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Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo

by Matilde Serao · Italian · Gutenberg #41473 · 462,282 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo
    
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Title: Vita e avventure di Riccardo Joanna: romanzo

Author: Matilde Serao


        
Release date: November 24, 2012 [eBook #41473]
                Most recently updated: October 23, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/41473

Credits: E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from page images generously made available by Internet Archive (http://archive.org)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VITA E AVVENTURE DI RICCARDO JOANNA: ROMANZO ***

Note: Images of the original pages are available through
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      http://archive.org/details/vitaeavventuredi00serauoft





                              MATILDE SERAO


                            VITA E AVVENTURE
                                   DI
                             RICCARDO JOANNA


                                 ROMANZO


                                 MILANO
                    GIUSEPPE GALLI, LIBRAIO-EDITORE
                 _Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80_

                    LIPSIA e VIENNA | MONTEVIDEO
                    F. A. BROCKHAUS | GALLI E COMP.
                                  1887


                                  --------

                         PROPRIETÀ LETTERARIA

         _Milano -- Tip. Filippo Poncelletti -- Via Broletto, 43._

                                  --------




                        AI GIORNALISTI D'ITALIA.




VITA E AVVENTURE DI RICCARDO JOANNA.




I.

PICCOLO.


Paolo Joanna andava e veniva per la stanza, vestendosi, straccamente,
ancora tutto pieno di sonno. Sul suo letto disfatto stavano una quantità
di giornali aperti e spiegazzati, cascavano dalla sponda, giacevano sul
tappetino miserabile; erano quelli della sera innanzi, su cui si era
addormentato, su cui si era arrotolato, dormendo: quelli della mattina,
ancora chiusi dalle fascette multicolori, erano deposti sul vecchio
tavolino da notte, accanto a una tazza da caffè -- e attratte dal
fondiccio melmoso del caffè, dove lo zucchero si liquefaceva, le mosche
vi ronzavano attorno -- e un sottile odore d'inchiostro di stamperia
restava nell'aria. Paolo Joanna si vestiva pianamente, per non destare
il suo figliuolo. In uno stretto lettuccio il piccolo Riccardo dormiva,
con una manina sotto la guancia palliduccia, con le palpebre un po'
ombrate di livido e socchiuse, con la fresca e rossa bocca schiusa:
respirava leggermente, impercettibilmente. Aveva sul volto una
espressione di stanchezza, e il corpicciuolo elegante, sottile, di
fanciullo a sette anni, si allungava sotto il lenzuolo con una linea di
abbattimento profondo: tanto che il padre voltandosi ogni tanto a
guardare il suo bimbo, diventava sempre più cauto nei movimenti, per
paura di svegliarlo. La notte prima, dopo il teatro, lo aveva condotto a
cenare a una trattoria a Vico Rotto San Carlo, che resta aperta sino
alla mattina: erano rientrati alle due: il bimbo, eccitato da un
bicchierino di Marsala puro, non aveva preso sonno che alle quattro. Ora
sembrava troppo felice di dormire, perchè il padre, preso dalla
tenerezza, non camminasse in punta di piedi e rinunziasse a cercare, nel
vecchio canterano, una cravatta meno vecchia di quella che portava. Ma
una mosca si posò sul volto del piccolo Riccardo, e quel visino, dal
pallore di perla, si scosse, come se il bimbo fosse lì lì per
svegliarsi: il padre tremò. Una seconda mosca venne a ronzare intorno ai
riccioli castagni del piccolo Riccardo, poi si posò sulla fronte: e
Riccardo fece udire, nel sonno, un piccolo lagno di creaturina che
soffre. Allora il padre, delicatamente, senza far rumore, prese da terra
un grande giornale e ne coprì il volto del bambino, per difenderlo dalle
mosche: e sotto il largo foglio di carta stampata, odorante d'inchiostro
di stamperia, il sonno del piccolo Riccardo Joanna continuò tranquillo.

Stava per uscire Paolo Joanna, dopo aver ricercato e trovato un mezzo
sigaro spento, quando la serva si presentò sulla soglia. Era una
tarchiata, robusta contadina del Cilento, dai capelli ispidi e neri,
dagli occhi selvaggi, dalla bocca larghissima:

"Bon giorno, signorì. Che faccio per pranzo?"

Paolo esitò un momento:

"Pranziamo fuori, questa sera," disse poi, presto presto, a bassa voce.

"E per colazione che gli do, a quest'anima di Dio?" domandò Marianna,
accennando a Riccardo che dormiva beatamente, sotto la _Perseveranza_.

Paolo Joanna mise la mano nel taschino della sottoveste, ne cavò certi
soldi e disse a Marianna:

"Basteranno dieci soldi?" e un piccolo tremito era nella sua voce.

"Ci bastano e ci soverchiano. E voi, signorì?"

".... Io..., non importa. Faccio colazione fuori, sono invitato,"
soggiunse.

"A che ora vi debbo portare il signorino don Riccardo?"

"Portamelo in ufficio, alle due. Ti raccomando questa creatura, Marià."

"Non dubitate, non dubitate," mormorò lei.

Paolo Joanna se ne andò, contando e ricontando nel taschino i venti
centesimi che gli erano rimasti, per comperare due sigari _virginia_. La
serva prese la tazza sporca e se ne andò, richiudendo pianamente la
porta. Erano le undici e mezzo quando il piccolo Riccardo si svegliò, il
sole meridiano entrava nella camera, si allungava sui mattoni rossastri,
illuminava tutta la povera decenza di quella stanza mobiliata: egli si
rizzò sul letto, senza meravigliarsi di esser solo, senza chiamar
nessuno, balzò in terra, in camicia, scalzo, si dette a cercare le
calzette e le scarpette. Una calzettina aveva un buco al tallone, egli
la stirò per ficcarla dentro la scarpetta e intanto canticchiava, come
un grande:

"Tu, tu, tu...."

Ogni volta che incontrava un giornale sotto i piedi, lo scartava con un
atto di fastidio, o vi passeggiava sopra, come se fosse un tappeto. Solo
solo, come un piccolo essere ragionevole e buono, si lavò, si pettinò,
si vestì col suo bel vestito nuovo, calzoncini al ginocchio,
giacchettina, grande colletto di trina e cravatta di seta rossa: era il
vestito nuovo che presto sarebbe diventato vecchio, a furia di portarlo
ogni giorno, dalla mattina. E sull'uscio, preso a un tratto da una
impazienza nervosa, si mise a gridare:

"O Marià! O Marià!"

La serva accorse, dal fondo della cucina, dove spremeva il sugo di
pomodoro per i maccheroni della padrona di casa: aveva le mani rosse
sino all'avambraccio.

"Voglio la colazione," disse il bimbo, levando sulla serva i suoi
occhioni azzurri e pensosi.

"Che volete, per colazione?"

"Una bella cosa: una cosa bella assai," disse lui, come sognando una
ghiottoneria.

"Ditemela, signorino mio: e Marianna ve la fa. Volete una bella
frittatina di due uova?"

"No, no, voglio una bella cosa."

"Volete un'insalatella di patate e tonno?"

"No, no," fece il bimbo, con la cera nauseata.

"Volete dei maccheroni col pomodoro?"

"No, no, no," fece Riccardo, irritato, battendo i piedi in terra.

"Signorino mio, che vi posso fare? ditemelo voi."

"Voglio un pollo, tutto un pollo, tutto per me, Marià," disse il
fanciullo.

"Non può essere, signorino mio."

"Io voglio il pollo," disse il fanciullo freddamente, con l'alterezza
del gran signore avvezzo a comandare.

"O Madonna mia? come vi posso comprare il pollo? Proprio non posso."

"O Marià, Marianna mia cara," disse il piccolo seduttore, con una voce
tenerissima, "se mi vuoi bene, comprami il pollo."

"Creatura di Marianna sua, non mi fate disperare, siate buono, papà mi
ha lasciato soltanto dieci soldi per la colazione."

"Soltanto dieci soldi?" chiese il bimbo, diventato a un tratto calmo e
riflettendo profondamente.

"Sissignore."

"Ebbene, non importa: comprami dieci soldi di pollo."

E l'ala di pollo a cui era attaccato un pezzetto di petto, Riccardo
Joanna andò a mangiarla in cucina, accanto al tegame dove bolliva il
sugo di pomodoro: Marianna, la serva, dalle nerborute braccia, aveva
fatto in modo da comprargli anche due prugne dolci e mature. Donna
Caterina, la padrona di casa, andava e veniva, tutt'affaccendata nei
preliminari del pranzo: era una grassona, col viso cosparso di tre o
quattro porri rossi e pelosi. Il bimbo, silenzioso e dignitoso, la
guardava, ogni tanto, coi suoi occhi fieri, rosicchiando la sua ala,
come un piccolo principe.

"Non ti ha dato nulla don Paolo, per me?" domandò donna Caterina a
Marianna, che toglieva le teste e le spine alle alici.

"Nossignora."

"Ma gliel'hai detto?"

"Nossignora, l'ho dimenticato."

Donna Caterina fu lì lì per gridare: Marianna le fece un cenno
supplichevole, indicandole il piccolo Riccardo, che lavava
aristocraticamente le sue prugne in un bicchiere, prima di mangiarle. La
padrona di casa fece una spallata, ma tacque. Erano gli otto del mese e
Paolo Joanna non ancora aveva pagato l'affitto della sua stanza: ogni
mese si faceva pregare sino ai quindici, sino ai venti. In realtà
Marianna, presa da pietà, non glielo diceva spesso, vedendolo
impallidire e balbettare: non glielo diceva, anche per quella bella
creatura di Riccardo, che chinava gli occhi e stringeva le labbra,
quando venivano a chieder denaro a suo padre. Il figliuolo, allora,
levava gli occhi in faccia al padre, preso da una grande ansietà, muto,
angosciato: Marianna voltava la testa in là, per non vedere questa scena
silenziosa. E la gentilezza, la intelligenza del piccolo Riccardo erano
tali che commovevano anche donna Caterina: era un bimbo senza madre,
quello, ed ella era una donna senza figliuoli.

"Vuoi pranzare con noi, Riccardo?" gli disse, quando le alici
cominciarono a saltare nell'olio della padella.

"Grazie, signora," rispose il piccolino, "ho fatto colazione e pranzo
con papà mio, questa sera, alla trattoria."

E se ne andò in camera sua, dove restò solo solo, di nuovo, a giocare
con una scatola di soldatini scompagnati. Ora Marianna aveva piegato i
giornali trovati sul letto e in terra e li aveva uniti ad altri sparsi,
a fasci, ammonticchiati sul canterano, sul tavolino da notte, sopra un
seggiolone di cuoio nero dove nessuno sedeva: ogni tanto, quando eran
troppi, Marianna li vendeva al pizzicagnolo, a cinque soldi il chilo,
quando non erano tagliati, e con quei soldi pagava la stiratrice che
insaldava i grandi colletti di Riccardo, o gli lavorava dei manichini di
lana rossa, per l'inverno. Alle due ella entrò in camera, per condurlo
all'ufficio del giornale, da suo padre: aveva lasciato il suo piatto di
maccheroni a metà, per non mancare.

"Mettetevi il berretto, e andiamo, signorino don Riccardo."

"Posso andare anche solo: so la strada!"

"Madonna, potete capitare sotto a una carrozza!"

"Vado sul marciapiedi."

"Nossignore, ho promesso a papà di accompagnarvi."

Egli posò un berretto grazioso sui riccioli castagni e se ne andò per il
vicolo dei Pellegrini, raccontando a Marianna le meraviglie di
_Giroflè-Giroflà_, che aveva visto la sera prima, al Circo Nazionale, il
nero Mourzouck, i pirati e la vampa del _punch_, acceso nella zuppiera.
La serva lo ascoltava, esclamando ogni tanto:

"O Gesù, o Gesù!"

Innanzi alla tipografia del _Tempo_, nella piazzetta dei Bianchi,
incontrarono Peppino, un ragazzotto tipografo.

"Peppì, vai all'ufficio?" domandò il piccolo Riccardo con aria
d'importanza.

"Sissignore, porto le bozze a papà."

"Ah! va bene," fece Riccardo, tutto soddisfatto.

Ora camminavano in tre, la serva col suo passo di anatra grassa, il
bimbo sottile e snello e il ragazzo di stamperia. Peppino portava un
berretto di carta bianca sui capelli rossi, e il viso bianchissimo era
macchiato di lentiggini e d'inchiostro: e sulla blusa turchina parea che
ci fosse piovuto l'inchiostro. Egli guardava il figliuolo del redattore,
con un rispetto profondo e si teneva un po' indietro.

"Tu sai leggere, Peppino?"

"Sissignore: altrimenti non potrei fare il tipografo."

"E scrivere?"

"Un poco."

"Io non so nè leggere, nè scrivere," disse Riccardo. "Ma non serve, papà
dice sempre che non serve."

"Voi non dovete fare il tipografo, signorino."

"No, no, io non debbo fare il tipografo," mormorò macchinalmente il
bimbo. "Addio, Marianna, addio."

"La Madonna vi accompagni," disse la serva, ferma sulla soglia del
portoncino, guardando ancora il bimbo che si arrampicava lestamente per
la erta scaletta.

E Marianna Rosanía, la vigorosa contadina di Caposele, se ne andò a
casa, col suo passo di bestia grossa, a lavare i piatti, mentre i ferri
da stirare si arroventavano sull'altro fornello. Riccardo attraversò
l'anticamera senza fermarsi, schiuse una porta, corse a una scrivania e
buttò le braccia al collo del padre.

"O papà, o piccolo papà," ripeteva il bimbo, strofinando la sua guancia
contro quella del padre.

Il padre lo baciava, in silenzio, sui capelli, sugli occhi. Per lavorare
in ufficio, Paolo Joanna aveva cambiato il soprabito in una giacchetta
di lustrino: la faccia aveva una monotona espressione di stanchezza e
quasi di ebetismo: il medio e l'indice della mano dritta erano sporchi
d'inchiostro sino alla seconda falange.

"Hai mangiato, nino mio?"

"Sì, papà: Marianna mi ha comprato il pollo."

"Ti è piaciuto?"

"Sì, papà: e tu?"

"Io ho fatto colazione al caffè."

"Con gli amici tuoi, papà?"

"Sì, nino. Ti sei seccato, a casa?"

"Un poco, papà: ma non importa."

Peppino, il ragazzo di stamperia, ritto innanzi alla scrivania di Paolo
Joanna, teneva sempre le bozze in mano e guardava in aria, seguendo il
volo delle mosche. Il giornalista gli prese le bozze e chinò il capo sul
tavolino, a lavorare di nuovo. In silenzio Peppino andò via. Riccardo
aveva posato il berretto sopra una scansia, sopra un fascio di opuscoli
tutti polverosi, e piano piano girava per la stanza, come a cercarvi
qualche cosa di nuovo. Ma era sempre la medesima stanza, con due
scrivanie che si prospettavano, massicce, profonde di cassetti, due
monumenti; con certi scaffali pieni di libri buttati a caso, pieni di
opuscoli, di carte vecchie, di fasci di giornali ingialliti; alle mura
una carta geografica dell'Italia, un vecchio orario generale delle
ferrovie romane, una vecchia _réclame_ dell'esposizione marittima di
Napoli, un cartellone rosso con cui il _Tempo_ annunziava ai suoi
lettori la pubblicazione del romanzo di Montépin: _La Marchesa
Castella_. Ma su tutto questo una polvere fitta, come se ci fosse
piovuta, una polvere che mangiava il colore della carta, che appannava
la vernice del legno, che si depositava, a solchi, nella paglia delle
sedie, che copriva i libri e gli Atti del Parlamento di uno strato
molle, che disegnava delle ombre sugli ondeggiamenti della carta
geografica e dei cartelloni.

Insieme al costante odore d'inchiostro di stamperia, questa volta un po'
rancido, si univa l'odore secco e aspro della polvere: se ne
indovinavano dei monticelli negli angoli dimenticati, dietro gli
scaffali, nei cantucci oscuri: Riccardo procedeva con una certa
diffidenza, avanzando il nasino, indietreggiando il corpo, per la paura
d'insudiciarsi. Sopra un tavolinetto vi era un bicchiere con un po' di
limonata in fondo: accanto una vecchia testata del _Tempo_, tutta nera
d'inchiostro, tutta corrosa dalla polvere. Per cavare da uno scaffale un
fascio d'_Illustrazioni italiane_ Riccardo sollevò un nugolo di polvere,
tossì: Paolo levò il capo, si baloccò con la penna.

"Che cosa scrivi, papà?"

"Scrivo che il prefetto è un cattivo, nino mio."

"Gliene dispiacerà al prefetto?"

"Sì, nino."

"Imparerà a esser cattivo," disse imperiosamente il bimbo, con
l'intonazione di un piccolo tiranno.

E si mise a sfogliare le _Illustrazioni_, senza parlare. Aveva subito
imparato a non discorrere in ufficio, a non chiedere nulla, a non far
rumore, a stare lungo tempo immobile, seduto, curvo sopra un giornale
illustrato, sempre i medesimi giornali, senza seccarsi mai, come un
bimbo precoce e saggio. Non si accostava neppure al balcone che dava
sulla Piazza dello Spirito Santo, quasi alla fine di Via Toledo, donde
veniva un grande rumore di carrozze e di persone: ogni tanto, quando una
persona attraversava la stanza, Riccardo levava gli occhi, curioso, ma
timido. Quella porta, quella stanza _di là_, dove sedeva e troneggiava
il proprietario-amministratore del _Tempo_, sembrava a Riccardo un
tempio: non vi si entrava mai, bisognava chieder permesso, le persone vi
restavano lungamente e certo parlavano a voce bassa, di cose importanti,
perchè niun rumore ne veniva: il proprietario non riconduceva mai
nessuno, era un piccolo uomo panciuto, con una testa di foca e gli occhi
grigi e falsi dietro gli occhiali. Ogni tanto, Paolo Joanna scompariva
anche lui dietro la porta del tempio: Riccardo restava con gli occhi
fissi su quella porta, un po' inquieto. Verso le cinque il proprietario
andava via, senza guardarsi intorno, senza salutare, con l'occhio spento
dietro gli occhiali, chiuso in sè. Giammai aveva detto una parola a
Riccardo, giammai aveva fatto mostra di aver notata la sua presenza: e
Riccardo, il piccolo principe, si sentiva pieno di rispetto e pieno di
paura per quel breve uomo ventruto, dal mustacchio troppo corto e troppo
rado. Quando qualcuno veniva a chiedere del proprietario, domandava
sempre se vi era il _signor cavaliere_, senz'altro: Paolo Joanna,
parlando di lui a tavola, a teatro, diceva sempre _il signor cavaliere_,
e questo titolo pareva a Riccardo qualche cosa di misterioso, di grande.
Talvolta nella stanza _di là_ le voci si elevavano. Paolo tendeva
l'orecchio un minuto, poi diceva a Riccardo di andar a giocare in
anticamera. Quest'ordine, per Riccardo, era una liberazione. Quel
giorno, precisamente, l'ordine non veniva: e Riccardo si accostò alla
scrivania di suo padre, senza dirgli nulla. Costui continuava a scrivere
e non si accorse di nulla: ma levando gli occhi, vide la testa ricciuta
di suo figlio accanto a lui:

"Vuoi qualche cosa?"

"Vorrei andare in anticamera."

"Va: non t'insudiciare."

"No, papà: mi porti al trattore questa sera?"

".... Sì."

"A quale?"

".... Non so, vedremo, nino mio."

"Mi fai mangiare la ragusta, papà?"

".... Se ce n'è, nino."

"Voglio anche il dolce, papà."

".... Sì, sì," mormorò il padre chinando il capo.

Il bimbo guardò bene suo padre, con un occhio così indagatore, così
acuto, che parea quello di un vecchio.

"Se non abbiamo quattrini non importa, papà," disse Riccardo, scotendo
il capo.

A Paolo salirono le lagrime agli occhi, ma rispose allegramente:

"Ne avremo, ne avremo, piccolino, non dubitare."

Riccardo scappò fuori, tutto felice; l'anticamera, una stanzetta quasi
buia, la cucina formavano la sua felicità. Nell'anticamera, innanzi a
una scrivania, sedeva don Domenico, un vecchissimo e piccolissimo
gobbetto, tutto bianco, tutto grinzoso, con certi occhietti vivi, il
gerente responsabile del giornale, che teneva anche il registro degli
abbonati e faceva i conti. Don Domenico era grande amico di Riccardo, lo
lasciava scherzare col timbro colorato tutto umido d'inchiostro azzurro,
gli regalava le ostie colorate, rosse, turchine, gialle: facevano
insieme, il gobbetto antico e il bambino, certe conversazioni lente, a
voce sommessa, a riprese:

"Dove sta vostra moglie, don Domenico?"

"È morta, signorino."

"Ah!"

Qui un silenzio: il gobbetto continuava a scrivere in quei suoi libroni.

"Che avete fatto, don Domenico, quando è morta vostra moglie?"

"Che dovevo fare? Niente."

"Papà ha pianto quando mammà è morta, a Milano," diceva il bambino, con
un accento da trasognato.

"Mammà vostra doveva essere bella."

"Era bella assai, bella assai," continuava il piccolo, con la sua aria
di sonnambulo.

Quando entrava un signore per prendere un abbonamento, Riccardo taceva,
mentre il gobbettino scriveva con la sua larga e chiara calligrafia,
staccava la ricevuta nettamente e salutava con un sorriso il nuovo
abbonato. Quel giorno don Domenico era in collera con una macchia
d'inchiostro cascata sulla pagina bianca di un registro, e col capo
abbassato, con la gobba quasi fatta più prominente per l'attenzione,
strofinava, strofinava con la gomma per cancellare quella macchia. E
tutto preso dalla sua smania di pulizia, il gobbetto non gli dava retta,
a Riccardo, che gli voleva raccontare come il papà di _Giroflè_, al
Circo Nazionale, rassomigliava a lui, don Domenico.

"Don Domè?..." disse Riccardo.

"Ah?" fece quello, senza levare la testa.

"Don Domè, non vi voglio più bene."

"Aspettate, aspettate, signorino mio, ora parleremo."

Ma Riccardo si era seccato: aveva voltate le spalle e se n'era andato
nella stanzetta semibuia, dove stava l'altro suo amico, Francesco. Era
un giovanotto alto e forte, che prima aveva fatto il mestiere del fabbro
nell'arsenale di Napoli e guadagnava tre franchi al giorno, essendo
bravo: ma un giorno, battendo col martello sul ferro incandescente, una
scintilla gli era schizzata in un occhio e gli aveva bruciata la cornea:
lo avevano tenuto cinque mesi all'ospedale dei Pellegrini, alle mani del
primo oculista di Napoli, ma aveva perduto l'occhio: all'arsenale non
avevano voluto riprenderlo, egli si era acconciato in quell'ufficio di
giornale, lavorando dalle otto della mattina sino alle nove della sera,
per cinquanta lire il mese. Chiuso dalla mattina in quella stanzetta
oscura, dove si accendeva il gas alle tre, seduto sopra un alto
seggiolone, innanzi a una grande tavola, con un forbicione in mano,
Francesco tagliava le fasce, lentamente, con un moto uniforme, con uno
stridío regolare delle forbici. I larghi fogli di carta dove gli
indirizzi erano stampati, sotto le cesoie di Francesco diventavano tante
strisce piccoline tagliate precisamente, e gli si ammonticchiavano
accanto. Più tardi, quando aveva finito, Francesco disponeva le fasce a
scaletta, in tanti mucchi bene ordinati, pronti a essere bagnati di
gomma, pronti a stringere il giornale nel loro legame. Riccardo era un
grande amico di Francesco, lo andava sempre a trovare nella cameretta
buia, dove non entrava mai nessuno, dove il forte fabbro dall'occhio
bianco passava le giornate, inchiodato sul seggiolone. Riccardo lo
guardava a tagliare, per intieri quarti d'ora, senza dire nulla, e il
tagliatore dava prova di maestria, tagliando con una certa grazia,
arrotondando il braccio, con un colpo quasi volante delle cesoie.

"Don Domenico pare un gatto che raspa, oggi," osservò Riccardo.

"Certi giorni pare uno scimmiotto," rispose Francesco, con un accento
profondo.

"Mi fai tagliare un poco, Francesco?"

"Vi potete far male."

"No, no, non mi faccio male."

"Mi taglierete storte le fasce e poi mi gridano."

"Ti gridano spesso, Francesco?"

"Non sono molto buono per questo mestiere, signorino," mormorò
l'ex-fabbro.

"Ti piaceva meglio l'altro, Francesco?"

"Sicuro."

"Raccontami come ti successe la disgrazia," disse il bimbo, sedendosi
sopra uno sgabello e incrociando le mani.

L'aveva intesa raccontare cento volte, quella storia della scintilla
ardente che era schizzata nell'occhio di Francesco e glielo aveva
bruciato: ma Francesco amava di narrarla la storia della sua disgrazia,
il più grande avvenimento della sua vita. Cominciava sottovoce,
brandendo le sue cesoie, facendole stridere attraverso i fogli di carta,
mentre il bimbo lo fissava coi suoi grandi occhi azzurri, tutti intenti:
ma pian piano Francesco si riscaldava, alzava un po' la voce, non
tagliava più, gesticolando con le cesoie, la cui lama lucida brillava:
una emozione strozzava le parole del fabbro, un pallore si mescolava
alla tinta bruna del volto -- quando arrivava a dire come dalla barra di
ferro arroventato si staccasse la fatale scintilla. Francesco si
fermava, tutto commosso, non potendo più parlare. Il piccolo Riccardo
ascoltava senza batter palpebra, senza interrompere, preso anche lui da
una emozione: e quando taceva il tagliatore, anch'esso taceva, un
silenzio regnava nella stanzetta semibuia.

"Ti fece molto dolore?" disse, dopo una pausa, il bambino.

"Un dolore immenso."

"Bruciava?"

"Assai, assai bruciava."

"Povero Francesco!" disse, sottovoce, il piccolo Riccardo.

"Volete tagliare, signorino?" esclamò il tagliatore, con un moto di
entusiasmo.

E gravemente, stringendo le labbra, Riccardo afferrò le cesoie e si
diede a tagliare le fasce.

"Quante saranno le fasce, Francesco? Un milione?"

"Sono tremila."

"Più di un milione?"

"Meno."

"Tu non sai leggere?"

"No, signorino."

"E non sai a chi vanno queste fasce?"

"Non lo so."

"Non vorresti saperlo?"

"Che me ne importa?"

"È vero, che te ne può importare?" soggiunse il bimbo, col suo tono di
persona ragionevole.

Ma le cesoie gli stancavano le piccole dita, le depose. Una voce di
fuori lo chiamò.

"Riccardo?"

"Eccomi."

