbriche di quella regina delle città, le quali non
aveano fin qui provata la distruggitrice fierezza delle nazioni barbare.
Attesta Ammiano ch'egli alla vista di sì belle e grandiose opere dei
precedenti Augusti e cittadini, non capiva in sè stesso per lo stupore,
giugnendo in fine a dire che per le altre città la fama era bugiarda,
perchè troppo ne dicea; ma che non men bugiarda era essa per Roma,
perchè ne dicea troppo poco. Siccome altrove accennammo, al suo
corteggio si trovava sempre _Ormisda_, fratello del re di Persia, che
tanti anni prima s'era rifugiato sotto l'ombra di Costantino il Grande.
Non incresca al lettore, s'io ricordo di nuovo, che interrogato questo
saggio straniero da esso Augusto intorno alle grandezze di Roma qual
cosa gli fosse più data negli occhi rispose: _Che nulla più gli era
piaciuto quanto d'aver imparato che anche in Roma si moriva._ In questa
occasione fu che molte città, e particolarmente Costantinopoli,
inviarono delle pesanti corone d'oro in dono all'Augusto Costanzo,
secondochè s'ha da Temistio sofista[257], il quale avea preparato per
questa congiuntura un'orazione in lode di esso imperadore, ma senza
poterla recitare, perchè restò interrotto il disegno da una malattia
sopraggiuntagli nel suo viaggio. Ci resta tuttavia quella orazione,
siccome un'altra ch'egli recitò in Costantinopoli a gloria del medesimo
Augusto.
Osservato ch'ebbe Costanzo tante insigni memorie di magnificenza,
lasciate in Roma dagli antecessori suoi, non volle essere da men di
loro. Pertanto ordinò[258] che si facesse venir dall'Egitto un
superbissimo obelisco (guglia ora lo chiamano) da collocarsi nel Circo
Massimo, per adempiere nello stesso tempo il disegno di Costantino suo
padre, che lo avea fatto condurre da Heliopoli sino ad Alessandria,
senza poi compiere l'impresa per cagion della morte. Ammiano fa qui una
lezione intorno agli obelischi, e racconta il trasporto a Roma di quella
mirabil mole, la stessa che poi l'animo grande di papa Sisto V fece di
nuovo innalzare nella piazza del Vaticano. Il Lindenbrogio[259], che
suppone trasportato non a Roma antica, ma alla nuova, cioè a
Costantinopoli questo stupendo obelisco, citando l'iscrizione che si
trova in un altro esistente in essa città di Costantinopoli, prese un
granchio, chiaramente parlando Ammiano, che il suddetto sopra una
smisurata nave fu pel Tevere introdotto in Roma. Degno è qui di memoria
il glorioso zelo delle dame romane[260], per impetrar la liberazione di
papa _Liberio_, relegato per quasi due anni a Berea. Si presentarono
esse animosamente all'imperadore, per pregarlo di rimettere in libertà
il loro pastore; e perchè egli rispose che avendo elle _Felice_, non
mancava pastore al popolo romano, ne mostrarono esse dell'orrore. Fu
cagione un tal ricorso, che Costanzo pensasse a richiamar l'esiliato
pontefice, ma sedotto dai consiglieri ariani, tanto fece, che lo
indusse poi a comperar la grazia con discapito non lieve della sua
riputazione, siccome accennerò all'anno seguente. Abbiamo ancora da
sant'Ambrosio[261] che Costanzo o prima di giugnere a Roma, o giunto che
vi fu, fece levar dal senato la statua della Vittoria, adorata tuttavia
dai pagani: il che quanto fece risplendere la di lui cristiana
delicatezza, altrettanto diede motivo di mormorazione e collera a chi
tuttavia professava il culto degl'idoli, e massimamente al senato,
giacchè tutti i senatori d'allora, o almeno la maggior parte erano
idolatri. Pensava poi e desiderava esso Augusto di fermarsi più
lungamente in quella maestosa e deliziosa città[262], quando gli vennero
nuove che gli Svevi facevano delle scorrerie nella Rezia; i Quadi nella
Valeria o sia nella Pannonia, e i Sarmati nella Mesia superiore. Per tal
cagione, dopo la dimora di soli trenta giorni, si partì di colà e
tornossene a Milano. Convien credere che cessassero i torbidi della
Rezia, perchè non si sa che Costanzo alcun movimento facesse per quelle
parti. Le leggi[263] bensì del Codice Teodosiano, ed Ammiano[264] ci
assicurano che forse verso il fine dell'anno, per via di Trento, egli
passò nella Pannonia[265], andando a Sirmio, dove si trattenne poi per
tutto il seguente verno[266]. Visitò le frontiere verso i Quadi e
Sarmati, e da quelle barbare nazioni ricevette quante belle parole di
pace ed amicizia egli voleva, ma pochi fatti, siccome vedremo. Non
piaceva certo a Costanzo il faticoso e pericoloso mestier della guerra,
e però si studiava di acconciar le cose come poteva il meglio colle
buone, guardandosi di venire a rottura.
Passiamo ora nelle Gallie, dove Giuliano Cesare si trattenne durante il
verno nella città di Sens, con ritener poche truppe presso di sè, e
distribuire il resto in altri paesi[267], perchè il paese si trovava
disfatto dai Barbari. Non tardarono le spie a ragguagliare i nemici
dello stato presente di Giuliano; e però volarono nel cuor del verno ad
assediarlo in quella città[268]. Così bravamente si difese egli con quel
poco di guarnigione che ivi stava di guardia, che da lì a un mese que'
Barbari levarono il campo e se ne andarono. Quello che specialmente
disgustò Giuliano, fu che Marcello generale delle armi, acquartierato in
quelle vicinanze, niun pensiero si diede per soccorrere la città
assediata e lui posto in sì grave pericolo. Ne fece perciò amare
doglianze Giuliano alla corte, e non le fece indarno, perchè Costanzo,
mentre soggiornava in Milano nella primavera, richiamò esso Marcello, e
toltogli il comando dell'armi, come a persona inetta per quell'impiego,
il mandò a riposare a Serdica patria sua. Alla deposizion di costui
contribuì l'essere stato spedito alla corte da Giuliano, Euterio suo
eunuco, uomo di vaglia, che fece ben valere le ragioni del suo padrone
contro le informazioni dell'altro. Di questa occasione[269] si servì
l'imperadrice Eusebia per ottenere dall'Augusto consorte, che Giuliano
avesse il comando dell'armi, senza dipendere dal pedante. Per suo
tenente generale, e generale della cavalleria[270], gli fu poi inviato
_Severo_, uomo pratico del mestier militare, e discreto, a cui non
rincresceva di ubbidire agli ordini di esso principe. A questi tempi
riferisce Ammiano[271] i rigorosi processi, formati per ordine di
Costanzo contra chi ricorreva ai maghi, strologhi e indovini, per sapere
il significato de' sogni o de' fortuiti incontri degli animali, o pure
facea de' sortilegi per guarire da qualche male. Il che ci fa intendere
sempre più la debolezza di Costanzo, che pien di sospetti, tutte queste
inezie, per altro ridicole, ed insieme viziose e condannabili,
interpretava sempre come tendenti contro la vita propria, ed insieme ci
rappresenta la stoltizia, riferita anche da altri, degli antichi
Gentili, prodigiosamente attaccati a simili superstizioni ed augurii.
Per questo fu pubblicata nell'anno seguente da esso imperadore una
rigorosissima legge contro simili impostori, riguardandoli come rei di
lesa maestà. Inviò poscia Costanzo dall'Italia verso l'Elvezia in
soccorso di Giuliano Cesare _Arbezione_, con titolo di generale della
fanteria[272], dandogli seco venticinquemila combattenti, con intenzione
di cacciar da quelle contrade gli Alamanni, i quali continuamente le
infestavano. Era costui un bravo solenne, ma solamente di parole, e non
già di fatti[273]; e si trovò poi che non perdonava alle calunnie, per
abbassar la gloria di Giuliano. Giunse egli colle sue genti sino alle
vicinanze di quella città, che oggidì porta il nome di Basilea, ma senza
fare impresa alcuna meritevol di lode in quelle parti. Riuscì intanto
circa questi tempi ai Leti, popolo germanico, di giugnere con una
scorreria fin sotto la città di Lione, che andò a pericolo d'essere
occupata e bruciata, come era il loro disegno; ma felicemente quel
popolo si difese, e il solo territorio andò a sacco. Giuliano armò i
passi per dove costoro doveano ritornare, e ne fece tagliar a pezzi la
maggior parte. Il resto passò in vicinanza del campo di Arbezione, che
non volle che si facesse guardia alcuna, e pure scrisse dipoi alla corte
contra di alcuni uffiziali, mal veduti da lui, incolpandoli di non aver
guardati i posti, e li fece cassare. Uno di essi fu _Valentiniano_, che
poi divenne imperadore.
Venuta la state, Giuliano colle sue milizie si mise in campagna. Avea
egli arrolata quanta gente potè, e perchè ebbe la fortuna di trovar
delle armi in un vecchio magazzino, ne fece buon uso[274]. Marciò alla
volta del Reno, e trovò che i Barbari parte s'erano afforzati in vari
siti di qua dal fiume con diversi trincieramenti d'alberi tagliati, e
parte accampati nelle isole di quel fiume, quivi si riputavano sicuri.
Avendo inviato a dimandar delle barche ad Arbezione, nulla potè
ottenere. Non per questo lasciò d'andare innanzi, e trovate l'acque
basse, fece transitar in alcune di quelle isole alquanti de' suoi
soldati, che diedero la mala pasqua a que' Barbari ivi sorpresi, e si
impadronirono delle lor barche, con valersene poi ad assalir le altre
isole, in guisa che ne snidarono tutti i nemici, con ridurli a salvarsi
di là dal fiume. Allora Giuliano attese a formarsi un buon asilo,
fortificando Saverna, luogo dell'Alsazia, e provvedendola di viveri per
un anno. Per lo contrario Arbezione, coll'aver tentato di gittare un
ponte di barche sul Reno, mosse i Barbari a scagliarsi contra di lui.
