Le vergini delle rocce
by Gabriele D'Annunzio · Italian · Gutenberg #42513 · 373,363 chars · public domain (US)
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Title: Le vergini delle rocce
Author: Gabriele D'Annunzio
Release date: April 12, 2013 [eBook #42513]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE VERGINI DELLE ROCCE ***
Gabriele d'Annunzio
_I ROMANZI DEL GIGLIO_
Le Vergini delle Rocce
_Io farò una finzione, che significherà
cose grandi._
LEONARDO DA VINCI.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1896
=Settimo Migliaio.=
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti._
Tip. Fratelli Treves.
PROLOGO.
_.... una cosa naturale vista in un
grande specchio._
LEONARDO DA VINCI.
Io vidi con questi occhi mortali in breve tempo schiudersi e splendere e
poi sfiorire e l'una dopo l'altra perire tre anime senza pari: le più
belle e le più ardenti e le più misere che sieno mai apparse
nell'estrema discendenza d'una razza imperiosa.
Su i luoghi dove la loro desolazione, la loro grazia e il loro orgoglio
passavano ogni giorno, io colsi pensieri lucidi e terribili che le
antichissime rovine delle città illustri non mi avevano mai dato. Per
scoprire il mistero delle loro ascendenze remote, esplorai la profondità
dei vasti specchi familiari dove talvolta esse non ravvisarono le loro
proprie imagini soffuse d'un pallore simile a quello che annunzia il
dissolvimento dopo la morte; ed a lungo scrutai le vecchie cose consunte
su cui le loro mani fredde o febrili si posarono col medesimo gesto,
forse, che avevano usato altre mani già fatte polvere da gran tempo.
Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni o sono esse le creature
del mio desiderio e della mia perplessità?
Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni ed esse sono le creature
del mio desiderio e della mia perplessità.
Quel brano della trama di mia vita, che fu da loro medesime operato
inconsapevolmente, ha per me tal pregio inestimabile ch'io voglio
impregnarlo del più acuto aroma conservatore per impedire che il tempo
in me lo impallidisca o lo distrugga.
Per ciò oggi io tento l'arte.
Ah, qual sortilegio dunque potrebbe dare la coerenza delle materie
tangibili e durevoli a quel tessuto spirtale che le tre prigioniere
ordirono nel tedio dei giorni aridamente e quindi a poco a poco
riempirono con le imagini delle cose più nobili e più desolanti in cui
la passione umana siasi mai rimirata senza speranza?
Dissimili alle tre sorelle antiche perchè non figlie ma vittime della
Necessità, tuttavia nel comporre la più ricca zona della mia vita esse
parvero anche preparare il destino di colui che doveva venire. Insieme
si affaticavano, quasi mai accompagnandosi con un canto ma men di rado
versando lacrime visibili in cui erano sublimate le essenze delle loro
anime inesauste e chiuse.
Perchè fin dalla prima ora io le conobbi sovrastate da una cupa
minaccia, colpite da un divieto tirannico, scoraggiate e anelanti e
prossimamente periture, — tutte le loro attitudini e i loro gesti e le
loro più vaghe parole mi sembrarono gravi e significare ciò che esse
medesime ignoravano nella loro profonda inconsapevolezza.
Piegandosi e rompendosi sotto il peso della loro maturità come in
autunno gli alberi troppo carichi di frutti troppo grandi, esse non
sapevano misurare tutto il loro male nè confessarlo. Le loro labbra
gonfie d'angoscia non mi rivelarono se non una piccola parte dei loro
segreti. Ma io seppi comprendere le cose ineffabili che diceva il sangue
eloquente nelle vene delle loro belle mani ignude.
_E il ricettacolo delle virtù sarà
pieno di sogni e vane speranze._
LEONARDO DA VINCI.
L'ora che precedette il mio arrivo nell'antico giardino gentilizio dove
esse mi aspettavano — quando la imagino — m'appare illuminata da un lume
d'insolita poesia.
Per colui che sa di quali fecondazioni lente o subitanee, di quali
inaspettate trasfigurazioni sia capace un'anima intensa comunicante con
altre anime nelle vicissitudini dell'incertissima vita; per colui che,
riponendo tutta la dignità dell'essere nell'esercitare o nel patire una
forza morale, si avvicina al suo pari con l'ansia segreta di dominare o
d'esser dominato; per ogni uomo curioso del mistero interiore, ambizioso
di potere spirituale o bisognoso di schiavitù, nessuna ora ha l'incanto
di quella in cui egli si muove con una vaga antiveggenza verso l'Ignoto
e l'Infinito viventi, verso un oscuro mondo vivente ch'egli conquisterà
o dal quale sarà assorbito.
Io era per penetrare in un giardino chiuso.
Le tre principesse nubili aspettavano quivi l'amico non veduto da lungo
tempo, il quasi coetaneo a cui erano legate da qualche ricordo di
puerizia e di adolescenza, l'unico erede di un nome non meno antico e
non meno insigne del loro. Aspettavano così un loro eguale, un reduce
dalle città magnifiche apportatore d'un soffio di quella grande vita a
cui esse avevano rinunziato.
E ciascuna forse nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo.
Veemente m'appare l'ansietà di quell'aspettazione, quando io penso alla
nuda e cupa solitudine della casa in cui esse fino a quel giorno avevano
languito, con le belle mani colme di tutti i beni della giovinezza, nel
conspetto dei simulacri di non so qual vita e qual pompa regali che la
follia materna creava per popolarne la vacuità degli specchi troppo
vasti. Dalle infinite lontananze di quei dominii pallidi come stagni
crepuscolari dove l'anima della madre forsennata si sommergeva
delirando, non aveva ciascuna veduto apparire la forma giovenile e
ardente dello Sposo che doveva toglierla all'oscura consunzione e
sollevarla d'improvviso in un turbine di allegrezze?
Così ciascuna, nel suo chiuso giardino, aspettava con inquietudine colui
che doveva conoscerla per deluderla e per vederla perire senza
possederla.
“Ah, chi sarà di noi l'eletta?„
Non mai forse — io penso — i loro belli occhi velati si fecero intenti
come in quell'ora: occhi velati di malinconia e di tedio, ove la troppo
lunga consuetudine delle apparenze sempre eguali aveva abolito la
mobilità dell'indagine; occhi velati di mutua pietà, ove le forme degli
esseri familiari si riflettevano senza mistero e senza mutamento, fisse
nelle linee e nel colore della vita inerte.
E d'improvviso ciascuna vide in ciascuna una creatura nuova, cinta di
armi.
Io non so quale evento sia più triste di queste rivelazioni fulminee che
fa ai cuori teneri il desiderio della felicità. Respiravano le virtuose
sorelle nel medesimo cerchio di dolore, premute dal medesimo destino; e,
nelle sere gravi d'ambascia, a volta a volta l'una reclinava la fronte
su l'omero o sul petto dell'altra, mentre l'ombra agguagliava la
diversità dei volti e confondeva le tre anime in una sola. Ma, come il
passeggiere annunziato era per porre il piede su la loro soglia deserta
e già appariva alla loro attesa col gesto di colui che elegge e che
promette, esse risollevarono il capo con un fremito e disciolsero le
dita avvinte e scambiarono uno sguardo ch'ebbe la violenza d'una
illuminazione repentina. E, mentre saliva dalla profondità delle loro
anime turbate un sentimento ignoto ch'era privo della dolcezza primiera,
esse conobbero alfine in quello sguardo tutta la loro grazia declinante,
e qual fosse il contrasto delle loro sembianze illuminate dal medesimo
sangue, e quanta notte si raccogliesse nel volume d'una capellatura
addensata come un castigo su una nuca troppo pallida, e le meravigliose
persuasioni espresse dalla curva di una bocca in silenzio, e
l'incantesimo tessuto come una rete dall'ingenua frequenza d'un atto
inimitabile, ed ogni altro potere.
E un oscuro istinto di lotta le sbigottiva.
Tali io imagino quelle che m'aspettavano nell'ora lucente.
Il primo fiato della primavera appena tiepido, che aveva toccato i
culmini aridi delle rocce, blandiva le tempie delle vergini inquiete.
Sul grande claustro fiorito di giunchiglie e di violette, le fontane
ripetevano il comento melodioso che da secoli le acque fanno ai pensieri
di voluttà e di saggezza espressi nei distici leonini delle dedicazioni.
Su taluni alberi, su taluni arbusti le foglie tenui brillavano come
inviluppate d'una gomma o d'una cera diafana. Alle cose antichissime e
immobili nel tempo, che soltanto potevano consumarsi, comunicavano una
indefinita mollezza le cose che potevano rinnovellare.
“Ah, chi sarà di noi l'eletta?„
Divenute rivali in segreto dinnanzi all'offerta ingannevole della vita
apparente le tre sorelle componevano la loro attitudine secondo il ritmo
interiore della lor bellezza nativa già dal tempo minacciata, che forse
soltanto in quel giorno esse avevano compreso nel suo senso verace, come
l'infermo ode il suono insolito del sangue riempire l'orecchio premuto
su l'origliere e comprende per la prima volta la musica portentosa che
regge la sua sostanza peritura.
Ma forse quel ritmo in loro non aveva parole.
Sembra, tuttavia, che in me oggi sorgano distinte le parole di quel
ritmo secondando le pure linee delle imagini ideali.
“Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire„ dice Massimilla
silenziosamente, seduta sul sedile di pietra, con le dita delle mani
insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco, “Io non ho il
potere di comunicare la felicità, ma nessuna creatura viva e nessuna
cosa inanimata potrebbe, come la mia persona tutta quanta, divenire il
possesso perfetto e perpetuo di un dominatore.
Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire. Mi divora un desiderio
inestinguibile di donarmi tutta quanta, di appartenere ad un essere più
alto e più forte, di dissolvermi nella sua volontà, di ardere come un
olocausto nel fuoco della sua anima immensa. Invidio le cose tenui che
si perdono, inghiottite da un gorgo o trascinate da un turbine; e guardo
sovente e a lungo le gocce che cadono nel gran bacino svegliandovi
appena un sorriso leggero.
Quando un profumo m'involge e vanisce, quando un suono mi tocca e si
dilegua, talvolta io mi sento impallidire e quasi venir meno,
sembrandomi che l'aroma e l'accordo della mia vita tendano a quella
medesima evanescenza. Pure talvolta la mia piccola anima è stretta
dentro di me come un nodo. Chi la scioglie e l'assorbe?
Ahi me, forse io non saprei consolare la sua tristezza; ma il mio volto
ansioso e muto si volgerebbe sempre verso di lui spiando le speranze
rinascenti nel suo segreto cuore. Forse non saprei spargere sul suo
silenzio le sillabe rare, semi dell'anima, che in un attimo generano un
sogno smisurato; ma nessuna fede al mondo vincerebbe d'ardore la mia
fede nell'ascoltare pur quelle cose che debbono rimanere inaccessibili
al mio intelletto.
Io sono colei che ascolta, ammira e tace.
Fin dalla nascita la mia fronte porta tra i sopraccigli il segno
dell'attenzione.
Dalle statue assise e intente ho appreso l'immobilità di un'attitudine
armoniosa.
Posso tenere a lungo gli occhi aperti e fissi verso l'alto perchè le mie
palpebre sono lievi.
Nella forma delle mie labbra è la figura viva e visibile della parola
_Amen_.„
“Io soffro„ dice Anatolia “d'una virtù che dentro di me si consuma
inutilmente. La mia forza è l'ultimo sostegno d'una rovina solitaria,
mentre potrebbe guidar sicura dalle scaturigini alla foce un fiume colmo
di tutte le abondanze della vita.
Il mio cuore è infaticabile. Tutti i dolori della terra non
riescirebbero a stancare il suo palpito; la più fiera violenza della
gioia non l'infrangerebbe, come non l'estenua questa lunga e lentissima
pena. Un'immensa moltitudine di creature avide potrebbe abbeverarsi
nella sua tenerezza senza esaurirla.
Ah perchè dunque il destino mi costringe a quest'officio così angusto, a
questa pena così lenta? Perchè mi vieta l'alleanza sublime a cui il mio
cuore anela?
Io potrei assumere un'anima virile alla zona eccelsa, là dove il valore
dell'atto e lo splendore del sogno convergono in un medesimo apice; io
potrei estrarre dalla profondità della sua inconscienza le energie
occulte, ignorate come i metalli nelle vene della pietra bruta.
Il più dubitoso degli uomini ritroverebbe al mio fianco la sicurezza;
colui che smarrì la luce rivedrebbe in fondo al suo cammino il segnale
fermo; colui che fu percosso e mutilato ritornerebbe sano ed integro. Le
mie mani sanno avvolgere la benda intorno alle piaghe e strapparla di su
le palpebre oppresse. Quando io le tendo, il più puro sangue del mio
cuore affluisce all'estremità delle mie dita magneticamente.
Io posseggo i due doni supremi che amplificano l'esistenza e la
prolungano oltre l'illusione della morte. — Non ho paura di soffrire e
sento su i miei pensieri e su i miei atti l'impronta dell'eternità.
Per ciò mi agita questo desiderio di creare, di divenir per l'amore
colei che propaga e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai
Cieli. La mia sostanza potrebbe nutrire un germe sovrumano.
In sogno, io vegliai tutta una notte misteriosamente sul sonno di un
fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, io
reggeva nelle mie palme la sua anima tangibile come una sfera di
cristallo; e il mio petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.„
Dice Violante: “Io sono umiliata. Sentendo su la mia fronte pesare la
massa dei miei capelli, ho creduto di portare una corona; e i miei
pensieri sotto quel peso regale erano purpurei.
La memoria della mia infanzia è tutta accesa d'una visione di stragi e
d'incendii. I miei occhi puri videro correre il sangue; le mie narici
delicate sentirono l'odore dei cadaveri insepolti. Una regina giovine e
ardente, che aveva perduto il trono, mi sollevò nelle sue braccia prima
di partire per un esilio senza ritorno. Da tempo io ho dunque su la mia
anima lo splendore dei destini grandiosi e tristi.
In sogno, ho vissuto mille vite magnifiche, passando per tutte le
dominazioni sicura come chi ricalca un sentiere già cognito. Negli
aspetti delle cose più diverse ho saputo scoprire segrete analogie con
gli aspetti della mia forma, e per un'arte nascosta indicarle alla
meraviglia degli uomini; e assoggettare le ombre e le luci, come le
vesti e i gioielli, a comporre l'ornamento impreveduto e divino della
mia caducità.
I poeti vedevano in me la creatura speciosa, nelle cui linee visibili
era incluso il più alto mistero della Vita, il mistero della Bellezza
rivelata in carne mortale dopo intervalli secolari, a traverso
l'imperfezione di discendenze innumerevoli. E pensavano: — Ben è questa
la compiuta effigie dell'Idea che i popoli terrestri intuirono
confusamente fin dalle origini e gli artefici invocarono senza tregua
nei poemi, nelle sinfonie, nelle tele e nelle argille. Tutto in lei
esprime, tutto in lei è segno. Le sue linee parlano un linguaggio che
renderebbe simile a un dio colui che ne comprendesse la verità eterna; e
i suoi minimi moti producono nei confini del suo corpo una musica
infinita come quella dei cieli notturni.
Ma eccomi umiliata, priva dei miei regni! La fiamma del mio sangue
impallidisce e si estingue. Scomparirò, men venturosa delle statue che
testimoniavano la gioia della vita su le fronti delle città scomparse.
Mi dissolverò ignorata per sempre, mentre esse dureranno custodite nelle
tenebre umide con le radici dei fiori e un giorno dissepolte sembreranno
auguste come i doni della Terra all'anima estatica dei poeti genuflessi.
Ho sognato omai tutti i sogni, e i capelli mi pesano più di cento
corone. Stupefatta dai profumi, amo rimanere a lungo presso le fontane
che raccontano di continuo la medesima favola. A traverso le ciocche
dense che mi coprono gli orecchi, odo come in lontananza scorrere
indefinitamente il tempo nella monotonia delle acque.„
Così parlano in me le tre principesse mentre le evoco aspettanti
nell'ora irrevocabile. Forse così, credendo che un messaggere della Vita
s'affacciasse ai cancelli del chiuso giardino, ciascuna riconosceva la
sua virtù, emanava la sua seduzione, ravvivava la sua speranza,
esagitava il sogno ch'era per congelarsi. — Ora illuminata da una grande
e solenne poesia, lucentissima ora in cui emergevano e splendevano
dall'interno cielo dell'anima tutte le possibilità!
I.
_Non si può avere maggior signoria
che quella di sè medesimo._
LEONARDO DA VINCI.
_E se tu sarai solo, tu sarai tutto
tuo._
LO STESSO.
Domati i necessarii tumulti della prima giovinezza, battute le bramosie
troppo veementi e discordi, posto un argine all'irrompere confuso e
innumerevole delle sensazioni, nel momentaneo silenzio della mia
coscienza io aveva investigato se per avventura la vita potesse divenire
un esercizio diverso da quello consueto delle facoltà accomodative nel
variar continuo dei casi; ciò è: se la mia volontà potesse per via di
elezioni e di esclusioni trarre una sua nuova e decorosa opera dagli
elementi che la vita aveva in me medesimo accumulati.
Mi assicurai, dopo qualche esame, che la mia coscienza era giunta
all'arduo grado in cui è possibile comprendere questo troppo semplice
assioma: — Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del
pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi
ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo
e ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico
largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che
pensano e sentono a coloro che debbono lavorare. — E riconobbi quindi la
più alta delle mie ambizioni nel desiderio di portare un qualche
ornamento, di aggiungere un qualche valor nuovo a questo umano mondo che
in eterno s'accresce di bellezza e di dolore.
Messomi al conspetto della mia propria anima, io ripensai quel sogno che
più volte occorse a Socrate prendendo ciascuna volta una diversa figura
ma persuadendolo sempre al medesimo officio: — O Socrate, componi e
coltiva musica. — Allora appresi che l'officio dell'uomo nobile sia ben
quello di trovare studiosamente nel corso della sua vita una serie di
musiche le quali, pur essendo varie, sieno rette da un sol motivo
dominante ed abbiano l'impronta d'un solo stile. Onde mi parve che da
quell'Antico — eccellentissimo nell'arte di elevare l'anima umana
all'estremo grado del suo vigore — potesse anche oggi discendere un
grande ed efficace insegnamento.
Scrutinando sè medesimo e i suoi prossimi, colui aveva scoperto i pregi
inestimabili che conferisce alla vita una disciplina assidua e intenta
sempre in uno scopo certo. La sua somma saggezza mi sembra risplendere
in questo: ch'egli non collocò il suo Ideale fuori della sua pratica
quotidiana, fuori delle realità necessarie, ma ne formò il centro vivo
della sua sostanza e ne dedusse le proprie leggi e secondo quelle si
svolse ritmicamente negli anni, esercitando con tranquilla fierezza i
diritti che quelle gli consentivano, separando — egli cittadino d'Atene,
e sotto la tirannide dei Trenta e sotto la tirannide plebea — separando
per deliberato proposito la sua esistenza morale da quella della Città.
Egli volle e seppe conservarsi a sè medesimo fino alla morte. “Io non
obbedisco se non all'Iddio„ voleva significare “Io non obbedisco se non
alle leggi di quello stile a cui, per attuare un mio concetto di ordine
e di bellezza, ho assoggettato la mia natura libera.„
Egli con mano ferma, artefice assai più raro di Apelle e di Protogene,
riuscì a descrivere per una linea continua l'imagine integra di sè
medesimo. E la sublime letizia nell'ultima sera non gli veniva dalla
speranza di quell'altra vita ch'egli aveva rappresentata nel discorso,
ma sì bene dalla visione di quella sua propria imagine che s'integrava
con la morte.
Ah perchè non rivive oggi in qualche terra latina il Maestro che sapeva
con un'arte così profonda e così nascosta risvegliare ed eccitare tutte
le energie dell'intelletto e dell'animo in quanti gli s'accostavano per
ascoltarlo?
Una strana malinconia mi occupava, nell'adolescenza, alla lettura dei
Dialoghi, quando volevo raffigurarmi quel cerchio di discepoli avidi e
inquieti intorno a lui. Ammiravo i più belli, ornati di più nitide
eleganze, su i quali i suoi occhi rotondi e sporgenti — quei suoi occhi
_nuovi_, in cui era una vista _propria a lui solo_ — si posavano più
spesso. Si prolungavano nella mia imaginazione le avventure dei
forestieri venutigli di lontano come quel trace Antistene che faceva
quaranta stadii al giorno per udirlo e come quell'Euclide che — avendo
gli Ateniesi fatto divieto d'entrare in Atene ai cittadini di Megara e
decretato per i trasgressori l'ultima pena — si vestiva di abiti
muliebri, e così vestito e velato esciva dalla sua città in sul vespro,
compiva un lungo cammino per trovarsi presente ai colloquii del Saggio,
quindi all'alba riprendeva la sua via sotto la stessa larva pieno il
petto di un entusiasmo inestinguibile. E mi commoveva la sorte di quel
giovinetto elèo Fedone bellissimo che, fatto prigioniero di guerra nella
sua patria e venduto a un tenitor di postriboli, dal luogo di vergogna
erasene fuggito a Socrate, e aveva ottenuto per opera di lui il riscatto
e partecipato alle feste del puro pensiero.
Pareva a me veramente che quel gioviale maestro vincesse di generosità
il Nazareno. Forse l'Ebreo, se i suoi nemici non l'avessero ucciso nel
fiore degli anni, avrebbe scosso alfine il peso delle sue tristezze e
ritrovato un sapor nuovo nei frutti maturi della sua Galilea e indicato
al suo stuolo un altro Bene. Il Greco aveva sempre amata la vita, e
l'amava, ed insegnava ad amarla. Profeta e divinatore quasi infallibile,
egli accoglieva tutte le anime in cui il suo sguardo profondo scoprisse
una forza, ed in ciascuna sviluppava ed esaltava quella forza nativa;
cosicchè tutte, investite dalla sua fiamma, si rivelavano nella lor
diversità possenti. Il suo più alto pregio era in quell'effetto di cui
l'accusavano i nemici: che dalla sua scuola — dove convenivano l'onesto
Critone e Platone uranio e il delirante Apollodoro e quel gentil Teeteto
simile a un rivo d'olio fluente senza strepito — escissero il molle
cirenaico Aristippo e Critia, il più violento dei Trenta Tiranni, e
l'altro tiranno Caricle, e il meraviglioso violator di leggi Alcibiade
che non conobbe limiti alla sua licenza meditata. “Il cuor mi balza
assai più che ai coribanti, quando io odo i discorsi di costui„ diceva
il figliuolo di Clinia, leggiadra fiera coronata di edera e di violette,
tessendo il più fulgido elogio con cui siasi mai deificato in terra un
uomo, alla fine di un convito che dalla bocca del Sileno aveva raccolto
la grande iniziazione di Diotima.
Or quali energie avrebbe stimolate in me un tal maestro? Quali musiche
mi avrebbe condotto a trovare?
Primieramente mi avrebbe cattivato l'animo per quella eletta facoltà
ch'egli possedeva di sentire anche il fascino della bellezza caduca e di
distinguere con una qualche misura i piaceri comuni e di riconoscere il
pregio che l'idea della morte conferisce alla grazia delle cose terrene.
Puro ed austero quant'altri mai nell'atto dello speculare, egli
possedeva tuttavia sensi così squisiti che potevan essere quasi direi
gli artefici eleganti delle sue sensazioni.
Non v'era nei banchetti — secondo Alcibiade ottimo giudice — alcuno che
sapesse goderne com'egli sapeva. Sul principio del Simposio di Senofonte
egli contempla con gli altri in lungo silenzio la perfetta bellezza di
Autolico, quasi riconoscendo una presenza sovrumana. Con sottil gusto
discorre, in séguito, dei profumi e della danza e del bere non senza
ornare il discorso d'imagini vivide, come un saggio e come un poeta.
Gareggiando quivi di venustà con Critobulo per gioco, esce in queste
parole carnali: “Poichè ho le labbra tumide non credi tu che io abbia
anche il bacio più molle del tuo?„ Al Siracusano, che dà quivi
spettacoli con una sua auleda e con una danzatrice mirifica e con un
fanciullo ceteratore, consiglia di non più costringere quei tre giovini
corpi a sforzi crudi e a prodigi perigliosi i quali non dànno piacere,
ma di lasciare che la lor puerile freschezza secondando il suono del
flauto prenda le attitudini proprie delle Grazie, delle Ore e delle
Ninfe nelle insigni pitture. Così al disordine che stupisce egli oppone
l'ordine che diletta, rivelandosi anche una volta cultore di musica e
maestro di stile.
Ma il suo ultimo gesto verso una cosa bella vivente amata e frale fu ben
quel che più a dentro mi commosse nel tempo lontano e ancor mi commuove;
perocché la mia anima talvolta ami allentare la sua tensione nelle
malinconie voluttuose e nelle appassionate perplessità che può produrre
in una vita ornata di nobili eleganze il sentimento del continuo
trasmutare, del continuo trapassare, del continuo perire.
Nel dialogo dell'ultima sera non tanto mi conturba quel punto in cui
Critone per incarico di chi deve propinar la cicuta interrompe il
discorso del morituro ammonendolo di non riscaldarsi se vuol che il
veleno abbia rapida efficacia e l'impavido ne sorride e va innanzi
nell'indagine; né tanto mi è dolce quella musicale similitudine dei
cigni indovini e del lor canoro giubilo; né tanto mi stupiscono i
momenti estremi in cui l'uomo compie con brevi atti e con brevi detti la
sua perfezione sì lucidamente e, come quell'artefice il quale abbia dato
alla sua opera l'ultimo tocco, contento riguarda alfine la sua propria
imagine — miracolo di stile — che rimarrà immortale in terra; quanto mi
rapisce l'impreveduta pausa che segue i dubbii opposti da Cebete e da
Simmia alla certezza manifestata dal maestro eloquente.
