Il perduto amore
by Umberto Fracchia · Italian · Gutenberg #41281 · 467,586 chars · public domain (US)
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Title: Il perduto amore
Author: Umberto Fracchia
Release date: November 3, 2012 [eBook #41281]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/41281
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PERDUTO AMORE ***
UMBERTO FRACCHIA
Il perduto amore
ROMANZO
5.º MIGLIAIO
CASA EDITRICE VITAGLIANO--MILANO
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PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti
i paesi compresi i regni di Svezia, Norvegia e Olanda
Copyright by. C. E. Vitagliano Marzo 1921
28-3-21-3
Tip.-Lit. A. GORLINI Milano.
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_A Bibiche_
PARTE PRIMA
Daria.
I.
Le stelle di cui il cielo ora è pieno, appunto perchè splendono
perennemente sono un indizio certo della nostra morte. Ma io che le
contemplo mentre compaiono e scompaiono, a volta a volta fra le rade
nuvole naviganti l'azzurro, in aggruppamenti inaspettati e nuovi, sento
scendere sui miei occhi non so qual liquido filtro che mi rende oblioso
così della morte come della vita. Distrattamente ascolto i rumori e le
musiche del bosco, il canto dei rosignoli nell'ombra, il fruscìo dei
giunchi (di seta), le voci umane giù per i campi e nell'isolata casa del
mulinaio, e sento che queste cose non sono fatte per me. Troppo
semplici, troppo serene. Se, vinto, con un lieve sforzo, molto lieve, mi
decidessi ad uscire dalla mia solitudine per partecipare alla festa di
questa chiara notte autunnale, sarei come un orfano il quale conducesse
la propria inconsolabile tristezza, abiti, volto, silenzio, in una
comitiva di gente allegra e felice.
No, certo: non sono fatto per questo. Io vivo l'imperfetta vita delle
ombre. Sono, come le pallide larve, distaccato dal mondo, libero di
muovermi e di vagare dove mi piace, presente in ogni luogo, ed assente
da ogni realtà. Eppure la mia libertà non è che un'illusione di chi
giudica dalle apparenze, e non sa che sono invece inchiodato,
incatenato, prigioniero della mia vita, nel momento stesso in cui essa
si è fermata per sempre. Se preferisco uscire di notte, o mostrarmi là
dove il bosco è più folto, dove il fiume scorre tra le più alte rupi, la
ragione è che io soffro il sole, la luce mi dà un acuto dolore, e temo
sempre di contravvenire ai comandi della natura, di violare una legge
assoluta. La mia stessa voce, quando raramente parlo, è la voce flebile
delle ombre, che sembra giungere da misteriose lontananze, fioco lamento
di sotterraneo o di tomba, confusa voce attraverso soffi di vento,
scrosci di correnti d'acqua, stormire di notturne boscaglie. L'aria è
sempre piena per me, come le desolate lande della tragedia, di una
triste lontana e invisibile musica. Ebbene: un uomo mi ha ucciso
impedendomi di morire quando sarebbe stato facile per me uscire da
questo viottolo angusto e spaziare nell'infinita felicità; quando la
morte sarebbe stata ebrezza e gioia; e tempo, spazio, memoria, più
nulla...
II.
Quest'uomo, Carlo Clauss, venne per la prima volta in casa nostra quando
io avevo appena vent'anni. Di lui avevo udito parlare come di un'anima
perduta. Si sa che cosa intendono gli uomini timorati quando dicono:
costui è un'anima perduta. A lunghi intervalli, dunque, se per caso
nelle conversazioni famigliari il discorso cadeva sopra un parente morto
o lontano, e mia madre prendeva il vecchio album di fotografie e
cominciava a sfogliarlo, la sua mano invariabilmente si fermava sopra il
ritratto di un giovane vestito di nero, con una grande cravatta pure
nera e un'altissima tuba in capo, il cui volto ovale, circondato da una
rada barba bruna e illuminato da due occhi stranamente dilatati e fissi,
pareva la faccia di un ammalato o di un convalescente, o quella di un
uomo bruciato dalla fiamma di una logorante passione. Allora il vecchio
album passava di mano in mano, faceva il giro della tavola, e il nome di
Carlo Clauss era ripetuto sottovoce, e seguito da misteriosi silenzi o
da poche vaghe parole di commiserazione per quella «giovinezza
irrequieta e avventurosa».
Ma un giorno, quando nessuno se l'aspettava, una lettera munita d'un
francobollo molto grande, su cui era disegnato un paesaggio montuoso con
alberi e animali inverosimili, ci portò la notizia del suo ritorno. Egli
scriveva a mio padre da una città il cui nome parve nuovo a tutti noi,
dicendo che «il desiderio di morire in patria» lo spingeva ad
abbandonare il paese dove aveva vissuto fino allora felice. Parlava di
una lunga malattia, dei molti giorni di mare che lo dividevano da noi,
e, in fine, di mia madre, che egli chiamava, con un diminutivo
infantile, la Minni. Quella lettera fu letta forte prima della cena e
suscitò in tutti un vivo stupore. Mia madre pianse. Fu una triste sera
in cui non si fece che rievocare avvenimenti dolorosi. Io seppi allora
che Carlo Clauss era nostro parente e che a ventiquattro anni era
scomparso dalla propria casa, era fuggito, solo, senza lasciar traccia
di sè.
Due mesi dopo egli arrivò con la corriera del mattino, giacchè in quel
tempo la ferrovia non passava ancora per queste valli e lungo il mare, e
non se ne udiva neppure il fischio lontano. Noi, che stavamo sull'uscio
in attesa, lo vedemmo scendere dalla diligenza seguito da un servo
creolo, bruno e canuto, che portava i bagagli. La sua rassomiglianza con
la nostra fotografia era ancor grande. Alto, diritto, con la barba e i
capelli appena brizzolati, egli non rivelava nè stanchezza nè dolore. Il
suo volto pallidissimo, di un pallore olivastro ed uguale, bruciava
ancora di quella fiamma interna che gli splendeva negli occhi scuri,
profondi e lucidi. Era bello. Anche la sua voce, il suo modo di gestire,
la sua pronuncia un po' lenta e faticosa, mi parvero, al primo incontro,
attraenti; pieni di quella grazia virile, così rara negli uomini non più
giovani, che è fatta di serenità, di forza e di rattenuto ardore.
Seduto dinnanzi al tavolo, fra mio padre e mia madre, Carlo Clauss fece
racconti meravigliosi. Io vedevo contro il paesaggio montuoso che,
dietro piante frastagliate e grasse, si delineava sul francobollo della
sua lettera, ingigantito dalla mia immaginazione, passare, come contro
lo scenario di un teatro, carovane dietro carovane, cacce di elefanti e
di tigri, pellegrinaggi, eserciti di bruni guerrieri con nuvoli di
bandiere e sterminati campi di lance luccicanti, cortei nuziali
d'asinelle candide, lettighe e tamburi; e battaglie, risse, mercati,
pestilenze, rivolte, drammi da impazzire, e catastrofi spettacolose. Poi
taceva per qualche minuto e rideva dello stupore che vedeva dipinto sui
nostri visi.
--Eppure sono tornato!--esclamava.--Vi pare il caso, ora, di
spaventarvi? Siamo passati attraverso il fuoco... Tutto è uguale per me.
Mia madre era quella che lo ascoltava con minor meraviglia. Il suo
pensiero non era con noi.
--Quante cose sono cambiate...--diceva.--E chi le poteva prevedere?
--Certo...--rispondeva sorridendo Clauss.--Ma ora tutto è uguale per
me...
Si volgeva poi a mio padre e lo guardava attentamente per dirgli:
--Tu no, tu non sei cambiato.
E mio padre si palpava il mento e le gote, e rispondeva seriamente:
--Ti sembra, ma non è così. Eravamo ragazzi allora, quando dici tu, ed
ora ho un figlio grande. Non lo vedi laggiù? Sembra un querciolo...
Ma Clauss badava poco a lui e poco a me. Tutta la sua attenzione pareva
concentrata sopra le mani di mia madre, ch'ella teneva posate sulle
ginocchia stringendo un fazzoletto. Brillava l'anello sull'anulare.
Raramente i suoi occhi si posavano anche su mia sorella Silvina.
--Eppure bisogna vivere ancora!--disse egli una volta, nel silenzio di
tutti. E mi sembrò che parlasse soltanto a sè stesso, dimenticando noi
altri.
Da mezz'ora l'aria s'era fatta scura, e pioveva. Ma, dopo poco, un tuono
secco schiantò il silenzio e scompaginò le nuvole. Un po' di sole entrò
nella stanza. Io che ero rimasto senza parlare, in un angolo, mi alzai
per guardar fuori. Anche Clauss si alzò e si avvicinò alla finestra.
--Se volete, disse mia madre, potete andare sulla terrazza. Non piove
più.
Salimmo dunque, noi due, sulla terrazza. L'arcobaleno era molto pallido.
Il sole, già mezzo nascosto dietro il monte, dardeggiava sulla pianura
un gran fascio di luce. Clauss girò intorno gli occhi, si soffermò un
istante a guardare i fianchi delle montagne rigati di cascatelle
candide; poi si volse a me e bruscamente mi domandò:
--E tu, ragazzo, che fai?
Per la prima volta i suoi occhi si posarono attentamente sulla mia
persona. Io li sentii che mi penetravano dentro, nell'anima. Era uno
sguardo impudico, un contatto quasi carnale che mi riempì di vergogna.
--Nulla...--balbettai.
Egli rise.
--Come è possibile, nulla?--soggiunse, distraendo da me le pupille, come
uno che stacca le labbra da una tazza dopo aver bevuto abbastanza.--Ho
avuto anch'io vent'anni. Non ridere! A vent'anni io, per esempio, non
desideravo che una sola cosa: morire. Ma volevo morire eroicamente.
Immagina: uno compie un'azione nobile, un atto memorando. La gente
dice:--Questo ragazzo è stato capace di tanto.--Un ragazzo? Veramente un
ragazzo?--Sì, un ragazzo... Aveva appena vent'anni.--Questa è la gloria.
Ora sono quasi vecchio, e quel sogno mi sembra ancor più bello di
allora. Morire senza aver provato nulla della vita, se sia buona o
cattiva; non l'amore di una donna: senza avere nè amato, nè odiato, nè
goduto, nè sofferto; ignorando che cosa valga tutto ciò... Non credi che
sarebbe una pazzia degna di te?
Rise di nuovo guardandomi. Anch'io cercai di sorridere.
Clauss si volse dove il sole era scomparso. Grandi nitide nuvole
scavalcavano le montagne e le prime stelle, due o tre, brillavano nel
cielo che s'andava rasserenando. Ma io non avevo occhi per quelle
lontane apparizioni. Avevo ascoltato Clauss senza quasi comprenderlo,
tanto la sua stravagante eloquenza mi riusciva nuova e mi turbava
profondamente. Vivere e morire? Amare? Odiare?
--È dunque necessario amare o odiare qualcuno?--balbettai ad un tratto
senza pensare.
Stavamo entrambi appoggiati alla ringhiera. Eravamo vicinissimi. Ora,
rievocando quella scena, lo rivedo mentre s'accarezzava la barba con un
gesto languido delle mani; riodo la sua voce, pacata, come una musica
sopra una nota, stanca.
--Ti racconterò una storia,--disse,--e tu stesso giudicherai. Io avevo,
a Karsan, un servo giovane. Era un meticcio, un essere semplice e sano,
una creatura riccamente dotata. Lo avevo raccolto fanciullo in una
strada. Era cresciuto con me, mi era fedelissimo. Un giorno lo sorpresi
in un angolo del cortile mentre si flagellava con un grosso staffile di
cuoio, uno staffile da schiavi.--Sarkis!--grido afferrandolo per un
braccio.--Sei pazzo?--Egli mi guarda con gli occhi di un cane e,
arrossendo, mormora:--Behela... Behela era una fanciulla della fattoria
vicina. La conoscevo. Sembrava un bell'animale, con lunghi capelli neri
e grandi occhi violacei. Sarkis era stato preso da una così violenta
passione per lei, che ogni giorno, dopo averla veduta, dopo averla
spiata da lungi e da presso, si flagellava, parendogli di non essere
degno di lei, di non poter meritare il suo amore. Un altro servo mi
narrò queste cose, più tardi. Alfine essi si sposarono.--Sei
felice?--chiesi a Sarkis dopo le sue nozze.--Vorrei esser
morto!--rispose. Scese la notte sulla loro capanna di giunchi. All'alba
Behela uscì dal letto ancor caldo per andare alla sorgente. Egli la
seguì da lontano, la spiò lungo tutto il sentiero. Si nascose poi tra le
canne e attese che ritornasse. Behela riapparve, camminando lentamente.
Teneva gli occhi chiusi e sorrideva come in sogno.--Behela!--chiamò lo
sposo nascosto. Ella si arrestò.--Questa è la tua voce!--disse
dolcemente.--La riconosco...--E questo è il mio coltello!--gridò l'altro
saltando fuori. L'abbracciò stretta e le piantò la lama nel cuore.
Quando mi fu condotto dinnanzi per essere giudicato, perchè io ero il
padrone, egli cantava come un forsennato.--Sarkis...--esclamai
afferrandolo per i capelli:--sai tu di avere ucciso la tua sposa? Egli
ammutolì, mi guardò con occhi che non esprimevano nè stupore, nè
vergogna, nè tristezza.--Vorrei esser morto...--mormorò, e ricominciò a
cantare.
Clauss sollevò il capo. Il suo volto si animò: balenò nei suoi occhi
quella strana luce.
--Questa,--disse,--non è una storia straordinaria. Questa è la storia
dell'amore, una storia d'amore, cioè una delle innumerevoli storie che
si possono raccontare. È necessario amare qualcuno? Era necessario
uccidere Behela, sacrificare quel fiore meraviglioso, distruggere quella
felicità? Immagina che cosa mi avrebbe risposto quell'uomo se io gli
avessi rivolto, una dopo l'altra, tali domande! Noi lo legammo in mezzo
alla corte. Ma, di notte, prima di coricarmi, andai, tagliai le corde, e
gli ordinai di fuggire.
--Tu!--esclamai stupefatto.--Tu lo hai liberato?
--Io, disse, io stesso.
Mi guardò sorridendo.
--E non potevo forse uccidere anch'io come lui,--mormorò,--quel giorno o
il giorno dopo, con quell'arma o con un'altra simile?
--Ah! non è così facile!--esclamai, nascondendo il viso fra le
mani.--Non è così semplice uccidere! Non tutti uccidono...
--Infatti,--disse Clauss per consolarmi,--non è per tutti egualmente
facile.
III.
Clauss restò soltanto tre giorni in casa nostra. Durante quei tre giorni
io cercai di sfuggirlo, e infatti non accadde più che noi ci trovassimo
soli insieme. Il terzo giorno se ne partì improvvisamente, senza aver
neppure sfatto le sue valige, per andarsene in città, dove disse che
voleva comprare una casa. Confesserò, senza vergogna, che Clauss mi
aveva profondamente toccato. Quasi mi faceva paura. Talora, non visto,
mentre egli leggeva o parlava con altri, io lo spiavo a lungo,
fantasticando. La sua partenza fu per me cagione di gioia: ma non
ritrovai per questo la mia antica pace. Ben presto anzi mi accorsi che
io non potevo più vivere senza di lui. Di giorno e di notte pensavo alle
sue parole; Behela frequentava i miei sogni; e se socchiudevo le
palpebre, lo rivedevo, non come era in realtà, ma come era, da giovane,
nella vecchia fotografia dell'album, con quei due immobili e smisurati
occhi. Quell'immagine era impressa in me fin dall'infanzia. Non mi
abbandonò più.
Vivevo dunque come trasognato. In quella grande casa semideserta dove
mia madre diffondeva la malinconia del suo sorriso senza nè inquietudini
nè desideri, che mio padre dominava dalla cantina al granaio con la sua
allegria d'uomo sano e soddisfatto, io cominciai a sentire il peso della
solitudine e il mal sottile della malinconia che prima non conoscevo.
Fino a quel tempo, per molti anni, m'ero accontentato della mia casa,
del mio giardino, del villaggio e dei campi, nel limite della cerchia
alpina. Ora non più. Clauss aveva lasciato cadere in me il suo seme
diabolico, e quel seme aveva rapidamente germogliato. Ogni istante
scoprivo un desiderio nuovo. E quantunque le mie brame fossero
innumerevoli, si potevano tutte riassumere in una sola parola: amare.
Avevo lunghe e confuse allucinazioni: visioni di una realtà
inverosimile.
La mia salute fu tanto scossa da questi disordini spirituali, che mio
padre, rammaricandosi di aver scoperto troppo tardi che io non gli
somigliavo affatto, si decise a mandarmi in città perchè imparassi a mie
spese ad apprezzare la famiglia e la casa.
--Ma non si vive di solo pane--dissi a mio padre; e in poche ore fui
pronto per partire.
Ricordo il penoso distacco da mia madre. Io non le ero stato mai lontano
neppure un giorno. Quando mi abbracciò piangendo e sentii il suo esile
corpo tremare contro il mio petto, il suo cuore battere, le sue labbra
cercare ansiosamente la mia fronte, ebbi come in un lampo il pensiero di
rinunciare a tutti i miei pazzi propositi, per rimanere accanto a lei,
in quella pace, in quella intimità semplice e solitaria che già allora,
dalla soglia, mi pareva superiore ad ogni altra possibile felicità. Ma
poco dopo, quando mi volsi per guardare da lontano il campanile roseo
tra le piante, ebbi onta di quel momento di debolezza e me ne pentii. La
strada costeggiava un fiume e i cavalli trottavano per la discesa. I
miei compagni di viaggio erano gente rozza, due contadini e un mercante
di porci. Uno dei contadini diceva:
--No, Obertello: quel giovane finisce male.
Il mercante, che era tutto lardo dentro e fuori, si dimenava sul sedile
brontolando:
--Non è colpa sua. È colpa di Lisa Lama, di quella maledetta...
Ascoltavo, e vedevo Lisa Lama col suo muccetto di capelli tinti, seduta
contro la porta verde della sua casa, come l'avevo veduta mille volte.
Pensavo:--Per un pezzo non la vedrò più. In un paese c'era una fiera.
Suonavano le campane. Un razzo matto rigò di giallo il cielo
cinerognolo. Due preti neri trotterellavano per un sentiero attraverso
le vigne, sopra due mule grige. Una processione di donne e di chierici,
con una croce e lanterne e torce, fendeva lentamente e in disordine la
folla pigiata contro le porte di una chiesa. Quella chiesa era bianca e
pareva che le sue mura si gonfiassero a tratti per la troppa gente che
vi si stipava dentro.
Io mi sentivo straordinariamente ilare; assaporavo con gioia la mia
prima libertà. Ho un piacevole ricordo di quelle ore di viaggio. Il
fiume andava tranquillamente per la sua strada, e le zucche maturavano
secondo la stagione; gli asini onestamente giravano la stanga delle
cisterne, la fiera in quel paese si svolgeva nel massimo ordine; la
gente era allegra, gli uomini contenti, gli animali soddisfatti, il
cielo senza troppo sole e senza troppe nuvole. Il mondo intero era
calmo, ilare e soddisfatto: la vita non faceva paura.
Con la vicinanza del mare, che apparve poco dopo, l'aria divenne più
densa e odorosa. Ogni tanto si intravvedeva, in fondo ad un vicolo, fra
i muri, un po' di mare chiaro, vivace, una vela. Muri bianchi, muri
grigi, cancelli verdi, facce sconosciute per la via, occhi curiosi alle
finestre, tende svolazzanti, imbianchini appesi a un tetto, cocomeri
rossi sopra un banco, bambini che mangiavano, una donna in camicia,
grandi gabbie di canarini, un orto. I cavalli trottavano e io pensavo a
Clauss. La mia ilarità a poco a poco si spegneva. Come viveva
quell'uomo? Che avrebbe fatto di me, vedendomi?
Verso sera, la città apparve lontana, in fondo al golfo. I giardini, gli
orti erano finiti. Si vedeva il porto; s'incontravano carri carichi di
botti; le osterie erano piene; si cantava, si ballava sotto i pergolati
di canne, intorno ai tavoli gremiti. Finalmente, prima del crepuscolo,
passammo la porta. Mio padre aveva già provveduto al mio alloggio.
Discesi dunque dinnanzi alla casa del notaio Sterpoli, che era un
vecchietto smilzo, pelato e cerimonioso. Egli mi aspettava sull'uscio,
vestito d'una palandrana color tabacco; mi guidò su per una scala
semibuia e mi assegnò una camera al secondo piano. Le suppellettili
fruste e polverose, i dagherrotipi appesi ai muri, le facce estatiche di
due santi sconosciuti, il letto di ferro, tutto mi dispiacque fra quelle
quattro pareti. L'unica finestra si apriva sopra un cortile. A mala
pena, oltre una interminabile fila di tetti, si scorgeva un filo di
mare.
La malinconia di quell'ora mi è rimasta per molti giorni nell'anima.
Anche la cena, servita da una bambina zoppicante, in compagnia del
notaio e di suo figlio, Paolo Sterpoli, fu lunga magra e uggiosa.
Eravamo in tre, intorno a una tavola da refettorio, immensa, sotto un
lume lamentoso. La bambina girava facendo con i suoi piedi disuguali una
bizzarra musica sull'impiantito. Dopo cena il notaio, con molte carezze,
(--Ti ho portato sulle mie braccia. Si può dire che ti abbia allattato
io--ripeteva ogni tanto), se ne andò a letto e noi rimanemmo ancora a
fumare. Quello Sterpoli figlio era un giovanotto di forse ventiquattro
anni, di pel rosso, con il naso tozzo e la bocca tonda e un paio di
mostaccini arricciati con cura. Egli aveva fumato due sigarette
placidamente, leggiucchiando il giornale; ora aveva acceso la terza, ma
pareva che la sua calma fosse d'un tratto svanita, perchè s'era alzato
in piedi e se n'andava da un capo all'altro della stanza, gettando
sguardi inquieti all'orologio, alla finestra e a me che me ne stavo
seduto. Finalmente si fermò a due passi dallo specchio e disse:
--Insomma, perchè fingere? Bisogna che io me ne vada. È tardi. Non siamo
amici? Se vuoi venire con me, troveremo certamente Clauss, che ci
aspetta...
--Davvero?--esclamai.--E dove?
--Dove? E dove vuoi trovarlo? Te lo dirò.
Mi infilai il soprabito e chetamente uscimmo.
--Sai che cos'è un caffè concerto?--mi domandò Paolo quando fummo per
strada.--Ora andiamo. Oh! non c'è niente di male; non è un luogo di
perdizione. Clauss ci va ogni sera. È innamorato. Ti stupisce?
Innamorato di una donna (si sa), di una donna che si chiama Daria.
La sua mano strinse forte il mio braccio.
--Vuoi credere che tutti sono innamorati di lei?--soggiunse Paolo con
voce più sommessa.--Ella canta. Canta e balla. Ebbene: perchè tutti
debbono essere innamorati di lei? E chi può spiegare questo mistero? Tu
stesso vedrai fra poco...
--È bella?--domandai esitando.
--Ah, ah! se è bella? C'è una canzone che dice (mi pare): _Je ne sais
pas de quel côté, sa clarté me pourra conduire... Au loin une étoile je
vois--qui me darde des étincelles..._ Non importa. Sì, è molto bella.
--E Clauss?
Entrammo in una sala piena di luce, di fumo, di rumore, di gente. In
fondo c'era un piccolo palcoscenico su cui erano dipinti alcuni pavoni
su una pagoda. Gli spettatori, intorno, gridavano e bevevano. Un vecchio
vestito di nero diceva:
--Sì, signori: le gambe di quella donna sono le corna del diavolo!
Sterpoli mi guardò e disse:
--Siamo arrivati troppo tardi. Ha già finito di ballare...
Un'orchestrina cominciò a miagolare una polka, il velario si schiuse e
comparvero tra fischi e urli due fakiri indiani. La platea tumultuò.
Giovani o vecchi: una strana umanità imberbe o canuta si agitava in
quello spazio angusto. Alcune donne, in abiti rossi e gialli, con
bizzarri pennacchini e grandi ventagli di piume, se ne andavano intorno
precedute da sorrisi incantevoli e da sguardi striscianti come bisce.
Incendi. Ed io pensavo per quale miracolo quelle donne potessero avere
carni così bianche, e occhi così lustri, e bocche così rosse e
attraenti; essere tanto angeliche e tanto peccaminose; e per quale
miracolo di continenza gli uomini si accontentassero di guardarle senza
strappare violentemente dai loro corpi quei pochi abiti rossi e gialli
che ancora le ricoprivano.--Le belle incendiarie!--pensavo io
stupefatto. E quelle donne mi sorridevano senza guardarmi, e senza
toccarmi mi accarezzavano.
Salimmo una scaletta a chiocciola ed entrammo in una piccola stanza
azzurra. Clauss stava seduto sopra un divano. C'erano altri quattro con
lui.
--Ti conduco un nuovo discepolo!--gridò Sterpoli sbatacchiando la porta
dietro le mie spalle e inchinandosi fino a terra.
Clauss mi guardò.
--Sei tu?--disse senza muoversi e senza sorridere.--Avanti! C'è posto
per tutti.
Mi avvicinai ed egli mi baciò. Poi ordinò che portassero bottiglie e
bicchieri.
IV.
Noi, dunque, bevemmo, e Sterpoli per brindare urlò:--Questa sera voglio
ridere!
S'era seduto sul tavolo e brandiva il bicchiere come una clava, il
bicchiere che era vuoto.
Carlo Clauss stava fermo. Con voce pacata disse:
--Tu Sterpoli sei giovane. Hai buon tempo.
--Ahi! Ah!--sghignazzò Sterpoli.--Io sono giovane? Io sono pazzo. Mio
buon maestro, tutte le malattie sono contagiose. Ti sembra strano? Un
granello di sabbia basta, un granello di polvere è anche troppo... Ho
veduto Daria ballare... Qualcuno ha detto:--Le gambe di quella donna
sono le corna del diavolo! Che te ne pare? Il diavolo non è dunque così
brutto come si dipinge?
Io m'ero seduto in un angolo e stavo a guardare Sterpoli che pareva
davvero impazzito. Si era arruffati i capelli, e quei suoi riccioli
rossi gli davano l'aspetto tragico e buffo di una furia. Clauss levava
ogni tanto su lui gli occhi senza sorridere. Sterpoli anche lo guardava
di sottecchi quando taceva, e trangugiava bicchieri d'un fiato. Gli
altri non gli badavano, come se non ci fosse.
--Io non capisco--diceva con tono grave uno di quei giovani, rivolto a
Clauss--come possano durare pregiudizi di specie così volgare. Tizio è
gravemente afflitto perchè non sa che cosa pensare dell'al di là, e
cerca di passare qualche ora piacevole con Eunica, che ha le poppe
forti. Caio soffre per una delusione amorosa, e invita gli amici a bere
un suo vecchio vino d'uva. Eumolpo è stato fischiato a teatro o ha
perduto in Borsa, e va a prendere un bagno profumato. Sempronio ha
sepolto suo padre, e si regala una eccezionale pietanza di tartufi a
cena. Ma, in somma, signori! Per i dolori dell'anima si deve dunque
consolare il corpo? E c'è ancora chi crede sul serio che anima e corpo
siano due cose distinte!
