Gutenberg · eo1.org

← catalogue

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano

by Primo Uccellini · Italian · Gutenberg #40299 · 579,286 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano

Author: Primo Uccellini

Annotator: Tommaso Casini


        
Release date: July 22, 2012 [eBook #40299]
                Most recently updated: October 23, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/40299

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net (This file was produced from images
        generously made available by The Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MEMORIE DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO ***

  [Illustrazione: LUIGI UCCELLINI di Ravenna (1804-1882).]


  BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
  pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI.--N. 5-6



    MEMORIE DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO


                      DI
                PRIMO UCCELLINI


       pubblicate con annotazioni storiche
                   a cura di
                TOMMASO CASINI



                     ROMA
        SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
                    1898.


PROPRIETÀ LETTERARIA DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

_Gli esemplari di questo volume non firmati dal gerente della Società si
ritengono per contrafatti._

(87) Roma, Tipografia Enrico Voghera




AVVERTIMENTO


A queste «Memorie di un vecchio Carbonaro» che Primo Uccellini compose
nell'onorata vecchiezza, sí per ricordare a sé stesso e agli altri i
casi avventurosi e dolorosi della sua lunga vita di patriota, sí per
lasciare ai giovani concittadini l'utile insegnamento del proprio
esempio, non avrei voluto mandare avanti alcuna parola; poiché parevami
che non bisognasse presentazione o raccomandazione per un libro di
ricordi veramente vissuti, come oggi dicono, nei quali rinascono quasi
presenti i tempi torbidi della Carboneria romagnola e delle persecuzioni
pontificie e cardinalizie, le visioni luminose della Giovine Italia e
l'odissea amara dei proscritti politici, i moti cosí diversi del 31, del
48 e del 49 e la reazione trionfante sin presso al sorgere del
crepuscolo, annunziatore dell'Italia restituita nel pieno dominio di sé.
Tutta questa epica storia di dolori e di speranze, di prove ognor
rinnovate e di sconforti ineffabili, vide l'Uccellini e vi partecipò,
secondo che i casi e le forze sue consentirono, ma sempre con onorata
condotta, con anima immacolata, con intendimenti del piú puro
patriottismo. E delle molte cose vedute narrò quelle che piú da vicino
erano legate alle avventure sue personali, con semplice e ingenuo stile,
con fedeltà scrupolosa al vero, senza passioni e senza vanti; egli che
pur di vantarsi avrebbe avuto e occasioni e ragioni, egli cui le tarde
persecuzioni dell'idea mazziniana--sua face illuminatrice nella
giovinezza, suo conforto e riposo nella piú matura età--avevano tenuta
viva e salda tutta la passione politica destata dalle persecuzioni dei
Rivarola e degli Invernizzi. L'Uccellini scrisse queste sue ricordanze,
passati ch'egli ebbe di poco i settant'anni, quando la mano affaticatasi
in mezzo secolo di lavoro era già stanca; ma la memoria era ancora
fedele e pronta la mente, cosí che quelle sue paginette si venivano
riempiendo di uguale e nitida scrittura a matita, senz'altro lavorio, da
quello in fuori che è rappresentato da pochi ritocchi e rinvii e da
alcune pochissime correzioni o aggiunte di nomi e date[1].
Pubblicandole, per gentile consenso del possessore dell'autografo,
l'egregio cittadino Francesco Miserocchi, mi sono fedelissimamente
tenuto alla forma data alle sue Memorie dall'Uccellini medesimo; salvo
che ho riordinata la punteggiatura ch'egli soleva segnare per mezzo di
lineette, ho aggiunto o rettificato qualche nome proprio, e qua e là,
desumendole da documenti certi, ho messo tra parentesi quadre alcune
date, perché agevolassero al lettore la piena intelligenza di queste
ricordanze. Alle quali ho fatto seguire, perché mi parve di
corrispondere a un desiderio dell'autore, la narrazione della sua ultima
prigionia, ch'egli stesso aveva stampata vivente[2], e una serie di
annotazioni, nelle quali, oltre rapidi accenni storici e biografici su
cose o persone da lui ricordate, ho allogato ciò che dal carteggio di
prigione e d'esilio dell'Uccellini coi suoi parenti e amici[3] ho potuto
ritrarre di utile per la storia, sia pure aneddotica, dei patrioti
italiani e specialmente dei profughi del 31, e per conoscere piú da
vicino alcuni dei casi che egli aveva solo accennati o anche omesso di
raccontare nelle Memorie.

[1] L'autografo è di 61 cartelline scritte a matita: il testo di esso
trascritto senza i necessari avvedimenti fu pubblicato infedelmente in
un periodico di Ravenna, _Il Ribelle, organo della Consociazione
repubblicana Pensiero e Azione_, Anno I, n. 1-15 (5 gennaio, 12 aprile
1884), col titolo di _Memorie inedite delle vicende politiche di Primo
Uccellini_; ma il giornale morí poco dopo, né oggi se ne trova piú
alcuna copia, salvo quella conservata nella biblioteca Classense: sí che
le Memorie dell'UCCELLINI furono stampate, ma non si può dir che fossero
veramente pubblicate.

[2] La narrazione dei _Cinque mesi di carcere nel forte di Bormida_ fu
pubblicata nel _Diario ravennate per l'anno 1870_, pag. 29-40: che
l'UCCELLINI la considerasse come parte integrante delle sue Memorie si
rileva dal cenno che egli fa alla fine del cap. LXXV (pag. 108).

[3] Tutte le lettere e carte dell'UCCELLINI da me vedute e studiate si
trovano presso il Miserocchi: al quale rendo pubblicamente le piú vive
grazie per essermi sempre stato cortese di ciò che egli possiede nella
splendida raccolta del Risorgimento italiano.

L'Uccellini non ebbe mai ambizioni letterarie, ma per le dure necessità
dell'esilio dovette ingegnarsi di trarre dalla penna qualche aiuto alla
vita. In Francia lavorò a parecchie compilazioni, di alcune delle quali
non si è potuto avere piú precisa notizia: tali sono, per esempio, quei
fascicoli di un'opera morale, che dovettero esser pubblicati per
associazione in Dijon dal 1836 al '37, ma non continuarono oltre il
secondo, per difetto di abbonati; quel Compendio della storia d'Italia
con la descrizione del suo stato moderno, che s'incominciò a stampare
nel '37, ma dopo le due prime puntate uscite nel '38 e concernenti lo
Stato pontificio non ebbe altro seguito, perché un commesso infedele gli
portò via ogni frutto del suo lavoro; quelle Effemeridi del 1840 per il
dipartimento della Costa d'oro, che saranno state, m'imagino, uno dei
tanti almanacchi descrittivi, statistici o storici allora in uso. Di
tutti i lavori che il nostro ravennate pubblicò o preparò durante
l'esilio, io non ho potuto vedere che il _Nuovo_ | _dizionario
portatile_ | _della_ | _lingua italiana_ | _compilato_ | _sul gran
vocabolario stampato in Bologna_ | _nel 1828 da P. Uccellini_ |
_professore d'italiano_[4]; una ricompilazione copiosa e diligente, se
non sempre esatta nelle definizioni, dal noto lessico bolognese del
Cesari.

[4] Parigi, presso J. Langlumé e Peltier, librai, contrada du
Foin-Saint-Jacques, 11, 1842; in-32º di pag. VI-630, a due colonne.

Tornato dall'esilio, l'Uccellini poté volgere le sue pazienti fatiche di
compilatore a una materia meno arida e meno ingrata; voglio dire la
storia patria romagnola, della quale par che egli si proponesse di farsi
volgarizzatore fra il popolo. E di queste sue fatiche frutto osservabile
fu il _Dizionario storico_ | _di Ravenna_ | _e di altri luoghi di
Romagna_ pubblicato, in grosso volume (col motto _Indocti discant, ament
meminisse periti_), nel 1855[5]: dove, traendo la materia per
grandissima parte da un simile lavoro manoscritto del ravennate conte
Ippolito Gamba (1724-1788), ordinò molte notizie storiche, biografiche,
genealogiche ecc. degli uomini e cose notabili di Romagna; lavoro di
largo disegno, riuscito necessariamente di scarso valore, perché
l'autore poté giovarsi di pochissime fonti storiche né ebbe sempre un
criterio sicuro di elezione e di metodo, ma ciò non ostante consultato
anche oggi da chi non abbia familiari o non possa trovarsi sotto mano le
opere speciali di piú compita e larga erudizione[6].

[5] Ravenna, nella tip. del Ven. Seminario Arcivescovile 1855: in-4º, di
pag. 513.

[6] Vedo, p. es., che lo cita e se ne vale anche l'egregio ing. E.
ROSETTI nel suo eccellente libro _La Romagna, geografia e storia_,
Milano, Hoepli 1894, p. 642.

Ma di coteste sue cognizioni di storia patria l'Uccellini meglio si
valse a rendere piú utile e istruttivo il _Diario_ annuale di Ravenna,
del quale per molti anni curò la pubblicazione. La serie di questi
calendari romagnoli risale al 1703, cioè al _Diario sacro di Ravenna_
per quell'anno, compilato da Domenico De Vicari; un altro consimile uscí
nel 1784, a cura non so di chi, e per il 1792 si ebbe l'_Almanacco di
Romagna_, edito dagli eredi Biasini di Cesena, che è molto utile a
consultare, chi voglia conoscere lo stato politico ed ecclesiastico e
gli uffici e le instituzioni pubbliche della provincia alla vigilia
dell'occupazione francese. Durante il Regno italico si cominciò a
pubblicare nel 1811 dall'editore forlivese Matteo Casali l'_Almanacco
del dipartimento del Rubicone_, con notizie storiche e statistiche, con
l'indicazione dei pubblici funzionari, dei prodotti e delle industrie
locali, ecc.; ma non andò oltre il secondo anno, o almeno a me non è
riuscito di trovarne altri. Restaurato il Governo pontificio, ricomparve
nel 1818 e seguitò poi sempre il _Diario sacro_ di Ravenna, con il
calendario dell'anno e le autorità ecclesiastiche e civili, e ne fu
compilatore Luigi Uccellini, al quale, quand'egli morí nel 1834,
succedette nella modesta fatica un certo Roatti. Il nostro Uccellini
dall'esilio di Dijon promise di aiutare il continuatore della «impresa
lodevole»; ma poi il bisogno lo strinse ad assumerla per proprio conto,
sí che fatto stampare _Il Romagnolo_, diario per il 1838, ne mandò in
patria 500 copie, le quali furono subito vendute a cura degli amici e
parenti; ma per l'anno di poi l'almanacco giunse in ritardo, e non si
poté trarne alcun beneficio; sí che per il 1840 provvide mandando assai
per tempo il manoscritto e affidando la cura della stampa a Giulio
Guerrini, ma qualunque ne fosse la causa (forse qualche maneggio del
compilatore del _Diario sacro_), la stampa non si poté fare. Nella
redazione del _Diario sacro_ intervenne un cambiamento, poco prima del
ritorno dell'Uccellini dall'esilio; poiché quello dell'anno 1846 ha un
breve proemio ove si annunzia un compilatore nuovo[7], che si crede
esser l'Uccellini medesimo, il quale ne avrebbe da quel momento presa la
cura sopra di sé. Sebbene nei _Diari_ che seguono sino al tempo del
definitivo ritorno dell'Uccellini in Ravenna, che fu nel 1852, si trovi
quell'ornamento che a lui tanto piaceva, delle notizie di storia
patria[8], non credo di esser lontano dal vero ritenendo che la
compilazione, come cosa propria ed esclusiva, fosse da lui assunta
solamente con la redazione del libretto per il 1854, che si vide
apparire con titolo di _Almanacco della provincia di Ravenna col Diario
sacro_. La serie dei libretti annuali compilati dall'Uccellini durò fino
al 1880, poi la redazione fu da lui ceduta a Primo Gironi, già suo
collaboratore negli anni anteriori; il titolo tornò a essere _Diario
sacro_ nel '55, poi fu di _Diario sacro e profano_ nel '60; dal 61 al
'63, _Diario di Ravenna_, e indi poi sempre di _Diario Ravennate_. Ogni
fascicoletto, oltre il calendario e la serie degli uffici governativi,
municipali ed ecclesiastici, contiene dal 1854 all'80 una messe copiosa
di notizie, documenti e curiosità di storia patria, raccolte e date
fuori a titolo di varietà e di istruzione popolare, e quasi tutte fatica
propria dell'Uccellini; al quale per altro alcuna volta si compiacquero
di porgere il contributo di piú dotti lavori alcuni amici suoi, come
Adolfo Borgognoni e Corrado Ricci. Queste compilazioni storiche
dell'Uccellini[9] sono di scarsissimo valore per ciò che riguarda i
tempi antichi; ma acquistano il carattere di preziose testimonianze
allorché raccontano fatti della storia piú recente, massime del
risorgimento nazionale. Non sempre è possibile discernere ciò che
l'Uccellini dettò egli stesso da ciò che gli fu dato a stampare da alcun
suo cooperatore; ma con sicurezza si devono registrare come suoi gli
scritti seguenti:

[7] «Eccovi, o benevoli lettori, il _Diario sacro_ di questa Città e
Diocesi per la prima volta da me compilato.»

[8] In quello del 1847 è narrato l'assedio di Ravenna per opera di
Teodorico; nel '48 e '49 si parla di due scismi della Chiesa ravegnana;
nel '51 si dà un quadro cronologico della storia ravennate, con altre
notizie storiche diverse.

[9] Il proposito espresso nel _Diario_ del 1856 di pubblicare ogni anno
un libro della _Storia di Romagna_ del CARRARI non ebbe seguito; invece
furono dati estratti delle Cronache ravennati del CORLARI e del RAISI
per il periodo 1796-97 nei _Diari_ degli anni 1858, 1866-68, 1870-73.

1. _Cronaca ravennate_ dal 1859 al 1878; ne furono pubblicati dei
frammenti nei _Diari_ del 1860 (_dal 13 giugno alla fine di novembre
1859_), del 1861 (_dal gennaio a tutto novembre 1860_), del 1879 (_dal
1870 sino al 1974 inclusive_), del 1880 (_anni 1875 e 1876_) e del 1881
(_anni 1877 e 1878_).

2. _L'ingresso delle truppe pontificie nelle Romagne_ (20, 21 gennaio e
5 febbraio 1832), nel _Diario_ del 1863.

3. _Persecuzioni politiche, 1921-25_; nel _Diario_ del 1864.

4. _Spedizione contro Roma, colonna mobile di Ravenna, 1831_; ivi.

5. _Biografia: Antonio Ghirardini sopranominato Buraccina_; ivi.

6. _Vita di Andrea Garavini_; nel _Diario_ del 1867.

7. _Martirologio politico ravennate_; nel _Diario_ del 1868.

8. _Il generale Giuseppe Garibaldi sottratto dai patrioti ravegnani alle
ricerche degli Austriaci nell'estate del 1849_; nel _Diario_ del
1869[10].

[10] Di questo notevole scritto dell'UCCELLINI furono tirati a parte
alcuni estratti, in forma di opuscolo in-8º, di pp. 44, aggiuntavi la
storia e la fotografia del Capanno del Pontaccio, come si ha dal titolo
seguente: _Relazione | dello scampo | del | Generale Garibaldi | dalle
ricerche degli Austriaci | nell'estate 1849 | coll'aggiunta | della |
Storia della fondazione | del Capanno del Pontaccio | ornata | della
fotografia del Capanno stesso_. Ravenna, Stabilimento tipogr. di G.
Angeletti, 1868; e sono rarissimi (uno ne ha la Classense, 83, 2, Busta
XII, 8). Ma del tutto introvabile è la ristampa che ne fu fatta in
Ravenna a cura di C. ZIRARDINI, che vi aggiunse una breve biografia
dell'autore, e si proponeva di illustrare e compiere la narrazione
dell'Uccellini con una serie di note, che non furono poi né scritte né
stampate; e cosí i fogli già impressi furono distrutti. Un esemplare di
essi, forse il solo scampato, fu da me acquistato alla vendita dei libri
di Curzio Gallina; è un volumetto in-16º piccolo, di pp. 112, che porta
questo titolo: PRIMO UCCELLINI | _Giuseppe Garibaldi | sottratto dai
patrioti ravegnani | alle ricerche degli austriaci | nell'estate del_
MDCCCXLIX | Ravenna 1883 | Tipografia editrice | di Claudio Zirardini.

9. _I missionari del 1824 e l'arcivescovo Codronchi_; nel _Diario_ del
1879.

10. _Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi seguaci contro
la Guardia urbana nel 1831_; ivi.

Se a questi scritti si aggiunga la _Relazione storica sulla avventurosa
scoperta delle ossa di Dante Alighieri_, scritta e pubblicata
dall'Uccellini nell'anno medesimo del centenario dantesco[11], si sarà
enumerato tutto ciò che il buon patriota produsse nel campo letterario;
nel quale egli non impresse solchi durevoli e profondi, ma lasciò negli
scritti testimonianza di amore operoso alle memorie gloriose della sua
terra natale. E quando il 29 marzo 1882 l'Uccellini chiuse per sempre
gli occhi alla luce, il compianto grandissimo che si levò per Ravenna e
per tutta la Romagna[12], se era specialmente un tributo di reverenza al
cittadino morto immutato nella sua fede politica e serbatosi intero di
animo e di vita in mezzo a tante apostasie e a molte viltà; non dobbiamo
dimenticare che esso era anche riflesso di una popolarità, alla quale
molto avevano conferito le modeste compilazioni del _Diario Ravennate_.

                                                         T. CASINI.

[11] Ravenna, stabilimento tip. di G. Angeletti, 1865, in-8º, pp. 16.

[12] Nel giornale _Il Ravennate_, 31 marzo 1882 (a. XIX, n. 61) si legge
una necrologia dell'Uccellini e sono riprodotti, in parte, i molti
manifesti che le Associazioni cittadine pubblicarono per i funerali.
Notevole quello degl'impiegati municipali, steso da ADOLFO BORGOGNONI,
che è un vero e compiuto ritratto dell'Uccellini: «Egli appartenne alla
sacra legione di quei generosi che tutto dedicarono al risorgimento
morale e politico della Nazione. Militò dapprima nel segreto delle
cospirazioni e preparò l'armi per fronteggiare la mala signoria che
manomise il paese, e si ebbe assidua persecuzione e duro carcere.
Carattere incrollabile, non cedette all'impeto della forza che lo
opprimeva, ma riprese l'ineguale tenzone, e ne ebbe l'amaro esiglio,
dove sofferenze, privazioni, dolori non valsero a cancellare, ma
ingagliardirono nell'animo invitto il pensiero e la fede nei futuri alti
destini della patria. Ritornato in seno a questa, illustrò di opere
notevoli la letteratura di Romagna, e fu prescelto dal Municipio
all'ufficio di vicebibliotecario della Classense, nella quale rese
importanti servigi. Non chiese mai premio delle opere patriottiche da
esso compiute. La religione del sacrifizio in cui visse e morí vota al
suo nome l'aureola intemerata dei martiri del dovere».




MEMORIE

DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO

                                      O piccole o grandi le memorie
                                      patrie è dovere il conoscerle,
                                      perchè nel passato è gran parte
                                      del nostro avvenire.

                                                        N. TOMMASEO.


_Scrivo le vicende della mia vita politica, come altre volte le
raccontai in convegno di amici, cioè in quel modo genuino che può usare
chi non è scrittore, ma un semplice compilatore di cose patrie. Le
scrivo perché ritengo che i miei giovani concittadini, a cui le dedico,
possano ritrarre da esse utili insegnamenti._

                                                       PRIMO UCCELLINI.

  30 giugno 1877.


[I.] Nacqui nel 9 gennaro 1804, quando la Francia, sottrattasi già
dall'assolutismo dei Borboni, reggevasi in repubblica e faceva prevalere
pure in Italia i principi che essa aveva adottati; sicché m'inspirai per
tempo a sensi liberali.


[II.] Mio padre, conosciuto per l'amenità del suo carattere e per
l'originale gaiezza del suo umore, esercitava con somma maestria l'arte
di tipografo; ed essendo di mente aperta pervenne ad arricchirsi di
quelle cognizioni, che non ebbe agio d'acquistare nelle scuole. Di umore
allegro dilettavasi di compor versi, che destavano lunghe risate nelle
comitive, e molti ne corrono ancora per la bocca del volgo. Fervido
partigiano della Francia, fu compreso tra i liberali condotti alle
Bocche di Cattaro dopo i successi degli alleati in Italia; ma la
battaglia di Marengo li salvò tutti da certa ruina. In seguito ebbe a
soffrire alcune vessazioni a causa dell'atterramento delle Croci,
operato da' Giacobini, al quale prese parte. Ma, caduto l'Impero, attese
con zelo all'ufficio di commesso, conseguito nel Municipio.


[III.] Premuroso di iniziarmi presto negli studi mi assegnò per maestro
un certo Coatti di Argenta che aveva nome di dotto. Ma alla fin dei
conti il suo merito maggiore consisteva nell'imprimere sopra cartaccia
imagini di sant'Antonio, colle quali ci carpiva una parte della
colazione e della merenda. In seguito fui preso in casa da un certo
Zavaresi, prete di qualche intelligenza, ma manesco all'ultimo segno; e
non stava un minuto senza adoperare il nerbo.


[IV.] Finalmente m'introdussero nelle scuole del Collegio come alunno
estero. Allora presi alquanto gusto negli studi, e nella cattedra di
diritto civile e canonico, diretta con somma lode dal professore
avvocato Zalamella, conseguii il 2º premio. Ma il povero mio padre col
peso di numerosa prole, e di continuo afflitto da malattie, non era piú
in grado a sostenere le spese degli iniziati studi di legge,
specialmente quelle che occorrevano per la provvista dei libri, e
m'indusse ad abbandonarli, per darmi alla carriera degli impieghi.


[V.] Correva allora l'anno 1818, cioè era il tempo in cui la Carboneria
fioriva ovunque. L'Italia presentava un vivaio di sètte, di diverso
nome, ma tutte tendenti allo stesso fine: abolizione della monarchia
assoluta. In Ravenna la Carboneria dividevasi in tre sezioni: la prima
portava il nome di _Protettrice_, perché reggeva le altre; la seconda di
_Speranza_, perché composta in gran parte di giovani studenti; e la
terza, perché era un miscuglio di ogni sorta di gente, operai quasi
tutti, i piú pronti all'azione, ebbe il nome di _Turba_. Ogni sezione
aveva un rappresentante presso la Protettrice, il quale le dava contezza
d'ogni movimento di ciascuna sezione.


[VI.] Incline a far versi ne tirava giú d'ogni colore sempre sullo
stesso soggetto, «la tirannia», e ciò mi diede nome fra i miei colleghi,
che pensarono senza ritardo d'introdurmi nella Speranza.

Una riunione preparatoria si tenne dapprima con altri neofiti nella
bottega del barbiere Medri; poi, tre sere dopo, accompagnato da chi mi
propose all'ammissione, fui condotto nel Borgo Adriano in casa di Luigi
Ghetti, ove stavasi adunata la presidenza della Carboneria. Appena
entrato fui da ignota mano bendato, e, in seguito di alcune parole
scambiate tra il proponente e chi guardava al di dentro l'adito della
stanza in cui risiedeva il consesso, venni introdotto. Una voce
imponente mi diresse varie interrogazioni, e quando ebbi data parola di
esser pronto a tutto sacrificare pel bene della patria, e di concorrere
energicamente alla depressione della tirannia, mi si fece porre la mano
sopra un nudo pugnale e sul medesimo pronunciai il giuramento
prescritto. Dopo di che mi si tolse la benda, e mi vidi attorniato da
una siepe di pugnali. Allora il vecchio Andrea Garavini, che dirigeva la
seduta, mi disse ad alta voce: «Tutti questi pugnali saranno in vostra
difesa in ogni incontro se osserverete la santità del giuramento
prestato, invece saranno a vostro danno ed offesa se vi mancate: la pena
del traditore è la morte.» Tosto mi venne indicata la squadra a cui
apparteneva, comunicati i motti d'ordine che giovavano ad intendersi, e
data ogni altra istruzione necessaria. Appena inscritto nel ruolo, ebbi
ordine di provvedermi di un paio di scarpe da munizione, di un sacco
militare; v'era chi ne fabbricava per conto della Società.


[VII.] Certamente il Governo ignorava ciò che era a tutti palese: il
crescere ed estendersi del partito che lo voleva abbattere; ma il fatto
è che rimase inerte ben sapendo che ogni ramo della pubblica
amministrazione stava nelle mani della Carboneria, la quale avrebbe
saputo rendere inefficace qualunque ordine contro di essa emanato, e
sapendosi che l'Italia contava da 300 mila carbonari. Ma si scosse
terribilmente quando poté avere un punto d'appoggio sullo straniero,
come vedremo in seguito.

Intanto gli agenti della forza, se capitavano in una bettola ove stavano
carbonari, si univano ad essi, e col bicchier in mano cantavano in coro:

      Uniti e concordi
    Scacciam lo straniero,
    Ognun sia guerriero,
    Sia pronto a pugnar.

      Dall'Alpi scoscese
    All'Etna infocato
    Sia tutto uno Stato,
    Un popolo sol.

Uno dei gravi difetti degl'Italiani, e dei Romagnoli specialmente,
quello si è di darsi ad una smodata gioia in aspettativa di qualche
lieto evento e di perdersi in feste e in divertimenti sempre di
distrazione dagli assunti intenti. Vi sono ancora dei vecchi che
ricordano le strepitose e dispendiose feste date nell'incontro della
serata di una certa Morandi, prima donna in quei giorni nel nostro
Teatro comunale: fu, è vero, una dimostrazione politica, perché i
liberali la consideravano come il simbolo della libertà nazionale; ma la
dimostrazione era fuor di proposito, e denari non pochi si dispersero
senza frutto.


