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Novelle

by unknown · Italian · Gutenberg #39658 · 592,351 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Novelle
    
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Title: Novelle

Creator: conte Cesare Balbo


        
Release date: May 8, 2012 [eBook #39658]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/39658

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE ***




Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
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                     BIBLIOTECA D'AUTORI ITALIANI.

                               Tomo III.



                                NOVELLE

                                   DI

                             CESARE BALBO.


             EDIZIONE CONSENTITA DALL'EDITORE PROPRIETARIO.



                                LEIPZIG:

                           _F. A. BROCKHAUS._

                                 1877.




                                 INDICE


    QUATTRO NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA.
    FRANCESCA.
    TONIOTTO E MARIA.
    LA BELLA ALDA.
    MARGHERITA.
    IMILDA.
    I DUE SPAGNUOLI.
      I.
      II.
      III.
    NUOVE NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA.
    L'EBREA.
    LA MARCHESINA.
    IL FILOSOFO.
    L'UFFICIALE IN RITIRO.




            QUATTRO NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA.


    E venutomi innanzi
    Un che di stampar opere lavora,
    Dissi: stampami questa alla mal'ora.
      _Berni_.


                       ***PREFAZIONE DELL'AUTORE*


Alla edizione delle _Quattro Novelle_ stampata in Torino, per Giuseppe
Pomba, nel 1829.

Se vuoi fare a modo mio, cortese discreto leggitore, tu hai nel presente
libretto a distinguer bene due persone; il narratore autor delle
novelle, e lo scrittore editore di esse. Il primo è un mio amico maestro
di scuola in una terra non molto discosta di qua, ma che tu chiederesti
invano qual sia, non volendotene io dir nulla per ora, se non ciò che
troverai innoltrando due facciate in capo alla prima novella. Del resto,
innoltrando più lo conosceresti anche meglio per le sue proprie parole;
che quando non si può per le azioni, è pur il miglior modo di conoscere
un uomo; miglior assai che per qualunque cosa se ne possa udire da
chicchessia altrui, anche da un amico. Così facendo, spero tu abbia a
voler po' di bene al maestro; benchè sarà difficile tu gliene voglia mai
tanto quanto io. Che se le sue narrazioni ti andassero a genio, vedrei
di averne altre, e forse anco un giorno ti scriverei la vita di lui,
ch'egli ha narrata a me, ed alcuni altri privati suoi; ma al pubblico
dice, che è un'impertinenza far la vita di tale, che non importi se sia
vivuto. Perciò è che voglio vedere d'accattarmi prima un po' d'amor tuo.
E parendomi che possa conferir a ciò la sua figura, che è buona ed
amorevole, sì te la dono sul frontispizio, _gratis_, come si usa oggidì.
Or lasciolo stare, e vengo all'editore, che, come vedi, sono io. Nè
debbe calerti chi io sia. Ma forse mi dimanderai come, o perchè io mi
mettessi a ciò? Or dirotti: ascoltator trovaimi di novelle per ozio;
scrittor fecimi per ozio, ora editor divengo per ozio. Nè da te voglio
altro, se non che leggitor mio ti faccia tu anche per ozio. Ma se,
passate due ore così, tu ti trovassi d'alquanto migliore, od anche non
peggiore; credimi, l'hai a tenere per tanto guadagno, e perciò ad
avermene tanta obbligazione. E lascia poi tacciar le mie novelle di
classiche, o romantiche, storiche, immaginate, miste, o che so io; tieni
buona ogni cosa che non t'annoi, e non ti guasti. E così tu voglia tener
me; ed io chiamerotti di nuovo, discreto, cortese, benigno, e benevolo
leggitore.




                               FRANCESCA.


    La calunnia è un venticello.
      _Rossini_, _Il Barbiere di Siviglia_.


In una villa dove già vissi alcuni anni, fu da maestro di scuola un
prete molto buono e sociabile; del quale, come aveva detto messa e
finita la scuola o l'ufficio, e se occorreva qualche confessione, ogni
sollazzo era alla state ir a diporto su per que' colli, od a sonar gli
organi e i gravicembali ne' castelli all'intorno; e il verno poi entrar
nelle case de' signorotti e de' villani di quel contado, ed ivi, come si
dice, fare stalla, che tant'è come in città far conversazione. E perchè
virtuoso e pio e pacifico uomo egli era, ogni suo conversare tendeva a
ispirare pace e pietà. Ond'egli poi solea con gli altri preti suoi amici
darsi vanto di non far altro là, che continovar lo insegnamento della
dottrina cristiana incominciato alla scuola e spiegarla con gli esempi,
che fanno più impressione, ma che non tutti starebbero bene in chiesa.
-- E veramente, egli aggiugnea sorridendo, anche queste vecchierelle
usano così, e volendo dar insegnamenti alle giovani, subito vengono agli
esempi; ma questa differenza è tra esse e me, che elle li scelgono
presso le vicine e contemporanee, io sempre li cerco in tempi antichi e
luoghi sconosciuti. Nè so se nel modo loro sia più efficacia, ma nel mio
certo è più carità. -- Ed una sera che c'ero pur io, ed a suo malgrado
s'era appunto sparlato della gente, il buon maestro incominciò così:

Donne mie, lo sparlare della gente è una brutta cosa: e' si fa senza
badarci, e chi l'ha fatto la sera, talor non se ne ricorda la domane, nè
mai più di sua vita; e intanto quella parola così leggermente uscita di
bocca cresce e fa danno, e talor perde un uomo o una donna nell'onore e
nella roba, e talor anco nella vita; e chi l'ha detta, anche pentito,
non la può più riavere. Del calunniar poi per malignità non ne dico,
perchè voi altre siete tutte buone; ma nelle città e paesi grandi è
altrimenti. In una di queste, ch'io non vi nomerò, perchè non la
conoscete, e se la conosceste, ve la nomerei anche meno, e' fu già una
fanciulla chiamata Francesca, nobile, bella, e che era nata ricca e
grande quasi sopra ogni altra della città. Ma per il parteggiare che si
faceva a que' tempi (gran disgrazia, figliuoli miei, queste parti e
nimicizie in un paese!) erano stati uccisi in guerra, ed anche in piazza
a furia di popolo, o di supplizi, o morti in esiglio, tutti i suoi,
padre, avo, zii, fratelli; che tutti erano stati della parte perdente,
ed ella sola e meschina rimanea colla madre vedova e ridotta a povertà.
E in che trista vita s'allevasse la fanciulla, pensatelo voi. Non feste,
non divertimenti, non gaio e giovanile vestire, che non si convenivano a
tal povertà e vedovanza; nemmeno quasi un passeggio, per orrore ch'avea
la madre d'incontrare or l'uno or l'altro degli uccisori o persecutori
di suo marito o de' suoi figli; non compagne, nè amiche, che poche lor
ne restavano, e quelle per timore si schivavano l'una l'altra più che
non si cercavano. Ma sole, e il più del tempo la madre a piagnere; la
figliuola a piagner con lei, a lavorar dell'ago o della rocca, o al più
al più a leggere qualche libruccio di divozione, o qualche cronaca o
leggenda, e poi di nuovo a veder piagnere la madre, ed uscir ogni
domenica a messa molto per tempo, e a vespro molto tardi per non esser
vedute, sempre vestite di un cambelotto nero, che la madre quasi
credette far un peccato a lasciarlo poi mutar in bigio dalla fanciulla.
Nè tuttavia crediate che fosse del tutto disconsolata la vita di questa.
Non ella avea conosciuto padre nè fratelli, sendo tuttavia al petto
della madre quando si rivolse lor fortuna. Ed, oltrechè il non rammentar
tempi felici gran diminuzione è di miseria, la prima gioventù ha nel
sangue stesso la felicità, ed a lei piovono le consolazioni. Ora era un
bel giorno di primavera, e la madre lasciavala pur uscire all'alba colla
servuccia a raccor fiori, ed ella riportavale un bel mazzo di mammole,
che poi faceva sotto il povero tetto soave fragranza tutto quel giorno;
ora comprato da qualche monello un bel cardellino, ella poi se
l'allevava con un amore che se ne faceva un compagno; ora anche, perchè
ella era tanto buonissima come bella, con quella poca moneta che poteva
avere, sollevava ella meschina qualche più meschino di lei, il quale ne
durava grato, meno a lungo forse che non ella felice. Nè era tutto,
perchè forza è pur dirlo. Non compiuto avea il sedicesimo anno, una
consolazione le venne troppo maggiore delle mammole e del cardellino, ed
anche della sua amorevole carità; una consolazione da lei prima
inavvertita e che ella nè consolazione nè altro di niun nome chiamava:
ma era una vista, un pensiero, una occupazione continova, anzi una vita
del tutto nuova e dolcissima.

Nè a voi che accorte siete è mestiero dirvi che fosse. Dicovi solo il
nome del giovane che la vide un giorno a caso in quelle sue gite
mattutine a' praticelli fioriti, e sotto il povero e tristo abito pur la
trovò bella più di niuna altra, e tornò il domane e ogni giorno, poi
molti giorni senza incontrarla, e talor anco la incontrò, e la trovò più
bella ogni volta, e pur non le si accostò; ma la seguì da lungi e fino a
casa, e seppe chi era; e saputolo, perchè quantunque nascosta mal era
ignota sua bellezza e sua bontà e miseria, subitamente con gran passione
di lei s'innamorò. Il qual giovane adunque si chiamava Manfredi, ed era
pur egli bello e nobile giovine, e pur egli di casa stata ricca e de'
perdenti, e il suo padre era morto in esiglio: ed egli era povero e solo
rimasto, e benchè di assai ingegno e virtù, e molto destro in armi e
cavalli, pure, perchè odioso a chi reggeva la repubblica, non era
adoprato in nulla, nemmeno nella milizia, onde languiva in grande ozio.
E, come sapete, dicesi l'ozio padre de' vizi, ma io ben credo che sia
l'ozio de' felici; perchè gl'infelici e poveri mal possono darsi a'
piaceri e alle gozzoviglie, e a' vizi che ne vengono. Sì confesso che
gli oziosi infelici troppo sovente cadono poi in amore; e così cadde
Manfredi. E l'amore di uno povero ozioso che non abbia altro a pensare
il dì e la notte è poi tutt'altro che quello de' giovani occupati ne'
piaceri e maneggi pubblici e privati. E in una parola Manfredi era, come
si dice, perduto d'amore; che vuol dire che non avea più altro pensiero
al mondo; od anzi, che tutti i suoi pensieri antichi e nuovi riferiva al
suo amore; e se pensava a riacquistar lo stato e le ricchezze, o a farsi
un nome o mostrarsi pro', non era più niente per sè stesso, ma tutto per
la fanciulla ch'egli avrebbe voluta far ricca, e allegra, e onorata, e
propria moglie. E in questi pensieri poi tanto andava d'uno in altro
innanzi, che ne perdeva il pensiero e la ragione. E badate, che la
perdeva non solo per l'altre cose di che non gl'importava più, ma in
quella stessa di che sola gli caleva, che era il suo amore. Così succede
a chi troppo si logora la fantasia in vece di far subito quello che
talor sarebbe facile per conseguire il proprio desiderio. Ma così fanno
gl'innamorati; e quante storie io n'ho lette, sempre ho veduto ogni lor
miseria venire dalla propria stoltezza. Che invece di dir subito il loro
amore alla loro innamorata, e saper se ella pure gli ama, e s'è così,
domandarla al padre o alla madre, e poi sposarla e menarsela a casa; ora
per una sofisticheria, ora per un'altra, o indugiano la dichiarazione, o
la domanda a' parenti o le nozze; e allora è che nasce l'uno o l'altro
malanno che gli fa tanto tempo patire, e tanto allungarsi lor triste
vicende, prima che si trovino a quello onde avrebbero dovuto cominciare;
che son le nozze. E pur troppo anco talor non ci si trovano mai più. Ed
è perciò che io sempre vi esorto, voi altri giovinastri, se mai siete
innamorati, a non indugiare nè allungar le storie; ma seguir quel modo
mio di parlarne oggi alla fanciulla, dimani a' parenti, ed alla prima
domenica al signor Preposto per le pubblicazioni. E così avesse fatto
Manfredi! Nè, a dir vero, altro aspettavansi se non ciò, o la figlia
ch'io non dirò innamorata lei, ma sì compiacentesi dell'amore di lui, o
la madre già per la fedel serva, e poi per sè stessa fatta accorta non
che dell'innamoramento dell'uno, ma del compiacimento dell'altra. E se
Manfredi avesse chiesta la fanciulla, ed ella gli sarebbe stata non che
volentieri conceduta, ma con gran gioia donata. Che se povero egli era e
non in fortuna, povera ella e diserta; e la madre non era di quelle che
a fanciulle povere pur vogliono sposi ricchi, e le lascian morir
zitelle. Oltrechè, avendo avuti tanti guai, e sofferte tante crudeltà da
quelli che erano allora in gran fortuna; e non se ne potendo vendicare:
e la disperanza di vendetta troppo sovente diventando, principalmente
nelle donne, amarissimo odio e furore; non per tutto l'oro del mondo o
per tutta la potenza dell'Imperadore avrebbe voluto far ciò che le
pareva viltà: veder la figlia in grande stato, ma nelle braccia d'uno
de' persecutori, anzichè in quelle d'uno poverissimo de' perseguiti. Ora
potete scorgere se fu stolto Manfredi, che in vece di parlarne a persone
così ben disposte come madre e figlia erano, incominciò a sragionare,
quasi ella fosse stata una principessa, e non in fortuna eguale alla
sua. Troppo peccato se così bella, così buona, così celeste fanciulla,
fosse moglie mai d'uno uomo sì povero, sì abbandonato, di così poche
speranze com'era egli. Perchè questo era il peggio, non l'esser un
nulla, ma fin adesso non aver nemmeno fatto il minimo che, per trarsi da
quel nulla. Ed egli avea pur compiuti i vent'anni; e quanti a tal tempo
hanno, non che date speranze, ma effettuatele? fatta o rifatta lor
fortuna, acquistatosi un nome, o aggiunto a quello de' maggiori? Egli,
misero! che sforzo avea fatto, che tentare? Egli che avea pure così
poco, anzi nulla a perdere? egli a cui talora del suo stesso nascere era
incresciuto? E sua trista vita non avea pur saputo nè adoperare nè
perdere? In breve, il giovine tanto e tanto malamente pensò, che prima
immaginò, e poi si compiacque nella immaginazione, e in ultimo per fermo
deliberò d'irsi a Terra Santa. Dove, non so se abbiate udito dire, si
facevano allora grandi guerre, le quali ora non si usano più, contro i
Turchi, e questi allora si chiamavano infedeli, e le guerre si dicevano
sante e crociate, e non è famiglia grande di signori o principi nostri
che non ne sieno iti alcuni a combattervi, ed anche a morirvi contenti
per la divozione che allora avevano. Gli è vero che molti anche andavano
per acquistarvi signorie o rinomanza: e di questi, forza è confessarlo,
fu Manfredi. Perchè si pensava che là con sua valentia, e dispregiando
la vita come faceva, il meno che gli podesse accadere era far qualche
bella prodezza dinanzi a qualche gran principe o signore, che il
prenderebbe in amore, e tornando poscia in Europa, o gli farebbe
restituir lo stato in patria, o lo si terrebbe in corte sua; ed egli
allora verrebbe a toglier Francesca, e la si avrebbe in modo non tanto
indegno di lei, come damigella e gran signora. E fatta questa bella
risoluzione, anche fece quella di finalmente parlare alle donne: e
trovato modo di andar loro in casa, che fu per li due giovani uno
innamorarsi l'uno dell'altro peggio che mai scoperse loro tutto il suo
mal pensato divisamento. Alle donne, per le cagioni dette, credo che
avrebbe più satisfatto se nè di Terra Santa, nè di gloria, nè di futuri
tempi avesse parlato. Ma, o vergogna di mostrar più fretta di lui, o
dispetto, e perchè poi la giovane era molto tenera, e ad ogni modo
queste imprese lontane andavano a genio delle donne a quel tempo, la
madre ne lo lodò, e la figliuola si tacque ed egli a partir si dispose.
Accomandate a un vecchio servo, che l'avea allevato, le poche
masserizie, e la cameretta che teneva a pigione in un sesto rimoto della
città, portava seco in armi e cavallo, il meglio del pochissimo avere
restatogli. Solo una croce d'oro che era stata di sua madre, ed egli,
non che cara, tenea sacra, lasciò alla fanciulla, pregandola di portarla
fino che lo sapesse morto, o cinque anni almeno, per suo amore. Ella
piangendo se la metteva al collo, e davagli una fascia trapunta di sua
mano, ed egli se ne partiva.

Due anni passarono, e perchè non erano allora le poste ordinate nè le
lettere facili a scriversi come ora sono, non ebbero l'uno dell'altro
novelle mai. Finalmente per un romeo, che facendo il gran pellegrinaggio
di tutti i luoghi santi, di Gerusalemme veniva a Roma, Manfredi scrisse
brevemente alle donne com'egli era vivo e giunto e ogni dì combatteva su
quella terra sacra, e alcuni infedeli avea uccisi di sua mano, ed anche
alcune lodi da' compagni conseguite; ma che di acquistar nome e grazia
di niun signore non gli era venuto fatto fin allora. Là pure tutto esser
parti, e scandali di potenti tra sè; e chi non era piaggiatore, nè
violento, mal farsi strada appresso a quelli; e temeva di non farla mai,
e forse il Signor Iddio lo voleva castigare d'esser ito con umani fini a
quella santa guerra; pur domandava che fino al termine detto gli si
serbasse la promessa fedeltà. E le donne, alcuni mesi appresso, per un
fraticello che andava a Gerusalemme, gli risposero facendogli cuore, e
la fanciulla di soppiatto aggiunse alla lettera, che non solo pel tempo
detto, ma sempre finchè vivrebbe, gli sarebbe fedele, e che in qualunque
tempo, o prima o dopo lui, morrebbe sua. Intanto giunta ella a
diciott'anni s'era tanto d'ogni maniera abbellita, che non fu più povero
vestire o romito vivere che la potesse nascondere agli occhi vaghi de'
giovani di quella città. Uno principalmente, nobile, ricco, figlio di
potenti, potente egli, e se non bello quanto Manfredi, ornato di quella
allegria e bravura giovanile che talor supplisce a bellezza, la vide,
l'ammirò ed a suo modo l'amò. Dico a modo suo, che è il mio, perchè a
nozze egli in breve pensò. Nè ad amarla per meno onesto fine, o gli era
possibile averne qualche speranza, o l'avrebbe voluto egli stesso. Che
Rambaldo, così chiamavasi il giovane, era di quelli nè tutto buoni, nè
tutto cattivi, che forse sarebbero tutto buoni, se non gli avesse guasti
troppo costante felicità. E, quantunque a sposare sì povera fanciulla,
reliquia di parenti condannati e vilipesi, egli avesse a vincere prima
la propria ambizione, e poi la difficoltà de' parenti, pure tanto potè
l'amore, che prima sè stesso risolse, e dopo alcun tempo, fece
acconsentire anche i genitori e i parenti; e allora credette finita ogni
cosa. Perchè di dubitare che sì povera e trista madre volesse negare a
lui, così grande e ricco, la fanciulla, o che questa così sola avesse
pure posto amore a nessuno, non gli venne pensiero mai. E perchè era
uomo tutto all'incontro di Manfredi, e non che in pensieri, nemmeno in
opere inutili non solea perdersi, e se ne dava vanto; non avea voluto
andar mai per la casa alle donne, finchè non si fosse assicurato dei
proprii parenti; e quando fu, pensò d'esser ricevuto non come uomo, ma
come angelo di paradiso che scendesse a sollevarle, ed anzi tutto della
propria generosità e di lor grazie si compiacea. Pensate ora voi se
restasse avvilito, quando, presentatosi, non ebbe da madre e figlia
altra risposta che di muto e quasi sdegnoso stupore. Scambiollo pur
prima per mal avveduta modestia; e volendo loro lasciar tempo a
riprender gli spiriti, non senza alcune mal composte parole, dicendo di
non volerle troppo pressare, e che tornerebbe la domane, le lasciò.
Allora consigliavansi madre e figliuola, se consiglio dee dirsi tra una
risolutissima, e l'altra che volea pur parerlo, ma invero cominciava a
dubitare e per la lettera di Manfredi, e per l'amor alla figlia che in
lei vincea tutto, anche l'odio ai potenti. Benchè il medesimo amore,
siccome sincerissimo, facendole cercare la felicità della figliuola,
gliela faceva cercare quale desideravasi da questa; non come solete voi
troppo sovente nel dar le figlie a marito, che pare voi dobbiate
maritarvi e non esse. Perciò disse alla figlia quanto le parve, non a
rimuoverla da sua fedeltà duranti i cinque anni, che a lei sarebbe
paruto gran fallo; ma perchè s'indugiasse la risposta fin dopo a quel
tempo, non sapendosi mai che potesse succedere, e che so io. Ma
rispondendole la fanciulla molto caldamente, che se non avesse mai
conosciuto Manfredi, ella non avrebbe pure sposato Rambaldo mai! e che
se le fosse stata offerta la mano non che di Rambaldo ma di qualunque
maggior principe della terra, ed ella avesse poi conosciuto Manfredi,
Manfredi pure avrebbe sempre voluto, ed altre simili cose; l'amorosa
madre non pensò ad altro più che a cansarle la pena d'avere a riveder
Rambaldo; e il dì appresso, mandata la figliuola da una buona vecchia
loro vicina, ella sola lo ricevette; e perchè costumata era in ogni
cosa, come meglio seppe, gli diè pure il necessario commiato.

Che ne sentisse Rambaldo, chiaro debb'esservi, se avete atteso alla sua
natura, più che innamorata, superba. Dolsegli della perduta fanciulla;
ma più dell'aversi a ricredere, co' genitori e parenti ed amici, delle
anticipate confidenze fatte loro di suo amore: nè seppe altro modo, per
non parer ributtato egli, che di far credere avesse egli ributtate le
nozze. Cominciò a dire che avendola veduta più da presso non gli era
paruta così bella, ma perchè questo non lo poteva a nissuno che l'avesse
veduta una volta persuadere, aggiugnea che parlandole l'avea conosciuta
molto semplice e sora; e nè ciò avendo ombra di verità, mutò un'altra
volta discorso, e così, con una certa aria misteriosa, e con quel tacere
più perfido che le istesse parole, fece intendere ch'egli avea sue
ragioni per non ir oltre alle nozze ideate; ed avrebbe avuto facilità a
ben altro anche che nozze, ma a lui non era piaciuta mai la soverchia
facilità; e non sapea qual malinconia gli fosse già entrata in capo di
pensar mai a coteste donne; le quali a dir vero, non erano molto dappiù
che non fossero stati lor uomini, tanti anni innanzi ben degnamente
cacciati e condannati. E così, come dicesi una parola traendo l'altra,
anzi una bugia facendo un'altra necessaria, venne a chiaramente far
intendere, che avendo la fanciulla per amanza ei non si curava più
d'averla per moglie. Aiutollo la serva di quelle povere donne, a cui non
pareva vero che un signore sì ricco e sì grande avesse voluto sposar la
padrona, ed ella l'avesse così stoltamente ributtato. Onde, il giorno
ch'egli ebbe il commiato dalla madre, la serva lo seguì per la via; e
dicendogli di non disperare, se gli era profferita non per nulla di
male, ma per vedere se pur vi fosse verso di rannodar il rotto trattato.
Rambaldo tutto turbato allora non le avea risposto altro se non che
venisse a trovarlo; ma venuta dopo alcuni giorni, le incominciò a dar
moneta, e ragionarle del suo amore. Nè si conviene poi supporre ogni
cosa alla peggio; forse qualche speranza dettata da sua medesima
superbia rimaneva a Rambaldo. Ma se l'aveva, non istette molto a
perderla quando la serva gli narrò degli incontri mattutini di Manfredi
e Francesca, e poi delle visite di quello e della sua dipartita per
Terra Santa, e della croce e della fascia, e in somma tutti i
particolari del loro dolcissimo amore. Allora invase il petto di
Rambaldo una subitanea gelosia; e gelosia di superbia tanto più feroce
ed accanita, che non gelosia di vero amore. Perchè, badate bene,
figliuoli miei, i gelosi innamorati o serbano tuttavia qualche tacita
speranza, ed han riguardi all'amata, o la loro disperazione più contro
sè stessi che contro lei si rivolge. Ma i gelosi per superbia, questi
sono che non la perdonano alle povere donne, e fanno poi gli scandali e
i guai che vediamo troppo sovente. Rambaldo era di questi; rivide più
volte la serva, ed una volta che ella pareva più che mai impietosita, e
pronta a fare ogni cosa per lui, egli le chiedette che involando la
croce d'oro della fanciulla glie la recasse come a consolazione e
sollievo della sua sventurata passione. La serva dubitò; disse che per
nulla al mondo non vorrebbe far male alla padrona, nè cosa illecita mai,
e questo era rubare, ed altre cose simili; ma egli pressando e dicendo
che l'avrebbe poi restituita, o datone una più bella, finalmente n'ebbe
la promessa, e in breve la croce. Perchè una notte che la fanciulla era
in profondissimo verginal sonno immersa, e forse i dolci giorni del
ritorno sognava, accostasi al lettuccio la traditrice serva pian piano,
le recise la nera benda che teneale la croce dì e notte appesa al
bianchissimo collo, che più pietà sarebbe stato, cred'io, in quel punto
trafiggerglielo. Perchè svegliata appena all'alba la meschina, e
volendo, come solea, prima d'ogni cosa baciar la croce, e farvi sopra la
preghiera mattutina, invano la cercava al collo ed al petto, invano tra
i veli e i panni e nella camera e in tutta la casa, e diceva che era
certissima d'essersi alla sera coricata con quella, e che le era stata
involata, e piagnendo miseramente si disperava. Nè tuttavia aveano in
sospetto la serva stata loro sempre fedele, nè Rambaldo, di che mai più
non aveano udito, nè niun altro; ma credettero o che la fanciulla si
fosse ingannata credendo di averla al collo la sera innanzi, e l'avesse
smarrita per via; o forse, perchè in quell'età facilmente credevasi a
prodigi ed augurii, che succeduta qualche disgrazia grande, forse la
maggiore, a Manfredi, si fosse la croce sua miracolosamente perduta. E
così aiutando la solitudine siffatte immaginazioni, tanto ci si internò
la Francesca, che la sua nativa ma fin allora dolce malinconia
incominciò a farsi amarissima, e tristi i suoi giorni, e irrequiete le
notti, e grave il capo, or tutto ristretto or tumido e palpitante il
cuore, impallidito il bel volto, languidi gli occhi, e fievole tutta la
gentile persona. Non si figurava tanto Rambaldo; nè mai si figura gli
strazii dell'infelice l'uomo felice che li causò. Anzi, avuta la croce,
e fattane alcun tempo menzognera mostra ai compagni, presso i quali era
nota anzi famosa la croce d'oro e il nastro nero e il collo bianco della
bella Francesca, in breve non se ne diede più pensiero di sorta alcuna,
e trovò consolazioni e distrazioni in altri amori, e poi ne' maneggi e
negozi pubblici dov'era molto adoprato. A' quali attendendo egli con
nuovo ardore, accadde che avendo la repubblica a mandare un ambasciadore
al Papa, egli fu scelto, e molto volentieri, e lietamente con un grande
e nobile accompagnamento a Roma se n'andò.