Profonda pausa fu quella, in cui tutte le anime a un tratto cieche si
profondarono come in un abisso, spentosi a un tratto il raggio di foco
appuntato verso il Mistero da colui che stava per entrarvi.
Indovinò il maestro la tristezza di quell'oscurazione subitanea ne' suoi
fedeli; e le ali della sua idea per poco si ripiegarono. La realità gli
si ripresentò nei sensi e lo ritenne anche per poco nel campo del finito
e del percettibile. Egli sentì il tempo scorrere, la vita fluire. Forse
i suoi orecchi raccolsero qualche romore della città magnifica, le sue
nari aspirarono forse il profumo della nuova estate sopravveniente, come
i suoi occhi si posarono sul bel Fedone chiomato.
Poiché era seduto sul letto e accanto a lui sopra uno sgabello basso era
Fedone, pose egli la mano sul capo del discepolo e gli accarezzò e gli
premette i capelli sul collo, avendo già consuetudine di scherzare così
con le dita in quella ricca selva giovenile. Non parlava ancora, tanto
la sua commozione doveva essere intensa e rigata di delizia. Per mezzo
di quella cosa bella vivente e caduca egli comunicava anche una volta
con la vita terrena in cui aveva compiuto la sua perfezione, in cui
aveva effettuato il suo ideale di virtù; e sentiva forse che nulla eravi
oltre, che la sua esistenza finita bastava a sè stessa, che il
prolungamento nell'eterno non era se non una parvenza — simile all'alone
di un astro — prodotta dallo splendore straordinario della sua umanità.
Non mai la capellatura del giovinetto d'Elide aveva avuto per lui un
pregio tanto sublime. Egli ne godeva per l'ultima volta, dovendo morire;
e anche sapeva che al dimane in segno di lutto sarebbe stata recisa.
Disse alfine — e i suoi discepoli non gli avevano mai conosciuto nella
voce un tal suono — disse: “Domani, o Fedone, tu te le taglierai queste
belle chiome.„ E il chiomato: “Sembra, o Socrate.„
Questo sentimento — che súbito assunsi ed esaltai in me medesimo
leggendo per la prima volta l'episodio nel dialogo platonico — mi
divenne in séguito per via di analogie tanto complesso, e tanto l'ebbi
familiare, ch'io ne feci il tema aperto o dissimulato delle musiche alle
quali volli attendere.
Così l'Antico m'insegnò la commemorazione della morte in un modo
consentaneo alla mia natura, affinchè io trovassi un pregio più raro e
un significato più grave nelle cose a me prossime. E m'insegnò a
ricercare e discoprire nella mia natura le virtù sincere come i sinceri
difetti per disporre le une e gli altri secondo un disegno premeditato,
per dare a questi con pazienti cure un'apparenza decorosa, per sollevar
quelle verso la perfezione somma. E m'insegnò ad escludere tutto ciò che
fosse difforme alla mia idea regolatrice, tutto ciò che potesse alterare
le linee della mia imagine, rallentare o interrompere lo sviluppo
ritmico del mio pensiero. E m'insegnò a riconoscere con sicuro intuito
quelle anime su cui esercitare il beneficio e il predominio o da cui
ottenere una qualche straordinaria rivelazione. E anche mi comunicò in
fine la sua fede nel demònico; il quale non era se non la potenza
misteriosamente significativa dello Stile non violabile da alcuno e
neppur da lui medesimo nella sua persona mai.
Pieno di tale ammaestramento e solitario, io mi posi all'opera con la
speranza di riuscire a determinar per un contorno preciso e forte quella
effigie di me alla cui attualità avevan concorso tante cause remote,
operanti da tempo immemorabile a traverso un'infinita serie di
generazioni. La virtù di stirpe, quella che nella patria di Socrate
nomavasi _eugenéia_, mi si rivelava più gagliardamente come più fiero
diveniva il rigore della mia disciplina; e mi cresceva l'orgoglio
insieme con la contentezza, poiché pensavo che troppe altre anime sotto
la prova di quel fuoco avrebbero rivelato o prima o poi la loro essenza
volgare. Ma talvolta dalle radici stesse della mia sostanza — là dove
dorme l'anima indistruttibile degli avi — sorgevano all'improvviso getti
di energia così veementi e diritti ch'io pur mi rattristavo riconoscendo
la loro inutilità in un'epoca in cui la vita publica non è se non uno
spettacolo miserabile di bassezza e di disonore. “Certo, è meraviglioso„
mi diceva il demònico “che queste antiche forze barbare si sieno
conservate in te con tanta freschezza. Esse sono ancor belle, se bene
importune. In un altro tempo ti varrebbero a riprendere quell'officio
che si conviene ai tuoi pari; ciò è l'officio di colui che indica una
mèta certa e guida i seguaci a quella. Poiché un tal giorno sembra
lontano, tu cerca per ora, condensandole, di trasformarle in viva
poesia.„
Assai lontano, in verità, appariva il giorno; poichè l'arroganza delle
plebi non era tanto grande quanto la viltà di coloro che la tolleravano
o la secondavano. Vivendo in Roma, io era testimonio delle più
ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano
disonorato un luogo sacro. Come nel chiuso d'una foresta infame, i
malfattori si adunavano entro la cerchia fatale della città divina dove
pareva non potesse novellamente levarsi tra gli smisurati fantasmi
d'imperio se non una qualche magnifica dominazione armata d'un pensiero
più fulgido di tutte le memorie. Come un rigurgito di cloache l'onda
delle basse cupidige invadeva le piazze e i trivii, sempre più putrida e
più gonfia, senza che mai l'attraversasse la fiamma di un'ambizione
perversa ma titanica, senza che mai vi scoppiasse almeno il lampo d'un
bel delitto. La cupola solitaria nella sua lontananza transtiberina,
abitata da un'anima senile ma ferma nella consapevolezza de' suoi scopi,
era pur sempre il massimo segno, contrapposta a un'altra dimora
inutilmente eccelsa dove un re di stirpe guerriera dava esempio mirabile
di pazienza adempiendo l'officio umile e stucchevole assegnatogli per
decreto fatto dalla plebe.
Una sera di settembre, su quell'acropoli quirina custodita dai Tindaridi
gemelli, mentre una folla compatta commemorava con urli bestiali una
conquista di cui non conosceva l'immensità spaventosa (Roma era
terribile come un cratere, sotto una muta conflagrazione di nubi), io
pensai: “Qual sogno potrebbero esaltare nel gran cuore d'un Re questi
incendii del cielo latino! Tale che sotto il suo peso i cavalli
giganteschi di Prassitele si piegherebbero come festuche.... Ah chi
saprà mai abbracciare e fecondare la Madre col suo pensiero
oltrapossente? A lei sola — al suo grembo di sasso che fu nei secoli
l'origliere della Morte — a lei sola è dato generar tanta vita che se ne
impregni il mondo un'altra volta.„
E io vedevo, nella mia imaginazione, dietro le vetrate fiammeggianti del
balcone regale, una fronte pallida e contratta su cui, come su quella
del Còrso, era inciso il segno d'un destino sovrumano.
Ma che valeva quel torbido bollore di passioni servili, considerato a
traverso il silenzio da cui Roma è circonfusa per nove giri come da un
fiume tartareo? Mi consolava d'ogni disgusto lo spettacolo sublime
dell'Agro seminato delle più grandi cose morte, onde non sorge mai altro
che fili d'erba, germi di febbre e formidabili pensieri. “Si agita
dentro le mura urbane una gente nuova? Fra poco il vento mi porterà un
po' di cenere. La mia sterilità è fatta di ceneri sovrapposte, preziose
o vili. E non è anche escito dalla montagna il ferro per l'aratro che
dovrà solcarmi.„ Tanto mi significava il sepolcro delle nazioni.
Tuttavia, se lo spettacolo di quel deserto vorace è un sinistro
ammonimento per un popolo vano, esso è per il solitario l'inspiratore
delle più sfrenate ebrezze che possano trascinare un'anima. Fuma dalle
fenditure di quel suolo un vapor febrile che opera sul sangue di certi
uomini come un filtro, producendo una specie di demenza eroica dissimile
ad ogni altra.
D'una tal demenza si sentivano invasi, io penso, i giovinetti delle
bande garibaldine quando entravano nell'Agro. Essi d'un tratto si
trasfiguravano, a un fuoco che li ardeva come sarmenti. E in taluno
quella febbre magnificava l'intimo sogno così ch'egli cessava di far
parte d'una torma compatta e unanime, per assumere una sua persona
propria, un aspetto di combattente singolare, sacro a una gesta che gli
pareva novissima. Bello e nobile di stirpe come un vergine eroe del
tempo d'Ajace, taluno cadendo parve rinnovare in sè il tipo delle
antiche idealità guerriere ma accresciuto d'un ardore senza esempio, che
non gli veniva se non dal premere quel suolo.
Gli invidiai l'evento favorevole, che a me mancava. Più volte, dopo una
meditazione esaltante, divorato da un furioso bisogno di prove, lanciai
il mio cavallo contro una troppo alta maceria e, superando il pericolo
inutile, sentii che sempre e dovunque avrei saputo morire.
Ricordo, come uno dei periodi più intensi nella mia vita, un autunno
trascorso in quotidiana comunione col deserto laziale.
Su quel teatro, ove dinnanzi agli occhi della mia mente si svolgeva un
dramma di stirpi, passavano le vicende dei nuvoli rappresentate da
grandi ombre mutabili comentando le mie finzioni interiori. Talvolta il
silenzio si faceva così cupo e l'odore della morte su dalle gramigne
putride mi ventava in viso così soffocante che io per istinto aderivo
più forte al mio cavallo, quasi volendo riconoscermi vitale dalla sua
vitalità impetuosa. Si lanciava allungandosi come un felino la bella
bestia possente e pareva comunicarmi la fiamma inestinguibile che ardeva
nel suo sangue puro. Allora, per qualche minuto, m'occupava l'ebrezza.
Sviluppando l'impeto della corsa e del pensiero in una linea parallela
alle gigantesche vertebre degli acquedotti, verso l'orizzonte ingombro,
io sentivo nascere e dilatarsi in me un fervore indescrivibile, misto di
orgasmo fisico, di orgoglio intellettuale, di speranze confuse; e
secondava e moltiplicava le mie energie la presenza di quelle opere
d'uomini, di quei superstiti testimonii umani su la totale morte, di
quei terribili archi rossastri che cavalcano da secoli in una catena
invitta contro la minaccia del cielo.
Solo, senza consanguinei prossimi, senz'alcun legame comune,
indipendente da ogni potestà familiare, padrone assoluto di me e del mio
bene, io aveva allora profondissimo in quella solitudine — come in
nessun altro tempo e in nessun altro luogo — il sentimento della mia
progressiva e volontaria individuazione verso un ideal tipo latino. Io
sentiva accrescersi e determinarsi il mio essere nei suoi caratteri
proprii, nelle sue particolarità distinte, di giorno in giorno, sotto
l'assiduo sforzo del meditare, dell'affermare e dell'escludere.
L'aspetto della campagna, così preciso e sobrio nella sua membratura e
nel suo colore, m'era di continuo esempio e di continuo stimolo, avendo
pel mio intelletto l'efficacia di un insegnamento sentenziale. Ciascuno
sviluppo di linee, in fatti, s'inscriveva sul cielo col significato
sommario di una sentenza incisiva e con l'impronta costante di un unico
stile.
Ma la virtù mirabile d'un tale insegnamento era in questo: che, mentre
mi portava a conseguire nella mia vita interiore l'esattezza di un
disegno studiato, non inaridiva le fonti spontanee della commozione e
del sogno, anzi le eccitava a un'attività più alta. D'improvviso un solo
pensiero mi diveniva così intenso e così ardente che m'appassionava sino
al delirio, come una speciosa forma creata da un prestigio; e tutto il
mio mondo n'era sparso d'ombre e di luci nuove. Un getto di poesia
erompeva dall'intimo empiendomi l'anima di musica e di freschezza
ineffabili; e i desiderii e le speranze s'alzavano con un felice ardire.
— Così talvolta su l'Agro il tramonto d'autunno versava la lava
impalpabile delle sue eruzioni: lunghe correnti sulfuree solcavano il
piano ineguale; le bassure s'empivano di tenebra, simili a voragini
allora aperte; gli acquedotti s'incendiavano dalle basi ai fastigi;
tutta la landa pareva tornata alle sue origini vulcaniche nell'alba dei
tempi. — Così talvolta su dall'erba molle disfavillante al mattino le
allodole si partivano subitamente cantando con un'ascensione
vertiginosa, come spiriti di gioia in alto in alto rapiti nel più puro
azzurro, invisibili ad occhi umani, e su la mia anima attonita la cupola
del cielo echeggiava tutta quanta della loro ebrezza canora.
Quella solitudine poteva dunque dare, più d'ogni altra, il grado di
follia e il grado di lucidità necessarii a un asceta ambizioso: a un
asceta il quale, rinnovellando il senso originario della parola austera,
volesse come gli antichi agonisti prepararsi con rigida disciplina alle
lotte e alle dominazioni terrene.
“Quale ardua colonna, quale igneo deserto, qual cima inaccessa, qual
caverna senza fondo, quale stagno febrifero, qual più ermo più nudo e
più tragico luogo può vincer questo nella virtù di accendere la
scintilla sacra della follia in colui che si creda destinato a incidere
su nuove tavole nuove leggi per l'anima religiosa dei popoli?„ io
pensava, mentre i presentimenti delle forme increate sorgevano in me
favorite da quel silenzio medesimo in cui si adunavano tante forme
estinte di nostra umanità. “Qui tutto è morto, ma tutto può rivivere
all'improvviso in uno spirito che abbia una dismisura e un calore
bastevoli a compiere il prodigio. Come imaginare la grandezza e la
terribilità d'una tal resurrezione? Colui il quale potesse contenerla
nella sua coscienza parrebbe a sè medesimo e agli altri invasato da una
forza misteriosa e incalcolabile, assai maggiore di quella che assaliva
la Pitia antica. Per la sua bocca non parlerebbe il furor d'un dio
presente nel tripode, ma sì bene il genio stesso delle stirpi custode
funereo d'innumerevoli destini già compiuti. Il suo oracolo non sarebbe
uno spiraglio dischiuso verso un mondo soprasensibile ma l'ammonimento
di tutte le saggezze umane mescolato al soffio della Terra, di questa
prima vaticinatrice secondo il verbo di Eschilo. E un'altra volta le
moltitudini si chinerebbero d'avanti all'apparenza divina della sua
follia, non come in Delfo per sollecitare le oscure sentenze del dio
obliquo, ma per ricevere il lucido responso della vita anteriore, quel
responso che non diede il Nazareno. Troppo era ignaro costui e troppo
era petroso il deserto ch'egli scelse per trovarvi la sua rivelazione,
laggiù sotto le montagne della Giudea, alla riva occidentale del Mar
Morto: luogo di rupi e d'abissi, privo d'ogni vestigio, cieco d'ogni
pensiero. Non temeva gli sciacalli famelici il giovine solitario ma
temeva i pensieri. La sua mano scarna sapeva mansuefare le bestie
selvagge; ma qualche pensiero, se ardente e dominatore come quelli che
errano nel deserto laziale, lo avrebbe divorato. Quando l'angelo malo lo
spinse alla vetta della montagna e gli additò le contrade fertili
sottoposte e gli indicò la direzione dei varii regni del mondo e le
correnti profonde e vorticose del desiderio umano, egli chiuse le
palpebre: non volle vedere, non volle sapere. Ma il Rivelatore deve
estendere oltre ogni limite l'orizzonte della sua coscienza abbracciando
e i giorni e gli anni e i secoli e i millennii perchè la sua verità,
emanante dalla somma della vita vissuta dagli uomini fino all'ora
presente, sembri un foco in cui possano raccogliersi armonizzarsi e
moltiplicarsi le energie ascensionali del più gran numero di generazioni
per proseguire più dirittamente e più concordemente verso idealità
sempre più pure.„
Anche m'accompagnava talvolta il fantasma di colui che un giorno
credette di aver creato il nuovo Re di Roma. “Mancò„ pensavo “mancò
anche a questo sovrammirabile suscitatore di volontà eroiche e allegro
vendemmiatore di sangue giovenile un esercizio ascetico sul sepolcro
delle nazioni. S'egli avesse potuto per poco torcere il suo spirito
dalle cose che l'incalzavano e inclinarlo verso le cose immobili,
avrebbe forse scoperta un'idea più grande della sua persona mortale e
l'avrebbe eletta regolatrice della sua gesta; e il suo latin sogno
d'imperio si sarebbe addensato e fatto grave e tenace così che la forza
degli eventi ed egli medesimo non avrebbero potuto dissiparlo e
distruggerlo per sempre come fecero. Ma la sua idea, troppo legata alla
sua vita cotidiana, troppo umana, doveva morire con lui. Egli non potè
conoscere il segreto per cui l'uomo prolunga nel tempo l'efficacia
dell'atto. Veementi quant'altri mai erano gli impulsi che partivano
dall'uomo, ma breve e malcerto era il loro propagarsi perchè essi
avevano origine in un centro di potenze spontanee non sottoposte a
nessun concetto superiormente formato da un ordine severo di
meditazioni. La sua opera non fu quindi superiore a lui stesso e non
durò se non quanto può durare una strage. I vecchi oracoli regolarono il
suo destino. Il responso pronunciato dalla Pitia intorno alle sorti di
Corinto potè, dopo millennii, valere anche per lui: — _Un'aquila ha
concepito posando sopra una rupe; e partorirà un fierissimo leone,
cupido di carne umana, e che opererà molta strage._ — Egli non fece se
non obbedire a questo fato, come il tirannello Cipselo. E il Re di Roma
si dileguò come un filo di fumo, vanissimamente.„
Di tal colore erano i pensieri che mi suscitava l'aspetto di un luogo il
qual fu — secondo il verbo di Dante — dalla stessa natura disposto
all'universale imperio: _ad universaliter principandum._ E, mentre mi
tornavano alla memoria gli argomenti danteschi a dimostrare il buon
diritto della dominazione romana, occupava la cima del mio intelletto
quella sentenza che nella sua forma esatta e rigida i popoli latini, se
volenterosi di rinascere, dovrebbero adottare a norma dei loro istituti
di vita: — MAXIME NOBILI, MAXIME PRÆESSE CONVENIT; al massime nobile si
conviene massime essere preposto.
E io pensava, accompagnato dal grande e tirannico spirito: “O venerando
padre di nostro eloquio, tu avevi fede nella necessità delle gerarchie e
delle differenze tra gli uomini; tu credevi alla superiorità della virtù
trasferita per ragione ereditaria nel sangue; fermamente credevi a una
virtù di stirpe la qual potesse per gradi, d'elezione in elezione,
elevar l'uomo al più alto splendore di sua bellezza morale. Esponendo la
genealogia di Enea, tu vedesti nel “concorso del sangue„ una certa
predestinazion divina. Ora, per qual misterioso concorso di sangui, da
qual vasta esperienza di culture, in qual propizio accordo di
circostanze sorgerà il nuovo Re di Roma? _Natura ordinatus ad
imperandum_, dalla natura ordinato a imperare, ma dissimile ad ogni
altro monarca, egli non verrà a riconfermare o a rialzare i valori che
da troppo tempo i popoli — sotto l'influsso delle varie dottrine —
soglion dare alle cose della vita; ma sì bene verrà ad abolirli o ad
invertirli. Conoscendo tutte le significazioni dei casi che compongono
la storia degli uomini e avendo penetrata l'essenza di tutte le volontà
sovrane che determinarono i maggiori moti, egli sarà capace di construir
compiutamente e di gittar verso l'avvenire quell'ideal ponte su cui
alfine le stirpi privilegiate potranno valicar l'abisso che oggi sembra
dividerle dal dominio ambito.„
E questa imagine di re, tra tutte le imagini espresse dal suolo sacro ed
entrate nella mia anima, mi era talvolta così visibile che quasi
parevami una forma creata; e ardentemente io la contemplavo, mentre sul
mio intelletto balenavano d'indescrivibile bellezza idee repentine e
s'oscuravano per non risplendere forse mai più.
Così la campagna di Roma col suo severo insegnamento mi confortava a
conseguire la mia piena virilità, ad affermare la mia sovranità
interiore, a disegnare con man ferma quella “linea circonferenziale di
che si genera la bellezza umana„ secondo il verbo di Leonardo. E io mi
chiedeva, alla fine di ciascun giorno: “Di quali pensieri si è
accresciuto il mio tesoro? Quali nuove energie si sono sviluppate dalla
mia sostanza? Quali nuove possibilità ho intraveduto?„ E volevo che
ciascun giorno portasse l'impronta del mio stile, si distinguesse per un
segno d'arte vigorosa, per un qualche fiero emblema di vittoria,
porgendomi la familiarità di Tucidide l'esempio di que' suoi strateghi
che costantemente fanno una bella e precisa concione, combattono poi con
tutte le forze ed in ultimo elevano sul campo un trofeo.
— _Cui bono?_ — ripeteva intanto da lungi e da presso uno stuolo
crepuscolare con voci non dissimili a quelle degli eunuchi. — Quale è il
senso, quale è il pregio della vita? Perchè vivere? Perchè affaticarsi?
Tutti gli sforzi sono inutili, tutto è vanità e dolore. Noi dobbiamo
uccidere le nostre passioni l'una dopo l'altra e intendere ad estirpar
dalle radici la speranza e il desiderio che sono la causa della vita. La
rinuncia, la piena inconscienza, il dissolvimento di tutti i sogni,
l'annientamento assoluto: — ecco la liberazione finale!
Era una misera gente affetta di lebbra quella che iterava il lagno
stucchevole. Gli antichi Persiani, come narra il freschissimo Erodoto,
arrecavano a falli commessi _contro il Sole_ la turpe infermità. E
quella gente servile aveva, in fatti, offeso il Sole.
Una parte di essa, sperando di mondarsi, si immergeva in grandi lavacri
di pietà e vi si mollificava e distemperava con molta compunzione. Ma lo
spettacolo non era men disgustoso.
Volgevo gli occhi e tendevo gli orecchi altrove; e una superba
allegrezza mi agitava allora i precordii, poiché i miei occhi non velati
di lacrime vedevano tutte le linee e tutti i colori, poiché i miei
orecchi sani e vigili udivano tutti i suoni e tutti i ritmi, poiché il
mio spirito poteva senza limiti gioire delle apparenze fugaci e sapeva
coltivare in sè ben altre melancolie e trovare il più amabile pregio
della vita appunto nella rapidità delle sue metamorfosi e nella densità
dei suoi misteri. “O molteplice Bellezza del Mondo„ io pregava allora
“non a te soltanto sale la mia lode; non a te soltanto, ma anche ai miei
maggiori, ma anche a quelli che seppero gioire di te nei secoli remoti e
mi trasmisero il loro fervido e ricco sangue. Lodati sieno ora e sempre
per le belle ferite che apersero, per i belli incendii che suscitarono,
per le belle tazze che votarono, per le belle vesti che vestirono, per i
bei palafreni che blandirono, per le belle femmine che godettero, per
tutte le loro stragi, le loro ebrezze, le loro magnificenze e le loro
lussurie sieno lodati; perchè così mi formarono essi questi sensi in cui
tu puoi vastamente e profondamente specchiarti, o Bellezza del Mondo,
come in cinque vasti e profondi mari!„
Chiedevano intanto i poeti, scoraggiati e smarriti, dopo aver esausta la
dovizia delle rime nell'evocare imagini d'altri tempi, nel piangere le
loro illusioni morte e nel numerare i colori delle foglie caduche;
chiedevano, alcuni con ironia, altri pur senza: “Qual può essere oggi il
nostro officio? Dobbiamo noi esaltare in senarii doppii il suffragio
universale? Dobbiamo noi affrettar con l'ansia dei decasillabi la caduta
dei re, l'avvento delle repubbliche, l'accesso delle plebi al potere?
Non è in Roma, come già fu in Atene, un qualche demagogo Cleofonte
fabbricante di lire? Noi potremmo, per modesta mercede, con i suoi
stessi strumenti accordati da lui, persuadere gli increduli che nel
gregge è la forza, il diritto, il pensiero, la saggezza, la luce....„
Ma nessuno tra loro, più generoso e più ardente, si levava a rispondere:
“Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. Difendete il
sogno che è in voi! Poichè oggi non più i mortali tributano onore e
riverenza ai cantori alunni della Musa che li predilige, come diceva
Odisseo, difendetevi con tutte le armi, e pur con le beffe se queste
valgano meglio delle invettive. Attendete ad inacerbire con i più acri
veleni le punte del vostro scherno. Fate che i vostri sarcasmi abbiano
tal virtù corrosiva che giungano sino alla midolla e la distruggano.
