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Il ponte del paradiso: racconto

by Anton Giulio Barrili · Italian · Gutenberg #38360 · 519,119 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Il ponte del paradiso: racconto
    
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Title: Il ponte del paradiso: racconto

Author: Anton Giulio Barrili


        
Release date: December 21, 2011 [eBook #38360]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/38360

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PONTE DEL PARADISO: RACCONTO ***




Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
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                          ANTON GIULIO BARRILI

                                Il Ponte
                              del Paradiso

                                RACCONTO



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1904.

                                  ----

                          PROPRIETÀ LETTERARIA

 _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
           paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia_.


                         Tip. Fratelli Treves.

                                  ----




                         IL PONTE DEL PARADISO




                                   I.


                           Spiacevole invito.


-- Che idea! -- esclamò la signora Livia, lasciandosi ricadere sulle
ginocchia il suo ricamo turco, mentre con le pupille stravolte da un
moto repentino di stizza andava cercando il soffitto a cassettoni dorati
del suo salottino. -- Invitare le Cantelli! Ed hanno accettato? da
te? --

Raimondo sgranò tanto d'occhi, per guardar bene sua moglie.

-- Non ti capisco; -- diss'egli. -- Accettare un invito da me, non è
forse come accettarlo da te? Non siamo noi la stessa cosa?

-- Per gl'inviti, no; -- rispose asciuttamente la signora.

-- Oh Dio! -- riprese egli, sforzandosi di volgere il discorso alla
celia. -- Ci sono dunque delle eccezioni alla vostra santissima legge?

-- C'è questa, mio caro; -- sentenziò la signora. -- Gl'inviti solenni,
in una casa bene ordinata, li fanno marito e moglie coi loro nomi uniti
in una formula unica. Nei casi ordinarii, e d'una certa confidenza,
invita la signora, intendendosi annuente il marito. Alla fin fine, non è
lei che governa la casa? --

Raimondo chinò la fronte con aria contrita.

-- Vizio di forma, adunque; -- conchiuse egli. -- Puoi sanarlo tu,
andando a far visita, e confermando l'invito.

-- No, caro; guasterei. C'è poi la sostanza, che non mi va.

-- E perchè, se è lecito saperlo? Quelle buone signore si ritrovano qui,
lontane da casa loro, al Danieli. Un albergo, sia pur di prim'ordine, è
sempre un'albergo; e in giorni come questi....

-- Male! -- interruppe la signora, che non voleva passarne una. --
Perchè si ritrovano a Venezia per l'ultimo giorno dell'anno? Se ci
penso, non è neanche stagione per addormentarsi qui, sulla "tacita
Laguna".

-- Ne sai la ragione; -- si provò a rispondere Raimondo colla usata
dolcezza. -- Il figliuolo che è qui al dipartimento navale....

-- Per Natale e Capo d'anno potevano ottenergli una licenza, e
portarselo a Milano; -- ribattè la signora. -- Si lascia così solo
laggiù il capo di casa? E in giorni come questi (son tue parole), in
giorni come questi, sacri al raccoglimento delle famiglie?

-- Eh, ci avrà pure pensato, la signora Eleonora; -- osservò pacatamente
Raimondo; -- avrà domandato e non avrà ottenuto. Del resto, che t'ho a
dire? Comunque sia andata la cosa, poichè le signore Cantelli sono
rimaste qui, a noi non rimaneva altro che fare il dover nostro; non ti
pare? --

Una spallucciata fu tutta la risposta della imbizzita signora, che per
non avere a dir altro si rimise attorno al suo ricamo turco. Se quello
che andava facendo, mettendo punti su punti, era un versetto del Corano,
diciamo pure che Maometto mandava a quel paese le povere signore
Cantelli.

Raimondo, frattanto, anche a volersi contentare d'un gesto, non poteva
fermarsi lì, col suo ragionamento avviato, che bisognava condurre alla
fine.

-- Pensaci, mia buona Livia; -- soggiunse. -- Si tratta della famiglia
del mio corrispondente di maggior conto, e più che corrispondente,
patrono. Ho grandi obblighi, e di antica data oramai, col banchiere
Cantelli. Se le mie faccende hanno così prosperato, credi che ci ha
avuto gran parte la fiducia e l'appoggio del signor Anselmo, di quel re
dei galantuomini. Così, venendo al caso di stamane, mi è parso
necessario, incontrando la signora Eleonora all'angolo della Piazzetta,
di dirle che andavo appunto da lei, per invitarla, con la sua bella,
figliuola e con quel caro ufficialetto di suo figlio, a fare il gran
salto dall'anno vecchio al nuovo con noi. Ed ho anche insistito;
confesso il mio peccato, che non mi pareva poi tale. Ora, mia buona
Livia, quel che è fatto è fatto, e ci vorrà pazienza; soltanto mi duole
che ti possa spiacere.

-- Spiacermi! spiacermi! chi ha detto mai ciò?

-- Ah, volevo ben dire! -- gridò Raimondo, più che sollevato oramai, e
disposto a ridere. -- Possiamo dar da cena a ventiquattro.

-- Sì, caro, invitando a caso, e male. Ma siamo alla vigilia,
quest'oggi, ed io mi son tenuta scarsa nei biglietti d'invito, per non
andare oltre i dieci. Ora vedi tu, signore e padrone, dove ci portano le
tue novità. Tre Cantelli, e noi due, si fa cinque; il cavalier Lunardi
sei; il signor Gregoretti sette.

-- Poi la tua cara Galier....

-- Eh! non me la rinfacciare, povera e cara anticaglia, che è piena di
garbo, e più interessante, col suo brio, di tante e tante puppattole.

-- Non nego, non nego; -- si affrettò a dire Raimondo. -- Con lei,
dunque, si fa otto.

-- E nove col suo nipote; -- soggiunse la signora Livia; -- e dieci col
signor Ruggeri; e undici col maestro di musica, necessario per
accompagnare al piano, se qualcheduno volesse cantare; e dodici....

