L'amore che torna: romanzo
by Guido da Verona · Italian · Gutenberg #38720 · 718,945 chars · public domain (US)
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Title: L'amore che torna: romanzo
Author: Guido da Verona
Release date: January 30, 2012 [eBook #38720]
Language: Italian
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Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'AMORE CHE TORNA: ROMANZO ***
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GUIDO DA VERONA
L'Amore che torna
ROMANZO
VIII.ª EDIZIONE
_(dal 101º al 150º Migliaio)_
R. BEMPORAD & FIGLIO -- EDITORI -- FIRENZE
--
MCMXX
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PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi
_Milano -- Tip. Pirola & Cella di Primo Cella_
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L'Amore che torna
«Placet, si vis Domine»
-- Dormite? -- ella domandò, piano, entrando sotto l'arco della tenda
che l'avviluppava in sè come un mantello d'antico e fosco velluto. Avevo
inteso il rumore de' suoi passi nell'altra stanza, il fruscìo della sua
gonna sul tappeto, ma fingevo di sonnecchiare davanti al caminetto, con
un libro aperto su le ginocchia.
-- Dormite? -- ella ripetè, avvicinandosi e protendendo il capo, quasi
per meglio discernermi nella semioscurità della stanza.
-- No, stavo pensando, -- le risposi con una voce rapida, che a mio
malgrado tradiva l'impazienza di averla così a lungo attesa.
Bella e ridente nella luce irrequieta della fiamma:
-- Ebbene -- domandò -- non mi dite nulla? non mi salutate neppure?
-- Vi aspettavo per le quattro e mezzo; ora sono le sei... Veramente mi
pare un po' tardi!
-- Allora me ne torno via... -- E fece ridendo l'atto di volgersi; poi
soggiunse:
-- Dunque, siete sempre in collera?
-- Con voi non mi riesce! Solo, durante le attese, medito, e quando
medito mi assale a poco a poco l'esasperazione.
-- Già, voi avete un carattere bizzarro! Ascoltatemi: ora vi spiegherò.
-- A che serve? Mi sarebbe così difficile credervi!
-- Ed avreste torto, -- ella rispose tranquillamente. -- Se volessi
mentirvi, saprei anche mentirvi bene.
-- Oh... davvero?
-- Forse ne dubitate? Noi donne ci confondiamo più facilmente nel dire
la verità.
-- Quand'è così, -- feci -- spiegatevi pure.
-- Permettete che mi sieda? -- ella domandò in tono di celia.
-- Ve ne prego.
-- E che mi tolga la pelliccia? i guanti? il cappello?
-- Ve ne prego, -- ripetei con la stessa urbanità.
-- E che vi chieda un bacio? un bacio su la punta delle dita?
Mi tese una piccola mano, senz'anelli, con l'unghie rosee, finemente
curate, ove le mie labbra indugiarono con voluttà, poich'era tepida e
morbida come una soave piuma.
-- Ecco, -- ella fece, sedendo presso il caminetto e ravviando i suoi
capelli, d'un bel colore d'oro e di bronzo antico, fusi per comporre
insieme una maravigliosa luce, -- ecco: vi aspetterete chissà quale
confessione, chissà quale complicatissima storia... Invece una causa
molto semplice: avevo dimenticato. Leggevo anch'io, vicino al fuoco, un
libro molto bello, e mi ricordai dell'ora solo quando fu, come voi dite,
un poco tardi.
Mi guardò col suo riso impertinente, in cui erano tutte le grazie e
tutte le insensibilità.
Una pausa lunga; ella si leva, guarda i fiori che stanno in un grande
vaso d'argento e trascolorano al riverbero del fuoco, sceglie una
pallida rosa e la pone alla sua cintura. Io accendo una sigaretta, la
decima forse dalle quattro e mezzo in poi; Ludovico reca il vassoio del
tè: ci sediamo entrambi, aspirando il vaporoso aroma della bevanda
profumata.
-- Dunque, -- riprendo con indifferenza, -- avete letto molto a lungo? E
certo un libro attraentissimo, un libro strano, perchè voi amate
soltanto le cose strane...
-- Non sempre, qualche volta, anche le tristi.
-- Allora, oggi, un libro triste?
-- Sì: «_Le roman d'un spahi_», del Loti. Era l'unico libro suo che non
avessi ancor letto.
-- Vi piace Loti?
-- Molto; perchè ne' suoi libri mi rassomiglia un poco; sente cioè tutte
le cose con un'anima che non è sua, ma che gli appartiene e che sa far
comprendere come se fosse la sua.
-- E questa seconda anima cosa sarebbe, in voi ed in lui?
-- Oh Dio, è ben difficile a definirsi! Un misto d'ingegno e di
fantasia, d'indifferenza e di sensibilità, di superficiale e di
profondo, di curioso e d'inutile.
-- È vero; per Loti è vero. Per voi, non so... perchè non vi conosco.
-- Ah?... ricominciate le indagini solite?
-- No, me ne guardo bene. Mi avete già data una risposta la quale vieta
ogni ulteriore commento. Mi avete detto: «La mia vita passata non vi
appartiene, come non appartiene a me sola... dunque non insistete,
perchè inevitabilmente vi mentirei.» Questa frase risolve tutto; non
insisto più.
-- Ed è forse meglio per entrambi. Vi ho detta la verità fino al segno
cui potevo giungere: non chiedetemi oltre. A me riesce più facile
inventare una fiaba che risolvermi ad una confessione, perchè non amo
intrusi nella mia vita intima ed inoltre ho più fantasia che memoria...
Perdonatemi, la colpa non è mia!
Tutto questo ella diceva con indefinibile grazia, in una lingua
straniera che usava con familiarità, sebbene vi risuonasse talvolta
l'accento natìo, come in tutta la sua persona era segnato, puro e
splendido, il tipo della sua terra ungherese.
-- Via, Germano, -- ella seguitò con maggiore dolcezza -- perchè
tormentarci? Perchè mi lascerete partire con un triste ricordo?
-- Partire? -- l'interruppi vivamente. -- Ieri mi avevate quasi promesso
che...
-- Sì, ieri... Ma poi ho meglio riflettuto, e mi sono persuasa che devo
partire.
-- Non comprendo questa necessità. Voi siete libera, credo.
-- Appunto perchè lo sono, e vorrei rimanerlo sempre, -- rispose, con
una leggera ombra nel viso.
-- Temete forse ch'io divenga troppo indiscreto? che m'impadronisca
troppo della vostra libertà?
-- Non è per questo, Germano.
-- Ed allora?
-- La ragione è un'altra. Ve la scriverò dopo aver lasciato Roma. Per
ora non mi domandate nulla, nulla, vi prego.
Il fuoco era quasi spento, la stanza semibuia, il rumore della strada
reso fievole dalle folte cortine. Di quando in quando uno scalpitìo di
cavalli sul lastricato, un crepitare della brage morente; nell'aria il
profumo delle rose d'inverno, languida fragranza di fiori sbocciati
senza sole; ed ella era seduta nella grande poltrona di cuoio dai foschi
rilievi, co' due piedini sovrapposti, appena uscenti fuor dalla balza,
le mani posate sui bracciuoli: tutta vestita di nero.
Da quando ella era divenuta «la mia amica», poichè amava ella stessa
chiamarsi così, io vivevo nell'ardore di una febbre in cui erano gioie
forse più acute che nella voluttà di possederla e tormenti più acerbi
che nell'assoluta rinunzia. Sentivo confusamente che se fosse partita,
se non avessi potuto più soffrire della sua presenza, mi sarei creduto
per sempre incapace di accendere in me un altro desiderio, di esprimere
un'altra ammirazione, di conoscere o di pensare un'altra bellezza, la
quale somigliasse lontanamente alla sua.
Per questo le andai vicino, e dimenticando il fugace rancore le parlai
quasi tremante.
-- Non andrete via, -- la pregai. -- Non posso lasciarvi partire!
Mi guardò a lungo, mi porse la mano, ebbe un sorriso pieno di tristezza,
mi disse:
-- Anch'io vorrei forse restare, ma invece devo, devo andarmene via...
-- Poi soggiunse: -- Ritornerò; verrete voi a vedermi... chissà!
-- No, Elena: se partite questa volta, non ci vedremo più; mai più.
-- Perchè mi dite questo? Anche la prima volta noi credevamo che sarebbe
stato così, ed invece... La vita è tanto bizzarra!
-- Elena, io farò in modo che non ci si riveda.
-- Voi? e perchè?
-- Perchè è sempre triste, enormemente triste, rimanere a mezza strada
fra l'indifferenza e l'amore, fra la curiosità e il desiderio, fra
quello che è stato e quello che poteva essere. Un sogno si può talvolta
sopprimere, ma incatenarlo, precludere ad esso l'avvenire, questo no.
D'altronde fra voi e me l'amicizia non è possibile. Perchè essere
solamente amici quando è lecito amarsi? Elena, da che vi conosco non ho
avuto verso di voi la più piccola irriverenza, non ho tentato mai di
spingere la nostra intimità oltre il limite che le avete voluto
prefiggere, trovando questo, non solo naturale, ma opportuno, perchè
siete fra quelle donne che si debbono avere sempre o non avere mai.
-- Credete proprio che ci siano tali donne? -- ella rispose con
volubilità. E, nel fissarmi, qualcosa di crudele attraversò la sua ferma
bellezza.
-- Se vi sono, -- risposi -- hanno certamente il diritto di farci anche
soffrire.
-- Sentite, -- m'interruppe, con riso pieno d'ironia su la bocca
giovine, -- credo che voi parliate con molta facilità... Veramente vi
ammiro!
-- Perchè? -- feci, un po' confuso.
-- Via! Mi piace la sicurezza con la quale dite queste cose molto gravi
e molto serie. Parlando con voi, talvolta mi sembra di assistere alla
recitazione d'un ottimo attore.
-- È dunque singolare che si abbia entrambi, esattamente, la medesima
impressione.
-- Eccovi súbito mordace. Ma no!... io trovo questa una cosa naturale!
Passiamo tante ore, qui, soli, nè possiamo far altro che parlare.
Ditemi, avete avute molte amanti voi?
-- Sì, molte, come tutti gli uomini che possiedono le qualità essenziali
per piacere alle donne, ossia un bel nome, un patrimonio mai esausto, e
molta disinvoltura.
-- Credete che queste qualità bastino sempre?
-- Sempre almeno per correre quella via battuta che si chiama la via del
cuore femminile.
-- E ne avete amate molte?
-- No, amate no. Le ho predilette, come alcuni prediligono i fiori. Mi è
piaciuto coltivarle, carezzarle, per ricevere in cambio il loro profumo,
persuaso che questo profumo sia forse nella donna la cosa migliore. Ma
purtroppo non ho mai saputo dare un'importanza grave ai sentimenti che
sfioravano il mio cuore sbadato. Poi un'altra cosa vi dirò: mi è mancata
una, forse la più superficiale, fra quelle distrazioni che ad altri
uomini rendono così attraente il gioco dell'amore; voglio dire il
capriccio, la passione che nasce per puntiglio, la tenacità. Davanti ad
una porta che si chiudeva con ostinatezza non mi sono mai fermato a
lungo; andavo altrove... e di porte che si aprono ve ne son tante al
mondo!
Ella sorrise evasivamente, con un sorriso incomprensibile, alzando la
mano verso una parete ov'erano in mostra, dietro un cristallo, alcuni
ritratti di donne; poi, dalla parete, verso un quadro, e disse:
-- Quelle, per esempio?
Anch'io volsi da quella parte gli occhi, e risposi con una certa
pacatezza:
-- Sì, quelle, oppure tante altre che non ricordo più.
-- Voi parlate come Don Giovanni in un giorno di noia...
-- Oh, no! -- risposi ridendo. -- La vostra ironia non mi ferisce
affatto, perchè davvero non penso di aver seminate molte vittime lungo
il mio cammino. Anzi la mia coscienza dorme tranquilla. Ho conosciute
molte donne, ho creduto di amarne alcuna, mi sono accorto alla fine di
non aver amato mai. E per questo ve ne parlo senza gioia, senza rancore,
come potrei ricordare il nome dei cavalli preferiti che ho fatto correre
su gli ippodromi, quand'ero più ricco, e degli amici che m'hanno aiutato
a dissipare gaiamente la vita. Lo scopo nel mondo è provare molte
sensazioni: se poi si confondono insieme, che importa? La sensazione è
un sentimento che scende sino al fiore dell'anima e non la pénetra, ma
la fascia soltanto: per questo è più soave. Senza tormentarvi, senza
farvi male, vi dà una specie d'ebbrezza. Ecco, vi dirò: vi sono alcuni
profumi così intensi che son quasi un sapore; la sensazione è tale: un
profumo che vi porta tutta l'anima di una cosa e vi commuove come un
sentimento.
Da capo, su le sue labbra, quell'impercettibile segno d'irrisione che
talora pareva un freddo scherno, talvolta un'addolorata ironia.
-- Perchè, -- le domandai dopo un silenzio -- perchè mi guardate così?
-- Io?... -- fece trasognata. -- Non saprei.
-- Volete forse ripetermi la frase di prima, dirmi...
-- Che siete un commediante? Sì, forse. Ma la commedia è vita in chi la
rappresenta bene.
Poi, mutando viso, allungò la mano verso un astuccio d'argento che
luccicava sopra un tavolino e disse:
-- Via, datemi una sigaretta, Germano!
Il suo volto era tutto soffuso dal rossore della brage ravvivata, ma
nell'ombra la sua mano protesa era calma e pura come quando la baciai la
prima volta, in un giardino d'albergo, allo sfiorire d'un autunno
ligure, mentre, ne' suoi occhi di fanciulla, ridevano le maraviglie del
cielo.
II
Ella non dava pace a' miei sensi; la sua bellezza non posseduta mi
assediava come un incubo nella febbre. Le cose più futili mi
richiamavano a questo pensiero; talvolta un profumo, un suono, una
inflessione di voce, un oggetto qualsiasi da lei toccato, ammirato,
desiderato.
Tutto ricordavo di lei, quand'era assente, con una esattezza mirabile.
Avrei potuto, anche da solo, comprarle un paio di guanti, sceglierle un
cappello, conoscere fra cento lo stivaletto che meglio le avrebbe
calzato. Così mi avveniva di fermarmi fanciullescamente davanti alle
vetrine per fare queste scelte mentali.
Un giorno anzi, la marchesa Serra di Marziano, la Senatoressa, un'amica
mia nel tempo del suo fiore, (oh, declinare d'una splendida estate!), la
marchesa Serra di Marziano mi sorprese davanti un negozio di mode in
questa palese contemplazione.
Scendeva dalla sua carrozza e d'improvviso mi capitò dietro le spalle.
-- Che fate, Guelfo? -- esclamò allegramente. -- A' miei tempi non vi
conoscevo questa passione per i cappellini ed i boa delle signore!
-- Allora, marchesa, preferivo svestire... -- le risposi con un tono di
burla galante per trarmi d'impaccio; -- ed ora preferisco vestire: che
volete mai, s'invecchia!
-- Dunque state facendo una scelta. Entrate con me; chissà che non vi
possa dare un buon consiglio.
-- Vi assicuro, marchesa, che non facevo nessuna scelta; guardavo la
vetrina per semplice curiosità.
-- Ebbene, accompagnatemi lo stesso; il buon consiglio me lo darete voi,
-- rispose la bella donna con quel sorriso ch'era tuttavia rimasto
giovine su la sua bocca troppo arrossata. -- So che avete buon gusto.
E così dicendo i suoi occhi esprimevano un'ironia di ricordi lontani.
Volle che la seguissi nella sala di prova e mi fece sedere in un angolo,
dicendomi:
-- Fumate pure; così vi annoierete meno. È vero, Madame Josephine, che
gli permettete di fumare?
Madame Josephine, una Parigina, venditrice di eleganze, che sapeva
ricevere le sue clienti con un garbo davvero impareggiabile, non solo mi
accordò volentieri questa licenza, ma prese ad enumerare i nomi di tutte
le signore che ormai «ne se gênent plus» e fumano in sala di prova,
«comme les messieurs à leur cercle!»
Intanto la marchesa provava e riprovava con una rapidità nervosa tutti
gli ultimi «modelli di Parigi», guardandosi ad ogni specchio e cicalando
senza tregua.
-- E questo come vi pare, Guelfo?
Era un cappello larghissimo di tesa, con una grande piuma da un lato,
alla Rembrandt, semplice, di una eleganza squisita. Si confaceva
mirabilmente con la sua bellezza matura.
-- Non vi sta bene; mi sembra un po' troppo eccentrico, -- risposi per
dispetto. Madame Josephine ne fu scandolezzata, ella che lo trovava
«séyant comme tout!»
-- «Oh, mais les hommes, mon Dieu!...» -- mi disse con un sorriso
paziente.
Infine la marchesa scelse un cappello ch'io le consigliai caldamente,
perchè m'annoiavo, ed uscimmo insieme.
Era su l'imbrunire. La luce color d'ambra del tramonto laziale orlava
gloriosamente le guglie delle chiese lontane. Volle che facessi un giro
nella sua carrozza. Partimmo al trotto veloce dei due grandi sauri che
riempivano la contrada di fragore.
Ella portava un profumo troppo forte; rammentai che nelle stanze chiuse
questo profumo talvolta mi dava il mal di capo; aveva la bocca troppo
rossa, una bocca da molti baciata.
-- Non vi sembra incredibile, -- ella disse d'un tratto -- che noi siamo
rimasti amici, e buoni amici, anche dopo esserci amati per qualche tempo
ardentemente? È una cosa rara.
Il mio pensiero errava lontano, per altre vie, soggiogato.
-- È una cosa naturale, trovo. -- E continuai scherzosamente: -- Se le
signore non facessero così, finirebbero con vivere in mezzo ad un
esercito di nemici. Non vi pare?
-- Siete caustico, amico mio! -- ella esclamò ridendo. -- Ma quello che
più mi dispiace si è che vi trovo di un umore tetro... -- Poi
d'improvviso: -- Vi fa soffrire?
-- Chi?
-- Eh, via!
-- Non vi comprendo.
-- Oh, insomma, la nuova, l'ultima... la più bella!
Io mi strinsi un poco nelle spalle.
-- Povero Guelfo, -- continuò; -- io vi conosco bene, perciò vedo che
state passando una crisi.
-- Una crisi?
-- Precisamente. Siete un ubbriaco morale, avete una manìa d'amore.
Sento che i vostri nervi soffrono.
-- E come lo sapete voi?
Lenta e blanda si appoggiava contro la mia spalla; v'era nella sua voce
qualcosa di torbido, che improvvisamente mi accendeva nella memoria il
pensiero delle carezze d'una volta.
-- Come lo sapete voi? -- feci di nuovo, poichè aveva taciuto. Mi fissò
gli occhi negli occhi, con un riso esperto, e disse:
-- Non è così, forse? Non è vero che vi esaspera? Io non so come stiano
le cose, ma penso che l'amore platonico non sia fatto per gli uomini del
vostro temperamento!
E continuò a ridere, di quel riso che m'irritava come una provocazione.
La guardai. Un senso d'angoscia mi sopraffece, in cui v'era pure un
senso di ostilità contro quella donna, contro quel profumo, contro tutte
le cose che faceva o diceva per molestare la mia nervosità. Ma d'un
tratto, come sotto il chiarore d'una luce ambigua, mi parve rivedere in
lei l'amante di una volta, la donna gloriosa e gioiosa che aveva
dispensato il vizio come il suo pòlline un fiore. E mi piacque, perchè
aveva la bocca tinta di rosso, il profumo estremamente forte, la gola un
poco sfiorita.
Certo se ne avvide: una sua mano furtiva mi cercò.
-- Germano, -- disse con la voce velata, -- se io fossi ancora la vostra
amica non vi renderei così triste.
Di nuovo la guardai. V'erano ancora nel suo volto i vestigi di una
grande bellezza, gli occhi le splendevano d'un chiarore di gioventù.
-- Se fossi ancora la vostra amica... -- pronunziò più lentamente, con
un brivido.
Ora, davanti a noi, si aprivano i Prati del Castello vasti e bui della
solitudine della sera imminente. Fumavano su dalle torri della prigione
antica lenti fasci di nebbie crepuscolari, verso il cielo, che da ogni
nuvola, gradatamente abbandonava il giorno.
Vinto da una specie di perversità mi chinai su quella bocca troppo
vicina, che mi alitava su la faccia il suo torbido e caldo respiro.
-- Voi, Guelfo, -- mi disse, rannicchiandosi nella pelliccia -- voi
siete fra que' rari uomini che una donna non dimentica mai. Se non foste
innamorato, Guelfo...
E si cacciò le mani freddolose nel tepore dell'ampio manicotto.
-- Se non foste innamorato, Guelfo...
-- Ma lo sono, lo sono terribilmente... di un pensiero che mi avete
fatto nascere voi!
Un riso aperto le gonfiò la gola, e, quasi per dissimularlo, si nascose
la faccia nel manicotto, fra un mazzo di viole. Poi, subitamente,
cambiando voce, con sottile ironia:
-- Come sta, -- mi disse -- quella nostra povera Edoarda?
Era una domanda sùbdola e ne fui molto infastidito.
-- Cosa volete dire, marchesa?
-- Nulla: domando sue notizie. È gran tempo che non la rivedo. Ecco una
ragazza che molte hanno ragione d'invidiare.
-- Vi ringrazio della buona frecciata, marchesa! Come al solito siete
crudele.
-- Non è crudeltà, caro Guelfo. Certo non posso impedirmi d'ammirare il
vostro imperturbabile coraggio. Alla vigilia del matrimonio v'ingolfate
in una grande passione, (oh quanto grande!) non solo, ma per colmare un
giorno di nevrastenia tentate anche un ritorno verso gli antichi amori.
Siete un uomo fortunato, voi!... Potete fare questo ed altro.
-- Amica mia, sapete pure che si vive una volta sola.
-- Questo sì.
-- E dunque?
-- Dunque... avete ragione!
-- Ci vedremo allora?
-- Non so...
-- Come non sapete?
-- Bisogna riflettere...
-- Riflettere? Via!... sarebbe la prima volta!
E ne ridemmo entrambi, con le labbra congiunte.
III
Io vi pongo una domanda semplice:
«Ad una donna che una volta si è amata, o si è creduto di amare, ad una
creatura fragile come l'ambra e pallida come la cera, è mai possibile
tenere un discorso così terribilmente logico e crudele? È mai possibile
dire:
«Ascoltami Edoarda: il mio grande amore non è stato che una favola,
un'illusione... ora è finito; non c'è rimedio nè speranza, mai più.»
Dirle:
«Tu sai: l'amore che finisce è come una lampada che si vada spegnendo in
una sala piena d'argenterie. Quand'essa era in vita, tutte le cose
intorno brillavano, abbagliavano, erano altrettante luci; man mano
ch'essa muore, tutto a poco a poco si attenua, si vela, s'adombra...
Così fu per me. Qualcosa cessò di vivere nell'anima mia più profonda, e
lentamente, senza volerlo, divenni per te un nemico. Le cose tue che mi
erano sommamente piaciute suscitarono in me quasi uno scherno; alcune
lentezze della tua voce mi annoiarono, il vezzeggiativo con il quale
usavi chiamare il mio nome, anch'esso mi dispiacque, la tua sensibilità
eccessiva m'irritò, le tue tenerezze soverchie mi vennero a noia. Un
giorno, me ne ricordo assai bene, tu cantarellavi... Certo non hai avuta
mai un'attitudine vera per il canto, ma in altri tempi amavo
immensamente udirti accennare qualche bella canzone sottovoce. Quel
giorno -- si era in campagna -- dovetti uscirmene in fondo al giardino
per non pregarti di tacere. Tu, come donna, in quest'ora sopra tutte
difficile, quando l'amore pericola, non hai saputo valerti della tua
femminilità. Mi hai fatto conoscere l'amarezza delle tue lacrime, il
tedio de' tuoi rimpianti. Ora, sappilo, Edoarda: in questi stramonti
dell'amore v'è qualcosa d'ineluttabile, perchè nessuna forza umana può
rinfocolare l'agonia di un sentimento. Ho cercato d'ingannare me stesso
e d'ingannare te; ma oggi tutto mi riesce vano. È finito, intendi?
finito! E questa parola è irremediabile come tutte le cose che in sè
racchiudono il nulla...»
Ad una creatura fragile come l'ambra e pallida come la cera, che vi
avesse regalato a piene mani tutto il fiore della sua giovinezza, è
possibile confessare una verità più semplice ancora, dirle:
«Io non ti amo più, perchè mi possiede, m'inebbria e m'incanta un altro
sogno d'amore?...»
No, certo. E l'angoscia continuava.
Ogni venerdì mi era necessario trovare un pretesto plausibile per non
accompagnar a teatro Edoarda e sua zia, nel solito palco, alla solita
ora, con una tediosa monotonia. Quel pretesto contava tra le maggiori
fatiche della mia settimana. Il venerdì, beninteso, andavo a pranzo da
lei: dovevo dare un mio consiglio su l'abito, sul cappello; dire qualche
scempiaggine perchè la vecchia zia non s'addormentasse dopo la chicchera
di caffè, -- indi subirmi a teatro uno spettacolo eccezionalmente
noioso. Dopo il teatro la zia soffriva d'una specie di languore allo
stomaco: al ritorno, l'aspettava nella sala da pranzo una piccola cena
fredda.
Questo languore in fondo non era che un'ottima invenzione di Edoarda per
procurarci una mezz'ora d'intimità nel salottino roseo, dove i paralumi
attenuavano soavemente la luce.
Colà mi conveniva essere un'istrione perfetto, consumare tutte le grandi
e piccole finzioni che servono ad intessere la commedia dell'amore.
Molto spesso quello spuntino della zia durava quanto un vero e proprio
banchetto, perchè la povera donna, dopo averci chiamati una e due volte
sommessamente, cadeva in quello stato di sonnolenza morboso ch'io solevo
chiamare «il letargo della bisarcavola». Oh, quante infrenabili tossi!
quanti urti -- per inavvertenza -- nelle tavole, cercando che si
destasse! E dietro queste piccole astuzie, nel mio cuore angosciato
quanta immensa pietà!
Certo v'erano in me due uomini ben distinti, che senza posa cercavano di
sopraffarsi; due uomini di natura inconciliabile, negazione perpetua
l'uno dell'altro, ed io stesso non riuscivo a comprendere per quale
occulto legame potessero convivere insieme.
C'era in me un uomo piuttosto dedito alle forme, alle astrazioni delle
cose, guidato da una morale rigida e da una chiara intelligenza, capace
di sentimenti squisiti e spesso d'ingenuità puerili; raffinato ma non
corrotto e facile all'ardore come allo sconforto; un uomo infine che
amava e rispettava la vita.