[VIII.] Il movimento appressavasi sempre di piú, e seppi che si doveva
iniziare nel regno di Napoli, ove stava il nerbo della Carboneria e dove
la truppa era in pieno d'accordo coi capi delle sètte. Quando gli
Austriaci si fossero mossi contro Napoli, tutto il centro d'Italia, già
pronto alla riscossa, doveva gettarsi sugl'invasori e contrastar loro il
passaggio. Il Piemonte pure doveva insorgere. Ma un ordine spedito
dall'Alta Vendita di Bologna, a quanto mi fu detto, dispose che si
lasciassero passare gli Austriaci senza molestarli e che solamente al
loro ritorno venissero da ogni parte assaliti. Liberi da ogni molestia,
essi giunsero freschi ed intatti alla loro destinazione e dispersero
senza stento le falangi patriottiche. E chi poteva seguire l'ordine di
Bologna, quando trionfanti e pettoruti col mirto al cimiero
retrocederono dalla loro impresa?


[IX.] Eccoci all'anno 1821, anno di continue tribolazioni. Il Governo [1
marzo 1820] affidò il reggimento della provincia di Ravenna al cardinale
Antonio Rusconi, vescovo d'Imola detto _Cuccardina_, accanitissimo
satellite della Corte romana. Sbirri e gendarmi penetravano di notte
tempo nei domicili di quei cittadini, che nell'anno scorso si erano
dimostrati esaltati liberali e che avevano insieme bevuto alla salute
d'Italia; mettevano in iscompiglio tutte le famiglie, senza aver
riguardo né a vecchi né a giovani, e colle sciabole sguainate alla mano
scomponevano pagliacci, materassi, mobili, ritenendo che occultassero
armi, carte, munizioni ed oggetti settari. Fatte le perquisizioni,
arrestavano le persone dalla polizia loro designate; e senza permettere
nemmeno di abbracciare i propri congiunti, venivano strappati dal
focolare domestico, rinchiusi in diversi veicoli e strascinati nei forti
dello Stato: e a molti s'impose l'esiglio.


[X.] In quale agitazione fosse il paese ognuno lo può da sé arguire.
Però i carbonari, scampati dai rigori del cardinal Legato, non si
perderono d'animo; anzi riordinarono in breve con maggior prudenza le
loro squadre e si posero in condizione di sventare le sue mire. Quello
che piú premeva era di frenare la prepotenza e l'insolenza degli sbirri
e dei gendarmi divenuti insopportabili.

Quando essi incontravano un liberale loro maleviso lo afferravano per
l'abito, lo tiravano di qua e di là, e il piú bel complimento che gli
potessero fare era questo: «Dove vai, carogna?» e se non si rispondeva a
loro modo davano mano anche ai pugni; guai se si reclamava: il rimedio
diveniva peggiore del male. Non poche volte osarono svellere persino i
peli dei baffi; barbarie che non credo usata neppure fra i selvaggi. Ma
_abyssus abyssum invocat_. Si tennero d'occhio coloro che di tante
sevizie erano fautori, ed a tempo opportuno ricevevano il guiderdone che
meritavano.


[XI.] Accaduta la morte di Pio VII [20 agosto 1822], il Rusconi andò a
Roma al Conclave, lasciando la provincia nella massima esasperazione e
con una dose d'odio contro chi ci reggeva maggiore il doppio di prima.
Dopo la elezione del papa Leone XII [28 settembre], venne surrogato al
Rusconi il cardinale Agostino Rivarola [11 maggio 1824], uomo bisbetico,
prepotente ed eccentrico all'ultimo segno. Egli fu investito di ampie ed
estese facoltà, dette leonine, sulle quattro Legazioni e sulla
Delegazione di Pesaro ed Urbino. Nella campagna di Roma, ove aveva
dapprima agito contro i malandrini che l'infestavano, erasi acquistato
il nome di abile agente politico. Ma il risultato del suo operato in
Romagna fu interamente negativo.

Appena giunto a Ravenna con scorte di dragoni a cavallo, di cacciatori a
piedi e di missionari--che bell'amalgama!--ordinò che si chiudessero gli
spaccî di vino ed impose ad ogni cittadino che girasse di notte di
munirsi di un lume acceso. Il paese mostrò subito con satire di ogni
genere in qual concetto teneva tali provvedimenti. «Non possiamo
riunirci nelle bettole, dicevasi, ci uniremo nelle nostre case, lontani
dagli occhi della polizia; ecco un vantaggio per noi inatteso.» La
lanterna divenne presto un sollazzo; se ne fecero di carta a tre colori
nazionali, e si offerse una continua dimostrazione politica. In tutto
ciò che il Rivarola faceva, nulla appariva che dovesse essere il
rigeneratore delle Romagne. Ma i missionari? ecco il punto importante
del dramma. Appena giunti, eressero nel mezzo del Duomo un gran
paretaio, ove con ogni artificio di parole eccitavano i fedeli ad
accostarsi al sacramento della penitenza; specialmente «quelli che
seguendo le perverse dottrine del giorno erano nella via di perdizione».
Né bastavano le eccitazioni verbali. Il cardinale faceva percorrere in
ogni strada pattuglie di dragoni, che imponevano la chiusura dei negozî,
ed agenti di polizia, che spingevano i ragazzi alle missioni; ciò che
irritava anche i bigotti, perché dicevano non doversi sforzare
chicchessia in atti di religione. Io assistei per curiosità ad una
predica, e specialmente ad un dialogo tra il dotto e l'ignorante; e
posso dire che trovai piú di buon senso in una commedia di burattini che
in simili dialoghi, e previdi sin d'allora un tristo successo. Intanto
per favorire il concorso dei penitenti tenevasi aperta ogni sera nel
palazzo arcivescovile sino ad ora tarda la cappella di San Grisologo, in
cui erano confessionali ben disposti. È fuor di dubbio che lo scopo dei
missionari era quello di penetrare col mezzo della confessione ne' piú
reconditi segreti della Carboneria; come è pur fuor di dubbio che il
Rivarola mostrò all'arcivescovo Codronchi con lettera riservata il vivo
desiderio che coadiuvasse all'opera dei missionari: ma l'aver lasciato
cadere la lettera nelle mani del suo agente Zotti, il di cui figlio
Giovanni, addetto alla sètta, ebbe della medesima conoscenza, dimostra
che il Codronchi non intendeva di soddisfare al desiderio espresso dal
Legato, contrario ai principi di un degno cittadino e di un onesto
sacerdote.

Inesprimibile fu l'avversione che concepi il Rivarola contro Codronchi.
Essendo questi caduto ammalato, la Magistratura ordinò a spese pubbliche
un triduo nella cappella del palazzo comunale; ma il Rivarola siccome
era tempo di carnevale insisteva perché nella sala contigua si aprissero
durante il triduo feste da ballo. Ma la Magistratura fu abbastanza savia
per non aderire alla volontà del Legato, che agiva solo per rabbia e
dispetto, con scandalo del paese. Infine, stanco il Codronchi dei
dispiaceri che gli venivano dal Legato, rinunciò all'arcivescovado. Ma
il paese, memore sempre dei sommi beneficî da lui ricevuti, indusse la
Magistratura a recarsi subito a Roma presso il sovrano, onde non
accogliesse la data rinuncia, ed il vóto del paese fu compiuto. I
missionari pure vollero esprimere il loro malumore al Codronchi,
lasciandogli un foglio di ricordi pieno di insulti e di minacce.


[XII.] Il Rivarola aveva l'incarico non solo di purgare le Romagne dalle
sette, ma quello pur anche di dar termine ai processi politici iniziati
nel 1821 dal Rusconi. Questi processi furono confezionati nelle tenebre,
da persone scelte fra le piú avverse ai principî liberali, senza che
fossero ammesse prove a favore degli imputati; senza difesa insomma e
senza tutte le formalità e garanzie che la legge esige: processi creati
a seconda il sistema inquisitoriale che non ammette che due estremi,
accusa e condanna. Il Rivarola sulla relazione dei giudici processanti
da lui scelti, invocato con solennità il nome di Dio, quando invece era
da invocarsi quello del diavolo, pronunziò il 31 luglio 1825
inappellabile sentenza sopra 508 cittadini di ogni rango e condizione,
condannandone alcuni alla morte, varî alla galera, non pochi alla
detenzione per diverso tempo, e sottomettendo moltissimi ad un precetto
che, togliendo quella libertà di azione che è ad ognuno necessaria per
reggere i propri affari, era oltremodo pregiudicevole. Il Rivarola fu
sollecito di far commutare la pena di morte in quella di galera o di
accorciare il tempo delle pene agli altri inflitte. Non per questo
l'atto da lui emanato cessò di essere una mostruosità, un atto
d'ingiustizia, di cui non si trova esempio nella storia dei tempi piú
barbari. Chi potrebbe calcolare i danni che produsse quell'atto nelle
famiglie da esso colpite? Il malanimo fu intenso, persino nelle persone
affezionate al Governo; onde non è da stupire se si formarono complotti
contro la vita del Legato. Già altri tentativi eransi fatti in questo
senso, ma senza successo. Infine si risolse di assalirlo di fronte, come
fece Louvel contro il duca di Berry. Il giorno destinato all'ardita
operazione fu il 23 luglio [1826], giorno sacro a sant'Apollinare,
protettore di Ravenna, la quale in tale fausto incontro offriva nella
sera della festa un'accademia di suono e di canto nella sala del Teatro,
ove l'istituto era eretto, ed alla quale doveva intervenire il Legato; e
si stabilí di assalirlo nell'istante che ritornava al palazzo. Ma non si
trattenne che poco; e quando uscí, gli accessi della sala rigurgitavano
di gente ivi raccolta per intendere la musica: onde convenne rinunziare
al colpo, e i cospiratori seguirono la carrozza, che lo trasportò nel
Corso in casa di Gabriele Rasponi. A chi stava l'eseguire l'operazione,
si pose in agguato nell'angolo piú oscuro del portone di casa Loreta,
ora di Clemente Triossi, la quale viene ad essere dirimpetto a quella di
Rasponi, ed ivi attese impavido il momento opportuno. Quando il Legato
si mosse alla partenza, scesero sulla porta i servitori di casa con
torcie accese, il comandante di piazza che era presso il Rasponi e
l'ordinanza del medesimo, con altri inservienti. Chi stava in agguato
corse allo sportello opposto a quello in cui il Legato doveva ascendere,
contro il primo che pose piede in carrozza esplose un colpo di pistola,
ritenendo che fosse il Legato; ma invece era il di lui segretario, il
canonico Muti. L'ordinanza del comandante di piazza corse dietro a colui
che vide fuggire; ma presto lo perdé di mira. Il canonico restò
gravemente ferito e venne ricondotto in casa Rasponi; si è sempre detto
che la di lui morte avvenuta piú tardi fosse l'affetto di quella ferita.
Si pregò pure il cardinale a non muoversi per timore di un altro
assalto; ma volle partire ad ogni costo. Mi ricordo che io passeggiava
nella piazza col tenente di guardia, quando s'intese venir con impeto
insolito il legno del Legato; del che il tenente sorpreso corse al suo
posto, e si permise di chiedere: «Havvi qualche novità,
Eminenza?»--«Niente, niente han voluto salutarmi con una schioppettata»,
rispose; e scese nel suo appartamento, nella di cui cappella orò tutta
la notte, facendo vóto di erigere un altare nel Suffragio per l'ottenuto
scampo. Fu in breve richiamato in Roma, ove gli fu conferita l'alta
dignità di prefetto delle acque: cosí il Mongibello tuffato nelle acque
non poté piú vomitar fiamme.


[XIII.] Or comincia una nuova dolente istoria. Il papa all'annunzio
dell'attentato contro Rivarola, un cardine della Chiesa, s'infierí come
una iena, e risolse che a Ravenna venisse tolto il privilegio di
capoluogo di provincia, e fosse scomunicata, cioè subissata nel mezzo
dell'inferno. Intanto elesse una Commissione speciale mista [22 agosto],
composta di persone di provata affezione al Governo, della quale ebbero
la direzione un prelato di nome Invernizzi e un colonnello dei gendarmi
chiamato Ruvinetti, onde si cominciò a dire in paese: «o Ruvinetti ruina
Ravenna, o Ravenna ruina Ruvinetti». La Commissione assunse in breve il
suo ufficio [11 settembre] che era quello di scoprire gli autori
dell'attentato di Rivarola e di alcuni altri dello stesso genere rimasti
occulti. La Commissione s'insediò nel palazzo Baronio, e fu per caso che
riuscí a conoscere la via da tenersi per arrivare all'indicata scoperta;
ed ecco il caso. Due individui s'azzuffarono presso il corpo di guardia
ed uno di essi tirò fuori un lungo coltello, onde i soldati ivi di
stazione lo arrestarono e lo condussero in carcere. L'arrestato aveva
intrinseci rapporti con Stefano Piavi, impiegato negli uffici del genio
civile, membro dell'alta Carboneria e presidente della società della
Speranza, il quale aveva piena contezza dei fatti avvenuti. L'arrestato
espose ad Invernizzi che se lo rimetteva in libertà gli avrebbe additato
come regolarsi nella ricerca intrapresa; e da quanto espose su quel che
aveva appreso si ebbe modo da avanzare le investigazioni. Pare che il
Piavi, conosciuto l'operato del suo amico, sopranominato, credo,
Patanina, si presentasse da sé all'Invernizzi, e dietro l'assicurazione
che sarebbe lasciato illeso, spiegasse tutta la tela che era stata in
allora tessuta. Certo si è che il Piavi non fu mai menomamente
molestato, sebbene gravemente compromesso in gravi affari. La
Commissione non istette lungo tempo a Ravenna, ed avendo saputo che
tentavasi di minare le cantine che son dietro il palazzo Baronio, lo
sgombrò e andò a stabilirsi in Faenza.


[XIV.] Non si tardò a vedere l'effetto delle dichiarazioni del Patanina,
confermate dal Piavi, mentre alcuni mesi dopo arrestarono Gaetano
Rambelli ed altri di seguito senza posa. Non essendo le carceri
ordinarie di piazza sufficienti a contenere tutti gli arrestati, se ne
eressero delle straordinarie nell'ampio convento di San Vitale, e i
detenuti vennero affidati in custodia ai gendarmi che avevano piantata
la lor caserma di qua e di là degli spaziosi corridori di quel convento.


[XV.] Il giorno 3 ottobre 1827 venne il mio turno, e nel mentre che io
transitava per la piazza per recarmi al mio ufficio, verso le dieci
antimeridiane, un maresciallo colla scorta di alcuni dei suoi m'intimò
l'arresto: lo seguii senza batter parola. Avevasi accesso nelle carceri
pel portone ora murato, che vedesi presso la porta piccola della chiesa
di San Vitale. Giunto in ufficio, mi si usò una perquisizione la piú
minuziosa, indi fui condotto nel camerino assegnatomi: era umido,
senz'aria perché era coperto quasi interamente con un assito il vano
della finestra; la sentinella di fazione vi teneva di continuo gli occhi
addosso al detenuto, e se scostavasi un momento dal centro della camera
lo obbligava a ricomparirvi. Un tormento indicibile veniva poi
nell'estate a chi ivi era rinchiuso, a causa del lumicino a olio, che
tenevasi acceso presso lo sportello della porta onde la sorveglianza non
venisse mai meno. Non pochi poi erano i gendarmi zelanti di guardia, che
quando scorgevano che dormivate, facevano rumore dallo sportello per
svegliarvi. Concedevansi qualche volta libri da leggere e lo stramazzo.
Quando fui posto in carcere, io era gravemente ammalato; onde fu d'uopo
chiamare il medico. Sentivo bene che il mio male era prodotto da
infiammazione, pure egli mi ordinò della china. Per fortuna fece un
effetto contrario a quello che gli è proprio, e mi serví di un purgativo
efficacissimo. Sgombro di ogni materia fecale, ripresi energia, e quel
che piú interessa, appetito. Il trattamento delle carceri era
eccellente; buona minestra, scelto alesso, una seconda pietanza, frutta,
buon vino e pan bianco: ecco l'ordinario di ogni mattina; nella sera una
nuova pietanza con insalata, pane e vino come al mattino. Mi ricordo
che, quando mi fu chiesto se volevo il pranzo e che intesi proseguirsi
lo stesso trattamento, rinunziai all'offerta. L'umidità assorbita
nell'inverno mi sviluppò in primavera la rogna e foruncoli senza fine;
ma non feci ricorso per alcun medico, e lasciai che si sfogassero a
bell'agio, e feci bene. Colpito un giorno da rumore, come mosso da
allegria che dalla camera che mi era dirimpetto sorgeva, vidi diversi
dei piú noti settari e dei piú compromessi uniti insieme, che se la
passavano molto bene. E come ciò arriva? dissi io fra me, e concepii su
loro sinistri sospetti, che piú tardi potei verificare. Cosí pure ogni
sera all'ora di notte chiudevasi lo sportello pel passaggio di un
detenuto, e trovatolo una sera socchiuso, mi vi accostai tanto da poter
ravvisare l'individuo: era il dottor Mazzoni, che ogni sera vestito da
gendarme conducevasi dalla moglie.


[XVI.] Pochi giorni dopo il mio arresto fui chiamato dal giudice
istruttore e sottomesso agli esami sugli oggetti che mi erano imputati e
che qui accenno, per non parlare piú di essi, atteso che si ripeterebbe
in ogni esame gli stessi titoli, esposti or in un modo or in altro, or
con minacce or con dolci lusinghe, e sempre coll'addurre questa unica
prova: «consta al fisco». Ecco le accuse prodotte a mio carico:

1. di appartenere alla sètta carbonica;

2. di aver tentato con altri di ottenere i mezzi necessari per minare il
palazzo apostolico a danno del cardinale Rivarola e di avere io assunto
l'impegno di avere le chiavi della porta del palazzo della Tesoreria col
mezzo di Gaetano Orioli, presso cui stavano come custode degli ufficî
degli ingegneri, posti nel ricordato palazzo, onde si avesse modo di
entrare inosservati nei sotterranei ivi esistenti ed eseguire il
progetto;

3. di aver proposto di liberare dal carcere i detenuti politici di San
Vitale col far assalire da cento patrioti armati la chiesa di San Vitale
quando i soldati vi stavano disarmati ad ascoltar la messa nei giorni di
festa, di occupare le gallerie della basilica e di far fuoco sopra chi
azzardasse di muoversi, ed intanto cinquanta altri patrioti, invaso
l'interno del luogo, compiessero l'operazione progettata;

4. di aver composto uno scritto in versi martelliani ingiurioso al
Sovrano e ai suoi ministri.

A tutte le interrogazioni direttemi sopra le indicate accuse diedi
sempre una risposta negativa, rigettandole in un modo assoluto e
pregando che mi si esponessero le prove su cui basavano; ma era come
invocare la manna celeste, mentre col sistema inquisitoriale
escludevansi.


[XVII.] Erano vari mesi dacché i miei di casa non avevano avute mie
notizie, e mia madre erasi fitto in capo che io era morto e che già mi
avevano visto disteso in terra estinto nel mezzo della chiesa di San
Vitale. Allora mio padre fece alcune pratiche col colonnello Ruvinetti,
per ottenere il permesso di venire a trovarmi, e riuscí nell'intento.
Una sera sul tardi due gendarmi entrarono all'improvviso nel mio tugurio
e m'intimarono di seguirli. Scesi con loro a basso nell'ufficio del
maresciallo di guardia e mi vidi alla presenza di mio padre accompagnato
con mia sorella maggiore. Tanta fu la commozione d'ambo le parti che per
alcuni minuti niun ebbe forza di proferir parola: mia sorella mi
presentò un mazzo di fiori, che aveva nelle mani, ed allora chiesi
notizia della famiglia e lor diedi sul mio conto tutte quelle che
potevano tenerli di buon animo; gli abbracciai e ritornai al mio posto.
Però l'agitazione durò tutta la notte per la sorpresa che io n'ebbi:
potevasi però evitare una emozione sí sensibile, dandovi avviso.


[XVIII.] Altra visita pure inattesa ebbi in seguito. Piacque a monsignor
Invernizzi di conoscere di persona i detenuti, di consultarli sullo
stato in cui si trovavano, e si presentò a loro in ogni carcere
circondato dagli altri membri della Commissione. Dalle interrogazioni
loro, come seppi da un maresciallo, non seppe trarre che reclami,
lagnanze ed anche qualche insulto. Giunto nel mio camerino, le di lui
prime parole furono queste:

--Come sta lei?

--Benissimo.

--Com'è trattato?

--Benissimo.

--Ha nessun reclamo da fare?

--Nessuno. E lisciandosi il petto colla mano destra e torcendo il collo,
come praticano i gesuiti, proseguí col dirmi:

--Già, già, vedi, si tira via.

--Scusi, monsignore, questa parola _si tira via_ non si addice ad un
giudice che ami la giustizia, perchè toglie l'idea di quella
investigazione che occorre nei giudizi: un mese di piú non pregiudica,
anzi può giovare quando serva a meglio conoscere la verità.

--Dice bene: può scrivere quando crede ai suoi--e se n'andò.

Il maresciallo, che aveva preso a confabulare meco, mi disse che
l'Invernizzi era rimasto stupefatto del mio linguaggio, tanto diverso da
quello degli altri detenuti.


[XIX.] Finalmente si pervenne alla soluzione del terribile dramma. Gli
autori stessi degli omicidi, un Lossada, un Raulli, un Gamberini, un
Branzanti, o autori principali o complici, presero per tempo l'impunità
e furono salvi; chi non si arrese soggiacque alla pena dell'ultimo
supplizio. Premeva alla Commissione di dare un grande esempio; e, visto
che non pochi erano coloro che dovevano soggiacere al patibolo per la
loro partecipazione agli omicidi avvenuti, si contentò di averne cinque.
In quanto ai Carbonari non imputati di delitti comuni, si contentò di
accettare da loro una rinuncia, chiamata _spontanea_, di non appartenere
mai piú a sètte contrarie al Governo, colla minaccia d'incorrere nelle
prescritte pene non osservando la rinuncia.

La scena funesta di cui qui intendo parlare ebbe luogo nel 13 maggio
1828. Mi ricordo che in quella mattina era in piedi prima delle sette e
stava accomodandomi la cravatta al collo dinanzi alla piccola fessura
dell'assito della mia finestra, quando due tocchi quasi simultanei della
campana della pubblica torre mi colpiscono l'orecchio: essi mi fecero
l'effetto di due stoccate al cuore, perché compresi che annunziavano
l'agonia di condannati a morte. L'essere chiusi sin dalla sera
antecedente tutti gli sportelli delle carceri, il rimanere tuttora
chiusi, il silenzio perfetto che regnava nei corridoi in cui
s'acquartieravano i gendarmi, mi diedero a conoscere che i condannati
erano del nostro rango, di quelli che tenevansi in custodia ove noi
eravamo. Il segno dell'agonia proseguiva sempre, ed uno dei compagni del
camerino attiguo al mio, non pratico del paese, mi chiese che
significava il suono di quelle due campane; a cui risposi: «Sventura!
alcuni dei nostri sono oggi giustiziati»; ed il curioso si è che la
domanda mi venne dal fratello dell'ebreo che era compreso tra i
condannati. Ansioso di trarre maggiori indizi, mi accostai allo
sportello, lo spinsi indietro e vidi che i corridoi erano quasi deserti
e non intendevasi che il passo monotono delle due sentinelle che ci
sorvegliavano. Allora mi rivolsi all'assito della finestra, e con un
chiodo che aveva del medesimo allargai una fessura, da cui scorgeva
benissimo la strada detta di San Gaetanino, e vidi veicoli di ogni sorta
trasportar forse alla Pineta chi si allontanava dalla terribile scena,
onde sempre piú mi confermai nei concepiti sospetti. Le campane non
cessavano di far intendere il loro tristo e lugubre suono, onde pieno di
dolore mi gettai in letto, cercando colla mente d'indovinare chi
potessero essere le vittime e la causa di una agonia si lunga, la quale
dalle sette del mattino si prolungò sino ad un'ora dopo mezzogiorno. A
quest'ora, ritornata la falange dei gendarmi ai loro posti, si
riapersero gli sportelli e riapparve il movimento di prima. Prima loro
cura fu di distribuire il pranzo: il maresciallo, incaricato della
distribuzione, mostrava nel viso una gioia da cannibale; onde,
addolorato come era, non mi riuscí di mandar giú un sol boccone, e per
occultare il dolore che mi opprimeva gettai l'intero pranzo nella
latrina.


[XX.] Dal maresciallo, che mi si era reso benevolo seppi il numero dei
condannati, il loro nome e il supplizio a cui erano stati sottomessi, ed
ebbi piú tardi una copia della sentenza che aggiungo alle presenti
memorie per miglior schiarimento dei fatti. Seppi pure il motivo del
prolungamento dell'agonia; esso derivò dall'insistenza di Rambelli e
dell'ebreo a non voler adempiere ai doveri di religione. Messe in uso
tutte le pratiche necessarie coi preti che li circondavano da ogni lato
senza frutto alcuno, si ricorse a monsignor arcivescovo Falconieri,
ritenendo che la sua autorità vincesse la prova; ma ogni suo tentativo
riuscí vano. Il Rambelli gli rispose in modo risoluto: «Oh! mi lascino
alla fine in pace», e tenendo un Cristo in mano esclamò: «Io ho aperto a
Lui,--additando il Cristo,--«l'animo mio, con Lui ho fatto i miei conti;
e ciò basti: cogli uomini nulla ho piú a che fare». Appresi piú tardi da
Natale Mariani capo custode delle carceri, uomo di sensi magnanimi e
liberali, che monsignor Gianolli, vicario dell'arcivescovo, quinta
essenza di iniquità, propose che il Rambelli venisse tratto nei
sotterranei del carcere ed ivi con battiture indotto a confessarsi; ma
la proposta fu rigettata. Mi diceva il Mariani che, se tosse stata
accolta, egli sagrificavasi di certo, mentre aveva risolto di chiudere i
due monsignori col loro seguito nel sotterraneo e scappare ambedue per
un adito a lui solo noto. Comunicò pure piú tardi ciò al conte Eduardo
Fabbri tipo dei liberali d'Italia, uomo distinto in lettere, che,
riconosciute le nobili doti del Mariani nel tempo che si tenne alla di
lui carcere gli fu amico e compare. Questo Mariani è il padre di
quell'Angelo, che tanta gloria si acquistò nell'arte musicale. Un altro
fatto che merita di essere narrato è quello che successe ad un certo
Spada del borgo di Porta Sisi, papalone sino nel fondo dell'animo. Il
supplizio da infliggersi a dei liberali gli serví del piú gradito
spettacolo; e sino dalla mattina di buona ora si pose dirimpetto al
palco delle forche nella piazza dei Tedeschi, or del teatro Alighieri,
colla testa nuda sotto un sole cocente, attendendo la esecuzione, ed ad
ogni individuo appeso gridava giulivo: «E uno!». Ma l'operazione andò
alla lunga sino ad un'ora dopo mezzo giorno, come abbiam detto: i raggi
del sole gli mossero una infiammazione al cervello, che lo trasse al
sepolcro. La gente recavasi in chiesa ove era esposto, gli lacerava il
panno funebre, gli sputava addosso, onde fu necessario chiuder la
chiesa.


