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Il secolo che muore, vol. II

by Francesco Domenico Guerrazzi · Italian · Gutenberg #42776 · 535,173 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Il secolo che muore, vol. II
    
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Title: Il secolo che muore, vol. II

Author: Francesco Domenico Guerrazzi


        
Release date: May 23, 2013 [eBook #42776]
                Most recently updated: October 23, 2024

Language: Italian

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL SECOLO CHE MUORE, VOL. II ***

                         F. D. GUERRAZZI


                            IL SECOLO
                               CHE
                              MUORE


                            VOLUME II.



                              ROMA
                  CASA EDITRICE CARLO VERDESI E C.
                        Via del Mortaro, 17
                              1885


PROPRIETÀ LETTERARIA

Roma, Tipografia Nazionale.




CAPITOLO X.

CUSTOZA E MONTESUELLO.


Garibaldi! La gioventù italiana si rimescola a questo nome, più che non
faccia il cavallo di battaglia al suono della tromba guerriera; a questo
nome drizzano spaventati le orecchie il destriere di Sileno e il
capitano La Marmora. Forse al solo sentirmi rammentare Garibaldi,
Euterpe e Clio hanno a quest'ora preso la mantiglia per venirmi a
susurrare nelle orecchie un cantico nuovo ad esaltazione dell'eroe. Non
vi scomodate, o Muse, chè quello che col vostro aiuto poteva dire di
lui, io l'ho già detto, nè ci potrei aggiungere parola. Quando mai le
tenebre avessero ad inviluppare la terra, così che la umanità, perduta
ogni idea del giusto e dell'onesto, si fosse ridotta a camminare a
tastoni, ella si volga al luogo in cui Garibaldi vive, ovvero a quello
in cui le sue ossa riposeranno: ritroverà sempre la via della virtù.

Enrico IV, sul punto d'ingaggiar battaglia, ammoniva i suoi soldati:
«Raccoglietevi dove vedrete sventolare il mio pennoncello bianco, perchè
voi lo troverete sempre sulla via dell'onore.» Pei re, il sentiero
dell'onore è quello del trono, traverso la strage di creature viventi, e
poco preme se conterranee, o straniere; pel figlio del popolo, il
sentiero dell'onore è quello della pace: nati tutti da un medesimo
padre, perchè gli uomini non si dovranno alfine sovvenire come fratelli?
Solo una guerra è giusta, quella contro l'aggressore di casa tua.

Un dì il Garibaldi, per questo nostro cielo italiano, comparve
circondato da altri luminari; noi li credemmo stelle ed erano _lacrime
di San Lorenzo_;[1] esse furono piante; in cielo ci è rimasto Garibaldi,
che di stella diventò sole: tramonterà la sua vita mortale, ma la fama
della sua virtù durerà, finchè si trovi una bocca per magnificarla ed un
cuore per benedirla.

  [1] Corpi erranti che entrando nella nostra atmosfera diventano
  luminosi. Humboldt afferma essere periodici; piovono dal cielo
  tra il 12 al 14 novembre e verso il 10 agosto. Olmested e
  Palmer, americani, in una notte sola, nello spazio di nove ore
  ne videro cadere 240,000. Questo fenomeno riceve dai vari popoli
  diversi nomi; i tedeschi lo chiamano _smoccolatura_ di stelle,
  gli svedesi, _caduta_ di stelle, gli inglesi _scoppio_ di
  stelle, gli indiani dell'Oriente sconciamente _piscio_ di
  stelle, gli italiani _lacrime di San Lorenzo_. Il mito lituano è
  amabile: quando un fanciullo nasce, Werpeia fila per lui il filo
  del destino: ogni filo termina con una stella; al punto di morte
  il filo si rompe e la stella casca.

Pregusti pertanto, egli mortale, la immortalità: esulti nell'altissima
gioia di aver vinto la morte; dacchè da questo premio in fuori altro non
gliene diedero gli uomini, nè egli lo avrebbe voluto.

Però insieme col Garibaldi una schiera di generosi si affaticò in altra
guisa per le fortune della patria: operò meno con le armi, più col
consiglio: più parca gloria acquistava, forse veruna, ma durò pari i
patimenti, e a paragone di lui concorse al risorgimento dell'Italia.

Molti anni si sono accumulati sul capo di questi incliti cittadini; la
loro vita non vediamo arrivata presso al verde, sicchè importa per tutti
che noi la liquidiamo, senza ambagi, prima di depositarla, a mo' di
bilancio, nella cancelleria della morte.

Repubblicani tutti fummo e siamo. Educazione, genio, carità patria e
necessità ci fecero tali, ed anco, mirabile a dirsi, i _frati_, i quali
insegnandoci a leggere il latino sopra Tacito, e il greco sopra
Tucidide, credevano mostrarceli come mummie di Egitto, mentre essi
accendevano nel nostro cuore inestinguibile l'amore per la repubblica.
Come Sansone cavò il miele dalla gola del leone, la schietta tirannide
ci fu maestra di libertà; imperciocchè in verità vi dico ch'è più sana
la tirannide netta, che la libertà menzognera: la tirannide schietta ha
virtù di rinnovare nelle vene degli oppressi il sangue coll'odio; la
libertà menzognera abietta i redenti con la corruzione; non noi lo
diciamo, bensì la storia dei secoli ci mette davanti agli occhi come le
monarchie precipitino i popoli nella viltà e nella inopia; la repubblica
invece li feliciti con la generosità e l'agiatezza.

E poi, proponendoci a scopo di vita affrancare la patria dalla
dominazione straniera, non avevamo potestà di scelta; imperciocchè
l'Austria, oltre il terrore delle armi proprie, si facesse strumento di
impero le tirannidi di seconda mano e le paure sacerdotali intese ad
imbestialire la gente sotto sembianza di religione. E l'anima del popolo
allora, ahimè! giaceva morta dentro il corpo vivo, al contrario di
quanto narra la leggenda di Merlino, il _Savio mago_, di cui lo spirito
viveva dentro il corpo sepolto.

Tutti i camposanti, io l'ho provato, possiedono un'eco; chiama là
dentro, e qualcheduno ti risponderà, ma nelle città fatte cimiteri di
anime vive dentro corpi morti, non affaticarti a gridare; tu perderai la
voce: quivi è ineccitabile il silenzio. Come hai tu cuore di chiamarle
camposanto? Lo infesto e infinito e infame gracidare dei ranocchi nelle
curie, nelle cattedre e nei diari ti fanno fede che le città italiche
non diventarono camposanto, bensì pantano.

No, non è così; camposanto ad un punto, e pantano; camposanto per ogni
voce di virtù e di gloria, pantano agli stridi ribaldi e servili. Oh!
questi odierni saturnali di abiettezza durano troppo; almeno nei
saturnali antichi i servi comandavano un giorno; adesso corrono anni che
il padrone sopporta la pessima delle signorie, quella degli schiavi.

Tre per tanto le tirannidi di allora, ed una servitù sola. In quale dei
principi potevamo confidare? Aspidi tutti, uno peggiore degli altri; il
casereccio, supremo in malignità. Due traditi testimoniarono di lui:
uno, il Santarosa, morendo pose un libro per puntello tra la lapide e la
bocca del suo sepolcro, onde questo aperto perpetuamente raccontasse la
truce storia di colui che lo tradì; l'altro, che fu poeta, insegnò alle
crescenti generazioni l'orrore di quel nome; infelice! Egli,
sopravvissuto alla sua fierezza, disdisse l'ire; ma fece di più, il
Berchet chiese perdono delle sue colpe e l'ebbe: a sè tolse la fama e
non la diede altrui. Benedetta la morte! Deh! lascia, o morte, ch'io ti
baci le mani quante volte chiudi il libro della vita di un uomo, e dopo
avervi scritto in fondo _Ne varietur_ lo consegni all'eternità. Dio mi
guardi da turbare le ceneri nel sepolcro, fossero anche quelle di un re:
la Espiazione pose custode di cotesta tomba la Pietà. Dove il gran
Giustiziere ha percosso, l'uomo deve chinare la testa, ed io la chino;
solo ricordo che noi avevamo buono in mano per non ci fidare del
principe domestico.

Quanto patimmo altri racconterà: intanto il mondo conosce che l'ardua
lampada per alimentare la fiamma della libertà chiedeva sangue non olio,
e sangue fu dato. E tuttavia non fu questo il più grave dei sagrifizi;
l'amore, o piuttosto il furore della libertà impose che ogni altro
affetto, che non fosse il suo, gli si immolasse in olocausto, e noi li
strozzammo tutti come Ercole fanciullo i serpenti entrati dentro la sua
culla. Pane nostro quotidiano lo scherno; bevanda le lacrime; e ciò
nonostante ci consolavamo pensando che anche degli Apostoli di Cristo fu
detto: — E' sono pieni di vino dolce; — che le lacrime sono la migliore
delle preghiere; e che quello che in terra si chiama martirio, gloria si
appella in cielo.

Ecco l'ora in cui i lamenti diventano strepito di cascata e lo superano;
ecco i sospiri si fanno uragano, che abbatte travi secolari e travolge
per le terre d'Italia scettri e corone, come polvere dei campi; ecco
sorgere un prete fra noi, il quale, o illuminato dall'ultimo raggio
dello spirito di Dio, che lo abbandonava, ovvero intenebrito dalla prima
ombra che gettava su lui lo spirito del male (e questo dicevano i preti)
bandisce alle genti: voce di Dio la procella contro di cui argomento
umano non basta; venuti i tempi di rendere al popolo le sue giustizie. I
principi atterriti promettono cessare i costumi di belva, umanarsi; e i
popoli credono ai sacerdoti ed ai re; a cui non credono, e che cosa non
credono le moltitudini?

Ma la caterva dei preti si attacca smaniosa alle fimbrie del piviale del
gran prete pigolando: — O papa, che armeggi? Tu mandi a soqquadro la
ciurma e la galera: o che non sai che il nostro giorno è la notte? Noi
figli del mistero, noi creatori del domma, che non ammette discussione,
noi fabbricanti della regola dell'infallibilità, consentendo libero
l'arbitrio di pensare, ci avveleniamo da noi. Stentammo secoli e secoli
a pigliarci la croce ed avvolgerla dentro una caligine di superstizione,
ed ora, tremenda nella sua divina nudità, ti avvisi restituirla nelle
mani del popolo? Poni mente al vaticinio che noi ti mandiamo: i preti un
giorno conficcarono Cristo sopra la croce; il popolo, appena
impadronitosi della croce, c'inchioderà il prete.

Il prete magno non intese a sordo, e la parola che egli aveva
incominciato con la faccia di benedizione terminò in coda di
maledizione; e da quel giorno non cessa procederci infesto, e a diritto,
imperciocchè non mica la sola Compagnia di Gesù, bensì tutto il
sacerdozio bisogna che sia qual è, o che non sia: ogni argomento torna
inane per necessità, imperciocchè egli non voglia e non possa essere
esaminato; o che vorreste che il prete pigliasse il suo male per
medicina?

Oh! no. Queste cose costumano i preti con gli altri; invero non furono
essi che fecero portare al Nazareno la croce per inchiodarcelo sopra?

La più parte dei nostri andava convinta che dal tenere dietro a coteste
girandole cattoliche non poteva uscirne altro che danno; alla meno
trista, perdita di tempo, come a chi sbaglia cammino, e pure taluno di
noi tacque, altri si spencolò fino a confortare il prete nella magnanima
impresa, profferendogli le lodi serbate ai redentori della patria. Tanto
potè nei petti italiani la paura di sperdere le forze, che unite
dovevano appuntarsi contro lo straniero! Ci volle anco un'altra prova
per persuadere la gente che se le chiavi in mano al prete non ponno
stare come segno della sua facoltà di aprire le porte del paradiso,
molto acconciamente ci stanno per significare il suo intento di
schiudere le porte della Italia ai barbari, quantunque volte ci trovi il
suo pro.

Rispetto a principi, tutti ci accordammo di sostenerli nello assunto
loro; gli antichi sospetti furono messi da parte; ci parve bello il
trovato di distinguere la libertà in _libertà_ ed in _indipendenza_,
mostrando come la prima consistesse principalmente negli ordini civili
interni, la seconda nell'affrancazione della patria dalla servitù
straniera; prestammo impertanto la opera nostra nei consigli e sui
campi. Prima dicevamo: attendiamo ad essere, che al modo di vivere
provvederanno poi il tempo, i costumi e la buona fortuna. Tra noi non si
conobbe Giuda; più tardi taluno dei principi, per onestare il proprio
tradimento, trascorse fino ad accusare altrui di traditore: sciagurato!
Si aguzzò il cavicchio sul ginocchio, e ben gli stette. Pare
impossibile, ma io ho provato che la cosa, la quale a lungo andare
maggiormente si vendica nel mondo, è il pudore offeso. Magistrati che
spolverizzassero la cosa con la cenere di giustizia, non fecero difetto:
suprema ancora della società pericolante, la magistratura! Lo dicono
tutti i libri stampati.

Le armi al cimento inferme, e forse altra causa più rea, prostrarono le
fortune italiche a Novara: allora principi e preti imbandirono la mensa
sopra il cataletto della libertà, e vi si ubbriacarono col sangue dei
martiri: ogni coniglio fatto sicuro della impunità, diventò gatto; ma la
libertà vive anche nel sepolcro, e chiamato a sè l'odio ella gli disse:
— Ripiglia a ordire la trama della vendetta! E l'odio così bene fece il
compito, che indi a dieci anni in ogni villa fu udito suonare a stormo
per la riscossa: cotesti pusilli feroci cascarono come croste secche di
lebbra guarita. Il principe casalingo era rientrato nell'ombra, dalla
quale sarebbe stato meglio non fosse uscito mai: gli subentrava il
figliuolo; senno fosse, o vaghezza, avendo egli tenuto in alto la
bandiera del risorgimento italiano (comecchè improntata della sua marca,
quasi cavallo delle regie mandrie), successe, che a lui il popolo
incerto dei propri destini si voltasse, chiamandolo a parte dei pericoli
e della gloria.

Sarebbe riuscito a noi repubblicani sviare il popolo da cotesto
sdrucciolo, gridandogli dietro: — Mala via tieni! — non so; fatto sta
che ce ne astenemmo, anzi crescemmo il moto alla corrente, sempre fermi
nello intento di raccogliere tutte le forze in un braccio solo per la
redenzione della patria. Ci furono pegno di sicurezza il principe di
stirpe domestica, la eredità delle offese, la vendetta delle ingiurie
proprie, il premio maggiore del desiderio, ed anco la voluttà dell'opera
veramente grande.

Questo eccelso mandato, noi istando, noi sovvenendo, noi minacciando,
noi con ogni estremo conato eccitando, a stento, a pezzi e a bocconi, a
spizzico, a miccino, a male in corpo, a spilluzzico, che peggio non va
biscia allo incanto, fra bene e male, tentennando, cincischiando e
ciondolando, fu nella massima parte conseguito. La monarchia senza noi
non seppe fare, e fare repugnava con noi: s'ingegnò staccare quanti più
potesse raggi dal capo della democrazia, per fregiarne il suo, ma le si
spensero in mano, onde scemò la democrazia di splendore, e a sè non lo
crebbe: se io dicessi che ella ci volle bene come il fumo agli occhi,
non direi mezzo del vero; però il nostro aiuto accettato e ad un punto
aborrito; le vittorie della Italia meridionale astiate e temute,
quantunque i frutti di quelle non con due, con quattro mani agguantati;
le armi volontarie per sospetto congiunte alle stanziali e a disegno
avvilite: le nuove imprese attraversate, comecchè conoscesse i promotori
di quelle non ribelli a lei nel concetto, nè nel modo; al contrario
avessero sempre depositato gli acquisti fatti nelle mani della
monarchia, con l'amore col quale l'uccello porta al nido il cibo ai suoi
nati.

Tali e tanti e così manifesti gli smacchi contro i volontari, che taluno
ebbe a pensare, nè lo pensò solo, ma lo disse, che venissero mandati in
campo per levarli dalle città onde non le mettessero a rumore, e le
cimentassero in fortune pericolose pel principato: insomma fra la
monarchia e la democrazia rinnovata la storia antica di Euristeo e di
Ercole.

I posteri stupiranno della inaudita costanza della democrazia a
promuovere la monarchia, nonostante gli strazi, le prigionie, le ferite
e le morti; più della costanza maraviglieranno della fede per virtù
della quale, in onta alle ingiurie atrocissime, persistesse nel suo
proposito: forse non le capiranno neppure, però che nati liberi, essi
non potranno formarsi idea dello spasimo che mette in cuore ai cittadini
la vista della povera patria lacerata dagli oppressori stranieri. Se i
posteri mediteranno le parole, che certe volte disse l'antico Alberti,
cioè, — ch'egli per la patria avrebbe dato anco l'anima — intenderanno
la nostra pazienza e la dura necessità.

Rammentatevi San Filippo Neri chiedente a due gentiluomini romani un po'
di carità per sollevare una famiglia ridotta in estrema miseria: mandato
con Dio, insisteva; di nuovo dimesso, improntava finchè ad uno dei
gentiluomini saltata la muffa al naso gli affibbiò tale un ceffone, che
per poco il muro non gliene diede un altro: il Santo, tuttochè Santo
fosse, strabuzzò gli occhi, e si sentì le mani chiuse a pugno, pure si
tenne, e umile proseguì: «Questo è per me, ma la povera famiglia aspetta
pane.» Noi per amore di patria abbiamo durato la pazienza del Santo; e
Cristo sa se abbiamo sofferto, e Cristo sa se la pazienza ci costi!

Giunti a questo orlo della nostra vita ci volgiamo indietro ed esultanti
consideriamo scomparso dai nostri occhi il punto donde prima movemmo. La
Italia è quasi compita; l'_upas[2] sacerdotale_ è quasi abbattuto. Ora
la filosofia giova più della scure; e tuttavia vivete tranquilli, il
filo della filosofia non taglia meno di quello dell'acciaio: benigno è
il fuoco, che emana da lei, però non si acqueta se prima non abbia
incenerito l'errore. Se lo stormo dei preti continua a schiamazzare, non
vogliate temerne; quando scendete in una grotta con la torcia accesa, i
pipistrelli accecati fuggono via stridendo e battendovi l'ale in faccia.
Voltate un'altra pagina; questa del papato è letta.

  [2] _Upas pohon_. Albero che stilla presso i Malesi
  terribilissimo veleno; e non pertanto ne cavano altri più
  mortifero dalla _liana tietek_; una tigre punta, trema,
  irrigidisce e in meno di un minuto muore.

Noi non ci lamentiamo del popolo, nè ripeteremo per lui il lagno che
messer Francesco Petrarca moveva contro l'amore:

    Ho servito un Signor crudele e scarso;

grande, anzi maravigliosa noi abbiamo ricevuto mercede nello esercitarci
per tutta la vita in nobilissimo intento, e nel vederlo conseguito:
forse non moriremo interi; e tanto basta; molto meno accuseremo la
monarchia d'ingratitudine, perchè veramente noi tutto operammo per la
patria; nulla per lei: fino al riscatto d'Italia abbiamo potuto andar
con essa d'accordo; dopo no: non ce n'era punto mestieri; pure esempi
nuovi vennero a confermare la esperienza vecchia, che i fini della
monarchia e della democrazia sono essenzialmente diversi, naturalmente
contrari. Chi di noi, o esperto poco, o fiducioso troppo, s'industriò
conciliarle, perse l'opera e il consiglio, e si attortigliò involontario
viticchio alle gambe della umanità, la quale nel suo indefesso cammino
ha bisogno di procedere senza impacci.

Orsù, — è dolorosa l'ora dell'addio; l'orgoglio nostro repugna a
condannarci alla inerzia, mentre il sangue ci pulsa sempre nelle
arterie, ma confessiamolo aperto, il nostro cômpito è fornito. Anco ai
Romani entrati nel _senio_ concedevasi che dalle faccende pubbliche si
appartassero: dopo i sessanta anni le domande dell'ufficio di giudice
vietate; e ci era una legge a posta[3]. La gente non lodava, all'opposto
tentennando il capo, deplorava Mario, il quale fatto vecchio si mesceva
fra i giovani ad armeggiare[4]. Noi abbiamo respirato un'ora l'aria
benedetta della libertà; noi lavata la patria col sangue dei martiri
dalla secolare contaminazione, ella adesso può inalzare con animo sereno
la sua preghiera al padre delle cose, e comparire con dignità nel
concilio dei popoli. Riposiamo; altre menti, altri cuori desiderano le
sorti future. A modo che Giacobbe usciva dal seno di Rebecca, tenendo
agguantato pel calcagno Esaù, così dalla nostr'anima proruppero gemelli
l'odio e l'amore. La nostra voce di troppo ingrossò nel concitato impero
e nella smaniosa maledizione, onde da un punto all'altro diventi blanda
per benedire e per pregare: sovente nelle nostre pupille balenò il
raggio del genio della umanità, ma più spesso parve che le furie vi
agitassero le loro fiaccole: un dì premeva che sopra la bandiera degli
antesignani si leggesse: _Odio_, _Forza_; oggi deve portare lo scritto:
_Amore_, _Scienza_. Riposiamo, riposiamo: è dolce il sonno sopra
l'avello, che chiude la tirannide sacerdotale; giova addormentarci sotto
l'arbore glorioso di cui le fronde ventilate pare che mormorino: —
Salute all'Italia redenta dal pensiero e dal sangue dei suoi figliuoli!

  [3] La legge Servilia.

  [4] PLUTARCO, in Mario.

                                 *

— E ora, via, torni al soggetto, mi ammonisce un lettore.

— Torniamoci pure, rispondo io.

— E tanto più presto ci torni, soggiunge egli, inquantochè a lei non
mancarono i buoni consigli fino dalla gioventù sua prima[5].

  [5] V. ANTOLOGIA del 1827, art. del _Tommaseo_.

— Ella ha ragione da vendere, ma ormai il vizio mi si è fitto nelle
ossa, e rinfacciarmelo adesso che sono vecchio non mi pare discrezione.
I vecchi nestoreggiano, mio caro signore, ed ella sa che essi acquistano
in lingua, quanto persero in denti.

— Certo non si può negare, il vizio da lei fu sempre confessato, ma
senza attrizione, nè contrizione, imperciocchè tornasse sempre a fare
peggio di prima: pensi, che se è suo il peccato, la penitenza è nostra,
e si ravveda una volta.

— Ebbene, signor lettore, senta un po' me: se un giorno, per non
bisticciarmi co' miei critici, e per amore di menare buono per la pace,
convenni con essi, che nei romanzi si ha da ragionare poco, e se punto,
meglio che mai: i drammi senza impaccio devono precipitare al fine; lo
scrittore flagellare il sangue di chi legge, come il fantino il cavallo
che ha sotto se vuol vincere il palio, per poi gelarglielo a un tratto
con la catastrofe inopinata; se un giorno, dico, consentii così, non per
questo affermai cosa giusta, nè vera: parlai a modo degli altri, a patto
che mi lasciassero fare a modo mio.

E primamente, consideri di grazia, le digressioni posi sul principio dei
capitoli, onde a cui piace possa metterle da parte, e proseguire nella
lettura del racconto; come appunto fece l'Ariosto:

    Lasciate questo canto, che senz'esso
    Può star la storia, e non sarà men chiara.

E noti poi la diversità grande che passa fra il dramma e il romanzo; in
quello concorrono le arti del musico, del pittore, del coreografo, del
sarto, del macchinista, e via discorrendo; anzi, si avvantaggia fino
dell'arte di coloro che fanno da _mare_[6]; mentre il romanziere bisogna
che a tutto provveda da sè. Nè il dramma stesso procede scevro da
digressioni, a mo' di esempio dei soliloqui, i quali se levi, co' sogni
e le descrizioni, il dramma ti apparirà un ombrello senza seta. O pensi
un po', che sia benedetto, al Byron e al Balzac per tacere degli altri;
dai sedici canti del _Don Giovanni_, del primo, se levi le digressioni,
gli è bazza se te ne resta in mano la materia di otto; e se il Balzac
non menava il can per l'aia, o come avrebbe potuto fornirti quelle sue
maravigliose e ad un punto desolanti analisi del cuore umano?

  [6] A certo francese, che si vantava artista drammatico, fu
  domandato quali parti facesse, al che rispose superbamente: _je
  fais le flot_, vale a dire l'arte di quelli che, mettendosi
  sotto la tela grigia, coll'alzare e abbassare del groppone danno
  immagine agli spettatori delle onde del mare in burrasca.

La censura della frequente allusione alle vicende della propria vita, ai
suoi nemici, a se stesso per me giudico più che di giustizia priva di
carità; chi reputa nello scrittore elettiva la qualità di obiettivo e di
soggettivo, s'inganna: ella viene di natura, che il Dante, l'Alfieri e
il Byron non potevano essere diversi da quello che furono; e obiettivo
fra i germani fu il Goëthe, non già lo Schiller; nei primi prevale il
cuore, nei secondi il cervello: a chi pertanto sortì da natura
prevalenza soggettiva, la rampogna dell'uso di quella equivale a
criticare l'aquila perchè adopera l'ale. — E perchè redarguite l'offeso,
se di tratto in tratto si lamenta? Voi dite: Le sono piaghe antiche: ma
io vi rispondo che le piaghe dell'anima non sanano mai:

    Piaga per allentar d'arco non sana

Il cuore che non sente più il dolore, è pari alla sorgente inaridita. Da
questa sensibilità squisita scaturiscono le immagini, le fantasie e i
pensieri; malavvisati! non desiderate che cessi; sarebbe lo stesso che
spegnere la candela, voi rimarreste al buio. Il pittore manda dal
droghiere per la varia ragione delle tinte, che stempera poi sopra la
sua tavolozza, ma lo scrittore ci stempera sempre la propria anima,
comecchè ella abbia a somministrargli i moltiplici colori per dipingere
la sua opera. Gl'impedirete che ei si sfoghi? Gl'imporrete che egli,
come il barbiere di Mida, scavi una fossa e ci confidi il segreto che il
re Mida ha gli orecchi di asino? Imbestino nei volgari diletti i suoi
nemici la vita; di tristo padrone durino schiavi peggiori; levando il
muso insanguinato dalla carcassa dello Stato, mostrino i denti, sieno
quanto vogliono adesso codardi, persecutori, astiosi e ignoranti, ma
sentano che noi possiamo inchiodare i loro nomi in cima al patibolo. Noi
vogliamo che i figliuoli si abbiano a vergognare dei loro padri: altre
volte i fiorentini per causa meno dura cambiarono di casato. Il nostro
Dio non ci consentiva altre frecce che quelle con la punta d'infamia; e
noi ne saettiamo i nostri nemici: la vendetta del poeta è la provvidenza
di Dio sopra questa terra.