Tanti alberi tagliati mandarono essi giù pel fiume[275], che ruppero il
ponte, uccisero moltissimi Romani, e gl'inseguirono fin presso a
Basilea. Contento di questa bella impresa Arbezione, ossia Barbazione,
mandò le sue genti a' quartieri d'inverno. Non così operò Giuliano
Cesare[276]. _Cnodomario_ re degli Alamanni, informato dalle spie che
questo principe non avea seco più di tredicimila persone, gli spedì per
uno, o pure per più suoi deputati, lettera, con cui imperiosamente gli
comandava di levarsi da quelle terre, perchè a lui cedute da Costanzo
Augusto mentre Magnenzio viveva, e fece anche veder le lettere di esso
imperadore. Giuliano mostrando di credere che quel messo fosse inviato
per ispia, il ritenne fin dopo la battaglia, di cui ora parlerò, e poi
gli diede la libertà. Non veggendo _Cnodomario_ nè risposta nè messo,
volle venir in persona ad abboccarsi alla testa della sua armata con
Giuliano. Dicono che egli seco menasse trentacinque mila armati, e fra
Saverna ed Argentina attaccò un fatto d'armi, in tempo che era matura la
messe, cioè probabilmente dopo la metà di luglio. Stette dubbioso un
pezzo l'esito del combattimento, descritto minutamente da Ammiano[277].
La cavalleria romana andò quasi in rotta; la fanteria tenne sì forte,
che infine sbaragliata la nemica, e sconfitti gli Alamanni diedero alle
gambe. Strage non poca di loro fu fatta, e forse più di essi ne assorbì
il fiume[278]. Chi dice sei, chi ottomila di loro vi perì. È guasto il
testo di Zosimo[279], che parla di sessantamila nemici estinti. Dalla
parte de' Romani alcune sole centinaia rimasero sul campo. Ma quello che
rendè più gloriosa la vittoria di Giuliano[280] fu la presa del medesimo
re _Cnodomario_, colto fuggitivo in un bosco, che fu poi presentato a
Giuliano alla vista di tutto l'esercito, ben trattato da lui, e fra
pochi giorni inviato prigioniere all'imperador Costanzo. Noi troviamo
esaltata forte dagli scrittori pagani[281] questa felice giornata di
Giuliano, ed essa veramente liberò tutte le Gallie dal peso delle
nazioni germaniche che si ritirarono di là dal Reno. La vittoriosa
armata in quel bollore di allegrezza proclamò Giuliano Augusto; ma egli
represse le loro voci, e diede poi tutto l'onore di tale impresa a
Costanzo, il quale in fatti si pavoneggiò di essa vittoria, come se in
persona fosse intervenuto a quel conflitto; ciò apparendo da un editto,
accennato da Temistio[282] e da Aurelio Vittore. Per profittar poi della
vittoria, Giuliano, formato un ponte sul Reno a Magonza, passò di là, e
diede il guasto al paese nemico, finchè le nevi obbligarono le sue
soldatesche a cercar quartiere. Ebbe inoltre cura di fortificare di là
dal Reno il castello di Trajano, creduto oggidì quello di Cromburgo,
distante circa dieci miglia da Francoforte: azioni tutte che empierono
di spavento gli Alamanni, avvezzi da gran tempo solamente a vincere e a
saccheggiare gli altrui paesi. Perlochè più volte spedirono inviati per
dimandar pace, con ottener in fine non più che una tregua di dieci mesi.
Andò poscia Giuliano a passare il verno a Parigi, luogo, il cui nome
comincia ad udirsi solamente in questi tempi, e che consisteva allora in
un castello posto nel recinto dell'isola della Senna.
NOTE:
[254] Gothofred., in Chron. Cod. Theod.
[255] Idacius, in Fastis. Hieron., in Chron.
[256] Ammianus, lib. 16, cap. 10.
[257] Themistius, Orat. III et VI.
[258] Ammianus, lib. 17, cap. 4.
[259] Lindenbrogius, in Not. ad Ammian.
[260] Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 14.
[261] Ambrosius contra Sym. Epist. XII.
[262] Ammian., lib. 16, cap. 10.
[263] Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.
[264] Ammianus, lib. 16, cap. 10.
[265] Sozomenus, lib. 4, cap. 14.
[266] Philostorgius, lib. 4, cap. 3.
[267] Ammian., lib. 6, cap. 4.
[268] Julian., Epist. ad Atheniens.
[269] Zosim., lib. 3, cap. 2.
[270] Julian., Epist. ad Atheniens. Libanius, Orat. XII.
[271] Ammian., lib. 16, cap. 8.
[272] Idem, ibid., cap. 11.
[273] Liban., Orat. XII.
[274] Zosimus, lib. 3, cap. 3. Ammianus, lib. 16, cap. 11. Libanius,
Orat. XII.
[275] Liban., Orat. XII.
[276] Ammianus, lib. 16, cap. 12.
[277] Idem, ib.
[278] Idem, ib. Liban., Orat. XII.
[279] Zosim., lib. 3, cap. 3.
[280] Jul., in Epist. ad Athen.
[281] Ammian. Marcellin. Aurel. Vict. Liban. Eutrop. Mamert.
[282] Temist., Orat. IV.
Anno di CRISTO CCCLVIII. Indizione I.
LIBERIO papa 7.
COSTANZO imperadore 22.
_Consoli_
DAZIANO e NERAZIO CEREALE.
Nel grado di prefetto di Roma continuò _Memmio Vitrasio Orfito_ anche
per quest'anno. Seguitò ancora l'imperador Costanzo a trattenersi nella
Pannonia, ciò apparendo da varie sue leggi[283] pubblicate in Sirmio e
Mursa, fallata essendo la data di due, come fatte in Milano.
Trattenevasi egli in quelle parti, perchè durava la guerra coi Quadi e
Sarmati. Costoro nel verno col favore del ghiaccio fecero non poche
scorrerie nella Pannonia e Mesia superiore. Nello stesso tempo i
Giutunghi, popoli della Alamagna, infestarono la Rezia; ma spedito di
poi contra di essi Barbazione[284], gli riuscì per questa volta di dar
loro una rotta, cioè una buona lezione, per portar più rispetto da lì
innanzi alle terre de' Romani. Ora l'Augusto Costanzo sul principio di
aprile[285], ansioso di vendicarsi delle insolenze de' medesimi Barbari,
dopo aver gittato un ponte sul Danubio, passò colla sua armata ai lor
danni; ed essendosi eglino arrischiati ad affrontarsi con lui, conobbero
a loro spese quanto ben fossero affilate le spade romane. Questa lor
perdita e il guasto del loro paese li consigliò a spedire ambasciatori
per aver pace, con esibire ancora di sottomettersi. Costanzo si contentò
di obbligarli solamente a rendere i prigioni e a dar degli ostaggi,
poscia se ne tornò di nuovo nella Pannonia. E perciocchè abbiam detto
altrove, cioè all'anno 334, che i Sarmati erano stati cacciati dal
proprio paese dai loro schiavi appellati Limiganti, Costanzo, pregato di
volerli rimettere in casa, ne prese l'assunto, e con essi portò la
guerra addosso a quella canaglia. Vennero in gran copia i Limiganti a
trovar l'imperadore, con far vista di volersi sottomettere, ma con
disegno di fare un brutto scherzo ai Romani se li trovavano poco
guardinghi. Per loro disgrazia i Romani vegliavano, e al primo cenno che
fecero coloro di dar di piglio alle armi, li prevennero con tagliarli
tutti a pezzi, giacchè niun d'essi volle dimandar la vita. Ora dappoichè
ebbero sofferto un fier sacco delle loro campagne, nè potevano più
resistere a quel flagello, si ridussero i Limiganti a cedere il paese
agli antichi loro padroni, e a ritirarsi in un più lontano[286]. Il che
fatto, Costanzo ebbe la gloria di dare per re ai Sarmati un principe
della lor nazione, per nome _Zizais_, e di rimetterli in possesso dei
lor antichi beni, dopo ventiquattro anni di esilio. Per questa felice
impresa a Costanzo fu dato il titolo di _Sarmatico_ dopo il suo ritorno
a Sirmio, nella qual città egli soggiornò poi nel verno seguente. Ma non
si dee omettere un altro fatto spettante al medesimo Augusto[287]. Avea
nell'anno precedente _Musoniano_, prefetto del pretorio di Oriente,
mossa parola di pace con _Tansapore_ general de' Persiani, il quale
veramente ne scrisse al re _Sapore_ suo padrone, ma con termini che
mostravano l'imperador romano, se non bisognoso e supplicante, almeno
assai voglioso di pacificarsi con lui[288]. Perchè Sapore si trovava
alla estremità del suo regno in guerra con alcuni suoi nemici, le
lettere tardarono a giugnergli, o pure egli tardò a rispondere, finchè
ebbe terminati quegli affari. Allora egli spedì per suo ambasciatore a
Costanzo Augusto uno de' suoi ministri, per nome Narsete, con diversi
regali, e con una lettera riferita da Ammiano, carica di que' bei titoli
che tuttavia usano i vani e superbi Turchi, ed altri monarchi dell'Asia,
cioè _re dei regi, parente delle stelle, fratello del sole e della
luna_. Era essa lettera involta in bianca tela di seta: rito anche
oggidì praticato nelle corti orientali; e con essa il re persiano
parlava alto, richiedendo la restituzion d'immensi paesi stati una volta
della nazion persiana, riducendosi nondimeno a contentarsi dell'Armenia
e Mesopotamia. Scrive Idazio[289] che questa ambasceria passò per
Costantinopoli nel dì 23 di febbraio dell'anno presente, e si portò a
Sirmio a trovar lo imperadore. Anche Temistio[290] la vide prima passar
per Antiochia. Costanzo, senza voler entrare in negoziato alcuno,
rimandò l'ambasciatore con solamente rispondere che sua intenzione era
più che mai di conservare interamente lo imperio, e che darebbe mano
alla pace, purchè ne fossero onorevoli e non vergognose le condizioni.
Poscia anch'egli inviò per suoi ambasciatori a Sapore con lettere e
regali tre scelte persone[291], cioè _Prospero_ conte, _Spettato_, uno
dei suoi segretari, parente di Libanio, che ne parla in varie sue
lettere, ed _Eustazio_ filosofo, discepolo di Jamblico, di cui parla
Eunapio[292] con molta lode, o, per dir meglio, con troppa adulazione.