-- Ferma lì, per carità! -- gridò Raimondo, con accento sbigottito. --
Metti al dodici il mio amico Filippo. Non vorrei che toccasse il tredici
a lui, poveraccio.

-- Mettiamolo al dodici; -- concesse la signora, con aria di somma
indifferenza. -- Al tredici andrà il povero signor Telemaco. Per
fortuna, non ha da sapere a che numero ci casca. Verrà poi tua madre?
Finora non c'è lettera, nè telegramma.

-- Se non verrà, -- disse Raimondo, trattenendo un sospiro, -- avremo
sempre sotto la mano il mio ottimo Brizzi.

-- Invitalo dunque senz'altro.

-- No, questo, no: non gli anticipiamo la noia. Tu sai bene che il mio
eccellente segretario, il mio braccio destro, si ritrova piuttosto male
colle cerimonie, e più volentieri passerà la gran notte con una mezza
dozzina di amici al _Cappello Nero_. Avremo tempo a propinargli l'amaro
calice domani, se sapremo che la mamma non viene. --

E represse, così dicendo, un altro sospiro. Ma non voleva esser triste;
sopratutto non voleva parer tale.

-- Che stravaganza, dopo tutto, questa superstizione del numero tredici!
-- ripigliò, facendo bocca da ridere.

-- L'hanno tanti! -- disse Livia.

-- E credo che facciano un po' tutti per chiasso; -- proseguì Raimondo;
-- come quel tale che mi diceva coll'aria e coll'accento più grave del
mondo: quando si è in tredici a tavola, accade sempre questo, che uno
dei tredici muor sempre, o presto o tardi, prima degli altri dodici.

-- Bella novità! -- esclamò la signora, non potendo trattenersi dal
ridere.

-- Ma è l'unica cosa che se ne possa inferire con certezza, non ti pare?
-- conchiuse Raimondo, felice di vedere rasserenata la sua parte di
cielo. -- Dunque tornando a noi, tutti i tuoi inviti son fatti?

-- Sì.

-- E non vorrai sanare il mio vizio di forma colle signore Cantelli?

-- No, ti ho detto, guasterei. Oggi, poi, non me la sento di uscire.
Quante cose ho da disporre, quante da ricordare, come padrona di casa!
Sai che c'è da chiamare tutti i pensieri a capitolo, come altrettanti
monaci in una abbazia? E in queste cose tu non potresti aiutarmi. Siete
così disadatti voi altri uomini, a preparare un ricevimento!

-- Vero; -- disse Raimondo; -- e aggiungi pure molte donne. Io anzi non
ne conosco più d'una, per far tutto a quel dio. E te ne sono così grato!
La mia casa è una reggia, e tu ne sei la regina.

-- Ah! sì, bravo, due cerimonie! -- esclamò la signora.

-- Sempre, lo sai, come il primo giorno; -- riprese Raimondo. -- La mia
felicità è così piena! Signore, dico a Dio più spesso che tu non ti
possa immaginare, fate che non cessi, che non si diminuisca d'un punto.
E tu, dolce Livia, ricordi un giorno, se mai c'è stato, nel quale io ti
apparissi diverso dal primo in cui ci siamo conosciuti? --

Il pensiero di Raimondo era tenero nella sua sincerità; l'accento era
impresso di passione profonda. La signora Livia si alzò lasciando cadere
sul tavolincino il ricamo col quale da un pezzo si era venuta
baloccando, e avvicinatasi a Raimondo, con un bel gesto di graziosa
degnazione, si chinò a baciarlo sulla fronte.

-- Fanciullone! -- gli disse poi, rialzandosi tosto sulla vita. -- Va al
tuo banco, ch'è ora, e lasciami alle mie occupazioni.... regali. --

Raimondo aveva afferrate le mani di lei, e le baciava divotamente, l'una
dopo l'altra, cercando di trattenerla, ad ogni tanto guardandola negli
occhi con aria supplichevole, che pareva domandare un supplemento di
grazie sovrane. Ma la regina aveva la sua dignità da conservare. Bene si
lasciò tenere a bada parecchi minuti secondi; bene si accostò un tratto
colla persona per esaudire la muta preghiera; ma subito si ritrasse,
facendogli boccuccia, e si svincolò da lui per andare nella sala da
pranzo, dove erano stati dianzi per far colazione, e dove i servi
finivano appunto di sparecchiare. Quella era l'ora che madonna soleva
scegliere per ragionare col Giovanni, il più antico servitore, come il
più decorativo, dei signori Zuliani, decorato egli stesso del titolo di
maestro di casa; e quel giorno, vigilia della gran cena di San
Silvestro, doveva essere un colloquio importante al sommo, una specie di
consiglio domestico, uno di quei consigli solenni, in cui si dimostra la
sapienza delle padrone di casa, e i signori uomini di solito non
capiscono un'acca.

La signora Livia era sparita; ma Raimondo Zuliani, anche restando come
si suol dire a bocca asciutta, era contento di sè e di sua moglie. Aveva
vinta una giornata campale, invitando alla gran cena le signore
Cantelli, che a sua moglie piacevano poco, e quella cara non era più in
collera. Benedetta donna! che stranezza era la sua, di non poterle
soffrire? Sì, certo, la signora Eleonora, con quella sua persona
intirizzita, con quel suo fare sostenuto, con quella sua parsimonia di
parole, non era la compagnia più allegra del mondo. Per questo, viva la
faccia della contessa Galier, fosse pure con tutte le sue grinze, donde
tra la cerusa e il belletto brillava e scoppiettava sempre l'arguzia,
mentre era lei la prima a ridere degli sforzi inani che faceva allo
specchio, per levarsi vent'anni di dosso! Ma quella Margherita Cantelli
era tanto carina! E niente puppattola, come pareva che volesse
gabellarla in un momento di stizza la sua Livia adorata; semplice,
intelligente, buona e cortese, un vero angelo in terra. E poi, e poi,
bisognava pensare che la signora Eleonora e la signorina Margherita
erano la moglie e la figlia (rispettivamente, come si dice negli atti di
partecipazione) del banchiere Anselmo Cantelli, col quale Raimondo
Zuliani aveva obbligazioni infinite. Non erano state tutte rose, nei
cominciamenti di Raimondo; ed anche più tardi, quando già poteva
avventurarsi più in alto nel mare magno degli affari, non gli erano
mancati i frangenti, nè i passi difficili; Milano allora, sempre
confidente e magnanima, aveva sostenuto Venezia. Gratitudine, se ce n'è!