Bollate voi sino all'osso le stupide fronti di coloro che vorrebbero
mettere su ciascuna anima un marchio esatto come su un utensile sociale
e fare le teste umane tutte simili come le teste dei chiodi sotto la
percussione dei chiodajuoli. Le vostre risa frenetiche salgano fino al
cielo, quando udite gli stallieri della Gran Bestia vociferare
nell'assemblea. Proclamate e dimostrate per la gloria dell'Intelligenza
che le loro dicerie non sono men basse di quei suoni sconci con cui il
villano manda fuori per la bocca il vento dal suo stomaco rimpinzato di
legumi. Proclamate e dimostrate che le loro mani, a cui il vostro padre
Dante darebbe l'epiteto medesimo ch'egli diede alle unghie di Taide,
sono atte a raccattar lo stabbio ma non degne di levarsi per sancire una
legge nell'assemblea. Difendete il Pensiero ch'essi minacciano, la
Bellezza ch'essi oltraggiano! Verrà un giorno in cui essi tenteranno di
ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele. Difendete
l'antica liberale opera dei vostri maestri e quella futura dei vostri
discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi. Non disperate,
essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del
mondo: il Verbo. Un ordine di parole può vincere d'efficacia micidiale
una formula chimica. Opponete risolutamente la distruzione alla
distruzione!„
E i patrizii, spogliati d'autorità in nome dell'uguaglianza, considerati
come ombre d'un mondo scomparso per sempre, infedeli i più alla loro
stirpe e ignari o immemori delle arti di dominio professate dai loro
avi, anche chiedevano: “Qual può essere oggi il nostro officio? Dobbiamo
noi ingannare il tempo e noi stessi cercando di alimentare tra le
memorie appassite qualche gracile speranza, sotto le volte istoriate di
sanguigna mitologia, troppo ampie pel nostro diminuito respiro? O
dobbiamo noi riconoscere il gran dogma dell'Ottantanove, aprire i
portici dei nostri cortili all'aura popolare, coronar di lumi i nostri
balconi di travertino nelle feste dello Stato, diventar soci dei
banchieri ebrei, esercitar la nostra piccola parte di sovranità
riempiendo la scheda del voto coi nomi dei nostri mezzani, dei nostri
sarti, dei nostri cappellai, dei nostri calzolai, dei nostri usurai e
dei nostri avvocati?„
Qualcuno tra loro — mal disposto alle rinunzie pacifiche, ai tedii
eleganti e alle sterili ironie — rispondeva: “Disciplinate voi stessi
come i vostri cavalli da corsa, aspettando l'evento. Apprendete il
metodo per affermare e afforzare la vostra persona come avete appreso
quello per vincere nell'ippòdromo. Costringete con la vostra volontà
alla linea retta e allo scopo fermo tutte le vostre energie, e pur le
vostre passioni più tumultuose e i vostri vizii più torbidi. Siate
convinti che l'essenza della persona supera in valore tutti gli
attributi accessorii e che la sovranità interiore è il principal segno
dell'aristòcrate. Non credete se non nella forza temprata dalla lunga
disciplina. La forza è la prima legge della natura, indistruttibile,
inabolibile. La disciplina è la superior virtù dell'uomo libero. Il
mondo non può essere constituito se non su la forza, tanto nei secoli di
civiltà quanto nelle epoche di barbarie. Se fossero distrutte da un
altro diluvio deucalionico tutte le razze terrestri e sorgessero nuove
generazioni dalle pietre, come nell'antica favola, gli uomini si
batterebbero tra loro appena espressi dalla Terra generatrice, finchè
uno, il più valido, non riuscisse ad imperar su gli altri. Aspettate
dunque e preparate l'evento. Per fortuna lo Stato eretto su le basi del
suffragio popolare e dell'uguaglianza, cementato dalla paura, non è
soltanto una costruzione ignobile ma è anche precaria. Lo Stato non deve
essere se non un instituto perfettamente adatto a favorire la graduale
elevazione d'una classe privilegiata verso un'ideal forma di esistenza.
Su l'uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia, voi
andrete dunque formando una oligarchia nuova, un nuovo reame della
forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a riprendere le redini per
domar le moltitudini a vostro profitto. Non vi sarà troppo difficile, in
vero, ricondurre il gregge all'obedienza. Le plebi restano sempre
schiave, avendo un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse
non avranno dentro di loro giammai, fino al termine dei secoli, il
sentimento della libertà. Non vi lasciate ingannare dalle loro
vociferazioni e dalle loro contorsioni sconce; ma ricordatevi sempre che
l'anima della Folla è in balia del Pánico. Vi converrà dunque,
all'occasione, provvedere fruste sibilanti, assumere un aspetto
imperioso, ingegnar qualche allegro stratagemma. Il polítropo Ulisse,
quando trascorreva il campo per ridurre tutti nel fòro, se imbattevasi
in qualche plebeo vociferante lo castigava con lo scettro, _taci_,
garrendo, _taci, tu codardo, tu imbelle e nei consigli nullo_. Il nobile
demagogo Alcibiade, perito quant'altri mai nel governo della Gran
Bestia, così dava principio a una sua concione per l'impresa di Sicilia:
— _A me, più che ad altri, si aspetta, o Ateniesi, il comando; e del
comando io mi stimo degno._ — Ma nessuno ammaestramento, in verità, è
più profondo e più per voi opportuno di quello offertovi da Erodoto sul
principio del libro di Melpomene. Eccolo. — Gli Sciti, rimasti
ventott'anni lungi dalla patria per aver tenuto l'imperio dell'Asia
superiore, dopo sì lungo intervallo volendo ad essa ritornare,
incontrarono un non minor travaglio di quello che avevan durato nella
guerra medica. Un grande esercito ostile lor precludeva l'accesso. E
tanto avveniva perchè le donne scitiche, prive per lungo tempo dei loro
uomini, ai servi s'erano abbandonate. E dai servi e dalle donne era
sorta una generazione di giovani; i quali, consapevoli della propria
origine, s'eran messi contro a coloro che tornavan dalla Media e
primieramente, ad impedire il passo, avevano praticato uno scavo e dai
monti taurici prolungatolo fino alla Palude Meotide, che molto è vasta.
Seguitarono poi a respingere con valide opere di difesa il tentato
assalto degli Sciti; e come questi ultimi dopo varii conflitti vedevano
di non potere in alcun modo avanzar con le armi, un d'essi appunto così
prese a dire: O Sciti, a che mai stiamo qui travagliando? Nel combattere
coi nostri servi noi ci assottigliamo per le continue morti, e se noi li
uccidiamo non facciam altro che scemare il numero dei nostri futuri
soggetti. Onde io penso che ci convenga smettere e le aste e i dardi e
che ognuno di noi debba imbrandir soltanto lo scudiscio del suo cavallo
e in tal modo affrontar quella gente. Perchè sino ad ora avendoci veduto
procedere in armi, essi al certo credettero di essere nostri eguali e
figli di eguali; ma, come avranno veduto che in vece d'armi noi
maneggiamo lo scudiscio, súbito sentiranno d'esser nostri servi; e, ben
persuasi del loro stato, non sapranno più resisterci. Il qual discorso
avendo udito gli Sciti, eseguirono il consiglio. E gli avversarii,
fieramente percossi dal nuovo fatto, cessarono dal combattere e si
diedero alla fuga. Questo pertanto è il modo onde gli Sciti riebbero la
patria. — O dominatori senza dominio, meditatelo!„
Forse nella mia solitudine laboriosa — se bene io non temessi nè
l'infermità nè la demenza nè la morte possedendo questa tutelare fiamma
di orgoglio di pensiero e di fede — forse talvolta la mia malinconia
celava in sè un verace bisogno di comunioni con il fraterno spirito non
incontrato ancóra o con un'adunanza di spiriti predisposti ad
appassionarsi sinceramente di ciò che mi appassionava. Un tal bisogno
parevami si rivelasse nel mio abito mentale di fermare le teorie delle
idee e delle imagini in una concreta forma oratoria o lirica, quasi a
riguardo d'un imaginario uditore. Caldi getti d'eloquenza e di poesia
m'inondavano all'improvviso, cosicchè all'anima traboccante il silenzio
talvolta era grave.
Per confortare la mia solitudine, allora pensai di dare una figura
corporea a quel demònico in cui, secondo il documento del mio primo
maestro, io aveva fede come nell'infallibile segno che mi conduceva
all'integrazione della mia effigie morale. Io pensai di commettere a una
bocca bella e imperiosa e colorita dal mio medesimo sangue l'officio di
ripetermi: — O tu, sii quale devi essere.
Tra le imagini dei miei maggiori una m'è sopra tutte le altre carissima,
e sacra come una icona votiva. È il più nobile e il più vivido fiore di
mia stirpe, rappresentato dal pennello di un artefice divino. È il
ritratto di Alessandro Cantelmo conte di Volturara, dipinto dal Vinci
tra l'anno 1493 e il '94 a Milano dove Alessandro aveva preso stanza con
una sua compagnia di gente d'arme, attratto dall'inaudita magnificenza
di quello Sforza che voleva fare della città lombarda _una nuova Atene_.
Nessuna cosa al mondo ha per me un egual pregio, e nessun tesoro mai fu
custodito con più appassionata gelosia. Io non mi stanco di ringraziar
la Fortuna che ha voluto far risplendere su la mia vita una tanto
insigne imagine e concedermi la voluttà incomparabile di un tanto
segreto. “Se tu possiedi una cosa bella, ricòrdati che ogni sguardo
altrui usurpa il tuo possesso. Il godimento della contemplazione
parteggiato è menomato: e tu rifiùtalo. Qualcuno, per non confondere il
suo sguardo con quello dello sconosciuto, non entrò nel museo publico.
Ora, se tu veramente possiedi una cosa bella, chiudila con sette porte e
coprila con sette velarii.„ E un velario copre la figura magnetica; ma
il suo sogno è così profondo, la sua fiamma è così possente che talvolta
il tessuto palpita alla veemenza del respiro.
Io diedi dunque al demònico la forma di questo genio familiare; e lo
sentii nella solitudine vivere d'una vita assai più intensa della mia.
Non aveva io dinnanzi a me, per il prodigio durevole d'uno fra i più
grandi rivelatori del mondo, non aveva io dinnanzi a me uno spirito
eroico escito dal mio stesso ceppo e costituito da tutti quei caratteri
distintivi della prosapia i quali io così acutamente cercava di rivelare
in me medesimo e che in esso apparivano con una fierezza di rilievo
quasi spaventosa?
Eccolo ancóra dinnanzi a me, eguale sempre e pur sempre nuovo! Un tal
corpo non è la carcere dell'anima ma ne è il simulacro fedele. Tutte le
linee del volto quasi imberbe sono precise e ferme come in un bronzo
cesellato con insistenza; la pelle ricopre d'un pallor fosco i muscoli
asciutti, usi per certo a palesarsi con un tremito ferino nel desiderio
e nella collera; il naso diritto e rigido, il mento ossuto e stretto, le
labbra sinuose ma energicamente serrate esprimono la volontà temeraria;
e lo sguardo è come una bella spada, all'ombra d'una capellatura densa e
greve e quasi violetta come i grappoli d'uva che il sole affoca sul
tralcio più vivace. Egli sta in piedi, visibile dal ginocchio in su,
immoto; e pure l'imaginazione si rappresenta al primo attimo lo scatto
repentino delle gambe flessibili e forti come gli acciari delle
balestre, che scaglieranno pericolosamente quel busto elegante appena il
nemico si mostri. “CAVE ADSVM„: ben gli si addice l'antica insegna.
Vestito d'un'arme leggerissima, damaschinata certo da un artiere sommo,
egli ha le mani ignude: mani pallide e sensitive ma pur con un non so
che di tirannico e quasi di micidiale nel lor disegno netto: la sinistra
appoggiata su la gòrgone dell'elsa, la destra contro lo spigolo d'un
tavolo coperto di velluto cupo, del quale appare un lembo. Accanto alle
manopole e al morioncello, posano sul velluto una statuetta di Pallade e
una melagrana che porta sul gambo anche la sua foglia aguzza e il suo
fiore ardente. Dietro il capo allontanasi per entro al vano d'una
finestra una campagna spoglia terminata da una chiostra di colline su
cui si eleva un còno, solo come un pensiero superbo. E in basso, su un
cartiglio, leggesi questo distico:
FRONS VIRIDIS RAMO ANTIQVO ET FLOS IGNEVS VNO TEMPORE
[PRODIGIVM] FRVCTVS ET VBER INEST.
In qual luogo e per quale evenienza Alessandro erasi incontrato la prima
volta col maestro fiorentino che allora attingeva il massimo splendore
della sua virilità? Forse in un festino di Ludovico, pieno delle
meraviglie create dalle arti occulte del Mago? O piuttosto nel palazzo
di Cecilia Gallerani, dove gli uomini militari ragionavano di scienza
bellica, i musici cantavano, gli architetti e i pittori disegnavano, i
filosofi disputavano delle cose naturali, i poeti recitavano i loro e
gli altrui componimenti “alla presenza di questa eroina„, come narra il
Bandello. Quivi appunto mi piace imaginare il primo incontro, nel tempo
in cui la favorita del Moro già incominciava ad amar segretamente
Alessandro.
Quale fiamma d'intelligenza audace e di volontà dominatrice doveva
trasparire dalle sembianze del giovine perchè Leonardo ne fosse preso
fin da quel giorno! Forse Alessandro ragionò con lui in disparte “su i
modi di ruinare ogni rocca o altra fortezza se non fondata in sul sasso„
e si appassionò ai segreti formidabili di quell'affascinante creator di
madonne il qual superava in novità d'ingegni tutti i maestri e
compositori di strumenti bellici. Forse, nel corso del ragionamento,
Leonardo proferì qualcuna di quelle sue parole profonde su l'arte della
vita; e, scrutando gli occhi del giovine fattosi muto, riconobbe in lui
uno spirito deliberato a trarre dalla vita tutto ciò ch'ella poteva
dargli, un ambizioso disposto non già a seguir ciecamente la sua ventura
ma a conquistare il dominio con il soccorso di quella scienza che
moltiplica e converge allo scopo le forze dell'operatore. E colui che
alcuni anni dopo doveva divenire l'architetto militare di Cesare Borgia,
colui che invocava ed aspettava un principe magnanimo il quale gli
offerisse senza misura i mezzi per porre in atto i suoi innumerevoli
disegni, colui vide forse nel patrizio chiomato il futuro fondatore di
una dinastia regale e lo amò riponendo in lui le più superbe speranze.
Mi piace imaginare che si riferisca alla sera del primo incontro il
breve ricordo nei comentarii del Vinci (allora tutto intento agli studii
per la statua equestre di Francesco Sforza): “A dì penultimo d'Aprile
1492. Ginnetto grosso di Messer Alessandro Cantelmo: ha bel collo e
assai bella testa.„
Uscendo insieme dal palazzo di Cecilia si soffermarono entrambi su la
via sempre ragionando; e, come Leonardo scorse il ginnetto, gli si
appressò per osservarlo. Palpando il bel collo egli espresse con qualche
esclamazione spontanea il terribile travaglio che davano al suo spirito
incontentabile le continue ricerche intorno al monumento con cui il Moro
voleva glorificar la fortuna del padre conquistatore del ducato ed
espugnatore di Genova. La sua mano creatrice delineò nell'aria il
colosso con qualche largo gesto rendendolo visibile agli interni occhi
del giovine. Cadeva il giorno; l'ora del vespero primaverile fluttuava
su i pinnacoli della città gaudiosa; una compagnia di musici passava
cantando; e il cavallo per l'impazienza nitrì. Un sentimento eroico
dilatò allora l'anima di Alessandro agguagliandola al fantasma del gran
capitano. “Ah, partire per la mia conquista!„ egli pensava balzando in
sella. E poichè in realtà egli non partiva se non verso una qualche cura
della vita comune, disse d'improvviso in un impeto d'amarezza: “Pare a
voi, maestro Leonardo, che metta conto di vivere a un uomo nel mio
stato?„ E Leonardo che quelle inattese parole non meravigliarono: “Tutto
è che l'aquila pigli il primo volo.„ E forse il cavaliere imberbe che si
allontanava con la sua gente gli parve essere stato fatto re dalla
natura “come quello che nell'alveare nasce condottiero delle api„.
Il mattino seguente un servo condusse il ginnetto in dono allo statuario
insieme col saluto del suo signore.
Tale imagino il principio delle mutue liberalità. Il maestro compensava
il discepolo con la vera ricchezza, poichè “non si dimanda ricchezza
quello che si può perdere„. Come Socrate egli prediligeva i discepoli
ornati di rare eleganze e di belle capellature. Come Socrate, egli
eccelleva nell'arte di elevare l'anima umana all'estremo grado del suo
vigore. Alessandro fu certo per qualche tempo l'eletto in quella
_Academia Leonardi Vincii_ dove una nobile genitura spirituale
dischiudevasi a poco a poco sotto un insegnamento che traeva il suo
calore dalla verità centrale come da un sole non oscurabile. “Nessuna
cosa si può amare, nè odiare, se prima non si ha cognizion di quella.
L'amore di qualunque cosa è figliuolo di essa cognizione. L'amore è
tanto più fervente quanto la cognizione è più certa.„
Si trovano qua e là negli interrotti comentarii di Leonardo i segni
della curiosità appassionata con cui lo sperimentatore indefesso
vigilava l'anima preziosa del suo giovine amico. Egli non aveva segreti
per lui, volendo concorrere con tutti i suoi mezzi ad accrescerne le
potenze accumulate, a renderne più efficace l'azione futura su un vasto
campo. Egli notava per ricordarsene: “Parla col Volturara di questi tali
modi di trarre i dardi.„ E ancóra: “Mostra al Volturara modi di levare e
ponere ponti, modi di ardere e disfare quelli dell'inimico e come si
piantan bombarde e bastioni di dì e di notte.„ Oppure: “Messer
Alessandro mi vol dare il Valturio _De re militari_ e le Deche e
Lucrezio _Delle cose naturali_.„
Come i detti brevi e fieri del giovine lo colpivano, egli ne notava
alcuno. “Disse Messer Alessandro che convien prender la fortuna a man
salva dinanti, perchè retro è calva.„ E ancóra: “Sendo io in sul libro
del dividere li fiumi in molti rami e farli guadabili, disse ardito il
Volturara: Affè che Ciro di Cambise ben seppe fare il simile al fiume
Ginde per castigarlo, sol per avere quello toltogli uno cavallo bianco.„
Un giorno — imagino — erano entrambi convenuti nella casa magnifica di
Cecilia Gallerani; e Leonardo aveva rapito gli animi sonando quella nova
lira fabbricata di sua mano quasi tutta d'argento in forma d'un teschio
di cavallo. Nella pausa che seguì l'entusiasmo, la rinata Saffo si fece
recare un mirabile cofanetto ricco di smalti e di gemme inviatole dal
duca in dono; e mostrandolo chiedeva ai presenti quale oggetto tanto
prezioso potesse a lor giudizio meritare d'esservi riposto. Ciascuno
espresse un diverso parere. — E voi, Messer Alessandro? — domandò
Madonna Cecilia, con dolci occhi. Rispose l'audace: — Di quello che fra
i tesori di Dario fu trovato, del quale nulla fu visto che fosse più
ricco, uno antico Alessandro volle far la custodia alla Iliade di Omero.
Sùbito il Vinci segnò nei comentarii quella risposta; e v'aggiunse: “Ei
si vede chi si nutrica di midolle e nervi di lione.„
Un altro giorno erano entrambi convenuti nel giardino della medesima
ospite, e Alessandro, dopo aver disputato con qualcuno di quei “famosi
spiriti„, s'era tratto in disparte per seguire qualche pensiero nuovo
che il calor della disputa aveagli dischiuso nell'intelletto denso di
germi. Chiamandolo la bella contessa bergamina a più riprese, egli non
si voltò se non tardi perchè tardi udì il richiamo. A un grazioso
rimprovero, o forse a un motto pungente, rispose egli sorridendo: — Non
si volta chi a stella è fisso.
La sera, il Vinci segnò nei comentarii anche quella risposta; e
v'aggiunse la sua profezia: “Presto piglierà il primo volo, empiendo
l'universo di stupore, empiendo di sua fama tutte le scritture e gloria
eterna al loco dove nacque.„
Forse in quella sera medesima, considerando l'intensità e la
molteplicità di quella precoce giovinezza, il suo spirito inclinato alle
significazioni occulte degli emblemi e delle allegorie trovò il bel
simbolo della melagrana compendiosa che reca sul gambo la foglia aguzza
e il fiore ardente.
Ma a dì 9 di luglio dell'anno 1495, tre giorni dopo la battaglia di
Fornovo, egli segnava: “Morto il Volturara in campo, da par suo. Mai
cieco ferro al mondo troncò più grande speranza.„
Tal visse e morì il giovine eroe in cui parve sublimata la genuina virtù
della mia stirpe militante. Tale intieramente mi si rivelava nella
effigie vera che di lui tramandò al lontano erede un artefice
soprannominato Promèteo.
“O tu„ egli mi diceva impadronendosi della mia anima col suo magnetico
sguardo “sii quale devi essere.„
“Per te sarò„ io gli diceva “per te sarò qual debbo essere; poichè io ti
amo, o bellissimo fiore di mio sangue; poichè io voglio riporre tutto il
mio orgoglio nell'obbedire alla tua legge, o dominatore. Tu portavi in
te una forza bastevole a soggiogare la terra, ma il tuo destino regale
non doveva compiersi nel tempo in cui prima apparisti. Tu non fosti, in
quel tempo, se non l'annunciatore e il precursore di te medesimo,
dovendo riapparire su dal tuo ceppo longevo nella maturità dei secoli
futuri, alla soglia di un mondo non anche esplorato dai guerrieri ma già
promesso dai sapienti: riapparire come il messaggio l'interprete e il
padrone d'una vita nuova. Per ciò scomparisti d'improvviso, a
similitudine d'un semidio, presso un fiume gonfio di acque, tra il
fragore della battaglia e dell'uragano, stando il sole per attingere il
segno del Leone. La morte non troncò la grande speranza, sì bene la
sorte volle differirne il compimento meraviglioso. La tua virtù, che non
potè allora manifestarsi in una gesta trionfale al conspetto della
terra, dovrà necessariamente risorgere un giorno nella tua stirpe
superstite. E sia domani! Ed esca il tuo eguale dalla mia genitura! Io
invoco ed attendo e preparo il rinascimento della tua virtù con una fede
indefettibile, adorando la tua imagine vera, o dominatore pensoso, o tu
che mettesti per segno nei libri della Sapienza il filo della tua bella
spada ignuda!„
Così io gli diceva. E sotto il suo sguardo e sotto la sua ammonizione,
non soltanto mi si moltiplicavano le forze efficaci ma il mio cómpito mi
si determinava in linee definitive. — Tu, dunque, lavorerai ad
effettuare il tuo fato e quello della tua stirpe. Tu avrai dinnanzi, nel
tempo medesimo, il disegno premeditato della tua esistenza e la visione
di un'esistenza superiore alla tua. Tu vivrai nell'idea che ciascuna
vita, essendo la somma delle vite precedenti, è la condizione delle
future. Tu non crederai dunque di essere soltanto principio, motivo e
fine del tuo proprio fato, ma sentirai tutto il pregio e tutto il peso
dell'eredità che hai ricevuta dai tuoi maggiori e che dovrai trasmettere
al tuo discendente contrassegnata dalla tua più gagliarda impronta. La
concezione sovrana della tua dignità sorga su la certezza, in te ferma,
d'essere il tramite conservatore d'una energia molteplice che potrà
domani o tra un secolo o nel tempo indefinito affermarsi con una
manifestazione sublime. Ma tu spera che sia domani! Triplice è il tuo
cómpito, dunque, poichè tu hai il dono della poesia e ti studii
d'acquistare la scienza delle parole. Triplice è il tuo cómpito: —
condurre con diritto metodo il tuo essere alla perfetta integrità del
tipo latino; adunare la più pura essenza del tuo spirito e riprodurre la
più profonda visione del tuo universo in una sola e suprema opera
d'arte; preservare le ricchezze ideali della tua stirpe e le tue proprie
conquiste in un figliuolo che, sotto l'insegnamento paterno, le
riconosca e le coordini in sè per sentirsi degno d'aspirare
all'attuazione di possibilità sempre più elevate.
Allora, avendo così lucida dinnanzi a me la tavola delle mie leggi, io
conobbi non soltanto la tristezza del dubbio ma un'ansietà che
somigliava alla paura, un'ansietà nova e orribile. “Se una violenza
cieca e impreveduta delle forze esteriori urtasse difformasse
infrangesse la mia opera! Se io dovessi piegarmi e soggiacere a un
sopruso bestiale del Caso! Se il mio edificio crollasse, prima della
coronazione, per uno di quei soffii deleterii che all'improvviso
irrompono dal buio!„ Questa paura io conobbi, in una strana ora di
smarrimento e di abbattimento sentendo vacillare la mia fede. Ma poco
dopo n'ebbi vergogna, quando l'ammonitore mi disse: “A giudicarne dalla
qualità dei tuoi pensieri, tu sembri contaminato dalla folla o preso da
una femmina. Per avere attraversato la folla che ti guardava, ecco, tu
già ti senti diminuito dinnanzi a te medesimo. Non vedi tu gli uomini
che la frequentano divenire infecondi come i muli? Lo sguardo della
folla è peggio che un getto di fango; il suo alito è pestifero. Vattene
lontano, mentre la cloaca si scarica. Vattene lontano, a maturare tutto
quel che hai raccolto. Verrà poi la tua ora. Di che temi? Che varrebbe
tanta disciplina se non ti rendesse più forte delle cose? Tu non dovrai
invocare dalla fortuna se non l'occasione; ma pur questa è possibile
talvolta, con la volontà, crearla. Vattene lontano, dunque, mentre la
cloaca si scarica. Non t'indugiare; non ti lasciar contaminare dalla
folla, nè ti lasciar prendere da una femmina. Certo, tu hai bisogno di
un'alleanza per fornire una parte del cómpito che hai assegnato a te
stesso. Ma meglio è per te attendere e rimaner solo, pur anche uccidere
la tua speranza è meglio che sottomettere la tua carne e la tua anima a
un vincolo indegno. — Se la cosa amata è vile, l'amante si fa vile. —
Bisogna che tu non dimentichi mai questa sentenza del tuo Leonardo, e
che tu possa sempre rispondere superbamente come Castruccio: — Io ho
preso lei non ella me„.
