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Annali d'Italia, vol. 1

by Lodovico Antonio Muratori · Italian · Gutenberg #39704 · 2,363,029 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Annali d'Italia, vol. 1
    
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Title: Annali d'Italia, vol. 1

Author: Lodovico Antonio Muratori

Commentator: Gian Francesco Galleani Napione


        
Release date: May 15, 2012 [eBook #39704]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/39704

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net (This file was produced from images
        generously made available by The Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ANNALI D'ITALIA, VOL. 1 ***




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    [Illustrazione: LODOV. ANTONIO MURATORI]


                ANNALI D'ITALIA 1


                 ANNALI D'ITALIA

        DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
              SINO ALL'ANNO 1750


                  _COMPILATI_

            DA L. ANTONIO MURATORI

      E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI


           _Quinta Edizione Veneta_

                 VOLUME PRIMO


                   VENEZIA
    DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
                    1843




VITA DI LODOVICO ANTONIO MURATORI

_scritta da_

GIAN-FRANC. GALEANI NAPIONE


Che un uomo d'ingegno, il quale sappia far capitale del tempo, non
abbia cagion di lagnarsi della brevità della vita, potendo ad infinite
cose attendere, il Varrone dell'Italia moderna, LODOVICO ANTONIO
MURATORI, palesemente il dimostrò; tuttochè non sia giunto a vivere,
come dell'antico Varrone ci narra Plinio, ed a scrivere oltre
all'ottantesimo ottavo anno, nè a poetare, come il Bettinelli, al
nonagesimo. Non oltrepassò egli guari i termini di un corso ordinario
di vita, e di una vita impiegata in massima parte negli esercizii
religiosi, cioè come cherico attento a' doveri del suo stato ne' primi
suoi anni, quindi come parroco zelantissimo sino oltre al sessagesimo,
e sempre come sacerdote esemplare sino al fine de' suoi giorni; ma
seppe, ciò non ostante, non meno colle azioni sue virtuose che coi
dotti suoi libri, giovare agli uomini, instruirli ed eziandio
dilettarli; e le opere da lui dettate formano una biblioteca.

Nato in umile fortuna il giorno vigesimo primo di ottobre dell'anno
1672 in Vignola, terra del Modenese, patria del celebre architetto
Barozzi, che da quella prese il nome, non potè avere nella età sua
fanciullesca altri per institutore che un maestro assai comunale di
grammatica latina, che lungamente in quelle spine lo avvolse, per cui
tanti vivaci ingegni prendono il più delle volte in abbominio ogni
specie di lettere. Essendogli però capitati alle mani i romanzi di
madama di Scuderì, ben s'avvide che esistevano libri più dilettevoli
che le triviali grammatiche non sieno. Servirono questi in certo modo
di correttivo, gli aprirono la mente e l'invogliarono sempre più della
lettura. Chi si sarebbe dato a credere giammai che l'autor degli
Annali e delle Antichità italiane, e di tante altre opere di storia e
di critica la più dotta e severa, abbia incominciata, s'egli stesso
non l'avesse asserito, la sua carriera letteraria dal gran Cairo,
dall'illustre Bassà e da altre simili fole, leggendole avidamente? Ma
il punto sustanzialissimo si è, che curiosa brama, qualunque siasi, di
leggere e di imparare sorga nelle anime nuove, non riesce poi arduo
gran fatto l'alimentare e meglio dirigere questa nobile fiamma; ma
guai! se in principio inavvedutamente altri la spegne, in vece di
nutrirla.

Migliori maestri trovò poscia in Modena il Muratori, di grammatica non
tanto quanto di umane lettere, ed eziandio di filosofia; anzi
quest'ultimo (cosa singolare allora in persona di chiostro), oltre al
sistema peripatetico, gli spiegò i sistemi moderni; e se la filosofia
neutoniana non era ancora a que' tempi uscita dall'isola natìa, già
avea avuto molto prima l'Italia il Galilei ed il Torricelli, e del
loro modo di filosofare (che sistema veruno non volle inventare
saviamente il Galilei) convien dire che avesse avuta una idea da
giovane il Muratori, da che dettò una dissertazione intorno allo
innalzamento e depression del barometro, oltrepassando di poco il
vigesimo anno. Vestito avea egli l'abito chericale, quando giovanetto
per gli studii a Modena si portò. Suoi studii principali doveano
essere le leggi civili e canoniche e la moral teologia; così pensava
il padre di lui, costretto dalle angustie domestiche, come tanti
altri, a riguardar la dottrina come un capo di entrata. La pratica
perfino della giurisprudenza intraprese il Muratori; ma da quella
professione, al pari di tanti altri uomini insigni nella letteratura,
il genio suo dominante il ritrasse. La poesia da prima e l'eloquenza
riempivano di delizia gl'istanti che poteva aver liberi; ma essendo a
que' tempi in Lombardia comunemente corrotto il gusto delle lettere
più amene, di quelle ampollosità che aveano voga, e di quelle
argutezze egli s'invaghì tanto, che il nostro ampolloso e concettoso
Tesauro era il suo maestro, il suo autore. Corresse però ben tosto il
suo gusto, dopochè venne ammesso ad una letteraria conversazione, dove
il marchese Giovanni Rangoni ed altri svegliati ingegni modenesi
seguivano guide migliori. Ciò non ostante, se si riguarda bene, nel
fraseggiare, anche più trascurato, del Muratori, restò un non so che
dello stile del Tesauro, segnatamente ne' traslati.

Dalla lettura de' poeti e degli oratori passò a quella dei filosofi.
Molto si compiacque di Seneca e di Epitteto, e la filosofia degli
Stoici pigliò in concetto grande, sebben presto si avvedesse, come,
senza la religione rivelata, quella orgogliosa dottrina è un albero
pomposo, ma privo di solida radice, e che non produce frutti di vera
sapienza. Lo studio delle massime degli Stoici il condusse alla
lettura di Giusto Lipsio, gran partigiano di quella setta, e delle
sentenze stoiche zelante promulgatore. E siccome è cosa consueta, che
tutto si apprezza in quelle persone che si hanno per qualche rispetto
in grande estimazione, passò il Muratori a studiare i libri, assai più
pregevoli del Lipsio, riguardanti le antichità romane, e cominciò a
dar opera indefessamente alla erudizione profana. Per inoltrarsi in
essa vide però che gli mancavano e la copia di libri e il presidio
della lingua greca. In una libreria di poveri claustrali trovò il
giovane Muratori ciò che di rado o non mai si trova ne' palagi de'
facoltosi, voglio dir libri in numero sufficiente e piena facoltà di
valersene. Della greca lingua da sè stesso in breve tempo con ostinata
fatica s'impadronì. Seguì questo in principio dell'anno 1693, ed a
quei giorni maggior ventura gli toccò in sorte, cioè di rinvenire un
direttore per gli studii suoi, di cui non potea desiderarne uno
migliore, che lo iniziò alla diplomatica ed alle antichità del medio
evo, e che a coltivare la sacra erudizione, propria al suo stato,
principalmente lo animò. Fu questi l'abate cassinese Benedetto
Bacchini, dottissimo personaggio, capitato allora in Modena, il
Mabillon dell'Italia, che salito sarebbe ad egual fama, se avesse
avuto, come il Mabillon, un più vasto teatro ed i favori di un
potentissimo monarca; ma che però ebbe il vanto, che non potè avere il
Mabillon, di esser padre, a dir così, nelle cose appartenenti alla
soda erudizione, di due uomini sommi, il Muratori ed il Maffei. La
storia ecclesiastica e gli ecclesiastici scrittori e i concilii ed i
santi padri furono il nuovo pascolo che aprì il Bacchini alla mente
avida del Muratori, che non lasciava passar giorno in cui lungamente
non si trattenesse con lui, studiandosi di far tesoro di quanto ne'
famigliari ragionamenti (la miglior disciplina di tutte) usciva dalla
bocca di quell'uomo raro.

Già abbandonato avea egli gli studii delle leggi e della teologia
scolastica, punto non curando, purchè soddisfar potesse al genio suo
prepotente, que' premii che da chi le professa si ottengono, da'
letterati non mai. Ma in questo mezzo avendo il Muratori fatto
conoscenza col marchese Gian Gioseffo Orsi, coltissimo patrizio
bolognese, e con monsignor Marsigli, poscia vescovo di Perugia, col
mezzo loro ottenne di essere invitato dal conte Carlo Borromeo alla
famosa biblioteca Ambrosiana di Milano. Singolare ventura fu questa
per lui di venir collocato in età giovanile nella piena luce del
giorno, aprendosegli in tal modo la strada di far quella luminosa
comparsa che ognun sa nella letteraria repubblica; e que' gentiluomini
fecero dono del Muratori all'Italia. Novella prova fu questa che per
far fiorire le lettere assai più giova la coltura ed il buon giudicio
ai privati, che non la potenza ed i tesori stessi de' principi.
Laureato prima in leggi in fine dell'anno 1694, si recò adunque il
Muratori in Milano in principio del susseguente, dottore
dell'Ambrosiana, e prima che terminasse quell'anno medesimo fu
ordinato sacerdote.

Gli aneddoti latini, colà due anni dopo pubblicati, (gli aneddoti
greci videro la luce poscia in Padova) furono il primo saggio ch'ei
diede del suo sapere, molti argomenti trattando di antichità
cristiane, di disciplina e di erudizione ecclesiastica, in parecchie
dissertazioni, con cui gli aneddoti suoi illustrò. Prima di venirsene
a Milano, non poche cognizioni avea già acquistato egli appartenenti
alla paleografia, facendone studio colla scorta del p. Bacchini sulle
pergamene dell'archivio di Modena: e nell'Ambrosiana, ricca di rari e
copiosi codici, vi si perfezionò. Grande fu la fama in cui salì il
Muratori, giunto appena a toccare il vigesimo quinto anno, per questa
prima opera sua; e si procacciò la benevolenza e la stima de' primi
letterati, e principalmente di un Noris, di un Bianchini, di un
Ciampini, di un Magliabechi in Italia; di un Mabillon, di un Ruinart,
di un Montfaucon, di un Papebrochio oltremonti. Cinque anni interi si
passarono da lui nell'Ambrosiana, quasi in proprio elemento, in mezzo
a que' codici, facendo studio indefesso di erudizione sacra e profana,
d'iscrizioni, di antichità, ed esercitandosi nel tradurre dal greco.
Nè lasciava di attendere per sollievo agli studii delle lettere più
gentili. Interveniva ad un'accademia, detta de' Faticosi, e ad
un'altra di filosofia e di belle lettere, apertasi a suo suggerimento
nella casa Borromeo; ed essendo passato ad altra vita in quella città
nell'anno 1699 il Maggi, poeta di grido per que' tempi e suo grande
amico, intraprese tosto il pietoso letterario ufficio di dettarne la
vita, che nell'anno seguente 1700 si pubblicò, e con un idillio e con
altri versi (chè poeta pur era allora il Muratori) ne celebrò la
memoria.

Le ricerche genealogiche, che per parte dell'elettore di Annover si
facevano, onde chiarire l'origine italica della Casa di Brunsvico,
derivata dal comun ceppo della Estense, furono quelle che richiamarono
il Muratori da Milano alla contrada sua natía. In somma confusione era
l'archivio estense. Per riordinarlo, e per compiacere quel principe
che avea spedito un letterato tedesco a visitarlo, il duca di Modena,
Rinaldo I, nominò suo archivista e bibliotecario il Muratori. Lasciò
egli tosto Milano e l'Ambrosiana, non senza però qualche
rincrescimento; e si restituì, nel fine della state dell'anno 1700, in
Modena ai servigii del suo amato principe: e rinunciando ad ogni più
splendida fortuna, mai più abbandonar non volle, durante un intero
mezzo secolo, che ancor visse, l'estense biblioteca, pago, come
Plutarco, di essere l'ornamento della sua patria, mentre per tutta
Italia chiaro suonava il suo nome.

La genealogia de' principi estensi occupò da prima i suoi pensieri; e
le Antichità estensi, dotta opera e laboriosa, in cui, d'accordo col
famoso tedesco Leibnizio, fissò l'origine di quella, prima in Italia,
quindi in Germania ed Inghilterra, nobilissima famiglia, furono il
frutto delle sue fatiche. Ma come i chimici valenti, che attenti sono
oltremodo a prevalersi delle scoperte ed invenzioni che si presentano
nel corso degli esperimenti loro, sebben non formassero l'oggetto
principale, lo scopo delle loro ricerche, così il Muratori, dovendo
rivoltare tanti diplomi e cronache e monumenti de' bassi-tempi,
concepì il vasto disegno dell'unica e dottissima opera delle Antichità
italiane del medio-evo, che rese il nome suo immortale, e che, secondo
le prime idee, altro non avea ad essere se non una continuazione delle
Antichità estensi, cui servir dovea di commento e quasi far loro
corteggio.

Dallo studio incessante, a norma delle più sane regole di critica,
posto intorno alla storia di que' principi, nacquero non solo quelle
tante scritture in favor di essi per lo dominio di Ferrara e di
Comacchio, nelle quali superiore di tanto si dimostrò al focoso suo
avversario monsignor Fontanini, e mediante le quali si fece conoscere
per uno de' più scienziati gius-pubblicisti; ma inoltre la gran
raccolta da lui ordinata ed illustrata di tutti gli scrittori
originali delle cose d'Italia per lo corso di mille anni; e finalmente
gli Annali d'Italia, l'unico ed il miglior corpo che sinora si abbia
della storia della nazion nostra, stesi da lui nella età di
sessantasette anni nel breve spazio di un anno solo; cosa incredibile,
se da testimoni oculari degni della maggior fede non venisse
asseverata. Che se dettati sono in istile umile, pedestre, inelegante,
come le altre opere sue italiane, non mancano però mai di chiarezza,
di precisione, di naturalezza, e talvolta di vivacità, non senza una
certa efficacia e festività, direi così, lombarda. Del resto, e chi
mai esigere potrà in un colosso la squisitezza del lavoro di un
cammeo?

Mentre per altro incominciava il Muratori a gittar i fondamenti
dell'edificio immenso di cognizioni storiche che innalzar intendea,
compose, quasi per sollievo e diporto, il suo trattato della Perfetta
Poesia, in cui spiegò un sistema conforme ai pensamenti dell'oracolo
dell'Inghilterra, Bacone da Verulamio, sistema più filosofico di
quello che prima di lui da' sottili grammatici, e dopo di lui da
Francesco Maria Zanotti e da altri, che han grido di filosofanti,
vennero esposti alla luce del giorno. Se filosofico fu il trattato
della Poetica del Muratori, poetico, a dir così, fu il disegno della
Repubblica Letteraria, che pubblicò in fronte all'opera sua del Buon
Gusto, o sia riflessioni sopra le scienze tutte; disegno concertato
col dotto Bernardo Trevisano, che reggeva in Venezia quella cattedra
di filosofia morale, che sempre occupata era da un veneto patrizio; e
disegno con cui tenne lungamente e piacevolmente in sospeso la
curiosità degli scienziati. Agli studi suoi di amene lettere riferir
si debbono pure le Vite del Petrarca, del Castelvetro, del Sigonio,
del Tassoni, del marchese Orsi, da lui in diversi tempi dettate. Ma
qui non è il luogo di annoverar distintamente le opere tutte del
modenese bibliotecario. Il solo catalogo, colle necessarie notizie
bibliografiche, eccederebbe i confini a questa vita prescritti.
Basterà il dire che la sua fecondità era tale, che due opere ad un
tratto stava scrivendo per l'ordinario; e che temendo ancora non gli
mancasse materia, chiedeva agli amici argomenti per comporne delle
nuove. Alla erudizione sacra e profana, alle antichità romane e
barbariche, alla critica, alla teologia, all'ascetica, alla
giurisprudenza, alla filosofia, alla politica e perfino alla medicina,
come il trattato del Governo della peste e la dissertazione _De potu
vini calidi_ ne fanno fede, a tutto rivolse le sue speculazioni e le
sue fatiche.

L'erudizione sacra formò il primo oggetto de' suoi pensieri, e sempre,
sino al termine de' suoi giorni, gli studii delle materie
ecclesiastiche coltivò, congiungendoli coll'adempimento il più esatto
ai doveri tutti del suo stato. Giovane sacerdote in Milano, in mezzo
agli studii suoi più fervidi e più graditi, esemplarmente vi attendea.
Fatto quindi in Modena preposto della Pomposa, con cura di anime, con
vivo zelo e con amor grande le funzioni tutte del sacro suo ministero
indefessamente esercitò, trovando ancora tempo, come già il celebre
Pignoria, per le letterarie fatiche. Ma non contento di edificar
coll'esempio e d'instruire colla voce il popolo suo, le virtù
praticando che insegnava, s'ingegnò eziandio di giovare coi libri alla
religione ed ai costumi. Non una persona sola, ma più persone e più
anime, e tutte attivissime, operose, infiammate dell'amor de' suoi
simili, pare che fossero nel Muratori concentrate. Se la vera
filosofia consiste nel far del bene agli uomini, qual filosofo antico
può venire in paragone con lui? Chè non parlo di coloro che negli
ultimi tempi ne usurparono il nome, di tante sciagure infausta e mai
sempre deplorabile cagione. Ascetico savio ed illuminato si mostrò
egli (per toccar soltanto di alcuno di tali libri) negli esercizii
spirituali; espertissimo conoscitore de' santi Padri, compreso del
vero spirito della religione nel trattato della Carità cristiana,
virtù che tutte perfeziona le cristiane virtù; maestro in divinità
profondo nella dotta opera latina _De ingeniorum moderatione in
religionis negotio_, opera in Italia non solo, ma in Germania ed in
Francia eziandio riputatissima.

Ma il Muratori, avanzando in età, e già sessagenario, non potea più
reggere alle parrocchiali fatiche, e specialmente alla predicazione.
Rinunciata dunque la prepositura, attese a scrivere negli anni che
ancora gli restarono. In lui si verificò il detto di Cicerone, nulla
esservi di più dolce e giocondo di una vecchiaia munita degli studii
della gioventù; e non solo gli Annali d'Italia sopraccennati, ma
parecchie altre opere di genere disparatissimo furono il frutto degli
anni suoi senili; che anzi in quel periodo di tempo videro la luce le
opere sue maggiori, già preparate prima, come, per tacer degli ultimi
volumi della gran raccolta delle Cose d'Italia, furono le
dissertazioni famose delle Antichità italiane del medio-evo (negli
ultimi suoi anni poi in lingua italiana compendiate), la seconda parte
delle Antichità estensi, il nuovo Tesoro delle Iscrizioni, per non
parlar di tante altre opere di minor mole, ma non meno rilevanti,
parte filosofiche, come i trattati della morale Filosofia, delle Forze
dell'intendimento umano e della Fantasia; le altre riguardanti le
antichità profane, come la Dissertazione de' servi e liberti, dei
fanciulli alimentari di Trajano, dell'obelisco di Campo Marzio, e
parecchie appartenenti alla erudizione sacra e alle materie
ecclesiastiche, studii, da' quali avea prese le mosse nella letteraria
carriera, da lui mai intermessi, e con lui la terminò. Tali furono
l'opera contro l'inglese Burnet, le Missioni del Paraguay, l'antica
Liturgia romana, e l'aureo trattato della regolata Divozione. Nè
straniero alle, sebben da lui abbandonate, legali dottrine, scrisse
dei difetti della Giurisprudenza, opuscolo sensatissimo, il quale se
riscontrò obbiezioni, trovò eziandio difensori presso i giurisprudenti
medesimi; e col trattato della pubblica Felicità, vale a dire, della
vera scienza di governo, che le scienze e le arti tutte dirige al vero
bene degli uomini, opera che vide la luce nell'anno antecedente alla
sua morte, pose degno ed onorato fastigio a tutte le letterarie sue
fatiche.

Fu quel trattato, come disse il dottissimo cardinale Gerdil, la voce
del cigno; ed aureo chiamandolo, giusti e meritati trova segnatamente
gli encomii in quel sensato libro dal Muratori tributati ad un savio
monarca, per avere nella università della capitale de' suoi stati
aperto una cattedra di morale filosofia. Nè questo fu il solo
provvedimento di quel principe lodato dal Muratori, che in quel
medesimo libro per altri rispetti eziandio il celebra, e singolarmente
per avere instituito peculiare carica in ciascuna provincia, che al
pubblico vantaggio soprantendesse.

Riguardano la maggior parte degli uomini il Muratori semplicemente
come critico, come istorico, come antiquario, come filologo ed
erudito, e non credono che al vanto di filosofo aspirar possa. Ma se
la vera, la utile filosofia consiste nel giudicar delle cose
rettamente e nel buon senso (più raro che altri non creda), e nel
difendere antiche ed importanti verità piuttosto che sostenere nuovi,
ingegnosi, ma inutili e dannosi paradossi, pochi furono al certo più
filosofi del Muratori. Combattè come teologo contro l'irragionevole
voto sanguinario, contro le pratiche esteriori di religione vane od
anche superstiziose, contro l'indiscreto zelo e la ignoranza e le
stravaganze divote; ed il dotto suo libro _De ingeniorum moderatione_,
ec. se piacque a' savii tutti, spiacque (il che ascriversi dee a
distinto pregio) a quelli del pari che troppo poco, come a quelli che
troppo al Capo visibile della Chiesa concedono. Che se ne' libri suoi
filosofici _ex professo_ avverso si mostrò al Loke ed all'Uezio, se
gliene vuol dar lode piuttosto che biasimo. Al primo si mostrarono
pure contrari il celebre Paolo Mattia Doria, ed altri chiari ingegni
italiani: nè ebbe seguaci in Italia prima del fiorentino medico
Antonio Cocchi, non sempre religiosissimo. Di fatto, la filosofia
lokiana, come dimostrò poscia dottamente il prefato cardinal Gerdil,
troppo al materialismo inchina, come allo scetticismo quella postuma
dell'Uezio. Persino nelle materie mediche, se vi fu chi la opinion sua
sulla origine delle pestilenze disapprovò, l'insigne professore di
medicina in Torino, Carlo Richa, ne prese la difesa. Le matematiche
discipline soltanto furono quelle, a cui, come que' due lumi primari
della letteratura francese, il Bossuet ed il Fenelon, non volle mai
applicare il Muratori, sia che temesse d'insuperbire, quando alle
altre vaste sue cognizioni aggiunto avesse la parte più astrusa e
recondita dell'umano sapere, sia che stimasse essere quegli studii
incompatibili collo studio di altre facoltà da lui riputate più
vantaggiose.

Compiuto egli avea intanto il settuagesimo settimo anno del viver suo,
quando un fiero colpo di paralisia gli tolse prima la luce degli
occhi, e quindi la vita nel giorno vigesimoterzo di gennaio dell'anno
1750. Placidamente riposò nel Signore tra le braccia del nipote
ecclesiastico, dopo compiti tutti gli uffizi e ricevuti tutti i
soccorsi della cristiana pietà. Fu il Muratori di statura ordinaria,
ma quadrata, e che inclinava al pingue, di faccia colorita, di aspetto
misto di gravità e di dolcezza; nel conversare affabile, cortese ed
anche gioviale; a lui piaceva la gioventù onestamente lieta. Del
rimanente candido, sincero, modesto, frugale, di singolare prudenza
dotato, alle morali congiungea le cristiane virtù. Invitato a Padova
in modo onorevolissimo, ed a Torino con offerta di pingue stipendio e
con tutti gli agi dal marchese di Ormea, mai non volle abbandonar la
sua patria ed il servizio del principe suo signore, a cui sagrificò
sempre ogni privato suo vantaggio. Di fatto amico di quell'anima
ingenua e generosa di papa Benedetto XIV sin prima del pontificato,
credesi che per gl'insigni meriti suoi verso la religione cattolica e
per l'esemplarità de' costumi lo avrebbe fregiato della sacra porpora,
se non avesse temuto di recar dispiacere alla corte per le cose dal
Muratori scritte nelle controversie di Ferrara e Comacchio. Non mancò
di coraggio, dote non sempre famigliare agli uomini di lettere.
Minacciato della vita con lettera anonima, se non ritrattava certe
espressioni che credette di dover adoperare parlando di una contrada
armigera, consegnò senza turbarsene il foglio alle fiamme, nè se ne
pigliò il menomo pensiero. Da Modena manteneva corrispondenza il
Muratori con tutti i primi letterati d'Italia, e ne coltivò
l'amicizia, e tra gli altri amico fu infino agli estremi della vita
del celebre marchese Scipione Maffei, non ostante alcuni dispareri in
punto di erudizione. Bello si è negli ultimi giorni in cui visse il
Muratori, vedere il Maffei, quasi eguale di età, protestargli di
averlo sempre riputato il primo onore d'Italia; ed il Muratori
vicendevolmente pregare il cielo che conservasse il Maffei, come il
campione più vigoroso e più coraggioso della italiana letteratura.




PREFAZIONE

DI LODOVICO ANTONIO MURATORI


Allorchè io stesi la prefazione al tomo 1 delle mie _Antichità
Italiane_, stampato in Milano nell'anno 1738; accennai il bisogno che
avea la Storia d'Italia d'esser compilata da qualche persona ben
conoscente delle antiche memorie, ed amante della verità. Giacchè
l'avanzata mia età e varie mie occupazioni non permettevano a me
d'imprendere allora tal fatica, animai alla stessa gl'ingegni
italiani, dopo averne loro agevolata la via colla gran raccolta degli
_Scrittori delle cose d'Italia_, e colle suddette _Antichità
Italiane_. Pure tanto di vita e di forze a me ha lasciato la divina
Provvidenza, che accintomi io stesso alla medesima impresa, ho potuto
se non con perfezione, certo con buona volontà, trarla a fine. Parlo
io qui non già della Storia che riguarda gli avvenimenti della Chiesa
di Dio, perchè di questa ci ha forniti per tempo la penna immortale
del cardinal Baronio colla principal parte di essa, accresciuta poi e
migliorata dal p. Antonio Pagi seniore, continuata dallo Spondano, dal
Bzovio e dal Rinaldi. Abbiamo anche illustrati non poco i primi secoli
del Cristianesimo dall'accuratissimo Tillemont, e l'intera Storia di
essa Chiesa felicemente maneggiata dal Fleury: talchè per questo conto
al comune bisogno pare sufficientemente provveduto; se non che la
lingua italiana può tuttavia dirsi priva di quest'ornamento, non
bastando certamente l'aver noi qualche compendio degli Annali del
Baronio in volgare.