Fuori vi era il cronista, un giovinottone lungo e magro magro, con le
spalle curve, il collo esile, le guance rossastre del tisico: un
Veneziano dalla dolce pronuncia, dai modi dolcissimi, perduto in quel
vasto Napoli, tossicchiante appena veniva l'autunno, povero, sempre
allegro, che scriveva presto presto un italiano pieno di errori di
ortografia che Paolo Joanna doveva correggere e per cui Alessandro
Dolfin non si offendeva mai, quando lo riprendevano. Riccardo era il suo
prediletto, aveva sempre in tasca per lui un paio di soldi di confetti,
un giocarello di pochi centesimi. Entrava in redazione tutto scalmanato,
col respiro affannoso, avendo troppo camminato, dalla Questura alla
Prefettura, agli ospedali, sempre in giro sino alle tre, e si buttava a
scrivere come un disperato, con una calligrafia grande e informe di
ingegno mediocre: a un certo punto, domandava:

"Non ci è il bimbo?"

"È fuori."

"Ora, ora lo vado a prendere."

E buttava giù in fretta e furia la sua cronaca, facendo uno sforzo sulla
sua naturale indolenza, vincendo la debolezza di essere destinato a
morire di tisi, scriveva come se avesse il diavolo in corpo, per poter
poi andare a cercare il piccolino.

"Ti ho portato una cosa, indovina?"

"Che cosa, che cosa?" chiedeva Riccardo, attaccato alla lunghissima
gamba di Dolfin.

"Una pesca, una pesca: ma devi venire a prenderla."

E Dolfin avanzava il piede e il ginocchio destro, Riccardo vi si
arrampicava come uno scoiattolo, gli saliva sul petto, opprimendolo,
tendeva le mani, afferrava la pesca, la mordeva.

"Mangia anche tu, Alessandro."

"Non ne voglio, mi fa male."

"Tutto ti fa male a te?"

"Tutto."

"A me nulla."

Questo dialogo avveniva in cucina; una cucina fredda, coi fornelli
spenti, senza un utensile: il focolare era coperto di grandi pacchi di
_Tempo_, la _resa_: sotto l'arco, dove si conservava il carbone, vi
erano certe scatole di caratteri tipografici consumati, corrosi, ma
sempre un po' umidicci, puzzolenti di antimonio; in un angolo certi
strofinacci sudici. Sul muro, dove un tempo erano state le casseruole e
vi avevano lasciato la loro orma rotonda, erano attaccate certe
caricature rosse e nere del _Pasquino_, la Francia con la cresta di
gallo, Bismarck coi tre capelli ritti sul cranio, Depretis con la barba
fluente di un Fiume. Ivi Alessandro Dolfin oziava un pochetto, facendosi
arrampicare addosso il bambino, parlandogli affettuosamente in quel
molle dialetto veneziano, soddisfacendo quel bisogno di tenerezza che
immalinconiva quel giovinottone ammalato, nostalgico e povero. La cucina
aveva un finestrino dai vetri sporchi che dava sulla scaletta: un grosso
naso, una testa di faina vi comparve e gridò:

"Cronista, un suicidio!"

Dolfin lasciò Riccardo a malincuore, e andò dietro al _reporter_ che
aveva tutti i particolari della notizia. Il _reporter_ era un
napoletano, afflitto da uno sciagurato amore pel giornalismo, piccolo,
scarno, con un naso che pareva si trascinasse dietro la testa, con la
faccia di un vecchietto astuto e un modo di parlare telegrafico, tutto
compreso dell'altezza del suo ufficio, quasi che fosse un redattore del
_New-York Herald_. Nell'anticamera, frettolosamente, Angiullo dava la
notizia a Dolfin, leggendogli le note del taccuino: Dolfin ascoltava con
aria stracca, e Riccardo, che gli aveva tenuto dietro, aveva un contegno
di personcina attenta.

"... Dal Ponte alla Sanità. Si crede che sia morto prima d'arrivare in
terra."

"L'hai visto, tu?" domandò il bimbo al _reporter_.

"Certamente: faceva orrore."

"Qual è la _causa del triste proponimento_?" domandò il cronista, con lo
stile della cronaca.

"_Credesi dissesti finanziari_," rispose sullo stesso tono Angiullo. E
scappò via.

Dolfin entrò nella redazione per scrivere la notizia, annoiato; Riccardo
lo seguiva. Paolo Joanna scriveva sempre, con un movimento della bocca
che imitava quasi quello della penna. Non levò neppure il capo. Dolfin
scriveva tenendosi il bimbo accanto.

"Dimmi, che significano _dissesti finanziari_?" chiese il bambino, dopo
aver pensato.

"Mancanza di quattrini," disse Dolfin.

"E uno si ammazza?"

"Più di uno."

"Ah!" disse soltanto il bimbo.

"Che ora sarà?" domandò Paolo Joanna, levando il capo e mostrando la sua
faccia stanca e preoccupata.

"Mah!..." fece il cronista, con un cenno d'ignoranza.

Ambedue non avevano orologio: e l'orologio grosso e grossolano, da
paccotiglia, sospeso al muro, era fermo da sei mesi alle undici e mezzo.

"Ora domando a don Domenico," propose il piccolo Riccardo.

Adesso, nella stanza di redazione era cominciato un certo viavai; il
deputato ispiratore del _Tempo_ aveva mandato l'articolo di fondo contro
il governo, e Paolo Joanna lo arricchiva di punti, di virgole, di
esclamazioni, spezzava i periodi, ne rifaceva qualcuno; il
corrispondente da Torino aveva mandati due telegrammi, di cui uno si
fingeva fosse da Parigi; era venuto il fattorino dell'_Agenzia Stefani_
col solito dispaccio; Peppino era capitato di nuovo, con altre bozze;
due o tre signori erano passati, si erano ficcati nella stanza del
proprietario. Dolfin con le mani in tasca guardava il soffitto, con
quella immobilità sorridente del Veneziano immerso nelle sue
contemplazioni.

"Sono le quattro e un quarto," tornò a dire Riccardo.

"Paolo, dammi Riccardo, lo porto a passeggiare."

"No, no, lascialo stare," mormorò Paolo, pensoso.

"Che ti fa qui? Te lo riconduco all'ora del pranzo."

"Lascialo Riccardo: mi serve."

"Quello si annoia: fallo venire a passeggiare."

"Ti annoi, Riccardo?"

"No, papà: non mi annoio mai," rispose il piccolo uomo.

"Senti una parola, Alessandro," disse Paolo.

E per parlarsi in segreto, i due redattori se ne andarono fuori il
balcone. Ivi Paolo fece la domanda: aveva da prestargli venti lire,
Alessandro? E lo aveva detto presto presto, con quella timidità e quella
soffocazione di voce che hanno le persone veramente bisognose: e
giocherellava col bottone quasi strappato della sua spolverina. Dolfin
si fece pallido, una viva espressione di dolore gli si dipinse sulla
faccia: non aveva che tre lire per pranzare, potevano dividere, egli si
sarebbe contentato.

"Non importa, non importa," disse Paolo, vergognandosi.

"Prendile, Paolo, prendile: almeno per Riccardo."

"Troverò altrove: lascia fare," e abbozzò un pallido sorriso di
sicurezza.

Rientrarono. Erano smorti ambedue, e si dolevano, l'uno della domanda
fatta inutilmente, l'altro della propria impotenza. Il bambino li
guardò, uno dopo l'altro, come se volesse leggere nelle loro facce: egli
era serio serio, come se avesse indovinato.

"O Riccardo, vuoi arrampicarti ancora?" domandò fiaccamente quel
bonaccione di Dolfin, tendendo il piede e il ginocchio destro.

"No," disse lentamente il bambino, "non ho più voglia."

"Che hai, piccolino?"

"Niente."

"A rivederci, io vado al Consiglio comunale," disse Dolfin, che non si
reggeva a vedere il padre preoccupato e il bimbo triste.

Uscì. Paolo, dopo aver pensato un poco, aveva preso un foglietto e
scriveva una lettera. Poche parole: ma ad ognuna di esse si fermava,
come pentito, come esitante, come se non trovasse la forma giusta.
Stracciò il foglio: ne prese un altro. Riccardo si era seduto, le mani
abbandonate, l'occhio spento, come stanco.

"Riccardo?"

"Papà?"

"Senti una cosa."

Il figliuolo si appressò al padre, che gli carezzò i capelli
leggermente.

"Mi vuoi bene?"

"Sì, papà mio."

"Allora vuoi farmi un piacere?"

"Sì, papà."

".... Senti.... senti," e pareva che inghiottisse difficilmente la
saliva, "dovresti andare.... dentro.... dal _signor cavaliere_...."

"Oh, papà!..."

".... A portargli questa lettera," terminò di dire precipitosamente il
padre.

Il bimbo tese la manina, ma aveva chinato la piccola testa sul petto.

"È proprio necessario, papà, che ci vada io?" chiese poi, con voce
fievole.

"Necessario, Riccardo mio," rispose il padre.

".... Ora vado, papà."

E si avviò.

"Senti, Riccardo."

"Che cosa?"

"Digli anche: Papà mio si raccomanda."

"Niente altro?"

"No."

"Vado, papà."

Il bimbo bussò debolmente: una voce secca gli strillò di entrare. Paolo,
mentre Riccardo era di là, volle rimettersi a scrivere, ma non potè, le
mani gli tremavano. Quando la porta si chiuse, egli arrossì di vergogna
sino ai capelli.

"Ecco, papà," sussurrò Riccardo.

Gli pose sulla scrivania quattro rotoli bianchi, venti franchi in monete
di rame.

"Bravo, Riccardo."

Si chinò per baciare il figliuolo sulla guancia, ma il bimbo non potette
più rattenersi, le lagrime gli gonfiarono gli occhi, egli si attaccò al
collo del padre, dicendo fra i singhiozzi:

"Oh papà mio.... oh papà mio bello!..."

"Per carità, non piangere, mi fai disperare," e cercava di calmarlo, lo
carezzava, dava delle occhiate di paura verso la porta.

"Ti possono, udire, per carità, Riccardo!"

Il fanciullo cercava di trattenersi, ma non poteva, i singulti lo
soffocavano. Il padre se lo tolse in collo, e non sapendo dove andare,
lo portò in cucina, chiuse la porta.

"Ma che hai, che hai?" gli andava ripetendo.

"Oh papà, non mandarmi più.... il _signor cavaliere_ mi fa
soggezione.... mi fa paura.... non mandarmi più...."

"Non ti mando più, non dubitare. Che ti ha detto?"

"Ha detto, leggendo la lettera: _solite fandonie_..."

"Imbecille! E poi?"

"Poi ha messo la lettera in un librone nero, ha aperto un cassetto:
quanti denari, papà! e mi ha dato.... quei quattrini...."

Si diede a piangere di nuovo.

"Non piangere: perchè piangi?"

"Mi sono vergognato, papà."

Tacquero. Un grave silenzio era fra loro: la faccia del padre si era
scomposta, quella del bimbo pareva quella di un vecchietto, che avesse
tanto vissuto, tanto sofferto.

"Hai ragione," mormorò Paolo. "Non dovevo mandarti: dovevo andare io,
sono un vile...."

"No, non dir queste cose, non ti arrabbiare, papà mio, un'altra volta
non piangerò più, manda sempre me...."

"Speriamo di non averne più bisogno," soggiunse solennemente il padre.

"Speriamo," aggiunse piamente il figliuolo.

Erano già consolati: uscirono dalla cucina.

"Ora papà tuo ti manda a comperare qualche cosa che ti piaccia. Vuoi il
_fernet_?"

"È amaro."

"Vuoi il _wermouth_?"

"Sì, ma col _seltz_, papà."

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nella tipografia il rombo della macchina era finito. Tutta l'edizione di
provincia era stata tirata: in un camerotto di legno, sotto la vampetta
di un lume a gas, Paolo Joanna e Dolfin scrivevano le ultime
_informazioni_ e le ultime notizie di cronaca per l'edizione di Napoli
che doveva uscire fra un'ora. I due redattori erano in maniche di
camicia: in quel camerotto si affogava -- e non parlavano, scrivevano
rapidamente, presi dall'ansietà di quella ultima ora. Riccardo gironzava
per la tipografia, come una piccola ombra, fra i larghi tavoloni e gli
scaffali della composizione: sopra certe _casse_, dove non si lavorava
più, il gas era abbassato: solo tre tipografi componevano gli ultimi
pezzi del giornale; Peppino si ergeva sopra uno sgabello, essendo ancora
troppo piccolo per arrivare alle cassette dei caratteri; il proto, tutto
attento, si curvava sopra un ampio tavolone coperto di marmo macchiato
di inchiostro, umidiccio di un'acqua sporca, e con certe sue pinzette
cavava certe lettere dalla pagina composta, tutta nera. Riccardo
gironzava, ma sapeva che non doveva parlare ai tipografi, massime in
quella fervida ora di lavoro: e dopo un poco, se ne andò in un camerotto
di legno, simile a quello dove lavoravano suo padre e Dolfin. Attorno a
una larga tavola, sedute sopra certi alti seggioloni, stavano le tre
piegatrici dei giornali: e innanzi a ognuna di loro, un fascio di
giornali aperti si elevava. Rapidamente, senza smettere di parlare,
senza guardare, esse piegavano il giornale in due, poi in quattro, poi
in otto, poi in sedici: agilissime volavano le dita, l'unghia del
pollice passava sulla piega per fissarla meglio, i giornali piegati si
elevavano in mucchi.

Maria lavorava lentamente: era la giovane moglie di un cocchiere,
bellina, dall'aria signorile, convalescente ancora di un tifo che le
aveva minacciato per più giorni la vita, coi capelli corti e ricciuti e
la naturale indolenza dei convalescenti: Raffaela chiacchierava,
canticchiava, lavorava come se avesse una grande fretta, i suoi quattro
figliuoli l'aspettavano a casa per mangiare, era vedova da due anni, suo
marito era un _fontaniere_, era morto in un pozzo improvvisamente
inondato: la più silenziosa era Concetta, una sciancata, una povera
giovane dal volto lungo e pallido, dal vestito di percalla nero, dal
fazzoletto di cotone bianco al collo, una monacella, così la chiamavano
le sue due compagne. Riccardo si metteva accanto a lei, a vederla
piegare con le lunghe dita scarne, muta, fingente non udire le storielle
di amore che le raccontavano le sue compagne, per scandalizzarla un
poco. Maria, specialmente, diceva quella sera di un signore che la
seguiva sempre, quand'ella usciva dalla tipografia, un signore con
orologio e catena, col _tubbo_ e con un brillante grosso grosso al dito
mignolo: un brutto signore, del resto, che se Totonno, suo marito, si
accorgeva di tale cosa, correvano le coltellate -- e ne parlava con un
brivido voluttuoso di spavento, con quel desiderio e quella paura
mistica del sangue che hanno le Napoletane in fondo all'anima. Raffaela,
per scherzare, accusava Concetta di avere un innamorato e quella non
rispondeva, piegava più rapidamente i giornali. Sì, sì, aveva un
innamorato, la monachina, era don Domenico, il vecchietto gobbo e
bianco, un bel matrimonio, il gobbettino e la monacella zoppa. Ella
quasi piangeva, col naso che le si faceva rosso e con le labbra che si
protendevano per lo scoppio delle lagrime.

"Non te ne incaricare, Concetta, lasciale dire," l'ammonì Riccardo, per
consolarla.

Il bambino si arrampicò sulla sedia di Maria per toccarle i capelli.

"Se mo' avessi ancora Pascaluccio mio, sarebbe come voi, signorì," disse
quella, immalinconendosi al pensiero del suo bimbo morto.

"Ringrazia la Madonna che se l'ha preso," gridò Raffaela, "oh quanto
pane mangiano le creature!"

"A me il pane non mi piace," osservò Riccardo.

"Voi siete un signore, è un'altra cosa."

Le piegatrici avevano finito, si guardavano le mani già tutte nere
d'inchiostro, si mettevano gli scialli, Concetta si annodava un
fazzoletto sotto il mento.

"T'aspetta don Domenico?" le disse, per burla, Raffaela.

Le tre piegatrici se ne andarono, attraversando la tipografia, ridendo a
qualche motteggio dei tipografi, Maria con la sua fiacchezza di malatina
debole, Raffaela dicendo qualche paroletta vivace. E dopo un poco il
rombo della macchina ricominciò. Riccardo si era ritirato in un angolo
lontano, ma non toglieva gli occhi di dosso alla macchina. Sempre quel
grande congegno nero, a ruote che s'ingranavano l'una nell'altra, a
rulli neri e lucidi che andavano e venivano, con quel cilindro che si
arrotolava sulle pagine, con quei telai semoventi, con quel fischio
sottile dei fogli che scivolavano, quasi afferrati e divorati da
quell'ingranaggio, quel macchinone rombante sempre lo meravigliava.
Quando era al riposo, Riccardo vi si accostava, timidamente, toccava con
la punta del ditino una ruota, poi si ritraeva, girava attorno alla
macchina con una curiosità ansiosa; ma quando la macchina si metteva in
moto, un timore, un rispetto lo faceva rinculare lontano. E nello stesso
tempo egli invidiava Peppino, il ragazzo, e Ciccillo un altro ragazzo,
che sedevano in cima ai due piani inclinati, sicuri, tranquilli, facendo
scivolare i fogli di carta dentro la macchina, con un atto disinvolto,
di operai avvezzi. Non tremavano essi, lassù, mentre la macchina si
moveva tutta, con un rombo forte, sotto di loro; essi parevano due
domatori della macchina, due trionfatori, due piccoli re. Riccardo li
invidiava.

A Riccardo la macchina pareva una cosa grande e misteriosa. Quando si
trovava innanzi a essa, vedendola inghiottire di mano in mano i fogli
bianchi e subito buttarli fuori stampati, con gli articoli, con le
notizie, coi telegrammi, gli sembrava che essa sola facesse il giornale:
il fanciullo dimenticava il lavorío faticoso di suo padre, di Dolfin,
degli altri redattori, a cui assisteva ogni giorno, dimenticava il
lavorío quotidiano, paziente dei tipografi che componevano il giornale
linea per linea. Per Riccardo la macchina pensava e sapeva, scriveva e
correggeva, componeva, faceva tutto, sapeva far tutto: quell'organismo
ignoto, ma forte e potente, creava ogni giorno il giornale, lo cacciava
dalle sue viscere nere, con un movimento preciso e inflessibile di
generazione. Tutto l'agitarsi minuscolo di tante persone, scrittori,
fattorini, compositori, stampatori, correttori spariva dinanzi a quel
largo movimento di creazione della macchina, stridente, rombante,
mugolante. Riccardo, assorbito, contemplava il grande congegno, tenendo
la bocca un po' schiusa, le manine inerti lungo le gambe: invidiava
Peppino e Ciccillo, i due _ragazzi della macchina_, ma non avrebbe mai
osato di salire lassù. Ogni tanto, quando parlava con suo padre, gli
diceva:

"La macchina, papà...."

E diceva queste tre sole parole lentamente, con un accento profondo,
staccando le sillabe, dando alla frase come un senso sacro. Una notte,
il padre lo aveva condotto in tipografia, dopo il teatro: Paolo Joanna
aveva bisogno di dire qualche cosa al proto: i tipografi della notte
lavoravano, ma la macchina stava ferma: sopra certe ruote erano buttati
degli strofinacci unti di olio, una gran tela nera quasi quasi la
ricopriva.... ed essa s'immergeva nella penombra.

"Che fa la macchina?" aveva chiesto sottovoce il bambino.

"Dorme," aveva risposto distrattamente il padre.

"La macchina dorme," ripeteva pian piano Riccardo, come se non volesse
svegliarla, "la macchina si riposa."

Gli pareva quasi una gran cosa umana, come un congegno che avesse
l'anima. A un tratto il gas intorno alla macchina fu alzato, la tela fu
portata via, i cenci unti furono buttati in un cantuccio e con un rombo
prima sordo, poi fragoroso la macchina, svegliata, viva, cominciò a
buttar fuori le copie del giornale _La Patria_ che usciva al mattino.
Riccardo era rimasto compreso di meraviglia; e da quella notte, ogni
tanto, pensava fra sè:

-- La macchina non riposa mai. --

Sulla porta del suo camerotto, ancora in maniche di camicia, con un
mozzicone nero di sigaro spento fra le labbra, Paolo Joanna aspettava.
Gli toccava restare in tipografia sino a che la tiratura fosse finita:
nel caso che venisse qualche notizia importante da Torino o da Napoli
stesso, bisognava inserirla, fare una seconda edizione. Aveva sul volto
l'ansietà, l'impazienza di quella ultima ora: era quell'esaltamento
finale di un lungo lavoro della mente, quella piccola febbre che soffre
il giornalista al termine della sua fatica quotidiana, l'occhio un po'
stralunato, le labbra un po' secche, le mani un po' calde, tutti i nervi
tesi.

"Riccardo, levati di là," disse da lontano Paolo.

"Perchè, papà?"

"Perchè ci fa caldo e ti puoi far male."

"Non fa caldo, papà, e non mi posso far male."

"Riccardo, non discutere, levati di là."

Il figliuolo guardò bene il padre e gli scorse la brutta faccia nervosa
delle ore cattive: non rispose più nulla e lentamente girò intorno alla
grande macchina che egli amava, passò attraverso le _casse_ della
composizione e si andò a sedere sopra una panchetta di legno, presso la
porta a vetri della tipografia: ivi un po' di fresco veniva. Poi,
attratto dallo spettacolo di fuori, Riccardo accostò la faccia ai vetri.
Fuori la porta, a tre passi di distanza, una trentina di monelli
stazionavano, aspettando: vi erano dei bimbi di sei anni e degli
adolescenti di quattordici: due o tre vestiti decentemente, tutti gli
altri laceri, cenciosi: alcuni scalzi: qualcuno con un cappelletto
sfondato, qualcuno con un berretto stracciato, gli altri col capo nudo.
Si affollavano innanzi alla tipografia, urtandosi, spingendosi per farsi
avanti, buttandosi in terra, dandosi degli scappellotti, piangendo,
ridendo, bestemmiando: ma Capozzi, un giovanottone, stava piantato
innanzi alla tipografia e non li lasciava entrare. Capozzi era il loro
capo, il loro comandante, il loro signore: Capozzi era il loro
ingaggiatore, era quello che distribuiva i giornali, era il tiranno
temuto e venerato. Stava sulla porta, col cappello abbassato sopra un
orecchio, con la mazza d'India del _guappo_, con un'aria di autorità che
pochi ribelli osavano affrontare. E come litigavano fra loro, si
acchiappavano pel collo, egli con una parola, con un rovescio di mano li
divideva.

"O _moccosiello_, sta fermo, se no ti mando via senza giornali!"

"_Bellu guaglione_, figlio di buon cristiano, lo vuoi un calcio?"

"Che credi che non ti vedo, _Sciurillo_? Adesso ti pigli quattro
schiaffi!"

"_Caporaluccio_, questa sera ti metto a mezza razione!"

In tutto quel chiasso di monelli impazienti che solo la voce di Capozzi
arrivava ogni tanto a sedare, fra gli strilli, le canzoncine e i fischi,
solo due di essi stavan quieti, appoggiati al muro. Erano un maschio e
una femmina: fra gli otto e i dieci anni, fratello e sorella, si
rassomigliavano tanto che parevano gemelli. La femmina, la sorellina,
aveva un visetto scarno, dagli occhi vivissimi, con un treccione di
capelli castagni mezzo disfatto sul collo: e sul vestitino di percallo
scuro un grembiule di merinos, un fazzolettino di cotone al collo. Così
il fratelluccio, anch'esso magro e pallidino, con l'aria un po'
femminile.

Senza parlare, mangiavano del pane e delle prugne gialline, piccoline,
quelle che si vendono a sei un soldo: le prugne stavano nel grembiule
della sorellina che le passava al fratello, invitandolo con gli occhi.
Quando le prugne furono finite, la sorellina scosse il grembiule: il
fratelluccio mangiava ancora il suo pane, guardandolo dopo ogni morso
che vi dava. Ma allora i clamori cessarono: la distribuzione cominciava.
Capozzi, assistito da un suo aiutante, Salvatore Decrescenzo, detto
_Totore_, dava a chi cento, a chi cinquanta, a chi duecento copie di
giornali. Le mani si tendevano, i monelli si urtavano: ma Capozzi era
flemmatico, non perdeva la testa, faceva l'appello come pei soldati.

"Dove sta Gennarino Mennella?"

"Sto qua."

"Sebastiano Loiodice?"

"Eccomi, don Giovannì."

"Margherita Santaniello?"

La ragazzina era lì, con le mani tese.

"Cento a te, cento a tuo fratello."

Ora, come la distribuzione finiva, i monelli battevano i piedi per
l'impazienza. Tenevano il fascio dei giornali per un capo, spiegati
innanzi come un tovagliolo, e stavano già quasi col corpo proteso, per
fuggire. Ma Capozzi, quasi scherzando con la loro furia, li tratteneva
ancora. Essi aspettavano da lui la parola d'ordine, la frase che
dovevano gridare, per vendere meglio i giornali. E solennemente, in
napoletano, Capozzi la pronunziò:

"_I' mazzate d'i' Cammere._"

E con un cenno olimpico della sua canna d'India licenziò i monelli. Fu
una fuga come la partenza di una freccia: fuga muta, ansiosa. A venti
passi una vocina sottile di fanciulla diede il primo grido:

"_I' mazzate d'i' Cammere, vulit'u Temp!_"

E il fratellino subito la ripetette, gli altri monelli la ripetettero su
tutti i toni, ogni momento, correndo, correndo, gridando, diffondendosi
dappertutto, pei vicoli e per le grandi strade, ai cantoni e sulle
piazze, dovunque arrivava il galoppo di quei monelli, dovunque si
ripercoteva l'eco di quelle vocette stridule o sonore.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Riccardo si era annodato dietro la nuca, con molta disinvoltura, il
tovagliolo bianco, per non sporcare il suo bel vestito nuovo. Seduto di
fronte a suo padre, a una tavola della elegante trattoria _Caffè di
Europa_, il piccolino non dimostrava nessuna impazienza, aspettava il
pranzo con la serietà di un grande che non dà in escandescenze in
pubblico.

"Hai fame?" domandò il padre, offrendogli le sardine di Nantes
dell'antipasto.

"Abbastanza, ma non voglio sardine," rispose Riccardo, con la cera
disillusa del vecchio frequentatore di trattorie.