Giusta scendeva l'ammonizione, in quell'ora. E senza indugio io mi
disposi a partire dalla città infetta.
Era il tempo in cui più torbida ferveva l'operosità dei distruttori e
dei costruttori sul suolo di Roma. Insieme con nuvoli di polvere si
propagava una specie di follìa del lucro, come un turbine maligno,
afferrando non soltanto gli uomini servili, i famigliari della calce e
del mattone, ma ben anche i più schivi eredi dei majorascati papali, che
avevano, fin allora guardato con dispregio gli intrusi dalle finestre
dei palazzi di travertino incrollabili sotto la crosta dei secoli. Le
magnifiche stirpi — fondate, rinnovellate, rafforzate col nepotismo e
con le guerre di parte — si abbassavano a una a una, sdrucciolavano
nella nuova melma, vi s'affondavano, scomparivano. Le ricchezze
illustri, accumulate da secoli di felice rapina e di fasto mecenatico,
erano esposte ai rischi della Borsa.
I lauri e i roseti della Villa Sciarra, per così lungo ordine di notti
lodati dagli usignuoli, cadevano recisi o rimanevano umiliati fra i
cancelli dei piccoli giardini contigui alle villette dei droghieri. I
giganteschi cipressi ludovisii, quelli dell'Aurora, quelli medesimi i
quali un giorno avevano sparsa la solennità del loro antico mistero sul
capo olimpico del Goethe, giacevano atterrati (mi stanno sempre nella
memoria come i miei occhi li videro in un pomeriggio di novembre)
atterrati e allineati l'uno accanto all'altro, con tutte le radici
scoperte che fumigavano verso il cielo impallidito, con tutte le negre
radici scoperte che parevano tenére ancor prigione entro l'enorme
intrico il fantasma di una vita oltrapossente. E d'intorno, su i prati
signorili dove nella primavera anteriore le violette erano apparse per
l'ultima volta più numerose dei fili d'erba, biancheggiavano pozze di
calce, rosseggiavano cumuli di mattoni, stridevano ruote di carri
carichi di pietre, si alternavano le chiamate dei mastri e i gridi
rauchi dei carrettieri, cresceva rapidamente l'opera brutale che doveva
occupare i luoghi già per tanta età sacri alla Bellezza e al Sogno.
Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di
strapparle quella raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è
paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia. Perfino su i bussi
della Villa Albani, che eran parsi immortali come le cariatidi e le
erme, pendeva la minaccia dei barbari.
Il contagio si propagava da per tutto, rapidamente. Nel contrasto
incessante degli affari, nella furia feroce degli appetiti e delle
passioni, nell'esercizio disordinato ed esclusivo delle attività utili,
ogni senso di decoro era smarrito, ogni rispetto del Passato era
deposto. La lotta per il guadagno era combattuta con un accanimento
implacabile, senza alcun freno. Il piccone, la cazzuola e la mala fede
erano le armi. E, da una settimana all'altra, con una rapidità quasi
chimerica, sorgevano su le fondamenta riempite di macerie le gabbie
enormi e vacue, crivellate di buchi rettangolari, sormontate da
cornicioni posticci, incrostate di stucchi obbrobriosi. Una specie
d'immenso tumore biancastro sporgeva dal fianco della vecchia Urbe e ne
assorbiva la vita.
Poi di giorno in giorno, su i tramonti — quando le torme rissose degli
operai si sparpagliavano per le osterie della via Salaria e della via
Nomentana — giù per i viali principeschi della Villa Borghese si
vedevano apparire in carrozze lucidissime i nuovi eletti della fortuna,
a cui nè il parrucchiere nè il sarto nè il calzolaio avevan potuto
togliere l'impronta ignobile; si vedevano passare e ripassare al trotto
sonoro dei bai e dei morelli, riconoscibili alla goffaggine insolente
delle loro pose, all'impaccio delle loro mani rapaci e nascoste in
guanti troppo larghi o troppo stretti. E parevano dire: “Noi siamo i
nuovi padroni di Roma. Inchinatevi!„
Tali, in fatti, i padroni di quella Roma che sognatori e profeti, ebri
dell'ardente esalazione di tanto latino sangue sparso, avevano
assomigliata all'arco di Ulisse. — Bisogna curvarlo o morire. — Ma
quegli stessi uomini, i quali da lungi erano apparsi fiamme nel cielo
eroico della patria non ancor libera, ora diventavano “carboni sordidi,
buoni soltanto a segnare su i muri una turpe figura o una parola
sconcia„, secondo l'atroce imagine d'un rètore indignato.
S'industriavano anch'essi a vendere, a barattare, a legiferare e a
tender trappole, nessuno più facendo allusione all'arco micidiale. E non
pareva probabile, in verità, che a spaventarli si levasse d'improvviso
il grido: “O Proci, divoratori della sostanza altrui, badate, Ulisse è
già approdato in Itaca!„
Ottimo consiglio era dunque il ritrarsi dallo spettacolo, per qualche
tempo. E io partii con i miei cavalli e con le mie cose più familiari,
senza commiati.
Avevo scelto per soggiorno Rebursa, la prediletta delle mie terre
ereditarie, prediletta già da mio padre come da me: rifugio favorevole a
un'anima valida, paese dalle vertebre di roccia, disegnato con rara
sobrietà e gagliardìa di stile: che poteva accogliere e nutrire il sogno
imperioso della mia ambizione come aveva accolto e nutrito l'altera
tristezza di mio padre dopo la caduta del suo Re e dopo la morte di
Colei che vivente era parsa la luce della nostra casa, il nostro più
sicuro bene.
Anche, io aveva poco lungi di là — a Trigento — alcuni amici, non veduti
da molti anni ma non obliati, a cui mi legavano grati ricordi della
puerizia e dell'adolescenza. E il pensiero di rivederli mi rallegrava.
Vivevano a Trigento, nell'antico palazzo baronale circondato da un
giardino quasi vasto come un parco, i Capece Montaga: famiglia tra le
più illustri e magnifiche delle Due Sicilie, caduta in rovina nei dieci
anni che seguirono la disgrazia del Re, quindi ritiratasi a vita oscura
nell'ultimo dei suoi feudi, in fondo alla provincia silenziosa. Il
vecchio principe di Castromitrano — che aveva goduto i supremi onori
alla corte di Ferdinando e di Francesco, e che aveva seguito fedelmente
l'esule a Roma e oltralpe senza mai rinunziare alle suntuosità del tempo
felice — sognava da anni nell'ombra e da anni invano aspettava la
Restaurazione, mentre la sua canizie precoce andavasi chinando sempre
più verso il sepolcro e la sua figliuolanza andavasi disfacendo nel
tedio inerte. Soltanto la demenza della principessa Aldoina turbava la
lunga agonia gittandovi sopra a sprazzi lo splendore fantastico del
Passato. E nulla poteva eguagliare in desolazione il contrasto tra la
realtà miserevole e i pomposi fantasmi espressi dal cervello della
demente.
Quella grande stirpe moribonda aggiungeva a quel paese di rocce una
specie di funebre bellezza, per la mia anima che cercava già di
raccogliere tutta l'anima inclusa nella chiostra lapidea. Mi nasceva già
dal profondo un presentimento misterioso in cui il mio destino si
avvicinava e si mescolava a quel destino solitario. E nella memoria mi
risonavano con una tenue magia musicale i nomi delle principesse nubili:
Massimilla, Anatolia, Violante: nomi in cui parevami fosse qualche cosa
di vagamente visibile come un ritratto pallido a traverso un vetro
offuscato; nomi espressivi come volti pieni di ombre e di lumi, in cui
già parevami scoprire un infinito di grazia, di passione e di dolore.
II.
_Grandissima grazia d'ombre e di lumi
s'aggiunge ai visi di quelli che
seggono sulle porte di quelle
abitazioni che sono oscure...._
LEONARDO DA VINCI.
Ebbi un moto di sincera gioia quando riconobbi su la via di Rebursa Oddo
e Antonello Montaga che, avendo saputo l'ora del mio arrivo, venivano a
incontrarmi. Entrambi mi abbracciarono con effusione, mi diedero tutti i
saluti di Trigento, mi rivolsero mille domande a un tempo; sembravano
felici di rivedermi, anche più felici quando io espressi il proposito di
rimanere nel paese a lungo.
— Rimarrai con noi! — esclamò Antonello, come fuori di sè, stringendomi
le mani. — Tu sei mandato da Dio, dunque....
— Bisogna che tu venga oggi stesso a Trigento, — disse Oddo
interrompendo il fratello. — Tutti ti aspettano là. Bisogna che tu venga
oggi stesso....
Mi sembravano entrambi tenuti da un'agitazione strana, quasi febrile;
avevano i gesti disordinati e un po' convulsi, la parola rapida e quasi
ansiosa: l'aspetto di due prigionieri infermicci, esciti allora allora
dal carcere come da un sogno opprimente, turbati e smarriti e quasi ebri
nel primo contatto con la vita estranea. Come più io li guardava, più
manifesti mi apparivano nelle loro persone i segni singolari; e
cominciavano a darmi pena e inquietudine.
— Non so, — risposi, — non so se oggi stesso potrò venire. Tante ore di
viaggio mi hanno stancato. Ma domani...
Provavo un bisogno vago di star solo, di raccogliermi, di assaporare
quella malinconia ch'era caduta su me all'improvviso. I miei occhi
cercavano il paese intorno per riconoscerlo. Veniva dalle cose verso di
me quasi un'onda di memorie, che la presenza di quei due esseri dolorosi
m'impediva di ricevere.
— Allora — disse Oddo — verrai domattina a colazione da noi. Consenti?
— Sì, verrò.
— Tu non puoi imaginare come ti aspettino tutti, laggiù.
— Non mi avevate dunque dimenticato.
— Oh no! Tu ci avevi dimenticati.
— Tu ci avevi dimenticati — ripetè Antonello, con un sorriso un po'
convulso. — È giusto. Noi siamo sepolti.
Gli accenti della sua voce mi colpivano più che le sue parole.
Un'intensità singolare avevano i suoi accenti, i suoi gesti, i suoi
sguardi, tutti i suoi atti, come quelli di un uomo posseduto da un morbo
misterioso, tormentato da un'allucinazione continua, vivente in mezzo ad
apparenze non percettibili dai sensi altrui. Non mi sfuggiva una specie
di sforzo ch'egli faceva come per uscire da un'atmosfera che
l'involgesse e per comunicar più da vicino con me. Un tale sforzo dava
qualche cosa di contratto e di convulso a tutta la sua persona. La mia
pena e la mia inquietudine crescevano.
— Tu vedrai la nostra casa — egli soggiunse, con quel medesimo sorriso.
Senza volere, domandai:
— Come sta Donna Aldoina?
Ambedue i fratelli chinarono il capo, non risposero.
Si somigliavano. Erano, in fatti, gemelli: ambedue lunghi, magri, un po'
curvi. Avevano gli stessi occhi chiari, la stessa barba rada e fine, le
stesse mani pallide nervose e inquiete come quelle delle isteriche. Ma
in Antonello i segni della debolezza e del disordine si mostravano più
profondi e irreparabili. Egli era perduto.
Nella pausa, invano io cercavo parole. Mi teneva una specie di stupore
triste, quasi che su l'anima avessi tutto il peso del corpo stanco.
Poichè la strada costeggiava una catena di rocce, il trotto dei cavalli
risonando sul terreno duro svegliava gli echi nelle cavità deserte. Alla
svolta, apparve nella valle il fiume rilucente per sinuosità
innumerevoli. Chiusa nei meandri come un'isola, apparve una massa
biancastra di rovine.
— Non è Linturno, là? — chiesi io riconoscendo la città morta.
— È Linturno — rispose Oddo. — Ti ricordi? Una volta ci andammo
insieme....
— Mi ricordo.
— Quanto tempo è passato!
— Quanto tempo!
— Ora non c'è molta differenza tra Linturno e Trigento — disse
Antonello, toccandosi incertamente la barba su la guancia con le dita
affilate, mentre i suoi occhi parevano perdere lo sguardo esteriore. —
Domani vedrai.
— Ma tu lo scoraggi! — interruppe Oddo, con una leggera irritazione. —
Domani non verrà.
— Verrò, verrò — assicurai, sforzandomi di sorridere e di vincere la mia
tristezza medesima che più si chiudeva. — Verrò; e troverò bene il modo
di rianimarvi. Mi sembrate un po' malati di solitudine, un po'
depressi....
Antonello, ch'era seduto di fronte a me, pose una mano sul mio ginocchio
chinandosi fino a guardarmi nelle pupille, mentre il suo volto prendeva
un'indefinibile espressione di sgomento e di ansietà, come s'egli avesse
trovato nelle mie parole un senso spaventoso e volesse interrogarmi. E
di nuovo quel suo volto bianco, che mi si avvicinava, pur nella luce
diurna mi parve escire da un mondo in cui respirasse solo; mi suscitò
l'imagine di quei volti emaciati e spiritali che escono soli dai fondi
misteriosi dei quadri sacri anneriti dal tempo e dal fumo dei cèrei.
Non fu se non un attimo. Egli si ritrasse e non parlò.
— Ho portato meco i cavalli — io soggiunsi, dominando il mio turbamento.
— Faremo grandi cavalcate, ogni giorno. Bisogna muoversi, scuotere la
pigrizia e la noia. Come passate voi le ore?
— Contandole — disse Oddo.
— E le sorelle?
— Oh quelle povere creature! — mormorò Oddo con un tremito di tenerezza
nella voce. — Massimilla prega; Violante si uccide coi profumi che le
manda la Regina; Anatolia.... Anatolia è quella che ci fa vivere, è la
nostra anima, è per noi tutto.
— E il principe?
— È molto invecchiato; è diventato interamente bianco.
— E Don Ottavio?
— Non esce quasi mai dalle sue stanze. Abbiamo quasi dimenticato il
suono della sua voce.
— E Donna Aldoina? — stavo per chiedere di nuovo, ma mi trattenni; e
tacqui.
Eravamo nella valle ondulata del Saurgo, in una conca di tepore.
— Com'è precoce qui la primavera! — esclamai, per un bisogno di
consolare quei due dolenti e di consolar me medesimo. — In febbraio
vedete i primi fiori. Non è già questo un privilegio? Voi non sapete
godere delle cose che la vita vi offre. Mutate un giardino in una
carcere per torturarvi.
— Dove sono i fiori? — domandò, con quel suo sorriso penoso, Antonello.
Cercammo tutt'e tre i fiori con gli occhi, per quella terra fulva e
aspra come la giubba del leone, che sembrava fatta per nutrire le piante
dall'aspetto arido e tormentato ma datrici d'un opulento frutto.
— Eccoli! — gridai con un moto vivo di piacere additando un filare di
mandorli su un'eminenza che aveva la forma lunga e nobile di un'onda.
— Sono nella tua terra — disse Oddo.
Eravamo in fatti nelle vicinanze di Rebursa. La catena rocciosa con le
sue cime frastagliate e aguzze piegava a destra, lambita dal Saurgo
serpentino, sollevandosi a grado a grado verso il massimo culmine del
monte Corace che scintillava al sole come un elmetto. A sinistra della
strada il suolo svolgevasi ondulato ad imagine di una spiaggia coperta
di larghe dune, trasformandosi poco lungi in una successione di colline
fulve e gibbose come i cammelli del deserto.
— Guarda, guarda! Un altro filare laggiù! — gridai scorgendo un'altra
nube argentea e leggera di fiori. — Non vedi, Antonello?
Egli non tanto guardava i mandorli quanto me, con un sorriso trepido e
attonito, meravigliandosi forse della puerile allegrezza che suscitava a
un tratto in me la vista dei primi fiori. — Ma qual più lieta
accoglienza avrebbe potuto farmi la terra amata da mio padre? Qual più
gentile spettacolo di festa avrebbe potuto offrirmi quel robusto paese
dalle vertebre di roccia?
— Se fossero qui Anatolia, Violante, Massimilla! — esclamò Oddo, a cui
s'era comunicata la mia animazione impreveduta. — Ah se fossero qui!
E la sua voce esprimeva il rammarico.
— Bisogna condurle sotto i fiori — disse Antonello dolcemente.
— Guarda quanti! — io seguitai, abbandonandomi al novissimo piacere con
più confidenza perchè sentivo già di poterne trasfondere almeno una
parte in quelle povere anime chiuse. — Sono felice che sieno miei, Oddo.
— Bisogna condurle sotto i fiori — ripetè Antonello dolcemente, come
trasognato.
Mi pareva che i suoi occhi febrili si rinfrescassero nella visione di
quelle cose pure e che le sue parole piane mescolassero a quelle cose le
imagini indistinte delle tre sorelle: “Massimilla prega; Violante si
uccide coi profumi; Anatolia è quella che ci fa vivere, è l'anima
nostra.„
— Ferma! — ordinai al cocchiere, sollevandomi a un tratto, colpito da un
pensiero subitaneo che mi fece gioire singolarmente. — Scendiamo;
entriamo nel campo. Voglio che portiate a casa un fascio di rami. Sarà
una festa, laggiù.
Oddo e Antonello si guardarono un po' confusi, un po' sorridenti, quasi
timidi, come dinnanzi a un fatto impensato e straordinario che nel tempo
medesimo li sbigottisse e li empisse d'una sensazione deliziosa. Essi mi
avevano mostrato il loro male, mi avevano rivelata la loro pena, mi
avevano parlato del triste carcere ond'erano esciti e dov'erano per
rientrare; ed ecco, su la via aperta, io li invitavo a riconoscere e a
festeggiare la primavera: la primavera ch'essi avevano dimenticata,
ch'essi parevano rivedere per la prima volta dopo lunghi anni e
considerare con un misto di temenza e di allegrezza, come un miracolo.
— Scendiamo!
Non più io mi sentivo stanco, ma sentivo in me la consueta abondanza di
vita e quella elevazione che dánno allo spirito gli atti spontanei di
generosità. Io era liberale di me a quei due indigenti, li riscaldavo
con la mia fiamma, li abbeveravo col mio vino. Leggevo già nei loro
occhi (ed essi mi guardavano quasi di continuo) una specie di
sommessione e di dedizione fiduciosa. Essi già mi appartenevano
entrambi; ed io poteva esercitare su loro il beneficio e il predominio
senza fallire.
— Che aspetti? Non discendi? — chiesi ad Antonello che, col piede sul
predellino, pareva esitare come davanti a un pericolo.
Egli aveva ancora quel suo sorriso contratto. Fece uno sforzo visibile
nel mettere il piede a terra; vacillò come se nel calcolare l'altezza si
fosse ingannato; e i suoi primi passi furono saltellanti e mal fermi. Lo
aiutai nel varcare la callaia. Sentendo cedere le zolle, egli si
soffermò; e, rivolto agli alberi fioriti, respirò forte, accolse tutta
la bella apparenza ne' suoi occhi chiari, ne rimase quasi abbacinato.
Io gli dissi, toccandogli il braccio:
— Tu non ti ricordavi di queste cose. Oddo, ch'era già entrato nel
frutteto, esclamò come ebro:
— Ah se Violante fosse qui! Quest'odore val bene le essenze di Maria
Sofia.
Antonello ripetè dolcemente:
— Bisogna condurle sotto i fiori.
Pareva che il suono di queste parole gli avesse affascinato l'orecchio
come una cadenza, fin dalla prima volta. La sua voce nel ripeterle aveva
le stesse inflessioni. E io nel riudirle provai non so che turbamento,
quasi che mi fossero dirette. Il desiderio di tagliare i rami, ch'era
caduto dinnanzi a tanta bellezza vivente, mi risorse; e imaginai in
confuso l'arrivo del gran dono primaverile al palazzo lùgubre nel
crepuscolo.
— Non c'è nessuno nelle vicinanze? — domandai, impaziente.
Un colono sopraggiungeva di corsa. Ansando si curvò e si mise a baciarmi
le mani con una specie di furia.
— Taglia i più bei rami — io gli dissi.
Era egli un magnifico esemplare della sua specie, degno abitatore di
quella roggia terra sparsa di pietre focaie. Mi pareva in vero un
superstite dell'antica razza lapidea di Deucalione. Brandì la róncola, e
con colpi netti e rapidi si diede a mutilare le felici creature
vegetali. Ad ogni colpo cadevano i petali meno tenaci e imbiancavano il
suolo.
— Guarda! — dissi ad Antonello accostandogli un ramo. — Hai tu mai
conosciuta una cosa più delicata e più fresca di questa?
Egli levò la debole mano feminina e toccò con la punta delle dita una
corolla. Il suo gesto era quello dell'infermo o del convalescente che
tocca una cosa viva con la vaga illusione che essa gli lasci nel
contatto qualche piccola parte di vitalità come le farfalle lasciano la
polvere labile delle loro ali. Egli si volse al fratello con una
malinconia quasi tenera nel suo sorriso penoso:
— Vedi, Oddo? Noi avevamo dimenticato, non sapevamo più....
— Ma non vivete voi in un giardino? — io domandai meravigliandomi di
quel loro stupore e di quella loro commozione innanzi a un semplice ramo
di mandorlo come innanzi a una novità inopinata. — Non passate tutti i
giorni tra le foglie e i fiori?
— Sì, è vero — rispose Antonello. — Ma io non li vedevo più. E poi
questi sono o mi sembrano, io non so, _un'altra cosa_. Non so dirti
l'impressione che mi fanno. Tu non puoi comprendere.
Poichè la ròncola risonava ancora, egli si volse verso il mandorlo che
gemeva sotto i colpi. L'uomo, sollevato da terra, stringeva il tronco
nella tenaglia delle gambe nerborute, avendo sul capo fosco come quel
d'un mulatto la fresca nuvola argentina che tremava al luccichìo del
ferro adunco.
— Digli che cessi! — mi pregò Antonello. — Noi non potremo caricarci di
tanti rami.
— Vi farò portare dalla carrozza fino a Trigento, col carico.
M'indugiavo tuttora a imaginare l'arrivo del dono primaverile innanzi ai
cancelli del parco ove le tre sorelle attendevano. Le loro figure mi
balenavano indistinte, pur con qualche lineamento che mi pareva di
rinvenire nei ricordi della puerizia e dell'adolescenza. E il desiderio
di rivederle, di riudire la loro voce, di ravvivare quei ricordi alla
loro presenza, di conoscere il loro male, di mescolarmi alla loro vita
ignota mi cresceva a poco a poco e cominciava a prendere l'acutezza di
un'inquietudine.
Seguendo il mio pensiero e il mio sentimento (già la carrozza correva
verso Rebursa), io dissi:
— Un tempo, il parco di Trigento era pieno di giunchiglie e di violette.
— Anche ora — disse Oddo.
— C'erano grandi siepi di bosso.
— Ci sono ancóra.
— Mi ricordo bene dell'anno che arrivaste da Monaco per rimanere.
Massimilla era molto malata. Accompagnavo a Trigento quasi ogni giorno
mia madre....
Noi eravamo immersi nella primavera. I rami di mandorlo ingombravano la
carrozza: ne avevamo dietro le spalle, ne avevamo su le ginocchia. Il
viso così bianco di Antonello m'appariva tra quella bianchezza odorosa
più consunto; e la malinconia dei suoi occhi febrili, troppo in
contrasto con quella vivente espressione di una gioventù sempre
rinnovellata, mi si adunava intorno al cuore.
— Peccato che tu non venga oggi a Trigento! — disse Oddo, con un
profondo rammarico nella voce. — Mi dispiace di lasciarti.
— È vero — aggiunse Antonello. — Ti abbiamo riveduto soltanto oggi, dopo
anni, dopo anni di silenzio e di dimenticanza; e ora già ci sembra di
non poter fare a meno di te.
Essi proferivano le parole affettuose con quella semplicità e con quel
candore che conservano gli uomini solitarii, non abituati alle
simulazioni della vita comune. Sentivo già ch'essi mi amavano e che io
li amavo, e che tra noi la grande lacuna degli anni si colmava a un
tratto, e che la loro sorte stava per congiungersi alla mia sorte
indissolubilmente. — Perchè la mia anima s'inclinava con tanta pena
verso quei due vinti, si protendeva con tanto desiderio verso grazie e
tristezze intravedute, mostrava tanta impazienza di versare la sua
dovizia su quella povertà? Era dunque vero che la lunga e dura
disciplina non aveva inaridite in lei le fonti spontanee della
commozione e del sogno ma le aveva rese più profonde e più fervide. — Un
vapore di poesia si diffondeva per me in quel pomeriggio di febbraio
intiepidito dall'alito d'una primavera precoce. Il corso volubile del
Saurgo a piè delle rocce plasmate dal fuoco; la città morta nel fiume
impaludato; il vertice del Corace sfavillante come un elmetto su una
fronte minaccevole; le fulve glebe seminate di selci risvegliatrici
delle scintille dormenti; le viti e gli olivi contorti dall'atroce
sforzo d'esprimere frutti così ricchi da membra così magre: tutti gli
aspetti del paese intorno significavano la potenza dei pensieri nutriti
in segreto, il mistero tragico dei destini compiuti, l'energia dolorosa,
la constrizione tirannica, la passione superba, ogni più aspra e più
rigida virtù della terra solitaria e dell'uomo solo. Pur nondimeno il
più mite dei tepori primaverili si raccoglieva nell'austera chiostra; le
fioriture argentee dei mandorli coronavano i poggi come le schiume
coronano le onde; ai raggi obliqui i declivii qua e là prendevano
l'apparenza morbida di un velluto disteso; i culmini delle rocce si
convertivano in un oro quasi roseo, sul cielo che delicatamente
inverdiva. L'influsso della stagione e la magia dell'ora potevano dunque
addolcire il duro genio dei luoghi, velare di grazie quella fierezza,
temperare quella violenza, versare un lene incantesimo in quel bacino
foggiato con arte ignea dalla volontà terribile di un antico vulcano e
poi con vece assidua corroso dalla cupidigia o arricchito dalla
liberalità di un antico fiume.