La sola Storia civile d'Italia quella è che dimanda e può ricevere
aiuto ed accrescimento dai giorni nostri. Certamente obbligo grande
abbiamo a Carlo Sigonio, insigne scrittor modenese, per aver egli
assunta questa fatica, e trattata la storia suddetta ne' suoi libri
_de Occidentali Imperio, et de Regno Italiae_, che tuttavia sono in
onore, e meritano bene di esserlo. Ma oltre all'aver egli solamente
cominciata la sua carriera dall'imperio di Diocleziano e Massimiano, e
terminatala nell'imperio di Ridolfo I austriaco; tali e tante notizie
si son dissotterrate dipoi per cura di molti valentuomini, tanto
dell'Italia che d'altri paesi, gloriosi per avere aumentato l'erario
della repubblica letteraria, che oggidì si può ampiamente supplire ciò
che mancò al secolo del Sigonio, e rendere più copiosa e corretta la
storia Italiana. Aggiungasi, avere il Sigonio tessuto le storie sue
senza allegare di mano in mano gli scrittori onde prendeva i fatti:
silenzio praticato da altri suoi pari, ma o mal veduto o biasimato
oggidì da chi esige di sapere i fondamenti su cui i moderni fabbricano
i racconti delle cose antiche. Tralascio di rammentare qualche altro
scrittore della Storia universale d'Italia, perchè niuno ne conosco
che sia da paragonar col Sigonio, e niun certamente vi ha che abbia
soddisfatto al bisogno. Ai nostri tempi poi prese il sig. di Tillemont
a compilar le Vite degl'imperadori romani, cominciando dal principio
dell'Era cristiana con tale esattezza, che se egli avesse potuto
continuare il viaggio, dalle mani sue sarebbe a noi venuta una
compiuta storia, ed avrebbe forse risparmiato a tutt'altri il pensiero
di tentar da qui innanzi una tal navigazione. Ma egli passò poco più
oltre all'imperio di Teodosio Minore e di Valentiniano III Augusti,
con esporre gli avvenimenti d'Italia per soli quattro secoli e mezzo,
lasciando i lettori colla sete del rimanente. Pertanto ho io preso a
trattar la _Storia Civile_ o sia gli _Annali d'Italia_ dal medesimo
principio dell'Era di Cristo, conducendoli sino all'anno 1500; nel
quale ho deposta la penna, perchè da lì innanzi potrà facilmente il
lettore consultare gli storici contemporanei, che non mancano, anzi
son molti, se pure non verrà voglia ad alcuno di proseguire la
medesima mia impresa sino ai dì nostri. E chi sa che non nasca, o non
sia nato alcun altro, che prenda anche a trattar la storia dell'Italia
dal principio del mondo sino a quell'anno dove io comincio la mia?
Quanto a me, tanto più ho creduto di dover far punto fermo nel
suddetto anno 1500, perchè nella Parte II delle mie _Antichità
Estensi_, avendo io stesso in qualche guisa abbozzate le avventure
universali d'Italia sino all'anno 1738, mi sarebbe incresciuto di aver
da ridire lo stesso.

Ma prima di mettere in viaggio i lettori, mi convien qui istruire i
men periti di quel che debbono promettersi dalla mia fatica. Che non
si ha già alcun di essi da aspettare, che la Storia d'Italia proceda
per tanti secoli sempre con bella chiarezza, e con bastevol cognizione
degli avvenimenti e delle azioni de' principi e de' popoli, che
successivamente comparvero nel teatro del mondo, e colla tassa dei
tempi precisi, ne' quali succederono i fatti a noi conservati dagli
storici delle passate età. Un così bell'apparato di cose si può ben
desiderare, ma non già sperare. Pur troppo si scorgerà, non essere più
felice la Storia d'Italia di quel che sia quella delle altre nazioni.
Di assaissime antiche storie ci ha privati l'ingiuria dei tempi, la
frequenza delle guerre, e la serie d'altri non pochi pubblici e
privati disastri. Nello stesso secolo terzo dell'Era cristiana,
ancorchè le lettere tuttavia si mantenessero in gran credito, pure si
comincia a provare gran penuria di luce per apprendere le avventure
d'allora, e per ben regolare la cronologia di que' tempi. Pur questo è
un nulla rispetto al secolo quinto, e incomparabilmente più ne'
seguenti, cioè dacchè le nazioni barbare impossessatesi dell'Italia,
fra gli altri gravissimi mali v'introdussero una somma e deplorabile
ignoranza. Non solamente sono venute meno le storie di quei tempi, ma
possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime ne fossero
allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci avesse salvata la
Storia longobardica di Paolo Diacono sino all'anno 744, resterebbe in
un gran buio allora la Storia d'Italia. Continua nulladimeno la
medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi sin dopo il
1000, che qualora fosse perita la cronica di Luitprando, e non ci
recassero aiuto quelle de' Franchi e dei Tedeschi, noi ci troveremmo
ora, per così dire, in un deserto per conto di quasi tre secoli dopo
il suddetto Paolo. Oltre poi all'essersi perduta la memoria di
moltissimi avvenimenti d'allora, quegli ancora che restano, sì mal
disposti bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne
assegnare gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia
degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a camminare a
tentoni. A questi malanni si vuol aggiugnerne un altro, comune alla
storia di tutti i tempi, cioè la difficoltà, meglio è dire,
l'impossibilità di raggiugnere la verità di molte cose che a noi
somministra la storia. Lo spirito della parzialità o dell'avversione
troppo sovente guida la mano degli storici. Quello che osserviamo
nella dipintura delle battaglie accadute a' tempi nostri, fatta da
differenti pennelli, con accrescere o sminuire il numero de' morti e
prigioni, e talvolta con attribuirsi ognuna delle parti la vittoria:
lo stesso si praticava negli antichi tempi. E secondochè l'adulazione
o l'odio prevalevano nella penna degli scrittori, il medesimo
personaggio veniva innalzato o depresso. C'è di più. Allorchè gli
storici prendevano a descrivere quanto era accaduto ne' tempi lontani
da sè, per mancanza di documenti o per semplicità e poca attenzione,
talvolta ancora per malizia, vi mischiavano favole e dicerie, o
tradizioni ridicole dell'ignorante volgo. Di queste false merci
appunto abbonda la storia de' secoli barbarici dell'Italia, e più di
gran lunga l'ecclesiastica che la secolare.

Ora come mai potere in quell'ampio fondaco di verità e bugie,
mischiate insieme, sbrogliare il vero dal falso? In tale stato ognuno
ritrova la storia della sua nazione; ma chi vuole oggidì scrivere
onoratamente le antiche cose, si studia, per quanto può, di depurarle,
di dare schiettamente ad ognuno il suo secondo l'ordine della
giustizia, cioè di lodare il merito, di biasimare il demerito altrui;
e quando pur non fia possibile di raggiugnere il certo, di almeno
accennare ciò che sembra più probabile e verisimile tanto dei fatti
che delle persone. Questo medesimo mi son io ingegnato di eseguire
nella presente mia Opera, per soddisfare al debito di sincero
scrittore. Così avessi io potuto rendere dilettevole tal mia fatica,
siccome ho procurato di formarla veritiera. Ma sappiano per tempo
coloro, che nuovi si accostano alla antica storia, che io son per
condurli talvolta per ameni giardini, ma più spesso per selve e dirupi
orridi a vedere: e ciò secondo la diversità dei principi buoni o
cattivi, delle felici o infelici influenze delle stagioni, della pace
o delle guerre, o d'altre pubbliche prosperità o disgrazie. Anche
allorquando era in fiore l'imperio romano, s'incontrano dominanti,
obbrobrii del genere umano, mostri di crudeltà, e nati solamente per
la rovina altrui, e in fine ancor per la propria. Scatenossi poi il
Settentrione contro l'italiche contrade, con introdurvi la barbarie
de' costumi, l'ignoranza ed altri malanni. Finalmente cominciarono le
guerre a divenire il pane d'ogni giorno nell'Italia, e le pazze e
furiose fazioni dei Guelfi e Ghibellini per parecchi secoli
sconvolsero le più delle città: di maniera che nella Storia d'Italia
assai maggior copia troviamo di quel che può rattristarci, che di
quello che è possente a dilettarci. Ma questo non è male della sola
Italia. Anche nell'altre nazioni si fan vedere queste medesime brutte
scene, così avendo Iddio formato il mondo presente, con volere che più
in esso abiti il pianto che il riso, acciocchè ognuno si rivolga a
cercarne un migliore, di cui dà una dolce speranza la Fede santa che
professiamo. Intanto fra le altre utilità che reca la storia, da noi
riconosciuta per una delle efficaci maestre della vita umana, non è
picciolo quello che io andrò talvolta ricordando ai lettori. Cioè, che
nel mirare sì rozza e sconvolta, sì malmenata ed afflitta in tanti
diversi passati tempi l'Italia, possente motivo abbiamo di
riconoscersi anche per questo obbligati a Dio, cioè per averci
riserbati a questi giorni, non esenti certamente da mali, ma pure di
lunga mano men cattivi e dolorosi de' vecchi secoli.




ANNALI D'ITALIA

DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500




    Anno di CRISTO I. Indizione IV.

    CESARE AUGUSTO imper. 45.

_Consoli_

CAJO GIULIO CESARE figlio d'Agrippa, MARCO EMILIO PAOLO.


Già avea la libertà della repubblica romana ricevuto un gran tracollo
sotto il prepotente governo di Giulio Cesare, primo ad introdurre in
Roma il principato sotto il modesto titolo d'imperadore, non altro
significante in addietro che generale d'armata. Non so s'io dica
ch'egli pagò le pene della sua ambizione con restar vittima de'
congiurati; so bene che fu principe odiato dai più in vita, ma dopo
morte scusato ed amato, massimamente da chi avea cominciato ad
accomodarsi al comando di un solo; e so del pari che questo principe
certamente abbondò di molti pregi, e che pochi pari di credito avrebbe
avuto nell'antichità, se non avesse offuscata la sua gloria
coll'oppression della patria. Caio Ottavio, o sia Ottaviano, da lui
adottato per figliuolo, e da noi più conosciuto col nome di Cesare
Augusto, ancorchè giovane, seppe ben deludere l'espettazione del
senato. Adoperato per rimettere in piedi la repubblica, si servì egli
della fortuna delle a lui confidate milizie, per assoggettar Roma di
nuovo, e stabilir quella monarchia che, durata per qualche secolo,
cedette in fine al concorso e alla possanza delle barbare nazioni. Di
gran politica abbisognò Augusto per avvezzar il senato e popolo romano
alla novità del governo cominciato da Giulio Cesare, e per ischivar
nello stesso tempo quel funesto fine a cui egli soggiacque. I due suoi
favoriti, cioè Marco Vipsanio Agrippa, marito prima di Marcella di lui
nipote, e poi di Giulia di lui figliuola, e Mecenate, personaggi di
gran senno e onoratezza, non gli furono scarsi di consiglio per fargli
ottenere il suo intento. L'arte dunque sua fu quella di saper fare da
padrone, senza mostrare di esser tale; e di conservare il nome e il
decoro della repubblica, come era in addietro, ma con ritenere per sè
il meglio dell'autorità e del comando. Perchè non solamente
lontanissimo si diede a conoscere dall'ammettere il nome di _Re_ o
_Signore_, a cui non erano avvezzi i Romani, essendogli anche
esibito[1] dal popolo (forse per segreta sua insinuazione)
l'usitatissimo di _Dittatore_, grado portante seco una gran balìa,
fece la bella scena di pregar tutti con un ginocchio a terra, che lo
esentassero da questo onore, parendogli assai d'essere riguardato e
nominato principe, titolo non altro significante allora che primo fra
i cittadini. Compariva[2] dappertutto la stima ch'egli professava al
senato; e per maggiormente cattivarselo, non volle già egli sottoporre
alla propria direzione tutte le provincie, ma la maggior parte lasciò
alla disposizion del medesimo e de' proconsoli, e d'altri uffiziali
scelti e spediti dal medesimo senato. Ad esso parimente lasciò
l'erario pubblico, la facoltà di metter imposte, di far nuove leggi,
di amministrar la giustizia; con che pareva alla nobiltà di conservar
tuttavia l'antico onore e dominio. Nè minor fu il suo studio per
guadagnarsi l'amore del popolo, col volere ch'egli continuasse a
godere della facoltà di dare i suoi suffragi nelle pubbliche elezioni,
col mantener sempre l'abbondanza de' viveri in Roma e la quiete della
città, e con tenerlo allegro e divertito mediante la frequente
rappresentazione di varii giuochi e spettacoli, e con magnifici
congiarii o vogliam dir donativi. Finalmente si conciliò l'affetto dei
pretoriani, cioè delle guardie del palazzo, con far loro dar doppia
paga, e con usar altri atti di liberalità verso le legioni, cioè verso
il resto della milizia. Che meraviglia è dunque, se Roma, che ne'
tempi della libertà avea tante traversie patito per la disunion de'
cittadini, cominciò a gustare i vantaggi d'esser governata dipendente
da un solo?

Ma intanto Ottavio riservò per sè le provincie dove occorreva tener
delle soldatesche, o per buona guardia contro dei Barbari confinanti,
o per imbrigliar i popoli facili alle sedizioni, con che il nerbo
maggiore della repubblica, cioè tutta la milizia, restò in suo potere.
A questo fine egli prese o volentieri accettò il titolo di imperadore,
conceduto in addietro ai generali d'armate, dappoichè aveano riportata
qualche vittoria; ma titolo accordato a lui a perpetuità, e con
autorità sopra l'armi, di maniera che niun cittadino da lì innanzi fu
onorato del trionfo, ancorchè vincesse, perchè la vittoria non
s'attribuiva se non a chi era capo delle armate; e questo capo era il
solo imperadore. Gran possanza, insigni privilegi aveano goduto fin
qui i tribuni del popolo. Erano sacrosante ed inviolabili le loro
persone, di maniera che il mancar loro di rispetto, non che
l'offenderli co' fatti, si riputava sacrilegio e misfatto degno di
morte. Questo potere volle a sè conferito, ed agevolmente ottenne
Ottaviano, per poter cassare, occorrendo, le leggi e le determinazioni
che non gli piacessero, come far solevano talvolta i tribuni; e questa
fu appellata _Tribunizia Podestà_; titolo ben caro agli imperadori
romani, e mai non obbliato nel loro titolario; perchè, al dire di
Cornelio Tacito[3], vocabolo indicante _sommo dominio_. Inoltre
l'autorità primaria sopra le cose sacre era riserbata ai _Pontefici
Massimi_ in Roma pagana. Giudicò Augusto, che tal grado stesse meglio
nelle sue mani che nelle altrui; e però tanto egli quanto i successori
l'unirono con gli altri titoli della loro possanza. Finalmente il
senato, già divenuto adulatore, perchè composto di gente che cercava i
proprii vantaggi col promuovere quelli del principe, cercò di onorar
questo imperadore colla giunta di un titolo glorioso, che facesse
intendere la di lui possanza ed autorità quasi sovrana; e fu quello
d'Augusto, indicante un non so che di divinità. Questo, che fu poi
congiunto coll'altro di Cesare, che era a lui pervenuto per l'adozione
di Giulio Cesare, continuò poscia in tutti i suoi successori, come il
più luminoso dell'altra lor dignità. Veggonsi rapportati da Dione
Cassio varii altri privilegi accordati dal senato a Cesare Augusto,
coronati finalmente dal nobilissimo titolo di _Padre della Patria_,
voluto o pure usato dipoi anche da quegli stessi mostruosi imperadori,
che sembrarono nati solamente in danno e rovina della medesima. Salì
in tal guisa ad un'ampia podestà Augusto, per cui senza nome di re
potea tutto quanto poteano i più dispotici dei re, perchè il senato
con tutta l'autorità a lui lasciata, nulla d'importante facea, che non
fosse conforme all'intenzione e ai desiderii di lui. Tuttavia per un
tratto di fina politica (che è ben lecito il pensare così) andava
l'accorto imperadore di tanto in tanto dolendosi del grave peso
imposto sulle sue spalle, e facea intendere l'ansietà di scaricarsene,
per morir da privato. Arrivò sino a proporlo in senato; ma egli dovea
ben sapere, che non correa rischio d'essere esaudito. Ed in fatti così
fu. S'unirono le voci de' senatori a pregarlo, per non dire a
costringerlo, che continuasse nella fatica del comando finchè vivesse.
Allora s'indusse ben egli con tutta modestia ad accettar questo
carico, ma con impetrare che solamente per dieci anni avvenire durasse
un tale aggravio. Finiti questi, e chiesta di nuovo licenza, s'accordò
in cinque altri, e poscia in dieci, tanto che senza mai cessare
d'essere signore del mondo romano, e con apparenza di comandare, solo
perchè così volevano il senato ed il popolo, terminò poi
felicemente nel comando i suoi giorni. Nè mancò chi gli succedesse
nell'incominciato onore e in quella signoria, la quale a poco a poco
nel proseguimento pervenne all'intero despotismo e talvolta alla
tirannia.

In tale stato si trovava nell'anno presente Roma sotto Augusto
imperadore, nè la di lei potenza si stendeva già sopra tutto il mondo,
come l'adulazione talvolta sognò; ma bensì nella miglior parte di
Europa, e in moltissime provincie non meno dell'Asia che dell'Africa.
Era nato Augusto sotto il consolato di Cicerone e di Cajo Antonio,
cioè l'anno sessantatre prima dell'Era cristiana; e però nel presente,
in cui essa Era ebbe principio, correva l'anno sessantesimoquarto
dell'età sua, e l'anno XXIII della sua tribunizia podestà, e il XLV
del suo principato. Giacchè niun figlio maschio avea a lui prodotto
Livia sua moglie, era già egli ricorso al ripiego dell'adozione, per
desiderio di perpetuar la sua famiglia, e di trasmettere in un figlio
anche la dignità imperiale. Avea egli due nipoti, figliuoli di Marco
Agrippa e di Giulia sua figliuola, donna famosa per la sua
impudicizia, e in questi tempi a cagion di tale infamia relegata
nell'isola Pandataria. L'uno _Cajo_ e l'altro _Lucio_ nominati, aveano
già talmente conseguito l'amore d'Augusto sì in riguardo al sangue che
scorrea lor nelle vene, che per le loro belle qualità, che gli aveva
adottati amendue per figliuoli, innestandoli nella famiglia Giulia, e
dando loro il cognome di _Cesare_. L'uno d'essi, cioè _Cajo_, fu[4]
nell'anno presente alzato alla dignità più eminente, che dopo
l'imperiale dar potesse allora la repubblica romana, cioè al
consolato. L'altro console fu _Lucio Emilio Paolo_, cognato d'esso
Cajo, perchè marito di Giulia sua sorella, donna, che per aver imitata
la madre Giulia nella disonestà, soffrì anch'essa un eguale castigo.
Militava in questi tempi Cajo Cesare console per ordine d'Augusto suo
padre, nella Siria, ossia nella Soria, contro de' Parti. Questa era
allora la sola guerra che tenesse in esercizio l'armi romane;
perciocchè Augusto, tra perchè vecchio, e perchè signore di gran
senno, il più che potea s'andava studiando di mantener la pace
nell'imperio, senza curar molto l'ambiziosa gloria de' conquistatori.
Assai vasto era il dominio de' Romani per appagar ogni sua voglia.

Ora in quest'anno si dee fissare il principio dell'Era cristiana
volgare, di cui comunemente ci serviamo oggidì. Non fu già essa
affatto ignota ai primi secoli della Chiesa; ma il merito d'averla
messa in qualche credito in Occidente, è dovuto a Dionigi Esiguo,
ossia il Picciolo, monaco assai dotto, che morì circa l'anno 540 nella
Chiesa romana, e poscia a Beda, celebre scrittore d'Inghilterra, che
nel secolo ottavo usandola, coll'esempio suo la rendè poi familiare
fra i Latini. S'ingannarono amendue; ma non c'inganniamo noi in
mettere sotto i consoli suddetti il principio di questa. Il cardinal
Baronio, che stabilì senza fallo l'immortalità del suo nome colla gran
fabbrica degli Annali ecclesiastici, due anni prima del presente, cioè
nell'anno XXI della tribunizia podestà di Augusto, ossia nel XLIII del
suo principato, pose il principio della medesima; ma con errore
manifesto, siccome han dipoi dimostrato uomini sommamente eruditi.
Opinione fu di quell'insigne porporato, che nell'anno XLII di Augusto,
cioè tre anni prima dell'anno presente, s'incarnasse e nascesse il
Figliuolo di Dio nel di 25 di dicembre; e che nel principio del
susseguente egli fosse circonciso, dalla qual circoncisione, collocata
nelle calende di gennaio, si avesse da cominciare l'anno primo
dell'Era cristiana. Ciò non sussiste. Quanto alla nascita del Signor
nostro Gesù Cristo ne è tuttavia incerto l'anno. Solamente sappiamo
essere la medesima avvenuta molto innanzi all'anno presente, fra
l'altre ragioni, perchè Erode figliuolo d'Antipatro (re vivente
allorchè nacque il Signore), cessò di vivere[5] nel marzo dell'anno
750 di Roma, e XLI di Augusto; e per conseguente[6] dovette nascere il
Signore almeno nell'anno precedente al preteso dal Baronio, o in alcun
altro più addietro. È ben sembrato agli eruditi più verisimile il
riferire il suo natale al dicembre dell'anno 749 di Roma, e XL di
Augusto; ma questa opinione nondimeno vien contrastata da quella di
diversi altri, non mancando chi alcuni anni prima con buone ragioni
colloca questo memorabil fatto, senza che finora si sia potuto
pienamente accertare un punto di storia di tanta importanza. Ma se ciò
è tuttavia oscuro, non è già per l'Era cristiana, il cui principio
ormai resta deciso che si ha da fissare nell'anno presente, benchè non
manchi taluno che lo riferisce nell'anno seguente. Per le ragioni
suddette è un comune errore, ma errore condonabile, e di cui niun s'ha
da formalizzare, il chiamar questa Era della Natività del divino
Salvatore, oppur della Incarnazione, ovvero della Circoncisione.
Questa varietà di parlare, da gran tempo introdotta, non è per anche
terminata in Italia, dove abbiamo la maggior parte delle città, che
chiamano l'anno della Natività, benchè l'incomincino dalla
Circoncisione; ed alcune, che nella Pasqua, o nel dì 25 di marzo
precedente, o susseguente all'anno comune, cominciato alla
Circoncisione, danno principio al loro anno, le une coll'anteciparlo
di quasi nove mesi, e le altre col posticiparlo di quasi quattro.
Anticamente molti usarono di dar principio all'anno nuovo nel Natale
del Signore, e di là poi venne il chiamar l'Era nostra a _Nativitate
Domini_, il qual nome dura presso i più, contuttochè oggidì il primo
giorno di gennaio sia anche il principio dell'anno nuovo. Intanto
contando noi sotto questi consoli l'anno primo d'essa Era, seguiteremo
da qui innanzi col medesimo ordine ad accennare i fatti principali
della Storia d'Italia.

NOTE:

[1] Sueton., Vita August., cap. LII.

[2] Dio. Cass., Histor.

[3] Tacit., Annal., t. III, cap. 56.

[4] Noris, Cenotaph. Pisan. Diss. 2, cap. 13.

[5] Joseph., Antiq. Judaicar., lib. 7, cap. 8. Pagius, in Critica
Baron.

[6] Vaillant, Idem. Pagius, Usserius, Noris, ec.




    Anno di CRISTO II. Indizione V.

    AUGUSTO imperadore 46.

_Consoli_

P. VINICIO e P. ALFENIO VARO.


Il primo di questi consoli è chiamato dal padre Pagi _Publio Vicinio_,
dal padre Stampa _Publio Vinucio_. Sono errori di stampa. Nè la
famiglia _Vicinia_, nè la _Vinucia_ son cognite fra le nobili romane.
Bensì la _Vinicia_, di cui l'Orsino e il Palatino rapportano varie
medaglie. Vellejo Patercolo[7] chiaramente scrisse _P. Vinicio
Consule_, e parla in più d'un luogo di questa famiglia. Il secondo de'
consoli è _Publio Alfeno_ presso il Pagi. Altri hanno scritto
_Alfinio_; ma con diversità di poca importanza. Continuò _Cajo
Cesare_, figliuolo adottivo di Augusto, e principe della gioventù, la
sua spedizion militare in Soria. Seco era lo stesso _Vellejo
Patercolo_, autore de' pezzi di un'amena storia, che si son salvati
dalle ingiurie del tempo. Racconta egli, che inclinando Augusto a far
pace coi Parti, perciò seguì un abboccamento di Cajo con _Fraate_ re
di que' popoli, sopra un'isola dell'Eufrate, fiume che allora divideva
i due imperi. Cajo dipoi sulla riva romana diede un convito a Fraate,
ed appresso ricevette anch'egli sull'opposta il medesimo trattamento.
Allora fu che Fraate scoprì a Cajo l'infedeltà e venalità di Marco
Lollio, a lui dato per aio da Augusto. Però da lì a poco tempo[8]
venne meno la vita d'esso Lollio per veleno, non si sa se preso per
elezione di lui, o pure per comando altrui. In questi tempi[9] _Lucio
Cesare_ fratello d'esso Cajo, acciocchè non marcisse nell'ozio della
Corte, fu mandato da Augusto in Ispagna. Dovea servir questo viaggio
per guadagnargli l'amor delle legioni che soggiornavano in quelle
parti. Ma secondo le umane vicende non tardarono ad abortire in breve
tante belle speranze di lui e del padre. Giunto egli a Marsilia,
s'infermò, e in età di diciotto anni terminò la carriera del suo
vivere nell'agosto dell'anno presente. Dione e Tacito non tacquero il
sospetto che corse allora di aver Livia moglie d'Augusto procurata con
arti indegne la morte di questo giovane principe. Chi fosse questa
principessa, convien ora vederlo.

Livia, figliuola di Livio Druso, era in prime nozze stata moglie di
Tiberio Claudio Nerone, uno de' più cospicui nobili di Roma[10]. Seppe
ella così ben tirar le sue reti, che invaghitosi di lei Augusto, già
principe di Roma, ottenne da Nerone che la ripudiasse, per prenderla
egli in moglie. Bisogna ben credere che fosse grande in questo
principe il caldo, perchè gravida (fu preteso del primo marito) la
condusse al talamo suo. Avea già essa partorito Tiberio, che vedremo a
suo tempo imperadore. Sgravossi dipoi d'un altro figliuolo, che portò
il nome di _Nerone Claudio Druso_, e fu consegnato al padre, perchè,
secondo le leggi, tenuto per figliuolo di lui. Questi poi creato
console nell'anno IX, prima dell'Era cristiana, finì quello stesso
anno di vivere. Che superba, che scaltra donna fosse Livia, non si può
abbastanza dire. Ancorchè Augusto fosse principe di mente svegliata e
di raro intendimento, pure possedeva ella il gran secreto di saperlo
governare, di condurlo alle voglie sue. L'unico figliuolo a lei
restato, cioè _Tiberio_, era il principale oggetto dell'amor suo, e
tutte le sue mire tendevano ad esaltarlo. Essendo morto dodici anni
prima dell'Era nostra Agrippa gran confidente di Augusto, e marito di
Giulia figliuola del medesimo imperadore, e di Scribonia sua prima
moglie, procurò Livia che questa passasse a seconde nozze con Tiberio
suo figliuolo[11], tuttochè a lui dispiacesse assaissimo un tal
matrimonio, parte perchè gli convenne ripudiar Agrippina amata sua
consorte, e parte ancora perchè non gli era ignota la trabocchevole
inclinazione e vita sregolata d'essa Giulia. Suoi figliastri in questa
maniera divennero _Cajo_ e _Lucio_, che già dicemmo nominati _Cesari_,
figliuoli della medesima Giulia e d'Agrippa; ma da lui e da Livia sua
madre internamente odiati, perchè adottati per figliuoli da Augusto, e
destinati, per quanto si poteva congetturare, ad essere suoi
successori nell'imperio. Nacquero in fatti delle gare fra questi due
giovanetti fratelli e Tiberio lor padrigno. Sentivano già essi la
superiorità della lor fortuna, ed aveano cominciato ad insolentire, e
nello stesso tempo miravano di mal occhio il possesso che tenea nel
cuore di Augusto la madre di Tiberio, Livia. Per ischivar tutti i
pericoli, avea preso Tiberio il partito di ritirarsi: al che
s'aggiunse ancora il non poter più egli sopportare i vizii della
moglie sua Giulia, castigati in fine colla relegazione da Augusto suo
padre. Senza che il potessero ritener le preghiere della madre e del
medesimo Augusto, ritirossi Tiberio nell'isola di Rodi, e qui per
sette anni in vita privata si fermò. Sazio finalmente di questo
volontario esilio, che avea dato occasione di molte dicerie agli
sfaccendati politici, fece istanza di ritornarsene a Roma in
quest'anno per mezzo della madre. Volle Augusto prima intendere, se a
Cajo Cesare fosse rincresciuto il di lui ritorno, perchè i dissapori
seguiti fra loro non erano cose ignote. Per buona ventura essendosi
allora scoperto, che Lollio, poco fa mentovato, quegli era che
seminava zizzanie fra Tiberio ed i figliastri, Caio si mostrò contento
che il padrigno rivedesse Roma. Venuto Tiberio, attese da lì innanzi
coll'aiuto della madre a promuovere i proprii interessi. E questi
presero tosto buona piega per la sopr'accennata morte di _Lucio
Cesare_, non restando più fra i vivi se non il solo _Cajo Cesare_,
cioè quel solo che impediva a Tiberio il poter succedere nello imperio
ad Augusto suo padrigno. Cominciò[12] in quest'anno, se pur non fu nel
seguente, anche in Germania una guerra, di cui parleremo all'anno V
dell'Era cristiana.