E aspettava, con un gran contegno indifferente, guardando ora un grasso
signore, un agente di cambio che mangiava dei vermicelli al pomodoro,
ora una donnina dal vestito di merletto nero, dal largo cappello piumato
di nero, dagli orecchini di brillanti simili a rosette, che tutta sola,
a un tavolino, sorbiva del brodo, agitando le mani bianche cariche di
gemme. Riccardo non parlava, e suo padre era felice di non parlare. Una
grande stanchezza si delineava sulla faccia di Paolo Joanna. Paolo in
quell'ora, sotto la luce cruda del gas, innanzi al grande candore della
tovaglia, al luccichío dei bicchieri, allo scintillío delle posate,
pareva molto più vecchio. La tensione dei nervi era calmata, tutti i
muscoli della faccia si erano rilasciati in un riposo: egli era pallido,
quasi scialbo, con l'occhio spento e il labbro inerte. Era quello il
grande accasciamento serotino, l'abbattimento di tutte le forze
spirituali che pare il principio quotidiano dell'ebetismo, quello stato
di silenzio, di aridità, di nichilismo che fa simile, ogni sera, il
giornalista al contadino che si siede alla mensa dopo aver zappato,
tutto il giorno, sotto il sole o sotto la pioggia: come il contadino ha
in quell'ora il solo, quasi animale desiderio del cibo, il desiderio
della sua copiosa minestra di patate o di barbabietola, così il
giornalista, così Paolo Joanna, in quell'ora è fatto indifferente ad
ogni altro desiderio che non sia quello del pranzo. In quell'ora la
fantasia di Paolo Joanna, tolta al continuo rimuginare di nuove e
vecchie forme giornalistiche, tolta a quel fittizio esaltamento che fa
sembrare fresche e belle idee, immagini da lungo tempo classificate;
_smontata_, come usa dire nel vocabolario giornalistico, questa fantasia
secca e inerte come un sughero, non sapeva sognare altro che le voluttà
del cibo. Paolo Joanna e suo figlio Riccardo in questo si eran trovati
d'accordo nel volere il pranzo a prezzo fisso, a cinque franchi, incluso
il vino. Il pranzo da ordinarsi dà minori voluttà agli stomachi
corrotti, non vi è la varietà, non vi è il piacere acuto della sorpresa:
il pranzo a prezzo fisso, composto di cinque o sei pietanzine, variato,
ignoto, soddisfa, solletica, è tutto un lungo piacere dell'immaginazione
e dello stomaco.

"Chissà che ci daranno!" aveva detto Paolo Joanna, divorando, uno ad
uno, i ravanelli rossi e bianchi dell'antipasto.

"Chissà," aveva risposto Riccardo, posando delicatamente le dita
sull'orlo della tavola, per scherzare con la forchetta.

"Il brodo, di sicuro," aveva proseguito a dire, macchinalmente, il
padre.

"Il brodo, naturalmente."

"Sì: ma che ci sarà dentro?"

E Paolo Joanna levò gli occhi al soffitto in aria di grave
interrogazione, come se rivolgesse una domanda al cielo. Un sottile
odore di costoletta alla milanese, nuotante nel burro, veniva a tratti
dalla cucina: l'agente di cambio spremeva un mezzo limone sopra una
triglia fritta, la donnina versava della salsa di maionese sopra un
pezzetto di ragusta.

"Forse ci saranno le costolette alla Villeroy," mormorò il bambino.

"Forse," rispose il padre.

Intanto il cameriere, Peppino, con un'aria di falso signore nella sua
marsina, con una disinvoltura di giovanotto che sa vivere, aveva versato
nelle scodelle la zuppa per Paolo e per Riccardo. Una glutine bionda si
agitava nel brodo: padre e figlio la sorbivano in silenzio, tutti
raccolti, con una devozione di gente pia.

"Sarà tapioca," disse, dopo un poco, Paolo.

"No: è sagou," rispose Riccardo.

"A me sembra tapioca."

"Ti assicuro, papà: è sagou, io lo so, ce l'hanno dato un'altra volta."

Riccardo, a furia di girare per le trattorie, aveva imparata tutta la
convenzionale nomenclatura delle pietanze: egli si rammentava tutti quei
nomi benissimo, e quando gli presentavano una pietanza sconosciuta, egli
chiamava il cameriere e se ne faceva dire il nome. Per lui non avevano
più segreti il _bue alla finanziera_, le _scaloppine al Madera_, i
_vol-au-vents_, la zuppa alla _Julienne_ e la _Charlotte_ di frutti.
Quelle venti pietanze che si dànno nelle trattorie, che cambiano salsa,
cambiano nome, ma sono sempre le medesime; quei venti intrugli fatti di
carne pesta, di grosso burro milanese, di mollica di pane, di salse
dolci o piccanti, di pesce passato, Riccardo li conosceva bene, e il suo
piccolo palato di fanciullo viziato li adorava. Era un buon fanciullo
che finiva per rassegnarsi a tutto: e quando dovevano pranzare a casa,
per economia, egli fingeva di trovar buono il fitto brodo grasso che
faceva Marianna Rosanía, lo stufatino nero per essere stato troppo
soffritto, o i maccheroni carichi di un sugo pieno di pepe. Ma quel
pranzo casalingo, nella loro stanza, con le forchette appannate e i
piatti incrinati, gli sembrava una miseria suprema: gli venivano le
lagrime agli occhi e le buttava indietro coi bocconi.

"Almeno sapete quello che mangiate," borbottava Marianna, la buona donna
che vedeva scontenti il padre e il figliuolo.

"È vero, è vero," diceva Paolo, chinando la testa a quella voce saggia e
ammonitrice.

Ma erano tristi, Riccardo come Paolo, tristi di non essere in quella
stanza della trattoria, dalle pareti stuccate di bianco, dagli specchi
incorniciati di oro, dai divani di velluto rosso, dal caminetto di marmo
bigio; tristi di non avere quella bella e dura luce del gas, quel mazzo
di fiori nel vaso di porcellana, per lo più formato da dalie
multicolori; tristi di non esser serviti da Peppino, il cameriere in
marsina, dalla camicia sgargiante e dalle guance azzurrognole, rase di
fresco; tristi appunto perchè sapevano quello che mangiavano, la carne
di vaccina, dura e tigliosa, il formaggio di Cotrone, bianco come la
calce e piccantissimo.

"La carne della trattoria è morbida, perchè è fradicia," borbottava
ancora Marianna, che voleva convertire quel padre e quel figliuolo
impenitenti. "È tutto un pasticcio."

Ma giusto quei pasticci piacevano ai due Joanna, quelle falsità, quel
baccalà che fingeva di essere storione, quelle uova di tonno che
fingevano di essere caviale, quelle creste di gallina che parevano
funghi freschi, quelle costolette dall'osso posticcio. Quella
incertezza, quel dubbio, quell'inganno li divertiva, li lusingava.

"Che pesce è questo?" domandò Paolo, tirando la sua parte da un grosso
pesce bianchissimo.

"Non so, papà," rispose il figliuolo, mettendo sul pesce, invece della
salsa, una quantità di olio e di limone.

E quando Peppino venne a portar loro il _pezzo grosso_, sette od otto
ostie sottili di carne rosea arrostita, con un contorno multicolore e
artistico di carote, pastinache, cocozzelli, fagioletti freschi e
fagiolini ancora verdi, tutti commossi e soddisfatti innanzi a questa
tavolozza ingegnosa del cuoco, non chiesero neppure al cameriere che
fosse il pesce. Di nuovo, mangiavano in silenzio, Riccardo rosicchiando
i suoi _grissini_, Paolo divorando la carne che doveva rinnovare le sue
forze cerebrali e tenerlo pronto al lavoro dell'indomani: sulla sua
faccia una novella serenità andava discacciando la stanchezza,
l'accasciamento: il viso scialbo si coloriva leggermente sotto
l'influenza riparatrice del cibo e del vino. Paolo cominciò a guardare
intorno con interesse, con benevolenza, come l'uomo soddisfatto che
prende in considerazione il mondo esterno e comincia a non trovarlo
molto cattivo. In questo il _signor cavaliere_, il proprietario del
_Tempo_, entrò e si diresse verso l'agente di cambio che si alzò subito,
premurosamente, e con cui intavolò un fitto colloquio, a bassa voce. Il
_signor cavaliere_ non aveva più quella sua aria di bonzo, di grasso
idolo indifferente dall'occhio bigio e falso: invece pareva un
piccoletto grasso e bonario, che ha ben mangiato, che è felice e che
farebbe il possibile per la felicità altrui. Era in soprabito chiuso e
si asciugava il sudore della fronte con un fazzoletto di battista, tutto
profumato di verbena, un profumo dolcissimo: un brillante scintillava
alla mano pienotta e bianca, la mano del capitalista contento e quieto.
Riccardo quando aveva visto entrare il _signor cavaliere_, era rimasto
interdetto, come confuso, e aveva levato gli occhi in faccia a suo
padre, come interrogandolo: ma Paolo aveva conservato la sua serenità e
la sua disinvoltura, aveva fatto un cenno con gli occhi al suo bimbo,
quasi per rassicurarlo, come per dirgli: continua a pranzare e non
curarti d'altro. Il _signor cavaliere_ ascoltava i vivi discorsi
dell'agente di cambio, tenendo chini gli occhi, facendo girare e
rigirare il suo anello intorno al suo dito mignolo, e sorrideva.
Completamente rassicurato sul conto del suo spauracchio, Riccardo
gustava lentamente i piselli del piatto di mezzo, mentre Paolo si
distendeva un po' sulla sua sedia, stirando la sottoveste bianca,
passandosi due dita nel goletto per allargarlo. Il _signor cavaliere_ si
divise dall'agente di cambio, si strinsero la mano, guardandosi, come se
convenissero di un patto: il piccoletto bonario si fermò amabilmente, ma
senza sedersi, presso il tavolino dove la donnina vestita di nero e
ingioiellata sbucciava lentamente una pesca.

"Come va?"

"Va bene," rispose quella, con una voce un po' roca, versandosi
dell'acqua di Seltz nel vino di Bordeaux.

"Non si parte?"

"Presto, per Livorno: venite anche voi?"

"Oh io!" fece l'altro, crollando le spalle, con un cenno indefinibile.

La lasciò, si accostò al tavolino di Joanna, si sedette, bonario,
familiare.

"Buona sera, Joanna. Ho visto il giornale, il capocronaca mi va, è molto
forte, così lo volevo, il prefetto sarà giallo di bile."

"Domani lo faremo diventar verde," rispose Joanna, ringalluzzendosi,
sorridendo.

"Ecco, giusto quello che voleva dirvi. Bisogna che v'informiate
precisamente se hanno intenzione di dare quei tali appalti, di cui vi
parlai, a trattative private. Sarebbe uno scandalo."

"M'informerò, e se è vero...."

"Anche se non è vero, bisogna fare un articolo sul sospetto, sul caso
probabile, m'intendete?"

"Ho inteso, vedrete domani," disse Paolo, con una magnifica sicurezza.

"E questo bel bambino," soggiunse il _signor cavaliere_, carezzando i
riccioli di Riccardo, "diventerà anch'esso un giornalista. Quand'è che
farai il tuo primo articolo, piccolino?"

"Presto, _signor cavaliere_," rispose prontamente Riccardo, imitando la
sicurezza di suo padre.

"Ci conto dunque," disse il proprietario del giornale, ridendo e
andandosene.

Il padre e il figliuolo si guardarono con gli occhi lucenti.

"Non è mica cattivo il _signor cavaliere_," osservò Riccardo, sorbendo
il suo _punch alla romana_, un sorbetto biancastro, nel bicchiere, che
spezzava in due il pranzo ed era lo _chic_, l'orgoglio di quel pranzo a
prezzo fisso.

"Ma che! è bonissimo, eppoi è un uomo che sa apprezzare, capisci. Questo
vale molto, nel lavoro."

"Ha molti quattrini, papà?"

"Moltissimi: è un riccone," rispose Paolo Joanna, tutto vanaglorioso,
come fosse lui a esser così ricco.

"Chi glieli ha dati?"

"Il _Tempo_, perbacco! Avere un giornale è una gran cosa, figlio mio: ci
si arricchisce come nulla."

E a malgrado la precocità del bambino, a malgrado la quotidiana,
dolorosa esperienza del padre, nessuno dei due pensò o disse della
propria decente miseria, di quello stento giornaliero a cui non vi era
via di scampo. Padre e figlio, verso la fine di quel pranzo, vedevano la
vita gradevolmente: era con un contegno di piccolo principe, di
fanciulletto ricco e vizioso che Riccardo rifiutava l'insalata russa che
accompagnava due quaglie arrosto, le ultime quaglie della stagione: era
una smorfia di piccolo principe scontento quella di Riccardo al cospetto
della _bavarese_ gialla e tremolante, un dolce che non gli piaceva.
Peppino ne era umiliato. Padre e figlio, guardandosi con una vaga
espressione di beatitudine negli occhi, con un lento sorriso di
soddisfazione sulle labbra, dopo aver ben pranzato, sembravano ed erano
due persone soddisfatte dell'esistenza. Un amico entrò, un uomo dalla
prolissa barba nera, vestito meschinamente: capitava sempre al _Caffè di
Europa_ all'ora del pranzo, ma avendo già pranzato in qualche oscura
osteria da studenti, nei vicoli di Toledo, e non prendeva nulla, dava
del _tu_ a tutti i camerieri, come un frequentatore assiduo: usciva poi
di là, con qualcuno che vi trovava, come se avessero pranzato insieme,
ridendo e chiacchierando ad alta voce. Così la gente che lo vedeva,
supponeva che egli fosse un gaudente della terra: e lui aveva occasione
di poter dire, discorrendo, altrove, con una certa bonomia di signore:
_iersera, pranzando al Caffè di Europa...._

"Ciao, Joanna."

"Ciao, caro: pranzi?"

"No, ho pranzato, figurati, un invito noioso, una specie di banchetto."

"Prendi un caffè, allora?"

"Preferisco un _cognac_, mi hanno dato della _chartreuse_ orribile in
questo banchetto. Senti, ero venuto per raccomandarti quel libro di mio
cognato, mi hai promesso un articolo da tanto tempo."

"Lo farò, lo farò."

"Sai, mio cognato ci tiene, ci tiene assai. Voi altri giornalisti,
quanto vi fate pregare! Debbo diventare giornalista anche io; che vuoi,
è una _carriera_ piena di soddisfazione; io t'invidio, Joanna."

"Peuh! Peuh! non c'è male, ha i suoi vantaggi...."

"Altro che vantaggi. Voi potete tutto, voi create tutto: la fama e il
disonore, la fortuna politica e la fortuna finanziaria, voi lanciate una
prima donna, una commedia, una nuova bibita, una nuova invenzione, voi
fate cadere il Ministero," e si buttò in gola il bicchierino di
_cognac_, dopo avere spifferato la convenzionale tiritera che tutti gli
sciocchi ripetono.

"Come si fa a diventar giornalisti?" soggiunse poi.

"Bisogna nascerci," disse, con una certa importanza, Paolo.

"Io lascerò lo studio del mio avvocato, egli assorbisce tutto, non mi dà
un affare: io mi slancerò nella stampa, mi ci sento la vocazione.
Intanto fammi l'articolo pel cognato."

"Te lo farò."

"Te lo dimentichi? Eccolo, lo dirò al bambino, a questo bel bambino.
Ricordateglielo voi, caruccio mio, che egli deve fare un articolo al
cav. Leutari, sul libro _La nave nel diritto internazionale_."

"Non dubitate, signore, glielo ricorderò."

L'avvocato senza cause andò via, passando dalla scaletta interna, per
farsi vedere agli avventori delle sale terrene. Paolo e Riccardo avevano
deciso di andar a prendere il caffè al _Gran Caffè_, dieci passi più
innanzi, dirimpetto al palazzo reale; e Paolo pagò il conto, dieci lire
e ottanta centesimi, cinquanta centesimi per Peppino che era un
cameriere troppo signore per lasciargli meno, e trenta pel _cognac_. A
quell'ora flutti di gente attraversavano Piazza San Ferdinando, salivano
e scendevano per Toledo: Paolo teneva per mano Riccardo. Un giovane
bruno, con gli occhiali, dal profilo stranamente somigliante a un
gallinaccio, passando, strinse la mano a Joanna e gli disse:

"Bravo, mi congratulo tanto pel vostro capocronaca."

Nelle sale interne del _Gran Caffè_ faceva troppo caldo, padre e figlio
sedettero fuori, sulla strada, dove si allungava una fila di tavolini,
circondati da persone che bevevano il caffè o sorbivano un gelato.

"Vuoi il gelato, Riccardo?"

"No, papà, voglio il caffè."

"Portami anche dei _trabucos_," ordinò Paolo Joanna al cameriere.

Sotto un lampione, l'uno accanto all'altra, i due piccoli venditori di
giornali stavano fermi, tenendo il loro fascio di giornali. E la
sorellina dava il grido:

"_I' mazzate d'i' Cammere, vulit'u Temp!_"

E il fratelluccio, con una voce più flebile, riprendeva:

"_I' mazzate d'i' Cammere, vulit'u Temp!_"

"Papà, dimmi, che è questa cosa che gridano quei due piccolini?"

"Nulla, Riccardo: è per vendere il giornale."

"Ma non ci è, nel giornale?"

"No, Riccardo."

"Allora perchè gridano così?"

"Te l'ho detto, per vendere il giornale."

"E quelli che non ce la trovano, che dicono?"

"Niente: che vuoi che dicano?"

"Ah!" fece soltanto il bimbo, come quando gli dicevano qualche cosa che
lo sbalordiva.

Ma un signore vecchiotto, dai mustacchi bianchi, dalla carnagione rosea,
dagli occhi vivi salutò Joanna e venne a sedersi al suo tavolino.

"Posso offrirvi qualche cosa, signor commendatore?..." domandò, tutto
premuroso, Joanna.

"Grazie, grazie."

"Un buon _trabucos_?"

"Questo sì: ma ditemi, che vi ha fatto quel povero prefetto?" e
sorrideva argutamente.

"A me? niente."

"E allora? Come è che lo tormentate tanto?"

"Proprio si tortura assai?"

"Sicuro: ogni volta che apre il _Tempo_ si fa livido: questa sera avrà
la febbre, io credo."

"Credete?" e rideva d'orgoglio.

"Infine smetterete?"

"No, no, non smetto sino a che il governo non lo traslochi."

"Mi pare difficile: il ministro dell'interno non si occupa dei
giornali."

"E fa male, commendatore. Il prefetto sarà traslocato, vedrete."

"Si consolerà facilmente: ha tanti quattrini!" soggiunse filosoficamente
il commendatore. "Venite al Sannazaro questa sera? È la _serata_
dell'Amalia: ci andiamo tutti, un momento. Ma forse questo bel ragazzo
avrà sonno?" e gli carezzava una guancia.

"Io non ho mai sonno, o signore, domandate a papà," rispose, tutto
baldanzoso, il piccino.

"Oh, Riccardo è un omino," soggiunse il padre.

Il commendatore si allontanò, dopo aver presa una gardenia da una
fioraia, una bella fioraia, dalla fisonomia corretta e fredda, vestita
di broccato nero, con due rose bianche nei capelli rialzati e due
stelloni di brillanti alle orecchie. Ella, dopo aver sorriso al
commendatore, fece il giro dei tavolini, arrivò a quello di Paolo
Joanna:

"La vuole, una rosa?" chiese ella con la sua voce tranquilla e
armoniosa.

"Dammela pure."

"A questo bel bambino gli darò dei gelsomini."

E diresse al bimbo un affettuoso sorriso che agli uomini non dirigeva
mai: il bimbo la contemplava, estatico, per quel volto purissimo, di un
biancore delicato, per quella nobiltà dello sguardo. Paolo le dette una
lira: ella la gittò graziosamente in fondo al paniere, senza guardarla,
e si allontanò col suo passo lieve lieve. Riccardo stringeva il
mazzolino dei gelsomini. Paolo Joanna pagava il conto al cameriere, una
lira di sigari, settanta centesimi fra caffè e mancia.

"Questa fioraia mi pare che somigli alla mamma," mormorò il bambino,
riattaccandosi alla mano del padre per andare al teatro Sannazaro.

"No, no, Riccardo."

"Sì, quando ride, papà."

"No, la mamma era tutta un'altra cosa."

"Sì, è vero, era tutta un'altra cosa: ma quando rideva, papà... non
rideva sempre la mamma. Perchè, papà?"

"Era seria," disse brevemente il padre.

A un tratto, in mezzo alla folla che ingombrava la Via di Chiaia, fra
tante ricche botteghe, fra tanti lumi, fra il chiasso serotino estivo
napoletano, il piccolino pareva preso da una grande malinconia.
Camminava piano, si faceva trascinare, guardava svogliato, come
distratto, le vetrine scintillanti.

"Vorrei avere la mamma, papà: la mamma mi voleva bene," diceva,
sottovoce, in mezzo a quella folla, il bambino triste.

"E io non ti voglio bene?"

"Sì, sì, ma vorrei avere la mamma."

"Ma che hai, nino mio?"

"A casa mi secco, solo: Marianna è noiosa e la padrona di casa è
brutta."

"Ma ti maltrattano forse?"

"No, no, ma mi secco, vedi. Se ci fosse la mamma, resterei. La mamma non
ci è, non mi lasciare più solo solo, papà."

"Ti porterò sempre con me, Riccardo: non dire più queste cose."

"Portami sempre con te, papà: non mi lasciare mai."

Nella folla il padre si chinò per baciare il suo bambino. Erano giunti
al Ponte di Chiaia, al fioraio che sta sotto l'arco.

"Dovremmo portare dei fiori all'Amalia, Riccardo."

"Sì, sì, portiamoglieli, ella mi dà sempre i confetti."

"Glieli darai tu, Riccardo: un mazzo ci darebbe troppo fastidio,
compreremo dei fiori sciolti."

Ma i fiori sciolti, in quella calda stagione che bruciava tutti i fiori,
costavano molto. Per due gardenie, per quattro o cinque rose bianche,
per dei bastoncelli carichi di fiammanti gerani, con un po' di
cetronella e qualche ramoscello di vainiglia già quasi appassito, il
fioraio voleva sei lire. Paolo Joanna discusse lungamente sul prezzo col
fioraio: voleva lasciare i fiori e andarsene: ma Riccardo li aveva già
presi e li teneva stretti; si dovette venire a patti; il fioraio
strillando li lasciò per quattro lire. Riccardo si avviò in trionfo
verso il teatro Sannazaro:

"L'Amalia sarà contenta: i fiori sono molto belli," disse quasi a sè
stesso, a modo di consolazione, Paolo.

Innanzi alla porta del teatro, dei giovanotti stazionavano. Uno di essi
si mise a parlare con Joanna, mentre Riccardo aspettava, sulla soglia,
impaziente.

"Vi è molta gente?"

"Pieno zeppo: l'Amalia fa una bellissima _serata_. Io non avevo
biglietto, sono stato in piedi, ma ora ne ho abbastanza."

"Vieni dunque," diceva Riccardo.

"Ci avete i biglietti, voi, Joanna?"

"Noi andiamo in palcoscenico," disse Paolo, con un gesto di padronanza.

Infatti si avviarono per un piccolo corridoio laterale, sino a una porta
pesantemente foderata di panno.

"Stampa," disse Paolo, al custode.

Camminavano per un passaggio stretto, fra il muro e le quinte: Riccardo
in punta di piedi, temendo di far rumore. Il marito dell'Amalia in
parrucca bianca, marsina di broccato e spadino, con un pizzo finto
attaccato al mento, appena li aveva visti, aveva sorriso loro, ma
posando un dito sulle labbra: l'Amalia era in iscena, vestita da uomo,
recitando nelle _Prime armi di Richelieu_: ella faceva andare in estasi
il pubblico, il marito dalle quinte ne sorvegliava il successo,
gelosamente. Come un'eco lontana, fioca, giungevano gli applausi. Il
marito dell'Amalia, lusingato, crollava il capo e sorrideva: oramai egli
non aveva amor proprio che per lei.

"Milleottocento lire," diss'egli, senz'altro, a Paolo Joanna.

"Perbacco!" esclamò l'altro, meravigliato.

"Dodici mazzi di fiori."

"Belli?"

"Peuh!"

"Regali?"

"Un ventaglio e un anello: belli."

"Per la stagione, ti devi contentare."

Parlavano pianissimo, come un soffio: erano risaliti verso il fondo,
dietro la scena, in una penombra vasta, piena di cassoni, di tavoloni,
dove delle ombre si agitavano vagamente, senza far rumore. Riccardo si
teneva stretto a suo padre. Sempre il palcoscenico gli faceva un certo
effetto, di sgomento e di curiosità: quel luogo strano, che non
rassomigliava nè a una piazza, nè a una trattoria, nè a una chiesa, nè a
una casa, che non rassomigliava a nulla, quel parlottío basso e quelle
voci lontane che venivano dal palcoscenico, quei comici bizzarramente
camuffati, con le guance dipinte, le labbra dipinte, gli occhi dipinti,
che si movevano in quella penombra, con la faccia stanca o indifferente,
aspettando il loro turno, colpivano la immaginazione del fanciullo.

"Qui Riccardo ha portato i suoi fiori," mormorò Paolo.

"Andiamo ad aspettare l'Amalia in camerino: ora finisce l'atto," rispose
il marito.

Nel camerino il gas fiammeggiava, il caldo era soffocante: le sedie
erano coperte di vestiti, di mantelli, di asciugamani: una cagnetta
dormiva in un angolo, arrotolata sopra una gonnella di raso rosso: le
scarpette erano sbandate, una da una parte, l'altra dall'altra: un paio
di calze di seta pendeva dalla spalliera di una sedia: la cameriera, con
un paio di occhi imbambolati dal sonno, inginocchiata dinanzi alla
tradizionale cesta, cavava il vestito femminile di una commedia in un
atto: _Lei, voi, tu_, di Cagna. Riccardo restava immobile presso la
_toilette_, non osando sedersi, aspirando quell'aria muschiata,
guardando i mazzi di fiori sparsi dappertutto, per terra, sopra una
mensoletta, alla porta del camerino. Uno stupore teneva il piccolino.
Paolo Joanna e il marito dell'Amalia chiacchieravano fra loro. Ma un
rumore lontano s'intese: vestita da Richelieu adolescente, con un'aria
da birichino, l'Amalia comparve, portando dei fiori, tutta riscaldata in
volto, tutta nervosa.

"Ecco," disse semplicemente al marito, dandogli i fiori.

"Quindici," fece costui.

E subito, con la sveltezza abituale delle attrici, si mise a disfare la
sua acconciatura, con le mani un po' tremanti.

"Ecco dei fiori, signora Amalia," disse fievolmente il piccino.

"Oh caro, caruccio, quanto sei gentile, ti voglio dare un bel bacio."

La bella faccia tutta dipinta di roseo, con gli occhi sottolineati di
bistro e le labbra come sanguinanti, si chinò sul bimbo e lo baciò: egli
restò tutto interdetto.

"Se continuate così, signora Amalia, mio figlio prenderà una terribile
passione per voi," e rideva.

"Lo spero bene: ma Riccardo l'ha digià. Non è vero, piccolo, che mi vuoi
tanto bene?"

"Assai, assai," disse il piccolino, seriamente.

"Allora padre e figlio," disse Paolo. "Ti esorto a sorvegliare mio
figlio, Giovanni, più di me."

"Ci baderò," rispose il marito, continuando lo scherzo.

E andò a far mettere i fiori avuti in dono dalla moglie, nel salotto
moderno che è la scena del _Lei, voi, tu_. Senza far cerimonie, Amalia
era passata dietro un paravento a vestirsi e un po' parlava sottovoce
con la cameriera, un po' discorreva, ridendo, ringraziando, salutando le
persone che venivano nel camerino. Scostando una mantiglia di merletti,
Riccardo si era seduto sull'angolo di una sedia e teneva i piedi tirati
indietro per non disturbare la cagnetta che continuava a dormire, in
quell'aria calda, odorosa di muschio. L'Amalia uscì di dietro al
paravento, già vestita per la commedia, tutta seducente in un vestito
scintillante di perline, scollato in quadrato sul petto. Stringeva la
mano a questo, a quello, giornalisti, critici, vecchi buontemponi,
frequentatori di palcoscenico, che le parlavano all'orecchio, o
sottovoce, ed ella si arretrava, ridendo, tutt'amabile, tutta nervosa,
esaltata dai complimenti, dai fiori, dagli applausi.

