Sott'acqua: racconto
by Gerolamo Rovetta · Italian · Gutenberg #42684 · 340,177 chars · public domain (US)
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Title: Sott'acqua: racconto
Author: Gerolamo Rovetta
Release date: May 10, 2013 [eBook #42684]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK SOTT'ACQUA: RACCONTO ***
SOTT'ACQUA
RACCONTO
DI
GEROLAMO ROVETTA.
TERZA EDIZIONE
MILANO
FRATELLI TREVES EDITORI.
1883.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Riservati i diritti di traduzione.
Tip. Fratelli Treves.
SOTT'ACQUA
CAPITOLO I.
— Sarai buona, non è vero?... Mi prometti di non farmi ingelosire?
— Te lo prometto.
— Giuralo.
— Giuro.... bambino mio.
E a questo punto, com'è naturale, si udì nel salotto il leggerissimo
susurro d'un bacio.
Quando la contessa Elisa chiamava _bambino_ il conte Eriprando degli
Ariberti, voleva proprio dire che si trovava allora molto in tenero con
lui; cosa che non le accadeva sempre, quantunque, quasi sempre, ella
credesse di volergli bene. Ma dal canto suo, la contessa Elisa era
occupatissima, aveva ogni giorno un infinito numero di cosucce da fare e
da sbrigare, mentre il conte Eriprando non ne aveva che due sole: voler
bene alla contessa Elisa ed aspettar pazientemente una risposta alle
_carte_ ch'egli aveva _inoltrate_ negli uffici delle _strade ferrate A.
I._, col nobilissimo scopo di ottenere un impiego. Anche le grandi
occupazioni però della contessa Elisa Navaredo si riducevano a questo,
di trovare il modo di fare il passo più lungo della gamba, di fare
insomma abbastanza buona figura a dispetto delle ristrettezze economiche
che l'angustiavano. E, bisogna poi renderle questa giustizia, tutto
sommato, ci riusciva benino.
Con un certo buon gusto che le era particolare, sapeva far comparire e
scomparire le guarnizioni, i pizzi e i fiori dalla veste al cappellino,
e viceversa; sapeva bravamente, con due abiti vecchi, farsene uno nuovo,
e quanto meno la stoffa conservava il colore, la contessa ci rimediava
accorciando tanto più le maniche e abbassando lo scollato. Teneva una
cameriera, la Beppa, che faceva anche da cuoca, e il cocchiere serviva
in tavola, annunciava le visite, tostava il caffè, portava l'acqua,
puliva le stanze, e tagliava la legna per la stufa della sala, che si
accendeva solamente la domenica, giorno di ricevimento in casa della
Contessa, la quale, in tal modo, mangiando pochino sette giorni alla
settimana e studiando l'arte di parere dodici mesi all'anno, poteva
darsi ancora delle arie con una rendituccia di sei o sette mila lire: e
quando _Lord Palmerston_, era questo il nome del suo cavallo, non pativa
di reumi, poteva anche fare le visite nella sua carrozza: un _brougham_
stinto e sdruscito, ma che aveva dipinto sugli sportelli uno stemma così
grande da parere l'insegna d'un tabaccaio.
Il conte Eriprando degli Ariberti di rendite ne aveva ancor meno; ma, in
compenso, era più ricco d'amore.... fors'anche perchè la contessa non
lasciava mai che lo spendesse tutto. Il loro sangue egualmente puro
scendeva all'uno e all'altra attraverso un lungo ordine di magnanimi
lombi: quello del conte però era molto più caldo, più abbondante, più
vigoroso di quello della contessa: ma la differenza si spiega subito
coll'avvertire che _lui_ non aveva ancora ventitrè anni, mentre _lei_ ne
aveva contati fino a trentadue.... e poi si era fermata lì, senza tirare
più innanzi.
Si erano alzati tutti due dal canapè, il conte però prima della
contessa; quest'ultima tenendosi stretta al braccio del giovanotto e
lasciando che egli facesse un po' di forza per sollevarla; e sebbene dal
canapè all'uscio non ci fossero che due passi e mezzo da fare, ella
percorse quel brevissimo tragitto appoggiata, abbandonata quasi di peso
su lui che la guardava in un certo modo che voleva dire “se tornassimo
indietro, cara, a sederci un altro pochino?...„
— No, sai; bisogna, adesso, che tu vada via.
— Ancora cinque minuti soli....
— No, no: è tardi, e domattina mi devo levare per tempo.
E la contessa Elisa, per far intendere al conte Eriprando che quella
volta poteva proprio lasciare ogni speranza, tirò indietro il sorriso
languido, si fece subito seria seria, e gli si levò d'addosso, mentre
colle due mani accomodava i capelli sulla nuca, che le si erano
scomposti.
— Cattiva!
— Ma, sai, bambino, che con tanta gente che ho conosciuto, un egoista
come te, non l'ho mai incontrato?
A queste parole il conte Eriprando fece il muso; ma la contessa
Navaredo, quasi stizzita, tirò innanzi senza badargli:
— Per te non dovrei nè dormire, nè mangiare, nè uscire, nè far nulla....
altro che _filare il sentimento!_
— Ti domandava cinque minuti soli, soli....
— È dalle dieci che mi domandi cinque minuti; e abbiamo fatto venire la
mezzanotte.... E poi, ho già suonato; c'è la Beppa di là che ti aspetta
per farti lume e io non posso soffrire _les commérages_ delle
anticamere.
Le anticamere di casa Navaredo si riducevano al pianerottolo della
scala: ma, come metafora, poteva passare.
— Dunque, alle dodici in punto ci troviamo alla stazione?
— Sì, caro; ma ricordati che non voglio altre lune.
Il giovanotto promise di no, e la contessa, che con una mano avea già
mezzo aperto l'uscio del salotto, lo chiuse di nuovo, e si baciarono
un'ultima volta.
— Sei contento?
— Adesso sì.
— Dunque va, da bravo. Ricordati domattina di telegrafare all'albergo,
perchè ci tengano pronte le camere.
— È già tutto fatto.
— Grazie....
— Prego....
L'uscio fu aperto: la Beppa era là, sul pianerottolo, col lume in mano e
colla faccia sbianchita e ingrugnata dal sonno.
— Buona sera, signora contessa.
— Buona sera, signor conte. A domani.
— A domani.
La Beppa scese innanzi adagio, giù per la scala, ripida, stretta e
oscura, tenendo alto il lume col braccio levato.
Quando fu sulla porta di casa, Ariberti tolse dalla tasca interna
dell'abito un portasigari di pelle nera con una vistosa corona di conte
nel mezzo: poi, dal portasigari, un virginia: ne cavò la paglia che
ripose nell'astuccio, lo accese al lume della Beppa, tirò in fretta due
o tre sbuffate di fumo per vedere se andava bene, e dopo, dal medesimo
portasigari, levò un mozzicone che porse alla donna:
— To'... lo darai a Menico.
Menico era il cocchiere, il cameriere, il porta acqua, il caffettiere,
lo spaccalegna di casa, e quando aveva due minuti di tempo, anche
l'amante della Beppa.
— Grazie, signor conte!
— _Bon dì._
— Serva sua.
E la Beppa, sbatacchiata la porta dietro al giovanotto, tirò tanto di
catenaccio.
CAPITOLO II.
Il conte Eriprando degli Ariberti quella notte non aveva sonno: invece
si sentiva in cuore una gaiezza insolita e nelle gambe una elasticità,
una voglia di camminare che lo fece andare a zonzo per più d'un'ora. La
gioia tutta nuova che lo aspettava al domani, quel viaggio con Elisa,
quelle due o tre settimane che passerebbe con lei in riva al mare, lo
rendevano l'uomo più beato della terra.
In quell'azzurro c'era però un punto nero; anzi, per essere esatti,
bisogna dire che ce n'erano due, quantunque uno più piccino dell'altro.
Il punto grande, lo scarabocchio, era quella musona della contessina
Cecilia; il punto piccolo, quello screanzato di Gegio. Da un'altra
parte, sola con lui, la contessa Elisa non ci sarebbe andata, a Venezia:
ella vi andava per tener compagnia alla figliuola, e per la salute del
suo nipotino: ed anzi, quando lui e lei, negli amorosi colloqui delle
serate primaverili, vagheggiavano quella giterella come il sogno
incantevole d'una notte d'estate, tutte le loro speranze erano sempre
riposte nelle scrofole del bambinello.
Dopo d'aver girato in su e in giù, per straducce buie e deserte, alla
fine dovette pure decidersi a rincasare. Rallentò il passo, e rimpianse
il mozzicone che aveva donato a Menico, perchè il suo virginia era
consumato.
Il conte Eriprando abitava molto lontano dalla contessa Navaredo, in una
viuzza modesta, in una casetta dall'aspetto meschino e dove il fitto,
che si pagava ogni semestre, era proprio una miseria. Quando vi giunse,
prima di metter la chiave nella toppa, levò il capo e guardò una
finestrella del secondo piano: era spalancata e ne usciva uno sprazzo di
luce.
— La mamma è ancora in piedi, — disse fra sè, nell'aprire.
Non poteva sbagliare. Il lume non era certo quello della serva, perchè
la contessa degli Ariberti serve non ne aveva, se non si vuol contare
una donnetta che andava da lei la mattina a sbrigare le faccenducce più
umili.
— Sei ancora alzata? — disse il conte entrando nella stanza della mamma.
La vecchierella era intenta a stirare sopra una gran tavola di legno
greggio, e tutto all'intorno, sul canapè, sulle sedie, sul cassettone,
si vedevano, disposte con cura, delle mutande, delle calze, delle
camicie, dei solini e dei polsini finti: grande amarezza questa del
conte Eriprando, il quale non vedea l'ora d'esser capo-ufficio per avere
le camicie coi polsini e il collo tutto attaccato. Sua mamma, poveretta,
aveva tentato di fargliene una: ma ci perdette intorno una quindicina di
giorni senza potervi riuscire: il solino, non c'era caso, faceva borsa
da una parte o dall'altra!....
Nella stanza piccola, bassa, faceva un caldo da soffocare, sebbene la
finestra fosse aperta ma di fuori c'era scirocco, e di dentro due
lucerne di petrolio infocavano la stanza colla loro luce sfacciata e
rossastra. Eriprando cominciò subito a sudare; invece la vecchiarella
secca, piccina, che lavorava in quel forno dalle otto della sera, non
sudava affatto.
— Mi trovi alzata perchè non ho sonno; già, con questo caldo, anche a
voler dormire, non si può. E poi, ti occorre la roba per domattina, e
io, lo sai bene, preferisco andare a letto tardi, piuttosto di essere
costretta a levarmi presto.
La buona donna mentiva adesso col suo figliolo. Sapeva bene lei che, per
quanto fosse andata tardi a letto quella sera, avrebbe sempre dovuto
alzarsi per tempo il giorno dopo. Il viaggio del contino la affaticava
da un mese. Aveva dovuto provvederlo di biancheria e riaccomodargli
quella vecchia: aveva dovuto pulire, sbattere, rammendargli i panni, e
solamente attorno all'abito nero ci aveva sciupati sette giorni e
perduto un occhio e mezzo. Ma, e d'altra parte come si fa?... Il conte
Eriprando degli Ariberti, partendo da Vicenza per le bagnature colla
contessa Elisa Navaredo e la contessina Cecilia D'Abalà, non poteva
andare come un pitocco qualunque.
Gli Ariberti erano una delle più antiche famiglie di Vicenza: ed è forse
per questo che la troviamo così vicina a morire di consunzione. Il padre
del contino Eriprando, il conte Eutichiano, era stato un impiegatuccio a
duemila cinquecento; e in un momento di debolezza e con tre semestri di
fitto in arretrato alla gola, aveva commesso un matrimonio
_morganatico_, come diceva lui, colla figlia della sua padrona di casa,
l'Orsolina, che fu poi così compresa delle illustri nozze, alle quali
era stata assunta, da camminare in punta di piedi, quando si trovò
gravida, per paura di scomodare il nobile rampollo che il conte suo
marito s'era degnato di affidarle per la gestazione. Con legittimo
orgoglio del conte Eutichiano, che vedeva così continuata la nobile
prosapia, l'erede (erede per modo di dire, che non c'era proprio niente
da ereditare) fu un maschio e subito gli misero nome Eriprando. Era
l'Eriprando _nono_ o _decimo_ della casa, e tutti i predecessori che
portarono prima quel nome, in sei o sette secoli, avevano avuto in mano,
l'uno dopo l'altro, i destini della città.
Per l'Orsolina, il conte figlio era qualche cosa di sacro. All'affetto
materno ella univa nel suo cuore la religione, il culto che professava
all'ultimo discendente degli Ariberti, e facendogli da serva, credeva in
buona fede di non fare nulla più del suo dovere.
Il conte Eutichiano morì quando il bambino non aveva più di tre o
quattro anni. Alla vedova ed al pupillo non rimase altro per vivere che
la magrissima pensione del marito, la biancheria e il mobilio bastante
per quattro stanze: cominciarono col subaffittarne due, e n'ebbero così
un altro cespite di entrata.
Mamma Orsolina si tiranneggiava, si misurava, come si suol dire, il
boccone di pane, e tutto ciò perchè Prandino non mancasse di nulla. Lei
faceva colazione con una fetta di polenta, se ce n'era: ma Prandino,
quando andava a scuola, avea il suo canestro per la merenda sempre ben
fornito. L'Orsolina la si vedeva, a ricordo d'uomo, con una vesticciuola
di percalle a quadrettoni caffè, linda, pulita, ma tutta a rattoppi, che
pareva un mosaico: invece il camiciotto di Prandino era novo fiammante,
la biancheria fina, le scarpette lucide e scricchiolanti.
Quando venne il momento di dover pensare ad una professione pel contino
Eriprando, la buona donna si sentì stringere il cuore; ma, vedendo anche
lei che, senza far nulla non avrebbe potuto vivere, volle almeno ch'egli
s'avviasse all'avvocatura.
Lo fece studiare..... e trovò modo, Dio solo sa con quanti stenti e con
quanti sacrifici, di mantenerlo all'università: ma quando già era
dottore, Prandino stesso comprese da sè che anche colla laurea avrebbe
finito copista in qualche studio: il genio forense gli mancava del
tutto. Allora, facendosi più sentito il bisogno di guadagnare, si decise
anche lui a trangugiare l'amaro calice e cercò un impiego nelle
ferrovie. Adesso che lo abbiamo imparato a conoscere, aveva già mandato
le sue carte, aveva passato benino gli esami.... ma continuava ad
aspettare l'impiego, che si prometteva e non arrivava. Mamma Orsolina,
del resto, non disperava. Era sicura che col suo nome Prandino avrebbe
fatto una bella carriera e figurandoselo commendatore e capo-traffico,
non lo vedeva, per il momento, alla vendita dei biglietti ed alla
spedizione delle merci. Certo che se il parentado degli Ariberti lo
avesse voluto aiutare.... ma l'Orsolina non si lamentava di nessuno. I
parenti non le erano venuti incontro, quest'è vero: ma i parenti, si sa
bene, per queste mosse hanno sempre le gambe troppo corte, e poi nemmeno
lei li era andata a cercare. D'altra parte era troppo buona per sentire
dell'odio, dell'invidia, o solamente dell'amarezza, per alcuno: ella
sopportava tutto in santa pace, ed era più che soddisfatta, felice,
quando le domeniche d'estate andava in _Campo Marzo_, tutta chiusa nella
sua mantelletta di seta nera, in compagnia della signora Luciana, una
zitellona che teneva in affitto da molti anni le due disponibili delle
quattro camerette, e le poteva dire, indicandole i più splendidi
equipaggi che passavano al trotto: — quella signora là, è la marchesa
tale, seconda cugina di Eriprando: — quell'altro signore è il conte così
e così, terzo cugino di Eriprando: — adesso arriva il principe Caio,
fratello d'un cognato d'una cugina di Eriprando — e con queste
indicazioni la durava per tutto il passeggio, e la domenica vegnente
ricominciava da capo, senza che mai ne dimenticasse un solo!... Quando
poi rientrava in casa, dopo il _corso_ di _Campo Marzo_, era tutta
beata: le sue stanzette le sembravano più grandi, più lucente il
cassettone, più morbido il canapè: e a cena, la sua polenta asciutta le
parea dolce e saporita come un marzapane.
Mamma Orsolina, anche quella notte continuava nel suo lavoro, e il conte
Eriprando, secondo il solito, quantunque del bene gliene volesse, non si
sentiva rattristare dallo spettacolo di quella vecchiarella che si
affaticava per lui. Era un po' viziato l'amico: era stato avvezzo a
esser servito: e poi, colla propria coscienza si accomodava facilmente,
pensando che s'egli l'avesse anche sgridata, tanto e tanto quella buona
donna non avrebbe voluto intender ragioni.
Non le disse nulla dunque, ma invece si mise anch'egli a far qualche
cosa. Prima di tutto si levò l'abito nero e tenendolo sollevato con una
mano, coll'altra ne cavò, dalle tasche, il portasigari, un portafoglio
di cuoio con una corona d'argento nel mezzo, dono della contessa
Navaredo: un fazzolettino di battista che aveva pure una gran corona da
conte ricamata in un angolo, capolavoro di mamma Orsolina, e un paio di
guanti scuri, piegati a mezzo. Tutta questa roba la collocò in ordine,
sul tavolino, e poi cominciò a ripulir l'abito ben bene.
La contessa Elisa usava di nascondere colla cipria l'impertinenza dei
capelli bianchi, che qua e là cominciavano a comparire nell'ampio volume
della chioma bionda, e perciò, dopo i loro colloqui, il conte Eriprando
rimaneva tutto bianco di farina di riso. Anche quella sera, mentre colla
spazzola dissipava le amorose tracce, un profumo di cipria
all'_opoponax_ lo avvolse come in una nuvola, sollevandogli nella mente,
nel cuore, nei sensi, dei ricordi, che lo facevano vagar lontano da
quella povera stanzetta, fino al canapè dei cinque minuti.
Quando l'abito fu spazzolato, il conte Eriprando lo posò delicatamente
sul divano, piegandolo in quattro, colle fodere fuori. Quell'abito avea
da sostenere una gran parte alle bagnature; figuratevi che, come si suol
dire, era figlio unico di madre vedova!... Poi, venne la volta dei
guanti; prese un piccolo calamaio d'osso, una penna, e, sedutosi, sempre
in manica di camicia, vicino a una lucernetta, cominciò adagio adagio e
con molta pazienza, a colorir coll'inchiostro dove la pelle era un po'
consumata.
Il conte e la contessa erano così occupati da una mezz'ora, quando dopo
un “si può„ che ebbe risposta affermativa, s'aperse l'uscio che dava
sulla scala, ed entrò nella stanza una figura nera, lunga, ossuta, tanto
da non potersi indovinare, a prima vista, se fosse un prete o una donna.
In mano aveva un bicchiere, pieno, per due terzi, di caffè.
— A lei, contessa Orsolina; ho fatto il caffè fresco e gliene porto una
mezza chicchera.
La signora Luciana non aveva mancato mai, in tanti anni di fitto, di
chiamare contessa l'Orsolina: anzi ci teneva di rimbalzo a tutta quella
aristocrazia, perchè già i titoli, anche quando non cavano la fame,
riempiono la bocca.
Il conte Eriprando salutò la signora, senza scomporsi, con un inchino
cordiale e dignitoso a un tempo, e continuò tranquillamente a tingere i
guanti.
— Ne vuoi due dita? — chiese mamma Orsolina rivolgendosi al figliuolo.
— Grazie, mamma. Dammene una goccia in un bicchier d'acqua.
L'Orsolina uscì, e rientrò subito con una ciotola di cristallo quasi
piena d'acqua fresca; si avvicinò al suo ragazzo, e versò tanto caffè
nella ciotola, finchè questi, che aveva levati gli occhi, fe' cenno col
capo che bastava.
Anche la signora Luciana, quando tutti ebbero terminato di bere il
caffè, prese, senza dir nulla, un ferro dal fornello, e, da un altro
lato della tavola, cominciò a stirare dei fazzoletti.
— La signora Luciana non ha mai sonno!
— Lo creda, signor conte, io dormo d'inverno anche per l'estate.
— Hum! Chissà.... chissà che foco ci brucerà sotto a tutta questa
insonnia!...
— Oh! giusto!.... Che fuoco la vuole che ci bruci sotto, caro lei!....
Luciana, ad onta dei quarant'anni sonati, anzi, forse appunto per
questo, se la godeva un mezzo mondo quando il bel giovinotto le toccava
certi tasti delicati.
— Io non ne so nulla: però i miei sospetti cadrebbero sopra un capitano
dei bersaglieri, stagionato ma ben portante, che vedo spesso girellare
da queste parti con certe arie da conquistatore....
— Mi fa la grazia di tacere? Mi fa la grazia di non inventarne sempre
delle nuove, lei? Ieri era un avvocato, oggi è un capitano dei
bersaglieri, stagionato ma ben portante!.... Quasi che non ci fossero
altre donne per la casa, e più belle di me!....
— Via, via, signora Luciana: lo sa anche lei, lo sa anche lei di essere
amata: e ne gode, e si vede:
“Quando nell'ombra de' _suoi_ negri occhioni
Improvvise balenano e procaci
Le cupidigie che...„
— Zitto là!.... non dica sciocchezze!.... e vada a dormire.... che
domani.... Domani dev'essere una gran giornata per lei, ma... acqua in
bocca! Acqua in bocca, chè se no, ce ne sarebbero degli altarini da
scoprire!....
— Sa, — continuò l'altro, che invece di essere spaventato, si sentiva
lusingato da quelle minacce, — sa, signora Luciana, che sto già
preparando de' versi per le sue nozze?
“Dall'arida cenere
Rinasce il mio core,
Ritorna la cetera
Ai canti d'amore.„
— Grazie tante, ne faccio senza de' suoi versacci, tutti pieni di
sporcizie....
— _Le tue carezze le conosco io solo_, continuò l'altro facendo gli
occhiacci.... — _E il tuo guancial per me non ha segreti_....
— Le dico di smettere!....
— _Guai se potesse dir quel letticciuolo_,
_Se potessero dir quelle pareti_....
— La vuol finire, sì o no? Prenda il suo lume, i suoi guanti, e vada a
dormire subito, subito, subito!....
Così dicendo, la signora Luciana, rossa come un peperone, con certe
chiazze che non erano tutto pudore, si era buttata addosso al
giovanotto, per farlo tacere, per ispingerlo fuori della stanza, e
intanto si godeva a stringergli le mani e le braccia. Il conte Eriprando
continuava a ridere e a recitare i versi dello Stecchetti, per irritare
sempre di più la signora Luciana; ma poi, siccome era tardi, prese il
lume, i guanti, che avea involtati in un giornale, e s'avviò davvero per
andare a dormire. Mamma Orsolina rideva a quelle scene, senza capirne
nulla, tutta allegra per l'allegrezza del suo figliuolo:
— Aspetta, Prandino!... Vengo anch'io!...
E lasciata la signora Luciana a brontolare e a finire la camicia che
aveva già mezzo stirata lei, entrò col figlio nell'altra camera.
Chiuse la finestra, rimboccò le coperte del letto; uscì e tornò con un
bicchier d'acqua fresca che pose sul tavolino da notte, e poi,
finalmente, se ne andò dalla camera, ma dopo aver salutato e guardato il
suo figliuolo con una occhiata nella quale c'era dentro un bel bacione,
ch'ella, intimidita, non osava dargli.
Prandino aveva cominciato a svestirsi quietamente, colla cura di chi non
vuole strapazzare la propria roba. Piegò il panciotto e i calzoni, e
involtò la cravatta di raso nero nello stesso numero del _Giornale di
Vicenza_, dove c'erano i guanti. Fatto ciò, perdette ancora del tempo
parecchio a lucidare la sua catena di similoro; una catena che credevano
tutti, anche la contessa Navaredo, fosse d'oro massiccio. Levò quindi
dal cassettone un cartoccio, nel quale stava involtato un portafogli
unto e bisunto, il predecessore di quello che gli aveva regalato
l'Elisa, e tornò a contare, operazione che da una settimana faceva
regolarmente tutte le sere, il danaro che c'era dentro.
Non c'era verso: erano dugento ottanta lire, non una di più, non una di
meno!... Allora tornò, come tutte le altre volte, a rifare i suoi
calcoli: tanto pel viaggio, tanto per la camera, tanto pel vitto, pei
bagni, per le acque, pei traghetti... Ne aveva per dodici giorni, a far
molto! Fossero state almeno trecento, avrebbe avuto un po' di largo!....
Alla fin fine viaggiava con signore, e colle signore si spende sempre di
più... poi c'era quel monello di Gegio, il quale si metteva a piangere
dalla sete e voleva bere tutte le volte che vedeva un caffè.... poi
c'era suo cugino Badoero, sicuro, che lo avrebbe condotto in _società_ e
che indirettamente lo avrebbe fatto spendere anche lui.
Bisogna sapere che su questo cugino Badoero il conte Eriprando ci faceva
molto assegnamento per darsi arie a Venezia. Ne aveva discorso molte
volte colla contessina Cecilia, e non parlava mai delle bagnature colla
contessa Elisa, senza ch'egli non le promettesse di presentarglielo. Per
dire la verità si conoscevano appena di nome, tanto da scambiarsi i
biglietti di visita ogni capodanno e nulla di più. Ma, non importa,
erano parenti lo stesso: e il Badoero, oltre di appartenere ad una gran
famiglia, — figuratevi che fra maschi e femmine contavano in quella casa
più di una dozzina di corni, corni ducali, s'intende, — oltre dunque di
appartenere ad una gran famiglia era anche un riccone sfondolato. Ma pur
troppo, per quanto il cugino Badoero fosse ricco, le ducento ottanta
lire del conte Eriprando non ne volevano sapere di diventare
trecento!...
E queste sue pene, dopo d'essersi levati gli stivali prima di saltare
nel letto, le confidò tutte con un'occhiata piena di passione ad una
fotografia _portrait-album_, ch'egli teneva sul suo tavolino da notte
appoggiata a un elegante cavalletto di legno intarsiato.
In quel ritratto la contessa Elisa dimostrava una diecina d'anni di
meno, ragione per cui tanto lei quanto il conte Eriprando lo trovavano
somigliantissimo.
Era stata presa di profilo come dicono i fotografi: in piedi, a mezza
figura. Aveva i capelli sciolti che le scendevano giù per le spalle e,
fra le mani, teneva un libro aperto, che non doveva essere un libro di
devozione.
Era appoggiata al davanzale d'una finestra, più che raccolta, assorta
nella sua lettura: e la fotografia, con effetto di _chiaro di luna_,
aggiungeva dei riflessi romantici a quel profilo delicatissimo di
figuretta bionda e sentimentale.
Adesso il tempo avea giocato dei tiri assassini alla Contessa. Il collo
le si era un po' ingrossato, le guance cominciavano a diventar flosce,
le palpebre, specialmente la mattina. Le avea rosse e gonfie: la pelle
scuretta, la fronte un po' rugosa, e quando apriva la bocca si vedeva
qualche segno di lutto fra i mascellari: già il suo riso non era più
limpido, squillante, argentino e breve; s'era fatto troppo lungo e
sgangherato, e la finezza della vita era sciupata da un tantino di
pinguedine. Di tutte queste disgrazie il conte Eriprando non se ne
accorgeva: per merito della cipria, del belletto, della glicerina, del
_cold-cream_ e della _crème froide_, ma sopratutto dell'amore, egli la
vedeva sempre bionda, bianca, sottile, con alcun che di vaporoso, di
etereo, di virginale nell'espressione, soavemente melanconica del volto
ed in tutta la _linea_ elegante della personcina; tal e quale com'era là
in quel suo ritratto... ch'ella da dieci anni continuava a far
riprodurre.