Non era allora per anco il quarto anno compiuto dalla partenza di
Manfredi. Ma vedendo egli troppo mal arridergli la fortuna, e
disperandone oramai, e pungendolo il desiderio della amata vista, e
ridotto poi anco dalla sperienza a più prudenti pensieri, lasciati i
sogni e le immaginazioni, facea ritorno alla patria con animo di
offerirsi quale era povero cavaliero a povera fanciulla, e colle poche
sostanze e il molto amore, viversi insieme felici. Baciò approdando
dalla nave genovese il dolce suolo d'Italia: palpitavagli il cuore
cavalcando ad ogni terra ed ogni luogo ch'egli veniva riconoscendo per
via; e come riconobbe i paesi all'intorno di sua città, e i campi
testimonii di sua fanciullezza e del suo amore, e poi le torri e le
mura, e finalmente le case, e quella dell'amata, poco mancò che non
potesse proseguire e cadesse. Pur facendosi cuore, giunse, e precipitò
di sella, e montò le scale, e fu nella cameretta delle donne, che
diedero un grido, e la fanciulla cadde, e la madre sclamando: «Siete voi
dunque? voi già? voi che morto quasi tenemmo? deh perchè a questo modo?»
e simili tronche parole, correva alla figliuola e sorreggevala sulle
braccia e la soccorrea. Soccorrevala Manfredi, e a poco a poco facevanla
riavere; ed ella apriva gli occhi e buttava le braccia al collo a lui, e
pendendone dava in un dirottissimo pianto. Piangeva egli, e diceva: «Non
quale promettevo già, fo io ritorno; povero, ignoto com'io mi partiva;»
e poi miravala, e quasi non la riconoscea, tanto mutata era da quella
ch'egli avea lasciata; e meravigliandosi e rimirandola più e più, mise
gli occhi al bel collo e non gli venne veduta la croce. Ritraevasi
allora alquanto, e ricompiangea sua mala ventura, e mostrava la fascia
del proprio sangue invano macchiata, e chiedea della croce, e le donne
glie ne dicevano la storia, ora meno che mai intesa da esse; e come,
avendola perduta, aveanlo tolto ad augurio quasi certo di morte; e
questo era che avea tanto afflitta e martoriata la povera Francesca, che
quasi n'era per morire. «Deh non sia ora troppo tardi!» e ricominciava
la madre a dolcemente dolersi della sua venuta troppo repentina rispetto
alla debolezza della fanciulla; e dicendo la fanciulla di no, e che ella
or si riavrebbe, ora tornerebbe quella di prima, ed altre cose simili,
finalmente il cavaliero si partì da esse, e fece alla propria casa
ritorno. Nè dirovvi come e quanto bene vi fosse accolto dal fedel servo;
benchè meravigliato anch'egli del ritorno improvviso del padrone, e men
lieto forse che questi non s'aspettava. Nè è cosa poi che tanto accori
quanto, tornando in patria, trovar le cose e gli uomini diversi non solo
da ciò che s'era lasciato, ma anche da ciò che di quella diversità s'era
immaginato. Che se io fossi uno di questi narratori di novelle, che so
io, io qui vi ridirei tutte le ciarle del buon vecchio, e le risposte
del padrone, e come di una in altra cosa, od anzi da ogni cosa tornando
sempre alla medesima, cioè all'amore, ed a Francesca, in ultimo venne a
dire, aveva saputo dalla serva che, assente lui, s'era presentato
Rambaldo, e l'avea chiesta in isposa, e veramente era stato ributtato,
ed egli credeva assolutamente; pur la serva aggiugnea che non era tutto
finito, massimamente che Manfredi tenevasi morto, ed elle n'avean preso
quasi certo segno la croce, che dicevano sparita; ma egli non ne aveva
mai creduto nulla ed aveva pensato che la madre l'avesse forse tolta
ella per isviar la fanciulla dall'antico amore, e rivolgerla al nuovo.
Della figlia si vedeva dal suo languire la sincerità; tuttavia le donne
son sempre donne; pensasse egli bene prima di risolversi; gran carico in
povertà donna e fanciulli; e tornava a dire, che prendesse informazioni,
badasse bene, e che so io; cose e reticenze, che quasi fecero impazzire
lo infelicissimo giovane. Nè ebbe posa che uno o due giovani compagni
suoi antichi non trovasse; ma uno già del suo amore confidente, parea
nol volesse più essere; e schermivasi dal rispondere, o rispondea come
il vecchio. L'altro che non ne sapea nulla, messo in discorso sopra
Francesca, e come così bella fanciulla non avesse per anco marito, e che
dovea almeno aver amatori, rispose più apertamente; essersi non so che
detto di lei e di Rambaldo, e non sapeva a che ne fossero; ma certo
questi aveva a lui ed altri giovani mostrato loro una tal croce, che
tutti aveano per l'innanzi veduto sempre al collo di lei. «Menti» fu per
dire il trafitto Manfredi, e per trarre il ferro, e vendicar l'ingiuria
fatta all'amata. Ma troppo chiara la verità, troppo inutile la disdetta,
troppo certo, troppo scellerato il tradimento, troppo inevitabilmente
infelice egli. Tennesi quindi un istante; poi, per non isvelar
l'angoscia, partì dall'amico, e tornò a casa; e fatta ripor la sella al
cavallo, ed indossate l'armi di nuovo, senza rispondere parola al buon
vecchio, abbassata la visiera, molle il volto di cocenti lacrime, quasi
senza scorgere sua via, nè saper dove andasse, per deserti calli, la
sera del medesimo giorno ch'era giunto, ripartì.

Intanto Rambaldo avea felicemente compiuta l'ambasceria, ed era per
tornare molto lieto alla città; se non che essendo allora il tempo della
settimana santa, egli volle per anco fermarsi a Roma, dove sempre
fecersi quelle funzioni bellissime più che in niun paese della
cristianità, ed anche poi per far sua pasqua. Perchè ricordatevi quello
che io vi dissi di Rambaldo; e tutti poi ne conosciamo di questi che più
di undici mesi si divertono col demonio, e per un quindici dì rifanno
pace con Dio; ed altri peggiori che tutto l'anno vanno dall'uno
all'altro; ed altri pessimi, che in verità sendo sempre del demonio,
fingono essere tutti di Dio. Rambaldo poi era solamente de' primi, e
cercando un prete da confessarsi; s'accusò sinceramente de' suoi
peccati, anche di quelli che credea più veniali, e fra gli altri di
questo che erasi dato vanto su una fanciulla, e le avea fatto involare
certa croce per mostrarla; ma era pronto a fargliela restituire. «E 'l
onor tolto siete voi pronto a restituirlo?» disse il buon religioso. E
Rambaldo: «Come si fa? Nè io 'l dissi deliberatamente per torle l'onore,
nè credo glie l'abbia potuto tôrre, nè saprei come ora raccapezzare
tutti i giovani appo i quali io me ne facea bello, nè parmi cosa da
meritare disdetta, ed è di quelle che rimescolandole peggiorano.» Ma
rispondea il religioso: grave peccato la calunnia anche piccola; non il
calunniatore, ma il calunniato solo giudice del danno arrecato; essere
la riparazione necessaria, urgente; doversi intiera finchè è possibile;
gridar vendetta al tribunale di Dio la morte dell'innocente calunniato;
stolto il credere gl'innocenti satisfatti della propria coscienza; la
quale è tutto, sì, dinanzi al sapientissimo Iddio, ma presso agli uomini
ingiusti ed ignoranti è un nulla; anzi i più teneri di coscienza tanto
più teneri dell'onore; epperciò tanto più crudele loro involarlo. --
Colle quali parole, e con di molti begli esempi tratti dalla Scrittura e
dalle vite dei Santi, sforzavasi il buon prete trarre il peccatore alla
dovuta risoluzione, ed alla disdetta ch'egli ponea pure quasi sola
penitenza. Ma non vi fu verso che Rambaldo vi si volesse ridurre. E
partitosi non assolto, andò poi da un altro prete, e poi da un altro, e
tutti gli dicevano il medesimo e la medesima penitenza gli davano. Ed
egli non la volendo pur fare; e come era uomo di guerra, poco dotto in
teologia e casi di coscienza, pensando che il Papa, il quale può tutto
nella Chiesa, potesse pure assolverlo da questa penitenza; e perchè avea
con esso trattato molto amichevolmente, sperando averne questa grazia,
fu da esso, e domandollo che lo volesse confessare. Il Papa, che molto
santo uomo era, e non che questo od ogni altro gran signore, ma
qualunque più misero peccatore avrebbe confessato, disse, che
volentieri; e l'udì. E venuto alla penitenza, pur gli pose la medesima
che gli altri confessori. Allora disse Rambaldo: «Santo Padre, come
avete potuto udire, ei non è stato nella mia confessione peccato così
grave, nè caso riservato ch'io non potessi a qualunque più umile
fraticello dire, e averne facilmente l'assoluzione: nè per altro mi sono
io, voi isturbando, a' vostri piedi santissimi prostrato, se non per ciò
che per questo peccato, dell'aver mal parlato di quella fanciulla, tutti
i confessori mi vogliono dare la medesima penitenza: la quale io
veramente per ora non mi sento molto disposto di fare; onde bramerei che
la vostra Beatitudine, usando la sua suprema potestà, me ne dispensasse,
e mutassela in qualunque altra; ch'io son pronto a fare, di preghiere,
opere pie, limosine, e se fosse mestieri, che veramente non parmi, di
pellegrinaggi; i quali con gran disagi intraprenderei, anzichè ridurmi a
quella umiliazione della disdetta, troppo dura a un cavaliero.» Il Papa
udendo questo, benchè molto gli dolesse rimandar un amico suo non
contento, e più un cristiano non assolto, pur gli disse che non poteva,
e volle fargli intendere la distinzione tra le regole di giustizia e
quelle di disciplina; e come ei poteva dispensare da queste, non da
quelle. Ma il cavaliero o non intendeva o non voleva intendere, e
contendeva col Santo Padre. Il quale in ultimo, quasi da celeste
ispirazione compreso: «O figliuolo», diceva, «sallo Iddio quanto mi
dolga vedere in questa ostinazione un cavaliero altrimenti così buono, e
della Chiesa Romana così meritevole. Deh che non posso far io per voi
questa penitenza, e per me servo de' servi del Signore prendere questa
umiliazione che a voi tanto incresce, ed è pure la sola che possa oramai
darvi pace con Dio, e con voi stesso? Perchè queste sono umiliazioni che
innalzano; e chiamata dal mondo viltà, questa è fortezza. Ma posciachè
non è conceduta tal efficacia a mie parole da potervici persuadere, io
ben credo che Iddio pietoso per la salute vostra, e in considerazione
dell'altre vostre bontà mi spiri di darvi ora un'altra penitenza, la
quale compiuta, io confido, Egli voglia perdonarvi questo e gli altri
vostri peccati. E fia la penitenza che, come siate tornato alla vostra
città, la prima notte che vi passerete, poi la passiate intera
vegliando, e divotamente pregando nel duomo. Or faretelo voi?» «Certo
sì» rispose il cavaliero, al quale non parea vero uscirne a sì poco
costo. «Ed io» disse il Papa «così vi dono condizionale assoluzione; e
quando abbiate compiuto la penitenza, vi fieno rimessi i vostri peccati;
e vi prolungo la pasqua a quel tempo, che allora la potrete fare.» E
così, dette le solite parole, e fatte le solite preghiere, e baciato il
piede al Papa, partivasi molto lieto di aver il suo intento ottenuto
Rambaldo dal santo tribunale, e poi di Roma; e col suo séguito alla sua
città si avviava.

E così colla coscienza leggera e il cuore allegro cavalcando co' suoi
compagni alcuni giorni, giunse presso alla città per una bellissima sera
d'aprile, e di modo per tempo, che parendogli pure di potersi sbrigare
fin da quella notte della penitenza, pressati i cavalli, appunto
suonavano le ventiquattro come egli toglieva il piè dalla staffa, ed era
stretto nelle braccia della madre e degli altri congiunti ed amici
ragunati a sue case. Ed era in mezzo a quegli abbracciari tuttavia sulle
porte, quando usandosi fare appunto a quell'ora i mortorii, egli udì da
lungi un fioco salmeggiare, e vide alcuni lumicini attraversar la via e
lenti rivolgersi al duomo. E benchè duro gli paresse lasciar in quel
punto la casa e i parenti, pur dicendo non so che di alcuni negozi
privati e della repubblica, che il traevano subitamente altrove, e non
l'aspettassero altrimenti, di mezzo a loro, che tutt'altro veramente
immaginarono, si tolse; e perdendosi tra la folla raggiunse il mortorio,
e con esso dentro al duomo entrò. Era questo, come vedete tuttavia le
chiese antiche, fatto a modo di gran croce, coll'altare in mezzo, e due
gran cappelle ai lati, e con tre navate, e molti pilastri e colonne;
dietro una delle quali mettendosi Rambaldo, vide posar la bara dinanzi
all'altare, e continuati alcun tempo i salmi, spegnersi poscia i lumi,
salvo uno lasciato a capo del morto, e dileguarsi poco a poco
l'accompagnamento, che era come di mezzana e quasi bassa persona. E
parendogli pure di voler sapere chi fosse costui ch'egli aveva a vegliar
così, accostatosi a un vecchierello degli ultimi che uscivano di chiesa,
il dimandò: «Chi è questo morto?» Rispondeva: «Una fanciulla che volle
far all'amore, e lasciata morì di dolore e vergogna.» Rambaldo si
rappiattava nuovamente, e il sagrestano veniva a far la visita della
chiesa, e serrava i cancelli degli altari e la porta della chiesa; dove
così rimase solo Rambaldo e la morta e un lume alla bara, e uno
all'altare del Sacramento. Erasi alquanto stretto il cuore a Rambaldo in
udir, una fanciulla svergognata; poscia, benchè egli non solesse nè di
morti nè di vivi aver paura, parvegli al tutto men tristo ufficio
vegliare intorno a lei, che se fosse stato qualche invecchiato
peccatore, o qualche mal convertito eretico, o mal racconcio
scomunicato. Accostossi in breve alla bara, e, al lume della funeral
lampada, vennegli veduta un'arma cavalleresca che mostrava nobile la
fanciulla, ma non potè discernere quale fosse; ed accrescendoglisi la
curiosità, anzi già forse l'ansietà; e ripetendo, fanciulla, e
svergognata, e insieme ricordandosi che avello fosse lì sotto, e
tremando, da grande angoscia tratto, o da celeste impeto spinto, tutto
in un punto sulla bara si precipitò, alzò il velo, prese la mano che gli
era sopra incrocicchiata al petto, mirò il volto tutto tremante che
Francesca fosse, ed era Francesca. Che divenne? Quale strazio, quale
orrore sentì in quel punto? E quale inesprimibile terrore quando,
lasciando cader la mano morta, la sua propria cadde con essa; e
volendola pur ritrarre nol potè, e se la sentì stretta e tenuta; nè per
dolce o duro sforzo che facesse, non la potette ritrarre? Diè un grido,
precipitossi a terra in ginocchio, e rimbombò l'avello, che era quello
dei parenti di Francesca, e parvegli rispondesse come un altro grido per
il tempio, e uscisser l'ombre, ed alcuna si ravvolgesse fra le colonne,
e s'accostasse a passi risonanti di ferro, e poco a poco si dileguasse.
Tornato il silenzio universale, nuovi sforzi facea per ritrar la mano, e
credè talora non fosse morta Francesca, e la mirò; ma vide appassiti i
fiori che la incoronavano, appassite, spente le bellezze ch'egli avea
vedute così fiorite, lunghi dolori e celeste pazienza ritratti sul
dolcissimo volto, pallido questo, bianco e freddo come la fredissima
mano. Fu per morirne, fu per infuriare e trarre il ferro e recider la
mano vendicatrice; ma sentivala allora strigner la sua, e quasi
addentrarsi, non più fredda ma ardente e cocentissima. Pensò uccidersi;
ma, quasi ad ammonimento dell'inferno, sentiva la mano stillargli fuoco,
e passar nelle vene e nelle midolle delle proprie ossa. In ultimo si diè
pace, se così può dirsi, e si compose ginocchione al lato della bara,
prostrato sovra essa, e la mano sua abbandonata alla mano vendicatrice.
Incominciò poi dolcemente a pregare, e la mano a farglisi quasi più
dolce, e senza dolore, ma pur sempre teneva stretta la sua; pregò lunghe
ore, e finalmente si dispose come a morire, pensando che la mano non lo
lascerebbe mai più, e trarrebbeselo seco lì sotto all'avello; ma
sentendosela più e più dolce, ed una fragranza, e quasi un'aura di
paradiso sollevarsi del corpo, e di nuovo mirando la celeste pace del
bel volto, e parendogli che nuovamente s'abbellisse e tornasse quale
egli l'aveva altre volte lasciata, venne anche a lui come una pace di
moribondo che ben finisca; e chiesto a lei e a Dio sincero perdono, non
altro desiderava che, prima di morire, venisse alcuno ad udir la sua
confessione, e la riparazione dell'onor mal tolto alla fanciulla. In
questi pensieri finalmente rivide il giorno spuntar tra le variopinte
invetriate; e udì il suono dell'avemaria, e finalmente aprir le porte ed
accostarsi il sagrestano; e fatto cuore, a sè lo chiamò. Ma questi che
non credea fosse persona in chiesa, e parevagli la chiamata venir
dall'avello, non che appressarsi, fuggì, e tornò in breve con un prete,
e la croce e l'acqua benedetta; e il prete chiamato venne e riconobbe
Rambaldo, e udendogli dire: «Io sono l'uccisor di questa fanciulla, io
calunniatore, io gran peccatore, io castigato da Dio al modo che
vedete;» e vedendo anch'egli, diè indietro, e incominciò a gridar
miracolo; e a poco a poco altri preti, e aperte le porte molti del
popolo accorrevano, circondavano la bara e il misero peccatore; ed egli
ripeteva: «Io l'ho uccisa e mal calunniata;» e il popolo gridava
miracolo. E in breve venuto col suo clero il Vescovo, che prudente e
santo uomo era, dispose che intorno alla defunta ed all'inginocchiato
peccatore, si facesse come una corona de' suoi cherici in istola, e
colle torce in mano; ed egli salito all'altare intuonò la messa, e
giunto al vangelo si rivolse al popolo, e fece una molto semplice
esortazione: che ammirassero tutti le vie del Signore, ed imparassero
quanto grave peccato sia la calunnia che a taluni par sì leggeri; e
questo peccato abborissero e detestassero; ma il meschino peccatore
compassionassero, e con esso pregassero da Dio misericordia, qualunque
fosse quella ch'Egli volesse a lui fare o in questa vita ancora, o
nell'altra. Così riprese la messa, e finitala venne alla bara, e disse a
Rambaldo, che avendogli Iddio lasciato tanto di vita, e non sapendo
quanti pochi momenti fosse per lasciargliene forse, egli facesse sua
pubblica confessione; e allora Rambaldo s'alzò in piedi, e colla mano
che avea libera accennando, incominciò la confessione; e disse da
principio il suo amore, la gelosia, e prima le voci calunniatrici
incertamente sparse, e in ultimo la croce involata, e da lui fatta
sacrilegamente testimonio falso della calunnia. E allora sovvenendogli
di essa, e come egli, dopo la sua confessione in Roma, sempre se l'era
recata indosso con intenzione di restituirla segretamente: ora così
pubblicamente, finita la confessione, se la tolse di seno, e mostratala
al Vescovo ed al popolo, la ritornò, aiutandolo il Vescovo, al collo
della fanciulla. Nè fu compiuto l'atto che parve quasi di verginal gioia
il celeste volto suffondersi; e la mano vendicatrice dolcemente cadendo
s'aprì, e lasciò libera quella di Rambaldo. Allora a gridarsi nuovamente
miracolo, a prostrarsi Rambaldo, a precipitarsi il popolo intorno; e
ricomposto l'ordine, ad intuonarsi dal Vescovo le sante ultime preci. E
dicendo _requiescat in pace_, s'udì a un tratto da una cappella come un
grande stramazzio d'armi sul pavimento; e accorsi, trovaron dietro
all'altare un cavaliero caduto, e tolta la visiera il videro morto; e
miratolo, riconnobbero Manfredi.

Credesi che questi anch'egli da divina mano ricondotto in patria il
giorno innanzi, anch'egli passasse la notte in quella chiesa, e
s'accostasse al primo grido di Rambaldo; ma riconosciutolo, e durando
sua credenza che Francesca avesse questo amato il quale qui fosse a
piagnerla, e potendo in lui sempre più che l'ira l'amore, si ritraesse
ad orare dietro l'altare, onde poi udì tutta la terribile confessione di
Rambaldo, conobbe il proprio errore, e la propria stoltezza, e sè
accusando della morte della fanciulla, gli si strinse il cuore, e
all'udir l'ultimo _requiescat in pace_, gli si ruppe, e morì. Fu sepolto
non lungi là della sua amata. La madre di questa non sopravvisse intero
l'anno. Di Rambaldo, altri dice che si fece monaco di San Benedetto, i
quali allora vivevano tutti come ora i Trappiti, in un deserto; altri
che fu anch'egli a Terra Santa non come cavaliero, ma pellegrinando a
piè nudi, e facendo grandissime penitenze, e che santamente morì
tornandone, e per via, a San Giacomo di Gallizia.

Qui finiva la storia del buon maestro; nè finiva egli. Perchè voleva
aggiugnere la moralità, e incominciava di nuovo a dir della calunnia; e
che sempre era punita in questo mondo o nell'altro; e che per essa v'ha
di tali che credendosi di vivere mezzi santi, e d'ir dritto in paradiso,
si risvegliano morti in inferno; e Dio guardasse di ciò anche chiunque
avesse mal parlato di lui; perchè a lui non ne importava nulla; ma ei
v'ha di tali, e non solamente fanciulle, ma talor uomini, anche dei
valorosissimi, che sono così stolti che muoiono accorati d'una bugia;
gran pazzia e dabbennaggine veramente; ma l'errore di chi ne muore non
iscusa chi fa morire; «E quando taluno di voi parlando al signor Sindaco
incomincia a dir del compare, che gli è pur peccato meni sì mala vita,
ed è giuocatore, ubbriacone, donnaio, e chi sa dove finirà, e simili
cose; credete voi che cada questo discorso, e sia finita così? No
signori; mai no; che poi se vi è nella terra un chiasso, uno scandalo,
un ladroneccio, o una morte, ecco il giudice mette mano prima d'ogni
altro su questo di che ha avuto le male informazioni o false o
esagerate, e il povero uomo va in prigione, e corre rischio della vita;
chè anche i migliori giudici quando sono preoccupati possono errare. E
se il povero uomo campa dalla giustizia e dalla prigione, e torna al
paese, ei torna rovinato, diffamato, che nessuno non ne vuol più nè per
mezzajuolo, nè per lavoratore; e talora entrato galantuomo in carcere,
per ira e per disperazione, e per mala compagnia n'esce briccone. E la
povera moglie, e i fanciulli....» Ma essendo l'ora tarda, e già
spegnendosi la lucerna, e la buona gente avendo meno pazienza alla
moralità che alla storia, e dicendo l'un dopo l'altro buona notte, ed
andandosi; anche il maestro ed io ci accomiatammo da' padroni della
stalla, ed usciti, l'uno dall'altro poi, dicendoci buona notte.




                           TONIOTTO E MARIA.


«E voi qual è il parer vostro?» disse uno de' più giovani della brigata
rivolgendosi al maestro. «Io?» rispose, «io non parlo mai di politica.
Le donne e i preti ne sono dispensati; ed io non voglio lasciar perdere
il privilegio, che mi par grandissimo.» «Tuttavia...» riprese il
giovane. Ma un altro alzò la voce, e poi un altro, e molti insieme, e in
breve la disputa diventò caldissima, finchè tra 'l chiasso e la
confusione si udì uno dire: «Almeno al tempo de' Francesi...» «Al tempo
de' Francesi,» interruppe allora agitato oltre al solito il maestro, «al
tempo de' Francesi eravi la coscrizione.» «E v'è anche adesso,» dissero
due o tre. «Al tempo de' Francesi,» riprese il maestro, e lo ripetè la
quarta volta, «al tempo de' Francesi v'era la coscrizione, che era
tutt'altro vedersi strappar figli, sposi e fratelli dalle braccia,
legati come animali immondi, per andare mille miglia lontano a un
macello.... che era un macello almen per noi, cui non importava, nè
doveva importar nulla di quelle guerre. E quelli che le hanno fatte non
son quelli che ne abbian forse patito più; ma quelli che vi hanno
perduto, così senza pro nè consolazione di proprio principe o propria
patria, quanto essi amavano. Benchè ed anche di quelli che vi hanno
forse preso gusto, quanti l'hanno crudelmente pagato poi?» E qui si
fermava, e parea pure voler dir altro. E perchè era ben voluto dalla
brigata, ed udito volentieri al solito, ed or tanto più, come succede a
qualunque si tace durante una lunga disputa, e non parla se non quando
egli n'ha il cuor pieno, e l'han votato gli altri; certo tutti si
tacevano, e parevano aspettassero ch'ei pur continovasse. Onde egli
ricominciando: «Se non credessi di attristar la festa che facciamo, io
vi direi quello che dinanzi a me stesso è succeduto; e vi ho avuto
parte, che ne porto, e credo ne porterò tutta la mia vita i segni nel
cuore. Ma non è novella piacevole di niuna maniera; è storia di poveri
contadini, che non la direi a contadini. A voi altri forse servirebbe a
mettervi d'accordo su queste dispute; chè in altro modo io non vi voglio
entrare.» E dicendo tutti che dicesse, e due o tre soli uscendo a giocar
alle _bocce_, gli altri sedettero intorno al maestro, ed egli incominciò
così:

Al tempo de' Francesi, sendo io da maestro in una terra dell'alto
Monferrato presso alle Langhe, vi connobbi un giovane e una giovane, che
avean nome egli Toniotto, ella Maria. Le due famiglie credo fossero un
po' parenti, ed erano buoni vicini; e i due fanciulli così amici, così
compagni, così sempre insieme, che chi non li conosceva credevali
fratello e sorella, e quelli che li conosceano, e così li vedean
crescere, incominciarono tutti a dire, farebbero la più bella coppia di
marito e moglie che potesse essere al mondo. Toniotto a' diciott'anni
era uno de' più bei giovani del paese, ed uno de' più belli ch'i' abbia
pur veduto mai; benchè ho dimorato molt'anni in Roma, e in quel mezzodì
d'Italia dove si trovan le più belle figure d'uomini che sieno. Maria
era una vera madonnina; bionda, tenera, pura e semplice come una
colomba. Nè l'uno, nè l'altra non s'infingevano. E' si volevan bene, che
tutti il sapevano, e tutti ne li amavano; e non era di essi che una
voce, e per essi che un desiderio, che andasse loro bene il loro amore.
La fanciulla avea sedici anni; e il matrimonio era accordato; e
sarebbesi fatto quando che sia, se non che i parenti di lei volevano
aspettare di veder se Toniotto non cadesse forse nella coscrizione. A
che servirebbe maritar così la povera Maria, che tant'era come non
maritarla o vederla vedova subito appresso? i parenti di Toniotto ancor
essi consentivano. Non troppo i due giovani. Maria diceva che se fosse
moglie sua, ella gli andrebbe appresso da lavandaia del reggimento, o
che so io; e Toniotto, benchè siffatta idea non gli entrasse, dicea che
dovendo mai lasciar lei, amerebbe meglio lasciarla moglie sua; ma tutti
e due poi per ispensieratezza contadinesca e facilità giovanile a sperar
bene, speravano che pur non toccherebbe a Toniotto un cattivo numero; e
intanto continuavano ad amarsi, od anzi ogni dì s'amavano più.

