Gli amori
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Title: Gli amori
Creator: Federico De Roberto
Release date: March 28, 2012 [eBook #39289]
Language: Italian
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Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
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F. DE ROBERTO
Gli Amori
MILANO
CASA EDITRICE GALLI
_Galleria V. E. 17-80_
--
1898
DIRITTI DI TRADUZIONE RISERVATI
----
PROPRIETÀ LETTERARIA
1897 -- Tipografia Golio, Milano, via Agnello, 9, e Santa Radegonda, 10
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INDICE
PREFAZIONE
LA MUTA COMUNIONE
L'INDISCRETA DOMANDA
L'OMONIMO
LA VEGLIA
IL SOSPETTO
LA CERTEZZA
UN'INTENZIONE DELLA DUFFREDI
L'INDOVINELLO
FINO A MORIRNE
OMISSIONI
UNO SCRUPOLO DI DON GIOVANNI
UN GIGLIO
LA VENERE DI SIRACUSA
L'ESTRO
ANACRONISMO
IL GRAN RAPPORTO
L'AFFARE DEI QUATTRINI
UN'EQUAZIONE MORALE
LE CICATRICI
LA TOSCANINA
LO SCANDALO
LA JETTATRICE
LA CONSOLATRICE
LE PROVE
DIBATTIMENTO
IRONIE
L'ASSURDO
LETTERE DI COMMIATO
L'AMOR SUPREMO
«NESSUN MAGGIOR DOLORE...»
PREFAZIONE
_Milano, 7 agosto 1897._
Mia cara amica,
_Questo volume è suo. Dirò anzi di più: come senza di lei non lo avrei
scritto, così senza il suo permesso non lo potrei pubblicare. Le lettere
che lo compongono le appartengono; raccogliendole insieme io mi uniformo
al suo desiderio -- al suo comandamento._
_Il suo giudizio sul mio libro dell'_ Amore _si compendiò in queste
parole: «L'amore c'è soltanto nel titolo.» Le mie teorie la sdegnarono;
ella si rifiutò di ammetterle, osservando che di teorie, di sistemi, di
ipotesi, ciascuno può costruirne quanti ne vuole, ma che i fatti
importano unicamente. Ecco come e perchè mi sentii nell'obbligo di
addurle alcuni esempii delle astratte proposizioni enunziate in quello
studio. Già dissi a lei, ma debbo ora ripetere ai miei -- ai nostri! --
nuovi lettori, che non uno di questi esempii è inventato: io non ho
fatto e non ho voluto fare opera di fantasia, ma di osservazione. Il
gran pubblico che non sa delle nostre amabili liti, che s'interessa
mediocremente ai particolari modi di vedere intorno ai rapporti dei
sessi, forse potrà accordare un poco di attenzione a queste lettere per
spirito di verità che mi animò nello scriverle._
_Vede come ho fatto miei i suoi ragionamenti? Ma ella già sapeva che non
è un'impresa disperata quella di persuadere a un autore che l'opera sua
vale qualcosa... Mi lasci ora sperare -- per me e per lei -- che il
pubblico non sia del parere contrario, e voglia gradire ancora una volta
l'espressione della singolare reverenza con la quale sono_
_di Lei, gentilissima Amica,_
dev.mo ed obb.mo
_F. de Roberto_
All'illustrissima Signora
la Contessa R. V.
Siena
LA MUTA COMUNIONE
_Contessa gentilissima e furibonda amica,_
_Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa!..._ Non basterà picchiarsi il
petto, accusarsi umilmente, implorare perdono? Ella dice di no? La colpa
mia è proprio irremissibile?... Via, mi lasci almeno sperare. Ella sa
del resto benissimo che la speranza non ha bisogno, non che di permessi,
ma neppure d'argomenti per farci accogliere le sue persuasioni. Se pure
ella non vuole, io posso egualmente credere che un giorno o l'altro la
troverò meno severa contro questo povero signor Me Stesso... E dire che
era tanto disposta all'indulgenza! Mi faceva buone tante cose! Tollerava
la mia freddezza, il mio scetticismo, la «scettica e spietata freddezza»
con la quale esposi le teorie più sconfortate; scusava, se pure non
giustificava, il «vandalismo morale» col quale mi ero messo a sfrondare,
ad abbattere, a disperdere ogni poesia e ogni idealità! Ma una cosa l'ha
rivoltata, una goccia «di fiele» ha fatto traboccare il suo sdegno.
Quando io ho detto che gli uomini non possono intendersi, che le anime
non possono comunicare, che il pensiero e il sentimento sono
intrasmissibili, non m'è valso riferire il giudizio d'un filosofo come
Taine, non m'è giovato citare un poeta come Baudelaire, è stato inutile
tentare lunghe e minute e pazienti dimostrazioni: sono stato
giudicato!... Tuttavia bisogna credere o che ella speri di convertirmi,
o che non sia poi tanto sicura delle sue opinioni e quasi cerchi, con la
discussione, affermarle; perchè, dopo aver dichiarato di non voler
discutere più, trovo ancora nella sua lettera questi eloquenti passaggi:
«E allora, se gli uomini non possono intendersi, perchè mai, di grazia,
venite enunziando queste vostre eresie? Se tutto ciò che vi passa per il
capo è frutto particolarissimo della vostra costituzione,
dell'educazione, dell'ambiente, di non so quante altre diavolerie; se le
vostre escogitazioni sono tutte _vostre_, perchè mai le partecipate al
prossimo? Io avevo finora creduto che quando uno esprime una cosa,
parlando o scrivendo, oppure gestendo, se non ha rotto lo
scilinguagnolo, costui crede che gli altri potranno credere questa cosa,
pensarla a loro volta, riesprimerla e comunicarla ad altri
successivamente! Ma se voi siete persuaso di non potervi intendere con
nessuno al mondo, mi pare che vi converrebbe cominciare, per esser
conseguente, con lo starvene zitto!... Secondo voi ogni creatura umana
_fa razza da sè_, parla un linguaggio che nessun'altra creatura umana
capisce; il mondo sarebbe come un'immensa torre di Babele. Ma voi sapete
benissimo che quella torre non fu potuta finire, che per la confusione
delle lingue l'impresa andò all'aria. Invece io vedo che il mondo, bene
o male, e se vi piace più male che bene, pure sussiste; e che ogni
giorno, ogni minuto, gli uomini s'accordano in una moltitudine di
affetti, d'idee, di persuasioni! Voi credete invece di parlar turco in
mezzo a un pubblico che del turco non conosce neppure la canzonatoria
strofetta:
C'est par là,
Par Allah!
Qu'Abdallah
S'en alla!
O non è dunque fiato sprecato? E allora, scusate, perchè non
smettete?...»
Io le potrei dar causa vinta, signora, e risponderle che il suo
consiglio è veramente da seguire. Potrei risponderle che se appunto
ella, d'ordinario così indulgente con me, si è tanto sdegnata, ciò prova
luminosamente che quando due persone, grazie ad una lunga ed assidua
dimestichezza intellettuale, sembrano capaci d'intendersi, a un tratto,
per un'idea, per una parola, per una intonazione di voce, non
s'intendono più, anzi si crucciano -- nè sempre manifestano il loro
cruccio con lo spirito amabilmente sardonico che ella mette nel
manifestarmi il suo.
Queste risposte che potrei darle le tengo tuttavia per me. A lei dico,
contessa, che dopo la sua lettera e grazie a nuove riflessioni, mi sono
ricreduto. No, non è vero che ogni cervello sia un mondo e che questi
mondi s'aggirino eternamente separati, senza speranza di poter mai
comunicare. Sì, tra gli uomini che più sembrano diversi, tra un
viaggiatore europeo, sapiente, cosciente, raffinato, e l'ultimo Zulù,
c'è un fondo comune, se non propriamente di pensieri, almeno d'istinti,
che li affratella. E tra gli uomini e le donne -- il punto controverso
era questo! -- le differenze del sesso non sono così profonde da rendere
impossibile o molto difficile la comprensione reciproca. Uomini e donne
non solamente s'intendono quando s'amano, s'accostano e si parlano, ma
possono anche intendersi a distanza, senza vedersi; e intendersi a segno
da accordare le loro volontà e da uniformare i loro atti a queste
volontà concordi!... Ella dice che adesso è troppo? Che casco
nell'eccesso contrario? Che vengo a parlarle di spiritismo e di
telepatia quando la discussione s'aggirava intorno a un argomento tutto
morale? No, mia cara amica: non le parlo di telepatia nè di magnetismo:
resto nell'argomento. Ed io, guardi, mi sono ricreduto appunto perchè,
dopo la sua lettera, ho rammentato un fatto che dimostra appunto la
possibilità di quest'accordo a distanza, di questa muta intesa!... «Una
storiella?» mi par d'udirla esclamare, con una scrollatina di spalle,
con un sorrisetto canzonatorio, come per significarmi che ella non crede
ai fatti narrati dai narratori di professione. Io vorrei pregarla di
credere che non invento. Potrà anche darsi che il fatto non sia vero;
garantisco soltanto che m'è stato riferito, dagli stessi protagonisti,
così come glie lo racconterò.
Noi cantastorie siamo spesso presi a confidenti dalla gente che ha
qualcosa sullo stomaco. La confessione non fu detta molto propriamente
Sacramento della penitenza; prima che penitenza è sollievo. I nostri
secreti ci rodono, ci opprimono, ci soffocano; il pensiero assiduo,
cocente, tende ad esprimersi, spinge all'azione ed alla rivelazione. La
psicologia fisiologica spiega molto bene questo rapporto tra la funzione
ideatrice e la motrice; ma noi lasceremo da parte la scienza e le sue
spiegazioni. Io voglio soltanto dirle che, come i confessori, i
narratori ne odono spesso d'ogni colore. Oltre l'istintivo e spesso
incosciente bisogno di comunicare l'invasante pensiero, un interesse
tutto personale, la salute dell'anima, spinge i credenti a confessarsi.
L'egoismo che spinge a noi i confidenti si chiama vanità. Essi vengono a
narrarci i fatti loro perchè, presumendo che questi fatti siano
straordinarii e che a nessuno mai potrebbero capitarne altrettali, noi
riveliamo al gran pubblico e tramandiamo ai posteri i rari e fatali
avvenimenti. A onor del vero, non tutti sono così vani; alcuni, più
modesti, più semplici, vengono a noi imaginando che la nostra scienza
sappia leggere là dov'essi non comprendono; altri ancora -- e sono
quelli che ci fanno maggior piacere -- non vengono a noi, ci mandano le
loro confessioni scritte, dentro una busta. Uno per applaudirci e
confermare le nostre idee, un altro per dimostrarci che siamo
semplicemente idioti, ci narrano una quantità di cose, ci forniscono una
quantità di documenti umani ai quali facciamo sempre festa. Edmondo de
Goncourt ne chiese alle sue lettrici per scrivere _Chérie_; più valore
hanno quelli offerti spontaneamente, senza la pretesa di far della
storia. Io ne ho da parte una cartella, e qualche volta la vuoterò.
Oggi, dopo questo già troppo lungo esordio, vengo al fatterello che le
ho promesso per giustificare la sua fede antica e la mia conversione
recente: le anime s'intendono, s'accordano -- anche da lontano -- senza
che gli occhi vedano, senza che le orecchie odano.
C'era dunque una volta un signore e una signora che s'erano molto amati
-- anche questa è una prova per lei! -- ma che poi non s'amavano più --
e ciò darebbe ragione alla mia prima idea. Ma le ripeto che mi sono
ricreduto! Insomma, questo signore e questa signora, dopo essere stati
insieme qualcosa come cinque anni -- un lustro! -- se n'erano andati
ciascuno per la sua via. Ho detto: dopo essere stati insieme, e non ho
detto bene. Non erano stati precisamente insieme, sotto lo stesso tetto:
la signora non era interamente libera, e doveva salvare certe apparenze.
L'amico suo avrebbe potuto andare da lei anche tutti i giorni; ma ella
sa che giorno significa quello spazio di tempo il quale comprende anche
la notte; e gli amanti, da che mondo è mondo, hanno sempre preferito le
tenebre alla luce; senza contare che il signore del quale le parlo aveva
molte occupazioni durante il giorno propriamente detto. Dunque, perchè
di giorno egli aveva da fare e perchè le ombre sono maggiormente
propizie ai ludi erotici, egli preferiva i convegni notturni. Ora questi
erano molto più difficili: nè la signora sapeva quando poteva ricevere
l'amico suo; nè, prevedendo d'esser libera, aveva sempre modo di
mandargli un biglietto. Ecco dunque la combinazione imaginata dai nostri
amici per rimediare: quando il signore, passando a tarda sera sotto la
casa della signora, vedeva illuminata una certa finestra, una finestra
che in nessun'altra occasione e per nessun altro motivo poteva essere
illuminata, questa straordinaria illuminazione significava che la
signora era di sopra ad aspettarlo. Per gli amanti, la finestra dietro
alla quale si struggeva una candela stearica non era più una finestra,
ma un faro, il solo Faro, il _Faro_ per antonomasia. Egli era poeta ed
ella comprendeva la poesia: intorno a questo Faro, a quest'Occhio della
Notte, a questo Sguardo vigilante ed amico, egli aveva scritto certi
versi che ella aveva mandati a memoria. I fari sogliono essere
particolarmente utili durante il cattivo tempo; e appunto quando tirava
vento, quando c'era nebbia, quando pioveva, quando nevicava, la finestra
soleva splendere e indicare che l'approdo era libero; nelle notti
serene, siccome la signora doveva andar fuori per suo conto, o riceveva
visite, tutto restava buio e il nocchiero filava al largo.
Queste notizie, diciamo così nautiche, sono necessarie all'intelligenza
della storiella. La quale meriterebbe d'essere narrata in uno stile un
poco più serio; perchè, come durante cinque anni i miei due protagonisti
si erano amati d'un amore dolce e forte ad un tempo, così, anzi a più
forte ragione, dopo la rottura non ebbero di che ridere. Perchè ruppero,
allora? Se io pensassi oggi come ieri, le direi che ruppero per quella
tale impossibilità di comprendersi bene, per quella intellettuale e
sentimentale discordia che m'ha valso i suoi vivaci rimproveri; ma io mi
sono, come le ho detto, convertito; e quand'anche non fossi ancora
convertito, non vorrei farla arrabbiare ripetendole una cosa che tanto
le dispiace; le dirò quindi che l'amor loro s'intepidì e s'avviò alla
morte come tutte le cose che hanno avuto nascimento. E come l'amor loro
era stato una bella cosa, ed entrambi sentivano che la fine di una cosa
bella è molto triste e che bisognerebbe a ogni costo impedirla, così
essi ostinavansi a ravvivare il loro sentimento agonizzante; ma poichè
l'impresa era disperata e gli sforzi si rompevano contro la fatalità
della morte, così, vedendo inutili gli sforzi, e non potendo prendersela
col destino irresponsabile, e dovendo per un bisogno tutto umano
prendersela con qualcuno, ciascuno dei due se la prendeva con l'altro.
S'accusarono, adunque, di colpe in piccola parte vere, in molta parte
imaginarie; dalle accuse futili passarono ben presto alle maggiori e da
queste arrivarono subito alla massima che, per due amanti, è quella del
tradimento. Credendo ciascuno d'esser tradito dall'altro, naturalmente
entrambi pensarono di potere, anzi di dover tradire a propria volta;
talchè, come sempre accade, ciò che era dapprima ingiusta imaginazione
divenne tosto ingrata realtà. Egli amò un'altra donna, ella un altro
uomo. Persuasi d'aver ricevuto un torto, il torto estremo, non si videro
più. I loro nuovi amori finirono rapidamente, ma essi continuarono ad
evitarsi. Un giorno, impensatamente, s'incontrarono, per la via. Mentre
egli scantonava, ella gli apparve dinanzi: i loro sguardi s'incrociarono
un istante. E allora, tumultuariamente, le sopite memorie si ridestarono
nel cuore di lui. Aveva più d'una volta pensato a lei, ma con un
sentimento torbido, fatto di rancore e di sdegno; ora, a un tratto, per
averla guardata negli occhi, tutte le dolcezze antiche gli rifluivano al
cuore... Come s'erano amati! Era possibile dimenticare quella passione?
Credeva d'averla dimenticata, aveva voluto cancellarne i ricordi; ed
ecco che risorgevano, immortali!... Da quel punto egli non visse più
della vita reale; le impressioni del presente si perderono nella
continua evocazione d'un passato non tanto passato come pareva. Perchè,
infatti, i sentimenti muoiono forse proprio come gli esseri, per non più
rinascere? E si può mai ricordare un affetto senza ancora in certa guisa
provarlo? Quando noi non lo comprendiamo più abbiamo un bel tentare di
evocarne la memoria: essa ci sfugge. Rammenteremo bensì le circostanze
concomitanti, le condizioni esteriori: penseremo a un nome, rivedremo
una imagine; ma il moto dell'anima, ma il cordiale turbamento non si
ridestano, anzi sono così ribelli al nostro sforzo che noi neghiamo
perfino d'averli provati mai. E invece egli sentiva il cuore battergli
in petto, al pensiero di lei, come la prima volta che l'aveva veduta. E
non sapeva far altro che chiudersi in casa, rileggere le sue lettere,
rivedere le reliquie del perduto amore, ricordare i tramontati giorni
felici. E a poco a poco l'assiduità di quelle appassionate cogitazioni
produsse in lui un mirifico inganno: gli parve che il tempo trascorso
dalla rottura, tutto il triste tempo della nuova sterile prova e della
solitudine fredda non fosse trascorso realmente; gli parve d'aver
sognato queste cose e di rivivere nella stagione dell'amore beato. Che
faceva egli allora? Pensava a lei, sempre -- come ora! Le scriveva -- e
come allora egli si metteva ora alla scrivania, per cominciare una
lettera. Le antiche espressioni ferventi gli spuntavano sotto la penna;
con la stessa tenerezza d'una volta egli tracciava sopra una busta il
nome di lei, il bel nome tante volte, quante volte mormorato tenendola
fra le braccia!... Andava anche da lei, allora -- e guardando ora il
cielo nebbioso, udendo i fischi del vento, lo scrosciar della pioggia,
egli vedeva con gli occhi del cuore il Faro splendente nella notte, la
guida fedele additargli il Porto delle Soavità. Ora, pensando che se
fosse passato dalla nota via, dalla via della quale conosceva ogni
angolo, ogni sasso, egli non avrebbe più visto risplendere il Faro, che
tutto sarebbe stato chiuso ed oscuro, che quel porto gli era vietato,
che quelle soavità erano finite, ei pianse le lacrime del rimpianto e
del rimorso. La propria colpa gli apparve evidente e il dolore lo
schiacciò. Qual riparo tentare? Che fare per vivere ancora? Mandarle una
di quelle lettere che veniva scrivendo e poi lasciava dov'erano? Ma come
l'avrebbe ella accolta?... Non era stata di lei stessa la colpa? Che
sperare da chi lo aveva tradito?... E la disposizione del suo spirito
mutò; egli credette un momento d'essersi agguerrito contro la lusinga,
contro sè stesso. Ma il dubbio tornò ad occuparlo: non aveva tradito
egli stesso? Il torto non era suo proprio? Sì, suo: principalmente suo.
E che pensava ella di lui? Lo incolpava? Aveva tutto dimenticato?... Non
era possibile! Vedendolo, guardandolo negli occhi, improvvisamente, le
memorie avevano dovuto travolgere anche lei: ne era sicuro. Ella aveva
dovuto pensare alla forza, alla dolcezza della loro passione; dire a sè
stessa -- come lui -- che una passione simile non si dimentica.
Anch'ella aveva dovuto tentare d'uccidere la memoria; ma i suoi sforzi
dovevano essere rimasti sterili -- come quelli di lui. Che faceva ella
in quei giorni? Come lui, senza dubbio, evocava il passato; ricercava,
rivedeva le mute e inerti testimonianze dell'amor loro; come lui
s'incolpava d'aver ucciso questo amore. Era possibile che pensasse ad
altro, che provasse altro? Guardando quel cielo costantemente grigio, i
vetri rigati dalla pioggia, i tetti imbiancati dalla neve, che altro
poteva pensare se non che meno d'un anno addietro, nelle notti come
quelle, illuminato il Faro, ella stava ad aspettar l'amato, dietro un
uscio, per gettargli le braccia al collo appena varcava la soglia della
sua casa? E come egli, all'ora dell'amore, si struggeva dalla tentazione
di ripassare da quella casa, con la lusinga di poter vedere ancora una
volta risplendere il Faro, non provava anch'ella la tentazione
d'illuminarlo ancora una volta e d'aspettare la venuta di lui?
Quest'idea, l'idea di rivedersi al modo antico, ora che s'erano
incontrati, ora che l'amarezza della separazione era passata, ora che la
stessa stagione correva propizia ai convegni, che lo stesso cielo pareva
favorirli; quest'idea che occupava e invadeva lo spirito di lui e ogni
sera gli suggeriva di rifare la via consueta, non doveva occupare e
invadere lo spirito di lei? Logicamente, necessariamente, il
contemporaneo risveglio di comuni memorie non doveva produrre in due
anime che avevano vibrato all'unisono un identico stato di coscienza, la
stessa disposizione sentimentale, eguali speranze, bisogni simili, gli
stessi impulsi? Egli ne ebbe in breve la morale certezza. Senza aver
parlato con lei, senza aver saputo nulla di lei, senza neppure averla
riveduta dal giorno dell'incontro, fortuito, la sentì tutta piena dei
ricordi dell'amore, tutta amante, aspettarlo ansiosa dopo aver disposto
l'usato segnale... e una sera, una notte che la neve fioccava a larghe
falde, egli s'avviò...
Non s'era ingannato, contessa. E vede come io avessi ragione
d'assicurarle che lo spiritismo non entrava per nulla nel mio
fatterello? L'analisi psicologica, la legge secondo la quale le idee si
associano e i moti dell'animo si seguono, basta a spiegare un'intuizione
simile. L'amica nel cuore della quale egli leggeva a distanza, leggeva
anch'ella nel cuore di lui. Tutti i sentimenti per i quali egli era
passato, dopo l'incontro imprevisto, avevano occupato successivamente, e
con lo stesso ordine, l'anima di lei. Ella aveva realmente evocato e
rimpianto il passato, aveva tentato di scrivere all'amico, poi lo aveva
accusato, poi aveva accusata sè stessa; ad un tratto era stata sicura
che anch'egli pensava a lei com'ella pensava a lui. Vedendo quella
successione di sere propizie ai convegni s'era sentita struggere
all'idea d'averne ancora uno: e certa che egli partecipava a quel
desiderio, a quel bisogno, una sera che pioveva a diluvio dispose il
segnale ed aspettò. Aspettò, tremante di freddo e ardente di rancore,
dalle nove a mezzanotte: non venne nessuno... Egli era passato la sera
prima, quando nevicava soltanto; se n'era tornato indietro con la morte
nel cuore e l'ironia sulle labbra vedendo che il Faro era spento... Sì,
contessa, ella ha ragione: le anime si comprendono, i cuori s'accordano,
le volontà s'uniformano; senza parlarsi, senza vedersi, i nostri amanti
provarono gli stessi sentimenti, obbedirono agli stessi impulsi;
solamente, sbagliarono giorno...
L'INDISCRETA DOMANDA
_Spiritosa contessa ed amica spirituale,_
Quando, per darle a intendere che ero d'accordo con lei e che mi
accostavo alla sua tesi della comprensibilità delle anime, io le narravo
l'apologo della _Muta Comunione_, sapevo bene quel che facevo. Con una
dama arguta come lei, siano pure gravi ed incomponibili i divarii delle
opinioni, si è sempre certi di potersi accordare in quella media e
sensata verità nella quale le menti equilibrate s'acquetano. Se pur misi
una punta ironica nella mia narrazione, ella mi ha dato ragione, perchè
«la vita è piena d'un umorismo come il vostro amaro e dissolvente;» e
mentre io ho fatto un passo verso di lei, anch'ella ne ha mosso uno
verso di me temperando la vivacità delle sue prime recriminazioni.
Nondimeno, quantunque ella ponga ora una maggiore indulgenza nel
ribattere le mie idee, non per questo è disposta ad accettarle. Una
specialmente le dispiace: ella rifiuta di credere che, in amore, la
fredda, impassibile e vuota bellezza delle forme sia, da parte delle
donne, maggiormente apprezzata del valore morale e dell'intellettuale
grandezza negli uomini. Il caso di Mirabeau, che a onor del vero io
stesso citai, le pare dimostrazione della regola e non mai, come io
sostengo dell'eccezione. Ella dice che ogni Mirabeau, cioè ogni uomo
fisicamente orribile, con un piede storto, col viso crivellato dal
vaiolo, «brutto come Satana» -- diceva lo stesso padre del grande
oratore -- ma grande moralmente, troverà una ed anche più d'una marchesa
de Monnier capace d'amarlo di un immortale amore. Io dico, sì, che ad un
genio sovrano la bruttezza non impedirà d'essere amato, ma che alla
media umanità un poco di bellezza giova più di molta grandezza; perchè
la bellezza si rivela immediatamente allo sguardo e basta aver occhi per
apprezzarla; mentre le qualità del cuore e della mente richiedono una
più o meno assidua frequentazione avanti d'essere riconosciute; quindi
un uomo bello ma stupido produce una prima impressione favorevole,
mentre un grand'uomo orrido produce una prima impressione repulsiva; ora
ella non ignora che le prime impressioni sono le più importanti e
sogliono anche resistere alle contrarie impressioni susseguenti. Il
vantaggio dello stupido Adone sul Genio mostruoso mi pare quindi
evidente; senza contare che la bellezza plastica, l'armonia delle
proporzioni, la freschezza della gioventù, come sono immediatamente
riconoscibili, così non si possono neppure negare; mentre le qualità
morali sono, perchè morali, di più ambigua natura e più discutibile
essenza, e corrono il rischio, pertanto, di restare disconosciute. Senza
contare ancora che, mentre l'assoluta bellezza plastica, quantunque
rara, pure esiste, l'assoluta simpatia, la perfetta grandezza morale e
intellettuale non esistono; anzi, come ha luminosamente dimostrato un
filosofo che è onore d'Italia, il Genio più alto ha più lati manchevoli.
Con questo non voglio negare ciò che le ho già concesso, cioè che il
Genio, a dispetto delle brutte forme, possa esercitare ed eserciti una
forte attrazione. E guardi come sono arrendevole; non mi basta d'averle
addotto l'esempio di Mirabeau; ne voglio aggiungere ancora un altro,
forse più significativo!