Il solo diletto non ha offerto mai scopo degno agli scrittori; la natura
ed i maestri insegnano loro a mescere l'utile col dolce; ed io secondo
le mie povere forze mi sono industriato sempre di seguitare questo
precetto: però mi piacque stringere co' miei lettori quasi un patto
dicendo: Io vi diletterò due ore, e tre se volete, ma durante un'ora
state a udire le mie lamentazioni e le mie dottrine: che se vi duole
udirle, lasciatemi significarle, e voi non ci badate.

Ed anco penso: la nuova generazione, nella quale mi affido, ha smesso il
convulso che travagliò la generazione antecedente; ella sospira i
negletti studi; ella ricorda come i grandi capitani dell'antichità
fossero discepoli di filosofi, e filosofi eglino stessi; grande si
manifesta nella presente generazione l'ardore di meditare intorno la
ragione delle cose: certo piace a me, ed alla patria giova, che ella
mediti con le mani appoggiate al pomo della spada, — ma mediti.

Per le quali cose il retto giudizio delle digressioni nei romanzi e nei
poemi si riduce come ogni altro nodo a questo pettine: se ti garbano e
t'istruiscono, e tu tienle care e fanne tuo pro, ovvero ti riescono
sazievoli, e tu, o butta via il libro, o meglio, va' dal libraio a farti
restituire il prezzo pagato per comprarlo, ch'io so di certo ch'ei te lo
renderà con gl'interessi.

                                 *

Antichissimo, noto a tutti, e insopportabilmente avvantaggiato lo scopo
della Francia: più che non sentirsi oppressa in casa, a lei piacque mai
sempre opprimere altrui: tutti i popoli, anzi tutti gli uomini la natura
dotò di ugnoli e di denti _canini_; ai francesi la natura in questo, o
si mostrò parziale, o fu superata dal costume. Per fortuna assai, e più
per delitti, la Francia costituitasi in arnese gagliardissimo da guerra,
remuove i Pirenei e si attacca alla cintura la Spagna, con una catena di
Borboni; poi per virtù di arme e di astutezza frantuma intorno a sè
Italia e Germania; così le ammannisce a diventare, a seconda della
occasione, o facile preda, o facile satellizio.

A parere mio Napoleone III troppo fu esaltato e depresso anche troppo,
massime da noi altri italiani, che dovremmo pure considerare, se
avessimo fior d'intelletto, com'ei promovendo i nostri negozi, non
potesse mandar male i suoi: e questo, bene inteso, io dico per ciò che
concerne il suo contegno verso l'Italia, imperciocchè quanto al modo col
quale s'impose principe, non credo che per molto maledirlo che si
faccia, non possa, e a diritto, essere esecrato assai più. Però, non a
scusa di lui, bensì per tuo governo, lettore, avverti che difficilmente
troverai per le storie un trono, il quale non sia stato murato con
calcina di frode, spenta nel sangue del popolo. Uomo non volgare
pertanto fu codesto Napoleonide, e per essersi a lungo riparato in
Italia, egli conobbe i nostri incliti patriotti, e con taluni di loro
usò con familiare domestichezza; dei nostri indomati proponimenti egli
ebbe non solo notizia, ma ci prese parte; combattè per questi; pianse...
(chiedo perdono al lettore: uomini cavati dalla creta ond'era tratto
Napoleone non piangono; quindi correggi: _perse_) un fratello morto per
noi. Che se diventato imperatore si scappucciava e si genufletteva al
prete, pensa che gli era forza armeggiare con la Francia, nel secolo
scorso ferro arroventato nella fucina del diavolo, in questo, baccalà
messo in molle nell'acqua benedetta. In Francia tutto si muta, ma non si
smette nulla, nè Gesù bambini miniati, nè disegni da postribolo, nè
enormezze da far drizzare i capelli, nè cipria per impolverarli. In ogni
secolo pari la violenza, onde altri la segua nei suoi mostruosi
trabalzi[7]; però se il Bonaparte e i preti si facevano le forche, va'
sicuro che l'uno conosceva l'altro; si sorridevano per mostrarsi i
denti; la passava proprio fra corsaro e pirata. Il Bonaparte, più che
altri, era uomo da sapere che il pensiero si converte in trapano capace
da forare il porfido; e neppure ignorava la natura implacabile di quelli
che lo adoperavano; aveva tocco con mano come la barbarie e la sventura,
i preti del pari che i tiranni a masticare la Italia ci lasciarono i
denti; il macinato macinò la macina; un popolo che non intende morire,
che non si può far morire, gli è pure di necessità che tosto o tardi
rifiorisca nella sua potenza vitale.

  [7] Popolo certamente vario, instabile, leggero, mostruoso e
  vano, e in tutte le più pazze forme cangiabile a' pari delle
  nuvole, dai venti in qua ed in là trabalzate. SALVINI. _Dis._ 2,
  130.

A questi giorni saltò su un Pallavicini _sindaco_ di Roma; a lui non fu
amica la fama, ma s'ella porgesse il vero, o piuttosto il falso, ignoro;
questo so, che avendo egli mandato fuori _una grida_, alla libera ci
affermava: gli uomini d'ingegno essere stati quelli che hanno ristorato
la fortuna italica; dopo tra i fattori della unità nostra, mette ancora
la monarchia: si sa, questa finchè lo Stato nostro duri monarchico, ha
da incastrare dentro tutti gli atti officiali, come il _gloria_ in fondo
ai salmi, e l'_amen_ ai piedi degli _oremus_; nel manifesto del sindaco
Pallavicini bandito in occasione

    del balenar che fece il rege a Roma

ci cascava _come una rima obbligata_. Pertanto il Napoleonide giudicò
oggimai fatale la ricostruzione della Italia a Stato uno e potente.

Nè diverso egli ebbe a giudicare della Germania, tenace anch'essa nei
suoi propositi ed irrequieta per ricuperare potenza da lei più che
dall'Italia prossimamente goduta e perduta. Da parecchio tempo si faceva
palese come o l'Austria, o la Prussia sarebbe spinta dai casi a formare
lo impero germanico, e poichè l'una inciampava l'altra, una delle due
doveva uscire dal campo. L'Austria volle forse, ma certo non potè
pigliare il sopravvento; il suo stato disforme glielo vietò: difatti, o
come un'accozzaglia di gente in tutto e per tutto diversa sentirebbe o
bisogno o vaghezza della nazionalità? L'Austria è una bottega di
pellicciaio; una somma di popoli oppressi: intento ed opera incoerenti
alla sua essenza. Per converso il cômpito della unità germanica, quanto
sconvenevole all'Austria, altrettanto si addice alla Prussia; difatti
non solo i prussiani, bensì i tedeschi degli altri Stati emuli o
avversi, convennero seco lei nel fine comune; e non una classe, ma
tutte, così feudale, come democratica e borghese.

La vecchia politica della Francia, comecchè a lei sommamente garbasse e
ai suoi rettori (qualunque essi fossero) non dispiacesse, ormai cascava
a pezzi; allora il Bonaparte si avvisò astutamente di mettere perpetuo
screzio fra l'Austria e la Prussia, esacerbarle una contro l'altra,
intrigare affinchè la formazione dello impero germanico, poichè impedire
non si poteva, riescisse dopo molto travaglio erachidinosa. Dall'altra
parte, dacchè comprende che in Ispagna la sua dominazione non
cestirebbe, nè quella di verun membro della propria famiglia, osteggia
la candidatura orleanese, si arruffa per la prussiana, e nel concetto di
rendersi mancipio il fanciullo delle Asturie, questo favorisce. Suo
principale fondamento la Italia, onde per un lato bastasse a porgergli
alla occorrenza efficace sussidio, dall'altro non diventasse potente per
guisa da abilitarla a procedere da sè sola, ovvero diversa, peggio poi
contraria ai suoi disegni. E tu, lettore, considera com'egli scendendo
primamente in Italia, allorchè bandiva volerla libera dalle Alpi
all'Adriatico, significasse l'animo suo con bastevole chiarezza; se noi
volemmo intenderlo in altro modo, fu peccato nostro, non già sua
perfidia; se egli avesse voluto intendere della universa Italia, egli,
che di geografia sa di certo, avrebbe detto dalle Alpi al Lilibeo,
ovvero a Girgenti; e ciò chiarisce come il Bonaparte non mirasse mica a
ricostruire intera la nostra patria, bensì a fabbricare pei suoi servizi
un braccio col Piemonte, la Lombardia e la Venezia, capace a contenere,
e, alla occasione, a stringere la Germania. Di vero anche i prussiani la
intesero così, e ne dà prova la repugnanza loro, prima e dopo la guerra
del 1866, alla occupazione del Tirolo meridionale per parte degli
italiani. Se la Italia si trova ridotta oggi nei termini in cui la
vediamo, certo non fu per volontà di Napoleone, il quale si industriò
con ogni maniera accorgimenti innestare sul tronco lorenese della
Toscana un principe della sua famiglia; sperò che il Borbone di Napoli
non venisse schiantato da procella domestica, ed ebbe per certo che
l'ancora della barca di san Pietro non si potesse, nè si dovesse
sgrappare dallo scoglio, dove la tengono fissa la ignoranza dei popoli e
lo interesse dei principi, e si ingannò; imperciocchè sia ben folle chi
crede che i consigli umani commessi in balìa della fortuna si scorgano
meno sbattuti in terra, che in cielo un foglio attaccato alla zampina
della rondine.

Che la Francia provocasse sotto mano, o per lo meno consentisse alla
Italia la guerra contro l'Austria, nel 1866, parmi cosa da non potersi
negare; certo la Italia pigliava più vigore di quello che la Francia
avesse presagito, o che avrebbe sul principio sofferto; ma adesso per la
potenza superlativa nella quale ad un tratto era sorta la Prussia, ella
abbisognava di ausilio più valido, e che stringesse più da vicino la
Germania. Grande spasimo per la Francia Sadowa! Al doppio scopo di
tenersi bene edificati i cattolici in casa e fuori, e la Italia devota,
il Bonaparte giudicò bastevole il ripiego di avere, in virtù di nuove
convenzioni, confermato il papa portinaio preposto all'ufficio di
aprirgli le porte del nostro paese quante volte ne avesse talento.

Il papato ormai sa da parecchi anni e sente essere arnese di governo in
mano ai principi, e ci si adatta; imperciocchè, oggi, malgrado la molta
sua improntitudine, si periti a contendere con gli Stati per
soperchiarli, mentre all'opposto lo miriamo spencolarsi fuori di
finestra per dire: — O principi! o principi! se la mia corda sfilaccica,
la vostra si disfà: oramai siamo diventati due debolezze,
attortigliamole insieme, e vediamo se unite formeranno una forza capace
a tenere legato per le mani e pei piedi anco un secolo il genere umano.
— Non gli danno retta, ed a ragione, perchè promise sempre e sempre
tradì; ed avendo i principi oramai ridotto il prete in servitù, non lo
accettano socio: chi potendo comandare allo sbirro e al prete li
patirebbe compagni? _Chi con chierco si confida, come chierco è senza
guida_, dicevano i nostri vecchi. Tanto, in comunella co' preti, si
corre sicuro il rischio di romperci il collo più presto; meglio vale
perderci soli. Così la pensano parecchi coronati e, a parere mio, con
giudizio, per questa volta.

Lo imperatore di Francia da tutte queste sottilità si aspettava un
solenne sconquasso della intera Germania: era da sperarsi che la Baviera
e gli altri Stati cattolici aborrissero la lega dei protestanti; la
Danimarca cogliesse il destro per vendicare le patite ingiurie; il re di
Annover con gli altri principi spodestati rimuginassero novità per
tornarsene a casa; e pure veruna di queste previsioni si verificò,
perchè, camminando sui trabiccoli, l'uomo finisce quasi sempre col
fiaccarsi le gambe: cotesta politica dura, che fa suo fondamento la
naturale necessità delle cose, governando la logica non i raziocini
soltanto, ma sì e più i successi umani, nei primi si comprende; nei
secondi si sente: in quelli persuade, in questi costringe, e se il
concetto della unità italica ha potuto allignare in onta agli errori e
ad ogni sorte contrarietà, egli è perchè cotesto fatto si palesava
necessario nell'ordine morale e politico, quanto nel fisico la tendenza
dei pesi al centro di gravità. Quanto poi la necessità del concetto
possa sopra il suo buono esito, di leggieri se ne persuaderà chiunque
consideri la Italia conseguisse il fine della sua unità al pari della
Germania, questa vincendo, e l'altra perdendo battaglie: la necessità
del fatto vinse la sventura: che se tu mi opporrai non essere riscattata
tutta la terra italiana, io ti risponderò, che nè anche la Germania potè
fino ad ora costituirsi in uno Stato solo: però quanti sono tedeschi si
sentono inevitabilmente attratti alla unità germanica come l'ago della
bussola al polo, e gli abbracciari, che adesso la fama racconta, dei due
imperatori di Germania e di Austria non sono mica bugiardi; all'opposto
sincerissimi, perchè l'uno tasta l'altro per conoscere dove l'avrà a
stringere, per soffocarlo più presto.

Volete voi vedere qual sia la mente del prete verso la Italia? Il papa
prega Dio, e confida in lui, onde non si riuniscano al capo della patria
le parti, che ne durano avulse! Volete voi chiarirvi che la politica
astiosa della Francia contro noi procede meno dall'uomo che dalla
nazione? Mirate! Cotesta politica sopravvive ai funerali dello impero:
non essa la ereditò da Napoleone, bensì Napoleone l'ebbe a provare parte
della corona che s'imponeva. Dicasi quello che sentiamo, e quello che è
vero: la Francia ustolò la guerra contro la Prussia, quasi esorcismo, il
quale scongiurasse il fantasma di Sadowa, che le rimescolava le viscere
della vanità, poi, ingenerosa, pretese lavarsene le mani a mo' di
Pilato, ed ora più spasimante che mai ne arrovella, forse provocando i
suoi ultimi fati, e certo tenendo in sussulto il mondo per presentimento
di future guerre. Nizza e Savoia l'impero ingordo e fraudolento arraffò:
forse la repubblica magnanima e leale le restituisce? Lo impero per
libidine di dominio ci calcò nel cranio il triregno papale armato di
punte; la repubblica si morde il dito, perchè abbiamo gettato da noi
cotesto supplizio; e di più pigliasi cura di farci sapere che se non
viene a rificcarcelo in capo non è per manco di volontà, bensì di
potestà; rifatte appena le forze, tornerà allo esercizio dell'antica
tirannide: ricresciuti gli ugnoli, ripiglierà a lacerare... e allora,
qual cuore di uomo presumi che possa desiderare la cessazione dello
avvilimento di Francia? Tu conduci il senno e costringi la pietà a
invocare da Dio che colmi la misura della tua miseria, che ti cancelli
dal libro dei popoli... Non maledite ancora, non vi sconfortate, il
verme del passato rotto su la schiena si agita, ma non vive; pare che
scontorcendosi minacci, e lo attortiglia lo spasimo dell'agonia...
pensate a scavargli la fossa. La Francia adesso è in istato di
crisalide, in breve (per quanto ci voglia fede robusta, nondimeno
ardisco sperarlo) rotto lo involucro dell'ira, del cordoglio, della
superbia offesa e della febbre di fastidire il vicino, volerà farfalla,
simbolo della parte divina infusa nell'uomo dal suo Creatore.

                                 *

— Bene sarebbe stato non nascere, ma poichè venni al mondo, il meglio
sta nell'uscirne presto. — Così favellava Curio, e provveduto in fretta
quanto gli parve necessario al bisogno, s'incamminò verso Brescia. Tanto
la passione lo teneva legato, che in andando egli non pose mente ai
mesti volti, nè alle parole dolorose delle persone nelle quali
occorreva: appena giunto a Brescia ei si fece a casa Cammilli amica
vecchia della sua famiglia, e non v'incontrò anima viva; allora si
avvisava recarsi alla dimora della baronessa Olfridi, vedova attempata,
ma per patrii spiriti e per solerte benevolenza sul fiore della vita, ed
anche lì tutto deserto; sceso daccapo sulla pubblica via, considera i
passanti e mira quello reggersi colla mano la fronte, questo con ambedue
farsi visiera agli occhi, uno desolato guarda il cielo, l'altro non ha
balìa di levare la faccia da terra; lamentevoli le madri, dolorose le
fanciulle; spirava da ogni lato un'aura di desolazione: un lutto grave
opprimeva di certo la città.

Curio si accosta a tale, che giudicò alla sembianza cortese, per
domandargli qual fosse la causa di tanto cordoglio; costui non lo badò
neppure, e così gli accadde con altro e con altro fino a cinque, sicchè
ne stava per rinnegare la pazienza; non lo sovvenendo partito migliore,
si lascia trasportare dalla piena, la quale come fu arrivata sopra certa
piazza si biforcò, parte continuando a camminare pel medesimo tramite, e
parte volgendo ad altro lato: di vero taluni andavano alle porte per
accogliere i sorvegnenti, mentre altri si affrettano a soccorrere gli
arrivati all'ospedale. Curio fu co' secondi, e intantochè scorreva la
via, riunite varie frasi tronche, costruiva la fiera notizia della rotta
di Custoza, e quasi fosse poco, ecco aggiungergli trafitte all'anima le
voci dello esercito sbandato; Garibaldi respinto, ferito... taluno
accertava ucciso; immensa la strage degli italiani sopra le sponde
fatali del Mincio. Nel salire le scale, Curio si sentiva sotto mancare
le gambe, tantochè, per non cadere, ebbe ad aggrapparsi al muro; pure,
innanzi di entrare nello spedale dove giacevano i feriti, i moribondi e,
ahimè! anco i morti, ricuperò il coraggio, pensando al debito sacro che
gli correva di frugare se fra quei miseri si trovasse parente od amico,
e, trovatolo, sovvenire.

Stupendo colà l'andare, il tornare, lo strepito dei passi, la polvere
continua sagliente dallo ammattonato al palco, l'afa degli aneliti
fumosi; chi portava materassi, chi biancherie, spugne, secchi, di ogni
maniera arnesi, scansandosi e urtandosi, — pietà ad un punto e
maraviglia a vedere. La schiera delle formiche, arrovellata a riporre la
raccolta nel granaio, quando l'urge lo inverno, non sarebbe similitudine
capace a ritrarre cotesto, più che solerzia, spasimo di solerzia; e
tuttavia non vi notavi confusione; comando e obbedienza, lampi pari; non
pace mai, nè tregua; i chirurghi nonchè il sudore non si asciugavano il
sangue; più prestanti di ogni altro le donne, massime le fanciulle, che
con la intera anima riversata negli occhi attendevano ad adattare
faldelle, a fasciare, a forbire.... La Carità supplice accennava al
Pudore, che pel momento acconsentisse a starsi un po' indietro; ed il
Pudore se ne andava adagio adagio alla porta ad aspettare le fanciulle
quando sarebbero passate per tornarsene a casa.

Curio dardeggiava con gli occhi la faccia dei giacenti in cerca di
persona amica, nè stette un pezzo ch'egli ebbe riconosciuto il maggiore
Mainieri, soldato bravo quanto piacevole e arguto, amico grande di casa,
quasi parente diletto; gli fu accanto di un salto; già lo avevano
medicato; adesso se ne stava come assopito, eccettochè il dolore lo
costringeva di tratto in tratto a far greppo con le labbra, donde però
non usciva gemito alcuno. Vistolo in cotale stato, Curio maledisse alla
sua avventatezza, e per tema di sturbarlo rimase immobile così, che la
moglie di Lot, quando diventò di sale, a petto a lui non ci sarebbe
stata per nulla. Ora a poco a poco due grosse lacrime formatesi nel cavo
degli occhi del maggiore, sgorgano fuori, e dopo essere rimaste per
alcuno spazio di tempo penzole alle sue palpebre come diaccioli ai merli
di una rocca, gli cascano giù per le gote; e sembra che il maggiore se
ne spaventasse, perchè di subito spalancò gli occhi quasi per
trattenerle e per impedire che altri le vedesse, ma nè ei le trattenne,
nè potè impedire che altri le vedesse, e Curio accostando il suo volto
al volto del soldato con due baci gliele bevve, mentre vinto dalla
passione, egli stesso proruppe in pianto, e lo bagnò con le sue.

— Non piango per me, sai; quantunque io senta che non ce la caverò
liscia...

— O Dio, non me lo dite! Come state? Dove siete ferito?

— Una scheggia di mitraglia mi ha fracassato il braccio; ma con un
braccio di meno si vive; si resta soldati con la tara del cinquanta per
cento, ma sempre soldato; la ferita mortale ho ricevuta qui nel cuore...
io ne morrò... e mi piace morire.

— No, voi dovete vivere per gli amici, per la patria...

— Per la patria? Rammenta Curio, che io t'ho detto ch'io non piangeva
per me. In vero io piansi per l'onore militare perduto, per la patria,
dopo tanta speranza, scaraventata nella ignominia; piansi sopra tanto
lume d'intelletti divini diffuso invano; piansi sul sangue di tanta
brava gente sparso per ribattezzare l'antica servitù... Ah!

— Ma che sia proprio vero, ch'io abbia a vedere la fine della mia povera
Italia?

Il maggiore chiuse gli occhi, e singhiozzò; Curio continuava:

— Il popolo non ha dato vite, danaro e tutto quello che aveva? Il popolo
non diede armi, navi, provincie?... Chi è lo sciagurato che si è preso
tutti questi tesori e li ha buttati via, come fanno i ragazzi con le
piastrelle sull'acqua... tre, quattro guizzi per gioco, e poi giù in
fondo per sempre.

— Cause occulte e rimote, onde accadde questo, figliuolo mio, ci hanno
ad essere, anzi ci sono, ma a me non è dato indagarle, nè mi gioverebbe
esporre; le prossime sì, e te le dirò, perchè tu ne faccia senno. Voi
giovani veniste al mondo in tempi brutti; la urgenza del male non lascia
campo ai propri esperimenti; approfittatevi degli altrui. Causa prima
dei nostri disastri io metto la presenza del re alla guerra: i principi
stanno d'incanto a capo degli eserciti, quando si chiamano od Alessandro
Magno, o Federigo II, o Gustavo Adolfo, o Napoleone I, perchè allora
all'autorità del grado aggiungendo la maggiore autorità della molta
perizia, maneggiano gli eserciti come macchine e li avventano come
leoni; diversamente ti riusciranno sempre di impaccio e di pericolo. Di
vero, o concedono che il supremo comandante non li consulti, e allora
faranno meglio a starsene a casa; si vince anche in poltrona, e se non è
vero non importa; per la reputazione del principe basta che il popolo lo
creda; o all'opposto pretendono essi mettere il becco in molle, e
allora, o diranno cose che saranno come portare ghiande alle querce, e
perderai tempo, o come è da supporsi diranno svarioni, e allora il
povero capitano bisogna che procuri renderli capaci, pigliandola alla
larga e con un sacco di precauzioni, le quali, se stanno poco bene in
Corte, in campo poi stanno malissimo, scompigliando i consigli e
ritardando l'azione: ancora il capitano, quando il principe gli cammina
dietro ai calcagni, più che a vincere il nemico, deve attendere a
preservare costui incolume da ogni stroppio: però, senti me, che parlo
schietto, se avessi ad essere capitano supremo, io preferirei avere una
veste di fiasco avviticchiata alle gambe quando cammino, che un principe
per compagno quando combatto. La seconda (ho fatto male a non metterla
prima) sperpetua, il La Marmora; cocomero ingrossato dalle piogge
moderate; imperito costui non si potrebbe dire, se non che, invece di
riporre la scienza nel cranio, la porta sul groppone: e qui se vuoi
ch'ei ce la porti a ceste, a ceste volentieri accorderò che ei ce la
porti. Non ci è numero, non misura, non stadera, che valgano a
calcolare, misurare o pesare la sterminata presunzione di cotesto uomo:
ei farebbe la barba a Carlo Magno, e piglierebbe ad allattare Annibale e
Giulio Cesare, se avesse le poppe: lo hanno abbaiato in tutte le cinque
parti del mondo, in tutte le lingue gli hanno detto che ei vada a fare
il capotamburo, ma egli duro; oramai ei si è ciurmato da sè gran
capitano, e non ci ha più rimedio, però tentenna il capo, e
compassionando leva gli occhi ed esclama: — Sciagurati! non sanno quello
ch'ei si dicano. — Anco la presenza gli nuoce, dacchè egli si muova come
un ragnatelo spaventato: io non so per quale sua disgrazia quanti
disegnatori, illustrando il maggiore romanzo del Cervantes, presero ad
effigiare il _Cavaliere della trista figura_, sembra che si sieno dati
la intesa di pigliare a modello il La Marmora. Non ci è Cristi: guarda
bene il _gran capitano_ di Biella, e ti parrà don Chisciotte nato e
sputato. L'aspetto dell'uomo impressiona più che tu non pensi: mira la
testa di Napoleone primo console, e provati a negarmi che egli sia eroe:
che cosa ti parrà di La Marmora col suo capo a pane di zucchero, e gli
occhiali a cavallo sul promontorio che gli tiene le veci di naso? Io non
lo dirò, se prima non gli avrai messo un filo sotto, facendogli, col
tirarlo, muovere le mani e i piedi a sêsta[8]. Improvvido negli
apparecchi, nè strategico, nè tattico, povero di partiti, nei consigli
incerto, impacciato nei moti; in mal punto sta ed in mal punto corre:
flagello vero della milizia italiana; avrei detto di Dio, ma Attila gli
ha preso il posto. La reputazione di servitore umilissimo, devotissimo e
obbedientissimo di casa Savoia gli procacciò favore inestimabile in
Corte, e per mio avviso a torto, perchè nè prudente assume sopra di sè
gli errori altrui, nè animoso li riversa sopra chi tocca; in somma nè
Strafford, il quale si lasciò decapitare per Carlo I, nè Bava, che
scrisse addirittura il disastro del 1848 doversi attribuire a Carlo
Alberto: della famiglia dei servi per certo egli è, ma spetta più
particolarmente alla specie dei servi insolenti: difatti per iscusarsi
egli va sussurrando lui non esser capitano comandante, bensì capo di
stato maggiore: scusa come ingenerosa fallace, perchè se conosceva i
comandi infelici, dovesse opporsi a spada tratta, o inascoltato
risegnare lo ufficio: ed ho sentito anche spandersi la voce di poca
_connessione_ nello esercito, di salmerie disordinate e confuse, i quali
difetti se furono, e taluni furono, non si dovessero attribuire a lui
per lungo tempo ministro della guerra.

[8]

    Chi vuol veder quantunque può natura
    Nel fabbricare un uom di carta pesta,
    Che par mover le mani e i piedi a sêsta
    A guisa d'ingegnosa architettura.

                                TASSONI, _Son. su Filippo da Narni_.