Egli era dunque contento del dovere compiuto, felice di vedere la sua
Livia così presto rabbonita. Sempre a quel modo l'aveva egli amata,
temendone un poco gli scatti improvvisi, servendola molto timidamente,
come avrebbe servita la sua dama un buon cavaliere antico, memore di
essere stato paggio, e sempre disposto a reggerle lo strascico della sua
veste di castellana. Che veglia d'armi aveva fatta Raimondo Zuliani,
cavaliere moderno, per conquistare la sua felicità! quante difficoltà
aveva dovuto superare! Le più gravi gli erano anche riuscite più acerbe,
poichè erano venute a lui dalla mamma adorata, che non vedeva di buon
occhio la gente d'onde Livia nasceva. Come aveva lavorato di fine, il
giovinotto, e con quanta pazienza, per levare certi dubbi, certi vaghi
timori dall'animo di sua madre. La buona signora Adriana si era
finalmente adattata all'idea di quelle nozze, che le spiacevano tanto. A
che non si adattano le madri, povere madri, per far contenti i loro
figliuoli? Solo in un punto non aveva saputo piegarsi, la signora
Adriana, ricusando perciò di lasciare il suo ritiro di Belluno. Lassù
non era nata, per verità; ma quello era omai diventato il suo nido,
poichè ci aveva accasata una figliuola, e la consuetudine di parecchi
anni le faceva amare quel nuovo soggiorno. Un po' freddo il paese; ma
dove mai non fa freddo, d'inverno? Per contro, c'era abbastanza fresco
in estate, ed ella si trovava benissimo in quell'antico palazzo dei
Cappellari della Colomba, dove con qualche ritocco opportunamente fatto
dall'amatissimo genero si poteva star come papi.

Così diceva ella ridendo. E un papa c'era nato diffatti, sebbene da papa
non ci fosse vissuto. A Venezia la signora Adriana compariva assai
raramente, appena quel tanto che bastasse a dimostrare che non
dimenticava affatto la patria. Qualche volta era discesa per la vigilia
dell'Ascensione, antica festa veneziana; qualche altra pel Capo d'anno,
ma governandosi in modo che il fatto non passasse in consuetudine, e
volentieri trovando la scusa nel rigore della stagione. Aveva promesso
di scendere per quell'anno? Sì e no, dipendendo il fatto dalle
circostanze, che sogliono sempre avere un gran peso sulle umane
risoluzioni. Ma si dica pur tutto; la figliuola maritata a Belluno aveva
già due amori di bambini; e quando si è nonne non si sa mai distaccarsi
da quelle piccole anime, nella età in cui sono veramente belle, monde
d'ogni colpa, se non d'ogni moccio. Ma questo è un guaio pei nasini
rosei, ed anche un po' pei ditini grassocci; belle cosine che si lavano
senza fatica, e gli angioletti tornano puliti a quel dio, da divorarli
coi baci.

La signora Livia, dal canto suo, non incalzava molto con preghiere per
far calare la mamma a Venezia. E non già per avversione che le ispirasse
la vecchia, che sarebbe un dir troppo, ma perchè forse non si sentiva
amata svisceratamente da lei, o forse perchè al tempo delle sue nozze
con Raimondo l'aveva indovinata contraria. Del resto, se nel suo cuore
c'era un risentimento, od altro di simile, lo dissimulava bene, come
sanno le donne assai meglio di noi, perchè più di noi ci sono spesso
costrette.

-- Sai? -- diceva ella al marito. -- Non posso reprimere un senso
d'invidia, pensando che tu l'hai, la tua mamma, e che io non ho più la
mia. --

Così ragionata, la cosa poteva anche passare agli occhi di Raimondo. Un
po' strana, a dir vero, la sua dolce metà, e alle volte neppur tanto
dolce; ma egli l'amava così. Raimondo si era dato senza risparmio, alla
cieca, come tutti gli uomini di profondo sentire, che il raziocinio e
l'altre doti dell'intelletto debbono mettere intieramente a servizio di
gravi occupazioni, di assiduo lavoro mentale. Gli affari comandano; sono
una ferrea disciplina, gli affari; gelosi, imperiosi, prepotenti, se ne
avessero modo, in quella guisa che distruggono ogni germe di pensiero
nell'anima, asciugherebbero ogni vena di affetto nel cuore dell'uomo. E
con molti, non c'è che dire, ne vengono a capo; comprimono, schiacciano,
disseccano, trasformano, come accade nella trasmutazione di tanti
tessuti organici, vegetali ed animali, in pietra o in metallo. Così il
bel fiore dell'ideale, educato da una provvida bontà nel cuore più
ruvido, si metallizza ancor esso, prendendo magari, per una certa
affinità elettiva, la forma di una moneta da cento lire, nuova di zecca
e fiammante. Fior di conio, dicono i numismatici; che bisogno c'è egli
d'un fior d'ideale? Ma non tutti la pensano così, non tutti sentono a
quel modo. E quando in certi cuori il bel fiore è ben vivo e tenace, le
cure dell'assiduo lavoro, le prepotenti ragioni del tornaconto, possono
comprimere fin che vogliono; sarà vana fatica, non varranno mai a
schiacciarlo, non a disseccarlo, non a trasformarlo, non a farvelo
diventare di metallo o di pietra; che anzi, imprigionato più
strettamente, si fortificherà contro le dure invasioni, e per qualche
spiraglio vi tramanderà gli effluvii più intensi. Raimondo Zuliani nel
profondo dell'animo era fatto così; banchiere poeta; poeta senza far
versi; poeta nella delicatezza e nella vivacità di un'indole tanto più
forte ne' suoi scatti improvvisi, quanto più era ordinariamente
compressa dalla necessità e dalla consuetudine; poeta nel culto
dell'amicizia, poeta nella adorazione per la sua Livia, di cui era
innamorato come il giorno che l'aveva conquistata, fra tante difficoltà,
fra tanti contrasti, e non senza strappi dolorosi al suo cuore di
figlio.