Sofia de Monnier era una donna moderna -- o press'a poco -- e come tale
s'intende che il fascino dell'ingegno la facesse passar sopra alla
diabolica bruttezza di Onorato Gabriele di Riquetti. Di più, aveva un
marito di settant'anni, e ciò spiega una quantità di cose... Ipparchia,
invece, della quale le voglio narrar l'avventura, era una fanciulla
greca, e quantunque l'avessero educata come per farne un'etera -- ella
sa che in Grecia le etere erano le sole donne cui s'impartissero gli
alti insegnamenti della filosofia -- pure è maggiormente notevole che
s'innamorasse di Crate, celebre filosofo cinico, il quale era
poverissimo, gobbo ed orribile. La passione d'Ipparchia divampò così
gagliarda, che ella volle lasciar tutto per vivere con costui, a
dispetto di quanti la accusavano di pazzia, a dispetto dello stesso
filosofo -- che non doveva poi esser tanto cinico quanto pareva, se le
mise sotto gli occhi la propria miseria e la propria infermità. Tutto fu
inutile: Ipparchia rispose a lui, come ai parenti ansiosi di
distoglierla da quell'amore, che non avrebbe mai potuto trovare un
marito più bello d'un tal filosofo. Allora Crate, il quale non poteva
sempre dimenticare i precetti della sua canina filosofia, la condusse
nel Pecile, che era uno dei portici più frequentati d'Atene -- come dire
quelli della Galleria qui a Milano -- e lì... ma io non farò come
Sant'Agostino, che ricamò pepati commenti su quanto accadde lì tra quei
due; farò piuttosto come fece un amico del cinico, traversando per caso
il Pecile nel punto culminante dell'avventura: getterò sulla coppia un
mantello...
E poi? Che cosa importa? Due, dieci, cento, mille eccezioni potranno
infirmar mai la regola? E la regola è che, per l'opera di seduzione, le
qualità fisiche esercitano un'azione più pronta e producono un risultato
più decisivo delle morali virtù; che, per essere amati, è più
importante, è necessario essere semplicemente belli, e giova meno
possedere una grande bontà, un'anima ardente, un'intelligenza sovrana.
Se noi distingueremo l'amor sensuale dall'amor morale, potremo forse
dire che la bellezza fisica accenderà il primo e che le qualità morali
susciteranno il secondo. Ma se ciò sta bene astrattamente, la
distinzione non è così facile in pratica. Imaginiamo un caso. C'è un
uomo brutto, ma quest'uomo possiede -- e la gente sa che possiede -- un
grande ingegno, una squisita sensibilità, le migliori disposizioni del
cuore e della mente. La sua bruttezza gli nocerà, dinanzi alle donne,
più che non gli gioveranno queste magnifiche disposizioni, oppure
quest'ultime faranno dimenticare la prima? Ella m'ha detto che la cosa
dipende «dall'indole diversa delle diverse donne,» e va bene; perchè,
evidentemente, una donna superiore, che nell'amore cerca l'appagamento
di cordiali e ideali bisogni, apprezzerà le virtù e passerà sopra alla
bruttezza; ma su cento donne prese a caso in mezzo alla folla, quante
provano a un tal grado questi bisogni? Reciprocamente, se c'è un Adone
inanimato come la statua del bellissimo dio, le sue probabilità di
riuscita non saranno maggiori, paragonate a quelle del brutto
grand'uomo?
«Sois beau!» dice l'amabile autore dei _Consigli ad un giovane che si
dedica all'amore_. «Sinon, n'aime pas. Sans beauté l'on peut être
choisi; il arrive aux plus jolies de préférer les plus laids; c'est une
histoire souvent renouvelée que celle de la femme de Joconde. Toi
cependant, mon élève, docile aux bons conseils, qui te fais enfin de
l'amour l'idée qu'il convient d'en avoir, défends toi d'aimer si tu n'as
pas reçu les dons qui charment les yeux...» -- «Un'altra citazione?...»
l'odo esclamare di qui; «e avete il coraggio di citarmi proprio quel
gran moralista che si chiama Catulle Mendes?...» Non vada in collera,
contessa: io lascerò lì subito l'autore di _Zo' har_, e le narrerò
invece un altro fatterello: va bene così? Le narrerò un fatterello che
dimostra appunto quanto sia grande e superiore a quello esercitato dalla
eccellenza morale, l'impero della plastica e corporea bellezza.
Ella conosce la storia del mio povero amico Raeli. Nella breve
esperienza di questo infelice vi furono molte cose che sarebbero state
degne di nota; disgraziatamente la più gran parte egli le portò via con
sè, nel sepolcro che troppo presto si schiuse. Io posseggo tuttavia
molte sue lettere ed anche un suo libro di memorie, del quale una volta
o l'altra le riferirò alcuni curiosi passaggi. Già narrai, tempo
addietro, la crisi tremenda che spinse l'amico mio a togliersi la vita;
la strana fatalità per la quale ad un uomo come lui, disgustato dei
reali amori, assetato di purezza, doveva venire incontro un'altra
disgraziata che non poteva più dargli ciò che le avevano portato via. Ma
prima di questa tragica avventura egli aveva amato, una volta: se ne
rammenta? Egli s'era acceso, a Vienna, della Woiwosky, d'una dama che
avrebbe fatto -- ed aveva fatto veramente! -- la felicità di molti
uomini, ma con la quale egli non poteva andare a lungo d'accordo. L'amor
loro finì male, come ella sa; e la brutta fine di quest'amore non fu una
delle minori ragioni che resero Ermanno Raeli così esigente e tanto
dolorosamente sensibile; ma, sul principio, la felicità sorrise ad
entrambi. La Woiwosky non aveva ancora idea delle delicatezze ingenue,
delle poetiche fantasie, delle invenzioni sentimentali che un uomo come
Raeli sapeva mettere nella passione. Con una cultura fuor del comune,
con un'anima bizzarramente complicata e quasi duplice, ora sottilmente
indagatrice, ora tumultuosamente appassionata; con uno spirito ora
critico, ora inventivo, mezzo tedesco e mezzo arabo, scettico per
esperienza, tollerante per persuasione, buono in fondo d'una bontà
candida, a quel giovane non mancava proprio nessuna delle doti
intellettuali, delle morali disposizioni che, secondo lei, importano
principalmente. Ne aveva fin troppe ad un tempo, ed appunto per ciò egli
sofferse tanto e non potè mai contentarsi di quel che la vita gli diede.
Ma ora io non voglio ragionare di queste cose; voglio rammentarle che
pochi uomini avevano un'anima ed uno spirito più riccamente dotati dei
suoi. E non era neppur brutto! Bello non si poteva dire, nel preciso
senso di questa parola; ma la curiosa fusione del tipo nordico e del
meridionale dava alla sua persona un gran carattere, oltre che la sua
espressione era delle più simpatiche. Ed alla Woiwosky egli era dapprima
piaciuto fisicamente; costei aveva cominciato ad apprezzare più tardi la
rarità del suo spirito. Ma, pure amandola e sentendosi amato da lei,
Raeli, che fu chiamato con Byron _the child of doubt and death_,
indagava assiduamente, come sempre, il proprio sentimento e l'altrui.
Egli pensava, ed era nel vero, che le sue proprie qualità morali
sopravanzavano di gran lunga le fisiche, e che, se pochi uomini potevano
stargli a fronte nel campo del pensiero e del sentimento, moltissimi
altri erano senza fine più avvenenti di lui. Allora, curioso come quei
bambini che spezzano i balocchi pur di vederne il congegno, egli
cominciò a smontare l'amore dell'amica sua per vedere com'era fatto.
Discutendo tra sè il problema che ci occupa e ci divide, egli pensava
come me, contessa: che la bellezza preme sopra ogni cosa. A questa
persuasione lo aveva condotto non l'astratto ragionamento, ma il
positivo studio della storia naturale. Grazie a questo studio egli
sapeva che in tutto il mondo vivente c'è una scelta sessuale e che
questa scelta è fatta con i criterii della vistosità delle forme, della
vivacità delle colorazioni, della ricchezza degli ornamenti. Gli uomini,
animali ragionevoli, sono, prima che ragionevoli, animali; quindi
obbediscono a quelle stesse leggi che regolano tutto il mondo animato:
in forza di questa argomentazione egli non dubitava della capitale
importanza della venustà. Così pensando, si proponeva questo problema:
«Che cosa varranno le mie doti morali e quella poca bellezza che
posseggo, se un giorno un uomo veramente bello tenterà di portarmi via
il mio bene?...» Egli non prevedeva ancora, non sospettava neppure che
l'amica sua l'avrebbe tradito, -- nè realmente ella poi lo tradì per un
Adone! -- ma, pur concedendo che la virtù di costei avrebbe saputo
resistere a ogni seduzione, egli temeva d'essere menomato nel concetto
di lei, di dover necessariamente scapitare ai suoi occhi quando ella
avrebbe conosciuto un vero Adone.
Un giorno essi andarono insieme a Schönbrunn. Provveduti d'un permesso,
visitarono il Palazzo d'estate. Nella corte, mentre stavano per avviarsi
alla scalea, apparve dinanzi alla coppia amante un militare, un alfiere
delle Guardie del Corpo. Ermanno Raeli soffermossi, turbato dalla
maraviglia. Quell'uomo aveva la bellezza d'un Dio. Alto oltre la media,
e tanto che appena un poco più sarebbe parso sgraziato, la sua
dominatrice statura, il portamento marziale, la stupenda proporzione
delle membra, la felice armonia dei lineamenti, l'agile forza che
rivelavasi all'incesso, alle mosse; la delicata morbidezza della
carnagione, la serica biondezza dei capelli e dei baffi, la dolce e
nobile espressione degli occhi, le stesse smaglianze della divisa che
non pareva sovrapposta alla persona ma far tutt'uno con essa,
mortificavano ed avvilivano ogni altra figura, intorno a lui. Ed
Ermanno, con una stretta acutissima al cuore, sentiva di non valere più
niente, d'esser meschino, povero, inutile, spregevole; ma tuttavia il
senso di felicità che la vista di quella miracolosa creatura gli
procurava, il sentimento estasiato che lo invadeva quasi contemplando
una sublime opera d'arte, erano ancora più forti della sua umiliazione.
Se in lui, uomo, rivale, si produceva un effetto tanto profondo, che
cosa doveva provare l'amica sua?... Egli si volse verso di lei: la donna
non esprimeva meraviglia alcuna. Quando il militare, allontanatosi, non
potè più udirli, le domandò:
-- Hai visto che bella figura?
Ella rispose semplicemente:
-- Sì, molto bella.
Più tardi, quando furono proprio soli, intimamente, egli tornò a
interrogare:
-- È proprio vero che sei rimasta indifferente dinanzi a quell'uomo?...
Ne vedesti mai di più belli?... Non è possibile che tu non abbia nulla
provato!...
Ella continuò a rispondere che gli era parso molto bello, che non
rammentava d'averne visti altri così, e che aveva appunto pensato: «Ecco
propriamente un bell'uomo!....»
Ma da quel giorno egli non la lasciò più in pace, cupido di sapere. Le
descriveva con calore la divina bellezza del militare, le domandava se
lo avrebbe amato; ella rispondeva che le persone non si amano così, per
averle viste a pie' d'una scala. Le diceva ancora:
-- Se io sembro una marionetta, vicino a lui, come ti posso ancora
piacere?
Ed ella rispondeva:
-- Tu non mi piaci soltanto, ti amo.
-- Riconosci dunque che è più bello di me?
-- È bello come una statua. Le statue s'ammirano, non si amano.
-- Se non amassi me?...
-- Che idea!
Gli sfuggiva; ma Raeli sentiva che in fondo al pensiero di lei c'era
qualcosa che ella non diceva, che non voleva dire. Naturalmente la paura
di offender l'amato, di perdere la stima di lui, la vergogna e il morale
pudore le impedivano di rivelare il proprio sentimento, di confessare
che la sola venustà della forma bastava ad accendere il suo desiderio.
Ermanno voleva però ad ogni costo ottenerne la confessione. E una volta,
in uno di quei momenti che ogni pudore è dimenticato e la sincerità
trionfa di tutte le vergogne, dopo aver ripreso a descrivere, ammirato,
la bellezza del militare, egli le domandò improvvisamente, prendendole
una mano, guardandola negli occhi:
-- Ascolta: se io partissi, se tu non avessi più notizie di me, se fossi
come perduto, come morto per te; se in queste condizioni tu ti trovassi
sola con lui e se egli ti cadesse ai piedi, che cosa faresti?...
Ella liberò la mano dalla stretta, chiuse gli occhi, portò le mani agli
occhi chiusi, stette un istante così, in silenzio, come per raccogliere
tutta la propria pazienza contro l'offensiva insistenza dell'amico suo;
poi, molto piano, rispose:
-- _Non me lo domandare_...
L'OMONIMO
_Mia cara amica,_
E va bene! Ancora una volta ella ha ragione!... Noi dovevamo discutere
se l'impero della bellezza è maggiore del prestigio del genio, e per
dimostrare che il genio è posposto alla bellezza io le ho riferito il
sentimento d'una donna che del genio non poteva comprendere il valore.
«Questa vostra signora Woiwosky, per vostra stessa confessione, non
aveva ancora idea d'una sensibilità squisita, d'una imaginazione
feconda, d'un intelletto acuto come quelli del vostro amico. Ed aveva
avuto altri amanti prima di lui, e lo tradì: come volete dunque che io
la prenda sul serio? Era, evidentemente, una di quelle disgraziate che
non obbediscono se non agli istinti, che ignorano il mondo superno dei
sentimenti e delle idee: e vi meravigliate, allora, che un paio di baffi
biondi la titillasse e che ad un paio di baffi biondi ammettesse di
poter sacrificare un'anima come quella del vostro amico? Ma se voi
volete provare che la musica è superiore alla pittura, fatemi un poco il
piacere di non addurmi il giudizio d'un cieco!...»
E se io le dicessi, contessa, che rispetto al genio tutte le donne sono
cieche?... Ella non si offenderebbe di questo giudizio; perchè, se noi
non andiamo spesso d'accordo, molte volte ella ha riconosciuto, con una
schiettezza che non so se faccia più onore alla sua intelligenza o alla
sua modestia, l'intellettuale inferiorità delle donne. Così stando le
cose, se la mente muliebre non vive nè arriva alle altezze dove il
maschio intelletto opera e spazia, che cosa importerà alle donne la
grandezza intellettuale? Che cosa faranno esse di ciò che non
intendono?... Naturalmente, noi metteremo da parte le eccezioni. Nè mi
dica che la galanteria mi suggerisce questa concessione. Io non
commetterò ora l'insulsaggine di lodare l'intelligenza di lei; ma, se
dobbiamo discutere il nostro problema, il quale, mentre mi pareva
risolto con un assioma, sta per diventare -- grazie alla sua
ostinazione! -- un apòro, io le ripeterò che alle donne di molta
levatura sicuramente la grandezza importa più della bellezza; farò anzi
di meglio: le riferirò il motto d'una non volgare Amatrice dinanzi a cui
qualcuno, riferendo certe fortune galanti di Guy de Maupassant, diceva,
quasi per giustificarle, che il grande scrittore era anche un bell'uomo.
-- _Chi si chiama Maupassant non ha bisogno di essere bello_, -- rispose
costei; ed ella batta pure le mani, si giovi fin che vuole di questa
risposta: io debbo dichiararle che questi ed altri simili esempii sono
tutti esempii dell'eccezione, non mai della regola. Esempio della regola
è quello che racconta Chamfort e che ella mi permetterà di riferirle. Il
filosofo Elvezio era, da giovane, bello come l'amore. Una sera che se ne
stava, al teatro, tranquillamente seduto vicino alla celebre Gaussin, un
molto ricco e noto banchiere venne a dire all'attrice: «Mademoiselle,
vous serait-il agréable d'accepter six-cents louis, en échange de
quelques complaisances?...» L'attrice rispose, forte abbastanza perchè
il giovane filosofo potesse udire, e additandolo: «Monsieur, je vous en
donnerai deux-cents, si vous voulez venir demain matin chez moi avec
cette figure-là...»
La regola, signora mia, è che al più gran numero delle donne il genio
importa poco e che quasi tutte gli preferiscono un bel viso. Se noi
enunzieremo il nostro psicologico problema così: «Dato un uomo di genio,
il quale sia anche un bell'uomo, trionferà egli più presto per il suo
genio o per la sua bellezza?» io dico che la soluzione non può esser
dubbia: la bellezza eserciterà l'azione più pronta ed efficace. E se le
ho dianzi citato un esempio storico, glie ne aggiungo un altro che non è
storico ancora, ma sarà tale, perchè riguarda un genio non meno grande
nell'arte di quel che fosse Elvezio nella filosofia. Stia un poco
attenta: la storiella che le narrerò è una delle più graziose fra quante
mi furono confidate.
Crede ella che sia permesso ignorare, in Italia, chi è Guglielmo
Valdara? Chi non ha letto i suoi magnifici versi, chi non ha almeno
udito ripetere i più famosi, quelli divenuti popolari, entrati ad
arricchire il patrimonio della lingua parlata, come i proverbii e i modi
di dire? Ma se a nessuno riesce nuovo il suo nome, molti non avranno
idea della sua persona e non sapranno che egli possiede quel genere di
maschia bellezza destinata a piacere alle donne ed a formare l'invidia
degli uomini. È alto, magro ed agile; ha lineamenti nobili e puri,
capelli folti e dorati come nella prima gioventù. I suoi amici gli
chieggono, scherzando, di quale tintura si serve; ma Valdara è veramente
un miracolo di conservazione -- poichè, come ella saprà, è più vicino ai
cinquanta che non sia lontano dai quaranta. Ma il tempo passa per lui
senza offenderlo, e la sua figura è di quelle la felice armonia delle
quali muta di carattere, ma non si distrugge. Quando le sue chiome
saranno tutte d'argento, sembrerà ch'egli abbia messo, per civetteria,
una bella parrucca -- e piacerà ancora. Quando non avrà più capelli, la
sua testa parrà scolpita nel marmo pario -- e non dispiacerà. Ma veniamo
all'avventura della quale fu l'eroe.
Due anni addietro, sul principio dell'estate, egli andò ai bagni d'Aix,
dove trovò parecchi connazionali, ma nessuno di sua conoscenza. Qualcuno
di quegli Italiani, tuttavia, avendo letto il suo nome sulla lista dei
viaggiatori, lo considerava con l'occhio attento ed un poco attonito col
quale si guardano i grandi uomini, le bellissime donne e le bestie rare.
Certuni gli gironzavano attorno, cercando l'occasione di dirgli che
sapevano chi era; ma, naturalmente nemico di questo genere di
esposizioni, Valdara evitava costoro, ed era molto contento quando lo
scambiavano con uno dei tanti Valdara così numerosi nell'alta Italia,
specialmente col proprietario o direttore che sia del celebre lanificio
di Biella.
La corte degli uomini lo seccava; però egli faceva la corte alle
signore. Una sopra tutte gli piaceva: la moglie graziosissima ed
elegantissima d'un ingegnere piemontese, il cui nome si omette per
discrezione. Fin dal primo giorno che costei apparve alla _table
d'hôte_, Valdara le piantò gli occhi addosso, con una persistenza
legittimata dalle occhiate rapide e frequenti che anche ella gli
rivolgeva. La sera, al Casino, uno di quei curiosi che era finalmente
riuscito ad esprimergli la propria ammirazione e che conosceva
l'ingegnere e la moglie, lo presentò alla coppia di fresco arrivata. E,
credendo di riescirgli particolarmente gradito, si mise a parlare di
letteratura. Valdara, lieto della conoscenza fatta, era un po' seccato
da quel discorso, temendo da un momento all'altro di sentir citare le
proprie opere o di dover rispondere alla solita incresciosa domanda: «E
che cosa ci regalerà di nuovo?» Per fortuna il seccatore ebbe il buon
gusto di non alludere a lui; nè la signora, la quale del resto era un
poco stanca e si ritirò molto presto, gli fece gl'immancabili ed
immancabilmente stupidi complimenti.
Fin dal domani Valdara cominciò l'assedio, e con gran piacere s'accorse
che le cose si mettevano bene. Il seccatore se ne partì, l'ingegnere
stava poco bene, quindi egli ebbe l'agio di veder spesso sola la dama
dei suoi pensieri. Una settimana dopo, ottenne di fare con lei una
passeggiata clandestina. Parlarono di tutto, fuorchè di letteratura;
anzi, non di tutto, ma d'una cosa sola. Ella indovina quale. Valdara
disse alla sua bella connazionale, con tutta l'eloquenza che gli era
consentita dall'assoluta solitudine, quanto gli piaceva -- e la sua
bella connazionale se lo lasciò dire. Dopo un'altra settimana di
colloquii, di balli, di strette di mano furtive, di baci un po' rubati e
un po' concessi, ella andò a trovarlo in camera sua. E allora, come
facilmente comprenderà, non parlarono di niente. Le visite si
rinnovarono, e furono tutte poco verbose, perchè necessariamente brevi.
Insomma, Valdara assaporava beatamente la dolcezza dell'avventura, e
come non chiedeva null'altro all'amica, così non gli faceva senso che
neppur ella gli chiedesse null'altro.
Ora, un giorno, mentre l'aspettava, la posta gli portò due pacchi
contenenti sedici copie del suo nuovo volume _Le Memorande_, che
l'editore proprio in quei giorni doveva diffondere per tutta la
penisola. Siccome mancava più d'un'ora al convegno, egli si mise a
scrivere le dediche su quei volumi che s'era fatti mandare appunto per
spedirli agli amici. Non aveva ancora finito che l'uscio si schiuse e
l'amica sua gli venne incontro. Egli lasciò a mezzo le dediche e tese le
braccia alla dama, esclamando, a bassa voce, ma con l'accento della più
lieta meraviglia:
-- Che piacere!... Tanto più presto!... Non vi speravo ancora!...
Ella spiegò che una felice circostanza l'aveva lasciata libera prima
dell'ora consueta e che perciò avrebbero potuto restare insieme più a
lungo del solito.
-- Ma io non disturbo?... -- domandò con un discreto sorriso, per farsi
assicurare del contrario; e Valdara:
-- Voi?... Se non mi par vero?... Se m'avete risparmiato la febbre
dell'attesa!...
Accennando alla scrivania, ella soggiunse:
-- Facevate però qualche cosa... -- e andò a vedere.
Le copie delle _Memorande_ erano distribuite in due pile: da una parte
quelle dove la dedica era già fatta, dall'altra quelle dov'era ancora da
fare; nel mezzo, aperto alla prima pagina bianca, l'esemplare dove
Valdara stava scrivendo; «_A Giuseppe Giacosa, fraternam_...» Ella
guardò curiosamente quei libri, prese l'esemplare aperto e considerò un
poco la dedica.
-- Questo libro è dunque vostro? -- domandò, senza nessuna espressione
di compiacimento o di stupore; e Valdara, stupito invece un poco per
proprio conto, rispose:
-- Si, è mio... Ne gradite una copia?...
Allora, con l'espressione di chi si sovviene a un tratto di qualche
cosa, la dama insistè:
-- Dunque voi siete Valdara, il poeta?... L'autore delle _Elegie
d'autunno_?... -- E naturalmente, tranquillamente, come se il sapere che
l'amico suo era uno dei più grandi poeti della patria non gli
aggiungesse nè gli togliesse nulla, ella continuò: -- _Io avevo creduto
che foste quell'altro, quello del lanificio..._
Per la verità debbo aggiungere che Valdara, quella volta, restò un po'
male.
LA VEGLIA
_Cara Contessa,_
Pare che l'avventura di Guglielmo Valdara, se non l'ha proprio convinta,
l'abbia scossa, almeno, e indotta a dubitare di ciò che prima asseriva
con troppa fermezza. Infatti, concedendomi che le donne stiano attente
alla bellezza degli uomini da amare più che non alla morale altitudine
di essi, ella mi domanda: «E gli uomini, allora? Che altro cercano, se
non le qualità fisiche? Che prezzo dànno alla bontà, all'intelligenza,
alla virtù? E allora oserete fare una colpa a noi donne se la bellezza
ci seduce? Ma se noi le diamo tanta importanza, se la cerchiamo con
tanto impegno, se non amiamo senza trovarla vuol dire, mi pare, che
siamo ad essa sensibili; voialtri, invece, non ne fate anche a meno,
tantissime volte? Non avete riconosciuto che una donna qualunque, una
femmina purchessia, è dai maschi desiderata e cercata? Dite benissimo;
ma la conseguenza che traete da queste premesse è storta, stravagante e
tutta opposta a quella che dovrebbe essere; perchè mentre la logica
dovrebbe farvi riconoscere che gli uomini amano meno bene, la
presunzione vi fa dire che essi soli sanno amare!...»
Io direi, contessa, di non ingolfarci in questo dibattito. Tanto, è
fuori di dubbio che, dopo avere versato fiumi d'inchiostro, ciascuno
s'affermerà nella propria opinione. Sarà anche inutile tirare in ballo i
grandi scrittori passati e presenti; perchè, se Shakespeare ha detto che
«l'impronta dell'amore nel cuore delle donne è come la figura disegnata
sulla neve, che un raggio di sole cancella,» ella mi rovescerà addosso
una quantità di moralisti, di pensatori, di poeti che dànno ragione a
lei. Dunque, lasciamola lì. Soltanto, perchè ella non mi scambii le
carte in mano -- tutte le signore sono felici quando riescono a barare
al giuoco -- la pregherò di notare che noi parlavamo d'uomini e di
donne, non già di maschi e di femmine. Nella bruta ed infima umanità,
come in tutto il regno animato, l'ardenza dei bisogni mascolini è tale,
che fa passar sopra ad ogni qualità nelle femmine da amare, mentre la
freddezza femminile ha bisogno dello stimolo e dell'eccitazione prodotti
da maschi appetibili per bellezza o per forza. Ma questi amori meccanici
sono amori nell'umano senso della parola? Amori sono quelli delle
creature dotate di spirito, d'anima, di mente, di cuore: or siccome il
cuore, la mente, l'anima, lo spirito degli uomini sono più vasti, più
potenti, più alti, più forti di quelli muliebri, così gli uomini amano
meglio delle donne. L'istinto inferiore potrà bensì talvolta vincerli;
ma anche allora essi trovano modo di riscattare le loro cadute. Ella mi
dice che nessuna donna va in cerca del solo piacere, e sia come ella
vuole; mentre un'infinità di uomini, soggiunge, e non già dei volgari ma
dei più nobili, cercano un'infinità di volte «la pura -- l'impura! -- e
semplice soddisfazione degli appetiti;» ma ciò che a lei par semplice
non è poi tanto semplice come le pare; e ancora quando uno di costoro si
trova in cospetto d'una mercenaria, sa ella che cosa prova? Invece
d'imaginare i sentimenti che questi uomini possono provare in tali
circostanze, ascolti piuttosto il fatto che voglio narrarle.