Ma insieme un'altro v'era, che aveva per maggiore intento quello di
esaurire tutte le sensazioni, di sviscerare le cose, per ricercarvi la
vanità recondita, con una pertinacia inaudita; un uomo crudele,
scettico, beffardo, che si accettava senza discussione e si serviva con
una singolare noncuranza. Costui non amava e non rispettava la vita, ma
neanche la temeva, sapendo contrapporre a tutte le sue minacce lo scudo
inflessibile della propria indifferenza.
In comune avevano solo pochissime qualità: una sobria eleganza in tutte
le attitudini morali ed intellettuali, una fede calma e perseverante nel
favore della sorte, secondo il motto della mia casa:
«_Placet, si vis, Domine!_»
IV
-- Dove andiamo, signore? -- mi domandò il vetturino, tutto
incappucciato sotto l'ombrello gocciolante.
Gli diedi l'indirizzo del Circolo. Egli fece schioccare la frusta ed il
cavalluccio riprese il suo trotto rassegnato per i selciati che
ruscellavano.
Affacciato al vetro, seguivo con occhi distratti le figure sghembe dei
passanti, che si premevano lungo il marciapiede, formando con gli
ombrelli una specie di lunga tettoia oscillante.
-- Come l'umanità è grottesca quand'è bagnata! -- esclamai meco stesso,
quasi per infiltrare un poco di buonumore nella tetraggine di quel
tramonto decembrino.
Fra gli amici che andavo a trovare nelle sale del Circolo ve n'era uno
che mi dava insolitamente noia. Giorgio Albanese, soprannominato
l'«Assillo», per la sua tenacità nel far la corte alle donne quando se
ne incapricciava, era certo un damerino d'eleganza impeccabile, dai
capelli ben lisciati, lo sguardo vivace sotto l'occhialetto arrogante,
una bianchissima dentatura e qualcosa d'irritante nell'asciuttezza della
sua faccia rasa. Costui, che certo non ignorava i miei legami con Elena,
si era messo a farle una corte serrata. Già due volte aveva cercato di
avvicinarla per istrada, e di giorno in giorno le mandava all'albergo
grandi mazzi di fiori, biglietti con frasi galanti, oppure ninnoli,
dolci, profumerie, cose tutte che rimanevano in dono al portiere. Io,
poichè non vantavo sopra Elena che un diritto d'amicizia, dovevo
sopportare tutto ciò in silenzio, benchè me ne rodessi acerbamente.
Quando entrai al Circolo, si stava giocando una partita vivace. Camillo
Ainardi e Marco Sabbatini tenevano il banco, gli altri scommettevano
poste ragguardevoli. Siccome il gioco non ammette cordialità, fui
accolto con rapidi saluti e frettolosi cenni della mano.
A capo della tavola il vecchio conte Anghilieri leggeva l'_Osservatore
Romano_, con due paia d'occhiali, avanzando di tempo in tempo sul
tavoliere un modestissimo gettone, che regolarmente gli si raddoppiava.
Il Mariani, con le mani in saccoccia, attento come un bracco da fermo,
aspettava il buon colpo; Laganà di Rienzi bestemmiava grossolanamente ad
ogni posta perduta.
Entrai nella partita, contendendo il banco ai due fortunati banchieri, e
l'ottenni, mentre Fabio Capuano, il mio vecchio amico, si alzava pieno
di collera, esclamando:
-- Per Dio diavolo! Tutti gli anni, al giorno della Immacolata
Concezione, mi càpita un rovescio! Si vede che io, con le Vergini, son
proprio destinato a non aver fortuna.
Io risi, e gli dissi:
-- Vuoi che ti tenga socio nel mio banco?
-- Volentieri: per un terzo.
-- E' inteso.
Avevo all'occhiello una rosa. Guardai l'Albanese e risi.
-- Perchè ridi? -- egli fece.
-- Nulla... Tocco la rosa perch'essa mi porti fortuna. Ho la
superstizione dei fiori.
Diedi le carte e perdetti. Nacque sùbito fra l'Ainardi e il Sabbatini, i
soci di prima, una discussione su la precedenza delle poste. Purtroppo
le alleanze di giuoco non sono che tregue armate.
Si discusse a lungo, finchè intervenne il rubicondo e calvo marchese
Della Pergola per fare una sfuriata. Nonostante il suo spirito
conciliativo, era fra quegli uomini che giuocano con raccoglimento, e
non ammetteva che si potesse tanto cicalare davanti alla sacra maestà
delle carte da giuoco.
Infine quel diverbio si compose. Diedi ancora tre volte il colpo e tre
volte perdetti.
Guardai di nuovo l'Albanese, toccando il fiore e risi.
-- Non serve! -- egli scherzò con ironia, facendo pompa de' suoi
guadagni.
-- Servirà.
Cambiai mazzo, e con esso la sorte. In breve raccolsi tutto il denaro
de' miei competitori e persino riuscii a vincere due volte la rara posta
del conte Anghilieri. Egli borbottò qualcosa dietro il giornale, poi si
mise a rasciugar gli occhiali.
Ed io, tolta la rosa dall'occhiello, piacevolmente la posai vicino alle
carte. Guardai l'Albanese e risi.
Continuammo. La fortuna non mi lasciò. Molti si esasperavano:
l'Albanese, mettendosi e togliendosi nervosamente l'occhialetto, mi
fissava con animosità, poich'era fra quelli che giuocano contro il
denaro e contro le persone insieme.
Quel mio ridere lo molestava; ed io per esasperarlo insistetti.
-- Vedi bene che l'Immacolata non c'entra, -- dissi al Capuano, il quale
trepidava.
-- Non bestemmiare, per l'amor del cielo! -- questi mi rispose, facendo
le corna. -- E rimetti quel fiore dove lo avevi prima, se non vuoi che
ti porti la jettatura.
-- Questo fiore?... Ah no! -- io dissi, distribuendo le carte. -- Questo
fiore è il dono d'uno di noi alla più bella donna di Roma!
E fissai l'Albanese, che cercò di reprimere un movimento di dispetto.
-- Anche le donne, adesso? -- Non mancava che questo per rovinarci del
tutto! -- borbottò l'Ainardi.
Ed Antonino Massàra, il pettegolo balbuziente, soggiunse:
-- La più bella don-na-di-Ro-ro-ma ti ap-pa-partiene! Vi-viva la
ff-accia tua!
-- Mi apparterebbe forse, -- risposi, vincendo il colpo iniziato, -- se
non mi fosse contesa. V'è chi me la seduce... a mazzi di fiori!
-- Vuoi alludere a me? -- interruppe Giorgio Albanese in tono di
falsetto.
-- Credo infatti che fosse tuo quel mazzo dal quale ho tolta questa
bellissima rosa. Volevo dirti che i tuoi fiori appassiscono tutti nel
ripostiglio del portiere. Quanto profumo sprecato!
-- Credo che tu voglia millantare in questo momento, -- mi disse un po'
livido.
-- Io non millanto mai, -- risposi con pacata ironia; -- perchè, sebbene
non mi chiamino l'«Assillo», qualche volta so pungere anch'io.
-- Insomma ti avverto che mi secchi! -- egli esclamò dando un pugno su
la tavola.
-- Ragazzi... per l'amore di Dio!... -- fece il marchese Della Pergola,
cantilenando con angelica noia.
-- Potrebbe darsi che ne avessi l'intenzione, -- risposi all'Albanese
con voce beffarda, fissandolo in faccia.
-- Ed io t'ingiungo di smettere! -- inveì l'altro, scattando su, nero
come una viperetta.
-- Scusa... -- gli risposi con una placidità provocante, -- ora poi mi
sembri sommamente ridicolo!
Egli fece l'atto di avventarmisi contro, ma con prontezza gli amici
s'interposero e lo trascinarono fuori.
-- Credo che tu abbia perduta la bussola! -- mi disse a mezza voce il
Capuano, carezzandosi la barbetta brizzolata che gli dava un po' l'aria
del cavaliere antico.
La cosa fu risolta il giorno dopo, con un colpo di sciabola che ferì
leggermente l'Albanese ad una guancia. Ed il portiere dell'albergo non
ricevette più nè profumerie nè rose.
V
Elena entrò quella sera, con un giornale piegato sotto il braccio e
senza poter nascondere la sua inquietudine.
-- Ecco! ecco! -- esclamò con un rimprovero sorridente. -- Vi siete
battuto con quel signore dei mazzi di rose. Bravissimo!... e senza dirmi
nulla!
-- Da ieri non ci siamo più riveduti. Come potevo dirvelo? Ed a voi chi
lo ha raccontato?
-- Ne parlavano all'albergo poco fa; poi è stampato su l'_Italie_.
Bravissimo! E, grazie al cielo... Ma perchè non dirmi nulla?
-- Oh, Dio, queste sciocchezze si raccontano poi, vi pare? Ma toglietevi
il cappello almeno, datemi la mano almeno!
-- Pazienza, pazienza! Prima voglio sapere come andarono le cose. Mi
avete fatta fare una bella figura all'albergo!
-- E perchè?
-- Ma, si capisce! Quando mi diedero la notizia, ebbi paura che foste
ferito, e scioccamente... Insomma, questo non conta! Poi mi hanno detto
che il ferito era l'altro, «le monsieur aux roses!...» ed allora
pazienza! Ma voi, voi...
E mi scoteva davanti agli occhi l'indice minuscolo in segno di minaccia.
-- Ecco: sono venuta sùbito; mi sento ancora un po' turbata. Come fu
dunque?
Le tolsi un guanto, baciai quella morbida sua mano.
-- Come fu? ditemi, ditemi... -- pregava con impazienza.
Le raccontai la storia brevemente. Allora mi venne più presso, e
posandomi entrambe le mani sul braccio mi domandò:
-- Perchè avete fatto questo?
-- Perchè l'altro mi dava noia. E' molto semplice. E perchè voglio che
vi lascino stare. Non siete mia, lo so, ma non importa. Qualche volta
penso quasi che lo siate. Del resto non val la pena che se ne parli più.
Ella mi guardava co' suoi grandi occhi fermi, che le illuminavano tutta
la faccia. Dalla veletta sollevata le sfuggivano alcune ciocche di
capelli, prendendo in quella luce diffusa il color tizianesco del rame
antico. Mi chinai su la sua bocca, per baciarla, e non osando ancora, mi
indugiai a respirare nel suo respiro, a vivere nel cerchio della sua
vita, con tale un turbamento che dovetti chiudere gli occhi.
-- Elena, rimanete a pranzo da me questa sera... -- le dissi con
desiderio e con paura.
Ella si era intanto rivolta verso un gran vaso di lilla bianchi, e ne
carezzava un ramo lentamente, abbassando la faccia, come per nascondere
i suoi pensieri.
-- A pranzo? No, no, -- rispose in fretta.
-- E' una promessa... e non la mantenete mai.
-- E' meglio di no.
-- Siate buona, Elena...
Si china maggiormente sui lilla, senza rispondere: alcuni rami
s'impigliano tra i suoi capelli.
-- Venite a sedervi qui, -- le dico.
Viene, lenta: si siede presso il fuoco; i lilla bianchi le hanno
lasciato nel viso tutto il lor pallore. Tace, mi fissa; tace, contempla
il fuoco; erra per la sua bocca un'espressione indefinibile di
tristezza, poi si copre la faccia con i due palmi, forse perchè nasce in
lei, come in me, senza volerlo, un bisogno irresistibile di pianto.
E quando la interrogo, mi risponde con la voce rotta:
-- Perchè taccio? Non so... Mi sembra di sentirmi un poco male.
-- Che male?
-- Nessuno... tutti... la malinconia.
Vi sono fiori all'intorno, traboccano da ogni vaso, mettono per la
stanza una primavera che illanguidisce ai riverberi del fuoco. La sua
pelliccia trema di riflessi continui su la spalliera d'un divano; per
l'aria naviga una lenta soavità. Eppure a noi sembra di non poterci
parlare. Le parole si avvicendano, rare, con fatica.
-- Dove siete stata oggi?
-- All'albergo tutto il giorno.
-- Che avete fatto?
-- Niente.
-- Avete letto?
-- No.
-- Scritto?
-- Nemmeno.
-- Mi volete un poco di bene?
-- Non so, non so...
E scuote il capo, si copre di nuovo la faccia. Fra le sue dita scorre
una lacrima, luccica un istante nel chiarore della fiamma, cade.
Io m'inginocchio davanti a lei, prendendole i due polsi; ma subitamente
mi respinge:
-- Lasciàtemi, lasciàtemi... Non voglio!
Poi, dalla poltrona in cui sta rincantucciata, si leva d'improvviso e
dice:
-- Vado via. Non posso più rimanere qui.
Quasi ruvidamente la trattengo per una mano:
-- No! Sono io che non voglio!
Allora mi guarda un momento e le rinasce su l'orlo dei labbri un ambiguo
sorriso.
-- Penserete ch'io sia pazza, non è vero?
-- Lo sono più di voi, Elena; molto più! Non andate via.
Ed ecco, ridendo, scuote la testa come per scacciarne la tristezza e
segna con la mano intorno:
-- Perchè tutti questi fiori?
-- Per voi, per farvi un poco di festa.
Ride più forte.
-- E le rose dell'altro... le rose del vostro avversario... la stessa
cosa, non è vero?
-- Come volete, -- rispondo, rabbuiandomi. -- Può darsi che sia la
stessa cosa. Come volete.
Abbraccia tutti i fiori con un gesto largo e dice:
-- Belli!
Poi, di sùbito, volgendosi a me, con la bocca schernevole:
-- Come sta la vostra fidanzata?
-- La mia... chi vi ha detto?... -- esclamò impallidendo.
-- Come sta? -- ella ripete, un po' convulsa.
-- Io non ho fidanzate, o per lo meno, ecco: non ne ho più.
-- Ah?...
-- Ma chi v'ha detto questo?
Rapidamente allora si trae dalla cintura una lettera piegata in più
doppi e me la mostra dicendo:
-- Questa lettera.
-- Non firmata, probabilmente.
-- Non firmata, infatti.
-- Posso leggerla?
-- Se volete.
S'avvicina, la spiega e legge con me. Siamo entrambi con le spalle
rivolte contro il caminetto; il suo dito scorre su la pagina
sottolineando le righe di una calligrafia malsicura che appare
manifestamente simulata.
Dopo aver letto, io taccio un momento, poi le domando:
-- Quando avete ricevuto questa lettera?
-- Ieri.
-- E non mi avete detto nulla ieri?
-- No.
-- Per qual ragione? Mi sembraste anzi così allegra.
-- Certo; perchè no?
-- Ebbene: è la verità, o almeno una parte della verità, quella che
tutti sanno.
Ella intrecciava le dita insieme, poi le scioglieva, standovi attenta,
come se quel lento gesto bastasse ad avvincere il suo pensiero.
-- Ed ora ditemi una cosa, -- domandò. -- Perchè me lo avete nascosto?
-- Se ve ne spiegassi la ragione, forse non credereste.
-- Forse. Ma ditela in ogni modo.
-- Ebbene, perchè sapevo, perchè speravo, che un giorno voi ed io si
sarebbe riusciti a vivere insieme. Allora non volevo lasciarvi supporre
che l'avessi abbandonata per causa vostra.
-- Oh!...
-- Ve l'ho premesso; non credereste. Ma è tuttavia così, proprio così.
Ho doveri gravissimi verso questa fanciulla, e non li posso più
compiere. Sono miserie che ho preferito nascondere. Ve l'avrei detto più
tardi.
-- Per qual motivo non li potete più compiere?
-- Perchè in certi momenti mi pare quasi di odiarla. È crudele a dirsi,
ma ora, da qualche tempo, i miei nervi non la sopportano più.
-- L'avete amata?
-- Mi è sembrato, una volta.
-- E lo sa?
-- Lo intuisce; ma finora non ho avuto il coraggio di farle questa
confessione. Temo di vederla troppo soffrire.
-- Oh!... ma dunque le donne vi amano tutte così?
-- No, non scherzate! La cosa è troppo triste.
-- Io v'aiuterò, -- ella disse gravemente, dopo una pausa.
-- A far cosa?
-- A compiere il vostro dovere.
-- Elena, vi ripeto, non burlatevi di me!
-- Non mi burlo affatto. Se questo che mi avete detto è vero, non
esitate, non esitate un istante, perchè, Germano, la cosa più terribile
al mondo è quella di aver fatto soffrire.
E mi parve che un'ombra fugace passasse nel suo pallore.
Le andai presso; raccolsi nelle mie mani le sue, come per meglio
comunicarle il mio pensiero:
-- Elena, mi siete veramente un po' amica? Posso parlare con voi? Posso
dirvi tutto?
-- Ma sì, certo, certo.
Allora le raccontai la mia storia tristissima, le dissi di questo
legame, contratto quasi involontariamente, e che diveniva ogni giorno
più la catena insoffribile, il giogo sotto il quale avrebbero cercato
invano di curvare la mia indipendenza.
-- Sapete, -- le dicevo, -- io mi domando sempre come avvenne. Furono
gli amici, le circostanze, dovrei dire il destino, se vi credessi.
Vivevo a quel tempo una vita fastosa, inutile, sfrenata, e c'era una
fanciulla che mi amava, che professava per tutto quanto era mio una
religione appassionata e silenziosa. Cominciarono alcuni amici con
dirmi: «Sai, Guelfo, sarebbe quasi tempo che prendessi moglie anche tu.
Una fanciulla che ti vuol bene, graziosa, enormemente ricca, senza
parenti fuorchè una vecchia zia... ebbene, cosa puoi desiderare di
meglio?» -- «Di meglio che la mia libertà? -- risposi. -- Nulla!» -- E
nemmeno vi pensai. Ma, vedete, qualche volta nasce contro un uomo, per
condurlo a commettere una sciocchezza, quasi una vera e propria congiura
di piccoli avvenimenti, che più tardi non si ricordano nemmeno più. Io,
che la conoscevo appena, ebbi da quel tempo frequentissime occasioni di
vederla, e quando le parlavo, la sua faccia s'imbiancava come se le
facessi male. Sapeva tutto di me; aveva letti alcuni miei libri di
viaggi; possedeva un mio quadro di molti anni addietro, che si chiamava,
mi ricordo: _La svernata in Abbruzzo_; insomma ella mi venne incontro
come chi ha sete va incontro alla fontana. Questo non mi diede nessuna
gioia, tranne una grande stupefazione. Era la prima volta che imparavo a
conoscere un'anima di signorina. Finchè, un giorno, in un albergo di
campagna...
E le confessai la mia colpa, nel modo più naturale, come se parlassi
d'un altro e raccontassi una storia udita per caso. Ella mi ascoltava
senza perdere una sillaba, ritta contro il camino, con le due mani
protese all'indietro verso il tepore del fuoco. Un contorno di luce
rendeva più ferma l'immobilità de' suoi lineamenti.
-- E v'era, -- continuai, -- v'era, ve lo confesso, anche un'altra
ragione. Il mio denaro sfumava. Di giorno in giorno vedevo la rovina
giungermi sopra a grandi passi. Oltre a ciò, la noia, la stanchezza di
vivere a quel modo, il bisogno di rinnovarmi un poco... infine la
promessa!
Mi era quasi appena caduta dalle labbra, che già mi pentivo di averla
data. Un soffio disperse tutto, l'amore, la riconoscenza, i calcoli... e
non rimase che la paura di spezzare quell'anima fragile nel confessarle
che tutto era stato un'illusione, impossibile a continuarsi,
necessariamente finita...
E soggiunsi:
-- Fra qualche mese, al termine d'un suo lutto recente, l'avrei dovuta
sposare.
Ella mi ascoltava ora con la testa un poco abbandonata all'indietro, le
palpebre socchiuse, come sentendosi rapire da un pensiero dilettoso e
crudele. La sua gola riversa biancheggiava, palpitando per il respiro
troppo frequente, ed aveva in sè una similitudine di colomba, una
similitudine di cosa immacolata.
Ed ancora narrai le terribili angosce sofferte per tenere in vita questo
amore che finiva, le lotte affrontate, le finzioni, le piccole menzogne
necessarie, le volte ch'ero andato per dirle: «Sai Edoarda...» -- per
dirle tutto, -- e me n'ero tornato indietro, più vile, più
lamentevolmente spossato, col mio secreto nel cuore.
Infine le domandai:
-- Ora, ditemi: è più onesto sposare una donna in queste condizioni od
avere il grave coraggio che può essere necessario per non morire in due?
Quella immobilità di statua fu scossa come da un brivido; vidi che una
lotta veemente si dibatteva in lei; pensò a lungo, in silenzio, poi
repentinamente levò la faccia. Gli occhi le splendevano di una luce
oscura, nel mezzo della fronte aveva una piccola ruga e le vagava su la
bocca un sorriso delicatamente crudele. Le sue mani si posarono aperte
su le mie spalle, strinsero, strinsero forte...
-- Non so! non so nulla! non so nulla! -- rispose con precipitazione.
Poi d'un tratto, avvinghiandomisi al collo:
-- Taci! Non parlare più!...
Le sue labbra, con irosa gioia, si lasciarono cogliere su la bocca il
primo nostro bacio d'amore.
Sentii che la stanza, i fiori, la luce, l'anima, tutto spariva in un
vuoto profondo come l'oblio.
VI
La mattina seguente, pochi minuti prima del mezzogiorno, camminavo con
un passo alacre verso la casa di Edoarda Laurenzano. Vanamente cercavo
di costringere il mio pensiero alle opportune meditazioni di quell'ora
forse terribile che per me s'apparecchiava. Tutto nel mio spirito era
giocondità, sorriso, luce.
Godevo il piacere insaziabile di respirare l'aria, di bagnarmi nel sole,
di camminare con rapidità nell'ingombro dei marciapiedi; provavo la
gioia di veder correre i cavalli, e gli uomini urtarsi, confondersi,
elevando la voce, manifestando in mille modi continui la vitalità dei
loro muscoli e dei loro pensieri.
Eppure una gran casa taciturna mi attendeva: in quella casa una fragile
apparizione di fanciulla, con gli occhi pieni di lacrime latenti, buona
fino al martirio, pallida fino allo squallore. Mi attendeva lo sforzo di
comprimere dentro il cuore tutta l'esuberanza di questa immensa gioia,
per chinarmi a raccogliere un dolore, a simulare una pietà, e, menzogna
sopra menzogna, forse a concedere una speranza.
Come mi avrebbe accolto Edoarda, dopo la notizia del duello ed i maligni
discorsi delle premurose amiche? Senza dubbio le voci su la mia recente
avventura con Elena dovevano essere giunte fino a lei. D'altronde, come
le avrei spiegata la mia trascuraggine di quegli ultimi tempi? Un
giorno, mentre passeggiavo con Elena sul Corso, la sua carrozza era
passata improvvisamente. Non potendomi nascondere, m'ero vôlto con
prontezza verso una vetrina, e durante il fugace riflettersi della
portiera nel cristallo non avevo potuto discernere se colei che stava
nella carrozza mi avesse o no veduto. Infine mi sarei dunque deciso ad
una confessione aperta, od avrei di nuovo prolungata per viltà quella
orribile finzione?
Tutte queste domande volgevo confusamente nel mio spirito, e rimanevano
senz'alcuna risposta. Nel varcare la soglia del palazzo Laurenzano,
provai subitamente una stretta al cuore. Tutto là dentro, le persone e
le cose, mi erano familiari, avevano al mio giungere un sorriso di
cordiale accoglienza.
Vedendomi entrare, il vecchio portiere si affacciò alla vetrata per
dirmi ambiguamente:
-- Oh, signor conte! Non la si vedeva da molti giorni. E' stato malato
forse?
-- Un po' indisposto; nulla, nulla, -- risposi con brevità.
E la sua moglie ciarliera gli andava borbottando qualcosa dietro la
schiena, tirandolo per la falda della livrea.
Venne il cocchiere in quel punto, mentre stavo attraversando la corte,
per dirmi che uno dei cavalli s'era azzoppato e la signorina gli aveva
detto di mostrarlo a me... quando venissi.
-- Va bene, -- risposi. -- Scenderò dopo la colazione.
Quei cavalli erano stati scelti e contrattati da me; in quella casa
tutti oramai mi consideravano come il padrone. Salito che fui
nell'anticamera, il domestico tornò da capo con le sue rispettose
maraviglie. Sono costoro per consueto custodi assai gelosi dell'onor
familiare.
Edoarda mi venne incontro per il corridoio, senza far strepito sul
tappeto, appoggiandosi alla parete, nell'ombra.
-- Credevo che non saresti venuto mai più....
Furtivamente, nel corridoio, non sapendo come risponderle, per fare
quello che facevo sempre, volli darle un bacio.
Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in fretta:
-- Vieni, la zia ci attende.
Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una immensa
poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre alle sue cuffie di
lana.
Whisky, il piccolo _terrier_ dal musetto bianco e nero, le sonnecchiava
davanti, sopra un cuscino. Quando mi vide, balzò diritto e mi corse
incontro saltellando, abbaiando forte.
-- Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? -- feci allegramente,
per nascondere la mia confusione. Ma Whisky si arrampicava su le mie
gambe, mi grattava le scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in
braccio e carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una
vecchia signora corpulenta e piena d'infermità, mi accolse in un modo
appena urbano.
Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole e di fatti: quel
mio malessere continuo, la febbre, l'arrivo di un amico da Palermo,
l'incidente spiacevole con l'Albanese, lo scontro «e poi, di nuovo,
ieri, tutto il giorno, tutta la notte, l'emicrania...»
Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio gesto, ingoiasse
con amarezza ogni mia parola. Poich'ero assai confuso, Whisky sopra
tutto m'interessava, con le sue comiche impertinenze, con le sue
capriole sui cuscini, vispo come un furetto.
-- E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? -- io dicevo,
schioccando le dita per provocare la sua vivacità.
Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai come in quel giorno
ella mi parve stremata. Il lungo pianto le aveva devastata la faccia.
-- Mi ha detto il cocchiere, -- profferii timidamente, per interrompere
il gelido silenzio -- che uno dei cavalli zoppica. Dopo colazione
bisognerà che lo andiamo a vedere.
-- Sono già due giorni, -- ella disse, guardando a terra.
-- Non fu chiamato il veterinario?
-- No: credevo che sareste venuto.
Ancora un lungo silenzio.
-- Non avete altri duelli in vista? -- fece dottoralmente la zia.
-- Nessuno ch'io sappia, -- risposi, volendo riderne.
-- Meno male: noi lo abbiamo saputo dagli Ardizzò-Basile e più tardi dai
giornali, perchè voi, naturalmente...
Io mi precipitai a raccogliere gli occhiali che le erano caduti.
-- Preferivo dirlo a voce, -- risposi, -- e siccome non ho potuto venire
ieri...
