Forse che sì forse che no
by Gabriele D'Annunzio · Italian · Gutenberg #42673 · 643,957 chars · public domain (US)
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Title: Forse che sì forse che no
Author: Gabriele D'Annunzio
Release date: May 9, 2013 [eBook #42673]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/42673
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FORSE CHE SÌ FORSE CHE NO ***
FORSE CHE SI FORSE
CHE NO — ROMANZO
DI GABRIELE D'ANNUNZIO.
PRESSO I FRATELLI TREVES IN MILANO. MCMX.
17.º migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Copyright by Fratelli Treves, 1910.
Tip. Fratelli Treves.
A FRANCESCO COSELSCHI
È DEDICATO QUESTO LIBRO
_DE AMICITIA_
LIBRO PRIMO.
— Forse — rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro il
vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio
ora argentino come i salici della pianura fuggente.
— Non forse. Bisogna che sia, bisogna che sia! È orribile quel che fate,
Isabella: non ha alcuna scusa, alcuna discolpa. È una crudeltà quasi
brutale, un'offesa atroce al corpo e all'anima, un disconoscimento
inumano dell'amore e d'ogni bellezza e d'ogni gentilezza dell'amore,
Isabella. Che volete voi fare di me? Volete rendermi ancor più disperato
e più folle?
— Forse — rispondeva la donna, aguzzando il suo sorriso che il velo
pareva confondere e quasi fumeggiare nei mobili riflessi, di sotto alle
due ali ferrugigne che le coprivano gli orecchi inserite nel suo
cappello a guisa d'elmetto intessuto d'una paglia larga e forte come
trùcioli di frassino.
— Ah, se l'amore fosse una creatura viva e avesse gli occhi, potreste
voi guardarlo senza vergognarvi?
— Non lo guardo.
— Mi amate?
— Non so.
— Vi prendete gioco di me?
— Tutto è gioco.
Il furore gonfiò il petto dell'uomo chino sul volante della sua rossa
macchina precipitosa che correva l'antica strada romana con un rombo
guerresco simile al rullo d'un vasto tamburo metallico.
— Siete capace di metter la vita per ultima posta?
— Capace di tutto.
Parve guizzarle tra i denti e il bianco degli occhi l'acutezza del
sorriso formidabile come il baleno d'un'arme a doppio taglio. Con la
destra il furibondo afferrò la leva, accelerò la corsa come nell'ardore
d'una gara mortale, sentì pulsare nel suo proprio cuore la violenza del
congegno esatto. Il vento gli mozzava le parole su le labbra arsicce.
— Ora ho la vostra vita nelle mie mani come questo cerchio.
— Sì.
— Posso distruggerla.
— Sì.
— Posso in un attimo scagliarla nella polvere, schiacciarla contro le
pietre, fare di voi e di me un solo mucchio sanguinoso.
— Sì.
Protesa ella ripeteva la sillaba sibilante, con un misto d'irrisione e
di voluttà selvaggia. E veramente l'uno e l'altro sangue si
rinforzavano, balzavano; l'uno contro l'altro parevano ardere ed
esplodere come l'essenza accesa dal magnete nel motore celato dal lungo
cofano.
— La morte, la morte!
Non sbigottita ma ebra, ella mirava l'imagine di lui nel fanale mediano,
ch'era come un teschio orecchiuto, costrutto di tre metalli: mirava
nella spera convessa del rame il capo rimpicciolito, ingrossato il basso
del corpo, la mano sinistra enorme su la guida dello sterzo. Percotendo
il sole nella spera, il foco divorava la faccia; e dell'imagine allora
non appariva a lei se non il mostruoso torace decapitato e il pugno
gigantesco nel guanto rossastro.
— Mi tenterai e mi deluderai ancóra?
— Forse.
— Vedi quel carro, laggiù?
— Lo vedo.
Le parole erano come faville fulminee che si partissero non dalla bocca
senza respiro ma dall'apice del cuore lottante. Il vento le rapiva e le
mesceva all'immenso vortice di polvere alzato nella traccia spaventosa.
Parevano non avere la figura del suono ma quella dell'ardore, disumanate
dalla brevità nella luce, dalla solitudine nello spazio.
— Chiudi gli occhi, dammi le labbra.
— No.
— Mordimi, e chiudi gli occhi.
— No.
— Moriamo.
— Eccomi.
Combattevano senza toccarsi ma invasi dallo stesso delirio che agita gli
amanti acri d'odio carnale sul letto scosso, quando il desiderio e la
distruzione, la voluttà e lo strazio sono una sola febbre. Il mondo non
fu se non polvere dietro di loro; le forze si alternarono e si
confusero. La donna era separata sul suo sedile, né sfiorava pur col
gomito il compagno; ma soffriva e gioiva come se i due pugni dominatori
non reggessero il cerchio, ben lei tenessero presa per gli òmeri
squassandola. E trasposta era in lui l'illusione medesima, ché egli
sentiva sotto le sue mani nella potenza dell'impulso grandeggiare il
palpito della creatura agognata. Ed entrambi, come nella mischia ignuda,
avevano il viso cocente ma nella schiena il brivido gelido.
— Non temi?
— Non temo.
Ella guardava la morte e non credeva alla morte. Vide l'ombra d'un
pioppo su la via splendida; distinse sul ciglio erboso il fiore intatto
del vento, il labile globo di piuma sul gambo sottile; si contrasse,
divenuta un solo istinto vitale dalla nuca al tallone, imitando il
guizzo delle rondini vive che sfioravano il cofano pieno di fremito. E
non mai aveva conosciuto la sua propria forma come in quel punto, non
mai nel suo letto, non mai nel suo bagno, non mai davanti al suo
specchio: le lunghe gambe lisce come quelle dei chiari Crocifissi
d'argento levigate da mille e mille labbra pie; l'esiguità delle
ginocchia agevoli in cui era il segreto del passo ammirabile; le piccole
mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura
palese di sotto i muscoli smilzi; e le braccia non molli ma salde che
pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una
ghirlanda rinnovata a ogni alba; e chiuse nei guanti flosci le magre
mani fino alle unghie screziate di bianco, sensibili come il cuore
purpureo, ricche di un'arte più misteriosa che i segni scritti nelle
palme; e tutto il calore diffuso sotto la pelle come una stagione
dorata, e l'inquietudine delle vene, e l'odore profondo.
«No, non moriamo. Il cuore ti trema. Il tuo furore è vano. Godi e soffri
di me. Non sono mai stata così forte e così desiderabile».
I suoi pensieri nascevano dal suo brivido. Ed ella portava sotto le due
ali basse il suo viso di dèmone non come una maschera di carne ma come
la sommità stessa della sua anima accesa nel vento sonoro e velata di
fallacia.
— Isabella! Isabella!
Simile al cavallo nervoso che sente dinanzi all'ostacolo mancare il
coraggio del cavaliere ed è certo che non andrà dall'altra parte, ella
sentiva l'esitazione nei pugni del guidatore; e già misurava con
l'occhio lo spazio tra il carro e il canale ove le ninfee
biancheggiavano. Un grido involontario le sfuggì quando una rondine urtò
contro i bugni del radiatore camuso uccidendosi.
— Paura?
— Per la rondine.
— Vuoi?
— Sia.
— Isabella!
Allora ella guardò il viso raso del compagno, non nella spera di rame ma
nel rombo del pericolo al suo fianco: il viso bronzino, disseccato e
indurito su le ossa evidenti, chiuso fino al mento come da una sorta di
camaglio; onde sporgeva carnosa la bocca quasi fosse gonfia di sete e di
disperazione. Poi guardò innanzi a sé. Subitamente l'orrore le arrestò
il palpito, ché il carro era là, carico di tronchi immani che si
protendevano oltre le corna delle due coppie di buoi aggiogate. L'ultimo
battito delle palpebre afferrò netta la forma degli strati legnosi nel
taglio dei fusti. Poi ella chiuse gli occhi: fu scossa dalla violenza
dello sterzo, udì gli urli dei bovari e un muggito lùgubre come se la
macchina micidiale passasse sopra le bestie stritolate. Aprì gli occhi:
qualcosa di verde, di candido, di fresco le entrò nelle pupille. La
macchina correva, muggendo dalla sua sirena, lungo il margine erboso del
canale ove le ninfee galleggiavano innumerevoli. Dietro, il vortice
della polvere nascondeva il passo della morte. E un repentino riso
stridette per entro l'ondeggiamento del velo, sotto le ali dell'elmetto,
su la faccia incolume e invitta.
Era un riso involontario, un convulso riso femineo, che le riempiva di
lacrime il cavo degli occhi, la piegava a mezzo del corpo e pareva fosse
per spezzarla in ogni sussulto. Ma ella diede alla sua debolezza e al
suo male l'apparenza dello scherno vittorioso.
— La morte! La morte! — singhiozzò nella gola stridula. — L'ultima
posta! Avete ucciso una rondine e prestato un muggito di spavento a
quattro buoi troppo placidi.
Ella non poteva domare quel riso che le si partiva dalle viscere, dal
più profondo di sé, dall'ignoto abisso della sua sostanza, con un suono
inimitabile che pur sembrava falso alla sua anima e a quella di chi
l'udiva. E il compagno taceva, senza guardarla, oppresso da un'angoscia
annodata come un rancore inerte, che gli impediva di raccogliere
l'irrisione e di volgerla in lieve allegrezza.
— Tutto è gioco — disse.
Moderava la corsa. Ora la strada era solitaria; e tutta la pianura in
quel punto era una solitudine lontana come una ricordanza musicale,
fatta di segni e d'intervalli costanti; ché gli argini verdi, e
sovr'essi le pallide vie diritte, e i canali molli, i filari di salci di
pioppi di gelsi, tutte le linee consentivano a quella dell'orizzonte, in
concorde lentezza si prolungavano verso l'infinito. E il regno era del
cielo inoccupato; ché qualcosa d'aereo, per tante quiete acque
specchianti, alleviava la terra come i grandi occhi allèviano il volto
umano.
Sopra la pulsazione del motore e sopra il riso della donna, che parevan
salire dalla stessa meccanica inconsapevolezza, egli percepiva il
silenzio senza confine. E da quella chiara libertà del cielo sgombro, e
da tutte quelle bianche liste ricorrenti per la verdura, e dal balenare
delle rondini sul fiso sguardo degli stagni, gli si compose l'imagine
del suo volo. E imaginò di condurre non la rapidità che striscia ma
quella che si solleva; imaginò di ritrovarsi nella lunga fusoliera che
formava il corpo del suo congegno dedàleo tra i due vasti trapezii
costrutti di frassino d'acciaio e di tela, dietro il ventaglio tremendo
dei cilindri irti d'alette, di là dai quali girava una forza indicibile
come l'aria: l'elica dalle curvature divine.
La donna aveva soffocato il riso, che di tratto in tratto rinasceva come
un singulto infantile.
— Credo che siamo folli, Paolo — disse con una voce che si posò sul
cuore dell'uomo come una mano cauta in atto d'imprigionare qualcosa che
sia per fuggirsi.
Egli rivide, in un lampo, Isabella Inghirami sotto la tettoia che
crepitava alla pioggia primaverile, là, fra i rotoli dei fili d'acciaio,
fra le lunghe verghe di legno, fra i mucchi dei trucioli, negli stridori
della sega, nei gemiti della lima, nei colpi del martello, mentre una
tacita febbre umana pareva quasi raggiare intorno al grande airone
inanimato che aveva già la tela tesa su le cèntine delle sue ali. Ah
perché d'improvviso quell'opera delicata e misteriosa come il lavoro dei
liutai, fatta di pazienza di passione di coraggio, e di eterno sogno e
di antica favola, perché era divenuta una incerta carcassa al paragone
della somma di vita accorsa da tutti i punti dell'Universo e adunata
meravigliosamente su quel volto quasi esangue i cui sùbiti rossori
commovevano come gli accenti sublimi dell'eloquenza e come le grida dei
fanciulli? Quanto ingegno teso e ostinato, quanta accortezza e
destrezza, quante prove e riprove nel trovare i modi delle legature,
delle giunture, degli innesti! E per qual segreto, a un tratto, ecco, le
fragili falangi di quelle dita ripiegate all'angolo di quella bocca
socchiusa potevano assumere un valore che aboliva tutto l'acume della
ricerca e tutta la gioia dell'invenzione? Egli rivide la visitatrice,
poggiata senza peso il gomito contro una costa della fusoliera, presso
il timone verticale, sotto una sàrtia rigida d'acciaio, con la mano
senza guanto fra la gota e il mento a reggere il viso chino
nell'attitudine dell'ascolto, sembrando l'ombra del cappello alato
raccogliere l'astuzia molteplice e la seduzione sagace di Mercurio
imberbe.
— Ancóra pensate male di me, Paolo? O sognate il volo di domani?
Gli parve che in lei corresse un lieve fremito.
— Penso — rispose — a quel giorno che entraste per la prima volta nel
mio piccolo cantiere sul prato di Settefonti.
— Me ne ricordo.
Ella risentì gli sguardi timidi e diffidenti degli artieri, il fresco
d'una larga gocciola caduta dalla tettoia su la sua mano ignuda, il
fruscìo dei trucioli all'orlo della sua gonna, il dolore alla caviglia
impigliata in un filo d'acciaio, l'odore della vernice e della pioggia,
l'ansia dissimulata del suo cuore sotto il suo artificio.
— Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: «Lascia
tutto e vieni con me». E non dubita dell'obbedienza.
— Sapevo — ella disse — una parola bella e strana come un nome di maga,
che significa: «Vieni-con-me». E non me ne ricordo più.
— Il vostro vero nome.
— Per voi o per tutti?
Subitamente egli patì la bruciatura profonda, senza comprendere, senza
riflettere. Or come con una qualunque parola quella voce poteva far
tanto male? Come poteva con un solo accento rimescolare tante cose
torbide, rappresentare l'oscurità del passato inesplorabile e
l'incertezza del domani impuro?
In una carne ch'egli desiderava si converse per lui tutto il desiderio
del mondo; e l'immensità della vita e del sogno fu ristretta in un
grembo caldo.
Egli la guardò. Così con un colpo di stecca iroso il modellatore
scancella nella creta l'effigie, la ragguaglia alla massa informe. Egli
agognò ch'ella più non avesse quelle palpebre, quella bocca, quella
gola, ch'ella più non fosse qual'era. E rievocò il duro carro, i lunghi
tronchi protesi all'urto senza scampo.
— Ah se l'amore, che offendete e abbassate così forsennatamente, si
vendicasse di voi e vi torturasse come mi torturate! Se un giorno voi
non poteste più dormire né sorridere né piangere!
— L'amore, l'amore! — sospirò ella abbandonando in dietro il capo,
socchiudendo i cigli, rilasciando le braccia e le mani come chi
illanguidisce, con la bocca avida, quasi a bere tutto il filtro
dell'estate dalla tazza riversa del cielo coronata di foglie. — Se
sapeste come amo l'amore, Paolo!
Proferì queste parole inchinando il viso velato verso il compagno, con
un accento ch'era simile a un sapore e a un sentore segreti, quasi che
la voce per giungere alle labbra avesse attraversato la più profonda
sensualità. Egli impallidì. Fu diminuito; fu rotto come un sermento che
debba esser gettato nella fiamma con altri mille. Per lui il desiderio
era quell'elezione irrevocabile che di quelle due braccia faceva il
luogo unico della luce e del respiro. Ma il desiderio di lei era senza
cerchio, senza limite, senza tempo come il male dell'essere e la
malinconia della terra?
— L'amore è il dono — disse egli.
— È l'attesa — disse ella.
— Non l'indugio perverso. A ogni ora voi siete per donarvi e vi
rattenete, siete per concedervi e vi negate. Fin da quel giorno, sotto
la tettoia, girando intorno alle ali morte, simulaste nel passo i
movimenti della voluttà.
— I vostri occhi sono malati.
Egli la rivedeva ondoleggiare intorno al grande apparecchio aereo, con
la pieghevolezza quasi fluida delle malvage murene prigioniere
nell'aquario.
— Perché vi lamentate sempre come un bambino capriccioso, voi che mi
piaceste soltanto come l'amico del pericolo? Pensate che io sono il
vostro più gran pericolo, Tarsis. L'amore che io amo è quello che non si
stanca di ripetere: «Fammi più male, fammi sempre più male». Non eviterò
mai nessuna pena, né a voi né a me. Fuggite, giacché avete le ali,
giacché studiate il vento.
Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come
per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza
e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro. E
gli stridi delle rondini su per gli stagni le fendevano l'anima come il
diamante fende il vetro, e dubbio è qual dei due strida.
— Amico, amico, — ella proruppe, di sùbito invasa da uno scoraggiamento
ansioso, quasi che la corsa rallentata e il giorno declinante le
diminuissero il respiro — no, non m'ascoltate, non mi rispondete. Non
parlate più, non voglio più parlare. Non vi farò mai tanto male quanto
ne fa a me la più piccola di quelle foglie, e tutto questo cielo!
Divine erano la dolcezza e la tristezza del giorno su la pace della
pianura ove le ombre e le acque e l'arte agreste avean composta una
ordinanza tanto semplice che pareva condotta secondo il flauto di tre
note tagliato nella canna palustre. I salci spogli, con una lieve
ghirlanda di frondi in sommo, miravano negli stagni riflesso un aspetto
tanto socievole che pareva si fosser già tenuti per mano e allora allor
disgiunti dopo una danza serena. E tanto eran fresche le ninfee nei
canali che la donna credeva sentirne l'umidità intorno ai suoi propri
occhi arsi.
— Aldo e Vana saranno ancóra molto in dietro? — domandò ella con
un'ansia oscura che non si placava.
— Ci raggiungeranno.
— Andiamo! Andiamo!
Paolo Tarsis accelerò la corsa. Il vortice di polvere, il rombo
guerresco, l'ululo della sirena respinsero la mite e straziante melodia.
Apparivano in lontananza le mura rossastre, i baluardi saglienti, le
torri quadrangolari della città forte.
— Mia sorella non vi piaceva più di me, prima? — disse ella ancóra, con
un tono acre di provocazione, sollevando gli angoli della bocca a fiore
delle gencive nel sorriso irritato e come sospeso sopra un poco di
sangue roseo.
— Non volevate più parlare, Isabella.
Una inquietudine intollerabile agitava la donna, come s'ella dovesse
dire e fare qualche cosa che sola in quel punto era consentanea a sé e
al tutto ma non potesse né dire né far quella, anzi la contrariasse con
ogni pensiero, con ogni parola, con ogni movimento e perfino col polso,
col respiro. E stava curva come sotto la tempesta, come per comprimere
la sua vita e opporsi a un salire subitaneo di onde ch'ella non sapeva
se recassero il bisogno di ridere o di piangere. E, provando un dolor
sordo alle scapole, propagava ella medesima quel dolore fino alle dita
dei suoi piedi e delle sue mani, con la pietà d'esso dolore. Ed ecco, la
stanchezza la occupava come il nero peso d'un sonnifero e le dava una
voglia accorata di piegare il capo su la spalla del compagno e di
dimenticarsi in un letargo senza fine. Ed ecco, tutte le forze del suo
desiderio con tutte le imagini della voluttà le balzavano dentro e
rotavano in una vertigine di delirio.
— È il più lungo giorno! — esclamò, come chi si risvegli nel sussulto
dei ricordarsi. — Oggi è il più lungo giorno, è il solstizio d'estate.
Non lo sapete?
E per alcuni attimi aspettò che la mano sinistra del compagno lasciasse
il volante e la toccasse, nella speranza impetuosa che una novità
nascesse da quel tocco. E tutta la sua anima si dibatteva sbigottita con
un fremito innumerevole come se tutte quelle rondini vive fossero prese
in una rete sola e nel terrore si rompessero le penne.
Contratto egli taceva, intento a dominare sé stesso, la sua macchina
fida e infida. Ed ella volle guardarlo deformato nel rame del fanale; e
più parole crudeli trovò per ferirlo, e non ne scelse alcuna ma le
contenne e n'accrebbe il suo rancore. E cercò qualche altra cosa da
opporre a quel male, da gettare a quella specie d'insana fame che
distruggeva in lei l'intera massa della vita vissuta e non le lasciava
su la lingua se non un gusto di sangue e di polvere.
Allora le ingiurie rauche e i pugni tesi dei cozzoni di cavalli le
raddrizzarono in un sussulto energico le reni indolenzite.
— Avanti! Non vi fermate! Avanti!
La mandra scalpitava sprangava s'impennava intorno alla macchina
fragorosa: lunghe criniere, lunghe code arrossate dall'intemperie; teste
montonine con la favilla bianca dello spavento nell'angolo dell'occhio;
poledri villosi come orsatti, su le alte gambe gracili; e l'urto degli
zoccoli, e l'onda delle groppe, e l'odor selvaggio nel soffocante
nuvolo.
— Muoio di sete — ella disse, quando il tumulto e il clamore furono
superati. — Ho sete di quell'acqua verde; ho voglia d'inginocchiarmi sul
margine e di tuffare il viso tra due ninfee.
Ella sollevò il velo, mostrò il viso nudo. Egli si volse a guardarla,
con qualcosa di cavo nel petto, ch'era come l'impronta di quella nudità
sempre nuova. Ella si prendeva le labbra tra i denti alternamente,
inumidendole d'una stilla tratta con uno sforzo penoso dal fondo della
gola. E i suoi occhi parevano aver perduta la pupilla, erano senza
centro, pieni d'un tremolìo chiaro di forze che scaturivano dal buio
come il gorgóglio delle dure polle nel letto delle fontane; e il segno
nero nell'orlo della pàlpebra inferiore, segnato dall'arte mattutina,
persisteva netto rilevando l'inumana chiarità delle iridi, allargando la
larga orbita, appassionando la bellezza per la volontà di farsi più
acuta.
— Ah, che cielo! Non lo vedete?
Era pallido il cielo, quasi candido, con un'apparenza eguale, eppure per
ovunque variato come una mescolanza indefinita di ardori che salissero
dalla terra e scendessero dal sommo, come una fluttuazione continua di
cose diafane e sensibili che quella faccia riversa ricevesse su i cigli
e con un battito di cigli rimandasse fino ai limiti del silenzio.
— Che faremo?
La sua ansia le diceva che il suo destino era sospeso nella luce del più
lungo giorno. Ella aveva dinanzi a sé l'imagine della sua felicità
riversa come la sua faccia nell'atto di mordere il dolore come un frutto
maturo che la bagnasse di succo vermiglio. E non sapeva se volesse
continuare senza termine quella corsa o se volesse fare una sosta in una
solitudine sconosciuta. Il pensiero involontario incurvava la sua spalla
secondo la forma del braccio maschile.
— Aspetteremo Vana e Aldo sotto la porta?
Appariva una esedra rossa su un prato sparso di gelsi ove pascolavano
cavalli bai. Dinanzi erano le mura della città fendute di feritoie.
— Paolo, Paolo, — disse ella abbandonandosi perdutamente a quell'ansia
ch'ella non dominava più — vi prego, fermiamoci a vedere la Reggia.
Bisogna ch'io la veda. È la Reggia d'Isabella. Sarà ancóra aperta a
quest'ora? Voglio, voglio entrare a qualunque costo. Vi prego! Bisogna
che oggi io la veda. Fatemi questo dono!
Il suo meraviglioso tormento e il suo furore di voluttà e la sua
riluttanza e il suo orgoglio e la sua stanchezza e la sua sete ora a un
tratto si dissolvevano e si confondevano in una visione allucinante
dell'amore su la ruina. Ella guardò l'inchinato sole per fermarlo col
suo vóto.
— È la Reggia d'Isabella. Bisogna ch'io la veda.
— Forse è tardi.
— Non è tardi.
— Son passate le sei.
— Il giorno dura fino alle nove, oggi.
— Il custode non ci aprirà.
— Bisogna che apra. Voglio.
— Proviamo.
— Sono certa. Voglio.
La macchina s'arrestò alla porta. I doganieri s'appressarono. Nel rombo
assordante, ella chinò verso di loro la sua faccia che ardeva tra le due
ali come illuminata dall'ispirazione. Anelava.
— Dov'è la Reggia?
Un di loro attonito indicò la via. Taciturna e quasi deserta era la
città distesa nella sua palude e nella sua tristezza. Le memorie la
empivano d'un silenzio che le rondini laceravano con le strida e
traevano a lembi nei loro piccoli artigli pel cielo argentino.
— E Vana? E Aldo?
— Certo, giunti alla porta, domanderanno se siamo passati.
— Domanderanno? Ecco la piazza!
La piazza era solitaria e lunga, fra palagi e torri e moli sacre, con
grandi ombre respiranti in una storia di magnificenza, di gentilezza, di
lussuria, di tradimento e di uccisione. Le rondini vi gettavano un
clamore quasi deliro. La Reggia era chiusa. E parve alla creatura
febrile che chiuso vi fosse il suo più profondo destino. Ella balzò a
terra, anelante; e, simile alla figlia scacciata che ritorna in demenza,
si pose a battere l'imposta coi due pugni chiusi.
— Ma che furia! Isabella, vi farete male alle dita. Certo, così
spaventerete il custode che rifiuterà di lasciar entrare a quest'ora una
piccola folle polverosa.
Paolo rideva, rapito tuttavia da quella vitalità volubile, da quella
diversità d'aspetti e d'accenti, da quell'ardore e da quel tumulto che
del luogo ov'ella era sembravano fare il punto più sensibile
dell'Universo.
— C'è il campanello — disse una voce timida. Ed entrambi soltanto allora
si accorsero che dietro i due sedili emergeva, di mezzo a un cumulo di
cerchioni sovrapposti, il meccanico trasfigurato dalla polvere in un
busto di gesso parlante.