Quella dolce contemplazione durò qualche tempo: poi, finalmente, si
decise, spense il lume e saltò nel letto. Però anche al buio, la
contessa Elisa, coi capelli sciolti, col libro in mano e tutti gli
effetti del _chiaro di luna_ appariva viva dinanzi agli occhi del nostro
innamorato!... Com'era cara, com'era bella, com'era buona! — ed era
sua!.... Quante felicità avrebbe godute con lei in quelle due
settimane.... al Lido di giorno.... in gondola di sera..., e poi.... —
Peccato ch'egli non avesse almeno trecento lire, e che non si potessero
mandare al diavolo quell'uggiosa della contessina Cecilia e quello
sbarazzino di Gegio!
CAPITOLO III.
Otto o nove anni addietro, quando il conte Eriprando d'adesso era appena
Prandino, Elisa Navaredo, oltre al figurare come una donnina bella ed
elegante, quale l'abbiamo veduta nel _portrait-album_, era per di più
una dama elegante, che dava molto a parlare alla cronaca cittadina.
A Prandino, quella bella signora, le chiacchiere, i desideri, gli
scandali che la circondavano, fecero subito una grandissima impressione.
Egli non parlava mai della Contessa, ma ci pensava sempre, giorno e
notte; e tutti i suoi castelli in aria erano pieni di lei, della sua
grazia, della sua bellezza e de' suoi fascini provocatori. — Oh! quando
fosse diventato un grand'uomo!... — qual è il ragazzo che non sogna di
diventare un grand'uomo?.... — quando fosse diventato un grand'uomo,
allora le confesserebbe d'amarla... e l'Elisa non gli direbbe certo di
no!....
Tutto il suo avvenire egli lo vedeva in lei e per lei, e tanto
s'infervorava col pensiero fisso nella contessa Navaredo che, alle
volte, facea delle lunghe passeggiate, solo soletto, fantasticando
attorno a quella donna, fingendo di averci insieme dei colloqui d'amore
o delle scene di gelosia, e terminava sempre coll'essere lieto o triste
per davvero, a seconda che la sua immaginazione lo figurava amato o
deriso.
Quando la incontrava, arrossiva tutto, sebben l'Elisa non lo guardasse
neppure: tutte le domeniche, e le altre feste comandate, andava in
Duomo, alla messa delle dieci, per vederla, per trovarsi dove era lei.
Ma, prima di quelle messe, sciupava tutta la mattina lavandosi e
fregandosi tanto da spellarsi per diventare più bianco.
Rifaceva per una decina di volte almeno il fiocco della cravatta,
perdeva un'altra mezz'oretta intorno alla scriminatura, e, proprio in
mezzo alla fronte, s'impiastricciava un riccio alla rubacuori, che
pareva un punto interrogativo.
Dopo d'averla guardata di lontano, per tutto il tempo che durava la
messa, usciva fuori in fretta dalla chiesa e s'imbrancava, fermandosi
sulla porta, cogli altri adoratori del bel sesso, per farsi vedere, e un
tantino per farsi anche ammirare da lei. La Contessa, figurarsi!, gli
passava dinanzi dritta, lesta, senza nemmeno accorgersi di quel
bamboccione impomatato per amor suo, mentre vedendosela così vicina, a
Prandino invece gli tremavano le gambe, gli si scoloriva la faccia, e
benchè davanti allo specchio avesse fatte molte prove, tuttavia là non
gli riusciva mai bene di riverirla levandosi il cappello con un largo
giro del braccio e in tre tempi, salutare, inchinarsi e stringere i
tacchi. Per lo più, quando si decideva a scoprirsi, la contessa Navaredo
era già passata.
Però, soffriva spesso dei dispiaceri, delle gelosie, delle amarezze, che
lo rendevano proprio infelicissimo. Bastava che, mentr'egli la pedinava
di lontano, la vedesse accompagnarsi con qualcuno, perchè al povero
Prandino gli si facesse nera l'esistenza, come il carbone. Allora
s'imbestialiva, e nel suo furore a freddo, la copriva di vituperi, la
chiamava leggera, civetta, e si figurava, quando sarebbe stato un
grand'uomo, di farsi amare dalla regina per farle dispetto.
Del conte Navaredo, il marito della contessa Elisa, Prandino non
soffriva gelosia: invece, quando si trovava con lui, era preso da una
gran soggezione.
Un giorno, che lo incontrò, facendo una visita, si sentì confuso,
impacciato, sconvolto, quasichè l'altro gli leggesse in fronte il
segreto dei suoi desideri e della sua passione.
Per fortuna di Prandino, il conte Navaredo morì presto di un accidente,
e non si potrebbe ridire la gioia dalla quale fu invaso alla notizia di
questo avvenimento il buon ragazzo, del resto così mansueto e delicato
di cuore, da scappar via dalla cucina inorridito quelle rare volte che
la contessa Orsolina poteva abbandonarsi al lusso di tirare il collo ad
un magro volatile.
Ma ben presto, appena finito il lutto grave, egli la scontò a caro
prezzo quella sua gioia cattiva. Ogni giorno, a Vicenza, si dava in
moglie la Contessa a qualche nuovo adoratore, e quelle chiacchiere
tormentavano, perseguitavano il povero Prandino, che arrossiva e
impallidiva tutto in una volta, con turbamenti strani e angosciosi.
Allora leggeva Leopardi, piangeva, e la chiamava Aspasia.... quasi che
lei ne avesse colpa! Più di ogni altro, poi, lo metteva fuori di sè un
capitano di cavalleria, un riccone, il marchese Del Mantico, che teneva
sempre dietro all'Elisa, come la sua ombra.
In tal modo, avvelenandosi senz'alcun costrutto l'esistenza e godendosi
con poco sugo delle gioie immaginarie, il nostro Prandino diventò a poco
a poco il conte Eriprando: ma l'ideale del ragazzo rimase pur sempre
l'amore e il dolore dell'uomo.
Aveva vent'anni, quando si fece presentare in casa Navaredo. Era goffo,
timido, impacciato; tutti lo deridevano senza pietà, e la Contessa più
di tutti. Solamente due anni dopo, quando il marchese Del Mantico fu
promosso a maggiore e cambiò reggimento, solamente allora il conte
Eriprando cominciò ad essere preso in considerazione, ed ebbe in regalo
la fotografia, _portrait-album_, con effetto di _chiaro di luna_.
Però egli lasciò correre del gran tempo, prima di spiegarsi intorno a'
suoi sentimenti. Non osava.
Tutti i giorni che si recava dalla Navaredo, giurava a sè stesso di
aprirle il cuore, di spiattellarle la sua brava dichiarazione; — ma
quando era là, gli mancava il coraggio e la parola e apriva la bocca
soltanto quand'era tornato via, per darsi del balordo, dell'imbecille e
della marmotta.
Egli non la lasciava mai, taceva molto e la guardava sempre. Qualche
volta la contessa Elisa, che aveva capito quanto foco covasse dentro per
lei quel bel giovanotto balbettante, confuso, timoroso, che le riempiva
la casa di amorini e perdeva tutto il giorno a dipingerle delle corone
da contessa sui ventagli, le scatole e il parasole, qualche volta si
godeva a metterlo alle strette; ma lui zitto, ammutoliva subito,
abbassava gli occhi e tutto rosso parea rannicchiarsi nel suo abito
nero, come una lumaca dentro al guscio.
Ma si sa bene, tira, tira, la corda si rompe.
Nell'autunno prima del viaggio di Venezia, il conte Eriprando era stato,
come il solito, invitato dal suo compare a passar un mesetto in
campagna: fortuna volle che la contessa Elisa prendesse appunto in
affitto un villino nelle vicinanze e.... sfido io! si vedevano sempre,
facevano delle lunghe passeggiate insieme, sedevano stanchi, soli.... e
senza alcun sospetto sotto l'ombra di un albero o fra i cespugli delle
giovani quercie, e accadde.... quello che da un pezzo doveva accadere.
Un giorno, ch'egli le avea detto a memoria il _Guado_ dello Stecchetti,
quando l'ebbe finito, colla scusa che questa poesia era carina tanto,
concluse dicendole che anche lei era bionda, bella e che lui l'amava,
che da molto tempo
“Glielo _voleva_ dire e non l'_osava_.„
Elisa lo ascoltò senza punto punto adirarsi; ma finse di non capire che
l'amico le parlasse sul serio.
Prandino allora ripetè l'assalto, anche più scopertamente; ma la
Contessa d'un tratto pareva avesse perduto il suo spirito, e continuava
a non capir nulla. Allora, quell'altro le disse, tremando, che le voleva
bene, e lei a rispondergli che mentiva: e il giovanotto a ripeterle
ch'era innamorato fin da quando, si può dire, era ancora un ragazzo e
che la pregava, la scongiurava d'esser buona, di lasciargli intendere
che anche lei non era insensibile e che di tutto quel gran bene gliene
ricambiava un zinzino.
— Eppoi?.... quand'anche glielo dicessi?.... A che pro?.... Tanto e
tanto, sarebbe sempre la stessa cosa.
L'Elisa disse queste parole lentamente, facendosi seria, quasi mesta,
alzando gli occhi al cielo con sospiri, con fremiti, che la scuotevano
tutta.
Prandino che, sparata la bomba, sentiva crescere il coraggio coll'odor
della polvere, le si fece più vicino e le prese le mani: ma lei non
volle, si ritrasse, si schermì, fe' forza per liberarsi dalle strette
del giovane; in fine, terminò col tagliare il male nel mezzo, e tirò via
una mano, l'altra abbandonando a quelle carezze insensate.
Ariberti, preso l'aire, parlava adesso per tutto il tempo che aveva
taciuto. Non le domandava che una parola, un segno, un indizio qualunque
che gli facesse capire ch'ella gli voleva un po' di bene.
— E dopo?.... Quand'anche glielo lasciassi intendere?.... Già sarebbe
sempre la stessa cosa.
E l'Ariberti ad insistere, a ripeterle che lo renderebbe l'uomo più
contento, più beato del mondo; ch'egli non le domandava la sua pace,
ch'egli non avrebbe turbato la sua quiete, la sua coscienza: ch'egli da
lei non voleva altro che un sorriso, che una parola, e dopo avrebbe
taciuto di nuovo, come taceva da tanti anni: ma che ne sarebbe stato
così lieto, così superbo, perchè era solamente un po' del suo cuore
ch'egli voleva ottenere, perchè egli desiderava soltanto di dominare ne'
suoi pensieri, perchè egli non aspirava se non al possesso dell'anima
sua, perchè l'amore ch'egli sentiva per lei, potente, appassionato, era
però alto, era però nobile e puro, come l'amianto che la fiamma purifica
e non consuma.
L'Elisa a tanta retorica, sempre con la testa china, sempre seria,
sempre mesta, cogli occhioni sempre fissi, immobili, quasi la tenesse
assorta l'idea d'un lontano pericolo, continuava a ripetere, come
ritornello:
— E poi?.... Quand'anche glielo lasciassi capire?.... A che pro?....
Sarebbe poi sempre la stessa cosa!....
Il giorno dopo pioveva, e la passeggiata non si potè fare.
Non tralasciarono però di vedersi. Il conte Eriprando andò a farle
visita e trovò la Contessa nel salotto terreno, che ricamava certe
strisce di panno, destinate col tempo a diventare, unite insieme, un
tappeto: ma che intanto si potevano paragonare alla famosa tela di
Penelope, non che per fatto loro avessero costretto nessuno ad
aspettare, ma perchè, invece, gli adoratori della Contessa, uno dopo
l'altro, dovevano tutti godersele sotto il naso, finchè durava l'amore.
Il salotto terreno, con un divano, un tavolino rustico e due o tre
seggiole di paglia in tutto, era una specie di sala di passaggio, con
due porte vetrate, l'una di faccia all'altra. La prima dava nel giardino
e avea di fronte un fitto capanno di mortella intrecciata colla vite
selvatica: la seconda metteva invece sul piccolo orticello della
villetta.
Era una giornata d'autunno, bigia, uniforme, senza uno spacco di cielo
fra quella tinta squallida, infinita, senza neanche il fantastico
rincorrersi delle nubi che si accavallano minacciose.... Era una
giornata bigia, uniforme, monotona.
La pioggia col suo susurro lento e continuo, in quel silenzio di ogni
anima viva, sembrava avesse isolato il salotto lontano dal mondo, fra i
riflessi del verde delle piante, dell'erba, delle foglie, fatto più cupo
dall'acqua che cadeva; quella pioggia, quella luce scialba, il lontano
brontolìo del tuono mettevano addosso una melanconia, una tristezza, che
rendeva più dolci e più desiderate le commozioni di una confidenza
intera e tranquilla.
— Sa?... non lo aspettava oggi, con questo tempaccio.
— Quando son partito da casa, sembrava che il cielo si rischiarasse!
— Davvero?
E la Contessa lo guardò in modo, che l'altro dovette arrossire. Gli era
sfuggita una goffaggine, e se ne accorse subito; ma, sempre, il primo
momento ch'egli si trovava con Elisa, provava un impaccio, una
soggezione, che non potea superare.
— Iersera, ho ricevuto una lettera da mia figlia.
— Buone nuove?
— Sì, buonissime.
— E laggiù come si trova?
La contessina Cecilia, la chiamavan così per un riguardo alla mamma,
aveva sposato l'avvocato D'Abalà, sotto-prefetto a Maremma.
— Non troppo bene, anzi finchè a mio genero non daranno un'altra
destinazione, fa conto di ritornare a star con me.
A questa notizia l'Ariberti sorrise; ma a denti stretti.
— Ci son dei saluti anche per lei.
— Grazie mille, Contessa.
L'Elisa, a questo punto, cercò nel cestino, ma invece della lettera di
sua figlia, le corse fra mani un'altra lettera. Accortasi dello sbaglio,
arrossì e, in fretta, se la cacciò nella tasca della veste.
Eriprando, che aveva scorto sulla busta lo stemma del marchese Del
Mantico, fece un muso così lungo tutto ad un tratto, in modo che la
Contessa non potè non accorgersene.
— Mi ha scritto anche il Del Mantico: e m'ha detto che, in settimana,
verrà a trovarmi.
Prandino impallidì.
— E.... lei.... che cosa gli ha risposto?
— Che lo vedrò molto volentieri.
Ariberti si sentì opprimere il petto dall'affanno. Volle parlare, ma non
potè dire due parole. Finalmente dopo un buon tratto che durava la scena
muta, si alzò e stese la mano alla Contessa per accomiatarsi.
— Va via?... Così presto?... E con questo tempaccio?...
— Ci son venuto anche coll'acqua.
— Ma allora, secondo lei, pareva che il cielo si rischiarasse.
E l'Elisa tornò a ridere fissandolo, con un riso ch'era tutto un'amabile
canzonatura.
Egli continuava sempre muto, sempre con tanto di muso a stenderle la
mano, la Contessa gliela strinse: poi, con una certa violenza, lo tirò
vicino, e se lo fece sedere sopra una seggiola accanto.
— Andiamo, da bravo, si consoli. — Oh!... Per me....
— Ho scritto a Del Mantico di non venire, perchè di giorno in giorno
aspetto mia figlia. È contento adesso?
Ariberti non lo volle dire, ma lo lasciò intendere anche troppo.
Tuttavia nelle sue notiziole la Contessa non era molto esatta. Era stata
lei a scrivere al maggiore di venirla a trovare, e il maggiore invece le
avea risposto che non veniva, con una lettera piuttosto fredduccia,
scusandosi coi soliti _affari di servizio_, e, se si deve dir proprio
tutto, questa lettera avea molto infastidita la contessa Navaredo.
— Dunque.... — e Prandino, che adesso ritrovava tutta la sua vivacità,
per il gran peso che si era levato da dosso, si tirò tanto vicino alla
Contessa, da toccarle le vesti colle ginocchia. — Dunque.... se gli ha
scritto così.... vorrebbe dire.... che un po' di bene me lo vuole?...
— Veramente, potrebbe anche non volere dir nulla di tutto questo!...
— La prego, la scongiuro, Contessa, mi dica che è stato per farmi un
piacere che gli ha scritto di non venire.
— Sì.... perchè mi siete amico e non voglio vedervi col muso lungo.
Elisa cominciava a trattarlo col _voi;_ ma bisogna compatirla, povera
signora. L'Ariberti, quando si metteva in orgasmo, era un gran bel
ragazzo, con quelle sue guance fresche, rosate, come una fanciulla; i
capelli neri, folti e spettinati; e poi, aveva delle mossettine, degli
atteggiamenti, certe arie da fanciullo viziato, che riuscivano molto
attraenti, specialmente per una donnetta come l'Elisa, che, adesso,
anche nell'amore, si godeva a fare un po' le parti della mamma:
“....perchè mi siete amico e non voglio vedervi col muso lungo.„
— Per questo solo?
— Sicuro!...
— Non vi credo. Gli avete scritto di non venire perchè.... perchè mi
volete un po' di bene.
— Torniamo da capo?
— Ve ne supplico, siate buona, non mi fate soffrire così. Già lo
capisco, lo vedo, lo sento che mi volete bene; dunque non siate cattiva,
ditemelo, mi volete bene, non è vero?
Elisa lasciò cadere il ricamo sulle ginocchia, e piegandosi un po',
fissò il giovane con un senso d'affetto pieno di compiacenza, che le
trapelava dagli occhi.
— Bambinone!
— Mi volete bene?...
— No!
A questo punto, per un perchè forse più patologico che psicologico, la
Contessa mutò d'un tratto. Da' suoi occhi si dileguò ogni espressione di
tenerezza; divenne seria, sembrò quasi irritata, si levò da sedere e
andò ad appoggiarsi, ritta, senza più dire una parola, alla vetrata che
metteva nel giardino.
L'altro, indispettito, si abbottonò l'abito nero, quello stesso che più
tardi fu rimesso a nuovo da mamma Orsolina per il viaggio di Venezia,
poi cominciò a dondolarsi sulla sua seggiola.
Stettero un pezzo così: lei, pensosa, immobile a guardar l'acqua che
cadeva; lui, tutto nervoso e sconvolto, a sfogare la stizza facendo
l'altalena.
Però, dopo qualche tempo, sebbene Ariberti non ne potesse proprio più,
fu la prima l'Elisa a parlare.
— Conte, conte! Venga qui.... Guardi com'è bello!
Di fuori, continuava a piovere; ma la pioggiolina s'era fatta più
minuta, il cielo più chiaro, e una larga striscia di sole faceva
brillare sulle foglie degli alberi e dei fiori, sui fili d'erba e sui
bianchi sassolini del giardino, le gocciole dell'acqua caduta, così che
parevano gemme, mentre di lontano, l'arcobaleno squarciava co' suoi
vivaci colori la tinta grigiastra, uniforme, disegnandosi largamente di
sotto a un gran lembo d'azzurro.
— Conte!... Venga qui!
Prandino si alzò, ma rimase affatto insensibile a tutte quelle bellezze
della natura.
— Perchè torna a trattarmi col _lei_ adesso?
— Oh che, forse non le ho sempre parlato in terza persona?
— Sempre no; e lei lo sa bene.
— Allora le domando scusa della libertà che mi son presa senza
accorgermene. Venga.... Venga con me: andiamo là, sotto il capanno.
L'Elisa, in mezzo a tutti quei profumi che la pioggia aveva sbattuti dai
prati e dalle aiuole, aspirando quelle sbuffate d'aria fresca,
frizzante, si sentì correre in tutto il corpo un senso di piacere, un
benessere, un'elasticità, una contentezza che le penetrava nell'anima,
come se quella giornataccia di autunno si fosse mutata in un bel giorno
di maggio, co' suoi fascini e colla sua salute. Allora, le saltò l'estro
di fare un po' la bambina, raccolse le vesti e si mosse per attraversare
il giardino, sotto l'acqua, così senza ombrello, colla testa scoperta e,
ridendo, invitò l'altro a seguirla.
— Venga, dunque, andiamo!
— Me lo dica in un altro modo....
— Ebbene, _venite!_ bambinone.
Ciò detto, senza aspettar la risposta, Elisa si pose a correre verso il
capanno, chiudendo gli occhi, gittando dei gridi, delle risate vibranti,
scotendosi e fremendo sotto quell'acquerugiola che la bagnava tutta.
Arrivata sotto il capanno, non aveva quasi di bagnato altro che gli
stivalini, sembrava che non fosse corsa, ma volata là dentro. Prandino,
invece, che le aveva tenuto dietro, era tutto inzaccherato. E ancora col
respiro affannoso, tornò daccapo per farsi dire s'ella lo amava, con
quell'insistenza ostinata e petulante, che alle donne non dispiace quasi
mai, e agli uomini giova quasi sempre.
— Ditelo che anche voi mi amate un po'... Già, il dirlo, non vi costa
nulla.
— Voi pensate che non mi costerebbe nulla?...
— Vi giuro; vi giuro sul mio onore.... Sarebbe sempre la stessa cosa.
Non era più lei, ora; era Prandino che ripeteva quell'antifona della
sera innanzi.
— No, no. È meglio non dir nulla; è più sicuro. Com'è carino, come si
sta bene qui sotto; non è vero?
E la Contessa, che voleva fingere anche con sè stessa d'aver vent'anni,
tornò a ridere, a ninnolarsi, stancandosi le dita per legare attorno al
capo il suo piccolo fazzolettino di trina.
La pioggia batteva, crepitava sulle foglie della vite e della mortella
con uno scroscio lento e continuo, ma di sotto però non ne cadea se non
qualche rara gocciola qua e là, che, ingrossata, si staccava dal fitto
tessuto del capanno.
— Che gusto a star qui sotto, non è vero, Conte?
La contessa Elisa riebbe allora uno dei suoi bei momenti. Ritornò per un
istante com'era dieci anni prima. La fatica di quella corsa le aveva
colorite le guancie, il brivido dell'acqua, l'allegrezza che si sentiva
intorno, l'amore caldo, appassionato di quel bel giovanotto bruno,
forte, sano, che, pauroso, tremava d'amore dinanzi a lei, tuttociò le
metteva addosso un brio, una lena, un calore che la faceva proprio
ritornar giovane per davvero.
Volendo staccare un piccolo fiorellino da un ramo di mortella, si bagnò
le mani e, alcune gocce, scosse dall'urto, le caddero sul viso. L'Elisa
ritornò a ridere, dopo un grido acuto, squillante.... e porse al giovane
le mani, perchè gliele asciugasse. Non lo poteva far da sè chè la sua
pezzuola se l'era legata attorno al capo.
Prandino arrossì.... prese una mano della Contessa, poi l'altra, e le
asciugò tutte due adagio, lentamente.
— Guardate qui, — fece lei quando l'altro ebbe finito, e gli mostrò la
goccia d'acqua che le rigava la faccia, chinandosi e allungando verso di
lui la sua testa incipriata.
A Prandino batteva il cuore violentemente, gli ronzavan le orecchie e
sudava tutto. Avrebbe voluto parlare, ma la voce gli si strozzava nella
gola: avrebbe voluto asciugar quella gocciola con un bacio, avrebbe
voluto stringersi l'Elisa al cuore, e lei, forse, non chiedeva di
meglio, ma non ebbe il coraggio di farlo o di tentarlo.
— Grazie, — diss'ella, quando il giovane, tremando l'ebbe toccata appena
sulla guancia colla cocca del fazzoletto.
— Se non sentiste qualche cosa per me, non mi terreste qui così.... così
vicino a voi.
— No; non sento nulla; non insistete; cominciate a seccarmi.
La Contessa disse tutto ciò con un'asprezza nervosa che contrastava col
buon umore e colla tenerezza di poco prima.
Ritornarono a tacere: Prandino questa volta era anche un po'
mortificato.
— Siete in collera?... — disse lei alla fine ritornando buona. — Via,
datemi la mano e facciamo la pace.
L'altro le si avvicinò; le due mani si strinsero; ma anche dopo la
stretta non si lasciarono.
— Perchè volermi far dire una cosa che già avete capito da un pezzo?
A queste parole dette con una lentezza piena di sentimento, chi lo
crederebbe? Prandino invece di consolarsi fu preso da uno strano
turbamento. Era una confessione che desiderava da tanti anni, che
aspettava da tanti giorni, eppure detta là, in quel luogo, in quel modo,
in quel momento, lo sorprese invece di commuoverlo, lo sgomentò invece
di consolarlo. L'idea di quello che avrebbe dovuto rispondere, di quello
che avrebbe dovuto fare lo impicciava. Tutto il suo sangue, così caldo,
così bollente, s'era raffreddato in un attimo.
— Ah! dunque è proprio vero, mio Dio? — e non trovò e non seppe dir
altro.
Elisa, ch'era vicinissima a lui, gli appoggiò la testa sul petto, poi
gli si piegò addosso, stanca, quasi priva di forze, colle braccia
abbandonate, chiudendo gli occhi, palpitando, traendo dal seno ricolmo
lunghi e grossi sospiri.
Egli si guardò attorno.... incerto, timoroso. Capiva che avrebbe dovuto
essere ardito; ma non l'osava. Invece la baciò appena, leggermente, sui
capelli, e le disse piano, con la voce strozzata:
— Sarà sempre la stessa cosa, ve lo prometto.
Elisa ebbe un nuovo fremito, lo strinse lei al cuore, con una stretta
nervosa, convulsa: l'altro mantenne la data parola.
Imbruniva; la pioggia ritornava a cader giù fitta fitta, e anche il
capanno cominciava a gocciolare da tutte le parti.
La contessa Elisa socchiuse gli occhi, come se si destasse allora, poi
si rizzò e:
— Grazie, — gli disse lentamente.
— Addio.... Contessa!
— Andate via?
— Sì.
— Perchè?... con questa pioggia?
— È meglio, Contessa.... lasciatemi andar via.... altrimenti....
Credetelo, è meglio che me ne vada. Addio.
La Contessa gli sorrise dolcemente, ma lo lasciò partire.
L'Ariberti, quasi di corsa, penetrò nel salotto, prese il cappello,
l'ombrello, poi ne uscì di nuovo e senza nemmeno salutare un'ultima
volta l'Elisa, senza nemmeno guardare dalla sua parte, si dileguò
nell'ombra della sera che, di mano in mano, si faceva sempre più densa e
più profonda.
CAPITOLO IV.
L'arcobaleno mantenne le sue promesse: dopo una giornataccia e tutta una
notte scura e piovosa, ne uscì uno splendido mattino pieno di sole,
d'aria e di colori.
La contessa Elisa si destò che già la piccola cameretta era inondata di
luce, e, sedotta dalla larga striscia di sole che rigando il coltrone di
seta gialla damascato ne sollevava un via vai di pulviscoli dorati,
folleggianti fra loro, come torme d'insetti che s'inseguano, volle
alzarsi, volle scendere all'aperto, per respirare anch'essa in mezzo a
quel giocondo e allegro sereno della campagna, che la chiamava a sè
dalle finestre spalancate.
Nulladimeno, non si potrebbe dire che appena balzata giù dal letto,
uscisse subito dalla camera, oh! no, tutt'altro! Ella si vestì, si
acconciò colla solita cura paziente e diligente. Si oscurò le
sopracciglia, con due tocchi leggerissimi di pennello: lisciò, ammorbidì
le guancie con una certa manteca, sulla quale poi fece correre varie
volte il piumino della cipria. Specialmente attorno alle narici, che
aveva un pochino enfiate, e dentro le occhiaie, furono minuziose quelle
sue cure.
