La vita comincia domani: romanzo
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Title: La vita comincia domani: romanzo
Creator: Guido da Verona
Release date: April 1, 2012 [eBook #39337]
Language: Italian
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Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA COMINCIA DOMANI: ROMANZO ***
Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
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Internet Archive.
GUIDO DA VERONA
LA VITA COMINCIA DOMANI
ROMANZO
_Ottava Edizione -- Dal 106º al 155º Migliaio_
R. BEMPORAD & FIGLIO -- EDITORI -- FIRENZE
--
MCMXX
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PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi
Stab. Tipo Lit. FED. SACCHETTI & C. -- MILANO -- Via Zecca Vecchia, 7
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I
Nella grande loggia vetrata che si apriva a pianterreno della villa
verso il giardino fiorito Maria Dora entrò, più fresca e più gioconda
che la primavera, portando sopra un vassoio d'argento le chicchere del
caffè mattutino. Da un braccio le pendeva ripiegata una lunga tovaglia
di colore; coi denti umidi mordeva il gambo d'una rosa, vermiglia come
la sua bocca.
Era mattina di primavera, limpida e gaia, con profumi d'oleandri che si
mettevano in fiore. Stormi di rondini, balenanti nell'azzurrità come
turbini di api nere, assalivan la grondaia sovraccarica di nidi e sì
l'accerchiavano coi loro spessi voli, che l'aria, tra quel saettamento,
pareva tingersi d'un color di nuvolato nella fiamma del mattino.
Maria Dora trascinò verso il mezzo del colonnato una piccola tavola in
vermena di vinco, e, spiegata la tovaglia, cantarellando cominciò ad
apparecchiare. Suo padre, Stefano, in giacca di frustagno, ritto sul
margine d'un'aiuola discuteva gesticolando con il fattore Mattia.
Una doppia scalinata di cinque gradini scendeva da un lato e dall'altro
della veranda pianamente nel giardino; su la duplice balaustrata e lungo
il davanzale invetriato correva una spalliera di geranio rampicante,
che, salito per lo zoccolo del muro, lanciava in alto come un'ondata la
straordinaria sua fioritura, poi, curvandosi, buttava sino a terra un
magnifico mantello di broccato, colmo nelle sue pieghe d'innumerevoli
fiori; leggeri alcuni e tenui come arabeschi di filigrana, che li moveva
il più sommesso vento, altri così grevi e soffici che ricadevano per il
soverchio peso, come fiori tramati in una stoffa o ritagliati a forbici
nella foltezza di un meraviglioso velluto.
Questa grande spalliera di gerani era l'amore e l'orgoglio di papà
Stefano, che vi prodigava tutte le sue cure.
Dallo sterrato innanzi alla casa il viale, sparso di ghiaia, si cacciava
senza nascondersi entro un piccolo bosco di bambù; snodava le sue curve
tortuose per il pendìo dei giardino, poi, rompendo fuori da una macchia
d'alberi e fiancheggiandosi d'un pergolato, scendeva diritto al cancello
verso la strada campestre.
Rapidamente, con le sue mani svelte, la fanciulla ordinò le chicchere
sul tavolino. Da poco erasi levata in quel mattino ilare; aveva indosso
un buon odore d'acqua di lavanda e di cipria fina; i capelli dorati le
splendevano della recente acconciatura; portava una gonnella corta con
sopra un bel grembiule merlettato.
Seduto in un angolo della loggia, il suo fratello più che ventenne,
Marcuccio lo scemo, scriveva a matita velocemente, con una specie di
frenesia, tenendo il quaderno su le ginocchia sollevate e standovi sopra
curvo, in attitudine di gran fatica. Un passo lontano da lui, sovra una
seggiola di paglia, era il suo logoro violino e v'erano i suoi grossi
gomitoli di lana, coi ferri da calza, poichè scrivendo, sonando e
facendo la calza egli occupava la monotonia delle sue lunghe giornate.
-- Uh!... Marcuccio, come lavori!... -- fece Maria Dora, guardandolo. Ma
lo scemo, lunatico, scrollò le spalle e non rispose.
Ora nel giardino papà Stefano redarguiva con voce burbera il fattore;
questi l'ascoltava pieno di rispetto, ma insieme con quella cert'aria
cocciuta e ironica che sanno avere i contadini.
-- Insomma, vi dico, Mattia, che se Giannozzo ha rotto l'aratro, è lui
che se lo deve pagare. Il contratto colonico parla chiaro: danni di
cascinali e d'attrezzi a carico dell'affittuario. Io non so nulla! Ha
firmato... non doveva firmare.
Maria Dora, che l'ascoltava dal loggiato, ruppe in un trillo di riso.
Stefano si volse:
-- Che hai tu, farfallina?
La fanciulla battè insieme le mani, quasi per dileggiarlo, e scappò via.
Stefano concluse:
-- Dunque non voglio saper nulla! Ditelo chiaro e tondo a Giannozzo da
parte mia.
-- Va bene, signor Stefano, lo dirò... solamente...
-- Solamente cosa? Che altro c'è ancora?
-- C'è questo: Giannozzo dice che, se lei rifiuta, vorrebbe allora
parlarne con suo genero, con il signor Giorgio direttamente...
-- Ah, sì? -- l'interruppe Stefano gonfiandosi di sdegno. -- Cosa vuol
dire questo «direttamente?»
Nell'agitarsi diede un calcio all'annaffiatoio, che aveva presso e lo
capovolse. Poi alzò la voce:
-- Chi comanda qui sono io! Lo sappia Giannozzo e sappiatelo anche voi:
chi comanda sono io!
-- Benissimo, signor Stefano, -- costui rispose con molta umiltà.
Dunque andate alla cascina e dite a Giannozzo che se l'aratro è rotto...
in qualche modo si provvederà. Non faccio alcuna promessa,
intendiamoci!... Ma dico soltanto che bene o male si provvederà.
Stefano gli volse le spalle, scese alla vasca, riempì l'annaffiatoio, e
tornato verso la spalliera di gerani, cantarellando ne mondava i fiori.
-- Uh, la la... dormono ancora tutti come talpe stamattina! In questa
casa si dorme come talpe... la... la... come talpe... uh, la la... E
Giorgio sempre peggio! Voglia il cielo ch'io m'inganni, ma vedo che se
ne va... uh, la la...
Maria Dora saltò fuori dai loggiato:
-- Che avevi, papà, da gridar tanto?
-- Ah, sei qui fanfaluca? -- Poi le mostrò l'orologio: -- Sai che ore
sono?
-- Quasi le otto, papà.
-- Appunto, -- egli rispose, contraffacendo la sua vocina: -- Quasi le
otto! le otto meno cinque minuti, e non c'è nulla di pronto ancora!
Poi salì verso il loggiato:
-- Ogni giorno ci si leva più tardi, eh? Si prendono tutti i vizi,
quando si esce dal convento!
Maria Dora gli si avvicinò, smorfiosa come una piccola bimba, la quale
non temesse tuttavia quel suo padre accigliato.
-- Benissimo!... vediamo un po': grembiuli di pizzo, ricciolini...
cipria!... scommetto che ti dai anche la cipria!
Maria Dora gli tese la guancia, ma tenendosi un po' discosta per non
lasciarsi toccare:
-- No, papà; guarda: è naturale...
Ed egli minaccioso:
-- Bada che se ti scopro, sai!... La cipria è la farina del diavolo. E
poi si diventa curiose anche! Si vuol mettere il nasino dappertutto! Si
vuol sapere perchè gridavo con Mattia... Fra poco la padrona della casa
sarai tu.
-- Oh, io lo so perchè gridavi! Per l'aratro di Giannozzo... Io l'ho
veduto: è tutto guasto. Compragli un altro aratro, papà, al povero
Giannozzo!
-- Tu mischiati de' tuoi libri e delle tue matasse! Queste cose non sono
per te. Ora chiama Novella e vedi se la mamma s'è levata.
-- La mamma è in cucina che sorveglia il caffè, se no la Berta,
scioccona, lo lascia versare. Novella prendeva il bagno poco fa. Ma c'è
uno che dormirebbe, e come dormirebbe! se non l'avessi svegliato io.
Ella si prese fra le dita i due lembi del grembiulino e fece una piccola
riverenza:
-- Voglio dire Andrea... il professor Andrea!... il signor Andrea,
l'uomo celebre!
-- Ah, e tu l'hai svegliato?
-- Almeno suppongo; perchè sono passata cinque o sei volte nel
corridoio, davanti alla sua camera, cantando a squarciagola. Poi ho
anche picchiato, poi ho anche messo la testa dentro... -- soggiunse con
un atto di pudore.
-- Oh, pettegola e svergognata! -- esclamò il padre, nascondendo nella
minaccia un sorriso. -- Pettegola e svergognata! Dunque tu metti la
testa nelle camere dei giovinotti?
-- Bah... i giovinotti! -- ella interruppe, con una specie di
commiserazione. -- Avrà quarant'anni!
-- Trentasei o trentasette, signorina; non più.
-- Ma è brutto!... non ti sembra, papà, che sia molto brutto? --
interrogò Maria Dora, con l'aria di non crederlo affatto. Poi,
sogguardando con civetteria dal volto chinato:
-- È vero -- domandò con una voce piena d'insidie, -- è vero che tu e la
mamma vorreste darmelo per marito?
Il padre, con uno scatto, si guardò intorno esclamando:
-- Silenzio! Cosa dici mai!
Seduto in un angolo del loggiato, il suo fratello Marcuccio scriveva,
scriveva.
-- Cosa dici mai? Fa che Andrea ti senta! Non è vero, signorina; non è
affatto vero! Chi può pensare che un uomo come Andrea, un uomo serio,
uno scienziato di così gran nome, voglia sposare una pettegola come te?
Non farti nemmeno sentire a dir queste sciocchezze!
Maria Dora piano piano si carezzava il grembiulino, il bel grembiule
merlettato che le stava così bene.
-- Oh, io, per esser chiari, gliel'ho già detto: sa, signor Andrea?
vogliono che lei mi sposi... Le piaccio?
-- Guarda mo'! -- fece il padre inorridito. E lui?
-- Lui ha riso... con quegli occhiacci di gatto notturno che mi fanno
paura.
-- Ha riso? Bene ti sta!
-- Ha riso, ma non ha detto nè sì, nè no... Del resto chi può vantarsi
di conoscere quell'uomo? Quando mi guarda ho voglia di scappare. Ma non
posso. Anche Mattia dice che ha gli occhi magnetici.
-- Mattia è uno scemo.
-- Poi, -- riprese Maria Dora, senza badargli, -- questo grande
scienziato è anche un asino, mi pare. Séguita a curar Giorgio, e Giorgio
deperisce a vista d'occhio. Novella è rimasta in piedi l'intera notte...
povera Novella!
-- E ti ricordi che uomo era quando sposò tua sorella?
-- Ha sempre tossito, papà; questo me lo ricordo.
-- Basta! -- fece con un sospiro il padre; -- se Dio vuole così...
Poi si volse a guardar lo scemo:
-- E tu, Marcuccio, che fai?
-- Mio fratello è molto occupato! Non lo disturbare.
-- Vespa!... -- le gridò il padre, con un gesto come per iscacciarla.
-- Ora Marcuccio ne ha trovata una fresca, -- riprese Maria Dora. Ogni
volta che vede Novella, si mette a ridere e le canticchia sottovoce: Ti
ricordi? ti ricordi, sorelluccia, com'erano belle le margherite? -- Cosa
voglia poi dire, Dio lo sa!
Papà Stefano scosse il capo con maggiore tristezza e volse uno sguardo
compassionevole sopra il suo figlio scemo.
Era giovinetto, nel pieno vigore dell'adolescenza, ricco di mirabile
ingegno, dedito a studî profondi, appassionato cultore di lettere,
musicista oltremodo virtuoso, quando una malattia cerebrale, repentina e
violenta, lo ridusse in fin di vita. Guaritone, quasi per un triste
prodigio, dell'antico intelletto non gli restò che un barlume fioco, fra
le tenebre dell'idiozia.
Or camminava solitario, di camera in camera, nella casa paterna, sempre
operoso ed inquieto, come se non potesse rubare un attimo alle urgenti
sue fatiche. Era d'alta statura, un po' sbilenco, e gli pesava sopra le
spalle cadenti un enorme cranio rotondo, coperto d'una specie di vello
rossastro, qua folto e là rado, che lasciava intorno ai padiglioni
dell'orecchie un cerchio di calvizie lucente. Atona e d'un color terreo
la faccia imberbe, con occhi rotondi, senza ciglia, un po' gonfi, un po'
malvagi, aveva la bocca larga, tumida, che per lo più rideva, d'un riso
privo di giocondità, discorde come la nota falsa d'uno strumento
logorato.
Gli era nella sua demenza rimasto quel desiderio di gloria che accende
alle grandi opere gli intelletti sani, e si reputava per uomo illustre,
invaso com'era da una mania di celebrità.
Filosofo pensatore, poeta, affastellava senza requie l'una su l'altra
grandi pagine cariche di stramberie: aveva nel suo stato demente
conservata la mania del capolavoro. Poi, quando il suo cervello era
stanco di questa operosa fatica, trattosi da una tasca del suo giubbone
il gomitolo di lana, cominciava con una pazienza da monaca ad
intrecciare il punto a calza. E ne faceva di lunghe striscie,
interminabili, disuguali, come se in quella ruvida lana tessuta
raccontasse una storia di sè, una lunga storia tormentosa ed inutile,
senza principio e senza fine, per gli ebeti come lui...
Talvolta, nell'ore di maggior lucentezza, quando una fiamma di lirismo
traversava il suo povero spirito rabbuiato, o quando più forte pulsavan
nella sua carne d'adolescente l'arterie della vita, quando
inconsciamente vedeva succedere intorno a sè qualcosa d'insolito, e gli
altri o goderne o soffrirne, allora una memoria lontana delle sue
musiche dimenticate gli si ridestava nell'attonito cuore, nel vacuo
cervello, come se la sola voce che potesse ancor metterlo in comunione
con le cose fuggenti, con l'enigma dell'anime altrui, fosse la parola
musicata, il trillo della corda sonora, la nota limpida che gli sgorgava
sotto l'archetto, che si rompeva bruscamente in una sciocca risata...
E incominciava, sul logoro violino, standovi sopra quasi convulso, ad
eseguire una Canzone; la sola che rammentasse fra le musiche un tempo a
lui familiari, unica melodia sopravvissuta nella sua morte interiore.
Così pareva che dicesse la sua tetra Canzone:
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, -- che è morto di
malinconia;
«non c'è nessuno che dica un requiem per l'anima mia...
«Non c'è nessuno che mi tessa -- una ghirlanda con le sue
mani...
«Ahimè!... la campana del Tempo -- non dice che «ieri» e
«domani».
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va?
«Lo scheletro ride e risponde: -- Lontano, lontano, chissà...
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di
morti, portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, -- mi stringe il collo con le
mani:
«Cammina!... -- mi dice ridendo, -- la vita comincia domani.»
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, -- che è morto di
nevrastenia;
«non c'è nessuno che mi pianga: neanche l'anima mia...
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va?
«Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome l'inutilità.»
«Io sono il fiume senza sorgente, che scorro solo per
confondermi nel mare, nel mare, inutilmente...
«Se corri, -- mi dice, -- si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!
«-- Sei stato a una festa da ballo, -- mi dice, -- con lei che
ballava
«leggera, frusciante, leggera, -- vestita, pareva, di biondo...
«Perchè, -- se non vuoi che ti picchi, -- mi hai fatto ballare
nel mondo?
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di
misantropia...
«-- Sei stato in un letto, odoroso, -- con lei che giaceva
supina,
«tremante, sperduta, tremante, -- nel solco del letto
profondo...
«Perchè, -- se non vuoi che ti picchi, -- mi hai fatto tremare
nel mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di
morti, -- e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli
lontani...
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani...
Così diceva, o pareva dicesse, la Canzone Disperata sul violino
singhiozzante dello scemo.
-- E tu, Marcuccio, che fai? -- domandò il padre, dopo averlo guardato
lungamente. Marcuccio, infastidito levò il capo dal quaderno con un riso
attonito.
-- Ah!... ah!... buon giorno babbo; che vuoi da me?
Parlava con una voce opaca, lenta, come se facesse uno sforzo mentale
per trovare le frasi necessarie; nel parlare non variava mai tono,
cuciva insieme le sillabe senza inflettere la voce, senza mutare lo
sguardo vitreo.
-- Che vuoi da me? Non si può mai aver pace in questa casa! Mi si
disturba. Ed io non posso perder tempo. Il professore Andrea Ferento mi
ha domandato i miei manoscritti per farli pubblicare in città.
Il padre gli battè amichevolmente una mano su la spalla:
-- Da bravo, Marcuccio, vieni a goderti un po' di sole.
-- Non ho tempo, ti dico; debbo terminare un capitolo.
-- Mettiti almeno più presso alla vetrata; lì, nel tuo cantuccio non v'è
aria. Al mattino fa bene respirare. E tu, -- disse a Maria Dora, --
aiùtalo, zucconcella! Prendi quella sedia senza far cadere nulla.
Non appena la sorella fece per ubbidire, e pose la mano sul violino, lo
scemo si levò di scatto, iracondo:
-- Non toccare, sorellastra! Faccio da me.
-- Càspita!... -- esclamò la fanciulla, per celiare di quella bizza. E
si stropicciò le dita nel grembiulino come se avesse toccato qualcosa di
rovente.
Poi disse al fratello, per divertirsi:
-- Marcuccio, come ti chiami tu?
Egli la fissò un momento, stando ritto su la persona dinoccolata:
-- Io? Mi chiamo il professor Marcuccio; Marcuccio Landi, per bacco!
professore d'Università.
E la sorella:
-- Bravo, Marcuccio; siedi e lavora. To', lasci cadere il tuo
gomitolo... E perchè fai la calza se sei un professore?
-- Eh!... certo! quando penso... certo! quando medito faccio la calza...
eh!... eh!... Tutti i grandi uomini hanno le proprie fissazioni.
-- Maria Dora, lascialo stare, -- disse il padre, rattristato.
Ed ecco si udì per la sala terrena il passo ancor veloce di mamma
Francesca, la quale apparve sul loggiato, e riparandosi gli occhi dal
sole disse: -- Buon giorno, bambina!
-- Buon dì! -- rispose Maria Dora. Poi le corse in braccio, le saltò al
collo: -- Buon dì!
-- Birichina, -- comandò il padre, -- vammi a prendere la pipa, ora.
Ella corse via con un bel ridere, saltellando.
-- Quella piccina è come una coditremola: non sta ferma un momento! --
esclamò Stefano.
-- Beata lei! Ci mette addosso un poco d'allegria... Che sarebbe la
nostra casa ormai, se non udissimo lei cantare?
-- E Giorgio come sta?
-- Male stamane.
-- Si leva?
-- Ha detto di volersi levare, ma tuttavia sta male.
Allora Stefano s'avvicinò alla moglie con un certo impaccio, e fattosi
grave le domandò sottovoce:
-- Dimmi un po', Francesca... è una domanda bizzarra che ti faccio, ma
rispondimi con sincerità... Non hai notato nulla, proprio nulla, da
qualche tempo?
-- Di cosa? di Giorgio?
-- No di Novella.
Mamma Francesca s'impaurì di quella domanda, e chinato il viso pallido
sotto la corona dei suoi lisci capelli bianchi, mormorò con un fil di
voce:
-- Che vuoi dire?
-- Non hai notato nulla in questi ultimi tempi... in lei, ne' suoi modi,
nel suo umore? Un cambiamento? qualcosa di buio, di nascosto... nulla?
-- Ah, vuoi dire... ma, certo, è preoccupata del marito.
-- No, appunto no!... cioè, sì, è preoccupata... certo è preoccupata di
lui anche, ma non solo di lui...
-- E allora?... -- domandò con timidezza la madre.
-- Rifletti bene, Francesca... e specialmente quando viene Andrea... nei
giorni ch'egli abita qui...
-- Stefano! per l'amor di Dio!
-- Non ti spaventare; faccio una domanda; posso bene ingannarmi. Noi
vecchi si osserva molto, e volevo sapere se non hai proprio notato
nulla, anche tu...
-- Ma sì, qualcosa...
-- Sst!.!.. c'è Dora.
-- Ecco la pipa! -- ella esclamò entrando. -- La tua preziosa pipa! È
nera e puzza come concime... Brrh!... adesso vado a sciacquarmi le mani.
E di nuovo scappò via farfalleggiando, vivida come uno zampillo di
fontana. In quel mentre apparve sul loggiato la sua dissimile sorella,
ravvolta nel chiarore del mattino che l'adornava come un bel manto.
Ferma sul limitare, si compresse le due mani al petto esclamando: -- Che
notte! Mio Dio, che notte!
La sua bellezza era turbata e turbava, quasichè nel guardarla, od anche
nel passarle vicino, accadesse per una colpa involontaria di pensare
alla sua nudità. Non era bella soltanto, ma polverosa di lussuria come
di pòlline un fiore, immersa e vivente nel cerchio d'una atmosfera
sensuale, percorsa dalla propria bellezza come da un brivido di piacere
che lentamente le invadesse ogni vena.
Il suo corpo sembrava tendersi naturalmente all'atto voluttuoso
dell'amore; ogni movimento la denudava un poco, il gesto più lieve delle
sue mani pareva incominciasse una carezza: negli occhi aveva quel colore
indefinibile che nasce dal godimento, nella voce soave alcune di quelle
inflessioni torbide che sono il respiro più profondo e più sommesso
della voluttà.
La capigliatura soverchia, d'un colore tra il fulvo ed il castano, le
oscurava e raggiava la fronte, ravvolgendosi poi senz'artificio in un
viluppo voluminoso, che talvolta la costringeva, quasi l'affaticasse, a
piegare indietro la testa, con un moto soavissimo, nel quale appariva
scoperta come una limpida nudità la gola bianca. I suoi capelli eran
pieni d'un'ombra luminosa, d'un foco buio, quasi avessero due luci, come
le foglie dei tralci vendemmiati, quando, asperse di rugiada mattutina,
brillano, d'autunno, al sole.
Ella disse ancora: -- Che notte! Giorgio è stato male. Fino alle quattro
non ha chiuso occhio; poi, nel sonno, delirava. Non sapendo più che
fare, ho chiamato Andrea... Mamma mia, che notte!
Era vestita con eleganza, di tutte cose finissime, che forse, in quella
semplicità campestre, parevano assai ricercate.
-- Figlia mia, -- disse la madre, -- ti stanchi troppo... Finirai con
ammalarti anche tu. Prendiamo dunque una infermiera.
-- No; Giorgio non la vuole. Non vuole altri che me, poi si dispera se
mi vede affaticata. Dice che debbo vivere, perchè son giovine ancora,
mentre a lui non resta che morire... Oh, le cose che dice la notte,
quando siamo soli... -- Fece una pausa, e con un atto quasi religioso
incrociò le mani aperte al sommo del petto, presso la gola, che un
respiro turgido sollevava. -- Ora, -- soggiunse, -- discenderà. Ma non
ditegli nulla, vi prego, perchè non vuole si sappia quando sta male.
Poi camminò verso l'invetriata e si sporse, guardando nel mattino
chiaro, verso le cose libere, che vivevan splendenti nella beatitudine
del sole; tese le braccia con un atto fervido, esclamando: -- Che bel
sole! che bella primavera! Non vai a caccia, papà?
-- Aspetto Maurizio. Stamattina è in ritardo.
Allora ella si volse a Marcuccio:
-- E tu, Marcuccio, lavori?
-- Certo, scrivo. Non sono uno sfaccendato come voi. Lavoro e scrivo
tutto il giorno, come il professore Andrea Ferento.
-- Bravo, Marcuccio, -- disse Novella mansuetamente; -- allora non ti
disturberò.
Lo scemo riprese la pagina interrotta. Ma poi, di sùbito, volse il capo
verso la sorella con un riso ebete:
-- Sorelluccia... -- esclamò.
-- Che vuoi?
-- Ti ricordi?
-- Di che?
Allora egli mise nella voce un'inflessione ambigua:
-- Sorelluccia, ti ricordi... com'erano belle, belle... sorelluccia...
le margherite!
Novella, con un piccolo fremito, guardò rapidamente il padre, la madre,
silenziosi, mentre lo scemo rideva, rideva.
-- Non so cosa vuoi dire con queste tue margherite! -- rispose, un po'
aspra, riaffacciandosi alla vetrata. Poi d'un tratto esclamò:
-- Ecco Maurizio!
-- Le margherite... le margherite... -- cantilenava lo scemo.
Frattanto Maurizio aveva rinchiuso il cancello e saliva per un vialetto,
in giubba da cacciatore, con schioppo e cartuccera, tenendo due bracchi
al guinzaglio. Era un giovine di men che trent'anni, d'alta corporatura,
nodoso, erto, con la faccia riarsa dal sole, bello e ruvido nella sua
forza. Quando giunse a' piè della scalinata, si tolse il cappello di
feltro:
-- Buon giorno a tutti! Se avete una tazza di caffè la prendo con
piacere.
-- Per voi sempre, -- gli rispose mamma Francesca. -- Ma lasciate fuori
i cani, perchè Marcuccio non li vuol vedere.
-- I cani?... i cani!... dove sono i cani?... -- gridò lo scemo,
balzando in piedi spaventato, poi raccogliendo in fretta quaderni e
gomitoli. -- Via i cani!... -- urlava battendo i piedi. -- Non voglio
cani! Puzzano, mordono... Eccoli là... Via i cani! Puzzano, mordono...
-- Scappò timoroso verso la sala: -- Via i cani!
Allora Maurizio, tirando i bracchi per il guinzaglio, mentre abbaiavano,
girò dietro la casa per legarli ad un'inferriata.
-- Ecco, son via, -- disse mamma Francesca. -- Vieni, Marcuccio;
càlmati; non ci sono più: vieni.
Lo scemo si affacciò timoroso al limitare della sala e guatò in giro:
-- Non si può lavorare! Anche i cani!... Son come le iene... Vogliono il
cadavere, i cani... Via i cani!
E scalciava nel vuoto come se lo assalissero per intorno, feroci,
abbaianti; finchè, piano, piano, strisciando a ritroso, di nuovo si
rifugiò nel suo cantuccio.
-- Badate, Maurizio... -- ammonì Francesca, vedendogli posar lo schioppo
in un angolo del loggiato.
-- Non abbiate paura: ho tutte le cariche nella cartuccera, -- egli
rispose, battendosi la mano su l'ampia cintola. -- E Giorgio come va?
-- Lo stesso, o peggio, -- Stefano rispose.
-- Malinconie! -- disse il giovinotto crollando il capo. -- Malinconie!
-- Poi si fece animo e riprese il tono gioviale: -- Sono in giro dalle
cinque senza sparare un buon colpo. Ho tirato ad una lepre, ma i cani
l'hanno mancata.
-- Tanto meglio; vuol dire che rimarrà per me.
Entrò Maria Dora come un soffio di vento:
-- Oh, l'indiano!
Lo chiamava così per il suo colorito scuro e per quell'aria di brigante
che gli davan l'uose, la cartuccera, la giubba di frustagno.