L'impaziente si maravigliò, poi rise. Cercò il campanello, tirò con
tutta la forza. Il tintinno si propagò nell'ignoto. S'udì un passo, un
borbottio, uno scrocco di chiave; l'imposta s'aprì; il custode apparve
su la soglia. Barbato e canuto, era la figura volgare del Tempo senza
clessidra né falce. Non gli diede agio d'aprir bocca ella, ma sùbito lo
avvolse nella sua implorazione irresistibile.
— Lasciateci entrare! Siamo di passaggio. Ripartiamo prima di notte. Non
torneremo forse mai più. Vi prego, vi prego! Nessuno vede, nulla può
accadere. Lasciate che entriamo, per un'occhiata almeno! Mi chiamo
Isabella.
Più di quella grazia infantile e di quella calda voce supplichevole e di
quel nome dominante valse l'offerta del compagno. Il Tempo sorrise nella
barba gialliccia, e si scansò.
Allora ella si tolse il velo, si tolse il mantello; e tanta fu la luce
de' suoi giovani occhi che per qualche attimo ella sembrò vestita di
quella sola. Ma, quando ella si mise per la vasta scala, Paolo Tarsis
udì in sé i colpi sordi del suo cuore come se la portasse su le sue
braccia: pesante? leggera? Anche il corpo di lei era ingannevole, quasi
duplice, come dissimulato e rivelato in una perpetua vicenda. Ecco, ella
saliva di grado in grado con una pieghevolezza che pareva allungarle
ancor più le gambe, attenuarle i fianchi, assottigliarle la cintura; era
magra, snella, veloce, come un giovinetto allenato alla corsa. Ecco,
ella si soffermava sul ripiano traendo un gran respiro; e l'occhio a un
tratto si stupiva nello scoprire la larghezza delle sue spalle, la
profondità del suo torace, la potenza delle sue reni, la rettitudine
della sua ossatura su i piedi non piccoli ma dal fiosso arcuato così che
si equilibravano sul calcagno e sul pollice come quelli della Libica
michelangiolesca.
Si soffermò ella; poi fece qualche passo verso la prima sala. Il gioco
dei suoi ginocchi creava nella sua gonna una specie di eleganza
interiore, una grazia alterna che di dentro animava ogni piega. Ancóra
si soffermò, senza più traccia di sorriso e d'allegrezza, come oppressa
da un presentimento troppo grave, con le palpebre basse. L'amico era
poco discosto, occupato da un'angoscia che pareva tutto abolire in lui e
non lasciargli se non la possibilità d'un sol gesto nelle braccia
pendenti ove si addensava l'attesa. Non lo guardava ella ma assisteva
nel suo proprio corpo al fluire e all'adunarsi d'un mistero ch'ella non
dominava e che pure le apparteneva più dell'intima sua midolla.
E all'improvviso dal suo corpo, dalla sua grazia, dalla sua potenza,
dalle pieghe della sua veste, da tutte le linee della sua persona, da
quel ch'era la sua vita e da quel ch'era apposto alla sua vita — con la
fatalità dell'acqua che va alla china, del vapore che tende all'alto —
si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di
eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.
E fu tutto. E si presero per mano, trascolorati, senza parola, vinti da
un amore ch'era più grande del loro amore, come per entrare nella casa
della loro unica anima o delle loro ombre congiunte. La lor felicità
terribile non più si tendeva a mordere il dolore ma ad ascoltare il
grido della bellezza dilaniata e derelitta. Pareti e volte decrepite;
vecchie tele sfondate; tavole e seggiole sgangherate dalle gambe d'oro
misere; tappezzerie lacere accanto a intonachi che si scrostavano, a
mattoni che si sgretolavano; vasti letti pomposi, riflessi da specchi
foschi; impalcature alzate a reggere i soffitti; e l'odore della muffa
risecca e l'odore della calcina fresca; e pel vano d'una finestra due
torri rosse nel cielo, un cigolio di passeri, uno schiamazzo di monelli;
e pel vano d'un'altra una strada deserta, una chiesa senza preghiere, il
picchierellare di due stampelle; e appeso un lampadario a gocciole di
cristallo, e obliqua una striscia di sole sul pavimento; e un altro
lampadario e un'altra striscia, e più triste la cosa lucida che
l'estinta; e ancóra lampadarii in fila, guasti, pencolanti, simili a
fragili scheletri congelati. O desolazione, desolazione senza bellezza!
«Che faremo noi dell'anima nostra?»
— Un giardino! — gridò la visitatrice traendo verso la finestra il
compagno, per una sala ampliata dalle imagini dei Fiumi.
Ed entrambi s'affacciarono. Non disgiunsero le mani; stettero in ascolto
come per cogliere vaghe onde di musica.
Era un giardino pensile, chiuso da un gentile portico palladiano a
colonne bine; le quali apparivano più quiete perché quivi duravano in
coppie costanti e, avendo tra i loro fusti un intervallo eguale,
potevano ravvicinarsi nella fedeltà delle lor lunghe ombre. Piante varie
v'erano confuse, arbusti e cespi vi s'affoltavano; ma tutto il verde non
valeva se non per sostenere il languore appassionato di qualche rosa
bianca.
Quando Paolo accostò il suo viso a quello desiderato, così che l'alito
si mescolò all'alito, l'amica si ritrasse e si rivolse e guardò dietro
di sé. Poi fece, sommessa, con la bocca molle:
— No. Ce n'è un altro, più bello.
Credeva di udire il preludio indistinto d'una musica che tra breve fosse
per irrompere con la veemenza del torrente.
Varcarono una soglia; e li coperse il cupo azzurro d'un cielo notturno
ove i segni zodiacali scintillarono riflettendosi nell'acqua stagnante
degli specchi. Per la finestra saliva il profumo cocente e possente
della magnolia, ebrezza delle costellazioni.
— Un altro giardino?
Era un triste cortile abbandonato. E i lampadarii di pallido vetro
riapparvero in sale pompose e vuote; e riapparvero i letti insonni; e le
vecchie tele cieche rossicarono e nereggiarono su le mura delle lunghe
gallerie, simili alle pelli bovine tese e appese dai conciatori; e il
coro dei passeri dagli embrici rotti cigolò giù per le armature
sconnesse delle travi, giù pei travicelli attraversati, giù pei graticci
sfondati dei palchi in ruina; e tutto fu ancóra desolazione senza
bellezza.
— Vana! Aldo e Vana!
Lo sbigottimento spegneva il grido d'Isabella. Vedeva ella venirle
incontro, pel silenzio d'una stanza occupata dall'ombra di un letto
lugubre come un feretro, due creature silenziose e fisse come quelle che
senza pianto dal fondo della loro stessa vita vanno incontro al destino
lacrimabile.
— Aldo, Vana, siete voi? siete voi?
— No, Isabella. Siamo noi, nello specchio. Perché tremate così?
— Noi!
Era un alto cristallo che, in bilico tra due colonnette, rasentava il
pavimento specchiando l'intera persona diritta in piedi. Il fascino
n'emanava come da un parallelogrammo magico.
— Perché tremate così?
Vinta e riluttante, ella si appressava all'imagine traendo per la mano
il compagno inquieto; entrava nell'ombra funerea del letto; fissa, non
riconosceva il suo sguardo in quegli occhi che la guardavano quasi
nudati, quasi privi di cigli, privi di battito, immensi, più misteriosi
della tomba, misteriosi come la follia.
— No, no! Ho paura.
Ella balzò lontano, fuggi per le stanze contigue, sotto cieli d'oro e
d'oltremare, sotto cieli dolci come le turchine malate e le dorature
sdorate, sotto pallide ricchezze diffuse e sospese; sotto un silenzio
scolpito e inevitabile.
— Isabella!
La desolazione si trasfigurava. Si mutavano ora in lembi di melodia
patetici come i gridi del desiderio e dello spasimo le vaghe onde di
musica ondeggianti intorno alle rose bianche dell'orto pensile. La
ruina, liberata dai vestigi della vanità e della miseria intruse,
respirava nell'antica grandezza per tutte le bocche delle sue ferite,
respirava e soffriva e moriva anelante verso il più lungo giorno. Tutti
i segni erano eloquenti, tutti i fantasmi cantavano. Le Vittorie
mostravano l'anima di ferro sotto gli stucchi disgregati, e non più la
corona fronzuta tendevano ma il cerchio di rugginoso ferro. Le Aquile
sublimi abbrancavano i festoni di frutti putrefatti e caduchi.
— Isabella!
Ella andava andava, esitando tra l'una e l'altra stanza, non sapendo in
quale l'anima sua fosse per trarre un più profondo sospiro. E le stanze
si moltiplicavano; e la bellezza s'avvicendava con la ruina, e la ruina
era più bella della bellezza. E gli occhi si dilatavano per tutto
vedere, per tutto accogliere; e l'intero viso viveva la vita dello
sguardo. E l'anima si ricordava; ché le forme scomparse rinascevano e si
ricomponevano in lei musicalmente, e traeva essa la gioia della
perfezione da ciò ch'era imperfetto, la gioia della pienezza da ciò
ch'era menomato. E il giorno era protratto dal prodigio ma nessun
indugio era concesso; e su ogni soglia il piede si posava temendo il
divieto ma lontana era tuttavia la soglia della sera.
— C'è in là un altro giardino, — diceva ella errando — un altro
giardino.
E, attraverso una grata, apparve una corte ingombra di macerie e d'erbe
fra mura fendute ove rimanevano tracce di ornati dipinti a nodi; e,
oltre le mura, una zona di palude rifulse, e riudito fu lo stridìo delle
rondini, e traudito fu il gracidìo delle rane, nel cielo, nell'acqua, in
un solo ardore indistinto. E la straziante Estate chiamò, tra l'una e
l'altra voce.
— Non è questo.
Ella vacillava sul pavimento sconnesso, ancor qua e là inverdito dallo
stillicidio; e sopra lei le macchie pluviali scurivano i lacunari
azzurri del soffitto ove un oro più nobile e più solido di tutti gli ori
s'ammassava in volute, in rosoni, in pigne scolpiti con robustezza
romana. Le Sirene s'incurvavano, tra i fogliami sporgenti come le
mammelle dei bei mostri marini, in un fregio di così forte rilievo che
eguagliava la misura dei grandi versi memorabili. Lungo gli stipiti
delle alte finestre le Vittorie tendevano all'estremità dei moncherini i
cerchi di ferro rugginoso.
— No, Paolo, no! Non qui, non qui! Vi supplico!
Ella sfuggiva alle mani tremanti del compagno. Gli mostrava un viso che
pareva decomporsi e ricomporsi come nella vicenda del terrore e
dell'ebrezza. Ed entrambi, da una soglia all'altra, dalla luce
all'ombra, dall'ombra alla luce, perseguitavano la loro angoscia senza
fine.
— È questo? — disse Paolo chinandosi a un davanzale.
Era la squallida memoria d'un altro giardino pensile, ingombro di
ortiche, di rottami, di vecchie docce contorte. Un Tritone sonava la
bùccina su una parete forata e maculata; qualche papavero ardeva qua e
là come una fiammella spersa. Più nere parevano le rondini in un cielo
più lontano.
— Ci può essere una cosa più triste in terra? — disse la donna
ritraendosi.
Ricominciava la desolazione: la cappa demolita d'un camino nera di fumo;
una serie di finestre murate; un corridoio cosparso di calcinacci;
un'aula biancastra con su le pareti le tracce del lordume umano e dei
tramezzi sovrapposti; una scala di pietra consunta; e un altro corridoio
simile alla corsia d'un ospedale evacuato; e poi un'altra scala immensa,
discendente fra nicchie deserte a un'orrida porta fatta di assi
sconnesse e di travi traverse, che pur pareva più inespugnabile del
triplice bronzo, inchiodata sopra un varco senza nome.
— Isabella!
— Ho paura, ho paura.
Ella aveva in sommo della gola l'atroce pulsazione della sua vita.
Perduta era dentro di sé, fuori di sé.
— Dove siamo? Si fa sera?
Egli l'aveva ancóra presa per la mano come per condurla; e dentro di sé
e fuori di sé era perduto. Camminavano sul loro stesso tremito, come su
una corda tesa e oscillante.
— Ah, non posso più!
Chi dei due aveva esalato quell'anelito? Ancor due erano le bocche ma
una era l'ambascia, e le loro due forze confuse non la sostenevano.
— Non posso più!
D'improvviso rientravano nell'azzurro e nell'oro, riudivano la melodia
dominante, rivedevano splendere il più lungo giorno.
— Forse, forse, forse....
Verso l'oro e l'azzurro ella aveva levato la faccia; e la sua stessa
anima era diffusa sul suo capo ricca e inestricabile, effigiata nelle
sue mille ambagi. Ella leggeva con gli occhi torbidi la parola
spaventosa inscritta innumerevoli volte, tra le vie dedàlee, nei campi
oltremarini.
— Forse, forse, forse....
Gli disse quella parola entro la bocca, sotto la lingua; glie la disse
entro la gola, alla sommità del cuore; ché egli le aveva preso con le
dita il mento e con le labbra il fiato, il più profondo fiato, quello
che sanno le vene i sogni i pensieri.
Allora furono due creature che allucinate e riarse per un deserto di
mobili dune giungono col medesimo anelito alla cisterna occulta e
insieme vi discendono, vi si precipitano, si protendono verso l'acqua
che non vedono, nell'angustia si urtano, si dibattono; e ciascuna vuol
bere prima e di più, e sente dietro le sue labbra molli crescere la
rabbia mordace, e l'ombra e l'acqua e il sangue sono al suo delirio un
solo sapore notturno.
Egli bevve il primo sorso, ché un succo divino riempì d'un tratto sino
ai margini il calice nudo; e, per non perderne una stilla, egli reggendo
con le dita il mento pose l'altra mano dietro la nuca, di sotto alle
ali, e tenne il bel capo come si tiene un vaso senza anse. E teneva
forte, serrava troppo forte, inspirando l'istinto alla sua bramosia
l'atto di spremere, il primissimo gesto insorto dalla cecità del nato
d'uomo; ché gli sembrava di nutrire per la prima volta la sua più
profonda innocenza.
Ella si vuotò di dolcezza, si fece tutta vacua e lieve come se un'aria
calda circolasse nella concavità delle sue ossa prive della midolla
insensibile; e un gemito sommesso, quasi una implorazione senza suono,
accompagnava quel miracolo. Ma, quando si sentì distrutta sino al fondo,
volle rinascere; e scosse un poco il capo per allentare la presa e
liberò dalle labbra le labbra e le riattaccò sovrapposte per avere quel
che aveva donato. E la vicenda si fece cruda come una lotta di feritori;
ché l'una e l'altro cercavano giungere qualcosa d'ancor più vivo e
segreto, i precordii, gli spiriti balzanti dell'intima vita. Ed entrambi
sentivano la durezza dei denti nelle gencive che sanguinavano. E
arrossato da una sola piccola goccia era tutto il fiume carnale che
fluiva sul mondo.
Un lento fiume si partiva da loro, generato da quella congiunzione, da
quell'immensità di gioia ch'essi avevano contenuta sino a quel punto
inconsapevoli. Inondava la Reggia, passava per le innumerevoli soglie
ov'era passata la loro angoscia, traeva seco tutti i resti della
bellezza, sboccava nei giardini ch'essi avevano contemplato e in quelli
ch'eran rimasti invisibili, traversava la palude, solcava la pianura, si
perdeva senza foce nell'estate senza confine. E il gemito sommesso,
debole come il fiotto d'un bambino infermo, accompagnava il miracolo;
ché, pur mordendo, la donna non cessò da quella implorazione quasi senza
suono, onde la voluttà pareva soffusa di dolore e velato di pietà il
combattimento.
— Non più!
— Ancóra! Ancóra!
— Non più!
Un gran sobbalzo la distaccò dall'amante. E le sue pàlpebre gravi
battevano per respingere la nube addensata, per riacquistare il lume,
per distinguere il fantasma dalla presenza certa. Era ancóra l'imagine
nello specchio? Era ancóra lo sguardo della follia negli occhi suoi
divenuti estranei? Era il pallore stesso della sua perdizione quello?
Ah, non credeva di poter essere tanto livida!
Era Vana, Vana nel colore della morte ma respirante, appoggiata contro
lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non
possa più serrarli. Era la sua piccola sorella.
E la voce di Vana era quella che parlava, se bene irriconoscibile. Con
affannosa rapidità Vana, senza potere ancor muoversi, disse:
— Ora viene Aldo.
S'udiva il passo del fratello nella stanza contigua. Lo sforzo della
dissimulazione fu concorde. L'adolescente apparve su la soglia,
corrucciato.
— Ah, siete qui? Vi troviamo finalmente! Avreste ben potuto aspettarci,
o almeno degnarvi di lasciar detto qualcosa per noi alla Porta Pusterla.
— Credevamo che tu fossi lì lì per raggiungerci — rispose Isabella,
domato il turbamento. — C'era parso di udire la tua cornetta, Aldo. E
abbiamo pur lasciato il custode giù.
— Sorte, che Vana è indovina! Per tutta la strada non abbiamo fatto che
mangiar polvere.
— Al momento di partire, non t'ho io proposto d'andare avanti? — disse
Paolo Tarsis.
— Ma tu hai una torpedine da corsa e io ho una testuggine di palude.
— Ottima per questo paese, dunque.
Paolo desiderò di scomparire, di ritrovarsi in qualsiasi parte ma
lontano. In quella falsa gaiezza si risolveva la sua gioia di porpora!
— Piccolo, via, non mi tener broncio. Sei sempre scontento — disse
Isabella, morbida, lisciando con l'anulare i fini sopraccigli del
fratello velati come di cipria.
— Isa, promettimi che vieni con me pel resto della strada e mandi
Morìccica con Paolo.
— Sì, se vuoi.
— Voglio, voglio.
— Ah, come ti vizio!
— Che hai nei denti?
— Che ho?
Ella serrò la bocca e di sotto fece scorrere su i denti rapida la
lingua.
— Anche nel labbro.
— Che ho?
— Un po' di sangue.
— Sangue?
Ella cercava il fazzoletto; e si traeva indietro con moti quasi coperti,
chinando sotto le ali ferrugigne il viso ch'ella credeva di fiamma. Con
una tenerezza accigliata ch'era una crudeltà inconsapevole, il fratello
insisteva da presso; stendeva la mano verso di lei; le prendeva tra il
pollice e l'indice il labbro inferiore; diceva:
— Hai un piccolo taglio.
Involontariamente Paolo si volse dall'altra parte, con l'atto di
guardare sul camino di marmo rosso lo specchio barocco in una ghirlanda
di Amorini alati, stretto dall'ansia, temendo che su lui apparisse la
medesima traccia. Scorse il capo di Vana alzato verso il labirinto del
soffitto e percosso da un fascio di luce sinistra. Con un colpo sordo
nel cuore, udì l'accento della voce ammirabile nella menzogna. Conobbe
la nuova qualità di quella voce, che diceva:
— Ah sì, forse, quando son caduta, dianzi laggiù, mettendo il piede in
una buca dell'ammattonato....
Ed ella cercava il fazzoletto per coprirsi la bocca come se le fosse
tutta una ferita cocente.
— Tieni — disse Vana porgendole il suo.
Era rimasta col capo levato verso il soffitto, come assorta, come
attenta a udire il custode narrarle l'avventura di Vincenzo Gonzaga, che
illustrava l'emblema parlante; ma non aveva mai distolto dalla sorella
lo sguardo obliquo, quell'iride chiara sì duramente torta nell'angolo
delle pàlpebre. E Paolo vide nel fascio di luce il risalto del bianco,
intenso come smalto, su la stretta faccia olivastra; vide quella mano
tesa. E nella faccia e nella mano era tanta forza d'espressione e
d'illuminazione ch'elle parevano sorpassare la realtà e intagliarsi nel
cielo stesso del fato, come quando il crinale delle Dolomiti solo arde
nei crepuscoli inciso contro tutta l'ombra, e ciascuno dei suoi rilievi
s'addentra nell'anima di chi mira, e vi s'eterna.
— _Forse che sì forse che no_ — disse l'adolescente con una voce ch'era
già velata dalla malinconia, leggendo il motto inscritto negli
intervalli dello scolpito errore. — Perché, Isa, tra l'uno e l'altro
_Forse_ c'è un ramoscello e non un'ala, non la tua ala, Tarsis? L'ala di
Dedalo o il filo di Arianna. Perché dunque un ramoscello?
— Non so — rispose la bocca baciata.
— Non so — rispose il costruttore d'ali incatenato alla terra.
— Perché, Morìccica?
— Non so — rispose la vergine oscura che aveva voluto esser macchiata
dalla goccia del sangue voluttuoso.
— Non so — rispose a sé medesimo l'adolescente oppresso dei suoi anni
così pochi e così carichi d'ignota pena.
E non sapevano; e in ciascuno era una strana esitanza a uscire da quel
luogo, a volgersi altrove, ad andare avanti o a tornare indietro, come
se dall'alto le liste d'oro si prolungassero in una zona pieghevole che
invisibilmente li circuisse e li annodasse di continuo.
— Andiamo — disse Aldo ponendo il braccio sotto quello d'Isabella. — Io
voglio vedere il Paradiso, e nulla più.
Quando per la scaletta di tredici gradini il custode li condusse agli
scrigni della principessa estense, quando riudirono la rondine stridere
nella perla sospesa del giorno, la potenza chimerica della vita li
percosse tutti nel mezzo del cuore, quivi fece più crudamente dolere i
mali e i sogni inconfessabili. E l'uomo nel rigoglio della virilità
esperto d'ogni rischio e d'ogni mèta, immune da ogni paura e da ogni
abitudine, armato di diffidenza e di dispregio, che aveva conosciuto
giorni innumerevoli in cui la disciplina della sua virtù piantata su le
due calcagna gli bastava a vivere, guardò il meraviglioso ingombro del
corpo omai promesso e oppose al presentimento della sciagura l'imagine
dell'orgia liberatrice, memore del marinaio disceso nel porto per
ripartir più leggero domani verso l'Oceano; e gli gonfiò le vene
l'impazienza di saziarsi. Non ignara del piacere e bisognosa di gioire
soffrendo, smaniosa di sporgersi all'orlo delle tentazioni più
terribili, con un cuore timido e temerario, soave e spietato, la donna
aspirava intorno a sé l'ardore delle anime simile all'odore sulfureo
dell'uragano; e non formava alcun disegno, non si preparava contro
l'impreveduto; pesava sul ritmo de' suoi ginocchi la divina bestialità
del suo corpo, covava la sua astuzia e la sua lussuria nel suo calore
più profondo. Ma la vergine e l'adolescente non avevano difesa contro lo
strazio, non contro il profumo della magnolia, non contro la pallidezza
della palude, né contro l'estasi dell'aria, pieni entrambi di forze
discordi che facevano un cupo tumulto disperdendosi e risollevandosi a
ogni soffio intorno un'ombra che forse aveva una sembianza da non poter
essere guardata fisamente senza terrore.
— Ecco il mio giardino — disse Isabella piegandosi sul davanzale, con
l'accento medesimo ond'ella avrebbe detto all'inizio d'una confessione
impetuosa: «Ecco la mia colpa, ecco la mia gloria».
Un'ebrezza perversa si partiva da lei, mista di spontaneità e
d'artifizio, espressa ora col viso nudo ora con la maschera, ora con
l'affettazione dell'attrice sapiente ora con la più ignara grazia
animale.
— Te l'imaginavi così, Aldo?
Al fianco di lei si piegava il fratello, cingendole col braccio la
cintura, su la pietra calda.
— Guarda, Morìccica. Guardate, Tarsis.
Vana e Paolo s'appressarono; ed ella si scansò perché giungessero a
scoprire i rosai. Attirò Vana contro sé per sentirla fremere; e sul capo
chino di lei fece passare il suo sguardo verso l'amante, uno sguardo che
non era un baleno ma qualcosa che pesava, che colava come una materia
fusa. E stavano là tutt'e quattro in un gruppo, nel calore, nell'odore,
invasi da un intorpidimento leggero che somigliava il principio di un
incantesimo.
Anche il giardino era intorpidito, quasi imbiutato d'un silenzio pingue
come il miele come la cera come la gomma. Era un abbandono e una
tristezza che si consumavano in profumo tardo. Gli spiriti dell'olio si
sprigionavano dal cociore dello spigo e del rosmarino; le albicocche
pendevano mézze nella fronda floscia, qualcuna sfatta, aperta sul
nòcciolo, stillante; i rosai non potati avevano sprocchi tanto lunghi e
teneri che s'incurvavano sotto una rosa scempia; e la pallida palude
vergiliana appariva di là dagli alti gigli tanto ricchi di pòlline che
n'eran lordi.
— Quando io vivevo — disse piano l'incantatrice, col volto quasi
vaporato dalla squisitezza del sorriso — il mio giardino era pieno di
pecchie e di camaleonti.
Un'ape entrò, sonora. Gli occhi dell'adolescente la seguirono con una
meraviglia che rese straordinario il volo. Tutt'e quattro, raccolti
nello strombo della finestra, ascoltarono il lungo errante ronzo. Poi si
guardarono tra loro fuggevolmente, e videro che tutt'e quattro avevano
gli occhi chiari ma diversi, attoniti come se questa simiglianza
dissimile scoprissero per la prima volta.