--Ahimè!--esclamò un altro.--Che c'importa dell'anima e del corpo? Che
siano due o uno? Quando tu baci Clarissa, la baci con l'anima o col
corpo? L'importante non è di baciare Clarissa?
Clauss rise.
--Infatti,--disse,--è Clarissa che importa.
Improvvisamente, d'un colpo, la porta si spalancò e tutti ammutolirono.
Una donna, avvolta in un ampio mantello scuro che ella teneva stretto
alla cintura e al collo con ambo le mani, apparve sulla soglia. Volse
intorno gli occhi, dardeggiando sopra gli astanti sguardi obliqui, si
avanzò di due passi e si fermò in mezzo alla stanza.
--Clauss!--disse con voce così profonda e velata che mi dette i
brividi.--È la seconda volta che mi insultate in pubblico, tu e il tuo
seguito di servitori. Io non posso più sopportare.... Io sono stanca....
Io ti odio....
Come se queste parole le avessero tolto ogni forza, ella si appoggiò con
una mano all'orlo del tavolo per non cadere. Il mantello, aprendosi,
lasciò scoperto il suo collo, su cui brillava un grosso smeraldo. Tutti,
intorno a me, sembravano pietrificati. Sterpoli era sceso dal tavolo e
guardava dinnanzi a sè, bocca e occhi aperti da ebete. Soltanto Clauss
pareva calmo. Egli si era alzato e si era fermato di fronte a lei. Le
sue pupille diritte fissavano senza tremare il volto della donna; senza
tremare sostenevano il suo sguardo torvo e minaccioso.
--Daria,--soggiunse alfine inchinandosi,--che dite mai? Chi vi ha
offesa? Chi vi ha insultata?
I suoi occhi si volsero un poco verso Sterpoli, che lentamente si era
avvicinato a lui ed ora gli stava a fianco. Il volto del giovane di
rosso s'era fatto cinereo. Aveva la fronte imperlata di sudore e a
stento tratteneva il respiro. Pareva che volesse parlare, poichè ogni
tanto moveva le labbra; ma senza fiato. A un tratto avanzò ancora di un
passo, tese la mano, che gli tremava, fino a sfiorare il braccio della
donna, e con un filo di voce mormorò:
--Andiamo... Andiamo via... Perchè sei venuta? Perchè?
Clauss non si mosse. Nemmeno Daria si mosse, ma un sorriso pieno di
disprezzo inarcò le sue belle labbra lunghe, e illuminò il suo viso.
Paolo attendeva, con la mano sollevata, tremante.
--Infine!--esclamò Clauss con un gesto d'impazienza.--Io non so di che
cosa mi possiate accusare... Sono vostro amico... Ho tentato ogni via
per piacervi... Che debbo fare ancora per voi?
Daria abbassò il capo, respinse con un moto violento della mano la mano
sempre tesa di Sterpoli e si abbattè piangendo sopra una sedia.
Un profondo silenzio seguì quell'avvenimento inaspettato.
--Piange?--mormorò una voce alla mie spalle.--È mai possibile? È anche
capace di piangere?
Il volto di Sterpoli esprimeva una vera costernazione. Anch'io ero
sconvolto e guardavo ora la donna che piangeva con piccoli singhiozzi
simili al tubare delle colombe, ora Clauss immobile, e ora Sterpoli che
tremava.
--Che accade?--pensavo.--Chi è questa donna? E perchè piange?
Mi curvai un poco e le dissi:
--Non piangete... Non è il caso di piangere!
Ebbi paura del silenzio che accolse la mia voce. Daria infatti sollevò
il capo.
--Chi è costui?--domandò dopo un istante.--Che cosa vuole da me?
--Nulla,--balbettai,--nessuno...
S'era fatto un gran vuoto nel mio cervello. Ma la vampa che m'affocò il
viso m'avvertì che m'ero coperto di ridicolo.
--Nulla...--ripetei senza comprendere il senso delle mie parole. Dico
che non si deve piangere... Come potete piangere dinnanzi a tanti
uomini?
Poi mi ritrassi in un angolo e nascosi il viso fra le mani per coprire
il mio rossore. Con gli occhi chiusi non udivo più nulla. La donna non
piangeva più; aveva cessato di piangere, di tubare, e nessuno parlava.
Di lontano, confuse, giungevano fino a noi le cadenze d'una danza turca,
e un ronzìo di voci umane mescolate al rullar persistente di un
tamburo.--Che accade?--pensavo senza trovare il coraggio di muovermi.
Pareva che tutti fossero morti intorno a me o che tutti se ne fossero
andati. Improvvisamente Clauss esclamò:
--Daria! Daria, ti amo!
Udii un grido, apersi gli occhi e vidi Daria alzarsi in piedi sconvolta.
Con un gesto rapido, violento, strappò dal suo collo la collana con lo
smeraldo e la scagliò dinnanzi a sè gridando:--E io ti odio! Poi si
volse e fuggì.
Sterpoli ricevette il colpo sugli occhi come una frustata, restò un
istante fermo con la mano distesa sulla fronte e le palpebre chiuse.
Balbettò:--Non era per me! Era per te, per te Clauss, per te solo!--e
brancolando uscì dalla stanza.
--Daria! Daria!
Il suo richiamo si ripetè due volte e poi si spense. La porta
sbatacchiò. Parve, quando la porta fu chiusa, che sopra di noi si fosse
dissipato un temporale.
--Sono dolentissimo, amici,--disse con dolcezza Clauss,--di quanto è
accaduto. Veramente non c'è nemico peggiore di una donna...
--Come è possibile?--domandò con grande vivacità quel giovine che poco
prima parlava dell'anima.--Ha pianto! Questo è straordinario!
--È una donna,--soggiunse Clauss sorridendo.
--Ma perchè è venuta?--domandò un altro.
--Per mentire...--rispose Clauss.
Poi mormorò:--Me ne vado.
Ce ne andammo: io solo lo seguii. Il teatro era ormai semivuoto. Un
vecchio in marsina era caduto rotoloni giù per le scale e un servo
cercava di tirarlo su per le falde. Fuori la notte, alta, serena e molto
stellata ci sorrise, ed io la contemplai con gioia tra le due fila di
case, lungo tutta la strada, da un lato e dall'altro. Lentamente
c'incamminammo. Clauss mi teneva per mano. La sua mano era fredda.
--Vedi,--mi disse dopo un lungo silenzio appoggiandosi al mio
braccio,--senza volere tu hai umiliato quella donna... Con molta
semplicità (troppa semplicità) l'hai toccata nella sua piaga...
--Come?--mormorai.--Io l'ho umiliata?
--Sì. Se tu le avessi detto:--Orsù, Daria, non vi vergognate di
piangere?--non l'avresti maggiormente umiliata ed offesa. Così l'hai
ferita nel suo orgoglio. Infatti che cosa diventa l'orgoglio di una
donna che piange? In un momento simile?
--È vero, è vero...--mormorai.--Io non sapevo... Ah! Clauss! Io non so
niente!
--Ora,--soggiunse Clauss con dolcezza,--son certo che ella non odia
nessuno tra noi quanto te. Tu solo sei stato pietoso. Tu e Sterpoli. Ma
Sterpoli non conta.
Eravamo giunti dinnanzi al cancello della sua casa. Egli si fermò e mi
disse:
--Ritorna domani. Ho bisogno di te. Addio!
Mi strinse la mano. Poi mi baciò sulla gota e soggiunse:
--Spero che non crederai davvero che io sia innamorato di Daria. Io non
ho mai amato nessuno...
E mi lasciò solo.
V.
Solo, nella mia camera, alla luce di un povero lume, ripensai lungamente
alla strana avventura di cui ero stato spettatore. Ero ancora pieno
d'onta per quella voce che aveva detto:--Chi è costui? Che cosa vuole da
me?--con tanto disprezzo; e della mia voce che aveva risposto:--Nulla...
nessuno. Lo stesso rossore mi avvampava il viso, ed io vedevo lei,
Daria, seduta, in quell'atteggiamento aggressivo; vedevo la curva
sprezzante della sua bocca, sentivo la sferza dei suoi sguardi ardenti
su me, mentre diceva:--Chi è costui? Che cosa vuole da me? Certamente
l'avevo offesa; volendo consolarla, l'avevo umiliata. Ella mi odiava,
ora, per la mia sciocca pietà, per quelle mortificanti parole che non
avevo saputo trattenere. Ma se per poco dimenticavo me stesso, un'altra
sua immagine si delineava dinnanzi ai miei occhi, balzando viva dalla
confusione dei miei ricordi. Vedevo la porta aprirsi e apparir lei con
il mantello avvolto; e poi appoggiarsi al tavolo, senza forze, e
abbandonare con le mani il mantello che si apriva scoprendo il suo collo
niveo, la sua nitida gola, su cui la pietra, verde, oscillando,
splendeva.--Io non posso più sopportare!...--aveva esclamato.--Io ti
odio! E la sua voce era come uno specchio velato, l'eco di un'altra
voce. E Clauss, calmo, senza scomporsi, aveva risposto:--Non è vero! Una
terza immagine s'illuminò: Behela.
Le stelle nel quadro della finestra, immobilmente accese, segnavano nel
profondo azzurro mete irraggiungibili. Di quando in quando gli occhi,
smarrendosi in quell'infinito, deviavano i miei pensieri dal loro
angusto viottolo; schiudevano orizzonti verso i quali essi, come uccelli
prigionieri, si lanciavano a volo per ricadere, subito, esausti,
cagionandomi ogni volta un acuto dolore. Chiusi le imposte. Tutto in me
acquistò maggior chiarezza, contorni precisi, una consistenza quasi
materiale.
Daria, Daria, era bella. Non avevo pensato ancora alla sua straordinaria
bellezza. Ora, sì.--È bella! ripetevo fra me. I suoi occhi, la sua
bocca, la sua gola candida, si delineavano nella ombra delle mie
palpebre chiuse.--È bella! È bella! Questo pensiero mi turbava.
Cominciai a passeggiare irrequieto per la stanza. Nemmeno allora sapevo
spiegarmi perchè mi fossi inchinato per dirle:--Non piangete. Non è il
caso di piangere. Ella piangeva. Il suo sdegno, la sua forza l'avevano
abbandonata. Piangeva con singhiozzi brevi, disperati. Ed io non cercavo
di spiegare perchè mi fossi inchinato e avessi parlato. Immaginavo di
udire un passo celere su per le scale, un colpo leggiero contro l'uscio
della mia camera, una voce, un nome. L'uscio si spalancava. Una donna
velata compariva tutta avvolta in un mantello scuro che teneva chiuso
con ambo le mani.
--Salvatemi!--ella gridava cadendo ai miei piedi, abbracciandomi i
fianchi (io sentivo contro le mie ginocchia il suo corpo molle, il
tepore dei suoi abiti).--Nessuno mi difende!--diceva.--Sono sola! Sono
perduta!
--Non avete quello Sterpoli? Quello che vi balbettava di fuggire? Il mio
ospite, insomma?--domandavo trepidando.
--Sterpoli? un buffone! Non serve! Non serve!
Ed io la sollevavo, la tenevo stretta contro il mio petto, la baciavo
teneramente.
--Amor mio, sono pronto! Occorre morire? Uccidere?
La mia persona, apparendomi improvvisamente nello specchio, mi richiamò
alla realtà. Sentii una vacuità dolorosa in me, una disperazione
insensata. Mi pareva che Clauss fosse a spiarmi dietro una tenda, da un
foro della parete, da una fessura dell'uscio; il suo riso vitreo mi
feriva l'orecchio ed io avevo vergogna. In quello specchio, con i miei
abiti goffi e il mio volto infantile, fra quelle cose meschine che mi
stavano intorno e si beffavano di me con la loro miseria, ero davvero
una persona molto compassionevole e buffa. Quale donna avrebbe potuto
guardarmi senza dire:--Chi è costui? Che cosa vuole da me? Sì, certo, io
ero ridicolo. Facevo pietà e pena a me stesso. Ripensavo ai compagni di
Clauss; mi ricordavo che uno aveva calze di seta porporina, e un altro
un braccialetto d'oro smaltato al polso, e un altro una cravatta
meravigliosa di fili intrecciati argentei e violetti, e una gardenia
all'occhiello.--Che cosa sono io?--pensavo.--Tutti si befferanno di me.
Questo eccitamento durò fino a tarda notte. Verso l'alba la stanchezza
s'impadronì dei miei sensi e li calmò. Allora udii un passo lento e
pesante lungo il corridoio e Sterpoli entrò barcollando nella mia
camera. Era impolverato da capo a piedi. Aveva gli abiti in disordine,
la camicia lacera. Si sedette sul mio letto, mi guardò e si mise a
ridere.
--Hai udito? Hai veduto?--esclamò.--Tu puoi testimoniare. Mi ha
schiaffeggiato! Sì! Mi ha colpito sul viso...
Il riso si spense sulla sua bocca. Si strofinò la faccia con un
fazzoletto, si versò un po' d'acqua e bevve.
--Tutti hanno udito,--continuò,--tutti hanno veduto, tutti possono
testimoniare. Mi ha colpito sul viso. Ma non era per me. È stato un
errore. Appena ella è fuggita, io mi sono precipitato giù per le scale e
l'ho raggiunta in istrada, mentre stava per montare in carrozza.--Daria
Daria, mia colomba, mia nemica,--le ho detto--tu mi hai acciecato! Non
posso più vederti!--e ho cercato di montare sul predellino della sua
carrozza. Macchè! Mi ha respinto con una mano e, credo, anche con la
punta del piede.--Va via!--ha detto.--Va via!--Come!--esclamo,--mi
colpisci, mi acciechi, e poi mi compensi così? Mi scacci via? Come un
cane? Io sono il tuo Lippi! Non ti ricordi di questo nome?--Di nuovo
cerco di salire. Di nuovo sento qualche cosa di duro, di molto duro,
contro il mio petto, che mi respinge. Ella dice con astio:--Peggio,
peggio di un cane! Fa sferzare il cavallo e la carrozza parte al
galoppo. Io la rincorro per un buon tratto; poi inciampo e cado. Un tale
si avvicina e mi rialza. È Pietro Trema: un mezzano, un galantuomo.--Non
vale la pena, signore!--dice mentre mi spolvera.--Quella donna è pazza.
È pazza. Andiamo a bere un sorso!--Andiamo,--rispondo.--Ma che ella sia
pazza, no, non lo dire a nessuno. Entrammo non so dove, bevemmo
e pagai. Gli dissi:--Ora hai bevuto. Ora, lasciami stare.--È
impossibile,--pensavo,--è impossibile che mi abbia respinto, scacciato
come un cane. Io non sono di quelli che si scacciano con la punta del
piede, di quelli ai quali si dice:--Come un cane! Peggio di un cane!
Dunque presi un ronzino e mi feci condurre. Tutto era silenzioso in casa
sua: le finestre chiuse, la porta chiusa. Suono il campanello e aspetto.
Nessuno risponde. Suono di nuovo, più forte, a lungo; strappo il
cordone. La vecchia si affaccia al mezzanino e dice:--Non c'è. Non è
ritornata. Forse non ritornerà.--Il malanno!--urlo.--Non è vero! C'è. È
ritornata. E mi metto a calciare la porta. Ora s'ode un'altra voce che
dice:--Lippi, Lippi mio, vattene. Sii buono. Domani sarà giorno. Ritorna
domani. Io mi scosto dall'uscio e mi faccio in mezzo alla strada.
Dico:--Ti debbo parlare.... subito... Tu mi hai quasi acciecato. Domani
sarà troppo tardi.--Perdonami!--risponde.--Non volevo farti male... Ora
non è possibile. Domani...--Non t'importa dunque nulla di me?--grido io.
Non hai pietà, non hai cuore? Ella ride:--Domani, Lippi! Buona notte,
buona notte. E richiude le imposte e tutto ritorna silenzioso e buio. E
io dico a me stesso:--Dopo tutto non è in collera... Era per
quell'altro, per Clauss. Capisci? Ah! tu non capisci niente!
Rotolò giù dal letto. Si reggeva male in gambe, eppure trovò modo di
abbracciarmi e di baciarmi.
--Che hai?--mormorò al mio orecchio.--Non parli? Sei addormentato? Sta
allegro! Domani tutto sarà chiarito. Ah! eppure questo mi dispiace. Io
preferisco la notte. Di giorno sono come un bambino; la luce mi
intimidisce e arrossisco di nulla. Di notte invece no. Sono padrone di
me stesso. Sono un altr'uomo.
Io sentivo contro il mio viso il suo alito di ubriaco. Si avvicinò
ancora più a me fino quasi a gravarmi con tutto il peso della sua
persona, e sussurrò con voce ancora più bassa:
--Anche lei, di notte, è più bella... Che dico? Ah! Dico troppo, eppure
è più bella. Sì. Perchè nasconderlo? Perchè mentire con te? Tu mi piaci,
perchè tu solo hai avuto pietà di lei. Tu ti sei curvato e le hai detto
una parola buona. Non mi ricordo bene, ma le hai detto qualche cosa che
volevo dirle io. Ti prometto di parlarle di te domani. Le dirò:--Quelle
parole le avevo io sulla punta della lingua, ma egli me le ha tolte di
bocca. Eppure temo che mi manchi il coraggio di dirle nulla, perchè
domani sarà giorno. Di notte è un'altra cosa, sebbene sia anche più
temibile. I suoi occhi sono come quelli dei gatti. La sua carne muta
colore, come l'opale, o la madreperla, la madreperla levigata e
cangiante. La sua carne.... Ah! Io non direi queste cose a nessuno... È
un gran segreto!
Tacque e si avvicinò allo specchio.
--Non ti pare,--domandò guardandosi,--non ti pare che io sia bellissimo?
Si inchinò e mi disse addio.
Io chiusi la porta dietro le sue spalle e mi gettai, esausto, sul letto.
VI.
Quando, a mezzogiorno, fui pronto per uscire, decisi di andare lungo la
spiaggia dove erano tirate a secco alcune flottiglie di barche e distese
al sole lunghissime reti. Il meriggio era tiepido e sereno: calmo, il
mare, appena ondeggiava. Vagai per qualche tempo qua e là, a caso,
raccogliendo conchiglie e facendo disegni sulla sabbia, finchè vidi,
sopra la punta di una penisoletta, la casa di Clauss, poco lontana, fra
un giardino di palme che l'onda lambiva da tre lati. Ad essa si saliva
per un viottolo disselciato, fiancheggiato da muri e da siepi di
oleandri. Clauss in persona s'affacciò alla veranda, mentre io bussavo
al cancello. Discese ad aprirmi, e tutti e due ci sedemmo sotto un
tiglio, fra due aiuole fiorite.
--Ebbene?--mi domandò.
Non gli avevo mai veduto un viso così buono.
--Ebbene,--risposi,--ieri sera eravamo tutti pazzi.
Clauss aveva l'aspetto di un ragazzo pentito, tanto i suoi occhi erano
miti e il suo atteggiamento umile. In quel momento, con quel volto
stanco, con quel sorriso che appena gli sfiorava la bocca, somigliava
veramente poco a sè stesso.
--Sì,--disse,--eravamo tutti pazzi, chi più chi meno. Anche tu, un poco.
Anch'io. È strano. Cioè, non è strano. Hai veduto Daria? Tu la vedevi
per la prima volta. È fatta così. È come una bambina capricciosa. Una
bambina cattiva e viziata. E quel povero Sterpoli, che ha smarrito la
ragione per lei, ha avuto ieri sera un gran colpo...
--Davvero...--mormorai.--L'ho veduto dopo, a casa. Aveva un livido sulla
faccia.
Clauss di nuovo sorrise. Poi mi prese le mani e mi chiese:
--Mi vuoi bene?
--Certo...--mormorai esitando.--Perchè non dovrei volerti bene?
--Grazie,--soggiunse,--ciò mi conforta assai. Chi può dire perchè si
desidera e si cerca, alla mia età, l'affetto e la dimestichezza dei
giovani? Sono tristi, molto tristi, amico mio, queste basse forme,
queste forme senili d'egoismo. Ma tu devi considerarmi come un moribondo
al quale ogni cosa può servir di conforto.
--Che dici mai!--proruppi ridendo.--Ora tu vuoi burlarti di me...
--No, no, non mi burlo nè di te nè di me stesso,--rispose Clauss con la
medesima voce sommessa, senza tralasciare di tenermi le mani e di
guardarmi teneramente.--Io sono nato matematico. Tutta la mia vita, in
apparenza tanto disordinata, fu sempre regolata sopra un calcolo esatto,
secondo la nozione precisa e minuta delle mie forze. Quando scaglio una
pietra, non so forse dove la pietra deve cadere? Ciò dipende unicamente
dall'impulso che io le darò. Così per tutto il resto...
S'interruppe e guardò una farfalla sopra una rosa, un'ape sopra un
fiore.
--Tu non mi hai mai domandato,--soggiunse,--perchè dunque liberassi
l'uccisore di Behela. Io infatti tagliai la sua corda, vicino al nodo.
Ma con quella stessa corda, come prevedevo, l'omicida s'impiccò il
giorno dopo a un albero della foresta.
Io tenevo gli occhi fermi su lui, mentre parlava. Può darsi che egli non
mi leggesse negli occhi altro che un ingenuo stupore; ma in realtà ero
ben sveglio, e cercavo di capire, guardandolo attentamente in viso, che
cosa ci fosse di tanto strano e di nuovo nella sua persona: se la voce,
lo sguardo, o l'abito, che era bianco. Quanto a lui, pareva veramente
turbato da non so quale nascosta preoccupazione, come inquieto, incerto,
non così sicuro di sè come sempre.
--Paris,--disse ad un tratto,--ti sembrerà ch'io sia capriccioso come un
ragazzo. Non so che cosa tu possa pensare di me: pure voglio che tu mi
aiuti a uscire da questo equivoco che mi ripugna e mi addolora.
Daria...--(e quel nome risuonò al mio orecchio come un richiamo, come un
allarme)--Daria...
--Ebbene? Daria?--domandai con un palpito.
--Daria è una donna. Bisogna essere pietosi con lei e perdonarla.
Rimanemmo un momento muti. Io aspettavo che egli continuasse, ed egli
non parlava.
--Perchè,--mormorai alfine,--perchè, allora, ieri sera, non sei stato
pietoso con lei, quando si è messa a piangere?
Silenzio.
--Perchè,--continuai con gli occhi bassi, le gote che mi cominciavano a
bruciare,--perchè mi hai rimproverato d'aver tentato, io, io solo, di
consolarla quando piangeva?
Clauss m'accarezzò con dolcezza la mano e disse:
--Hai ragione... Appunto per ciò ora sento che debbo io fare qualche
cosa per lei. Dunque (questo appunto volevo dirti) tu andrai a casa sua
e la pregherai di venire qui, a cena con noi, stasera...
--Con noi?
--Ti dispiace forse?
--No, no,--balbettai,--no, Clauss, non andrò da lei... No, non pensarlo
seriamente neppure un minuto che io possa andare da lei, presentarmi,
parlarle... sostenere quello sguardo... riudire quella voce cattiva...
No, no, Clauss, non è possibile!
--E di che hai dunque paura, stupido?--domandò Clauss bruscamente.
Ecco: davvero avevo paura, un'indicibile, una pazza paura. Se mi fossi
imbattuto in Daria, per caso, all'angolo di una strada, sentivo che
avrei preferito, a quell'incontro, di inabissarmi in una buca profonda
mille metri, e non uscirne mai più. Avrei preferito qualunque supplizio,
o vergogna, o castigo, al pensiero di dovermi trovare solo di fronte a
lei, costretto a guardarla, a parlarle, anche semplicemente a inchinarmi
senza pronunciare una parola, o muovere un gesto, o battere palpebra. Ma
ero anche così sciocco, che a udire quella parola--«stupido»--la paura
svanì d'un tratto, e mi sentii disarmato e pronto tuttavia a superare
ogni prova con un coraggio disperato.
--Non è che io abbia paura,--mormorai.--Penso soltanto che
riconoscendomi per quello di ieri sera non voglia neppure ascoltarmi. Un
altro forse riuscirebbe meglio di me.
--Al contrario!--esclamò Clauss alzandosi.--Quando ti avrà riconosciuto
non dubiterà d'un inganno. Basta che tu le dica che io non l'amo, che io
non l'odio, che io non voglio essere per lei se non un amico sincero e
fedele. E che noi tre insieme desideriamo questa sera concludere
solennemente la pace.
Mi condusse presso il cancello. Camminando pensai ancora:
--Ora gli dirò che cerchi un altro. Io non andrò a nessun costo....
Ma quando mi strinse la mano per accomiatarmi non seppi che dirgli:
--Arrivederci.
Così attraversai la città e andai dove Clauss mi mandava. Alla porta di
quella casa non c'era un campanello. Bussai, una vecchia mi venne ad
aprire ed entrai in un salotto alle cui finestre pendevano pesanti
cortine di velluto. La casa, dentro, aveva piuttosto l'aspetto di una
bottega; tutto era gualcito e in disordine. In un angolo stava un
pianoforte aperto con un quaderno di musica sul leggio. Da una stanza
vicina giungeva il parlottare di più persone. Io udivo distintamente le
loro voci, che erano di due donne e d'un uomo, e vedevo chiaramente,
malgrado la penombra, le cose che mi stavano intorno. Non mi sentivo
affatto turbato: anzi avevo una grande lucidità di sensi e un'assoluta
padronanza di me stesso. Provai a muovermi; andai verso le finestre,
dischiusi un poco le tende, vidi altre finestre, di fronte, e due teste
di fanciulli che sporgevano da un davanzale, e una portava una maschera
da arlecchino. Poi mi avvicinai al pianoforte, sfogliai il quaderno di
musica, lessi due o tre parole tedesche e una frase italiana--_lento,
con passione_--e rimisi ogni cosa al suo posto. Poi, ancora,
m'avventurai in un angolo per guardar da vicino il ritratto di una donna
giovane, molto giovane e bionda, che mi sorrise. Contento e soddisfatto
di tante prodezze, ritornai in mezzo al salotto ed attesi. Finalmente il
chiacchierìo nella stanza vicina tacque, la porta si aprì e Daria entrò.
--Daria!--esclamai subito inchinandomi, senza pensare che quel nome non
conveniva nè a me nè a lei, in quel momento.--È Carlo Clauss che mi
manda... Egli vorrebbe...
M'arrestai confuso. Daria era rimasta ferma nel vano dell'uscio e mi
guardava. Quello sguardo mi sgomentò.
--Clauss?--sibilò ridendo ironicamente.--Avrà sempre dei servitori ai
suoi ordini, questo signore? E anche voi siete del numero?
Si volse, sporse il capo nell'altra stanza e chiamò:
--Kate! Ave! Ave!
S'udì, in quello spaventoso silenzio, il rumore di un paio di ciabatte e
di due tacchi di legno. Una vecchia strega e una ragazzina di quindici
anni, tutta vestita di rosso, con i polpacci e le ginocchia scoperte e
un gran nastro rosso nei riccioli, bocca rossa, occhi bianchissimi e
immensi, s'affacciarono dietro le sue spalle e mi guardarono. La vecchia
guardò piuttosto il soffitto, rovesciando le pupille che erano velate di
bianco, mentre tutto il suo viso color di cera e orribilmente liscio si
torceva nello sforzo di attrarre un po' di luce in quei due poveri lumi
spenti.
--Soave! Guardalo!--esclamò Daria:--è uno di quelli di ieri sera! Kate,
cerca di vederlo, perchè ne vale la pena! È uno dei tanti sguatteri di
Clauss. Bella gente! Eccoli come son fatti! Che grandissimi signori!