Nulla di pace fu conchiuso, avvegnachè Costanzo dopo qualche tempo
spedisse altri ambasciadori al Persiano: cioè _Lucilliano_ conte e
_Valente_, che vedremo a suo tempo ribello all'imperio; il perchè
continuò la rottura, nè andrà molto che la vedremo passare in guerra
viva. L'anno fu questo, in cui _papa Liberio_ ottenne da Costanzo
Augusto d'essere richiamato dall'esilio, ma con pregiudizio del suo
onore, perchè si lasciò indurre alla condannazione di sant'Atanasio, per
non condiscendere alla quale s'era esposto in addietro con eroico
coraggio a tanti patimenti. Venne egli in quest'anno alla corte di
Costanzo, esistente in Sirmio; e il padre Pagi[293] pretende che
solamente nell'anno seguente egli ritornasse a Roma, dove ripigliò il
pontificato coll'esclusione di _Felice_ già posto sulla sedia papale in
luogo suo, e cacciato fuor di Roma all'arrivo di Liberio: intorno a che
è da vedere la storia ecclesiastica. Terribile avvenimento ancora
dell'anno presente fu il tremuoto che nel mese d'agosto si fece sentire
spaventosamente in Oriente, ed è mentovato e compianto da più
scrittori[294] di que' secoli. Nicomedia, città della Bitinia, una delle
più popolate dell'imperio romano, che Diocleziano cotanto amò ed
abbellì, bramando di farne un'altra Roma, in un momento fu rovesciata a
terra, con perir ivi, se Libanio[295] non esagera di troppo quella gran
calamità, quasi tutti gli abitanti. Ammiano ci lasciò un lagrimevol
ritratto delle sue rovine. Si stese quell'orrenda scossa della terra per
le contrade dell'Asia, del Ponte e della Macedonia, con iscrivere
Idazio, che ben centocinquanta città ne provarono gran danno.
Per conto di Giuliano Cesare, egli durante il verno, dimorando in
Parigi, attese a regolar le imposte solite delle Gallie con tale
esattezza, che senza metterne delle nuove, ricavò il danaro occorrente
per continuar la guerra in quest'anno[296]. Le mire sue, giacchè durava
la tregua con gli Alamanni, tendevano contra dei popoli Franchi, divisi
in varie popolazioni l'una indipendente dall'altra, e governata da' suoi
principi o re, de' quali non sappiamo il nome. Venuto dunque il tempo
proprio, uscì in campagna, e rivolse l'armi sue verso i Franchi Salii,
abitanti fra la Schelda e la Mosa, dove ora è Breda ed Anversa. Arrivato
a Tongres, trovò ivi i deputati di quella gente che erano inviati a
Parigi, per parlare con lui, ed ascoltò le lor preghiere di lasciarli,
come amici, nelle terre dove abitavano. Con belle parole li licenziò, ed
entrato dipoi nel loro paese, obbligò quella gente a rendersi. Passò di
là contra de' Franchi Camavi, i quali arrischiatisi a far fronte,
rimasero in una zuffa sconfitti, e buona parte prigionieri. Di questi
popoli soggiogati non pochi ne arrolò, ed accrebbe il suo esercito.
Quindi avendo trovati sulla ripa della Mosa tre forti smantellati dai
Barbari, immediatamente ordinò che si rimettessero in piedi con buone
fortificazioni, e li fornì di viveri. A questo fine, ed anche per
sussidio dell'armata, fece venir gran copia di grani dalla Bretagna.
Zosimo[297], storico pagano, che scrive delle maraviglie di queste
spedizioni del suo Giuliano, racconta ch'egli a tal effetto fece
fabbricare ottocento piccioli legni; i quali poi, salendo pel Reno (cosa
non praticata in addietro per l'opposizione o padronanza de' Barbari)
portarono la provvisione opportuna all'esercito e alle fortezze di quel
tratto. Ma forse questo fatto appartiene all'anno seguente. Dovette
intanto spirar la tregua con gli Alamanni, e perchè Giuliano non volle
aspettare[298] ch'essi tentassero cosa alcuna contro il paese romano, e
conosceva il vantaggio di far la guerra in casa de' nemici: gittato un
ponte sul Reno, passò nelle terre alamanniche coll'esercito suo. Si
disponeva a far gran cose, se il suo generale Severo (non si sa bene il
perchè), dianzi sì ardito, non fosse divenuto pauroso ed alieno da ogni
rischio di battaglia. Ciò non ostante, _Suomario_, uno dei re alamanni,
intimorito per questa visita, venne in persona a dimandar pace a
Giuliano. L'ottenne con patto di rendere tutti gli schiavi romani, e di
somministrar vettovaglie alle occorrenze. Colle condizioni medesime
accordò Giuliano la pace ad _Ortario_, altro re o principe
dell'Alamagna. Fatto dipoi con diligenza mirabile raccogliere il nome di
tutti i Romani già menati in ischiavitù da que' Barbari, volle
rigorosamente la restituzione di chiunque non era mancato di vita, e ne
vide ritornare ben venti mila alle lor case. Con tali imprese terminò
Giuliano la campagna dell'anno presente, e poi condusse l'armata a'
quartieri d'inverno.
NOTE:
[283] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.
[284] Ammian., lib. 17, cap. 6.
[285] Idem, ibid., cap. 12.
[286] Aurel. Victor, de Caesarib.
[287] Ammian., lib. 16, cap. 9.
[288] Idem, lib. 17, cap. 5.
[289] Idacius, in Fastis.
[290] Temisthius, Orat. IV.
[291] Ammianus, lib. 17, cap. 5.
[292] Eunap., Vit. Sophist., cap. 3.
[293] Pagius, Crit. Baron.
[294] Idacius. Ammianus. Hieronym., in Chronico. Socrates, Sozomenus et
alii.
[295] Liban., Orat. VIII.
[296] Ammianus, lib. 16, cap. 8.
[297] Zosimus, lib. 3, cap. 5.
[298] Ammianus, lib. 17, cap. 10.
Anno di CRISTO CCCLIX. Indizione II.
LIBERIO papa 8.
COSTANZO imperadore 23.
_Consoli_
FLAVIO EUSEBIO e FLAVIO HYPAZIO.
Erano questi consoli amendue fratelli di Eusebia Augusta, moglie di
Costanzo imperadore, la quale non lasciò indietro diligenza alcuna per
esaltare i suoi parenti. Sono amendue lodati da Ammiano[299]; ma sotto
Valente imperadore, benchè innocenti, patirono delle gravi disgrazie.
_Memmio Vitrasio Orfito_ si trova nel dì 25 di marzo di quest'anno
tuttavia prefetto di Roma[300]. _Giunio Basso_ gli succedette; ma il
rapì la morte nel dì 23 d'agosto[301], dopo aver ricevuto il sacro
battesimo. In quella dignità, esercitata per qualche tempo con titolo di
viceprefetto da _Artemio_, entrò dipoi _Tertullo_. Giacchè Ammiano
Marcellino[302] dà principio a quest'anno con raccontar le imprese di
Giuliano Cesare, seguitandolo anch'io, dico ch'egli, dopo avere nel
tempo del verno avuta gran cura di rimettere in piedi, e fornire di
vettovaglie varie città sul Reno, già rovinate dai Barbari, uscì al
consueto tempo da' quartieri coll'esercito, disegnando di passar di là
dal Reno, e di far guerra a quegli Alamanni che tuttavia restavano
nemici. Non volle gittar ponte su quel fiume a Magonza, per non
disgustar Suomario re o principe amico, e negli altri siti trovò le
opposte ripe ben guardate dalle milizie nemiche. Fatti nondimeno una
notte passar in barche tacitamente trecento de' più valorosi suoi
soldati, questi presero posto di là dal fiume, misero in fuga quelle
guardie, e diedero campo all'armata romana di formare il ponte, e di
passare il Reno: il che fatto, si stesero i saccheggi per tutte quelle
parti. _Macriano_ ed _Ariobaudo_, re o principi d'esso paese, altro
scampo non ebbero che di umiliarsi, ed ottenuta licenza si presentarono
supplichevoli a Giuliano. Venne ancora a trovarlo _Vadomario_, padrone
del paese, dove oggidì è Spira, il quale già vedemmo divenuto amico dei
Romani, ma per aver insolentemente voluto da Giuliano il figlio suo[303]
lasciato per ostaggio, senza neppure restituire i prigioni promessi, era
caduto in disgrazia di lui. Fu con cortesia accolto, e si può credere
che soddisfacesse agli obblighi suoi. Ma non impetrò già perdono per
altri principi di quelle contrade, come per Urio, Ursicino e Vestralpo,
esigendo Giuliano che essi o venissero, o mandassero ambasciatori con
plenipotenze. In fatti costoro, dopo d'aver tollerato il guasto del loro
paese, spedirono deputati, a' quali fu conceduta la pace, con obbligo di
rendere i prigioni. Non altro di più si sa di questa terza campagna di
Giuliano, il quale poi si ridusse alle stanze del verno.
Soggiornava tuttavia ne' primi mesi di quest'anno in Sirmio di Pannonia
l'Augusto Costanzo, quando gli fu portata una lettera[304] pazzamente
scritta a _Barbazione_, generale della fanteria, da sua moglie, la quale
perchè uno sciame d'api si era fermato ed annidato in sua casa, secondo
la folle credenza degli auguri d'allora, figurò che il marito, dopo la
morte di Costanzo, diverrebbe imperadore, raccomandandosi perciò che non
abbandonasse lei per isposare _Eusebia Augusta_. Bastò questo perchè
Costanzo facesse levar la vita ad amendue, e fossero tormentate varie
persone innocenti, come complici del fatto. Ed ecco i perniciosi effetti
dei superstiziosi cacciatori dell'avvenire. In quei medesimi tempi[305]
giunse avviso alla corte augusta che i Limiganti, cacciati nell'anno
precedente dalla Sarmazia, partendosi dal paese, dove già si ritirarono,
si accostavano al Danubio, parendo disposti a passarlo coll'occasione
del ghiaccio. Costanzo sul principio della primavera per tal novità andò
ad accamparsi colle truppe lungo quel fiume, nella Valeria, provincia
della Pannonia, e mandò per sapere che pensiero bolliva in capo a que'
Barbari. La risposta fu, che troppo scomodo trovavano il paese dove
s'erano rifugiati, pregando perciò l'imperadore di voler prenderli per
sudditi, con dar loro qualche sito nell'imperio, e di permettere che
venissero ai di lui piedi. Piacque e Costanzo la lor proposizione e li
ricevette ad Aciminco, creduto oggidì un borgo vicino a Petervaradino.