Non posso dirle a chi lo debbo. Il cantastorie di professione non
avrebbe difficoltà di attribuirlo ad un personaggio fantastico, del
quale foggerebbe lì per lì il nome e il cognome; ma se così facessi mi
parrebbe di scemare la verità, di menomare il valore di questo fatto. E
mi basterebbe, per un altro verso, dire il nome del mio confidente, che
è uno dei più potenti e venerati Principi del Pensiero, perchè ella si
disponesse a udirmi con più intensa curiosità e m'accordasse più sicura
fede; ma io non posso e non debbo dirlo: giacchè, quand'anche l'usanza
non vietasse di narrare intime cose del Genio finchè la manchevole vita
lo tiene e quasi menoma la grandezza sua, il rispetto che ho per gli
scrupoli di questo mio grande Maestro, i quali sono fra i più gelosi e
delicati che la sensitiva Anima abbia mai educati, mi vieterebbe di
tradire la confidenza della quale egli mi onorò. Ella si contenterà
pertanto ch'io lo chiami Protagonista, senz'altro.
Protagonista significa, secondo l'etimologia, primo gareggiatore, ed
egli era veramente alla sua prima gara d'amore. Non aveva ancora, non
che posseduta, ma neppur vista una donna; intendo che il mistero della
forma muliebre gli era sconosciuto. E doveva ancora compiere vent'anni,
il che le dica se sentisse ardenti gli stimoli dell'istinto. E s'era
abbeverato di poesia, il che le dica con quanto struggimento aspettasse
e sognasse d'amare. Ma il tempo passava, egli avanzava nella vita, e la
Terra Promessa non appariva. Egli sentivasi solo, monco, incompiuto: ma
la metà di sè stesso della quale era privo, l'essere del quale aveva
bisogno, non compariva ancora. Per appagare, con l'ardente bisogno,
l'esasperata curiosità, egli non trovò di meglio che varcare, una sera,
la soglia d'uno di quei luoghi dove si vende il Piacere, ma si compra il
Disgusto. Quanti uomini sono stati iniziati alla vita nuziale in modo
meno indegno? Pochi uomini, in verità; tanto pochi che non è da stupire
se, dopo questo primo avvilimento, s'ode poi così spesso negare ogni
ideale richiamo nei rapporti d'amore e tutto ridurre alla soddisfazione
del cieco appetito. Ma la sete di qualche altra cosa, se fu provata una
volta, potrà mai spegnersi del tutto, qualunque sia stato l'orror della
prova? Ed ella udrà che cosa fece, per questa sete, il mio Protagonista.
Era la prima volta che aveva denaro da buttar via, e alle miserevoli
creature che annegano la tristezza nel vino egli pagò da bere. Voleva
forse annegare la sua propria tristezza? No, non era triste; era
risoluto, cosciente di sè; aveva precisamente deliberato di fare ciò che
faceva. Pagò del vino di Sciampagna, il vino delle cortigiane, e ne
bevve anch'egli; poi condusse con sè una di quelle sciagurate. Seppe
scegliere: in mezzo alle maschere di belletto e di cerussa, alle forme
deturpate dal vizio, alle animalesche bellezze destituite d'ogni
espressione, egli vide e preferì la figura più umana. Denudato, il corpo
della Mercenaria appariva perfetto. Come mai, dirà ella, poteva costui
giudicare intorno a questa perfezione, se ancora non aveva visto altre
donne? Vive donne non aveva vedute; ma la pura idea della Bellezza che
l'arte miracolosa ha saputo esprimere dalla greggia realtà gli stava da
tempo dinanzi agli occhi dell'anima; e di che senso d'arte egli fosse e
sia dotato, dissero e dicono i prestigi delle sue opere. Quand'anche il
suo giudizio d'allora non paresse troppo attendibile perchè egli non
aveva termini di paragone, i paragoni che più tardi istituì, nel corso
d'una molto variata e sagace esperienza d'amore, gli fecero riconoscere
che non l'accesa imaginazione nè la violenza dei desiderii conferivano a
quella donna qualità che non possedeva, ma che veramente egli si trovò,
per un caso fortunato e troppo infrequente, dinanzi a una grande
bellezza avvilita.
Dunque la sua vista pascevasi alfine del fantasticato spettacolo, questa
volta alfine non i sogni lo visitavano; materiata di elastiche polpe e
di purpureo sangue, palpitante di vita, docile e pronta gli stava al
fianco una donna, la Donna. Perchè, dove ogni altro avrebbe visto una
femmina, il Protagonista, dimentico del luogo che l'accoglieva e del
mestiere che vi esercitava, o non dimentico, anzi cosciente di queste
cose, vedeva e sentiva che, nonostante, la creatura distesa accanto a
lui era la creatura aspettata e promessa, il sospiro delle sue solitarie
notti, il bisogno della sua monca esistenza; vedeva e sentiva che,
qualunque fortuna l'avvenire gli potesse serbare, mai più egli sarebbe
riuscito a dimenticare la turbata meraviglia, il piacer trepido e quasi
pauroso del quale era pieno in quell'iniziale momento. Di chi la colpa,
se la prima donna ch'egli aveva al fianco non era una vergine come lui
ignara e turbata, ma una mercenaria? Non di lui, non di lei. La colpa
era degli uomini, delle loro dure leggi, o piuttosto della più dura,
dell'iniqua e incorreggibile legge della vita. E un bisogno di
ribellarsi alla stolta logica umana, di giudicare con la sua mente e col
suo cuore, dall'alto; di correggere la tristezza della profanazione che
questa vita gli faceva commettere; e una tenerezza pietosa per la
sciagurata che gli s'offeriva, e un istinto di nobiltà e di rispetto dal
quale ella potrà giudicarlo; il cumulo di queste e d'altre ragioni non
bene precise nella sua coscienza, lo indussero... a che cosa? A restare
tutta una notte con la mercenaria, senza toccarla.
Ella sa l'usanza della cavalleria, ai tempi andati: un libro immortale,
il romanzo di Don Chisciotte, l'ha fatta nota a chi meno s'intende delle
cose della Tavola Rotonda. Il giovane signore, prima che fosse armato
cavaliere, doveva passare tutta una notte vegliando l'arme. Rammenta
ella la scena che descrive Cervantes? Don Chisciotte, raccolti e
indossati i pezzi spaiati d'un'arruginita armatura, li dispone entro una
pila, accanto a un lavatoio, nel cortile d'una taverna: per l'imaginoso
hidalgo della Mancia quegli oggetti in quel luogo si trasformano
prodigiosamente, sono il più forbito e prezioso arnese nella chiesetta
del più signorile e potente castello; la qualità reale delle cose sfugge
ai sensi del sognatore: l'anima sua accesa dalla bellezza conferisce a
tutto le qualità desiderate. Come l'eroe leggendario, il Protagonista
non vide, dimenticò, volle ignorare la mercenaria e la suburra: egli si
sentì come dinanzi a una Sposa, e come dinanzi a una Sposa restò timido
e trepidante.
Ella sorride; anzi non sorride, deride. Ella pensa un bisticcio e dice
tra sè che anche questo mio Cavaliere fece una «trista figura.» Io debbo
disingannarla. Certo non è raro che il morale turbamento impedisca le
operazioni dell'istinto, ed è vero che il segno del massimo amore
consiste nel non potere temporaneamente amare. L'amor proprio, che si
caccia dovunque, rende insoffribile agli uomini il fiasco stendhaliano
che invece suol essere molto lusinghiero all'amor proprio delle donne.
Ne godono esse perchè è sintomo del sentimentale invasamento, o non
piuttosto perchè, l'amore essendo fatto di odio e l'abbraccio dei due
amanti somigliando troppo alla lotta di due nemici, le sconfitte e le
mortificazioni dell'uno sono naturalmente vittorie ed esaltazioni
dell'altra? Lasciamo che ciascuno risponda a suo modo: il fatto è
innegabile, e una donna molto esperta, ad un amante che, per assicurarla
dell'amor suo, le rammentava la foga del primo amplesso, ebbe ragione di
dire: «_Ciò non prova nulla, al contrario!..._» Ma, per tornare al
nostro soggetto, tutt'altro fu il caso del Protagonista. Non i sensi gli
disobbedirono, ma egli stesso si dominò. A cogliere il frutto delizioso
egli era pronto; niente e nessuno gl'impediva d'assaporarlo, fuorchè la
sua propria volontà. Egli non doveva metter opera ad eccitarsi, come
accade a coloro cui manca d'improvviso l'ardire; al contrario, faceva di
tutto per domarsi, per resistere a un impulso veemente.
E comprende ella lo sbalordimento di quella donna? Alla sciagurata per
cui le fantasie dei clienti erano leggi, qual altra fantasia dovè far
sospettare quel nuovo contegno? Per un poco si sforzò di comprenderlo,
invano; perchè se il Protagonista racconta ora quella sua avventura a
chi è capace d'intenderla, non poteva allora aprire alla mercenaria
l'animo suo. Che stranezza, è vero? E come stranezze simili sono
frequenti in più degni amori! Una donna c'ispira uno scrupolo ideale, ci
fa provare un sentimento raro e ineffabile, ci procura impressioni
insolite e squisite; noi l'amiamo per questo, l'amor nostro è fatto di
questo... e non possiamo aprircene con lei, perchè sentiamo che non
c'intenderebbe; e, ciò sapendo, continuiamo ad amarla... Che cosa prova
questo fatto, se non che l'amore è un impulso prepotente ed una
fioritura miracolosa soltanto nei sensi e nel cuore degli uomini? Se la
Mercenaria non poteva comprendere lo scrupolo di rispetto e il bisogno
di nobiltà che tormentavano il Protagonista, quante altre donne
comprendono la poesia che a loro insaputa suscitano nel cuore dei loro
amanti? E di quasi tutte non si potrebbe dire ciò che un Poeta disse di
una:
Ce que j'aimais, en toi, c'était ma propre ivresse;
Ce que j'aimais, en toi, je ne l'ai pas perdu.
Ta lampe n'a brûlé qu'en empruntant ma flamme.
Comme le grand convive aux noces de Cana,
Je changeais en vin pur les fadeurs de ton âme,
Et ce fut un festin dont plus d'un s'étonna.
Tu n'a jamais été, dans tes jours les plus rares,
Qu'un banal instrument sous mon archet vainqueur,
Et comme un air qui sonne aux bois creux des guitares,
J'ai fait chanter mon rêve au vide de ton coeur...
La mercenaria, rinunziato a capire il capriccio del nuovo cliente, finì
col prender sonno. Ella dormì fino all'alba stupidamente serena. Il
Protagonista, il Poeta, l'Uomo, vegliò, si tormentò per vegliare, senza
toccarla, la Forma della Bellezza, per non profanarne la prima
rivelazione, per fare di quella notte, che doveva essere una stupida
orgia, un puro ricordo. All'alba si levò, baciò in fronte la mercenaria,
e andò via.
IL SOSPETTO
_Amica mia,_
Siamo alle solite! Noi non riusciremo a metterci d'accordo mai. Non
neghiamo i fatti, non ne disconosciamo il significato, ma diamo ad essi
un diverso valore: ciò che io considero come regola, a lei pare
eccezione, e viceversa.
E se provassimo un poco a rammentarci di quel precetto secondo il quale
ogni eccezione è conferma della regola? Ecco qui, per esempio: ella se
la prende un'altra volta con me perchè «sfondo le porte aperte.» Dovendo
provarle che, in amore, gli uomini mettono sentimenti rari, forti,
delicati; dovendo darle una prova della poesia con la quale essi sanno
condire le cose meno poetiche, le ho narrato l'avventura d'uno dei più
insigni poeti, di un Principe del Pensiero. «Che Sua Altezza sia
tant'alta non è da stupire! Ma per un Principe capace di fare ciò che
m'avete riferito, che spaventevole numero di borghesi bassissimi ed
infimi i quali non amano -- cercate un'altra parola! io non voglio
profanar questa usandola a tale proposito! -- se non nei luoghi dove il
vostro cavaliere fece la veglia dell'arme? Invece le donne capaci di
soli amori d'epidermide esistono, sì; ma sono, per buona sorte e ad
onore del nostro sesso, tanto poche che, quando ne trovate qualcuna, voi
la considerate come un'inferma degna non solo di compatimento ma anche
di cure. Senza un qualche morale richiamo -- e siano pure, come voi
dite, quelli poco morali della vanità e della curiosità -- le donne non
capiscono ciò che voi altri capite troppo bene. Molte volte, è vero, il
sentimento della pietà le spinge ad appagare i loro amanti per farne
cessare le pene, per vederli lieti e felici; molte volte ancora l'idea
di padroneggiarli, di farne quel che vogliono, le riduce a fare ciò che
vogliono essi; ma sia l'idea di un dominio da esercitare, sia la
commozione pietosa, siano gli eccitamenti della curiosità, siano le
soddisfazioni di vanità procurate dall'adulazione mascolina, bisogna che
almeno un'idea, se non proprio un sentimento o un affetto, le persuada e
le pieghi. Senza di ciò, state pur certo che tutte saranno dell'opinione
della duchessa d'Orléans....»
Se ella pone così la quistione, io le dirò, contessa, che sono del suo
parere e che non abbiamo più bisogno di discutere. Che le femmine
animali siano fredde e si possano considerare addirittura come
ghiacciate a paragone dei maschi ardentissimi, è un fatto che la storia
naturale dimostra fino all'evidenza. Che l'ardore dei sensi sia estremo
negli uomini, e che i sensi muliebri non ardano come fiamma, ma covino
piuttosto come brace sulla quale occorre soffiare perchè dia vampe e
riscaldi, lo abbiamo già detto, nessuno lo mette in dubbio e non accade
più dimostrarlo. Ma perchè nella costituzione dei sessi corre questa
differenza innegabile, dovremo noi dire, come a lei piace, che tutte le
donne sono come la duchessa d'Orléans? Dichiarava costei che quella di
fare i figliuoli è «une vilaine, sotte et dangereuse chose qui ne m'a
jamais plu». Ma se ella mi concede che, a parte le differenze araldiche,
una marchesa vale, come donna, quanto una duchessa, io le riferirò
l'opinione della marchesa di Richelieu, la figlia della duchessa di
Nevers. «Tous les romans qui paraissent,» diceva dunque la marchesa di
Richelieu all'abate di Grécourt, «sont bien denoués d'évènements
piquants; si j'écrivais ma vie, vous verrez bien d'autres aventures. Par
exemple, en allant un jour à la campagne, je fus arrêtée dans un bois,
loin de tout secours, par un voleur. Mes gens prirent la fuite; quand il
m'eut bien volée, le galant s'avisa de me trouver belle et, en
conséquence, il fallut passer par ce qu'il voulut; il demandait d'une
façon si pressante et si tendre -- avec un pistolet à la main -- qu'il
n'y avait pas le moyen de le refuser. Eh bien, l'abbé, croirez-vous bien
qu'il y eut un moment où je ne pus m'empêcher d'écrier: _Ah! charmant
voleur! Oh! voleur charmant!..._»
Bisogna credere, è vero? alla narratrice; perchè la sua confessione è di
quelle che, per universale consenso, recano pregiudizio alla reputazione
di una donna; ma se l'avventura le pare poco persuasiva come troppo
romanzesca, io glie ne narrerò un'altra assolutamente autentica. Il
fatto è successo in Sicilia ed è per molti rispetti caratteristico dei
costumi isolani.
C'era una volta un avvocato, giovane, nè bello nè brutto, eccessivamente
barbuto, con due occhi che parevano cinti di fiamme, il quale s'era
innamorato a modo suo d'una buona e bella signora, lontana sua parente.
Dico che s'era innamorato a modo suo, perchè, senza parlarle mai
d'amore, non pensava ad altro che ad averla. È pur vero che se non le
parlava d'amore ciò dipendeva dalla difficoltà di parlarle d'una cosa
qualunque. Ella avrà sentito dire che laggiù i mariti sono molto gelosi;
e se pure, a suo giudizio, gli uomini sentono tutti ad un modo, non mi
negherà che la diversa latitudine sotto la quale vivono eserciti una
certa influenza almeno sui costumi; ora in Sicilia, se la gelosia non è
più fortemente sentita, è certo che i gelosi hanno maggiori mezzi di
garentirsi. La libertà che le signore godono nel mondo un po'
cosmopolita delle grandi città continentali è ignorata nell'isola rude e
mezzo selvaggia; la casa maritale ha ancora molto dell'_harem_ dove
nessun altro fuorchè il signore può penetrare. A poco a poco la civiltà
occidentale distrugge queste tradizioni, specialmente nelle classi più
alte; ma il caso che un uomo innamorato non possa trovar mezzo
d'accostare la donna amata, anche innocentissimamente, nè in casa di
lei, nè in casa altrui, nè per istrada, nè in chiesa, è tutt'altro che
raro. Il nostro avvocato, però, vedeva di tanto in tanto la signora da
certe comuni cugine. Tutte le volte che la incontrava lì, i suoi occhi
mandavano vampe più fosche. Ella era una di quelle donne semplici e
pudiche che, dal modo col quale si vestono al modo col quale guardano --
o meglio, non guardano -- tolgono ogni speranza ai seduttori. Aveva il
viso bianco, quasi pallido, un po' magro; i capelli nerissimi, raccolti
in una treccia attorcigliata sulla nuca; le forme modeste, l'aria dolce
e serena. L'avvocato struggevasi, arso, disperato; quando un giorno,
andato da quelle sue parenti e non trovatele in casa, la vide apparire
mentre egli stava per andarsene. Veniva a cercare anch'ella delle
cugine, e udendo che non c'erano si disponeva a tornarsene indietro dopo
essersi riposata un istante; ma l'avvocato concepì repentinamente un
piano di aggressione. Mandata via la persona di servizio con un pretesto
qualunque e chiuso a chiave l'uscio, si gettò ai piedi della donna. Ella
s'alzò, gridando dalla paura, tentando di sfuggirgli. Ma l'altro che --
come quasi tutti i suoi conterranei -- portava sempre a spasso il
revolver, lo cavò di tasca e ne diresse la canna contro il petto
dell'inerme e debole creatura. Consideri dunque: abbiamo qui una donna
naturalmente casta, alla quale non è stata detta una parola d'amore, che
si vede aggredita inopinatamente e selvaggiamente, che è minacciata di
morte; alla quale il disgusto, l'orrore, il terrore, tolgono quasi i
sensi. Orbene: quando l'avvocato la ebbe, con mezzi così eloquenti,
persuasa a udire ciò che aveva da dirle, ella rimase muta e sorda; ma
quando egli, non contento di una prima.... dichiarazione, la ripetè con
nuova lena, ella si riscosse, e la terza volta anche gli rispose....
Ella nega ancora, dice che tutto ciò non prova niente. E io le dirò che,
prima di credere alle donne che dichiarano di sentire repugnanza per
l'amor fisico, bisogna aspettare di vederle in presenza di un Ottavio di
Malivert. E siccome ho cominciato con le storielle, eccone subito
un'altra.
Personaggi: Lui e Lei. Lui faceva la corte a Lei. Dicendo _corte_, non
adopero un'espressione molto propria, perchè essa implica l'idea d'una
certa tal quale disinvolta leggerezza, poco compatibile con la passione
vera. E Lui amava Lei appassionatamente. Era un uomo d'affari; ma,
giovanissimo ancora, le cifre ed i conti non gli avevano tolto il
bisogno e la capacità d'un puro affetto. Lei non era alle prime armi;
anzi molto sinceramente soleva dire che con i grandi lavoratori, con gli
artisti, con tutta la gente che ha poco tempo da perdere, non bisogna
eccedere nella resistenza. Tuttavia, quanto più era abituata a cadere,
tanto più aveva bisogno di dimostrare agli altri ed a sè stessa che solo
l'irresistibile slancio dell'anima determinava le sue molteplici cadute;
quindi, benchè disposta, per dirla col gergo legale, ad affrettare i
termini, pure recitava la commedia del sentimento e allontanava il
momento della capitolazione. Ciò le riusciva tanto più facile, quanto
più sincero era l'amore che il giovane le portava. Non sapeva costui
adoperare se non il linguaggio della più devota e disinteressata
passione; e le confessava la passione sua con tanti riguardi e scrupoli,
che ella temette veramente d'essersi mostrata troppo crudele e d'aver
tolto ogni ardire a quel poveromo parlandogli troppo del cielo, delle
stelle, delle anime erranti e degli angelici sponsali. Pensò dunque che
le convenisse scendere un poco verso terra perchè egli non dimenticasse
che entrambi erano di carne.
E infatti, quando, senza offrirgli nulla, ella gli suggerì l'idea di
prendere tutto -- arte della quale ogni donna è maestra -- egli tentò,
delicatamente, timidamente, di prendere non tutto, ma qualche cosa;
proprio in quel punto, pensando che un ultimo conato di resistenza non
era fuori di posto, ella si ritrasse, come crucciata.
Una parte degli uomini sono brutali per paura di parer timidi; l'altra
parte sono timidi per paura di parer brutali. Il nostro eroe apparteneva
a questa seconda categoria. Lasciò pertanto a mezzo i suoi tentativi ed
implorò perdono, giurando che non le avrebbe chiesto nulla, mai più,
pago e superbo della felicità di saperla, con l'anima, sua.... Però,
com'è naturale, la visione di ciò che avrebbe potuto ottenere se ella
non fosse stata tanto severa gl'impedì di continuare a contentarsi della
troppo spirituale comunione; e violentemente combattuto dai nuovi
desiderii e dal timore di mancare alla data promessa e di offendere la
creatura amata, un bel giorno prese una decisione che le dimostrerà fino
a che segno egli fosse sincero e starei per dire ingenuo nella sua
passione: fece le valige e partì.
Imagini adesso lo stupore e la contrarietà della dama! Ella s'era dunque
mostrata tanto inumana da spingerlo a quel passo estremo? Più esaminava
la propria condotta, più si persuadeva di no. Aveva opposto, è vero,
qualche difficoltà, ma -- Dio buono! -- soltanto per non essere confusa
con quelle donne che non ne oppongono per professione. Allora?... Che il
suo adoratore fosse talmente innamorato da perder di mira il fine ultimo
dell'amore, ella non poteva capire; nessuno aveva spinto con lei il
rispetto fino a questo segno; neppure quando, più pura, ella ne era
veramente degna. Allora?... Allora?... Del resto, egli aveva fatto, sì,
un primo ed unico tentativo; ma con tanta fiacchezza, come per darle il
tempo d'interromperlo. Allora?... Allora?... Allora?...
Ma ella avrebbe presto ottenuto la spiegazione dì quella condotta! Prima
di partire, il troppo rispettoso e obbediente amatore le aveva lasciato
una lettera nella quale, con adeguate parole, le diceva che non
l'avrebbe più riveduta, che fuggiva non reggendo al tormento di dover
stare dinanzi a lei come dinanzi a un'imagine; ma che viceversa avrebbe
portato l'imagine di lei nel cuore, sempre, fino alla morte. Ella gli
rispose con poche parole, semplici, ma molto eloquenti: «Non è permesso
lasciare una donna così, dopo averle tolto la pace dell'anima. Tornate
subito e venite a spiegarvi. Dopo, farete quel che vorrete.» E per
evitare altri equivoci aggiunse: «Vi aspetterò a casa mia, il giorno
tale, all'ora tale; ci sarò per voi solo.»
Egli tornò. E il giorno tale, all'ora tale, si presentò da lei. Il cuore
gli batteva così forte come se gli si volesse schiantare, i suoi occhi
guardavano senza vedere; e con la gola strozzata il poveretto non sapeva
come avrebbe potuto dire una sola parola. Aveva creduto di non più
rivedere l'amata, e adesso era sul punto di trovarsela accanto. Che cosa
dirle? Doveva confessarle il disperato dolore sofferto nel prendere la
risoluzione disperatissima, il vuoto che gli s'era fatto intorno lontano
da lei, l'orrore d'una vita alla quale era mancato a un tratto ogni
scopo?... Ma se egli sentiva di dover dire queste cose, le sue labbra
erano suggellate; e appena la vide, appena strinse la mano che ella gli
tendeva, non potè più dominare la commozione: due lacrime gli spuntarono
sugli occhi. Allora, senza tante storie, ella gli buttò le braccia al
collo, esclamando:
-- Ma dunque?... Perchè?... Perchè partire? Perchè lasciarmi?... -- e
come meglio gli venne fatto, rispondendo agli abbracci ed ai baci di
lei, egli disse tutto quel che aveva nel cuore. Allora il duetto divenne
un _a due_ di passione impetuosa e trionfante che avrebbe riscosso gli
applausi della platea, se simili scene si rappresentassero in pubblico;
ma nel momento che il tenore doveva metter fuori la nota più acuta,
sentì mancarsi improvvisamente la voce e fece quel fiasco che, secondo
Stendhal, è, alle prime rappresentazioni, troppo frequente. Tuttavia, se
la commozione gl'impedì di sfoggiare i suoi mezzi, più tardi, calmatosi,
egli tornò a disporne.... e da quel giorno la coppia felice restò legata
dal più dolce nodo.
Passò del tempo, e col tempo, come accade di tutte le cose di questo
povero mondo, la passione di lui cominciò a intepidirsi, ma restò sempre
forte il desiderio. Poichè egli era sincero, la cosa fu manifesta;
mentre ella, che avea finto prima, continuava con eguale facilità a
fingere dopo e a non giurare se non sopra l'immateriale connubio
dell'anime. Egli voleva farle riconoscere che anche l'altro ha del
buono, ma tutto era inutile.
-- No, -- sentiva rispondersi, -- non mi parlare di ciò; mi fai male.
Per noi donne esistono soltanto le ragioni del cuore e dell'anima; ci
rassegniamo al resto non potendo fare altrimenti; ma se voi foste capaci
d'intenderci, come saremmo felici!...
Allora egli replicava:
-- Perchè mai dunque mi richiamasti, quando partii?
-- Perchè non si lascia una persona amata nel barbaro modo col quale tu
mi lasciasti! Perchè volevo vederti un'ultima volta!