-- Già, l'emicrania! -- disse la zia, stirando le sue cuffie. Poi
soggiunse:
-- Naturalmente ieri abbiamo avuto una sequela di visite. Oltre gli
Ardizzò, vennero i Landriano, mia cugina Ferro con suo marito, le De
Gennaro, Maurizia Curreno, e molte altre. A proposito, si potrebbe
sapere la causa vera di questo famoso duello?
-- Ma è semplicissima: un incidente di giuoco al Circolo, come vi ho
detto.
-- Già; ma sembra che non tutti spieghino la cosa in questo modo. Il
battibecco di giuoco, se vogliamo, è la versione ufficiale; ma insieme
se ne dà un'altra.
-- Un'altra?... -- feci evasivamente. -- Mi stupisce. Sebbene dovrei
sapere ormai di quali pettegolezzi si dilettino i Landriano, gli
Ardizzò, le De Gennaro e tutta questa brava gente.
-- Eh, davvero, voi siete una grande vittima, povero Germano! -- fece la
zia sogguardandomi sopra gli occhiali.
-- Non voglio notare la sua ironia. L'incidente mi creda, si è svolto
così...
E narrai un comunissimo bisticcio, provocato da una freddura
dell'Albanese. Durante il mio racconto la zia gonfiava la sua faccia
pingue, talora sorridendo e talvolta volendo interrompere, Edoarda mi
ascoltava senza batter palpebra, con il volto chino, facendo uno sforzo
per reprimere il suo dolore.
Quand'ebbi finito, la zia si dimenò più volte nella poltrona con una
specie di furor contenuto, e, molto accesa nel volto, squadrandomi di
traverso:
-- Bene, bene, -- concluse: -- a me sembra semplicemente, che, in date
condizioni, un gentiluomo non dovrebbe dimenticare...
-- Zia... -- profferì Edoarda con voce angosciata, intercedendo per me.
-- Tu sei una sciocca, Edoarda! -- rispose la zia, eccitandosi. -- Dovrò
pure parlar io, visto che tu taci.
-- Zia, ti prego! -- supplicò di nuovo Edoarda con le lacrime agli
occhi.
-- Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi riesce, di
sbrigarvela a modo vostro; io, dopo tutto, non c'entro.
E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa, e tratto
tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali visibilmente appannati.
-- Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi cattivo sangue per
voi. Ma tu sei una sciocca, povera Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque
il mio gomitolo! Whisky, qui!
Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la sala, mostrando il
mio malanimo, e credendo che la migliore saggezza fosse il tacere.
Whisky, lasciato il gomitolo, mi saltellava dietro le calcagna,
esortandomi a giocare con lui.
Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la vecchia signora
non era mai di cattivo umore, sebbene prima s'inghiottisse tutta una
spezieria di medicine.
Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero corse
involontariamente alla piccola sala da pranzo dai tendami di broccato
rosso e dalle grandi scansìe, con l'effige della trisavola campeggiante
su la parete; alla sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato
fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore. Un paragone
involontario mi si affacciava nel pensiero tra quella superba immagine
di donna, esprimente in ogni sua forma l'impetuosa gioia di vivere, la
felicità di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata per il
troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi cerulei con uno
sguardo pieno di smarrimento.
Ero lì, ma l'anima correva lontana. Sognavo; ad occhi aperti sognavo.
... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall'addobbo severo,
che a quella voce limpida pareva risvegliarsi come da un letargo antico
e lasciarsi a poco a poco invadere dalla nostra giocondità. Ridevano
intorno i vetusti arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che
avevo dovuto vendere l'anno prima per causa de' miei dissesti, ad uno
speculatore straniero, e persino rideva dal quadro annerito l'arcigna e
barbuta mia trisavola (Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la
quale provocava l'ilarità di Elena, specialmente per la struttura del
suo naso e la lunghezza delle sue dita.
Scintillava nei calici la spuma dello Sciampagna, e l'anima generosa di
quel vino biondo accalorava un poco le guance di Elena, diffondendole
negli occhi un'ombra di soave languore. Ella vi bagnava le labbra,
bevendo a piccoli sorsi, lentamente, come si aspira un profumo. La sua
bocca rossa, quando si staccava dall'orlo del bicchiere, umida per uno
scintillìo di piccole gemme liquide, aveva in sè qualcosa di
estremamente sensuale, come la maturità di un frutto che si fende al
sole.
Non v'erano a guardarci che i fiori nelle coppe di cristallo e gli occhi
scolpiti nei fregi delle grandi scansìe. Veniva su dalla strada un
rumore confuso, traverso i tendami di broccato, e poichè gli usci erano
aperti verso la sala, si vedevano ardere i tizzi di ginepro, talora con
ventate improvvise di scintille che sfavillavano e crepitavano prima di
soffocarsi entro la cenere.
Da lei, dalle sue vesti, si esalava un odore tenuissimo, forse un po'
simile all'eliotropio, quell'odore che reca talvolta il vento della
primavera quando giunge di lontano ed è passato sopra le serre aperte.
Ero ad un'altra tavola, davanti al dolore di un'altra, ma il mio
pensiero infrenabilmente risognava così. E per lei, per lei, per quella
del mio sogno, volevo contendere finalmente a quelle fragili mani la mia
liberazione.
Ma come ardire?
Non ella era venuta verso me con l'anima sul palmo della mano, perchè io
vi spegnessi la mia sete? Io solo avevo dalle sue gote fatta sfiorire la
giovinezza, e nella primavera della sua vita ero passato io solo, ma
come un turbine, come una devastazione.
Quale diritto potevo dunque invocare a difesa di me stesso, per quanto
nessuna legge vi sia contro il delitto che uccide un'anima?
E d'altronde perchè io, come essere umano, avrei dovuto sacrificarmi a
lei, nell'ora in cui sentivo di potermi scagliare con l'impeto più
giovanile della mia forza verso i miracoli d'una vita nuova? Condurre la
mia libertà sfrenata sotto le placide ali del suo dominio e dirle:
«Ecco: incatenami ora, perchè un giorno, per illusione, t'ho amata!»
Queste meditazioni confuse avvincevano il mio pensiero, mentre andavo
considerando meco stesso l'imminenza di un colloquio con Edoarda.
Allora, per quel senso d'improvvisa divinazione che mi ha sempre
soccorso in tante ore difficili della mia vita, quel senso figurativo,
che suscita negli occhi la visione scenica di un fatto imminente,
compresi tosto l'assurdità ed anche la ripugnanza d'una scena di
commiato, viso a viso, dicendo le parole necessarie, deciso a tutto.
Mi parve che avrei meglio potuto giungervi per una via trasversa, con
arte, senza vibrare una ferita brutale, ma infliggendole a poco a poco
la morte di questo amore, facendole intendere questa legge umana del
perpetuo dissolvimento, della perpetua fine. Mi parve che il far meno
soffrire fosse ancora una delicata pietà, e pensai di muovere nell'animo
suo quei sentimenti che sono la vera forza del dolore, poichè inducono a
misurare un desiderio di vendetta.
Pensai: «S'ella sapesse odiarmi!»
E l'idea che nelle deboli sue membra potesse ancora insorgere l'odio,
questa magnifica ribellione, me la fece improvvisamente apparir più
bella.
«Sì, odiarmi ella deve, con la violenza ch'ella seppe infondere
nell'amore; odiarmi per tutte le lacrime piante, per tutte le ore di
giovinezza lasciate sfiorire in silenzio. Questo solo è degno di
un'anima. Dopo avere amato io non saprei che odiare.»
Ma ecco, facendo questo pensiero, d'un tratto m'apparve la visione di
Elena, perduta per me, lontana, irridente con altri alle memorie di un
nostro lungo amore. Un senso di vertigine mi strinse, avrei voluto quasi
levarmi per correre a lei.... Compresi come non sia possibile odiare la
creatura che fu da noi supremamente amata, compresi quanto il mio
pensiero somigliasse ad un freddo egoismo, in cerca di placar la voce
del rimorso, e mi sconfortò la sofferenza che tremava nella stanchezza
di quegli occhi mansueti.
Ebbi ancora bisogno di essere dolce con lei, di rivolgerle una parola
buona. Le dissi piano:
-- Tu non sai come soffro nel vederti così...
Su la sua povera bocca, ne' suoi tristissimi occhi azzurri, brillò
rapidamente una luce che non parve sorriso, ma fu come un segno di
sconforto inutile, di rassegnazione stanca.
E soggiunsi più forte:
-- Voi non mangiate nulla; perchè? Vi ammalerete, Edoarda.
La zia tentennò il capo, guardandola: trasse un lungo sospiro e mormorò:
-- Benedetta ragazza! benedetta!
Edoarda non cessava tuttavia dal circondarmi di tante piccole premure.
Senza volerlo, come in forza d'una abitudine antica, il suo sguardo
ricorreva sempre alla mia persona, temendo che potessi avere un
desiderio qualsiasi, o che alcuna cosa non fosse abbastanza curata per
me. Faceva segno al domestico di versarmi vino se appena il mio calice
era vuoto; una volta, non avendo più pane, feci atto di domandarne:
rapida, ella mi diede il suo pane, intatto -- e sorrise perchè le
sorrisi.
Mi salì nella mente una frase che un giorno le avevo scritta:
«La tua anima è come una lampada votiva: non si stanca mai di ardere,
tutelando la mia pace».
Questa immagine funeraria non mi era mai sembrata così vera come in quel
giorno.
Parlammo ancora, di cose non gravi. A poco a poco la zia, commossa dalle
mie gentilezze, dimenticava di essermi ostile, con la solita indulgenza
del suo carattere. Anche Edoarda pareva un poco sollevarsi dalla sua
prostrazione, e Whisky, accucciato su le mie ginocchia, di tanto in
tanto faceva capolino col musetto su l'orlo della tavola per lambirmi
l'orlo del piatto; se io ridendo lo battevo leggermente, allora mi
fissava con impertinenza e mi abbaiava contro, quasi maravigliandosi
della mia tracotanza.
Dall'insieme di questi e d'altri piccoli fatti compresi come un poco di
destrezza e di buon volere da parte mia sarebbero stati più che
sufficienti a riparare senz'altro l'accaduto. Ma questo pensiero mi
dispiacque, poichè vedevo per esso come tutti eran ancor lontani
dall'ammettere la possibilità della mia scomparsa da quella casa, ove,
allo spirare d'un lutto, avrei dovuto entrare, fra un'allegrezza di
sponsali, riaprendo a conviti e feste le sale da lunghi anni taciturne.
La colazione era finita. Edoarda si levò in silenzio, andò a prendere le
sigarette che amava comprarmi e scegliermi ella stessa; portò anche una
scatola in cui erano alcuni sigari prelibati: me li offerse tacitamente,
senza guardarmi, però mettendo una infinita cura nel toccare le cose che
per sua volontà mi appartenevano, cose che adoperavo io solo. Erano le
scatole mie: nessuno le doveva nemmeno aprire. Per gl'invitati ve
n'erano altre; anche il domestico lo sapeva, e guai se non ne avesse
tenuto conto! Così, quand'io venivo, Edoarda faceva ella stessa il
caffè, in una macchina di rame a filtro, e c'erano per lei e per me due
piccole chicchere uguali, d'una porcellana tenue come la madreperla.
Quelle servivano per noi, solo per noi.
La zia, siccome beveva troppo caffè, aveva una sua chicchera più grande.
E così fu pure quel giorno, per un tacito volere di Edoarda.
La zia poi tornava nella sala, fra le braccia della sua vasta poltrona,
e bisognava lasciarla tranquilla per qualche ora. Sorbiva con delizia un
bicchierino di liquore, due talvolta, poi pretendeva di leggere un
giornale, a diritto, a rovescio, finchè le scivolasse di mano, -- e
s'addormentava.
C'erano, dopo il salone, due sale minori e contigue, di cui la prima
conteneva una rarissima collezione di statuette di Saxe e di bronzi
antichi, l'altra, secondo il volere di Edoarda, era la nostra --
esclusivamente nostra. Colà passavamo lunghe ore del giorno e della sera
durante i pisoli della zia, la quale talvolta, svegliandosi di
soprassalto, chiamava con voce grossa:
-- Edoarda! non dormo, sai... Potreste anche venire di qua.
Ma era inutile muoversi, perchè avevo spiegato a Edoarda che si trattava
semplicemente di un sogno fatto ad alta voce, una frase che la zia per
abitudine aveva imparato a dire anche dormendo.
Quel giorno, quand'ella fu nella sua poltrona, fra le cuffie di lana per
«I Figli della Provvidenza», il suo bicchierino ed il giornale, noi
scendemmo a visitare il cavallo.
Whisky ci seguiva saltellando e scodinzolando.
Nella scuderia Edoarda staccò ella stessa il cavallo malato, poi lo
condusse fuori nella corte, ove il cocchiere lo prese a mano per farlo
muovere, al passo, al trotto, davanti a noi. Era un superbo irlandese,
dal mantello sauro focato, con le zampe calzate di altissime balzane.
-- Povero Good Bye! Vedi come zoppica! -- esclamò Edoarda.
Lo feci fermare, gli sollevai la zampa, esaminai lo zoccolo, feci
scorrere le dita, premendo lungo i tendini del garretto, e l'animale non
dava il più piccolo segno di dolore.
-- Quando lo avete attaccato l'ultima volta? -- domandai al cocchiere.
-- Tre giorni fa, signor conte. Trottava magnificamente. Me ne accorsi
la mattina dopo nel farlo uscire di scuderia.
-- Bisognava sferrarlo, -- dissi.
-- Ma il dolore dev'essere nella spalla.
-- Non importa; va sferrato. -- Mi detti a comprimere la spalla
dell'irlandese, cercando nelle muscolature di suscitargli un dolore.
Infatti, ad un certo punto, il cavallo si agitò sotto la pressione delle
dita, volgendo la groppa ed inarcando il collo.
-- È una spallata, -- dissi. -- Forse avrà dato nel battifianco o si
sarà coricato male. Fategli una buona fregagione d'«_Embrocation_» e
mettetegli un po' di creta. Sarà meglio chiamare il veterinario in ogni
modo.
-- Povero Good Bye! -- fece Edoarda battendo il palmo su la sua bella
narice bianca.
Il cavallo scomparve nella scuderia e rimanemmo soli, Edoarda ed io, nel
mezzo della corte, al sole.
-- Dove andremo? -- le domandai.
-- Dove tu preferisci: nel giardino o sopra.
Quel pomeriggio, in sul morir dell'inverno, era quasi tepido come una
primavera; il giardino inverdiva di là dalla corte.
-- Sopra, -- io scelsi, pensando che le facesse piacere. E ci avviammo.
Per le scale volli prenderle un braccio, ma Edoarda eluse il mio gesto,
salendo più rapida sino al pianerottolo.
-- Edoarda, che hai?
-- Perchè cerchi di fingere? -- mi rispose tristemente.
-- Sei molto ingiusta con me!
Allora ella chiuse l'uscio dell'anticamera, in faccia a Whisky che
voleva entrare con noi, e passando piano per la stanza ove la zia
sonnecchiava entrammo nel salottino, dove ogni cosa poteva rievocarci
una sua particolare memoria.
Traverso le cortine il sole delineava una trama di vincoli floreali,
muovendo una palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai
cuscini, ch'erano foderati di una stoffa delicatissima, dal colore un
po' languido della rosa di gruogo. Una striscia di polvere animata
fendeva obliquamente la stanza, traendo qualche bagliore dalle coppe
fiorentine, che traboccavano di bianco lilla e di lilla malvato; sopra
un tavolino, in un angolo, fra molti ninnoli graziosi, una scatola
d'argento si accendeva d'una raggiera insostenibile, ferita in pieno da
quel raggio di sole.
In silenzio Edoarda sedette sopra il divano, e come in forza
d'un'abitudine lasciò vuoto al suo fianco lo spazio dov'io sedevo di
consueto per prenderla fra le braccia. Ed ecco mi posi accanto a lei,
sul divano, senza guardarla, non osando interrompere il silenzio.
Di fronte v'era una piccola scrivania di legno roseo, intarsiato alla
foggia di Andrea Carlo Boule, un delizioso mobile del Settecento, con
incrostazioni di madreperla e di mosaico fino; più oltre, nella parete,
un caminetto con gli alari di bronzo, chiuso da una lamina d'ottone
istoriato, e così minuscolo da parere costrutto per i piedini di una
bambola di Norimberga.
-- Germano, -- ella prese a dire lentamente, con gli occhi semichiusi,
le palpebre sfiorate da un triste sorriso di evocazione, -- ti ricordi
quanti sogni abbiamo fatti insieme, in questa piccola stanza nostra,
quando mi amavi ancora?
-- Perchè dici così? Nulla è mutato.
-- No, tu non rispondere... Taci, taci! Vedi bene che cerco di non
piangere... Ah! non voglio piangere!...
E scosse la testa. Una lacrima le cadde dalle ciglia, pianamente, senza
il desiderio d'essere asciugata.
-- Ti ricordi? -- ella ricominciò. -- Dopo il pranzo tu mi dicevi: Non
verrà nessuno? -- Nessuno. -- Dormirà la zia? -- Dormirà. -- E allora mi
prendevi su le ginocchia, proprio qui, su questo medesimo divano, e mi
dicevi tante parole così dolci, così dolci... Qualche volta io ti
leggevo un libro, ma tutti i libri erano troppo noiosi e ci voleva
un'eternità prima di giungere alla fine. Verso le undici Pietro portava
il tè, con due tazze, ma noi se ne adoperava sempre una sola... ti
ricordi?
-- Sciocchezze! -- io dissi mentalmente. Ma ebbi quasi paura di averlo
pronunziato in modo intelligibile. Invece risposi, con la voce più mite
che potei:
-- Sì, mi ricordo. Ma, vedi: non si può continuare tutta la vita a bere
il tè nella medesima tazza. Queste piccole cose hanno il loro pregio
appunto perchè si fanno una volta sola; continuandole diverrebbero
comuni.
-- E come le piccole cose, anche le grandi, -- ella rispose. -- Tutto è
comune quello che non piace più. Vedi, Germano, anch'io darei non so
cosa per trovar sciocco e vuoto il migliore fra i nostri ricordi; ma,
che vuoi? è più forte di me, non posso! C'è qualcosa nel mio spirito che
mi fa trovare continuamente nuovo tutto quello che appartenne ad un
momento del nostro amore.
Poi, d'improvviso, dilatando gli occhi con una specie di smarrimento,
arrendendosi alla suprema evidenza di un pensiero:
-- Dimmi, -- esclamò, -- come potremo continuare a vivere in questo
modo?
E prima che potessi rispondere:
-- Pensa ch'io t'amo ancora terribilmente! Non ho dimenticato, io!...
Vedi, mi consumo tutta, perchè ti perdo, e lo so!
-- Senti, senti, non parlare così... -- la supplicai. -- Tu soffri per
colpa della tua immaginazione; sei fuori di strada, sei malata. Non è
come tu credi. Solamente, il carattere di un uomo subisce talvolta una
crisi... Allora le infantilità dell'amore passano, com'è naturale,
mentre il sentimento rimane. Che hai? Su, dimmi, che hai?
Ella scuoteva la testa con maggiore insistenza.
-- No, non cercare d'illudermi: l'amore non è una cosa che si finge.
Meglio allora, mille volte meglio che tu non abbia questa inutile
compassione di me! Credi forse che io non lo sappia? Finora non mi avevi
mai fatto così male come oggi. Da che sei venuto qui, ogni tua parola,
ogni tuo movimento, è stato per me come una ferita più profonda, più
diritta nel cuore. Lo vedo: il tuo pensiero è altrove; io ti dò noia;
non aspetti che l'ora di potermi lasciare, perchè, oltre a non amarmi
più, adesso ne ami un'altra, lo so! lo so... e, guarda...
Di scatto sorse in piedi, con gli occhi un po' folli; una sua mano fece
l'atto di volermi ghermire, ma invece, col braccio teso, ella descrisse
un piccolo cerchio su sè stessa, girando sui talloni, e ricadde sopra il
divano, sprofondandovi la faccia, balbettando:
-- Ecco, mi farai morire!
-- Ti esalti, Edoarda, ti esalti -- le dissi, vinto da una dolorosa
commozione. -- Per carità, non farmi queste scene terribili! Sai pure
quanto mi disperano!
Ed esagerando la mia sovraeccitazione, mi diedi a camminare per il
salottino senza contenere qualche gesto violento. In silenzio, come
intimorita, Edoarda si ritrasse contro la piccola scrivania, facendo uno
sforzo per nascondere le sue lagrime.
Allora le andai vicino, con dolcezza:
-- Tu, purtroppo, rimarrai eternamente una bimba! Non puoi convincerti
che un uomo, il quale ha tanti pensieri fastidiosi per il capo, senta
qualche volta un altro desiderio che non sia quello di prendere la sua
donna fra le braccia e ripeterle quelle frasi appassionate che si dicono
a vent'anni, quando non si ha nulla di più serio nè di più grave nella
vita.
-- Non avevi però vent'anni alcuni mesi or sono, -- ella mi disse,
lasciandosi carezzare i capelli.
-- È vero; ma sono mutato. È una cosa recente. Non so, non lo comprendo
neppur io.
-- Dimmi, -- ella fece, posandomi le due mani su le spalle, con un
sorriso in cui tremava il dolore del suo martirio; -- dimmi, chi è
questa donna per la quale ti sei battuto?
-- Ma non c'è! non esiste! -- affermai, assolutamente incapace di farla
più oltre soffrire.
-- Sì, che c'è! Raccòntami! -- E dagli occhi fermi le scendevan lacrime
su la bocca sorridente.
-- Cosa ti hanno detto, mio povero amore? -- le domandai.
-- Mi hanno detto... Ma no! voglio saperlo dalla tua bocca.
Orribile! orribile! Tutto era indegno, la finzione come la verità.
-- Ebbene, vuoi sapere? Ecco: è un'antica amante, una forestiera
conosciuta in viaggio, prima di te. L'ho ritrovata qui a Roma, per
istrada; mi ha fermato, mi ha detto che l'andassi a trovare... Vi andai.
Ecco, già che vuoi sapere, ti dico la verità.
Improvvisavo le parole ad una ad una, prendendo fiato per cercarne
altre.
-- Ma perchè vi sei andato? Le volevi bene ancora?
-- Nemmeno per sogno! Vi sono andato, così, per capriccio, per fare
qualcosa... Tu non crederai, ma quando un uomo sta per ammogliarsi e
deve chiudere la sua vita galante, prova talora una specie di ritorno
sentimentale, o stupido, come vuoi, verso le amiche di una volta, ma
indistintamente verso tutte, per la semplice ragione che dopo non si
avranno più. Mi capisci?
-- Sì, forse posso capire, fino qui... Ma poi?
-- Poi, non c'è altro. Il resto, che so io, è stato un semplice caso...
-- Eppure ti sei battuto per lei.
-- Per lei? Ma chi te l'ha detto? Ci siamo battuti per una sciocchezza.
Intanto, quell'Albanese, non l'ho mai potuto soffrire. È un vanesio
antipatico e m'irrita. Poi forse credeva che quella donna fosse la mia
amante...
-- Ma come poteva crederlo, se non era?
-- Oh, Dio, si raccontano tante fiabe! Del resto mi aveva un giorno
incontrato per istrada mentre parlavo con lei. Dunque, lasciami
continuare... Venne al Circolo, e, seccatissimo di perdere, cominciò a
stuzzicarmi dicendo una quantità di scempiaggini, cioè che avevo fortuna
con le carte ma non con le donne, perchè lui conosceva questa signora,
le mandava fiori, la fermava ogni giorno... insomma che credeva di
potermela togliere quando volesse. Io gli ho risposto, per puntiglio,
che la sua pretesa era un po' avventata, ma che gli stava bene il
soprannome di «Assillo», poichè infatti, con quelle sue millanterie, si
rendeva ridicolo. Insomma da una parola vivace all'altra, si venne ad un
battibecco. Naturalmente raccontarono poi che la causa ne fosse quella
donna... Vedi che dopo tutto la mia colpa non è tanto grave!
-- Ed è così?... -- fece, incredula.
-- È così, Edoarda. Perchè ti dovrei mentire?
Il suo volto era passato per un'alternativa continua di sentimenti; ora
mi fissava, quasi per scrutarmi nel più recondito pensiero.
E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora un'idea, dietro, nei
recessi della mente, un'altra nasce, luminosa, imprevista, per risolvere
la difficoltà contro la quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero
andò, non so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui scadeva di
lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di laggiù; rimedio gravoso e
miserevole frapposto all'imminenza della mia rovina. Avrei dovuto
recarmi colà, in cerca di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il
denaro per estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto
per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere il coraggio
supremo che non avrei mai trovato davanti al suo dolore? Ecco: l'idea mi
parve semplice, piana, gioconda. Stupii di non averla immaginata prima,
e con tutte le mie forze m'apparecchiai a dimostrarle man mano questa
necessità.
-- Non mi credi? -- ripresi. -- Non mi credi ancora? Ebbene, domandalo a
Fabio Capuano. Egli era presente. Credi a lui?
-- Vorrei credere a te solo, se potessi.
-- Ecco il male. Non c'è quasi amicizia fra noi. Purtroppo sei sempre
così piena di sospetti!
-- Oh, non lo dire! Tu sai...
-- Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente buona con me. Solo,
mi vuoi forse troppo bene per poter essere la mia amica. Quante volte ne
ho parlato con Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non
più riconoscermi.
-- Questo è vero, sai!
-- Sì, è vero, pur troppo. Mi s'infiltra nelle vene talvolta una immensa
ed oscura tristezza... sento il bisogno di essere solo, di non amare più
nessuno, di allontanarmi da tutti... Che so? mi sembra una malattia.
Ci eravamo seduti, m'accarezzava le tempie, la faccia, con indulgenza,
con pietà.
-- Povero amore, -- sospirò, -- vorrei tanto poterti guarire! Ma io...
cosa sono io per te?
-- Sei anche tu, Edoarda, un piccolo cuore malato. Vedi: la nostra vita
è troppo dolorosa; tu mi comunichi la tua disperazione. Senti: cosa
faresti, per esempio, se non dovessi vedermi più?
Con uno scatto si volse tutta verso di me, spalancando gli occhi
atterriti.
-- Perchè mi domandi questo? -- mormorò, con un filo di voce tremula.
-- Te lo domando astrattamente, -- risposi, con uno sforzo per sembrarle
naturale. -- Poi anche per la ragione che ora dovremo lasciarci
momentaneamente... Oh, non ti spaventare! un'assenza di pochi giorni.
-- Ah, sì?... parti?... -- ella domandò soffocatamente, serrando le mani
in croce sul petto per contenerne l'affanno.