Dopo si diè il rossetto alle labbra, e, quantunque volesse sembrare
spettinata, tuttavia non le costò poco tempo nè poco lavoro, l'artistico
disordine dei capelli. Sulla veste, indossò un lungo mantello a doppio
bavero, che nascondeva, o almeno dissimulava abbastanza bene, la fatale
e inesorabile pinguedine, e finalmente attorno alle tese del cappello,
puntò un velo fitto fitto, color caffè, di sotto al quale il suo volto,
così accomodato e mezzo nascosto, appariva soffuso di una freschezza
incantevole.
Tutto quell'abbigliamento diceva chiaro che la Contessa voleva uscire a
passeggiar fuori della villetta, e difatti, appena scesa attraversò il
giardino, passò il cancello e s'inoltrò in una stradicciola dritta,
lunga, ombrosa, fiancheggiata da due rivi d'acqua limpida, sui cui
margini verdeggianti ella si fermava qua e là per raccogliere stupide
margherite e sentimentali “non ti scordar di me.„
Quando fu al termine della stradetta, udì un'allegria confusa e varia di
fringuelli, di cingallegre, di passeri e di merli, che cantavano
tutt'insieme. Lì, a dritta, poco discosto, dopo un prato tutto verde e
un campo di terra nuda sparsa di sanali, c'era il paretaio, dove
l'Ariberti, ogni mattina, andava a uccellare per conto del suo compare.
La contessa Elisa lo sapeva e per questo appunto girò a destra,
sollevando un po' la veste colle due mani e tuffando arditamente, fra le
erbe umide del prato, i suoi stivaletti di pelle lucida.
Il casotto del paretaio era tutto coperto da rami di pino selvatico e da
fronde rampicanti, disposte in modo da nascondere quel luogo d'insidie.
Le reti appese in giro, pendevan giù, da lunghi filari d'alberi d'ogni
specie. Il mandorlo intrecciava i suoi rami con un giovine carpine ed il
pero col sicomoro. I poveri uccellini avevan là, davvero, una ricchezza
funesta di seduzioni!... Ma dopo quelle seduzioni sulla fronda cara che
rammenta il nido, sul tronco amico che ricorda il primo volo, sotto le
foglie e tra gli stessi fremiti della brezza che accompagnò i primi
gorgheggi del loro amore, trovavano l'agonia e la morte!... Poveri
augelletti!... Oh! mille volte più fortunata l'allodola che rimane
uccisa da un colpo improvviso e tonante come la folgore, lontana dalle
native pianure, in mezzo alla deserta infinità dello spazio!...
La contessa Elisa era giunta a pochi passi dal casotto e si godeva tutta
tra quei gorgheggi, in mezzo a quella verzura folta, ricreata dall'aria
fresca del mattino.
— Conte Eriprando! — gridò dopo un poco che era là rimasta ferma a
guardare, — conte Eriprando!... Si può venire avanti!?...
A risponderle uscì dal casotto un contadinello che serviva il Conte
facendogli da uccellatore. Questi, senza parlare, con una mano le fe'
cenno di non muoversi dal posto: poi si chinò e, nascondendosi mezzo
dentro e pur rimanendo mezzo fuori dall'usciolo, attento attento,
fissava l'occhio su due tordi che si avvicinavano saltellando fra i rami
del paretaio, finchè d'improvviso, essi volando di traverso, piombarono
nelle reti, dove invano si dibattevano tra quei fili, che per le lor
forze pareano di ferro, con degli scrolli matti, furiosi, disperati.
L'uccellatore con un urlo d'allegrezza, corse calpestando le aiuole
seminate, ed era già là per ghermirli, quando la Contessa pregò
Prandino, che in due salti l'aveva raggiunta, di lasciarglieli veder
vivi nella rete.
— Giacomo! lascia stare! — gridò il Conte all'uccellatore, che obbedì di
mala voglia.
L'Elisa e l'Ariberti, lo raggiunsero presto e si trovarono anche loro
due dinanzi alle vittime spaurite.
— Oh! come son carini, come sono bellini, poverini! — esclamò l'Elisa
vezzeggiandoli con tutte le moine e i diminutivi coi quali si godeva
darsi delle arie bambinesche.
— Vuole che li serbi vivi per lei, Contessa?
— Oh! no: tanto non camperebbero.
Giacomo, appena udite queste parole non aspettò di più; e colle sue
ditacce, schiacciò loro la testa, un dopo l'altro, con due colpi lesti,
sicuri.
Dibatterono l'ali un'ultima volta, ed erano già morti.
L'Elisa diè in un grido acuto, mentre i suoi occhi si gonfiarono di
lagrime.
— Perchè hai fatto a quel modo, villano?
E il Conte, irritato, aggiustò a Giacomo uno scapaccione così forte che
gli mandò il cappellaccio a rotolare lontano.
— Dio mio, poverini! che senso m'han fatto....
L'Elisa, così dicendo, stringeva, chiudendoli, gli occhi, e si premeva
le mani sul cuore che le palpitava.
Tutti e due rimasero tristi e silenziosi. Il villano, sconcertato, si
grattò la nuca, poi, dopo di essere corso a raccogliere il cappello,
ritornò lì per accomodare, con due strappate di mano, le bisacce della
rete.
— .... Andiamo un po' all'ombra, nel casotto? — domandò Prandino alla
Contessa, con la voce che gli tremava e il cuore che gli batteva forte.
— Andiamo.
E l'Elisa, di nuovo, sollevando un po' le sue vesti, fu la prima a
muoversi nella direzione indicata, sempre triste, sempre silenziosa,
saltellando leggermente per schivare le pozze fangose della viottolina.
Il nostro giovanotto, dopo le conversazioni del giorno innanzi, si
aspettava qualche cosa da parte della contessa Navaredo: o una lettera,
o un libro con un fiore, oppure un invito a colazione.
La contessa Elisa non usava chiamar gente a desinare, perchè i pranzi
impegnano troppo, ma dava invece, di tanto in tanto, qualche
colazioncina intima (erano sempre in due a tavola, compresa la padrona
di casa) per la quale, più che la cameriera, la Beppa, che serviva da
cuoca, lavorava il contadino che, essendo anche giardiniere, riempiva la
mensa di fiori e di semprevivi.
Ma sebbene qualche cosa si aspettasse, tuttavia quella visita della
Contessa, a quell'ora, in quel luogo, superava qualunque speranza avesse
osato vagheggiare.
Erano i _castelli in aria_ della sua adolescenza, fantasticati tutte le
domeniche in Duomo, durante la messa delle dieci, che si avveravano coi
loro più splendidi miraggi, divenuti realtà.
Camminando adagio adagio, egli la guardava amorosamente muoversi lesta,
elegante, dinanzi a lui; e allora il piedino perfetto e, più su, la
gamba rotonda, coperta da una calza finissima di seta rossa, che le
vesti, nel sollevarsi, scoprivano di più a ogni passo, a ogni saltello;
e allora, il profumo della cipria _aux fleurs de lys de kachemyr_, che a
sbuffate gli saliva al naso; e allora quegli alberi che si movevano ai
lunghi soffi della brezza mattutina quel verde grondante di rugiada,
quell'erba luccicante, quel sole così limpido, quell'aria fresca e sana,
quella solitudine sicura, in mezzo a tutto quel vasto silenzio, solo
interrotto dal canto alto degli uccelli, gli facevano battere il cuore
con una contentezza infinita, gli facevano correre nel sangue nuove
ebbrezze voluttuose.
Quand'erano già vicini al casotto, s'accorse che Giacomo gli teneva
dietro: Ariberti si voltò a dirgli:
— Adesso non ho bisogno di te; va' pure a fare la tua merenda.
— Grazie, signor Conte.
Il villano gli fece dietro alle spalle una smorfia da scimmia, poi
infilò un'altra viottola, passò dall'uccelliera a prendersi la sporta
col suo desinare, e a un mezzo tiro di fucile all'incirca dalla ragnaia
si sedette sopra l'erba folta della riva che divideva il campo vicino
dal paretaio. Di tanto in tanto, fra un boccone e l'altro di polenta, il
ragazzaccio però tornava a grattarsi la nuca e a fissare il casotto con
certe mossacce maligne.
Là dentro, in quella tana angusta, oscura, dove il sole penetrava appena
con qualche striscia minuta, con qualche punto luccicante, dagli
spiragli invisibili, sparsi in quel fitto congegno di fronde, di tronchi
d'albero e di stuoie, Elisa e Ariberti, tutti due vicini, tutti due
seduti sopra una panchina corta, ristretta, avevano già ricominciato a
discorrere d'amore.
— Che cosa avete pensato di me, iersera?
— Che siete molto buono.
— Troppo forse?
— Oh! No!.... Vi voleva bene prima.... ma adesso ve ne voglio anche più.
Prandino l'aiutò a levarsi il cappello che posò sopra un trespolo ch'era
lì presso: poi tornò a sedersi sulla panchina con lei, che in quella
oscurità non ci perdeva nulla, anche senza velo.
— Perchè non dite _te ne voglio_ anche più?
— Perchè non son buona, perchè non mi piace. E poi, guardate, non ho mai
dato del tu a nessuno.
— Nemmeno a vostro marito?
— Con mio marito si sa bene; ma era un'altra cosa!
E l'Elisa si strinse un po' nelle spalle, infastidita da quella domanda
molto ingenua di Prandino.
— È curioso però il vostro modo di voler bene.
— Sta a vedere, adesso, che l'amore consisterà nel dare del lei, del voi
o del tu!
— Non in questo solo, ma....
— Ma in che cosa?
— Voi siete cattiva anche.... anche in tutto il resto.
Lei lo guardò fisso perchè non capiva, e lui la guardò fissa per farsi
capire: ma poi, siccome l'altra continuava a non voler intendere,
Ariberti, per ispiegarsi, col braccio le circondò la vita, e sporse le
labbra, avvicinandosi per darle un bacio.
Elisa si ritrasse con tanta vivacità che, quasi, cadeva giù dallo
sgabello.
— La prego, Conte, non mi faccia pentire della fiducia che ho avuta.
— Perdoni, Contessa; perdoni! Già, io doveva saperlo ch'ella non sente
nulla per me!
E Prandino, secondo il solito, mettendo subito il muso, sciolse dal suo
abbraccio la vita della Contessa, e cogli occhi fissi fuori dalla
piccola finestrella del casotto, sembrò volesse rimanere da allora in
poi tutto intento alla caccia.
— Vedete come siete? Perchè non si vuol fare in tutto a modo vostro,
fate il broncio e diventate sgarbato. Andate là, che anche voi avete un
modo curioso di voler bene!....
Quell'_anche voi_ urtò i nervi a Prandino, che però non si mosse e
continuò a spiare dalla finestretta.
In quel punto due fringuelli spionciando allegramente e saltellando sui
rami, tra le fronde della ragnaia, sembrava da un momento all'altro
volessero scender giù nel mezzo del boschetto, attratti dagli inviti
degli allettaioli.
Ariberti, non appena li vide, fece subito svolazzar gli zimbelli; poi,
sollecito, allungò le mani sulla corda dello spauracchio.
Poveri uccelletti! Un colpo, una tirata sola e erano presi.
Elisa li avea scorti molto prima che li vedesse il Conte; ma aveva
taciuto, sperando gli passassero davanti senza che se ne accorgesse.
Ella si era sentita stringere il cuore per essi; se li figurava già
colla loro testina schiacciata fra le ditacce di Giacomo e, buona,
sensibile com'era di cuore, volle salvarli. Pensò di chiedere a Prandino
la grazia della loro vita, ma Prandino in quel punto aveva una faccia
così feroce....
— Perchè siete in collera, Conte? — gli chiese allora come per provare a
distogliere l'attenzione del giovanotto da quel nuovo agguato.
Ma Prandino era un cacciatore di prim'ordine e nella presa ci metteva
molto amor proprio, per cui non le badava affatto, e rimase invece tutto
fisso, immobile, ad aspettare il momento buono di tentare il colpo.
— Perchè siete in collera, Conte?
I fringuelli, fatti due o tre voli capricciosi, adesso eran piombati fra
le aiuole traditrici, e, senza alcun sospetto, poveri innocenti,
beccavano il miglio sparso là intorno, per gli zimbelli.
Bisognava tirare lo spauracchio ed eran subito presi....
Prandino difatti, ne aveva già afferrata la corda e puntandosi
fortemente co' piedi, stava per dare l'urto alla strappata, quando la
Contessa, visto che non c'era altro scampo, appoggiò sulle mani di lui
le sue manine grassocce, calde, vellutate, e piano piano gli susurrò
all'orecchio:
— Perchè _sei_ in collera, adesso?....
Prandino si lasciò sfuggire la corda.... si voltò....
I fringuelli erano salvi.
La buona Elisa gli aveva appoggiata sulla spalla la testa profumata.
Egli la guardò con uno sguardo lungo, tenerissimo, colmo d'amore e di
passione: Elisa aveva chiusi gli occhi e sorrideva a fior di labbro.
Come la sera innanzi egli allora la baciò sui capelli; poi,
d'improvviso, stringendosela al cuore con una stretta convulsa, la baciò
e la ribaciò sulla bocca, cosa che la sera innanzi non aveva avuto il
coraggio di fare.
Intanto i due uccelletti eran rimasti liberi e padroni del campo.
Volavano a capriccio, dalle aiuole fiorite alle frondi verdi della
siepe; poi battendo l'ali tornavan giù a bere l'acqua e a diguazzarsi
nel bagnatoio degli zimbelli.
Nessuno al mondo pensava più di fare ad essi alcun male.
Giacomo, appena li aveva notati, s'era levato lui, mezzo da sedere,
aspettando che dal casotto venisse data la tirata. Ma nel casotto
sembrava che tutti fossero morti o, per lo meno, addormentati. Allora il
villano die' in una grande sghignazzata, si strinse nelle spalle e si
buttò a svoltolarsi, come un puledro, fra l'erba umida della riva.
Dei soffi d'aria leggeri correano sfiorando la terra, piegando le
foglioline dell'erba, facendo stormire le fronde spesse delle siepi;
lunghe ondate di profumo vagavano nell'aria, e qua e là qualche
ranocchio che si godeva il sole sull'orlo del fossato univa di tratto in
tratto, il suo gracidare monotono, ai canti acuti, squillanti, stonati
che uscivano dall'uccelliera.
Giacomo, supino, stette là lungamente a beversi in un assopimento stanco
quella luce calda e snervante; ma poi quel grande barbaglio del sole lo
accecò e allora stirandosi e sbadigliando, si tirò giù, sulla faccia
rosolata, il cappellaccio nero, bisunto e sformato.
I fringuelli continuavano intanto a godersi lietamente tutta quella
pastura. Eran tornati a rivolare sulla siepe e dalla siepe al boschetto,
e dal boschetto alle aiuole, e adesso salterellavano tutti e due sul
tetto del casotto.
S'inseguivano, si sfuggivano, poi ritornavano ad accoppiarsi per scappar
via un'altra volta, ma sempre continuando a pigolare, con dei gorgheggi,
ch'erano le note più dolci del loro linguaggio.
Dal tetto, vispi, pettegoli, curiosi, scesero in cerca di becchime fra
le fronde secche delle pareti, poi, temerari, vennero a posar proprio,
bezzicandosi, sulla corda dello spauracchio ch'era là distesa,
abbandonata e, dopo, tutti e due vicini vicini, pigolando sempre,
s'inseguirono fino sull'assicella del finestrino: ma allora ci fu
qualche cosa che li impaurì all'improvviso, perchè d'un tratto volarono
via, spionciando spaventati e andarono dritti dritti, a cader giù
perdendosi nei campi lontani.
CAPITOLO V.
Quello fu per il conte Eriprando degli Ariberti il più bel giorno della
sua vita; e quando, verso le dieci, la Contessa lo licenziò con un
ultimo sfogo di moine, egli era stanco, affranto, da quella sua grande
felicità, e sentiva proprio il bisogno di esser solo, di andar lontano
anche dalla donna ch'egli adorava, per raccogliersi a pensare, a
misurare, a comprendere la nuova e immensa beatitudine che lo stordiva.
Venne quasi l'alba prima ch'egli potesse addormentarsi. Tutta notte
s'era voltato e rivoltato nel letto, col cuore gonfio, in preda a una
contentezza, a una smania nervosa, che lo teneva desto, agitato.
È proprio vero: la felicità dà le stesse inquietudini, le stesse
angosce, quasi, del dolore, ed è anche proprio vero che, come bisogna
abituarsi alle disgrazie per sopportarle, così bisogna anche abituarci
alla felicità per saperla godere.
Nemmeno la contessa Elisa dormì subito; non già ch'ella pure avesse
inquietudini in cuore, ma perchè aspettò del tempo prima di andare a
letto. Però la Beppa, ch'era una dormigliona rabbiosa e che, quand'erano
sonate le dieci, tutta raggomitolata sopra una sedia, vicina al fuoco,
in cucina, non faceva altro che brontolare fra un pisolo e l'altro,
quella sera non ebbe occasione di lamentarsi. Elisa la mandò a dormire
subito, dicendole che si sarebbe spogliata da sè, perchè prima aveva da
scrivere delle lettere.
Difatti, ne scrisse una, corta corta, alla contessina D'Abalà, e
quest'altra che segue, piuttosto lunga, per il maggiore Del Mantico:
“_Caro marchese_,
“Oggi ho avuto una giornata molto splenetica, e vi confesserò, con tutto
il candore, che ne è proprio stata causa la vostra lettera, dalla quale
traspariva, fra le linee, una freddezza per me incomprensibile e anche
_choquante_ in qualche punto.
“Perchè non venite?.... _Gli affari di servizio_.... Oh! sono molto
comodi gli affari di servizio, quando mancano pretesti.
“_A quelque chose malheur est bon_, e anche le _grandi manovre_ servono
bene per ischivare delle visite seccanti. Non è vero, caro marchese?....
“Io, però, siccome non ho nessun _regret_ nella mia coscienza, così vivo
tranquilla, almeno per questo riguardo, e dimentico il presente,
spaziando, come in un sogno, nelle rimembranze di un dolce e tenero
_trascorso_.
“Anche oggi ho avuto la visita del conte Eriprando degli Ariberti.
Povero _bébé!_ Egli mi ama davvero e vorrebbe farmi sua moglie. In ogni
modo, senza interrogare il mio cuore, la realtà della vita vi si oppone.
L'ho mandato via, adesso, per iscrivere a voi, e penso di chiamare mia
figlia presso di me, perchè il mondo è così maligno, e le assiduità del
Contino, essendo io qui tutta sola, potrebbero venire interpretate
_equivocamente_.
“Del resto, io lo vedo proprio con dispiacere soffrir tanto, povero
giovane! ma non gli ho nascosto che rinchiudo tali ricordi nella mia
anima, che mi darebbero sempre molto a pensare prima di legarmi a un
altro. La poesia, che da lontano mi sfiora l'anima col suo dolce
profumo, _paralizza_ ogni palpito del cuor mio.
“Però confortatevi, caro marchese; se io vivo del passato, ciò non vi
deve punto _allarmare_. Ho dello spirito, me lo avete detto anche voi, e
ne uso a beneficio degli amici, per ricordare delle loro promesse quelle
soltanto che loro stessi rammentano senza pentimenti.
“E ciò sia detto _en passant_, anche per la visita che volevate farmi
qui in villa, e che le _grandi manovre_ hanno _rimandata_, pare, ad un
tempo indefinito.
“E quella mia figlia che mi secca sempre perchè vuole ad ogni costo che
io mi rimariti?!.... Da ciò solamente dovrei arguire che l'avvocato
D'Abalà le rende molto felice l'esistenza.
“L'Ariberti ha visto stamattina nel mio cestino la vostra lettera. Deve
certo aver indovinato dalla busta ch'era vostra, perchè è diventato
rosso come un gambero e poi è scappato subito via, tutto sconvolto,
senza quasi nemmeno salutarmi.
“Pensate a me e, se non altro, _non siate oblioso_ di qualche _souvenir_
che del tutto ancora non può riuscirvi ingrato. Credete che io
conserverò sempre a _riguardo_ vostro, dell'affezione leale e sincera,
anche perchè il giorno nel quale cessasse questo mio vivo
_interessamento_, quel giorno potrebbe cominciar la coscienza a farmi
dei rimproveri e dei _rimarchi ben_ severi.
“Chi ama dimentica....
“Chi cessa d'amare ricorda.... ed io non posso, ed io non voglio
ricordare, e perciò domanderò uno stordimento benefico anche alle ceneri
dell'amore, ed alla poesia soave delle memorie.
“Vi dò la mia mano da baciare. Una volta la baciavate inginocchiandovi
come dinanzi ad una regina; oggi stringetela pure senza complimenti,
come ad un buon camerata.
“_Bienheureuse la femme qui après l'amour laisse épanouir les parfums de
l'amitié_.
“_Après l'amour!_.... Ma mi avete amata, voi, caro marchese?
“_Sans adieu, et sans rancune_.
“ELISA NAVAREDO.„
Piegò la lettera, la chiuse nella busta, vi fece l'indirizzo e la lasciò
là, sul tavolino, vicino a quell'altra, scritta per la contessina
Cecilia.
Gli affari erano terminati e poteva concedersi il meritato riposo,
perchè anche lei era un po' stanca ed aveva sonno.
Però, come nell'abbigliarsi al mattino, così anche nello svestirsi la
sera, ella aveva mille cosucce da sbrigare.
Liberatasi dalle vesti e rimasta in sottanino, cominciò dal levare le
ciocche dei riccioli finti che aveva intrecciate, e il crespo che avea
nascosto nei capelli. Poi sulla fronte e di dietro sul collo, fece lesta
lesta, alcune ciambelle coi capelli corti, che schiacciò fra certi
diavolini di seta nera, unti e bisunti. Sulla faccia, lentamente, si
spalmò una pomata scura, che si asciugò dopo con un pannicello di lana.
Attorno alle narici avea la pelle più rossa del solito, e avea le labbra
molto più rovinate; però quella sera, ricorse al rimedio più efficace:
da un cassettino della toletta, sotto lo specchio, prese il fondo di una
candela di sego, che vi era involtata in un pezzo di giornale, lo
riscaldò, lo fece gocciolare al calore della lucerna, e, con quello, si
unse ben bene il naso e le labbra. Finita anche questa operazione, sturò
una bottiglietta di glicerina, se ne versò tanto del liquido in una mano
quanto ne poteva contenere, e così continuò per un pezzo a fregarle
tutt'e due l'una coll'altra, come se fosse dietro a lavarsele, e senza
asciugarle, infilò un paio di guanti sudici, che una volta doveano
essere stati bianchi, ma che adesso erano gialli dall'unto. Fatto tutto
ciò, si avvicinò al letto e finì di spogliarsi; ma quando si levò
l'ultima sottana e rimase in fascetta e in camicia, qualche cosa di
ruvido le scivolò giù tra le gambe.... Era un ramoscello d'edera che,
prima di uscire dal casotto, appoggiata mollemente al braccio di
Prandino, aveva strappato dalla breve fessura della finestrella e che si
era nascosto nel seno. Elisa guardò per terra, lo vide.... ma forse non
lo riconobbe, perchè lo cacciò dispettosamente sotto il letto colla
punta della babbuccia, mentre, per causa del freddo che l'era venuto
addosso, s'ebbe un colpo di tossaccia grassa, che fece tremare tutta
quella sua carne che, così disciolta com'era, dal busto e dalle altre
vesti, l'avrebbe fatta apparire a chi l'avesse vista, ancor più pingue e
sformata.... Ma per fortuna non c'era alcun occhio indiscreto!
CAPITOLO VI.
Il treno-_omnibus_ da Vicenza per Venezia parte alle 12,27, ma alle 11 e
mezzo il conte Eriprando degli Ariberti giungeva in carrozzella alla
stazione.
Aveva la faccia scura. Mamma Orsolina, nell'abbracciarlo, era scoppiata
in un dirotto pianto, e nemmeno le celie della Luciana valsero a
dissipare in lui l'impressione affettuosamente melanconica di quel
distacco.
Smontò, pagò il vetturino che brontolò sulla mancia, consegnò la
valigia, prese un biglietto di _prima classe_, che infilò in bella
mostra sotto il nastro del pioppino, e, con un gran sussiego, si pose a
passeggiare sul piazzale, fuori della stazione, aspettando che _lord
Palmerston_ gli conducesse l'Elisa e la Contessina.
Intanto, mentre girava l'occhio per osservare se il suo biglietto verde
era notato con rispetto da quelli che viaggiavano in _seconda_, col
fazzoletto si spazzolava la polvere dal vestito nero, e, mentalmente,
rifaceva quei benedetti conti: fra il biglietto, la vettura e il
bagaglio, aveva già speso undici lire. Non gliene rimanevano più altro
che dugento sessantanove. Eran pochine!... Già, per far le cose ammodo,
gli sarebbero occorse trecento lire nette da poter spendere a Venezia,
senza doverle intaccare per il viaggio.
Era ancora immerso in questi calcoli, quando _lord Palmerston_, che, col
suo _traino_ misurato, scalpitava forte sulle pietre con un _cioc ciac_
tutto particolare, gli fe' battere il cuore e alzare la testa.
Non si era ingannato: era proprio la carrozza di casa Navaredo.
Prandino, diventando rosso, corse allo sportello e lo aperse. Gegio,
subito gli saltò addosso, e, siccome aveva mangiato delle ciliegie e ne
aveva ancora le manine sporche, così gli lasciò l'impronta delle dita
sui polsini della camicia.
Lesta lesta discese poi la contessa Elisa, coperta fin sotto al mento,
da uno spolverino d'_orleans_ color piombo, con un cappello di paglia
scura, che le veniva giù sugli occhi, e una veletta fitta, bigia, che le
girava attorno al collo e le nascondeva bene la faccia.
La contessina Cecilia, su per giù vestita come sua madre (già per lo
più, era la Beppa la sarta di tutte due) fu l'ultima a muoversi, e,
messo un piede sul predellino, prima di toccar terra, si appoggiò tutta
alla mano del giovanotto, perchè, come al solito, anche allora, la
Contessina era, per dir la cosa più pulitamente che si può, _in istato
interessante_.
— Ha preso i biglietti? — chiese subito costei, appena scesa di
carrozza, colla sua vocina fessa, col suo piglio rabbioso, al povero
Prando, intimidito tanto da non sapere come dirle di no.
— Ma, veramente, aspettava....
— Che cosa aspettava? Che li prendessi io anche per lei? Non sa forse
che andiamo a Venezia? Intanto, non vede? allo sportello c'è già la
gente accalcata e noi dovremo star qui ferme impalate, chissà per quanto
tempo!
— La Contessa può accomodarsi nelle _sale di aspetto_, — disse uno dei
facchini che aveva tirati giù dalla vettura il baule e le sacche da
viaggio.
Ma la Cecilia non ne volle sapere, tutta scalmanata a correre intorno,
dondolandosi in quello stato, a contare le sacche, le cassette, le
scatole, le cappelliere, se c'erano tutte e a sorvegliare quelle che si
dovevano consegnare, e quelle da tenersi in mano. Gridava, smaniava,
dava in escandescenze per un nonnulla.