NOTE:

[7] Vellejus Paterculus, lib. 2.

[8] Plinius, lib. 9, cap. 35.

[9] Noris, Cenotaph. Pisan. Diss. 2, cap. 14.

[10] Dio, Suetonius, Tacitus.

[11] Sueton., in Tiber., cap. 7.

[12] Vellejus, Historiar. lib. 2.




    Anno di CRISTO III. Indizione VI.

    AUGUSTO imperadore 47.

_Consoli_

L. ELIO LAMIA e M. SERVILIO.


Perchè son perite le storie antiche in questi tempi, mancano a noi le
memorie di quanto allora avvenne in Roma e in Italia. Forse anche la
mirabil quiete che per opera d'Augusto si godea in queste parti, niun
avvenimento produsse assai riguardevole per comparir nella Storia
romana. Rimasto senza aio in Soria Cajo Cesare per la morte di
Lollio[13], Augusto non volendo lasciare la di lui giovanile età senza
direzione e briglia, mandò per governatore di lui Publio Sulpicio
Quirinio. Questi è quel medesimo che nel Vangelo di s. Luca è
appellato _Cirino_, e che negli anni addietro avea fatta la
descrizione degli abitanti della Giudea: nel qual tempo venne alla
luce del mondo il nostro Signor Gesù Cristo, senza sapersene finora
con certezza l'anno preciso. Ora Cajo Cesare, che nell'anno prossimo
passato[14] avea conchiusa la pace coi Parti, ed era penetrato sino
nell'Arabia, si diede in quest'anno a regolare gli affari
dell'Armenia. Di là si erano ritirate le milizie ausiliarie de' Parti,
in vigor della pace suddetta; ma non per questo volentieri ritornarono
all'ubbedienza de' Romani quei popoli: e però sul principio fecero
qualche resistenza; ma entrato con tutte le forze nel loro territorio
Cajo Cesare, gli astrinse a deporre le armi. E poichè non si
arrischiavano i Romani di ridurre in provincia un paese tanto lontano,
ed avvezzo al governo de' proprii re, fu scelto da Cajo per quella
corona Ariobarzane, medo di nazione, e ben veduto dai medesimi Armeni,
il quale dovette promettere una buona alleanza col popolo romano. A
così felice successo, per cui Cajo acquistato s'era non poco di
gloria, ne tenne dietro un funesto. Mal soddisfatto un certo Addo de'
Romani e del re novello, mosse a ribellione Artagera, una delle
primarie città dell'Armenia[15]. Corso con tutta la sua armata Cajo ad
assediar quella città, troppo credendo al ribello Addo, si lasciò
condurre ad abboccarsi con lui. Nel mentre ch'egli leggeva un
memoriale, datogli dallo stesso Addo, proditoriamente fu ferito da
lui, o da chi era con lui, e con pericolosa ferita. Per tale iniquità
irritate al maggior segno le legioni romane, più vigorosamente che mai
strinsero la città, l'espugnarono, la ridussero in un mucchio di
pietre. Il traditore Addo ebbe anch'egli la meritata pena.

NOTE:

[13] Tacitus, lib. 3 Annal.

[14] Vellejus, lib. 2. Florus, lib. 4, c. 4. Tacitus, lib. 22. Ann.

[15] Dio, in Hist. Strabo, lib. 2. Vellejus, ut supra. Ruffus, Festus,
in Breviar.




    Anno di CRISTO IV. Indizione VII.

    CESARE AUGUSTO imper. 48.

_Consoli_

SESTO ELIO CATO e GAJO SENTIO SATURNINO.


Celebre nella storia di Roma per varie sue dignità ed azioni fu questo
Saturnino, creato console nell'anno presente. Fra gli altri suoi
impieghi[16] avea avuto quello di legato, o sia di vice-governatore, o
presidente della Soria, circa l'anno 36 d'Augusto, e undicesimo prima
dell'Era volgare. Tertulliano[17] scrivendo contra Marcione asserì,
che _Census constat actos sub Augusto tunc in Judaea per Sentium
Saturninum_. La nascita di Cristo Signor nostro, secondo questo conto,
verrebbe a cadere nell'anno suddetto 36 d'Augusto, o pure nel
seguente. Ma opponendosi all'asserzione di Tertulliano la canonica di
s. Luca, da cui abbiamo che il censo fu fatto da _Cirino_ o sia
_Quirinio_, presidente della Siria o sia della Soria: e sapendosi che
a Saturnino nell'anno 38 di Augusto succedette nel governo della Siria
Quintilio Varo: altra via non s'è saputa fin qui trovare, che la
plausibile e molto ben fondata, di dire che _Quirinio_, siccome era
succeduto altre volte, fosse stato inviato colà con istraordinaria
podestà a far la descrizione dell'anime, nel tempo stesso che
Saturnino, o pur Varo con ordinaria podestà governava quella
provincia. O sì maligna o sì mal curata fu la ferita, da _Cajo Cesare_
riportata sotto Artagera, ch'egli non più si riebbe, e andò
peggiorando la sua sanità. Perchè egli[18] non poteva accudire agli
affari, gli uffiziali e cortigiani suoi, prevalendosi del tempo
propizio, sotto nome di lui vendevano la giustizia, e faceano continue
estorsioni ai popoli di quelle contrade. Ed acciocchè non finisse sì
presto una sì utile mercatura, indussero l'infelice principe, allorchè
Augusto il richiamava in Italia, a rispondere di non voler venire,
perchè l'intenzion sua era di passare quel che gli restava di vita, in
un ozio privato. Replicò Augusto, che il desiderava e voleva in
Italia, dove potrebbe egualmente, ma colla vicinanza ed assistenza de'
suoi, se pur così gli piacea, menar vita privata. Convenne ubbidire.
Ma mentre egli, benchè suo mal grado, se ne ritornava, giunto a Limira
città della Licia, quivi nel dì 24 febbraio dell'anno presente cessò
di vivere. Sicchè Augusto, a cui la morte avea rapito Marcello,
figliuolo di Ottavia sua sorella, nipote amatissimo, venne ancora
nello spazio di diciotto mesi a perdere questi due altri giovanetti
_Lucio_ e _Cajo_, nati nipoti suoi, e poscia adottati per figliuoli;
motivo a lui d'inesplicabil dolore. Tuttavia sofferì egli con più di
fortezza e pazienza queste perdite, che il disonore cagionatogli
dall'impudicizia di Giulia sua figliuola madre dei suddetti due
principi, e da lì a pochi anni dall'altra di Giulia sorella de'
medesimi. Tante disgrazie faceano ch'egli si augurasse di non essere
mai stato padre.

Per lo contrario ne fu ben lieto in suo cuore _Tiberio_, figliastro di
lui, al vedere tolti di mezzo questi due possenti ostacoli al corso
della sua fortuna. Livia Augusta sua madre[19], per l'estrema sua
ambizione da molti sospettata di aver avuta parte nella morte di que'
due principi, non tardò molto ad assalire ed espugnare il cuore del
marito Augusto in pro del figliuolo, proponendoglielo qual solo ormai
capace e meritevole di succedere a lui nella dignità imperiale. Gli
effetti della di lei eloquenza comparvero da lì a pochi mesi. Avea
Augusto negli anni addietro conferita ad esso Tiberio la podestà
tribunizia per cinque anni che già erano passati. Tornò nel presente
ad associarlo seco nel godimento della medesima podestà, nel dì 27
luglio; laonde nelle sue medaglie[20] si cominciò a notare la TRIB.
POT. VI. Quel che più importa, l'adottò ancora per suo figliuolo,
aprendogli la strada alla succession dei suoi beni, e insieme
dell'imperio. Però chi prima era _Tiberio Claudio Nerone_, cominciò ad
intitolarsi e ad essere intitolato _Tiberio Cesare figliuolo
d'Augusto_. Vellejo Patercolo, storico[21] suo grande amico, si stende
qui in immensi elogi di Tiberio, il qual forse allora sotto molte sue
virtù sapea nascondere i moltissimi suoi vizii. Nello stesso giorno fu
obbligato Tiberio ad adottare per suo figliuolo _Marco Agrippa_, nato
da Giulia figlia d'Augusto dopo la morte di M. Vipsanio Agrippa di lei
primo consorte. Ma questi tra per essersi scoperto giovanetto
stolidamente feroce, e per le spinte che gli diede Livia Augusta,
unicamente intenta ad esaltare i proprii figli, fu dipoi relegato
nell'isola della Pianosa, dove, appena morto Augusto, per ordine di
Tiberio tolta gli fu la vita. Inoltre nel medesimo giorno 27 di luglio
(così volendo Augusto), Tiberio adottò in figliuolo il suo nipote
_Germanico_, nato da _Claudio Druso_, suo fratello, cioè da chi al
pari di lui avea avuto per madre Livia Augusta. Nè pur questa adozione
internamente venne approvata da Tiberio; perchè egli avea un proprio
figliuolo per nome _Nerone Druso_, a lui partorito da Agrippina sua
prima moglie, verso il quale più si sentiva portato. Non erano mai
mancati ad Augusto dei nobili suoi secreti nemici, sì perchè la
memoria dell'antica libertà troppo spesso risvegliava lo sdegno contro
chi ora facea da signore in Roma, e sì perchè sui principii del suo
governo e potere, Augusto, con levare dal mondo non i soli avversari,
ma chiunque ancora veniva creduto atto ad interrompere la carriera de'
suoi ambiziosi disegni, s'era tirato addosso l'odio dei lor figliuoli
e parenti. Traspirò nel presente anno una congiura ordita contra di
lui da molti nobili. Capo di essa era _Gneo Cornelio Cinna Magno_, che
per essere nato da una figliuola di Pompeo il Grande, portava nelle
vene l'avversione ad Augusto; sì perchè Augusto era successore di chi
tanta guerra avea fatto all'avolo suo materno; e sì ancora per essere
stato persecutore anch'esso della medesima famiglia. In grande ansietà
per questo si trovava Augusto, giacchè il timore o sentore delle
congiure quello era spesso che non gli lasciava godere in pace il suo
felicissimo stato. Conferito con sua moglie l'affanno, gli diede ella
un saggio consiglio, cioè di ricorrere non già alla severità che potea
solo accrescere i nemici, ma sì bene ad una magnanima clemenza;
predicendogli che in tal maniera vincerebbe il cuore di Cinna, uomo
generoso, ed insieme quello di tutta la nobiltà. Così fece Augusto.
Dopo aver convinti i rei del meditato misfatto, perdonò a tutti; nè di
ciò contento, disegnò console per l'anno prossimo avvenire lo stesso
Cinna, benchè primario nell'attentato contra la di lui vita. Un atto
di sì bella generosità gli guadagnò non solamente l'affetto di Cinna e
degli altri, ma anche una tal gloria e stima presso d'ognuno, che nel
resto di sua vita niuno pensò mai più a macchinare contra di lui. Ed
ecco i frutti nobili della clemenza; ma ben diversi noi andremo
trovando quei della crudeltà e fierezza.

NOTE:

[16] Usserius, Annal. Noris, Cenotaph. Pisan.

[17] Tertullian., lib. 4, cap. 19, contra Marcionem.

[18] Vellejus, lib. 2. Zonaras, Hist. Svetonius in Aug., c. 68.

[19] Tacitus, lib. 1 Annal.

[20] Mediobarb., in Numismat.

[21] Vellejus, lib. 2. Dio, Histor., lib. 55.




    Anno di CRISTO V. Indizione VIII.

    CESARE AUGUSTO imper. 49.

_Consoli_

GNEO CORNELIO CINNA MAGNO, LUCIO VALERIO MESSALLA VOLUSO.


Di _Cinna_, console nell'anno presente, abbiam favellato nel
precedente. L'altro _Voluso_ taluno ha creduto che fosse piuttosto
cognominato _Voleso_, perchè una iscrizione rapportata dal
Fabretti[22] fu posta L. VALERIO VOLESO, CN. CINNA MAGNO COSS. Il
Grutero, riferendo la stessa iscrizione, lesse VOLSEO, ma con errore.
Certamente un marmo, veduto co' suoi occhi dal Fabretti, bastar
dovrebbe a stabilire il cognome di _Voleso_. Ma mi ritiene una
medaglia pubblicata da Fulvio Orsino e dal Patino[23], dove è la
figura d'Augusto, e nel rovescio VOLVSUS VALER. MESSAL. III. VIR. A.
A. A. F. F. Questi par certamente lo stesso che fu poi console o
almeno della stessa casa. Abbiamo da Vellejo[24], che nell'anno
secondo oppure terzo dell'Era nostra, s'era suscitata in Germania una
gran guerra, la qual durava tuttavia. Dappoichè nell'anno precedente
Augusto ebbe adottato Tiberio, e volendo accreditarlo maggiormente nel
mestiere delle armi e nel comando delle armate, nel quale si era egli
anche molti anni prima esercitato con mollo onore, poco stette a
spedirlo in Germania. Andò Tiberio, e con esso lui era Vellejo
Patercolo generale della cavalleria. Soggiogò i Caninefati, gli
Attuari e i Brutteri, e fece ritornare all'ubbidienza i Cherusci.
Terminata poi con reputazione la campagna, nel dicembre se ne ritornò
a Roma per visitare i genitori. Quindi nella primavera di quest'anno
di nuovo si portò in Germania. Le prodezze ivi fate da Tiberio si
veggono descritte ed esaltate da esso Vellejo istorico. Per attestato
di lui sottomise gran parte di quei feroci popoli, de' quali nè pur
dianzi si sapeva il nome. Fra gli altri domò i _Longobardi_, gente la
più fiera e valorosa dell'altre: il che è ben da avvertire: perchè
dopo alcuni secoli vedremo questa medesima nazione dominante in
Italia. Le conquiste di Tiberio arrivarono sino al fiume Elba; cosa
non mai tentata in addietro nè allora sperata da alcuno. Venuta poi la
stagion de' quartieri, volò Tiberio a Roma a ricevere i complimenti
de' genitori e il plauso del popolo, per così vantaggiosa e gloriosa
campagna.

Circa questi tempi, o pur nell'anno precedente, vennero a Roma gli
ambasciadori de' Parti, padroni allora della Persia, per chiedere un
re ad Augusto[25]. Volle egli che andassero anche in Germania ad
esporre la stessa dimanda a Tiberio Cesare, per avvezzar la gente al
rispetto e alla stima di questo suo figliuolo. Era stato ucciso
_Fraate re dei Parti_ da uno scellerato suo figlio, per iniqua voglia
di regnare, benchè egli poi non solo non conseguì il regno, ma vi
perdè la vita. Gli altri figliuoli di Fraate stavano in Roma da
qualche tempo, mandati colà per ostaggi della sua fede dal padre.
Aveano chiesto i Parti per loro re ad Augusto _Orode_, uno de'
figliuoli di Fraate; ma ottenutolo, fra poco l'uccisero. Richiesero
poscia un altro d'essi figliuoli, cioè _Venone_; e questi andò a
prendere il possesso di quella corona, per restare anche egli dopo
alcuni anni vittima del furore di quella barbara nazione. Ma non è
certo, se all'anno presente appartenga l'andata di esso _Venone_ colà.
Abbiamo varii regolamenti fatti da Augusto in questo anno[26].
Difficilmente s'inducevano allora i nobili a lasciar entrare nel
collegio delle vergini Vestali le lor figliuole, perchè presso i
Gentili non era in pregio, anzi era in dispregio il celibato; nè
mancavano disordini succeduti fra le stesse Vestali. Necessario fu un
decreto, per cui fosse lecito alle fanciulle discendenti da liberti di
entrarvi. Molte di queste si presentarono e furono elette a sorte; ma
niuna d'esse vi entrò. Lamentavasi anche la milizia romana della
tenuità della paga. Augusto, per animare i soldati a sostenere il peso
della guerra, e molto più per conciliarsi l'affetto loro, siccome
preventivamente accennai, volle che si accrescesse lo stipendio tanto
alle legioni mantenute in varii siti dell'imperio, quanto ai
pretoriani destinati a far la guardia dell'imperadore e del palazzo
pubblico. Colla sua propria borsa supplì egli per ora, e nell'anno
prossimo vi provvide con un altro ripiego. Dione ci dà il registro di
tutta la fanteria e cavalleria che allora continuamente era mantenuta
in piedi dalla repubblica romana; e questa andò poi crescendo e
calando, secondo la diversità de' bisogni, o pur della pubblica
felicità. Il pagamento allora de' soldati era ben superiore a quel
d'oggidì.

NOTE:

[22] Fabrettus, Inscription., pag. 703.

[23] Patinus, Famil. Roman.

[24] Vellejus, lib. 2.

[25] Sveton., in Tiber., cap. 16. Joseph., Antiq. Judaic., lib. 18.

[26] Dio, Histor. lib. 15.




    Anno di CRISTO VI. Indizione IX.

    CESARE AUGUSTO imper. 50.

_Consoli_

MARCO EMILIO LEPIDO e LUCIO ARRUNTIO.


Il Panvinio ed altri hanno scritto, che a questi consoli ne furono
sostituiti nel dì primo di luglio due altri cioè _Cajo Ateio Capitone_
e _Cajo Vibio Capitone_. Ma non è certo il fatto. Essendo mancante la
iscrizione rapportata da esso Panvinio, può restar sospetto che tai
consoli appartengano ad un altro anno. Vedemmo accresciute da Augusto
le paghe ai soldati[27]. Per soddisfare a tali spese, per le quali non
era bastante il privato erario d'Augusto, e nè pure il pubblico, si
pensò a mettere un nuovo aggravio. Fu dato ordine a tutti i senatori
di esporre il loro parere in iscritto. In ultimo col fingerne uno già
meditato da Giulio Cesare, si decretò che da lì innanzi si pagasse la
vigesima parte delle eredità e dei legali, eccettuate quelle che
pervenivano a' figliuoli ed altri stretti parenti, e quelle de'
poveri. Sebbene può dubitarsi, se tale eccezione venisse dipoi
mantenuta da lutti i susseguenti imperadori: certo è, che questo
pesante aggravio rincrebbe assaissimo al popolo romano, e, secondo
l'uso delle cose umane, se fu facile l'introdurlo, riuscì poi
difficilissimo il levarlo. E però nelle antiche iscrizioni s'incontra
talvolta l'uffizio di chi era impiegato in raccogliere questo tributo.
Ai lamenti del popolo se ne aggiunsero dei più gravi nell'anno
presente per cagione d'una fiera carestia che afflisse la città di
Roma[28]. Oltre ad altre provvisioni e spese fatte da Augusto in aiuto
de' cittadini poveri, fu preso lo spediente di cacciar fuori di città
i gladiatori e gli schiavi condotti per esser venduti, e la maggior
parte de' forestieri: la qual somma di persone ascese a più di
ottantamila. Finita poi quella angustia, cadde in pensiero ad Augusto
di abolir l'uso introdotto del frumento, che dai granai del pubblico
si donava alla plebe, e di cui talvolta erano partecipi dugento e più
mila persone, parendo a lui, che per cagione di questa liberalità si
trascurasse l'agricoltura. Non mutò poi questo uso, perchè pericoloso
sarebbe stato anche il solo tentarlo; ma attese ben da lì innanzi a
far più coltivar le campagne, e volea nota di tutti gli aratori, non
meno che di tutti i negozianti e del popolo. Più frequenti divennero
in questi tempi gli incendii in Roma, originati forse da chi cercava
coi rubamenti di sovvenire alla fame. Stabilì pertanto il provvido
Augusto sette corpi di guardia, chiamati i Vigili, che la notte
battessero la pattuglia: impiego, che egli pensava di abolire in
breve; ma ritrovato utile, anzi necessario, fu dipoi continuato anche
sotto gli altri imperadori.

Diversi guai parimente si provarono nelle provincie del romano imperio
in quest'anno per le sedizioni e ribellioni dei popoli[29]. In
Sardegna, nell'Isauria e nella Getulia dell'Africa, ebbero delle
faccende i soldati romani, per tenere in freno quelle barbare genti.
Seguitò la guerra in Germania. Tiberio Cesare era ivi generale
dell'armata romana. Ma per attestato di Dione niuna rilevante impresa
vi fece, quantunque sì Augusto ch'egli prendessero, il primo, il
titolo d'imperadore per la quindicesima volta, ed il secondo per la
quarta volta: il che solo succedea, dappoichè s'era riportata qualche
vittoria. Potrebbe essere che i prosperosi successi delle armi romane
in Germania nell'anno precedente guadagnassero loro questo
accrescimento di lustro nel presente. Secondo Vellejo[30], s'era messo
Tiberio in procinto di procedere contro de' Marcomanni, gente per
numero e per bravura fin qui formidabile, e non mai vinta. Meroboduo,
re loro, alla potenza sapea unire la disciplina militare, e mandando
ambasciatori ai Romani, talora parlava da supplicante, talora da
eguale. Stendevasi il suo dominio non solamente per la Boemia, ma
molto più in là fino ai confini della Pannonia e del Norico, provincie
romane, di modo che poco più di dugento miglia era egli lungi
dall'Italia. Ma sul più bello de' suoi preparamenti contra di
Meroboduo, Tiberio intese che la Pannonia (oggidì Ungheria) e la
Dalmazia, per cagion dei tribuni ribellate, tal copia d'armati avevano
messo in piedi, che il terrore ne giunse a Roma stessa; giacchè que'
popoli, essendo in concordia coi Triestini, minacciavano di voler in
breve calare in Italia. Allora fu che Tiberio trattò e conchiuse, come
potè il meglio, la pace coi Germani, per accudire a questo incendio,
più importante di gran lunga dell'altro a cagione della maggior
vicinanza al cuore dell'imperio. Velleio fa conto, che fossero in armi
dugentomila fanti, e novemila cavalli di que' ribelli. Aveano
trucidato o carcerati i soldati, i cittadini e i mercatanti romani, e
già messa a ferro e fuoco la Macedonia. Gran commozione per questo fu
in Roma. I paurosi si figuravano che in dieci giornate veder si
potesse intorno a Roma il campo di quei sollevati. Perciò a furia si
arrolarono nuovi soldati, e Vellejo Patercolo fu incaricato di
condurre a Tiberio questi rinforzi. Una sì grossa armata di fanteria e
cavalleria si unì, che Tiberio fu costretto a licenziarne una parte.
Marciò egli contro i ribelli della Pannonia; presi i passi, li
ristrinse ed affamò. In somma li ridusse a tale, che molti di essi,
presso il fiume Batino, vennero a deporre l'armi, e a sottomettersi.
Dicono che il lor generale Batone o fu preso, o venne anch'egli
spontaneamente all'ubbidienza; e pure nell'anno seguente egli si trova
coll'altro Batone dalmatino in armi contro i Romani. Voltossi dipoi
Tiberio contro i ribelli dalmatini, alla testa dei quali era l'altro
Batone. Valerio Messalino, governatore di quella provincia, più di una
volta si azzuffò con loro, ora vincitore ed ora vinto. Tutto il
guadagno dei Romani si ridusse a frastornar i disegni fatti dai nemici
per passare in Italia, ma senza poter impedire ch'essi non dessero il
guasto ad un gran tratto di paese finchè arrivò il verno, che mise
fine alle azioni militari.

Dacchè mancò di vita nell'anno 41 d'Augusto _Erode il grande_, re
della Giudea[31], _Archelao_ suo figliuolo s'affrettò pel suo viaggio
a Roma, affin di succedere nel regno del padre in competenza di
_Antipa_ e degli altri suoi fratelli e parenti. Ottenne egli da
Augusto, non già il titolo di re, ma il solo di etnarca col dominio
della metà degli Stati del padre, consistente nella Giudea, Idumea e
Samaria. Per conseguente egli cominciò a dominare in Gerusalemme. Gli
avea promesso Augusto il titolo di re, qualora colle sue virtuose
azioni se ne facesse conoscere degno. Contrario all'espettazione, anzi
tirannico fu il di lui governo, di maniera che nell'anno presente i
primati della Giudea e di Samaria spedirono gravissime accuse contra
di lui ad Augusto[32]. Citato a Roma Archelao, e convinto de' suoi
reati, n'ebbe per gastigo la relegazione in Vienna del Delfinato, e la
perdita de' suoi patrimoni e tesori, che furono presi dal fisco. Ed
allora fu che la Giudea, l'Idumea e la Samaria furono ridotte alla
forma delle provincie del romano imperio, ed unite alla Siria o sia
alla Soria, e cominciarono ad essere governate dagli ufiziali
dell'imperadore: cosa dianzi desiderata dagli stessi Giudei, perchè
troppo aggravati dai propri re, speravano essi miglior trattamento dai
ministri imperiali. Così cessò lo scettro di Giuda, siccome avea
predetto Giacobbe[33], nella venuta del divino Salvatore del mondo. Il
padre Pagi mette all'anno seguente la caduta di Archelao. Dione ne
parla sotto il presente.

NOTE:

[27] Dio, lib. 55.

[28] Sveton., in August., cap. 42.

[29] Dio, Histor., lib. 55.

[30] Vellejus, lib. 2.

[31] Joseph., Antiq. Judaic., lib. 17.

[32] Dio, lib. 55. Strabo, lib. 16.

[33] Genes., cap. 49, v. 10.




    Anno di CRISTO VII. Indizione X.

    CESARE AUGUSTO imper. 51.

_Consoli_

AULIO LICINIO NERVA SILIANO e QUINTO CECILIO METELLO CRETICO SILANO.