Quanto valga il suo emulo Cialdini ignoro, ma del La Marmora so tanto,
che sul conto loro io posso in buona coscienza profferire il giudizio di
colui, che avendo a scegliere fra due sonetti, lettone uno disse:
_stampate l'altro_, che peggio non può essere. La emulazione di questi
due soldati forse necessitò il comando supremo del re, onde in lui si
smussassero i puntigli, e, se così fu, anco questo si ha da deplorare
come sciagura.

Pareva dovesse essere studiato con diligenza il campo delle battaglie
imminenti, però che sia naturale guardare bene il luogo dove abbiamo una
volta battuto il naso; ma non fu così: procedemmo a casaccio sul terreno
che intendevamo ricuperare; i tedeschi che non n'erano padroni lo
conoscevano palmo a palmo, noi non avevamo imparato niente; l'esperienza
delle patite sconfitte era trascorsa via per le teste dei nostri
condottieri, come l'acqua piovana per le doccionate, senza lasciarvi
posatura. Tre modi ci si presentavano per condurre la guerra offensiva:
espugnare una per volta o tutte assieme le fortezze, ovvero introdursi
nel mezzo di queste, isolare l'una dall'altra, distruggendo per siffatta
guisa la ragione strategica del quadrilatero; finalmente, irrompere
nell'Austria pel Friuli da un lato e pel Tirolo dall'altro, occupare
Vienna e buttare all'aria la Ungheria: qui grande l'acquisto, pari al
pericolo; ma per concepire e mandare a compimento simili partiti
audacissimi, ci vogliono capitani che si chiamino Scipioni, ed eserciti
composti di romani; e poi alle monarchie non garba sollevare la polvere
delle rivoluzioni, memori sempre che chi semina il vento raccoglie la
tempesta: il disegno di espugnare le fortezze, lungo, pieno di
accidenti, spegnitoio di militare entusiasmo; riprovato dai maestri di
guerra, massime se il nemico tenga con un esercito potente la campagna.
Dei tre concetti elessero il secondo. Pertanto il presidente dei
ministri Ricasoli, il venti del passato mese, lesse alle Camere il
manifesto di guerra contro l'Austria[9].

  [9] Quanto fu la guerra bandita immortale per castronerie di
  tattica e di strategia, altrettanto fu memorabile lo scritto del
  Ricasoli per ispropositi di lingua e di senso comune: di vero,
  tre volte ci occorrono le frasi _al seguito_ delle dimissioni
  date... _in seguito_ della partenza... _al seguito_
  dell'ingiuste minacce; — più oltre: l'Austria _temette_... il
  Governo del Re _credette_... _credette_, che a ciò gli desse
  diritto: il più bello all'ultimo: «per queste aspirazioni
  nazionali troviamo soldati _pronti a spargere sangue e fatiche
  in tutte le parti della Camera_!» Quindi nulla manca a farlo
  detestabile: turpitudine di locuzioni straniere, barbarie di
  dettato, errata assimilazione di sangue e di fatiche da
  _spargersi in tutte le parti della Camera_! Nè anche un
  montanino di Garfagnana si attenterebbe menare tanta strage
  della lingua e del buon senso. _Erat in fatis_, che la monarchia
  in occasione tanto solenne si commettesse a due sciagurati come
  Ricasoli e La Marmora. Quali l'ingegno, le opere, la fama di
  costoro? — Si predicavano avversi al popolo, avversi ai
  volontari, e tanto bastò. Così in grazia del partito moderato e
  dei suoi uomini, noi abbiamo perduto tutto, fino la reputazione
  dello idioma, che sola ci rimaneva conservata in mezzo alla
  secolare molteplice tirannide. La Camera applaudiva: un giorno
  ella sarà giudicata severamente senza _circostanze attenuanti_,
  perchè gli applausi avvennero in giugno, mese di già copioso di
  _proietti vegetali_. Per questa guisa il governo d'Italia, se fu
  argomento di molti sospiri, infinito si attirò eziandio il riso
  della gente stupefatta.

Nel giorno stesso il capitano La Marmora faceva sapere all'arciduca
Alberto, che avrebbe messo mano alle armi tre giorni dopo la data del
manifesto, lasciando in dubbio se il 23 o il 24: difatti doveva
intendersi il 24, perchè il giorno che incomincia il termine non si
comprende nel termine; invece egli principiò il 23, e questi mi paiono
ganci diritti e gherminelle a uso Oudinot, cosicchè il capo di stato
maggiore John rilevò il tiro quasi per uccellare il capitano La Marmora.
Il fine della battaglia di Custoza certo fu dare comodità al Cialdini di
traghettare il Po e stabilirsi sopra la sinistra sponda di quello: ora
considera se si poteva far peggio; il Cialdini prima del 26, per quanti
sforzi ci adoperasse, non poteva essere pronto a passare il fiume; le
ostilità si ruppero il 23, la battaglia s'ingaggiò il 24; dunque vi era
tempo sufficiente per l'arciduca Alberto di prostrare La Marmora diviso
dal Cialdini; ma il capitano La Marmora si era fitto in testa che il
nemico rifuggisse dalle difese del territorio fra il Mincio e l'Adige;
fisima proprio non vera, nè verosimile, essendo stato munito cotesto
territorio, dopo il 1848, da un semicerchio di fortilizi tra Chievo e
Tomba; ma, che vuoi tu? Come madre natura fabbricò i gamberi, così fece
il cervello del capitano La Marmora, perchè entrambi camminassero alla
rovescia. All'opposto l'arciduca Alberto, ottimamente informato, si
avvisa batterci sul terreno che il capitano La Marmora suppone deserto,
ributtarci in Lombardia, poi voltarsi celere e baldanzoso per la
vittoria contro il Cialdini; ed in conformità della presa deliberazione,
lasciate di cheto le stanze lungo l'Adige, ordina ai suoi si facciano
avanti, per occupare le colline tra Salionze e Sommacampagna. Il
capitano La Marmora, che di ciò sa niente, comanda al Della Rocca si
atteli col suo corpo di esercito tra Sommacampagna e Villafranca; al
Cucchiari tenga in soggezione il presidio di Mantova; ai generali
Longoni e Angioletti s'inoltrino fino a Marmirolo, e quivi stieno per
riserva. Durando passi il Mincio, ma la divisione Pianell rimanga sopra
la sponda destra; sulla sinistra il Cerale osservi Peschiera. Il Sirtori
e il Brignone occupino le alture verso Sona. Ormai incaponiti nel
supporre sgombro il paese, in mezzo del quale si avventuravano, comecchè
prossimi ed in vista di due fortezze, procedono senza provvedimento di
possibile battaglia, anzi senza neppure confortare i soldati di cibo e
di bevanda, sicchè parvero padri scolopi che menassero alla prima
comunione gli scolari da ventiquattro ore digiuni, non già capitani
soldati alla battaglia[10]: seguivano le salmerie condotte da gentame di
scarriera, che stava al soldo degli impresari, capace di mettere lo
scompiglio in casa del diavolo. Anche nelle passate guerre si ebbe a
deplorare simile disordine; parecchi generali, e il capitano La Marmora
in particolare, lo seppero, lo videro, e non ci rimediarono.

  [10] Proprio così fu detto, da un soldato ferito, nell'Ospedale
  di Brescia.

A questo modo procedendo, c'imbattemmo alla sprovvista nel nemico, col
quale, appena visto, ci azzuffammo senza concetto di guerra, d'onde
nacque un accapigliamento alla rinfusa, che di mano in mano ingrossando,
per la strage diventò battaglia, per arte militare una baruffa: fu
combattuto in tre gruppi, perchè in tre punti ci percossero gli
austriaci con mosse di fianco; il primo sotto Villafranca, dove si
trovarono il principe Umberto, Bixio e Cugia, credo anche il Govone:
sfolgorati dalle artiglierie, urtati dall'impeto dei cavalli, cotesti
uomini prodi tennero fermo disposti in quadrati, in uno dei quali ebbe a
ricoverarsi il principe Umberto, che, a detta de' suoi commilitoni, in
cotesto giorno fece il debito di soldato italiano: tutta la giornata
essi contennero il nemico: vi ha chi assottiglia, anzi nega addirittura
il merito a quei valorosi, perchè non fecero di più; ma a parere mio fu
grande onore per loro tenere testa finchè durò la battaglia contro un
nemico potente di cavalli e di artiglierie, proteggere la ritirata del
nostro esercito a sera, ributtando in atto di vincitore, piuttostochè di
vinto, due volte gli austriaci, una volta a furia di cannonate, ed
un'altra per isforzo di cariche di cavalleria.

Il corpo del generale Durando s'incamminò mattiniero verso le colline di
Sona; la sua via doveva essere diritta fra Monzambano e Castelnuovo,
senonchè il Cerale, che comandava la prima brigata, temendo dei cannoni
di Peschiera, invece di andare in su, scese per la sponda del Mincio
fino al Borghetto, dove incontrato il traino mosso per la medesima
strada, lo fa ripiegare sopra sè stesso mandandolo sottosopra; nè qui
cessano gli errori del Cerale, che ripigliando la via per Castelnuovo
s'inferra dentro certa via stretta e incassata, senza pigliare alcuna
delle precauzioni che si costumano quando si cammina per paese nemico;
quanto a intrepidezza a tutta prova io tengo dal Cerale, ma per
accorgimento, bisognerebbe si facesse ristagnare il cervello: provata
che egli ebbe la dura batosta, pretese schermirsi dicendo che _senza
rompere uova non si fanno frittate_; pur troppo non si combattono
battaglie senza sperpero di vite umane, ma bisogna evitare le frittate.
Io era con lui, e per lui mi trovo lacero questo mio povero braccio, ma
ciò non dico per rancore, bensì per verità: verun sottotenente di
volontari avrebbe proceduto con sì poca considerazione, ed egli può bene
disprezzare la propria vita, ma come capitano deve pigliarsi cura della
vita altrui.

Le disgrazie nascono sempre gemelle, però il generale Villermosa,
condottiero dell'antiguardia della divisione Sirtori, nell'uscire da
Valleggio, invece di svoltare a destra per Santa Giustina, tira su per
la via di Castelnuovo, e così raddoppia la vanguardia della divisione
del Cerale, e la leva a quella del Sirtori, il quale non addandosi dello
abbandono del Villermosa, quando se lo aspetta meno dà di capo nel
nemico, che lo riceve a suono di cannonate ottimamente disposte su le
alture, e per le strette dei colli[11]: ormai la vittoria impossibile, e
la ritirata rischiosa: vi rimasero feriti Durando, Dho e il Cerale, il
generale Villarey ucciso, ed altri non pochi: i soldati sgomenti di
vedersi condotti al macello, imprecando la stoltezza dei capitani,
sbandaronsi; sì, che serve celarlo? fuggirono. Ciò accadde ai più famosi
soldati, dai romani ai francesi, ed accadrà sempre, quando avvenga che
per errori continuati perdano ogni fiducia nei loro condottieri; se il
generale Pianell non era, al quale sovvenne la ispirazione di varcare il
Mincio, respingere gli assalti nemici, e proteggere la nostra ritirata,
o fuga, prigioni o morti noi ci restavamo tutti. Degli altri gruppi io
non so darti distinta notizia, però anche là e' fu una matassa
arruffata; bastonate da ciechi.

  [11] Il generale Sirtori, con lettera dell'8 febbraio 1867,
  afferma essersi accorto _subito_ della deviazione della
  avanguardia, ed averci provveduto _immediatamente_: dichiara
  avere proceduto con ogni più squisita precauzione di guerra:
  esclude tutta sorpresa: fu lasciato solo; se lo avessero
  soccorso, anco verso le ore 4 pom., avrebbe vinto, egli dice;
  peccato che veruno ci creda.

                                 *

Pur troppo le parole del soldato ferito erano vangelo: giusta quello che
ne sparse la fama, il La Marmora fino dalle ore mattutine se ne andava a
Gherla, e nel cammino imbattendosi nella divisione Brignone, la mena
seco ad occupare le alture di Custoza, donde mira come gli austriaci
abbiano fatto lo stesso su le colline della Berrettara: ciò nonostante
egli ingiunge al Brignone si spinga innanzi, e questi lo fa inoltrandosi
fino a Monte Godio: allora il La Marmora lo pianta lì, e galoppando solo
verso Villafranca, va a vedere come le cose procedano da questa parte,
ed anche per condurre rinforzi al Brignone; di vero torna, ma trova il
Brignone a mal ridotto dallo sforzo degli austriaci incalzanti, e
costretto a ripiegarsi sopra Monte Godio: il terreno compariva ingombro
di morti; si contavano tra i feriti il generale Gozzani e il principe
Amedeo. A Custoza i nostri tentarono resistere, ma neanche in questo
punto la fortuna volle arridere al valore scompagnato dalla perizia;
fummo respinti. Il re, il quale se ne stava a contemplare la battaglia
fra Villafranca e Custoza, visto retrocedere la divisione Brignone,
corre via a Valleggio, di là varca il Mincio e si conduce a Goito: per
questa guisa, se mai ci era stato sul campo di battaglia un comando
supremo, venne affatto a sparire. Il La Marmora, per onestare la cosa,
disse più tardi essere stato suo intendimento sgarrare la prova sopra le
alture di Custoza con le divisioni del secondo corpo, mentre il Bixio e
il principe Umberto sostenevano il terzo corpo nella pianura; sproposito
o bugia che il Rustow gli rimbecca, dichiarando: — dal suo stesso
rapporto si fa manifesto, come ciò non fosse per nulla il caso, o
dimostra la sua testa in balìa _di deplorabile confusione_[12]. — La
verità è, che il La Marmora, perduto il lume degli occhi, povero di
partiti, di animo volgare, giudicando i successi non secondo la realtà,
bensì a norma della sua dabbenaggine, tenne per disperata la fortuna
della guerra, e mandò subito dopo la battaglia di Custoza i due famosi
telegrammi; uno al Garibaldi del tenore: «Disastro irreparabile! Coprite
la ritirata e Brescia;» l'altro al Cialdini concepito così: «Disastro
irreparabile! Coprite la capitale (Firenze).» Da tanto poi che erano
disperate le fortune della guerra, gli austriaci non pensarono manco per
ombra a traghettare il Mincio e ad inseguirci: e questo afferma eziandio
il La Marmora; nondimanco l'esercito intero fu addossato all'Oglio, e il
re pose tranquille le stanze a Torre Malamberti presso Pescarolo.

  [12] _Guerra del 1866_, p. 139.

I giornali italiani tacquero quasi due giorni, e in questo frattempo i
devotissimi, avendo ripreso fiato, incominciarono a sussurrare che la
battaglia veramente perduta non si poteva dire, sì piuttosto non vinta;
con inezia e parola francesi la battezzarono _insuccesso_, e a torto,
imperciocchè perduta la facessero lo scopo mancato della medesima, che
fu mettersi in mezzo alle fortezze del quadrilatero, e il campo
abbandonato; più che tutto, i due telegrammi, non mai abbastanza
_deplorabili_. Se non che qui vennero fuori i devotissimi del La
Marmora, ed a posta loro andarono bisbigliando ch'egli li sconfessava, e
parve bruttissimo tiro, perchè, se non furono sua fattura, non si
rimanga a mormorarlo sottovoce; lo dica chiaro ed aperto; ma vorrà
disdire forse anco il suo rapporto dove significa: «non avendo avuto
buon successo il nostro tentativo di stabilirci tra il Mincio e l'Adige
per separare le fortezze le une dalle altre, la posizione da noi presa
lungo il Mincio diveniva senza scopo.»? Gli intendenti della milizia,
nei giudizi loro discreti, a queste insanie non possono reggersi tanto,
che non siano costretti ad esclamare: Da quando in qua il condottiero,
se non riesce al primo tratto nella sua impresa, l'abbandona? Costumò
così Napoleone a Marengo? Fino alle quattro pom. è fama lo avesse
respinto il vecchio Melas; a codesta ora sopraggiunse il Desaix, il
quale, interrogato, disse sè essere giunto tardo per impedire che una
battaglia si perdesse, sempre a tempo perchè un'altra se ne guadagnasse,
e così fece. Forse era cessato lo scopo di porgere la mano al Cialdini,
varcato che avesse il Po? Da quando in qua si mettono due fiumi in mezzo
tra voi e il nemico che non v'insegue? Il Rustow, per trovare un'aurora
boreale di senso comune in tutto questo garbuglio, immagina che
l'esercito si versasse in disordine maggiore di quello che si
supponesse, e certo tacquesi allora e non si dice neanche adesso, ma è
vero, come il maggiore Mainieri narrava a Curio, che non pochi soldati
fuggirono, gittate le armi, maledicendo gli stolti capitani: però in
breve ripresero animo, e desiderarono ritentare la prova sotto guida
migliore: moltissimi all'incontro durarono ordinati e pugnaci come
quelli del Pianell e gli altri del Bixio; le due divisioni Angioletti e
Longoni intatte, non avendo preso parte al combattimento: inoltre, o il
Cialdini sul Po che ci stava egli a fare?

Eppure comandava a ben quattordici divisioni, esercito più
numeroso di quello del Mincio. Intorno a Custoza furono i nostri
centoquarantaseimila, e di questi combatterono soltanto sessantaseimila.
Settecentoventi ne caddero morti, tremilacentododici si noverarono i
feriti; tra le nostre e quelle del nemico, le perdite si bilanciarono:
perchè dunque ci demmo per vinti? Al fatto di Marengo, di già riportato,
il Rustow aggiunge con legittimo orgoglio l'altro di Ligny, dove i
prussiani sbaragliati poterono in due giorni riordinarsi e battere
Napoleone con la famosa percossa di Waterloo.

_Non si volle vincere_, proruppe un giorno quel fiero uomo che è Nino
Bixio: però io non mi accosto alla terribile sentenza di lui, che è
naturale cosa desiderarsi la vittoria con maggiore anelito da quelli che
si sentono meno capaci ad acquistarla per virtù; ed ella ci viene sempre
feconda di utili resultati: di rado l'uomo renunzia alle sue comodità, e
più di rado alle lusinghe dell'amor proprio appagato; quando poi
l'agonia dell'utile e l'agonia della vanità s'intrecciano in uno
interesse solo, allora poi giudico impossibile che ci renunzi l'uomo:
questo parmi più vero, che tra la speranza generosa, ma piena del
pericolo di perdere, e la ghiottoneria di guadagnare con sicurezza,
prevalse nei nostri guidaioli la ghiottoneria; non si contò la vergogna.
Il capitano La Marmora rinfoderò il brando sul fianco sinistro, e
diventato Scriba cavò fuori dal destro il pennajolo: nelle sue mani
l'uno e l'altro del pari infelici: arduo è sgarrare col calamaio colà
dove fece fallo la spada: non ci fu altri che Lutero, al quale riuscì
vincere col calamaio: e vinse nientemeno che il diavolo in persona, ma
glielo scaraventò nella testa. Ora il La Marmora, professandosi
cattolico, non ha fede che nell'acqua benedetta. In verità di Dio, io
per me penso che quando la monarchia ci schiera davanti agli occhi i
suoi capitani, i suoi ammiragli, i suoi ministri, lo faccia pel medesimo
spirito onde i giocolieri ti mostrano, sopra l'avversa parete, le figure
grottesche della lanterna magica, per tenere allegra la brigata
divertendola dal senso dei mali presenti e dalle apprensioni del futuro.

                                 *

— Oh! sia ringraziato Dio, che ci ha concesso la morte: adesso, se ci
condannassero a vivere, quale strazio sarebbe pari al dolor nostro?

Così lamentava Curio, e il buon maggiore percosso dalla desolazione del
giovane avrebbe volentieri rinnegato le sue parole: pure, voglioso di
rimediare come meglio poteva al mal fatto, soggiunse:

— Coraggio, Curio, sempre coraggio, che tutto quello che ciondola non
casca: ora fa' una cosa, va' fuori, e procura raccogliere qualche
notizia per te ed anche per me.

— Ho paura.

— Paura! E di che?

— Sì, paura da non potersi dire: io tremo tutto nel presagio di
sentirmene contare delle peggio: le forze italiane mi fanno l'effetto
dei birilli del biliardo, che si mettono ritti per essere buttati giù.

— Or via, Curio, pensa che il diavolo non è mai brutto come si dipinge:
va', torna, e fa' presto; rammenta ch'io sto sulle spine, e alla
disgrazia sono uso opporre cuore di rocca: la incertezza mi ammazza.

                                 *

Curio andava per le vie di Brescia speculando onde trovare persona, la
quale dal sembiante gli promettesse accoglienza cortese, allorchè di un
tratto gli si presenta davanti un gruppo, che trasse a sè la sua intera
attenzione: un uomo aitante della persona, di barba e di capelli grigio,
con la camicia rossa dei garibaldini, si portava in collo un altro
soldato del pari garibaldino, di cui il capo gli penzolava sopra la
sinistra spalla: il vecchio tirava innanzi a stento, appoggiandosi con
la destra mano al muro, che non si attentava di abbandonare. La gente
passava senza badarlo, non per mancanza di cuore, figurarsi se questo
può mai avvenire a Brescia! ma perchè si sentiva da più dolenti cure
compresa, e le grandi angosce strozzano le piccole. Curio, nella
speranza di spillare dal soldato qualche novella che facesse al suo
caso, gli si accosta bel bello per profferirglisi, ma appena gli ebbe
sbirciato la faccia, che esclamò:

— Gua'! Filippo, sei tu? Come diavolo ti trovo qui?

E Filippo: — Curio, proprio mi ti manda Dio: dammi una mano per adagiare
su questo muricciolo il poverino che porto.

— Fatti in là, Filippo, che basto solo, e tu barelli: a sorte non
saresti ferito?

— No, grazie a Dio, ma le forze pur troppo mi mancano — e così dicendo
casca giù ginocchioni con le mani in avanti. Curio, aiutato da un
cittadino che di là passava, mise Filippo a sedere accanto all'altro;
poi prese una rincorsa piantando ambidue, e in meno che non si dice un
_credo_, mentre Filippo pur troppo sospettava essere abbandonato (la
sventura, quando si maritò col bisogno, per primogenito partorì il
sospetto) rideccoti comparirgli dinanzi Curio con un palmo di lingua
fuori, carico di berlingozzi, bocce di liquori e di due fiaschi di vino.

Però Curio, andando alla volta di Filippo, mirò da lontano una cosa, che
gli mise la pulce dentro l'orecchio, senza che ei potesse rendersene
ragione. Filippo si era tirato in grembo il soldato, e sciorinando su
lui il fazzoletto _olim_ bianco, gli rinfrescava il capo riarso, gli
cacciava le mosche, e di ora in ora lo andava dolcissimamente baciando.
Il bene è sempre bene, diceva Curio fra sè, ma i troppi _amen_ guastano
le messe. Filippo stese ansioso le mani a ciò che Curio gli porgeva, ma
non sì tosto lo ebbe guardato, esclamò:

— Ohimè! Curio, che è questo che tu hai portato? acqua, acqua... tu me
la vuoi far morire?

— Hai ragione, soggiunse Curio, e via da capo a precipizio; tornò in un
attimo coll'occorrente, ma anco per questa volta riuscì il sussidio
inefficace, però che il giovanetto vagellando sbattesse smanioso di qua
e di là la testa. Filippo mandava giù dalla fronte a quattro a quattro
le gocciole del sudore; in cotesto punto, non sapendo che fare di
meglio, diede di piglio alla boccia dell'acquavite, e sia lode al vero,
ne mandò giù un gran sorso.

— Ah! mi sentivo proprio morire, sospirò restituendo la boccia a Curio:
rinfrancato così, riprese:

— Curio, piglia il capo al ragazzo e tienglielo fermo con più grazia che
puoi: ecco, adesso m'ingegnerò aprirgli le labbra e versarvi un po' di
acqua.... sta' attento.... e fa' adagio.

Certo fu più quella che gli versò sul petto, che nella bocca; pure
cotesto refrigerio di acqua valse per fare aprire gli occhi all'infermo:
e Curio allora, secondo l'usato costume, precipitoso interrogava
Filippo.

— E adesso che almanacchi qui, con questo povero ragazzo?

— Vengo da Montesuello....

— Da Montesuello! Là dove è caduto morto il Garibaldi?

— Che morto! Accidenti a chi lo crede e a chi lo dice. Per Dio! non mi
stringere il collo... Curio, non mi strozzare!

Difatti Curio gli si era avventato al collo, scaricando sopra di lui un
turbine di baci.

— Neanche ferito? Assicurami che non è stato nemmeno ferito.

— Ferito sì, ma gli è un nonnulla... povero uomo! Ogni battaglia a cui
si trova gli lascia il ricordo sul corpo; però egli ha bene altro per il
capo che pensare alle sue ferite; ha bisogno di sentirsi sano, e sano è;
egli ha già ripreso a menare le mani contro i tedeschi.... a quest'ora
si batte.... a quest'ora vince.

— Come, tu credi che costà si combatta e tu stai qui?

— Il generale Garibaldi in persona, saltò su a gridare Filippo avvampato
nel viso... mi ordinò, mi pregò di condurre subito via questo fanciullo
ed acconciarlo in qualche casa perchè si curi....

— È ferito?

— No, travagliato fieramente dalla terzana a cagione delle intemperie e
della soverchia fatica; forse ci ha miscuglio di qualche altro malanno:
almeno il medico del reggimento ne dubita.

— E s'è così, che ci stiamo a gingillare? Su, portiamolo all'ospedale.

— Gli è appunto allo spedale che io non lo voglio portare.

— E perchè?

— Perchè negli spedali è forza vedere e udire cose, delle quali la
verecondia si offende.

— Filippo, che diavolo arzigogoli? Ai giorni nostri un giovanotto di
diciassette anni ha da scandalizzarsi di quanto possa vedere o udire
nello spedale, dopo esser passato per la trafila delle caserme e dei
campi?

— Un giovane forse no, ma una fanciulla di certo sì, e questa è una
fanciulla.

— E, tôcco di disgraziato, in mezzo di strada la baciavi?....

— Silenzio, Curio, ella è mia figlia.

— Oh! tua figlia! E da quando in qua? Io non seppi mai che tu avessi
moglie.

— E che bisogno ci era che tu lo sapessi? Quanto più preziosi i tesori,
più si tengono nascosti. Adesso, ella mi ha abbandonato per vita
migliore, almeno così mi giova sperare; però non le bastò il cuore di
lasciarmi solo, e innanzi di morire mi pose sopra le braccia questa
figliuola.

— Dimmi, Filippo, ed era bella cotesta tua moglie?

— Ella mi amava.

— Donde nasceva, dal popolo? dalla borghesia? Era gentilesca nei modi?

— Ella mi amava: l'amore ch'ella mi portava finchè visse, e che io
portava e porto a lei, non ci lasciarono attendere ad altro. In vita, io
la guardai traverso una contentezza che non era terrena, in morte
traverso un pianto, che pur troppo è terreno: per indole, per sembianza,
per affetto, questa mia creatura è tutta lei.