"Voglio fare una dichiarazione d'amore a Riccardo," esclamò, a un
tratto, l'attrice.

Prese i gerani rossi e se ne acconciò un gruppetto fra i neri capelli.

"Sto bene così?" domandò al bambino.

Gli astanti ridevano: anche Paolo Joanna. Il bambino crollò il capo, per
dire di sì, ma non parlò. Per l'odore, forse, pel caldo di quel
camerino, per l'ora avanzata, una crescente stupefazione invadeva il
cervello del bambino: il pallore si allargava sul suo visino. Si teneva
sul suo angolo di sedia, come stordito, con un piccolo sorriso sulle
labbra, un sorriso vago di persona sofferente.

"Poi verrai a trovarmi, nevvero, Riccardo? Ti darò i confetti!"

Scappò fuori, perchè la musica era finita e l'atto cominciava: gli
ammiratori, gli amici si dispersero per quella penombra del
palcoscenico: alcuni, più pazienti, si sedettero su certi cassoni,
parlando a bassa voce, aspettando l'Amalia, per accompagnarla a casa.
Paolo Joanna aveva attaccato una discussione politica con un suo collega
della stampa, collega e avversario, un Calabrese barbuto e dottrinario,
che parlava con un forte accento di Calabria, e pieno di entusiasmo per
la politica si irritava dello scetticismo di Paolo Joanna.

"Andiamo, Riccardo."

Tutti e tre si avviarono, Riccardo piccolo piccolo, in mezzo ai due
uomini: era quasi mezzanotte. Nella strada la discussione si riscaldò. I
due uomini cercavano di convincersi l'un l'altro, si fermavano,
gesticolavano, si afferravano il bottone del soprabito, tutti infatuati.
Con una sommissione infantile, mentre il sonno gli piombava, pesante,
sulle palpebre, Riccardo si fermava anch'esso: e fermandosi, si
addormentava leggermente, in piedi, svegliandosi improvvisamente, quando
i due uomini si avviavano di nuovo. In quel dormiveglia, egli non capiva
nulla di quello che dicevano suo padre e il Calabrese, egli non sentiva
che un fastidioso ronzío nella sua piccola testa di creatura stanca:
egli non capiva neppure più in che strada si trovassero, ma la via per
arrivare a casa gli sembrava lunghissima, eterna. Suo padre, infervorato
nella discussione, nottambulo del resto, non si accorgeva del tormento
del suo bambino: e il piccolino non si lagnava, oppresso dal sonno,
tenendosi lungo il muro per non vacillare. Le sue gambine lo portavano a
mala pena, il sonno, prepotente, gli si era diffuso per tutta la
persona: gli sembrava di camminare da ore e ore, senza mai arrivare, e
nella piccola anima, esaurita di stanchezza, si formulava solo questo
desiderio:

-- Venisse la casa, venisse! --

A Toledo la discussione, vivace, era passata all'arte: alla Pignasecca,
dove Paolo Joanna doveva voltare, si parlava del socialismo. Il
Calabrese invitò Joanna ad accompagnarlo un po' più su, sino a Piazza
Dante, dove abitava: e il giornalista nottambulo stava per farlo:

"Oh papà!" disse lamentosamente, nel sonno, la povera creaturina.

E il padre fu tanto commosso da quella voce, che salutò in fretta il
collega e si levò in collo il suo bambino -- il quale si lasciò prendere
e portare, addormentato sulla spalla del padre. Silenzio profondo nella
Pignasecca -- e l'aria un po' umida della notte. Una _carrozzella_ passò
lentamente, ritirandosi alla stalla.

"Papà?" disse il bimbo, levando il capo.

"Riccardo?"

"Non hai più denari, è vero?"

"Ho... ho ancora una lira, credo."

"E domani?"

"Domani? Qualche santo provvederà."

"Va bene, papà."

E si riaddormentò.




II.

LA GRANDE GIORNATA.


Nella sua lenta e chiaroveggente agonia, il padre gli aveva detto, con
la rauca voce dei tisici:

"Riccardo, mi vuoi bene?"

"Papà, perchè mi dici queste cose?"

"Se mi vuoi bene, niente giornalismo."

Lo sguardo del morente era così lucido di sgomento e di pietà paterna,
la intonazione era tanto tetra e supplichevole a un tempo, che il
giovanetto balbettò: ".... Niente giornalismo."

"Niente, niente. Vedi come si muore?" soggiunse, con tutto il rammarico
di una vita travagliata e inutile.

E se il funebre testamento di suo padre, consistente in quelle poche
parole, non fosse bastato, sarebbe bastato, pel cuore di Riccardo, il
ricordo dell'agonia paterna. Lo aveva visto ammalarsi di bronchite,
presa uscendo dalla tipografia caldissima all'aria fredda della notte, e
trascurare questa bronchite, tossicchiando, con improvvisi abbassamenti
di voce, mangiando pasticche di gomma, bevendo qualche cucchiaino di
codeina per calmare l'irritazione, ma non tralasciando, ogni giorno, di
far l'articolo di fondo e il capocronaca, di compilare i dispacci e di
correggere le bozze. La tosse parve finita: ricominciò, dopo una cena
all'aria aperta, allo _Scoglio di Frisio_, dove la stampa festeggiava un
commediografo trionfante. Qualche giorno, ogni tanto, quando il
raffreddore si addensava sui bronchi, Paolo Joanna lavorava in casa, in
una camera mobiliata a Taverna Penta, avvolto in uno scialle da donna
che la padrona di casa gli aveva prestato: e il figliuolo, chiuso con
lui in camera, guardava scrivere il giornalista infermo dalla faccia
accesa e dalla fronte bagnata di un lieve sudore freddo: talvolta Paolo
si fermava, pallidissimo, nauseato da quell'odore d'inchiostro fresco.
Appena si sentiva meglio, Paolo Joanna esciva, andava in ufficio, con un
vecchio fazzoletto di seta rossa avvolto al collo: fermandosi solo per
tossire, sospendendo il lavoro solo in quel quarto d'ora in cui gli
_entrava_ la febbre, ricominciando appena calmato il turbamento
dell'accesso. Poi aveva lavorato in casa, in letto, sopra una tavoletta
posata sulle ginocchia, riprendendo fiato ogni momento, appoggiando al
mucchio dei cuscini una faccia gialla e sudata. Venivano amici,
colleghi, buttavano il mozzicone prima di entrare, ridevano un poco,
parlavano di teatri e di politica, restavano poco tempo: qualcuno si
chinava all'orecchio dell'ammalato, parlandogli affettuosamente,
stringendogli misteriosamente la mano; egli accettava sempre, crollando
il capo, ora sorridendo con una malinconia straziante, ora con le
lagrime che gli gonfiavano gli occhi. Due volte era venuto il direttore,
restando cinque minuti, guardando in aria, pronunciando qualche vaga
parola di conforto, lasciando sul tavolino, una volta quaranta lire,
un'altra volta trenta. Ritto ai piedi del letto, appoggiato ai ferri,
taciturno, coi fieri e malinconici occhi abbassati, il giovanetto
Riccardo vegliava suo padre. Due giorni prima di morire, Paolo Joanna
aveva ancora scritto un capocronaca, con la mano tremante, respirando a
ogni parola, col rantolo lugubre dei polmoni sforacchiati dalla tisi.
Nel giorno della morte, aveva ancora preso della codeina, l'inganno
eterno dei tisici: aveva sonnecchiato -- risvegliandosi, con la mano
faceva cenno, ripetutamente, perchè gli togliessero d'intorno qualcosa
che lo infastidiva. Il figliuolo non intendeva e tastava gli oggetti,
interrogando con lo sguardo il morente: poi intese, raccolse tutti i
giornali, li tolse via. Subito il morente si placò. Morì un quarto d'ora
dopo, senza soffrire, senza dire nulla, brancicando lieve lieve il
lenzuolo: e una pace distese quei poveri tratti affaticati, la serenità
augusta della morte nobilitò quel misero volto di lavoratore. Riccardo
si mise a urlare di dolore: ma si vergognò dei vicini, tacque. Sopra un
tavolino vi erano due lire e otto soldi, avanzo dell'ultima carta da
cinque lire, cambiata al mattino: pietosamente la padrona di casa vestì
il morto: non vi erano calze decenti da mettergli, Riccardo si cavò le
sue che erano meno rattoppate. Il direttore dette centocinquanta lire
per i funerali, i colleghi e i tipografi altre centoventi, per
sottoscrizione, a piccole quote di cinque, di due lire, di cinquanta
centesimi. Al seppellimento tutta la stampa intervenne, e qualcuno parlò
dell'operaio umile e laborioso che era morto _sul lavoro_. Gli astanti
pensavano, colpiti da neri presentimenti: e l'orfano guardò la terra
discendere nella fossa, vestito di bigio, non avendo avuti i quattrini
da pagarsi il lutto. Il direttore fu ancora più pietoso, per tre mesi
dette cento lire il mese al giovanotto: dopo, gli procurò un posto di
straordinario al ministero di agricoltura e commercio, in Roma. Tutti i
giornali lodarono discretamente la bontà del direttore del _Tempo_.

Quietamente, nella solitudine di uno spirito privo di amore, nella
natural fierezza di un grande dolore, Riccardo si acconciò facilmente
alla umile sua carriera di impiegato. Quella morte che gli portava via
l'unico essere amante, amato, aveva gettato il suo animo in un torpore:
e il meccanico lavoro, dalle nove alle dodici, dalle due alle cinque,
gli riempiva il gran vuoto del tempo che sentiva intorno a sè. Abitava
presso il ministero, in Via della Panetteria, e pranzava anche lì
vicino, al _Gabbione_, in Via del Lavatore. Guadagnava poco più di cento
lire il mese: ma in quei primi tempi della capitale, a Roma, la vita
materiale era molto facile. Povero, malinconico e superbo, Riccardo non
entrava nei caffè, non andava nè al teatro, nè alle passeggiate
pubbliche. Quella monotonia di esistenza, quel senso di completo
isolamento, quell'austerità di vita e di sentimenti gli sembravano
confacenti alla sventura che aveva sofferta. Con la inclinazione dei
cuori giovani, egli esagerava volentieri il suo lutto. Del resto non
avea idee, non avea progetti: e il naturale ingegno giovanile giaceva
sonnolento, inerte, capace solo di quel metodico lavoro di ufficio.
Aveva amici, in ufficio: ma non voleva mai discorrere del passato, con
loro:

"Abbiamo avuto delle disgrazie," mormorava.

Tanto, che con quella sua aria aristocratica e indolente, con quel
pallore romantico e interessante del volto, con quel silenzio in cui
volentieri si rinchiudeva, vari credevano che appartenesse a una grande
famiglia decaduta. Il giovanotto si assuefaceva sempre più alla vita di
ufficio, vinto dall'abitudine, interessandosi ai pettegolezzi
burocratici, odiando o amando il tal superiore, parlando male del
ministro senza conoscerlo, avendolo visto entrare in carrozza una volta
sola. In due anni cambiò casa una volta sola: andò più su, a Via in
Arcione: cambiò trattoria, andò poco distante, al _Trevi_, frequentato
da altri impiegati. Alla domenica, talvolta, si recavano in quattro o
cinque a ispezionare i lavori di Via Venti Settembre. Ma non voleva che,
lui presente, si parlasse mai di politica: si allontanava, come per una
repulsione istintiva. Non comprava mai giornali, non ne leggeva mai: e
una volta ripetette quello che un suo collega diceva, macchinalmente:

"I giornali? Tutte bugie."

Ma rimase male, come se avesse bestemmiato un nome caro. Un giorno, a
Piazza Barberini, incontrò un Napoletano, un amico di suo padre,
giornalista:

"O caro, caro giovanotto," e gli battea familiarmente sulla spalla,
"come te la passi?"

"Abbastanza bene, grazie."

"E dove lavori? In quale giornale?"

"Faccio l'impiegato, all'Agricoltura."

"L'impiegato? Gesù! E che direbbe tuo padre, povero Paolo, se rivivesse?
Suo figlio, un _travet_!"

"Egli non voleva che facessi il giornalista."

"Son cose che si dicono, capirai, nella malattia. In fondo, è un bel
mestiere, te lo assicuro. E tu non crepi a fare il _travet_? Non
t'incretinisci?"

"Papà non voleva che facessi il giornalista," insistette il giovanotto,
infantilmente.

"Perchè è morto, poveretto. Se vivesse, ti lascerebbe fare."

"Forse...." mormorò Riccardo, "forse.... sono troppo bestia, per
scrivere."

"Che! Ci vuole la vocazione, ecco tutto. Se ce l'hai, figlio mio, ti
vincerà. Poi, ci è l'eredità: si porta nel sangue, te lo assicuro."

Riccardo guardava il suo interlocutore, come trasognato: costui
soggiunse qualche parola di affetto e si allontanò, ritenendo in cuor
suo che il figliuolo del suo amico fosse uno stupido completo. Quella
sera, alla trattoria, Riccardo fu nervoso. I suoi colleghi gli
sembrarono lievemente imbecilli, con la loro eterna lagnanza sulle ore
di ufficio, sulla composizione dell'organico: e per non udirli più,
comprò un giornale. Un memore, acre odore gli salì al cervello e insieme
uno sbuffo della vita infantile, uno sbuffo di poesia malinconica gli
attraversò la memoria. Per un momento egli rivide tutto, in una visione
confusa, e viva, e dolce, saloni di trattorie piene di ori e di velluti,
macchine tipografiche in movimento, dietroscena di palcoscenici pieni di
ombre amiche, monti di giornali che uscivano dalle mani delle
piegatrici. Un minuto: poi, tutto disparve. Si portò il giornale a casa,
e disteso nel letto, lo lesse religiosamente, da cima a fondo: e brani
di frasi gli ritornavano in mente, intieri periodi, la lingua della sua
infanzia e della sua adolescenza gli ritornava, gli ritornava, come in
sogno. _Siamo autorizzati a dichiarare_.... sì, sì, era proprio così....
_che la notizia era assolutamente infondata_. E il capocronaca
descrittivo: _Sin dalle prime ore della mattina_.... come continuava?
Continuava così: _le vie della città offrivano un insolito aspetto di
animazione_! Sì, era questo. Il ricordo di quelle frasi giornalistiche
si manifestava tenuemente, come un motivo musicale, ancora velato,
ancora indistinto: poi si precisava, la cadenza veniva naturalmente.
Erano quelle le canzoni, le strane canzoni che avevano cullata la sua
infanzia, eran quelle le armonie bizzarre che facevano vibrare gli echi
del suo spirito: la musica del suo cuore era quella. _La polizia è sulle
tracce dei ladri_; e ancora l'altra: _così il libro della questura_.
Tutto, rammentava. E una infinita nostalgía lo struggeva.

Ma la fredda quiete mattinale calmò la piccoletta febbre, diradò i sogni
e compose ragionevolmente lo spirito di Riccardo. Non gli rimase che uno
strascico di malcontento, per cui fu taciturno all'ufficio: e come il
giornale della sera innanzi diceva qualche insolenza a un giornale della
mattina, egli comperò il giornale della mattina, per vedere la risposta.
In breve prese l'abitudine di quella lettura mattinale e serotina: la
sua stanzetta fu piena di giornali. Ma leggeva macchinalmente,
approfondendo pochissimo la lettura, non interessandosi molto, come un
lettore sonnolento. Il lavoro di ufficio, le conversazioni di luoghi
comuni, quella vita stereotipata gli avevano assopito il cervello. Pure
una vaga malinconia gli era restata, nel cuore, dopo il discorso fatto
col giornalista. Quello gli aveva dato del cretino, apertamente: e alla
malinconia un po' di rancore si univa. Che credevano, questi signori
giornalisti, di essere una specie rara? Un articolo, su per giù, lo fa
chiunque. E questo rancore, questo dispetto crescendogli nell'animo
solitario, lo tormentava: una sera comprò della carta, e macchinalmente
la tagliò in cartelle, come aveva veduto fare a suo padre: gli parve di
sentirsi passare un soffio sul viso, si fermò, trasecolato, chiudendo
gli occhi, vedendo apparire nella fantasia un volto cereo, con gli occhi
socchiusi, le labbra violette. Lasciò tutto, spaventato, uscì di casa,
perseguitato da un'idea, da un'ombra cara e dolente, da una voce rauca
che gli diceva: _se mi vuoi bene.... se mi vuoi bene...._ Entrò nel
_Caffè Cavour_, a Piazza Colonna, dove non andava mai. Si voleva
sottrarre a quella persecuzione. Si unì a uno studente, due impiegati,
un cronista di giornale che sedevano a un tavolino, discutendo di
politica. Lo studente era collerico, gli impiegati erano flemmatici: il
cronista crollava il capo, gravemente, contraddicendo tutti; Riccardo
taceva. Poi il cronista parlò a lungo, sottovoce, nominando
familiarmente il Minghetti e il Visconti-Venosta, riferendo un colloquio
del Re col Sella -- e aveva, nel suo dire, certe intonazioni, certe
reticenze, certi ammiccamenti d'occhio, certi abbandoni di confidenza,
certe riserve di persona discreta, sì che lo studente aveva finito per
ascoltarlo attentamente, come convinto, e i tre impiegati erano
meravigliati, quasi commossi a quelle confidenze. A un certo momento,
Riccardo, per sottrarsi a quella malía, volle contraddire: ma
superbamente il cronista gli rispose:

"Nessuno può essere informato come me."

E invincibilmente, la sera seguente, Riccardo ritornò alle sue cartelle
bianche e con molto stento, fumando, alzandosi e passeggiando,
ritornando a sedere, scrisse un articolo di politica estera, intitolato:
_La situazione_, lungo, imbrogliato e molto enfatico. Erano le due del
mattino quando ebbe finito, e tutti i suoi nervi vibravano, un lieve
tremore gli agitava la mano sinistra. Si sentiva l'animo gonfio, di
amore, di dolore, di pensieri, di parole, tutte cose che volevano
sgorgare, che non sapeva a chi dire: si sentiva un tumulto profondo nel
cuore e un grande vuoto intorno. Per farsi animo, lesse ad alta voce il
suo articolo, declamando: alla fine, esaltato dalla sua voce, dalle sue
parole, credendo alla verità di quello che avea scritto, pianse.

L'indomani corresse qualche frase, aggiunse delle virgole, copiò in
pulito l'articolo, lo mise in una busta e lo indirizzò alla direzione
del giornale politico del mattino che, sebbene ancora molto giovane, era
già molto forte. Per otto giorni Riccardo aprì il giornale con un
tremolío interno, sperando di veder pubblicato il suo articolo. Nulla fu
pubblicato. Scrisse una letterina dignitosa, dando il suo indirizzo,
richiedendo il suo manoscritto, che gli serviva. Niuno gli rispose, mai.
Rifece la prova, due o tre altre volte, dopo settimane di esitazione,
mandando degli articoli così intitolati: _Dove andiamo?_ -- _Il voto di
ieri._ -- _Il fallimento della politica._ Nessuno di essi fu pubblicato.
Allora una sfiducia grande lo colse: e si sentì sprofondare in una
miseria spirituale, donde niuno lo avrebbe mai tratto.

Ma mentre le ore della giornata gli si facevano sempre più tetre, le ore
della sera erano un sollievo: si andava a ficcare nel _Caffè Cavour_, al
caldo del gas divampante, fra il fumo dei sigari e l'odore pesante di
zucchero che è in ogni caffè: ivi, nel solito crocchio di studenti,
impiegati e giornalisti di second'ordine, avvenivano le grandi
discussioni di politica e di letteratura. Gli studenti si riscaldavano,
coi cappelli buttati indietro sulla fronte, le facce concitate, gli
impiegati mettevano ogni tanto una nota scettica e i giornalisti avevano
sempre la loro aria liturgica di sacerdoti che pontificano. Riccardo,
nella prima ora taceva, obbedendo alla naturale selvatichezza del suo
carattere: ma a poco a poco il calore dell'ambiente e l'andirivieni
delle persone e certi odori di liquori, certi aromi di rosolii, e i
discorsi gli davano un eccitamento nervoso. Per istinto di aristocrazia
contraddiceva la opinione dei più, pur conoscendone, talvolta, la
ragionevolezza: e per non consentire alla volgarità, il paradosso
fioriva dalle sue labbra e scandalizzava i suoi ascoltatori. Sulle prime
impacciato a discorrere, non trovando facile nè la frase, nè la parola,
non vedendo ancora tutti i lati di una questione, non aveva la forza di
sostenere il suo paradosso e si lasciava dare addosso dagli avversari,
non sapendo che cosa ribattere. A casa, solo solo, continuando quello
stato di esaltamento, egli difendeva brillantemente la sua idea, parlava
ad alta voce, allo scuro, rivoltandosi nel letto, non potendo dormire.
Spalancando gli occhi, nell'ombra, egli vedeva scritte le sue parole, a
linee sottili e fitte: e gli sembravano belle ed efficaci, e se ne
innamorava e sospirava penosamente, dopo, più tardi, pensando che tutto
questo era inutile, che nulla mai avrebbe potuto fare di meglio che
formulare pratiche e abbozzare decreti. Ma come le sedute serotine al
caffè si prolungavano e il crocchio era già di sette od otto persone,
Riccardo si fece più audace, sosteneva coraggiosamente le sue opinioni,
per quanto bizzarre esse fossero, per quanto egli ne sentisse la
bizzarria. Uno spirito di pugna nasceva nell'anima di quel povero
impiegato, un'acre voluttà di combattimento lo teneva, e si faceva
impetuoso, e mentre nelle ultime ore della serata egli diventava feroce,
i suoi amici lo ascoltavano inerti, inebetiti dal fumo e dall'ambiente
artificiale. Un impiegato delle poste, specialmente, era l'ammiratore
più ingenuo di Riccardo, era quasi un _compare_, tanto aiutava Riccardo
con la mimica della meraviglia e dell'ammirazione: alla notte lo
accompagnava sino a casa, ascoltandolo ancora, col pomo della mazzettina
appoggiato alle labbra, approvando col capo, approvando sempre:

"Perchè non fai degli articoli? perchè non scrivi nei giornali?" gli
domandava ingenuamente.

"No, no," mormorava Riccardo, "ho promesso...."

"Che cosa?"

"Niente, niente, non puoi capire...."

Invero la promessa non lo tratteneva più, le visioni paterne non
arrivavano a diradare la sua febbre. Ora, nelle conversazioni serotine,
dove egli parlava quasi sempre, ritenuto come un oracolo di stravaganza,
il suo spirito si sviluppava dai pesanti ravvolgimenti che lo avevano
tenuto inerte tanto tempo. Come a tutti gli ingegni fatti di fiamma, a
lui non convenivano, per il naturale germoglio dell'intelligenza, i
lunghi studi solitari nelle biblioteche, nel silenzio della stanza
deserta: a lui si convenivano le discussioni infocate dei caffè e le
arringhe notturne nelle strade brune di Roma, e la lettura rapida,
quotidiana di molti giornali. Dal torpore una vampa d'ingegno guizzava;
dal silenzio una voce concitata si levava, come lama scintillante esce
dal velluto della guaina. Non dai libri gli veniva la scienza, nè dalle
contemplazioni taciturne della vita, nè dalle cose e dagli uomini
antichi; ma dalle concioni a gente mediocre che ascoltava, estatica, ma
dall'urto quotidiano di una vita ardente e desolata, ma dalle cose e
dagli uomini dell'oggi. Come Faust, egli disdegnava e l'alchimia e la
medicina e la filosofia: ma il momento che fuggiva lo innamorava, e
tendeva le braccia, quasi ad arrestarlo.

E il momento era strano. Un grande soffio d'impopolarità cominciava a
circondare gli uomini di pensiero che avevano condotto sino allora le
cose pubbliche; il paese si stancava di dover chiamare giusti tanti
Aristidi; gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano
sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la
potenza degli esseri mediocri. Quelli che pensavano, sentivano già la
solitudine; ma alcuni si affidavano, alcuni contemplavano serenamente il
sopravvegnente infortunio politico della loro parte; altri, già stanchi,
lo desideravano, per riposo. I volgari facevano la voce grossa, nei
caffè, nei circoli parlamentari, nelle piazze, nelle trattorie, e il
combattimento si andava allargando. Riccardo era con quelli che
scendevano, naturalmente, per delicatezza di spirito, per spontaneo
sentimento di nobiltà: mentre i giovani, intorno a lui, eccitati dai
desiderii di miglioramento, avendo amici, protettori, fra quelli che
dovevano essere i vincitori, andavano facendo propaganda per gli uomini
nuovi. Onde Riccardo era solo contro tutti quelli del suo crocchio; e
spesso la discussione si esasperava.

"Bada che se Tal de' Tali diventa ministro, ti destituisce subito," gli
dicevano canzonandolo.

"Se diventa ministro, io mi dimetto," diceva lui fieramente.

E con la freddezza di chi prende la mesata ai ventisette del mese, e
quella sola cosa desidera e ama e possiede, qualche suo collega gli
soggiungeva:

"Ma perchè ti riscaldi? Che t'importano queste cose? Sei un deputato,
forse, o un giornalista?"

"È vero," rispondeva lui, quietandosi subito.

Giacchè più i giorni passavano e più si facea profondo il dissidio fra
la realtà e i suoi sogni. Tutte quelle cose che diceva, che pensava,
tutte quelle esercitazioni brillanti della mente non servivano a nulla.
Quando rientrava a casa, sentiva tutta la miseria della sua esistenza
ripiombargli sulle spalle; la sua meschinità, la sua grettezza lo
umiliavano. Che era lui? La mattina un umile impiegato ignoto: la sera
un vano chiacchierone da caffè. Chi lo conosceva? Tre o quattro
imbecilli, al mattino: sette od otto inebetiti, la sera. Il suo più
caldo ammiratore era quell'impiegato della posta, una buona pecora umile
e affettuosa, che gli diceva:

"Tu dovresti esser ministro, Riccardo."

Più il tempo passava e più si faceva cocente in Riccardo il sentimento
della propria nullità. Divorato dal desiderio di elevarsi, il lavoro di
ufficio gli pareva vile, lo faceva a stento, sempre di pessimo umore,
sempre malcontento, sbagliando spesso, attirandosi delle lavate di testa
che lo rendevano più tetro che mai. La compagnia della sera gli era
diventata incresciosa, la sfuggiva, andava a passeggiare solo, per le
strade di Roma, così piene di mistero e di solennità, crogiolandosi
amaramente nella sua misantropia. L'onda dei ricordi lo assaliva con un
urto fiero: e del passato egli non rammentava le dolorose mattinate
senza denari, ma i pomeriggi allegri nell'approssimarsi del pranzo; non
rivedeva le facce arcigne dei creditori, ma le belle facce dipinte e
sorridenti delle attrici; e della vita raminga, senza tetto, senza
letto, vissuta un giorno per l'altro, senza idea di avvenire, egli non
sentiva, no, orrore: egli ne sentiva di nuovo l'irresistibile
attrazione. E gli pareva che la malattia avesse reso suo padre
profondamente ingiusto, facendogli fare quella rinunzia: e tutti i suoi
nervi fremevano di desiderio, tutto il suo sangue dava un tuffo, alla
speranza di ricominciare, giovanotto, quella esistenza spensierata,
noncurante, senza coscienza del futuro, senza rimpianti di passato. A
che era servito il lugubre scongiuro del padre? Il vecchio sangue
giornalistico, rinnovato e giovane, bolliva: nel temperamento sensibile
del giovanotto erano impressi, incancellabili tutti gli usi quotidiani
della vita giornalistica, le ore di tipografia, le corse precipitose da
una conferenza a un funerale, gli articoli scritti di notte, coi
compositori che vengono a strappare le cartelle ancora fresche
d'inchiostro, le esaltazioni artifiziose dei grandi avvenimenti -- e
buttato sul suo lettuccio egli piangeva, sì, piangeva di dolore e di
collera, non potendo rivivere quella vita.