— Ah come sapevo vivere! — soggiunse Isabella affascinata dal suo gioco
stesso. — Nelle mie piccole stanze, sul margine dei miei stagni pigri,
possedevo i sogni delle città famose. Vedete, vedete: quelle del
settentrione e quelle del mezzogiorno, le brune e le bionde, le grige e
le bianche....
E apparivano nelle lunette le piante dipinte delle città circondate di
mura e di torri, bagnate dal mare, attraversate dal fiume, fondate sul
monte: Parise e Gerusalemme, Ulma e Lisbona, Berna e Marsilia; e quelle
che sono per le imaginazioni degli uomini come gli aromi gli ozii le
febbri i filtri le danze: Algeri, Toledo, Messina, Malta, l'egizia
Alessandria.
— Isa, Isa, — sospirava l'adolescente — perché non siamo stanotte nella
vecchia Algeri, su una terrazza bianca, vestiti di seta, con molti
cuscini, con molte bevande, con qualcuno che ci canti qualche lunga
storia che noi s'ascolti e non s'intenda!
— Taci, taci — ella disse con l'indice su la bocca, avanzandosi
lievemente verso l'altra soglia. — Ascolta l'ape.
L'artefice studiosa era passata nella saletta contigua; e il bombo
pareva cambiar tono, farsi più sonoro, come moltiplicato da una tavola
armonica, simulando il vibrare della corda bassa.
— Ascolta, che musica!
— Suona la viola bordona — disse Aldo, sommesso, appressandosi in punta
di piedi, tratto dall'istinto mimico dell'adorazione a imitare i modi
della sorella.
Si sporse dalla soglia l'incantatrice, poggiando le mani all'uno e
all'altro stipite; guardò intorno, guardò in alto; poi senza parlare
volse la faccia irradiata dal riflesso del tesoro scoperto. E tutti gli
occhi chiari intorno ricevettero il grande bagliore.
Entravano nella cassa dorata d'un clavicembalo? entravano in una teca
votiva lavorata dal principe degli orafi per custodire gli avorii
miracolosi dell'arpa di Santa Cecilia? Il bombo dell'ape era come la
vibrazione della corda sotto la penna di corvo in una cadenza allungata;
ma il silenzio era come il silenzio che vive dentro i reliquiarii.
— Isabella! Isabella! — ripeteva l'adolescente, abbagliato, leggendo per
ovunque il nome della divina Estense.
E la sorella con un sorriso di felicità infantile guardava attorno
interrogando lo stupore di ognuno, come per una foggia della sua
eleganza, come quando metteva una bella veste nuova e chiedeva: «Ti
piace? Vi piace? È tutta mia l'invenzione».
— Quando io vivevo — disse piano — qui si faceva musica, verso
quest'ora. Te ne ricordi, Vanina?
— Io me ne ricordo — disse Aldo, movendo a vuoto le dita della sinistra
come usava lungo il manico del suo violoncello. — Forse la mia viola da
gamba è ancora chiusa là, in quello stipo.
Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto, intorno all'arme
delle due aquile e dei tre gigli d'oro. Alle pareti erano gli stipi per
gli strumenti e per le intavolature, e nel legno figurati a tarsia il
dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa, e miste alle
figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per
significare i luoghi inesistenti a cui sul fiume della melodia l'anima
anela pur dal più lieto dei soggiorni. E, quivi anche, sopra uno
stendardetto era intarsiato il nome soave.
— Certo è là, la tua viola — assentì l'incantatrice, con gli occhi
fissi. — La vedo bene, Aldo. Ho sempre invidiato quel suo colore
rossobruno, pei miei capelli. Ah, se tu potessi mai cavare una nota che
gli somigli! E quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco, più
trasparenti dell'ambra! E dietro, nel mezzo della cassa, quella doratura
a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale!
Il dosso del manico è pallido, levigato dalla tua mano.
— Morìccica, e che bel liuto avevi tu per cantare! — disse l'adolescente
inebriandosi. — La cassa era costruita come la carena dei navigli a
liste di legno alterne, chiare e scure, ma più leggera d'un guscio di
noce. E la rosa era traforata così sottilmente che appena appena ci
passava un raggio di sole quando la mettevi contro luce perché si
leggesse in fondo il nome del famoso liutaio.
Stavano essi addossati agli stipi, come immemori, indugiandosi nella
misteriosa tregua. Pareva che tutto divenisse musica, per cui la stanza
angusta abitata dall'antica anima era congiunta alla lontananza
immensurabile. Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo
esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S'udiva nelle pause dalla
palude salire il primo coro delle rane; e, quasi illuse dalla
rispondenza, n'eran bianche le acque. E tutto era bianchezza e lentezza:
ancóra i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano
indistinti, se bene i salici avessero già nelle capellature un poco
d'ombra.
— Questo cielo, Aldo, mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti
in una dedica d'un Libro di Cantate, forse dedicato a me quando vivevo.
Te ne ricordi?
— Me ne ricordo. «Il cielo stesso come Autore della Musica sia
testimonio....»
— Autore della Musica!
— Era un libro di Cantate a voce sola, del Mazzaferrata. E ce n'era una
per oggi, una per quest'ora: «_Ove con pié d'argento_». Era rilegato in
pergamena impressa, lucida come i cofanetti di pastiglia; e sul rovescio
della legatura era scritto a mano: «Doppio ardor mi consuma». E la carta
era fragile, molle, consunta nei margini: cominciava a morire per le
estremità come le foglie d'autunno. Te ne ricordi? Anche il libro
dev'essere nello stipo.
Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso
durevole, sospeso su la piccola ferita del labbro.
— Vanina, — ella disse — perchè non prendi il tuo liuto e non ci canti
sotto voce una canzone?
— La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: «_Amors me fait
commencier Une chanson novelle_....» — disse Aldo. — Oppure quella
d'Inghilterra, così dolce, su le parole di Ben Jonson il Tragico, quella
che finisce: «_O so vhyte, o so soft, o so sweet, so sweet, so sweet is
shee!_» A che pensi?
Vana esitò, quasi temendo di non aver più la sua voce primiera, quasi
credendo di dover parlare per la prima volta con la mutata voce. Poi
rispose:
— Mi domandate di cantare, e io pensavo alle parole di quell'altro tuo
poeta. «O rondine, sorella rondine, io non so come tu abbia cuore di
cantare.... Ti prego di non cantare, almeno per un poco!» Domandiamo una
pausa alle rondini, intanto.
— È vero — disse Isabella.
Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo
giorno. A tratti, gli stormi passavano dinanzi la finestra come
saettamenti disperati.
— Quanto mi piace oggi, Vana, la tua malinconia! — disse Aldo.
— Anche a me — disse Isabella.
Addossata allo stipo, con la testa appoggiata alle tarsie, con le mani
senza guanti abbandonate in giù, con le lunghe ciglia brune socchiuse
sopra lo smalto luminoso, Vana aveva il volto di chi sentendosi venir
meno rattenga tra i denti la sua propria anima e la gusti. La sua bocca
era lievemente convulsa da un sapore simile a quello di certe erbe che
masticate forzano i muscoli del sorriso.
— Isa, ti ricordi di quella tavoletta di Cesare da Sesto in quella bella
cornice sdorata, che vedemmo a Francoforte? — disse Aldo. — È una Santa
Caterina d'Alessandria, in un paese di boschi di acque di monti, vestita
di verde, elle posa le mani su la ruota dentata del suo martirio. Le
estremità delle sue dita smorte sono presso i denti di ferro crudeli. Ma
lo spirito musicale di quella pittura ci entrò in cuore. Mi ricordo che
tu dicesti: «Le sue dita si posano su la ruota così dolcemente che
sembra tócchino i tasti d'un arpicordo».
— È vero.
— Così è Vana oggi.
Paolo Tarsis taciturno ascoltava il dialogo fantastico; e l'aspetto e la
voce dell'adolescente gli movevano una sorda gelosia, e l'angustia di
quella stanza e l'afa del passato e quelle imaginazioni e quelle
morbidezze lo soffocavano. Egli a quando a quando vedeva la nuda
brughiera lontana, il suo grande airone bianco ricoverato sotto la
tettoia di ferro e di assi, le tuniche azzurre de' suoi meccanici
occupati intorno al congegno. E dal turbamento, che gli davano i sogni
musicali, nascevano le forme delle vaste nuvole che dovevano rendere
patetico il cielo della sua vittoria. E, come passava rasente la
finestra lo stormo a saetta, egli era percorso da una sorta d'impazienza
muscolare e riudiva in sé il sibilo dell'elica.
— Quanto mi piace questo! — disse Isabella dopo una pausa, come una che
abbia morso la polpa d'un frutto e ne lodi la bontà con la bocca bagnata
di succo; ché la sua voce rendeva sensuali anche le sottigliezze
dell'intelligenza.
— Rimaniamo qui? — disse Aldo. — Riprendi possesso del tuo Paradiso?
Stanotte avremo la più grande sinfonia di rane che mai si possa udire.
Le rane mantovane sono famosissime: superano perfino le ravennati in
arte armonica.
— È la notte più breve.
— Io non voglio dormire.
Di nuovo egli s'era appressato alla sorella con la grazia d'un paggio,
seguito dall'inquietudine di Paolo. Era tanto bello che avanzava di
bellezza le due creature del suo sangue. La forma della sua fronte su
l'arco dei sopraccigli era simile a quella dei giovini Immortali; e chi
la guardava non poteva cessare di guardarla, ché involontariamente
risaliva di continuo a quella perfezione. Ond'egli, accorgendosi che di
continuo lo sguardo altrui non s'affisava ne' suoi occhi ma più su de'
suoi occhi, aveva il sentimento di portare una corona ammirabile; e ne
pareva accresciuta la fiamma della sua spiritualità come la leggerezza
delle sue movenze.
— Bisogna dunque andare? — disse Isabella.
E rimirò la filigrana del soffitto, ove ancora l'ape dimenticata bombiva
come lungh'esse le cellette dell'alveare. E rivide negli scomparti il
suo nome, il motto magnanimo, l'Alfa e l'Omega, l'enigmatico numero
XXVII, i segni musicali, il candelabro a triangolo, la sigla
intrecciata, il mazzo di polizze bianche.
— _Nec spe nec metu_! Ma io spero quel che temo, e temo quel che spero.
— È per te — disse Aldo — quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che
Vana ti canterà: «_L'onde de' miei pensier portano il core Hor ai lidi
di speme hor di paura_....»
E il sogno ebbe un torbido intervallo. E tutti gli occhi chiari
s'incontrarono fuggevolmente.
— Che vuol significare il numero ventisette? — chiese Vana, che nella
confusione del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso
gli indizii e i presagi.
— Non me ne rammento — rispose Isabella. — Ma è un numero che forse non
dimenticherò più.
E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data
prossima della gara suprema nella Festa dedàlea. E lo sguardo impose
l'attesa, promise: «Dopo»; e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe
fiamme in cima alle aste delle mète aeree.
— E il fascio di cartelline? — chiese Vana.
— Sono le polizzette del gioco di ventura — rispose Aldo — quelle che si
traggono dall'urna cieca della sorte.
— Bianche?
— Sì, bianche.
— Cedimi questa impresa, Isabella — disse Vana.
— O non piuttosto quella delle Pause? — disse Aldo.
— Che è l'impresa delle Pause?
— Quella dei segni musicali su la rigata, che vedi là; ed era la più
cara a Isabella.
— Tu che decifri le intavolature, la sai lèggere?
L'adolescente si volse e balzò a sedere sul largo davanzale per essere
più presso alla cornice ove poggiava il cielo dell'imbotte scolpito ad
anelli a rosoni a legacci, ne' cui fondi eran ripetute tutte le imprese
fuorché quella delle Pause ricorrente sola nel fregio vaghissimo.
— Se non sbaglio, c'è la chiave di contralto; e poi ci sono i segni dei
quattro tempi; e poi i segni di tre pause di valore decrescente: due,
una, mezza; e poi un sospiro del valore di una minima; e poi le tre
pause in ordine inverso; e infine il segno del ritornello doppio.
Tutti i volti erano in su, pensosi; tutti gli occhi chiari scrutavano il
cartiglio.
— È la notazione del silenzio — fece Vana.
— La canzone che non canterai, Morìccica — fece il fratello ancor seduto
sul davanzale, stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. —
Che strana impresa, e come profonda! Isa, tu l'avevi cara più d'ogni
altra, tanto che alla Corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia
Borgia comparisti vestita di una camóra «recamata di quella invenzione
di tempi e di pause».
— M'è sempre cara — fece l'incantatrice. — È il valore di quel che non
dissi non dico non dirò mai.
Sorrideva col viso in profilo, metà nella luce e metà nell'ombra.
— Riassumo da oggi l'impresa delle Pause — ella soggiunse. — Ora
andiamo.
Si volse per passare nel camerino attiguo.
— Ma come non l'abbiamo veduta? — fece con un grido di meraviglia, e
s'arrestò.
Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei, una porta gemmea, trattata
anch'essa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio, a cui i dischi
di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan
qualcosa di funebre quasi che s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle
«pute» mantovane, forse di Livia, forse di Delia, morta di baci. Un
fregio di grifi sovrastava all'architrave; i fondi dei riquadri
brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina; e la figura
avvolta d'un peplo piegoso, in atto di tenere il flauto di Pan, era la
Musica ed era Isabella. Ma chi era, nel basso rilievo sottoposto, la
donna ignuda avente sul capo i chiusi volumi, sotto il piede un teschio
umano?
— Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause — disse Aldo
inginocchiandosi per indagare l'imagine. — Tu stessa l'ispirasti a Tullo
Lombardo?
Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare.
— Ti somiglia — soggiunse sottovoce il fratello.
— È vero — ella assentì sommessa.
Ed entrambi rimanevano intenti, s'indugiavano. La sorda gelosia rimorse
il cuore del taciturno.
La figura scolpita a guisa di un cammeo aveva anch'essa le lunghe gambe
lisce e l'un ginocchio molto proteso innanzi nell'atto d'incedere con
quella maniera espedita che dava tanta pieghevolezza al passo della
giovine signora e distendendo la stretta gonna palesava nel gioco
alterno il disegno della coscia fino all'anca e l'inflessione del grembo
sparente.
— Aldo, Aldo, scacciala!
Ella si raddrizzò, si schermì, sentendo il ronzìo dell'ape presso la sua
gota. Con un balzo varcò la soglia; e i suoi piccoli gridi sonavano
sotto il cielo d'oro, ché l'ape la perseguitava importuna; e le sue mani
s'agitavano alla difesa puerile.
— Ahi! M'ha punta!
In uno di quei gesti scomposti la pecchia provocata l'aveva punta alla
mano manca, nel polpaccio del pollice.
— Mi fa male! Bisogna suggere forte, Aldo!
Aldo non rideva più. Ella gli tendeva la mano supina, ed egli pose le
labbra su la puntura per medicarla.
— Sì, così.
Egli suggeva più forte.
— Basta!
Ella rideva d'un riso che a Paolo sconvolto pareva l'eco attenuata di
quello già udito lungo il canale delle ninfee dopo il passaggio del
carro carico di tronchi.
— Basta. Non mi duole quasi più. Mi brucia un poco soltanto.
L'occhio di Vana era cattivo. La sorella empieva della sua ilarità tutta
la stanza, trascorrendo intorno con una grazia di movimenti così forte
ch'ella sembrava emanare da sé quella stellante ricchezza d'azzurro e
d'oro come il pavone apre la sua rota sidèrea.
— Riconosco, riconosco. Non avevo in questi armadii le mie più belle
vesti? Non erano tappezzati di velluto crèmisi i miei stipi?
Ella aveva scoperto in un angolo del nudo legno un frammento del
prezioso drappo.
— Non li ho lasciati qui i miei broccati, i miei rasi, i miei tabì?
— Isabella! Isabella!
Aldo leggeva il nome nelle targhette che allacciava il meandro d'ulivo.
— Eri anche allora la più elegante dama d'Italia — disse egli adulando
la giovine donna come soleva. — Oggi hai per rivali Luisa Merati,
Ottavia Santeverino, Doretta Ladinì; allora gareggiavi con Beatrice
Sforza, con Renata d'Este, con Lucrezia Borgia. Allora la marchesa di
Cotrone ti mandava a chiedere per modello una sbèrnia, come oggi
Giacinta Cesi ti manda a chiedere un mantello. Che erano al confronto i
grandi corredi d'Ippolita Sforza, di Bianca Maria Sforza e di Leonora
d'Aragona? Ma quella Beatrice era veramente la spina del tuo cuore.
S'era fatti ottanta quattro vestiti nuovi in due anni! Tu l'anno scorso
per le quattro stagioni te ne facesti novantatre. E la Borgia, quando
andò sposa ad Alfonso aveva con sé duecento camicie meravigliose! Tu
superasti e l'una e l'altra. Chiedevi ai tuoi corrispondenti milanesi e
ferraresi notizie minutissime delle due duchesse, in vestiario e in
biancheria, per non restar mai indietro. Anche allora tu eri una
inventrice di fogge nuove. Tu inventavi le mode. Portasti a Roma quella
della carrozza. Avevi il desiderio smanioso delle novità eleganti. Ti
raccomandavi ai tuoi fornitori perché cercassero «di cavar de sotto
terra qualche cosetta galantissima». Anche allora amavi gli smeraldi, ed
eri riuscita a possedere il più bello dell'epoca. A Venezia, a Milano, a
Ferrara avevi mediatori con orefici. Non ti contentavi d'aver le più
belle gioie ma le volevi squisitamente legate: anelli, collane, cinture,
bottoni, braccialetti, catene, frange, sigilli. Il tuo orefice
prediletto fu quell'ebreo convertito, di nome Ercole de' Fedeli, che
fece lavori di niello e di cesello incomparabili, tra cui forse la
famosa spada di Cesare Borgia, ch'è in Casa Caetani, e la cinquedea del
marchese di Mantova, ch'è al Louvre.
Egli pareva aver bevuto il vino di quattro cent'anni in uno di quei vasi
di calcedonio o di diaspro forniti d'oro che la Estense aveva raccolti
innumerevoli negli armarii della Grotta in Corte Vecchia. Era ebro di
passato ma provava un piacere quasi malsano nel mescolare le cose vive
alle cose morte, nel confondere le due eleganze, nel frugare le due
intimità. Ella lo secondava, quasi per una volontà d'inesistenza, con le
ciglia senza palpito e col sorriso durevole dei ritratti magnetici.
— Ricordami ancóra! — ella diceva per incitarlo, a ogni intervallo, come
s'egli non le narrasse cose nuove ma le risvegliasse la memoria.
— La duchessa di Camerino, Caterina Cibo, faceva fare a Mantova i suoi
vestiti sotto la tua sorveglianza come ora Giacinta Cesi non va dalla
sarta se tu non l'accompagni.
— Ricordami!
— Nel tuo viaggio di Francia, l'ammirazione per le tue guise fu unanime,
come oggi gli occhi delle Parigine ti divorano quando tu esci da un
teatro o entri in un salotto ben frequentato. Perfino Francesco I ti
chiese qualche veste da donare alle sue donne; e Lucrezia Borgia, la tua
rivale, dovette rivolgersi a te per avere un ventaglio di bacchette
d'oro con piume nere di struzzo, dopo aver cercato invano d'imitare
quella tua «capigliara» a turbante che porti nel ritratto tizianesco.
— Avevo i capelli che ho, castagni?
— Castagni con forti riflessi biondi; e, per averli tanto tempo gonfiati
a turbante, ora li serri in due trecce e li giri e li schiacci con le
forcine e ti fai una piccola piccola testa che mi piace assai più.
— Belle mani?
— Più belle ora: ti si sono smagrite e allungate. La destra dipinta dal
Vecellio, con l'anello nell'indice, ha fini le dita ma un po' grasso il
carpo. Per curarle, facevi ricerca delle forbici più sottili e aguzze e
delle «lime da ungie» più delicate. E ordinavi i tuoi guanti a Ocagna e
a Valenza, i più morbidi e i più odorosi del mondo.
— Perché amavo anche allora i profumi.
— N'eri folle. Li componevi tu stessa. Ambivi il nome di «perfecta
perfumera». La tua «compositione» era d'un'eccellenza insuperabile.
Tutti imploravano la grazia d'un bussoletto. Ne donavi a re, a regine, a
cardinali, a principi, a poeti. E il tuo Federico, quand'era in Francia,
non ti chiedeva mai denari senza chiederti profumi e tanto spesso gli
uni, credo, quanto gli altri.
— Eri ben tu Federico allora? Ti riconosco.
Risero forte entrambi, prendendosi le mani, guardandosi negli occhi
splendidi.
— Ma spesso tu mandavi invece di denari un bussoletto, perch'eri piena
di debiti.
— Oh no!
— Sì, sì; ne avevi fin sopra ai capelli, affogavi.
— Federico!
— Avevi sempre una voglia pazza di comprare tutto quello che ti piaceva;
e poi non potevi pagare. Allora, debiti su debiti.
— Non è vero.
— Perfino con Sua Santità, e poi col Sermoneta, col Chigi.... So tutto.
C'è la lettera al Trìssino. «Miseria extrema di dinari....
— Mi smungeva Federico.
.... per non haver ancora restituiti molti ducati tolti in prestito....»
— Federico!
— E mettevi le gioie in pegno.
Ridevano come monelli, con una gaiezza irresistibile che travolgeva il
sogno, con qualcosa di furbesco nell'angolo dell'occhio, quasi fossero
soli, immemori dei due che dal vano della finestra parevano assistere a
una scena di mimi.
— E le maschere, le maschere!
— Quali maschere?
— Come le amavi! Ne fabbricavano tante nella tua Ferrara. Ne mandasti
cento in dono al Valentino: cento maschere a Cesare Borgia!
— Quanto mi piace questo! — disse Isabella con un sùbito mutamento di
tono, perché aveva sentito dietro di sé l'ostilità dei due spettatori ed
era di nuovo pronta a far soffrire. — Se ne ritrovassi qualcuna dentro
gli armadii?
— Una vecchia maschera, una vecchia veste, una vecchia catena. Apri,
apri.
Ella aperse. Le ributtò il triste odore.
— È pieno di ragnateli — disse, e richiuse.
— Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti
da Costanza d'Avalos.
E fu l'ultimo sorriso della finzione; ché dall'armadio aperto un soffio
di malinconia s'era diffuso, e lo spirito delle Pause, il canto senza
parole, l'ardore senza concento.
— Andiamo, andiamo.
Ella ripassò per la porta gemmea, ritraversò la cassa dorata del
clavicembalo senza tastiera, ridiscese la scaletta di tredici gradini.
La seguivano gli altri, in silènzio. I passi risonarono per un lungo
andito bianco; poi giù per un'altra scala desolata; poi per l'ombra
d'un'aula cinta di nicchie in forma di conche, verdastra come una
caverna marina. Una porta stridette su cardini rugginosi; e tutto
l'argento del vespero brillò fra le due imposte, per mezzo a un gran
ragnatelo lacerato; e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e
una lucertola grigiastra, e l'una guizzò via e l'altro prese il volo,
come se i due lembi del ragnatelo si fossero di sùbito animati.
— Sempre si rinnova l'incanto?
Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro.
— La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua?
Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio, ricevevano l'immensa pace
sul petto in tumulto.
— Il giorno senza fine!
Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi, prossimo come
quel d'una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte
senza asciugarsi.
— Che faremo? Che faremo?
Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della
palude. Dietro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle
antiche giostre, circondata dalle logge a colonne avvolte che avevano
udito il ringhio dei barbareschi. Dinanzi, una sovrana purità si
perpetuava come in un mondo immune dall'ombra; e la luce era sonora fino
al culmine del cristallo empireo.
— Sorella, sorella, non vedi? non vedi?
Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente, e poi di sùbito lo
gonfiava uno smisurato impeto come se moltitudini di ferrei cavalieri
gridando irrompessero dalle profondità per galoppare su tutta la terra.
— Isa, le tue mani sono di perfetto marmo!
Meravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera,
levigate nei nodelli, marmoree veramente, come abbandonate dalla vita
sanguigna e trasfigurate da un'arte sublime. Ella era una creatura tutta
palpitante e anelante di tristezza, di desiderio, di ricordanza, di
timore, di promessa, con due mani di statua.
— La puntura ti duole ancóra?
— Mi brucia soltanto.
— Ti sei ferita due volte. Aspèttati la terza ferita.
La mano di marmo disegnò un gesto di supplice verso la bellezza della
candida sera; poi col dorso appena appena toccò il labbro che non
sanguinava più. Il saettìo disperato delle rondini stridì su l'immobile
argento. Il capo del fratello s'inclinò verso la spalla diletta. Egli
aspettava un dono che non gli era dato, e non sapeva quale; e la voce
della sua anima era un alto lamento, se bene si esalasse in piccole
parole.
— Che faremo? Mi chiuderete laggiù in una stanza d'albergo, fra poco? Io
non voglio dormire.
Paolo Tarsis guardava quel volto di giovine iddio decaduto che
travagliavano così torbidamente gli affanni umani; e il rancore dei suoi
trentacinque anni esperti e indurati si appesantiva dinanzi a quella
grazia inquieta come una convalescenza febrile. E ogni attitudine
dell'adolescente verso la sorella gli moveva un malessere indefinibile.
— Vieni con me su la brughiera — disse.
— A vegliare la veglia d'Icaro?
— Ad aspettare l'alba.
— Sotto un'ala del tuo grande airone?
— Alla diana farò un volo di prova. Le prime stelle e le ultime sono
propizie a quest'arte.
— Espero è il tuo buon genio?