— Noi ci vedremo assai spesso — io dissi, dopo una pausa rispondendo
alle parole buone. — Da Rebursa a Trigento la via è breve. E io so che
in voi ho ritrovato due miei fratelli....
Entrambi trasalirono, poichè un guardiano a cavallo oltrepassò di
galoppo scaricando in alto la sua carabina per dare il segnale alle
salve di saluto e di gioia. Rebursa si levava innanzi a me con le sue
quattro torri di pietra, ancor bella e forte, mostrando ancora intatta
l'impronta dell'orgoglio originario, distendendo la sua ombra e la sua
dominazione su una gente gagliarda in cui l'obedienza e la fedeltà si
trasmettevano di padre in figlio come caratteri della sostanza vitale.
Ma mi strinse l'anima un'angoscia non provata da lungo tempo quando posi
il piede su la soglia cosparsa di mirto e d'alloro, dove nessuna voce
cara mi dava il benvenuto chiamandomi per nome. Le imagini dei miei
morti mi comparvero a piè della scala e mi fissarono con gli occhi
trascolorati, senza un gesto, senza un cenno e senza un sorriso.
Più tardi, seguii con lo sguardo a lungo a lungo su la via di Trigento
la carrozza che portava i due tristi malati quasi sepolti sotto i fiori.
E la mia anima precorse al cancello del parco dove le tre sorelle
attendevano — Anatolia, Violante, Massimilla! — ; e le intravide
nell'atto di ricevere su le braccia protese il fresco dono della
primavera; e cercò di riconoscere i nobili volti a traverso la siepe
fragrante, cercò di scoprire la fronte di colei ch'ella avrebbe eletta
per l'alleanza necessaria. Il crepuscolo cadendo aumentava quella strana
e impreveduta agitazione del desiderio d'amore. Un'ombra azzurra
occupava la valle del Saurgo, celava la città morta, ascendeva
lentamente su per le aspre gradinate rocciose; ma come in cielo
pullulavano gli astri così in terra s'accendevano fuochi di festa,
divampavano, si moltiplicavano, formavano larghe corone. Soli,
altissimi, estranei a quei segni della vita infera, quasi retrocessi
nella lontananza d'un mito, quasi culminanti in un'atmosfera
supraterrestre, i pinnacoli delle rocce risplendevano ancóra. E a un
tratto fiammeggiarono come piropi, d'un lume incredibile che durò pochi
attimi; impallidirono, si fecero violacei, si confusero, si spensero.
Ultima l'eccelsa punta del Corace restò di fiamma; acutissima ferì il
cielo, simile al grido della passione senza speranza; poi, con la
rapidità d'un baleno anch'essa si spense; entrò nella notte comune.
“Se il rigore della tua lunga constrizione non avesse altro compenso che
l'ineffabile turbamento a cui t'abbandoni da ieri, già dovresti teco
medesimo rallegrarti di tanti sforzi compiuti„ mi diceva il demònico, la
mattina seguente, cavalcando noi al passo verso il giardino chiuso.
“Eccoti alfine maturo! Prima di ieri tu non sapevi che la tua anima
fosse giunta a tanta maturità e a tanta pienezza. La felice rivelazione
ti viene dal bisogno che provi, subitaneo, di versare la tua dovizia, di
spanderla, di prodigarla senza misura. Tu ti senti inesauribile, capace
di alimentare mille esistenze. È ben questo il premio dei tuoi assidui
sforzi: — ora tu possiedi l'impetuosa fecondità delle terre
profondamente lavorate. Goditi dunque la tua primavera; rimani aperto a
tutti i soffii; lasciati penetrare da tutti i germi; accogli l'ignoto e
l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto.
Omai il tuo primo cómpito è fornito. La tua natura, che tu hai resa
integra e intensa, ti sia sacra. Rispetta i minimi moti del tuo pensiero
e del tuo sentimento perchè ella sola li produce. Già che ella ti
appartiene tutta quanta, ora tu puoi abbandonarti a lei e gioirne senza
limiti. Tutto, ora, ti è permesso: pur quello che odiasti o disprezzasti
in altrui: perocché tutto divenga nobile passando a traverso la
sincerità della fiamma. Non temere d'esser pietoso, tu che sei forte e
che sai imporre il tuo dominio e il tuo castigo. Non avere onta delle
tue inquietudini e dei tuoi languori, tu che ti sei fatta una volontà di
tempra dura come le spade battute a freddo. Non respingere la dolcezza
che t'invade, l'illusione che ti avvolge, la malinconia che ti attira,
tutte le cose nuove e indefinibili che oggi tentano la tua anima
attonita. Esse non sono se non le vaghe forme del vapore che si sviluppa
dalla vita fermentante nelle profondità della tua natura ferace.
Accoglile dunque senza sospetto, poichè non ti sono estranee nè ti
diminuiscono nè ti corrompono. Ti appariranno forse domani come le prime
annunziatrici velate di una natività che è nei tuoi voti.„
Io non ho mai ritrovato di poi un'ora tanto deliziosa e tanto penosa a
un tempo. Non so se gli alberi carichi di fiori avessero della lor
vitale potenza un senso così pieno come io aveva della mia in quel
mattino limpido; ma certo ad essi mancava quella vasta e confusa ansietà
in cui s'agitavano innumerevoli affetti e innumerevoli pensieri. Per
prolungare la pena e la delizia io tenevo il mio cavallo al passo
indugiandomi nella via, quasi che quell'ora dovesse chiudere per sempre
una fase della mia intima vita e al mio giungere sul luogo destinato una
fase nuova e imprevedibile dovesse aprirsi; di cui era già il
presentimento oscuro in fondo alla mia ansietà che non si placava. Ad
intervalli il soffio della primavera investendomi d'improvviso col suo
susurro e col suo tepore pareva rapirmi in un etere di sogno, abolire in
me per qualche attimo la coscienza della persona reale e infondermi
l'anima vergine e ardente d'uno di quelli amanti eroi che nelle favole
cavalcano verso le Belle addormentate nei boschi. Non cavalcavo anch'io
verso le principesse nubili, prigioniere nel giardino chiuso? E non
forse ciascuna di loro nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo?
Già m'apparivano quali le fingeva il mio desiderio e già l'imagine
triplice suscitava dal mio desiderio la prima perplessità. Io mi
chiedeva: “Chi sarà l'eletta?„, comprendendo in me, nel tempo medesimo,
l'allegrezza nuziale dell'una e la sepolcrale tristezza delle altre,
sentendo già in me tutti i germi delle inquietudini future, intravedendo
già sotto la speranza il rammarico. E di nuovo mi attraversò lo spirito
quel timore che una volta mi aveva turbato nel mezzo della mia opera
volontaria: il timore delle forze cieche e fatali contro cui qualunque
più dura volontà si può infrangere; il timore del turbine fulmineo che
in un attimo può avviluppare qualunque più tenace e audace uomo per
trascinarlo ben lontano dalla mèta prefissa.
Fermai il cavallo. La via in quel punto era deserta; il palafreniere mi
seguiva a distanza. Un silenzio altissimo regnava i luoghi grandiosi e
solitarii, rotto a intervalli dal susurro degli oliveti; una luce
immobile illuminava tutto egualmente; e nella luce e nel silenzio, dalle
ésili foglie alle rocce gigantesche, le cose apparivano disegnate con
una nitidezza di contorni quasi cruda. Meglio sentii allora quel che di
ambiguo era entrato in me. E pensai: “Non aveva io fino a ieri ottenuto
nel mio spirito la stessa perspicuità mattutina che rivela tutte le
linee di questa contrada alla mia vista attenta? E ora non nasconde la
nuova ambiguità un qualche pericolo? Forse una troppo grande copia di
poesia s'è accumulata in me, pericolosamente, nella solitudine; e deve
spandersi senza misura. Ma, se io mi abbandono al torrente impetuoso,
fin dove sarò trascinato? Gioverà forse ancóra la vigilanza contro la
vita estranea; gioverà forse non entrare nel cerchio che mi si apre
d'avanti all'improvviso come un'opera di magia per includermi.„ E il
demònico mi ripetè con chiara voce: “Non temere! Accogli l'ignoto e
l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto;
procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere.
Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.„
Spinsi il cavallo al trotto, quasi con veemenza, come se in quel punto
un grande atto fosse stato risoluto. E Trigento apparve sul declivio del
poggio con le sue case di pietra figliate dalle rocce tutelari. Alla
sommità apparve l'antico palazzo col suo giardino murato che discendeva
sul declivio opposto sino al piano dando imagine d'un vasto claustro
pieno di cose obliate o estinte.
Quando posi il piede a terra, d'avanti al cancello; udii la voce di Oddo
che stava alla vedetta.
— Benvenuto, Claudio!
Egli mi corse incontro festoso come la prima volta, con le braccia tese.
— Credevo che tu venissi più presto — disse con un tono di rimprovero. —
Ti aspetto qui da due ore.
— Mi sono indugiato per la via — risposi. — Ho voluto riconoscere gli
alberi e i sassi....
Con uno di quei suoi atti repentini e disordinati, misto di curiosità e
di timidezza, egli si accostò al mio cavallo e gli palpò il collo.
— Com'è bello! — mormorò, mentre sotto la sua mano pallida e gracile il
collo dell'animale aveva una rapida vibrazione di sensibilità.
— Lo potrai montare quando vorrai — io gli dissi. — Questo o un altro.
— Credo che non mi reggerei più in sella — rispose. — Credo che avrei
paura.... Ma vieni! Vieni! Sei aspettato.
E mi condusse su per un viale compreso tra pareti di bosso indebolite
dalla vecchiezza, sparse di radure profonde come buche, donde sembravami
escissero freschi odori d'invisibili violette, strani come aliti
giovenili in bocche deformi.
— Iersera — diceva Oddo, un poco in affanno — iersera con i tuoi
mandorli portammo la gioia.... Che provammo quando rimanemmo noi due in
fondo a quella carrozza, seppelliti sotto tutti quei fiori! Antonello
era come un bambino. Non l'avevo mai veduto così....
A intervalli le pareti verdi s'aprivano in archi scoprendomi allo
sguardo lembi di terra erbosa ove qualche lunga ed esigua lista di sole
fendeva l'ombra con un taglio netto.
— Non l'avevo mai veduto così; non gli avevo mai sentito dire tante
parole insensate....
Urne di pietra dai larghi fianchi rotondi si alternavano con statue
quasi vestite dai licheni, monche o acefale, in attitudini che mi
parevano eloquenti. E alcune giunchiglie fiorivano presso i loro plinti.
— Quando poi arrivammo qui, non potevamo scendere perchè i rami
c'ingombravano. Le sorelle vennero a liberarci. Come erano felici!
Risalirono cariche. Le sentivamo ridere su per le scalee. Tutte cose
nuove, Claudio, per noi.
Mi giungeva all'orecchio una voce soffocata; che era il chioccolio
sommesso d'una fontana nascosta nella vicinanza. E un'ansietà
indefinibile mi premeva il cuore.
— Tutta la sera abbiamo parlato di te, ricordato tante cose del tempo
lontano, fatto anche qualche sogno per l'avvenire. Chi avrebbe mai
potuto imaginare il tuo ritorno? Ma nessuno di noi crede ancora che tu
rimanga.... Ci sembra che, dopo qualche giorno, tu debba fuggire. Non è
facile resistere a questa nostra vita. Massimilla, vedi, preferisce il
monastero.... Non sai che Massimilla sta per lasciarci?
Come io saliva rasente la parete vegetale, un forte sentore d'amarezza
mi prendeva le nari emanato dalle piccole foglie nuove del bosso che
brillavano in guisa di berilli tra il verde opaco. — Ah, ecco Violante!
— esclamò Oddo toccandomi il braccio.
L'apparizione improvvisa mi diede un gran palpito; e sentii che il mio
volto si colorava.
Ella era sotto un alto arco di bosso, con i piedi nell'erba; e un lembo
di prato per l'apertura si dileguava, in liste d'oro, dietro la sua
persona.
Sorrideva senza avanzare, attendendo che noi le giungessimo da presso; e
pareva ch'ella offrisse al mio sguardo attonito la sua bellezza intera
in quell'attitudine calma, su quella soglia verde ove forse le sue dita
avevano reciso le numerose viole che le ornavano la cintura. Mi tese la
mano guardandomi in volto, e mi disse con una voce che era la perfetta
espressione musicale della forma onde esciva:
— Siate il benvenuto. Noi vi aspettavamo già da ieri. Oddo e Antonello
ci portarono invece il vostro dono, che non fu meno gradito.
Io le dissi:
— Rientro nel vostro dominio dopo molti anni ricordandomi che ci venni
la prima volta accompagnando mia madre, e già provo il rammarico
d'esserne rimasto troppo tempo lontano. Partendo da Roma io sapevo che
avrei trovato a Rebursa una casa vuota ma non sapevo che Trigento mi
avrebbe compensato con tanta larghezza. Io vi debbo molta
riconoscenza....
— Vi dovremo noi riconoscenza — ella interruppe — se non vi parrà grave
la nostra compagnia. Voi sapete che questo luogo è senza gioia.
— Anche la tristezza ha la sua bontà per chi la sa gustare, non è vero?
— Forse.
— E poi, veramente, da che ho oltrepassato il cancello, io non ho qui se
non sensazioni squisite. Questo grande giardino mi sembra delizioso.
Come si può non sentire la poesia della sua vecchiezza? Ieri, quando
vidi Oddo e Antonello pieni di meraviglia d'avanti a quei mandorli come
se non avessero mai guardato un albero fiorito, pensai che qui tutto
fosse arido e morto. Invece trovo qui dentro una primavera più dolce di
quella che ho lasciata fuori. Non vi siete voi forse stancata a cogliere
le mammole nell'erba? Ne avete carica la cintura!
Ella sorrise abbassando gli occhi sul suo fianco e toccando con le sue
dita nude le viole che l'ornavano.
— Voi venite dalla città — ella disse con quella sua voce sonora ma pur
velata, in cui la ricchezza del timbro era un poco spenta come da
un'incrinatura esilissima — voi venite dalla città e la campagna vi dà
le sue primizie.
— Non so; ma certe cose debbono sembrar sempre nuove.
— Noi non le vediamo e non le amiamo più, certe cose — disse Oddo con
malinconia. — Forse Violante non sente l'odore dei fiori che coglie.
— È vero? — le chiesi volgendomi verso di lei, incontrando con gli occhi
il suo profilo marmoreo reclinato sotto la capellatura voluminosa e
divenuto impassibile come quello delle statue immortali.
— Che cosa? — ella domandò, in atto di chi torni da un'assenza, non
avendo udito le parole del fratello.
— Dice Oddo che voi non sentite l'odore dei fiori che cogliete. È vero?
Un tenue rossore le colorì il sommo delle gote.
— Oh no! — rispose con una vivacità che contrastava i ritmi lenti cui
pareva sottomessa la sua vita. — Non credete a Oddo. Egli dice così
perchè io amo i profumi acuti; ma sento anche i più deboli, sento anche
quelli delle pietre....
— Delle pietre? — fece Oddo ridendo.
— Che sai tu, Oddo? Taci.
Eravamo su per le grandi scalee coperte di pergole, salienti in
ordinanza simmetrica verso il palazzo; ed ella ascendeva tra noi due,
con lentezza, di grado in grado. Poichè i gradi erano assai larghi, ella
su ciascuno faceva un passo e si soffermava un istante prima di
sollevare il piede sul rialto, successivamente; e la vicenda voleva
ch'ella sollevasse sempre il medesimo piede. Affaticata dalla frequenza
dell'atto, ella abbandonava alquanto il busto su la flessione del
ginocchio rilasciando la volontà orgogliosa che pur dianzi ergeva la sua
figura a similitudine del perfetto stelo. Una mollezza impreveduta
ondeggiava allora nel corpo superbo; un ritmo nuovo ne rivelava le
grazie quasi direi obedienti, le virtù pieghevoli di amore. Così forte
era il potere emanato da quella creatura bella che io non sapevo
distrarre i miei occhi dai suoi moti; e mi trattenevo in dietro per
circondarla col mio sguardo intera. Ella pareva respingere il mio
spirito verso l'epoca meravigliosa in cui gli artefici estraevano dalla
materia dormente le forme perfette che gli uomini consideravano come le
sole verità degne di essere adorate in terra. E io pensava, guardandola,
salendo dietro la sua traccia: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella
non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio.„ E, mentre il
suo capo sovrano passava nella luce come in un elemento natale, io
sentivo che la sua bellezza era per attingere la perfezione della
maturità, l'ora breve del massimo pregio; e ringraziavo la fortuna
d'avermi concesso un tanto spettacolo. “Ah io l'adorerò ma non oserò
amarla; non oserò guardare nella sua anima per sorprendere il suo
segreto. Pure ogni suo moto rivela ch'ella è fatta per l'amore; ma per
l'amore sterile, per la voluttà che non crea. Giammai le sue viscere
porteranno il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il
puro contorno del suo seno.„
Ella si arrestò impaziente dello sforzo, un poco anelante; e disse:
— Come affaticano questi gradi! Facciamo una sosta qui, se non vi
dispiace.
— Antonello e Anatolia scendono — avvertì Oddo scorgendo i due vegnenti
attraverso l'intrico della pergola nella scalea superiore. —
Aspettiamoli.
Veniva verso di noi quella che m'era stata rappresentata come la datrice
di forza, la vergine benefica e possente, l'anima ricca e prodiga. Ella
già appariva come un sostegno, poichè Antonello teneva il suo braccio
sotto il braccio di lei misurando il suo passo incerto su la cadenza di
quel passo sicuro.
— Di quale fra noi — mi domandò Violante all'improvviso ma con un
accento leggero che toglieva alla domanda ogni senso indiscreto — di
quale tra noi avevate un ricordo meno confuso?
Esitai un istante.
— Non saprei dirvelo — risposi incerto, mentre il mio orecchio si
tendeva al fruscio della veste di Anatolia. — Ma, senza dubbio, le
figure del mio ricordo non hanno quasi nulla di comune con la realtà
presente. Dal giorno che io mi allontanai, si è svolto per noi quel
periodo della vita in cui le trasformazioni sono più rapide e più
profonde....
I due già sopraggiungevano. Anche Anatolia disse, tendendomi la mano:
— Siate il benvenuto.
E il suo gesto aveva una franchezza virile; e la sua mano nel contatto
parve comunicarmi quasi direi un senso di forza generosa e di bontà
efficace, parve d'improvviso infondere nel mio spirito una specie di
confidenza fraterna.
Era una mano spoglia di anelli, non troppo bianca, nè troppo allungata,
ma robusta nella sua forma pura, atta a raccogliere e a sostenere,
pieghevole e ferma nel tempo medesimo, con un'impronta di fierezza sul
dosso variato dai rilievi delle congiunture e dalle trame delle vene,
con solchi di dolcezza nella palma concava e tiepida dove pareva
risiedere un focolare irradiante di sensibilità.
— Siate il benvenuto — disse la calda voce cordiale. — Voi ci portate da
Roma il sole e la primavera....
— Oh no! — interruppi. — Io trovo qui l'uno e l'altra. A Roma ho
lasciato la nebbia e molte simili cose grige. Esprimevo dianzi il
rammarico d'esser rimasto troppo tempo lontano.
— Tu dovrai dunque compensarci della dimenticanza — fece Antonello, con
quel suo sorriso penoso.
— Come trovate Trigento? — mi domandò Anatolia. — Quasi in nulla mutato;
è vero? Voi venivate qui con vostra madre.... Ve ne ricordate bene; è
vero? Noi non avremmo potuto dimenticarlo; nè potremo mai. Troverete
qui, tra le cose rimaste intatte, la memoria della santa anima, di
quella immensa bontà.
Un silenzio grave seguì le sue parole evocatrici. Per qualche attimo il
sentimento della morte, addensatosi intorno al mio cuore filiale, diede
anche agli esseri e alle cose presenti un aspetto d'inesistenza. Mi
parve, per qualche attimo, che tutto divenisse lontano e vacuo non meno
di quel cielo ch'io vedevo impallidire a traverso le nude viti della
pergola simili a una rete lógora. Ma nel dileguarsi dell'illusione
breve, mi sentii più avvicinato a colei che l'aveva prodotta; e mi
sentii incapace di disperdermi ancora in parole oziose, provando il
bisogno di penetrare nella verità di quella tristezza.
— E Donna Aldoina? — chiesi a voce bassa, rivolto verso Anatolia,
comunicando ora con lei sola.
Non era ella forse la vera custode dell'abitazione oscura? Evocando la
morta, non aveva ella medesima suscitato l'imagine della demente?
— È rimasta così, sempre — rispose, a voce bassa anch'ella. — Meglio per
voi non vederla, almeno per oggi. Vi farebbe troppa pena. E per noi,
imaginate!, è il supplizio di tutti i giorni; un supplizio che dura da
anni, senza tregua, disfacendoci l'anima....
I suoi occhi in un batter di palpebre gittarono ad Antonello uno sguardo
furtivo, dove io potei leggere il segreto terrore che le ispirava il
povero infermo pericolante su l'orlo dell'abisso.
— Non abbiamo mai avuto il coraggio di separarcene, di allontanarla —
soggiunse — perché non è violenta anzi è dolce. Qualche volta sembra
guarita, ci dà quasi l'illusione d'un miracolo; ci chiama per nome, si
ricorda d'un piccolo fatto lontano, ha il sorriso calmo. Benchè sappiamo
oramai che tutto questo è un inganno, pure ogni volta la speranza ci fa
palpitare, ogni volta l'ansietà ci soffoca. Voi comprendete....
La sua voce nel dolore perdeva il suono come una corda che s'allenti.
— Non è possibile confinarla nelle sue stanze, tenerla chiusa; non è
possibile. Nè abbiamo cuore di sfuggirla quando si mostra, quando ci
viene incontro, quando ci parla. Così, quasi di continuo, vive al nostro
fianco, si mescola alla nostra esistenza....
— Certi giorni — interruppe d'improvviso Antonello, quasi con impeto,
come spinto da un'eccitazione infrenabile — certi giorni tutta la casa è
piena di lei. Noi respiriamo la sua follia. Qualcuno di noi rimane ore
ed ore a sentirla parlare, seduto di fronte a lei seduta, con le mani
imprigionate in quelle mani che tremano.... Comprendi?
Un nuovo silenzio, più grave, cadde su noi tutti. E ciascuno di noi
soffriva riconoscendo in sé la realtà del dolore che le esili ombre
azzurrine della pergola miste all'oro docile del sole involgevano come
in un velario di sogno. S'udiva nel silenzio il suono d'un passo leggero
che s'avvicinava su per le scalee di sotto. S'udiva a intervalli eguali
uno scroscio sordo come d'un bacino che trabocchi. Una vibrazione
misteriosa pareva salire dal giardino solitario. E io compresi come
l'anima debole e triste potesse con quelle apparenze comporre il
fantasma d'una vita innaturale e alimentarlo di sé e restarne
sopraffatta.
Così, subitamente, mi si rivelava nella sua atrocità il supplizio a cui
il Destino aveva condannato quegli ultimi superstiti d'una stirpe
caduta; e la figura evocata dalle parole d'una vittima certa mi appariva
ingigantita sotto una luce tragica. Io vedeva nella mia imaginazione la
vecchia principessa demente, seduta nell'ombra di una stanza remota, e
uno de' suoi figli chino verso di lei, con le mani imprigionate nelle
mani materne. L'atto della lugubre fascinatrice mi sembrava fatale e
inesorabile. Mi sembrava ch'ella dovesse inconsciamente attrarre nella
sua follia tutte le creature del suo sangue, l'una dopo l'altra, e che
nessuna di loro potesse sottrarsi alla volontà cieca e crudele. Simile a
una Erinni familiare, ella presiedeva alla dissoluzione della sua
progenie.
Allora, a traverso l'arido intrico, guardai in alto il palazzo
silenzioso che nella sua oscura profondità aveva chiuso sino a quel
giorno tanta angoscia disperata e aveva nascosto tante lacrime inutili:
— lacrime espresse da occhi puri e ardenti, degni di riflettere i più
superbi spettacoli del mondo e di versare la gioia in anime di poeti e
di dominatori.
“Occhi della Bellezza!„ pensai riconducendo il mio sguardo verso
Violante immobile. “Quale miseria terrena può velare lo splendore della
verità che in voi riluce? Quale anima afflitta può disconoscere la virtù
consolatrice che da voi fluisce?„ La mia sofferenza cessava subitamente
come per il potere di un balsamo; le imagini torbide si dileguavano come
un tristo vapore.