Era egli salito sopra un luogo eminente per ascoltar le loro preghiere,
le quali poco corrispondevano all'aria dei loro volti e alla positura
rigida delle lor teste; e mentre si preparava per parlare ad essi, ecco
un loro capo gridar _marha, marha_, segno di battaglia fra loro. Ebbe la
fortuna Costanzo di salvarsi, posto a cavallo da alcuno dei suoi
cortigiani. Fecero a tutta prima le guardie colle lor vite argine al
furor di que' perfidi, da quali fu presa la sedia imperiale coll'aureo
cuscino. Intanto l'armata romana, dato di piglio alle armi, furiosamente
volò contra de' Barbari, e a niun d'essi lasciò la vita. S'effettuarono,
poi in quest'anno le minacce di _Sapore_ re della Persia contra de'
Romani[306], avendolo spezialmente confermato a questa guerra un
Antonino, già mercatante ricchissimo della Mesopotamia, ma poscia
fallito, che si ricoverò nella Persia, e ben accolto alla corte di
Sapore, gli diede un minuto ragguaglio delle fortezze e guarnigioni, in
una parola, di tutte le forze e debolezze dell'imperio romano. Fatto
dunque un potente armamento, si mise alla testa d'un esercito, composto
almeno di centomila combattenti, assistito anche dai re d'Albania e de'
Chioniti. A tale avviso la corte dell'imperador Costanzo gran bisbiglio
fece; e gli eunuchi, che vi comandavano le feste, seppero far richiamare
dalla Soria _Ursicino_, uffiziale di gran valore e sperienza nella
guerra, per dare il comando dell'armi d'Oriente a _Sabiniano_, uomo
vecchio e poltrone di prima riga, ma ricco. Fu poi rimandato indietro
Ursicino, con titolo bensì di generale della fanteria, ma con restare la
principal autorità del comando nel suddetto Sabiniano. Passato il Tigri,
entrò il re persiano nella Mesopotamia, e per consiglio del traditore
Antonino pensava di tirar diritto all'Eufrate, e passando in Soria, di
dare il sacco a quel ricco paese, con isperanza ancora d'impadronirsene.
Ursicino ai primi movimenti del re nemico mandò ordine per la
Mesopotamia, che i popoli si ritirassero ne' luoghi forti coi lor
viveri, e che si desse il fuoco alle biade già mature, per levare ogni
sussistenza all'armata persiana. Fece parimente fortificar le ripe
dell'Eufrate, e guernirle d'armati: provvisioni che fecero mutar disegno
a Sapore, e determinarlo a portarsi all'assedio della città d'Amida.
Ammiano Marcellino, che diffusamente racconta questi fatti, vi si trovò
in persona, e suo malgrado si vide chiuso in quella città. Grande fu la
difesa di Amida fatta da quella guarnigione; pure dopo due mesi e mezzo
d'ostinato assedio, in essa entrarono per forza i Persiani. Furono
impiccati i principali degli uffiziali romani, e gli abitanti condotti
tutti in ischiavitù, a riserva di chi potè salvarsi con la fuga, come
fortunatamente riuscì ancora al suddetto Ammiano. Costò nondimeno ben
caro al re persiano un tale acquisto, perchè vi restarono morti circa
trentamila de' suoi; la qual perdita unita alla stagione avanzata
indusse Sapore a ritirarsi a' quartieri del verno nel regno suo. Nulla
fece Sabiniano, il generale primario, per soccorrere Amida, ed Ursicino
non avendo mai potuto ottenere alcun braccio da lui, fu costretto a
veder cadere quella città senza maniera di soccorrerla. Se n'andò egli
poscia alla corte dell'Augusto Costanzo, dove se gli formò addosso un
gran processo per quella perdita. Finì poi la faccenda, che Ursicino
ebbe per grazia il potersi ritirare a casa sua, con essere poi dato il
posto di generale della fanteria ad un _Agilone_ di nazion
germanica[307]. A cagione di tali disgrazie, Costanzo dalla Mesia passò
a Costantinopoli, per accudir più da vicino alle piaghe dell'Oriente, e
per reclutare le sue milizie, ben persuaso che il Persiano continuerebbe
con più vigore la guerra nell'anno vegnente. Per attestato del suddetto
Ammiano, inviò egli nel presente, Paolo, suo segretario e principal
ministro della sua crudeltà, a Scitopoli nella Palestina, a fare una
rigorosa inquisizione di chi, tanto nella Soria che nell'Egitto, avesse
consultati gli oracoli de' pagani, o commesse altre superstizioni ed
augurii per indagar l'avvenire. Moltissimi, ed anche de' primarii,
processati per questo, a diritto o torto vi perderono la vita o ne'
tormenti o per mano del boja; ed altri con pene pecuniare o coll'esilio
schivarono la morte. Per colpa anche[308] del medesimo Costanzo il
numeroso consilio di vescovi, tenuto in questo anno a Rimini, dopo aver
condannati gli errori d'Ario, e confermata la dottrina de' Padri Niceni,
andò a terminare in un lagrimevol conciliabolo, con trionfar ivi la
fazione e prepotenza degli Ariani: conciliabolo che fu poi detestato da
tutta la Chiesa di Dio.
NOTE:
[299] Ammianus, lib. 29.
[300] Gothof., Chron. Cod. Theod.
[301] Baronius, ad an. 358.
[302] Ammianus, lib. 18, cap. 1.
[303] Eunap., in Excerpt. de Legat. Tom. I Hist. Byz.
[304] Ammianus, lib. 18, cap. 3.
[305] Ammianus, lib. 18, cap. 11.
[306] Idem, ibid., cap. 5.
[307] Ammianus, lib. 19, cap. 11.
[308] Labbe, Concil. General. Baronius, Annal. Eccl.
Anno di CRISTO CCCLX. Indizione III.
LIBERIO papa 9.
COSTANZO imperadore 24.
_Consoli_
COSTANZO AUGUSTO per la decima volta, e FLAVIO CLAUDIO GIULIANO CESARE
per la terza.
Prefetto di Roma in parte di questo anno continuò ad essere _Tertullo_,
di professione pagano, che nell'anno precedente corse pericolo della
vita in una sedizion del popolo affamato, perchè i venti contrarii non
lasciavano venir le navi solite a portare i grani. L'anno presente fu
quello in cui si sconciò fieramente la competente armonia, durata fin
qui tra l'imperadore Costanzo e Giuliano Cesare, tuttochè anche in
addietro, per testimonianza d'Ammiano[309], nella corte d'esso Costanzo
abbondassero coloro che screditavano a tutto potere Giuliano, e
mettevano in ridicolo ogni azione di lui, non mai nominandolo se non con
parole di disprezzo. Avea esso Giuliano passato il verno in Parigi[310],
quando gli giunse l'avviso che gli Scotti e Pitti, popoli barbari della
Bretagna, facevano delle scorrerie nelle provincie romane di quella
grand'isola. Spedì egli colà con un corpo di soldatesche _Lupicino_
generale, uomo valoroso, ma crudele ed avaro, e così borioso, che
Giuliano ebbe ben cara questa occasione di allontanarselo dai fianchi.
Partì costui sul fine del verno da Bologna di Picardia, ed arrivò
felicemente a Londra. Altro di più non sappiamo della sua spedizione. Ma
eccoti arrivar nelle Gallie _Decenzio_, uno de' segretarii di Costanzo,
con lettere ed ordini indirizzati a _Lupicino_ (era questi andato già in
Bretagna) e a _Gintonio_ primo scudiere[311] di condurre in Levante gli
Eruli, i Batavi, i Petulanti ed i Celti, con trecento altri scelti dalle
truppe di Giuliano. Era fatta istanza di tal gente pel bisogno pressante
della guerra persiana; ma credesi che vi entrasse ancora un'invidia
segretamente portata da esso Augusto al plauso e buon concetto che
s'andava Giuliano acquistando coll'armi nelle Gallie. Intanto ad esso
Giuliano unicamente fu scritto di eseguir certi ordini dati a Lupicino.
Noi qui non abbiamo se non istorici pagani[312] che parlano di questo
fatto, e può dubitarsi della lor fede. A udir costoro, procedette
onoratamente Giuliano in tal congiuntura, col mostrarsi prontissimo
all'ubbidienza, ancorchè sommamente se ne affliggesse, perchè così
veniva a restare spogliato del miglior nerbo della sua armata, per modo
che non solamente niuna impresa poteva egli più tentare, ma restavano
anche le Gallie esposte alla violenza de' Barbari transrenani.
Rappresentò ben egli a Decenzio il pericolo del paese, e la difficoltà
di menar in Oriente que' soldati che s'erano arrolati, o pure come
ausilarii militavano con patto di non passar le Alpi; ma Decenzio non
aveva autorità di mutar gli ordini imperiali; e però scelti i migliori
soldati, senza risparmiare nè pur le guardie del medesimo Giuliano,
intimò a tutti la marcia. Giuliano[313] anch'egli volle che
abbandonassero i quartieri, e fossero lesti al viaggio. Ma si
cominciarono ad udir pianti, grida e querele di quella gente; si
sparsero biglietti pieni di lamenti contra di Costanzo e in favor di
Giuliano, quasichè si volesse condurli alla morte, facendoli pattare a
sì rimoti paesi. Giuliano, per facilitar la loro andata, ordinò che
potessero condur seco le loro famiglie, nè volea che transitassero per
Parigi, dove egli dimorava, affinchè non succedesse sconcerto alcuno. Ma
Decenzio fu di altro parere. Vennero a Parigi, e quanto quel popolo gli
scongiurava di non andare, affinchè il paese non rimanesse esposto alla
crudeltà dei Barbari, altrettanto i soldati mostravano desiderio di
restarvi. Tenne Giuliano alla sua tavola i più cospicui uffiziali,
usando con loro ogni cortesia, e facendo ad essi ogni più larga
esibizione, in guisa tale che tra queste dolci parole e l'abborrimento a
lasciar quel paese, se ne ritornarono tutti molto pensosi ed afflitti al
loro quartiere.
Ma non terminò la giornata, che i soldati già commossi dai biglietti, si
ammutinarono, e, prese l'armi, andarono ad assediar il palazzo dove era
Giuliano, e con alte grida cominciarono a proclamarlo _imperadore
Augusto_, e che voleano vederlo[314]. Fece Giuliano serrar le porte, e i
soldati costanti stettero ivi sino alla mattina seguente, in cui rotte
le porte, l'obbligarono ad uscirne, ed allora rinforzarono le
acclamazioni, dichiarandolo Augusto. Mostrò Giuliano colle parole e coi
fatti quanta resistenza potè; ma perchè i soldati minacciarono di torgli
la vita se non si rendeva, forzato fu in fine di acconsentire. Allora
posto sopra uno scudo, fu alzato da terra, e fatto vedere ad ognuno.