Voleva essere subito sbrigata, su due piedi, come se al mondo non ci
fosse stata che lei da servire; faceva un casa del diavolo per le cose
più semplici, era malcontenta di tutto, sospettava che tutti, e
specialmente il Governo, la volessero frodare, tirava le orecchie a
Gegio, brontolava con sua madre, perchè non sapeva farsi ubbidire, e
ogni cinque minuti concludeva dicendo che se ci fosse stato là suo
marito, la tale e tal'altra cosa non sarebbe successa.
E così arrovellandosi anche per un'inezia, la sua faccia d'un bianco
giallo da linfatica, grassa, rotonda, col naso minuto, a punta, le
labbra sottili, le sopracciglia spelacchiate, s'infocava tanto sugli
zigomi, da diventare violacea, mentre in quei momenti i suoi occhietti
bigi guardavano losco.
La Cecilia, fin dalla nascita, era stata la croce, e una croce molto
pesante, degli adoratori della contessa Navaredo. Anzi, si può giurare
senz'altro, che, se qualcuno avesse commesso (per modo di dire) qualche
peccatuzzo colla mamma, la figliola ci avrebbe pensato lei a dargliene
la penitenza.
Da bambina, per farla tacere, e per farla andar via, ci volevano i
confettini, le bambole mute e parlanti, i cestini da lavoro, le cucine
di stagno e le strade ferrate d'ottone. Però, se i vostri regali non le
davano nel genio, stava là con tanto di muso, senza moversi, a farvi
degli sgarbi: ma se invece le piacevano troppo, allora non vi lasciava
più, vi era sempre addosso, e vi prendeva a voler bene con un amore
seccantissimo che vi dimostrava pestandovi i piedi, saltandovi sulle
ginocchia, baciucchiandovi colla bocca umida e impiastricciata di dolci,
e sciupandovi la cravatta coi suoi ditini, ch'erano stati un po'
dappertutto.
Grandicella, era maliziosa come uno scimmiotto e s'innamorava lei degli
adoratori di sua madre, che generalmente se la cavavano coll'arricchire
alla Contessina gli _album_ dei francobolli, col regalarle libri morali,
fiori, gingilli, coll'ammirare i suoi dipinti, col deliziarsi alle sue
sonatine di pianoforte, col giurare che avrebbe avuto una bellissima
voce anche pel canto, e col dir male di tutte le ragazze che si
maritavano, e, peggio ancora, dei giovanotti che le sposavano. Ma ce ne
fu uno, più minchione degli altri, il sottoprefetto D'Abalà che avendo
tentato inutilmente tutti gli espedienti per piacere alla mamma, e
volendo proprio piacerle a ogni costo, chiuse gli occhi e si prese la
figliuola.
Tutti respirarono, tranne, s'intende, il sottoprefetto; ma tutti per
poco. Delle sue pene ella faceva soffrire un po' ogni conoscente.
Il sigaro le faceva male, gli odori delle essenze peggio, se parlavate
forte, le doleva la testa, se parlavate piano, dicevate male di lei.
Ogni mese dovevate correre in traccia di un medico nuovo per un nuovo
consulto, ad ogni parto andare in traccia di una nutrice forte, sana,
robusta, non bella, perchè era gelosa, e di poca spesa. Ogni giorno poi,
bisognava cercarle una cuoca o una cameriera, perchè, da lei ci
restavano tutt'al più una settimana corta corta, e poi scappavano via
come se avessero avuto il fuoco alle calcagna.
Nei vostri discorsi dovevate sempre alludere al ministro dell'Interno
per protestare che era un asino, perchè non rendeva giustizia ai meriti
dell'avvocato D'Abalà. Dovevate confessare che tutte le donne erano
brutte, dichiarare che quello di far figliuoli era un gran merito e
ammettere che il sottoprefetto era più bello, più buono, più forte e più
intelligente di voi.
— Dunque? Ha preso questi biglietti? — chiese la Cecilia a Prandino,
quando lo vide venir via dallo sportello.
— Eccoli, Contessina. Per lei, per la Contessa e mezzo per Gegio.
— Come?! Gegio ha tre anni e gli devo prendere il mezzo biglietto? Se
per Gegio non ho mai pagato nulla?... Ma lei s'è fatto imbrogliare!...
Ma lei non sa viaggiare!... Ma lei è rimasto sempre in un baule!...
Faccia, faccia il piacere, la _vadi_ e glielo dia indietro!
— Ma....
— Che cosa, ma?
— Ma adesso, voleva dire.... che non.... che una volta staccato non lo
riprendono più.
— No? E allora? Che cosa me ne devo fare? La _vadi_, la _vadi_, si
faccia sentire e non si lasci canzonare in questo modo. Sicuro, santo
Dio, che con quella faccia sbalordita.... pare sempre addormentato.
Gliela farebbe sotto il naso anche un santo, gliela farebbe. Ah! se ci
fosse mio marito.... con lui, glielo dico io, lo ripiglierebbero, e
senza tanti discorsi. La _vadi_, la _vadi!_...
Prandino, tutto sconcertato e vergognoso, corse dal bigliettinaio col
mezzo biglietto, ma non riuscì se non a farsi strapazzare anche da lui.
— E così?... — domandò la contessina Cecilia all'Ariberti, quando lo
vide entrare nella _sala di aspetto_. Ma quelle due parole furono dette
con una cera, con un tono, con un'espressione tale, che il povero
Prandino non ebbe più cuore d'andare avanti.
— Sì.... lo han ripreso, — disse tutto abbattuto e colla voce fioca. Il
sacrificio era consumato: altre quattro lire e cinquanta centesimi se
n'erano ite.
— Ha veduto?... Ma sicuro che bisogna muoversi, che bisogna parlare, e
anche saper mostrare i denti se occorre! Andiamo, si svegli adesso, e mi
aiuti un po' a portar questa roba. Prenda in mano quelle due sacche,
quella scatola e quella cappelliera e andiamo fuori: il treno è
arrivato.
Si mossero tutti e due, e l'Elisa dietro, dritta, silenziosa, senza
occuparsi di nulla, lasciando ogni briga alla Cecilia, come se fosse lei
la mamma. Gegio era sempre fra le gambe di chi aveva più fretta e voleva
sempre dare la mano a chi le aveva ambedue impedite.
Il trovare buoni posti e l'accomodarsi nello scompartimento, non fu la
cosa più facile del mondo. Il conte degli Ariberti era già andato
innanzi e indietro per due volte, quant'era lungo il treno, seguendo la
Contessina che correva su e giù, brontolando e spaventando i
viaggiatori, che erano già dentro le carrozze. Vedendola così trafelata
e con tutta quella roba, chiudevano in fretta gli sportelli, oppure si
affacciavano in piedi all'ingresso, per preservarsi da quell'invasione.
— Partenza!... Padova, Mestre, Venezia!... Primi posti avanti, secondi
indietro, terzi in fondo!...
L'Elisa, che passeggiava in su e in giù anche lei, ma lentamente, per
conto suo, vide uno scompartimento dove c'erano dentro solo due inglesi
maschi, seduti l'uno di faccia all'altro. Chiamò la figlia e vi salirono
su tutti e quattro.
Prandino là dentro, fra quei due musi seri seri, che non si scomodavano,
che non gli davano posto, che non si movevano nemmeno per restringere la
loro roba che, sparsa com'era, di qua e di là, occupava tutta la rete,
sentiva un grande imbarazzo e anche una certa soggezione. Quell'ambiente
ricco e severo della _prima classe_, se era quello del suo sangue, non
era però quello della sua borsa.
Egli, in certo modo, invidiava un po' la disinvoltura di Gegio, il quale
aveva già camminato pacifico sui piedi dell'Inghilterra, e poi, dando
una inciampata fra le gambe di uno dei due, s'era voltato per dire alla
contessina Cecilia: — guarda, mamma, come sono brutti!
Ma la Contessina aveva altro pel capo. Era in piedi, tutta occupata a
disporre le sacche e le valigie.
— Con permesso, _pardon_, scusino, già ci deve essere posto per tutti;
abbiamo pagato anche noi.
L'Elisa s'era subito rincantucciata comoda comoda, senza badare a nulla,
nell'angolo vicino a un finestrino, e anche Prandino riuscì, alla fine,
a potersi sedere e a tenere il posto di faccia all'Elisa, ma quando
erano già cominciati gli urti e le toccatine di piedi, proprio sul più
bello, gli inglesi, dopo essersi guardati in faccia con un'occhiata
significantissima, levarono dei sigari d'avana dalle tasche, li accesero
e, in due o tre sbuffate, riempirono di fumo lo scompartimento.
— Ma, Conte.... Siamo forse in un _coupé da fumare?_
Così dicendo, la Cecilia cominciò a tossire, a fiutare il fazzoletto, a
morderlo.... però senza ottenere alcun effetto, chè i due inglesi,
imperterriti, non si lasciavano commuovere da tutte quelle convulsioni.
Lo scompartimento era proprio destinato pei fumatori e la Contessina
dovette rassegnarsi ed essere lei la prima a cedere.
Strepitò perchè le aprissero lo sportello, gridò prima in italiano che
era una _sconvenienza_, e poi lo gridò in francese, corse giù, come
meglio potè, dal vagone, e Prandino dietro, carico di nuovo di tutto il
bagaglio e con Gegio fra le gambe, che piangeva perchè aveva paura che
non si andasse più a Venezia.
La Contessa intanto aveva osservato che il _sotto capostazione_, un bel
giovanotto biondo col berrettino foderato d'arancio, messo sulle
ventiquattro, le teneva gli occhi addosso con mesta ammirazione e cheta
cheta, senza dir verbo, scendeva anche lei dal _coupé_, ma però con la
grazia e la compostezza che non l'abbandonavano mai.
Cecilia D'Abalà, com'è naturale, era adesso su tutte le furie. La gente
le faceva circolo intorno, e i viaggiatori, col capo sporto fuori dalle
finestrelle, la stavano a guardare, ridendo tra loro.
— È una sconvenienza! una mancanza di educazione! Bisogna avere dei
riguardi per le signore! Oh! se ci fosse stato mio marito!... Avrei
voluto vederlo!... Avrebbe saputo insegnar la creanza, lui, a quei
signori!...
— Anch'io — soggiunse sommessamente Prandino che voleva essere pure
tenuto in qualche conto — anch'io ho detto loro che potevano essere più
gentili.
— Sì, ma gliel'ha detto in italiano e allora.... chi lo capisce?...
L'Elisa, peraltro, otteneva cogli occhi più che sua figlia colla lingua,
perchè il _sotto-capo_, da un momento all'altro, fece aprire uno
scompartimento, destinato a rimaner chiuso fino a Padova, e là dentro,
comodamente presero posto tutti i nostri viaggiatori. Prandino si
profuse in ringraziamenti col giovane impiegato, e a titolo di regalo
gli offrì il suo biglietto di visita, con tanto di corona nel mezzo, ma
il _sotto-capo_ si trovò meglio ricompensato dal sorriso che gli volse
di sotto alla veletta la contessa Navaredo. In quanto alla Contessina,
questa volta ch'era una sgarbatezza il tacere, non aprì bocca: avean
pagati i biglietti, dunque toccava a quei signori della ferrovia a
trovar loro i posti!...
— Padova, Mestre, Venezia!...
Finalmente furon tutti seduti. Prandino riuscì a mettersi daccapo in
faccia alla Contessa; finalmente suonò il corno, la campanella, la
macchina fischiò, il treno si mosse, e non c'eran da temere altri
inconvenienti. Gegio, inginocchiato sul sedile, guardava fuori dal
finestrino dall'altra parte; la Cecilia gli stava vicina tenendolo per
la falda del camiciotto perchè non cadesse fuori, e i nostri due
innamorati eran così vicini che potevan parlare liberamente, come se
fossero restati soli.
— Sembra una persona per bene, quel _sotto-capo_, ed è molto gentile —
disse lui.
— Sì, davvero? non ci ho badato — rispose lei: poi chinandosi un po' —
sei contento, bambino? — gli chiese piano piano, accarezzandolo cogli
occhi e col suo fiato caldo che gli corse sulla faccia e che lo fece
tremar tutto.
— Oh! sì, e non credevo che al mondo si potesse esserlo tanto!...
I quattro piedi si cercarono, s'incontrarono, si toccarono di nuovo e
non si lasciarono più fino a Poiana.
Prandino toccava il cielo col dito e, pare impossibile, lo toccava col
dito dei piedi....
Forse per questo la sua felicità era così vicina ad andarsene colle
gambe all'aria!
Da Poiana a Padova fu un lungo e non interrotto sdilinquimento
sentimentale, mentre Gegio canticchiava con urlacci così stonati da
romper la testa, se non fossero stati attutiti un po' dal rumore e dallo
sbattere del treno, e la Contessina dormiva, forse per il dispiacere di
non aver alcuno da strapazzare.
— Mi ami?
— Tanto, tanto!
— Avrai delle lune?
— No.... se non ti lascerai fare la corte da nessuno.
— Chi vuoi che me la faccia, bambino?
— Tutti vorranno fartela, poichè sei tanto bella.
— Non temere, sarò buona.... vedrai.... e poi a Venezia, non so che cosa
sia.... ma sono sempre stata più buona che in tutti gli altri luoghi.
Prandino ne avrebbe fatto senza di una tale confessione, ma già un po'
di chiaro-scuro ci voleva.
— Perchè fai il muso adesso?... cos'hai?...
— Nulla, un pensiero che m'è passato per la testa.
— Dimmelo....
— Sciocchezze! Non lo ricordo nemmeno.
— È impossibile! Voglio saperlo,
— Ma se non lo ricordo più, ti dico!... senti, senti, cara: una sera....
una sera andremo in gondola noi due soli?
— Oh! sì!
— E... là... mi dirai anche là di volermi bene?
Questa volta, l'Elisa non gli rispose nulla, ma sospirò, levando gli
occhi al cielo, in un modo tale che pareva Santa Lucia, prima
dell'operazione.
Prandino sognava a occhi aperti: quei dodici giorni alle bagnature gli
si paravano dinanzi alla mente con tutte le dolcezze, i fascini, le
commozioni, le ebbrezze volute e sperate dal suo cuore. Egli si sentiva
felice: anzi, si sentiva l'uomo più felice della terra, e, quando il
treno arrivava sotto la tettoia di Padova, non desiderava più nulla....
nemmeno le trenta lire che gli mancavano per fare le trecento.
Lo scompartimento dov'erano i nostri viaggiatori si fermò proprio in
faccia al Caffè della stazione, e però la contessina Cecilia si sentì
subito fame, e Gegio sete di _un'aqua di marena_.
Il Conte smontò dalla carrozza, entrò nel Caffè e, strascicando l'erre,
fece portare fuori un'acqua pel bambino e un caffè e panna, _colla
cesta_, per la D'Abalà.
— E lei, Contessa, non desidera nulla?
— No, grazie, Conte.
— Pagate, che dopo, stasera, faremo tutto una cosa sola coi biglietti —
disse la Cecilia ad Ariberti, che s'incamminava di nuovo verso il Caffè.
Mentre però i camerieri, che l'avevano visto a scendere da un _coupé_ di
prima classe e che avevano adocchiata la corona del portasigari, gli
davano del conte a tutto andare, egli si sentì stringere il ganascino da
due dita forti come l'acciaio; si volse subito, ma, appena conobbe chi
lo trattava in quel modo tanto confidenziale, diventò rosso rosso, e
fece una profonda scappellata. Era nientemeno che il cavaliere
Pinocchio, capo divisione nelle _Strade Ferrate dell'Alta Italia_,
quello al quale il conte degli Ariberti s'era raccomandato tanto per
avere un impiego.
— Oh! bravo, bravo, bravo il nostro Prandinello! E per dove si viaggia?
— Vado a Venezia.
— A Venezia? Oh! che briccone! A Venezia!... bravo, bravo, bravo. Ci
sono stato anch'io un paio di giorni fa, e sarà facile che vi ritorni
ancora quest'altra settimana.
— Davvero? Sarei felicissimo d'incontrarla, Cavaliere.
Questa felicità di Prandino non era mica tutt'oro colato, ma egli la
buttò là nulladimeno con una grande espansione.
— Sicuro; o al Lido, o in piazza, o sotto le Procuratie ci rivedremo
certo.... bravo, bravo, bravo. E come sta mamma Orsolina?
— Benissimo, grazie, Cavaliere.
— Oh! a proposito, Prandinello mio, saprete che ho per voi delle buone
nuove.
— Magari!... — magari me le desse a bassa voce, — pensava il poveretto
ch'era sulle brace, perchè gli pareva che tutti quanti lo stessero là a
guardare. Ma il cavaliere Pinocchio, uomo tagliato piuttosto alla buona,
e che in tutte le stazioni sulla rete dell'_Alta Italia_, gli pareva
d'essere in casa sua, parlava forte, lentamente e colla bocca piena,
perchè stava masticando una focaccia calda calda, della _Meneghina_.
— Ieri sono stato a Verona, e ho parlato col capo-traffico.... M'ha
detto di aver sollecitata la vostra chiamata in servizio. Per la fine di
questo mese o pei quindici del venturo è quasi certo che sarete a posto.
Già si sa bene, farete anche voi il tirocinio come avventizio, ma
intanto....
— Partenza per la linea di Venezia!...
— Scusi.... Grazie tante, Cavaliere!... — E Prandino si mosse per
scappar via.
— Oh!... c'è tempo.... c'è tempo....
— Ma sa.... non vorrei.... chiudono gli sportelli...
— Andate, andate. Ci rivedremo a Venezia.
— Servitor suo, Cavaliere. — E Prandino tornò di corsa dov'era l'Elisa,
ma era aspettato anche là da una brutta sorpresa.
Il suo posto in faccia alla Contessa era stato preso da un signore
grassotto, di mezza età, vestito piuttosto male, con una lente
all'occhio, il quale, tutto miele, ascoltava sorridendo la contessa
Elisa, che gli parlava chinata verso di lui e facendo l'occhio di
triglia.
La D'Abalà s'era un po' avvicinata alla madre, e Gegio stava seduto
tutto moine e carezze sopra una gamba del signore dalla lente.
Prandino, appena lo riconobbe, e lo riconobbe subito, si sentì tremar le
gambe, mancare la lena e gli si oscurò la vista. Salì inciampando nello
scompartimento; rosso, rosso, fece un risolino da ebete, come per
salutare la comitiva, ma adesso aveva un bel mostrarsi affabile, nessuno
gli badava più. Tanto per darsi un po' di contegno, accarezzò i capelli
di Gegio, ma questi gli si voltò irritato, con una mossaccia dispettosa,
e, quasi lo sapesse di fargli dispetto, si pose a baciucchiare la mano
pelosa del suo nuovo amico.
— Andiamo, Gegio, non essere seccante. — Si conoscono? — chiese poi
l'Elisa a quell'altro, indicandogli Prandino.
— Veramente di vista.... credo di sì; ma presentazione non c'è stata.
— Il conte Eriprando degli Ariberti; il marchese del Mantico.
Il maggiore si volse verso Prandino con grande sussiego, e serio, grave,
si pose a fissarlo colla lente nell'occhio in una maniera come se non
avesse da guardare un uomo, ma un monumento. Prandino invece, che voleva
sembrare disinvolto, si alzò dal suo posto, gli venne incontro, gli
prese, gli strinse la mano, tanto che il polsino, colle macchie rosse
delle ciliege di Gegio, si slacciò dal bottone e gli corse giù, fuori
della manica.
La Contessa e il Maggiore, ripresero subito la conversazione a bassa
voce; la Contessina, da lontano, sorrideva all'una ed all'altro; Gegio
fra le gambe del Maggiore giocava coi ciondoli dell'orologio.
— Sta a vedere, — pensava Prando dopo di essersi accomodato il polsino,
— sta a vedere che questo animale viene a Venezia con noi? Se fosse
vero, io mi fermo a Mestre!... — E intanto si mordeva i baffi, scoteva
convulsamente i tacchi sul tappeto, allungava il muso, impallidiva,
aggrottava le sopracciglia, ma era tutta fatica sprecata, che già
l'Elisa non gli badava.
Dopo una mezz'oretta, terminarono di parlarsi così a bassa voce; e
allora il Maggiore, per cambiar discorso, cominciò prima a dir male del
suo colonnello, e poi dopo a discorrere di cavalli, di corse, di
cocchieri di Monte-Carlo, di centinaia di migliaia di lire, delle
scuderie del duca A., delle rimesse del principe B., dei _box_ del conte
C.
Prandino ne capiva poco, ma siccome quell'altro parlando, di tanto in
tanto lo fissava con la lente, quasi per avere la sua approvazione, egli
si credeva obbligato di fare certi sorrisi che pareano smorfie.
Però la provvidenza c'è dappertutto, anche sulla linea da Milano a
Venezia. Difatti, poco prima di arrivare a Mestre, l'infelicissimo conte
degli Ariberti si sentì tornar l'anima in corpo quando udì il Maggiore
che cominciava a congedarsi.
— Come!... si ferma a Mestre?
Era la prima volta che Prandino osava dirigergli il discorso; ma la
contentezza gli ridava adesso il coraggio.
— Sì, mi fermo a Mestre perchè vado a Treviso dove sono di presidio.
— Però ci rivedremo a Venezia, non è vero? — gli chiese quell'antipatica
della contessina Cecilia.
— E.... potrebbe anche darsi.... ma....
E qui invece di rispondere alla figlia, il maggiore fissò la mamma in
modo che questa arrossì, si chinò languidamente, e tornarono a parlarsi
a bassa voce, cosa che rimise l'uggia e lo sgomento addosso a Prandino.
Il treno cominciava a rallentare.
— Ci siamo? — chiese il Maggiore.
— Ci siamo! — rispose Prandino, e aggiunse mentalmente — se Dio lo
vuole!
— Mestre!... Chi scende a Mestre!...
Il Maggiore prese la sua sacchetta e saltò giù; ma risalì subito sul
predellino a discorrere piano con l'Elisa che si sporgeva mezza fuori
dallo sportello. Prandino, tutto orecchi, non riusciva se non ad
afferrare qualche parola qua e là.
— Dunque? — chiedeva il Maggiore.
— _Cela dépendra!_... — rispondeva la Contessa, sorridendo con
intenzione. E poi parlarono più basso ancora, e Prandino non potè
intender più nulla, soltanto ci fu un momento nel quale gli sembrò che
il Maggiore accennasse a lui e che la Contessa si stringesse un po'
nelle spalle colla stessa mossa, tal e quale, con cui ella soleva
mostrarsi crucciata quando egli, alla sua volta, era geloso delle
lettere del Maggiore.
— E dove ha preso alloggio, Contessa?
— Alla _Gondola d'Oro_ — rispose per lei la Cecilia, avvicinandosi. —
Dunque verrà a trovarci senza fallo a Venezia?
— Non dico di no.... e non dico di sì!... — Il Maggiore evidentemente ci
teneva a fare il prezioso.
— Venga! ma venga, da bravo!
— Vieni! Vieni! non è vero che verrai? sì che verrai? — si pose a
strillare Gegio che riebbe in quel punto un impeto di tenerezza per Del
Mantico.
— Sì.... sì.... verrò!...
— Ma non si parte più?... — chiese Prandino che cominciava proprio a
perdere la pazienza. — Non lo capisco tutto questo ritardo.
— Si vede che aspetteranno l'altro treno.... Ah! eccolo!... Dunque....
buon viaggio, Contessa!
— _Sans adieu!_... — disse questa, stendendogli la mano e rifacendo gli
occhi di triglia.
— _Sans adieu!_ — e anche il Maggiore, grassotto e attempatuccio
com'era, si levò, anche lui, la lente per salutarla nell'inchinarsi,
finchè il treno si muoveva, con un'occhiata lunga e molto sentimentale.
Prandino era ritornato al suo posto, che il Maggiore gli aveva tenuto
caldo, ma aveva un muso, un fare, che diceva più di qualunque sfuriata.
La Contessa allungò il piedino, ma i piedi dell'Ariberti si ritirarono,
quasi avessero paura di scottarsi.
— Che cos'hai? — gli chiese piano l'Elisa, chinandosi verso di lui.
— Nulla! — rispose Prandino, con una manieraccia che pareva le volesse
dare un morso.
— Si comincia male!
E l'Elisa, così dicendo, con aria seccata si riaccomodò nel suo
cantuccio, e fino a Venezia non ci fu più verso di farle dire una
parola.
Intanto, la contessina Cecilia continuava a sfogare il suo vivo
entusiasmo per il Del Mantico: trovava ch'egli era molto simpatico, che
aveva molto spirito, che aveva l'aria di gran signore e, finalmente, che
s'era fatto anche più bello di prima, il che non era proprio vero, nè
poteva essere, perchè, da che mondo è mondo, tutti i capitani, quando
diventano maggiori, diventano più brutti....
Con queste chiacchiere, si attraversava il ponte della laguna, e Gegio
era tutto festante; batteva le manine, gridava, saltava; bisognava
tenerlo, se no, c'era pericolo si buttasse giù dal finestrino.
A un certo punto, quando vide un battelletto con una vela, che filava
diritto diritto in mezzo all'acqua, parve diventasse matto, finchè,
voltatosi di botto all'Elisa, le disse:
— Quando il Del Mantico verrà a Venezia, mi farai comperare una
barchettina nera, con una bella vela bianca come quella là?...
— Tu, caro, devi imparare a non seccare mai nessuno.
— Va là: te la comprerò io la barchettina — gli disse Prandino,
accarezzandolo, perchè, un po' spaventato dalla cera brusca che gli
faceva l'Elisa, sentiva bisogno d'ingraziarsi qualcuno.
— Oh! giusto te!.... Tu non ne hai soldi, tu!.... La mamma ti chiama
sempre Prandino meschino sotto gli alberi della luna!
Cecilia diede un forte pizzicotto al ragazzo e gli soffocò a mezzo le
parole; ma Prandino aveva udito tutto; e queste sono le ragioni per le
quali il conte Eriprando degli Ariberti, che era partito da Vicenza
raggiante di felicità, smontava a Venezia con un muso lungo un palmo!
CAPITOLO VII.
Per chi non è avvezzo a viaggiare, il momento di uscire, stipato fra la
gente, dalla stazione in una città grossa, dà sempre un certo impiccio:
figuratevi poi Prandino, il quale, con quel po' po' di peso che aveva
sullo stomaco, arrivava per l'appunto a Venezia, dove non era mai stato,
fuorchè una volta sola, da ragazzo.
Dopo di avere attraversata quella tettoia lunga, bassa, stretta, scura
della stazione, egli si trovò, tutt'a un tratto, in faccia del Canal
Grande, dove le acque e il cielo e la terra si confondono amorosi in una
festa di colori. E lì, attorno all'uscita, sul piazzale, c'era una folla
di gondolieri e di servitori d'albergo: i gondolieri sbraitavano, si
spingevano l'un l'altro, si sbracciavano; volevano impadronirsi per
forza dei viaggiatori.
— _Vorla una gondola, signor? Una bela gondola, a un remo, a do remi —
pronta!_....
I servitori d'albergo, invece, tutti in fila, più gravi, più composti,
non facevano altro che ripetere:
— Albergo d'Italia! _Grand Hôtel_ — _Capelo_! Al Vapore! _Pension
Suisse_! La luna! Hôtel Vittoria!
Prandino era rimasto a bocca aperta; quelle grida lo stordivano e
guardava trasognato lo spettacolo del _Canal Grande_, con quella larga
striscia di gondole che formava giù come un'altra riva mobile,
irrequieta, sotto quella bianca, solida, di pietra, e il verdastro
dell'acqua, e il brulichìo di tutta quella gente affaccendata, e più
lontano il ponte grigio che parea trapunto.