Guarda che portamento, che chic, che cravattino, che pettinatura, che
profumo, che faccia da moccioso! Questi sono i padroni dell'Alhambra, i
conquistatori di donne!
Mi danzava quasi intorno, con tanti inchini, e smorfie, e sorrisi
beffardi, mentre con gli occhi pareva mi volesse divorare e graffiarmi
con le sue piccole unghie rosse. Poi come un turbine si precipitò sulla
porta, la chiuse sulle facce attonite della vecchia e della bambina, e
mi domandò:
--Che cosa può volere ancora da me il signor Clauss? Vuole che io cada
si suoi piedi, trafitta? Perchè non può vivere senza di me? Forse perchè
se non l'amo si uccide?
--No, no!--gridai.--Clauss non vi ama e non chiede nulla di simile.
Ella allora uscì dal vano dell'uscio, ridendo ancora, ma più umanamente,
e venne fino a me, mi porse la mano, come se con quel gesto intendesse
cancellare tutto il passato, ed ambedue ci sedemmo l'uno di fronte
all'altra in un angolo.
--Se è così,--mi disse,--eccomi pronta ad ascoltarvi. Ma come sapete voi
che Clauss non mi ama? Lui stesso ve lo ha detto?
--Sì,--risposi,--lui stesso...
--Ed è questa la vostra ambasciata? Soltanto questa?
Ella sembrava divenuta umile, docile, mansueta; ancora un poco ironica,
ma piena di dolcezza. Parlava senza levar gli occhi da terra, e la sua
voce aveva una soave musicalità: era calda e modulata, come un flauto.
Vedendola così diversa, così mite e benevola, io mi sentivo a poco a
poco mancare la baldanza di cui m'ero compiaciuto tanto con me stesso.
Già incominciavo ad avere idee confuse e un tremito nervoso dentro, non
so dove. Anch'io abbassai gli occhi. Ella, ora, taceva, certo in attesa
che io parlassi. Ebbi il pensiero di alzarmi e di fuggire. Ma non mi
mossi e cercai invece, faticosamente, qualche parola insignificante che
mi salvasse. Stando così, a capo chino, vedevo soltanto il lembo della
sua veste che era azzurra, di velo, un pizzo candido, molto lavorato (mi
ricordo, questa immagine è molto precisa) e la punta dei suoi scarpini,
che erano ricamati d'argento. Poi i miei occhi si smarrivano sul
tappeto, disegnato a grandi rose porpuree. Finalmente, dopo molto
cercare dissi:
--No, signora, non è tutto...
Il suono della mia voce mi stupì. Io non sapevo di avere una voce così
sottile, sottile e stonata; una voce così ridicola.
--Che c'è dunque ancora?--domandò Daria.
Sollevai il capo. Ella mi guardava, ora, con occhi un po' inquieti. Pure
continuava a sorridere, e la sua bocca rossa, molto molto rossa,
sorridendo si curvava ad arco. Sembrava che volesse dirmi con quello
sguardo e quel sorriso:
--Che può esserci ancora? Vedo bene che sei un buon ragazzo. Soltanto
hai una cravatta orrenda, veramente brutta e volgare.
--Ecco,--soggiunsi:--Clauss desidera che voi veniate a cena da lui
questa sera. Egli si pente di avervi offesa. Forse non lo credete?
Eppure parlandomi di voi, oggi, e di quanto è accaduto, Clauss
piangeva... Vi giuro,--esclamai con maggior forza, senza sapere nemmeno
di mentire,--vi giuro che piangeva dirottamente!...
--Ah!--continuai con l'impeto di un insensato,--voi non potete
immaginare quanto egli soffra, e come sia degno della vostra pietà.
Bisogna conoscerlo, e amarlo (sì, amarlo, anche, un poco, un poco
almeno), per comprendere ciò che si cela sotto l'impassibilità del suo
volto... Non si giudicano gli uomini dalla faccia, non si possono
giudicare. Quell'impassibilità è una maschera, signora, niente altro che
una maschera, una tristissima maschera. Chi indovinerebbe in lui un uomo
che deve morire?
--Ah! Ah! Tutti dobbiamo morire,--interruppe Daria.--Non è un'eccezione!
--No! Non tutti. V'ingannate. Non tutti dobbiamo morire!--M'arrestai
spaventato delle mie parole e mi sforzai di ridere.
--Dico, voglio dire, perdonatemi, che non tutti hanno i giorni
contati,--continuai.--Abbiamo forse tutti i nostri giorni contati?
Ebbene: Clauss ha i giorni contati. Niente può salvarlo. Oh! signora, è
triste vedere un uomo morire, ascoltarlo mentre rassegnato, eppure
accorato, vi dice:--Fra poco morirò, me ne andrò per sempre. Immaginate
una realtà più angosciosa, un addio più commovente? Che differenza
esiste fra lui, Carlo Clauss, e un uomo condannato a salire il patibolo,
all'alba di un giorno stabilito, in quell'ora precisa, allo scoccare di
quel minuto, non un istante prima, non un istante più tardi? Mi è stato
detto che un uomo, sul punto di essere giustiziato, chiedesse in grazia
che gli fosse portato un fiore, un fiore rustico, una di quelle piccole
violacciocche che hanno un po' il profumo del reseda. Ebbene, quando
alfine gli fu portata, nella cella della sua prigione, ed egli l'ebbe
odorata a lungo, più volte, la sua faccia si illuminò di beatitudine, e
disse:--Ora sbrigatevi. Ora sono felice. È una morte storica, un
esempio! Sì, signora, si legge in un'antologia. Così Clauss...
--Basta, basta, per carità!--esclamò Daria posando una mano sulla mia
bocca.--Mi farete morire di crepacuore!
Quella mano tepida, molle, molle e carezzevole, posava sulla mia bocca.
Io sentivo che era tepida e profumata, e che indugiava sulle mie labbra.
Ebbi come un principio di vertigine, sollevai la mano fino a toccar
quella mano; poi la ritrassi e chiusi gli occhi. E la mano se ne andò,
strisciando, carezzandomi il mento, leggiera, lenta, ed io rimasi con il
profumo di quella carne sulla bocca.
--Ebbene?--domandò quella voce.--Che cosa volevate dire? Che io sia per
lui come un fiore? Come una violaciocca, un piccolo fiore di campo?
Io volevo rispondere:--No, no! Non dovete andare. Non voglio!
Ma ero come assonnato. Udivo, vedevo, comprendevo, ma non potevo nè
muovermi, nè parlare.
--Che io vada?--mormorò (ed era nella sua voce qualche cosa di più
commovente che il pianto, di più tenero che una carezza, di più dolce
che una parola d'amore),--che io vada? Perchè egli dica di me, domani,
come ieri:--Quella donna è doppia come un serpente?--oppure:--Ella è
venuta ad offrirsi ma io non l'ho voluta?
--No!--esclamai,--Clauss non dirà questo. Io sarò presente. Noi ceneremo
insieme sulla veranda, ed egli non potrà insultarvi...
--Ah! tu non lo conosci!--(ella disse così: _tu_ non lo
conosci).--Clauss è capace di tutto.
La sua voce era tanto ferma che ne rimasi sconcertato. No, non ero
ancora perfettamente lucido. Avevo un folle desiderio di piangere.
Pensavo:--Se non viene questa sera forse non la vedrò più, mai più. E mi
pareva di perdere un gran bene, una gran gioia, non potendole stare
accanto per qualche ora, di notte, alla luce delle candele, sulla
veranda, nell'intimità di una piccola tavola imbandita.
--Ma che v'importa di lui?--gridai.--È una grazia che vi chiedo per me,
per me solo!
Caddi in ginocchio, le presi le mani, vi posai sopra le labbra e rimasi
così, curvo, attonito. E stando così, curvo, sentii un contatto caldo,
una calda carezza sui miei capelli, (io tenevo strette le sue mani
contro la mia bocca), una carezza assai lunga e calda sui miei capelli.
--Anche tu sei moribondo?--chiese la sua voce, vicinissima.
--Daria, Daria,--mormorai,--non mi disprezzate? Non vi ricordate di
ieri? Delle mie parole?
--No,--disse,--non mi ricordo. Non voglio ricordarmi.
--Mi perdonate?
--Sì,--disse,--ti perdono. E soggiunse, dopo una pausa, parlando ancora
più sommessa:--Verrò, verrò questa sera...
Allora il mio fervore cadde. Mi sollevai e, senza guardarla in viso,
ancora una volta le baciai le mani, e me ne andai.
Uscendo sulla strada soleggiata, provai l'impressione di destarmi da un
sogno. I colori, la forma delle case, le persone che stavano affacciate
alle finestre e sugli usci o che passavano accanto a me; le loro voci;
un pappagallo sul trampolo; l'insegna d'un'osteria, un fanciullo che
saltava dinnanzi ad una porta rossa; tutto quel rimescolio di gente,
quella varietà di colori, l'intensità della luce, mi stupirono come se
avessi lasciato il mondo buio, muto e deserto, e lo ritrovassi ora
illuminato, sonoro e popoloso. Da quegli uomini e quelle donne (essi
ridevano forte, parlavano, si salutavano, si chiamavano da lontano, si
rincorrevano), da quel frastuono di grida, di risa, di canti, di rumori,
di musiche (il rotolare saltellante delle carrozze, lo schioccar delle
fruste, i carri, lo sbatacchiar degli usci), si comunicò a me un
desiderio infantile di correre, di ridere, di cantare, di partecipare,
anima e corpo, a quella vita che si manifestava tutta alla superficie,
come la spuma di un vino leggiero e inebbriante. Guardai il mio
orologio: era ancora molto presto. Camminando celeramente, mi sembrava
di esser portato dal vento, tanto mi sentivo felice.
VII.
Non so perchè gli angioli che si vedono negli antichi pittori e quelli
che si librano sulle loro grandi ali variopinte, le pieghe dei camici
piene di vento, sotto le grandi cupole delle chiese, abbiano tutti
sembianze femminee, lunghi riccioli bene inanellati, e negli occhi
un'amorosa luce. Noi le contempliamo da fanciulli, con vergine
maraviglia, quelle incantevoli immagini, e ci insegnano ad adorarle,
perchè sono la bellezza, la purità, l'amorosa musica del cielo. La
nostra infantile fantasia, dipingendo poi di sogni la terra, scopre nel
viso di nostra madre, in quel volto giovine e bello che si curva sopra
di noi ogni sera a chiuderci con un bacio le palpebre al sonno, che ci
veglia amoroso quando l'incubo ci desta improvvisamente in piena notte e
il buio e la solitudine sono come un baratro che ci riempie di spavento,
o quando, malati, la febbre suscita sinistri fantasmi da ogni angolo
della stanza, la nostra fantasia scopre tratti di somiglianza con quelle
soavi immagini di paradiso, lo stesso candore, una grazia uguale, una
dolcezza altrettanto soave e serena per cui quel caro volto altro non è
che angelico. Così la bellezza, il candore, la pietà, l'amore sono e
rimangono per noi definitivamente tanti attributi della femminilità, che
fanno di ogni donna, ai nostri occhi, una creatura celeste.
M'ero seduto in un angolo dei giardini pubblici, dove un piccolo
specchio d'acqua offriva il suo grembo translucido a un ponticello di
ciliegio, nella pia ombra di quattro enormi salici. Quell'angolo era
deserto, e soltanto oltre alcune aiuole, dietro bei ventagli di palme,
passeggiava la solita gente oziosa. Così, indisturbato, richiamavo alla
mia memoria ad una ad una le fugaci impressioni di poco prima, e potevo
tenerle ferme sospese dentro di me, analizzarle a lungo con calma,
godendone finchè ne ero sazio. Scomponevo in mille parti la figura di
Daria, per ricomporla poi tutt'intera in quell'immagine unica che mi era
rimasta fissa negli occhi fin dalla sera prima. Ed erano ogni volta
meraviglie e palpiti, come se mi fosse apparsa viva soltanto allora da
un sogno incerto e intricato.
--Hai veduto come sotto la sua pelle diafana corrono le vene azzurrine?
domandavo a me stesso. Che fragilità hanno le sue tempie, i suoi polsi!
Come il suo cuore è indifeso! Le mani... le dita affusolate, le palme
rosee e concave come i grandi petali del loto... Le muove lentamente
quasi le sostenesse e le portasse l'aria: senza peso. Strana, strana
cosa! Hai veduto? Chi ti ha detto che i suoi occhi sono neri? Come hai
potuto sbagliarti? Sono azzurri e verdi... Ma la pupilla è enorme e le
ciglia sono violette. Forse è nero lo sguardo, non gli occhi! E che
grazia! Quando inchina la fronte e il suo viso s'adombra, sembra che si
nasconda sotto i riccioli pesanti e cupi. Allora ti guarda dal basso,
come una colomba innamorata, col capo un poco piegato sulla spalla, e
sempre sempre sorride...
Tra due ventagli di palma, vidi d'un tratto veramente un volto ombrato
che mi sorrideva, uno strizzar d'occhi e due labbra scarlatte che mi
facevano: pss pss... E poi un ventaglio si abbassò e apparve un gran
cappello di paglia, e poi un braccio, e poi una gamba sottile e lunga, e
poi un gonnellino rosso che si gonfiò in un salto e si posò accanto a me
sul sedile.
--Non mi riconosci?--domandò una voce acuta come un allegro campanellino
d'argento.
M'inchinai sorridendo, senza parlare.
--Com'eri buffo!--continuò quella voce.--Che ridere ho fatto, che
ridere! E non dicevi niente! Nemmeno un fiato! Eri buffo da morire!...
--Capisco!--dissi.--Lei, signorina, deve essersi divertita moltissimo...
Ma io...
--Ma tu? Ma tu dovevi ridere più di me, ragazzo mio!--esclamò con tono
grave di rimprovero.--Non la conosci dunque? La prima volta è così con
tutti...
--Ecco,--dissi:--a lei forse sembrerà facile... Ma per me è diverso. Io
sono un uomo.
--Un uomo!
Allargò le braccia sulla spalliera del sedile, stese le gambe, puntò in
terra i tacchi alti delle sue scarpette e rovesciando indietro il capo
disse con semplicità:
--Dammi pure del tu... Tutti quelli che danno del tu a Daria possano
dare del tu anche a me...
La guardai stupefatto. Ella rispose calma a quello sguardo:
--È inutile che tu ti meravigli... Sono Soave.... sua sorella.
Strana creatura! Il suo corpo aveva quindici anni: era infantile, ancora
magro; magre le gambe che dal ginocchio in giù uscivano dal gonnellino
fatto di tutte piccole pieghe; magre le braccia, nude dalla spalla, alla
cui estremità pesavano due grosse mani arrossate, che parevano prese in
prestito a qualche gran donna e attaccate con un grosso chiodo ai suoi
polsi. E il suo viso era invece senza età, e somigliava a quello di
Daria come la copia mal riuscita d'un'opera d'arte, esatta in ogni sua
parte, sbagliata nel suo insieme. I suoi occhi erano tutto bianco,
appena adombrati da rade ciglia, e parevano sempre dilatati in uno stato
ipnotico. L'ovale del volto terminava in un mento aguzzo, che cominciava
quasi sotto le orecchie, ed era tagliato a metà da una bocca carnosa e
sanguigna, inutilmente arrotondata da due piccoli punti di rossetto.
Solo i capelli, che in lunghi riccioli le rotolavano sulle spalle, erano
gli stessi capelli di Daria, neri e azzurri, e pesanti come il ferro.
--Ah! io capisco tutto!--esclamò dopo un breve silenzio, guardando
fissamente i rami del salice che ci piovevano sul capo.--Perchè non
dovrei capire? Perchè sembro ancora una bambina? Ma non sono più una
bambina... È un pezzo che non lo sono più... I vecchi le capiscono
queste cose! Quel signore che venne a trovarci sabato scorso, credo che
sia un senatore, un conte, che ha quelle belle basette arricciate (lo
avrai incontrato mille volte) ah! ah! mi dette subito ragione. E mica
solo con me! Anche a Daria lo disse:--Lascia andare, amica mia... Soave
non è più tanto bambina...--Ma voi giovani queste cose non le volete
capire. Ebbene io so tutto, come te, e come Daria... Tutto, tutto...
--Ma io, veramente,--dissi impacciato,--io non so niente...
--Povero piccolo!--esclamò la signorina Soave.--E allora io ti posso
insegnare... È da ieri che sto con l'orecchio attaccato agli usci! È da
ieri che Kate mi racconta tutte le storie che sa, da quando è nata... Ma
si ostinano tutti a tirarmi per le trecce e a guardarmi ridendo le
sottane corte! Piacerebbe anche a me avere la coda lunga un metro, e le
scarpine di raso d'oro, e un bel diadema con un paradiso in testa... E
che cosa sono questi cappelloni di paglia con le ciliege che mi fanno
portare?
Con un gesto sgraziato si strappò di testa il grande cappello di paglia
di Firenze, tutto coronato di ciliege rosse, e lo gualcì, lo pestò con i
pugni chiusi, e me lo riaprì sotto il naso. Poi mi si buttò con tutto il
suo peso contro la spalla e guardandomi sorridente mi confidò:
--Vuoi sapere come mi piacerebbe un cappellino? Come quello che ho
veduto ieri in una vetrina del Corso... Era di paglia blu rossa e nera,
lucida lucida tutta arricciata, tutta tutta arricciata la tesa, e poi un
nastro di seta scozzese con un gran fiocco da un lato, e la cupola
invece liscia e intrecciata, che faceva un disegno di tanti piccoli
quadrati neri rossi e blu. E di sotto al fiocco usciva un uccellino
piccino ma con una coda lunga e sottile, terminata da piccole pagliuzze
d'argento che sembravano goccioline di rugiada. Quella era una bella
cuffietta! Coi capelli neri, i colori vivaci mi stanno che è un amore.
--E perchè non dice a Daria che le regali questo cappello?
--Ah!--sospirò.--Se io dovrò aspettare Daria non ne avrò mai di cappelli
come quello!
Rimase silenziosa qualche minuto, giocò con i riccioli, poi domandò:
--Quanto immagini che possa costare? Chissà che somma esagerata pensi
tu...
Io scossi il capo ed ella soggiunse:
--Venticinque lire...
Mi guardò come aspettando da me qualche gran segno di stupore. Poi disse
malinconica:
--A tutti piace Daria. Eppure è molto sciupata... Anche a te piace
molto?
--Molto? Non so...--risposi.
Poi domandò ancora:
--Quanti anni hai tu?
--Vent'anni,--risposi.
--E io ne ho quindici, quasi sedici...
Ancora una volta mi guardò, ma quel suo sguardo non mi disse nulla. Mi
ero già distratto e già ripensavo che la sera era prossima, e che avrei
riveduto Daria fra poco, e forse quel nuovo incontro sarebbe stato
decisivo. Forse avrei potuto rimanere solo un istante con lei, forse
baciarle la mano, certamente stringergliela fugacemente, nell'ombra
discreta o sotto la tovaglia. Ella avrebbe avuto al collo qualche
gioiello maraviglioso e la sua gola mi sarebbe sembrata più candida e la
sua bocca più rossa. E vidi senza allontanarmi dalla mia cara immagine
la piccola irrequieta, la piccola ciarliera, Soave, alzarsi dal mio
fianco, la sua testa ricciuta scomparire di nuovo sotto le grandi tese
spioventi del cappello, e le sue grosse mani spianare in fretta in
fretta le pieghe gualcite della sottana. A un tratto mi si buttò sulla
bocca, mi dette un morso, e fuggì via gridando:--Arrivederci quando
sarai sveglio!
Ed io non capii allora che era un bacio.
VIII.
Prima di andare da Clauss, passai da un mercante e comprai una cravatta,
una bella cravatta azzurra con certe macchie d'oro che sembravano stelle
in un cielo da presepio. Fra cento e più cravatte, io vidi quella, in
fondo a una scatola e la riconobbi. Questo fortunato incontro mi
rallegrò, e confortò le mie speranze che, allora, erano in fiore. Poi me
ne andai a casa e lo specchio s'ebbe la mia immagine come non l'aveva
avuta mai, e vide che le mie mani sapevano, all'occorrenza, fare
miracoli. Agghindato, e con un profumino tenue tenue nei capelli, e con
quella meravigliosa cravatta, passai l'uscio. Sull'uscio incontrai
Sterpoli carico d'involti, con un gran mazzo di fiori in mano, che
rincasava.
--Ohè!--gli dissi.--Hai più veduto nessuno? Com'è finita? Bene o male?
--Bene,--rispose;--ogni cosa per la sua strada.
--Ma Daria? Che mi dici di lei?
Egli levò su me uno sguardo sospettoso e brontolò:
--Non scherzare. Non parlar così forte.
Entrò in casa ed io me ne andai.
Poco dopo noi eravamo, tutti e tre, seduti intorno a un piccolo tavolo,
sulla veranda, avendo per unico lume la luna. L'aria era così azzurra,
trasparente ed immota che ci pareva di essere immersi nella profondità
di un lago; di vivere la beata vita dei pesci. Daria portava un abito
verde e un nastro pure verde fra i capelli. Dinnanzi a noi fumavano
delicate vivande: una moltitudine di gamberetti galleggiava in una salsa
verde, fra ciuffi di erbe aromatiche. C'erano, sulla tavola, molti
bicchieri, e due anfore di vino chiaro, e molte cose luccicanti. Le mani
di Daria si posavano come farfalle, come farfalle, su quelle cose
fragili.
--Un po' di vino,--diceva di quando in quando.--Un grano di sale... Una
presa di pepe... Un zinzino di pepe, poco, poco...
Seduto di fronte a me, Carlo Clauss la serviva con gesti rapidi,
chiedendo ogni momento:
--Così? Ancora? Poco? Basta?
Tre gigli candidi (noi tre!) stavano in un vaso, al centro, tre grandi e
candidi gigli, in un vaso, candidi e immobili, d'un'immobilità rara
nelle cose della natura. Daria spesso si curvava per odorarli.
--Ecco ciò che basta alla nostra felicità,--diceva Clauss.--Non vi pare?
Ah! se sapessimo accontentarci!
--O gioia di vivere!--pensavo io, esaltandomi. Quella cravatta nuova
(veramente splendida) mi dava un po' di noia intorno al collo e cercavo
di dimenticarla.
--Sì, cara,--continuava Clauss con voce misurata, con sorrisi brevi e
volubili,--è così. Dove ci conduce talvolta il nostro insensato
desiderio di godere? Eh! eh! Un sorso, un sorso solo, una goccia Daria!
No? Non credete che il segreto della felicità sia semplice? Cesare
rientra nella propria casa dopo il trionfo, e incontra Calpurnia, o
Poppea, (non ricordo bene) sulla porta del triclinio.--Calpurnia, dice,
il tuo abito è poco casto per la moglie di Cesare! I suoi occhi cadono
sul servo, che la segue agitando i ventagli, e pensa:--Tu sei troppo
bello per il marito di Calpurnia. E la sua grande felicità, il suo
smisurato orgoglio, annegano in questi due pensieri, in due pensieri
tanto volgari. Valeva la pena di soggiogare le Gallie? Soltanto
bisognava capire prima che la felicità era nelle belle mani di Calpurnia
e non ai confini dell'Impero.
--Sei straordinario!--esclamai.--Bevo alla tua salute e a quella di
Cesare!
Daria mi guardava raramente. I nostri ginocchi si sfioravano sotto la
tavola. Io guardavo Clauss, pensavo:--T'inganni! Non è venuta per te! E
cercavo di cogliere sul volto di Daria un sorriso intelligente, uno di
quei sorrisi che sono come fili tesi fra due bocche, fili di ragno,
invisibili; un bacio invisibile, un bacio rubato ad occhi che fingono di
non voler nulla donare.
--Sono straordinario?--domandò Clauss.--In che cosa, se è lecito?
--Dico che inventi a meraviglia,--risposi.--Questa storiella di Cesare,
di Cesare e di Calpurnia, mi sembra nuova. E a voi, Daria?
Sempre in attesa di quel sorriso, volevo che ella si volgesse verso di
me. Ma Daria succhiava la coda di un gambero, rosso fra le sue dita
bianche, e non si mosse.
--È frutto dell'esperienza,--disse Clauss.--S'impara a inventare. È come
dire che sono vecchio.
--Povero Clauss!--mormorò Daria.--È veeecchio!
--Perchè ridete?--domandò Clauss.--Non è poi una cosa tanto ridicola. La
vecchiezza ha, per un uomo, il suo lato interessante. E poi, non tutti
invecchiano allo stesso modo. Per una donna no; ma per un uomo
incomincia una età quasi beata. I desideri possono finalmente
conciliarsi con l'impossibilità di soddisfarli; la quale, se non erro, è
di tutte le età. E vi sembra una cosa da nulla? Accontentarsi delle
gioie possibili? Non scartarne neppure una piccolissima parte? Ah! che
scienza difficile!
--Ecco,--continuò dopo un minuto di pausa, rivolto a Daria:--poichè a
questo ragazzo piacciono le favole, se permettete, vorrei
raccontargliene una brevissima a questo proposito. Non vi annoio? No?
Dunque, dimmi: ti sei mai domandato, tu (si rivolse a me, con queste
parole), come mai Platone non si sia curato di tramandarci la propria
opinione sul sacrificio di Fedone? Se cioè lo stimasse piccolo o grande?
In fondo, Fedone era un bello e stupido ragazzo, il quale non possedeva
se non quei riccioli biondi che, per onorare Socrate, si tagliò. Quella
chioma era senza dubbio tutto il suo orgoglio e la sua massima felicità.
Eppure senza esitare un istante si pelò, come un altro si sarebbe
ucciso. Ma egli invece continuò a vivere e a mostrarsi in Atene con
quella testa pelata. Ebbene: fece malissimo. Io dico che non si
sacrificano tanto leggermente riccioli così belli, quando non si ha con
che cosa sostituirli.
--Scusate,--mormorò Daria con candore,--chi è Fedone? E non gli sono più
ricresciuti i capelli?
Si aspettava un dolce, un pasticcio di frutta. Quelle parole di Daria mi
esilararono. Mi agitai, le versai da bere; ma neppure allora mi riuscì
di annodare quel filo invisibile, quel sorriso intelligente tra le sue e
le mie labbra. Daria parlava poco e non si volgeva quasi mai a
guardarmi. Le sue ginocchia, sotto la tavola, rimanevano inerti.--Come
mai?--pensavo.--Finge? O si è dimenticata? Spesso la sua mano si posava
sulla mano di Clauss, quando gli domandava:--Per favore, un sorso di
vino... un pizzico di caviale... una presa di sale... E, intanto, la
luna continuava a crescere e ci guardava dall'alto, ed era paffuta e
beffarda come la vedono i fanciulli. Il mare, la brezza leggiera e
variabile, la notte dolcissima cantavano intorno a noi; un rosignolo
solitario intonava nell'ombra i suoi minuetti da bambole, le sue «ute»
giapponesi. Fu portato un pasticcio di mele; portarono anche due nuove
anfore di vino.
--Pare davvero impossibile che noi siamo insieme a cena!--disse Clauss.
--Perchè?--domandò Daria.
Accostandosi al suo orecchio, Clauss mormorò:
--Volete sapere la verità? Siete una bimba maliziosa!
--Io?--domandò Daria, curvandosi verso di lui.
--E chi dunque?
--Ah! questo Clauss!--esclamò Daria, guardandomi finalmente.--Si burla
sempre di me!