Egli dunque disperava di farle riconoscere ciò che, nel suo intimo,
colei doveva riconoscere indubbiamente; quando una volta, discorrendo
del passato, si decise a domandarle una cosa della quale era curioso, ma
che aveva taciuta perchè non lusingava il suo amor proprio. La domanda
era questa: che cosa aveva ella pensato la prima volta che erano stati
insieme, quando, nel provare il duetto d'amore, sul più bello gli s'era
abbassata la voce?... Ella si mise a sorridere, ma non volle dir niente;
e l'altro dovette insistere un pezzo prima di sentirsi rispondere:
-- Pensai.... pensai che tu non ne avessi molta....
Egli reprimeva un trionfale scoppio di risa. Dunque, mentre era fuggito
per troppo rispetto, per troppa obbedienza, per troppo amore,
torturandosi all'idea di averla perduta, d'averla voluta perdere, ella
aveva creduto.... che cosa?...
-- Che cosa credesti, dunque?...
Candidamente ella rispose:
-- Eh! dissi tra me: è dunque scappato perchè non può cantare!...
LA CERTEZZA
Io le ho riferito nella mia precedente lettera, cara ed ostinata amica,
un fatto il quale dimostra come le donne che giurano soltanto
sull'amore-sentimento restino male quando temono di doversene unicamente
appagare. La protagonista della mia storiella, spettatrice della
momentanea debolezza dell'amico suo, non pensò già, come sarebbe stato
naturale e come infatti era, che questa debolezza dipendesse dalle
morali commozioni che, secondo voleva dare a intendere, le importavano
sopra ogni cosa; ma andò invece fino a sospettare che fosse indizio
d'una troppo frigida costituzione! Mi vuol ella concedere che questo
sospetto rivela il disinganno provato dalla poco sincera amatrice? Tanto
costei aspettava quelle realità dell'amore sdegnate a parole, che, per
un breve indugio, ne credè incapace l'amico. Costui potè dimostrarle
presto l'inganno e poi la confuse; ma che cosa sarebbe avvenuto se il
sospetto di lei fosse stato certezza? Possiamo noi imaginare i pensieri,
i sentimenti, gli atti e le parole d'una donna la quale scoprisse che
l'uomo amato.... non è uomo?
Ella dirà che un caso simile non si può dare perchè i disgraziati
nativamente o casualmente immeritevoli del nome di uomini non amano, o
pure amando sono prudenti ed evitano le occasioni di rivelare la
specialissima natura della loro passione. Ella s'inganna. Certo, se
questi uomini -- chiamiamoli così tanto per intenderci -- sapessero che
la loro incapacità è senza riparo, farebbero come ella dice. Ma è molto
difficile che le prove più evidenti li convincano; poichè, avendo
fallito ieri e fallendo anche oggi, essi possono credere di valer meglio
domani. Ho bisogno di rammentarle che le leggi civili e le religiose
consentono la dissoluzione del legame matrimoniale quando il matrimonio
non potè essere consumato? Le leggi non prevedono casi ipotetici,
provvedono anzi ai casi reali; e debbo io raccontarle qualche successo
di questo genere per dimostrarle come vi siano uomini che non avendo
potuto percorrere le vie già aperte e molto battute, si sono stimati
capaci di aprirsene una nuova? Poichè lo sdegno di dissetarsi a una
tazza che serve a tutta la folla può togliere realmente la voglia di
bere, costoro hanno spiegato con lo schifo la loro ritrosia dinanzi alle
mercenarie, e si sono legati ad una vergine con la quale hanno
continuato a ritrarsi. Se la presunzione di valere, nonostante le
reiterate sconfitte, quanto ogni altro uomo, spinge questi incapaci al
matrimonio, cioè ad un atto gravissimo, al più grave atto della vita,
vuol ella che s'arretrino dinanzi a un meno serio impegno? Se dunque
costoro sposano le vergini e richiedono d'amore le donne fatte, io torno
alla mia domanda e dico: c'è forza di fantasia che possa ricostruire lo
stato d'animo di queste donne e di queste spose quando i millantatori
restano smascherati?
Ella sa che i romanzieri naturalisti procedono per via di documenti
umani, cioè di osservazioni precise, di confessioni sincere, di
testimonianze irrecusabili. Ecco uno dei casi nei quali il loro metodo è
solo buono. Nè mi dica che fanno meglio i romanzieri romantici tacendo
di queste miserie. Sono miserie umane, e niente di ciò che è umano
dev'essere indifferente all'artista. Non creda che soltanto i lettori e
le lettrici preferiscano i soggetti belli, nobili e grandi: lo scrittore
è un uomo come gli altri, e la bellezza, la nobiltà, la grandezza lo
seducono come seducono i suoi simili; ma, se per obbedire al proprio
istinto egli dovrebbe scegliere e sceglie infatti più volte gli
argomenti allettanti, il suo dovere di storiografo della vita, di
anatomista del cuore, di esploratore del vero lo spinge anche a trattare
gli argomenti repugnanti. Il soggetto del quale discorriamo è del resto
repugnante senz'altro? Non può esso ispirare un tragico interesse? Non è
una tragica storia quella di Ottavio di Malivert che Stendhal ci
narrò?... Ne ho anch'io una da parte, più breve e meno triste; e come
ella ha già compreso, le ho scritto questo lungo prologo perchè mi
conceda di raccontargliela.
Una dama che conosciamo io e lei, ma della quale mi permetterà di
tacerle il nome -- tanto più che non le sarà difficile indovinarlo --
conobbe un giorno, in una città di questo mondo, un capitano di
cavalleria, signore di nascita, avvenente della persona, stimato dai
superiori, bene accolto in società. Il nome di questo qui non glie lo
dirò per un'altra ragione, per la ragione opposta, cioè che ella non lo
conosce. Lo nominai una volta, in presenza di lei, ed ella mi disse di
non sapere chi fosse. Dunque: capitano in Piemonte reale; bande e
manopole rosse; in testa quel lucente elmo che per l'elegante sagoma è
il copricapo più sospirato dai giovani ufficiali italiani -- e Massimo
d'Azeglio, nei suoi _Ricordi_ ne dice qualcosa. Il capitano aveva la
statura di un corazziere, baffi biondi e serici, capelli, ahi, pochi
capelli; ma le fronti nude non sembrano chiudere un pensiero molto
profondo e una larga esperienza della vita? Moralmente egli era serio,
quasi malinconico; intellettualmente coltissimo: ma nonostante la
coltura, gli studii e la serietà, ricercava le amabili compagnie, dove
il suo nome, le sue belle maniere, la vantaggiosa presenza e la solida
reputazione lo rendevano generalmente simpatico. E molto simpatico
riuscì veramente alla dama di cui voglio parlarle. Costei, che da sua
parte è ispiratrice di grandissima simpatia, s'accorse d'aver fatto
colpo sul capitano; ma forse nulla sarebbe accaduto fra loro, se
qualcuno non l'avesse particolarmente complimentata per essere riuscita
a sedurre quell'uomo, il cui gusto doveva essere molto difficile,
giacchè nessuno gli conosceva ancora un'amante. Ciò le provi, mia cara
amica, come nell'amore entri quasi sempre, per non dire proprio sempre,
una buona dose di vanità. L'idea d'essere apprezzata dal capitano, così
sdegnoso di bellezze se non maggiori -- la vanità poteva farle
riconoscere d'essere meno bella delle altre? -- certamente diverse,
quest'idea lusinghiera la dispose a dimostrargli in cambio un interesse
e un'attenzione che altrimenti non avrebbe forse accordati.
Di questa sua e mia amica nessuno ha mai potuto dir nulla di male. I
soliti maligni e le non meno solite maligne si sono provate a
sospettarla, ma il motto famoso è stato questa volta fallace: hanno
calunniato, hanno calunniato, e niente n'è rimasto. Alla serietà di
quella dama la serietà del capitano doveva pertanto necessariamente
piacere. Se non gli si conoscevano amanti, ciò voleva dire che,
rifuggendo dagl'indegni legami, dai capricci fugaci, egli serbava il suo
cuore a una forte, a una grande, a un'immortale passione. Era tanto più
naturale che costei spiegasse in tal modo l'austerità della vita del
militare, quanto che ella stessa era austera per la stessa ragione. Dica
pure, cara contessa, che sono troppo scettico; ma io credo che, come
nell'amore entra una dose stragrande di amor proprio, così l'astensione
dall'amore il più delle volte non è suggerita tanto dalla virtù quanto
da una vanità estrema: chi non ama è colui che non crede nessuno degno
dell'amor suo. Ora, se quella dama pensava che il capitano era passato
indifferente nella vita per l'anticipata certezza di non poter trovare
chi fosse capace d'intenderlo, ella già prevede che cosa doveva accadere
dopo il loro incontro: la dama dovè credere d'essere per lui -- e d'aver
trovato in lui! -- l'anima sorella e l'essere predestinato.
Così avvenne realmente. Il capitano espresse il suo sentimento alla
dama, e trovò parole così rispettose, le diè prova d'una discrezione
così reverente, che ella vide confermate le proprie imaginazioni intorno
alla nobiltà dell'animo di lui, e non trovando più ragione di sottrarsi
all'amore, si lasciò finalmente andare alle dolcezze troppo lungamente
rifiutate. Corse una stagione molto felice, specialmente per lei. Una
causa di discordia, in amore, ciò che avvelena l'amore più fortunato è
quella specie di contrattempo morale per il quale gli stati d'animo dei
due amanti non coincidono: se l'uomo supplica e la donna resiste, se la
donna cede e l'uomo trionfa, ciascuno dei due amanti proverà gli stessi
sentimenti dell'altro, ma in tempi diversi, anzi con ordine inverso. Il
puro affetto, l'onesta amicizia non solamente bastavano alla dama, ma
erano il suo desiderio e il suo sogno; appunto per la sfiducia di
poterli mai ottenere ella s'era difesa contro le tentazioni quotidiane.
Noi abbiamo detto, mia cara amica, che le donne non sono, generalmente
parlando, ardenti: ma se la media di esse sta, poniamo, a una
temperatura di 10 gradi -- essendo 30 quella degli uomini -- alcune
salgono fino a 15, altre scendono a 5. La nostra protagonista è fra
quest'ultime. Suo marito, rompicollo famoso, la disgustò dell'amore
rivelandogliene alcuni modi dei quali gli uomini sono ingordi ma che le
donne non capiscono se non in circostanze molto rare d'ardore sensuale.
Separata dal marito, visse lungamente nella castità; e l'amor casto le
era, come si dice in matematica, tutt'in una volta necessario e
sufficiente. Ma un uomo poteva lungamente sopportarlo? Ella era casta,
ma non sciocca; e comprendeva che la sua propria soddisfazione doveva
costare all'amico suo: vedendolo avido di prenderle la mano, di baciarle
la bocca, di stringerla al petto, ella temeva che un giorno o l'altro
non si sarebbe più frenato, che il purissimo incanto si sarebbe rotto; e
ne gemeva, e i suoi gemiti arrestavano il riguardoso amante; al quale
ella pensava che un giorno avrebbe dovuto pur cedere, ma era frattanto
grata della discrezione. Ora, l'inverno scorso, quando le cose della
Colonia Eritrea si guastarono e tutti in Italia trepidavano per la sorte
dei nostri bravi che avevano chiesto ed ottenuto di andare a battersi
laggiù, si sparse la voce che il capitano... -- or ora lo nominavo! --
era stato destinato, non si sapeva se dopo sua domanda o per ordine
superiore, ai presidii africani. La dama seppe questa notizia da una sua
amica, presso la quale si trovava con altre due o tre signore. Giudichi
ella come rimanesse all'annunzio! Era possibile che egli avesse voluto
lasciarla? Se il decreto non era stato da lui stesso sollecitato, non
avrebbe potuto ottenerne la revoca? Ciò non era possibile, in tempo di
guerra: egli si sarebbe disonorato, neppur ella poteva consigliargli
tanta viltà. E se anzi egli aveva chiesto di partire appunto per non
poter più resistere alla resistenza di lei? Perciò dunque non glie ne
aveva detto nulla, e le toccava udir la notizia da altre persone?...
Questi dolorosi pensieri occupavano talmente la poveretta, che ella non
aveva più udito ciò che le amiche dicevano vicino a lei. Una delle dame
più commosse al pensiero del destino serbato agli ufficiali d'Africa,
aveva detto che, se la guerra è sempre cosa triste, tristissima è
laggiù, tanto lontano dal proprio paese, in regioni deserte, contro orde
selvagge ed ignare di quelle leggi d'umanità che nelle lotte più
accanite tra popoli civili vigono ancora. Un'altra soggiungeva che ciò
sarebbe stato quasi nulla senza l'orrore di certe mutilazioni alle quali
erano sottoposti i morti, i feriti e gli stessi prigionieri; allora una
terza, con un sorriso che le parrà, mia cara contessa, intempestivo, ma
che è troppo naturale, osservò che il nostro capitano era assicurato
contro questo pericolo. E con nuovi sorrisi un'altra confermò che,
infatti, egli non aveva nulla da perdere...
La dama, assorta nei gravi e molesti pensieri, aveva ricominciato a
porgere ascolto udendo il nome di lui; ma, sul principio, era rimasta
senza comprendere. Che volevano dire?... Quando il senso
dell'osservazione fu precisato, ella avvampò. Di sdegno, di vergogna, di
dolore? Contro quelle donne, contro di lui, contro sè stessa? Non
avrebbe saputo dirlo. Certe commozioni sono d'una natura così complessa
ed ambigua, che solo un'attenta indagine può rendercene conto; ma
l'indagine vuol tempo e la commozione è fulminea. Dominandosi per non
darne spettacolo alle ciarliere, ella andò via senza saper bene che cosa
facesse, dove fosse diretta. Fuori, all'aria aperta, la subitanea
impressione parve sedarsi; ma come, dopo la tempesta, la superficie del
mare sembra tranquilla, mentre tutta la massa dell'acqua è ancora in
movimento, così la sua mente ancora tumultuava. Quelle pettegole avevano
mentito? Leggermente, come irresponsabili, perchè le faceva ridere,
avevano ripetuto una voce bugiarda che qualche malevolo aveva messo in
giro? Perchè il capitano faceva una vita diversa dagli altri uomini, da
quasi tutti gli uomini, gli scapestrati, i viziosi, gl'invidiosi,
gl'incapaci di castità avevano malignamente messo in giro la voce
bugiarda?... Ma simili voci si possono propagare ed ottengono credito se
non hanno fondamento?... E se era vero? Se il capitano aveva chiesto
d'andare a combattere e a vincere in Africa per non aver da patire una
sconfitta in Europa? Perciò, dunque, la rispettava e la obbediva? Mentre
fingeva d'obbedirla a malincuore, pensava di fuggire per evitare che il
nessun merito della sua obbedienza fosse evidente?... No! non era
possibile! Se egli avesse provato questa paura, perchè avrebbe
cominciato a parlarle d'amore, a richiederla d'amore? Lo aveva forse
ella sollecitato a dichiararsi? Gli aveva ella detto di amarla?... No,
non era possibile!... Eppure?... Il dubbio così tenzonava nella sua
mente; e, senza ch'io insista, ella già vede che non mancavano
presunzioni a sostegno delle due ipotesi. Come uscire dal dubbio?
Il mezzo non mancava. La prima volta che si trovò sola con l'amico,
senza aspettare che egli parlasse, la dama lo prese per ambe le mani e
figgendogli gli occhi negli occhi:
-- È vero che andate in Africa? -- gli domandò.
Il capitano, quasi cascando dalle nuvole, negò risolutamente.
-- Avevo dunque ragione? E' impossibile! Mentiscono!... Voi resterete
con me?...
-- Con voi, vicino a voi!
-- Sempre?
-- Sempre!...
E quantunque ella avesse studiato la sua parte, il piacere della prima
certezza, la fiducia che anche l'altra voce sarebbe apparsa tosto
bugiarda, la fecero cadere nelle braccia di quell'uomo con impeto
sincero. Il capitano... il capitano senza essere stato in Africa in mano
degli Abissini, e neppure in Oriente in mano dei provveditori del
Serraglio, e neppure a Roma al tempo dei cantori della Cappella Sistina,
non tentò neppure, contrariamente al dovere di ogni buon militare, di
penetrar nella piazza che già gli apriva le porte, che già lo invitava
all'occupazione... Allora la dama, risollevatasi, lo colpì con una mano
sulla guancia:
-- E' dunque vero? -- esclamò, accesa dallo sdegno e dal disprezzo. --
Uscite di qui!... Non m'apparite più innanzi!...
Egli, come ebro, uscì barcollando.
Potrà ella, cara contessa, condannare questa donna? A me pare che non
solamente fece bene, ma che, in una situazione simile, tutte dovrebbero
fare -- e farebbero -- altrettanto.
Per finire la storia, che è, come tutte quelle che io le narro,
autentica, le dirò che questo capitano non chiese d'andare in Africa
neppure dopo la disastrosa avventura. Chiese soltanto ed ottenne -- ma
quando al ministro della guerra piacque! -- di essere destinato a un
altro reggimento.
UN'INTENZIONE DELLA DUFFREDI
_Contessa mia,_
Sia lodato il sommo Iddio! Finalmente ci siamo posti d'accordo! Ella
approva pienamente la condotta della signora di cui le narrai
nell'ultima mia lettera la curiosa avventura e riconosce che quel
capitano, degno soltanto di compassione se avesse atteso al suo mestiere
guerresco -- ma non avrebbe potuto sceglierne, in verità, uno più adatto
alla nativa mitezza dell'indole sua? -- fu degno dello schiaffo
somministratogli dalla donna troppo idealmente amata.
Ella conviene espressamente con me sul significato di quel fatto; anzi
-- sia onore al suo spirito -- istituisce in proposito alcuni paragoni
molto, come si dice, calzanti: «La castità del vostro capitano,» (perchè
_mio_, poi?) «somiglia al nobile disdegno della volpe per l'uva alla
quale non poteva arrivare. S'intende,» ella soggiunge, «che non c'è
merito se non c'è sforzo, e quando si parla di resistenza agli istinti,
la prima cosa è che gl'istinti operino; come quando voi volete fare un
intingolo di lepre dovete cominciare col prendere una lepre.»
Bene! Benissimo! Mi consenta tuttavia di farle osservare che la
quistione era un'altra e che, per colpa senza alcun dubbio mia, ora essa
mi pare vicina a fuorviare. Il punto dal quale partimmo è questo: le
realità dell'amore, alle donne che danno a intendere di non apprezzarle,
sono infatti così indifferenti come esse dicono? Che, nonostante
l'innegabile loro calma, esse esagerino un poco nelle dichiarazioni
d'indifferenza, io ho tentato di provarle; ora questo appunto ella
negava. Forse, anzi certamente neppur ora si arrenderà. Ella già dice
che l'avventura del capitano non prova niente, già mi butta il suo
guanto sfidandomi a una più luminosa dimostrazione; ed io mi precipito a
raccogliere il morbido e odoroso involucro della sua bella mano. Se
vinco, me lo lascia come trofeo?
Diciamo dunque -- o meglio dico io soltanto, per ora -- che queste
benedette realità non sono poi tanto disprezzate nel fatto quanto a
parole. Certo, il primo patto che quasi tutte le amate pongono ai loro
amanti è di contentarsi... delle sole parole. Questa è una cosa tutta
istintiva; è la naturale riluttanza della femmina a cedere; riluttanza
notabile in tutta la scala animale. Nella prima fase, adunque, la
resistenza è proprio sincera. È sincera fino all'ultimo? Non si può
credere, perchè ha pur da arrivare un momento nel quale il secondo
istinto, l'istinto di cedere, fa udire finalmente la sua voce e, se
proprio non reprime e soffoca quell'altro, viene certamente in contrasto
con esso. Allora le dichiarazioni di repugnanza non sono mentite? Nelle
femmine animali che non pensano, o almeno non parlano, non c'è
ipocrisia: finchè l'istinto della resistenza ha il sopravvento, esse
resistono, graffiano, mordono, fuggono; quando il secondo predomina, si
sottopongono al maschio. Nelle donne, cioè in esseri dotati di
coscienza, noi dobbiamo _a priori_ ammettere che debba necessariamente
prodursi una contraddizione, un contrasto, il sentimento d'un intimo
dissidio. La donna che, obbedendo al primo moto di repulsione, ha messo
come patto di non dover pagare di persona, deve necessariamente pentirsi
d'avere avuto troppa fretta quando il secondo moto, l'impulso al
consenso, si manifesta.
Noi possiamo qui trovare fra parentesi, amica mia, un'altra prova di ciò
che io ho ripetutamente asserito e che ella ha costantemente negato:
cioè la miglior qualità dell'amore maschile. Gli uomini, come maschi,
obbediscono sempre a un istinto solo: quello della conquista. Essi sono
coerenti, logici, sinceri; vedono la donna, la desiderano;
desiderandola, fanno di tutto per ottenerla. Tutti i loro atti sono
direttamente rivolti a uno scopo nettamente definito: la loro volontà è
ferma, la loro costanza strenua. Le donne invece, dibattendosi fra la
repulsione e l'inclinazione, disvogliono e vogliono, dicono una cosa e
ne pensano un'altra, si ritraggono mentre starebbero per cedere, cedono
quando stanno per ritrarsi, non sanno che cosa sentano veramente,
tengono una condotta ambigua, e dicono parole false. E l'insistenza
degli uomini non è soltanto lodevole ma provvidenziale; giacchè grazie
ad essa le incoscienti creature escono finalmente dall'ambiguità e,
cedendo nonostante le prime dichiarazioni di repugnanza, se la cavano
col fingere, all'ultimo, una vergogna e un rimorso poco sinceri.
Ma supponiamo un caso che si sarà dato realmente chi sa quante volte,
supponiamo che la supplice resistenza della donna abbia persuaso l'uomo
a desistere ed a tralasciare il suo atteggiamento aggressivo. Se
quest'uomo si sarà persuaso, per far piacere all'amata, di non chiederle
più nulla, che cosa dovrà provare costei quando sarà disposta ad
accordare ciò che non le è più chiesto? Dovrà ella stessa istigare il
suo rassegnato compagno? Le precedenti dichiarazioni non glielo
consentono: chiedendo ora ciò che prima rifiutava, costei temerà
giustamente d'essere mal giudicata. Dovrà dunque a sua volta comprimere,
come ha voluto che lo comprimesse l'uomo, il suo desiderio? Non cercherà
un modo d'uscire da questo imbarazzo per non prolungare l'attesa troppo
penosa?... Il fatto ch'io voglio narrarle si riferisce appunto a questa
situazione. Dico _fatto_ perchè ho preso l'abitudine di dire così; ma
ella troverà qui narrata un'idea, un'intenzione, l'indizio d'uno stato
d'animo, più che un vero e proprio avvenimento.
Ella conosce la protagonista, ed io glie ne dico subito il nome. E'
Donna Teresa Uzeda Duffredi di Casaura. La vita di questa donna fu per
me altra volta argomento d'un lungo studio, che le dispiacque un po'
meno degli odierni ragionamenti sull'amore, ma che pur le dispiacque.
Con la benevola indulgenza che mi ha sempre -- almeno prima d'ora --
accordata, ella volle trovare parole troppo lusinghiere per l'arte con
la quale trattai quel soggetto, ma si dolse che, fra centinaia e
centinaia di soggetti, io pensassi di scegliere proprio quell'uno. Pure
concedendo che quella donna non meritasse la severità con la quale il
mondo la giudicò, ella avrebbe preferito ch'io mi fossi esercitato
intorno a un argomento più nobile. Ormai il fatto è fatto, e procurerò
di contentarla meglio un'altra volta. Non starò neppure a difendere qui
Donna Teresa e non dirò che fosse vittima inconsapevole dell'eterna
illusione e che non volle e non meritò il suo triste destino. Certo fu
una disgraziata. L'eredità del vizio, gli esempii che le furono troppo
presto e nella stessa famiglia posti dinanzi, la disgrazia d'un marito
incapace di darle soccorso, anzi quasi intento a precipitarla nel
baratro, spiegano com'ella dovesse fatalmente precipitarvi. Non cadde
una sola volta, è vero. Ma l'incapacità dei disinganni a salvarci dal
persistente allettamento delle illusioni e la logica inesorabile delle
situazioni false dovevano produrre questo effetto, immancabilmente. Se
io m'indugiai a studiare quella vita che a lei non parve degno soggetto
di storia, ciò fu appunto per rendermi e per rendere altrui ragione di
questa fatale persistenza dell'illusione a dispetto degli ammaestramenti
dell'esperienza. Tutti i romanzi ci narrano la storia di qualche colpa,
e l'adulterio è il tema eterno delle opere d'arte. Ora l'arte che
s'interessa ad una colpa, scusandola e dimostrandone la fatalità, non ci
aveva ancora interessati a tutta una vita di colpe altrettanto fatali
quanto la prima. I romanzieri, dopo aver narrato l'adulterio, lasciano
l'adultera in asso, non ci dicono che cosa è poi accaduto di lei e
talvolta la fanno più comodamente morire. Nella realtà la morte viene
raramente a sciogliere le false situazioni; e se qualche rarissima volta
le adultere riscattano nella restante lor vita l'unica colpa, quasi
sempre fatalmente trascorrono di errore in errore. Madame Bovary, alla
quale taluno volle immeritevolmente paragonare Teresa Duffredi, ebbe
dopo il primo un secondo amante. Quante non sono le donne che ne hanno
avuto tanti che non saprebbero neppure esse noverarli? Perchè mai,
dunque, l'arte non avrebbe da studiare una di queste vite tanto
avventurose? Certamente molte, e se vuole dirò anche la quasi totalità
di simili donne, sono incapaci d'ogni più fugace sentimento, e le
meccaniche loro cadute, potendo forse interessare gli scienziati delle
cliniche, non hanno nulla che attiri l'attenzione dell'artista; alcune
tuttavia, e siano pure pochissime, obbediscono a qualche sentimento,
comprendono il rimorso, non cadono senza qualche lotta, invidiano quelle
che restarono pure, sono insomma degne di studio. La Duffredi ebbe, da
ventisei a quarant'anni, cinque amanti, mettendo nel conto
quell'Aldobrandi che, per adoperare la frase del giocondissimo Armand
Silvestre, le diede soltanto qualche idea sui _tributi indiretti_....