— Mi dia lo scontrino. Anderò io a farmi consegnare il bagaglio. Lei,
intanto, prenda una gondola, ma badi bene di contrattare prima, se no,
vogliono il doppio. Tu, mamma, vieni con me, — continuò la Cecilia,
rivolgendosi all'Elisa, che camminava passo passo, colla sua andatura
molle e sentimentale, guardandosi intorno con una certa noncuranza che
la faceva parere una dama inglese da strapazzo. — Tu, mamma, vieni con
me. Quattrocchi ci vedono più di due, e poi, alle volte, non si sa mai,
potrei dimenticarmi qualche _capo_....
Questo pericolo non c'era proprio.... piuttosto ci poteva essere
l'altro, che se ne ricordasse uno di più!
— Tu, Gegio, sta bono, resta col Conte.
— No! Io voglio andare colla mamma grande!
— Torniamo subito!
— No! Io voglio andare colla mamma grande!
— E tu va colla mamma grande, seccatore, marmotta, che non sei altro!
Un ometto magro, agile, colla faccia maschia, espressiva, annerita dal
sole, con in testa un cappellaccio di paglia, e indosso un camiciotto di
rigatino stinto, era stato attento alla scena: però, appena scomparse le
signore con Gegio, si avvicinò a Prandino e, come se già lo conoscesse
da un pezzo:
— _Son qua mi, signor_ — gli disse tutto umile — _son qua mi_.
— Avete una gondola?
— _La vegna co mi, ghe digo; la vegna co mi e no la se indubita_!
Prandino lo guardò tutto consolato: non gli pareva vero che qualcuno si
occupasse di lui in quella folla, per toglierlo d'imbarazzo e, senza dir
motto, seguì il barcaiolo.
Questi lo fece piegare a sinistra.
Poco dopo, dalla stazione usciva un facchino con un gran baule sulle
spalle, una valigia in una mano e due sacche in un'altra. Dietro di lui
venivano la Cecilia, tutta piena di scatole e di cassette, la Contessa
con una cappelliera da una parte, e Gegio, che le dava la mano,
dall'altra.
— _Bapi! Ohè! Bapi! Porta qua la roba del signor_ — gridò il barcaiolo,
che lo riconobbe, mentre Prandino tornava indietro di corsa, per aiutare
la Cecilia, che in quello stato, rossa e dondolante, con tutto il peso
della roba fra le mani, pareva dovesse scoppiare.
_Bapi_, che aveva voltato a destra, appena udì la voce che lo chiamava,
alzò gli occhi, chè la testa non la poteva muovere sotto al baule, e
piegò, trotterellando curvo, a sinistra.
— Si va per di qua? — chiese Cecilia a Prandino. L'Elisa non gli parlava
mai, era in collera per la scenaccia che le aveva fatto a Mestre.
— Sì, per di qua. Ho trovato una bella gondola, grande, pulita.
Adagio adagio, si avvicinarono alla riva; ma quale non fu lo sdegno
della Cecilia e l'espressione ironica della Contessa, quando videro che
Prandino, invece di una gondola, aveva noleggiato un battello. Era una
barca grande davvero! e pulita, co' suoi guancialini candidi, filettati
di rosso!
Però tutto il sentimento aristocratico di casa Navaredo si rivoltò
dinanzi a quel democratico mezzo di trasporto. La Cecilia strepitò,
l'Elisa si strinse indispettita nelle spalle, e Gegio si mise a piangere
perchè avea paura che la mamma non volesse più andare in barca. Ma tanto
e tanto ogni diverbio era inutile: il baule e le sacche erano già
dentro, Prandino lo aveva preso, dunque bisognava adattarsi. La Cecilia,
alla quale davano mano in tre, scese ed entrò nel battello protestando
che, se ci fosse stato là suo marito, non avrebbe tollerata quella
canzonatura, e continuò a brontolare concitata finchè il battello
scendeva lungo il Canale.
Il perfido battelliere la lasciò sfogare per un pezzo, ma poi, senza
fissare in faccia a nessuno, senza piegare la testa, guardando in alto,
come se parlasse coi fili del telefono:
— _Il batelo sono più sicuro de la gondola_ — disse serio serio —
_perchè co una scarampetola da niente si schivano dal tranvai: e invece
la gondola vengano rebaltata facilmente. Anche gieri, do gondole
sburtarono il vaporeto e andarono a ramengo coi passeggeri in aqua_.
— _Haohe!_.... — gridò poi piegando il battello per voltare in un rio.
— _Stalì!_.... — rispose una voce interna e subito una gondola uscì dal
rio, quasi urtando contro il battello che entrava; ci fu uno scambio di
insolenze fra i barcaioli e ognuno tirò diritto per la sua strada.
Fra Prandino e l'Elisa, il malumore durò ostinato tutto quel giorno. A
desinare, Prandino, discorrendo colla Cecilia, fece capire a quell'altra
che lui si trovava così male a Venezia da pensare sul serio di
ritornarsene a casa il giorno dopo. Ma nè la Cecilia nè l'Elisa gli
risposero punto in proposito e continuarono invece a chiacchierare, a
scambiarsi mezze parole, sorrisi significantissimi, che si riferivano a
discorsi sott'intesi fra loro due e che Prandino non doveva capire.
Nulladimeno madre e figlia mangiarono con buonissimo appetito: l'Elisa
masticava lentamente, silenziosamente e malinconicamente coll'aria di
scomodarsi per compire un sacrifizio; la Cecilia divorava in furia,
quasi avesse paura di non arrivare a tempo a mangiare di tutto. La
Contessa, intanto, per non perdere il tempo, godeva di essere ammirata,
non essendoci di meglio, dal direttore della locanda, un signore
dall'aspetto pulito, elegante, che andava e veniva nella sala da pranzo,
dispensando ordini coll'aria severa d'un diplomatico, mentre la Cecilia,
di soppiatto, intascava pane, frutta, formaggio, tutto ciò che le
capitava, perchè con quella provvista risparmiava la colazione sua e
quella di Gegio.
Il contegno delle signore, quei misteri che non finivano mai,
l'indifferenza che gli dimostrava l'Elisa, tutto ciò, metteva addosso a
Prandino una smania, una gelosia, una inquietudine da non dire.
— Certo — pensava egli fra sè — certo parlano del Maggiore; certo le
loro parole si riferiscono a lui. Maledetta combinazione!.... Ma come
mai era egli a Padova!... Fu un accidente, o un incontro combinato tra
loro d'accordo!.....
Il timore che il Maggiore capitasse un giorno o l'altro a Venezia e si
facesse vedere al passeggio o al Lido coll'Elisa, lo angustiava
fortemente; e in questa grande angustia c'era un po' di gelosia e
insieme di vanità ferita; c'era la paura di perdere l'amore della
Contessa e c'era anche l'apprensione che la gente, vedendola col
Maggiore, non riputasse più lui, Prandino, il solo amante fortunato.
Nè a rasserenarlo contribuivano le amabilità scherzose di Gegio, il
quale, pieno come un otre, sdraiato sulla seggiola, si divertiva a
schizzare i noccioli delle ciliegie adosso a Prandino, che gli era
seduto di contro.
Preso il caffè, la Cecilia si volse a sua madre e — Vuoi che andiamo a
vestirci? — le chiese, alzandosi lei da tavola, per la prima.
— Andiamo pure.
L'Elisa aveva mangiato troppo; aveva caldo, sudava e, adesso, delle
chiazze rosse, accese, trasparivano sotto la cipria della faccia.
— Io esco un momentino, — disse l'Ariberti alla Cecilia, chè, con
quell'altra, anche lui voleva tenere il broncio.
— Esce solo?.... Senza aspettarci? — gli domandò Elisa un po' inquieta
per quegli indizi di ribellione.
— Voglio passare da mio cugino Badoero. Non si sa mai, potrei
ritornarmene via presto da Venezia, anche domani forse, e, a buon conto,
desidero prima salutarlo.
— Faccia pure il suo comodo.
— Fra una mezz'ora, fra un'ora, forse, tutt'al più, sarò certo di
ritorno all'albergo.
— Faccia pure, faccia pure. Vuol dire che, se noi saremo uscite, ci
ritroverà in piazza o al Caffè.
— A qual Caffè? perchè, suppongo, ce ne sarà più d'uno anche a Venezia.
— Al _Florian_. Dovrebbe saperlo: la _buona società_ non va altro che al
_Florian_.
— Ma come vuoi che sappia lui queste cose? — saltò su a dire la Cecilia
— se ti prende ancora un battello per una gondola!
L'Ariberti arrossì dalla rabbia e avrebbe dato dieci lire, delle dugento
sessanta circa che gli rimanevano, per potersi sfogare tirando le
orecchie ben bene a quel monellaccio di Gegio, che, dopo la risposta
impertinente della mamma, s'era messo anche lui a dar la baia a Prandino
e non la finiva più di gridare a perdifiato:
— Oh bello! oh bello!.... per una gondola prende un battello!....
Colla stizza in corpo salì per andare nella sua camera, a prender il
cappello, i guanti e la mazzetta. Salì su su, tutte le scale, quante ce
n'erano, perchè, assicurandolo che di là potea veder la laguna, lo
avevano alloggiato proprio sotto il tetto. Quando fu di sopra, s'accorse
di non avere la chiave: scese di nuovo e la domandò ai camerieri che
incontrava nelle sale del primo piano. Ma questi che aveano ancora dei
pranzi da servire, andavano e venivano affaccendati, carichi di piatti e
di roba, mostrando chiaro che non c'era tempo da badare a lui. Prandino,
in mezzo a tutta quella gente che gli passava dinanzi senza nemmeno
salutarlo, oppure rispondendogli appena a monosillabi, provava
soggezione. Quegli abiti neri erano più puliti e più nuovi e più
eleganti del suo, capiva di non esser nulla là, per quella gente, mentre
invece a Vicenza era pur sempre _il signor conte_, e temeva che avessero
subito indovinato com'egli fosse uno di quei forestieri che ne han
pochini da spendere.
— Che numero ha il signore? — gli chiese un cameriere.
— L'ottantasei.
— È di sopra la chiave dell'ottantasei? — domandò il primo interlocutore
ad un altro che passava.
— No.
— Allora l'avrà da basso il portiere.
— Grazie — e Prandino scese giù a terreno.
— Avete la mia chiave?
— Che numero? — Il portiere era un uomo alto, colle fedine all'inglese,
l'aria grave, i modi asciutti e che ci soffriva molto a essere
scomodato.
— L'ottantasei.
Il portiere non si mosse da sedere: era sdraiato sopra una poltrona, non
si levò il berretto, cerimonia che del resto non prodigava mai
agl'italiani, ma teneva in serbo per gl'inglesi, i tedeschi e gli
egiziani, e sempre senza parlare, indicò all'Ariberti l'ultima chiave
appesa all'ultimo chiodino della tavoletta.
Prando prese la chiave, risalì su su, nella sua camera a cercarvi ciò
che voleva e poi ridiscese di corsa. Era ansante, sudato: ma gli stava a
cuore di dare una lezione a quell'animale di portiere. Però, certo,
quando avrebbe saputo con chi aveva da fare, avrebbe usato altri modi.
— Sapete indicarmi il palazzo Badoero?
Il nostr'uomo si mosse dalla poltrona con visibile malcontento, e senza
alcuna fretta uscì fuori a domandare l'indirizzo richiesto, ad un
gondoliere.
— _Vorla una gondola, signor, andaressimo più presti_.
— Non ho premura. Grazie. — Se per caso — e Prandino si rivolse al
portiere — se per caso venisse all'albergo il conte Badoero a cercare di
suo cugino il conte Eriprando degli Ariberti, che sono io, ditegli che
fra una mezz'ora sarò qui di ritorno.
— Sarà fatto, signor Conte! — E questa volta il portiere, con grande
soddisfazione di Prandino, si toccò il berretto.
Il nostro giovinotto, avviandosi e internandosi fra quelle _calli_ così
strette e affollate, dove la puzza d'acqua salsa, stagnante, si confonde
coll'odore di pesce fritto, non aveva altro che un solo pensiero:
trovare il modo di far patire all'Elisa un po' di quel malcontento, di
quell'inquietudine che pativa lui.
— Certo — pensava — certo stasera mi aspetterà un bel pezzo al Caffè....
Tanto e tanto il maggiore è a Treviso e non ho paura di lui, dunque....
che mi aspetti!... Comincierà anche lei ad essere un po' inquieta non
vedendomi capitare. D'ora in poi cambierò sistema. Già colle donne, lo
dicono tutti, bisogna farsi desiderare per essere desiderati. A buon
conto il mio cugino Badoero, molto probabilmente, uscirà con me: andremo
insieme in piazza San Marco, egli mi presenterà forse a qualche suo
amico, fors'anche a qualche bella signora, e l'Elisa, vedendomi fare il
galante colle altre, proverà alla sua volta il divertimento della
gelosia. Brutta stupida!....
Ma, e il suo cugino Badoero lo avrebbe accolto proprio bene? Se invece
lo trattasse, come si dice, dall'alto al basso? Se non volesse saperne
di lui? Se lo licenziasse sbrigandosene con un complimentino a fior di
labbra?
Anche questa era una spina, e una spina che lo pungeva tanto più
profondamente, quanto più il povero Ariberti si avvicinava al palazzo
del suo illustre cugino. È vero che per nobiltà di sangue l'uno valeva
l'altro, ma fra i Badoero e gli Ariberti c'era una differenza notabile
di quattrini e, in questo mondo ladro e democratico, i quattrini sono un
gran che, anche quando non sono tutto come nella maggior parte dei casi.
Quando tirò la maniglia del campanello la sua mano tremava ed era così
confuso che al gondoliere che gli aprì la porta domandò del padrone
dandogli del _lei!_...
Però si riconfortò presto, chè il Conte lo ricevette subito, dopo due
minuti soli di anticamera. Badoero fu con lui di una cortesia senza
esempio. Gli fece tante di quelle espansioni, di quelle profferte, come
se fossero stati due amiconi che non si fossero veduti da anni, non già
due cugini che non s'erano veduti mai.
Il Badoero era amabilissimo e possedeva una parlantina che non lasciava
tempo a quell'altro nemmeno di respirare, non che di ringraziarlo. E
Prandino lo guardava e sorrideva chinando il capo, tanto per rispondere
in qualche modo. Del resto non ve n'era bisogno, perchè il cugino
rispondeva da sè alle sue proprie domande.
— La Contessa vostra madre sta benone, già s'intende? Bravo, ne ho molto
piacere. Desidero proprio di conoscerla di persona, e lo farò, oh se lo
farò! la prima volta che passo da Vicenza per andare a Milano, mi ci
fermo tra una corsa e l'altra. Vedrete, vedrete; non vi prometto di più,
perchè voglio essere di parola, ma tra una corsa e l'altra mi ci fermo
di sicuro. Voi già siete venuto a Venezia per le bagnature? Avete fatto
benissimo: quest'anno avremo una stagione veramente eccezionale. Volete
una sigaretta?.... Vi fermerete tutto il mese, s'intende — quantunque
non sarete qui per la cura, ma per il passatempo dei bagni. — Bene,
bene! andremo al Lido insieme, anzi, tanto per cominciare, trovatevi
domani sul vaporetto delle tre. Non vi offro nemmeno un invito per il
_club_: d'estate non ci si va mai. Però, una sera o l'altra, se avrete
gusto di fare un _taglietto_ al _lansquenet_ od un paio di punti
all'_écarté_, vi ci condurrò. Mi rincresce, _nom de Dieu_, che oggi,
proprio oggi, ho un _rendez-vous_. Aspetto il conte Potapow, cugino
dell'aiutante generale dello Czar, col quale dobbiamo andare dalla
principessa di Lentz. Bisognerà che la conosciate la principessa: nasce
Oldenburg. Suo padre, prima di morire, è stato gran duca, e ha regnato
per otto giorni. Oh! qui a Venezia abbiamo una colonia forestiera molto
numerosa e molto scelta. Mi rincresce proprio di questo impegno
preventivo, ma come si fa? Non sono profeta, nè figlio di profeta e non
potevo certamente immaginare il bel regalo della vostra carissima
visita. Del resto già si sa bene; meglio stasera che domani. Appena
arrivato, anche voi avrete molte cose da fare e io, anzi, non voglio
essere indiscreto e non vi trattengo di più. Dunque a rivederci domani;
siamo intesi: sul vaporetto delle tre. Vi presenterò alla Principessa. A
proposito, dove siete, anzi fra noi parenti, dobbiamo trattarci col tu,
lo permetti non è vero?....
— Oh! si figuri!....
— .... Dove sei sbarcato? Al _Grand Hôtel_?....
— No, all'_Hôtel della Gondola d'Oro_.
— Dicono che non ci si stia male. L'anno scorso vi tenne un
_pied-à-terre_ per qualche mese il commendatore Jamagata. È il console
della Cina e del Giappone. Te lo farò conoscere anche lui.
Quando il conte Eriprando degli Ariberti si trovò fuori dal palazzo
Badoero era tutto beato, tutto gongolante, e fissava la gente per la
strada con una superbia da Rodomonte.
Gli pareva d'essere diventato un altro uomo. Solamente le dugento
sessanta lire rimanevano sempre le stesse, e anzi, adesso, gli
sembravano ancora meno di prima. E fu per l'appunto questa povertà che a
poco a poco gli rase dal cuore tutta la contentezza dell'accoglienza
così festosa e del _tu_ scambiato col Badoero; _tu_ nel quale la sera
innanzi egli osava appena sperare con un sussulto d'ambizione.
Ma tant'è, in questo mondaccio non v'è cosa bella e desiderata, che una
volta raggiunta non perda tutti i suoi fascini, tutte le sue attrattive.
Anche la promessa d'essere presentato alla principessa di Lentz, al
conte Potapow ed al commendatore Jamagata, quantunque fosse una fortuna,
nulladimeno aveva per lui il suo lato pericoloso. Con dugento sessanta
lire, come avrebbe potuto vivere per un paio di settimane in una
compagnia così illustre?.... Tanto illustre che al suo confronto, gli
sembrava rimpicciolito anche il grande Badoero, e trovava odiosamente
_borghese_ madama D'Abalà?
E se un bel giorno, sul vaporetto delle tre, gli capitasse alle spalle
il cavalier Pinocchio e, prendendolo pel ganascino, gli discorresse ad
alta voce dell'impiego, mentr'egli, magari, si troverebbe seduto fra la
discendente del Granduca e il rappresentante dell'Impero Celeste?! E se
il cugino Badoero si fermasse proprio a Vicenza?.... A questa idea tremò
tutto dallo sgomento. Egli vedeva mamma Orsolina nella sua vesticciuola
di percallo a quadrettoni caffè, vedeva la figura magra, lunga,
allampanata della signora Luciana aprir l'uscio della cameretta che
serviva da cucina, da guardaroba e da anticamera, all'elegante
visitatore; e si sentì stringere il cuore, e desiderò d'essere
sotterrato vivo, piuttosto di assistere a quella scena. Allora ebbe
quasi vergogna di sua madre, povera vecchietta, dimenticando ch'egli, o
bene o male, si trovava a Venezia a fare il signore, perchè la mamma
aveva perduto le notti intere a lavorare per lui e un giorno aveva
rinunciato alla cena e un altro al desinare per mettergli insieme quei
pochi quattrinelli che bastavano appunto per renderlo infelice.
Anche quel caldo, quell'afa sciroccale, contribuivano non poco alla sua
tristezza e al suo abbattimento. Nelle _calli_ strette e infocate
cominciava a farsi buio. Il cielo era grigiastro e il sole calava
imbronciato fra certi nuvolacci di piombo, che sembrava non lasciassero
correr giù nemmeno un fil d'aria.
Prandino camminava lemme lemme, abbandonandosi come lo portavan le gambe
e la gente, fermandosi a ogni ponte a guardare svogliato da una parte e
dall'altra, ma senza intendere nulla, senza che lo commovessero, senza
che gli strappassero dal cuore nemmeno un sospiro di meraviglia, nè
quella magìa di colori e di contrasti, nè quei rii silenziosi, nè quelle
case lunghe, scure, chiuse come il mistero, dove una figura di donna che
appare a un balcone, risveglia nell'anima versi d'amore, forse da anni
dimenticati, dove una voce che si leva alta, lontana, fa pensare a un
dramma o a un delitto.
Prandino si moveva lentamente, guardando intorno, ma senza veder nulla.
Dinanzi agli occhi egli non aveva altre immagini che l'Elisa e il
Maggiore, Badoero e mamma Orsolina, le dugentosessanta lire e il conte
Potapow.
Ma così, dopo essersi per un bel pezzo lasciato trasportare dalla
corrente, gli sembrò, un po' alla volta, che il cielo si facesse più
chiaro, che le calli divenissero meno buie e il brulichìo della gente
più spesso e rumoroso, finchè tutto a un tratto si trovò in piazza,
sotto le _Procuratie_, proprio di fronte a san Marco.
Ma le meraviglie che là dentro e d'intorno gli si affacciarono alla
vista, non lo commossero punto.
Il suo spirito non era disposto per quell'incantevole spettacolo dove
l'opera di Dio si confonde con l'opera dell'uomo in un'armonia
maravigliosa di linee e di colori; dove più si ammira ciò che è
eternamente bello, la forma; dove più si sente ciò che è eternamente
grande, l'anima.
Invece egli ne risentì come una grave malinconia, come uno sgomento
vago, indefinito. Eran le sette già sonate da un pezzo, e la piazza,
allora deserta, pareva ancora più vasta. Era rischiarata da un riflesso
bigio, squallido, e i leggii preparati per la musica, senza che avessero
intorno anima viva, e le seggiole bianche e vuote dei Caffè gli facevano
l'effetto d'altrettanti scheletrini, disposti in riga in quel vasto e
splendido cimitero. Anche l'allegria dei colombi mancava a quell'ora:
forse essi pure erano andati altrove a desinare. Soltanto qua e là sotto
le _Procuratie_ egli vedeva qualche persona che passeggiava, qualche
altra ferma, in piedi, o seduta. Di tratto in tratto, è vero, la piazza
era attraversata da una frotta di signore e di signori, dagli abiti
strani, chiari, eleganti, dai cappelli d'ogni foggia e d'ogni tinta, che
camminavan lesti, che ridevano, che parlavano tutte le lingue, a due a
tre in crocchi separati: erano forestieri che ritornavano dal Lido col
_vaporetto_, ma che sparivano, si dileguavano via com'eran venuti, in un
attimo. Una volta Prandino fu involto da una di quelle folate, e sentì
crescere l'uggia che aveva intorno, perchè nessuno badava a lui, perchè,
fra tutta quella gente, egli era un ignoto, un nulla, e, allora là,
solo, in mezzo alla piazza san Marco, soffrì di nostalgia, per la sua
cittaduzza dov'egli era pur qualche cosa, dove tutti lo conoscevano pel
_signor conte_, dove tutti sapevano che egli era l'amante della
Navaredo.
Ma però quando passo passo, uscendo dalla severità maestosa, solenne
della piazza Grande, entrò nella _piazzetta_, allora quella gaia
giocondità di vedute e quell'aria odorosa, umida, saporita che
d'improvviso gli sbuffò frizzante sulla faccia, allora la riva, la
Giudecca, san Giorgio e le isole lontane, allora quell'acqua azzurra
come il cielo e argentina, gli fecero provare commozioni nuove,
vivissime, mentre una dolcezza profonda, una mestizia soave dagli occhi
gli scendea giù in fondo all'anima, suscitandovi un impeto generoso di
espansione, di tenerezza e d'amore. Allora la figuretta di mamma
Orsolina gli riapparì dolce, cara, affettuosa, allora ricordò tutte le
cure, tutto l'affetto della signora Luciana, e pensò come potrebbe
impiegare parte delle dugentosessanta lire per portare all'una e
all'altra un ricordo di Venezia. Ma più che non l'avesse mai amata, più
che non l'avesse adorata mai, gli ritornò l'Elisa dentro al cuore. In
quel punto sentì che i torti erano di lui, ch'egli era stato
ingiustamente geloso, ch'era stato inurbano, che l'aveva trattata male,
e affrettò con ogni desiderio il momento di trovarsi solo con lei, per
abbracciarsela stretta, per dirle che le voleva tanto e tanto bene, per
domandarle perdono di tutto, per fare la pace insieme.
Andò all'albergo per trovarla, ma le signore non erano ancora rientrate.
Allora tornò in piazza a cercarle. Adesso s'era fatto notte, la piazza
era gremita di gente, i Caffè affollati, e la luce viva, sfacciata del
gas, la musica echeggiante, il mormorio confuso e il chiaccherìo
pettegolo della folla, il calpestìo dei piedi, il fruscìo delle vesti lo
sbalordivano, lo inebbriavano quasi. Nulladimeno, passò e ripassò da
_Florian_ due, tre, quattro volte, ma l'Elisa non c'era e nemmeno quella
uggiosa della D'Abalà, che, tant'è, avrebbe veduta volontieri, perchè,
vicino a lei, sarebbe stato sicuro di scorgere anche l'Elisa. Ritornò a
fare la piazza in su e in giù, ma ancora inutilmente. Egli era stanco:
la luce, la musica, il chiasso gli davano il mal di capo, aveva gli
occhi che gli bruciavano ed era così stanco che le gambe gli si
piegavano, e incespicava nelle ondulazioni disuguali del selciato.
Dov'erano andate?... Dove s'erano cacciate?... Era stato un gran stupido
a non aspettarle, a non uscire con loro. Si seccava a star così solo,
senza conoscer nessuno, fra tutta quella gente.
— Che fossero sedute sotto i portici?
Ancora non era abituato a chiamare _Procuratie_ quei palazzi.
Salì i gradini, entrò sotto, camminò avanti, ma quando fu proprio
dinanzi al caffè Florian, gli pareva d'essere sul palco scenico d'un
teatro. Ebbe soggezione di tutta quella luce, sentì una vergogna strana
in mezzo a tutta quella gente. Credea che ciascuno non avesse nulla di
meglio da fare che badare a lui. Proprio sulla porta del Caffè c'era
Badoero che discorreva con un bel vecchio dal tipo aristocratico, alto,
colla barba bianca: il conte Potapow di sicuro!... Prandino arrossì, si
fece piccin piccino, voltò via la testa per non essere riconosciuto, e
fuggì lesto a nascondersi nel buio, perchè in mezzo a quello sfarzo
d'illuminazione aveva scorto che le sue scarpe dalle suole troppo
grosse, erano coperte di mota, e gli era sembrato che tutte le macchie e
le frittelle da mamma Orsolina levate in quei due anni dal suo abito
nero, saltassero fuori di nuovo, pettegole, impertinenti, per deriderlo
e perchè fosse deriso.
Respirò più sollevato quando si trovò lontano dalla piazza e si avviò
subito verso l'albergo della Gondola d'oro.
— È ritornata la Contessa? — chiese al portiere.
— Il numero? — rispose questi che, come al solito, non buttava via le
parole.
— Numero quaranta.
Il portiere guardò la tavoletta delle chiavi.
— Il numero quaranta è in casa.
Ciò detto, si voltò nella sua poltrona e cominciò a leggere la _Gazzetta
di Venezia_, con molta attenzione.
Prandino, questa volta, non badò più che tanto alla boria del portiere,
ma fece gli scalini a due a due e si fermò, ansante per la corsa e un
po' tremante per l'emozione, a battere al numero quaranta.
— Chi è? — domanda l'Elisa di dentro.
— Son io.
— Avanti.