-- Servitor suo, signorina, -- mormorò il giovinotto, un po' confuso.
-- La Berta dice che il caffè bolle, ma non si vedono ancora nè Andrea
nè Giorgio, -- ella disse, facendo una smorfia con il musetto a quel
ragazzone saldo e ruvido come un montanaro, che si era levato in piedi.
-- Non dovevate aspettarmi, -- rispose Giorgio, entrando nel loggiato a
passi un poco barcollanti e con le spalle ravvolte in uno scialle di
lana. -- Ordinate pure il caffè, mia bella cognatina; sono in ritardo e
vi domando scusa.
-- Che scuse! neanche per sogno! -- esclamò Stefano gaiamente. -- Vedo
che l'umore è buono, la cera discreta, e questo è l'essenziale.
Il buon vecchio mentiva pietosamente per infondere in quel triste malato
un poco d'allegria. Giorgio rispose con un gesto vago, e sedette nella
poltrona di vimini foderata di cuscini, che Novella in quel mentre aveva
sospinta verso di lui. Ora, senza farne le viste, ognuno guardava
curiosamente l'infermo. Egli s'accorse di quell'esame dissimulato, ed un
senso di molestia, quasi di pudore, gli alterò i lineamenti. Quel suo
viso era emaciato, ma pieno di chiarore, quasi lo rendesse vivido la
continua febbre. Una rada barba biondiccia gl'incorniciava il mento;
aveva gli occhi dolci e smarriti, una bella capigliatura, dove l'umido
solco della spazzola aveva lasciata una traccia brillante. Il colletto
era troppo largo per il suo collo esile, ridotto a mostrare la sua
tramatura di tendini come un cànapo consunto, e nello sforzo continuo
del reprimere la tosse le vene flaccide si gonfiavano con un livido
colore d'apoplessia.
-- Vuoi un altro scialle? -- disse amorevolmente Francesca.
-- Grazie, sono coperto abbastanza; non ho freddo; grazie.
Gli dava noia che si occupassero di lui, che avessero tante cure della
sua salute; per il che cercava in mille guise di sviare il discorso.
-- Ecco l'ultimo!... -- esclamò, vedendo entrare il Ferento. -- Speriamo
che la Berta non abbia lasciato versare il caffè. Quella Berta è tanto
sciocca!
E rideva, ma d'un riso così artificiale, ch'era pietà udirlo. Andrea gli
battè una mano su la spalla:
-- Come ti senti?
-- Bene; quasi bene.
-- È primavera, -- disse Andrea per dargli animo; -- torna la gioventù!
-- Poeta!... -- esclamò lievemente Maria Dora, con un ironico sospiro.
-- Se lei me lo permette, signorina... -- egli disse ridendo.
Andrea Ferento era tale a vedersi, che il suo primo aspetto muoveva in
chi lo guardasse una subitanea curiosità, un involontario timore. Egli
era d'alta statura, un po' rigido e ben complesso nelle membra dotate di
virile giustezza: il mento segnato con forza, la bocca aspra, i baffi
corti, precisa la maschera del volto, fermi gli occhi ed accesi d'una
insostenibile fiamma, la bella fronte piena di sovranità. Questa
imperiosa fronte, come soltanto hanno i ribelli e i dominatori, stupendo
segno di forza, pareva che facesse nascere, che spingesse indietro
l'onda maschia della capigliatura, già venata nel mezzo e su le tempie
di qualche filo bianco. Un'eleganza sobria, una singolare nobiltà,
trasparivan da ogni suo gesto; e come se la natura nel foggiare il suo
calco avesse voluto con un segno d'imperiosità predestinarlo al comando,
l'intera sua persona raggiava magnificenza. Nell'espressione del volto,
in tutte le sue membra così pienamente virili, dominava il segno d'una
volontà inflessibile come l'acciaio. Diritta, piombante fra i
sopraccigli, aveva incisa nella fronte una profonda ruga.
Tosto che lo vide, Marcuccio si levò e gli mosse incontro:
-- Vi aspettavo, professore, -- disse con tono declamatorio. -- Sono
giunto alla fine del nono capitolo. Ho scoperto la teoria
dell'equilibrio fra gli uomini e le piante, fra la pietra e l'uomo.
Volete che vi legga?
-- Non ora, Marcuccio, -- egli rispose benevolmente; -- mi leggerai più
tardi.
Nel frattempo la Berta entrava, recando sopra un vassoio il caffè
bollente, che spargeva in nuvole di vapore il suo delizioso aroma. Non
appena Marcuccio ebbe veduta la rubiconda fantesca, (poich'egli l'amava
d'un amor voglioso e tutto ne ardeva nel fuoco d'una tardiva pubertà),
scioccamente le si mise intorno a vezzeggiarla e provocarla con insulse
risate. In quel rinascere del tempo di primavera lo scemo sentiva le sue
vene gonfiarsi d'una sensuale gioventù; la florida carne della ragazza
ventenne come una droga selvatica lo riscaldava di bramosie. Nel giorno
l'assaliva per gli angoli della casa, la notte passava lunghe ore dietro
l'uscio della sua camera, guardando per la serratura e picchiando
affinchè gli aprisse; per lei verseggiava con incoerenza e scriveva
lunghe pagine d'amore.
Ed ecco, lo scemo si mise a dondolarle intorno, canticchiando queste
parole che aveva cucite insieme chissà con quale intendimento:
«Quando la Berta scende al villaggio
non ha il coraggio
di guardare in faccia
nè Pippo dritto, nè Pippo storto,
nè il macellaro, nè il beccamorto.
Maria Dora, nel mescere il caffè, ripeteva insieme con Marcuccio:
nè Pippo dritto, nè Pippo storto,
nè il macellaro, nè il beccamorto.
Poi disse a Marcuccio:
-- Non vedi che la fai scappare? La Berta non vuol saperne di te.
-- Sorellastra, non parlare di quello che non sai! Vérsami il caffè.
Maria Dora gli riempì la tazza, ed egli si prese con ingordigia un
grosso pezzo di focaccia.
-- Maria Dora, -- disse Giorgio, mentr'ella se ne andava dall'uno
all'altro mescendo il caffè, -- v'ho intesa cantare tutta la mattinata:
avete una bella voce.
-- Sicuro, e farò la cantante! Perchè io, -- disse con intenzione,
guardando Andrea, -- non son nata per il matrimonio... Affatto! Ecco il
vostro caffè, signor Andrea. E farò la cantante, con dietro uno
strascico di seta lungo due metri...
Così dicendo ne faceva il gesto.
-- Bada che versi il caffè! -- l'interruppe sua madre.
-- ... e una bella parrucca di color stoppa, le labbra dipinte, la
faccia imbellettata, una scollatura fin qui... E voi, signor Andrea, mi
manderete un bel cesto di fiori per la mia serata d'onore... Già, ma
frattanto la mattina russate così forte che vi si ode fin nel corridoio.
-- Vorrei sapere dove hai imparato a discorrere in questa maniera
sconveniente! -- esclamò padre Stefano.
-- In convento, papà... dalle piccole suore! Si parlava così da mattino
a sera, poi si pregava... quanto si pregava dalle piccole suore!
-- Che impertinente!
-- Volete un po' di crema, signor Andrea? È fresca.
-- Volentieri, -- egli rispose. Intanto le osservò le mani. -- Veh!...
che manine ben curate avete ora! C'è dunque una manicure nel villaggio?
Ella prestamente nascose la mano libera dietro il dosso:
-- Vi burlate sempre di me, signor Andrea...
Ancora un poco discorsero insieme, poi ciascuno se ne andò per le
proprie faccende; mamma Francesca nella guardaroba per curare i bucati,
Maurizio con Stefano a battere la collina in cerca di lepri, Giorgio a
intiepidirsi le spalle freddolose nel bel sole che allietava il
giardino. Novella scese con lui, sorreggendolo mentre poneva il piede su
la scalinata, e, quando furono in mezzo al viale, si volse per
domandare:
-- Voi non venite, Andrea?
-- Finisco la mia sigaretta quassù, discorrendo con Maria Dora, -- egli
rispose, rimanendo ritto su l'ultimo gradino e fissando la bella figura
di lei, che s'allontanava. Lo scemo erasi di nuovo rannicchiato nel suo
cantuccio e rileggeva gravemente le pagine interrotte.
-- A discorrere con me? -- fece Maria Dora. -- Come possono interessarvi
le mie chiacchiere?
-- Molto, forse... Ma, se avete altro a fare, posso anche rimaner solo.
-- Non avrei altro a fare che finire di vestirmi... -- ella disse con
civetteria. -- Sono ancora tutta in disordine.
-- Forse di donne e d'abiti m'intendo assai poco, ma mi sembra, Maria
Dora, che così vestita stiate deliziosamente bene.
-- Ora, -- disse Marcuccio avanzandosi fra i due, -- ora, professore,
mandate via Dora, che vi leggerò qualcosa.
-- Veramente, Marcuccio, -- egli rispose con indulgenza, -- queste
letture si ascoltano meglio la sera. Di giorno c'è troppo svago e troppo
rumore. Attendi fin stasera: verrai nella mia camera e leggeremo.
Intanto lavora.
-- Come volete... -- rispose lo scemo, con malumore. Ma sùbito si arrese
a quel ragionamento: -- Certo la sera è meglio; si è più raccolti. Solo
non posso trovare il titolo per il mio libro: me lo dovreste suggerire
voi.
-- Ci penserò, Marcuccio, e stasera lo avrai.
Allora lo scemo si ritrasse, parlando fra sè, con ampi gesti: -- Voglio
divenir celebre, celebre, celebre!... -- Poi, forte: -- Spiegàtemi: come
si fa per diventar professori?
-- Io vi dicevo, Maria Dora... -- E rispose a Marcuccio: -- Si studia e
si lavora.
-- Aouff!... -- esclamò Dora stizzosa.
Ma lo scemo, senza badarle:
-- E quando avrò pubblicato il libro, mi chiameranno professore?
-- Certo, certo!
Marcuccio si allontanò mormorando: -- Celebre! celebre... professore!
-- Dunque vi dicevo, Maria Dora, che nell'abito di questa mattina voi
state deliziosamente bene. Poi vi curate ora con somma attenzione; ogni
volta che torno dalla città, e vi rivedo, mi serbate una sorpresa.
-- Ma sapete, signor Andrea, che non riesco bene a comprendere se
parliate sul serio o per burla! -- esclamò la fanciulla, un po' confusa.
-- In ogni modo so che vi divertite spesso alle mie spalle... e fate
male!
-- Perchè?
-- Perchè questo, in fondo, mi potrebbe anche dispiacere...
-- Ma io dico sul serio, -- egli fece con pentimento.
Ella sùbito si rasserenò: -- Allora continuate! Fàtemi un po' la
corte...
-- Ecco, dicevo che siete ora una signorina, del tutto signorina, e
molto graziosa, e molto... desiderabile!
-- No... -- ella si schermì con civetteria.
-- Ma sì... molto desiderabile! Vedo anche, per esempio, che avete
cambiato pettinatura; non è forse vero?
-- Sì. Vi piace questa?
-- Molto mi piace; vi sta molto bene: v'invecchia. Ora non sembrate più
la piccola educanda ch'eravate all'uscir dal convento. Vi ricordate? Son
venuto una volta con Giorgio e con Novella a trovarvi nel parlatorio.
Cosa fanno le piccole suore?
-- Vado a visitarle di tempo in tempo e canto ancora nei cori.
-- Infatti, voi avete sempre quella freschissima voce... Anche stamane,
vestendomi, v'ho intesa cantare.
-- Ed anche prima... dormendo! -- lo punse Maria Dora.
-- Già, russando, come voi dite... Ma questo non conta. V'ho intesa, in
ogni modo, e voi eravate, credo, nel giardino.
-- E nel giardino, e nella sala, ed in cucina, in granaio, nel
corridoio... dappertutto!
-- Ma io dico nel giardino perchè è più poetico, vi pare?... Dunque la
vostra voce veniva su limpida e quasi primaverile, come se la portasser
dentro i raggi del sole... È sentimentale questo? Vi piace?
-- Così, così...
-- Allora, non so perchè, ho pensato ch'eravate una signorina, una bella
signorina, e ho deciso di farvi un poco la corte. Ecco, e vi faccio la
corte ora, come desiderate voi...
-- Per ridere? -- ella domandò perplessa.
-- Ma... già! la corte si fa sempre per ridere.
-- Allora siete molto maleducato! -- ella esclamò con dispetto.
-- Davvero?!
-- E non so perchè vi divertiate a farmi del male...
-- Che male vi faccio?
-- Ma... naturalmente! Se io, per esempio, prendessi le vostre parole
sul serio? Mi avete detto che sono una signorina, ben vestita, ben
curata, con le unghie lucide... vedete... -- e gliele mostra; -- che vi
piace la mia pettinatura... -- se la tocca; -- che canto bene... che la
mia voce era come una primavera, mentre vi destavate appena... e tutto
questo può turbare una ragazza, può farle un certo male, può darle quasi
una profonda voglia di piangere... ecco!
-- Oh, no!... Allora vi domando scusa e vi prometto di non farvi mai
più, mai più la corte... Va bene?
-- Chissà se va bene?... chissà... Anzi non va bene affatto!
-- E perchè?
-- Il perchè non ve lo dico. Ma voi siete un uomo crudele: lo si vede
dai vostri occhi!
-- Ohibò! Ditemi una cosa: quanti anni avete ora, Maria Dora?
-- Diciannove anni e mezzo, signor Andrea!... -- ella rispose con un
sospiro.
-- Oh!... e lo dite come se fosser molti!
-- Per me sono molti... -- Poi fece una pausa, una lunga pausa: -- Del
resto lo so bene che non posso interessarvi per nulla... io!
Quante cose in quell'«io», così breve, così profondo!
-- Perchè, Maria Dora? -- egli fece, un po' confuso.
-- Voi domandate troppi perchè, mio caro!... I quali sono difficili a
dirsi, e non si debbono dire. Credete forse che a diciannove anni e
mezzo non si veda nulla? Invece si vede tutto. E si sa tacere anche...
certo: si sa tacere.
Egli la guardò con un senso timoroso di maraviglia, per quel sùbito
mutamento avvenuto in lei, nella frivola bimba, piena d'allegrezza e di
civetteria. Ora ella parlava gravemente, come se dal volto le fosse
caduta una maschera d'infantilità, e lo sguardo intenso de' suoi occhi,
l'attitudine amara della bocca, la facevan singolarmente rassomigliare
alla sua triste sorella.
-- Non vi comprendo più, Maria Dora... Quello che voi dite mi sembra
strano.
-- Strano?... Forse. Ma, vedete, non bisogna burlarsi di me; non bisogna
prendermi come un piccolo gioco, perchè io so anche pungere, se voglio.
Solo, non voglio pungere voi, ed il perchè... -- Fece di nuovo una
pausa, nella quale tornò ridente: -- ... il perchè lo so io sola! Non ve
lo dirò mai. E per non dirvelo me ne vado. A rivederci!
S'alzò e corse via come un leggera farfalla, ridendo, e lasciando
nell'aria il suo limpido riso.
II
Egli era nella sua camera, insonne, affacciato al davanzale, quando già
nella casa dormente più non udivasi alcun rumore. Aveva spento il lume,
per abbandonarsi al torpore delle proprie meditazioni; ma la stanza era
piena d'una luce quasi fantastica, per il chiarore che vi tramandavano
le infinite stelle. Splendeva il suo letto, splendeva il grande armadio
vetrato, carico d'orciuoli, di fiale, di vasi, d'ampolle medicinali.
Ondeggiante, sfioccata, lontana, una striscia di nebbia navigava sopra
il mare delle foreste, ogni tanto mutando colore, come un naviglio
veliero, nell'incantesimo della notte. E quella striscia di nebbia era
una immagine dell'anima sua, sospesa fra i più grandi abissi, incerta e
pur navigante.
A stordirlo salivano dall'inebbriante giardino vampe di profumi e
d'aromi, come se la primavera dormente fosse un'ara infinita e vi
bruciassero incensi; ma, chiudendo appena gli occhi, vedeva un immenso
lenzuolo nero scendere su quel mondo stellato e gli pareva che fantasmi
orrendi si aggirassero nella tenebra disperata.
Egli pensava ancora una volta all'amore e al delitto: -- le eterne fiabe
degli uomini: il delitto, e l'amore.
Poi gli parve udire quel lievissimo fruscìo noto, dietro l'uscio, quel
respiro di lei che sentiva quand'era impercettibile, quel profumo di lei
che lo snervava quand'era pur lontana, e si volse.
La vide infatti, che socchiudeva la porta con precauzione, appena tanto
da potervi passare; la vide che tremava per un lieve scricchiolìo dei
cardini, tutta raccolta nelle spalle, quasi volesse annullare anche il
proprio respiro... e fu nella camera. Girò la chiave con cautela, perchè
la serratura non stridesse, poi gli scivolò accanto, lieve, con un
brivido, nel quadrato azzurro della finestra.
Egli non si mosse, non la baciò. La guardava. La guardava con una specie
di stupefazione, tanto il timore e l'amore facevanla bella. Ma
poich'erano vestiti entrambi di nero, ad entrambi sembrò che vi fosse
qualcosa di funereo in quella veglia che facevano davanti alle stelle.
-- Che hai? -- diss'ella.
Il respiro della sua bocca, poichè aveva il sapore medesimo della sua
carne, parvegli che fosse un bacio. Sotto quel bacio egli s'irrigidì,
chiuse gli occhi, volendone quasi godere una tentazione più prolungata.
Ella nervosamente gli posò le mani su le spalle:
-- Che hai? Perchè mi sfuggi?
Allora, d'improvviso, l'attrasse nelle sue braccia, se la strinse al
cuore con una specie d'amor convulso, affondando la bocca nel tepore del
suo collo, nel principio della sua nudità. Ella era piena d'istinti
lascivi, come nella più matura estate un favo è gonfio di miele. Tanto
pallore le scorreva nel viso, che di quel solo bacio pareva godesse un
estremo piacere.
-- Perchè mi sfuggi? -- domandò ancora, ma contro la sua bocca. --
Durante il giorno, appena mi guardi; quando arrivi, quando parti, cerchi
sempre di non parlare con me.
Egli non rispose; ma sostenendo sul braccio il peso della sua nuca
rovesciata, le carezzava gli occhi dalle ciglia quasi d'oro, a lungo e
piano, come si fa talvolta per addormentare un bimbo.
-- Non mi ami più?... -- ella disse, mentre invece sentiva la passione
dell'amante invaderle ogni vena come una immateriale carezza.
-- Sì!... sì!... -- egli proruppe; -- ma sono un vilissimo uomo,
Novella, e fra noi ci sono troppe ombre.
Allora ella si strinse nelle braccia dell'amante come in forte rifugio.
-- E adesso, dorme? -- domandò Andrea.
-- Sì, dorme.
-- Ne sei certa?
-- Sì.
-- Ti ha parlato di... noi?
-- Non ancora, ma ogni momento pare che sia per farlo.
Tre stelle filanti, lontane, veloci, caddero insieme. La notte si
accendeva di chiarori fantastici, di vampe fatue, per ogni dove, come un
rogo. Egli, tenendola nelle sue braccia, le fissava la fronte
illuminata, quasi fissasse un punto magnetico, seguendo le bufere de'
suoi propri fantasmi. E vedeva su quella fronte le radici dei capelli
scintillare minutamente, quasi fossero cosparse d'una invisibile polvere
d'oro.
-- Novella, -- esclamò, -- che faremo?
Egli disse queste parole con un'esausta voce desolata, e le disse, lui
così forte, come un bimbo.
-- Non importa, -- ella fece, scuotendo il capo. -- Se tu mi ami, non
importa! Quello che vuoi... anche uccídimi!
Parlava come in un'ebbrezza, piena di lui, sotto il potere del suo fermo
sguardo. E rovesciando la gola turgida esclamò di nuovo: -- Poichè fra
poco saremo scoperti, e poichè il nostro bimbo non può, non deve
nascere... poichè non possiamo avere la nostra felicità... uccìdimi, se
vuoi, ma con le tue mani... con le tue sole mani, che amo... non mi
farai male.
Ora la sua passione la transfigurava in una bellezza più che umana, e
questa offerta di martirio pareva, su la sua bocca, semplice.
Egli s'irrigidì; un lampo sinistro gli splendette negli occhi: tutta la
volontà parve gli balzasse d'improvviso al sommo dell'anima,
inflessibile.
-- Era il mio amico e non lo è più, -- disse con una tetra lentezza; --
era il mio fratello, e non lo è più. Ho creduto ad altre cose false
nella vita, e le rinnego; una sola cosa è vera, necessaria, inevitabile:
te.
Fece una pausa dura e guardò nella notte che brillava; brillava come un
incendio di fosforo, su tutte le cime, vertiginosa. Poi affermò, piano
con le labbra, ma forte nel cuore: -- Sì, è possibile!
-- Che dici?
-- Nulla; non voler sapere. Questo solo posso dirti: non ti perderò. Se
ho potuto per questo amore giungere alla frode in cui viviamo entrambi,
se ho potuto annullare la mia coscienza fino a tradirlo nella sua casa,
vicino all'ora forse della sua morte... questo solo posso dirti,
Novella: non ti perderò.
Ella ebbe un sorriso estatico, che le rideva fin su le ciglia, che le
sperdeva gli occhi in una immensa felicità.
-- Così mi ami?
-- Così, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «più forte».
Fiumane, fiumane, quasi d'un sole notturno, invadevano lo spazio,
ravvolgendo come di gloria il loro colpevole ma stupendo amore.
Sul tetto della casa, forse, o forse nei rami dell'antichissima quercia,
un usignuolo cominciò a cantare. Le ghiaie frammiste con frantumi di
vetro mandavano sprazzi, simili a quelli che davan i suoi denti nel riso
d'ogni bacio, fra i due fili rossi delle labbra. Ella fu sua con tanta
disperazione, con tanto delirio, che le sembrò veramente di sentirsi
dare la morte, fra vena e vena, per tutto il sangue, fino al cervello,
senza patirne, come aveva detto, alcun male.
Nello stesso tempo, e solo qualche passo più in là, diviso appena da
leggere pareti, un uomo afferrato già dalla morte vera, da quella bieca
e putrida che porta indosso un lenzuolo per coprirsi le costole nude,
sussultava in un sonno angoscioso, respirando a fatica il lezzo del suo
proprio respiro, con la fronte che si bagnava di uno stillar gelido,
l'anima che si rompeva in un tormento senza pace: carcame d'uomo
incominciato a marcire.
Ancora una volta era necessaria quella vicinanza, che non è fortuita ma
universale, della voluttà con la disperazione, del nascere con il
morire: inestricabile nodo che s'aggroviglia nell'ironia continua della
vita. Una casa d'uomini dormiva insensibile nella notte bianca, e da due
finestre vicine usciva unitamente a sperdersi nell'aria stellata un
respiro voluttuoso d'amanti che s'inebbriavano ed un fioco rantolo
d'addormentato, ch'era già quasi un rantolo d'agonia. Sopra questi aliti
vicini e dissimili, che sono tuttavia la parola di tanti silenzi
notturni, sul tetto della casa, forse, o forse nei rami
dell'antichissima quercia, un usignuolo, come per ischerno, s'era messo
a fischiare.
E forse in quel sopore affannoso, come traverso un velo di lontana
irrealità, il malato sognava...
Si rivedeva nella piena giovinezza, povero ma risoluto a far molto
cammino, senz'altra ricchezza nella vita che il suo forte ingegno ed un
amico più forte. Questi era medico ed egli ingegnere di ponti e miniere,
sbalzato dalla sorte in ricche terre inospitali, a tutte le temerità
risoluto pur di conquistarsi la vita. E si vedeva nei pozzi profondi,
ne' corridoi angusti, malsani di miasmi e di gas asfissianti, con le
squadre di operai destinati alle galere sotterranee, armati di maschere
e di lanterne cieche, non più simiglianti ad uomini ma quasi a rettili
tenaci contro i forzieri della terra; si rammentava le tragedie, gli
eroismi laggiù, dove il sole non è mai giunto, e riudiva quel sordo
rombo della macchina calata nelle viscere della terra, per rovistarla e
ferirla come una sonda nell'utero materno, e rammentava le catastrofi
repentine, con gli urli delle vedove e dei figli intorno ai cadaveri
carbonizzati...
Poi le ore di vittoria, quando si era messo con i cercatori d'oro, con
gli impavidi pionieri che l'umanità spinge come vessilli a' suoi limiti
sconosciuti, e quando, per aprire altri valichi alla potenza temeraria
dell'uomo, aveva trionfalmente forato il grembo calcareo delle montagne,
gettato ponti leggeri come ghirlande di ferro sopra fiumi turbolenti, e
condotta l'acqua ove le terre ardevano di siccità, e deviata la piena
delle valli di straripamento...
Non amori inutili, non sciocche ambizioni, ma la voglia di vincere, sola
e terribile nella sua bellezza, e quest'unico amico del cuore splendente
come l'acciaio, che a sua volta vinceva nei dominî liberi della scienza,
che scopriva bacilli nefasti, che inventava sieri prodigiosi: questo
rinnovatore che le Università si contendevano, questo violento
sollevatore d'uomini che lanciava traverso il mondo possa di volumi
clamorosi... Certo l'avevano contesa palmo a palmo, fraternamente, la
lor terra di conquista, e ciò che aveva spronato l'uno a superare sè
stesso era la vittoria del compagno; ciò che li aveva sorretti entrambi
nelle ore più tragiche, era soltanto la loro scambievole fraternità. Non
mai fra loro un'ombra d'invidia, che non fosse la più generosa
emulazione; mai secreto nè diffidenza fra loro, tanto eran certi e fermi
nel voler compiere insieme, fra qualsiasi evento, l'intero cammino della
vita.
Sì, forse il malato sognava...
Sognava di lei, quando la vide per la prima volta e la guardò per la
prima volta con un pensiero d'amore, così bella che gli parve una cosa
inaspettata, nuova nel mondo, benchè sembrasse allora un po' malata, e
non d'altro forse che della sua faticosa verginità. Si ricordava d'aver
comprato per lei forse il primo, l'unico mazzo di fiori ch'egli mai
desse ad una donna, e ricordava la prima volta che ardì stringerle una
mano, con paura profondamente soave, per dirle infatti ch'era bella,
bella, bella, e che l'amava con un cuore ignoto, con un'anima nuova,
nata in quel momento...
Si ricordava quella voce di lei, così grave, così lenta, quando chinò la
faccia e gli rispose:
-- Sì, Giorgio, vi sposerei volentieri, se lo voleste...
Allora gli si aperse negli occhi un infinito paradiso, e queste parole
gli parvero piene d'un immenso amore, perch'egli fino a quel tempo non
era stato amato mai.
L'aveva poi svestita, una notte, religiosamente, quando ancora fra i
suoi capelli sciolti fluttuava l'odor nuziale della corona d'arancio; e
nel vederla sua, per sè, per sempre, si sentì naufragare in una gioia
troppo grande, che gli soverchiava l'anima, onde gli parve che ogni cosa
di quel momento si disperdesse fuori dalla vita, in un colore
d'impossibilità. Erano stati felici insieme -- o così gli parve --
qualche anno, poi... Poi, già nello svestirla quella prima notte, si era
sentito ruggire dentro un male sordo, crescente...