[XXI.] La misura piú efficace a deprimere la Carboneria fu quella della
_spontanea_, o rinuncia adottata dall'Invernizzi, perché le toglieva
quella forza morale che la teneva in vita. E difatti dal momento che uno
confessava con atto solenne il torto di aver avversato il Governo e di
avere congiurato contro di esso, e prometteva con giuramento di tenersi
suddito fedele ed obbediente, diveniva un essere spregevole, su cui non
era da farsi piú calcolo alcuno. D'altra parte il Governo sarebbe stato
costretto d'imprigionare tutta la falange numerosa dei Carbonari e
sottometterla a diverse pene, ciò che avrebbe aggravato l'erario
pubblico di non lieve spesa senza ottenere un pieno intento, mentre i
castighi infervorano ed avvivano i partiti, ma non li annientano. Già le
impunità e le defezioni accennate agevolarono l'ultimo colpo mortale.


[XXII.] La missione di monsignor Invernizzi era ormai compiuta, quando
una sera mi si presentò Nardoni segretario, credo, del colonnello
Ruvinetti, il quale dopo i saluti d'uso mi disse:

--Dunque ella non vuole uscire di qui?

--Cioè, dica piuttosto che non mi vogliono far uscire.

--Ma dipende da lei l'esser libero.

--Mi favorisca di espormi in che modo.

--Col fare quello che han fatto i suoi colleghi.

--Vale a dire?

--Col rinunciare alle sètte, ai loro diabolici fini ed alle massime
perverse che inspirano.

--Ciò va bene: ma io non appartengo a sètte, ignoro i loro procedimenti,
quindi a che devo rinunciare?

--Basta, vedo che vuole insistere ne' suoi propositi; mi dispiace per
suo padre: il povero uomo desidera ardentemente di averlo a casa. È vero
che il suo delitto non è uno di quelli da suonare la campana...

--Io non l'intendo: la ringrazio del consiglio datomi, ma non so come
effettuarlo; ritengo però che sarò presto libero in virtú di quel
sentimento di giustizia, da cui i miei giudici sono animati.

--Io le ho espresso il vóto di suo padre; del resto faccia ciò che
meglio le conviene.--E se n'andò, né piú lo vidi a comparire.


[XXIII.] La sera dopo intesi aprire il camerotto a destra attiguo al
mio, già vuoto dappoi alcune settimane, e v'introdussero un nuovo
pollastro. Tosto la curiosità mi spinse di sapere chi fosse, e dalla
finestra con voce bassa gli dissi il mio nome e gli chiesi del suo.
Senza esitare mi rispose:

--Sono Gaetano Bianchini.--E qui saluti e domande senza fine; poi
trascorsa circa un'ora mi chiamò e mi disse:--Desidero di avere da te un
consiglio.

--Parla pure.

--Mi eccitano ad una rinuncia, come mi devo contenere?

--Credo che la sola propria coscienza possa suggerire una retta
risoluzione. Se tu mi chiedi cosa farei io nel tuo caso, ti dico
apertamente che non emetterei rinuncia di sorta alcuna anche se fossi
sicuro d'incorrere in qualche pena.

Qui il colloquio cessò, perché m'accorsi che la sentinella ci origliava
e v'era pericolo di esser messo alla catena nei sotterranei del
monastero. Verso mezzanotte il Bianchini fu tratto di carcere e non vi
rientrò piú--ciò prova che aveva aderito all'invito fattogli--cosicché
restai isolato, mentre i due camerotti da destra e sinistra erano vuoti.
Quello di sinistra fu occupato per qualche tempo da Antonio Spada, uno
dei compromessi nel fatto di Rivarola, e che scampò dal supplizio
esponendo le cose come avvennero. La sua confessione indicò i veri
colpevoli e scolpò tanti degni cittadini che il dottor Mazzoni aveva
aggravati di gravissimi delitti. Lo Spada ebbe lo sfratto dal paese e
riparlerò di lui piú tardi, quando gli fui compagno nell'esilio. Durante
che l'ebbi vicino non mi riuscí mai di avere una risposta alle domande
che gli diressi. Lo riconobbi dalle cantilene che sapeva tanto bene
modulare.


[XXIV.] Erano undici mesi ormai dacché mi tenevano seppellito in quel
tugurio, umido e micidiale, e nessuno davasi cura di me. Già dappoi la
esecuzione de' miei cinque compagni di carcere, avevo perduto l'appetito
né era stato piú capace di riacquistarlo, onde fui obbligato di scrivere
ai miei di casa che cessassero d'inviarmi oggetti mangiativi. Il pane
che lo stabilimento mi forniva--quattro baiocchi al giorno--dapprima mi
spariva dinanzi agli occhi senza che me ne accorgessi, poscia mi
rimanevano dei grossi pezzi che venivano raccolti dai carabinieri pei
loro cavalli. Insomma, corroso da quell'aria mefitica, senza un respiro
d'aria buona, senza un'ora di movimento, mi sentiva venir meno la vita
ad ogni istante; tutti i camerotti erano sgombri, a me solo non si
pensava; null'ostante a ciò, mai un lamento, mai un ricorso. Risolsi
entrando di essere passivo apatista in tutta la forza del termine;
risoluzione che seppi conservare, come si vedrà nel seguito del
racconto, nelle altre carceri. Che fa il detenuto allorché si inquieta?
fa gioire coloro che lo rinchiusero, perché il loro desiderio è che
soffra. Invece tenendosi indifferente mostra di essere d'animo forte e
d'illibata coscienza e superiore a tutte le angherie che gli possono
usare.


[XXV.] Finalmente ebbi il favorevole incontro di poter consultare il mio
benigno maresciallo sulla mia pendenza, e seppe farmi conscio di quanto
erasi deliberato: e cioè che il processo era stato ridotto ai due titoli
di settario e di autore del dialogo di sant'Apollinare e san Vitale; che
per tale scritto monsignor Invernizzi propose in udienza che mi si
tagliasse la mano destra sul palco in piazza e fossi condannato alla
reclusione non so per quanto tempo, ma che mio padre, il quale era
pervenuto a porsi in buoni rapporti cogli altri membri della
Commissione, specialmente col colonnello Ruvinetti, ottenne che la
proposta di monsignor Invernizzi non venisse ammessa; e che ero stato
condannato a tre anni d'opera pubblica: infine mi disse che mio padre
col mezzo di monsignor Marini in Roma sperava di vedere commutata la
pena di galera in quella di detenzione; e che aspettavasi di giorno in
giorno una risposta per essere condotto al mio destino. Quanto mi espose
il maresciallo era esatto, giacché non trascorsero dieci giorni che fui
tratto dal mio tugurio, chiuso in un legno e colla scorta di tre
gendarmi traslocato di notte nella Rocca d'Imola, custodita da Spinucci
rinomato per austerità. E difatti, giunto al mio posto, vedendo
quest'uomo di una corporatura colossale, con un aspetto oltre ogni dire
burbero e severo, mi incusse timore e pensai di avere a soffrire non
pochi disturbi. Ma è pur vero che alle volte l'apparenza inganna. Usciti
dalla Rocca i gendarmi, mi guidò con bel garbo nella stanza dei
guardiani subalterni, _alias_ secondini, e mi cedé uno dei loro letti
per riposarmi. Nel mattino venne a riprendermi, mi condusse nel
corridoio superiore, ove stavano gli altri detenuti di larga o di
passaggio, e vi trovai il conte Eduardo Fabbri di Cesena, già da me
ricordato, l'avvocato Franceschelli Carrozza e un certo Gamberini di
Castel Bolognese. Ammesso nel loro consorzio, divenni loro commensale, e
coi 20 baiocchi al giorno che percepivamo dal Governo pel nostro
trattamento avevamo un buonissimo pranzo, che servivasi con qualche
altra aggiunta anche per la cena. Mi si assegnò una camera a parte, e
non poteva desiderare di meglio. Libero di girare pel forte dalla
mattina alla sera, di ricevere qualunque persona, in compagnia di
persone educate ed istruite professanti gli stessi miei principi, mi
parve di rinascere; tanto piú che lo Spinucci seguiva ad essere amabile
e compiacente.


[XXVI.] Ma né forche né carcerazioni né esigli né tutte le persecuzioni
che il dispotismo sa inventare valgono a distruggere lo spirito di
riforme che in ognuno s'infonde dall'assoluto bisogno di migliorare la
propria condizione civile e materiale, e nulla giova a disperdere
quell'avvilimento che provasi, col progredire della civiltà, del giogo
che la prepotenza impone, e gli sforzi per abbatterlo crescono di
continuo. Quindi nel 1830, che è il tempo in cui entra la mia
narrazione, lo spirito di libertà e d'indipendenza era piú vivo ed
esteso. Una formidabile società formata in Francia e diretta da sommi
personaggi tendeva a far cangiare d'aspetto l'intera Europa; il Comitato
di essa risiedeva in Parigi, da dove dirigeva il movimento. In Italia
Francesco IV duca di Modena, allettato da maggiore supremazia, entrò
nella lega colla promessa di estendere i di lui domini in Lombardia e
negli altri ducati della penisola: quindi egli si pose d'accordo per le
operazioni che erano a farsi, specialmente quella di costituire l'Italia
libera ed indipendente, con Ciro Menotti e con Misley, corrispondenti
del Comitato centrale di Parigi per l'Italia. Intanto che agivasi nel
senso indicato, Carlo X re di Francia balzò dal trono, su cui fu elevato
Filippo d'Orleans: egli proclamò solennemente il principio del non
intervento, cioè l'interdizione a qualsiasi potenza di immischiarsi
negli affari delle altre nazioni, libere di adottare quel sistema
politico che loro conveniva. Ma il duca di Modena non ebbe alcuna
fiducia nel nuovo sovrano di Francia e rinunciò all'assunta impresa di
appoggiare il movimento concertato per erigere in Italia un regime
costituzionale.

Dopo le novità sorte in Francia si proibí di ricevere chicchessia nel
forte d'Imola; e poco dopo il conte Eduardo Fabbri e l'avvocato
Franceschelli Carrozza vennero traslocati nel forte di Civita
Castellana; ed io fui graziato dei pochi mesi che dovevo scontare a
compimento dei tre anni di detenzione addossatimi [luglio 1830].

Intanto i liberali, malgrado la defezione del duca di Modena, insorsero
colla speranza che il principio del non intervento fosse sacro e
rispettato da chi lo aveva annunziato. In Modena [3 febbraio 1831] vi fu
un serio conflitto tra i soldati estensi e i patrioti, vari dei quali
rimasero prigionieri del Duca, e fra questi il Menotti; e quando videsi
obbligato a rifuggirsi in Mantova per i moti di Bologna, li condusse
seco in pegno della presente sua sicurezza e per oggetto di futura
vendetta. Negli altri paesi la rivoluzione si compí da sé per la paura
dei Prolegati che li governavano, i quali non azzardarono di opporre la
benché minima resistenza, sebbene fossero ben forniti di forze; meno
però in Forlí e per tafferuglio ivi insorto soccombé il degno patriota
Ferdinando Rossi.


[XXVII.] In Ravenna le cose erano ad un punto veramente vergognoso.

L'insurrezione doveva aver luogo nel mattino del 6 febbraro [1831], e
niun materiale era in pronto per effettuarla: non armi, non munizioni,
tranne un piccolo deposito di cartuccie, fabbricate dai fratelli Morigi
ramari; ma le coccarde a tre colori abbondavano da ogni parte, se ne
confezionavano in tutte le case, specialmente in quella di Domenico
Montanari in via del Vecchio Seminario. Visto il mal andamento, mi unii
a varî amici, fra i quali mi fu di valido appoggio il pittore Angelo
Ferrari, e ci recammo nella case dei particolari a raccoglier armi; ne
mettemmo insieme diverse, ma non quante potevano bastare all'uopo. Molti
si rifiutavano di accordarcele, o per timore di compromettersi in caso
che la faccenda andasse a male o che si smarrissero. Il fatto sta che si
raccolsero sulla piazza dei Tedeschi un drappello di 60 persone circa,
di cui io feci l'appello e presi in nota; gente animata dalla piú buona
volontà del mondo, ma inesperta. È vero che altri drappelli stavano nei
borghi disposti all'azione, ma potevano essi superare un battaglione di
soldati, ben armati e ben condotti? no di certo. La fortuna volle che il
nostro Prolegato, seguendo l'esempio di quello di Bologna, cedé senza
alcuna resistenza il governo ad una Commissione provvisoria (essa si
compose dei seguenti personaggi: conte Pietro Desiderio Pasolini, Giulio
cav. Rasponi, Giuseppe avv. Zalamella, Clemente Loreta, conte Francesco
Rasponi, Rota Girolamo), che prese in consegna tutte le armi e le
munizioni della guarnigione, che fu sciolta ed ogni militare partí verso
il proprio focolare. Eletto da Leonardo Orioli, uno dei capi del
movimento, ufficiale di guardia alla residenza municipale colla
responsabilità di custodire le armi e le munizioni suddette, depositate
nella seconda sala dell'indicato luogo, la mattina eressi pel primo la
bandiera a tre colori sul balcone del palazzo municipale, ed Apollinare
Santucci, che era ufficiale alla gran guardia, fece altrettanto su
quello del palazzo governativo: dopo ciò io mi dimisi dalla carica
datami, ben conoscendo che il militarismo non era fava per i miei denti.

All'annunzio della insurrezione del centro d'Italia il Papa rilasciò in
libertà i detenuti politici: i rei confessi e le impunità negli ultimi
fatti presero il volo all'estero; gli altri ritornarono in patria. Fu
allora che il professor Meli, protomedico e direttore dell'ospitale, mi
espose che intendeva di recarsi all'incontro del conte Fabbri, che dalle
carceri di Civita Castellana dirigevasi verso la propria casa, e che
desiderava di avermi compagno insieme col custode Mariani. Accettammo
ambedue l'invito, ed incontrammo il conte a Fano. Chi può descrivere il
modo festevole con cui veniva egli accolto dagli abitanti dei luoghi in
cui transitava? mi parvero tante ovazioni ad uso di quelle che i Romani
porgevano ai loro Consoli di ritorno da una qualche conquista. Al suo
arrivo tutte le campane suonavano a festa, sparavansi mortaletti, le
giovani vestite di bianco su carri trionfali gli presentavano fiori,
tutti i signori del paese correvano a complimentarlo fra gli applausi
del popolo e lo favorivano di rinfreschi e di squisite refezioni. Da
Fano a Cesena l'accoglienza diveniva sempre piú solenne; solennissima fu
poi a Cesena, suo paese nativo. Meritava egli tanti attestati di stima e
di affetto? certo di sí. Uomo rispettabile per intelligenza, mentre
erasi distinto con diverse opere letterarie rese pubbliche colle stampe,
uomo irremovibile nei suoi principî, né le persecuzioni a cui la corte
di Roma lo sottomise valsero rimuoverlo dai suoi propositi, modello
insomma di virtú cittadine, era l'idolo delle Romagne: io lo lasciai a
Cesena, con promessa che non mancherebbe di fare una visita a Ravenna
che tanto affezionava. La Commissione provvisoria, subentrata nel posto
del Prolegato pontificio per reggere la provincia, mi conferí l'impiego
di commesso nell'ufficio di polizia, di cui si elesse direttore Gaspare
Della Scala, franco muratore e giacobino nel 1797. Al Fabbri venne in
seguito affidata la viceprefettura del proprio paese natio.


[XXVIII.] La mattina del 6 febbraio si affisse una stampa di un anonimo
ravennate, con cui eccitava ogni rango di persone a sostenere la
ricuperata libertà con ogni mezzo possibile, e prima cura dell'autorità
fu quella di porre in essere la Guardia nazionale. Il Prolegato stesso
nella mattina del 7 confidò il comando della medesima per la provincia
al conte Ruggero Gamba, che aveva già sette lustri addietro sostenuto
degnamente altri simili incarichi. Egli dispose che i cittadini dai 18
ai 50 anni s'inscrivessero nei ruoli della suddetta Guardia; alla quale
poi la Commissione governativa diede un regolare assetto. Poi con un
energico ordine del giorno formò la colonna mobile, composta di soldati
pontifici, arruolati fra gl'insorti, e di cittadini volontari, la quale
doveva far parte del glorioso esercito destinato sotto la direzione del
generale Sercognani a liberare Roma dalla schiavitú clericale. Gli ex
militari pontifici dipendevano da Antonio Conti, ufficiale caro pel suo
patriottismo, e i volontari da Giovanni Montanari, che aveva già
cooperato alla presa di Comacchio, conosciuto di una fede politica
irremovibile sino dal 1820. L'ordine del giorno del Gamba terminava con
queste degne parole: «Marciate adunque tutti di accordo come fratelli
finché il vessillo tricolore sventoli sul Campidoglio: questo sacro
vessillo, che vi consegno, sia da Voi difeso col vostro sangue: esso non
porta ancora alcuna iscrizione, ma voi vi leggerete--O libertà o
morte.--»


[XXIX.] La prima operazione ebbe luogo nel 12; giorno in cui il forte e
la piazza di San Leo vennero cedute dal cav. Bavari, maggiore delle
truppe pontificie, al capitano del servizio nazionale Stelluti: il
prodotto di questa resa, oltre l'acquisto di non pochi cannoni, di
viveri e di munizioni da guerra, si fu la liberazione di 28 detenuti
politici, in quel forte custoditi. Intanto Sercognani stringeva piú da
presso l'assedio d'Ancona, e alla fine il generale Suhtermann che lo
comandava videsi ridotto a sottomettersi alle schiere degli insorti, e
quasi solo se ne ritornò a Roma [18 febbraio].


[XXX.] La spedizione avanzava trionfante ovunque, e la presa di Roma non
poteva mancare a chi la dirigeva, se non avesse consumato un tempo
prezioso nella Sabina sotto le mura di Rieti, il cui possesso venivagli
contrastato dal cardinale Ferretti, vescovo dell'indicata città; e
l'averla nelle mani nulla giovava all'alta impresa cui tendeva. La corte
di Roma sbigottita non sapeva a qual partito appigliarsi: il Papa
emanava notificazioni di pace e perdono, il suo segretario Bernetti
invece promoveva ovunque la guerra civile; per lo che il Sercognani
pubblicò un severo ordine del giorno contro chi aderisse agl'inviti del
Bernetti, e il non aver questi ricavato dai suoi eccitamenti alcun
frutto era una prova chiara ed evidente che la popolazione romana
favoriva la insurrezione ed aspettava ansiosa chi la sottraesse dal
giogo che le pesava sul collo. Ma Sercognani titubò tanto che, le cose
di Francia avendo cambiato d'andamento, videsi astretto alla ritirata,
come vedremo in seguito. Ho sotto gli occhi una lettera di Pietro
Fabbri, testimone oculare dei fatti di Rieti, come addetto alla
spedizione, e poco concetto, anche in via militare, si concepisce di
Sercognani. Un altro male è qui da rimarcarsi, che durante la spedizione
di Roma la parte dell'Italia insorta davasi troppo alle feste, a far
pompa di poesie e di prose sull'avvenuto cambiamento politico. L'unica
cura da assumersi era quella di acquistare armi e di organizzare
battaglioni e di rinforzare la spedizione e di avere forti riserve per
ogni imprevisto evento.


[XXXI.] Intanto che Sercognani tentava d'impossessarsi di Rieti, in
Bologna divenuta centro dell'amministrazione delle provincie
dichiaravasi decaduta di diritto e di fatto il diritto temporale del
papa, davasi un regolare assetto alle finanze, riformavasi la
costituzione giudiziaria rendendola piú conforme alle vere massime su
tal oggetto ammesse, e creavasi un comitato di guerra, del quale era
capo un vecchio militare, Grabinsky, uno straniero che non poteva essere
animato dai sensi che occorrevano per dare un pieno esito all'incarico
avuto. Infine si radunarono in Bologna i diversi rappresentanti delle
città emancipatesi dal Governo pontificio, e in una solenne assemblea,
in cui si stanziò che le Provincie costituissero un sol corpo dipendente
da un sol centro e che le potestà legislativa, giudiziale ed esecutiva
fossero tra loro distinte; si elesse quindi un consiglio di ministri,
del quale venne accordata la presidenza all'avvocato Giovanni Vicini, e
si nominarono i diversi prefetti delle Provincie, non che i
sottoprefetti delle città subalterne: a Ravenna fu assegnato Tommaso
Fracassi Poggi di Cesena, uomo di capacità e di rettitudine. Un'altra
provvida misura prese il nuovo Governo, e si fu quella di scartare dal
movimento i fratelli di Bonaparte, figli di Luigi ex re d'Olanda, sul
timore che Luigi Filippo potesse supporre che essi volessero profittare
della rivoluzione d'Italia per farsi un punto d'appoggio nelle loro
pretese sul trono di Francia.


[XXXII.] Il cardinal Bernetti non si limitò a suscitare la guerra civile
coi manifesti; egli fece conferire dal papa al cardinal Benvenuti l'alta
dignità di Legato _a latere_ nell'intento di condurre ad effetto la
perversa volontà sua. Ma il Legato fu arrestato dai liberali in Osimo e
condotto prigioniero in Bologna: si ebbe gran fatica a salvarlo dal
furore delle popolazioni dei luoghi in cui transitava.

Ma le cose in Francia piegavano male. Al ministro Lafayette, che
sosteneva con vigore la causa italiana, successe Casimiro Perier, che
avversava il principio del non intervento; e quando il principe di
Metternich, anima del gabinetto austriaco ed arbitro della volontà
dell'imperatore Francesco, espresse «che non intendeva di riconoscere il
non intervento in quanto concerneva l'Italia, che era deciso di
estendere le armi imperiali sin dove vigeva l'insurrezione, e che
dichiarava che se l'intervento doveva condurlo alla guerra, essa
succedesse pure, preferendo di correrne i rischi che di trovarsi esposto
a perire fra le sommosse», per tutto ciò Luigi Filippo, che nella pace e
nel pieno accordo coi sovrani d'Europa riponeva la sicurezza del trono
conseguito, annuí alle mire dell'Austria, e il principio da lui
proclamato, unica base del nuovo sistema d'Italia disparve in breve:
mentre nel 5 marzo tre colonne di truppe austriache invasero il ducato
di Modena, riconducendovi il duca che sfogò l'ira sua contro i
prigionieri che aveva in custodia, condannandone a morte, fra i quali
Menotti, e alla galera. Solamente per maggior inganno l'ambasciatore
francese emise una protesta contro tale invasione per calmare l'impeto
furioso che aveva commosso tutta Italia. Da Modena gli Austriaci si
avanzarono in Bologna, ove la somma delle cose pubbliche fu posta nelle
mani dell'arcivescovo Oppizzoni, e il comando delle truppe nazionali fu
conferito al generale Zucchi, che pose alcuni posti di osservazione
lungo il Po di Primaro, inviò a Ravenna il generale Ollini con duemila
uomini, e il generale Grabinsky si acquartierò in Forlí. Ma quando il
Governo insurrezionale seppe che il nemico accerchiava i paesi insorti
tanto dalla parte di Bologna che di Ferrara, risolse di ritrarsi e
chiudersi in Ancona, e il generale Zucchi a cui fu deferito il comando
militare rannodò le sue falangi in Rimini.

Gli Austriaci in numero di cinque mila con cavalleria e cannoni, diretti
dal generale Mengen, avanzarono, secondo gli ordini del generale Geppert
comandante in capo della spedizione, sino a Rimini; ivi l'avanguardia
degli insorti numerosa di 1500 uomini, in parte soldati di linea e in
parte volontari ravennati capitanati da Apollinare Santucci, fece fronte
al nemico con un coraggio ammirabile tanto che dové esso per due volte
retrocedere. È qui da rimarcarsi che i soldati pontifici condotti in
Ravenna da Invernizzi e che entrarono nel rango degli insorti, si
batterono come leoni, e il loro capitano Carlo Armari cadde prigioniero
di guerra. Sopragiunse poscia tutto l'esercito austriaco e si rinnovò la
pugna con maggiore accanimento (25 marzo) per quattro ore circa; poi non
potendo il corpo degli insorti sostenere piú oltre il cozzo del nemico,
tanto sproporzionato, si ritirò verso Ancona. Gli Austriaci contarono
morti e feriti, fra i quali il duca di Lichtenstein; niun italiano di
nome e di vaglia perí fra gli Italiani, ma Ravenna ebbe a deplorare la
perdita di due de' suoi cittadini, un certo Baccarini e Domenico Zotti
che aveva lasciato da poco tempo le vesti da chierico per correre alla
difesa della patria.

E Sercognani dov'era? che cosa operava per la santa causa assunta? Ei si
ritrasse colla sua legione a Spoleto, dove la disarmò e la sciolse, e le
armi furono prese in consegna dal vescovo G. Maria Mastai, or Pio IX. Ma
non doveva egli condurla ad Ancona, aggiungerla ai prodi che avevano
resistito con tanto coraggio al nemico in Rimini e rinforzare i loro
battaglioni e disporsi ad un assedio che poteva con una capitolazione
procurare loro patti favorevoli? Si vociferò che il Sercognani avesse
intascato dodicimila scudi dal Governo pontificio per tale scioglimento;
non si addussero prove all'uopo, ma il di lui procedere appariva con
tutti i sintomi di tradimento. Anche i capi del Governo si dimisero con
troppa sollecitudine, e Zucchi dové pur congedare le sue truppe. I piú
compromessi s'imbarcarono per le Isole Ionie, ma vennero catturati da
due legni austriaci, che li menarono prigionieri in Venezia: nel 22
aprile furono liberi di recarsi dove avevano disposto di andare prima
del loro arresto. Il figlio del prefetto Poggi voleva trarmi secolui
nella fuga, ma io volli attenermi ai consigli del conte Eduardo Fabbri
che trovavasi esso pure in Ancona, il quale mi indusse a ritornare a
Ravenna.