L'Elisa era occupata nell'accomodare la sua roba dentro al cassettone.
— Dove vi siete nascoste? V'ho aspettato fino adesso, girando su e giù
per la piazza come un matto. Sono stanco morto.
E Prandino si lasciò cadere sopra una sedia facendosi vento col
cappello, che là dentro, in quella cameretta bassa, angusta, si
soffocava dal caldo.
— Cecilia, dopo pranzo, si sentì male e non ebbe più voglia di vestirsi.
— Però siete uscite tutt'e due.
— Sì, ma per poco. Abbiamo fatto una corsa fino in _Merceria_ per
comperare i nostri _costumi_ da bagno; e poi, siccome ci sentivamo
stanche, siamo ritornate subito all'albergo.
— Io sono stato da Badoero, e sono giunto in tempo per trovarlo in casa.
M'ha fatta un'accoglienza festosa, affettuosissima, povero Badoero.
Voleva anzi che stasera si uscisse insieme per presentarmi alla
principessa di Lentz, una gran signora: suo padre è stato un duca
regnante. — Non _ti_ lascio più. Voglio che facciamo vita comune. — Ma
io ho risposto subito che per questa sera mi doveva scusare. — Sai, —
gli ho detto, — sono appena arrivato. Ho tante cose da fare!... — Così,
a fatica, me ne sono liberato per venire al _Florian_, ma tu non
c'eri!... Abbiamo fissato di ritrovarci domani, sul vaporetto delle tre.
Te lo presenterò. Vedrai, è un giovinotto molto simpatico.
L'Elisa lo lasciava dire e stava zitta, intenta alle sue faccenduole,
senza badargli.
— A Venezia fa più caldo che a Vicenza, — riprese l'altro, dopo un po'
che durava quella scena muta. — C'è un soffoco opprimente che dà alle
gambe. Quando sono uscito, pareva che volesse piovere da un momento
all'altro. Adesso invece s'è rimesso al bello, e c'è un sereno, di
fuori, che invoglia ad andare a fare una _sgondolata_.
Prandino tentava tutti i mezzi per intavolare la conversazione; ma
faceva fiasco. Allora, tanto per farla parlare, le si rivolse
direttamente e: — la Cecilia, è andata a letto? — le domandò.
— Sì, poco fa. Anche Gegio cascava dal sonno.
— Sua madre dà troppo da mangiare a quel ragazzo. E... tu....
— Io?
— Sì, che cosa conti di fare?
— Metto a posto questa roba, poi finirò coll'andarmene a letto anch'io.
Prandino, a questo punto, si alzò, guardò l'uscio colla coda
dell'occhio, se era ben chiuso, poi si avvicinò all'Elisa e cominciò per
abbracciarla.
— Stia fermo.
— Sei in collera?
— Mi lasci stare, la prego: non mi secchi.
— Ma che cos'hai?
— Ho, e te lo dico chiaro e tondo, ho che se non moderi il tuo
_temperamento_, è meglio che tu vada per la tua strada.
— Che cosa ho fatto poi, alla fine....
— Tu mi tratti, come non sono mai stata trattata da nessuno. Sei geloso
di tutto, d'una parola, d'una mosca che vola....
— Il Maggiore mi pare che sia tutt'altro che una mosca.
— Torni daccapo?
— Ma non vedi che scherzo?
— Sì, ma son seccata d'esser sempre _taquinée_ anche ne' tuoi scherzi.
— Se sono geloso, è perchè ti voglio molto bene.
— Oh Dio, quasi quasi, sarebbe il caso di dire un po' meno d'amore e un
po' più di creanza! Lo sai bene che non sono uscita ieri di collegio, e
che non posso fare sgarbi a tutti per la tranquillità del tuo cuore.
— No.... ma....
— Che cosa, ma?
— Spiegami un po' tutti quei sorrisi, quei sottintesi, quelle mezze
parole colla Cecilia?
— Si rideva di te, del tuo muso, delle tue lune, delle tue gelosie, dei
tuoi sospetti; ecco di che si rideva, se lo vuoi proprio sapere.
Prandino, anche questa volta, credette all'Elisa ciecamente e, al
solito, fu beato e contento. L'Elisa, sentendosi forse rimordere la
coscienza per qualche marachella che avesse anche lei da farsi
perdonare, quella sera non stette molto sul tirato, e però fecero presto
la pace, e in modo tale che dopo si vollero più bene di prima.
Prandino, sempre insistente e ostinato nelle sue idee, tornò da capo con
la sua _sgondolata_; e la Elisa adesso accettò senza farsi molto
pregare.
Appena fuori dell'albergo ed entrati in gondola, cominciarono tutti e
due a respirare un po' meglio.
La gondola, dapprima, si avviò lenta, leggera, dondolante, per quei rii
foschi, silenziosi, dove la tenebra fitta era spezzata sfacciatamente
dai fanali a gas, che, colla loro tozza modernità, stonavano sugli
angoli delle muraglie così artisticamente tetre, o meglio era interrotta
qua e là dai riflessi di luce rossastra che si spandevano dalle
finestre, illuminando, fra le ombre, qualche tratto di architettura
gotica o bizantina le cui linee fantastiche ridestavano nello spirito
mille storie lontane di vendette, di sangue e di amori infelici.
Poi sempre lenta, sempre leggera, sempre dondolante, la gondola passando
pel rio così solennemente triste del _Ponte dei sospiri_, uscì fuori,
all'aperto. Allora la piazzetta del Palazzo ducale apparì d'improvviso
come una scena da teatro, col suo sfoggio di smaglianti colori, col
frastuono delle sue voci confuse interrompendo il melanconico
raccoglimento dei nostri innamorati, che tornarono a sentirsi a miglior
agio, quando allontanandosi dalla riva di nuovo rientrarono nelle
tenebre per uscir fuori ancora in mezzo ad una luce più tranquilla, in
una calma perfetta, nella queta laguna di San Giorgio.
Giunti là, Prandino si pose a sedere sul _trasto_ guardandosi attorno
cogli occhi meravigliati e l'Elisa sospirò con un sospiro che le veniva
proprio dal cuore.
Vi era diffusa una luce pallida pallida, l'acqua era immobile, il cielo
chiarissimo, leggero e vaporoso, da sembrare un immenso velo trapunto di
stelle.
Il silenzio era così vasto che pareva avesse preso il suo regno in
quella solitudine incantata; eppure da tutta quella pace, usciva quella
melodia che consola, che accarezza lo spirito: era il bello, era la
musica dell'occhio, che scende già a farsi sentire nell'anima: melodia
arcana, dolcissima che il tonfo del remo accompagna come un ritornello
misurato, sollevando ad ogni battuta scintille fosforescenti, mentre la
luna alta, bianca, serena, par fremere anch'essa rifrangendo i suoi
raggi tremolanti nel cristallo delle acque.
— Com'è bello! — esclamò l'Elisa.
L'Ariberti non rispose nulla: ma quella voce e quelle parole allora lo
urtarono e lo infastidirono.
— Mi vuoi bene?
— Sì.
— Dammi un bacio, bambino.
Il giovinotto si volse indietro a guardare, e poi fe' cenno alla donna
che sarebbero stati veduti dal gondoliere. Ma tutto ciò fu un pretesto;
egli allora non si sentiva la volontà, il desiderio di darle un bacio.
In quel punto non sentiva di amarla. L'Elisa, quasi quasi gli era
indifferente e, peggio, quasi quasi gli spiaceva. Mai come in quella
sera e in quel momento egli aveva sentito l'amore, ma non era l'amore
che gli poteva dare la donna viva e sensuale.
Egli si sentiva commosso da un sentimento vago, etereo come quel cielo
vaporoso, casto come il cristallo di quell'acqua intatta. Era un amore
che gli entrava nell'anima per la prima volta colle prime impressioni
subite in quel luogo d'incanto, e così nuovo per lui: però era infinito
come l'idea e usciva dalle ristrettezze della materia per diffondersi
nella vastità del pensiero.
L'Elisa aveva perduti tutti i suoi fascini, tutte le sue seduzioni.
Nessuna donna di questo mondo egli avrebbe sentito in quel punto di
poter amare, nessuna donna fino allora conosciuta poteva prestare le
sembianze all'ideale della sua mente. Soltanto là, in alto, in alto, nel
fondo di quel cielo leggero come il fiato di una fanciulla, egli
intravedeva una forma vaga, diafana, indistinta che non avea mai veduta
e che non avrebbe veduta mai: che si avvicinava a poco a poco al suo
pensiero, per scomparire a poco a poco simile a sognato fantasma che
fugge via dissipandosi coi primi bagliori dell'alba.
— Vuoi che torniamo, bambino?... — gli disse l'Elisa alla fine,
stringendosi attorno lo scialle con un brivido di freddo.
Il gondoliere voltò la barca, tornò indietro, e poi venne giù verso il
_Canal Grande_.
Appunto perchè quelle impressioni erano state così forti e improvvise,
appunto perciò, si dissiparono subito, appena finito l'incanto che le
avea suscitate. Invece lo spettacolo nuovo che gli si preparava e che
contrastava singolarmente col primo, ne produsse in Prandino altre del
tutto diverse da quelle, ma non meno vive e sentite.
Dopo tanta luce, adesso la gondola, sempre lenta, sempre leggera e
dondolante, si sprofondava nelle ombre misteriose del _Canal Grande_.
A mano a mano che s'inoltrava, la Venezia dei Dogi e delle feste, della
voluttà e dei piaceri, del Messer Grande e delle cortigiane, si faceva
strada non più nell'anima, ma nei sensi di Ariberti. Allora Otello e
Desdemona, Bianca Cappello e la Faliero, Alfredo de Musset e la Sand,
Byron e la Guiccioli, la leggenda e la storia dei vecchi palagi
ingigantiti dalle tenebre gli risollevarono nella mente la memoria di
quegli amori, gli riaccesero nel sangue il calore di quelle passioni:
non era più una forma vaga, indistinta, lontana, che rischiarava adesso
il pensiero dell'Ariberti, ma su quelle acque cupe come l'abisso egli
sentiva correre aliti di sensualità acuti, penetranti, e vinto dalle
nuove seduzioni tornò lui questa volta a piegarsi sul _trasto_ e chiese
un bacio all'Elisa che non gli venne negato.
— _Ahoé!_ — gridò il gondoliere che piegava per entrare in un rio.
— _Stalì! Ahoé!_ — rispose vicina un'altra voce, e una gondola a due
remi, nella quale si distinse appena un'immagine bianca di donna, che
sorrideva mollemente sdraiata ad una figura bruna di giovanotto, uscì
velocemente perdendosi nelle tenebre lungo il canale: era un'altra
strofa, che si dileguava nell'ombre, di quel poema eterno dell'umanità
che a Venezia ha il suo canto più vario e più appassionato.
CAPITOLO VIII.
Il giorno dopo faceva un tempaccio indiavolato. Era una burrasca di
mare: pioveva a dirotto e soffiava un vento freddo giù per le _calli_,
che sbatteva gli ombrelli contro le mostre delle botteghe e agitava
l'acqua verde dei _rii_. Nessuno, tranne qualche matto d'inglese o di
tedesco, si sarebbe sognato d'andare al Lido.
L'Elisa, un po' stanca dal viaggio e dalla notte che aveva passata in
gondola, rimase a letto fin tardi, indugiò ad abbigliarsi e fu visibile
soltanto all'ora del pranzo, chè, in _negligé_, non si lasciava mai
veder da nessuno; e si capisce!...
La Contessina invece, dovendo restar chiusa in albergo, approfittò del
suo tempo per disfare le valigie e regolare i conti con Prandino, al
quale non parve vero di entrar quasi nel suo, quantunque, per dire la
verità, non ci fosse pericoli.
Colla sua solita pazienza e timida rassegnazione, si digerì poi una
solenne lavata di capo dalla Cecilia a proposito della mancia ch'egli
aveva creduto di mettere in mano, senza prima parlare con lei, all'uomo
del battello: questi, alla fine, li aveva canzonati per buscarsi lui
quella _corsa_ dalla stazione all'albergo, e non meritava certo che i
gonzi lo regalassero anche per soprammercato!...
Prandino del resto lo sapeva già, che non l'avrebbe passata liscia senza
pigliarsi un rabbuffo! Che!... Quando doveva metter mano alla borsa, non
c'era versi, madama D'Abalà diventava rabbiosa, bisbetica,
insopportabile; e allora gli occhietti guardavan losco e si faceva in
faccia tutta rossa, e non le rimaneva di bianco altro che la punta
sottile del suo naso minuto.
— No, no, — borbottava contando i biglietti la terza volta, e osservando
i più sucidi contro la finestra per paura che fossero doppi; — no, no;
un'altra volta non mi muovo più, se non ho mio marito, che dei ragazzi
da condurre a spasso me ne basta uno: Gegio, e spesso e volentieri,
potendolo, farei anche senza di lui!... Una volta, vedete, a Firenze,
perchè un vetturino pretendeva più della tariffa, mio marito, senza fare
nè ai nè bai, lo prese per un orecchio e lo consegnò lui stesso ad una
guardia di città!...
— Queste bravate di tuo marito le puoi contare al primo che passa, ma
non a me che lo conosco, — pensava Prandino. Però non rispose nulla,
anzi rimase colla testa bassa, come fosse mortificato davvero per quel
confronto.
Fatte le valigie, fatti i conti, la Cecilia per non istare in ozio,
cominciò a sentirsi male, a bere delle tazze di brodo col limone, e a
sorseggiare dell'_acqua di tutto cedro_, fino all'ora di pranzo, dove
mangiò per due, com'era naturale. L'Elisa più tardi volle scrivere delle
lettere, e il direttore dell'albergo _fece salire_ al numero quaranta
della carta colla marca della casa in oro, e mandò alla Contessa tutti i
giornali illustrati della _Salle de lecture_.
In quanto a Prandino, egli cominciò a metter muso; l'Elisa non si faceva
vedere; e lui ogni momento scendeva giù dal portiere a domandare se non
c'era stato nessuno a cercarlo; tanto che il portiere, seccato, gli
rispose brusco, che, se capitassero persone pel signor Conte, lo farebbe
avvisato, perchè egli stava alla porta appunto per ciò!....
Prandino sperava in una visita di Badoero: questa forse avrebbe fatto
uscire l'Elisa dalla sua camera, e forse, chissà, gli avrebbe dato un
po' d'importanza anche presso quella rusticona della Cecilia. Ma
Badoero, contro tutte le espansioni della sera innanzi, non si lasciò
vedere. Allora Prandino, per isvagarsi, dovette condur Gegio in piazza
san Marco a gettare il becchime ai colombi che, fortunatamente colla
loro piacevole dimestichezza, fecero scordare a Gegio l'idea fissa che
aveva in testa dalla mattina di prendere una gramolata da _Florian_,
tanto che appena messo il naso fuori dell'albergo aveva cominciato
subito a brontolare che aveva sete.
Tutto sommato però, quella mezza giornata, non fu proprio cattiva per
l'Ariberti. Quando tornò all'albergo, si sentì dire che il numero
quaranta lo cercava: figurarsi! Mandò Gegio in fretta dalla mamma,
promettendogli che il giorno dopo sarebbero andati in piazza a pigliare
i colombi colla rete, e in due salti corse dall'Elisa.
— Si può?
— Avanti!
Nella cameretta buia, le tendine erano calate e le persiane chiuse, si
respirava un profumo di _vinaigres_ e di _violettes_, che ad altri
avrebbe forse dato il mal di capo; ma a Prandino invece ricreava e
irritava i sensi: era l'odore particolare della sua donna.
L'Elisa gli venne incontro mostrandoglisi a poco a poco nell'oscurità,
ancora più bionda, ancora più bianca e ancora più bella del solito. Si
movea lentamente con un languore pieno di sentimento, con una stanchezza
piena di fascino e cogli occhi, ch'ella s'era fatti ancora più profondi
col _keul_, così che dal suo volto e da tutta la sua persona apparivano
a Prandino le tracce, a lui tanto care, della notte che aveano passata
in gondola, soli, soletti.
— Che vuoi, cara?
Nella camera si sentiva la respirazione grave, affannosa del giovinotto.
— Nulla. Voleva darti un bacio prima di scendere.
Prandino, tremante di voluttà, voleva stringerla, baciarla, morderla,
fors'anco: ma lei no; gli si oppose, e lo staccò da sè risolutamente.
— Andiamo; basta; sta quieto, bambino. È ora d'andare a pranzo.
E visto che l'altro stava fermo, intimidito, gli si appoggiò al braccio,
gli sorrise di nuovo col suo languore di donna stanca, affranta, e
scesero insieme, ninnolandosi un po' lungo le scale, nella _salle à
manger_.
Ma, proprio, la fortuna di noi miseri mortali pende da un filo
invisibile come la famosa spada di Damocle: quando pareva che tutto
andasse a seconda all'Ariberti, che tutto lo accarezzasse, anche i
piedini di Elisa, mancò poco ch'egli non si strozzasse con una lisca di
pesce.
Il direttore dell'albergo, ch'era come sempre tutto daddoli per la
Contessa del numero quaranta, fino a degnarsi di servirla lui e di
domandarle ogni tanto se la portata non le piaceva, o se desiderava che
le fosse cambiata, era entrato in sala con un piego sopra un vassoio
d'argento.
— Un telegramma per la signora Contessa! — e glielo porse inchinandosi
graziosamente.
L'Elisa lo ringraziò piegando il capo e girando gli occhi, ma poi,
appena aperto il telegramma, arrossì, sorrise, parve confondersi, e lo
passò in fretta alla Cecilia.
— È del Maggiore — pensò subito Prandino fra sè e sè, e fu proprio
quello il momento, che la lisca gli andò a traverso.
La Cecilia guardò sua madre, aggrottando le ciglia per capir qualche
cosa, ma senza parlare. Elisa le strizzò l'occhio, poi:
— È di tuo marito — le disse continuando a sorridere, tutta rossa in
viso a dispetto della cipria. — Vuol sapere se abbiamo fatto buon
viaggio.
Prandino rialzò il capo respirando, chè la lisca, a quelle parole, trovò
la sua strada diritta, e il buon ragazzo, tutto consolato, non si adirò
nemmeno contro Gegio, che, con una pallottola di pane, era riescito a
colpirlo proprio in un occhio!...
Povero Prandino!... Meglio per lui, del resto, ma ad ogni modo era un
osservatore assai superficiale. Se no, come avrebbe potuto credere che
la Cecilia così taccagna, non uscisse in una sfuriata contro l'onorevole
sotto prefetto, quando davvero egli avesse spesa una lira per avere le
notizie, mentre se ne poteva levare il gusto qualche ora più tardi, con
una cartolina da due soldi?...
Il giorno dopo Badoero passò apposta dalla _Gondola d'oro_ e lasciò
detto al portiere che avvertissero il conte degli Ariberti di non
mancare al vaporetto delle tre.
L'Ariberti alle due e cinquanta era già sul ponte coll'Elisa, Gegio e la
Cecilia che teneva in mano un cuscino di tela greggia con in mezzo lo
stemma in rosso e la corona dei Navaredo, perchè, nel suo stato,
soffriva a sedersi sulle panchette dure di legno.
Badoero non si fece aspettare: vestito come un cuoco, tutto di bianco,
profumato, unguentato, impomatato, entrò sul vaporetto lentamente e
leggermente, dondolandosi sulle gambette lunghe e molli e passando dal
montatoio sul ponte con un salterello da cavallerizzo. Appena scorse
Prandino, lo salutò con un cenno lieve del capo e poi gli si avvicinò
nella corsia, dritto, impalato, guardandosi attorno con occhiatacce
assassine e dispensando saluti, sorrisi e scappellate fra le bagnanti
che già si accalcavano sul vaporetto e lo riempivano di risa, di
chiacchiere e di colori.
Prandino gli venne incontro e lo raggiunse a mezza strada.
— _Ciao_.
— _Ciao_, mio caro!
— Se lo permetti, — e Prandino gli parlò all'orecchio stringendogli un
braccio colla mano, — ti presento alla contessa Navaredo, di Vicenza, e
a sua figlia, la contessina d'Abalà.
Badoero, che in tutte quelle bagnanti cercava invano una mima del teatro
del Lido, per la quale sentiva del tenero assai, continuò a guardarsi
d'attorno, ma rispose un _ooh!_ lungo, eloquentissimo, accompagnandolo
con un inchino e mosse dietro ad Ariberti, che camminava male fra tutta
quella gente stipata, dispensando altrettanti _pardon!_ quante erano le
punte dei piedi che incontrava colle sue.
— Contessa, Contessina: il conte Badoero, mio cugino.
Questa volta furono le due signore che mormorarono un _ooh!_ molto più
debole però e molto più corto, chinando il capo leggermente. L'Elisa
arrossì: già, alla sua età, aveva imparato ad arrossir sempre, quando
credeva che le stesse bene.
— È la prima volta quest'anno che vengono al Lido? Già, già,
sicuramente, perchè Ariberti m'ha detto che sono arrivate appunto
l'altro giorno. Venezia però la conoscono? Non si domanda nemmeno,
diamine! da Vicenza a Venezia è la corsa di un paio d'ore. Che tempaccio
ieri! Loro signore non avranno preso il bagno, mi figuro?... Sfido io!
chi doveva arrischiarsi, ieri, d'andare al Lido? Non ci fu altri che
quel matto di Roders, un americano, un mio amico, che ha fatta la
traversata in _sandolo_.
— Quanta gente che continua a salire! — esclamò la Cecilia accomodandosi
sul cuscino e stringendosi vicino all'Elisa. — Vorrà dire però che
quando saremo stipati come le acciughe chi sarà capitato tardi se ne
ritornerà indietro.
— O aspetterà un altro vaporetto. Già, partono ogni venti minuti.
— Oh mio Dio, mio Dio! che puzzo di carbone! Che, che! io non ci posso
resistere, non voglio già beccarmi il dolor di testa per nessuno, io! —
esclamò la Cecilia quando proprio il vaporetto era pieno.
Non c'era verso, dovettero passare dall'altra parte, urtando e pigiando
quella folla, la Cecilia facendosi da guardinfante colle due mani e
fissando la gente, che stentava un po' a muoversi, cogli occhietti
loschi dalla bile.
Elisa le teneva dietro con aria distratta, forse per fare impressione a
Badoero, il quale allungava sempre il collo cercando la mima che non
trovava mai. Il conte degli Ariberti veniva l'ultimo, tutto rosso dalla
vergogna, strascinandosi Gegio con una mano e coll'altra tenendosi
stretto sotto il braccio il cuscino stemmato.
— Oh, finalmente! — esclamò la Cecilia, quando si fu di nuovo adagiata.
— È innegabile che una volta, da _Rima_, i bagni erano più comodi. Oh,
sì davvero! E poi si faceva più presto e si spendeva meno.
— Oggi, sa, Contessa, c'è folla perchè è domenica.
— Anche qui come a Vicenza? — esclamò Prandino: — la domenica non si può
andare in nessun luogo.
— Sicuro: tutto il mondo è paese. Per questo appunto le _nostre signore_
non vengono mai al Lido la domenica.
— No?
— No. C'è troppa gente. Ma vedranno domani; ce ne sarà meno assai e poi
troveranno una _società_ molto più _distinta!_
— È vero che al Lido ci sono le carrozze e i cavalli? — saltò su Gegio a
domandare tutto a un tratto, tirando la giacca a Badoero.
— Sì, carino. C'è il _tramvai_.
— Mamma, andiamo in _tramvai_? Io voglio andare in _tramvai_!
— Sì, sì: chetati, carino, si va in _tramvai_, fino allo stabilimento. È
suo figlio? — chiese poi a Cecilia.
— Mio figlio. Andiamo, Gegio, da bravo, sta su dritto e saluta il signor
Conte.
Gegio si strinse nelle spalle, e si voltò divertendosi a sputare
nell'acqua.
— Carino proprio davvero; e quanti anni ha?...
— Tre anni, — rispose l'Elisa.
— Per bacco, è molto sviluppato!
— La _mamma grande_ dice sempre che ho tre anni! — esclamò Gegio,
voltandosi verso Badoero, e dando un urtone a un tedesco. — Anche l'anno
passato a Lonigo io avevo tre anni!...
— Finiscila, stupido! — e la Cecilia gli diede un pizzicotto così forte
in un orecchio che Gegio diventò rosso dalla rabbia e dal dolore e colla
manina chiusa allungò un pugno a sua madre. Fra madre e figlio,
naturalmente, stava per succedere una tragedia, quando Badoero, tanto
per volgere altrove l'attenzione, esclamò ridendo, chè proprio non
poteva più contenersi:
— Oh, ecco Potapow e Jamagata che arrivano gli ultimi; ah, ah, ah! se
non fanno presto restano proprio con un palmo di naso.
Ma Potapow e Jamagata si misero a correre e così arrivarono a tempo per
imbarcarsi. Potapow era un vecchietto rubizzo, vegeto piuttosto grasso,
e nel vestito era sudicino, anzichenò. Aveva la barba intera d'un grigio
giallognolo: parlava sempre, toccava tutto e non istava mai fermo.
Invece, il commendatore Jamagata, lucente nell'abito nero, di una
pulitezza squisita e di una eleganza severissima, alto, dritto,
composto, nel suo genere giapponese era un uomo bellissimo.
Naturalmente, s'era tagliato la coda, ma in compenso si era fatto
crescere i baffi; cioè, intendiamoci, non aveva da coltivare che sette
peli alla destra e cinque alla sinistra del naso.
Il russo ed il giapponese si vedevano sempre insieme: ma nulladimeno si
detestavano cordialmente. Fra loro due c'era dell'astio, dell'invidia e
della rivalità. Dicevano corna l'uno dell'altro, si contraddicevano,
garrivano spesso, giocandosi dei tiri, facendosi dei dispettucci e a
volte scambiandosi anche qualche impertinenza. Il russo era allegro e
chiassoso, il giapponese grave e malinconico, il primo assolutista e
avaro, il secondo splendido e liberale, l'uno materialista e scettico,
l'altro sentimentale e credente, quello licenziosetto e spregiudicato,
questo casto e tenero di cuore.
Mentre il vaporetto dal guscio giallo scendeva giù velocemente solcando
l'acqua cristallina della laguna, con la tolda così tutta coperta dai
vivaci colori delle vesti, dei capelli, degli ombrellini verdi, rossi,
bianchi da sembrare un gran cesto carico di fiori, successe la
presentazione del Conte e del Commendatore alle contesse Navaredo e al
conte Eriprando degli Ariberti. Il giapponese si sedette vicino
all'Elisa, il russo rimase in piedi dinanzi a Cecilia. Jamagata parlò
colla Contessa delle melanconiche idealità di Venezia; Potapow consigliò
Cecilia a prendere un libretto d'abbonamento pei bagni del Lido,
avvertendola poi di confrontare attentamente le serie delle contromarche
perchè alle volte erano sbagliate.
Solamente il conte Eriprando era un po' messo da parte e ciò perchè egli
non godeva di troppa dimestichezza colla lingua francese. Una volta,
vedendo ch'egli stava là tutto muto, accarezzandosi i baffi e ridendo
quando ridevano gli altri, — _Parlez-vous français, monsieur le comte?_
— gli chiese Potapow.
— _Oh, très peu!_... — rispose Prandino colle labbra strette, e poi
tacque arrossendo, perchè dubitò di aver detto uno strafalcione; e tanto
per fare un po' il disinvolto, voleva che Gegio ammirasse le isolette
dei _Frari_ e di _Sant'Elena_. Ma Gegio nemmeno gli badava: il ragazzo
fissava Jamagata cogli occhi sbarrati, mangiandosi le unghie.