Aldo non guardava il costruttore d'ali ma, col capo presso l'omero della
sorella, era fiso nel cielo di Vergilio. Tutto era puro come nella più
divina delle ecloghe. Non un soffio moveva le cime delle canne, le
vermene dei giunchi, le fiammelle dei papaveri, lo specchio delle acque.
Solo il coro delle rane diffondeva il senso del moto in forma di ritmo,
simile alla vibrazione della bianchezza.
— Quale altro cielo, se non questo, si chiamerà firmamento? Stasera
potresti volare all'infinito. Ah, insegnami!
Trasognato egli si volse, e guardò l'uomo: riconobbe l'ossatura della
volontà temeraria, la biliosa faccia scarnita dall'ardore di vincere, la
pupilla fulminea del predatore, quegli angoli vivi che parevano fatti
per fendere come i conii la resistenza, quelle dure mascelle che per
contrasto portavano la carne rossa della bocca come un frutto molle in
una tenaglia d'acciaio. E uno sgomento subitaneo lo invase, ché non era
quegli il suo compagno né il suo maestro.
— T'insegnerò — disse Paolo Tarsis con l'accento della condiscendenza,
come chi risponda a un bimbo che domandi un balocco; e sorrise.
L'ombra cadde su le ciglia del trasognato, e gli riempì l'orecchio un
confuso rombo, e il cuore gli pulsò contro la gola; ché egli aveva
scorto, tra l'uno e l'altro dente di colui che sorrideva, un filo di
sangue, un sottilissimo grumo, e un lieve gonfiore lividiccio nel labbro
rilevato dal sorriso.
— Aldo, che hai? — gli domandò Vana. — Come sei divenuto pallido!
L'imagine del bacio selvaggio gli si creò nel lampo della divinazione.
— Sembro pallido? È questa luce. Non ho nulla. Anche voi sembrate così.
Non dominava il suo sgomento cieco. Le giunture gli si scioglievano come
nel pànico. Si chinò su la ringhiera, e credette che il battito del suo
polso risonasse sul ferro come il martello su l'incudine. Lo stormo
frenetico delle rondini s'era allontanato perdendosi ai confini della
palude, ed egli l'udì tornare verso la loggia come una forza ruinosa e
strepitosa che fosse per trascinarlo seco. Negli attimi d'attesa rivide
le cose più lontane della sua infanzia. Poi lo scagliamento disperato
gli trapassò tutta l'anima tramortita.
«Addio! Addio!» ripeteva in sé, ma senza sapere come la parola gli si
formasse dentro e gli si staccasse dal cuore; ché non era se non suono
interno di gemito, simile a quello inarticolato che la tortura strappa
alla carne vile. «Addio! Addio!»
E raccolse un po' di forza per ricomporre il suo viso, per dissimulare
l'ambascia; si sollevò, si volse come a guardare la desolazione del
cortile erboso; fece qualche passo furtivo verso la porta che s'empieva
d'ombra. Sentiva pesare entro di sé un pianto accumulato. Il bisogno
folle di sfuggire lo prese, lo cacciò tra le pareti ignote, di soglia in
soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile
ruina. Da prima corse anelante, con un velo su gli occhi, come chi abbia
il fuoco appreso alle vesti e più avvampi nell'aura della fuga. Poi le
figure superstiti nell'enormità di quella morte escirono dall'ombra e
l'assalirono, e s'ingigantirono del suo dolore; e i contorcimenti dei
grandi corpi rossastri nelle mura piene di battaglia furono come
l'agitazione della sua demenza; e gli squarci e le fenditure e i mucchi
furono come i resti del suo crollo; e tutto l'oro scolpito e sospeso e
infranto sul suo capo fu come la perdizione del suo sogno ponderoso. Ed
egli andava andava, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza
in stanza, per l'irremeabile ruina. E a tratti, come se soffiasse la
ràffica, gli giungeva l'alto canto palustre, lo stridore del saettamento
ostinato, la squilla della salutazione angelica, e il gemito stesso
della sua propria anima. «Addio! Addio!»
Non l'ombra entrava per le finestre ma si creava dentro, ma sorgeva da
ogni cavità, occupava i luoghi profondi, s'accumulava come una cenere
fosca, s'addensava come una moltitudine tacita. Una porta fu piena di
minaccia; una scala fu piena di terrore; un corridoio fu come un abisso.
— Isabella! Isabella!
Il nome echeggiò come in una caverna; ma, dopo, la vita del silenzio si
moltiplicò, ebbe mille volti sparenti.
— Isabella!
Il nome cadde senza risonanza, come qualcosa che s'afflosci. Un chiarore
violaceo appariva pel tetto squarciato. Nell'ombra era un aliare molle
di nottole. Vene di gelo vi s'insinuavano come se pei crepacci stillasse
l'acqua degli stagni.
— Isabella!
Smarrito nell'intrico della ruina, egli barcollava su i pavimenti
sconnessi, urtava contro le travature cadute, varcava gli usci palpando
gli stipiti freddi, rabbrividiva per tutte le ossa appressandosi alle
forme ignote. E sopra il terrore l'imagine del bacio selvaggio,
l'imagine della voluttà sanguigna, si apriva dentro le sue pupille con
l'intermittenza e la violenza dei bagliori in occhi infermi; ché forse
egli era passato, ché forse egli passava là dove s'eran congiunte le
bocche crudeli. E il mare del pianto gli ondeggiava a sommo del petto
fragile, a sommo dell'anima senza limite; e per ricacciare il singhiozzo
egli ripeteva quel nome che pur dianzi aveva risonato nel riso come gli
acini balzanti d'una collana disciolta.
— Isabella!
— Aldo, Aldo, dove sei? dove sei? Ti sei perduto?
Trasaltò egli udendo la voce angosciosa che rispondeva all'orribile
angoscia; e si volse; e in fondo all'andito lùgubre scorse un'ombra
nell'ombra.
— O Vana!
E si corsero incontro; e non parlarono, perché entrambi traboccavano di
pianto. E furono soli; e non s'udì alcun altro passo fuorché quello
cauto del vecchio. E non si guardarono ma s'abbracciarono
disperatamente.
Or d'improvviso i Latini si ricordavano della prima ala d'uomo caduta
sul Mediterraneo, dell'ala icaria composta con le verghe dell'avellano,
con l'omento secco del bue, con le penne maestre degli uccelli rapaci.
«Un'ala sul Mare è solitaria» aveva gridato il poeta della stirpe, alle
vedette.
Chi la raccoglierà? Chi con più forte
lega saprà rigiugnere le penne
sparse per ritentare il folle volo?
D'improvviso i Latini rimemoravano il sogno del Nibbio che visitò in
culla il novo Dedalo creatore d'imagini e di macchine, il Prometeo senza
supplizio, colui ch'ebbe in sé «la radice e il fiore della volontà
perfetta»; e quella culla era ardua come il nido stesso del desiderio
sovrumano sospeso nell'Ignoto. E riapparivano per baleni di gloria, su
piani su colli su laghi d'Italia bella, altre ali d'uomo invermigliate
di sangue temerario, rotte come le ossa, lacere come la carne, immote
come la morte, immortali come nell'animo l'avidità del volo.
Un Barbaro della Magna aveva osato interrogare l'ombra marina d'Icaro,
aveva anch'egli dato alle vermene del vinco la curvatura della vita,
aveva coperto l'armatura lieve d'un tessuto più lieve, aveva studiato il
vento e ascoltato la parola del Precursore intorno al congegno: «Non gli
manca se non l'anima dell'uccello, la quale anima bisogna che sia
contraffatta dall'anima dell'omo». Ben egli l'aveva contraffatta
librandosi nell'aria con la sua sola forza vigile, volando ogni giorno
più a lungo, ogni giorno più in alto, precipitando infine e stampando
nell'aspro suolo germanico l'impronta del suo cadavere come l'Ateniese
aveva legato all'azzurro dell'onda ellenica il fiore del suo nome.
Discepoli eran sorti, avevan raccolto il rottame, avevan ricostruito e
raddoppiato il congegno; avevan celato la loro favola in lande
solitarie, in contrade di sabbie e di tumuli; avevano ancor macchiato di
vermiglio le verghe connesse e la tela tesa. Alla vasta brezza costante
dell'Atlantico, non al chiaro ponente meridiano del Mediterraneo, s'era
rialzata e aggrandita la speranza della vittoria sul cielo cavo! In un
rigido mattino d'inverno, sopra dune ignude in vista d'una baia aperta
verso l'Oceano, s'era alfine compiuto il prodigio. Due fratelli
silenziosi, figli del placido Ohio, infaticabili nel provare e nel
riprovare, per spingere la macchina alata avevano aggiunto la forza di
due eliche all'ostinazione dei due cuori.
Ora i Latini venivano alla riscossa. Il nuovo strumento pareva esaltare
l'uomo sopra il suo fato, dotarlo non soltanto d'un nuovo dominio ma
d'un sesto senso. Come il veicolo fulmineo di ferro e di fuoco aveva
divorato il tempo e lo spazio, l'ordigno dedàleo trionfava d'entrambi e
del peso. A uno a uno la Natura aboliva i suoi divieti. Contro la
maschera velata del mistero brillava il viso diamantino del rischio. Il
dèmone della gara traeva il combattente sul margine dei più voraci
abissi. La morte era una Circe conversa, donna solare che trasfigurava i
bruti in eroi con l'ebrezza dei suoi beveraggi. Come quando tutta
l'Ellade si moveva per la corona d'oleastro, l'Estate ridiveniva sacra
agli agonisti. L'inno aveva principio in ogni grido di moltitudine ma il
croscio della celerità lo mozzava alla prima sillaba.
L'uomo fu pronto a lottar contro il vento e contro l'emulo nell'aria,
non più col disco di bronzo ma con l'ala di canape. Il cielo incurvato
su la pianura fu un immenso stadio azzurro, chiuso dalle nubi dai monti
dai boschi. La folla trasse allo spettacolo come a un'assunzione della
sua specie. Il periglio sembrò l'asse della vita sublime. Tutte le
fronti dovettero alzarsi.
Il concorso era come a una dieta di guerra. Il luogo aveva l'aspetto
dell'arsenale e della cittadella. In lungo ordine le tettoie di travi e
di tavole a doppio pendio davano imagine di quelle usate un tempo a
ricovero di galere disarmate o racconce. In cima ai pennoni, in cima
alle alte mète piramidali, in cima alle torri di vedetta le bandiere e
le fiamme multicolori sventolavano come nelle pavesate di gala. E, come
gli antichi pavesi delle fanterie di comune, le fronti delle coperture
erano dipinte gioiosamente: coi colori delle nazioni, con gli emblemi
delle officine, coi nomi dei timonieri celesti.
Imagine di eternità incontro a quell'apparato precario, forma di
perfetta bellezza sopra quelle linee senz'arte, fra tutto quel legno
polito materia insigne colorata dai segreti dei secoli e dagli spiriti
della terra, nel mezzo del campo sorgeva alla sommità d'una colonna
romana la statua della Vittoria. Liberata dal carcere astruso, fuor del
triste museo ingombro di are di plinti e di anfore discesa pei deserti
gradi di pietra invasi dall'erba, era venuta non con la sua quadriga
trionfale ma con un carro rustico, col plaustro dei coloni di Roma,
tratto da sei duri buoi lombardi per la strada che conduce al contado di
Vergilio. Le aveva fatto corteggio il popolo prode. Impósta al capitello
corinzio involto di acanti corrosi, ora viveva nel cielo come quando il
giovanissimo capo e l'omero potente e l'apice dell'ala aquilina
coronavano il fastigio del tempio eretto a piè del Cidneo da Flavio
Vespasiano fondatore di anfiteatri. Verde come la fronda del lauro,
glauca come la foglia dell'oleastro, su la svelta colonna dalle
scannellature cupe ella perpetuava il gesto misterioso con le mani dalle
dita tronche ove ancor lucevano le tracce dell'oro cesàreo.
Non la riconobbero i nuovi agonisti, non la venerarono; ma la temettero
come un ostacolo da evitare. Ognun di loro non aveva occhi se non per
l'asta attrezzata dei segnali e per gli indizii dei vessilli.
— Che dice il segnale del vento? — domandò Paolo Tarsis chino presso la
sua macchina a esaminare la tensione dei fili d'acciaio, mentre il capo
dei suoi meccanici finiva d'intonare il motore ed egli prestava
l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza.
— Più di dieci metri al secondo — rispose Giulio Cambiaso scorgendo su
la tabella del semaforo il disco bianco accanto al quadro nero e al
rosso. — Non si vola.
S'udiva il clamore della folla impaziente di là dagli steccati.
— Tentiamo? — disse Paolo Tarsis.
E venne al limitare della tettoia; guardò la palpitazione delle fiamme
in cima delle aste, scrutò lo spazio con l'occhio del cacciatore e del
marinaio. Soffiava su la brughiera un vento fresco di tra ponente e
ostro, in un cielo grandioso come quei cieli di battaglie navali dove le
forme delle nuvole sono eroiche al pari delle prue e degli stendardi.
Sotto gli enormi cumuli raggianti s'incupiva l'azzurro dei monti verso
il Garda, in fondo i poggi leni imitavano il lineamento del mare,
s'inargentava la cortina interminabile dei pioppi al limite della
campagna di Ghedi. La vastità dell'aria era deserta e muta, non
interrotta né da un volo né da un richiamo d'uccelli. Attendeva l'uomo.
— Il vento sta per cedere — disse Paolo. — Tenterò oggi di battere
Edgard Howland nella durata, nella velocità e nell'altezza.
— Anch'io — disse Giulio Cambiaso.
Si guardarono negli occhi leali sorridendo, emuli e fratelli. La loro
fraternità vigeva già dalla prima giovinezza, nata sul ponte d'una nave
da guerra, nei primi anni del servizio, quando a ogni primavera
credevano essi venuto alfine il tempo di puntare i cannoni delle torri
corazzate contro un bersaglio che non fosse quello delle gare di tiro
nella rada di Gaeta. S'era cementata nell'inferno dei battelli
sottomarini, entro il chiuso scafo ove non è per l'uomo altro posto che
il posto di manovra o di combattimento, tra i fumi dell'olio bruciato,
tra i vapori della benzina, tra i miscugli d'idrogeno e d'ossigeno
svolti dagli accumulatori elettrici, nel pericolo assiduo dello scoppio,
nella tenebra improvvisa causata dal corto circuito, nella lotta
costante dell'attenzione contro il tossico sonnifero dell'anidride
carbonica, nel silenzio sostenuto per ore lunghe come giorni con
l'occhio fiso ai quadranti indicatori, con l'orecchio teso al linguaggio
metallico degli apparecchi di misura e di governo. Ben quivi entrambi
avevano cominciato ad acquistare il senso della terza dimensione
manovrando i timoni orizzontali e correggendo per innumerevoli
esperienze l'instabilità nel verso dell'asse, che a ogni più lieve causa
drizza lo scafo per prua fuori dell'acqua o lo piega a dar di becco nel
fondo.
Insofferenti di disciplina esterna, aspiranti a un'azione più libera,
insieme avevano rinunziato il servizio. Insieme avevano intrapreso un
lungo viaggio di anni nell'Estremo Oriente, attraversato la Corea, la
China, la Mongolia, girando la Muraglia, ascendendo monti, risalendo
fiumi, valicando steppe, soggiornando alla ventura nelle città
dell'interno e della costa; poi per le Filippine, per l'arcipelago di
Sulu, per l'Australia compiuto il periplo delle isole nello stretto di
Torres studiando gli Aborigeni; poi per la Tasmania, per l'India, per
l'Arabia, raggiunto l'Egitto. Avevano domandato all'animo e al corpo
tutto quel che potevano dare e oltre: la risolutezza era divenuta in
entrambi un istinto servito dalla rapidità del pensiero; la resistenza
era divenuta come l'osso del dorso. Avevano fatto la pelle al freddo e
al caldo, usando abiti leggeri tanto sopra le aspre nevi coreane quanto
sotto le fiamme tropicali di Mindanao. Avevano sopportato quattro giorni
di digiuno con un cammino quatriduano di cento trenta miglia nell'Altai
deserto; percorso in trentadue ore circa ottanta miglia a piedi,
nell'isola di Negros, per raggiungere in tempo su la costa una lancia
spagnuola che, partita, non sarebbe tornata se non dopo un mese e mezzo.
Avevano cavalcato nelle steppe diciotto ore su le ventiquattro, e
continuato così per settimane senza stancarsi. D'avventura in avventura,
di lotta in lotta, avevano acquistato la destrezza che moltiplica le
forze con la sagacia nell'adoperarle, soccorsa dalla scienza anatomica
del corpo animale nell'assestare i colpi. Uno di loro in un tempio
indico aveva potuto alzare una gravissima pietra, sol per un certo suo
modo di equilibrarla. Il medesimo aveva reso le sue mani tanto
pieghevoli che, essendo incatenato in Luzon, era riuscito a farle
scorrere per gli anelli di ferro; e tanto forti che la pressione delle
dita poteva dare novantotto libbre inglesi nel misuratore e spezzare
l'ulna più robusta.
Ma quante volte, sazii di stampare la volontà e il calcagno su le dure
vie terrestri, avevano risognato il sogno sottomarino, rivissuta la vita
silenziosa nell'elemento profondo! Quante volte, dinanzi agli spettacoli
più nuovi, avevano ripensato gli attimi incomparabili della manovra di
battaglia: il battello emerso, lo scroscio dell'onda in coperta, lo
strepito dei motori a scoppio e le sùbite vampe fra le pareti
metalliche; poi la sola torricella di comando emersa e il dorso a fior
d'acqua, in vedetta; poi emersa la sola sommità della torre coi suoi
cristalli più alti, in agguato; poi tutto lo scafo immerso, con solo
fuor d'acqua il lungo tubo del cleptoscopio armato del portentoso occhio
vitreo; alfine, l'immersione totale, accertata la rotta, corretta la
mira, pronto il siluro nella camera di prua; la corsa fatale nel
silenzio subacqueo, il lancio segreto contro la carena gigantesca!
Un giorno per caso, al Cairo, in vicinanza d'un ammazzatoio publico,
s'erano abbattuti in un uomo singolare dal capo fasciato d'una benda
leggera di lino; il quale teneva fissi al cielo fiammeggiante due occhi
immuni dal barbaglio, quasi fossero forniti della terza pàlpebra, per
osservare il volo dei corvi, dei nibbii e degli avvoltoi che roteavano a
grande altezza. Era un augure forsennato? Era un ornitologo deliberato
di rapire ai rapaci il segreto del volo senza remeggio. Si chiamava Léon
Dorne.
Per qualche tempo l'avevano avuto compagno sapiente e fervente della
loro nuova ricerca. I due manovratori di battelli sommergibili avevan
rivolto il senso statico delle tre dimensioni verso il cielo.
— _Alis non tarsis_ — diceva l'ornitologo implume, facendo il bisticcio
sul cognome di Paolo.
Posatoi rupestri del Mokattam, pregni di splendore come gli alabastri
delle meschite, dove nel mattino gli avvoltoi fulvi s'indugiano al sole
che dissecchi la rugiada su le lunghe remiganti disgiunte e curano i
fusti teneri delle penne nascenti e a quando a quando starnazzano per
esercitar le giunture e, nel sentire il soffio, di sùbito si gettano giù
abbassandosi per un tratto di frombola senza batter l'ali e partono di
primo volo e salgono al sommo e poi discendono col becco al vento e
s'aggirano spiando tutta la contrada e si sospendono nell'aria immobili
e poi risalgono e poi ridiscendono, senza mai batter l'ali! Specchi
della Palude Mareotide, coperti d'ampie ninfee natanti che sorgono
all'improvviso con uno strepito simile a quello dei cigni; e sono i
pellicani dall'occhio scarlatto, i gravi pellicani dal sacco gutturale
venato come le dàlie; e s'ode il lor grido rauco simile al raglio, e lo
schiocco delle larghe palme che si posano su l'isolotto di melma, e di
nuovo lo strepito più forte pel più alto volo quand'essi ripiegano il
collo tra gli omeri come gli aironi e alzandosi contro il vento cangiano
la gravità palustre nella più ardua grazia e non remano ma veleggiano
sopra le nubi! Immense lande liquide dei Barari, folte di canne e di
tamerici sul pattume salmastro, interrotte da cumuli di mattoni e di
cocci che sono le ruine obliate delle città regie senza nome divenute
nido innumerevole alle dinastie delle mèropi; ove su le grandi assemblee
degli acquatici volteggia il grifone indagando le ripe se qualche
carogna di bufalo vi approdi portato dai canali, mentre a quando a
quando capovaccai e corvi trapassano in voli veementi con ombre di morte
come tratti dalla fame sagace verso un campo ignoto di carneficina ai
limiti del deserto! Passione del deserto, palpitazione visibile della
vampa su l'aridità commossa, odore elettrico dello spazio in attesa,
quando la grande aquila sola sui rossi torrioni del Khamsin valica in un
attimo il campo del più pronto sguardo umano e col fato della turbinosa
metropoli di sabbia e d'angoscia si dilegua per sempre!
— _Alis non tarsis._
I due compagni avevano vissuto, lunghi e lunghi giorni, assorti in
questi spettacoli e in un sogno d'avventure celesti. Tornati in patria,
s'erano messi con ardentissima pazienza all'impresa. Da principio
avevano costruito apparecchi semplici, veramente dedàlei, privi di forza
motrice, simili a quelli usati dai primi esperimentatori nelle prime
prove, non affidati se non alla resistenza dell'aria, non equilibrati se
non dalle inclinazioni istintive del corpo sospeso; e, per addestrarsi
al veleggio, avevano scelto nel Lazio il ripiano di Àrdea, la rupe di
tufo tagliata ad arte, l'arce italica di Turno nomata dal nome
dell'uccello altovolante. Qual posatoio più atto all'esperimento
periglioso? Tutto esprime la forza e la grandezza nella muraglia della
prisca città fondata da una schiera d'Argivi spinti alla spiaggia dal
vento di mezzodì. La valle dell'Incastro è una conca piena del medesimo
silenzio ch'empie i sepolcri cavi dei Rutuli primevi; la chiostra dei
monti, dagli aricini ai lanuvini, dagli albani ai veliterni, è come un
ciclo di miti impietrati; nell'epica luce sembrano vaporare gli spiriti
delle stirpi; i massi squadrati hanno per eterno cemento la parola di
Vergilio: _et nunc magnum manet Ardea nomen_.
I due compagni avevano quivi sentito, meglio che in qualunque altro
luogo della terra, come la morte sia un'operaia gioiosa.
Dopo prove e riprove, avevano compiuta una macchina leggera e potente la
cui ombra somigliava l'ombra dell'airone. E le era rimasto il bel nome
italico: Àrdea; e nel nome il proposito di volare sopra la nube.
Quella e un'altra eguale fremevano ora sotto le tettoie attigue
aspettando la volontà conduttrice.
— Bisogna partire prima che il campo di slancio sia invaso dal pollame —
disse Paolo Tarsis, alludendo ai molti trabìccoli strepitosi che non
riescivano mai a distaccarsi dal suolo.
— Sai — disse Giulio Cambiaso ridendo — sai che perfino il re negro dei
pugilatori Sam Mac Vea si propone di volare?
— E il fantino O'Neil.
— E il maratoneta Shrubb.
— E il ciclista Mazan.
— E il nuotatore Geo Read.
— E il pattinatore De Koning.
— E il giocatore di pelota basca Chiquito de Cambo!
Risero di quel forte riso unanime che tante volte aveva rallegrato le
soste all'addiaccio o sotto la tenda, di quel riso ch'essi non ridevano
con altri, essendo un modo della loro concordanza, una espressione duale
della fierezza sprezzante ond'essi giudicavano gli eventi e gli uomini.
Era già vivace in loro il sentimento sdegnoso della piccola aristocrazia
che s'andava formando dall'accozzaglia della novissima gente volatrice.
— Hai veduto l'ornitoptero di Adolfo Pado?
— E il multiplano di Guido Longhi?
Le tettoie nuove, dalle fronti dipinte alla maniera degli antichi
pavesi, custodivano i più diversi mostri artificiati con le materie più
diverse, coi più diversi ingegni. Per mezzo alle ampie tende di tela
agitate dal turbine delle eliche in prova, apparivano a quando a quando
le strane forme delle chimere senza bellezza e senza virtù partorite
dalla manìa pertinace o dalla presunzione ignara, condannate
irremissibilmente a sollevare la polvere e ad arare il suolo: ali
ricurve e aguzze costrette al remeggio con uno stridore di usci in
càrdini rugginosi; adunazioni di celle quadrangolari, simili a mucchi di
scatole senza fondo; lievi scafi oppressi da impalcature sovrapposte,
simili a fragili canghe; alberi giranti forniti d'una sorta di cilindri
cavi come i burattelli di stamigna nei frulloni dei fornai; lunghi fusi
ferrei con un gran cerchio a ogni estremità, fatto di cotonina
imbullettata su stecche, a simiglianza della ruota a pale nel mulino
natante; congegnature di aste e di vèntole in guisa di quegli arnesi
mobili che servono a ventilare le stanze nelle colonie torride;
difficilissimi intrichi di sartie, di traverse, di longherine, di tubi,
di stanghe, di spranghe; tutte le composizioni del legno, del metallo,
del tessuto intese all'impossibile volo.