Che il secondo di questi consoli usasse il cognome di _Silano_,
l'hanno dedotto gli eruditi dal trovarsi _Cretico Silano_ proconsole
della Siria nell'anno di Cristo 16. Se ciò sussista, nol so. Da un
antico marmo ancora ricavarono il Sigonio e il Panvinio che nelle
calende di luglio ai suddetti consoli ne furono sostituiti due altri,
cioè _Publio Cornelio Lentulo Scipione e Tito Quinzio Crispino
Valeriano_. Procedeva assai lentamente la guerra nella Dalmazia e
Pannonia, ed andavano a terminar tutte le prodezze dell'una e
dell'altra parte in saccheggi ed incendii[34]. Niuna cosa stava più a
cuore di Tiberio che il non esporre a rischio i suoi soldati,
parendogli troppo cara anche una vittoria, quando si avesse a comperar
colla vita di molti de' suoi. Ma non piaceva ad Augusto una sì melensa
maniera di guerreggiare; e dubitando egli che Tiberio non si curasse
di finir que' romori, per poter più lungamente godere del comando
dell'armi: mandò colà con un copioso rinforzo di genti _Germanico
Cesare_, nipote d'esso Tiberio, e figliuolo di lui per adozione,
giovane amatissimo dai soldati per la memoria del valoroso suo padre
Claudio Druso. Non vi spedì _Agrippa Cesare_, figliuolo di Giulia sua
figlia, perchè, siccome accennai, trovatolo di sregolati costumi, in
quest'anno il relegò nell'isola Pianosa vicina alla Corsica. Le
imprese fatte da Tiberio e Germanico in questa campagna furono di poca
conseguenza. Vero è che i due Batoni, iti ad assalire gli
alloggiamenti romani, furono con loro perdita respinti, e che
Germanico recò dei gravi danni ai Mazei e ad altri popoli della
Dalmazia; ma altro ci volea che questa, per ridurre al dovere quelle
feroci nazioni. Anche Marco Lepido, tenente generale di Tiberio,
s'acquistò grande onore, e meritò gli ornamenti trionfali, per essere
venuto ad unirsi con lui, aver tagliati a pezzi molti dei nemici che
se gli opposero nel viaggio, ed aver dato il sacco ad un gran tratto
del loro paese.

Era stato inviato da Augusto per governatore nella Siria nell'anno
precedente _Publio Sulpicio Quirinio_, personaggio illustre, e stato
console nell'anno dodicesimo prima dell'Era volgare. Perchè la Giudea
ridotta in provincia romana, per la caduta di Archelao di sopra
accennata, dipendeva allora dalla Siria, Quirinio ebbe ordine di
portarsi colà, per confiscare i beni d'esso Archelao, e per fare il
censo, o sia la descrizion delle persone abitanti nella Giudea, e
l'estimo delle facoltà d'ognuno[35]. V'andò egli nell'anno presente,
ed eseguì puntualmente il suo impiego, ma non senza assaissimi lamenti
de' Giudei, a' quali parea una specie di schiavitù una tal novità. Nè
mancarono sedizioni in quel popolo, e copiosi ammazzamenti e saccheggi
per questo. Il suddetto Quirinio altri non fu che quel medesimo che in
san Luca[36] vien appellato _Cirino_, ed ebbe l'incumbenza di fare il
censo nella Giudea allorchè venne alla luce del mondo Cristo Signor
nostro. Indubitata cosa è che non può parlare il santo Evangelista del
censo fatto in quest'anno da Quirinio, essendo nato il Signore, quando
anche era vivente Erode il grande; ed avendo noi già accennato ch'esso
Erode diede fine alla sua vita nell'anno 41 d'Augusto, cioè quattro
anni prima dell'Era cristiana, per conseguente si dee ammettere un
altro censo anteriormente fatto nella Giudea dal medesimo Quirinio. Ed
ancorchè niun vestigio di ciò si trovi presso gli antichi storici
profani, pure è bastante l'autorità dell'Evangelista per istabilirne
la verità. E tanto più dicendo egli che: _Haec descriptio prima facta
est a praeside Cyrino_. Imperciocchè quel _prima_ acconciamente fa
dedurre, chiamarsi così quella descrizione, per distinguerla
dall'altra, fatta nell'anno presente. In qual anno poi precisamente
seguisse la prima delle suddette descrizioni, cioè se cinque, o sei, o
sette, o più anni prima dell'Era cristiana, non s'è potuto chiarire
finora.

NOTE:

[34] Dio, lib. 55. Vellejus, lib. 3.

[35] Joseph., Antiq., lib. 17.

[36] S. Lucas, in Evang., cap. 2.




    Anno di CRISTO VIII. Indizione XI.

    CESARE AUGUSTO imper. 52.

_Consoli_

MARCO FURIO CAMILLO e SESTO NONIO QUINTILIANO.


A questi consoli ordinari, nelle calende di luglio furono surrogati
_Lucio Apronio_ ed _Aulo Vibio Habito_. Trovavansi[37] già i ribellati
popoli della Pannonia e Dalmazia in grandi strettezze, perchè
penuriavano cotanto di viveri, che si erano ridotti a mangiar
dell'erbe. Sopravvenne ancora un'epidemia che, mietendo le vite di
molti, li ridusse ad un infelicissimo stato, in guisa che già erano i
più determinati di chiedere la pace; ma perchè s'opponevano a tal
risoluzione coloro che mostravano di credere inesorabili i Romani,
niuno osava di mandare ambasciatori al campo nemico. Assediò in questi
tempi Germanico una forte città, e la costrinse alla resa. Questo
colpo fu cagione che, senza più stare in bilancio, Batone, capo dei
Dalmatini ribelli, munito di salvocondotto, venne ad abboccarsi con
Tiberio per trattar di pace. Gli dimandò Tiberio i motivi della già
fatta e tanto sostenuta ribellione. «Ne siete in colpa voi altri
Romani, animosamente allora rispose Batone, perchè a custodir le
vostre gregge avete inviato non dei pastori e dei cani, ma sì bene dei
lupi:» chè non erano già allora cose pellegrine le violenze ed
ingiustizie degli uffiziali romani, per le quali anche altri popoli
cercarono di scuotere il giogo. Augusto intanto trovandosi inquieto
per questa guerra, la quale, per attestato di Svetonio[38], fu creduta
la più grave e pericolosa che, dopo quelle de' Cartaginesi, avesse
patito il popolo romano; e volendo egli essere più alla portata di
udirne le nuove, e di provvedere ai bisogni, era venuto nell'anno
precedente, o pure nel corrente, a Rimini. Approvò egli le
proposizioni della pace; e, in questa maniera, parte colla forza,
parte coll'uso della clemenza, que' popoli tornarono all'ubbidienza
primiera. Niun altro rilevante avvenimento ci porge sotto quest'anno
la Storia romana.

NOTE:

[37] Dio, lib. 55.

[38] Sueton., in Tiber., cap. 16.




    Anno di CRISTO IX. Indizione XII.

    CESARE AUGUSTO imper. 53.

_Consoli_

CAJO POMPEO SABINO e QUINTO SULPICIO CAMERINO.


Furono sostituiti ai suddetti consoli nelle calende di luglio _Marco
Papio Mutilo_ e _Quinto Popeo Secondo_, chiamato da alcuni
_Secondino_; ma più sicuro è il primo cognome. Dopo aver pacificata la
Pannonia e la Dalmazia, glorioso se ne tornò a Roma Tiberio
Cesare[39]. Augusto gli venne incontro fuori della città; il fece
entrare in Roma con corona d'alloro in capo; e in un palco, dove
amendue si misero a sedere in mezzo ai consoli, coi senatori in piedi,
mostrò al popolo questo suo vittorioso figliuolo. Furono in onor suo
celebrati alcuni spettacoli. In questi tempi Augusto, raunati i
cavalieri romani e trovato che in minor numero erano gli ammogliati
che gli altri, pubblicamente lodò i primi, biasimò i secondi. Dione
rapporta la di lui allocuzione, in cui egli mostrò appartenere non
meno al privato che al pubblico bene che tutti avessero moglie, e si
studiassero di mettere figliuoli al mondo, per mantenere le nobili
famiglie romane, e sostenere il decoro della repubblica, massimamente
ne' bisogni delle guerre, con inveire gagliardamente contra di tanti,
i quali non già per amore del celibato, ma per avere più libertà allo
sfogo della lor libidine, fuggivano il prender moglie. Pertanto in
vigore della legge Papia Poppea concedette varii privilegi a chi
avesse o prendesse moglie, e pene a chi dentro un convenevol termine
non si ammogliasse. Ed affinchè niuno si prevalesse dell'esempio delle
Vestali, le quali pure nel loro stato erano sì accreditate, disse, che
quando volessero imitarle, bisognava ancora che si contentassero
d'essere puniti al pari di quelle vergini, qualora contravvenissero
alle leggi della continenza. Fu poi sotto Tiberio mitigata questa
legge.

Poca durata ebbe la pace della Dalmazia[40]. Quel Batone, capo de'
Pannonii, che dianzi avea mossi alla ribellione anche i Dalmatini,
dopo aver preso ed ucciso l'altro Batone, tornò a cozzar coi Romani.
Vollero questi prendere la città di Retino, ma per uno stratagemma dei
sollevati ne riportarono una mala percossa. S'impadronirono bensì i
Romani di alcuni luoghi; ma perchè apparenza non v'era di poter così
presto terminar quella guerra, e Roma per quest'imbroglio scarseggiava
di viveri, Augusto tornò di bel nuovo ad inviar colà Tiberio con un
possente esercito. Nulla più bramavano i soldati, che di venire ad una
giornata campale. Tiberio, che non voleva espor le genti all'azzardo,
e temeva di qualche sollevazione, divise in tre corpi l'armata,
dandone l'uno a Silano (o sia Siliano), l'altro a Lepido, e ritenendo
il terzo per sè e per Germanico suo nipote. I due primi fecero
valorosamente tornare al suo dovere il paese loro assegnato. Tiberio
marciò contro Batone, ed essendosi costui salvato in un castello
inespugnabile per la sua situazione, perchè fabbricato sopra alto
sasso, e circondato da precipizii, non si scorgeva maniera di poter
espugnare quella fortezza. Anderio era il suo nome. Furono sì arditi i
Romani, che cominciarono ad arrampicarsi per que' dirupi, e al
dispetto de' sassi rotolati all'ingiù, giunsero a mettere in fuga
parte dei difensori ch'erano usciti fuori a battaglia. Per questo
successo atterriti i restati nella rocca, dimandarono ed ottennero
capitolazione. Britannico anche egli forzò Arduba ed altre castella
alla resa. Disperato perciò Batone il Pannonico, altro scampo non
ebbe, che ricorrere alla misericordia di Tiberio. Gli fu permesso di
venire al campo, e concessogli il perdono, si rinnovò ed assodò meglio
che prima la pace. Volò Germanico a Roma, a portarne la lieta nuova.
Tiberio gli tenne dietro, ed incontrato da Augusto ne' borghi di Roma,
fece la sua entrata nella città con molta magnificenza. A Germanico
furono accordate le insegne trionfali nella Pannonia; a Tiberio il
trionfo e due archi trionfali nella Pannonia, con altri privilegii ed
onori; ma del trionfo non potè egli godere, perchè poco stette Roma a
trovarsi in gran lutto per una sempre memoranda sventura accaduta
all'armi romane in Germania, di cui furono portate le funeste nuove
cinque soli giorni dopo l'arrivo di Tiberio.

Siccome accennai di sopra, al governo della Siria, o vogliam dire
della Soria, era stato inviato Quintilio Varo; di là poi venne in
Germania per generale delle legioni che quivi continuamente
dimoravano, per tener in dovere i popoli sudditi, ed in freno i non
sudditi[41]. Tacito scrive essere state otto le legioni che si
mantenevano dai Romani al Reno. Pare che Vellejo[42] ne nomini
solamente cinque. Solevano in que' tempi essere composte le legioni di
seimila fanti l'una, ed alcune d'esse avevano la giunta di qualche
poco di cavalleria. Il nerbo principale delle armate romane era allora
la fanteria. Varo, che povero entrò già nella Siria ricca, e nel
partirsene ricco, lasciò lei povera, si credette di poter fare il
medesimo giuoco in Germania. Cominciò a trattar que' popoli, come se
fossero una specie di schiavi, con abolir le loro consuetudini,
esigerne a diritto e a rovescio danari, e volere ridurli a quella
total sommessione e maniera di vivere, che si usava fra i Romani.
Diede motivo questo suo governo a molti di tramare una congiura.
_Arminio_, figliuolo o pur fratello di Segimero, giovane prode e de'
principali di quelle contrade, già ammesso alla cittadinanza di Roma e
all'ordine equestre, quegli era che più degli altri animava i suoi
nazionali a ricuperar l'antica libertà. Quanto più crescevano i loro
odii, e si preparavano a far vendetta, tanto più fingevano sommessione
ai comandanti, amore e confidenza alla persona di Varo, in guisa tale,
che l'avviso dato da più di uno che si macchinava una congiura contra
de' Romani, da lui fu creduto una baia, nè precauzione alcuna si
prese. Ora essendosi per concerto fatto fra loro mossi all'armi alcuni
de' lontani Tedeschi, Quintilio Varo, messa insieme un'armata di tre
legioni, d'altrettante ale di cavalleria, e di sei coorti ausiliarie,
che forse ascendevano alla somma almeno di ventiduemila combattenti,
la più brava ed agguerrita gente che avesse allora l'imperio romano,
si mise in viaggio con grossissimo bagaglio, per opporsi ai tentativi
de' nemici. Arminio e Segimero suo padre, restati indietro col
pretesto di raunar le lor genti in aiuto di Varo, allorchè i Romani si
trovarono sfilati e disordinati per selve e strade disastrose,
all'improvviso dalla parte superiore furono loro addosso, e
cominciarono a farne macello. Per tre giorni durò il conflitto
miserabile per i Romani, che non trovando mai sito in quelle montagne
da potersi unire, schierare e difendere, rimasero quasi tutti vittima
del furore germanico. _Varo_, e i principali dell'esercito, dopo aver
riportate molte ferite, per non venire in mano dei nemici, da sè
stessi si diedero la morte. Tutto il carriaggio, e le insegne romane
restarono in poter de' Germani. Per attestato di Tacito, il luogo di
questa tragedia fu il bosco di Teutoburgo, oggidì creduto Dietmelle
nel contado di Lippa, vicino a Paderbona ed al fiume Wessen, nella
Westfalia.

Portata questa lagrimevol nuova a Roma, incredibile fu il cordoglio
d'ognuno, non minore il terrore per paura[43] che i Germani
meditassero imprese più grandi, e pensassero a passare il Reno, o a
volgersi ancora coi Galli verso l'Italia. Più degli altri se ne
afflisse Augusto per la morte di sì valorose truppe, per la perdita
delle aquile romane e per la cattiva condotta di Varo, uomo male
adoperato negli affari di pace, e peggio in quei della guerra. Perciò
per più mesi non si fece tosare il capo, nè tagliare la barba; e andò
sì innanzi il suo affanno, che dava della testa per le porte, e
gridava da forsennato, che Varo gli restituisse le sue legioni. A sì
fatti colpi non erano avvezzi i Romani, e dopo la sconfitta di Publio
Crasso in Asia non aveano provata una calamità simile a questa. Si
rincorò poscia Augusto al sopraggiugnere susseguenti avvisi d'essere
la Gallia quieta, e di non avere i Germani osato di passare il Reno,
per l'esatta guardia delle altre legioni ch'erano salve in quelle
parti, e per la buona cura di Publio Asprenate, generale di due
legioni al Reno, il quale seppe anche approfittarsi non poco delle
eredità de' soldati uccisi. Perchè in Roma la gioventù atta all'armi
non si voleva arrolare, adoperò Augusto la forza, tanto che tra essi e
i veterani, che premiati tornarono all'armi e i libertini, compose un
bel corpo d'armata, per inviarlo in Germania. L'anno fu questo, in cui
il poeta _Ovidio_ in età di cinquanta anni, per ordine d'Augusto andò
a far penitenza de' suoi falli, relegato in Tomi città della Scizia,
oggidì Tartaria, nel Ponto. Perchè egli si tirasse addosso questo
gastigo, non ben si seppe, ed ora almeno non si sa. Dall'aver detto
Apollinare Sidonio, ch'egli amoreggiava una fanciulla cesarea, hanno
alcuni creduto qualche suo imbroglio con Giulia figliuola d'Augusto:
il che non è probabile, perchè molti anni prima questa impudica
principessa era stata relegata dal padre, e gastigati i suoi drudi.
Potrebbe piuttosto cadere il sospetto in Giulia figliuola della
suddetta Giulia, che non la cedette alla madre nella cattiva fama.
Altri ha tenuto che il suo libro dell'Arte di amare, siccome opera
scandalosa, fosse cagion delle sue sciagure. La sua relegazione è
certa; il perchè, difficil è l'accertarlo.

NOTE:

[39] Idem, ibid., cap. 17. Dio, lib. 56.

[40] Vellejus, lib. 2.

[41] Tacitus, Annal., lib. 1.

[42] Vellejus, lib. 2. Dio, lib. 56.

[43] Sueton., in August., cap. 23.




    Anno di CRISTO X. Indizione XIII.

    CESARE AUGUSTO imper. 54.

_Consoli_

PUBLIO CORNELIO DOLABELLA e CAJO GIUNIO SILANO.


Si trova sostituito all'uno di questi consoli nelle calende di luglio
_Servio Cornelio Lentulo Maluginense_. Credono i padri Petavio e
Pagio, che Tiberio Cesare, in quest'anno, dedicasse il tempio della
Concordia in Roma, ricavando tal notizia da Dione[44]. Ne parla
veramente questo istorico, ma dopo aver detto che Tiberio fu inviato
in Germania; e però tal dedicazione appartiene piuttosto ad un altro
anno. È mancante, a mio credere, in questi tempi, come in tanti altri,
la storia d'esso Dione. Vellejo anch'egli, perchè prometteva una
storia a parte dei fatti di Tiberio, con due pennellate qui si sbriga:
laonde poco si sa in questo e nel seguente anno della Storia romana.
Quel che è certo, unito ch'ebbe Augusto quanto potè levar di gente in
Roma, spedì con tali milizie, nella Gallia _Tiberio Cesare_. Ciò
avvenne, secondo Svetonio[45], nell'anno presente. Seco probabilmente
andò anche il nipote _Germanico_, perchè Dione sotto il seguente anno
scrive che unitamente fecero guerra alla Germania. Le imprese di
Tiberio in essa guerra o non son giunte a noi, o piuttosto non
meritarono d'essere scritte, perchè di poco momento. Vellejo
unicamente ci fa sapere[46] che Tiberio, ben disposte le guarnigioni
della Gallia, passò il Reno coll'esercito romano. Non altro si
aspettava Augusto e Roma da lui, se non che impedisse ad Arminio i
progressi, sul timore che costui pensasse a molestare l'Italia. Ma
Tiberio fece di più. Entrò nella parte nemica della Germania, mettendo
a sacco e fuoco il paese, e in fuga chiunque ebbe ardire di
contrastargli il passo: il che gran terrore diede ad Arminio. Così
quello storico, gran panegirista, anzi adulator di Tiberio. Con queste
poche parole Vellejo manda ai quartieri il romano esercito nell'anno
presente. Potrebbono nondimeno appartenere all'anno seguente questi
pochi fatti, confrontati colla narrativa di Dione. Secondo
l'Usserio[47], a questo anno si dee riferire la morte di Salome
sorella del fu re Erode. Essa era padrona del principato di Jamnia, in
cui esistevano due bellissime ville, abbondanti di palme, che
producevano frutti squisiti. Di tutto lasciò erede Livia moglie
d'Augusto, donna che mieteva da per tutto, e con facilità, perchè
essendo conosciuta di gran possanza presso il marito, ognun si
procacciava la grazia di lei.

NOTE:

[44] Dio, lib. 56.

[45] Sueton., in Tib., c. 18.

[46] Vellejus, lib. 2.

[47] Usserius, in Annalib.




    Anno di CRISTO XI. Indizione XIV.

    CESARE AUGUSTO imper. 55.

_Consoli_

MANIO EMILIO LEPIDO e TITO STATILIO TAURO.


Ad alcuni non par certo il prenome di _Manio_ nel primo di questi
consoli. _Numio_ è da essi creduto piuttosto. _Marco_ fu appellato da
altri. Un'iscrizione legittima potrebbe decidere questa poco
importante quistione. Ad Emilio Lepido fu sostituito nelle calende di
luglio _Lucio Cassio Longino_. Sotto questi consoli, narra Dione, che
_Tiberio_ e _Germanico_ con autorità proconsolare fecero un'irruzione
nella Germania, misero a sacco un tratto di quel paese; ma niuna
battaglia diedero, perchè niuno si opponeva; nè sottomisero alcun di
que' popoli, perchè, ammaestrati dalle disgrazie di Varo, non volevano
esporsi a pericolosi cimenti. Svetonio, benchè poco d'accordo con
Dione, anch'egli attesta[48] che Tiberio (avvezzo per altro a far di
sua testa le risoluzioni) nulla intraprese in questa spedizione senza
il parere de' suoi primari uffiziali. Aggiugne, aver egli osservata
una rigorosa disciplina nell'esercito; e che sebben egli non amava di
azzardar la fortuna ne' combattimenti, pure non avea difficoltà a
combattere, se nella precedente notte all'improvviso si fosse smorzata
da sè stessa la sua lucerna, benchè vi fosse dell'olio; perchè dicea
d'aver egli e i suoi maggiori trovato sempre questo un segno di buona
fortuna; tanto si lasciavano gli antichi pagani travolgere il capo da
tali inezie. Ma riportata vittoria un dì, poco mancò che un di que'
barbari non l'uccidesse, siccom'egli confessò di poi ne' tormenti di
aver meditato. Dovette ancora succedere in quest'anno ciò che narra
Vellejo Patercolo[49], cioè che essendo insorto un fiero tumulto e
dissensione della plebe in Vienna del Delfinato, città allora
floridissima, accorse colà Tiberio; e senza adoperar le scuri, quietò
quella pericolosa commozione. Sappiamo inoltre da Dione, che dopo
l'incursione fatta nella Germania, Tiberio e Germanico si ritirarono
al Reno, e quivi stettero sino all'autunno: nel qual tempo fecero
giuochi pubblici in onore del natale d'Augusto, e similmente un
combattimento di cavalleria. Poscia verso il fine dell'anno se ne
tornarono in Italia.

Intanto Augusto mise in Roma un po' di freno alla astrologia
giudiciaria, ch'era e fu anche da lì innanzi in gran voga in quella
città, proibendo di predire la morte d'alcuno, benchè egli per sè niun
pensiero si mettesse della vanità di quest'arte, ed avesse lasciato
correre in pubblico l'oroscopo suo. Vietò ancora per tutte le
provincie, che nulla più del consueto onore si facesse ai governatori
ed altri ministri pubblici, durante il loro impiego, nè per due mesi
dopo la loro partenza, imperciocchè per ottener simili dimostrazioni,
si commettevano molte iniquità. Ora qui insorge fra gli eruditi una
gran contesa, cioè in qual anno fosse Tiberio dichiarato _Collega
nell'Imperio_, cioè ornato di quella stessa podestà tribunizia e
proconsolare, che godeva lo stesso Augusto. In vigore dell'ultima era
conceduto il comando di tutte le armate fuori di Roma colla stessa
balìa che godevano i consoli. Da questo principio si pensano alcuni
letterati di poter dedurre l'anno quindicesimo di Tiberio, enunziato
da s. Luca. Non è facile la decision della quistione, perchè gli
stessi antichi istorici son fra loro discordi, non già nell'assegnare
il giorno, credendosi fatta tal dichiarazione dal senato nel dì 28 di
agosto, ma bensì quanto all'anno. Svetonio scrive[50] che, essendo
ritornato Tiberio dalla Germania _dopo due anni_ a Roma, per decreto
del senato gli fu conceduto di amministrar le provincie comunemente
con Angusto. Ma la autorità di Vellejo Patercolo merita ben di essere
preferita a quelle di Svetonio per aver egli scritto le avventure de'
suoi tempi; e militato allora sotto lo stesso Tiberio, laddove
Svetonio visse e scrisse cento anni dipoi. Ora abbiamo da Velleio[51]
che, a requisizione d'Augusto, il senato e popolo romano concedette a
Tiberio l'uguaglianza nella podestà pel governo delle provincie e
delle armate: _Ut aequum ei jus in omnibus provinciis, exercitibusque
esset_. Dopo di che Tiberio se ne tornò a Roma. Adunque piuttosto
all'anno presente si dee riferire l'esser egli divenuto collega
dell'imperio. Anche da Tacito[52] possiam raccogliere la stessa
verità, scrivendo egli, che Tiberio _Collega Imperii, consors
Tribuniciae Potestatis adsumitur, omnesque per exercitus ostentatur_.
Pare che Tacito anticipi di qualche anno questa dignità; ma certamente
fa intendere la medesima a lui conferita, mentr'esso era all'armata, e
non già allorchè fu giunto a Roma. Però assai fondamento abbiamo per
credere che dall'anno presente, a cagione di questo innalzamento di
Tiberio, alcuni cominciassero a numerare gli anni del suo imperio;
sentenza adottata dal padre Pagi e da altri.

NOTE:

[48] Sueton., in Tiber., cap 18.

[49] Vellejus, lib. 3.

[50] Sveton., in Tiber., c. 20 e 21.

[51] Vellejus, lib. 2.

[52] Tacitus, Annal., lib. 1.




    Anno di CRISTO XII. Indizione XV.

    CESARE AUGUSTO imper. 56.

_Consoli_

GERMANICO CESARE e CAIO FONTEJO CAPITONE.

_Tiberio Giulio Germanico Cesare_, nipote e figliuolo per adozione di
Tiberio Cesare, e nipote, a cagion d'essa adozione, di Augusto, pel
merito acquistato nelle guerre della Germania, Pannonia e Dalmazia,
ottenne quest'anno il consolato e inoltre gli ornamenti trionfali[53].
Nelle calende di luglio a _Capitone_ fu sostituito nel consolato _Cajo
Visellio Varrone_. Con esso Germanico venne anche Tiberio[54],
nell'anno presente a Roma. Le guerre sopravvenute gli aveano impedito
il trionfo destinatogli dal senato per le guerre da lui felicemente
terminate nella Pannonia e Dalmazia. Ricevette egli ora quest'onore,
con entrare trionfalmente in Roma. Prima di passare al Campidoglio,
scese dal carro trionfale, e andò ad inginocchiarsi ai piedi
d'Augusto, che con gran festa l'accolse. Seco era Batone, che già
vedemmo capo della sollevazion della Pannonia ed è chiamato re di
quella provincia da Rufo Festo, ma impropriamente. A costui professava
non poca obbligazione Tiberio, perchè nella guerra pannonica
trovandosi egli stretto in un brutto sito, e circondato dai ribelli,
Batone generosamente il lasciò ritirarsi in luogo sicuro. Per
gratitudine Tiberio gli fece de' grandissimi doni, e il mise di stanza
a Ravenna. Seguita a dire Svetonio, aver Tiberio dato un convito al
popolo con mille tavole apparecchiate, ed oltre a ciò un congiario,
cioè un regalo di trenta nummi per testa. Dedicò eziandio il tempio
della Concordia, mettendo nell'iscrizione, come asserisce Dione[55]
d'averlo rifatto egli con Druso suo fratello già defunto. V'ha chi
crede fatta cotal dedicazione nell'anno di Cristo X, e chi nel
precedente IX, tirando ciascuno[56] al suo sentimento le parole di
Dione. Ma dacchè lo stesso Dione confessa che prima di questa
dedicazione Tiberio era passato in Germania, da dove solamente
nell'anno presente ritornò, nè essendo verisimile che in lontananza
egli dedicasse quel tempio; sembra ben da anteporsi l'autorità di
Svetonio che mette quel fatto sotto l'anno presente, che è inoltre
autore più vicino a questi tempi, che non fu Dione. Dedicò parimente
lo stesso Tiberio il tempio di Polluce e di Castore sotto il nome suo
o del fratello Druso, mettendo ivi le spoglie de' popoli soggiogati.