Prandino cominciava a essere un po' seccato. Quel parlar francese lo
infastidiva: egli aveva creduto di venire a Venezia a far la prima
figura vicino alla contessa Navaredo e adesso invece gli toccava
l'ultima parte.
E già non ne poteva proprio più, quando il vaporetto rallentava la
corsa, e poco dopo si fermava all'approdo. Furono aperti gli sportelli,
furon gettati i montatoi, e la gente cominciò a scendere. Allora
Prandino lavorò tanto bene coi gomiti che riuscì in breve a ficcarsi
proprio dietro all'Elisa, e quando ella discese, lui, risoluto, con una
mano appoggiata allo sportello, cacciò fuori la gamba sul montatoio, e
le rimase vicino, impedendo il passo a Jamagata.
Intanto la gente prendeva d'assalto i _tramways_, che, appena carichi,
correvano via di trotto, l'uno dopo l'altro.
Jamagata e Potapow, pratici del luogo, non si perdettero in complimenti:
il commendatore saltò sul _tramway_ e con tutte due le mani aiutò la
Cecilia. Questa vi salì spinta per di dietro da Potapow, che si volse
poi a tirar su anche l'Elisa. Prandino, nuovo in quelle confusioni, e
non abituato a fare l'inglese, s'intimidisce, non ha coraggio di passar
davanti alle signore, e il _tramway_ si riempie: corre in su e in giù,
inquieto, affannato per trovarsi un posto purchessia, ma intanto che
cerca, il _tramway_ si mette in movimento e parte lasciandolo lì con un
palmo di naso e con Gegio fra le gambe, il quale, vedendo la mamma
allontanarsi, comincia a piangere e finisce a strillare.
L'Ariberti si guarda attorno, smarrito, mortificato: chiama Badoero: ma
il Badoero s'era dileguato anche lui. Lì, poco discosto, c'era un altro
_tramway_, mezzo vuoto, che si disponeva a partire. Prandino,
trascinando Gegio, si mette a correre, e vi salta dentro che già si
muove.
— Parte per il Lido? — domanda trafelato al conduttore.
— No, per Venezia! — rispose questo ridendo e schioccando la frusta
sulla groppa dei cavalli.
— Se avessero osato di rispondere così a mio marito, guai! — esclamò più
tardi la Cecilia, dopo che Prandino le ebbe contata quella canzonatura,
— guai!... egli avrebbe buttato quel villano giù dal carrozzone. È vero
però che mio marito non avrebbe certo fatta una domanda così sciocca: —
soggiunse poi in via di conclusione, per paura che l'Ariberti le potesse
rimaner in credito di una gentilezza.
Quando egli giunse allo _stabilimento_ e attraversò la sala del _Caffè
ristorante_, scura e bassa pari a quella di una nave, come si affacciò
ad una delle uscite che mettevano sulla terrazza, si fermò là su due
piedi.
Il mare tranquillo, in calma, lo accecava col riflesso di un azzurro
largo, ampio, infinito, più del barbaglio del sole che saettava i suoi
raggi sulle onde calde, con striscie gialle, mobili, scintillanti. A
quell'ora sul mare non si vedeva una vela, nel cielo non correva una
nube, non appariva neppure nella sconfinata immensità d'acqua, di cielo
e di luce, l'ala bianca e rapida dell'alcione.
L'Ariberti, respirando con voluttà l'aria frizzante, si mosse, si avanzò
verso il lungo parapetto della terrazza; ma allora l'andirivieni
affollato, rumoroso dei forestieri ai bagni e dei veneziani a spasso, lo
tolse dalla sua estatica contemplazione, e quel frastuono babelico, quel
viavai delle fogge più strane, quel pettegolezzo di colori, lo attrasse
ammirato, come prima lo aveva reso attonito il grandioso spettacolo del
mare, e ciò mentre l'acqua ch'egli udiva rompersi e scorrere sotto il
tavolato della terrazza lo impressionava così, da fargli muover le gambe
con un certo sospetto. Quelle donne belle, eleganti, disinvolte che gli
passavano vicino, lo facevano arrossire senza ch'egli ne sapesse la
ragione. Certo, egli le trovava tutte più belle dell'Elisa, e pensando a
lei adesso, si sentiva come un po' mortificato. Quelle vesti così nuove,
quei cappelli così arditi, che parevano panierini ricolmi di fiori o di
frutta, o ricchi nodi svolazzanti di nastri e di trine, quel lusso,
quella sensualità, gli misero addosso un'invidia indefinibile, un'ansia
infinita di desideri che sentiva confusamente nel cervello, nel cuore,
nel sangue, ma che non avrebbe saputo esprimere; una smania d'essere pur
qualche cosa, in quel mondo a lui così straniero, di attirare sopra di
sè l'attenzione di tutta quella gente che non si curava de' fatti suoi,
che non lo guardava, che nemmeno sapeva chi egli fosse di nome. Si
avvicinò al parapetto; giù, nell'acqua, c'era una compagnia di
giovinotti con maglia a righe, come quelle dei _clowns_, che offrivano
un piacevole spettacolo di scambietti, di salti, di capriole, alle
signore che li stavano a guardare dall'alto. Prandino pensò allora di
saltar giù, in quella folla, per superare tutti quei nuotatori, per
farsi ammirare!... Ma poi guardandosi attorno, stanco, intristito, e
vedendosi così solo, mentre molte coppie di donnine e di giovinotti,
passeggiando in su e in giù, combinavano insieme l'amore e la
_reazione_, tornò a pensare all'Elisa con un impeto prepotente di
affetto, e insieme con un gran desiderio d'aver anche lui la sua amante
da sfoggiare, e però ricominciò a trovarla bella, a sentirsela cara e a
volerle bene.
Fu il Badoero che lo fece tornare in sè, dandogli un pizzicotto.
— Oh, _ciao_, Badoero!... E la Contessa, dov'è andata?
— Dall'altra parte; a spogliarsi per fare il bagno.
— Io voglio andare a fare il bagno colla mamma grande! — piagnuccolò
Gegio appena udì quelle parole.
— Appunto; la contessa Cecilia, — (le conoscenze nuove, si sa bene,
chiamavano contessa anche lei), — la contessa Cecilia cercava il
bambino, ed era irritata contro di te, perchè diceva che ti perdi
d'animo per un nonnulla.
— E adesso, che cosa si fa?
— Condurremo il ragazzo da sua madre e poi andremo a fare il bagno anche
noi. Non ti pare?
— Sicuro, perdina! non vedo il momento di rinfrescarmi.
Il Badoero, tutto consolato perchè finalmente aveva sbirciata l'Emma, la
sua mima, giù in mare, che prendeva atteggiamenti plastici a fior
d'acqua, circondata da tre o quattro adoratori, prese lui Gegio per mano
e lo condusse nel compartimento riservato alle donne, raccomandando alla
bagnaiuola che lo facesse entrare nel camerino delle contesse Navaredo.
Poi raggiunse l'Ariberti sulla terrazza donde uscirono tutti e due di
nuovo, per andare a bagnarsi.
— Sai, — diceva il Badoero a Prandino, parlando a voce alta, mentre si
spogliavano in due camerini attigui, — se stasera, sul tardi, ti vedo al
_Florian_, ti presento alla principessa di Lentz e poi andremo da
_Bauer_ a cenare.
— Grazie, — rispondeva l'altro dall'altra parte.
— Se vuoi ti condurrò anche al _club_.
— Grazie.
— Già non ti abbisognerà nulla; ma, si sa bene, in ogni occorrenza devi
far capitale di me.
— Grazie.
— Me ne avrei a male, se non fosse così.
Uscirono presto, quasi nello stesso punto. Il cugino scese il primo
dalla scaletta; l'altro gli tenne dietro.
L'acqua era bassa, non arrivava a toccar loro le ginocchia.
— Sei nuotatore, non è vero?
— Figurati: nuotatore d'acqua dolce!...
— Tanto meglio, così andremo al largo.
— Sicuro.
— Passeremo dall'altra parte, dove ci sono le signore.
— Ma, non è proibito?
— Che! È proibito avvicinarsi alle signore dentro allo steccato: ma
fuori non c'è nessuno che possa trovar nulla da ridire.
— Tanto meglio!
Camminando nell'acqua, si lasciarono dietro la folla dei nuotatori
inesperti che facevano il chiasso, vociando, ridendo, spruzzandosi gli
uni cogli altri, tuffandosi a vicenda, o dondolando, come salami, appesi
alle corde.
Quando il fondo cominciò a mancare, i due cugini si allungarono, si
distesero e nuotarono via, filando velocemente.
L'acqua era calda: il sole dall'alto dardeggiava infocato.
— Vedi la Contessa? — chiese il Badoero a Prandino.
— No, non vedo che la D'Abalà sulla terrazza: minaccia Gegio
coll'ombrellino, perchè non vuol lasciarsi tuffare dal bagnaiuolo.
— La D'Abalà, naturalmente, non farà bagni...
— No.
— Si capisce.
— Oh! eccola, la Contessa! Nuota sola sola: esce adesso dallo steccato!
— Per bacco! Ci vedi da lontano cogli occhi del cuore....
— Tu scherzi, cuginetto mio!...
— No davvero! E te ne dò subito una prova: io mi fermo qui coll'Emma e
ti lascio libero.
La piccola Emma, con una maglia rossa, scollata, che la faceva
distinguere a mezzo chilometro di distanza, ferma, in piedi, più vicina
alla riva, usciva dall'acqua — dalla cintola in su — come Farinata dal
fuoco: però l'Emma a vederla così, non metteva punto sgomento.
— _Voi ti, giavan, adess te vegnet giò?_ — questo fu il saluto dato
dalla Venere _meneghina_ a Badoero, il quale, al suo apparire, fece
allontanare due o tre giovinottini che le boccheggiavano d'intorno, come
all'avvicinarsi di un pesce più grosso, i pesciolini minuti si
disperdono, guizzando via lesti lesti.
Quando Prandino raggiunse l'Elisa, questa cominciò a nuotare di fianco:
aveva avuta anche l'altra furberia d'indossare un camiciotto da bagno
molto scuro e così, benchè l'acqua fosse limpida, riusciva a nascondere
il soverchio rotondeggiare delle sue forme: precauzioni affatto inutili,
del resto, per il buon Prandino, chè egli era innamorato, e si sa bene:
più ce n'era di quella donna e più ne amava!
— Sei tu?
— Sì.
— Come hai fatto a ravvisarmi così di lontano, sotto questo
cappellone....
— Lo sai bene: io ti vedrei anche se tu fossi in capo al mondo.
Prandino ansava e nuotava adesso con maggior fatica. Le braccia bianche,
il piedino lungo, elegante, e le gambe rotonde della Contessa, vedute
così sott'acqua, gli toglievano il respiro.
— Sei stanco?
— Tutt'altro.
— Andiamo un po' fuori?
— Come vuoi. Già bisogna venire in mezzo al mare per trovarti sola.
— Sai che Jamagata ha già cominciato a farmi la corte? — E l'Elisa diede
in una risata, uscendo fuori dall'acqua con un braccio per accomodarsi
il cappellone di paglia.
— Me ne sono accorto; e tu, non c'è che dire, te la lasci fare per
benino!
— Che vuoi? Un giapponese, non m'era ancora capitato!
— Cioè?...
— A proposito, bambino, non dir nulla con Cecilia, che siamo usciti
insieme a nuotare, se no, mi fa certe prediche noiose che non finiscono
mai! — Fra le altre _fanciullaggini_, all'Elisa era rimasta anche
questa, di fingere cioè ch'ella fosse tenuta d'occhio da sua figlia.
— Per me, io non le dico nulla di sicuro!... Ma senti, cara, non ti
lascerai fare la corte da Jamagata: me lo prometti, non è vero?
— Chi lo sa? È tanto sentimentale! — L'Elisa guizzò nell'acqua, girando
sopra sè stessa e fremendo dal piacere.
Prandino le si cacciò ai fianchi: — Giurami, che mi hai risposto così
per ischerzo!...
— Tirati in là; andiamo, tirati in là, chè mi fai bere.
— Ti farò bere apposta, se continui a far la civetta!...
— Andiamo, andiamo!... Sei matto! Nuota più distante, chè, se ci vedono,
fo davvero una bella figura!
L'Elisa non ischerzava più: Prandino si allontanò subito da lei.
— Vuoi che ritorniamo indietro?
— Come desideri!
— Si sta così bene qui soli, in mezzo all'acqua.
— Ti diverti, Prandino?
— Assai!
— Come ieri sera?
— Oh, no! Ieri sera, per modo di dire, fu il più bel giorno della mia
vita.
— Quanto sei sciocco!...
— Sfido io: ti hanno abituata allo spirito del Giappone.
— Giappone o Cina, sta sicuro che Jamagata di queste sciocchezze non ne
dice!
— Bada!... ti fo bere!
— Tirati in là!...
— Perdinci, come ti sei fatta paurosa!...
— Andremo ancora un'altra sera in gondola; e prenderemo con noi anche
Cecilia, non è vero? — L'Elisa aveva detto ciò per ischerzo, ma vedendo
che l'altro in acqua come in terra prendeva il cappello colla stessa
facilità. — Non arrabbiarti, permaloso che sei — aggiunse subito — non
capisci che l'ho detto per ridere?
— Dammi la mano....
— No....
— Dammi la mano!
— No. Non fare scherzi, sai: non mi accomoda! — E l'Elisa si voltò per
ritornare verso lo _stabilimento_.
— Oh Dio! — esclamò — quanto ci siamo allontanati.
Difatti sulla sabbia bigia della riva, i bagnanti che vi formicolavano
qua e là, sembravano altrettanti bambini: lo _stabilimento_ basso,
angusto, ristretto, pareva poco più grande d'un balocco.
Nuotavano tutti e due adagio adagio, senza parlare: lui un po' indietro,
intento cogli occhi per iscoprire sotto l'acqua tutti i movimenti
dell'Elisa, e lei godendosi, colle pupille socchiuse, il barbaglio della
luce calda, molle, snervante, che sollevava dal mare un odore acuto di
alghe e di sale.
— Chi è quel cappellone laggiù, che nuota dritto verso di noi? — chiese
Prandino, sempre pieno di sospetti, alla sua compagna, indicandole un
coso lontano che sembrava una zucca gialla, galleggiante a fior d'acqua.
— Non so, non vedo nulla — rispose l'Elisa. Però, la perfida non diceva
la verità nemmeno questa volta!... Tanto è vero che increspò le labbra a
un sorriso di soddisfazione e che, colla scusa di accomodarsi di nuovo
il cappello, levò fuori dell'acqua un braccio bianchissimo, grassotto,
che ebbe così, grondante sotto il sole, un momentaneo luccichìo. Poi
tornò a nuotare di fianco, molto di fianco, allungando e allargando i
movimenti.
— Ti dico che quello là ci viene incontro! — tornò a ripetere Prandino
coll'innocenza che gli era abituale. Ma poi, quando si avvicinarono
ancora di più ed egli potè adocchiare chi ci stava sotto il cappellone,
il suo povero cuore gli cominciò a saltar dentro come se gli battesse la
furlana e quella larga distesa d'acqua azzurra gli girò attorno alla
vista.
— Contessa.... arriva da.... Trieste?!
Maledizione! era proprio lui, il Maggiore!
— Addio Del Mantico! Ritorno col conte Eriprando, da una bellissima
traversata.
L'Ariberti non potè dire una sola parola: per superarsi, per vincere la
commozione di quella sorpresa così sgradita, accelerò troppo i
movimenti, però lo prese un po' d'ansia, d'affanno, e, mentre gli altri
due si scambiavano dei complimenti graziosissimi, lui diede giù una
bevuta così abbondante, che lo fece starnutire per un pezzo.
— Conte, si beve?
— Si beve e si beve amaro!
Prandino continuò a sputare, a schiarirsi la gola, e a soffiar l'acqua
dal naso.
Il Maggiore, veduto in maglia da bagno, non era avvenente per nessun
verso. Egli non aveva la malizia dell'Elisa, che nuotava di fianco, e
però si vedeva tutto, così grasso e grosso com'era, col collo corto e
largo, col petto setoloso, mentre i baffi gli pendevano molli, cadenti,
rendendo buffo quel suo faccione tondo, bruciato dal sole.
— Lo sapeva, Maggiore, di trovarmi al Lido?
— No, non lo sa....peva, ma lo spe....rava.
Anche il Del Mantico era ansante nel parlare. Non era un nuotatore della
forza di Prandino, e nell'acqua si stancava subito.
— Ma come ha fatto a riconoscermi così da lontano, e senza
l'occhialino?...
— Mi fu indi...cata dalla contes...sina Cecilia!
— Strega del diavolo! — borbottò Prandino, la cui grande infelicità
riempiva adesso, per lui, tutto quell'immenso spazio d'acqua e di cielo.
L'Elisa, pratica di tali scene, capì che la posizione poteva farsi un
po' difficile, e pensò bene di lasciare soli i due rivali a sbrigarsela
come credessero meglio.
— Qui, signori miei, bisogna dividerci, se non vogliamo far nascere
scandali.
— A ben rivederla, Con...tessa!
— Si ferma a Venezia, Maggiore?
— Potrebbe.... darsi!
— Allora, _au revoir!_
— _Au revoir_.
L'Ariberti non salutò nemmeno la Contessa, che filò via dritta dritta,
verso il compartimento delle signore; invece cominciò a nuotare come i
cani, sbattendo l'acqua colle mani e coi piedi.
Il Maggiore aveva fatto uno sforzo e non ne poteva più; buon per lui che
si cominciò presto a toccare il fondo! Prandino continuò a tenersi muto,
il Maggiore ugualmente, e tutti e due salirono ai rispettivi camerini,
per due scalette differenti.
Quando l'Ariberti si trovò chiuso, solo solo nella sua gabbia, rimase là
per un momento, come istupidito dall'affanno e dal dolore; ma poi,
mentre si asciugava, cominciò a piangere, e a piangere dirottamente.
Povero ragazzo!..
CAPITOLO IX.
— Quando ho veduto che c'era quell'altro, ho fatto tutto il possibile
io, perchè il Del Mantico non ti corresse dietro — diceva la Cecilia,
mentre aiutava la mamma a vestirsi — ma non sono stata buona di
trattenerlo: pareva che avesse addosso l'argento vivo!....
— Meglio così: meglio così!.... Ho sempre veduto che cogli uomini,
quello che non si ottiene coll'amore, si ottiene colla gelosia. Dammi un
po' di _crème_.
— Bianca o rosa?
— Rosa.
— Credi che il Del Mantico questa volta dica davvero?
— Che vuoi? ancora non ci vedo chiaro — continuava l'Elisa, mentre
guardandosi nello specchio si toccava qua e là leggermente, colle dita
intinte nella manteca, le labbra e le narici. — Ancora non ci vedo
chiaro. A volte mi pare di sì, a volte mi pare di no.
— Tuttavia il telegramma di ieri e il fatto di esser capitato oggi a
Venezia così a precipizio....
— Certo che dell'Ariberti è molto geloso!...,
— Vedi un po'?.... È geloso di quello stupido!
— Stupido non tanto, e poi ha un bel nome, e in fin dei conti è anche un
bel ragazzo!....
— Sarà!.... Ad ogni modo è troppo giovine perchè ti sposi.
— Oh! in quanto all'età non vuol dire!
— Ma poi è uno spiantato.
— Questa piuttosto, è una buona ragione.
Mentre l'Elisa terminava d'acconciarsi, la D'Abalà e il conte Potapow
combinarono di fermarsi al Lido a desinare. Di solito, avea detto il
Conte, servivano un pranzo fisso, a tre lire e cinquanta, senza vino,
abbastanza buono. Jamagata, interrogato anche lui in proposito,
consigliò invece di desinare _a la carta_.
Potapow si strinse nelle spalle e non gli rispose nemmeno. Fra loro due
poi successe un battibecco vivacissimo quando si dovette scegliere la
tavola. Potapow ne voleva una vicina alle sale, così erano meglio
riparati: Jamagata invece la preferiva sul mare, perchè se non si doveva
godere della vista del mare, allora era inutile di fermarsi al Lido: e
concluse che chi aveva paura del raffreddore poteva ritornarsene a
Venezia. La Cecilia li lasciò bisticciare senza entrare in mezzo: era
troppo affaccendata a far capire al cameriere che pranzavano in sette,
ma che dovevano apparecchiare per otto, perchè in compagnia c'era un
bambino, che aveva poco più di due anni.
Ma sul più bello, quando tutto pareva ben disposto, eccoti Badoero che
dichiara di non poter prendere parte a quel _picnic_: non lo disse, ma
ne aveva un altro impegnato colla piccola Emma.
Questa notizia inaspettata turbò i calcoli e la quiete della Cecilia e
di Potapow. Per fortuna il Conte si ricordò in tempo del cavaliere
Ramolini, il quale poco prima aveva manifestato il desiderio di pranzare
anche lui al Lido, e domandò subito alla D'Abalà se permetteva che
glielo presentasse, e se la contessa Navaredo, che ormai li aveva
raggiunti, ne sarebbe stata contenta.
— Si figuri, si figuri; vada subito a cercarlo: contenta la mamma,
contenta io, contenti tutti!
Potapow andò correndo in cerca del Cavaliere.
— Contento io, oh, no: _rien du tout_ — disse piano Jamagata alla
Contessa. — Oh! per trovarmi io contento vorrei essere senza nessuno con
voi, _précisément_; come dite in italiano?.... senza _nessunissimo?_....
L'Elisa, sorridendo, insegnò a Jamagata che in italiano si poteva dire
_soli_, _solissimi_, _affatto soli_, mentre Prandino entrava sulla
terrazza da una parte e il Maggiore vi entrava dall'altra: quello,
livido, cogli occhi rossi e un muso al doppio del naturale; il Maggiore,
invece, colla cera soddisfatta e l'occhialino in cerca dell'Elisa,
asciugandosi i capelli corti, brizzolati, con la pezzuola bianca.
Dopo la presentazione del Maggiore a Jamagata, la contessa Navaredo
contò che il bagnaiuolo cercava di farle il galante e che nell'acqua le
stava sempre vicino e che voleva a tutti i costi insegnarle a nuotare,
quantunque lei non ne avesse bisogno.
Di solito, queste narrazioni, fatte apposta dall'Elisa per istuzzicare
un po' l'amor proprio dei suoi adoratori, indispettivano fortemente
Prandino; ma in quel momento egli aveva già troppa infelicità nel cuore,
perchè una gocciola più una gocciola meno lo potesse far traboccare.
Invece, cominciò a sentirsi un po' meglio quando la comitiva si mise a
tavola e la contessa Elisa volle lui alla sinistra, mentre alla destra
c'era già seduto Jamagata. Allora toccò al Maggiore d'impermalirsi:
difatti, egli si cacciò in fondo, lontano dagli altri, finchè Gegio, per
consolarlo, gli camminò prima sui piedi e dopo gli saltò sulle
ginocchia.
— Perchè è andato a sedersi così in disparte, Maggiore? — gli chiese la
Cecilia.
— Il bagno forse le ha fatto male? — gli domandò a sua volta l'Elisa,
con una punta d'ironia.
— Ho fame — rispose il Maggiore secco secco, per dire qualche cosa.
Prandino, vedendo il Maggiore così annuvolato, si rischiarava sempre
più.
— Verrò io, Maggiore, a tenerle compagnia! — esclamò la Cecilia; e, così
dicendo, si alzò di dov'era e andò a sederglisi accanto.
Intanto, dalla porta di mezzo, si vide entrare e avanzarsi Potapow,
seguito da un signore dall'aspetto grave, rispettabile, tutto chiuso,
abbottonato fin sotto al mento in un lungo soprabito di _mezza
stagione_.
Questo signore era il cavaliere Ramolini, il quale, dopo i complimenti,
le proteste e i ringraziamenti d'uso, fu messo a sedere anche lui di
fianco alla D'Abalà.
— Domando scusa alle signore, ma vorrei mi permettessero di rimanere
coperto: questa brezza per me è micidiale.
— Faccia, faccia pure.
— S'accomodi liberamente.
— _Sans façons_.
— _Couvrez-vous monsieur!_ — e Potapow con una mano gli alzò il braccio,
perchè non esitasse più a lungo a rimettersi in testa la tuba grigia.
— In riva al mare tira sempre un po' d'aria, — disse, dopo la zuppa, il
cavaliere Ramolini, il quale parlava poco, ma in compenso, di tanto in
tanto, usciva con delle scoperte che facevano molta impressione.
Il pranzo fu abbastanza animato: se Jamagata trovava tutto cattivo,
Potapow, viceversa, affermava che tutto era eccellente, e la Cecilia
mangiava anche per il Maggiore, che si faceva sempre più ammusato a mano
a mano che Prandino diventava persino spiritoso, tutto consolato dalle
tenere amabilità che gli prodigava l'Elisa.
Gegio non seccava nessuno perchè dormiva: la lezione di nuoto lo aveva
infiacchito. E poi, una volta sola che osò dire alla Cecilia,
indicandole Jamagata: “Guarda, mamma, com'è rimasto giallo anche dopo il
bagno!„, si prese un altro pizzicotto sull'orecchio, così forte, che non
fiatò più per un pezzo, finchè terminò coll'addormentarsi.
Alle frutta, Jamagata volle che la Contessa lasciasse a mezzo una pesca
duraccina, per ammirare la bella vista.
Il mare aveva preso adesso, coi riflessi del tramonto, una tinta verde
chiara con delle strisce rossicce e violacee, mentre lontano
sull'orizzonte apparivano le vele a triangolo di tre paranze,
sfacciatamente colorite d'un giallo dorato.
— Ah, se ci fosse mio marito!.... Come sarebbe contento! — esclamò la
Cecilia, estatica.
— La contessa d'Abalà non è mai stata a Dieppe? — le domandò Ramolini.
— No.
— Oh!.... — fece il Cavaliere con un sorriso di compassione, e poi
strinse le labbra come per indicare che là ci dovea essere del bello
assai.
— Che vuole? — soggiunse la Cecilia, quasi scusandosi — i figli!.... — e
cambiò di posto colla seggiola, perchè a un tavolo lì vicino c'era un
signore che fumava spagnolette.
— Già, già, — concluse Ramolini.
Ramolini non diceva mai uno sproposito: parlava poco, ma quel poco era
per dire che il sole di luglio è caldo, che l'aria di gennaio è fredda e
che un _risotto coi peoci_ leva l'appetito: tutte verità sacrosante.
Quando egli era costretto a esprimere il suo _debole parere_ sulla tal
persona o sulla tal'altra, non diceva una parola, ma aveva certi sorrisi
che rovinavano una riputazione, certi atti ammirativi che mettevano un
uomo sul piedistallo. Senza avere mai scritta una riga e avendone lette
pochine, nulladimeno pizzicava un tantino di letterato: si faceva vedere
al caffè col _Provveditore agli studii_; ogni giorno dava una capata in
biblioteca, e s'era fatto presentare a Carducci; ma anche in
letteratura, come nel resto, aveva un metodo di critica sicuro:
parlavano, per esempio, di Torelli o di Paolo Ferrari? egli si metteva a
sorridere e pronunciava un nome: — Augier! — C'era discussione sulla
_Giacinta_ o sui _Malavoglia?_ e lui, dopo d'essere stato sempre zitto,
tornava a sorridere ed esclamava con un sospiro: — Zola! Oh, _les
Rougon-Macquart!_ — Dopo di aver osservato attentamente per un quarto
d'ora, sull'_Illustrazione_, la copia di un quadro della scuola italiana
moderna, si stringeva nelle spalle, e: — Jèrome — esclamava — Oh,
Jèrome!.... — e buttava la rivista sul tavolino con un moto di
dispetto.... Anche Carducci, sicuro, quantunque Ramolini lo conoscesse
personalmente, anche Carducci impallidiva dinanzi ai poeti della
Francia, perchè, già è inutile, ma per la Francia il Cavaliere ci aveva
un debole.