-- Non è una partenza, via! Dovrò solo andare per qualche giorno a Torre
Guelfa. Mi scade fra poco l'ipoteca triennale fatta con i Rossengo su le
terre di San Biagio. Non potendola pagare, debbo rinnovarla. Sto già
trattando per lettera, ma richiedono la mia presenza per appianare certe
questioni di forma.
-- Dunque te ne vai... -- disse con desolazione. -- E quando?
-- Non so ancora; uno di questi giorni. Sono talmente seccato!
-- Ma io ti potrei forse...
-- No, ti prego, non parlarne! Sai bene che non voglio. Del resto non
mancherò di trovare un ripiego.
Piangeva ora di nuovo, accasciata, curva, ritraendosi a poco a poco più
lontana da me, come se avesse paura.
-- E quando ritornerai? -- disse con la voce spenta.
-- Al più presto possibile; non appena compiuto il rinnovo.
-- Mi sembra che tu non debba ritornare mai più...
Si rovesciò su la spalliera del divano, un po' rigida, con le braccia
inerti, gli occhi sperduti, e fece un lungo sogno...
-- Mi scriverai da Torre Guelfa?
Le sue parole furon piane come un alito.
-- Sì, ti scriverò tutte le sere prima di coricarmi, come una volta,
quand'eravamo lontani.
-- Oh sì, come una volta... Che lettere dolci mi scrivevi una volta...
Un sorriso d'evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue ciglia si
abbassarono; la sua faccia si compose in una specie di bellezza
immateriale.
Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare una grande
anima compiva la sua rinunzia suprema, e per un senso inesprimibile di
paura ebbi quasi bisogno d'inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose
che si vedono morire.
Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno scintillìo di colori
dalle coppe di cristallo, dalle cornici, dalle borchie dei mobili,
suscitando qualche onda lucida per le stoffe delle tappezzerie, che
avevano il colore indefinibile della rosa di gruogo. Allora finalmente
una lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera bocca,
su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono con un bacio: -- la
confessione più triste che vi sia.
VII
Quel brav'uomo pareva una botte in equilibrio sopra un cavalletto, e
faceva uno sforzo penoso nel sollevare il braccio fino all'altezza del
mento per carezzarsi un lungo neo ricciuto. Vestiva con panni di ruvida
stoffa, non senza una certa pretesa d'eleganza; gli correva sul
panciotto una catena d'oro, grossa d'un pòllice, con un pendaglio
enorme, ch'era di corniola incisa. Molti anelli ornavano le sue mani
villose, dalle unghie quadre, con i polpastrelli piatti. La sua faccia
era quella d'un campagnolo, mediatore di grosso bestiame; aveva la bocca
ignobile, sempre sorridente, con i baffi color tabacco, tagliati a
spazzola; due piccoli occhi assai vivaci, un'epidermide lucente, rasa
ogni giorno e screziata di reticole sanguigne. Per un'ironia della sorte
portava il nome d'un uomo celebre: si chiamava Pietro Capponi, e godeva
in Roma di una ben meritata notorietà, facendo l'usuraio.
Avevo l'onore di essere suo cliente già da molti anni, ed anzi mi
accordava qualche predilezione.
Gli avevo scritto ed era venuto; sedeva davanti alla mia tavola,
centellinando un bicchierino di vin Malaga, a sorsi brevi, da buon
intenditore. La sua risata grassa faceva risonare la stanza.
-- Dunque, signor conte, -- egli diceva, stropicciandosi le mani, -- la
dama di picche ci ha traditi ancora una volta, a quanto pare!
-- No, caro Capponi, questa volta non si tratta di dame, nè di picche nè
d'altro colore. Si tratta d'un mutuo che mi scade fra pochi giorni e che
vorrei liquidare sùbito.
-- Uhm!... -- fece l'uomo con una specie di grugnito; -- in questi mesi
è un affare serio; tutti ingoiano quattrini con una furia che fa
spavento, e nessuno paga, quel ch'è peggio! Tengo un mucchio di
cambiali.
-- Via, Capponi, lasciamo le solite fiabe! Io vi propongo l'affare, voi
ci studiate sopra: se vi conviene lo fate, se non vi conviene... lo fate
lo stesso!
-- Eh! eh! signor conte!... -- esclamava egli, battendosi un pugno
chiuso nel palmo dell'altra mano. -- Lei sa cosa m'è capitato col figlio
dell'Eccellenza?... Tamquam tabula rasa!
-- Ma, insomma, tanto va la gatta... Ve l'avevo pur detto che suonava di
fesso. Intanto ci tengo a farvi notare che, per quanto mi riguarda, ho
sempre pagato regolarmente.
-- Verissimo: quanto a lei, finora...
-- Come «finora»?
-- Eh, per modo di dire!
-- Insomma, volete ascoltarmi?
-- Ascoltiamo pure.
-- Ecco qua. Voi conoscete la mia tenuta di Monte San Biagio, presso
Torre Guelfa?
-- Di vista, signor conte.
-- Sapete che c'è sopra un'ipoteca per garanzia di mutuo?
-- Appunto, -- egli disse, consultando un sudicio taccuino. -- Ipoteca
dei Rossengo di Terracina, 28 gennaio 19...
-- Ah, ne siete al corrente! -- feci, un po' meravigliato.
-- Che vuole? sono i ferri del mestiere... -- mi rispose con soavità.
-- Io direi che sono le tenaglie del mestiere, mio bravo Capponi!
Insomma, ecco il punto: quel debito lo vorrei pagare alla scadenza, e se
voi mi provvederete il denaro, eviterò moltissime seccature.
-- Impossibile, signor conte, -- egli affermò sùbito. -- Le ho già
detto...
-- Non facciamo chiacchiere inutili. Entro la settimana io partirò da
Roma per Torre Guelfa. Voi, prima di sabato, mi farete avere una
risposta. Va bene?
-- Ma...
-- Non parliamone più fino a sabato. Voi conoscete i miei affari meglio
di me: studiate quindi se ancora vi è possibile rendermi un servigio.
Non appena vi sarete deciso per il sì o per il no, mi darete una
risposta.
-- Peuh! peuh! Se non si tratta che di una risposta... quantunque posso
anche darla sùbito.
-- Grazie, non la voglio. Pensàteci. Ed ora vi mando via perchè debbo
uscire. Fumate questo sigaro e pensàteci bene. A rivederci, Capponi.
E lo condussi all'uscio, mentr'egli si grattava il cranio lucido e
masticava il sigaro fra i denti.
Stavo già indossando il soprabito, quando il campanello squillò, ed
aprendo io stesso la porta vidi entrare Fabio Capuano.
-- Oh, buon giorno! Stavi uscendo?
-- Non importa, vieni, vieni. Posso ritardare. Come va?
-- Non c'è male, grazie.
-- Mi pare che tu abbia la faccia scura.
-- Io? Manco per sogno!
Entrammo nella biblioteca; egli cominciò a camminare in lungo ed in
largo, a passi nervosi, carezzandosi la barbetta brizzolata.
-- Bene, -- feci, stendendomi con pigrizia in una poltrona, -- avevi
probabilmente qualcosa a dirmi?
Egli si fermò contro gli scaffali e prese a batterne i vetri con le
nocche irrequiete.
-- Già, certo... avevo qualcosa a dirti.
-- Coraggio! issa fuori! -- esclamai, ridendo.
-- Sai, mio caro, -- prese a dire con risolutezza -- che ho inteso
parlare di te in modo assai poco lusinghiero.
-- Per bacco! -- esclamai, rovesciandomi contro la spalliera; -- non
sarà la prima volta.
Egli venne a sedermi di fronte, su la poltrona che Pietro Capponi aveva
sgombrata pochi minuti prima. Rimaneva tra noi la scrivania. Prese una
sigaretta, si tolse l'occhialetto, e facendolo ballare fra due dita
cominciò con dirmi:
-- Devi sapere che a Roma non si parla d'altro: l'avventura di Guelfo,
il duello di Guelfo, e tutto il resto che puoi facilmente immaginare.
-- Non me ne curo, -- dissi con indifferenza.
-- Hai torto. C'è di che farti riflettere. Alcuni commenti mi sono
spiaciuti per te.
-- Allora è semplice: dimmi il nome di costoro e li inviterò a darmi
ragione dei loro commenti.
-- Via, non fare lo spavaldo! Qui non si tratta di questo. Se te ne
vengo a parlare, vuol dire che ti convien pensare ai casi tuoi, ma
seriamente.
-- Cosa dicono, infine?
-- Oh, Dio, te lo puoi figurare! Nessuno ignora il tuo fidanzamento con
Edoarda; molti ne sanno, o ne suppongono, anche di più... E per quanto
si bisbigliasse già che andavi cercando mille pretesti per procrastinare
le nozze, ora si dice apertamente che la tua condotta in questi ultimi
tempi non è quella... insomma, perdonami, non è quella di un gentiluomo!
-- Eppure tu sai... -- feci, smettendo la baldanza.
-- So tutto, -- egli rispose con un gesto di acquiescienza. -- Ed è
appunto per questo che mi faccio un dovere di parlarti a cuore aperto.
Hai molti nemici, e nessuno ti risparmia. Colgono anzi l'occasione per
commentare la tua vita passata, presente, le tue condizioni finanziarie,
le tue abitudini, che non furono mai quelle di un francescano. C'è chi
ti trova sciocco, vedendoti compromettere un matrimonio invidiabile per
un capriccio, ed i più miti sono del parere che tu abbia perduta la
testa.
-- Questa loro benevolenza mi lusinga infinitamente! -- esclamai,
collerico e beffardo.
-- Capisco che i miei discorsi ti debbano urtare i nervi; ma pur troppo
io sento le voci che corrono, indovino i sottintesi, e me ne rodo per
te.
-- Grazie. Tu mi sei amico, e te ne ringrazio. Ma in fondo so benissimo
che anche tu pensi come loro.
-- Lasciamo stare quello che penso io, per adesso. Ma ieri sera, ad
esempio, in casa Del Rovere, donna Carla usava parole molto severe sul
tuo conto. Diceva che ormai non saresti più nel caso di retrocedere,
checchè tu senta per l'una o per l'altra, e che d'altronde i tuoi
propositi veri non possono essere quelli che ostenti, perchè «in fin dei
conti, un uomo come Guelfo certo non ignora cosa valgano i milioni di
casa Laurenzano. Dunque, operando in tal modo, conta senza generosità su
l'amore di quella povera Edoarda». Invano io m'affaticavo a spiegare
come in tutto ci sia dell'esagerazione, come il tuo carattere sia sempre
stato così, e come infine questa tua recente avventura non debba esser
altro che un diversivo, una specie di commiato un po' focoso dalla tua
vita di scapolo.
-- Ebbene hai fatto male, -- risposi tranquillamente.
-- Ho fatto male? -- egli esclamò stupìto.
-- Sì, certo; perchè l'avventura che tu chiami un diversivo è invece una
cosa molto grave, molto seria.
-- Non credo, -- rispose Fabio, dopo avermi fissato a lungo. -- Non ti
posso credere. Sarebbe una grande sciagura!
-- Può darsi; anzi ho troppo criterio per non comprenderlo. Definiscimi
per quello che vuoi, ma la verità è molto semplice: me ne sono
innamorato. E ti faccio grazia del perdutamente, pazzamente, eccetera,
cose che si aggiungono di solito.
Fabio diede una scrollata di spalle e si levò in piedi, senza nascondere
il suo malumore. Poi fece un soliloquio a mezza voce.
-- Innamorato? Che ubbìe! Hai scelto male il momento per concederti
questo lusso! Per Bacco! Innamorato!... E lo dici così, come si dice:
Buona notte. Macchè! Non può essere! Io trovo che ci s'innamora d'una
donna quando non è possibile far altrimenti per averla.
A poco a poco il suo monologo mi divenne incomprensibile, finchè,
piantatosi davanti a me con le braccia incrociate:
-- Ammettiamo pure, -- concluse. -- Ora, cosa intendi fare?
-- Non so.
-- Questa non è una risposta. Occorre sapere.
-- Insomma, Fabio, volevo appunto venirtene a parlare. Non è da oggi nè
da ieri che vedo l'impossibilità di questo matrimonio, e tu lo sai.
-- Calma! calma! Non diciamo sciocchezze. Hai riflettuto a quello che
abbandoni?
-- Ho riflettuto più del necessario; non solo, ma sono giunto a questa
conclusione: che la mia vita con lei sarebbe per entrambi un'agonia di
tutte le ore. Vi sono due morali e due logiche; una, inflessibile, che
dice: «Hai data la tua parola, devi mantenerla; sei presso alla rovina,
carpisci una dote.» L'altra, meno rigida ma più umana, la quale, fra due
disonestà, fra due disgrazie, consiglia di scegliere la minore. Io,
purtroppo, non sono mai stato padrone de' miei nervi.
-- Ebbene senti, -- rispose con un tono persuadente, -- credi a me, non
cedere ai nervi. Ragiona freddamente. Siccome ti voglio bene, avrei
voluto vederti sposar Edoarda. Sarebbe stata la tua salvezza; ma tu la
rifiuti, e sia. Da uomo pratico non so approvarti, ma, come idealista,
devo ammettere che il gesto può avere anche una certa bellezza. Però
tutto questo sarebbe ancora lecito se si trattasse unicamente di te. Ma
Edoarda? questa fanciulla di cui distruggi la vita con una tranquillità
così gelida?
-- Ah? e tu credi ch'io non abbia pensato a lei? che non mi sia
torturato fino allo spasimo, prima d'arrendermi all'evidenza di questa
impossibilità?
Feci una pausa; presi una mano di Fabio con effusione, con preghiera:
-- Senti... se tu mi volessi aiutare!
-- A che?
-- Ad uscire da questo inferno! a trovare una soluzione, insomma;
perchè, da solo, io non vi riuscirò mai.
Egli si fece grave; qualcosa di estremamente triste, quasi di solenne,
pareva emanasse dalla sua persona.
-- Io? proprio io ti debbo aiutare? -- domandò con lentezza.
-- Sì, tu solo. Sei amico d'entrambi ed hai un'anima così dolce, quando
vuoi. Dille ciò ch'io non posso dire; abbi questo coraggio per me. Ti
sarà più facile.
-- Mi sarà più facile... E tu lo credi proprio? -- egli domandò
ambiguamente.
-- Non ne dubito, Fabio. Tanto più che ormai ti ho quasi preparata la
via. Le ho detto che da qualche tempo mi credo malato, che un mutamento
indefinibile avviene in me, che tu stesso l'hai notato di sovente... Col
pretesto dell'ipoteca su Torre Guelfa ho trovato il mezzo di lasciar
Roma per alcuni giorni; di là ti scriverò, tu mostrerai la mia lettera,
saprai tu come dire... Promettimi. Fabio!
-- Mi chiedi una cosa molto grave; mi chiedi anzi una complicità che mi
sembra iniqua.
-- Fallo per me! Fallo anche per lei, te ne supplico!
Seguì un silenzio. Fabio riprese a camminare per la stanza, carezzandosi
il mento con il suo gesto abituale. Anche la sua persona elegante, un
po' fatua di sè, quasi cavalleresca, pareva incurvarsi con pena sotto la
triste fatica di un simile pensiero.
Poi d'un tratto mi domandò:
-- Partirai con l'altra, naturalmente?
Io risposi di sì col capo, senza guardarlo.
-- E chiami questo avere pietà?
-- Le voglio bene.
-- Oh... tu!... -- fece, con una scrollata di spalle.
-- A lei sì, Fabio. Per la prima volta, sì! Tu ridi... è naturale. Ma
viene un giorno, anche dopo i trent'anni... E poi, tu non la conosci
ancora.
-- Ne ho conosciute tante altre! Su per giù sarà la stessa cosa. Vedi:
ho molti capelli bianchi.
-- Insomma, Fabio, acconsenti?
Egli si passò la mano su la fronte, mi venne presso, mi guardò.
-- Ecco: io non decido mai a lungo. Ti faccio una domanda sincera, da
uomo ad uomo... Cerca d'intendere bene quello che voglio dire. Credi tu
che un'altro, volendola più tardi sposare, possa ingannarsi ancora?
-- Che domanda mi fai... -- risposi abbassando gli occhi. -- Del resto
non si sposerà.
-- Questa è la tua opinione. Ma v'è un medico per tutte le giovinezze:
il tempo. Rispondimi dunque.
-- Ebbene, sì, lo credo, -- risposi affrettatamente.
-- E sei deciso in modo irrevocabile?
-- Sì, Fabio, con tutta la mia forza.
-- Su la tua parola d'onore? -- E mi tese la mano.
-- Su la mia parola d'onore, Fabio.
Allora divenne estremamente pallido, mi strinse forte la mano, mi parve
che ne' suoi occhi fermi passasse un tremito impercettibile; poi disse
con asprezza:
-- Ebbene, sia!
VIII
Erano circa le sei della sera quando giunsi all'albergo di Elena con la
notizia gioconda nel cuore. Avevo tardato alcuni giorni ad annunziarle i
miei propositi, perchè temevo ancora ch'ella rifiutasse. Ma quel giorno
volevo dirle ch'ero vicino a sciogliermi da tutte le catene, che
potevamo appartenerci, liberi e soli, andando per alcun tempo a chiudere
il nostro amore nell'antica solitudine di Torre Guelfa.
Salii frettolosamente le scale, battei due colpi rapidi alla sua porta:
nessuno rispose.
Allora sospinsi l'uscio ed entrai. La stanza era vuota; rimaneva
nell'aria il profumo di lei come una presenza invisibile.
-- Uscita? -- pensai. -- E dove, a quest'ora?
M'avanzai nella camera, lentamente, quasi per indovinare. Sopra un baule
c'era un abito smesso; una camicetta di pizzo ed un manicotto in una
scatola aperta. Su le coltri, nel guanciale, rimaneva il solco della sua
persona, come se vi avesse giaciuto; a piè del letto era un cappello con
due grandi ali bianche, ed un velo ancor appuntato all'intorno.
Sopra la pettiniera, fra molti oggetti femminili, un telegramma lacerato
a metà, l'altra metà a terra. Ebbi la tentazione di leggerlo, poi la
cosa mi parve indiscreta. Ascoltai presso l'uscio: nessun rumore. Un
poco arrossendo, quantunque non veduto, raccolsi le due carte lacere, le
raccostai. Ma nella penombra del crepuscolo, dovetti avvicinarmi alla
finestra e sollevare una tendina. Il telegramma era in tedesco e diceva:
«Impossibile, cara. Duvally a Roma può provvedere, Franz.»
Veniva da Berlino, con la data del giorno medesimo. Rimasi perplesso
dapprima; lessi un'altra volta, più volte ancora. Mi sentii tutto
rimescolare; poi macchinalmente riposi una metà del telegramma su la
pettiniera, l'altra per terra, com'erano prima, esattamente.
Scesi. Nell'atrio domandai al portiere:
-- E' molto che la signora è uscita?
-- Non saprei, signor conte, -- mi rispose. -- Non l'ho veduta passare.
Uscii per istrada. La mia mente mi pareva chiusa in un cerchio doloroso,
entro cui passavano torme di pensieri veloci, lontani fantasmi,
fisionomie di persone straniere, inafferrabili.
Era una serata chiara in quella mitezza dell'inverno romano. L'aria, tra
bionda e rosea, pareva percorsa da un oscillar continuo di bagliori, che
facevano splendere i lastricati, le vetrine, le chiostre dei lampioni, e
lontano tutte le cupole, tutte le cose aeree.
Mi trovai sul marciapiede, sperduto fra l'andirivieni continuo della
gente; un senso di novità m'invase, come s'io fossi per la prima volta
nella moltitudine di una città straniera, fra persone che avessero
costumi, facoltà, istinti, piaceri e tristezze assolutamente diverse
dalle mie.
Le parole oscure, i nomi del telegramma, tornavano ad assediarmi la
mente con una persistenza dolorosa. Infine m'accorsi ch'ero sempre lì,
fermo, dinanzi all'albergo, su l'orlo del marciapiede, che molte persone
mi urtavano passando, che un giornalaio ed un venditore di focacce
andavano e tornavano sopra un intervallo di pochi passi, dinanzi a me.
Una carrozza signorile passò: vidi la contessa di Casciano affacciarsi
allo sportello; pur avendola guardata in viso, dimenticai di salutare.
«Duvally a Roma può provvedere... -- Duvally? Franz?
Chi erano mai costoro? Ed Elena dov'era in quel mentre?
Involontariamente il mio sguardo penetrò dentro quel formicolìo di
persone, quasi per cercarla, per riconoscere di lontano l'alta e snella
figura di lei, od il colore della sua gonna, od il mantello che usava
portare. E mai come allora conobbi l'oppressione della folla, misurai
l'implacabile indifferenza con cui si muove, si agita, si moltiplica, si
muta, nascondendovi ciò che vi appartiene, mescendo le sue mille voci in
un solo clamore, vasto e pressochè immobile.
Chi erano mai questi uomini che le scrivevano familiarmente, che
potevano «provvedere per lei?» Mi aveva dunque ingannato nell'affermarmi
di non conoscere alcuno a Roma e ingannato ancor più nel raccontarmi la
storia della sua vita.
Ora mi dilettavo in pensieri di vendetta e di delicata ironia. Ero fermo
sull'angolo di una strada, e l'avrei veduta giungere, così da un lato
come dall'altro, senza tuttavia lasciarmi scorgere da lei. Volevo
simulare una perfetta ignoranza, per mettere alla prova la sua
doppiezza; d'altronde, con il possesso di questo nome, il giorno dopo
avrei potuto scoprire facilmente chi fosse questo Duvally. Ma per la
prima volta, pensando ad Elena, soffersi nel vedermi dominato da lei,
provai sordamente la vergogna d'essere costretto a spiarla come un
volgare amante od un burlesco marito che abbiano sentore d'infedeltà.
Quel maestro fine di eleganze amatorie che stava in me per abitudine
antica si divertì nel molestarmi con le più aspre ironie.
Or pioveva per l'aria dorata un crepuscolo vaporoso, pieno di
corruscamenti, quasi un fiorire vicino di stelle, con i presagi,
nell'inverno, della imminente primavera.
Quand'ecco, di lontano, intravvidi la figura di Elena. Veniva rasente il
muro, con un passo rapido sebbene affaticato, non volgendo mai gli occhi
alla strada nè alle vetrine. Camminava tenendo con una mano accostato ai
fianchi un lembo del suo mantello, che le scendeva lungo la persona con
poche pieghe simmetriche, delineando la forma del braccio ed oscillando
all'incedere d'ogni passo. Nell'altra mano teneva una piccola borsa,
ch'era una maglia d'oro tenuissima, con la cerniera lucente; ad ogni
chiarità di vetrina la sua faccia e l'oro splendevano insieme. Molti si
fermavano a guardarla; io stesso la contemplai con un senso di
stupefazione. Due sfaccendati la seguivano, tenendosi per braccio,
scambiando fra loro sorrisi e parole che parevan grossolane. Quand'ella
entrò nell'albergo, i due si fermarono irresoluti.
Allora, traversando la strada, entrai nell'atrio, dove molti forestieri
qua e là seduti leggevano il Baedeker come si legge la Bibbia o
nascondevano i nasi inforcati d'occhiali dietro l'edizioni ampie del
_New York Herald_ e del _Times_.
Salii. Quand'ella intese picchiare, venne senza indugio ad aprirmi.
-- Sei già stato a cercarmi, non è vero? -- disse tosto, posandomi le
due mani su le spalle e baciandomi.
-- Sì, una mezz'ora fa, -- risposi. Guardai distrattamente verso la
pettiniera: il telegramma non v'era più.
-- Verso le cinque son uscita per prendere una boccata d'aria, -- ella
spiegò. -- Mi doleva il capo: sono così stanca oggi!
Di fatti era molto pallida; ne' suoi gesti medesimi v'era un certo
abbandono; anche nel sorridere una specie di stanchezza.
-- Che hai? -- feci amorevolmente.
-- Non so... -- E pianissimo, sorridendo: -- Sono stanca, molto
stanca...
Me lo disse vicino alla faccia, con le labbra che appena mi toccavano.
Poi si mise davanti alla specchiera e con un pettine d'avorio cominciò a
ravviarsi i capelli che le sfuggivano dietro la nuca. Io le sedetti
accanto, e presi a giocherellare con i vari oggetti che ingombravano il
vetro della pettiniera.
-- Dove sei stata? -- le domandai con naturalezza.
-- Avevo alcune piccole commissioni, -- rispose, continuando a
pettinarsi. -- Vedi: quel mazzo di nastri, una veletta, un paio di
guanti... poi dovevo anche andare alla Posta.
-- Ma non ricevi le tue lettere all'albergo? -- le domandai, fingendo di
esaminare attentamente la sua scatola per la cipria, ch'era d'avorio con
le iniziali ed una corona di smalto.
-- Non tutte, perchè non sapevo a quale albergo sarei scesa.
La sua voce non tradì la minima incertezza; solo, prima di rispondere,
ella fece un atto come se il pettine le si fosse impigliato fra i
capelli.
-- E tu non mi racconti nulla? -- continuò Elena, posando i gomiti sul
cristallo per unire le mani e raccogliervi la faccia. -- Mi sembri di
cattivo umore.
-- No, affatto, Elena.
-- Ah... mi era sembrato.
-- E tu?
-- Io non lo sono più adesso. Ma ho pianto tutto il giorno: ero triste.
E piegandosi verso di me.
-- Ora non mi dài neppure un bacio?
L'attrassi nelle mie braccia, perchè non potevo a mio malgrado
resisterle, e perchè nell'amaro sospetto mi pareva che le sue labbra
avessero un sapore più forte.
Nel baciarla su gli occhi m'accorsi che s'inumidivano.
-- Perchè piangi ora?
-- Te l'ho detto: sono triste. Poi, quando mi baci tu, sento il cuore
che mi fa male.
-- Perchè quando ti bacio «io?» Forse ti baciano anche altri?
-- Sciocco! -- ella rispose battendomi leggermente una guancia. -- Non
ti dirò più nulla!
Per un momento scordai tutto: ella mi teneva nella sua bellezza come in
una prigionìa; m'avesse detto: -- Inginòcchiati! -- e mi sarei
inginocchiato.
-- Senti, -- le mormorai presso la bocca, -- fra qualche giorno potremo
partire insieme; andremo in un mio castello non lontano dal mare.
Quasi con violenza le sue braccia m'avvinsero, e nascose il volto contro
di me.
-- Lo sai che debbo andar via... lo sai che non posso!...
Feci come se non avessi udito e continuai:
-- È una grande casa antica, silenziosa, fatta per l'amore. Laggiù, fra
poco, verrà la primavera.
Sollevò la faccia illuminata, mi passò le mani fra i capelli:
-- Ah sì? una casa nostra? una casa per noi?...
Ma bruscamente si ribellò: -- Non posso! Non posso!