Occorreva un diadema per coronarlo, ed egli protestò di non averne. Si
pensò a prendere una fascia giojellata della toletta della moglie; ma
non parve buon augurio il ricorrere ad un ornamento donnesco. Fu
proposto di pigliare una redine ricamata di cavallo, acciocchè servisse
almeno all'apparenza; ma stimò la cosa vergognosa; finchè un uffizial
moro, cavatasi di dosso una collana d'oro giojellata, l'esibì, e con
questa applicatagli al capo comparve in certa maniera coronato. Il che
fatto, egli promise ai soldati cinque nummi d'oro e una libbra d'argento
per testa. Nella lettera scritta agli Ateniesi, Giuliano protesta e
giura per tutti gli dii (a molti pagani dovea costar poco un tal
giuramento) ch'egli nulla sapeva della risoluzion presa dai soldati, e
nulla operò per indurli a tale atto, e ch'egli fece quanto fu in sua
mano per sottrarsi alla lor volontà; ma che dopo aver acconsentito,
benchè per forza, non era più sicura la sua vita, se avesse voluto
retrocedere. Ne creda il lettore quel che vuole. Ammiano scrive[315] che
nella notte precedente, mentre Giuliano ondeggiava, invocando i suoi
dii, per sapere se dovea cedere al voler dei soldati, gli comparve
un'ombra, qual si dipingeva il genio del popolo romano, che gli disse
d'essere più volte venuto alla sua porta per entrare, e far lui salire
in alto; ma che se fosse rigettato anche questa volta, se ne partirebbe
ben mal contento; avvisandolo nondimeno che non istarebbe gran tempo con
esso lui. Comunque sia di questa o inventata o pazzamente creduta
fantastica visione, ci assicura Eunapio[316] che Giuliano in quella
stessa notte, avendo seco un pontefice gentile, ch'egli segretamente
avea fatto venir dalla Grecia, fece con lui certe cose, delle quali
eglino soli ebbero conoscenza, potendosi non senza fondamento sospettare
che fossero sacrifizii, o incantamenti di magia, per cercar l'avvenire,
de' quali è certo che si dilettò forte l'empio ed ingannato Giuliano.
Ritiratosi poi egli nel palazzo, parve pieno di inquietudine e
malinconia; e perchè corse nel giorno seguente voce ch'egli era stato
ucciso (scrivendo in fatti Libanio[317], essere stato guadagnato un
eunuco, suo aiutante o mastro di camera, per fare il colpo), i soldati
volarono al palazzo, e vollero vederlo, con far susseguentemente istanza
che fossero uccisi gli amici di Costanzo, i quali s'erano opposti alla
di lui promozione. Ma Giuliano protestò che nol sofferirebbe giammai, e
donò anche la vita all'eunuco suddetto. Perchè ad una parte di quelle
milizie che già erano partite arrivò dietro la nuova dell'esaltazione di
Giuliano, se ne ritornarono anch'esse a Parigi, dove esso novello
Augusto, raunata tutta l'armata, fece un'arringa, lodando il lor
coraggio, e protestando che non darebbe mai le cariche alle
raccomandazioni, ma solamente al merito: il che piacque di molto a chi
l'ascoltò.
E tale fu la maniera con cui Giuliano salì alla dignità imperiale,
verisimilmente nel marzo od aprile di questo anno. Certamente gli
storici gentili[318], partigiani spasimati di questo apostata
imperadore, cel rappresentano portato per forza al trono, e senza sua
precedente brama o contezza. Ma gli scrittori cristiani[319] furono
d'opinion diversa, e condannarono la di lui ribellione ed ingratitudine
verso Costanzo, sospettandola o credendola figliuola della di lui
ambizione. Ora, dappoichè Decenzio ebbe veduta questa scena, non tardò a
ritornarsene alla corte di Costanzo. _Fiorenzo_ prefetto del pretorio
delle Gallie, che s'era ritirato apposta a Vienna, perchè prevedeva dei
torbidi, anch'egli s'affrettò ad uscir dalle Gallie. Ebbe Giuliano tanta
moderazione, che gli mandò dietro tutta la sua famiglia, con provvederla
ancora del comodo delle poste. Vi restava il solo _Lupicino_, creduto
capace d'imbrogliar le carte. Ma Giuliano, assai accorto, spedì un
uffiziale a Bologna di Picardia, affinchè non passasse persona in
Bretagna a portargli le nuove; ed intanto con sue premurose lettere il
chiamò di là, e, ritornato che fu, il ritenne prigione. Non tardò poscia
a spedire _Euterio_ suo maggiordomo, e _Pentado_ mastro degli uffizii,
all'Augusto Costanzo con lettera, in cui rappresentava la violenza a lui
fatta, pregandolo di consentirvi, e promettendo d'ubbidire come prima
agli ordini suoi, d'inviargli alcune milizie, di accettar dalle sue mani
un prefetto del pretorio, con riserbarsi l'elezione degli altri
uffiziali. Leggesi questa lettera presso Ammiano[320]. Fece anche
scriverne un'altra dall'armata di tenor poco diverso[321]. Il bello fu
che agli ambasciatori suoi, se non falla Ammiano, diede un'altra segreta
lettera, indirizzata al medesimo Costanzo, piena di sentimenti
ingiuriosi e mordaci, che lo stesso storico confessa indecenti, e tali
da non essere rivelati al pubblico. Zonara[322] veramente rapporta più
tardi, cioè dappoichè seguì aperta rottura fra Costanzo e lui, questa
lettera; ma Ammiano ha il vantaggio sopra di lui d'essere scrittore
contemporaneo ed adoratore dello stesso Giuliano. Andarono gli
ambasciatori, passando con difficoltà, e con assai ritardi per l'Italia
e per l'Illirico; e finalmente arrivati in Asia, trovarono l'imperadore
Costanzo in Cesarea di Cappadocia. Era già stato prevenuto l'arrivo loro
da Decenzio, Fiorenzo ed altri fuggiti dalle Gallie. Costanzo ammise
quei legati all'udienza, si mostrò alterato stranamente contra di
Giuliano, nè più li volle ascoltare. Tuttavia, contenendo la collera
sua, e consigliato dai savii, fece sapere colla spedizione di _Leonas_
questore a Giuliano di non poter approvare il fatto, e che s'egli voleva
provvedere alla salute propria e dei suoi amici, si contentasse del
titolo di _Cesare_, e di ricevere gli uffiziali che gli verrebbero
spediti, cioè _Nebridio_ eletto prefetto del pretorio delle Gallie, e
_Felice_ mastro degli uffizii. Arrivato Leonas a Parigi, fu ben
accolto[323], ed esposti gli ordini di Costanzo, Giuliano si mostrò
pronto ad ubbidire, purchè l'esercito v'acconsentisse[324]. Leonas non
volle rimessa la decision dell'affare a tante teste, per paura d'essere
tagliato a pezzi. Accettò bensì Giuliano per uffiziale Nebridio, ma
rifiutò tutti gli altri, con rimandar poscia Leonas a Costanzo, e
dargli, secondo Zonara, la lettera suddetta ben fornita di querele ed
ingiurie contro il medesimo Augusto. Andarono poi innanzi e indietro
altre ambascerie, ma senza che alcun dei due retrocedesse un passo: con
che rotta affatto restò fra di loro l'armonia, e crebbe l'odio e lo
spirito della vendetta.
Sì preso dalla rabbia per questo tradimento del beneficato Giuliano si
trovò l'Augusto Costanzo, che pose infino in consulta, s'egli dovesse
lasciar la guerra strepitosa de' Persiani per volgere l'armi contra del
cugino. La vinse il parere de' saggi, che gli consigliarono di continuar
la dimora in Oriente: altrimenti non la sola Mesopotamia, ma anche la
Soria correvano rischio di cader nelle mani del re Sapore. Esso re
appunto, venuta la stagione del guerreggiare, uscì in campagna nell'anno
presente ancora con grandi forze[325]. Caddero i primi suoi fulmini
sopra la città di Singara nella Mesopotamia, la quale fece per qualche
dì gagliarda difesa; ma soccombendo essa in fine alla nemica potenza,
furono tutti i suoi abitanti col presidio condotti in una misera
schiavitù, e la città restò smantellata. Di là Sapore passò addosso alla
città di Bezabde, appellata anche Fenice, città forte alle rive del
fiume Tigri, custodita da tre legioni romane. Dopo alcuni giorni
d'assedio il vescovo della città si portò al campo persiano per procurar
la liberazione o la salute del suo popolo. Parlò ai venti, e la città da
lì a qualche tempo fu presa a forza d'armi. Chi de' cittadini scappò al
furor delle sciable, andò a penare schiavo nelle contrade persiane. Con
questa felicità camminavano gli affari di Sapore: ed ancorchè
l'imperadore Costanzo, dimorante in Costantinopoli, udisse tanti suoi
progressi, sembrava più applicato a rovinar la Chiesa cattolica, che a
difendere i proprii Stati. Quando Dio volle, passò pur egli in Asia, e
giunse a Cesarea di Cappadocia, dove poco fa dicemmo che gli capitarono
le disgustose nuove della ribellione di Giuliano. Fece maneggi per tener
saldo nella fedeltà verso l'imperio _Arsace_ re dell'Armenia, il qual
veramente con tutte le minaccie di Sapore corrispose alle speranze de'
Romani. Passò dipoi Costanzo a Melitene, città della picciola Armenia,
per unir ivi tutta la sua armata, e questa non fu all'ordine che dopo
l'equinozio dell'autunno. Se un così timido e negligente generale d'armi
fosse capace di grandi imprese, e di far paura ai Persiani, ognun sel
vede. Marciò egli alla perfine, e, passando per Amida, non potè mirarne
le rovine senza un tributo di lagrime. Si credette di poter ricuperare
Bezabde, e l'assediò; ma sopravvenendo le pioggie e la cattiva stagione,
fu costretto a levare il campo, e a ritirarsi coll'esercito ad
Antiochia, dove si fermò per tutto il verno. In questo mentre[326] il
novello imperador Giuliano, a fin di tenere in esercizio le sue truppe,
passò all'improvviso il Reno, per quanto si crede, verso Cleves, e diede
addosso ai Franchi cognominati Attuarii, che avevano in altri tempi
colle loro scorrerie inquietata la vicina Gallia. Durò poca fatica a
vincerli. Perchè umilmente chiesero pace, loro la diede; e poi, dopo
aver visitate sin verso Basilea le fortezze poste sulla riva del Reno,
per Besanzone passò a svernare in Vienna del Delfinato. Morì circa
questi tempi _Flavia Giulia Elena Augusta_ sua moglie, e sorella
dell'imperador Costanzo[327]: chi disse di parto, chi perchè cacciata
dal palazzo[328]: e non mancò chi parlò di veleno, come s'ha, per
attestato del Valesio, da una orazion manuscritta di Libanio. Fioriva in
questi tempi l'insigne vescovo di Poitiers nelle Gallie sant'_Ilario_,
che per la religion cattolica tanto soffrì e tanto scrisse.