Un giorno che nessuno si aspettava tuttavia, ricordomi quanto me ne
sentii strignere il cuore, venne il bando della coscrizione. I poveri
giovani facevan pietà. Avreste veduto Maria, che prima era una vera rosa
sbocciante, languire come appassita, dimesso il collo, e il viso
pallido, e gli occhi languidi con due gran cerchi lividi intorno, che
accusavan le notti più di pianto che di riposo. Toniotto all'incontro
compariva ogni dì il volto più acceso, e le labbra tumide, e la bocca
chiusa o a mordersi il dito, e gli occhi larghi larghi a mirar rabbioso
in faccia ad ognuno, come se ognuno fosse il gendarme che lo dovea
diveller dalle braccia dell'amata. Chiaro era; apriva la mente ad alcuno
di que' pensieri, che appena entrati e' ti mutano e rovesciano tutto un
uomo. Il povero giovane che fin allora era stato de' più casalinghi e
tutt'altro che discolo, incominciò a star i due o tre dì fuori, ch'ei
dicea d'averli passati alle feste all'intorno: ma non era anima che gli
credesse, perchè non era ita fuor di casa Maria. E s'ho a dirvi ciò che
credevan molti ed io pure, egli cominciò a mettersi in cattive
compagnie, e relazioni con alcuni banditi che erano allora là intorno,
rimasugli di quel Majino, che s'era fatto chiamare poc'anni innanzi
Imperadore delle Alpi. Tuttavia questa forse fu voce falsa. E venuto il
giorno che si dovean tirare a sorte i nomi de' giovani, Toniotto si
trovò al capoluogo del distretto; e fu osservata Maria che l'accompagnò
parlandogli molto caldamente, come di cosa che durasse fatica a
persuaderlo, ed egli ascoltava tacito e truce anzi che no. Venuto al
luogo dell'estrazione, lasciò a un tratto il braccio di lei; ella fu ad
appiattarsi in un cantuccio onde poteva udir pronunziare i numeri; ed
egli come d'un salto, cacciossi in mezzo agli altri giovani che
aspettavano. E ne furono alcuni, tanto era ben veduto, che gli dissero:
«Toniotto, noi preghiamo Iddio che tu tiri un numero buono anzichè noi.
Che tutti abbiamo veramente o padre o madre o sorella o qualche persona,
che ci fa un dovere restar loro appresso, se Dio vuole. Ma se ci vien la
sorte di partire, non è poi colpa nostra; e vedrem paese, e chi sa poi
si diventerà ufficiali ed anche generali. E quanti ne sono ora usciti di
contado non altrimenti che noi? Ma tu, povero Toniotto, con quella tua
bella innamorata che piange, e' sarebbe pur peccato.» Toniotto non
rispondeva, e venne il prefetto e il comandante del dipartimento, e quel
della gendarmeria, e incominciò ogni giovane ad esser chiamato ed
avanzarsi e tirar suo numero. Ben potete pensare come palpitasse il
cuore della povera Maria quando toccò al suo Toniotto. E palpitava a
questo pure, benchè si facesse forza. Accostatosi alla tavola tirò uno
de' primi numeri. Non rimaneva dubbio, dovess'essere de' partenti. La
povera fanciulla fu portata via semiviva. Toniotto non profferì parola,
e finita l'estrazione, e visitati gli atti e inetti al servigio,
intimato a quelli, fra cui non poteva non esser Toniotto, di ritrovarsi
al medesimo luogo al terzo dì, e lette le leggi penali su' renitenti,
quando tutti gli altri, così Toniotto si partì. E volendolo i suoi
parenti ricondur seco, egli non volle; e disse che s'accompagnerebbe con
gli altri giovani, ed andassero. Ma l'aspettarono invano quel giorno
intero e la notte, ed ei non tornò. Allora immaginatevi che spavento li
prendesse tutti, e come vedessero già l'infelice giovane e sè stessi
caduti in tutte quelle terribili pene, che, in difetto de' coscritti
fuggitivi, perseguitavano anche i parenti. Stettero i tre dì in quelle
angosce, sperando sempre veder tornar Toniotto. Al quarto veniva il
sotto ufficiale di gendarmeria a riconoscere l'assenza; e perchè erano
buona gente per cui tutti avrebber risposto, e' fu loro dato due altri
giorni per avvisare o trovare il renitente; ma ei non sapevano dove
cercarne, e pur si disperavano. Al quinto giorno vennero due soldati,
che in francese dicevansi _guarnisarii_, e ben potrebbe tradursi
sicarii, sulle spese del padre di Toniotto. La medesima sera furono
vedute certe cattive facce girar per il paese; e alle due ore di notte
un ragazzo domandò del padre di Toniotto che venisse dietro la parocchia
a parlare con uno; e andato, trovò il figliuolo; e stettero da tre ore a
ragionare insieme molto caldamente. Furono osservati da molti; e
credettesi poi che Toniotto avesse voluto persuader a suo padre, il
quale era stato altre volte buon soldato, ed era verde tuttavia, che
s'unisse con esso e con suoi ma' compagni i banditi; ma che il padre non
volesse assolutamente. Certo il mattino appresso fu veduto comparir
Toniotto in casa al padre, e volendo i due guarnisarii mettergli le mani
addosso, egli disse, che non era mestieri; e, mostrando loro non so che
alla cintura, sotto la giubba, che si guardassero di toccarlo; ma che,
fatta colazione, e dato un buon dì a sua gente, egli da sè andrebbe al
capoluogo a consegnarsi. E così fece. Io mi ricordo, fu chi venne a
dirmelo, ed io accorsi e trovai Toniotto che usciva di casa sua, ed
entrava in quella di Maria; onde ebbi agio appena a dirgli: «Dio tel
rimeriti; tu fai da buon figliuolo.» Ed egli: «Quest'è;» ed entrò da
Maria. Nè so che dicessero, parola per parola; ma ella mel narrò poi
cento volte, che Toniotto le aveva voluto restituir sua libertà, e la
parola che s'erano data reciprocamente sovente, e che ella fu che non
volle, e promettea che pur l'aspetterebbe. E' si vuol dire che a quel
tempo, non avendosene ancora la sperienza, credevasi a quella promessa
delle loro leggi; che i coscritti si prendevano solamente per quattro
anni, finiti i quali sarebbero restituiti a casa. E' si sa poi come
fosse mantenuta; e che non ne tornò uno mai, se non era con qualche
membro mozzo che 'l mettesse fuor di servizio. Ad ogni modo avendo io
passeggiato forse da venti minuti lì fuor della casa, udii dare un
grande strido addentro, e vidi uscire Toniotto col viso tutto
rovesciato; che rientrato in casa sua, e statoci di nuovo forse due
minuti, udii che diceva a' parenti di non accompagnarlo assolutamente, e
solo uscì, e s'avviò. Il povero giovane sapeva che l'aspettasse; e
perchè il sapevo pur io, me gli misi appresso da lungi, e lasciatolo
solo sfogarsi poco più d'un miglio, a poco a poco me gli accostai, e
seco poscia mi accompagnai, ed egli me l'aggradì in modo che prendendomi
la mano vidi una grossa lagrima che gli scendea per le guance; ma appena
accortosene, egli indurò il viso, e si parlò di tutt'altro. Giunti al
capoluogo, io voleva pure che mi lasciasse andar a parlare al sotto
prefetto, che conoscevo; ma non volle, e domandata udienza egli stesso,
disse: «Io sono Toniotto tale, che ho tirato il tal numero l'altro
giorno, e ho avuta un po' di difficoltà a risolvermi di venir con gli
altri; e a dir vero, credo che non vi sarei mai venuto se non era di mio
padre, e miei fratelli; ma ad ogni modo eccommi qua.» M'avanzai io, e
testimoniai di sua buona vita e costumi al sotto prefetto, che molto ne
lo lodò, e mandò pel maresciallo d'alloggi della gendarmeria, e
fattoselo entrare nell'uffizio, gli parlò alcun tempo, che credo glie lo
raccomandasse; e udimmo il maresciallo d'alloggi dir uscendo: «E' si
farà quello che si potrà,» e poi accennò al giovane, e sel condusse al
quartiere. Toniotto mi disse partendo un addio, credo men per me che per
altrui; ed aggiunse, che per quanto aveva caro al mondo, vedessi
d'impedir suoi parenti e Maria di non venir più a cercarlo, e
massimamente quando dovesse partire. Io ben intesi, e saputo poi da que'
gendarmi, con cui pur mi diedi a conversare per ciò, che dovea partire
la domane, sì m'avacciai a casa disconsolato ad adempir il mandato del
giovane, che se me l'avesse dato sul letto di morte, ei non mi sarebbe
stato più sacro. E giunto, e trovata appunto Maria co' parenti di
Toniotto, feci loro la commissione; e pur dicendo Maria che pur voleva
andarvi domattina, e dicendo io che nol potrebbe vedere, ed ella:
«Dunque è in prigione;» ed io: «Non credo; ma non vuole che il vediate
partire;» ed ella: «Dunque e' parte domani;» e sapendosi poi da ognuno
come fosser condotti i renitenti, la fanciulla venne in chiaro di tutto,
che credo veramente il più segreto ministro che sia al mondo non glie
l'avrebbe saputo celare.

Al mattino molto per tempo uscì Maria con un panieretto sotto il
braccio; che in casa non la videro uscire, e per la via credettero che
andasse a mercato. Ma i suoi, come se n'avvidero, stupiti prima che
n'avesse il cuore quel mattino, e poi non vedendola tornare,
s'avvisarono che fosse pur ita a veder partire Toniotto; e là furono
suoi due fratelli, e trovarono lui partito, e di lei udirono che non
erasi veduta. E in vero ella, che s'era apposta la verrebbero quivi a
cercare, non vi era venuta; ma erasi avviata sulla strada che sapeva
avevan fatto altri coscritti; e a forza di domandare qual fosse la prima
posata, ella vi fu; e vi si trovò come arrivò Toniotto scortato da due
gendarmi quasi un malfattore, ma non legato; e i gendarmi che la
riconobbero glie la lasciarono accostare; ed ella facendo parte ad essi
delle provvisioni, potè darne a Toniotto, e dimorarsi con lui quelle
poche ore. Nè per isforzo ch'ei facesse la potè persuadere che non
venisse seco quella sera, e non l'accompagnasse alla prima nottata;
dov'ei fu rinchiuso, ed ella andò da una povera donna a domandar albergo
per carità, e la domane si trovò alla porta della prigione ad aspettar
che uscisse Toniotto. Pensate che dolore le fosse vederlo uscir di là le
mani legate, i pollici stretti, ed attaccato per una lunga fune insieme
con una ventina d'altri, due a due così tratti come galeotti od animali;
ed eran soldati di quel principe, che pure innalzava il mestiero
dell'armi sopra ogni altro. Gli altri poi quasi non sentivano
quell'affronto che sapevano non durerebbe oltre a pochi giorni quando
avessero passato le Alpi, o al più raggiunta la riserva; ma pensate che
dolore si accrescesse al povero Toniotto al vedersi veduto in questo
stato dalla innamorata! La quale camminandogli allato, egli domandavala
che pur si volesse, e che facesse conto di fare, seguitandolo così! Ed
ella rispondea, che non vi aveva pensato; ma l'avea pur voluto rivedere
ed accompagnar alquanto; e tornava a riparlare di quella sua idea di
venir da lavandaia col reggimento; ed egli non volea, e parlavale de'
parenti; ed ella piagnea; e i compagni, i più, si facevan beffe di loro;
e i gendarmi che non eran più que' primi, li malmenavano. Alla posata
del pranzo e' fu peggio; perchè ei furono tutti rinchiusi in una rimessa
d'un'osteria, e quella serrata; e la povera fanciulla cacciata dalla
porta, dove voleva rimanere, rimase poco discosta senza pur prendere un
tozzo di pane o un sorso d'acqua finchè vide di nuovo uscire i prigioni
legati come il mattino; e allora rimisesi al fianco di Toniotto, e gli
accostò alla bocca un frutto che il rinfrescasse; e continovò la via con
essi; e ricominciarono i preghi di Toniotto che lo lasciasse; ed ella
pur continuava senza saper che si facesse o si volesse. Finalmente alla
sera, prima d'arrivar alla posata, e' furono raggiunti da' due fratelli
di lei, che pensando finalmente dove era, l'avean seguita e così
arrivata; e perchè erano buoni giovani, e non lungi pur essi d'aver a
correre i medesimi casi, impietositi di lei non la ripresero altrimenti
che pregandola tornasse indietro con loro; nè ella schermivasi, e
Toniotto pur unì sue preghiere; onde tutti furon d'accordo di andar fino
alla nottata, ed ivi tutti riposare, ed al mattino vegnente darsi ancora
un addio, e poi separarsi, tornando ella indietro co' fratelli. E così
fecero; e passarono la notte egli in prigione, ed ella co' fratelli
all'osteria. Dove appena messa in letto la povera fanciulla, e per la
fatica e la grande arsura, e lo stento, e più che per ogni cosa, per le
grandi angosce sofferte, fu colta da una ardentissima febbre, e dal
delirio; onde, alla mattina vegnente, rimanendole appresso uno de'
fratelli, l'altro fu alla porta della prigione, e disse a Toniotto in
parte dello ammalarsi di Maria, e poi l'abbracciò; e Toniotto non
potendo, cacciato innanzi cogli altri, così si separò dall'ultimo de'
suoi. Più di quindici dì stettero Maria ammalata, e i fratelli, e poi la
madre venuta anch'essa a curarla. E sendo alquanto guarita, insieme si
partirono e tornarono al paese; che nessuno potea riconoscere la
fanciulla; ma nessuno fu che per quella sua fuggita ne dicesse una
parola cattiva; tanto era ella amata e stimata da tutti, e tanto
conosciuto il loro amore e la sua grandissima innocenza.

A poco a poco pur si riebbe alquanto, principalmente quando i parenti
ebbero di Toniotto la prima lettera, la quale, povero giovane! io la so
tutta a memoria, e diceva così: «Caro padre, questa che vi scrivo è il
primo uso che fo delle mie mani, ed è per dirvi che del resto siamo
felicemente giunti qui alla riserva, che è in una città che si chiama
Besansone, e si dice che ci resteremo molto poco tempo. Mi hanno già
tutto vestito alla militare che voi non mi riconoscereste, e abbiamo il
numero del reggimento e delle compagnie su tutto il corpo, che sembra
che siamo come le pecore da noi, che portano tutte la marca del padrone.
E appena vestiti abbiamo incominciato a far l'esercizio, cioè ci fanno
imparar a camminare e voltar la testa in qua e in là, e fra due o tre
giorni ci daranno lo schioppo. Dicono poi che non si fa altra vita dal
levar del sole fin dopo che è tramontato. E tutti speriamo che si faccia
la guerra, perchè allora finiscono queste seccature, e un po' più un po'
meno fanno andar tutti, e non ci è più coscritti, che qui è come una
ingiuria che ce la dicono tutto il giorno. Io vorrei però che vi
consolaste, e principalmente saper delle nuove della povera Maria, che
mi è tanto incresciuto abbia voluto accompagnarmi quei due giorni: ma vi
posso giurare, caro padre, che è stato come se fosse mia sorella, e
quand'anche io avessi voluto, non avrebbe potuto esser altrimenti. Spero
perciò che nessuno glie ne avrà voluto male, e io vi prego di
abbracciarla per me, che nemmen questo non è stato possibile; e saluto i
suoi fratelli e sua madre, e poi il fratello mio e voi, ed ultimamente
il signor Maestro, che sia benedetto d'avermi insegnato a scrivere, che
mi dà questa gran consolazione di poterlo far oggi. E vi domando vostra
benedizione. Il vostro figliuolo Toniotto.» La seconda lettera fu da
sotto a Magdeburga, e diceva che s'era trovato alla gran battaglia di
Iena; e che aveva udito dire che il primo fuoco faceva gran paura; ma a
lui era stata la sola consolazione che avesse avuta dopo esser partito
di casa; e che da quel giorno nessuno de' camerati gli diceva più
coscritto, ed era anzi passato a' granatieri. Se ne ricevette poi una
l'inverno appresso, di non so più che luogo di Polonia, e un'altra la
state che seguì, da Aranda de Duero in Ispagna; e sempre raccontavano
nuove battaglie, e si vedeva che prendea gusto al mestiero, ed era stato
fatto caporale, e poi sergente, ed aveva avuta la croce; e di nuovo mi
benediva d'avergli insegnato a scrivere, e diceva che questo lo portava
avanti tanto, e forse più di qualunque azione sul campo. Finalmente,
essendo scorsi due anni da sua partenza, io mi stava una sera facendo
scuola al solito, quando entrò uno de' bimbi e incominciò a dire una
parola a uno de' compagni, e questo al vicino, e poi corse dall'uno
all'altro, e tutti s'alzarono, e via, senza che io potessi trattenerli,
gridando tutti: «È giunto Toniotto, andiamo a veder Toniotto;» onde
anch'io uscii, e fui alla casa di suo padre, e sì lo trovai con una
figura di felicità e di trionfo che non ho veduta mai la pari, seduto
tra suo padre a un lato, e Maria dall'altro che piangeva e singhiozzava
come una fanciulla quand'è tolta di penitenza, senza poter pronunziare
parola; e poi i fratelli dell'uno e dell'altra, e i parenti e tutti, che
l'accerchiavano e l'abbracciavano. Ed ei pure, come mi vide, s'alzò e mi
buttò le braccia al collo stringendomi; e in breve seppi che il suo
reggimento, venendo di Spagna all'armata d'Italia, passava in Piemonte,
ed egli aveva avuta una licenza di tre giorni per venire a vedere i suoi
parenti e ... ma non disse altro, e presa la mano di Maria la copriva di
baci con una franchezza e disinvoltura che veramente non aveva partendo,
e mi fece temere non fosse mai mutato da quello che era. Ma io 'l vidi e
gli parlai il giorno appresso, e i due altri giorni che rimase con noi;
e non è a dire che buono, eccellente giovane, anzi che uomo e' si fosse
fatto in quel poco tempo; e se il suo amore era forse alquanto diverso,
ei non era certo meno amore; ed anzi togliendo pur esso di quella sua
nuova natura virile, più non si sprecava in lamenti e piagnistei, ma
tutto tendeva al suo fine, e faceva il conto delle speranze, e formava
progetti fissi di nozze. Diceva che se gli andava così, e grazie al suo
saper iscrivere, avea ferme speranze di diventar un giorno o l'altro
ufficiale; e quando il fosse, non gli sarebbe tanto difficile aver
licenza d'ammogliarsi; e quando non l'avesse, anche lasciar il servigio:
«Tanto più» aggiugnea sorridendo «che delle busse se ne prende da tutti,
ed io ho pur le mie che non ho consegnate nelle mie lettere; e se ne
prendo ancor due o tre, a' venticinque anni potrò pur essere de'
veterani, e mandato, come dicono essi, a' miei focolari.» E in somma
quei tre giorni furono un giorno di festa a tutto il paese, e di vacanza
alla scuola; e credo i tre più bei giorni della vita della povera Maria.
Ripartì lasciando tre luigi d'oro a suo padre, uno al fratello, che era
uno de' miei scolarucci, e un bel fazzoletto e un anello a Maria: e
giunto a Venezia le mandò in una lettera una catenella, che mai più poi
non si sciolse dal collo della fanciulla.

Allora succedette la guerra d'Austria, la terza che fece Toniotto; e
siccome in ognuna guadagnava busse ed avanzamenti, ebbe una ferita sul
capo che questa si seppe a casa, e molto turbò la povera Maria: ma pure
ei ne guarì, e fu fatto passare nella Guardia Imperiale. Quando ne
scrisse, ei non avrebbe potuto dir più se fosse stato fatto maresciallo,
tanta gioia ne mostrava. Alla pace fu a Parigi, e ne scriveva sovente,
ed anche ne mandava ora una cosuccia, ora un'altra alla Maria; e diceva
che era passato allo stato maggiore, e più sperava esser fatto
ufficiale, e allora! allora tutti sarebbero felici. Così andarono due
altri anni, e facendosi la guerra di Russia, Toniotto partì per essa più
speranzoso che mai; e tanto più quanto scrisse di Smolensko, che era
stato fatto aiutante sotto ufficiale, ed aveva avuta l'altra croce della
corona di ferro, e nessuno dubitava che non fosse ufficiale prima del
finir di quella guerra; e che questa molti credevano dovesse essere
l'ultima che farebbe l'Imperadore; ma, quando non fosse, egli si teneva
ufficiale, ed ogni cosa anderebbe bene. Pensate allora che invidia
incominciasse a far la Maria alle altre, che prima molte n'aveano quasi
pietà, come se a forza d'aspettare avesse a morire fanciulla. E la
Mariuccia intanto, io pur dimenticava di dirlo, aveva imparato a
scrivere molto bene, e scriveva al futuro sposo, e tutto in somma pareva
felicissimo. Quando venuto l'inverno incominciò a mormorarsi che
l'esercito francese era stato tutto distrutto; ed io fui alla città, e
pur seppi ch'era vero in gran parte, e non si ricevevano più lettere di
nessuno, e men di Toniotto; e finalmente essendo già avanzato l'anno,
scrissero alcuni Piemontesi della guardia che era morto al passaggio
terribile della Beresina. Immaginatevi che dolore fosse al vecchio padre
e al giovinetto fratello suo che aveva posto tutto il suo amore al
fratello maggiore, e più di tutti poi alla infelicissima Maria. Nè io
descriverovvi il suo dolore, e come ammalò e fu per morire, e i pianti e
la disperazione de' suoi parenti e suoi fratelli, di cui uno appunto in
quel tempo fu levato nella coscrizione, e partì per Germania; e l'altro
pochi mesi dopo, perchè s'incalzavano allora dappresso le levate, fu pur
portato a Francia. E che dirovvi io più? Quando incominciano in una casa
le disgrazie, elle si succedono che fa spavento per sè stessi anche agli
indifferenti. I due fratelli di Maria furono ammazzati l'uno ad Hanau,
il secondo sotto le mura di Parigi, all'ultime schioppettate di quella
guerra che a noi fu così straniera, e costò tanto. Rimase sola a reggere
i due parenti infelicissimi, e quasi istupiditi dal dolore, la povera
Maria; a cui quel dovere di sorreggere la loro vecchiezza, e la volontà
speciale di Dio, che la serbava ad altro, diedero forza di sopravvivere.

La povera fanciulla aveva allora poco più di ventidue anni, ed era d'una
bellezza fatta così celeste dal dolore celestemente portato, che io non
ho mai veduto nulla da pareggiarle in terra. Dolor siffatto innalza e
nobilita qualunque persona più volgare: ed ella nè contadina, nè tenera
fanciulla, ma quasi gran donna, ed a me anzi come santa od angelo parea.
Io non l'ho veduta da quel tempo ridere mai più; nè tuttavia era sul suo
volto o tristezza aspra, o sopracciglio di sorta alcuna; ma una mesta
semplice compostezza che era di lei sola. L'anno 1814, tornati i nostri
Principi, e quindi alcuni pochissimi de' soldati già dell'esercito
francese, e' si seppero gli ultimi particolari di Toniotto; che durante
tutta quella terribile ritirata era stato uno de' pochissimi che
serbasse imperterrito il coraggio; e quando tutti morivan di freddo, ei
diceva che tenea sul cuore due cose che gliel serberebbero caldo, quando
anche ei vi avesse sopra tutti i diacci di quella Russia. Non sapevano
ben dire se fosse stato fatto ufficiale; ma certo, egli era che conducea
sempre la compagnia, e marciava alla testa; e così era stato a quel
terribile ponte ch'egli avea varcato de' primi; e appena passato s'era
precipitato come un lione su' nimici, e côlta una palla in mezzo al
cuore, era caduto senza vita. «Povero Toniotto! era l'amore del
reggimento, e l'onor poi de' Piemontesi di tutto l'esercito.» «Povera
Maria!» diceva io, «ben altra è la tua disgrazia di aver a vivere ancora
così.» Nè io stesso sapeva tutte le sue pene. Tre anni erano dalla morte
di Toniotto, ed io vidi mutarsi quel suo volto così composto a dolore, e
diventar inquieto, e sue fattezze mutarsi ogni dì; onde più volte le mi
accostai presentandomi a udir suoi casi, se volesse dirmeli. Ma non
l'interrogava io, ed ella non mi rispondea. Un giorno pure ch'io l'avea
trovata per via, e ci accompagnavamo insieme, ed ella mi parve più
agitata che mai, io non potetti dopo un lungo silenzio non esclamare:
«Povera Maria!» Ed ella allora diè in uno scoppio di pianto, e quasi fu,
credo, per buttarsi nelle mie braccia; ma si coprì il volto con ambe le
mani, e pur singhiozzando: «O maestro», disse, «ei mi vogliono
maritare!» Io 'l confesso: il pensiero non me n'era venuto in mente mai;
non più che se fosse stato un delitto, o una impossibilità. Ora venutomi
per quelle poche parole, ei fu come un lampo che mi scoprisse un paese
nuovo; e vidi come la cosa fosse venuta, come andava, e come anderebbe;
nè altro potei soggiungere se non «povera Maria!» Poco appresso mi
fermai, e feci seder la fanciulla; ed aspettato che ella alquanto si
riavesse, e cessassero i singhiozzi: «E tu ti mariterai, povera Maria! E
poscia che il vecchio padre, e la orba madre te l'han chiesto, e
vogliono sostegno e consolazione agli ultimi loro giorni, tu non la
negherai loro. A ciò hai sopravvissuto: perciò non ti sei abbandonata al
tuo dolore, e ti sei trattenuta di morire. Quelli furono gli sforzi
maggiori, quello il maggior sacrifizio. Nè il vorrai ora far inutile e
perderne il frutto per non sottoporti a questo di più. Virtuosa Maria,
buona Maria, santa, forte fanciulla; compirai il debito tuo, il tuo
ufficio su questa terra; e compiuto che tu l'abbia, padre, madre,
fratelli ed anche marito ti porteranno insieme a raggiugnere il tuo
amore là, dove tutti gli amori si confondono e uniscono in uno immenso,
solo, universale.... O Maria, non sono fole, non sono parole vane, vote
di senso, quelle parole di Dio, che noi siamo qua giù per soffrire. Non
si fa il proprio dovere, non si fa bene mai senza patire più o meno; e a
chi il dovere, il bene si porge con più patimenti, quello è il figliuolo
prediletto dal padre, a cui son dati più meriti ad acquistare, e
destinati più premii.» Io diceva ciò interrottamente e strignendo la
mano alla fanciulla, che metteva gli occhi in cielo, e ad ogni istante
gli innalzava più, e il suo volto tornava quello celeste e sereno di
prima, anzi più che mai; e disse finalmente: «Ben lo sapevo che sarebbe
così, e che voi pure il vorreste.» Ci alzammo, e non si fece più parola
fino a casa.