Andò rapida verso una grande specchiera che occupava tutto il portello
dell'armadio e con le dita si ravviò i capelli di nuovo scomposti; poi
lasciò cadere le braccia, si volse, appoggiando la schiena contro il
cristallo, e vi rimase, con la faccia sollevata, gli occhi volti
all'alta ombra, un po' rigida, muta.
Per un momento la rividi com'era il primo giorno, quando entrò nella mia
casa, fiera e triste, avendo alla cintura un gran mazzo di viole. Mi
parve, da quel giorno già lontano, di non conoscerla affatto meglio, di
non aver penetrato ancora nessuno dei suoi molti segreti. Le vedevo
serpeggiare appresso i desiderii degli uomini che l'avevano inseguita, e
quei desiderii obliqui si avventavano contro di me come tanti colpi di
staffile vibrati al mio geloso amore.
-- Insomma, -- le dissi quasi ruvidamente, -- una volta o l'altra ti
risolverai a spiegarmi questi continui misteri!
-- Che significa, Germano? Perchè mi parli così? Hai veramente una
fisionomia stranissima oggi!
-- Ti pare? -- feci con ironia. -- Devi pur ammettere che le tue
misteriose contraddizioni possano irritarmi un poco. Davvero non ti
comprendo. Mi hai affermato in tutti i modi possibili di non avere alcun
legame, dici anzi di volermi bene, mentre non fai che ripetere: Dobbiamo
lasciarci! debbo andar via!... Dunque una ragione ci dev'essere. La
vorrei sapere.
-- Ma perchè vuoi sempre sapere tutto? conoscere tutto? Che bisogno c'è?
L'anima di una donna, la vita di una donna come me, sono cose a cui val
meglio lasciare il loro velo. Io, per esempio, quando posseggo un
oggetto che mi sia prezioso, lo tratto con estrema delicatezza, per non
sciuparlo, per non lasciarlo cadere. E frugare troppo addentro nella
intimità di un'anima è sempre farle correre il rischio grave di cadere a
terra, di andare in frantumi. Non ti pare?
-- Belle parole... nient'altro! E se t'illudi ancora di potermi
convincere con due frasi abili, t'inganni! Tanto più che ho forse
qualche ottima ragione per non credere a nulla di quanto mi dici.
-- Oh, questo poi!... -- esclamò raddrizzandosi in tutta la sua
fierezza.
-- Dico la verità e non devi esserne offesa. Tu ti diverti ad ingannarmi
ed io cerco di non lasciarmi ingannare, almeno fin dove posso.
-- Cioè?
-- Cioè... nulla! Io so molte cose che tu non sospetti nemmeno.
-- Invece, se tu le conoscessi davvero, forse non parleresti così, --
rispose con tristezza, camminando a passi lenti per la camera. Poi mi
venne vicino e prese a carezzarmi i capelli con una soavità materna ed
infantile insieme.
-- Dimmi: cos'hai contro di me?
-- Null'altro che un poco di rancore perchè mi esasperi e mi addolori
continuamente.
-- Mi credi cattiva? -- E si era seduta su le mie ginocchia cingendomi
il collo con un braccio.
-- Sì, un poco, -- risposi.
-- E credi che non ti voglia bene?
-- Me ne vorrai, forse, a tuo modo...
Mi passava una mano, lentamente, su e giù per il braccio, guardando il
suo proprio gesto. Era singolarmente dolce, singolarmente triste.
-- E quale sarebbe questo «modo mio?»
-- Concederti un momento e poi sùbito aver paura d'essere afferrata;
pensare con la stessa calma all'oggi, che sei qui, e al domani, che
sarai chissà dove; non abbandonarmi che una piccola parte di te stessa,
ed ancora con moltissime restrizioni; mescere insieme i baci e le bugie,
il sentimento e l'indifferenza, come un bel mazzo di rose e d'ortiche...
Ecco, press'a poco la tua maniera di amarmi.
Piegò il mento sul petto e sogguardandomi sorrise.
-- E tu, -- fece -- quando parli a questo modo, sei meno franco di me,
perchè sai benissimo che tutto questo non è vero.
-- Oh, Dio!... ne vuoi la prova?
-- Sì... -- rispose un po' timidamente.
-- Ebbene, t'ho veduta oggi. So che non sei stata per nulla dove m'hai
detto.
-- Davvero?
Il suo volto rimase impassibile, tranne un rapido solco verticale che si
delineò tra i suoi fini sopraccigli. E soggiunse:
-- M'hai seguita?
-- No.
-- E perchè no?
-- Perchè... non ero solo.
Dopo una breve pausa, disse:
-- Non credo che tu m'abbia veduta.
-- Come non credi?
-- No: mi avresti certamente seguita.
-- Mi ritieni proprio così geloso?
-- Immensamente curioso almeno.
-- Dunque non ti curare del come io lo sappia. Ma so in ogni modo che
non sei stata ove m'hai detto.
-- E' vero. Vuol dire dunque che sei entrato nella mia camera ed hai
letto un telegramma ch'era lì... Me lo sono dimenticato infatti. --
Però, -- soggiunse con una voce dura, levandosi, -- io non avrei fatto
questo nella tua casa.
E metteva in ogni sillaba un così altero disprezzo, che di confusione
arrossii.
-- Ho fatto male. Te ne domando scusa. Ma lo feci quasi per
inavvertenza, non pensando mai che si trattasse d'un mistero.
-- Oh, non importa... -- rispose con indulgente ironia. -- Tanto, a me
non devi alcun rispetto!
E camminava con lentezza, tenendo sotto il mento le due mani congiunte,
che avevano la pallidezza di un avorio antico.
-- Via, -- le dissi, -- non essere ingenerosa ora... Ti ho chiesto
perdono.
-- Senti, -- esclamò repentinamente, -- cos'hai pensato di me?
-- Niente! -- risposi con nervosità. -- Il telegramma è chiaro. Ho
pensato che andavi da quell'uomo. E del resto sei liberissima di fare
quello che vuoi.
Ella mi venne vicino, quasi con furia, e mi afferrò le mani ruvidamente.
-- Hai creduto allora che v'andassi per lui? -- esclamò con ira. --
Guardami bene in faccia e rispondimi: hai creduto questo?
-- Ma io non so niente! Non ho fatto che leggere. Quando non si ha nulla
da nascondere non si fanno misteri.
E incollerito mi levai, sciogliendomi dalle sue mani con un moto ruvido.
Soggiunsi:
-- Devi anche pensare ch'io non sono avvezzo a queste ambiguità. Volevo
non dirti nulla, per non sembrarti ridicolo, poi non ho potuto. Volevo
lasciarti continuare in silenzio la tua commedia, ma siccome ho la
stoltezza di amarti, così non l'ho saputo fare. Del resto, ti ripeto,
sei libera. Sei nel tuo pieno diritto. Solo bisognerà che tu scelga fra
una cosa e l'altra, perchè io non so dividermi e non accetto comunioni.
Mi ascoltava un po' curva, subendo le mie parole come continue percosse.
La sua bocca rideva, esprimendo uno scherno dolorosissimo e contenuto.
Poi, con la voce che sibilava:
-- Non puoi credere questo! -- affermò. -- E bada che sopporto le tue
parole solo perchè non credo che tu le pensi.
-- Ma dunque spiégati! -- esclamai con ira. -- Cosa può immaginare un
uomo in questo caso?
-- Naturalmente...
-- Spiégati, Elena. Finisci di farmi soffrire!
-- Rispàrmiami questo! -- ella pregò sordamente; -- poichè ti giuro che
vi sono andata per una causa del tutto diversa da quelle che puoi
supporre tu. E non l'ho nemmeno trovato. Lasciami tacere.
-- Impossibile, Elena. Vorrei poterti accontentare, visto che me lo
chiedi, ma, dopo, non me ne darei pace.
-- Te ne supplico, Germano, lasciami questo piccolo segreto. E' una cosa
che mi offende, che mi ripugna...
I suoi occhi brillavano stranamente, le sue mani congiunte tremavano.
-- Come vuoi tu! Sei anche libera di non dirlo, -- risposi duramente.
-- Ebbene, lo vuoi sapere? -- esclamò con veemenza, quasi gridando. --
Bada che, dopo, forse ti odierò!... ti odierò perchè mi umilii troppo...
Lo vuoi sapere?
Io tacqui, gelido.
-- Come sei perfido! perfido! Ecco, te lo dico. Sono andata per
chiedergli denaro, perchè a lui... non importa! Ma non mi voglio vendere
a te!... a te no! Volevo amarti senza vergogna, come un'amante vera...
Ecco: adesso lo sai!
Gettava le parole come altrettante lame, con le labbra che fremevano,
livida.
-- Tu hai fatto questo, Elena?... -- esclamai con un tremante rammarico,
afferrandole una mano. -- Perdonami dunque, mio povero amore!
-- Làsciami! làsciami! -- ella comandò, svincolandosi con forza. -- Sì,
ho fatto questo per te!... ho fatto questo, io!
E v'era in quel suo monosillabo un'alterezza di regina.
IX
Più tardi nella silenziosa notte, Elena mi aveva raccontato la storia
della sua vita. Ed era una storia ben triste per una così bella
creatura.
Mi narrava con malinconia le memorie dell'infanzia felice, nella
tranquillità un po' severa d'un castello ungherese, dov'erano accolte le
ricchezze di una lunga discendenza.
Per quanto lontano ella tornasse con la memoria, non poteva rivedere la
madre se non sotto le sembianze di una giovine signora dagli occhi
soavemente pensierosi, che, muta, con libro su le ginocchia, passava
lunghe ore solitarie in una sala troppo vasta per lei, o succinta in
abito d'amazzone scendeva presso i cancelli d'un grande parco secolare,
mentre gli staffieri le imbrigliavano un cavallo grigio, dalle narici
vive come lo scarlatto, con la criniera e la coda simili a due copiosi
rami carichi di neve.
Il padre dimorava raramente nel castello, ed aveva per la moglie una
devozione che pareva nascere da un profondo rimorso, anzi aveva per lei
una specie di religioso amore. Ma ogni volta ch'egli tornava dalle
frequenti assenze, avveniva molto spesso ad Elena di trovar sua madre
tutta in lacrime nell'angolo di una sala, più spesso, poichè dormivano
accanto, di udirla piangere nel silenzio della notte.
Egli amava con passione la musica, e suonava divinamente il violino, la
sera, in una stanza chiusa, per lunghe ore continue.
Ella e sua madre lo ascoltavano dalla sala vicina, in silenzio.
Un giorno, dopo una sua più lunga assenza, lo portarono morto al
castello due grandi uomini sconosciuti, che tristemente accarezzarono la
sua testolina di fanciulla.
Sua madre la condusse a baciare il cadavere, poi mise un abito nero, e
da quel giorno, per lunghi mesi, non parlò quasi mai, divenendo malata.
Le disse ch'era morto in viaggio; ma più tardi ella seppe,
nell'ascoltare i discorsi dei domestici, ch'era stato ucciso in duello.
Poco tempo dopo il castello era venduto. Vennero genti nuove, che
portaron via i mobili, i quadri, gli arazzi, le armerie, i cavalli:
tutto. Una mattina sua madre, pallida e pur sorridente, la condusse per
tutte le stanze, per i piantereni e per le scuderie, le mostrò l'intero
dominio, quasi per bene imprimere nel suo cuore la memoria d'ogni cosa,
poi, quando furono in fondo al giardino, presso una fontana, ch'ella
rivedeva sempre, le disse con voce tranquilla:
-- Tutto questo non ci appartiene più, Elena. Siamo povere adesso e
dovremo partire.
Un signore le accompagnò, che veniva sovente al castello.
Si chiamava Franz von Hohenfels ed era prussiano. Andarono a Parigi; con
l'ultimo denaro arredarono tre piccole stanze in un quartiere
eccentrico; vissero nei primi tempi di quello che la madre guadagnava
traducendo novelle, romanzi e poesie dall'ungherese, o copiando, se il
bisogno urgeva, le tesi dei medici ed i memoriali degli avvocati.
Allora quella donna malata, che pareva solamente reggersi per un
miracolo di energia, si rivelò agli occhi della figlia sotto una luce
quasi eroica. In lei viveva un'anima nascosta, capace delle più grandi
rassegnazioni.
Elena, a quel tempo, non aveva che sedici anni, e curava le cose
domestiche, aiutando la madre, leggendo a voce alta i suoi libri e
ricopiando i suoi manoscritti quando i poveri occhi stanchi non vedevano
più. Talvolta la madre dettava, e dettando le spiegava ogni cosa, la
iniziava lentamente alla sua vasta cultura, dandole un piacere
caldissimo per le cose dell'arte. Quando i guadagni divennero più lauti,
ella fece seguire ad Elena qualche lezione alle cattedre pubbliche,
preparandola man mano ella stessa per un esame d'istitutrice che il suo
pronto ingegno superò senza fatica.
Alcuni amici venivano a visitarla talvolta e spesso quel Franz von
Hohenfels che alla morte del padre assunse la tutela di Elena.
Innamoratissimo della madre, aveva tentato per lungo tempo d'indurla suo
malgrado a seconde nozze; ma Elena preferiva la miseria, purchè sua
madre rimanesse a lei, a lei sola, in quella piccola casa di Montmartre,
di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove i tramonti su l'apoteosi
della città incendiata erano così divinamente belli.
Dopo qualche tempo l'Hohenfels finì con rinunziare a questo progetto e
le sue visite a Parigi furon meno frequenti, finchè cessarono del tutto.
S'era più tardi ammogliato in Germania, e solo scriveva di quando in
quando per domandare notizie con freddissima urbanità.
Ma vennero i tempi tristi; la madre ammalò, fors'anche di stanchezza; il
lavoro le divenne impossibile, il denaro mancò. Era d'inverno e tutto
scarseggiava, la luce, il fuoco, il pane, in quelle tre camere taciturne
dove una donna di trentasette anni ed una fanciulla di diciotto erano
sole a difendersi contro la vita.
Allora fu per Elena una corsa pazza lungo le vie di Parigi, ad ogni
porta, ad ogni scala, in cerca di lavoro, di un qualsiasi lavoro che
desse una tazza di brodo per la madre malata, che desse la legna per
accendere un po' di fuoco la notte, quand'ella tremava, scarna, sotto la
coltre, vaneggiando.
Per molte settimane, perchè non le portassero la madre all'ospedale,
Elena fece ogni umile mestiere: praticò le scuole delle sarte, ricamò le
iniziali delle biancherie, vendette nei negozi, assistette malati,
rispose agli annunzi dei giornali, si trascinò per ogni agenzia, fu da
ultimo la modella di un pittore.
E questo giovine che la vide così bella e così triste, invece di
offenderla, ebbe del suo dolore una fraterna pietà. Povero, volle
offrirle qualche soccorso, la confortò, venne a visitare la madre.
Ungherese di nascita egli pure, -- (e per questo Elena v'era andata) --
si chiamava Mathias Bunko ed era minato da una inguaribile malattia.
Tacitamente il giovine si accese di un disperato amore per lei;
quell'amore sublime delle anime che sentono la morte vicina.
Mathias andava in cerca di lavoro per lei come per una sorella; poi, la
sera, non potendo recare di meglio, portava un cordiale per la malata,
un succo di carne per sostentarla, un giornale che la divertisse, un
fiore. Aveva una bella fronte pallida, la bocca femminea, la voce soave.
Parlava dell'Ungheria lontana, de' suoi giorni d'infanzia, de' suoi
sogni d'arte; voleva, quando la madre fosse guarita, fare un grande
quadro di Elena, esporlo, giungere rapidamente alla fama, -- rapidamente
poich'egli aveva dinnanzi a sè una vita breve.
Invece la malattia peggiorò ed il medico fece trasportare l'inferma
all'ospedale. Furono giorni di disperazione, che nessuna gioia della
vita potrebbe mai compensare.
Oh, l'ultima sera in quella nuda stanza d'ospedale presso il letto già
solenne come un feretro! Una monaca piangeva in silenzio presso il
capezzale, ferma, rigida. Ed Elena rivedeva sempre quella mano di
morente levarsi ancora stanca e fredda fino alla sua fronte, per darle
una benedizione suprema; udiva quella voce ormai lontana dirle ancora,
diminuendo, fuggendo:
-- Elena... sii buona, sii forte... Vivi con fede, con fierezza...
Elena, mio amore, addio...
Poi, tosto, nella luce livida, un Crocifisso scenderle sul petto, gli
occhi della moribonda volgere verso di lei l'ultimo sguardo umano, e
lentamente svanire, finire, in una specie di stupefazione, serbando il
loro inestinguibile sorriso...
-- Mamma, mamma mia!... -- aveva ella gridato, cadendo sul cuore della
morta. E Mathias la raccolse nelle sue braccia, Mathias, il pallido
fratello, il suo povero amico.
Per molti mesi ella fu ricoverata in un monastero, finchè un giorno le
venne da Berlino una lettera di Franz von Hohenfels, che le mandava
denaro, invitandola a partire per la Germania, dov'egli le avrebbe
ottenuto un posto d'istitutrice.
L'ultimo giorno andarono insieme al camposanto, Mathias e lei, per
salutare la morta. Elena vide ch'egli barcollava, quel giorno.
-- Andate proprio via? -- le disse il giovine con una voce che non era
più la sua, una voce spenta.
-- Sì, -- ella rispose -- domani.
-- Mi scriverete qualche volta?
-- Sempre, sempre, Mathias! E poi ci rivedremo un giorno...
Egli ebbe un sorriso incredulo:
-- No, Elena, forse mai...
Ed erano caduti entrambi a ginocchi, nel camposanto dei poveri, dinanzi
a quella croce nuda.
----
Il tutore l'accolse nella casa dov'egli abitava con la moglie e con due
bambini.
Il terzo giorno dopo il suo arrivo l'Hohenfels la condusse nel suo
studio e vi fece portare dai domestici un grande baule polveroso. Cercò
nella cassaforte un libretto di risparmi, alcuni astucci di gioielli,
aperse il baule, poi disse:
-- Tutte queste cose vi appartengono, Elena; mi furono consegnate per
voi.
Ella se ne meravigliava, ma il tutore prese a dire:
-- Quando vostra madre lasciò l'Ungheria mi diede in custodia questi
ultimi residui del suo patrimonio, ch'ella aveva ridotto al nulla per
pagare i molti debiti della famiglia o piuttosto -- poichè forse già lo
saprete -- i debiti di suo marito. Mi lasciò queste cose con l'obbligo
giurato di non consegnarle che a voi, dopo la sua morte, o, qualora me
lo domandasse, alla vostra maggiore età. Vostra madre fu una santa ed
una vera martire: non dimenticatelo mai, Elena. Oggi obbedisco alla sua
volontà.
V'era il corredo da sposa della madre, pochi oggetti preziosi ch'ella si
rammentava di aver veduti al castello ed alcuni gioielli antichissimi
della famiglia.
Tutto ciò le parve l'ultimo sorriso, l'ultimo bacio della sua mamma per
sempre lontana, e questa lieve ricchezza la fece piangere di malinconia.
Era la sua tragica e santa eredità; bisognava non dimenticare
quell'esempio di fortezza. Ed Elena serenamente si dispose a vivere la
sua vita nuova, poichè il tutore le aveva trovato un posto d'istitutrice
in una scuola privata.
Passarono mesi di tristezza e di solitudine. Mathias le scriveva quasi
ogni giorno; ella rispondeva sempre, e, come ad un fratello, tutto gli
raccontava: la grande aridità della sua vita, i bui pensieri, lo
sconforto, i libri che leggeva, le persone che frequentava, le memorie
della povera morta, il gran desiderio che aveva ella stessa di morire.
Una volta, ricordandosi ch'egli era così povero, andò alla Banca, prese
una piccola somma e gliela spedì. Ma egli la rimandò con una lettera
squisita, in cui vagamente, per la prima volta, le confessava la sua
passione.
Questo pensiero le dette un grande smarrimento; non aveva mai creduto
ch'egli potesse amarla, e considerava Mathias veramente come un
fratello. Ebbe vergogna, ebbe paura, ebbe pietà; gli rispose pregandolo
di non volerle bene, di non pensare a lei, di lavorare a' suoi quadri.
L'Hohenfels la visitava qualche volta e più spesso l'invitava nella sua
casa, mostrandosi ora diverso che non per il passato, e cioè troppo
familiare, quasi ambiguo.
In quei giorni, per uno scandalo che fece assai rumore, l'Hohenfels si
separò dalla moglie e tenne seco uno dei due figlioli. Circa un mese
dopo questo fatto egli venne a proporle di dare lezioni al suo bimbo ed
ella consentì.
L'Hohenfels assisteva regolarmente a queste lezioni, seduto presso la
tavola, sorridendo e guardandola sempre. Voleva sovente che rimanesse a
pranzo; un giorno le passò la mano sui capelli, dicendole:
-- Sapete, Elena, che vi siete fatta una magnifica ragazza?
Ella divenne di porpora, ma non osò rispondere, perchè di lui aveva una
incomprensibile paura.
Era un uomo sui quarantacinque anni, ancor giovanile d'aspetto, che nel
discorrere usava gesti compassati ed autorevoli; aveva i baffi castanei,
rudi, la bocca un po' sardonica, il naso diritto, gli occhi d'un color
glauco-verde, pieni di volontà.
Frattanto era trascorso più di un anno, e la sua tristezza non guariva;
ogni cosa le dava un senso di profonda mediocrità, e sognava di andare
per il mondo alla ventura, fin quando, in una terra lontana,
improvvisamente, come schiuse da un prodigio, davanti a lei si aprissero
le porte meravigliose della vita.
Trovò, sul finire di quel Settembre, una vecchia signora senza parenti,
ch'era solita viaggiare quasi tutto l'anno, la quale accettò di
prenderla seco e farne la sua dama di compagnia. Sùbito, e nonostante le
preghiere dell'Hohenfels, lasciò la Germania e vide un gran numero di
paesi.
Fu durante uno di questi viaggi ch'io la conobbi.
Ma la vecchia signora finì con accorgersi ch'era molto incomodo avere
per dama di compagnia una ragazza così bella, poichè dappertutto gli
uomini la corteggiavano e l'inseguivano con soverchia insistenza. Di
nuovo Elena si trovò sperduta, senza desideri, senza meta. Fece venire
una parte del suo denaro e viaggiò sola per qualche tempo, inebbriandosi
di sogni che non si sarebbero avverati mai.
Passava, senza conoscere ancora la sua bellezza, con tutta l'anima negli
occhi, per le città straniere, perdendosi fra le folle rumorose,
aggirandosi per i musei, per le biblioteche, nei giardini, fermandosi la
sera, verso il crepuscolo, su le arcate dei ponti a guardare i fiumi
trascorrere, i laghi oscillare, splendere il sole sui vetri delle case,
che balenavano come lamine d'oro. Guardava le folle dissimili mutarsi di
frontiera in frontiera, parlando linguaggi diversi e con diversi
destini; guardava ed era negli occhi attonita, come chi dalla spiaggia
di un mare veda correre sulle opposte onde infiniti velieri e non sappia
qual destino li guidi nè a quali porti vadano, per l'interminato
azzurro, in cerca d'approdo.
Per lei tutto nel mondo era un pericolo, tranne le parole di Mathias,
che la vegliava di lontano scrivendole alcune lettere sublimi.
Allora, fra le città straniere, qua chiamata e là respinta, fra gli usi
e le persone più varie, con il coraggio dei vent'anni, con
l'intelligenza versatile che nasce dalle difficoltà, imparando a
fingere, a destreggiarsi fra gli uomini, cominciò per lei quella corsa
randagia, infaticabile, ch'era la sua battaglia per la vita.
A poco a poco amò quella sfrenata indipendenza, quel vagabondaggio alla
ricerca dell'ignoto, quel rinnovarsi dell'anima in un perpetuo fuggire.
Un giorno ella imparò a conoscere i libri di Massimo Gorki: glieli aveva
dati un professore paralitico, il quale abitava una soffitta al di sopra
della sua, in una città danubiana.
Questi libri l'accesero, le parvero il poema eroico della miseria, il
vangelo dei diseredati. S'innamorò di quei naufraghi alteri che non
volevano arrendersi alla nemica vita, e discutevano fra i loro cenci una
filosofia nuova della società umana, come dottori all'Accademia, essi,
fra le caraffe d'acquavite.
Allora pensò ch'ella pure, come quei caduti, come quegli ex-uomini,
aveva un passato di luce, un avvenire d'ombra. Com'essi era caduta sotto
l'invincibile furore della fortuna e più non le rimaneva che una forza:
quella di considerare la vita come una catena di avvenimenti provvisori,
cioè dall'oggi al domani, con instabilità seguendo l'alea dei nomadi, e
senza perdere mai la coscienza di rimanere un «essere umano».
Pochi centesimi bastarono alla sua vita, qualche libro, qualche fiore.
E visse di sè, chiudendo nell'anima sua di fanciulla un infinito mondo;
vide ciò che ha nome il bene e il male, ciò che gli uomini hanno pensato
di giusto e d'ingiusto, ciò che una creatura deve compiere per
insignorirsi del proprio destino.
Libera e sola, continuò quel suo pellegrinaggio, fin quando, in una
città sul Reno, essendosi gravemente ammalata, fu accolta in un Asilo
Evangelico. Dopo la guarigione, le suore che avevan preso ad amarla
vollero rimanesse con loro e le affidarono alcuni bimbi da educare,
quand'ella ebbe loro promesso di convertirsi al protestantesimo.
Quella pace ora la riposava; le pareva di amare il convento, le
preghiere lunghe, le fervide meditazioni; un fondo di misticismo innato
le si ridestava nei recessi dell'anima.
Il pastore che l'istruiva per la conversione s'innamorò di lei. Non
glielo disse dapprima, forse non osò; ma ogni giorno le portava un libro
di fede o di evangelica meditazione, avendone prima sottolineate alcune
frasi di amore castissimo. E talvolta, partendo, serrava lungamente una
mano della fanciulla tra le sue.
Finalmente un giorno si fece coraggio; le confessò di volerle bene, le
domandò se avrebbe mai consentito a sposarlo. Elena, dopo averlo
guardato un momento, si mise a ridere come una pazza, e rise così forte
che il povero giovine, tutto vergognoso, fuggì.
Ma poi, quando lo rivide, così pallido e serio, così turbato davanti a
lei, quasi le spiacque di avergli fatto male e gli usò molte piccole
cortesie. Ora il giovine le impartiva la sua lezione rigidamente, senza
guardarla, e solo di quando in quando le portava un libro, ancora con le
parole segnate.
Un giorno, -- eran nel giardino dell'Asilo, d'autunno, quando i fiori
appassivano tra l'ingiallire delle foglie, -- il pastore venne di nuovo,
più turbato, e le camminò lungamente a fianco, senza parlare.