[XXXIII.] Prima della loro partenza i membri del depresso Governo
rivoluzionario avevano conchiuso col Legato Benvenuti, scarcerato alcuni
giorni prima, una formale capitolazione, colla quale nel giorno 26
[marzo '31] si stabiliva che niuno sarebbe stato molestato pei trascorsi
fatti, che agli esteri concedevasi piena facoltà di uscire dallo Stato,
che gl'impiegati in paga sino dal 4 febbraro, epoca in cui s'iniziò la
rivoluzione, non soffrirebbero alcun danno nei loro diritti e che i
militari rimettendo la coccarda pontificia continuerebbero il loro
servizio. Fra i membri del Governo provvisorio decaduto il solo Mamiani
ricusò di approvare questa capitolazione, e non venne corredata dalla
sua firma. Rimessa la capitolazione alla sanzione del Sovrano, egli la
disapprovò interamente con editto del 5 aprile, perché lasciava
«illesi», dichiarava il Papa in quell'atto stesso, «illesi gli elementi
della ribellione» e «non ne sospendeva che momentaneamente gli effetti,
che tanto piú ruinosi si sarebbero risentiti appena fosse mancato quel
che ne arrestava il vorticoso torrente», l'aiuto austriaco; e con
successivo editto di Bernetti furono «sciolti i corpi militari di
qualsivoglia arma, ... stazionati nelle provincie in cui poi si estese
la ribellione». Quindi il Governo trovandosi senza truppa propria credé
utile di instituire la Guardia civica, e con notificazione 30 marzo del
conte Carlo Arrigoni, capo o gonfaloniere del municipio ravennate, si
fece conoscere che per ordine superiore era soppressa la Guardia
nazionale, a cui veniva sostituita una Guardia civica sino a che il
Governo fosse in grado di fornire la città di una guarnigione,
necessaria al mantenimento del buon ordine, e in pari tempo esponeva che
il comando della medesima era affidato al signor conte Gabriele Rasponi,
coadiuvato dagli aiutanti Battista Santucci e Nicola Dall'Agata. Poco
tempo dopo io fui aggiunto ai medesimi in qualità di segretario del
Colonnello. Con altro avviso del cav. Federico Rasponi, elevato alla
dignità di Delegato pontificio, s'inculcò ad ogni cittadino dai 20 ai 50
anni l'adempimento dei doveri che questa instituzione prescriveva.

Intanto che procuravasi di dare un regolare assetto al presidio civico e
che impedivasi nel miglior modo possibile il conflitto dei partiti per
le passioni ancor vive mosse dai passati eventi, il Governo pontificio
raccoglieva in Rimini dagli ergastoli e da ogni altro luogo di pena il
personale dell'esercito che intendeva di regalare alle Romagne per
tenerle in soggezione, affidandone il comando al colonnello Bentivoglio.
Il malanimo che sorse da tal procedere è indescrivibile, e sin da
principio si risolse d'opporsi anche colle armi all'invasione di tanta
canaglia. Ma, come al solito, si cianciava molto e si agiva poco. Oltre
di ciò una piaga corrodeva sempre il corpo della civica ed era quella
della sostituzione, cioè la facoltà data ai militari di farsi sostituire
nel servizio che gli spettava dal primo mascalzone che gli si
presentava; cosicché il peso del servizio era a carico di chi non aveva
mezzi, e la civica diveniva un corpo di mercenari i piú abbietti. Piú
volte potei io stesso verificare che sopra venti militi di guardia alla
piazza due terzi erano di sostituzione e che accorrevano con zelo a solo
fine di guadagnarsi un tozzo di pane pel giorno prossimo. Dei
regolamenti non si mancò di farne. Il gonfaloniere Giovanni Lovatelli
emanò quello che dal Prolegato Arrigoni gli fu trasmesso nel luglio, al
quale fecero seguito le necessarie norme disciplinari. Ma tutto con poco
buon esito, perché mancava quell'entusiasmo che è il solo idoneo ad
avvivare una instituzione. A ciò si aggiungano le dissensioni che
insorsero per la proposta fatta ai civici di adottare la coccarda
pontificia. Chi può enumerare le adunanze che si tennero nei diversi
capi di provincia per tale insulso soggetto? Chi può notare le proteste,
gli indirizzi che si pubblicavano in proposito, ed i reclami contro
l'introduzione in Romagna delle truppe papaline che si organizzavano a
Rimini? Le stampe per siffatta materia piovevano giú dirottamente. Ma il
Bentivoglio non isconcertavasi punto, ed aveva già razzolato nelle
galere un buon numero di commilitoni.


[XXXIV.] Un altro eroe papalino sorse a favorire gli arruolamenti,
Gaspare Graziosi. Costui in un proclama diretto agli Albanesi e ai
Tuscolani esclamava: «Su presto correte ad arruolarvi--noi vivremo
insieme--voi non sarete comandati che dal vostro Gaspare. Qual piacere
lo stare tra voi a cantare la tarantella? Noi andremo a baciare quel
sacro piede da cui emana l'assolutoria dei peccati _in aeternum_»; e con
altre corbellerie di questo genere aveva già raccolte piú centinaia di
uomini. Che spirito militare dovevano avere coloro che si arrendevano a
tali esortazioni?


[XXXV.] Ben conoscendosi dalle autorità l'irregolare andamento della
civica, si prescrisse la presentazione dei documenti comprovanti i
titoli che esimevano dal servizio, lasciando però in essere la tassa di
sostituzione, e si costituí una commissione di riforma, la quale valse a
riparare molti difetti. Inoltre, trovandosi insufficiente al servizio di
polizia e dei tribunali la forza civica, si formò una compagnia speciale
di militi della provincia. Ma non tenevasi di mira l'oggetto principale,
quello di approfittare del beneficio di avere le armi per tentare di
conseguire quello che veniva ricusato, savie riforme che
corrispondessero ai bisogni dei popoli; e per riuscire nell'intento
conveniva organizzare una Guardia mobile composta di tutti quei giovani
che erano animati da veri sentimenti liberali, dar loro per capi degli
uomini rivoluzionari, non degli aristocratici paurosi ed inetti,
ravvivare il loro spirito, non con ridicole riviste, ma coi mezzi che il
patriotismo inspira, e armarli di tutto punto. Con tante colonne mobili
militari disposte all'azione quanti sono i paesi di Romagna, la corte di
Roma non avrebbe pensato ad ingannarla una seconda volta con editti
pomposi, né osato di prometterle con essi un'êra novella. I reclami e le
proteste avanzate contro le disposizioni emanate da Roma col falso
titolo di benefiche riforme civili furono innumerevoli, ma se invece di
scritti si fosse ricorso alle armi l'affare avrebbe presto cambiato
d'aspetto. Una stampa pubblicata in tale incontro diceva: «L'êra novella
promessa ai sudditi pontifici ed ai gabinetti d'Europa, vedetela nei
seguenti atti: 1º. Chiusura delle università; 2º. aumento del quarto
della tassa prediale; 3º. la Sacra Inquisizione conservata nella
procedura criminale all'art. 24 dell'editto 3 novembre 1831».


[XXXVI.] Invano Chateaubriand faceva conoscere in un suo aureo opuscolo
a Gregorio XVI «che i Papi perdettero la loro possanza in quel dí che
cessarono di essere guelfi e di sostenere la libertà italiana per
diventar papi ghibellini, papi tedeschi; che la dignità papale divenne
possente quando si fondò sul popolo; oppresso il popolo, fu debole e
disprezzata.» E lodando le virtú di Gregorio XVI gli diceva: «Se le arti
belle ebbero un Leone? perché la libertà non avrà anche essa un Leone?»
Ma tutto ciò non poteva far breccia nell'animo di Gregorio, sebbene
l'insinuazione gli venisse da un uomo di una fama europea, tipo del vero
cristiano nel senso del vangelo, perché il papa erasi lanciato a briglia
sciolta nella carriera del dispotismo.


[XXXVII.] Le querele dei Romagnoli contro le riforme accordate si
avvivavano di giorno in giorno, atteso che non mettevano alcun riparo ai
mali da cui erano oppressi, anzi gli artifici della Corte romana erano
diretti ad accrescerli: proposero quindi un nuovo sistema, valevole a
migliorare la loro condizione. Queste querele vennero prese in
considerazione dai rappresentanti delle principali potenze di Europa
residenti in Roma, i quali dietro l'assenso dei loro sovrani compilarono
in un solenne _memorandum_ le norme che il Governo pontificio doveva
adottare pel bene dei suoi sudditi, per appagare i loro giusti reclami e
per sedare le perturbazioni [10 maggio '31].

Ma il papa rimase irremovibile di non tramutare il Governo da assoluto
in consultivo, come gli si proponeva nel _memorandum_, e da
ecclesiastico in laico per la suggerita intromissione nei pubblici
affari anche di persone non addette al chiericato; e Bernetti, stando
sui generali, fece intendere ai ministri esteri che non sarebbesi
mancato di operare ogni bene possibile. Già per addimostrare le buone
disposizioni del Governo e quanto fosse proclive alla clemenza, amnistiò
chi aveva preso parte alla insurrezione; da tale beneficio ne furono
solamente esclusi 38, e fra questi notavasi il nostro dottor Sebastiano
Fusconi. Ma tutte le speranze che aveva destate il _memorandum_
svanirono colla promulgazione del Motu-proprio del 5 luglio, il quale
non ammetteva alcuno dei provvedimenti proposti e tutto concentravasi
nell'autorità sovrana: ad essa la nomina dei consiglieri municipali, ad
essa l'approvazione degli oggetti da trattarsi in consiglio, ad essa la
conferma della nomina degli impiegati, ad essa l'eleggere un
rappresentante che assistesse alle sessioni consigliari, ad essa il
concedere la esecuzione delle deliberazioni dei consigli provinciali. E
i ministri delle potenze estere? i fautori del _memorandum_? si
mostrarono di ciò paghi. Solamente l'inglese Seymour insisteva per la
esecuzione di quanto erasi concertato; ma fu tempo perduto. In pari
tempo, dietro eccitamento della Francia, gli Austriaci sgombrarono le
provincie insorte. Nuove perturbazioni non tardarono a rinnovarsi, non
già per abbattere il restaurato Governo pontificio, ma per conseguire
quelle libere instituzioni che erano nel desiderio di tutti.


[XXXVIII.] Molti male intenzionati ravennati, approfittando di tali
convulsioni, progettarono di assalire la Guardia e l'ufficio civico, di
disarmarla e di rendersi arbitri della forza cittadina; con quale scopo,
l'ignoro. In assenza del conte Francesco Rasponi, sostituito al conte
Gabriele Rasponi nel comando civico, la reggeva il capobattaglione conte
Francesco Lovatelli, quando si tentò di eseguire l'assalto. Ma la di lui
avvedutezza ed energia, secondato da vari ufficiali civici, fecero
mancare il perverso progetto, e gli assalitori furono presi e carcerati.
Dal nome del loro capo Gaetano Tarroni, uomo di niun conto e cuoco
avventuriere, ebbero i sediziosi il nome di Tarroniani. Essi meditavano
il colpo nella locanda dei Tre ferri, e da questo luogo traversando la
piazzetta dei Tedeschi dovevano penetrare inosservati nel palazzo
governativo, e mentre che una parte degli assalitori disarmava la
sentinella e impadronivasi del quartiere, l'altra doveva salire le
scale, invadere l'ufficio, posto al primo piano del suddetto palazzo, ed
installarsi in esso; ma, come dissi, il progetto andò fallito, perché
già si stava pronti a respingere l'attacco di cui si era avuto contezza.
Io mi ricordo che nell'incontrar gli assalitori nel punto che entravano
nella Tesoreria, pel portone che è presso la posta delle lettere, sentii
una voce che disse: «Lascialo stare, non è compreso fra i cappellani»:
era questo il nome che attribuivasi agli ufficiali della civica. È pure
da notarsi che nell'ora dell'assalto la sentinella spettava all'uomo il
piú pacifico che fosse in Ravenna, a Prospero Di Rosa, che con sorpresa
di ognuno seppe opporre una energica resistenza a chi lo voleva
disarmare nè riuscí nell'intento. Il Lovatelli pubblicò tosto un ordine
del giorno di lode ai civici, che sventarono la congiura dei malevoli, e
ai gendarmi, che concorsero al mantenimento della tranquillità pubblica.
Il Consiglio di disciplina prese ad esame il fatto del Tarroniani ed
espose colle stampe l'opinamento da esso emesso, in cui si dichiarava
che «il fatto in sua origine era di natura tale che superava la
giurisdizione del Consiglio di disciplina in qualità di tribunale
civico», e si proponeva di agire in senso «di moderazione verso i
detenuti e per servigi prestati alla civica e per essere alcuni di essi
aggravati di prole.» Si ritenne che l'attentato dei Tarroniani fosse un
maneggio dei preti colla mira di far insorgere il loro partito e di
agevolare l'ingresso dei papalini nella Romagna, attentato già operato
in Bologna e in Forlí in relazione al brigantaggio armato che era nei
vóti del Governo.


[XXXIX.] Continuando l'agitazione avvivata dal rifiuto di concedere le
reclamate instituzioni e di sciogliere il corpo dei papalini raccolto a
Rimini, si tenne un congresso a Bologna [22 agosto] di personaggi
autorevoli ed influenti delle provincie romagnole, ed ivi Ravenna fu
rappresentata dal conte Desiderio Pasolini e dall'avvocato Girolamo
Rasi. In esso si risolse d'instare presso il Sovrano che sospendesse
l'editto del 5 luglio, che vietasse l'inoltro dei papalini in Romagna e
che si curasse il completo armamento della Guardia civica. Ma i deputati
spediti a tal uomo a Roma niun profitto trassero dalla loro missione;
onde crescendo il malanimo tanto da temere un secondo sconvolgimento, il
papa (gennaio 1832) trattò di nuovo coll'Austria per un intervento, che
l'ebbe senza contratto. Lord Seymour, incaricato inglese che non assentí
alla volontà del papa, si ritirò da Roma [settembre '32], inviando una
nota agli altri ministri diplomatici, la quale giustificava pienamente
il suo rifiuto.

Risoluto il papa di togliere dalle Romagne ogni ulteriore contrasto e di
ridurle ad una cieca obbedienza, conferí al cardinale Albani la
direzione ed il comando del suo esercito, non che la dignità di
Commissario straordinario sui paesi che doveva invadere coll'aiuto delle
truppe austriache. L'ingresso dell'Albani e dei suoi militari venne
annunziato dal cardinale Bernetti [14 gennaio '32] e da lui stesso con
pomposi manifesti, sempre compilati con quel gesuitismo proprio del
padrone che ambedue servivano.

I Romagnoli, alieni da urti micidiali contrari a quei sensi di amor
fraterno che devono sussistere tra le persone dello stesso Stato,
diressero alle truppe pontificie espressioni di concordia, onde non
venissero con essi alle mani e si evitasse una guerra civile, tanto
disonorevole a popoli lanciati nella via del progresso. Ma non avendo
avuto le loro esortazioni alcun buon risultato, come attendevano,
corsero essi pure alle armi, ma in poco numero; mentre in gran parte,
spaventati dall'intervento austriaco, si rattennero dal soccorrere la
nobile impresa. Lo scontro ebbe luogo sul monte di Cesena, ove sorge il
monastero di San Benedetto: la zuffa fu accanita, ma breve; i Romagnoli
superati dal numero dei papalini dovettero retrocedere e disperdersi [20
gennaio '32]. Le gesta dei vincitori furono quali si convenivano a gente
da galera, rei di ogni sorta di delitti. Senza aver riguardo alla
qualità delle persone, dei luoghi e delle cose, manomisero chiese,
private abitazioni, e commisero omicidi i piú bestiali. Nel palazzo
Guidi di Cesena vi uccisero domestici, marito e moglie. Nel sotterraneo
della cappella della chiesa del Monte trovarono un certo Viviani, che
tenevasi astretto a una croce, come ad egida sicura: fu trafitto da
parte a parte. In Forlí commisero [21 gennaio], eccessi inauditi, piú
perversi di quelli che commisero i barbari del medioevo; ivi molti
caddero morti, moltissimi feriti, e l'eccelso cardine della chiesa,
l'uomo di pace e di misericordia, entrò trionfante in Forlí, bagnata del
sangue di tanti innocenti cittadini, ed ebbe l'impudenza di darsi il
nome di pacificatore e benefattore delle Romagne. In Ravenna pure la
banda del colonnello Zamboni [7 febbraio] si pose a percorrere di sera
le strade offendendo in chi si abbattevano; essi stessi uccisero il loro
capitano Bernardini, che tentava di ricondurli alla caserma, e nelle
loro selvagge scorrerie rimase morto un onesto operaio di nome
Antonelli, che dalla propria casa recavasi al forno ove lavorava. Ma
Ravenna si scosse, chiamò in città le guardie civiche che erano ai
cordoni sanitari, e i Zamboniani si rinchiusero in caserma e di notte
avanzata se la svignarono di nascosto. Nel giorno seguente giunsero gli
Austriaci, i quali furono accolti come liberatori dopo gli eccessi usati
dai papalini. Se invece di conferenze, di proteste e d'indirizzi, torno
a ripetere, si fosse messo insieme un buon corpo di civici, ben armato e
disposto all'azione, sarebbe tutto ciò avvenuto? no, di certo.


[XL.] Al suo arrivo in Bologna il cardinale Albani sciolse la Guardia
civica ed ordinò la consegna di ogni sorta d'armi, e, presi per
consiglieri un Canosa, direttore della polizia dello Stato modenese, ed
un Marschall, colonnello austriaco, proscrisse con un bando severo le
società segrete, impose un prestito forzato di 200 mila scudi, creò ad
arbitrio magistrature e consigli comunali ed emanò altre disposizioni
tiranniche; onde molti esularono.


[XLI.] Il conte Francesco Rasponi nel ritirarsi dal comando civico, in
seguito delle disposizioni di Albani, emanò un ordine del giorno, con
cui lodava il lodevole contegno tenuto in ogni incontro dai militi da
lui dipendenti ed esprimeva loro la gratitudine del paese, e finiva col
dire che non avrebbe omesso di essere giovevole alla patria. Egli era
aristocratico e prepotente, vizi originari della sua famiglia, ma seppe
al bisogno rendersi popolare ed ebbe sempre la cautela di non adottare
alcuna risoluzione senza prima consultare il parere della civica, e ciò
affinché la responsabilità non piombasse intera sopra le di lui spalle.
Anche il Prolegato Carlo Arrigoni diresse ad ogni civico i piú vivi
ringraziamenti per gli utili servizi prestati alla patria.


[XLII.] La Francia intanto per controbilanciare l'influenza degli
Austriaci nelle Romagne, i quali si erano resi alquanto benevisi dopo le
enormità usate dai papalini e si tenevano in buono accordo coi
cittadini, forse colla mira di aggiungerle ai dominî lombardi, ordinò
una spedizione in Ancona. Esultarono i Romagnoli, divenuti già immemori
dell'inganno del non intervento, e non pensarono che l'occupazione
d'Ancona era diretta a consolidare maggiormente l'autorità pontificia.
La spedizione constava di 1800 uomini, comandati dal generale Cubières,
il quale per via di terra erasi trasferito a Roma, onde prendere col
pontefice gli opportuni accordi in proposito. Ma la squadra arrivò al
suo destino prima che Cubières vi entrasse. Ciò non impedí che il
capitano Combes non penetrasse in Ancona e non invitasse il comandante
della fortezza a concedergliene l'ingresso. Né il Lazzarini né il
Prolegato Fabrizi avevano istruzioni in proposito, non poterono annuire
all'invito di Combes. Ma il colonnello Ruspoli, comandante delle milizie
ivi stanziate, si arrese ed ammise i Francesi nella cittadella, che
presero nelle mani le redini del Governo [24 febbraio '32].


[XLIII.] Il papa all'annunzio della presa di Ancona si risentí
dell'aggressione dannosa agli interessi del suo Stato, protestò contro
l'adoperata violazione del suo territorio, instò perché i Francesi
lasciassero liberi i luoghi da essi occupati. Ma tutto ciò non valse a
rimuoverli dal loro assunto, e si davano cura di far credere che erano
venuti in Italia per liberarla dal giogo che le pesava sul collo. Si
dischiusero le carceri a detenuti politici; patriottici canti in ogni
lato; gli animi si concitarono non solo in Ancona, ma bensí nelle
Romagne. Chi non si stimava sicuro nel proprio paese annidavasi in
Ancona, ed era ben accolto ed ammesso in una legione instituita pel buon
ordine del paese, il cui comando venne affidato a Nicola Ricciotti. Ma
venuto Cubières in Ancona, il vero oggetto della spedizione si appalesò
alla mente anche dei piú illusi. Vietò i canti e le riunioni nelle vie
[12 marzo]; chi non era di Ancona dové partire; molti ivi rifugiati
furono tratti in Corsica ed arruolati nella legione straniera; e
rimandati in Francia Combes e Gallois che avevano suscitato lo spirito
di libertà. Intanto dal canto suo il conte di St. Aulaire assicurava [15
aprile] Bernetti che il Governo francese professava una «perfetta
amistà» alla Santa Sede e che «gli elementi della politica francese in
Italia» erano sempre gli stessi: la conservazione dell'autorità
temporale del papa, dell'integrità e della indipendenza de' suoi Stati»;
e quindi il papa aderí di buon cuore alla dimora dei Francesi in Ancona,
che fu regolata con determinate condizioni. Dopo tutto ciò accrebbero le
ire contro i Francesi e contro il Governo papale. Si tentò di uccidere
un certo Origo, colonnello dei gendarmi; si uccisero soldati francesi e
soldati del papa; trafitto da vari colpi, cadde morto il gonfaloniere
Bosdari: spavento generale. Energiche misure adottò Cubières: due rei
dei fatti avvenuti furono fucilati, altri condannati alle galere; e
nello stesso tempo il Pontefice lanciava la scomunica contro coloro che
congiuravano a danno della sua autorità.


[XLIV.] Ansioso il papa di acquistare una piena autorità, come i suoi
antecessori l'avevano esercitata nei tempi addietro, cioè senza il
concorso di forze straniere, venne consigliato di formare esso pure una
sètta di fedeli alla Santa Sede, che paralizzasse quella dei patrioti e
che suo scopo fosse di abbatterli ed esterminarli. Ad un certo G. B.
Bertolazzi fu dato l'incarico di organizzarla; a seconda dell'ordine del
giorno da esso emanato nel 1º settembre 1832, questa congrega ascendeva
a 50 mila uomini distinti col nome di Centurioni: in esso atto chiamava
i liberali partigiani, sanguinari, rivoltosi, sovversivi, nemici di ogni
principio religioso, atei, imbrutiti, intenti a dissolvere i vincoli
della società umana. La sètta aveva nelle Marche e nelle Romagne una
direzione generale con parziali presidenze sul tesoro, sulla giustizia e
sulla guerra; dieci _comandi_ formavano una _divisione_, ogni _comando_
componevasi di 12 _centurie_, ogni _centuria_ di 10 o 12 _decurie_, ogni
_decuria_ di 10 o 12 _volontari_. Il papa accordò loro molti privilegi,
specialmente quello di portar armi d'ogni sorta. Alla condotta
scellerata dei Centurioni sono da attribuirsi gli omicidi che afflissero
in quei tempi le Romagne. Le città piú conturbate dalle loro, azioni
furono Lugo, Imola e Faenza, ma quest'ultima in particolar modo
dilaniata: havvi chi ha asserito che in Faenza il numero dei morti ed
uccisi ascese ad ottocento; in Russi spensero un lume di dottrina, di
carità e di nobili sensi, Domenico Farini. Ma chi può ridire tutte le
vittime del furore di una sètta cosí bestiale e feroce? Essa rese la
tirannide papale insopportabile in ogni rango di persone.

Malgrado l'appoggio dei Centurioni, il papa non si tenne sicuro a
frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei
reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiamò due al suo servizio. Aiutato
dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il
Governo sciolse i consigli comunali e li formò di uomini abbietti, privò
di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati
sostituí i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto né del loro
sapere, né delle loro qualità; le università chiuse e gli studenti che
parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro
studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai
benevisi al Governo: e tutto ciò per estinguere l'influsso liberale.


[XLV.] Ma nel tempo che ciò operavasi sorgeva in Italia ed altrove, nel
posto della vecchia Carboneria, una nuova formidabile società col nome
di _Giovine Italia_, promossa da un giovane generoso, di profondo
ingegno, di volontà ferrea, tutto anima per rendere libera e
indipendente la patria: questo giovane chiamavasi Giuseppe Mazzini. Egli
esortò dapprima Carlo Alberto re di Sardegna a tentare la magnanima
impresa di sottrarre l'Italia dal giogo straniero austriaco, ma la
nobile proposta lo pose in sospetto di cospiratore, e per evitare i
danni che gliene potevano venire, emigrò in Francia. In Parigi si
accordò coi suoi compatrioti fuorusciti, e instituí la società col nome
di _Giovine Italia_; si eresse pure cogli stessi principi la _Giovine
Alemagna_, la _Giovine Ungheria_, e Mazzini fu eletto supremo regolatore
delle medesime. Un giornale col titolo della società stampavasi a Parigi
per scuotere l'inerzia del popolo; in esso dicevasi: «Ma parla, popolo,
cosa mai fanno i nostri nemici per sollevare la tua miseria? Supplica e
sarai deriso--lagnati, e ti getteranno in carcere--percuoti alle porte
di costoro per chieder pane, e ti lancieranno in volto una pietra--per
essi le ricchezze e i piaceri, per te le fatiche e le lagrime--per essi
gl'impieghi e gli onori, per te la servitú. Guardati intorno, o popolo;
vedi se esiste una terra al pari d'Italia benedetta da Dio, con i suoi
doni. Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire e ad
alimentare la tua famiglia--ma alcuni pochi la possiedono tutta, a te
non è lecito sperarne altra parte, oltre quella che servirà per la tua
sepoltura». Com'è ben da credere il Mazzini fu accusato di socialismo.
In seguito altri giornali apparvero nello stesso senso, uno col titolo
_Il precursore_ ed un altro in Londra col titolo _L'apostolato_. Questa
società si estese in tutta Italia, e vi divenne formidabile: perciò
incusse timore nel cuore dei principi e commosse altamente la corte di
Vienna, come ciò si rivela dalle note dirette da Metternich al cav.
Menz, incaricato di affari diplomatici a Milano, riportate in diverse
storie.