Ella era immobile, seduta su un plinto di pietra che un tempo aveva
forse sostenuto un'urna. Poggiato il gomito sul ginocchio, ella si
reggeva il mento con la palma; e tutta la sua figura nell'attitudine
semplice mi offriva quella successione di mute cadenze in cui è il
segreto dell'arte suprema. Anche una volta io la considerai presente e
pur discosta. Su la sua fronte breve era visibile il riflesso della
corona ideale ch'ella portava in sommo de' suoi pensieri; e i suoi
capelli, costretti su la nuca in un gran nodo, parevano avere obbedito
al ritmo che regola i riposi del mare.
— Massimilla — disse Oddo annunziando la terza sorella.
Io mi volsi e la vidi già prossima. Ella saliva gli ultimi gradi, col
suo passo lieve, recando sul volto e in tutta la persona i vestigi del
sogno in cui s'era immersa, l'intima poesia dell'ora trascorsa con un
libro fedele nella solitudine d'un recesso noto a lei sola.
— Dove sei stata? — le chiese Oddo, prima ch'ella giungesse fino a noi.
Ella sorrise con timidezza; e una tenue fiamma le tinse le gote
ondulate.
— Laggiù — rispose — a leggere.
La sua voce era liquida e argentina tra le labbra esigue. Il suo libro
aveva per segnale tra le pagine un filo d'erba.
Come io m'inchinai, ella mi porse la mano continuando il suo sorriso
timido. E parve risvegliare in fondo alla mia anima qualche cosa di
quella tenera compassione da me provata nel tempo lontano verso la
piccola inferma visitata da mia madre; poiché la sua mano era tanto
gracile e soave che mi diede imagine d'uno di quei fini gigli, chiamati
emerocàli, fiorenti per un giorno nelle arene calde.
Com'ella non mi parlò, anch'io non seppi trovare le delicate parole che
convenivano alla sua pavida grazia di ermellino.
— Vogliamo dunque salire? — disse Anatolia volgendosi a me e rompendo
con la sua voce chiara quella specie d'incantamento inerte che nel
tepore della pergola i nostri pensieri e le nostre malinconie non
esprimibili avevano formato vaporando. — Nostro padre ha molto desiderio
di rivedervi.
E riprendemmo insieme a salire per le scalee verso il palazzo.
Le tre sorelle ci precedevano, l'una discosta dall'altra, prima
Anatolia, Massimilla ultima, proferendo alcune parole, alternativamente,
poiché il silenzio delle cose chiedeva il suono delle loro voci ed esse
credevano forse dissipare di sul capo dell'ospite la tristezza del
silenzio. Quelle brevi onde sonore, sgorgando dalle labbra che io non
vedevo, dichinavano investendomi; e io salivo quindi nelle voci e nelle
ombre virginee, come nelle parvenze d'un prestigio, attonito e
perplesso. Ma se i tre ritmi al mio udito erano alterni, alla mia vista
erano simultanei e continui, così che il mio spirito a volta a volta si
tendeva curioso per distinguerli o si faceva quasi direi concavo per
fonderli in una armonia profonda. E, come quelli episodii che nella fuga
riempiono il silenzio del tema, gli aspetti delle cose al passaggio o le
particolarità delle figure entravano ad arricchire il mio sentimento
musicale, senza turbarlo. Erano i segni dell'abbandono e della
dimenticanza sparsi su per le antiche scalee qua e là ancora ingombre
dalle spoglie dell'ultimo autunno. La statua d'una ninfa giacente teneva
nel sonno la testa china in atto di pena, poiché il sostegno del braccio
mancava alla sua tempia maculata dal musco. In un vaso d'argilla
rossastra, lungo come un sarcofago, occupato dalle dure erbe selvagge,
una sola pianticella di giunchiglia fioriva debole e tremula fra
l'invasione ostile. In una rovina del parapetto disgregato dalle radici
penetranti dell'edera, appariva scoperto un canale interno simile a una
arteria rotta; e vi si scorgeva il luccichio e vi si udiva il susurrio
dell'acqua che scendeva a riempire il cuore delle fontane piangenti.
Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi lungo la nostra
salita. La statua, il fiore e l'acqua mi dicevano una medesima verità. E
Violante e Massimilla e Anatolia si trasfiguravano nella mia mente per
virtù di analogie misteriose.
“O belle anime„ io pensava, misurando i ritmi della loro esistenza
visibile “nella vostra trinità non è forse la perfezione dell'amore
umano? Voi siete la forma triplice che finse il mio desiderio nell'ora
della grande armonia. In voi tutti i bisogni della mia carne e del mio
spirito più altieri potrebbero appagarsi; e, per l'opera ch'io debbo
compiere, voi potreste divenire gli strumenti meravigliosi delle mie
volontà e dei miei destini. Non siete voi quali io vi avrei create per
ornare di una bellezza e di un dolore sublimi il mondo occulto di cui
sono l'artefice infaticabile? Oggi non conosco di voi se non le
sembianze e qualche parola fugace; ma sento che domani ciascuna di voi
in tutto il suo essere corrisponderà all'imagine che dentro di me
respira e palpita.„
Così le tre sorelle salivano nella mia aspirazione e nella mia
preghiera, ciascuna obbedendo alla musica segreta che conduceva la sua
vita verso il termine incognito. E le loro figure gettavano su la pietra
grandi ombre.
Quando posi il piede su la soglia, l'imagine fantastica della demente mi
riapparve così viva e così fiera ch'io n'ebbi un segreto brivido. Tutto
il luogo mi sembrò tenuto dalla sua dominazione sinistra, attristato e
atterrito dalla sua onnipresenza. Mi sembrò di leggere nel volto dei
figli la mia stessa inquietudine. E pensai che l'avremmo trovata in cima
della scala ad aspettarci.
Indovinando il mio pensiero, Anatolia mi disse piano, per rassicurarmi:
— Non vorrei che temeste.... Voi non la vedrete.... Ho potuto fare in
modo che non la vediate, in queste ore almeno.... Cercate di non
pensarci, perché non vi sembri troppo triste la nostra ospitalità.
Antonello guardava su per le vetrate delle logge che circondavano il
cortile, vigilando con quei suoi occhi inquieti su cui palpitavano di
continuo i cigli.
— Vedi l'erba? — esclamò Oddo, indicandomi il verde che cresceva lungo i
muri, negli interstizii delle lastre.
— Segno e augurio di pace — io dissi, cercando di scuotere da me
l'oppressura e di risollevarmi. — Mi dispiacque di non trovarla ieri nel
mio cortile. L'avevano tolta, mentre io l'avrei preferita alle foglie
festive del mirto e del lauro. Bisogna lasciar crescere l'erba,
specialmente nelle case troppo grandi. È una cosa viva di più.
Il cortile era sonoro come una navata; e gli echi vi erano pronti a
raccogliere pur le parole sommesse. Guardando la fontana muta, pensai le
musiche misteriose a cui l'acqua avrebbe potuto invitare quegli echi
attenti e favorevoli.
— Perchè la fontana tace? — domandai, volendo cogliere tutte le
occasioni per sostenere la causa della vita in quel claustro pieno di
cose obliate o estinte. — Dianzi, su per la scalea, ho sentito correre
l'acqua.
— Rivolgetevi ad Antonello — disse Violante. — Egli ha imposto il
silenzio.
Il povero infermo si colorò lievemente nel volto e s'intorbidò negli
occhi come chi sia per cedere a un impeto d'ira. Quasi pareva che la
denunzia innocua di Violante gli facesse onta e dolore o che riaprisse
una disputa già composta. Si contenne; ma il dispetto gli alterò la
voce.
— Imagina, Claudio, che le mie stanze sono proprio là — disse, indicando
un lato della loggia — e che di là si sente la fontana scrosciare come
una cascata. Imagina! Un rumore che toglie il senno: incredibile. Già,
non senti che rimbombo ha la voce qui? Di giorno!
In tutto il suo corpo lungo e scarno vibrava l'avversione contro lo
strepito, l'orrore nervoso, l'aborrimento invincibile di cui egli mi
aveva già dato i segni il giorno innanzi nell'udire i colpi delle
carabine e le grida umane.
— Ma vorrei che tu sentissi, di notte — seguitò eccitandosi. — Vorrei
che tu sentissi! L'acqua non è più l'acqua; diventa un'anima perduta che
urla, che ride, che singhiozza, che balbetta, che sbeffa, che si lagna,
che chiama, che comanda. Incredibile! Qualche volta, nell'insonnio,
ascoltando, ho dimenticato che fosse l'acqua; e non ho potuto più
ricordarmene.... Intendi?
Egli s'arrestò d'un tratto, con uno sforzo palese per dominarsi; e
guardò Anatolia, smarritamente. La pena che contraeva il volto di lei
scomparve sotto quello sguardo, s'internò, si nascose. Ed ella, come per
dissipare il malessere che ci teneva tutti, disse con un'aria quasi
gaia:
— Veramente, Antonello non esagera. Volete che evochiamo l'anima
perduta? È facile.
Eravamo tutti là, presso la fontana arida. La sosta imprevista e le
parole e l'aspetto del tormentato e la solennità del luogo chiuso e la
freddezza argentina della luce che vi pioveva dall'alto e l'imminenza
della metamorfosi parevano conferire a quella vecchia cosa inerte quasi
il mistero d'un'opera di magia. La mole marmorea — componimento pomposo
di cavalli nettunii, di tritoni, di delfini e di conche in triplice
ordine — sorgeva innanzi a noi coperta di croste grigiastre e di licheni
disseccati, biancheggiante qua e là come il tronco del gáttice; e le sue
molte bocche umane e bestiali parevano quasi aver conservato nel
silenzio l'attitudine della liquida voce ultimamente prodotta.
— Scostatevi — soggiunse Anatolia chinandosi verso un disco di bronzo
che chiudeva un'apertura circolare nel lastrico presso il margine del
bacino inferiore. — Do l'acqua.
Ed ella mise le dita nell'anello che sporgeva dal centro del disco e
tentò di sollevare il peso; ma, non riuscendo, si rialzò invermigliata
nel volto dallo sforzo. Come io le venni in aiuto ed apersi, ella di
nuovo si chinò e di sua mano ritrovò il congegno nascosto.
Indietreggiammo entrambi, con un moto concorde, mentre s'udiva già
borbogliare l'acqua saliente su per le vene della fontana esanime.
E fu un attimo di aspettazione ansiosa, quasi che le bocche dei mostri
dovessero dare un responso. Involontariamente io imaginai la voluttà
della pietra invasa dalla fresca e fluida vita; finsi in me medesimo
l'impossibile brivido.
Le bùccine dei tritoni soffiavano, le fauci dei delfini gorgogliavano.
Dalla sommità uno zampillo eruppe sibilando, lucido e rapido come un
colpo di stocco vibrato contro l'azzurro; si franse, si ritrasse, esitò,
risorse più diritto e più forte; si mantenne alto nell'aria, si fece
adamantino, divenne uno stelo, parve fiorire. Uno strepito breve e netto
come lo schiocco d'una frusta echeggiò da prima nel chiuso; poi fu come
uno scroscio di risa poderose, fu come uno scoppio di applausi, fu come
un rovescio di pioggia. Tutte le bocche diedero i loro getti, che si
curvarono in arco a riempire le conche sottoposte. La pietra bagnandosi
qua e là si copriva di macchie oscure, luccicava nelle parti levigate,
si rigava di rivoli sempre più spessi: — infine gioì tutta quanta al
contatto dell'acqua, parve aprire alle gocce innumerevoli tutti i suoi
pori, si ravvivò come un albero beneficato da una nube. Rapidamente le
cavità più anguste si riempirono, traboccarono, composero corone
argentee di continuo distrutte, di continuo rinnovellate. Come si
moltiplicavano i giochi istantanei giù per la diversità delle sculture,
crescevano i suoni ininterrotti formando una musica sempre più profonda
nel grande echéggio delle pareti. Gagliardi, su la volubile sinfonia
dell'acqua cadente nell'acqua, dominavano gli scrosci e gli schianti
dello zampillo centrale che frangeva contro le cervici dei tritoni i
fiori miracolosi fiorenti d'attimo in attimo alla cima del suo stelo.
— Senti? — esclamò Antonello che guardava quel trionfo con occhi di
nemico. — Ti sembra tollerabile a lungo, questo frastuono?
— Ah, io starei ore e giorni ad ascoltare — parvemi dicesse Violante
mettendo su la sua voce un velo più grave. — Nessuna musica vale questa,
per me.
Ella era rimasta tanto vicina alla fontana che riceveva su la persona
gli spruzzi dei getti, e aveva già i capelli sparsi d'un pulviscolo
lucente. Il potere della sua bellezza anche una volta escludeva dal mio
spirito qualunque pensiero estraneo, qualunque imagine discordante.
Anche una volta ella m'appariva isolata e intangibile, fuori della vita
comune, piuttosto simile a una finzione dell'arte che a una creatura di
nostra specie. Tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della
sua presenza poichè tutte si riferivano e si sottomettevano e si
accordavano alla sua bellezza. Come già il grande arco verde ch'erasi
incurvato su lei nel primo apparire, come già l'antico plinto che
l'aveva sostenuta, quel sonoro vase aperto verso il cielo sembrava
creato per lei sola, sembrava rispondere perfettamente all'armonia
ideale ch'ella effettuava con la sua semplice attitudine. Segrete
affinità, non intelligibili, congiungevano al suo essere le cose più
diverse, rapportavano i circostanti misteri al suo mistero. Poichè la
natura aveva manifestato per mezzo di tal forma umana una sua idea di
perfezione somma, sembravami che ogni altra idea racchiusa in ogni altro
naturale involucro dovesse necessariamente servire come un segno per
condurre lo spirito del contemplatore a comprender quella altissima ed
unica. Onde avvenne che, considerando la vergine presso la fontana, io
trovassi e cogliessi una pura verità. “Quando la Bellezza si mostra,
tutte le essenze della vita convergono in lei come in un centro; ed ella
ha quindi per tributario l'intero Universo.„
— Una delle nostre pene — mi diceva Oddo mentre salivamo per
l'amplissima scala balaustrata sul cui silenzio gli svolazzi e i nuvoli
delle allegorie secentesche simulavano la furia d'una bufera — una delle
nostre pene è questo spazio; che ci dà una specie di smarrimento
continuo e quasi un senso di diminuzione umiliante...
Troppo ampio e troppo vacuo era infatti l'edificio. Restaurato nel
secolo XVII e da ròcca feudale trasformato in villa di delizia,
conservava tuttavia l'enormità formidabile delle sue mura e delle sue
volte su cui le epoche successive avevano lasciato impronte varie di
arte e di lusso talora in contrasto e talora sovrapposte. Il gran numero
degli specchi, ond'erano coperte intere pareti, moltiplicava lo spazio
all'infinito. E nulla era più triste di quei pallidi abissi illusorii
che sembravano schiudersi in un mondo soprannaturale e allo sguardo dei
viventi promettere d'attimo in attimo apparizioni funeree.
— Claudio, figliuolo mio! — esclamò con voce commossa il principe Luzio,
appena mi vide, venendomi incontro. — Caro, caro figliuolo!
Sentii tremare quel vecchio corpo esausto, quando egli mi abbracciò e mi
baciò in fronte con atto paterno. Tenendo ancora una mano su la mia
spalla, egli mi fissò poi lungamente in volto come trasognato mentre
nell'azzurro cinereo dei suoi occhi indeboliti passava un'onda di
memorie, di cordogli e di rimpianti.
— Come rammenti tuo padre! — soggiunse con la voce sempre più
affettuosa, comunicandomi la sua commozione. — È una somiglianza
incredibile. Mi pare di rivedere Massenzio nella sua gioventù,
quand'eravamo compagni nei Cavalleggieri della Guardia.... Mi pare di
rivederlo vivo. Come gli somigli, figliuolo mio!
Egli mi prese per la mano e mi condusse verso la finestra, quasi volesse
appartarsi con me e attrarmi nella evocazione delle cose lontane.
— Come gli somigli! — ripetè quando il mio volto gli apparve alla chiara
luce. — Oh se l'anima benedetta vivesse ancora! Non doveva morire, mio
Dio, non doveva morire.
Egli scoteva il capo, in atto di rammarico, verso il fantasma di quella
bellissima vita troppo presto recisa. E tanta era la sincerità del suo
affetto che io ne fui penetrato sin nel fondo dell'anima; e non più mi
sentii estraneo in quella casa dove io ritrovavo la memoria dei miei
morti conservata così puramente.
— Guarda — soggiunse il principe sfiorando con le dita i fili estremi
della sua barba candida e sorridendo d'un sorriso in cui travidi un che
della nobile dolcezza di Anatolia — guarda come sono invecchiato!
Egli mostrava in tutta la persona un accasciamento penoso, ma lo
splendore della canizie precoce conferiva alla sua testa una maestà
veneranda; e nella fronte egli portava ancor vivida la nota ereditaria
della sua stirpe dominatrice. Le sue mani, quasi per miracolo, non
avevano sofferto alcuna ingiuria dalla malattia e dalla vecchiezza, non
mostravano alcuna deformazione senile. S'erano conservate belle e pure,
come rese inalterabili da un balsamo, quelle prodighe mani con cui il
signore munifico aveva dissipato la ricchezza su la via dell'esilio per
mantener più a lungo negli occhi del suo Re un riflesso della regalità
caduta. E quasi a memoria dei tesori profusi risplendeva su l'anulare un
cammeo.
Quelle mani con i loro gesti lenti, mentre il torpido sangue si
ravvivava al calore dei ricordi, parevano trarre da una zona d'ombra
qualche lembo d'un mondo estinto; e tale officio le rendeva agli occhi
del mio spirito più singolari. Quando il vecchio essendo seduto le posò
lungo i bracciuoli, entrambe mi divennero simili a reliquie e io le
considerai con un sentimento sconosciuto di rispetto quasi
superstizioso. Esse fecero sì che in quell'ora io mi credessi di vivere
nella mia poesia e non nella realtà degli atti, indicibilmente.
Poichè il mio sguardo restava fisso nella gemma effigiata, il principe
sorrise dicendo:
— È il ritratto di Violante.
E si tolse l'anello, e me lo porse.
L'opera sottile era d'artefice antico, non indegna di Pirgotele o di
Dioscoride; ma il divino lineamento medusèo, rilevato sul campo
sanguigno del sardonio, corrispondeva con tanta perfezione alla
sembianza della creatura superba che io pensai: “Veramente ella dunque
illuminò l'arte delle età scomparse e da tempo immemorabile conferì alle
materie durevoli il privilegio di perpetuare l'Idea ch'ella oggi
incarna!„
— La madre, quando incinse di lei, portava quest'anello — soggiunse il
principe col medesimo sorriso dolce — e lo guardava sempre.
Per tali modi, a ogni momento, le concordanze delle cose ponevano il mio
spirito in uno stato ideale che s'avvicinava allo stato del sogno e
della prescienza pur senza attingerlo, porgendo esse una materia
armonica alla mia sensibilità e alla mia imaginazione. E io assistevo in
me medesimo alla continua genesi d'una vita superiore in cui tutte le
apparenze si trasfiguravano come nella virtù di un magico specchio.
Le tre elette creature parevano illuminarsi e oscurarsi vicendevolmente;
e le ombre e i lumi avevano in loro le significazioni d'un linguaggio
che io già interpretavo con una straordinaria lucidità come se da gran
tempo mi fosse familiare. Onde io rimasi abbagliato non solo dai
riverberi della roccia ma anche dai baleni confusi del mio pensiero
percosso, quando Violante avvicinandosi a una finestra aperta mi mostrò
uno spettacolo ch'ella avrebbe potuto creare con un gesto e mi disse:
— Guardate.
Era una finestra rivolta a settentrione, nella faccia del palazzo
opposta al giardino; ed era spalancata su una voragine. Come mi sporsi,
una specie di vibrazione impetuosa mi attraversò tutto l'essere
esaltandolo d'improvviso al sentimento d'una grandezza muta e terribile.
“È forse questo il vostro segreto?„ io chiesi alla rivelatrice; ma senza
parole, tanto al suo fianco sembravami parlante il silenzio.
Il dirupo scendeva quasi a picco, sotto i contrafforti massicci da cui
era munita la muraglia settentrionale, profondandosi fino a un aspro
alveo biancastro che pur nella sua aridità minacciava le rovinose
collere del torrente. Con la stessa violenza atroce e disperata con cui
i fiumi di lava discesi al mare siciliano rimbalzarono si drizzarono si
contorsero neri e rossi stridendo ruggendo fischiando al primo contatto
dell'acqua, con la stessa violenza la roccia dalla bassura dell'alveo si
rialzava e si scagliava contro il cielo opponendo alla muraglia
costruita dagli uomini una massa gigantesca travagliata da un muto
furore. Tutte le più crude convulsioni e contrazioni dei corpi posseduti
da energie demoniache o da spasimi letali, tutte parevano fisse in
quella compagine orrida come la balza ove Dante ebbe l'indizio dei nuovi
martirii prima di giungere alla riviera del sangue custodita dai
Centauri. Tutti i modi delle materie pieghevoli e scorrevoli vi parevano
finti a contrasto del duro sasso: i cirri delle capellature ribelli, i
viluppi delle serpi azzuffate, gli intrichi delle radici divelte, gli
avvolgimenti delle viscere, i fasci dei muscoli, i circoli dei gorghi,
le pieghe delle tuniche, i rotoli delle funi. Il fantasma d'una
turbolenza frenetica si levava da quella immobilità perfetta a cui il
meriggio toglieva qualunque ombra. La palpitazione d'una febbre veemente
sembrava compressa dalla crosta inerte.
“È questo il vostro segreto?„ io ripetei alla rivelatrice, pur senza
parole, poiché l'émpito interiore non mi consentiva di scegliere e di
dominare i suoni della mia voce.
Ella anche taceva, al mio fianco; e io non la guardava né ella mi
guardava. Ma, stando noi reclinati verso la roccia multiforme, eravamo
congiunti l'uno all'altra da quel fascino che accomuna coloro i quali
leggono insieme in un medesimo libro. Noi leggevamo insieme in un
medesimo libro affascinante e periglioso.
Ella disse, ergendo il capo con un lieve sussulto:
— Udite gli sparvieri?
E cercammo entrambi con occhi allucinati le vette.
— Udite!
La roccia assaliva il cielo con un'arme irta di punte, maculata d'un
color rossastro come di ruggine o di grumo; e i gridi degli uccelli
predaci aumentavano l'impeto della sua fierezza.
Allora una vertigine repentina m'investì, che era come l'orrore d'un
desiderio e d'un orgoglio troppo vasti. Si risvegliò forse nelle radici
stesse della mia sostanza l'ebrietà barbarica dei lontani padri, poiché
l'indefinibile turbamento si tradusse in una successione fulminea
d'imagini balenanti ove io vidi uomini che mi somigliavano irrompere
nella città espugnata, saltare oltre i mucchi dei cadaveri e degli
arredi, affondare le spade nelle carni con un gesto infaticabile,
portare in arcione le donne seminude a traverso le lingue innumerevoli
dell'incendio mentre il sangue saliva al ventre dei loro cavalli agili e
crudeli come i leopardi.
“Ah io avrei saputo possederti in mezzo alla strage, in un talamo di
fuoco, sotto l'ala della morte!„ diceva in me l'antica anima a colei che
mi stava da presso. “La mia volontà avrebbe saputo costringere al
prodigio il mio corpo, e io mi sarei inerpicato su per le pietre lisce
di questa muraglia difesa da mille balestre e pur vivo t'avrei tolta.„
Pieni della desolazione magnifica e tremenda che s'esaltava nel cielo, i
miei occhi incontrarono il volto della vergine così violentemente
irradiato dal riverbero che n'ebbero una gioia quasi dolorosa. E io
provai un desiderio folle di stringere quella testa fra le mie mani di
rovesciarla indietro, di accostarla al mio respiro, di investigarla
sempre più da presso, d'imprimerne ogni linea nel mio pensiero, — non
dissimile a colui il quale abbia rinvenuto sotto le glebe sterili il
frammento sublime da cui il mondo riavrà la gloria di un'idea che pareva
estinta.
Ella era come la statua collocata in vista del sole oriente: la sua
perfezione non temeva la luce. Io vidi nella sua forma corporea
l'impronta del tipo eterno e riconobbi nel medesimo attimo la fralezza
della sua carne non immune dal fato umano. Ella era come il frutto
delizioso che tocca il punto della sua maturità, oltre il quale è il
corrompimento. La pelle del suo volto aveva l'ineffabile trasparenza
della corolla che domani sarà appassita.
“Chi ti sottrarrà al sacrilegio del tempo dissolvitore? Chi ti arresterà
con un dardo mortifero su la cima della tua perfezione quando tu
accennerai a declinare miseramente?„ Le oscure parole del fratello mi
risorsero nella memoria: — Violante si uccide coi profumi.... — E in
silenzio io la lodai, per il bisogno religioso di celebrarla in ogni suo
atto. “O creatura sovrana, sentendoti perfetta tu senti la necessità
della morte. Tu senti che la morte sola può preservarti da ogni ingiuria
vile; e, poiché tutto in te è nobile, tu mediti di offerire alla custode
solenne un corpo regalmente impregnato di profumi.„
Qual mai sapore poteva avere per noi, dopo quei sorsi di vino mirrato,
la mensa a cui sedemmo?