Per la prima volta Elena lo guardò come si guarda un uomo. Il pastore si
chiamava Miller; forse non aveva più di venticinque anni. I suoi capelli
spiovevano biondi e ben pettinati fino alla piegatura della nuca,
facendo come uno scalino sopra le spalle, un po' esili nella solennità
dell'abito nero. Due chiari occhi morbidi gli splendevano sotto la
fronte vasta, mitigando l'ardore della sua bocca troppo sensuale, che in
alcuni sorrisi tradiva i segni di una forte volontà repressa.
D'un tratto il pastore, fermandosi davanti a lei, rigido, con il capo
scoperto, mentre il sole gli dorava la fronte, ripetè la sua domanda:
-- Non vorreste voi, Elena, dividere con me, nella mia casa e nella mia
vita, quella missione di carità umana che mi è concessa da Dio?
Era un pomeriggio di sole; tutte le finestre del convento splendevano
come raggiere; dal vivaio, le rose inclaustrate mandavano per l'aria
dorata un profumo inebbriante.
Ed ella, forse perchè il turbamento di quella voce la invase, forse
perchè il giovine era bello così, con la fronte nel sole, forse perchè
il luogo, l'autunno, le foglie cadute, le infondevano un senso di
commozione mistica, ella, senza riflettere un momento, promise di sì....
Ma tre giorni dopo lasciava l'asilo e la città ed il fidanzato, per
correre lontano, in cerca d'altri destini. Ella compiva queste crudeltà
involontariamente, senza più ripensarvi, perchè nella sua vita si era
fatta un'anima di avventuriera e non sapeva bene intendere nè definire
cosa mai fosse quel comune desiderio degli uomini, che li spingeva tutti
a volerla, fosser anche d'animo puro e dolce come il pastore Miller o
come l'amico Mathias, del quale aveva ora migliori notizie. Non era più
così povero; un quadro esposto l'anno prima lo aveva reso noto, ed anzi,
nei giornali parigini, aveva letti grandi elogi su di lui. Nell'ultima
sua lettera egli le scriveva che si sarebbe recato presto a Berlino,
perchè gli avevano data la commissione di un ritratto, e sperava di
rivederla, dopo così lungo tempo. Rivedere Mathias!... Oh, certo,
anch'ella vi sarebbe andata!
----
Quando arrivò il suo treno, egli l'attendeva sotto l'atrio della
stazione. Dopo tre anni, com'erano entrambi mutati! Ma parve ad entrambi
che non fosse trascorso nemmeno un giorno. Si abbracciarono e non
osarono baciarsi.
Mathias non vestiva più quegli abiti così dimessi; era più elegante
assai, ma conservava sempre la medesima fronte pensierosa e quegli occhi
un po' esaltati, quel suo triste pallore. Anzi era più pallido, e,
camminando, una invincibile stanchezza gli traspariva da tutte le
membra. Elena ebbe quasi vergogna di ritrovarsi così piena di forze,
accanto a quel giovine che pareva estremamente sfiorito. Abitarono
vicino; egli prese in affitto uno studio vasto, luminoso; ella, due
piccolissime stanze ad un terzo piano. Elena in quei giorni non aveva
denaro e non voleva certo vendere i pochi gioielli della madre. Allora
Mathias gliene prestò; ma ella poi lo costrinse a riprenderlo quando
appena potè ottenere alcune lezioni di lingue straniere. Mathias le
disse tristemente: -- Voi non mi considerate più come il vostro
amico.... Gli altri uomini vi hanno insegnato a diffidare anche di me.
Qualche volta egli si atterriva nell'udirla parlare; allora la guardava
con un lungo rimprovero silenzioso ed una specie di affanno contraeva la
sua faccia dimagrata. Passò l'inverno. Egli andava ogni giorno a
prenderla, quando moriva la luce su le tele de' suoi quadri, ed uscivano
insieme per la città rumorosa, per i viali dei grandi parchi, simili a
foreste addormentate, ove la primavera destava tra il verde il canto
nuovo delle fontane.
Mathias non le parlava quasi mai; solamente l'ascoltava, camminandole a
fianco un po' curvo, e qualche volta scuotendo il capo, quando Elena
faceva ad alta voce un sogno d'avvenire.
-- Se io facessi un quadro di voi? -- le disse un giorno.
-- Si? Volete? -- Elena rispose.
Ed una felicità subitanea splendette nella faccia del pittore.
Tosto vi si accinse. Tutta l'anima del giovine si trasfuse nel quadro,
l'anima che voleva tutta esprimere quella pura bellezza in una luminosa
magnificenza di colori. Elena non poteva concedergli molte ore della sua
giornata e l'opera si compiva lentamente.
Dopo alcuni mesi dall'arrivo, un giorno ella si recò a visitare
l'Hohenfels, al quale aveva scritto di quando in quando lungo le sue
peregrinazioni. Un sentimento strano la guidava ora verso di lui, verso
quell'uomo del quale aveva sempre avuta una irragionevole paura. Ed era
il desiderio di apparirgli davanti, nel fiore della sua bellezza, un po'
altera, un po' beffarda, ora che si sentiva sicura della propria forza e
sapeva di non tremare davanti a quegli occhi. Voleva quasi dirgli con
uno sguardo:
-- Ecco, vedete: sono qui. Non ho avuto bisogno di voi, non vi debbo
nulla!
Egli era forse un po' invecchiato, ma conservava sempre una grande
vivacità nella fisionomia, nei gesti, ed un sorriso leggermente
sardonico su l'orlo della bocca fine. Al vederla, ne rimase attonito;
s'informò dove abitasse, che facesse, quali fossero i suoi disegni. Una
settimana dopo l'andò a visitare nelle sue piccole stanze, e giudicando
il luogo inadatto, disse che per il medesimo prezzo avrebbe potuto
trovare assai meglio a Berlino, se gli concedeva di far ricerche per
lei. Ella se ne schermì più volte, ma le sue preghiere la vinsero,
perch'egli sapeva essere persuasivo, cortese, discreto.
Tornò, dicendole di aver trovato per lo stesso prezzo una grande camera,
quasi elegante, presso una famiglia borghese che teneva pigione; insieme
andarono a visitarla. Una donna piacevole d'aspetto, con una sola figlia
quattordicenne, governava la casa, ed il luogo era davvero lindo, messo
con leggiadria. Elena quasi non poteva credere di avere una così bella
camera per un prezzo così mite; allo scader del mese vi si trasferì.
Solo, per una specie di delicatezza, non disse a Mathias ch'era stato il
suo tutore a trovarle questa camera.
Egli si rammaricò perchè andava più lontana, e le disse:
-- Le vostre lezioni vi prendono quasi tutta la giornata; avete così
poche ore per me!
Ella, per fargli piacere, si levava la mattina di buon'ora e vi andava
quando la luce era più limpida.
Ma egli sfioriva ogni giorno, intento sopra quella tela che assorbiva la
sua vita. La tosse lo martoriava con maggior insistenza e gli occhi suoi
parevano sempre più accendersi di una fiamma latente.
-- Dove andrete mai, Elena, quando sarete stanca di vivere qui? --
Mathias le domandò una volta.
-- Ora ho fatto un sogno, -- ella rispose. -- Voglio diventare attrice.
Quando avrò denaro, tornerò a Parigi per studiare.
Gli occhi di Mathias ebbero uno sguardo di smarrimento, il suo pallore
divenne più cereo, ma non disse parola.
Questo infatti era il suo grande sogno. Divenire attrice, interpretare
le anime, apparire su la scena, ella sola, davanti a mille, dire una
frase, inebbriare una platea! Quante volte, nei giorni più neri della
sua vita, si era cullata in questo sogno, si era sentita la virtù di
esprimere, di raffigurare, di commuovere!... Perchè Mathias non ammirava
questa idea? Non l'ammirava, eppure le aveva detto:
-- Tutto quello che possiedo ve l'offro, se vi può servire.
Ma ella naturalmente aveva rifiutato, commossa dalla sua bontà. Per un
momento ebbe l'idea di parlarne all'Hohenfels, ma sùbito l'abbandonò.
Sebbene paresse mutato, pure a lei non garbava di avere un debito con
quell'uomo. Seguitò invece a lavorare, con la speranza secreta.
La signora Gräfe, la sua padrona di casa, era una donna estremamente
cortese. Non più giovane, un po' manierata, con due grosse trecce di
capelli finti, doveva essere stata molto bella in gioventù. A lei
mostrava una tenerezza quasi materna e si accapparrava la sua fiducia
dandole molti ottimi consigli. La sera, quando pranzavano insieme, le
teneva certi discorsi allegri ed un po' salaci.... Veniva spesso a
visitarla un uomo di mezza età, un sottufficiale in congedo, ch'era il
suo amante. Ella parlava di ciò con naturalezza; un giorno anzi, nel
mezzo d'un discorso, le aveva domandato:
-- E tu, non hai ancora avuto un amante?
-- Io no, signora Gräfe, -- le aveva risposto Elena, chinando gli occhi.
Dopo tre giorni appena la sua padrona di casa le aveva dato sùbito del
tu.
-- Ebbene sei una scioccherella! -- rispose costei. -- Quando sarai
vecchia e brutta non ti servirà davvero a nulla d'essere stata più o
meno onesta, mentre ti pentirai amaramente d'aver sciupata la tua
giovinezza. Perchè siamo al mondo noi? Par gli uomini. E gli uomini? Per
noi.
-- Ma io non l'ho mai desiderato, -- Elena disse, confusa.
-- Non c'è bisogno di desiderarlo, anzi, non si deve. Tu aspetti
l'amore, piccina mia?... Bada a te! Questo è il grande pericolo. Invece
si prende un amante perch'è necessario, è utile, qualche volta è anche
piacevole. Ma, dimmi: tu che sei bella come un fiore, quale vantaggio
ricavi dall'aver fatta la vita che fai e dal lavorare tutto il giorno
per pochi centesimi, quando, con un bacio che tu volessi dare, potresti
esser vestita di seta e coperta di gioielli da capo a piedi, potresti
pagarti ogni capriccio e menar la vita che più ti conviene? Perchè ti
sacrifichi? per rimanere onesta? Bel merito! Se ci ragioni sopra un
momento, vedrai che questa è una parola, null'altro che una parola. Poi,
chi ti crede? Pensi forse che una sola persona, vedendoti così bella,
s'immagini che tu sia una ragazza tuttora illibata? Macchè! nemmeno per
sogno! E la persona che lo potesse credere, se fosse una donna ti
direbbe quello che ti dico io, se poi fosse un uomo penserebbe sùbito:
«Via, non è possibile che lo faccia per onestà.... Si vede che aspetta
il suo tipo, che aspetta me: proviamo!» Questa è la vita, bambina mia.
Ti parlo così, come parlerei ad una figlia.
E tali discorsi ogni giorno si ripetevano con maggiore frequenza. Elena
da prima se n'era offesa, poi vi si era assuefatta, finchè, da ultimo,
quelle cose madornali che diceva la signora Gräfe riuscirono a
divertirla.
Di tutto questo ella non fe' cenno a Mathias, perchè ne avrebbe sentita
troppa vergogna davanti a quell'anima così lontana dalla vita. E nemmeno
gli raccontò come un giorno la signora Gräfe le avesse fatta
un'allusione anche più precisa.
«Perchè mai, -- diceva, -- Elena eviterebbe di accordare qualche favore
a quel ricchissimo von Hohenfels che le usava tante cortesie? Non aveva
ella compreso che l'uomo avrebbe commessa per lei qualsiasi follìa? Non
avrebbe certo esitato a prenderle una villetta verso il Thiergarten, o
forse intorno al Wannsee, donandole abiti, gioie, carrozze, cavalli.
Certo ella non aveva che una parola a dire... Credesse a lei:
l'esperienza sua di donna pratica non la poteva ingannare!...»
Fu invece Mathias che osò per primo fare un accenno a questo argomento.
-- Cosa pensate voi di quell'Hohenfels? -- le domandò un giorno. Elena,
subitamente, si fece rossa.
-- È stato il mio tutore, -- rispose. -- Ora cerca d'aiutarmi perchè si
pente forse d'avermi sempre abbandonata.
-- Lo credete sincero?
-- Chissà? E d'altronde che me ne importa?
Egli non insistette oltre; la dolcezza di quell'anima era il silenzio.
Intanto le sue mani scarne suscitavano un miracolo di colori. Egli
poteva ora veder Elena meno sovente, perchè aveva un'altra Elena, più
sua, e l'adorava creandola. In lui si compiva una rinunzia suprema; il
tacito sogno della sua vita moriva.
L'Hohenfels aveva presa l'abitudine di venire ogni giorno in casa della
signora Gräfe e talvolta vi rimaneva per il pranzo, dicendo ch'era solo
e s'annoiava. I discorsi più frequenti cadevano su l'avvenire di Elena,
poichè non gli sembrava possibile ch'ella volesse continuare una vita
simile.
Dopo aver molto meditato, Elena gli confessò che la sua speranza era
quella di essere un giorno attrice.
L'Hohenfels accolse l'idea con calore, la felicitò, si offerse di
rendere la cosa possibile. Occorrevano studi molto ben guidati, ed egli
poteva, nella sua qualità di vecchio amico, farle un prestito, che poi
la ricca e fortunatissima attrice gli avrebbe rimborsato. Ma non
bisognava tardare oltre. La via dell'arte è faticosa e lunga. Egli era
da molti anni amico d'un impresario parigino, il quale avrebbe
semplificate le cose con la grande autorità di cui godeva fra persone di
teatro. Quest'uomo sarebbe anzi venuto a Berlino qualche settimana più
tardi: l'occasione era dunque propizia.
Elena ormai non si dissimulava più le intenzioni palesi dell'Hohenfels,
ma questo le riusciva indifferente, fin quando almeno la sua cortesia
non eccedesse i limiti onesti.
Una sera, ch'egli aveva pranzato in casa della signora Gräfe, curiosità
lo prese di accompagnar Elena fino alla soglia della sua camera «per
vedere -- disse -- con qual gusto ell'avesse ordinato il suo mobilio e
dove si potessero meglio collocare certe stampe inglesi ch'egli voleva
donarle». Dalla soglia, come per inavvertenza, entrò; e poi ch'Elena gli
diceva un po' turbata: -- Ma, non vedete? c'è un gran disordine...
lasciatemi, signor Franz!... -- egli, con somma naturalezza, si diede ad
osservar minutamente ogni cosa, a toccar gli oggetti ch'erano sui
tavolini, a carezzar le gonne che pendevano dagli attaccapanni, e passò
vicino al letto, facendo scorrere una mano sul cuscino, su la coltre;
poi disse:
-- Mi ricordo ancora quand'eravate piccina e dormivate in un lettuccio
da bambola. I vostri piedini allora non sarebbero arrivati fin qui... --
Soggiunse: -- Ora che grande letto avete!
Infatti nella casa della provvida signora Gräfe i letti erano vasti
assai.
L'Hohenfels, con la fronte accesa, le venne vicino e cominciò a parlare
ambiguamente, carezzandole un braccio. Intimidita, ella fece un
movimento brusco, si ritrasse fino alla soglia ed uscì.
-- Che avete? Vi faccio paura? -- egli domandò ridendo.
-- No... ma, sapete, sono gelosissima della mia camera; non mi piace che
nessuno vi entri.
E fu tutto per quella sera.
Dopo alcune settimane l'Hohenfels le annunziò che l'amico parigino, un
certo Ernest Duvally, era giunto, ch'era informato già d'ogni cosa e
desiderava solamente conoscerla. Per questo era opportuno ch'ell'andasse
a pranzo da lui, dove lo avrebbe incontrato quella sera stessa.
Il Duvally approvò con fervore l'idea di farne un'attrice; spiegò ad
Elena qual fosse la più rapida via per iniziarsi a quell'arte, anzi
promise di guidarla egli stesso nei difficili esordi parigini, mentre si
riprometteva di farle ottenere un'ammissione immediata su le scene,
tosto che avesse compiuti gli studi necessari.
La repentina felicità tratteneva Elena da ulteriori considerazioni.
D'altronde non temeva l'uomo, e l'ebbrezza di poter riuscire valeva ogni
rischio. Con Mathias tenne secreta la sua decisione per non affliggerlo
sino all'ora della partenza. Egli non era venuto una sola volta nella
sua casa, e quand'Elena gli domandò la ragione di questo suo riserbo
egli rispose in modo evasivo, cercando pretesti, poi confessandole che
tutta quella casa, ed in particolar modo la signora Gräfe, non gli
piacevano affatto. Ma Elena ormai non viveva più che per la sua nuova
speranza.
Quel Duvally era un uomo giocondo, garbato, salace, ricco di aneddoti;
la corteggiava in modo amabile, con quella galanteria francese che piace
alla donna, poichè la lusinga nella sua femminilità. Era inoltre un
bell'uomo, con la bocca fresca, il labbro raso, i denti minuti e
bianchissimi.
-- Sapete, -- le aveva detto un giorno, parlandole dell'Hohenfels, --
questo Gambrinus è buono per cominciare. Ma poi ci vuole di meglio!
D'altronde che bisogno avete di lui? Quando vi sarete risolta, basterà
scrivermi una parola.
E con lui non era possibile offendersi, perchè aveva sempre una trovata
spiritosa, una celia bizzarra, e pareva non ammettere alcun valore a
coteste sue frasi. Egli diceva inoltre:
-- Avete anche un pittore che vi fa il ritratto? Nulla di più opportuno.
Bisognerà farvelo dare, perchè un bel quadro non è l'ultimo argomento di
buon successo per un'attrice bella. Solo, mi raccomando, non troppo
vestito, per Parigi... I pittori, qui, amano la stoffa; noi amiamo il
nudo. Contraddizioni di razza, diversità di scuola: ecco tutto!
E partì su questa mezza intesa, mentre l'Hohenfels per proprio conto
credeva prossimo il trionfo della sua laboriosa pazienza.
Fu la signora Gräfe ad annunziarle una sera, di punto in bianco, che
l'Hohenfels le aveva dato incarico di condurla da una buona sarta,
perch'ella si comandasse in tempo tutti gli abiti che occorrevano prima
della imminente loro partenza.
Elena fece le sue maggiori maraviglie.
-- Capirai, -- le spiegò la Gräfe, -- dovendo vivere a Parigi con un
signore come l'Hohenfels, i tuoi abiti non sono abbastanza eleganti.
-- Dovendo vivere?... con chi? -- Elena interruppe, dando in uno scoppio
di riso. -- No, no! Ringraziatelo pure, ma ditegli che alla sarta
provvedo io stessa! Credo, in verità, che ci siamo intesi male...
Questa volta la signora Gräfe perdette la pazienza.
-- Ma senti, bambina mia, -- le disse, -- che intenzioni hai finalmente?
Perchè qui si tratta di venirne in chiaro!
E nel suo gergo fiorito prese a magnificarle tutte le delicate cortesie
dell'Hohenfels, i sacrifizi, anche di denaro, ch'egli faceva per lei,
non volendo che «la si andasse a rovinar la salute nelle stamberghe
umide, tra i filosofi ed i cenciaiuoli dei quarti piani».
-- Te ne faccio la confidenza, ma non lo dire a lui, per l'amore di
Dio!... per l'amore di Dio! -- le andava ripetendo ad ogni tratto.
Allora Elena ebbe uno scatto di vergogna e d'ira, dolendosi per quel
denaro che non poteva sùbito rendere all'obliquo insidiatore.
La mattina seguente lasciava quella casa, prima che l'Hohenfels avesse
il tempo di rivederla. Qualche giorno dopo, recandosi a visitare
Mathias, egli, che ormai le parlava con un triste riserbo, le porse una
lettera dicendo: -- È venuto ieri da me un domestico e mi ha lasciata
questa lettera per voi. Diceva di non conoscere il vostro nuovo
indirizzo, ed anzi me lo domandò. Io credetti bene di rispondere che non
lo sapevo.
E si rivolse alla sua tela, in silenzio.
Povero Mathias!... Com'egli la guardò, quand'ella gli ebbe raccontata
quella storia! Perchè non avergliene parlato prima? Egli vedeva il male,
ma non osava darle consigli, poichè gli sembrava ch'ella non volesse più
considerarsi come una vera sorella per lui. E sùbito le offerse il
denaro da rendere a quell'uomo.
-- Grazie, Mathias, ma non voglio. Egli è ricco, voi no.
-- Che importa, visto che ve lo posso dare?
-- Ve ne ringrazio di tutto cuore, ma non voglio. Lo renderò io stessa
quando potrò. D'altronde il piacere che egli ebbe nel desiderarmi vale
assai più di quanto ha speso.
Mathias non potè trattenersi dall'osservarle che questa frase non era
degna di lei.
-- Che volete mai? Fra queste indegnità s'impara finalmente cosa la
nostra bellezza vale!
Il quadro intanto appariva ogni giorno più maraviglioso, ed il pittore
si dimenticava davanti alla sua tela. Una volta Elena gli domandò:
-- Quando sarà finito il mio quadro?
-- Mai, -- rispose Mathias, con tristezza. -- Questi quadri non si
finiscono mai. Ogni giorno viene un pensiero nuovo, perchè ad essi manca
sempre qualcosa.
-- E cosa?
-- Non so, -- egli disse, turbandosi; -- la vita, forse, per essere come
voi.
Elena chinò la faccia.
-- Non lo esporrete, Mathias?
-- No. Il quadro mi appartiene. Vi ho dipinta per avervi con me quando
andrete via.
-- Credete ch'io partirò di nuovo?
-- Lo credo; sì, lo credo. Anzi m'immagino che vi pensiate ogni giorno.
Voi avete il destino degli erranti e non potete far altro che passare.
-- È così, Mathias. Forse andrò via di fatti...
Aveva pochissime lezioni a quel tempo. Era il finir dell'estate; molte
allieve indugiavano ancora nei luoghi di cura e di campagna. Faceva un
calore insopportabile nelle vie di Berlino ed Elena si annoiava
mortalmente.
Un giorno, con una risoluzione subitanea, scrisse al Duvally. Scrisse
una lettera evasiva, raccontandogli ad un dipresso com'erano andate le
cose con l'Hohenfels. Questi non tardò a rispondere, dicendo fra l'altro
che, tempo addietro, egli pure le aveva scritto, ma senza ottener
risposta. Ed Elena comprese che la lettera doveva essere caduta nelle
mani dell'Hohenfels per mezzo della signora Gräfe. Il Duvally la
incitava inoltre a perseverare ne' suoi propositi, e soggiungeva che
presto avrebbe avuta occasione di recarsi a Francoforte. Perchè dunque
non si vedrebbero? S'ella consentisse, avrebbe allungato il viaggio fino
a Berlino per venirla a prendere, poi sarebbero tornati a Parigi
insieme. -- Ora, come rispondergli?
Certo nelle parole della ineffabile signora Gräfe c'era qualcosa di
estremamente logico, di estremamente vero... Perchè sprecare la vita
così? Era giovine, bella, desiderosa di vivere, l'avvenire poteva
serbare per lei molte fortune imprevedibili. Tutta una sera ella rimase
nella sua camera a sognare. Si guardò le mani: erano piccole, delicate,
bianche... Certo si sarebbero sciupate, fra qualche anno, a forza di
scribacchiar manoscritti e dover talvolta prepararsi la cucina da sè.
Peccato! Si guardò anche nello specchio, attentamente, come non si era
guardata mai. Sorrise a quel sorriso che dallo specchio la guardava. Si
sciolse i capelli, e vide scendere una pioggia d'oro, di quell'oro delle
medaglie antiche, trovate negli scavi, simile quasi al bronzo. Vi passò
dentro le mani, a lungo, indugiandovi con voluttà. Si scoverse la gola,
e rovesciando la testa all'indietro, le parve di sognare la bocca d'un
amante che l'avesse baciata, lì, su la sua turgida gola... Di fatti era
bella, bella come il quadro di Mathias! Le venne un pensiero fatuo, per
la prima volta: «Perchè nessun uomo l'avrebbe mai veduta così, nessuno,
tranne Mathias, ch'era per lei un fratello?» Ecco: la giovinezza passerà
vanamente nell'insegnare le parole straniere ai bimbi cocciuti, le sue
mani non saranno più così bianche, la sua bocca non più così fresca,
nemmeno la gola così limpida... e tutto finirà senz'avere avuta un'ora
di trionfo, come una rosa inutile che sfiorisse nell'eremo, dietro una
rupe.
E di contro, la scena, il teatro, l'applauso, l'ora in cui tutti si
leverebbero verso lei per gridarle ancora: «Parla!» Invece di pensare
ogni giorno faticosamente al pane, d'improvviso, ecco l'ammirazione, il
fasto, quasi la potenza; invece di andar nomade per tutte le strade,
come in fuga davanti a sè stessa, ecco la possibilità di ascendere per
una via trionfale...
Da ultimo non seppe che risolvere; scrisse al Duvally poche parole,
dicendogli che lo avrebbe riveduto con piacere.
Ma quando fu la vigilia della partenza, poichè il Duvally sarebbe
arrivato il domani o il doman l'altro, ella non potè più mantenere il
secreto verso Mathias, e risolse di narrargli finalmente ogni cosa.
Andavano, camminando a lato, verso le consuete solitudini. Era la prima
sera di Settembre. Per l'aria quasi bionda navigavano larghe strisce di
vapori turchini, d'una tenuità luminosa, che lentamente mutavano colore,
salendo nel bianco firmamento, lassù, dove la festa del novilunio
autunnale stava per essere celebrata con una magnificenza di stelle.
-- Questa è l'ultima sera, Mathias... -- ella disse lentamente,
appoggiandosi al braccio dell'amico. -- Domani vado via.
Erano per un grande viale deserto e nelle oscure lontananze del parco si
udiva cantare una voce solitaria. Mathias non rispose nulla, non potè
rispondere; solo accelerò il passo con un'andatura insaccata. Poi d'un
tratto, senza ragione, dette in una grande risata convulsa, che risonò
sinistramente nell'ombra delle volte arboree. Ella n'ebbe un senso di
fastidio e di paura.
-- Mathias, -- domandò con una voce umile, -- mi volete ancora bene?
Egli si fermò a fissarla, con uno sguardo fra il disprezzo e la
commiserazione, poi rise di nuovo, con maggiore asprezza, scotendo le
spalle.
Ora, nel verde, si udivano correre alcuni brividi prolungati, come un
respiro di foglie nel refrigerio della notte imminente. Passando sotto
un lampione Elena guardò il viso dell'amico e n'ebbe un'impressione
indicibile, ma non potè commuoversi; fu piuttosto un moto di collera
contro la debolezza di quell'uomo, che aveva per lei un sentimento così
umile, così tacito, così folle. Per lei Mathias era un delicato
inseguitore, anzi un tiranno mansueto, che invece di usarle violenza si
vestiva d'un'apparenza miserrima per commuovere la sua pietà. Allora non
ebbe compassione; provò quasi un piacere crudele nel raccontare a quel
triste innamorato i pensieri che da qualche tempo l'assediavano, le
decisioni estreme cui s'era man mano risolta, per giungere alla fine de'
suoi tormenti.