Ma dove convergevano i suoi desiderii e le sue invidie nascoste, era a
un giornale del pomeriggio, il giornale bello e spiritoso e forte dove
scrivevano i migliori scrittori d'Italia. Molto era il valore di questo
giornale e molta era la sua fortuna: ma fra il pubblico la leggenda
ingrandiva e valore e fortuna, talchè si parlava di migliaia, migliaia e
migliaia di copie vendute, e si accennavano cifre assai rispettabili
come compenso ai collaboratori. E si almanaccava sugli pseudonimi e si
assegnavano nomi di ministri come autori di certi articoli: e del
mordente spirito del giornale molto si rideva, da quelli che non ne eran
colpiti, e i colpiti fingevano di divertirsene, ma assai se ne dolevano
segretamente. Vi era stato qualche duello fortunato, e il giornale
n'aveva avuto maggior decoro: talchè, per la sua elevatezza e per la sua
fortuna, anche gli avversari lo rispettavano. Riccardo era innamorato di
quel giornale, e quasi lo imparava a memoria ogni sera: e gli sembrava
una costruzione alta, solida, fortissima, inaccessibile. Nei suoi deliri
di ambizione giornalistica, collaborarvi sarebbe stato per lui la
felicità suprema. Ne parlava con emozione, sottovoce, come di una
persona adorata: e quanto vi si scriveva, gli sembrava giusto, onesto e
grande. Talvolta, nelle due ore di libertà, dopo il mezzogiorno, andava
a passeggiare in Piazza di Montecitorio, sogguardando la porticina
miracolosa: e tutti quelli che vi accedevano, gli sembravano persone
privilegiate, felici. Due volte aveva avuto il coraggio di salire anche
lui, a chiedere dei numeri arretrati, ed era restato in anticamera,
commosso, fra quegli armadi a caselle, accanto al tavolone coperto di
fasce, non osando guardare attraverso i cristalli ovali delle porte
imbottite di lana verde: se ne era andato via, malinconico come un
esiliato. A furia di passeggiare in Piazza di Montecitorio, aveva
imparato a riconoscere il direttore, un piccoletto, dalla barba bionda e
dagli occhiali d'oro: accanto a lui andava spesso un ometto rotondo, dal
mustacchio nero e dagli occhi vivissimi -- ma costui Riccardo non sapea
bene chi fosse, un redattore sicuramente. Egli li guardava con una certa
tenerezza, pensando che in quel momento essi forse architettavano uno di
quei brevi ma eleganti edifizietti di prosa, dove era così leggiadra la
disinvoltura e così simpatica la fierezza di chi sa.

"Se cade il suo partito, vedrai che calo fa il giornale...." gli diceva
un rabbioso studente che voleva gli uomini nuovi.

"Non può morire: è immortale come tutte le cose fatte di pensiero,"
rispondea superbamente Riccardo.

Ma in cuore suo un rancore col giornale suo prediletto ce lo aveva. Tre
volte gli aveva mandato degli articoli: mai nulla era comparso. Eppure
gli sembrava che fossero il fior fiore della sua intelligenza, il primo
e puro germoglio, quella primizia innocente e forte che va a morire
quasi sempre ignota in un cestino di carte stracciate. Ma come si
comincia, dunque? Ma che avevano fatto per sbucare, quelli che erano lì,
felici, parlando, ogni mattina, a centomila lettori? E una voglia pazza
gli veniva, di sera, incontrandone uno per la strada, di chiedergli il
segreto di quel grande primo passo.

-- Non riescirò mai, -- diceva fra sè disperato.

Ne ammalò. Ebbe una febbre biliosa che degenerò in febbre di malaria: e
nelle ore di intervallo fra una febbre e l'altra, lo teneva lo
stordimento del chinino preso. Sperava assai di morire. Non lesse
giornali per un mese e mezzo, volendo dimenticare. Ma in un'ora di
debolezza, egli ne aperse uno, il solito, quello che amava. Leggeva,
senza intendere, infiacchito dalla infermità e dalla esorbitante vita
interiore. L'avviso con cui la direzione cercava un correttore lo fece
trasalire. Poi si vergognò di sè stesso: certo la debolezza lo rendeva
vigliacco, ora, gli consigliava una umiliazione troppo grande! Cercò di
distrarsi, di non pensarvi: ma invano. E l'anima gli suggeriva
transazioni: nessun lavoro era indecoroso, nessuna opera umile era da
disprezzarsi. Che cosa era lui per tenersi così alto? un misero
impiegato, alla fine, e il lavoro del ministero, poco diverso, era
dunque anche una vigliaccheria? Invano, invano, il poveretto cercava di
difendersi dalla tentazione, era inerme, era debole, era indifeso -- e la
tentazione nelle ore di convalescenza si faceva più viva, il desiderio
di viver là, in un ufficio di giornale, si faceva sempre più pungente,
sempre più forte: e gli pareva già di essere lì, fra quell'odore di
polvere stantía, fra i fasci della carta bianca, innanzi a quei calamai
profondi e melmosi, tenendo una di quelle penne grosse e corte, tutte
morsicchiate alla cima dalla nervosità del redattore avido di idee,
scrivendo su quelle cartelle bianche, empiendo di segni cabalistici
quelle cartelle giallognole e molli che sono le bozze di stampa -- gli
pareva di esser già lì, nell'ingranaggio, rotellina minuscola della
macchina possente, granello di polvere travolto in quel turbine
quotidiano, lieto di quel travolgimento, felice nella sua umiltà -- e
tendeva le braccia, come un bimbo alla madre, invocando.

"O papà, o papà, come posso fare?" gridava, come un fanciullo ammalato.

Ma un'ultima vergogna lo colse, in Piazza Montecitorio, quando andava a
offrirsi. Una fiamma colorì il suo volto bianco e bello di
convalescente: ed esitante, si mise per la Via degli Uffici del Vicario,
voltò per la Maddalena, uscì al Pantheon, camminando meccanicamente,
fremendo all'idea di esser preso per un mendicante. Fu più forte di
tutto la passione, e Riccardo ritornò per Piazza Capranica, deciso,
affrettando il passo, volendo abbreviare quella prova. Era di domenica:
per le scale dell'ufficio, tre o quattro persone scendevano, discutendo
e ridendo: egli chinò il capo, salì presto:

"Vorrei parlare al redattore capo."

"È occupato: abbia la bontà di aspettare," disse l'usciere con una certa
cortesia importante.

Mentre Riccardo passeggiava su e giù, non volendo sedersi, non volendo
aver l'aria del mendico che aspetta pazientemente l'elemosina, un
andirivieni continuo agitava quell'anticamera. Signori affaccendati
entravano, penetravano in redazione senza farsi annunziare, stavano un
momento, uscivano di nuovo, distratti, assorbiti; giovanetti tipografi
in blusa azzurra macchiata d'inchiostro, col berretto di carta,
entravano precipitosamente, partivano correndo; il portalettere delle
raccomandate era in conferenza coll'amministratore, dritto innanzi al
suo tavolino, con la sacca di pelle nera aperta, donde estraeva i
plichi. Nessuno badava a Riccardo che passeggiava, aspettando: egli si
sentiva in mezzo a un largo mondo di operosi indifferenti, in mezzo a un
organismo forte, ma concentrato in quei tali elementi. Due volte si
avvicinò alla porta, per andarsene, ma l'usciere manco si voltò. Lui
rimase, pazientando: ma questo redattore capo, chiuso nel segreto della
sua stanza, presso cui tanta gente entrava, quest'uomo che ogni minuto
faceva squillare il campanello elettrico, breve, come un comando
imperioso, assunse nella immaginazione di Riccardo proporzioni
fantastiche. Non era egli dunque un sacerdote orante in fondo a una
cappella? Non era dunque un signore possente e misterioso, di cui si
sapeva il nome, ma che i pochi, i privilegiati soltanto arrivavano a
vedere?

"Passi," disse l'usciere, ritornando.

Riccardo attraversò un salotto dove non ci era nessuno, una stanza dove
due uomini scrivevano, ma che non alzarono neppure il capo. Questo
redattore capo sedeva in fondo alla terza stanza, dietro uno scrittoio
che pareva una fortificazione di legno e di carta: ed era un bell'uomo
alto e robusto, dal mustacchio brizzolato, dagli occhi dolci e arguti.
Scrisse qualche cosa sopra un pezzetto di carta, chiamò l'usciere,
glielo consegnò, poi alzò il capo e disse a Riccardo:

"Lei cosa vuole?"

L'intonazione era mite, ma di uomo distratto.

"Venivo.... per quel posto di correttore...." mormorò il giovanotto.

"Abbiamo molte richieste.... ma, si vedrà.... lei si chiama?"

"Riccardo Joanna."

"Non fa altro?"

"Sono al ministero di agricoltura."

"Ah! S'intende di correzione?"

"Mio padre era giornalista," rispose Riccardo, sottovoce.

"Dove?"

"Al _Tempo_, di Napoli: un povero giornale," e ingoiava a stento.

"Sa l'orario? Bisogna venire dalle quattro alle sette."

"Sissignore; potrei anche venire da mezzogiorno alle due."

"Non servirebbe. A rivederci, signore."

"Debbo ritornare?"

"Ritorni.... mercoledì, sì, mercoledì."

E chinato il capo si rimise a scrivere. Riccardo se ne andò, col sangue
alla testa, senza neppure chiedere che onorario vi sarebbe stato. Era
precipitato giù, al fondo di tutte le sue speranze. Sperava, aveva
sperato che questo redattore s'interessasse a lui, che lo interrogasse,
che lui, infine, potesse confessare il suo desiderio di scrittore
assolutamente inedito: sperava che sentendolo figliuolo di giornalista
gli avesse chiesto di suo padre, largamente: aveva l'aria così bonaria,
quel signore, che Riccardo gli avrebbe buttato le braccia al collo alla
più piccola parola affettuosa. Ma come tutte le persone molto occupate,
quel signore gli aveva detto cortesemente quello che era necessario, e
niente altro. Ma Riccardo era fuori della realtà: quel ricevimento così
semplice gli pareva una crudele delusione. Decise di non ritornare, nè
il mercoledì, nè mai: si pentì di esser salito lassù, dove nessuno si
curava di lui, dove di lui nessuno voleva sapere: e giurò e sacramentò
di non leggere mai più il giornale, di non leggere mai più nessun
giornale, di non parlare mai più nè di arte, nè di politica. Ma il
mercoledì era ancora in Piazza di Montecitorio, desiderando quello che
aveva disprezzato tre giorni prima, ritraendo una quantità di pronostici
dalle cose. -- Se incontro un cavallo bianco, buon segno -- ma non ne
incontrò. -- Se vedo un gobbo, buon segno -- e ne incontrò uno, verso gli
Orfanelli, un gobbo _vero_, gobbo davanti e di dietro. Pure esitò
ancora, prima di salire, prese un _wermouth_ al caffè, per rianimarsi.
Oh avrebbe parlato, oggi, a questo redattore capo, lo avrebbe forzato ad
ascoltarlo, con l'eloquenza del dolore, gli avrebbe detto, gli avrebbe
raccontato tutto!

Trepidante, salì su: e dette il suo biglietto da visita all'usciere,
perchè lo portasse di là, al redattore capo.

"Lei è il signor Joanna?" chiese l'usciere, un Toscano.

"Sissignore."

"Ho una lettera per lei."

E la trasse di sotto un mucchio di fasce. Riccardo la tenne in mano un
momento, senza leggerla; e gli pesava fra le dita, come piombo. La lesse
con uno sguardo solo: era accettato per correttore, poteva cominciare il
suo lavoro dall'indomani. Confusamente egli salutò e andò via, pieno di
dolcezza e pieno di amarezza. Ecco, ora si sentiva depresso, abbattuto,
dopo i grandi eccitamenti febbrili dei giorni decorsi: e una stanchezza
mortale gli spezzava le gambe. Tornò al ministero, salì dal capo
divisione, per pregarlo di modificargli l'orario, preferiva andare in
ufficio dall'una alle quattro:

"Avete trovato qualche altra occupazione?"

"Sì, signor Commendatore."

"E di che si tratta?"

"È al giornale _Baiardo_."

"Mi congratulo tanto: leggeremo la vostra prosa."

Riccardo non rispose: solo era un po' rosso in viso, vergognandosi della
bugia che egli accreditava col suo silenzio. Subito, il capo divisione
gli accordò il permesso. E in tutto il pomeriggio, a pranzo, al _Caffè
Cavour_, la voce circolò, e tutti gli domandavano, un po' increduli, un
po' invidiosi:

"È vero che sei al _Baiardo_?"

"Sì," rispondeva lui, debole, vile, non osando confessare la verità.

Ma il più commosso fu l'impiegato postale. Con l'occhio umido e la voce
un po' tremante, fece le sue congratulazioni all'amico, facendogli
notare che lui glielo aveva sempre pronosticato uno splendido avvenire,
che la fortuna di Riccardo Joanna egli la considerava come la propria
fortuna, che oramai avrebbe comperato il _Baiardo_ ogni giorno, per
leggere gli articoli del suo migliore amico:

"Io me ne accorgerò dallo stile, se sono tuoi: ma tu avvertimi sempre,
quando ci è qualche cosa di tuo, non ti scordare! Avvertimi, sai."

"Ti avvertirò," mormorava Riccardo, internamente disperato.

A casa, nauseato di sè, degli amici, della vita, dormì profondamente del
sonno delle anime intorbidate. L'indomani, alle quattro, nervoso, non
sapendo quello che avrebbe fatto, era all'ufficio del _Baiardo_: e
l'usciere lo introdusse in un camerottino, dove ci era il posto soltanto
per un tavolino, una sedia. Sulla parete un calendario con una grossa
Italia gialla e rossa, era appeso, e sul legno del tavolino l'altro
correttore, o un redattore, aveva disegnato dei profili femminili, un
biglietto da mille lire, aveva scritto qualche frase, qualche freddura.
Il redattore capo entrò, salutò:

"Ora le portano le bozze. Molti _a capo_, mi raccomando."

Niente altro. Riccardo entrava nel giornalismo per la scala di servizio,
come un muratore che venga a portare della calcina, come uno
spazzacamino che venga a pulire la cappa del camino dalle fuliggini.
Perchè non prendeva il cappello e andava via, se aveva un acino di
dignità? Ma un _piccolo_ di stamperia entrò, gli posò innanzi un fascio
di bozze tutte molli e scappò via. Quando la sua penna si posò sulla
carta e corresse il primo errore tipografico, una lettera capovolta,
egli si sentì vincolato per sempre: la sua dedizione era completa.
L'opera sua procedeva lenta lenta, ancora un po' inesperta, egli cercava
di ricordarsi del tempo quando aiutava suo padre alla correzione delle
bozze: come l'ora passava, altre bozze giungevano, egli vedeva con un
certo spavento accumularsi il lavoro, si confondeva, solo solo, nel
crepuscolo triste di fuori, tristissimo nella penombra del camerottino.
Si sbrigò alla meglio, trascurando varie correzioni: gli portarono le
due prime pagine, già pronte alle cinque, tutte umide. Quella correzione
delle pagine non l'aveva mai fatta, restò confuso, non sapendo dove
mettere i segni: per fortuna vi erano pochi errori, li _trasportò_ alla
meglio, in cima o in fondo alla pagina. Durante il suo lavoro non aveva
visto nessuno, chiuso nel suo gabbiotto, preso dallo stento della sua
inesperienza.

"Viene in tipografia a correggere la terza pagina?" chiese il _piccolo_.

"Vengo."

Era lì presso, in Piazza Montecitorio. Il redattore capo, in uno
stanzino, compilava un telegramma: un vecchio magro, una figura
melanconica e romantica e simpatica da don Chisciotte, scriveva le
_informazioni_ dall'altra parte del tavolino. Non ci era posto per
Riccardo: il proto gli accennò un leggío di legno, un seggiolone alto.
Ivi, sotto la vampa del gas, Riccardo corresse la terza pagina. Non vi
era altro da fare: se ne andò, senza salutare, insalutato, mentre
redattori, proto, tipografi, macchinisti erano assorbiti da quel calore
dell'ultima mezz'ora. Erano le sette: al _Trevi_ non vi era più nessuno,
le vivande erano scarse, gli impiegati che pranzano alle cinque e mezzo
avevano consumato quasi tutto, Riccardo mangiò di pessimo umore. Al
caffè, il Brandi, l'impiegato postale, gli chiese subito:

"Ebbene, vi è nulla di tuo nel _Baiardo_?"

"No, non ancora."

"Non farmi segreti," ribattè l'altro, con la sua aria di volpe fina, "io
me ne accorgo, sai, ti conosco allo stile: tutto possono insegnarmi
salvo quel che pensa e quel che dice Riccardo Joanna!"

Un altro gli chiese:

"È vero che il ministro degli esteri avrà un voto di sfiducia al suo
bilancio?"

"Io non lo so," rispose Riccardo, seccato assai.

"Non vuoi dirlo. Tutti così, voialtri giornalisti!"

Il suo cómpito di correttore continuò, quotidiano, in quel camerottino
solitario, sotto gli occhi rotondi e spiritati della grossa Italia del
calendario, senza incidenti, senza che mai nessuno venisse a visitarlo,
senza che egli conoscesse neppur uno della redazione. Ogni tanto il
redattore capo, il bell'uomo a cui era mancato il pubblico, perchè
diventasse un Girardin, tanti erano i giornali che aveva fondati e di
cui si era felicemente disfatto, entrava nel camerotto e raccomandava
certe correzioni a Riccardo, gli _a capo_, massimamente: il lettore si
stanca della prosa unita, fitta -- e usciva via subito, chiamato dal
lavoro. Di là, Riccardo udiva spesso un grande andirivieni, talvolta
arrivavano a lui discorsi e risate, discorsi dove l'accento toscano
vivacissimo superava qualche pronuncia napoletana o lombarda: ma non
ardiva andare di là senza essere chiamato, non vedeva mai i redattori.
Il _Baiardo_ continuava ad essere per lui un tempio misterioso, dove si
pontificava, recitando le spiritose litanie della politica e dell'arte,
da sacerdoti sconosciuti. Al caffè, la sera, gli domandavano:

"Joanna, dicci dunque chi è _Molosso_?"

"Non so."

"E _Stellino_, lo sai: chi è _Stellino_?"

"Neppur quello."

Gli amici restavano scontenti: si seccavano che egli volesse mantenere
il segreto, quando la loro più viva curiosità erano appunto quelli
pseudonimi, quando le loro più ostinate liti erano per saper chi fosse
_Neera_, un uomo o una donna, per assodare se De Amicis era proprio
_Furio_.

"E tu, come firmi?"

"Non ho deciso ancora."

"Va là, che non vuoi dirlo!"

Questi tormenti serotini gli facevano odiare il caffè e la gente e
tutti: trovava che la punizione della sua bugia era troppo grande. Non
sapeva prendere un'aria disinvolta, non voleva inventarne altre delle
bugie, anche la prima era stata involontaria. E temeva forte che si
scoprisse, che i colleghi del ministero, del caffè appurassero che egli
era un misero correttore, un povero muratorello della stampa che metteva
un po' di calcina nei buchi del bell'edifizio. Quelle sue risposte
troppo evasive, quella sua ignoranza avrebbero dato nell'occhio,
certamente: e saputa la verità, quante beffe, che ironie, che
umiliazione! Trascinato da un falso amor proprio, una sera, al caffè,
disse:

"Leggete l'articolo di fondo: è del direttore, è molto bello."

"Firma _Baiardo_?"

"Sì."

"Come va questo? Se il direttore è in Lombardia, nella villa del nostro
direttore generale," disse un impiegato alla guerra.

"Sarà ritornato," mormorò, arrossendo, Joanna.

Non tentò più. Si lasciò andare, per una settimana, al lavoro di
correzione, meccanicamente. E quel lavoro, ora se ne accorgeva, lo aveva
privato del suo grande piacere quotidiano, serotino: la lettura del
_Baiardo_. Prima, nel tempo della indipendenza, quando ancora non aveva
sporto i polsi volontariamente alle catene, la prosa di _Fantasio_, ora
argutamente scettica, ora malinconicamente sarcastica, sempre piacente,
sempre originale, gli procurava un delicato piacere spirituale: la prosa
di _Scapoli_ aveva una eleganza muschiata, un profumo di salotto, una
piacevolezza serena che lo trasportava in un ambiente aristocratico: la
prosa di _Neera_ aveva il calore e l'attrazione della simpatia. Quella
lettura di giornale, alla sera, _prima_, era per lui una soddisfazione
raffinata dello spirito: a cui si aggiungeva il bel piacere della
sorpresa, quello schiudere il giornale, ignorandone ancora il contenuto
e ogni sera avere l'impressione gradita.

Ma ora, ogni giorno egli rimetteva a posto le lettere capovolte
nell'articolo di _Fantasio_, metteva in corsivo qualche vocabolo
francese adoperato da _Scapoli_, e aggiungeva gli _a capo_ alla prosa
della scrittrice lombarda. Questo riattamento macchinale, questo lavorío
minuto, fatto sulla parola, gli faceva sfuggire il senso di quello che
leggeva: e il tratto spiritoso, dove una lettera maiuscola era
minuscola, lo lasciava freddo; i versi dove mancavano le virgole, non
gli facevano apprezzare la dolcezza della poesia; il periodo dove il
tipografo aveva dimenticato le interlinee, ronzava nella sua testa,
senza che egli ne intendesse il significato. Cercava di rilegger
posatamente, dopo fatta la correzione; ma quella pioggia di segnetti
neri lo irritava, e buttava giù le pagine, annoiato. Nella serata
tentava di leggere il giornale, come un lettore qualunque, ma ciò non
gli dava più nessun piacere, mancava qualunque sorpresa, egli sapeva
tutto, chiudendo gli occhi rivedeva la misura dell'articolo e il titolo
e la firma, rivedeva tutti quei geroglifici delle correzioni, gli angoli
acuti, i triangoli, le sbarrette, gli ovali: le sue delizie
intellettuali andavano sparendo ogni giorno. Come il tempo passava, gli
nasceva nell'animo irrequieto e sensibile, vivacissimo alle nuove
impressioni, un disgusto di quella prosa politica e letteraria: il
vederla scorretta, nella confusione tipografica delle prime bozze,
infiorata di strafalcioni, qua e là macchiettata di errori di grammatica
commessi dai compositori distratti, spesso sconvolta, coi periodi
_trasportati_, nel disordine mattinale di una bella signora troppo
mondana a cui è necessario un po' di cosmetico, toglieva a Riccardo
tutta la poesia della bellezza letteraria. Una delusione grande, uno
scetticismo nuovo andavan crescendo in lui: come in coloro che sono
destinati dalla loro professione a essere in contatto con la nuda forma
delle cose umane, non per anche adorna ed accarezzata dall'arte ancora
grezza, ancora rudimentale. Riccardo era come il medico che non crede
più alla coscienza, come il sarto che non crede alla bellezza delle
forme, come il parrucchiere che disprezza le folte capigliature naturali
da cui si può trarre poco partito. Quando sentiva lodare quel tale
articolo per la sua giustezza, per la sua semplicità, per la sua lindura
di forma, egli alzava le spalle, infastidito, pensando quanto gli era
parsa brutta quella prosa, nella sconclusione delle bozze, tutta piena
di _refusi_, talvolta comicissima per il senso cangiato dagli errori.

Così il _Baiardo_ perdette un lettore amoroso. Due o tre mesi di
correzioni avevano fatto nascere in Riccardo quella strana ma fatale
infermità dei giornalisti, la repulsione dal proprio giornale,
repulsione istintiva, invano combattuta, talvolta gelosamente nascosta,
spesso scetticamente confessata. Nessun direttore di giornale è capace
di rileggere attentamente _tutto_ il proprio giornale, e i pochi che ne
leggono una parte, lo fanno distrattamente, _senza vedere_ bene quello
che vi è: l'occhio giornalistico così fine nel trovare in sedici colonne
di un altro giornale, il periodo, la frase, la parola che lo
interessano, s'appanna, s'intorbida leggendo il proprio giornale. Il
povero correttore soffriva di questo innocente ma non innocuo morbo,
come se anche lui scrivesse, come se anche lui fosse nauseato di
rileggere la propria prosa.

"Che vi è stasera, nel _Baiardo_?" domandava il Brandi con molto
interesse.

"Le cose solite, credo," scappò detto, una volta, a Riccardo, annoiato e
impazientito.

Ma uno dei maggiori suoi crucci, il segreto rancore che aveva contro i
redattori del _Baiardo_, era la loro invisibilità. Nessuno veniva mai da
lui: e pochissime erano le occasioni di andare nelle altre stanze. Una
sera, in tipografia, vide un signore alto e biondo, dalla chioma
militarmente tagliata a spazzola, dagli occhi chiari, che parlava col
redattore capo, sviluppando un po' il torace, avanzando un po' la gamba
destra: del resto parco di gesti, signorile, freddo. Chiese il nome al
proto: costui era nuovo, non seppe dirgli nulla: ma il _piccolo_ che gli
portò la terza pagina da correggere, lo sapeva:

"Quello è il signor _Scapoli_," disse andandosene.

Un'altra volta fu peggio. Al caffè un gruppo di ufficiali attorniava un
maggiore, un miope dagli occhi vivacissimi, ancora giovane.
Distrattamente Riccardo chiese al suo vicino, un _reporter_ di giornale
democratico, chi fosse quel maggiore.

"Come? Non lo conosci? Ma se è tuo collega, uno scrittore del _Baiardo_,
dicono che firmi _Fucile_."