Cose vaghe e trascolorite intorno a me assorto componevano non so che
armonia sommessa ove doveva a poco a poco sedarsi la passione comunicata
alla mia anima dalla rupe ignea.
Le pareti erano coperte di specchi compartiti in giro simmetricamente da
colonnette d'oro e nei campi delle compartiture erano dipinti festoni e
corimbi di rose in ordine alterno; e gli specchi erano appannati e
inverditi come le acque degli stagni soli, e le colonnette erano fini e
attorte come le trecce delle fanciulle bionde, e le rose erano languide
e pie come le ghirlande che cingono le màrtiri di cera nei tabernacoli.
Ma, forse per un omaggio all'ospite donatore, i lunghi rami di mandorlo
ingegnosamente fermati ai viticci dei candelabri spandevano l'ancor viva
e fresca fioritura di contro agli antichi specchi e riflettendosi e
moltiplicandosi nella glauca pallidità creavano la parvenza d'una
lontana primavera acquàtile.
Tutte quelle cose avevano una tacita gentilezza che scendeva a
mescolarsi con la grazia umile di Massimilla; cosicchè sembravami che la
vergine già promessa a Gesù partecipasse della loro specie e del loro
velamento, e ch'ella già mostrasse il sembiante d'una creatura “partita
di questo secolo„ come Beatrice nel sogno della _Vita nuova_, e che nel
suo aspetto d'umiltà dicesse anch'ella: “Io sono a vedere lo principio
della pace.„
Poiché ella m'era di fronte e io la guardava, questa mia imaginazione si
fece tanto forte ch'io giunsi a considerar lei assente e vuoto il suo
posto per qualche attimo. E subito quel vuoto si empì di un'ombra così
cupa che parve quasi la bocca d'un baratro in cui dovessero precipitare
l'un dopo l'altro i consanguinei. E io potei per tal modo elevarmi a una
visione unica e tragica di tutti quei vivi nel rilievo straordinario che
diede loro quel fondo di ombra.
Prendevano il cibo seduti intorno alla mensa consueta: facevano i comuni
gesti che richiede la necessità naturale, proferivano a quando a quando
parole semplici. Ma i loro atti e i loro accenti sembravano accompagnati
da un mistero che a volta a volta li gravava di significanze quasi
terribili o li rendeva quasi ridevoli come il gioco degli automi. Un
contrasto crudelmente palese era tra i modi della funzione vitale
ch'essi compievano e i segni della distruzione inevitabile che si
compieva in loro. Seduto a destra di Massimilla, Antonello mostrava in
tutto il suo contegno una specie d'impazienza repressa, come s'egli
fosse costretto a nutrire con le sue mani non sé medesimo ma un
estraneo. E, fissandolo io, ebbi in un baleno l'intuito dell'orrore che
lo soffocava nel sentire dentro di sé la presenza dell'estraneo forse
ancora confusa ma pur non dubbia. E i miei occhi, correndo per istinto
su Oddo seduto a sinistra di Massimilla, sorpresero nell'attitudine sua
qualche cosa che era come il riflesso attenuato del turbamento fraterno.
E nulla mi parve più lugubre di quella rispondenza occulta tra i due
fratelli nati in un medesimo parto e sacri a un medesimo fato; nulla mi
parve più dolce di quella verginale figura composta tra le loro
inquietudini come l'imagine della Preghiera.
I fiori di mandorlo esalavano uno strano odore di miele nell'aria
tiepida. Talvolta qualche petalo, che pareva divenuto più roseo, cadeva
lungo gli specchi come in un silenzio di acque. E io ripensavo la sosta
nel frutteto.
Ah, veramente, come potevano quei miseri occhi sbigottiti da tanti
fantasmi vedere le cose belle e pure? Che facevo io medesimo in quel
luogo se non una commemorazione della morte? Tutto si offuscava intorno
a simiglianza delle pareti, sembrava retrocedere in un passato lontano;
tutto assumeva un aspetto antiquato e stinto, sembrava quasi coprirsi di
polvere. I due servi, con le livree azzurre e le lunghe calze bianche,
lenti e disattenti, avevano l'aria d'esser venuti fuori da una
guardaroba del secolo scorso, tristi avanzi d'un lusso abolito. Quando
si ritraevano in disparte, parevano dileguare come ombre nella
lontananza illusoria degli specchi, rientrare nel loro mondo inanimato.
Ma la voce del principe, assidua risvegliatrice di memorie, trasmutava
l'incanto. Tutti tacevano con rispetto, quando egli parlava; e non
s'udiva se non la profonda voce senile che a tratti diventava rauca di
collera soffocata o tremava di cordoglio e di rammarico.
Era quello un giorno nefasto per il vecchio: era l'anniversario della
partenza del Re da Gaeta. Compivasi in quel giorno il ventunesimo anno
di esilio.
— Ebbene — egli diceva, rivolto a me, accendendosi nella sua fede,
mentre la bella barba candida gli dava quasi una sembianza profetica —
ebbene, Claudio, quando un Re cade come cadde Francesco di Borbone a
Gaeta, da martire e da eroe, non è possibile che Iddio non lo risollevi
e non gli restituisca il regno. Ascolta la mia parola, figlio di
Massenzio Cantelmo, e non dimenticarla. Il Re delle Due Sicilie finirà i
suoi giorni in gloria sul suo trono legittimo. E mi conceda Iddio che
questo si compia prima ch'io chiuda gli occhi! Ecco l'unico mio voto.
Egli componeva al pallido fantasma regale un'apoteosi di fiamme e di
sangue su le rovine della città forte.
“Ammirabile fede!„ io pensava scorgendo le faville che ancora potevano
accendersi nell'azzurro cinereo di quegli occhi indeboliti. “Ammirabile
fede e vana! La virtù dei Borboni dorme a San Dionigi.„ E, poiché nelle
parole del vecchio passava l'imagine lampeggiante dell'eroina bávara,
più fiero mi risorse il dispetto contro quel re di ventitré anni a cui
la Fortuna aveva presentato il cavallo che portò a Parigi Enrico di
Navarra, mentre il pusillanime, come Filippo V inebetito, non avrebbe
voluto montare se non i cavalli figurati nelle tappezzerie che paravano
le sue stanze.
“Quale magnifica impresa aveva innanzi a sè quel Borbone, quando uscì
dal palazzo di Caserta dove i dottori attendevano a imbalsamare il
cadavere del padre coperto di mille piaghe putride!„ io pensava,
nell'alacrità che mi ridavano le imagini di guerra evocate dal vecchio
venerabile. “Nulla gli mancava: neppure lo spettacolo e l'odore della
putredine, potentissimi per eccitare i grandi pensieri. In verità, egli
aveva tutto: la forza imperiosa dell'antico nome, la giovinezza che
seduce e trascina, un reame su tre mari bellissimo e assuefatto alle
tirannie, una reggia opulenta in vista d'un golfo ricurvo e sonoro come
una cetra, un'appassionata compagna le cui narici feline parevano
respirare in un sogno eroico e palpitare di voluttà presentendo
l'effluvio elettrico degli uragani. Egli aveva da godere e da difendere
tutti questi beni; e, sposo reduce dalla riva estrema dell'altro mare,
egli recava ancor nell'orecchio il clamore dei popoli fedeli, ma udiva
anche un altro clamore; e l'occasione d'una superba lotta gli si offriva
di là dai confini del suo dominio, su campi già irrigati di sangue e
fumidi d'una fermentazione violenta, aperti al pensiero più forte, al
verbo più nobile e alla spada più veloce. In verità, tutto egli aveva:
fuor che la natura del leone. Perché dunque la Fortuna volle imporre il
cumulo di tanto favore a un debole agnello? Mai sangue fu più timido in
vene giovenili e mai sensualità fu più torpida. La stessa bellezza del
dominio legittimo, la divina forma dei lidi, l'aura voluttuosa, il
mistero delle notti, tutti gli incanti dell'estate moriente dovevano
almeno turbare i sensi di quel giovine e irritare in lui l'istinto
profondo del possesso e comunicargli un impeto selvaggio di vita. Ah,
l'ultima sera trascorsa nella reggia quasi deserta, abbandonata dai
cortigiani, attraversata dai grandi soffii del vento marino che recava i
profumi di settembre e la suprema dolcezza del golfo, mentre le cortine
investite garrivano diffondendo vaghe paure, mentre i lumi vacillavano e
si spegnevano su i tavoli coperti delle tristi carte con cui i servitori
creduti più devoti avevan preso congedo nell'ora dell'agonia! E la
desolazione di quella partenza nel crepuscolo, su la piccola nave
comandata da un uomo della plebe, da uno dei rari fedeli; e l'incontro
silenzioso dei vascelli da guerra pieni di tradimento, dati già al
nemico; e la lentissima notte insonne passata sul ponte in vani
rammarichi mentre la Regina stanca dormiva sotto le stelle esposta
all'umidità della brezza; e infine al sorgere del sole la rupe di Gaeta,
l'ultimo rifugio destinato all'ultima ruina, dove la dignità regale
doveva sottomettersi ai patti di un soldato millantatore!„
— Il tradimento era da per tutto come il fumo e l'odore del nitro —
seguitava il principe, sempre più turbato da quei ricordi sanguinosi, di
tratto in tratto avvivando la parola con un gesto della mano bianca su
cui risplendeva il cammeo. — La più terribile giornata dell'assedio fu
quella del cinque di febbraio; e la polveriera della batteria
Sant'Antonio scoppiò per tradimento....
— Ah, che cosa atroce! — esclamò Violante, scossa da un sussulto,
accennando l'atto istintivo di chiudersi gli orecchi con le palme. — Che
terrore!
— Tu te ne ricordi sempre — le disse il padre, posando su lei gli occhi
divenuti più dolci.
— Sempre.
— Violante era rimasta con noi a Gaeta — soggiunse egli rivolto verso di
me. — Aveva appena cinque anni; era il grande amore della Regina. Gli
altri erano partiti per Civitavecchia, sul _Vulcano_, con la contessa di
Trapani. Noi stavamo nella casamatta, sotto le batterie del Fronte di
mare....
— Io mi ricordo di tutto! — interruppe Violante, mossa da un'animazione
subitanea che pareva venirle da quel gran bagliore purpureo diffuso su
la sua infanzia lontana. — Di tutto, di tutto mi ricordo, come delle
cose accadute ieri! La stanza era isolata da due tramezzi fatti di
bandiere cucite insieme. Veggo i colori distintamente: erano bandiere
per segnali, azzurre, gialle e rosse. I lumi erano accesi perchè le
blinde coprivano le finestre. Quando avvenne lo scoppio, potevano essere
le tre o le quattro di sera. Nina Rizzo, la camerista della Regina, era
uscita allora allora. Io tenevo fra le mani una tazza di latte che mi
avevano mandata le suore dell'Ospedale....
Ella parlava così, a tratti brevi, con la voce un po' sorda, con lo
sguardo un po' incantato, rivelando l'una dopo l'altra le particolarità
precise, come se le vedesse in una successione di baleni. E le imagini
evocate dalla sua parola di veggente si distinguevano per una
straordinaria potenza di rilievo sul fondo confuso delle altre imagini.
La vergine e il vecchio, commemorando a vicenda la ruina e la strage,
parevano abolire le cose vaghe e trascolorite d'intorno, creare una
specie di atmosfera fumosa in cui la mia anima respirò per qualche
minuto ansiosamente. — Era l'assedio con tutti i suoi orrori, nella
città ingombra di soldati di cavalli e di muli, sprovvista di
vettovaglie e di danaro, armata d'armi fiacche o inutili, travagliata
dal tifo e dalla fellonia. Le piogge torrenziali la riempivano d'una
melma nerastra ove i giumenti famelici erranti per le strade
stramazzavano e agonizzavano. La grandine di ferro la traforava, la
smantellava, l'atterrava, l'incendiava, sempre più spessa e più
fragorosa, non interrotta se non dalle brevi tregue pattuite per
seppellire i cadaveri già putrefatti. Nelle chiese si celebrava
l'ufficio divino e s'invocava la Patrona Invincibile, mentre le pietre
si staccavano dalle pareti, cadevano i vetri infranti, giungevano i
gemiti dei feriti trasportati nelle barelle. I malati negli Ospedali si
sollevavano su i letti quando una bomba penetrava il muro della corsia e
nell'attimo dello scoppio credendo di morire gridavano: — Viva il Re! —
D'improvviso una polveriera si squarciava scrollando dalle fondamenta
tutta la città che rimaneva soffocata dal fumo e dal terrore, mentre
nella voragine aperta scomparivano i bastioni, i cannoni, le blinde, le
casematte, le case, e cento e cento uomini. Ma, a intervalli, nei giorni
di gran sole, una specie di delirio eroico prendeva gli assediati, una
specie di ebrezza della morte li spingeva al pericolo su le batterie
dove il fuoco era più terribile. In vista del nemico, al suono delle
fanfare gli artiglieri cantavano e danzavano freneticamente; se taluno
cadeva colpito, crescevano nella gazzarra. Un immenso grido di gioia e
d'amore accoglieva l'apparizione della Regina su le spianate ove
grandinava il ferro. Ella s'avanzava con un passo audace, nella grazia
libera de' suoi diciannove anni, chiusa in un busto fulgido come un
corsaletto, sorridendo sotto le piume del suo feltro. Senza battere le
ciglia ai sibili delle palle, ella fissava su i soldati il suo sguardo
inebriante come l'ondeggiamento delle bandiere; e sotto quello sguardo
l'orgoglio pareva allargar le ferite, mentre gli incolumi si
rammaricavano di non aver la gloria d'una macchia rossa. Di tratto in
tratto, uomini con gli occhi ardenti nel viso annerito, con le vesti
ridotte in tritume come dalle mascelle d'un ruminante, coperti di sangue
e di polvere, si slanciavano dai cannoni verso di lei chiamandola per
nome e le baciavano il lembo della gonna....
— Ah com'era bella e com'era degna del suo trono! — esclamò il principe,
che ritrovava i più maschi accenti della sua voce nel celebrare quella
prodezza. La sua presenza aveva su i soldati un potere magnetico. Quando
ella era là, tutti diventavano leoni. Il ventidue di gennaio fu il più
glorioso giorno dell'assedio perchè ella rimase su le batterie fino a
notte.
Successe una pausa, quasi di raccoglimento, in cui ciascuno di noi parve
contemplare la figura ideale dell'eroina su un campo di macerie e di
cadaveri.
— Erano strane le lacrime ne' suoi occhi! — disse Violante con lentezza,
tutt'assorta nella lontana memoria. — All'ultima ora, quando la vidi
piangere, rimasi sbigottita e attonita come d'avanti a un fatto
impreveduto e quasi incredibile. Baciandomi, ella mi bagnò tutta la
faccia.
Dopo un intervallo, soggiunse:
— Portava al cappello una piccola piuma verde.
Soggiunse ancora:
— Aveva un grande smeraldo sotto la gola.
Poichè ella era seduta al mio fianco, un nuovo turbamento m'invase
quando con un atto involontario mi chinai un poco verso di lei e aspirai
il profumo che mi parve divenir più forte e dominare la fragranza mèllea
dei fiori. Gli esseri e le cose presenti mi ispirarono un'avversione
subitanea, mi diedero una specie d'impazienza e di fastidio quasi acre
come se in quel punto più mi pesassero e opprimessero. Guardai con
un'ostilità istintiva il germano del principe, Ottavio Montaga, seduto a
una estremità della tavola, taciturno e un po' sinistro come un uomo
mascherato: simbolo d'un divieto oscuro e intrasgredibile. Sentii
insorgere l'odio della mia sanità, del mio vigore e del mio desiderio
contro la malattia, contro la tristezza, contro il mortale tedio in cui
la portentosa creatura si disfaceva senza scampo. Respingendo le
inquietudini generate pur dianzi nel mio spirito dalle tre forme diverse
nel loro successivo apparire, io credetti d'aver già posta la mia
elezione su quella in cui sembravano adunarsi tutti i prestigi e pur la
solennità del passato per annobilirla. Anche una volta ella sola agitava
tutto il mio essere come quando aveva erto il capo alle strida degli
sparvieri.
Mi disse il principe:
— Non è singolare, Claudio, che Violante conservi di quel tempo una
memoria così lucida? Non ti sembra molto singolare?
Poi, sorridendo di quel suo primo dolce sorriso:
— Maria Sofia non ha mai cessato di prediligerla. Sapendola appassionata
degli odori, ogni anno pel natalizio le manda in dono una gran quantità
di essenze. E, da che siamo qui, non ha mancato una volta!
Volgendosi alla figlia teneramente:
— Oramai tu non potresti più farne a meno; è vero?
E a me, con un'ombra di tristezza:
— Ella ne vive! E tu la vedi, Claudio, come s'è fatta bianca.
Mi parve che Anatolia bisbigliasse:
— Ella ne muore.
Quando ci levammo dalla mensa, Anatolia ci propose di discendere nel
giardino.
— Andiamo a prendere ancóra un po' di sole! — ella invitò, sollevando la
mano verso un fascio di raggi che penetrava pel più alto vetro d'una
finestra non coperto dalla tendina scolorita. — Chi vuol venire?
La sua mano s'illuminò nel gesto, s'indorò fino al polso; e i raggi
passarono fra le sue dita come crini docili.
— Veniamo tutti — io risposi.
Don Ottavio chiese licenza e si ritrasse (il suo aspetto tra noi era
quel d'un intruso); ma il principe mise il suo braccio sotto il braccio
di Anatolia, come già Antonello aveva fatto nella scalea, e disse:
— Io vi accompagnerò fin giù nell'atrio.
Passando per la vastissima sala di udienza, ridotta a una vuota
anticamera, notai una vecchia portantina ch'era fornita delle due
stanghe: quasi avesse allora allora deposta la dama o fosse in assetto
per riceverla.
— Chi va in portantina? — domandai, soffermandomi.
— Nessuno di noi — rispose Anatolia, dopo un attimo di esitazione,
mentre su tutti i volti passava l'ombra di un turbamento.
— È del tempo di Carlo III — disse il principe, dissimulando col sorriso
il suo pensiero triste. — Appartenne alla duchessa di Cublana Donna
Raimondetta Montaga, che fu la più bella dama della Corte e fu celebrata
come la più grande bellezza del Regno.
— È di stile eccellente — io riconobbi, accostandomi, attratto da quella
vecchia cosa che non anche pareva ben morta, a cui la memoria di Donna
Raimondetta conferiva anzi un pregio e una grazia singolari e quasi una
reviviscenza fittizia sotto il mio sguardo. — È una squisita opera
d'arte, e conservata a meraviglia.
Ma io sentii che un'inquietudine strana occupava i miei ospiti intorno a
me, e che la causa di quel malessere partiva dall'oggetto presente. E
tanto più forte allora, per virtù del mistero, sentii vivere nel legno
prezioso la vita delle mie imaginazioni.
— L'anima di Donna Raimondetta abita qui dentro, forse — io dissi con
un'aria leggera, non potendo resistere alla voglia di aprire lo
sportello. — Non potrebbe avere un ricettacolo più elegante. Vediamo.
Come apersi, un odore sottile mi venne alle narici; e per meglio
aspirarlo avanzai il capo nell'interno.
— Che profumo! — esclamai, deliziato da quella sensazione impreveduta. —
È il profumo della duchessa di Cublana?
E per qualche attimo tenni il mio spirito sospeso nella molle atmosfera
creata dal fascino della dama antica, imaginando una piccola bocca
rotonda come una fragola, un'alta capellatura carica di cipria e una
veste di broccatello gonfiata dal guardinfante.
La portantina odorava come un cofano di nozze, dentro tappezzata d'un
velluto verde come la foglia del salice e ornata d'uno specchietto ovale
per ciascun fianco, fuori tutta quanta dorata e dipinta con gusto
sopraffine, arricchita di delicatissimi intagli nelle cornici e nelle
commessure, resa più armonica e più dolce alla vista dal suo velo
secolare: amabile opera d'una fantasia leggiadra e d'una mano sapiente.
— O forse siete voi, Donna Violante, — soggiunsi — che avete vuotato su
questo velluto così tenero una delle vostre fiale, per omaggio all'ava
famosa?
— No, non io — fece ella, quasi con indifferenza, come rioccupata dal
tedio consueto, come ridivenuta estranea.
— Andiamo, dunque — sollecitò Anatolia traendo il padre ch'ella teneva
ancóra al suo braccio. — In questa sala c'è sempre un gran freddo.
— Andiamo — ripetè Antonello rabbrividendo.
Si udiva già dal più alto gradino il romore dell'acqua, roco prima poi
sempre più chiaro e più forte.
— La fontana è riaperta? — fece il principe.
— L'abbiamo riaperta dianzi — disse Anatolia — in onore dell'ospite.
— Hai notato, Claudio, nel cortile il gioco degli echi? — mi chiese Don
Luzio. — È straordinario.
— Veramente straordinario — io risposi. — È un effetto di sonorità
prodigioso. Pare l'artificio di un musico. Credo che un armonista
attento troverebbe qui il segreto di accordi e di dissonanze
sconosciuti. Ecco una scuola incomparabile per un orecchio delicato. Non
è vero, donna Violante? Voi siete per la fontana, contro Antonello.
— Sì — ella disse con semplicità — io amo e comprendo l'acqua.
— _Laudato si, mi Signore, per sor acqua_.... Vi ricordate, Donna
Massimilla, del Cantico di San Francesco?
— Certo — rispose con un sorriso tenue la fidanzata di Gesù, arrossendo.
— Io sono una clarissa.
Il padre l'accarezzò malinconicamente con lo sguardo.
— Suor Acqua! — la chiamò Anatolia, sfiorandole con le dita la benda
liscia dei capelli che le scendeva su la tempia. — Prendi questo nome.
— Sarebbe superbia — fece la clarissa, con una umiltà ridente.
Ella mi rimise nella memoria, con una leggera variante, la sentenza
della Beata: _Symphonialis est aqua_.
Eravamo tutti là, presso la fontana sonora. Ogni bocca dava le sue note
con una canna di vetro simile a una tibia ricurva. La conca di sotto era
già colma e i quattro cavalli marini vi stavano sommersi fino al ventre.
— Il disegno è dell'Algardi bolognese, — disse il principe —
dell'architetto d'Innocenzo X, ma le sculture furono eseguite dal
napoletano Domenico Guidi, da quello stesso che eseguì in gran parte
l'alto rilievo d'Attila a San Pietro.
Come Violante erasi di nuovo appressata al margine della conca, io
guardavo la sua imagine riflessa nella sfera liquida ove un tremolio
continuo scomponeva i lineamenti fra le zampe dei cavalli.
— Un episodio tragico è legato a questa fontana, — soggiunse il principe
— un episodio che fu poi il motivo di qualche credenza superstiziosa.
Non lo conosci?
— Non lo conosco — risposi. — Ma raccontatemelo, se non vi dispiace.
E guardai Antonello, ripensando l'anima perduta che lo tormentava e lo
spaventava di notte. Anch'egli ora teneva gli occhi intenti all'imagine
di Violante tremula in fondo all'acqua.
— Qui, in questo bacino, morì annegata Pantea Montaga, — cominciò Don
Luzio — al tempo del vicerè Pietro d'Aragona....
Ma s'interruppe.
— Ti racconterò un'altra volta.
Compresi ch'egli aveva ritegno a risuscitare quella memoria in presenza
delle figlie; e non volli insistere.
Ma, poco dopo, nell'atrio esterno, passeggiando solo al mio braccio con
lentezza, egli riprese il racconto; mentre d'intorno il sole splendeva
su l'ordine dei balaustri donde le alte statue bianche delle Stagioni
contemplavano la valle fulva del Saurgo.
Era un dramma di passione e di morte, intimo e segreto, ben degno della
virtuosa chiostra lapidea che ne aveva compressa e poi esaltata la
violenza in rapida vicenda. Mi significava il potere esercitato dal
genio dei luoghi su l'anima affine, per cui in questa ogni verace
sentimento doveva concentrarsi fino all'estrema intensità comportabile
dalla natura umana per esprimer quindi tutta la sua forza in un atto
definitivo e di conseguenza certa.
Ascoltando l'imperfetto racconto del principe, io ricomponevo
interiormente l'ora di vita essenziale che aveva prodotto la morte di
Pantea; e il delitto notturno assumeva ai miei occhi una bellezza
indicatrice di cose profonde.
Profonda, in vero, doveva essere la volontà di quell'Umbelino che,
acceso d'implacabile amore verso la sorella inconsapevole ma deliberato
a rimaner nella sua colpa solo, meditò di ucciderla per dividere
dall'anima quella carne che l'aveva infiammato di desiderio così
terribilmente e per poter solo quella contaminare di tutte le carezze.