Curio mirò curiosamente la fanciulla e gli parve che non ci fossero
sfoggi; allo improvviso, come vergognando degli inani propositi, uscì
fuori dicendo:

— Dacchè sei qui, e qui rimanti fintantochè io torni, che spero avere
trovato il fatto tuo.

E via di corsa daccapo: questa volta il suo cammino era indirizzato al
palazzo della egregia donna, la baronessa Olfridi: anco adesso cercò
invano il portinaio; salite le scale a tre scalini per volta, si attacca
al cordone del campanello, e tira giù, che pareva il diluvio.

— Furia! Furia! si sentì gridare per di dentro, date tempo al tempo!
Discrezione, se ce n'è!

Si spalanca la porta.

— Oh, signora baronessa! E come diamine viene ella ad aprire in persona?
La mi scusi, se....

— Curio! Come ti sei fatto grande! E chi vuoi che ti venga ad aprire se
non io? Mi trovo in casa sola: Nisio, il cocchiere, e Bertino, il
cameriere, se ne sono andati col Garibaldi, menando seco i cavalli;
Gaspero, il portinaio, si attaccò alle falde loro ed anch'egli volò via.
Eleuteria, la mia figliuola, guarda a vista suo marito, e dei cinque
figliuoli si serve come di altrettanti uncini per trattenerlo, onde non
pigli insieme con gli altri il cammino verso il Garibaldi: delle mie
quattro donne non posso far capitale; sono a curare gli infermi ed i
feriti per le case, alla stazione, per gli ospizi; appena ne ho il
comodo, una scappata ce la do ancor io; ed ecco perchè ti vengo ad
aprire l'uscio.

— Meglio così!

— Come? No davvero, che non è meglio così: non è meglio per la ragione
che alla vista di quei bravi figliuoli, così malconci dalla rabbia dei
nostri nemici, mi piglia una passione al cuore, che non ti so dire; non
è meglio per me, perchè la vecchiaia è trista e la solitudine mi
uggisce; io sento bisogno, più che del pane quotidiano, vedermi ogni dì
attorno i miei nipotini.... io sono di levata, Curio mio; nella mia
famiglia vivo, e finchè duro me la voglio godere... hai capito?

— Sì, signora; ella parla unicamente, ma io non lo diceva per questo,
avendo il pensiero rivolto a Filippo: lo conosce, signora, Filippo?

— E chi è questo signore? Lo sento per la prima volta nominare adesso.

— Ebbene, vostra signoria sappia ch'egli è un sergente....

— E che me ne importa?

— Ma lasci dire; un sergente, bravo a prova di bomba; nella guardia
nazionale di Milano egli tenne uffizio di sergente istruttore, e di
giunta era maestro d'arme, onde egli ha potuto per questa via insegnare
a tutti i giovanotti di Milano, me inclusivo, il maneggio della
carabina, della spada e della sciabola. Filippo, oltre l'ufficio di
sergente maggiore e di maestro d'arme, teneva eziandio una moglie, che
egli amava, e però non faceva vedere a nessuno: il sergente racconta che
la donna a fare da lampana sotto il moggio ci aveva piacere.

— Male; un tiranno, secondo il solito.

— No, signora, il prelodato sergente afferma sopra la sua coscienza, e
badi ch'egli è galantuomo, questa essere stata la volontà espressa della
moglie, la quale si sentiva contenta dello amore del marito, come il
marito arcicontento dello amore della moglie.

— Allora muta specie e dirò: benissimo.

— La buona donna, sul più bello, essendosi infermata, venne a morte.

— Tribolazioni quotidiane di questo nostro pellegrinaggio sopra la
terra.

— Prima però di chiudere gli occhi, ella gli pose una bambina sopra le
braccia dicendogli: Ecco, ti lascio questa in ricordo di me! La bimba
crebbe e adesso annovera sedici anni. Ora ha da sapere come Filippo alla
chiamata del Garibaldi ha fatto a modo del suo cocchiere, del suo
cameriere e del suo portinaio.... come vorrebbe fare il suo signor
genero, e come avrebbero fatto tutti i suoi figli, se il cielo gliene
avesse concesso.

— Certamente.... che dubbio?

— Veruno. Il pover'uomo, con cotesta figliuola sulle braccia, non sapeva
a qual santo votarsi, un piede aveva fuori dell'uscio e l'altro dentro
per amore della ragazza, cui non gli bastava l'animo abbandonare, e la
figliuola a sua posta non intendeva separarsi dal padre. Allora, senta
che cosa mi stilla Filippo. Nella divina asinità del suo cuore...
avverta, signora baronessa, questo concetto è di mia particolare
invenzione, e come mi esce dalla mente, io, caldo caldo, lo servo a
lei... dunque Filippo, nella divina asinità del suo cuore, trasforma la
figliuola in giovanetto, la veste da garibaldino, e, senza punto badare
alla tenera età, nè alla delicata complessione, la conduce seco a durare
fatiche alle quali anco i più robusti vengono meno, e a cimentarsi in
pericoli che mettono i brividi addosso ai meglio animosi. La giovanetta
ha preso la febbre, e il padre teme di peggio. Il Garibaldi ha comandato
al padre la meni subito qua, e stia a custodirla finchè non risani;
Filippo non la intende così; allo spedale non ce la vuole mettere, e
dalla guerra non si vuole allontanare: io l'ho incontrato testè più
morto che vivo, colla sua figliuola in collo, vagare per la città in
traccia di un asilo fidato dove deporre cotesta parte dell'anima sua, ed
una volta sicuro che le useranno carità di patriotti e di cristiani, se
ne torna al fianco del generale. Sentito appena il suo bisogno, io ho
pensato subito a lei, e ho detto a lui, cioè a Filippo: — Tu sei nato
vestito; non moverti di lì, che ho il fatto tuo: per la qual cosa udendo
adesso come la signoria vostra abbia tutta la sua gente fuori di casa,
ho pensato: tanto meglio così, la signora non si troverà in imbarazzo a
dare un po' di ricovero alla poverina.

— Curio, voi dovevate sapere che quando non avessi avuto libere altre
camere, ci sarebbe stata la mia. Orsù, andate per la ragazza; e intanto
io allestirò alla meglio quello che fa bisogno.

Curio si rovescia, proprio così, verso la baronessa, le bacia e le
ribacia le mani, poi senz'altre parole scappa via: giunto colà dove lo
aspettava Filippo:

— Su, sorgi _et ambula_, e non aggiungo: _tolle grabatum tuum_, perchè
ti toccherebbe a schiantare il muricciolo...

— E dove andiamo?

— Andiamo da mia madre, vale a dire da una santissima donna, che come
madre reverisco ed amo, dalla baronessa Olfridi.

— Dio te ne renda merito; ma ora a trasportare questa figliuola come si
fa?

— Ecco come si fa: con la tua destra agguantati il braccio sinistro, con
la mano sinistra stringimi il braccio destro; così, bravo; ecco fatta la
seggiola; qui sopra adageremo la ragazza; ora bisognerebbe che anch'essa
si aiutasse passandoci le braccia al collo ed agguantandocisi bene per
non cadere all'indietro; a questo modo la porteremo pari come una sposa.

E come disse fecero; se non che la fanciulla non potè, siccome avevano
sperato, aiutarsi, ond'ella ad ogni momento per difetto di spalliera
minacciava cadere riversa: sudavano entrambi dalla fatica, e più per la
pena; allora Curio soffiando osservò:

— Non ci è rimedio; qui ci vuole proprio una seggiola. E sbirciato
d'intorno, mira un carbonaio seduto sopra lo sporto della sua bottega:
il carbonaio e la sedia parevano ricavati dal medesimo pezzo di ebano,
tanto essi erano neri. Curio gli si accosta e gli dice: Alzati.

— E se non mi volessi alzare?

— Che m'importa che tu non voglia; basta che tu ti alzi e mi dia la
seggiola.

— È matto.

— Senti, carbonaio, io non sono matto; ho bisogno della tua seggiola per
trasportare quel povero garibaldino infermo, che miri là; lo portavamo a
braccia, ma non si potendo attaccare a noi, ogni momento stava in
procinto di cascare per di dietro; molto più che anche suo padre si
regge a mala pena in piedi.

— Come così è, vengo io, rispose il carbonaio, saltando su e tirandosi
dietro la seggiola, dove tosto riassettata la ragazza continuarono la
via.

Filippo aveva contrastato per non cedere ad altri il trasporto della
figliuola, ma poi ci si adattò dietro la osservazione di Curio, che
reggendo lievemente il capo della figliuola per la nuca, le avrebbe
impedito di ciondolarlo sul petto da una parte all'altra.

Il carbonaio, nello ardore della sua benevolenza, non aveva posto mente
alla polvere di carbone onde egli e la sua seggiola andavano imbrattati,
e molto meno ce l'avevano posta gli altri; sicchè Curio, essendosi
asciugato più volte con le mani il sudore, ed avendo anco reso più volte
lo stesso servizio alla inferma che grondava, in breve venne a fare di
sè e di lei un tutto uguale al carbonaio: però giunti che furono al
palazzo Olfridi, la baronessa, che li aspettava a gloria in capo di
scala, al vederli non sapeva più in che mondo si fosse; erano tre cafri
in un gomitolo: già stava per dare di volta, chiudere l'uscio e tirare i
chiavistelli, quando valse a trattenerla la voce di Curio, il quale si
mise a gridare:

— O che scappa, baronessa?

— Aspetto bianchi, e voi mi venite neri.

Nonostante le apprensioni di cui i nostri personaggi andavano compresi,
di tanto non poterono trattenersi che non prorompessero tutti in uno
scoppio di risa; fino la fanciulla, poco prima risentita, rise. Il
carbonaio, che si sentiva in colpa di cotesto caso, si confondeva in
scuse al mal fatto, chiamandosi pronto a sopperire alle spese di ranno e
di sapone; onde le risa crescevano vie più: impertanto appena gli parve
poterlo fare, se la svignò lasciando la seggiola, la quale indi a un'ora
gli fu riportata da parte della baronessa, con cinque lire di mancia,
cui egli da principio rifiutò ferocemente, ma la moglie a poco a poco lo
ammollì, e all'ultimo con una stretta lo vinse, dicendo: «Pigliale,
serviranno a rinnovare la provvisione di polvere e palle, caso mai quei
cani avessero a tornare.» La guerra essendo durata poco, e così remosso
ogni pericolo d'invasione, il carbonaio e la carbonaia, messo in
consulta il da farsi delle cinque lire, deliberarono all'unanimità di
comprare tanto vino e beverlo alla salute del generale Garibaldi.

La baronessa, poichè le fu recata in camera la fanciulla, voltasi agli
astanti piacevolmente lor favellò:

— Ed ora voi altri ve ne potete andare. Curio, tu conosci la casa, al
camino la pentola bolle, in dispensa troverai il bisogno: apparecchiate
da voi, e mangiate. Tu, Curio, a quanto sembra, hai maggiore necessità
di lavarti che di mangiare, il signor Filippo forse più di mangiare che
di lavarsi, ma di ambedue le cose l'uno e l'altro di voi ha certamente
bisogno.

— Grazie, signora mia, grazie, ma veda, se non le fosse d'incomodo, le
darei aiuto a spogliare ed a lavare la ragazza.

— Signor no, la decenza lo vieta.

— O se l'ho fatto tante volte?

— E che rileva cotesto? Quando costringe la necessità, allora va bene
che il padre riunisca alle sue anco le prerogative della madre, a patto
però che tornino a separarsi subito dopo che la madre, od altra donna la
quale ne tenga le veci, soppraggiunga a ripigliarle; e ora ci sono io a
fare da madre.

Filippo chinò il capo, e sospirando soggiunse:

— E quando potrò tornare?

— A suo tempo sarà avvisato: per ora, reverisco; e presolo per mano lo
scortava fino al limitare della porta; voltandosi poi vide come Curio
non si fosse mosso: E lei che fa?

— Aspettava la intimazione di sfratto. Ecco la intimazione, disse
sorridendo la baronessa; e, messagli la mano sopra una spalla, lo cacciò
fuori chiudendogli l'uscio in faccia.

Filippo e Curio lavaronsi e si misero a mensa; se non che Filippo quasi
ad ogni boccone si levava, e con le nocche battuto alla porta della
camera della baronessa, chiedeva con la voce del mendicante:

— Si può entrare?

— No, signore.

Ed egli tutto umile rifaceva i passi: all'ultimo la baronessa un po'
spazientita lo ammonì:

— Senta, non stia a disturbarsi più oltre: sarà chiamato.

La egregia donna, spogliata la giovane, adoperò verso quella le più
delicate mondizie di cui meritamente sono vaghe le gentildonne, e mentre
l'allindiva, secondochè la femminile curiosità la persuadeva, di tratto
in tratto la guardava e viepiù sempre stupiva.

— O Dio! O Dio! ella non rifiniva di esclamare, come sei bella; che
volto! che capo! E come ti chiami, carina mia?

E la fanciulla, fattasi in faccia color di rosa imbalconata, rispondeva:

— Mi chiamo Eufrosina.

— Il nome di una Grazia, e ti sta bene.

Le sciolse i capelli folti e nerissimi, glieli forbì, glieli profumò con
olio lievemente odoroso di ireos, e infine glieli compose a benda lungo
le tempie; non si saziando contemplarla e baciarla. La contentezza della
buona signora superava di mille doppi quella del restauratore di quadri,
al quale fu data a ripulire la rozza tavola dove Leonardo da Vinci aveva
dipinto l'_Angiolo_: narrasi come l'artefice mano a mano che lavando la
lordura scopriva cotesto miracolo dell'arte, si sentisse conquidere
dentro, finchè avendolo disvelato tutto, tanta dolcezza lo vinse, che si
lasciò cadere in ginocchioni per adorarlo. Suprema forza della natura,
bellezza.

In effetto, la baronessa infervorata dall'entusiasmo, andava ripetendo:

— Ma tu sei creatura modellata da Dio, con le sue sante mani: Eufrosina,
vedi, la mia figliuola Eleuteria, che pure è in fama di bella, in faccia
a te parrebbe un moccolo in paragone del sole.

E non cessava stazzonarla: la vestì di finissima camicia di tela
batista, e in capo le pose la più preziosa delle sue cuffiette; la
ricreò con un cordiale, tornò a guardarla, tornò a baciarla, e poi,
lieta così che non capiva nella pelle, spalanca la porta e grida:

— Sor Filippo... o sor Filippo, adesso, se vuole, può venire.

E quegli non aspettò si rinnovasse l'invito. Curio, che gli veniva
dietro, a posta sua domandò peritoso:

— E a me non sarebbe permesso?

— O chi ti para?

    Vieni amore a veder la gloria nostra,
    Beltà sopra natura altera e nuova.

Il padre, comecchè uso a contemplare quel caro sembiante, rimase
estatico a vederla così trasformata, e come i devoti costumano recitare
le orazioni, egli sussurrava sommesso:

— Che maraviglia! quanto bella! quanto buona!

E la baronessa osservava a Curio:

— Ma lo credo io, che il sor Filippo repugnava a metterla allo spedale;
coteste creature si custodiscono, Dio mi perdoni, nel ciborio; Curio, ma
guarda quegli occhi, fammi il piacere di guardarmeli bene, e dimmi poi
se non ti paiono fatti di filo di rasoi; perchè gli occhi tagliano, e di
che tinta!

Non ci era mestieri tanta fiamma per accendere il cuore di Curio, ma ciò
che lo fece andare in visibilio, fu quando la fanciulla in sembianza
umile lo pregò:

— Signor Curio, vorrebbe accostarsi più presso a me...

Non se lo fece dire due volte, ed ella, presolo per la mano, gliela
strinse con immenso affetto dicendo:

— Anche lei il Signore Dio rimeriti della sua carità.

Curio non ebbe balìa di aprire bocca; un formicolio dalla mano stretta
gli corse su pel braccio, e dal braccio gli salì negli occhi, che in un
attimo rimasero assorti in un mare di fuoco: essendosi poi provato ad
articolare parola, dalla gola stretta non valse a cavarne altro che un
singulto; e il poveretto, il quale non sapeva ancora che fosse amore,
credè che gli ci fosse rimasto un ossetto della braciola mangiata
poc'anzi.

Dopo alcuna dimora, la baronessa riprese:

— Ho mandato pel medico, ma, signor Filippo, stia allegro, che non sarà
nulla; alla peggio una terzana, e voi lo sapete il proverbio che dice:
«i vecchi ammazza e i giovani risana.» Se non fossi per passare da
presuntuosa, io piglierei a guarirla da me; giuoco che tra otto giorni o
dieci ella vi torna in fiore, più che non sia mai stata. Adesso poi
bisogna che riposi: vedete come la si sforza a tenere gli occhi aperti;
andate a dormire, a passeggiare: a rivederci a pranzo.

Filippo si china, e, preso un lembo della vesta alla baronessa, glielo
bacia dicendo:

— Signora, voi siete una santa...

E Curio, con quel suo fare avventato, lo interrompe, esclamando:

— Non ci è bisogno di stupirne; qui in Brescia tutte le donne sono
così...

— Non tutte, adulatore, non tutte, riprese la baronessa sorridendo, però
non nego, la massima parte.

                                 *

— E adesso che facciamo?

— A parer mio, il meglio sarà andarcene a dormire, rispose Curio; se non
che subito dandosi un picchio al capo esclamò:

— Ignorante che sono! E il povero maggiore mi era già uscito di mente!
Addio, Filippo, addio; va' a dormire, che a me tocca andare fino allo
spedale a rivedere il maggiore; un bravo uomo, sai? Credendo egli
perduta la guerra, si era dato alla disperazione; io gli ho promesso
portargli notizie fresche, e poichè son liete, giudico crudeltà
ritardargliele; dunque a rivederci.

— Aspetta, Curio, che vo' venire anch'io.

— O la fatica? O il sonno?

— Vedere un patriotta di cuore, e parlare con lui di battaglie, mi fa
più pro che dormire.

Andarono; però, nonostante i bei propositi di Filippo, egli sentendosi
debole di forze, si appoggiò al braccio di Curio, e per un buon tratto
di cammino procederono a maraviglia; di repente Curio si svincolava da
Filippo con tanto buon garbo, che per poco non lo mandò riverso per la
terra; la cagione ne fu lo aver visto Curio una corba di limoni, i quali
pensando potessero essere accetti al maggiore, corse a comprarli alla
sua maniera, cioè a pigliarli per pagarli poi quello che chiedevano. Di
nuovo si rimettono in via, e Filippo di nuovo si regge al braccio di
Curio, finchè a questo non gli frulla pel capo la fantasia che forse il
maggiore mancava di zucchero, e allora i limoni soli a che buoni, se non
che alleghire i denti? Di qui un secondo sbalzo e un altro squasso, che
per questa volta avrebbe di certo stramazzato Filippo, se non dava in
pieno nella pancia ad una massaia, che pareva un pagliaio.

— Buona grazia vinse il palio! gridò la donna stizzita, rendendogli la
spinta col cambio, onde Filippo potè, quantunque traballando, reggersi
in piedi e dirle _grazie_ di cuore. Per la quale cosa la massaia
reputandosi uccellata, piena di rovello si allontanò brontolando un
carro di villanie. Curio intanto, lieto del fatto suo, profferiva il
braccio a Filippo, ma questi respingendolo disse:

— Va' al diavolo, ch'io torrei mettermi in una tasca la tramontana e in
un'altra il grecale, piuttostochè venire a braccetto con te.

                                 *

Accostaronsi al letto del maggiore, dov'egli se ne stava appisolato,
senonchè, udito appena il rumore dei passi che gli si avvicinavano,
aperse gli occhi sospirando:

— Quanto ti sei fatto aspettare!

— Maggiore, non una ma venti scuse potrei addurvi una migliore
dell'altra: ma a che pro? Ecco: io vi ho condotto un'anima di leccio,
che viene adesso dal quartiere del generale Garibaldi.

— Viene! E perchè torna?

— Non istate a farvi il sangue verde, maggiore, questo vi basti, che
stoppa ce ne avanza, nè Garibaldi si rimane da torcerla.

— Sì? Su presto, racconta.

— Il sergente Filippo ve lo racconterà per filo e per segno.

— Se permette, signor maggiore, disse Filippo, salutando coll'alzare
della mano verso il berretto, le domanderò innanzi tratto se sappia dove
diavolo ci abbiano cacciato?

— Dillo a me, che lo conosco a mena dito! Gioghi, che per vederne la
cima bisogna metterci addirittura a pancia all'aria; rupi a strappi
appuntate come le guglie del duomo di Milano: nevi da un anno all'altro,
ghiacciaie eterne, e a giorni per ore e ore un fiato di bocca di forno:
calli poi dove la camozza, dopo averci steso il piede, lo tiene in alto
quasi per deliberare se debba o no avventurarcisi, e all'ultimo non ne
fa niente; fiumi, che menano a rotta di collo macigni come fossero rena,
sempre a guadarli pericolosi, sovente impossibili; dai fianchi del
monte, di sul capo da mille ripari naturali, o condotti ad arte, ti
fioccano palle senza sapere chi ringraziarne: sembra che i demoni del
luogo, impietriti in coteste rocce, sparino a man salva: in mezzo al
terribile laberinto, ai tempi di Andrea Hofer, si dice che ci restassero
morti non meno di quarantamila uomini fra bavari e franchi.

— Proprio così, ed anco adesso, dopo cinquantasette anni, tu miri
biancheggiare di ossa certa valle, che ha nome il _burrone dei morti_:
però al presente è troppo peggio del 1809 e del 1848, perchè da
quest'ultimo anno gli austriaci, in capo ad ogni svolta dei monti, hanno
fabbricato un fortino armato di tutto punto. Cotesti fortilizi, posti là
a sbarrare la strada, paiono mastini che ti mostrino i denti... da un
punto all'altro ti sembra che abbiano a pigliare la rincorsa per
saltarti alla gola. Glielo avevano avvisato a quel coso del La Marmora:
«Generale, badi al Caffaro, al Tonale e allo Stelvio, che da coteste
parti gli austriaci sbucarono sempre.»

Ma ei non la volle capire.

Il Clementi, che è un macellaio di Bormio, mio amico, sulla fine di
maggio si raccomandava, con le braccia in croce, mandassero gente a
guardare i passi; facile impresa presidiando il _Giogo_, il _Casino dei
rottieri_, le cantoniere, la chiesa e la casa del cappellano; più tardi
impossibile; non gli si diede ascolto; precipitando gli eventi, il
Clementi implora: forniteci armi e munizioni che ci difenderemo da noi:
se il governo frigge con l'acqua e non le vuol dare a ufo, ce le metta a
debito, e, se non si fida, da una mano gli schioppi, dall'altra i
quattrini: e' fu predicare ai porri: il dì veniente i tedeschi dallo
Stelvio e dal Tonale irruppero sopra le terre lombarde. Così, un
macellaio alla prova si mostrò più esperto di strategia del capitano La
Marmora. Adesso il Generale ha spedito in fretta e in furia da quelle
parti i colonnelli Guicciardi e Cadolini, e staremo a vedere ciò che
sapranno fare.

— Ma sicuro che bisognava tenere l'occhio sul Tirolo, perchè ecco qua
come i tedeschi possono scendere da codesto lato in Lombardia, e
minacciarci di fianco e alle spalle, intanto che noi c'inoltriamo nel
Veneto; così noi potremmo, a volta nostra, speculandoli in coteste
posizioni, assalirli a tergo ed occupare il Tirolo.

In questa opinione mi conferma l'ottimo sistema immaginato dagli
ingegneri tedeschi, i quali, avendo fatto il castello di Toblino chiave
della vôlta, partirono in due le linee della difesa, di cui la prima
piglia da mezzogiorno scendendo dalla valle inferiore della Sacca verso
la estremità settentrionale del lago di Garda; l'altra dopo avere
rimontato la medesima valle per le Giudicarie conduce al lago d'Idro;
anco da Toblino a Trento, il terreno è munito di forti arnesi di guerra,
che si collegano col quadrilatero e con le altre difese. E a uomini come
state, sergente?

— Io non saprei; chi ne dice una e chi ne conta un'altra. Ella sa quanto
me, come l'arrolamento dei volontari prima fosse aperto, poi chiuso,
all'ultimo riaperto: senza aggravarmi la coscienza, mi è concesso
sospettare che il governo barcamenasse nella speranza di non chiamarli
mai, o, chiamati, rimandarli subito: basta, io credo che da principio, a
farla grassa, saremo giunti a quindicimila; adesso ogni giorno ne
arriva[13]; ma, o signore, che gente! Chi in giacchetta, chi in falda,
taluni persino in manica di camicia; chi con le scarpe, chi scalzo;
quale usa il cappello alto, quale basso; la più parte in berretta, e
queste di tante fogge, stoffa e colori da destare le convulsioni al
capitano La Marmora; giovani imberbi, barbe bianche, maestri con gli
scolari, capi di bottega co' garzoni; e donne in copia travestite da
uomo, o no: breve, immensa e pittoresca disformità, la quale, se mette
tanto di cuore nel patriotta, lo fa diventare vizzo al soldato che sa
chi abbiamo a combattere, ed in quali luoghi.[14]

  [13] Il Rustow afferma fossero 6000 i garibaldini al rompere
  della guerra; a mezzo luglio confessa che gli mandarono
  rinforzo, e allora egli ebbe 10 reggimenti di linea, 2
  battaglioni di bersaglieri, ovvero 5 brigate, 1 squadrone di
  guide a cavallo; alcune batterie di artiglieria gli somministrò
  l'esercito regolare. In tutto 72,000. Altri dice che furono
  40,000.

  [14] UMILTÀ. _I volontari del 1866_, T. 1.

— Ma intanto che viaggiano, il governo penserà a vestirli e ad armarli a
dovere.

— E che dice ella mai, signor maggiore? È proprio una pietà. Le camicie
rosse non bastano, e la stoffa n'è rada così, che sembra straccio
servito a passare pomidoro; se vuole sincerarsene; consideri la mia,
ch'è delle meglio; la si stinge subito pigliando mille colori, veruno
dei quali si trova nell'arcobaleno: aggiungono una coperta leggera tanto
da disgradarne le frittate fiorentine: solo a vederle viene il freddo
addosso. Le munizioni tali, che se toccasse al nemico provvedercele, in
verità di Dio, ce le manderebbe migliori; il vino, una maniera di
minestra mora composta di acido tartarico, miele e campeggio: per me
giuro che lo attingono a brocche a qualche pozzo infernale; di qui
coliche, dissenterie, un rotolarsi bestemmiando per la terra e morire:
fuori del campo gli avvelenatori si condannano in galera; in campo si
pagano, anzi si fanno cavalieri. E bada, che le più volte muoiono di
fame: ho visto io, con questi occhi veggenti, volontari, ai quali toccò
nel corso di 28 ore mezza galletta ammuffita per uno, sicchè sovente
fummo costretti a frugare sotto terra come bestie per trovare radica o
patata, e con queste attutire la fame canina!!![15]

  [15] _Memorie dell'Anonimo_; UMILTÀ loc. cit.