E ciascuna macchina aveva in sé il suo fabro come il ragnatelo ha il suo
ragno, indissolubile. Sotto sopra le ali, tra due serbatoi a forma di
obice, dietro l'elica solitaria, addosso all'alveare del radiatore, ora
coperto ora scoperto, ora dominato ora dominante, l'uomo era prigione
del mostro da lui partorito. Taluno col gesto perpetuo dei dementi
manovrava una leva, volgendosi di continuo a osservare l'effetto; e
mostrava così or di fronte or di profilo una faccia barbuta di buono
astrologo, con due occhi sporgenti arrossati e gonfiati dall'insonnia o
dalla polvere o dalle lacrime. Altri, ben raso, rotondo, rubicondo
sorrideva a sé medesimo, tenendo i vasti piedi sul regolo, sicuro di
portare il suo adipe fino alle stelle. Altri, emaciato e illuminato come
gli asceti, pareva sedesse dinanzi al suo telaio ideale e continuasse a
tessere il suo sogno senza fine. Altri, testardo e cupo, covava il suo
furore contro il carcame inerte che aveva deluso una fatica decenne; e
sembrava inchiodato per sempre nel suo sedile e nel suo proposito: «Tu
non ti moverai, né io mi moverò». Altri era pallido e dolce come il
ferito su la barella, scotendo a quando a quando il capo scoraggiato.
Altri dalle arterie gonfie del collo taurino eruttava bestemmie tonanti
a riempiere le pause del motore affievolito. Di tettoia in tettoia il
tragico e il buffonesco si avvicendevano, come nelle corsie dei
manicomii. L'ombra monòcola di Zoroastro da Peretola si chinava a
commiserare con l'occhio di ciclope la pedonaglia starnazzante. Un
beffatore invisibile, con un crudele strascico di voce, gittava di
tratto in tratto il richiamo fatale: «Icaro! Icaro!» E allora lo
schiamazzo della folla impaziente si mutava in uno scroscio
d'inestinguibile riso.
— Eppure — disse Giulio Cambiaso — questi Icarotti con troppe ali, che
son qui per tenere i piedi a pollaio, mi piacciono assai più di quei
mercenarii insaccati nei braconi alla lanzichenecca e camuffati con la
cervelliera di cuoio, che accendono a ogni momento la sigaretta della
temerità.
Erano costoro i pratici del volàno, vincitori di corse in circùito, che
consideravano il nuovo apparecchio come un veicolo alleggerito su tre
sole rotelle elastiche e munito di semplice o doppia velatura
intelaiata. In servizio dei fabbricanti d'uccelli artificiali, mettevano
a guadagno le ossa e l'ardire, avendo fiutato il favor popolare pel
nuovo gioco circense. Essi avevano già la loro divisa, la loro maniera,
il loro gergo, le loro millanterie, le loro ciurmerie, le loro cabale.
— Che guardi, Paolo?
— Nulla.
— Ci sono oggi su le tribune più penne pennacchi piume e piumoline che
nel côm di Sandaleh o nella garzaia di Malalbergo. Comincia
l'emigrazione verso il recinto, con licenza dei commissarii.
— Il vento gira. S'abbassa il quadrato rosso e monta il nero: da sette a
dieci metri. È issata la fiamma bianca.
— Peccato che non abbiamo pensato a portar qui i nostri aironi
protettori nelle gabbie di papiro da sospendere alle travi delle
tettoie, per divertire dame e damigelle!
— Diventi misogino?
— Scherzo. Tuttavia c'è qualcosa di sinistro in certe sfingi che covano
l'enigma tra le latte di benzina e le brande dei meccanici.
— Sei più severo di Dedalo, che fu tanto compiacente verso Pasife.
— Saggezza del sottile Ateniese! Giusta assegnazione d'ufficio!
Costruendole la vacca infame, assegnò al toro quello d'intrattenerla. Ed
egli, che praticava il volo basso come Henry Farman, andò ad atterrarsi
in Sicilia, immune dalla panna figliale. Ammirabile esempio!
— Vuoi ammonirmi?
— Né anche per sogno. Hai guardato l'amica di Roger Nède? È una Cretese
escita or ora dal simulacro vaccino ed entrata in una spoglia serpentina
di «chez Callot».
Era spaventosa; quasi sempre in fondo alla tettoia rude come nell'ombra
d'un'alcova molle, visibile a traverso i fili d'acciaio, a traverso il
polverìo che il vento dell'elica sollevava dal suolo rossastro, fra gli
scoppii del motore in moto, fra le tuniche azzurre dei meccanici lucenti
di sudore e di olio, inguainata nella stretta gonna come nella pelle
della sua pelle, tutta distinta di particolarità squisite che
squisitamente vivevano su lei come le sue ciglia, come le sue unghie,
come la pelurie della sua nuca, come i lobi delle sue orecchie; liscia
odorante e lubrica, con una bocca dipinta ch'era dipinta dal rosso del
minio e forse di queste parole: «Dal cuore premuto dell'onta — spremetti
la dolcezza del frutto — ch'era mortifero, onde non resta — se non la
semenza di morte». Simili a lei altre creature apparivano là dove gli
uomini s'apprestavano a giocare il gioco che poteva essere di fuoco e di
sangue, vive e artificiali, lascive e sfuggenti, ora prossime come
minacce, ora lontane come larve, simili a quella e simili tra loro nelle
maschere nelle attitudini nelle fogge, suscitando con le lor simiglianze
il sogno dell'enorme Vizio invisibile dalle cento visibili teste; ché le
loro teste coperte dai larghi cappelli sorgevano su i lunghi fòderi dei
corpi come su i lunghi colli della bestia di Lerna.
Ma altre tettoie erano cangiate in ginecei dalle donne legittime, dalle
floride figliuolanze, perfino dalle nutrici e dai pedagoghi. La famiglia
palpitante vigilava il portentoso uccello concepito nel suo seno,
asciugava le care gocciole della fronte geniale, si turava con le molte
mani i molti orecchi allo strepito prenunziatore del prodigio, contava
nel grembo l'oro imaginario del premio giusto, spingeva lo strumento
della nova felicità verso il campo dell'aratura, soffiava e risoffiava
le sue speranze nella viadana o nell'olona insensibile, poi respingeva
lo stupendo aratro nel ricovero, quivi deplorava l'inclemenza del cielo
e l'incostanza degli stantuffi.
— Il vento gira. Quarta a ponente — disse Paolo Tarsis. — Soffia per
colpi; vuole attacco per attacco. Io parto. E tu?
Egli aveva riconosciuto di lontano il passo ondeggiante d'Isabella
Inghirami. E lo stringeva un'ansietà simile al terrore. E, senza
indagare la causa, voleva ancóra evitare come aveva fino allora evitato
l'incontro della sua amica col suo amico.
— E tu, Giulio?
— Sùbito dopo di te.
— Hai mutata l'elica?
— L'ho mutata.
— Sei pronto?
— Pronto.
— A rivederci in alto.
— Spero che ti raggiungerò.
Si strinsero la mano; e stavano per separarsi, andando ciascuno al suo
cómpito: che era di superare il compagno, tutti gli altri e sé stesso.
Ma Paolo Tarsis seguì l'emulo per qualche passo; lo salutò ancora una
volta.
Sembrava ch'egli volesse riempirsi il cuore di quel gran sentimento
virile, inebriarsi di quella pienezza, sentire il pregio di quel dono a
lui fatto dalla sorte robusta. Quasi tutte le amicizie umane sono
fondate su la ragion leonina; ove l'uno prende più di quel che dona,
l'altro fa atto d'offerta e d'abnegazione, si sottomette e si umilia,
imita e consente, è tiranneggiato e protetto. Ma la loro amicizia era
fatta di due stature eguali, di due pari potenze, di due libertà e di
due fedeltà indomabili. Ciascuno misurava dal valore dell'altro il suo
valore, riconosceva dalla tempra dell'altro la sua tempra, sapeva che il
più difficile posto poteva esser tenuto a vicenda e che il più crudo
avversario non poteva prevalere nella sostituzione. Quante volte l'uno
aveva vegliato sul sonno dell'altro, per turno, in notti d'insidie, con
le armi al fianco! E nulla più dolce e più grave di quella veglia, in
cui a volta a volta era parso dalle grandi costellazioni australi creato
pel dormente un destino più profondo.
Ora nell'occhio del compagno era una domanda assidua che non scendeva
alle labbra: «In quali mani sei per rimettere la tua vita? Da quali
unghie lucenti lascerai disfare la tua durezza?»
Egli l'aveva seguito, s'era indugiato per dare a quella domanda la sua
risposta: «Ti ricordi, tu di quel bùttero che per bravata, il giorno
della merca, nella tenuta dei Cesarini, da solo legava insieme le
quattro zampe al giovenco e lo sollevava da terra? Così io faccio della
bestia oscura che cresceva dentro di me e minacciava di soverchiarmi. La
lego e la sollevo, e poi la marchio per la sua servitù. E mi scrollo, e
li do la mano, e ce ne andiamo per la nostra conquista liberi». Ma il
compagno, oppresso da una improvvisa tristezza, non aveva voltato il
capo.
Giulio Cambiaso a traverso la cortina udiva la voce d'Isabella
Inghirami, ricca di toni di dissonanze di passaggi di sbalzi di
spezzature come un canto incantevole, ora bassa ora soprana, ora
infantile, quasi leziosa, ora maschia, quasi violenta, a volta a volta
squillante e roca, ineguale e ambigua come certe voci rotte dalla
conturbazione della pubertà: qualcosa di straordinariamente vivo ed
insolito, qualcosa d'inverosimile, che lo attirava e lo irritava a un
tempo. Egli stesso allora prese l'elica per le due pale e impresse il
moto. Il rombo fece tremare le tavole, agitò la cortina, sollevò la
polvere. Tra i lembi palpitanti apparve un volto bruno come l'oliva, e
si sporse. Il vento sconvolse le rose di seta sul cappello tessalico,
offese le lunghe ciglia che si chiusero su gli occhi chiari e
sbigottiti.
— Si guardi, La prego, signorina! — egli gridò, con un gesto brusco. —
Non rimanga là!
Vana non indietreggiò ma avanzò guizzando fra i lembi che garrivano.
— C'è pericolo?
— Se il legno dell'elica si rompe o si scheggia, la forza del più
piccolo frammento scagliato è incalcolabile.
Ella spalancò i grandi occhi pallidi come gli opali d'acqua. I meccanici
la guardavano, tenendo con le braccia nerastre e untuose le traverse
della fusoliera. Una striscia obliqua di sole, come già nelle aule
ducali di Mantova, penetrava per una fenditura della parete rivelando il
nervo d'un'ala, brillando nelle sàrtie d'acciaio, nei quattro metalli
del motore bianco giallo rosso bruno.
— Può accadere? E se l'elica si rompe mentre si vola?
Ella aveva la voce un poco tremula; e le pareva che la paglia del suo
cappello inghirlandato risonasse come il bronzo d'una campana.
— Preghi il Cielo che questo non m'accada mai — rispose il timoniere
celeste.
Egli era come in un intervallo della realtà, dinanzi a quella creatura
quasi sconosciuta, in una condizione dello spirito simile
all'indeterminato ricordarsi.
— La morte dunque è sempre là?
— Là e dovunque.
— Là più che dovunque.
— È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato.
— È orribile.
A un tratto il motore s'arrestò; le pieghe della cortina ebbero pace; la
polvere decadde; i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono; l'elica
divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. Il
silenzio parve uccidere un grande essere fantastico che riempisse di sé
tutto lo spazio chiuso, una specie di grande angelo abbagliante che si
fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spento in terra come un
cencio terreo. E la striscia di sole fu triste, come nella stanza
ducale; e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro
chiuse, onde pendevano i lenzuoli gualciti, le coperte di lana bigia; le
rozze scarpe arrossate e polverose; i vecchi abiti appesi ai chiodi,
quasi afflosciati da una squallida stanchezza; e qua e là le scatole di
latta, i pezzi di carta, gli stracci, una catinella, una spugna, un
fiasco vuoto.
— Sia prudente — disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula,
quasi supplichevole, d'una supplicazione inopportuna.
— La prudenza non vale. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte.
— Il Suo amico....
Ella s'interruppe; poi riprese, rapida.
— Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei?
— I meccanici trasportano già l'apparecchio sul campo di slancio.
— È troppo ardito.
— Non bisogna mai tremare per lui.
— Perché?
— Non si sa perché certi uomini nascano al pericolo, che li fa immuni.
— Crede questo?
— Certo.
— Anche per sé?
— Anche per me. A Madura, nell'ombra della pagoda di Vichnou, un
indovino dalla testa rasa, masticando le foglie chiare del betel, ci
presagì che, avendo vissuto della stessa vita, moriremo della stessa
morte.
— Crede al presagio?
— Certo.
— E perché sorride?
— Perché ora mi ricordo....
— Di che si ricorda?
S'udiva giungere dagli steccati il clamore della moltitudine, ora
prossimo ora lontano. Il cavallo d'un cavalleggere nitrì. Il galoppo
d'una pattuglia risonò sordamente su la brughiera.
— Giovanni, è pieno? — domandò Giulio Cambiaso all'uomo che versava
l'essenza nel serbatoio.
Aveva quasi forzata la sua attenzione verso quella realtà, come per
vincere l'indefinibile sentimento di assenza e di distanza ond'era
occupata la profondità della sua vita. Egli rivedeva le chiostre della
pagoda, le piscine gremite di torsi ignudi e di teste rase, il popolo
d'iddii di dèmoni di nimostri scolpito nelle lunghe logge cupe, nei
tabernacoli nelle nicchie nei pilastri, lordato dagli escrementi dei
pipistrelli innumerevoli. Riudiva il mugghio dei buoi, il barrito degli
elefanti che s'inginocchiavano nel loro fimo.
— Manca poco — rispose l'uomo, estraendo la piccola canna introdotta nel
fóro del serbatoio per misurare la quantità.
— Sia pieno, fino al tappo.
L'uomo, ritto sopra una capra, col volto lucido di sudore, riprese a
versare pianamente l'essenza dal vaso cubico nell'imbuto avvolto in un
filtro di tela giallastra. Come la striscia di sole passava a
quell'altezza, si vedeva il liquido colare tra le dita ferme luccicando.
— Di che si ricorda? Dica! — soggiunse Vana con timida insistenza,
arrossendo lievemente sotto il cappello tessalico.
— Mi ricordo che, mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal
gengivario, una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il
banco di un mercante; e si volse verso di noi.
Egli affisava in lei uno sguardo di sogno, un sorriso smarrito.
— Olivigna, se bene lisciata con la radice della curcuma, aveva quella
purità di lineamenti che è propria delle più delicate miniature
indo-persiane dove la Bella s'inchina a bevere l'anima della rosa mentre
passa il Cavaliere in drappi d'oro sul palafreno di color cilestrino
balzano da tre. Come Le somigliava!
— Oh no!
— Se chiudo gli occhi, la rivedo viva. Se li apro, la rivedo più viva.
— Oh no!
— Oggi è senza gioielli; allora n'era carica, per la festa sacra.
Comperava dal mercante il croco purpureo, la mandorla dell'areca ridotta
in polvere, la ghirlanda di rose gialle.
— Oh no! Quelle che porto?
Ne aveva d'arida seta intorno al cappello, di fresco roseto alla
cintura.
— Quelle. Ma erano per l'offerta, erano per gli idoli. Udimmo il
tintinno dei cerchi d'argento alle caviglie, quando si mosse per andare
verso le due grandi statue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i
fiori. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che
riflettevano i suoi piedi nudi. Lesto mi chinai per raccoglierla, ma la
devota fu più lesta di me.
— Eccola — disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola
azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre.
E la porse all'evocatore. E si stupì che quella parola e quel gesto si
fossero partiti dallo spirito misterioso ond'era piena, da un indicibile
spirito di ricordanza e di ritornanza suscitato senza causa. Ma quando
vide la sua rosa all'occhiello di quell'uomo quasi sconosciuto, voleva
soggiungere: «No, no! Ho fatto per gioco; non so perché l'ho fatto. Me
la renda. La getti. Sono una piccola sciocca».
E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione; come sua sorella,
come ogni donna viva, si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un
simulacro insolito di sé, in una forma imaginaria di esistenza. Per
prolungare l'incanto voleva soggiungere: «E poi? Dove andò l'Indiana
dalle pastoie d'argento, ch'era fine come le miniature? che fece del suo
croco, della sua polvere, della sua ghirlanda?» Ella sentiva il colore
olivigno del suo proprio volto, la linea ovale della sua propria
finezza; imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei
suoi piedi nudi; intravedeva qualcosa di vago, come una speranza e una
paura senza oggetto, come un evento senza tempo, come una enormità
nascosta che somigliava quegli enormi idoli di pietra nascosti dai
fiori. Né meno fantastica le pareva la sua presenza tra le cose
presenti. Prima di guizzare tra i lembi della cortina, la sua figura era
forse più dissimile da quella alzata presso il banco del mercante nella
pagoda di Vichnou che da quella alzata presso il congegno dedàleo nella
tettoia piena di rombo?
I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore come si sfogliava lungo le
pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta
dalla cintola col gesto inconsiderato. «È possibile che anch'io me ne
ricordi? Si sogna sempre. Perché sono qui? Anche questo è sogno.
Isabella mi cerca, Aldo mi cerca. Sono stata presa nel vento dell'elica
come una festuca. Nessuno m'ha vista. Ah, mi so nascondere da voi. Sono
lontana, sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore
si parte dall'estremità della terra, a piedi nudi, per portare una rosa.
È il fratello di Paolo. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un
bimbo. Non voglio più piangere. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce
un soffio e ci porta il nostro vero destino. Che direbbe Paolo? e
Isabella? Ci sarà una pena anche per loro. Forse già m'ama. Sono
sciocca. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte, ora vola, ora
se ne va nell'aria, se ne va con la mia rosa gialla nel cielo; la rosa
si sfoglia, le foglie cadono, chi sa dove; e tutto finisce, tutto è
dimenticato. Un giorno riceverò un libro di miniature.... Ah, forse
Paolo è già partito. Non bisogna temere per lui. Perché? Moriranno della
stessa morte! Non è dolce Paolo per Isabella in questi giorni, oh no.
Che m'importa? Che mi giova? Non voglio più sapere, non voglio più
vedere. Ha gli occhi lionati. Che penserà di me? Sono venuta da Madura,
con l'indovino che mastica le foglie di betel.... Ah, non è vero. Il mio
cuore non è qui. Per andarmene, gli stringerò la mano? Dopo, mi
cercherà? Mi vorrà rivedere? La luce mi fa male, la folla mi fa male.
Potrei rimaner qui, sedermi su una di quelle brande per aspettarlo, con
un libro di miniature.... Vanina vana, piccola Indiana impastoiata!»
Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore; ma dentro
persisteva l'inquietudine cruda come un'angoscia, che l'aveva spinta in
quel luogo ignoto come in un rifugio. «Ah, mi so nascondere da voi. Sono
lontana, sono lontana!» Ella era separata dai suoi carnefici; sfuggiva
alle tratte della tortura; riprendeva respiro in una specie di aura
fortunosa che forse era per trarla più lungi ancóra. E tra la sua pena e
la sua maraviglia, tra la sua paura e la sua speranza, tra il suo
ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere
vendicativo quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un
bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della
barba simile al rame dorato che si sdora. E soltanto quel piacere era
certo, ché tutto il resto era confuso. Ed ella sentiva in sé la sua
giovinezza come una immortalità.
— Una rosa perduta, una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente
viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un
fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio
destino. Lo porterò in alto, in alto. Le prometto che lo porterò oggi a
un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi.
— Oh no!
— Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra?
Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore.
Egli era animato da una ebrezza inconsueta, e da un sorriso ammirabile
che temperava la sua energia e la sua malinconia. Sembrava che
l'apparizione improvvisa di quella creatura sognata e sognante
risvegliasse in lui una musica di gloria onde il mondo sorgeva splendido
fervido libero come non mai. La sua diffidenza e il suo dispregio lo
abbandonavano. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova
fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva, come un velo ricco
intorno a una lampada notturna. Qual genio aveva condotto verso di lui
quella creatura ch'era la sorella della donna che il suo amico amava? in
virtù di quale armonia segreta?
— Pronti pel campo! — comandò egli ai suoi uomini, e assicurò la rosa a
sommo del suo petto.
Il grande angelo abbagliante si dibatteva ancora sotto le travi? La
tettoia era in quel punto piena di turbine e di fragore; ché l'elica
aveva ripreso i suoi giri, non più legno visibile ma astro d'aria
nell'aria. E i meccanici ne provavano la forza, avendo legato la
fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e
il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera
fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la
freccia dell'indice.
— Pronti — rispose al comando una voce fedele.
E l'elica s'arrestò; l'Àrdea fu sciolta, cessato il battito del suo
cuore settemplice. Afferrandola per le traverse del corpo e per le
cèntine delle ali, gli uomini si accinsero a spingerla verso il campo di
slancio. Le tende scorrevoli si aprirono; una opulenta luce bionda fluì,
come venuta dall'oro delle più lontane mèssi italiche. Un cumulo di nubi
apparve, alpe ariosa d'ambra e di neve. Il clamore della moltitudine
dava il fiotto marino alla pianura selvaggia. Un uomo era nel cielo,
fragile e invitto, con tutto il busto emergente dal dosso dell'airone,
disegnato contro la vasta bianchezza. Primi i due occhi chiari lo
riconobbero.
Come l'aquila nella valle arenosa non balza a volo ma parte con rapido
passo, corre accompagnando la corsa con un crescente fremito di penne,
si separa dalla sua propria ombra salendo con debole erta, alfine si
libra su la vastità dell'ali rimontando il filo del vento: prima gli
artigli segnano impronte profonde, dopo a grado a grado più lievi,
sinché sembrano appena scalfire la sabbia, e l'ultima traccia è
invisibile: così la macchina su le sue tre ruote leggère correndo nel
fumo azzurrigno, quasi che l'erbe secche della brughiera le ardessero
sotto, lasciava la terra.
Rapidamente s'inalzò. Alla manovra del timone d'altura beccheggiò
fuggendo i mulinelli che sorgevano dal calore del suolo per aggirarla in
piccole volute. Affrontò il vento; e aveva l'oscillazione del gabbiano
quando rimonta, simile a quella dell'acrobata su la corda tesa.
S'inchinò verso la prima mèta nella virata, si raddrizzò; diritta e
veloce a saetta percorse la linea verde della pioppaia di Ghedi;
sorpassò i casali, contrastando ai rìfoli, orzeggiando di continuo;
entrò nel riverbero candido delle nuvole, fu bella come la figura del
dio solare di Edfu, come l'emblema sospeso su le porte dei templi
egizii, tutt'ala.
Giulio Cambiaso non aveva mai sentita così piena la concordanza fra la
sua macchina e il suo scheletro, fra la sua volontà addestrata e quella
forza congegnata, tra il suo moto istintivo e quel moto meccanico. Dalla
pala dell'elica al taglio del governale, tutta la membratura volante gli
era come un prolungamento e un ampliamento della sua stessa vita. Quando
si curvava su la leva a manovrare contro un colpo un salto un buffo,
quando inchinava il corpo verso l'interno del circolo nel veleggio
roteante per muovere con la pressione dell'anca il congegno inteso a
inflettere la velatura estrema, quando nell'andare all'orza manteneva
l'equilibrio con un bilanciamento infallibile intorno al centro di
stabilità e trovava a volta a volta il modo di trasporre l'asse del
volo, egli credeva esser congiunto ai suoi due bianchi trapezii con
nessi vivi come i muscoli pettorali degli avvoltoi che avea veduto
piombarsi dalle rocce del Mokattam o aggirarsi su l'acquitrino di Sakha.
«Fratello, fratello, siamo solitarii, siamo liberi, siamo lontani dalla
terra tormentosa!» pensava Paolo Tarsis che, avendo già compiuto il
primo giro, veniva sopravvento al suo compagno per raggiungerlo. «Non
voglio più esser triste, non voglio più divorarmi il cuore, non voglio
più nasconderti il mio supplizio. Ho bisogno di chiamarti, di gittarti
il mio grido, di riudire la tua voce nel volo. Se tu vinci, io vinco. Se
io vinco, tu vinci. Com'è virile il cielo, oggi!»
Egli lasciava dietro di sé la turbolenza della sua passione, il riso
agitante d'Isabella, lo sguardo febrile e ostile dell'adolescente, la
vanità delle amiche, la stupidità degli accompagnatori, tutto quello
stuolo intruso che l'aveva assalito e oppresso. Ritrovava il suo
silenzio, il suo deserto, il suo cómpito.
— Àrdea!
Mille e mille voci conclamavano il bel nome laziale. Dalle tribune,
dagli steccati, dai carri fermi su la strada di Calvisano, su la strada
di Montichiari, su i crocicchi delle strade candide, dai grappoli umani
appesi agli alberi di confine, dai mucchi nereggianti su i colmigni
delle cascine, dall'immensa moltitudine di fronti alzate verso le vie
divine, dall'innumerabile meraviglia saliva il clamore come un tuono o
come un fiotto intermessi.
— Àrdea!
Paolo Tarsis raggiungeva il compagno, gli passava a portata di voce, era
preso nel vortice dell'elica gemella, sbandava, rullava, guizzava fuor
della rotta, scivolava con la velocità del vespiere, piombava a un
tratto come l'astore, risaliva quasi verticalmente come il germano,
mostrava contro il fulgore le nervature delle sue tele, virava intorno
all'asta della mèta così stretto da radere con l'ala inflessa la punta
della fiamma ondeggiante. Egli aveva gittato verso il compagno il grido
di riconoscimento e di allarme, consueto a entrambi nelle scorrerie
nelle cacce nei bivacchi. Gli era giunto? La risposta s'era perduta nel
rombo?
— Àrdea!