Prima ch'egli potesse interromperla, e volendo piuttosto convincere sè
stessa che l'ascoltatore, gli svolse le teorie speciose della signora
Gräfe, opponendosi tutte le contraddizioni e discutendole a priori, come
se facesse dinanzi al giudice una impeccabile arringa.
-- Oh, Elena! -- egli balbettò, contorcendosi le dita fino al dolore, --
Elena, io non credevo ancora che un simile momento potesse giungere per
noi!...
E si chiuse nel silenzio del suo dolore, ch'era il più rassegnato, il
più soave, tra i martirii delle anime innamorate.
Ma ne divenne ancor più malato; la tosse convulsa lo soffocò giorno e
notte; il suo petto parve interiormente schiantarsi per la furia del
male.
-- Elena, -- diceva sommessamente a lei che lo andava curando, -- se
partirete con quell'uomo, sento che non mi alzerò più.
Ella non ebbe l'animo di abbandonarlo, ed ancora una volta il Duvally
dovette ripartir solo.
Ma quando egli fu lontano, ed ella pensò che avrebbe dovuta ricominciare
la sua lotta inutile, dall'alba fino alla sera, un senso inenarrabile
d'angoscia le strinse il cuore, come se avesse compiuta la rinunzia
maggiore al più bel sogno della sua vita.
E v'era in quella tristezza un piccolo rancore contro Mathias, che
l'aveva costretta, pur senza chiederlo, a ricadere sotto il giogo della
perpetua mediocrità.
Verso l'autunno le si offerse l'occasione di accompagnare la vedova
baronessa von Ritzner, che soffriva di un latente mal di cuore, in
lunghi viaggi di svago attraverso l'Europa. Era una signora di
quarant'anni, ricca e senza figli, già presso allo sfiorire di
un'avventurosissima vita, condotta nei circoli della Corte Imperiale. In
tutto gran dama, ed ancor ricercata per il suo brio, per la sua
raffinata eleganza, la baronessa von Ritzner non poteva trovare in Elena
miglior compagna, nè Elena in lei.
Il commiato da Berlino fu triste.
Mathias aveva il presentimento di non rivederla più, e quell'ultimo
giorno la sua povera faccia devastata dal male ispirò anche ad Elena
questo vago timore.
Mathias era venuto a salutarla nella sua camera, si era seduto curvo e
tacito in un angolo, sopra un baule chiuso, appoggiandosi col dosso al
muro. E pareva che di lì stesse immobilmente a guardare la visione della
propria morte. I suoi occhi non abbandonavano mai Elena, ma parevano
inseguire con una specie d'ansia ogni suo piccolo gesto, mentr'ella si
affaccendava intorno, raccogliendo i vari oggetti e riponendoli ad uno
ad uno, anch'ella tacendo, anch'ella impallidita, compiendo ciascun atto
con una lentezza grave, senza volgere gli occhi verso di lui. Mathias
guardava le singole cose ch'ella deponeva entro le valige, come si
guarda una persona estremamente cara che sparisce per sempre, e andava
curvandosi ancor più sul petto esausto, non potendo alle volte frenare
un lievissimo tremito, che gli appariva negli angoli delle labbra o nel
segno profondo che aveva in mezzo ai sopraccigli.
Egli le aveva portato un mazzo di fiori; Elena prese i fiori, li avvolse
con infinita cura e li posò vicino al suo mantello. Quando la camera fu
sguarnita, Mathias si levò, chiuse le borse, la cesta di vimini,
camminando dall'una all'altra con un passo affranto; poi le dette le
chiavi.
Un guanto di Elena, ch'era sul letto, cadde a terra; Mathias lo
raccolse, lo tenne a lungo fra le sue mani, lo guardò, vi fece scorrere
sopra le dita. Poi lo ripose sul letto e volse per la camera uno sguardo
quasi attonito, come volesse accogliere negli occhi e nell'anima tutto
quello che vi rimaneva di lei, per sempre.
Andò verso la finestra; esausto, inerte, si accasciò contro il
davanzale, guardando fuori, mentre la signora Bergmann, la padrona della
casa, faceva trasportare i bauli. Egli l'intese domandare ad Elena:
-- Tornerà, signorina?
Senz'ascoltare la risposta, egli fece col capo un movimento brusco, e si
cacciò le mani entro i capelli.
Di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla
finestra, e cantava. Un gran sole giocondo invadeva le contrade, le
verande, i tetti delle case, le chiese lontane, le foreste più lontane,
l'aria, il cielo, infinitamente... Allora si volse. Davanti allo
specchio, Elena ritta si appuntava il cappello: teneva uno spillone fra
i denti, un velo sul braccio e le due mani alzate dietro la nuca. Egli
fece qualche passo, barcollando, fin contro uno stipite, poi, con un
movimento macchinale, guardò l'ora. Forse non vide le sfere; ma intese
negli orecchi solamente un ronzìo, lungo, inscindibile, come un rombar
d'ali nel buio, un crescere d'acque nascoste, qualcosa che venga, poi
vada, poi torni, e sia come il nulla: un dolore. Gli occhi gli si
oscurarono per quella chiarità che avevano guardata, là fuori, a lungo;
rivide il sole, i tetti, le chiese, le foreste, il cielo, confusamente,
come in un barbaglio d'ombra e di luce; poi, quando potè discernere,
vide Elena, in piedi, che si annodava il velo. Osservò nello specchio il
dorso della sua mano bianchissima, ch'ella si passava su gli occhi
ripetutamente, come per tergersi una lacrima, e rimase lì, trasognato, a
guardarla, quasi non vedesse più lei, ma il fantasma di lei, partita.
Allora ella si volse, gli tese ambe le mani, e pronunziò il suo nome,
pianissimo, quasi con paura:
-- Mathias...
Egli si battè la fronte, volle sorridere ma non potè, volle parlare ma
non ebbe voce: prese quelle due mani e se le portò congiunte sul cuore.
Le due mani fecero una croce, come sopra una cosa morta. E restò a lungo
in tal guisa, mentre un nodo gli saliva entro la gola, irresistibile.
-- Addio, Elena... addio... -- balbettò, premendosi quelle due mani sul
cuore, che martellava impetuosamente, producendo la strana impressione
di un organo troppo vitale in quel petto così fragile.
-- Addio! addio!... Ricòrdati di me, Elena... Forse non ci rivedremo mai
più...
E rise e pianse, ed ella chinò la fronte, con la faccia solcata di
lacrime, sotto il lungo velo. Dopo un attimo di perplessità
s'abbracciarono, confondendo le anime fraterne, quella rosa che se
n'andava, tutta in fiore, e quel povero sterpo che rimaneva per
intisichire.
Veniva un gran sole da quel pomeriggio d'autunno, e lì, nella camera
sgombrata, i mobili di noce mandavano luccicori fermi; la coltre
disfatta era traversata in lungo da una striscia di sole, che sopra vi
poltriva come una pigra e scintillante nudità. Tutte le cose lucenti, la
specchiera, le maniglie delle porte, l'acqua in una brocca piena, e,
sovra tutto, come una fiamma oscura, la foltezza de' suoi capelli
biondi, si accendevano di bagliori continui, quasi avessero dentro di sè
una viva gioia e volessero comunicarla, per offendere lui, quel buio,
doloroso innamorato.
Tacitamente allora egli si tolse un anello, adorno d'una pietra pallida,
che portava sempre in un dito della mano femminea, e lo passò in dito ad
Elena, prendendola per il polso, dove il colore delle sue vene minute
somigliava un poco alla trasparenza turchina di quella pietra.
Ella fece una mossa di rifiuto, e Mathias le chiuse la mano perchè non
si potesse togliere l'anello.
-- Conservalo, ti prego; l'ho portato io per tanti anni, anche tu
pórtalo per tanti anni, sempre, se puoi....
E rise. Gli venne su dal petto una gran risata, simile ad un urlo
convulso. Le disse:
-- Va... sii felice. Io non ti rivedrò più. Che la vita per te sia
buona, quanto è stata perfida con me....
Poi guardò in alto: gli occhi del giovine s'illuminarono; sorrise.
-- Mi rimane ancora il mio quadro... -- mormorò. E tremava.
Ella cercò di baciargli una mano, volle promettergli sommessamente:
-- Ma tornerò presto, Mathias....
Egli ebbe un gesto come d'incredulità, poi rimase a fissarla, toccando
le piume del suo cappello, i pizzi che aveva intorno ai polsi, e disse,
con un'altra voce:
-- Per me sarà sempre troppo tardi, anima mia....
E soggiunse:
-- Promettimi solo una cosa....
-- Parla Mathias.
-- Se ti facessi chiamare... dovunque tu sia, promettimi che verrai.
Ella comprese; chinò la faccia sul petto, gli rispose con un alito:
-- Sì....
Allora egli ebbe negli occhi un sorriso di morte, poi vide trascolorare
ogni cosa all'intorno, tutto si confuse: la stanza, la luce, quel viso
di donna ch'egli aveva dipinto, ch'egli aveva amato, per tanti anni,
senza nulla sperare, in silenzio... Ancora una volta la cercò
supremamente, con le labbra, con le mani, con l'anima... ebbe nella
faccia il suo respiro, le sue lacrime, udì la sua voce ancora, come in
un sogno, gridargli: -- Addio! addio!... -- poi non comprese più nulla,
non vide più nulla, non sentì che l'enorme rombo del vuoto, e in sè,
fuori di sè, la tenebra, la distruzione.
Quando si ridestò, la stanza era deserta, e di fronte, nella casa di
fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra e cantava.
----
La baronessa von Ritzner si era tosto presa di una caldissima simpatia
per Elena e la considerava come un'amica. Viaggiarono insieme da
Franzenbad a Ginevra, da Ginevra ad Aix les Bains, a Luchon, a Biarritz,
a Pau, finchè, al sopraggiungere dell'inverno, andarono ad abitare una
leggiadrissima villa su la Riviera di Cannes.
La baronessa le parlava spesso d'uomini e d'amanti, e non si dava
nessuna pena per nascondere ad Elena le proprie avventure. Solo era
gelosissima di lei; ne allontanava i corteggiatori con maggior severità
che una madre ed era molto curiosa di conoscere le sue trascorse
vicende.
Una volta le disse anzi, per celia:
-- Bisognerà trovarvi un marito, Elena, perchè, la mia vigilanza non
basta più a difendervi dall'assalto!
Ed Elena rise. Un marito? Ecco una cosa cui non aveva pensato ancora
nella sua vita di zingara. E, meditandovi sopra, le tornava nella mente
il buon pastore Miller, co' suoi capelli biondi e ben lisciati, con la
sua bocca un po' femminea, che parlava così gravemente. Allora si
figurava la propria vita, s'ella fosse divenuta la moglie di quel
pastore luterano, e si vedeva in una linda casa tedesca, con indosso un
bel grembiule bianco, non sapendo come nascondere l'abbondanza eccessiva
de' suoi capelli per parere più semplice; e si vedeva intenta nel
rammendare il bucato, nel badare alle cose della cucina, mentre, davanti
al fuoco, il pastore leggerebbe ad alta voce la Bibbia e due o tre
marmocchi evangelici ascolterebbero attoniti, senza comprendervi nulla.
Povero pastore Miller!... Egli era così dolce, ma questo pensiero la
faceva nondimeno ridere!
La baronessa aveva ora presa l'abitudine di tenerla sempre sotto
braccio, la trovava bella e glielo diceva, con una voce strana,
carezzandola.
S'era innamorata de' suoi capelli; entrava la mattina nella sua camera
per guardarla quando si pettinava, e, standole presso, le faceva
scorrere le dita gioiosamente nella capigliatura, come un fino pettine;
poi ne formava un grosso nodo involuto, pieno di luccicori, e vi tuffava
dentro la gola ignuda, poi la bocca, poi l'intera faccia, con voluttà.
Elena tuttavia non sapeva rendersi conto di queste ambiguità e vi si
prestava a malincuore, fra stupita e lusingata, con un senso insieme di
curiosa paura.
Avevano le camere uscio ad uscio e la baronessa entrava la sera in
quella di Elena mentr'ella stava spogliandosi; con bizzarri pretesti
voleva ella stessa fare la sua treccia, legarle i nastri della camicia;
toccava con un specie di insidia i lini ch'ella andava smettendo, le
parlava di cose d'amore come il più delicato amante...
E allora, simulando capricci repentini, le baciava la gola scoperta, la
fronte, i capelli, narrandole con parole accese la sua tristezza di
rimaner sola, in quelle notti così lunghe...
Trascorsero in tal modo il mite inverno, e Febbraio venne, che, tra quel
sole, odorava di primavera.
Mathias le scriveva sovente, ma le sue lettere suscitavano in lei un
senso di grande malinconia. Erano parole sfiduciate, pensieri pieni di
una stanchezza estrema, riflessioni amare di un'anima che sente ogni
giorno impallidire il fuoco della vita.
A poco a poco le sue notizie diradarono; ella rimase varie settimane
senza ricevere alcun cenno, finchè, da una lettera della signora
Bergmann, seppe che Mathias versava in condizioni gravissime, e che, non
avendo alcuno per assisterlo, si era fatto ricoverare all'ospedale.
Pochi giorni dopo un telegramma di firma ignota la pregava d'accorrere
tosto a Berlino per salutare un'ultima volta il pittore morente.
Sentì nel cuore che lo avrebbe trovato spento, pure senza indugio si
mise in viaggio.
Povero Mathias! Povero triste amico! Le parve a tutta prima impossibile
di non rivederlo più, di non ascoltare più la sua voce un poco lenta e
pure così dolce. Per la prima volta, dopo la morte della madre, conobbe
un dolore profondo, e dietro il velo delle sue lacrime rivide come in un
lontano sogno quell'ultima scena del loro commiato, nella camera
disadorna, che il sole giocondamente incendiava. E rivide la pallida
sembianza, in un angolo, accasciata sopra un baule, con gli occhi
sperduti, che la inseguivano senza posa, come per esprimerle in un
disperato silenzio tutta l'angoscia che passava nell'anima del morituro.
Poi se lo figurò morto, immobile sopra una coltre, senza lacrime accanto
nè ghirlande, solo nel trapasso come in vita fu solo, con le labbra
suggellate nello sforzo di chiamarla per nome. Immaginò il dramma di
quell'ultima ora, quando il rantolo affannò la sua gola e negli occhi
evadenti fu adunata in perpetuo la visione finale del mondo, come un
baleno inconoscibile di sole, mentre l'anima varcava nell'assoluto
nulla, verso la pace inconsumabile di tutte le miserie umane. Allora le
parve che in quel punto egli avesse dovuto maledirla, e ne tremò. Volle
correre, correre, per salvarlo ancora...
Oh, quel viaggio lungo, per giornate senza sole e notti senza sonno,
avvolta in una ridda spaventosa d'ombre, come nell'incubo di una vigilia
funebre... Poi quell'arrivo, nella mattinata piovigginosa, con la
visione man mano più certa, più prossima del cadavere; la corsa per le
strade, la facciata impassibile dell'ospedale, il domandar concitato ai
medici, e la risposta breve, recisa... il passaggio per lunghi anditi
ove i malati gemevano confusi, e per ultimo, in una stanza paurosa, fra
il vacillar de' cerei, un grande lenzuolo bianco sopra una forma
irrigidita, e lo scoprirsi di un volto che più nulla conservava di
umano, tranne l'orribile segno dell'agonìa.
Povero Mathias!... La sua tragedia era finita: in quel morto cuore ella
non palpitava più. E lo baciò su la fronte raggelata, e camminò dietro
il suo feretro quando lo portarono a riposare per sempre, a scomparire
per sempre, a distruggersi per sempre nella tacita solennità della
terra.
Le diedero una lettera, ch'egli aveva scritta per lei negli ultimi
giorni, quando fu conscio della sua fine. Era quasi un poema d'amore
dall'oltrevita, nelle ultime pagine diceva:
«Tu non puoi figurarti, Elena, la dolcezza che io proverò nel chiudere
gli occhi per sempre; poichè nella morte finiscono i desiderii assurdi,
finisce la necessità umana di credere, di pensare, di amare... Viene un
riposo per il quale non si è fatta la parola, e sembra che si godrà in
perpetuo quella gioia che nel mondo consiste in un solo attimo
incosciente: la gioia del dimenticare. Ma vorrei, se mi fosse lecito,
portare con me il quadro dove ti ho dipinta. Elena, per guardarti ancora
e sempre, anche dopo la vita. È la sola felicità che mi venne concessa,
e morendo mi rammento come in un sogno tutte le ore così dolci nelle
quali ti ho potuta guardare. La mia memoria umana comincia e finisce con
te...»
Elena chiuse gli occhi e non potè legger oltre. Ora il morto le stava
presso, a ripeterle con una voce lenta il suo triste poema d'amore.
In un'altra lettera Mathias le lasciava in eredità i suoi quadri ed il
suo piccolo avere, pregandola di vender ogni cosa, tranne il suo
ritratto, perchè potesse imprendere finalmente la via sognata e nulla
dovesse ad alcuno, fuorchè all'amico scomparso.
Per molti giorni ella rimase in balìa d'una sconsolatezza profonda, e
passò lunghe ore in lacrime su la tomba dov'egli dormiva. Solamente
allora si accorse di averlo veramente amato, come un fratello, più che
un fratello, ed il rimorso non le dette mai pace.
Da ultimo Elena fece donare i quadri ad un Museo, tornò ad abitare
presso la signora Bergmann, ed appese il gran ritratto che le aveva
dipinto Mathias alla parete della camera ove s'erano abbracciati per
l'ultima volta, rifiutando le somme vistose che i mercanti offrivano per
quella tela, mentre i giornali, encomiando la donatrice dell'altre
opere, parlavano assai dell'artista ch'era morto su l'inizio della
celebrità.
Verso quel tempo il Duvally venne a Berlino, e l'andò a trovare. Sempre
gaio, frivolo, sicuro di sè, diceva di non averla mai dimenticata un
momento, e gli pareva «di ritrovarla più bella ancora, più matura per i
trionfi della scena».
Raccontò ch'era in discordia con l'Hohenfels appunto per causa di lei;
tessè molti epigrammi, ne risero insieme.
Da Berlino egli doveva recarsi a Vienna, indi a Roma ed altrove, per
essere di ritorno a Parigi sul principio della nuova stagione teatrale.
Voleva, per quel tempo, che vi andasse ella pure.
-- Non tardate oltre, -- soggiunse, -- perchè un mese di gioventù
perduto è più difficile a ricuperarsi che molti anni di vecchiaia.
E partì. Veniva l'estate. L'Hohenfels andò in campagna, dopo averla
invitata seco più volte; la baronessa von Ritzner era su le montagne
dell'Engadina, malata di cuore: le scriveva le sue sofferenze,
pregandola di tornare con lei. Allora Elena si comandò molti abiti,
rifece i bauli, coperse gelosamente il quadro di Mathias, lasciandolo in
custodia della signora Bergmann, e partì per l'Alta Engadina.
La baronessa era deperita molto; le crisi al cuore in pochi mesi
l'avevano sensibilmente invecchiata. Il riveder Elena le dette una
grande gioia, e parve che traverso il dolore nascesse nel suo sentimento
una purità quasi materna.
Fra gli amici della baronessa era un giovane ufficiale austriaco, Max
von Schillenheim, ch'era il più temerario alpinista ed il più famoso
guidatore di quadriglie che annoverasse in quella stagione la società
cosmopolita di Saint-Moritz-Bad. Poco più che ventiquattrenne, alto,
smilzo, con i capelli d'un biondo brunito, gli occhi limpidi, piaceva
subitamente per la grazia del sorridere e per la spigliatezza de' suoi
modi. Parlava con brio, corteggiava molto le signore, i suoi modi eran
fini ed attraenti, aveva nella sua maschia bellezza quasi un'ingenuità
di fanciullo.
Anche ad Elena faceva la corte, in modo piacevole. Da prima ella ne
rise, poi se ne compiacque. Non era nè irriverente nè sciocco; le
parlava d'amore fra un discorso e l'altro, facendola molte volte
arrossire.
Poi avvennero varie cose.
Avvenne ch'egli entrava sempre nella sala di lettura quand'ella scriveva
o leggeva; ch'ella prese amore al tennis, ed ogni mattina per lunghe ore
giocarono insieme; che v'eran nel giardino molti viali profondi, e
pinete di là dal giardino, dove ci si perdeva... che ogni giorno egli
era più timido e più ardente insieme; che avevano le camere, quelle
pericolose camere d'albergo, sul medesimo piano, ed eran quasi di
fronte...
E molte cose avvennero inoltre, anche nel cuore di questa errante
fanciulla, cui troppi desiderii altrui, torbidi e tenaci, avevano già
irritato i sensi; ed avvenne che le due bocche giovini, più volte, con
stordimento, s'incontrarono, ed una notte che il cielo terso dell'alta
montagna brillava d'infinite stelle, nell'ombra, nell'oblìo d'un'ora,
ella imparò paurosamente l'amore.
----
La stagione finì. Max von Schillenheim tornò al suo reggimento; Elena e
la baronessa, che peggiorava sempre, andarono a Bad-Homburg, dove i
medici le consigliarono di tornare a Berlino per affidarsi ad uno
scienziato di grande fama, che le avrebbe forse dato ricovero nel
proprio Istituto. Così fecero. Per un mese ancora Elena l'assistette,
indi, poichè le sue cure non bastavano più, medici ed infermiere presero
il suo posto, e la baronessa si risolse a lasciarla partire, colmandola
di benefici e di doni.
Allora Elena decise finalmente d'essere attrice. L'Hohenfels le offerse
di patrocinar la sua carriera, però a patto che non dovesse mai, per
alcun motivo, rivolgersi al Duvally; ed ella, senz'accettare nè
rifiutare, partì frattanto per Parigi; dicendogli che in séguito gli
avrebbe scritto.
I luoghi della sua giovinezza le dettero al cuore una commozione
profonda; ma ora vedeva sotto una luce nuova questa libera e splendida
città del piacere, dove nell'aria stessa trema una vibrazione di vita
che assilla i desiderii ed esalta i sogni fino al tormento. Cercò, sola
dapprima, d'iniziarsi al teatro; ma tosto vide quanto la cosa era
difficile, impossibile forse.
Allora si ricordò dell'uomo che poteva, egli solo, prestarle un aiuto
molteplice o divenirle il più forte nemico, e presa l'ultima
risoluzione, un giorno l'andò a cercare.
Le fu risposto che il Duvally erasi di nuovo recato a Roma, la settimana
innanzi, e che vi sarebbe rimasto alcuni mesi, per faccende che aveva
laggiù.
Ella non conosceva Roma: il nome stesso d'una città ignota
rappresentava, per il suo cuore di errante, una bellezza più luminosa
della vita, una più grande anima da indovinare.
Allora una mattina partì col treno che di Francia vàlica le gloriose
Alpi, e scese verso Roma incoricabile, Roma dalle cento basiliche, Roma
la regina dei secoli, che brilla e canta sul divino Tevere...
----
L'alba era già bianca dietro i vetri, quand'ella finiva di raccontare.
I.
Ogni mattina, con una puntualità irritante, giungeva a Torre Guelfa il
procaccia, portando una lettera di Edoarda, e tutti i giorni, alla
stessa ora, con lo stesso tono di voce, Marta, la figlia di Lazzaro,
battendo all'uscio della nostra camera mi annunziava dalla soglia:
-- Una lettera per il signore.
-- Bene: méttila nel mio studio.
I giornali e l'altra corrispondenza venivan per consueto nel pomeriggio;
ma essa, quella busta cinerina, con un suggello di ceralacca violetta,
con l'indirizzo che pareva sempre ricalcato sul medesimo stampo, metteva
quasi uno studio particolare nel giunger sola, immancabilmente sola,
come se mai non la ferissero i disguidi postali nè le traversìe del
viaggio. Di quella lettera tutto mi affliggeva: la forma, la scrittura,
lo stile, il senso, la monotona tristezza.
Prima di leggerla, quasi ne sapevo a mente il contenuto, e l'odiavo
sopra tutto per quella oscurità che, al suo giungere, si diffondeva nel
viso di Elena, l'odiavo per quella tristezza momentanea ch'essa faceva
scendere sul nostro amore.
Frattanto, per giustificare il mio lungo soggiorno a Torre Guelfa, avevo
intessuta una storia così complessa di menzogne, ch'io stesso non mi
raccapezzavo più. Qualche volta i pretesti erano grossolani ed in ogni
mia lettera non v'era che lo sforzo continuo, man mano più palese, di
preparare all'imminente risoluzione l'animo ed il pensiero di Edoarda.
Già da qualche tempo avevo scritto al Capuano la lettera concertata ed
egli s'era più volte recato a visitar Edoarda, senz'avere a sua volta il
coraggio di affrontare quel temibile discorso.
«Ho meglio riflettuto, -- egli mi rispose, -- e sempre più credo che tu
agisca sotto l'impulso d'una esaltazione momentanea, dopo la quale il
pentimento non tarderebbe a sopraggiungere. Vorrei farti ancora un
ultimo ragionamento, prima di mantenere la triste promessa che ti ho
data. Ecco: e parliamo di te solo, consideriamo la cosa dal lato della
tua sola utilità. L'amore finisce in tutte le anime; ciò che non finisce
mai, in uno spirito come il tuo, è il bisogno della ricchezza, del
piacere, la smania di soddisfare la tua grande ambizione, poichè non
riesco a figurarmi quale uomo saresti nella miseria. Ora, il gesto che
vuoi compiere su l'orlo del precipizio è straordinariamente assurdo.
Siamo pratici, siamo brutali! C è una fanciulla che ti può rendere il
denaro disperso in tanti anni, che ti può d'un colpo ricollocare in quel
patriziato dal quale decadi per necessità; ebbene, fa una cosa: prendi
tempo, rifletti, esaurisci prima questo nuovo amore. Hai trovata una
simulazione felice: la nevrastenìa. Non sarai forse creduto, ma in ogni
modo insisti. Poi cerca un altro argomento specioso, per esempio: la
dignità. Secondo quanto mi scrivi, non hai trovato ancora il modo di
prorogar l'ipoteca su le terre di Monte S. Biagio. Lo stesso Piero
Capponi, quel mansueto cannibale, subodorando il vento infido, non ne ha
voluto sapere. Io non sono tanto ricco da poterti aiutare in questa
contingenza, quindi, fra poco tempo, la tua rovina sarà pubblica e
l'asta delle tue terre solleverà grande rumore in Roma. Fatte queste
premesse, credo che, a forza di cavilli e di sofismi, non ti sarebbe
difficile far intendere a Edoarda come tu, «da uomo dignitoso», non
possa permettere che la rovina ed il matrimonio, due avvenimenti così
opposti -- o, se vuoi, così rassomiglianti -- vengano proprio a
coincidere. È un tema che si può svolgere con molto vantaggio e con
molta elasticità.... Chiedi allora una lunga dilazione; rendi la
promessa che hai ricevuta, senza ridomandare la tua.