Alcuni pensano che cinque amanti siano troppi. Che cosa direbbero
costoro se io dicessi che sono pochi e che un artista più abile di me
imprenderà un giorno a scrivere la storia d'una di quelle donne che
conosciamo io e lei, le cui avventure si contano a dozzine? Tutto sta
che in questa serie di avventure ci sia qualcosa che importi, che
commuova le nostre viscere umane con la rivelazione d'un aspetto nuovo
od insolito dell'umana natura!
Eccomi un poco lontano dal soggetto. Ma ella non si duole, mi ha
scritto, delle divagazioni e degli episodii, perchè, bontà sua, dice che
aggiungono sapore alle mie lettere. Veniamo però senz'altro alla nostra
protagonista.
Il penultimo dei suoi amanti, anzi quello che ella credette fermamente
dovesse essere l'ultimo -- ciascuna caduta pare l'ultima perchè ogni
amore sembra eterno; ma Donna Teresa che oramai sapeva il giuoco
dell'illusione, aveva altre ragioni per credere alla saldezza di questo
legame -- il penultimo dei suoi amanti, dico, fu Enrico Sartana. Era
stato quasi suo promesso prima dell'infausto matrimonio con Guglielmo di
Casaura; s'erano amati del puro amore della prima giovinezza; poi non
s'erano più visti. Incontratisi dopo più di vent'anni tempestosi per
entrambi, negli stessi luoghi dove avevano sognato di unirsi, in
Sicilia, a Palermo, il sentimento antico si venne ridestando. Questa
resurrezione procedè per vie opposte: mentre in lei derivò dalla paura
d'essere disprezzata per la vita troppo avventurosa, dall'idea che
Sartana dovesse stimarsi fortunato di non essersi legato a una donna che
aveva fatto tanto e così male parlare di sè, dalla secreta speranza di
mostrarglisi migliore della propria reputazione; egli invece pensò a lei
pieno di pietà e di commossa simpatia per le disgrazie delle quali la
credè vittima. C'era in questa benigna disposizione di lui il rimorso di
non aver forzato la mano alla propria famiglia? C'era la presuntuosa
certezza che, se fosse stata sua moglie, ella non avrebbe pensato a
tradirlo e sarebbe vissuta felice ed onesta? O non piuttosto la brama di
averla lo disponeva a tanta indulgenza? Lasciamo stare quest'indagine;
perchè, se dovessi dirle la mia opinione, io le direi che la pietà di
Sartana e la pietà di tutti gli uomini per le adultere che da lontano
condannano severamente, è semplicemente dettata dall'appetito, come la
miglior via di soddisfarlo. Ho ragione? Confessi che la metto in un
bell'impiccio. Ella vorrebbe darmi dello scettico perchè nego la
sincerità d'un buon sentimento; ma poi pensa di applaudirmi, giovandosi
del mio giudizio per sostenere che gli uomini sono incapaci di buoni
sentimenti e non pensano se non alle proprie soddisfazioni!...
Comunque sia, fatto è che Sartana rammentò alla Duffredi il loro passato
felice, e le lasciò dapprima intendere e poi le disse chiaramente la sua
speranza di farlo risorgere, di tramutarlo in un più felice presente. La
Duffredi, contenta d'ottenere la prova che egli non aveva orrore di lei,
vinta ella stessa dai ricordi buoni, lo lasciò dire. Ma poteva ella
cedere a quest'uomo? Dopo la triste esperienza, non doveva stare in
guardia contro nuove cadute? Dopo che Aldobrandi le aveva corrotta
l'anima, dopo che ella aveva tradito Paolo Arconti col visconte de
Bienne, dopo che lo stesso Arconti l'aveva abbandonata, dopo che ella
aveva presunto vendicarsi cedendo al principe di Lucrino, si sentiva
ridotta a tale avvilimento, che aveva un solo bisogno: purificarsi con
qualcosa di nobile, di alto, di immacolato. E se ciò era molto
difficile, anzi, con altri uomini, impossibile, non doveva ella cogliere
l'occasione insperata e conseguire questa specie di redenzione
sentimentale per opera di Sartana, cioè di uno che l'aveva
purissimamente amata da giovanetta, di uno che solo fra tutti poteva e
doveva rispettarla in nome dell'innocenza del loro passato?... Dobbiamo
dire che questo fosse un sofisma? Certo, se pur fu sofisma, Teresa non
ne ebbe coscienza e restò sincera; la sua condotta posteriore lo provò.
Il Sartana accettò d'esserle amico secreto, promise di non macchiare la
santità del loro affetto e per un certo tempo mantenne la promessa; poi,
naturalmente, la dimenticò ed insistette presso l'amica per indurla a
ciò che era e doveva essere il naturale coronamento dell'amor loro; ma
costei spinse a tal punto la resistenza e dimostrò d'essere stata tanto
sincera mettendo il patto insostenibile, che fuggì dopo avergli diretta
una romantica lettera d'addio e senza dirgli dove andava a nascondersi.
Fu questo uno dei migliori atti della sua vita, una delle prove che ella
era degna di miglior sorte. Ho chiamato romantica quella lettera, ed
ella che forse la rammenta, riconoscerà che merita d'esser chiamata
così. Tutte le perverse e abominevoli creature che sono vissute nel male
per istinto, per genio, dicono che la storia di Teresa Duffredi è la
loro, presumono ottenere come lei indulgenza e perdono; ma esse non
fuggono: si buttano alla testa delle persone, non sanno che cosa sono
gli scrupoli, ignorano il senso della parola rimorso, non s'acquetano
neanche con l'età, quando la loro carne è vizza, quando i loro capelli
sono canuti. Sì, ella ha ragione: la storia della loro vita, soggetto
buono per qualche pornografo, non rivela altro che una spaventevole
ipocrisia. Ma il romanticismo di Donna Teresa, quella sua velleità di
distinguersi, quella sua idea d'esser fatta a un modo tutto particolare,
di dover provare e far provare cose arcane e ineffabili; quel suo
concetto della vita esagerato e falso che la faceva parlare ed agire
come sopra un palcoscenico dove tutto è dramma, giuramenti infrangibili,
fatalità tenebrose, spasimi sovrumani, questo suo romanticismo, dico,
questa forza di un'illusione che la sottraeva alla realtà e la poneva in
urto con la logica, fu la sua scusa ed è ciò che può interessarci a lei.
Dunque, fuggì. E dopo la fuga, Sartana, saputo il suo rifugio da
un'amica comune, la raggiunse. Allora accadde ciò che doveva accadere.
Ma a chi le domandò, molti anni dopo, se durante la supplice insistenza
di lui e nel punto di fuggirlo, ella non si fosse pentita dell'ostinata
resistenza, confessò quanto segue. Sì, ne provò pentimento. Da principio
aveva creduto sinceramente di dover esser felice grazie a un sentimento
tutto ideale; la possibilità di cadere anche una volta le repugnava. Noi
vediamo dunque che il primo istinto della donna e della femmina,
l'istinto della resistenza, era ancor vivo ed operante in lei. Per
obbedirne i suggerimenti, ella volle prendere un impegno solenne con sè
stessa e con l'amante, impegno che contrariò più tardi molto vivacemente
il secondo istinto, il desiderio, il bisogno di cedere. A chi le parlava
di queste cose ella non voleva neppur confessare, dopo tanto tempo, il
risveglio del desiderio... ma disse, -- come dicono tutte -- che si
pentì del divieto imposto a sè stessa ed all'amante perchè comprese che
l'amante ne soffriva troppo.
-- Io non potevo sperare che egli mi restasse lungamente a fianco senza
tentar d'infrangere la promessa; se pure la mia esperienza non me
l'avesse fatto prevedere, io vidi il tormento di Enrico, ne udii le
roventi espressioni. Allora... allora...
E incitata a confessare, ella spiegò che allora le venne un'idea. Non la
pose in atto, anzi fece tutto il contrario, fuggendo; ma l'idea fu
questa. Non vi sono certe case discrete dove gli uomini come Enrico
Sartana trovano, grazie all'opera di esperte mediatrici, le donne
ridotte a vendersi dal duro bisogno o cupide di procurarsi secretamente
danaro per sopperire ai bisogni del lusso? Ella pensò di andare in una
di queste case, fittamente velata, per intendersi con la mediatrice:
costei avrebbe dovuto chiamare il Sartana dicendogli di avere un donna
per lui, una signora che metteva come patto infrangibile di restare
velata..... Solamente in un cervello romanzesco e diciamo pur folle una
simile idea poteva spuntare. A questo modo ella pensava di risolvere il
problema: non si sarebbe disdetta e intanto si dava....
-- E voi volete sostenere, -- le fece osservare il suo interrogatore, --
che, così facendo, non eravate mossa dal desiderio che avevate di lui,
ma soltanto dall'idea di far cessare la sua pena?
-- Senza dubbio! -- insistè.
-- Allora, perchè andare velata?
-- Se non andavo velata, tanto valeva cedergli in casa mia, anzi dirgli:
«Prendetemi!»
-- Ma pensateci un poco: se egli non sapeva d'esser con voi, e se voi
solamente sapevate di esser con lui, chi era soddisfatto e chi restava
inappagato?...
L'INDOVINELLO
Dunque noi dobbiamo proprio tornare, amica mia, sopra un punto che
credevo d'avere -- senza presunzione! -- assodato? Torniamoci pure, se
così le piace; e si prepari a sdegnarsi ancora di più ed aguzzi i suoi
fulmini, perchè io sono più che mai fermo nella mia opinione.
Io le ho detto e le ripeto, e niente mi persuaderà dei contrario, che le
donne sono, in amore, se non proprio false -- la parola le sembrerà ed è
veramente poco parlamentare -- certamente doppie. Esse non ne avranno
colpa, come ella dice, perchè la natura le ha volute così, dando loro
due istinti l'un contro l'altro cozzante: l'istinto della resistenza e
quello della dedizione; e noi uomini saremo anche ingiusti prendendocela
con esse; ma questa nostra ingiustizia è, se non altro, scusabile. Io
sarò ingiusto, senza dubbio, se me la prenderò con una vipera che
m'avvelena mordendomi, perchè la natura ha voluto che questo rettile
avvelenasse col morso; ma la filosofia della quale bisogna essere
provveduti per giudicare in tal modo non è troppo comune, e le vipere
sono giudicate velenose e le donne... non sincere.
Addurre esempi di questa loro doppiezza? Glie ne potrei riferire tanti
da formarne un volume; ne scelgo uno che mi pare molto significante.
In villa, presso un amico, il signor Tale incontra una lontana parente
del padrone di casa. Prima di tutto per rispetto all'ospite, questo Tale
non pone mente alla dama; in secondo luogo perchè non gli piace molto.
Ha costei un viso bellissimo, con una carnagione soave; ma una
corporatura piccola, asciutta, poco aggraziata. I denti sono irregolari,
brutte le mani, bruttissime le unghie. Questa minuzia d'osservazione
critica mi pare un buon segno della calma del nostro personaggio;
perchè, quando una creatura ha la virtù d'infiammarci, noi troviamo in
lei tutto bello, anche ciò che è destituito di qualunque bellezza.
Dunque per queste due ragioni, una migliore dell'altra: che la dama non
gli piace molto, e che egli è in casa d'un parente di lei, il nostro
personaggio se ne resta tranquillo.
Se non che s'accorge ben presto, con stupore ed imbarazzo, che la dama è
troppo complimentosa a suo riguardo. Una sera, passeggiando con lui, gli
dice che è stata molto fortunata d'incontrarlo in fondo a quella
campagna; glie lo dice a bassa voce, guardando per terra, in un certo
modo che dà a quelle parole un significato recondito. Un'altra sera,
come egli esprime un'opinione, ella afferma vivacemente:
-- Stavo per dire la stessa cosa!... -- poi soggiunge: -- Vi sono certi
incontri che il destino sembra avere voluti...
Il signor Tale, sempre più imbarazzato, lascia cadere il discorso; ma la
dama riprende:
-- Lei non crede al destino?...
Egli risponde borbottando alcune parole che non significano niente.
E' venuto per pochi giorni, e si dispone a partire. Ella gli dice di non
andar via così presto, di restare ancora un poco a tenerle compagnia.
Egli è invece più che mai risoluto ad andarsene, anche perchè ha da
fare. Evita frattanto di trovarsi solo con la dama, parendogli una
goffaggine lasciare che ella gli dica cose troppo amabili senza
risponderne alcuna.
Non potrebbe costui, osserverà ella, prendere lo stesso tono di costei?
No, contessa mia. Come uomo egli è logico, è conseguente. Quella donna
non gli piace; dirle cose galanti sarebbe un'ipocrisia. Poi, sempre in
virtù della logica, egli pensa anche che, quantunque quella donna non
gli piaccia, la via delle galanterie è pericolosa: il maschio che
sonnecchia in lui come in ogni uomo potrebbe alfine destarsi.
Ma egli ha fatto i conti senza la dama. Costei, il cui marito è lontano,
trova modo di dire, parlando della musica che il Tale adora e che un
tempo ella stessa coltivava:
-- Mio marito non capisce mai niente...
Un giorno, oltre una siepe fiorita, passeggiando insieme, vedono una
coppia di rustici amanti baciarsi.
-- Il peccato!... -- ella esclama; poi soggiunge: -- Ma questa natura,
quest'aria, quest'ora!... Quasi peccherebbe ognuno...
Il nostro eroe -- per modo di dire! -- rivolge allora a sè stesso poche
ma sentite parole: «Caro mio, tu sei geloso della fama di Giuseppe il
casto!» E allora, non solo per non emulare il casto Giuseppe, ma anche
perchè egli soffre realmente dell'innaturale invertimento delle parti,
vedendo fare alla donna tante spese di seduzione; allora, ripeto, egli
comincia a dire qualche parola galante. Le dice, a proposito della
propria partenza contro la quale ella protesta continuamente:
-- Decida ella stessa che cosa debbo fare. Sento che restare qui è
rischioso, che io corro il pericolo di innamorarmi di lei. Pensi che io
obbedirò senza discutere.
Ella tace.
-- Ci pensi, -- continua il nostro personaggio; -- me lo dirà domani.
Il domani, quando le domanda che cosa deve fare, ella esita un poco; poi
dice, con gli occhi chini, e a bassa voce:
-- Non me lo chieda!...
Questo scambio di parole avviene in mezzo a tutta la compagnia ospitata
alla villa. Egli pertanto le mormora:
-- Senta, qui non possiamo parlare. Abbiamo bisogno d'essere soli. Mi
permette di venire un momento, oggi, quando tutti riposano, in camera
sua?
Dapprima ella dice:
-- No.
Ma di lì a poco, mentre gli altri ospiti fanno per ritirarsi, gli
propone:
-- Venga con me a fare una partita al cerchio.
Invece di andare in giardino, entra in una sala, e ne chiude la
finestra.
Ora io non posso chiederle, mia cara amica, che cosa ella avrebbe fatto
in una situazione simile, perchè ella è donna; ma se rivolgessi una
simile domanda a cento uomini uno dopo l'altro, tutti e cento
risponderebbero che, nonostante il dovere dell'ospitalità, se pure
quella donna fosse stata, non già lontana padrona dell'ospite, ma sua
moglie o sorella, essi difficilmente avrebbero potuto soffocare la voce
del dovere sessuale che, per il maschio, è di non lasciar cadere
inascoltati gl'incitamenti della femmina. Qualcuno di questi cento
uomini, i più ardenti o i meno scrupolosi, avrebbero forse spinto le
cose al punto estremo; ma anche i più delicati avrebbero pur dimostrato,
e forse loro malgrado, il tormento al quale quella donna li metteva.
E il mio protagonista afferrò per le braccia la dama e le disse che non
poteva più partire, che il suo destino dipendeva oramai da lei, anzi che
era già segnato.
-- Voi non m'avete voluto dire ciò che debbo fare, perchè volete che
resti: è vero?
-- È vero....
Allora egli le baciò la mano, le baciò il viso, la strinse al cuore:
perchè, quantunque da principio non gli piacesse, le parole di lei, la
voluttà di tenere stretto al suo quel corpo di donna, l'idea che quella
donna voleva essere e sarebbe stata sua, avevano naturalmente prodotto
l'immancabile effetto: ora egli la desiderava, la voleva, quasi
l'amava... Ella tentava resistere, diceva:
-- Lasciatemi! Che cosa vi ho fatto? Nessun uomo mi ha mai trattata
così!...
Era naturale che ella dicesse queste cose; ma era ancora più naturale
che, uscendo da quel luogo e accompagnandola su, egli la seguisse nella
camera di lei.
Stia adesso bene attenta, cara contessa; perchè qui abbiamo la _scène à
faire_ della commedia.
Entrato, senza aver dovuto vincere una troppo grande resistenza, in
camera di lei, quell'uomo ricomincia ad abbracciarla strettamente
dicendo parole infiammate, che sono adesso tutte sincere, perchè egli
arde tutto quanto. Ella continua a resistere: si scioglie
dall'abbraccio, si lascia andare sopra una poltrona; e come egli le cade
in ginocchio dinanzi, si rialza. Egli l'afferra ancora una volta, la
bacia sulla bocca, in un certo modo che non ho bisogno di descrivere.
Ella si nasconde la faccia tra le mani, lo scongiura di lasciarla.
-- Ora me lo dite? -- esclama egli; -- dopo avermi detto tutto il
contrario? Dopo avermi tolto alla mia pace?...
Ella risponde:
-- E' vero, son stata io: dimenticate tutto ciò che vi ho detto...
E a un tratto si rovescia bocconi sul letto, coi piedi a terra, piegata
in due, la faccia nascosta contro le coperte.
A questo punto l'uomo ha l'esatta percezione di quel che avrebbero fatto
molti altri -- e che ella indovina senza che io lo dica. Ma perchè
costui crede sinceri gli ultimi conati di resistenza, perchè non vuole
essere brutale in un primo incontro, perchè è in fondo molto riguardoso
e quasi timido, il nostro personaggio si china su lei, la solleva
castamente, le dice che ella non ha nulla da temere, che egli vuole
soltanto sapere se le è proprio indifferente, se deve proprio andar via
senza più rivederla.
-- Sì, mi dimentichi, mi lasci... -- ma, come egli la tiene stretta al
cuore, anch'ella gli stringe le braccia alla vita e nasconde la faccia
contro la spalla di lui.
Allora egli riprende:
-- Vedete che non è possibile? Che le vostre parole non sono sincere?
Dopo che io vi ho tenuta così tra le braccia non possiamo separarci come
i due primi venuti!
Ella si scioglie dalla stretta esclamando:
-- Andatevene! Lasciatemi!
Ed egli:
-- Sì, me ne vado; ma debbo rivedervi. Stasera permettete che ritorni un
istante?
Ella risponde:
-- No.
-- Perchè? Che cosa temete? Non vedete che faccio la vostra volontà?
-- Andatevene! -- e schiude l'uscio.
-- Me ne vado, ecco: a stasera?...
La sera ella si chiude in camera e non gli apre. Stabilito di partire il
domani, egli le scrive una malinconica lettera di saluto -- malinconica,
quasi triste, perchè naturalmente, logicamente, egli non può dimenticare
quel che è accaduto fra loro. Il domani, all'aria aperta, incontrandola,
fa per dirle la sua malinconia, per darle la lettera; ella non gli
consente neppure di cominciare:
-- Lasciatemi, o faccio uno scandalo! -- E fugge.
Naturalmente, logicamente, egli si sdegna di questo voltafaccia
improvviso, e invece di darle la lettera, sul punto di partire, vedendo
aperto l'uscio di lei entra un momento per dirle:
-- Vi avevo scritto due parole d'addio; guardate che cosa ne faccio!...
-- E straccia il foglio. E se ne parte.
Ora, contessa mia, se ha già risolto la sciarada del suo giornale e se
le avanza ancora un poco di tempo da perdere, mi spieghi un poco questo
indovinello.
Che cosa era la dama di cui le ho narrata la condotta? Si trovava
veramente la prima volta dinanzi alla possibilità del peccato? Le parole
e gli atti con i quali eccitò quell'uomo erano le parole e gli atti di
un'ingenua che non sapeva a qual rischio si metteva allettando un uomo,
un maschio? La sua ingenuità e la sua inesperienza furono stupite e
sdegnate dalla troppo naturale conseguenza della sua condotta? Oppure
aveva ella l'abitudine di queste cose, e mutò improvvisamente
atteggiamento per paura del parente, degli ospiti, essendosi forse
accorta che avevano scoperto quel che avveniva? Gli scrupoli di
delicatezza di quell'uomo che non volle essere brutale nel primo
convegno -- e nell'unico! -- furono fuori di luogo e la offesero?
Aspettava ella che tutto si fosse compito in quell'unico convegno e fu
poi così severa con lui perchè, avendogli perdonato la freddezza dei
primi giorni, non gli perdonò che restasse con le mani in mano quando si
trovarono soli l'una dinanzi all'altro? Se egli non fosse restato con le
mani in mano, sarebbe stato felice? Oppure l'avrebbe vista risollevarsi,
sonare il campanello e chiamar gente e metterlo alla porta? Doveva egli
dunque lasciar sempre cadere inascoltate, come aveva fatto sul
principio, le provocazioni della dama? Se costei si sdegnò contro di lui
dopo quel che accadde, non si sarebbe sdegnata di più, anzi non avrebbe
riso di lui, vedendolo impassibile agli iterati inviti? O con tutte
quelle parole e quegli atti non credeva di invitarlo a niente, tale e
quale come se gli avesse parlato della pioggia e del bel tempo?...
Ella vede, cara amica mia, che questo indovinello appartiene al genere
dei logogrifi: la serie delle combinazioni che io potrei proporre al suo
acume è molto lunga. Tralascio tutte le altre, e sarà già un bel fatto
se ella riescirà a risolvere quelle che le ho già sottoposte.
FINO A MORIRNE
_Mia cara amica,_
Ella non risponde? Chi tace acconsente! E col suo silenzio non mi dice
ella veramente che io ho ragione, che la condotta della mia ultima
protagonista è proprio una specie di logogrifo, e che la mancanza di
logica nella psiche muliebre è quella che produce tali risultati?
Se non m'inganno, se proprio ella non mi ha risposto perchè,
rispondendomi, dovrebbe darmi ragione, io voglio ricambiare il suo
assenso e darle ragione a mia volta. Queste illogiche creature, queste
sfingi viventi ogni parola delle quali è un enimma, non fanno soltanto
soffrire gli uomini che le incontrano, ma soffrono esse medesime, prima
di essi; soffrono della propria indecisione, dei contrasti della loro
natura, delle contraddizioni della loro volontà; ne soffrono acutamente,
talvolta fino a morirne. E poichè è inteso che io debba comprovare le
mie asserzioni con altrettante parabole, eccole quella che fa al caso
presente.
Ella legge le opere di molti, di tutti i romanzieri moderni; ma uno gode
più degli altri le sue simpatie: un romanziere che è al tempo stesso
filosofo; uno scrittore che, come a lei, piace a tutte le signore, e
che, per la felice complessità della mente eletta, è anche apprezzato
dai pensatori; un romanziere filosofo, poeta e critico, psicologo e
osservatore. Non aggiungo altro, se no ella indovina chi è; ed io le
dico i peccati, non i peccatori... Peccatore? Quest'uomo non ha nulla da
rimproverare a sè stesso! Giudichi, piuttosto.
Egli che vive, poniamo, a Cosmopoli, va un giorno, poniamo, a
Flirtopoli. Qui incontra, presso un'amica, una signora. Costei,
bellissima fra le più belle, lo conosce di fama; ma egli resta poco
tempo nella città dove è venuto a visitare qualche amico, e se pure
lascia intendere alla dama l'effetto che la sua bellezza ha prodotto in
lui, pure non crede di prolungare il proprio soggiorno per farle una
corte d'esito incerto; e bastandogli la soddisfazione d'amor proprio
provata nell'udire le lodi letterarie delle quali ella gli è stata
larga, se ne parte, torna al suo paese, credendo di non doverla più
rivedere.
Al suo paese, dopo un certo tempo, riceve un giorno una lettera della
quale non riconosce la scrittura: questa lettera porta il francobollo di
città. Egli corre alla firma, e vede il nome di lei... E' dunque venuta
a Cosmopoli? Per che motivo? E che cosa vuole da lui?... Egli legge la
letterina; è brevissima: la dama gli dice che, essendo venuta a
Cosmopoli per vederne le principali curiosità, avrebbe piacere di
visitarne l'Arsenale; e che perciò si rivolge a lui, sperando ch'ei
voglia accompagnarvela.
Dovrò io, cara contessa, spendere molte parole per dimostrarle lo
stupore di quell'uomo? E' vero che a Cosmopoli c'è un famoso Arsenale,
la visita del quale nessun viaggiatore coscenzioso, che abbia meditato
il suo Baedeker prima di mettersi in via, suol tralasciare; ma
rivolgersi a un letterato per visitarlo non le pare che sia press'a poco
come pregare un marinaio di guidarci per qualche valico alpino?... Ora
se questa dama, appena arrivata a Cosmopoli, invita il nostro scrittore
presso di lei con un pretesto discretamente ridicolo, non è naturale che
egli pensi di non esserle indifferente?
L'amor proprio, che suggerisce simili persuasioni, si chiama vanità
quando opera con poco fondamento, e degenera in fatuità quando non ha
fondamento di sorta. Il pericolo di doversi dare del fatuo da sè stesso
impedisce al nostro artista di accogliere la lusinghiera idea --
quantunque essa non sia interamente gratuita. Dopo aver girato mezza
giornata per i ministeri, egli ottiene il permesso di visitare
l'Arsenale insieme con una dama; e mandata a memoria una descrizione del
luogo per non fare cattiva figura, va a prendere la nostra signora.
Saluti, complimenti, ringraziamenti, discorsi sui comuni amici di
Flirtopoli, visita all'Arsenale, spiegazioni, esclamazioni dinanzi agli
oggetti più curiosi; altri ringraziamenti, nuove strette di mano.
-- Io resto ancora un poco a Cosmopoli, -- dice la dama nel momento che
il signore prende congedo: -- spero che vi lascerete vedere!...
Egli non ha tempo di pensare se gli conviene cercare di lei, -- come
desidera in cuor suo, perchè quella donna è sempre più bella che mai e
l'idea di poterne essere amato lo infiamma; -- quando, il domani, riceve
un nuovo biglietto. Questa volta ella lo invita, «se non ha di meglio da
fare,» ad andare con lei, la sera stessa, al teatro.