E infine accadde che una volta fu sorpreso di attonita maraviglia
nell'ascoltare la voce di sua moglie che parlava con Andrea...
Era un sogno, poteva non essere che un sogno... e l'usignolo,
nell'azzurra notte, spietatamente cantava.
. . . . . . .
Ella s'avvinghiò al suo collo, seminuda, sobbalzando sul letto, e
mormorava con voce soffocata:
-- Ascolta...
Tesero l'orecchio, ambedue mortalmente paurosi, verso la parete, verso
l'uscio, verso la camera lontana.
-- No, t'inganni, -- egli disse. -- Non sento alcun rumore.
-- Sst... taci!
Ascoltava, protesa innanzi nello splendore del raggio lunare, che
vestiva d'innocenza la sua lussuriosa nudità; teneva un braccio intorno
al collo dell'amante, l'altro puntato su la sponda del letto, con le
dita aggrappate nella coltre come bellissimi artigli, tra l'ansia del
pericolo, atterrita ma pronta. Il respiro contenuto le gonfiava la gola,
palpitante ancora di voluttà; i capelli semisciolti le ingombravano il
collo bianchissimo; tra i pizzi della camicia un seno erto le sbocciava
come una splendida melagrana.
Ma non udiron altro che l'usignuolo infatuato lanciare i suoi fischi
melodici nell'odorosa notte, sopra una orchestra lieve che
l'accompagnava in sordina, con brividi appena di foglie nei respiri del
vento.
Racquetata, ella si compresse il cuore con una mano e s'allentò nelle
sue braccia.
-- Se mi chiamasse di nuovo, come la notte scorsa? -- mormorò.
-- Sì, hai ragione. Làsciami.
-- Ancora un momento... Guarda quante stelle!
Ubbriacato, egli le passava le dita fra i capelli, posava la bocca su la
sua pura fronte.
-- Dimmi... -- ella fece; -- una cosa orribile che finora non ti ho mai
domandata... Andrea, tu che sei medico...
Per osare una tale domanda ella nascose la faccia contro di lui,
affinchè non la vedesse. -- Tu che sei medico, dimmi: È grave?... è
molto grave il suo male?
Egli rispose bruscamente, con una scossa che lo percorse da capo a
piedi:
-- Non so! non so!
Ed ella, con un filo di voce appena percettibile:
-- Può guarire?...
-- Ah... taci!
Ma la strinse così forte a sè, che tuttavia non si sentì odiata. Allora
ella cominciò a parlare sommessamente, con una voce cauta, pressochè
insidiosa, mettendo lunghe pause fra parola e parola.
-- Vedi, questa notte, quando ti ho chiamato, ed eravamo curvi, tu da un
lato, io dall'altro del suo letto, soli, nel chiarore di quel lume così
funereo, io, come in un lampo, involontariamente, ho pensato: Se... se
domani...
-- Se non ci fosse più! -- egli disse con una voce tetra.
Ed ella non li vide, ma gli occhi di lui splendettero d'una luce quasi
micidiale.
-- Anch'io, -- diss'egli lentamente, con uno sguardo atono, -- anch'io
ho pensato questo. Era quasi un incubo, ed avevo la visione precisa del
cadavere, come se dalle sue membra immobili soffiasse già quel freddo
che mandano i morti.
Rabbrividita, ella si agitò nel letto e si ristrinse contro il tepore
dell'amante. Ma egli, senza un tremito, e quasi provando una gioia
malvagia nel torturare sè e lei con queste parole, ricominciò:
-- Era veramente un incubo, e chinandomi sopra il suo cuore fioco, io,
medico, io suo amico, sentivo solo dall'altro lato del letto il profumo
che veniva dalla tua persona bella e viva, l'odore di te che mi
sopraffaceva, quell'odore de' tuoi capelli un po' disfatti, che
portavano ancora il segno del guanciale... e l'orrore di sentirmi così
colpevole davanti a quella specie d'agonia, accresceva smisuratamente il
desiderio, il desiderio fisico, intendi? che avevo di te.
Ora fu ella, smarritamente, che supplicò:
-- Taci!...
Ma egli s'inebbriava della sua propria nefandità, si esaltava della sua
propria tortura.
-- Lo sai che ho dato finora tutte le mie forze umane alla difesa della
vita? Lo sai che sono un medico? un salvatore? Lo sai che ho fatto
rinascere centinaia di uomini, e tanto amore mettevo in quest'opera, che
per salvare la più inutile vita serenamente avrei data la mia?...
M'intendi? Ebbene, ora per la prima volta concepisco la possibilità
astratta di rinnegare la mia missione; e questa morte, questa ingorda
morte, che ho combattuto accerrimamente, con il cervello e con le
braccia, nelle corsìe degli ospedali, fra i crogiuoli de' miei
laboratori, questa morte che fu la mia nemica dappertutto, che odiai
fino all'eroismo, la vedo per la prima volta come un'alleata, quasi come
una benefattrice... e mentre le mie mani avvezze lottano ancora contro
di lei, macchinalmente, su questo corpo che ci divide, il mio cuore, il
mio spirito, il mio nascosto essere che vuole te, la chiama, la chiama,
e le dice con un'oscura voglia di tradimento: -- Sì, che tu sii la più
forte... e ch'io non ti sappia vincere mai più!
Ella gli pose una mano su la bocca, una sua mano fredda, che aveva il
profumo della colpa, e quella buia fossa che andavano scavando al
morituro, ancora una volta colmarono di voluttà.
III
-- Un'imprudenza? Ebbene, sì, mi è piaciuto commettere un'imprudenza! --
disse Giorgio a Novella ed al Ferento. -- Se sapeste con quale delizia
un malato, come un bimbo, cerca di fare le cose proibite! Povero me!...
non poter muovere un passo, non poter respirare senz'essere
ascoltati!... Dio buono, diventa una vera persecuzione!
-- Sei oggi d'umore a veder tutto in nero, -- gli disse Andrea. -- Senza
volerlo noi finiamo con irritarti.
-- Fors'anche sono ingiusto, -- egli convenne con un sorriso amaro. --
Ma dovete avere un poco di pazienza... ancora un poco! Vedi: mi reggo a
stento: il fianco mi duole per le punture che mi fai... È doloroso quel
tuo siero! Quante ne occorrono ancora?
-- Circa una decina, -- rispose Andrea, rapidamente.
-- Oh, se poteste lasciarmi un poco di pace! Voi non sapete cosa valga
la pace. No!... via questi scialli! -- disse a Novella, che intanto lo
ricopriva; -- basta, basta con tutte le cure inutili, con le inutili
medicine! Vedete: io non sono un timido; la morte, se ha da venire, non
mi spaventa affatto; ma quello che m'annoia è d'essere trattato già come
un moribondo.
-- Sei di cattivo umore, ti ripeto! -- esclamò Andrea con una voce
scherzosa. -- L'ho già detto a Novella ed agli altri: voi, con l'eccesso
delle vostre premure, non fate che esasperarlo; curatevi meno di lui.
-- Ecco: non datevi di me alcuna pena, e vi prego, vi prego, non
sacrificatevi per me! Con questo bel sole, immagino che avrete certo
voglia di fare una lunga passeggiata. Stefano e Maria Dora son scesi
alla fattoria: se li andaste a raggiungere? Tu, Novella, hai bisogno di
aria: impallidisci ogni giorno più. Quanto a me, sto benissimo solo. E
se poi mi venisse la voglia di conversare, c'è di là Marcuccio che
lavora: l'andrò a disturbare. Con Marcuccio vado sempre d'accordo,
perchè in tutta la casa è il solo che se ne infischi della mia salute!
-- Io ti ubbidisco, -- rispose Andrea. -- Non vado alla fattoria, ma
scendo in paese.
-- Benissimo. E tu, Novella?
-- Io rimango, -- ella rispose, levando il capo da un libro che
sfogliava. -- Se qui t'annoio, salirò nella mia stanza; oggi non ho
voglia di camminare.
-- Ti farà male, Novella. Sono tre giorni che non esci di casa, -- disse
il malato, mutando singolarmente lo sguardo e la voce nel parlare a lei.
-- Tuttavia permettimi di rimanere, -- pregò Novella con un sorriso.
-- Come vuoi.
Udirono il passo di Andrea lontanarsi per il giardino, e rimasero soli
nella sala terrena, egli seduto presso la finestra, ella presso il
cembalo, con una lunga striscia di sole, piena di pulviscolo, tra loro.
-- Cosa leggi? -- egli domandò.
-- Nulla: guardo un tuo libro. È «_Il Riso Rosso_» di Andrejeff. L'hai
letto?
-- Non ancora.
Entrambi fissarono gli occhi su quella striscia polverosa di sole, dove
s'agitava un microcosmo infuriato, una specie di convulsione continua
che non faceva rumore, come le tempeste dell'anima. Avevan quasi paura
entrambi di guardarsi nel viso; il silenzio li avvolgeva come uno
strepito assordante.
-- Vuoi suonarmi qualcosa, oppure sei stanca? -- egli domandò.
-- Volentieri.
Si alzò, sedette macchinalmente su lo sgabello del pianoforte, con una
compostezza d'automa, evitando quasi di far rumore, o forse timorosa di
sbagliare in checchessia. Aperse il cembalo, scoverse la tastiera, e
leggermente, con le dita veloci, cominciò a suonare una fuga di Bach.
Un bel rubino, rosso come una goccia di sangue, le macchiava la mano
pallida.
Ora, non veduto da lei, dietro quel velo di sole, Giorgio abbandonò il
capo su la spalliera della poltrona e rimase immoto a contemplarla. La
cassa d'ebano, ferita in un fianco da quella polvere accesa, mandava dal
legno curvo un gran mazzo di scintille. L'opposta parete rifletteva
mutevolmente l'ombra della suonatrice. Le sue spalle trasalivano,
accompagnando la nervosa celerità delle dita; il suo busto si curvava un
poco in avanti con un oscillamento leggero, e messo in evidenza da
quella positura su l'alto scanno appariva di una mirabile plasticità; la
curva del seno, calma e forte, si delineava di scorcio, sotto le braccia
irrequiete. Traverso quel raggio la sua capigliatura prendeva
tutt'intorno la chiarità stessa del sole, mentre nel mezzo era fosca e
folta, con riflessi color del mogano, come un caldo velluto. E nella
faccia dell'infermo, non sorvegliata più dalla vigilanza interiore,
s'incavava una squallida miseria, quasi un furore taciturno, una
visibile distruzione. I suoi occhi erano spenti, la bocca s'appesantiva;
ne' suoi radi capelli, traendone un luccicore quasi umido, penetrava il
sole.
Sì, l'amava, l'amava! e morendo l'amava... il che è più disperato che
tutto, più irremediabile che tutto!...
Due volte, dietro l'uscio, una vocina di bimba fece:
-- Si può?
Ella s'interruppe, e sùbito rispose:
-- Avanti.
Era Natalissa, la bambina del giardiniere, con un grande fascio di rose
tra le braccia. Teneva i lunghi steli ravvolti nel grembiulino per non
pungersi le dita; il visetto gaio le sbocciava sopra quei fiori con un
sorriso di donnicciuola grande.
-- Il papà mi manda con i fiori da mettere nei vasi. Dice che se li deve
accomodare lui, verrà più tardi, perchè adesso è occupato nell'ortaglia
e sùbito non può salire.
Parlava con un cinguettìo di passera, tenendo in braccio quel gran mazzo
di rose, che per la lunghezza degli steli parevano maggiori di lei.
-- No, piccina, -- ella rispose, lieta che alcuno fosse venuto a
interrompere la loro solitudine. -- Dalle a me; le accomoderò io.
-- Eccole, signora. Guardi che belle rose!
E alzando le braccia quanto poteva, diede a Novella il mazzo fragrante.
-- Il papà mi ha detto che queste rose gialle sono le prime delle
margotte, e di farle vedere al signor Stefano. Non c'è il signor
Stefano?
-- No, è fuori; ma presto ritorna.
-- Allora glielo dica, sa...
-- Certo, piccina. Hai detto queste gialle, non è vero?
-- Sì, le gialle, signora; che si chiamano «Maréchal Niel».
-- Guarda un po' come se n'intende la piccola Natalissa!
-- Eh, già!... -- ella fece con un modesto orgoglio.
Stava tutto il giorno appresso al padre, ond'era divenuta pratica di
giardinaggio. Novella prese qualche confetto in una scatola di
porcellana e li offerse alla bimba.
-- Grazie, signora, non s'incomodi.
E attorcigliava con vergogna le mani dentro il grembiulino; poi accettò
i confetti e se li mise in tasca.
-- E lei sta meglio, signor Giorgio?
-- Sì, piccina, sto abbastanza bene.
-- Bravo, signor Giorgio! Se viene in giardino, mi chiami, che io le
mostrerò tutte le pianticelle nuove. A rivederla e grazie.
Se ne andò seria seria, con quelle sue maniere di piccola massaia.
-- Com'è graziosa e brava quella bambinetta, -- disse Novella, che si
affacendava nello sciogliere il grande mazzo di rose. Egli frappose un
lungo silenzio, guardò la moglie, poi disse:
-- Alle volte penso che anche tu, Novella, forse hai desiderato di
averne una.
Ella odorò le rose fragranti, accarezzandole, dividendole ad una ad una,
con attenzione soverchia, per disporle nei vasi.
-- Di avere una bimba?... -- fece. -- Sì, vagamente, qualche volta...
come forse tutte le donne lo hanno desiderato.
-- E invece io t'ho impedito anche questa gioia legittima, che poteva
darti un altr'uomo qualsiasi, perchè la nostra casa è rimasta senza
figli.
Ella trasalì nell'intimo, e temendo che una vampa le salisse al viso,
per nascondersi, affondò la bocca in una gonfia rosa, cárica di pólline
giallo.
-- Di questo non ti ho mai mostrato alcun rammarico, -- rispose.
-- Infatti; ma il silenzio è talvolta assai peggiore di un rimprovero.
Mi ammalai poco tempo dopo averti sposata, e fu bene che tu non avessi
un figlio mio. Da me, Novella, non ti vennero che tristezze; talora
penso che veramente mi devi odiare.
-- Ma Giorgio! -- ella esclamò nervosamente, -- odio solo questi
discorsi che mi fai! Non ho alcun bisogno d'avere bimbi e mi tormenti
per nulla.
-- Non sai forse che i malati sono crudeli? Soffrono ed amano far
soffrire. Ma in me, vedi, è la coscienza che talora mi rimorde. Penso
che ho legato senza volerlo una gioventù bella e forte come la tua alla
decrepitezza d'un infermo, e penso a quello che deve necessariamente
agitarsi nel tuo cuore... a tutti i desiderii che vi reprimi, perchè io
non li veda.
Egli parlava con un tono ambiguo, che voleva sembrar pieno di dolcezza,
mentre suonava come una indulgente ironia.
-- Non ti nascondo nulla, Giorgio, -- ella rispose, molestata. -- Sono
più semplice che tu non creda.
-- Semplice, hai detto? Così mi pareva una volta, ma ora non più. Ora,
studiandoti meglio, con quella divinazione dei malati che hanno tanto
tempo per riflettere, ho scoperto in te un viluppo di cose
inestricabili, di passioni oscure... Ed anzi non sei semplice affatto,
ma un nodo mi sembri, serrato e forte.
Ella rise, accarezzando con frivolità le rose gialle disposte in un bel
vaso.
-- Perchè? ma perchè tante ubbìe?... Lasciamo stare, Giorgio! Senti
piuttosto queste rose delle margotte, che odore inebbriante!...
stordiscono... senti!...
Gli si avvicinò, portandogli le rose da odorare. Ma Giorgio bruscamente
le afferrò una mano:
-- Vorresti non lasciarmi parlare, è vero?
-- Io? perchè?... -- rispose la moglie, turbata.
-- Vorresti che fra noi, sino all'ultimo, perdurasse l'equivoco dietro
il quale ti nascondi? Sì?
-- Ma Giorgio...
-- Però io, poichè sono crudele... -- via, non t'imbiancare così!... --
poichè ho taciuto così a lungo... troppo a lungo!... vorrei parlare una
volta con te. Ma, vedi, quel vaso non è sicuro nelle tue mani... Perchè
tremi? Pósalo giù, siéditi e dimmi...
-- Ah, ma non è vero!
-- Sì, che tremi: lo vedo. Siéditi qui vicino e ascóltami.
-- Che vuoi? che vuoi, Giorgio? Non ti affannare così; dopo starai
male... -- balbettava ella smarritamente, guardandosi attorno, quasi
cercasse nelle cose circostanti una via di salvazione.
-- Anzi, -- egli rispose, -- parlarti mi fa bene, un bene infinito,
Novella, se tu puoi essere sincera con me. E lo dovresti essere, perchè
nessuno... intendi? nessuno potrà mai amarti con l'amore mio, l'amore
senza confini d'un uomo che se ne va...
-- Non dire così!... non devi dire così!
-- Ma cosa temi? ch'io t'accusi forse? o ti minacci? o sia così pazzo da
domandarti altra cosa che un poco di buona e di vera sincerità?
Ascóltami, Novella. Se un giorno avrai nella tua vita lontana, -- e Dio
te lo risparmi! -- uno di quei dolori così grandi che non si sa come
un'anima li possa contenere, soltanto allora comprenderai perchè voleva
oggi parlarti quel Giorgio che sarà uno scomparso, un punto nero nella
tua memoria, un'ombra... Làsciami dire; làsciami dire!... Anzi tutto
sappi una cosa: non ho rancore contro di te, non il più lieve rancore,
Novella, perchè ti comprendo, anzi ti difendo io stesso.
-- Ma da cosa?...
Egli scosse il capo, e seguitò:
-- L'amore non è tale se non quando giunge ad essere un'infinita bontà.
Il resto è unicamente una rabida passione, la quale non può nè perdonare
nè beneficare. Più tardi ricorderai quello che ora ti dico, e più tardi,
poichè l'anima dell'uomo ha bisogno di generare fantasmi, più tardi,
quand'io non ci fossi più, potrebbe darsi che anche nell'anima tua
nascesse quella paura insoffocabile che si chiama «il rimorso». Ora io
ti parlo appunto, perchè non voglio che tu lo conosca mai. Ho invece un
altro sogno: quello d'aiutarti ad essere felice, se lo posso ancora, e
dirti che non mi devi temere affatto, nè ora nè dopo, e lasciarti la
sicurezza che tu non mi hai fatto alcun male, anzi sei stata nel mondo
la mia sola felicità...
Ella smarrita lo guardava, senza bene intendere le sue parole, ma
sopraffatta dal suono tormentoso di quella voce, attonita, nel vedere
quel viso trasfigurarsi e risplendere per un'altezza di sentimento più
che umana.
-- Quando, -- egli riprese, -- quando il tuo cuore ti dirà con un morso:
«Lo hai fatto soffrire...» -- tu rispondi serenamente: «No; sono stata
invece il suo pensiero più dolce, il sorriso ch'egli vide fino
all'ultimo nel colore della vita». -- Quando il tuo cuore ti dirà: «Egli
purtroppo conosceva il tuo amore, l'altro amore, il solo che avesti...»
-- e tu rispondi serenamente: «Che importa? Egli non mi amava perchè
l'amassi... Poi sapeva che nessuno può comandarsi di non amare». -- E se
il cuore infine ti dicesse: «Ma è stato geloso... orribilmente geloso di
te...» -- allora non rispondere nulla, perchè gelosa può essere soltanto
la carne... quella si distrugge, finisce, e per lei non vale che si
pianga.
Egli fece una pausa e la guardò fissamente, con una tetra luce negli
occhi:
-- Saprai non ripetere nulla delle parole che ti dico?
E parve che la maschera umana, la febbre umana del suo dolore gli
ricadesse d'un tratto sul viso.
Poich'ella taceva, egli disse parlando a sè medesimo:
-- Forse no; ma non importa.
Allora ella ebbe uno schianto, e dalla seggiola dov'era scivolò a
ginocchi, nascondendosi fra le mani la faccia impaurita, poichè sentiva,
così genuflessa, d'esser meglio rifugiata sotto l'ala della sua grande
anima.
Insieme, tuttavia, poich'era invincibilmente donna, o forse per quel
pensiero carnale ch'egli aveva mesciuto nella sua misericordia, le
risaliva struggente nelle vene la memoria della notte trascorsa, e quasi
per acuire il suo rimorso fisico riviveva in una specie di prostrazione
l'ebbrezza di quei loro baci avidi e soffocati, sicchè non sapeva
dividere dal terrore della sua colpa l'immagine stessa del peccato, e
dall'immensa paura di quel momento in lei nasceva una più grande
voluttà.
Allora, così armata della propria gioia, così piena di quell'assente che
la teneva in potere, quasi per una ribellione de' suoi nervi crudeli,
sentì, nel luogo della pietà, insorgere un sordo rancore contro colui
che si faceva troppo umile per atterrirla, e sentì ruggire in sè, tra
vena e vena, tra fibra e fibra, una specie di avversione incoercibile,
quasi un odio, contro quel nemico disarmato, il quale, non altro
potendo, cercava d'incatenarla con la propria bontà.
Ed allora, senza più mercede, si levò di ginocchi diritta, con una
rapida mossa piena d'orgoglio, e crudamente lo fissò. In quell'atto
apparve da lui così lontana, ch'egli ebbe immediata la percezione di
quella inesorabile distanza.
-- Cosa vuoi dirmi? Cosa vuoi sapere da me? -- diss'ella, rattenendo a
stento l'impeto della voce. -- Di cosa dunque mi rimproveri?
-- Di nulla, -- egli ripetè, chiudendo gli occhi per nascondere la
sofferenza che vi saliva. -- Di nulla, come ti ho detto.
Ma ella pareva non l'ascoltasse, nè averlo ascoltato fino allora, e
sentisse invece imperioso il bisogno d'una discolpa.
-- Da che sei malato, qual'è la mia vita? Ho pensato forse a me stessa?
ho trascurato forse il più piccolo de' miei doveri? ho passato un
giorno, un solo giorno fuori di casa?
Egli voleva interromperla, ma ella parlava concitata, con rapidità.
-- Non mi sono forse negletta come una donna vecchia? Ho riso forse? Hai
veduta una sola volta la mia bocca ridere, dacchè tu soffri? Dillo, se
mento.
-- Non questo, -- egli fece sconsolatamente.
-- Ti ho mai mostrato, per caso, un rancore anche ingiusto, un rammarico
pur lieve, che un'altra donna forse non avrebbe saputo nascondere in una
vita così dolorosa?
-- Non questo, non questo!
-- E che allora? -- ella esclamò con veemenza. -- E le mie lacrime, le
sai tu? Lo sai quello che ho soffocato nel cuore perchè tu fossi meno
triste?... Se tu soffri, non soffro anch'io? Se tu perdoni, sii giusto,
non perdono forse anch'io?
-- Ma perchè ti difendi? -- egli gridò con tutto lo sforzo della sua
voce fioca. -- Perchè ti difendi?!
-- Non mi difendo, -- ella rispose duramente. -- Mi ribello! Insorgo
tutta contro l'accusa che mi fai continuamente, anche tacendo, anche
solo guardandomi, e che mascheri male dietro la finzione d'una bontà che
non senti. Allora, poichè hai voluto rompere quel silenzio che ci
proteggeva entrambi, allora preferisco un'accusa diritta e precisa...
Dimmi: di cosa m'incolpi? Sono qui per risponderti, e non mentirò.
-- Oh, questo è impossibile!... -- egli disse, mettendo nella lentezza
della voce un sottilissimo scherno.
Ella si sentì pungere come da una staffilata in pieno viso, ed ebbe
voglia di gridargli su la faccia l'intera sua colpa, la splendida
verità, per mostrargli che infatti non mentiva.
Ma il suo senso femminile di prudenza e di pazienza fu ancora più forte.
-- Prova, -- disse, -- e vedrai!
Arretrátasi di qualche passo, entrò nella striscia di sole, che le si
avvolse intorno alla gonna e parve stringere le sue ginocchia in
un'armatura splendente.
Egli la guardò fiso, per qualche attimo, con odio e con stupore, poi
esclamò:
-- Come gli rassomigli!
-- A chi? -- ella chiese, più rigida, sentendosi correre dalla nuca ai
talloni un lungo brivido di paura e di fierezza.
-- Oh... a chi!... È vano che lo nómini, -- egli rispose con sarcasmo.
-- Tuttavia, se proprio ci tieni, lo dirò: -- Al mio fratello Andrea...
al mio medico!
-- E poi? -- ella fece, senza batter ciglio.
-- Nulla... dicevo questo perchè i tuoi occhi mi guardano come i suoi, e
la sua bocca mi parla come la tua. Una volta ti movevi lenta, calma, con
una specie di pigrizia; ora, nelle tue mosse, talvolta sorprendo un poco
della sua rapidità.
Egli tacque un momento, poi soggiunse:
-- Hai ragione d'amarlo, è un uomo che merita di essere amato.
Ma ella taceva, ravviluppata nel suo silenzio come in un freddo e
crudelissimo rancore. Giorgio riprese:
-- È l'uomo più virile ed è l'anima più vasta che incontrai su la terra.
Bada che non símulo; egli forse mi odia, io no.
-- Non ti odia, -- ella disse con fermezza. -- Andrea non ti odia.
-- Lo sai tu?
-- Sì, certamente. Ma voglio anche dirti una cosa, una cosa che tu
dimentichi, Giorgio... Quando una donna riesce, con affetto, con
serenità, vorrei dire, con passione a compiere il suo dovere nella vita,
nessuno avrebbe il diritto di frugare come tu fai dentro l'anima sua,
per rubarle un secreto ch'ella cerca di seppellire nella sua intimità
più profonda, e non certo per risparmiare sè... L'anima, credo, è un
possesso che si può negare inesorabilmente alle violenze altrui.
-- Sì, l'anima, ed anche il corpo, Novella.
-- Oh, il corpo no! -- ella disse con audacia. ben sapendo che l'uomo,
comunque creda di amare, qualsiasi nome purissimo voglia dare all'amor
suo, non è mai altro nel fondo che un accanito e geloso pretensore, il
quale perdonerà tutte le dedizioni, tranne quella, o bestiale o divina,
che avviluppa due corpi amorosi. Ella intuì che il malato, frammezzo a
tante parole, voleva sopra tutto conoscere una cosa: fino a qual punto
ella non fosse più sua.
-- Il corpo no, -- disse un'altra volta, armandosi di quella
inflessibilità che faceva splendere la sua bellezza come un freddo
metallo.
-- Perchè cerchi d'ingannarmi?... Una pietà inutile!
-- No, Giorgio; la mia carne si è dimenticata e si è spenta nella lunga
solitudine. Se qualcosa di lui mi turba, non così mi turba. Se può
chiamarsi amore quel senso timoroso che ho di lui, non è l'amore d'una
donna; ma invece un'ammirazione senza desiderio, e tuttavia così
femminile, che forse un uomo non potrebbe giungere ad intenderla mai.