Il gesto è meno ruvido, e il rimanente verrà da sè. Partirai da Roma per
qualche tempo, e guarirai se ti piacerà guarire.... Io penso che questa
cura farà molto bene alla tua salute.»
----
Questa lettera di Fabio mi aveva irritato assai. Gli risposi, ammettendo
in parte le sue considerazioni di opportunità, ma dichiarandogli che non
intendevo affatto scegliere una strada obliqua nè frapporre un ulteriore
indugio. Lo pregavo inoltre di non ritogliermi l'aiuto promesso, ed anzi
di venire a Torre Guelfa, onde potessimo concertare insieme un piano
definitivo. Egli rispose che sarebbe giunto alcuni giorni più tardi.
La nostra vita scorreva intanto in un soave oblìo. Ella era insieme la
più delicata e la più incomprensibile amante. Il suo fresco viso empiva
le stanze del castello taciturno e pareva, tra quel silenzio di cose
decrepite, suscitare improvvise giovinezze.
Torre Guelfa, la rocca dei Materdomini, difesa un tempo con molta rupe e
molto ferro, non era più che una confortevole casa di campagna, sorgente
in mezzo a prospere fattorie, sovra un alto colle, presso le cascatelle
del fiume. Corridoi profondi e stanze vaste, con tapezzerie sbiadite,
con vasti mobili tutelari, foggiati alla guisa che amarono gli uomini
rudi, usi alle fatiche delle armi, per gli ozi dei loro ben custoditi
castelli; v'erano tendami grevi, che parevano spiovere assecondando
quasi un desiderio di silenzio, e camini alti, pavimenti a mosaico,
letti profondi, e per tutto quell'odor diffuso del buon legno antico,
della immateriale polvere che lascia il tempo nelle abitazioni chiuse.
Elena ed io spesso non osavamo interrompere quella specie di
raccoglimento che piegava sotto il peso delle memorie la solenne anima
della casa, e, taciturni, stavamo ad ascoltare lo scricchiolìo delle
porte sui cardini o quel tremore inesplicabile che assaliva talvolta i
vetri degli armadi monumentali, percorrendo anche le racchiuse
argenterie, le porcellane, i vasi di cristallo. Amavamo che le serrature
fossero un poco arruginite e gli scaffali avessero accolta nelle
invisibili tarlature quasi una polvere divenute colore, ed alcuni
specchi rimanessero velati dietro una cortina di mussola, ed anche le
cornici dei quadri mostrassero, fra le dorature offuscate, qualche
macchia verdognola, come licheni su le rupi asciutte.
V'era, per esempio, nella sala grande, legato all'intarsio d'uno stipo
con un nastro senza più colore, un calendario di vent'anni addietro, il
quale, sopra un foglio giallo, segnava il giorno ventidue di Novembre --
Santa Cecilia Vergine -- un venerdì.
Oh, com'era pieno di mistero quel calendario vecchio di vent'anni,
fermatosi ad una estate di San Martino! E, chissà mai per qual motivo,
dopo quel giorno così remoto la mano calma dell'abitatrice non aveva
potuto sfogliarlo più....
Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una statua moresca
d'ebano dipinto, pendeva una borsa da lavoro, fatta di una stoffa che
pareva broccato, a fiorami verdi e oro, con molta polvere nelle sue
pieghe. Di fianco al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati
negli scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di
maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne di pavone. Tutte
queste cose parevano essere le abitatrici del luogo taciturno e
maravigliarsi della luce, infastidirsi del rumore.
Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano a rinnovar questa
dimora, in cui facevo per il consueto brevi e radi soggiorni al tempo
dei raccolti.
Il giardino era vasto, invaso dall'esuberanza dei fiori selvatici, tra
le piante coltivate che ornavano le serre, i prati, le aiuole. Un ponte
di legno rustico varcava un torrentello sotto l'arco d'un padiglione
arboreo, ed il giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita
foresta. Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo
continuo sotto le dense capigliature dei rami; l'acqua corrente
alimentava le molteplici fontane. Dall'altro lato era il frutteto,
chiuso per intorno da una folta siepe, nella quale s'arrampicava il
caprifoglio selvatico.
E i galli, dall'uno all'altro pollaio, prolungavano il loro canto con
impetuosa emulazione.
I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi una leggenda su la
bellezza di Elena, e tutte le fanciulle, passando, si affacciavano ai
cancelli, parlavano e ridevano forte per farsi guardare, quand'ella
usciva nel giardino.
La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia; talora non
conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva di riavvicinarmi alla
terra, di ritrovare una poesia nuova ne' miracoli della primavera, e
spesso mi pervadeva con esaltazione il bisogno di ammirare, di
ringraziare, di accogliere più sensi dentro l'anima, di espandere tutte
le mie forze fino all'esaurimento. I giorni passavano per noi con una
rapidità incredibile, così da farci perdere la nozione del tempo.
Avevamo quasi paura di guardar lontano, ed entrambi, come per una
concordia pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia
dell'ora fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi, prostrandoci
a volte sotto l'eccesso della sua violenza e rendendoci soavemente
neghittosi ad ogni sforzo morale.
Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente affinate: un
gesto di Elena mi faceva comprendere il suo pensiero, come una mia
parola sapeva esprimerle tutto il mio mondo interiore. La sua vita
intima cadeva sotto il dominio vigile de' miei sensi, ed il mio spirito
non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo desiderio di lei.
Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi la mia
giovinezza, come un fresco dono, e tutto il mio sopito essere in lei si
rigenerava.
Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile nostalgia
della sua vita vagabonda, un bisogno intimo di tornare all'avventura, di
riaffrontare il pericolo, e paventavo il giorno in cui avrebbe
ricominciato il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile,
considerando anche l'amore come un episodio del suo viaggio, come un
incontro necessario fatto per via.
Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a cucire o leggere
sotto la pergola di vite americana, che si partiva da un fianco della
casa e radendo il muro di confine scendeva sino al cancello con un lento
pendìo. Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare
per la breve collina verso le case del villaggio, che si raggruppavano
adagiate su la falda.
L'aria della campagna inebbriava Elena; le forze della natura si
comunicavano entro il suo corpo vibrante, aumentavano i battiti delle
sue vene, moltiplicavano le vibrazioni del suo pensiero.
-- Tu non sai quanto sono felice qui! -- mi diceva talora, con un atto
fervido, come per abbracciare in sè tutta la gioia che le rideva
intorno. Ed in quell'atto ella pareva comprendere la libertà, la luce, i
fiori, le canzoni che venivano per l'aria, le musiche delle fontane
pullulanti da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il belar
delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le gorgheggiate, i
frulli che animavano il verde, il sapore di biade giovini e di polle
feraci che si esprimeva dalla potenza originaria della terra, e più
lontano, più in alto, nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco
di trionfo che formavano all'orizzonte le torme di nubi fuggiasche,
raggiando l'apoteosi d'un incendio su la invisibile magnificenza del
mare.
In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per un'arte
inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la foggia ed il colore
degli abiti che vestiva, la guisa di allacciarsi un nastro intorno alla
gola o di mettersi un fiore nei capelli, tutte le cose infine che
appartenevano a lei, non eran che segni diversi d'un'armonia sola, e la
sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un solco nell'aria
dov'era passata.
Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice alla fioritura
di un melo possente che prosperava nel mezzo del frutteto, parendo
esaudire un sogno di eterna dionisiaca primavera.
Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del prato sopra un
quadrivio di sentieri, ed all'altezza d'una fronte d'uomo si fendeva in
due bracci minori, che poi divergevano alquanto e s'innalzavano,
prolificando una alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole,
dando quasi l'immagine di un serpaio gigantesco pervaso da una follìa di
contorsione.
Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare delle foglie
novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su la vetta dei rami e nel
loro spessore, a ciuffi, a pennacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a
ghirlande, con una profusione inverosimile, con una densità più folta
che non sia l'erba nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea
fioritura del melo esercitava su la pianta madre una specie di
soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo,
ch'esso pareva comunicarsi anche all'aria circostante, all'ombra
delineata sul terreno, a tutte le cose che poi si guardavano,
ritogliendo le pupille un po' ebbre da quella magnificenza floreale.
Avevano per l'aria, quelle innumerevoli corolle, un'apparenza di
filigrane delicatissime, una leggerezza d'ali di farfalle, che il vento
faceva palpitare con frequenza mettendo in quel roseo fiorire una specie
di scolorimento, un'improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una
zona intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori. Cadendo,
ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture dei rami, si
addensavano entro le cavità del tronco, ne aderivano alla corteccia
muscosa, oscillavano sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la
terra, l'erba, le siepi, spandendo nell'aria soave una balsamica
fragranza di miele.
II
Finalmente venne il giorno dell'arrivo di Fabio. Per incontrarlo noi
dovevamo scendere alla stazione di Terracina ed Elena era impaziente di
conoscere questo mio vecchio amico del quale sovente le avevo parlato.
Di buon mattino feci chiamare Lazzaro, il gastaldo, e gli dissi:
-- Tu mi farai condurre verso un'ora del mezzodì quel tuo barroccio
grande, attaccato con la cavalla migliore, la balzana; e spòlvera bene i
cuscini, e lustra la briglia, perchè la signora scende con me a
Terracina.
Un'ora scoccava, quando la cavalla balzana scalpitò su lo sterrato, di
fronte alla casa.
Lazzaro non ristava dall'ammirarla e dal girarle intorno, mentre un
ragazzotto robusto la reggeva per il morso, a due mani.
-- Guardate un po', signore, la groppa e l'arcatura del collo! -- mi
diceva, inorgoglito. -- Sta su le zampe così d'appiombo che pare voglia
dire a tutti: La strada è mia. Non ha quattr'anni, signore. La dentatura
parla. Io l'ho pagata quaranta marenghi d'oro, ma non la vorrei dare per
il doppio. E la briglia, vedete, rispecchia come nuova.
La balzana, stelleggiata in fronte, annaspava con nervosità la terra,
facendo sonare le campanelle. Portava una briglia bellissima, con la
guardia lustra, i fiori adorni ed i voltoi bruniti. Lazzaro continuava:
-- Mi raccomando, signore: la cavalla è fresca di scuderia: non
l'attacco da molti giorni e forse potrebbe farvi qualche volata.
-- Non darti pensiero, Lazzaro; n'ho portati altri ch'erano ben più
focosi.
-- Eh, lo credo, signore! Ma i vostri cavalli hanno sempre una certa
educazione; i nostri sono più rustici e qualche volta prendono la mano.
Elena intanto sopraggiungeva, fresca e magnifica sotto l'ala di un
grande cappello primaverile. Teneva qualche gran di zucchero nel palmo
della mano inguantata e li voleva porgere alla cavalla.
-- Piano a guardarla negli occhi, signora mia! -- esclamò Lazzaro,
interponendosi. -- Poi è tutta schiuma e vi sbaverà sui guanti. Date a
me, signora.
Elena, che non poteva ben intendere quel parlare di Lazzaro, mi guardò
sorridendo; poi si tolse il guanto e porse il palmo nudo alla froge
della balzana, che allungava il collo golosamente.
-- Ecco, signore, -- disse il gastaldo; -- se voi salite, io la tengo
ben forte. Quando avrete in mano le redini, salirà la signora vostra.
Diede un urto al ragazzotto e prese la briglia in sua vece, continuando
a scuotere il morso e parlar sottovoce per ammansire la cavalla
impaziente.
-- Brava, la bella! Non le fate vedere la frusta, signore. Brava, la
bella! Oh, la bella!...
Quando fui salito, lasciò la briglia, si tolse il cappello di feltro
piumato e porse la mano ad Elena perchè vi si appoggiasse nel mettere il
piede sul montatoio.
-- A rivederci, Lazzaro! -- salutai, quand'ella fu seduta.
-- Buon viaggio, signore. Andrete come il vento. Non le fate vedere la
frusta. Buon viaggio!
E scendemmo verso il cancello aperto, per il viale a pergolato. Il
barroccio era senza freno, la strada molto ripida sul declivio della
collina; dovevo tendere tutti i muscoli delle braccia per contenere la
foga della cavalla, che sentiva il veicolo troppo leggero per la sua
possa impetuosa.
Quando fummo nella pianura, oltre il villaggio, e la strada comparve
sgombra per una lunga dirittura fra le campagne abbondevoli di frumento
ancor verde, le concessi le redini, e la cavalla, con la testa al vento,
la criniera ondeggiante, prese una corsa immoderata, fendendo l'aria
sonora e comunicando al barroccio i suoi trabalzi.
-- Hai paura? -- domandai ad Elena, guardandola sotto il vento che
fischiava.
-- No, no, -- ella fece, posandomi una mano su le ginocchia, mentre con
l'altra si teneva l'ala del cappello. -- Mi piace volare così! -- E
gentilmente sorrideva dalla faccia china.
Non si udiva intorno alcun altro rumore che lo scalpitar precipitoso
delle zampe gagliarde sul terreno battuto e l'ansito della cavalla che
scattava inebbriandosi di rapidità. Passavano via le campagne vedute a
volo; i pioppi equidistanti parevano inseguirsi l'un l'altro in una fuga
opposta, come sbarre di un enorme cancello.
-- Gesummaria! -- udimmo gridare da tre donne, che sbigottite
insieparono. Più oltre, nell'incrociare un immenso carro di erbe
falciate, gli uomini che v'eran sopra coricati gridarono e risero. Fu,
nel vento, un'eco.
Giunti ad una svolta, rattenni e dominai forte la cavalla, che prese
un'andatura meno veloce, mandando fumo dalle narici e dal pelo
trasudato.
-- Che fuga! -- esclamò Elena, traendo un lungo respiro. E si volse a
guardare indietro.
La strada passava ora per mezzo ad un terreno alluvionale, onduloso da
un lato di leggerissime colline, che infinitamente si perdevano allo
sguardo, laggiù, verso il promontorio di Monte Circello, dove un lontano
semaforo si delineava nella trasparenza del cielo.
Poi comparve, tra i due canali di Torre Sant'Anastasia e di Torre
Canneto, il paludoso eremitico lago di Fondi, memore delle materne
Pontine, e dietro il lago vedevamo le gole selvose delle montagne
addossarsi, per scendere parallelamente incontro al mare. Poi comparve,
sul versante d'una collina bianca di sole, il convento francescano dei
Frati Zoccolanti, e d'un tratto, all'uscir da una folta cortina di
boscaglie, il Tirreno indolente, che oscillava davanti a noi, radioso e
glauco sotto la curva del cielo.
Di fronte si apriva l'anfiteatro delle isole di Palmarola Ponza e
Ventotene, constellate all'intorno da un navigar lentissimo di vele,
che, adagiando il fianco su la brezza, ad una ad una si perdevano verso
i remoti valichi dell'orizzonte.
Magnifica e piena di sole, su la roccia calcarea che Orazio vide
«brillar da lunge», Terracina di San Cesareo dalle dieci colonne sedeva
sotto il poggio falciato, soreggendo i rovinosi archi del suo Tempio a
Venere, dove, nella cella votiva, rimane un piedestallo senza dea.
La città marmorea, sotto la luce del pomeriggio primaverile, splendeva
sollevata nella gloria di un incendio immateriale, come se la sua pietra
esalasse un respiro fatto di luce, un vapore impalpabile, quasi un velo
pieno di scintillamenti, che andasse man mano rarefacendosi,
attenuandosi, diventando azzurro come l'aria o verde come l'acqua, in
lenti circoli spaziosi verso il cielo e verso il mare.
-- Guarda, -- io dissi ad Elena, segnando nella distante onda l'apparir
confuso di Ventotene, -- vedi quella piccola isola, nel fondo, laggiù?
-- Vedo, -- ella rispose, facendo schermo della mano agli occhi per
meglio discernere.
-- Quello scoglio -- ripresi, -- è sorto dal mare con un tragico
destino. Divenuto ai nostri tempi un'isola di ergastolani, fu, nella
storia di Roma, l'esilio e la tomba delle Imperatrici.
-- Raccòntami, -- ella fece, tornando a guardare verso la raggiante
isola.
-- La più bella Imperatrice di Roma, ed anche la più dissoluta fra le
cortigiane, Giulia, figlia d'Augusto, vi è morta di fame. Agrippina
d'esilio, e più tardi Nerone, invaghitosi di Poppea, vi rinchiuse la
moglie Ottavia e la fece pugnalare, a vent'anni...
-- Che sorte! -- profferì Elena, contemplando l'isola maledetta.
-- Immàgina, -- esclamai, -- immàgina l'agonia di quelle tre anime
imperiali, quando, nell'ultima sera, videro forse, o credettero vedere,
oltre i vapori del Tirreno, lo spettacolo di Roma signora del mondo, che
celebrava le orgie de' suoi Cesari ed assisteva nei circhi ai
combattimenti delle fiere, dimentica delle Imperatrici come di schiave
barbare, mentre qui, davanti ai lor occhi, su quel terrazzo che tu vedi,
l'ultimo sole incendiava i marmi del Tempio di Venere, splendeva sui
mosaici del Tempio d'Augusto e raggiava su le pietre milliari della
fatale via Appia, la via di Roma...
-- Che grande storia possiedono tutte le pietre del tuo paese! -- ella
esclamò, volgendo intorno lo sguardo un poco trasognato.
La vecchia città vescovile ora si spiegava intera dinanzi a noi, sul
pendio della montagna, mentre passavamo per la zona dei canali,
attraverso una specie di villaggio primitivo, composto da un
aggruppamento di catapecchie, ove in taluni mesi dell'anno scendono dal
lor Abruzzo selvoso i contadini aquilani per intendere alle fatiche
della terra.
-- Eccoci arrivati ormai, -- dissi ad Elena, sorpassando gli ultimi
abituri e toccando le prime case di Terracina.
-- Ti ricordi quando venimmo? -- ella domandò con tenerezza.
La guardai, sorrisi, e mi sentii felice.
-- Ecco, -- ella riprese; -- io mi ricordo ancora tutto, fin le più
piccole cose. Le parole che mi dicesti alla stazione di Roma, il
viaggio, le persone ch'erano con noi nel treno, dove scesero, e quando
rimanemmo soli. Poi quello strano spettacolo delle paludi, la sera;
l'arrivo, il chiasso dei vetturini per offrirci le loro vetture, e
Lazzaro alla stazione, che mi guardò attonito. Indi la salita un po'
lenta, per la strada oscura: il vetturino, che faceva schioccare la
frusta emettendo un suo bizzarro grido per eccitare il cavallo, io che
ridevo, tu anche. Poi quelle foreste paurose, quel magnifico lago,
immobile sotto la luna, e più oltre i villaggi addormentati, senza una
luce, senza un rumore, come in un paese di morti, con davanti la
Montagna delle Fate, bianca, limpida, sola. E intorno, quel passare
invisibile del vento nelle siepi, che dava una impressione singolare,
come se alcuno ci venisse dietro, continuamente; io che mi stringevo
contro di te, avevo quasi paura, e tu che mi baciavi, piano, perchè
l'uomo non udisse.... Poi, d'improvviso, in alto, la torre di Torre
Guelfa nel cielo, e finalmente l'ultima salita, il cancello, il
giardino, la grande casa con le finestre illuminate, quella ragazza con
un grembiule bianco, ferma su la scalinata, e poco dopo Lazzaro che
sopraggiungeva coi nostri bauli.... Vedi come rammento bene?
Io l'avvolsi d'uno sguardo innamorato e riconoscente.
-- Pare già così lontano, -- dissi, -- ed invece....
-- Ma il tempo vola, e non si può nulla contro il tempo.
-- Sì, una cosa... -- osservai.
-- Quale?
-- Amarsi, amarsi. Elena!
Eravamo giunti. Tre o quattro vagabondi che oziavano accorsero insieme,
ingiuriandosi, per tenere la briglia.
Siccome a Terracina era giorno di mercato, molte persone, quasi tutti
mercanti e sensali, ingombravano l'atrio della stazione. Alcuni d'essi
mi salutarono, guardandoci maravigliati. Una comitiva d'Inglesi
accampava tra i suoi molteplici bagagli, di ritorno forse da una gita a
Monte Circello.
-- Quanti giorni rimarrà quel tuo amico? -- Elena mi domandò,
appoggiandosi al mio braccio.
-- Due giorni al massimo, -- risposi. -- Almeno lo spero; è un uomo
discreto.
Un campanello squillò, senza interrompersi, tra i viluppi dei fili
elettrici, sotto la tettoia; l'arrivo del treno era imminente.
In quel mentre un giovine alto, bruno, vestito con una giubba di
frustagno, passò davanti a noi, salutandomi con un sorriso dal quale
traspariva una specie di sottile derisione.
-- Buon giorno, signor conte, -- egli disse fermandosi e buttando via il
sigaro che masticava tra i denti. -- Le annunzio la visita di mio padre
per dopodomani.
-- Che vuole vostro padre? -- gli domandai, un po' tediato.
-- Non so. Credo sia per la solita faccenda... l'ipoteca.
-- Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì, perchè aspetto
un amico e non sarò libero fino allora.
-- Glielo dirò, signor conte, -- rispose il giovine con una ironia
garbata.
Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i mercanti.
-- È uno dei Rossengo, -- spiegai ad Elena sottovoce.
-- In quell'abito? -- ella esclamò, incredula.
-- Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna; il vecchio è
milionario.
Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei campagnoli, con il
Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava di noi curiosamente.
Immaginavo le parole ch'essi dicevano fra quello strepito di risa
grossolane, mi pareva di udirli ragionare de' miei dissesti e della
donna ch'era meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra
qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame, i quali
avevano un nonno ciabattino ed una madre guattera, sarebbero divenuti
padroni delle terre che da tanti secoli appartenevano alla mia famiglia.
E per la prima volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio
nome, sentii quasi l'imperioso bisogno di nascondermi davanti a quei
servi.
Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio, tra i primi,
saltò giù da una vettura, bestemmiando contro i ritardi dei treni e la
canzonatura degli orari. Portava una borsa foderata d'una tela greggia,
di colore identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo
presentai ad Elena.
-- Veramente, signora, -- egli disse con un leggero inchino, -- io vi
conosco e voi conoscete me da lungo tempo. Siamo due stranieri, amici
d'un comune amico intimo.
E sorrise di quel sorriso arguto, che illuminava simpaticamente la sua
faccia un po' rude.
Usciti su la piazza, ci serrammo tutti e tre nel barroccio angusto;
quando la borsa fu legata dietro, diedi un colpo di frusta e la cavalla
partì di buon trotto.
-- Che delizia poter fumare! -- esclamò Fabio, accendendo una sigaretta.
E spiegò:
-- A Cisterna è salita una signora la quale non poteva sopportare il
fumo. Poverina! Ed era uno scompartimento per fumatori.
-- Fumate molto anche voi? Come Germano? -- Elena gli domandò.
-- Più di Germano, signora. Io possiedo tutti i vizi al massimo grado.
Fumo enormemente, bevo molto vino, molti liquori, amo le rarità
gastronomiche tanto quanto le rarità femminili, giuoco a tutti i
giuochi, bestemmio per abitudine come ogni buon napoletano, son pigro,
maligno, dispettoso, impaziente... una vera persona insopportabile,
signora mia!
-- E null'altro? -- esclamò Elena, ridendo.
-- Sì, ancora una cosa, -- io dissi. -- E un cuore da monachella sotto
le spoglie d'un tiranno da commedia.
-- Ahimè!... -- egli fece traendo un gran sospiro, -- come sono triste
qui! Terracina mi evoca tante belle memorie! Non vi accorgete, signora,
della mia tristezza?
-- Me ne accorgo adesso che voi me lo dite, -- ella rispose con
allegria.
-- Lassù, in alto, sopra il Taglio di Prisco Montano, c'è un eremo che
io ben conosco, il quale mi ricorda un mio grande amore... -- disse
Fabio pateticamente, accennando con una mano al valico della via Appia.
-- Ma quando sei stato qui? -- gli domandai.
-- Sette anni or sono, ai tempi di Emilia Gonzales; ti ricordi?
-- Oh, mi ricordo! È stata forse la più seria delle sue molte avventure,
-- spiegai ad Elena. -- Era un'attrice, bellissima.
-- Povera Emilia, com'è finita male! -- esclamò il Capuano.
-- L'hanno uccisa, è vero?
-- Sì, al Messico, un primo attore, per gelosia.
-- E come mai siete capitati a Terracina?
-- Dopo la sua malattia girammo un po' dappertutto, alla ventura. Diceva
di avere la nostalgia dell'antico, del rovinoso, la nostalgia delle cose
cadenti....
-- Era una buona compagna, -- io rammentai, -- quantunque avesse il
difetto di essere troppo sentimentale e troppo intellettuale.
-- Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi anche. Non posso
mai dimenticare la sua voce: pareva un suono d'arpa, delizioso. Parlava
un dolcissimo fiorentino, per quanto fosse padovana; quando non
discuteva di belle arti era una donna incantevole.
-- E quell'altra sua manìa... te ne ricordi?
-- Già, la manìa dell'isterismo. Si era fatta uno sguardo isterico, dava
la mano, camminava, baciava, con una languidezza di moribonda... e mi
faceva spendere il denaro con un furore veramente isterico!
Elena dette una risata per questa imprevedibile sua conclusione.
-- Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri amori, -- disse al
Capuano.
-- Che volete mai? Sto diventando bianco.
Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese, per mezzo
inselvate, per mezzo scabre. Nell'aria color di cenere passavano i primi
brividi della sera.
-- Pensa! -- io dissi a Fabio; -- più di duemil'anni or sono, fra queste
gole di monte, un uomo che portava il tuo nome sbarrò il passo al grande
Annibale. Tu non sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore.
Egli sorrise dell'allusione velata, ma cercò di eludere il discorso.
-- Duemil'anni di storia!... -- esclamò. -- E noi qualche volta troviamo
lunga un'ora!
Immobile, fra la corona delle sue folte boscaglie, apparve il lago di
Fondi, cupo e taciturno come una palude stregata, che alitava in
quell'ora d'innumerevoli sciami. E finalmente la Torre del Canneto, la
Torre dell'Epitaffio, la Torre dei Confini, il villaggio di Monte San
Biagio, e di fronte, con la vetta in gloria per un'apoteosi di sole,
unica, possente, splendida, la Montagna delle Fate.
-- Guardate ora! -- esclamò Elena, tendendo il braccio verso il declivio
della montagna. -- Guardate: Torre Guelfa è là!
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