Quantunque Augusto si trovasse in età molto avanzata, e con vacillante
sanità, pure non lasciava di pensare al pubblico bene[57]. Perciò in
quest'anno fece pubblicare una legge contro i Libelli famosi,
ordinando che fossero bruciati, e castigati i loro autori. E perchè
intese che gli esiliati da Roma con gran lusso viveano, e andando qua
e là si ridevano delle delizie di Roma, nè parea loro di essere
gastigati; ordinò che non potessero soggiornare se non nelle isole
distanti dalla terra ferma per cinquanta miglia, a riserva di Coo,
Rodi, Sardegna e Lesbo. Ristrinse ancora i lor comodi e la lor
servitù. Per cagione poi della poca sua sanità mandò a scusarsi coi
senatori, se da lì innanzi non poteva andar a convito con loro,
pregandoli nello stesso tempo di non portarsi più a salutarlo in casa,
come fin qui avevano usato di fare non tanto essi, ma eziandio i
cavalieri ed alcuni della plebe. Finalmente raccomandò Germanico al
senato, ed il senato a Tiberio con una polizza: segno ch'egli si
sentiva già fiacco di forze, e vicino ad abbandonar questa vita. Molti
pubblici giuochi furono fatti nell'anno presente dagl'istrioni e dai
cavalieri nella piazza d'Augusto; e Germanico diede una gran caccia
nel Circo, dove furono uccisi dugento lioni dai gladiatori. Fece
ancora la fabbrica e la dedicazione del portico di Livia, in onore di
Cajo e Lucio Cesari defunti. Abbiamo da Svetonio[58], che in
quest'anno, nel dì 31 di agosto, venne alla luce Caio Caligola, che fu
poi imperadore, figliuolo di esso Germanico Cesare, e di Giulia
Agrippina, nata da Marco Agrippa, e da Giulia figliuola di Augusto.
Chi il fa nato in Treveri, chi in Anzio in Italia. Di poca conseguenza
è questa disputa, perchè egli non diede motivo ad alcun luogo di
gloriarsi della di lui nascita.

NOTE:

[53] Vellejus, lib. 2.

[54] Sueton., in Tiber., c. 20.

[55] Dio, lib. 56.

[56] Petavius, Mediobarbus, Pagius et aliis.

[57] Dio, lib. 56.

[58] Sueton., in Caligul., cap. 8.




    Anno di CRISTO XIII. Indizione I.

    CESARE AUGUSTO imper. 57.

_Consoli_

CAJO SILIO e LUCIO MUNAZIO PLANCO.


Di dieci in dieci anni, o pure di cinque in dieci il saggio Augusto
soleva farsi confermare dal senato e popolo romano l'autorità ch'egli
avea di reggere la repubblica come suo capo, e di comandare le armate,
esercitando la podestà tribunizia e proconsolare. Con questo incenso e
con quest'atto di sommessione, quasi che il suo comandare fosse una
arbitraria concession de' Romani, egli continuava a far da padrone,
tutti a lui servendo, quando egli mostrava d'essere dipendente e servo
d'ognuno. Nè già egli dimandava la conferma di tali prerogative. Il
senato stesso quegli era, che pregava e quasi forzava lui ad accettar
il peso del comando. Non mancavano insinuazioni di così fare: ed anche
senza insinuazioni ciascun desiderava di farsi merito con lui. Si mutò
nel proseguimento dei tempi la sostanza delle cose: tuttavia l'esempio
d'Augusto servì a far continuare l'uso de' quinquennali, decennali,
vicennali e tricennali degl'imperadori romani, solennizzandosi con
gran festa, cioè con giuochi pubblici e sagrifizii, il quinto, il
decimo, vigesimo e trigesimo anno del loro imperio, con ringraziare
gl'iddii della vita loro conceduta, e pregar felicità e lunghezza al
resto del loro vivere, quand'anche erano cattivi. Nello anno
presente[59] fu prorogato da Augusto per altri dieci anni a venire il
governo della repubblica; e benchè egli si mostrasse renitente alla
loro amorevole offerta, pure si sottomise a tali istanze. Prorogò egli
la podestà tribunizia a Tiberio, e a Druso figliuolo d'esso Tiberio
concedette la licenza di chiedere fra tre anni il consolato, anche
senza avere esercitato la pretura. Intanto perchè la inoltrata sua età
e gl'incomodi della salute non gli permettevano più di andare al
senato, se non rarissime volte, dimandò di poter avere venti senatori
per suoi consiglieri (ne tenea quindici negli anni addietro), e fu
fatto un pubblico decreto, che qualunque determinazione ch'egli
facesse da lì innanzi insieme coi suddetti consiglieri e coi consoli
reggenti e disegnati, e coi suoi figliuoli e nipoti, fosse valida,
come se fosse emanata dall'intero senato. In vigore di questo decreto,
anche stando in letto per cagion delle sue indisposizioni, prese molte
risoluzioni opportune al pubblico governo. Sì malcontento era il
popolo romano del poco fa introdotto aggravio della vigesima parte
delle eredità che si pagava all'erario militare pel mantenimento de'
soldati, che si temeva di qualche sedizione in Roma. Scrisse Augusto
al senato che ognuno mettesse in iscritto il suo voto, per trovar
altra via più comoda da ricavar il necessario danaro, acciocchè, se
non si fosse trovata, facesse conoscere che da lui non veniva il male,
vietando a Germanico e a Druso di dire il loro parere, perchè non si
credesse quella essere la mente sua. Vi fu gran dibattimento; e
continuandosi pure a detestar la vigesima, egli mostrò di voler
compartire il peso di quella contribuzione sopra i beni stabili del
popolo. Inviò pertanto qua e là, senza perdere tempo, estimatori delle
case e terre: il che bastò a fare che cadauno, temendo di patir più
danno da questo che da quell'aggravio, si quietò, e restò, come prima,
in piedi la vigesima.

NOTE:

[59] Dio, lib. 56.




    Anno di CRISTO XIV. Indizione II.

    TIBERIO imperadore 1.

_Consoli_

SESTO POMPEO e SESTO APPULEO.


Fece in quest'anno Augusto insieme con Tiberio il censo, o sia la
descrizione de' cittadini romani, abitanti in Roma e per le provincie;
e per attestato della inscrizione ancirana, riferita dal Grutero[60],
se ne trovarono quattro milioni e cento settantasettemila. Eusebio
nella sua cronica[61] fa ascendere essi cittadini a nove milioni e
trecento settantamila persone, forse per error de' copisti, il quale
s'ha da correggere coll'autorità dell'iscrizione suddetta.
Svetonio[62] e Dione[63] attestano, avere Augusto sul fin di sua vita
fatto un compendio delle sue più memorabili azioni, con ordine
d'intagliarlo in varie tavole di bronzo. Se ne conservò in Ancira una
copia. Fu poi spedito Germanico in Germania, perchè non era per anche
cessata in quelle contrade la guerra. Prese Augusto anche la
risoluzion d'inviar Tiberio nell'Illirico, per assodar sempre più la
pace ivi stabilita; e però con esso lui da Roma si incamminò alla
volta di Napoli, invitatovi da quel popolo nell'occasione de' giuochi
insigni che qui ogni cinque anni in onor suo si facevano all'usanza
de' Greci. V'andò, ma portando seco una molesta diarrea, cominciata in
Roma. Dopo avere assistito a quella magnifica funzione, e licenziato
Tiberio, si rimise in viaggio per tornarsene a Roma. Aggravatosi il
suo male, fu forzato a fermarsi in Nola, dove poi placidamente morì
nel dì 19 agosto, cioè nel mese nominato prima sestile, e poscia dal
suo nome Augusto, che tuttavia dura, e in quella medesima stanza, dove
Ottavio suo padre era mancato di vita. Sospetto corse[64], che la
ambiziosa sua moglie Livia, appellata anche Giulia, perchè adottata
per figliuola da esso Augusto con istravaganza non lieve, gli avesse
procurata la morte con dei fichi avvelenati. Imperocchè dicono che in
questi ultimi tempi Augusto, o perchè già conoscesse il mal talento di
Tiberio figliastro suo, o perchè gli paresse più convenevole di
anteporre _Agrippa_, figliuolo di Giulia sua figlia, ad un figliuolo
di sua moglie Livia, avesse cangiata massima intorno alla successione
sua; e che segretamente coll'accompagnamento di pochi si fosse portato
a visitar esso Agrippa, che trovavasi allora relegato nell'isola della
Pianosa, con dargli buone speranze. Avendo Livia penetrato questo
segreto affare, s'affrettò, secondo i suddetti scrittori, ad accelerar
la morte del marito. Ma non par già verisimile, che Augusto sì vecchio
volesse prendersi lo incomodo di arrivar sino alla Pianosa, vicino
alla Corsica, nè potea ciò farsi senza che Livia ed altri nol
venissero a sapere. L'affetto poi dimostrato da Augusto sul fine di
sua vita alla medesima Livia e a Tiberio, il quale richiamato dal suo
viaggio[65] arrivò a tempo di vederlo vivo, e di tenere un lungo
ragionamento con lui, non lascia trasparire segno di affezione di esso
Augusto verso il nipote Agrippa, nè di mal animo contro il figliastro
Tiberio e di sua madre.

Comunque sia, terminò Augusto i suoi giorni in età di quasi
settantasei anni, e di cinquantasette anni e cinque mesi dopo la morte
di Giulio Cesare. Tanto anticamente, quanto ne' due ultimi secoli, si
vide posto sulle bilance de' politici e dei declamatori il merito di
questo imperadore, lacerando gli uni la di lui fama, per avere
oppressa la repubblica romana, e gli altri encomiandolo come uno dei
più gloriosi principi che s'abbia prodotto la terra. La verità si è,
che hanno ragione amendue queste fazioni, considerata la diversità de'
tempi. Non si può negare ne' principii il reato di tirannia e di
crudeltà in Augusto verso la sua patria; ma si dee ancora concedere,
che il proseguimento della sua vita fece scorgere in lui non un
tiranno, ma un principe degno di somma lode pel savio suo governo, per
l'insigne moderazione sua, e per la cura di mantenere ed accrescere la
pubblica felicità. Può anche meritar qualche perdono l'attentato suo.
Trovavasi da molto tempo vacillante e guasta la romana repubblica per
le fazioni e prepotenze, che non occorre qui rammentare[66]. Bisogno
v'era di un'autorità superiore, che rimediasse ai passati disordini, e
non lasciasse pullularne dei nuovi. Però la tranquillità di Roma è
dovuta al medesimo, se vogliamo dire, fallo suo. Nè egli a guisa de'
tiranni tirò a sè tutto quel governo, ma saggiamente seppe fare un
misto di monarchia e di repubblica, quale anche oggidì con lode si
pratica in qualche parte d'Europa. Felice Roma, s'egli avesse potuto
tramandare ai suoi successori, come l'imperio, così anche il suo senno
e il suo amore alla patria. Ma vennero tempi cattivi, ne' quali poi
s'ebbe a dire: _Che Augusto non dovea mai nascere, o non dovea mai
morire_. Il primo per mali da lui fatti a fine di rendersi padrone: il
secondo per l'amorevolezza e saviezza, con cui seppe dipoi governare
la repubblica, e di cui furono privi tanti de' suoi successori, non
principi, ma tiranni. Un gran saggio ancora del merito d'Augusto
furono gli onori a lui compartiti in vita, e più dopo morte. Vi avrà
avuta qualche parte, non vo' negarlo, l'adulazione; ma i più vennero
dalla stima, dall'amore e dalla gratitudine de' popoli che sotto di
lui goderono uno stato cotanto felice. E tali onori arrivarono sino al
sacrilegio[67]. Imperciocchè a lui anche vivente furono, come ad un
Dio, dedicati altari, templi e sacerdoti, e molto più dopo morte. Con
pubblici giuochi ancora e spettacoli si solennizzò dipoi il suo giorno
natalizio, e memoria onorevole si tenne de' benefizii da lui ricevuti.

Tennero Livia e Tiberio occulta per alcuni giorni la morte d'Augusto,
finchè avendo frettolosamente inviato ordine alla Pianosa che fosse
ucciso _Agrippa_, nipote d'esso Augusto, giunse loro la nuova di
essere stato eseguito il barbaro comandamento, mostrando poscia di non
averlo dato alcun d'essi; che questo fu il bel principio del loro
imperio. Allora si pubblicò essere Augusto mancato di vita. Fu portato
con gran solennità il di lui corpo a Roma dai principali magistrati
delle città, e poi da' cavalieri; furongli fatte solenni esequie,
descritte da Dione, con averlo portato al rogo Druso figliuolo di
Tiberio e i senatori. Saltò poi fuori Numerio Attico senatore, il
quale, mentre la pira ardeva, giurò di aver veduta l'anima d'Augusto
volare al cielo[68], come si finse una volta succeduto anche a Romolo,
facendosi credere con tali imposture alla buona gente ch'egli fosse
divenuto un dio o semideo: vana pretensione, continuata ne' tempi
seguenti per altri imperadori. Ciò fatto, si trattò nel senato di
confermare, o, per dir meglio, di concedere a Tiberio Cesare, lasciato
erede da Augusto suo padrigno, tutta l'autorità e gli onori goduti in
addietro dal medesimo Augusto. Era allora Tiberio in età di
cinquantasei anni, volpe fina e impastato di diffidenza, d'umor nero e
di crudeltà; ma che sapeva nascondere il suo cuore meglio d'ogni
altro, ed avea saputo coprire i suoi vizii agli occhi, non già di
tutti, ma forse della maggior parte dei grandi e de' piccoli. Nel
senato non v'era più alcuna di quelle teste forti che potessero
rimettere in piedi la libertà romana; tutto tendeva all'adulazione e
al privato, non al pubblico bene. V'entrava anche la paura, perchè
Tiberio continuò a comandare alle coorti del pretorio e alle armate
romane per le precedenti concessioni; e però niuno osava di alzar un
dito, anzi ognuno gareggiò a conferir la signoria a Tiberio.
All'incontro l'astuto Tiberio, quanto più essi insistevano per
esaltarlo, tanto più facea vista di abborrir quegli onori, e di
desiderare non superiorità, ma uguaglianza co' suoi cittadini,
esagerando la gran difficoltà a reggere sì vasto corpo, e i pericoli
di soccombere sotto il peso. Tutto affine di scandagliar bene gli
animi di ciascun particolare, e far poi vendetta a suo tempo di chi
poco inclinato comparisse verso di lui[69]. Temeva ancora che
_Germanico_ suo nipote, già adottato da lui per figliuolo, tra per
essere allora alla testa dell'armata romana in Germania, e perchè
sommamente amato dal popolo romano e dai soldati, potesse torgli la
mano. Lasciossi dunque pregare gran tempo anche dagl'inginocchiati
senatori, e finalmente senza chiaramente accettar l'impiego[70], o pur
facendo credere di prenderlo, ma per deporlo fra qualche tempo,
cominciò francamente ad esercitare l'autorità imperiale. Qui Vellejo
Patercolo[71] lascia la briglia all'eloquenza sua, per tessere un
panegirico delle azioni di Tiberio sui principii del suo governo. La
pace fiorì da per tutto; andò l'ingiustizia, la prepotenza, la frode a
nascondersi fra i Barbari; si stese la di lui liberalità per le
provincie e città che aveano patito disgrazie. E veramente gran
moderazione mostrò a tutta prima Tiberio, e seguitò a governar da
saggio, finchè visse Germanico, perchè temeva di lui. Nè qui si ferma
Vellejo. Entra ancora a vele gonfie nelle lodi di Elio Sejano, scelto
da Tiberio per suo consigliere e primo ministro. S'egli sel meritasse,
l'andremo osservando nel progresso degli anni.

Certo che in Roma niun tumulto o sedizione accadde per questo
cambiamento di governo; ma non fu così nelle provincie[72]. Le milizie
romane che soggiornavano nella Pannonia, appena udita la morte di
Augusto, si rivoltarono contra di Giulio Bleso lor comandante, che
corse pericolo della vita, facendo esse istanza della lor giubilazione
e d'essere premiate, col minacciar anche di ribellar quella provincia,
e di venirsene a Roma. Fu dunque spedito colà da Tiberio il suo
figliuolo _Druso_ con una man di soldati pretoriani, ed accompagnato
da Sejano, allora prefetto del pretorio. Durò Sejano non poca fatica a
mettere in dovere i sollevati che l'assediarono, e ferirono alcuni
della di lui scorta. Ma finalmente essendosi ritirati e divisi costoro
pe' quartieri; e chiamati sotto altro pretesto ad uno ad uno i più
feroci nella tenda di Druso, dove lasciarono la testa, si quietarono
gli altri, ed ebbe fine quel romore. Più strepitosa e di maggior
pericolo fu la sollevazion de' soldati romani nella Germania, perchè
quivi dimorava il miglior nerbo delle legioni sotto il comando di
_Germanico Cesare_, che si trovava allora nella Gallia a fare il censo
o sia la descrizione dell'anime. Si ammutinò parte di questo esercito
per le stesse cagioni che poco fa accennai. Corse perciò colà
Germanico; e siccome egli era sommamente amato, perchè dotato di
assaissime lodevoli qualità, e il conoscevano per migliore di gran
lunga che Tiberio, vollero crearlo imperadore. Costantissimo egli nel
non volere mancar di fede a Tiberio suo zio che l'avea anche adottato
per figliuolo, allorchè vide di non potere in altra guisa liberarsi
dalle lor furiose istanze, cavò la spada per uccidersi. Quest'atto li
fermò. Finse poi lettere di Tiberio, quasi ch'egli ordinasse in
donativo ad essi soldati il doppio dello stabilito da Augusto; la
promessa di sì fatta liberalità, e l'aver eziandio accordato il ben
servito ai veterani, li placò. Ma il danaro non concorreva, e intanto
giunsero gli ambasciatori di Tiberio, all'arrivo de' quali di nuovo si
sollevarono, e furono vicini a privarli di vita, per timore che
fossero spediti ad annullar quanto avea promesso Germanico. Presero
anche _Agrippina_ di lui moglie, gravida allora, e il piccolo
figliuolo _Cajo_, soprannominato _Caligola_. La costanza di Germanico,
giacchè non poteano conseguire di più, feceli dipoi tornare al loro
dovere. Ed acciocchè stando in ozio non macchinassero altre sedizioni,
Germanico li condusse addosso alle terre nemiche dove impiegarono i
pensieri e le mani per far buon bottino. Certo è, che Germanico se
avesse voluto, sarebbe stato imperatore Augusto; tanto egli avea in
pugno l'affetto di quel potente esercito, e il cuore eziandio del
popolo romano. Ma superior fu all'ambizione la sua virtù.
Cordialissime lettere perciò scrisse a lui e ad Agrippina sua moglie,
Tiberio per ringraziarli[73]: fece anche un bell'encomio di loro nel
senato ed ottenne a Germanico la podestà proconsolare, che forse dovea
essere terminata la dianzi a lui accordata. Tuttavia internamente
continuò più che mai ad odiarli, paventando sempre che in danno
proprio si potesse convertire un dì l'amore professato dalle milizie a
Germanico[74]. Non finì quest'anno, che Giulia, figliuola di Augusto e
moglie di Tiberio, già per gli eccessi della sua impudicizia relegata
in Reggio di Calabria, fu lasciata ovvero fatta morire di stento, se
pur non fu in altra più spedita maniera. Sempronio Gracco bandito
anch'egli, già passava il quattordicesimo anno, da Augusto nell'isola
di Cersina presso l'Africa, in castigo della sua disonesta amicizia
colla suddetta Giulia, fu anch'egli tolto di vita.

NOTE:

[60] Gruter., Thesaur. Inscription., pag. 230.

[61] Euseb., in Chron.

[62] Sueton., in August., cap. ult.

[63] Dio, lib. 56.

[64] Sueton., Tacitus, Dio.

[65] Vellejus, lib. 2.

[66] Tacitus, Annal., lib. 1.

[67] Tacitus, ibidem. Dio, lib. 51. Sueton., in August., c. 59. Philo,
in Legation. ad Cajum.

[68] Sueton., in August., cap. 101. Dio, lib. 56.

[69] Dio, lib. 57.

[70] Sueton., in Tiber., cap. 24.

[71] Vellejus, lib. 2.

[72] Dio, lib. 57. Tacit., lib. 1 Annal., cap. 16 et seq.

[73] Dio, lib. 57. Tacitus, Annal., lib. 1, c. 56.

[74] Tacito, Annal., lib. 1, c. 57.




    Anno di CRISTO XV. Indizione III.

    TIBERIO imperadore 2.

_Consoli_

DRUSO CESARE figliuolo di TIBERIO e CAIO NORBANO FLACCO.


Fu massimamente in quest'anno un bel vedere, con che attenzione,
moderazione e modestia si applicasse Tiberio al governo[75]. Non volle
che si premettesse al suo nome il titolo d'imperadore. Si adirava con
chi osasse chiamarlo _signore_; e a' soldati permetteva il nominarlo
per _imperadore_: giacchè tal nome, siccome dissi, solamente allora
significava generale d'armata. Il glorioso nome di _Padre della
Patria_ non permise mai che il senato glielo desse, forse perchè
abborriva l'adulazione, ed egli in sua coscienza dovea forse sapere di
non poterlo meritare giammai. E certamente scrivendo una volta al
senato[76] che vilmente pregava di ricevere questo titolo, disse: «Se
per mia disavventura un qualche dì accadesse, che voi dubitaste della
mia buona intenzione e della sincerità dell'affetto che a voi professo
(il che se dovesse avvenire, desidero piuttosto che la morte mia
prevenga la mutazion della vostra opinione), questo titolo di Padre
della patria niente d'onore recherebbe a me, e servirebbe solo di
rimprovero a voi per aver fallato il giudicare di me, e per avere
spropositatamente dato a me un cognome che non mi conveniva.» Benchè
passasse in lui per eredità il titolo d'_Augusto_, pure non l'usava se
non talvolta in iscrivendo ai re; e solamente leggendolo o
ascoltandolo a sè dato, non l'avea a male; e però sovente si trova
nelle iscrizioni e medaglie d'allora. Il nome di _Cesare_ era a lui
famigliare; e talora usò il cognome di _Germanico_, per le vittorie
riportate in Germania, siccome ancor quello di _Principe del Senato_,
cioè di primo fra i senatori. Soleva perciò dire ch'egli era: «Signore
de' propri schiavi, imperadore (cioè generale) dei soldati, e primo
fra gli altri cittadini di Roma.» Per la stessa ragione vietò sulle
prime ad ognuno il fabbricargli dei templi come s'era fatto ad
Augusto; nè volle sacerdoti flamini. Col tempo permise ciò alle città
dell'Asia, ma nol volle permettere a quelle della Spagna e d'altri
paesi. Che se talun desiderava d'innalzargli statue, o di esporre
l'immagine sua, nol potea fare senza di lui licenza; e questa si
concedea, sempre colla condizione che non si mettessero fra i
simulacri degl'iddii, ma solamente per ornamento delle case. Altre
simili distinzioni d'onore rifiutò egli, e soprattutto amava di
comparire popolare; camminando per la città con poco seguito, e senza
voler corteggio servile di gente nobile; onorando non solo i grandi,
ma anche la bassa gente, e tenendo al suo servigio un discreto numero
di schiavi. Nel senato poi e nei giudizii del foro, non si piccava
punto di preminenza, dicendo e lasciando che ogni altro liberamente
dicesse il suo parere: nè si sdegnava se si risolveva in contrario al
suo. Niuna risoluzione prendeva egli mai senza sentire i senatori
consiglieri eletti da lui. Era sollecito in impedire gli aggravi de'
popoli e le estorsioni de' ministri; e ad alcuni governatori che
l'esortavano ad accrescere i tributi, o pure a quel dell'Egitto, che
mandò più danaro di quel che si solea ricavare, rispose: «Che le
pecore s'han da tosare, e non già da levar loro la pelle.» In somma
Tiberio avea testa per esser un ottimo principe e glorioso imperatore;
e pur pessimo riuscì, perchè all'intendimento prevalse di troppo,
siccome vedremo, la maligna sua inclinazione[77]. All'incontro _Livia
Augusta_ sua madre, donna gonfia più d'ogni altra di fasto e di
vanità, facea gran figura in Roma. Nulla avea omesso, fatte avea anche
delle enormità affinchè il figliuolo arrivasse a dominare per
isperanza di continuare a dominar come prima sotto l'ombra di lui. Ma
era ben diverso da quello d'Augusto l'amor di Tiberio. La tenne egli,
per quanto potè, sempre bassa, senza permettere che l'adulatore senato
le desse certi titoli d'onore che maggiormente l'avrebbono
insuperbita; talvolta diceva a lei stessa, «non esser conveniente alle
donne il mischiarsi negli affari di Stato.» Quantunque talvolta si
regolasse secondo i di lei consigli, pure il men che potea l'onorava
di sue visite; ed anche visitandola, poco vi si tratteneva, affinchè
non paresse ch'egli si lasciasse governare da lei. Fece anche di più
col tempo, siccome vedremo.

Comandava intanto le armate di Germania il giovane _Germanico Cesare_.
Ancorchè fosse lontano da Roma, per cura di Tiberio gli fu conceduto
il trionfo, celebrato poi nell'anno seguente, in ricompensa di quanto
egli avea finora operato in quella guerra[78]. Durava questa in
Germania, ed erano tuttavia in armi Arminio e Segeste, due primari
capitani di quelle contrade; ma fra loro discordi, perchè Arminio,
rapita una figliuola di esso Segeste, promessa ad un altro, la avea
presa per moglie a dispetto del padre. Con due corpi d'armata assai
poderosi, l'uno comandato da Germanico, l'altro da Aulo Cecina, legato
dello esercito, fu portata la guerra addosso ai popoli Catti (oggidì
creduti gli Assiani) e preso il loro paese. Mosse in questi tempi
Arminio una sedizione contra del suocero Segeste, il quale, trovandosi
assediato, spedì il figliuolo Segimondo a Germanico per aiuto.
Accorsero i Romani; furon messi in rotta gli assedianti, liberato
Segeste, e presa con altre nobili donne la di lui figliuola, gravida
allora del marito Arminio. Questo fatto e le tante grida d'Arminio
cagion furono che presero l'armi per lui i Cherusci ed Ingujomero di
lui zio paterno. Seguirono poi due combattimenti. Nel primo toccò la
peggio ad Arminio; nell'altro ebbe Cecina colle sue brigate non poca
fatica a ridursi in salvo, ma dopo averne riportate molte ferite. Fu
allora che _Agrippina_, moglie di Germanico, fece comparire l'animo
suo virile. Per la suddetta disgrazia era corsa voce che i Germani
venivano per passare ostilmente nella Gallia. Impedì la valorosa donna
che non si guastasse il ponte sul Reno, come volevano que' cittadini.
Messasi ella stessa alla testa del medesimo, graziosamente accolse le
legioni che malconce ritornavano dal suddetto fatto d'armi, con far
medicare i feriti, e donar vesti a chi avea perdute le sue. Riferita a
Tiberio questa gloriosa azione d'Agrippina, siccome egli odiava la
stirpe d'Agrippa, e il suo pascolo era la diffidenza, ne fece
doglianze nel senato, con esporre l'indecenza che una donna si
usurpasse lo ufficio de' generali e dei legati, ed accusandola di mire
più alte, per esaltare il marito e il figliuolo Caligola. Nè mancò il
favorito Sejano di maggiormente fomentar in Tiberio sì fatte gelosie.
Meno è da credere che non facesse Livia Augusta, solita a mirar di mal
occhio Germanico, e più la di lui moglie secondo lo stil delle
femmine. Corsero dipoi gran pericolo di restar affogate nell'acque due
legioni comandate da Publio Vitellio. Segimero, fratello di Segeste,
col figliuolo si rendè ai Romani; e con questi, poco per altro
fortunati avvenimenti, ebbe fine la campagna dell'anno presente. Pagò
appunto in quest'anno Tiberio il pingue legato lasciato da Augusto al
popolo romano. A ciò fare fu spinto da una pungente burla[79]. Nel
passare la piazza un cadavero, portato alla sepoltura, accostatosi
alle orecchie del morto un buffone, in bassa voce gli disse o pur
finse di dire alcune parole. Interrogato poi dagli amici, rispose di
avergli ordinato d'avvertire Augusto della non per anche eseguita
testamentaria volontà. Le spie ne rapportarono tosto l'avviso a
Tiberio, il quale non tardò a pagare il legato, con far poco appresso
morir l'autore della burla, dicendo ch'egli stesso porterebbe più
presto ad Augusto le nuove di questo mondo[80]. Prese Tiberio in
quest'anno nel dì 10 marzo il titolo di _Pontefice Massimo_.