Ella mentiva con una facilità sorprendente, convincendosi di far opera
buona, e dicendolo a sè stessa per darsi cuore; ma in fondo per
difendere sè dalla sua colpa, sè e lui che s'amavano, dalla potenza del
padrone. Mentiva, pur sentendo nel suo grembo agitarsi una vita oscura,
la quale sotto gli occhi dell'infermo non poteva nascere, nè poteva, in
quella casa vigilata, secretamente morire.
-- Tuttavia, Giorgio, -- diss'ella, pronunziando le parole con una
dolcezza proditoria, -- se tu sospetti vi sia fra noi qualcos'altro che
una dimestichezza necessaria, perchè nata appunto nel curarti insieme,
allontánalo dunque da questa casa, chiama un altro medico... vuoi?
Ella tremava dentro di sè per la paura ch'egli accettasse quell'offerta,
e ne tremava così forte, che non ebbe alcun rossore della sua duplicità.
-- Ma tu diméntichi, -- disse pensierosamente il malato, -- che siamo
stati veri fratelli durante l'intera vita. Forse a lui debbo quello che
fui, e nulla basterà per distruggere la mia riconoscenza. Vorrei solo
poter credere che tu non menti.
Ella intravvide la speranza di riuscire ad illuderlo ancora.
-- Come potrei farti credere, Giorgio, se la tua diffidenza è così
grande? Sì, è vero: io sento il potere della sua forza; sono un po'
schiava di quel dominio ch'egli esercita su tutti. Ma la mia vita,
Giorgio, è ben altra; ed è così lontana dalla sua, come potrebbe esserlo
da quella immaginaria d'un uomo conosciuto in un libro. La mia vita vera
è di camminare in silenzio vicino al tuo letto, di portarti uno scialle
perchè tu non abbia freddo, e di sentirmi lieta come non mai se un
giorno ti desti più riposato, e mi guardi sorridendo, con un poco di
riconoscenza nel viso...
Egli l'interruppe, tendendo una mano per incontrare la sua:
-- Oh, se sapessi quanta ne ho! E che rimorso anche! Senza di te, mi
sarei già liberato di questa mia vita inutile... Se rimango, è solo per
vederti un giorno di più; e so bene d'altronde che il tuo sacrificio non
sarà lungo.
-- Giorgio, Giorgio, per carità!...
-- Ne sono certo. Però, vedi come lo dico tranquillamente. Ciò che si
chiama la morte è una cosa viva ed enorme, che avvicinandosi fa rumore.
Fa, dentro le vene, un rumore sordo e confuso, che somiglia un poco al
rombo d'una cavalcata lontana. Si avverte un freddo impercettibile, che
agghiada tutti i sensi, ed allora l'anima fa come il sole nel tramonto:
lancia, con una specie di delirio, i suoi raggi più luminosi verso ciò
che possedeva nel mondo...
Parlava con una voce quasi meccanica, in cui certi suoni, certe sillabe,
spiccavano stranamente, come fossero schianti di riso secchi e malvagi
in un racconto monotono. Ella pure gli prestava un'attenzione puramente
meccanica, e soltanto l'eco di quelle frasi le batteva sui timpani,
facendole male.
-- Perchè mi tormenti? perchè mi tormenti? -- voleva dirgli quasi con
rabbia, sopraffatta da un malessere fisico, che le rendeva
insopportabile anche la voce, anche la presenza di lui. E lo guardava
trasognata, vedendo insieme l'obliqua lama di sole fendere la stanza,
piena di pulviscolo, di vita e di tempeste, come il suo cervello
sovreccitato. Lo guardava senza pietà, e per la prima volta con un
desiderio singolare di vendetta. Le pareva che dicendole: «Io so», --
dicendole: «Io ti perdono» egli avesse rotto quel prestigio che gli
conferiva il dolore taciturno, ed apparisse ora nudamente, come il solo
divieto al suo bene, come l'ombra inseparabile dal suo nascosto sole.
Anzi, quanto più le parlava egli di morte, tanto più si sentiva ella
trascinata nell'orbita necessaria di un tale pensiero, e quell'immagine
di funerali ch'ell'aveva respinta con tutte le forze dell'anima, d'un
tratto egli stesso la faceva balenare davanti a' suoi occhi, non più
come una remota ombra, ma come una imminente possibilità.
-- Sì, è una cosa viva ed enorme, che avvicinandosi fa rumore, -- egli
ripetè lentamente, come per imprimere queste parole nella sua profonda
memoria. -- Ed è allora che assale, non un rammarico solo della
partenza, ma il rimpianto irremediabile di tutto quello che la vita
poteva essere per noi. Ed allora nasce verso gli uomini, anche verso
quelli, sopra tutto verso quelli che ci hanno fatto male,
un'affettuosità grande e stanca, una voglia quasi di render loro tutto
il bene possibile, tutto l'amore possibile, perchè un solco di buona
memoria continui dopo di noi. Non si pensa che anch'essi a lor volta
finiranno, e la vita che prosegue ha qualcosa di stupefacente, come se
fosse una forza radiosa e mostruosa che urla e splende mentre soffoca
noi...
E tacque, attendendo forse una risposta, una sillaba qualsiasi, un
cenno. Ma quelle sue labbra sigillate non si mossero, nè le sue ciglia
batterono.
-- Mi ascolti? -- egli domandò allora.
Comprimendosi una mano sul petto, ella trasse un lungo respiro:
-- Non ti ascolto, no! non ti ascolto...
Egli bruscamente sorse in piedi e s'avvicinò a lei. Teneva la fronte
bassa, era mutato, pareva dibattersi fra un pauroso dubbio ed una grande
speranza.
-- Non ti ho mai domandata una cosa, -- disse.
Ella trasalì, ed i suoi splendenti occhi nascosero fra le ciglia uno
sguardo pieno di sospetto.
-- Quale cosa? -- domandò.
Ma egli esitava, come se avesse una profonda vergogna della domanda che
stavale per fare; poi disse:
-- Bada: non è una sciocca domanda che ti faccio. Vorrei sapere se,
infuori da tutto quello che si chiama una religione od una fede
nell'inconoscibile del mondo, senti con certezza di appartenere a
qualcosa che non finisce, a un Dio insomma... o se invece ti senti sola.
Egli fece una pausa, e la guardò come per indovinare la sua risposta. Ma
ella, senza forse aver preso il tempo di lasciar parlare la propria
coscienza, rispose con una voce opaca:
-- Sì, credo in Dio.
E così dicendo pensava a quello ch'egli le avrebbe domandato poi.
-- Bada, -- egli l'ammonì, -- non rispondere con le labbra soltanto.
-- No, no...
Egli le aveva presa una mano e la teneva serrata, quasi per comunicare
con le vene del suo polso, con i battiti del suo cuore.
-- O Andrea ti ha pure insegnato il suo gelido ateismo? -- egli mormorò,
curvandosi.
Ma ella scosse il capo, il braccio, con ira.
-- Basta! -- gli comandò; -- basta!
-- Allora, se un poco di fede non ti manca, -- egli disse, tutto acceso
dalla febbre della sua religiosità, -- se veramente hai nell'anima Dio,
non mi potrai mentire... bada!
-- Che vuoi?...
-- Sapere! sapere! -- gridò il malato con forza convulsa. -- Io, che
finisco la strada, io, che non ti ho mai fatto alcun male, io ti
domando: «Sei stata sua? In verità, in verità, sei stata sua?»
Ella scosse il capo con rabbia, come per prepararsi allo sforzo di
rispondere: No! -- poi si fece bianca d'un pallore quasi livido, e,
scandendo le sillabe, disse con una voce che pur lenta sibilava:
-- Non sono stata sua; non lo sarò mai!
Ma sentendo irrompere dall'anima in ribellione, più forte che il suo
medesimo cuore il bisogno di gridare la verità, si tese tutta
interiormente in una acerrima ira, e per costringersi alla menzogna
disse ancora più volte: -- Mai! Mai!
Esausto, egli si lasciò ricadere nella poltrona, premendosi le due mani
sul petto, e la guardò perdutamente, con un senso d'inanità, di
vergogna, stremato come un fanciullo che avesse voluto scagliarsi contro
una porta di bronzo. E nelle sue membra malate sentì quasi una paura
fisica di quella forte creatura, che aveva diritto a vivere, a ridere, a
godere, a mentire, a far tutto ciò che fanno i vivi, mentr'egli non era
più che un morto ancora barcollante, un travolto su cui la vita degli
altri passava come un torrente infrenabile...
Perchè la voleva contendere ad un altro amore, se questo amore nasceva
in lei, necessario e spontaneo come il suo profumato respiro? Perchè
voleva dilungare la sua squallida ombra nel loro invisibile sole?
A queste riflessioni, un riso amaro di sarcasmo gli echeggiò dentro
l'anima, senza salirgli fino alle labbra, mentre i suoi occhi smorti
fissavano con una specie d'incantamento la bella creatura femminile,
avviluppata in quel manto di sole che la ingloriava, che pareva
splendere da lei, essere il colore della sua bellezza, il raggio della
sua tutta ingemmata carne.
Gli sembrò che un rumore lontano, come di sonagliere su la strada, come
di campanelli infuriati nell'alte camere della casa, gli stormisse
dentro l'orecchie ronzanti, gli scrosciasse nel cervello vuoto, fra vena
e vena, doloroso, incessante. Quel sole!... che macchia faceva quel
sole! che barbaglio insostenibile, che incendio giallo su tutte le cose
circostanti!...
Ella era là, così vicina e pure inaccessibile, avvampata di quella
fiamma come un gioiello d'oro. E quel rumore continuo, come di
sonagliere su la strada, come di campanelli infuriati, gli cresceva
dentro senza posa, lo stordiva, lo accasciava, suscitando nelle sue
pupille dilatate una continuità velocissima di bagliori e di vampe.
Cos'erano? Forse quelle grandi rose gialle, cáriche di profumo e di
pólline, che parevano d'un tratto roteare nella striscia di sole,
incendiarsi, ardere? Le rose, o i suoi capelli scintillanti, o il
braccialetto d'oro che le balenava al polso, o tutta la sua materia
giovine e viva, cárica di profumo anch'essa, di pólline e di voluttà?...
Vampe, vampe, sonagliere, in una ridda confusa, in una specie di
vertigine gialla...
Accecato, chiuse le palpebre e sognò.
Sognò di lei, paurosamente, voluttuosamente, quasi per un bacio ch'ella
gli desse, non più su la fronte, come soleva, ma con le calde labbra su
le sue labbra ardenti, -- un bacio snervante, lungo, lento, che gli
assorbiva dalla gola turgida il respiro, che gli scorreva sui nervi non
placati come una molteplice carezza. Un bacio carnale di amante,
com'ella saprebbe dare se volesse, un bacio lascivo come la nudità,
voluttuoso come la colpa... E in quella specie di torpore, mentre vedeva
dietro il velo delle palpebre quel polverìo luminoso del sole, risentì,
quasi per una evocazione fisica, sotto le narici un poco ansanti
fluttuare l'odor femineo di lei, quell'odore soave che l'accerchiava
come un malefizio, che intorbidava un poco l'aria come la fragranza
eccessiva d'un fiore, che l'ubbriacava talvolta, nella sua debolezza di
malato, come una droga troppo forte.
Ora egli la vedeva, non più nel mezzo della stanza, ma come l'aveva
sorpresa una volta, all'uscir dal bagno, tutta nuda e gocciolante,
cosparsa di oscurità furtive il suo corpo voluttuoso. Quella volta
ell'aveva gridato, per il pudore subitaneo, con un piccolo grido acuto e
quasi ridente; poi s'era in fretta raggomitolata nell'accappatoio
tepido, schermendosi dall'esser veduta e chiudendo gli occhi quasi per
timore. Così la rivedeva ora, nell'abbaglio, e risentiva sotto le narici
ansanti quell'odor fresco di carne bagnata, di cipria e di lavanda,
quell'odore buono e colpevole del suo corpo che incitava all'amore.
...ed egli era sopra di lei, curvo, e la baciava; metteva le dita un po'
tremanti nel gran volume de' suoi capelli raccolti su la nuca, aspersi
qua e là di gocciole iridate; le strofinava il dorso pianamente, le
spalle pianamente, per rasciugarla; sentiva traverso la stoffa spugnosa
il tepore umido della sua pelle, s'inginocchiava dinanzi a lei,
l'avvolgeva con le braccia, la serrava contro di sè, più forte, più
forte... Ella si rannicchiava, freddolosa e vogliosa, dentro
l'accappatoio caldo: le uscivano dal basso i piedi rosati, le sue
ginocchia tonde gli urtavano contro il petto, stando ella tutta raccolta
in sè, tutta piegata come per ischermirsi...
Ma non si schermiva interamente; forse non era che un'arte leggiadra, un
amabile gioco; ed egli, tenendola per la cintura come una preda non
riottosa, piano piano addentrava una mano cauta nella scollatura
dell'accappatoio, prolungando la sua carezza per la gola turgida, e giù,
più giù, lentamente, con soste, come un ladro, nella dovizia calda,
rigogliosa del seno...
Vampe, vampe, sonagliere... Cos'erano? le rose gialle? i suoi
capelli?... Vampe.
Oh, come suonavano! che urlìo! che scampanìo forte, lacerante!... Che
male! che male! Barbagli, guizzi, come di grandi rose gialle, infuriate,
che roteassero... Una ridda... il sole... troppo sole... Ah, che
male!... Sonagliere, vampe.
Cos'era? Una specie di schianto nel cuore fioco; una specie di rimbombo
fragoroso entro le arterie stanche; una pietra infitta nel cervello,
così greve, così greve... Rose, vampe, sonagliere.
Cos'era? Una lussuria di moribondo, che non di rado lo tormentava, la
notte, nelle lunghe insonnie, mentr'ella se ne stava presso di lui, a
piè del letto, assonnata sopra una pagina interrotta.
Talvolta egli chiudeva gli occhi, fingeva d'essere addormentato, per
poterla desiderare senza tradirsi; gli entrava nel sangue un'accensione
dolorosa; la sua tenebra interiore s'illuminava di rosso, ed in quella
specie di febbre, come se le giacesse accanto, l'avvolgeva in più modi
nella sua lussuria inane.
Quand'era sano ancora, non l'aveva mai desiderata così; quando le
dormiva ogni notte accanto, non le aveva mai conosciuto questo irritante
calore di femmina e di posseditrice, che ora tentava sino allo spasimo
il suo desiderio spossato. Quando per la prima volta l'aveva baciata nel
talamo nuziale, gli era solamente sembrata una inquieta e sperduta
fanciulla, stanca forse della sua verginità, e per lungo tempo non aveva
nemmeno sospettato in lei quella tentatrice ch'ella era, così turgida e
sparsa di peccato in ogni piega del suo corpo, dalla fronte al piede.
Sì, forse aveva sin d'allora, nel cavo degli occhi, negli angoli della
bocca, nella forma de' suoi labbri, quand'era in silenzio e pensava, o
forse nella medesima sua voce, che talvolta si velava di risonanze
opache, forse nelle spalle affaticate per il peso del suo petto
fiorente, forse nelle braccia pieghevoli, nelle ginocchia pigre, un non
so che di stanco, di lascivo, anzi una specie d'indefinito languore, che
pareva, come un fumo d'oppio, addormentare le sue dolci membra in un
letargo pieno d'insensibilità. Ma nel suo letto maritale non era, -- e
Giorgio se ne rammentava -- che un'amante quasi inerte, una pigra onesta
sposa che sopportava l'amore.
Più tardi, -- ma solo più tardi -- ella era fiorita così; più tardi,
quando già per lui non era divenuta che una infermiera assidua ed una
buona sorella, quando le loro bocche non s'erano più congiunte in altri
baci che non fossero di consolazione o di dolore.
E chi dunque l'aveva così occultamente ridestata? Chi aveva ritolto da'
suoi sensi violenti quella fascia di torpore? Chi aveva diffuso per il
suo corpo soave quella virtù malefica di tentazione?
Oh, sì! egli le aveva ben detto, guardandola: -- Come gli rassomigli!
Ed ella s'era drizzata senza rispondere, con un moto nelle vertebre del
collo che le rovesciava un poco la fronte all'indietro: un moto abituale
in lui, che scolpiva la sua dura fierezza e rendeva imperiosa la sua
fredda volontà. Aveva imparato a dire: Sì! No! -- rapidamente, con una
voce ferma, che pareva inginocchiasse di colpo le resistenze altrui, --
a dire: Voglio! -- a dire: Devi! con quella decisione immediata e
serrata che pareva in lui quasi l'urto d'un impeto fisico, il guizzo
subitaneo d'una lama che si pianta e sta.
Ell'aveva detto: «Mai! Mai!...» -- dopo la sua domanda... Ma quali
parole potevan distruggere il valore delle osservazioni accumulate
giorno per giorno dall'istinto che non falla, e sotto la vigilanza di
una indagine involontaria? Ella diceva di no con la bocca, ma era invece
visibilmente più che la sua amante: un oggetto suo, una sua possessione
irredimibile, una vita congiunta con la sua vita, un sangue frammisto
nel suo medesimo cuore.
Egli l'aveva presa, forse dolcemente, ma come si afferra una preda,
quasi con artigli, bollandola d'un suggello di possesso che non si
cancellerebbe mai più.
Ed allora perchè volersi adergere fra loro come un miserando padrone,
goffo della sua gelosia? Perchè averle parlato, averle messo a nudo
sotto gli occhi la sua lunga e vana disperazione? Perchè interrompere
quel silenzio, che certo li proteggeva da una più grande calamità?
Come la riguarderebbe ora? Come fisserebbe i suoi occhi negli occhi di
Andrea?
E diceva a sè stesso: -- «Due creature umane, due vivi, hanno intessuta
insieme la loro felicità. Si amano. Questo non è soltanto una parola; è
vivere! Per spaventoso che a me paia, il lor diritto è più forte, più
necessario di ogni altro vincolo.
Se urlo, dove arriverà il mio grido? Io sono l'immobilità, sono qualcosa
d'inerte e di spento, che deve tacere.
Sì, di fatti: erano il mio amico e la mia donna...
Parole! tutto questo non è che un telaio fragile di parole! Vivere!
questa è la sola verità; con tutte le sue rapine indispensabili, con
tutte le sue crudeltà fatali. Dunque, se grido, che può fra loro, il mio
grido? Nulla. Sarà una cosa tutt'al più ridicola, come la trattan nelle
loro commedie gli uomini di buon umore... Od è invece un dramma? Sì,
forse; un piccolo dramma futile, come ne succedon tanti, ogni giorno, su
la faccia della terra impassibile... Povero cuore stanco, bisognava
tacere! La tua bellezza ultima era il silenzio; poichè si può fino
all'ultimo possedere una bellezza che sopravviva come un ricordo non
distruttibile nel pensiero altrui. Perchè l'hai sciupata miseramente?
Povero cuore, perchè sei stato così barbaro contro te stesso? Perchè hai
voluto «sapere?» anzi «essere certo?...» Bisogna che chi muore abbia il
coraggio di abbandonare ai vivi la loro felicità.»
Così ragionava seco stesso, in una specie d'assopimento fisico che gli
toglieva la percezione immediata delle cose circostanti. Non vedeva più
lei, nè la striscia di sole che ora inondava la stanza d'una sfrenata
luce, nè il gran mazzo di rose gialle ch'ell'aveva ordinate nei vasi,
lentamente, ad una ad una. Quasi non ricordava più le parole acerrime
dette fra loro; o per lo meno tutto questo gli pareva già lontano, in un
tempo quasi remoto, come al di là da un lungo svenimento, e solo a
sbalzi, nel turbinìo del suo cervello, nella vuota concavità de' suoi
timpani, ricominciavano a stormir sonagliere, ma più fievoli, come se
andassero per una strada più lontana, e campanelli a ronzare, ma più
confusi, come se infuriassero in alto, lassù, per camere più distanti...
Aperse gli occhi, rinvenne da quel torpore come da un sogno che fosse
durato senza limiti, e la cercò. Dov'era? Non súbito la vide:
quell'irruenza del sole pomeridiano faceva della stanza una prigione
infiammata, traeva da tutte le cose un fulgore insostenibile, simile
quasi ad un frastuono assordante.
Poi la vide: stava seduta dinanzi al cembalo, con la testa china, il
mento piegato sul petto, una mano su la tastiera, l'altra posata sul
grembo, quasi affondata nella gonna scura; ed ella medesima era coperta
d'ombra fino alle ginocchia, ma con il busto avvolto dal sole come dalle
spirali d'una fiamma che divampandole intorno al capo, quasi alla
sommità d'una torcia, le sprigionava dagli accesi capelli un volo di
pulviscoli d'oro.
-- Novella... -- chiamò con le sue fredde labbra.
Ella trasalì, si eresse; nell'atto brusco della mano tre tasti diedero
tre note veloci.
-- Non dormivi?...
Ma, invece di rispondere, Giorgio la chiamò a sè, tendendo le mani verso
di lei con un gesto supplichevole. Ella si levò, confusa, temendo
perfino il rumore che faceva nel muoversi, e con il cuore gonfio di
commozione s'avvicinò all'infermo.
-- Che vuoi? Stai male? Ecco, vedi!... -- gli andava dicendo con una
voce piena di umile fedeltà.
-- No, no, ascóltami...
Ella prese le sue mani, con dolcezza; le strinse. Ardevano entrambi, nei
palmi, nei polsi, d'una diversa febbre; si guardavan come fossero
entrambi colpevoli, con timore, con esitazione.
Allora ella vide su le ciglia dell'infermo, su quelle ciglia bionde,
così buone, sotto le quali non s'era mai fermata alcuna ombra iniqua,
vide brillare due lacrime grandi e limpide, che caddero insieme,
scavando ancor più la sua faccia devastata. Ed ella pure sentì un
singhiozzo rompere il nodo che aveva nella gola, irrefrenabile...
Senza parlare, senza mentire, si chinò su lui, su la sua bocca
addolorata, -- e piansero.
IV
-- Vedete, Giorgio, -- disse Maria Dora, -- mi sono lavata i capelli
stamane.
-- Lo so, mia bella cognatina. Mentre alla finestra li asciugavate, ho
veduto i vostri capelli sciolti, ed accecato da quello splendore, stavo
quasi per mandarvi ad alta voce un complimento.
-- Ah, sì? Un complimento non è mai di troppo! Ditelo dunque ora, se non
è una bugia.
Ella cinguettava con il cognato per distrarlo, per farlo sorridere nella
sua tristezza.
-- Ci tenete, proprio?
-- Ma, certo!
-- Ebbene, volevo dirvi: -- Cognatina, è il sole che splende, o siete
voi, con i vostri capelli, che mettete tanto oro nel mattino? -- Questo
è il complimento; vi piace?
-- Per bacco! -- ella fece con arguzia; -- davvero è fino: fino come un
madrigale. Pare impossibile che sia vostro! Dove l'avete letto, Giorgio?
-- Oh, Maria Dora! -- egli esclamò sorridendo; -- non mi credete nemmeno
capace di una cortesia così facile?
-- Non è poi tanto facile, via!... Sopra tutto per un ingegnere! Se mi
aveste detto, che so io... per esempio: -- Cognatina, i vostri capelli
splendono stamane come le rotaie della strada ferrata... -- ecco, lo
capirei! Ma così, come l'avete detto, così bene, così pulito... no,
francamente, puzza di letteratura! Oh, intendiamoci, non è per
offendervi, chè anzi ve ne ringrazio.
-- Ebbene, sia come volete; non ci bisticceremo per così poco.
L'essenziale è che vi siete lavata i capelli, e che i vostri capelli
sono d'un'abbondanza davvero straordinaria.
-- Novella ne ha più di me.
-- Forse; ma di un altro colore. Dov'è Novella?
-- Non so, -- ella fece con esitazione.
-- E Andrea?
-- Andrea sarà forse rintanato in camera sua. Da qualche giorno è
divenuto ancora più inavvicinabile di prima. Che bizzarro uomo! Non pare
anche a voi, cognato? Io, quando lo vedo, ho sempre voglia di gettargli
un pezzetto di zucchero come si fa con i cani da guardia per entrare
nelle loro grazie.
Egli fece con la mano un gesto vago, ma sorrise tuttavia di quella
irriverente opinione.
-- Andrea è un uomo d'ingegno, -- disse con lentezza il malato. -- Le
nature come la sua peccano sempre di qualche singolarità.
-- Ma egli è singolare in tutti i sensi, e più lo si conosce, più lo si
trova bizzarro! Sapete, -- ella seguitò con il suo parlar volubile, --
sapete che mi faceva la corte?
-- Ah, sì?
-- A modo suo, beninteso; con certe sue maniere un po' ironiche... ma è
fuor di dubbio che mi facesse la corte. Bene, ora invece, da cinque o
sei giorni, non mi parla nemmeno più: se ne è dimenticato. È seccante,
vi pare?
-- Questo non saprei, cognatina. Vi auguro in ogni modo che ricominci,
-- egli disse in tono di celia.
-- Bah... lasciamo stare!
Seduta vicino a lui, ella ricamava in fretta, però con una sbadataggine
estrema. Ogni tanto guardava il malato, ch'era disteso nella seggiola a
sdraio, coperto di scialli; e lo guardava nel mezzo del parlare, o
facendo altra cosa, perchè l'infermo non si avvedesse de' suoi pensieri.
Lo trovava miserrimo, ogni giorno più stremato, più povero di vita.
Nella faccia angusta gli si erano dilatati gli occhi e sporgevan
dall'órbite come fossero gonfi, in un cerchio di lividore. Le pupille
dilatate, scialbe, acquose, nuotavan in un siero azzurrastro; talvolta
si appannavano visibilmente, come una lama al calor del fiato. Quando
sorrideva, i denti parevan cresciuti: la gengiva superiore gli si
scopriva, congestionata sotto l'orlo del labbro, e quasi livida. Su la
pelle arida gli si formavan certe macchie di color scuro e spesso due
strisce rosse gli accendevan la fronte, equidistanti, fra le tempie
concave. La sua mano divenuta nivea, spesso, nel cercare un oggetto,
brancolava un poco.
-- Non vi sentireste, -- gli domandò la fanciulla, -- di uscire nel
giardino? Fa così tepido fuori.
-- Oh, no, Maria Dora! Non mi sento proprio di alzarmi. Se sapeste che
fatica mi costa muovere un passo!
E si rannicchiava negli scialli, poveramente, come un intirizzito. In
quel mentre papà Stefano tornava dalla fattoria, col suo cappellaccio di
paglia ficcato di traverso, la sua giubba da cacciatore. Era un bel
vecchio, aitante ancora, solido e bronzeo sotto i suoi capelli
d'argento; serrava tra i denti la pipa stracarica, ingoiando enormi
boccate di fumo con una specie di golosità. All'odor del tabacco,
Giorgio si mise a tossire.
-- Ahi!... me ne dimenticavo, -- esclamò Stefano con premura.
E soffocato il fornello col póllice, si cacciò la pipa dentro una tasca.
-- Fuma, fuma, -- lo esortò Giorgio.
-- C'è tempo! Veh, che brava Maria Dora! gli tieni compagnia.