NOTE:
[309] Ammianus, lib. 17, cap. 11.
[310] Idem, lib. 15, cap. 1.
[311] Julian., Epist. ad Atheniens.
[312] Zosimus, lib. 3, cap. 10. Libanius, Orat. X. Ammianus, lib. 20,
cap. 4.
[313] Julian., Epist. ad Atheniens.
[314] Zosim. l. 3, c. 11. Julian., Epist. ad Athen. Ammianus, lib. 20,
cap. 4. Libanius, Orat. XII.
[315] Ammianus, lib. 20, cap. 5.
[316] Eunap., Vit. Sophist., cap. 5.
[317] Liban., Orat. XII.
[318] Liban. Ammian. Zosimus.
[319] Gregorius Nazianzen., Orat. II. Philostorgius, lib. 4, cap. 5.
Theodoret., in Histor. Eccl. Sozom., in Hist. Eccl. Zonaras, in Annal.
[320] Ammian., lib. 20, cap. 8.
[321] Julian., Epist. ad Athen.
[322] Zonar., in Annal.
[323] Liban., Orat. XII.
[324] Zonar., in Annalib.
[325] Ammian., lib. 20, cap. 6.
[326] Ammianus, lib. 20, cap. 10.
[327] Goltzius Tristanus.
[328] Ammianus, lib. 21, cap. 1. Zonar., in Annalib.
Anno di CRISTO CCCLXI. Indizione IV.
LIBERIO papa 10.
GIULIANO imperadore 1.
_Consoli_
FLAVIO TAURO e FLAVIO FIORENZO.
Il secondo console, cioè _Fiorenzo_, quel medesimo è che vedemmo
prefetto del pretorio delle Gallie, e fuggito di là dopo la ribellion di
Giuliano, da cui poscia fu condannato a morte; ma egli si nascose, tanto
che venissero tempi migliori. _Tauro_ era anche prefetto del pretorio
d'Italia, e, per ben servire a Costanzo, aveva oppresso i cattolici nel
concilio di Rimini. Permise Iddio che anch'egli fosse dipoi condannato
all'esilio da Giuliano, tuttochè nulla avesse operato contra di lui.
_Tertullo_ in questo anno ancora si truova prefetto di Roma. In luogo
suo fu poi creato Massimo, dappoichè Giuliano divenne padron di tutto.
Passò esso Giuliano Augusto, siccome già accennai, il verno in
Vienna[329], dove sul principio di marzo gli giunse avviso che gli
Alamanni sudditi del re o principe Vadomario verso Basilea aveano fatto
delle scorrerie nel paese romano della Rezia. Spedì egli Libinone conte
con una brigata di soldati per mettere al dovere que' Barbari; ma essi
misero lui a morte, avendo egli disordinatamente voluto venir alle mani
con loro. Fama corse che _Vadomario_, uomo furbo, trattando con
Giuliano, gli dava i titoli d'Augusto e di dio[330]; menava poi segreti
trattati con Costanzo imperadore, e da lui avea ricevuti ordini
d'infestare il medesimo Giuliano; dicendosi di più ch'erano state
intercette lettere comprovanti tal fatto. Vero o falso che ciò fosse,
Giuliano se ne prevalse per uno de' suoi pretesti di far guerra a
Costanzo. Intanto diede commissione a _Filagrio_ suo segretario, che poi
fu conte d'Oriente, di attrappolar, se poteva, Vadomario, con cui
continuava l'apparenza della pace; ed in fatti gli riuscì di farlo
prigione in un convito. Altro male non gli avvenne, se non che Giuliano
il relegò nelle Spagne, di dove uscito nei tempi susseguenti, fu creato
duca della Fenicia. Passò poi lo stesso Giuliano di là dal Reno per
gastigar coloro che aveano ucciso Libinone; ma non ebbe molto a
faticare, perchè tutti dimandarono pace, o pure la confermarono, con che
restarono quiete quelle contrade. Ma questi non erano i gran pensieri di
Giuliano. Giacchè durava la nimicizia insorta fra lui e Costanzo, andava
egli da gran tempo ruminando qual partito convenisse prendere, cioè di
venire a guerra aperta, o pur d'intavolare qualche accordo con lui anche
con proprio svantaggio. Ma perchè conosceva non essere Costanzo principe
da potersi fidare della di lui parola, antepose la risoluzion di passare
all'armi contra di lui. E tanto più si animò a questa impresa, perchè,
essendo egli perduto nell'arte d'indovinare[331] o per augurii o per
negromanzia, s'immaginò che Costanzo avesse da mancar di vita in questo
anno, e nel mese di novembre. San Gregorio Nazianzeno scrive[332], non
essere da stupire s'egli previde la morte d'esso imperadore, perchè avea
guadagnato uno dei di lui cortigiani per avvelenarlo; e per questa
fidanza s'incamminò dipoi coll'armi verso Levante. Osservò ancora
Sozomeno[333] la follia di Giuliano in prestar fede ai suoi auguri e
indovini, perchè egli non previde punto la propria morte, nè il funesto
fine della sua impresa contro i Persiani. Ammiano il vuole scusar su
questo, con dire ch'egli riguardava, non come cose certe, ma solamente
come conghietture le predizioni de' suoi indovini: scusa familiare ad
altri che s'immergono nell'arte empia e vanissima di voler conoscere
l'avvenire.
La risoluzion presa da Giuliano di sguainar la spada contra di Costanzo
imperadore ognun può scorgere quanta occasion desse a tutti i saggi di
mormorare di lui, trattandosi di volgere l'armi contra di un cugino che
l'avea colmato di benefizii, valendosi dell'autorità a lui conferita per
ispogliare ed abbattere il medesimo suo benefattore. Cresceva anche
l'iniquità ed ingratitudine sua, perchè Costanzo non si movea punto
contra di lui, e trovavasi allora in angustie per la svantaggiosa guerra
che avea coi Persiani. Si studiò lo stesso Giuliano di parare questa
odiosità con varie scuse e pretesti, essendosi spezialmente studiato di
giustificar la sua condotta presso le città della Grecia, come apparisce
dalla lunga sua lettera, o sia dal manifesto scritto agli Ateniesi[334],
che si legge stampata. Il bello è ch'egli pretendeva di essere stato o
consigliato o pure obbligato dai suoi dii a ribellarsi; e Zosimo
scrive[335] che una deità, apparendogli in sogno, l'animò all'impresa,
senza badare ch'egli covava in cuore un interno iniquo dio, cioè
l'ambizione, da cui era più che da altro spronato a tanta sconoscenza
verso chi l'avea tanto beneficato. Anche i suoi soldati e partigiani
dicevano promesso a lui da essi dii un felice successo: il che quanto si
verificasse, si vedrà a suo tempo. Intanto fece egli quanti preparamenti
mai seppe di gente e danaro per marciare verso l'Oriente. L'amore,
ch'egli s'era guadagnato fra i popoli delle Gallie, indusse molti ad
offerirgli spontaneamente ori ed argenti per isperanza di ricavarne buon
frutto a suo tempo; nè si trovò più difficoltà ne' soldati per uscir
dalle Gallie, e passar l'Alpi, facendo egli credere alla sua armata di
non cercar altro per ora che d'impossessarsi dell'Illirico sino alla
Dacia novella, per prendere poi altre misure o di accordo o di guerra.
_Nebridio_, mandato già per prefetto del pretorio nelle Gallie da
Costanzo, il solo fu[336] che protestò di non poter impegnarsi contra
dello stesso Costanzo Augusto, e corse rischio d'essere messo in brani
dai soldati, se Giuliano non l'avesse coperto col suo manto, e datagli
poi licenza di ritirarsi in Toscana. Da Libanio[337] vien chiamato esso
Nebridio un mezzo uomo. Se vuol dire per avventura un codardo, da quando
in qua merita nome di codardo la fedeltà verso il principe suo? Se non
si trattasse di un nobile romano, si crederebbe che egli parlasse di un
eunuco. Fece Giuliano una promozion d'uffiziali, creando generale della
sua cavalleria _Nevitta_, _Dagalaifo_ capitan delle guardie, _Mamertino_
tesoriere, quello stesso che poi compose il panegirico di Giuliano, e
distribuendo ad altri varie cariche militari e civili. Lasciò
_Sallustio_ per prefetto del pretorio nelle Gallie, e finalmente mise in
moto l'esercito suo, diviso in varii corpi, parte inviandone per
l'Italia, e parte per la Rezia, per far credere che fossero più che non
erano le forze sue, quando non più di ventitrè mila persone, se non
s'inganna Zosimo[338], egli conduceva seco. Con gran diligenza
marciarono; ed ordine v'era di trovarsi tutti a Sirmio. Era allora tempo
di state. Arrivato che fu Giuliano dove il Danubio comincia ad essere
navigabile, trovata ivi fortunatamente gran copia di barchette, con tre
mila soldati s'imbarcò, e andò a prendere terra in tempo di notte a
Bononia, nove miglia lungi da Sirmio, capitale della Pannonia. Di là
spedì Dagalaifo con una brigata di soldati, a mettere le mani addosso a
_Lucilliano_ conte, generale d'armi di Costanzo nell'Illirico, il quale
per sua negligenza niun sentore pare che avesse avuto de' frettolosi
movimenti di Giuliano. Coltolo a letto, il menarono via, e presentarono
ad esso Giuliano: dopo di che a dirittura egli marciò a Sirmio, dove fu
con gran pompa e festa accolto da quel numeroso popolo: cosa che gli
fece sperar facile la conquista di tutto l'Illirico. E così in fatti
avvenne, perchè senza adoperar lancia o spada in poco tempo tutto
l'Illirico, la Macedonia e la Grecia il riconobbero per loro
signore[339]. Creò egli allora governatore della seconda Pannonia
_Aurelio Vittore_, quel medesimo che ci lasciò un compendio delle Vite
dei Cesari. Venuto già era l'autunno, e Giuliano si ridusse a Naisso
nella Dacia novella, o nella Mesia, dove, secondo le apparenze, si fermò
sino alla morte di Costanzo, applicandosi intanto ad ingrossar la sua
armata e a munir le fortezze, con disegno poi di entrar nella Tracia, e
far maggiori progressi.