Queste cose assai lo mortificavano. Trovava i redattori troppo altieri,
troppo aristocratici, che non si degnavano di farsi vedere, quasi mai,
che capitavano un momento in direzione, poi andavano via subito,
chiamati al Parlamento, alle Commissioni, agli affari, gente che faceva
il giornalismo per svago, per diletto, per una soddisfazione dello
spirito, ma da signori, inafferrabili, inaccessibili. Si rammentava di
dieci o dodici anni prima, del giornalismo che faceva suo padre,
passando dieci ore al giorno in ufficio, sempre a lavorare, sempre con
la porta aperta, dovendo dar retta a tutti, contentare tutti, a rischio,
in caso contrario, di far perdere la popolarità al giornale, temendo
sempre di scontentare l'abbonato, facendo di tutto per attrarre il
lettore: giornalismo umile, pedestre, fatto da lavoratori oscuri, che
non firmavano i loro articoli e che combattevano quotidianamente col
pezzo di dieci franchi. La differenza era grandissima, il passo fatto in
dieci anni era enorme: e quando pensava a questo nucleo di scrittori
felici, dove i toscani portavano l'arguzia e i napoletani il fuoco,
padroni delle loro idee e del pubblico, paradossastici, indipendenti,
compensati lautamente, una pietà profonda gli veniva per quel povero
morto, strappato dall'articolo e buttato nella fossa. Un _coupé_,
talvolta, saliva al trotto per Piazza Montecitorio, si fermava innanzi
alla porticina magica: era un uomo politico che veniva a portare una
notizia, o una signora che gentilmente faceva da _reporter_, o era un
redattore, forse, un redattore che possedeva vettura. Riccardo abbassava
la testa sulle bozze: ma la sua anima era sconvolta. Penetrato nel cuore
del _Baiardo_, nella sua intima manifattura, egli era sempre escluso
dalla sua vita: il giornale lo aveva assorbito ed egli vi perdeva ogni
giorno la sua personalità, ignorato, strumento volgare e non necessario.
Ogni tanto, vi era un barlume: quando al Tordinona o al Valle vi era
un'opera nuova, prosa o musica, faceva le riviste teatrali un
meridionale, un Napoletano, dal grosso naso piovente sui baffi, miope,
geniale. Queste riviste bizzarre erano a base di freddure, tempestate di
freddure, in versi, in prosa, in italiano e in latino, talvolta
comicissime: e siccome lo scherzo spesso dipendeva dalla spezzatura di
una parola, da un nome in carattere corsivo, da una ortografia bislacca,
così il redattore, ogni volta, veniva a correggere personalmente le sue
bozze, sedendosi accanto a Riccardo, scambiando con lui qualche parola.
Quello scrittore non era mica molto allegro, come del resto non è
nessuno scrittore di cose allegre: ma era simpatico, parlava col largo
accento napoletano, e quelle poche frasi rincoravano Riccardo, lo
riempivano di tenerezza:

"Siete napoletano, voi?" gli chiese un giorno.

"Sissignore."

"Non dovete trovar Roma molto divertente."

"Napoli è la patria del cuore," mormorò Riccardo, "ma qui si pensa."

"Già," disse il redattore, rimettendosi filosoficamente a correggere le
bozze.

Un'altra volta:

"V'ho incontrato al ministero di agricoltura, oggi. Siete impiegato?"

"Pur troppo!"

"Non è mica una cosa dispiacevole. Io me ne trovo bene, ai ventisette
del mese."

Non altro. Ma era già molto, per un essere abbandonato come Riccardo,
chiuso nel suo gabbiotto, come una lumaca. Egli non discorreva neppure
col giovane amministratore, al primo del mese, quando andava a
riscuotere. Quelle sessanta lire dategli per il suo lavoro meccanico,
gli sembravano una cosa così umiliante, che non le contava, non le
guardava neppure, firmava subito subito nel registro. I suoi amici
credevano che egli guadagnasse molto e si meravigliavano che egli
abitasse ancora una stanza da venti lire il mese, che mangiasse ancora
al _Trevi_, che non pagasse qualche tazza di birra agli amici. Qualcuno
gli chiese in prestito cinquanta lire: un altro, più audace, gliene
chiese duecento. Egli rifiutava: gli dicevano:

"Perchè non te le fai dare all'amministrazione del giornale?"

E lo tenevano per avaro, per egoista. In realtà egli soffriva della sua
miseria, fortemente. Assopito nel cuore il dolore della morte di suo
padre, sviluppata l'intelligenza dalle scorie che la rendevano inoperosa
e la deturpavano, a venti anni, in una grande città come Roma, dove la
vita già si disegnava a linee di capitale, il giovanotto cominciava a
provare l'arsura di tutto quello che gli era conteso. Quando usciva di
tipografia, alle sette, nell'ora in cui tutte le trattorie fiammeggiano
di lumi e sono riboccanti di gente, mentre passeggiava lentamente, per
sollevarsi dal lavoro, prima di pranzare, egli dava un profondo sguardo
d'invidia alle trattorie dei ricchi, degli uomini felici, che mangiavano
delle pietanze delicate in una porcellana elegante: e si rammentava di
averle gustate, da bambino, quelle dolcezze, nei giorni in cui suo padre
aveva denaro, quelle galanterie da palati viziati, il caviale, la
ragosta, la pernice, lo storione, la beccaccia, le salse rosse o verdi,
colorite gaiamente, piccanti. E la sua fantasia viaggiava anche più in
là: passando innanzi ai grandi palazzi patrizi, egli indovinava la
maestà delle vaste stanze da pranzo, coi loro legni scolpiti, col
luccicare vivido dei cristalli e delle argenterie, coi tappeti molli,
dove non si udiva il passo dei servitori, coi fiori strascicanti sul
candore della tovaglia, col sorriso muto e incoraggiante della padrona
di casa. Le trattorie di terz'ordine che era costretto a frequentare,
con la loro biancheria dalla dubbia pulizia, dall'odore nauseante di
sapone, con le posate di metallo giallo, i piatti grossi e pesanti, con
le solite pietanze quotidiane, dai miscugli equivoci, rivoltavano i suoi
istinti aristocratici, e mangiava per saziarsi, sempre seccato, incapace
di prolungare di un minuto il pranzo, soffrendo di tutto, anche delle
mani del cameriere che gli porgevano il piatto e che gli sembravano
ignobili. Quando una prima rappresentazione era annunziata,
strombazzata, aspettata, e tutti ne parlavano, e quelli che potevano
andarvi si consideravano assai fortunati, egli si rodeva di non poterci
andare, ricordandosi della sua infanzia e della sua adolescenza, ogni
sera al teatro, dappertutto, nei migliori posti, senza spendere un
soldo, andando sul palcoscenico dove pochi potevano andare, carezzato
dalle attrici. Giammai al _Baiardo_ aveva avuto un biglietto di teatro:
e intanto tutti credevano che egli ne fosse pieno e gliene chiedevano
talvolta; e quando, in una sera di prima rappresentazione, lo vedevano
comparire al caffè, si meravigliavano:

"Non sei al Valle? Non vai all'Apollo?"

"Il teatro mi secca," faceva lui, alzando le spalle.

Non era vero. Quand'anche fosse stato cattivo lo spettacolo del
palcoscenico, frivola la commedia, noiosa e risaputa la musica, la sua
immaginazione di venti anni trasaliva all'idea di veder tante donne
riunite in una sola sala, vestite elegantemente, sorridenti o
melanconiche, adorne di fiori e di gioielli. Dopo due anni di esistenza
selvaggia, fuggendo le passeggiate e i ritrovi, egli aveva ceduto alla
natural simpatia che lo faceva fantasticare dietro ogni profilo
femminile che incontrava per la via. Timido e superbo con gli uomini,
temendo sempre qualche cosa di offensivo pel suo orgoglio, egli sentiva
che le donne sono più buone, più indulgenti, più carezzevolmente
affettuose, più nobilmente pietose: sentiva che il suo bisogno di
tenerezza, di dolcezza, di amore mite e gentile soltanto in loro si
sarebbe potuto appagare. Egli non invocava, come può farlo un carattere
forte e temprato, un amico serio e affettuoso, sagace nel consiglio,
virile nell'ammaestramento: egli invocava l'amica ideale, parola amorosa
e voce toccante, opra gentile e sguardo ammaliatore, pietà muliebre
vestita di velluto e spirante profumi, affetto sentimentale, vergato in
una calligrafia delicata, sopra una carta bizzarra, bizzarramente
cifrata. Alla debolezza del suo cuore non era necessaria un'affezione
salda ma severa, pronta all'aiuto come al biasimo rigeneratore: egli
aveva bisogno della compassione femminile che ha una scusa per tutti gli
errori, che ha un perdono per tutti i peccati. L'amico vi offre la mano
leale e l'opera sua: ma la donna è sempre più vicina al vostro cuore,
essa non può far nulla, ma piange con voi. Riccardo aveva la nostalgia
di un lungo pianto femminile unito al suo, un lungo pianto dolcissimo e
puro che si portasse via le amarezze accumulate da anni.

Nella crisi di tenerezza che lo invadeva, ogni apparenza muliebre
suscitava la sua fantasia. Un paio di occhi socchiusi dietro una
leggiera veletta nera; un sorriso fuggitivo che arcuava gentilmente un
labbro sottile; un piede snello che appena appena toccava il
marciapiede; una testina intravveduta dietro i cristalli di una carrozza
fuggente; qualche ombra errante sopra un terrazzo principesco, nelle ore
crepuscolari: una impressione, una visione, un nulla che fosse femminile
gli prendevano l'anima. La poesia della donna era la prima che
schiudesse il cuore del poeta, e doveva essere la più profonda: e non
amando ancora, non essendo forse predestinato a quella eccezionale, rara
forma del sentimento che è la passione, egli poteva analizzare
consecutivamente tutte le attrazioni, tutte le seduzioni dell'ideale
muliebre. Uno dei suoi più acuti piaceri erano le domeniche a Villa
Borghese, in quello sfilare continuo di equipaggi, dove le donne
troneggiavano, dove le donne trionfavano, ora nell'umiltà delle palpebre
abbassate, delle bocche pensose, ora nel languore di certe pose
abbandonate, ora nella serenità della indifferenza. Egli vi andava
sempre: e quando cadeva il sole, rosso ardente, fra i cipressi di Monte
Mario, e i vestiti delle donne si scoloravano ed esse stesse sembravano
colpite da pallore, Riccardo provava l'emozione intima dei grandi
spettacoli umani. Due o tre volte, coi suoi quattrini, soggiacendo poi a
piccole ma tormentose privazioni, era andato al teatro: una sera proprio
all'Apollo. Visione prolungata per tre ore, e che illuminò le sue buie
giornate per gran tempo: visione di bei quadri scintillanti che
accendevano il sangue, di profili evanescenti che trasportavano l'anima
in regioni ideali, di pallori pensierosi, di molli linee armoniose:
visione di lusso e di ricchezza, nella bella espansione della donna. Oh,
egli non amava punto le giovanette borghesi dai paltoncini neri e dal
cappellino piumato di nero, che andavano su e giù pei marciapiedi del
Corso; nè le ragazze che lavoravano a macchina nella casa dirimpetto
alla sua; nè le crestaine snelle, dai capelli incipriati, dallo
scialletto nero che batteva sulle calcagna. La donna povera, o gretta, o
costretta a lavorare, o volgare, ripugnava alla sua fantasia di poeta: e
non dava il suo cuore, come tanti suoi amici, al primo sguardo
affettuoso, alla prima dolce parola: egli conservava il suo cuore alla
prediletta, alla ignota, alla donna circondata da tutte le eleganze,
esoticamente profumata, maestra di tutte le finezze spirituali.

Pur desiderandolo, questo essere ideale gli sembrava inaccessibile, a
lui ignobilmente povero, facente un lavoro oscuro di polipo. Solo uno
spiraglio, solo uno: non la ricchezza, o la nobiltà, o la fortuna
politica, conquiste troppo lontane, troppo difficili, ma il successo
letterario, la reputazione di scrittore, il nome di giornalista alla
moda. Egli indovinava, intuiva il cuore femminile: quando nel brioso
resoconto parlamentare, lo scrittore abbandonava gli oratori noiosi
della politica, per inneggiare alla seducente contessa che era comparsa,
benefica apparizione, nella tribuna diplomatica; certo, per quanto la
contessa fosse abituata agli omaggi, quel pubblico, delicato omaggio,
fatto in una forma così gentile, doveva riescirle gratissimo. Quando
all'indomani di una festa al Quirinale, lo scrittore scioglieva in un
poemetto di prosa la sua ammirazione per le dieci dame più belle, più
eleganti, Riccardo immaginava quanto piacesse alle orecchie femminili
quel lusinghiero linguaggio. -- Le donne -- egli pensava -- sono
riconoscenti a chi sa apprezzarle, esse conoscono bene i loro amici;
esse sono dolci al poeta che le canta. -- E per arrivare a questo suo
sogno, l'arte, la poesia, la letteratura, il giornalismo gli apparivano
come un mezzo necessario, unico. Aveva allora ventidue anni: e molte
volte bestemmiava la oscurità da cui niente lo traeva. Le sue collere
erano vane, poichè non producevano nè una risoluzione forte, nè una
reazione di serenità. Come tutti i temperamenti fantastici e morbidi,
alacre era la vita interna del suo spirito, e impacciata, infeconda,
nulla la sua vita d'azione.

Un giorno, il redattore teatrale, che stava correggendo una poesia in
lode della signora Pia Marchi, gli disse:

"Volete andare al teatro? Vi è una poltrona pel Politeama, dove non
posso andare. Vi sentite di far due paroline di cronaca, domani? Due
soltanto."

Riccardo si fece pallido come un cencio, per la collera, pel piacere:
disse di sì, prese il biglietto rosso. Un grande tumulto si faceva nel
suo cervello, andava col capo chino, pensando come avrebbe scritto
quelle poche parole, cercando una frase efficace, che fosse anche una
rivelazione di quello che egli sapeva fare. Ma non aveva provato le sue
forze da tanto tempo, e a un tratto la prosa degli scrittori del
_Baiardo_, che gli era caduta in disgusto, gli sembrava ora
insuperabile, e le colonne del giornale gli parevano troppo maestose per
la sua pochezza. Avrebbe scritto delle corbellerie, o fatta la solita
noticina di cronaca. Volle confortarsi la mente: facevano la _Forza del
Destino_, comprò il libretto, andò a leggere la biografia di Verdi in
una enciclopedia che la biblioteca del ministero possedeva. Mangiò assai
in fretta, andò a vestirsi subito, il Politeama era lontano e doveva
andarci a piedi: e intanto ruminava la sua nota di cronaca, ora pensava
di cominciare con un verso di De Musset, ora con un motto latino,
pensava una freddura sul cognome del baritono e un aggettivo nuovo per
la prima donna. Tutto raccolto in sè, passando sul Ponte Sisto, non si
accorse di qualche carrozza che tornava indietro e dei pedoni che
venivano incontro a lui. Presso il teatro soltanto vide il cartellone
attraversato da una striscia rossa: _Per cause involontarie e
imprevedute, questa sera:_ RIPOSO. -- _L'Impresa._ Ripassando sul ponte,
egli si domandò se non era meglio, dinnanzi a una avversità così
costante, se non era meglio fare un tonfo nelle acque fredde del fiume e
lasciarsi trascinare dalla corrente a mare. Ma non era esso l'uomo delle
pronte decisioni, ed ebbe orrore di una morte volgare, il corpo gonfio
di acqua, la faccia gialla, la bocca piena di rena. L'indomani, malgrado
tutto, egli volle fare la nota di cronaca; ma non sapeva che cosa dire:
inesperto giornalista, non aveva neppure chiesto allo spaccio dei
biglietti la ragione del riposo. Dopo molti stenti, dopo molte carte
lacerate, egli arrivò a copiare, testualmente, l'avviso dell'impresa. Lo
portò al _Baiardo_, in anticamera lo consegnò al _piccolo_ perchè lo
desse a comporre. Come se si trattasse di un articolo, egli trepidò, nel
pomeriggio, aprendo le bozze: la nota non vi era, il redattore capo,
trovandola inutile, l'aveva tolta via. Questo fu l'ultimo colpo.

L'indomani, quietamente, comprò un foglio di carta bollata e fece una
domanda al ministero di agricoltura per essere ammesso a un concorso per
posti di vice-segretario. L'esame si doveva fare in febbraio, e in quei
tempi non si chiedeva molto agli impiegati: d'altronde il suo lavoro
come straordinario era già un titolo. Le ricerche per avere la fede di
nascita, le altre carte necessarie, certe pratiche, l'andare e venire,
distrassero Riccardo Joanna dalla ruina che era avvenuta nelle sue
speranze. Nelle ore di libertà, adesso, invece di legger giornali e di
discutere pei caffè, studiava le materie del programma, voleva almeno
riescire in questo, poichè il suo destino voleva così: e già vedeva il
suo lento progresso burocratico, quel salire duro e stentato, ma sicuro,
quell'orizzonte breve, ma accessibile. Con un paio di altri giovanotti
che pure si preparavano a questo concorso, si vedevano, nelle ore di
libertà, e tenevano conferenze sulle materie dell'esame, passeggiando
talvolta, o anche a pranzo, tenendo sempre lo spirito occupato, non
volendo pensare ad altro, non volendo mai distrarsi. Faceva sempre il
suo lavoro di correzione, ma ora se ne sbrigava molto più presto, con
una certa fretta di andarsene, senza badar più a quello che leggeva. Era
arrivato finalmente a vedere _Fantasio_, un giorno, per le scale,
insieme al direttore: e l'originale scrittore fumava una sigaretta e
sorrideva ascoltando un racconto del suo amico; ma Riccardo era troppo
deluso per provar più nessuna emozione alla vista di quei forti.

Persuaso di non aver nè ingegno, nè vocazione, nè fortuna, ora
l'indifferenza succedeva alla passione giornalistica. Chissà, forse era
meglio, per la pace del cuore e per la salute, essere un buon impiegato,
zelante, amato dai superiori, sempre in aumento di grado e di stipendio,
col cavalierato in prospettiva, la pensione per la vecchiaia e una morte
tranquilla. Almeno, al ministero non vi erano templi misteriosi, chiusi
ermeticamente ai profani, dove non si poteva penetrare nè con l'umiltà,
nè con l'audacia: e la simpatia, l'ammirazione del pubblico non sono un
monopolio! Niente di questo: una bella esistenza monotona e quieta senza
troppi guai. Si trattava di riescire, e Riccardo studiava molto. Per una
reazione naturale e che indicava non esser rimarginate le sue ferite,
egli si burlava di sè stesso, delle sue ambizioni, dei suoi progetti,
delle sue fantasie. Questo impiegato pallido, dall'aria un po' fatale,
lo faceva ridere, quando si mirava nello specchio: questo poeta che non
sapea fare versi, questo prosatore senza prosa, questo giornalista senza
giornali, gli sembrava un caso comico. Un giorno aveva sognato di poter
amare una duchessa, di essere amato da una contessa, di poter sedurre e
rapire la moglie di un banchiere! Riccardo sogghignava. Gli parea di
esser diventato una persona seria, ora che aveva prestabilito il suo
avvenire, rinunziando a tutte le follie: e con la precipitazione e il
bisogno di progettare di tutti gli ingegni meridionali, egli si figurava
già di esser riescito, di aver avuto il decreto di nomina. Allora egli
si vestiva di scuro, come per una solennità, andava dal redattore capo e
in poche parole gli annunziava le sue dimissioni. Costui, forse, lo
avrebbe interrogato sulle ragioni: allora gli avrebbe narrato tutto, la
sua infelice, non corrisposta passione per il giornalismo, e il colpo
sofferto e la delusione immensa e infine il proponimento di salvataggio,
buttandosi nelle braccia della burocrazia. Con questo discorso che egli
avrebbe pronunziato con l'enfasi del sentimento, egli certo sarebbe
arrivato a scuotere la distrazione laboriosa del redattore capo e gli
avrebbe fatto intendere quale servo fedele e amoroso essi perdevano.
Invano avrebbero tentato di trattenerlo: a una vita seducente ma
precaria, piena di grandi soddisfazioni, ma piena anche di grandi
dolori, egli preferiva una esistenza mediocre ma pacifica, gretta forse
ma non fallace: lo lasciassero andare, lo lasciassero andare per la sua
strada, oscuro, ignorato, come tutti coloro che non seppero o sdegnarono
d'imporsi.

Esaltandosi su questo discorso, racchiudendo esso tutta una nobile
vendetta, Riccardo si avvicinava al tempo dei suoi esami. Mancavano
soltanto quindici giorni, quando il _Pompiere_, il redattore teatrale,
che decisamente aveva preso in simpatia questo educato e taciturno
correttore di bozze, gli disse ancora:

"Giovanotto, volete andare al Valle? fanno una commedia nuova, in cinque
atti, di autore patrio: e corre una voce molto grave, che sia una
commedia a tesi. Tutto questo è più forte di me: del resto, io ho da
andare a Napoli. Che Iddio vi assista nella dolorosa prova! Darete gli
appunti di cronaca a qualcuno in redazione che li compilerà. Chiederò
notizie della vostra salute, al mio ritorno." E non smentendo un minuto
la sua gravità abituale, egli girò sui tacchi e andò via. Riccardo
sorrise ironicamente: non era più un bambino come quello di una volta,
per commuoversi di un biglietto di teatro. Placidamente lo serbò e non
affrettò mica il suo pranzo per andare al Valle: obbedendo a un antico
strascico di vanità giornalistica, disse ai suoi commensali, con aria
sdegnosa:

"Che noia, stasera! Il _Pompiere_ è fuori e io ho ancora da andare al
Valle, per udire una terribile commedia in cinque atti."

"Che originale, questo Joanna," disse il suo ammiratore, il Brandi,
altrimenti detto il _segretario particolare_ di Joanna; "egli si secca
di tutte le cose che divertono gli altri. Dammelo a me, questo
biglietto, chè ci vado io."

"E l'articolo, lo fai tu?" disse Joanna, mentendo sfacciatamente.

"Hai ragione," mormorò l'altro, umiliato. "Non importa, vengo con te,
comprerò il biglietto, cercherò di avere un posto vicino al tuo."

Ma non lo ebbe, dovette contentarsi di un posto di platea, mentre
Riccardo aveva una poltrona: si diedero appuntamento per dopo. Brandi
accompagnava sempre Riccardo a casa. Confitto nella sua poltrona,
Riccardo ascoltava attentamente la produzione; e mentre alle sue spalle
e dietro a lui molti applaudivano, egli non dava segno di approvazione o
d'altro. Un momento che si volse, vide il Brandi che applaudiva forte;
Riccardo fece una levata di spalle.

La commedia era volgare, a grandi tirate rettoriche, tutta gonfia di
parole sonore e di sentimenti lirici: ma la digestione rendeva
sentimentali i borghesi della platea e il popolo del lubbione: i palchi,
quieti, si astenevano. Vi era di tutto, nella commedia: la tesi del
divorzio, l'emancipazione della donna, la tirata contro i seduttori, la
tirata contro i preti, quella contro i potenti -- e vi era il solito
deputato frivolo e imbroglione, il solito giornalista imbecille e
velenoso, una ragazza pura, un giovanotto virtuoso e tentato, una donna
non virtuosa e tentatrice, infine l'antica miscela, la combinazione
triviale dei vecchi elementi, un tritume, una rifrittura graveolente. In
fondo, vi furono ancora degli applausi: ma gli spettatori delle poltrone
e dei palchi si astennero. Sotto l'atrio Riccardo accese il suo sigaro a
quello di Brandi e si avviarono insieme. Brandi era ancora tutto
commosso:

"L'autore di questa commedia è un uomo di grande ingegno," esclamò
l'impiegato postale.

"Tu sei una bestia," gli rispose tranquillamente Riccardo.

"Sarà...." fece l'altro, un po' scosso.

"Chi trova bella questa commedia è una bestia, caro mio."

"Già tu sei infallibile come il papa...." disse sottovoce il Brandi.

"Non sono io infallibile, è l'autore che è un asino."

"Ma scusa.... la commedia è piaciuta.... tutti l'hanno applaudita.... è
piena di posizioni drammatiche.... uno si commuove quando si toccano
certi tasti.... a me, che vuoi, mi piace.... sarò pure una bestia.... ma
puoi negare che le situazioni sieno assai interessanti?"

Come Riccardo fumava il suo sigaro in silenzio, senza ribattere le
ragioni del Brandi, il Brandi seguitò, con la monotonia di un robinetto,
a versare le cause della sua ammirazione per la commedia. Ripetè tutti i
luoghi comuni che si possono dire, a proposito di un'opera drammatica: e
la trovata che era una bellezza, l'intreccio di cui uno seguiva le fila
con ansietà, la scena-madre, la scena forte che afferrava pel collo lo
spettatore e lo costringeva all'attenzione, i finali di atto che
colpivano l'immaginazione, il movimento naturale delle persone, e quelle
persone, quelle persone che erano così vere, così rassomiglianti a certi
tipi che noi conosciamo, quelle macchiette così vere, così spiritose: e
infine lo scopo morale della commedia, la tesi, anzi le varie tesi
sociali che vi s'intrecciavano.

"Quando avrai finito di dire sciocchezze, mi lascerai parlare," osservò
Riccardo, mentre uscivano da Via di Pietra.

"Parla, parla," disse, rassegnato, il Brandi.

Allora Joanna cercò di spiegargli, con la maggior chiarezza possibile,
con uno stile piano, le ragioni per cui quella commedia era cattiva.
Smontandola, pezzo per pezzo, gli dimostrava la vecchiezza
dell'argomento, anzi dei vari antichi argomenti cuciti insieme, già
mille volte tentati come ingredienti di commedie: gli mostrava la
rigidità automatica dei personaggi, la fanciulla non era simile a
nessuna fanciulla umana, la moglie tentatrice non esisteva, un deputato
come quello non si era mai visto, un giovanotto come l'eroe della
commedia bisognava pescarlo nella luna, e il giornalista....

"Oh il giornalista, poi, non puoi negare, è indovinato!"

"Non vi sono di tali sciocchi cattivi, fra noi, e quando te lo dico io,
basta," ribattè severamente Joanna.

E ritornò all'argomento, prendendosi la pena di far vedere al Brandi
come fossero fuori di uso, perchè vuote di senso, quelle tirate contro i
preti, contro i banchieri e tutte le altre. Ora sprezzante, ora bonario,
ora insultante, Riccardo Joanna distruggeva linea per linea la commedia,
eseguendo certe brillanti variazioni di spirito e di critica, che
avevano per solo ascoltatore Vincenzo Brandi, impiegato alle regie
poste. Costui, presso la porticina di Riccardo Joanna a Via in Arcione,
col pomo della mazzettina appoggiato alle labbra, ascoltava con una
compunzione profonda l'attacco critico del suo amico: e i carabinieri
che gironzavano intorno alle reali scuderie, manco si voltavano a vedere
chi fosse quel declamatore che ora nominava Shakespeare e Molière.
Parlava del teatro, ora, Riccardo, cavando dalla memoria, che aveva
forte e pronta, citazioni e titoli, date e raffronti. Brandi, taciturno,
non osava interrompere quel bel discorso, incantato, preso da quella
forma varia ma efficace. Poco intendeva e poco poteva seguire il moto
rapido del cervello di Riccardo: ma sentiva che egli diceva delle cose
giuste, belle e profonde. Alla fine, inebetito, giusto quando Riccardo
credeva di averlo convinto, di avergli dimostrato la trivialità della
commedia e di coloro a cui piaceva, l'impiegato stupidamente disse:

"Ma è stata molto applaudita...."

"Va al diavolo!" gridò Riccardo imbestialito, ficcando la chiave nella
toppa.

"Ma almeno scrivile queste belle cose," supplicò il disgraziato, "non le
dire a me che non le capisco. Scritte, le capirò forse."

"Le scriverò, le scriverò, e tu non capirai mai nulla," rispose
Riccardo, dalla scala.