Ora io mangiavo in silenzio, a capo chino, trangugiando un boccone dopo
l'altro. Che cosa significavano quei sorrisi ambigui e quelle parole
confidenziali dette a mezza voce? Quegli sguardi interrogativi e quelle
moine da scimmia? Non mi ricordavo bene, ma mi pareva di ricordare di
aver letto, non so dove, forse nella Bibbia, alcune parole, una frase,
un pensiero sulle donne. Qualcuno aveva scritto o detto:--Quando guardo
le donne mi sembrano scimmie bianche. Infatti io guardavo Daria e
pensavo:--È vero, sembrano scimmie bianche, scimmie bianche e pelate. E
sentivo nascere in me una viva antipatia, un senso sgradevole, qualche
cosa che mi ripugnava dentro. Eppure pensavo:--Non è niente. Sembrano
scimmie bianche, ma sono donne. Pensavo:--Non sarà niente. Ella finge. È
necessario. Guardavo la luna che sembrava un'enorme maschera
bernoccoluta e dicevo a me stesso:--Dopo tutto, chi non finge? Bisogna
portare una maschera. Per questo fu inventato lo specchio.
--Non ti pare, Clauss,--domandai a un tratto,--non ti pare che si finga
molto? Dico, che si portino molte maschere?
--A che proposito?
--Ecco,--soggiunsi,--non so a che proposito. Dico che nella vita si è
costretti a fingere. E che, talvolta, non se ne può fare a meno, e
allora si porta una maschera.
--È purtroppo vero,--rispose,--si portano molte maschere.
Ed io pensavo:--Che bestia! Non si accorge che mi burlo di lui. Ma
Clauss non badava a me, ed io volevo chiedere a Daria:--Ditemi! Non è
vero che, dopo tutto, è molto facile fingere? Temevo che ella scoppiasse
a ridere e che Clauss si avvedesse dello scherzo. Daria infatti rideva.
Rideva e mi guardava. E anche Clauss mi guardava, sorridendo
ambiguamente. Alfine mi toccò una mano e mi disse:
--A proposito di maschere: non potresti andare un minuto in salotto a
prendere quella mascherina giapponese che è sul tavolo, con quei baffi e
quegli occhi terribili?
Mi alzai e andai a prendere la maschera giapponese. Ma quando fui nel
salotto mi pentii d'essermi mosso e ritornai correndo sulla veranda.
--Ecco,--disse Clauss a Daria:--tenete questa maschera di babau per
ricordo di quell'altro me stesso che abbiamo seppellito stasera.
Clauss parlava con intenzione. Sì: vidi subito che quel sorriso non era
naturale, che non era come tutti gli altri; e quelle parole, in
apparenza così semplici, quelle parole mentivano. Mi sembrava che Clauss
si fosse avvicinato a Daria durante la mia assenza e che i loro gomiti
si toccassero continuamente. Le mie mani erano impacciate nei loro gesti
come se gli oggetti, sul tavolo, fossero stati mossi, ed io stentassi,
ora, a ritrovarli o a schivarli.--Che cosa c'è che non va?--pensavo
perplesso, e cercavo di nascondere il mio turbamento portando spesso il
bicchiere alle labbra per bere un sorso.
--No, no!--disse piano Daria ad un tratto.--Ci guarda. Non è possibile!
--Che importa?--sussurrò Clauss, e si accostò ancora più a lei.
Essi erano così vicini che i loro capelli si toccavano. Allora,
improvvisamente, una gran luce si fece in me e mi alzai di scatto con un
grido soffocato. Sotto l'urto delle mie ginocchia la tavola si rovesciò
con fracasso immenso di stoviglie e di vetri. Agitai le braccia,
inciampai nella tovaglia e caddi anch'io con tutto il resto. Ma mi
sollevai subito, e udii che qualcuno rideva vicino a me, molto vicino a
me, quasi al mio orecchio. E poi udii il rumore di un bacio, di due
baci, molto chiaro. In un angolo, immobili, stretti l'uno contro
l'altra, Clauss e Daria mi guardavano. Quantunque la ombra fosse fitta
ed io avessi un velo opaco, un velo caldo e opaco dinnanzi agli occhi,
vidi i loro volti gota contro gota, e le loro quattro pupille che mi
fissavano sfavillando. E vidi anche come le loro mani si cercassero
sotto gli abiti, e la donna avesse i capelli sciolti e la gola più nuda,
e un che di candido, di molto bianco sul fianco...
IX.
Quella macchia bianca mi rimase negli occhi. Quella macchia bianca,
senza nè forma nè sostanza, molto vaga e mobilissima, correva innanzi a
me mentre andavo strisciando contro i muri, per vie buie e strette,
senza veder nulla se non quella macchia bianca che saltava nell'ombra.
Dovunque volgessi lo sguardo, la ritrovavo; sul marciapiede, sulle case,
vicina e lontana, sempre egualmente mobile e bianca. Chiudevo gli occhi
ed essa si rifugiava tra le pupille e le palpebre; e non potevo in
nessun modo liberarmene. A un tratto urtai contro un corpo duro e provai
un acuto dolore alla fronte. Toccai, e la mia mano si sporcò di sangue;
sentii una goccia calda scendermi dalla fronte sul viso. Col fazzoletto
premetti la ferita e continuai a camminare. Mi pareva di udire un suono
di banda lontano ma molto distinto, una fanfara marziale, con prevalenza
di trombe, di tamburi e di piatti, al cui ritmo cercavo di misurare il
mio passo. Non sapevo dove andare. La testa mi doleva, e
pensavo:--Questa cravatta, questa maledetta cravatta mi soffoca...
Finalmente, dietro un arco, vidi una luce scialba nel buio, una porta
illuminata. Dall'osteria non usciva nessuna voce, nessun rumore. Spinsi
la porta ed entrai. L'oste stava seduto in fondo, dietro il banco, tra
le bottiglie e i caratelli. Mi guardò (era guercio) e non si mosse. Io
mi sedetti a un tavolo, battei il pugno due o tre volte, e gridai che mi
portasse da bere. Egli si alzò, mi portò il boccale e il gotto, e rimase
appoggiato all'altra sponda del tavolo, a guardarmi. Mi sembrava che il
suo viso giallo e gonfio fosse liscio come una zucca, e che quell'unico
occhio, umidiccio e peloso come un ombelico, gli si aprisse in mezzo
alla fronte. Quell'occhio mi stizzì a tal punto che, per non vederlo,
gli voltai le spalle. Poi inzuppai nel boccale il fazzoletto e
incominciai a inumidire la mia ferita.
--Se mai un po' d'aceto, signore,--disse l'oste.--Il vino non serve...
Aveva la voce di una chitarra, di una chitarra fessa.
--Va bene!--gridai inviperito.--Che te ne importa?
Egli se ne tornò dietro il banco, a rintanarsi fra le botti. Il mio
dolore cresceva. Se per poco cercavo di dirigere la mia attenzione sopra
una qualunque delle cose che avevo intorno, subito rivedevo quella
macchia bianca, bianca e inafferrabile, e il mio tormento cresceva tanto
da non poterlo più sopportare.
--Ho la faccia sporca di sangue,--pensavo,--ma che importa? Non è questo
che mi tormenta. Anche i Ciclopi avevano sangue rosso (rosso o azzurro?)
e un occhio in mezzo alla fronte. Erano come scimmie bianche,
gigantesche scimmie pelate, i Ciclopi. Ma che importano ora i Ciclopi?
Improvvisamente un colpo di vento sparpagliò questi pensieri sconnessi,
mi ricordai e scoppiai in singhiozzi. Piangevo, e tutto ciò che non
volevo ricordare mi ritornò alla memoria, e vidi ogni cosa come era
avvenuta.--Daria! Daria!--urlavo in me stesso, e pareva che avessi una
voce tonante e assordante, una voce immensa.--Daria!--e non sapevo
trovare se non questa parola unica, questa parola fatata, e ripeterla in
me stesso fino a stordirmi, fino al punto di non comprenderla più. Non
sentivo ormai nessun male alla fronte. Il male era tutto dentro, una
piaga dolorante e spasimante al posto del cuore, un coltello che mi
colpiva, senza tregua, sempre al cuore. In tanta angoscia a volte pareva
che la mia vita intera si arrestasse, e l'anima rimaneva sospesa, come
sul punto di abbandonarmi.
Infine l'oste si mosse e mi battè sulla spalla.
--Ora basta,--disse.--Ora si chiude e andiamo via.
--Andiamo via?--balbettai.--Ma dove, dove andiamo?
Egli sogghignò. S'era messo un berrettone nero in capo e una sciarpa
intorno al collo.
--Queste disperazioni io le conosco!--disse mentre mi alzavo.--Per pochi
soldi qualcuna te le farà passare.
Mi sbattè la porta dietro le spalle ed io ricominciai a camminare a
caso. Con un certo sforzo compresi che di fronte a me stava il mare e
che quella striscia d'argento, interminabile, era la luna sull'acqua, e
che quel rumore fastidioso era appunto il rumore dell'onda. La luna
fendeva le nuvole grige di perla.--Bum! bum! scioc scioc! cu cu! bau
bau!--e di scoglio in scoglio mille grida confuse, lugubri, beffarde, si
propagavano con lunghi echi.
--Mi ucciderò!--dissi.--Perchè non uccidersi? È molto semplice, molto
facile...
Il desiderio di morire era così forte che già mi pareva d'esser morto e
di vedere ogni cosa da lungi, dall'alto di un monte, di una montagna
altissima tra le nuvole. Giunsi fino all'estremo limite della spiaggia;
poi mi volsi e rapidamente me ne tornai a casa.
Nella mia stanza c'era qualcuno che russava. Era buia, ma nella penombra
scorsi una forma umana sul letto: un uomo vestito che russava. Accesi un
lume. Sterpoli stava placidamente disteso e addormentato sul mio letto.
--Sterpoli!--gridai afferrandolo per un braccio.
Egli scosse il capo, sospirò, si volse sopra un fianco, senza aprire gli
occhi.
--Sterpoli!--gli urlai in un orecchio.--Svegliati!
Allora egli tentò di rizzarsi su un gomito. Ma ricadde subito e cominciò
a mugolare:
--No, non voglio... Per amor di Dio... Bambola... Un po' d'acqua. M'è
rimasta una lisca in gola...
--Che lisca!--esclamai.--Sono io!
Sterpoli schiuse finalmente gli occhi e si guardò intorno stupidamente.
Si toccò la fronte e poi rise, d'un riso idiota idiota, da ubriaco.
--Ah! ah! sei tu?--disse.--Sì, sì, mi ricordo. Ma lei dov'è andata? Mi
scappa sempre, quel demonio! Non sta ferma un minuto.
Si mise a sedere sulla sponda del letto e mi fissò attentamente, a
lungo, perplesso.
--Scusa,--disse poi,--non ti avevo riconosciuto. Ora ti vedo... Sei tu.
Tese la mano verso di me e ammiccando soggiunse:
--Anche tu hai bevuto. Ti si vede il vino rosso, sulla faccia. E che
vuol dire? Si beve. Ma perchè si beve? È chiaro. Si beve perchè si ha
sete, molta sete, sempre sete. Tu le dici:--Su via, amore, sii buona.
Dammi un bacio, un bel bacio... Porgi la bocca e senti che non c'è
niente; non trovi mai niente con la bocca. Dici:--Perchè dunque non vuoi
darmi nemmeno un bacio? Sii ragionevole, trottola. Tutti abbiamo diritto
di vivere. Non è vero? Ora, che c'è di male se certi uomini hanno un
cuor tenero, un cuore di burro? E che c'è di male in un bacio? E lei
ride e ti risponde:--Va là, allontanati. Non mi voglio sporcare. Allora
è quando si cerca la bottiglia e si beve. Sì, fratello mio: questo ci
consola...
Io l'ascoltavo. M'ero seduto accanto a lui, sul letto, rassegnato ad
ascoltarlo.
--Fratello, fratello mio...--continuò prendendomi una mano e
stringendola fra le sue,--io ti volevo domandare qualche cosa di molto
importante. Sono venuto proprio per rivolgerti una domanda. Ho detto fra
me:--Quel ragazzo m'ha l'aria di uno che può illuminarmi con un
consiglio leale.--E ti ho aspettato. Ora ti domando:--Perchè noi ci
consoliamo così presto? Un po' di vino basta dunque davvero? Ah! quanto
mi addolora! Tu non sai quanto mi affligga questo pensiero sciocco che
un po' di ebbrezza basti per consolarci. Vogliamo forse essere consolati
dal vino? No! No, noi non chiediamo queste consolazioni. Tu dici:--No,
Sterpoli, ciò ci lascia indifferenti. Ed io ti rispondo che è vero, e
che noi non vogliamo consolarci. Noi vogliamo godere. Noi vogliamo
amare. Noi vogliamo che quando le diciamo, supplichevoli:--Su, amor mio,
mia vita, dammi un bacio!--ella risponda con un bacio. E che questo
bacio non mentisca; che ella non pensi, mentre tu senti che in realtà un
bacio s'è posato sulla tua bocca, un bacio tepido come una colomba, non
pensi:--Contentiamo questa bestia, questo animale cornuto. Noi vogliamo
essere amati, fratello, teneramente, appassionatamente, come fanciulli,
come malati, come moribondi. Godere dell'amore. Che cosa importa tutto
il resto? Che cosa può darci il vino? Il nostro cuore è frollo,
delicato, sensibile, dolce come lo zucchero. Perchè esse ce lo rendono
duro e amaro, duro e malvagio? E anche questo volevo sapere: perchè
amiamo? E che cosa si aspetta da queste femminucce color di cera, da
questi piccoli serpenti dorati?
Egli parlava e mi guardava teneramente con occhi semispenti, ma pieni di
lacrime.
--È vero...--sospirai,--hai ragione. Non sai quello che dici, ma Dio in
persona ti suggerisce.
--Quale Dio?--domandò Sterpoli, aggrottando le sopracciglia.--No, non
può essere.
Tacque e scosse il capo. Strinse più forte la mia mano e mormorò:
--Ora ti dirò tutto. Non spaventarti. Non mi insultare. Abbi pietà di
me. Sento qualcosa qui, nel petto, che gira. Non è il cuore. Sento anche
il cuore. È un'altra cosa. Ora, io non posso sopportare... Questo peso,
questo enorme peso, non posso reggerlo tutto da solo. Ascolta. Mi aveva
detto:--Da questa sera sarò tua. Sarò per te. Non amo che te. Tu non lo
sai, ma io ti ho sempre amato, così, in segreto. Lippi! Non ti pare un
nome dolce, un nome amorevole? Un nome da innamorato, da amante? Ebbene:
da questa sera sarò tua. Tutto il male sarà compensato. Tu sarai felice.
Mi ha detto così ed io l'ho aspettata un'ora, due ore, quattro ore.
Pensavo:--Verrà. Fra poco, prima che io abbia contato fino a cinquanta,
fino a cento, sarà qui. Avevo preparato un piatto di dolci, un mazzo di
fiori, una bottiglia di vino leggiero. Non per consolarmi, ma per
goderlo con lei, tutti e due insieme. E, a sera inoltrata, quando
attendevo e speravo ancora, quella vecchia maledetta è venuta e mi ha
detto:--È inutile che tu aspetti.--Come? esclamo. Non viene?--No, dice,
non viene. Non verrà.--Ma dove, dove è andata? La vecchia sogghigna e
risponde:--Non so. Certo non è andata lontano.--Per la tua vita! grido
torcendomi le mani. O mi dici dov'è, o ti uccido! Allora impaurita
balbetta:--Da Clauss... È andata da Clauss!--Basta! Io son cieco d'ira e
afferro tutto ciò che mi capita fra le mani e tutto riduco in frantumi.
Sterpoli si arrestò ansante.
--Comprendi?--mi domandò.
--Comprendo,--mormorai.--È vero. Erano insieme. Si sono baciati. Li ho
veduti con i miei occhi...
--Tu!--esclamò Sterpoli.--Anche tu?
--Anch'io...
X.
L'uscio si mosse come se un soffio di vento o una mano leggiera lo
sospingesse. Dallo spiraglio spuntarono quattro dita. Poi l'uscio non si
mosse più, e quelle quattro dita rimasero così, immobili, nella fessura.
Dietro l'uscio qualcuno ora stava spiando nella stanza o attendeva di
essere invitato ad entrare. Sterpoli era ricaduto bocconi sul letto, le
braccia incrociate sul capo, la faccia schiacciata contro le coltri. Mi
alzai lentamente, e, cercando di vincere il tremito dei miei ginocchi,
in punta di piedi mi avvicinai all'uscio e feci l'atto di aprirlo.
Subito quella mano intrusa scomparve. Ma io trassi bruscamente a me
l'imposta e vidi contro il muro, nell'oscurità fonda del corridoio, una
ombra confusa di cui non discernevo chiaramente che il bianco degli
occhi. Riconobbi subito Soave. Ella fece un passo verso di me. Prima che
io avessi il tempo di parlare, mi prese con forza per la mano e mi tirò
fuori dell'uscio, che rapida ella stessa richiuse alle mie spalle senza
rumore. Quando fummo tutti e due nel buio, non staccò la sua mano dalla
mia, anzi la strinse più forte e se la premette sul seno, mentre con
tutto il corpo aderì al mio corpo, tanto che sentivo il suo cuore
battere contro il mio.
--Pazza, pazza,--dissi con voce soffocata,--che cosa vieni a fare qui a
quest'ora? Questa non è casa mia. E come hai potuto entrare?
Dai suoi capelli, con la densità di un fumo di incenso, vaporava contro
il mio viso un odore acuto di gelsomino che io penavo a respirare. Il
suo cuore batteva sempre più forte. E non parlava.
--Rispondi!--esclamai con forza.--Rispondi e vattene, vattene subito...
Ma per tutta risposta Soave mi trascinò verso il fondo del corridoio e
si fermò soltanto sulle scale, dinnanzi alla grande finestra illuminata
dalla luna. Allora, guardandomi fissamente con i suoi immensi spiritati
occhi, mi bisbigliò:
--Dov'è Daria?
I suoi occhi erano veramente pieni di spavento e di follia. Le sue
labbra, il suo mento tremavano, e le sue mani non cessavano un istante
di aggrapparsi alle mie, convulsamente, come se avesse voluto
spezzarmele. I suoi capelli erano arruffati e le piovevano in tanti radi
ciuffi sulla fronte e sulle gote. Il suo povero corpo scompariva nelle
pieghe di uno scialle di lana nera.
--Dov'è Daria?--ripetè con l'accento della disperazione.--Dov'è? Dov'è?
Io mi sentivo morire. Nuovamente il mio cervello si riempiva di confuse
e plumbee nuvole, e dinnanzi ai miei occhi tutto ricominciava a rotare.
Per non cadere chiusi le palpebre. Risposi con un filo di voce:
--Non so... Da Clauss. L'ho lasciata laggiù.
--Ah!--esclamò Soave.--Dunque non mi ero ingannata! Non era lei nella
tua stanza!
--No,--dissi,--non era lei. E mi salì alla gola un rantolo di riso.
--E chi era nella tua stanza?--domandò Soave, con tono imperioso.
--Non ti riguarda,--risposi.--Del resto, se vuoi saperlo, era Sterpoli,
quello che conosci.
--Lui! lui!--gridò Soave, e fece un moto improvviso come se avesse
voluto fuggire. Ma io soffocai le sue grida chiudendole la bocca con una
mano, e afferrandole un braccio la costrinsi a rimanere.
--Non gridare, idiota!--le ordinai infuriato.--Vuoi destare tutta la
casa?
Soave si lasciò cadere sopra un gradino, e come svenuta si abbandonò
contro il muro. Poi riaprì gli occhi, e levandoli umilmente su me,
sussurrò:
--Non sai dunque nulla? Kate era appena rientrata in casa, ed io mi
stavo spogliando. Era già tardi. Kate piangeva e non riuscivo a farla
parlare.--Ma parla, dunque, per l'amore di Dio! supplicavo. Che cosa è
accaduto? E lei singhiozzava e non riusciva a spiccicare una nota.
Improvvisamente si ode un tonfo alla porta, uno schianto, e lo
sbatacchiare delle due imposte contro il muro, un tumulto di passi su
per le scale, e un mugolio sordo che sembra di belva. Sterpoli, lui,
proprio lui, si sente correre per le stanze gridando:--Dove siete,
maledette ruffiane! Fuori! Fuori, ch'io vi scanni! Tutta la credenza
della stanza da pranzo precipita con un fracasso enorme, tutto va in
pezzi, sembra che crolli la casa, e sento Kate che grida: mamma mia! Io
non mi muovo: ero fredda come il marmo. Si direbbe che tutti siano
morti. Non odo più nulla. E poi la voce di Sterpoli grida:--E ora scanno
quell'altra!--e si butta giù per le scale. I suoi passi si allontanano
per la strada, ed io con il cuore in bocca mi affaccio sull'uscio, e
vedo Kate lunga distesa fra uno sterminio di bicchieri, le sottane
rovesciate, come morta. Ma non era morta. Apre gli occhi e
dice:--Madonna mia perdonatemi... E si mette in ginocchio e prega. Mi
avvicino a lei, e quando vede che sono io:--Brutta bastarda,--dice,--ti
fosse cascata la lingua per il troppo gridare! E si mette a piangere e a
battersi il petto:--Maria Vergine, perdonatemi voi... Io penso a Daria e
a Sterpoli che è impazzito, e prendo questo scialle, e mi butto anch'io
per le scale, e corro corro a casa di Clauss, e, arrivata dinnanzi al
cancello, vedo Sterpoli che ne esce. Il vicolo è stretto e non posso più
fuggire. Mi faccio piccina contro il muro. Sterpoli cammina adagio, si
ferma a ogni passo come un ubriaco, parla a voce alta, e ride. Mi passa
dinnanzi senza vedermi. Ma, non so come, a un tratto si volta, e allora
i suoi occhi si fissano dalla mia parte, e torna indietro. Io mi
nascondo il viso nello scialle e non vedo più nulla. Lo sento che è a un
passo da me, la terra che sgrigliola sotto i suoi piedi, lui che
dice:--Sii buona, rondinella. E mi pare che mi stia addosso e che voglia
abbracciarmi. Allora spicco un salto e mi butto giù per la scesa come
una pazza, mi nascondo in una pianta di oleandro e non mi sono mossa
più. Mi parve un secolo. Finalmente Sterpoli passò e disparve. Allora
sono uscita, sono tornata su, il cancello era aperto, una finestra era
illuminata, sono entrata in giardino, ho chiamato, nessuno ha
risposto... Ho avuto paura che qualcuno dalle ville vicine mi udisse. Ho
aspettato. Poi ho pensato a te e sono venuta a cercarti.
Tacque e incominciò a singhiozzare.
--Bene!--dissi io.--E dopo tutta questa storia perchè Daria dovrebbe
essere qui con me? Che cosa sono io? Che cosa è Daria? Finitela con
questa commedia! Non temere. Sterpoli non ha scannato nessuno.
--Sì, ma allora, dimmi, dove sarà?
--E che importa a me di saperlo?--risposi.--Vuoi che io vada a cercarla
nel letto di Clauss per farti contenta? E dove vuoi che sia? Vuoi che ti
porti io per mano dietro la porta della loro camera, e che contiamo
insieme i baci che si danno, e gli abbracci, e il resto? Vuoi che io
faccia, io, quello che Sterpoli non ha fatto, perchè lui è ubriaco e io
sono sveglio?--Ah! sono sveglio, ora, ben sveglio, bambina
mia!--esclamai, trascinato da una specie di esaltazione
ironica.--Sveglio! Non mica addormentato come oggi! Così avessi veduto
sempre tanto chiaro! Non sono più un ragazzo ingenuo, non credo più a
nulla. Se tu non fossi tu, ma Daria in persona, e non stessi lì a
piangere, ma a supplicarmi, ma ad adorarmi in ginocchio, ma a baciare la
terra dove posano i miei piedi, non ti crederei, non ti crederei, e
scoppierei dalle risa. Altro che carezze sulla bocca, altro che bisbigli
di parole tenere nell'orecchio, altro che sguardi caritatevoli voglio
io! E io stesso ti porterei per mano da Clauss e gli direi: Eccola
questa sgualdrina! Te l'ho portata. Prenditela...
Sudavo freddo, la testa mi doleva. Nelle orecchie avevo il tumulto di
una burrasca. Non ci vedevo più.
--E ora vattene!--dissi.--Vattene via...
La urtai più volte con la punta del piede, ma sopratutto il mio ridere a
scatti, a sussulti, dovette spaventarla. Senza altre parole,
singhiozzando, Soave scese le scale e scomparve. Mentre, barcollando,
disfatto, esausto, ripercorrevo il corridoio per rientrare nella mia
stanza, la voce di Sterpoli echeggiò dietro l'uscio socchiuso,
chiamandomi per nome.
Entrai. Stava seduto sul letto, voltato verso l'uscio, con la faccia
dipinta di paura.
--Ah!--disse,--sei tu...
Abbassò il capo, si passò un fazzoletto sulla fronte e domandò:
--Dove sei stato?
XI.
Il silenzio che seguì fu lungo e penoso. Nessun rumore nella casa o
nella strada. Una solitudine sconfinata. E in quel gran vuoto, in quello
spazio senza limite, noi due seduti sul letto, noi due vicini, noi due
soli, sperduti in quel mondo vasto e vacuo come un abisso! Ah! come
tutto era ridicolo in noi e intorno a noi: i nostri abiti, le nostre
tube nere e lucide sui cuscini; i nostri volti attoniti e quel dolore
che affratellava improvvisamente due creature estranee, che ci
sospingeva l'un verso l'altro, lui e me, con un trasporto pieno di
timore e di speranza; di speranza e di tenerezza; di molta tenerezza e
di molto amore. Quanto era accaduto un momento prima, quell'eccitazione
crudele, quel barlume di coscienza ironica, tutto era svanito. Rimaneva
il peso inerte di un doloroso ricordo già lontano. Una commozione
insensata. Uno smarrimento cupo e angoscioso. La prima brezza mattutina
entrò con un lieve soffio nella stanza e mi accarezzò la faccia.
Finalmente Sterpoli, forse scosso da quella stessa carezza di frescura,
mormorò:
--Che fare? Che fare? Ormai è finita per sempre. Ah! non si può tornare
indietro: non si può ricominciare da capo. Ognuno ha la sua propria
sorte, un destino infame. Non c'è scampo. Non c'è modo di fuggire,
d'indietreggiare, di resistere! Una voce è sempre presente, una voce
imperiosa che dice:--Ubbidisci! E tu curvi le spalle e ubbidisci,
umilmente ti sottometti al tuo destino di schiavo. Che fare? Come potevo
io resistere o fuggire? Mi aveva detto:--Sarò tua. Tutto il male sarà
compensato. Tu sarai felice!--ed io ero come un prigioniero al quale si
dice:--Sta lieto! Domani ti apriremo le porte. Il mondo sarà tuo.