“Egli dovette trarre dal suo segreto meravigliosi brividi„ io pensava,
considerandone il volto magro e olivastro che mi fingeva la mia
imaginazione. Poichè un ignoto sortilegio gli aveva infuso nel sangue il
fuoco impuro, egli non riconobbe per oggetto della sua concupiscenza se
non il corporale involucro che racchiudeva l'anima inviolabile; e seppe
quindi con la forza del suo pensiero distintamente separar l'uno
dall'altra e contenere in sè a un tempo i due amori: il profano e il
sacro. Qual doveva essere il brivido del suo orrore quando, negli attimi
in cui più forte lo divorava la febbre alimentata dagli effluvii del
corpo presente, udiva la cara anima della sorella esalar parole soavi da
quelle stesse labbra che in sogno egli copriva di lussuriosi baci! In
quali vortici spaventevoli la sua vita interiore doveva turbinare senza
mai tregua, moltiplicata dalla solitudine e addensata dalla
constrizione! Alfine, poiché sentiva aggravarsi il giogo della fatalità
che gli rendeva necessario il delitto, egli meditò di vuotare la
bellezza funesta di Pantea, risolse di ridurla a spoglia insensibile per
mezzo della morte. Quanti segni di pietà e di dolore egli prodigò in
silenzio alla cara anima che doveva involarsi innocente per lasciargli
nelle braccia la salma agognata! Egli, certo, le diceva cose ineffabili
allorché l'accompagnava alla cappella per la preghiera mattutina. — O
Pantea, nulla in terra è più dolce della tua preghiera: la rugiada è
meno dolce — le diceva perché ella più lungamente e più fervidamente
pregasse. Perché ella si apparecchiasse a trapassare, le diceva: — O
Pantea, come sei beata! Il luogo della tua anima è il grembo di Nostro
Signore Gesù Cristo. — Ma in silenzio le diceva cose ineffabili, ch'ella
non poteva intendere. E in una sera d'estate, piena di prestigi fatali,
scoccò l'ora della morte. Tutto era inverisimile e favorevole come in un
sogno. Entrambi stavano presso la fontana eloquente e rinfrescavano le
loro mani nell'umida ombra, taciturni. Una febbre d'inferno ardeva nei
polsi di Umbelino mentre egli teneva gli occhi fissi alla imagine di
Pantea rispecchiata dall'acqua sotto il chiarore delle stelle. Come in
un sogno le sue mani, con la stessa facilità con cui avrebber vinto lo
stelo di un giglio, quasi magicamente, piegarono la persona di Pantea
verso l'imagine profonda finché l'una si confuse nell'altra e la fontana
tenne un candido cadavere...
Il principe Luzio prese commiato da me dicendomi:
— Io spero che da oggi tu voglia aver questa casa per la tua casa. E
sempre, quando tu verrai, sarai il benvenuto, mio caro figliuolo. Non ti
far troppo desiderare, dunque.
Mi dava tanta tristezza quel suo rientrar solo nel palazzo desolato, che
io l'accompagnai per un tratto parlandogli affettuosamente. Ci
soffermammo innanzi alla fontana; ed egli fece un gesto vago verso la
conca, ond'io vidi nella limpidità glaciale la funesta bellezza di
Pantea e le bianche mani concave a fior d'acqua come due petali di
magnolia e la molle capellatura fluttuante sotto le zampe dei cavalli.
— Una favola corse negli anni che seguirono — disse il principe
sorridendo. — Nelle notti degli interlunii l'anima di Pantea cantava in
cima allo zampillo e quella di Umbelino si disperava dentro le gole
delle bestie di pietra, fino all'aurora.
L'ansia della primavera ci saliva alla faccia, stando noi inclinati su i
balaustri verso il giardino in pendio. Ci avvolgeva una specie di aura
vibrante con la celerità di un polso febrile; e la sensazione era così
continuamente grave che intorpidiva i nervi. Le pupille si fissavano e
le palpebre si abbassavano, come in un principio di sopore. Io sentivo
la mia anima carica come una nube.
Disse Anatolia sul nostro silenzio concorde:
— Passa la Felicità.
Ella rivelava, con quella inattesa parola, a noi medesimi il segreto
dell'angoscia che era entro di noi; ed esprimeva l'essenza dell'infinita
malinconia diffusa per la terra in punto di rinnovellare.
— Passa la Felicità!
“Quali mani potrebbero arrestarla?„ io mi domandai subitamente, in una
cieca agitazione del mio bisogno d'amore, in una insurrezione confusa
de' miei istinti più profondi.
Le tre sorelle, poggiati i gomiti su la sponda di pietra, tenevano le
mani in fuori nude, senza anelli, immerse nel sole come in un tepido
bagno aurino: Massimilla, con le dita insieme tessute; Anatolia, con
l'una palma presa nell'altra in croce per modo che i due pollici
soprastavano; Violante, premendo alcune mammole già languide tolte alla
sua cintura e lasciandole poi cadere nello spazio.
“Quali mani potrebbero arrestarla?„
Quelle di Anatolia apparivano le più forti e le più sensitive. Si
disegnavano fermamente sotto la pelle i muscoli e i tendini che
invigorivano i pollici gemmati d'un'unghia rosea, distinta alla radice
dalla lunula quasi bianca, in guisa di un onice a due falde. — Non mi
avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza
generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel
cavo della palma un calore vivifico?
Ma quelle di Massimilla sembravano quasi increate, come le forme delle
apparizioni, tanto erano tenui; e tanto erano candide che il raggio
d'oro non riusciva a indorarle; e tanto note m'erano che io rivedevo
nella piena luce diurna la tenebra dell'absida umbra dove le avevo
vedute per la prima volta su la pala dell'altare, sole superstiti di
un'imagine riassorbita dal mistero e pur atte da sole ad incantare e ad
accarezzare anime. Or esse esprimevano con l'intreccio delle dita
tessute il vincolo della schiavitù volontaria. — Eccomi a te, avvinta
d'un legame più forte di qualunque catena. Non aprirò le braccia se non
quando ti piacerà di sciogliermi. Io non posso e non voglio se non
adorare e obbedire, obbedire e adorare — confessava per quei segni la
devota al suo ideal signore. E io imaginai le sue mani disciolte e dalle
palme loro generarsi lunghe zone di silenzio vivente, in quella guisa
che dalle palme degli angeli effigiati in alto e in basso delle ancóne
si partono le liste volubili dei cartigli recanti qualche versetto e
chiudono l'istoria entro il senso mistico delle parole scritte. “Così, o
Adorante, nei cerchi del tuo vivente silenzio d'amore potresti includere
il mio spirito meditabondo! E io sarei infedele alle solitudini della
terra: ai monti solenni, ai boschi musicali, ai fiumi pacifici, e pur ai
cieli stellati; poiché nessuno spettacolo della terra eleva il genio
dell'uomo quanto la presenza di una bella anima sottomessa. Questa dà
alle mura della stanza segreta una vastità illimitata, come la lampada
votiva aumenta la grandezza della notte nel tempio. Per ciò io ti vorrei
nella mia casa, o dolce schiava. Colui che medita circondato
d'un'adorazione silenziosa, sente la divinità del suo pensiero e crea
come un dio.„
Ma le mani sublimi di Violante, esprimendo dai teneri fiori la stilla
essenziale e lasciandoli cader pesti al suolo, compievano un atto che,
come simbolo, rispondeva perfettamente al carattere del mio stile: —
estraevano da una cosa fin l'ultimo sentore di vita, cioè le prendevano
tutto quel che essa poteva dare, lasciandola esausta. Tale non era uno
tra i più gravi offici della mia arte di vivere?
Violante dunque m'appariva come uno strumento divino e incomparabile
della mia arte. “La sua alleanza m'è necessaria per conoscere e per
esaurire le innumerevoli cose occultate nelle profondità dei sensi
umani, delle quali la sempiterna lussuria è unica rivelatrice. Chiude la
carne tangibile infiniti misteri che solo il contatto di un'altra carne
può rivelare a chi sia dotato dalla Natura per comprenderli e per
celebrarli religiosamente. E il corpo di costei non ha la santità e la
magnificenza di un tempio? Non promette la sua bellezza alla mia
sensualità le più alte iniziazioni?„
Così, come già nella prima salita, io attraevo in me le tre forme
integrali che offerivano a tutti i poteri del mio essere la gioia del
manifestarsi e dell'appagarsi totalmente in una compiuta armonia. L'una
— nel mio sogno — con la pura fronte raggiante di presagi vegliava sul
figlio del mio sangue e della mia anima; e l'altra, come la piráusta
nella fornace del metallurgo, viveva nell'intimo fuoco de' miei
pensieri; e l'altra mi richiamava al culto religioso del corpo e
conveniva meco in segrete cerimonie per insegnarmi a rivivere la vita
degli antichi iddii. Tutte sembravano nate a servire le mie volontà di
perfezione in terra. E il doverle disgiungere l'una dall'altra mi
offendeva come un disordine, mi irritava come un sopruso del pregiudizio
e del costume. “Perchè dunque non potrei condurle alla mia casa in un
medesimo giorno e ornare della triplice grazia la mia solitudine? Il mio
amore e la mia arte saprebbero creare intorno a ciascuna un diverso
incantamento e construire per ciascuna un trono e a ciascuna offerire lo
scettro d'un ideal regno popolato di finzioni in cui ella ritroverebbe
trasfigurata per aspetti molteplici la parte di sé non mortale. E,
poiché la brevità è il giustissimo attributo del sogno superbo e della
vita bella, il mio amore e la mia arte anche saprebbero comporre alle
beatrici (ma non a te, o Anatolia, lungamente destinata a vegliare!) una
morte armoniosa nell'ora opportuna....„
Piovevano senza tregua su le mani virginee questi miei pensieri accesi
come da un lene delirio in quella precoce caldezza del sole, quando
Violante lasciò cadere l'ultimo fiore premuto e si sporse verso le cime
dei lunghissimi tralci che dal ripiano sottoposto salivano fino ai
balaustri e vi si avvolgevano. Riuscì ella a spezzare un rametto e ne
esaminò le fibre interne per vedere se fossero già penetrate dalla linfa
primaverile.
— Dormono ancóra — ella disse.
Noi eravamo dunque chini su l'estremo sonno, già trasparente, di quelle
spoglie squallide in cui stava per compiersi uno tra i più grandi
miracoli terrestri, evocato da una parola.
— Vedrete, fra qualche mese — mi disse Anatolia. — Tutto sarà coperto da
un manto verde, tutte le pergole saranno ombrose.
Non erano le madri dell'uva, ma erano certe viti pampinifere dagli
innumerevoli sermenti volubili che si distendevano su per la vasta
muraglia, come giù per le pergole delle scalee, a similitudine d'un
tessuto reticolare. Esse non avevano aspetto di vegetali, ma di
funicelle consunte, macerate dalla pioggia, disseccate dal sole, fragili
in vista come le tele dei ragni. E pure l'imminenza della metamorfosi le
rendeva mistiche come i maggiori tronchi delle foreste montane. Miriadi
di fronde vive stavano per irrompere dalle fibre di quel cordame inerte,
miracolosamente.
— In autunno — mi disse Violante — tutto si fa rosso, d'un rosso
splendidissimo; e in certi giorni d'ottobre, al sole, le muraglie e le
scalee sembrano parate di porpora. In quel tempo, veramente, il giardino
ha la sua ora di bellezza. Se voi sarete qui, vedrete....
— Non sarà qui — interruppe Antonello, scotendo il capo.
— Perché tu ripeti sempre questo? — io gli chiesi, quasi per un
rimprovero dolce. — Che sai?
— Nessuno sa mai nulla — mormorò Oddo, con la sua voce sorda che io non
distinsi dalla voce fraterna se non pel moto delle labbra. — Chi può
dire quel che accadrà di noi da oggi all'autunno? Soltanto Massimilla è
sicura: ha trovato il suo rifugio.
Forse una minima stilla di amarezza alterava le ultime parole.
— Massimilla va a pregare per noi — disse Anatolia gravemente.
La monacanda abbassò la testa verso le sue mani congiunte. E per un
intervallo noi tacemmo, sotto un'onda di cose indistinte ma pur tuttavia
imperiose.
La visione allucinante della porpora autunnale faceva impallidire ai
miei occhi quel limpido pomeriggio della prima primavera, mentre
discendevamo giù per le scalee, dove qualche ora innanzi le tre
principesse mi erano apparse come nell'inizio d'una favola uscenti con
un sorriso novello da una notte d'immemorabili affanni. Tanto già mi
sembrava lontana quell'ora mattutina quanto prossimo quell'autunno a cui
— secondo un presentimento oscuro — dovevano condurmi le vicissitudini
d'un fulmineo fato. E, se io imaginavo intorno ai nudi tralci il
fogliame purpureo, vedevo su i volti delle tre sorelle cadere un'ombra
di lutto cupa.
Un'altra volta il sentimento della morte appassionò ed inalzò la mia
anima per modo che tutte le apparenze vi si riflettevano con
trasfigurazioni di poesia. E nello splendore dell'aria primaverile
quelle creature frali mi sembrarono “maravigliosamente tristi„ come le
donne nel sogno della _Vita nuova_, che Massimilla m'aveva richiamato
alla memoria fra i mandorli succisi e gli antichi specchi. E mi sembrò
d'esser tutto compreso dall'ardente spirito che in quel libello infiamma
la pagina ove Dante giovine mostra com'egli sapesse agitar dal profondo
la sua anima ed esaltarla al sommo dell'ebrietà dolorosa imaginando
morta Beatrice e contemplandone la faccia a traverso il velo funerale.
“Sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la
gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia.... E paventando assai,
immaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua
mirabile donna è partita di questo secolo.... Allora mi parea che il
cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra
donna.... E fu sì forte la errante fantasia che mi mostrò questa donna
morta....„. Non mi veniva da una simile imaginazione l'émpito delle
ineffabili bellezze interiori?
Una nobiltà sovrana emanava da ogni atto delle vergini moriture e
irradiava le cose per mezzo a cui elle passavano. E forse mai più le
vidi in tanta luce e in tanta ombra.
Quando fummo a piè delle scalee, in un ripiano circondato dalle verdi
rovine d'un portico di bossi, Anatolia si soffermò chiedendomi:
— Volete rivedere tutto il giardino? Potreste forse ritrovare qualche
memoria.
Quasi a dichiarar la sua signoria, Violante disse:
— Giacchè voi amate la musica dell'acqua, io vi condurrò alla visita
delle mie sette fontane.
E Massimilla con la sua timida gentilezza:
— In compenso dei mandorli, io vi mostrerò un biancospino fiorito questa
notte, laggiù.
Mi pareva che parlassero di loro intime cose e, come la vergine di
Fontebranda, intendessero: “Noi siamo uno giardino„.
Non potendo esprimere il mio sentimento, io dissi parole vane.
— Conducetemi dunque — io dissi. — Certo ritroverò qualche memoria:
almeno delle mie prime letture, che furono racconti di fate....
— Povere fate senza bacchetta! — fece Oddo, prendendo la mano di
Anatolia con un gesto carezzevole.
E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.
Allora Violante ci condusse come per un laberinto.
Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti
antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta
disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche
forme trattate un tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a
ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche
interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella
di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei
morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a
quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una
trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco,
risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le
cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non
distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione.
E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.
Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con
cui mi aveva parlato alla finestra:
— Udite?
— Ora siamo nel vostro dominio — io le dissi — perché voi siete la
regina delle fontane....
S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di
mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e
custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una
deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei
piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi
dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe
e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare
nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre
prigioniere. “Come saprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini
che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove,
piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel
Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia
brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter
ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non
dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a
congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di
meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose
non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai
più sacri abissi della vita.
Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da
per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevano d'esser raccolte; e
le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io
imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di
accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro
su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di
poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di
creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del
dolore.
Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di
una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi
penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona
compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava
quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un
tempo convenissero a colloquio amanti celebrati per lo splendore tragico
dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto
delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e
ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo
edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle
espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine.
Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.
E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre
beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la
voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta
virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e
dilatarle in un supremo cielo di bellezza.
Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole
che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e
Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo,
taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e
della morte.
Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto
fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che
rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande
claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di
quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto
e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e
che il linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo.
Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra
estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna
con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. — Io ero per allontanarmi,
ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso
alla fine. — Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto
nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non
più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto?
In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e
di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una
incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?
Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano,
sembravano così profondamente assorte che più d'una volta io fui sul
punto di chiedere: — A che pensate? — E nasceva in me quasi una volontà
di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse
stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che
possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più
nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza
pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male
ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in
futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come
una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. — Non
sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo
inutile?
— Oh quando verrà l'estate! — sospirava Violante, alzando gli occhi
verso i larghi ombrelli dei pini. — D'estate, io passo qui tutte le ore
del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!
Pini giganteschi, dai fusti diritti e rotondi come le antenne delle
galere, ordinati a distanze eguali, sorgevano lungo il muro del claustro
e lo proteggevano con le loro cupole opache. Tra fusto e fusto, come in
un intercolonnio, s'incavavano nel muro le nicchie abitate dalle statue
ignude o avvolte nei pepli in attitudini calme, recanti le visioni del
Passato nella loro cecità divina. A distanze eguali, le sette fontane
sporgevano in forma di tempietti: composta ciascuna d'un'ampia tazza in
cui si miravano deità sedenti su i margini e poggiate all'urna
dell'acqua, nello spazio compreso fra due coppie di colonne che
sorreggevano un frontone ov'era scolpito un distico. L'alta siepe dei
mirti levavasi di contro tutta verde, non interrotta se non dalle
bianche erme cogitabonde. E il terreno umido era quasi interamente
coperto dai muschi come da un feltro, che rendeva silenzioso il nostro
passaggio aumentando la dolcezza del mistero.
— Riuscite a leggere quei versi? — fece Violante, vedendomi intento a
scoprire le lettere incise nella pietra, cancellate quà e là dalle
gromme e dalle fenditure. — Io sapevo una volta quel che dicevano.
Dicevano: “Affrettatevi, affrettatevi! Intrecciate in ghirlande le rose
belle per cingerne le ore che passano.„
PRAECIPITATE MORAS, VOLVCRES CINGATIS VT HORAS
NECTITE FORMOSAS, MOLLIA SERTA, ROSAS.
Era, addolcito di rime, l'antico ammonimento che nei secoli aveva
incitato gli uomini ai piaceri della vita breve, aveva infiammato i baci
su le bocche degli amanti e moltiplicato su le mense le coppe del vino.
Era l'antica melodia voluttuosa, modulata su la nova siringa che un
monaco industre aveva composta in forma dell'ala d'una colomba con le
canne ineguali recise nell'orto abbandonato di Pane ma conteste insieme
con la cera dei torchietti votivi e con il lino d'una tovaglia d'altare
logora.
“La fontana brilla e risuona; e ti dice nel suo splendore: Godi!, e nel
suo murmure ti dice: Ama!„
FONS LVCET, PLAVDE, ELOQUITVR FONS LVMINE: GAVDE.
FONS SONAT, ADCLAMA, MVRMVRE DICIT: AMA.
Un ambiguo incantesimo diffondevano nel mio spirito gli echi della rima
leonina a cui le acque facevano la glosa interminabile. Io sentivo in
quelli echi l'accento velato della malinconia che dona al piacere
un'indefinita grazia e turbandolo pur lo rende più profondo. Non meno
eran molli e tristi quivi le giovinezze divine che distendevano sui
margini le nude membra ondulate a similitudine dello specchio in cui si
miravano da sì lungo tempo: — Salmaci forse, agognanti alla perfezione
d'un congiungimento ancora ignoto agli uomini e agli iddii? o Bibli
forse, intente a comprimere nel virgineo petto il fuoco del desiderio
incestuoso? o Aretuse pieganti come salci leni sotto la violenza d'un
amor protervo repulso in vano? “Piangete qui, o amanti che venite a
dissetarvi! Troppo è dolce quest'acqua. Tempratela col sale delle vostre
lacrime.„
FLETE HIC POTANTES, NIMIS EST AQVA DVLCIS, AMANTES.
SALSVS, VT APTA VEHAM, TEMPERET HVMOR EAM.
Così la dolce fontana, invidiando il sapore del pianto, indicava ai
gaudiosi l'arte sottile di gustar qualche amarezza nella piena felicità.
“Convien mescere alle rose qualche roseo fiore dell'atro elleboro, quasi
indistinto nella ghirlanda, affinchè la fronte redimita a quando a
quando s'inclini.„ Pareva che di grado in grado, per quella lunga via di
amore, la voluttà divenisse più raccolta, più sapiente e più
appassionata. I liquidi specchi invitavano gli amanti a reclinar le
fronti gravi di sogno e a contemplare le proprie imagini affinchè,
giunti infine a non vedere in quelle se non le sembianze d'ignoti esseri
insorte alla luce da un mondo inaccessibile, potessero meglio sentire
quel ch'eravi d'indicibilmente estraneo e lontano nelle vite loro.
“Inclinatevi a specchiarvi affinché i vostri baci sieno addoppiati
dall'imagine.„
OSCVLA IVCVNDA VT DVPLICENTVR IMAGINE IN VNDA
VVLTVS HIC VERO CERNITE FONTE MERO.
In quel semplice atto non era il segno rivelatore d'una cosa recondita?
I due amanti chini a riguardar la loro carezza rispecchiata
significavano inconsapevolmente la potenza mistica della voluttà; che è
quella di espellere per qualche attimo l'uomo sconosciuto che noi
portiamo in noi medesimi e di farcelo sentire lontano ed estraneo come
un fantasma. — Non forse nell'oscurità di un tal sentimento si accresce
il delirio e si produce il terrore dei lussuriosi che negli specchi
delle alcove profonde mirano le loro mutue carezze ripetute da figure
che sono a lor somiglianza e che pur sembrano indefinitamente dissimili
e remote in un silenzio soprannaturale? Avendo una confusa coscienza
della straordinaria alienazione che avviene in loro, credono essi
trovarne un simbolo illuminante in quelle imagini esterne e
dall'analogia sono indótti a non più considerarle come parvenze visuali
ma come forme di vita inesplicabili e infine come aspetti di morte vera
quando i corpi esausti divengono immobili sul lenzuolo bianco e il
sudore si agghiaccia nelle reni e le pupille si contraggono sotto il
peso delle palpebre....
Tal visione mi creavano le rime dell'ultima fontana canora su cui
inclinavasi il volto di Violante, scendendo l'ombra dei pini lenta come
un velario ceruleo. “Qui la Voluttà e la Morte si mirarono congiunte; e
i loro due volti facevano un volto solo.„
SPECTARVNT NVPTAS HIC SE MORS ATQVE VOLVPTAS.
VNVS [FAMA FERAT], QVVM DVO, VVLTVS ERAT.
Come il sole si velò al passaggio d'una nuvola bianca e molle, l'aria
parve addolcirsi ancora più, parve assumere quasi il sapore d'un latte
diafano in cui fosse distemperato un aroma. E io portavo nell'orecchio
la cadenza delle rime latine mentre andavamo a traverso pratelli
recinti, gialleggianti di giunchiglie, ov'era facile imaginare gli
episodii d'una festa pastorale all'ombra di padiglioni inghirlandati.
Sul piedestallo di una ninfa priva d'ambo le braccia era scolpita
l'impresa degli Arcadi: la siringa di sette canne entro un serto
d'alloro.
— Non eravate voi qui stamane? — dissi a Violante, riconoscendo nella
vicinanza l'arco di bosso ove prima ella m'era apparsa.
Ella sorrise; e mi sembrò che le sue gote si colorassero in sommo come
per un bagliore fuggevole. Poche ore erano trascorse; e io mi stupii
d'avere smarrita la nozione esatta del tempo. Quel breve intervallo
m'appariva tutto pieno di avvenimenti confusi che gli davano nella mia
coscienza una durata illusoria, senza limite certo. Non potevo ancora
misurare la gravità della vita che avevo vissuta in quel claustro dal
punto in cui il mio piede s'era posato su la soglia; ma sentivo che una
cosa oscura, di conseguenze incalcolabili, già stava per risolversi in
me, fuor d'ogni mio volere; e pensavo che il mio presentimento mattutino
su la via solitaria non era stato fallace.
— Perchè non ci sediamo un poco? — chiese Antonello, quasi
supplichevole. — Non siete ancora stanchi?
— Sediamoci — assentì Anatolia, con la sua dolce condiscendenza
abituale. — Anch'io sono un poco stanca. È forse l'effetto della
primavera.... Che odore di mammole!
— Ma il vostro biancospino? — esclamai volgendomi a Massimilla, per
mostrarle che non avevo dimenticata la sua offerta.
— È ancora lontano — ella rispose.
— Dove?
— Laggiù.
— Massimilla ha i suoi nascondigli — fece Anatolia ridendo. — Quando si
nasconde, nessuno la ritrova.
— Come l'ermellino — io aggiunsi.
— Poi — ella continuò scherzevole — di tanto in tanto fa un'allusione
misteriosa a qualche piccola meraviglia conosciuta da lei sola, ma con
prudenza, conservando sempre il segreto, senza conceder mai nulla alla
nostra curiosità. Voi oggi, pel biancospino, siete l'oggetto d'uno
speciale favore....
La monacanda teneva gli occhi bassi, ma il riso le brillava nei cigli
illuminandole tutta la faccia.
— Un giorno — continuò la buona sorella, che pareva contenta di
risvegliare quel raggio inconsueto — un giorno vi racconterò la storia
del riccio e dei quattro ricciotti ciechi....
Massimilla ruppe allora in un ridere così giovenile e così limpido,
vestendosi d'una freschezza così impreveduta, che io ne fui attonito
come davanti a un prodigio di grazia.
— Ah, non date ascolto a Anatolia! — ella esclamò senza guardarmi. —
Vuol burlarsi di me.
— La storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi! — io dissi,
bevendo con delizia a quella vena d'ilarità repentina che attraversava
la nostra malinconia. — Ma voi siete dunque un esemplare di perfezione
francescana. Bisogna aggiungere un fioretto ai _Fioretti_: “Come Suor
Acqua dimesticò il riccio salvatico e fecegli il nido acciocchè
moltiplicasse, secondo i comandamenti del nostro Creatore.„ Raccontate,
raccontate!
La clarissa rideva con la sua Anatolia, e quel tenue spirito di gioia si
comunicava anche a Vio
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