[XLVI.] In Ravenna ebbe l'incarico di formare una sezione della _Giovine
Italia_ il conte Francesco Lovatelli, il quale nell'assumerlo si
aggiunse per coadiutori Giovanni Montanari, Antonio Ghirardini e me. Ci
trovammo un giorno tutti insieme, per concertare il modo di erigerla, ma
poco tempo dopo io ed il Ghirardini fummo arrestati, né saprei dire come
si comportarono i miei due colleghi per dar esito alla faccenda. Seppi
però nelle carceri di Bologna, ove fui condotto unitamente ad altri
quattro cittadini, che il Lovatelli ricercato dalla polizia evase. Ora
m'è d'uopo di dar ragguaglio di quell'arresto per le particolarità che
presenta.


[XLVII.] L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16
dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai
Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica,
Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due
fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del
paese; né poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad
un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi,
scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna
all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermo di malattia di petto
contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe
altra destinazione che non saprei indicare.


[XLVIII.] Per me, che avevo già sofferto tre anni di carcere, essa non
mi sconcertò punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I
Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo
attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi
che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava
pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perché non aderiva
di lasciargli aperta la porta: «Siamo galantuomini, gridava, non
vogliamo già fuggire». In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed
io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che
facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse
dinanzi al commissario di polizia, il quale cosí alla buona senza tanti
complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intimò
«l'esiglio in perpetuo, sotto pene arbitrarie in caso di ritorno». I
miei compagni, già stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un
beneficio: il Ghiselli diede peró una famosa lavata di testa al
commissario, che se la sorbí senza proferir parola; ed io gli dissi che
l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena
gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei
procedimenti che la legge prescriveva; e che quindi rigettava l'invito
del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in
carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinché ritirassi il rifiuto
emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per
tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in
carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: «Noi ti
considereremo come un fratello; le cose possono cambiare, e l'esiglio
può essere di breve durata; ritira la rinuncia»; ciò che feci, e pochi
giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana [dicembre
'32].

Ci fermammo a Firenze, ma il Governo di quel ducato non ci permise di
stazionarvi; c'inoltrammo però a Lucca, ove i signori Donati Burlamacchi
ci installarono in un loro magnifico casino. Dopo tre mesi di
patriarcale dimora in quel deliziosissimo sito, ove d'inverno si godeva
l'aura di primavera, i due Boccaccini si resero in Baviera; ove colla
mediazione del conte Baccinetti, addetto al servizio di quella Corte,
ottennero la protezione di quel re, e nell'incontro ch'egli si recò a
Roma, li fece graziare dal Papa e l'esiglio per essi disparve. Ghiselli
e Della Scala ebbero il permesso di rimanere in Toscana; io e Ghirardini
ci dirigemmo in Francia. Il Ghirardini non mi fu dato mai di vederlo; so
che fu inviato al deposito di Mende con soli 30 franchi di sussidio al
mese: egli mi scrisse perché tentassi di fargli conseguire i 45 franchi
che gli altri emigrati percepivano, ed usai energiche pratiche in
proposito cogli amici di Parigi; e quando erasi sul punto di riuscire
nell'intento, mi pervenne la notizia della sua morte. Buon liberale,
fermo nei suoi principî, operò molto per la causa d'Italia: egli fu nel
1821 rinchiuso nel forte d'Ancona e, dopo quattro anni di prigionia
preventiva, condannato da Rivarola ad altri non pochi di galera; ma reso
libero pei successivi movimenti d'Italia, spiegò maggiore energia di
quella che aveva nel 1820. Io nel mio viaggio verso la Francia mi fermai
a Livorno, ove fui accolto con molta cortesia da Mayer e Bastogi, capi
della _Giovine Italia_, e questi mi consegnò diverse carte da porgere a
Mazzini a Marsiglia, le quali avviluppai nella fodera del mio cappello
e, colà giunto in assenza del Mazzini, consegnai ad un certo Bendandi,
addetto alla di lui casa. Il viaggio da Livorno a Marsiglia [marzo '33],
in una barcaccia carica di ossa che dovevano servire a raffinare
zuccheri, fu terribile, atteso che dinanzi alle isole Hyères fummo
investiti da un terribile temporale, che ci espose a divenire il pasto
dei pesci.

Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins [aprile '33] ove
esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio
concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra
risorsa che il sussidio del Governo, era trista: prelevato l'affitto,
l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di
vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli
appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a
che l'ora del pasto stava per suonare.

Capitò nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il
quale inveí oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione
negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che già in Marsiglia lo
espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta
l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura.
Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi
esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era
stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose
come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone,
accusate indegnamente di complicità nell'attentato di Rivarola; ed i
miei schiarimenti valsero a giustificarlo.

[XLIX.] La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed
eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi,
di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva
succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri
prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati
erano introdotti, ed i lamenti degli esclusi giovarono alla polizia per
iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero
scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna.

Da Moulins sino ad un certo punto si viaggiò in diligenza [giugno '33];
il Governo corrispose dieci soldi per ogni lega: poi si montò sopra un
battello a vapore che percorreva la Loira. Poco lungi da un paese
chiamato Ancenis si ruppe qualche cosa nel meccanismo del vapore, e
tutti i passeggieri dovettero far sosta ad Ancenis per accomodare il
vapore. Discesi a terra noi emigrati ed uniti insieme passeggiando per
le strade, si agglomerò una turba di gente con grida, fra le quali
quella di _morte ai San Simoniani_; allora consigliai agli amici di
entrare in una chiesa aperta, che ci era dappresso, ove giunti chiamai
il sagrestano e lo pregai, regalandogli alcuni soldi, di andare a
chiamare il Maire o Sindaco: la risoluzione fu buona, egli non tardò a
venire, gli si fece conoscere che noi eravamo emigrati italiani, inviati
dal governo in Bretagna, e nulla sapevamo di San Simonismo. Il Maire
uscí, disperse la turba, e fummo liberi d'andare all'osteria, ch'era di
fronte al battello, per soddisfare agli urgenti bisogni dello stomaco.
Nel mentre che si stava mangiando un boccone, eccoti tre individui di
sinistro aspetto; l'un di essi si levò il cappello, trasse fuori delle
cartucce e battendole sul tavolino, gridava: «C'est du poivre sur les
ennemis de la duchesse de Berry»: allora mi feci ardito e dissi in
francese, alla meglio che potei avendolo studiato in Ravenna da
Verlicchi, che noi non eravamo nemici della duchessa di Berry, ma
emigrati italiani inviati dal Governo in Bretagna. Allora la scena si
mutò d'aspetto, ci porsero da bere, e si rimase in loro compagnia sino
alla chiusura dell'osteria: noi andammo a dormire sulle panche del
battello. Giunti a Nantes [27 giugno] prima mia cura fu quella d'andare
a vedere il ripostiglio, ove la duchessa di Berry fu arrestata:
immaginatevi un bel camerino dentro una canna da camino, ove si poteva
stare con tutt'agio, ma dal momento che si accese fuoco nel camino
divenne un forno ardente, onde le fu d'uopo d'arrendersi senza perdere
un minuto di tempo. Da Nantes a Vannes, capoluogo del dipartimento del
Morbihan, se la mente non m'illude, mi pare che si facesse col cavallo
di san Francesco, a piedi, per mancanza di pecunia: da Vannes fummo
traslocati ad Auray, piccolo paese assegnatoci per deposito.


[L.] L'entusiasmo per la duchessa di Berry era indescrivibile in tutta
la Bretagna, e immenso l'odio contro il Governo di Luigi Filippo;
talmente che i soldati, che andavano in congedo e che transitavano per
quelle contrade, correvano pericolo di essere uccisi. L'avversione
cadeva pur anche su di noi; quando gli abitanti c'incontravano,
sputavano in terra tre volte e si facevano il segno della croce, per
disperdere l'influsso della scomunica, di cui dicevano essi essere noi
aggravati. In vista dell'odio del paese contro di noi nutrito, si pensò
di stare tutti uniti, e a tal fine si prese un'intera casa in affitto:
facevamo da noi la spesa e la cucina; i viveri in Bretagna costano meno
che nelle altre località, havvi abbondanza di burro, di formaggi, di
selvaggina e di pesce, specialmente di sardine, ma si beve male; per chi
non ha modo di comprare del bordò, la bibita ordinaria del paese è il
_cidre_ che è spremuto da pomi, bibita acida, cattiva allo stomaco
quando non è vecchia. Anche il clima non mi favoriva punto, perché umido
ed incostante a causa dell'influsso del vicino Oceano; perciò ero quasi
sempre ammalato.


[LI.] Era con noi un certo Piolanti, ufficiale del papa al tempo dei
movimenti del 1820, buon liberale addetto alla Carboneria. Fanatico per
la canina e per le buone bibite, sentivasi venir meno, dovendo ingoiare
quel pestifero _cidre_. «Perché, gli diss'io, non ricorri al re per un
sussidio, onde comprarti un poco di bordò? Noi abbiamo qui un buon
amico, che ne vende d'ogni sorta e che può farti star bene
nell'acquisto». Pensò alquanto sulla mia proposta e poi mi disse:
«Redigi tu l'istanza, sul tema del mal di stomaco». Lo esaudii tosto, e
via per la posta l'istanza. Trascorse piú d'un mese, senza avere alcuna
notizia, e già la concepita speranza svanivasi, quando un giorno il
Maire d'Auray annunziò a Piolanti che teneva a sua disposizione cento
franchi, elargitigli dal re. L'annunzio arrivò l'antivigilia
dell'anniversario della rivoluzione del 6 febbraro 1831; onde si risolse
di festeggiarlo, erogando una parte del dono in acquisto di bordò. Io mi
recai subito dal negoziante, credo che si chiamasse Ardoin, l'unico
liberale che ebbi a conoscere a Auray; combinai sul prezzo, sulla
quantità, gli dissi che trattavasi di solennizzare la memoria della
nostra rivoluzione, e lo invitai ad onorare colla sua persona il nostro
banchetto: ma non accolse l'invito, in vista forse di non compromettersi
cogli abitanti, che ci tenevano in conto di scomunicati, e di non essere
compreso fra esseri per loro tanto malevisi. Dopo la festa corsi a
pagare l'importo del vino, ma non vi fu modo di farglielo accettare;
egli persisteva a dire: «Lasciate che io abbia la soddisfazione di
concorrere alla gioia da voi giustamente provata». Ma la maggior gioia
l'ebbe l'amico beneficato, a cui restò l'intero beneficio, erogato in
breve tempo nella bibita a lui prediletta.

Intanto il deposito di Auray diminuivasi ogni giorno per trasferimenti
accordati a chi li chiedeva. Tra i traslocati annoveravasi il
corrispondente di Mazzini, che lasciò a me le funzioni che gli
spettavano, e le assunsi col nome di Pietro Borna. Era il momento della
spedizione di Savoia e Mazzini instava che colà si corresse. Ma con
quali mezzi sostenere la spese di un sí lungo viaggio? Come
intraprenderlo senza passaporto? Io pur domandai di essere inviato nel
centro della Francia, e mi scelsero per luogo di dimora Dijon, magnifica
città, antica sede dei duchi di Borgogna, e dove già esisteva un altro
deposito di Piemontesi e Modanesi. Io aveva in animo di lasciar da parte
Dijon, e di accostarmi alla Savoia, ma seppi in cammino che la
spedizione era andata a male; quindi avanzai il passo al paese
destinatomi, in cui dimorai varî anni [febbraio 1834-agosto 1840]. Poi
ebbi lettera da Antonio Spada, che dalla Svizzera si stabilí nel Belgio,
offrendomi un buon impiego nella tipografia Haumann, per correggere
opere latine ed italiane; onde rinunciai al soccorso di Francia e andai
a Bruxelles.


[LII.] Sempre fornito di pochi mezzi, pagai l'importo della diligenza
sino a Bruxelles e la borsa rimase affatto in secco. «A me basta
arrivare a Bruxelles, ove troverò tutto quello che mi occorre»: cosí
dicevo ritenendo che in viaggio non avrei incontrato alcuno ostacolo. Ma
giunto a Quiévrain sulla frontiera del Belgio [21 settembre '40], appena
resi ostensibile a quel Commissario il mio passaporto mi disse che non
poteva piú inoltrarmi, mentre un ordine espresso del Ministero vietava
l'ingresso ai rifugiati politici. Invano gli feci conoscere che il
Ministro dell'interno signor Lebeau era consapevole della mia andata nel
Belgio; ma il Commissario non poteva né doveva mancare agli ordini
avuti: egli mi permise di scrivere al Ministro e s'incaricò egli stesso
di fargli pervenire la mia domanda. Scrissi in pari tempo a Spada, e
lasciato il mio bauletto nella camera del Commissario, che apparve
oltremodo cortese, col mio mantello sul braccio sinistro, coll'ombrello
m'avviai fuori del paese. A 30 passi di distanza mi posi a sedere
sull'orlo d'un fosso pensando ai casi miei: «Dove vado senza un soldo in
tasca? come potrò sostenere la fatica d'un viaggio che da qui a
Valenciennes non è corto? In ogni modo non havvi altro partito da
prendere»; e via con passo moderato per non stancarmi presto. Giunsi la
sera a Valenciennes: non ne poteva piú, e mi ficcai dentro alla prima
osteria che mi si presentò davanti agli occhi; cenai alla meglio e me ne
andai a letto. La mattina lasciai alla padrona dell'osteria il mio
tabarro, l'ombrello, quasi a garanzia del debito contratto la sera
antecedente, e le chiesi se in paese si trovava nessun emigrato
italiano. Mi disse di sí, ma non seppe indicarmi il suo indirizzo,
quindi mi fu d'uopo di recarmi in polizia, ove ebbi le necessarie
informazioni. L'italiano era un Piani di Faenza che mi accolse, sebben
non mi conoscesse che di nome, con una cortesia non comune; e al
racconto di quanto m'era avvenuto, aperse un cassetto del suo scrittoio
contenente varie monete con facoltà di servirmene. «No, io non ho
bisogno di denari, meno quei pochi soldi che saranno da pagarsi
all'osteria; ma di un ricovero sin che ho risposta da Bruxelles» e mi
tenne in sua casa come un fratello. La risposta non tardò molto a
venire, e col permesso di seguire il mio viaggio si aggiunsero denari.

A Bruxelles feci tosto conoscenza dei molti emigrati che ivi
stanziavano; fra i quali Gioberti che stava nel collegio privato di
Gaggio, ove aveva alloggio e vitto per la carica di professore che vi
esercitava: egli non usciva di casa che la sera, e lo vedevamo nel caffè
dei Tre Svizzeri; e non è a dire quanto ci riusciva grata la di lui
conversazione, e s'aggirava spesso sull'opera che allora componeva, _Il
primato d'Italia_. Di un altro degno patriota mi resi amico, del
colonnello Bianco, vero padre e benefattore degli emigrati: era tutto
cuore per essi, e pei molti debiti contratti, vedendo che la famiglia, a
cui tutti i suoi beni erano ceduti, non si prestava a pagarli si annegò
nel canale che è presso Bruxelles: il dolore fu immenso per tutti.


[LIII.] Vedendo che la promessa dell'impiego non sortiva alcun effetto e
non avendo piú alcuna risorsa, mi portai a Namur ove dimorava Spada, o
per meglio dire, dove signoreggiava Spada. Provvisto del sussidio
assegnato agli emigrati, eletto professore di lingua italiana
nell'Ateneo con un buon onorario, amico delle precipue famiglie, ben
visto e festeggiato dovunque, conduceva una vita da principe; ed io, che
conosceva gli scarsi, anzi scarsissimi meriti di Spada, non sapeva
rendermi di ciò ragione. Io credo che una causa di questo benessere
emergesse dalla sua abilità nel cantare: veniva a tal fine invitato in
tutte le conversazioni ed anche nelle accademie. Ma non seppe provvedere
ai miei bisogni e mi consigliò di stabilirmi a Mons, ricco paese
dell'Hainaut, dove non esisteva alcun italiano e poteva darsi lezioni
con profitto [dicembre '40]. Infatti, colle lettere che seppi
procurarmi, posi insieme vari scolari, tutti appartenenti alle precipue
famiglie del paese; ma mi accorgeva bene che prendevano lezioni non per
imparare l'italiano, ma per sovvenire ai miei bisogni.


[LIV.] Io non posso qui rattenermi dal ricordare la baronessa Enrichetta
De Leuze, amabilissima signora, fresca ed avvenente, ma di una
corporatura colossale, che non le toglieva però di essere snella come
una lepre. Ella conosceva già l'idioma italiano e lo parlava, avendo
soggiornato qualche tempo a Roma, ma per non smarrirlo leggeva e
traduceva _ex-abrupto_ ciò che aveva letto, ed io doveva correggerla
dove sbagliava. Essendo amantissima della musica italiana, spesso mi
toccava di stare al suo fianco, quando cantava in italiano, e farle
osservare dove la parola non era ben pronunziata. Mi aveva accordato una
piena facoltà di entrare nel suo gabinetto, anche quando non vi era. Un
mattino vidi aperto sopra il di lei tavolino un pugnale, magnifica arma
inglese, con manico d'avorio, guarnito di argento; io non lo mossi, e
quando entrò mi disse:

--Che ve ne pare di quell'arma?

--Bellissima.

--È l'arma prediletta degli Italiani.

--Esagerazioni. Si crede che ne facciano un uso sacrilego, ma s'adopera
di certo meno degli altri paesi d'Europa, o almeno, confrontando le
statistiche, l'Italia conta minori delitti degli altri popoli, e se
avesse un sistema politico quale ha il Belgio, sarebbe un modello di
saviezza.--E le rapportai diversi fatti che dové persuadersi di quanto
asseriva.

Un altro giorno mi porse un piccolo forziere, onde ponessi in assetto le
carte in esso rinchiuse, e nell'esaurire il mio incarico rinvenni un
rotolo di guillaume di oro, che equivalgono, credo, 21 franchi, che io
consegnai subito. Tutto ciò faceva per mettermi alla prova: col pugnale
volle vedere quali sentimenti io spiegava; coi danari sperimentare la
mia probità. Prima di lasciare il Belgio volle che rimanessi alcune
settimane nel suo casino di campagna, deliziosissimo luogo, a cui era
annesso un vasto bosco in cui potevasi esercitare ogni sorta di caccia,
e mi pregò di sceglierla per mia dimora, onde tener compagnia al di lei
vecchio padre, colpito di apoplessia. Ma il timore che si potesse
supporre che io accettassi per non essere rifuggito politico e non
compreso nell'amnistia, mi indusse a rinunziare l'offerta.

Di un altro scolare mi conviene far menzione, del principe de Merode,
capitano nelle truppe belghe e decorato della croce della legione e di
quella di Leopoldo. Io avrò occasione di parlare di lui in seguito.

Tutti i miei scolari mi usarono atti di benevolenza superiori al mio
merito, tra i quali il figlio del generale Duvivier e....., il quale
quasi ogni domenica mi veniva a prendere in carrozza per condurmi a
pranzo nella sua villeggiatura.

Malgrado ciò i prodotti erano insufficienti a reggermi, e il generale
Chazal mi offerse di entrare in sua casa come precettore dei suoi figli,
lasciandomi libero il tempo di continuare le mie lezioni: tavola,
alloggio, servizio, ecco i benefici che poteva trarre, e non eran pochi;
lo stipendio si riduceva a tenue cosa. Chazal, originario francese,
prima della rivoluzione del Belgio s'industriava in case di commercio,
come loro commesso viaggiatore: uomo di coraggio e d'intelligenza, seppe
nei primi momenti della riscossa impadronirsi di Mons, e per questa sua
impresa ebbe subito il grado di colonnello: in seguito, perfezionandosi
cogli studi nell'arte militare a cui si era consacrato, pervenne ed
essere generale e ministro della guerra. Era un buonissimo uomo,
affabile, eccellente padre ed amoroso marito; ma io aveva di lui una
soggezione che non seppi mai superare, perché io scorgeva che non lo
appagava nel metodo di istruire i suoi figli: egli affacciava certi
sistemi per me affatto nuovi e che sarebbe stato necessario che io
stesso li avessi studiati. Lo Spada, amico di Chazal e che poteva
giovarmi, non esisteva piú. In che stima ed affetto fosse lo Spada si
desume dai funerali che alla sua morte gli vennero fatti, degni
solamente di un personaggio di alto rango e di eccelso talento. La somma
spesa per tale oggetto fu a carico del paese, e quando si pose in
vendita quanto gli apparteneva, una gara ardente sorse tra gli
acquirenti, perché tutti volevano una memoria del defunto, e il prodotto
della vendita fu il quadruplo di quello che costava; il quale venne
spedito in Ravenna al di lui fratello Attilio, il quale nel ricevere il
danaro speditogli gridava: «Che buona gente debbono essere quei signori
di Namur!» La iscrizione funebre che esiste nel camposanto di Namur
mostra in qual conto tenevasi.


[LV.] Finalmente l'amnistia di Pio IX [16 luglio 1846] mi tolse da ogni
imbarazzo: essa mi fu annunziata dal giovine Duvivier in un curioso
modo. Stava a conversazione presso una mia scolara, madama Jean de
Fontaine, quando sono chiamato nella anticamera, e mi sento stretto al
collo da un individuo che dapprima non conobbi: «Oh con quanto piacere
vi do la lieta notizia dell'amnistia emanata da Pio IX; ora potrete
rimpatriare, rivedere i parenti, gli amici e dar termine ai mali
dell'esilio». Io lo ringraziai dell'annunzio, e rientrai nella camera
della conversazione, ove propagai la notizia ed ebbi felicitazioni senza
fine. La padrona di casa ci fece vuotare alcune bottiglie di sciampagna
pel lieto annunzio. Poi il generale Chazal mi procurò dal Governo un
sussidio, onde pormi in grado di sopperire alle spese del viaggio.

Io aveva in animo d'instruirmi prima di partire nell'andamento
dell'amministrazione ferroviaria, sí bene regolata nel Belgio, ma mi
accorsi che ciò non si poteva ottenere in breve tempo, né i fondi erano
sufficienti all'intento: quindi rinunziai al mio progetto. Da Bruxelles
mi recai a Parigi, ove rimasi alcuni giorni; da Parigi a Marsiglia, da
Marsiglia per la via di mare a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma
[febbraio 1847].


[LVI.] Io credeva che a Roma esistessero Comitati per soccorrere i
poveri rifuggiti che rimpatriavano; ma di niente di ciò, né trovai chi
mi offrisse un centesimo. Fui raccomandato ad Angelo Bezzi, mio
concittadino che lavorava da scultore in Roma, esimio nell'arte, ma uomo
spensierato, eccentrico e affatto privo di mezzi. Si credé che, essendo
amicissimo di Ciceruacchio, potesse essere di un gran sostegno; ma se
ritraeva da lui benefici, bisognava che li erogasse per la sua famiglia:
egli servivasi dell'influenza acquistata col mezzo di Ciceruacchio per
usare prepotenze, tanto che una sera fu assalito da un turbine di sassi
e fu sul punto di essere un secondo santo Stefano.


[LVII.] Io mi diressi ad un altro mio concittadino, uomo di proposito,
Attilio Bonafè, impiegato nel ministero dei lavori pubblici, allora
diretto dal cardinale Massimo, che io chiamava Minimo per la sua piccola
statura, e potei avere un impieguccio di dieci scudi al mese, avendomi
installato nel detto ministero nella qualità d'indicista.

Il cardinale disponevasi di dare un migliore avviamento al suo
dicastero, ed ero sicuro di crescere di grado; ma, colpito tutto ad un
tratto da un'apoplessia, cessò di vivere [11 gennaio 1848] senza avere
iniziato il suo divisamento. A Massimo successe Minghetti [10 marzo], ma
la mia presenza fu di breve durata, mentre avendo chiesto un permesso
per recarmi al mio paese natio, non ritornai piú a Roma.


[LVIII.] I tripudi e le esultanze ad onore di Pio IX nei 16 mesi che mi
trattenni nella capitale sono indescrivibili, e veramente mi
cominciavano a seccare. Io mi era introdotto nel Circolo popolare, in
cui ebbi l'incontro di fare molte conoscenze, tra le quali quella di
Ciceruacchio, che mi conduceva al Testaccio a mangiare la provatura.
Quale influenza egli avesse, ne ebbi una chiara prova nella sera del 29
aprile ['48], quando il popolo agglomerato, e che estendevasi lungo la
via del Corso, gridava ed urlava di farla finita coi preti. Ognuno sa
che questo furore proveniva dall'enciclica del Papa del 29 aprile, con
cui disdiceva la guerra del Veneto, le cui legioni egli stesso aveva
benedette per l'indipendenza d'Italia. Tutti i Circoli erano uniti in
quello del Commercio, posto nel centro del Corso, cioè dove i clamorosi
erano piú affollati. Mamiani lo presiedeva, ma non sapeva piú dove dar
la testa per far sparire il pericolo insorto. Sterbini ed altri
cittadini influenti si affacciarono al balcone, diressero al popolo
parole di moderazione e di concordia, ma furono solennemente fischiati.
«Si vada in cerca di Ciceruacchio», gridava Mamiani, che vedeva essere
l'unica sua àncora di salvezza. Finalmente egli arriva; Mamiani lo
assicura che si sarebbe a tutto riparato nel giorno veniente, e che
cerchi intanto di calmare gl'insorti e di far sí che rientrino nei loro
focolari. Egli raccoglie tosto intorno a sé i capi dei rioni, e il
desiderio di Mamiani fu appagato. Il timore che la disdetta del Papa
avesse cancellato dalle truppe italiane militanti nel Veneto quel
carattere legale che avevano e che gli Austriaci le riguardassero come
una ciurma di briganti, e come tali venissero da essi trattati, fu
l'impulso della sommossa; e resi persuasi che ciò non poteva nascere, si
arresero.


