Gutenberg · eo1.org

← catalogue

Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani

by unknown · Italian · Gutenberg #39239 · 427,096 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani

Editor: Guido Zaccagnini
        Amos Parducci


        
Release date: March 24, 2012 [eBook #39239]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/39239

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online
        Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images
        generously made available by Editore Laterza and the
        Biblioteca Italiana at
        http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RIMATORI SICULO-TOSCANI DEL DUGENTO. SERIE PRIMA - PISTOIESI-LUCCHESI-PISANI ***




Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online
Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images
generously made available by Editore Laterza and the
Biblioteca Italiana at
http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)







         SCRITTORI D'ITALIA

      RIMATORI SICULO-TOSCANI
            DEL DUGENTO

                 I

               ------

              RIMATORI
           SICULO-TOSCANI
            DEL DUGENTO


            SERIE PRIMA

     PISTOIESI-LUCCHESI PISANI

             A CURA DI
  GUIDO ZACCAGNINI e AMOS PARDUCCI



                BARI
       GIUS. LATERZA & FIGLI
      TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
                1915

               ------


        PROPRIETÁ LETTERARIA

        OTTOBRE MCMXV—12670




I

I RIMATORI PISTOIESI

A CURA DI GUIDO ZACCAGNINI




I

MEO ABBRACCIAVACCA


CANZONI


I

Amore non è cagione di pene, ma di gioia.

      Sovente aggio pensato di tacere,
    mettendo in obrianza
    d'esto modo parlare intendimento,
    ma poi mi torna, punge e fa dolere
    la sovraismisuranza                                        5
    di quei c'han ditto d'aver sentimento
    de l'amoroso, dolce e car valore,
    nomandolo signore,
    ch'ard'e consumma di gioi' la verdura
    del suo fedel: servendolo soggetto,                       10
    sempre li dá paura:
    vantaggio 'i tolle, ch'avemo da fèra.
    Eo ne faccio disdetto:
    se simil dissi mai, cangio carrera.
      Ché non par vegna da molto savere                       15
    chi sente sua fallanza,
    se non volve con vero pentimento.
    Né l'altrui troppo si dé' sostenere,
    che pare un'acordanza,
    come chi dice: stande l'om contento.                      20
    Unde move adistato lo mio core
    d'essere validore,
    se posso, difendendo la drittura
    d'amor, che solo in gioi' have l'assetto
    e di gioi' si pastura,                                    25
    non avendo giá doglia sua rivera.
    E, se vo' par defetto,
    non è d'amor, ma d'odio è pecca intera.
      Poi conoscenza ferma lo piacere,
    venendo disianza,                                         30
    l'omo s'alegge ad esso per talento,
    e non è, se poi dole, in nel volere,
    ma, tardando, li avanza,
    soffrendo disioso lo tormento.
    Donque n'ha torto ciascun amadore,                        35
    che si biasma d'amore,
    ch'è solo volontate chiara e pura,
    che nasce, immaginato lo diletto,
    che porge la natura
    de la vita, montando in tal mainera,                      40
    come fa lo 'ntelletto
    che di gioi' chere sempre la sua spera.
      Amor nell'alma credo uno podere
    che si prende d'amanza,
    poi lo saver ne fa dimostramento                          45
    ne le cose partite da valere,
    over la simiglianza,
    non dicernendo tutto il compimento.
    E, se nell'acquistar vene dolore,
    non s'ama tal sentore.                                    50
    Come calore incontra la freddura,
    cosí la pena l'amoroso affetto.
    Ma tanto monta e dura
    del plagere avisar la luce clera,
    poi che v'aggia sospetto,                                 55
    l'omo affannando segue sua lumera.
      Dett'ho parte, com' so, del meo parere,
    credo fòr la 'ntendanza
    dei piú, c'han ditto ch'amor bene ha spento;
    né questionar di ciò m'è piú calere,                      60
    ché pesami dobblanza,
    poi non sostene amor lo valimento
    di quei che 'l contra, né sa suo vigore;
    perciò istá in errore,
    biasmando a torto, non ponendo cura,                      65
    né chi rincontra lui non l'ha dispetto.
    Nonde voi' piú rancura:
    vaglia nel saggio e nell'altro si pèra,
    ché io nel mio cospetto
    tegno che solo ben sia d'amor cèra.                       70
      Amor, tuo difensore
    so' stato: so non è poco ardimento
    ver' lo forte lamento,
    ch'è quasi fermo per la molta usanza.                     75
    Mostr'ormai tua possanza,
    facendo tuo guerrer conoscidore.


II

Nella donna, piú che la beltá, è da stimare la saggezza.

      Madonna, vostr'altèra canoscenza,
    e l'onorato bene,
    che 'n voi convene — tutto in piacimento,
    mise in voi servir sí la mia 'ntenza,
    che cura mai non tene,                                     5
    né pur sovene — d'altro pensamento;
    e lo talento — di ciò m'è lumera.
    Cusí piacer mi trasse in voi compíta,
    d'ogni valor gradita,
    di beltade, e di gioia miradore,                          10
    dove tutt'ore — prendeno mainera
    l'altre valente donne di lor vita.
    Perciò non ho partita
    voglia da intenza di star servidore.
      Star servidore a voi non sería degno,                   15
    ma voi, sovrapiagente
    in vostra mente, — solo nel meo guardo
    conoscete che 'n cor fedele regno,
    e ch'eo presi, servente
    di voi, tacente — l'amoroso dardo.                        20
    Per mevi tardo — palese coraggio
    fatto sería: sacciatelo per certo.
    Perzò mostrare aperto
    vorria vostro sentir, dico d'aviso:
    vedreste priso — me di tal servaggio,                     25
    per la qual donna mai fôra scoperto.
    Tanto scur ho proferto,
    ch'odio, servente in core, amore 'n viso.
    Viso sovente mostra cor palese                            30
    d'allegrezza smirata,
    perch'a la fiata — monta in soverchianza;
    ma quello di piacere over d'ofese
    covra voglia pensata.
    Perché, doblata, — grav'è la certanza,
    donque dobblanza — tenete 'n sentire.                     35
    Perciò vo' dico, amanti: non beltate
    solo desiderate,
    ma donna saggia, di beltate pura;
    né di natura — signoria soffrire
    alcun di pari pregio no' stimate,                         40
    ma di grand'amistate
    che poggia d'onor quanto chin' d'altura.
      D'altura deggio, dir come poss'eo,
    lo guigliardon sovrano
    benedir sano — di vostra 'ntenzione.
    Donna, ch'avete sola lo cor meo,                          45
    ricevestemi 'n mano:
    ah! non istrano — d'altro guigliardone,
    ché di ragione — mi donaste posa
    d'affanno, di disio, d'attessa forte.                     50
    Sed eo prendesse morte
    a vostro grado, me ne plageria,
    si 'n meretria — voi d'alcuna cosa.
    Poi che m'avete tolto e preso in sorte,
    non dubitate, tort'è,                                     55
    di mio coraggio, ch'esser non poría.
      Essere non poría, che 'l core vòle
    istar dove valor ha
    la sua dimora — di gioioso stallo;
    e, se 'l cor pago giá nente si dole,                      60
    dunque 'l partire fôra
    solo mez'ora — sovra ogn'altro fallo.
    Cosí intervallo — non sento potesse
    nel mio servir fedel porger affanno,
    né 'n voi alcuno inganno.                                 65
    Ché 'l gran valore prima si provede
    che dia merzede, — che poi non avesse
    loco né presa, che trovasse danno.
    Ché molti falsi stanno
    coverti, pronti parlando gran fede.                       70


III

Fra i tormenti d'Amore si rallegra, pensando alla virtú della sua
donna.

      Considerando l'altèra valenza,
    ove piager mi tene,
    'maginando beltate, lo pensero
    sovenmi, di speranza e di soffrenza
    ne le gravose pene,                                        5
    di disianza portar piú leggero.
    Cá lo dispero — non have podere
    ne l'autro mio volere,
    acciò ch'a lo signor di valimento
    non falla vedimento                                       10
    di provedere li leai serventi;
    unde m'allegro, stando nei tormenti.
      Dunqu'allegrando selvaggia mainera,
    natura per potenza
    di figura piacente muta loco.                             15
    Che 'ntendimento in anche cosa clera
    turba sentire intenza
    ne la vita d'ardente coral foco.
    Ed eo ne gioco. — Non deggi' obbriare
    quella, che sormontare                                    20
    mi face la natura, modo ed uso.
    Quasi dato nascoso
    sono a ubidir mia donna fina,
    com'al leon soggetta fèra inchina.
      En dir assai fedel, mia donna, paro                     25
    in core innamorato;
    ma ciò, pensando, fall'esser poría,
    ché spesso viso dolze core amaro
    tene: poi ch'è provato,
    nente si cela a mostrar che disia.                        30
    Però vorria — vi fuss'a plagere
    me servendo tenere;
    ché sí mi trovereste in cor síguro
    leal com'oro puro,
    che, non guardando mia poga possanza,                     35
    mi donereste gioi' di fine amanza.
      Prendendo loco parlando talento,
    in voi, gentil sovrana,
    ragione porterea tal convenensa.
    Ma, divisando, tem' e' 'l valimento                       40
    c'avete venir piana
    mia disianza, sí mi veo 'n bassenza.
    Poi che temenza — n'aggio, sí conforto:
    che non será diporto
    tant'adunato parte per natura,                            45
    for pietate: non dura
    orgoglio in gentil cosa sí finita,
    ma l'umeltá fiata onne compíta.
      Como risprende in iscura partuta
    cera di foco apprisa,                                     50
    si m'ha 'llumato vostra chiara spera.
    Ché, prim'eo 'maginasse la veduta
    de l'amorosa intisa,
    non era quasi punto piú che fèra.                         55
    Ora, ch'empera — mevi amore 'n core,
    sento ed ho valore,
    e ciò che vaglio tegno dall'altura,
    complita in voi figura
    d'angelica sembianza e di merzede,                        60
    per cui la pena gioi' lo meo cor crede.


SONETTI


I

A FRA GUITTONE

Se possiamo spegnere gli stimoli della generazione, non astenendoci
dal bere e dal mangiare.

      Se 'l filosofo dice: — È necessaro
    mangiar e ber, e luxuria per certo: —
    parmi che esser possa troppo caro
    lo corpo casto, se 'l no sta 'n deserto.
      Ché nostri padri santi apportâro
    lor vita casta, como pare aperto,
    erba prendendo ed aigua, refrenâro
    luxuria, che ci fier tropp'a scoperto.
      Ché, per mangiare e ber pur dilicato,
    nel corpo abonda molto nodrimento,
    che per natura serve al gennerare.
      Vorrea saver, da saggio regolato,
    como s'amorta cosí gran talento,
    non astenendo il bere ed il mangiare.


II

AL MEDESIMO

Tornato di Francia, espone le sue miserie.

      Vacche né tora piò neente bado,
    che per li tempi assai m'han corneggiato:
    fata né strega non m'hav'allacciato,
    ma la francesca gente non privado.
      Se dai boni bisogno mi fa rado,
    doglio piò se ne fosse bandeggiato.
    Signor, non siate ver' me corucciato,
    ché lo core ver' voi umile strado.
      Sacciate, nato fui da strettoia:
    quanto dibatto piò, stringe, non muta
    la rota di Fortuna mio tormento.
      Non son giá mio, né voglio mia sentuta:
    se mi volless', arei tristo talento,
    e di quello che vòl mia vista croia.


III

AL MEDESIMO

Se Dio possa usare misericordia verso di lui peccatore.

Onesto e savio religioso frate Guittone, Meo Abracciavacca. A ciò che
piú vi piace e' son sempre con volontá di servire.

S'amore crea solo di piacere, e piacere solo di bono, temo di
convenire a vostra contanza, perché non è fòr d'amore amistate, ned
amore fòr simile di vertú infra li amici. Mò, sostenendo veritá,
conoscenza e bono desio, sono costretto a desiderare per ragione; unde
conforto che 'l sano di voi gusto sosterrà lo mio amaro cibo: ché non
fôra benignitá scifare bono volere d'alcuno che l'have in servire, ma
pare dirittura di sovenire a colui che si vòle apressare a quello che
porge e sovene a privadi e a strangi. Perciò vi dimando che sia
brunito lo mio ruginoso sentore de la quistione di sotto per sonetto
hovvi scritto.

      Poi sento ch'ogni tutto da Dio tegno,
    non veggio offensa, ch'om possa mendare,
    ché alma e corpo e tutto mio sostegno
    mi die' per lui servendo fòr mancare.
      Ed eo contr'esso deservendo vegno,
    di che non saccio u' lui deggia pagare:
    aldo mi drá misericordia regno,
    perché lo credo nol posso avisare.
      Però che pur Dio è somma iustizia,
    misericordia contra me par sia,
    ch'omè opra ver' me salute nente.
      Ditelmi saggio, e poi de lor divizia,
    chi tene inseme Dio per sua balía
    assettata ciascuna e 'n sé piacente.


IV

AL MEDESIMO

Sul medesimo argomento.

Onesto e savio religioso frate Guittone, lo Meo Abracciavacca, ch'è
vostro, vi si racomanda.

Se veritá cannoscenza sostene e bono amore, convene che ogni fine
elezione da canoscenza mova ed amore lo confermi. Dunque, se, per vera
dimostranza di bono, sento me apriso d'amore, e poi diletto disiando
servir e veder voi, non meraviglio, ma laudo, conoscendo ciò ch'amare
ed elegere si dee in esta parte, e purificando e sanando. Amore, non
in ozio, ma in continua operazione regna. E quinde intendo vostra
benignitá, sovenendo e svegliando me, ne la grave e fortunosa
aversitade, in gioia alcuna, di che fue alquanto brunita la ruginosa
mia intenzione. Ora sperando sanare la mente in veritá, mò vo' dimando
risposta di fina sentenzia di ciò ch'i' ho dubbio, mandandolovi
dichiarando per lo sonetto di sotto scritto. Consimil è la lettera e
'l sonetto a l'autro in sentenzia, ma non in voce.

      Pensando ch'ogni cosa aggio da Dio,
    non so di che mendar lui possa fallo;
    ché alma e corpo e vita e mondo 'n fio
    mi die' per lui servire a fermo stallo.
      Ed eo 'l diservo, in che tegna disio,
    non sento di che dica: — Esso disfallo. —
    Aldo misericordia dir: com'io
    creder lo possa, non veo, sí n'avallo.
      Ché pur somma giustizia è fòr defetto.
    Al vero Dio misericordia come
    chede contr'essa e m'opera salute
      vorrial sapere; e poi di loro assetto,
    avendo pieno ciascuna su' nome
    dal Signor nostro, ch'è tutto vertute.


V

A BINDO D'ALESSIO DONATI

Rimprovera l'amico d'essersi perduto in vizi carnali.

Amico Bindo, Meo Abracciavacca ciò che piú ti sia bono.

L'amistá fredda, celata d'amici lungiament'è veduta: però convene ad
essa socorso di parole, almeno visitazione. Unde pesamevi non poco non
di tuo stato inteso per te alcuna cosa, e ponderosa via piú mi grava
odita quasi di pubrica voce non bene aconcia in tuo pregio. Di che
bono comincio torna, per sentenzia di troppo avacciata natura, lá dove
pregio montato avalla, poi suo podere nol sostene. Di che fôra minore
assai male no aver cominciato che partir di bono comincio. Ché rasa
scrittura di carta peggio poi loco si scrive, e cosí pregio istinto
nel core peggio ralluma. Ahi come pare laido ditto, dicendo: — Quei fu
giá bono! — Ahi, carnal desiderio, quanti nobili e grandi hai
nabissati! Forsi sembrati scusa s'avete vinto? No, ma defensione piú
laude porta. Onne operazione vòle misura, e fòr d'essa vizio si trova;
e quanto meno ende fori, meno have vizio podere. Donque, se misurare
omo non puote volontá carnale, apressi quanto pote a misora. E se
mi dici: — Gioventute forte m'asaglie, — dico: — Difendi con ragion
vecchia c'hai. — Ché gioventude s'intende in due modi: quanto al tempo
e quanto in costumi. E, se ragione loco resistere non pote, fuggi, ché
fuggire s'intende prodezza, lá dove convene.

Se pronto ti pare mio detto, reputane d'ira furore; e, se ti piace, mi
scrive quello che la tua coscienza giudica di te dirittamente, e al
sonetto di sotto risponde con paraule e con operazione.

      Non volontá, ma omo fa ragione,
    perché soverchia vantaggiando fèra;
    e qual sommette a voglia operazione,
    torna di sotto, lá dove sopr'era.
      Perciò chi have saggia oppinione,
    porta dinanzi di ragion mainera,
    e di sé dritta d'om fa elezione,
    unde li surge poi di gioi' lumera.
      E dunque, amico, c'hai d'omo figura
    razional, potente, bono e saggio,
    come ti sottopon vizio carnale?
      Pensa per che è l'umana natura,
    che di tutti animai sovr'ha barnaggio:
    non vorrai, credo, poi vita bestiale.


VI

A DOTTO REALI

Come mai l'anima, che è formata da Dio, possa essere sopraffatta da
altre cure[1].

      A scuro loco conven lume clero,
    e saver vero — nel sentir dubbioso,
    per ciò ch'omo si guardi dall'ostrero,
    ch'è tutto fèro — dolor periglioso.
      Donque chi non per sé vede lumero,
    véneli chero — fare al poderoso;
    unde dimando a voi, che siete spero
    palese altèro — d'onni tenebroso.
      Io son pensoso; — dico: l'alma vene
    dal sommo Bene, — donque ven compita:
    chi mai fallita — pò far sua natura?
      S'è per fattura — de vasel che tene,
    perché poi pene — pate ed è schernita,
    da che sua vita — posa 'n altrui cura?


VII

AL MEDESIMO

Si lamenta che gli sia stato risposto oscuramente circa la questione
esposta nel sonetto che precede.

Messer Dotto frate, Meo Abracciavacca salute di bono amore.

Da lume chiaro di natura prende scuro, e non da scuro chiaro lume,
perché nond'abisogna vostro mandato. Credo che assai prova intelletto
vostra operazione; perciò temendo parlo. Dico che ogni opera umana
solo da volontá di posa move, e mai per omo in esto mondo non trovare
si pò; e ciò è la cagione che 'l core non si contenta. Poi dico
che ogn'altra criatura naturalmente in esto mondo tanto trova sua
posa; e, se omo maggiormente nobile creatura fo formato, come non
sovra l'autre criature have perfezione di posa avere? Nente ragion lo
vòle che lo 'ntelletto posi ned aggia affetto u' non è sua natura, e
ch'elli non è creato come corpo si crea in esso loco; ma have del
sommo e perfetto compimento, cusí pur di ragione altra vita intendo,
ove intelletto posi e sia perfetto. E voi, intendo, siete omo
razionale, ch'avete presa via di ritornar al perfetto principio per
fina conoscenza. Se volontate varia per istati diversi, non vari
operazione d'avere verace spera, venendo a fine fine. In ciò che
mandasteme lettera e sonetto, perché risposta avete di mio sentire,
rispondo; e, se vostra intenzione non si pagasse, riputatene il poco
saver mio, che volontá pur aggio di sodisfare ad onne piacer bono: per
compimento volontá prendete. A frate Gaddo e a Finfo, come
imponesteme, il mostrai e diei scritto.

      Parlare scuro, dimandando, dove
    risposta chiere veder chiaro l'orma,
    non par mistero che sentenzia trove,
    ma del sentir altrui volere norma.
      A ciò che 'ntendo dico mezo sove
    di primo fine, e di fine storma
    qual nel mezo difetto fine strove:
    dunqua per fine ten piú vizi a torma.
      Cosí bono tornare pregio chine
    di monte 'n valle del prefondo male,
    a ciò bisogna di ragione cura.
      Voi conoscete da la rosa spine,
    seguir convene voi a fine tale,
    che 'l primo e 'l mezo di lod'agi'altura.


VIII

A MONTE D'ANDREA

Eviti le pene d'amore, mutando luogo.

      Vita noiosa pena soffrir láne,
    dove si spera fine veder porte
    di gioia porto posandovi, láne
    con bono tempo fôra tale porte.
      Ma pena grave perder còi e lane,
    e credensa piò doglia fine porte,
    ogne ramo di male parmi láne:
    me non sopporre, ma ben vorria porte.
      Chi sta nel monte reo vada 'n nel vallo,
    e chi nel vallo simel poggi a monte,
    tanto che trovi loco meno reo.
      Ché bono non è che dir possa: — Vállo,
    ch'i' sento loco fermo ch'aggio, Monte, —
    cavalieri, baron, conte, né reo.


IX

Amore gli renda più pietosa la sua donna.

    POETA.   Amore amaro, a morte m'hai feruto:
           tuo servo son, non ti fi' onor s'i' pero.
    AMORE. Ver è, ma vedi ben che l'ha voluto
           quella da cui son nato e per cui fero.
             Or ell'ha di valor pregio compiuto
           e di beltá sovr'ogne viso clero:
           e però guarda non gli aggi falluto
           di vista o di parlare o di pensero.
    POETA.   Merzede! Amor, non dir: tu lei m'hai dato;
           e sai piú di me che non sacc'eo:
           fálli sentir per certo ciò ch'eo sento.
             Forse ch'avrá pietate del mio stato:
           al colpo periglioso del cor meo
           dara'li cura: giá non vi sie lento.




II

SI. GUI. DA PISTOIA


I

A GERI GIANNINI DA PISA.

Si compiace dell'amicizia offertagli da Geri.

    Tanto saggio e bon poi me somegli,
    me e 'l mio e 'l me' piacer t'assegna,
    non per merto di tu' don (ch'i' non quegli
    son che 'l possa sodisfar, né s'avegna),
      ma per lo tu' valor, che m'ha pres'egli,
    il faccio, ch'amor me far ciò si degna.
    Deo! com'el tu' don a me piac'egli,
    che, fòr dimando, mel desti 'n insegna,
      piena d'amor e senz'alcuna giostra.
    Or qual è dunque l'om che 'l tuo conseglio
    lassasse? Non so, sed elli 'n ben pesca.
      Unde mi piace l'amistá, poi giostra
    tanto con le du' l'una per pareglio,
    fresch'e veglia fra noi sia con bon' ésca.


II

Prega Dio che lo liberi dal dolore che l'affanna.

    Del dolor tant'è 'l soverchio fero,
    che l'alma e 'l corpo e 'l core mio sostene,
    che, lasso! qual fusseme piú crudero,
    se 'l vedesse, cordoglio avria di mene.
      Ahi Deo! perché fuste me piagentero,
    donando voi me gioi' con ogni bene?
    Che però il dolor m'è troppo altero:
    chi piú gioi' ha, poi doglia li è piú pene.
      Vorria ch'al vostro piacere piacesse
    pietade, per merzé; sí che la doglia
    mia crudel oramai tranquilla avesse.
      Ed è ragion; ché 'l core ho in bona voglia,
    como di prima era, nelle duresse:
    Padre pietoso, di pena lo spoglia.




III

LEMMO ORLANDI


CANZONE I

Si duole con Amore che la sua donna, da benigna, sia ora diventata con
lui crudele.

      Gravoso affanno e pena
    mi fa' tuttor sentire,
    Amor, per ben servire
    quella, di cui m'ha' priso e servo dato.
    Tutta mia forza e lena                                     5
    ho misa in te seguire;
    di lei fermo ubidire
    non son partito, ma leale stato.
    E tu pur orgoglioso
    ver' me spietato e fèro                                   10
    se' mostrato e crudero,
    poi che 'n bailía avesti lo mio core.
    E' convensi a signore
    d'essere umile in meritar servente:
    tu pur di pene mi fai star sofrente.                      15
      Sono stato sofrente,
    e son, di gran tormento,
    Amor, poi che 'l talento
    di quella ch'amo cangiasti per vista
    ver' mei; ché primamente                                  20
    facesti mostramento
    di far meo cor contento
    di lei, di quella gioi' ch'or disacquista.
    Sí che, per tal sembianza,
    misi 'l core e la mente                                   25
    a servir fermamente
    tua signoria, Amor, pur'e leale.
    Ma non è stato tale
    ver' me 'l suo cor, come mostrar sembianza
    tu mi facesti, Amor; und'ho pesanza.                      30
      Amor, merzé ti chero,
    poi che son dimorato
    in sí gravoso stato,
    com' mi tenesti, sí lunga stagione.
    Non si' ver' me sí fèro,                                  35
    ch'assai m'hai affannato
    e forte tormentato,
    seguendot'a tuttor fòr falligione.
    Mòvet'ormai merzede,
    lei voler, che disvole                                    40
    (unde 'l meo cor si dole),
    fa' 'l meo servir, ché sol ciò ti dimando.
    E, se, merzé chiamando,
    tu non m'aiuti, Amor, altro non saccio
    ch'aitar mi possa che la morte avaccio.                   45
      Donna, mercé dimando
    a voi, che di beltade
    fior e di nobeltade
    siete, sovr'onni donna, e di piagenza,
    ch'agiate provedenza                                      50
    sovr' al mio stato grave e doloroso:
    in ciò, mercé! sia 'l vostro cor pietoso.


CANZONE II

Adducendo il triste esempio di se medesimo, che, senza saper perché,
fu abbandonato dalla sua donna, esorta chi voglia aver ricompensa del
proprio amore, di scegliere una donna piacente e saggia.

      Fèra cagione e dura
    mi move, lasso! a dir quasi forzato
    lo doloroso stato,
    nel qual m'ha miso falsa ismisuranza;
    non giá per mia fallanza,                                  5
    ma per quella di cui servo mi misi,
    e per cui mi divisi
    di tutt'altro volere e pensamento,
    dandomi intenzione
    che, fòr di falligione,                                   10
    dovesse lei amar, leal servendo,
    la cui vista, cherendo — meo servire,
    mi fe' servo venire
    de la sua signoria disideroso.
      Poi che servo divenni                                   15
    de la sua signoria e disioso
    del dilett'amoroso
    che nel meo cor di lei immaginai,
    addesso mi fermai
    in tutto d'ubidir lo suo comando,                         20
    per vista dimostrando
    me ch'era su' fedel serv'ubidente.
    Und'ella per sembianza
    mi fece dimostranza
    ch'allegrezza mostrava 'n suo coraggio,                   25
    poi che 'n suo signoraggio — m'era miso;
    und'è che 'n gioi' assiso
    i' fui manta stagion, sol ciò pensando.
      Dimorando 'n tal guisa,
    perseverando in lei servir tuttora,                       30
    non fu lunga dimora,
    ch'eo viddi che sua vist'era cangiata,
    ver' me quasi turbata,
    non sostenendo me solo guardare.
    Credetti che provare                                      35
    volesse me com' fusse 'n su' amor fermo.
    Allor presi conforto,
    isperand'a bon porto
    lo meo fermo servir mi conducesse,
    e che tornar dovesse — pietosa:                           40
    ed ella d'orgogliosa
    mainera ver' di me mai sempr'è stata.
      Però forte mi dole,
    poi veggio che servendo ho diservito
    in loco, 've gradito                                      45
    credetti esser per certo fòr fallenza.
    Ma via maggior doglienza,
    quasi mortal, mi porge 'l suo fallire,
    ché per suo folle dire
    fe' manifesto in parte meo pensero,                       50
    lamentandosi forte
    di me, che quasi a morte
    la conducea in farl'increscimento;
    e sí fèro lamento — fece, a tale
    che gravoso poi male                                      55
    n'ha dato lei con gran doglia sovente.
      A ciascun ch'amar vòle
    dico che deggia, se pòsi, guardare
    di vana donna amare,
    gioven troppo di tempo e di savere.                       60
    Ché grave 'n lui dolere
    prende chi l'ama, doloroso tanto,
    non si porea dir quanto,
    per qual s'avesse piò 'n pena d'amore.
    Ma elegga 'n sé, certo                                    65
    chi amar vòle e merto
    di suo servir, donna piagente e saggia,
    che benigno cor aggia — fermo e puro,
    e poi será siguro
    di non perder di lei gioia, servendo.                     70
      Di gioven signoraggio,
    quale sovra ditt'aggio,
    leal servendo, merit'aggio avuto.
    Vorríam'esser partuto, — ma non posso;
    ché, poi 'l piager è mosso,                               75
    è legato l'om servo e 'l partir greve.