Andò subito a letto, sentendosi stanco; spense il lume, credendo di
addormentarsi subito. Infatti un lieve sopore scese su lui: ma se ne
ridestò di soprassalto, si rivoltò, sperando di riaddormentarsi. Niente:
era nervoso: quel somaro di Brandi lo aveva trascinato ancora a
discutere. E rifece nella sua testa la discussione di nuovo: e nel
letto, voltandosi e rivoltandosi, trovava nuovi argomenti, pensava che
avrebbe dovuto dire questo, questo e quest'altro, diventava furioso per
non aver pensato prima la tal cosa e rideva ogni tanto, fra sè, a una
frase comica che gli veniva. Ah, no, non poteva dormire, non ci era
rimedio. Riaccese il lume, prese un volume di storia del commercio, su
cui si preparava ai suoi esami, e lesse per un quarto d'ora, con molta
attenzione, senza capire una parola: la mente non si staccava da quella
commedia e dalla critica che ci si poteva fare. Poi, senza rendersi
molto conto di quello che faceva, si alzò, si vestì e si dette a
passeggiare su e giù per la stanza. Faceva freddo: ma egli non lo
sentiva. Camminava con le mani in tasca e col capo abbassato sul petto,
concentrato nelle sue idee, riunendole, con certe che si ostinavano e
certe altre che sfuggivano. Aveva già pensata l'ultima frase del suo
articolo, prima di mettersi a sedere: e seduto, cominciò a scrivere,
come in sogno, sulle cartelle bianche che devotamente conservava sul suo
tavolino. Non provava nessuna fatica e scriveva prestamente, come
trasportato da uno spirito: ogni tanto si fermava e con la penna faceva
dei segni sopra un altro foglio di carta, meccanicamente, mentre il
pensiero seguiva il suo viaggio. La candela faceva lucignolo per lo
scirocco umido della notte e scoppiettava: egli la guardava, senza
vederla. Nitido, preciso, proseguiva il suo lavoro, nel silenzio della
notte, dove si udivano soltanto i misteriosi scricchiolii dei vecchi
mobili e lo strisciar della penna sulla carta: in un momento fu tanto
l'impeto del pensiero che lo travolgeva, che egli si alzò da sedere,
senza accorgersene, andò sino alla finestra, appoggiò la fronte calda ai
vetri, sentendosi soffocare da tutte le cose che pensava e che
tumultuosamente volevano uscire dal cervello. Ritornò subito al
tavolino, a lavorare di nuovo, con lo stesso fervore, con lo stesso
trasporto spirituale, per cui gli pareva di volar via sulla frase,
trascinato da una volontà ferrea di cui sentiva la mano, ma gli mancava
la coscienza. Mise una firma e la sottolineò con un grande tratto di
penna. Un profondo sospiro di sollievo uscì dal suo petto, ma gli parve
che qualcuno avesse sospirato accanto a lui. Senza rileggere, senza
numerare le cartelle, senza raccoglierle come erano disperse, si spogliò
in fretta, spense il lume e si addormentò subito, senza pensieri, senza
sogni.

"Perdio! che sonno," disse Brandi, all'indomani, entrando nella stanza
di Joanna. "Per fortuna che è domenica. Sono già venuto alle nove, che!
Sua Eccellenza non ha risposto."

Riccardo sorrise languidamente, non alzandosi ancora, godendosi il
calduccio delle lenzuola.

"Hai lavorato molto?"

"Molto."

"Sino a che ora?"

"Alle tre, credo."

"Mi lasci leggere?"

"No, non serve."

"Leggerò stasera, allora. Vestiti e andiamo a portare l'articolo al
giornale."

Senza turbarsi punto, come se Brandi gli avesse proposto la più naturale
delle cose, Riccardo Joanna si alzò, si vestì, arruffò la sua nera
chioma ricciuta di cui era un po' fiero, mise una cravatta di raso nero,
poichè egli si sacrificava in tutto, salvo che nel vestito. Gravemente,
ma con la disinvoltura di un giornalista provetto, egli rilesse il suo
articolo, aggiungendo qualche virgola, rifacendo qualche lettera male
scritta, numerando le cartelle, piegandole in due, come aveva visto
degli _originali_ di altri scrittori.

"Che bella cosa saper scrivere!" disse sospirando Brandi, che aveva
ammirato tutta quella mimica.

"Peuh! non è una gran cosa," fece l'altro, con disprezzo.

"E con questo articolo, quanto guadagni?"

"Non so bene: secondo la misura," rispose Joanna, parlando a caso.

I due impiegati si avviarono per Montecitorio: a Piazza Colonna
incontrarono il direttore del _Baiardo_ che scendeva con un paio di
amici, per far colazione da Morteo. Riccardo Joanna fece un gran saluto,
che gli fu reso con molta gentilezza.

"È il direttore," spiegò poi a Brandi, "e va a colazione."

"Ah! bravo," faceva l'altro, come se quelle notizie lo facessero
penetrare nella vita intima del _Baiardo_; "e quelli altri chi sono?"

"Amici politici del giornale: ma io li conosco poco, capirai...."

"È naturale, è naturale," diceva Brandi, tutto pieno di maraviglia.

Salirono all'ufficio. Senza scomporsi Joanna cavò l'articolo di tasca,
lo consegnò all'usciere e gli disse:

"Giovanni, manderete questo con l'altro _originale_ in tipografia. Io
poi passerò alle quattro per la correzione."

"Che bella cosa, che bella cosa!" andava esclamando Brandi, mentre
scendevano dal giornale.

Mentre facevano colazione, al _Falcone_, dove andavano qualche volta,
alla domenica o nei giorni di paga, Riccardo Joanna ebbe la bontà di
spiegare a Vincenzo Brandi molte cose oscure del giornalismo: e costui,
che si era sempre lagnato del silenzio del suo amico, che gli aveva
sempre rimproverato la sua musoneria, lo ascoltava, tutto beato,
deliziandosi all'aspetto di quei mondi che la parola del suo amico gli
schiudeva, pensando quante cose sieno impenetrabili nella vita e
superiori alle nostre forze. La colazione si prolungava, amichevolmente,
nelle mutue confidenze, perchè Vincenzo Brandi, per ricambiare la bontà
di Riccardo Joanna, gli veniva raccontando tutti i suoi progetti per
l'avvenire, e i concorsi in cui contava di riescire, e la ragazza che
voleva sposare, fra un paio di anni, se essa aveva la pazienza di
aspettarlo.

"Anzi voglio fartela vedere, vieni con me," disse Brandi con uno slancio
supremo di tenerezza.

I due amici se ne andarono sottobraccio, pel Corso pieno di sole, in
quella dolce giornata invernale, incontrando una processione di signore
e di ragazze, che andavano o venivano dalla chiesa, stringendo nella
mano il libro di messa, occhieggiando le amiche, sogguardando con la
coda dell'occhio i giovanotti. Un lieto sole, un fiorire di belle
ragazze, un incontrarsi di persone sorridenti.

"La vita è bella," disse Riccardo Joanna.

Ma Vincenzo Brandi non trovava bella ancora la vita, perchè al Corso
mancava la sua ragazza: erano arrivati a Via Condotti, e non l'avevano
ancora incontrata. Finalmente, la videro discendere dagli scalini di San
Carlo, accanto a sua madre: era una piccolina bionda, un po'
palliduccia, con gli occhi chiari, modestamente vestita. Salutò
l'impiegato con un batter di palpebre: Riccardo Joanna udì tremare il
braccio di Vincenzo Brandi sotto il suo.

"Tu l'ami assai!" chiese Riccardo.

"È una passione, caro mio, una vera passione."

"E che farai?"

"Toh? me la sposo."

"Ah!" fece soltanto Riccardo, come se non avesse pensato questo
scioglimento semplice.

La ragazza andava innanzi, essi venivano dietro: essa si rivolgeva
naturalmente, per sorridere al suo innamorato. Centinaia di questi
idilli si svolgevano pel Corso, dolcissimamente, nella lietezza del
sole, nella purezza delle anime femminili consolate dalla preghiera. Una
carrozza si fermò innanzi al palazzo Theodoli.

"Guarda bene questa signora che scende," disse subito Riccardo a Brandi.

Una signora snella e alta, tutta avvolta in una pelliccia bruna, con una
veletta abbassata sul viso, discese: era una strana bellezza
bianchissima, senz'ombra di roseo sulle guance, dai neri capelli
rialzati audacemente sulla fronte e sulla nuca, dagli occhi verdi,
lunghi, dalle lunghe ciglia. Ella entrò nel portone con un passo svelto,
e scomparve nell'androne, senza rivoltarsi.

"Ti piace?" chiese Riccardo.

".... Sì, mi piace.... è molto smorta," mormorò Brandi, che non voleva
far dispiacere al suo amico.

"È la principessa Sackarine: una Russa."

"Ah!" fece Brandi.

"Se legge il _Baiardo_, stasera, sarà contenta."

"Perchè?"

"Era al Valle ier sera: e non applaudiva. L'ho scritto."

I due amici girarono per Roma sino alle tre e mezzo, si lasciarono un
momento prima delle quattro.

"Mi secca di andare, ma debbo andare," disse Riccardo. "A rivederci, ci
vediamo a pranzo."

E si avviò con le spalle un po' curve e le mani prosciolte della persona
indolente. Senza dire nulla a nessuno, andò a sedersi nel suo
camerottino: le bozze non erano venute ancora, le attese con pazienza,
fumando una sigaretta. Una grande pace era nel suo cuore. Gli portarono
le bozze da correggere: l'appendice, l'articolo politico, una
corrispondenza erudita e poetica da Venezia, ma null'altro, il suo
articolo non vi era. Non s'impazientì, non pensò nulla, sbrigava il suo
cómpito speditamente, fermandosi ogni tanto per trarre una boccata di
fumo dalla sigaretta. Vennero le altre bozze: le svolse placidamente, vi
era il suo articolo. Soltanto, per la novità della calligrafia, era
pieno zeppo di errori, e fu mestieri che egli vi facesse tutto un lavoro
di riattamento. Quando ebbe finita la correzione, lesse il suo articolo,
e gli sembrava la prosa di un altro, una prosa chiara, lucida, tutta
solida, tutta nutrita, anzi troppo folta d'idee: e vibrava in essa un
umorismo giovanile fatto di melanconia, una ironia piena di forza. Egli
si dilettava in quella lettura, come un lettore che s'incontra in
qualche cosa che assai gli piaccia, anche ignorandone l'autore. Mentre
finiva quella lettura, il redattore capo entrò, guardò il correttore e
gli disse:

"Joanna?"

"Signore?" e si alzò.

"Ha fatto lei quell'articolo firmato _Glauco_?"

"Sissignore."

"Ah!" fece soltanto l'altro.

Nulla soggiunse, voltò le spalle, uscì. Non aveva dimostrato nè collera,
nè allegria. Joanna ricominciò il suo lavorío, sulle due prime pagine:
l'articolo era in seconda pagina, e in colonna pareva abbastanza lungo.
Andò in tipografia, la terza pagina non era pronta, dovette aspettare,
seduto sull'alto seggiolone, innanzi al leggío, sotto la vampa del gas.
Il direttore andava e veniva, affrettando i compositori, il giornale era
un po' in ritardo quella sera e non sarebbe partito in tempo: gli
abbonati avrebbero mormorato il giorno seguente. Quando gli ebbero
portato la pagina, Riccardo si adoprò a far prestissimo, la macchina era
pronta. Il direttore arrivò sino al leggío e acconciandosi le lenti
d'oro sul naso, con un modo familiare, disse:

"Signor Joanna?"

"Signor direttore?"

"Passi in amministrazione, quando le pare, a farsi pagare il suo
articolo. Lo calcoli a dieci centesimi la linea."

"Sta bene."

Si lasciarono. Ma Riccardo Joanna non uscì subito di tipografia come
faceva ogni sera. Stette a guardare le pagine nere che l'impaginatore
metteva sotto i rulli lucidi d'inchiostro. Subito la macchina si mise in
movimento, un va e vieni rapido, rumoroso, ingoiando fogli bianchi dal
di sopra, rigettandoli dal di sotto stampati. Una per una, con lo
sguardo, Riccardo Joanna seguì le migliaia di copie che venivano fuori
dalla macchina, che erano piegate dalle mani agili delle donne, chiuse
nelle fasce, riunite in pacchi per essere mandate alla posta: seguì le
migliaia di copie che venivano consegnate a fasci al distributore che
doveva darle ai ragazzi e ai chioschi.

"Dammi l'ultima copia," disse sottovoce al proto.

Il proto gliela dette. La macchina si arrestò, il fornello fu spento, il
gas fu abbassato, un silenzio regnò nella tipografia. Solo, fra le ombre
bizzarre della macchina, con quel giornale in mano, Riccardo Joanna ebbe
un minuto supremo di passione, minuto di paura e di audacia, di
desiderio e di potenza. Un minuto: e la sua vita fu gettata.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

In Via dei Crociferi incontrò i due amici che si preparavano con lui
all'esame di vice-segretario. Gli domandarono a che ora si poteva fare
l'indomani la solita ripetizione.

"Domani non posso," rispose, asciutto, Riccardo.

"Dopodomani, allora."

"Nè dopodomani, nè mai più. Non contate su me."

"E perchè?"

"Perchè così."

E li piantò, sorpresi; entrò nella trattoria _Trevi_, dove Vincenzo
Brandi lo aspettava pazientemente per pranzare.

"Andiamo via," gli disse Riccardo.

Presolo pel braccio, senza dargli nessuna spiegazione, se lo trascinò
dietro sino al _Caffè di Roma_, in Piazza San Carlo, sull'angolo di Via
delle Carrozze. Nessuno dei due aveva mai pranzato in quel posto: ma la
memoria dei sensi era viva, come quella della mente, in Riccardo, ed
egli si trovò subito bene, intonato con l'ambiente ricco e caldo, pieno
di banchieri, di donnine eleganti, di artisti fortunati, di maestri di
musica alla moda. Egli ordinò il pranzo con una grande disinvoltura,
come se non avesse fatto altro nella sua vita, rendendo estatico
Vincenzo Brandi. Dopo le frutta Riccardo chiese dei sigari, _avana_, il
caffè e il _cognac_. E nella serenità della digestione, Riccardo Joanna
contò le linee del suo articolo per calcolare quanto aveva guadagnato in
quel giorno.

"Centottantadue linee, a dieci centesimi, quanto fanno?" andava
ripetendo Riccardo.

"Diciotto lire e venti centesimi," rispose il fedele amico.

"Non ci è tanto male, eh?"

"Niente male, niente male, Riccardo!"

Una fioraia venne, dette dei fiori ai due amici: Riccardo le dette due
franchi. Dopo pranzo, nella mitezza della sera, Riccardo volle fare una
passeggiata in carrozza, per Trastevere, discorrendo piacevolmente con
Vincenzo Brandi. Scesero a Piazza Sciarra: al solito l'impiegato postale
volle accompagnare l'amico sino a casa. E sotto il portoncino
calcolarono quanto aveva speso Riccardo in quel giorno:

"Giusto, diciotto lire e cinquanta: trenta centesimi più di quanto hai
guadagnato."

"Queste le avevo: non contano," disse Riccardo.

Risero insieme, senza ragione, separandosi. Quando fu sopra, solo solo,
un cocente rimorso, l'ultimo, avvelenò la coscienza di Riccardo. Ripensò
tutto il passato, infanzia, adolescenza, giovinezza: pensò la promessa
solenne fatta nell'ora più seria della sua vita. Aveva disubbidito. Ma
addolorato, confuso, non si pentiva, non chiedeva perdono, non tornava
indietro.

-- Se tu vivessi, padre mio, mi assolveresti, -- egli pensò, superbamente.

Nè s'ingannava.




III.

I CAPELLI DI SANSONE.


Quando Riccardo Joanna schiuse la porta a cristalli per entrare
nell'ufficio del _Quasimodo_ si trovò avvolto in un nugolo di polvere
che lo fece tossire. Gregorio, l'usciere, dando certi impetuosi colpi di
scopa, si spingeva innanzi un mucchio di spazzatura. Gregorio,
spazzando, conservava il suo eterno malumore misterioso contro la razza
umana: malumore che ora assumeva la forma collerica di un borbottamento
ringhioso, ora si manifestava in uno scetticismo pieno di malinconia.

"Quanta polvere!" esclamò Riccardo.

"Più ne levo e più ce ne sta," rispose Gregorio, crollando il capo,
sfiduciato.

Stavano l'uno di contro all'altro, il redattore e l'usciere, divisi dal
mucchio di spazzatura: Gregorio lungo, allampanato, pallido, colla
barbetta rada sulle guance giallastre, appoggiato alla scopa; il
redattore, l'articolista brillante, Riccardo Joanna, bel giovanotto,
dagli occhi azzurri pieni di languore, dalle palpebre livide cariche di
stanchezza, dal fine mustacchio castagno sopra una bocca ancora fresca e
rossa, dalle mani bianche femminili, ma tenaci come l'acciaio.

"Ci sono lettere per me?" domandò il bel giornalista con la sua voce
infranta da una grande lassezza.

"Un mucchio," e crollò filosoficamente le spalle, come compiangendo
coloro che ancora scrivono delle lettere.

Riccardo scavalcò le spazzature ed entrò nella redazione, vuota, dove si
sentiva forte ed acre l'odore della polvere smossa e quello
dell'inchiostro di stamperia già rancido. In una cartella di metallo a
compartimenti vi era un fascio di roba al suo indirizzo. In una busta
gialla vi era un biglietto rosso con cui si avvertiva Riccardo Joanna
che poteva pagare sino all'una pomeridiana del giorno seguente, al banco
Savelli, l'_effetto_ di lire mille che scadeva in quel giorno. Leggendo
quell'avviso, mezzo stampato, mezzo manoscritto, stando solo in quella
stanza dalla luce grigiastra, il volto di Riccardo Joanna si decompose.

"Banco Savelli," ripetè piano.

E all'idea tormentosa di quelle mille lire che non avrebbe mai potuto
pagare l'indomani, si unì subito quella di donna Clelia Savelli, la
bella moglie del patrizio banchiere. Erano già due volte in nove mesi
che rinnovava quell'effetto di mille lire all'onesto strozzino che gli
prendeva solo il tre per cento al mese, novanta lire alla volta: e da
tre mesi faceva invano la corte a donna Clelia Savelli, la rosea,
sorridente signora, dai grandi occhi grigi, dai denti sfolgoranti, la
crudele e dolce signora che tanti uomini avevano amata invano. Questa
volta lo strozzino aveva detto no, pel rinnovamento, voleva riavere il
suo capitale, d'altronde la cambiale era girata: ma donna Clelia Savelli
non diceva no, non diceva sì, rideva, rideva, nella sua irresistibile
ilarità di donna bella e felice.

-- Proprio al marito, proprio a lui, -- mormorava Riccardo, a cui quel
biglietto rosso scottava le dita. Distratto aprì la seconda lettera: era
un vecchio abbonato di Mondovì Breo che rimproverava a Riccardo Joanna
le idee audaci espresse nell'ultimo articolo sul divorzio; ma gliele
rimproverava con un ossequio profondo, dandogli dell'illustre
pubblicista. Invece uno studente, da Trieste, gli scriveva una cartolina
piena d'entusiasmi e piena di punti ammirativi, a proposito
dell'articolo sul divorzio: una maestra elementare da Colle Val d'Elsa,
piena di una melanconica e sentimentale ammirazione, gli mandava una
novellina, _Fior di mughetto_, sperando che egli la leggesse, e cercasse
di farla pubblicare nello spiritoso _Quasimodo_; un suo amico di Napoli
gli scriveva una cartolina domandandogli se era possibile trovar lavoro
letterario e giornalistico in Roma. Già rasserenato a quel mite soffio
di adulazione, Riccardo sorrideva: malgrado il continuo incensamento che
da due anni gli facevano il pubblico e la critica ed i colleghi
giornalisti, egli non era ancora disgustato dall'adulazione, era ancora
quella una carezza soave che gli calmava i nervi. Con un puerile moto di
vanità lasciò lettere e cartoline sulla scrivania, perchè i redattori
del _Quasimodo_ potessero leggerle, e schiuse un giornale della sera
innanzi, mandato al suo indirizzo: non intendeva bene perchè glielo
avessero mandato. E guardandolo con l'occhio giornalistico, scorse
subito un segno rosso accanto ad un annunzio del concerto di Beniamino
Cesi, per le due, alla Sala Dante: e trasalì di piacere. Doveva esser
lei, proprio lei, la taciturna pensosa signora Caterina, dal volto di
perla, dalle labbra sottili d'un tono di rosa morta, che non sapeva
sorridere, che non voleva amare, ma che chinava il volto quando dal
pianoforte toccato da mano appassionata uscivano i singhiozzi che
scoppiano, lugubri, solitari nel _Clair de lune_, di Beethoven; nulla
diceva Caterina, che tutti chiamavano santa Cecilia, ma dentro doveva
tremarle l'anima per una emozione suprema. Macchinalmente, smorto
innanzi a quel favore femminile, Riccardo si mise in tasca il giornale e
nel giovane cuore, tutto pieno di fantasmi femminili, s'innalzò,
sottile, potente, il fantasma tutto vibrante d'armonia di Caterina.

"È venuto il Pierangeli," disse Gregorio, entrando.

"Ah! e che vuole?"

"È venuto per quel conto di fiori."

Riccardo fece un gesto di fastidio. Ora, dopo aver spazzato la stanza,
Gregorio spolverava i mobili: ma non aveva piumacciolone nè
strofinaccio. Tutto torvo, colle sopracciglia aggrottate, soffiava sul
piano delle scrivanie e degli scaffali: la polvere si levava da un posto
per posarsi altrove; ma Gregorio si riposava ogni tanto, come stanco per
tutto quel fiato buttato. La stanza, male illuminata, conservava il suo
aspetto impolverato e triste: Riccardo stava ritto, come indeciso,
pensando a chi chiedere mille lire per pagare la cambiale l'indomani.
Poi, seccato da quelle nuvolettine di polvere che Gregorio andava
sollevando, voltò sulle calcagna e andò nella stanzetta
dell'amministratore. Ivi Gaetanino Gargiulo, l'amministratore, un
giovanotto bruno e smilzo, silenzioso ed ardente fumatore di sigarette,
teneva aperto il registro degli abbonamenti innanzi a sè e contemplava
il soffitto. Stava dalla mattina alla sera inchiodato su quel seggiolone
di pelle, come se non potesse staccarsene, fumando sempre, con le unghie
ingiallite dalle sigarette, gli occhi un po' inebetiti di colui che fuma
troppo, lasciandosi andare a quella vita di contemplazione che i
meridionali amano per contrasto.

"Crescono gli abbonati eh?" domandò Riccardo.

"Sì."

"Allora dammi cento lire."

"Non posso."

"Come non puoi?"

"Ho pagato or ora una cambiale di duemila lire."

"Anche ieri avevi pagato una cambiale di duemila lire."

"Anche ieri ti sei preso cento lire," ribattè Gargiulo, quietamente.

"Via, hai ragione sempre tu: ma dammi queste cento lire."

"Non posso, non le ho."

"Non è possibile."

"Non le ho, posso darti delle sigarette, se le vuoi."

"Cinquanta lire?"

"Neppure dieci."

"Eh va al diavolo!" gridò Joanna, con la sua voce lamentosa e rabbiosa
di fanciullo viziato.

Gargiulo lo guardò coi suoi occhi chiari e inespressivi, ma non rispose.
Egli nascondeva, sotto l'apparenza di persona istupidita dal fumo, la
naturale e necessaria durezza della sua anima amministrativa. In fondo
egli invidiava silenziosamente quei giovani redattori del _Quasimodo_
che raccoglievano i minuti suffragi della stampa: biglietti ai teatri,
sorrisi delle attrici, viaggi gratuiti per le inaugurazioni delle
ferrovie; e prima di dar loro quattrini, quando li vedeva innanzi a sè,
stretti da un fittizio o imperioso bisogno, egli si dava il piacere
d'assaporare la sua potenza. Riccardo era già quasi uscito, quando
Gregorio lo richiamò e gli disse:

"Ha letto quello che ha scritto sulla lavagna il direttore?"

Riccardo, senza rispondere, andò difilato nello stanzino che
pomposamente si chiamava salotto di ricevimento: stanzino adorno di due
divani di tela russa, tutt'unti sulle spalliere e sui bracciuoli per le
teste che vi si erano appoggiate, adorno di un falso caminetto in tela
russa con un galloncino azzurro stinto, adorno di uno specchio coperto
da un velo verde. Ivi all'odore di stantío della polvere si univa il
puzzo dei sigari che vi erano stati fumati, e qua e là, su qualche
mensoletta, sul falso caminetto, sul pianoforte vi erano dei mucchietti
di cenere fredda, nauseante. Sopra una lavagna sospesa al muro, il
direttore, capitato alle dieci in redazione, aveva scritto delle domande
ai suoi redattori, che aveano risposto così:

-- "Lamberti, lo fai un articolo sull'Afganistan?"

-- "No, ci ho la moglie in parto: Lamberti."

-- "Scano, fammi il capocronaca sul muratore sfracellato: va
all'ospedale."

-- "Sì: ma fammi pagare la carrozza da Gargiulo: Scano."

La domanda: "Franceschetti, te la senti di tradurmi l'articolo del
_Fremdenblatt_, sbagliando solo una ventina di parole?" non aveva
risposta. Franceschetti non era ancora venuto in ufficio. Per Riccardo
vi era questo:

-- "Joanna, se le tue signore ti lasciano il tempo, fammi un articolo
sulla principessa Pignatelli." E Riccardo, preso il bastoncello di
gesso, scrisse, superbamente:

-- "Non ho nulla da dire alla gente sulla principessa Pignatelli: farò un
articolo sul concerto Cesi, alle tre."

Per le scale Riccardo Joanna incontrò Carlo Mosca, un redattore, quello
che faceva i resoconti giudiziari, un fiero consumatore di aggettivi
sanguinolenti.

"Vai già a lavorare?"

"No, cerco Gargiulo," disse l'altro, alzando la faccia preoccupata.

"È inutile," disse Riccardo, con un gesto di sfiducia.

"Perchè inutile?" e la voce era piena di desolazione.

"Non ha un soldo."

"Proprio niente?"

"Come ti dico."

E restarono fermi sul pianerottolo, ambedue oppressi, guardando per la
finestra, senza vederlo, il cortiletto semibuio, dove pendevano dai
balconcini tanti cenci di vario colore, il piccolo bucato familiare
delle serve vicine.

"Tenterò," fece Mosca, con un gesto disperato.

Riccardo fece sentire un risolino d'ironia e discese via: nell'androne,
incontrando il postino delle raccomandate, preso da una curiosità
bizzarra, gli domandò:

"Nulla per Joanna?"

"Nulla," rispose l'altro, senza voltarsi, con la sua voce cantante.