Promettere la felicità? Io ero già pazzo di gioia al pensiero che sarei
stato felice, che ella sarebbe stata mia. Mia! Perchè questa parola è
magica? Quale ebbrezza! Ma d'un colpo, in un attimo, questo sogno
rovinava. Con frastuono immenso, con scompiglio spaventoso, questo sogno
rovinò sul mio capo, su me, e mi seppellì vivo sotto le sue rovine.--Che
fare?--urlavo disperatamente.--È possibile? È vero?--e tutto ciò che
toccavo, riducevo in frantumi, in briciole, in polvere! L'idea della
morte mi balenò subito nel cervello. Subito la sua figura, schifosa e
orrenda, m'apparve e si mise al mio fianco, e mi avvolse con il suo
sguardo buio, beffarda e amorevole, spaventosa e attraente.--Che vuoi da
me, civetta?--urlavo, ed ella mi additava con gesto servile la sua
ghirlanduccia intorno al cranio vuoto, intorno al cranio nudo e
risonante, per indicarmi che non tutti i fiori che fioriscono sono di
questa terra, di questa terra fangosa e verminosa, di questi giardini
che noi irroriamo di lacrime e di sangue!--Morire! dicevo a me stesso.
Anche questa è una salvezza, un rifugio, uno scampo. Si può morire. E mi
pareva di udire una soave musica di trombe angeliche, lontano e
meraviglioso concerto. Di essere libero e insensibile, leggiero e
felice. Mi vedevo disteso sopra un letto abbrunato, con questo vestito e
questa tuba, e intorno a me s'affollavano uomini e donne che dicevano
singhiozzando:--Mi pento di averlo offeso! Mi pento di non averlo amato!
Poi ad un tratto tutti si traevano da un lato e Daria si avanzava
lentamente, tenendo una rosa rossa fra le dita; s'avvicinava e mi
appuntava quella rosa sullo sparato.--Mi pento, diceva guardandomi come
una madre guarda il suo bimbo morto. Poi si curvava per posare un bacio
sulla mia bocca. Ah! io non sentivo quel bacio! La mia bocca era
insensibile. Io non potevo muovermi, alzarmi, abbracciarla, stringerla e
tenerla contro di me, e dirle--Vedi? per te mi sono ucciso. Ora mi ami?
No: non potevo nè muovermi nè parlare. Allora un uomo si faceva largo
fra gli altri, la prendeva per le spalle e la spingeva via. Ed io avrei
voluto saltare dalla mia bara (ero disteso in una lunga bara),
aggredirlo, insultarlo, percuoterlo su quella faccia impassibile, su
quella bocca sempre vittoriosa, urlare:--Lasciala! L'ho pagata col mio
sangue! È mia! Ma rimanevo inchiodato tra quei quattro assi ed egli se
ne andava con lei, tranquillamente. A che giovava dunque morire? Perchè
morire? Perchè uccidersi? E il mio furore cresceva, cresceva la mia
disperazione. Improvvisamente mi accorsi di correre lungo una strada
buia, sulla quale ogni tanto s'aprivano rare stazioni illuminate, e
dietro di me con rumor di zoccoli e di scope, con fracasso di forche e
di molle, correva saltando una torma di folletti e di streghe, di
spiriti neri e indemoniati. Così giunsi correndo dinnanzi alla casa di
Clauss. Mi fermai. Improvvisamente tutti quei folletti svanirono, ed io
mi ritrovai solo, sotto una luna livida che sbavava su me la sua luce da
cimitero. Il cancello era socchiuso. Guardandomi intorno come un ladro,
adagio lo spinsi ed entrai. La casa era buia, silenziosa, deserta: tutte
le finestre chiuse e spente. Cauto salii le scale. Qualche cosa che era
in una delle mie tasche mi punse la coscia. Trattenni a stento un grido
di dolore e continuai a salire. Buio. Silenzio. Odor di fiori, di gigli,
di rose. Più mi avanzo e più intorno a me le tenebre s'infittiscono. Mi
sembra di essere in un castello fatato e di salire sopra una torre. Ad
un tratto scopro uno spiraglio, uno spiraglio sottile sottile di luce:
scorgo una fessura illuminata, una piccola striscia gialla e lunga al
mio fianco. Quella lingua di luce mi punge, mi spaventa. Vorrei
indietreggiare e fuggire. Ma le mie gambe vacillano, la mia testa gira
come una banderuola, e sono pietrificato. Le orecchie ronzano e sembra
che un frastuono immenso di campanelli riempia la casa. E in quel
ronzìo, in quel tintinnìo assordante, odo una voce, la sua voce, e poi
uno scoppio di risa dietro la porta. Un passo, sì, un passo si avvicina.
La mia anima si sprofonda in un imbuto, mi appiattisco in un angolo,
divento piccolo, piccolo e trasparente, invisibile. La porta si apre e
un'ombra appare illuminata da tergo, si muove, si avvicina. Ora è a due
passi da me, e ora a un passo, e ora mi sfiora, quasi mi tocca.--Chi è?
domanda imperiosamente quella voce. So bene che dovrei tacere. Ma non
posso.--Sono io! dico come in un soffio. L'ombra si arresta.--Chi è?
ripete quella voce.--Sono io, Clauss, sono io!--rispondo. Poi alzo il
braccio, lo alzo appena e lo abbasso lentamente, lentamente. Una voce
rantolante sospira:--Daria! Aiuto!... E odo un tonfo e qualche cosa di
molto pesante cade di schianto ai miei piedi.--Sono io,--ripeto ancora.
E poi più nulla...
Sterpoli si alzò. Un'ombra spaventosa era nei suoi occhi. Egli si curvò
per baciarmi; ma io liberai le mie mani dalle sue, lo respinsi;
inorridito lo respinsi e gridai:
--Vattene! Vattene! Assassino!
Egli fece un mezzo giro su sè stesso e si abbattè ai piedi del letto,
come morto.
La candela si spense. Allora un gran panico mi invase, e corsi qua e là
per la stanza. Rovesciai una sedia e quel rumore mi gelò il sangue. Mi
pareva d'udire passi su per le scale e colpi sordi contro l'uscio, voci
rauche, grida arrabbiate. Chiusi la finestra, chiusi l'uscio a doppio
giro di chiave, e mi rifugiai in un angolo. Mi raggomitolai in un angolo
e attesi. Il buio era opprimente. Soffocavo. Vedevo nelle tenebre,
comparire e scomparire, accendersi e spegnersi, strane luci bianche.
Qualcuno si muoveva, si avanzava strisciando. Sentivo il suo alito
gelido sulle mie mani, e con uno sforzo penoso, sempre più penoso,
balbettavo:--Indietro! Non mi toccare! Va via! Va via!
XII.
A traverso le tende semichiuse filtrava una luce scolorata e falsa: era
come una mano fredda che mi sfiorasse le palpebre. Stavo disteso sul
letto, con gli occhi socchiusi, senza muovermi. Quella luce non mi
cagionava nessuna maraviglia, nè il fatto di esser disteso sul letto,
vestito, nè il fatto di esser desto, nè le rose gialle e spampanate
sulle pareti con certi lor gambi intrecciati e irti di spine, nè gli
abiti appesi in un angolo come impiccati. Bensì cercavo di spiegarmi che
cosa fosse una macchia nera che vedevo a piè del letto, un groviglio
nero da cui uscivano, non si sa come, due, due mani... Sì... Vedevo che
erano due mani, due mani lunghe e pelose, con strani luccichii sulle
dita; e la loro positura era così stravagante che ora pareva chiedessero
un'elemosina e ora offrissero un'invisibile offerta, e ora non
offrissero e non chiedessero nulla, ma fossero là, abbandonate e senza
vita, estranee a qualunque corpo di uomo di donna. Immobilità. Ed io non
riuscivo a comprendere. In quel viluppo nero, vicino a quelle mani, si
scorgeva anche una macchia rossiccia, come un involto di carta rossa: la
testa fulva di Sterpoli. Ma proprio non riuscivo a trovare un
cominciamento in quel garbuglio di cose, non una fine, e nemmeno un
ordine qualsiasi che me ne spiegasse la natura. Sapevo che avrei potuto
alzarmi e toccare, frugare, trovare ciò che cercavo. Ma mi pareva di non
potermi muovere senza turbare la gran pace che, coricato, riposava con
me. E poi c'era qualche cosa, non so quale, che continuamente mi
distraeva e mi svagava, deviando i miei sensi mal desti. Ora erano gli
abiti appesi al muro, quelle gambe e quelle braccia vuote e pendule,
quelle ridicole membra di stracci; ora una rosa purpurea che vedevo sul
mio petto e che pareva una bella macchia di sangue. Che cos'era quella
rosa? Chi me l'aveva appuntata sul petto? O meglio: chi mi aveva fatto
quella bella ferita? Ecco: io non riuscivo a comprendere, e di nuovo i
miei occhi si posavano su quel mucchio di cose immobili a piè del letto,
su quella macchia fulva, e su quelle mani, su quelle due mani
abbandonate. Una voce interna mi diceva:--Tu devi esser felice. Ed io,
con la stessa voce, rispondevo:--Sono, sono felice. E ancora:--Tu volevi
morire. Ed io:--Sì, è vero, volevo morire. E c'era un nodo stretto nel
mio cervello, che non si voleva sciogliere; c'era un fiore chiuso che
non si voleva aprire; intorno al quale i miei pensieri vaghi, incerti,
s'aggiravano come farfalle...
Così vissi. A lungo, a lungo, nere farfalle si aggirarono intorno a quel
fiore chiuso.
PARTE SECONDA
Come finì la collana.
Se io non avessi scritto soltanto per alleggerire il peso dell'anima mia
la pietosa storia di Daria, ma mi fossi lasciato andare a pubblicarla
sotto forma di racconto, come tanti fanno oggidì, che invitano nella
loro intimità il maggior numero di persone ad udire i piccoli casi della
loro vita, più di un lettore si sarebbe domandato dove mai fosse andata
a finire quella collana, adorna di uno smeraldo, che Daria gettò in viso
a Sterpoli quando affrontò Clauss all'Alhambra, la sera prima della sua
morte. Capisco anche che a molti altri l'omissione di questo particolare
sarebbe passata inosservata; tanto più che oggi la moda vuole che l'arte
del romanzo e della novella sia trattata sinteticamente, a grandi linee,
tutta stretta intorno alle cose essenziali e necessarie, senza quel
cumulo di descrizioni minute e di inutili particolarità che usavano i
romanzieri d'un tempo, quando gli uomini non avevano la fretta che hanno
adesso e l'arte narrativa non aveva dato ancora tanti grandi scrittori.
Ma per me, la fine di quella collana dallo smeraldo ha un'importanza
grandissima, e non posso assolutamente passare sotto silenzio la sua
breve storia.
*
* *
Quando Daria si strappò dal collo quella collana e la scagliò con ira
contro Clauss, colpendo invece Sterpoli in pieno viso, la collana cadde
ai piedi di Sterpoli tra molti cuscini disseminati sopra il tappeto, e
là rimase, dimenticata da tutti. Chi volete che pensasse a quel
gioiello, per quanto esso fosse prezioso, quando ora sappiamo fino a che
punto tutti noi, presenti a quella scena, fossimo intimamente sconvolti,
e più di ogni altro Clauss, il quale pure all'apparenza sembrava
conservare intera la padronanza di sè medesimo? Sterpoli certo non si
curvò a raccoglierlo, mezzo acciecato com'era, e poi non ne ebbe il
tempo, perchè se ne fuggì ad inseguire Daria, come abbiamo veduto.
Clauss non lo raccolse egualmente, perchè egli avrebbe dato uno smeraldo
mille volte più grosso e luminoso di quello per un bacio di Daria, e
certo non importava nulla a lui di sapere chi lo avrebbe raccolto e chi
se ne sarebbe impadronito. Io non lo raccolsi, perchè dimenticai subito
che la collana fosse caduta fra quei cuscini, mentre più d'ogni altro
l'avevo ammirata sul candore niveo della gola di Daria. Poi Clauss ed io
ce ne eravamo andati, lasciando gli altri ancora seduti sui divani, e
gli avvenimenti che seguirono la notte e il giorno dopo ci condussero
pur troppo lontani dal ricordo di quel disgraziato gioiello. Quelli che
rimasero dopo la nostra partenza avrebbero ben potuto ricordarsene, non
solo perchè dovevano essere molto più calmi di noi, ma perchè,
discorrendo ancora a lungo tra loro della scena che s'era svolta sotto i
loro occhi, avrebbero dovuto anche soltanto incidentalmente parlare
della collana e quindi pensare di raccoglierla. Sta di fatto che assai
tardi, a notte molto inoltrata, quei giovani chiesero i loro pastrani e
le loro tube al guardarobiere, e se ne andarono facendo pronostici sulle
possibili conseguenze dell'avvenimento che s'era prodotto quella sera. E
la collana rimase fra i cuscini, là dove era caduta.
*
* *
È vero che quella notte, fantasticando di Daria, la sua immagine non
m'apparve mai disgiunta dallo splendore magico dello smeraldo che avevo
veduto brillare sulla nudità del suo collo. Quella pietra preziosa era
per me quasi un attributo della sua bellezza, come i suoi occhi
oltremarini, come le vene azzurre delle sue tempie, come il rosso crudo
di cui ardevano le sue labbra. Anche più tardi, quando il delirio che
per intere settimane mi tenne sospeso tra vita e morte finalmente si
placò, l'immagine di Daria mi riapparve nella precisione lucida del
primo ricordo con quello smeraldo verdissimo sospeso alla gola. Nel
delirio non l'aveva mai abbandonata. Vedevo colori meravigliosi, e
sopratutto il sangue, di cui tutte le cose mi apparivano macchiate e
grondanti, era d'un rosso paragonabile soltanto al fuoco e ai tramonti
d'estate. Ma il verde di quella gemma vinceva in splendore, in violenza,
in bellezza ogni altro colore, nelle mille strane forme che assumeva
nell'incubo. Ora era un lago verde, nella cui trasparenza guizzavano
pesci di madreperla, di ambra e di corallo, dal cui fondo sorgevano
ondeggiando foreste d'alghe e di piante d'ogni varietà di verde; e su
quelle piante sbocciavano fiori enormi, bianchi e neri, che poi si
distaccavano dai rami e salivano a galleggiare sull'acqua come meduse.
Ora invece era una verde pupilla che s'apriva improvvisa in un cielo
buio, e da essa scendeva un raggio verde diritto come dalla pupilla di
un dio, fluido, abbagliante, che dove si posava divampavano altissimi
incendi, serpeggiavano guizzando fiamme verdi, e intere città con torri
e castelli erano avvolte da un alone livido fosforescente, e subito
incenerite. Le loro rovine formavano poi alte montagne di verdi tizzi
ardenti.
Ma la collana di Daria, chiusa nella buia mano di un miserabile
rigattiere, non mandava più alcuno splendore. Un ragazzo, la mattina che
seguì quella notte memoranda, spazzando, l'aveva trovata là dove era
stata abbandonata da tutti, e senza neppure il tempo di fiatare, se
l'era cacciata nella più nascosta tasca dei suoi calzoni, tutti
rattoppati davanti e di dietro. Anzi quella tasca segreta altro non era
che una delle tante toppe dei suoi calzoni, nella quale il furbo ragazzo
aveva fatto un buco. Quel ragazzo si chiamava Bombita, e suo padre era
un facchino. All'Alhambra esercitava il nobile mestiere di sguattero, in
attesa di vestire una livrea gallonata e di essere promosso ruffiano.
Quella mattina Bombita, che era d'umor taciturno e usava di solito
accompagnare l'andirivieni della sua scopa con dispettosi grugniti,
l'udirono invece cantare, con una bella voce di mezzo soprano, una delle
tante canzoni che là dentro sapevano anche i muri.--Guarda, disse il
maestro di casa che in maniche di camicia lustrava le maniglie alle
porte, nella testa di Bombita è nato un gallo! Nella testa di Bombita
poteva essere nato non soltanto un gallo, ma financo un asino, perchè
era non solo rotonda come un uovo, ma grossa come una zucca. Quel
ragazzo era rachitico, si può dire che fosse tutta testa; sulla testa
cresceva poi un arruffio di capelli gialli come la stoppa, e il suo viso
era tutto macchiato di lentiggini. I suoi occhi piccini piccini
sembravano anch'essi due macchie un poco più rosse delle altre, e non
c'era caso che ti guardassero in faccia. Ma non era nato, no, un gallo
nella testa di Bombita. Lo sapeva bene lui, che cosa gli fosse nato
sotto i piedi, quella mattina, per cantare così.
*
* *
A mezzodì Bombita si slacciò il grembiule e lo buttò in un angolo. Ma i
calzoni se li tenne addosso, e, senza voltarsi indietro, infilò l'uscio
e se ne andò dove era atteso a quell'ora, e cioè al mercato dei pesci,
sulla banchina nuova del porto. Come ogni giorno, ad ogni angolo di
strada incontrava un amico, tutti in giro allo scoccare di mezzodì per
importanti affari d'appetito. Ma Bombita camminava con la testa alta, i
capelli al vento, le mani in tasca, a passi da granatiere, e non si
degnava di guardare in faccia nessuno di quanti incontrava lungo la via.
Il mercato era semi deserto, perchè a quell'ora chi aveva voglia di
pesce lo andava a cercare nelle casseruole piene di salse profumate, o
nelle padelle dove stava guizzando più che vivo tra gli scoppi e i
sibili dell'olio bollente, anzichè nelle ceste umide e algose dei
pescivendoli, a pesarlo morto sulle loro puzzolenti bilance. Le navi
ormeggiate alla banchina dondolavano i loro alti alberi alla brezza
lieve di levante, e sul ponte fumavano i fornelli dei marinai, che,
sdraiati sui sacchi e per i mucchi di gomene arrotolate, guardavano
sonnecchiando la poca gente passare in fretta lungo il molo. I cani
randagi facevano allora le pulizie del mercato, pronti a cedere la più
bella collana di smeraldi per una lisca di triglia. Ma Bombita non li
guardò neppure, quei suoi modesti colleghi, e tirò via verso una barca
tirata a secco dietro il casotto dei doganieri, dove era aspettato da
Egle. Egle, la figlia del pescatore, aveva tredici anni, mentre Bombita
non ne aveva che dodici. Era una bambina rotonda come una palla, due
gote rosse come due mele, e un par d'occhi che parevan fatti con due
scaglie di vetro nero. I suoi capelli erano crespi come la lana e
opachi, corti e arruffati, e legati dietro in una treccia così grossa e
sgraziata che somigliava la coda mozza di un cane.
Egle stava seduta sotto la barca e sgranocchiava tranquillamente una
crosta di pane, quando Bombita le si parò dinnanzi con quell'aria fiera
che si conviene ad un vero conquistatore. Egli si lasciò andare di peso
a sedere accanto a lei, e ridendo silenziosamente le dette una gomitata
nel fianco.
--Stupido!--disse Egle.--Non sai fare altro che dar gomitate tu! Guarda
Andromaco piuttosto come fa con Rosina. Guarda che bel nastro d'oro
porta alla cintola! Quello glielo ha regalato Andromaco.
Bombita strizzava gli occhi, e, guardando Egle, rideva silenziosamente,
e batteva il pugno sul ginocchio dove sentiva il duro dello smeraldo. Lo
zuccone che soffriva terribilmente di gelosia, e sempre, solo a
nominargli Andromaco o Ninotto, copriva Egle di sputi, questa volta si
contentò di darle tre pizzicotti nella schiena a denti stretti e
schizzando gli occhi dalle orbite. Ma stette muto, e poi ricominciò a
sorridere. Egle fece la faccia da lacrime, cercò di tastarsi la schiena
dove i pizzicotti le bruciavano, poi mostrò un palmo di lingua all'amico
e con disprezzo disse:
--Se non la finisci, me ne vado e non mi vedi mai più...
Buttò in mare quell'avanzo di crosta di pane che teneva in mano, voltò
le spalle a Bombita, e, puntati i gomiti sulle ginocchia e il mento sui
pugni chiusi, guardò verso le barche che si dondolavano sull'acqua.
--Sei come tuo padre, tale e quale, disse con voce agra, senza nè
muoversi nè voltarsi, come se parlasse al vento, che tutti dicono che
altro che di bastonate non ha mai nutrito nè te nè tua madre. Almeno mi
dicessi dov'è quell'anello che mi avevi promesso, e ne parlavi sempre,
quando facevo all'amore con Tristano, e non ne volevo sapere di
piantarlo per fare all'amore con te. Se lo saranno mangiato i pesci!
E mentre Egle parlava voltandogli la schiena, Bombita, ficcato il dito
nel buco della sua toppa, ne aveva tirato fuori a poco a poco la
collana, finchè era venuto alla luce lo smeraldo che il sole d'un tratto
riempì di scintille abbaglianti. Poi, curvandosi appena, l'aveva con due
dita tenuta sospesa sul capo di Egle, e a poco a poco, abbassando il
braccio, gliela calò sul naso, finchè Egle la vide e ammutolì. Vide
bene, Egle, che era una bella collana con una bella pietra verde tutta
piena di verdi sfavillii; ma non la toccò, e, abbassato il capo, stette
silenziosa e imbronciata a raspare con le unghie la terra tra i selci.
Poi, vedendo con la coda dell'occhio che quella collana continuava a
ciondolare all'altezza della sua fronte, con un gesto improvviso la
strappò dalla mano di Bombita e se la nascose in grembo.
Bombita non parlò, non cercò che Egle si voltasse a guardarlo e a
sorridergli, non aspettò nemmeno che lo ringraziasse, considerando
quanto egli fosse più generoso e grande di Andromaco ed ella più
fortunata di Rosina. Aveva appetito. Si alzò, e se ne andò di corsa,
sicuro che Egle lo avrebbe aspettato anche un anno intiero là, seduta
sotto la barca. Ma, mangiata alla svelta la zuppa, sarebbe ritornato fra
un'ora.
*
* *
Egle, rimasta sola, allargò le ginocchia e guardò la collana dallo
smeraldo che le stava ammucchiata in grembo. Non ebbe neppure un piccolo
pensiero di gratitudine per Bombita, e poichè certamente una collana
così bella costava più di sette soldi, forse dieci e anche venti, ella
giudicò che Bombita doveva averla vinta ai giardini pubblici, giocando
al giuoco della campana con qualche ragazzo signore ancora più stupido
di lui. La prese fra le dita e incominciò a intrecciarla in mille modi,
e spesso, allontanando da sè la mano e tenendola aperta contro il sole,
guardava le belle luci di quella pietra verde che splendeva di mille
luci diverse. Certo che cosa era il nastro dorato di Rosina in confronto
di quella bella collana? Chi sa quanto tutte le sue rivali l'avrebbero
invidiata, vedendola apparire nella corte con quello splendore al collo,
e come si sarebbero consumate di rabbia perchè non ne avevano una che
potesse valere quanto quella! Rosina avrebbe picchiato Andromaco, e
forse Andromaco, stanco di buscarne da quella brutta civetta, si sarebbe
deciso a fare all'amore con lei. Egle aveva posato lo smeraldo dinnanzi
a sè sopra un sasso, perchè il sole lo illuminasse in pieno. Ella
guardava l'acqua verde che ondeggiava sotto i fianchi delle navi e
pensava che la pietra della collana era proprio verde come una goccia di
quell'acqua.
Anche Porfirio guardava, appoggiato a una mezza botte, certi pescatori
che risciacquavano le loro reti tutte piene d'erbe marine, e, vedendole
gocciolare contro il sole d'oro, pensava quanto egli sarebbe stato ricco
e felice se avesse conosciuto il segreto per trasformare quelle gocciole
iridescenti in tante belle pietre preziose. Ma nel suo sacco, che stava
posato floscio ai suoi piedi, non c'erano che stracci e un vecchio
orologio a pendolo che da un pezzo aveva cessato di segnare il tempo.
Anche Porfirio era vecchio come quell'orologio, e il suo cuore aveva da
un pezzo cessato di battere al semplice richiamo delle illusioni. Era
stato giovane come tutti gli uomini, e anche lui aveva avuto i suoi
sogni. Ma quanto quei giorni felici erano ormai lontani! C'è chi sogna
una donna amata, c'è chi sogna la gloria, c'è chi sogna la ricchezza,
tesori nascosti, colpi di fortuna, eredità favolose, affari indovinati.
Il sogno costante di Porfirio, durante tutta la sua vita, finchè la
vecchiaia non aveva steso un velo opaco sulla sua immaginazione, era
stato quello di trovare a un angolo di strada, camminando camminando,
come faceva lui, da mattina a sera, di porta in porta, con il suo sacco
in spalla e gli occhi bassi, qualche cosa di molto prezioso, che non gli
costasse assolutamente nulla, perchè era roba trovata, e che,
rivendendola, egli potesse ricavarne tutto guadagno.
Fra sè, il vecchio meditava sulla sua sfortuna, mentre quei pescatori,
risciacquando le loro reti, pescavano le false gemme del mare. Il suo
tubino calato sulla fronte, il naso arcigno, la pipa corta spenta fra i
denti, la barba bianchiccia che gli pioveva giù dal mento sulla vecchia
palandrana verde, stava fermo come una statua, incantato dalle magiche
luci che saltavano sull'acqua. Ma quando alfine si riscosse, come se
improvvisamente al vecchio orologio chiuso nel suo sacco fosse scoccata
l'ora fatale, i suoi occhi furono attratti da ben altra visione. Accanto
a lui era posata a secco una barca, mezzo rovesciata, con larghi squarci
nel ventre e tutta spalmata di nero catrame. Ma di sotto quella barca
spuntavano due piccole mani di bambina che giocavano con una pietra
verde, simile a una di quelle scheggie di vetro verde, levigate dal
mare, che si raccolgono lungo le spiagge. Senonchè quella pietra
sprigionava lampi meravigliosi, come avrebbe fatto un vero smeraldo,
tanto che al confronto l'acqua verde del mare pareva pallida e
opaca.--Vecchia sgualdrina, pensò Porfirio indirizzandosi alla fortuna,
quando finirai di tentarmi con i tuoi falsi miraggi? E, dato di piglio
al sacco, sputò e fece due passi per andarsene lontano da quel luogo
pieno di supplizi.
*
* *
Ma, fatti due passi, Porfirio si voltò. Egli non sapeva distaccarsi di
là nel dubbio che quel falso smeraldo potesse essere invece uno smeraldo
vero. Quanti non tradirono così la fortuna, proprio per averla
disprezzata quell'unica volta ch'essa era realmente a portata della loro
mano! E Porfirio, perplesso, non sapeva distogliere gli occhi da quella
pietra verde che ora, posata sopra un sasso, splendeva ferma al sole; e
avrebbe pagato non si sa quanto per sapere con certezza se era un pezzo
di vetro verde oppure un vero smeraldo.
Egle intanto era già stanca di quella collana; già non le piaceva più.
Poichè certo quella collana, con quella pietra così verde, era una bella
collana; ma il nastro d'oro di Rosina era pure un bel nastro; e, come
nastro, era senza dubbio tanto bello quanto la sua collana. Egle sarebbe
stata mille volte più felice se invece della collana avesse potuto
mostrare a Rosina un nastro dorato che fosse più bello del suo. Allora
certamente Rosina sarebbe stata umiliata e non avrebbe più portato il
nastro di Andromaco come se fosse il più bel nastro dell'universo.
Quando Porfirio, apparendo improvvisamente di dietro la barca, si fermò
dinnanzi a lei, e le domandò:--Bambina, che cos'è quella pietra verde
che ci giuochi? Egle lo guardò senza paura e rispose:--È una collana,
non la vedi? E quando Porfirio, con la voce più buona del mondo e
sorridendo amorevole, le disse:--Ah! come faccio a vederla se sono mezzo
cieco? Dammela un momento che guardo che razza di vetro è
quello...--Egle gliela porse tranquillamente, e si mise a grattar la
terra con un sasso.