— Eh! caro mio, se Messene piange, Sparta non ride: in questa parte anco
l'esercito stanziale ne ha da contare delle belle: le armi sono buone?

— Qui poi esco dai gangheri; contro le carabine tirolesi, che ti
spaccano il cranio con la palla alla distanza di 1800 metri, ci hanno
mandato catenacci che non piglian fuoco dentro una fornace; sicchè,
senza difesa, noi per un miglio e più siamo esposti alla morte[16]; di
ciò porgono testimonianza molte rocce di coteste alpi, ahimè! vermiglie
di sangue italiano, e invendicato. Di promesse un sacco ma, le carabine
di precisione le hanno di là da venire. Quanto a istruzione, gliene dirò
una e basta: stavamo in procinto di azzuffarci, gli uffiziali avevano
comandato di caricare le armi, quando io mi accorsi, dall'imbarazzo
dimostrato da alcuni volontari, com'essi _non sapessero da che parte
cacciare la cartuccia dentro lo schioppo_; e se io non glielo insegnava,
mettevano _prima la palla e poi la polvere_.[17]

  [16] _Memorie dell'Anonimo_ e tutti gli Autori.

  [17] Rustow. Cadolini, _Memorie dello Anonimo_, ecc.

— O gli uffiziali che ci stanno a fare?

— Signor maggiore, rispose il sergente, rinnuovando il saluto militare
della mano levata verso la berretta, voglia dispensarmi: ella m'insegna
che i superiori hanno sempre ragione, e se torto, ragione al doppio: al
soldato non è concesso neanco lodare, la si figuri se riprendere!

— Eh! via, smetti di fare il gesuita, come se non sapessi che voialtri
siete più mormoratori e brontoloni degli ebrei menati da Mosè nel
deserto: al solo guardarti in faccia conosco che ti struggi di voglia
per dirne male. Su via, sbotta, o che hai paura ch'io ti faccia la spia?

— Allora per santa obbedienza le dirò, che, eccetto pochi, i quali
meriterebbero davvero gli si accendessero i moccoli ai piedi, gli altri
mi paiono, anzi sono, una mano d'intriganti, queruli e ciarlieri: l'uno
astia l'altro: periti di milizia quanto io di turco: ignoranti dei
luoghi, procedono a vanvera avanti e da parte: nelle aule politiche,
granatieri; in campo, predicatori: generali di pentecoste, vo' dire per
virtù dello Spirito Santo, come gli apostoli. A vederli a cavallo tutti
lustranti d'oro, gli è proprio un desio.....

— E ti peritavi a dire? Dio ci scampi, se ne avevi voglia!

— Ormai che ci sono mi vo' sfogare: la si figuri: ci è tale, che per
comparire mirabile con divisa indorata accattò a usura lire 500, per
renderne in capo ad un mese mille; il che fa il ninnolo del 1400 per
cento. Corse fama in quel tempo che la regia università degli usurai
volesse collettarsi, per edificare una cappella e consacrarci la sua
immagine, perchè nel calendario della sgozzatura costui può tenere le
parti di pontefice massimo, e lo avrebbero fatto; ma trovandosi gli
ebrei nel collegio in maggioranza, imbiancarono il partito col pretesto
che la religione mosaica vieta il culto delle immagini. Però è giusto
dire che a repentaglio ci stanno, e questo me li fa sopportare,
altrimenti li avrei in uggia più della quaresima: vero è però che una
volta parve supremo vanto fra noi menare le mani, e fu quando quei
curiosi dei francesi sentenziarono che gl'italiani non si battono, ma
oggi ch'essi hanno mostrato che si battono anche troppo, i giovani
dovrebbero imparare, e se non lo imparano da per loro glielo insegneremo
noi altri vecchi, _come la minima delle virtù militari sia fare il
proprio dovere in campo_. Rispetto ai soldati gregari, o bassa forza,
come la abbia a chiamare, colpa prima del governo, che niente lasciò
intentato per iscreditarli, poi delle Commissioni, che, ravvisando negli
arrolamenti un cauterio onde purgare la città, ci travasarono il meglio
delle galere e dei penitenziari; per ultimo valga il vero, del
Generale...

— Chi Generale?

— Quando si dice generale, o di chi altri può intendersi se non del
Garibaldi?...

— E ti attenti accusarlo?

— E perchè no? I credenti stimano solo Dio perfetto, i miscredenti
nemmanco lui. Garibaldi poi vuol essere benvoluto non già adorato;
difatti se gli si presenta un facinoroso in sembianza compunta e gli
dichiara sentirsi infastidito della infame vita tratta fin lì e volersi
fare ammazzare per la patria, il Garibaldi gli metterà una mano sulla
spalla e con voce soavissima gli dirà: «Sì, caro, fatti ammazzare alla
prima occasione, e procura con la bella morte espiare la tua scellerata
vita; così adoperando ci è caso che tu ritorni in grazia di Dio e della
patria!» Io ho veduto per esperienza simili tratti riuscire, allorchè ci
troviamo in procinto di battaglia, perchè la passione che mosse il
facinoroso si mantiene rovente, anzi cresce fra lo strepito delle armi e
il furore dei cannoni, onde, prima ch'egli si sboglientisca, casca
morto: nel parapiglia i buoni soldati non si accorgono chi sia loro
caduto allato: morì per la patria, e qual sarà il tristo che gli laverà
la faccia intrisa di sangue per ravvisare un furfante? Ma incastrarli
permanentemente nello esercito, gli è un'altra faccenda; scaccia la mala
natura, e ti ritorna più impronta che la mosca sul naso; le costoro
riotte e rapine e male parole e peggiori fatti ti manderanno a soqquadro
ogni cosa: più volte vedemmo venire i gendarmi fra noi e levarne una
funata, e con quanta umiliazione dei buoni e discredito del corpo, ella,
signor maggiore, immagini. Quanto all'artiglieria, a levarla su in
cielo, in coscienza, non sarebbe metterla in alto quanto si merita...

— E' ci è di già, Filippo, e' ci è, e te ne dovresti essere accorto!
Ormai la costellazione del cannone governa il mondo...

— Insomma, Curio, più buona gente dei nostri artiglieri io non ho mai
visto al mondo. Il maggiore Dogliotti, solo, vale un Perù.

— Allora non può essere a meno che alla fine della campagna non lo
eleggano capitano...

— Che diavolo spropositi? Volevi dire colonnello...

— No, Filippo, non erro; poichè quanto vi ha di codardo, d'ignorante e
di birbone, è spinto innanzi; non resta per mercede ai buoni che
mandarli indietro....

— Lasciamo i morsi ai cani, interruppe il maggiore. Ditemi, sergente,
dalle mosse del Generale si argomenta dov'egli intenda venire?

— Non si argomenta, signor maggiore, si legge espresso, perchè nelle
giravolte di coteste giogaie non ci è da sciegliere; egli può bene
tenere segreto il modo di penetrarci, ma, quanto alla strada, essa fu
tracciata dalla natura: certo più facile sarebbe stato per le valli del
Non e del Sol investire Trento, ma il capitano La Marmora non volle che
il Garibaldi sforzasse i passi dello Stelvio e del Tonale; però non
avanza altro che il Caffaro.

Ora non ci è mulattiere, il quale non sappia che tenendo questo sentiero
si arriva al lago d'Idro, donde per le Giudicarie bisogna andare al
ponte del Chiese: di qui si sale sul Bondo, fra Agrone e Tione, per
discendere alla valle del Sacca; da questa poi, per Vezzano e Stenico, a
Trento. Come già le ho detto, furono spedite due colonne al Tonale ed
allo Stelvio per tenere in rispetto i tedeschi, onde non irrompano
un'altra volta. Tuttavia, ecco, maggiore, glielo confesso col cuore in
mano, belle cose noi non facciamo: la si figuri un gruppo di nodi che ci
bisogni sciogliere uno per volta. I tirolesi con la palla delle loro
carabine spaccano una palanca a mille e più metri di distanza, e gli
austriaci, serve assai, al fuoco ci stanno al pari di ogni altro soldato
del mondo.

— È vero; ne buscano in buona fede: ma i montanari, come ci si mostrano?
Furono un dì amici.

— Dia retta a me, maggiore: che la gente culta un giorno ci si
professasse amica, può darsi, ma ora, ecco, non mi pare. La bandiera
italiana, col vescicante savoiardo in mezzo (come cotesti sboccati
sbottonano senza ombra di reverenza) non attecchisce; la età appaltona
non comprende la grande anima del Garibaldi, il quale quanto più
bistrattato più si ostina, amatore malgradito ed importuno, ad
affaticarsi per la monarchia; di fatto ciò non può procedere che da
somma abiezione o da somma generosità, e voi sapete che ai tempi nostri
gli eroi sarebbero centauri. I montanari poi io giudico addirittura
contrari, e ciò perchè, quando l'anima umana piglia la ruggine della
servitù, ci vuole il diavolo a ripulirla, e dobbiamo anche ringraziare i
preti, i quali vanno predicando noi essere nemici mortali della
religione, ed amici parimente mortali delle galline..... e delle
donne...

— E se non sarà lì, sarà all'uscio accanto; ma veniamo al grano,
sergente, fin qui ne avete date, o ne avete buscate?

— Date, per Dio, date, e ne daremo sempre; ma adagio a gonfiare i
palloni: per me, dopo la taccia di vile, quella che più rincresce è di
millantatore: la vanteria è il sole della Francia, lasciamo che a
cotesta fascina si scaldino i francesi. Ascolti: dopo essersi fatto
aspettare un pezzo, il raggio della luce dall'alto dei colli si versò
giù per le valli, e la faccia del Garibaldi splendeva come quella del
sole. _Inoltriamo i nostri passi sulla terra italiana_, egli disse, e
senz'altre parole spinse una colonna comandata dal maggiore Castellini
al ponte del Caffaro, allora confine fra la Lombardia ed il Tirolo:
bello di speranza e di generosità, egli bandiva ai volontari la virtù
dello esercito, la prodezza del re; la vittoria già conquistata nelle
contrade venete; la necessità di correre traverso le armi austriache,
per giungere in tempo a stringere la mano dei fratelli sopra i campi
gloriosi di battaglia[18], _e precisamente in quel punto_ l'austriaco
ricacciava, voi lo sapete, il nostro esercito di qua dal Mincio, e il
re, prudentissimo guerriero, si serbava a migliori fortune affidato alle
groppe del suo cavallo.

  [18] «Il prode esercito ha corrisposto degnamente alla fiducia
  del re... esso sta cacciando davanti a sè il nostro secolare
  nemico, e sul suolo rigenerato della Venezia già si stringono le
  destre, il glorioso milite della libertà ed il liberato
  fratello.» _Ordine del giorno del generale Garibaldi (24 giugno
  1866)._

Non così il Garibaldi; e quantunque gli austriaci ci bersagliassero
quasi a man salva da luoghi da lunga pezza ammanniti, bene poterono
renderci sanguinosa la vittoria, non impedircela: sgarrammo la puntaglia
ed inseguimmo fino a Storo il nemico, con la baionetta nelle reni. Qui
accadde un fatto degnissimo di poema e di storia, e fu, che certo
capitano austriaco sfidò a singolare tenzone il tenente Cella friulano:
entrambi valorosi davvero, e l'uno competente all'altro; però o la
maggior perizia, o piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, fatto sta
che il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a rendere: finchè
durò il duello cessammo di tirare da una parte e dall'altra; e il
vincitore con parole blande consolò il vinto, che a questo modo deve
costumare chiunque abbia voglia che la vittoria gli frutti lode e non
biasimo. Con tali presagi e con tali successi il capo ci fumava come un
camino, e il terreno ci scottava sotto i piedi impazienti di sosta:
stavamo per metterci in marcia su Storo, valicando il Chiese, quando il
capitano La Marmora ci arrandellò tra capo e collo il telegramma:
«Disastro irreparabile! Coprite Brescia.» Ci parve che ci tagliassero i
garretti: mogi mogi, scorati rifacemmo i passi; parevamo tanti fratelli
della Misericordia che tornassero da associare un morto. Fermi a Lonato,
a contemplare gli austriaci imperversanti senza sospetto per la valle
del Chiese, noi ci mordevamo le mani; il Garibaldi pareva in vista una
statua di marmo; chi gli era vicino, dal continuo torcere della bocca,
che peggio non poteva fare se avesse mangiato fette di limone, si
chiariva com'egli ci patisse più di noi; all'ultimo non potemmo più
stare al canapo, e il Generale di punto in bianco ordinò andassimo a
ripigliare le posizioni abbandonate, cacciassimo via il nemico da
Montesuello. Gli austriaci ci attesero a piè fermo, ed a ragione, chè
chi sta bene non si ha da movere, ma, appena ci scorsero alla lontana,
presero a bersagliarci dalle trincee di Sant'Antonio. Che cosa potevamo
opporre noi? I migliori alleati dei nostri nemici erano i nostri
schioppi; oltre alla meschina portata, nello spararli correvamo il
rischio di ammazzarci da noi, così li provavamo logori ed arrugginiti.
Per maggiore disdetta ecco annuvolarsi il cielo, e fra lampi e tuoni
rovesciare giù acqua a catinelle. Dunque, mano alla baionetta e addosso.
Pareva che la morte bacchiasse le noci; ma invece di noci erano giovani
prestanti e belli ed italiani tutti: ad ogni passo giù un morto, od un
ferito; ma dai dai, sopra il nemico ci siamo, e la superiorità delle
armi ora non gli giova; primo moto di lui, la fuga, indi a poco,
infervorato dagli ufficiali, volta faccia e ripiglia le offese:
cozzavamo peggio dei montoni, un po' indietreggiando essi, un po' noi;
alfine, noi altri chiusi e stretti in un gomitolo ci avventammo, e lo
incalzammo a piè del Montesuello. Molto sangue grondava la nostra
persona, ma più sudore; credevamo vinto ogni intoppo, e ci ingannammo;
però che là, dove il monte svoltando a levante sembra che chiuda ogni
adito al passeggiero, ci attendessero gli austriaci riparati da
formidabili ridotti; se gl'istrumenti erano pronti a sonare, e noi non
meno vogliosi di ballare. Qui dicemmo: _aut, aut_, o l'audacia e la
celerità ci salvano, o nulla ci salva; si avventa un battaglione come un
maroso, e come un maroso respinto dalla scogliera si ripiega lacero e
fremente; ne subentra un altro, un altro poi, sempre con valore ed
infortunio pari; si sdrucciolava nel sangue; l'anelito fumoso dei petti
lacerati impregnava l'aria, sicchè respiravamo una nebbia sanguigna. Il
Garibaldi, tutto avvampato nel sembiante, si tuffa dentro la mischia,
più che da capitano, da soldato: di repente balena e sparisce, che una
palla lo ha ferito in una coscia. Un urlo spaventoso si mescolò al
ruggito del tuono, allo strepito delle armi da fuoco, e tutto vinse; ma
il Garibaldi, tocca appena la terra, si leva, e fasciato alla meglio, si
adagia sopra una barella e sta nel mezzo della battaglia. Il Garibaldi
non parlava, guardava i volontari, e basta; anzi ce n'era di troppo,
però che lo sguardo del Garibaldi tolga all'anima ogni viltà, come
l'acqua lava il corpo da ogni sozzura: finchè egli ti guarda, la
codardia non si attenta accostarsi a te... finchè il suo sguardo dura,
tutti si sentono eroi. Ma egli non poteva trovarsi da per tutto; e i
volontari leoni sempre, pure, lo ripeto con dolore, leoni travagliati
dalla febbre. Ahimè! la sconfitta di Custoza, la fame, il freddo, i
giornalieri disagi, le armi infami, l'odio e lo spregio in cui sembra
loro essere tenuti, e sono, ha messo nelle anime loro tale uno sgomento,
che li fa desiderare la morte: non importa la vittoria, basta finire la
vita: non volsero le spalle.... diedero indietro disperati.... ormai
credevano la battaglia perduta. Di poca fede i giovani soldati; per noi
vecchi, non è vero, maggiore? finchè ci è fiato ci è speranza. Ed io,
vedendo allontanarsi la barella dove giaceva il Garibaldi, dissi fra me:
gatta ci cova; ed è chiaro: il Garibaldi non uscì mai dal campo se prima
non avessero vinto i suoi: dunque aspettiamo a vederne delle nuove, e mi
era apposto: di un tratto, dalle alture di Santo Antonio, quattro
cannoni pigliano a seminare la strage nella colonna degli austriaci, la
quale non si prova nemmanco a ordinarsi sopra la strada, e spulezza via
più che di corsa. Gli austriaci fuggendo speravano ridursi daccapo ai
fidati ripari di Montesuello, ma venne loro interdetto, chè le compagnie
del maggior Mosto, sopraggiunte alla Berga, li chiamano a morte; onde
essi continuano la fuga lasciandoci in potestà nostra le posizioni di
Montesuello, del Ponte di Caffaro e di Bagolino. Ed ecco come, non
disperando mai, si finisce sempre col vincere; sovente accade che in
mezzo al fragore delle armi, allo affanno della zuffa, alla polvere e al
fumo, la vittoria cammini a tastoni incerta dove si abbia a posare;
tocca al buon capitano ritrovare le orme, agguantarla e incatenarla come
schiava fuggitiva al carro del suo trionfo. Di altro non so, perchè mi
sono partito dal campo.

— Come partito? Sul più bello si parte?

E il sergente, con un suo ghigno amaro:

— Non dubiti, maggiore, che io sono di quelli che rimangono addietro a
chiudere l'uscio; qui venni, per comando espresso del Generale, a curare
una mia creatura di sedici anni, che....

— Che mai?

— Che, nel seguitarmi alla guerra, cadde inferma. Ora ritorno.

— E tu, Curio, a che stai?

— Io non istò per niente, me ne vo con lui a prendere il posto della sua
figliuola.

— Dunque non perdete tempo, andatevene.... ogni minuto perduto è un
delitto, un tradimento.... ma no, aspettate.... voglio venire anch'io.

Immemore dello stato in cui si trovava, il buon maggiore appuntella il
braccio ferito per ispingersi fuori del letto: nell'impeto del moto
manda in pezzi lo apparecchio e sfascia la piaga, con suo inestimabile
spasimo: il sangue scorre a fiume dalle lacere vene, lo invade un freddo
sudore, la immagine delle cose circostanti gli si perde dentro una
caligine sempre più densa, sviene; ma, prima di svenirsi, tanto potè
raccogliere di spirito, che con voce abbastanza sonora esclamò: — Viva
Garibaldi!

Quasi scintilla elettrica questa voce penetrò, circolò in un attimo
nelle ossa di quanti la udirono ed in ogni angolo più recondito dello
spedale: ogni atto, ogni affetto rimasero sospesi; i servigiali,
accorrenti con farmachi od altro, arrestaronsi; i cerusici si fermarono
da medicare le piaghe; una madre stette a mezzo curva sul figliuolo che
si era chinata a baciare; un'amante cessò asciugare il sudore allo amico
per angoscia convulso; gli infermi stessi, dimenticato un momento il
dolore, come se si fossero dati la intesa, con una voce sola
replicarono: «Viva Garibaldi!»

Gran cosa è questa: lo spirito umano esaltato dal divino entusiasmo
domina lo stimolo del bisogno e supera perfino le trafitte del dolore.
Come avviene ciò? In qual modo una parte della materia acquista virtù di
prevalere cotanto sopra l'altra parte? La scienza irride come inane il
vostro postulato e si vanta risolverlo in due palate.[19] Per verità io
meditai molti dei moderni libri sulla materia, ma non sono giunto a
chiarirmi. Se io avessi a dare un consiglio alla scienza, le direi: —
Cerca di molto, e afferma poco e tardi; cerca, poichè io non ti possa
trattenere, ed anco potendo non te lo impedirei; ma cerca tremando di
scoprire che tutta terra siamo: imperciocchè in quel giorno (se fia mai
che venga) sarà spenta ogni poesia dell'anima: invidieremo i bruti, che
camminando col muso chino a terra non sono costretti a funestarsi la
vista con lo immenso inganno del cielo stellato.... le rane dal padule
canteranno le glorie dell'uomo, che, uscito dal fango, tornerà intero
alla mota materna. Oh! di quanto senno fece prova lo antico sapiente,
allorchè disse: «Se tutta la verità mi stesse chiusa nel pugno,
aborrirei aprirlo per la paura di fare un tristo dono all'umanità!»

  [19] _Palata_, s'intende il tratto che il notatore scorre col
  movere le due braccia nell'acqua. La Crusca definisce la palata:
  «il tuffare di tutti i remi della nave a un tempo nell'acqua» ed
  è errore: anco nel moto delle barche, la palata è il tratto che
  la barca scorre in mare per lo impulso dei remi. Nel linguaggio
  pittorico del popolo si dice: _in due palate lo sbrigo_, come
  sarebbe: _facilmente e presto_.

È lecito rinnovare agli scienziati

    Che l'anima col corpo morta fanno,

la domanda mossa da Betto Brunelleschi a Guido Cavalcanti, aggirantesi
pei sepolcreti: «Quando sarete giunti a trovare che Dio non è, qual
profitto ne caverete voi?» Certo confesso infiniti i mali dell'abusata
idea di Dio, ma chi può dirmi quelli che usciranno dalla sua negazione?
Basta, io mi consolo pensando avere veduto passare più sistemi
filosofici sopra questa terra, che nuvoli in cielo.

Poichè il maggiore fu daccapo medicato, Curio e Filippo manifestarono il
desiderio di attendere tanto ch'ei rinvenisse, se non che l'infermiere
ne li distolse mettendo loro sottocchio che, nello stato di debolezza in
cui si trovava, era mestiere risparmiargli ogni subita e gagliarda
commozione, la quale non si sarebbe potuto evitare, quando il maggiore,
tornato in sè, se li fosse veduti dinanzi. Curio pertanto e Filippo se
ne andarono non senza molto raccomandarsi al cerusico, che lo salutasse
per loro e confortasse con ogni maniera di affettuose parole.

                                 *

A casa della baronessa ebbero cibo e riposo. Filippo non voleva
intendere ragione, e comecchè affranto si apparecchiava a partire
subito. Le persuasioni altrui, e più le gambe proprie, misero il veto
all'avventato proposito. Sorsero, appena un po' di chiarore apparve in
oriente; la baronessa già levata li aspettava e li condusse in camera di
Eufrosina, la quale pure seduta sul letto era ansiosa di vederli: appena
le furono comparsi davanti stese le braccia, e con la manca strinse la
mano a Curio, con la destra al padre, e, questo guardando, con
ineffabile affetto gli disse:

— Babbo, ti raccomando il signor Curio.

Poi, rivoltasi a Curio, aggiunse:

— E a voi, signor Curio, raccomando il padre mio; da lui in fuori io non
ho altri al mondo....

Non risposero, perchè piangevano; ella no, quantunque le lagrime le
stessero in pelle in pelle per traboccarle dagli occhi. Filippo le baciò
la mano e il volto, Curio si tenne facoltato a baciarle la mano
soltanto; però a lui solo, mentre passava la soglia, riuscì voltarsi
indietro a dirle:

— A rivederci, Eufrosina.

— Sì, a rivederci, e Dio vi accompagni.

Il povero Filippo non aveva ancora ricuperato la favella; strinse nelle
sue le mani della baronessa e guardò in su; ed ella:

— Ho capito.... Filippo, sono madre anch'io... ed ho provato il dolore
di perdere un figliuolo. Anzi, sentite un po': io temo forte che la
povera Eufrosina non reggerebbe alla incertezza del vostro stato, quindi
vi proporrei imitare lo esempio di quella santissima donna che fu la
contessa Teresa Confalonieri, la quale, sentendosi morire, onde la nuova
della sua morte non levasse gli ultimi spiriti al marito Federigo,
prigione nello Spielberg, scrisse lettere con la data di giorni, mesi ed
anni avvenire, affinchè, dopo defunta, via via gliele consegnassero, ed
egli, credendola viva, non disperasse. Pietoso inganno! Voi poi vivrete
di certo, me lo porge il cuore, che non mi ha tradito mai; pure cento
casi possono avvenire, i quali, o vi toglieranno la comodità di
scrivere, o la occasione per farmi recapitare le lettere, e allora mi
varrò di quelle che mi saranno trasmesse, secondochè vi ho accennato.
Intanto fatevi animo, e state sicuro che la vostra figliuola sarà da me
tenuta come persona caramente diletta.




CAPITOLO XI.

LA BATTAGLIA DI BEZZECCA.


— Ed ora perchè ti fermi? Avanti! avanti! che assai corriamo pericolo di
non arrivare a tempo.

— Lasciami stare, Filippo, perchè è bene tu sappia che adesso penso.

— Di grazia, a che pensi?

— Io penso, vedendo innanzi a me questa formidabile barriera delle Alpi,
come l'uomo, circondando la sua vigna di siepe, potesse impedire che la
volpe ci entrasse; Dio e la natura, con questa muraglia di monti, che lo
straniero penetrasse in Italia non poterono. Col prete in corpo non ci
ha redenzione in questo mondo, nè nell'altro; il prete non conosce
patria, nè famiglia, nè nulla; con tutti sta e con nessuno. Penso a quel
sacerdote, forse più animoso assai di Colombo, che si avventurò su
cotesto oceano di rupi, di tenebre e di ghiaccio, non già per iscoprire
un nuovo mondo, bensì per trovare lo straniero, il quale, scansate le
chiuse di Susa, scendesse libero a calpestare le terre italiche e a
spartirle col papa[20]. Penso all'altro prete, e questa volta è il
maggiore, che per cupidità trae fino in Francia, e quivi, genuflesso
nella polvere, supplica Pipino, ai danni della patria, con le medesime
smaniose preghiere che Volunnia pagana adoperò già verso Coriolano,
affinchè non la guastasse[21]. Non gli bastando una volta, lo chiama la
seconda, e dubitando che alla sua voce obbedisse, non repugna dalla
brutta impostura di fargli scrivere lettere di esortazione e di minaccia
dallo stesso S. Pietro, proprio di paradiso[22]. Ciò dalle Alpi Cozie,
dalle Rezie peggio; di qui calò Ottone alla ruina di Berengario re
d'Italia, pei conforti del prete dissoluto[23], che il marito
oltraggiato scaraventò fuori dalla finestra; su queste rocce i preti,
cacciate le aquile di nido, vi educarono una schiatta d'eroi, eroi sì,
ma del servaggio: qui seminarono le ceneri di Caino per raccogliervi
larga messe di Giuda: per loro queste Alpi diventarono arnie di cagnotti
di straniera tirannide: costoro, quante volte accostarono la bocca alle
mammelle della Italia, lo hanno fatto per mordere. Altrove nascono i
martiri della libertà, qui è vanto generare i martiri della servitù.