Il padre e la madre di Maria erano veramente disgraziatissimi ancor
essi; ed essendo poveri, il diventavano più, per non poter più andare a
giornata, nè coltivar per bene il poderuccio; e benchè Maria vi si
affaticasse, tanto più che avrebbe voluto non s'accorgessero di ciò che
mancava in casa, tuttavia ogni giorno era peggio, e n'erano a stentare.
Io mi stupiva come non mi fosse venuto in mente prima; ed ora avrei dato
volentieri la metà del mio pane per supplire a ciò che mancava in quella
famiglia, e lasciar a Maria sua libertà. Ma io poteva morire; e Dio sa
come allor mi dolse di non aver mai saputa far masserizia, e metter a
parte alcun che della mia pensione di frate, e dell'assegnamento da
maestro. Ma più ci pensavo, più vedevo che non ci era verso. E se ne
fece capace anche Maria. Onde fra i molti che sempre gli avean offerta
la mano, scelse uno chiamato Francesco; buon giovane, già da bambino
grande amico di Toniotto, de' pochissimi non istati levati per la
guerra, e che non era mai uscito di casa, e sempre aveva amata Maria; e
benchè sapesse non esser riamato d'amore, e non n'avesse speranza, mai
non avea voluto tor altra moglie. Ora Maria gli disse schiettamente il
perchè prendeva marito; e ch'egli ben sapea, che d'amar mai nessuno
com'ella aveva amato Toniotto, anzi di trarsi mai quell'amore dal cuore
non le era possibile; ma che s'egli pur voleva lei come una vedova a cui
fosse lecito amar il primo perduto amore, ella fra ogni vivente amerebbe
lui solo, e le sarebbe buona moglie sempre. E il buon giovane, che altro
non isperava, molto volentieri accettò; e ne fu l'uomo più felice del
mondo; e di più offerendosi ella di farne ciò ch'ei volesse, le
concedette di non tôrsi dal collo la catenella di Toniotto; e poi fecero
le nozze senza gran chiasso; e quello che si sarebbe speso in mangiari e
balli, Francesco che era ricco e solo con sua madre, lo mise mezzo a
riattar la casa propria, e farci una camera bella per li due vecchi, che
ve li portò il medesimo dì delle nozze; e mezzo ce lo diede al parroco e
a me, che ne fecimo distribuzione a' poveri; e fu una benedizione, e una
festa universale, ma tutta quieta e diversa da qualunque altre nozze. Nè
vi dirò che buona casa facessero le due famiglie; chè quell'istesso
mettersi insieme, e il non aver paura di vivere molti sotto a un tetto,
ci potea far giudicare che eran tutti buona gente; come il volersi
dividere, e il non poter molti mangiar della medesima minestra, mostra
cattivi cuori, e gente che amano l'indipendenza propria, come dicono, e
vuol poi dire qualche comoduccio, più che la compagnia e l'amore degli
altri. E non andò l'anno che la famiglia s'accrebbe pur anco di un
figliuolo maschio che tutti d'accordo lo nominarono Toniotto, e fra
altri diciotto mesi d'un altro ancora; ed era tornata a Maria non pur
tutta quella sua composta serenità, ma talor anche qualche dolcissimo
sorridere al marito e a' figliuoli; e benchè avesse allora da ventisei o
ventisette anni, ella non era stata mai così bella; e la sera talvolta
in mezzo a que' vecchi e a que' bambini e il marito, tutti pendenti da
un suo sguardo, allor sì che pareva proprio una Madonna di Rafaello in
una santa famiglia. Ma anche ciò aveva a non durare.

Una sera all'annottare io camminava su e giù dinanzi alla porta di casa
dicendo ad alta voce, come io soleva, l'ufficio, quando mi sentii venir
dietro uno, e poi gridar «Maestro mio» ed abbracciarmi quasi levandomi
di terra. E parendomi una voce che conoscessi, e volgendo il viso e
quasi toccando il suo, occhi ad occhi fra quel barlume, ei mi venne
veduto e riconosciuto Toniotto. S'io avessi avuta fede mai agli spiriti,
certo allora avrei creduto che fosse quello di lui che mi venisse a
pigliare, per la parte avuta da me nel matrimonio di Maria. E dirò il
vero, il pensiero, benchè mi durasse un attimo, pur me ne venne. Ma
ravvedendomene subito, mi colpì, ed annientò la realità non meno di
quello che mi avesse potuto far qualunque soprannaturale apparizione.
Allora il solo pensiero od atto che facessi, fu macchinalmente prendere
pel braccio Toniotto, e meco cacciarlo entro casa. Egli ben s'avvide
dell'impressione fattami, e a un tratto mutandosi il volto, e la voce
tremando: «Mio padre?» disse «mio fratello?» «Son vivi,» risposi, «ma si
vuol temperar la gioia al vecchio....» «E Maria.» «Son morti, poco dopo
che si credea voi, i due fratelli di Maria.» «E Maria?» «Vive.» E si
fece un silenzio di forse due minuti. Io 'l ruppi: «Non avete mai potuto
scrivere da sei anni in qua!» «Ho scritto più volte, ma ben temetti non
riceveste mie prime lettere; sì l'ultime, da due anni, le avete dovuto
ricevere.» «No no, diss'io, non le ricevemmo. E da due anni....»
Toniotto m'interruppe: «Dunque m'avete creduto morto da più di sei anni
in qua? Ciò temeva io sovente. E allora.... allora mi veniva un
pensiero, ch'io pur cacciai sempre come una suggestione del demonio per
farmi morir di dolore. Oh! io giugnea testè così allegro! come se si
avesse a tornar a casa allegramente dopo dieci anni. Povero Giovanni,
povero Filippo, povera Maria!» «Maria....» diss'io, e sperava ei
m'interrogasse. Ma non ci fu verso, ei non disse parola. Nè per salvar
la vita a un fratello, credo che avrei potuto mai finir la mia, e dir:
«Maria non è più vostra.» Finalmente ei ripigliò: «E se aveste avute mie
lettere due anni sono?» «Elle sarrebbero state tardi.» E respiravo,
quasi felice d'esserne uscito; se non che, alzando gli occhi sul viso
del soldato, il vidi mutato in modo, e scolpitevi sopra tutte le sue
fatiche, e i suoi dolori passati e presenti e futuri, che ne
agghiacciai. Di nuovo si tacque alcuni minuti; poscia egli s'alzò, e diè
un crollo, alzando il capo, e disse: «Andiamo a veder mio padre, e
poi....» Io gli tenni dietro, e fummo insieme a casa sua.

Ora io non vi dirò nè le accoglienze e la gioia di suo padre e suo
fratello, nè le lagrime pioventi sull'indurito volto del soldato, quando
la tenerezza ebbe aperta la via al dolore; nè poi come io fui da
Francesco, ed egli s'incaricò di dar la nuova a Maria, ed anche meno
come egli facesse; chè questo fu sempre un segreto loro, e mai non se ne
parlò. Sì fui io che tre giorni appresso, chiamato da Francesco, portai
Toniotto la sera a casa loro. Il più accigliato era Francesco. Maria
s'avanzò con un sorriso angelico sul volto, che pur era scomposto, e
porse la mano a Toniotto, dicendo: «Benedetto sia il cielo! Chi
aspettava rivedervi prima del paradiso? là sì l'abbiamo sempre sperato,
Francesco ed io.» Al soldato tremavano sotto manifestamente i ginocchi,
nè ebbe forza di parlare; ma prese la mano di Maria e quella di
Francesco, ed ambe le tenne in ambe sue mani, e più volte insieme le
baciò; poi veduto a un tratto i due bimbi in un canto lasciò le mani
d'un colpo, e fu ad essi, e li baciò, ed abbracciò, molto vivamente più
volte, e poi preso il maggiore se 'l pose sulle ginocchia. E gridando
ritrosamente il fanciullo, e Maria chiamandolo «Toniotto,» il soldato
credeva prima esser chiamato egli, e poi apponendosi che era stato dato
il suo nome al bambino, di nuovo il prese, e sì l'abbracciò, e gli mise
il proprio volto tra i capegli ricciuti, ch'io ben m'accôrsi come
prorompesse in pianto e 'l nascondesse. A poco a poco si ricomposero
tutti, e Francesco mise il discorso su' casi di Toniotto, domandandolo
come si fosse salvato dopo quel colpo che si diceva avesse avuto nel
cuore al passaggio della Beresina; e allora Toniotto narrò molto
semplice e breve; come il colpo l'aveva avuto alla spalla, che gli era
stata rotta, ed ei n'era caduto senza sentimento, nè s'era riavuto se
non quando i nimici spogliando i cadaveri, lui pure avean quasi nudato;
e allora per gran caso passando un ufficiale giovinetto, s'era mosso a
pietà, e l'avea fatto mettere in uno spedale e curar alcuni giorni, e
restituirgli, se non il resto, almeno le sue due croci, ch'egli avea
portate poi, attaccate or alla camicia, ora a qualunque altro cencio
onde s'era potuto ricoprire. E che guarito dopo alcuni mesi, e venuta la
bella stagione, egli avea ricalcata con una colonna di prigioni, tutta
quella miseranda via fatta già coll'esercito fuggitivo, ed era tornato a
Mosca; ed indi poi n'avea fatta più che altrettanto assai, fino ai
confini della Siberia. Dove dispersa la colonna, e mandati i prigioni
chi qua chi là, con pochi soldi da vivere, ognuno s'era messo a
servizio, e a lavorare d'una o un'altra sorta; ed egli aveva in casa a
un signore di que' paesi fatto da giardiniero e soprastante per la
campagna. Onde quel signore gli avea posto grande amore, e s'era
malcontentato assai quando, al principio del 1815, erano stati liberati
tutti i prigioni. E che, quando non essendo essi ancora usciti di
Siberia, venne il contraordine che si fermassero per la nuova guerra di
Francia, il signore gli era corso appresso, e se l'era rimenato al suo
castelluccio; e d'allora in poi egli s'era accorto che gli erano
intercette le lettere, e nascosti i successi che seguirono. Ma che egli
avendone pur udito alcun che a forza d'interrogare, era fuggito e
ricorso al governatore della città vicina. Qui si fermò, e ben indovinai
che volea dire, e poi se ne trattenne, che allora fu che avea scritto e
sperato giugnessero sue lettere. Sì aggiunse che tra il dubitare e
domandar ordini, il governatore l'avea trattenuto più d'un anno, ed ora
erano da sei mesi che gli aveva data licenza; ma perchè in quell'anno
avea speso ogni suo guadagno, avea dovuto venire a piedi col poco soldo
da prigione; e perchè le ferite gli dolean troppo, sovente avea dovuto
fermarsi per via, ed anche, nascondendo in que' casi le due croci,
accattare. Qui parve nuovamente intenerirsi, e Maria pur essa; ond'io
m'alzai, e preso commiato uscimmo insieme.

E quella poi fu la sola volta che io vedessi, anche così per poco,
intenerirsi o l'uno o l'altro di que' due infelici. Perchè infelici egli
erano certamente. Ma ambidue lo portavano con un cuore da farne vergogna
a tanti filosofi che scrivono libri sulla pazienza; ed anche poi a tutti
quelli, perdonatemi, o signori, che della loro qualità ed educazione si
servono a scusare quella che dicono sensibilità, ed è arrendevolezza al
dolore, non, come dovrebbero, a sostenerlo tanto più fortemente. Ei
dicono grossi ed insensibili questa povera gente, che non sente meno, ma
sopporta più. E il vero è che nati e cresciuti tutti più o meno tra
qualche stenti, ed avvezzi a veder felicità cui non possono arrivare, i
poveri contadini tutti naturalmente e di buona fede s'imbevono di quel
principio, che s'è quaggiù per patire e lavorare; mentre voi altri
l'udite dire dai preti, e lo leggete talora da voi; ma veramente
persuasi non ne siete; e certo vivete, scusatemi di nuovo, ed operate, e
v'affaticate, e vi disperate, che si vede vi credete destinati a godere,
e se vi son tolti i godimenti, la credete ingiustizia, e peggio se avete
a patire. E quest'è che fa poi portar così malamente le disgrazie,
succombendovi disperati alcuni, o facendo altri viltà per fuggirne. Ma
forse io mal conosco i signori; e volevo solamente farvi intendere che
se quei due poveri contadini non fecero scene nè disperazioni, ei non
erano meno infelici per ciò. Di Maria v'ho detto che cosa avesse fatto
per quel pensiero del dovere, ch'io pur troppo avea contribuito a
metterle innanzi. Giudicate ora, che il dovere era tanto più stretto,
come il seguisse. E non dico del dovere grosso della fedeltà di corpo o
di cuore o di ogni minimo pensiero; ma il dovere stesso di star allegra
e far felice lo sposo; anzi, per così dire, e quanto era possibile,
d'esser felice ella stessa, e non pensar ad altro. Questo seguiva. E
quanto a Toniotto, io il conobbi sempre ottimo anche da fanciullo. Pure
nel primo fuoco di gioventù, vedeste come ei si fosse lasciato andare a
quella tentazione, per fuggire un mal necessario e che non dipendea da
lui, di far egli un mal volontario e scellerato mettendosi co' banditi
di Majino. Ma ora la lunga vita da soldato l'avea sì avezzo a rispettare
il dovere, e la guerra gli aveva sì insegnato ad indurirsi contro la
disgrazia, che io ci metterei quanto ho al mondo, che suo cuore non fu
macchiato mai nè d'un pensiero. Ed io l'ho creduto sempre che
quest'educazione della guerra sia pure la più bella e buona educazione
che possa avere un uomo; nè honne veduto tornar nessuno se non migliore.
Ma ciò non importa; e so che molti tengono anzi il contrario, e guardano
quei vecchi guerrieri come scomunicati. Sono opinioni; e confesso che la
mia mi è principalmente venuta dal veder quel così schietto e così forte
e così buono dolore del povero Toniotto. Non una parola mai d'ira,
d'invidia o di disprezzo, nè una celia pure contro il buon Francesco. E
se niuni anzi di questi che avean veduto paese e guerre si volean burlar
di lui o far con esso i bravacci, egli era il primo senza affettazione a
prender sue parti. Se erano amici prima, ora parean fratelli; e
Francesco era sempre il primo a cercar Toniotto in piazza, e voler andar
insieme all'osteria, e sarebbe stato in questo se avesse voluto essergli
tutto il giorno in casa anche solo. Ma Toniotto non vi andava mai se non
la sera talvolta con Francesco; e vi stava poco, e il più del tempo
teneva i putti fra le braccia; ed egli e Maria si parlavano con tanta
naturalezza e semplicità, che tutti credettero, e Francesco più di
niuno, che nè l'un nè l'altra non vi pensassero più. E quasi quasi vi
credevo pur io.

Un giorno tuttavia, che erravo su per quelle vette, e salendo su per un
castagneto, entravo di quello in una vigna del padre di Toniotto, ei mi
venne veduto egli che credendosi solo in quel luogo discosto, era seduto
colla marra tra le gambe, e le mani appoggiate sopra, e il volto sopra
esse; ed io stetti alcun tempo a mirarlo. E perchè al solito si vedeva
lavorare che pareva allegramente, mi vergognai come se gli avessi
sovrappreso e involato il suo segreto; e me ne sentii stretto il cuore,
e mi rivolsi per di nuovo imboscarmi. Ma facendolo in fretta mossi
alcune frasche, e il romore lo riscosse, e il fè rivolgere e alzarsi e
chiamarmi, onde che io pur mi rivolsi: «E siete stanco» dissi, «mio caro
Toniotto.» «Sì stanco appunto. Perchè, vedete voi, avevo alquanto
disimparato il mestiero di zappare; facendo quell'altro. Ma a poco a
poco di nuovo s'imparerà.» Io fui contentissimo, e credo anch'egli, di
poterci mettere in questa conversazione; nè v'ha cosa che faccia parolai
sopra un soggetto, come il non volersi mettere in un altro: «Ma» dissi,
«l'avevate già di nuovo imparato là in Siberia con quel vostro signore;
che, Dio gliel perdoni, era pure un tiranno di voler regolar vostro
carteggio.» E m'accôrsi che m'ero involontariamente accostato troppo a
ciò che si voleva fuggir da tutti e due; nè egli rispose. «E non ci sono
vigne là, dite un poco?» «No» disse Toniotto, e lasciò cascar il
discorso; ed io m'accôrsi d'essermi discostato troppo. «Povero
Toniotto,» dissi, «voi siete sempre buono in ogni fortuna; e come siete
stato buon figliuolo e buon soldato, ora siete buon contadino di nuovo e
buon figliuolo.» Allora io aveva côlto nel segno; e Toniotto mi rispose
com'altre volte già: «Quest'è, maestro mio, quest'è. Bisogna fare quel
che Dio ci mette a fare, e prender quello che ci manda, ora una buona
giornata, ora una cattiva; ora una vittoria, ora una sconfitta, ora un
avanzamento o una croce alla parata, ora una palla alla battaglia; e qui
pure, ora un buon anno, ora un cattivo; ora un buon raccolto o una bella
vendemmia, ora una grandine. E così è che ogni giorno pur ci trovo
somiglianza tra questi due mestieri.» «Dite bene, questa somiglianza io
pur la trovo: epperciò forse ho sempre udito dire che i buoni contadini
fanno i migliori soldati. Ma voi non eravate più soldato; e vi mancava
pur poco a diventar ufficiale. Dite un po', se non era della palla, lo
sareste stato certamente tornando.» «O se non era della palla....»
diss'egli, e si fermò, ed io m'accôrsi d'aver di nuovo malaccortamente
inciampato; pure volendomi valer dell'occasione per effettuare un mio
disegno. «E non v'incresce» gli aggiunsi, «di quel mestiero? Così avanti
già quando il lasciaste? forse il potreste riprendere con vantaggio.»
Allora sì davvero ci trovammo su terreno franco, ed egli mi rispose che
ci avea pensato, ed avea prese informazioni nel paese; ma tutti gli
avean detto che era troppo difficile, e non gli riuscirebbe entrar
altrimenti che come soldato: che invero gli faceano sperare diventerebbe
presto sotto ufficiale, e forse anco ufficiale; ma che a dire il vero
non gli dava il cuore di ricominciar da capo così; e se fosse tempo di
guerra, potrebbe sperar di riaver i gradi come gli avea avuti, e ad ogni
modo avrebbe soddisfazione in combattere almeno una volta presso alla
propria patria, e pel proprio principe; ma in tempo di pace il mestiero
militare non gli era mai parato il medesimo, e il quartiere anche a
Parigi, e l'esercizio anche della guardia imperiale, due seccature.
Dolevagli una cosa, d'aver dovuto alla frontiera nasconder quelle due
croci che gli erano state lasciate fin sulla camicia e sugli stracci
quando era in Siberia; e perchè sapeva che glie le muterebbero in
un'altra prendendo servizio, più volte per questa ragione avea ripensato
entrarci. Ma non se ne sentiva il cuore, e poichè Iddio l'avea rimesso
presso al suo padre, tant'era vivergli allato e servirgli finchè Dio
volesse; benchè a suo padre non era necessario.... e qui parve
accasciarsi sotto il peso de' dolorosi pensieri, e finì con dire: «Dura
cosa, o maestro, a trent'anni il veder sparire e come annientarsi per un
uomo tutta la vita passata. A trent'anni non si ricomincia più.» Egli
avea ragione, ed io non gli volevo nè consentire, nè contraddire, e
m'avviavo a partire. Egli mi prese la mano, non so se per serrarmela o
per trattenermi; e poi tolta la marra in ispalla venne accompagnandosi
con me.

Da quel giorno ei mi ricercò molto più, e avendo trovato il tono giusto
su cui andar insieme, ci misimo a parlare molto sovente; e benchè egli
fosse rozzo e senza educazione di libri, non è a dire come l'educazione
della sperienza e della vita attiva gli avessero conformato tal cuore e
ingegno da svergognare i più colti uomini; nè io, benchè di vita e
professione così diversa, ho trovata persona mai con cui mi confacessi
tanto come con lui. Povero Toniotto! Mi rimanevano sempre fitti
nell'animo que' due pensieri che avrei voluti tôrre dal suo; che era
inutile a suo padre, e che a' trent'anni non si ricomincia. Ma questo
principalmente mi parea tanto più vero che l'aveva veduto anche negli
altri tornati; chè quelli che erano intorno a' venticinque anni si
facevano facilmente come una vita nuova, e quasi non pensavano al
passato; ma quelli che eran tornati co' trent'anni addosso,
difficilmente si eran adattati a mutar vita; e chi non sapeva altro che
appiccicarsi senza profitto al passato, e tentar di rifar la medesima
vita, e scioccamente lamentarsi del presente; ed altri anche rimaner
nell'impresa e morire, ch'eglino stessi non sapean forse di che, ed io
ben credo che era di seccatura. A tutti questi io aveva sempre
consigliato prender moglie, e mi era messo a far matrimonii, non badando
alle celie di coloro che mi chiamavano il gran matrimoniero. Ed io
lasciava dire, perchè questa credo che sia la sola maniera di rivivere
diverso da quello che si è vivuto; e la moglie se s'incontra buona, e i
figliuoli, che tutti son buoni, sono un balsamo e un rinnovellamento che
farebbe rivivere i sepolti. Ma al povero Toniotto come si facea? Dico il
vero, il pensiero me ne venne: ma non glie lo seppi mai dir chiaramente;
e girandovi intorno due o tre volte, ei non l'intese; e un'ultima volta
che l'intese, mi lasciò con un aspetto aspro e di mal umore, che non gli
ho veduto mai; e stettimo quindici dì senza che il potessi raccapezzare
a riparlare insieme. Io vedeva il povero uomo mutarsi di dì in dì, e
indurirsi a un tempo ed accasciarsi sempre più; ben pensai che non potea
durare. Fui, senza dirgliene nulla, in città, e per certe mie relazioni
con un colonnello tentai avergli un posto di sotto uffiziale; e mi si
fece sperare; e tornando gliene riparlai. Ma egli con un mestissimo
sorriso mi ringraziò, ma non volle; e vidi che il corpo infiacchito gli
diminuiva anche la risoluzione, e benchè ora sarrebbe stata buona e
necessaria a prendersi quella di partire, non gli dava più il cuore
seguirla. Del resto io solo credo, e forse forse Maria, ci accorgevamo
di questo suo infiacchirsi ed ammalarsi. Non si lagnava mai, non
lasciava nè scemava il lavoro, e questo anche contribuì a farlo
peggiorare; mai non si riposava se non quando potea credersi solo, come
io l'avea sorpreso quella prima volta, ed ora seguendolo lo sorpresi più
altre. Sei mesi passarono; era diventato come uno scheletro; venne
l'inverno; non voleva rimanere in istalla ozioso; da Maria andava più di
rado che mai. Appena era qualche giorno scoperta di neve la terra, egli
riprendeva la zappa, e andava a lavorar a un fossato di viti nel tufo,
che era una fatica peggio che mai. Io vi feci capitare una volta come a
caso il medico, che s'informò di sua salute, e gli disse di lasciar
quella fatica, e si curasse. Ma egli rispose allora, e poi: «Quand'io mi
metta a letto son morto.» E così fu; preso un raffreddoruccio o che so
io, che il tenne in casa, gli venne una febbre violenta, e mandò
chiamare a un tempo il medico e me che il confessassi, e io 'l
confessai, benedetta anima; e poi mi chiese di veder Maria con
Francesco. E dicendo io: «Povera donna? a che serve?» rispose: «Avete
ragione, anzi fate che non venga; io sono pur un uomo senza forza; ma
ora me ne vuol poca più.» Fu sagramentato, e al terzo giorno gli si dava
l'estrema unzione; trovammogli appesa al collo una treccia de' capelli
di Maria: «Levatela» disse, «forse ho fatto male di continuar a portarla
dopo il mio ritorno qua; questa, e questo libro di preghiere cristiane
datomi da voi già, mi hanno accompagnato sempre, e tenuto caldo il cuore
in Russia; prendetelo voi con le croci.» E si tirò il libretto e le
croci di sotto il capezzale; mezza ora dopo perdè cognizione; e un'altra
ora, e poi morì. Quest'è che m'ha fatto lasciar quel paese; e fui poscia
da cappellano in quel regimento dove io aveva voluto far entrare
Toniotto. «E Maria?» dissero alcuni degli ascoltanti. «Maria visse
tranquilla altri quattr'anni; e or sono sei mesi, assistita da me, che
là fui chiamato, e tornai per ciò, è morta in pace.»

Detto questo, il maestro s'alzò e s'avviò al giardino! e gli uni dopo
gli altri tutti gli uditori, che alcuni mi parvero commossi dalla
storia; altri all'incontro dicevano che di queste cose, se ci si volesse
badare, ne accadono tutti i dì, e questo non si chiamava nè storia nè
novella. Ma il vero è che nessuno riprese la disputa di prima; nè era
stato altro l'intento del buon maestro. Poco dopo, già non essendo più
persona nel salotto, vi tornava egli, ed io l'udii che preludiava sul
gravicembalo, e intuonava come una cantilena d'improvviso molto
semplice, e poi incominciava a cantare a mezza voce, onde io m'accostai,
e udii questa canzone:

      Tratto alle pugne oltre all'ignota Moscova
    Dell'italo guerrier tai fur gli accenti,
    Mentre ei forbiva al sorger del sol nordico
        L'armi lucenti.