[LIX.] Invece di andare alle feste, che con immenso spreco di denaro si
reiteravano per Pio IX, visitava nelle ore libere gli eccelsi e sontuosi
monumenti di Roma. Un giorno presso il collegio dei Gesuiti mi abbattei
in un prete che rassomigliava al principe de Merode, mio scolaro a Mons;
mi fermai a guardarlo e dissi fra me: «Che perfetta rassomiglianza!», e
seguii il cammino. Un'altra volta lo fissai meglio, e sempre piú mi
sorpresi di trovar due volti cogli stessi lineamenti. La terza volta non
potei trattenermi dall'accostarmi a lui, e nel mentre che stava per
dirgli: «Scusi, signore», egli mi riconobbe e mi porse una carta da
visita, onde fossi andato la mattina seguente al suo domicilio. «Ma come
queste trasformazioni? gli dissi subito: Voi capitano, voi in credito
per sapere e valore, voi decorato di piú ordini, e che riteneva, che
foste già salito al grado di generale, voi divenuto prete?»--«Cosa
vuoi?, mi rispose, è morto mio padre ed ho risolto di abbandonare la
carriera militare per seguire la ecclesiastica, e sono ora nel collegio
dei Gesuiti: ti ringrazio delle lezioni d'italiano, che da te ebbi e che
oggi mi servono moltissimo». Dopo alcune parole lo lasciai, né piú lo
rividi, né cercai di vederlo, perché non si dicesse che avevo rapporti
coi Gesuiti, allora piú che mai odiati, e che l'affetto per Pio IX già
sperdevasi sensibilmente, né valse che Gioberti venisse a perorare per
lui a Roma. Pio IX, uomo di buon cuore, ma di poca mente, incerto,
titubante, non era in grado di dare allo Stato quell'avviamento che
esigeva allora.


[LX.] Il partito radicale aveva preso il sopravento: gli uomini piú
influenti ed energici di esso raccolti a Roma agivano con successo nel
senso dei loro principi e la strada dalla democrazia dischiusa
percorrevasi senza ostacoli. Il Rossi ciò non vide e fidandosi troppo
sopra sé stesso, sopra la fama del suo nome chiaro in tutta Italia e
altrove, cadde vittima della sua illusione nell'accettare la direzione
che stava sull'orlo del precipizio.

Io lasciai Roma alcuni mesi prima del luttuoso fatto di Rossi, e mi resi
a Bologna. Quivi pure lo scompiglio era al colmo: i facchini, padroni
della città, commettevano eccessi di ogni specie [agosto '48]. Il povero
Masina, buon giovane, di retti sensi, da loro sedotto li dirigeva; ma in
che modo? aderendo ai loro pravi desideri. Io mi recava la sera nel suo
ufficio composto di due stanze; la prima era ingombra di armi e di
munizioni, la seconda serviva di gabinetto particolare a Masina. Una
sera arrivarono da Roma due emissari, i quali chiesero un colloquio
segreto col medesimo; io che era rimasto nella prima camera venni
chiamato nella seconda e messo a parte del segreto: trattavasi
nientemeno che di uccidere il dottore Luigi Carlo Farini. Chiesto in
proposito il mio parere, dissi che era un danno immenso il privarsi di
un cittadino intelligente, dotato di nobili sensi, affezionato
all'Italia, e che d'altronde non sapeva quali colpe potessero
giustificare un tale eccesso. Gli emissari ben mi conoscevano, quindi
non potevano concepire sopra di me dubbio alcuno sfavorevole alla causa
democratica. Dopo varie spiegazioni, la cosa rimase irresoluta e la
proposta non ebbe effetto.

In Bologna ebbi la tristissima notizia della morte del conte Tullo
Rasponi, giovane caldo di patrio amore, e di una smisurata liberalità,
che per sovvenire ai bisogni altrui aveva posto in grave isconcerto le
proprie finanze. Egli fu vittima dello scatto del proprio archibugio
nelle valli di Comacchio, ove era a caccia; solennissimi onori funebri
gli vennero resi da ogni ceto di persone.


[LXI.] Giunto a Ravenna, avanzai tosto la domanda d'essere ammesso al
concorso dell'impiego di protocollista, rimasto vacante in Comune pel
decesso di Gordini, e mi fu conferito da una forte maggioranza [5
ottobre 1848]: cosí fui in grado di essere d'aiuto ad un fratello, esso
pure al servizio del Municipio nell'ufficio annonario, il quale essendo
maritato, con vari figli, aveva bisogno d'appoggio; ma la falce della
Parca li ha tutti mietuti, non riserbando che un rampollo di sesso
femminino. Da Roma ebbi incarico di costituire un Circolo popolare, alla
forma di quello che colà esisteva, e di dare un esteso sviluppo ai
principi democratici. Io non mancai di adempiere l'impresa assunta, e in
poco tempo contava piú di 200 persone d'ogni rango: esso venne eretto
nella sala e camere del teatro Alighieri, e presieduto da distinti
cittadini, quali erano il vecchio Andrea Garavini, il marchese Vincenzo
Cavalli, ed io ne fui il segretario insieme all'avvocato Giulio
Guerrini, Questo istituto fu molto utile al paese ed impedí la
rinnovazione degli eccessi che prima si lamentavano, perché innanzi al
Circolo si portavano le questioni le piú importanti, le quali si
scioglievano sempre secondo i dettami dell'equità e della giustizia. Se
ne brama un esempio? eccolo. Una sera si propose che fosse libero al
padre Gavazzi di tener concioni in Duomo sopra oggetti politici,
interamente estranei al luogo. Dopo alcuni vivi dibattimenti si risolse
che una deputazione, scelta nel Circolo, si rendesse immantinente presso
l'arcivescovo per consultarlo in proposito: se aderiva, la proposta
avesse esito; se no, si fosse scelto un altro luogo per le progettate
concioni. L'arcivescovo, come era da supporre, respinse la inchiesta, e
il Circolo dispose che il Gavazzi predicasse sulla ringhiera della
farmacia Montanari nella piazzetta dell'Aquila. Il Circolo, divenuto la
vera rappresentanza del paese, si occupò pure di proporre un deputato
alla Costituente di Roma [13 gennaio '49] e tutti i voti si rivolsero a
favore del conte Francesco Lovatelli, uomo di senno, di coraggio e di
sensi politici radicali, mentre sin dal 1832, come notammo, dirigeva la
Giovine Italia col titolo di corrispondente: ma non accolse la
candidatura offertagli, forse perché addetto a quella camarilla che
faceva pratiche a Gaeta col papa, perché si risolvesse a mantenere in
piedi lo Statuto, promettendogli che la repubblica sarebbe rimasta
incagliata. Invece di Lovatelli si propose Antonio Monghini, uomo di
qualche intelligenza in materie finanziarie, pronto e risoluto, ma di
niuna fede politica. La proposta del Circolo venne confermata dagli
elettori, e, come noi abbiamo già detto, egli proclamò la repubblica in
quell'illustre consesso; ma poco tempo dopo corse a Bologna dinanzi al
Papa, gli baciò con effusione d'animo i sacri piedi, pregando di essere
assolto dalle commesse prevaricazioni. Uomini di tal sorta è meglio
perderli che acquistarli, e Iddio l'ha chiamato a sé.


[LXII.] Malgrado la pace e l'ordine che regnava in paese, l'arcivescovo,
che non aveva ricevuto alcun motivo di lagnarsi, all'improvviso
abbandonò la sua sede arcivescovile e si trasse a Venezia. Si parlò di
un ratto concertato a suo danno, ed io, che avevo parte in ogni
faccenda, non ebbi mai di ciò sentore; eppure mi si volle fare un
addebito anche di quel fatto: io ho sempre ritenuto però che fosse un
raggiro di quei moderati, che di mal occhio vedevano la repubblica e
ritenevano che potesse esser loro dannosa per quella partecipazione che
erano astretti di avervi, e che volessero per tempo crearsi un possente
appoggio nel cardinale Falconieri; e di fatti nessuno di quelli che lo
aiutarono ad emigrare soffrirono il benché minimo disturbo quando il
papa riebbe i suoi domini.


[LXIII.] Questi moderati di molta influenza non si scossero punto alla
proclamazione della repubblica, e già si gridava come si potesse
rimanere indifferenti ad un sí grande avvenimento. Fu il Circolo che
stabilí in che modo si doveva solennizzare. Tutti quelli inscritti nel
ruolo del medesimo, seguiti dalla folla, si recarono colla banda
musicale nella strada ch'è dirimpetto alla carrara della Rotonda, e
nell'ampio possedimento del conte Ferdinando Rasponi si svelse sin dalle
radici un'alta pioppa cipressina, e guernita di ghirlande di fiori fu
traslocata tra suoni musicali, spari ed altre dimostrazioni di giubilo
in mezzo della Piazza maggiore, ove venne eretta [15 febbraio]. Bello fu
vedere la darsena del Candiano cogli alberi dei navigli messi a festa.
Il vecchio Garavini, che nel 1797 aveva piantato in Ravenna il primo
albero della libertà, gridava: «Scavate qui che troverete le radici di
quell'albero carbonizzate»; e cosí fu. Dopo la erezione
dell'albero,........., cui la tirannia papale aveva rapito il marito, e
vedremo che in breve le rapirà anche il figlio, unico suo conforto ed
appoggio, volle coronare il fusto dell'albero con una ricca fettuccia,
in segno della speranza di un migliore avvenire che le destava.
Illuminazioni durante la notte, danze, giubilo universale.


[LXIV.] Un'altra festa ebbe luogo [19 febbraio] nel borgo di Porta Sisi
ad onore della nuova repubblica, solennizzata colla erezione dell'albero
della libertà, in mezzo a suoni, a spari, a luminarie; e bello fu il
vedere questo simbolo del comune risorgimento, circondato da 80 giovani
a cavallo vestiti di tuniche rosse e del berretto frigio.


[LXV.] Ma colle feste, come dissi altre volte, quando la libertà di un
popolo è avversata da chi ha battaglioni armati da osteggiarla, non può
reggere lungo il tempo; e cosí fu della nostra repubblica, la quale
assalita da ogni parte da truppe straniere dové in breve soccombere.


[LXVI.] Garibaldi alla testa de' suoi prodi militi aveva rinnovato le
gloriose antiche gesta dei Romani e rimesso in onore il nome italiano,
vilipeso dai Francesi, falsi repubblicani che mancavano ad ogni sano
principio politico. Garibaldi raccolse presso di sé un buon numero di
volontari, e prima che i Francesi entrassero in Roma si ritirò verso la
Toscana, eccitando quei popoli ad unirsi con lui per fare nuovi sforzi
al riacquisto del perduto. Ma la sua voce non fu intesa. La
disperazione, che può sola infondere quel coraggio irresistibile che sa
oprar prodigi, non risvegliò alcuno; onde sciolto il corpo che aveva
rannodato per sí alta impresa, non dové pensare che alla propria
salvezza: e fu un miracolo se, per le cure e i sacrifici dei Ravennati,
pervenne a sottrarsi dalle mani degli Austriaci, che già da ogni parte
lo circondavano [agosto '49].


[LXVII.] Alcun tempo prima che Garibaldi fosse in salvo un tenente
austriaco alla testa di un drappello di croati invase il mio domicilio,
frugò la camera ove dormiva e s'impossessò delle carte che ivi rinvenne,
delle quali fece un pacco che sigillò, per regolarità del sequestro
eseguito. Indi m'intimò di seguirlo. Qual fosse l'agitazione della
famiglia David presso cui dimorava è impossibile immaginarlo. Ella
sapeva di avere nella legnaia delle armi nascoste, e se la perquisizione
si fosse estesa sino a quel luogo, la mia sorte era decisa: la legge
stataria allora in pieno vigore condannava alla fucilazione chiunque
teneva armi non denunziate in propria casa. I David certamente non
avrebbero azzardato di dichiarare che le armi rinvenute ad essi
appartenevano; e poi? anche con questo atto eroico erano certi di
salvarmi, o di trarmi piuttosto con essi alla pena prescritta? La
perquisizione durò poco piú d'un quarto d'ora, credo, ma fu un'ansia che
tale non ne soffre chi trovasi sul punto di morte. Cosí i David mi
narrarono quando tre anni dopo mi fu ridonata la libertà. So pure di un
certo Crescimbeni, mio compagno di carcere in Forte Urbano, che, dietro
denunzia di non so chi, si scopersero armi in un muro di sua casa: fu
tosto arrestato e condannato alla fucilazione; la moglie di lui corse
dal Duca di Modena e poté far cambiare la pena in vari mesi di
detenzione; ma fu condotto nella piazza d'armi del quartiere generale di
Bologna, ivi gli si lesse colle dovute formalità di legge la pena di
morte, poi solamente dopo una pausa non tanto breve gli si annunziò la
commutazione: tal fu la scossa sofferta che le di lui facoltà mentali se
ne risentirono per lungo tempo.


[LXVIII.] Dal luogo del mio arresto fui direttamente condotto nel
palazzo Ginanni Fantuzzi dinanzi al Maggiore austriaco: ivi trovai il
signor Pietro Santucci, addetto alla Magistratura, chiamato per
constatare la mia qualità di segretario comunale; ciò fatto, il Maggiore
consegnò il rotolo sequestrato ad uno dei suoi graduati e mi disse: «Io
ho ordine di farlo pervenire a Bologna al quartiere generale; sarà colà
condotto da un mio tenente che gli userà tutti i riguardi che merita: la
carrozza è pronta e bisogna che parta senza ritardo.»

La guida assegnatami mi prese gentilmente pel braccio, e colla scorta di
non so quanti croati che riempirono il veicolo ci avviammo verso
Bologna. Giunti a Lugo, mi accorsi che io era preceduto e seguito da un
legno; supposi che contenesse altri detenuti, ma erano pieni di militi:
cosí vociferavasi per dove passava che io fossi un arrestato di alta
conseguenza. In Bologna si fece alto fuori di Porta Saragozza nella
villa Spada, ove risiedeva il generale Gorzkowsky. Io venni chiuso in un
camerino, in cui vedevasi un tavolaccio, che doveva servir da letto, e
uno stracantone sormontato da un quadro rappresentante san Giuseppe,
dinanzi a cui splendeva una lampada. Due militi armati vegliavano nel
camerotto il detenuto. Quando mi accorgeva che erano croati, non osava
d'indirizzar loro la parola; ma se dimostravano di essere ungheresi,
cercavo di aver notizie del luogo e di quanto altro poteva giovarmi.
Essi stessi facevano al detenuto esibite ed esprimevano il vivo
dispiacere di non essere in grado di soddisfare i loro patriotici
desideri. Chi conosceva il latino, era facile di capire il loro
linguaggio. Io chiesi a uno di loro che luogo era quello in cui eravamo:
mi disse che era la conforteria per quelli condannati a morte; ed ecco
come spiegavasi l'altarino ivi eretto a san Giuseppe, a cui i moribondi
sogliono ricorrere. Sotto al tavolaccio vidi diversi oggetti di
vestiario, e mi fu detto che appartenevano a coloro che mancarono alla
legge stataria e che subirono la pena da essa prescritta. Mi si disse
che in quel camerotto aveva dimorato Ugo Bassi. La relazione era
affliggente, e sebbene mi servissero un pranzo signorile, non fui buono
di assaggiarne la minima parte. Cercando di ridurmi a mente gli oggetti
che contenevano le carte sequestrate, fui terribilmente addolorato
quando mi sovvenne che in Roma nel 1848, quando successero gli
sconvolgimenti di Vienna, io d'accordo con Vincenzo Caldesi raccogliemmo
un buon numero di Romagnoli e Romani e con essi uniti ci recammo al
palazzo di Venezia, residenza dell'ambasciatore austriaco. A memoria di
un tal fatto, da un falegname che era accorso cogli utensili di bottega
per darne dei pezzi a chi ne voleva, mi feci segare una delle teste
delle aquile, e ben ridotta colle pialle vi aveva notato l'anno, il
mese, il giorno e l'ora dell'atterramento [21 marzo '48] e con
espressioni di odio all'abbattuto Governo: l'iscrizione era rimasta in
un vecchio portafoglio che aveva sopra il camino e che cadde fra gli
oggetti sequestrati. Questa iscrizione era una spina acuta, temendo che
potesse comprendersi nelle disposizioni della legge stataria, e quindi
nella fucilazione; ma alla fine mi feci una ragione e quietai l'animo.
Già non era piú solo, venne a raggiungermi l'amico Gaspare Saporetti;
indi furono ivi rinchiusi due giovani di Castel Bolognese ed un altro
che non ricordo chi fosse: cosí eravamo una sufficiente compagnia, ma
divieto assoluto di fiatare fra noi; divieto che era osservato solamente
quando ci vegliavano i croati; gli ungheresi entravano in conversazione
con noi. Chi mi divertiva era il contegno di uno di quei detenuti di
Castel Bolognese. Egli bestemmiava sempre come un turco, ma nella sera
l'idea di essere in conforteria, in pericolo di essere fucilato da un
istante all'altro, lo faceva ravvedere: si accostava a san Giuseppe, si
raccomandava alla sua divina grazia, ma in modo che i compagni non
s'avvedessero per non comparire bigotto. In capo a cinque giorni si ebbe
l'avviso che si cambiava d'alloggio, e l'ufficiale incaricato di
eseguire l'ordine ci condusse in mezzo al cortile della caserma in mezzo
ad un drappello armato di croati, e questo fu il complimento che ci
fece: «Chi tenta di scappare, gli sarà fatto fuoco addosso.»


[LXIX.] Il nuovo luogo assegnatoci furono le carceri di San Francesco.
Noi ci arrivammo di sera avanzata, e fummo posti in una vera bolgia
infernale, di dove emanava un puzzo micidiale a causa delle latrine
contigue: era un corridoio contenente detenuti ungheresi; a causa del
caldo si tenevano nudi sul loro paglione, e quando si alzavano in piedi
sembravano tante anime dannate. Verso l'ora di notte s'intese in tutto
il locale un rumore insolito: «All'erta, ci si disse, in quest'ora il
profosso è sempre ubbriaco, ed è un vero demonio; mettetevi in rango.»
Appena entrato in carcere fece ricerca dei nuovi arrivati, ma non giovò
essere in rango ed in atto della piú perfetta sommissione. Al primo del
rango toccarono pugni con non so quante contumelie, e cosí agli altri di
seguito; la belva però si ammansava nel passarci in rivista; cosí il mio
amico Saporetti che stavami appresso non ebbe che una tirata di cravatta
che gli fece quasi uscir gli occhi dalla testa. Eccomelo infine dinanzi
colla mano alzata, ma prima che mi facesse alcuna interrogazione, gli
dissi: «Sono il segretario del comune di Ravenna.» Fu una parola magica,
che da tigre valse a farlo diventare un agnello. «Mi dispiace, tosto mi
disse, che io non abbia un miglior sito da collocarlo, ma domattina
all'alba lo condurrò nelle camere di sopra: le notti in luglio spariscon
presto, il sacrificio sarà breve; intanto lo ringrazio vivamente delle
sue cortesie.»

Partito il profosso, non azzardai di coricarmi su quei luridi giacigli
per timore di una irruzione formidabile di ogni sorta d'insetti; mi posi
a sedere sulla cima d'una banca e appoggiai la testa al muro tanto da
non istare in disagio. Allo spuntare del dí il mio profosso fu pronto a
mantenere la promessa datami, e mi trasse in un magnifico loggiato in
cui erano stanze signorili; venne meco il Saporetti, mi sembrò di
rinascere, e riparai al sonno sofferto nella notte antecedente. Verso
alle dieci ritornò il profosso con lettere e denari inviatimi da casa, e
mi assicurò che nella sera stessa sarei rimesso in libertà. «Oh! allora
questa mattina da pranzo mangio i cappelletti». Egli aveva messo a
servizio una delle sue ordinanze. Il profosso sapeva bene che il Comando
austriaco non trovò alcun titolo da applicarmi una pena in base alla
legge stataria, che era quella con cui si regolava; ma forse ignorava
che era in obbligo di consegnarmi alle autorità pontificie, da cui la
mia piena libertà dipendeva e che attesi tre anni.

Nella sera verso l'ora di notte il profosso mi condusse cogli altri
quattro detenuti del giorno antecedente nell'ufficio di polizia; ma
avendolo trovato chiuso, ci depositò nelle carceri della piazza. Quivi
pure la qualità di segretario produsse un altro beneficio, e fu quello
di far ottenere ai detenuti della stanza ove fui rinchiuso il benefizio
di fumare e di tenere il lume la sera. Ogni mattina aspettava il
rilascio o l'ordine di essere rimesso in libertà, ma dopo cinque giorni
venne invece quello di essere trasferito in Forte Urbano, ove esistevano
già vari detenuti politici.


[LXX.] Ebbi una dolce sorpresa in quel luogo vedendo che era sotto
l'ispezione d'un vecchio amico carbonaro, di Baroncelli di Faenza: egli
mi escluse dalle solite noiose visite personali, e mi condusse nel suo
appartamento, ove mi espose che avrebbe fatto pei detenuti politici
quanto le sue funzioni lo comportassero: «Mi servirete da segretario», e
m'installò nel suo ufficio d'ispettore. Poi mi condusse in una stanza,
ove teneva rinchiusi i detenuti politici di riguardo, e mi lasciò con
loro, dandomi un buon letto con istramazzo. Ristauravasi nel Forte un
altro corridoio che guardava la piazza d'armi, chiamato le Colonnette, e
quando fu accomodato mi lasciò scegliere le camere che meglio mi
convenivano; cosicché fui in grado di favorire gli amici di Lugo, fra i
quali l'avvocato Masi, Morandi e Bedeschi, che a me si unirono quando
ivi ci rinchiusero. Si poté conseguire dalla fornitura il vitto di
segretura in natura, cioè la carne e la minestra crude, ed il pane
dell'infermeria che era bianco e buono: a queste provvigioni
aggiungevamo una tangente ciascuno e si riusciva ad avere un secondo
piatto. Il Bedeschi, esperto in affari di cucina, ci preparava sempre un
buon pranzo: il vino, a spese comuni.


[LXXI.] Erano scorsi piú di sei mesi senza che venisse iniziato alcun
processo, quindi ignorava sempre il vero titolo della mia prigionia; ma
di ciò non prendeva alcun pensiero, né feci alcuna pratica in proposito:
uscito dalle grinfie del Comando austriaco e della legge stataria nulla
aveva piú che mi conturbasse. Finalmente venni traslocato nelle carceri
di Ravenna: cosí ebbi modo di vedere spesso i miei congiunti e di essere
servito da essi di tutto ciò che mi occorreva. La camera che mi venne
assegnata era la migliore dello stabilimento, e guernita di una gran
finestra con vetri senza l'impedimento del tamburo, in modo che si
poteva vedere ed essere visto da chi transitava pel cortile del palazzo
governativo. Essa era occupata da gente che non aveva accusa criminale.
Il numero dei detenuti ristringevasi ad otto; ognuno aveva da casa
pranzo e cena, riunivansi tutti i pasti e formavasi un convito variato e
squisito. Poco dopo il mio arrivo nelle carceri di Ravenna, s'iniziò il
processo che dappoi sí gran tempo attendeva. Io non intendo di porgere
ragguagli su tale soggetto. Il secondo turno del Supremo tribunale della
Sacra Consulta, tribunale istituito sulle norme di quello della
Inquisizione, mi giudicò [28 gennaio 1851] colpevole di «minacce fatte
al Magistrato anche letali in odio di officio», senza indicare quale
Magistrato, e perciò mi condannò «a cinque anni di opera pubblica», ed
alla pena di detenzione per «ritenzione di carte antipolitiche». Ma ecco
il fatto genuino che mosse questa sentenza. La nostra Magistratura si
dimise per non eseguire le operazioni elettorali, necessarie per la
nomina dei membri alla Costituente romana del 1849; il Prolegato
rinunciò pure alla sua carica per non assumerle; cosí vi era il pericolo
che Ravenna rimanesse senza rappresentanti alla Costituente:
vociferavasi che tutto ciò fosse l'effetto degli intrighi del segretario
di legazione Garzía, uomo di principî clericali esaltati ed affezionato
al cessato Governo. Quindi io come segretario del Circolo, che
rappresentava l'opinione del paese, mi recai dal Garzía e lo consigliai
ad allontanarsi dal posto che occupava per evitare un eccesso, mentre il
popolo era contro di lui irritatissimo, ritenendo che impedisse la
nomina dei membri della Costituente. Il Garzía mi ringraziò del
consiglio datogli; ma Gaspare Saporetti, che era un vero energumeno,
aggiunse minacce ed improperi che io disapprovai interamente.