III

È combattuto dalla necessità di partire e dal dolore di dover lasciare
la sua donna.

      Lontana dimoranza
    doglia m'ha dato al cor lunga stagione:
    or mi dobla cagione
    di piú grave dolor nuovo partire.
    D'assai lontano gire                                       5
    isforzami di ciò senn'e ragione,
    contro all'opinione,
    piena di voluntade e di pietanza,
    con grande smisuranza
    che non alungi me contr'al volere,                        10
    piú che sia del piacere
    vostro, di cui amor servo mi tene.
    E pietanza mi vene
    di voi, ch'avrete del partir dolere.
    Cosí del rimanere                                         15
    e dell'andare son diverse pene.




IV

PAOLO LANFRANCHI


I

Esorta il re d'Aragona a prepararsi a difendersi dal re di Francia.

      Valenz senher, rei dels Aragones,
    a qui prez es honors tut jorn enansa
    e membre vus, senher, del rei franzes,
    queus venc a vezer e laiset Fransa,
      ab dos sos fillz es ab aquel d'Arles:
    hanc no fes colp d'espaza ni de lansa,
    e mainz baros menet de leur paes;
    jorn de lur vida sai n'auran menbransa.
      Nostre senhier faccia a vus compagna,
    per que en re nous qual duptar:
    tal quida hom que perda que gazainha.
      Seigner es de la terra e de la mar,
    per quel rei engles e sil d'Espangna
    ne varran mais, sei vorres ajudar.


II

Ricorda a un uomo, superbo della sua ricchezza, l'instabilità della
fortuna.

      De la rota son posti esempli assai,
    che gira e volge e non dimora in loco,
    e mette in bono stato quel c' ha poco,
    al poderoso dá tormenti e guai.
      Or' a che no' tel pensi, po' tu 'l sai
    che piccola favilla fa gran foco?
    non t'allegrare troppo né dar gran gioco,
    ché non se' certo come fenirai.
      Se alcun è che tu veggi in malo stato,
    in quel medesmo tu pòi avenire,
    ch'a te né lui Dio non l'ha giurato.
      Aggio veduto per li tempi sire,
    che la ventura l'ha sí governato,
    che piú che vita desira morire.


III

Risveglio doloroso.

      Un nobel e gentil imaginare
    sí mi discese ne la mente mia;
    in veritá (ch'eo allora dormia)
    el me paria con la mia donna stare
      in un giardin, baciare ed abbracciare,
    rimossa ciascun'altra villania.
    Ella dicea: — Tu m'hai in tua bailía:
    fa' di me, o amor, ciò che ti pare. —
      In quel giardin si avea da l'un canto
    un rosignol, che dicea in so' latino:
    — Securamente per vostro amor canto.- —
      I' mi svegliai che sonava matino:
    considerando il bene ch'avea tanto,
    venme voglia deventar patarino.


IV

Amore gli dona in sogno un fiore della sua donna.

      L'altrier, dormendo, a me se venne Amore,
    e destatomi disse: — Eo so' messaggio
    de la tua donna che t'ama di core,
    se tu, piú che non suôi, se' fatto saggio. —
      Da la sua parte mi donò un fiore,
    che parse per semblant' il so visaggio.
    Allor nel viso cangiai lo colore,
    credendo el me dicesse per asaggio.
      Però con gran temenza il dimandai:
    — Come si sta la mia donna gentile? —
    Ed el me disse: — Ben, se tu ben stai. —
      Allora di pietá devenni umile.
    Egli sparío; piú non gli parlai;
    parvemi quasi spirito sottile.


V

Amore manifesti alla sua donna le sue pene.

    POETA.   Dimme, Amore; vorestù tornare
           da la mia parte a la donna mia?
    AMORE. Sí, se tu vogli, ma ell'è follia:
           ché talor nòce lo troppo adastare.
    POETA.   E lo meo core vi vòl pur andare,
           e ti demanda en sua compagnia.
    AMORE. Di presente me meterò en via
           dapo' ch'eo veggio ch'a lui e te pare.
             Or me di' ciò che tu vòi che gli dica:
           che tu non fini clamare mercede?
           Perzò non è bisogno andarne mica,
             per aventura ch'ella non ti crede.
    POETA. Sí fa'; che di me vive e se nutríca;
           e 'l cor non pò durar, se no' la vede.


VI

Amara delusione.

      L'altrier pensando mi emaginai
    mandare Amore a la donna mia;
    ed a lui piacque per sua cortesia
    andar a lei; tanto ne'l pregai.
      Poi retornò e disseme: — Che fai?
    tutta l'ho misa ne la tua bailía:
    I' ti so a dire, ch'ell'è a mezza via,
    e vien a te, se tu a lei non vai. —
      Po' me venn'un penser da l'altro lato,
    e fortemente me represe e disse:
    — Amico meo, tu hai folle pensato.
      Or credi tu ch'ella con te venisse?
    E tu anderesti a lei? Se' tu in istato? —
    Parveme allor che l'alma se partisse.


VII

Lamenta l'avversa fortuna che gli fa fare sempre il contrario di quel
che vorrebbe.

      Ogni meo fatto per contrario faccio,
    e di niente d'intorno mi guardo:
    l'estate so' più freddo che no el ghiaccio,
    l'inverno per il gran calor tutto ardo.
      Se ho lettera de gioia, sí la straccio,
    se di dolore, la repogno e guardo;
    chunque è mio amico, sí i' lo minaccio,
    se mi saluta, sí me fier d'un dardo.
      Credo che Dio ensieme e la natura
    erano irati quando mi creâro,
    che trasformôrmi d'ogni creatura.
      Però il lor non gittarono en paro,
    e l'alma che mi deron clara e pura
    giammai no' l'averanno en suo reparo.


VIII

Vicende di fortuna.

      Quattr'omin son dipinti ne la rota
    per la ventura dello esemplo dato:
    e l'altro sta di sopra incoronato,
    e l'uno in su valentemente nota.
      E 'l terzo se tien le mani a la gota,
    ed è vilanamente trabucato,
    e 'l quarto sta di sotto riversato,
    e d'ogni estremità li dá sua dota.
      Io fui quel che lá su andai montando
    intorno intorno la rota girata,
    e fui di sopra a tutto il mio comando;
      poi la testa mi fo incoronata.
    Or son caggiuto d'ogni ben in bando,
    nel finimento de la mia giornata.




V

MEO DI BUGNO


Coscienza netta non cura farneticar di gente.

      Tutto el tempo del mondo m'è avenuto,
    e sempre me n'andrò con questa norma,
    che lá, 've non pongo 'l piè, faccio l'orma,
    non so qual de' demòni m'ha veduto,
      che, sendo santo, non serò creduto,
    anzi me sgrideria la gente a torma.
    Unde el conven ch'eo vegli e poco dorma,
    da tante parte me veggio asseduto.
      Ma non mi muto per altrui parlare:
    ben è vertá ch'io ne son pur dolente,
    e come bestia lasso ogn'om belare.
      Om che si sente iusto ed innocente,
    a faccia aperta pò securo andare,
    e non curar ferneticar di gente.




NOTA


I

MEO ABBRACCIAVACCA

Meo di Abbracciavacca di Guidotto de' Ranghiatici pare che
appartenesse a una famiglia di cambiatori pistoiesi, perché tale fu
suo padre, che fu console dei cambiatori nel 1237, e un suo figlio,
Forese, fu nel 1304 nella banca degli Ammannati. Suo padre, e forse
altri della sua famiglia, furono di parte ghibellina. Meo visse assai
a lungo, perché era ancora vivo nel dicembre del 1300, quando, in un
atto notarile di quell'anno un altro suo figlio, Iacopo, è detto:
«_Dominus Pucius (Iacobuccius) Bargomei_ (sic) _Abraciavache de
Pistorio_» (vedi nei miei _Rimatori pistoiesi_, p. XLIV e sgg., negli
_Studi e ricerche di antica storia letteraria pistoiese_, nel _Bull.
stor. pist._, XII, 38 sgg., e in _Per la storia letteraria del sec._
XIII nel _Libro e la stampa_, VI, 78-79).

È dunque un vero fossile della maniera guittoniana, perché forse
poetava ancora dietro le orme del dittatore, quando giá in Pistoia si
udivano le dolci note della poesia di Cino. È il piú arido e il piú
oscuro dei rimatori del gruppo pistoiese. Egli si aggira sempre nel
circolo delle idee della poesia cortigiana; riproduce, piú o meno
fedelmente, concetti e forme provenzali, che abbiamo udite le mille
volte in altri poeti del suo tempo o a lui di poco anteriori; adopera
tutti gli artifizi della scuola, come le rimalmezzo, le rime
imperfette, spezzate, equivoche, i sonetti a dialogo, i sonetti con
due sole rime ed altre consimili preziositá; e soprattutto è
oscuro, pesantemente oscuro, tanto da rivaleggiare in questo col piú
oscuro dei guittoniani, Panuccio del Bagno. Di questo rimatore
specialmente e di fra Guittone d'Arezzo si mostra caldissimo
ammiratore e imitatore: del primo infatti rimaneggiò una canzone: «Di
sí alta valenza ha signoria», in quella sua: «Considerando l'altèra
valenza»; col secondo tenzonò su vari argomenti, e a lui diresse tre
epistole in prosa. Se mai qualche peculiaritá si voglia trovare in
questo oscuro e faticoso rimatore, è, a mio parere, l'esagerazione dei
difetti della scuola, e l'imitazione cosí pedissequa de' provenzali,
da non muovere un passo nelle canzoni, se non dietro le orme di
quelli; cosicché si avvertono facilmente, or qua or lá, imitazioni da
Bernardo di Ventadorn, da Peirol, da Gaucelm Faidit, da Peire Vidal,
da Blacasset e da altri ancora.

Il testo delle poesie dell'A. è condotto sull'edizione che giá ne feci
nel 1907 nei _Rimatori pistoiesi_, e quindi sul Laurenziano-Rediano
(L), e per la canz. III anche sul Palatino 418 (P): l'ho migliorato in
alcuni punti, giovandomi delle osservazioni che mi furono fatte da
coloro che ebbero occasione di recensire il mio lavoro, e adattandolo
alle norme stabilite per questa collezione.

E ciò s'intenda detto di tutta questa edizione dei _Rimatori
pistoiesi_[2].

  Canz. I, v. 3. Veramente L ha «d'esto mondo»; ma mi sembra che
  qui «mondo» non significhi nulla. Credo che voglia dire: «Spesso
  ho pensato di tacere, abbandonando il proposito di parlarne in
  questo modo».

  v. 28. L, veramente, ha «pena»; ma di questa lezione non riesco
  a persuadermi. Intendo: «Non è colpa intera d'amore, ma d'odio».

  v. 31: «ad esso». Cosí credo debba sciogliersi «adesso» di L,
  riferendo «esso» a «piacere».

  v. 31. Il CASINI, nell'ediz. diplomatica che fece del
  Laurenziano-Rediano 9, lesse «fa legge»; ma, oltreché codesta
  frase non dá un senso soddisfacente, è proprio scritto
  «s'alegge».

  v. 57. «Con so» manca in L; ma giustamente ve lo aggiunse il
  Casini.
  v. 61. «dobblanza». Cosí correggo la mia edizione, poiché mi
  pare che in tal modo corra meglio il senso, e perché anche nella
  seguente canzone al v. 35 si dice: «Dunque dobblanza tenete in
  sentire». Vuol dire: «Mi pesa anche il dubitare
  (dobblanza = dubitanza, dubbio) di ciò».

  Canz. II, v. 11. «Prendendo» ha L; ma non dá alcun senso, quindi
  bene il Gaspary lesse «prendono».

  v. 15. L ha «per servire»; ma, poiché ogni strofa incomincia
  riprendendo le ultime parole della strofa precedente, è certo
  che qui si deve leggere «star servidore».

  v. 55. Il NANNUCCI volle leggere «torte», e intese che fosse un
  avverbio «a torto»; ma, oltreché codesta sarebbe una forma
  inconsueta, è da credersi che si debba sciogliere in «tort'è»,
  anche perché l'Abbracciavacca prediligeva queste rime
  imperfette.

  v. 57. L ha «porea»; ma, poiché la strofe precedente termina con
  «poría», per la sopraddetta ragione deve leggersi «poría».

  v. 65. Nella ediz. del 1907 scrissi «né voi»: ma deve
  correggersi, com'é in L, «né in voi».

  Canz. III, v. 3. Il BIADENE, che già pubblicò questa canzone,
  unisce «pensero» con «piager» del v. 2 e ne forma un concetto
  solo, quello di «piacevole pensiero»: credo invece di dover
  togliere l'«e» dopo «beltate» e la virgola che avevo posta dopo
  «pensiero», e cosí piú facilmente si può intendere: «Lo pensiero
  soviemmi», cioè «mi torna in mente».

  v. 19: «non deggi'». Ho aggiunto l'«i» per ragioni fonetiche.

  v. 29: «ch'è». Io stesso nella mia vecchia edizione ed anche il
  Biadene abbiamo lasciato «che»; ma certo è meglio intendere
  cosí: «Poiché è provato, cioè si è visto, che sotto viso dolce
  si nasconde cuore amaro, allora non si cela piú...».

  v. 39: «ragione». Cosí scrivo, seguendo il BIADENE ed L, sebbene
  P abbia «rasone».

  v. 42: «bassenza». Cosí correggo «bassansa» di P., seguendo, per
  ragioni di rima, L.

  Son. I, v. 2: «e luxuria». Nella mia precedente edizione avevo
  creduto aggiungere un «è» innanzi a «luxuria»: ma la risposta di
  fra Guittone fa presupporre una triplice necessità affermata
  dall'Abbracciavacca.

  Lettera I a Fra Guittone. È in L.

  Son. III, v. 4: «Ed eo». Cosí è in L, e non «ecco», come errando
  lesse il BOTTARI (_Lettere di fra Guittone d'Arezzo_, Roma,
  1745, p. 76).

  v. 7: «Regno»: non «segno», come avevo creduto di leggere, per
  aver un senso più chiaro, nell'ediz. del 1907. «Regno» dice
  veramente L.

  Lettera II a Fra Guittone. È in L, da cui la riproduco. Fu già
  pubblicata dal BOTTARI (_Lettere_ citt., p. 77).

  Son. IV, prima terzina. Com'è in L, questa terzina non dà senso.
  L'ho rabberciata, sciogliendo il «che» in «ch'è» nel primo verso
  e aggiungendo la congiunzione «e» nel terzo. Il senso allora
  corre spedito: «Me ne scoraggio, perché anche la giustizia
  di Dio è senza difetto. Vorrei sapere come misericordia chiede
  contro di essa al vero Dio o mi dà la salvazione dell'anima».

  Lettera a Bindo di Alessio Donati. È in L, da cui la traggo,
  correggendo l'ediz. cit. del BOTTARI.

  Son. V, v. 8: «unde». Cosí ha L, non «onde», come lesse
  erroneamente il BOTTARI.

  v. 12: Tolgo l'«e», che avevo creduto di aggiungere, ma che non
  è in L, e sciolgo il «perché» in «per che». Leggo quindi «per
  che è», giacché nel ms. è anche questo «è».

  v. 13: «animai». Veramente L ha «animali»; ma in tal modo non
  tornerebbe più il verso.

  Son. VI, v. 12: «S'è per». Attenendomi ad L, correggo cosí la
  mia antica edizione, e il senso è chiaro: «Se è per colpa della
  fattura del corpo che contiene l'anima».

  Lettera a Dotto Reali. È in L. La riproduco dall'edizione che ne
  ha data il MONACI nella _Crestomazia del primo secolo della
  lingua_, con lievissime modificazioni grafiche.

  Son. VII, v. 4: «volere». L ha «voler»; ma, per necessità di
  verso, ho aggiunta un «e» finale.

  v. 8: «ten». Cosí ha L, e non «tien», come, rabberciando, lesse
  il BOTTARI.

  v. 14: «di lod'agi'altura». Il BOTTARI: «di loda gialtura».

  Son. VIII. Nell'altra mia ediz. ho invertito l'ordine dei vv.
  11-2 e 13-4, perché lo schema di questo son. corrispondesse a
  quello di Monte Andrea: «Languisce il meo spirto», di cui è
  risposta a rime obbligate; ma le giuste osservazioni, che altri
  mi ha fatte, m'inducono a rimaner fedele a L, anche perché mi
  sembra che ci si guadagni di chiarezza.

  v. 13: «Monte». Mi pare che qui si tratti del vocativo di Monte
  Andrea. Infatti non è presumibile che il rimatore abbia voluto
  far rimare con «monte» del v. 10 proprio la stessa parola nel
  medesimo significato. Intendo: «Chè non v'è buono che possa
  dire: — Io discendo a valle, perché sento, o Monte, che vi posso
  trovare luogo fermo. — Né cavalieri, né baroni, né conti, né re
  possono dire ciò».

  Son. IX, v. 10. Tolgo il «via», che avevo messo nella precedente
  ediz., perché, oltre che non necessario pel senso, non è in L.

  v. 14: «dará li cura». Non occorre allontanarsi da L, che ha
  «dara li cura», per render piú chiaro il senso e cambiare «li»
  in «la», come feci nell'ediz. del 1907. Ma, prendendo «li» come
  pleonasmo, il senso corre assai bene.


II

SI. GUI. DA PISTOIA

Nonostante le piú diligenti ricerche, non ho potuto rintracciare chi
mai sia questo antico rimatore: forse è Simbuono o Siribuono giudice,
da Pistoia, a cui qualche cod. attribuisce due canzoni: «Spesso di
gioia nasce ed incomenza» e «S'eo per cantar potesse convertire?».
Certo è che il nome di Siribuono non è raro nei documenti pistoiesi.

I due sonetti sono nel Laurenziano-Rediano 9.

  Son. I, v. 2: «el me' piace». Correggo la mia vecchia ediz.,
  attenendomi ad L e intendendo: «Ciò che mi piace [il mio
  piacere] t'assegna me e il mio».

  Son. II, v. 2. Mi attengo fedelmente ad L, correggendo la mia
  ediz.

  vv. 1-5. Anche qui credo che bisogni attenersi ad L, perché
  chiaro corre il senso: «Perché, Iddio, ti compiacesti di donarmi
  gioia con ogni bene?».


III

LEMMO ORLANDI

Lemmo di Giovanni d'Orlando appartenne a famiglia popolana pistoiese
derivata da Carmignano, castello che i pistoiesi avevano tolto ai
fiorentini. Nacque da un Giovanni di Rolando di Oddo intorno al 1260.
Nel 1283 condusse in moglie una certa Sobilia, da cui ebbe due figli,
Vanni e Frosina. Fu, a quel che pare, a Bologna con alcuni mercanti,
per la maggior parte toscani, nel 1284. Morí, poco più che trentenne,
non molto prima del 6 gennaio 1294 (v. i miei _Rimatori_, p. LV sgg. e
_Per la storia letter. del secolo XIII_, nel _Libro e la stampa_, VI,
fasc, IV e VI).

Assai meno oscuro e artificioso di Meo Abbracciavacca, egli, pur
ritenendo ancora della scoria guittoniana, provenzaleggia talvolta; ma
si fa piú chiaro, meno prezioso. Delle sue rime deve esser piaciuta
assai a' suoi tempi la cobbola «Lontana dimoranza», e ciò prova
non solo il fatto che non son pochi i codici che la contengono, ma
l'averla messa in musica Casella. Le due prime canzoni sono nel
Laurenziano-Rediano 9, la terza è nel Vaticano 3214 e nel Riccardiano
2846.

  Canz. I, vv. 2-4: «fa'» e «ha'». Cosí interpetro, poiché è certo
  che in tutta la strofa il poeta parla in seconda persona ad
  Amore.

  v. 13: «e'». Ho aggiunto l'apostrofo, perché è qui molto
  naturale questo «e'» = «egli» pleonastico.

  v. 20. Pongo un punto e virgola dopo «mei» e muto il «che» in
  «ché», perché è certo che il senso cosí corre meglio.

  v. 34: «com'». Muto pel senso il «con» di L in «com'».

  v. 39. Com'è in L, il verso è falso: «Movet'ormai a merzede».

  v. 48: «fior' e di nobeltate». Cosí L, e, anche per cagione di
  senso, mi attengo a questo codice.

  Canz. II, vv. 34-5. Ho adottata la punteggiatura del Valeriani,
  perché in tal modo il v. 34 spiega come «sua vista era cangiata»
  verso di lui.

  v. 56: «n'ha dato lei». Cosí ha L, e cosí credo si debba
  leggere, e non «n'ha dato a me», come posi nella mia antica
  ediz., tratto in errore dal Valeriani, che aveva rabberciato il
  passo con un «m'ha dato».

  v. 61: «Ché grave 'n lui». Pongo dinanzi a «lui» un «'n», che è
  in L e che avevo soppresso nella mia precedente edizione.

  Canz. III, v. 10. Per questo verso adotto, sebbene non sia nei
  codici, la buona lezione data dal NANNUCCI nel suo _Manuale_.

  v. 14: «dolere». Cosí deve certamente leggersi per necessità di
  rima.


IV

PAOLO LANFRANCHI

Un Paolo Lanfranchi da Pistoia, che è certamente il rimatore, perché
nessun altro di questo nome apparisce in documenti pistoiesi, fu dal
febbraio all'ottobre del 1282 a Bologna; vi era ancora il 21 gennaio
del 1283 (v. il mio art. cit. nel _Libro e la stampa_, p. 144). Di lá,
molto probabilmente, visitò insieme con Guiraut Riquier e Folquet de
Lunel la corte di Pietro III d'Aragona nel 1283 o nel 1284. Alla corte
di quel re, e precisamente fra il 1283 e il 1285, anno in cui morí
Pietro III, scrisse il sonetto in provenzale: _Valentz segneur_. Piú
tardi, dalla Spagna fece ritorno in Pistoia, donde fu bandito per
violenze private nel 1291 (v. i miei citt. _Studi e ricerche_,
estr. dal _Bull. stor. pist._, XII, 44). Pare che fosse ancora a
Bologna nel 1295 (v. nel _Libro e la stampa_, nell'_Appendice_).
Appartenne a una famiglia di mercanti.

Degno di particolare attenzione è il suo sonetto provenzale, perché
esso e i due di Dante da Maiano, sono i soli che si abbiano in quella
lingua.

Nelle poesie italiane rifugge dagli artifici, e fa versi facili e
talvolta anche armoniosi. Nel son. «Un nobel e gentile imaginare» si
sente sincero, sebbene crudo, il realismo della poesia popolare.
Qualche sonetto è di argomento politico: pare che vi si alluda alla
caduta della fortuna di Carlo d'Angiò: cosicché da questi suoi versi
sembrerebbe che il Lanfranchi fosse stato di parte ghibellina.

Il sonetto provenzale è nel Laurenziano XLI, 42 (L), i sonetti
italiani sono nel Barberiniano XLV, 47 (oggi Vaticano 3953) (B) e due
nell'Estense X, B, 10 (E).

  Son. II, v. 2: «gira e volge». Correggo cosí la mia antica
  ediz., mantenendomi fedele a B.

  v. 5. Credo bene attenermi a B, abbandonando la lezione data dal
  BAUDI DE VESME, che per il primo stampò questi sonetti: soltanto
  tolgo il «che» di B dinanzi a «tu 'l sai», e pongo «ora» e non
  «or» per necessità di verso.

  v. 7. Anche qui mi attengo a B, che dá un senso piú chiaro della
  lezione da me seguita nella precedente edizione.

  Son. III, v. 8. Veramente B ha «fa de mio amore, eo»: ma credo
  che, dividendo opportunamente, si debba leggere «de mi, o
  amore», e, correggendo la forma veneta «de mi» in «di me», venga
  fuori la lezione semplice e chiara «fa' di me, o Amor, ciò».

  Son. IV, v. 10. Come è nel ms., il verso manca d'una sillaba:
  per compierlo v'aggiungo il «si» innanzi a «sta».

  Son. VI, v. 2. Tolgo il «de», che avevo creduto di aggiungere in
  principio del verso, come non necessario.

  v. 12: «con te». Veramente B ha «cum ti», che è forma veneta (si
  ricordi che quel codice fu scritto da Niccolò de Rossi
  trivigiano), la quale agevolmente si può correggere in «con te».

  Son. VII, v. 3: «no el ghiaccio». Cosí mi permetto di correggere
  leggermente B, per ottenere la misura del verso.

  v. 11: «transformormi». Cosí correggo, accettando la proposta
  fatta nella sua recensione alla mia ediz. dal DE GERONIMO;
  intendendo come egli dice: «Dio e la natura erano irati, quando
  mi crearono e mi fecer diverso da ogni creatura».

  v. 12. Anche qui accetto la spiegazione del DE GERONIMO: «Il
  rimatore, indispettito che Dio e la natura l'abbiano forse
  creato, in un momento d'ira — Il loro — ei dice — quel
  ch'essi poteano non gittarono in egual misura di quel ch'io
  possa gettar via, e l'anima, che mi dettero chiara e pura, non
  la riavranno essi giammai». —

  Son. VIII, v. 4: «nota». Sospetto che debba dire «rota», cioè
  s'affatica seguendo il girare della ruota per arrivare al sommo
  di essa.


V

MEO DI BUGNO

Pare sia stato figlio di un Bugno di Napoleone, che nel 1284 fu
bandito da Pistoia e che, tornato dall'esilio, fu nel 1287 del
Consiglio del popolo per il quartiere di Porta S. Andrea; e credo sia
proprio l'antico rimatore quel «_Muccius_ (o _Bartromuccius_) _filius
Bugni Napoleonis_», che il 21 marzo 1282 fu condannato per essere
entrato a viva forza in una casa in Ripalta (v. i _Rimatori_, pp.
LXVI-LXVIII e gli _Studi e ricerche_, pp. 40-41).

Il suo unico sonetto ha qualche sapore di poesia popolare: è un
sonetto di «noia» e vi si lamenta delle sue disavventure. È nel
Barber. XLV, 47, oggi Vaticano 3953 (B) e nel R. Archivio di Stato di
Venezia, _Deliberazioni del Maggior Consiglio, Comune I_. Io mi sono
attenuto a B., correggendo il testo dato dal GUALANDI (_Accenni alle
origini della lingua e della prosa italiana_, p. 17).




GLOSSARIO


_adastare_ — stare, rimanere.

_adesso_ — subito (prov. _ades_).

_adistato_ — eccitato.

_aggio_ — ho.

_aigua_ — acqua.

_aldo_ — audo, odo (lat. _audio_).

_alegge_ (s') — elegge (s').

_alungi_ — allunghi, allontani (prov. _alonger_).

_apprisa_ — presa.

_asaggio_ — saggio, assaggiamento.

_asizo_ — posto (prov. _asiz_).

_asseduto_ — assediato.

_attessa_ — affanno, tormento.

_autro_ — altro.

_avallo_ — cado in valle, m'abbasso, mi scoraggio.

_avegna_ — avvenga.

_aviso_ — avviso, opinione; _dico di aviso_ — cosí mi sembra.


_barnaggio_ — baronaggio, signoria.

_bassenza_ — bassezza.


_caggiuto_ — caduto.

_certanza_ — certezza.

_cherere_ — chiedere (lat. _quaerere_).

_chero_ (sost.) — domanda.

_chi, chine_ — che.

_clamare_ — chiamare (lat. _clamare_).

_clero_ — chiaro; _cosa clera_ — il viso dell'amata.

_coi_ — cuoi.

_comando_ (sost.) — chi comanda (l'astratto per il concreto).

_como_ — come.

_compagna_ — compagnia.

_coraggio_ — cuore (prov. _coratge_).

_coral_ — che viene dal cuore (agg. da _core_).

_corneggiato_ — colpito con le corna.

_crudero_ — crudele.