-- Si discorre di tante cose, godendo il bel sole. Frattanto ricamo,
ricamo. A furia di ricamare mi sarò preparato un corredo bellissimo. Non
manca più che il marito. -- Fece una pausa: -- Il marito... parola
eroicomica!
E si mise a ridere di quel suo riso trillante, che le gonfiava la gola.
-- Oh, eroicomica!... -- esclamò il padre. -- Tu non sai quello che
dici.
Ella non volle insistere, anzi mutò discorso:
-- Papà, ora te ne racconto una bellina. La Berta se ne va!
-- La Berta?
-- Sicuro, e adesso verrà lei a dirtelo. Va via perchè... oh, debbo
ridere!...
-- Insomma lo vuoi dire o no?
-- Ora te lo racconterà lei stessa, perchè io... -- e rideva, -- io...
-- e rideva più forte.
La Berta, che lo aveva inteso entrare, giusto era venuta su l'uscio.
-- Ehi, tu, fatti pure avanti! -- comandò il burbero padrone. --
Sentiamo: cosa c'è?
La fantesca si avanzò di qualche passo, impacciata, con gli occhi bassi,
slacciandosi il grembiule. Stefano si tolse il cappellaccio di paglia e
lo buttò sopra un divano. Siccome cadde a terra, la fantesca, per far
qualcosa, andò a raccoglierlo. Con quel cappellaccio in mano, e per il
fulvo della sua chioma e per il vermiglio delle sue gote, pareva più
buffa che mai.
-- Dunque la sciogli o no quella tua maledetta linguaccia?
-- Dica lei, signorina... -- ella balbettò vergognosa.
Maria Dora se la godeva un mondo e non aperse bocca.
-- Che signorina d'Egitto! -- borbottò Stefano, con quell'aria terribile
che sapeva darsi nell'amministrare la giustizia fra i suoi dipendenti.
-- Spìffera tu!
La fantesca si fece cuore:
-- Signor padrone, ho deciso di andarmene via...
-- Buon viaggio!
Ma egli non si mosse; ella neppure.
Dopo un breve silenzio papà Stefano disse:
-- Oh, e perchè poi?
-- Lo domandi alla signorina.
-- La signorina non c'entra.
-- E allora lo domandi al signorino...
-- A chi?
-- A quello lì... -- ella fece, scostandosi impaurita e segnando col
dito Marcuccio, ch'era venuto su la soglia nell'udir quelle voci.
-- Sì, a lui, proprio a lui... -- ripeteva cocciuta la fantesca,
segnandolo a dito. Si era fatta rossa, quasi paonazza come una
melagrana, ed aveva le lacrime agli occhi. Papà Stefano abbandonò quel
tono di accigliata canzonatura, si fece grave:
-- Sentiamo: cosa c'è stato?
-- Certe cose, certe cose, padrone... -- piagnucolava la Berta.
Lo scemo cominciò a sghignazzare ed a contorcersi contro lo stípite;
allora ella, fattasi ardita, sciolse lo scilinguagnolo.
-- S'immàgini che non mi lascia stare un momento. Mi tocca, mi provoca,
mi salta addosso... Poco fa mi ha fatto bruciare il lardo! Ne ho
abbastanza! Guardi un po' che pizzico!
E si fece avanti, squadrando con occhi nemici lo scemo, che sempre
sghignazzava; si rimboccò una manica fin sopra il gomito e mise in
mostra un bel lividore.
-- Dio! come fai la schizzinosa... per un pizzico! -- esclamò Maria Dora
con perversità. Ma la Berta non s'interruppe nemmeno.
-- Poi sentisse cosa dice, padrone!
-- Andiamo, andiamo... -- borbottò Stefano, conciliante.
-- Insomma pensi che la notte mi devo chiudere in camera a chiave!...
-- Ohibò!... -- fece Maria Dora con la sua vocetta maliziosa.
Allora lo scemo si fece avanti, serio serio, con una grande aria di
cerimoniale; drizzò su le gambe lunghissime la sua persona sbilenca e
disse in tono declamatorio:
-- Infatti, caro padre, ho deciso di prender moglie. Quello che ti
racconta costei, non importa. È venuto il tempo che mi debba maritare:
ventitre anni ho, padre.
La ragazzotta, paurosa, corse in un angolo e scioccamente incominciò a
piangere.
-- Costei, -- riprese lo scemo, -- costei non intende. Piange? Perchè
piange? Le ho detto: -- «Sei grassa e rotonda; mi piace l'odore del tuo
collo, dove nascono i tuoi capelli rossi. E quando scopi mi piaci,
perchè la tua sottana dondola e sta bene. Sposiámoci, Berta; voglio
vedere se sei fatta come una donna.»
Allora il padre s'avvicinò a lui, posandogli una mano su la spalla; e
cercava di persuaderlo amorosamente:
-- Questo che dici non è bene, Marcuccio. Lascia stare la Berta; va e
scrivi.
-- Non ora, padre. Debbo raccontarti ogni cosa prima delle mie nozze.
Frattanto rideva, ma di quel suo riso atono, che gli afferrava soltanto
la bocca e la obliquava in una smorfia sinistra; un riso metallico,
breve, aspro, che gli stringeva la gola come una mano ruvida e ne traeva
un corto singhiozzo.
In certi momenti non si poteva impedirgli di parlare, affinchè non desse
in ismanie.
-- Sì, padre. La sposo per aver fatto un sogno. Un sogno che faccio
quasi ogni notte, in questa primavera. Mentre dormo, la porta si apre;
lei entra; è veramente lei, quasi nuda, con i capelli arruffati, e ride.
Ride; poi si dondola nella camicia da notte come una cosa molle... Mi
dice: -- Hai chiamato, Marcuccio? -- Sono qui. -- S'avvicina, mi tocca;
io soffoco. Butto via la coltre, le dico: -- Entra nel letto. -- Non
vuole, ma ride. Ride e si china... Sento che ha un odore forte, come una
donna nuda. -- Guarda, -- mi dice: -- sono bella? -- Sì, Berta, sei
bella. -- Poi, se la voglio, fugge. E si dondola nella camicia da notte
come una cosa molle...
Si mise a ridere sguaiatamente:
-- Vedi? anche ora fugge.
-- Marcuccio, -- lo implorò il padre, -- vieni con me; discorreremo noi
due soli.
E cercò di trascinarlo via per un braccio. Ma egli resisteva, caparbio.
-- Padre, tu forse non comprendi che sono innamorato.
Allora Maria Dora scoppiò a ridere, esclamando:
-- Uh! uh... Marcuccio innamorato!
-- Perchè ridi, sorellastra?
-- Certo che rido, -- ella rispose. -- Perchè tu puoi sposare una
ragazza bella e pulita, mentre la Berta puzza di cazzeruole... È unta!
-- Sorellastra, ti dico: tutto puzza e tutto non puzza, secondo che un
odore piace o non piace. Siccome sei maligna, alle mie nozze tu non
verrai. La Berta sarà vestita di bianco, io di nero, e tutti gli
invitati porteranno un cero come nelle processioni. Farò suonare le
campane, a stormo. Sorellastra, se mi regalerai un anello d'oro, con
cinque brillanti, allora ti perdonerò.
Andrea sopravvenne in quel momento e si fermò all'udire que' discorsi.
Ma súbito interruppe lo scemo con una voce piena di potere:
-- Marcuccio, che stramberie vai dicendo?
-- E voi, Andrea, -- seguitava lo scemo senza dargli retta, -- voi,
Andrea, nel giorno delle mie nozze, direte a tutti: -- Quest'uomo che si
sposa è Marcuccio Landi, poeta, filosofo e musicista. Mettetevi a
ginocchi e riveritelo: egli è grande!
-- Io dirò a tutti, -- esclamò Andrea: -- Quest'uomo che si sposa non è
affatto grande, perchè invece di dedicarsi al suo lavoro perde il tempo
dietro le sottane. Così non avrà nessuna gloria.
Egli diceva queste parole fermamente, come le avrebbe rivolte ad un uomo
sano d'intelletto, ed affrontava lo scemo con tutta la violenza del suo
sguardo insostenibile.
Una bianca ed umile paura si dipinse tosto nel viso di costui ed il suo
sguardo si fece errante sotto la dominazione di quell'occhio più forte.
-- Non direte questo... -- balbettò, con una specie di terrore.
-- Lo dirò certamente, se non abbandoni questo pensiero assurdo.
-- Maestro... -- fece smarritamente lo scemo, -- maestro... e in tal
caso, l'amore?
-- L'amore? -- esclamò Andrea nervosamente, con una rapidità quasi
iraconda. -- L'amore non è che un perditempo! Cerca di saper farne a
meno, anzi di persuaderti che l'amore non c'è!
Lo scemo dovette meditare su queste parole; poi gli parve d'aver
compreso.
-- E voi, -- domandò lentamente, -- voi non amate?
Quasi urtato in pieno petto dalla domanda inattesa, che aveva, o gli
parve, un non so che di proditorio, Andrea Ferento ebbe un sussulto
impercettibile, rovesciò la fronte all'indietro con quell'atto imperioso
ch'era in lui abituale quando voleva resistere o comandare.
-- Io, -- disse con asprezza, come se la domanda non gli venisse dallo
scemo e non a lui dovesse rispondere, -- io non ho amato che una sola
cosa nel mondo: la mia opera; e ciò basta.
Poi traversò quasi con impeto la stanza, e preso lo scemo per un polso,
fortemente lo accompagnò verso l'uscio. Da lui Marcuccio si lasciava
condurre con una docilità quasi pecorile, senza osare mai di
contraddirlo, perchè nel suo sperso intelletto non dominava che una sola
fissazione: quella di potergli assomigliare.
Aveva con ardenti sogni amato la gloria nella sua giovinezza dedita alle
fatiche più nobili dell'ingegno, e questa gloria ch'era stata la sua
lontana amante, il suo fantastico sole, continuava ora a perseguitarlo
con tentazioni assurde, a riaccendere di eroiche imprese la sua demenza
mansueta.
Papà Stefano si era seduto sopra una seggiola, e raccoltasi la fronte
nella mano, meditava dolorosamente su la pietà che gl'ispirava il suo
figlio. Ogni tanto scoteva il capo e si ricacciava la commozione in
gola, mordendo la pipa spenta, che lo impolverava di cenere. Di
sventure, nella sua lunga vita, ne aveva sopportate assai, con quel
coraggio paziente che l'anima dei semplici sa radunare contro la
sciagura; ma questa, che gli aveva distrutto nel fiore dell'età il suo
figlio adolescente, questa non la poteva tollerare per quanta
rassegnazione avesse nel suo cuor di cristiano.
Finchè Marcuccio se ne stava zitto, faceva la calza, scriveva o
camminava per la casa come un automa, traendo dal suo violino, sempre,
sempre, quella medesima canzone, ch'era divenuta per tutti quasi un
incubo superstizioso, il padre non malediva la sorte, si contentava di
guardarlo con occhi tristi e scuotere silenziosamente il capo. Ma quando
l'udiva imbastire insieme, con una voce monocorde, que' suoi lunghi
discorsi incoerenti, che tradivano il cervello senza governo, e poi
finivan per lo più in una risata stridula, che faceva male come un colpo
di frusta, il padre talvolta non sapeva più contenere la piena del suo
dolore taciturno.
Dopo una lunga pausa, il vecchio disse alla figlia:
-- Maria Dora, va piano piano a vedere cosa fa.
La fanciulla si levò in silenzio dalla poltrona dov'era seduta a
ricamare, e camminando con lievi passi uscì per andarlo a spiare. Poco
dopo fu di ritorno, con la medesima cautela, e rispose, facendone
l'atto:
-- Scrive.
Poi, senza guardare Andrea, sedette di nuovo nella poltrona, presso
l'infermo, ed abbassò il capo sul ricamo che aveva incominciato.
Ora non parlavano più; tutti e quattro, in quel silenzio parvero stare
in ascolto, forse d'una lor intima voce che ad ognuno lasciasse cadere,
come pietre sul cuore, un peso di sillabe lente. Ascoltavano, ed ognuno,
tacendo, in quella sera piena d'ambiguità, ricamava sul proprio telaio
una trama invisibile di pensieri. Per l'uscio aperto si udiva giungere
quel rumore familiare che fanno le stoviglie, le argenterie, quando
s'apparecchia la tavola.
E il giorno, fuori, diminuiva. Il sole, come un largo tappeto, si
ritraeva dalla terra umida, strisciava sul fogliame degli alberi, sui
tetti più alti, sui vertici delle colline. Veramente a guisa di un
tappeto che il crepuscolo andasse arrotolando, sollevava nell'atmosfera
limpida qualche soffio di polvere voluminosa, che lentamente scendeva,
cadeva, prima impalpabile, poi folta, sopra i contorni delle cose.
Gli alberi si vestivan di buio, come se il vento li avvolgesse d'un
torbido fumo. Non era puranco l'ora delle campane: un grande silenzio
veniva dalla terra circostante, un silenzio quasi religioso, che
affaticava la loro sensibilità.
V
Quando furono in fondo al giardino, ella si strinse a lui con tutta la
persona e gli cercò la bocca.
-- Bada... -- egli disse impaurito; -- non qui!
La sera già folta li nascondeva; ma erano più che mai timorosi, più che
mai sperduti d'amore e di terrore, mentre il destino si compiva in ogni
attimo, con una irremediabile celerità. Egli si tese in ascolto, poi
l'attrasse dietro un alto cespuglio che faceva quasi una nicchia, dove
nessuno li avrebbe scorti.
Che buon odore di menta selvatica veniva dall'umida erba in quella sera
scintillante! La terra satura esalava il suo respiro profumato,
quasichè, nella propizia ombra, godesse la carezza d'un amante e quel
soverchio profumo fosse l'effluvio della sua nascosta voluttà.
Là dietro, per l'intrico dei rami, si vedeva la casa biancheggiare con
tutte le finestre chiuse, tranne una, che splendeva, ma d'un lume
vacillante, quasi già vi ardesse il chiarore d'una lampada funeraria e
l'anima dell'abitatore addormentato stesse di là per evadere nella notte
grande. Non osavan guardare lassù, a quella sola finestra rischiarata,
poichè, dietro la trasparenza dei vetri, vedevano la vasta camera
taciturna, greve di morbo, densa di ombre fluttuanti, la camera ond'eran
usciti poco prima, a breve distanza l'un dall'altro, cauti, su la punta
dei piedi, per non interrompere quel sonno troppo lieve.
Oh, come sono diverse le finestre che splendono di notte nella facciata
d'una casa buia! Sonvene, per chi cammina e le vede passando, alcune che
fanno invidia, che dànno quasi uno scoramento indicibile, una specie di
triste gelosia verso la gioia che rischiarano. Sole, nell'alta notte,
nell'alto silenzio, brillano d'una luce impudica, irruenta, ilare, che
somiglia quasi ad uno scoppio di riso, che somiglia quasi alla
bianchezza d'una nudità, -- e sono le finestre dell'amore; ma dell'amore
giovine, che non rifugia nell'ombra le sue colpe, che non ha paura della
propria felicità.
E sonvene di più velate, dalle quali pertugia insidiosamente un chiaror
soffocato, che paiono dire a chi passa: -- «Férmati e ascolta; non senti
venire per l'aria un ánsito di voluttà? Siamo due soli e nascosti, e
siamo accesi d'una febbre taciturna, che istilla quasi un veleno sottile
nel sapore d'ogni bacio...» -- E sono le finestre dell'amore; ma
dell'amore già perverso, che si ubbriaca di filtri e sóffoca il suo
grido nella coltre contaminata. Poi talune che vegliano solitarie, con
una lampada immota, e sembrano rischiarare l'insonnia d'un'attesa, --
d'un'attesa lunga ed inutile, o il mormorio d'una preghiera, -- d'una
preghiera fatta per l'assente, che forse non tornerà -- o la stanchezza
d'una mano che scrive, che scrive senza mai fermarsi, che scrive senza
mai rileggere, al suo sogno lontano, al suo lontano amore...
Poi talune, che sembrano illuminarsi d'un tratto, per una paura
subitanea, per un dramma notturno, con ombre che s'avvicendano
repentine, come se vi fosse nella camera un tramestìo di gente, che va,
che viene, che parla concitata... Poi altre, le quali sembrano tenebrose
della lor luce, come sono quelle fiammelle ad olio che bruciano davanti
ai tabernacoli, in certe abbazìe di campagna, le sere d'autunno, dopo il
vespero, quando le chiese dei poveri si émpiono di preghiera e di
malinconia...
Sono finestre semispente, che hanno un colore; nessuna ombra si muove
nel loro fondo opaco; nessun romore viene dalla lor immobilità; ma solo
una specie di brivido che si prolunga nella notte, che si propaga nel
buio, con disperata tristezza. -- E sono le finestre segnate, su le
quali, perchè si spengano del tutto, soffierà la morte...
Assaliti così da quel brivido, e pur indugiando nel bacio che li colmava
d'oblìo, essi rividero la faccia supina dell'infermo, affondata nel
guanciale, che apriva gli occhi senza muoversi ed in quel bacio li
guardava. Sebbene avesse le fattezze del cadavere già scolpite sotto la
pelle trasparente, li guardava cupo e fiso, per infondere uno spavento
inesorabile nel loro inesorabile amore.
Egli disse a lei, che s'annidava nelle sue braccia, e lo disse come per
esprimere quella imprecisa paura:
-- Non odi?
-- Che?
-- Un rumore...
Ascoltarono.
Tutto il giardino dormiva. Solo, tra ramo e ramo, tra foglia e foglia,
qualche rapido crepitìo, qualche sussulto fugace interrompeva l'odorato
silenzio, metteva nell'ombra effusa di chiaror lunare un risveglio pieno
d'ambiguità. Su la terra, nell'impenetrabile intrico dell'erbe, si
agitavano vite furtive; in alto, fra i tacenti nidi, sotto le volte
sonore dei padiglioni arborei, gli sciami notturni come orchestre in
sordina aliavano senza tregua producendo un indefesso ronzìo. Laggiù,
nella vasca, lo zampillo tenuto basso pullulava piano piano, scorrendo
in un rivolo quieto che non sciacquava, ed ogni tanto interrompendosi
come per riprender lena. Ad intervalli vi si udiva uno schianto: era
forse una ranocchia, od un rospo, che dal margine vi saltava dentro, sul
ventre piatto. Dai piccoli sentieri, fra i cespugli, sbucava un odore
intenso di fioriture nascoste; poi d'improvviso, nell'inclinar del
vento, la fragranza del maggengo non mietuto, che arruffandosi ad ogni
folata prolungava per i campi una sonorità non dissimile dal tintinnìo
d'un metallo, e in vicinanza, in lontananza diminuiva, come uno strepito
di verghe d'argento.
Senza parlarle, quasi con ira, egli appoggiò contro la sua fronte una
mano fredda, e piegatole il capo all'indietro si curvò su lei, come se
lo struggesse la tentazione di dirle una parola terribile, di confidarle
un segreto immane, ma volesse prima leggere ne' suoi femminili occhi se
aveva una così forte anima da poterne contenere in sè la tragica
violenza.
-- Ascóltami, -- egli disse, con voce sorda, che pareva il rombo d'una
soverchia fatica interiore, -- ascóltami, Novella, e médita bene prima
di rispondere.
Poi fece una pausa ed accrebbe la lentezza delle sue parole. Domandò: --
Fino a che punto puoi amare un uomo?
-- Non un uomo -- ella fece, con perdizione, -- te solo, te solo...
-- Non mi rispondere così, a fior di labbro. Interroga bene te stessa.
Troppe volte si confonde l'amore con l'esasperazione dei sensi, e troppe
volte l'amore ha paura di sè stesso, quando lo risveglia un pericolo
ch'esso non prevedeva.
-- No, -- ella disse, -- non c'è risveglio, non c'è limite...
-- Ma vi può essere, -- egli rispose, premendo col palmo su le radici
de' suoi capelli scintillanti, -- vi può essere un'altra cosa che tu non
sai... -- E sordamente, senza un tremito nei diritti occhi, soggiunse:
-- La disperazione.
Ella stava un po' curva all'indietro, piegata su le reni, ed oscillò. Ma
il braccio dell'amante la reggeva per la cintura, onde non fu che un
peso più greve contro la sua forza. Ismemorata, come se non potesse bene
afferrare il senso di quelle sue parole, ma tuttavia ne rabbrividisse:
-- La disperazione?... -- balbettò. -- Che dici?
E gli andava serrando le braccia con le mani trepide, come se cercasse
in lui contro lui stesso un aiuto. -- Che vuoi dire? Perchè mi parli a
questo modo? Io non so nulla, non so nulla... ma ti amo...
Diceva questo con una semplicità, con una sincerità che soverchiava ogni
ragionamento; pareva che gli volesse rispondere: -- Perchè m'interroghi?
perchè mi tormenti? perchè cerchi di esagitare in me fantasmi che non
conosco? Ti amo... Non c'è forse tutto in questa parola? A che scopo
vuoi saper oltre?... La disperazione?... ma è una sola: Non essere tua.
Ecco, ti rispondo: Essere tua fin dove tu voglia, e come e fin quando a
te piaccia. Divenire un oggetto minuscolo, inerte, nel dominio della tua
forza: null'altro. Ed è questo, non ti sembra? l'amore...
Così ella pareva dirgli con quelle parole semplici, ed egli se ne rese
ben conto. Anzi misurò per un attimo lo sfondo senza limiti dell'anima
femminile, anima che sfugge alla comprensione dell'uomo nè sopporta
l'altrui e meno ancora la sua propria vigilanza. Ond'egli pensò ch'era
oltremodo vano tormentare con tante ricerche il suo docile cuore.
A sè stesso, più che a lei, mormorò due parole rapide, vicino alla sua
bocca: -- «Non ancora».
«Non ancora. Tu hai diritto alla mia mercede, povera creatura, perchè
sei meno forte, e perchè mi ami. Io solo soffrirò per entrambi: -- io
solo».
Subitamente, quell'odore della sua bocca lo sconvolse. Più forte che
l'aroma della notte primaverile, più forte che l'olezzo del giardino
ebbro, vaporante come un incensiere, su lui potè l'odore femineo di
quella sua bocca soavissima, di quelle sue labbra socchiuse, appena
umide, che avevano sete, che avevano involontariamente la forma ed il
sapore d'un bacio, ch'erano più lascive di una forma ignuda, più nude
che la nudità. Allora vide, intorno a' suoi occhi abbassati, le ciglia
luminose tessere due piccoli semicerchi d'oro, e vide la sua pelle, su
le gote, sul collo imbiondire per una vellutatura ch'eravi cosparsa,
limpida, scintillante come l'oro.
E vide nella sua gola riversa accumularsi un'ombra che tutta la vestiva,
come un manto sotto il quale fosse nuda, e sentì che il suo petto gonfio
colmava lo spazio fra loro, trasalendo ad ogni respiro, come fa un
ventre femineo quando assorbe la voluttà...
Brillava una finestra, una sola, ma fosca, nella casa buia; e fra i
meandri del giardino addormentato egli la portò a giacere su l'erbe che
fiorivano, come sopra una coltre viva, in un letto fragrante.
Il vento, delle praterie sonore, portava lo strepito del maggengo non
mietuto, che in vicinanza, in lontananza diminuiva, come un clamore di
verghe d'argento.
VI
-- Natalissa! Natalissa, vieni su!
Era la voce di Maria Dora che chiamava dall'alto del giardino,
affacciandosi al terrazzo, fra le spalliere dei gerani rampicanti, che
fiorivano a mazzi d'ogni colore, nascondendo sotto un magnifico tappeto
vivo tutto il muro della scalinata.
-- Corri, Natalissa, corri!
La bambinetta era in fondo al giardino, aveva nel grembiule un fascio di
ramoscelli, che suo padre mondava dall'aiuole troppo folte.
-- Lascia giù quella roba, e corri, Natalissa!
Con una certa cura la bambinetta vuotò il grembiule sul margine del
prato, fece in modo che il suo fascio non si disperdesse, poi cominciò a
correre. Aveva in testa un cappello di paglia che la copriva come un
ombrellone, ma il sole tuttavia l'aveva morata come una bacca selvatica.
-- Signorina Maria, che vuole? -- diss'ella con quel suo modo garbato di
donnicciuola grande, la quale sappia il fatto suo.
-- Bisogna che tu corra sùbito in paese a cercare il dottor Paolieri, e
dovunque si trovi, che venga su di filato, ma sùbito, e venga pure se
fosse occupato, perchè il signor Giorgio sta male... sai, piccina: molto
male.
-- Oh, poveretto! -- esclamò la bimba senza riflettere. -- Ma, e se non
lo trovo?
-- Cércalo, cércalo dappertutto; dillo al farmacista, dillo a tutti
quelli che incontri, e manda persone in giro finchè l'abbiano trovato.
Poi non rimase a discuter oltre; tornò dentro frettolosa, gridando
ancora una volta:
-- Corri, Natalissa!
Ma questa, nella sua testolina ragionevole, non poteva persuadersi di
quella necessità.
-- Come mai? Hanno un dottore in casa... che bisogno c'è del Paolieri,
quello che cura i poveri?
Tuttavia si mise a correre, come le avevan detto, poichè era ubbidiente.
Intanto, sul primo pianerottolo della scala, Maria Dora vide qualcosa
che la percosse d'un grande stupore. Novella era nel corridoio, diritta
contro la parete, a pochi passi dalla camera di Giorgio; pareva in croce
contro il muro, con le spalle oppresse come dal peso di una fatica
interiore, le braccia un po' discoste dai fianchi, le mani aperte, quasi
aderenti all'intónaco, e tutta bianca nel viso d'un pallore che alterava
le sue fattezze. Non solo, ma nel medesimo tempo aveva intravveduto
Andrea sparire di lì, entrar per una porta, uscirne, tornare, quasichè
non avesse potuto nascondersi a tempo. Era passato davanti a lei che
saliva, senza guardarla, senza forse vederla, con gli occhi stranamente
esagitati, i capelli che parevan irti. Ed in entrambe quelle facce un
non so che di malvagio, di folle, una specie di tragica simiglianza.
Ella vide questo, e si fermò davanti alla sorella, senza trovare il
coraggio di parlarle. Ma questa non fece il più piccolo movimento, e
rimase con gli occhi sbarrati, le mani aperte, quasi crocifissa contro
il muro.
-- È strano, -- pensò Maria Dora; -- ogni volta che Andrea torna dalla
città, Giorgio si aggrava...
Tutta la casa era sossopra; nella camera del malato i familiari si
affacendavano; la Berta ne usciva ogni tanto, in punta di piedi,
strisciando su le pantofole di feltro, facendo tutto quello che le si
ordinava. Ora passava con una bottiglietta, or con una pentola d'acqua
bollente; poi venne fuori papà Stefano e si mise a chiamare con voce
soffocata:
-- Andrea...
Maria Dora prese una mano della sorella e dolcemente le domandò: -- Che
hai?