NOTE:

[75] Dio, lib. 57. Suetonius, in Tiber., cap. 26.

[76] Sueton., ibid., cap. 67.

[77] Dio, lib. 57. Tacitus, Annal., lib. 1, cap. 16. Sueton., in
Tiber., cap. 50.

[78] Tacitus, Annal., lib. 1, cap. 9.

[79] Dio, lib. 56.

[80] Panvin., in Fast. Blanchin., in Anast.




    Anno di CRISTO XVI. Indizione IV.

    TIBERIO imperadore 3.

_Consoli_

TITO STATILIO SISENNA TAURO e LUCIO SCRIBONIO LIBONE.

Al primo d'essi consoli, cioè a _Statilio_, ho aggiunto il prenome di
_Tito_, ricavandosi ciò da un'iscrizione riferita dal Fabretti[81].
Così ancora avea scritto il Panvinio. Al secondo, cioè a _Libone_, fu
sostituito nelle calende di luglio _Publio Pomponio Grecino_, come
consta dalla iscrizione suddetta e dal poeta Ovidio[82]. In
Germania[83] al fiume Weser due fatti d'armi seguirono fra i Romani
sotto il comando di Germanico, e i Germani regolati da Arminio. In
amendue la vittoria si dichiarò per li Romani. Avea Germanico fatto
preparar mille legni tra grandi e piccoli nell'isola di Batavia
(oggidì Olanda) per assalire dalla parte dell'Oceano i nemici. Sul
fine della state, imbarcata che fu la copiosa fanteria, con alquanto
di cavalleria, a forza di remi e di vele si mosse la flotta per entrar
nel paese nemico. V'era in persona lo stesso Germanico. Per una
tempesta insorta ebbe a perir tutta quella gente, e gran perdita si
fece d'armi, cavalli e bagaglio. Ma quando i Germani per questo
sinistro caso de' Romani si credeano in istato di vincere, Germanico
spedì Cajo Silio con trentamila fanti e tremila cavalli contra di
loro; il che tal riputazione acquistò ai Romani, tal terrore diede ai
Germani che cominciarono ad inclinar alla pace. Avrebbe potuto
Germanico dar l'ultima mano a quella guerra, se Tiberio con replicate
lettere ed istanze non l'avesse richiamato a Roma con esibirgli il
consolato e il trionfo già a lui accordato. Al geloso e diffidente
Tiberio premeva forte di staccar Germanico da quelle legioni,
paventando egli sempre delle novità a sè pregiudiziali, pel sommo
amore che quei soldati professavano a sì grazioso generale. Ancorchè
Germanico s'accorgesse delle torte mire d'esso suo zio, pure si
accomodò ai di lui voleri, ed impreso il viaggio d'Italia, forse
arrivò in Roma sul fine dell'anno. Fece[84] Tiberio nel presente
accusare in senato Lucio Scribonio Libone, giovane, diverso dal
console, quasichè macchinasse delle novità. Prevenne questi la
sentenza della morte con uccidersi da sè stesso. Avea già cominciato
Tiberio a permettere i processi contra delle persone anche più
illustri per sole parole indicanti mal animo o sedizione contra del
governo e della sua persona: laddove prima di salire sul trono avea
sempre sostenuto[85], «che in una città libera dovea ciascuno goder la
libertà di dire e pensare ciò che gli piacesse.» Questa bella massima,
divenuto che fu principe, perdè presso lui di grazia. Siccome ancora
quell'altra ch'egli proferì un dì nel senato con dire, «che se si
cominciasse ad ammettere accuse di chi parlasse contra del principe o
del senato, andrebbe in eccesso il processar persone; perchè chiunque
ha dei nemici, correrebbe a denunziarli come rei di questo delitto.»
Questi disordini appunto accaddero da lì innanzi sotto il tirannico di
lui governo.

Era in gran voga per questi tempi in Roma la strologia giudiciaria ed
anche la magia[86]. Della prima si dilettava lo stesso Tiberio,
tenendo in sua casa uno di questi venditori di fumo, chiamato
Trasillo, e volendo ogni dì udire da lui quel che dovea succedere in
quella giornata. Trovandosi beffato da costui, se ne sbrigò col farlo
uccidere; poi perseguitò tutti gli altri fabbricatori di pronostici. E
perchè non erano eseguiti gli editti intorno a questi impostori,
chiunque de' cittadini romani fu per tal cagione denunziato dipoi,
n'ebbe per castigo lo esilio. Solennemente ancora fu vietato a
chicchessia il portar vesti di seta, perchè di spesa grave, non
facendosi allora seta in Europa; siccome fu parimente proibito il
tener vasi d'oro, se non per valersene ne' sagrifizii; e nè pur furono
permessi vasi d'argento con ornamenti d'oro. Affettava Tiberio la
purità della lingua latina, e soprattutto usava i vocaboli antichi
d'Ennio e di Plauto. Essendogli in un editto scappata una parola non
latina, n'ebbe scrupolo, e volle ascoltare il parere de' più dotti
grammatici, i quali quasi tutti la dichiararono buona, dacchè era
stata usata da sì gran dottore e principe, qual era Tiberio. Con tutto
ciò saltò su un certo Marcello, dicendo, «che potea ben Cesare dar la
cittadinanza di Roma agli uomini, ma non già alle parole;» bolzonata
che ferì non poco Tiberio, e nondimeno seppe egli, secondo il suo
costume, ben dissimularla. Proibì ancora ad un centurione il fare
testimonianza nel senato con parole greche, tuttochè egli in quello
stesso luogo avesse udito molte cause trattate in greco, ed egli
medesimo talvolta si fosse servito dello stesso linguaggio per
interrogare.

NOTE:

[81] Fabrettus, Inscript., pag. 701.

[82] Ovidius, lib. 4, Ep. 9 Trist.

[83] Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 9 et seq.

[84] Dio, lib. 57.

[85] Sueton., in Tiber., cap. 27.

[86] Dio, ibidem.




    Anno di CRISTO XVII. Indizione V.

    TIBERIO imperadore 4.

_Consoli_

CAIO CECILIO RUFO e LUCIO POMPONIO FLACCO GRECINO.


Il primo de' consoli negli Annali stampati di Tacito è chiamato
_Celio_; _Cecilio_ in quei di Dione. E così appunto si dee appellare.
S'è disputato fra gli eruditi intorno a questo nome. Credo io decisa
la lite da un marmo da me dato alla luce[87], che si dice posto C.
CAECILIO RVFO, L. POMPONIO FLACCO COSS. Erano insorte nell'anno
precedente varie turbolenze fra i re d'Oriente, che dipendevano in
qualche guisa da Roma[88]. Avea Augusto, siccome accennammo, dato ai
Parti _Vonone_ per re. Col tempo cominciarono que' barbari a
sprezzarlo, poscia ad abborrirlo, e finalmente a congiurare per
detronizzarlo. Chiamato alla corona _Artabano_ del sangue degli
antichi Arsacidi, questi, sconfitto sulle prime, sconfisse in fine
Vonone. Si rifugiò il vinto nell'Armenia, e fatto re da que' popoli
non andò molto, che prevalendo presso gli Armeni il partito favorevole
ad Artabano, Vonone si ritirò ad Antiochia con un gran tesoro. Ivi
risedeva proconsole della Soria Cretico Silano, che adocchiato
quell'oro, l'accolse ben volentieri, e permise ch'egli si trattasse da
re, ma nel medesimo tempo il facea custodire sotto buona guardia.
Vonone intanto implorava con frequenti lettere aiuto da Tiberio; ma
non avea Tiberio voglia di romperla coi Parti, gente che non si
lasciava far paura dai Romani, e gli avea anche più volte fatti
sospirare. Oltre a ciò avvenne[89] che Tiberio fece citar a Roma
_Archelao re della Cappadocia_ tributario de' Romani, col pretesto
ch'egli meditasse delle rebellioni. L'odiava Tiberio, perchè, allorchè
egli dimorava a guisa di relegato in Rodi, Archelao passando per colà
non l'avea onorato di una visita, e grande onore all'incontro avea
fatto a Cajo Cesare emulo suo. Venne Archelao a Roma vecchio e
malconcio di sanità, dopo aver per cinquant'anni governato i suoi
popoli; e fu accusato innanzi al senato. Si mise egli in tal affanno
per questa persecuzione, che da lì a qualche tempo, non si sa se
naturalmente, o pure per aiuto altrui, terminò la sua vita. Allora la
Cappadocia fu ridotta in provincia, e spedito colà un governatore. In
que' medesimi tempi vennero a morte _Antioco re della Comagene_ e
_Filopatore re di Cilicia_ con gran turbazione di que' popoli, parte
dei quali volea un re, ed un'altra desiderava il governo de' Romani.
Anche la Soria e la Giudea, lagnandosi de' troppo gravi tributi, ne
dimandavano la diminuzione.

Fu questa una bella occasione a Tiberio per allontanar l'odiato nipote
_Germanico Cesare_ da Roma, e cacciarlo in paesi pericolosi sotto
specie d'onore. Propose dunque in senato, che non v'era persona più a
proposito di lui per dar sesto agl'imbrogli dell'Oriente. Già avea
esso Germanico conseguito il trionfo nel dì 26 di maggio; e a lui per
questa spedizione fu conceduta un'ampia autorità in tutte le provincie
di là del mare. Ma Tiberio, per mettere a lui un contrapposto in
quelle contrade, richiamato Cretico Silano dalla Soria[90], spedì a
quel governo Gneo Calpurnio Pisone, uomo violento e poco amico di
Germanico. Con costui andò anche Plancina sua moglie, addottrinata,
per quanto fu creduto, da Livia Augusta, acciocchè facesse testa ad
_Agrippina_ moglie di Germanico. Volle inoltre Tiberio, che _Druso
Cesare_ suo figliuolo, lasciato l'ozio e il lusso di Roma, andasse
nell'Illirico ad apprendere il mestiere della guerra. Andò egli; ma
giunto colà fu forzato a passare in Germania, per cagion delle guerre
civili nate fra i Germani non sudditi di Roma. Aspra lite quivi era
fra Arminio promotore della libertà, e Maroboduo, che avea preso il
titolo di re. Ad una campale battaglia vennero questi due emuli. Fu
creduto vincitore Arminio, perchè l'altro per la soverchia diserzione
dei suoi si ritirò fra i Marcomanni[91]. Druso colà si portò con
apparenza di voler trattar la pace fra essi. Devastò in quest'anno un
fiero tremuoto dodici città dell'Asia, alcune delle quali assai
celebri, come Efeso, Sardi, Filadelfia. Tiberio dedicò in Roma varii
templi, ma edificati da altri; perchè egli non si dilettò di
fabbriche, nè di lasciar magnifiche memorie, per non iscomodar la sua
borsa. In Africa si sollevarono i Numidi e i Mori per istigazione di
Tacfarinate. Furio Camillo, proconsole di quelle provincie, benchè non
avesse al suo comando se non una sola legione e poche truppe
ausiliarie, marciò contro quella gran moltitudine di gente, e le mise
in fuga. Per tal vittoria si meritò dal senato gli ornamenti
trionfali[92]. Negli ultimi sei mesi dell'anno presente diede fine
alla sua vita il poeta _Ovidio_ in Tomi, città posta alle rive del mar
Nero, dov'era stato relegato da Augusto. Credesi ancora, che questo
fosse l'ultimo anno di vita del celebre storico romano _Tito Livio_
padovano.

NOTE:

[87] Thesaur. Novus Inscription., pag. 301, n. 1.

[88] Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 1. Joseph., Antiq. Judaic., lib.
16, cap. 3.

[89] Dio, lib. 57.

[90] Tacit., Annal., lib. 2, cap. 43.

[91] Dio, Strabo, Eusebius, in Chron.

[92] Hieron., in Chron.




    Anno di CRISTO XVIII. Indizione VI.

    TIBERIO imperadore 5.

_Consoli_

CLAUDIO TIBERIO NERONE imperatore per la terza volta, e GERMANICO
CESARE per la seconda.


Pochi giorni tenne Tiberio il consolato. A lui succedette _Lucio Sejo
Tuberone_; e poscia nelle calende di luglio in luogo di Germanico, fu
creato console _Cajo Rubellio Blando_. Ho aggiunto il prenome di
_Cajo_ a Rubellio, secondo la testimonianza di un marmo[93] da me dato
alla luce. Ma si può dubitare, se il consolato di lui appartenga
all'anno presente. _Germanico_ si trovava in Nicopoli, città
dell'Epiro, allorchè vestì la trabea consolare[94]. Visitò egli le
città greche, e massimamente Atene, ricevendo dappertutto distinti
onori. Passò a Bisanzio e al mar Nero; e finalmente entrato nell'Asia,
arrivò a Lesbo, dove _Agrippina_ sua moglie partorì _Giulia Livilla_.
Intanto Gneo Pisone, inviato da Tiberio per proconsole della Soria,
raggiunse Germanico a Rodi. Non era ignoto a Germanico il mal animo di
costui; pure avendo inteso ch'egli correa pericolo della vita per una
fiera tempesta insorta, spedì alcune galee per salvarlo. Neppur giovò
questo per ammansarlo. Appena Pisone fu dimorato un giorno in Rodi,
che passò in Soria, dove usando carezze e regali si procacciò
l'affetto di quelle legioni, lasciando a' soldati specialmente la
libertà di far tutto ciò che loro piacea. Meno non si adoperava
Plancina sua moglie, che intanto non si guardava di sparlar
dappertutto di Germanico e di Agrippina. Andossene in Armenia
Germanico, ed ivi pose per re _Zenone_ figliuolo di Polemone re di
Ponto, dopo aver deposto _Orode_ figliuolo di Artabano. Diede dei
governatori alle provincie della Cappadocia e della Comagene, con
isminuire i tributi di quelle provincie; e poscia continuò il viaggio
fino in Soria. Più che mai cresceva la boria e la petulanza di Pisone
proconsole; e sforzavasi bensì Germanico di pazientare gl'insulti e i
mancamenti di rispetto di costui; ma niuno v'era, che non conoscesse
l'aperta nimicizia che passava fra loro. Vennero a trovar Germanico
gli ambasciadori di _Artabano_ re de' Parti, per rinnovar l'amicizia e
lega, esibendosi quel re di venire alle rive dell'Eufrate per fargli
una visita. Una delle loro dimande fu che non permettesse al già
deposto re dei Parti Vonone di soggiornar nella Soria. Germanico il
mandò a Pompejopoli, città della Cilicia, non tanto per far cosa grata
ad Artabano, quanto per far dispetto a Pisone, che il proteggeva non
poco a cagion de' regali e della servitù che ne ricavava Plancina sua
moglie. Qui ci vien meno la storia di Dione, e però nulla di più
sappiamo de' fatti de' Romani nell'anno presente.

NOTE:

[93] Thes. Novus Inscript., pag. 301, num. 2.

[94] Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 54.




    Anno di CRISTO XIX. Indizione VII.

    TIBERIO imperadore 6.

_Consoli_

MARCO GIUNIO SILANO e LUCIO NORBANO BALBO.


Fece in quest'anno Germanico Cesare un viaggio in Egitto[95], per
curiosità di veder quelle rinomate antichità, e si portò sino ai
confini della Nubia, informandosi di tutto. Per cattivarsi que' popoli
abbassò il prezzo de' grani, e in pubblico nella città d'Alessandria
andò vestito alla greca, perchè quivi predominava quella nazione e la
loro lingua[96]. Tiberio, risaputolo, disapprovò la mutazion
dell'abito, e più l'essere entrato in Alessandria, afflitta allora
dalla carestia, senza sua licenza. Tornossene dipoi in Soria, dove
trovò che tutto quanto egli avea ordinato per l'armata e per le città,
era stato disfatto da Pisone. Pertanto divampando forte la loro
discordia, prese Pisone la risoluzione d'andarsene lungi dalla Soria;
ma sopravvenuta una malattia a Germanico già pervenuto ad Antiochia,
si fermò, finchè parve che il di lui male prendesse ottima piega; ed
allora si ritirò a Seleucia. Ma l'infermità di Germanico andò poscia
crescendo. Sparsesi voce, che per malie d'esso Pisone e di Plancina
sua moglie l'infelice principe venisse condotto a poco a poco alla
morte; e a tal voce si prestò fede, per essersi trovati vari
creduti maleficii. In somma se ne morì Germanico nell'età di
trentaquattr'anni, lasciando in una grande incertezza, se la morte sua
fosse naturale, oppure a lui procurata da Pisone e da Plancina sua
moglie; o per segreti ordini di Tiberio. Universalmente fu creduto
quest'ultimo. Non si può esprimere il dolore, non solo del popolo
romano e delle provincie tutte del romano impero, ma degli stessi re
dell'Asia per la perdita di questo generoso principe. Era egli ornato
delle più belle doti di corpo e d'animo, valoroso coi nemici[97],
clementissimo coi sudditi. Posto in tanta dignità, e con tanta
autorità, pure mai non insuperbì, trattando tutti con onorevolezza, e
vivendo più da privato che da principe. Già vedemmo, ch'egli ricusò
l'imperio, per non mancar di fede e di onor a Tiberio. Non mai fu
veduto abusarsi della sua podestà, non mai si lasciò torcere dalla
fortuna ad azioni sconvenevoli a personaggio virtuoso. Quel ch'è più,
con tutti i torti a lui fatti da Tiberio, suo zio paterno, e padre per
adozione, e con tutto il suo ben conosciuto mal talento, non mai si
lasciò uscir parola di bocca, per riprovar le azioni di lui. Perciò
era amatissimo da tutti, fuorchè dallo stesso Tiberio, anzi
maggiormente amato, appunto perchè il conoscevano odiato da esso suo
zio. Mirabil cosa fu l'osservare, come lo stesso Druso, figliuolo
natural di Tiberio, ancorchè Germanico potesse ostargli alla
succession dell'imperio, pure l'amasse sempre con sincero amore e come
vero fratello. Gran perdita fece Roma in Germanico, ma specialmente
perchè Tiberio sciolto dal timore di lui, cominciò ad imperversare,
con giugnere in fine a costumi crudeli e tirannici. Restarono di
Germanico tre figliuoli maschi, cioè _Nerone_, _Druso_, e _Cajo
Caligola_, e tre figlie, cioè _Agrippina_, che poi fu madre di Nerone
augusto, _Drusilla_ e _Livilla_. _Agrippina_ lor madre, figliuola di
Agrippa, e di Giulia nata da Augusto, donna, che ben diversa dalla
madre, s'era già fatta conoscere per ispecchio di castità, ed avea
dati segni di un viril coraggio, molto più ora abbisognò della sua
costanza, rimasta senza il generoso consorte, con dei figliuoli
piccioli, e odiata da Livia e forse poco men da Tiberio. Fu
consigliata da molti di non tornarsene a Roma: differente ben era il
desiderio suo, perchè ardeva di voglia di cercar vendetta di Pisone e
di Plancina, tenuti per autori delle sue disavventure. Però sul fine
dell'anno colle ceneri del marito e co' figliuoli spiegò le vele alla
volta di Roma.

In luogo di Pisone era stato costituito progovernatore della Siria
Gneo Sentio Saturnino; ma Pisone, udita la morte di Germanico, dopo
averne fatta gran festa, si mise in viaggio con molti legni, e buona
copia di milizie, risoluto di ricuperare il suo governo, e di
adoperare, occorrendo, anche la forza. Si impadronì d'un castello; ma
avendolo Saturnino quivi assediato con forze maggiori, gli convenne
cedere, ed intanto fu chiamato a Roma. L'andata di _Druso Cesare_ in
Germania, secondo le apparenze, fu per pacificare i torbidi insorti
fra Arminio e Maroboduo. Altri documenti avendo ricevuto dall'astuto
suo padre, fece tutto il contrario, aggiungendo destramente olio a
quell'incendio, acciocchè i nemici si consumassero da sè stessi.
Abbandonato poi Maroboduo da' suoi, ricorse a Tiberio, che gli assegnò
per abitazione Ravenna, dove aspettando sempre qualche rivoluzione
nella Svevia, senza mai vederla, dopo diciotto anni, assai vecchio,
compiè la carriera de' suoi giorni. Fin qui Arminio in Germania avea
bravamente difesa la libertà della sua patria contro ai Romani; ma
avendola poi voluta egli stesso opprimere, fu in quest'anno ucciso dai
suoi, in età di soli trentasette anni di vita. Per un decreto
d'Augusto era già stato proibito in Roma l'esercizio della religione
egiziana con tutte le sue cerimonie; ma seppe essa mantenersi quivi ad
onta della legge sino al presente anno. Un'iniquità commessa da que'
falsi sacerdoti, collo ingannare Paolina, savia e nobilissima dama
romana, e darla per danari in preda a Decio Mondo, giovane perduto
dietro a lei, con farle credere che di lei fosse innamorato il falso
dio Anubi, siccome diffusamente narra Giuseppe storico[98], diede ansa
al senato di esiliar dall'Italia il culto d'Iside, di Osiride e degli
altri dii d'Egitto[99]. Comandò inoltre Tiberio, che si atterrasse il
tempio d'Iside, e si gittasse nel Tevere la sua statua. La medesima
disavventura toccò ai Giudei[100], che in gran numero abitavano allora
in Roma, a cagion di una baratteria usata da alcuni impostori di
quella nazione a Fulvia, nobile dama romana, che avea abbracciata la
lor religione; avendo essi convertito in uso proprio l'oro e le vesti
ricche, dalla medesima inviate a Gerusalemme, affinchè servissero in
onore del tempio. Scelsero i consoli quattromila giovani di essi
Giudei di razza libertina, e per forza arrolati li mandarono in
Sardegna a far guerra ai ladri ed assassini di quell'isola, senza
mettersi in pensiero, se quivi avessero da perire per l'aria che in
quei tempi veniva creduta maligna e mortifera. Il rimanente de' Giudei
fu cacciato di Roma, e disperso in varie provincie. _Vonone_, già re
de' Parti, volendo in questi tempi fuggir dalla Cilicia, preso da
Vibio Frontone, si trovò poi da un soldato privato di vita. Per
mettere freno all'impudicizia delle matrone romane[101], che ogni dì
più andava crescendo in Roma, città piena di lusso e di gente, a cui
poca paura faceano i falsi dii del Paganesimo, fu con pubblico editto
imposta la pena dell'esilio alle figliuole, nipoti e vedove de'
cavalieri Romani che cadessero in questo delitto.

NOTE:

[95] Tacitus, Ann., lib. 1, c. 59.

[96] Sueton., in Tiber., c. 52.

[97] Dio, in Excerptis, et lib. 57.

[98] Joseph., Antiq., lib. 18, cap. 4.

[99] Tacit., lib. 2, cap. 85.

[100] Sueton., in Tiber., cap. 36.

[101] Sueton., in Tiber., cap. 35.




    Anno di CRISTO XX. Indizione VIII.

    TIBERIO imperadore 7.

_Consoli_

MARCO VALERIO MESSALLA e MARCO AURELIO COTTA.


Di grandi onori avea ricevuto in Roma la memoria di _Germanico_, per
ordine di Tiberio e del senato[102]; ed anche il popolo in varie guise
ne avea attestato il suo dolore. Si rinnovò il lutto in quest'anno
all'arrivo di _Agrippina_ sua moglie. Dopo essersi per qualche giorno
fermata in Corfù, sbarcò dipoi a Brindisi. _Druso Cesare_, che era
tornato a Roma, co' maggiori figliuoli del defunto Germanico, andò ad
incontrarla sino a Terracina. Innumerabil gente, massime de' militari,
si portò sino a Brindisi. Caldi furono i sospiri, universale il pianto
al comparire dell'urna funebre. Per tutta la via i magistrati e popoli
fecero a gara per onorar le di lui ceneri. Gli stessi consoli col
senato, e gran parte del popolo si portarono a riceverle con dirotte
lagrime; e poi queste vennero riposte nel mausoleo d'Augusto[103].
Giunse dipoi Pisone con sua moglie a Roma, orgoglioso come in
addietro; ma non tardarono a presentarsi al senato accusatori,
imputando a lui e a Plancina sua moglie la morte di Germanico. Neppure
a questo mal uomo mancavano dei difensori; e difficile era il provar
le accuse, siccome avviene in somiglianti casi. Tiberio, che ben sapea
le mormorazioni del popolo, quasi che fosse passata buona intelligenza
tra lui e Pisone, per levar di vita Germanico, da uomo disinvolto si
regolava in questa pendenza, mostrando sempre un vivo affanno per la
perdita del figliuolo adottivo, e di voler buona giustizia; ma nello
stesso tempo di non volere, che sopercheria si facesse all'accusato.
Creduto fu che segretamente a Pisone fosse fatto animo e sicurezza di
protezion da Sejano, e che per questo egli si astenesse dal produrre
gli ordini a lui dati da Tiberio. Ma se non si provava il reato
suddetto, si faceano ben constare altri reati di sedizione, d'ingiurie
fatte e dette a Germanico: cosa che mise in fiera apprension Pisone, e
tanto più perchè il popolazzo vicino la curia gridava contra di lui,
minacciando di menar le mani, qualora egli la scappasse netta dal
giudizio de' senatori. Perciò vinto dall'affanno, tenendosi tradito,
da sè stesso si diede la morte, liberando in tal guisa Tiberio da un
bel molesto pensiero. Plancina sua moglie, che era tutta di Livia
Augusta, per le raccomandazioni di lei seguitò a vivere in pace. Al di
lei figliuolo Marco Pisone fu conceduto un capitale di cento
venticinquemila filippi; il rimanente confiscato, ed egli mandato in
esilio. Risvegliossi intanto di nuovo in Africa la guerra, essendo
risorto più di prima vigoroso Tacfarinate. Per aver egli messa in fuga
una coorte di Romani, sì fatta collera montò a Lucio Apronio
proconsole allora in quelle contrade, che infierì contra de'
fuggitivi. Ciò fu cagione, che cinquecento soli de' suoi veterani sì
valorosamente combatterono dipoi contro l'armata di Tacfarinate, che
la misero in rotta. Giunto era all'età capace di matrimonio _Nerone_,
figliuolo primogenito del defunto Germanico[104]. Tiberio a lui diede
in moglie _Giulia_ figliuola di _Druso_ suo figlio: cosa che recò non
poca allegrezza al popolo romano. Per lo contrario si mormorò non
poco, perchè Tiberio avesse fatto contrarre gli sponsali ad una
figliuola del suo favorito Elio Sejano con _Druso_ figliuolo di
_Claudio_, cioè di un fratello di Germanico, di Claudio, dico, il qual
poi fu imperadore. A tutti parve avvilita con questo atto la nobiltà
della famiglia principesca; perchè era bensì nato Sejano di padre
aggregato all'ordine de' cavalieri, ma niuna proporzione si trovava
fra lui e Druso, discendente non meno dalla casa d'Augusto, che da
quella di Livia. Maggiormente ciò dispiacque per la apparenza che
Sejano, comunemente odiato pel predominio suo nel cuor di Tiberio,
potesse aspirare a voli più alti, cioè all'imperio. Ma non si
effettuarono poi queste meditate nozze, perchè il giovinetto _Druso_
mentre da lì a pochi giorni era in Campania, avendo gittato in aria
per giuoco un pero[105], e presolo a bocca aperta nel cadere, ne
rimase soffocato, non sussistendo, come dice Svetonio, ch'egli morisse
per frode di Sejano.