_desirare_ — desiderare (prov. _dezirer_).

_dimoranza_ — dimora.

_dimostranza_ — dimostrazione.

_disacquista_ — perde ciò che aveva acquistato.

_disdetto_ — ritrattazione.

_diservire_ — mal servire.

_disfallo_ — libero dal fallo commesso.

_dispero_ (sost.) — disperazione.

_doblata_ — raddoppiata (prov. _doblar_).

_dobblanza_ — doppiezza, infingimento, incertezza.

_dolze_ (agg.) — dolce.

_dota_ — dote. Al v. 8 del son. III del Lanfranchi: «e d'ogni
estremitá li dá sua dota», intenderei: «ad essa (la ruota della
fortuna) regala («li dá sua dota») ogni estremo male».

_dra_ — contrazione da _derá_, _dará_.


_emaginare_ — immaginare.


_fallenza_ — fallo (prov. _falhensa_).

_falligione_ — fallo, errore.

_fedele_ — fidente, sicuro.

_fenire_ — finire.

_ferneticare_ — farneticare.

_fier_ — ferisce.

_fio_ — feudo.

_fini_ — finisci.

_finimento_ — fine.

_for'_ — senza; _for' fallenza_ — senza fallo.


_guardo_ — custodisco.

_guigliardon_ — guadagno.


_inanza_ — avanza (prov. _enantir_).

_in nel_ — nel.

_intensa_ (anche _intendimento_) — inclinazione amorosa (prov.
_entensa_ o _entendemens_).

_intervallo_ — momentaneo allontanamento.

_intiza_ — persona amata.

_ismisuranza_ — dismisura.

_istrano_ — m'allontano.

_iusto_ — giusto (lat. _iustus_).


_lane_ (avv.) — lá.

_larga_ (è da) — è lontano.

_leai_ — leali.

_leggero_ (avv.) — leggermente.

_loco_ (avv.) — qui.

_lui_ (dat.) — a lui.


_maginare_ — immaginare, aver nella mente.

_mainera_ — maniera; _prender mainera_ — prender norma.

_mano_ ('n) — in balía.

_membre_ (da membrare) — ricordivi.

_meretria_ — meriterei; _merteria voi_ — meriterei presso di voi.

_messaggio_ — messaggiero.

_meve_ — me.

_mevi_ — a me.

_mezore_ — maggiore.

_miradore_ — specchio, esempio (prov. _mirador_).

_mistero_ — mezzo.


_natura_ — naturale sentimento.

_nobel_ — nobile.

_nonde_ — non ne.

_norma_ — modo, regola.


_obbriare_ — obliare.

_obrianza_ — oblianza, oblío.

_ostrero_ — nemico, demonio.


_pagentero_ — benigno.

_pareglio_ — pari, simigliante.

_paro_ — paio, sembro.

_partuta_ — parte.

_patarino_ — paterino (eretico).

_persò_ — perciò.

_piacere_ — volontà.

_pietanza_ — pietà.

_piò_ — piú.

_plagere_ (sost.) — piacere.

_plageria_ — piacerebbe.

_poderoso_ — colui che può, e anche possente, ricco (prov. _poderos_).

_poggia d'onor_ — fa maggiore onore, sale in onore.

_poi_ — poiché.

_poi che_ — sebbene.

_porea_ — potrebbe.

_porte_ — porto.

_posi_ — si può.

_prefondo_ — profondo.

_priso_ — preso.

_privado_ — familiare.

_proferto_ (ho) — mi sono espresso.


_quida_ — quieta.


_rancura_ — dolore.

_regno_ (verbo) — duro (prov. _renhar_).

_reo_ — re.

_reparo_ — riparo.

_risprende_ — risplende.

_rivera_ — stanza.


_saggio_ (avv.) — saviamente.

_scur_ (avv.) — oscuramente.

_sembianza_ — apparenza.

_semblante_ (per) — per somiglianza (prov. _per semblansa_).

_sentenzia_ — spiegazione.

_sentore_ — sentimento.

_sentuta_ — sentimento; _non voglio mia sentuta_ — non son padrone del
mio sentimento.

_será_ — sará.

_siguro_ — sicuro.

_smirata_ — smisurata.

_soffrenza_ — sofferenza, paziente attesa.

_sofrente_ — sofferente.

_somegli_ (me) — mi sembri.

_sormontare_ — innalzare.

_sove_ — sovviene, soccorre.

_soverchianza_ (montare in) — diventare orgoglioso.

_spera_ — speranza.

_spero_ — specchio.

_stallo_ — dimora; _a fermo stallo_ — in dimora ferma, fermamente,
immutabilmente.

_stande_ — starne.

_storma_ — s'allontana dalla torma, s'allontana.

_strado_ — esco di strada.

_Strettoia_ — immaginario nome di paese, che vuole alludere alle
strettezze in cui il poeta si trovò a Pistoia.

_strove_ — trova.

_suoi_ — suoli, sei solito.


_tardo_ (avv.) — tardi.

_torma_ — schiera.

_trabuccare_ — traboccare, cadere.

_turba_ (verbo) — produce turbamento.

_tuttora_ — sempre.


_vallo_ — valle.

_veduta_ — oggetto che si vede, figura, immagine.

_veggi_ — vedi.

_veglia_ — vecchia.

_venegli_ — convenegli, gli conviene.

_venme_ — vennemi, mi venne.

_veo_ — vedo.

_vertá_ — veritá (prov. _vertatz_).

_visaggio_ — viso.

_visii_ — cose vedute.

_vo'_ — voi, a voi, vi.

_vorestu_ — vorresti tu.

_vorrea_ — vorrei.




II

RIMATORI LUCCHESI

A CURA DI AMOS PARDUCCI




I

BONAGIUNTA ORBICCIANI


CANZONI


I

È colpito dalla sventura; ma non perciò tralascerá di cantare la gioia
che gli viene a mancare.

      Avegna che partensa
    meo cor faccia sentire
    e gravozi tormenti sopportare,
    non lasseragio sensa
     dolse cantare e dire                                      5
    una cusí gran gioia trapassare.
    E rallegrare — altrui cosí feraggio
    del meo greve damaggio,
    per pianto in allegressa convertire;
    siccome la balena                                         10
    di ciò che rende e mena
    la parte lá, u' dimora, fa gioire.

    La gioi', ch'eo perdo e lasso,
    mi strugge, mi consuma,
    come candela ch'al foco s'accende.                        15
    E sono stanco e lasso;
    meo foco non alluma,
    ma quanto piú ci afanno men s'apprende.
    E non risprende — alcuna mia vertude:
    avanti si conchiude,                                      20
    siccome l'aire quando va tardando;
    e come l'aigua viva
    ch'alor è morta e priva
    quando si va del corso disviando.
      Disvio sí che bene                                      25
    sentor di me no aggio,
    non saccio com'eo vivo sí gravozo.
    Oh Deo! che non m'avene
    com'al leon selvaggio,
    che tutto tempo vive poderozo                             30
    e odiozo — sensa pietate,
    acciò che 'n veritate
    lo meo greve dolor mostrar potesse
    e la mia pena agresta
    per opra manifesta,                                       35
    perché la gente mei me lo credesse?
      Credo che non feráe
    lontana dimoransa
    lo core meo, che tanta pena dura:
    mentre che viveráe                                        40
    será fòr di speransa
    d'aver giamai solasso né ventura.
    Ma se natura, — che nd'ha lo podere,
    n'avesse lo volere,
    appena mi poría donar conforto.                           45
    Como l'augel che pia,
    lo me' cor piange e cria
    per la malvagia gente, che m'ha morto.
      Morto fuss'eo pertanto
    o nato non fuss'eo                                        50
    o non sentisse ciò ch'eo veggo e sento;
    perché 'l meo dolse canto
    amar mi torna e reo
    e in erransa lo innamoramento!
    Ma 'l bon talento — ch'aggi' e 'l cor gioioso             55
    plagente ed amoroso,
    como la uliva non cangia verdura,
    non cang'eo per ragione
    di fina 'ntensione,
    ancor mi sia cangiata la figura.                          60


II

Rinasce all'amore, perché la donna sua lo esorta a sperare.

      Fina consideransa
    m'ha fatto risentir, ch'avea dormuto,
    de lo gioiozo meo innamoramento.
    Com'omo mentre avansa,
    che cela lo procaccio e stanne muto                        5
    non s'atutasse per dimostramento,
    eo non lo celeraggio in tal mainera
    ch'io n'aggia riprendensa per ragione,
    ma sí che 'n allegransa lo meo dire
    si possa convertire.                                      10
    celando per l'autrui riprensione,
    canteragio de la mia gioia intera.
      Acciò, se in allegransa
    e 'n gran conforto e in gioi' mi rimuto,
    non è contra diritto insegnamento;                        15
    ché l'omo fòr d'eransa,
    sentendosi di gran guiza arriccuto,
    ben dé' portar gioiozo lo talento.
    E io porto gioiozo core e cèra,
    e corpo e mente e tutta pensagione                        20
    per quella ch'amorozo mi fa gire,
    in cui si pòn gradire
    bellesse di sí gran divizione,
    como l'oscuro in verso la lumera.
      Cosí la disiansa                                        25
    verrá compíta, e non será smarruto
    lo mio acquistar per folle pensamento,
    ché la dismizuransa
    (ed ha lo core tanto combatuto)
    non mi dará gravozo movimento.                            30
    E se la gioia non torna guerrera,
    faraggio ricca la mia intensione
    e tutto tempo giammai non partire:
    cosí sensa fallire
    seraggio fòre de la condissione,                          35
    ch'a li amadori è forte crudera.
      Ed è la sua plagensa forte e fèra
    di gran guiza, che fra la pensagione
    ne nasce erransa e fálla dismarrire,
    vedendola partire,                                        40
    e me medesmo dá per istagione
    una semblansa, che mi pare spera.


III

Sulla natura dell'onore e del piacere.

      Similemente onore
    como 'l piacere,
    al meo parere,
    s'acquista e si mantene;
    e ambur hano un core                                       5
    e un volere,
    como savere
    a li bon si convene.
    Donqua dirá l'on: — Come
    amburo han piú d'un nome,                                 10
    da poi che 'nsieme
    son d'una speme
    e d'un volere e d'uno intendimento? —
    Però che son du' cose
    in un voler conchiose:                                    15
    dal piacer vène
    in prima 'l bene,
    und'onor cresce, ch'è suo compimento.
      In prima che 'l piacere
    è l'obedire,                                              20
    unde 'l servire
    si move ogna stagione;
    e non è alcun savere
    da piú saglire
    sensa 'l sufrire                                          25
    per nessuna cagione.
    Che 'l sofferire è tale,
    e tanto monta e vale,
    che fa compire
    ogni volire                                               30
    e d'ogni bene è somma e sentensa.
    Chi non è sofferente
    non può esser piacente,
    né può montare
    in grande affare.                                         35
    Cotanto vien da fina canoscensa!
      Cannoscensa si move
    da senno intero,
    corno dal cero,
    quand'arde, lo sprendore,                                 40
    e tutte cose nòve
    di stato altèro
    di le' nascêro
    e nasceno a tutt'ore.
    A la sua signoria                                         45
    si regge cortezia,
    tutta larghessa,
    tutta prodessa,
    pregio e leansa e tutto valimento.
    Quel corpo lá u' si cria                                  50
    giammai non falleria
    né per ricchessa,
    né per grandessa,
    tanto lo guida fino insegnamento.
      Tant'è l'om da pregiare                                 55
    di canoscensa
    e di valensa
    quant'opra per ragione;
    e tant'è da blasmare
    quant'ha potensa                                          60
    e intendensa
    e non fa messione
    per venire in orransa,
    in lontana contansa,
    e per potere                                              65
    tra i bon capére
    e conquistar l'onor, che s'abandona
    per la dismizuransa
    de la malvagia uzansa,
    che fa valere                                             70
    poco d'avere
    piú che bontá u pregio di persona.
      Se l'onor vi parlasse,
    signor, ch'andate
    e cavalcate                                               75
    a guiza di maggiori,
    non sría chi l'aspettasse,
    se ben guardate
    quel ch'operate
    ver' lui nei vostri cori.                                 80
    .  .  .  .  .  .  .  .  .
    .  .  .  .  .  .  .  .  .


IV

Si consola per aver ottenuto ciò che desiderava.

      Fin amor mi conforta
    e lo cor m'intalenta,
    madonna, ch'io non penta,
    di voi s'io innamorai.
    Membrando ciò che porta,                                   5
    la vita n'è contenta,
    avegna ch'io ne senta
    tormenti pur asai.
    Ca primamente amai
    per ben piacere al vostro signoragio                      10
    d'aver fermo coragio,
    a ciò ch'io per fermeze non dottasse
    che'l meo lavor falsasse;
    ché ch'incomenza mez'ha compimento,
    se sa perseverare lo suo adoperamento.                    15
      Ed io perseverando
    la ricca incuminzanza,
    condutt'ho la speranza,
    al giorno ch'io sperava.
    Non credo dispresiando                                    20
    che voi contra onoranza
    cometesse fallanza,
    ch'io no la domandava;
    ca ciò ch'io disiava
    non era fòr di bono intendimento,                         25
    ma vostro acrescimento.
    Né a bona donna non si disconvene,
    s'amor la sforza bene;
    ché tal val molto che nulla varia,
    per innamoramento di donna, che golía.                    30
      Und'eo no mi dispero
    di ciò ch'amor mi face,
    ca guerra no ha pace
    né amor conoscimento.
    Se non ho ciò che chero,                                  35
    farò come chi tace
    la cosa che li spiace
    per fino intendimento.
    E si serò contento
    cosí del male e de le gravi pene                          40
    come sería del bene;
    ch'Amor ha in sé ben tanto signoragio,
    che mi pò dar coragio;
    e l'ire e l'ane e le pene e la noia
    mi poría ritornare a suo piacere in gioia.


V

Lodi della sua donna.

      Novellamente amore
    d'una donna piacente
    mi rallegra e mi conforta,
    da poi che 'l suo valore
    mi s'ha fatto servente;                                    5
    che cotanto preso porta
    d'esser la meglio acorta — tuttavia
    di null'altra che sia,
    la cui alta piacensa
    divisando non si pensa.                                   10
    Ell'è quella c'ha morta — villania,
    l'orgoglio e la follia;
    e senno e caunoscensa
    da colei prende crescensa.
      La beltá, che mantene,                                  15
    se pare in nulla parte.
    ogn'altra beltá dispare;
    chi piú mente la tene,
    piú fatta par per arte,
    tuttora piú bella pare.                                   20
    E lo suo risguardare — gaio e gente,
    cui colpa, cuoce e sente
    di sí dolce ferita
    che nde cresce gioia e vita;
    e piú per lo parlare — suo piacente                       25
    'nnamora tutta gente;
    cosí è ben partita
    ch'a dir non sería finita.
      Per lo piacer m'ha vinto,
    per lo parlar distretto,                                  30
    per l'operare conquiso,
    per la beltá m'ha cinto,
    che 'l core da lo petto
    pare che mi sia diviso,
    com'albore succiso — con catene.                          35
    La sua vertute bene
    vive in tale manera
    ca, vivendo, par che pèra.
    Ma l'amoroso viso, — che mi tene
    in sospiri e in pene,                                     40
    non credo che soffèra
    che per lui morte mi fèra.


VI

Ama la sua donna, della quale loda le virtú; ma non ha coraggio di
manifestarle il suo amore.

      Gioia né ben non è senza conforto
    né senza ralegranza,
    né ralegranza sanza — fino amore:
    rason è chi venir vole a bon porto
    de la sua desianza                                         5
    che in amoranza — metta lo suo core;
    ché per lo flore — spera l'omo frutto
    e per amor ciò ch'è disiderato.
    Perché l'amore è dato
    a gioia e a conforto senza inganno;                       10
    ché, se patisse inganno, — fôra strutto
    lo ben d'amor, che tanto è conservato,
    né fôra disiato
    s'avesse men di gioia che d'afanno.
      Tant'è la gioia, lo preso e la piacenza,                15
    la 'ntendenza — e l'onore
    e lo valore — e 'l fino 'nsegnamento,
    che nascon d'amorosa caunoscenza,
    che differenza — amore
    no è prenditore — da vero compimento.                     20
    Ma fallimento — fôra a conquistare
    senza affanare — cosí gran dilettanza,
    ca per la soverchianza
    vive in erranza — quel che s'umilia.
    Chi gio' non dia — non pò gioia aquistare,                25
    né bene amare — chi non ha in sé amanza,
    né compir la speranza
    chi no lassa di quel che piú disia.
      Perché sería fallire a dismisura
    a la pintura — andare                                     30
    chi pò mirare — la propria sustanza;
    ché di bel giorno vist'ho notte scura,
    contra natura, — fare
    e traportare — lo bene in malenanza.
    Unde bastanza — fôra, donna mia,                          35
    se cortesia — mercede in voi trovasse,
    che l'afanno passasse
    e ritornasse — in gioia e in piacere,
    ché troppo sofferére — mi contraría;
    com'om, ch'è 'n via — per gir, che dimorasse              40
    e 'nanti non andasse
    né ritornasse — contra suo volere.
      Volere agio e speranza d'avanzare
    lo meo cominciamento
    per tal convento — ch'eo voi sia in piacere.              45
    E ben volesse a reto ritornare,
    contra lo meo talento,
    né valimento — n'agio né podere.
    Cosí mi fère — l'amor, che m'ha priso
    del vostro viso — gente e amoroso,                        50
    per cui vivo gioioso,
    e disioso — sí ch'eo moro amando!
    E ciò ch'eo dico nullo dir m'è aviso,
    sí m'ha conquiso — e fatto pauroso
    l'amore, ch'agio ascoso,                                  55
    piú ch'eo non oso — dire a voi, parlando.


VII

Dopo aver parlato della lotta, che combatte per la sua donna disserta
sul ben fare e sulla follia.

      Sperando lungamente in acrescenza
    trar contendenza — d'alto signoragio,
    che mi dá tal coragio
    ch'ogn'altr'om i' ne credo sovrastare,
    di ben servir mi dona caunoscenza,                         5
    che da ubidenza — nat'è per lignagio.
    E non è alcun paragio,
    che a l'ubidir si possa asimigliare,
    però che fa l'om fin preso aquistare
    e 'navanzare, e nascende onoranza                         10
    e ricca nominanza.
    Servire e ubidenza
    vegnon da cognoscenza;
    di caunoscenza non è dubitato
    che nasce per fin senno ed è provato.                     15
      Da senno ven largheza, e cortesia
    oblia — torto, orgoglio e scaunoscenza
    e tutt'altra fallenza,
    che per rasion potesse dispiacere.
    E chi ben fa non usa villania,                            20
    né follia — comporta sofferenza;
    ed è matta credenza
    che l'un coll'altro possa sofferére,
    però che son diversi di valere;
    ché l'un val pregio, unde s'aquista amore,                25
    e l'altro disamore.
    Però han diversitate
    e contrarietate;
    ché l'un contrar' per l'altro si disvia,
    come per morte vita tuttavia.                             30


VIII

Lodi dell'amore: prega madonna che lo voglia amare.

      Uno giorno aventuroso,
    pensando in la mia mente
    com'amor m'avea inalzato,
    i' stava com'om dottoso,
    da che meritatamente                                       5
    non serve a chi l'ha onorato.
    Però vòlsi cantare
    lo certo affinamento,
    perché l'amor piú flore
    e luce e sta 'n vigore                                    10
    di tutto piacimento,
    gioia tene in talento
    e fa ogn'atro presio sormontare.
      Montasi ogne stasione,
    però fronde e fiore e frutta,                             15
    l'afinata gioi' d'amore;
    per questa sola rasione
    a lui è data e condutta
    ogne cosa, c'ha sentore:
    sí come par, li auselli                                   20
    chiaman sua signoria
    tra lor divisamente
    tanto pietosamente,
    e l'amorosa via
    commenda tuttavia                                         25
    perché comune vòlse usar con elli.
      Donqua, la comune usanza
    ha l'amor cosí agradito,
    che da tutti 'l fa laudare.
    Gentil donna, pietanza                                    30
    inver' me, che so' ismarito
    e tempesto più che mare.
    Non guardate in me, fina;
    ch'eo vi son servidore:
    tragete simiglianza                                       35
    da l'amorosa usanza,
    che da piciolo onore
    ingrandisce talore,
    e 'l ben possente a la stasion dichina.


IX

Si rallegra pensando alla gioia che spera d'avere.

      Infra le gioi' piacenti
    considerando sono
    a ciascuno amadore
    li dolci intendimenti,
    unde si move dono,                                         5
    che merita l'amore.
    Ed io n'agio lo core — cosí temente
    per voi, che 'nfra la gente
    siete como diamante precioso,
    fra l'altre gieme tanto grazioso.                         10
      Sí graziosa appare
    a la mia percepenza
    la gio', che 'l core spera,
    deo considerare
    con senno e con piacenza                                  15
    sí com'eo l'agia intera,
    e no lassar maniera — che sia laudata
    per me, ch'è straniata.
    Sí fort'è l'amoroso intendimento
    ch'eo nol pozo celar com'eo lo sento.                     20
      Sentomi sí gioioso
    quando mi penso bene
    la gio', ch'eo degio avere,
    vivonde coragioso
    ch'a lo core mi vène                                      25
    un sí fèro volere,
    che mi tolle'l savere — e l'entendanza;
    cotant'è l'abondanza
    de l'amoroso foco, che m'incende,
    membrando l'alta gio', che 'l core atende.                30
      Atendo di compire,
    e vado sogiornando
    in questo mio viagio;
    e s'eo per tosto gire
    potesse, come stando,                                     35
    compier lo meo coragio,
    farea questo passagio — in tal manera,
    che falcon di rivera
    apena credo ch'avanti mi gisse
    per fin che 'l meo viagio si compisse.                    40
      Compíta, amorosa,
    avenente, cortese
    donna delle migliori,
    per cui mi è gioiosa
    la contrada luchese,                                      45
    apareno li fiori
    inver' li nostri amori, — che son cotanti;
    li amorosi sembianti
    continuati son di gio' compíta,
    che no mentisce l'amorosa vita.                           50


X

Non ha l'amore della sua donna e vorrebbe dimenticarla: non essendogli
ciò possibile, invoca da lei la fine dei suoi mali.

      Quando apar l'aulente fiore,
    lo tempo dolze e serino,
    gli auscelletti infra gli albóre
    ciascun canta in suo latino:
    per lo dolze canto e fino                                  5
    si confortan gli amadore,
    quegli ch'aman lealmente.
    Eo lasso no rifino
    per quella che 'l meo core
    va pensoso infra la gente.                                10
      Per quella, che m'ha in ballía
    e m'ha d'amore conquiso
    vo pensoso nott'e dia,
    per quella col chiaro viso:
    co' riguardi e dolce riso                                 15
    m'ha lanciato e mi distringe
    la piú dolze criatura.
    Lasso! quando m'ebe priso
    d'amor tutor mi s'infinge,
    pare di me non ha cura                                    20
      Cogli sguardi m'ha conquiso,
    parlando ond'io mi doglio,
    lasso! quando m'ebe priso;
    or mi va menando orgoglio.
    Adunque partir mi voglio                                  25
    d'Amore e di suo servire
    e de li falsi riguardi,
    e fare ciò ch'io non soglio
    ..... mantenire
    per quella, che tuto m'ardi.                              30
      Ben me ne voría partire
    s'unque lo potesse fare;
    m'adoblaran li martíre,
    non ne poría in ciò campare.
    Adunqua mi conven stare                                   35
    a la sua dolze speranza
    e non essere argoglioso,
    ma tutor merzé chiamare:
    forse ne verá pietanza
    quella, c'ha 'l viso amoroso.                             40
      Canzonetta dolze e fina,
    va', saluta la più gente;
    vann'a quella, ch'è regina
    di tuti gl'insegnamente.
    Da mia parte t'apresente,                                 45
    e si le chiama merzide
    che non degia piú sofrire
    ch'io patisca esti tormente:
    ca rimembrando m'auzide
    e d'amor mi fa languire.                                  50


XI

Credeva di non essere amato; ma ha avuto torto. E n'è lietissimo.

      Ben mi credea in tutto esser d'Amore
    certamente allungiato;
    sí m'era fatto selvaggio e stranero.
    Or sento che in erranza era 'l meo core;
    ché non m'avía ubliato,                                    5
    né riguardato il meo coraggio fèro.
    Poiché servo, m'ha dato, per servire,
    a quella, a cui grandire
    si può somma piacenza
    e somma conoscenza;                                       10
    che tutte gioie di biltate ha vinto,
    sí come grana vince ogn'altro tinto.
      Tant'allegrezza nel meo core abbonda
    di sí alto servaggio
    che m'ha e tiemmi tutto in suo volere,                    15
    che non posa giá mai, se non com'onda,
    membrando il suo visaggio
    ch'ammorza ogn'altro viso e fa sparere
    in tal manera che lá 've ella appare
    nessun la può guardare,                                   20
    e mettelo in errore.
    Tant'è lo suo splendore
    che passa il sole, di vertute spera,
    e stella e luna ed ogn'altra lumera.
      Amor, lo tempo ch'era senza amanza,                     25
    mi sembra in veritate,
    ancor vivesse, ch'era senza vita;
    ch'a viver senza Amor no è baldanza
    né possibilitate
    d'alcun pregio acquistar di gioi' gradita.                30
    Onde fallisce troppo oltra misora
    qual uom non s'innamora,
    ch'Amore ha in sé vertode:
    del vile uom face prode,
    s'egli è villano in cortesia lo muta,                     35
    di scarso largo a divenir lo aiuta.
      Ciascuna guisa d'Amor graziosa,
    secondo la natura
    che vien da gentil luoco, ha in sé valore,
    come arbore quand'è fruttiferosa.                         40
    Qual frutto è piú in altura
    avanza tutti gli atri di savore.
    Onde la gioia mia passa l'ottíma,
    quant'è più d'alta cima;
    di cui si può dir bene                                    45
    fontana d'ogni bene;
    ché di lei sorge ogn'altro ben terreno,
    come acqua viva che mai non vien meno.
      Dunque m'allegro certo a gran rasione;
    ch'io mi posso allegrare,                                 50
    poi sono amato ed amo sí altamente.
    Anzi servir, mi trovo guiderdone
    sí soave umiliare
    ver' me, per darmi gioia, l'avvinente.
    Però più graziosa è la mia gioia                          55
    ca l'aggio senza noia;
    ché non è costumanza
    cosí gran dilettanza
    ch'Amore giá mai desse a nullo amante.
    Però m'allegro senza simigliante.                         60
      Considerando tutto quel ch'è detto
    a quel ch'è a dir rispetto,
    è l'ombra, al meo parere;
    ché non mi par sapere,
    se di sua forma parlare volesse,                          65
    che solo un membro laudare compiesse.


DISCORDI


I

Invita pulzelle e maritate a darsi alla gioia e all'amore.

      Quando vegio la rivera
    e le pratora fiorire,
    e partir lo verno ch'era,
    e la state rivenire,
    e li auselli in schiera                                    5
    cantare e risbaldire,
    no mi posso sofferire
    di non farne dimostranza;
    ch'io agio odito dire
    ch'una grande allegranza                                  10
    non si pò bene covrire,
    se cotanto s'innavanza!
    E l'amanza — per usanza,
    c'ho de la frescura,
    e li alori, — che de' fiori                               15
    rende la verdura,
    sí m'incora — e innamora
    che mi disnatura.
    Und'io trovo novi canti
    per solazo degli amanti                                   20
    che ne canti — tutti quanti.
      Chi trova casione
    fa contra rasione,
    ch'or'è la stasione
    di far messione;                                          25
    a ciò che sia conforto
    lo tempo, ch'è passato,
    di quelle, c'han diporto
    di core innamorato,
    che non degia esser morto                                 30
    chi di bon cor è amato.
    Voi, pulzelle,
    novelle,
    sí belle,
    issa vo' intendete;                                       35
    maritate,
    ch'amate
    istate
    lungamente sète;
    dalli amanti                                              40
    davanti
    cotanti
    piú non v'atenete.
    Rendete le fortesse,
    ché noi vegnán per esse:                                  45
    non state piú in duresse.
      Che l'altesse
    son duresse,
    che voi dimostrate;
    e feresse                                                 50
    e crudellesse,
    quando disdegnate.
    Se paresse
    a voi stesse,
    or non v'amantate;                                        55
    e vivete — in allegranza
    e compiete — la speranza
    di color, che n'han fidanza,
    per l'altèra — primavera;
    ché 'l tempo è gaudente,                                  60
    e la spera — e la cèra
    chiara de la gente.