      Nordico sol, fa, che da lungi splendano
    L'italiche armi in mezzo all'armi franche;
    Del sangue ostil oggi fien prime a tingersi,
        L'ultime stanche.

      Nordico sol, oggi per te dimentico
    Il chiaro italo sole e l'alma terra,
    Ove nodrito io fui, che parte Eridano,
        E l'Alpe serra.

      Ardito e lieto al giorno di battaglia
    Me veda il Franco, che pur me deride,
    Primo al giuoco, alla mensa, ai vani cantici
        Quando s'asside.

      Alle mense, alle danze il pregio tolgasi
    Il Franco pur: ma sull'arduo ridotto
    Me segua il Franco, quando il passo sgombrogli
        E l'oste ho rotto.

      Dimesso il capo, basso il crine ed umile
    Serba alla stalla l'Arabo destriero.
    Squilla la tromba? -- Ei chiama co' suoi fremiti
        Il cavaliero.

      Quando scomposto stuolo indietro timido
    Fugge del soverchiante oste l'incontro;
    Ditelo, o duci, chi si ferma, e impavido
        Si volge contro?

      Quando la schiera spalle a spalle accumula
    Irta di ferro, ed i cavalli aspetta;
    Chi figge i piè, chi tiene il posto immobile,
        O l'arma stretta?

      Or ben, terso è l'acciar, la squadra s'ordina,
    Batte il tamburo, omai suona ogni tromba;
    Cresce il frastuono; odi, di guerra il fulmine
        Da lungi romba.

      Ve' come a passo egual marcia terribile
    Schiera cui duce guidar sembra morte.
    Ecco i verde-vestiti; or deh proteggavi
        L'itala sorte.

      Felici voi cui diede il ciel combattere
    Itali tutti l'un a l'altro accanto:
    Felici almen, cui resta d'una patria
        Il nome e il vanto.

      Col Franco, o col German misto, o col Belgico,
    Franco di nome io pur divido il letto.
    Ma invano, italo cuore invariabile
        Mi balza in petto.

      «Giorno verrà, dall'Alpi all'Adriatico,
    Una favella unirà Italia, e un nome;»
    Tu 'l promettevi c'hai le man, tu Italo,
        Entro sue chiome.

      Folle chi in te sperò; te il cielo vindice....
    Me chiama il duce, ecco la pugna ferve.
    Si pugni e vinca, e serva il mondo al perfido,
        Se Italia il serve.

Finita che fu, ricominciò il maestro ad arpeggiare in varii toni minori,
finchè alzandomi ei si avvide di me, ed io che ei non mi voleva bene
d'averlo a suo malgrado ascoltato. Domandaigli pure se la canzone era
sua, o forse di qualche ufficiale tornato da Mosca, o forse di Toniotto.
Ma egli non me ne volle dir altro; ond'io credo che sia di lui. Perchè
in gioventù so che fu pastore d'una colonia arcadica, sonettista, e
schiccherator di versi sciolti nelle raccolte. Ora, colpa o grazie
all'età, ei se ne vergogna e non vuol che si dica.




                             LA BELLA ALDA.


Al tempo d'una delle discese de' Francesi per la _comba_ di Susa, che
qual sia non lo potrai accertare, avvenne, che rimasta a guardare il
passo importante delle Chiuse una schiera d'uomini d'arme, questi,
secondo il consueto di tutti gli uomini d'arme, invasori antichi e
nuovi, e più dei distaccati e lasciati indietro, incominciarono in varii
modi a taglieggiare ed opprimere il paese all'intorno. Benchè, essendo
alleati del Duca e provveduti da lui d'ogni bisogna; ed avendo ordine
da' proprii capi di vivere co' terrazzani come amici; e solendo poi i
Francesi, a differenza di altre genti, e ad eccezione di alcuni
scellerati che si trovano in tutte, essere ladri solamente per
necessità, o tutt'al più per a tempo, e quando, come dicono essi
medesimi, l'occasione fa il ladrone; certo i ladronecci erano men
frequenti che non sarebbesi temuto; e se n'erano fatti alcuni da qualche
mal soldato, e dalla gentaglia dell'esercito, per lo più anche erano da'
cavalieri e da' capitani severamente castigati; e la riparazione
sborsata o da essi, o dai delinquenti, o tavolta dal Duca. Ma se per
soldati erano radi i loro peccati contro il settimo e il decimo
comandamento di non pigliare e non desiderar la roba d'altri; tanto più
frequenti, forza è pur confessarlo, erano quelli fatti contro il sesto e
il nono, di non usurpare e non desiderare la donna altrui. È vizio
antico e noto de' Francesi. Noto il famoso macello de' Vespri Siciliani
al tempo di Carlo d'Angiò. Carlo VIII ne perdè il regno. A' tempi nostri
ne durano vive le memorie, che i posteri cercheranno nelle storie, e
forse nell'opuscolo de' Romani in Grecia, nelle belle canzoni milanesi
del Porta e del Grossi, e nelle piemontesi del Calvo, e mille altre
canzoni, anche troppe; chè gl'Italiani così d'accordo in cantare, ben
avrebbero dovuto esserlo più in resistere. Come poi in tutte queste
invasioni, così in quella di cui è la nostra istoria, i Francesi, che
qualunque sia il merito personale di ciascuno di essi, ognuno se lo
porta come in mano, e subito lo fa vedere, e per così dire lo spende e
scialacqua in moneta piccola, dovunque arrivassero incominciavano a
farsi ben volere; nè eran dimorati due o tre dì in una terra o in una
casa che non paressero esservi da gran tempo; ed entravano a parte de'
negozi e de' divertimenti domestici, e si facevano come della famiglia;
e se non era di quella loro eterna frase del _chez nous_, che monta a
ciò, a casa nostra si fa così, e si fa meglio che da voi; quasi che
ognuno di essi sarebbe paruto nato e cresciuto della famiglia e del
paese dove era arrivato poc'anzi. Ma che valeva? Tutto ciò era perfidia,
e mentre cotestoro parevano aiutare, adulare, compiacere al padrone di
casa, non ad altro miravano che alla padrona o alla padroncina, di cui
insidiavano la fede e l'amore. Gran vantaggio almeno hanno sopra questi
Francesi, e gran preferenza meritano gli altri invasori. I quali
mostrandosi subito schiettamente e generosamente quali sono, nè si fanno
mai da maschi nè da femmine perfidamente amare, nè ingannano i popoli
soggetti, e dal primo all'ultimo giorno con ammirabil costanza, non sono
un'ora mai da sè stessi diversi.

I giovani francesi lasciati da' loro capitani a presidio delle Chiuse
nelle terre di S. Ambrogio, S. Antonio, Avigliana, Giaveno, e l'altre
all'intorno, solevano, grandemente lagnarsi della propria sorte; che
mentre i compagni erano scesi a' ricchi piani, e ridenti colli, e alle
popolose città dell'Italia (e l'Italia per quanto sia bella in realtà, è
più ancora all'immaginazione di tutti i popoli settentrionali),
lagnavansi, dico, i giovani francesi d'essere stati lasciati in mezzo a
quelle rupi, e que' nudi sassi, e que' neri boschi, e que' poveri
tugurii; «dove» aggiugnea taluno con un dispettoso sorriso «difficile
sarebbe dire se più sia guardata la onestà di queste misere Alpigiane
dalla loro bruttezza, o più la bruttezza dall'onestà.» E in ciò si vuol
dire che que' Francesi fossero veri conoscitori, e ben s'apponessero.
Perchè le Alpigiane sogliono essere sane e fresche sì, ma piccole,
grosse e tarchiate; e qualunque ne sia la ragione, di rado è che
ritraggano le nobili e regolari fattezze delle altre Italiane.
Immaginate adunque che novità fosse a que' Francesi sfaccendati, e che
stavano ogni giorno di mercato meno a vagheggiare che a maledir le donne
e le fanciulle sulla piazza di S. Ambrogio, il vedervi un mattino
comparir soletta una fanciulla d'intorno a' sedici anni, alta, svelta e
ben formata della persona; con mani e piè, che ne avrebbero disgradata
qualunque più gentile fra le damigelle della Reina di Francia; e un
volto! un volto, che all'allegrezza degli occhi, alla leggiadria della
bocca, al color cinerino de' capegli, e più di tutto alla vivezza d'ogni
impressione ed alla grazia dell'acconciatura, avresti detto francese, se
non che la regolarità del bel profilo dall'alta e piana fronte al
rotondo mento la mostravano veramente italiana; e l'abito snello e corto
poi, lo stretto busto di velluto nero, e il fazzoletto rosso e
grossolano, che mal gli copriva, ma graziosamente le inquadrava per così
dire il viso, la mostravano schietta Alpigiana. Fu un sussurrio, un
accostarsi l'uno all'altro, un accennar di dita, un affollarsi a lei, un
comprarle, in men d'un ave, latte, ova, e quanto avea nella sporta, e un
vagheggiarla e farle cerchio attorno, e interrogarla, e volerla seco
trarre, che non s'era mai più veduto, ed avrebbe bastato a confondere
una delle suddette sperimentate donzelle della corte reale, non che una
tenera e timida foresozza com'era questa. Ma ella, benchè alquanto
arrossisse e chinasse gli occhi, e non dando retta, poche oneste parole
rispondesse ad ognuno; non mostravasi tuttavia troppo confusa; e pareva
quasi persona che là venendo, avesse aspettato tanto, e vi fosse venuta
ben apparecchiata, e che all'incontro di quell'altre sue paesane difese
da loro bruttezza, ella lo fosse da sua bellezza ed alterigia. In breve,
avendo ella così prestamente finito di vendere quanto avea recato; senza
fermarsi altrimenti, ma alzando il capo e mirando intorno in atto quasi
maestoso, e messo lo sguardo su un giovane che era in un canto del
mercato, e non avea mai levato gli occhi da lei; ella, aprendo la folla
de' vagheggiatori, dritto a lui s'avviò, ed egli a lei; ed ambidue poi
uscieno della piazza, e s'avviavano per lo sentiero alpestro che sale
alla Sacra o Monistero di S. Michele. Nè è a dire come tutti la
seguitassero con gli occhi, e alcuni pure co' passi. Ma perchè era il
sentiere molto cospicuo, e l'ora non lontana dal meriggio, e il mercato
grosso, e presenti i capi, niuno s'ardì farle oltraggio, o nemmeno
troppo lungi seguirla. Ed ella a raddoppiati passi, leggeri e veloce
salendo, ora scomparendo, ora ricomparendo per gli alpestri andirivieni,
finalmente svanì del tutto agli occhi di quegli stessi, che erano
rimasti più costanti a mirarla. I quali forse, per poco di poesia che
avessero in capo, l'avrebbero comparata a qualche Angiolo di Paradiso
risalente al cielo fra le nubi; se non che quel compagno che traeva
seco, dovea guastar la comparazione, e tarpar l'ali a qualunque più
poetica o più amorosa immaginazione.

Ora che che dicessero e pensassero costoro, i due giovani, perchè
giovane era pure il compagno, dicevano in salendo molte cose
distesamente riferite in certa cronaca da me veduta, ma che io
sforzerommi ridurre in brevi parole. Diceva egli dopo un silenzio di
forse un buon quarto d'ora: «Bel piacere veramente quella calca che ci
ha affogati; e quel chiasso che ci ha assordati; e quei visacci
stranieri impertinenti, che Dio perdoni al signore Duca d'essere alleato
di tal gente sicuramente eretici o pagani od anche peggio. Avete voi
veduto che al sonar di mezzo giorno nemmeno uno non s'è alzato, nè ha
fatto il segno della croce? Maledetti!» «Non ci avea badato,» rispose
Alda. «Ma tu hai ragione, Giacometto; questi sono visacci e figure come
non se ne sono mai più veduti al mondo; e come forse non si vedranno mai
più, subito che il signor Duca non ne abbia più bisogno; e li abbia
mandati via. Epperciò appunto è, che io avea tanta voglia di vederli una
volta. Senti, Giacometto; quando fossimo marito e moglie, e avessimo
figliuoli, e figliuoli poi, udendo da tutti narrare di questi Francesi,
ci domandassero: gli avete voi veduti? com'eran fatti questi Francesi? e
noi non avessimo che rispondere?» «Pah!» riprese Giacometto allungando e
rinforzando il suono, che ne fece rimbombar le rupi, e prendendo poi
tanto più animo egli a sgridare che vedeva lei ridotta a scusarsi; «che
previdenza lunga! che pensiero di buona mammina! prima del matrimonio
pensare alle storie che s'avranno a contar a' figliuoli che hanno ancora
da nascere e crescere.... Ma ringraziate il cielo, Alda, di non aver
bell'e ora qualche storia a narrare a spese vostre, di qualcheduno di
questi demonii che vi saltasse addosso a portarvi via, come parevano
tutti essere lì lì per fare. E sì che io li stava adocchiando; e con
l'aiuto del nostro santo Arcangelo san Michele, un po' più che avessero
accennato, soldati, o demonii, o Francesi che sieno, io ne facevo
pentire almeno un paio alla prima con questo mio bastone, che mai più
non mi possa servire contro orso nè lupo, se io, per San Michele
Arcangelo....» «Giacometto, Giacometto» diceva Alda raddolcendo la voce,
«per carità non giurare, e principalmente non pel nostro santo
Arcangelo, che non si adiri contro voi e contro me, e ci voglia aiutare
in ogni nostra bisogna. Ed io vi confesserò, se volete, che ancor io
quando mi sono trovata là in mezzo a quella calca, ancor io me ne sono
sbigottita; che non avrei voluto esservi venuta mai più. E, a dirvi il
vero, anche prima nello scendere, appunto quando giungevamo qui presso,
già me n'era ripentita. Ma voi con quel vostro eterno contraddire e
lagnarvi, me n'avevate fatto prender l'impegno; che se non era.... or
bene, è finita, non se ne parli più.» «È finita? Non se ne parli più?
No, che non è finita; e sì che ne voglio parlare; e che non mi piace
quel fare le cose a modo suo, sempre voler girare il mondo, or qua or
là, e poi dire, è finita, non se ne parli più.» «Girar il mondo? vi par
egli, Giacometto? incominciate voi a dirmi ingiurie? Povera me! Meschina
me! Girar il mondo, perchè una volta sono andata al mercato a Giaveno,
ed una volta ad Avigliana, e sempre con voi, Giacometto; e voi mi dite
che voglio girar il mondo, e mi trattate come una cattiva donna. Povera
me! che sarà di me?» E qui la fanciulla si diede a piagnere e
singhiozzare, e Giacometto a intenerirsi; ma non essendo tanto ben
educato da domandarla con delicata tenerezza: «Alda, tu piangi!» le
disse più alla grossa: «Alda, tu sai ch'io non voglio che tu pianga. A
che serve? quello che è fatto è fatto; e poichè il cielo ce ne ha
salvati, ringraziamolo pure, e pensiamo a non rimetterci a' medesimi
pericoli. Vedi, Alda;» e in ciò le prese la mano, e finchè durò largo il
sentiero, camminarono così lato a lato, e mano in mano. «Vedi, Alda; se
io ti sgrido, e mi sdegno per questo tuo capriccio di girar il mondo;
voglio dire d'andare così una volta a Giaveno, una volta ad Avigliana,
ed ora a Sant'Ambrogio, gli è perchè penso anch'io all'avvenire; e se
abbiamo veramente a sposarci a questa Pentecoste, ed io poi andar su a'
pascoli alla montagna, e lasciarti sola a casa ogni anno tutta la state;
vedi, Alda, che pena sarebbe pensare io solo di là su: chi sa s'ora Alda
non è a casa, ma a girar il.... voglio dire, chi sa a Giaveno, chi sa ad
Avigliana, e chi sa in mezzo a que' maledetti Francesi con que' loro
occhi spiritati! nè io allora sarò lì ad impedire ciò che potrebbe
succedere, nè a saperlo nemmeno. O Alda, Alda, io vorrei che tu amassi
il paese come lo amo io, che non vo mai volentieri più in là di cento
braccia dal bel campanile del monistero, e della casa di tuo padre.» E
qui dice la storia che anche a Giacometto scesero alcune più poche, ma
più grosse lacrime sulle guance. Ma essendo questo non dubbio segno del
loro vicinissimo rappacificarsi, noi non seguiremo più oltre la cronaca,
nè essi: che insieme arrivarono, e poi si lasciarono alla casa de'
genitori di Alda. I quali, servi o contadini che si dicano della badia,
erano di quei pochissimi che abitavano lì vicino; non essendone mestieri
più a coltivare quelle poche e povere terre alpestri là su; troppo
diverse dalle molte e ricche, possedute da' monaci per munificenza de'
principi, ne' piani di Piemonte e Lombardia. Là intorno poi quanto era
di terre, case ed uomini, tutto era della badia; e così anche
Giacometto, orfano e solo, adoprato nell'interno del monistero alla cura
degli armenti. I quali riducendosi all'inverno nelle stalle, alla
primavera pascevano i prati all'intorno; ed alla state eran poi condotti
a quegli altissimi piani, o somme valli che si trovano in quasi tutte le
alpi, ed Alpi sono dette per antonomasia da' paesani. Nè vi ha terra,
casa od abitato colà; ma ad ogni pascolo una bassa capanniccia, che
mentre l'armento consuma l'erbe, serve al pastore a raccoglier sè
talvolta e il latte e il vasellame da fare il cacio. Nè, durante que'
pochi mesi, finchè è finito il pascolo o la stagione, il solitario
Alpigiano scende mai da quella sua terrazza, dov'è quasi un San Simone
Stilita sospeso tra cielo e terra; nè vede viso d'uomo più di tre o
quattro volte, che la donna o i parenti vengono a rinfrescar sue
provvissioni, e riportar giù i caci fatti. All'autunno, prima delle
prime nevi, ei s'affretta a discendere. Che se i ghiacci ingombrassero i
passi già per sè pericolosi, e frequenti di rozze croci, segni di non
radi accidenti succeduti nell'istessa state; vi avrebbero a perire
inevitabilmente gli armenti, e mal potrebbe salvarsi, quantunque destro
e di sicuro piede oltre ogni credere, l'istesso Alpigiano.

Due o tre giorni passarono dopo quella, non so s'io dica con Alda
innocente gita, o con Giacometto dannevole scorreria per il mondo, senza
che in quel mondo della Badia succedesse cosa degna di memoria, o che
turbasse la pace solita del monistero, o quella anche più solita de'
poveri abituri. Ma una sera, come cadeva il sole chiarissimo dietro il
Monginevra e il giogo dell'Altaretta, s'udì un certo tocco di campana,
che era la chiamata a concistoro delle principali dignità del cenobio. E
perchè non era il giorno nè l'ora solita a ciò, meravigliandosene i
villanelli, incominciarono a sbucar fuori ognuno dalle loro casucce, ed
a mirar prima al campanile, e poi chi qua, chi là in aria e in terra;
come se mirando, avessero a scoprire che cosa fosse quella che avea data
occasione alla straordinaria chiamata. E sì che delle cento volte,
novantanove avrebbero potuto mirare da mattina a sera, senza per ciò
indovinare, nè dai moti della campana nè da nessun altro segno visibile,
quale o quanto fosse il soggetto delle importanti deliberazioni di quel
consesso. Ma questa volta fu l'una delle cento che potè essere
satisfatta lor curiosità. Perchè tutti quelli che mirarono in aria non
iscoprirono nulla, nulla quelli che mirarono in terra verso a ponente,
nulla a settentrione, nulla a levante; ma coloro che a caso rivolser gli
occhi a mezzogiorno verso il pendio più lene da quella parte, e la via
più larga che dalla Sacra scende a Giaveno, questi, dico, credettero
prima vedere, e poi certo videro e chiaramente distinsero venir su per
la via una fila, che chi diceva di dugento, chi di cinquecento ed anche
più, ma in vero erano da sessanta cavalli francesi, con innanzi il
trombettiere che di tempo in tempo s'udiva far risonare le valli, ed
alla testa il capitano, le armi di cui più brillanti si vedevano
luccicare a' raggi orizzontali del sol cadente, e in ultimo la bandiera
vivamente sventolata dall'aria notturna che sorgeva. «Che sarà? Che
vengono egli a fare? Che succederà?» Siffatte questioni generali, e
sminuzzate in cento altre parziali ed incidenti, colle loro rispettive
risposte, agitavansi a un tempo dentro e fuori il sacro recinto senza
conclusione; finchè a un tratto ed or vicinissima s'udì la tromba
intonare come un ingresso trionfale, e si vide la schiera alla sfilata
passar tra le casucce, e seguita da tutti i loro abitanti, arrivare alla
porta grande del monistero. La quale aprendosi, compariva addentro
un'altra schiera più numerosa, che trattandosi di resistenza avrebbe
potuto farne una gloriosissima; se non che era schiera di pace, e
tutt'altro che militarmente, addobbata a processione; tanti monaci, due
a due, co' visi bassi, le mani dentro alle larghe maniche, e l'abate
innanzi a tutti in rocchetto, il volto tra umile e maestoso, una barba
lunga e bianca più del bianchissimo abito, ed accanto un fraticello che
gli portava l'acqua benedetta. Veduti i quali dal capitano, che giovane
e di gentil apparenza era subitamente sceso da cavallo, e
rispettosamente inchinato, prese dell'acqua benedetta, e in lingua
francese molto ben intesa dall'abate, dissegli poi: come essendo giù
nella valle gran carestia di fieni e d'altre vettovaglie, ed anche
essendosi udito di certe mosse de' nemici del Re di Francia e del Duca
per le parti di que' monti, i capitani superiori suoi aveano pensato
mandar alcune truppe a stanziare al monistero per difenderlo; ed egli
per divozione al santo Arcangelo, e per aver cura che la sua gente non
facesse cosa men grata ai reverendi monaci o al reverendissimo padre
abate, avea voluto egli stesso condur la schiera, e dimorar con essa
finchè fosse d'uopo. L'abate rispondeva nella medesima lingua: che
quantunque piacevole fosse a lui personalmente l'aver ad esercitar
l'ospitalità verso un gentil cavaliero, e compiacere al signor Duca, o
al Re di Francia; tuttavia come abate di quel santo privilegiato
monistero, era dover suo principalissimo serbarne illese le immunità, nè
concedere che, lui vivente, contro l'esempio degli antecessori, a danno
di tutti i successori s'infrangessero quelle. Così dicendo faceva un
cenno, ed avanzavansi due monaci, probabilemente l'archivista e il
segretario, con una dozzina di rotoli di pergamena, i gran suggelli
pendenti; e mentre l'uno teneva il fascio, l'altro incominciava a
srotolare, e leggeva dal Noi per la Dio grazia re o imperadore, fino
alla firma, senza perdonarne parola. Finito il primo diploma, afferrava
il secondo, e s'apparechiava a darne, non meno che de' dieci altri,
distesa lettura. Ma il giovane francese, seccato di quelle lungaggini,
soverchiatore come ogni conquistatore, e in particolare come quell'altro
Francese o Gallo, forse antenato suo, che mentre si stava pesando o
disputando l'oro a lui pattuito, buttò la spada di soprappiù al
contrappeso su la bilancia; il giovane, dico, ch'avea altrettanta furia,
ma pur un po' più di cortesia, avanzata la mano, impedì dolcemente che
si srotolasse la seconda pergamena, diè per conceduto e riconobbe
qualunque privilegio avesse o potesse avere il monistero, e ne allegò
egli all'incontro uno solo; il privilegio della guerra, e della
necessità che dovea scusare chi gli avea dato quel comando. Perchè,
quanto a lui non gli abbisognava nemmeno quella scusa, bastandogli
l'ordine ricevuto, che ei doveva e farebbe eseguire. Molte altre parole
passarono poi in questo negoziato. Il quale, come tutti quelli dove sta
da una parte tutto il diritto e dall'altra tutta la forza, incominciò
con proposizioni differentissime, anzi contrarie; ma la parte giusta già
sapendo di dover cedere, ogni suo sforzo suol essere di cedere il meno
possibile, onde quando si crede a tal punto, ella s'affretta a
conchiudere per paura di riperdere quello che ha pur salvato. E in somma
tra il vecchio padre e il giovane capitano e' si conchiuse: che non
potendo quegli acconsentire a niuna diminuzione di privilegi, ma non
avendo forze da difenderli, nè concedeva nè impediva che i soldati si
alloggiassero fuor delle mura del monistero, come potessero. Ma fu poi
tacitamente, e quasi articolo segreto, stipulato che al mattino appresso
ne ripartirebbero la metà, e il capitano, non come capitano, ma come
ospite e divoto del Santo, con quattro o cinque de' suoi, fin da quella
notte albergherebbe entro il sacro recinto. Fatto l'accordo, i frati a
un cenno dell'abate, i soldati al comando del capitano, fecero ognuno
dalla lor parte un _dietro fronte_, spargendosi quelli nelle lor celle,
questi nelle casupole de' contadini: mentre i due alti contrattanti se
ne furono insieme amichevolmente a più lauta cena nelle camere
dell'abate; e fu poi il capitano condotto alle sue, nella ben
apparecchiata foresteria.