Novella strinse la sua mano, forte, forte, senza rispondere; gli occhi
le brillavano, accesi d'una febbre che ne consumava il pianto. Allora,
levando il capo verso l'altro pianerottolo, Maria Dora vide il suo
fratello Marcuccio, seduto su l'ultimo scalino, fermo come un cane
accucciato, e che guardava in aria, con le pupille fisse, ascoltando.
Aveva il suo violino su le ginocchia, l'archetto nel pugno, e senza
batter ciglio, con ferma intensità, pareva tutto assorto nell'ascoltare
un lontano rumore di avvenimenti, una confusa voce che parlasse con lui
solo.
Vedendo la casa in tumulto, guidato forse dall'istinto, era venuto egli
pure su quella scala, presso la camera dell'infermo, dove non entrava
mai.
-- Andrea, Andrea... -- ripeteva la voce del padre.
-- Ebbene? -- disse questi, apparendo su l'angolo del corridoio.
C'era in lui una specie di convulsione ferma, che la tensione de' suoi
nervi dominava a stento.
-- Non posso fargli più nulla, -- disse con voce rapida.
Aveva tra i sopraccigli una ruga profonda.
-- Ma... ràntola... -- balbettò Stefano.
Andrea rovesciò indietro il capo, con una specie d'urto che scosse tutta
la sua persona:
-- Lasciàtelo stare. O la crisi passa, o questa volta è finita.
Ripetè ancora, con una voce più sorda: -- È finita.
E cominciò a camminare velocemente, in sù, in giù, davanti all'uscio
dell'infermo. I suoi passi facevano romore; il pianerottolo ne
traballava; la ringhiera scossa mandava una specie di ronzìo.
Poi si fermò di scatto:
-- Viene questo medico?
-- Sì, -- rispose Maria Dora timidamente.
-- Che viene a fare?
-- Mi avete detto voi di chiamarlo... voi stesso, poco fa...
-- Sì, è vero: l'ho detto io. -- Fece una pausa: -- Bene, venga!
Di nuovo si mise a camminare, più rapido, con maggiore concitazione.
Gli occhi di Novella inseguivano ogni suo gesto, ogni sua mossa, quasi
fossero ammaliati; ed egli non la guardava mai; non guardava nessuno.
Dalla stanza dell'infermo uscì mamma Francesca, e piangeva. Mormorò:
-- Bisogna salvarlo...
Poi carezzava la fronte della figlia maggiore, dicendole:
-- Ti senti male, è vero, povero cuore?...
-- Sì, mamma, così male!...
Ma la Berta, ch'era per un momento rimasta sola con il malato, scappò
fuori quasi correndo, bianca di paura.
-- Oh, la sciocca! -- fece Stefano, vedendo la sua pavidità.
Ora, quel giorno, Marcuccio la odiava. Per non guardarla, o forse per
dispregio, col dosso della mano in cui teneva l'archetto si coverse gli
occhi, fin quando fu passata.
Macchinalmente Andrea guardò l'ora. Disse:
-- Le tre. Non piangete, Novella! vi prego, vi prego non piangete!...
E risolutamente varcò la soglia, dietro la quale stava il moribondo; la
soglia buia che segnava quasi un limite.
Allora, in quella penombra, da solo, Andrea s'avvicinò al letto nel
quale stava disteso il malato inconoscibile; si curvò leggermente per
ascoltarlo, e rimase immoto. In quella breve distanza, dal limitare al
letto, nello sforzo enorme che aveva dovuto compiere sopra sè stesso,
l'incubo del suo spirito si era dissipato come per incanto; una gran
pace gli entrava nel cuore: piuttosto che pace era una lucida
insensibilità.
Lo guardava, lo poteva guardare senza tremarne. Non era più che la
squallida ombra d'un uomo, in cui persisteva tenacemente una fievole
vita.
E il medico pensò: -- «Una crisi. Non sarà l'ultima. Ora è già quasi
domata. Passa.»
Avrebbe voluto anche toccarlo, tastargli le tempie, i polsi, il cuore,
-- ma le sue proprie mani, involontariamente, si rifiutarono. Allora
tese l'orecchio: il respiro fluiva più uguale nonostante il fiochissimo
rántolo, nonostante la viscida saliva che gli schiumava tra le labbra.
E il medico pensò: -- «Fra poco gli si potrebbe fare un'altra iniezione
di caffeina; il cuore ha già ripreso un po' di forza.»
E vedeva con l'occhio esperto riaccendersi la vita nell'esausto cuore.
Lo vedeva, senz'averne alcun segno, per una specie di sensazione fisica,
la quale gli proveniva dall'aver molto spiati gli indizi della morte, il
calore impercettibile della vita.
Non si moveva; era come affondato nel materasso; la coltre si alzava sui
piedi congiunti, su le ginocchia un po' salienti: un braccio pendeva dal
lenzuolo con la mano torta, come se nell'affanno avesse cercato di
ghermire, di stringere; soltanto nella gola denudata era il gonfiore di
uno sforzo continuo; nelle palpebre qualche battito.
Gli pareva d'essere accanto ad un altro malato, ad uno dei tanti che
aveva ritolti alla morte o vegliati nelle agonie; gli sembrava quasi
d'essere l'artefice davanti all'opera, e di doverla compiere con quella
tranquillità di spirito che pareva separarsi dal suo cuore d'uomo; gli
sembrava di non esser altro che una macchina, attenta e paziente. Se una
vita era in pericolo, a lui toccava salvare quella vita: questa era la
sua missione nel mondo, questo gli appariva semplice, come al timoniere
il mettere su la barra la sua mano forte, come allo spegnitore d'incendi
l'avventarsi dentro il fuoco.
Macchinalmente mescè dentro un cálice alcune gocce d'una pozione con un
sorso d'acqua, e gliela fece colare traverso le labbra bavose,
tenendogli sollevato il capo con una mano passata dietro la nuca. Senza
volerlo aveva pur vinta la repulsione del toccarlo, e poichè il liquido
non trangugiato gli colava per il mento, lo rasciugò con un panno.
Dolcemente gli ripose il capo nel cavo del guanciale, gli compose la
mano torta sotto la coltre, lo coverse fino alla gola, e stette a
guardarlo.
Allora l'uomo -- non più il medico -- pensò ad un tempo lontano della
lor giovinezza, quando quella creatura sfinita era un maschio
avventuriero della buona strada, e si erano data la mano, da uomini, da
galantuomini, per affrontarla insieme, la vita. E lo rivide nelle sue
sembianze d'allora, vestito di panni semplici, come si conviene a chi
vive tra lo scoppio delle mine ed il rimbombo delle macchine
generatrici, con la sua bella fronte illuminata di volontà, l'anima che
gli brillava negli occhi, limpida come il suo sguardo sincero. Egli era
forse un po' selvatico a quel tempo, e si trovava dappertutto a disagio
fuorchè tra le squadre d'operai, che capitanava come un condottiero, che
lo amavan come un fratello più forte, ma uguale ad essi nelle fatiche,
primo nei pericoli, integerrimo nella sua splendida povertà.
Rivide un giovine alto della persona, nervato di ferrei muscoli nella
carne arida, sebbene dal colorito un po' esangue, dalle fattezze quasi
di adolescente, forse per quegli occhi azzurri che gli schiaravano la
faccia e la biondezza dei capelli non folti, che davan quasi una
trasparenza alla sua dolce fisionomia. Non aveva più famiglia, era solo
nel mondo, e in luogo d'ogni altro amore aveva l'ambizione inflessibile
di avanzarsi contro la vita per una via di conquiste, sacrificando tutti
gli agi allo splendore della sua meta lontana.
Ma aveva un fratello nel mondo, un fratello come lui combattente, come
lui persuaso che ogni giorno si debba fare un passo più innanzi; e
quand'ebbero denaro, divisero il denaro, quand'ebbero sciagure, divisero
le pene, quand'uno si coronò di gloria, e l'altro si sentì pure
innalzato nella sua medesima elevazione. Da presso, da lontano, separati
e mai disgiunti nelle dure imprese che affrontavano, traverso l'età e le
molte insidie che la vita ordisce contro gli affetti umani, salvarono
quest'amicizia sacra, questo patto fraterno che li rendeva più forti, e
delle cose o dei principii che la vita aveva loro insegnato a
considerare in guise opposte non discutevano mai, per non gettare
un'ombra pur lieve su questa concordia assoluta.
Quanta vita nella memoria! quante vicende coraggiose! quante belle
pagine di due storie umane, vissute per cammini opposti, con un solo
cuore!
-- «Ti ricordi?...» -- voleva quasi dirgli, mentre stava curvo sopra il
suo letto, sopra le sue logore membra, in quella camera semibuia. -- «Ti
ricordi?...»
E con quella celerità istantanea che solo il pensiero possiede, tutta
rievocava in un baleno la storia di tanti anni, le vestige di tante
memorie che infuriavano, là indietro, come foglie ammulinate, in quel
turbine che si chiama il passato. E ogni tanto domandava a sè stesso,
quasi con un senso di reale incertezza: -- «È lui? proprio lui,
quest'uomo che ora giace? quest'uomo ch'io faccio morire? È lui?
Giorgio?...»
Anche il suono mentale di questo nome gli pareva una cosa lontana.
Poi subitamente si ricordò di una sera, -- una sera non tanto remota in
quella corsa a ritroso degli anni -- quando Giorgio era venuto a
trovarlo nel suo laboratorio e s'era seduto in un angolo, taciturno, ma
con l'aspetto di volergli dir qualcosa, di volergli fare una confessione
grave. Perchè mai di quella sera egli si rammentava così bene ogni più
piccolo episodio? -- Che strana cosa! In quella sera egli provò per la
prima volta una specie di presentimento, oppure una di quelle sensazioni
inspiegabili che paiono più tardi presentimenti quando il fatto accade.
Era verso l'ora del pranzo, d'inverno, e pioveva. La pioggia produceva
di continuo su la gran vetrata del laboratorio quel rumore scrosciante
che un secchio d'acqua produce vuotandosi di colpo sovra un lastricato.
Giorgio lo guardava; ed egli era seduto sotto la luce del riflettore, in
mezzo a fiale, a storte, a gelatine dense di bacilli. C'era su la tavola
un coniglio morto; in una gabbia tre topolini che giravan come trottole.
-- Sai, Andrea...
-- Ebbene?
-- Son persuaso che tu ne riderai, ma devo nondimeno confessarti una
cosa...
-- Ti ascolto.
-- Ecco: mi sono finalmente annoiato di viver solo; ho un'idea fissa,
nella testa, o nel cuore, non so... Insomma c'è una ragazza alla quale
voglio bene... ed avrei pensato di prender moglie.
-- Oh, strano, strano... strano.
E si ricordò di aver sollevato per le orecchie quel coniglio morto,
ch'era freddo agghiacciato, e che ricadde come piombo. Certi particolari
di nessun rilievo hanno talvolta più valore, più senso, nella memoria,
che altri avvenimenti gravi.
Gli sembrò allora, per la prima volta in tutta la vita, che da quelle
parole, da quell'attimo, fosse per insorgere un ostacolo fra loro. Ma
egli era un incredulo, un negatore: non vi badò.
In quei giorni doveva riferire all'Accademia di Scienze su la scoperta
di un nuovo bacillo e sopra un metodo di cura ch'egli proponeva,
presentando un siero, che, dapprima combattuto, invalse poi nella
medicina come un rimedio indiscusso, lasciando gli stessi medici
stupefatti per la rapidità e la potenza de' suoi risultati. Era in quei
giorni assorto pienamente dal lavoro, nervoso, irritabile, pervaso da
quella febbre che accende l'uomo il quale sappia di possedere in sua
mano una forza prodigiosa e debba farla riconoscere dalla ottusa
diffidenza di coloro che paventano la novità; non viveva che tra la
Clinica ed il laboratorio, trascurando il cibo, accordandosi poche ore
di sonno, sostenuto solo da quella incurvabile volontà che gli stava
confitta nel cuore come una lama, fino all'elsa, in un legno duro.
E però si rammentava anche la voce di Giorgio, quando gli disse quelle
parole; una voce che non gli aveva udita mai, vergognosa o timida, come
la voce dell'uomo che debba farsi perdonare una colpa.
Gli aveva risposto, quasi con negligenza:
-- Allora ti sei finalmente innamorato... ami... anche tu!... -- in
quell'«anche» c'era quasi un piccolo disprezzo. Giorgio rispose:
-- Anch'io.
E un'altra cosa rammentava, più nitidamente ancora, con una precisione
singolare.
Qualche settimana dopo gli venne curiosità di conoscere questa fidanzata
di Giorgio e andò con lui a visitarla nella sua casa.
L'aveva trovata bella... sì, molto bella -- e null'altro. Era stato al
loro matrimonio, li aveva condotti fino alla stazione quand'erano
partiti per il loro viaggio di nozze. Se ne tornò indietro solo, un po'
triste, mentre gli pareva che qualcosa dell'antica lor fratellanza fosse
andato in fumo, poichè per tutti i sentimenti, per l'amicizia come per
l'amore, non bisogna essere che in due.
Ma una volta, forse un anno, un anno e mezzo più tardi, Giorgio lo aveva
invitato a pranzo, come soleva di tempo in tempo, e quella sera Giorgio
si sentiva male.
Ella era sempre un poco taciturna quand'egli veniva nella lor casa;
Andrea lo aveva osservato infatti, senza domandarsene il perchè. Inoltre
certi suoi movimenti, certe inflessioni particolari della sua voce, gli
parevan un po' ambigue.
Si era chiesto sovente se Giorgio fosse felice con lei, ma non osava
parlarne con l'amico; era sceso tra loro un insensibile velo.
Quella sera lo ricevette lei sola, in un salotto che dava sul giardino
ed aveva un terrazzuolo fiorito di caprifoglio; sì, di caprifoglio o
forse di glicine: un'alberatura nodosa che saliva dal giardino
sottostante arrampicandosi nella ringhiera, e che mandava un odor forte.
Non c'eran lumi nel salotto, poichè si andava incontro all'estate; il
crepuscolo, rosso come un gran braciere, bastava da sè ad illuminare con
il riverbero delle sue vampe.
Ed ella disse che Giorgio era sul letto a riposarsi prima del pranzo
«perchè Giorgio stava un po' male...»
Poi discorsero d'altre cose. Eran seduti vicino alla finestra, a due
passi l'un dall'altra, lei con un abito di color viola, scollato,
percorso intorno alla cintura da una grande fascia nera. Teneva i piedi
sovrapposti, poggiati sovra un cuscino: quello ch'era sotto si piegava
come avesse la caviglia rotta, con una straordinaria elasticità; l'altro
non istava mai fermo. Le calze tenui trasparivan di bianco; aveva su
ciascuna scarpina una bella fibbia di antichi diamanti, rotonda, che
luccicava.
Il rumore della sua gonna di seta ogni tanto le saliva intorno alla
persona come il rumore di una cosa viva; ella parlava distrattamente, di
cose futili, con una voce lenta, facendo lunghe pause.
Allora egli sentì per la prima volta, con precisione, ch'ella lo
guardava come una donna guarda un uomo, attentamente, minutamente, senza
lasciarlo intravvedere, e questo gli dette un senso di molestia, un
senso anche di stupefazione. Si accorse d'un tratto ch'era singolarmente
bella, d'una bellezza tentante, d'una bellezza non casta: il che aveva
quasi dimenticato dal primo giorno che la vide.
Sollevò gli occhi per guardarla negli occhi, e tutt'e due si sentirono
un po' confusi... Di che? Di nulla; d'un pensiero, d'un'ombra, d'una di
quelle indefinibili sensazioni che sono il principio di tutti i desideri
colpevoli.
Egli cominciò ad osservarla, e subitamente gli parve di aver già
custodita nel suo pensiero l'immagine di una donna fatta come lei. Sono
vibrazioni veloci, contro le quali non si ha tempo di reagire; ciò che
le provoca è forse la loro impossibilità apparente, ciò che le alimenta
è forse il terrore che incutono.
Cominciò a guardarla egli pure, minutamente, attentamente, come un uomo
guarda una donna, e la trovò più bella che mai. Gli piacque non solo il
suo corpo, ma il vestito che portava, e quel suo nastro nero alla
cintura, ed il rubino che le brillava sul dito come una goccia di
sangue, ed il profumo del quale si era cosparsa, e la mano e la bocca ed
i capelli, e sopra tutto la sua voce un po' velata, e sopra tutto la sua
femminilità così piena di seduzione involontaria.
Turbato, per interrompere quell'incanto, si levò e disse:
-- Ma, e Giorgio? Non potrei andarlo a vedere?
Ella con gli occhi lo seguiva, e rispose lentamente:
-- Sì, se volete...
Oh, se ne ricordava come fosse trascorso un solo giorno! E da allora,
proprio da quell'attimo, un gran dramma aveva pervasa la sua vita, gli
era entrato come una paurosa novità, non nell'anima soltanto, ma nel
cervello e nei sensi, fino a sconvolgere tutto quello ch'era stata fino
allora la sua concezione delle cose, fino ad afferrarlo in una specie di
possessione, contro la quale non c'era in lui nè fuori di lui rimedio
alcuno. Egli sapeva talvolta escludere una passione, ma limitarla mai.
La sua natura non gli consentiva di rimanere a mezzo di alcuna strada: o
non percorrerla, o andar oltre, contro tutto, inesorabilmente, come su
l'ala di un destino.
Fra questi pensieri egli non si rammentava più d'essere in quella
camera, presso il guanciale d'un sofferente, sotto la salvaguardia del
tetto che l'ospitava, nell'intimo d'una famiglia costituita. Ma invece
gli pareva d'essere davanti ad un giudice invisibile, contro il quale
gli fosse mestieri giustificare la sua colpa.
D'improvviso lo interruppe nelle sue divagazioni un rumore di gente
sopravvenuta; si volse.
Papà Stefano e mamma Francesca facevano entrare il medico Paolieri,
ch'era venuto su di corsa e trafelato ansava.
Andrea lo squadrò velocemente, con uno sguardo nemico; l'altro, al solo
vederlo, si fece ritroso ed umile, quasi avesse una fredda vergogna di
compiere il proprio officio davanti a quel grande salvatore d'uomini.
Pareva, più che medico, un buon diavolo di sensale, con i suoi scarponi
impolverati, i calzoni stretti che gli facevan due borse alle ginocchia
ed un suo certo soprabito, d'un giallo stinto, che portava sempre
sbottonato, fino ai mesi del solleone. Aveva la faccia adusta, la mano
del vangatore, una grigia capigliatura spettinata che gli metteva
qualche ricciolo su la fronte intarsiata di rughe; aveva gli occhi
vivaci, il naso forte, un paio di baffi tagliati a spazzola, duri come
setole.
-- Professore... -- articolò, con una specie d'inchino.
Per lui il malato era una cosa del tutto secondaria in quel momento; ciò
che lo stordiva era di trovarsi davanti al grande clinico, al medico
illustre, all'uomo di battaglia e di scienza che l'intero mondo ammirava
come un prodigioso rinnovatore della medicina moderna.
-- Professore... -- mormorò un'altra volta, -- è lei che mi ha fatto
chiamare?...
Sudava, pover'uomo, a grosse gocciole, ma non osava rasciugarsi la
fronte.
-- Ella è il medico del paese? -- domandò Andrea Ferento, senza
indietreggiare dal letto dell'infermo, come se vi stesse a guardia.
-- Sì, signor Professore, io sono il medico condotto... -- rispose il
Paolieri, con un altro inchino più goffo.
Ci si vedeva poco nella camera: Andrea fece segno a papà Stefano di
aprire a metà un'imposta, e fu Maria Dora che, scivolando dietro il
padre, andò alla finestra. Andrea aveva ritrovata la piena padronanza di
sè. Tenendosi ritto parlava con gesti sobrii, guardando ora il malato,
ora il medico, dando ragguagli esatti su quanto era accaduto.
C'era più luce ora, ma il letto rimaneva nella penombra, con quell'uomo
supino e fermo, che pareva non desse alcun segno di vita.
-- Ci fu un momento difficile, -- spiegava Andrea, -- e temendo il
peggio, ho desiderato fosse presente anche lei. In due si vede assai
meglio e si provvede con maggiore tranquillità.
-- Oh, Professore... io debbo ringraziarla, ma non potevo essere che
inutile... certamente inutile...
Fino allora, mentre il Ferento esponeva con lucidità la crisi patita
dall'infermo ed i rimedi usati, l'ottimo Paolieri non aveva rivolto che
qualche sguardo distratto al giacente, standosene assorto nelle parole
del narratore come se volesse mostrargli di non perderne una. E di
continuo faceva con la testa un segno d'assenso, anche dove questo
appariva superfluo.
Ogni tanto intercalava, come una litania:
-- Vedo, vedo, vedo... -- Forse non vedeva nulla, tanta era la sua
confusione.
-- Per fortuna, -- seguitava il Ferento, -- in capo d'un certo tempo,
mediante l'iniezione, ho potuto rianimare il cuore, e da vari indizi ho
notato che la crisi ancora una volta sarebbe stata vinta senza gravi
conseguenze. Ora, più che altro, si tratta di un grande prostramento
nervoso, che tende a scomparire. Il respiro è difficile, ma assai meno
di prima: il polso debole, ma riprende, -- e si potrebbe, se lei crede,
fargli un'altra iniezione di caffeina. La dose che gli ho somministrata
finora è piccola: una seconda può giovare.
-- Ma senza dubbio! -- disse il Paolieri. Poi soggiunse: -- Oh, scusi...
-- E in fretta si cavò il soprabito.
Fino allora non s'era nemmeno accorto di portarlo indosso, tanta era
l'abitudine che ne aveva; e l'essersi tolto senza necessità quella sua
specie di casacca o di giubbone, era il più grande segno di rispetto
ch'egli potesse dare ad un uomo.
-- Se vuole, -- disse Andrea Ferento, quasi a termine del suo parlare,
-- se vuole, dottore, lo esamini.
Era un invito, sì, ma detto nel modo con cui si propone ad alcuno di
fare una cosa del tutto inutile.
Il Paolieri s'appressò al letto; prese macchinalmente il polso del
malato, gli toccò la fronte, gli rovesciò un labbro per guardargli le
gengive. E questo fece due volte. Poi gli scoverse il petto ed ascoltò
il cuore; gli mise una mano sul fianco per esaminare il fegato e gli
premette l'intestino.
Nel fare quel che faceva da anni, tante volte al giorno, come nel
compiere le pratiche d'un mestiere assiduo, dimenticava perfino la sua
soggezione e la presenza stessa di quel gran medico. Faceva tutto ciò
con coscienza, assumendo nella sua faccia ruvida un non so che di grave,
quasi d'intelligente.
Poi lo ricoverse con delicatezza: ancora una volta gli guardò le
gengive, le membrane interne degli occhi, a lungo, e di tutto
quell'esame non fece che dire:
-- Già... già...
-- Le pare? -- disse Andrea, attentissimo.
-- Già... come lei diceva, Professore... non si tratta che di un grande
prostramento... l'iniezione gioverà.
-- Sì, facciamola.
Fu allora che il malato aperse gli occhi e stupitamente li guardò. Due,
tre volte li aperse, non potendoli tener fermi; e li guardava l'un dopo
l'altro, attonito, cercando.
Mosse le labbra, forse per dire un nome... Quale nome?
Certo quello solo che amava, quello inestinguibile, che per lui non
moriva nella morte: Novella...
Appunto era venuta su la soglia ed aspettava, tutta bianca.
VII
Il malato si levò ancora dal letto e parve per alcun tempo godere di un
benessere nuovo. Siccome i giorni si facevan caldi, sua moglie lo
accompagnava durante il pomeriggio sotto un pergolato a riparo dal
vento, e là sedevano, rimanendo per lunghe ore insieme. Ogni tanto li
venivan a trovare o Maria Dora o gli altri della casa, e la giornata
passava quasi rapida, nonostante l'inerzia di quella calda primavera.
Talvolta capitava su Maurizio, a parlar della sua caccia o dei
campicelli di suo padre, che li aveva laggiù, verso valle, con una
piccola cascina. Ed erano allora lunghi discorsi, che il malato
ascoltava con un sorriso benevolo, mettendovi qualche parola ogni tanto,
sempre con dolcezza.
Il Ferento andava, tornava, dalla città in villa, sin tre o quattro
volte per settimana. Il malato gli diceva continuamente, con un sorriso
calmo: -- Perchè mi curi? Tanto è inutile...
Ma si sentiva più felice quand'egli era lontano, quando poteva restar
solo con lei, senza che nessun estraneo interrompesse con la sua
presenza quella specie d'intimità nuova ch'era nata fra loro. Dopo la
crisi terribile, pareva che il male volesse dargli una tregua, una di
quelle tregue ingannevoli che talvolta precorrono l'agonia.
Egli rimaneva lungamente a guardarla, con un sorriso pallido su le
labbra, gli occhi un po' velati, come se non fosse mai sazio del suo bel
viso e volesse portar seco nella morte la più compiuta immagine di lei.
L'anima sua traboccava di dolcezza, e, quasi per comunicarle questo
senso d'amore, ogni tanto allungava la mano a carezzar la sua mano; le
diceva una timida parola d'affetto, con l'esitazione d'un innamorato che
parlasse per la prima volta. Ella era triste, accasciata, stanca; tutti
i sintomi della maternità travagliavano il suo corpo; la opprimeva una
disperazione taciturna davanti a quel pericolo che ogni giorno si faceva
più prossimo. Che sarebbe stato di lei, di loro, se non avesse potuto
più nascondere, prima della sua morte, quella vita inconfessabile?
La sua morte? Ma chi le aveva mai detto ch'egli dovesse morire?
Infatti, per una specie di graduale suggestione, s'era già quasi avvezza
a questo pensiero come all'attesa d'un fatto inevitabile, d'un'ora
imminente, e per vari giorni, senza volerlo, senza ben sapere
cos'attendesse, era vissuta nell'aspettativa da un attimo all'altro di
quel grido che la chiamerebbe lassù, nella camera semibuia, presso il
letto dov'egli rimarrebbe disteso...
Il giorno anzi dell'ultima crisi, udendo il suo rantolo, aveva creduto,
senza volerlo, provandone anzi un orrore immenso, che il momento
inevitabile fosse venuto, e rimanendo come in croce, là, nel corridoio,
attendeva che alcuno, forse Andrea, nell'uscire da quella camera le
dicesse con uno sguardo: -- Sai...
Ma ora lo vedeva sorridere, camminare, parlare... lo spettro funerario
s'era di sùbito arretrato, e mentre in addietro quell'avvenimento le
pareva lì lì per succedere, ora non lo immaginava neanche più; non
aspettava più quel grido. E nell'esame interiore che ognuno suol
compiere di sè medesimo, s'accorgeva con terrore di averlo desiderato.
La sua morte? Ma chi le aveva mai detto che dovesse morire?
«Forse fra poco, forse fra qualche anno...» Vagamente le pareva di aver
intese una volta queste parole su la bocca di Andrea.
E allora qual'altra possibilità rimaneva per lei -- e non per lei sola
-- davanti a questo nodo inestricabile che nulla poteva troncare? Qual
dramma scoppierebbe nella casa il giorno in cui la sua maternità
divenisse manifesta? Non era forse uccidere, ma d'una morte più barbara,
quell'uomo dolce che l'amava? Ed il suo padre che farebbe? e la sua
mamma, e la sua fresca sorella che direbbero di lei? Ecco: la casa, il
nome sottomesso allo scorno della gente. Una creatura nata nella
tragedia, senza padre, senza diritto a vivere... E Andrea? e il loro
amore?...