II

Si lamenta della durezza della donna sua, che un tempo lo aveva fatto
sperar bene: ha fiducia però ch'ella un giorno muti pensiero.

      Oi, amadori, intendete l'affanno
    doglioso, che m'avene,
    che mi convene — una donna servire
    ed ubidire — sovente;
    però ch'io l'ho 'n talento                                 5
    e penaci la mente
    e 'l cor ne sta in tormento;
    e li tormenti e li gravosi dogli,
    ch'io per suo amor patisco.
    Non mi faría l'om tanta guisa noia,                       10
    s'io da lei gioia — avesse
    in vista od in sembiante;
    ma mostrami duresse
    quando le son davante.
      Davante che 'l meo core s'aprendesse                    15
    del suo dolze piagere,
    mostravami di darmi intendimento.
    Or m'ha messo 'n arsura,
    sí ch'io non ho possanza;
    di me non mette cura.                                     20
    Vede se fa fallanza!
      Ma non falla tanto
    quella per cui canto,
    ca s'io fosse santo,
    sanza il suo volire,                                      25
    ch'io no lasasse
    per ella non pecasse,
    s'ella m'amasse
    o mostrasse — piacire.
    E messire — Ivano                                         30
    e 'l dolze Tristano
    ciascun fue sotano
    ver' me di languire.
      S'io languisco,
    non perisco,                                              35
    ma nodrisco — in disianza;
    vo penando
    e pensando
    e chiamando — pietanza:
    come nave,                                                40
    che, soave,
    che sta in grave — tempestanza.
      Cotanto amo,
    che pur bramo
    d'incarnare infra l'amore:                                45
    sto ne' ramo
    piú ch'Adamo
    per lo pome de l'erore.
    Né non dico,
    né disdico,                                               50
    né non faccio dimostranza
    né amico,
    né nemico
    per la mia dolze speranza.
    S'eo la sguardo,                                          55
    'ncendo ed ardo,
    tanto temo no le spiaccia;
    sí ne 'mbardo
    ca tuto ardo,
    par che tuto mi disfaccia.                                60
      Muovi, dansa,
    per amansa
    di quella gentil donzella:
    di' che cansa
    la speransa,                                              65
    se da me piú si rubella;
    ché mi tiene
    'n tante pene
    ch'io non posso piú durare;
    ma la spene                                               70
    mi mantiene,
    per ch'io spero di cantare.


BALLATE


I

Non si vantino le proprie virtú. Dio disperda chi male amministra la
giustizia.

      Molto si fa biasmare
    chi loda lo su' afare
    e poi torn' al niente.
      E molto piú disvia
    e cade in gran falenza                                     5
    chi usa pur folia
    e non ha canoscenza:
    qual om ha piú balía
    piú dé' aver soferenza
    per piacer a la gente.                                    10
      Molti son che no sanno
    ben dir, né operare:
    sed han buon prescio un anno,
    non è da curuciare;
    ché tutto torna a danno.                                  15
    Falso prescio durare
    non pora lungamente.
      Qual om è laldatore
    de lo su' fatto stesse
    non ha ben gran valore                                    20
    né ben ferme prodesse;
    ma l'uom, ch'è di buon cuore,
    tace le su' arditesse
    ed ède piú piacente.
      Valor no sta celato,                                    25
    né prescio, né prodessa,
    né omo inamorato,
    né ben grand'alegressa:
    come 'l fochio lumato,
    quando la fiam'ha messa,                                  30
    si mossa grandemente.
      Strugga Dio li noiosi,
    falsi iscanoscienti,
    che viven odiosi
    di que' che son piacenti;                                 35
    dinanzi so' amorosi,
    dirieto son pungenti,
    com'aspido serpente.
      Sieden su per li banchi
    facendo lor consiglio:                                    40
    dei driti fanno manchi,
    del nero bianco giglio,
    e nonde sono istanchi;
    und'e' mi meraviglio
    come Dio lo consente.                                     45
      Balata, in cortesia,
    ad onta de' noiosi,
    saluta tuttavia,
    conforta li amorosi:
    e di' lor ch'ancor fia                                    50
    li lor bon cor gioiosi
    seranno tostamente.


II

Varie e tante son le bellezze della donna sua.

      Donna, vostre belleze,
    ch'avete col bel viso,
    m'hanno sí priso — e messo in disianza,
    che d'altra amanza — giá non agio cura.
      Donna, vostre belleze,                                   5
    ch'avete col bel viso,
    mi fan d'amor cantare.
    Tante avete adorneze,
    gioco, solazo e riso,
    che siete fior d'amare.                                   10
    Non si poría trovare
    né donna, né donzella
    tanto bella — che con voi pareggiasse,
    chi lo mondo cercasse — quant'el dura.
      Dura 'l meo core ardore                                 15
    d'uno foco amoroso,
    che per voi, bella, sento.
    Tanto mi dá sprendore
    vostro viso gioioso,
    che m'adasta il talento.                                  20
    S'eo languisco e tormento
    tutto in gio' lo mi conto,
    aspettando quel ponto — ch'eo disio
    di ciò ch'io — credo in voi, gentil criatura.
      Maritate e pulzelle                                     25
    di voi so' 'nnamorate,
    pur guardandovi mente.
    Gigli e rose novelle
    vostro viso aportate
    sí smirato e lucente.                                     30
    Ed eo similemente
    'nnamorato son di vue
    assai piú che non fue — Tristan d'Isolda:
    meo cor non solda — se non vostr'altura.


III

Se il poeta è rimeritato del suo affetto, sará il piú felice tra gli
amanti.

      S'eo sono innamorato e duro pene
    secondo che m'avene — sia meritato.
      Se meritato son per bene amare
    o per servir l'amore interamente,
    infra gli amanti giá non avrò pare                         5
    d'aver gio' con disio interamente,
    ch'eo sono messo tutto in voler fare
    ciò che pertene a signor bon servente;
    und'eo spero non essere obliato.
      Se m'obliaste giá non fôra degno                        10
    voi, cui tant'amo e cui servo m'apello;
    che serviragio voi el cor ve pegno:
    partir non pò da voi, tanto gli è bello.
    E tanto li agradisce il vostro regno
    che mai da voi partire non dé' ello,                      15
    non fosse da la morte a voi furato.
      Gioia aspetto da voi e voi la chiero;
    merzé, or non vi piaccia mia finita,
    ch'eo fui, sono e sempre d'esser spero
    vostro servente tanto ch'avrò vita.                       20
    E se tardate piú, saciate eo pèro,
    tant'ho nel core affanno, pena e vita:
    non pò, se no da voi, esser sanato.


IV

L'innamorata arde d'amore e prega l'amante, se ha intenzione di
continuare nella sua fierezza, di volerla piuttosto uccidere.

      Tal è la fiamma e 'l foco
    lá 'nd'eo incendo e coco, — o dolze meo sire,
    che ismarrire — mi fate lo core e la mente.
      Ismarrire mi fate la mente e lo core,
    sí che tutta per voi mi distruggo e disfaccio,             5
    cosí come si sface la rosa e lo fiore
    quando la sovragiunge fredura né ghiaccio.
    Cosí son presa al laccio
    per la stranianza nostra imprumera,
    come la fèra — amorosa di tutta la gente.                 10
      Tant'è 'l foco e la fiamma, che 'l meo core abonda,
    che non credo che mai si potesse astutare;
    e non è nullo membro, che no mi si confonda,
    e non vegio per arte ove possa campare,
    com' quel che cade al mare,                               15
    che non ha sostegno né ritenenza
    per la 'ncrescenza — de l'onda, che vede frangente.
      Se mi sète si fèro com' parete in vista
    e noioso secondo la ria dimostranza,
    ancidetimi adesso ch'eo vivo più trista                   20
    che quand'eo fosse morta; tant'ho grande dottanza!
    Se la bona speranza,
    ch'eo agio di voi mi rinfrangesse,
    s'eo m'ancidesse, — serestene poi penetente.
      Io non v'oso guardare né 'n viso né 'n ciera            25
    né mostrarvi sembianti, come fare solía,
    ché mi faite una vista mortale e crudera,
    com'eo fosse di voi nemica giudía.
    Ed esser non dovria
    perch'io ci colpasse; ché la casione                      30
    de l'ofensione — non fue che montasse niente.


V

Calda e viva esaltazione dell'onore.

      Fermamente intenza
    . . . . . . . . . [-enza]
    . . . . . . . . .[-enza]
    . . . . . . . . .[-era]
      . . . . . . . . . . . . .                                5
    . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . .
      . . . . . . . . . . . . .                               10
    E tutto quanto 'l bene,
    per lei si mantiene:
    se non donasse pene,
    ben fôra gioia intera.
      . . . . . . . . . . . . .                               15
    . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . .                                 20
    . . . non si trova
    se non vera prova.
    Diversamente giova
    in ciascuna manera.
      O signori onorati,                                      25
    poderosi e caunoscenti,
    non siate adirati
    ad esempro di serpenti:
    quanto son piú incantati,
    allora stan piú proventi                                  30
    a la lor natura.
    Con buona ventura
    per la vostr'altura
    risprende la rivera.
      Cosí come nel mondo                                     35
    non ha corpo senza core;
    e come non ha fondo
    a contar la gioi' d'amore,
    cosí nessuno pondo
    par né simil è d'aunore                                   40
    a ben conquistare
    e perseverare.
    Donque chi comprare
    la vòl, conven che pèra.
      Ché no si pote avere                                    45
    per aver né per tesauro,
    senza bono volere,
    chi mettesse tutto l'auro.
    Chi ben vuole piacere
    serva e no aspetti ristauro                               50
    se non da l'onore,
    per lo cui amore
    fatt'è servidore
    di ciascun che lo 'mpera.
      E l'onor li daráe                                       55
    sí compiuto guiderdone,
    che si ricorderáe
    quando fie di lui menzione,
    quelli che piú nd' aráe
    piú fie ricco per rasione                                 60
    di quella riccheza,
    onde nasce grandeza
    e tal gentileza
    ch'è diritta e vera.


SONETTI


I

AL GUINIZELLI

Disputa sulla nuova maniera di poetare.

      Voi, ch'avete mutata la mainera
    de li piacenti ditti dell'amore
    de la forma, dell'esser, lá dov'era,
    per avansare ogn'altro trovatore;
      avete fatto come la lumera,
    ch'a lo scuro partito dá sprendore,
    ma no quine ove luce l'alta spera,
    la quale avanza e passa di chiarore.
      E voi passat'ogn'om di sottigliansa;
    e non si trov'alcun, che ben ispogna,
    tant'è iscura vostra parlatura.
      Ed è tenuta gran dissimigliansa,
    ancor che 'l senno vegna da Bologna,
    traier canson per forsa di scrittura.


II

L'uomo deve resistere fortemente ai colpi di fortuna.

      Dev'omo a la fortuna con coragio
    istar piú forte quando incontra gli ène,
    e quanto piú gli cresce e fa damagio,
    alora piú conforta la sua ispene.
      E questo agio veduto per usagio:
    che 'l bene e 'l male l'uno e l'altro avene;
    per me lo dico, che provato l'agio:
    chiunqua sé sconforta, no fa bene.
      Ben ce dovemo de lo mal dolire,
    tempo aspetare e prendere conforto,
    sí che lo male no tanto rincresca.
      Eo, disiando, pensaimi morire:
    ventura m'ha condutto a sí bon porto,
    che tute le mie pene in gioi' rifresca.


III

Sebbene ferito, tacerá, perché cosí spera di vincere la durezza della
donna sua.

      Feruto sono e chi di me è ferente
    guardi che non m'alcida al disferare,
    ch'i' ho veduto perir molta gente,
    no nel ferire, ma nel ferro trare.
      Però feruto, voglio istar tacente,
    portar lo ferro per poter campare,
    ché per sofrenza diviene om vincente,
    ch'ogna cosa si vince per durare.
      Però chero mercé a voi, mia spera,
    dolce mia donna e tutto mi' conforto,
    non disferate mia mortal feruta.
      Mercé, per Deo, non vi placia ch'i' pèra,
    per soferenza tosto aspetto porto:
    per lunga pena 'l mi' cor non si muta.


IV

Chi ha la fortuna favorevole non si rallegri troppo.

      Qual omo è su la rota per ventura
    non si ralegri perché sia inalzato,
    ché, quanto piò si mostra chiara e pura,
    alor si gira ed hallo disbasato.
      E nullo prato ha sí fresca verdura,
    che gli suoi fiori non cangino istato;
    e questo saccio ch'avien per natura:
    piú grave cade chi piú è montato.
      No se dev'omo troppo ralegrare
    di gran grandeza né tener ispene,
    ché gli è gran doglia alegressa fallire.
      Anzi si deve molto umiliare,
    non far soperchio perch'agia gran bene,
    ché ogna monte a valle dé' venire.


V

Non basta cominciare bene: perseverare bisogna.

      Omo, ch'è sagio ne lo cominciare,
    molto gran bene ne gli può seguire;
    acciò che saccia ben perseverare,
    chi ben comincia dovria ben fenire.
      Non vale incominciar senza durare,
    né guadagnare sanza ritenire:
    agio veduto om molt'aquistare
    in poco tempo tutto impoverire.
      Per me lo dico, a cui è dovenuto
    ch'agio perduto, per ma' ritenere,
    quel ch'aquistai in picolo termíno.
      Lasso taupin, non val se son pentuto;
    chi vòl durare dé' misura avere
    e atenenza di bon senno e fino.


VI

È come il fanciullo, che torna al fuoco ove s'è bruciato.

      A me adovene com'a lo zitello,
    quando lo foco davanti li pare,
    che tanto li risembla chiaro e bello
    che stendive la mano per pigliare.
      E lo foco lo 'ncende e fallo fello,
    ché no è gioco lo foco tocare;
    poi ch'è pasata l'ira, alora e quello
    disia inver' lo foco ritornare.
      Ma eo, che trago l'aigua de lo foco;
    e no è null'omo, che 'l potesse fare;
    per lacrime, ch'eo getto, tutto coco,
      chiare e salse, quant'aqua di mare:
    candela, che s'aprende senza foco,
    arde e incende e non si pò amortare.


VII

Giuoca intorno alla parola «fiore».

      Tutto lo mondo si mantien per fiore:
    se fior non fosse, frutto non sería;
    per lo fiore si mantene amore,
    gioie e alegreze, ch'è gran signoria.
      E de la fior son fatto servidore,
    sí di bon core che piú non poría;
    in fiore ho messo tutto 'l meo valore;
    si fiore mi falisse, ben moría.
      Eo son fiorito e vado piú fiorendo,
    in fiore ho posto tutto il mi' diporto,
    per fiore agio la vita certamente.
      Com' piú fiorisco, piú in fior m'intendo;
    se fior mi falla, ben sería morto;
    vostra mercé, madonna, fior aulente.


VIII

Piú la ama e piú ella non cede.

      Dentro da la nieve esce lo foco,
    e, dimorando ne la sua gialura,
    e' vincela lo sole a poco a poco;
    divien cristallo l'aigua, tant'è dura.
      E quella fiamma si parte da loco
    e contra de la sua prima natura;
    e voi, madonna, lo tenete a gioco:
    com' piú vi prego, piú mi state dura.
      Ma questo agio veduto pur istando
    l'acerbo pomo in dolce ritornare,
    ma giá vostro core non s'inamora.
      La dolce cèra vede pur clamando,
    li augelli vi convitano d'amare,
    amar convene la dolce criatora.


IX

Senza sapere, i signori possono perdere la signoria.

      Saver, che sente un piciolo fantino,
    esser devria in signor, che son seguiti;
    schifa lo loco, ov'ello sta al dichino,
    e teme i colpi, i quagli ha giá sentiti.
      Chi sí non fa, pò perder so dimíno
    e li seguaci trovasi periti;
    però muti voler chi no l'ha fino
    e guardi a' tempi, che li son transíti.
      Ca pentimento non distorna il fatto;
    megli' è volontá stringer che languire:
    chi contra face a ciò ch'eo dico, sente.
      Lo saggio aprende pur senno dal matto;
    om, c'ha piú possa, piú dé' ubidire:
    catel battuto fa leon temente.


X

Ella ha in sè ogni cosa piacente, ogni valore, ogni conoscenza.

      Vostra piacenza — tien piú di piacere
    d'altra piacente; però mi piacete.
    E la valenza — avete in piú valere
    d'altro valor; però tanto valete.
      Se caunoscenza — avete in caunoscére,
    che caunoscenti cose cognoscete,
    non è parenza — ch'al vostro parere
    s'aparegiasse; sí gaia parete.
      Altèra sovra l'altre inalturate,
    lo meo volere vòl ciò che volete;
    cosí vostra volenza a sé mi trai.
      Chera sovra l'altre rischiarate,
    d'uno sprendore sprendente isprendete,
    che piú risprende che del sol li rai.


XI

Molti amano non ricompensati, e il poeta è fra questi; ma sarebbe
cortesia che il suo amore fosse un giorno veramente compreso.

      Ne l'amoroso foco molti stanno
    a grande 'nganno — per la vanitate,
    per li amorosi detti lor che fanno
    e nulla sanno — de la veritate.
      E molti son, che non dicon né dánno;
    e molti stanno — sanza pietate;
    ed io son d'esti molti, ch'a ciò vanno
    con grand'afanno — e con diversitate.
      E son perseverato in questo ardore
    con fermo core — e non son meritato,
    ché lung'usato — m'ha fatto natura.
      Ma ben sarebe cortesia d'amore
    se 'l gran calore, — ond'io sono alumato,
    fosse incarnato — sí com'è 'n figura.


XII

Si sente lieto, ché, per ben servire, otterrá l'amore di lei; ma non
ne fa mostra.

      Per fino amore — lo fiore — del fiore — avragio
    perch'a l'usagio — ch'agio — sí convene,
    del gran dolzore — sentore — al core — ched agio
    in segnoragio — sagio — mi ritiene.
      Del meo calore — splendore — de fòre — non tragio:
    senn'e vantagio — per legnagio — vène;
    rendo aunore — laudore — in core, — e 'n visagio
    per tal coragio — non cagio — di spene.
      Cosí lo bene — vène — in acrescensa,
    presgi' e valensa — in caonoscensa — regna,
    disvia sdegna, — spegnasende — orgoglio.
      La fede spene — tene — per plagensa,
    valensa — pensa — che lausor la tegna.
    Chi vive a 'ngegna — pèra — di cordoglio!


XIII

1

DI UN ANONIMO A BONAGIUNTA

Come farsi riamare dalla sua donna.

      Eo so ben ch'om non poría trovar sagio
    sí come voi, maestro Bonagiunta.
    Però del meo saver levate sagio
    e lá ove bisognasse fate giunta.
      Per mal parlar perdéla tal ch'io sagio:
    par di belleze no la vede om giunta.
    D'amor mi meritava. Or dite s'agio
    vita tenebrosa 'n esta giunta.
      Consiglio chero al vostro gran savere,
    che mi dichiate, se si può savere,
    com'eo mi degia partir d'esto amare.
      Per questo aportator mi fate dire,
    per cortesia, com'io le mandi a dire
    ta' motti ch'ella torni a me amare.

2

RISPOSTA DI BONAGIUNTA

Il vero amore cresce per il servire e per il tacere, e non per il
parlare.

      Però che sète paragon di sagio
    e d'ogni caonoscenza fina giunta,
    a voi mi racomando, non per sagio
    né per maestro, ma per Bonagiunta.
      E prego Dio che 'l mio frutto agia sagio,
    che v'intalenti ne la prima giunta:
    lo vostro detto nobile non sagio,
    ch'eo non vidi unque cosa sí ben giunta.
      E non mi si conven tanto savere
    ch'io consigli lo vostro gran savere
    di cose, che cotanto sono amare.
      Ma dicovi ch'i'agio audito dire
    ca fino amante non vince per dire,
    ma serve e tace, e quindi cresce amare.


XIV

1

DI UN ANONIMO A BONAGIUNTA

Domanda se debba o no manifestare alla donna il suo amore.

      Poi di tutte bontá ben se' dispári
    tu, Bonagiunta, di noia rimondo,
    di far piacere a li buon tutti pari,
    e sa' lo fare me' ch'om si' a esto mondo.
      Di ciausir motti Folchetto tu' pari
    non fu, né Pier Vidal, né 'l buon Dismondo.
    Però m'inchino a te, sí com' fe' Pari
    a Venus, la duchessa di lor mondo.
      E prego che 'l tuo presgio, che le ale
    miso 'n alt'ha che lá unque volo;
    lo 'ntendo da presgiati che ben sallo;
      un consiglio mi dá che sia leale
    d'una donna ch'amo e gran ben vòlo:
    si le 'l dirò or no? ch'anco non sallo.

2

RISPOSTA DI BONAGIUNTA

Vero amore è quello che è noto tanto all'uomo quanto alla donna.

      Lo gran presgio di voi sí vola pari,
    che fa dispári — ad ogni altro del mondo,
    qualunqu'è que', ch'avanti a voi si pari
    è pari — come rame a l'oro mondo.
      Però chi vòl valere, da voi impari
    gli apari — che del mal fan l'om rimondo,
    che 'n voi commendan li due, che son pari,
    ma piú che pari — Folchetto né Smondo.
      E 'l vostro prescio è quello, che le ale
    miso in alt'ha e hanno fatto gran volo,
    sí che gran parte de li buoni sallo.
      E però dico con detto leale
    che dichiate con senno e non con volo,
    ch'amor non è s'ambur parti non sallo.


XV

Si rifletta prima di operare e di dire.

      Chi va cherendo guerra e lassa pace,
    ragion è che ne pata penitensa:
    chi non sa ben parlar me' fa se tace,
    non dica cos'altrui sia spiagensa.
      Chi adasta lo vespaio follia face,
    e chi riprende alcun sanza fallensa,
    e' fra cent'anni si trova verace,
    chi ha invidia di sé, d'altrui mal pensa.
      Se vo' saveste quel ch'i' so di voi,
    voi n'avereste gran doglienz'al core
    e non direste villania d'altrui.
      Però ne priego ciascuna di voi,
    sapete 'l mal? tenetelo nel core;
    se non volete udir, non dite altrui.


XVI

Vuol salire in alto sulla sedia del comando.

      Movo di basso e vogli'alto montare,
    come l'augel, che va in alto volando;
    stendo le braccia, sí voglio alto andare,
    come la rota in su mi va portando.
      Nell'alta sedia mi voglio posare
    a tutta gente signoria menando;
    nulla persona mel pò contradiare,
    ché la ventura mi ven seguitando.
      In cima della rota........
    ...............
    e a me data la sua signoria.
      Ben aggia chi m'ha messo in tale stato,
    ch'unque miglior non lo pori' avere,
    ch'aggio tutto lo mondo in balía.


XVII

Loda le bellezze di lei.

      Gli vostri occhi ch'e' m'hanno divisi
    li spiriti, che son dentro nel core!
    E escon fuor con sí grande tremore,
    ch'i' ho temenza che non sieno ancisi.
      E poco stando, un sospiro sí mi si
    parte, ch'ahi! mess'ha l'anima in errore,
    e ben sembra ne la virtú d'amore
    guardando gli atti suoi cosí assisi.
      Ella è saggia e di tanta beltate,
    che qual la vede convene che allora
    mova sospiri di pianto d'amore.
      Però lo dico chi ha gentil core
    che tegna mente sí com'ella onora
    ciascuna gente, c'ha in sé nobiltate.


XVIII

Per quanto abbia pregato la Madonna, non ha potuto levar gli spiriti
malvagi da alcuni sonetti.

      Con sicurtá dirò, po' ch'i' son vosso,
    ciò ch'adivene di vossi dettati,
    ch'i' nd'ho sonetti in quantitá trovati,
    che di malvagi spiriti hanno adosso.
      Per la pietá de' quali i' mi son mosso
    e da la Nossa Donna gli ho menati
    e con divozion raccomandati
    e raccomando sempre quanto posso.
      Ma non son certo perché s'adovegna
    che per mei preghi partiti non sono;
    se peccato, che sia in lor, non nòce,
      o perché mie preghiera non sie degna;
    però vi prego, se nde fate alcono,
    che li facciate il segno della croce.


SONETTO DI DUBBIA AUTENTICITÀ

Spera di ritornar lieto.

      Nel tempo averso om dé' prender conforto
    e con francheza inardir lo su' core,
    che vilitate no gli dia isconforto,
    perché perisca per troppo temore.
      Neiente val chi sé giudica morto,
    se non contrasta, quanto pò, 'l martore;
    ché 'l tempo muta ispessamente porto
    e torna in alegreza lo dolore.
      Cosí spero in alegreza tornare
    e per sofrenza vincer lo tormento,
    ch'aggio patuto e pato per sofrire.
      L'aulente fior, che solea sormontare
    ogn'altra di fin pregio e valimento,
    su' sfogliamento omai dé' renverdire.


II

TENZONI


I

TENZONE FRA GONNELLA ANTELMINELLI, BONAGIUNTA E BONODICO

I

GONNELLA A BONAGIUNTA

Perché il ferro si lima col ferro?

      Una rason, qual eo non sacio, chero:
    ond'è che ferro per ferro si lima?
    è natura di vena o di tempèro?
    o molleza di quel che si dicima?
      Cresce e dicresce, corrompe e sta 'ntero,
    per sua natura, sí com' fue di prima?
    Parlára più latin se non ch'eo spero
    che tutto sa chi è dottor di rima.
      Sentenza aspetto e di ciò mi confido:
    per essa provarò per argomento
    che senno e natural rasion non falla.
      D'ogn'arte de l'alchima mi disfido
    e d'om che muta parlar per acento;
    non trae per senno al foco la farfalla.

II

RISPOSTA DI BONAGIUNTA A GONNELLA

L'un ferro vince l'altro per forza dell'acciaio.

      De la rason, che non savete vero,
    di rasion è che 'l mio parer dé' stima.
    L'un ferro vince l'altro per aciero,
    ciò è lo flor del ferro, che si sprima
      per foco, finch'è blanco ch'era nero;
    e mettesi dal taglio e da la cima,
    e cresce in de lo stato primero
    sí ch'altro ferro da lui non strima.
      Sentenza dia l'aucel, che fece il nido
    quando la gran fredura fi col vento;
    ca per lo caldo ciascun ride e balla.
      Io sacio che di giorno in giorno grido
    lo contrario del nostro piacimento:
    se no m'amollo, tal voler m'avalla.

III

RISPOSTA DI BONODICO A GONNELLA

Il ferro corrode il ferro per artifizio.

      Non so rasion, ma dico per pensero:
    però lo ferro per ferro si strima
    che sua vertute per artificero
    per piú dureza di quel ch'è dirima.
      Tolle, perde, muta e sta primero,
    la sua manera per atto si sprima.
    Latino, come sento, respondèro:
    ben sa chi omne, ch'è accidente, stima.
      In cui è la sentenza mi raffido
    che sia prova d'ogna provamento:
    lo ver sempre verace non si malla.
      Per arte molte campane saucido,
    d'altrui no m'asicuro né spavento:
    per allumar lo parpaglion si calla.

IV

RISPOSTA DI GONNELLA A BONAGIUNTA

Perché vera arte non si può imparare?