Delle sue nozze niun frutto era anche venuto; cagione d'intima pena per
lui, specie se pensava alla mamma, che un amor di bambino avrebbe
attirata più spesso e trattenuta più lungamente a Venezia, come quegli
altri due la trattenevano, e troppo volentieri, a Belluno. Ma bisognava
striderci. La sua Livia, del resto, non si dava pensiero di queste
malinconie.

-- Infine, -- gli diceva, -- che te ne fai, se mi ami? Se tu avessi
quell'amor di bambino, come ti piace di chiamarlo, non dovresti spartire
i tuoi sentimenti fra due? Un altro essere, ultimo venuto, comanderebbe
in casa, tua. In quella vece, che cosa avviene? Tu non hai altro che me;
mi amerai meglio. --

Questo era un argomento perentorio, davanti al quale bisognava deporre
le armi ed arrendersi a discrezione.

-- Sì, sì, hai ragione tu; -- gridava egli tutto racconsolato. -- Ma
vedi? bisognerà dirmene spesso, di queste dolci parole. --

Nel fatto, la signora Livia non sentiva nessuna tenerezza pei bambini, e
l'esserne senza poteva anzi parerle una benedizione del cielo. Pensava
ella pure che con simili impicci al fianco, gioventù e bellezza ad un
tempo si sciupano? Certe cose si sentono, anche confusamente,
nell'anima, senza bisogno di pensarci su; e voi le potreste leggere
espresse a chiare note di serenità e di contentezza sulla fronte di
parecchie donne, se non a dirittura di molte. Strano, non è vero! Si è
tanto detto e creduto che Dio abbia spirato in ogni donna il senso della
maternità, quel senso arcano e ineffabile che in tutte si rivela, fin
dagli anni più teneri, nell'amor della bambola! E questo pensava alle
volte anche Raimondo Zuliani; ma oramai senza fermarcisi troppo.

-- Oh, finalmente! -- diceva egli tra sè, -- che cos'è questa maternità?
Un istinto. E che cos'è un istinto? Un moto interno, naturale,
involontario, irresistibile; impulso oscuro, adunque, una forza cieca,
che ci accomuna, nell'adempimento di certe funzioni, ad ogni specie di
animali. È della natura umana, o dovrebb'essere, il ribellarsi a questa
forza cieca, per seguir la ragione. È chiaro poi, che se avessi
figliuoli, io dimezzerei l'amor mio. Livia dice benissimo; lasciamo
dunque l'istinto alle bestie. --




                                  II.


                         Pentiti, don Giovanni!


San Silvestro era venuto, ma solo soletto, portando sul Canal Grande,
nell'antico palazzo abitato dai signori Zuliani, una lettera di Belluno.
La signora Livia ci aveva azzeccato; lettera o telegramma che fosse, la
mamma, come si soleva chiamare in famiglia la vecchia signora Adriana,
avrebbe scritto di non potersi muovere. Ragione, o pretesto? Pareva una
ragione, poichè la lettera parlava di un nipotino che era a letto colla
rosolia; pareva un pretesto, poichè la lettera soggiungeva non trattarsi
di cosa grave, bensì di una forma benigna, assai benigna, di quella
inevitabile malattia da bambini. Ma infine, pretesto o ragione che
fosse, il piccino voleva sempre la nonna al suo capezzale, e non c'era
modo di spiccarsene. Raimondo lesse, e sospirò, com'era il suo fare; ma
non aggiunse parola.

Così, anche su d'un altro punto, aveva ragione sua moglie; avevano corso
il rischio di essere in tredici per la cena del capo d'anno. Bisognava
ad ogni costo mettere il sequestro, sulla persona del signor Brizzi; e
il sequestro fu messo quella mattina, appena Raimondo ebbe fatto ritorno
al suo banco.

Il signor Brizzi era il segretario del banco Zuliani, il braccio destro
di Raimondo, quello che faceva andare la macchina, e diciamo pure la
zecca, poichè era una macchina da far quattrini. L'onestà certamente è
la base d'ogni commercio; e quantunque molti ne facciano senza, non
bisognerà credere che sia utile imitarli, perchè allora si fabbrica
sulla rena, e le case generalmente non durano. All'onestà, per cui la
casa Zuliani era omai proverbiale, il signor Antonio Brizzi, grande
scritturale nel cospetto del Signore, aggiungeva una diligenza
scrupolosa, una prontezza mirabile, una esattezza esemplare, per cui la
macchina bancaria andava come un orologio: s'intende, come un orologio
che va, e che va bene; due cose che non sono di tutti gli orologi.

Compiamo il ritratto morale del signor Antonio Brizzi, soggiungendo
ch'egli era un vecchio scapolo. Ad ammogliarsi prima gli era mancato il
tempo; e di ammogliarsi poi non era più tempo. E non se ne doleva; che
anzi! Era uomo di gusti semplici, che la compagnia d'una donna avrebbe
sempre un po' contrariati; si contentava di poco, non ispendendo la metà
di quel che guadagnava, tanto che gli amici lo accusavano di essere omai
diventato milionario, o giù di lì. "Soprattutto giù di lì", rispondeva
egli ridendo; "tanto giù, che più sotto c'è il Canale". Unico suo spasso
e suo unico sfoggio era il fare un po' lunga la fermata serale al
_Cappello Nero_, dove faceva i suoi pasti, in compagnia di quattro o
cinque amici, stagionati e senza famiglia come lui, coi quali si
cambiavano due chiacchiere sul più e sul meno, framezzandole con qualche
sorso di Murano, o di Valpolicella.