Comunicataci la sentenza [5 febbraio '51], fummo traslocati a Roma con
mezzo straordinario, cioè con vettura a due cavalli. Da Ravenna a Pesaro
il nostro conduttore, che fu un brigadiere, ci usò la cortesia di non
ammanettarci; ed a un detenuto che entra in una carcere senza un tale
arnese gli si usano sempre molti riguardi: perciò il maresciallo che da
Pesaro ci fu di guida sino ad Ancona non ci lasciò liberi nel viaggio,
ma solamente quando ponemmo il piede nelle carceri; però ci fu concesso
di essere ammessi in una stanza che conteneva giovani instruiti e di
merito e che ci favorirono una buona cena. In seguito non ci fu modo di
scansare le manette, sebbene io cercassi d'interessare la vecchia guida
a raccomandarci alla nuova per tale oggetto. In Spoleto fummo rinchiusi
in un orrido sotterraneo, e ciò mi doleva perché ci conveniva di
rimanervi 24 ore a causa di una festa che interrompeva la
corrispondenza. In Otricoli ci occorse un curioso aneddoto: il paese era
in movimento pel passaggio del re di Baviera che recavasi a Roma a
visitare il papa. Il custode di quel piccolo paesetto cercava di trar
profitto dai vari detenuti di qualche conto che capitavano al suo
albergo, ed era in ciò d'accordo colla moglie, donna giovane e di belle
fattezze. Appena giunti, ella fece uscire dalla miglior camera che
avesse una vecchietta, ivi pure detenuta, e ce l'assegnò rinnovando i
sacconi della paglia, che dovevano servirci da letto; poi ci chiese se
nulla ci occorreva: il Saporetti, che dal sorriso e dai modi sciolti con
cui ci trattava concepí buone speranze alle soddisfazione dei venerei
appetiti, ordinò un pranzo da tre, comprendendovi la ninfa; e il pranzo
fu buono e lauto, ed aveva oltremodo avvivato lo spirito dell'amico,
divenuto rosso come un gambero: i cibi furono gustati, ringraziò chi li
aveva forniti, il Saporetti insisté per quanto formava l'intento dei
suoi desiderî, e per risposta ebbe: «A mezzanotte». Io mi ero già
gettato addosso alla vecchietta, che non mancò di visitarci specialmente
al momento del pranzo, e all'ora di notte io era sul mio paglione in
braccio al sonno. I sorci mi svegliarono piú volte, e vidi che l'amico
stava in un'angosciosa aspettativa; al tocco della mezzanotte il carcere
si aperse, ma invece della carceriera apparve il carceriere che venne a
prendere un saccone; né piú si vide alcuno, e l'amico restò colla piva
fuori del sacco. Nel mattino apparve la cara, linda e cortese, chiedendo
se volevasi la colazione; l'amico rinacque a nuova speme e le rinnovò
l'invito del giorno innanzi, che accolse: «Questa notte non ho potuto;
ma fra poche ore, quando tutti attendono al passaggio del re, io sarò
qui;» ed intanto ingoiò e non fu di ritorno che quando i carabinieri
vennero a prenderci per proseguire il nostro viaggio, e profittò di un
comodo posto che era nella vettura da posta per fare una passeggiata
insieme coi carabinieri sino a Civita Castellana.


[LXXII.] Arrivati a Roma, fummo internati nelle segrete delle Carceri
Nuove in via Giulia: ognuna è dedicata ad un santo, ma sarebbe bene che
fosse consacrata ad un diavolo: tutte le segrete hanno una o due
finestre nelle pareti laterali, quelle di via Giulia ne hanno una nel
mezzo del soffitto, in modo che il povero detenuto che è esposto a quel
largo pertugio riceve tutta l'umidità e l'acqua che da esso emana,
essendo senza scuro. E qui bisogna far conoscere a chi non è pratico di
carcere, che ognuno ha un capo eletto dal direttore, il quale è padrone
di fare ciò che piú gli aggrada. Se il detenuto è in grado di pagare al
capo una buona dose di vino con una pietanza, può avere da lui la grazia
di collocare il suo paglione in un angolo della stanza, fuori dagli
effluvi del finestrone; se no, è certo d'esservi messo sotto. Il capo
della camera in cui fummo rinchiusi era un militare condannato a morte;
il canone del vino era quotidiano, ma per buona sorte dopo pochi giorni
fummo traslocati nelle carceri di Termini, luogo di deposito dove si
agglomerano ogni sorta di delinquenti. Lo stabilimento è diretto da un
capitano, che ha sotto di sé una quantità di aguzzini, perché trattasi
di vegliare centinaia di persone. Io pregai il capitano di porci nel
miglior luogo che vi fosse, e ci assegnò il corridoio dei discoli,
ripieno di giovani dai sedici ai venti anni. Quel disgraziato, che come
capo stanza doveva vegliarli, era in un imbarazzo dei piú scabrosi: essi
pervenivano sempre ad aver carte da giuoco e passavano l'intera giornata
nel farne uso esponendo per premio del vincitore della partita la
pagnotta e la minestra che nel giorno dopo era ad ognuno somministrata,
e quando facevasi la distribuzione del vitto, il perdente che aveva una
fame maledetta non voleva arrendersi a soddisfare il suo obbligo; onde
nascevano liti e lotte a cui il capo stanza non aveva modo di metter
riparo. Il vizio del giuoco delle carte è proibitissimo nelle carceri; e
pure non havvi luogo in cui sia piú avvivato che in essa. I mazzi di
carte che servono all'intento vi abbondano: quando i detenuti hanno
perduto quei pochi danari che posseggono, mettono in giuoco gli oggetti
di vestiario, ciò che dà causa a varie dispute ben peggiori di quelle
che sorgono fra i discoli; perché, se alcuno osa di fare il prepotente,
può incorrere il caso che nel mattino si trovi soffocato senza che si
abbia alcuna traccia del delitto. È il capo stanza che trae il maggior
profitto dal giuoco, perché ad ogni taglio deve avere un determinato
tributo. Cosí pure è vietato di provvedersi di carta, penna e calamaio,
e in quelle di Termini esistevano oggetti di cancelleria di ogni genere
che si compravano occultamente dal capo stanza al prezzo che gli
piaceva. Da ciò si vede che le sue funzioni sono molto lucrative, in
modo da procurargli non pochi denari; credo che goda anche altri
beneficî dalla fornitura del vitto: ha di certo razione doppia che vende
a chi non ha sufficiente nutrimento, il quale consiste in tutte le
carceri di larga in una pagnotta e in una minestra al lardo. Le carceri
di Termini, come tutte le altre, sono soggette a sei visite, tre di
giorno e tre di notte. Quando il capo guardiano entra nella camera dei
detenuti è seguito da vari aguzzini armati di randello che cadono
pesanti sul dosso di colui che al momento della visita fosse fuori dal
suo posto, cioè fuori dal sacco di paglia assegnatogli. Stanco di
rimanere nel corridoio dei discoli, a causa degli schifosi insetti che
ivi si annidavano, dei litigi e querele che insorgevano di continuo,
pregai con lettera il cardinale Marini, col quale mio padre aveva avute
intrinseche relazioni quando era governatore laico in Ravenna, sotto il
governo del cardinale Malvasia, di cui ritenevasi fosse figlio; e nel
mentre che aspettava l'ordine di un cambiamento, una sera fu condotto a
noi un nostro amico di cuore, un nostro concittadino, qualche tempo
prima di noi arrestato, Epaminonda Rambelli, il figlio di quel Gaetano
che fu impiccato per ordine della Commissione Invernizzi, di cui abbiamo
già parlato. È indicibile la gioia che da noi si provò, specialmente
quando ci disse che era rimesso in libertà e che era tradotto per
corrispondenza ordinaria sino a Ravenna, ove avrebbe ottenuto
l'opportuno rilascio. Egli rimase due notti e un giorno con noi, atteso
l'intromissione di una festa che interruppe il corso della
corrispondenza. Egli ci espose che avendo militato nelle truppe
doganali, comandate dal colonnello Zambianchi e che cotanto si
distinsero contro gli attacchi dei Francesi al tempo della Repubblica
Romana, era stato incolpato di aver preso parte agli eccidî di San
Calisto, ove vari frati vennero uccisi: ma non essendo risultato nel
processo alcuna prova, mettevasi fuor di causa. Essendo stato improvviso
l'ordine della sua istradazione e non avendo avuto tempo di farsi
spedire da casa fondi necessari al viaggio, venne da noi provveduto di
quanto gli occorreva.


[LXXIII.] Nel giorno dopo alla partenza dell'amico Epaminonda, venne
l'ordine di essere trasferiti alle carceri di San Michele in Ripa
Grande, magnifico locale, ampio, arioso e comodo. II luogo in cui fummo
collocati formava un corridoio, illuminato da un larghissimo finestrone,
e ai fianchi del medesimo s'innalzavano due ranghi di camerini pei
detenuti, ove ognuno rimaneva libero: essi si aprivano nel mattino e si
chiudevano due ore prima di sera, e durante la giornata il detenuto
passeggiava in compagnia de' suoi camerati, sempre però sotto la
sorveglianza di due gendarmi, che si cambiavano in ogni 24 ore. Il
direttore del luogo era un maresciallo della stessa arma, conosciuto
sotto il nome del Monco dei Monti, uomo di una severità indicibile.
Verso di me mostravasi mansuetissimo, e mi trattava con cordialità;
quando la notte recavasi alla visita dei camerini, e che mi trovava
ancora alzato a leggere, mi salutava e soleva dirmi: «Eh! che non vi
stancate di leggere?» senza toccare il polso ai catenacci ed alle
ferriate secondo l'uso. Fra i gendarmi vi era sempre qualche benevolo,
che ci teneva in relazione col di fuori e coll'altro corridoio dello
stabilimento, ed io n'era il corrispondente. In ogni modo, siccome ci
era permesso di far venire il pranzo dal di fuori, cosí si trovava modo
di essere in corrente delle notizie le piú importanti coi biglietti che
si nascondevano nelle pietanze o dentro il turacciolo dei fiaschi del
vino. Tutti i detenuti di San Michele dipendevano dal Tribunale della
Sacra Consulta, che è quanto dire addebitati di titolo politico; ivi
feci conoscenza di Calandrelli e di molti altri personaggi di merito che
si erano distinti in Roma nel '49.


[LXXIV.] Un giorno stando a conversare coi miei camerati venni a sapere
che Epaminonda Rambelli, noto col nome di Moretto, era stato ricondotto
nelle carceri. A persuadermi di un fatto sí opposto a quanto egli stesso
mi aveva asserito nel reclusorio del Termini, cioè della sua
riacquistata libertà, diedi incarico ad uno dei detenuti che stava
presso il primo camerone dello stabilimento, in cui si diceva il
Rambelli essere stato rinchiuso, a verificare la voce prevalsa; e pur
troppo la mattina seguente seppi che era stato ricondotto a Forlí per un
confronto e che gli aggravi processuali erano accresciuti a suo danno, e
di ciò fummo tutti afflittissimi; e una prova di quanto asseriva nasceva
dai modi rigorosi con cui era trattato dal Monco, il quale entrava
sempre nel suo tugurio colle pistole montate alla mano, senza mai
accondiscendere a quanto di piú giusto sapeva chiedere. Dal secondo
camerone venne trasferito nel primo, in quello in cui era, e non so come
potesse ottenere la grazia di passeggiare un'ora del giorno quando tutti
gli altri prigionieri erano rinchiusi. Ma questa grazia ci pose tutti in
un grave imbroglio. Un vecchio capitano dei carabinieri, che si era
compromesso negli affari politici del '49, era nel novero dei carcerati
di San Michele e godeva il beneficio di avere di continuo l'accesso nel
corridoio. Costui aveva militato nelle Romagne al tempo del dominio
della Commissione Invernizzi e raccontava limpidamente gli arresti che
vi aveva eseguiti, fra i quali quello di Gaetano Rambelli, padre di
Epaminonda, il quale venne, come abbiam detto, impiccato. Si ritenne che
costui avrebbe raccontato le sue prodezze, come le rendeva note a tutti,
anche ad Epaminonda; di certo sarebbe nato uno sconcerto pericoloso,
perché egli, giovane ardente che sentiva la sciagura del padre nel piú
intimo dell'animo, avrebbe rampognato il capitano con insulti e
copertolo di vituperi. Per evitare ciò si riuscí a far credere ad
Epaminonda che colui che vedeva nel corridoio nell'ora che gli era
concessa di passeggio, era una spia del Governo tenuta fra noi
appositamente per rilevare i detti, i motti di ciascuno, e lo
consigliammo a tenerselo lontano e a non rispondere a qualunque
interrogazione gli dirigesse, e gli facemmo le piú vive premure perché
si attenesse al nostro precetto suggerito dall'affetto che noi tutti gli
portavamo; cosí si poté evitare il danno da noi previsto, mentre
Epaminonda si attenne strettamente ai nostri suggerimenti.


[LXXV.] Erano scorsi vari mesi da che la mia sentenza era emanata, né si
risolveva di assegnarmi il luogo dove doveva scontare la pena
inflittami: si parlava di Paliano, vecchio castello ridotto a carcere, e
dove era stato trasferito già il degno patriota.....

In attesa ebbi la visita di monsignor Matteucci, Direttore generale di
polizia, il quale mi chiese se aveva conoscenze in Roma valevoli a
procurarmi una diminuzione di pena. Io gli feci intendere che non avrei
mai chiesta grazia di sorta alcuna, perché non aveva colpa, e mi se ne
attribuiva a solo fine di punire in me il principio politico, mentre a
niuno era dato di aggravarmi di addebito criminale; che conosceva il
cardinale Marini, perché un tempo fu amico di mio padre e protettore
della mia famiglia in triste evenienze; e che conosceva pur anche il
principe de Merode, che era stato mio discepolo nel Belgio
nell'insegnamento della lingua italiana. Alla parola Merode da me
pronunziata, il Matteucci mi fece un urlo terribile, gridando: «Ma non
sa che il Merode è l'anima del Pontefice? a lui si rivolga, e vedrà
subito i buoni effetti del suo ricorso».--«Monsignore, le ripeto che non
mi umilio a chicchessia, perché non ho peccati.» Ma dopo alcune
settimane venne ordine che la pena si riducesse a sei mesi di carcere in
casa; e nell'istante che fui presentato al cancelliere della Sacra
Consulta per comunicarmi la disposizione emessa a mio favore, trovavasi
nell'ufficio del medesimo il Rambelli, il quale mi si accostò e mi fece
intendere che lo volevano ad ogni costo sagrificare, ma che avrebbe
seguito l'esempio di suo padre; poi in pegno d'amicizia mi diede un
bocchino da zigari che conservo tuttora. Nel punto che mi pregava di
abbracciare sua madre, il Monco si accorse che egli meco parlava. Costui
divenne una furia; voleva pormi alla catena, ma il cancelliere seppe
calmarlo; ed io fui condotto dapprima alle carceri di Monte Citorio, o
della piazza, in seguito in quelle di Termini per la seconda volta: cosí
assaggiai non solo tutte le prigioni di Roma, ma ben anche tutte quelle
che da Roma si estendono sino in Alessandria, come vedremo in appresso.


[LXXVI.] A Termini non venni piú rinchiuso nel corridoio dei ragazzi
discoli, bensí in un salone di uomini adulti, aggravati d'ogni sorta di
delitti; io ne contai piú di sessanta. Entrando dentro col mio sacco
sulle spalle, che è quanto a dire col sacco che doveva servirmi da
letto, su cui poneva lo stramazzo, inviatomi da casa, il capo stanza mi
si fece incontro, prese egli il sacco e lo pose nel miglior posto del
luogo, cioè lontano dalla latrina, mi disse di conoscermi, di sapere che
io era un galantuomo, e mi pregò di comandarlo in tutto ciò che mi
occorreva: io lo ringraziai molto delle sue cortesie. Non fu cosí di un
altro venuto poco dopo il mio arrivo, il quale fu posto presso la
latrina, e siccome io l'aveva conosciuto a San Michele, osai di
raccomandarlo al capo stanza: «Signore, non s'interessi di lui, egli è
un boia»; nome generico che si attribuisce a tutti coloro che non sono
di aggradimento ai detenuti, e corre grave rischio il detenuto che entra
in un salone con siffatto nome: soffre insulti, dileggi ed alle volte
anche peggio; onde il malcapitato si fece presto cambiar di prigione.
Non molto dopo venne un tale abbigliato signorilmente, esso pure col suo
sacco sulle spalle, e la prima parola che pronunziò entrando fu il mio
nome: «Dalle carceri di Monte Citorio, soggiunse, da cui or vengo mi
hanno consigliato di rivolgermi a lei, onde mi assista».--«Ma, signore,
io sono nella condizione in cui ella si trova; tuttavia farò tutto
quello che può esserle di giovamento»; e lo feci mettere presso il mio
letto. Egli era al servizio di una famiglia francese, né so per qual
titolo fosse arrestato: io lo consigliai di volgersi all'ufficio
dell'ambasciatore francese per essere messo in libertà, mentre mi sembrò
che si trattasse di oggetto politico.

In questo camerone il vizio del giuoco delle carte, chiamato
zecchinetta, dominava piú che altrove, e il capo stanza faceva buoni
affari col tributo che i giocatori erano tenuti di corrispondergli. Chi
non aveva denari da applicarsi al giuoco occupavasi di fabbricare
utensili di perlette di vetro, che facevano vendere in città, o a
costruire figure di raschiatura di mattoni, manipolate con mollica di
pane, che sembravano di gesso, e vi era chi in tali oggetti lavorava con
una maestria sorprendente: mi ricordo di un Cristo in croce spirante che
fu venduto ad uno straniero per non pochi scudi. Vi era chi si divertiva
a fare i bussolotti con un garbo che incantava: chi aveva tale abilità
apparteneva al rango dei borsaiuoli; infine vi erano vari che
dilettavansi di rappresentare le azioni che avevan commesse, come
assalti alle persone, assalti alle case, i raggiri usati per riuscire
nei loro intenti che erano quelli di far suo quello che ad altri
apparteneva: e potete ben credere che le scene erano eseguite con una
naturalezza che nessun comico sarebbe in grado di superare, cosí che
essi vi porgevano diversi modi di passare senza molta noia la giornata.


[LXXVII.] Finalmente monsignor Matteucci in persona venne ad annunziarmi
il giorno della mia partenza per Ravenna [4 marzo 1852], ove doveva
scontare, come dissi, sei mesi di carcere in casa. Il viaggio in
vettura, accompagnato da un gendarme travestito, era a mie spese. La mia
guida era buonissimo giovane; arrivato nella città, mi lasciava piena
libertà, e noi ci trovavamo insieme solamente all'ora dei pasti che il
vetturino era in obbligo di darci due al giorno. Il nostro viaggio non
presentò alcun incidente, e arrivai a casa sano e salvo, in cui mi
rinchiusi e rimasi sei mesi come se fossi di convalescenza.

Rassegnato alla mia sorte pensava piú a procurarmi mezzi di esistenza
che alla politica, quando in capo a pochi giorni dal mio rimpatrio, fui
ammesso nel Comitato del nuovo consorzio repubblicano, che erasi creato
durante il tempo che io fui in carcere, onde dissi a chi mi comunicò
l'ammissione: «Volete pormi nel caso di esclamare: _appena vidi il sol
che ne fui privo_, perché se il Governo viene in qualche sospetto, col
precetto di cui sono aggravato, mi rimettono in carcere senza perder
tempo. Ma non importa, io sono sempre pronto a sostenere i principi che
professo, succeda quel che sa succedere». Il nostro nuovo Comitato ebbe
una triste crisi a soffrire. Fu d'uopo tenere un congresso a Cesena, in
cui intervenne un membro di ogni Comitato di Romagna, e Ravenna vi fu
rappresentata dal degno patriota Augusto Branzanti: il convegno fu
scoperto dal Comando austriaco per viltà e ribalderia di uno che vi
apparteneva, ed il Branzanti con altri venne catturato e chiuso nelle
carceri di Bologna. Gli Austriaci, come il solito, volevano che
palesasse quale fu l'oggetto del convegno; lo sottomisero a mille rigori
e torture, e finalmente a quella esecranda delle battiture sul deretano:
ma egli non si arrese, e mostrò quel coraggio che è proprio di chi è
convinto della fede politica che adotta; onde meritò una stima ed un
affetto imperituro presso i suoi cittadini. Il Comitato rimase in piedi
malgrado i pericoli in cui vedevasi esposto, e specialmente dopo
l'insuccesso della insurrezione di Milano. Solamente nel 1859 aderí di
fondersi con quello della Società nazionale italiana, nell'intento di
costituire l'Italia libera ed indipendente coll'appoggio del Piemonte e
della Francia. Ma io che non partecipava a siffatta fusione rimasi
escluso dal movimento che si operò all'indicato fine nel 13 giugno 1859,
nel quale Ravenna fu sgombra dalle autorità e dalle milizie pontificie
ed il Governo affidato provvisoriamente ad una Commissione. I miei
colleghi del Comitato repubblicano, mercé l'avvenuta fusione, ebbero
onori e cariche; si può dire che signoreggiavano il paese. Di ciò punto
mi curava, né io moveva lagnanze sulla mia trista posizione, essendo
senza alcun mezzo di sussistenza e senza modo di rinvenirne; ma quello
che m'indispettí fu l'intolleranza dei nuovi reggitori del paese, che a
causa della tenacità de' miei principî repubblicani mi fecero una guerra
a morte. Dapprima appiccarono sulle pareti esteriori di mia casa
cartelloni in lettere cubitali in cui erano scritte queste parole: _Viva
Vittorio Emanuele Re d'Italia_, e il carattere era di qualità nero e
rosso, significanti che i repubblicani erano in lega coi preti; poi mi
fecero avvertire che tralasciassi di sostenere i principî repubblicani,
altrimenti mi sarei esposto a gravissimi pericoli, infine mi si minacciò
la carcere, ed ecco in che modo. Un impiegato della provincia, uomo
estraneo ad ogni partito, mi fece avere un giornale in cui parlavasi di
Mazzini e del movimento politico operatosi: io lo resi ostensibile a
qualche amico. Allora il nuovo direttore di polizia Gueltrini, mio
collega nel Comitato mazziniano, m'intimò di presentarmi al suo ufficio,
e in modo burbero e dispotico mi disse di avere ordine di farmi
arrestare: io risposi che mi teneva a sua disposizione. E poi cambiando
discorso mi fece intendere che con dodici scudi al mese, stipendio
assegnatoli dal cassiere camerale presso il quale era impiegato, non
poteva sostenere la sua famiglia e che aveva accettato quel posto per
migliorare di condizione. Al che io risposi: «Ognuno deve cercare il
proprio interesse, né io voglio esser giudice dell'altrui azioni, ma
dico bensí che pretendo si rispetti e si tolleri la mia opinione,
sebbene non sia piú omogenea a chi conduce oggi le cose del paese: io
sono repubblicano, non mi fondo come i metalli». Dopo scambiate alcune
altre parole alquanto risentite da ambo le parti, mi lasciò libero.
Privo di ogni mezzo di sussistenza, perché coll'ultima condanna aveva
perduto l'impiego di protocollista datomi nel 1848, ricorsi al Municipio
per quel tenue tributo vitalizio che mi poteva spettare, e l'ottenni;
indi venni ammesso nell'archivio per dare assetto alle posizioni ivi
raccolte, e quando si aperse il concorso del posto vacante di
vicebibliotecario nella Classense, feci inchiesta per esservi compreso,
e i miei vóti ebbero un pieno successo coll'accordarmelo, non per
favoritismo, ma per requisiti che aveva prodotti; impiego però
meschinissimo, non condegno alle funzioni che si esercitano, essendone
lo stipendio inferiore di quello che si accorda ad un semplice
scrivano; ma non ho mai usato pratiche perché mi si aumenti, né ho mai
affacciato in appoggio i sagrifici sostenuti per la causa della patria,
mentre ero in dovere di fare ciò che per essa feci. Dopo la guerra
ingiusta che mi si fece per essere rimasto fermo nei principi
repubblicani, cioè in quei principi che adottai nel 1832 entrando nella
Giovane Italia, insieme, come dissi, col conte Francesco Lovatelli,
Giovanni Montanari ed Antonio Ghirardini, ebbi la consolazione di
vederli risplendere piú vivi di prima, colla erezione successiva delle
società del Progresso, promosse da Nicotera nell'incontro del meeting a
favore della Polonia, della Unione democratica e del Circolo Carlo
Cattaneo, nel quale il nome di Mazzini, iniquamente respinto nel '59,
brillò di una nuova luce, e il gran Maestro divenne caro a tutti i buoni
patrioti, il di cui numero superò quello dei moderati fusionisti: anzi
molti di essi ripresero ad onorarlo ascrivendosi alle indicate società;
ed io, vilipeso ed oltraggiato, ebbi il conforto di essere elevato alle
prime cariche delle medesime. Cosí la mia devozione al grande Apostolo
italiano ebbe un pieno trionfo, ed oggi pure in età di 73 anni, coi
malanni che son propri di un'età tanto avanzata, appartengo alla società
repubblicana in essere col titolo Pensiero ed Azione, né devierò mai
dalla strada da sí lungo tempo tracciatami. Nacqui repubblicano, e tale
voglio morire.

  30 giugno 1877.




APPENDICE.




CINQUE MESI DI CARCERE NEL FORTE DI BORMIDA


                   I padroni d'Italia, come quelli di Francia
                   sulla Bastiglia, eressero sulla Bormida un
                   baluardo alla libertà, e sotto alle sue fondamenta
                   scavarono fosse profonde, e nell'angolo
                   piú oscuro di esse scrissero a caratteri
                   di fango «Pei seguaci della Libertà».

                                          _Amico del Popolo_, N. 180.


                                _Sicut erat in principio et nunc...._


Era la notte del 5 giugno 1868, quando confortato lo stomaco con una
sufficiente cena, mi avviai, secondo il mio solito, al caffè dell'Ancora
d'Oro, situato, come a tutti è noto, nella strada di San Vittore, ove
giunto ordinai una semata fresca. Il brigadiere S..... che frequentava
pure quel luogo si fece vicino al banco, ove assorbiva, stando ritto, la
mia bibita--prese un caffè, e mi diresse alcune parole, a cui seccamente
risposi per convenienza, e me n'andai, determinato di fare un giro per
la città a fine di godere sino a mezza notte la dolcezza dell'aria che
spirava sotto un cielo oltre l'usato luminoso e sereno.

Ma l'uomo propone ed il destino dispone--quindi l'Arcangelo Gabriele che
aveva presso di me libato il nettare arabico, scortato da non so quanti
Serafini, mi tenne dietro sino alla metà del vicolo di San Crispino--là
mi fece intendere una voce imponente, chiamandomi per nome, come se
avesse avuto alcun che d'interessante da comunicarmi. Subito mi fermai,
a lui mi rivolsi--già mi era alle calcagna--e gli dissi:

--In che posso favorirla?

--Abbia la compiacenza di venir meco.

--Sono ai suoi ordini.

Allora scartò da sé i Serafini che aveva di aiuto, e gli rimasi solo al
fianco--e di buon passo, senza far piú motto, giungemmo al cancello
della prigione.

Nell'attendere il carceriere, avvertito dell'arrivo di un nuovo ospite
da una solenne scampanellata, egli mi chiese se conosceva il motivo del
mio arresto.

Io poteva rispondergli che una tal conoscenza deve essere piú in chi lo
opera che in chi lo soffre: ma a risparmio di parole gli dissi, che io
non sapeva concepirlo--come difatti non mi riuscí d'indovinarlo tal
quale il Fisco lo aveva ideato, anche quando potei a mio bell'agio
applicare la mente ai casi miei. Intanto la porta si schiuse, e senza
perder tempo ascesi svelto pel primo la scala, già a me ben nota, perché
l'aveva piú volte percorsa.