      Pensávati non fare indivinero,
    sí com' tu fáme, che vòi che si sprima
    per aventura e non per maestero
    lo tuo risposo e t'ange ch'io 'l riprima.
      Poich'eo sperava non esser fallèro
    tal senno, che si dice che sublima:
    chi bene intende pò dar di legero
    risposa, che per lui si diprima.
      Ingegno aiuta l'arte, e ciò dicido,
    unde natura apprende affinamento:
    folle fôra chi cher rasone e salla!
      Ma sai che chero e sovente mi strido:
    ver'arte und'è che non ha prendimento?
    Acel di monte pelle equo di stalla.

V

RISPOSTA DI BONAGIUNTA A GONNELLA

L'arte corregge la natura; ma, mentre vuol sollevarla, non cerchi
d'opprimerla.

      Naturalmente falla lo pensero,
    quando contra rason lo corpo opprima,
    como fa l'arte, quand'è di mistero;
    vòle inantir natura, si part'ima.
      Perché natura dá ciò ch'è primero
    e poi l'arte lo segue e lo dirima;
    e sa piú d'arte chi è piú 'ngegnero
    e meno chi piú sente de l'alchima.
      Unde l'alchima verace non crido,
    perch'è formata di transmutamento:
    di sí falsi color tra' le metalla!
      Ma se ver'arte no s'aprende, fido
    che sia peccato contra, parimento;
    ché non è frutto se non è di talla.


II

TENZONE FRA BARTOLOMEO E BONODICO

I

BARTOLOMEO A BONODICO

Se donna gentile debba amare amante baldo e ardito o incerto e
dubbioso.

      Vostro saver provato m'è mistieri,
    poi mi so' in tutta dubitanza.
    Di dui amanti molto piacentieri,
    ch'aman di fino core un'alta amanza,
      l'un ha baldeza e mostra volentieri
    ciò che gli avèn per lei con arditanza;
    l'altr'è dottoso e biasma li parlieri,
    ch'a la sua donna contan lor pesanza.
      A cui degia donar so intendimento
    la gentil donna, che di ciò è sagia?
    Ch'io no nd'ho caunoscenza in veritate.
      Però vi prego claro intendimento
    per vostra bontá tostamente n'agia,
    scrivendomi di ciò la veritate.

II

BONODICO A BARTOLOMEO

Donna valente deve amare colui che a lei piaccia.

      Giá non sète di senno sí legieri
    che v'abisogni il meo per far certanza;
    ma piaquevo per mettervi 'n penseri
    di ciò che dite d'altrui innamoranza.
      S'eo vi rispondo co' nd' agio sentieri,
    rason, ch'è 'n voi, damende baldanza,
    poich'amor nasce, regna per piaceri
    e per altra vertú non fa mutanza.
      Amar non pò contra 'l suo piacimento
    donna valente, col fin amor sagia:
    voi ne savete 'l ver, che mi negate.
      Altro non vo' dichiaro, ch'eo non sento:
    non richerete in me piú ch'eo non n'agia;
    s'eo vi discrivo fallo, voi mendate.




III

GONNELLA DEGLI ANTELMINELLI


STANZA

Come deve contenersi il franco amatore?

      Certo, non si convene
    presiar donna, s'amore
    no la vince o merzede.
    Donqua, com' si mantene
    lo leale amadore,
    che vòl servire in fede?
    Ché per laudar menzogna non dé' dire,
    e ben fôra fallire
    donna laudare, cui no stringe amanza
    o per bon ciasimento o per pietanza.




IV

FREDI


CANZONE

È caduto dall'altezza primiera, ma spera di risollevarsi.

      Dogliosamente con gran malenanza
    conven ch'io canti e mostri mia graveza,
    ché per servire sono in disperanza,
    la mia fede m'ha tolta l'alegreza.
    Però di canto non posso partire                            5
    poich'a la morte mi vado apressando,
    sí come 'l cecen, che more cantando,
    la mia vita si parte e vo' morire.
      Partomi di sollazo e d'ogne gioco,
    e ciascun altro faccia a mia parvenza,                    10
    ché dentro l'aigua m'ha brusciato il foco,
    mia sicurtate m'ha dato spavenza.
    Fui miso in gioco e frastenuto in pianto,
    sí falsamente mi sguardao so sguardo,
    sí come a lo leone lo lupardo,                            15
    ch'a tradimento li levao l'amanto.
      Per tradimento sono dismaruto,
    di qual null'omo potesi guardare;
    e son sí preso e sí forte feruto,
    ch'agio dottanza di poter campare.                        20
    Poiché le piaque a quella, c'ha in podere
    la rota di Fortuna permutare,
    però le piaccia di me ralegrare:
    cui ha saglito, facialo cadere.
      Facia 'n tal guisa che naturalmente                     25
    vadan le doglie, che ho non pe' rasone,
    ché non è gioco d'essere servente
    a chi è meno di sua condizione.
    E rason porta di punir li mali,
    però si guardi chi mi tene a dura,                        30
    ché la pantera ha in sé ben tal natura,
    ch'a la sua lena tragon li animali.
      S'eo trago a voi non voi' piú star tardando,
    ch'io non saccia in che guisa mi trovo:
    ardo, consumo e struggo, pur pensando                     35
    com' son caduto e unde e com' mi trovo.
    Però ciascun faccia di sé mutanza
    e agia in sé fermeza e novo core:
    lo fenix arde e rinova megliore,
    non dotti l'om penar per meglioranza.                     40
      Però la sesta faccia movimento,
    ancor che paia altrui disordinato,
    e faccia mostra per avedimento
    che ciascun guardi chi siede in mio stato.
    Ché ciascun d'alto potesi bassare,                        45
    se regimento non ha chi 'l difenda:
    lo leofante null'omo riprenda,
    se quando cade non si può levare.




V

DOTTO REALI


CANZONE

Privazioni e disagi, che sostiene per causa d'amore.

      Di ciò che 'l meo cor sente,
    inver, neente — taccio:
    saccio; — però fo laccio
    per prender amore.
    Vero è, non disdico:                                       5
    s'eo dico — vento — spento,
    contra talento — sento
    sí alto valore.
    Provo — novo — trovare:
    parlare — d'amare — mi face                               10
    amore, ch'è verace.
    Aggio — saggio — veduto
    compiuto — che muto — non tace,
    né per natur' ha pace.
      Però di dir non lasso,                                  15
    né passo — ditto — dritto:
    in ch'io son fitto, — gitto
    mio greve pensero.
    Ca quei che piú par gioia
    m'è en noia: poco — foco                                  20
    in loco — pare gioco,
    crescendo par fèro.
    Quale — male, — s'uzansa
    l'avansa, — bassansa — può avere,
    se non per astenere?                                      25
    Tempo — ben pò — fuggire
    soffrire... — , d'audire
    di ciascun c'ha savere.
      Ché ciascuna vertude
    conclude — fede; — crede                                  30
    omo che vede; — chiede
    ch'è ciò che vòl; tene
    non ch'è fé per credensa,
    sentensa — spera — vera,
    ch'è luce intera — clera,                                 35
    per cui vita vene.
    Morte — forte — disdegna:
    spegna — non segna — fallire,
    ma dá fallo fuggire.
    Arte — parte — per pianto,                                40
    di tanto — o quanto — ben dire
    si può sensa finire.
      Oh quante pene passa
    chi lassa — voglia! — Doglia
    da sé dispoglia, — scoglia,                               45
    como fa serpente.
    Seguirla no è vita
    nodrita, — ch'ira — tira
    lo core, gira. — Mira:
    male chi non sente!                                       50
    Molte — volte si sferra
    chi serra — ... — chi caccia
    visii, vertú allaccia.
    Fama — chiama — chi pensa;
    non tensa, — offensa — non faccia                         55
    omo tal, che sé isfaccia.
      Però di dir non tardi,
    ma guardi — danno, — c'hanno
    quei che non sanno: — stanno
    in vita penosa.                                           60
    In ciò saver si loda:
    chi mod'ha, — cura — pura
    con mizura: — dura
    in cui senno posa.
    Ésca — pesca — chi prende:                                65
    sé vende — chi rende — penseri
    assai piú leggeri.


SONETTI


I

A MEO ABBRACCIAVACCA

Domanda schiarimenti perché egli abbia cuore scontento e volontá
imperfetta.

  A te, Meo Abracciavacca, Dotto Reali, menimo frate dell'ordine
  dei cavalieri di beata Maria, manda salute.

  Pensando che lo cor dell'omo non si chiami contento in de lo
  stato là' u' si trova; e sí come sono divizi li stati e le
  condissioni dell'omo, cosí sono divize le volontadi. E per le
  volontade, che sono diverse in del corpo de l'omo, perfessione
  non si trova in intelletto, ma parte de le cose si puon sentire
  per esperiensa e per ingegno; e ciò giudica ragione umana. E io,
  conoscendo in me simile core e volontade per defettiva parte del
  mio sentire, mi movo per fare me chiaro del mio difetto. E,
  accioché scuritate riceva lume da quella parte che dar lo pò,
  mando a te questo sonetto per tutte quelle cose che di sopra son
  ditte. E risponsione mi manda di ciò che senti. E mostralo a
  frate Gaddo e a Finfo.

      Similimente canoscensa move
    lo cor dell'om, che spesso si disforma,
    sí come l'aire face quando plove,
    che per contrario vento si riforma.

      E venta puro e mostra cose nòve
    in occhio d'om per parer non per forma.
    A simil, parlo per intender prove
    del meo defetto da ciò che piú forma.

      E ciò è mezzo di principio fine,
    e di fine principio naturale,
    ch'assai paleze mostra, in cui figura

      qual d'esti dui piú sente, e chi di fine
    intenda, non che porti naturale,
    per sé manda per compier la figura.


II

Allo stesso

Sulla questione: Se l'anima viene compíta da Dio, com'è che può
fallire?

      A piò voler mostrar che porti vero
    non magistero — di ciò sta nascoso,
    e di ciò spesso me medesmo chero
    e sí mi fero — ch'eo vivo doglioso.

      Qual per natura pò sentire intero
    ciò ch'è mistero, — di che non dire oso?
    Per me comune piò che 'l lume cero
    non mi dispero — e faccio risposo.

      A intelletto volontá pertene,
    perché convene — che l'alm'aggia vita
    e sia finita, — ben discenda pura.

      Ché suo vazel tal natura — mantene,
    qual li adivene — da quella ch'è unita,
    ancor ch'aita — sia d'altra fattura.




NOTA


Si ripubblicano qui quei _Rimatori lucchesi del secolo XIII_, che eran
comparsi or non è molto nella _Biblioteca storica della letteratura
italiana_ (n. VII, Bergamo, 1905) diretta da F. Novati[3]. Il
patrimonio poetico di Gonnella Antelminelli[4], Bonodico[5],
Bartolomeo, Fredi e Dotto Reali riman sempre lo stesso; qualche
leggera variazione si ha invece per quello di Bonagiunta Orbicciani.
Il son. XI «In prima or m'è noveltá bona giunta», che a noi primamente
era sembrato potersi attribuire all'Orbicciani, per quanto adespoto
nell'unico cd. antico che lo conteneva (Pal. 418[6]), bisognerá
toglierglielo addirittura. Non tutto è piano e chiaro; ma il «ser
Bonagiunta» del v. 7 è un vero e proprio vocativo. Sí che
non può essere autore del sonetto colui, al quale esso viene
indirizzato[7]. Cosí, per le buone ragioni messe innanzi specialmente
dal Rossi[8], va ritenuto spurio il son. «Chi se medesmo inganna per
neghienza», che era stato collocato fra le rime di «dubbia
autenticitá»[9].

In compenso, per merito di un noto valente studioso, acquista
sicuramente la ball. «Fermamente intenza» (n. V)[10]; e noi ora gli
assegnamo senz'altro la canz. «Ben mi credea in tutto esser d'Amore»
(n. XI). Un tempo, è vero, ci era sembrata l'opera di un
falsificatore, sebbene abilissimo, anche perché conservataci solo
dalla _Raccolta giuntina_ del 1527 (IX, 108)[11]. Ma recenti studi han
dimostrato la estrema attendibilitá di quella silloge[12]. Che tale
canzone poi derivi da un ms., che potrebbe anche essere il Pal. 418,
ha reso evidente, a parer nostro, F. Pellegrini[13]. Qui si
aggiunge a rincalzo della derivazione manoscritta che «addivenir» del
v. 36 va manifestamente corretto in «a divenir». I Giunti si trovaron
dinanzi ad uno di quei raddoppiamenti cosí frequenti nelle antiche
scritture fiorentine «a ddivenir», e non lo seppero intendere.

Quanto al tempo, con gli spunti di «dolce stil nuovo» che lascia
intravedere[14], deve con molta verisimiglianza riportarsi agli ultimi
anni del rimatore[15].

Le osservazioni, che la prima edizione ispirò a una critica acuta e
sagace, han giovato non poco alla presente ristampa. Alla quale
apportammo anche di nostro tutti quei miglioramenti, che consigliavano
i progressi ulteriori degli studi e l'attenta riesamina del testo[16].
Tenendo ben presente il pubblico, al quale ora ci rivolgevamo, fu
nostra massima cura di render sempre chiaro, per quanto era possibile,
il pensiero di questi rimatori e di dar la esatta corrispondenza
moderna di vocaboli ed espressioni antiche. La disposizione del testo
è sempre quella; soltanto fu introdotta una leggera trasposizione per
le tenzoni, ché parve opportuno, a meglio e piú prontamente
intenderle, ravvicinar fra loro i vari sonetti di «proposta» e di
«risposta». Naturalmente anche i criteri, con cui fu messo insieme,
son rimasti gli stessi: tuttavia la voce dei cdd. diversi da quello,
su cui il componimento veniva esemplato, fu piú spesso tenuta presente
ed ascoltata.

Di regola, però, quando la lezione del cd. esemplato vada bene per il
senso, si adotta, anche se l'accordo degli altri cdd. dov'è alquanto
diversa possa invitare a sostituirla. Evidentemente alcune volte, nei
cdd. meno antichi, la parola è ammodernata: c. II, 14 «gioia», 18
«dee»; ball. III, 9 «ond'» etc.; talvolta non c'è nessuna ragione
perché Bonagiunta, nella condizione speciale in cui si trovava[17],
non abbia scritto cosí come il cd. porta: c. I, 6 «cusí», III,
14 «du'»; ball. II, 18 «sprendore», 24 «criatura», 30 «smirato», III,
19 «sono», ecc. Certo, non si esclude che in qualche parte la vera
lezione possa nascondersi negli altri cdd., se anche sieno in lieve
disaccordo: cfr., ad es., c. III, 13 «sentire, sentore», ecc.

Anche dal punto di vista della metrica, questa edizione si trova
avvantaggiata[18]. Dopo lo studio del Parodi, è indubitato il trionfo
della rima siciliana di fronte alla cosí detta rima impropria:
l'accolgo, quindi, nei casi, in cui egli ebbe giá ad indicarla per i
nostri rimatori[19]. Solo nei due son. VIII, 11-14 «inamora: criatora»
e XVIII, 10-13 «sono: alcono», la forma con «o» mi sembra preferibile
(cd. «criatura» e «alcuno») perché l'«u» in «o» ha l'appoggio di un
altro testo lucchese[20]: «alcono» è inoltre forma guittonesca[21] e,
per conseguenza, possibilissima in Bonagiunta. Per la stessa ragione,
in c. XI «misora» 31 e «vertode» 33[22]. Se non che, fino a che
ulteriori studi non ci avran meglio chiariti sulle abitudini metriche
degli antichi rimatori, sará prudente ed opportuno non spingersi piú
oltre. Ché si corre il rischio di giudicare della metrica del sec.
XIII — per necessitá di cose imperfetta — secondo criteri affatto
moderni[23].

In altra parte di questo volume sono esposte le norme relative alla
grafia adottata[24]. Con tutto ciò qualche incongruenza resta.
Minuzie. Senza dubbio! Ma il far diversamente avrebbe richiesto
una serie di piccole ricerche, a cui non era qui il caso di
sottoporsi. Quello che importa è che niente è stato toccato, che possa
in qualche maniera aver relazione col dialetto di questi rimatori o
trovi una qualche rispondenza nella realtà fonica toscana.

Poche aggiunte, e d'importanza minima, debbo fare alla bibliografia.


CODICI.

_a_) Vaticano 4823. Per quanto ci riguarda, non è che tarda copia
(sec. XVI) del Vat. 3793[25]. Contiene: di Bonagiunta c. IV (129v), V
(129r), VI (128r), VIII (127v), IX (284r), X (124v); disc. I (125v),
II (126v); son. I (401r), XI (342r), XII (342r) XIII, 2 (400v), XIV, 2
(401r) — di Fredi c. I (106v) — di Dotto Reali son. I (6r)[26].

_b_) Chigiano L. IV, 131: di vario tempo e di varie mani[27]. La
maggior parte dei componimenti che contiene deriva dal Pal. 418[28].
Tali sono: di Bonagiunta c. IV (p. 85), V (p. 120), VI (p. 90), IX (p.
102); disc. I (p. 115); ball. I (p. 81), III (p. 15), IV (p. 35). I
due son. I (p. 839) e IV (p. 849)[29] invece si trovano in quella
sezione, sulla cui provenienza si discute[30]. Essi certo non derivano
dalla raccolta di rime antiche pubblicate dal Corbinelli in fine de
«La bella mano»; la collazione da me istituita permette di affermare
la strettissima relazione di questo testo con quello del
Mediceo-Laurenziano pl. XC inf. 37[31]. Sí che l'ignoranza di questo
cd. nessun danno produsse alla primitiva costituzione della lezione
dei due sonetti.


STAMPE.

α) V. NANNUCCI, _Manuale della letteratura del primo secolo
della lingua italiana_, Firenze, 1843, I, 187 sgg. Contiene di
Bonagiunta c. VI e XI; ball. II; son. III, IV, VIII[32].

β) H. KNOBLOCH, _Die Streitgedichte im Provenzalischen und
Altfranzösischen_, Breslau, 1886. Contiene il son. di Bartolomeo
«Vostro saver provato m'è mistieri» (p. 68).

γ) B. WIESE, _Altitalienisches Elementarbuch_, Heidelberg,
1904. Contiene di Bonagiunta c. X (p. 208).

Seguono alcune osservazioni intorno ai singoli componimenti.


BONAGIUNTA

CANZONI

  I, 10-2. Il paragone trae la sua origine dalla credenza che
  trovasi riferita, ad es., in un antico poemetto francese, nel
  quale appunto, a proposito della «balena» «_Qui de biens est
  farsie et plainne_» si dice fra l'altro: «_Quant elle est prise
  et atrappée — Mieus en vaut toute la contrée_»: cfr. G. RAYNAUD,
  _Mélanges de philologie romane_, Paris, 1913, p. 137. Altrimenti
  spiega quest'allusione G. BERTONI, in _Zeitsch._, XXXVI, 569-71.

  I, 55-60. «Ma per ragione di buona speranza, come l'oliva non
  cangia la verdura, cosí io non cangio il mio buon volere e il
  cor gioioso, piacente e amoroso, per quanto mi sia cangiato
  l'aspetto».

  II, 24. «Come l'oscuritá è diversa dallo splendore».

  II, 33. «Non partire» dipende da «faraggio» del v. p. Tutto il
  verso mi pare poi debba intendersi: «non partirò giammai»;
  «tutto tempo» è lo stesso che «giammai», da cui è rinforzato.

  III. Per quanto riguarda lo schema metrico, in relazione a
  quello proposto, è probabile che nella seconda «volta» della
  prima strofa (specialmente vv. 14-5) si debba trattar
  d'assonanza; ma la seconda «volta» della seconda strofa (vv.
  32-3) è certo errata: cfr. in contrario WIESE, _Archiv_ cit.,
  CXVII, 217. Il Wiese, invece, ha ragione quando afferma che gli
  ultimi otto versi (73-80) appartengono ad una nuova strofa, non
  al commiato. La canzone è dunque incompiuta.

  III, 36. Il sogg. di «vien» è «sofferire», che si rileva da
  quanto precede.

  III, 77. La corr. «ria» (cd. «seria») è del WIESE, _Archiv_
  cit., CXVII, 217.

  IV, 12-3. «acciocché, per la mia fermezza, fossi sicuro di non
  render vana la mia fatica».

  IV, 20. «Io non credo — ciò che sarebbe offensivo — ».

  V, 36-8. Per la correz., cfr. ROSSI in _Gior. st. d. l. it._,
  XLIX, 382. Sulla lezione di questi e dei sgg. vv. riportata
  nella _Poetica_ del Trissino da un cd., che forse era
  l'archetipo del Pal. 418, cfr. MASSÈRA, _Una ballata_ cit., pp.
  2-3 dell'estr. Quanto al significato, «sua» del v. 36 si
  riferisce a «core» del v. 33.

  VI. Riguardo allo schema metrico, ci pare di dover sostenere
  ancora quanto dicemmo ne _I Rimatori lucchesi_ cit., pp. 111-2.
  Le proposte del WIESE, _Archiv_ cit., CXVII, 218, ci allontanano
  troppo dai cdd. e non sembrano interamente accettabili.

  VI, 12. Per aver la rimalmezzo, come nei vv. corrispondenti
  delle altre strofe, si ha da correggere il «tanto» dei cdd. in
  «tutto»?

  VI, 19-20. «che amore non è diverso da vera perfezione».

  VI, 53. «E quel che io dico mi sembra un dir nulla». Manca la
  rimalmezzo: la proposta del WIESE, _Archiv_ cit., CXVII, 218
  («mando») urta contro la lettura dei mss.

  VII, 1-6. «Sperando da lungo tempo di trarre a mio vantaggio la
  contesa impegnata con la mia donna, la quale mi dá tal coraggio
  ch'io credo sovrastare ogni altro uomo, conoscenza, che proviene
  da obbedienza, mi consiglia a ben servire».

  VII, 10. La rimalmezzo è casuale, mancando nel verso
  corrispondente dell'altra strofa.

  VII, 14-5. «Non è dubbio che conoscenza nasce da senno fino; e
  ciò è provato».

  VII, 23. «che l'una cosa (il «ben fare» e il «comportar
  sofferenza» = esser sofferenti) possa stare insieme con
  l'altra («usar villania» ed «esser folli»).

  VII, 29. «contrar'.». La lieve correzione (cd. «contrario») è
  voluta dalla metrica. Per i molti esempi nei rimatori antichi di
  simili troncamenti, fra i quali è citato pur questo, cfr.
  NANNUCCI, _Teoria dei nomi della lingua italiana_, Firenze,
  1858, p. 632.

  VIII. Il dubbio sulla sua autenticitá, espresso dallo ZACCAGNINI
  in _Rass. crit._ cit., XI, 37-8, non ha fondamento.

  VIII, 24-6. «e (l'amore) raccomanda continuamente di seguire la
  via amorosa, perché volle stare insieme con loro (con gli
  uccelli)».

  IX, 2-3. «sono da considerare da ciascuno amatore».

  IX, 14. Sottintendi «che».

  X, 13. Meglio col cd. «pensos'a nott'e dia»?

  X, 21. «m'ha conquiso». Per la correzione (cd. «mi comquise»)
  cfr. WIESE, _Archiv_ cit., CXVII, 219.

  X, 29. Il cd. legge «osmantenere». Il WIESE, _Altitalienisches
  Elementarbuch_ cit., p. 209 propone: «A fin [di pietanza]
  ottenere».

  X, 42 sgg. Il PARODI, _Rima siciliana_ cit., p. 124 _n._, si
  domanda — cosa che a me non sembra necessaria — se le finali in
  «-ente» di questa strofa non sieno da trasformare in «-enti»,
  trovandosi in «gente» l'«-i» finale per «-e» del siciliano.

  X, 43. «ch'è regina». La correzione era prima dubitativamente
  proposta in nota ne _I Rimatori lucchesi_ cit., p. 115.
  Diversamente pensa il PARODI, _Rima siciliana_ cit., p. 128 _n_.

  XI. Riunisco qui le varianti. 4. Hor, 5. hauia, 27. Anchor, 30.
  alchun, 31. misura, 32. huom, 33. uertude, 34. huom, 36.
  addiuenir, 37. Ciaschuna, 53. humiliare, 56. Ch'allaccio, 61.
  ché detto, 62. ché á dire.

  XI, 1. Nella stampa, è lasciato un po' di spazio per la iniziale
  grande, che manca: c'è invece una b minuscola.

  XI, 52-4. «Prima di servirla, mi trovo che l'avvenente, per
  darmi gioia, umilia verso di me guiderdone (= ricompensa) si
  soave».

  XI, 56. La correzione è del PELLEGRINI: cfr. _Rass. bibliogr._
  cit., XXI, p. 19.

DISCORDI

  I, 1-12. A considerare la prima parte della strofa di ottonari,
  anzi che di settenari, come giá mi parve, mi ha indotto e il piú
  attento esame della lezione dei cdd. (cfr. specialmente i vv.
  1-2) e il confronto con la seconda parte.

  I, 62. Secondo il v. 60, sottintendi «è», che si riferisce a
  «spera» e «cèra».

  II. Relativamente alla ricostruzione metrica, ora mi pare che
  l'APPEL abbia ragione (cfr. in contrario _I Rimatori lucchesi_
  cit., p. LXVI, n. 2) per quanto riguarda i vv. 43-8, che
  egli collega alla strofa sg. D'altra parte, non so rinunziare a
  vedere fra le varie strofe quel cotal legame, su cui cfr.
  BIADENE, _Il collegamento delle stanze mediante la rima nella
  canzone italiana dei secoli XIII e XIV_, Firenze, 1885, p. 13:
  cfr. V. 15 «Davante», v. 22 «falla», v. 34 «languisco». Certo,
  nella quarta strofa, che comincia appunto al v. 43, questo
  legame manca. Io ho l'impressione che ciò provenga da un
  trascorso del rimatore. Manca ancora, è vero, nell'ultima
  strofa: v. 61 sgg. Se non che, essa ne sará priva perché
  considerata stante a sè, come una specie di commiato.

  II, 42. «che». È un «che» ripetuto, come si ritrova in antico
  italiano e anche in provenzale: NANNUCCI, _Analisi critica dei
  verbi italiani_, Firenze, 1843, p. 91, n. 6.

  II, 46-8. «(e intanto) sto nascosto piú di quello che non stesse
  Adamo, quand'ebbe mangiato il frutto proibito».

  II, 53-3. Sottintendi «a».

BALLATE

  I, 17. Sia permesso riferir qui le due strofe, che nel cd. Pal.
  418 seguono a questo verso e che ritenemmo interpolate (cfr.
  anche WIESE, _Archiv_ cit., CXVII, 220): cfr. _I Rimatori
  lucchesi_ cit., pp. 117-8.

    _a_) Radice è di viltade    _b_) Nessuno è più ingannato
      c'a tucti ben dispiace    ke de la sua persona:
      lodare on sua bontade;    ké tal si tien biasmato
      e prodeza ki face,        ke Dio li dá corona,
      quei ke la fa ne cade,    e tal si tien laudato
      e quei che la tace        ke lo contraro dona
      ne cresce fermamente.     a llui similemente.

  I, 51. Sottintendi «che».

  II, 29. «vostro viso» equivale evidentemente a «in vostro viso»;
  l'accordo dei cdd. non mi autorizza a proporre: «'n vostro
  viso».

  II, 32-3. «vue» è correzione del WIESE, _Archiv_ cit., CXVII,
  220; il PARODI, _Rima siciliana_ cit., p. 124 n. proporrebbe:
  «vui»: «fui». Per la correzione, piú propriamente, del v. 33,
  cfr. ROSSI in _Gior. st. d. l. it_., XLIX, 383.

  III, 10-1, «degno voi» = degno di voi.

  III, 22. «vita» deve certo esser sostituita da qualche altra
  parola (cfr. anche quanto possono apprendere i cdd.); ma non
  riesco a trovarla. Forse un lucch. «lita» = «lite?».

  IV. Il tipo composito della strofa è da mettere in relazione con
  quelli, di cui parla il CASINI, _Studi di poesia antica_, Cittá
  di Castello, 1914, p. 40 sgg.

  IV, 5. La correzione «tucto» dei cdd. in «tutta» è
  indispensabile.