Sarà quest'uomo ancora fatuo se penserà che questa donna lo invita
all'amore? Non è evidente che lo vuole? Trascinarlo una prima volta
all'Arsenale, il giorno dopo al teatro, col ritorno notturno in
carrozza, in una città dove nessuno la conosce, non è una dimostrazione
molto eloquente?
Ed egli l'accompagna allo spettacolo. Ella ha preso un palco di
proscenio, uno di quei palchi -- come ce ne sono nei teatri di Cosmopoli
-- dove non si è visti dagli spettatori, dove si sta come in un
salottino della propria casa, liberi di fare ciò che più talenta: uno di
quei palchi dove non si va se non proprio per essere liberi di fare ciò
che talenta..... E allora, come è troppo naturale, egli che lungo la
strada ha fatto molte spese di galanteria, che è molto eccitato
dall'avventura, nell'aiutare la dama a sbarazzarsi del mantello, nel
vedere il bel corpo sprigionarsi della serica e odorosa custodia, si
china su lei, le prende la testa fra le mani e la bacia sulla bocca.
Allora, contessa mia, sa che cosa accade? Questa donna diventa rossa
come di fuoco, poi impallidisce terribilmente; poi con voce strozzata,
acre, sprezzante, dà a quest'uomo dell'indegno e del vile; e come egli,
agghiacciato, petrificato dall'imprevedibile accoglienza, balbetta
qualche parola per tentare di giustificarsi, ella non lo lascia dire:
raccoglie il mantello ed i guanti, e domanda imperiosamente la carrozza.
Come un servitore congedato egli va innanzi a chiamare la carrozza, si
cava il cappello mentre la dama vi prende posto, e resta in mezzo alla
via.
Un uomo che riceve il massimo insulto, uno schiaffo sul viso, freme e
s'arrovella e soffre come nessun altro; ma egli può dare sfogo in più
modi all'impeto della rabbia e dell'ira. E ciò precisamente rende
insoffribile più che uno schiaffo sul viso l'insulto d'una donna alla
quale si credè di potere, anzi di dover chiedere l'amore:
l'impossibilità di prendersela con lei o con altri. A questa donna
quest'uomo non può dire, afferrandola per un braccio e scotendola:
-- Maledetta, chi t'ha detto di provocarmi? Per qual gusto sei venuta a
metterti sui miei passi? Credevi che io avessi animo di divertirti? Che
cosa c'è nella tua testa vana e folle? Non c'entrerà mai la logica, la
ragione, il buon senso, il senso comune?...
Egli non può andare a narrare queste cose alla gente, svelare la
doppiezza di costei, ottenere che sia riconosciuto il torto di lei e la
ragione sua propria. Mentre il maschio originario vorrebbe battere e
sottoporre questa donna, l'uomo civile deve sorridere, inchinarsi,
chiedere scusa; perchè la femmina è diventata un essere sacro anche
quando è spregevole, che dice la verità anche quando mentisce, che
bisogna difendere anche quando vi offende...
E il più grave è che ciò è giusto! Le leggi, i costumi, gli stessi
pregiudizii che ci reggono non sono arbitrarii; hanno tutti una qualche
ragione. Le donne debbono essere perdonate e difese perchè non sanno
quel che si fanno. Se il nostro protagonista avesse sfogato il suo
sdegno contro quella disgraziata, si sarebbe procurato un rimorso senza
fine amaro. Se costei non seppe quel che fece, ella stessa ne sopportò
le conseguenze -- fino a morirne!
Il domani della scena del teatro egli mandò qualcuno all'albergo dove
ella stava, per sapere, roso come era da una torbida curiosità, che cosa
aveva fatto. Era partita. Allora egli si strinse nelle spalle, borbottò
l'eterno: «Donne! Chi vi capisce?...» e riprese le sue esercitazioni
letterarie.
Ora un giorno, dopo aver messo fuori un nuovo volume, ecco arrivargli
una lettera sulla busta della quale riconosce il carattere di lei... Ma
è proprio di lei? Non è possibile! Egli deve ingannarsi: vide due volte
la sua scrittura; questa che ora considera le somiglierà, ma non è, non
può essere la sua! Che cosa ha da scrivergli ancora? Ardisce ancora
rivolgersi a lui? Gli chiede di farle vedere un Panificio e lo invita in
un gabinetto particolare di qualche caffè elegante, per far poi la casta
e la sdegnata?...
La lettera è proprio di lei; viene da molto lontano. Ella gli parla del
suo nuovo libro, gli dice che le piace moltissimo, che l'ha fatta
piangere, che da molto tempo non le accadeva di leggere una cosa tanto
bella e forte. Gli chiede che cosa scrive ancora. Non un accenno al
passato.
Il primo impeto del nostro romanziere è di stracciare quel foglio e di
buttarlo nel cestino. Ma è trascorso molto tempo, la riflessione
sopravvenuta gli ha dimostrato che le donne non sono responsabili delle
loro azioni; la cavalleria, anzi una cosa molto più semplice, il
galateo, gli rammenta che a tutte le lettere, ma più specialmente alle
cortesi si deve una risposta. Un altro consigliere, più accorto, più
ascoltato, l'amor proprio, gli suggerisce di rispondere perchè quella
donna non creda che egli l'ha ancora con lei. E risponde; poche righe di
ringraziamenti, studiatamente cortesi.
Tre giorni dopo egli riceve un'altra missiva lunga quattro facciate.
Ella gli parla un po' di letteratura, un po' d'arte, un po' di sè
stessa; gli dice che è triste, che cerca nella lettura una distrazione e
un conforto. Ragiona dei sogni, delle illusioni, della poesia.
Ora la disposizione dello scrittore è modificata: egli ride. Dica la
verità: ne ha ben donde! Quella pazza ricomincia sopra un altro tono!
Prima erano gl'inviti prosaici, ora sono le istigazioni poetiche! Ma se
crede di coglierlo un'altra volta!... Le risponde pertanto menando --
scusi la stupidità dell'espressione, contessa; ma non le pare che
convenga alla stupidità dell'avventura? -- menando, dico, il can per
l'aia. Ella riscrive, e in breve scambiano epistole ad ogni corriere.
Un sentimento spinge quest'uomo a mantenere viva la corrispondenza: la
curiosità. La sua curiosità, non più torbida, anzi ilare, s'appagherà
soltanto quando egli vedrà come mai questa storia anderà a finire. E'
ora evidente che la dama è innamorata di lui. Era innamorata fin dal
primo principio? Quando venne a Cosmopoli, e cercò di lui, e lo invitò
all'arsenale ed al teatro, voleva proprio darglisi? O era ancora
un'ingenua inesperta? Il suo sdegno, dopo la scena del teatro, fu un
poco esagerato, ed ella si pentì poi di non essersi frenata? Oppure fu
sincera, e solamente più tardi, lontana da lui, vedendo che egli non
faceva nulla per rivederla, per ottenere una spiegazione, si accese di
lui? Problemi!... Ma, benchè la sua curiosità di sapere tutte queste
cose sia enorme, quando egli legge le nuove lettere, quando le vede
piene di ardente passione, d'umile pentimento, d'implorante rimorso;
allora, sia perchè non arde, sia perchè non è interamente sicuro di non
fare un altro fiasco, sia perchè quell'anima cieca, vagolante in una
specie di limbo, gli fa pietà; allora, dico, per una di queste o per
tutte queste ragioni insieme, risponde gettando molta cenere sul fuoco,
facendo intendere che egli non vuol rivederla, che pure restando amici,
da lontano, nulla deve più accadere fra loro.
Riceve ancora, uno dopo l'altro, due o tre biglietti pieni di molta
tristezza, di dolente rassegnazione, di espressioni ambigue, oscure,
delle quali non considera bene il significato; ma che comprende un
triste giorno, quando corre a rileggerle dopo aver letto, in un
giornale, al caffè, che quella dama, buttatasi dal castello di Chillon
nel lago Lemano, vi è morta annegata...
OMISSIONI
La quistione è appunto questa, cara amica mia: che uomini e donne
avranno torto, avranno ragione, saranno scusabili o no di rigettarsi a
vicenda i torti come le palline in una partita di _lawn-tennis_; ma tra
loro non potrà esserci accordo. Non è possibile che due esseri fatti
diversamente pensino e operino a un modo. Se all'amore furono sempre
innalzati inni di gioia trionfale come al sommo bene, alla massima
dolcezza, all'unica felicità, la medaglia ha un rovescio, e chi volesse
mettere insieme tutti i sospiri di dolore e le grida di maledizione che
questa passione ha strappato nei secoli al genere umano, ne farebbe un
libro altrettanto grosso quanto quello degli inni. C'è un momento nel
quale gli amanti s'accordano, e il piacere in questo momento è infinito;
e l'infinito piacere pare che compensi le pene innumerabili; pare,
perchè il fugacissimo e alato attimo dell'accordo è pagato con un
dissidio interminabile. E, come abbiamo visto, il dissidio comincia
troppo presto, comincia con lo stesso amore, è suo gemello. La
resistenza delle donne alle ardenti e supplici sollecitazioni degli
uomini è molto penosa. Non solamente questi uomini soffrono per non
ottenere l'appagamento della spasimata brama; ma anche perchè l'inutile
implorazione lede il loro amor proprio e quasi la loro stessa dignità.
Quest'idea di doversi umiliare supplicando è talmente incresciosa, che
può persino impedire d'amare.
Si rammenta ella di quel sognatore, del quale narrai altra volta la
storia, famoso per aver fatto reiteratamente e per motivi molto
speciosi, il gran rifiuto? A proposito di costui, ricevetti un giorno
una lettera di un anonimo lettore il quale, per dimostrarmi che le gesta
tutte passive del mio protagonista non sono poi tanto rare, mi narrava
che anch'egli aveva più d'una volta, sotto l'impero di certe sue
ragioni, omesso d'amare. Questa lettera voglio oggi riferirle perchè fa
al caso nostro.
Mi confessava dunque l'anonimo mio corrispondente che spesso, sul punto
d'accendersi di qualche bellezza, la previsione delle repulse
immancabili lo gelava subitamente. -- «Siano queste repulse dettate da
un sentimento sincero o siano finte, l'idea di doverle affrontare m'è
grave egualmente. Se la donna ch'io sto per sollecitare d'amore mi
resiste perchè è veramente fredda, perchè non ama come me, io penso
d'avere mal riposto l'amor mio in una creatura insensibile; se, al
contrario, la sua resistenza è mentita, io penso che non merita l'amor
mio una creatura bugiarda... Certamente gli altri uomini non ragionano
così: essi sperano d'infiammare la insensibile e sono certi di
confondere la mentitrice; ma, per arrivare a questo risultato, bisogna
sopportare le repulse, tornare ad insistere, affrontare nuovi rifiuti,
inchinarsi ancora e sempre; e il mestiere del seduttore somiglia allora
troppo a quello dei sensali, dei commessi viaggiatori, degli agenti
d'assicurazione che voi congedate infastiditi dalle loro offerte, e che
tornano nondimeno imperterriti ad annoiarvi. Questo pericolo è
immancabile se io sollecito d'amore una donna fredda. Ed io rinunzio
alle sollecitazioni perchè temo di riuscire importuno e noioso. Se
questa donna non capisce il mio ardore, gli appassionati miei
atteggiamenti non le sembreranno, per soprammercato, ridicoli? Ella
forse non riderà troppo, è vero, di un desiderio che, se pure non le
dice niente, solletica quando non altro la sua vanità; ma l'eccitazione
della vanità sua è tutta a costo della dignità mia! E quando mi trovo
dinanzi ad una che finge, debbo io darle questa soddisfazione di
umiliarmi perchè la sua menzogna trionfi ed ella si prenda secrete beffe
di me?...»
Il ragionamento di costui potrebbe parere stravagante se non fosse
giustissimo, e forse molti uomini, per non dire quasi tutti, lo fanno;
ma poi il timore di riuscire importuni, di umiliarsi, d'esser beffati,
cede all'impeto del desiderio. Perchè questi timori impediscano alla
passione di nascere, bisogna avere -- ed io sarei curioso di vedere se
la mia diagnosi è giusta -- una costituzione molto sensibile, capace
d'esagerare, con l'aiuto d'uno spirito un poco sofistico, i più piccoli
moti dell'animo e di opporli ai maggiori; bisogna anche avere una buona
dose, come dirò? di timidità. Tuttavia, se gli uomini normali non
arrivano, come il mio corrispondente, all'omissione, si mantengono, per
le stesse ragioni alle quali egli dà un peso eccessivo, in un prudente
riserbo. Prima di mettersi sul serio a desiderare una donna vogliono
tastare, per modo di dire, il terreno; e non si arrischiano se non
quando comprendono di poter riuscire. C'è qui, senza dubbio, un calcolo,
operazione che ella giudica prosaica e indegna d'un vero amante, e che
sarà anche come ella dice; ma della quale chi la compie si trova sempre
molto bene. Mettersi a spasimare dietro alla prima venuta, senza sapere
se costei potrà e vorrà rispondere all'amor nostro, è molto imprudente.
C'è anche un altro sentimento che impedisce queste brusche accensioni,
un sentimento del quale le confesso che non avevo notizia prima che
l'anonimo mio corrispondente mi scrivesse la lettera della quale le ho
riferita una parte. Mi dice dunque costui che molte volte egli ha
rinunziato all'amore _per educazione_.
«Quando noi abbiamo fame la buona creanza ci impedisce di buttarci sul
cibo, c'insegna a contenere, a moderare il nostro bisogno, ci vieta di
darne spettacolo. Se siamo soli ci sfamiamo senza tanti riguardi; ma in
società, dinanzi alle persone che non sanno il nostro tormento, dobbiamo
frenarci. Dinanzi alle donne che non capiscono o giudicano esagerata la
nostra fame d'amore, un istinto che ho chiamato di _educazione_ e che
non merita veramente altro nome, frena in me l'altro istinto. L'impresa
è tanto più facile, quanto che la fame d'amore non è così ardente come
quella del cibo... Io temo di non avere forse bene spiegato la
particolare natura di questo mio scrupolo. Vi darò un altro esempio.
Supponiamo che voi siate, come me, goloso di confetti, e che entriate
nel salotto di una signora la quale ne ha dinanzi a sè piena una
scatola. Che cosa fate? Allungate la mano per prenderne? Mai. Ne
chiedete? Sì, talvolta, se siete in dimestichezza con la dama. Se la
conoscete da poco, se non avete la sua confidenza, che fate? Aspettate
che ella stessa ve n'offra. Così vuole il galateo. L'abitudine di
rispettare queste convenienze m'impedisce molte volte di chiedere
l'amore e mi consiglia d'aspettare, non che mi sia precisamente offerto
-- cosa difficile, anzi impossibile e quasi assurda data la costituzione
femminile -- ma che almeno mi sia consentito di chiederlo...»
Una delle accuse, cara contessa, che ho spesso sentito muovere da lei
alla società moderna è motivata da quell'affettazione di sgarbatezza con
la quale gli uomini d'oggi trattano le donne. Ella è in buona compagnia.
Non solamente tutte le donne, ma anche molti uomini rimpiangono i bei
tempi dell'antica galanteria, la cavalleresca reverenza che faceva
piegare i ginocchi ai giovani, ai vecchi, ai grandi della terra dinanzi
alla più umile gonnella. La donna era una cosa regale e sacra, l'oggetto
di una specie d'iperdulia. Trattarla da pari a pari, o peggio dall'alto
in basso, pareva una mostruosità. Tutti i giorni, per le strade, sui
marciapiedi, noi vediamo i giovanotti, con le mani in tasca, il sigaro
in bocca, soffiare il fumo sotto il naso delle passanti, non cedere loro
il passo, non cavarsi il cappello; noi vediamo tutte le sere, al ballo,
i cavalieri non più pregar le dame di accordar loro una danza, ma le
signore e le stesse signorine costrette a supplicare i giovanotti perchè
si decidano a muovere le gambe. La nicotina è preferita al ballo ed agli
amabili ragionamenti. L'uso del tabacco segna un'èra di decadenza nella
storia dell'amore. Io ho un amico che non va in casa d'una bella signora
e che ha rinunziato a farle la corte e, molto probabilmente, ad
ottenerne i favori, perchè da lei non si fuma... Alcuni, considerando
che questi costumi datano dal principio del secolo, ne rovesciano la
colpa sulla democrazia che, non soffrendo nessuna regalità, ha buttato
giù dal suo trono anche la donna; altri se la pigliano col positivismo
del nostro tempo, con la scienza che minaccia d'uccidere, dicono, la
poesia. Io direi che nè la scienza nè gl'immortali principii
dell'Ottantanove abbiano da rispondere del nuovo delitto; neanche mi
pare che ci sia delitto, ma semplicemente reazione. Gli estremi si
toccano, dice il motto. L'eccesso della reverenza accordata alle donne
doveva naturalmente produrre presto o tardi un eccesso contrario. Poichè
ne avevamo fatto una _religione_, dovevamo presto o tardi aspettarci lo
scisma e l'eresia. L'idolo non poteva restare sempre sugli altari, la
ragione doveva dire che l'oggetto dell'iperdulia era una creatura debole
e misera più dei fedeli adoranti:
La femme, enfant malade et douze fois impur...
Dalla prepotenza e dalla ferocia con la quale il maschio barbaro
trattava la donna, noi passammo alla soggezione di Don Chisciotte per
Dulcinea; il ridicolo che fece cadere la cavalleria errante doveva pure
coinvolgere la cavalleria galante; allora un Alfredo de Vigny doveva
cantare:
Une lutte éternelle, en tout temps, en tout lieu,
se livre sur la terre, en présence de Dieu,
entre la bonté d'homme et la ruse de femme,
car la femme est un être impur de corps et d'âme...
Ma se oggi gli uomini si comportano verso le donne con troppo mal garbo,
giova sperare che un giorno le tratteranno come meritano, senza
cortigianesca viltà e senza volgare arroganza.
O come mai, chiedo ora a me stesso, sono venuto dettando questo
bellissimo squarcio di sociologia erotica? Ah, ecco: volevo dire che
nell'amore, ai nostri giorni, si può vedere da parte degli uomini una
tendenza a mutare l'ufficio assegnato ai sessi dalla natura. Le donne
che devono naturalmente essere sollecitate, dovrebbero invece prendere
l'iniziativa. Lo scrupolo di buona creanza del mio anonimo
corrispondente, l'ostentata freddezza della gioventù moderna che fa così
poche spese di galanteria e che affetta di non dar prezzo all'amore e di
non sospirarlo, anzi di soffrirlo con una certa annoiata rassegnazione,
sono veramente sinceri? E' incredibile. Ciò che la natura ha voluto,
niente potrà distruggerlo. Ma la natura ha voluto una cosa alla quale la
ragione tenta di ribellarsi. Gli uomini respinti, non compresi dalle
donne, pensano di reprimere il loro impulso. Stanchi di dover
corteggiare, accavalcano una gamba sull'altra e aspettano che le signore
vengano a corteggiarli. Una volta per uno non fa male a nessuno...
E il male è appunto questo: che spesso il giuoco riesce. Le donne hanno
torto di lagnarsi d'un danno al quale esse medesime contribuiscono. Tra
chi le supplica e chi finge di sdegnarle non scelgono esse lo sdegnoso?
Per piegarlo, per convertirlo, per avvincerlo, non gli concedono ciò che
negano al devoto della cui devozione vivono sicure? E allora si spiega
la sentenza che Hans Ruthe dette una volta a un suo giovane amico.
Questo Ruthe è l'uomo più fortunato in amore ch'io abbia mai conosciuto:
si chiama Hans e possiamo chiamarlo proprio Don Giovanni. La sua fortuna
è meritata, perchè non solamente egli è molto avvenente, ma quanto
piacevole è la sua persona altrettanto grande è il suo ingegno e --
nonostante una certa affettazione di scetticismo -- buono il suo cuore.
Ma vi sono molti uomini che, pure avendo le sue doti, non possono
vantare la lunga serie dei suoi felici successi. Qual è dunque il suo
secreto? Con quali argomenti trionfa? Che cosa dice alle donne perchè
nessuna gli resista?
-- Niente! -- rispose egli all'amico che l'interrogava a questo
proposito. -- Il miglior mezzo d'ottenere è non chiedere.
Come tutte le altre sentenze umane, anche questa è suscettibile d'essere
capovolta. Un proverbio dice: _Chi non risica non rosica._ Proprio
accanto ce n'è un altro che ammonisce: _Chi va piano va sano e va
lontano._ Un filo di coltello separa la verità dal paradosso: chi non lo
vede ci si taglia. Per ottenere bisogna chiedere. E gli uomini che non
chiedono l'amore ma aspettano che sia loro offerto, ne otterranno, sì;
ma di che qualità?
UNO SCRUPOLO DI DON GIOVANNI
Protesti, gridi e strilli fin che le pare, cara contessa mia; ma ella
non mi rimoverà dalla mia opinione -- dalla mia certezza. Gli uomini, in
amore come nel resto, sono più logici. E poichè discutere astrattamente
non giova, ma conviene addurre le prove di ciò che s'afferma, io le
voglio subito provare, con un altro fatto, l'affermazione mia.
I Don Giovanni, avendo qualcosa della natura effeminata, non sono capaci
di sentimenti duraturi e non hanno una coscienza coerente come tutti gli
altri uomini -- è vero? Orbene, io voglio narrarle uno scrupolo di Don
Giovanni!
Don Giovanni adunque (lasciamogli questo nome che vale e quindi
risparmia una biografia) aveva spezzato l'esistenza della povera
Principessa. Alla nostra debolezza di «umili marionette,» come dice
magnificamente un poeta,
dont le fil est aux mains de la necessité,
giova addurre, nelle meritate disgrazie, l'impossibilità di prevedere
l'avvenire, l'eterna congiura delle illusioni, l'inganno universale del
quale siamo predestinate ed immancabili vittime. La Principessa non
aveva neppure questo conforto. Il passato di Don Giovanni, non che
esserle ignoto, era stato anzi il massimo fattore della seduzione
esercitatasi su lei. Chi nega la potenza seduttrice dei Don Giovanni,
addebitando le loro fortune all'insania muliebre, è ordinariamente colui
che nel secreto del proprio animo più invidia questa potenza e più si
strugge di possederla. Altro è però accertarne l'esistenza, altro è
definirne l'essenza. Si nasce col dono di piacere alle donne, come si
nasce con la facoltà di condurre a bene gli affari. Ed a quel modo che i
primi quattrini sono i più difficili da mettere insieme, così pure le
prime conquiste costano sforzi maggiori. E' nota ai fisici la potenza
d'attrazione che risiede nei grandi cumuli di materia: vicino a una rupe
il filo a piombo non cade più verticalmente ma s'inclina dalla parte del
masso; le nuvole vagabonde corrono incontro alle grandi montagne.
Qualcosa di simile deve accadere al morale, se tante creature non
resistono al fascino di chi, avendo fatto strage dei cuori, sembra avere
accumulato nel cuore suo proprio grandi tesori di sentimento...
La Principessa s'era dunque gettata nelle braccia di Don Giovanni senza
ragionare, o meglio ragionando come tutti i veri amanti, agli occhi dei
quali non esistono altre ragioni fuorchè quelle della persona amata.
Rinunziava ella al suo posto nel mondo, ne affrontava i severi giudizii,
andava incontro alle difficoltà materiali della vita, sacrificava la
pace e l'onore del marito e -- ahimè! -- dei figli? Ma tutto ciò avrebbe
dato a Don Giovanni la misura della passione che egli aveva ispirata!
Era a lei vietato sperarne il ricambio, e il passato di quell'uomo
escludeva la possibilità ch'egli si dedicasse tutto, sinceramente, ad
un'affezione? Ma ella aveva tanto pensato e vissuto che non poteva più
nutrire certe illusioni. Se l'eguaglianza sociale è una sublime utopia,
della quale alcuni spiriti generosi prevedono il conseguimento in un
avvenire più o meno lontano, chi potrà mai sognare che l'eguaglianza si
estenda alle anime, ai cuori, alle coscienze degli uomini? L'esperienza
di questa ineluttabile disparità è altrettanto dolorosa e frequente
nelle vicende sentimentali quanto in tutte le altre della vita: se non
si sente molto parlarne, egli è che i vinti dell'amore non scrivono sui
giornali e non tengono comizii...
Torniamo però alla nostra eroina. Ella si era trovata, per sua disgrazia
-- e forse per vendetta di tanti uomini indegnamente immolati -- dinanzi
a un compare Turiddu, al Don Giovanni che sulla piazza del villaggio o
nel salotto della grande città resta sempre eguale a sè stesso. Siccome
è troppo raro che la previsione e l'attesa del dolore ne scemino
l'intensità, così la Principessa, benchè sapesse che cosa era
quell'uomo, sofferse atrocemente provandolo; ma l'amore di lei --
vecchia storia! -- cresceva in diretta ragione della freddezza di lui.
Ella gustava un'amara e mortale voluttà nel proprio sacrifizio; e finchè
Don Giovanni non la respinse, si stimò ancora fortunata e felice. Don
Giovanni però cominciava a stancarsi. Egli aveva accettato il sacrifizio
dell'amante come una cosa naturale e quasi dovuta, poichè egli le aveva
concesso l'insigne onore di preferirla a quante se lo contendevano.
Vedere in quel sacrifizio la prova d'un prepotente e sovrumano amore gli
era impossibile, se nell'amore egli non aveva mai visto null'altro
fuorchè il capriccio. E soddisfatto il suo capriccio per lei, era
inevitabile che egli ne concepisse uno nuovo. Fra le tante donne che
tacitamente gli s'offerivano, chi preferì? Una creatura che era stata di
chi l'aveva voluta: la più indegna, -- vo' dire la più degna di lui. E
poichè la Principessa si ribellò finalmente a quell'oltraggio, e pianse,
e implorò, e gli rinfacciò la propria rovina, e negò che quell'altra
potesse amarlo quanto l'aveva amato e quanto l'amava ella stessa, egli
le significò che non la voleva più.
La Principessa non morì; non impazzì nemmeno. Come questo fosse
possibile il mondo non seppe. Eppure è semplicissimo. L'esasperato amor
suo per quell'uomo la sostenne, come dicono che certe febbri mantengono
la vita. Quante lacrime ella pianse ai piedi di Don Giovanni, quali
accenti trovò per vincerne la freddezza, che preghiere, che rampogne,
che minacce uscirono dalle sue labbra aride e ardenti, io non le dirò:
uno spasimo simile s'immagina più presto che non si descriva. Tutto
inutile: ella fu congedata. Che sarebbe dunque avvenuto di lei ora che
la stessa speranza era morta?... Non era morta! La Principessa sperava
ancora!... Ella ebbe una forza veramente straordinaria e diede un
esempio veramente poco credibile di costanza nell'abbandono, di fede
dinanzi al cinismo e di rassegnazione, anzi di umiltà, anzi di pazzia.