Porfirio accostò gli occhi allo smeraldo e lo scrutò per ogni verso, lo
palpò col polpastrello di ogni dito, lo pesò sul palmo della mano e si
mise a ridere.--Scommetto, disse, che l'hai pagato più di quattro soldi.
Egle lo guardò con disprezzo e rispose pronta:--Quattro soldi? Più di
venti, ne costa...--Per Dio! esclamò Porfirio, più di venti soldi? Se
erano soltanto quindici, te lo ricompravo io.
Egle abbassò il capo. Quindici soldi! Forse con quindici soldi, forse
anche soltanto con dieci, avrebbe potuto comprare un bel pezzo di nastro
d'oro, più bello, più largo, più ricco del nastro che Andromaco aveva
regalato a Rosina. Nella vetrina d'una bottega di merciaio, ne aveva
veduti dei gomitoli immensi, tutti d'oro, oppure d'oro e argento
intrecciati, che erano nastri non mai veduti altrove. Quindici soldi
valevano forse quindici volte più di quella collana, che non aveva di
bello se non quella pietra verde!
Porfirio sentiva il suo vecchio cuore scoppiare, e di sotto il tubino
nero gli gocciolava sulla fronte un sudor freddo. Quello era proprio un
vero smeraldo. Ma come la fortuna gli si mostrava fino all'ultimo avara!
Quella stupida bambina lo aveva certamente trovato per via, e mentiva
quando diceva d'averlo pagato più di venti soldi. Ma lui, Porfirio,
nella migliore ipotesi, per averlo, avrebbe ora dovuto pagare almeno
quindici soldi, anche se la bambina non ne avesse pretesi ad ogni costo
venti. E così la sua gioia non sarebbe stata neppure quella volta piena
ed intera.
Allora Porfirio afferrò il suo sacco per il collo, lo squassò e lo
sbatacchiò per terra. Il vecchio orologio, risvegliato da
quell'imprevisto sconquasso, digrignò i denti di tutte le sue ruote
arrugginite e incominciò a battere come un tamburo. E Porfirio,
spalancando gli occhi e soffiandosi furiosamente nella barba, disse con
voce cupa:
--Bambina, lo vedi questo sacco? Lo senti questo tamburo che suona là in
fondo? Questo è il sacco nero dove sta chiuso l'uomo nero, e questo
tamburo è la pancia dell'uomo nero che ha fame di bambine vanitose e
cattive che portano collane con una pietra verde. Ora guardalo che salta
fuori e ti si mangia tutta in un boccone!
Quando Porfirio ebbe pronunciate queste spaventose parole, l'orologio
nel sacco, stanco, si era già riaddormentato. Ma Egle coi capelli ritti
fuggiva ancora gridando:--Mamma, mamma! e Porfirio non la rivide mai
più.
*
* *
Porfirio aveva la sua bottega in un vicolo triste dove non risplendeva
mai raggio di sole. Era una stanzina umida piena di luridi stracci, di
vecchi orologi, di scarpe sfondate, di ferramenta rugginose e di
bottiglie vuote. Una bilancia stava appesa a un chiodo. In fondo, tra
gli altri stracci, c'erano quelli che gli servivano da letto. Quando
Porfirio si fu chiuso nella sua bottega e, acceso un moccolo di candela,
aprì finalmente le dita che stringevano la bella collana di Daria,
sembrò al vecchio che quelle nere pareti, tutte coperte di ragnatele, si
illuminassero di una luce stupenda, come se per il tetto scoperchiato vi
fosse piovuta dentro la luna in una notte serena. Ora egli poteva godere
liberamente di quello splendore magico, inebbriarsene, e magari piangere
di contentezza al pensiero che quello smeraldo era suo, assolutamente
suo, e che non gli costava nemmeno un soldo. Sentiva, Porfirio, di non
aver vissuto invano tanti anni ingrati a vuotare i guardarobe dei
poveri, a frugare nelle immondezze, a raccogliere i rifiuti dei morti,
se poi, in fondo a tanta miseria, doveva splendere per lui quello
smeraldo meraviglioso che vinceva in fulgore la luce stessa del sole.
Dio l'aveva infine premiato!
Porfirio non volle mostrarsi da meno del suo sublime benefattore, e
quando il pensiero della Divina Provvidenza balenò alla sua mente
eccitata, subito egli cadde in ginocchio; e senza staccare gli occhi
dallo smeraldo che la fiamma tremula della candela illuminava in tutto
il suo splendore, egli pregò a lungo, umilmente e in silenzio. Chi lo
avesse veduto allora avrebbe pensato ciò che tutti falsamente pensano
degli avari, e cioè che egli adorasse in ginocchio quello smeraldo. In
realtà nello smeraldo di Daria Porfirio adorava unicamente Iddio. Poi si
levò, e volle che una giornata tanto memoranda non avesse altro seguito.
Se fosse stato un nume, avrebbe comandato al sole di anticipare il
tramonto. Non essendo che un povero rigattiere, fece la notte per conto
proprio, spense il moccolo, e stringendosi al cuore quella collana tanto
amata, si coricò, per dormire, nel suo lettuccio di stracci. Ma il sonno
non fu così ubbidiente come egli avrebbe voluto. I suoi occhi non
potevano addormentarsi, come accade quando, in estate, coricati sotto un
verde albero, un raggio di sole, attraverso il folto fogliame, cade a
piombo sulle vostre palpebre chiuse. Quella luce che feriva gli occhi
chiusi di Porfirio era un raggio verde smeraldo.
Alfine, senza accorgersene, egli si addormentò, e sognò tutta la notte,
ma di quei sogni non conservò, al ridestarsi, alcun preciso ricordo.
Appena riaperti gli occhi, egli si sentì felice. Ma prima di afferrare
la ragione di quella felicità gli abbisognò di ricercarla a fatica per
più d'un minuto. Quando l'ebbe afferrata, se ne rallegrò vivamente. Ma
avendo già pagato il suo tributo d'entusiasmo alla propizia fortuna,
tenne spenti i fuochi di fantasia e chiamò invece a raccolta le idee
pratiche. Il grande affare di Porfirio in quel giorno e per molti giorni
successivi, fu di cercare per le cantonate se qualcuno avesse perduta
una collana con uno smeraldo e facesse appello all'onestà di chi l'aveva
trovata per ricuperarla con la promessa di un premio. Porfirio si
sentiva sicuramente superiore a un'onestà che per manifestarsi aveva
bisogno di così fatte lusinghe. Ma avrebbe volentieri letto un manifesto
concernente lo smarrimento di quella collana poichè quella collana
poteva esser stata smarrita, ma poteva anche essere stata rubata; e
Porfirio aveva fretta di risolvere con certezza questo dubbio grave, per
sapere in che modo comportarsi nel commercio che pensava di farne.
Ma nessuno fece ricerche della collana di Daria. I muri delle case non
suggerirono nulla a Porfirio, e Porfirio dovette affidarsi alla propria
prudenza, che era in tutto degna di un savio suo pari. Egli dunque
continuò a commerciare in stracci e in bottiglie usate, girovagando di
porta in porta con il suo vecchio sacco sulle spalle, il tubino unto
calato sugli occhi, e in tutti i suoi atti la solita modestia e
semplicità. Il suo tesoro lo portava annodato in un fazzoletto e sepolto
in una tasca misteriosa che s'apriva nella fodera della sua palandrana.
Come tutti gli eroi, egli aspettava pazientemente la sua ora. Quando
vedeva una bambina con un vestito scozzese, senza affrettare il passo
imbucava la prima porta che gli si parava dinnanzi o voltava l'angolo
della prima strada. Con un gesto naturalissimo si calava ancora più sul
naso le falde del cappello, e così procedeva fiducioso che la sorte non
avrebbe disfatto ciò che aveva fatto una volta. Ma una mattina, mentre
avrebbe dovuto svegliarsi con il pensiero deciso di affrontare
finalmente l'inevitabile quanto sospirata conclusione di quella strana
avventura, il vecchio Porfirio non si svegliò. Un rigattiere suo
concorrente gli chiuse gli occhi, che pur senza svegliarsi si erano
aperti. Ed è importante sapere che egli fu seppellito nudo in una cassa
d'abete.
*
* *
L'autunno era trascorso: incominciò il grigio inverno. Io allora mi
aggiravo per la mia casa, pallido come un morto, appoggiandomi ad un
bastone, cercando a poco a poco di riconoscere le cose alle quali avevo
già detto addio quando credevo che non le avrei più rivedute. La mia
febbre era durata molte settimane, e quando alfine mi ridestai dal suo
sonno malefico, tutti mi dissero che io, più d'una volta, avevo varcata
d'un passo la soglia dell'al di là. Ma sempre il peso vivo dei miei
vent'anni m'aveva tirato indietro, ed ero infine rimasto con quanti ad
ogni costo volevano che non me ne andassi da quello che, per ironia, si
chiama il banchetto della vita.
La stagione era triste, grigia, piovosa. Io non potevo arrischiarmi nè
al vento, nè alla pioggia, nè all'aria gelida di novembre. Dalla
finestra dietro la quale rimanevo per lunghe ore seduto, vedevo le
colline deserte e squallide, i campi grigi, il bosco tutto giallo e
nudo. Se dal cielo sempre nuvoloso un povero raggio di sole per un
momento appena illuminava quel paesaggio invernale, si accendeva qua e
là, sorridente, qualche raro cespuglio ancor verde, come una speranza
subito soffocata di primavera. Il cielo non aveva più luna, non più
stelle. Perciò quella stagione era senza notti. Era tuttavia piena di
tenebre, che calavano assai presto e duravano a lungo, e costringevano
tutte le cose ad una dolorosa cecità. Allora io mi rifugiavo accanto al
fuoco, e l'immagine di Daria, quella di Clauss, quella di Sterpoli,
disgraziato, mi visitavano, e si sedevano al mio fianco, rimanendo là
mute ed immobili finchè io con uno sforzo non le mandavo via. Ma non
appena se ne erano andate, bastava che distrattamente rivolgessi loro un
pensiero, per vederle subito riapparire dall'ombra in cui erano
scomparse, come se il loro compito fosse di tenersi sempre pronte a
comparirmi dinnanzi ad ogni mio richiamo. La mia sola speranza era,
prima di addormentarmi, di vedere la mattina dopo la neve candida e
silenziosa posarsi sulle colline, sui campi, sui boschi.
Una di quelle sere si festeggiava il compleanno di Silvina. Eravamo
tutti seduti intorno alla tavola imbandita. Mia madre, guardandomi più
teneramente che mai, mi supplicava con gli occhi di sorridere un poco, e
Silvina, vestita con un bellissimo abito nuovo di seta cangiante, non
staccava mai le pupille da un anello di platino con un piccolo fiore di
smalto azzurro che portava all'anulare destro, ed era il dono che le
avevano fatto le sorelle insieme. Mio padre era stato in città tutto il
giorno, e la diligenza era arrivata allora allora dinnanzi alla nostra
porta, e s'udivano i cavalli nitrire, scalpitare e scuotere le loro
squillanti sonagliere. Non aspettavamo che lui per incominciare il
pranzo. Ed egli entrò ridendo, abbracciò la mamma, baciò tutti noi, e si
fermò dietro a Silvina. Si frugò in tasca, e guardandoci uno per uno con
occhi che esprimevano una gran meraviglia, ne trasse una collana adorna
d'uno stupendo smeraldo. A quell'improvvisa apparizione io mi sentii
tutto gelare il sangue e chiusi gli occhi per non vedere quello
smeraldo; li chiusi per non vedere l'immagine alta e diritta di Daria
che era apparsa al fianco di mio padre quando la luce verde dello
smeraldo aveva brillato fra le sue dita. E quando li riaprii, Silvina
aveva al collo quella collana, e la pietra verde splendeva sulla sua
esile gola.
Mio padre disse onestamente:
--Deve essere roba rubata, perchè l'ho presa quasi per nulla.
Poi baciò in fronte Silvina e soggiunse:
--Neppure tua madre, un gioiello di questa bellezza, non l'ha avuto mai!
Si sedette soddisfatto e spezzò il suo pane.
PARTE TERZA
Silvina.
I.
Delle mie tre sorelle, Silvina, la minore, è oggi una principessa. Porta
vestiti sfarzosi che il principe paga per lei, grossi brillanti alle
dita, ed esce per la città adagiata in una grande carrozza a due
cavalli, con cocchiere e lacchè. Lungo la strada semina occhiate come
elemosine. I suoi occhi, che erano un tempo semplicemente chiari, come
quelli di mia madre, sono ora grandi il doppio e cerchiati di una spessa
ombra. Ciglia e sopracciglia, che erano bionde, sono diventate nere; e
somigliano al velluto. Attraverso questo negrore notturno i suoi occhi
scuri mandano luci fredde e pallide come scintille.
Se non sapessi che è veramente Silvina, io stesso non la riconoscerei.
Soltanto i suoi capelli sono rimasti quelli che erano; se mai con
riflessi dorati qua e là più vivaci, specie dove a ondate si riempiono
di bagliori. Si ricorderà mai, la piccola, dei giorni in cui mia madre
glieli pettinava, quei suoi capelli meravigliosi, lei seduta dinnanzi
allo specchio, mia madre in piedi dietro le sue spalle a dipanarli come
oro filato? La mano di mamma si posava ogni tanto sul suo capo e vi si
indugiava un poco, come si posa la mano sul capo di un bimbo sperduto e
gli si dice:--Ti protegga Iddio, poverino, così bisognoso d'aiuto!--E
anche continuando a passare il pettine nelle sue chiome disciolte, e poi
a spartirgliele e ad annodarle, per tutto il tempo mia madre la guardava
attentamente nello specchio, come se cercasse qualche cosa di molto
nascosto in quell'immagine che lo specchio racchiudeva nella sua
cornice.
Allora Silvina era appena fanciulla; aveva sì e no sedici anni. Le
piaceva vestir bene. Nella nostra casa si avevano abitudini signorili,
ma da gente di campagna, semplici. Mia madre vestiva e si pettinava
all'antica. Era bellissima, ma come le donne potevano piacere un tempo.
Così appunto era piaciuta a mio padre. Silvina invece voleva abiti di
seta, tagliati con uno stile che doveva essere nuovo. In realtà ella
inventava i suoi abiti, ricercando, per lunghe ore e spesso per interi
giorni, fra pieghe di stoffe di solito cupe come il suo carattere, fogge
capricciose come i suoi pensieri, che erano d'una volubilità
straordinaria e più stravaganti delle nuvole. Il suo segreto, credo,
consisteva nel comporre intorno alla sua persona, che era mingherlina,
esile e di statura poco più che infantile, dei larghi e ariosi fiori, un
fiore unico anzi, come un gran giglio o una gran rosa rovesciata, entro
cui, senza scomparire del tutto, il suo corpo piccolo stava come un
gambo. Così vestita pareva che il suo abito la portasse, e che volasse
come una farfalla.
Mio padre era un uomo ruvido, e per ciò gli piaceva quella piccola
creatura delicata e difficile. Egli la seguiva sempre con occhi pieni di
allegrezza, quando la vedeva passare per il giardino o muoversi per la
casa spaziosa e nuda. Credo che la paragonasse anch'egli a una farfalla
o a un fiore, e che fosse felice e teneramente innamorato di lei. Gli
piacevano i suoi capricci, la stranezza e la novità dei suoi modi, il
suo carattere scontroso e indipendente, e quella grazia, come dire?
isolata, che ella non dedicava a nessuno, ma soltanto a sè stessa.
Silvina infatti non viveva che per sè sola. Non aveva per la mamma nè
tenerezze nè confidenze nè abbandoni. Per mio padre non dimostrava
nessun sentimento cordiale, ma semplicemente rispetto. Con le sorelle
non era legata da nessuna intimità. Quanto a me, si degnava appena, e
raramente, di farmi sentire fino a che punto mi disprezzasse. Rimaneva
lunghe ore chiusa nella sua camera. Si cambiava più volte d'abito, per
l'unica gioia di vedersi nello specchio. Faceva e disfaceva la sua
pettinatura per il solo gusto di stabilire in quanti modi avrebbe potuto
trasformarsi, rimanendo sempre bella abbastanza per essere contenta di
sè.
Debbo confessare che la spiavo spesso in questa sua bizzarra vita,
perchè anch'io, come mio padre, come tutti noi, ero teneramente
innamorato di lei. Ella esercitava su me un fascino che allora non
sapevo spiegarmi, ma che ora spiego, e posso anche analizzare. Silvina
somigliava a un mio ricordo; somigliava a qualcuno di cui ero stato
perdutamente innamorato. Non potevo guardarla senza avere la precisa e
viva percezione di tutto il male di cui la sentivo capace, quella
creatura così delicata e graziosa, con quelle piccole mani bianche e
affilate. Ma aveva nel profondo del mio pensiero un nome che non oso
ripetere, e che non era: Silvina. Io la vedevo poi in procinto di
partire da quel medesimo punto al quale ero appena arrivato per miracolo
ancora vivo, e avevo paura per lei di ciò che avrebbe potuto compiere
inconsapevolmente a danno di chiunque si fosse incontrato con uno suo
capriccio. Non aveva mai conosciuto, Silvina, l'ingenuità fiduciosa dei
miei vent'anni. Ignorava che cosa volesse dire essere buoni, cioè
considerare con benevolenza tutte le cose, andare incontro alla vita
sorridendo, disarmati, a braccia tese, con quella beata cecità che
conduce al precipizi. Ella era armata di un tremendo egoismo; e credo
che la sua piccola testa fosse tutta piena di calcoli.
II.
Forse, se la nostra casa non fosse stata prossima alla strada maestra,
Silvina, già così pallida allora, sarebbe a poco a poco sfiorita in
questa specie di semplice e riposante clausura in cui si vive qui
forzatamente, fra usanze antiche, e da molti anni sempre uguali. Sarebbe
oggi o fra poco una zitella taciturna ed arcigna, come se ne incontrano
di domenica in questi dintorni, brutte più di anima che di corpo, con
cuffie strette e begli abiti passati di moda nei quali ancora per
dispetto si pavoneggiano. Ma la nostra casa, i vecchi, la costruirono
sulla strada, con giardino ed orto alle spalle, anzichè tutto intorno, e
per di più con una grande e bassa terrazza che si affaccia sul via vai,
alle cui ringhiere s'intrecciò poi il glicine, che ora fiorisce e la
ricopre. Molti bussano alla nostra porta. Molti che passano, molti
mendicanti, molti curiosi, non possono fare a meno di fermarsi e di
bussare, di guardare in su alle finestre e di scambiare parole con la
gente di casa. Anche noi apparteniamo alla strada. Io capisco benissimo
che è una tentazione troppo forte questa casa signorile a portata di
tutti gli occhi e di tutte le mani, dinnanzi alla quale si passa
impolverati, stanchi dopo ore ed ore di strada attraverso colline brulle
e campagne in gran parte desolate, prima di arrivare al paese. Anch'io
forse farei come tutti gli altri, se fossi dalla loro parte.
Vi sono ancora oggi dei giovani romantici, molte idee romantiche nel
mondo. Si subisce la seduzione delle vecchie idee, unicamente perchè se
ne stanno silenziose e sconosciute dentro di noi, che le crediamo
lontane e morte, e a nostra insaputa generano idee e fatti che a noi
paiono nuovi. Dico questo perchè mi riesce estremamente difficile
procedere diritto nel mio racconto. Io sono stato senza dubbio del
numero: anch'io un romantico. Zotico, campagnolo, con la mia faccia
plebea, i miei capelli disordinati, i miei abiti modesti e senza
eleganza, io non ho mai somigliato per nulla a quei bellissimi giovani
del decimonono secolo che si vedono nei dagherrotipi. Ma colui di cui
voglio parlare, ricordava in tutto uno di quelli. Era alto della persona
e bruno, con lunghi capelli, grandi occhi, un viso ovale e malinconico,
labbra appena segnate e languide, lunghe mani bianche, abiti molto
attillati e scuri, e di taglio che imitava la moda antica. Io non ho mai
capito che cosa sia l'amore di una fanciulla, come nasca, e che cosa le
faccia innamorare. Ma credo che egli fosse appunto uno di quei giovani
per i quali le fanciulle, guardandoli mentre passano per la via,
piangono, di sera, sole, nei vani delle finestre, e sospirando pensano
di morire. Lo vedevo qualche volta venire dalla parte della città,
cavalcando un bel cavallo irlandese, e, subito dopo la nostra casa,
uscire dalla strada maestra e piegare per i prati verso il greto del
fiume. Lo seguivo mentre caracollava fra gli alberi fino alla grande
siepe d'ontani, e dietro quella poi scompariva. Al ritorno, verso sera,
si metteva di passo lungo il fossato, come uno che non ha gran fretta di
camminare. Eravamo allora al principio dell'estate. Le notti erano
luminose, anche quando mancava la luna; e cadevano molte stelle. Io
trascorrevo lunghe ore alla finestra, a respirare l'aria profumata dai
fieni appena tagliati, ad ascoltare i grilli e tutte le indefinibili
musiche che l'ombra stellata delle sere estive suscita per i campi e
disperde poi nell'infinito. Quel giovane, passando, stendeva la mano e
strappava al nostro glicine, che già era sfiorito, una delle sue foglie.
Anche Silvina stava a quell'ora dietro le persiane socchiuse della sua
finestra a guardare. Ma io non pensavo che ella guardasse quel giovane.
Pensavo che stesse là, come me, a fantasticare i suoi strani sogni, e
che semplicemente lo vedesse passare.
Per un giorno solo, in tutto l'anno, questo tratto di strada che corre
dalla nostra casa al paese, si riempie di popolo; non pare più di stare
in campagna, ma nel sobborgo di una città; i mercanti girovaghi di tutta
la provincia vi si fermano con i loro carretti, legano i cavalli magri e
i loro ciuchi pelati agli alberi, piantano i loro banchi riparati da
tende d'ogni colore, e si mettono a vendere come in tante botteghe.
Vengono pasticcieri che filano zucchero bianco verde e rosa, e tagliano
le caramelle con le forbici, e giocattolai che vendono giocattoli di
legno e di latta, bambole di cartapesta in camicia, e sopratutto
trombette e quegli strumenti a fiato che solo i contadini suonano e si
chiamano «organini»; sotto ripari di frasche verdi, che poi
ingialliscono al sole, si aprono spacci di vino, e in un campo si pianta
un ballo pubblico, dove i bei giovani del paese e di tutti i dintorni,
che portano fazzoletti di seta sgargianti intorno al collo e grandi
ciuffi arricciati sulla fronte, intrecciano senza donne, fra loro,
interminabili e sudate danze al suono di un violino o di un flauto.
Ora, eravamo alla vigilia di quel giorno, e, all'imbrunire, si stava
tutti dinnanzi alla porta, a guardare gli operai che con lunghe scale
appendevano lampioncini colorati a certi fili tesi attraverso la strada,
quando s'udì la voce di mia madre, che dall'alto di una delle nostre
finestre, esclamava soffocata:
--Ma che cos'è? Che cosa è stato?
Alzammo il capo e la vedemmo affacciata al davanzale, pallida, che
guardava lontano, verso il fiume, dove noi non potevamo vedere nulla
perchè la siepe ce lo impediva.
--Mio Dio! gridò mia madre. Poi si ritrasse dalla finestra, poi si
riaffacciò, e mi disse, agitando le mani:--Corri, Paris! Silvina,
Silvina è caduta...
Mi buttai attraverso la siepe e, correndo per il viottolo lungo il
fosso, vidi finalmente Silvina che mi correva incontro, con le mani
strette sul cuore, così pallida che mi fece paura. Ci incontrammo ed
ella mi cadde fra le braccia, tremando, con gli occhi chiusi, il respiro
soffocato, incapace di parlare. Il suo piccolo cuore batteva nella mia
mano come se fosse nudo; i capelli, nella corsa, le si erano sciolti, e
le cadevano sulle spalle come serpi d'oro. Con uno sforzo riaprì gli
occhi e sospirò:
--Laggiù... Sull'argine... è caduto...
Allora guardai verso il fiume, vidi un cavallo libero che galoppava
attraverso i prati, e subito lo riconobbi.
--Lasciami sedere sull'erba, mormorò Silvina.
La posai sull'erba e ripresi la mia corsa verso il fiume. Mio padre,
seguito da altri uomini, apparve al di qua della siepe. Egli si fermò
accanto a Silvina, e gli altri continuarono a correre dietro di me.
Giunto in fondo al sentiero, là dove esso sale lungo l'argine, vidi quel
giovane disteso immobile sulle pietre bianche del greto. Giaceva supino,
le braccia aperte, la bella fronte macchiata di sangue rivolta al cielo
che tutta l'illuminava.
--Presto! Presto! gridai spaventato. Portiamolo via di qui!
Lo prendemmo in quattro, lo sollevammo e incominciammo a portarlo. Non
un gemito uscì dalle sue labbra. Il suo corpo era inanimato, e pesante
della pesantezza che ha la morte. Quando giungemmo sulla strada, Silvina
rientrava allora in casa, sostenuta da mio padre. Nemmeno si voltò.
Appena adagiato sul letto il ferito riaprì gli occhi, e li posò su mia
madre, che con le mani gli teneva distesa sulla fronte una benda
inzuppata d'aceto. A lungo le sue pupille estatiche, vaghe, stettero
ferme su lei, che pure lo guardava con amore. Poi, richiuse le palpebre,
si assopì. Mia madre annodò la benda intorno al suo capo, gli aggiustò i
riccioli sulle tempie e dietro le orecchie, e ordinò a tutti di
camminare in punta di piedi.
Fummo chiamati per il pranzo, ma il posto di Silvina rimase vuoto. Ella
si era chiusa nella sua camera e non voleva mangiare. Uno per uno
andammo a pregarla attraverso l'uscio, ma non rispose a nessuno. Quando
mio padre l'aveva raccolta sull'erba, dove io l'avevo lasciata, Silvina
piangeva. Il cavallo s'era imbizzarrito proprio passando accanto a lei,
mentre ritornava per il sentiero a casa, dopo essere stata a cogliere
fiori sull'argine. Il cavaliere era stato sbalzato di sella, s'era
disteso senza un grido, e Silvina l'aveva creduto morto. Poi aveva
temuto che il cavallo, galoppando per il sentiero, la travolgesse, si
era messa a fuggire disperatamente, ed era anche caduta una volta,
inciampando in un sasso. Allora l'aveva veduta mia madre dalla finestra,
e fortunatamente noi avevamo potuto accorrere subito, soccorrere lei e
il ferito. Ma Silvina, che nessuno aveva più veduto piangere da un
pezzo, era stata presa da una crisi di singhiozzi, tanto era stato in
lei lo spavento per quel tragico accidente. Mio padre era convinto di
ciò che diceva, parlandone a tavola a noi tutti che lo ascoltavamo in
silenzio.
Intanto fuori, lungo tutta la strada, avevano accesi i lampioncini di
vetro bianco rosso e verde. E mentre la gente, andando da un mercante
all'altro, incominciava appena ad alzare il tono della voce, e i ragazzi
provavano le prime timide trombette e ridevano ai sibili ancora incerti
delle lingue di Menelicche, le campane della chiesa maggiore,
spalancando d'un tratto le loro gole sonore, soffocarono in un sol
frastuono confuso e ondeggiante quei rumori, quelle voci, quei suoni
ancora distinti e isolati. Allora chi volle salvarsi da quella
sommersione dovette moltiplicare la voce. La strada si mise così in gara
col campanile, e quando infine, stanco, il campanile tacque, la strada
rimase piena di grida, di strombettii, di fischi assordanti, che da quel
momento non si placarono se non a tarda notte.