  V. Seguo la ricostruzione del MASSÈRA (cfr. sopra); me ne
  allontano solo, oltre che in qualche lieve ritocco
  d'interpunzione, al v. 64, dove, col cd., ammetto lo iato
  (MASSÈRA: «ke è diricta e vera)».

  V, 34. «la rivera»: è il Serchio, sotto il qual nome, per
  metonimia, è da intendere Lucca stessa.

SONETTI

  I. Il son. di risposta del Guinizelli «Omo ch'è saggio non corre
  leggero», essendo ben noto, è superfluo riprodurlo qui: cfr.
  CASINI, _Rime dei poeti bolognesi del secolo XIII_, Bologna,
  1881, p. 40.

  I, 2. «piacenti»: l'accordo della maggior parte dei cdd. mi ha
  indotto a preferire questa lezione a «amorozi».

  II, 4. Cd. «ispeme».

  IV, 10. «ispene». La maggior parte dei cdd., che hanno «spene»,
  autorizza la correzione.

  V, 10-13. Sarebbe pur possibile una rima siciliana in «ire»:
  cfr. PARODI, _Rima siciliana_ cit., p. 124 n. e 131.

  VII, 4. Cd. «gioie ed».

  VIII, 12. «(Il vostro cuore) vede il mio volto che ciò non
  ostante implora».

  IX, 5. «Chi sí non fa». Cioè: chi non cerca di aver «sapere».

  IX, 14. «Il cagnolino battuto fa temere il leone».

  XI, 1-4. «Molti, come appare dai versi amorosi che scrivono
  senza saper niente della verità, stanno nel fuoco d'amore, ma
  sono innamorati ingenui e che si fondan su nulla».

  XII, 7-8. «In cuore le rendo onore e lode; e, tale essendo il
  mio cuore, non cado in dimostrazione esteriore di speranza (=
  nascondo sul volto la speranza)».

  XII, 11. «(il pregio e il valore) rimuovono gli sdegni, e (per
  essi pregio e valore) si spenge l'orgoglio».

  XII, 12-4. «La mia fede spera per il suo servire, il mio senno
  pensa che la lode sia il fondamento della speranza. Chi vive con
  inganno perisca di cordoglio!».

  XIII, 1. Il son. è nel cd. Vat. 3793 — unico che ce lo tramandi
  — e precede immediatamente (n. 781) il son. di B. — Raccolgo qui
  le varianti: 1. bene... omo nom... trouare 3. sauere 4.
  bisongnasse 5. male parlare... tale 6. pari... omo 7. amore 9.
  comsilglio 11. partire 12. aportatore.

  XIV, 1. Il son. è nel cd. Vat. 3793, che pure unico ce lo
  tramanda, e precede ancora immediatamente (n. 783) la risposta
  di B.: vedilo pure in MONACI, _Crestomazia italiana_, p. 308. —
  Ecco le varianti: 1. bem 2. rimonddo 3. fare piaciere... buoni
  4. omo... monddo 5. ciausire 6. nom... pieto uidale... buono
  dismonddo 7. come 8. loro monddo 10. alti (per la corr. cfr. il
  passo corrispondente in XIV, 2, v. 10) 11. bene 12. vm
  comsilglio 12. bene.
  XIV, 2, 6. «fan». La correzione (cd. «fa») è del WIESE, _Archiv_
  cit., CXVII, 221.

  XIV, 2, 7-8. «I quali lodano in voi i due che son fra loro
  eguali, anzi egualissimi, Folchetto e Dismondo».

  XVI, 14. Se lo iato sembri troppo ardito, si corregga: «in mia
  balia», come propone il WIESE, _Archiv_ cit., CXVII, 221.

  XVIII, 1-4. «Con tutta sicurezza, poiché son vostro, dirò ciò
  che avviene de' vostri versi, fra i quali ho trovato un certo
  numero di sonetti, che hanno addosso spiriti malvagi».

  XVIII, 12. «o perché» (cd. «perké»): la correzione mi par
  sicura, anche per ragioni metriche.

  I di d. a., 5 «val»: cd. «vale».

TENZONE FRA GONNELLA ANTELMINELLI, BONAGIUNTA E BONODICO

  I, 3-4. «L'un ferro lima l'altro, perché l'uno dei due è piú
  forte, perché cosí proviene dalla miniera o per la tempera
  ricevuta? Oppure l'uno dei due si lascia limare a causa della
  sua maggiore dolcezza?».

  I, 5. Il soggetto è il «ferro».

  I, 9. «Aspetto la soluzione e confido di ottenerla».

  I, 14. Per riaffermar che gli alchimisti e coloro che mutano ad
  ogni parola il loro discorso sono stolti, conchiude: «la
  farfalla trae al lume stoltamente (non per senno)».

  II, 1. «Che» = di cui.

  II, 3-8. «L'un ferro vince l'altro per forza dell'acciaio, che è
  come il fiore del ferro, il quale vien fuori per opera del
  fuoco, quando il ferro è divenuto bianco da nero che era, e
  l'acciaio si mette dalla parte del taglio e sulla punta, e il
  ferro acquista piú forza nel suo stato primiero, sí che altro
  ferro non porta via nulla da lui».

  II, 9-11. Rispondono alla «natural rasion» del v. 11 del s. 1
  del Gonnella.

  II, 12-4. Rispondono al «senno» del v. 11 del son. 1 del
  Gonnella: Bonagiunta non è stato lieto del complimento, che il
  Gonnella gli aveva rivolto.

  III, 2-4. «Il ferro si corrode per mezzo del ferro, perché la
  sua virtú, per artifizio, si muta in maggior durezza di quel che
  era».

  III, 14. «per allumar» = quando si accende il lume.

  IV, 1. «Pensavo che tu non facessi l'indovino».

  IV, 8. «che per lui si diprima» = decisiva.

  IV, 14. «Asinello di monte (animale allo stato di natura) supera
  cavallo di stalla (animale, su cui ha agito l'arte)». Parrebbe
  un proverbio.
  V, 4 «vuole avanzare la natura e invece è a grande distanza da
  lei».

  V, 12-4. «Ma se vera arte non si apprende, credo che si pecchi
  anche in senso contrario, ugualmente (cfr. i vv. 13-4 del son.
  IV): perché gli alberi da frutto vengono dalla propagazione
  artificiale».

TENZONE FRA BARTOLOMEO E BONODICO

  II, 3 «piaquevo» = vi piacque (di rivolgervi a me).


FREDI

  I, 41 sgg. Non mi è chiara l'allusione.


DOTTO REALI

CANZONE

  1. «Di quello che il mio cuore prova, davvero non taccio niente.
  Ma io son savio; per questo adopero mezzi insidiosi per prender
  l'amore. Vero è, non lo nego: s'io dico che l'amore è come un
  vento estinto, giudico di sí alto valore contrariamente al mio
  modo di sentire. Io ho una nuova maniera di far versi: ché il
  mio verace amore mi fa parlar d'amore. Del resto, ho veduto un
  perfetto sapiente che non tace, standosene muto, né è
  naturalmente quieto.

  2. Per questo non tralascio di far versi, né trascuro il canto:
  manifesto il mio grave pensiero, in cui son fitto. Ché quegli
  che piú mostra gioia m'annoia: un piccolo fuoco, a suo luogo, è
  piacevole; ma se cresca, è increscioso. Qual male, se la
  consuetudine lo rende piú grave, può diminuire, se non ci se ne
  astenga? Il tempo ben può allontanare il dolore, secondo ch'io
  odo da ciascuno che sia saggio.

  3. La fede comprende in sé tutte le virtú: uomo che vede, crede;
  domanda che avvenga ciò che vuole; tiene ciò che è fede non per
  credenza (= senza rendersene ragione), ma spera vera sentenza,
  che è luce intera, chiara, da cui vien la vita. Egli disdegna
  fortemente la morte, la quale cancella, non registra, il fallo,
  permette anzi di fuggirlo. — Ma per il dolore l'arte mi vien
  meno: su tale argomento si posson far versi infinitamente.

  4. Oh, quante pene evita colui che non segue il suo talento!
  Egli allontana da sé il dolore, se ne libera, come il serpente
  si libera della sua pelle. Seguire il proprio talento è vita
  infelice, ché l'ira strazia il cuore e l'offende. Sta' attento:
  fa male chi non ascolta! Molte volte ci rimette (= perde il
  ferro) chi serra... chi allontana i vizi, afferra le virtú. Chi
  pensa, cerca fama; non faccia tenzone, non faccia offesa chi non
  val nulla.
  5. Per questo chi ha senno non tardi a far versi, ma consideri
  il danno che hanno gli stolti: essi vivono penosamente. In ciò
  si loda il sapere: nell'aver moderazione e cura pura con misura:
  chi ha senno non varia. Chi prende l'èsca, pesca, e chi ha
  pensieri troppo leggeri si lascia ingannare».

  I, 27. Il passo è corrotto (anche la metrica è offesa); ma non
  so presentare una proposta soddisfacente.

  I, 41. La correzione (_I Rim. lucch_.: ben dir di tanto — o
  quanto) è del WIESE, _Archiv_ cit., CXVII, 222.

SONETTI

  I. La «risposta» vedila in ZACCAGNINI, _I Rimatori pistoiesi dei
  secoli XIII e XIV_, Pistoia, 1907, p. 34, e ora in questo vol.,
  p. 15.

  I, 6 «per parer non per forma»: «che sono apparenza, non
  sostanza».

  I, 8 «defetto da ciò che piú forma»: «difetto proveniente
  dall'intelligenza».

  I, 9-10. «E l'intender la ragione del difetto è mezzo ch'è fine
  del principio ed è, a sua volta, principio naturale del fine».

  I, 11-14. Quest'ultimi versi non mi son chiari.

  II. La «proposta» in ZACCAGNINI, _I Rimatori pistoiesi_ cit., p.
  32 e ora in questo vol., p. 15.

  II, 1-2. «A voler maggiormente dimostrare che tu apporti veritá,
  non esiste una dottrina recondita».




GLOSSARIO


[B. = Bonagiunta; G. = Gonnella; Bo. = Bonodico; Ba. = Bartolomeo; F.
= Fredi; D. R. = Dotto Reali — t. = tenzone; c. = canzone; d. =
discordo; b. = ballata; st. = stanza; s. = sonetto; s. d. d. a. =
sonetto di dubbia autenticitá.

La cifra romana risponde al numero del componimento; l'araba al verso.

Quando il rinvio è fatto senza alcuna indicazione di autore, s'intende
sempre che la voce appartiene a Bonagiunta.

Qualche leggera infrazione all'ordine strettamente alfabetico è dovuta
alla necessità di non separare voci, che riposano sulla stessa base
etimologica. Es. «insegnamento», «'nsegnamento»; «disianza»,
«desianza»; ecc.]


_abondare. (che 'l meo core) abonda_ (b. IV, 11) — che sopraffa il m.
c.

_Acel_ G. (t.) (s. iv, 14) — asinello.

_acento (per)_ G. (t.) (s. I, 13) — ad ogni parola.

_aciero_ B. (t.) (s. II, 3) — acciaio.

_a ciò_ (s. XJ, 7) — perciò.

_Acciò_ (c. II, 13) — perché.

_acrescensa (vene in)_ (s. XIJ, 9) — cresce.

_acrescenza (trar in)_ (c. VIJ, 1-2) — trarre a vantaggio.

_acrescimento_ (c. IV, 26) — lode, innalzamento.

_adastare. (m)'adasta_ (b. II, 20) m'eccita; _adasta_ (s. XV, 5) —
irrita.

_adivenire, adivene_ (s. XVIIJ, 2) — accade; D. R. (s. II, 13) —
proviene.

_adoblare. (m)'adoblaran_ (c. X, 33) — addoppieranno.

_adorneze_ (b. II, 8) — ornamenti.

_adovenire, adovene_ (s. VI, 1) — accade; _(s)'adovegna_ (s. XVIIJ, 9)
— accada.

_Adunqua_ (c. X, 35 ecc.) — dunque.

_afare (loda lo su')_ (b. I, 2) — si loda.

_affinamento_ (c. VIIJ, 8) — perfezionamento.

_afinata_ (c. VIIJ, 16) — perfetta.

_agradito (ha)_ (c. VIIJ, 28) — ha reso gradito.

_aigua_ (s. VJ, 9 ecc.) — acqua.

_aire_ (c. I, 21 ecc.) — aria.

_aita_ D. R. (s. II, 14) — opera, lavoro.

_albóre_ (c. X, 3) — alberi.

_árbore_ (c. XJ, 40) — albero.

_alchima_ G. (t.) (s. I, 12 ecc.) — alchimia.

_alcidere. (m)'alcida_ (s. III, 2) — mi uccida.

_ancidere. ancidetimi_ (b. IV, 20) — uccidetemi; _(m)'ancidesse_ (b.
IV, 24) — m'uccidessi; _ancisi_ (s. XVIJ, 4) — uccisi.

_allacciare. allaccia_ D. R. (c. 53) — afferra, prende col laccio.

_allegransa_ (e. II, 9 ecc.) e

_allegranza_ (d. I, 10) e

_alegressa_ (b. I, 28 ecc.) — allegrezza.

_allumar_ Bo. (t.) (s. III, 14) — accendere il lume.

_allungiato_ (c. XI, 2) — allontanato.

_alori_ (d. I, 15) — odori.

_altera_ (d. I, 59) — bella; (s. X, 9) — alta (in senso buono).

_altero_ (c. III, 42) — alto (in senso buono).

_altesse_ (d. I, 47) — altezze.

_altura_ (b. II, 34; b. V, 33) — altezza (in senso morale),
eccellenza.

_altura (in)_ (c. XJ, 41) — in alto.

_alumato_ (s. XJ, 13) — acceso.

_amadore_ (c. X, 6) — amanti.

_amansa_ (d. II, 62) e

_amanza_ (c. VJ, 26 ecc.) — amore; (c. XJ, 25) — donna amata; _un'alta
amanza_ Ba. (t.) (s. I, 4) — una donna di nobil condizione.

_ambur_ (c. III, 5 ecc.) — ambedue.

_amollare. (m)'amollo_ B. (t.) (s. II, 14) — mi piego, cedo.

_amoranza (metta in)_ (c. VI, 6) — metta in amore.

_amortare_ (s. VJ, 14) — smorzare.

_ane_ (c. IV, 48) — affanni.

_aparegiare. (s)'aparegiasse_ (s. X, 8) — si potesse paragonare.

_apari_ (s. XIV, 2, 6) — insegnamenti.

_aprendersi. s'aprende_ (s. VJ, 13) — prende.

_ardere. (m)'ardi_ (c. X, 30) — mi infiamma (d'amore).

_arditanza (con)_ Ba. (t.) (s. I, 6) — arditamente.

_arditesse_ (b. I, 23) — arditezze.

_argoglioso_ (c. X, 37) — orgoglioso.

_artificero_ Bo. (t.) (s. III, 3) — artifizio.

_asimigliare_ (c. VIJ, 8) — paragonare.

_aspido_ (b. I, 38) — aspide.

_assisi (cosí)_ (s. XVIJ, 8) — in tale stato.

_astutare_ (b. IV, 12) — spengere, mitigare.

_atenenza (avere.... di)_ (s. V, 14) — possedere.

_atenere. (v)'atenete_ (d. I, 43) — vi astenete.

_atri_ (c. XJ, 42) — altri.

_atro_ (c. VIIJ, 13) — altro.

_atto_ Bo. (t.) (s. III, 6), — azione.

_atutare. (s)'atutasse_ (c. II, 6) — dileguasse, svanisse.

_aucel_ B. (t.) (s. II, 9) — uccello.

_auselli_ (d. I, 5) — uccelli.

_aulente_ (s. VIJ, 14 ecc.) — olezzante.

_aunore_ (b. V, 40; s. XIJ, 7) — onore.

_auro_ (b. V, 48) — oro.

_autrui_ (c. II, 11) — altrui.

_auzidere. (m)'auzide_ (c. X, 49) — m'uccide.

_avallare. (m)'avalla_ B. (t.) (s. II, 14) — mi vince, mi abbatte.

_avanti_ (c. I, 20) — anzi.

_avansare_ (s. I, 4) — sorpassare; _avansa_ D. R. (c. 24) — rende piú
grave.


_baldeza_ Ba. (t.) (s. I, 5) — baldanza.

_balía_ (b. I, 8) — forza, potere.

_bassansa (può avere)_ D. R. (c. 24) — può diminuire.

_bassare_ F. (c. 45) — cadere in basso.

_bastanza (fôra)_ (c. VI, 35) — sarebbe assai.

_ben_ (c. VJ, 46) — quand'anche; D. R. (s. II, 11) — benché.

_brusciato_ F. (c. 11) — bruciato.


_Ca_ D. R. (c. 19) — che.

_càggere. cagio_ (s. XIJ, 8) — cado.

_callare. (si) calla_ Bo. (t.) (s. III, 14) — si cala.

_cannoscensa_ (c. III, 37) e

_canoscensa_ (c. III, 36; D. R. s. I, 1) e

_canoscenza_ (b. I, 7) e

_caonoscensa_ (s. XIJ, 10) e

_caonoscenza_ (s. XIIJ, 2) e

_caunoscensa_ (c. V, 13) e

_caunoscenza_ (c. VJ, 18 ecc.) e

_cognoscenza_ (c. VIJ, 13) — conoscenza, sapere.

_cansare. cansa_ (d. II, 64) — allontana.

_casione_ (d. I, 22) — pretesto; (b. IV, 30) — causa.

_catel_ (s. IX, 14) — cagnolino.

_caunoscenti_ (s. X, 6) — sagge; (b. V, 26) — saggi.

_caunoscére_ (s. X, 5) — conoscere.

_cecen_ F. (c. 7) — cigno.

_cèra_ (c. 11, 19 ecc.) — volto, viso.

_certanza (far)_ Bo. (t.) (s. II, 2) — esser sicuro.

_chera_ (s. X, 12) — chiara.

_cherère. chero_ (s. III, 9 ecc); _chiero_ (b. III, 17) chiedo,
domando — _cher_ G. (t.) (s. IV, 11) domanda — _cherendo_ (s. XV, 1)
cercando.

_chi_ F. (c. 46) — che, il quale.

_chiunqua_ (s. II, 8) — chiunque.

_ciasimento_ G. (st. 10) — discernimento, scelta.

_claro_ Ba. (t.) (s. I, 12) — chiaro.

_clera_ D. R. (c. 35) — chiara.

_co'_ Bo. (t.) (s. II, 5) e

_com'_ G. (t.) (s. IV, 2 ecc.) e

_como_ B. (t.) (s. V, 3) — come.

_colpare. colpa_ (c. V, 22) — colpisce.

_colpare. (ci) colpasse_ (b. IV, 30) — ci avessi colpa.

_compimento_ (c. VJ, 20) — perfezione.

_compire_ (c. IX, 31) — giungere a termine.

_compita_ (c. IX, 41 e 49) — perfetta.

_compiuto_ D. R. (c. 13) — perfetto.

_comune (usar.... con)_ (c. VIIJ, 26) — stare insieme con.

_concludere. (si) conclude_ (c. I, 20) — si oscura, si annera;
_conclude_ D. R. (c. 30) — comprende.

_contansa_ (c. III, 64) — rinomanza.

_contendenza_ (c. VIJ, 2) — contesa.

_contradiare_ (s. XVJ, 7) — contrariare.

_convento (per tal)_ (c. VJ, 45) — per tal patto, in maniera tale.

_convitare, (vi) convitano d'amare_ (s. VIIJ, 13) — vi invitano ad
amare.

_continuati_ (c. IX, 49) — pieni.

_coragio_ (c. IV, 11 ecc.) — cuore; (c. IX, 36 e XI, 6) — desiderio.

_corrompere. corrompe_ G. (t.) (s. I, 5) — si corrompe.

_cortezia_ (c. III, 46) — cortesia.

_costumanza_ (c. XJ, 57) — costume, abitudine.

_credensa_ D. R. (c. 33) — credenza.

_crescensa (prende)_ (c. V, 14) — acquista pregio.

_crescere. (gli) cresce_ (s. II, 3) — lo assale con violenza —
_cresce_ G. (t.) (s. I, 5; B. (t.) s. II, 7) — acquista più forza.

_criarsi. si cria_ (c. III, 50) — si trova.

_criatora_ (s. VIIJ, 14) e

_criatura_ (b. II, 24) — creatura.

_cridere. crido_ B. (t.) (s. V, 9) — credo.

_crudellesse_ (d. I, 51) — crudeltá.

_crudera_ (b. IV, 27) — crudele.

_cuocere. coco_ (b. IV, 2; s. VI, 11) — brucio; _cuoce_ (c. V, 22) —
scotta.


_damagio_ (s. II, 3) — danno.

_dare. (né) dànno_ (s. XJ, 5) — né fanno doni.

_defetto_ D. R. (s. I, 8) — difetto.

_dettati_ (s. XVIIJ, 2) — rime, versi.

_detto_ (s. XIV, 2, 12) — parola; (s. XIIJ, 2, 7) — rime, versi.

_ditto_ D. R. (c. 16); _ditti_ (s. I, 2) — rime, versi.

_dichinare. dichina_ (c. VIIJ, 39) — umilia, avvilisce.

_dichino (sta al)_ (s. IX, 3) — è disprezzato.

_dicidere. dicido_ G. (t.) (s. IV, 9) — decido.

_dicimare. (si) dicima_ G. (t.) (s. I, 4) — si spunta, si lascia
corrodere.

_dicrescere. dicresce_ G. (t.) (s. I, 5) — diminuisce, perde di forza.

_dilettanza_ (c. XJ, 58) — diletto.

_dimino_ (s. IX, 5) — signoria.

_dimostranza (far)_ (d. I, 8; d. II, 51) — far dimostrazione,
dimostrare; _dimostranza_ (b. IV, 19) — apparenza.

_diporto_ (d. I, 28; s. VII, 10) — diletto.

_diprimere. (si) diprima_ G. (t.) (s. IV, 8) — si vinca.

_dire_ D. R. (c. 41) — far versi; _(non) dicon_ (s. XJ, 5) — non fanno
versi.

_dirieto_ (b. I, 37) — dietro.

_dirimere. dirima_ B. (t.) (s. V, 6) — distingue, differenzia; Bo.
(t.) (s. III, 4) — si muta.

_disbasato_ (s. IV, 4) — messo in basso.

_discrivere. discrivo_ Bo. (t.) (s. II, 14) — scrivo.

_disdire. disdico_ D. R. (c. 5) — nego.

_disferare_ (s. III, 2) — trarre il ferro: _(non) disferate_ (s. III,
11) — non traete il ferro.

_disfidare. (mi) disfido_ G. (t.) (s. I, 12) — diffido.

_disformare. (si) disforma_ D. R. (s. I, 2) — prende forme diverse.

_disiansa_ (c. II, 25) e

_desianza_ (c. V, 5) — desiderio.

_dismaruto_ F. (c. 17) — smarrito.

_dismizuransa_ (c. II, 28) — mancanza di misura.

_dispári (che fa.. ad)_(s. XIV, 2, 2) — che si distingue da.

_disperanza (sono in)_ F. (c. 3) — son disperato, sono in
disperazione.

_dissimigliansa_ (s. I, 12) — stranezza.

_distornare. distorna_ (s. IX, 9) — cancella.

_distringere. (mi) distringe_ (c. X, 16) — mi ritiene.

_diversitate_ (s. XJ, 8) — stranezza.

_divizione_ (c. II, 23) — diversitá.

_dogli_ (d. II, 8) — dolori.

_doglia_ D. R. (c. 44) — dolore.

_doglienz(a)_ (s. XV, 10) — dolore.

_dolire_ (s. II, 9) — dolere.

_dolze_ (b. IV, 2) — dolce.

_dolzore_ (s. XIJ, 3) — dolcezza.

_donare_. _(mi) dona_ (c. VII, 5) — mi consiglia.

_Donqua_ (c. VIIJ, 27 ecc.) — dunque.

_dottanza_ (b. IV, 21; F. c. 20) — timore.

_dottare_. _dotti_ F. (c. 40) — dubiti, esiti.

_dottor (di rima)_ G. (t.) (s. I, 8) — poeta.

_dottoso_ (c. VIIJ, 4; Ba. (t.) s. I, 7) — che teme, timido.

_dovenuto_ (s. V, 9) — accaduto: cfr. _adovenire_.

_driti_ (b. I, 41) — dritti.

_dubitanza (so' in tutta)_ Ba. (t.) (s. I, 2) — sono nel dubbio piú
assoluto.

_dura (tene a)_ F. (c. 30) — tiene duramente.

_durare. dura_ (b. II, 14) — si estende; _dura_ (b. II, 15) —
sostiene, soffre.

_duresse (non state piú in)_ (d. I, 46) — non siate piú dure;
_duresse_ (d. I, 48, d. II, 13) — durezze.


_entendanza_ (c. IX, 27) — intendimento.

_equo_ G. (t.) (s. IV, 14) — cavallo.

_eransa_ (c. II, 16) — affanno.

_erransa (torna in)_ (c. I, 53-4) — mi è sventura.

_erranza_ (c. XJ, 4) — affanno amoroso.

_erore_ (d. II, 48) — errore.

_errore_ (c. XJ, 21; s. XVIJ, 6) — affanno, travaglio.

_esempro (ad)_ (b. V, 28) — ad esempio, come.

_esporre. ispogna_ (s. I, 10) — dichiari, interpreti.


_falenza_ (b. I, 5) e

_fallanza_ (c. IV, 22 ecc.) e

_fallensa_ (s. XV, 6) — fallo.

_fallero_ G. (t.) (s. IV, 5) — fallace.

_fallimento_ (c. VJ, 21) — fallo.

_fallire_ (s. IV, 11) — perdere; _fallisce_ (c. XJ, 31) — erra;
_falla_ (s. VIJ, 13) — manca; _falisse_ (s. VIJ, 8) — mancasse.

_fantino_ (s. IX, 1) — fanciullo.

_fede (in)_ G. (st. 6) — fedelmente.

_fello (fallo)_ (s. VJ, 5) — lo irrita.

_fenire_ (s. V, 4) — finire.

_fenix (lo)_ F. (39) — (la) fenice.

_feresse_ (d. I, 50) — fierezze.

_feruta_ (s. III, 11) — ferita.

_feruto_ (s. III, 1 e 5; F. c. 19) — ferito.

_fi_ B. (t.) (s. II, 10) — fu.

_fidanza_ (d. I, 58) — fiducia.

_figura ('n)_ (s. XJ, 14) — finto.

_fina_ (c. VIIJ, 33) — perfetta.

_fin(o)_ (s. XIJ, 1 e XIIJ, 2, 13); Bo. (t.) (s. II, 10) — perfetto;
(s. IX, 7) — come si deve; Ba. (t.) (I, 4) — fino core, perfetto
amore.

_fine (di)_ D. R. (s. I, 12) — finamente.

_finita_ (b. III, 18) — morte.

_finita_ D. R. (s. II, 11) — imperfetta.

_fior (la)_ (s. VIJ, 5) e

_flor_ B. (t.) (II, 4) e

_flore_ (c. VJ, 7) — fiore.

_fiorere. fiore_ (c. VIIJ, 15) — fiorisce.

_florere. flore_ (c. VIIJ, 9) — fiorisce.

_fochio_ (b. I, 29) — fuoco.

_forma_ (c. XJ, 65) — fattezze.

_forsa_ (s. I, 14) — forza.

_fortesse_ (d. I, 44) — fortezze.

_frangente_ (b. IV, 17) — tempestosa (l'it. antico conosce la parola
come sostantivo, nel significato di «onda», «tempesta»).

_frastenuto_ F. (c. 13) — trattenuto.

_fredura_ B. (t.) (s. II, 10) — freddo.

_frondire. fronde_ (c. VIIJ, 15) — frondeggia.

_fruttare. frutta_ (c. VIIJ, 15) — fruttifica.

_fruttiferosa_ (c. XJ, 40) — fruttifera.


_gente_ (c. V, 21 ecc.) — gentile.

_gialura_ (s. VIIJ, 2) — gelo.