Accettò, la sentenza di Don Giovanni; non volle più essergli d'ostacolo,
credette all'amore della rivale poiché egli lo accettava e lo preferiva
al suo, e si trasse in disparte -- aspettando. Che cosa?...
Non andò via, non evitò lo spettacolo della felicità toccata alla
rivale, non fuggì la vista dell'antico amante. Nei giorni più fortunati
la gioia di lei non era stata mai pura: come di un veleno preso
lungamente a dosi sempre più forti, ella aveva contratto l'abitudine del
dolore; e il veleno le era divenuto quasi necessario. Ma ella non viveva
del presente; se questo fosse stato ancora più triste ed oscuro, se la
tortura di lei fosse stata cento volte più atroce, la luce che ella
vedeva brillare lontano, l'idea del premio che l'aspettava, le avrebbero
tolto, come le toglievano, d'avvertire la miseria dove era caduta. E la
speranza della Principessa era questa: un giorno, immancabilmente, Don
Giovanni si sarebbe stancato della sua nuova fantasia; allora, forse,
egli non avrebbe più opposto la spietata indifferenza di prima allo
schianto di lei. Prima, l'aveva duramente respinta perchè ella gli
contendeva il nuovo capriccio; sazio e stanco, non avrebbe forse
rifiutato di rivederla... Non doveva dunque esser proprio pazza questa
infelice se, invece di trarre profitto dalla separazione per tentar di
guarire radicalmente, fondava le sue speranze sull'abitudine che
quell'uomo aveva del tradimento, e lo amava ancora dopo che ella stessa
era stata tradita una prima volta, e lo sospirava ancora per essere
tradita una seconda?... Pazza, sì, era pazza; ma come son pazzi gli
uomini che dopo avere assaggiato il tossico dell'esistenza, sul punto di
guarire del mal della vita, chiedono a mani giunte che sia loro
prolungata d'un giorno, d'un'ora... E sono essi proprio pazzi, o non
piuttosto vittime d'un inganno fatale? Nel momento che invocano la
continuazione di questa esistenza, ne ricordano forse l'amaro? In quel
momento non ne vedono altro che le promesse, credono di poter evitare
gli errori, sperano di esser felici... Così quella donna scagionava in
cuor suo Don Giovanni, scusava il suo scetticismo pensando che egli non
aveva incontrato ancora l'amor vero, e intendeva compiere un'opera di
redenzione infondendo la fede in quell'arido cuore con lo spettacolo
della salda fede che ella stessa nutriva.
Il momento sperato, previsto, aspettato, al fine arrivò. Don Giovanni
s'annoiava, cercava qualche altra cosa. Allora ella gli andò incontro.
Era passato più d'un anno dalla separazione violenta e crudele, ma la
piaga della povera donna sanguinava come il primo giorno, quasi che il
tempo non fosse trascorso per lei; e se il dolore la mordeva come quel
giorno, la speranza che ella aveva educata l'abbandonava ora ad un
tratto appena visto quell'uomo. Lontana da lui, il calcolo sul quale
aveva fatto assegnamento le era parso sicuro; in cospetto di Don
Giovanni ne comprendeva repentinamente l'insania, e riconosceva la
fallacia dei propri disegni, e si vedeva irremissibilmente perduta.
Nell'istante che il suo sguardo incontrò lo sguardo di Don Giovanni,
ella provò l'impressione di chi sta per annegare, e un senso
d'ineffabile sgomento e di vergogna, e il bisogno di fuggire, di
nascondere a quell'uomo, a quell'estraneo, a quel nemico, la propria
debolezza e la propria miseria. Ma, d'improvviso, prima che una sola
parola fosse pronunziata, l'ambascia che le serrava il cuore si risolse
in una tempesta di lacrime, di singhiozzi, di lamenti soffocati, di
convulsivi sospiri: una cosa straziante, capace d'impietosire un cuor di
macigno.
Don Giovanni era turbato. Mai più egli avrebbe creduto che, dopo tanto
tempo, l'abbandonata soffrisse tanto dell'abbandono; aveva, sì, visto
piangere molte donne, ma sapeva che non costa ad esse un gran sforzo
versar qualche lacrima. Quante erano parse impazzite, che avevano
trovato poi altri conforti? Egli aveva anzi supposto che la Principessa
si fosse già consolata, e precisamente quest'idea, più che il rimorso od
altro, aveva, dopo la rottura, ridestato in lui con un certo senso di
rammarico il ricordo dell'amore disprezzato e respinto. Adesso, dinanzi
a quella donna che dopo tanto tempo pareva sul punto di morire strozzata
dal pianto, un immenso stupore occupava il suo spirito; a suo dispetto,
il contagio della commozione gli s'apprendeva. Quell'infinito dolore era
dunque opera sua? Quella donna era diversa dall'altre? O la passione
sulla quale ella aveva giurato esisteva realmente?... E non sapendo nè
potendo dir altro, egli tentava frattanto, con sommesse parole, di
arrestare le lacrime della Principessa; e questa sentiva più forte il
bisogno di fuggire, di evitare l'ultima vergogna, l'elemosina della
pietà; ma la voce umile e quasi supplichevole di quell'uomo che la
teneva per mano, che la chiamava per nome come al tempo antico, fiaccava
la sua volontà, dissolveva i suoi propositi, l'abbandonava, cosa vinta
ed inerte, nelle braccia di lui, le strappava la confessione delle
torture rassegnatamente sofferte, delle speranze secretamente nutrite. E
lo stupore di Don Giovanni non aveva più limite. Si soffriva dunque
tanto, per amore? L'alterezza d'una donna, se l'amore l'accendeva, si
disperdeva al punto da consentire alla felicità d'una rivale? L'amore
esisteva dunque realmente, se era una cosa più forte della gelosia, se
aveva dato a quella donna l'incredibile virtù d'una simile rinunzia e
d'una simile attesa?... E due lacrime spuntarono sulle ciglia di Don
Giovanni. La Principessa gli si stecchì tra le braccia. Gettato il capo
indietro e guardandolo negli occhi come se gli occhi di lui fossero
l'unica cosa visibile, gli disse:
-- Tu piangi?... Dunque non mi respingi più?... Dunque non m'odii?...
Credi adesso all'amore?... all'amor mio?... M'ami anche tu?...
Egli rispose:
-- Sì.
-- M'ami d'amore?... Non mi dici così perchè hai paura?... perchè ti
faccio pietà?...
-- No.
La Principessa avvertì finalmente, dopo più di un anno, l'impressione
dell'aria che le vivificava il petto.
-- Torneremo dunque, -- soggiunse, pianissimo, con l'espressione
dell'estasi e quasi sognando, -- torneremo come fummo un tempo?...
Don Giovanni non rispose.
Egli aveva da regolare la sua situazione con quell'altra, comprendendo
bene che l'abnegazione della Principessa non poteva arrivare fino ad
accettar di spartirlo con la rivale. Bisognava dunque liberarsi della
nuova amante; e questo che per lui, in altre condizioni, sarebbe stato
affare d'un'ora, adesso gli pareva una cosa formidabile. Giacchè la
nuova amante, la creatura incostante, licenziosa e decaduta che, come
lui, aveva riso di tutto e di tutti, lo amava -- i Don Giovanni fanno di
questi miracoli -- d'un amore non meno intenso, non meno profondo, non
meno cieco di quello che gli portava la Principessa. Come la
Principessa, ella aveva sofferto vedendo di non poterne ottenere in
cambio uno eguale, e tremato all'idea di perdere quel poco che egli
poteva darle. Era stata gelosa di lei quando aveva compreso che Don
Giovanni ricominciava a ricordarla, ma gli aveva dato ragione,
mortificandosi anch'ella per riconoscere la superiorità della rivale; e
si era accusata d'indegnità e s'era torturata per non aver più nulla da
immolare all'uomo amato affinchè egli credesse a quell'amore... Ma
adesso Don Giovanni credeva all'amore, e la paura di procurare alla
nuova amante un dolore come quello alla vista del quale egli s'era
convertito, gli impediva d'abbandonarla. La Principessa gli aveva tutto
sacrificato, e quell'altra, secondo il giudizio del mondo ed il proprio,
era una donna perduta; ma, alla luce fattasi in lui, egli vedeva adesso
che l'amore non dipende dalle qualità della persona amante nè si misura
dai sacrifici che costa. Quelle due donne avevano uguali diritti su lui,
ed egli quasi voleva potersi dividere fra loro, come un tempo avrebbe
fatto senz'altro; ma poichè ciò gli riusciva impossibile, malediceva
sinceramente il fascino che aveva esercitato, l'irresistibile potenza di
seduzione della quale altre volte s'era compiaciuto e adesso apprezzava
le conseguenze funeste...
La Principessa, sentendo nuovamente fuggire le sue speranze, ricominciò
a implorare; ma più egli vedeva l'insanabile acerbità di quella
disperazione, più capiva di non poterne cagionare una simile. Supplice
ancora, l'antica amante non addusse più in proprio sostegno le prove
d'amore che gli aveva date, la rovina che aveva affrontata,
l'irreparabile perdita del proprio onore; non accusò di disonore
quell'altra.
-- Tu sei mio, -- supplicò, -- per quel che m'hai fatto soffrire.
-- _Quell'altra non soffrirebbe egualmente?_
Allora soltanto la Principessa chinò il capo, non trovando nessun
argomento da opporre allo scrupolo di Don Giovanni.
Sa ella, invece, che cosa fanno quasi tutte le donne in una condizione
simile a quella di costui? Le Donne Giovanne -- veramente il loro nome è
un altro!... -- presumono di tenersi a fianco l'amante abbandonato ed
implorante senza sbarazzarsi dell'altro per il quale l'hanno
abbandonato! E sono ancora gli uomini, le menti più logiche e gli animi
più dignitosi, quelli che non accettano tale situazione, e preferiscono
soffocare la propria passione -- ma con poco merito, dopo che hanno
conosciuto che cosa valgono coteste creature...
UN GIGLIO
Non ho avuto più sue nuove, mia buona amica. L'ha con me? Non credo! Se
ella m'ha lasciato dire, senza offendersene, le cose piuttosto vivaci
delle quali erano piene certe mie lettere, non avrà potuto sdegnarsi
delle ultime anodine narrazioncelle. Starebbe piuttosto preparando una
lunga e poderosa confutazione delle mie dottrine? Non credo neppure.
Ella ha di meglio da fare! Il silenzio significherebbe invece che
s'annoia delle mie lettere, alla lunga? Dovrei dire: «Temo di sì!» Ma
ella mi risponderebbe che, così dicendo, darei prova d'una falsa
modestia e dimostrerei che false non sono soltanto le donne... Sarebbe
ella semplicemente partita per le bagnature, e questa lettera le correrà
dietro un pezzo prima di trovarla? Ne saprò presto qualcosa dal mio buon
amico Dastri, che torna posdomani.
Senza dubbio è venuto a trovarla. Dica la verità: non è simpaticissimo?
Sono certo che l'avrà fatta arrabbiare, ma che ella gli avrà perdonato
grazie allo spirito del quale è pieno. Ella avrà anche visto come io non
sia solo a sostenere quelle che a lei sembrano eresie. Dastri, anzi, va
più innanzi di me, ed è molto più rigido nelle sue affermazioni. L'altra
volta io le dicevo, per esempio, che gli uomini, obbedendo a un istinto
unico e costante, essendo sempre avidi d'amore, amano in un modo più
logico e mettono nell'amor loro maggiore sincerità. Da questo teorema
Vico Dastri cava un corollario e sentenzia: «Quando un uomo si trova in
presenza d'una donna, comunque ella sia, -- purchè non abbia
sessant'anni o la gobba, -- deve rammentarsi che è uomo e dimostrarlo.»
Fino a ieri io credevo che il giudizio fosse esagerato. Certo, se agli
uomini è toccato il dovere dell'iniziativa, essi non dovrebbero
guardare, come infatti non guardano, troppo per il sottile; si potrebbe
anche ammettere e dimostrare, con l'esperienza alla mano che, alle
volte, essi si rammentano dell'esser loro perfino dinanzi a donne di
sessant'anni o con la gobba; ma, ripeto, Dastri mi pareva, fino a ieri,
troppo assoluto. Da ieri mi sono ricreduto. Quando meno me l'aspettavo,
ebbi la prova delle cose dispiacevoli che possono capitare a chi
dimentica il precetto dell'amico mio. La vuol sentire anch'ella? Eccole
calda calda la storiellina.
Bisognerebbe conoscere il mio amico Bernazzi, la correttezza inglese del
suo portamento, il sussiego diplomatico delle sue maniere, quella specie
d'innocente ostentazione di freddezza ch'egli non lascia neppure in
mezzo alle liete brigate degli antichi compagni di studii e di piaceri,
per comprendere il mio stupore quando me lo vidi dinanzi, ieri sera, per
via, così rabbuffato in viso, così nervoso nei gesti, così scucito nei
discorsi come nessuno deve averlo mai visto.
Era stato fuori qualche mese, ma dov'era stato, che cosa aveva fatto,
quando era tornato, non mi fu possibile comprendere in mezzo alle
risposte ingarbugliate, frammentarie ed anche un poco contraddittorie
che mi veniva dando. Se io non lo interrogavo, non diceva più nulla;
soffiava, guardava per aria, e a un tratto usciva in qualche
esclamazione bislacca, a proposito del tempo, o dei passanti, o delle
mostre dei magazzini. Quando fummo all'angolo di via Monte Napoleone
qualcuno, scantonando, l'urtò un poco: Bernazzi si voltò di scatto
dicendo, con un tono di voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel
povero diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via rapidamente. Io
proposi:
-- Torniamo indietro?
-- A patto che non si vada a finire in Galleria.
Bernazzi, l'uomo senza volontà, mettere un patto! Bernazzi, la
compitezza in persona, apostrofare a quel modo uno sconosciuto colpevole
di non averlo potuto cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino.
Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare il Corso; ma ero
stanco e proposi di andarcene a sedere al Savini.
-- Il Savini mi secca. Andiamo all'Accademia.
-- Ma tu stasera hai qualche cosa! -- non potei trattenermi
dall'osservare. -- Ti senti poco bene?
-- Io? Benissimo.
M'obbligò a fare il giro da Santa Radegonda, e durante la via non
pronunziò più di due parole.
-- Puoi negare quanto ti piace, -- insistetti; -- ma tu sei di malumore.
Eravamo dinanzi al Caffè. Bernazzi mi prese per il braccio, mi condusse
a un tavolino appartato e disse:
-- Senti un poco quel che m'accade!
Il tavoleggiante si presentò a chiedere le nostre ordinazioni. Bernazzi
lo guardò come avrebbe guardato una bestia rara, ed anch'io l'avrei
volentieri mandato via, curiosissimo com'ero di sentire quella
confidenza che il mio amico, per l'irritazione che lo dominava, poteva
pentirsi da un momento all'altro di farmi. Ma appena ebbi chiesto il
primo liquore che mi venne a mente, Bernazzi chinò il capo in atto di
assenso alla mia scelta e riprese:
-- Senti un poco che cos'ho. T'ho detto che son partito da Bologna
l'altr'ieri, col diretto delle 11 e 55? Non fa nulla, te lo dico adesso.
Arrivo tardi alla stazione, appena in tempo per prendere il biglietto;
entro sotto la tettoia che il capo-treno sta gridando: «Partenza!» e che
il conduttore gli risponde: «Pronti!» Non so dove ficcarmi, quando a un
tratto mi sento chiamare: «Bernazzi! Bernazzi!...» Mi volto a destra e a
sinistra senza capire di chi è quella voce, ma scorgo finalmente un
braccio guantato fino al gomito che fa un gesto...
Arrivò il cameriere con i liquori. Bernazzi fece scoppiettare il pollice
contro il medio, poi ripetè:
-- ... che fa un gesto. Quel braccio era attaccato a un busto il quale
sporgeva da un finestrino; il busto era vestito d'azzurro e il capo era
avvolto in un gran velo grigio. Non ho il tempo di stare a guardare,
accorro cavandomi il cappello, apro e salgo. Sai chi era? Ti rammenti la
Hundington?
-- Donna Clara?
-- Donna Clara. Allora, se la rammenti, non ho bisogno di spiegarti
tante cose. Sai quanti anni ha?
-- Non ho visto la sua fede di nascita; ma, così a occhio e croce, credo
che i cinquant'anni debba ancora compirli.
-- I quarantacinque però li ha bell'e compiti, eh? Va bene. Da quanto
tempo non la vedi?
-- Ma, da un bel pezzo... da qualche anno.
-- Allora, non sai una cosa: è ingrassata.
-- Davvero?
-- Non pare impossibile? Quel manico di granata? Ebbene, adesso ha
qualche rotondità. Ma il viso sempre affilato come un coltello, le mani
nocchiute come quelle d'un uomo, i denti sporgenti e lunghi come quelli
di un cavallo; e la stessa sciatteria nelle vesti, la stess'aria di
governante a spasso. Appena salgo e mi sento dire: «Bravo!...,» io la
riconosco. «Donna Clara!... Scusi, con quel velo!...» Risponde: «Avete
ragione!... Dove andate?» Le rispondo che vado a Milano, e chiedo dove
va ella stessa. Dice che va a Parigi, ma che si ferma a Milano una
giornata. Il treno parte ed io metto a posto la mia valigia. Un momento:
Donna Clara non era sola; aveva con sè...
-- La solita Betsy.
-- Precisamente! Che cosa le fa?
-- Le tiene compagnia, suppongo.
-- Sarà benissimo. Ma io ti dirò una cosa. Hai visto che Betsy porta
sempre, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, a piedi e in
carrozza, un sacco in mano? Or bene, costei m'ha sempre fatto l'effetto
di quella vecchia che dipingono dietro a Giuditta, col sacco destinato
alla testa d'Oloferne...
-- Oh! Oh!...
-- E' un'idea stravagante; ma è più stravagante quella figura! Lasciamo
andare. Dunque s'incomincia a discorrere, di tutto un po'. Da principio
la va bene. Poi Donna Clara, al solito, mi fa centomila domande, una
sopra l'altra, intorno a tutte le cose dell'universo. Io rispondo del
mio meglio. Nota che dopo quarantacinque anni di studio, ella parla
sempre quell'orribile francese che sai; aggiungi che io, da mia parte,
mastico maluccio l'inglese: tira la somma, e capirai che il divertimento
era abbastanza magro. Modena, Reggio, Parma: le stazioni sfilano una
dopo l'altra, e sfilano contemporaneamente le domande di Donna Clara.
Mio caro, io ho sempre sospettato che quella donna faccia la spia.
-- Oh! Oh! Oh!
-- Allora, di' tu; che cosa fa? Sentiamo!...
-- Ma non lo so!... Quel che fanno le altre, probabilmente nulla!
-- Ma le altre non seccano la gente con quell'aria inquisitoria, con
quella curiosità importuna, con quegli sguardi indiscreti che vi si
ficcano in tasca e vi frugano sotto i panni! Poi, perchè diamine va
sempre attorno, da Bologna a Parigi, da Roma a Dublino, da Ginevra a
Vienna? Spia, forse ho detto male; ma, tu stesso lo supponesti una
volta, dev'essere l'emissaria di qualche partito, di quelli che lavorano
sott'acqua: dei nihilisti o dei gesuiti...
-- Il diavolo o l'acqua santa!
-- Che vuoi ch'io sappia! Ma torniamo al nostro viaggio. Continuano le
interrogazioni: vuol sapere quanto starò a Milano, che cosa vado a
farci, perchè lascio Bologna, che cosa ci ho fatto, se ci tornerò,
quando ci tornerò, che gente ho visto, perchè sono arrivato tardi alla
stazione!... A un certo punto, cava da una sua borsa uno scatolino di
pastiglie Panerai: ma viceversa è pieno di sigarette. Me ne offre una, e
si mette a fumare...
-- Fuma, adesso?
-- Dammi ascolto! Sigarette pestifere, caro mio, che quelle delle Regia
sono un balsamo. Il treno va sempre a rotta di collo. Ora le sue domande
sono d'un altro genere: vuol sapere dove scendo, a Milano: se vi ho
casa, se scendo all'albergo, quale albergo le consiglio. Dico: «Vada da
Spatz». Un'altra filza di quesiti; finalmente si decide per Spatz. Siamo
di là dal Po. Si dichiara contentissima d'aver fatto il viaggio con me.
Anzi, osservo, la fortuna è mia. «Venite a trovarmi, domani; ripartirò
doman l'altro, con l'espresso delle 6 e 20.» Rispondo che temo di
disturbarla; insiste: «Venite dopo colezione; mi troverete in casa; non
ho da fare nella seconda mezza giornata, la passeremo insieme». Si
arriva a Milano; ripete: «Venite; vi aspetto». Io l'aiuto a scendere,
l'accompagno fino al carrozzone dell'albergo; nel salutarmi insiste:
«Dunque, non mancate.»
«Il domani, che fu ieri, io sto un bel pezzo in forse: l'idea d'essere
sottoposto a un altro interrogatorio mi spaventa; ma poi penso che ogni
soggetto di domande è stato esaurito durante quelle cinque ore di
viaggio. Inoltre mi spinge la curiosità di vedere Donna Clara a casa
sua, quantunque questa casa sia un albergo. Sei mai stato a farle
visita? E neppur io, come nessuno di tutti quelli che conosco. Che cosa
fa? Perchè gira il mondo? Perchè non resta due settimane di seguito in
un posto?... Ma la curiosità di guardare un poco dentro a
quell'esistenza misteriosa non è tanto forte da impedirmi di ricorrere a
un piccolo espediente per evitare il pericolo di un'ora di noia mortale;
così, invece che alle due, vado al _Milano_ alle quattro, nella
previsione che Donna Clara non ci sarà e che me la caverò con un
biglietto di visita. Arrivo all'albergo, e Donna Clara c'è. Salgo su, ed
entro in un salottino mezzo scuro, dove odo una voce che in tono di
discreto rimprovero mi dice: «Disperavo di vedervi arrivare. Sono due
ore che v'aspetto!». Balbetto qualche scusa, stringendole una mano che
stende verso la mia. Seggo, ed abituati gli occhi alla penombra, vedo a
poco a poco disegnarsi la figura di Donna Clara. E' distesa sopra
un'ampia poltrona; porta una veste da camera gialla, a lungo strascico,
guarnita di merletti neri: una cosa incredibile! I capelli non le si
arruffano come di consueto sulla fronte e sulle tempie; ma sono
elegantemente acconciati. Trasformazione totale! Per l'aria c'è un odore
composito ed acutissimo. E niente Betsy!... Io rinnovo le mie scuse per
il ritardo, invento una serie di brighe impreviste. Donna Clara mi parla
dell'albergo, della sua corsa mattutina per la città; e niente domande!
Guardando un poco per il salotto, io scopro la scaturigine dell'odore:
sopra il pianoforte c'è un vaso con un magnifico mazzo di fiori: una
quantità enorme di rose che fanno corona ai calici purissimi di tre o
quattro gigli. Di che cosa mi parla Donna Clara? Di un libro di versi
che sta leggendo e che le piace molto: a un certo punto cerca sul
_guéridon_ il volume e me lo porge.
«Avvicinatomi per prenderlo io scopro che l'odore non viene soltanto dai
fiori: da tutta la persona di Donna Clara esala un profumo di non so che
cosa. Mentre sfoglio il libro ella s'accomoda meglio sulla poltrona,
rovesciando il capo sullo schienale e stendendo le gambe che si
delineano sotto le pieghe della veste. Allora, non so come, non so
donde, non so perchè, un'idea mi passa per il capo: un'idea
inverisimile, assurda, bislacca: che Donna Clara sia... donna! T'è mai
venuta, quest'idea? Hai creduto mai possibile che costei susciti un
desiderio?... Ma è un lampo, e passa subito. Ella m'invita a leggere
qualcuno di quei versi -- versi inglesi, s'intende -- ed io eseguisco.
«Come vi piacciono?» Dichiaro che sono bellissimi; in verità ci ho
capito poco o niente. «Leggete,» mi dice, «_La spalliera dei lilla_.»
Cerco nell'indice questa spalliera, e leggo. Mi accorgo di leggere
malissimo, d'amputare qualche piede a certi versi e di crescerne
parecchi a certi altri; ma Donna Clara non mi corregge: riprende il
volume, rilegge il componimento, lo traduce in francese, e si passa la
lingua sulle labbra.
«Secondo lampo. Io penso, e mi stupisco di pensare, che se Donna Clara
si tagliasse la mani e la testa, tutto ciò che si vede, quel corpo,
sotto quella veste, forse potrebbe indurre in tentazione. Passa anche
questo lampo; ma Donna Clara, seguitando a discorrere tranquillamente
del più e del meno, accavalca una gamba sull'altra, si rovescia di più
sulla poltrona e di tratto in tratto mi guarda... E' dunque possibile? I
miei sensi sono pervertiti fino a questo punto? Mi lascio sedurre da un
profumo, dal taglio di un abito, fino a rimaner lì, imbarazzato, col
cappello in mano, senza trovar nulla da dire?... Sostiene ella stessa la
conversazione; io rispondo qualche monosillabo; a un certo punto faccio
per congedarmi. «Così presto?» dice; «fermatevi un altro poco!» E suona,
per il the. Prendendo il the si parla di viaggi; Donna Clara s'alza e va
a cercare una cartella di fotografie. Me le mostra ad una per volta, e
siamo così vicini che il suo profumo mi dà alla testa. Per fortuna le
fotografie finiscono, e torniamo a sedere. Vedo che imbruna e ritento di
andarmene: nuovo invito a restare «... se non avete meglio da fare...»
Seggo a un altro posto e Donna Clara racconta una storia. Non ascolto
neppur una delle sue parole, tutto occupato dalla stranezza di quel che
avviene in me. Ma io debbo essere ammalato! Pensare: Donna Clara!...