Quello che può parere strano, si è che non sappiamo avere Giuliano
inviato altro corpo di milizie in Italia, se non quel tenue che,
passando per Aquileia, andò a congiugnersi seco a Sirmio: e pure certa
cosa è che Roma e l'Italia tutta, quasi con universale concordia,
abbandonò Costanzo, e si mise sotto la signoria di Giuliano. Convien
credere che questi popoli fossero ben malcontenti del governo d'esso
Costanzo e del suo arianismo, credendo essi tuttavia cristiano e
cattolico Giuliano; e che si prevalessero di questo leggier vento per
sottrarsi dal di lui dominio. Si aggiunse ancora un panico terrore,
perchè si sparse voce[340] che Giuliano calava in Italia con un diluvio
di gente: laonde ognun si affrettò a rendergli ubbidienza. Tale dovette
essere in Roma stessa la commozione e paura, che _Tauro_ e _Fiorenzo_
consoli scapparono, non so se di là, o da altro luogo, dove stessero
allora, e passarono per le poste verso l'Oriente, parendo loro disperato
il caso, e paventando lo sdegno di Giuliano, il quale poi, per
testimonianza di Zosimo[341], mandò ordine che, mettendo il loro nome
negli atti pubblici, si aggiugnesse _consoli fuggitivi o fuggiti_. In
mezzo poi ai pensieri della guerra non dimenticava Giuliano quei del
governo civile, scrivendo Ammiano ch'egli si occupava ad ascoltar e
decidere le liti de' particolari, a riformar gli abusi: notando
nondimeno esso istorico, ch'egli talvolta commetteva delle ingiustizie
per correggere quelle degli altri. Mamertino[342] si stende qui all'uso
de' panegiristi nelle lodi di lui, dicendo ch'egli mise in buon ordine e
stato le città tutte dell'Illirico, della Grecia, Macedonia, Epiro e
Dalmazia. Carestia di grani si provava in Roma. Fu inviato colà da
Giuliano per prefetto di quella città _Massimo_, il quale, contuttochè
permesso non fosse all'Africa di mandar frumenti colà, pure seppe trovar
maniera di provvedere al bisogno, e di prevenire i pericolosi tumulti,
ai quali fu sottoposto il suo predecessore Tertullo. Diedesi poi meglio
a conoscere in tal occasione la vanità e l'ingratitudine di
Giuliano[343], perchè già scorgendo tolta affatto la speranza di
riconciliarsi con Costanzo Augusto, scrisse contra di lui al senato
romano una invettiva piena di mordacità, con esagerar tutti i vizii e
difetti di lui: il che parve sì improprio agli stessi senatori, che, al
leggersi nella loro assemblea quella satira, non poterono contenersi dal
gridare ad una voce che il pregavano di portar più rispetto e riverenza
a chi l'avea creato Cesare e beneficato cotanto. Lo stesso Ammiano,
tuttochè adoratore, non che parziale di lui, non potè di meno di non
condannare una sì ingiuriosa scrittura, e tanto più perchè, non contento
egli di sfogarsi contra di Costanzo, addentò anche la memoria di
Costantino il Grande, proverbiandolo come novatore e perturbatore delle
antiche leggi, e perchè avesse innalzate persone barbare sino al
consolato: sciocca accusa, come Ammiano confessa, perchè lo stesso
Giuliano poco stette a crear console _Nevitta_, Goto di nazione, e
persona selvatica, anzi crudele; laddove Costantino non promosse se non
persone di raro merito e di gran riputazione e virtù[344]. Avvenne
intanto un affare che avrebbe potuto imbrogliar non poco le misure di
Giuliano, se non fosse intervenuta la morte di Costanzo Augusto. Due
legioni e una compagnia di arcieri, che già servivano a Costanzo,
trovate da Giuliano in Sirmio, perchè d'esse egli non si fidava, prese
la risoluzione d'inviarle nelle Gallie; e queste andarono. Ma giunte ad
Aquileia, ricca città, e forte non meno pel sito che per le buone mura,
e trovata la plebe tuttavia divota al nome di Costanzo Augusto, che si
sollevò all'arrivo loro, quivi fermarono il piede, e si afforzarono
contra di Giuliano. Perchè questo fatto potea tirarsi dietro delle
brutte conseguenze, Giuliano mandò ordini a _Giovino_ general della
cavalleria, che era in marcia verso la Pannonia, di accorrere colà, e
convenne formarne l'assedio, che fu lungamente sostenuto con bravura e
spargimento di sangue. Nè finiva sì presto quell'impegno, se non veniva
la nuova della morte di Costanzo, per cui que' soldati in fine
capitolarono la resa, lasciando esposto allo sdegno di Giuliano il
promotore di quella sedizione Nigrino tribuno, che fu bruciato vivo, ed
alcuni pochi altri, ai quali fu reciso il capo.
Tempo è oramai di parlare dell'Augusto Costanzo, che noi lasciammo a'
quartieri d'inverno in Antiochia. Le applicazioni sue tutte erano in
preparamenti di guerra, e in far masse di milizie per opporsi ai sempre
nemici Persiani. Ma non era così occupato da' pensieri guerrieri, che
non ne nudrisse ancora de' mansueti e geniali[345]. Gli avea tolta la
morte poco dianzi _Eusebia_ Augusta sua moglie, donna che non l'avea mai
arricchito di prole, e che (siccome spacciò la fama) per aver voluto
prendere un medicamento, creduto atto a farla concepire, abbreviò a sè
stessa la vita[346]. Voce ancora corse[347] ch'essa con una bevanda data
ad _Elena_ sua cognata, allorchè questa fu per maritarsi con Giuliano
Cesare, la conciasse in maniera che abortisse ad ogni gravidanza. Le
dicerie del volgo son facili in tal sorta di accuse. Ora Costanzo, per
desiderio di lasciar dopo di sè qualche figliuolanza[348], prese in
questi tempi per moglie _Massimo Faustina_, della cui famiglia nulla
dicono le storie. Solamente si sa ch'egli morendo la lasciò gravida, ed
esserne nata una figliuola, appellata _Flavia Massimo Costanza_. Questa
poi prese per marito _Graziano_, che vedremo a suo tempo imperadore.
Forse non si figurava Costanzo che Giuliano si avesse a muovere dalle
Gallie, e però non prese le convenevoli precauzioni per munire l'Italia
e l'Illirico contra dei di lui tentativi. Provvide bensì
all'Africa[349], con inviare colà _Gaudenzio_ suo segretario, il quale,
andando d'accordo con _Crezione_ conte, dispose così ben le cose, che
durante la vita d'esso Augusto da niuno restò turbata la quiete di
quelle provincie. S'udivano intanto le grandiose disposizioni di Sapore
re della Persia per tornare ostilmente ad invadere la Mesopotamia. Il
perchè Costanzo si procacciò con diversi regali l'assistenza e il favore
dei re confinanti co' Persiani, e massimamente di _Arsace_ re
dell'Armenia. Poscia, allorchè vennero nuove che pareva imminente il
passaggio dei Persiani nella Mesopotamia, circa il mese di maggio uscì
anch'egli in campagna, e passato di là dall'Eufrate, andò a fermarsi in
Edessa, con inviare nello stesso tempo i suoi generali _Arbezione_ ed
_Agilone_ alle rive del Tigri, ma con espresso ordine di non azzardare
una battaglia. Stettero ivi le soldatesche romane gran tempo, aspettando
il nemico, senza mai vederlo comparire; ed intanto giunse a Costanzo la
dolorosa novella che il ribelle Giuliano s'era già impadronito
dell'Illirico. Facile è l'immaginare che turbazione ed affanno gli
recassero i passi dell'odiato cugino. Ma nel dì seguente ricevette il
grato avviso che il re Sapore, o sia perchè da' suoi indovini gli furono
predette disgrazie se s'inoltrava, o pure perchè gli diedero apprensione
le forze de' Romani, se n'era tornato addietro. Allora fu che Costanzo,
tenendosi come liberato dalla molestia de' Persiani, lasciate solamente
le guarnigioni opportune nelle città e fortezze della Mesopotamia, se ne
tornò indietro con disegno di procedere armato contra di Giuliano,
giacchè si teneva sicura la vittoria, combattendo con quell'ingrato.
Partecipata all'esercito questa sua intenzione, tutti ne fecero festa, e
si animarono al viaggio. Partissi egli da Antiochia nell'autunno
avanzato; ma arrivato a Tarso nella Cilicia, fu preso da una picciola
febbre, per cui non desistè dal cammino. Si trovò poi forzato dal male,
che andò crescendo, a posare in Mopsuerene, luogo situato ai confini
della Cilicia plesso il monte Tauro[350], dove nel dì 5 di dicembre
(Ammiano scrive nel dì 3) in età di circa quarantacinque anni diede fine
al suo vivere, con essersi detto che Giuliano l'avesse fatto avvelenare.
Lasciò questo principe dopo di sè una assai svantaggiosa memoria.
Certamente a lui non mancavano delle belle qualità, come l'essere
indurato alle fatiche e a dormir poco, se il bisogno lo richiedeva[351].
Negli esercizii militari niuno gli andava innanzi, e quanto fu
moderatissimo sempre nel mangiare e bere, altrettanto si guardò dal
lusso e dai piaceri illeciti, in guisa tale che nè pur chi gli voleva
male arrivò mai ad accusarlo di avere contravvenuto alle leggi della
castità. Ornato delle belle lettere, sapea far discorsi sensati e gravi.