In quelle ore d'ozio, stando seduta presso il marito che non moveva gli
occhi da lei, senza tregua ella si rivolgeva nella mente queste domande
affannose, lasciandosi cullare da un'inerzia totale delle membra e dello
spirito, come una povera creatura che, perduta ogni speranza di
salvezza, si lasci travolgere senz'alcuna resistenza verso l'urto che la
dissolverà.
E tuttavia, nascosto nell'anima, impreciso, indefinibile, aveva quasi un
filo di speranza... di speranza in quell'uomo così risoluto e così
certo, che le pareva capace di soverchiare tutte le impossibilità; in
quell'uomo che le aveva detto una notte, una notte d'amore: -- Così ti
amo, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «Più forte».
Ella non ne aveva compreso il senso, non aveva nemmeno cercato di
comprenderne il senso; ma era come una sensazione di forza che
aleggiasse intorno a lei, una potenza incontrastabile che avesse radici
profonde in quel suo petto virile.
Non si parlavano più che a rari intervalli, di sfuggita. Egli era più
che mai taciturno; quando non doveva tornare in città, passava le
giornate chiuso nella sua camera, trasformata in una specie di
laboratorio, fra i libri di scienza e le ampolle delle sue misteriose
medicine. Soltanto a lunghe distanze di giorni, talvolta, nel cuore
della notte, quando la casa era tutta spenta, ella scivolava giù dal
letto per andare a lui, per temprare in quell'animo forte il suo stanco
dolore.
Tutto gli raccontava, tranne, per un pudore involontario, le parole di
quel pomeriggio, quand'ella era seduta presso il cembalo ed una striscia
di sole feriva obliquamente la stanza, piena di polvere viva. Ma nelle
sue reticenze tuttavia si era tradita più di una volta. Finchè, un
giorno, egli non fece che prendere le sue mani, poi, senza farle
violenza, ma con quella voce che aveva ogni potere su lei e che pareva
rimproverarle il silenzio come un disamore, le domandò:
-- Perchè mi nascondi qualcosa? perchè non mi dici tutto quello che sai?
Ella non tacque oltre. A faccia china, gli ridisse tutte le parole, una
per una, tutte.
Egli notò solo che l'infermo l'amava tuttora d'una passione d'amante, e
che dal suo dolore traspariva una orrenda gelosia.
-- Dimmi, ed hai sentito che ti amava? che ti desiderava... proprio
così? Dimmi!
Elle ebbe, nel ricordo, una specie d'ira.
-- Perchè vuoi che lo dica? Sì, ho sentito il suo desiderio caldo come
una febbre avvinghiarmi, soffocarmi... ed ho avuta per un attimo la
tentazione di gridargli in faccia: «No! làsciami... làsciami... perchè
infatti, è vero, lo amo!... sì, lo amo con tutta la gioventù delle mie
vene!... lui amo: Andrea. Non farmi più mentire!» -- E per un momento,
con una specie di crudeltà voluttuosa, tutto quello che vi è d'immondo
in me, nel mio cuore pieno di tormento, nella mia carne piena di vizio,
mi ha fatto sentire l'odio, un vero odio, contro questa creatura malata
che m'incatena al suo letto come un'infermiera, che si trangugia la mia
gioventù come una medicina, mentre là, fuori appena dalla finestra, c'è
il sole, c'è l'aria, c'è il vento... ed io vorrei lanciarmi a quella
finestra e gridarti: Sì, vieni, vieni!... préndimi! pórtami via!...
Egli ascoltava senza dir motto, chiuso in una rigida impenetrabilità,
come se ascoltasse piuttosto la voce del suo proprio cuore che non la
voce di lei. Vedendolo pensare così profondamente, lo chiamò per nome,
indi lo scosse, poichè le parve che una sofferenza fisica gli alterasse
la fisionomia.
-- Guárdami, Andrea... Che hai?
Con un gesto vago della mano egli scacciò la torma dei pensieri che
l'assediavano, e disse:
-- Idee!... null'altro che vuoti fantasmi!
Su la sua fronte, divisa dalla ruga profonda come una ferita, ella
passò, per diradarne l'ombre, la sua mano lieve.
-- E non li puoi disperdere, tu che sei così forte?
-- Disperdere? Anzi, no! Bisogna invece discutere con essi, poichè veri
e temibili fantasmi sono quelle ombre che la nostra coscienza non osa
prendere di fronte, alle quali non osa dire: «Tu ti chiami, per esempio,
rimorso; per esempio, delitto; per esempio, morte.» Poichè, vedi, la
nostra coscienza è talora un senso involontario di giustizia, ma più
spesso è una paura dell'anima davanti alla felicità. Molte volte un atto
infinitesimale di coraggio basterebbe all'uomo per risolvere tutto il
problema della sua vita... e non l'ha! Pensa che schiavi siamo, noi che
poniamo quasi sempre i nostri desideri là, dove questa paurosa coscienza
ci impedisce di giungere.
Poi fece una pausa, e guardò negli occhi la donna che amava, colei che
portava nel grembo il lor figlio concepito, e quasi tremando le domandò:
-- Novella, se un giorno tu sapessi che nel lontano passato io commisi
una colpa orrenda... se tu sapessi d'un tratto che sono macchiato, che
porto nel mio cuore un suggello d'infamia incancellabile... cosa diresti
allora di me? cosa faresti per punirmi, Novella?
-- Che importa? -- ella rispose: -- questo non è vero...
-- Ma, se fosse vero?... -- incalzò l'amante: -- Rifletti bene: «Se è
vero?»
Ella sorrise, lo abbracciò, divenne scherzevole, quasi volesse
allontanare quel pensiero molesto.
-- Ne avresti orrore, -- egli concluse. -- Anzi, non mi ameresti più.
-- Oh, -- ella fece, -- come sei pazzo!
Gli fece passare le dita fra i capelli, ravviandoli, quasi adoperasse un
pettine fino. I capelli spartiti risorgevan ondosi, con una specie di
ribellione, dietro il solco delle sue dita.
-- Cosa può importare a me quello che avresti fatto? Io non ti giudico:
ti amo.
-- Sì?... e la sapresti perdonare, dimenticare, la mia colpa? anche se
fosse la più grande?...
Ella s'avvinghiò a lui, forte, per comunicargli traverso le vene quella
verità che stava per dirle, e con un filo di voce, poichè vi son cose
che van dette piano anche quando si è soli:
-- Senti... -- bisbigliò, -- qualsiasi cosa tu faccia, ora, e nel
passato, e sempre, penserò che quella cosa è giusta, e che fai bene...
perchè ti amo fino a trasformarmi nella tua propria volontà e sono in te
più fortemente che il tuo stesso cuore...
Egli premette le labbra contro la sua gola calda, e rise, d'un riso
convulso che lo faceva trasalire, illuminandolo di gioia come un
repentino sole.
-- Ora, -- disse perdutamente, ora ti possiedo per la prima volta come
volevo, e più nulla -- ricórdati! -- più nulla ci saprebbe dividere.
Senza busto, con i capelli raccolti da un pettine solo, ravvolta in una
vestaglia di seta che la fasciava senza nasconderla, con i piedi scalzi
nelle pianelle di raso orlate d'ermellino, il pizzo della camicia che si
arruffava nell'incrociatura, ella raccolse contro di lui tutto il calore
del suo corpo innamorato, sentendosi a poco a poco disperdere in un
oblìo voluttuoso, come se al di là da tutte le angoscie, da tutte le
servitù cui la vita incatena, ella non volesse più rimanere altro che
l'amante, l'innamorata, la femmina perdutamente sua, nè volesse ormai
conoscere altra disperazione oltre quella de' suoi baci ubbriacanti
nella complicità e nell'ebbrezza d'una notte d'amore...
Allora, con la mano che brancolava in cerca del suo tepido grembo, egli
sentì nel ventre non piano trasalire -- o così gli parve -- la forma
della creatura.
VIII
-- Il diritto a dare la morte... -- profferì a sè stesso Andrea Ferento,
con una voce che pareva misurare ogni sillaba di quel dilemma
inesorabile, mentre teneva sospesa contro il lume una fialetta colma
d'un liquido senza colore, trasparente come l'acqua, che però tramandava
dalla sua purezza un non so che di poderoso e di sinistro. Non
sprigionava intorno a sè un colore nè un odore che bastassero a
definirlo, ma una specie di possibilità nefasta: la virtù del poter
uccidere; come l'acqua invece tramanda l'innocenza ed esprime
l'innocuità. La luce della lampadina accendeva una piccola raggiera sul
vetro dell'ampolla; questa rifrazione bruciava le sue dita, pareva
investire d'un riverbero tutta la tragica persona dell'esaminatore.
Egli era solo, nella sua camera chiusa, tra gli alti scaffali carichi di
libri e l'armadio vetrato, che lasciava intravvedere, un sopra l'altro,
parecchi ordini di vasi medicinali. La tavola da lavoro, ingombra di
scartafacci, di provini, di siringhe, di storte, di bottiglie tappate,
era d'ácero nudo, e per la sua larghezza ingombrava quasi un terzo della
stanza. Dentro una specie di nicchia, fatta come un'arcata, ch'entrava
per mezzo metro nello spessor del muro, il letto era disposto nel senso
della parete; una tenda vi cadeva sopra a baldacchino, senza coprirlo
interamente.
Egli portava sopra l'abito una tunica di tela greggia che gli scendeva
sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone
come un saio da monaco; l'alta sua persona prendeva in quella veste una
apparenza ieratica.
Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo
sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli
abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose
dei gelsomini.
-- Il diritto a dare la morte... -- profferì una seconda volta, con
maggiore lentezza, Andrea Ferento. -- Uccidere! La parola bella e
terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu
non puoi uccidere perchè non puoi creare,» -- predicarono i remoti
Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della
natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria:
«uccidere?»
Dalle origini stesse della vita l'uomo non fece che stabilire limiti. È
inteso: c'è un male, c'è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come
e da chi?
Ah, ecco, intendo! All'estremo, all'ultima pietra milliare della
comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete
messo, -- è incredibile! -- questa parola che fa tornar da capo: «Dio».
Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non
esser uomini, mentre l'averla concepita come uomini vuol dire
semplicemente aver dato un nome, null'altro che un nome, ad una
sensazione d'impossibilità.
In voi non trovo la mia strada, Evangelisti.
Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia
vita vuole una morte.
Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili,
sono davanti a un'agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto
nascere, e la mia sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie
rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo
che si prolunga.
O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita
semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel
sepolcro? Non ammettete l'uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè
stesso, l'uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d'una
sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo
l'ostacolo che lo divide dalla sua felicità?
Chi me lo impedisce?... Cristo? -- Cristo era un uomo come me: io non
gli credo. La legge? -- La legge è stata fatta da uomini come me; non
rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più
scaltro: la évito. Forse la coscienza? -- Essa è paura, è viltà, è un
terrore atavico dell'uomo: bisogna insegnarle a volere con
inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini,
è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti,
senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la
natura stessa non avesse riservato all'uomo la possibilità di propinare
una morte nascosta? Che sarebbe l'amore in sè medesimo, se per lui non
fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro
me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho
amata una donna non mia e l'ho resa madre: mi trovo nell'impossibilità
di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto.
Lascerò ch'ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con
risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei?
Forse avrei dovuto, quando ne sentii nascere il primo palpito, soffocare
in me questo inevitabile amore. Ma tutto si può fare al mondo, fuorchè
non amare ciò che si ama.
Ora, contro il diritto a vivere di queste due creature, che sono ormai
la mia sola ragione di essere, sta un'agonia, sicura ma tenace, lenta ma
irremediabile... Due giovinezze davanti ad un sepolcro, due ricchezze
davanti ad una miserrima povertà. Fra queste cose, il coraggio della mia
mano, la stilla invisibile di un veleno, il martirio nascosto della mia
coscienza... Ebbene, in tale dilemma, è più onesto concepire la
coscienza come una schiavitù paurosa, che rifugge dal delitto per il
solo terrore de' suoi fantasmi, o concepirla come un coraggio efferato,
che avvinghia quei fantasmi e li soffoca per la felicità di chi ama?
O voi, che invisibili e presenti squassate intorno alla mia coscienza i
vostri mantelli neri, ascoltate ancor questo dalla mia voce che non
trema: -- Io feci olocausto di me stesso al mio amore d'uomo, al mio
dovere di padre, e se, per giudicare un colpevole, può esservi un altro
giudizio che non l'oscuro confessionale o la teatrale aula d'una Corte
d'Assisi, questo giudice libero mi dirà: -- «Tu sei stato un anarchico
ed un santo. Se puoi, vivendo, sopportare il tuo delitto, la sua potenza
medesima ti assolve. Di fronte ai mediocri taci e nascondi, perchè i
mediocri mai ti comprenderanno.»
Allora, nell'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio
dalla sonora muraglia, udì suonare la Canzone Disperata sul violino
singhiozzante dello scemo.
Questa canzone diceva:
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di
morti, portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, -- mi stringe il collo con le
mani...
«Cammina!... -- mi dice ridendo -- la vita comincia domani.
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va? --
Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome: l'Inutilità.
«-- Sei stato in un letto odoroso -- con lei che giaceva supina,
«tremante, sperduta, tremante -- nel solco del letto profondo...
«Perchè, se non vuoi che ti picchi, -- mi hai fatto tremare nel
mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di
morti, e vado a cercare altri morti, -- che sono i miei figli
lontani...
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani...
La Canzone approssimava, tragica, lugubre, nel silenzio della notte,
finchè, dietro l'uscio, si spense. Allora egli udì le nocche dello
scemo, che rideva, battere contro la porta, dicendo: -- Aprimi.
Andrea, rapidamente chiuse nell'armadio le minuscole ampolle dei veleni
che stava esaminando; poi non rispose, non aprì.
-- Apri dunque! -- sollecitava lo scemo, girando la maniglia. Ma la
porta era serrata nell'interno a chiave.
-- Che vuoi?
Sorda e cocciuta la voce ripeteva: -- Aprimi!
Allora Andrea girò la chiave nella serratura e si ritrasse per lasciarlo
entrare. Marcuccio, col manico del violino stretto nel pugno, la bocca
torta da quel suo riso obliquo, s'avanzò fin nel mezzo della camera
guardandosi attorno, poi disse:
-- Novella piange.
-- Come lo sai?
-- Piange, -- ripetè l'altro con iracondia.
-- Come lo sai, domando?
-- L'ho veduta io, per la toppa. Sì, l'ho veduta. È nella sua camera,
seduta in un angolo, e singhiozza.
-- Ebbene? -- fece Andrea dopo una pausa.
-- Volevo dire che piange, -- ripetè costui, ingrossando la voce.
-- Allora tu guardi per le serrature?
-- Sempre.
-- Perchè?
Accentuando il suo riso atono, egli fece con la mano un gesto vago:
-- Per la serratura ho veduto la Berta in camicia, molte volte... La
Berta si lega le calze con due nastri rossi, quassù... -- e segnava
l'alto della coscia.
Andrea lo fissò negli occhi, attentamente, con un senso di maraviglia e
di pietà.
-- Non puoi dormire, Marcuccio?
-- Sono le notti lunghe della primavera... gli uomini che han qualche
sogno nell'anima non possono dormire. -- Poi fece schioccare le labbra e
soggiunse: -- Mi piacerebbe dormire con la Berta. Senza che lei se
n'accorga io la vedo ogni sera per la toppa, quando si spoglia. È
grassa.
-- Allora, -- disse Andrea severamente, -- hai guardato per la toppa
anche al padiglione di caccia, alla Boscaiola, una volta...
Marcuccio si mise a ridere con sguaiatezza e contorse la bocca.
-- No: sono salito sulla tavola di pietra ch'è da un lato, e, stando in
piedi, ho potuto guardare in giù, verso l'interno della capanna. Sì, e
c'era Novella...
-- Non è vero!
-- Sì, che c'era! -- incalzò lo scemo. E segnandolo a dito soggiunse: --
Con te.
-- Bada, Marcuccio! guai se lo ripeti!... -- esclamò Andrea,
afferrandogli ruvidamente le mani.
-- Novella era quasi nuda, e tu... ahi! non mi far male!... tu la
coprivi con le margherite che avevate raccolte... ahi!.. sul petto...
ahi!.. la coprivi...
-- Guai a te, se ripeti queste cose bugiarde! Hai visto male. Io non
c'ero. Lei neppure non c'era. Intendi?
E forte lo scuoteva per le braccia, mentr'egli, caparbio, insisteva
nell'affermare.
-- Intendi?...
-- No, no... tu eri! lei era! Ed erano belle... com'erano belle quel
giorno... le margherite... ahi! ahi! sorelluccia... le margherite!...
Allora Andrea lo afferrò per le spalle, in guisa da fissarlo ben negli
occhi e disse:
-- Ascolta, Marcuccio. Tu, quel giorno, hai veduto un sogno; ed i sogni
non si devon mai ripetere ad alcuno, perchè il parlarne porta disgrazia,
m'intendi? E guai, guai a chi li racconta, i sogni!...
Parlava imitando il suo linguaggio, per essere meglio inteso; lo scemo
apriva la bocca attonitamente:
-- Ah, sì?...
-- Certo. E se tu narrerai queste cose bugiarde, io dirò a tutti che
bisogna bruciare i tuoi libri, perchè sono falsi. Così non avrai alcuna
gloria. Capisci, Marcuccio?... la gloria!...
Egli tremava, tremava, e balbettò:
-- Sì, la gloria... Ma se non dico nulla?
-- Di che?
-- Dei sogni...
-- Allora, Marcuccio, tu avrai... -- Ma in quel mentre, udendo rumore,
Andrea si volse: -- Chi è?
La voce di Stefano rispose:
-- Sono io: Stefano. Si può?
-- Entrate, entrate.
-- È la Canzone di Marcuccio che mi ha fatto scendere. -- Poi disse con
un sorriso indulgente: -- Oh, conversate sempre di cose profonde,
voialtri pensatori!
-- E tu sempre ci disturbi, padre Stefano! -- affermò con sussiego lo
scemo.
-- Ti credevo già coricato, Marcuccio, quando invece udii la tua
canzone.
-- Coricato? ah! ah!... È una notte d'Aprile; vorrei camminare,
camminare, in mezzo alla foresta e lungo il fiume, con il mio violino su
la spalla, improvvisando canzoni. Ma ho paura dei cani!... E tutte le
donne che non dormono, in queste notti di primavera, scenderebbero dal
letto con i capelli sciolti, per camminare a piedi scalzi dietro di
me... ma ho paura dei gufi. Vorrei camminare, camminare, per la foresta
e lungo il fiume, suonando sul mio violino la canzone più bella che so,
e trascinandomi dietro le donne seminude... Ma ho paura dei vampiri.
Uh!... i vampiri dalle ali di feltro, che succhiano sangue, sangue... La
sai, padre, la Canzone dei Vampiri? No?... Ascolta...
E ritraendosi lentamente, con un passo d'automa, urtò l'uscio con la
schiena e scomparve nel buio del corridoio, ricominciando a suonare sul
violino singhiozzante la sua Canzone Disperata, che a poco a poco, per
l'alte camere, in una lugubre risata si spense.
. . . . . . .
«Se corri, -- mi dice, -- «si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina,
cammina!...»
. . . . . . .
-- Povero me! -- proruppe Stefano con un gesto di sconforto. -- La
sventura s'è abbattuta su la mia casa.
-- Non disperate, Stefano. Voi credete in Dio, non è vero?
-- Sì, fervidamente.
-- Pregatelo, voi che potete pregare! Io credo in me stesso più
fermamente che in Dio, e nella volontà umana più che nel miracolo.
Quindi penso che per resistere alla sventura abbiamo un solo rimedio: il
nostro proprio coraggio.
Ma Stefano scosse il capo, e cominciò a guardarlo come se volesse dirgli
qualcosa. Certo, per essere venuto a quell'ora nella camera di Andrea,
uno scopo lo guidava e quei perplessi discorsi parevano la ricerca d'un
esordio.
-- A proposito di Giorgio, -- disse infine, -- cosa pensate voi? Che
stia proprio molto male?
Andrea, forse per nascondere il suo disagio, metteva in ordine una
quantità di cose, andando dagli scaffali alla scrivania, frugando nei
cassetti, rimovendo libri.
-- L'eterna domanda! -- esclamò nervosamente. -- Se sapeste che poca
cosa è la scienza d'un medico davanti ad un problema così complesso come
la vita d'un uomo!
-- Ma io vedo che muore! -- interruppe Stefano soffocando la voce.
-- È un'opinione, la vostra; null'altro che un'opinione, -- rispose
freddamente Andrea, stringendosi nelle spalle.
-- No, non ingannatemi, Andrea! Benchè vecchio, sono ancora un uomo e
voglio sapere la verità. Ditemi, ditemi la verità... Il suo caso è
disperato?
-- Non ancora, ma è grave.
-- Sapete? Giorni sono mi ha detto quasi allegramente: Bisognerà che un
momento o l'altro diamo un'occhiata ai nostri affari, papà Stefano,
perchè è sempre meglio essere previdenti.
-- Questo non mi riguarda! -- esclamò Andrea con asprezza. -- Se è di
questo che dovete parlarmi, io non voglio saper nulla!
-- Oh, Andrea!... non crederete, per l'amor del cielo, ch'io voglia fare
un calcolo qualsiasi... no, vi giuro! Ma ho due figlie, un figlio ed una
moglie vecchia; ora voi sapete bene che la casa, le campagne, tutto
quanto, appartiene a Giorgio.
-- Questo non mi riguarda, ripeto. Giorgio è un uomo onesto, penserà da
sè stesso alla moglie.
-- Ma Giorgio ha pure un fratellastro, un uomo dissoluto e rapace, che
gli ha dato già troppe noie cercando in mille guise di estorcergli
denaro.
-- Insomma, Stefano, -- egli lo interruppe, -- se bene comprendo, voi
desiderate che in un modo qualsiasi m'interponga presso Giorgio per
fargli fare testamento, o per sapere se lo ha fatto e come lo ha
fatto... Non è vero?
Fece una pausa, guardando Stefano, che abbassò il capo senza rispondere.
-- Ebbene, sentite: ho molto affetto, molta venerazione per voi, padre
Stefano; capisco anche la ragione, del tutto giustificabile, che
v'induce ad un tal passo. Ma di questo non parlatemi, vi prego. Fate
quel che volete, ma io non ci voglio entrare. Anzi vi dirò una cosa,
recisamente: vicino a Giorgio, nè preti nè notai, a meno che non li
chieda egli stesso. E non parliamone più.
-- Perchè tanto calore? Non vi ho mai veduto eccitarvi così.
-- Bisogna lasciare un'anima libera, padre Stefano, sopra tutto vicino
alla morte. Io non mi occuperò di queste cose, e credo che Novella sia
dello stesso parere.
-- Lo è, infatti... Ma questo, in un certo senso, è anche sorprendente!
-- Niente affatto, padre Stefano. L'ora della morte è quella della
riconoscenza o del rancore: bisogna che l'uomo si risolva da sè all'una
od all'altra cosa. E Giorgio ha la mente lucidissima. Infine, ancora una
volta, questo non mi riguarda! Solo una cosa vi dirò: Fin quando io
viva, nè voi nè i vostri figli avrete mai nulla da temere.
-- Oh, siete migliore di me, Andrea! -- esclamò con effusione il
vecchio, -- ed ora mi vergogno...
-- Di nulla! Voi pensate ai vostri figli; è più che umano. E lasciamo
questi discorsi. Risponderò invece alla vostra domanda con sincerità: --
Il caso di Giorgio è grave; molto grave. La mia opera può darsi che non
basti; è forse opportuno chiamare altri medici. L'ho detto a lui stesso,
ma egli rifiuta.
-- E chi può salvarlo, se voi non potete? -- esclamò Stefano alzando le
braccia. -- Poi, che serve? Io vedo bene che muore, povero Giorgio... e
noi vecchi sappiamo riconoscere di lontano la morte. Bah!... buona
notte, Andrea! Se stesse male, chiamatemi; buona notte.
Andrea rimase lungo tempo fermo dietro l'uscio, ascoltando quel passo
tardo che saliva pesantemente i gradini; poi tornò a sedere presso la
tavola ingombra, si raccolse nei palmi la fronte, che gli doleva, e
mentre nell'immobile silenzio gli battevano forte le vene dei polsi,
lasciò che il suo cuore, come un nembo di polvere, si allontanasse nella
vertiginosa bufera.
Il riflettore elettrico, vôlto sul microscopio, traeva dal polito
metallo un barbaglio fermo, continuo, che si propagava su le piccole
siringhe di cristallo, su gli aghi affinatissimi, sui molti arnesi
lucenti che ingombravano la scrivania.
A poco a poco una stanchezza fisica maggiore del suo tormento lo
sopraffece; i gomiti gli scivolaron dall'orlo della tavola, piano piano;
la fronte si affondò nella piega dell'avambraccio; cadde in sopore. Da
lunghe notti rimaneva con gli occhi sbarrati, nel buio, insonne fino
all'alba, con il cervello assediato dall'assiduo pensiero; ma vi son
momenti nei quali il corpo affranto, che ha fame, che ha sonno, che ha
bisogno d'oblìo, soverchia lo spirito e lo salva da tutte le sue
calamità.
-- Odimi, Andrea...
Era entrata Novella, senza far rumore, e si chinava su lui.
Egli sobbalzò atterrito, si eresse in piedi, con gli occhi pieni di
spavento, e fissandola ripeteva:
-- Che c'è? Che è stato?!
-- Nulla... parla piano... Perchè ti guardi attorno? Che fai? Sognavi?
Sì, eri stanco, ed io t'ho svegliato, povero amore...
Allora egli prese la sua mano, la strinse, la baciò quasi con
riconoscenza. Era felice che fosse stata lei a destarlo, non altri, e
che non venisse per portargli qualche notizia temuta.
-- Ah, sei tu, sei tu... -- la guardò, le sorrise; -- ma ora, non
rimanere... sii buona. Forse potrebbe udirci. È imprudente, molto
imprudente quello che fai!
-- Mi scacci sempre...
-- Non ti scaccio, non dire questo. Ma, vedi, è pericoloso... Lavoravo e
mi sono assopito. Poi ho l'intuizione che stanotte Giorgio, non dorma e
sorvegli...
-- Sì, ora me ne vado; ma prima... Come sei pallido, mio amore...
-- Sono stanco.
-- Prima dimmi perchè da qualche giorno mi lasci tanto sola, non mi
parli, non mi guardi, e si direbbe quasi che tu faccia il possibile per
allontanarmi da te.
Egli ricadde su la seggiola, si compresse contro le tempie i due pugni
che tremavano:
-- Taci, taci.
-- Cosa t'ho fatto, io? Non vedi come sono disperata?... non mi ami più?
Allora egli esclamò con un selvaggio impeto di passione:
-- Da qualche giorno ti amo più che mai! più che mai! non lo senti?...