Quarantotto anni!... Forse anche quarantanove!... E quelle mani! E quel
naso! E quei denti!... E se i miei amici sapessero?... Che cosa diranno
se sapranno una cosa simile? Dove andrò a nascondermi?... E se Donna
Clara si offende e non lascia che?... Via! via! Non facciamo
sciocchezze!... Torno in me, afferro a volo il soggetto del suo discorso
e mi rimetto in carreggiata, rispondendole, interrogandola. La sua
storia finisce ed ella chiama, per il lume. Alla luce della lampada che
il cameriere ha acceso io mi stupisco della rapidità con la quale il
tempo è passato: che cosa sono stato a fare due ore lì dentro? A un
tratto s'ode la prima campana del pranzo. Questa volta m'alzo per
battermela. Donna Clara mi fa: «Aspettate un altro momento: verrà adesso
Betsy.» Insisto per lasciarla in libertà: mi risponde: «E Aspettate che
venga Betsy!» e scotendo lentamente un piede riprende a discorrere.
Allora un'altra idea mi balena per il capo: che quegli inviti reiterati,
quell'eleganza, quei fiori, quei profumi, tutte quelle spese siano state
fatte per sedurmi.... Ma è una cosa tanto balorda che rinsavisco del
tutto. Chi ha mai imaginato Donna Clara nei panni d'una seduttrice? Chi
ha mai pensato che sotto quelle gonne si possa trovare un corpo di
donna? Non deve ella possedere ancora intatto il tesoro della sua
verginità? Ed io?... Sia lodato il Signore: una specie di doccia gelata
mi seda. Mentre ella vuol sapere quando ci rivedremo e se capiterò
quest'inverno a Parigi, mentre mi dice di andarla a trovare a Roma, io
torno a pensare ciò che ho sempre pensato: che Donna Clara è una di
quelle povere creature senza bellezza, senza grazia, senza sesso, le
quali cercano un compenso alle mancate gioie dell'amore col dedicarsi
tutte ad una causa, col lavorare al conseguimento d'un ideale religioso
o sociale. Come ho potuto dimenticare queste cose?... Ed ecco sonare la
seconda campana, ed ecco Betsy che s'affaccia dall'uscio. Ci alziamo
nello stesso tempo. Donna Clara mi stende la mano nodosa, stringe la mia
cordialmente, mi ringrazia della compagnia. Io ringrazio Iddio che mi ha
tenuto le sue sante mani sul capo. Avrei fatto un bel marrone, eh? E se
mi metteva alla porta? O, peggio, se mi dava del matto? Avrei avuto quel
che meritavo, è vero?.... Allora Donna Clara, lasciata la mia mano, va
al pianoforte, spicca un giglio dal mazzo e viene ad offrirmelo dicendo,
molto tranquillamente:
-- _E questo per la vostra virtù._
LA VENERE DI SIRACUSA
Grazie, amica gentilissima, dell'amabile letterina. Tutti i miei
sospetti e tutte le mie supposizioni sono dunque senza fondamento, ed
ella non m'ha scritto per un motivo semplicissimo, «per mettermi,» dice,
«alla prova». L'esperienza pare sia andata secondo i suoi desiderii; io
dirò che, se lei se ne contenta, sono contento anch'io. Quanto a Vico
Dastri, avevo proprio indovinato; ella mi scrive che questo mio amico è
«insoffribile ma delizioso;» stasera, appena lo vedrò, gli voglio
riferire il suo giudizio. Non abbia paura: Dastri non si avrà a male
dell'«insoffribile,» anzi se ne compiacerà molto più del «delizioso.»
Gli dia anche dell'«impertinente,» perchè egli pensa che quando un uomo
è apprezzato dalle donne, vuol dire che vale pochissimo...
E, da ultimo, quanto alla sentenza dell'amico mio ed alla storiellina
del _Giglio_, ella mi dice una cosa -- onore al merito! -- giustissima.
Sì, Bernazzi avrebbe potuto essere un poco più galante con la Hundington
e, pure non spingendo le cose fino a un punto troppo rischioso, dare a
quella donna qualche soddisfazione di amor proprio; se così avesse
fatto, il vantaggio sarebbe stato tutto suo. Vedendolo andar via dopo
due ore che erano soli in una camera d'albergo senza che egli le avesse
detto una parola amabile, quasi si fosse trovato dinanzi a un altro
uomo, Donna Clara, che aveva fatto unicamente per lui tante spese di
civetteria, fu scusabile se, ferita nella vanità muliebre, lo punse con
l'ironica offerta del simbolico fiore dell'innocenza; se invece egli
avesse dimostrato d'appetire la sua compagna, se avesse finto di lodare
la bellezza che la poveretta non possedeva, ella naturalmente si sarebbe
schermita, per modestia o mentita o sincera, ed egli si sarebbe potuto
ritrarre lasciando di sè un lieto ricordo.
Per ottenere questo risultato Bernazzi doveva fingere. Mentre Donna
Clara gli pareva disgraziata e peggio che brutta, ridicola, egli doveva
darle a intendere che la giudicava seducente. Questa finzione, questa
menzogna non sono molto biasimevoli. Tanto è naturale che gli uomini
appetiscano avidamente le donne, che essi, come quasi tutti i maschi
animali, non debbono quasi aver preferenze: dinanzi a qualunque persona
del sesso diverso hanno da rammentarsi del proprio. Quella specie di
diritto che le donne hanno acquistato alla lode, alla deferenza, alla
reverenza di questi uomini, non riconosce la sua origine nel dovere
sessuale di costoro? Noi possiamo asserirlo. Sicuramente la debolezza
del sesso chiamato appunto debole diede agli uomini l'obbligo di
rispettare e proteggere le loro compagne, specialmente quando il
cristianesimo fortificò nei cuori umani i sentimenti di fratellanza e di
carità; ma se le donne fossero state deboli senz'altro, voglio dire
senza esser necessarie agli uomini, questi non le avrebbero nè protette
nè rispettate; e la predicazione d'amore del cristianesimo sarebbe stata
poco feconda. Invece gli uomini hanno tanto bisogno di piegare le donne,
che per ottenerne l'assenso le esaltano: essi si sono obbligati a
lodarle, a incensarle, tutte, indistintamente. Dinanzi a una vecchia, a
una gobba, a una storpia, si comportano galantemente perchè da questo
loro contegno le giovani e le belle li giudichino degni d'essere amati.
A onor del vero bisogna riconoscere che questo calcolo è divenuto
incosciente. Bisogna riconoscere ancora che, talvolta, non c'è calcolo
di sorta, nè cosciente nè incosciente, e che un istinto pervertito
oppure un particolare sentimento induce gli uomini a dimostrare amore
per donne vecchie od orribili. Ha ella letto quella novellina di Catulle
Mendès dove si discorre del giudizio di Don Giovanni?... Quando l'anima
del morto eroe compare dinanzi al Giudice supremo, tutte le donne che in
vita egli ingannò, offese e perdè, sorgono a deporre contro di lui: le
accuse sono innumerevoli, le testimonianze schiaccianti; pare
inevitabile la più severa condanna; ma ecco sorgere a un tratto una
vecchia, una donna che già conobbe le dolcezze dell'amore e, volendo
ancora gustarle, non le potè più trovare quando, per gl'insulti del
tempo, gli uomini già supplici e adoranti la fuggirono e la derisero. Or
bene, Don Giovanni, l'insaziabile, non fece come gli altri; si chinò
verso di lei, la raccolse, le procurò ancora una volta gli spasimi
ineffabili... e per questa carità d'amore egli è perdonato!
Catulle Mendès fa opera di fantasia, ed io so che ella non tiene nessun
conto delle finzioni. Le narrerò dunque un fatto, una storia vera e non
una novella. Il protagonista è un romanziere francese che ebbe gran fama
verso la metà di questo secolo e che si legge ancora, quantunque l'opera
sua, innegabilmente rivelatrice d'un grande ingegno, non procuri le
squisite impressioni e i fremiti arcani dei quali sono avidi gli amanti
della dea Arte. Senza tanti discorsi: Eugenio Sue. Eugenio Sue, dunque,
s'atteggiava, come tutti gli scrittori del romanticismo, a depravato; ma
forse, o senza forse, era naturalmente sano, e la troppa salute dovè
nuocere alla sua grandezza se è vero che il genio è una malattia. Per
dimostrare la propria corruzione egli narrava agli amici alcune gesta
che Alessandro Dumas riferisce giustamente come altrettante prove di
bontà. Oda questa. Una sera l'autore dell'_Ebreo Errante_ seguì per via
una di quelle creature che i Francesi chiamano _filles_ forse perchè non
sono mai madri, e salì in casa di lei. In un angolo della camera --
lascio parlare l'autore dei _Tre Moschettieri_ -- egli vide un mucchio
di scialli, di vesti, di stracci, dai quali usciva tratto tratto un
sospiro.
-- Che cos'è? -- domandò il Sue.
-- Non ci badare, -- rispose la mercenaria: -- è una mia amica.
-- Una donna, quell'affare?
-- Ma sì!
-- E dove ha cacciato la testa?
-- Non puoi vederla, la tiene nascosta fra le mani.
-- Perchè?
La mercenaria, chinatasi allora all'orecchio del romanziere, gli spiegò:
-- Il suo amante le ha gettato in viso del vetriolo: è tutta
sfigurata...
E la disgraziata, compreso che parlavano di lei, ruppe in pianto.
Eugenio Sue le si fece dappresso.
-- Ah, povera ragazza! -- esclamò. -- Ti duole, è vero, di non poter più
fare la vita?
-- Qualche volta... -- rispose la sfregiata, sogguardandolo di tra le
dita. -- Qualche volta... quando vedo un bel giovane come te...
Allora il Sue andò a spegnere la candela... e poi lasciò anche due luigi
sul caminetto.
Lo scrittore che con tanta simpatia studiò le umane miserie nei _Misteri
di Parigi_, fece dunque una doppia elemosina alla infelice, e noi non
possiamo dire quale delle due riuscì più gradita: il denaro o
l'amplesso. Sicuramente uno scrupolo caritatevole, l'idea di consolare
la deturpata, di dimostrarle che, nonostante la perduta bellezza,
qualcuno poteva ancora chiederle -- e darle -- la sensazione d'amore,
spinse Eugenio Sue a quell'atto. Egli che quasi invidiava l'infame
reputazione del marchese di Sade -- il quale era semplicemente conte --
diede una vera prova di gentilezza. Ma che riesca facile imitarlo non è
da credere.
Quando pure ogni uomo volesse fare la carità d'amore alle donne orride,
gli accadrebbe, novantanove volte su cento, come a quei pietosi che,
posto mano alla borsa per dare una moneta in elemosina, la trovano
vuota... Far concepire una speranza e non appagarla è senza dubbio molto
peggio di non far niente; talchè chi prevede di trovar vuota la borsa
farà bene di non portarvi la mano...
Tuttavia, quando pare che le ricerche siano inutili, può ancora darsi
che una moneta si trovi in fondo a qualche scompartimento, e l'atto di
carità non è, alle volte, tutto caritatevole, perchè una donna orrida di
viso può ancora avere un corpo perfetto; e allora, superata la
repugnanza per il viso deforme, l'ammirazione per il rimanente spiega la
possibilità d'un atto che non è più generoso, ma interessato. La
sciagurata in cui Eugenio Sue s'imbattè aveva soltanto il viso rovinato;
le sue forme erano rimaste intatte. Gli anni che sciupano troppo presto
la faccia visibile lasciano durare più a lungo le celate bellezze;
l'amore per una donna che pare finita mentre possiede ancora secrete
seduzioni da far valere resta pertanto spiegato. Senza dubbio le due
bellezze sono diversamente importanti, e se le donne, non potendole
avere entrambe, fossero costrette a sceglierne una, è certo che tutte
eleggerebbero d'avere un volto stupendo con un corpo sgraziato, e
nessuna si contenterebbe d'avere un corpo divino con un'orrida faccia.
Il giudizio degli uomini forse non sarebbe altrettanto sicuro, e più
d'uno, pensando che il viso è una parte troppo piccola e non troppo
importante, si rassegnerebbe alla sua bruttezza pur di trovare venusto
tutto il resto della persona da amare.
Io già la vedo, cara contessa, battere le mani e godere cogliendomi in
fallo. Ella dice che l'amore degli uomini deve pur essere materiale,
volgare e indegno, se preferisce la consistenza delle membra stupide e
inerti, trascurando la perfezione del viso che è il vivo specchio
dell'anima. Sì, la bellezza della faccia importa specialmente per
questo: che la faccia, la bocca, gli occhi esprimono le interiori
qualità della creatura, e la cordiale simpatia e il puro sentimento non
si possono destare senza la bellezza del viso. Per una donna orribile di
volto e apprezzabile soltanto in ciò che non si vede, si potrà provare
un amore fatto soltanto di desiderio, un amore quasi costretto a
nascondersi come nascoste sono le qualità di chi lo ispira; ma non è
sempre vero, mi consenta di dire, che, tolto il viso, il resto del corpo
sia stupido e inerte e senza espressione. Ne domandi, se non mi crede,
agli artisti, ai pittori, agli scultori specialmente: li sentirà
affermare che, a parte la faccia, l'eleganza delle forme, la purezza dei
contorni, l'armonia delle proporzioni hanno una loro propria virtù
espressiva e producono, più che un moto di cupidigia, un senso di pura
felicità, un vero e proprio e tutto morale sentimento. Ed io le voglio a
questo proposito narrare un altro fatterello che fa proprio al caso
nostro.
C'è nel Museo nazionale di Siracusa un meraviglioso pezzo di scultura
greca: una statua di Venere, dinanzi alla quale si resta compresi di
stupore e quasi di religioso rispetto. Però, mentre la fama delle sue
sorelle di Milo, dei Medici, del Campidoglio, vola per il mondo, la
Siracusana è quasi sconosciuta, e solo i vagabondi inglesi che non
sdegnano spingersi fino nell'estrema Sicilia sanno qualcosa di lei.
Poichè ella non l'ha veduta, avrei il dovere di dirgliene una parola;
ma, per fortuna mia, un grande scrittore francese che amò, come gli
scialbi figli dell'Inghilterra, girare per il mondo, descrisse con mano
maestra la statua della Dea. Riferendole la pagina del Maupassant io
eviterò che ella mi accusi di mania descrittiva e mi risparmierò una
prova della quale sento tutto il pericolo. Come potrebbero infatti le
mie parole esprimere la sublime bellezza del marmo greco?
Prima di tradurre il passaggio del mirabile prosatore, io le riferirò
una sua dichiarazione. Discutemmo già intorno al prezzo che la bellezza
degli uomini ha per le donne, ma non abbiamo detto quanto la bellezza
delle donne sia importante per gli uomini. È bensì vero che questi
uomini sono tanto accensibili che qualunque donna, anche non bella, può
essere oggetto del loro desiderio; tuttavia il desiderio ardente, se per
un verso è di facile contentatura, è anche capace d'apprezzare molto più
che il tepido le qualità dell'oggetto; così noi vediamo che, mentre
tutte le donne possono essere desiderate, pure il loro dovere è di
essere belle. Ciò che io vorrei farle particolarmente notare è che
l'ammirazione degli uomini per la bellezza arriva a tal grado, da
liberarsi dall'istinto erotico che la determina e da mutarsi in un culto
quasi ideale, in un sentimento estasiato e purissimo. Già Enrico Heine
aveva malinconicamente confessato: «Io non ho mai amato altro che statue
e donne morte...» Guido de Maupassant dice: «Se avessi da scegliere fra
la più bella delle creature vive e la donna dipinta da Tiziano, io
preferirei la donna dipinta da Tiziano». Capovolgiamo la proposizione e
facciamo che una donna debba scegliere fra il più bell'uomo vivo e
l'Apollo del Belvedere: costei sceglierebbe... un abbonamento a un
giornale di mode.
L'autore di _Bel-Ami_, dunque, avendo visto nell'album d'un viaggiatore
la fotografia della Venere siracusana, narra che s'innamorò di lei «come
ci si innamora d'una donna viva. Ella, probabilmente, mi decise a fare
il viaggio: io parlavo e sognavo di lei assiduamente prima ancora
d'averla veduta.» E arrivatole dinanzi così comincia a parlarne, senza
nominarla, quasi non si possa dubitare di chi parla: «Entrando nel museo
la scorsi in fondo a una sala, bella come l'avevo imaginata... Non è la
donna poetizzata, la donna idealizzata, la donna divina o maestosa come
la Venere di Milo; è la donna come realmente è, come noi l'amiamo, come
la desideriamo, come vogliamo abbracciarla. E' grassa, col petto forte,
l'anca potente e la gamba un poco pesante; è una Venere carnale che
sogniamo coricata vedendola in piedi. Il braccio che ha perduto
nascondeva le mammelle; la mano che le resta solleva un drappo per
ricoprire, con un gesto adorabile, le grazie più misteriose. Tutto il
corpo è fatto, concepito, inchinato per questo movimento tutte le linee
vi si concentrano, tutto il pensiero vi corre. Questo gesto semplice e
naturale, pieno di pudore e d'impudicizia, che nasconde e mostra, vela e
rivela, attira ed evita, sembra definire tutta l'attitudine della donna
sulla terra;» -- (quell'attitudine contraddittoria, ella noti di
passata, sulla quale ho già richiamato la sua attenzione). -- «E il
marmo è vivo. Vorremmo palparlo, con la certezza che cederà sotto la
mano come carne. I fianchi, segnatamente, sono animati e belli in modo
inesprimibile. Si svolge in tutta la sua grazia la linea sinuosa e
grassa dei dorsi muliebri che va dalla nuca ai talloni e che mostra, nel
contorno delle spalle, nella rotondità decrescente delle anche e nella
lieve curva del polpaccio assottigliato fino alla caviglia, tutte le
modulazioni della grazia umana. Un'opera d'arte non è superiore se non
quando è nello stesso tempo un simbolo e l'espressione esatta di una
realtà. La Venere di Siracusa è una donna, ed è anche il simbolo della
carne.»
Qui il Maupassant fa una digressione per parlare di quell'amore
misterioso e mistico che suscita la testa della Gioconda e lo sguardo di
certe donne vive. La Venere di Siracusa non ha testa. E ciò nonostante,
quantunque per la mancanza del viso e dello sguardo parrebbe dover
mancare anche l'espressione, ella ha pure il suo significato. Se lo
sguardo di certe donne ci dice cose che realmente non sono nelle loro
persone e determina in noi un'esaltazione per la quale ci crediamo
capaci di spiccare le stelle dal cielo, altre eccitano nelle nostre vene
l'impetuoso amore dal quale è uscita la nostra razza. «La Venere di
Siracusa è la perfetta espressione di questa bellezza potente, sana e
semplice. Ella non ha testa! Che importa? Il simbolo è perciò stesso più
integro. E' un corpo di donna che esprime tutta la poesia reale
dell'amplesso.»
Ora un pittore tedesco amico mio, Franz von Rödrich, andato anche egli
in pellegrinaggio a Siracusa per ammirare il portentoso marmo, ne restò,
come accadde al Maupassant e come accade a quanti hanno occhi, turbato e
quasi oppresso. Egli non era solo, un giovanotto suo connazionale lo
accompagnava. Dovevano partire il domani per Malta e Tunisi, e non
sapevano come occupar la serata in quella piccola città che,
racchiudendo tante memorie d'un grande passato, è troppo sprovveduta
delle attrattive della vita presente. L'artista sarebbe andato a letto
se avesse potuto dormire, se la contemplazione del capolavoro non
l'avesse sconvolto come ci sentiamo sconvolti incontrando una troppo
bella creatura di carne e d'ossa. Seguì pertanto, sperando distrarsi, il
suo giovane amico, al quale la vista della Venere aveva messo addosso
un'altra febbre, meno pura e più facilmente guaribile. Nonostante il
contrario consiglio di un cicerone di piazza, l'acceso giovanotto volle
andare in cerca di veneri vive; e la turpitudine del luogo e l'orrore
delle due sole creature che lo popolavano non valse a tranquillarlo;
scelta la meno orrida, andò con lei. L'artista restò solo, disgustato,
pentito di aver accompagnato il troppo ardente amico, e con la mente
perduta dietro la raffigurazione della sublime bellezza della statua,
col rammarico di non essere vissuto ai tempi che gli artefici
incontravano i viventi modelli di simili opere.
Siracusa! La Magna Grecia! La statua di marmo pario! La Venere
callipige! Ateneo e Lamprido!... Egli ripeteva tra sè quei classici
nomi, quasi assaporandoli, quasi esprimendone la secreta virtù prima di
abbandonare i memorabili luoghi dove forse non sarebbe tornato mai. I
luoghi erano immutabili, ma come il tempo aveva compito l'opera sua! Il
teatro era vuoto, vestito d'erba; il tempio di Diana era divenuto una
mediocre cattedrale di provincia: non più Dionisio udiva dall'alto
dell'orecchiuta latomia le voci dei prigionieri; il papiro dell'Anapo
dava inutilmente al vento le verdi chiome vegetali, spodestato dalla
carta fatta di stracci. E che cosa era divenuta la razza, l'uomo e la
donna, dopo tanti miscugli di sangue? Come paragonare, senza sentirsi
stringere il cuore di pietà e senza fremere di sdegno, la statua del
Museo alla turpe creatura che gli stava dinanzi e che tentava di
eccitarlo?... A un tratto egli udì gridare: «Franz!... Franz!...
Franz!...» Era la voce del suo giovane compagno.
Franz accorse, cercandosi istintivamente un'arma addosso, credendo che
l'amico chiamasse aiuto, rammentandosi le parole del cicerone che li
aveva sconsigliati d'avventurarsi in quei luoghi... Egli s'ingannava,
nessun pericolo li minacciava; il compagno lo chiamava per farlo
partecipare alla sua meraviglia. La donna che questi aveva portata via,
con una testa orribile e ignobile, irregolare, cotta dal sole, premuta
da una zazzera untuosa come quelle delle Abissine, aveva il corpo della
statua. Viva, calda, palpitante, essi si vedevano dinanzi la forma di
Venere: avevano toccato il marmo ed era parso loro carne; ora toccavano
la carne che parea marmo. Le loro mani tremavano nel premere le polpe
scultorie; la loro meraviglia era estatica, non riusciva a saziarsi. Chi
li avrebbe creduti, quando avrebbero narrato l'incontro? Aver visto la
statua della Dea qualche ora prima, quelle forme che tutti i viaggiatori
ammirano con un secreto senso di sfiducia, pensando che l'arte sola ha
potuto plasmarle, ma che in realtà quella perfezione non esiste; e
trovarle qualche ora dopo, non di pietra inerte, ma di muscoli elastici,
e così perfette, in ogni parte, in ogni linea? Tutta lei, nel seno, nei
fianchi, nel grembo: tutta lei, dai piedi al collo; solo la testa, la
testa orrida e turpe, pareva una terracotta barbarica sovrapposta al
marmo di Paros!
Il signore di Sade, redivivo, avrebbe pensato di decapitare quel corpo;
Franz von Rödrich ripensava le parole del Maupassant: «Non ha testa! Che
importa? Il simbolo è per ciò stesso più integro. E' un corpo di donna
che esprime tutta la poesia reale dell'amplesso....»
L'ESTRO
Diciamo il vero, signora mia: la dose d'ingenuità della quale madre
natura volle provvedermi dev'essere proprio grandissima se da due mesi,
contro le ostinate denegazioni di lei, e con la previsione
dell'inutilità d'ogni ulteriore insistenza, io persevero a dimostrare
concetti che ella dice arbitrarii, riprovevoli e insostenibili. E
giacchè siamo a parlare d'ingenuità, le confesso proprio ingenuamente
che comincio ad essere un poco stanco di predicare, come si suol dire --
nè il paragone ha nulla d'offensivo per lei! -- di predicare, come si
suol dire, al muro. Ella è più salda nelle sue idee di un buon muro di
sassi e di cemento! E di questa cosa evidente, della quale le ho dato
una moltitudine di prove -- senza che ella le abbia distrutte con prove
contrarie! -- cioè che l'amore degli uomini è una passione fortissima,
uno struggimento ineffabile, un impeto veemente, senza fine maggiore di
quello delle donne, ella non si vuol persuadere. Ella mi ricanta il
solito ritornello: gli uomini amano più con i sensi; ma con l'anima
amano meglio le donne; l'amore degli uomini è più positivo e pratico;
più ideale e poetico è l'amor delle donne!... Ma, in nome di Dio, entri
in una biblioteca e ne sfogli il catalogo. Quanti sono i libri d'amore,
d'amore romantico, poetico e ideale, scritti dagli uomini? Sono milioni!
Quanti quelli scritti dalle donne? Forse uno, in proporzione. E tutta la
poesia che esiste al mondo sarà stata scritta dagli uomini senza che
essi la sentano; mentre invece soltanto le donne sentiranno
poeticamente; le donne, che di questa loro sublime poesia non ci
riferiscono neppure una rima?... E' vero, è purtroppo verissimo che
uomini e donne non si possono intendere perchè ciascun sesso considera
le cose sotto un certo aspetto tutto suo proprio; ma c'è pure una logica
superiore al modo di ragionare dei sessi; e questa logica dice che la
poesia delle donne amanti dev'essere un sentimento mediocrissimo, se non
si esprime, se non le spinge a cantare; mentre forte e grande e sublime
è la prorompente poesia degli uomini innamorati che empiono il mondo dei
ritmici gridi della loro passione!... Sissignora: la prima sartina
incapricciata del primo commesso di negozio che le dice una galanteria,
spasima d'ideale e poetico amore; mentre l'amore di Francesco Petrarca e
di Alfredo de Musset, di Dante Alighieri e di Giorgio Byron, di Enrico
Heine e di Ugo Foscolo e di Victor Hugo e di Leopardi e di Shelley e di
Goethe e di Lamartine è una roba -- adesso scrivo in milanese! -- tutta
prosaica e materiale!
Io avevo messo da parte per lei, secondo la promessa fattale altra
volta, alcune cose di Ermanno Raeli. Ella che non giudicò detestabili,
come al povero amico mio parevano, le sue poesie, mi richiese di cercare
se tra le carte del defunto se ne trovavano altre. Precisamente io avevo
trovato un passaggio del suo giornale pieno di versi, e volevo
trascriverli e mandarglieli senz'altro; ma la sua lettera odierna mi
spinge a fare un'altra cosa. Queste poesie del Raeli sono intercalate in
mezzo alla prosa, si riferiscono ad un suo stato d'animo, ai sentimenti
che egli provava nell'atto di scrivere certe sue note. Or bene: egli
aveva incontrato allora allora Massimiliana di Charmory e s'era
innamorato di lei. Che cosa fu l'amor suo io narrai altra volta: qui
ella leggerà dentro all'anima amante, assisterà all'improvviso divampar
della fiamma. Perchè ella dia a queste note il loro giusto va
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