Chi prese a lodarlo vivente (il che fecero Giuliano e Temistio[352]),
cel rappresenta moderato in tutte le passioni, e specialmente padrone
della sua collera, con soffrir le ingiurie senza farne vendetta. E certo
sensibili segni di clemenza diede talvolta[353] sino a perdonare con
facilità alle città che aveano fatta sollevazione: laonde da molti per
questa sua indulgenza era amato non poco. Fece ancora risplendere il suo
zelo contra dell'idolatria, e di sopra accennammo le rigorose sue leggi
contro di essa. Ristaurò pur anche o di nuovo edificò molte chiese in
Oriente, e le arricchì; e gran rispetto conservò sempre verso i vescovi,
facendoli mangiare alla sua tavola, e ricevendo da loro con umiltà la
benedizione. Tali erano i pregi di Costanzo in poche parole.
Ammiano[354] più a lungo ne lasciò descritto quel poco o molto ch'egli
aveva di buono. Ma, voltando carta, troviamo che contrappesavano ben più
i di lui difetti. Gran disgrazia è l'aver principi deboli di testa, e
che si figurano nondimeno di aver testa superiore in intendimento a
quella di ognuno. A Costanzo ne era toccata una di questo tenore. Peggio
poi se il principe non ama e non soffre se non chi il loda, e solamente
si compiace degli adulatori, disprezzando o rigettando chi osa dirgli la
verità, e non sa lodare i difetti, nè far plauso alle azioni viziose o
mal fatte. Costanzo era appunto un di questi[355], pieno di una vanità
ridicola, per cui voleva, a guisa dei tiranni dell'Oriente, essere
appellato Signore di tutta la terra[356]; e si fece alzar archi
trionfali nelle Gallie e nella Pannonia per aver vinto dei Romani
ribelli: gloria abborrita da tutti i saggi imperadori; pavoneggiandosi
ancora delle vittorie riportate da' suoi generali[357], come se in
persona fosse egli intervenuto alle battaglie. Nè la sua clemenza andò
molto innanzi, perchè spietato comparve contro chiunque o tentò o fu
sospettato di tentare contro la di lui corona. Non si può poscia
abbastanza esprimere che predominio avessero nella corte di lui gli
adulatori, e quanta fosse la prepotenza de' suoi eunuchi, i quali,
abusandosi della tenuità del di lui intendimento, e della timidità del
suo cuore, l'ingannavano continuamente, ed arrivarono in certa guisa a
far essi da imperadori di fatto, con lasciarne a lui il solo nome,
perchè nulla operava, nulla determinava senza il lor consiglio, nè pur
osando di far cosa che venisse da lor disapprovata. Di qua poi venne la
vendita delle cariche e della giustizia, e l'elezion degl'indegni
ministri e governatori con immenso danno dei popoli. Non venne anche un
peggior male, cioè un gravissimo sconcerto alla Chiesa di Dio; perchè
quella vile, ma superba canaglia, guadagnata dagli ariani, il portò a
sposar gli empii loro insegnamenti, e a perseguitare i vescovi della
Chiesa cattolica, e ad abbattere per quanto potè la dottrina della vera
Chiesa di Dio. Però nella storia ecclesiastica noi il troviamo dipinto
(e ben sel meritava) con dei neri colori, spezialmente da santo Ilario e
da Lucifero vescovo di Cagliari, come principe o tiranno, che contra le
leggi del Vangelo si arrogò l'autorità di far dipendente da' suoi voleri
la religione santa di Cristo, e volle esser arbitro delle controversie
della fede che Dio ha riserbato al giudizio dei sacri suoi pastori. Lo
stesso Ammiano, ancorchè gentile, il condannò per questa sua prepotenza.
Imbevuto egli così degli errori dell'arianismo, in essi durò poi sino
alla morte, senza mai prendere il sacro battesimo, fuorchè negli ultimi
dì di sua vita[358], nei quali fu battezzato da Euzoio vescovo ariano.
Ma finiamola di parlar di un regnante cattivo, per passare ad un
peggiore, che, provveduto da Dio di molte belle doti personali, avrebbe
potuto far bella figura fra gl'imperadori de' Romani, ma per la sua
empietà si screditò affatto presso de' Cristiani, che tuttavia
rammentano con orrore il di lui nome. Parlo di _Giuliano_, che già aveva
usurpato il titolo d'Imperadore Augusto, e si trovava nell'Illirico
allorchè gli giunse la gratissima nuova della morte di Costanzo Augusto.
Riserbando io di favellare più precisamente di lui all'anno seguente,
solamente ora dirò ch'egli, veggendo tolto ogni ostacolo alla sua
grandezza, marciò a dirittura a Costantinopoli nel dì 11 di
dicembre[359], dove fu ben accolto, e fatto portar colà il cadavere del
defunto cugino Augusto, gli fece dar sepoltura colla pompa consueta
degl'imperatori nella chiesa degli Apostoli, intervenendo egli stesso
alla sacra funzione come cristiano in apparenza, ancorchè qual fosse
internamente, staremo poco a vederlo.
NOTE:
[329] Ammianus, lib. 21, cap. 3.
[330] Liban., Orat. V et XII. Julian., Epist. ad Atheniens.
[331] Ammianus, lib. 20, cap. 1. Liban., Orat. XII.
[332] Gregor. Nazianzen., Orat. III.
[333] Sozom., lib. 5 Hist., cap. 1.
[334] Julian., Epistol. ad Atheniens.
[335] Zosimus, lib. 3, cap. 9.
[336] Ammianus, lib. 21, cap. 5.
[337] Liban., Orat. XII.
[338] Zosimus, lib. 3, cap. 10.
[339] Ammianus, lib. 21, cap 10. Libanius, Orat. XII.
[340] Ammianus, lib. 21, cap. 9.
[341] Zosim., lib. 3, cap. 10.
[342] Mamertinus, in Panegy.
[343] Ammian., lib. 21, cap. 10.
[344] Ammianus, lib. 21, cap. 11.
[345] Ammianus, lib. 21, cap. 6.
[346] Zonar. Cedrenus. Chrysost., Hom. 15 ad Philipp.
[347] Ammianus, lib. 16.
[348] Du-Cange, Hist. Byz.
[349] Ammianus, lib. 21, cap. 7.
[350] Hieronymus, in Chronico. Idacius in Fastis. Chronicon Alexandr.
Theophan., in Chronogr.
[351] Ammianus. Aurel. Victor, de Caesaribus.
[352] Themist., Orat. I et II. Julian., Orat. I et II.
[353] Eutrop., in Breviar.
[354] Ammianus, lib. 21, cap. 16.
[355] Julian., Orat. VII. Liban., Orat. XI.
[356] Athanasius, de Syn.
[357] Ammianus, lib. 16, c. 6, et lib. 21, cap. 16.
[358] Athanasius, de Syn. Socrat., lib. 2, cap. 47. Philostorg., lib. 6,
c. 6.
[359] Mamert., in Panegyr. Ammianus, lib. 22, cap. 1. Idacius, in
Fastis. Chronicon Alexandr.
Anno di CRISTO CCCLXII. Indizione V.
LIBERIO papa 11.
GIULIANO imperadore 2.
_Consoli_
MAMERTINO e NEVITTA.
Fu alzato _Nevitta_ alla dignità consolare, perchè uomo di molto credito
nel mestiere delle armi, e perchè di lui si fidava molto Giuliano, dopo
averlo creato generale della cavalleria. Essendo costui barbaro di
nazione, e probabilmente Goto, di costumi crudeli, ebbe motivo Ammiano
Marcellino[360] di riflettere, come accennammo di sopra, alla malignità
di Giuliano, il quale poco prima avea tacciato Costantino di aver
conferito il consolato a personaggi barbari, quando egli poco appresso
fece lo stesso. Quanto a _Mamertino_ primo console, Giuliano lo avea
dianzi creato prefetto del pretorio dell'Illirico. Essendo egli uomo
eloquente, compose e recitò nel dì primo di quest'anno, cioè nell'entrar
console, un panegirico in lode di Giuliano, componimento salvato dalle
ingiurie del tempo, e giunto sino ai dì nostri. Ma prima di raccontar le
azioni spettanti a Giuliano nell'anno presente, non dispiacerà ai
lettori di conoscere prima chi fosse questo novello Augusto. Altrove
dicemmo che _Flavio Claudio Giuliano_ avea avuto per padre Giulio
Costanzo, fratello del gran Costantino, e per fratello Gallo Cesare, da
noi veduto ucciso da Costanzo imperadore. Nacque in Costantinopoli[361]
nell'anno 331. Allorchè mancò di vita Costantino il Grande nell'anno
337, e fu ucciso suo padre con altri parenti d'esso Augusto per ordine
di Costanzo, anche Giuliano corse rischio di perdere la vita[362]. Il
salvò la sua tenera età. In Macello, luogo della Cappadocia, in
Costantinopoli, e poscia in Nicomedia s'applicò allo studio delle
lettere, avendo per maestro Eusebio vescovo di quella città[363], famoso
capo dell'arianesimo. Essendogli toccato per aio un eunuco, uomo di gran
senno, chiamato Mardonio, questi per tempo gli diede buoni documenti di
moderazione, di sprezzo dei divertimenti, e di fare resistenza alle
passioni. Fu provveduto sempre di eccellenti maestri, ma cristiani, da
Costanzo; e siccome a lui non mancava la felicità del talento, così fece
non lieve profitto nelle scienze, e massimamente nell'eloquenza. Ma
questa felicità d'ingegno consisteva piuttosto in una prontezza
d'intendere e in una vivacità di esprimere i suoi sentimenti, e non già
in una soda penetrazione e riflessione sopra le cose, essendo
superficiale la forza della sua mente, e portata sempre alle novità la
di lui inclinazione. Già si osservò che di nuovo fu in pericolo la di
lui vita, allorchè quella di Gallo Cesare suo fratello mancò. Il
sottrasse a quel rischio Eusebia Augusta, la di cui protezione servì
ancora a farlo promuovere alla dignità di Cesare e al governo delle
Gallie; dal che poi nacque la di lui ribellione contra del benefattore
Costanzo.
Ma la più obbrobriosa delle azioni di Giuliano è quella che riguarda la
sua religione. Era egli, non men che il fratello, stato allevato in
quella di Gesù Cristo sotto varii precettori cristiani; la professava
egli, e con varie opere di pietà si dava a conoscere (ed era in fatti
allora) persuaso della verità e santità della medesima[364]. Confessa
egli stesso che sino all'età di vent'anni stette saldo in essa
religione; anzi, per togliere a Costanzo i sospetti ch'egli aspirasse in
guisa alcuna all'imperio, si arrolò nella milizia ecclesiastica, e col
fratello Gallo esercitò nel clero l'uffizio di lettore. Ma siccome eg
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