NOTE:

[102] Tacitus, lib. 3, cap. 1.

[103] Ibidem, c. 9.

[104] Sueton., in Tiber., cap. 29.

[105] Sueton., in Claudio, cap 27.




    Anno di CRISTO XXI. Indizione IX.

    TIBERIO imperadore 8.

_Consoli_

CLAUDIO TIBERIO NERONE AUGUSTO per la quarta volta e DRUSO CESARE suo
figliuolo per la seconda.


Ci assicura Svetonio[106], che Tiberio, il quale avea preso il
consolato per far onor al figliuolo, da lì a tre mesi lo rinunziò,
senza sapersi finora se alcuno subentrasse console in luogo suo. Niuno
probabilmente, scrivendo Dione[107], che Tiberio, _finito il suo
Consolato_, ritornò a Roma nè egli vi ritornò, se non alla fine
dell'anno. In fatti venuta la primavera dell'anno presente, trovandosi
esso Tiberio, o pure fingendo d'essere con qualche incomodo di sanità,
volle mutar aria, e se n'andò a Campania. Chi credette ciò fatto per
lasciar al figliuolo tutto l'onore del consolato, ed altri, perchè gli
cominciasse a rincrescere il soggiorno di Roma, essendogli
specialmente molesta l'ambizione di Livia Augusta sua madre, che
faceva di mani e di piedi per comandare anch'ella, e per dividere il
governo con lui: cosa ch'egli non sapea sofferire. Parve perciò che
fin d'allora egli meditasse di volontariamente esiliarsi da Roma,
siccome vedremo che succedette dipoi. Turbata fu anche nell'anno
presente l'Africa da Tacfarinate[108]; laonde si vide spedito colà
Giunio Bleso, zio materno di Sejano, per regolar quegli affari. Tentò
in questo anno Severo Cecina nel Senato di far rinnovar l'antica
disciplina de' Romani, che non permetteva ai governatori delle
provincie di condur seco le loro mogli. Ma Druso console e la maggior
parte de' senatori furono di contrario sentimento. Pericoloso era
troppo allora il lasciar le dame romane lungi dai mariti, e in loro
balìa: tanta era la corruttela de' costumi. Fu anche proposto di
rimediare all'abuso introdotto e troppo cresciuto, che chiunque de'
malfattori e degli schiavi fuggitivi si ricoverava alle immagini o
statue degl'imperadori, era in salvo. Da tanti asili proveniva la
moltiplicità de' misfatti, e l'impunità de' delinquenti. Druso
cominciò a far provare ad alcuni nobili rifuggiti colà il gastigo
meritato dai lor delitti, e ciò con plauso universale. Nella Tracia si
sollevarono alcuni di que' popoli, ed impresero anche l'assedio di
Filippopoli. Convenne inviare colà a reprimerli Publio Vellejo, forse
il medesimo che ci lasciò un pezzo di storia scritta con leggiadria,
ed insieme con penna adulatrice. Poca fatica occorse a dissipar quella
gentaglia. Neppure andò in quest'anno esente da ribellioni la Gallia.
Giulio Floro in Treveri, Giulio Sacroviro negli Edui, furono i primari
a commovere la sedizione in varie città, malcontente de' Romani, a
cagion della gravezza de' tributi e dei debiti fatti per pagarli.
Restò in breve talmente incalzato Floro da Visellio Varrone e da Cajo
Silio legati, o, vogliam dire, tenenti generali de' Romani, che con
darsi la morte diede anche fine alla guerra in quelle parti. Più da
far s'ebbe a domar Sacroviro, che, occupata la città d'Autun, capitale
degli Edui, menava in campo circa quarantamila persone armate.
Nulladimeno una battaglia datagli da Silio, con fortunato successo,
ridusse ancor lui ad abbreviarsi di sua mano la vita. Fu in quest'anno
chiamato in giudizio Cajo Lutorio Prisco cavalier romano, e celebre
poeta di questi tempi, il quale avea composto un lodatissimo poema in
morte di Germanico, per cui fu superbamente regalato. Avvenne che
anche Druso Cesare caduto infermo fece dubitar di sua vita; laonde
egli preparò un altro poema sopra la morte di lui. Guarì Druso; ma
Prisco, mosso dalla vanagloria, non volendo perdere il plauso
dell'insigne sua fatica, lesse quel poema in una conversazione di dame
romane. Questo bastò al senato per fargliene un delitto, e delitto che
fu immediatamente punito colla morte di lui: a tanta viltà
d'adulazione e di schiavitù oramai era giunto quell'augusto
consesso[109]. S'ebbe a male Tiberio, non già perchè l'avessero
condannato a morte, ma perchè aveano eseguita la sentenza, senza
ch'egli ne fosse informato. E però fu fatta una legge che da lì
innanzi non si potesse pubblicar nè eseguire sentenza di morte data
dal senato, se non dieci giorni dappoi, acciocchè se l'imperadore
fosse assente dalla città, potesse averne notizia. Teodosio il Grande,
augusto, prolungò poi questo termine sino a trenta giorni per li
condannati dall'imperadore, e verisimilmente ancora per le sentenze
del senato.

NOTE:

[106] Sueton., in Tib., cap. 26.

[107] Dio, lib. 57.

[108] Tacit., lib. 3, cap. 35.

[109] Dio, lib. 57. Tacitus, lib. 3, cap. 50.




    Anno di CRISTO XXII. Indizione X.

    TIBERIO imperadore 9.

_Consoli_

QUINTO HATERIO AGRIPPA e CAJO SULPICIO GALBA.


Questo Galba console, non so dire se padre o pur fratello fosse di
Galba, che fu poi imperadore, asserendo Svetonio[110] essere stato
console il padre d'esso Augusto, e poi soggiugnendo che Cajo fratello
d'esso imperadore, per non aver potuto conseguire il proconsolato da
Tiberio, si uccise da sè stesso nell'anno 36 dell'Era nostra. Ai
suddetti consoli nelle calende di luglio furono sostituiti _Marco
Coccejo Nerva_, creduto avolo di Nerva, poscia imperadore, e _Cajo
Vibio Ruffino_. Era cresciuto in eccesso[111] il lusso delle nozze,
ne' conviti, e per altri capi nella città di Roma, senza far più caso
delle leggi e prammatiche pubblicate da Augusto, e prima d'Augusto: il
che s'era tirato dietro l'aumento dei prezzi delle robe e dei viveri.
Fu proposto in senato di rimediare al disordine col moderar le spese.
Ma una lettera di Tiberio, che ne accennava le difficoltà, distrusse
tutta la buona intenzion degli edili. Tacito nota, che si continuò in
sì fatto scialacquamento fino ai tempi di Vespasiano imperadore, sotto
cui cominciarono i Romani a darsi alla parsimonia, non già per qualche
legge o comandamento del principe, ma perchè così facea lo stesso
Augusto: tanto può a regolare e sregolare i costumi l'esempio de'
regnanti. In quest'anno ancora Tiberio scrisse al senato, chiedendo la
podestà tribunizia per _Druso Cesare_ suo figliuolo, affine di
costituirlo in tal maniera compagno suo nell'autorità e metterlo in
istato d'essere suo successore nell'imperio. Fu prontamente ubbidito,
e con giunte di novità all'onore: al che nondimeno Tiberio non
consentì. Veggonsi medaglie[112] di _Druso_, nelle quali è espressa
questa podestà. Motivo di lungo e tedioso esame diedero dipoi al
senato gli asili delle città greche, tanto in Europa che in Asia. Ogni
tempio era divenuto un sicuro rifugio d'impunità ad ogni schiavo
fuggitivo, ad ogni debitore e a chiunque era in sospetto di delitti
capitali. Furono citate quelle città a produrre i loro privilegii. Si
trovò per la maggior parte insussistente in esse il diritto
dell'asilo; e però fu moderato quell'eccesso. Infermatasi intanto
gravemente Livia Augusta, conobbe Tiberio suo figliuolo la necessità
di tornarsene per visitarla. Gareggiarono a più non posso i senatori,
per inventar cadauno pubbliche dimostrazioni del loro affanno per vita
sì cara e della comun premura per la di lei salute; studiandosi di
placare gl'insensati loro dii. Andò tanto innanzi la vilissima loro
adulazione, che stomacò lo stesso Tiberio in guisa ch'ebbe a dire più
volte in uscir dalla curia: _Oh che gente inclinata alla servitù!_ Nè
a lui piaceano tanti sfoggi di una stima verso la sua madre, siccome
maggiore incentivo alla di lei natìa superbia e voglia di dominare.
Continuavano tuttavia le turbolenze dell'Africa. Tacfarinate ribello
era giunto a tale alterigia, che, spediti suoi ambasciadori a Tiberio,
gli avea chiesto per sè e per l'esercito suo un determinato paese da
signoreggiare: minacciando, non esaudito, una fierissima guerra. Per
questa ardita dimanda fumò di collera Tiberio, e mandò ordine a Bleso
proconsole di tirar colle buone all'ubbidienza i sollevati, per far
poscia prigione, se mai poteva, quel temerario. Grande sforzo fece per
tale incitamento Bleso, e prese un di lui fratello, ma non fu già egli
stesso. Di poco rilievo furono le sue imprese; contuttociò Tiberio,
perchè egli era zio materno del favorito Sejano, gli fece accordare
gli ornamenti trionfali. Morì in quest'anno Asinio Salonino, figliuolo
d'Asinio Gallo e di Vipsania, ripudiata già da Tiberio Augusto, e però
fratello uterino di Druso Cesare.

NOTE:

[110] Sueton., in Galba, cap. 3.

[111] Tacitus, lib. 3, cap. 55.

[112] Mediobarb., in Num. Imperator.




    Anno di CRISTO XXIII. Indizione XI.

    TIBERIO imperadore 10.

_Consoli_

CAJO ASINIO POLLIONE e LUCIO ANTISTIO VETERE o sia VECCHIO.


Benchè gli autori de' fasti consolari comunemente dieno ad _Antistio
Vetere_ il prenome di _Cajo_, pure _Lucio_ vien da me nominato sul
fondamento d'una iscrizione della mia Raccolta[113], posta Q. IVNIO
BLASEO, L. ANTISTIO VETERE; dalla quale eziandio si può raccogliere
che nelle calende di luglio ad Asinio Pollione fu sostituito _Quinto
Giunio Bleso_, già da noi veduto governatore dell'Africa.
Probabilmente _Asinio Pollione_, fratello fu del poco fa defunto
Asinio Salonino. Mancò di vita sui primi mesi dell'anno presente, dopo
lunga malattia _Druso Cesare_[114], unico figliuolo di Tiberio
Augusto, giovane destinato a succedergli nell'imperio. Voce pubblica
fu che un lento veleno, fattogli dare da Elio Sejano, il conducesse a
morte. Tacito e Dione[115] danno questo fatto per certo. Druso,
giovane facilmente portato alla collera, non potendo digerir l'eccesso
del favore di cui godea Sejano presso il padre, un dì venne alle mani
con lui, e gli diede uno schiaffo, come vuol Tacito, parendo poco
verisimile che il percussore fosse lo stesso Sejano, come s'ha da
Dione. Questo affronto, ma più la segreta sete di Sejano di arrivare
all'imperio, a cui troppo ostava l'esser vivente Druso, gli fece
studiar le vie di levarlo dal mondo. Cominciò la tela, con adescar
_Giulia Livilla_, sorella del fu Germanico Cesare e moglie d'esso
Druso, traendola alle sue disoneste voglie. Dopo di che non gli riuscì
difficile colle promesse del matrimonio e dell'imperio a farla
precipitare in una congiura contro la vita del marito. Scelto Liddo,
uno degli eunuchi suoi più cari, un tal veleno gli diede che potesse
parer naturale la di lui malattia. Non si conobbe allora l'iniquo
manipolator di questo fatto; ma da lì ad otto anni nella caduta di
Sejano, ciò venne alla luce per confessione di Apicata sua moglie. Con
tal costanza nondimeno portò Tiberio la perdita del figliuolo, che i
maligni giunsero fino a sospettare lui stesso complice o autore del
veleno, quasichè Druso avesse prima pensato di avvelenare il padre.
Neppur Tacito, benchè inclinasse ad annerir tutte le azioni di
Tiberio, osò prestar fede a così inverisimil diceria. Del resto non
erano tali i costumi e le inclinazioni di Druso, che i Romani
internamente si affliggessero della di lui morte. Lasciò egli tre
figliuoli di tenera età, ma che l'un dietro all'altro furono rapiti
dalla morte, di modo che la succession dell'imperio cominciò a
destinarsi ai figliuoli di _Germanico_. In abbondanza furono fatti
onori alla memoria di Druso; ma Tiberio non ammise chi gareggiava per
passar seco atti di condoglianza, affinchè non gli si rinnovassero le
piaghe del dolore. E perchè da lì a non molto tempo gli ambasciadori
d'Ilio, o sia di Troja, venuti a Roma[116], gli spiegarono il lor
dispiacere a cagion della perdita del figliuolo, per deriderli
rispose: «Che anch'egli si condoleva con loro per la morte d'Ettore,»
ucciso mille e dugento anni prima.

Buone qualità avea Tiberio mostrato in addietro, e competente governo
avea fatto[117]. Già dicemmo che tolto di vita Germanico, cominciò
egli a declinar al male. Peggiorò anche dopo la morte di Druso.
Nondimeno a renderlo più cattivo contribuì non poco l'ambizioso e
perverso Sejano, le cui mire tendevano tutte a regnar solo col tempo.
Perchè gliene avrebbono impedito l'acquisto i figliuoli di Germanico,
nipoti per adozione di Tiberio, e raccomandati in quest'anno dallo
stesso Tiberio al senato, nè poteva Sejano sbrigarsi di loro col
veleno per la buona cura che avea di essi, e della propria pudicizia
Agrippina lor madre: si diede a fomentar ed accrescere l'odio di
Tiberio contro d'essi, e il mal animo di Livia Augusta contro
d'Agrippina. Chiunque ancora de' nobili sembrava a lui capace
d'interrompere i voli della sua fortuna, cominciò egli sotto vari
pretesti, e massimamente di aver essi sparlato di Tiberio, a
perseguitarli con accuse che in questi tempi ad alcuni, e col
progresso del tempo a moltissimi costarono la vita[118]. Succedeva
talvolta che gl'istrioni, o vogliam dire i commedianti, eccedevano
nell'oscenità, e tagliavano i panni addosso a determinate donne
romane, o pure porgevano occasioni a risse. Tiberio li cacciò di Roma,
e vietò l'arte loro in Italia. Alle persone di merito dopo morte erano
state alzate alcune statue da esso Tiberio. Videsi nel presente anno
questa deformità, cioè, ch'egli mise la statua di bronzo di Sejano nel
pubblico teatro. L'esempio del principe servì ad altri, per esporne
molte altre simili. E conoscendo già ognuno che costui era la ruota
maestra della fortuna e degli affari, risonavano dappertutto le sue
lodi ed anche nello stesso senato; piena sempre di nobili l'anticamera
di lui; i consoli stessi frequenti visite gli faceano; nulla in fine
si otteneva, se non passava per le mani di lui. Una bestialità di
Tiberio vien raccontata sotto quest'anno. Un insigne portico di Roma
minacciava rovina, essendosi molto inchinate le colonne che lo
sostenevano[119]. Seppe un bravo architetto con argani ed altri
ingegni ritornarlo al suo primiero sito. Maravigliatosene molto
Tiberio, il fece bensì pagare, ma il cacciò anche fuori di Roma.
Tornato un dì costui per supplicarlo di grazia, credendo di farsi del
merito, gittò un vaso di vetro in terra; poi raccoltolo fece vedere
che possedeva il secreto di racconciarlo. Gli fece Tiberio levar la
vita, senza sapersi il vero motivo di così pazza e crudele sentenza.
Scrive Plinio[120] lo stesso più chiaramente, dicendo che quel vetro
era molle e pieghevole, come lo stagno, con aggiugnere nulladimeno,
essere stata questa una voce di molti, ma poco creduta dai saggi.

NOTE:

[113] Thesaurus Novus Inscript., pag. 301, n. 4.

[114] Tacitus, lib. 4, c. 8.

[115] Dio, lib. 58.

[116] Sueton., in Tiber., cap. 52.

[117] Dio, lib. 57.

[118] Tacitus, lib. 4, cap. 14.

[119] Dio, lib. 57.

[120] Plinius, lib. 36, cap. 26.




    Anno di CRISTO XXIV. Indizione XII.

    TIBERIO imperadore 11.

_Consoli_

SERVIO CORNELIO CETEGO e LUCIO VISELIO VARRONE.


Ancorchè Tiberio non chiedesse al senato la confermazione della sua
suprema autorità[121], finito il decennio di essa, come usò Augusto,
perchè egli non l'avea dianzi ricevuta per un determinato tempo: pure
si solennizzarono i decennali del suo imperio con varii giuochi
pubblici e feste. E perciocchè[122] i pontefici e sacerdoti aveano
fatto dei voti per la conservazione della vita di Tiberio, unendo
anche con lui _Nerone_ e _Druso_, cioè i due maggiori figliuoli del
defunto _Germanico_, se l'ebbe a male il geloso Tiberio. Volle sapere,
se così avessero fatto per preghiere o per minacce d'Agrippina lor
madre; ed inteso che no, li rimandò, non senza qualche riprensione.
Poscia nel senato si lasciò meglio intendere, con dire che non si avea
con prematuri onori da eccitare od accrescere la superbia de' giovani
per lo più sconsigliati. Sejano anch'egli non lasciava di fargli
paura, ripetendo essere già divisa Roma in fazioni; una d'esse portare
il nome di Agrippina; e doversi perciò prevenire maggiori disordini.
Dato fu quest'anno fine alla guerra, già mossa da Tacfarinate in
Africa. Era proconsole di quelle provincie Publio Dolabella, e
tuttochè fosse stata richiamata in Italia la legione nona che era in
quelle parti, pure raccolti quanti soldati romani potè, all'improvviso
assalì i Numidi, mentre sotto il comando di esso Tacfarinate stavano
raccolti sotto un castello mezzo smantellato. Fatta fu strage di loro,
e fra gli uccisi vi restò il medesimo Tacfarinate, per la cui morte
ritornò la quiete fra que' popoli. Fu in quella azione aiutato
Dolabella da Tolomeo figliuolo di Giuba, re della Mauritania. Erano
dovuti al vincitore proconsole gli onori trionfali, ed egli ne fece
istanza; ma non gli ottenne, perchè a Sejano non piacque di vederlo
uguagliato nella lode a Bleso suo zio, predecessore di Dolabella nel
governo che pure avea ricevuto quel premio, con aver operato tanto
meno. A _Tolomeo_ re fu inviato da Tiberio in dono uno scettro
d'avorio, e una veste ricamata in segno del gradimento dello aiuto
prestato. Perseguitò Tiberio in quest'anno alcuni de' nobili, non
d'altro delitto rei che d'aver mostrato il loro amore a Germanico e a'
suoi figliuoli; e ad alcuni per questo gran misfatto, tolta fu la
vita, crescendo ogni dì più la crudeltà del principe, e per
conseguente il comune odio contro di lui. Abbondavano allora le spie;
orecchio si dava a tutti gli accusatori, e niuno era sicuro. Nelle
contrade di Brindisi un Tito Cortisio, soldato pretoriano ne' tempi
addietro, mosse a sedizione i servi o, vogliam dire, gli schiavi di
quelle parti; e vi fu paura d'una guerra servile. Ma per la
sollecitudine di Tiberio e di Curzio Lupo questore, che con un corpo
di armati volò contro di loro, restò in breve estinto il nascente
incendio. Hanno osservato gli eruditi[123] che nell'anno presente
avendo Valerio Grato dato fine al suo governo della Giudea, Tiberio
spedì colà per procuratore e governatore _Ponzio Pilato_, di cui è
fatta menzione nel Vangelo.

NOTE:

[121] Dio, lib. 57.

[122] Tacitus, lib. 4, cap. 16.

[123] Noris, Cenotaph. Pisan., Dissert. 2, cap. 16. Blanch., in
Anastas. Schelestratus et alii.




    Anno di CRISTO XXV. Indizione XIII.

    TIBERIO imperadore 12.

_Consoli_

MARCO ASINIO AGRIPPA e COSSO CORNELIO LENTOLO.


Vien creduto che _Cosso_ sia un prenome particolare della casa de'
Cornelii Lentoli. Nuovo esempio dell'infelicità dei Romani, regnando
il crudele Tiberio e il prepotente Sejano, si vide nel presente
anno[124]. Cremuzio Cordo, uno de' migliori ingegni de' Romani
d'allora, avea composta[125] una storia delle guerre civili di Cesare
e Pompeo, conducendola anche ai tempi d'Augusto. Lo stesso Augusto
l'avea letta, e, siccome principe saggio e discreto, non se n'era
punto formalizzato. Ma avendo Cremuzio dipoi, forse con qualche
parola, disgustato Sejano, si trovarono in quella storia dei delitti
gravissimi. Egli avea lodato Bruto e Cassio uccisori di Cesare, e
chiamato lo stesso Cassio _l'ultimo dei Romani_. Male non avea detto
di Giulio Cesare, nè di Augusto, ma neppure stato era prodigo di lodi
verso di loro. Fu accusato per questo nel senato, e Tiberio con occhio
arcigno gli diede assai a conoscere d'essere indispettito contro di
lui. Si difese egli coll'esempio di Tito Livio e d'altri scrittori e
storici precedenti; ma tornato a casa, ed increscendogli di vivere
sotto un sì tirannico governo, si lasciò morir di fame. Sentenziati
furono al fuoco i di lui scritti; contuttociò avendone Marcia sua
figliuola conservata una copia, vennero dopo la morte di Tiberio alla
luce, accolti allora con ansietà maggiore dal pubblico appunto per la
persecuzione sofferta dall'autor d'essi, ma a noi poscia rubati dalla
voracità de' tempi. Osserva Tacito la mellonaggine di que' potenti,
che mal operando non vorrebbono che la memoria de' lor perversi fatti
passasse ai posteri; e tutto fanno per abolirla. Ma Iddio permette
ch'ella vi passi per castigare anche nel nostro mondo chi s'è abusato
della potenza in danno de' popoli. Ai Ciziceni in quest'anno levato fu
il privilegio di regolarsi colle proprie leggi e co' propri
magistrati; e ciò perchè non avevano per anche terminato un tempio
eretto ad Augusto ed avevano imprigionati alcuni cittadini romani. Le
città di Spagna in questi tempi, inclinate anch'esse all'adulazione,
inviarono ambasciatori a Tiberio, pregandolo di permettere che
innalzassero dei templi a lui e a Livia Augusta sua madre, siccome
egli avea conceduto alle città dell'Asia. Tacito mette le più belle
sentenze in bocca di Tiberio[126], con riferire il ragionamento di lui
fatto nel senato per cui nol volle loro permettere, riconoscendo sè
stesso per uno de' mortali, e bastando a lui di avere un tempio nel
cuore de' senatori per l'amore e la stima che sperava da essi. Salì
poi tanto alto l'ambizion di Sejano, che nel presente anno arditamente
supplicò per ottenere in moglie _Giulia Livilla_, vedova del fu _Cajo
Cesare_, figliuolo adottivo di Augusto, e poi del defunto _Druso
Cesare_, e nuora del medesimo Tiberio. Quantunque fosse eccessivo il
favore di Tiberio verso di lui, pure non si lasciò indurre l'astuto
principe ad accordargli tal grazia: il che sconcertò forte le misure
di Sejano, e lo rendè malcontento della propria per altro smoderata
fortuna. Tuttavia mise in ordine altre macchine, siccome vedremo
nell'anno seguente. Credono alcuni letterati[127], che in quest'anno
corresse l'_anno XV dell'impero di Tiberio_, enunziato da san Luca, in
cui san Giovanni Batista diede principio alle sue prediche. Prendesi
tal anno dal fine d'agosto dell'anno undecimo dell'Era cristiana, in
cui Tiberio colla podestà tribunizia fu costituito suo collega
nell'imperio d'Augusto.

NOTE:

[124] Tacitus, lib. 4, cap. 34.

[125] Dio, lib. 57.

[126] Tacitus, loc. cit.

[127] Pagius, in Critic. Baron., Stampa et alii.




    Anno di CRISTO XXVI. Indizione XIV.

    TIBERIO imperadore 13.

_Consoli_

CAJO CALVISIO SABINO e GNEO CORNELIO LENTOLO GETULICO.