La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e
terribile, a quella gara di eleganza e di ardire, a quella disfida
allegra tra due volatori della medesima specie. In un golfo ceruleo
lunato tra cumuli d'ambra, apparvero entrambi inseguendosi come due
cicogne prima della cova librate su le lunghe ali rettilinee; poi si
persero bianchi nella vasta bianchezza. E, suscitati dall'esempio, altri
si lanciarono, altri si levarono, s'inseguirono. Tutte le tettoie
rombarono e soffiarono, gonfie di procella come le case di Eolo.
Trascinati a braccia sul campo, trattenuti dalle braccia muscolose,
rapiti infine dall'astro violento dell'elica, i velìvoli partivano l'un
dopo l'altro a conquistare il cielo magnifico, taluni giallicci come i
capovaccai, taluni rossastri come i fiamminghi, taluni cinerognoli come
le gru. Scoccavano come i silvani, volteggiavano come i rapaci,
strisciavano come le gralle. Nello strepito imitavano da lungi
l'applauso come i colombi, il tintinno come i cigni, la raffica come le
aquile. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri
rivolti all'Assunzione dell'Uomo. L'anima immensa aveva valicato il
secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato
la novissima età. Il cielo era divenuto il suo terzo regno, non conquiso
col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine fatto schiavo.
E il cielo viveva come la moltitudine, come quella ebro di maraviglia e
di gioia, di superbia e di terrore, di violenza e d'infinito. Era uno di
quei sublimi cieli d'Italia che rinnovano in un'ora le trasfigurazioni
secolari degli artefici operate nelle volte dei palagi e nelle cupole
dei templi, creano e distruggono tutte le imagini della grandezza,
conciliano l'argentea voluttà del Veronese e la terribilità pietrosa del
Buonarroto. Le nuvole erano un'architettura e una stirpe, una materia
foggiata dallo statuario e dal fìgulo, una gerarchia di angeli, una
genia di mostri, un paradiso di fiori. Sorgevano dai monti, si
adeguavano alle colline, si laceravano alle cime dei pioppi. Simili a
trombe d'acqua lattescente, vibravano di luce in sommo come le sensitive
trasparenze degli esseri marini abitate dall'inquietudine di un fuoco
spirtale. Simili alla carne giunonia nel punto della metamorfosi che
ingannò il Lapite reso folle dal nettare, s'irradiavano d'un sangue
improvviso; poi sùbito si coprivano di macchie smorticce come le squame
caduche dalla pelle infetta di lebbra. Simili a un'argilla diafana sul
tagliere d'un vasaio che la foggiasse con dita invisibili, prendevano la
forma dell'urna; e un'ansa nasceva dal fianco, docile s'incurvava
appiccandosi al labbro, nel vano includeva l'azzurro, e tutto lo sparso
azzurro intorno non era come quel poco. Altre simigliavano altre figure
altre creature altre favole altre arti. Il mondo dei miti e dei sogni
rioccupava la cavità del cielo, evocato dal nuovo sogno e dal nuovo
mito.
Allora fu visto uno dei grandi uccelli dedàlei inchinarsi verso terra,
risollevarsi, sbandare, nella virata bassa urtare contro il suolo,
restare immobile su l'ala infranta con alzata l'ala intatta senza il
battito dell'agonia, esanime avanzo di vergelle e di canape, lordo di
olio nero. L'uomo balzò dai rottami, si scrollò, guardò la sua mano
sanguinante, e sorrise.
Allora fu visto un altro velìvolo, come quei rapaci notturni che
abbarbagliati dal sole cozzano contro l'ostacolo e tramortiscono,
precipitarsi contro lo steccato, abbatterlo per un lungo tratto fra alte
strida, capovolgersi con tutte le tele lacere, tutti i nervi recisi,
tutte le ossature stronche, silenzioso dopo lo stroscio in un cerchio
d'orrore, muto sfasciume sul suo cuore di metallo ancor caldo e fumante.
La folla sbigottita e avida fiutò il cadavere, non apparendo dell'uomo
se non le gambe prese nei fili d'acciaio aggrovigliati. Ma quegli fu
tratto dall'intrico, fu dissepolto, fu rimesso in piedi. Pallidissimo,
vacillò, si ripiegò, mozzò tra i denti il ruggito dello spasimo, sotto
le dita che lo palpavano. Aveva il femore in frantumi. Due soldati lo
trasportarono sopra una delle tavole abbattute dal cozzo, supino con gli
occhi verso le nubi. L'ombra d'un volo vittorioso passò su la sua
disperazione.
Allora fu visto di sùbito apprendersi ad altre ali il fuoco senza
colore, che non appariva nel giorno se non pel rapido annerirsi e
involarsi della tela su per le nervature di faggio e di frassino già
crepitanti come sermenti. Divampava nella rapidità l'incendio,
scoppiando le fiamme dalle valvole semiaperte. Come una grande falarica
avvolta di stracci intrisi in olio incendiario, scagliata dalla corda
della balista, l'ordegno percosse la terra con tale impeto che vi
s'addentrò. Esplose nell'urto il serbatoio inondando la carcassa
schiantata e l'uomo vivo. La fusoliera ardeva come un brulotto. Nella
coda simile alla cocca del quadrello, erette le timoniere stridivano.
E allora fu visto l'uomo vivo avviluppato dal fuoco senza colore
rotolarsi su l'erbe arsicce con una furia così selvaggia che il suo
cranio dirompeva il suolo friabile. La folla urlò, presa alle viscere
non dalla pietà pel morituro ma dalla frenesia del giuoco mortale. Un
altro uomo, che volava nella nube, con un colpo temerario del timone
d'altura calò giù a piombo come l'avvoltoio sul pasto; a poche braccia
da terra si librò seguendo lo strazio dell'affocato che ancóra
s'avvolgeva sopra sé stesso invincibilmente; si sporse alquanto per
riconoscerlo; lo guardò spento arrestarsi; rapido s'impennò, risalì per
l'aria, s'inazzurrò nell'ombra, si dorò nel sole, continuò la sua rotta.
Lo raggiunse l'urlo della folla in delirio.
— Tarsis! Tarsis!
Il soffocatore della vampa era sorto in piedi, nericcio, fumido, oleoso,
coi capelli strinati, con le vesti incarbonite, con le mani cotte,
atrocemente vivo. A duecento metri da lui, del suo ordegno distrutto non
rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti.
Egli guardò le sue mani che avevano strozzato il fuoco ribelle.
Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati
verso il convesso circo celeste. La cruenta gioia circense rifluì nei
precordii ansiosi. Un sùbito aumento di vita estuò sotto l'imminenza
della morte. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo
insensibile ma l'anima oceanica della specie, gonfiata come una marea
sino alla linea del più alto volo. Gli elementi asserviti, le forze
naturali sottomesse, le divinità constrette erano pronti sempre a
insorgere per lacerare, per annientare il fragile tiranno, come quelle
belve prigioni che si scagliano contro il domatore se a pena egli batta
le palpebre o distolga la punta dello sguardo. La lotta era incessante,
il pericolo era onnipresente. Come l'Ortìa sanguinaria dell'antica
Tauride, l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l'ara esigendo i
sacrifizii umani. Le vittime osavano guardarlo con pupille inflessibili,
fino al limite del Buio. Che erano mai al paragone i giuochi
dell'anfiteatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta, ma
alle macchine micidiali su le vie della terra del mare e del cielo; e il
pollice riverso era di continuo sopra lui. Un'ombra tragica e una luce
tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio.
— Tarsis! Tarsis!
L'Àrdea continuava la sua rotta, girava le mète nel decimoquinto giro.
Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. Nella calca efimera
e indistinta le radici eterne della stirpe fremettero. Tutti i cuori
furono alati per sostenere il volo eroico. Tutte le gole riverse
gittarono al prode il suo nome come un soffio sonante che incitasse la
rapidità. Gli comandarono di vincere.
— Tarsis!
Egli sosteneva il volo con la sua pazienza, incitava la rapidità con la
sua febbre. A quando a quando, contro la nuvola o contro l'azzurro, il
suo busto emergente appariva proteso come per l'istinto di acuirsi, di
sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del
dardo. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo
capo scoperto, a cui il vento aveva rapito il camaglio; scorgevano il
suo viso affilato, onde pareva esalarsi l'ardore dello sforzo come di
fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito, quel viso fatto quasi
di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto
i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei
muscoli palesi.
— Tarsis!
Egli era omai solo. Il cielo ridiveniva deserto. Qua e là sul campo i
velìvoli s'atterravano: si posavano come migratori affaticati, cadevano
sul fianco o sul rostro come falchi feriti. Una luce fulva, lo splendore
distante delle biade mature, si spandeva su la brughiera selvaggia.
L'abete degli steccati brillava come oro forbitissimo. Le mura delle
cascine, le facce delle chiese e delle ville, i culmini dei campanili e
delle torri in lontananza ardevano. Le ombre delle mète, delle travi,
delle antenne s'allungavano.
Egli era solo: non vedeva più nulla, se non l'astro vorticoso
dell'elica; non udiva più nulla. se non il palpito eguale del motore, la
settupla consonanza. — Dov'era il suo compagno? che gli era accaduto?
quale cagione l'aveva costretto a discendere? — Percepì una pausa in un
cilindro, un'altra pausa in un altro, poi più pause intermesse; e il
cuore gli si serrò, e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie
si vuotassero nei tubi metallici. — La sorte lo tradiva d'improvviso? —
Orzò di punta, contro un rìfolo; manovrò di gran forza, radendo contro
strettamente quanto più poteva; girò la mèta penultima virando a pochi
pollici dal pennone; di tutta la sua volontà fece un dardo inflessibile,
fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro
asta punta e cocca; tracciò con l'animo sino al traguardo una linea più
diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia.
Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore, egli potè
udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono,
il palpito energico ed esatto. Per istinto, come se il suo compagno
fosse là, modulò la voce gutturale ch'era il segno del contento nel loro
gergo bizzarro di tenda e di ventura appreso dalle bestie domesticate e
dai linguaggi barbarici. Rise in sé solo, pensando come in quel punto
dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nella gola secca di John
Howland. Gli tornò nella memoria lo strano riso dell'ornitologo amico
degli avvoltoi, simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le
cicogne: «_Alis non tarsis_». Vagò per pensieri involontarii e informi,
come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa, come se
l'evento avesse perduto ogni valore. Poi ebbe il petto traversato
dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fàscino e di periglio sotto
la larga falda ornata dell'airone bianco a lunghe piume tremule, rivide
il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte di due pieghe
inesplicabili imitava due ali chiuse. Fu pieno d'ebrezza e di vendetta.
Ancóra un giorno d'attesa!
Subitamente l'intervallo si chiuse; il nucleo della forza si ricompose.
Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno e che
l'ossatura delle ali simile all'omero tubulare dell'uccello era
penetrata dall'aria stessa dei suoi polmoni. Di nuovo gli si creò nei
sensi l'illusione di essere non un uomo in una macchina ma un sol corpo
e un solo equilibrio. Una novità incredibile accompagnò tutti i suoi
moti. Egli volò su la sua gioia. Una intera stirpe fu nuova e gioiosa in
lui.
— Àrdea! Tarsis!
Scorse issato su l'albero dei segnali il disco che segnava la sua
vittoria. Udì salire il fiotto marino. Guardò: intravide la massa grigia
della folla, pallida di facce, irta di mani. Se bene volasse a calata
per girare la mèta, gli parve di alzarsi vertiginosamente per superare
un culmine immobile. S'inchinò, virò, passò, in un tuono di trionfo, in
uno sprazzo di fulgori, bianco e lieve, sfavillante di rame e d'acciaio,
sonante di fremito, messaggero della più vasta vita.
Allora, mentre il vittorioso proseguiva la sua rotta per superare la sua
vittoria così che ogni speranza di rivincita nel vinto fosse vana, su
l'albero dei segnali apparvero i due triangoli neri che nominavano
Giulio Cambiaso, e il quadro bipartito bianco e rosso che indicava la
gara del più alto volo.
Durava tuttavia nella moltitudine la violenta fluttuazione che succede
alla tempesta. Nell'anima immensa ferveva e luceva il solco eroico
lasciato da colui ch'era scomparso anche una volta tra ombra e luce per
cercar di porre ancor più lontano la sua erma nell'intentato. L'ansia
era ancóra aspettante. L'annunzio della nuova prova era una promessa
magnifica e tremenda sospesa nel vespero. Quando il compagno di Paolo
Tarsis montò su l'Àrdea per partire, ogni tumulto cadde. L'elica rombò
nel silenzio.
«La rosa di Madura, la rosa ritrovata! È la prima volta che porto un
fiore nel cielo. Dove sarà la piccola Indiana olivigna? Forse mi guarda,
forse ha paura, forse la sua dolce anima trema nella sua cintola
azzurra, sotto il cappello inghirlandato. Che strana visita! La rivedrò
quando sarò disceso? la incontrerò più tardi? Paolo troverà ancóra un
pretesto per tenermi lontano.... La rosa gialla di Madura! La porterò in
alto, in alto».
Il polo del cielo era sgombro, in forma di orbe, come veduto dall'arena
di un anfiteatro, cupola incurvata su l'ordine dei pilastri e degli
archi. I portici colossali delle nubi lo sostenevano, domato l'incendio.
Uno spirito misterioso inspirava le figure informi che su i fastigi
s'allungavano s'inchinavano si rovesciavano come la Notte e l'Aurora su
i sepolcri medicei, come nel volume della Sistina i Profeti e le
Sibille. Sparivano la città di legno e le sue piccole cose, ma le grandi
s'ingrandivano con l'ombra e con l'ansia. Ora la Nike su la colonna
romana era grandissima.
«La porterò a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le
nubi». E l'Àrdea girò con largo giro intorno al bronzo verde. L'ala
rettilinea fu bella come l'ala solare consacrata dal culto egizio. Il
popolo, che aveva tratto la dea sul carro e ridato al vento il peplo
dorico, sentì la duplice bellezza e gridò la prima sillaba dell'inno
senza lira. Incominciava per lui un'atroce gioia.
A onde, a cerchi l'Àrdea saliva. D'onda in onda, di cerchio in cerchio
il rombo si faceva più fievole; d'attimo in attimo perdeva ogni
violenza: fu come il battito della maciulla su l'aia, fu come il ronzio
d'uno sciame nell'arnie, fu come i rumori agresti che cullano i sogni,
fu come i canti che lontanano, come i canti che lontanando aprono
l'infinito della tristezza e del desiderio; parve inazzurrarsi come la
macchina, come l'uomo; s'ammutolì, non fu più nulla; non poté più essere
udito se non da quel solo.
La folla era protesa in ascolto, con l'anima nelle pupille, trattenendo
il respiro. E la diminuzione graduale del suono creava in lei un
sentimento della lontananza così profondo che la sua vista n'era illusa.
L'uomo sembrava già assunto in un'altezza incalcolabile, interamente
disgiunto dalla sua specie, solo come nessuno mai fu solo, fragile come
nessuno mai fu fragile, di là dalla vita come il trapassato. Lo spavento
dell'ignoto incavò tutti i petti.
«Non più! Non più!» diceva lo spavento. «Ancóra! Ancóra!» diceva lo
spasimo avido d'un altro spasimo.
«Non più! Sei già troppo alto. Dài la vertigine».
«Ancóra! Sali! Tocca almeno l'orlo di quella nube».
«Non più! Un soffio può ucciderti, un nulla: un filo che si spezza, una
scintilla che s'interrompe».
«Ancóra! Non cedere! Dove tu sei, fu già un altro uomo. Bisogna che tu
superi il punto, che tu conquisti un cielo nuovo».
«Non più! Ecco, precipiti».
«Ancóra! La morte ti ammira».
E un urlo di tutti i petti ventò verso l'intrepido; ché su l'albero
attrezzato biancheggiava il segno di gloria. L'Àrdea fendeva un cielo
nuovo.
«Non più! Hai vinto».
«Ancóra! Stravinci».
Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre
unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a
quell'ali d'uomo. L'unanimità sublime e selvaggia era come un elemento
che si mescesse all'elemento e ne alterasse la natura e ne facesse come
un modo di vita inopinato. Il cielo fu come un destino imminente.
«Ancóra! Ancóra!»
Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là
dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo
divenisse immune e impune. Omai l'ordegno non era se non una freccia
sospesa per incanto nel cielo impallidito. L'attimo era eterno. Nessuna
parola poteva esser detta. La moltitudine respirava nella favola come se
là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupille, fosse per
risplendere una nuova costellazione.
— Discende! Discende!
Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con
clamore ineguale.
— Discende!
Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato.
Qualcosa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichìo lieve ed ombra
indistinta, solcava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta
dall'òmero d'Icaro sul mare.
Una voce di terrore gridò:
— L'elica! Una pala dell'elica!
E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da
carne a carne. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò,
irriconoscibile: un solo pallore occhiuto, col bianco d'innumerevoli
occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sorte dell'uomo.
— Cade!
Le voci, i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma
nell'anima.
— Cade! Cade!
E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia
ebbe una sola faccia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali
dell'uomo oscillare, inchinarsi dall'una all'altra banda come in un
rullìo folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi,
beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nella librazione della
discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d'improvviso
precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del
peso morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo
dell'anima parve un tuono.
Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto,
tutto somigliò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio
biancastro, a quel gran lenzuolo funerario, che distava dieci passi
dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce
dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianura ebbe un aspetto
oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il
diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito.
Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati
la folla si rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare
la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia
s'incalzava e si batteva per lo spettacolo atroce, stettero la colonna e
la statua solitarie, due creature immortali dell'artefice efimero, che
armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le ali di bronzo
testimoniarono per le ali di lino.
— È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le
gambe? rotta la schiena?
Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai
cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite
scalpitavano, sbuffavano, col sudore su i fianchi, con la schiuma nei
freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli,
s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone.
Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele,
apparve il corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del
motore per modo che i sette cilindri irti d'alette gli facevano una
sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli
occhi leonini erano aperti e fissi; la bocca era intatta e tranquilla,
senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia, coi suoi puri denti
di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine. L'arteria
della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di
rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la
clavicola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno
semichiuso. Chinandosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che
non batteva più, sentì contro la guancia prona il fresco d'una foglia di
rosa.
— Tarsis! Tarsis!
Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata quasi che la
doglia del compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto,
nell'alta quiete del vespero, approssimarsi il rombo del volatore
infaticabile che girava la mèta.
La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione
del fuoco e del sangue nel giuoco eroico aveva esaltato anche le più
umili vite. Indelebile rimaneva nella memoria l'imagine del cadavere
avvolto nella fiamma rossa dei segnali e trasportato su la barella fra
il popolo taciturno, per la triste landa, sotto l'albore crepuscolare
inciso dal novilunio.
Ora su tutte le strade era l'inferno del fuoco e del ferro. I veicoli
fragorosi, furenti di rapidità contenuta, fatti d'ombra informe e di
splendore accecante, s'incalzavano, s'accalcavano. Fra gli scoppii e gli
sprazzi, gli squilli rauchi delle trombe e gli ululi lùgubri delle
sirene si rispondevano come le voci del pericolo e dell'allarme. Il fumo
e la polvere turbinavano in zone di luce violenta; un odore acre
avvelenava l'afa; le figure umane apparivano e sparivano come larve,
quasi perdute su i mostri ruinanti.
— Ah, orribile, troppo orribile! — lamentò Isabella Inghirami, tutta
chiusa nel mantello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva
i denti come nel ribrezzo della febbre. — Non s'arriva mai. Aldo, passa
innanzi, passa, passa!
Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e
nell'orrore, pareva senza termine.
— C'è il fosso a destra.
— Non importa!
— Ecco, si va.
La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di
quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene
ulularono. Un cane latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli
occhi gli sfavillarono d'un bagliore demoniaco, più verdi degli smeraldi
contro il sole.
— Vana, batti i denti?
— Ho freddo.
— Tanto freddo?
— Sì.
— Hai forse un poco di febbre?
— Non so.
Entrambe erano velate, e neppure intravedevano i loro volti. La sera di
giugno era umida ed elettrica. Lampeggiava, laggiù, verso il Garda. Vana
teneva su le ginocchia le rose della sua cintura, per preservarle. Tutto
era oltranza audacia e constrizione, dentro di lei.
— Ti senti ancóra svenire?
— No.
— Farò sapere a Giacinta Cesi che non andremo a pranzo.
— Sì. Ma tu puoi andare, forse.
Vana aveva già il suo proposito occulto.
— Credi?
Entrambe, oscure l'una per l'altra, sentivano soffrire le loro voci come
si sente soffrire una mano bruciata, una caviglia distorta. Chiuse nella
dissimulazione, caute, si palpavano con le loro voci come con qualcosa
di dolente a cui ogni più lieve tocco sia un urto che l'offenda e
strazii. Dall'ora di Mantova, separate all'improvviso per uno di quei
piccoli fatti che sono come un colpo di cesoie in un filo teso, si
spiavano, si esploravano. Sotto le apparenze della loro vita comune
covavano i loro istinti di dolore, di menzogna e di lotta, l'una
facendosi forte della pazienza terribile ch'era in fondo alla sua furia
vitale, l'altra consumandosi negli eccessi nelle contraddizioni nei
languori della sua verginità sospesa fra tanta inconsapevolezza e tanto
conoscimento. Talvolta una bontà subitanea le ammolliva; e le assaliva
un bisogno quasi carnale di stringersi l'una contro l'altra, di
schiacciare fra l'uno e l'altro petto la pena inconfessata. Strette,
mute, rievocavano intorno alle loro anime il torpore delle loro culle,
il calore della protezione materna, lungamente immobili come il malato
che teme di risvegliare lo spasimo assopito; ma sentivano a poco a poco
nel silenzio riformarsi, con la materia stessa delle vene delle ossa dei
polmoni del cuore fusa in una massa cieca, riformarsi e dilatarsi quel
che le faceva soffrire e nascondere.
— Ah, Vana, non battere i denti così!
— Scusa. È un freddo nervoso. Non posso vincerlo.
Ella prese fra i denti il suo velo; e prese la sua ragione e la tenne
ferma, come si prende fra le mani il capo che duole e vacilla. Ma le
sfuggiva, pareva disgregarsi, decomporsi in imagini rilevate come le
cose reali e brutali. Ora rivedeva i denti di Giulio Cambiaso, i denti
minuti e candidi, il sorriso smarrito dell'uomo che non era più, il
movimento delle labbra nel proferire le parole del sogno: «Una rosa le
cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi
piedi nudi». Anche negli occhi che li aveva guardati c'era un poco di
morte; anche quello sguardo, che s'era piaciuto di quel sorriso, era
morto; quel freddo, ch'ella ora pativa, le veniva da quel cadavere, «È
la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero?
Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto....»
Non era egli stato ucciso da quella rosa? dalla rosa di Madura?
Ella sobbalzò sul sedile, in un violento sussulto.
— Mio Dio! Che hai? che hai, Vana? Come ti sei sbigottita! Càlmati.
— Abbi pazienza. Isabella. Mi calmerò. Non badare ai miei nervi scossi.
— Mi fai troppa pena, povera povera Vanina!
Ora la semplice tenerezza parlava nella voce, senza cautela. La sorella
maggiore attirò a sé la minore, come per cullarla. Un arresto repentino
della macchina le scrollò, le gettò l'una contro l'altra. Vana s'accorse
che il braccio d'Isabella le girava intorno alla cintura. Il groppo
dentro le si sciolse per singhiozzi brevi e sordi. In quel punto ella
non sentì se non la sua disperazione e la sciagura sospesa nella notte
funesta. Singhiozzò pianamente, all'ombra della ghirlanda di rose
gialle.
— Povera povera piccola!
E già quella compassione indefinita pesava al suo orgoglio selvaggio.
S'era appena allentato il nodo, e già si restringeva, si raddoppiava,
ridiveniva durissimo. «Mi compiangi? per quale cagione? Sai tu forse di
che io soffra? Non sai nulla, né quel che ho fatto né quel che farò. Mi
compiangi perché mi schiacci, perché mi vinci, perché m'impedisci di
vivere? Vedrai, vedrai».
Nell'inferno del ferro e del fuoco le sirene ululavano come per le sere
di nebbia in vicinanza dei porti irraggiati dai fari e appestati dal
lezzo delle sentine. L'acredine era irrespirabile.
— Vana, Vana, coraggio! Siamo in città, finalmente! Ti veglierò, ti
addormenterò.
Le sirene tacevano. Squillavano le trombe. Una fanfara guerresca
traversava le vie ondeggianti di bandiere, folte di popolo. Un grido
sinistro s'iterava nel fragore: «La morte! La morte!» Da lungi, da
presso un altro grido rispondeva: «La vittoria! La vittoria!» Uomini
scapigliati, curvi da una banda come storpii pel cumulo di carta che
gravava il braccio, correvano a gara gridando il nome della vittima e il
nome del vittorioso, sventolando il foglio ancor umido d'inchiostro,
ignobili, sozzi di schiuma, fetidi di vino. Ma la torre della Pallata,
la Loggia, il Broletto, la Mirabella, i baluardi del Castello visconteo,
le vecchie pietre del Comune e della Signoria, ardevano di luminarie
nell'assalito cielo. E tutta la città prode, come al tempo dei Consoli e
dei Tiranni, era piena di fragore, di ardore, di morte e di vittoria.
— Aldo, — disse Isabella sommessamente, con una commozione grave nella
parola, dopo una lunga pausa occupata dal giro tormentoso della profonda
ruota a cui le vite segrete delle tre creature erano avvinte — Aldo, tu
dovresti tornare a Montichiari stanotte, per vedere Paolo Tarsis, per
chiedergli se abbia bisogno di te....