Non si stava già sulle cerimonie, con loro. Le cerimonie lo seccavano a
morte, e per questo non si ritrovava bene in casa del suo principale, in
quei ricevimenti sempre un pochettino solenni, o che a lui parevano
tali; dove bisognava star sulla vita, fare il bocchino, gesticolar poco
o nulla, e parlare in punta di forchetta, fra giovinotti inamidati,
vecchi incerettati e signore infarinate. I giovinotti inamidati lo
mettevano in soggezione, i vecchi incerettati gli facevano rabbia, le
signore infarinate gl'incutevano un religioso terrore. Si trattava poi
di una soltanto; chè la signora Livia, salvo in circostanze singolari, e
veramente costretta dal suo ufficio di padrona di casa, non ne
sopportava di più. Ma quella c'era sempre, buon Dio, come obbligata in
chiave, e gli pareva una stonatura. Povera contessa Galier di San Polo,
così amena, così facilona, e la prima a ridere delle sue infarinature
ostinate! Ma il signor Brizzi era fatto così; si ritrovava male con le
dame. C'era quella sola? Pagava per tutte.

Conoscendo l'umore del suo segretario, Raimondo Zuliani aveva dovuto
attaccarlo col solito preambolo.

-- So che vi dò noia, mio caro Brizzi; ma voi mi scuserete, perchè non
posso fare altrimenti. Mia moglie conta su voi, questa sera; ed io, poi,
anche conoscendo le vostre inclinazioni, debbo contarci come lei. Alla
cena del buon augurio non potete, non dovete mancar voi, che siete il
mio amico migliore. E poi, che volete? Si resterebbe in tredici, senza
di voi; è dunque necessaria la vostra presenza.

-- Allora al fuoco, e senza risparmio, come a Malghera; -- disse ridendo
il signor Brizzi.

Ridendo, sì, ma a denti stretti, e perciò non di gusto, come faceva al
_Cappello Nero_. Li aperse bene, quella sera sul tardi, per maledire la
falda e tutto il resto dell'abbigliamento cerimoniale, che aveva dovuto
cavar dall'armadio. E nondimeno, quando ebbe finito di vestirsi, non era
più tanto feroce. Uscito dal suo quartierino in vicinanza dei Frari,
venuto alla riva e sceso in gondola, dopo aver gittata al gondoliere la
frase "al palazzo Orseolo", le sue invettive cominciarono a condirsi di
qualche amenità; segno che quell'ottimo signor Brizzi si veniva bel
bello rassegnando al suo fato.

-- Ebbene, vecchia mia, -- diceva egli, abbottonando su quella povera
falda i due petti del suo palandrano, -- sei contenta d'essere uscita
dall'armadio, ove meritavi di restare fino alla mattina del giudizio
universale? Con tante grinze, farai la tua bella figura! E tu, piastrone
di tela batista, lustro e sodo come un piatto di porcellana, le vorrai
bere, le tue goccioline di caffè e di liquori, non è vero? Strano! --
soggiunse il signor Brizzi, accomodandosi meglio che poteva sui neri
cuscini del _felze_. -- Ci sono quei cari giovinotti, che non si
macchiano mai. Forse per questo portano i baffi tirati all'insù, che
paiono tanti gatti arrabbiati. E noi.... e noi, poveri vecchi, li
portiamo voltati all'ingiù, come tanti Cinesi. Ecco il guaio! --

Il signor Brizzi, come abbiamo sentito da lui, era stato tra i difensori
di Malghera. Fedele ai ricordi del patrio risorgimento, portava baffi e
pizzo all'italiana.

A piè della gradinata del palazzo Orseolo approdava un'altra gondola,
donde smontarono dopo il signor Brizzi altri due invitati di casa
Zuliani. Tutti e tre, scambiata una stretta di mano, salirono, giungendo
proprio gli ultimi all'appello. Nel gran salotto della signora Livia era
già adunata, disposta in crocchi, secondo il caso o le affinità
elettive, una fiorita compagnia; "le donne, i cavalier, l'armi...."; sì,
anche l'armi, rappresentate da Federico Cantelli, nella sua severa
uniforme di sottotenente di marina. Quanto agli "amori" potevano essi
mancare? Dove son donne e cavalieri, è più facile azzeccar gli amori che
l'armi.

-- Così tardi? -- chiese amabilmente la signora Livia, stendendo la sua
bella mano al signor Brizzi.

-- Padrona, -- rispose l'ameno segretario, inchinandosi, -- abbia la
bontà di scusare un povero villano, che non ha voluto venire con le mani
vuote. Come vede, ho portato questi due forestieri. --

E contento della sua barzelletta, si trasse da un lato, per lasciar
passare alla cerimonia dello _shake-hand_ il cavalier Lunardi e il
maestro di musica.

Raimondo respirò per sua moglie. Coi tre ultimi arrivati si era
quattordici in punto. Ma non respirò il signor Brizzi, trovandosi là in
mezzo a tante persone elegantissime, specie davanti a signore, con le
quali non poteva già bastargli una frase in burletta, come quella che
aveva finito di dire alla padrona di casa, e sua. Conosceva le signore
Cantelli; era anzi stato una volta all'albergo per ossequiarle e
mettersi ai loro ordini, quando erano arrivate a Venezia: ma si sentiva
impacciato con esse, particolarmente colla signora Eleonora, sempre così
contegnosa e così avara di parole. Benedetta la contessa Galier di San
Polo, che poteva essere infarinata più del convenevole, se non del
necessario, ma infine, viva la faccia sua tinta e ritinta, parlava
sempre lei, e non c'era altra noia che di starla a sentire. Noia, poi!
Si dice così per dire. La contessa era amenissima; colla sua parlantina
avrebbe messo di buon umore un convento di trappisti.