Qui è inutile l'esporre ciò che il custode di guardia eseguisce sul
carcerato, essendo ad ognuno palese che lo sottopone ad una visita
accuratissima in ogni parte anche riservata del corpo--che guarda ed
esamina attentamente gli oggetti che tiene--che li sequestra, e li
consegna al capo, il quale se ne rende il depositario.

Pratico degli usi di prigione mi tolsi tosto da dosso l'orologio, il
portamonete, le chiavi, e quant'altro io aveva nelle tasche, e lo posi
sul tavolo d'ufficio--poi stesi le braccia in alto per agevolare al
carceriere l'adempimento del suo incarico.

Compiuta la visita il capo fece intendere queste sole parole--al numero
otto--Brutto numero, dissi fra me, avendo ben compreso dov'era posta la
segreta, che l'additava. Il custode accese subito un lanternino--tirò
fuori le chiavi del numero indicato--e datomi sulle spalle il sacco di
paglia che doveva servirmi di letto, m'intimò di seguirlo--e fatti
alcuni passi in uno stretto corridoio mi trovai dinanzi al tugurio
assegnatomi.

Entratovi dentro vidi bene che era quale me lo era immaginato, cioè
angusto, basso, umido--gettai il sacco lungo il muro di facciata alla
porta--diedi un'occhiata alla parte opposta, e dal lume della luna che
penetrava dal pertugio del tamburo della finestra, la quale si suole
tenere aperta in estate affinché i prigionieri non siano soffocati dal
caldo e dai miasmi, scorsi quattro corpi umani, ognuno avvolto in un
lenzuolo sul proprio sacco. Stetti un istante a guardarli: costoro
davano al luogo, già per sé tetro, il cupo aspetto di una camera
mortuaria. Nessun di loro si mosse. malgrado lo stridore dei catenacci,
il tintinnio delle chiavi, e le percosse dei battenti dell'uscio--e da
ciò compresi che erano _cavalli vecchi_--è questo il nome che i
carcerati si sono imposto. Per non restare lí dritto come un palo,
spinsi il sacco contro il muro--lo schiacciai colle ginocchie per
togliergli quella rotondità che m'impediva di occuparlo--e mi vi distesi
sopra cosí abbigliato com'era.

Allora diversi pensieri m'ingombrarono la mente--quello dei congiunti
piú di ogni altro turbavami--ma seppi presto quietarlo, persuadendomi
che fosse in essi quella superiorità di animo che io sentiva. Poi mi
tornò all'idea l'inchiesta del brigadiere, _se conosceva il motivo del
mio arresto_--e mi pentiva di non avergli risposto «sí che lo conosco--e
sta nei principi democratici che professo, nel propugnarli con ogni mio
sforzo--sta nell'inveire contro le male opere che commettete, contro gli
arbitri che usate, dei quali sono ora io stesso un chiaro esempio»--e
m'infervorava come se avessi avuto dinanzi l'intera curia fiscale unita
alla ciurma che l'appoggia, quando uno dei carcerati scese giú dal
sacco, e nell'urtare coi piedi nel mio lo intesi esclamare:

--Oh! un nuovo cavallo.

Ed accostatosi alla latrina la scoperse, e vi orinò dentro movendo un
puzzo esecrabile che mi costrinse di levarmi il giubbetto, e di
gettarmelo sulla testa per impedire che mi percuotesse gli organi
sensitivi dell'odorato--e cosí imbacuccato mi volsi verso il muro, e non
tardai a chiudere gli occhi al sonno.

Suonavano le quattro quando mi destai--e il giorno era abbastanza
avanzato per darmi modo di scorgere ben bene i miei quattro
camerati--essi dormivano ancora saporitamente, scoperti sino al petto--e
potei rilevare che erano uomini nella forza dell'età, e di solida
tempra.

Zelante esecutore delle pratiche di carcere, piegai il mio sacco, ne
feci un comodo sedile, e l'incalzai nell'angolo per guadagnar
spazio--indi presi la scopa, e ridussi presso la porta la paglia caduta
dal sacco nel ravvolgerlo, affinché i camerati vedessero nello
svegliarsi che non avevano a che fare con un coscritto--da ultimo
infissi un vecchio cucchiaio di legno, rinvenuto sulla banchina della
finestra, entro un buco del muro a sostegno del giubbetto e del
cappello--e col fazzoletto seppi costruirmi un berrettino in punta.
Intanto gli amici l'uno dopo l'altro si scossero--e nel vedermi
installato colle debite forme mi diedero cordialmente il buon giorno. Ma
mi accorsi che non potevano convincersi che io fossi uno de' suoi--forse
a causa dei panni che mi coprivano--forse anche perché i modi e i
lineamenti del mio volto non corrispondevano alle viste loro--e qui
bisogna rimarcare che i vecchi carcerati hanno un tatto finissimo nel
giudicare dalle fisonomie.

Alle sei si ebbe la prima visita, la quale di giorno e di notte si
rinnova di tre in tre ore--si opera sempre in presenza del capo o del
sotto capo, da due guardie che con ogni diligenza tastano il polso ai
ferri delle finestre, ed esaminano se le porte e gli sportelli sono
affetti del male dei tarli. In pari tempo due uomini di pena portano via
le immondizie, ed il vaso degli escrementi che riportano vuoto e
netto--poi una delle guardie nota gli oggetti permessi che il detenuto
ordina specialmente per uso boccolico, se ha fondi in deposito.

Dopo la visita si distribuisce il pane che è di 750 grammi, diviso in
due pagnotte--l'una si dà nel mattino, l'altra nel dopo pranzo, onde non
siano divorate ad un tratto. La metà della prima serve di colazione, e
dispare fra le fauci del carcerato senza che uno se ne accorga--l'altra
metà è fatta a pezzi, ed immersa verso mezzo giorno nella minestra, che
per la sua pessima qualità ha il nome di _sbobla_. La seconda serve di
cena, e se il carcerato possiede qualche soldo per comprarsi un poco di
companatico o di vino, la smaltisce alquanto bene, se no gli tocca di
far tanto d'occhi per ingoiarla.

Dieci anni addietro tenevasi conto della differenza che passa tra il reo
provato e il semplice accusato, cioè tra il detenuto di larga e quello
di segreta, al quale compartivasi carne, minestra nel brodo, vino ed
altro, perché il carcerato prima della definizione della causa a cui era
sottomesso si considerava senza colpa. Ora il trattamento è eguale per
tutti, e s'infliggono le pene della colpa avanti che si verifichi--ecco
un progresso dovuto al costituzionalismo, non ancora rimarcato.

Dai brevi colloqui avuti coi camerati, desunsi che erano braccianti di
campagna, capi di famiglia, e sottoposti a processo per gravi accuse di
reati comuni. Per evitare che sfogassero la smania, propria dei
carcerati, di esporre i fatti che li riguardavano, li tenni a bada con
interrogazioni sulla condotta dei custodi, sugli usi del luogo, e sui
lavori che eseguivano con perlette di vetro, mostrando ansietà di
occuparmene io pure--poi rinvenuti vari pezzi di carta a stampa, che
avevano servito d'inviluppo, mi posi a leggerli ed a rileggerli sin che
si recò la _sbobla_, la quale valse a distrarci alquanto--poi giunse il
mio pranzo che in gran parte si divisero--e poco dopo fui trasferito nel
numero 20. Ma non li lasciai all'asciutto, cioè senza pagar loro da
bere, tributo sanzionato dalle costumanze carcerarie, da cui niuno può
esimersi dall'osservare.

La mia partenza gli afflisse oltremodo, perché riputandomi provveduto di
ampi mezzi speravano che io fossi loro di conforto. In carcere regna
sempre un perfetto comunismo.

La nuova camera era un paradiso in confronto della prima--grande,
ariosa, e quel che piú importa, occupata da persone piú omogenee, fra le
quali trovai alcuno di mia conoscenza--perciò lo spirito, sbarazzatosi
dalla tortura morale che nasce dal contatto di gente d'indole e di
abitudini diverse, provò un allievamento sensibile, che influí anche
sullo stomaco in modo da suscitarmi un buon appetito, che estinsi
mangiando soavemente a cena coi camerati--poi fumato uno zigaretto mi
stesi sul letto, e dormii sino a che mi vennero a dire verso le cinque
del mattino:

--Si alzi--a momenti si parte.

--Per dove?

Niuno rispose.

Disceso nella camera d'ufficio del capo mi vidi in presenza di cinque
individui, quasi tutti a me ignoti, sebbene fossero di Ravenna--e dovei
chiedere ad ognuno nome e professione per sapere con chi mi accumunava.

Ad uno di loro, un certo Casadio, dissi:

--Scusate--mi pare di avervi ravvisato piú volte fra i becchini.

--Non s'inganna punto--io sono addetto dappoi vari anni al loro
consorzio.

--Fortuna, ripresi ridendo, che non siamo superstiziosi, altrimenti la
vostra compagnia ci sarebbe di cattivo augurio.

Io aveva sperato di trarre dalla condizione degli arrestati un lume
idoneo a mostrarmi il motivo del mio arresto--invece mi s'imbrogliarono
maggiormente le idee, trovandomi con uomini estranei, con cui non ebbi
mai alcuna relazione, ed alieni affatto, teoricamente parlando, alla
politica.

Intanto che io m'intratteneva con essi, giunsero i carabinieri. Prima
lor cura fu di ammanettarli a due a due ad uso dei pollastri che si
conducono a vendere in piazza. Io aveva già ravvolto all'insú le maniche
del mio abito, e teneva i polsi l'un presso l'altro per ricevere
degnamente il caro arnese, le manette, con cui aveva già contratto una
piena confidenza. Ma fui lasciato sciolto, beneficio che avrei
volentieri respinto, se avessi creduto che i condottieri della
corrispondenza fossero stati in facoltà d'innovare gli ordini avuti.

Dalla piazza si andò a piedi alla stazione della ferrovia--io me ne
stava alla coda del drappello come una cornacchia spennacchiata--in ogni
angolo delle strade s'incontravano carabinieri e poliziotti--saggia
precauzione. Appena arrivati al posto ci fecero salire sopra una vettura
a celle. Nell'estate queste celle sono molto angosciose, perché hanno
uno stretto pertugio, insufficiente a dar adito al volume d'aria, di cui
si ha d'uopo per mitigare la intensità del caldo, che in esse si
concentra--e due dei carcerati, Balella e Casadio, dopo breve tragitto,
caddero in deliquio tale che occorse di farli venire, per oltre un
quarto d'ora, sul davanti della vettura, ove si riebbero. A me si
accordò il vantaggio di occupare la prima cella, di cui si tenne lo
sportello aperto.

A Castel Bolognese fummo acquartierati, in attesa dell'arrivo del
convoglio, nel passaggio della sala della stazione--e guardati a vista
dai carabinieri, rinforzati da quelli del paese. Si accorreva da ogni
parte per vederci. Mi parve che io attirassi piú degli altri gli sguardi
dei curiosi--ed intesi queste parole:

--Povero vecchio! e quando cesseranno di tormentarlo?

Poco dopo si fece innanzi A. F. nostro, concittadino, e col permesso de'
nostri Angeli Custodi ci favorí una buona colazione al caffé col
latte--ed a me porse qualche denaro.

Alla stazione di Bologna invano si attesero dei veicoli di trasporto, e
fummo costretti di andare a piedi dapprima a San Giovanni in
Monte--poscia a Sant'Ignazio, ove ci lasciarono. Abbattuto dal caldo ed
affaticato dalle lunghe girate sofferte, non poteva piú reggermi in
piedi, e mi vollero piú ore di riposo per rinfrancarmi. Ivi sapemmo che
gli altri ravegnani, prima di noi arrestati, erano stati trattenuti
nello stesso locale per congiungerli a noi, e fare una sola spedizione
per Alessandria, la quale si effettuò in capo a due giorni, scorsi fra
gente di galera e come essi trattati.

Prima di giungere al luogo assegnatoci, ci toccò passare altri due
giorni in Parma, dentro prigioni peggiori dei porcili, fornite di sacchi
non sporchi, ma anneriti dal sudiciume, pieni di pulci e di altri
nauseanti insetti.--Non si creda però che un sí tristo procedere ci
sconcertasse--anzi piú che s'imperversava nell'opprimerci e piú cresceva
in noi l'allegria per l'effetto di quel buon umore che inspira una
coscienza senza macchia.

Mi sovviene che nel trasportarci da Parma ad Alessandria, il brigadiere
di condotta, uomo impetuoso nell'esercizio delle sue birresche funzioni,
mi strinse in modo le manette che mi indusse a dirgli:

--Le allenti un poco se è possibile--vede bene che io sono vecchio....

Egli mi guardò sorridendo, e diede un giro all'ingiú alla vite.

--Bravo, esclamai come se fossi stato esaudito--cosí va bene.

Quegli che era con me ammanettato, un certo Antonio Castellini, giovane
di nobili sensi, si fece rosso in volto per la rabbia; e non so quali
contumelie gli avrebbe vomitato contro, se non gli avessi fatto un segno
imperativo d'imitarmi.

Io aveva soggiaciuto a vari arresti in tempi calamitosi, quando
l'assolutismo vigeva imperioso. Il titolo politico da cui nascevano,
soleva eccitare alle sevizie coloro che gli eseguivano, perché piú
angariavano e deprimevano chi il Governo avversava piú si rendevano
degni di onori e di premi. Eppure mai mi avvenne un atto sí crudele--mai
vidi derisa la voce della umanità con tanto spregio.

Un'altra prova di durezza d'animo ci offerse nel tragitto da Alessandria
a Bormida il brigadiere a cui fummo consegnati--ed ecco come.

Alla stazione di Alessandria si fecero venire pel nostro trasporto nel
Forte di Bormida due vetture a celle; ma le celle non corrispondevano al
numero dei carcerati.

--Che importa? disse il brigadiere--che una cella serva per due, ed
anche per tre se occorre.

E con spinte e con urti senza levarci le manette ci chiuse dentro a
chiave.

Qual supplizio fosse quello di stare rannicchiati in quei buchi senza
uno spiro d'aria, con un caldo insopportabile, non vi sono parole
adeguate ad esprimerlo. Il buon Castellini mi cedé il suo sedile--e
dovendo restare in piedi abbassava quanto poteva il braccio aggravato
col mio dalle manette, affinché non mi rodessero l'osso del polso. Ma
ogni sforzo di sollievo tornava vano, e bisognava tribolare per ogni
verso.

--È un prodigio, diceva io, se non restiamo qui oggi soffocati--ho
provato spesso i tormenti che l'assolutismo sa tanto bene
infliggere--mai ne ho provato uno eguale.

Poco dopo s'intese a gridare:

--Brigadiere! fate fermare la vettura--uno de' nostri è caduto in grave
svenimento--non dà piú segno di vita--aiuto per carità.

Sapete qual fu la risposta del brigadiere?

--Che crepino quanti sono--una ciurma di malfattori di meno.

Era l'amico Antonio Acquacalda che sensibile piú degli altri alla
impressione del caldo, ed alla mancanza d'aria, aveva perduto i sensi.
Ma la fortuna volle che si arrivasse presto a Bormida.--Quando egli
discese gli parve che si fosse in lui rinnovato il miracolo di Lazzaro.

Quasi nel mezzo del Forte di Bormida s'innalza un edificio a due piani
con due piccole ali ai fianchi--ogni piano conta undici cameroni--nello
spazio di uno di essi havvi l'ingresso--ogni camerone può contenere
sedici letti--ognuno riceve la luce da un'ampia finestra guarnita di
doppia inferriata, libera al di fuori dei soliti tamburi, e riparata
nell'interno da' cristalli--i pavimenti sono a terrazzo, e la soffitta a
volta--lungo la pareti esistono tavole infisse al muro che servono per
deporvi panni, vasi ed altro--nell'estate sono altrettanti covaccioli di
cimici--sino al nostro arrivo furono occupati da militari. Le camere
delle due ali del fabbricato sono anguste, assegnate ai custodi ed
agl'impiegati dello stabilimento. I cameroni si trovano di facciata
l'uno all'altro, separati da un corridoio di passaggio, e difesi sul
davanti da un cancello di legno, costruito di grossi travicelli, proprio
alla forma delle gabbie degli animali feroci, colla sola differenza che
in queste le sbarre sono di ferro--cosicché il carcerato resta sempre in
vista di chi transita pel corridoio, e di chi vi stanzia, cioè delle
sentinelle e delle guardie del carcere, le quali solevano tenerci gli
occhi addosso di continuo per vedere se dal mover delle labbra potevano
arguire il senso de' nostri discorsi, e se dai gesti, dagli sguardi e da
ogni altro movimento riusciva loro di ricavare qualche cosa che giovasse
al Fisco--ed è ciò che costituisce una vera tortura morale, e vi accerto
che è dolorosa. L'interno del luogo è vegliato da un capo e da alcune
guardie subalterne--quella di servizio non abbandona mai il
corridoio.--La custodia dell'esterno è affidata a mezza compagnia di
linea, comandata da un ufficiale.

Alla tortura morale aggiungevasi la materiale, ed ecco in che
modo.--L'unica ora di conforto in prigione è quella che si passa
dormendo--ebbene le sentinelle e le guardie si prendevano il gusto di
destarci quando ci vedevano immersi nel sonno, ponendosi a chiacchierare
ad alta voce tra loro, o passeggiando con rumore su e giú pel corridoio,
o battendo in terra il calcio del fucile, o scuotendo le chiavi, o
aprendo e chiudendo con fracasso le porte.--Un altro rompitesta ci
veniva anche dall'esterno per le spaventevoli grida «all'erta» che le
sentinelle ripetevansi a vicenda--e perché ci colpissero bene le
orecchie si avvicinavano piú che potevano alle finestre, quand'era l'ora
di mandarle fuori.

Il vitto consisteva in una minestra e in due pagnotte; ossia era eguale
a quello che si somministra ai galeotti--. Le pagnotte erano sempre
fresche e buone; ma la minestra, se non salvavasi dalla broda in cui
giacevasi annegata e se non condivasi con un poco di burro e formaggio,
non potevasi ingoiare. Il valore del denaro poi a Bormida pel carcerato
era sempre in ribasso come i fondi italiani alla Borsa di Parigi--una
lira spendevasi tutto al piú pel terzo del suo costo--né valsero
reclami, litigi, ed istanze per mettere in dovere lo spenditore o
cantiniere, la di cui avidità non aveva limiti.

Il Forte di Bormida, lontano tre chilometri da Alessandria, isolato,
doveva essere provveduto di un medico permanente e di una farmacia,
specialmente quando nell'agosto vi si trasferirono i ravegnani detenuti
in Pinarolo, i quali allora ascesero sino al numero di quaranta. Era un
provvedimento suggerito dal piú semplice senso di umanità, a fine di
essere in grado di porgere pronti soccorsi a chi fosse caduto in qualche
sconcerto fisico: lo che facilmente succede nelle comunanze ove trovasi
gente diversa per età, per temperamento e per abitudini. Ma invece la
visita del medico ottenevasi per lo meno 24 ore dopo l'ordinazione, ed
un eguale spazio di tempo scorreva prima di avere i medicinali--ed in
quarant'otto ore anche una lieve costipazione poteva divenire una
infiammazione di petto, valevole a gettare uno nel numero dei piú.

Avventurosamente a pochi e leggieri sconcerti soggiacemmo--uno solo di
entità afflisse Ugo Leonardi, affetto di malattia al cuore--egli cadde
in uno stato veramente compassionevole, e deperiva a colpo d'occhio.
Sovente passava la notte alzato, seduto sopra un'asse della lettiera,
non potendo, per l'affanno che lo opprimeva, tenersi sul duro sacco, che
ci provvedevano per dormire. Egli sentiva estremo bisogno di respirare
un poco d'aria fresca--ma chi osava aprire la finestra di notte, ben
sapendo che le sentinelle di fuori e di dentro avevano ordine di farci
fuoco addosso, anche di giorno, se ad essa avvicinati di troppo non si
fosse obbedito alla prima intimazione di allontanarsene?

Infine il Leonardi, anche da noi eccitato, dovè risolversi a consultare
il medico del Forte sulla malattia che lo vessava, colla intenzione,
constatata che fosse da regolare documento, di chiedere alle Autorità
competenti una traslocazione nelle carceri del proprio paese, ove
favorito dall'aria nativa poteva conseguire sensibili miglioramenti. Il
medico si prestò all'invito, ma con aria imperiosa, disdicevole alla
filantropica professione che esercitava--e ciò fu un tristo preludio
alle mire dell'ammalato. Difatti egli non volle in niun conto ammettere
il male espostogli, malgrado che gli si facesse conoscere di essere
stato appieno verificato dai medici primari di Ravenna--anzi siffatte
asserzioni lo inacerbirono, ritenendo forse che si affacciassero a solo
fine di accusarlo d'imperizia--e per indurlo ad una seconda visita piú
accurata della prima, si ebbe bisogno di ricorrere alla regia Procura di
Alessandria. Né si arrese per vecchio vizio di caparbietà di certo
prodotto da presunzione, onde il Leonardi per giustificarsi, e per
riuscire nell'intento di una traslocazione, fecesi trasmettere da
Ravenna i certificati, in forma autentica, dei professori Sancasciani e
Montanari, comprovanti il morbo nel senso manifestato. Ma la regia
Procura dichiarò che era in obbligo di rigettarli, perché riconosceva
per valide solamente le attestazioni del medico curante del luogo--cosí
erasi tra l'incudine ed il martello.

Intanto a forza di esami e contro esami giudiziali, di ricerche e
d'investigazioni il Fisco dovè convincersi che i carcerati di Bormida
non avevano neppur l'ombra di reato comune. Ma si accorse però che erano
infetti di radicalismo o di democrazia pura, e fu chi pose in opera ogni
sforzo per levar loro da dosso sí trista infezione--fra i mezzi adottati
all'uopo è da notarsi l'invio a Bormida di alcuni grassi beccafichi del
Signore, che distribuirono ai detenuti libriccini di preghiere, ed
ispiraron loro con edificanti parole le massime che sono da professarsi
per non incorrere mai in disgrazie.

Qual fosse l'esito della loro missione ognuno lo può da sé prevedere
senza bisogno di addurlo: ed intanto che altro concertavasi per
convertirci, si dispose di ricondurci nelle carceri de' nostri paesi per
indi riavere quella libertà che niuno doveva toglierci, se si fossero
rispettati i retti dettami della Giustizia.

Ma prima di chiudere il racconto convien parlare degli esami a cui
soggiacqui, iniziati non già nel termine di 24 ore come la legge
prescrive, bensí quasi dopo un mese di carcere.

Dalle prime interrogazioni direttemi dal Giudice Istruttore compresi che
il mio arresto, e quello de' miei colleghi, fu promosso dall'omicidio
del Procurator regio Avv. Cappa. Mi accorsi egualmente che volevasi
attribuire al fatto un colore meramente politico--e allora dissi fra me:

--Non è da stupire se l'Unione democratica è presa di mira in sí trista
faccenda.

E conobbi benissimo che si agiva dietro l'impulso di persone influenti
del paese, le quali avevano già tessute con nere fila la biografia dei
cittadini che la compongono--quindi consideravasi come un nido di
sediziosi e come un continuo fomite di disturbi--e posso dire che chiari
mi apparirono gli artifizi usati a danno della medesima.

In causa pertanto dei rapporti di chi tanto la avversava, il Giudice
insisteva a dirmi:

--Che la nostra Unione democratica in apparenza mostrava rette tendenze,
ma che occultava perversi disegni, e volle che gli precisassi il senso
della parola _miglioramento sociale_, da me usata nel precedente
esame--poi pretendeva che io gli porgessi il nome di tutti i soci.

A tutto ciò risposi che la Unione democratica ravennate erasi instituita
per mettere in accordo i liberali del 59 con quelli del 49--che non
aveva altri intenti che quelli determinati dal suo statuto, resi di
pubblica ragione colla stampa--che la espressione _miglioramento
sociale_ spiegavasi da sé, né potendo denotare _cambiamento_ non doveva
essere di pregiudizio a chicchessia--e che la Società avendo sempre
agito alla scoperta, senza alcun mistero, era pienamente nota alla
polizia, a cui poteva rivolgersi per ottenere la lista di coloro che la
costituivano.

In seguito il Giudice mi domandò se io conosceva il giovane Giulio
Berghinzoni--se apparteneva alla Unione democratica--e quali relazioni
io aveva con lui. Subito mi avvidi che il povero Giulio compariva nel
processo con serii aggravi--anzi dallo spirito delle inchieste mi parve
di ravvisare che si volesse ritenere come mandatario nell'omicidio
accennato.--Io risposi senza esitare che conosceva il Berghinzoni--che
era addetto alla ricordata Unione--che io non aveva con lui alcuna
relazione, perché come giovane frequentava luoghi e persone a me vecchio
interamente estranei. Aggiunsi che in Società non godeva alcun
grado--che di rado interveniva alle adunanze--e che stava perciò per
essere rimosso dalla medesima--la qual cosa giovava ad escludere quegli
eccitamenti che ritenevansi venirgli dalla Società stessa.

Tutti gli esami subiti dagli altri detenuti furono modulati sul
mio--perciò mi astengo di darne contezza.

Non posso però esimermi dal riferire quello sostenuto dal vecchio
Berghinzoni, padre del ricordato Giulio. Dopo varie domande gli si
chiese se apparteneva alla Società democratica del suo paese, la quale
si onora di avere a preside, disse il Giudice con aria derisoria,
l'apostolo Giuseppe Mazzini.

--Io non so nulla né di democratica, né di filodrammatica--né di
Mazzini, né di Mazzoni--io appartengo ad una Società che ha dei nomi che
meglio si capiscono.

--E quale è la Società a cui siete addetto? disse il Giudice con quella
curiosità che è propria di chi crede di essere oramai sul punto di
rinvenire qualche cosa che lo appaghi.

--È la Società, rispose Berghinzoni, o per meglio dire, la pia Unione
della Mercede.

--E quale è il suo programma?

--Eccolo--e trasse fuori un lungo rosario

Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/40299