A Riccardo era venuto in mente che qualcuno potesse mandargli del
denaro, così, per una combinazione, una eredità, un dono di un
ammiratore ricco, un amico che glielo confidasse per negoziarlo; la vita
è un romanzo, un lungo romanzo inverosimile, pieno di donne amate e di
cambiali pagate miracolosamente. Come lo avrebbe salvato un caso simile!
Non poter pagare, al banco Savelli, al marito di donna Clelia, era una
cosa per lui insopportabile, faceva scattare i suoi nervi. Ritto, sul
marciapiedi del Corso, si lasciava passare la folla intorno, senza
vederla. Alzando il capo intravide, dentro un _coupé_, donna Beatrice di
Santaninfa; la carrozza andava lenta lenta, egli da Piazza Colonna la
vide fermarsi innanzi al pasticciere Ronzi e Singer. Irresistibilmente
attratto da quella seducente, provocante testa bionda, egli entrò dal
pasticciere a prendere il _wermouth_. Vestita di nero; alta, flessibile,
donna Beatrice, la bionda, dagli occhi verdi e dall'enigmatico sorriso,
sceglieva le pastine, i biscotti, i _puddings_ pel suo _thè_, e ne
faceva fare dei pacchetti; con le mani sottili calzate di lunghi guanti
di camoscio, prendeva i pasticcini ancora caldi e li mangiava
gentilmente, lungamente, con una irritante espressione di voluttà sulla
faccia. Riccardo Joanna, col bicchiere del _wermouth_ in mano, senza
bere, non distoglieva gli occhi di dosso a lei, la guardava con così
fervida espressione di ammirazione, eravi nel suo sguardo tanto calore
di vita, che la contessa arrossiva come se stesse accanto al fuoco e si
muoveva nell'ambiente di quello sguardo come la salamandra fra le
fiamme. Ella conosceva Joanna benissimo, sebbene nessuno glielo avesse
mai presentato; sapeva bene che egli era l'articolista prediletto delle
signore per quella miscela di languore e di audacia che era nella sua
prosa; sapeva bene che egli era il cronista dell'eleganza femminile, il
deificatore della bellezza muliebre. Ella, dunque, posava per lui:
socchiudeva gli occhi di smeraldo puro, trasparente, rosicchiava le
pastine, sorridendo; sulle labbra grosse e rosse vi era un orlo di
zucchero finissimo, provocante; stendeva la mano regale, con un gesto
vago, per indicare certi biscotti bruni; piegava un po' il corpo; beveva
lentamente, con una linea di braccio alzata, da statua, con gli occhi
spalancati, come dilatati nella loro verdezza, con le sopracciglia
spianate, il bicchiere colmo di _Porto_. Riccardo era incantato; nella
bottega tutta bianca di marmi entrava un raggio del sole meridiano
primaverile; i camerieri andavano, venivano, premurosi, dai tavolinetti
al banco, portando i piatti dei pasticcini ed i bicchieri di Malaga, di
Marsala, di Xeres; nell'aria stava un odore di cose dolci, zucchero,
crema, vainiglia, cioccolatte; nella fontanella del banco l'acqua
scorreva, cantando; ogni tanto si udiva il fruscío dell'acqua di _seltz_
che schiumava dal sifone nel bicchiere, -- e Riccardo si lasciava andare,
dolcissimamente, alla seduzione di questo ambiente che lusingava i
sensi. La contessa di Santaninfa lo incantava, in quel sole caldo e
mite, fra quegli odori di cose dolci, fra quei riflessi rosei di vini e
di sciroppi; quella eleganza sapiente di acconciatura, la ricchezza
della stoffa, l'armonia della tinta e della linea, quella bellezza
bizzarra e provocante e sicura e altera, quella trionfante civetteria
femminile, che più audacemente si manifesta e più attrae, realizzavano i
suoi sogni di poeta adoratore della donna. Egli si abbandonava ad un
languore estatico, una specie di molle beatitudine, dove la bionda
contessa dagli occhi verdi di pietra preziosa gettava un'acredine di
fantasia insoddisfatta. Ella uscì, scomparve qual dea. E Riccardo ebbe
come un senso di freddo, come se fosse entrato in una vasta, glaciale,
solitudine. E in quel freddo, in quel senso amaro di solitudine, il suo
segreto tormento finanziario si risvegliò, gli dette una stretta al
cuore, lo fece trasalire come la donna che sente nel seno il morso dello
scirro. L'idea di far colazione solo, con quella sottile e cocente
tortura interiore, gli era insopportabile; passeggiò lentamente pel
Corso, cercando qualcuno che volesse mangiare con lui. Invero non aveva
denaro, nè per sè nè pel suo futuro invitato, ma al _Caffè del
Parlamento_ gli facevano credito, anche per quindici giorni. Trovò
Scano, il cronista, un giovanotto che scriveva delle cronache comiche,
zeppe di bisticci, di meditate, profonde cretinerie, e che nella vita
era di un contegno lugubre, schivava la gente, non andava nei caffè per
economia o per amore di melanconia; ogni volta che lo invitavano a
pranzo o a colazione, Scano rifiutava, aveva già fatta colazione, si
schermiva con una resistenza, una durezza di persona timida e fiera che
non vuole essere compatita.

"Fa' colazione con me," gli disse Joanna, "mi fai un favore."

"Ho già fatto, non posso."

"Non ti credo, sei un orso."

L'altro arrossì, ma non disse nulla. Riccardo continuò a pregarlo con
quella sua voce spezzata dalla stanchezza, guardandolo con quei suoi
occhi pieni di una tristezza inguaribile, tanto che Scano si commosse e
disse che gli avrebbe almeno tenuto compagnia per non sembrare un orso.
Riccardo conservava nella faccia quell'ombra di sfinimento che molti
prendevano per una posa, e mentre il cameriere del _Caffè del
Parlamento_ gli veniva spifferando la lista delle vivande, egli scoteva
il capo, dicendo no, sempre:

"_Bove brasato_, _arrostino annegato_, _ossobuco_, _costola di manzo,_"
incominciava il cameriere.

"Si prende un _buco_ e ci si mette attorno un _osso_," mormorò
tetramente Scano, pensando a mettere questa scioccheria nella cronaca
dell'indomani.

"Non hai nulla, nulla di diverso?" chiese Joanna al cameriere.

Il cameriere fece un cenno di desolazione, come se mai vi potesse essere
nulla di nuovo nella sua trattoria e in tutte le trattorie. E nella
memoria dello stomaco di Joanna era così lunga la fila dei _buoi
brasati_, degli _ossobuchi_, degli _arrostini annegati_, delle _costole
di manzo_, che nulla poteva più farlo trasalire di desiderio, lo stomaco
giaceva in una atonia donde non valse a trarlo neppure la magnifica
offerta di una trota.

"Dammi delle ostriche e del caviale," disse Joanna, alla fine.

"Se egli ti avesse dato del bue, tu potevi dargli dell'asino," mormorò
Scano, con quella mite intonazione di malinconia che gli serviva a
ripetere le sue vecchie freddure.

"O Scano, tu mi contristi, amico mio."

"O Riccardo, più felice di te, in Roma non vi è che l'acqua di tal nome.
Noi t'invidiamo tutti; noi abbiamo trovato così un mezzo di nutrirci
economicamente, poichè si dice: _L'invidia, figliuol mio, sè stessa
macera._"

"Non puoi tu parlare semplicemente, come parlano tutti gli altri di
questa terra?" gridò Riccardo, esasperato. "Devi per forza irresistibile
fare la freddura? Ti sei abbrutito?"

"Credo," rispose Scano, sorridendo pallidamente.

Non voleva mangiare nè le ostriche, nè il caviale. Riccardo dovette
obbligarlo; Scano si difendeva con fiacchezza, sostenendo sempre che
aveva già fatta colazione, timido dinanzi alle cortesie, temendo sempre
che gliele facessero per un senso di pietà; ed esagerando come tutte le
persone ingenue, disse male delle ostriche, sostenne che il caviale non
valeva le uova di tonno.

"Perchè m'invidiate?" chiese Riccardo.

"La tua prosa _va_: tutti la vogliono. Tu prendi cinquanta lire ad
articolo, ne puoi fare uno al giorno, perchè non ne fai due al giorno?"

"Per questo," rispose Riccardo, brevemente.

"Fossi in te, li farei."

"Fossi tu in me, non li faresti," ribattè Riccardo, sempre più scuro
nella faccia.

"Perchè?"

"Perchè non si può."

Tacquero. Scano non voleva dividere con Joanna i crostini in salsa di
alici, un cibo piccante da stomachi guasti; ma il caviale, le ostriche e
il Capri bianco lo avevano eccitato, la sua resistenza fu di pura forma.
Joanna era sempre buono per lui, Scano lo ammirava ingenuamente, si
lasciava andare a qualche confidenza con lui.

"Vedi, Riccardo, tante volte le penso anch'io quelle cose che tu scrivi,
così bene, con tanta efficacia; perchè non le scrivo mai? Non so. Hai
ragione, ho il cervello guasto; quello del cronista è un morbo cronico.
_Il fatto di sangue_ ci entra nel medesimo e la _data_ di cronaca
diventa quella di tutta la nostra vita."

Riccardo sorrideva; quelle volgari freddure non lo irritavano più. Era
quello il nuovo vocabolario giornalistico, con cui si parlava e si
scriveva, e lo sentiva da due anni; ci si ribellava ogni tanto, nei
momenti di maggior nervosità, ma in fondo quel frasario bizzarro e
convenzionale, quello spezzamento metodico e cervellotico delle parole,
quel doppio significato cavato fuori a forza, stillato dopo intiere
mezz'ore di riflessioni mute, per cui i fredduristi hanno sempre l'aria
di filosofi profondi o di uomini perfettamente infelici, per cui la loro
compagnia è funebre, quel vocabolario falso, così lontano dalle verità
quotidiane della vita, lo cullava. Quello, infine, era uno dei vari
gerghi giornalistici, il più alla moda fra il pubblico grosso, come il
gergo poetico e aggettivante di Riccardo era alla moda fra i letterati e
le signore.

"Io, alla fine," proseguì Scano, "non ho che un solo desiderio: non
vorrei essere il re di tal nome, che andò a finir male, secondo dicono
gli storici, sebbene la storia l'abbiano inventata gli storici per poi
poterla scrivere...."

"E che vorresti?"

"Vorrei avere mille lire, tutte insieme...."

"Oh!" fece dolorosamente Riccardo.

"Se qualcuno me le prestasse, io gliele restituirei. Sicuro, a venti
franchi al mese, togliendole dai duecento che guadagno."

"Ci vorrebbero cinque o sei anni."

"Giusto quattro anni e due mesi. Credi tu che qualcuno me le presterà
mai?"

"Io non lo credo, Scano mio."

Tacquero di nuovo, pensosi. Mentre prendeva il caffè, Scano scriveva
delle cifre con la matita sul piano di marmo del tavolino.

"Che fai?" chiese Riccardo.

"Calcolo.... calcolo che potrei pagare anche venticinque lire al mese,
stringendomi un poco. Ma i calcoli.... i calcoli, come sai, sono una
malattia...."

Riccardo non pagò, non volle vedere neppure il conto: anzi prese dal
cameriere anche venti sigari di avana, _regalias_, e una scatola di
sigarette russe. Scano non volle accettare che un sigaro e quattro
sigarette; per schermirsi egli disse che i sigari _napoletani_ erano
superiori a tutti gli altri, e che lui li preferiva.

Sulla soglia del caffè Riccardo fu preso dalla incertezza; era l'una e
mezzo, doveva andare alla Lotteria di beneficenza, in Via Nazionale,
dove avrebbe trovato donna Tecla Spada, la mordente marchesa, dal naso
sottile, dal mento acuto e dagli occhi neri e pizzicanti come il pepe.
Ogni volta che si trovavano lui e la marchesa, che portava sempre un
nastro rosso infantile negli arruffati capelli neri, vi era un lungo ed
acuto combattimento di parole, di frizzi, di paradossi. Ella posava per
la donna di spirito e talvolta era spiritosa; ma la sua reputazione la
rovinava, ella voleva far dello spirito a qualunque costo, spesso
diventava insolente, la sua voce strideva come metallo limato. Riccardo
usciva da quella conversazione nervosa, eccitante, con una irritazione
che aveva il suo lato piacevole. Ora nel momento della digestione, con
la fantasia risvegliata dal Capri, gli veniva una grande voglia di
combattere una battaglia di sillogismi bislacchi con la simpatica
marchesa dalla bruttezza attraente. Ma alle due cominciava il concerto
Cesi e Via Nazionale era così lontana! Forse, prendendo una carrozza....
trattenendosi soltanto per mezz'ora.... ma come l'avrebbe pagata questa
carrozza? Basta, un santo avrebbe provveduto. Scano e Joanna si
divisero; ognuno salì in carrozza, innanzi al caffè; Scano vi andava coi
quattrini della cronaca, Joanna senza quattrini affatto; i pedoni oziosi
invidiavano, sospirando, i due giornalisti.

"Corsa di _consolazione_," esclamò Scano, che andava all'ospedale
omonimo.

Sulla porta del palazzo dell'Esposizione Riccardo lasciò la carrozza,
dicendo al cocchiere di aspettare; tanto lo prendeva a ora, avrebbe
pagato _più tardi_, anche in quel momento _la dilazione_, la speranza
dei disperati, lo lusingava. La lotteria era nel salone terreno, in
fondo: attorno alla tavola vi era pochissima gente, le signore
sbadigliavano, annoiate, dando ogni tanto un colpetto al manubrio delle
urne, dove rotolavano i cartoccetti sottili dei numeri, mentre nel
fondo, sopra una piattaforma, vi era l'esposizione degli oggetti, una
farragine di tutte cose meschine. La marchesa Spada aveva il suo
tavolino presso la porta, chiamò subito Riccardo.

"Joanna, Joanna, venga qui, si prenda un migliaio di numeri."

Egli rimase interdetto, non aveva pensato a questo. Pure si accostò:

"È fatta l'elemosina," disse, cercando di scherzare.

"Io sono una poverella privilegiata, mi hanno rilasciato brevetto, _s.
g. d. g._, come nelle scatolette dei fiammiferi. Prenda dei numeri,
Joanna, può guadagnare l'anello del Kedive."

"Ma che! L'anello del Kedive non è nei numeri, o è falso, o non è mai
esistito anello di Kedive: questo è un covo di vagabonde, oziose,
mendicanti e truffatrici," e rideva rideva nervosamente, volendo
nascondere con l'audacia il suo imbarazzo. "Perchè non va al concerto
Cesi, invece di seccarsi qui?"

"Perchè non ho bisogno di un accompagnamento di Mendelssohn per
_flirtare_, io!"

"Preferisce Cimarosa?"

"Non _flirto_ io."

"Sì? e allora che son venuto a fare, io, qui?"

"Un corso d'impertinenza, a quel che pare."

"Grazie della lezione," fece Riccardo inchinandosi. Ella rise: era ben
seducente, ridendo, per Joanna, la marchesa Tecla Spada. Le labbra
sottili si distendevano su certi dentini minuti minuti, e i piccoli
occhi neri brillavano, mordevano, bruciavano.

"Io me ne vado a sentire Beethoven, marchesa; egli è più onesto di lei,
che non _flirta_, che tende dei tranelli ai suoi amici, con le lotterie.
Ci va, almeno, a Villa Borghese oggi?"

"Ci vado: porterò meco cento numeri per lei, Joanna."

"Inoltrerò querela al procuratore del Re, per rapina. E all'Apollo ci
viene, questa sera?"

"Joanna, lei ha l'aria di volermi sedurre, come una inesperta
fanciulletta."

"Questa è infatti la mia intenzione, marchesa," soggiunse Joanna,
gravemente.

"Stia attento alla sua riputazione, allora: ella si compromette
orribilmente con me."

"Oh!" fece lui, come desolato, "non ho più nulla da perdere."

E girando sulle calcagna, andò via subito senza voltarsi indietro,
temendo d'essere richiamato; si buttò con un sospiro di sollievo dentro
la sua carrozza, guarito della orribile angoscia di quei minuti,
disfatto dallo sforzo, ma tranquillo. Pensava fra sè: -- Avrà capito la
marchesa che non avevo un soldo in tasca? -- Questo dubbio lo crucciava,
gli faceva venire i sudori freddi come nel salone dell'Esposizione, lo
faceva tremare di collera e di vergogna, di nuovo, soffrendo nel suo
esacerbato, sconfinato amor proprio, che infuriava a qualunque contatto.
Era vergognoso di quella sua povertà, nascosta con tutta la cura, ma che
ogni tanto trapelava: era arso da desiderii sempre più forti e più
larghi, disprezzava quel migliaio di lire che guadagnava al mese,
sfacchinando, buttando via il meglio di quello che pensava e sentiva,
sfruttando il suo successo, imponendosi con quella sua ardente voglia di
guadagnar quattrini. Mille lire! che erano mille lire, consumate a
cinquanta lire alla volta, in un giorno talvolta? Erano così feroci i
suoi desiderii, e così poche quelle mille lire, in un lungo mese di
tanti giorni! Era così duro, così pesante fare un articolo, e cinquanta
lire duravano tanto poco! Ma un pensiero sprezzante lo calmò, ad un
tratto:

-- Queste femmine crudeli non sanno nulla della vita: la marchesa non
avrà capito niente. --

La Sala Dante era piena di gente. Beniamino Cesi era un artista molto
amato nella società romana: in tutta la lunghezza della sala vi erano
cinque file profonde di signore, nell'aria tepida primaverile alitava
quel delicato soffio femminile, odore di stoffe, odore di capigliature,
odore di pelle macerata nei profumi. Con le nari dilatate e frementi,
Riccardo Joanna respirò quell'alito, un'espressione di benessere gli si
dipinse sul volto. Tenendo il cappello in mano, lasciando vedere la
ricciuta testa dalla bianchissima fronte, cercando vagamente con gli
occhi una persona ancora introvabile, Riccardo Joanna si avanzava, senza
far rumore, strisciando fra le sedie, con la cautela del gentiluomo che
non vuol disturbare, con l'aria della persona illustre ma modesta che
non vuole attirare l'attenzione. Qualche testa femminile si volse a
guardare due volte il bel giovane dal viso pensoso e languente, qualche
voce sussurrò: Joanna. Piccolo mormorio dilettoso che si levava sempre
sul passaggio di Riccardo, e che il suo orecchio fino coglieva a volo,
suffragio carezzevole dell'ammirazione, che gli produceva sempre un
trasalimento di vanità. Sul lato sinistro della sala, accanto a due
signore, vi era una sedia vuota, vi sedette, senza far rumore, cercando
con gli occhi Caterina. Era poco lontana da lui, la bruna creatura
mistica, dai grandi occhi neri e torbidi -- un nero opaco di carbone, --
ed il viso pallidissimo, di anima inferma, non ebbe neppure un brivido,
scorgendo Riccardo Joanna solo. Come aveva guardato nella bottega del
pasticciere la contessa Beatrice di Santaninfa, Riccardo guardava
intensamente donna Caterina, mettendo tutta la potenza de' suoi nervi in
quello sguardo. Naturalmente solo la donna aveva il potere di fissare e
di concentrare l'anima vagabonda di Riccardo, solo la donna ne attraeva
tutti i sogni in un sogno solo, solo la donna gli dava l'obblio di ogni
cura. E della donna lo attraeva tutto: bellezza aperta, sfacciatamente
luminosa, assorbente come il sole, o timida purità di bellezza immersa
nella penombra, fantasia mondana che di frivolezze vive e di frivolezze
non sa morire -- o immaginazione sentimentale che cerca l'amore e non
vuol subirlo, avendolo trovato -- o cuore profondo e sconosciuto che si
ammanta di leggerezza, ma palpita di passione -- o grande mistero
indecifrabile di cuore, di sensi, di fantasia, come spesso la donna è. --
Le labbra della bionda contessa impolverate di zucchero chiamavano i
baci dell'amatore pazzo e irriverente; gli occhi cocenti di donna Tecla
Spada davano all'amatore crudele il desiderio di vederli dolcificati
dalle lagrime dell'amore; ma egualmente strano doveva essere il segreto
delle labbra violette e dei neri occhi di carbone di donna Caterina
Spinola. Baciavano quelle labbra smorte che non sapevano ridere? Che
erano, nell'amore, quegli occhi spenti? Riccardo guardava donna
Caterina, profondamente interessato, amandola con tutto l'impeto dei
suoi nervi, come aveva amato la contessa di Santaninfa e donna Tecla
Spada: e desiderando di essere amato da lei, non volendo altro, non
desiderando altro, come aveva desiderato l'amore di donna Beatrice e di
donna Tecla, parendogli che oltre quell'amore niente altro vi fosse.

Nel grande, religioso silenzio degli ascoltatori, Cesi sonava: e sonava
con quel concentramento, con quell'assorbimento delle sue ore di musica
solitaria. Giammai si voltava al pubblico, sonando, e distrattamente,
come se nulla vedessero, i suoi occhi seguivano il volo delle sue mani
sulla tastiera bianca e nera. Un pensiero di Beethoven, pensiero grave,
quasi solenne, si allargava nella nota di una musica eminentemente
semplice: e il pensiero parlava di cose alte e pure, di nobili cose che
nascono dal cuore e al cuore arrivano. Donna Caterina Spinola, sotto la
falda nera del gran cappello piumato alla Rubens, stava a sentire con la
faccia immobile, senza batter palpebra. Non si voltava mai a guardare
Riccardo Joanna, solo un lievissimo rossore le si distendeva di mano in
mano sotto gli occhi, a striature. Non si scosse neppure quando Cesi fu
applaudito alla fine del pezzo. Riccardo, scontento di quella
indifferenza, di quella freddezza, cominciava ad irritarsi, un senso di
collera si mescolava al suo desiderio. Non era dunque lei che gli aveva
mandato il giornale, segnato col lapis rosso? Non era quella una
dichiarazione chiara ed aperta, nel medesimo tempo un appuntamento dato
senza essere stato richiesto? Ed ella non si smoveva, inflessibile, in
quella morte apparente del suo viso; tanto che, profittando del
movimento fra un pezzo e l'altro, egli si tolse donde era seduto, e
scivolando fra la gente, andò a sedere alle spalle di donna Caterina.

"Ebbene?" le disse, duramente, con la prepotenza dell'uomo imperioso.

"Che cosa?" domandò lei, senza voltarsi, senza turbarsi.

"Niente," fece lui, chinando il capo, umiliato, sentendosi salire un
flutto di lagrime agli occhi, un nodo di singhiozzi alla gola.

E un lamentío, un singhiozzo era nell'aria divina di Pergolese: _Tre
giorni son che Nina_, che Cesi sonava al pianoforte. Nina era ammalata,
Nina si moriva d'amore, e la musica piangeva sulla giovinetta morente
con una insistente mestizia, con un abbandono di note musicali che si
trascinavano, tristi, monotone, profonde, appassionate di dolore. Donna
Caterina Spinola, che le amiche chiamavano Santa Cecilia, piegava un po'
il capo, come se poca forza ornai lo reggesse, come se avesse bisogno di
un petto su cui appoggiarsi e piangere.

"Caterina," mormorò la voce tramutata del fanciullo infelice.

E fu così forte l'appello, giunse così direttamente alle fibre profonde
di quel cuore di donna, fu così potente l'evocazione, come quella di
Cristo innanzi alla tomba di Lazzaro, che senza voltarsi, ella disse:

"A San Pietro, dopo il concerto."

Quando Riccardo Joanna scese la scaletta della Sala Dante, trovò il suo
cocchiere che lo aspettava pazientemente con le gambe incrociate,
leggendo un giornaletto del mattino, molto popolare fra i vetturini.
Joanna fu interdetto, un minuto, pensando che non aveva nulla da dare a
questo cocchiere, ma la sua fantasia correva già a San Pietro; pure,
macchinalmente, cavò di tasca un taccuino, ne lacerò una paginetta e ci
scrisse:

"Caro Carlo, non posso _farti_ il concerto Cesi, vengo alle cinque in
ufficio a fare il _giovedì santo a San Pietro_. Ciao. -- Riccardo."

Non osando salire in ufficio, passando innanzi il portone del
_Quasimodo_, lasciò il bigliettino al portinaio, perchè lo portasse su
al direttore del giornale, e fece galoppare il cavalluccio della _botte_
verso San Pietro, vinto da una grande impazienza, cercando domare la
febbre dei suoi polsi. L'atmosfera fresca e la penombra della basilica
lo calmarono subito: tanto che essendovi entrato di corsa,
immediatamente rallentò il passo, placato, felice, come l'uomo che è
accanto alla felicità. Donna Caterina Spinola non si vedeva, la basilica
era quasi vuota, e in fondo ad una cappella laterale, certi preti e
certi diaconi cantavano nasalmente, inascoltati, le antifone della
passione di Gesù. Riccardo andava attorno, senza far rumore, cercando il
cappello piumato di donna Caterina, sapendo di doverlo trovare da un
minuto all'altro. Infatti vide un'ombra nera inginocchiata al cancello
di bronzo della cappella di papa Della Rovere; le si accostò, la lasciò
pregare, non le disse nulla, non la chiamò. Ella sapeva bene che egli
era là, ma reclinato il capo, le mani congiunte, orava fervidamente. Non
si alzò che dopo qualche tempo, s'inchinò, fece un ampio segno di croce
e si pose accanto a Riccardo. Passeggiarono insieme, guardando
distrattamente i monumenti, scambiando qualche parola.

"La chiesa è troppo vasta."

"E fredda," e rabbrividì sotto il suo mantello di velluto nero che
sembrava una coltre funebre.

"Voi pregate però, qui, signora."

"Prego sempre."

"Che gli dite a Dio?"

"Tutto."

"Ditelo anche a me."

"No."

"Perchè?"

"Perchè.... così."

"Che volete da me, allora?"

"Non voglio nulla."

Tacquero, ella già chiusa e diffidente, gelata nel misticismo bizzarro
del suo spirito, indietreggiando spaventata e sospettosa innanzi al
fatto che stava per compiersi: egli scontento ed offeso nel suo amor
proprio di uomo, sentendo il ridicolo di quella posizione, di due che
non si amano e che si pentono di aver voluto cominciare ad amarsi.

Riccardo specialmente, anima ansiosa di amore, ardente ricercatore di
avventure, credendo tutto dovuto al suo ingegno e alla sua bellezza, era
crudelmente mortificato; sotto la calma esteriore, sotto il consueto
pallore del bel viso giovanile, infuriava una grande collera di amor
proprio. Come un fanciullo che tutto vuole e a cui tutto è negato, egli
avrebbe voluto piangere, strillare, battere i piedi in terra, far male a
quella donna, lacerarle il vestito; ma si dominava con un forte sforzo,
cercava di lasciarsi vincere da quel disprezzo del femminile che ogni
tanto trapelava attraverso il suo entusiasmo per la donna.

"Vi piace la _Nina_, signora?" chiese freddamente, come se si trovasse
in un salone e non in quella immensa chiesa fresca e silenziosa, a un
convegno d'amore.

"Mi piace assai," rispose l'altra, fissandogli in viso i suoi occhioni
tetri.

"E perchè vi piace?"

"Perchè intendo il suo dolore."

"Che!" fece lui, con un disprezzo profondo, con un riso fierissimo
d'ironia.

"Addio, signore."

"Addio, signora."

Ella affrettò il passo, senza voltarsi, senza neppure farsi il segno
della croce, uscendo dalla chiesa. Riccardo, non soddisfatto di quello
che

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