Ebbero questi consoli nelle calende di luglio per successori nella
dignità _Quinto Marcio Barea_ e _Tito Rustio Nummio Gallo_. V'ha chi
crede non doversi attribuire il nome di _Cornelio_ a _Lentolo
Getulico_. Ma certamente i Lentoli soleano essere della famiglia
_Cornelia_, come si può vedere nei Trattati dell'Orsino e Patino, e di
Antonio Agostino. S'erano messi in armi[128] alcuni popoli della
Tracia, perchè non voleano sofferir che si facesse dai Romani leva di
soldati nei lor paesi; negavano anche ubbidienza a _Remetalce_ re
loro. A Poppeo Sabino fu data l'incombenza di marciar contro di loro
con quelle forze che potè raccogliere; e questi sì fattamente gli
strinse, che per la fame e più per la sete, parte rimasero uccisi, e
il rimanente se n'andò disperso. Per tal vittoria accordati furono a
Sabino gli onori trionfali. Crebbero in questo anno le amarezze fra
Tiberio ed Agrippina, vedova di Germanico, perchè fu condannata
Claudia Pulcra, o sia Bella, cugina di lei. Parlò alto Agrippina a
Tiberio, il pregò ancora di darle marito; ma egli, che temeva
competenza nel governo, la lasciò senza risposta. Fu poi gran lite in
Roma fra gli ambasciadori delle città dell'Asia, gareggiando cadauna
per aver l'onore di alzare un tempio ad Augusto. La decision del
senato cadde in favore della città di Smirna. Ritirossi nell'anno
presente Tiberio nella Campania, col pretesto di andare a dedicare un
tempio a Giove in Capoa, e un altro in Nola ad Augusto, morto in
quella città. Suo pensiero era di non ritornar più a Roma, e così fu
in fatti. Si misero tutti allora a scandagliare i motivi di questa
ritirata. Chi pensò ciò avvenuto per arte e suggestione di Sejano, che
voleva restar solo alla testa degli affari in Roma, e seppe così ben
dipingere gl'incomodi, a' quali era sottoposto il principe per tante
visite, suppliche e giudizii, che l'indusse a cercar la quiete nella
solitudine. Furono altri di parere, ch'egli se ne andasse, per non
poter più sofferire l'ambizion di Livia sua madre, giacchè ella
credeva a sè competente il far da padrona al pari di lui: cosa ch'egli
non sapea digerire, ma neppure assolutamente vietare, considerando la
signoria sua un dono di lei. Credettero finalmente altri, che si
movesse Tiberio a tal risoluzione solamente per impulso proprio
originato dall'infame sua libidine, in cui da gran tempo ero immerso,
e continuava più che mai il sozzo vecchio, ma con istudiarsi di
soddisfarla in segreto al che era più proprio un luogo ritirato. Si
aggiungeva l'esser egli d'alta, ma gracile statura, col capo calvo e
colla faccia sparsa d'ulcere, e coperta per lo più da empiastri. Hanno
perciò creduto alcuni, che ciò fosse un frutto della sua sordida
impudicizia, e che il morbo gallico somministrasse ancora in que'
tempi un castigo, benchè raro, ai perduti dietro alle femmine
prostitute. Vergognandosi egli di comparire in pubblico con sì deforme
figura, parve ad alcuni di trovare in lui bastante motivo di fuggire
dal consorzio degli uomini. In fatti anche dopo la morte della madre e
di Sejano, si tenne egli lontano da Roma, benchè talvolta andasse
burlando la gente credula, con ispargere voce del suo imminente
ritorno. Pochi cortigiani volle seco Tiberio. Fra essi furono Sejano e
Coccejo Nerva, personaggio pratico della giurisprudenza e
probabilmente avolo di Nerva, che fu dipoi imperadore. Ad assaissimi
lunari e ciarle senza fine dei Romani diede motivo la risoluzion presa
da Tiberio, nè queste furono a lui ignote. Con levar la vita ad
alcuni, forse anche innocenti, egli insegnò agli altri ad esaminare e
censurar con più riguardo le azioni de' tiranni.

NOTE:

[128] Tacitus, lib. 6, cap. 46.




    Anno di CRISTO XXVII. Indizione XV.

    TIBERIO imperadore 14.

_Consoli_

MARCO LICINIO CRASSO e LUCIO CALPURNIO PISONE.


Il primo di questi consoli in due iscrizioni riferite dal
Reinesio[129], vien chiamato MARCVS CRASSVS FRVGI. Queste iscrizioni,
senz'avvedermi ch'erano già pubblicate, le ho inserite ancor io nella
mia raccolta; e sono ben più da attendere, che la rapportata dallo
Sponio, per conoscere il vero cognome d'esso console. Andò in
quest'anno Tiberio Augusto a fissar la sua abitazione nell'amena isola
di Capri, otto miglia distante da Surrento, tre dalla terra ferma,
sprovveduta di porto, e solo accessibile a piccole barche, dove
ritirato, con suo comodo continuò a sfogare la infame sua lussuria.
Non si sa quante guardie egli menasse seco. Molto strano era
nondimeno, che un imperadore soggiornasse in sì piccolo sito per dieci
anni senza aver paura de' corsari, o di chi gli volesse male.
Fors'egli si assicurò sulla difficoltà di approdare colà per cagion
degli scogli. Pochi giorni dopo il suo arrivo un pescatore per mezzo
di essi scogli penetrò nell'isola[130], e gli presentò un bel mullo o
triglia, pesce allora stimatissimo. Perchè s'ebbe non poco a male
Tiberio, che costui per quella difficile via fosse entrato, fece
fregargli e lacerargli il volto col medesimo pesce; e buon per lui che
non gli accadde di peggio. Sejano intanto non tralasciava diligenza
alcuna per accendere sempre più la diffidenza e l'odio di Tiberio
contro di _Agrippina_, vedova di Germanico, e contro di _Nerone_
primogenito d'essa, non quello che fu poi imperadore. Secondo le
apparenze dovea questo giovane principe, siccome nipote per adozione
di Tiberio, succedere a lui nell'imperio. Sejano, che v'aspirava
anch'egli il tenea forte di vista; segretamente ancora inviava
persone, che sotto specie d'amicizia il gonfiavano, esortandolo a
mostrar più spirito; tale esser il desiderio del popolo romano; tale
quel degli eserciti. All'incauto giovane scappavano talvolta parole,
che meglio sarebbe stato il tenerle fra i denti. Tutto era riferito a
Sejano, e tutto passava, forse anche con delle giunte, alle orecchie
di Tiberio, con aggiungere sospetti a sospetti. Però nell'anno
presente furono messi soldati alla guardia del palazzo d'Agrippina,
affin di risapere chi v'andava e che vi si parlava: tutti segni
funesti di maggiore strepito e della futura ruina. Accadde in
quest'anno un caso quasi incredibile e sommamente lamentevole, che ha
pochi pari nella storia[131]. In Fidene, città lontana da Roma cinque
sole miglia, cadde in pensiero ad un uomo di bassa sfera, e neppur
ricchissimo, per nome Atilio, di schiatta libertina, di fabbricare un
anfiteatro di legno di gran mole, per dar al popolo lo spettacolo de'
gladiatori. Siccome non v'era divertimento, di cui fossero sì ghiotti
i Romani, come di questo; venuto quel dì, a folla vi corse da Roma la
gente, uomini e donne d'ogni età. Ma quella macchina era mancante di
buoni fondamenti, e peggio legata; però ecco sul più bello dell'azione
precipitar tutto l'anfiteatro. Vi restarono soffocate o per la caduta
sfracellate ventimila persone e trenta altre mila ferite in varie
guise, con braccia e gambe rotte e simili altri mali, con urli e grida
che andavano al cielo. Fu almeno considerabile la carità de' cittadini
romani, che nelle loro case accolsero tutti que' miseri,
somministrando loro vitto, medici e medicamenti, con isvegliarsi
l'antico lodevol costume degli antichi, i quali così trattavano dopo
le battaglie i soldati feriti. La pena data ad Atilio per la somma sua
balordaggine, fu l'esilio; ed uscì un editto, che da lì innanzi non
potesse dare il giuoco de' gladiatori, se non chi possedeva
quattrocentomila sesterzi di valsente, e che fosse approvato
l'anfiteatro da intendenti architetti. A questa disavventura tenne
dietro in Roma un grave incendio, che consumò tutte le case poste nel
monte Celio. Tiberio all'avviso di un tal danno spontaneamente si
mosse alla liberalità, inviando gran soccorso di danaro a chi avea
patito: il che gli fece assai onore, e ne fu anche ringraziato dal
senato.

NOTE:

[129] Reinesius, Inscription. Class. VII, n. 10, 18.

[130] Sueton., in Tiber., cap. 60.

[131] Tacitus, lib. 2 Annal., c. 62. Sueton., in Tiber., c. 40.




    Anno di CRISTO XXVIII. Indizione I.

    TIBERIO imperadore 15.

_Consoli_

APPIO GIULIO SILANO e SILIO NERVA.


Gran romore e compassione cagionò in quest'anno in Roma la caduta di
Tizio Sabino, illustre cavaliere romano[132]. Era egli de' più
affezionati alla famiglia di Germanico, praticava in casa d'Agrippina,
l'accompagnava in pubblico. Sejano gli tese le reti. Latinio Laziare,
d'ordine suo, s'insinuò nella di lui amicizia cominciando con
amichevoli ragionamenti intorno alle afflizioni di Agrippina, e del
mal trattamento a lei fatto e a' suoi figliuoli da Tiberio: del che
andava mostrando gran compassione. Non potè Sabino ritenere le
lagrime, e sdrucciolò in lamenti contro la crudeltà e superbia di
Sejano, non la perdonando neppure a Tiberio. Con tali ragionamenti si
strinse fra loro una stretta confidenza. In un giorno determinato
Laziare trasse in sua casa il mal accorto Sabino, per avvertirlo di
disgrazie che soprastavano ai figliuoli di Germanico. Stavano ascosi
nella camera vicina tre detestabili senatori per udir tutto, ed
udirono in fatti Sabino sparlar di Tiberio e di Sejano. L'accusa tosto
andò al senato, ed egli imprigionato, fu nel primo dì solenne
dell'anno condotto al supplicio con terrore di ognuno che seppe la
frode usata. Ebbe da lì innanzi ognuno sommo riguardo nel parlare del
governo, nè pur attentandosi d'ascoltare, nè fidandosi d'amici, e
sospettando fin delle stesse mura. Gittato il corpo di Sabino nel
Tevere, un suo cane, che lo avea seguitato alla prigione, e s'era
trovato alla sua morte, andò anch'esso a precipitarsi e a morire nel
fiume: del che altri esempi si son più volte veduti. Plinio anch'egli
parla[133] della fedeltà di questo cane, ma con pretendere che fosse
di un liberto di Sabino, condannato con lui alla morte. Mancò di vita
in quest'anno _Giulia_ figliuola di _Giulia_, e nipote d'Augusto, la
quale non men della madre convinta già d'adulterio, e relegata in
un'isola da esso imperadore, e sostenuta ivi da Livia Augusta, per
venti anni, avea fatto penitenza de' suoi falli. Ribellaronsi in
questi tempi i popoli della Frisia, per non poter sofferire i tributi
loro imposti, leggeri sul principio, e poscia accresciuti
dagl'insaziabili ministri colà inviati. Contra di loro marciò Lucio
Apronio vicepretore della Germania inferiore con un buon corpo di
armati; ma volendo perseguitarli per quel paese inondato dall'acque e
pieno di fosse, vi lasciò morti circa mille e trecento de' suoi in più
incontri, con gloria de' Frisj e vergogna sua. Tiberio, ancorchè
dolente ne ricevesse la nuova, pure per li suoi fini e timori politici
niun generale volle inviare colà. Troppa apprensione gli facea il
mettere in mano altrui il comando di grossa armata. Faceva istanza il
senato, perchè Tiberio e Sejano ritornassero; e in fatti vennero essi
in terra ferma della Campania; e colà si portò non solamente il
senato, ma gran copia della nobiltà e della plebe con ritornarsene poi
quasi tutti malcontenti o dell'alterigia di Sejano, o del non aver
potuto ottenere udienza dal principe. Diede nell'anno presente Tiberio
in moglie a Gneo Domizio Enobarbo _Agrippina_, figliuola di Germanico
e di Agrippina, più volte da noi memorata. Da loro poi nacque Nerone,
mostro fra gl'imperadori. Era già parente della casa d'Augusto questo
Gneo Domizio, avendo avuto per avola sua Ottavia, sorella d'Augusto.
Svetonio[134], parlando di costui, ci assicura ch'egli fu una sentina
di vizii; e però da meravigliarsi non è, se il suo figliuolo, divenuto
imperadore, non volle essere da meno del padre. Diceva lo stesso
Domizio, che da lui e da Agrippina nulla potea prodursi, se non di
cattivo e di pernicioso al pubblico. Convien credere che questa
Agrippina juniore, ben dissomigliante dalla madre, fosse in sinistro
concetto anche in sua gioventù.

NOTE:

[132] Tacitus, lib. 4, c. 68. Dio, lib. 58.

[133] Plinius, lib. 8, c. 40.

[134] Suet., in Neron., c. 5. Dio, in Neron.




    Anno di CRISTO XXIX. Indizione II.

    PIETRO APOSTOLO papa 1.
    TIBERIO imperadore 16.

_Consoli_

LUCIO RUBELLIO GEMINO e CAJO RUFIO GEMINO.


Nelle calende di luglio furono sostituiti altri consoli. Ha creduto
taluno, che fossero _Quinto Pomponio Secondo_, e _Marco Sanquinio
Massimo_. Ma il cardinal Noris[135] con più fondamento mostrò essere
stati _Aulo Plauzio_ e _Lucio Nonio Asprenate_. Certamente egli è da
dubitare, che nell'assegnar i consoli sostituiti, si sieno talvolta
ingannati i fabbricatori de' fasti consolari. Più d'un esempio di ciò
si trova nel Panvinio. Ora sotto questi due consoli _Gemini_ han
tenuto e tengono tuttavia alcuni letterati, che seguisse la Passione
del divin nostro Salvatore: opinione fondatissima, perchè assistita da
una grande antichità, ed approvata da molti de' santi Padri. Se così
è, a noi sia lecito di metter qui l'anno primo del pontificato di san
Pietro Apostolo. Tertulliano[136], autore che fiorì nel secolo
seguente, chiaramente scrisse, che il Signore patì _sub Tiberio
Caesare, Consulibus Rubellio Gemino et Rufio Gemino_. Furono del
medesimo sentimento Lattanzio, Girolamo, Agostino, Severo Sulpizio ed
il Grisostomo. Altri poi han riferito ad alcuno degli anni seguenti un
fatto sì memorabile della santa nostra religione. All'istituto mio non
compete il dirne di più; e massimamente, perchè, con tutti gli sforzi
dell'ingegno e della erudizione, non s'è giunto fin qui, e
verisimilmente mai non si giugnerà a mettere in chiaro una così
tenebrosa quistione. A noi dee bastare la certezza del fatto, poco
importando l'incertezza del tempo. Sino a quest'anno era vissuta
_Livia_, già moglie d'Augusto, e madre di Tiberio[137], appellata
anche Giulia da Tacito e in varie iscrizioni, perchè dal medesimo
Augusto adottata. Morì essa in età assai avanzata, con lasciar dopo di
sè il concetto d'essere stata donna di somma ambizione, e non men
provveduta di sagacità per soddisfarla, con aver saputo, a forza di
carezze e di una allegra ubbidienza in tutto, guadagnarsi il cuore
d'Augusto. Con tali arti condusse al trono il figlio Tiberio, poco
amata, ma nondimeno rispettata da lui, e temuta da Sejano, finchè ella
visse, pochissimo poi compianta da loro in morte. Prima che Tiberio si
ritirasse a Capri[138], era insorto qualche nuvolo fra lui e la madre,
perchè facendo ella replicate istanze al figliuolo di aggregare ai
giudici una persona a lei raccomandata, le rispose Tiberio d'essere
pronto a farlo, purchè nella patente si mettesse, che la madre gli
avea estorta quella grazia. Se ne risentì forte Livia, e piena di
sdegno gli rinfacciò i suoi costumi scortesi ed insoffribili, i quali,
aggiunse, erano stati ben conosciuti da Augusto; e, in così dire, cavò
fuori una lettera conservata fin allora del medesimo Augusto, in cui
si lamentava dell'aspre maniere del di lei figliuolo. Ne restò sì
disgustato Tiberio, che alcuni attribuirono a questo accidente la sua
ritirata da Roma. In fatti nell'ultima di lei malattia neppur si mosse
per farle una visita; e dappoichè la seppe morta, andò tanto
differendo la sua venuta, ch'era putrefatto il di lei corpo allorchè
fu portato alla sepoltura. Avendo l'adulator senato decretato molti
onori alla di lei memoria, egli ne sminuì una parte, e sopra tutto
comandò che non la deificassero (benchè poi sotto l'imperio di Claudio
a lei fosse conceduto questo sacrilego onore) facendo credere che così
ell'avesse ordinato. Neppur volle eseguire il testamento da essa
fatto, e di poi perseguitò chiunque era stato a lei caro, e infin
quelli ch'essa avea destinati alla cura del suo funerale.

Soleva Tiberio ad ogni morte dei suoi diventar più cattivo. Ciò ancora
si verificò dopo la morte della madre, la cui autorità avea fin qui
servito di qualche freno alla maligna di lui natura, e agli arditi e
malvagi disegni di Sejano, con attribuirsi a lei la gloria di aver
salvata la vita a molti. Poco perciò stette a giugnere in senato
un'assai dura lettera di Tiberio contro _Agrippina_ vedova di
Germanico, e contro di _Nerone_ di lei primogenito. Erano tutti i
reati loro, non già di abbandonata pudicizia, non di congiure, non di
pensieri di novità, ma solamente di arroganza e di animo contumace
contro di Tiberio. All'avviso del pericolo, in cui si trovavano l'uno
e l'altra, la plebe, che sommamente gli amava, prese le loro immagini,
con esse andò alla curia, gridando essere falsa quella lettera, e che
si trattava di condannarli contro la volontà dell'imperadore. Faceano
istanza nel senato i senatori, venduti ad ogni voler di Tiberio, che
si venisse alla sentenza; ma gli altri tutti se ne stavano mutoli e
pieni di paura. Il solo Giunio Rustico, benchè uno de' più divoti di
Tiberio, consigliò che si differisse la risoluzione, per meglio
intendere le intenzioni del principe. Di questo ritardo, e
maggiormente per la commozione del popolo, si dichiarò offeso Tiberio;
ed insistendo più che mai nel suo proposito, fece relegar
_Agrippina_[139] nell'isola Pandataria, posta in faccia di Terracina e
di Gaeta. Dicono che non sapendosi ella contenere dal dir delle
ingiurie contro di Tiberio, un centurione la bastonò per comandamento
di lui sì sgarbatamente, che le cavò un occhio. I di lei figliuoli,
_Nerone_ e _Druso_, benchè nipoti per adozion di Tiberio, furono
anch'essi dichiarati nemici; il primo relegato nell'isola di Ponza, e
l'altro detenuto ne' sotterranei del palazzo imperiale. Qual fosse il
fine di questi infelici, lo vedremo andando innanzi.

NOTE:

[135] Norisius, in epistola Consulari.

[136] Tertull. contra Jud., c. 8.

[137] Tacitus, lib. 5, c. 1.

[138] Sueton., in Tiber., c. 51.

[139] Sueton., in Tiber., cap. 53.




    Anno di CRISTO XXX. Indizione III.

    PIETRO APOSTOLO papa 2.
    TIBERIO imperadore 17.

_Consoli_

LUCIO CASSIO LONGINO e MARCO VINICIO.


In luogo de' suddetti consoli nelle calende di luglio succederono
_Cajo Cassio Longino_ e _Lucio Nevio Sordino_. Qui vien meno la storia
romana, essendosi perduti molti pezzi di quella di Cornelio Tacito; e
l'altra di Dione si scuopre molto digiuna, perchè assassinata
anch'essa dalle ingiurie del tempo. Tuttavia è da dire essere stati sì
in grazia di Tiberio i due suddetti consoli ordinarii, cioè _Lucio
Cassio_ e _Marco Vinicio_, ch'egli da lì a tre anni diede loro in
moglie due figliuole di Germanico; a Cassio _Giulia Drusilla_, a
Vinicio _Giulia Livilla_. Appartiene poi a quest'anno il funesto caso
di Asinio Gallo, figliuolo di Asinio Pollione, celebre a' tempi
d'Augusto. Dacchè Tiberio dovette ripudiar _Vipsania_, figliuola
d'Agrippa, sua moglie primiera, che già gli avea partorito _Druso_,
per prendere _Giulia_ figliuola d'Augusto, questa Vipsania si maritò
col suddetto Asinio Gallo, e gli partorì dei figliuoli, i quali perciò
vennero ad essere fratelli uterini di Druso Cesare, ed uno d'essi era
stato promosso al consolato. Ma, per testimonianza di Tacito, Tiberio
mirò sempre di mal occhio Asinio Gallo per quel maritaggio. Tanto più
se la prese con lui[140], perchè osservò ch'egli facea una gran corte
a Sejano, e l'esaltava dappertutto, forse credendo che costui
arriverebbe un dì all'imperio, o pure cercando in lui un appoggio
contro le violenze di Tiberio. Dovendo il senato inviar degli
ambasciatori a Tiberio, fece egli negozio per essere un d'essi. Andò,
fu ricevuto con volto ben allegro da esso Tiberio, e tenuto alla sua
tavola, dove lietamente si votarono più bicchieri; ma nel medesimo
tempo ch'egli stava in gozzoviglia, il senato, che avea ricevuta una
lettera da Tiberio con alcune accuse immaginate dal suo maligno
capriccio, il condannò, con ispedir tosto un pretore a farlo prigione.
S'infinse Tiberio d'essere sorpreso all'avviso di quella sentenza, ed
esortato Asinio a star di buona voglia, e a non darsi la morte, come
egli desiderava, il lasciò condurre a Roma, con ordine di custodirlo
sino al suo ritorno in città. Ma non vi ritornò mai più Tiberio; ed
egli intanto senza servi, e senza poter parlare se non con chi gli
portava tanto di cibo, che bastasse a non lasciarlo morire, andò
languendo in una somma miseria, con finir poscia i suoi guai, non si
sa se per la fame o per altro verso, nell'anno 33 della nostra Era,
siccome attesta Tacito. Eusebio[141], che mette la sua morte nell'anno
primo di Tiberio, non è da ascoltare. Anche Siriaco, uomo insigne pel
suo sapere, tolto fu di vita non per altro delitto, che per quello
d'essere amico del suddetto Asinio. In quest'anno appunto scrisse la
sua storia, di cui buona parte s'è perduta, _Vellejo Patercolo_, con
indirizzarla a Marco Vinicio, uno dei due consoli di quest'anno; però
non merita scusa la prostituzione della sua penna in caricar di tante
lodi Tiberio e Sejano. Le loro iniquità davano negli occhi di tutti; e
quegl'incensi sì mal impiegati, sempre più ci convincono di che animi
servili fosse allor pieno il senato e la nobiltà romana. Abbiamo da
Dione, che sempre più crescendo l'autorità e l'orgoglio di Sejano,
tanto più per paura o per adulazione crescevano le pubbliche e le
private dimostrazioni di stima verso di lui. Già in ogni parte di Roma
si miravano statue alzate in suo onore[142]. Fu anche decretato in
senato, che si celebrasse il di lui giorno natalizio. E a lui
separatamente, e non più al solo Tiberio, si mandavano gli
ambasciatori dal senato, dai cavalieri, dai tribuni della plebe e
dagli edili. Cominciossi ancora ne' voti e sagrifizii che si facevano
agli dii del Paganesimo per la salute di Tiberio, ad unir seco Sejano;
si udivano grandi e piccioli giurare per la fortuna di amendue; il che
era riserbato in addietro per gli soli imperadori. Non lasciava
quell'astuta volpe di Tiberio, benchè si stesse nell'infame suo
postribolo di Capri, d'essere informato di tutto questo; e tutto anche
dissimulava, ma coll'andar intanto ruminando quel che convenisse di
fare.

NOTE:

[140] Dio, in Excerptis Vales.

[141] Euseb., in Chron.

[142] Dio, lib. 58.




    Anno di CRISTO XXXI. Indizione IV.

    PIETRO APOSTOLO papa 3.
    TIBERIO imperadore 18.

_Consoli_

Lo stesso TIBERIO AUGUSTO per la quinta volta, LUCIO ELIO SEJANO.


Non ritennero Tiberio e Sejano lungo tempo il consolato, perciocchè,
siccome avvertì il cardinale Noris[143], nel dì 9 di maggio
subentrarono in quella dignità _Fausto Cornelio Sulla_ e _Sestidio
Catullino_, ciò apparendo da un'iscrizione. Da un'altra ancora da me
rapportata[144] apparisce il loro nome, ma con qualche mio dubbio, che
SEXTEIDIVS possa essere _Sex. Teidius_. Il non trovar io vestigio
della famiglia _Sestidia_, ma bensì della _Tidia_, mi ha fatto nascere
un tal dubbio. All'uno di questi due consoli fu surrogato nelle
calende di luglio _Lucio Fulcinio Trione_, e all'altro nelle calende
di ottobre, _Publio Memmio Regolo_, che non era amico di Sejano, come
Fulcinio Trione. Con occhi aperti vegliava Tiberio sopra gli andamenti
del suo favorito Sejano, pentito ormai d'averlo tanto esaltato. Già
s'era accorto che costui avea serrati i passi ai ricorsi, nè gli
lasciava sapere, se non ciò ch'egli voleva. Molto più appariva che
costui a gran passi tendeva al trono col deprimere i suoi nemici, e
guadagnarsi ogni dì più amici e clienti. E giacchè il senato e il
popolo erano giunti ad eguagliarlo a lui in più occasioni, ed
all'incontro ben sapea Tiberio d'essere poco amato, anzi odiato dai
più dei Romani; preso fu da gagliardo timore, che potesse scoppiar
qualche gran fulmine sopra il suo capo. Abbiamo ancora da Giuseppe
Ebreo[145] che Antonia madre di Germanico e di Claudio, che fu poi
imperadore, spedito a Capri Pallante suo fidatissimo servo, diede
avviso a Tiberio della congiura tramata da esso Sejano coi pretoriani
e con molti senatori e liberti d'esso Tiberio, di maniera che egli
restò accertato del pericolo suo. Ma come atterrare un uomo sì ardito
e intraprendente, e giunto a tanta possanza? La via di prevenirlo
tenuta da quell'astuto vecchio, fu quella di sempre più comparir
contento ed amante di Sejano, e di colmarlo di nuovi onori, per più
facilmente ingannarlo. Il creò console per l'anno presente, e affine
di maggiormente onorarlo, prese seco il consolato. Scrisse anche al
senato con raccomandargli questo suo fedele ministro. Potrebbe
chiedersi, perchè nol facesse strozzare in Capri, e come mai per
abbatterlo il facesse salire al consolato, cioè ad una dignità che
aumentava non solo il di lui fasto, ma anche la di lui autorità e
potere. Quanto a me vo' credendo, ch'egli non s'attentasse nè in Capri
nè in Roma di fargli alcun danno, finchè costui era prefetto del
pretorio, cioè capitan delle guardie imperiali, il che vuol dire di un
corpo di gente consistente in dieci mila de' migliori soldati fra i
Romani, ed abitante unito in Roma. Allorchè Tiberio volea farsi ben
rispettare e temere dai consoli e senatori, alla lor presenza dava la
mostra ai pretoriani. Ma anche a lui faceano essi paura, perchè
comandati da Sejano, e ubbidienti a' di lui cenni; ed esso Augusto era
attorniato da sì fatte guardie anche in Capri. Adunque con crear
Sejano console, ed inviarlo a Roma, se lo staccò dai fianchi,
disegnando di torgli a suo tempo la carica di prefetto del pretorio,
per conferirla a Nevio Sertorio Macrone.

Dopo pochi mesi gli fece dimettere il consolato, allettandolo intanto
colla speranza d'impieghi e premii maggiori[146], cioè di associarlo
nella podestà tribunizia, grado sicuro alla succession dell'imperio, e
di dargli moglie di sangue cesareo, verisimilmente Giulia Livilla,
figliuola di Germanico. E perciocchè Sejano, dappoichè ebbe deposto la
trabea consolare, facea istanza di tornarsene in Capri, per seguitar
ivi a far da padrone; Tiberio il fermò con dar ad intendere a lui, e
spacciar dappertutto, che fra poco voleva anch'egli tornarsene a Roma.
Ne' mesi seguenti andò Tiberio fingendo ora esser malato, ora di star
bene, e sempre venivano nuove ch'egli si preparava pel viaggio. Talor
lodava Sejano, ed altre volte il biasimava. In considerazione di lui
facea delle grazie ad alcuni de' suoi amici, ed altri pure amici di
lui maltrattava con varii pretesti: tutto per raccogliere segretamente
col mezzo delle spie, quali fossero i sentimenti e le inclinazioni del
senato e del popolo. Non andò molto che al non vedersi ritornar Sejano
a Capri e all'osservar certi segni di rallentato amore di Tiberio
verso di lui, molti cominciarono a staccarsi con buona maniera da lui,
e calò non poco il suo credito anche presso del popolo. Ma Sejano,

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