— Bisogno di me?
— Per dirgli che siamo con lui, che siamo col suo dolore.
— Credi che questo lo consolerebbe?
— Non so se lo consolerebbe, ma mi sembra che tu debba fare questo
passo.
— Che gli importa di me? che gli importa del mondo intero? Già tu m'hai
mandato una volta. Se tu lo avessi veduto, ora penseresti che è meglio
lasciarlo solo.
Un aspro affanno travagliava l'adolescente, una sorta d'invidia ascetica
verso la potenza di quel dolore, un'aspirazione tumultuosa verso
l'inaccessibile solitudine di quello spirito. Egli voleva tutto dalla
vita. Tutto era dovuto alla sua giovinezza dalla bella fronte. Ogni
spettacolo dell'altrui passione o dell'altrui piacere gli suscitava il
rancore come per un privilegio che gli fosse tolto. Egli soffriva di
ritrovarsi in quella vecchia stanza d'albergo ingombra di bauli, piena
dell'odore languido emanato dalle vesti femminili sparse per ovunque,
dai veli, dalle piume, dai guanti, dalle tante squisite cose vane;
mentre laggiù, nella brughiera selvaggia, sotto il nudo ricovero, un
vincitore vegliava il cadavere del suo compagno avvolto nel vessillo
della gara e disteso sul letto da campo, con un dolore magnanimo che
agguagliava quella tettoia d'abete e di ferro alla trabacca d'abete e di
paglia costrutta dai Mirmìdoni, ove portarono gli Achei la spoglia di
Patroclo Actòride.
— Vuol esser solo. Ha congedato quelli che s'erano offerti di far la
veglia d'onore per turno. Ha dato ordini brevi ai suoi meccanici. Ha
fatto calare la barra. Quando io gli parlavo, mi guardava come se non
m'avesse mai conosciuto.
Né egli stesso l'aveva mai conosciuto. Né mai gli era apparso tanto
estraneo, tanto diverso, d'una razza tanto distante dalla sua, d'una
statura tanto più fiera. Né mai aveva egli mirato da presso un dolore
umano che somigliasse a quello, che ingrandisse così straordinariamente
un mortale, che fosse non un affetto palpitante ma qualcosa di fermo e
d'impenetrabile, una sorta di armatura senza fallo, una mole solida e
intera scolpita in effigie d'uomo.
— Se m'accompagni, io vado — disse repente la donna, guardando negli
occhi il fratello con uno spasimato ardire.
Il cuore di Vana balzò. Ella era distesa sul letto, supina, con le
palpebre socchiuse, con gli orecchi intenti; e lo sforzo dei suoi
pensieri sollevava pesi enormi che le ripiombavano sopra.
— Sei pazza — rispose Aldo con una pronta asprezza. — Credi ch'egli
abbia bisogno di te?
— E se io avessi bisogno di lui? — disse Isabella con una voce sommessa
e pure imperiosa, ch'era come un colpo coperto.
Il fratello impallidì. Ella gittò un'occhiata al letto occupato dalla
forma bianca e immobile. L'amore turbinò dentro di lei, travolse tutto,
esasperato dall'impedimento, infiammato da una gelosia insana contro
quel grande dolore che usurpava il suo dominio. Perché Paolo non l'aveva
cercata? non aveva tentato di vederla almeno per un minuto? non le aveva
dato alcun segno? E perché egli aveva tenuta quasi nascosta
quell'amicizia, s'era sempre studiato di non parlare dell'amico e di non
mostrarlo, come per una diffidenza oscura, come per una precauzione
istintiva contro un pericolo o un maleficio? Quella gli era forse più
cara del suo amore? E l'amore era vinto dal lutto? forse offerto in
sacrifizio all'Ombra fraterna?
La voluttà e la crudeltà di Mantova le rifluirono nelle vene. Ed ella
riudì le parole ambigue da lei dette nella stanza delle tarsie, nella
cassa dorata del clavicembalo, quando Vana aveva chiesto il significato
del numero XXVII; riebbe sotto le pàlpebre lo sguardo che aveva imposto
la nuova attesa, consentito il termine memorabile.
«Domani, domani!» ella pensava sconvolta come se a un tratto, dopo aver
sì crudelmente indugiato, non volesse più attendere. «Potrei fargli
dimenticare il suo dolore? Conosce la mia bocca. Che farà egli? Partirà?
accompagnerà la salma del suo amico? non mi tornerà più? o quando?»
Ora ella lo amava con tutte le forze della sua vita, perdutamente; e
implorava dal suo amore una potenza senza limiti, una virtù d'incanti.
«Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: — Lascia
tutto e vieni con me. — E non dubita dell'obbedienza». Le si
riaccendevano nella memoria le parole di Paolo dette su la via della
morte, dopo la corsa folle contro il carro carico di tronchi. E
raccontava al suo cuore divenuto puerile: «Ecco, ora vado al campo;
m'accosto alla sua tettoia; separo le cortine e sporgo il viso. Egli è
seduto accanto al letto funebre. Mi sente, mi guarda, si alza, cammina
come un sonnambulo, si lascia prendere per la mano, dimentica tutto,
viene con me, nella notte, nell'alba».
Il fratello non aveva risposto, non aveva più parlato. Facendo schermo
della mano agli occhi contro la luce delle lampade, di sotto la mano
guardava la sorella, considerava quel viso di delicata polpa che un
sentimento misterioso modulava come un'aria sempre eguale e sempre
diversa, quel viso d'anima e d'arte a cui un pensiero disegnava il mento
il sopracciglio la gota e un altro cancellava il disegno per rinnovarlo
con una curva più dolce, con un'ombra più eloquente, con un rilievo più
fiero. «Perché mi ferisci? Perché mi ardi?» Ora quello era il viso
stesso dell'amore, malato d'angoscia, simile a un fuoco che sotto la
pioggia svenga e non si spenga. Era il viso della passione e della
magìa, con quegli occhi socchiusi per attirar l'invisibile, di sopra e
di sotto vestiti dalle cupe viole delle palpebre che non velavano lo
sguardo, perché anch'esse guardavano come in certe imagini del Cristo
che, fisate lungamente, mutano l'ombra delle occhiaie in due pupille
indimenticabili. Era il viso della voluttà e della crudeltà, con quella
bocca atteggiata a mordere l'ambiguo dolore come uno di quei frutti
pallidi che l'innesto fa sanguigni. «Perché mi riapri la piaga?»
Egli già aveva attenuata di dubbii la subitanea divinazione del bacio
selvaggio; aveva persuaso a sé medesimo la possibilità d'essersi
ingannato; s'era acquetato nella continua vigilanza. Ed ecco, ella
confessava il suo amore, più con quel suo viso muto che con le inattese
parole; rompeva i ritegni; era pronta alla ventura. Gli ritornò
nell'anima il gemito che l'aveva accompagnato nelle ambagi della ruina.
«Addio! Addio!»
S'udiva a quando a quando lo squillo d'una tromba, il fragore d'una
ferrea corsa a traverso la notte, un fischio di richiamo, uno scoppio di
voci violente. La città era insonne.
— È viva la madre di Giulio Cambiaso? — domandò Isabella, con molta
dolcezza, perché pesavano anche a lei le ultime sue parole. — Aldo, non
sai?
— Non so.
— Se vive, chi le dirà la sua sciagura?
— Uno strillone brutale, sotto la sua finestra, all'alba, nel
dormiveglia. Prima frantenderà il nome; poi l'anima sola, più desta
della povera carne, ascolterà. Non crederà di avere inteso; ascolterà
ancóra quella voce più lontana, che sarà rauca d'acquavite.
Nell'intervallo udrà cantare la rondine sotto la gronda, come negli
altri mattini. Senza sangue, senza respiro, vuota di tutto, nel buio
della stanza, con gli occhi sbarrati, vedrà lo spavento del giorno
entrare per le fessure....
— Ah, perché imagini quest'orrore?
Vana si levò a sedere sul letto, palpitante.
— Vana, t'abbiamo svegliata? T'eri assopita?
— Sì — rispose la piccola sorella, dopo un indugio, simulando la voce
assonnata.
— Sognavi?
— Sognavo.
— Non vuoi coricarti?
Vana si lasciò ricadere sul letto come ripresa dal sonno invincibile.
— Lasciami dormire così ancóra! — mormorò con un profondo sospiro.
— Anch'io muoio di stanchezza e di tristezza. Ora ti mando Chiara a
spogliarti.
— Dopo, dopo. Tu prima....
Mormorava interrottamente come affievolendosi nel sonno. Già pareva
dormire quando Isabella si accostò al letto col suo passo lieve. Sentì
ella il profumo delle rose bionde che erano là presso a ravvivarsi in un
vaso d'acqua. Si chinò, toccò appena con le labbra i capelli
addormentati. Si ritrasse.
— Va, ripòsati anche tu, Aldo — disse teneramente al fratello,
porgendogli la gota. — Anche tu hai l'aria d'essere molto stanco.
Egli fece l'atto di baciarla ma non la giunse.
— Il broncio? — disse ella con un sorriso penoso.
Egli, ch'era per uscire, si volse e senza sorridere prese la testa di
lei fra le sue mani, con un gesto appassionato; la inchinò per guardare
perdutamente il viso stesso dell'amore.
— Aldo! — chiamò ella con la voce rotta da un colpo sordo del cuore
appesantito, sentendo il gelo delle mani fraterne.
Egli la lasciò, uscì fuggendo. Ella si soffermò ad ascoltare il respiro
della sorella. In quel punto la strada taceva, ma s'udiva un fragore
lontano di carri. Imagini incoerenti si avvicendavano nel suo spirito e
l'allucinavano. Quella del suo amico le riapparve difforme come nella
spera convessa del fanale, col mostruoso torace decapitato, col pugno
gigantesco nel guanto rossastro. Ben era sveglia, ma l'incubo premeva la
sua stanchezza come s'ella gli soggiacesse supina. Una nera paura la
occupò: le forze fatali della notte si precipitavano sopra di lei come
per predarla. Verso quel triste letto d'albergo, ove tanti passeggeri
sconosciuti avevano lasciato il calore e l'impronta, ella portò il suo
corpo carico di mille anime. Quando sedette dinanzi allo specchio e
diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci
dei marinai, mirò attonita la sua bellezza che le parve
meravigliosamente maturata in quei pochi attimi all'ardore dei suoi
mali. Quando i capelli sciolti la copersero contendendole la vista di
quel volto troppo nudo, ebbe un senso di sollievo e di refrigerio come
sotto un tremolìo di rivi.
Rimasta sola, Vana aveva spalancato gli occhi. Ora ascoltava, spiava.
Tutti i pensieri tutti gli affetti cedevano al risveglio dell'istinto
profondo: ella più non era intesa al suo dolore ma al suo gioco scaltro,
all'esito del suo accorgimento. Il fatto d'esser già riuscita a eludere
l'attenzione della sorella le dava, pur nell'angoscia, una specie
d'allegrezza felina. L'astuzia le era agevole come il respiro, le
sviluppava in tutto l'essere una energia facile e pronta. Ella era
simile a una giovine fiera che, avendo penosamente valicato un terreno
aspro e ignoto, rientri nel suo dominio di caccia, nella sua giungla o
nella sua pampa natale. Sottilmente, provava in sé le inflessioni
ingannevoli delle parole ch'ella era per dire, le particolarità degli
atti ch'ella era per compiere. Si guardava da ogni errore.
Aspettò, coricata sul fianco, rivolta verso il vaso delle rose, ch'era
accanto al capezzale: «E se Isabella fosse ripresa dalla smania di
andare? se ora si preparasse ad andar sola, o accompagnata da
Chiaretta?» L'ansia rimescolò tutte le doglie. Ella cercò in sé un modo
di opporsi a questo evento. Le pareva che ad ogni costo ella non dovesse
desistere dal proposito; il quale omai le era divenuto come un
comandamento dell'anima, a cui le fosse necessario obbedire sotto pena
di un'oscura punizione. Bisognava che in quella notte ella si ritrovasse
alla presenza di colui che aveva sognato con lei l'ultimo sogno;
bisognava ch'ella deponesse ai piedi del cadavere il fascio di rose
ancor vivo ond'aveva tolta quella del più alto volo. La febbre delle sue
imaginazioni aveva mutato in un legame misterioso le vaghe possibilità
ondeggianti su quel colloquio tanto recente e già tanto remoto. Il suo
vóto funebre era come il vóto d'una fidanzata segreta. Ella aveva
sorriso di sé dicendo a sé stessa, nella tettoia piena di rombo: «Ora
parte, ora vola; la rosa si sfoglia; e tutto finisce, tutto è
dimenticato....» Ma il genio della morte aveva raccolto lo stelo della
rosa sfogliata; che nelle mani inviolabili era divenuto come un pegno
fedele. Ella non sorrideva più ma persuadeva a sé stessa: «Io sono la
fidanzata segreta d'un'Ombra». Solo il compagno superstite vegliava la
spoglia sanguinosa; ma una sola creatura — dopo colui e dopo la madre —
aveva diritto alla visitazione estrema: quella che per portare un fiore
aveva fatto tanto cammino. E il segreto favoriva il fervore del suo
sentimento straordinario; ché ella aveva nascosto a tutti lo strano
incontro, lo strano colloquio, aveva giustificata con un pretesto la sua
scomparsa, aveva serbato il silenzio come sotto il suggello del giuro.
E, nel punto dell'orribile schianto, era entrata anch'ella nel buio, era
caduta giù senza conoscenza, aveva smarrita l'anima: l'anima aveva
seguito il suo fidanzato segreto fino al limitare della morte. Non era
forse vero, questo? non era vero? Udendo Isabella nominare la madre
lontana, udendo l'atroce racconto di Aldo, col più tenero suo strazio
aveva pensato: «Chi le dirà la sua sciagura, se non io? Chi potrà
piangere con lei, se non io? Ho raccolto le ultime parole, l'ultimo
sorriso, l'ultima dolcezza. Il suo compagno era già in alto, allo
sforzo. Il destino m'ha mandato a portargli un segno che io non sapevo,
ch'egli non sapeva. M'ha riconosciuta. E ci siamo ricordati! Poteva
esser dolce, quando voleva? Non so. La madre lo sa, che gli aveva fatto
quei piccoli denti di fanciullo. Ma forse egli è stato così dolce
soltanto con me, in quel momento che per lui e per me non era simile ad
alcun altro. Cominciavo a provare un tal bene che non sapevo andarmene,
come se mi sentissi le pastoie d'argento alle caviglie, quelle della
piccola Indiana di Madura. Egli sorrideva, pareva un poco ebro o
smarrito; e forse quella gentilezza non era ancor mai apparsa sul suo
viso.... Ah, chi saprà parlare alla madre, se non io?» E s'era ridistesa
col suo segreto.
Ora poteva un qualunque caso impedirle di sciogliere il vóto? «Andrò a
piedi, sola; ritroverò la via; mi proteggerà la mia disperata volontà di
giungere. E che dirò a colui che veglia?» Tutto fu tumulto entro di lei,
ancóra una volta.
Chiara entrò pianamente, s'accostò al letto.
— Vuole che La spogli?
Vana aveva gli occhi chiusi, il viso affondato nel guanciale. Si smosse
con un sospiro lungo come un gemito.
— Sono io, sono Chiara. Vuole che La spogli?
Vana parve lottare contro un sopore invincibile.
— Ah, sei tu, Chiaretta? Isabella s'è già coricata? — chiese con una
voce fioca di bimba sonnacchiosa.
— Sì, signorina.
— L'hai spogliata?
— Ho fatto tutto. Sono qui per Lei.
Vana non parlò più. Parve ripiombata nel sonno. Come sentì su la nuca la
mano leggera della donna che cercava di sganciarle il collaretto,
mormorò lamentosa:
— No, lascia. Sono troppo insonnita. Lasciami così ancóra. Mi spoglierò
da me. Va a letto.
— Rimanga pure distesa. Cercherò di spogliarLa senza che si levi.
— No, no. Lasciami, lasciami.
Ella s'agitò infastidita; si rivoltò; riaffondò il viso nel guanciale,
fiottando. Chiara obbedì. Poco dopo, si fece un gran silenzio. Un'ora
dalla mezza notte era già passata. Bisognava osare senza indugio:
bisognava escire dalla stanza, scendere a svegliar Filippo il meccanico,
dare l'ordine in modo da ottenere l'obbedienza, partire con la vettura
non dalla porta dell'albergo ma dalla rimessa. La più piccola
contrarietà della sorte poteva compromettere l'esito. «Isabella dorme?
Aldo è forse andato fuori. Non è rientrato ancora? Se l'incontrassi per
le scale! Mi crederebbe impazzita?» Il rischio eccitava la sua audacia
febrile.
Fu pronta, col cappello, col mantello, col velo. Prese la cintura
azzurra e la tagliò alle estremità con due colpi di forbici: ne fece un
nastro, l'avvolse intorno agli steli delle rose.
Paolo Tarsis vegliava senza lacrime la salma del suo compagno, nella
notte breve: rotto il più ricco ramo della sua stessa vita, distrutta la
più generosa parte di sé, menomata per lui la bellezza della guerra.
Egli non doveva più vedere in quegli occhi raddoppiarsi l'ardore del suo
sforzo, la sicurezza della sua fede, la celerità della sua risoluzione.
Egli non doveva più conoscere le due più candide gioie d'un cuore
virile: il chiaro silenzio nell'assalto concorde, il dolce orgoglio nel
proteggere il riposo del suo pari. Egli non vegliava più il sonno della
stanchezza, sotto la tenda cento volte piantata nel bivio del tradimento
e dell'eccidio; ma aspettava la diana per chiudere in quattro assi un
misero corpo, spezzato e dissanguato, una spoglia più lacera che s'egli
l'avesse ritolta ai becchi ingordi degli avvoltoi.
Non aveva pianto, non piangeva. Il grande dolore è come una congelazione
repentina di tutto l'essere: comunica allo spirito la durezza e la
trasparenza del più alto ghiacciaio, e lo rischiara di quel lume
adamantino che solo s'inarca sul picco inespugnabile. Egli era lucido e
libero come non mai. Nulla d'estraneo rimaneva in lui; non lo turbava
alcun desiderio. Stava nel mondo come una forza funesta. Considerava gli
atti da compiere sospesi su la sua volontà come decreti.
A quando a quando si levava per guardare il buio, per indagare il piano
verso la Colonna, là dove era stata infissa un'asta a segnare il punto
della caduta. Vedeva talvolta rilucere le sciabole sguainate dei quattro
cavalieri che custodivano la Vittoria. Era una notte umida ed elettrica.
Lampeggiava senza tuono, dietro il Monte Baldo. Passavano soffii come
aneliti; nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle;
gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio, poi
cessavano. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane uggiolava in un
casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era come una notte
nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.
Egli si volgeva; e rivedeva il cadavere composto sul letto da campo,
avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo
nero accomodato a celare il taglio della tempia, la frattura
dell'occipite. Rivedeva quell'alta sembianza di asceta avventuriere,
quell'ottima struttura ligure prodotta da una stirpe di navigatori e di
statuali, fine come certi ritratti gentileschi di Antonio van Dyck che
splendono nell'ombra dei palazzi genovesi, soffusa d'un oro fumoso che
già s'infoscava intorno alle narici e alle palpebre, ancor più nobile e
più fiera sotto il drappo lugubre che dava imagine della berretta di
panno quadrilatera dalle gronde pendenti, simile a quella portata dal
Doria, insegna degli antichi almiranti.
Quattro ceri, del duomo di Montichiari, ardevano agli angoli del letto.
Curava le fiammelle un marinaio addetto al servizio dei segnali, un
siciliano di Siracusa, che aveva già servito sotto gli ordini di Giulio
Cambiaso in una torpediniera d'alto mare. Questi medesimo, alcune ore
innanzi, aveva issato su l'albero il disco bianco della vittoria.
— Chi viene? — si domandò Paolo Tarsis, udendo lo squillo della cornetta
e il rombo energico approssimarsi.
Dalla tettoia attigua, a traverso le cortine, gli giungevano i rumori
discreti d'un lavorìo cauto e diligente. A un tratto l'ombra d'un
artiere s'ingigantiva su la tela, levando un braccio smisurato fino alle
travi col gesto di chi schiaccia; poi si rimpiccioliva, scompariva. I
sibili della pialla, gli stridori della lima, i colpi del martello
s'attenuavano nella reverenza della morte.
— Chi viene a quest'ora? Va e vedi, Cingria — disse egli, aspro, udendo
la vettura fermarsi davanti ai cancelli.
Come il marinaio uscì, gli balenò sul rigore dell'animo il pensiero che
potesse a un tratto apparirgli Isabella. E non ebbe se non la volontà
rude di vietarle il varco, d'impedire ch'ella ponesse il piede nel luogo
funebre. E ripensò il commiato ch'egli aveva dato al compagno nel
riconoscere di lontano il passo ondeggiante della tentatrice; ripensò il
rinnovato saluto e l'indugio esitante e le parole non proferite e la
misteriosa tristezza.
— Una persona velata domanda di Lei — disse a bassa voce il marinaio
rientrando.
«Isabella?» Egli le si fece incontro, all'aperto. Travide nell'oscurità
una forma feminea. Il cuore gli si contrasse. Ma, come più si appressò,
nell'aria il suo sangue prima di lui sentì che non era quella. Chi era?
Forse una creatura ignota che recava all'eroe una testimonianza d'amore
e di pietà? una donna gentile che di nascosto veniva a implorare la
grazia di rivederlo? Lo toccò il profumo delle rose nell'ombra.
— Sono Paolo Tarsis, eccomi — egli le disse inchinandosi, con quella
strana voce da cui ogni calore s'era ritratto. — Che posso fare,
signora?
— Perdonarmi, perdonarmi. Sono io, sono Vana.
Soffocatamente aveva parlato ella, sollevando il velo di sopra la faccia
come di sopra a una piaga viva; ché la vita batteva in quel poco di
nudità come là dove il male imperversa.
— Voi, qui, sola? e come? Che mai accade?
Con gli occhi abituati all'oscurità nella corsa notturna, ella lo
scorgeva sul fondo illuminato delle tende chiuse, lo vedeva bene; lo
divorava, si saziava di lui come se fosse giunta ad essergli vicina dopo
un'attesa interminabile. Tutto quel che era dietro, nella notte, ora le
pareva sogno confuso; s'esalava il fervore del vóto; la volontà, tesa
così terribilmente fino a quel punto, s'allentava, s'annientava. Ella
aveva un desiderio mortale di prendergli le mani e di baciargliele, e
poi di lasciar cadere a terra le rose e sé stessa perché egli passasse
sopra.
— Vi dirò.... Lasciatemi respirare.
Alenava come se fosse venuta trascinandosi per la via.
Che cosa era per dirgli? Tante parole gli erano nate nell'anima, durante
la corsa, ed ella le aveva custodite per proferirle. Ma non le
ritrovava.
— Come siete venuta qui, sola? Qualcuno è là, che v'ha accompagnata?
— No, nessuno: Filippo.
— Ma che accade mai? Parlate dunque.
— Vi dirò, vi dirò.
Ella voleva dirgli: «Sono venuta perché non potevo più vivere un'ora
senz'aver guardato quel che il dolore è nella vostra faccia». Ella cercò
le altre parole, quelle del sogno dileguato, quelle che bisognava
ritrovare e proferire, quelle che i fiori tra le sue mani sapevano e
volevano.
Ella ebbe una voce sconosciuta, come quei flutti del fondo che portano
al lido le cose obliate della Sirena scomparsa.
— Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine,
senza vita.
Paolo sentì una vena di gelo salire nel suo gelo. Credette che quella
fosse la voce della follìa; e lo sgomento e la pietà lo strinsero. Egli
si chinò a guardare più da presso il povero viso insensato. Tutta la
notte gli parve piena di sciagura.
— Queste rose bisogna che io le deponga su i suoi piedi congiunti. Per
ciò sono venuta.
Lampeggiava senza tuono dietro il Monte Baldo.
— Oggi le avevo alla mia cintura. Sono entrata là, mentre mia sorella
era con voi; sono entrata all'improvviso, non so perché, nel vento
dell'elica.
Passavano soffii come aneliti.
— Parlavamo di voi, ed egli mi ha detto quel che l'indovino di Madura
aveva presagito: a entrambi la stessa morte.
Nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle.
— E poi s'è ricordato di me, s'è ricordato della giovine Indiana ch'era
presso il banco del mercante e che si volse verso voi due, mentre
comperava la ghirlanda di rose gialle.
Gocciole cadevano larghe e tiepide, come al principio d'uno scroscio.
— Ha detto che quella mi somigliava. È vero? Ha chiuso gli occhi per
rivederla viva; li ha riaperti per rivederla più viva. Io ero dinanzi ai
suoi occhi. E m'ha detto che, quando quella si mosse, una rosa le cadde
giù pel suo panno azzurro. È vero?
Le gocciole cessavano.
— E m'ha detto ch'egli si chinò lesto per raccoglierla ma non riuscì.
«Eccola» io gli ho gridato allora, spiccando una rosa dalla mia cintola
azzurra.
Gli assioli cantavano su i pioppi.
— Ed egli l'ha presa e m'ha detto: «Veramente viene di Madura? Ha fatto
tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che
sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in
alto».
Un cane uggiolava in un casale.
— E poi l'orrore, e poi la morte orrenda! Quando voi l'avete preso nelle
vostre braccia, portava ancóra sul petto insanguinato la rosa di Madura,
la mia rosa? Ditemi, ditemi!