_girare. gira_ D. R. (c. 49) — offende.

_gittare. gitto_ D. R. (c. 17) — manifesto.

_giudía_ (b. IV, 28) — giudea.

_giunta_ (s. XIIJ, 2, 2) — aggiunta, (s. XIIJ, 2, 6) — arrivo, (s.
XIIJ, 2, 8) — arrivata.

_goliare. golia_ (c. IV, 30) — brama, desidera.

_gradire_ (c. II, 22) — apprezzare.

_grandire_ (c. XJ, 8) — esaltare.

_graveza_ F. (c. 2) — dolore.

_graziosa_ (c. IX, 11) — benigna.

_guerrera_ (c. II, 31) — nemica.

_guisa (tanta)_ (d. II, 10) — in tanta guisa.


_ima_ B. (t.) (s. V, 4) — a grande distanza.

_imbardare. (ne) 'mbardo_ (d. II, 58) — ne innamoro.

_imperare. lo 'mpera_ (b. V, 54) — comanda a lui.

_imprumera_ (b. IV, 9) — primiera.

_inalturate_ (s. X, 9) — poste in alto (in senso morale).

_inantir_ B. (t.) (s. V, 4) — avanzare.

_inardir (e)_ (s. d. d. a., 2) — rinfrancare.

_incarnare_ (d. II, 45) — raggiungere (il fine). Questo significato
secondario deriva, certo, dalla espressione «incarnare i falconi»
ammaestrarli a ghermire: cfr. Petrocchi, N. D. ad v. — _incarnato_ (s.
XJ, 14) — vero.

_incendere. (lo) 'ncende_ (s. VJ, 5) — lo brucia — _incende_ (s. VJ,
14) — brucia.

_incuminzanza_ (c. IV, 17) — incominciamento.

_indivinero_ G. (t.) (s. IV, 1) — indovino.

_infinger(si), mi s'infinge_ (c. X, 19) — mi si mostra restía.

_innamoranza_ Bo. (t.) (s. II, 4) — amore.

_innavanzare. (s)'innavanza_ (d. I, 12) — s'esalta.

_insegnamente_ (c. X, 44) — insegnamenti.

_insegnamento_ (c. II, 15) — ragione; (c. III, 54) — sapere.

_'nsegnamento_ (c. VI, 17) — sapere.

_intalentare, (v)'intalenti_ (s. XIIJ, 2, 6) — vi piaccia.

_intendensa_ (c. III, 61) e

_'ntendenza_ (c. VJ, 16) — intendimento.

_intendersi. (in fior m)'intendo_ (s. VIJ, 12) — m'innamoro del fiore.

_intendimenti_ (c. IX, 4) — attenzioni.

_intendimento_ (d. II, 17) — speranza: Ba. (t.) (s. I, 9) amore; Ba.
(t.) (s. I, 12) — spiegazione.

_intenza_ (b. V, 1) — intenzione, intelligenza, contrasto (?).

_ira_ (s. VJ, 7) — dolore.

_iscanoscienti_ (b. I, 33) — villani.

_isfare. (se) isfaccia_ D. R. (c. 56) — che si disfaccia, che sia
debole, che non valga nulla.

_ispene (tener)_ (s. IV, 10) — sperare.

_issa_ (d. I, 35) — ora, adesso.


_laldatore_ (b. I, 18) — laudatore.

_lanciato_ (c. X, 16) — ferito.

_latin_ G. (t.) (s. I, 7) — chiaro.

_latino_ Bo. (t.) (s. III, 7) — chiaro; _in suo latino_ (c. X, 4) — in
suo linguaggio.

_laudore_ (s. XIJ, 7) e

_lausor_ (s. XIJ, 13) — lode.

_leansa_ (c. III, 49) — lealtá.

_legero (di)_ G. (t.) (s. IV, 7) — facilmente.

_legieri_ Bo. (t.) (s. II, 1) — leggero.

_lena_ F. (c. 32) — alito.

_leofante_ F. (c. 47) — elefante.

_lontana_ (c. III, 64) — molto estesa.

_lumato_ (b. I, 29) — acceso.

_lumera_ (c. II, 24; c. XI, 24) — splendore; (s. I, 5) — lume.

_lupardo_ F. (c. 15) — leopardo.


_ma'_ (s. V, 10) — malamente.

_maestero_ G. (t.) (s. IV, 3) — abilitá.

_magistero_ D. R. (s. II, 2) — dottrina.

_mainera_ (c. II, 7 ecc.) e

_manera_ (c. V, 37 ecc.) — maniera.

_malenanza_ (c. VJ, 34) — male; F. (c. I) — affanno, doglia.

_mallare. (si) malla_ Bo. (t.) (s. III, 11) — si nasconde.

_mantenere. mantene_ (c. V, 15) D. R. (s. II, 12) — possiede, ha.

_martire_ (c. X, 33) — tormenti.

_martore_ (s. d. d. a., 6) — martoro.

_me'_ (s. XV, 3) e

_mei_ (c. I, 36) — meglio.

_meglioranza_ F. (c. 40) — miglioramento, il divenir migliore.

_menare. signoria menando_ (s. XVJ, 6) — signoreggiando.

_mendare. mendate_ Bo. (t.) (s. II, 14) — correggete(lo).

_mente (pur guardandovi)_ (b. II, 27) — pur guardandovi (?). O è una
tmesi?; _mente (la tene)_ (c. V, 18) — la considera.

_mentire. mentisce_ (c. IX, 50) — smentisce.

_meritare. merita_ (c. IX, 6) — compensa, rimerita — _meritato_ (s.
XJ, 10) — ricompensato.

_merzé_ (b. III, 18) e

_merzide_ (c. X, 46) — mercede.

_messione (far)_ (d. I, 25) — esser liberali; _non fa messione_ (c.
III, 62) — non è liberale.

_messire_ (d. II, 30) — messere.

_metalla_ B. (t.) (s. V, 11) — metalli.

_mettere. mettesse_ (b. V, 48) — spendesse.

_miso_ (s. XIV, 2. 10; F. c. 13) — messo.

_misora_ (c. XJ, 31) e

_mizura_ D. R. (c. 63) — misura.

_mistero_ (di) B. (t.) (s. V, 3) — misteriosa, arcana.

_mistieri (m'è)_ Ba. (t.) (s. I, 1) — mi fa d'uopo.

_mod(o)_ D. R. (c. 62) — moderazione.

_molleza_ G. (t.) (s. I, 4) — dolcezza.

_mondo_ (s. XIV, 2, 4) — schietto, puro.

_montare. monta_ (c. III, 28) — importa, è pregiato — _montasi_ (c.
VIIJ, 14) — si accresce — _montare in grande affare_ (c. III, 34-5) —
essere altamente pregiato.

_mossare. (si) mossa_ (b. I, 31) — si mostra.

_movere. move_ D. R. (s. I, 1) — agita.

_movimento_ (c. II, 30) — commozione.

_mutanza (non fa)_ Bo. (t.) (s. II, 8) — non muta, non fa mutamento —
_(faccia di sé) mutanza_ F. (c. 37) — cambi, muti, faccia mutamento.


_'ncrescenza_ (b. IV, 17) — il crescere, il sopravanzare.

_nd'_ (c. I, 43 ecc.) e

_nde_ (c. V, 24 ecc.) — ne.

_nessuna_ (c. III, 26) — alcuna.

_'ngegna_ (_a_) (s. XIJ, 14) — con inganno.

_'ngegnero_ (_chi è piú_) B. (t.) (s. V, 7) — chi ha piú ingegno.

_niente (torn'al)_ (b. I, 3) — non val niente — _niente (non fue che
montasse)_ (b. IV, 31) — non fu di nessuna importanza.

_neente_ D. R. (c. 2) e

_neiente_ (s. d. d. a., 5) — niente.

_nieve_ (s. VIIJ, 1) — neve.

_nodrire. nodrisco_ (d. II, 36) — mi nutro.

_Nossa Donna_ (s. XVIIJ, 6) — Nostra Donna, la Madonna.

_Novellamente_ (c. V, 1) — da poco tempo.

_'ntensione_ (c. I, 59 e II, 32: int.) — speranza.


_odiozo_ (c. I, 31) — infesto, nemico.

_odito_ (d. I, 9) — udito.

_ofensione_ (b. IV, 31) e

_offensa_ D. R. (c. 55) — offesa.

_ogna_ (s. III, 8 ecc.) — ogni.

_omne_ Bo. (t.) (s. III, 8) — ogni cosa.

_onoranza_ (c. IV, 21 ecc.) — onore.

_or_ (s. XIV, 1, 14) — oppure.

_ore (a tutt')_ (c. III, 44) — continuamente.

_ottima_ (c. XJ, 43) — ottima, la più perfetta.


_paleze_ D. R. (s. I, 11) — palese.

_paragio_ (c. VIJ, 7) — stato, condizione.

_pararsi. ch'avanti a voi si pari_ (s. XIV, 2, 3) — che si paragoni
con voi.

_pareggiare. pareggiasse_ (b. II, 13) — stesse al paragone.

_parenza_ (s. X, 7) — apparenza.

_parere. pare_ (s. VJ, 2) — appare; _pare_ D. R. (c. 19) — mostra.

_pari_ (s. XIV, 2, 4) — simile.

_parimento_ B. (t.) (s. V, 13) — parimente, ugualmente.

_parlatura_ (s. I, 11) — modo di parlare.

_parlieri_ Ba. (t.) (s. I, 7) — ciarloni.

_parpaglion_ Bo. (t.) (s. III, 14) — farfalla.

_partita (ben)_ (c. V, 27) — perfetta nelle sue parti.

_partito_ (s. I, 6) — parte.

_parvenza (a mia)_ F. (c. 10) — come me, a mia somiglianza.

_passare. passa_ D. R. (c. 43) — evita.

_patire. pata_ (s. XV, 2) — patisca; _patuto_ (s. d. d. a., 11) —
patito.

_pegnare. pegno_ (b. III, 12) — do in pegno.

_péllere. pelle_ G. (t.) (s. IV, 14) — supera, vince.

_penetente (serestene)_ (b. IV, 24) — ne portereste pena.

_penitensa_ (s. XV, 2) — penitenza.

_pensagione_ (c. II, 20 e 38) — pensiero.

_penseri (per mettervi 'n)_ Bo. (t.) (s. II, 3) — perché dubitavate,
per il dubitare che voi facevate; _penseri_ D. R. (c. 66) — pensieri.

_pensero_ B. (t.) (s. V, 1) — pensiero; _per pensero_ Bo. (t.) (s.
III, 1) — secondo quel che mi sembra.

_per_ B. (t.) (s. II, 3) — per forza.

_percepenza_ (c. IX, 12) — percezione.

_pertenere. pertene_ (b. III, 8) — appartiene, si addice;
_pertene...a_ D. R. (s. II, 9) — dipende da.

_pesanza_ Ba. (t.) (s. I, 8) — affanno, tormento.

_piacensa_ (c. V, 9) e

_piacenza_ (c. XI, 9; s. X, 1) — bellezza; (c. VJ, 15) — piacere; (c.
IX, 15) — gentilezza.

_plagensa_ (c. II, 37 ecc.) — bellezza.

_piacentieri_ Ba. (t.) (s. I, 3) — gentili, che dánno piacere.

_piaceri_ Bo. (t.) (s. II, 7) — piacere.

_piacimento (sta 'n vigore di tutto)_ (c. VIIJ, 10-1) — ha in sé tutti
i diletti; _piacimento_ B. (t.) (s. II, 13) e Bo. (t.) (s. II, 9) —
piacere.

_piare. pia_ (c. I, 46) — Si dice degli uccelli «che cantano in amore»
(PETR.).

_pietanza_ (c. VIIJ, 30 ecc.) — pietá.

_pintura_ (c. VI, 30) — pittura, quadro.

_piò_ (s. IV, 3); D. R. (s. II, 1 e 7) — più.

_plovere. plove_ D. R. (s. I, 3) — piove.

_ponto_ (b. II, 23) — punto.

_pratora_ (d. I, 2) — prati.

_prendimento (non ha)_ G. (t.) (s. IV, 13) — non si apprende.

_prescio_ (b. I, 13 ecc.) e

_presgio_ (s. XIV, 2, 1) — pregio.

_presiar(e)_ G. (st. 2) — pregiare.

_preso_ (c. VJ, 15; c. VII, 9) — pregio.

_primero_ B. (t.) (s. II, 7) — primiero; B. (t.) (s. V, 5) — la
materia prima; _sta primero_ Bo. (t.) (s. III, 5) — resta com'era
prima.

_priso_ (b. II, 3) — preso.

_priva_ (c. I, 23) — priva di vita. È sinonimo di «morta» che precede.

_procaccio_ (c. II, 5) — guadagno.

_prodessa_ (b. I, 26) — prodezza.

_prodesse_ (b. I, 21) — prodezze.

_propria_ (c. VI, 31) — originale.

_provamento_ Bo. (t.) (s. III, 10) — prova.

_proventi (stan piú)_ (b. V, 30) — piú obbediscono.


_quagli_ (s. IX, 4) — quali.

_quine_ (s. I, 7) — qui.


_ralegranza_ (c. VI, 2 e 3) — allegrezza.

_rasion(e)_ (c. XI, 49 ecc.) e

_rason(e)_ B. (t.) (s. II, 1 ecc.) — ragione.

_regimento_ F. (c. 46) — sostegno.

_renverdire_ (s. d. d. a., 14) — rinverdire.

_reo_ (c. I, 53) — crudele.

_reto_ (c. VJ, 46) — dietro.

_ricca_ (c. IV, 17) — bella; _faraggio ricca_ (c. II, 32) — appagherò;
(c. VII, 11) — grande.

_rifinare. rifino_ (c. X, 8) — cesso (di cantare).

_rifrescare. rifresca_ (s. II, 14) — rinfresca.

_riguardato_ (c. XJ, 6) — protetto.

_riguardi_ (c. X, 15, 27) — sguardi.

_rinfrangere. rinfrangesse_ (b. IV, 23) — si spezzasse.

_riprendensa_(c. II, 8) — riprensione.

_riprimere. riprima_ G. (t.) (IV, 4) — reprima.

_risemblare. risembla_ (s. VJ, 3) — sembra.

_risentire (de lo)_ (c. II, 2) — ridestare a.

_risposa_ G. (t.) (s. IV, 8) e

_risposo_ G. (t.) (s. IV, 4) e D. R. (s. II, 8) — risposta.

_risprendere. risprende_ (s. X, 14) — risplende.

_ristauro_ (b. V, 50) — ristoro.

_ritenenza_ (b. IV, 16) — ritegno.

_ritenire_ (s. V, 6) — ritenere.

_rivera_ (d. I, 1; b. V, 34) — riviera.


_saggiare. sagio_ (s. XIIJ, 1, 5; XIIJ, 2, 7) — provo, misuro.

_sagio_ (s. XIIJ, 1, 1) — sapiente; (s. XIIJ, 1, 3) saggio; (s. XIIJ,
2, 1) saggezza; (s. XIIJ, 2, 3) — poeta; (s. XIIJ, 2, 5) — gusto.

_saglire_ (c. III, 24) — salire; _saglito_ F. (c. 24) — salito.

_saucido_ Bo. (t.) (s. III, 12) — ?.

_scarso_ (c. XJ, 36) — avaro.

_scaunoscenza_ (c. VIJ, 17) — difetto di conoscenza, ignoranza.

_schifare. schifa_ (s. IX, 3) — scansa, sfugge.

_scogliare. scoglia_ D. R. (c. 45) — muta la pelle, si libera.

_scrittura_ (s. I, 14) — studio.

_sdegna_ (s. XIJ, 11) — sdegni.

_seguiti (son)_ (s. IX, 2) — hanno seguito.

_sensa_ D. R. (c. 42) — senza.

_sentensa_ (c. III, 31) — soluzione; D. R. (c. 34) — sentenza.

_sentenza_ Bo. (t.) (s. III, 9) — senno; Go. (t.) (s. I, 9) —
soluzione.

_sentieri (agio)_ Bo. (t.) (s. II, 5) — sento, ho sentore.

_sentire_ (c. I, 2) — dolere D. R. (s. II, 5) — conoscere; _sento_ D.
R. (c. 7) — penso; _sente_ (c. V, 22) — fa male; B. (t.) (s. V, 8) —
_piú sente de l'_, piú è versato nell'; _sente_ (s. IX, 11) — se ne
accorgerá; D. R. (c. 1) — prova.

_serino_ (c. X, 2) — sereno.

_sfogliamento_ (s. d. d. a., 14) — lo sfogliarsi.

_sguardare. sguardo_ (d. II, 55) — guardo.

_signoragio_ (c. IV, 10 ecc.) — signoria, potenza.

_simil (a)_ D. R. (s. I, 7) — in tale condizione, cosí essendo le
cose.

_similemente_ (b. II, 31) e

_similimente_ D. R. (s. I, 1) — similmente.

_smarruto_ (c. II, 26) — smarrito.

_smirato_ (b. II, 30) — limpido.

_so_ (s. IX, 5); F. (c. 14) — suo.

_soferenza_ (s. III, 13) e

_sofrenza_ (s. III, 7; s. d. d. a., 10) — tolleranza.

_sofferére_ (e. VIJ, 23) — sopportare.

_soldare. solda_ (b. II, 34) — soddisfa, appaga.

_soperchio (far)_ (s. IV, 13) — esser tracotante.

_sormontare_ (c. VIIJ, 13) — avanzare; (s. d. d. a., 12) —
soverchiare.

_sotano_ (d. II, 32) — inferiore.

_sottigliansa_ (s. I, 9) — sottigliezza.

_sparere_ (c. XJ, 18) — perder di pregio.

_spavenza_ F. (c. 12) — spavento.

_spegnare. spegnasende_ (s. XIJ, 11) — se ne spenge; _spegna_ D. R.
(c. 38) — cancella.

_spene (tene)_ (s. XIJ, 12) — spera.

_spera_ (c. XJ, 23) — specchio; (s. I, 7) — sole.

_spera_ (d. I, 61; s. III, 9) — speranza.

_spiagensa_ (s. XV, 4) — dispiacere.

_sprendere. isprendete_ (s. X, 13) — splendete; _isprendente_ (s. X,
13) — splendente.

_sprendore_ (b. II, 18 ecc.) — splendore.

_sprimare. (si) sprima_ B. (t.) (s. II, 4) — vien fuori; Bo. (t.) (s.
III, 6) — cambia, muta.

_sprimere. (si) sprima_ G (t.) (IV, 2) — si esprima.

_stagione (ogna)_ (c. III, 22); _stasione (ogne)_ (c. VIIJ, 14) —
sempre; _a la stasion_ (c. VIIJ, 39) — talvolta.

_stare. (pur) istando_ (s. VIIJ, 9) — col tempo.

_stesse_ (b. I, 19) — stesso.

_stranero_ (c. XJ, 3) — strano.

_stranianza_ (b. IV, 9) — inesperienza.

_straniata_ (c. IX, 18) — allontanata.

_stridere. (mi) strido_ G. (t.) (IV, 12) — mi chiedo gridando
(dall'assillo del pensiero).

_strimare. strima_ B. (t.) (s. II, 8) — assottiglia, porta via; _si
strima_ Bo. (t.) (s. III, 2) — si assottiglia.

_stringer(e)_ (s. IX, 10) — costringere, dominare.

_strutto_ (c. VI, 11) — distrutto.

_sublimare. sublima_ G. (t.) (s. IV, 6) — vola cosí in alto.

_succiso_ (c. V, 35) — tagliato, strappato.


_talento (l'ho 'n)_ (d. II, 5) — mi piace.

_talore_ (c. VIIJ, 38) — talora.

_taupin_ (s. V, 12) — tapino.

_temenza_ (s. XVIJ, 4) e

_temore_ (s. d. d. a., 4) — timore.

_tempestanza_ (d. II, 42) — tempesta.

_tempestare. tempesto_ (c. VIIJ, 32) — sono in tempesta.

_tenere. (la) tegna_ (s. XIJ, 13) — sia il fondamento della.

_tensa_ D. R. (c. 55) — tenzone.

_termino (in piccolo...)_ (s. V, 11) — in poco tempo.

_tesauro_ (b. V, 46) — tesoro.

_tinto_ (c. XJ, 12) — tintura.

_tirare. tira_ D. R. (c. 48) — strazia.

_togliere. tolle_ Bo. (t.) (s. III, 5) — diminuisce, si assottiglia.

_tormente_ (c. X, 48) — tormenti.

_traier (canson)_ (s. I, 14) — far canzoni; _trare_ (s. III, 4) —
trarre; _tragio_ (s. XIJ, 5) — traggo; _trai_ (s. X, 11) — trae.

_transiti_ (s. IX, 8) — passati.

_transmutamento_ B. (t.) (s. V, 10) — cambiamento.

_traportare_ (c. VJ, 34) — cambiare.

_tremore_ (s. XVIJ, 3) — trèmito.

_trovare_ D. R. (c. 9) — modo di far versi.

_tutor_ (c. X, 19, 38) — sempre.

_tuttavia_ (c. VIIJ, 25) — continuamente.


_u_ (c. III, 72) — o.

_ubidenza_ (c. VIJ, 6, 12) — obbedienza.

_unque_ (c. X, 32 ecc.) — mai.

_usagio_ (s. II, 5; XIJ, 2) — uso.

_usato (lung'...)_ (s. XJ, 11) — paziente, longanime.

_uzansa_ D. R. (c. 23) — consuetudine.


_valensa_ (c. III, 57; s. XIJ, 10) — valore, virtú; (s. XIJ, 13) —
senno.

_valenza_ (s. X, 3) — valore, virtú.

_valimento_ (c. III, 49; c. VJ, 48) — virtú; (s. d. d. a., 13) —
valore.

_vazel_ D. R. (s. II, 12) — piccolo vaso, il corpo.

_ventare. venta_ D. R. (s. I, 5) — spira.

_vertode_ (c. XJ, 33) — virtú.

_vilitate_ (s. d. d. a., 3) — viltá.

_visagio (non cagio'n)_ (s. XIJ, 7-8) — non cado in dimostrazione
esterna.

_visaggio_ (c. XJ, 17) — viso.

_visii_ D. R. (c. 53) — vizi.

_vo'_ Bo. (t.) (s. II, 12) — vi, a voi.

_volenza_ (s. x, 11) — volere.

_volo (con...)_ (s. XIV, 2, 13) — alla sfuggita, affrettatamente,
senza pensarci.

_vossi_ (s. XVIIJ, 2) — vostri.

_vosso_ (s. XVIIJ, 1) — vostro.


_zitello_ (s. VI, 1) — fanciullo.




III

I RIMATORI PISANI

A CURA DI GUIDO ZACCAGNINI




I

GALLO o GALLETTO


I

Ha ricevuto da madonna una rosa e molto spera per questo lusinghiero
principio.

      In alta donna ho miso mia 'ntendanza,
    in quella c'ha 'n bailía
    gioi' e solazzo e tutto insegnamento.
    Lo meo core in altezza s'inavanza;
    piò che io non solía,                                      5
    conforteraggio lo mio 'ntendimento.
    Ché ben conosco e aggiolo provato
    che ogne bon servire è meritato,
    chi serve a bon signore a piagimento.
      A piagimento, con fina leanza,                          10
    lo mio cor s'umelía,
    e servo lá 'v'è tutto addornamento.
    Li amadori lo sacciano 'n certanza
    ch'i' ho ciò ch'e' golía;
    ch'io servo l'alta donna a suo talento.
    A dirlome mandao per suo celato,                          15
    ch'ogni meo bon servir li è tanto in grato,
    ch'a pro d'essa verrand'a perdimento.
      A perdimento perdei mi' allegranza;
    per ciò ch'io mi dolía,
    mi fa sbaudir, poi so a comandamento                      20
    di quella che mi tiene 'n sua possanza.
    Senz'ella non valía,
    or vivo in bona spene e gioi' sento.
    Tal forz'ha l'alta donna dal su' lato,
    che lo vil omo fa esser pregiato                          25
    e lo mutulo torna in parlamento.
      In parlamento e 'n gioco e 'n allegranza,
    piú ch'eo non solía,
    viviamo insembre senza partimento.
    Li mai parlieri, che metteno scordanza                    30
    in mar di Cicilía
    possan 'negare, e viver a tormento;
    ca per li fini amanti è giudicato:
    «Launque è mal parlier sia frustato».
    A l'alta donna piace esto convento.                       35
      Convento mi donao di su' amanza
    un giorno ch'io sallía
    a lo giardino in suo difendimento.
    Una rosa mandaomi per simiglianza;
    piú ch'altro fiore aulía;                                 40
    und'io lo tegno bon cominciamento.
    Dall'alta donna, che 'n m'ha sigurato
    col su' aulente fior che m'ha donato,
    bon cominciare aspetta compimento.


II

CANZONE EQUIVOCA

Si lagna che da piú d'un anno sia caduto in servitú di lei e ne loda
le bellezze.

      Credea essere, lasso!
    como quei che si parte
    da ciò che piò gli è danno.
    Or son caduto, oi lasso!
    loco non ebbi parte,                                       5
    trapassat'è piò d'anno,
    com'este ad esser servo
    de voi, donna, cui servo
    de bon cor, ciò m'è viso.
    Sí siete adorna e gente,                                  10
    faite stordir la gente,
    quando vo' mira 'n viso.
      Ed eo, ponendo mente
    la vostra fresca cèra
    ch'è bianca piú che riso,                                 15
    feristemi a la mente,
    und'ardo como cera:
    levastemi lo riso.
    Le man vostre e la gola
    cogli occhi mi dan gola,                                  20
    tanto a veder, s'io miro,
    mostran che l'autre membra
    vaglian piò, ciò mi membra;
    pur de tanto mi smiro.
      Volea veder non pare                                    25
    nessuna donna roma
    quanto voi bella sia;
    non trovai vostra pare,
    cercat'ho infin a Roma;
    grazia e mercé vo' sia.                                   30
    Le vostre beltá sole,
    che lucen piò che sole,
    m'hano d'amore punto,
    ch'eo n'era sordo e muto;
    or me ne vesto e muto                                     35
    e cantone ogni punto.
      Lo meo cor non fa fallo,
    se da me si diparte
    e saglie in voi al pè:
    mai mio conforta fallo,                                   40
    no' 'n loco né 'n parte,
    e piò ch'arcione in Alpe
    m'ha 'l piè legato e serra,
    e poi mi stringe e serra
    e non vòl ch'eo sormonte                                  45
    lo vostro amor, ch'è colpa
    a meve sanza colpa,
    fam'esser pian di monte.
      Lo vostro amor mi cura,
    di vano amor m'ha mondo,                                  50
    e son piò fermo e saggio
    poi che 'n voi misi cura,
    sovrana d'esto mondo,
    che d'amor siete saggio,
    s'al vostro amor m'aresto.                                55
    A assai piò sottil resto
    si lega saggio e matto.
    Di bella donna gallo,
    ch'amo, ben dico Gallo,
    ch'a ciascun ne do matto.                                 60




II

LEONARDO DEL GUALLACCA


A GALLO

Brutti lacci quelli d'Amore, e quanti affanni esso procura!