Qui da noi, in Italia, dove tutti facciamo un po' di tutto, il poeta, il
droghiere, il ministro, il pittore, il sotto-prefetto e il lustrascarpe,
Ramolini, che non aveva mai fatto nulla, per non esser buono a far
nulla, rappresentava una lodevole eccezione, e godeva molto credito.
Andavano tutti d'accordo nel riconoscere il suo ingegno, nel vantare la
sua coltura. Quando era un giovinotto: — Ramolini, dicevano, è un po'
inerte, ma il giorno che si metterà a lavorare, farà delle grandi cose.
— Adesso aveva cinquant'anni, era cavaliere come gli altri, ma ancora
non aveva _estrinsecate_ le proprie facoltà intellettuali che sotto una
sola forma: la _dimissione_. Ramolini si dimetteva sempre, appena
nell'ufficio pubblico, al quale era stato eletto, avrebbe dovuto
cominciare a far qualche cosa. — Che importa ciò? — diceva il buon
pubblico — Ramolini non sarà un ingegno _produttivo_, ma resta sempre un
bell'ingegno e _solido!_ — e molte volte interpretava quelle sue
dimissioni come piccoli colpi di Stato.
A dir corto, dacchè era venuto al mondo, egli non faceva che tacere e
curar la salute; la curava male, però che esagerando nelle cautele e
abusando dei lenitivi, era sempre mezzo indisposto.
Quando servirono il caffè, si levarono tutti da tavola e si avvicinarono
al parapetto della terrazza, tranne Gegio che fu lasciato solo a
dormire.
— Bada, mamma, che il troppo stroppia! — disse la Cecilia piano
all'Elisa, indicandole il Maggiore che aveva chiesto al cameriere
l'_orario_ delle ferrovie.
— Lascia stare, che ne so più di te!
L'Elisa prese il braccio di Prandino, ch'era tanto fuori di sè dalla
consolazione da lasciarsi andare fino a parlar francese con Jamagata e
con Potapow, e si fece condurre nella sala in fondo alla terrazza dove
c'era un _maestro_ che suonava disperatamente il pianoforte.
— Mi vuoi bene? — le domandò Prandino pieno di buona fede.
— Sei molto seccante!.... In tutto il giorno non hai proprio altro da
dire!
Elisa non si fermò punto nella sala, ma ritornò subito dov'era il
rimanente della comitiva.
Là stavano tutti persuadendo il Maggiore a fermarsi per il _fresco_:
c'era la serenata di gala sul _Canal Grande_.
Il Maggiore s'impuntava duro sul no, ma tutti quei discorsi inquietavano
Prandino, al quale battea forte il cuore per la paura che il Del
Mantico, dopo tante chiacchiere, finisse col cedere e col dire di sì.
— Animo, da bravo, bisogna essere compiacente colle signore! —
continuava quella petulante della Cecilia, mettendosi in saccoccia pezzi
di zucchero, per Gegio — diceva lei! — Invece di stasera non potrebbe
partire domani colla prima corsa?
— Ma lascialo andare, Cecilia, non insistere così, non seccar la gente.
Il Maggiore, si sa bene, non è libero: avrà qualche _affare di servizio_
che lo obbligherà assolutamente a passare le sue notti a Treviso!....
dunque.... non dobbiamo essere indiscreti! — e detto tutto ciò con
vivacità, Elisa sorrise molto ironicamente.
— Oh! per gli _affari di servizio_ — rispose il Maggiore senza guardare
in faccia l'Elisa — tanto sono in licenza e posso fare quello che più mi
accomoda.
— Allora si resta! — replicò subito la Cecilia.
Il Maggiore non rispose nulla: Prandino si sentì mancare il fiato.
— Lei, Maggiore, se vuol dire la verità, ha qualche cosa per la testa.
Andiamo andiamo, mi dia braccio e si confidi con me. Chissà che non
siano cose che non si possano aggiustare!.... Che ne dice, Cavaliere?
— Mah! A una cosa sola non c'è rimedio: alla morte.
Jamagata a queste parole guardò l'Elisa sospirando profondamente:
Potapow si mise a ridere.
Il Del Mantico si alzò, offerse il braccio alla Contessina e camminarono
lentamente in su e in giù lungo la terrazza.
Prandino li seguiva colla coda dell'occhio, inquieto, perchè vedeva il
Maggiore che gestiva con molta animazione.
— Troverei inutile, — disse poi all'Elisa, un po' titubante, ma
facendosi coraggio per tastare il terreno — troverei inutile che la
Contessina dovesse insistere perchè il Maggiore si fermasse alla
serenata: tant'è, in una gondola non ci possiamo star tutti, e però
bisognerebbe dividerci.
La Contessa, che adesso pareva molto distratta, non rispose nulla, ma
Jamagata e Potapow si scusarono di non poter andare con lei al _fresco_
avendo già ricevuto un invito dalla principessa di Lentz.
Il giovinotto si faceva sempre più inquieto: i discorsi della D'Abalà
con il Del Mantico non finivano mai, ed egli non ne potea proprio più;
tuttavia quando essa gli si avvicinò e gli disse piano di fare i conti
anche per sua madre e per lei, Prandino non osò fiatare e correva già al
banco.
— Conte Eriprando!.... Scusi!... Senta un momento!....
Prandino le tornò vicino, tutto umile e premuroso.
— Si ricordi bene che Gegio non paga! Non mi faccia i soliti pasticci,
le solite confusioni!....
Mentre Prandino regolava i conti, e in quel mentre, numerando i suoi
capitali, si trovava mancante di sette lire, senza che sapesse come e
dove le avea gettate, le nostre dame, seguite dai rispettivi cavalieri,
uscirono dallo _stabilimento_ per aspettare il _tramway_. Prandino però
li raggiunse subito, tutto in orgasmo, temendo di perdere il posto
buono; quello, si sa, vicino all'Elisa. L'Elisa infatti, che s'era
tenuto Gegio con sè, lo mandò da sua madre; così Prandino potè sedersi
al suo fianco, tutto glorioso e trionfante. Se non avesse avuto due
spine, le sette lire che non riusciva a trovare come le avesse spese e
la faccia del maggiore Del Mantico che, dopo le chiacchiere colla
Cecilia, parea meno scura, egli sarebbe stato felice. E non felice
solamente in _tramway_, ma anche dopo, sul vaporetto, ritornando a
Venezia.
L'Elisa se lo teneva vicino e gli sorrideva, accarezzandolo con lunghe
occhiate: si era tolta il velo perchè la brezza viva della laguna glielo
portava via, e così nell'ombra il suo volto pallido, bianco, non ci
perdeva nulla neanche scoperto.
— Fa freddo! — esclamò Ramolini, appena il vaporetto si staccò dalla
riva, cacciandosi la tuba sulle orecchie e stringendosi attorno il
soprabito.
Jamagata disse di no, che non faceva freddo: Potapow allora si abbottonò
l'abito in fretta e si legò un fazzoletto attorno il collo per ripararsi
la gola.
Il cielo, di una trasparenza leggerissima verso il mare, dall'altra
parte, sopra Venezia, era sparso, attraversato da nuvolacci neri,
minacciosi, rotti giù basso, dietro ai monti, da una fascia rossa di
fuoco. Intanto
“a poco a poco.... la notte era discesa„
e mentre le isolette della laguna qua e là fra le ombre apparivano
scure, silenziose come fantasmi, Venezia gaia, rilucente, splendeva nel
fondo, colla sua lunga riva illuminata.
— Ci sarebbe pericolo, Cavaliere, che ci piova sopra al _fresco_ di
stasera?
— Mah! — rispose Ramolini guardando per aria. — Mah!....
— _Oh! madame la comtesse!.... Oh! la belle vue!_.... — esclamò
Jamagata, rapito in estasi, mentre indicava Venezia all'Elisa.
Tutti s'erano levati in piedi, rivolti verso Venezia, esprimendo ognuno
alla sua maniera, tranne, s'intende, il cavaliere Ramolini, la propria
ammirazione.
— Finalmente! — esclamò Prandino, tutto a un tratto, mentre il
vaporetto, facendo il giro della laguna, per fermarsi allo sbarco,
passava lento dinanzi alla piazzetta illuminata — finalmente! adesso mi
ricordo!
— Che cosa, Conte? — gli domandò piano l'Elisa.
— Nulla, nulla, — fece l'altro, rimettendosi.
S'era ricordato allora come aveva spese le sette lire; e però, liberato
da quel peso, potè commoversi anche lui dinanzi alle meraviglie della
riva incantata.
Appena discesi a terra, cominciarono i saluti, i ringraziamenti e le
espressioni del piacere reciproco per la fatta conoscenza.
— E il Badoero? — domandò Prandino — non s'è più visto?
Il Badoero era rimasto a teatro, al Lido. Tutti notarono allora ch'egli
si era dileguato in una maniera poco cortese.
— Almeno si fosse degnato di salutarci! — brontolò la Cecilia.
Prandino tentò difenderlo, ma le sue parole furono accolte dalla
disapprovazione generale.
— Gioventù, — disse Ramolini, sorridendo con uno di quei sorrisi che
levavano la pelle.
Il Cavaliere aveva accettato di seguire il _fresco_ anche lui, in
gondola colle signore. Soli Potapow e Jamagata abbandonarono la
comitiva, e tutti e due, per punizione, dovettero ricevere un bacio da
Gegio, che aveva la faccia tutta sudicia e ancora assonnata.
Prima però di allontanarsi, Jamagata, stringendo la mano all'Elisa, le
confidò che si sentiva molto _malheureux_, per doverla lasciare, e
Potapow regalò un ultimo buon consiglio alla Cecilia: di offrire ai
gondolieri la metà di quello che avrebbero domandato di noleggio per la
sera.
Difatti, questo gran contratto non fu concluso tanto presto. Il conte
Ariberti dovette andare innanzi e indietro almeno una mezza dozzina di
volte; finalmente si combinò per sei lire, non compresa la mancia.
— È caro, non è vero? — domandò la Cecilia al Ramolini.
— Sì.... e no.
Quando l'Elisa fu seduta sul _trasto_ colla figlia, vedendo che il
Maggiore si disponeva a imbarcarsi:
— Come! Non parte più Del Mantico? — gli domandò, sempre sorridendo con
ironia: ma però, questa volta, con un'ironia molto più dolce.
— Partirò colla corsa delle undici! — e il Maggiore guardò la Cecilia,
che sorrise anche lei.
— Per le undici, sa, Maggiore, non saremo a terra di sicuro, — avvertì
Prandino, che sperava ancora.
— Ebbene, vuol dire che non partirò.
Questa risposta fu detta con un tono così asciutto che Prandino non
fiatò più; invece, senza far complimenti, scese in gondola prima del
Maggiore e andò a sedersi sulla panchettina accanto all'Elisa. Ma un
gondoliere lo fece subito alzare e gli cambiò posto, per regolare il
peso della gondola e destinò proprio il Del Mantico a seder vicino
all'Elisa.
Le cose tornavano a prendere una cattiva piega per il povero
Prandino!....
Appena che la gondola si mosse, la Cecilia, vedendo che ci sarebbe stato
un posto disponibile perchè Gegio poteva mettersi benissimo fra le
ginocchia dell'Ariberti, ripigliò una seconda sfuriata contro il
Badoero. Se c'era Badoero, è naturale, avrebbe pagata anche lui la sua
parte e la spesa sarebbe stata minore. E poi la Cecilia, che non vedea
Prandino di buon occhio, si godeva tormentandolo anche a proposito di
quel suo cugino ch'egli aveva dipinto e magnificato come se fosse un
Baiardo redivivo.
L'Elisa, invece, taceva sempre: aveva troppa dignità di sè stessa per
curarsi lei di chi si mostrava poco sollecito delle sue grazie.
— E tutto questo, per chi poi?.... per una _figurante_ di
terz'ordine!....
— Mamma, che cosa sono le _figuranti_? — domandò Gegio.
Prandino taceva, tutto avvilito e mortificato.
— Dormi adesso; non seccare! Ancora — continuò la Cecilia — ancora
capirei se si fosse impegnato, come il Commendatore e il conte Potapow
colla principessa di Lentz!....
A questo nome il Ramolini sorrise col suo ghigno demolitore.
— Come?.... Non è forse vero che il Conte e Jamagata avevano ricevuto un
invito per questa sera dalla Principessa?....
Ramolini chinò il capo affermativamente.
— Dunque?
— L'ultima principessa di Lentz è morta a Vienna nel 1869.
— Ma allora, questa qui di Venezia?....
— Questa signora che si lascia dare della principessa a tutto pasto è la
vedova del capitano Krauss: l'aiutante o il segretario, che so io, di un
principe di Lentz qualunque, il qual principe, morto senza figli,
riconobbe appunto per suo erede il capitano Krauss, che oltre alla roba
si prese, abusivamente, anche il nome ed il titolo.
— Oh, guarda un po'!....
— Non è dunque vero che suo padre abbia regnato? — domandò Prandino col
tono dolente di chi vede dileguarsi una gran bella illusione.
— Mah! vattel'a pesca!.... Secondo chi sarà stato suo padre.
— E allora perchè Badoero e tutti gli altri la chiamano principessa?..
continuò la Cecilia con dispetto.
— Perchè qui a Venezia ci trovano gusto. A Parigi, invece, madama Krauss
ha fatto di tutto pur di piantarvi radice, ma non vi ha mai potuto
attecchire. Mah!.... la _società_ parigina!.... _le faubourg
Saint-Germain!_....
— Prima d'entrarci là dentro!.... — fece l'Ariberti sgranando gli occhi,
che proprio gli pareva d'esservi nato.
— Ci vuol altro!.... — continuò il Ramolini. — I francesi non somigliano
punto ai nostri giovinotti che corrono attorno ai forestieri come i
servitori di piazza, e tanto più si affannano quanto più ci vengono da
lontano. A Parigi?.... Che!.... Bisogna vedere!.... Ma già, Parigi.... è
la capitale della Francia!....
— C'è stato molto tempo a Parigi, Cavaliere? — gli domandò l'Elisa.
— No. Non ci sono mai stato. Però faccio conto d'andarci.... prima di
morire.
La gondola, mentre si facevano tutte queste chiacchiere, s'era
internata, sempre in mezzo al buio, passando da un rio in un altro,
finchè, dopo un lungo tragitto, si trovò quasi all'improvviso nel _Canal
Grande_, vicino al _Ponte di Rialto_.
— Ah! — esclamarono allora tutti quei della gondola e, da sdraiati, si
rizzarono a sedere per goder meglio lo spettacolo: però, dopo quel grido
di meraviglia, non dissero più una sola parola: rimasero là muti a
guardare.
Ramolini solo non si commosse; invece si coprì le ginocchia con uno
scialletto che gli aveva prestato apposta la Cecilia.
Il _Ponte di Rialto_, dal quale si vedea sporgere gremita una folla di
teste, era così bianco, rischiarato dalla luce elettrica, da sembrar
quasi trasparente. Lungo il _Canal Grande_, tutto pieno, tutto coperto
di gondole, le case colle finestre e i balconi illuminati, uscivano
dall'ombra, scure, fosche, sotto il cielo chiaro e diffuso; e qua e là,
fra le colonne dei gotici palagi, bruciava a sprazzi come un incendio,
la luce rossa del bengala. Intanto dalla _galleggiante_, elegantissima
pagoda adorna di vive fiammelle e di palloncini di vetro a colori, si
spandeva nel vasto silenzio, la voce di due donne, lenta, squillante.
Era la serenata del _Sabba Classico_:
_La luna immobile,_
_Inonda l'etere_
_D'un raggio pallido._
Tutte le gondole stipate, a ridosso le une delle altre, erano ferme,
immobili: soltanto l'altalena lenta dell'acqua le movea appena come un
largo respiro. Le donne avvolte nei veli, sdraiate sui cuscini, avean la
bocca semiaperta, l'occhio socchiuso. I gondolieri in piedi, ritti, a
capo scoperto. Tutta quella immensa folla ascoltava muta, quasi assopita
da un'onda dolcissima, voluttuosa.
E la canzone continuava:
_Doridi e silfidi_
_Cigni e nereidi,_
_Vogan sull'alighe._
_L'aura è serena — la luna è piena — l'onda beata!_
_Canta, o sirena! — canta, o sirena! — la serenata!_
— Oh! se ci fosse qui mio marito! — tornò a sospirare la Cecilia, mentre
il Maggiore stringeva, sotto lo scialle, la manina grassoccia dell'Elisa
che, trasportata in estasi anche lei, lo lasciava fare.
Il Ramolini, per questa volta, non sorrise e non citò Gounod; Gegio si
era riaddormentato, e Prandino, povero ragazzo, guardava teneramente
l'Elisa e sognava.... a occhi aperti.
Però, quando le gondole si mossero tutte in una volta, spingendosi e
urtandosi insieme, Prandino, che si trovava là per la prima volta, in
mezzo a quel tramenìo, cominciò a sentirsi intorno qualche vaga
inquietudine e stava attento ai gondolieri che, adesso, affaccendati co'
remi, bisbigliavan fra di loro a voce sommessa, ma vibrata:
— _Zo quela pope!_
— _Me tegno stagando!_
— _Ocio el fero!_
— _Cassève soto!_
— _Ocio el fero, go dito!_
— _Varé..., varé che vago avanti_.
— Non è mai accaduto — chiese Prandino al Cavaliere, dandosi l'aria di
fare una domanda indifferente, tanto per dir qualche cosa — non è mai
accaduto che in queste serenate, qualche gondola restasse schiacciata?
Ramolini si strinse nelle spalle per indicare che non ne sapeva nulla.
— Però.... potrebbe accadere!....
— Sicuro.
— E se si va giù in acqua, con tutta questa distesa di gondole, non si
torna più a galla?
— Certo.
Le risposte laconiche del Ramolini, non erano già per sè stesse quelle
che più lo potessero tranquillare. Nulladimeno Prandino tentava di tutto
per non lasciarsi scorgere e vedendo che il Maggiore rimaneva
impassibile, anche lui si sforzava di mostrarsi disinvolto e di
sorridere; però sorridendo, faceva la bocca storta.
Ma capitò un altro incidente ad accrescere le sue paure. Mentre la
_galleggiante_ si allontanava trascinata sull'acqua, da quel cielo così
bianchiccio cominciarono qua e là a cader giù grossi goccioloni.
— L'ho detto io, che doveva piovere! — strillò la Cecilia — ma a me, è
inutile, nessuno vuol dar retta, e adesso roviniamo tutta la roba! — e
ciò detto si slacciò il cappello e se lo levò: — era nuovo — e in fretta
se lo mise sotto la mantiglia.
— Ma se si vedono le stelle! — Prandino non ne indovinava una.
— Meglio per lei, se le vede. Questa, intanto, è acqua che viene!....
Il Cavaliere aprì un ombrellino, ma invece di prender sotto la Cecilia,
lo tenne tutto per sè. Il Maggiore, più galante, e piegandosi un po' a
destra e un po' a sinistra, chè sulla panchettina della gondola
cominciava a trovarsi maluccio, teneva coperta l'Elisa. Gegio era stato
cacciato da sua madre sotto le gambe dell'Ariberti, al quale, così, non
rimanea da far altro che lasciar piovere e pigliarsela tutta.
I goccioloni si fecero presto più fitti, più minuti, finchè l'acqua
venne giù proprio a dirotto. Allora in quella ressa di gondole era un
continuo muoversi, uno spiegarsi confuso di scialli, di fazzoletti, di
ombrellini, un tramestìo disordinato, un chiasso assordante di grida, di
strilli e di risa, mentre invece quelli delle finestre se la godevano
allegramente al nuovo spettacolo e batteano le mani.
Prandino, fradicio, era tutt'occhi e tutt'orecchi, attento ai gondolieri
che lavoravan di remi, rossi in viso, grondanti d'acqua e di sudore,
vociando e sbraitando a più non posso.
— _Scia!_
— _Scié!_
— _De zo le pope!_
— Che sia questa la volta che si va sott'acqua? — tornò a domandare
Prandino al Cavaliere.
— Ci siamo già, mi pare.
L'Elisa rideva e strillava, fremendo con iscatti che avrebbero voluto
imitar quelli di una bambina impaurita. Il Maggiore, tutto indolenzito,
tentava di allungare le gambe, ma non ci riusciva. Gegio, pacifico, si
asciugava il naso nei calzoni di Prandino mentre sua madre brontolava
che dei _freschi_ ne aveva avuto abbastanza, e che non ce la
piglierebbero più, per tutta la vita.
Le gondole continuavano a urtarsi, ma avanzavano stentatamente.
— _Dè una vogada de manco, che me casso soto!_ — gridava il barcaiolo di
prora della gondola di Prandino, ad un altro, ch'era in un'altra gondola
lì vicina.
— _Stè indrio vu, che go pressa!_
— _E alora voghè, movéve!_
— _Fogo in mànega, paron? Arè che furie!_
— _Andè a sciosi, andè!_
A questo punto le due gondole sbacchiarono, urtandosi, con un tonfo
sordo di legno; ma quella di Prandino rimase indietro:
— _Andè a vogar in peata, andè!_
— _Va là, moscardin, va là!_
Il gondoliere di Prandino, a tali parole s'infuriò che parea matto, e
senza badare alle raccomandazioni del Maggiore, alzò il remo gridando a
voce squarciata: _Regatante dal loffio! Te cucarò doman, te cucarò!_
— Si bastonano! Si accoppano! — esclamò Prandino tirandosi indietro,
vedendo i remi levati, senza badare che le due gondole s'erano un po'
allontanate. Anche le signore si mostravano inquiete. Del Mantico stava
serio e attento. Soltanto il Ramolini sorrideva, dondolando la testa.
— _Te storzarò el colo, mi!_
— _Va là, moscardin, va là!_
— _Te stagnarò el sangue dal naso!_....
Le gondole non si urtavano più; a poco a poco sgusciaron via leste,
spedite. La _galleggiante_ coi lumi spenti, o quasi, entrava al largo,
nella laguna; e il cielo, dopo quella burletta, s'era fatto d'una
trasparenza lucente.
— _Va là, moscardin, va là!_.... — continuava l'altro a gridare da
lontano colla solita cantilena, ironica e inquietante; ma il nostro
gondoliere adesso non gli badava più e sorrideva strizzando l'occhio al
compagno di _pope_, che non aveva mai aperto bocca durante tutta la
bega.
— Sempre così! — disse il Ramolini, mostrando il suo disprezzo o il suo
malcontento perchè non si erano per lo meno accoppati. — Succede sempre
così!
Appena la gondola si avvicinò alla riva, prima ancora che il _ganzèr_
curvo, col cappello in mano, la tenesse ben ferma coll'uncino, il
Maggiore saltò giù, prestamente, sugli scalini, per quanto glielo
permettevano le gambe indolenzite. Allora le allungò, le distese con un
sospiro di sollievo, e poi offrì il braccio all'Elisa, e si
allontanarono insieme verso la piazza. Prandino avrebbe voluto seguirli,
ma a un cenno imperativo della Cecilia si fermò per pagare il noleggio
della gondola. Quando se ne sbrigò e raggiunse il resto della compagnia,
la Cecilia con Ramolini e Gegio, lo aspettava ferma, un po' discosta
dalla “mamma„ che tirava dritto, lentamente, appoggiata tutta addosso al
Maggiore.
— Quanto ha pagato?....
— Volevano sette lire....
— Perchè lei non è bravo di contrattare!....
— Ma non ne ho dato altro che sei e mezzo!....
Il Ramolini s'accomiatò sotto l'_Orologio_; voleva fermarsi al caffè
_Quadri_ a bere qualche cosa di molto caldo; gli altri, passo passo, si
avviarono verso l'albergo. Prandino, che adesso non avea più paura di
affogare, tornò daccapo ad esser molto turbato dalla presenza del
Maggiore: — Dunque non anderà a Treviso altro che domattina?.... E
quella stupida d'Elisa perchè si mette a far la smorfiosa con lui?... E
la Cecilia, brutta strega! perchè non lo ha lasciato partire?
Sulla porta della _Gondola d'oro_ si fermarono in crocchio, ma Prandino,
col cuore che gli batteva forte, notava che il Maggiore non si risolveva
mai ad accomiatarsi. Chiacchierava a bassa voce coll'Elisa, rideva,
scherzava con lei e non si moveva.
— Conte Eriprando, ho sete, — cominciò Gegio, con voce piagnolosa.
— Berrai domattina. Adesso si va a dormire; — gli rispose seccamente la
Cecilia.
A questa antifona della figlia, la Contessa, che l'aveva capita, chiese
al Maggiore, con un certo garbo malizioso, se, adunque, aveva risoluto
di fermarsi o di partire.
— Partirò.... domani.
E il Del Mantico sorrise in un modo tutto particolare e pieno di
sottintesi.
— Oh! finalmente! tanto ci voleva! — esclamò la D'Abalà, mentre guardava
brontolando, se l'acqua avesse lasciato macchia sul vestito.
— Ma.... — Prandino parlava a stento e colla voce malferma. — Ma.... il
nostro albergo deve essere tutto pieno....
— Ho telegrafato da Treviso perchè mi tenessero pronta una camera.
Allora entrarono dal portiere, per vedere se il telegramma era giunto in
tempo.
— Mi avete tenuto una stanza? — chiese il Maggiore al portiere che
sonnecchiava.
— Il numero 43, signor Marchese!
Il portiere, secondo il solito, non si mosse, ma si toccò il berretto
colla mano.
Quando fu arrivato su in cima, al numero _ottantasei_, Prandino non ne
poteva proprio più; si sentiva soffocare, e buttandosi smaniando sul
letto, pensò allora che sarebbe stato meglio se la gondola fosse calata
a fondo con lui dentro! Oh! sì; molto meglio sarebbe stato! Almeno, a
quell'ora, egli avrebbe finito di soffrire.
CAPITOLO X.
Quella notte, il conte Eriprando degli Ariberti stentò molto a prender
sonno e, anche dopo, dormì poco e male. Si svegliò che albeggiava
appena, nè potè più riaddormentarsi. In quella cameretta soffocava. Si
alzò, si vestì a malincuore, sospirando nel lavarsi, sospirando
nell'infilare i pantaloni, e annodandosi la cravatta con una stretta
rabbiosa.
Tant'è, per lui era cosa già risoluta: se la contessa lo tradiva col
numero 43, egli non avrebbe più voluto tirarla innanzi.
Che cosa avrebbe fatto? — Uno sproposito avrebbe fatto, ma dopo, almeno,
la sarebbe finita.
Povera mamma Orsolina!... Non ci pensava Prandino, in quel momento.
Uscì dalla _Gondola d'oro_ ch'erano sonate appena le sette, e andò a
passeggiare per un pezzo, così dinoccolato, colla faccia smorta, gli
occhi gonfi e una folla di brutti pensieri che gli girava per la testa.
Soffriva; soffriva davvero. Nel suo cuore esacerbato c'erano due odii,
anzi tre; odiava la Cecilia, odiava il Mag
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