Il mattino appresso all'alzarsi del cavaliero, mentre stava a comporsi
non senza arte la bionda chioma e la barbetta ricciuta, e vestire il
_sottabito_ di pelle di camoscio, e cinger la spada, abbigliamento
solito de' cavalieri, quando non essendo in marcia nè in battaglia non
vestivano a ferro; entrò in camera a lui uno de' suoi uomini d'arme, una
tal figura che non sapresti dire se le sue fattezze fossero scolpite a
ritrar più grossezza o più astutezza, più rozzezza o più corruzione.
Eravi ogni cosa insieme, ma l'astutezza pareva essere soverchiata da ciò
che il furfante aveva in animo o stava per dire. «Son partiti i nostri
uomini, Uberto?» incominciò il cavaliero vedendolo entrare. «Signor sì»
rispose colui. «Il vostro esercito è ridotto a metà. Grande imprudenza,
se m'è lecito dire, a un capitano che abbia a difendere questi luoghi
dai nemici di sua Altezza il Re di Francia e de' suoi alleati. Trenta
cavalli soli....» «Uberto, lascia tue celie, che sei cattivo giullare,
il sai nè t'ho menato qui, nè ti pago per ciò; trenta cavalli sono anche
troppi per l'impresa che siam venuti. A tali cacce basta e soverchia un
solo bracco come tu. Hai tu tracciato nulla?» «Signore! signor mio,»
riprese lo scaltro che voleva innalzar i proprii meriti, «per carità,
signor mio, com'è possibile? Giunti ieri notte, stanchi, senz'albergo;
mentre vossignoria stava qui a cenar grassamente da monsignor l'abate,
noi fuori a far gli alloggi, governar i cavalli, veder ognuno che si
potesse avere per un po' di cena da questi villani. E in verità che pare
ci sia passato tutto l'oste col _banno_ e l'_arrier banno_ di Francia,
tanto son rasi e tosi, e fra due giorni se non ci fa provveder la
signoria vostra, e' sarà forza disalloggiar tutti. E' si sta troppo
male; e per quanto dicessi io, i soldati incominciano a mormorare.»
«Bene bene, si provvederà, e si manderà via l'altra metà; ma io qui solo
senza pretesto non vi potevo venire; e se tu non fossi un poltronaccio,
e m'avessi scoperto alcun che, come dovresti, invece di dormire....»
«Così tardi come vossignoria, eh! Ma la mi perdoni, io non ho detto di
non aver fatto niente; ho detto che era difficile; pareva impossibile.
Tuttavia....» «Tuttavia, tuttavia, vuoi tu finirla, sguajato, e non
farmi anelar così. L'hai tu trovata o non trovata? C'è o non c'è? S'avrà
o non s'avrà?» «Eh, eh, signor mio, che fretta! ma poichè ella mi fa
l'onore di paragonarmi a un can bracco, ella rimane il cacciatore, e mi
scusi se le dico che ad ogni caccia ei ci vuol flemma; e a questa poi
credo ce ne vorrà più del solito. In somma è scoperta, è qui presso la
fanciulla; ogni cosa bene, se non fosse d'un innamorato indemoniato,
quello stesso che l'altro giorno ci fece mancar la starnotta, e me la
tolse come di gola. Benchè jeri sera il buon uomo m'ha pur fatto
servizio. Pensi vossignoria che gli uomini erano già tutti alloggiati;
io solo no, perchè non avendola veduta svolazzare, sperava pure che
qualche caso m'avesse a far iscoprire il nido; ed ecco a notte già quasi
buia tornar cogli armenti lo scioccone, le braccia pendenti, e l'aria
smemorata; finchè veduto su una porta uno de' nostri soldati, fermavasi
innanzi tutto stupidito, apriva gli occhi e più la bocca a mirare,
riscuotevasi, lasciava andar vacche e buoi, ed entrava precipitando per
quella porta. Io l'aveva adocchiato già, e senz'altro, qui è, diss'io; e
fui là, ed entrai, e vidi la fanciulla, e il gonzo appresso, con un'aria
fra truce e sbigottita, che si faceva raccontar il gran caso del nostro
arrivo, e voleva dar nelle smanie, e non s'ardiva, che era uno
smascellarsi dalle risa.» «Bene» disse il cavaliero, «hai tu subito
mandato via il soldato, ed alloggiatovi tu?» «Mai no; la mi perdoni;
avrei fatt'io mai siffatto errore? Disalloggiar quello? ficcarmi io a
luogo suo? che maniera di metter sospetto nella casa, e fuori in tutta
la compagnia? Massimamente, che sapendosi da tutti oramai la fiducia di
cui m'onora la signoria vostra, e la fiducia de' superiori essendo
sempre invidiata....» «In somma diraimi tu a che ne siamo?» «A ciò: che
il soldato fu naturalmente questa mattina di quelli ordinati per
partire; ed io che apposta non avea preso alloggio stanotte, ed ero
stato a dormire con un altro, gli sono sottentrato stamattina; e sto là
fermo e stabilito, come sarebbe appunto un cane coricato alla bocca del
covile ad aspettar il coniglio, o una serpe nel nido; benchè la serpe,
licenza parlando, è vossignoria, che s'ha a mangiar ella l'uccelletto.»
«Bene, finisci l'impertinenze, ed ecco il primo degli scudi d'oro
promessi.»

Forza è talvolta a qualunque narratore accenare certe cose brutte e
sconce, necessarie a sapersi per la storia. Ma io non sono di quelli che
vi si dilettano, e se hanno a spiegarti qualche squisita scelleratezza,
e' non te ne sanno perdonare la menoma particolarità. E benchè il parer
intendersene, e giudicar gli uomini severamente, dicendo: così son
tutti, così insegna la sperienza, io pur credetti a lor virtù, or non
più no, e simili cose; dia ad uno storico una certa apparenza d'ingegno
e maestria oltre il comune; ed all'incontro sembri cosa volgare e
dabbenaggine il sovente ammirare e compiacersi della bontà altrui;
tuttavia lo confesso, io non narro con amore, e non mi piace dire i
particolari se non delle amorevoli e buone passioni degli uomini. E
ricordomi che essendo a Roma, e tra per l'occasione di veder tanti bei
monumenti, e per una certa natural disposizione che credo avrei avuta
alla professione d'antiquario, avendo preso a studiare il Winkelmann
delle arti degli antichi, fui lietissimo di trovarci fin da principio
questo bellissimo precetto troppo mal seguitato dalla maggior parte de'
così detti conoscitori, professori o dilettanti; che incominciando a
giudicare dalle pitture e scolture, e' si vuol cercare di scoprire,
conoscere e studiar le bellezze che sono in esse, prima di cercare e
studiare i difetti. Ed è il vero che ammirando e contemplando le
bellezze, gli occhi e l'animo si fanno ad esse, e diventano capaci di
riprodurne altre simili; dove avendoli sempre fermi sulla brutezza,
benchè si faccia con pensiero di fuggirla, sovente per forza d'abito ci
si intoppa. Quando anche poi tu ne fossi fatto capace di fuggir la
brutezza, nol sei di produrre la bellezza. Ondechè l'uno è studio attivo
e creatore, l'altro passivo e solamente correttore. E così credo sia de'
costumi degli uomini; che chi cerca, studia e contempla i dolci e buoni,
addolcisca e migliori i suoi proprii naturalmente; dove chi s'avezza a
contemplar sempre i costumi cattivi e feroci, non può a meno di non
oscurare ed abbruttire i suoi. Nè è questa poi, ben sollo anch'io, tutta
scelta propria; e pur troppo e' sono certi infelici che o in una parte
della loro vita, od anche in tutta sembrano per destino collocati sì
fattamente da non iscorgere mai dappresso nulla di veramente bello o
buono o grande. Ma so pure che questo è caso più rado che non si pensa;
e il maggior numero degli uomini hanno la scelta con uguale o con poco
diversa facilità, di mirare alla faccia chiara e bella, ovvero alla
scura e brutta della umana natura. Le mie narrazioni sono dirette a'
primi, o de' secondi a chi abbia buona intenzione di passare, come gli
sia possibile, tra' primi.

Del resto giustizia vuole io dica, che quantunque cattiva impressione il
leggitore abbia dal riferito colloquio potuta prendere del cavaliero;
questi tuttavia non era, nè uomo interamente corrotto, e, come se ne
trovano, vecchio peccatore in giovane età; nè nemmeno un ragazzaccio
senza parenti, nè educazione o scappato di casa. Era di nascita ed
educazione gentili, avea padre e madre tenerissimi di lui, ed una
sorella pura come una colomba sgusciata ieri; ed erasi un anno innanzi
partito da lei candido quasi come ella stessa. Nè era poi stato mandato
all'oste solo, e senza altra cura dei genitori, come fanno taluni che
finchè hanno i figliuoli in casa li tengano attaccati alle gonne della
mamma o della balia; e il dì che li rilasciano, non ne prendono più
pensiero. Questi avean raccomandato il figliuolo a un vecchio servitore
di casa, e poi a un vecchio amico che era de' principali signori della
corte del Re di Francia. Ma il servitore era rimasto per via mezzo
infermo, mezzo disgustato, ed era a lui sottentrato nella fiducia del
giovane quello scellerato d'Uberto. Il vecchio amico non avea potuto
fare che il giovane non istesse più volentieri co' giovani che con lui,
e non prendesse loro modi e pensieri e costumi. I quali costumi poi
erano cattivi non solamente come di giovani e di guerrieri, ma come di
conquistatori e d'invasori. Perchè cotesta qualità di conquistatori e
d'invasori è di natura sua così perfida e maligna, da guastare anche gli
uomini che sarebbero buoni per natura sua. Onde Toniotto, quell'amico
mio che servì in Francia, mi soleva dire, che noi i quali non abbiamo
veduti i Francesi se non in Italia e vestiti di quella qualità, nè
possiamo dire averli conosciuti in generale, nè immaginare quanto
diversi e senza comparazione migliori sieno a casa loro. Così è, diceva
egli, che quella facilità che hanno, e ci par incomoda talvolta, di
stabilirsi senza complimenti a casa altrui, li fa al lor paese aprir le
proprie case ed esser ospitali, con una grazia che non è di nessun'altra
gente. Così quello sprecar e buttar via i quattrini per vanità e
spensieratezza che li fa rimaner senza, e prendere, forza è pur
confessarlo, senza grande scrupolo gli altrui quando possono, li fa,
quando sono a casa propria, facili, generosi ed ingegnosi spenditori;
onde non è gente meno avara, ma che sappia meglio farsi onore con la
metà di quello che ci vorrebbe ad ogni altro. Così quell'arroganza
impertinente a casa d'altri di dirsi il primo popolo del mondo, si
riduce a casa loro, dove non hanno occasioni di odiose comparazioni, ad
una tal qual giusta alterezza ed una fiducia di sè stessi, che non istà
male agli uomini, nè uno ad uno, nè come nazione. Finalmente quel loro
stesso peccato capitale, di che fanno conquistando sì grande scandalo,
non comparisce di gran lunga tanto a casa loro, e quasi direbbesi che ne
sieno rei meno che nessuno. E si vuol anzi confessare che non è forse
paese dove si trovino tante coppie di buoni mariti e mogli; e famiglie
di parenti e figliuoli e fratelli che vivano bene insieme, e donne bene
occupate de' maneggi di casa e della buona educazione de' figliuoli. E
perchè le lingue e principalmente le parole e le frasi che si trovano in
una e non nell'altra, sempre mi parvero indizio non disprezzabile de'
costumi delle nazioni; io osservava poi che i Francesi sono i soli che
abbiano la parola _ménage_, che comprende tutta la famiglia vivente
insieme al medesimo desco, anzi tutta la servitù, e quasi anche la
materialità della casa e de' mobili, e d'ogni cosa in somma che è sotto
al tetto domestico. Bella parola, da cui derivano due belli e dolcissimi
modi di dire, _bon ménage_ e _bonne ménagère_. Voci anche queste che non
suonano se non in Francia, e di cui la realità vi si trova, al dir di
Toniotto, più frequente che altrove. Nè potrei dire io poi quanto mi
satisfacessero questi discorsi dell'amico. Perchè da una parte il divino
precetto di amar il prossimo qualunque sia, e la mia propria natura
amorevole o forse molle, mi portavano ad amar tutti gli uomini e a
trovar in tutte le nazioni da me conosciute, insieme con alcuni vizi o
difetti proprii, molte qualità e virtù non meno proprie loro. Dall'altra
poi non solamente gli esempi degli antichi che davano un solo senso e
promiscuamente usavano quelle tre parole di straniero, e barbaro, e
nimico, ma più poi gli esempi nuovi veduti e provati da noi stessi mi
additavano in ogni straniero, con qualunque nome d'amico o d'alleato si
chiamasse egli, un nimico da combattersi per tutti i miei concittadini
secolari, e per me almeno da fuggirsi. Ma fattami da Toniotto, e
conceputa da me quella distinzione degli stranieri a casa nostra o a
casa loro, mi si aprirono per così dire subitamente gli occhi, e intesi
come quei due sensi d'amore e di nimicizia possano amendue esser giusti
e stare insieme. D'allora in poi, satisfatto del mio cuore, senza
ritegno e senza scrupolo mi abbandonai ad amare e contemplar le virtù
particolari d'ogni nazione straniera, finch'ella se ne sta a casa sua; e
senza scrupolo anche tener per nimico e spoglio di virtù, e carico di
vizii ogni straniero rivestito di quella corruttrice qualità di
conquistatore.

Ora, fatte le mie scuse agli uditori di questa infilzatura di
digressioni che fuggirò alla prima volta che avrò a ridir la storia,
torno ad Alda la bella, e Giacometto l'innamorato, e Uberto il
tentatore, e il Francese giovane e fragile alla tentazione. Era pensiero
di questi due ultimi, venuto al primo, e approvato dal secondo, ora che
Uberto s'era ficcato in casa alla povera famigliuola, studiarne bene gli
andamenti, e come, ed a che ora, e per dove uscisse la fanciulla; e
adocchiatala sola, come speravano, a trar le vacche a qualche deserto
pascolo, o a far legne a qualche deserto bosco, od a qualunque faccenda
in qualche simile solitario luogo, tendervi un agguato; e tra Uberto ed
un suo fidato compagno rapir la fanciulla imbavagliata, e nasconderla
fino a notte, e poi portarla giù in una cascina deserta già
apparecchiata a ciò nel piano di Sant'Ambrogio. Ivi allora l'avrebbe
raggiunta il cavaliero; il quale essendosi già con false nuove di mosse
nemiche procacciato da' superiori l'ordine di venir alla Sacra, ora
dicendo essersi trovati vani que' rumori, avrebbe così levato il
momentaneo presidio. Ma siffatto disegno andò loro in parte fallito per
l'amorosa gelosia di Giacometto. Il quale non solo trovò modo di far
sottentrare alcuno de' suoi compagni nella cura de' pascoli, ed egli
rimanersi alla stalla del monistero; ma lasciando pressochè del tutto
stalla e monistero ed ogni altra faccenda ed ogni altro luogo, quasi
intero il dì e la notte era o dentro o fuori la casa di Alda, o
guardavala con quell'ansietà che fa un avaro intorno al segreto luogo
dov'abbia seppellito il tesoro; che non ardisce starvi troppo appresso
per paura di svelarlo, ma non ha cuore di perderlo d'occhio; e va e
viene e lascia, e mira da lontano e torna, e di tempo in tempo trova
qualche pretesto di seder sopra al sacrato terreno, ed allora solamente
è appieno tranquillo. Che la bella Alda uscisse poi mai fuori della
porta, ei nol soffriva nemmeno in idea; e faceva egli tutte le faccende
fuori di casa; consentendo i parenti di lei, ed ella stessa, che, se era
alquanto leggera e vana, era poi virtuosissima fanciulla: e benchè rozza
ed inesperta, e benchè non ne dicesse nulla a persona, s'era pur accorta
di qualche scellerata intenzione di Uberto. Perchè questi, vedendosi
andar fallito il primo pensiero di coglier la fanciulla fuor di casa, e,
come diceva egli, al volo, si rivolse a quello di adescarla a poco a
poco, ed impacciarla nelle sue reti; e forse con intenzione di riuscir a
due colpi in un tratto, provò a farle intorno l'innamorato. Ma
quand'anche la fanciulla non fosse stata virtuosa, ella era troppo
altiera da dover dare orecchio a costui non giovane, non bello, non
tenero la metà come Giacometto. E così è, che pressato dal capitano a
cui mancavano oramai i pretesti di prolungare sua dimora, finalmente si
ridusse ad usar la forza aperta contro la meschinella. Aveva osservato
che ogni sera, all'imbrunire, Giacometto a malgrado della sua gelosia
era sforzato di lasciar la guardia de' posti interni ed esterni della
casa di Alda, per ire al monistero quando si raccoglievano gli armenti e
si disponeano per la nottata. In seguito della quale osservazione lo
scellerato dispose l'insidia sua.

Cadeva la ottava o nona sera dall'arrivo de' Francesi là su. Erano
tranquilli nella capanna, la vecchia madre a filar in un angolo del
camino; il padre dall'altro lato a bere insieme con Uberto il vino
d'Asti che questi avea recato; Alda ad apparecchiare la cena, epperciò
ora affaccendata in questa, ora in quella parte della cameruccia, ora
rannicchiata presso al fuoco, il cui lume faceva or più or meno chiara
quella scena domestica. A notte chiusa incominciossi a udir presso alla
porta un susurrare e disputare insieme come di due o tre soldati, ed
Uberto a sclamar più volte: «Ubbriaconi! è questa l'ora di star fuori e
turbar la pace della buona gente? A' vostri alloggi; che se lo risà il
signor capitano.... Agli alloggi, agli alloggi; o sì ch'io....» Ma lo
sgridare era nulla, e continuavan gli altri, e in breve ecco uno strido:
«Son morto, aiuto, aiuto;» e spalancarsi la porta; e precipitarsi
addentro due soldati, facendo chiasso come di quattro e sei; ed Uberto
ad alzarsi, ed alzandosi dare una spinta alla pentola e scompigliar il
fuoco; e in quella mezza luce, e quella confusione, uno de' soldati
afferrar la fanciulla e imbavagliarla, e l'altro a levarsela in braccio,
e portarla via; ed ella gettando un grido, ed i parenti accorgendosi in
parte che fosse e domandando aiuto, Uberto a tirar la spada e far lo
spaccamonte; e gridando «Bricconi, scellerati», a tener loro dietro come
per inseguirli. Ogni cosa era ita loro a talento. I due rapitori non
avean dato tempo ad esser conosciuti; Uberto avevo fatto sembiante non
che d'innocente, ma di soccorritore; e i contadini credendola una
baruffa di soldati, non che impacciarsene, si chiudevan nelle case. Così
la meschinella era portata già fuori dell'abitato forse un cento passi,
quando dibattendosi ella, che giovane e forte era, e stancando perciò
colui che la portava, egli la mise un momento in terra per legarla, o
meglio prendersela e portarla in due. Ma ella, come fu su' suoi piè,
valendosi dell'istante, fuggì loro di mano, e di tutta corsa si diè a
saltare e volare su per que' dirupi, scegliendo a posta i più scoscesi e
pericolosi conosciuti da lei, non da' soldati, che men destri la
seguivano a mala pena. Ma intanto Uberto aveva raggiunto i compagni, e
senza fermarsi a rampogne, o a più infingersi, aiutava ad inseguirla, e
chiuderle i passi. Così è che ella non volendo mettersi nella campagna
più che mai deserta a quell'ora, si sforzava nella sua fuga non
allontanarsi dall'abitato e vi girava intorno e s'accostava al
monistero, dove sapeva essere gente, e Giacometto. Ma essendole chiuso
il passo alla facciata e alla porta grande, a poco a poco veniva
incontro alla parte opposta della cinta e si metteva per un ciglione
scosceso, interrotto, e stretto e di poco più di un piè tra le altissime
mura sovrapposte e il precipizio più alto e non meno a dirupo che sta di
sotto. Quivi innoltrandosi con pericolo, a malgrado della sua destrezza,
grandissimo, la inseguita fanciulla sperava ingannar gl'inseguitori;
appunto come il camoscio di quelle alpi spinto da' cacciatori si slancia
di rôcca in rôcca e si addentra più e più tra' precipizii, finchè
vedendo rimasto sull'orlo opposto il cacciatore, si ferma egli e lo
guata, e si crede pienamente sicuro. Stolto! che allora si è appunto,
quando il cacciatore gli pone sopra a bell'agio gli occhi e lo schioppo,
e lo fa morto precipitare nella frapposta valle. Così la meschina Alda
giunta molto innanzi a quegli scellerati per lo ciglione a un luogo dove
questo non che interrompersi finisce, e il muro sopra, e la rôcca sotto
non fanno più che una sola superficie diritta a piombo, fermavasi quatta
quatta e senza gridar nè fiatare, sperando non essere in quello
spaventoso luogo seguita. Ma quale orrore, qual brivido di morte fu il
suo quando le parve vedere, o vide le ombre nere di quegli arditi
scellerati tentennanti avanzarsi per lo orrido sentiero, e già non esser
più d'un trar d'arco da lei distanti! Diè allora in altissime strida per
chiamare aiuto; ma era tardi oramai; niuno umano aiuto, quand'anche
fosse udita, poteva impedire che quelli non la raggiugnessero ed
afferrassero, e la portasser poi via, o la precipitassero. Meglio
precipitar sè stessa; e mirava in giù se scorgesse luogo meno diroccato,
o rovo o ginepro che la potesse trattenere; ma se v'era, non li poteva
vedere. Meglio fidarsi alla providenza, al sommo Iddio che poteva
mandare i suoi angeli a sorreggerla, al santo Arcangelo proteggitore
speciale di quella popolazione, proteggitor dell'innocenza, combattitor
de' mali spiriti, de' mali uomini. Sentissi a un tratto compresa di
sovraumana fede e fiducia, guatò, fissò gli scellerati; e «Fermatevi»,
disse, «o ad ogni modo non m'avrete;» e non fermandosi quelli, e già
essendo a dieci passi vicini ad essa, già a sei, già a quattro, dato un
altro grido ed un altro sguardo alle mura, e non veduto anima; già
sentendoseli incontro, già sendone come tocca, nomò San Michele,
incominciò: «Nelle tue mani, o Signore....» e finì in aria la preghiera
dell'ultime speranze.

Io non mi fermerò a descrivere lo stupore, la rabbia, la vergogna de'
tre birbanti; e massimamente quando comparvero sopra le mura del
monistero prima una e poi un'altra, e poi cento fiaccole; e sendo
scoperti, e pensando alla ritirata, temettero fosse loro recisa, e a
dispetto del pericolo si affrettarono anche più che non venendo. Nè dirò
di Giacometto, il quale, come era sempre colla paura addosso che
succedesse qualche cosa, fu il primo nel monistero che udisse il chiasso
destatosi fuori alle grida de' parenti; e uscito e udito il caso, senza
sostare od aspettare un compagno, erasi avviato dove gli si accennava;
benchè essendo notte scura, e la fuggitiva cogli inseguenti molto
innanzi, non sapeva dove andare, e dubitava, finchè udì le ultime strida
di Alda sopra il ciglione, ed allora vi si mise addentro anch'egli di
volo. Tutto era finito; ma non sapendolo egli, ed incontrando i tre che
tornavano, in quel luogo favorevole ad una battaglia di uno contro tre,
ed all'arma che aveva in mano, una lunga forca da stalla, egli sperava o
per forza o capitolazione riavere l'amata, e presentando il triplice
ferro al petto del primo, gliela domandò. Esitando questi, e non
rispondendo altro che «largo largo» colla spada in mano e in atto di
ferire; Giacometto, che non era allora in punto di gran pazienza, gli
diè una grande inforcata pel corpo, e giù del precipizio, come avrebbe
fatto d'un mucchio di fieno o di paglia, lo scagliò. Intanto giugneano
due o tre de' suoi compagni stallieri con simili armi, e il
combattimento essendo troppo disuguale, i due soldati superstiti, uno
de' quali Uberto, ebbero per forza ad arrendersi, gettar le spade, e
lasciarsi legar dai contadini. E fu per quelli gran fortuna, che
essendovi già gran folla di questi, ne sopravanzò da trattener
Giacometto, come seppe che Alda era precipitata. Voleva ammazzar gli
scellerati, e dava in furie, e voleva sè stesso precipitare, quando
incominciò uno a dire che giù, nella valle si vedevano lumi e si udiva
un gran gridare e sclamare, e poi crebbero i lumi e le grida, e ben
s'apposero, che era venuta gente intorno ai due precipitati. Nè sorgea
perciò speranza nel povero Giacometto, finchè uno coricatosi e messo
l'orecchio in terra, incominciò a dire che là giù gridavano miracolo, e
tutti a far come lui, e Giacometto principalmente. Furonvi di quelli che
udivano, e di quelli che no, e Giacometto era ora uno de' più creduli,
ora de' più increduli; ma in breve tutti s'accordarono in dire, che il
grido là giù era certo quello di miracolo, e tutti senza ben sapere che
fosse, incominciarono a ripetere miracolo, e Giacometto a sperare, e
tutti poi, quanto concedeva il luogo, a correre e cercare i sentieri che
andavan giù, e intanto a lasciare quasi soli i prigioni. Ma fatti alcuni
passi, e venuti dove s'allargava la via, erano fermati e ricacciati
indietro dalla schiera de' Francesi che venivano in buona ordinanza, e
le spade in mano ad aiuto de' loro compagni. Quindi a gridarsi da una
parte: «Muoiano i Francesi; innanzi, figliuoli, le forche innanzi;» e
dall'altra: «_Man bassa sulla canaglia, man bassa_, ammazza, ammazza.»
Facevasi innanzi il capitano, che, fosse pentimento del succeduto, o
timore di quello che potea succedere, sforzavasi in ogni maniera per
rimetter pace; e solo che gli dessero i delinquenti, prometteva di farli
egli castigare, e che tutto sarebbe finito. Ma non era udito da'
terrazzani furenti e più numerosi; e le grida ricominciavano, e stavano
per incominciar le ferite, quando comparì la processione de' monaci
colle torce in mano e colla croce innanzi salmeggiando. I quali,
ristando ognuno per rispetto, si misero tra le due schiere opposte, e
finito tranquillamente il salmo, che diè tempo alquanto a sostarsi
l'ire, incominciò l'abate una esortazione alla pace, dicendo: che
sarebbe gran peccato e grande offesa a Dio, al santo Arcangelo, e poi al
signor Re e al signor Duca, se per la scelleratezza di tre sciagurati
tutta una popolazione di buoni contadini ed una schiera di bravi soldati
d'accordo in punir i delinquenti si combattessero e scannassero senza
profitto; che sarebbe ora tanto peggio, e l'ingratitudine degli uni e
degli altri tanto più grave e perniciosa, che il santo Arcangelo aveva
fatto, come egli udiva, ed aveva ferma fiducia, un gran miracolo; a cui
ammirare ed esaltare dovrebbero attender tutti, anzichè a queste ire.
Queste ire tanto più scellerate ed inutili, che di tutto quel chiasso
non era così per rimanere, se non uno degli scellerati già punito, i due
altri serbati a castigo ed esempio, e la vittima, la innocente insidiata
vittima miracolosamente salvata a maggior gloria di Dio, del santo
Arcangelo e della sua già gloriosa e miracolosa basilica. Detto ciò, il
santo abate e i monaci avanzavansi maestosamente verso la truppa de'
contadini, e dicendo «Andate a vedere il miracolo», tolsero in mezzo i
due prigioni; ed essi innanzi, i Francesi dietro, si raccolsero al
monistero, mentre i contadini si dispergevano e si precipitavano co'
lumi in mano giù per li sentieri verso alla valle. Dal fondo della quale
poi in breve videsi un altro stuolo più numeroso di lumi risalire, e poi
raccozzarsi e frammischiarsi a mezza via; come vedesi talora farsi un
solo di due voli di colombe, incontratisi da opposte parti a mezzo
cielo. Nè Giacometto aveva aspettato il fine dell'_allocuzione_
dell'abate; che vedutolo venire, e ben prevedendo oramai non si
combatterebbe, e del resto poichè sperava salva l'amata, avendo più
fretta di rivederla che di vendicarla, s'era tolto di mezzo agli altri,
ed era venuto giù per lo più scosceso e più diritto di que' sentieri.