Ella ora sentiva d'avere attirata a sé l'anima di quell'uomo con
quell'incantamento, ella ora lo vedeva ansioso e attonito. Ed ecco, il
fervore che s'era esalato, si riaccendeva in lei; il sogno che s'era
dileguato, la rioccupava tutta; ché quel fervore e quel sogno la
avvicinavano al cuore solitario più che una parola d'amore, la vestivano
di fatalità, la rendevano misteriosa e potente.
— Ditemi, Paolo!
— Non so, non ho veduto; non era possibile.
Un tremito nuovo entrava nella rigidezza del suo dolore, e ignote figure
nascevano dalla sua superstizione e scomparivano pei cammini dove egli
aveva camminato col suo fratello e per quelli ov'egli doveva camminar
solo. E straordinarii disegni si componevano dentro di lui, senza
ch'egli vi consentisse; e poi si dissolvevano. E un presentimento
ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse
potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua
sorte. Qualcuno in lui ascoltava tutti i rumori e li seguiva fino
all'estremo fondo della vita. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane
uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era
come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto
lontano.
— Almeno lo stelo è ancóra là, forse — disse la vergine oscura
sommessamente. — Chi sa chi primo ha messo le mani sopra lui!
E fece un passo verso la cortina soffusa d'un chiarore vacillante.
— Volete entrare? — le chiese il trasognato.
Ella sollevò nelle sue mani il fascio delle rose.
Camminarono l'una a fianco dell'altro. Come furono sul limite e Paolo
fece l'atto di scostare i lembi, ella si strinse contro di lui con un
sussulto di terrore. Egli la sorresse e la sospinse. Entrarono.
Allora ella vide davanti a sé vacillare le quattro fiammelle funeree in
un'ombra vacua. La tettoia, ch'ella ricordava occupata dall'apertura
delle ali bianche, le sembrò d'una vastità spaventosa e sotterranea come
quella d'una catacomba. — Dov'era il grande angelo abbagliante che si
dibatteva sotto le travi? — Chiuse gli occhi, vacillò come le fiammelle,
abbandonata dalla forza, incapace di dominare il suo sgomento. E sentiva
le mani di Paolo che la reggevano; e desiderava di non più rinvenire ma
di perdersi in lui.
— Vana! Vana!
Egli la scoteva lievemente, la chiamava a bassa voce. Ed ella nell'udire
il suo nome, proferito così da quel dolore, fu compresa d'una dolcezza
tanto divina che cominciò a piangere senza singhiozzi. Ed egli ebbe care
quelle lacrime silenziose che bagnavano la sua aridità come se il pianto
fosse pianto dentro di lui. E da una lontananza infinita gli tornarono
nel cuore antiche parole, ben note, d'un compagno allo spettro d'un
altro compagno: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci
insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!»
Allora anch'ella amò d'un amore sublime l'esanime perché egli lo amava;
e lo guardò a traverso le lacrime, e lo vide composto in una bellezza
ch'ella non aveva veduto sul volto vivente, e lo ricevette nella
profondità della memoria per custodirlo; e fu vedova dell'Ombra.
La forza era venuta in lei; che non era quella di lei fuggita, non era
la sua ma delle mani che la sorreggevano, del cuore che le stava da
presso. Fece qualche passo, tese il fascio dei fiori, lo depose su i
piedi congiunti e avvolti nella fiamma rossa. Ella sentiva che ogni sua
lacrima, ogni suo gesto erano dolci al dolore virile, e che la sua
verginità la faceva degna d'accostarsi alla morte.
Disse, estinguendo lo spirito della voce:
— Sento che lo stelo della prima rosa è ancora là, sul suo petto.
L'uomo cessò di sorreggerla; s'avanzò verso il fianco della salma;
esitò. Ella rimase in piedi, rigida, udendo i colpi del suo cuore sotto
le sue calcagna; e vedeva tra le labbra livide dell'esanime i denti
piccoli e puri di fanciullo. Come la mano del compagno si levò tremante,
ella lo guardò; e le parve che i due volti in quel punto avessero il
medesimo pallore. E la paura del presagio la prese così forte ch'ella
appena contenne l'impeto cieco di gettarsi sopra il superstite per
trattenerlo con le sue braccia all'orlo dell'abisso. Udì sibilare la
pialla, stridere la lima, battere il martello, con un'attenuazione di
sogno, dietro la cortina stessa ch'ella aveva varcato nel vento
dell'elica.
La mano tremante scostò con infinita cautela il lembo del drappo che
copriva il petto immobile; trovò lo stelo e il calice sfogliato.
Allora tutto divenne misterioso come un rito. Vana cadde in ginocchio,
con la fronte contro il ferro del letto mortuario. La sua preghiera era
per il suo dio; ma la sua imaginazione poneva dietro le sue spalle,
laggiù, nell'angolo buio, dove biancheggiavano i rottami funesti, i due
idoli enormi di pietra sepolti sotto le offerte e l'indovino dalla testa
rasa che masticava le foglie di betel. Sinistri le giungevano i rumori
dell'opera invisibile, a traverso la cortina rischiarata su cui passava
a quando a quando l'ombra gigantesca d'un gesto ripetuto. Ella pensò che
i costruttori d'ali costruissero coi medesimi arnesi la cassa pel
cadavere. A un colpo più forte, sobbalzò, si levò.
— Che fanno? — chiese sbigottita, ravvicinandosi a Paolo ch'era assorto
nelle cose inesplicabili.
— Riparano un'ala.
— Quale?
— La mia.
Poiché il marinaio s'era ritratto, le fiammelle dei torchi non vigilate
fumigavano e le gocciole della cera gocciolavano su le padelle dei
candelabri con un gemitìo sordo. L'aria si faceva più scura e più grave,
tra sbattimenti rossastri.
— Perché la vostra?
— L'ho rotta urtando col lato sinistro il terreno nella discesa troppo
rapida.
Egli trasse Vana verso la cortina, per il bisogno subitaneo d'un sorso
di luce. Ella bisbigliava, trepida.
— Di qui mi sono intromessa, quando l'elica agitava la tela e la
polvere.
Si sporsero, in un barbaglio bianco. Una vita ardente ed esatta animava
la tettoia costellata dalle lampade elettriche. La grande Àrdea ferita
occupava tutto lo spazio. Gli artieri attendevano a riparare l'armatura
sostituendo le cèntine di frassino e i ferzi cuciti a sopraggitto.
Inserivano le verghe, tesavano i fili, imbullettavano i vivagni. Come la
remigante del rondone scorciata o rotta si racconcia e si raddrizza da
sé pel vigore elastico della sua stessa vita, così rapidamente l'ala
dell'uomo si ricostruiva per un prodigio di fervore operoso nella notte
breve.
— E perché tanta febbre? Fanno la nottata perché? — chiese Vana
guardando il vincitore doloroso con i suoi occhi inquieti e già
supplichevoli.
— Per esser certi di riuscire in tempo, per esser pronti nella mattina.
S'erano rivolti insieme verso l'ombra squallida, verso le fiammelle
funeree, verso la vuota vastità ove biancheggiava a terra lo sfasciume
miserabile.
— Perché? — chiese ella con uno spavento che le stravolgeva tutta quella
povera faccia estenuata dalla passione e dalla stanchezza.
Gli occhi erano fisi in lui e nella risposta, con una intensità così
atroce che gli fendevano l'anima alle radici come già gli occhi aperti
del compagno ucciso; e, come per quelli, veniva alle sue mani l'atto
istintivo di chiuderli, di ricoprire con le palpebre e con le ciglia uno
sguardo che poteva essere eterno. Fece un gesto vago, ma non rispose
parola.
— Perché? — chiese ella ancóra, non creatura di carne ma spirito
d'angoscia disumanato, come distrutta dalla violenza del suo sentimento,
simile a quelle volute di sabbia sospese un istante su le spiagge
ventose.
Parlava con bassissima voce, là dove il silenzio era suggellato.
— Non debbo io salire dov'egli è salito? rifare la sua via?
Così piano aveva parlato egli in altre notti di sosta, per non
risvegliarlo.
— Ah, no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo
spezzato, per quel viso senza sangue, per quelle labbra che non vi hanno
detto addio! Ah, giuratemi che non lo farete! Ascoltatemi! Io non son
nulla, non sono nulla per voi; ma la sorte ha voluto che io raccogliessi
l'ultimo suo sorriso, l'ultima sua dolcezza. Che questo mi valga, che
questo solo mi valga, non per esservi cara ma perché non vi sdegniate se
oso supplicarvi. Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me.
L'orrore del presagio la riempiva di visioni e di grida; ma le grida
gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena
udibile. Tutta la riceveva egli nel profondo petto, la nascondeva quivi.
Le prese le mani, la trasse con lieve bontà verso l'aria aperta, verso
la notte già forse impallidita. Le parlava con l'accento persuasivo che
consola le pene puerili.
— No, Vana, non bisogna sbigottirsi così. Nulla accade, nulla
accadrà.... Forse l'ala non sarà pronta, certo non sarà pronta.... Pace,
pace, piccola buona. Siete senza riposo. È l'ora di partire. Fra poco
albeggia. Come siete venuta? Qualcuno lo sa? vi aspetta?
Ella scoteva il capo, senza guardarlo; ché di sotto l'ambascia una
felicità sorgeva più difficile a portarsi che qualunque pena. Egli la
teneva per mano, la consolava, la chiamava «piccola buona»! Perché non
poteva ella nascere da quella parola, morire di quella parola? Perché
doveva tornare laggiù, rientrare di nascosto nell'orribile stanza,
trovare forse su la soglia quella ch'ella aveva elusa, ancóra lottare,
ancóra ingannare, ancóra vivere di fuoco e di veleno? «Ah, mio amore,
mio amore», diceva la sua felicità disperata «lasciatemi ancóra qui,
tenetemi con voi ancóra un poco, ancóra un poco! Ch'io resti qui
nell'ombra, nell'afa della cera e della morte, ch'io non vegga l'alba su
le colline, ch'io non mi separi da voi sotto l'ultime stelle, ch'io non
sappia che un altro giorno incomincia senza di voi, mio amore! Non ho
più forza, muoio di stanchezza. Lasciatemi qui, in un angolo, vicino a
quei rottami. Nessuno mi vedrà. Sarò come quegli stracci di tela,
quieta, senza respiro. Solo vi domando che mi ripetiate quella parola. E
metterò il braccio sotto il capo, e il braccio e il capo e tutta me
appoggerò su quella parola; e così chiuderò gli occhi chiari, che sono
chiari come i vostri; e mi addormenterò. E non mi sveglierò più, se voi
non mi svegliate, mio mio amore».
Prima di porre il piede fuor del luogo santo, prima ch'egli la
precedesse, ella si volse indietro a riguardare il rude letto da campo,
la pace scolpita nel viso altiero, il corpo rigido nella rascia
sanguigna, le rose posate su i piedi congiunti. E si chinò, e si fece il
segno della croce.
Ma, quando la tenda ricadde ed ella vide a un tratto la notte con tutte
le sue stelle tremolare sotto la prima onda argentina, la vena del
pianto si riaperse. Ella si soffermò nell'affanno. Le ginocchia le si
scioglievano, tutti i nodi in lei si disnodavano. Poiché il suo amore le
stava da presso, ella gli si piegò sul petto, senza singhiozzi
piangendo, quasi che l'intera sua vita si compisse in quell'atto, quasi
che quella vena dal fondo della sua culla scendesse a quella china. Ed
era come il rivo che fluisce sotto il macigno, senza farsi udire.
Paolo Tarsis aveva conosciuto le catene dei più ardui monti, i corsi
delle più vaste acque, e i deserti di sabbie i deserti di pietre i
deserti di sterpi; e l'ombra dei paesi ardenti che sembra nera e, quando
l'occhio vi penetra, è chiara come un'altra luce; e le più diverse
generazioni d'uomini su le più diverse vie con le loro some, con le loro
armi; e le razze intorpidite che vivono sonnecchiando addosso ai vecchi
muri, col mento su i ginocchi; e le dominatrici che vivono sempre in
piedi agitando il mondo con la frenesia della loro forza; e gli alti
fuochi vulcànii che creano i fiumi di ferro colante nelle città novelle,
e gli scarsi fuochi solitarii alimentati col fimo secco del bestiame; e
la polvere stupenda sollevata dai grandi movimenti umani, e le azioni
che dormono nei popoli come il feto rannicchiato nel conio materno.
Aveva veduto per ovunque nascere quelle strane figure di cui parla il
Mistico, quelle figure che si generano dagli eventi e dagli esseri sotto
la deità del Caso, misteriose come gli screzii nei marmi, i poliedri nei
cristalli, le stalattiti negli antri, i gruppi della limatura intorno al
magnete, i rapporti tra il numero degli stami e il numero dei petali nei
fiori.
Volontà militante, usa a maneggiare la materia e a possederla, egli
s'era anche avventurato in quei confini ov'essa par finire; e sapeva
quel che le labbra non possono esprimere, quel che gli occhi non possono
accennare. L'enigma delle Pause, inscritto nell'oro e nell'azzurro dello
scrigno estense, egli l'aveva letto su pareti di granito. Per ciò,
dispregiatore di tutte le abitudini, egli serbava quella del silenzio e
quella dell'attenzione.
Un giorno, nell'isola di Sulu, egli e il suo compagno erano a cavallo
con una torma di cavalieri americani. Ed ecco, di lontano videro
avanzarsi verso di loro un uomo vestito di bianco, che brandiva un lungo
coltello scintillante. Era uno di quei fanatici maomettani che gli
Spagnuoli chiamano _juramentados_, missionarii selvaggi che vengono a
traverso l'Asia partendosi dall'Arabia, dal Bokhara, dal Turkestan,
valicando tutta l'India a piedi e quindi il Malacca e quindi in piroghe
il mare fino all'isola di Borneo, invasati di passione feroce, ebri di
scongiurazione, non d'altro bramosi che di versare il sangue cristiano.
E colui s'avanzava per la gran piazza orrida di sole, incontro ai
cavalieri, col suo coltello in pugno, con in cuore la sua volontà di
uccidere. Una scarica di piombo lo investì. Non cadde, ma continuò ad
avanzare verso la vittima. E Paolo Tarsis vide che quelle pupille
inflessibili lo fisavano. Una palla colpì il demente nel cranio raso.
Prima di cadere egli scagliò il coltello contro il designato. Con atto
fulmineo due sproni entrarono nella pancia d'un cavallo che
s'intraversò, s'impennò, ricevette nel petto la lama acuta. Giulio
Cambiaso arcato in sella teneva la sua gota contro la criniera.
Ora, non nella memoria della mente ma in una memoria ben più profonda,
il superstite confondeva la testa rasa del pellegrino con quella
dell'indovino e, in un sentimento d'infinita lontananza, la fatalità del
coltello con quella della rosa. E tutto era comunione e legame, in un
luogo della sua vita inesplorato. E mistica nel supremo cerchio
dell'anima era l'eco di quella dimanda: «Ha fatto tanto cammino?»
L'atto ch'egli era per compiere al conspetto della folla era un atto di
silenzio, un atto religioso, comandato da una necessità interiore
ch'egli non indagava ma che nessuna forza di persuasione avrebbe potuto
abolire. Andava egli incontro al presagio? sfidava la morte? sperava
nella morte? Non v'era in lui né l'ansia del presentimento né
l'eccitazione della prodezza; sì v'era una pacata potenza di dolore e di
attesa come s'egli andasse a un alto colloquio desiderato dalla cara
Ombra fraterna. Egli sentiva in sé quello stupendo gelo che accompagna
la volontà di là dal limite noto, quando sembra che l'anima si muti in
un monte di rigido diamante e non lasci vivere sul suo culmine aguzzo se
non un solo pensiero aquilino.
Ma l'apparenza era semplice e netta, come un dovere soldatesco.
Inscritto nella gara, egli non si ritraeva. Resi gli onori funebri al
suo compagno, egli tornava sul campo. Compiuto il gioco, avrebbe nella
notte scortato la salma fino al Cimitero di Staglieno.
Quando l'Àrdea con l'ala ricostrutta escì dalla tettoia, la folla
ammutolì come il giorno innanzi: uno straordinario brivido la corse in
un attimo tutta quanta come un sol corpo vertebrato d'una sola spina.
Era un pomeriggio nemboso. La giovine Estate combatteva nel cielo come
un'Amazone maschia lanciando i suoi stalloni bianchi e leardi,
scagliando le sue saette d'argento e d'oro. Le nuvole si scomponevano e
si ricomponevano, si diradavano e s'incalzavano come nella zuffa le
torme della cavalleria peltata. All'improvviso una pioggia chiara e
sonora dardeggiava brevemente, tra sprazzi diritti di raggi. Il tuono
rimbombava cupo dietro una collina carica d'acqua plumbea. Uno squarcio
d'azzurro s'apriva come una tregua.
Bagnata dagli scrosci la Nike di bronzo su la svelta colonna era verde
come la fronda del lauro, glauca come la foglia dell'oleastro. Molte
corone pendevano intorno all'asta infissa nel terreno consacrato dal
corpo infranto dell'eroe icàrio; più altre, coprendo in giro l'erba che
aveva bevuto il buon sangue, formavano un'aiuola gloriosa.
L'elica rombò nel silenzio, come già quella funesta. Il volatore intese
l'orecchio all'unisono delle sette voci. Il tono era eguale e possente.
Rapita dalla veemenza l'Àrdea si levò nel nembo, piena di fato come
l'airone di cui portava il nome, sorto dal lutto della rocca in ruina.
Sùbito conquistò la solitudine, fu aerea nell'aria, lucida nella luce.
«Riconosco la sua via?» chiedeva a sé stesso il superstite credendo
sentire sparsa nello spazio la santità che gli s'adunava nel cuore.
«Riconosco il solco del suo fuoco?»
Non quando nelle sue mani intormentite dalla lunga fatica egli aveva
sollevato il capo del compagno già grave di grumi, non quando aveva
preso nelle sue braccia il corpo inerte sentendo le ossa cedere
orribilmente, non quando lo aveva avvolto nella ruvida porpora e
composto sul letto di guerra, né quando per tutta la notte aveva
contemplato in lui la bellezza abbattuta della sua propria vita, né
quando aveva ascoltato in sé stesso piangere il pianto della vergine
oscura, non mai non mai l'Ombra gli era stata presente come in
quell'ora. Egli la sentiva tra l'una e l'altra ala, simile a uno spirito
del vento, simile a un pilota invisibile che gli segnasse la rotta e gli
mostrasse l'altura.
Ma, quanto più egli saliva, quanto più egli lottava, tanto più gli si
rivelava quella presenza animosa, «Dove giungesti? dove fermasti il
volo? dove ti raggiunse il soffio mortale? ancóra più in alto? Tutto è
scomparso. La terra è una nuvola più opaca. È nostro il cielo». Vivido e
torbido come una gioventù impaziente era il cielo. Un riso indocile vi
correva, or sì or no, a scrosci, a sprazzi. Le righe della pioggia
v'eran tiepide come i raggi; gli sprazzi del sole v'eran freschi come la
pioggia, a volta a volta; i vapori vi si laceravano come gli orli delle
tuniche sotto i piedi che danzano. Il nembo danzava con proterva
allegrezza fra i tuoni. La nuvola immobile della terra era piena di
delirio, era piena d'un clamore che non s'udiva nel cielo. La potenza
eroica crosciava su la moltitudine remota come un nembo mille volte più
forte. Non la Nike soltanto ma tutta la gloria della stirpe era alzata
su la colonna di Roma. Ché le miriadi delle pupille avevano veduto anche
una volta su l'albero il segno del limite superato!
«Ancóra più in alto?» chiedeva l'eroe al suo pilota invisibile. Di là
dagli schermi di metallo guardò l'indice incerto. E il cuore gli tremò
d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere
umano.
Non rotava egli entro l'ultimo cerchio toccato dal compagno nel volo?
Gli tremò il cuore profondo. Abbandonò il timone d'altura. Le ali si
librarono senza più salire. L'Ombra gli stette a viso a viso, gli
respirò nel respiro, fu più viva di tutte le cose che vivevano nel
combattuto silenzio, fu più viva del suo proprio dolore. «Non è questo
il tuo punto? Ancóra tu volevi ascendere, ancóra più in alto volevi
portare il fiore della tua ebrezza, quando il colpo tacito ti spezzò
l'impeto e t'oscurò l'ardire. Non mi chiamasti? Non mi cercasti con gli
occhi pel vuoto? Ecco, ora sono con te dove tu fosti solo».
E il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre.
«Tu vuoi? Tu vuoi?» Il desiderio eroico aveva assunto l'aspetto
dell'Ombra, ed egli l'interrogava. E con una meravigliosa ansietà
attendeva la risposta del suo desiderio larvato. E certo non avrebbe
egli voluto andare più oltre se gli fosse riapparsa l'imagine del corpo
disteso sul letto, del corpo rinchiuso tra le assi inchiodate; non
avrebbe egli voluto strappar la vittoria al supino. Ma egli sentiva
sopra sé la presenza raggiante, una immortalità incitatrice. «Tu vuoi?»
E il cuore gli tremò perché dentro vi cresceva il pensiero d'andare più
oltre.
E, mentre egli rotava nel limite librandosi su le ali adeguate, scorse
un fantasma celeste, una tenue larva lucente, una labile apparenza
spettrale che si colorava di sangue, d'oro, di viola, «È il tuo segno?»
E lo spettro s'incurvò, s'ingigantì, abbracciò lo spazio tra nube e
nube, incoronò il nembo, arco di trionfo brillò di sette zone.
Era l'Iride.
E il superstite, portando su la cima del suo coraggio l'immortalità del
dolore, salì di là dalla vittoria.
LIBRO SECONDO
— O Lunella, mia Lunella,
oggi di che ti sovviene?
Che dài tu alla sorella
che ti fa la cantilena?
Che le dài per la sua pena?
Qual de' sogni tuoi le porti,
che ti nevicano dal cuore?
Oh raccontami le tue storie
con le forbici tue lucenti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice
improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciòla le rimanevano
serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata
come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e
dentro v'intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era
seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale,
nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata
su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie, con lo sguardo fisso all'opera
incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi embrici
chiazzati di gromma, sorgevano le torri fulve e bige di Volterra
nell'ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano
l'azzurro tra il Duomo e la Rocca.
— Se tu mi canti ancóra, ti fo una gatta coi suoi gattini — disse la
bimba distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella
carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. — Se no, smetto.
— O Lunella, o tirannella,
aquiletta senz'artiglio,
se tu sémini il bianco
io raccoglierò il vermiglio.
Se tu sei come il giglio,
sarò come l'amaranto.
Accompagnami il mio canto
coi tuoi bianchi sogni lenti,
coi tuoi torvi occhi assorti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina
scontrosa, ginocchioni su l'erba, facendo balzare come le murielle dalla
palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande
lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle
forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno
così scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su
l'ombra del vero.
— Oh, come sei brava! — esclamò Vana prendendole fra le sue dita e
ammirandole sul fondo dell'erba corta.
La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci
d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei
vecchi pittori dell'Estremo Oriente che con l'esile pennello volante
traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti
della vita animale.
— Se tu mi canti ancóra, — disse la salvatichetta ponendo la punta delle
sue forbici magiche all'orlo d'una carta vergine — ti fo la Chioccia
d'oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma
nessuno l'ha mai veduta. Se no, più niente.
— Tirannella, tirannella,
fammi un'ala per volare,
ch'io m'involi da Volterra,
dalle Balze fino al mare!
Ma se l'ala non puoi fare,
fammi un altro incantamento
con le tue dita di fata,
per la pallida contrada
ch'io somigli ai dolci Morti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
L'artefice puerile ancóra seguiva l'assonanza col lieve cenno del capo,
ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio, un poco
aggrottando gli occhi che Vana aveva chiamati torvi, serrando la bocca
broncia, tutta nell'ombra della capelliera ch'era sciolta e folta come
quella d'un angelo del Melozzo, violetta come un penzolo d'uva
rinaldesca. Sopra lei stormiva il Leccione al maestrale del pomeriggio,
movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si
protendevano dal tronco intégro. I nocchi, le giunture, le screpolature,
le cicatrici delle potature e degli schianti, tutti i segni dell'alta
età e della lunga guerra facevano venerando l'albero come lo stipite
d'una gente indomita. Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i
secoli, che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d'un giovine
lecceto maremmano sul cocuzzolo d'un poggio; ma la sua corteccia era
ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione e il
suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano potesse arrotar le
zanne solo il cinghiale del Popolo, sporgente su la mensola rozza dalla
Torre del Podestà.
— Se tu mi canti ancóra.... — riprese a dire Lunella.
— Ah, non più.
— Perché?
— Non so più.
— Perché?
— Non trovo più le mie rime sghembe.
— Perché?
— Perché me le beccano a volo i balestrucci.
— Non è vero.
— Ora lascia cantare il Leccione. Ascolta.
Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le
maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense
biancane senz'ombra, su le rotte lacche, su le bolge discoscese, su
tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata,
sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere
dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch'egli seco
recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo, dell'estremo congedo,
quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana
rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel
suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato
gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani.
— Isa quando ritorna? — chiese malcontenta Lunella.
— Non so.
— Dov'è andata?
— Non me l'ha detto.
— Tu certo lo sai, Morìccica.
— Ti dico che non so.
— Quest'anno non ci conduce al mare?
— Sembra.
— Rimarremo qui tutta l'estate?
— Forse.
— Ma non
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