Più impacciato del nostro ottimo Brizzi appariva il signor conte Filippo
Aldini. Che la presenza delle signore Cantelli mettesse in soggezione
anche lui? Non era da credere. Filippo Aldini era un elegante
inappuntabile, un giovinotto alla moda, rotto alla vita dei salotti;
sebbene non frequentasse più molte case, come prima faceva assai
volentieri, restava sempre quello di prima, nella bella padronanza di
sè, dei suoi atti e delle sue parole, disinvolto e misurato ad un tempo,
sobrio nel gesto, parco nella celia, ma pronto a scoccarla con aria
tranquilla, che non pareva affar suo, come se avesse detta la cosa più
semplice e più naturale del mondo. Non si confondeva mai; confondeva gli
altri, piuttosto.

Perchè dunque appariva allora tanto diverso? Che fosse ammalato?
Raimondo Zuliani, senza far tante indagini, notando solamente la novità
della cosa, ebbe compassione di lui; e venutogli accanto, lo aveva
tratto bel bello verso le signore Cantelli, a cui l'amico non si era
ancora fatto vivo altrimenti, che con un rispettosissimo inchino.

-- Posso io presentare il mio amico Aldini? -- aveva detto Raimondo,
facendo bocca da ridere.

-- Ella sa bene, signor Zuliani, di averci già fatto questo regalo; --
rispose la signora Eleonora con gran degnazione, e, cosa più insolita,
abbozzando perfino un sorriso. -- È vero nondimeno che incontriamo il
signor Aldini piuttosto raramente.

-- Lo incontrano! -- esclamò Raimondo. -- Non è egli dunque tornato a
riverirle? Davvero davvero, non riconosco più il mio Filippo, il re dei
cavalieri. --

Filippo Aldini sorrideva a stento, sudando freddo, e balbettando qualche
frase scucita. La nessuna importanza sua.... il timore di essere
importuno.... E frattanto si guardava attorno, come se cercasse
soccorso. Da chi, povero Aldini, da chi? Ah, bene aveva pensato quel
giorno di darsi ammalato! Sentiva allora che l'idea era buona. Peccato
che gli fosse parsa ridicola, tanto che non ci si era fermato su, e non
aveva scritto quel bigliettino di scusa a Raimondo, magari mettendosi a
letto, per non esser colto in flagranti di bugia, dal più caldo, dal più
prepotente degli amici! Si pentiva allora, si pentiva amaramente di non
aver colta a volo l'idea, balenata nella mattina al suo spirito, come
unica e vera àncora di salvezza che gli porgeva un buon genio.

Bisognava dunque discorrere; e Filippo Aldini si adattò a mettere
qualche frase meno scucita di costa a quelle del suo amico Zuliani. Ma
appena Raimondo non fu più là in sostegno, lasciò languire la
conversazione, e ringraziò nel profondo dell'animo il cavaliere Lunardi,
che si avanzava a riverire la signora Eleonora. Nè solamente lo
ringraziò, ma subito ne prese occasione a ritirarsi in buon ordine, per
andare a discorrere colla signora Galier. Là solamente si sentiva al
sicuro.

La conversazione si era venuta animando. Ma qualche timido accordo al
pianoforte ottenne il suo effetto. "Cascano i filinguelli al paretaio",
ha detto il poeta; tutti s'accostano al cembalo. C'è chi domanda una
romanza dello Schubert, chi uno scherzo del Grieg, chi un minuetto del
Boccherini. Il maestro di musica ha tutta questa roba sulla punta delle
dita. Ma soprattutto c'è chi vuol sentire il re degli istrumenti
musicali, la voce umana, specie se è voce di soprano, o di mezzo
soprano. Del resto, in un salotto, son tutte voci di soprano sfogato. La
padrona di casa non canta più, almeno così ella dice; e si capisce che
dica così, per far figurare qualche graziosa invitata. Si pregherà
dunque la signorina Cantelli. E la cara Margherita non si fece pregar
molto. Pensava giustamente, la bellissima fanciulla, che tanto e tanto
avrebbe dovuto dire di sì; il meglio era dunque di dirlo subito. Aveva
una voce stupenda; cantò con metodo eccellente e con raro sentimento
l'_Ideale_ del Tosti, domandato dal cavalier Lunardi, il grande
romantico della compagnia. La signora Livia si era appressata al cembalo
per sentir meglio. Fu amabilissima; applaudì con ardore, e fece perfino
un miracolo, simulando l'atto di abbracciare la gentil cantatrice.

-- Tutto bene! -- disse mentalmente Raimondo, stropicciandosi le mani in
un angolo del salotto. -- Così la mamma fosse venuta, che non avrei più
nulla a desiderare! --

Ma non si può aver tutto, in questo povero mondo. E non potè aver tutto
il cavaliere Lunardi, che dopo l'_Ideale_ del Tosti, chiedeva già per
grazia l'_Amore, Amor_ del Tirindelli. Un uscio si era aperto, una
portiera di broccato si era sollevata, ed appariva nel vano il colossale
Giovanni in vistosa livrea, coi guanti bianchi come la neve; piacevole
apparizione di granatiere rubizzo, che proferì poche parole, ma buone:
"La signora è servita".

La signora, la padrona di casa, doveva far l'obbligo suo. Fatto un cenno
al marito, che offriva subito il braccio alla signora Cantelli, prendeva
il braccio del signor Telemaco; un pezzo grosso della finanza, che siamo
dolenti di non aver meglio specificato, ed ora, per far le cose a
dovere, sarebbe un po' tardi. Poi volgendosi verso Filippo Aldini, gli
disse a mezza voce:

-- Signor Aldini, offra il braccio alla contessa Galier. --

L'Aldini s'inchinò col suo fare misurato, ed obbedì prontamente.