Nè io sono così presuntuoso da credermi di potervi qui descrivere o
l'affanno crescente del giovane quanto più s'appressava a quella folla
là giù; o il suo palpitare quando chiaramente udì ridire miracolo, e udì
nomar Alda, ed egli gridando domandò: «è viva? è viva?» e non gli era
risposto, ed or gli pareva sì, ora no, e ridomandava e giungeva e si
precipitava e la vedeva e cadeva a' suoi piè semivivo. Semivivo egli,
viva ella all'incontro e giuliva, e più che mai bella, alzata in braccio
da' circostanti, portata a cielo dalle loro lodi, e cospersa di un
rossore che non sapevi se era resto di quello animosissimo e santo
sforzo fatto da lei, vergogna delle ben meritate lodi, piacere e gloria
di esse, o finalmente amore felcissimo di ritrovarsi, dopo tal timore,
tutta pura in braccio all'amante. Tutti questi sentimenti ed affetti
insieme e molti altri erano probabilmente. In breve si avviarono tutti
quasi gli abitanti di Sant'Ambrogio e della Chiusa su per lo monte, con
quelli detti di San Michele, e insieme giunsero alla porta del
monistero. E benchè l'ora fosse tarda, e i monaci non consueti uscire in
quella, tutti pure trovaronsi in pompa magna ed abito sacerdotale
schierati là innanzi e l'abate colla mitria e il pastorale. I quali
ricevendo con venerazione e quasi come una reliquia materialmente tocca
dalla mano potente di Dio la santa fanciulla, intonando il _Te Deum_
entrarono in chiesa e cantarono poi il _Magnificat_ e la _Salve Regina_,
e molti altri salmi e cantici in onore della Santissima Vergine e del
Santo Arcangelo combattitore di chi insidia all'innocenza. E in questi e
gli altri canti poi del mattutino e delle laudi che sottentrarono, passò
così quasi tutta la notte fino all'alba; che essendo già partiti i
Francesi senza chiasso co' due prigioni si raccolse ricondotta da'
parenti, dagli amici e dall'amante la bella e forte fanciulla, così
miracolosamente uscita pura dalle zanne del leone e dalle zampe de' lupi
insidiatori.

Qui la cronaca, chiaramente scritta ad onor della basilica, non a
passatempo degli oziosi leggitori, mutando a un tratto stile, come
succede in ogni cronaca, dopo tanti minuti particolari di luoghi e di
processioni, dice a modo di compendio: che il medesimo anno (ella non
avea detto quale) la bella Alda e Giacometto si sposarono, nè li nomina
mai più. Poscia aggiunge in poche parole: che essendosi fatto
grandissimo romore di quel miracolo in Piemonte, in Italia ed in
Francia, il Duca e il santissimo Abate domandarono al Re di Francia, che
facesse giustizia de' due scellerati; ma alla corte del Re non che
rendersi giustizia e far satisfazione al Duca e all'Abate (perchè alla
fanciulla e a' suoi parenti non par che il cronachista le pensasse
dovute), alla corte di Francia s'era negato, nefando a dire, lo stesso
miracolo; onde poi molti e nuovi scandali eran surti. E così finisce
questa storia nella cronaca. Quindi parrebbe che ogni discreto leggitore
possa tenere con sufficiente probabilità che que' due giovani vivessero
poi lungamente e felicemente insieme, e finissero in pace. Notizia, che
cercatissima da me intorno alle persone per cui ho preso interesse in
una storia, e pur tralasciata troppo sovente non solo da questi rozzi
annalisti, ma talor anche da più colti e sperti narratori; forse perchè
dopo aver parlato delle nozze ci credono inopportuna ed attristante
quella menzione, quantunque addolcita, del nostro fine. A me
all'incontro non pare si possa dire finita e compiuta la felicità di
nessuno senza quel _finiva in pace_. Qui poi il mio rincrescimento che
l'autore, se il poteva, non ce l'abbia detto, è tanto maggiore, che
forza è pur confessarlo, altre leggende e tradizioni narrano
tutt'altrimenti il fine di questa storia.

E prima, certo è che nessuna di quelle non nomina nè punto nè poco
Giacometto o suo amore. In secondo luogo, fanno Alda precipitata non dal
dirupato ciglione, ma da una finestra. Terzo, aggiungono, che
insuperbita ella tentò Iddio e rifece per danari il medesimo salto, ma
vi rimase degnamente punita e morta. In ultimo una certa breve notizia
della Badia stampata nel seicento, colloca la storia in quel secolo o
nel precedente. Ora io non voglio entrare in una discussione critica
della preferenza che merita la cronaca mia, benchè ne sarebbe a far una
bella dissertazione accademica di storia patria; e lascio anche la
disputa di Giacometto, e quella della finestra o del ciglione. Sì dico,
mi pare improbabile che Alda quantunque ignorante, quantunque
insuperbita o mal consigliata, potesse risolversi mai a rifare il
pericolosissimo salto per danari. Ma volendosi, come mi pare si debba,
ammettere le universale tradizione di questo secondo salto fatto per
motivi umani; questi forse sarebbero molto probabilmente trovati,
seguendo la narrazione mia, e ponendo poi tutta la storia verso il 1200
o 1300. Perchè qualunque fossero le virtù di que' secoli (ed ogni secolo
non meno che ogni popolo ha le sue), certo non fu questa di una
religione abbastanza ben intesa, e un rispetto a Dio abbastanza profondo
per non tentarlo. Ondechè non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati
sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici erano appunto quelli
che si chiamarono _Giudizii_, ma furono vere tentazioni _di Dio_. Quindi
è che raccozzando insieme i particolari già da noi dati, si potrebbe
dire: che domandando giustizia e riparazione l'Abate, e negandola i
Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il
miracolo, e dei secondi il negarlo; venissero poi gli uni e gli altri al
compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto
come vedemmo a vanità, vi si lasciasse persuadere. La qual
interpretazione mi par naturale e buona, e non vi posso vedere
difficoltà, se non una; ed è che la pericolosa pruova fosse lasciata
fare dall'innamorato Giacometto. Ma anche questo pur troppo si spiega.
Pochi mesi dopo il loro matrimonio doveva l'infelice novello sposo ire
a' pascoli delle somme alpi: e lui assente potettero succedere tutte
quelle brighe che condussero la giovinetta a sua morte. Anzi poi non
sarebbe da dubitare di questa spiegazione se fosse vero ciò che mi disse
un amico, e di che voglio un giorno andarmi ad accertare; che in uno di
que' pascoli solitarii, dove non sogliono rimanere a dimora nè vivi nè
morti, vi sia un luogo che le guide mostrano a' viaggiatori col nome di
tomba di Giacometto; e dicono che fu d'un montanaro che rimasto là
durante una state, e invano aspettato e poi pregato che scendesse
l'autunno, fu lasciato solo con alcune provvisioni per l'inverno; ed
alla primavera ne fu trovato il corpo illeso fra' ghiacci; e fu poi
seppellito e lasciato là nella solitudine dove aveva voluto morire.




                              MARGHERITA.


Ei non ha cosa di che io cerchi più correggere i miei scolari, come
delle sciocche paure e superstizioni che quasi tutti mi vengono
arrecando dalla casa paterna. Delle quali, ogni volta che io volli
chiedere ragione agl'ignoranti genitori, il più sovente trovai che non
davano credenza essi medesimi a quelle befane, a quegli uomini, o lupi
neri, a quegli spiriti, di che andavano spaventando i paurosi monelli.
Ma dicono non potersi educare bambini, nè far loro fare ciò che si
vuole, o trattenerli da ciò che non si vuole senza queste paure. Stolta
pigrizia di questi, come di molti altri educatori! che studiano
diminuire le difficoltà non a' loro fanciulli, ma a sè stessi; e quando
loro è chiesta una spiegazione, danno invece una bugia; e invece d'una
correzione una bussa o una paura. Molte di queste poi, principalmente se
il luogo aiuti colla spaventosa apparenza, rimangono anche negli adulti,
e passano d'una in altra generazione, asserite finalmente come cose
vere, e credute ab antico. Tuttavia, perchè uso andar cercando quel po'
di bene che si trova quasi sempre anche nel male, credo che di quella
non mal intenzionata origine delle superstizioni popolari venga che
quasi tutte hanno in sè qualche insegnamento virtuoso; ed alle novelle
di esse rimane siffatto vantaggio sopra molte di quelle immaginate
dagl'ingegni più colti, ma più corrotti.

Questi, e molti altri pensieri nati di essi, io andava seguendo sta sera
come il sole cadente dietro le alpi di Susa veniva cogli obliqui raggi
allungando le ombre, ricercando i chiari-scuri, e distinguendo con
infinite mezze tinte giallognole ogni vetta, ogni paesuccio, ogni
castello di questi Appennini, Astigiani e Monferrini; i quali
all'altr'ore del giorno non sembrano che onde indistinte di un mare di
colli. Aggiugnevasi nel cielo, rasserenatosi dopo un grosso temporale,
quell'umido trasparente che accresce la luce, avviva i colori, e
diminuisce le distanze apparenti di ogni oggetto. Così è che io
distingueva chiaramente il castello di C., detto anche volgarmente il
castello Verde e le sue torri; cui niun moderno novelliere dubiterebbe
dire romantiche, solo a vederle spiccar di mezzo a' neri boschi, campo
adattatissimo a tal quadro. Quanto più poi, se fermandosi all'ombra
dell'une o degli altri, e interrogando qualche romito là presso, o
qualche pastore o pastorella sbigottita, od anche un parroco, o un
vecchio nonno, ne avessero la narrazione popolare seguente!

Ei fu già nel castello Verde un vecchio e potente signore, che dopo
molte vicende di guerra e di corte ritrattosi là a viver solo con una
moglie giovinetta, e avuto poi un figliuolo unico, ambi lo educavano con
quello sviscerato amore e quella cieca arrendevolezza, solita in chi
cerca nell'educazione più piaceri che doveri, nociva sempre all'infelice
educato. Peggio è se la vita solitaria della famiglia accresca nel bimbo
l'idea della potenza de' genitori, e dell'importanza di sè stesso, e gli
tolga le occasioni di emulazione, e gli incoraggiamenti de' compagni.
Tra i molti danni di sì fatte educazioni, uno de' più frequenti, ed a
parer mio de' peggiori, è, che fatto adulto il mal amato giovinastro,
come prima va a mettersi fra gli uomini, il mondo e i negozii, ei trova
uomini, mondo e negozii troppo diversi per lui da ciò che gli erano tra
le mura paterne. Ondechè, non reggendo all'impensata contrarietà, non
mira ad altro che a tornare a quelle mura dov'egli è libero e signore, e
se il può, vi corre in fretta: ed ivi poi tra i servi e i rozzi
adulatori da campagna vive vita inutile, e poltrisce nell'ozio e in
tanti vizii, quante forse avrebbe avute virtù vivendo vita attiva ed
occupata. Così accadde a Manfredi, rimasto per più disgrazia orbo del
padre intorno ai diciotto anni. Pochi o niun uomo nacque mai con tanti
buoni favori del cielo. Così i mali favori degli uomini non glieli
avessero guasti! Alto, ben formato della persona, membra erculee per la
forza, ma per le proporzioni piuttosto simili a quelle snelle ed
eleganti del gladiatore Borghese o del Meleagro; capelli ed occhi come
corvo; naso più romano che greco, ma qual s'addiceva, con bocca un po'
ampia ad esprimer forza ed impero, benchè la bocca sapeva volgersi in un
tratto a una espressione soave di dolcezza e d'amore, che avrebbe,
potuto essere angelica; ma fu detta indemoniata da chi la conobbe. Così
era del suo ingegno alto, pronto, aspirante; onde aggiungendovi la
forza, che vien dall'uso buono e costante di quelle qualità, sarebbe
stato ottimo; ma lasciato avvezzarsi ad intraprender molto, seguir poco,
adempir nulla; indifferentemente poi avviarsi alle cose buone e alle
mediocri, e talor anche alle cattive cui (dicevasi) il tempo e gli anni
insegnerebbergli a discernere; ma gli anni non facendogli discernere se
non il dolcissimo pendio delle cattive, e non insegnandogli se non
passioni nuove e crescenti; fu sprecata così, menomata e corrotta
l'opera, che era uscita pur bella, della mano del Creatore. Il primo
pensiero di Manfredi, signore di sè e della fortuna paterna, fu lasciar
il castello e la villa, e recarsi alla corte de' duchi di Milano, dove
il padre aveva già avuta intenzione di mandarlo. Erane poi stato
trattenuto gran tempo da quel cieco amore, che non gli concedea scostar
da sè il figliuolo così tenero; poi dal pensiero migliore di voler pur
morir nelle sue braccia; ma in ultimo morendo avea ordinato che ei non
tardasse più. Nè la vedova madre, svisceratemente e anche essa
irragionevolmente tenera del figliuolo, ma avvezza a seguire la volontà
del marito, seppe contraddire a quest'ultima sua. Ondechè, compiuto
appena il tristo ufficio delle esequie del marito, diedesi senza
intervallo a quello degli apparecchi per la partenza del figliuolo. E
perchè il pensiero di questi apparecchi, del corteggio, delle
cavalcature, e degli equipaggi del giovine, quantunque frivolo possa
parere a noi, era pure stato l'estremo del morente barone, che n'avea
date minute instruzioni alla moglie; questa anche in ciò non fu se non
esatta esecutrice; e in breve ogni cosa fu in pronto; e fermato il
giorno, e sparse molte lagrime prima rattenute, poi dirotte all'istante
della partita, ella gli diè l'ultimo abbraccio; e risalita sulla torre
settentrionale mirò alla cavalcata, finchè la potè discerner fra gli
andirivieni de' boschi vicini, sulla via a Casale e a Milano.

Quanto breve poi a descrivere e facile a immaginare è il dolor
rassegnato d'una madre che faccia il primo sacrificio al figliuolo,
tanto numerosi, varii, intricati, ed anche opposti sono i pensieri del
giovane, che, rotti per la prima volta i lacci della casa paterna, corre
tutto speranza e presunzione ad incontrar quel turbine, quella bufera
del mondo, quantunque pericoloso, oscuro e nemico glielo abbian dipinto
i disingannati genitori. Qual giovane è allora che non creda anzi questi
ingannati, o forse ingannatori; e più o meno dentro a sè non li accusi,
o di animo stato sempre poco atto a godere, condurre, e per così dire
possedere il mondo, o di spiriti ora invecchiati e depressi, che faccian
loro dimenticare i piaceri avutivi a lor tempo? «Ed io pur ne vuo' il
mio satollo» diceva Manfredi, come uscito appena dalla vista del
castello, e non avendo più a rispondere a' segni lontani della madre,
smetteva con quelli ogni pensiero del passato, e precipitava
sull'avvenire, fantasticando tacito contro l'uso suo, e senza rispondere
alle adulazioni degli otto o nove scudieri e donzelli che il seguivano:
«Ed io pur ne vuo' il mio satollo. E me l'avrò; se mai ricchezze, se
gioventù, se bellezza, se cuore ardito e mano pronta e buona spada il
possono o per amore o per forza procacciar a nissuno. E vengano pure
opposizioni, rivali, contrarietà. Non io forse sono avvezzo a vincerle?
Chi era ugual mio negli esercizii cavallereschi tra i vicini signori?
Chi appresso le damigelle, o le villanelle all'intorno? Chi di queste
poi troppo ritrosa? Or bene. Sieno pure più gentili costumi là in corte;
ei non saranno più schivi. Sieno più rivalità, saran più vittorie.
Quanto più mi si è venuto allargando il mondo finora, tanto mi si sono
moltiplicati piaceri ed applausi. Or mi si allarghi, ed apra pur quant'è
grande. Qui sono io corpo, animo e volontà da abbracciarlo tutto
intero.» E così dicendo, con uno di que' moti involontarii che chiamano
il cavallo a parte, e come alla confidenza de' pensieri del cavaliero,
od anzi fanno dei due quasi una sola creatura, ei se lo spingeva
insensibilmente fra le gambe; e il cavallo partiva di trotto e galoppo,
a portar veloce il suo signore a quel mondo agognato.

Io poi non verrò descrivendo l'arrivo di Manfredi, la sua presentazione
al Duca, ed in corte, o quella delle lettere commendatizie lasciategli
dal padre per li molti amici che credeva avervi. Sì è necessario
avvertire che di questi amici trovò, che alcuni erano morti, senza che
il vecchio barone nella sua solitudine ne avesse pur saputo nulla; altri
erano caduti in disgrazia del Duca, o s'erano ritratti per istanchezza,
e quando il giovane presentava loro le lettere, rispondevano: «Dio
volesse che potessi giovarvi ad alcuna cosa; ma vedete come elle vanno;
io non m'impiccio in nulla;» e poi davansi a far tali orazioni in
bigoncia contro la corte e il principe ed ogni cosa, che il giovane, se
avesse loro creduto, sarebbene partito di volo. Degli altri, gli uni,
abbracciato il giovane, e invitatolo a pranzo, credevano aver pagato il
debito dell'amicizia; altri gli davan commiato dicendo: «Se posso
giovarvi mai, fate conto di me:» ed alcuni, fingendo durar fatica, o
durandola in effetto a ricordarsi suo vecchio padre, finalmente con un
«Povero uomo! adunque è morto? mi duole assai;» facevano intendere
chiaramente che erano seccati di quell'appello ad una troppo antica
amicizia. Nè tuttavia questi furon tutti. E ne furono pure che aprirono
a Manfredi come a proprio figliuolo non solamente le braccia e la casa,
ma ciò che è più, e più assimila un amico ad un padre, i consigli, i
conforti, e gli aiuti, di che ad ogni ora abbisogna un giovane quando
viene dimesticandosi col mondo. Benchè difficilissime a darsi e
riceversi sono siffatte cure. Difficile a un padre stesso l'adoprarvi
efficacemente or l'amore or l'autorità, e sempre l'esempio necessario
con amendue. Quanto più a chiunque supplendo il padre, per far ch'ei
faccia, non può arrecare nè tanto amore nè tanta autorità, e mette poi
anche meno impegno in aggiugnervi gli esempi. Nè è dunque da stupire che
de' pochissimi amici vecchi trovati da Manfredi arrivando a Milano, o
colpa loro che presto si stancarono di quell'ufficio di dar ammonimenti
non o mal seguiti, o colpa sua che si stancò di andar a udir ciò che non
voleva fare; non è a stupir, dico, che nè anco uno a capo di pochi mesi
gli rimanesse. Sì invece sottentrarono appresso a lui una mano di amici
giovani più grati assai, più facili, più allegri, e come ei non
dubitava, più adattati. E tanto bene s'adoprarono nelle lor cure questi
nuovi educatori, e tanto naturali disposizioni poi, tanto buon volere vi
arrecò per parte sua l'educato, che in capo a que' pochi mesi egli era
addottrinato, e fatto a tutti gli andamenti della vita cittadinesca, a
tutte le sguaiatezze delle corti, e a tutte le sfrenatezze delle brigate
giovanili, quasi come s'ei fosse lor nato in mezzo. Tuttavia la
differenza si scorgeva sempre, e qualunque lode i compagni gli dessero
apertamente, ei continovavano di nascosto e dietro a lui a farne le
beffe, e trattarlo di ragazzaccio nuovo, e gentiluom campagnuolo.

In realtà Manfredi era dappiù di essi, non solamente per quelle qualità
native che ben coltivate sarebbero state virtù, ma anche per molte di
quelle che fanno primeggiar uno stesso vizioso in mezzo a' viziosi, come
bellezza, ingegno, facondia naturale, destrezza, coraggio. Ma gli
mancavano poi cento di que' minori, anzi minimi pregi, che pur sono
tanto lodati nel mondo, forse perchè il solo mondo li può dare; come il
vestirsi, il porgersi, l'andare, il cavalcare, il salutare, ed anche
parlare alla maniera che in quel dato luogo e tempo si chiama eleganza;
e non era tale ieri, e non lo sarà domani, e non è altrove; onde chi non
v'è nol può indovinare; ancora certi modi di dire ed esprimersi che non
sono di niuna lingua, ma quasi un gergo di quella corte o di quella
brigata; e chi non ne è non li può sapere, e chi non li sa vi fa
tuttavia la più trista figura, e udendo non intende, o volendo parlare
non è ascoltato, e vede un sorriso che il fa ammutolire. Finalmente
mancavagli la cognizione delle persone e delle storie d'ognuno e
d'ognuna; onde ad ogni tratto era costretto a dimandar chi è costui, o
costei, e che è ciò? I quali tutti, benchè non paiano, pur sono arresti
e difficoltà da sgomentare qualunque più ardito principiante. Nè i
compagni li sogliono risparmiare; e tanto meno, quante più qualità
invidiabili scorgono in uno, e quanto più temono esserne un giorno
soverchiati. Ma se Manfredi avesse allora avuta la coscienza delle
proprie virtù, e fattosi innanzi con buono orgoglio avesse detto a sè
stesso: «Or ben ti sta; che vai gareggiando con cotestoro? o che indegno
arringo è egli questo? ma vengano ad uno di prodezza, di fortezza, di
sapienza, di virtù; e ben m'affido vincere tali omicciattoli;» se a tali
pensieri poi avesse aggiunto i fatti, non sarebbe andato gran tempo che
tutti que' suoi indegni, pur fortunati emuli, rivali, e soverchiatori
sarebbero stati sforzati a riconoscere la sua superiorità. Sforzati,
dico, da quell'istesso mondo che non è poi così gramo e scemo come si va
dicendo, e che se non riconosce le virtù solamente asserite, più o meno
presto poi riconosce quelle rivendicate coi fatti. Ma è necessario per
ciò pazienza ad aspettare il tempo e le occasioni, ardire ad afferrarle,
e principalmente animo e cuor virile a fecondarle. Nè erano siffatte
qualità in Manfredi, avvezzo a trovar lisciati e fioriti i sentieri
della vita; a disperdere, quando non a mal usare, gli spiriti giovanili;
principalmente poi a non aspettare mai ciò che voleva, nè voler mai ciò
che gli era d'uopo aspettare; onde non poteva bene eseguire niuna
impresa aspra, nè spiritosa, nè lunga, che son pur le gloriose. Così è
che essendo entrato in certe compagnie armate dal Duca, ei vi si portò
sì con valore, e due o tre volte fu lodato da' compagni, ed anche dal
condottiero; ma perdeva il frutto d'ogni cosa, mal reggendo ai disagi,
alle fatiche, alle seccaggini della guerra; mal obbedendo ai superiori;
mal comandando agli inferiori; mal tollerando i compagni; ond'era mal
tollerato, e tanto peggio che era straniero e nuovo, due peccati
dificili a farsi perdonare nella milizia. Finalmente, perchè l'invidia
genera invidia, e troppo sovente a forza di patirne s'impara a sentirla,
Manfredi, cui non pareva esser tenuto quanto valeva, cominciò ad esser
emulo, e poi geloso, e finalmente invidioso degli immeritati successi
altrui; e allora non reggendo più all'odio eccitato e sentito,
tormentato di fuori e di dentro, tolse la prima occasione di tregua o
pace, e tornò in fretta a Milano.

Ivi trovò nuovi tormenti, nuove seccaggini, nuovo malcontento di sè,
d'altrui, d'ogni cosa. Partinne, e fu a Savoia, a corte di que' Reali, e
guerreggiò per essi. Ma mutando corte e guerre, non mutò modi nè
fortuna. Intanto tornò due o tre volte al castello Verde a riveder la
madre; e ad ogni volta ritrovando là le tenerezze, le arrendevolezze
materne, e poi le ammirazioni de' vassalli, e de' signorotti, e la
alterezza baronesca; veniva riprendendo amore a quella vita, e pensiero
di ritornarvi. La madre tanto più folleggiante che il figlio, il quale
campagnuolo alla corte, pareva cortigiano alla villa, e narrava imprese
e fatti o non suoi o non tutti suoi, ma creduti là con riverenza; la
madre mal accorta, gli faceva premura di rimaner a posare delle fatiche,
fermarsi seco, e prender moglie. Nè egli contrastava a questo pensiero;
che pochi anni innanzi, per esempio quel dì che iva galoppando sulla via
di Milano, sarebbegli paruto un vero peccato, o un danno fatto
all'intera società in seppellire un così gran tesoro, come credeva sè
stesso. Ora poi veniva affettando sperienza, disinganno, sapienza
matura; i principi mali apprezzatori del merito, le corti guaste, le
guerre empie, le imprese malmenate; nulla oramai valer gli sforzi di un
semplice gentiluomo, quanto meno di uno, che grazie al cielo poteva
dirsi signor di qualche terra, di qualche fortuna e qualche importanza
per sè, senza aver a dipender da que' principi, quelle corti.... e qui
rinnovellava la infilzatura d'ingiurie; e conchiudeva una volta con
promettere alla madre di tornar in breve; un'altra volta di
risolutamente abbandonar le corti e le guerre; e all'ultima con pregarla
che il provvedesse oramai d'una moglie, primo e più importante arredo
d'un castello e d'una vita castellana baronesca. La madre che in tutti
quegli anni non aveva avuto altro pensiero, che di cercar all'intorno,
ed anche nelle altre provincie d'Italia, tutte le fanciulle, che prima
per nobiltà, poi per ricchezza, in terzo luogo per beltà, quarto per
ingegno, e in ultimo anche per virtù paressero degne spose del
figliuolo; la madre contentissima, non se lo fece ridire: ma aperto un
certo scrigno di tartarughe e lapislazzuli, dove teneva ogni sua cosa
più cara, ne tolse la lista o rosa di quelle fanciulle, ed anche due o
tre ritrattini che si era procacciati. «E vedi, figliuolo,» diceva,
«benchè semplice barone, l'amore e le cure materne pur ti trattano da
principe. Ora, non meno che se lo fossi, io t'ho disposta ogni cosa in
modo che puoi a tuo talento scerre tra tutte queste; chè qualunque tu
scelga, ben ti posso dire appunto, non disdirebbe a niun principe.» E
qui fecesi a recitare le genealogie, a far i computi delle eredità, e
poi a comunicar tutti i contrassegni di corpo e d'animo avuti per
danari, dalle balie o dalle cameriere; ed a bilanciare i quartieri
dell'una co' tanti mille scudi di più dell'altra, e col buon naturale
della terza: mentre il giovane toglieva d'ognuna il ritratto, e metteva
anch'egli nella bilancia il più o meno di beltà. E qui saranno ingannati
coloro che credono essere il mondo sempre e quasi unicamente retto dalla
sacra fame dell'oro. Perchè nè madre nè figliuolo non anteposero, come
crederebber costoro, la più ricca; e fu dato il pomo concordemente dai
due ad una donzella in cui erano sì nobiltà e ricchezze sufficienti, ma
non preponderanti; e la qualità preponderante agli occhi della madre fu
l'esser quella per quanto sapevasi, la più dolce, la più gentile, la più
arrendevol fanciulla di tutte, onde era a sperare crescerebbe ad ottima
nuora; e pel giovane fu la bellezza che vedevasi al ritratto, e dicevasi
dagli amici, e finalmente conobbe egli andandovi co' proprii occhi;
bellezza od avvenenza così pura e semplice, e direi quasi così virtuosa,
che mirandola un uomo e desiderandola, diceva inevitabilmente a sè
stesso: costei per quanto desiderata non sarà isperata mai se non da
uno; grande e doppia ragione poi di voler essere quell'uno. Che più
dirovvi? Io mi sono allungato tanto in queste deliberazioni di Manfredi
e sua madre, che m'è forza abbreviare, anzi passar del tutto la
conclusione del matrimonio, lo splendido viaggio dei due al paese ed
alla casa della sposa, le feste grandi che vi si fecero, il ritorno al
castello Verde, le feste ivi rinnovate, gli addobbi nuovi, ed ogni altra
cosa che si suol fare più o meno sempre, ma tanto più quando, ognuna
delle parti essendo contentissima, pare che la gioia non possa capire in
pochi, e chiami amici e parenti, a sollevarne come d'un peso.