  [20] Martino diacono. Vedi la stupenda descrizione
  nell'_Adelchi_, tragedia di A. Manzoni.

  [21] Stefano II.

  [22] Stefano II.

  [23] Giovanni XII.

Cosa incredibile a dirsi e non pertanto vera, gli stessi scongiuri del
padrone non valsero a cessare in queste creature strane la ubriachezza
di combattere per le catene; invano la falce della guerra le ha mietute
come l'erba dei prati, chè vi ripullularono più infeste e più spesse
delle prime; sacerdoti e laici vennero in questi luoghi a gara di
sangue; l'oste Hofer ebbe un emulo solo e fu il cappuccino Haspinger. Ma
allora potevano addurre a scusa di loro la causa comune dei tirolesi
meridionali e di tramontana; non anco risorta la fortuna italica, e
gl'italiani combattenti non per la indipendenza propria, sibbene per la
grandezza altrui; adesso però italiani siamo tutti; con quale consiglio,
o per quale destino dunque gli _ostiari_ d'Italia si votano agli dèi
infernali, per tenere aperte al dominatore forestiero le porte della
casa comune? In che li offendemmo noi? Quanti i benefizi del tedesco e
quali? Forse uno: lo imperatore austriaco li regalò di carabine atte ad
ammazzare i fratelli da lontano.

— Curio, hai detto? Allora, favellò Filippo, adesso ascolta un po' me,
che queste faccende intesi discutere molto, ed io da me ci ho meditato
assai. Curio, quante volte ti disponi ad azioni generose, guidati co'
palpiti del cuore unicamente, e con ambedue le mani chiudi gli occhi
alla tua ragione, o torna a casa. Noi o agita un genio, o strascina il
fato, e se così non fosse, te lo paleso aperto, non saprei trovare la
causa che ci spinge a morire in mezzo a questi orrori. Nota qui: tu hai
detto che lo imperatore di Austria donò i tirolesi di carabine atte ad
uccidere da lontano; or che penserai del nostro governo, il quale non ci
ha provvisto di schioppi neanche capaci per nuocere al nemico da vicino?
Rammenta che a quei di Bormio il governo si rifiutò a dare armi pei loro
danari. Perchè i tirolesi muterebbero padrone? Perchè si daranno alla
monarchia piemontese? Forse perchè questa li butti per giunta sulla
bilancia ad aggiustare i pesi, come adoperò con Nizza? A che giova farla
padrona delle Alpi Carniche? Forse perchè le getti via come adoperò
delle Cozie? Certo l'Austria non fu larga mai, ma per pigliare ai
tirolesi si mostrò sempre parca; e tu sai che la generosità dei principi
consiste nel lasciarti la camicia, o nel _non tôrre_, come insegnò
l'Alfieri. L'Austria, dopo aizzati i popoli a levarsi contro il padrone,
non li consegnò legati per rinfresco, quando fece la pace; molto meno
punì con le morti e con le carceri le passioni che aveva ella medesima
eccitato, quando cessò il bisogno. Ora ti sarai accorto come la
monarchia savoiarda, o chi fa per essa, pretenda, a tenore dei suoi
vantaggi, che in meno di un anno ora siamo mastini ed ora conigli; ora
tagliamo l'orecchio a Malco, ed ora, toccato lo schiaffo, porgiamo la
guancia al secondo; increduli a un punto e superstiziosi, persecutori e
intolleranti, divoratori e idolatri dei preti; ora ci aizza a lacerarci
col ferro, col fuoco e perfino coi morsi; quando poi le fosse piene di
morti fumano sangue, impone che traverso cotesta nebbia cerchiamo a
tastoni la mano del nemico e la stringiamo come se di fratello. Quel
Claudio, che fece nella mattinata ammazzare a legnate la moglie
Messalina, e poi mandava la sera ad invitarla a cena, di petto al nostro
governo è Salomone. L'Austria non fu larga mai, pure si legge come alla
famiglia del Hofer donasse trentamila fiorini, cinquecento alla moglie e
dugento per ognuna delle quattro figliuole, di pensione annua; al figlio
Giovanni comperò un grosso podere e lo commise alle cure del consigliere
di Stato Kugelmayer, onde, come figliuolo, lo allevasse e istruisse. Tu
sai la monarchia savoina in qual modo ricompensasse la famiglia del
Micca, che si consacrò alla morte per la salvezza di lei? Due razioni di
pane; si dà di più ai cani! E al Garibaldi, come si mostrò ella grata?
Il Garibaldi le donò due corone, e sovente penuriò di pane; ma che non
gli desse niente non si può del tutto dire: in Aspromonte ella lo pagò
in moneta di piombo. Rammentati che molti, i quali misero a repentaglio
la vita per costruire il trono italiano, sono morti di fame; taluni, per
eccesso di miseria, con le proprie mani si finirono[24]. Se invece
dell'_io_, che vuol dire un uomo, tu avesti fatto echeggiare queste
balze del _noi_, che denota popolo, tu avresti veduto squagliare i cuori
dei tirolesi come le nevi dei loro monti al tepore di maggio. E, se ti
piace di saperla intera, io ti dirò che altre volte fu abbandonato dalle
armi nostre il Tirolo, nè si desidera adesso, perchè in Trento un dì fu
sciorinata la bandiera rossa, dalla monarchia meritamente odiata, come
quella che presente in lei il suo lenzuolo funerario.... sacra sindone
nel senso di esecrabile.

  [24] Ebbi l'onore di conoscere la consorte di Faa di Bruno,
  l'eroe di Lissa, che non sostenne sopravvivere alla perdita del
  _Re d'Italia_; e seppi esserle stata assegnata tale meschina
  pensione, da sopperire appena alla spesa della educazione del
  figlio. S'ella non avesse di casa, si troverebbe in angustia pel
  mantenimento delle figliuole.

Curio stette un bel pezzo con la faccia china, come per aspettare il
fine della lotta fra il sì e il no, che si combatteva dentro di lui; per
ultimo sospirando disse:

— Ben vedo, Filippo mio, come il mondo morale al pari del mondo fisico
si componga di elementi che si accozzano insieme coll'armonia di tante
bestie feroci legate ad una medesima catena; necessità li costringe;
così quando ognuno ne ha balìa, in mare, in terra, in cielo, dappertutto
combatte. Lo spirito di Caino rimugina pel creato... e guarda, Filippo,
mentre noi ragionavamo, come apparisce affatto mutato l'aspetto del
cielo: le nuvole turbinano pel remolino di venti contrari, poi di corsa
ruinano all'assalto dei monti, respinte si ammonticchiano, si rannodano
e tornano alle offese; lacerate fuggono, ma indi a poca distanza essendo
occorse in un altro grosso battaglione di nugoli neri, si congiungono
con quello: ecco di nuovo le tenebre si spandono sul creato; e
ricomincia la zuffa: dal cozzo terribile ecco prorompere lampi, tuoni ed
acqua a scroscio, appunto come dallo affrontarsi degli eserciti il
baleno e lo strepito delle armi abbarbaglia ed introna: anche il fumo
delle polveri abbuia ogni cosa, e il sangue piove come acqua ad inondare
la terra. Questo lago, dove un'ora fa una fanciulla si sarebbe
specchiata per accomodarsi i capelli, comincia a sentirsi agitato dalle
furie e si apparecchia ad emulare i furori del cielo. Le onde commosse a
qualche poeta parvero cavalli che si urtino in giostra; ad altri diedero
immagine di un esercito, il quale, disperato della vittoria, raccolga la
sua virtù per trovare morte gloriosa e vendetta, precipitandosi a
flagellare la spiaggia: per me in coteste lacere spume, negli spruzzi
fischianti, nello irrequieto sollevarsi ed abbassarsi dei sonagli; vedo
il fiero gruppo di Laocoonte, dei figli e dei serpenti: capi di uomini,
capi di serpi convulsi d'ira, di pietà, di rabbia, scontorcimenti
smaniosi ed urli disperati. E tu, o rôcca di Anfo, che comparisti pur
dianzi agli occhi miei quasi il genio del luogo qui posto dalla natura a
custodire le bellezze severe della Lombardia; fiore dell'Idro aperto ad
ospitare nel tuo calice due cuori amanti, che promettevi di essere
cortese di brezze vitali, di riposo e di oblio, deh! perchè mai, veduta
da presso, mi scuoti dal cervello tutta questa polvere di poesia con la
bacchetta di un caporale tedesco? Ecco: tra le tue due porte miro
appuntato un grosso cannone; le cento feritoie pei moschetti ti guardano
sinistre come gli occhi del basilisco; le artiglierie disposte attorno
ai parapetti in cima la ricingono di una fiera ghirlanda... il bel fiore
dell'Idro ha preso l'aspetto della morte ornata da nozze...

Mentre Curio andava a quel modo fantasticando (a venti anni possiamo
esser poeti, senza incorrere in trasgressione) ecco passare una carrozza
in mezzo ad un nugolo di polvere, e trarle dietro una frotta di persone
veloce e acclamante:

— Pedranzini! Viva Pedranzini!

— Pedranzini? O che coso egli è? domanda Curio; e Filippo:

— Egli dev'essere una stella apparsa di fresco nel firmamento nostro, e
deve smagliare di luce davvero, se giunge a mettere per un istante da
parte il grido di viva Garibaldi. Che vuoi tu? Gli eroi su questa terra
nascono come funghi.

— Ahi! Sciagurato... dovevi, continuando la metafora, dire come le
stelle in cielo, dove una chiama l'altra e pigliansi per mano ad
alternare le danze divine... tu non sei nato poeta.

— Invece nacqui curioso e di molto: affretta il passo, che ci sarà dato
raggiungere la carrozza a S. Antonio.

Nè s'ingannò, chè il Pedranzini co' compagni erano scesi all'albergo per
rinfrescare i cavalli, intantochè una grande adunanza di gente
ingrossava davanti l'albergo e con urli che pareva il finimondo gridava:

— Pedranzini! Fuori Pedranzini!

L'acclamato, non per salvatichezza, bensì per senso di soverchia
modestia, quanto più si udiva chiamare, più s'ostinava a rimanere
dentro: dai compagni, che gli facevano ressa di affacciarsi al balcone e
dire quattro parole, si schermiva allegando non sapere parlare in
pubblico, vergognarsi, sudare dalla pena, e così via: pure non ci fu
rimedio, bisognò mostrarsi: egli compariva al balcone vermiglio come un
rosolaccio, e, salutato il popolo, con voce alquanto tremula incominciò:

— Signori, io li ringrazio tutti, e di grandissimo cuore, ma in
coscienza, ecco, io non vedo perchè le signorie loro mi facciano così
grande onoranza: io ho fatto il debito mio. Grazie da capo, e buona
notte a tutti.

E con un solenne inchino si ritirò chiudendo la finestra.

— Ecco un oratore che non ruberà di certo la mano a Marco Tullio,
mormorò Curio; e Filippo:

— Ma ci metterei pegno sopra ancora io: o voi che lo sapete, questo
signor Pedranzini chi è?

E dei villani, ai quali Filippo indirizzava la domanda, taluno di colta,
e tale altro a caso pensato rispondeva:

— Il Pedranzini? Guà! È il Pedranzini.

Filippo non trovò di meglio che ridursi all'osteria e tentare costà di
scoprire marina: meglio non gli poteva accadere, chè ivi rinvenne
parecchi patriotti, i quali, agguantata la _ordinanza_ del Pedranzini,
si sbracciavano a profferirgli vino a boccali, instando presso lui, onde
contasse le prodezze del suo capitano; e quegli, che forse aveva più
voglia di favellare che gli altri di udire, prese ad esporre:

— Conoscete voi il ponte del Diavolo? Voi non lo conoscete. Cioè; il
diavolo sì, il ponte no: immaginate dunque una muraglia, che a guardarne
la cima di sotto in su vi farebbe cascare la berretta in terra, e che
questa montagna sia spaccata per modo che lo spacco largo in fondo vada
restringendosi in punta, da formare due corni; ma, siccome tra corni e
corni ci corre e voi me lo potreste insegnare, dichiaro accennare a
quelli che arieggiano al primo quarto della luna; or bene, sopra cotesti
due corni è gettato il ponte del Diavolo; giù traverso lo spacco l'Adda
brontola crucciuso a cagione della piccola uscita che gli concedono le
rupi laterali, onde egli si arruffa, e nel suo furore rotola acque
rovinose e nevi e macigni per allargarla, e come succede a cui fa le
cose per rovello, invece di allargarla la stringe. Già a voi altri non
premerà niente sapere la cagione perchè cotesto ponte si chiami del
Diavolo, e me ne rincresce perchè davvero la è una bellissima storia.

— E chi vi ha detto che noi non la vogliamo sentire? All'opposto
contatela, contatela, che Dio vi mandi la buona pasqua e le buone feste.

— Come così è, porgetemi da bagnare la parola e vengo da voi. — Bevve un
tratto, e continuò: — Il ponte è di legno; colui che primo immaginò
fabbricarlo fu uno innamorato, il quale bruciava dalla smania di
portarsi ogni giorno a mattinare la sua amante a Malga, dall'altro lato
del fiume; ammannì le travi, i puntelli per di sotto, le staffe, ogni
cosa per bene, ma a metterle traverso alle due cime era il _busillis_;
più ci pensava e meno ci vedeva il verso; si votò ad uno ad uno ai
santi, ma non intesero; allora implorava il diavolo, il quale, come ci
conta il predicatore, stando sempre alle vedette per rubarci l'anima,
gli comparve subito davanti, e gli disse: conosco la polvere e i
pensieri della polvere; detesto i discorsi lunghi, per lo che non volli
mai accettare la deputazione al Parlamento italiano; patti chiari ed
amicizia lunga; dammi la tua anima ed io ti fabbrico il ponte in un
bacchio baleno. —

— Ma senta, signor diavolo, si fece a notare il povero innamorato, — e
l'altro:

— Qui non ci è diavolo che tenga, o piglia o lascia, chè ho un ritrovo a
Firenze per provvedere di tabacco la regìa cointeressata.

— Ebbene, storto il collo, gemè lo interessato, io prometto l'anima di
chi primo passerà il ponte. — Chiuse gli occhi, aperse gli occhi, e il
ponte era finito.

Il diavolo andò dall'altra parte del ponte aspettando l'innamorato al
passo come una lepre, ma questi allora comincia a dare spesa al suo
cervello, e pensa a cosa, che neppure era cascata in mente al diavolo: —
To', egli diceva, se io passo mi trovo ad avere pescato pel proconsolo,
perdo l'anima, e a casa della dama non ci vado. Allora pensa una nuova
malizia; va a casa il curato, e grida di strada: oe, oe, ecci il curato?
— Che si vuole dal curato? E chi siete voi? — Quegli disse il nome e
aggiunse: Presto, venga via che di là dal fiume è in procinto di morte
Girolamo d'Andreis e vuole confessarsi a voi. — O come volete che a
quest'ora bruciata mi metta giù tra questi scavezzacolli e mi arrischi a
guazzare l'Adda di notte? — Se gli è per questo non si rimanga, che qui
oltre hanno fabbricato un ponte e vostra reverenza potrà passare da una
sponda all'altra, come dalla canonica in chiesa. — O come mai? E chi ce
l'ha fatto? Ce l'ha fatto sua maestà l'imperatore Francesco? — Venga e
vedrà. — Vengo, vengo; piglio la pipa, l'olio santo e l'ombrello e vengo
via. — Andò, maravigliò, e passò; l'innamorato rimase a sbirciare di qua
dal fiume: intanto la notte era diventata buia; il diavolo sente il
rumore dei passi e dice: Attenti, eccolo il bindolo; ora te la darò io
per avermi fatto aspettare tanto. Stende le braccia, acciuffa il curato
e gli dà una zannata; per ventura mise il dente sulla scatola dell'olio
santo e la stiantò di netto; l'olio santo gli si sparse in bocca. — Puh!
che puzzo! questa è roba da preti e questa è anima di prete; sa di
salvatico e non mi basterebbe a digerirla un mese, tanto ha il salcigno
addosso. — E presi alla rinfusa anima e corpo del curato, pipa, olio
santo e ombrello, li scaraventò giù nell'Adda, scappando via scornato
tra un nugolo di fuoco e di zolfo. Ecco come il diavolo fu gabbato e il
ponte costruito. I superiori ordinarono passassimo il ponte notte tempo
e senza fiatare; prima di metterci il piede, chi si fece il segno della
croce, chi no; tutti tenevano il dito sul cane dello schioppo alzato;
non trovammo inciampi; silenzio perfetto. Avanti con coraggio, ci
sussurravano sommesso: gli esploratori hanno percorso fino a Ceppina e
non avvisano incontro; rumore di spari non si sente; gli austriaci o non
occuparono, o sgombrarono i passi. O va' che la indovinava! Allo
improvviso giù sul capo ci si rovescia uno acquazzone di fucilate e di
racchette; chi le mandava? Veruno si accorgeva della presenza del
nemico: le rupi, le roccie, i macigni, le piante balenavano... e noi?
Noi, signori, scappammo. Che cosa vi dirò io? La sorpresa, la notte, il
numero, e se voi signori avete in pronto qualche altra scusa, vi prego a
prestarmela... ma rimarrà pur sempre posto in sodo che noi scappammo.
Ora, signori, tenete bene a mente quello che sono per dirvi: capaci di
confessare la fuga sono solo quelli che si sentono forti a ricattarsi, e
noi ci ricattammo per virtù del nostro colonnello Guicciardi, una perla
di uomo, il quale ci disse: Giovanotti, tutte le ciambelle non riescono
col buco; su dunque da bravi, ed a quest'altra bellissima ottava.
Puntuali gli ordini, celere la obbedienza; di faccia agli austriaci
inseguenti sorge un colle; a questo ripariamo e su questo il colonnello
ci postò in due colonne a catena; un po' più indietro le artiglierie col
sergente Baiotto, il quale noi diciamo che val per otto; difatti ha il
compasso dentro gli occhi. Quando gli austriaci vennero a tiro, pensate
se li servimmo a dovere; fortuna anco volle che una nostra granata
scoppiasse in mezzo al ponte, giusto allora che essi si affrettavano a
traversarlo; cinque o sei ne rimasero infranti, gli altri si
sgominarono. Baiotto picchiò e ripicchiò coi cannoni, talchè pareva il
maestro di cappella che batte la solfa sul leggìo. Gli austriaci, fatta
la prova che ad ostinarsi a rimaner lì, gli era come esporsi alla
pioggia senza ombrello, tornarono indietro più presto che non erano
venuti avanti; così avemmo tregua; ma questo non bastava.

Il nostro Guicciardi, che è nato capitano calzato e vestito, il giorno
innanzi aveva mandato una colonna condotta dal capitano Zambelli e dal
nostro Pedranzini, affinchè, girato Bormio, salisse la ghiacciaia del
Reit, e quinci tentasse scendere sulle alture soprastanti la strada
dello Stelvio, onde tagliare la ritirata agli Austriaci fra la prima
cantoniera e la seconda galleria: fatica lunga e piena di pericolo. Una
seconda colonna ebbe ordine seguitasse la prima fino alla salita del
Reit, lì da lei si partisse, e si conducesse ad agguatarsi nel bosco fra
Bormio e i Bagni vecchi. La colonna terza guidava il Rizzardi, il quale
fino a Ceppina doveva camminare di conserva con la prima e la seconda
colonna; a Ceppina lasciarle per ascendere il monte a sinistra, e girare
alle spalle del nemico verso il passo del Fraele, comparendo poi
all'improvviso sul sentiero che domina i Bagni vecchi e la strada dello
Stelvio. Ancora, furono inviati sessanta uomini di avanguardia, affinchè
si appiattassero a Ceppina per tenere d'occhio i movimenti del nemico, e
porgerne avviso con velocissimi messi; se assaliti da forze
soperchianti, ripiegassero verso le Prese. Quanto restava di forza, cioè
il battaglione 44º, alle due del mattino si mise in marcia dalle Prese
per rinforzare l'antiguardo; e anche a quello comandarono procedesse più
che poteva celato. Intendimento del colonnello era assalire franco i
Bagni vecchi pel piano di Bormio, sicuro appena che le colonne si
fossero trovate al posto; e questo, a giudizio dei savi, fu un tiro da
generale proprio co' fiocchi: però tutte le cose non andarono per filo
di sinopia, e bisognava aspettarcelo a cagione dei calli infernali, del
buio e del freddo ladro. L'avanguardia dei 60 uomini, invece di fermarsi
alla Ceppina, secondo il concertato, volle procedere oltre in compagnia
del Rizzardi: il battaglione 44º gingillò un'ora e mezzo a mettersi in
marcia. Dopo l'avvisaglia del Ponte del Diavolo, il colonnello pendeva
incerto sul da farsi; fin verso il mezzodì non gli giunsero novelle
dagli esploratori; le prime che vennero poi piene di paura. Duecento e
più austriaci in procinto di mostrarsi sulle alture dal lato della valle
di Viola: una colonna di fumo dalle cime dei gioghi opposti era tenuto
indizio di altra colonna nemica in procinto di entrare in battaglia: da
per tutto sgomento; parecchi uffiziali, e dei buoni, consigliano la
ritirata; ma il Guicciardi lì fermo come i suoi monti, e bene avvisò:
più tardi informato meglio conobbe: le tre colonne salve e prossime alle
posizioni che dovevano occupare: gli austriaci respinti al Ponte del
Diavolo ritirarsi alla dirotta: il sospetto di rimanere circondati dal
nemico follìa. Scorti appena gli austriaci ai Bagni vecchi, corremmo ad
assalirli da quattro lati; gli austriaci disposti a schifare battaglia
davano indietro, e per noi era un vero crepacuore a vederceli guizzare
di mano così, però che veruna delle tre colonne fosse proprio giunta al
posto, ed anco lo Zambelli si trovava alquanto in ritardo. Il nemico per
salvarsi dalle molestie appicca il fuoco al ponte della galleria; noi ci
corriamo sopra, calpestandolo lo spengiamo, e sempre alle costole dei
nemici fino alla prima _cantoniera_: qui parecchi dei fuggenti voltano
faccia, ed avvantaggiati dai luoghi adatti per le difese, prendono a
menare le mani, mentre gli altri affrettano il passo. Ecco il capitano
Pedranzini con tanto di lingua fuori arriva sul Reit, si affaccia e mira
gli austriaci sbucare dalla prima cantoniera per ripararsi nella
seconda, e quindi ai gioghi dello Stelvio.

— Ah! mi scappano, urlò, e poi, senza dire nè uno nè due, sdraiato
supino si lasciò andare giù a corpo perso per la ghiacciaia soprastante
alla posizione del _Diroccamento_; noi con le mani chiudemmo gli occhi;
quando gli riaprimmo mirammo il capitano balzare in piedi, che era
giunto in fondo co' calzoni in brandelli, ma col corpo intero, e l'anima
ancor più: impugnato il _revolver_, si slancia dentro la grotta con gran
voce esclamando: Giù le armi, o siete morti tutti! — Era solo: una
cinquantina dei suoi compagni, vergognando di abbandonarlo, e tratti
fuori di sè dallo esempio eroico, giù anch'essi a mo' di muffli dalla
ghiacciaia per sovvenirlo. Come Dio volle giunsero prima che gli
austriaci, rinvenendo dallo sbalordimento, gli sparassero addosso. Dalla
parte opposta i nostri, espugnate le difese della imboccatura, penetrano
a volta loro nella cantoniera; il nemico, preso in mezzo a due fuochi,
chiede ed ottiene quartiere. Di più non potemmo fare; abbiamo combattuto
venti ore senza prendere fiato, e ci fu gloria avere conseguito in un
giorno solo quello che cinquemila uomini in due mesi di travaglio non
poterono ottenere; e gloria anco maggiore ci fu mostrare al mondo come
pochi cittadini sappiano difendere il proprio paese più e meglio delle
milizie stanziali, schianta famiglie, scudo di cartone in guerra,
grandine di manette di ferro in pace.

Filippo, udendo queste notizie, tutto esaltato proruppe, levato il
bicchiere colmo:

— Se queste fossero le guerre della repubblica francese del 1792, anco
per noi sarebbe nato un Hoche. — Piaccia alla fortuna non farlo
affunghire sotto la religione dei regi capitani.... ad ogni modo bevo
per questo animoso; pari in altezza di spiriti all'antico Curzio, ma più
avventurato di lui.

Quietatosi lo schiamazzo, Curio a sua volta interrogò:

— E al Tonale non fu combattuto?

— E donde vieni? Dalla China? Saresti a caso uno dei Sette dormienti?
Anzi lo sei addirittura.

— Beffatemi quanto vi piace, a patto che vogliate istruirmi: nè a voi,
nè a me giova raccontarvi le cagioni, ond'io ignoro tutto quello che fu
operato in questi ultimi giorni; vi basti che io lo ignoro, e che brucio
saperlo.

— Ebbene, favellò uno della brigata, tu hai da sapere, che ci era una
volta un re.... no un Cadolini ciurmato colonnello....

— Ho capito, interruppe Curio, ne abbiamo buscate?

— O che discorso è questo, disse un altro; o che forse il Cadolini è un
codardo?

— No davvero: per me sostengo, rispose Curio, che, rispetto a cuore,
egli può reggere il confronto con qualunque altro italiano; quanto a
cervello poi, sostengo del pari che a riporlo in un guscio di noce, ci
ciottolerebbe dentro; per giunta permaloso e testardo, che è uno
sfinimento.

— Dunque non vuoi saperne di più?

— Al contrario, parla.