-- Ah, che bel cavaliere! Ringiovanisco; -- gridò quella graziosa matta
della contessa, che non voleva esprimere a mezza voce il suo gradimento.

La signora Livia sorrise; poi si rivolse al Lunardi.

-- Cavaliere, -- gli disse, -- offra il braccio alla signorina Cantelli.
-- E con un leggero ammiccar degli occhi ebbe l'aria di soggiungere: --
È contento di me?

-- A questo modo, -- esclamò il cavaliere Lunardi, per fare il paio
colla vecchia contessa, -- ringiovanisco ancor io. --

La signora Livia fece un bel gesto d'invito a tutti gli altri, perchè
volessero seguire la marcia come credessero meglio. Si era tutti amici
vecchi di casa, perciò in gran confidenza; ed alcuni fecero l'atto, non
ammesso dai manuali dell'etichetta, di offrirsi il braccio tra uomini.
Il signor Brizzi, ad esempio, ci passò per signora, un po' stagionata a
dir vero, accettando il braccio che gli offriva il Gregoretti, bel tipo
di mattacchione, e alle sue ore anche poeta.

Si traversò un secondo salotto che già conosciamo, e si mosse di là
verso la sala da pranzo, il cui uscio spalancato lasciava vedere tutto
uno sfolgorìo di lampade di bronzo dorato e di candelabri antichi, tra i
cui viticci venivano ad innestarsi, come frutti luminosi, le pere
cristalline della luce elettrica. Al soffitto di legno, partito a
cassettoni e rosoni, anch'essi dorati, si armonizzavano le credenze e le
cristalliere di legno nero, intagliato a fogliami, a fiorami, a
rabeschi, a mascheroni, a putti, a draghi, ad uccelli fantastici. Falso
Cinquecento, sicuramente; ma anche falso sta bene, dà un nobile
carattere alle case, parendo invecchiare con esse le famiglie troppo
moderne, che si sono felicemente arrampicate a metterci il nido.

La tavola era uno splendore di cristallame, d'argenteria, di porcellana
e di fiori. In vece del solito _chemin de table_, che è graziosissimo e
può essere sommamente caro come lavoro di mani gentili, ma che è pure
economico la parte sua, potendo andare in bucato, attraversava la
tovaglia in linea diagonale un nastro enorme, artisticamente pieghettato
e rigirato a onde, a staffe, a nodi, allacciando qua e là mazzi di rose
fresche, di orchidee, di miosotidi, ed altre fioriture contro stagione.
Quella era la novità ultimissima del buon gusto; così andava fatto,
fosse pur condannato ad essere disfatto la mattina seguente. Buon lusso
costoso delle cose destinate a perire! Ma la nave degli Zuliani aveva il
vento in poppa, e dispiegava liberamente tutta la sua velatura.

Contegnosi da principio e parchi di parole, i nostri commensali si
animarono gradatamente, al saltar dei turaccioli, all'acciottolìo dei
piatti, al cozzar dei bicchieri. Il chiacchiericcio si diffuse da un
capo all'altro della tavola: si stava bene, si andava anzi di bene in
meglio; si aprivano i cuori, si snodavano le lingue. Il cavaliere
Lunardi fu garbatissimo colla signorina Margherita, che con un
interlocutore sessagenario poteva essere più loquace, mostrando tesori
di senno, di cultura e di grazia. Amenissima poi la contessa Galier, tra
l'Aldini, che non si mostrava più tanto impacciato, e il signor Brizzi,
collocato suo cavalier di sinistra. Così aveva disposto la padrona di
casa, per compensarlo di quel sacrifizio, di quel tradimento dovuto fare
al suo _Cappello Nero_.

Intanto questo appariva in casa Zuliani, questo era evidente, tra tanti
fumi del vin del Reno, di Borgogna, di Xères, di Caluso e d'altri siti;
che i vecchi erano più animati, più allegri, perfino più arguti dei
giovani. Nessuna maraviglia; forse è perchè i vecchi hanno meno tempo
davanti a sè, in paragone dei giovani, e fanno profitto di quel poco che
avanza. Quanto a dedurne che sia per maggiore esperienza della vita, non
ne credete niente; e vecchi e giovani son tutti ragazzi ad un modo.

In mezzo al chiacchiericcio generale, che già pareva un principio della
confusione delle lingue, che è che non è, salta un turacciolo con
formidabile scoppio; ne salta un altro, ne saltan parecchi; il vino di
Sciampagna gorgoglia, ribolle, sfavilla, spumeggia nei calici di
mussolina fusa in cristallo, o di cristallo fuso in mussolina, come vi
piacerà. Era quello il momento solenne dei brindisi. E si capì allora
perchè il Gregoretti, quel grazioso mattacchione, non avesse dato alla
conversazione tutto ciò che avrebbe potuto e dovuto. Il disgraziato
aveva un brindisi in corpo, e in versi, per giunta, in versi veneziani,
scoppiettanti, sfavillanti come il vin di Sciampagna, che gli stava
dinanzi, e di cui aveva sorseggiata la prima spuma quasi per prenderne
ispirazione.

Si era fatto silenzio, vedendo nell'atteggiamento e nel gesto del
personaggio la promessa del brindisi. E il Gregoretti incominciò,
celebrando in graziose strofe i meriti straordinarii dell'anno allora
allora finito. Il che era contro l'usanza, per verità; ma si sapeva bene
che il Gregoretti non faceva mai niente a modo degli altri. A suo
giudizio, l'anno andato meritava ogni lode, non avendo recato nessun
dispiacere a lui, nè agli amici suoi; e questo era molto, anzi poco
mancava che non fosse tutto. Sì, buon Dio, si poteva anche ammettere che
non fosse stato nè carne nè pesce. Ma il suo successore, il neonato, non
si sapeva ancora che diavolo sarebbe riuscito.