E tuttavia, appunto da questi giorni di gioia incomincia la dolorosa
istoria, che ho preso a narrare. Manfredi era allora di poco più che
ventidue o ventitrè anni; e, come udiste, affettava senno e sperienza da
più di trenta. Ma il vero è che non n'aveva per venti, nè per quindici.
E il vero è che s'io avessi una fanciulla da maritare, meglio vorrei uno
di questi giovinotti quasi bambini, che non sogliono esser guasti
tuttavia: ovvero uno di quegli uomini, che se sono stati guasti, hanno
avuto tempo da disguastarsi; anzi che uno di quell'età e virtù
intermedia pericolosissima, che già accostato sovente il labbro alla
incoronata coppa de' piaceri, non n'hanno tracannato tanto da provar gli
amari effetti del veleno; e a cui la nuova proibizione di que' piaceri
venuta col matrimonio, non è se non, come ogni altra proibizione, nuovo
stimolo a' desiderii, nuovo gusto a riaccender le voglie spente e
fastidite. Manfredi aveva avute sovente in casa, men sovente, ma pur
talvolta anche in corte, di quelle che altri dicon buone, ed io dico
male fortune d'un giovinotto. E 'l dico non solamente come prete, e
maestro di scuola, o precettore che fui un tempo d'un giovane
gentiluomo; ma in quel po' di mondo ch'io vidi allora mi accertai che,
anche umanamente parlando, il guadagno portato seco da siffatte
qualunque sieno fortune.... Benchè questo è assunto che menerebbe in
lungo, e per avere speranza di correggerne il mondo, ei vi si vorrebbe
trattare _ex professo_, ed io ho da gran tempo in pensiero un opuscolo,
che sarebbe intitolato: _De' Cavalier serventi e patiti; loro storia,
vicende e rivoluzioni; de' danni recati da essi all'Italia ec. ec._
Finora poi non l'ho fatto perchè fui sbigottito dalla mole
dell'argomento; ed anche poi perchè mi fu detto che sarebbe
un'anticaglia, e che ora non s'ode più dire nemmeno il nome de'
serventi. Ma io ho certe ragioni di credere, che se non il nome, dura
almeno non molto diverso il vizio; e durando, l'opera sarebbe pur utile,
solo che non fosse tanta fatica averla a fare. Ma di ciò altrove; e farò
allora una _nosografia morale_, o descrizione delle malattie che
rimangono negli animi corrotti da quella sguaiata vita giovanile. Qui il
mio assunto è dir d'una sola, la quale chiamerò poi _misoginomania_; ed
è uno vero o talor affettato disprezzo delle donne, che suol rimanere in
molti di coloro che ebbero, e in tutti quelli poi che vogliono far
credere aver avute molte delle dette buone fortune. I quali van dicendo
prima agli amici, e cresciuti i sintomi, anche per le vie e per le
piazze, e fino innanzi alle stesse donne, che tutte le donne sono questo
e sono quello, e si assomigliano quante vivono, e non ce n'è una buona,
ed altri siffatti discorsi evidentemente maniaci. Segue poi, a forza di
dir queste cose, il crederle, anche quando non si vorrebbe nè dovrebbe;
l'esser geloso senza la menoma ragione, e il non voler parerlo; il
fuggir come la maggior vergogna qualunque apparenza, qualunque segno di
amore o di troppo rispetto alla propria donna; e così il render questa
infelice e disgustarla. E se per gran bontà ella non si disgusta, il
marito ad ogni modo ne teme; onde crescono di nuovo le gelosie, i
sospetti, e poi i mali discorsi e i mali atti, e di nuovo i malcontenti;
e così via via, che è un circolo vizioso ed un accrescersi ed infilzarsi
di difficoltà, disgrazie e malanni, che tutti vengono dalle sopra lodate
buone fortune. E questa fu la colpevole, pur quasi io dicea
compassionevole storia di Manfredi. Perchè io compatirei a sue colpe,
conseguenza della mala educazione; se non che queste colpe erano
scontate dalla pura paziente vittima datagli indifesa nelle mani. Ahi
povera Margherita! Sola, lontana dai parenti, senza sostegno, nè
consiglio, nè conforto; aggiogata ad uno impuro, violento, e non per
natura ma per ozio diventato grosso e maligno uomo; queste e tutte altre
disgrazie sarebbero state nulla; se non che, incauta infelice
Margherita! ella era innamorata. Fu egli Manfredi falso dissimulatore
de' suoi brutti vizii, fingitor di virtù simili alle purissime della
vergine ne' dolci mesi che precedono e seguono le nozze? Ovvero fu ella
colpa di lei, cuore troppo aperto all'amor comandatole, ingegno troppo
facile a fidarsi e a creder bene; od anche forse quando incominciò ad
accorgersi delle male qualità del marito, femminil superbia e stolta
speranza di averlo a convertire? Nol so; certo è che si vedono sovente
accoppiate contro natura dall'amore persone troppo dissimili; e quelle
che si potrebbero pur paragonare a tenere e bianche agnelle, ricercare
d'immeritato affetto certi uomini, che son veri lupi neri ed immondi.
Così è che Margherita la prima volta che era respinta; respinta essa!
dalle braccia dello indegno marito, altro refugio non trovava che le
medesime braccia, e sè stessa accusava, chi sa? di non bastante
tenerezza, non bastante avvenenza, non bastante gentilezza, o spirito o
grazie per quell'uomo che a lei era più che uomo, e come uno Iddio che
non poteva aver colpa, nè far male nulla mai, nemmeno lo affliggerla.
Ella raddoppiava così la tenerezza e le dimostrazioni d'amore e da soli
e in compagnia; egli fuggendole in pubblico, avvezzavasi a non
apprezzarle in privato. Ella aveva dimenticato ogni cosa, ogni affetto
al mondo, per lui, e ne faceva gloria; egli avrebbe creduto vergogna
confessare un amore appassionato, e ridurre i suoi pensieri a lei sola.
Ella già ricercata e risplendente nel mondo, non altro desiderava nè
amava come trovarsi nella solitudine con lui; egli già noiato e lasso
del mondo, ora non voleva parer lasciarlo per amore o per gelosia.
Condussela più volte seco alle due corti di Savoia e di Milano, e talora
udendo lodare la bellezza e l'aggraziata modestia di lei ne tolse
vanità; ma la celava al mondo per non parere innamorato, e alla donna
per non accrescere in lei la vanità, e le occasioni di ciò a cui egli
credeva e diceva già troppo inclinate le donne. E in somma in corte come
alla villa, fra gli uomini e solo a sola, benché fin allora non paresse
farle torto di nulla, pur fraudava lei di ciò che è diritto, e forse più
che lo stesso amore, bisogno femminile, le dimostrazioni pubbliche e
private della stima del marito. E di tal froda una donna quanto più è
gentile, tanto più si risente; a spese del marito, se non la regge virtù
contro il desiderio di vendetta; a spese proprie, se oltre all'essere
gentile la natura sua è insieme virtuosa.

Vedeste voi mai una giovane poc'anzi fiorente di età, di bellezza,
d'allegria, senza niuna ragione che si sappia, senza grave malattia,
senza dire a persona che o come sia, senza lamentarsi, né pianger che si
veda, ma tacita, e con gli occhi rossi, e la voce infievolita, ad un
tratto dimagrare, impallidire, e sparire ed accasciarsi tutta? Costei,
dite, langue d'un virtuoso amore. E languiva Margherita; e il languore
togliendole il brio, e le forze, e parte della bellezza, ella stessa
s'affliggeva di dover parere men gentile al marito; e questo affliggersi
le accresceva il languore; e così ella ancora entrava in una
progressione crescente di pene, mentre egli innoltrava in quella sua
delle colpe. Nè andò guari ch'egli arrivò alla peggiore, e incominciò ad
esser marito infedele. Non se n'avvide dapprima la troppo semplice. Nè
poteva avvedersi di cosa ch'ella era incapace, non dico di fare, ma di
fermarvi poca ora il pensiero; nè poteva pensar turpitudine di niuna
donna; nè forse meno, colpe gravi del divinizzato marito; meno di niuna
poi quella che la propria purità le faceva parer gravissima di tutte. E
poi, come vi dissi, Margherita era innamorata; epperò cieca. Un anno o
due era durato Manfredi ad affligger sua donna, pur senza tradirla. Tre
o quattro durò poi a tradirla, che il sapevano tutti, fuorchè essa.
Finalmente la semplicità e quasi incapacità di lei ad accorgersene
accrescendo la fiducia al traditore e alle traditrici; e fors'anco
taluna di queste non essendo, come succede, contenta di rapire la
persona e il cuore altrui, se la legittima posseditrice non lo sapeva;
finalmente la meschina udì e vide cose che ad altre sarebbero state
certezza, a lei non poterono non dare sospetti. Ma che serville! se i
sospetti le furono così crudeli, quanto sarebbe stata ad ogni altra la
certezza. Nè era più oramai un lento languire e penare, ma un dolor
pugnente, angoscioso, che le metteva come un ferro rovente al cuore, un
cerchio di piombo al capo, un fascio di spine in letto; il letto, dove
ora nemmeno un po' di riposo non potea trovar più! I giorni lunghi, le
più lunghe notti, cuore, animo, pensieri, affetti di lei tutta, si
consumavano in inutili deliberazioni. Come, che fare? aprirebbesene ella
al traditore, o tacerebbe? E se parlava, come parlerebbe? Dolcemente? ma
s'ei negava? Con rimprocci? ma s'ei s'offendeva? E se non fosse vero?
Vorrebbesi prima verificar più; ma, come verificarlo? Osservando? ma
oltreché sentivasi inesperta, che affanno, che crepacuore, incominciare,
seguire una vita di sospetti, di spiagioni? Ma che dolore anche rimanere
in quel dubbio! E fattesi queste e molte altre interrogazioni senza
risposte, senza ragionamento finito, senza conclusione; non avendo pur
mai una volta il pensiero, che sovente viene alle più virtuose, di
fidarsene altrui: ma fidando al solo Iddio, finiva il più sovente con
una preghiera di abbandono in lui e di rassegnazione; e cadeva poscia
spossata in un sopore agitato, onde in breve si svegliava calda ed
affannata a rinnovare i dolori. Povera, infelice creatura! il solo
rimedio ch'ella avesse era quello di chi non ne sa trovare, e troppo
debole per resistere fugge, e chiude gli occhi per non vedere.
Sforzavasi tôrre il marito dalle corti, e tornar alla solitudine; e le
riusciva facilmente, perchè quelli vi vedeva un modo di liberarsi da
lei. Appena tornati al castello Verde, egli, o apposta per esser
lasciato ripartire, o naturalmente perchè tolto di mezzo dalle male
compagnie, dalle gozzoviglie, da' vizii usati, era come sviato, e sempre
di mal umore, e più contro lei che gliel'impediva; certo è che egli la
maltrattava in modo da farle quasi desiderare d'essere lasciata. Lo
desiderasse poi ella o no, egli ve la lasciava sovente, ed ella talora,
non resistendo a' gelosi timori, gli tornava appresso alla corte. Poi,
non resistendo alla certezza sempre crescente, fuggiva di nuovo, e sola
al castello. Così andò più volte, e s'accrebbero i suoi dolori per la
morte dell'amorosa suocera. La quale benchè non fosse fatta mai
confidente de' suoi dolori, e morisse come era vivuta cieca ammiratrice
del figliuolo, pur era di qualche conforto talora all'abbandonata.

Un gran conforto pur ebbe ella: grande per sè stesso, grandissimo poi
per la speranza che se n'avesse a riaccender l'amore male spento del
marito. Dopo parecchi anni d'infecondo matrimonio, ella era incinta. A
malgrado dell'abito preso di tacere ed affogare i proprii affetti, pur
non potè, dandone novella al marito, non prorompere in uno scoppio di
pianto, buttandosi nelle sue braccia. Nè egli potè non aprirle, e poi
strignerla con un moto e un affetto che a lei parvero, e forse furono
vero amore; o che quel pianto primo e solo rimproccio di lei, e quanto
tenero in quell'occasione! isse a ricercare in fondo al cuore gelato le
ultime scintille di affetti buoni; o che anche l'uomo più freddo, più
insensitivo, e, per così dire, più sasso, sia come sforzato ad un
pietoso amore verso colei che gli dà quella nuova a lui tutta gioia e
speranza, a lei principio di dolori, di fatiche e di pericoli, con
piacer pure portati per amore di lui. Ed era tanto maggiore il piacere
di Manfredi, che la pena della infecondità di lei eragli accresciuta da
quella superbia e quel senso di propria importanza baronale, che gli
faceva stimare quasi pubblica calamità il non avere successore del
proprio sangue. Tuttavia nè la riconoscenza, che sempre è poca cosa in
un cuor per natura o corruzione dappoco, nè l'amor rinnovato, nè niuno
buono sentimento durarono in lui gran tempo. Margherita erasi valuta di
quell'istante per domandar al marito di ritornar con esso lui al
castello, e rimanervi durante la gravidanza ed il parto. Manfredi aveva
acconsentito d'andarvi, e data speranza di rimanervi: ma anche in
quell'istante d'involontaria tenerezza, temendo d'impegnarsi troppo,
aveva tolto pretesto di negozii o che so io per non promettere: ed ella,
usata sempre ad accontentarsi di ciò che le era dato, era così partita
seco, e poi stabilitasi meno disconsolata al castello.

Ed egli o per vergogna o per riguardo rimasevi pur più a lungo del
solito. Ma non reggendo al vizio preso, in capo a pochi mesi sfuggì, e
lasciolla di nuova sola. Allora, perchè, infermiccia com'era, non
s'ardiva a cavalcare per tenergli dietro, e l'abbandono poi le si facea
tanto più crudele, quanto meno l'avea sperato; ella ammalò. E forse poi
con un poco di quell'artificio che la più semplice, donna usa a
richiamarsi appresso il suo amore, ella ne scrisse al marito; e 'l
marito, benché mal volentieri, tornò, e più mal volentieri rimase fino
al momento che ella più che mai rifinita pur gli partorì una bellissima
fanciulla. Manfredi parvene come ingannato o beffato, e mostrò essere di
quelli, che finchè hanno figliuole sole, assolutamente non credono aver
figliuolanza. Il qual sentire, quantunque innaturale, pur troppo sovente
cape ne' cuori affazzonati di alcuni padri; in cuor di niuna madre non
può, troppo essendo dalle medesime pene insegnato loro essere l'un parto
non dissimile dall'altro. E talor anzi, principalmente le donne infelici
nel marito, sperano più felicità da una figliuola, che s'immaginano come
compagna e consolatrice, che non da' figliuoli cresciuti a somiglianza
del padre. Con le quali speranze Margherita s'andava consolando delle
pene antiche e nuove, quando lo scellerato (perché oramai parmi
meritasse tal nome) scelse appunto quell'istante a dargliene una troppo
più crudele d'ogni altra. Nè era la prima volta che avesse pensato a
chiamare al castello le gioiose brigate di compagni e di donne, che
troppo gl'incresceva lasciare, ed a cui gli premeva compiacere con
questo variato divertimento. Ma fin allora Margherita, così facile a
soverchiare ed opprimere in ogni cosa, era pure riuscita a difendersi,
e, per così dire, a rispingere i nemici da quel ridotto, quell'estremo
rifugio d'ogni donna tradita, l'albergo coniugale. Allora poi,
accendendosi tanto più forte quanto più erano state represse le male
voglie di Manfredi, e valendosi dell'occasione che la donna era
confinata al letto, con un pretesto tal quale le annunciò l'arrivo d'una
numerosa brigata, fra cui erano più d'uno di quegli oggetti della
gelosia di Margherita. Margherita, solita soffrire, ed or tanto più che
era più avvilita, e che ogni resistenza era inutile, soffrì senza dir
parola, non senza lagrime. Le quali pur avrebbero potuto esser vedute
dal marito se egli avesse voluto; ma non volendo, o non gli calendo,
ella era ridotta a spargerle più che mai abbondanti, sul letto più che
mai doloroso, e in solitudine più che mai assoluta, quando arrivò
l'infame stuolo. Non salvavansi oramai più le apparenze nè dallo
impazzito Manfredi, nè principalmente dalle impudenti persone, che
appena introdotte signoreggiavano là, fors'anco oltre a quello che non
avrebbe voluto egli. Era un continuo banchettare, gozzovigliare,
danzare, cantare e far chiasso dì e notte, che contrastava colla buia,
trista, solitaria e muta, ma di tempo in tempo assordata stanza di
Margherita. Avrebbe accorato anche un indifferente. La misera non vi
resse più. Non che rinforzarsi e riacquistare salute, andava
infiacchendosi e peggiorando ogni dì, e traendo seco una febbriciattola
mal avvertita dai fisici, e meno dal marito; se non che nel prolungarsi
la malattia di essa egli vide nuova ragione di prolungar il soggiorno
delle sue compagnie. Pure aggravandosi il male di lei, ei ne fu
avvertito da un buono e savio medico. Il quale, essendo di quelli che
sanno scorger le cause morali de' morbi, e credono quanto il possano
dover pur a queste rimediare, accennò a Manfredi, come forse il romore,
il sossopra, il chiasso della casa poteva nuocere alla inferma. Ma egli
era già guasto fracido a segno, che non solamente non volle dar retta al
buon fisico, ma poco meno che nol cacciò di casa; ed apertamente poi gli
diè il torto, e disse queste essere sciocchezze, e cose che non se ne
doveva egli impacciare; e che del resto non era Margherita così male, nè
assolutamente male, come sel figurava, e, chi sa perchè, voleva far
credere costui; e che gli altri medici non sentivano così. E di vero ei
ne trovò, come succede, che gli dieder ragione, e prestarono autorità.
Ed in somma fu conchiuso che Margherita stava bene, o quasi bene, e che
si continuerebbe la vita allegra, e il consueto festeggiare. In mezzo al
quale dicesi, che una buona vecchia, cameriera già della madre di
Margherita, e che l'amava come propria figliuola, e s'affliggeva, ma non
dolcemente com'essa, anzi mal tratteneva i rimprocci su tutto ciò che
andava scorgendo, scorgesse una sera ciò che non poteva lasciar dubbio
dell'infedeltà del padrone; ed anzi l'udisse, bagordando colle indegne,
indegnamente sparlare, e farsi beffe della propria moglie. E s'aggiugne
la donnicciuola non sapesse soprastar l'ira; e tornata alla padrona non
gliela nascondesse; e questo fosse il coltello che andandole a cuore
l'ammazzò. La sera appresso erasi apparecchiata una nuova festa
bellissima; erano giunti convitati nuovi d'intorno, e da lungi;
illuminate a centinaia di fiaccole, addobbate di ricchi parati le sale;
allestita lautissima una cena; lietamente vestite ed adorne di fresche
rose le danzatrici; incominciate al suono di numerosa allegra musica le
danze; quando, udite uno o due strida, spalancata una porta, ecco in
mezzo sparuta, torva gli occhi, ansante il petto, e avvolto il capo
nelle bende, e la persona nelle lenzuola lunghe striscianti, fuor di sè
furibonda la morente Margherita. Strillava con una voce acuta non più
sua, nè quasi umana: «Manfredi, Manfredi, Manfredi,» e adocchiatolo,
precipitò su lui, lo abbracciò e strinse tutto, e traevaselo seco
appresso con uno sforzo ultimo; ma ivi morì. Il frastuono, il
turbamento, la fuga universale che seguirono, non dirò io. Portata,
adagiata in letto, nulla fu che la facesse rinvenire. Fuggì prima d'ogni
altro lo spaventato, non pentito, nè sè stesso accusante, Manfredi; chè
non gli restava cuor da tanto. E dissero anzi egli e tutti i suoi e le
sue, essere Margherita stata sempre di poco senno, e debol cervello;
morta ora impazzita. Com'era andata per la vita, così andò al sepolcro,
abbandonata.

E abbandonato rimase non pochi anni il castello. E Manfredi, qua e là
correndo per diversi paesi e corti, si distrasse interamente, e
dimenticò non dirò la perduta moglie; chè a ciò non gli abbisognava
aiuto; ma il modo pure spaventoso in che l'aveva perduta. E il dimenticò
tanto in capo a cinque o sei anni, che tornato al castello Verde; prima
a tempo per provvedere alle cose sue, poi più a lungo con qualche
compagnia, poi con altre più e più numerose, e di nuove allegre e non
dissimili da quelle già avutevi; come succede a' viziosi ostinati per
quanto ammoniti od anche puniti dal cielo, ricominciò ad immergersi
nella medesima mala vita consueta. E tanto andò innanzi in questa, e
nell'obblio della morte della sua donna, che durando le feste e le
gozzoviglie quasi ogni giorno dell'anno, fecersi pure alla medesima
notte di quella morte. Succedette poi, che battendo l'ora fatale di lei,
il tocco dopo le dodici, o reminiscenza e rimorso a caso o in qualche
modo miracolosamente destato, o accidente naturale, o castigo espresso
del cielo, Manfredi cadde in mezzo a quella festa in modo quasi così
pronto, come era caduta Margherita, e fu com'essa portato via al suo
letto per morto. Nè era morto tuttavia. Ma durati alquanto lo
svanimento, e poi i dibattimenti maniaci e furiosi, rinvenne; pur non
tanto da continuar nella vita allegra e tra le compagnie. Anzi d'allora
in poi o le cacciò egli di propria volontà, od elle stesse fuggirono,
come sogliono quelle che venute a cercar allegria trovino tristezza.
Certo è che rimase infermo, languente, abbandonato anch'egli sotto al
medesimo tetto, e non lungi dalla stanza abbandonata di Margherita. Nè
durò a lungo. Pare che ogni notte intorno alla medesima ora si
rinnovassero i medesimi accidenti o castighi, e lasciandolo così più
esausto ogni giorno, finalmente lo spegnessero.

Spiegano le vecchierelle qui intorno molto più particolarmente le cause
della sua morte, dicendo: che in quella notte dell'anniversario di
Margherita, e a quell'ora fatale, lo spirito di lei, non veduto da
nessun altro, comparì ad un tratto a Manfredi, e a lui corse
abbracciandolo e baciandolo come soleva in vita, ed avea fatto
all'ultima notte; poi l'accompagnò quando il portarono al suo letto, ed
ivi con lui giacque quasi mogliera tutta la notte. E vogliono anzi
talune, che non quella notte sola, ma tutte l'altre poi tornasse ella ad
abbracciare il marito, e seco giacesse finchè egli visse. Tutte poi
s'accordano in ciò, che ogni anno alla notte della morte di lei, e
talora in altre, s'odono anche oggidì concerti di musici stromenti, e
canti, e grida allegre di spiriti che ballano e banchettano. I quali poi
quando batte il tocco e s'ode uno strillo acuto, tutti cessano, e dicono
che è Margherita che li caccia, e torna a giacer con Manfredi.




                                IMILDA.


                             NOVELLA QUINTA

                        DI UN MAESTRO DI SCUOLA.


    [Stampata separatamente a Torino (per Chirio e Mina) nel 1834 a
    pro del Regio Ospedale de' Pazzarelli.]


                     ***AL SIGNOR MARCHESE DI RORA*

Direttore della Lotteria per il Regio Ospedale de' Pazzarelli in Torino.


Pochi mesi sono, eravamo due ad attendere, ognuno nell'arte sua, a due
lavori per la vostra lotteria. Uno de' due lavori non fu compiuto; e
l'altro, non è stato possibile nemmeno a me di continuarlo. Ora per
adempiere, quanto ancor posso alla promessa, ed avendo da parecchi anni
alcune Novelle, per un secondo volume del MAESTRO DI SCUOLA, ne tolgo, e
vi mando questa in questo modo, pregandovi di compatire la tenue
offerta, e tenermi per

    _Torino_, 18 marzo 1834.

                                                        Amico vostro
                                                           L'AUTORE.



                               *IMILDA.*


Tornando io già una sera in sull'imbrunire alla mia terra da alcuni
casolari dove avevo a balia un mio bimbo, vennemi incontrato il buon
maestro, che tornava credo da suonar l'organo di quella pieve, a' piè
d'una scoscesa via, anzi quasi un burrone scavato tra due altissime
sponde dall'acque. Dove, oscurandosi tra lampi e lampi il cielo a un
tratto, e incominciando a cader larghe goccie annunziatrici di
temporale, e a scivolare il lubrico terreno, e a non più reggerci i piè,
ci sforzavamo pure amendue d'andar innanzi ed arrivare prima che
franasser l'acque ad una casupola a mezza costa, solo abitato che sia o
si scorga in quella vallea. Quando a dispetto della fatica che si durava
incominciò il loquace maestro: «Non vi par questo vero agguato da ladri?
Mirate, muro di qua, muro di là, non un'uscita; un uomo ne fermerebbe
dieci.» «Sì», diss'io, «ma il maggior pericolo per ora è di cadere tra
questi fanghi; nè i ladri sono sì mal accorti da mettere bottega in tal
deserto, dove non passano tre lire al giorno; e poi c'è là la casupola
che guarda il passo dai ladri, e così ci salvi dall'acque.» «O quanto
alla casupola», disse il maestro che appunto per a ciò avea messo il
discorso, «sapete voi chi l'abita? Un brav'uomo che n'ha ammazzati tre
e

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