Ma sei tutta vestita d'ombra e non ti posso toccare.
Ella rispose, appassionata:
-- Chiudi gli occhi un momento, per non vedermi, e báciami, báciami!...
Curvata su lui, la sua gonna gli avvolgeva le ginocchia, i suoi capelli
gli toccavano la fronte. In quel bacio ella mormorò:
-- Che faremo?...
Egli le rispose, all'orecchio, con un bisbiglio ch'era solamente un
álito: -- Aspettare.
Ella voleva interrogarlo, ma l'amante si ribellò:
-- Silenzio!... E lasciami solo. Se io non ti chiamo, non tornare.
Ella ubbidì; si ritrasse. Ma nell'orecchio le suonava quella parola
grande, minima: -- Aspettare.
-- Vai nella sua camera? -- egli chiese ancora.
-- No; ho paura. Da me sola, ho paura. Non è stato mai così dolce... mi
prende le mani, le bacia... e le mie mani divengono fredde.
Così dicendo le nascose dentro le pieghe della gonna, quasi avesse
ancora su la pelle quella sensazione di ribrezzo che tutta la raggelava.
-- Ogni tanto mi carezza i capelli come un bambino... non è stato mai
così dolce.
Egli, senza batter ciglio, l'ascoltava, la guardava.
-- Sai? Un'ora fa si è assopito, tenendomi una mano fra le sue. Non
c'era lume nella stanza, però dalla finestra veniva luce abbastanza
perch'io vedessi la sua faccia. Che orrore!... Mi stringeva la mano con
una forza convulsa, il suo viso era fermo in una contrazione di dolore.
Sognava, e ogni tanto, dagli angoli della bocca, gli usciva un fiotto di
saliva... Che orrore! Poi ha rovesciato un occhio indietro, uno solo,
senz'iride, ed è rimasto così... Pensai che fosse morto, volli
sciogliermi da quella stretta e non ebbi forza, volli gridare e non
potei... perchè quell'occhio senz'iride mi fissava e la sua bocca morta
sembrava ridere del mio terrore...
-- Basta, basta!
Poi entrambi sussultarono, avvertendo rumore da una camera vicina, che
poteva essere quella del malato. Novella cautamente si sporse fuori
dall'uscio in ascolto, e sparve nel corridoio scivolando lungo il muro.
Egli rimase nel mezzo della camera, diritto, pronto, perchè udiva un
passo avvicinarsi, un passo che gli era noto.
-- È lui... -- pensava. Ma non gli rimase tempo ad alcuna riflessione,
perchè Giorgio aperse l'uscio e si fermò su la soglia, cadaverico,
vacillante. Rimasero a guardarsi un attimo, poi Andrea disse:
-- Ti senti male?
Giorgio scosse il capo.
Era interamente vestito, portava una giubba di lana rossiccia, intorno
al collo uno scialle avvoltolato. Si avanzò nella camera con un passo
malfermo, poi tese l'índice verso l'uscio e disse:
-- Chiudi a chiave la porta, ti prego.
Attonito, Andrea non si mosse.
-- Chiudi la porta; voglio rimanere solo con te.
Macchinalmente, quasi piegandosi ad una forza incontrastabile, Andrea
ubbidì.
Quando s'intese il rumore della chiave nella toppa, e furon soli, di
fronte, viso a viso, e fu passato qualche attimo d'un silenzio mortale,
Giorgio disse con voce spenta:
-- Novella era qui.
-- No.
-- Era qui.
-- Ossia, -- corresse Andrea confusamente, -- passava per il
corridoio... si è fermata un momento a parlarmi. -- E soggiunse dopo una
pausa: -- A parlarmi di te.
Poi avanzò verso Giorgio una vasta poltrona di cuoio, spingendola per la
spalliera; l'infermo vi si lasciò cadere, premendosi le due braccia sul
petto quasi per comprimere un dolore inesprimibile.
Ma d'improvviso, dopochè i suoi occhi febbricitanti si furon incontrati
con gli occhi aspri e fermi del suo fratello antico e per qualche tempo
l'ebbero vigilato in silenzio:
-- Andrea!... -- esclamò con accento d'indulgenza e di sconforto
estremi, -- Andrea non mentire più! È inutile, poichè muoio... non
mentire più!
L'altro si curvò, si radunò in sè stesso, come un aggredito che sta per
raccogliere tutte le sue forze in una disperata difesa, poi, dibattuto
fra la verità inconfessabile e la menzogna insostenibile, si ritrasse
meccanicamente nell'alta ombra che l'armadio propagava dal muro, e muto
vi stette, guardando fissamente terra, in attesa della parola che li
avrebbe separati per sempre.
-- Hai paura di me, o mi odii? -- Giorgio gli domandò, ergendosi a
fatica sui bracciuoli della poltrona.
E poichè l'altro taceva, lo incalzò: -- Non puoi rispondermi? Non vuoi
che ci si guardi a viso aperto? I tuoi occhi, una volta, sapevano
fissare!
V'era nella sua voce un sarcasmo, anzi una sfida manifesta, contro la
quale, di colpo, l'avversario si raddrizzò. L'uomo che non s'era mai
piegato, che non aveva mai temuto, comprese di doversi avventare
contr'essa, come soleva, nel mezzo di tutti i pericoli, con spavalderia.
-- Fra noi, -- rispose, -- mi pareva migliore il silenzio.
La sua voce non aveva alcun tremito: fu dura, fredda, lucida come una
lama ben affilata. Con più dolcezza, quasi con affetto, l'altro ripetè
la domanda:
-- Hai paura o mi odii?
-- Nè una cosa nè l'altra, Giorgio.
-- E allora?
-- Sento la distanza insormontabile che ci divide, sento che siamo
ridotti ad essere due semplici automi l'uno di fronte all'altro, e che
parole, fra noi, non ci devon più essere.
-- No, Andrea. Per te, che prosegui nella vita, questo divenir automa è
un giuoco di qualche ora; per me, che la finisco, è un gioco assurdo. Ho
radunate le mie poche forze per venirti a parlare: non impedirlo, se ti
ricordi che abbiamo avuto sempre coraggio.
Una luce tetra splendette nella faccia dell'avversario.
-- Ebbene, -- disse, avanzandosi dall'ombra, -- se così vuoi, sia!
-- Non come due nemici, Andrea, -- lo pregò l'infermo con un sorriso
triste. -- Sì, è vero, il passato è in frantumi e le memorie son
ragnatele che val meglio spazzar via... Ma c'è qualcosa nel mondo che
può essere dolce ad un uomo, e questo è la certezza di aver amato un
altr'uomo con tanta purezza d'affetto, che per quanto egli ti faccia
male, per quanto il destino te lo avventi contro come un inconciliabile
nemico, tu non lo possa veramente nè interamente odiare mai. Questa è la
prima cosa che volevo dirti.
Andrea non battè ciglio, non si mosse, non rispose parola.
-- Ti ricordi?.... -- ricominciò il malato, con una voce quasi lontana.
-- Abbiamo tutto diviso fraternamente nella vita, come dividevamo
insieme -- ti ricordi? -- nella nostra camera di studenti, su quel
tavolino zoppo, le nostre povere cene. Poi, quando bruciò la miniera di
Connigan Gate seppellendo trecento uomini, e la Compagnia mi cacciò come
responsabile del disastro, per un anno vissi nella tua casa, e devo a te
solo, -- sì, lasciami dire: a te solo -- se ho potuto per una seconda
volta ricominciare la strada.
-- Visto che facciamo i conti, io ti devo altrettanto e più! -- Andrea
lo interruppe con voce irritata.
-- Ora ti rivedo! -- esclamò Giorgio, scuotendo con un sorriso il capo.
-- Riassomigli, contro di me, a quello ch'eri nel Comizio Romano,
davanti a coloro che ti accusavano di averli traditi, di aver venduta la
causa loro a chi ti prometteva il potere... E tu eri là, pallido ma
sorridente, con le braccia incrociate, contro il tumulto, contro gli
urli, contro gli insulti, finchè ne hai preso uno per la gola, uno che
inveiva più da presso. Questo atto di coraggio fece il silenzio intorno
a te. Allora ti lasciarono parlare. Mi ricordo. Pareva che tu foggiassi
le parole in un sonoro metallo e le piegassi con la forza de' tuoi pugni
prima di scagliarle in pieno petto contro gli avversari, contro il
semicerchio muto che lentamente oscillava; e c'era in te qualcosa di
magnetico, d'elettrizzante che dominò la folla, che li vinse, ad uno ad
uno, e poi tutti, finchè ti vidi preso nel mezzo, come in un'immensa
mareggiata d'uomini, d'uomini clamorosi e deliranti che ti portarono in
trionfo... Dimmi, Andrea, non sei più quello di allora?
Un cerchio di rossore accese la fronte dell'avversario; ne' suoi occhi
una vampa splendette.
-- Il medesimo sono, e più forte! -- disse con ira; -- poichè le più
disperate battaglie sono certo quelle che dobbiamo soffocare in noi.
Camminava per la camera nervosamente, come un uomo da tutte le parti
accerchiato, il quale voglia fendere nella calca a fronte bassa per
aprirsi un varco. Poi disse con impeto:
-- Senti: non mi giustificherò. Il nostro patto è rotto. Se vieni per
interrogarmi, rifiuto, -- se vieni per accusarmi, rifiuto, -- se anche
vieni per perdonarmi, rifiuto. È inutile tradurre in parole oziose
quello che l'anima di due uomini risoluti non può nè tollerare nè
mutare.
Giorgio volle interromperlo, ma egli con un gesto lo trattenne:
-- Lasciami dire: nè tollerare nè mutare. Mi hai rammentata un'ora
temeraria della mia vita, quando, per ambizione o per ingenuità, credevo
si potesse far del bene alla folla trascinandosela dietro con la magìa
della parola, come un branco imbrigliato, ed avevo in me difatti questo
genio demagogico, questa potenza istrionica della quale ora mi rido. Più
tardi compresi che il bene si fa nell'ombra, da soli, piegando la fronte
sui libri, o con le braccia nude fino al gomito, medicando l'anima
dell'uomo e la sua carne piena di contaminazioni. Ho lasciato gli altri
urlare; ho camminato più in alto, per la mia strada. Ora, ti ho detto,
sono il medesimo e più forte. Ora sono riuscito a comprendere che nel
nostro vincolo, nel nostro patto d'amicizia umana mancava tuttavia una
possibilità: quella di sentir nascere in noi l'odio, l'odio fraterno, il
più terribile che vi sia.
Mi hai posta una domanda poco fa: se ho paura di te e se ti odio. Io fui
debole un momento e risposi: Nè una cosa nè l'altra. Ma ho mentito. E
poichè mi rammenti le ore di coraggio ch'ebbi nella mia vita, con quel
medesimo coraggio ti rispondo: -- Sì, ti odio!
Ne' suoi occhi metallici brillava una sinistra luce; la sua bocca rise,
paga d'aver esclamata la verità.
-- Ora ti preferisco, ora che non menti più! -- Giorgio rispose, con un
orgoglio pacato. -- Vorrei essere ad un altro tempo della mia vita per
accettare le tue parole come una bella sfida.
Andrea scosse il capo:
-- Forse non mi hai compreso.
-- Sì, ti ho compreso. Volevi dire che tra uomo ed uomo tutto è caduco e
distruttibile, tutto può mutare improvvisamente, per un caso fortuito,
perchè appunto noi siamo esseri caduchi e mutevoli, schiavi anzi tutto
del senso che ci dómina con vera tirannia.
Ma l'altro non cessava dallo scuotere il capo duramente, finchè
l'interruppe:
-- Volevo dire che il mio odio per te, Giorgio, è una specie di rimorso
taciturno, è una specie di lealtà ultima, che nascondo a me stesso, e
nella quale mi rifugio, dopo aver lottato inutilmente, con ogni mia
forza, contro il destino che ci separava. È un odio, sì; ma tale che se
potessi, dando la mia vita, redimermi dinanzi a te, o farti un bene
qualsiasi, anche minimo... senza esitare, senza riflettere, la darei!
-- Allora perchè nasconderti fra queste parole? Smàscherati! Dà un nome
a tutto questo: il suo vero nome!
-- No, no! -- rispose Andrea con forza; -- parliamo di noi, solo di noi.
Come ho rispettata sempre la tua fede, che non potevo dividere, tu
rispetta la mia volontà, perch'essa è la sola coscienza degli uomini
senza fede. E pensa che il confessarmi a te mi sarebbe forse dolce, come
per voi è dolce confessare le vostre colpe ad uno che vi assolverà. Io
non voglio il tuo perdono. Ma invece ti dirò apertamente: Sì, l'ho
amata!... Era nel mio destino d'uomo... l'ho amata.
Queste parole parvero gravi, come l'affermazione d'un reo che dicesse al
suo giudice: -- «Sì, ho ucciso.» E Giorgio, sopraffatto, come se al di
là da quelle parole non vi fosse che l'immenso nulla, chinò la fronte in
silenzio. Una lunga pausa durò fra loro, nella quale permaneva un'eco
diuturna, ch'entrambi udivano risuonare nella loro vastità interiore.
Poi Andrea riprese:
-- Vedi, e ho lottato! Con tutta la forza che ben mi conosci, ho lottato
per estirpare da me questa ubbriachezza. Ma non mi fu possibile. Tutto
si riesce a stritolare nella tanaglia della nostra volontà, non questo
amore che imbeve la carne, lo spirito, e ci vieta persino quell'atto
estremo di ribellione che tronca tutto: la morte.
-- Lo so, -- rispose Giorgio profondamente. Poi, levatosi con fatica
dalla poltrona, s'avanzò verso di lui, fin quasi a toccarlo:
-- Lo so. Dal primo giorno che l'hai guardata con amore lo seppi. Era...
vuoi che te lo rammenti?
-- A che serve, Giorgio? È lontano...
-- Infatti. E già sarebbe stata una grande sciagura che l'amassi tu
solo, -- proseguì Giorgio, scandendo lentamente le sillabe. -- Ma lei
pure ti amava... e questo era l'irreparabile! Ti amava in silenzio ancor
prima che tu lo sapessi.
Andrea scosse il capo in segno d'incredulità.
-- Prima, assai prima... perchè forse non è mai stata veramente mia. Ma
per me bastava che non fosse d'altri; e guai se avessi creduto, in un
modo qualsiasi, di poterla ricuperare! Perchè allora, vedi, il mio odio
sarebbe andato oltre il tuo, e per quell'istinto che ogni essere ha, di
voler difendere il proprio bene anche fino al delitto, io, credente, mi
sarei dannato, ma avrei messo il mio amore, poich'era grande, più in là
che Dio. Senonchè ti amava troppo... ed era inutile tentare.
-- Tu avresti fatto questo?... anche questo? -- mormorò Andrea.
-- Sì! e puoi non dubitarne se ripensi alla mia vita. Eppure io credo in
Dio; anzi questa fede, che tu in fondo schernivi col tuo silenzio, mi ha
salvato dalla recita e dalla colpa inutile. Perchè, sai, vi può essere
altrettanta bellezza in un delitto grande come in un grande perdono. Io
vi ho perdonati; non con la bocca, non con le parole che tu alteramente
mi rifiutavi or ora, ma col mio spirito, con la mia fede, con tutta
quella estrema vita che si àgita in me. Bada: non cristianamente, ma
umanamente vi ho perdonato: non per misericordia, ma per riflessione,
non per comprarmi il paradiso dei preti ma per la vostra felicità.
-- Per la nostra felicità?... -- disse Andrea, con maraviglia, con
sospetto.
-- Sì; e non mi credere un santo per questo: non lo sono. Uomo, avrei
voluto vivere, e per vivere mi sarebbe stato necessario difendermi da
te. Ma che sono ormai? Una macchina disfatta... neppure: un pugno di
materia logora che fra poco si dissolverà. Davanti a me finisce quella
striscia di sole che si chiama la vita, e se i deboli, se gli avari, se
i timidi, appunto verso la fine s'abbrancano con maggior disperazione ai
beni che lasciano quaggiù, io, poichè sono stato un forte come te, un
orgoglioso come te, ne faccio abbandono senza odiare quelli che possono
vivere ancora, ed umanamente, con pace, dico loro: Il diritto è
vostro... continuate.
Dopo aver velocemente riflettuto, Andrea esclamò:
-- Le tue parole sono troppo grandi per un uomo: io non le credo.
-- Le parole sono grandi forse, non la verità che nascondono, -- gli
rispose con lentezza il suo fratello d'una volta. -- Le più serene
filosofie, le rinunzie più sante, celano spesso nel fondo un acerbo
rancore contro la vita. Così di me. Allora sarò più piccino, mi
denuderò, guarda: È un corpo questo che mi rimane? Ho forse una speranza
di risanarmi, di ricominciare? No! Il mio martirio non può essere che
più lungo o più breve, ma non altro che un martirio; e la scienza non
inganna quel presentimento della morte che penetra tutte le vene,
quand'essa già si trascina carponi nella nostra ombra. Si levi e mi
prenda! Che serve il vivere in una poltrona, coperto di scialli, nutrito
di medicine, soffrendo torture fisiche e morali, facendo ribrezzo agli
altri ed a me? Poi, compréndimi bene, io amo una donna come tu l'ami,
sapendo invece che la spavento. E la desidero qualche volta, io sfinito,
come la desideri tu, vivo e forte. Ma tu la puoi baciare... io no! tu
puoi darle ancora un brivido... io no! -- e tutto questo, lo riconosci
ora? è meno grande che non sembrassero le mie parole.
Parlava concitato, scuotendo i pugni, rosso nel viso d'una tragica
vampa; indi spense la voce, che divenne piena di sarcasmo contro sè
stesso:
-- Allora, vedi, per una vanità d'uomo, preferisco nascondermi prima di
esasperare la sua pazienza e di farle odiare, nel suo disamore, anche la
memoria di me. Insomma, se tu hai ne' suoi occhi la bellezza della tua
forza, voglio vestirmi d'una qualche bellezza pur io, voglio valermi
dell'ultimo potere che mi resta: la bontà, voglio che tu non vinca
interamente, intendi? perchè ti odio... sì, ti odio, e più forte,
anch'io!... Vedi come tutto questo è meno bello, meno grande che non
paresse a te.
Ma, con un atto brusco, Andrea respinse quelle sue parole:
-- No: tutto questo non è vero! Tu vuoi «sapere», solamente «sapere»! Ti
fai debole per fasciare la mia forza. Ebbene, poichè lo vuoi,
affrontiamo ancora una volta, con vero coraggio, questo pericolo
estremo. Siamo sovra un ponte stretto, per dove non si passa in due.
Trasfigurato nel viso, Giorgio lo interruppe:
-- Con vero coraggio, hai detto? Sì, Andrea! sì, Andrea!...
La commozione gli metteva un tremore all'ápice delle dita. -- Sì,
Andrea, -- ripetè. -- Ascoltami bene: per tutte le cose umane c'è la
parabola, e in capo della parabola nient'altro che un circolo d'ombra.
Tutto bisogna che finisca in putrefazione. Anche la nostra amicizia,
ch'è stata un bel legame di due anime libere, non potè fare altrimenti.
Ed io non te ne incolpo, Andrea: era necessario, doveva essere così. Ma
c'è qualcosa che sopravvive a tutto questo, ed è la memoria di quello
che siamo stati, tu ed io, là indietro, nella giovinezza. C'è, nella
macchina logora, qualcosa, forse un peso inutile, che sopravvive: il
cuore... Ed io, se mi sono trascinato fin qui, non è per tenderti una
insidia, non è per sapere, perchè ormai più nulla mi è nascosto... ma
perchè mi rincresceva morire senza che fosse ancora suggellata con un
patto finale la nostra concordia d'uomini, ed è per dirti quel che ora
ti dico: Strìngimi la mano, Andrea, lasciamoci da veri amici.
-- No! mai! -- esclamò l'avversario. -- Guarda: io mi metto a ginocchi
davanti a te, se lo chiedi, ma non mi tendere la mano... mai più! mai
più!
-- A tal punto mi odii?
-- Me odio! me stesso: non te.
-- Tu ingrandisci un piccolo dramma!... una donna, dopo tutto, è una
donna... ci ha divisi, ci riunisce: dammi la mano.
L'avversario, l'antico suo fratello, in silenzio lo fissò, a lungo; poi
fece una domanda:
-- E se non potessi?... se non potessi più?... Comprendi la forza che
racchiude questa parola: «potere»?
-- Le parole son parole... e poi sono anche fantasmi: scàcciali!
Era sorridente, mite; una specie di augusta sovranità gli vestiva le
sembianze; v'era, nel suo sorriso, ne' suoi occhi, un non so che
d'immateriale, che raggiava dal suo pallore come un sole nascosto. Ora
sentiva di essere il più forte, sentiva di poter comandare:
-- Dammi la mano, -- disse; -- ho bisogno di te.
-- Di me? Che vuoi?
-- Aiuto, perchè non vedi come sono debole?... Ho bisogno d'aiuto, e tu
solo me lo puoi dare.
-- Che vuoi?
-- La tua mano, dammi la tua mano.
-- Non posso.
-- Puoi, puoi... se ancora ti senti capace di farmi un dono.
-- Lei?... -- balbettò l'avversario, esprimendo in quel solo monosillabo
tutto il terrore che gli pervase l'anima.
-- Non lei... un altro dono più bello!... Dammi la tua mano.
Subitamente, con uno scatto, Andrea tese il palmo al suo fratello d'una
volta, all'uomo che gli era stato sacro e del quale «conosceva la
morte». Tremava, tremavano entrambi, ed entrambi ne impallidirono, quasi
avessero compiuto un rito infrangibile con quella stretta di mano che
per l'ultima volta li affratellava.
-- Ed ora ascòltami, -- disse Giorgio. -- Il bene maggiore non è la
vita, è la pace. Guàrdami negli occhi: vedrai nel fondo l'anima che non
mente. Io ti ho perdonato, a te ed a lei; ho messo all'àpice de' miei
sogni la vostra felicità, ho soppresso il mio bene per il vostro bene.
Poichè vi amate, e poichè la colpa è stata più forte che la vostra
onestà, siate felici, voi almeno, che avete nel mondo una felicità
possibile. La vita che diviene per sempre inutile a sè stessa deve
continuare in un'altra. Ma se l'anima è capace di queste cose grandi,
c'è la carne che non vuole, c'è la carne invida, che soffre, che si
dispera... Ora ti dico: Andrea, fratello mio, liberami dalla carne
trista... dammi un veleno!
-- Un veleno?... -- mormorò esterrefatto l'avversario.
-- Sì, perchè il bene maggiore non è la vita, è la pace. Io ti domando
la pace, e, se mi farai questo dono, avrai sciolto verso di me
virilmente quel patto che l'amicizia mi deve. Non voglio sconvolgere con
una tragedia volgare la tranquillità di questa casa, ma voglio tuttavia
morire; sapere che sarete felici... non vedervi più!
Parlava ormai senza che l'altro l'ascoltasse, con una voce opaca e
squallida che aveva il colore d'una giornata d'inverno; parlava da una
specie di lontananza, da una specie di solitudine, trascinando con
monotonia le sillabe, come il vento fa nei prati quando ammulina la
neve.
-- Un veleno?... -- disse ancora l'avversario, indugiando nel magnetico
stupore di cui lo percosse quella parola.
-- Sì, Andrea... e non impallidirne a quel modo! Io ti parlo d'una cosa
semplice; la scomparsa d'un uomo è la più semplice di tutte le cose.
Ora sorrideva d'un sorriso distante; v'era nelle sue disperate parole
una tranquillità già divisa dal mondo.
-- Vedi: gettarmi da una finestra sarebbe odioso, ed il mio corpo è così
affranto che forse mi mancherebbe il coraggio di farlo, sebbene vi abbia
già pensato. Armi non ne ho; quand'anche potessi procurarmene, questa
morte rumorosa e drammatica sciuperebbe, come l'altra, il mio disegno.
Invece voglio andarmene come se la morte fosse venuta a prendermi
qualche giorno prima... Ricòrdati quel che ti ho detto: è un dono che ti
domando, e tu solo me lo puoi fare. Me lo devi anzi fare, perchè sono
allo stremo e non posso più sopportare nemmeno un giorno di questa
tortura. L'amo! l'amo come te, disperatamente, con tutto il furore che
può essere nell'agonia d'un uomo... e la carne si ribella al pensiero
che sia tua!
Vedi, Andrea, ti parlo come si parla solamente con noi stessi. Il nostro
patto è assai più forte che le meschine convenzioni degli uomini: vi
sono casi nei quali è più santo dare la morte che salvare una vita. Tu,
che senza volerlo m'hai preso tutto, mi devi pure un dono: dammi un
veleno!
Ora l'avversario l'aveva ascoltato senza guardarlo, con gli occhi fissi
ad un punto magnetico nell'alta ombra, che vedeva egli solo. E quando
tacque, seguitò ad ascoltarlo, senza che una linea del suo viso
trasalisse, fermo dalla fronte al piede in una sinistra immobilità.
Poi gli si avvicinò lentamente, fissandolo con i suoi diritti occhi,
tersi e freddi come l'acciaio, pieni di vampe nere. Disse:
-- La tua domanda è di quelle che raramente un uomo sereno ha il
coraggio di fare. Ma essa non mi atterrisce. Interroga bene il tuo
spirito prima di rispondermi: Sei ben certo di volere quello che vuoi?
Egli si pose una mano sul petto, aperta, con l'atto sacramentale di chi
giura sul libro dell'Evangelo.
E rispose:
-- Io ti chiedo che tu mi dia da morire con la stessa serenità con la
quale un giovine impetuoso domanda la battaglia, sicuro di andarvi bene,
con la fronte alta, ridendo. E lo domando a te, perchè tu solo, fra gli
uomini che conosco, sei capace di farmi un simile dono, appunto senza
tremare.
-- Lo credi?
-- Lo so!
Nella pausa che si colmò con l'eco di queste parole, ambedue sentirono
il lor cuore accelerarsi fino allo schianto. Poi Andrea lo afferrò per
un polso e gli disse rapidamente:
-- Giorgio!.. Io potrei di fatti non tremare anche nel risolvere con
semplicità il più grande problema che sia mai sorto nella coscienza d'un
uomo. Sono un medico, la mia missione è di salvare: non dovrei poter
uccidere. Tuttavia, più d'una volta, ebbi la tentazione di fare
spontaneamente quello che oggi mi chiedi, per liberare una vittima dalle
crudeltà oziose della morte. Se non lo feci, fu per seguire un
pregiudizio, per non saper vincere quella sensazione che odio: la paura.
Tempo fa, quando non ero colpevole, se tu mi avessi fatta la medesima
domanda, ebbene ti avrei risposto chiaramente: «Hai ragione: devi
decidere così. Ti aiuto.» Ma ora c'è qualcosa fra noi che me lo
impedisce. La vita di un altro, si può rubarla, prenderla a tradimento
forse... ma riceverla in dono come tu me l'offri, no!
-- Andrea, non ragionare!... Noi siamo venuti a quell'ora dove il
ragionamento più non regge. Hai dinanzi a te un uomo c
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