      Sí come 'l pescio al lasso,
    ch'è preso a falsa parte,
    son quei ch'a amor s'adanno;
    peggior gittan che l'asso.
    Salamon, che sepp'arte,                                    5
    disse lo mal ched'hanno.
    Al suo senno m'aservo:
    con amor non conservo,
    che fe' fallir Daviso,
    lo profeta piagente;                                      10
    pogo no 'n fo piangente
    fòra di paradiso.
      Se lo scritto non mente,
    per femmina treccera
    si fo' Merlin deriso;                                     15
    e Sanson malamente
    tradil una leccera;
    Troia strusse Pariso
    per Alèna pargòla,
    sí che mai non par gola;                                  20
    sí la strusse la miro.
    Quando d'Eva mi membra,
    null'altr'al cor mi membra:
    di lor opre mi smiro.
      Chi vòl da lor campare,                                 25
    tagli la lor paròma,
    ch'è piena di falsía.
    Mentre che pòn trappare,
    allor dicen ch'a Roma
    creden vogar van sia.                                     30
    Ed io però lassòle;
    ciascuna è tal qual sòle,
    d'esto senno no spunto,
    né non me ne rimuto
    né 'n versi ne rimuto;                                    35
    sempre piò ci propunto.
      Chi s'innamora in fallo,
    odit'ho in saggia parte,
    mant'ha di male palpe.
    Chi bon senn'ha, rifallo,                                 40
    e chi ben si comparte,
    vive come 'n mar salpe.
    Foll'è chi quivi serra;
    chi saglie 'n alta serra
    uop' è ch'abasso smonte;                                  45
    cui amor fier, mal colpa,
    tanto val ch'a me scolpa
    amor, e guai chi amonte.
      La chiar'aire fu scura
    a Gilio e Fioresmondo;                                    50
    lo lor detto fals'aggio:
    e chi vi s'asicura,
    guardin a quei ch'al mondo
    ne dan d'amor lo saggio.
    Serventese, a dir esto                                    55
    va', che per serv'i' resto
    piò puro ch'oro matto,
    a quei c'ha nom di Gallo;
    se Dio di mal tragállo,
    non crea a vista né ad atto.                              60
      Qual om è d'amor preso,
    arivat'è a mal porto,
    alor non è in sua báglia.
    Dal tersolett' ho apreso,
    a sua guisa mi porto.                                     65
    S'alcuna mi si báglia,
    prendo del su' mistero
    quello che m'è mistero,
    e per altro non l'amo;
    per vista che me faccia,                                  70
    né per beltá di faccia,
    piò non abocco a l'amo.




III

PANUCCIO DEL BAGNO


I

È contento di servire madonna.

      Madonna, vostr'altèro plagimento
    e la gran conoscenza
    e la valenza — che 'n voi tuttor regna,
    e stat'han preso altèro a compimento
    con sí vera potenza                                        5
    ch'ognor crescenz'ha — in altura degna,
    han conceduto in me, servo di voi,
    perfezione, in coi
    han messo di voler propio fiso,
    d'ogni penser diviso,                                     10
    di voi solo 'n servir la signoria
    fermato, e ciò meo cor solo disia.
      Del vostro signoraggio, donna, sono
    con compiuto volere
    e col podere — intero in vui servire;                     15
    e mai che solo ciò nente ragiono,
    né giá d'altro piacere
    pori' avere, — potess'unde gioire!
    Unde sovrana aver dunque gioi' deggio,
    quasi poi certo veggio                                    20
    che non v'è solo meo placer servire,
    ma stimo, al mio sentire,
    ch'amor tanto di voi in me procede,
    che degno in tanto sia meo cor non crede.
      Degn'esser quanto so' non fôr amato                     25
    da voi, donna piagente,
    sí veramente, — com'eo credo fiso;
    ma voi pur degna siete che sia dato
    amor chi fermamente
    per voi servente — di voi è assiso.                       30
    E come veramente, donna, e' degno
    diven', ché 'lor che segno
    vedeste per sembianza ch'io v'amava
    e servir disiava,
    el meo cor conosceste sí com'era                          35
    di voi per vostra conoscenza altèra.
      Poi certa, donna, vi fe' conoscenza
    del meo e vostro core,
    ch'era d'amore — di voi, siccom'è, priso,
    fu 'l vostr'altèr de sí nobile essenza                    40
    che mi donò sentore,
    quasi colore — di ben a voi commiso,
    dandomi quasi ferma intenzione
    ch'è vostra oppenione
    per sembianza vi dovesse amare,                           45
    servire e onorare;
    ed eo sí fo, und'ho magn'alegrezza,
    poi m'ha degnato a servo vostr'altezza.
      Senz'alcun quasi par sono 'n gran gioia
    poi ferm'aggio voglienza                                  50
    servir, flor di plagenza, — vostr'altura;
    né giá mai non credo alcuna noia,
    pesanza, né doglienza,
    poi la mia intenza — in voi solo dimora,
    considerando che d'ogne vertude                           55
    siete, u' si conchiude
    fontana e di saver pregi' e orranza,
    senz'alcuna fallanza,
    regnando in voi per sè ciascuno bene,
    a perfezion con voi tuttor convene.                       60
      Donna, po' immaginai
    la piagente di voi nel cor figora,
    è stata mia dimora
    in chiarezza lucente in parte 'v'era;
    ché, prima ciò fusse, era                                 65
    in tenebra d'errore, in parte scora,
    ove giá alcun'ora
    di ben non mi sovenne quasi mai,
    ma poi ch'a voi fermai,
    servendo, pien di gio' so' stato intera,                  70
    om' tornato di fèra,
    da voi sí so' allumato, poi v'amai.


II

È contento di soffrire gravi pene per lei.

      Di sí alta valenz' a signoria,
    uv'i' son 'maginando,
    m'ha dato Amor, tuttor servo, piacere,
    che, sua considerando alta bailía,
    e che, pregio montando,                                    5
    li avanza ognor servire, und'ho volere,
    e costringo 'l meo cor di sofferenza
    ne la gravosa pena,
    la qual di su' altezza, avendo fede,
    intera mi procede,                                        10
    ché giá non manca a di sí gran valenza
    signoria provedenza
    di proveder ciascun leal servente,
    unde m'allegro in pene sofferente.
      Rallegrando isperanza il mio coraggio,                  15
    simiglia sostenendo,
    grave ognor pene, credo udendo dire,
    ma la potenza, di cui so' 'n servaggio,
    e la figur'avendo
    'maginata nel core ad ubidire,                            20
    parte natura e muta di suo loco,
    disnaturando prende
    di selvaggia mainera tanta possa;
    und'è che non si' mossa
    giammai, sperando quasi di conforto,                      25
    la speranza di porto,
    poi sempr'a voglia di servir s'inchina
    sormontando 'l meo core e mai non fina.
      Servire in me non fina voglia pare
    d'amoroso; sí ha preso                                    30
    lo meo cor di disio volere fiso.
    E divisando che temo d'amare
    ch'i' sia di lei ripreso,
    com'om' d'altezza ch'è 'n tutto diviso,
    tutto temenza n'aggio, sí conforto,                       35
    isperando tuttore,
    considerando la sua canoscenza:
    unde i' fosse piagenza,
    mantenendo vorria mevi servente;
    che sí lealemente                                         40
    fermo mi troverebbe in cor siguro,
    simile quasi como l'oro puro.
      Servente puro me trovando e vero
    di lei fermo tenesse
    vorria, né piú disio mantener pregio:                     45
    e me trovando come sono e spero,
    quasi tem'e' di me, se
    tanto di virtú lei valere i' pregio.
    La quale, come sòle us' e natura,
    che non giá punto viso                                    50
    in opera di lei manchi 'n alcuna;
    ma in lei tuttor s'aduna,
    che non guardando di suo ben volere
    il mio pogo podere,
    mi derea gioia e mia poga possanza                        55
    con tutto ognor valore in lei amanza.
      Quasi como chiarezza in parte scura
    di foco chiaror rende,
    sí m'ha chiarito 'l suo piagente viso;
    ché prima vista avesse mia dimora                         60
    lei, che chiarezze stende,
    era 'n tenebre quasi in lor compriso;
    ma poi ch'io lei amando, 'maginai
    la sua forma 'n figura,
    onni valore, s'i'ho, da lei mi venne,                     65
    né mai cura non tenne
    che sol di lei servir meo cor di cosa;
    sperando, in ciò posa,
    fermo, solo di lei ogni mercede,
    e se pen'or sostene, gioi'aver crede.                     70
      Sofferenza vertú, und'eo rallegro,
    in pene sembra, poi tal modo ho priso;
    che non giá guaire priso
    quale soffrenz'ha in ben, ché non giá grande
    virtú di lui si spande,                                   75
    com'om' soffrenz'ha in pene e 'n gran doglienza:
    und'ho soffrir voglienza,
    isforzandom' ognor, in ciò non pigro.


III

Si lagna d'aver perduto la gioia che prima aveva avuto, amando
madonna.

      Sí dilettosa gioia
    non cred'om'nato sia giammai portasse,
    di che si contentasse;
    ch'altro maggior disio li dá rancura,
    u' port'alcuna noia,                                       5
    non potendo complir sua disianza:
    ché ciascun giorno innanza
    e monta in piú voler d'omo natura;
    und'el non mai si paga né contenta,
    ché suo voler non lenta,                                  10
    ma cresce disiando maggior cosa,
    unde non prende posa,
    né perfetta di gioi' port'allegranza,
    ché quant' ha piú voler, d'aver piú 'nnanza.
      Sí perfett'allegranza                                   15
    e compimento portai d'ogni bene:
    se considero bene,
    sovrano 'n gioia fui...
    ... e 'n benenanza,
    ch'avea da quella di cui son servente;                    20
    che li fosse piagente
    parea per sua mostranza il meo servire
    né cos'altra di lei piú disiando
    che leal solo stando
    in lei fermo servire, e 'n ciò che m'era,                 25
    che mi donava intera
    di gioia benenanza e compimento,
    nè piú d'aver mi montava talento.
      E poi com' alcun tempo
    portai sí intera e dilettosa gioia,                       30
    via maggiormente in noia
    son stato doloroso e 'n grave pena,
    ché partire no men pò
    isperanza di tal gioia passata;
    ché chi ha gioi' portata,                                 35
    partendo d'ella, pena a morte mena.
    Però che 'l male avante benenanza
    non grev'è a simiglianza,
    quasi nente ver' bene aver sentito:
    ché poi il ben è fallito,                                 40
    appresso pena dá confusione
    e maggiormente grav'è per ragione.
      La dolorosa pena,
    ove sono distretto interamente,
    la qual mi dá sovente                                     45
    morte passional, tuttor vivendo,
    e ch' un' or' non m'allena,
    da quella ch'i' amo in me ognor discende,
    che ciascun' ora accende
    gravoso in me languir, lasso, dolendo;                    50
    ché crudeltá mi mostra in sua sembianza
    e con fer' orgoglianza,
    servendo lei, disdegna il meo servire,
    unde 'n fèro languire
    piú ch'alcun altro sono e doloroso,                       55
    sostenendo tormento ogni gravoso.
      Fèra ragion m'apporta
    di sí grave tormento tal cagione,
    poi senza offensione
    tal' ho comis'alcuna 'n lei doglienza,                    60
    ma sempr'è stat'accorta
    e presa di voler l'anima mia
    servir, poi 'n signoria
    di lei fui servo intero a sua potenza;
    und'è che la mia vita quasi è morte:                      65
    in tanta pena forte
    mi dá tormento e 'l meo servire isdegna
    e la morte m'assegna.
    Mi fòra vita, in cor perché finita
    sería mia doglia e l'angosciosa vita.                     70
      Mia canzon, or ti parte
    e mostra 'l gran tormento, il qual eo sento,
    avegna il compimento
    non ho potuto dir quanto m'abonda;
    ché, sí com'è in mar l'onda,                              75
    no n'aggio posa, né d'alcun ben parte
    a quella per cui son in sí rea parte.


IV

Si lagna delle pene in cui si trova per servire madonna.

      Poi contra voglia dir pena convene
    a me, quasi dolendo
    per soverchia montanza in cui sormonta,
    ne la qual falso diletto mi tene,
    u' mi mise vogliendo                                       5
    l'anima un disio col cor congionta
    di quella, in cui piacer era coverto,
    quando parea piú vero,
    ch'amor cognosco di falso colore,
    del qual m'ha priso, poi fumi proferto:                   10
    immaginandol clero
    da lei, di conoscenza fui 'n errore,
    perch'io l'elessi a mio proprio signore.
      Non conoscendo, falsezza stimando
    del piager, ma pur fiso                                   15
    dell'alma imaginai il suo diletto,
    e concedette amore in lei fermando,
    d'ogn'intenzion diviso,
    fui a sua signoria servo soggetto
    d'amore 'n atto, distretto 'n potenza:                    20
    di lei sua forma prese,
    al suo voler per lui i' foi congiunto,
    e sommisili arbitro e mia voglienza,
    di lei servire accese,
    u' conoscendo, mai non fallai punto;                      25
    or d'allegrezza m'ha tutto digiunto.
      Fermato a perfezione a suo volere,
    di me non forz'avendo,
    in ardente mi mise coral foco;
    ma ciò mi porge, lasso! piú dolere,                       30
    per difetto sentendo
    di conoscenza aver pene non poco;
    ché poi mi mostrò, lasso, la sembianza
    de la sua opinione,
    la quale, aviso, in lei tuttor regnava                    35
    di piacer contra, und'ho gran malenanza
    in vita e confusione;
    ché 'l meo servir gradisse lei pensava,
    or mortalmente conosco fallava.
      Fallando in conoscenza, in signoria                     40
    di morte sono ognora,
    né morir posso e 'n morte ognora vivo.
    E porge tal cagione in me sí ria
    pena, che fòr misora
    grav'è. Sembro aver vita sí pensivo,                      45
    per ch'io non parto giá d'intenzione,
    ché, se mi fusse danno
    la morte, in vita solo un'or' regnasse,
    ma, tormentando, di vita ho cagione,
    e piú mi monta affanno                                    50
    che s'a morte lo spirto mi mancasse,
    e qual piú pregiudicio mi portasse.
      La principal del meo dolor cagione
    aggio costretto a dire
    ne la fine per piú dolor mostrare,                        55
    e dico piú mi dá confusione
    d'ogni greve languire
    la reprension che pote in lei montare,
    considerando l'altèra valenza
    di natura discesa                                         60
    e lo suo gentil core inganno tegna,
    unde, in alcuna guisa, di fallenza
    di vertú sia ripresa;
    perché maggior di ciò pena in me regna,
    considerando in lei cosa non degna.                       65
      Se 'n alcuna mainera giá potesse
    da la follia presente dipartire,
    isforzereimi a valere alquanto,
    però ch'assai piú manto
    fall'è, cernendo, in mal perseverare,                     70
    che non giá fôra stare
    nel mal, non conoscendo. Ma non posso;
    ché voler non s'è mosso;
    und'e', di ragion om, fatto son fèra,
    seguitando carrèra                                        75
    dal piager falso, c'ha in me pene messe.


V

Ancora mostra il suo dolore per la crudeltá di lei.

      La dolorosa e mia grave doglienza
    conven ch'eo dica in canto,
    com'altri lo piacere e l'allegrezza,
    distringendomi a ciò la mia voglienza,
    avegna me' sia pianto,                                     5
    como m'ha preso, lasso! 'n cor fermezza,
    e la chiarezza — di ciò è sembianza
    ch'eo mi somisi intero in signoraggio,
    fermo avendo coraggio
    d'altèra donna di servir natora,                          10
    u' solo un'ora — mai feci fallanza,
    poi per piacer mi strinsi in suo servaggio,
    und' ho greve dannaggio,
    ché mi disdegna e dá pena su' altora.
      Perfetto in signoria mi misi servo,                     15
    senn'e voler congiunto
    ad un disio, il suo pregio servendo,
    e conservendo ciò, com'or conservo,
    d'ogni penser digiunto
    sono, 'n ciò servo, 'ntera voglia avendo,                 20
    ed attendendo ne in parte diletto,
    il qual per lo piacere imaginai;
    e perché mi fermai
    sotto sua signoria interamente,
    sol che servente — fusse lei soggetto,                    25
    piacer disio e tal voglia portai,
    e piú non disiai,
    nel primo: ed or desio simelemente.
      Non disiando che solo servire,
    di ciò contento fui,                                      30
    in alcun'ora: quasi per sembianza
    dimostrando ver' me fusse in gradire
    gioi' lei servisse in cui
    di ciò sorrise con gran benenanza.
    Ma poi in fallanza — mea vista tornando,                  35
    viddi in tutto lo contraro aperto,
    quasi di ciò isperto,
    poi sua vista fermata m'è in disdegno,
    ed io tal segno — per vero approvando,
    di gio' m'ha miso tale in pena certo,                     40
    di ciascun ben diserto
    e fermo in vita amara e 'n morte regno.
      Regnando in morte, sono in suo podere
    nascoso e forse pare;
    tanto ne l'alma mia monta dolore,                         45
    che, sostenendo 'n pena sí piacere,
    non sí grav'è penare,
    ma grave è piú via troppo e monta ardore,
    ch'io tuttore — contrar me' voler porto,
    poi miso in parte m'ha sí dolorosa,                       50
    ove pena gravosa
    m'abbonda ciascun'or, com'aigua in fonte,
    ch'el del monte — di gioi' m'ha indi sporto,
    unde la pena m'è via piú dogliosa,
    poi di gioi' dilettosa                                    55
    m'ha miso in pene piú ch'io non ho cónte.
      Contat'ho parte di mia pen'alcona,
    ma non quante in me regna
    per non potenza a dire avendo intera;
    ché 'l core e 'l dir mi manca e abandona,                 60
    e, come foco in legna
    s'apprende, pianto in lui simel mainera,
    und'è che fèra — tal ho 'n pena vita:
    poi, disiando servir fermo intero,
    son di ciascun ben vero                                   65
    e di speranza d'aver gioi' luntano;
    ma' non istrano — di doglia 'nfinita,
    ov'io consomo com'al foco cero,
    né cosa mai ispero
    mi possa, disdegnand'ella, far sano.                      70
      D'altèra signoria
    'maginando beltate e piú valore,
    mi misi servidore,
    ov'io son servo, quando a lei gradisse,
    né mai so ch'io fallisse;                                 75
    ma per bassezza me forse disdegna,
    ma perciò ch'io mai vegna
    quant'ho di voler manto non m'è viso,
    ma tuttora strò fiso,
    né per tormento alcun mutando via.                        80
      S'umeltá con fermezza
    nel suo scendesse disdegnoso core,
    ogni pianto e dolore
    di me mi parrea gioi' ed allegrezza.


VI

Si lamenta ancora di dover tanto soffrire per essere servo d'Amore.

      Considerando la vera partenza
    c'ho fatta intera d'ogni vano amore,
    e 'l gravoso dolore
    ch'aggio sentito 'n sua star signoria,
    pòte di gioia aver meo cor essenza,                        5
    poi che disfatto lui ho, meo guerrero,
    e preso in disamore
    ogni d'amanza sua cosa e poi via,
    la qual quando seguía,
    porgea tristizia in me d'ognunque pene,                   10
    non resentendo bene
    d'alcun piacer, ma greve ogni doglienza;
    unde miso a perdenza
    avea mia mente, corpo, alma e core,
    su' poderato essendo in me furore.                        15
      E quanto d'altro piú fui doloroso,
    ciascun dolor di lui, lasso! sentendo,
    tanto dico, gioiendo,
    deggio portar via più d'altr'allegrezza,
    poi che 'n vertá sono vero amoroso,                       20
    e, partito d'amore, amor prendendo
    e diritta seguendo
    d'anima voglia, che fu in iscurezza,
    la qual giunse gravezza,
    e reformando in lei iroso male,                           25
    imperciò ch'è penale
    possa seguir diritta e torta intenza,
    ma, or che dipartenza
    ho di lui fatto, seguo ogni memòra
    e quant'ontai con esso senza mora.                        30
      Non sentimento mai ebbi di gioia,
    seguendo in lui voler fer' ed ontoso,
    né mai ebbi riposo
    per isperanza d'alcun ben che sia:
    e che sembrav'a me bene, era noia                         35
    e ogni vero bene, oltra gravoso,
    per che sempre angoscioso
    viveva dimorando in tal follia.
    Unde perduto avía
    ogne vertú che mise in me natura,                         40
    sí che solo figura
    mantenea d'omo e non punto scienza
    e l'alta canoscenza
    de la ragion, la qual or non tutt'aggio,
    unde vivea ferale oltra selvaggio.                        45
      Del dolor che porgea in me mainera
    chero ferma cagione adimostrare,
    e volendo contare
    com' riformava in me suo gran tormento,
    non tormentava me di doglia fèra,                         50
    come sensibil corpo in dar penare,
    ma solo in disiare,
    tardando ciò che m'era piacimento;
    ché non pò far contento
    alcuna cosa u'om' non porti amanza,                       55
    tuttor sia 'n sua possanza,
    e dove porti giá non possa avere.
    Ah! che grev'è 'l dolere
    u' solo perda alquanto d'ella viso:
    dico tormenta, se disira fiso.                            60
      E non sentiva per lo su' operare,
    ma cagion era in ciò ch'era operato,
    unde segondo stato
    di natura mi dava isvariamento;
    farmi voler che non potea 'cquistare                      65
    e perder che gradivo avea 'cquistato
    e 'n ciascun d'esti grato
    porgiami svariato sentimento.
    E tal suo creamento
    adoperava in me diversa offensa,                          70
    e dico: — Om' per potenza
    ciò ch'ha 'quistato amando u' prende gioia,
    sed ei perde, poi noia
    gli abbonda maggio che non fé il deletto,
    per che nostra natura è in defetto. —                     75
      Com'operava in mevi il suo sentire,
    tutto languir diviso ogni piacere,
    al desentir dolere
    da me diviso d'ognunque suo male,
    e dammi noia in che ferm' ho gradire                      80
    e fammi che volea tutto isvolere
    ed el desio podere
    ch'era costretto a desiar infinale
    e diverso, giá quale
    non potea aver mai compimento                             85
    ed il suo potimento
    diliberato in tutto aver disio,
    sí che mis' ho in obrío
    ogni sentir di lui fermo e ricordo,
    stando a membranza di lui, mai sempre ordo.               90
      Se disdegnanza Amore alcuna ha presa,
    volendo apporre offesa,
    ch'e' fui'n sua signoria, or ne son fòra,
    di colui che restora
    il tormento c'ha avuto ogni mio fallo                     95
    e che per vero sallo,
    ni vorrea senza stato esser sua doglia,
    per la qual credo in me piú gioi' s'acoglia.
      Anco maggio difensa,
    la qual misura sostien di ragione,                       100
    ha maggi' offensione,
    ch'om non seguir dea mal tutto deletto,
    né senta ov'ha defetto
    maggiormente non donque ov'ha 'frissione
    e corporale eterna confusione.                           105


VII

Si lamenta delle prepotenze e ingiustizie che commetteva in Pisa la
parte che spadroneggiava al governo della cosa pubblica.

      La dolorosa noia,
    ch'aggio dentro al meo core,
    che non mostri di fòre
    non posso: tanto sostener m'avanza,
    montando malenanza                                         5
    e soverchiando me da tutte parte,
    poi che tra gente croia
    (come non saggi, alpestri,
    ch'aver degni capestri
    lor serian, distringendo come fère,                       10
    quale piú son crudère),
    dimorar mi convene e stare 'n parte,
    e non solo dimor con loro usando,
    ma mi convene stando
    sotto lor suggezion quasi che muto,                       15
    di che son dipartuto
    d'ogni piacer, poi lor signoria venne:
    e come ciò sostenne
    venisse, u' sosten regno, eo meraviglio
    Dio, poi comunitá mis'ha 'n disguiglio.                   20
      Mis'hanno in disguiglianza
    ragione e conculcata
    e per loro scalcata,
    li lor seguendo pur propi misteri
    e i malvagi penseri                                       25
    seguitando, non punto in lor ragione.
    Lá ch'era comunanza
    hanno sodutta in parte,
    ed han miso in disparte
    li valorosi e degni e bon rettori,                        30
    per li quali e' maggiori
    con parvi dividían onor comone;
    ora l'hanno condutto in propietate,
    perché la volontate
    lor tanto fèra il senno ha suggiugato,                    35
    e giá non è mostrato,
    ch'è sol voler per lor fer' e mortale,
    il quale ha miso a male
    ed a danno, volendo, loro terra
    e perdute castella e piano in guerra.                     40
      E quei ch'erano degni,
    e che 'n vero son anco,
    mis' han dal lato manco,
    crescendo onor, rettori ed avanzando
    e non quasi mancando                                      45
    per lor ragion, ma sol era ben retta,
    di che si vên gran segni:
    giustizia conservata
    era per lor montata,
    sí che mal fare alcun non quasi ardía,                    50
    perché 'l mal si punía,
    la terra d'ogni scuso era ben retta.
    Or giustizia è deserta, ond'è caduta,
    con ragione perduta,
    ché piú  ladroni son che mercatanti,                      55
    e quasi certo i santi
    son dirubbati e no solo i palagi,
    ed a ciascuno adagi
    par de' detti signor, ma ciò non sono,
    ché l'un perisce e l'altr'ha 'n mal perdono.              60
      Portano perdonanza
    i lor propi 'n mal fare,
    e piú che meritare
    è intra loro alcun che l'òr vorria,
    però che la lor via                                       65
    la fine e 'l primo e 'l mezzo è propio a male;
    ed altri, s'è 'n fallanza,
    greve sostegnon pena,
    e chi lor guerra mena
    quant' a lor terra son siguri 'n tutto                    70
    e riprendon condutto
    di ciò che volno in lor cittá, el quale
    e le terre, che son tante perdute,
    non giá l'hanno volute
    difender, ma perdute sian lor piace,                      75
    e, divietato, han pace,
    solo a confusion d'omin di parte.
    E ciò fatt'hanno ad arte,
    unde procederá in loro gran danno,
    ché non sofferrá Dio sí grande inganno.                   80
      Se mi distringe doglia,
    non certo è meraviglia,
    ma crudeltá somiglia
    a cui non prende doglia e pena monta,
    veggendo che si ponta                                     85
    alcuna parte in mal far quanto pòte,
    e quei che piena voglia
    aviano 'n bene ovrare,
    e tutto il lor pensare
    solamente era in ciò, sono a nente                        90
    per sí smodata gente,
    und'onni gioi' per me son vane e vòte,
    ché sento in tutto morta ora giustizia
    ed avanzar malizia
    e 'l mal ben conculcare, somettendo                       95
    e montando e crescendo
    islealtate, inganno e disragione,
    di che mia 'ntenzione
    non è che lungo tempo Dio il sostegna,
    che non soffrir vorrá cosa sí 'ndegna.                   100
      Seminato nel campo fer' han seme
    e seme simel sé ciascun arende,
    und'è folle chi attende
    di seminato gran piggior che gioglio,
    perché non tanto doglio                                  105
    che frutto e seme cosa una fi' 'nseme.
      Per soverchi'abondanza
    ch'avea ed ho di gravosa doglienza,
    m' have la mia voglienza
    sommosso a conto far di sí gran torto,                   110
    il qual greve m'ha porto
    cagion dogliosa e fèra di dolere,
    poi che 'l bene a podere
    sento perire e 'l mal tuttora avanza.


VIII

Vorrebbe trovar rimedio contro le pene d'amore, ma non sa come.

      Dolorosa doglienza in dir m'adduce,
    non potendo celar, tacendo, 'l core:
    tanto m'avanza ognor pen'e dolore
    che pregio men che nente vita u' regno.
    Considerando, lasso!, son ritegno                          5
    d'ogni languire, avendo mia vita agra
    e di ciascun plager lontana e magra,
    avendo di vertú perduta luce.
    Poi del mio cor disio metter soffersi
    in seguitar, perdendo ragion vera,                        10
    e sommettendo arbitro 've non era,
    ciò è servaggio di natura umana,
    u' non guardai avendo mente sana;
    ma or somiso aver non vorea dico,
    ché d'allegrezze, di gioi' son mendíco,                   15
    ritegno di dolor fonte diversi.
      Disnaturando natura, seguendo
    di sottometter voglia altrui 'n servaggio,
    ché chiar conosco che l'uman lignaggio
    d'aver fugge signor naturalmente,                         20
    ma diviso da ciò diversamente,
    regnando in me avendo gran diletto
    d'essere servo di cui son soggetto,
    in seguitare affanno sostenendo.
    E poi congiunsi mevi a tal desire,                        25
    non mai d'intenzion tal fei partenza,
    ma misi 'ngegno a ciò e tutta potenza
    e d'altro in me poder giá non ritenni
    che sol servendo u' manco lei non venni,
    e che i fosse piager fece mostranza,                      30
    siccome quasi me parv'accordanza,
    und'

Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/39239