— Ebbene, da' retta. Su le alture di Vezza gli austriaci si mostrano
numerosi e pronti alle offese; molti possono essere i loro fini; il più
prossimo percotere di fianco la colonna del Guicciardi; colà furono
mandati i maggiori Castellini e Caldesi, nel comando uguali, nei
concetti e nell'indole dissimili, per non dire contrari, però alieni da
soccorrersi a vicenda. Hai da sapere come il Castellini, lasciata solo
una compagnia di soldati a Vezza, sotto gli ordini del capitano
Malagrida, aveva dato indietro riparandosi nelle linee trincerate. Il
Caldesi, considerando come fosse peggio che pericoloso lasciare così
allo scoperto cotesta compagnia, comanda al Malagrida che anch'egli si
riduca dentro le trincere; il Malagrida ubbidisce: allora il maggiore
Castellini pieno di rovello, tal che pareva il diavolo lo portasse via,
tempesta il Malagrida affinchè rifaccia i passi e torni ad occupare
Vezza; il Malagrida ubbidisce; se non che nel frattempo era accaduto un
caso: gli austriaci avevano preso Vezza; però accolsero la compagnia del
Malagrida con un nugolo di moschettate a pennello aggiustate: la
compagnia rimase scema del tenente Prada ferito a morte. Il Castellini,
vista la mala parata, invia a rincalzarlo a destra una compagnia col
capitano Adamoli, a sinistra una mezza compagnia condotta dal Travelli;
gli austriaci non le aspettano, bensì sortono da Vezza a far giornata;
il Castellini piglia seco le tre compagnie e va a gloria contro il
nemico, respingendolo nel primo impeto fin sotto Vezza. Qui bisogna
confessarlo: se il Castellini fosse stato sovvenuto dal Caldesi,
vinceva; _lo lasciarono solo_. Ne fu cagione il maledetto screzio sorto
fra loro di tenere Vezza, ovvero abbandonarla: più sicuro il partito del
Caldesi, quello del Castellini più generoso; però il Caldesi con le sue
compagnie non si mosse. Per vincere uniti, il Castellini ed il Caldesi
non avevano mestieri operare miracoli, e ce ne fosse stato bisogno i
garibaldini erano usi a farne. Ed invero il colonnello Cadolini ed il
capitano Oliva non bandirono che, se le munizioni non avessero fatto
difetto, avrebbe vinto Castellini? dunque perchè il Caldesi non lo
aiutò? — I volontari fin lì non balenarono: occhio per occhio, dente per
dente; pure il Castellini, non per crescere l'ardore dei suoi, che
questo sarebbe stato impossibile, bensì per mantenerlo vivo, ecco,
brandita la sciabola si mette alla testa dei soldati, gridando: Avanti!
Una palla lo colpisce nel naso: ei se lo fascia alla meglio e continua a
gridare: Avanti! Ora una seconda palla gli fora da parte a parte il
braccio sinistro, ma non per questo gli viene meno l'ardimento, e
insiste a dire: Avanti! Una terza palla lo ferisce in mezzo al petto, ed
egli casca per non rilevarsi più, gorgogliando sangue dalla bocca; nel
punto stesso gli muore accanto il capitano Frigerio. Onore ai caduti!
Lombardi entrambi; il primo padre di quattro figliuoli; l'altro giovane
ricco di virtù e di censo: per ora no, che il fumo dei turiboli presi a
nolo leva la vista, più tardi il primato del valore sarà deferito alla
Lombardia, la quale non so se meriti maggior lode o per quello che ha
fatto, o per quello che non ha chiesto. Gli austriaci arrivavano bene a
quattromila, e noi non eravamo seicento, ma ci ritirammo; ci dissero per
consolarci che la nostra fu ritirata _solenne_, e aggiunsero altresì che
i nemici ci sbraciarono un sacco di lodi: senapismi ai piedi! rettorica
stantia! Peggio di tutto quel cavare vanto (come i nostri guidaioli
fecero) dallo avere noi ripreso le posizioni che avevamo prima. Bella
forza! le ripigliammo perchè gli austriaci se ne andarono via:
riacquistammo coi piedi quanto ci tolsero colle braccia...

— Parte il Pedranzini!

Appena fu udita questa voce, la taverna rimase deserta in un attimo:
taluni, per troppa fretta di uscire, cozzarono insieme riportandone
sconce ammaccature.

Curio e Filippo, presentendo vicino qualche fatto d'arme, tolto a nolo
un mulo ed un cavallo si affrettano verso il campo. Di fatti, mentre
eglino si trattenevano per via, erano successi scontri terribili con
danno ed uccisione dei nostri, dai quali uscimmo sempre vittoriosi mercè
la virtù del Garibaldi e degli eroici compagni suoi. Non è scopo nostro
raccontarli; dove più, dove meno, esattamente occorrono descritti in
parecchi libri; e piacesse a Dio che come molti furono a scriverli, così
molti pure fossero a leggerli; ma la più parte degli italiani incuriosa
gli ha dimenticati, nè le preme che altri glieli rammenti: bisogna avere
il coraggio di confessarlo addirittura: se gli italiani hanno levato una
gamba dall'avello, a levarci anco l'altra par loro fatica; morti non
sono più, ma neanco vivi.

Però a noi importa accennare come il Garibaldi, avendo giudicato
opportuno aprirsi il varco sopra Riva, gli bisognasse impadronirsi di
tutta la strada dal Caffaro ad Ampola: ora questa strada va munita di
quattro fortilizi, che giova in succinto descrivere. Lardaro, nella
valle delle Giudicarie a sinistra del fiume Chiese, armato di sedici
cannoni chiude la via di Brescia per a Trento. Tra Condino e Tiane,
risalendo il fiume Adana, s'incontra il gruppo di tre fortini chiamato
_Renegler_; il primo detto Vegler è munito di sei cannoni e di un muro
bucato di feritoie da cima in fondo, disposto ottimamente pel sicuro
trarre della moschetteria; procedere oltre il fortino nella strada
pubblica non si può, perchè ella passa appunto nel mezzo del fortino
mediante la sua porta maestra: appellano il secondo Dazzolino, il quale
presenta una torre con sei grossi cannoni, che guarda la valle delle
Giudicarie: il terzo finalmente, nominato Larino, è un ammasso di rocce
per altezza formidabile a ponente dell'Adana, donde vigilano la difesa
del ponte di Cimego. Fra i monti Fustac e Cecina il forte Ampola chiude
la valle; il forte Teodosio sorge nel mezzo della valle di Ledro, sulla
via postale che mena a Riva, anche egli munito di gallerie e feritoie,
scavate nella roccia, per bersagliare al coperto.

Il generale Garibaldi, nello intento di venire a capo della impresa,
inviava gente, la quale, riuscendo dalla parte del monte Nota e di
Lamone in val di Ledro, girasse la posizione; ma gli austriaci,
accortisi del concetto del Garibaldi, con molta mano di soldati condotti
dal generale Kaim assaltano con subite mosse i garibaldini su tutta la
linea. Nella notte dal 15 al 16 luglio i cacciatori tirolesi presero a
fulminare i nostri da Rocca Pagana e dalle alture di Storo, pur troppo
con jattura inestimabile a cagione dell'eccellenza delle armi, altre
volte avvertita. Un'altra colonna austriaca non meno gagliarda della
prima si industriava avviluppare la sinistra dei volontari fra Condino e
Cimego.

I garibaldini, sempre pari a sè stessi, si arrampicano su per le schegge
delle pendici a fine di sloggiarne il nemico che riparato, a man salva
dalla lontana li ammazza, e tanto sembra lo favorisca la fortuna, da
potere in breve rompere la comunicazione fra Storo e Condino. Non
volgevano poi sorti migliori alla vanguardia dei volontari venuta a
zuffa mortale colla colonna austriaca uscita da Daone sulla destra del
Chiese, e co' cacciatori tirolesi, i quali la straziavano con le
infallibili carabine dalla sponda sinistra di cotesto fiume.

Accadde qui che uno di quei condottieri piovuti sul capo a Garibaldi,
come talora piovono dal cielo ranocchi nel mese di luglio, ordinò a
parte dei mal capitati commessi alla sua guida, valicassero il Chiese
per combattere gli austriaci attelati sulla opposta sponda; non pochi,
prima di agguantare la riva, travolti dalla corrente rovinosa del fiume,
perirono; quei che passarono ebbero ad attaccarsi alle crepe delle rupi
a mo' di tarantole; per la qual cosa, come il nuovo capitano potesse
sperare che contrasterebbero a cui di sopra li bersagliava a piè fermo e
con le braccia libere, non si comprende.

Taluni, e non erano i più miserandi, uccisi capitombolavano in molto
orribile maniera; davano maggiore affanno i feriti, i quali non potendo
aggrapparsi, ruzzolando, rompevansi di scheggia in ischeggia, con
istridi da fendere il cuore. Rigagnoli di sangue correvano coteste
bricche: non fu possibile mantenersi lassù; costretti a salvarsi,
tracollarono giù a corpo perso: infuriava sopra la testa loro una
paurosa grandine di palle; alcune di queste, rimbalzando dalle pareti
del monte o dai massi del fiume, ferivano orizzontalmente, o di sotto in
su: come pesci guizzavano su le acque; come vipere sibilavano per
l'aria. Il fiume avaro esigeva pel ritorno maggiore pedaggio di affogati
che per l'andata: non ci fu penuria di casi pietosissimi: amici che non
vollero abbandonare amici, tuttochè spiranti o morti si fossero; e surti
appena alla opposta riva del fiume, percossi da una medesima palla,
sparivano nelle onde rovinose. Due fratelli, l'uno dell'altro
innamorati, non ebbero altro conforto che annegare abbracciati. Più
oltre il buon maggiore Lombardi, salito su di un argine, mentre con voce
e con cenni anima i suoi a tenere il piè fermo, rotto nel cuore da palla
tirolese, tombola annaspando con le mani e muore senza dire un fiato.
Tale il destino della guerra; ma perire così senza costrutto, per colpa
di un grullo, è amaro. Per funebre elogio al maggiore Lombardi basti
dire che fu di Brescia; ella madre degna di tanto figlio; egli di tale e
tanta madre degnissimo.

Trovando questi mal condotti chiusa allo scampo ogni via, tutti quelli
che non valsero a traghettare per la seconda volta il fiume si arresero
a quartiere. Pareva ormai battaglia perduta, e non fu così, in grazia
degli estremi sforzi operati dal Garibaldi e dal maggiore Dogliotti, il
quale così bene si valse dei suoi cannoni messi in batteria, che sgominò
e costrinse i nemici a ritirarsi oltre a Cologna. Cara vittoria fu
quella, ma fra le alpi tirolesi non si vince che a prezzo di sangue;
però che sia mestieri col petto scoperto farci contro a nemico riparato
da boschi, da rupi e da ogni maniera di difese naturali, ovvero
dall'arte di lunga mano allestite.

Intanto chiunque voglia sapere che cosa valgano i nostri artiglieri, e
ne tragga auspicî di avvenire meno inglorioso dei tempi passati, dove la
insolenza altrui ci chiamasse alle armi, io glielo dirò con le parole di
un giovane che fu parte di coteste avventure e le narrò, tacendo per
modestia il suo nome:

«Ci sdraiammo su l'erba e raccontammo noi pure le nostre peripezie. Il
sole volgeva al tramonto e andava adagio adagio a nascondersi dietro le
montagne, le quali si colorivano di una tinta rossastra, pigliando le
forme spiccate che vediamo anche noi ne' nostri monti al finire di una
serena giornata, e quando il cielo è tutto sgombro di nuvole. Su, su in
lontananza, al riflesso degli ultimi raggi del sole, brillavano di luce
abbagliante le carabine dei fuggitivi, e si distinguevano anco ad occhio
nudo le torme bianche ed azzurre della fanteria e dei tirolesi. Quando
ecco, mentre ce ne stiamo là chiacchierando e riposandoci, un frastuono
infernale ci fa saltare tutti in piedi, e sentiamo sulle nostre teste il
fischio rumoroso di una granata: «Non è nulla!» esclama un garibaldino:
«è un cannone puntato qui a venti passi che scarica sopra la nostra
testa.» Corremmo tutti nella strada, dove infatti tre o quattro cannoni
incominciarono uno dopo l'altro una musica stupenda.

«Fu spettacolo bellissimo. Gli artiglieri stavano impassibili,
silenziosi, attenti al comando. Un caporale pigliava la mira, ed ogni
volta che vedeva sui monti a 1600 o 2000 metri di distanza un brulichio
di tedeschi, si allontanava due passi e gridava: _fuoco!_ Il cannone
sparava e la botta era sempre sicura. Si vedeva cotesta massa
sbaragliarsi, e saltare in aria tronchi di albero e terra sommossa. Noi
maravigliati battevamo fragorosamente le mani.

«A un tratto si sente venire a corsa un cavallo: era un maggiore di
artiglieria, che aveva saputo come di là dal fiume, nella chiesina dove
stemmo la notte innanzi appiattati noi altri, ci stessero appiattati
moltissimi austriaci: per verificarlo ordinò caricassero le artiglierie
a palla; poi, voltosi al caporale, gli dice: «Cercate subito di mettere
una palla sul lato destro della chiesa: se ci sono hanno da venir
fuori.» La distanza era molta, e ci pareva impossibile che il colpo
avesse a riuscire per lo appunto come il maggiore voleva.

«Il caporale non pronunzia verbo; si china sul pezzo, lo muove nella
direzione indicatagli ed ordina all'artigliere di far fuoco. Lo
credereste? La palla andò a battere sul muro di destra della chiesa: per
altro non si vedeva uscire nessuno. «Ebbene, disse il maggiore,
piantatene un'altra a sinistra, e se vi riesce a cogliere vi prometto la
medaglia.»

«Vidi un sorriso di contentezza lampeggiare sul viso abbronzato del
caporale; si chinò un'altra volta e studiò più lungamente la mira
standosene immobile come il suo cannone. A un tratto si tira indietro e
grida all'artigliere: _fuoco!_ e la botta va via. Un applauso fragoroso
scoppiò nelle file, ma gli austriaci non si vedevano venir fuori. Allora
il caporale si appressa al maggiore, mette la destra al _kepì_ e gli
dice: «Signor maggiore, vuole permettere che io faccia un tiro a
volontà?» — «Ve lo permetto, rispose il maggiore; vediamo se vi riesce a
snidarli.» Allora il caporale infila colle sue mani una granata nel
cannone, ripiglia per la terza volta la mira e lascia andare la carica.

«L'effetto fu miracoloso. Il tetto della chiesa venne sollevato in aria
come il coperchio di una scatola, e intanto che un grido di approvazione
echeggiava fra i volontari, il caporale sorridendo accennava colla mano
che si guardasse la chiesa. Se vi siete mai provati a gettare un sasso
in un bugno, avrete veduto le api prorompere tutte in folla ronzando. Lo
stesso accadeva lassù. Si vedevano scaturire austriaci dalla chiesa,
fitti e serrati, voltare a destra e a mancina e correre su per la
montagna. Allora non più un solo, ma tutti i pezzi piantati sopra la
strada cominciarono a fulminare granate addosso ai fuggenti. Parevano
cannoncini di legno, tanta era la rapidità con la quale si voltavano ora
da una parte, ora da un'altra. Ogni colpo andava nel bel mezzo ai gruppi
dei nemici, come se un demonio raddrizzasse e guidasse per la strada le
granate e le palle. Io potrei giurare che non ci fu un tiro solo
sprecato.

«Intanto che facevamo le nostre congratulazioni al caporale, sentimmo a
qualche distanza un colpo di fuoco e il fischio di una palla. Di lì a
mezzo minuto un altro colpo e un altro fischio e poi un terzo ancora.
«Ah! Ah! (disse il caporale) io l'ho bell'e visto: ci è lassù un
tirolese, che ha una eccellente carabina; ma forse il mio cannone va più
lontano di lui.» E una quarta palla di carabina venne a percuotere nella
ruota dell'affusto. Il caporale con aria sbadata puntò il suo strumento,
e mentre noi ci scostavamo per iscoprire l'effetto, partì la botta e si
vide un gran rimescolìo di terra e sassi, appunto là dove il tedesco
tirava. Non si sentì più nulla; la medicina aveva operato.»

Fuori di Condino si agita un grande brulichio di gente, la quale di
grado in grado quetandosi si ordina in fila, giusta i comandi dei suoi
capitani: quanto meglio potevano s'industriavano a ricomporre le
compagnie, tanto crudelmente decimate al passo e al ripasso del Chiese.
Chi volesse sapere qual tributo di sangue la gioventù italiana pagasse
in questa infelice impresa, gli dirò, che di una compagnia di 187
soldati, 90 appena risposero all'appello; la 24ª poi, rimase con un
sergente, due caporali ed un tenente. Poco oltre si mirava il loro
colonnello a cavallo, tutto inorato che era un desìo; con la sciabola
irrequieta egli trinciava l'euro a fette, come il Conte di Culagna nella
_Secchia rapita_, o ci faceva crocioni da disgradarne il papa. Appena
Filippo l'ebbe scorto esclamò:

— Ecco il capitano famoso!

E siccome tanto non parlò basso, che altri degli accorsi costà non lo
udissero, taluno di loro soggiunse:

— E adesso, che abbaca egli?

— Ha ordinato la rassegna della sua colonna ricomposta, prima di
ricondurla alla mazza.

— Zitti:

    Stiamo Marte a sentir la gloria nostra,

chè a quanto sembra egli è per mettere fuori un'arringa.

— Udiamo! Udiamo!

— Soldati, cominciò a squittire il capitano dei capitani, l'Europa, anzi
il mondo intero vi guarda. A voi spetta restaurare l'onore della milizia
italiana manomesso dalle truppe stanziali, che male ordinate e condotte
peggio, dal 48 in poi, altro non fanno che toccarne; ed è inutile
negarlo! Le lodi a tanto il rigo, che sbraciano loro i giornali
officiosi sono pannicelli caldi.... incenso ai morti. Vedete quei monti
là? Li vedete? Ebbene, noi li sfonderemo, come nei circhi equestri
miriamo un cavaliere sfondare con una capata quattro cerchi e sei
coperti di carta straccia. Quando saremo giunti a Trento, se gli
austriaci ci offriranno pace, io risponderò loro: non è tempo ancora. E
se arrivati a Innspruk, a Salisburgo, a Gratz, a _Buda_, si attentassero
di nuovo a proporcela, interprete degli animi vostri, io la ricuserò
daccapo dicendo: non è tempo ancora; gli è a _Vienna_; proprio nel
palazzo imperiale di Schoenbrunn, che io detterò la pace; a voi, che
manca per conquistare un tanto scopo? Nulla. In voi costanza, in voi
_slancio_ nello assalire ed _a piombo_ per resistere; non fame, non
sete, non geli vi abbattono, nè difetto di _ambulanze_, di vesti, di
calzature. Quando i cannoni tonano, i moschetti fischiano, le racchette
stridono, a voi pare che incominci la orchestra, ed a quei suoni menate
i vostri balli. — Ma ora che io ci penso su, onorevoli signori, devo
confessare che quando affermai che nulla vi manca di virtù soldatesca,
io dissi una solenne bugiarderia; quanto dichiarai voi possedete, e non
mi disdico, ma una cosa vi manca:

             . . . . alla virtù latina
    O nulla manca, o sol la disciplina.

Sì, signori soldati, vi manca la disciplina. La disciplina che rese
tanto illustre e potente il Vecchio della Montagna, il quale avendo
ordinato ai suoi assassini di sentinella sull'alto di una torre, che si
buttassero di sotto, uno ci si precipitò subito, e gli altri stavano per
seguitarlo, se Enrico di Sciampagna, che vi si trovava presente, non lo
avesse impedito. A questi patti, cittadini, si viene a capo del mondo;
nella milizia obbedienza, nella religione fede, cieche entrambe,
passive, aborrenti da qualunque osservazione, aliene da brontolìo, benda
agli occhi ed agli orecchi, e allora nella milizia e nella fede voi
vedrete rinnovare miracoli. Allora Manlio mozzerà il capo al figliuolo
per avere vinto il nemico trasgredendo i suoi ordini; allora con più
stupendo esempio lo spartano che aveva già ficcato due dita buone di
ferro in corpo ad un ateniese, udita di repente la tromba del richiamo,
estrasse _la baionetta_ dal corpo del nemico, la nettò, la rimise nel
fodero e fece per andarsene; della quale novità maravigliando l'ateniese
che stava per morire, domandò: o perchè non finisci di ammazzarmi? — Ti
finirò un'altra volta, rispose lo spartano, adesso mi bisogna andare al
quartiere a cucinare il _rancio_. Capite! Se cotesta perla di spartano
vivesse a questi tempi, la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro, o quella
della Corona d'Italia, o l'altra del valore militare di Savoia non gli
poteva mancare. Ci fu una volta un re, e si chiamava Sancio, diverso
dallo scudiero di Don Chisciotte, il quale, stando nella sua tenda a
letto, udì parecchi soldati venire a lite col capitano loro per cagione
della disciplina, ond'egli, tuttochè si trovasse in camicia, uscì fuori
con una picca in mano, infilando in men che si dice _amen_ una mezza
dozzina dei riottosi; per me sono fantino di comparirvi innanzi anco
ignudo. Breve, stringendo le mie parole, io affermo che i soldati
possono fare a meno del pane per mesi e per anni, ma della disciplina nè
manco un'ora. Quando carichiamo un uomo soldato il suo _tic_ è il pane,
il suo _tac_ la disciplina. E adesso esaminiamo un po' come stiamo a
camicie ed a mutande.

Curio, il quale all'udire cotesta filastrocca fu sul punto di prorompere
in uno scoppio di riso, accostatosi all'orecchio di Filippo, bisbigliò:

— Impaglialo addirittura!

Filippo stringendosi nelle spalle soggiunse: — Ce n'è di peggio.

Intanto i soldati avendo estratto dal sacco le biancherie se le stesero
dinanzi ai piedi. Il colonnello, dopo averle con molta gravità
considerate, non senza arguzia notò che biancherie coteste si chiamavano
così per dire, ma con maggiore proprietà si avevano a chiamare
_negrerie_.

— E questa toppa perchè? dimandava severo ad un volontario.

— Questa toppa! Evidentemente per tappare un buco alla camicia.

— E perchè vi faceste un buco alla camicia?

— Lo domandi alla camicia, o meglio ai macigni del Chiese, dove V. S.
facendoci ruzzolare potemmo appena salvarci la pelle.

Il colonnello tacque e tirò di lungo fino alla fila estrema, dove di
botto osserva un volontario, il quale invece della borraccia da
munizione si portava allato certa fiasca di vetro; allora con mal piglio
domanda:

— Ch'è questo mai? Che cosa avete fatto della vostra borraccia?

— L'ho gettata via, perchè l'acqua dentro ci pigliava di cattivo.

Il colonnello allora dando un passo indietro, _le braccia al sen
conserte_, a tutto Napoleone, esclamò:

— E che cosa dirò io al reale Governo, quando mi domanderà conto della
vostra borraccia?

— Eh! signor colonnello, se il Governo avesse a chiedere conto di
qualche cosa a lei, vada franco che non sarebbe delle borracce!

— E di che dunque, temerario?

— Dei tanti poveri fratelli per colpa sua affogati nel Chiese.

— Agli arresti! Disarmatelo, portatelo subito agli arresti! urlava
arrovellato il colonnello, e ne successe un parapiglia da non potersi
con parole significare.

Intanto Curio e Filippo curiosamente osservarono un frequente dimenio
dei piedi, che i soldati di prima linea facevano gettandosi dietro in
fretta le biancherie, le quali i soldati di seconda linea a posta loro
co' piedi si stendevano davanti. Attutito il tumulto continuavasi dal
colonnello la rivista nella 2ª linea, dove egli, confuso per le
insolenze del volontario, procedè meno accurato di prima, non gli
parendo vero di condurla a termine senz'altri scappucci. Poco dopo Curio
e Filippo seppero dal dicace garibaldino, come egli avendo con la più
parte dei compagni suoi venduto, o in altro modo alienato camicie e
mutande da munizione, però che avendole provate ne rimanessero conci
peggio che se gli avessero strigliati co' pettini da lino, egli avvisò
cavarsela netta, facendo per giunta una burla al colonnello, e fu
distribuita tutta la biancheria in essere alla prima fila, perchè di
mano in mano che il colonnello passava, la spingesse alla seconda fila,
e così figurasse due volte. Il tafferuglio poi promosso ad arte, onde
l'attenzione del colonnello fosse distolta dagli ultimi soldati di fila,
che dove non fossero riusciti a farla liscia tutta di un pezzo, di una
pipita ne sarebbe nato un panereccio.

— Certo, aggiungeva il giovane bizzarro, io la pagherò con parecchi
giorni di prigione, e mi toccherà per soprassello chiedere scusa, ed io
fin d'ora me ne dichiaro contento per quattro precipue ragioni; le altre
non si contano. Prima, ed alzò il pollice, perchè se mi avesse trovato
senza le camicie, e le mutande da munizione, in carcere ad ogni modo mi
toccava ire. Seconda, e spiegò l'indice, perchè mi venne fatto
preservare dalla prigione tanti compagni amatissimi. Terza, e sollevò il
medio, per la berta che ho dato a codesto zuzzurullone di colonnello.
Quarta, e drizzò l'anulare, pel gusto matto che avrò quando, dovendo
chiedere scusa, mi fia concesso contemplare a mio agio cotesto.....

— Di grazia, disse Curio, si potrebbe sapere di che paese siete?

— Se foste stato allo inferno lo avreste riconosciuto senza domanda:

                   . . . . ma fiorentino
    Mi sembri veramente quand'i' t'odo.

E Curio sorridendo: — Il proverbio non mente: chi l'ha a fare con tosco
non vuole esser losco.

L'altro, mesto, di rimando: — Se arguzia bastasse, beati noi! ma ora la
patria mia abbisognerebbe quanto di pane e di aria, di alti propositi,
di costanza e di uomini virtuosi; noi toscani forse un dì tutte queste
cose abbiamo posseduto; adesso noi le perdemmo...

— Coraggio, fratello, riprese Curio, ponendogli la destra sopra la
spalla, colui che si sente cuore per confessarle perdute, ha fatto più
che mezzo il cammino per ritrovarle.

                                 *

— O Filippo, dove diavolo mi meni? Questi corridoi bui fra le rupi, di
cui non arrivo a scoprire la cima, mi danno immagine del laberinto di
Creta, e più del Minotauro, che si avrebbe a trovare nel mezzo; io temo
adesso che qualche macigno per acconto mi frani sul capo.

— Vieni oltre; potrebbe anco darsi, ma gli è di qui che bisogna passare.

— Oh! scopro gente..... per avventura sarebbero austriaci?

— No, sono dei nostri; cammina franco, che ad Ampola avremmo ad essere
vicini.

Di fatti dietro l'ultima svolta della strada, passato la quale si va
diritto ad Ampola, incontrano una compagnia di volontari condotta dal
tenente Alasia, il quale avendo seco un cannone si divertiva con esso in
pericoloso passatempo; però che dopo averlo fatto con diligenza
caricare, sovvenuto da qualche compagno, lo trainasse fuori della svolta
allo aperto, proprio nel mezzo della strada che mena diritta ad Ampola,
dove gli dava fuoco, e subito dopo lo respingeva dietro il canto per
ricominciare da capo.

Allo improvviso Curio ode chiamarsi a nome, e, posta mente, mira un
ufficiale corrergli incontro a braccia quadre, che giuntogli dappresso
lo abbraccia, lo bacia e co' più dolci appellativi lo careggia:

— O Curio, che miracolo che tu sii qua?

— Miracolo è che ti ci trovi tu, non io.

— E pure ci sono prima di te, e d'ora in poi dobbiamo stare sempre
insieme.

— Sarà più facile desiderarlo che poterlo, avendo assunto l'obbligo di
condurmi dal colonnello Chiassi, amico grande del padre mio.