III.
Io ritornai a sedermi dinnanzi alla porta, sotto il glicine, ma il mio
pensiero non poteva distaccarsi da quel giovane che ora riposava sotto
il mio tetto, dopo essere scampato miracolosamente alla morte. Lo
rivedevo, con un brivido, disteso sulle pietre nude del fiume, mentre il
suo irlandese impazzito caracollava solo per la campagna. La sua fronte
macchiata di sangue riappariva continuamente, rossa, dinnanzi ai miei
occhi. Allora non c'era stata ancora la guerra, e nessuno di noi aveva
imparato a considerare con rassegnazione prima, poi con indifferenza le
più crudeli immagini della morte, a pesare il dolore sul palmo della
mano, come fa Amleto con il teschio di Yorik. Io ragionavo fra me della
sorte che ci incombe, e come essa colpisca sempre con rapidità fulminea:
improvvisa e inevitabile. Poi ragionavo anche del fatto che la morte
sarebbe poca cosa, e forse per nulla orribile, se ad essa
sopravvivessero le passioni dell'uomo; le sue speranze, i suoi sogni,
cioè il suo spirito, il suo pensiero, la sua volontà, e tutto ciò fosse
sensibile ancora e vitale dopo la morte.
Poi rivedevo Silvina, e veramente un'immagine fino allora sconosciuta di
Silvina, allorchè s'era abbattuta fra le mie braccia tremante, pallida,
e avevo sentito quanto fosse lieve il peso del suo corpicino, quanto
fosse fragile la sua volontà che per la prima volta l'abbandonava, quel
dominio di sè medesima che io non le avevo mai veduto smarrire, neppure
per un istante, prima d'allora. Ma in quel momento il suo orgoglio
l'aveva abbandonata d'un tratto. Aveva parlato con voce supplichevole,
guardato me con tenerezza, atterrita per quel poco sangue che aveva
rigato di rosso la fronte d'uno sconosciuto. Mentre correva tenendo le
mani premute sul cuore, in quell'atteggiamento così doloroso e
appassionato, il suo bell'abito scuro si agitava leggiero intorno alle
sue gambe. Eppure ella aveva perduta ogni leggerezza, e quella corsa non
somigliava affatto ad un volo.
Quest'immagine nuova di Silvina io l'accarezzavo struggendomi di
tenerezza per lei, abbandonandomi a un senso vago di felicità, come se
mi si fossero aperte improvvisamente le porte del suo cuore, che erano
prima chiuse per me come per tutti gli altri. Ma nello stesso tempo io
pensavo con tristezza che, purtroppo, se soltanto avessi tentato allora
di avvicinarmi a lei con una carezza, chiedendole, in nome di quel
momento di debolezza, di accogliermi nella sua intimità con amore, con
confidenza di sorella, ella, ormai ridivenuta la Silvina d'ogni giorno,
certamente mi avrebbe respinto con un sorriso ironico, forse anche con
parole umilianti. E forse, adirata contro sè stessa per quello
smarrimento d'un attimo, se ne sarebbe vendicata con crudeltà sopra di
me, innocente.
Mi stupivano gli occhi delle ragazze che, passandomi dinnanzi a gruppi
nella strada affollata, mi guardavano sorridendo. Mi stupivano i ragazzi
che, vedendomi assorto, mi saettavano nelle orecchie le loro lingue
sibilanti di carta, e poichè nè mi muovevo, nè mi mostravo adirato, nè
li guardavo, non la finivano più, eccitati dalla mia indifferenza. Come
la vita doveva essere facile per tutti, in quella sera di festa! Forse
Silvina stessa, nascosta come sempre dietro le persiane della sua
finestra, guardava curiosamente la gente passare, obliosa ormai delle
lacrime di poco fa.
Presi la mia sedia e rientrai in casa. Senza salutare nessuno, posando
appena un bacio silenzioso sulla fronte di mia madre, salii le scale, e,
affacciatomi un momento alla stanza dove il ferito riposava, vidi al
lume giallo di una veilleuse il suo respiro calmo nel sonno. Appunto nel
corridoio, tra la sua stanza e la mia, raccolsi quel foglietto di carta
ripiegato nel quale lessi la seguente lettera:
«Piccola prigioniera,
«io non sono che uno sconosciuto per voi: ho un nome oscuro e nessun
potere in questo mondo, fuorchè quello della mia libertà. Questa libertà
è tuttavia un potere estremamente incerto; ed io stesso non so come
esercitarlo.
«Voi mi vedete passare ogni sera dinnanzi alla vostra casa ed io guardo
su, dove siete quasi sempre affacciata. Avrete notato che spesso, per
indugiare un istante sotto le vostre finestre, strappo un fiore o una
foglia ai festoni di glicine che ricadono dalla veranda. Allora, mentre
i miei occhi possono posarsi un poco più a lungo sulla vostra persona,
penso che forse per voi la libertà è un sogno, e che a chi ve la
offrisse in dono, la libertà, forse sapreste insegnare in che modo
goderne.
«Vorrei chiedervi: c'è qualche cosa che veramente vi seduce oltre il
limite della vostra vita presente? Chi fosse pronto a condurvi lontano,
nel vasto mondo, lo accettereste voi per compagno? E sapreste trovare
per questo compagno di libertà tanta luce per guardarlo con amore?
Curiose domande, lo so bene, con le quali rischio di perdervi per
sempre, voi che già mi siete più cara della vita! Ma se le mie parole
non vi sembrano vane, abbiate la bontà di portare un fiore rosso alla
cintura, ritornando domani in quello stesso luogo dove il caso vorrà che
io possa lasciar cadere ai vostri piedi questa mia prima lettera.
_Silvio_».
Questa lettera non portava data alcuna. Io m'era chiuso in camera mia,
e, lette le ultime parole, caddi in uno stato di meditazione fantastica
dalla quale non mi riebbi che molto tempo dopo.--E ora, pensai
ripiegando quel foglio, che cosa debbo fare? Chi ha smarrito questa
lettera? Silvio o Silvina? E pensai:--Oggi non le ho veduto nessun fiore
rosso alla cintura.
Procedevo senza logica, con ragionamenti saltuari, perchè la commozione
era così grande in me che io non sapevo dare un ordine ai
miei pensieri. Se mi fossi abbandonato al mio cuore avrei pianto
dirottamente.--Innamorata, pensavo, lei, Silvina! Uno che passa potrà
dunque portarsela via, lei così debole, piccola creatura capricciosa che
si crede tanto forte! Uno qualunque, soltanto perchè veste con eleganza,
e cavalca un bel cavallo irlandese, e ha un viso pallido e riccioli
neri, potrà portarsela chi sa dove lontano di qui. E lei che non guarda
con amore nessuno, nemmeno la mamma, nemmeno me che l'adoro, nemmeno suo
padre che si farebbe uccidere per lei, guarderà con amore lui solo,
questo sconosciuto, questo vagheggino che non è nulla per nessuno, che
non sarà mai nulla per noi! Gualcii rabbiosamente la lettera che tenevo
ripiegata fra le mani e gridai:--Stupida lettera, piena soltanto di
sciocche frasi, di lusinghe ridicole! Maledetta! Dovevo proprio io
raccoglierti! Dovevi cadere nelle mie mani! Poi pensavo che forse il
caso non era stato tanto infame, perchè meglio nelle mie mani, quella
lettera, che nelle mani di mia madre, o nelle mani di mio padre, o di
qualunque delle mie sorelle. Infine mi fermai su questa vaga speranza:
che essa fosse caduta dagli abiti di Silvio mentre lo trasportavano e
che Silvina non ne sapesse assolutamente nulla.
Allora considerai con più benevolenza quel giovane e anche con una
leggera punta d'ironia, perchè pensai:--Eccoci tutti uguali, noi di
questa maledetta generazione, capaci di suscitare gigantesche illusioni
dalle minime cose! Che cosa spera costui da Silvina? Si offre come un
salvatore, ma chiede aiuto. A chi? A Silvina. E perchè? Perchè lo ha
guardato con quei suoi occhi gelidi, con cui guarda tutte le cose. Il
mondo non gli sembrava abbastanza vasto per i suoi sogni ambiziosi, e
d'un tratto ha scoperto che questo mondo immenso e piccolissimo è tutto
in suo potere, di lei quando si degnerà di sorridere. Stupido ragazzo!
Se tu avessi sofferto come me, e sperimentato come me il sorriso d'una
donna, che specie di felicità s'irradi da due occhi che ti guardano con
amore, altro che fidarti nell'aiuto di Silvina! Povera piccola! Così
stupida, in fondo, anche lei! Silvina! In fondo, nemmeno una donna...
IV.
Queste e molte altre cose io dovetti fantasticare e a lungo, poichè la
strada era ritornata silenziosa. Soltanto pochi lumi superstiti davano
ormai gli ultimi loro guizzi rossi bianchi o verdi, ed io me ne stavo
ancora là con quella lettera tra le mani, senza aver nulla deciso. Da un
pezzo avevo udito mio padre dare il catenaccio alla porta, poi salire le
scale col suo passo pesante e cadenzato; la sua voce aveva risonato nel
corridoio e poi s'era allontanata a poco a poco verso l'altra estremità
della casa. Mia madre anche s'era ritirata nella sua camera, dove di
quando in quando l'udivo ancora muoversi, aprire e chiudere mobili:
segno che aveva allora finito di riepilogare con Marta, la nostra
vecchia serva, i conti della giornata, e ora si preparava a coricarsi.
Marta, con i suoi zoccoli di legno, che destavano echi sordi per tutta
la casa, aveva sceso e salito due o tre volte la scala, riempito d'acqua
le brocche, raccolte tutte le scarpe dinnanzi agli usci, e poi se ne era
andata a dormire. A vegliare il ferito avevano lasciato Battista, perchè
a lunghi intervalli lo sentivo tossire nella stanza vicina. Mi riscossi
e m'affacciai un momento alla finestra. La finestra di Silvina era buia
e chiusa. Poi spensi il lume e la luce bianca della luna inondò la mia
stanza.
Aperto adagio adagio l'uscio, mi bastò di fare un passo nel corridoio
per vedere il raggio di luce che spartiva l'uscio socchiuso della stanza
dove riposava Silvio, e Battista vegliava. Ma occorse un minuto di più
perchè i miei occhi, non ancora abituati al buio, scoprissero contro
quella fessura illuminata il contorno appena distinto di un'ombra.
L'imposta lentamente lentamente s'apriva, e quindi lo spiraglio
illuminato s'andava allargando a poco a poco, ed anche la striscia di
luce gialla sul pavimento s'allargava e s'allungava nel buio. E quando
fu larga quanto una mano, allora, nella penombra pallidissima che si
diffuse intorno a quella striscia di luce, senza stupore, come se avessi
saputo di trovarla là in quel momento, riconobbi Silvina. Silvina! Era
scalza, ma vestita e pettinata come in pieno giorno. Con il viso
appoggiato contro il battente, ella guardava nella stanza illuminata, e
fra lei e il letto doveva levarsi qualche ostacolo opaco, perchè, per
vedere, ella doveva allungare il collo ed alzarsi sulla punta dei piedi.
Finalmente sospirò e rimase un buon tratto senza muoversi. Poi si staccò
un poco dall'uscio, si piegò sulle ginocchia e incominciò a cercare
qualche cosa per terra, aguzzando gli occhi e spazzando il pavimento con
le mani. Fu allora che, nel voltarsi, ella vide la mia ombra nel buio.
Vide la mia ombra e si alzò in piedi di scatto.
--Ah, sei tu? mormorò con accento irato. Che cosa vuoi da me? Perchè mi
spii?
Non si muoveva Silvina. Non cercava di fuggire. Poichè volgeva le spalle
alla poca luce della fessura, il suo viso era completamente buio. Ma io
sentivo su di me i suoi occhi pieni d'odio, che mi guardavano
dall'ombra.
--Andiamo! dissi. Non facciamo troppo chiasso qui. Vieni nella mia
stanza. Ti debbo parlare...
La presi per un braccio e la trascinai. Chiusi la porta, e la costrinsi
a sedere sul mio letto. Poi, rimanendo in piedi dinnanzi a lei e
guardandola fissamente:
--Silvina! Silvina! esclamai, quale pazzia è la tua? Non pensi al babbo,
non pensi alla mamma, che avrebbero potuto sorprenderti? Non pensi che
Battista, un servitore, avrebbe potuto uscire improvvisamente da quella
stanza e trovarti là, scalza, dietro la porta, a spiare? Che cosa
avrebbe pensato di te? Ah! tu sei una bambina, una vera bambina!
Rispondimi: che cosa facevi là a quest'ora, mentre tutti dormono? Che
cosa cercavi per terra, dietro quell'uscio?
--Tutti dormono! rispose Silvina. Ma tu no, tu non dormi!...
E sorrise maligna, guardandomi con disprezzo.
--Ah! se tu sapessi, esclamai, se tu sapessi perchè non dormo! Non
sorridere così, Silvina! Non guardarmi con questi occhi cattivi! Che
cosa sono io per te? Nulla? Assolutamente nulla? Non sono forse Paris,
tuo fratello?
--Mio fratello! disse Silvina. Questa sera, questa sera per la prima
volta, ti ricordi d'essere mio fratello! Ma poi, soggiunse dopo una
breve pausa e alzandosi in piedi d'un tratto, che importa a me che tu
sia mio fratello? Lasciami andare via di qui. Io non debbo a te nessuna
spiegazione: nessuna!
Fece un passo verso l'uscio. Ma io mi posi fra lei e l'uscio, e la
supplicai:
--Silvina, Silvina, ascoltami! Ti parlo così perchè debbo parlarti così.
Non sei che una bambina, eppure non hai fiducia che in te sola. Dimmi,
per carità: chi è questo Silvio? Chi è questo Silvio per te?
--Silvio? domandò Silvina con voce piena di stupore. Quale Silvio?
--Ma Silvio, Silvio! esclamai, quel giovane che è di là ferito! Silvio!
Di chi vuoi che parli, se non di quel giovane?
--Credo che tu sia pazzo! disse Silvina con accento compassionevole.
Come vuoi che sappia che si chiama Silvio? E che ho da fare io con quel
giovane?
--E allora che cosa stavi cercando per terra dinnanzi a quell'uscio,
continuai,--e parlando accesi il lume,--che cosa stavi cercando? Non
cercavi forse questa lettera--e le mostrai la lettera agitandola per
ogni verso sotto il suo viso--questa lettera che tu hai perduto, oggi,
rientrando in casa, quando eri mezzo svenuta?
Il viso di Silvina si dipinse di meraviglia. Ella guardò la lettera,
guardò me, poi di nuovo la lettera, poi levò gli occhi al cielo, e,
giungendo le mani, esclamò con un profondo sospiro:
--Credo davvero davvero che tu sia impazzito!
E allora mi guardò con ironia e si mise a ridere, e incominciò a dar
segni di viva impazienza.
--Dunque, domandai, dunque questa lettera tu non l'hai mai veduta? Non
sai che cosa ci sia scritto qui! Non ne sai assolutamente nulla!
Silvina si strinse nelle spalle e scrollò il capo.
--Allora, esclamai, quando è così, prendila e leggi!
Silvina esitò un momento, poi con un gesto molto indifferente, anzi
pieno di degnazione per me, prese la lettera che le porgevo e incominciò
a scorrerla. Arrivò presto in fondo, e il suo viso non si scompose, non
ebbe il più lieve moto nè di stupore, nè di contrarietà. Soltanto,
quando ebbe finito, inarcò le labbra con disprezzo e mi restituì la
lettera senza parlare.
--E ora, le domandai, neppure ora hai nulla da dire?
--Sì, rispose, ora ho qualche cosa da dire. Dico che siete tutti idioti
allo stesso modo, voi uomini!
Abbassai il capo e mossi qualche passo per la stanza. Incominciai a
dubitare allora che Silvina non avesse davvero mai veduta quella lettera
e che Silvio le fosse del tutto indifferente. Forse non era andata se
non spinta da un'innocente curiosità, chi sa per quale capriccio, a
spiare all'uscio della stanza di Silvio; ma Silvio non le aveva ispirato
nessun sentimento di simpatia, ed ella ignorava persino che fosse
innamorato di lei. Chi può scrutare nel cuore d'una fanciulla? Chi può
indovinare fino a che punto arrivi l'ingenuità di una fanciulla, che
dovrebbe essere tutto candore, tutta innocenza, e fino a che punto una
fanciulla possa mentire, fino a che punto sappia fingere?
--Silvina, le dissi con dolcezza, tu non sai, non hai mai voluto sapere
il bene che io ti voglio. Ma credimi: tu non hai e non avrai nella vita
un amico più sincero, più fedele di me. Io ti amo teneramente, perchè
sei la mia piccola sorella, perchè sei Silvina nostra; sei la più
piccina, la più giovane. Se tu fossi in pericolo, io mi ucciderei per
salvarti. Ora, ti supplico, sii sincera con me: non mi nascondi nulla?
Non c'è assolutamente nulla fra te e quel giovane? Se sapessi a che cosa
ci conducono talvolta i nostri sentimenti! Tutto ci sembra bello, buono,
desiderabile, innocente. Ci lasciamo andare. Le illusioni ci
trasportano. La prima mano che ci viene tesa, noi siamo sempre pronti a
stringerla con effusione, a riconoscere una mano amica, una mano
fraterna. Poi le illusioni crollano, e la realtà è ben triste. Tu
potresti anche amare Silvio. Dopo tutto è un bel ragazzo, punto volgare;
i sentimenti che egli esprime in questa lettera sono nobili, sebbene
piuttosto vaghi, e romantici; a vederlo sembra un ragazzo di buona
condizione, un signore, e potrebbe anche offrire ad una ragazza come te
una vita agiata e felice. Ma che cosa ne sappiamo noi? Chi è, chi sarà
poi questo Silvio?
Silvina, mentre io parlavo, era tutta intenta a intrecciare il nodo
della sua cintura. Lo faceva e rifaceva continuamente, e sembrava, più
che indifferente, estranea, alle mie parole.
--Tutte le tue supposizioni, disse poi tranquillamente, senza
interrompere il lavoro delle sue dita, senza alzare gli occhi su me,
sono inutili. Sia chi vuole. A me non importa.
Il fiocco della cintura era ben fatto, ed ella si alzò, e andò dinnanzi
allo specchio a rimirarsi. Con piccoli tocchi delle dita, leggieri,
aggraziati, precisi, ne volle perfezionare ancora la forma che era già
abbastanza perfetta. Si specchiò di fronte, di fianco, di schiena, e
specchiandosi disse:
--Io vi trovo semplicemente ridicoli, tutti e due: tu con i tuoi dubbi,
lui con le sue dichiarazioni. Non ho bisogno di nessuno, io; nè di
protettori, nè di innamorati. L'uomo che deve piacere a me non è forse
nato ancora. Se dovessi innamorarmi di tutti quelli che mi guardano, ah!
ah! Paris, credimi: dovrei esser morta già mille volte trafitta da mille
occhiate!
Pronunciate queste parole Silvina si staccò dallo specchio, e senza
neppure voltarsi a guardarmi, uscì dalla mia camera e si rinchiuse nella
sua con due giri di chiave. Io rimasi un momento perplesso a guardare
l'uscio per il quale se ne era andata, silenziosa a piedi scalzi; poi
feci la lettera in mille pezzi e li gettai dalla finestra. Che infinito
silenzio! Che infinito spazio! Poveri noi, piccoli uomini, fratelli,
sorelle, amanti, gelosie, litigi, contrarietà, delusioni, attaccamento
alle cose d'ogni giorno, limitazioni, divieti, paura della vita! Silvina
nel vano della sua finestra, alla luce della luna, stava sciogliendo le
sue trecce bionde, che a quel lume pallido eran d'oro pallido.
--Silvina, dissi sottovoce, ma abbastanza forte per essere udito da lei,
guarda che meravigliosa notte, quale divina gioia sarebbe morire! Ma tu
vivi, vivi felice, Silvina! Sii altrimenti felice!
Silvina ripiegò indietro il capo e i capelli le caddero sulle spalle;
scrollò il capo e i capelli sciolti si agitarono e si sparpagliarono
sulle sue spalle, circondandole il viso d'un nembo d'oro.
--Silvina! Silvina! esclamai, difendi la tua giovinezza, salva la tua
innocenza! Perduti questi beni, notti simili a questa non se ne godono
più con gioia...
Silvina chiuse le persiane, e scomparve. Fui riscosso dal passo di
Battista nella stanza dell'ammalato. Lasciai la finestra e andai a
vedere che cosa faceva Battista. Egli era curvo sul capezzale di Silvio,
e versava dell'acqua in un bicchiere.
--Non si agiti così, diceva, le farà male. Beva piuttosto un sorso
d'acqua, e cerchi di riposare ancora.
Ma egli non vedeva che Silvio, quantunque avesse gli occhi aperti, non
era sveglio, e non comprendeva le sue parole, e forse nemmeno le udiva.
I suoi occhi erano dilatati nel delirio; parole rotte e sconnesse
uscivano dalla sua bocca. Erano:
--Amore... giuro sulla vita... vi ucciderò... fuggite fuggite...
Ad un tratto udii, udii distintamente che, come in un sospiro, disse:
--Silvina....
V.
Tre giorni dopo Silvio lasciò il letto e prese commiato da noi. Silvina
uscì dalla sua camera proprio nel momento in cui Silvio baciava la mano
a mia madre, e si mostrò per un attimo appena nell'arco della scala. Ma
quell'attimo bastò a me ed a Silvio per vedere che ella portava una
bella rosa rossa alla cintura. Io ne ebbi il cuore trafitto e, nella mia
sconfinata stupidità, arrossii per lei di quel gesto. La notte seguente
Silvina, mentre tutti dormivano, fece un piccolo involto delle cose sue
più care, attraversò il frutteto e, per la piccola porta dell'orto dove
Silvio la stava aspettando, se ne fuggì. La mattina mia madre andò come
sempre a bussare all'uscio della sua camera. Entrò, trovò la camera
vuota, il letto intatto. Io ritornavo allora dalla mia caccia d'insetti;
avevo raccolto alcune «monachelle» verdi lungo la roggia: avevo visitato
il mio formicaio. Ero lontano mille miglia dalla mia vita, la testa
piena di strane idee sulla potenza della natura che governa l'universo
intero con una legge sola, e fece l'insetto e l'uomo allo stesso modo,
Daria e la mantide assolutamente simili; l'una dotata di occhi
dolcissimi, di una bocca soave, d'una carne diafana e profumata, d'una
intelligenza sottile per sedurre i maschi della sua specie; l'altra
tutta colorata del più tenero verde, con ali meravigliosamente
trasparenti ed iridate, e d'aspetto così pio da ingannare non soltanto
gli insetti, ma gli uomini, che la chiamano «monachella» anzichè
chiamarla «pantera». Prega, prega sempre la «monachella» con le braccia
congiunte, il collo torto, i grandi occhi ipocriti levati al cielo.
Sembra che non faccia che sospirare avemarie. Verso la fine di agosto,
quando cadono più stelle dal cielo che dal susino susine mature, e il
ciuffolotto per la selva vede con gioia arrossire i corbezzoli, ecco un
giovine mantide innamorato dell'amore che, dopo aver molto girovagato
qua e là per le insalate, vede alfine all'ombra d'una foglia di zucca,
sul bordo del ruscello, la creatura dei suoi sogni lungamente
desiderata, sospirata con spasimo. Divina creatura! Una Beatrice.
Assorta nella mistica visione del paradiso, ella è l'immagine viva della
sorella-amante, la purissima, la pietosa, la consolatrice. Ed ecco, per
attrarre sopra di sè misero i suoi sguardi sublimi, il mantide apre le
ali variopinte e le agita, le fa vibrare di delicate armonie, finchè gli
sembra che gli occhi di lei ora confondano in un unico sguardo
l'immagine lontanissima di Dio e la sua persona presente. Legge un
invito amoroso in quell'affascinante sguardo, e, tremando, le si
avvicina e l'abbraccia sospirando:--Mia! Finalmente mia! Questo
innamorato è un bel maschio agile, vigoroso, ardente. Passano ore lente
d'ebbrezza. Beatrice lo tiene stretto come in una dolce catena; egli si
abbandona felice. Poi Beatrice lo prega languida:--Dammi la tua nuca che
io la divori di baci! Egli le offre la nuca, e Beatrice gliela morde, ed
egli le sospira:--Uccidimi! Uccidimi! Non vorrebbe veramente morire.
Vorrebbe poter desiderare così la morte per tutta la vita, stretto in
quel delirante abbraccio. Ma la pia «monachella» lo ha già morso, e
prima che egli abbia potuto ripetere:--Deh! Uccidimi!--è già morto, e
ora Beatrice, incominciando dal collo, giù giù tutto se lo divora,
finchè non rimarranno che le ali, le belle ali con le quali egli
s'illuse di conquistarla, le belle ali che scoloriranno al sole come
petali caduti ad un fiore.
Pensavo appunto che gli uomini avevano dovuto circondare l'amore di
molte idealità per non vedere l'istinto crudele che lo produce e lo
domina, quando m'incontrai con mia madre che scendeva le scale in gran
fretta, pallida, gli occhi pieni di lacrime, chiamando con voce
angosciata Adalgisa, Marta, Battista, Maria.
--Oh, Paris, Paris, esclamò abbracciandomi. Dov'è Silvina? Dove, dove è
andata? Paris, Paris non mi lasciare anche tu...
Ogni ricerca fu vana. A forza d'interrogare quanti passavano dinnanzi
alla nostra casa, si seppe di uno che l'aveva veduta uscire a notte
dalla porticina del frutteto, di un altro che si era imbattuto, sulla
via maestra, in una carrozza a due cavalli dove stava Silvina in
compagnia di un giovane dalla fronte bendata. Allora dovetti raccontare
a mia madre e a mio padre quanto sapevo di quella fuga, la storia della
lettera trovata nel corridoio e il mio dialogo con Silvina. Mio padre
montò in furore e minacciò di spianare il mondo. Ma si ridusse a
piangere come un bambino e da quel giorno non fu più l'uomo sereno e
gioviale di un tempo. Mia madre anche pianse, e pregò molto devotamente,
come se Silvina fosse morta ed ella volesse raccomandarla alla clemenza
di Dio. Poi incominciò a sbiancarsi, a spegnersi a poco a poco sotto i
nostri occhi, consumata da quel dolore.
Silvio portò Silvina a vivere in città. Egli non aveva più nè cavalli nè
carrozze nè denari per comprarsi dei begli abiti di non comune eleganza.
Aveva fatto anche lui alla svelta un piccolo fagotto delle cose sue più
care, e aveva lasciato padre e madre tristi e soli ad aspettare che la
vita gli insegnasse a rinsavire. Era tutto felice di aver sacrificato
ogni cosa all'amore per Silvina, come se il fatto di aver sposato con
tanto slancio la povertà, fosse il degno complemento del fatto
principale: d'avere cioè sposato Silvina a modo suo, rubandola alla sua
propria casa contro tutte le regole che inceppano ancora in questo
secolo la libertà dell'amore. Silvio era molto giovane; non aveva che
ventitre anni. Egli condusse Silvina ad abitare al settimo piano di una
casa di operai, in una piccola stanza illuminata da un abbaino, che
aveva come giardino un bellissimo vaso di garofani rossi e una scatola
di legno con una pianticella di salvia. Affacciandosi a quell'abbaino,
si poteva dire di avere l'intera città ai propri piedi, perchè non c'era
tetto che lo superasse, e, per uno spazio immenso, era tutto un mare
rotto e fumoso di tegole, di antenne, di comignoli, disteso da ogni
lato. Silvio celebrava molto la bellezza di quell'abbaino, e, il suo
primo pensiero, quando al mattino apriva gli occhi svegliato dal sole,
era quello di precipitarsi a spalancarne le imposte, gridando:--Libertà,
libertà, che è sì cara!