— Tu hai ora, come sempre, un santo dalla tua, dacchè per lo appunto io
appartenga ad una compagnia del reggimento del Chiassi.

Il lettore avrà di certo notato come Curio non si sia messo in quattro
per far festa al tenente Fandibuoni, e ne aveva le sue buone ragioni:
innanzi tratto le sue spalle calavano giù a sgrondo da parere un
calvario; dinoccolato nella persona, le braccia fuori di misura lunghe,
con certe mestole in fondo da legarsi le scarpe senza quasi chinarsi:
costumava gli occhiali; se non fossero stati questi, nell'ultima cena
del Signore egli avrebbe potuto figurare meglio del Giuda di Lionardo;
ma se gli occhiali lo salvarono da rassomigliare Giuda per di fuori, non
così per di dentro, dove o senza occhiali o con gli occhiali Giuda ei
sempre fu, nato e sputato. Di più Curio si risovvenne come sovente
costui con diversi amminicoli gli levasse di sotto assai quattrinelli,
che non gli aveva mai reso; peggio poi, lo aizzasse a commettere qualche
gherminella di cui egli si pigliava il vantaggio, lasciandolo nelle
peste, se pure non comperava la propria impunità col fargli la spia;
breve, un di quei funghi che nascono spontanei nei cortili della galera
a vita. Ma la gioventù non cura o volentieri perdona; ed i compagni
della fanciullezza ritengono in sè qualche cosa della religione dei
primi anni, la quale fa sì che ci tornano cari spesso, disgradevoli mai.

— O come va che mi sei uscito ufficiale? disse Curio:

    Marte per qual ventura od accidente
    Gittò la rete e ti pescò tenente?

— Che accidente? Virtù di penna e valentia di spada.

— Spada! O se di petto a te un lepre si giudicava Achille in persona.

— Già lepre non fui mai, bensì pubblicista e deputato; e poi _non son
qual fui, morì di me gran parte_, della pera mondata è rimasto...

— Il torsolo. Ma dimmi, sapresti col tuo lume di lucciola farmi capire
qualche cosa in questo ginepraio?

— Magari! Ma prima ti bisogna affacciarti al canto, e arrivato sopra la
strada diritta, quindi considerare per bene quello che ti si presenterà
davanti.

— Vado e torno.

— Sei matto! esclamò il Fandibuoni, trattenendo Curio per un braccio,
non sai che svoltato il canto occorre la strada diritta un quattrocento
metri, che termina ad Ampola, dove i cannoni del forte tirano
d'infilata, spazzando via tutto quello che incontrano?

— O quel giovane tenente non ci va col suo cannone?

— E se egli è stufo di vivere, vuoi romperti il collo per fargli la
scimmia?

— No, entrò di mezzo Filippo, l'Alasia non è pazzo; egli si muove per
senso di dovere; forse un po' dodici once buon peso, ma poichè in tanti
la libbra riscontriamo scarsa, se in altri trabocca non guasta; in te
poi, o Curio, cimentarti a quel modo sarebbe temerità senza sugo.. ed
ora dove vai? Vien qua, per Dio santo!

— Aspettami, che torno in un batter di occhio, rispose quel cervello
strambo di Curio, ed intanto correndo aveva svoltato il cantone:
avvertito tutto a bell'agio, tornò ridendo e disse:

— Andai, vidi, non vinsi; però avvertii quanto è formidabile Ampola;
proprio il Minotauro nel laberinto di Creta, o la Sfinge sopra il
cammino di Tebe: in fondo a due rupi, di cui i fianchi paiono tirati
coll'archipenzolo, per virtù di scalpello, giace un fortilizio che
sbarra da un lato e dall'altro il cammino; per passarlo è mestieri
proprio entrare in mezzo al forte che comparisce chiuso da portone, e
forse dietro avrà la saracinesca con altri ripari. Passato il fortino,
la strada s'inerpica su su pel monte fino ad una spianata, la quale mi
sembrò da lontano munita di artiglierie; come possa espugnarsi Ampola,
per me in coscienza non saprei.

— Tu hai osservato bene, riprese il Fandibuoni, e se ora mi darai retta
ti chiarirò alla lesta; vedi (e levò l'indice) questo è Riva, cardine
della difesa in mezzo: questi altri (e stese il pollice e il medio) sono
a destra Lardaro, a sinistra Ampola, posti avanzati; nello stesso
intervallo di questo triangolo campeggia una brigata austriaca, pronta
al soccorso, secondo il bisogno, o di Ampola o di Lardaro; sconfitta a
Condino ed a Cimego, per ora non dà noia; ma tu fa' conto che presto
riordinata tornerà in ballo. Il nostro generale, per ridurre a partito
Ampola, deve innanzi tratto occupare le pendici delle due rupi, che tu
hai veduto sorgerle a destra ed a sinistra, e si chiamano Funstach e
Santa Croce.

— O come vuoi che si arrampichino lassù? Paiono più aguzze delle aguglie
del Duomo...

— E non solo occuparle, ma anco trasportarvi le artiglierie.

— Attaccando le carrucole al cielo per tirarle su....

— Nè le artiglierie minute solo, bensì le grosse da sedici.

— Il capitolo dedicato da Pietro Aretino a Cosimo I dei Medici
incomincia:

    Nel tempo che volavano i pennati,

ma che volino i cannoni, questo non intesi dire in prosa mai, nè in
rima.

— Ebbene, tutto questo fu fatto con qualche cosa di giunta,
imperciocchè, dopo trainati i cannoni lassù sul Funstach e sul monte
Santa Croce, e' fosse mestieri tramutarli da un luogo all'altro, chè,
essendo di portata diversa, quelli piantati a Santa Croce non facevano
effetto...

— Allora vorrà dire che dall'altra parte dei monti si trova qualche
cammino mulattiero.

— Niente; all'opposto appaiono troppo più scoscesi che da questo lato.

— O dunque?

— Dunque, quando andavamo a scuola tu devi rammentarti avere udito che
Filippo...

— O adesso come ci entro io con la vostra scuola? Interruppe il sergente
Filippo.

— Non s'inquieti, signor sergente, che io non intendo punto parlare di
lei, bensì di Filippo Macedone, padre di Alessandro Magno, col quale
probabilmente ella non avrà parentela alcuna nè per linea retta, nè per
trasversale.

— Di fatti, non credo esser parente di cotesti signori.

— O lo vede? Filippo dunque, sentendo celebrare come inespugnabile la
rocca dell'Acrocorinto, domandò se ci fosse strada bastante per farci
entrare un asino, ed avutane risposta affermativa disse:

— Dove entra un asino, non dovrebbe entrare un re? — Invero ei lo prese,
perchè con le sue parole volle alludere alle sacchette di oro cavato
dalle miniere di Tracia, che egli ci fece portare da un asino per
corrompere il comandante. Il Garibaldi non domanda se nelle fortezze
dell'Austria ci entri un asino, bensì il sole, e se il sole ci entra,
intende entrarci anco _lui_. I volontari si arrampicano con le mani e
co' piedi; ficcano chiodi o pioli; con le ginocchia stringono una
scheggia, con le mani calano le corde, tirano su di un tratto a un segno
dato: per essi un metro di spianata è piazza di arme; basta ci capisca
il carretto, perchè si attentino a montarci la batteria. Il Generale dal
dizionario dei volontari ha cancellato la parola _impossibile_! Già essi
hanno occupato la spianata, che hai notato anche tu, munita di
artiglierie, di lì hanno rovesciato un acquazzone di piombo e di fuoco
sopra Ampola... Aspettati da un momento all'altro alla ripresa delle
armi.

Appena egli ebbe finito di favellare, che ecco ricomincia lo strepito
dei moschetti e dei cannoni, e continua incessante. L'Alasia, ricaricato
il suo pezzo, come tratto fuori di sè dalla ansietà, andava gridando:

— Qua, figliuoli, qua; datemi una mano a muovere il cannone; bisogna
cucire i nostri amici tedeschi a filo doppio, di sotto e di sopra.

Corsero cento; il cannone fu tratto con maravigliosa prestezza sopra la
strada; spara; ma al punto stesso una scarica di artiglieria scopa dalla
strada cotesti animosi; rimasero morti sull'atto l'Alasia e il sergente,
ed ahimè! come lacerati! Quaranta altri, qual più qual meno, feriti; la
terra diventò di un tratto vermiglia, come quando nella processione del
_Corpus Domini_ ci spargono sopra la fiorata di rosolacci.

Commossi dagli urli di dolore, Curio e Filippo, non si potendo reggere,
lanciaronsi al soccorso dei compagni. Il Fandibuoni non solo non si
mosse, ma vie più si rannicchiò dietro al cantone. Curio si curvò, prese
con ambe le sue la mano dell'Alasia e lo tirò a sè come per metterlo
seduto.... non lo avesse mai fatto! Che le ferite strizzate gittarono
tante fontanelle di sangue, e la faccia non anco priva di ogni
sensibilità si contorse tutta in orribile maniera; la mente stette
ferma, se non che Curio sentì mancargli sotto il terreno, ond'ebbe ad
appoggiarsi al cannone per non cadere.

Una nuova scarica per la parte degli austriaci avrebbe finito di
ammazzarli tutti; non venne: all'opposto fu visto levarsi sul forte una
bandiera bianca in segno di resa, mentre lo stendardo imperiale svolgeva
a stento il suo lembo per ricadere penzolone lungo la stacca; pareva che
appenasse nella agonia, e l'aquila grifagna per vergogna dentro le
pieghe di quello si nascondesse. Ai morti non si attese più, e nè manco
ai feriti; anzi questi stessi di sè non pigliano cura, smettono gli omei
per aggiungere la voce loro allo immenso grido, che percosse l'aria
dintorno: Viva Italia! Italia per sempre!

Il comandante del forte sortì per la capitolazione: i patti brevi: si
rendessero ad arbitrio del vincitore: lasciate agli ufficiali le armi e
le robe, per cortesia non per obbligo.

Avendo taluno avvertito il generale Haug perchè facesse al comandante
austriaco affermare con parola di onore che il forte non era minato:

— Lo farò, rispose il generale, quantunque per me lo consideri
perfettamente inutile.

— Inutile! E non vi trovaste a Roma con noi, generale, dove patimmo
tanti e sì strani tradimenti?

— Oh! allora _l'avevamo a fare co' francesi_.

Il comandante austriaco piangeva, e, recatasi in mano la spada, che
generoso l'Haug gli porgeva, si provò spezzarla; impeditone, sospirò:

— Poichè non mi valse per difendere il mio reale ed imperiale padrone,
che mi giova adesso?

— Signor comandante, gli rispose l'Haug con voce che si sforzò mantenere
benigna, come soldato ella adempì d'avanzo il suo dovere, e veruno può
appuntarla in nulla; si consoli e conservi la sua spada, ed accetti lo
augurio che Dio le conceda occasioni di adoperarla in cause più giuste.
La milizia non deve strozzarci la coscienza, la quale ci ammonisce che
la forza non dà diritto; la forza va e viene: siete voi italiani per
vivere alle spalle dell'Italia? O combattete per liberare la vostra
patria dalla oppressione italiana? Andiamo, andiamo, la milizia non deve
strozzarci la coscienza.

Lo austriaco stimò prudente non rispondere verbo; e per fare qualche
cosa ripose nel fodero la spada.

Curio e Filippo ottennero la facoltà di visitare Ampola prima di
partire, e con maraviglia conobbero il misero stato in cui questo forte
si trovava ridotto; egli era aperto come un melagrano; da ogni parte
sdrucito dalle palle e dalle granate: la casamatta crivellata dai colpi
di cannone non offriva più stazione sicura ed era micidiale l'uscirne.
La resa del forte fu deliberata regolarmente da un Consiglio di guerra.
Piccola impresa questa di Ampola, e tuttavia a veruna, comecchè
grandissima, seconda. Dove le camozze si peritano ad avventurarsi, i
volontari garibaldini portarono cannoni grossi e carretti e munizioni.
Il monte Giojello fu preso dai bersaglieri, i quali, secondo il solito,
si diruparono dalle ripe circostanti del Funstach, sicchè gli austriaci,
già sgomenti nel vedere che i loro cannoni puntati di sotto in su non
facevano effetto, scorrendo meno che mezzo lo spazio necessario per
colpire, sentendosi adesso piovere addosso cotesti demoni dal cielo, si
diedero per vinti.[25] Arrogi che altri volontari garibaldini, avendo
sbirciato dall'alto una maniera di cornicione di pietra, che ricorreva
intorno le alture soperchianti il forte a man dritta, ci si
rannicchiarono sopra, scopando a suono di moschettate la piazza del
castello e l'uscita dal lato della porta di Tiarno.

Intanto la bandiera imperiale, sciorinato che ebbe un ultimo svolazzo,
spirò; tre o quattro colpi di scure vibrati con tutta l'anima, a braccia
sciolte, fecero traballare antenna e bandiera, a cui subito con gazzarra
grande surrogarono la bandiera tricolore.

[25]

    Scorse per le ossa ai terrazzani il gelo
    Quando vider costui piover dal cielo.

                                                  ARIOSTO.

Adesso cotesta bandiera non più sventola sulle torri di Ampola; anzi ci
spiega da capo alle brezze delle alpi italiche il suo lembo l'aquila
imperiale. L'abbattè il popolo, la rialzò la monarchia; quanto di gloria
fu scritto col sangue dei patriotti, tanto lo inchiostro obbrobrioso dei
negoziatori scancellò: ed è da credersi che il governo regio, trovando
fra le spoglie di guerra del Garibaldi la vinta bandiera, per tenersi
bene edificato l'imperatore di Austria, gliela restituisse; invano
_laboraverunt_! Vorrei con Fonseca Pimentel ripetere il detto
virgiliano: _olim meminisse juvabit_:

    E fie che giovi rimembrarlo un giorno!

Come da un'urna rotta scorre via l'acqua, così io mi sento fuggire
l'anima dal corpo stanco, e con amarezza di morte tremo sia la nostra
schiatta destinata a disfarsi. Questo pensiero mi perseguita come una
tentazione del demonio, dopochè miro lo stato nel quale sono ridotte la
Francia, l'Italia e la Spagna; argilla mobile, che ruzzola sopra argilla
immobile; terra soprammessa alla terra; fango animato agitantesi sopra
fango senz'anima: parte del popolo si chiude gli orecchi per non
sentire; parte ha tolto a prezzo di aprirglieli per forza, versandoci
dentro parole di veleno; Locuste, Tofane, Brinvilliers, Lafarge
spirituali: gli avvelenatori altrove si condannano, qui si pagano e si
fregiano. Ai nostri imperanti giova più un giorno di lupercali che un
secolo di gloria; parte che pretende condurci alla terra promessa,
discorde in sè si strazia, ed offre lo spettacolo di becchini rissanti
sull'orlo della fossa, dove hanno deposto il cadavere. Ah! felici gli
eroi dell'antichità; operando altamente ciascuno era certo della sua
fama. Parevano gemme conservate in cerchi di oro: ora gli spiriti magni
e le imprese eccelse sprofondano in un mare di fango....

Perpetuo Geremia, la vuoi tu smettere?.. Compatite, via, per amore di
Dio: la lingua batte dove il dente duole; ed a me non è il dente che
duole, bensì il cuore.

                                 *

Ed ora a Bezzecca. Ma perchè io metto mano a ripetere quello che occorre
sparso in cento stampe? Nè speranza mi affida, nè presunzione mi lusinga
che gli scritti miei abbiano a durare più lungo degli altri: adoperando
a questo modo, io faccio come quelli che stanno in procinto di
naufragare, i quali chiudono la storia dell'infortunio imminente dentro
a parecchie bocce di vetro, le quali, dopo chiuse, gittano in balìa del
mare, nel presagio che una almeno delle tante arrivi alla sponda e porga
ai cari lontani la notizia della sventura e gli ultimi saluti.
Qualcheduno pertanto dei nostri racconti perverrà ai tardi nepoti, i
quali non so se maraviglieranno o della perfidia altrui, o della fede
nostra; non importa, purchè imparino ad essere più felici di noi.

E poichè nelle guerre può dirsi che niente fu fatto se non si fece
tutto, così il Garibaldi, appena espugnata Ampola, la quale non fu (come
afferma il Rustow amico agresto, seppure non si ha da tenere addirittura
per nemico delle glorie italiane) impresa di poche ore, bensì resisteva
valorosamente interi tre giorni; concepì il disegno di ridurre in
potestà sua Bezzecca.

Chi da Ampola muova per Bezzecca, sale sempre sentieri montani ora più,
ora meno, ma sempre angusti, e dopo un miglio e mezzo arriva a certa
vallicella chiamata dei Laghetti, proseguendo per la quale ecco
s'incontrano, dopo breve cammino, due villaggi distanti fra loro non
bene un miglio; il primo appellano Tiarno di sotto; il secondo Tiarno di
sopra: ora se pigli la strada di Tiarno di sotto e vai innanzi altre due
miglia ti si parerà davanti Bezzecca.

Considerano a ragione Bezzecca punto capitalissimo in cotesta contrada,
per trovarsi in mezzo alle valli dei Conzei e di Ledro; di cui la prima
gli rimane a manca, la seconda a destra: nella valle dei Conzei
giacciono tre villaggi: Locca, Enguiso e Lensumo, e nella valle di Ledro
le terre di Pieve, Mezzolago, e per ultimo Riva sopra il lago di Garda,
luogo che intendeva espugnare il Garibaldi, o, come si dice in termine
militare, _suo punto obiettivo_. La occupazione di Bezzecca per gli
italiani significava la via aperta per Riva, il nemico impedito di
trapassare dalla valle dei Conzei a quella di Ledro, congiunzione
assicurata dei nostri corpi di milizia operanti nella valle di Aone;
dove, se per ventura si fossero impadroniti di Lardaro, avrebbero avuto
il sentiero sgombro per Roveredo e per Trento, finale punto obiettivo
del Garibaldi. Se all'opposto l'austriaco occupava Bezzecca, egli
avrebbe potuto tagliar fuori dal grosso dell'esercito i corpi italiani
incamminati verso il lago di Ledro; respingere il centro nelle strette
di Ampola, e, cacciatosi come un cuneo nel mezzo, minacciare di fianco i
nostri corpi, divisi nella valle di Ledro e nella valle dei Conzei.

Oltre il naturale talento, persuadeva il Garibaldi ad operare
celerissimo, l'avviso portatogli da esploratori segreti nella mattinata
del 20 di luglio: oltre ottomila austriaci, muniti con due batterie di
cannoni da campagna ed una di racchette, condotti dal generale Kuhn,
scendere a gran passi giù per la valle dei Conzei, onde cogliere alla
sprovvista il generale Haug ed abbatterlo innanzi che si raccogliesse
alle difese, imperciocchè uomini intendenti testimonino come il generale
Haug in cotesta occasione avesse sparpagliato un po' troppo le sue forze
sui colli. Difficile accertare quante per lo appunto le milizie nostre e
le posizioni prese; circa a numero basti saperne questo, che se non
erano meno, neppure eccedevano quelle del nemico; e per ciò che spetta
alle mosse mi guarderò di seguire lo esempio del signor Thiers, il
quale, mentre presume sciorinare scienza di strategica e di tattica
nella _Storia del Consolato e dello Impero_, non soddisfa i periti del
mestiere e stanca la pazienza del comune dei lettori, alterando
malamente ogni proporzione della storia.

Il Garibaldi, chiamato a sè il luogotenente colonnello Chiassi, gli
comanda: con un battaglione del 5º reggimento trascorra oltre ad
occupare Locca, e dove gli riesca gli altri villaggi della valle dei
Conzei, convertendone subito le case in ridotti, donde ributtare o
sostenere il nemico; con un altro battaglione chiuda lo sbocco fra la
Pieve e Bezzecca: gli altri due battaglioni tenga in pronto per
accorrere dove il bisogno lo chieda, e così pure il primo dei
bersaglieri; a modo di riserva il quarto battaglione del sesto
reggimento, tre compagnie del settimo e due del secondo procuri sieno in
Bezzecca.

Il Chiassi, mentre riceveva questi ordini, si permise osservare quanto
sarebbe stato vantaggio durante la notte assicurarsi dei due monti
sovrastanti a destra ed a sinistra la valle dei Conzei; consiglio di
bontà così manifesta, che non aveva mestieri prova; solo gli obiettò il
Garibaldi avvertisse bene le asprezze dei colli, ardue a superarsi anco
a giorno chiaro; al buio poi, per opinione sua, impossibili. A cui il
Chiassi di rimando:

— Il peggio sarà tornarcene indietro.

— Non sempre riesce.

— D'altronde anco i Romani sagrificavano alla buona fortuna: a me sembra
spediente tentare.

— Sia come volete, colonnello, conchiuse il Garibaldi, seguite la vostra
stella.

Intantochè il Chiassi, ridottosi ai quartieri, ordina gli apparecchi per
mettersi senza indugio in cammino, ecco capitargli davanti Curio,
Filippo ed il tenente Fandibuoni; salutato, risalutava; ed a
quest'ultimo con accento un cotal poco severo diceva:

— Tardi, ma in tempo, tenente; ripigliate tosto il comando della vostra
compagnia, fra un'ora saremo in marcia.

— Così al buio?

— Per liberare la patria dalla servitù straniera tutte le ore sono
buone; e voi altri chi siete?

— Mi chiamo Curio; nasco dal vostro amico Marcello, e qua vengo per
imparare la milizia sotto di voi.

— Sta bene; i figli di Marcello ci dovevano venire prima: e voi come
qui? Mi sembra avervi veduto, anzi di certo vi ho già veduto....

— Lo crederei! Mi sono trovato a tutti i fatti di arme di questa
campagna, ma l'occhio dei superiori scorre via sopra i soldati come il
volo della rondine. Basta, non fa caso; sono il sergente maestro di arme
del _nono_ reggimento; mi chiamo Filippo; difficile rinvenire adesso il
mio reggimento, però mi unisco con chi trovo; insieme con questo giovane
mio alunno entrerò nella _compagnia volante_ comandata dal nostro
tenente Fandibuoni.

— Come vi piace. Voi, Curio, fate cuore, che fra poco otterrete quello
che gli animosi talora stanno mesi ad aspettare, — il vostro battesimo
di fuoco; — quanto a me, soggiunse tristo, l'ho ricevuto da molto tempo:
adesso non mi avanza altro che la estrema unzione del ferro.

— _Deus avertat omen_! come dice padre maestro Berretta, soggiunse
Curio; ma io so che spesso alla guerra questi sacramenti ci caschino
addosso tutti di un picchio,... lo so, e non me ne sgomento.

— Ma vedete un po' che gusti fradici, intervenne a favellare il tenente;
non ci è quanto il pensare alla morte, che ce la chiami sul capo alla
lontana: portando l'ale, ella è di natura di uccello ed obbedisce al
fischio.

— Oh! per me poi, se mi è lecito dire la mia, prese a parlare Filippo,
più penso alla morte e più mi ci accomodo: andare a morire io l'ho come
andare a dormire.

— Sicuro, conchiuse il Chiassi, tutte le strade menano al camposanto:
quello che preme, sta nello adempimento del proprio dovere; or via,
andatevene pei fatti vostri; fra un'ora in marcia: buona sera, Curio; ed
accostatosi al giovane gli strinse con molto affetto la mano.

Anche negli eserciti meglio ordinati accade più spesso che non si
vorrebbe che i comandi non si trovino eseguiti con la debita esattezza;
d'onde nasce che, nonostante gli ottimi concetti del capitano, le
battaglie vadano a rotoli, o almeno riescano meno fruttuose del
desiderio; però tanto meno recherà maraviglia, dove si sappia che questo
succedesse non di rado nei corpi dei volontari. Parve all'ufficiale
preposto ad occupare Locca e gli altri villaggi della valle dei Conzei e
a ridurne le case in trincere per combattere riparati, non doverlo fare
se non all'alba, onde tutta la notte si rimase giù nella valle. Anche le
mosse vigilate dal Chiassi non sortirono buon esito, imperciocchè il
battaglione, comandato da lui in persona sulla sinistra, alla punta del
dì si trovasse in ordine di poter combattere, mentre il battaglione a
destra andava sparpagliato così che non si giunse mai ad assembrare, e
male gli incolse, chè, avviluppato dai nemici precipitati giù dai monti
con la foga di una cascata, parte cadde prigioniero e parte ebbe di
catti di ritirarsi a salvamento.

Se la giornata avesse dovuto giudicarsi dal mattino, si prevedevano
guai, e grossi, sicchè fu argomento non piccolo di stupore pei nostri
quando il nemico verso le 5, cessato di un tratto il fuoco, fece
supporre a taluno che egli cessasse l'assalto. In questo intervallo gli
austriaci con avvisato consiglio tentavano girare la diritta degli
italiani scendendo alla Pieve, e quindi percoterli di fianco e alle
spalle, ma trovate le gole difese, non che visto il 2º reggimento in
punto di rinforzare i posti, si ritrasse, e, raccolte tutte le sue forze
in Val di Conzei, verso le 7 del mattino riprese a menare le mani.

Gli italiani respinti duramente sulla destra, lasciando i posti avanzati
di Enguiso e di Lensumo, si ripiegano a Locca: qui sostano, ed essendo
giunte da Bezzecca milizie fresche e due pezzi da campagna a
rincalzarli, deliberano di sostenersi con tutti i nervi; gli austriaci
sopraggiungono, e danno dentro; invano però, chè a volta loro ributtati
andarono indietro fino ad Enguiso. Tuttavia la destra rimaneva sempre
scoperta, ed i pochi del 2º battaglione scampati alla sconfitta nè in
numero ormai, nè per prestanza capaci a resistere; bene il generale Haug
provvide a mandare soccorsi di gente quanta più potè, ma non fece
frutto, massime priva, come si trovava, di artiglieria, mentre
l'austriaco spinse in diligenza da cotesta parte la batteria dei razzi
alla _Congrève_, la quale oggi piglia nome di racchette. In tanto
repentaglio l'Haug spedisce a Tiarno al comandante supremo per avvisarlo
essere la resistenza impossibile, a destra tracollare le cose; ordini al
colonnello Menotti cali col nono reggimento giù dai monti a sinistra,
dove in quel momento si trova, e tenuto il cammino per la valle dei
Conzei percuota alle spalle gli austriaci; ancora, ingiunga al 2º
reggimento di già arrivato alla Pieve si avanzi ed appoggi il Menotti;
quanto a sè egli si porrà coll'arco del dosso per reggersi in mezzo; se
la fortuna si accorda col buon volere, promette prima di mezzogiorno
tenere prigione tutto l'esercito nemico.

E il Garibaldi, secondando la richiesta, ordina al Menotti che scenda
dai monti e si appresti ad assalire; egli stesso a stento entrato in
carrozza si avanza verso Bezzecca.

Le vicende da per tutto mutabili, mutabilissime in

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