Silvina che dormiva ancora, si destava a quel grido, e allora Silvio
correva ad abbracciarla; poi rovesciava il lenzuolo e così, solo coperta
dalla sua camicina, la conduceva dinnanzi all'abbaino, e mostrandole la
distesa dei tetti che non finivano mai, le cupole alte delle chiese, le
cupole basse dei teatri, i comignoli fumanti delle officine, tutta la
città immersa nel sole alto d'agosto:
--Silvina, Silvina, le diceva, amor mio, vedi, tutto ciò ci appartiene!
Chi è più ricco di noi?
E Silvina guardava con gli occhi abbarbagliati dalla gran luce il vasto
dominio di Silvio, e posando il capo sulla sua spalla:
--Silvio, diceva, come erano belli quei fazzoletti di seta colorata di
tanti colori che vedemmo l'altrieri! Brutto cattivo! Non ti ricordi che
uno, uno almeno, me lo avevi promesso?
E Silvio rispondeva:--Oh, è vero! Che smemorato! Oggi, oggi certamente
me ne ricorderò.
Silvio correva la città tutto il giorno, sotto il sole torrido, offrendo
a chi volesse comprarla, anche per poco, la sua divina libertà.--Sono
libero, diceva, sono libero come l'aria. Pochi uomini sono liberi come
me. Io non ho falsi orgogli da difendere, scrupoli da osservare. Sono
giovane, sono intelligente, pieno di volontà. Prendetemi, utilizzatemi,
fatemi fare ciò che volete. Non c'è lavoro che non sia buono e onorevole
per me. Dove troverete un altro che possa dirvi altrettanto? E tutti lo
abbracciavano, gli battevano benevolmente la mano sulle spalle, e
dicevano di lui:--Che bravo, che caro ragazzo! Silvio si sedeva sul
bordo d'una fontana all'ombra di un tiglio, e contava i pochi soldi che
gli rimanevano. Il gruzzolo scemava ogni giorno, ma c'era ancora posto
per una mezza dozzina di fazzoletti di seta. Del resto poteva Silvina
rimanere senza fazzoletti di seta? Avrebbe egli voluto vedere Silvina
asciugarsi le labbra con fazzoletti che non fossero di seta morbida e
profumata? Le delicate labbra di Silvina, ch'egli sciupava con i suoi
baci ardenti, dalle quali beveva a lunghi sorsi la felicità, che,
sorridendo, lo incantavano, e quand'erano tristi lo riempivano di paura?
Ed egli si decideva finalmente al gran passo, sceglieva sei colorati e
leggieri fazzoletti di seta, e, rientrando in casa, baciava Silvina
sulla bocca, le mordeva il labbruzzo, e poichè ella diceva: Ahi! egli
con uno di quei fazzoletti nuovi, morbidi e profumati, le medicava il
dolore, ridendo felice.
--Ecco, ecco, la medicina! esclamava. Vedi che oggi non me ne sono
dimenticato!
Silvina guardava attentamente uno per uno i sei fazzoletti e li contava.
--Mi darai un bacio, ora?
Ed ella gli dava un bacino sulla gota, e diceva:--Peccato! Sei
fazzoletti non dureranno molto...
Silvio l'attirava a sè, le copriva il viso di baci, e raccontava ciò che
aveva fatto, veduto, e detto in città.
--Ah! esclamava, tutti mi vogliono un gran bene. Vedi che cosa significa
essere poveri, essere veramente liberi? Non c'è uno che ti consideri
come un nemico, o che pensi di attraversarti la via, o che diffidi di
te. Al contrario tutti sono pronti ad aiutarti, a darti una mano perché
tu possa riuscire....
Guardava intorno le miserabili suppellettili della loro stanza, e
soggiungeva:
--Certo questa stanza è troppo misera, troppo nuda. Se non avesse
quell'abbaino dal quale si domina tutta quanta la città, sarebbe troppo
triste vivere qui. Ma noi potremo cambiare questi mobili, sostituirli
con altri meno rovinati e sudici, oppure cercare un'altra stanza, con
una veduta anche più bella di questa. Quanto a me, purchè tu mi voglia
bene, sarò in ogni modo felice!
Silvina si alzava senza parlare, posava i fazzoletti sul cassettone, e
si buttava supina sul letto. Là, con le mani annodate sul capo,
contemplava i travi del soffitto imbiancati di calce, seguendo il
paziente lavoro che i ragni facevano tra l'uno e l'altro. Allora Silvio
andava a sedersi accanto a lei, le prendeva il viso tra le mani e
guardandola teneramente:
--Silvina, amor mio, sussurrava, mi vuoi bene? Non sei mica stanca già
di me? Non sei mica annoiata? Se tu sapessi come ti amo, come ti adoro!
Tutte le altre donne non esistono più per me; è come se non esistessi
che tu sola.
Silvina staccava gli occhi dal soffitto, li fissava su lui, lo guardava
a lungo, in silenzio.
--Che cosa mi dici con quei tuoi occhi di cielo? le domandava Silvio
allora baciandoglieli lievemente. Occhi tutta trasparenza, tutto
azzurro! Se non ci intendessimo tra noi, miei cari occhi, questa Silvina
cattiva non direbbe mai di amarmi! Ma voi dite:--Ti amiamo, povero
Silvio, ti amiamo tanto!--e io sono felice. Non è vero che parlano così
i tuoi occhi?
E Silvina assentiva con una piccola mossa del capo, e riattaccava i suoi
occhi al soffitto.
Allora Silvio si distendeva accanto a lei, posava la testa sul
guanciale, avvicinava la gota alla sua gota, e rimaneva in silenzio a
respirare il profumo dei capelli d'oro di Silvina, della sua pelle
bianca e liscia, dei suoi abiti che ancora odoravano dello spigo che la
mamma distribuiva ogni anno nei guardarobe. E così, preso da una vaga
malinconia, egli meditava ad una ad una le sue illusioni, l'amore di
Silvina, la gioia della povertà, la benevolenza degli uomini, l'avvenire
radioso che lo avrebbe compensato ad usura della fede coraggiosa ed
ardente con la quale aveva affrontato un destino incerto, e sopportava
ora le difficoltà di quell'avviamento alla vita. L'aria imbruniva, e le
pianticelle del garofano e della salvia nel vano dell'abbaino
diventavano due neri bizzarri arabeschi contro il cielo viola; le
rondini in frotte passavano e ripassavano nel rettangolo pallido,
salutando con lunghi squilli il sole morente, e le voci lontanissime che
salivano dalla strada parevano anch'esse attutite da quell'ombra morbida
che circondava ogni cosa. Allora con il cuore traboccante di tristezza
Silvio stringeva a sè Silvina, e, impadronendosi della sua bocca, con
voce singhiozzante mormorava: Mia! Mia! e non se ne distaccava più,
finchè non la sentiva morire fra le sue braccia.
VI.
Io ho spesso orrore di questa crudele passione che mi trascina a
risuscitare dal mio passato tante immagini dolorose, e rimescolare tanta
tristezza, tanto fango, tanta miseria di cui la sorte volle contaminare
le cose più pure, le più sante, le più care della mia vita. Io credo
d'essere malato, un poco toccato forse, perchè il piacere che mi dà
questo fantasticare so bene che non è cosa naturale, ma è il prodotto di
un vizioso pervertimento della ragione, un male che confina con la
pazzia. Infatti chi può godere a riaprire con le proprie mani una ferita
già chiusa, e a spargerla poi d'aceto perchè il dolore straziante mai
non si plachi un momento? Io non ho nessuna colpa da espiare, non posso
desiderare la tortura per rigenerarmi, e questa mia crudeltà se si
rivolge contro me stesso è ingiusta e vana, ed è triste se si rivolge
contro coloro di cui parlo. No: le creature che più ho amato, in cui più
confidavo, non hanno saputo darmi alcun bene. Erano per me la
personificazione della gioia, della purità, della bellezza, e hanno
creato dolore, vergogna, bruttura. Pure esse hanno seguito il loro
destino, che era infame così come era disgraziato il mio.
Mia sorella Silvina (è di lei che parlo, di lei piccola sorella mia,
triste immagine di mia madre, triste immagine di me stesso) passava la
massima parte delle sue giornate nell'inerzia più vuota ad aspettare
Silvio. Amava Silvio, Silvina? Voglio credere che lo amasse. Ella si
lasciava accarezzare da lui. Era timida, sottomessa, paziente. Come
avrebbe potuto essere così docile, così mite, se non lo avesse amato?
Silvina amava Silvio, perchè Silvio in ogni suo pensiero, in ogni sua
parola, poneva Silvina ad una grande altezza sopra tutte le cose,
incominciando da sè stesso, che non si stancava mai di umiliare dinnanzi
a lei.
--Il mio posto, le diceva, è ai tuoi piedi. Ti vedo come sopra un trono,
tu regina, io tuo schiavo. E le diceva:--Come sei bella, Silvina! Che
capelli morbidi, fluidi, dorati! E sono miei, soltanto miei! Io solo li
tocco, io solo vi affondo le mani, li sento scorrere tra le mie dita, li
accarezzo, li bacio! E le diceva anche:--Come ammiro, Silvina, la forza
del tuo carattere, il tuo coraggio, la tua volontà, la chiarezza dei
tuoi pensieri! Non sai quanto le altre donne siano deboli, timorose,
volubili, sciocche? E infine le diceva:--Tu mi guiderai ed io ti
seguirò, sarò la tua forza materiale, quella che manca alla grazia del
tuo corpo, alla fragilità del tuo sesso....
E Silvina lo stimava un uomo debole, ma dotato d'una intelligenza
superiore. Lo trovava bello, pieno di delicate premure, modesto, e cieco
d'amore per lei. Ma le ore erano lente a passare, e Silvina aspettava
con impazienza il giorno in cui avrebbe potuto lasciare quella
miserabile stanza, in quella miserabile casa, la compagnia insoffribile
di quelle masserizie troppo usate, troppo umili, quella grigia uggiosa
veduta di coperchi di case, quella distesa di tetti tutti uguali che
Silvio invano cercava di abbellire con la sua fervida immaginazione.
Ella non osava affrettare questo giorno tanto desiderato, perchè voleva
potersi vantare poi di aver fermamente sopportato, per amore, giorni
tristi, ore difficili e lamentevoli, il pericolo d'una esistenza
scolorita, tutta solitudine, malinconia, rinunzie, privazioni, e persino
lo spettro sinistro della miseria e della fame. Bisognava essere
un'eroina per affrontare simili eventi, e Silvina se ne vantava già in
cuor suo, e pensava che Silvio poteva bene gloriarsi di lei, perchè non
tutte le donne sarebbero state capaci di tanto. Per consolarsi, per
consolarsi un poco, e anche per piacergli sempre più, per non perdere
nulla del suo fascino, ella si pettinava con cura; si incipriava bene
bene, si cambiava sempre quei due abiti che aveva portati con sè e si
metteva al collo la collana con lo smeraldo che Silvio trovava
bellissima. Così, come faceva in casa nostra, anche lassù al settimo
piano di quella casa, Silvina passava lunghe ore allo specchio, e
sognava gioielli e vesti splendide, con scollature e strascichi,
ventagli di piume magnifiche, e nei capelli un diadema.
Il padre e la madre di Silvio erano molto ricchi e non avevano altro
figlio che lui. Essi possedevano una grande villa con un grandissimo
parco alle porte della città; avevano carrozze, cavalli, servitori in
gran numero, ed erano anche molto vecchi. Silvio avrebbe cercato di
lavorare, poi si sarebbe stancato. Si sarebbe stancato di quella vita
miserabile, di abitare al settimo piano d'una brutta casa, di mangiare
poco e mai cose ghiotte, di addormentarsi al lume di una candela, di
andare in giro con abiti consumati, e infine di sciupare così la
bellezza di Silvina sua, senza che potesse risplendere in alcun modo.
Allora le sue manie di libertà, d'indipendenza, sarebbero svanite, ed
egli avrebbe pensato di riavvicinarsi alla sua famiglia, avrebbe scritto
una lunga lettera al suo signor padre, nella quale gli avrebbe chiesto
perdono e si sarebbe esteso assai nel celebrare la grazia, la beltà, la
fine educazione, il nobile animo e l'amore di Silvina, pregandolo in
ultimo di accoglierla come figlia in casa sua e di benedire la loro
felice unione. Poi pensava, Silvina, che Silvio le aveva dipinto suo
padre come un uomo di vecchio stampo, rigido nei suoi principi,
autoritario e violento... Allora la sua fantasia prendeva il volo per
cieli meno sereni, e con freddo cinismo immaginava che, essendo tanto
vecchi, il padre e la madre di Silvio avrebbero potuto presto morire,
forse erano già morti; la loro carrozza avrebbe potuto rovesciarsi nel
fiume mentre facevano la loro passeggiata la sera, o dei ladri,
aggredendoli nel parco, avrebbero potuto ucciderli; e così, ogni
ostacolo sarebbe scomparso d'un tratto, ed ella, con Silvio, sarebbero
andati ad abitare in quella bella villa, avrebbero avuto quelle belle
carrozze e quei bei cavalli, tutti quei servitori, e di tutto quanto la
padrona era lei.
Ma Silvio, per mezzo di una vecchia nutrice, aveva potuto sottrarre da
casa sua alcuni oggetti preziosi suoi personali che nella fretta di
fuggire non era riuscito a portare con sè. Rimpinguò così il suo tesoro,
che già era esausto, e riprese coraggio nella fiducia incrollabile che
l'aiuto da tutti promesso con tanto slancio sarebbe infine venuto a
rischiarargli durevolmente la via. Erano già tre mesi che Silvio e
Silvina vivevano insieme. Egli s'era fatti alcuni amici, non si sa dove
pescati, poichè veramente Silvio non frequentava nessuna speciale
categoria di persone, ma tutta gente che incontrava per caso nel suo
continuo peregrinare in cerca di lavoro. Egli passava la maggior parte
del suo tempo, quando non era con Silvina, da un caffè all'altro, e con
pretesti d'ogni genere cercava di entrare in discorso con i suoi vicini
di tavolino, interloquiva non richiesto della sua opinione nelle dispute
più disparate; sempre nell'intento di dichiarare l'esser suo, di
richiamare sopra di sè l'attenzione della fortuna, che può presentarsi
sotto l'aspetto di una bella matrona con gli occhi bendati e in
equilibrio sopra una ruota, ma può anche assumere le meno classiche
sembianze di un commesso viaggiatore, di un diplomatico a riposo, di un
vecchio signore vestito a lutto o di un avvocato molto versato in
politica. E a tutti diceva alla fine, conducendo abilmente ogni
conversazione a quel punto ch'egli non perdeva mai di vista:
--Eccomi qua: io non chiedo di meglio che lavorare. Io non ho falsi
pudori, idee preconcette. Sono libero ecc. ecc. E poichè vestiva
decentemente e non chiedeva mai un soldo in prestito, si comportava con
educazione e riservatezza, era ottimista, di buon umore, simpatico, alla
mano e parlava bene, tutti finivano per dire di lui:--Che bravo, che
caro ragazzo!--e lo accettavano volentieri come compagno di ozi.
Appunto in uno dei tanti caffè di cui era cliente assiduo e noto, Silvio
aveva conosciuto il principe Stroztki. Era un polacco, un diplomatico,
dalla figura ridicola ma piena di razza. Aveva quarant'anni, vestiva con
ricercatezza, gli piacevano le belle donne e componeva anche dei versi.
Il principe portava sempre le mani inguantate di splendidi guanti
bianchi e un cappello grigio chiaro di feltro finissimo. Sotto il
cappello, divisa in due da una irreprensibile riga, brillava di
profumati cosmetici una parrucca nerissima, purtroppo così falsa che,
nascondendo la calvizie del cranio, rendeva più che mai evidente la
calvizie, per così dire, del viso, che era gialliccio e senza l'ombra di
un pelo in tutta la sua superficie.
--Ah, Silvio, disse un giorno il principe con accento di dolce
rimprovero, io sono molto in collera con voi. Sì, molto molto in
collera. Voi avete una graziosa amica, un'amica molto graziosa, mi
dicono, e la tenete nascosta?
--Oh, principe, balbettò Silvio confuso, chi vi ha detto una cosa
simile?
--Amico mio, rispose il principe, la violetta è un fiore che facilmente
passa inosservato finchè non si colga. Ma quando si è colto e si porta
all'occhiello?
--Voi volete burlarvi di me, signor principe, disse Silvio arrossendo.
Io non ho nessuna viola all'occhiello.
--E se io stesso vi avessi veduto, invece, con una bellissima viola?
ribattè il principe con malizia. Ditemi dunque, caro Silvio: non eravate
mica voi, ieri sera, all'Alhambra, in compagnia di una donnina bionda,
molto carina, molto elegante, con un bell'abito proprio viola e uno
smeraldo al collo?
--Sì, sì, confessò Silvio sorridendo, ero io. Ma la signora che
accompagnavo non era una piccola amica.
--Capisco, soggiunse il principe, è un segreto...
Silvio si fece coraggio e disse:
--Era mia moglie.
Il principe lo guardò per un attimo stupito, incredulo. Poi sorridendo,
disse con galanteria:
--Ve ne faccio i miei complimenti... È una deliziosa creatura.
Silvio s'inchinò e rimase muto. Si sentiva intimamente orgoglioso di
quella lode, che gli veniva da un così raffinato intenditore. Per una
volta che aveva condotto Silvina in un luogo frequentato da gente
elegante, illuminato sfarzosamente, adatto per far brillare la sua
grazia, la sua leggiadria, la sua candida bellezza, subito era stata
ammirata, per quanto non mancassero là dentro le donne avvenenti,
giovani, belle, i ricchi abiti, le acconciature sfarzose.
--Non sarete mica geloso, caro Silvio, disse il principe, vedendolo
silenzioso ed assorto.
--Oh, principe! esclamò Silvio con candore. Noi ci amiamo teneramente.
Rientrando in casa, Silvio si sentiva ebbro di gioia. Volava leggiero su
per le scale, come se lo portasse il vento. Entrò d'impeto nella stanza
e trovò Silvina che aveva colto un garofano rosso nel suo giardino e,
civettando dinnanzi allo specchio, se lo stava allora appuntando tra i
capelli. L'abbracciò, la coprì di baci, gridando:
--Amore, amore mio! Poi indietreggiò di due passi ed esclamò:
--È vero, è vero! Ed io sciocco che non ci avevo mai pensato! C'era una
piccola viola nascosta: io l'ho colta. Ora come potrebbe più
nascondersi? Il principe, l'amico mio, ha ragione!
--Tu conosci un principe? domandò Silvina senza distrarsi dallo
specchio.
--Sicuro! esclamò Silvio. Stroztki: un vero principe.
--E chi è questa viola mammola? domandò Silvina con una punta d'ironia.
--Ma tu stessa! esclamò Silvio.
--Bella! disse Silvina. E dove mi ha veduta?
--Ieri sera, all'Alhambra! rispose Silvio. Mi ha domandato:--Chi era
quella graziosa donnina così e così, biondina, vestita di viola, molto
graziosa, molto elegante? Gli ho risposto:--Mia moglie!
--Mio Dio! disse Silvina, come ha potuto trovarmi elegante? Con questo
vestitino viola, così sciupato?...
Silvio rise allegramente e le chiuse la bocca con un bacio.
--Ah, non sai! le sussurrò all'orecchio, non sai che già muoio di
gelosia?
Fu quello uno degli ultimi baci che Silvio dette a Silvina.
Finì l'estate. In uno dei primi giorni di novembre Silvio incominciò a
tossire e si ammalò con una febbre altissima. Il medico chiamato in gran
fretta stimò che convenisse trasportarlo all'ospedale, dove, curato
energicamente, avrebbe potuto in pochi giorni guarire. Egli sopportò con
rassegnazione questa dura prova, e, consegnato a Silvina il suo magro
tesoro, l'abbracciò piangendo e si lasciò trasportare.
Nei nostri paesi l'autunno è brevissimo. L'inverno succede all'estate
quasi senza intervallo, in pochi giorni gli alberi si spogliano, una
settimana di piogge torrenziali lava la terra e la prepara pulita ad
accogliere il candido mantello che subito la ricopre. Così per lunghi
mesi, fino ai primi germogli di primavera, essa rimane immobile come
morta sotto un cielo anch'esso immobilmente grigio. Soltanto i passeri
(chi non lo ha notato)? conservano nell'universale tristezza il loro
buon umore salterino e ciarliero. Chi vive in campagna può ancora
trovare un conforto ai sensi mortificati, poichè se l'inverno non ha i
colori vividi e festosi della primavera, nè il tepore oppiato dei grandi
meriggi estivi, nè lo splendore delle belle notti d'autunno, offre
almeno all'immaginazione scheletri nudi e immensi spazi candidi che essa
può rivestire e dipingere delle più consolanti e promettenti visioni. Ma
nelle città gli uomini infreddoliti si sentono abbandonati da Dio nello
squallore delle loro opere di fango e di pietra; senza l'oro del sole,
senza l'azzurro del cielo, senza il verde dei giardini, vedono quanto
siano pesanti e lugubri le loro più ammirevoli architetture, e, curvando
il capo sfiduciati sotto il peso della solitudine e della malinconia,
non sanno concepire se non dolorosi pensieri.
Rimasta sola e triste, poichè ebbero portato via Silvio con la barella,
Silvina non aveva per difendersi dal freddo se non quei due vestiti di
seta leggera. Non c'era nè stufa nè camino dove accendere il fuoco.
Affacciarsi all'abbaino era da piangere, a veder le nuvole gonfie
rotolare sui tetti neri e paurosamente deserti. Per l'appunto pioveva.
Le gronde facevano una musica funebre gocciolando gocciolando con
esasperante monotonia, sempre lo stesso suono e la stessa pausa, senza
sostare un momento. Nel ronzio continuo della pioggia sul tetto, i più
piccoli rumori, i più lontani, diventavano sordi tonfi, cupi boati,
stridori infernali, e pareva che nel corridoio buio e deserto, nei solai
disabitati, si muovessero catene e rimbombassero martelli, e passassero
in fuga torme di animali infuriati. Le vecchie suppellettili
scricchiolavano tutte con lunghi gemiti, come se spiriti imprigionati
nelle loro membra di legno tarlato e inchiodato si torcessero spasimando
per liberarsene. Alla porta poi era un ininterrotto bussare, un
bisbiglio di voci soffocate, un avvicinarsi e allontanarsi di passi
cauti, un provare e riprovare chiavi alla serratura, un lavorio
affaccendato di mani ladre lungo i battenti, intorno ai cardini, che non
finiva mai. E Silvina se ne stava raccolta in un angolo, con tutti e due
i suoi vestiti addosso, le mani inguantate, lo smeraldo al collo, parata
e immobile come una madonna di cera. A denti stretti ella cercava di
vincere il tremito convulso del freddo e tener sveglia la ragione che
tanti brutti pensieri cercavano di ottenebrare. Credo che rivedesse
allora il nostro gran focolare, dove tutti noi, raccolti in cerchio
dinnanzi ai bei ciocchi ardenti, le sere d'inverno facevamo scoppiar le
castagne spingendole con le molle bene in mezzo alla brace; e poi,
quando erano scoppiate, e la polpa bianca incominciava a rosolarsi, le
pescavamo dalla cenere, facendole saltar sulle dita e soffiando a gote
piene, finchè non erano intiepidite. Allora, sbucciate e fattene tante
piccole focacce, ce le imboccavamo l'un l'altro ridendo con buffi
oremus, laudamus e deo gratias. Certo rivedeva mia madre quando, posando
sulla sua fronte il bacio della buona notte, le rimboccava calde calde
intorno al collo le morbide coltri del suo buon lettuccio, dove era
cresciuta e aveva dormito tanti bei sonni tranquilli. Ma quando al di là
dell'abbaino la luce scialba invernale incominciò a scemare e dagli
angoli si diffusero nella stanza le ombre nere di quella prima sera di
solitudine, Silvina si alzò, aprì l'uscio, attraversò il corridoio,
scese correndo tre capi di scale, e senza esitare bussò alla prima porta
che le si parò dinnanzi.
VII.
Madama Humbert abitava appunto al terzo piano di quella casa con le sue
sette nipoti e con Loreto Re del Portogal. Ogni volta che Silvina
scendeva o saliva le scale, la trovava sull'uscio del suo appartamento e
doveva rispondere con un inchino al suo saluto. Non s'eran mai scambiate
altre parole che:--Buon giorno! Buona sera!--Ma i sorrisi di madama
Humbert erano affettuosi inviti ad un'intimità più profonda. Madama
Humbert era una distinta signora, che vestiva sempre di nero. Intorno al
suo collo portava sempre annodata una trina nera, e il suo aspetto era
quello di un'onesta vedova che offrisse alla memoria ormai lontana del
suo sposo il tributo modesto sì ma spontaneo di quegli abiti sempre
sempre neri. Dalla cintola in su ella era di una magrezza quasi deforme;
e il suo collo lungo e sottile pareva dovesse da un momento all'altro
piegarsi stanco sotto il peso del capo, che era rotondo e piatto, con un
viso tutto naso e bocca, dove gli occhi, privi di sopracciglia,
sembravano due forellini neri. I suoi capelli erano di un grigio
rossastro e radi, e tutti tirati a formare sul cucuzzolo un ciuffo di
peli arsicci, tenuto fermo da un pettine. Sotto la cintola poi il suo
corpo s'arrotondava in un ventre enorme, ch'era una specie di mostruosa
montagna su cui ella teneva sempre incrociate le mani.
Aveva da poco finito di cenare e, sdraiata sulla poltrona, dove le
piaceva riposare dopo i pasti, madama Humbert guardava amorosamente
Loreto che si stava appisolando. E vedendo le sue palpebre leggiere come
un velo di seta cadere e rialzarsi sulle indecise pupille annebbiate dal
sonno, pensava con tenerezza come Loreto rassomigliasse tutto a un
cristiano. Le sette nipoti di madama Humbert, tutte fiorenti e giovani,
erano mollemente sdraiate sui tre divani intorno intorno al salotto. Ai
colpi che improvvisamente risuonarono contro la porta, chi pisolava si
svegliò, chi sbadigliava stirò le belle membra elastiche con un miagolio
di gatto, e chi guardava distrattamente le rose del soffitto voltò gli
occhi dalla parte dell'uscio e aspettò. Soltanto Loreto, cavato il capo
di sotto l'ala dove l'aveva allora riposto, e purgatosi in fretta, disse
con un sospiro:
--Lo zio, lo zio, lo zio!
Madama Humbert si alzò e a piccoli passi si diresse verso la porta, che
poi aprì lentamente.
Allora nella penombra della scala apparve, bianca, Silvina. Ella piegò
seria la fronte, passando dinnanzi a madama Humbert che s'era fatta da
parte per lasciarla entrare, e poi le domandò guardandola fissamente
negli occhi:
--Non la disturbo, signora?
Madama Humbert ridendo e scrollando il capo la prese per le mani e la
condusse in salotto, e, mentre le sue sette nipoti s'a
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