E il vecchio, poi, era anche finito bene: ci pensassero un pochino, i
signori commensali; era finito stupendamente per tutta una gentile
brigata, sotto l'incanto della bellezza accompagnata alla grazia. Occhi
soavi, amabil sorriso.... E più avrebbe detto il poeta, perchè c'erano
da enumerare i pregi a centinaia. Ma siccome il ritratto sarebbe stato
poi sempre inferiore all'originale, egli prendeva consiglio da quei
pittori da dozzina, che dopo aver disegnata e colorita con tutta l'arte
che possiedono la figura del committente, gli pongono in mano una
lettera, colla soprascritta bene in vista, per istruzione del pubblico.
Il nome, di quella bellezza, di quella grazia incantevole, doveva egli
proferirlo? Non era già pronto a scoccare, sulle labbra di tutti? Animo,
via, lo dicessero pur tutti con lui, senza timore di guastargli la
chiusa, lo dicessero tutti a gara, quel nome grazioso, "quel nome caro
ai Veneziani" della signora.... E qui una sospensione, che permetteva a
tutti di prorompere in coro: "Livia Zuliani".

La signora Livia Zuliani, udendo quella enumerazione di pregi femminili,
e indovinando che col suo nome sarebbe andata a finire, si era fatta via
via d'un bel colore vermiglio; a suo vantaggio, senza dubbio, perchè
prima d'allora, diciamolo pure, con tutta la sua risoluzione di fare a
mala sorte buon viso, era stata un po' verde.

Tra gli applausi e gli evviva dei suoi convitati, la bella nervosa,
atteggiate le labbra al sorriso, levò il suo calice, accostandolo
cortesemente a quello del suo poeta. Ed anche, sorridendo sempre e
ringraziando, dovette ripetere la cerimonia con tutti.

Raimondo era in estasi: vedeva tutto vermiglio, come il volto della sua
Livia. Ma non poteva star sempre lì, in contemplazione della propria
felicità; da buon padrone di casa, doveva darsi moto, tener desto il
fuoco della allegrezza ne' suoi convitati.

-- L'anno vecchio ha ottenuto il suo elogio; -- disse egli; -- chi farà
l'elogio del nuovo?

-- Tu; -- gli rispose il Gregoretti.

-- Io? Non son poeta; e dovrei tesserlo in prosa.

-- In prosa, da bravo; purchè sia prosa robusta.

-- Se non sarà, non vorrete mica accopparmi; -- conchiuse Raimondo, che
già sentiva venir l'estro ad una seconda versata che i servi facevano in
giro.

Levò allora il suo calice, e così prese a parlare, con intenzione
d'esser solenne:

-- Signore e signori, onde questa casa è onorata, auguro a tutti voi che
il nuovo anno sia lieto, come furono a me i sette che lo hanno
preceduto. Esaudisca egli il voto che gli esprimo.... -- soggiunse
l'oratore, ispirandosi d'un subitaneo pensiero, e versando sulla
tovaglia un mezzo dito del suo vino, -- .... il voto che gli esprimo
libando a lui, come un sacerdote antico, con questo roseo dorato
liquore.

-- Bene osservato; il roseo dorato è una particolarità della vedova
Clicquot; -- disse il Gregoretti, guardando contro la luce il suo
calice.

-- La vedova, -- rispose Raimondo Zuliani, cogliendo quella volta
l'ispirazione dalle parole dell'amico, -- la vedova è stata moglie;
parliamo dunque del matrimonio. Non senza ragione vi accennavo i miei
sette anni felici. A voi, scapoli impenitenti! aiutate con buone
risoluzioni l'adempimento del voto che io ho formato poc'anzi, e il
nuovo anno vi colmerà delle sue benedizioni. Chi vorrà dare l'esempio?
Voi, amico Brizzi, non è vero?

-- Me ne guardi il cielo! -- gridò il signor Brizzi, facendo un gesto
d'orrore.

-- E perchè? -- domandò Raimondo. -- Vi conosco e vi stimo da gran
tempo, mio caro, e so che non fate e non dite mai cosa su cui non
abbiate pensato due volte. --

Il signor Brizzi si avvide di non aver pensato neanche una a ciò che gli
era uscito allora di bocca. Era stato un grido dell'anima; e bisognava
attenuarlo con qualche spiegazione.

-- Perchè? -- rispose. -- È presto detto, il perchè. Renderei infelice
la donna che avesse la cattiva ispirazione di accettar la mia mano. Son
vecchio, sapete? son vecchio.

-- Ma che? -- entrò a dire la contessa Galier, che non voleva sentir
parlare di malinconie. -- Vecchio è chi muore.

-- Signora contessa, la prego di credere che ho passati i cinquanta. Il
matrimonio non è più fatto per me, salvo il caso di voler saldare
insieme due cocci scompagnati. Con che gusto, poi? con che utile per la
società? Pensiamo alla società, miei signori; è anche di moda. E
concludiamo; il matrimonio è fatto pei giovani. --

Raimondo avrebbe volentieri abbracciato il suo segretario. Senza
volerlo, senza pensarci neanche, quell'ottimo signor Brizzi gli dava la
mano, tirandolo dov'egli intendeva per l'appunto avviarsi.

-- E allora rivolgiamoci ai giovani; -- ripigliò. -- Auguriamo per
esempio al conte Aldini la felicità ch'egli merita. Sei al momento
buono, mio caro Filippo. È perchè i voti del capo d'anno sono
privilegiati su tutti, io ti auguro con maggior fede una sposa degna di
amore e di stima.... perchè non lo direi? come la mia.

-- Raimondo! -- esclamò la signora Livia. -- Mi farete arrossire. --

E più avrebbe detto, tanto era seccata. Ma le bisognava rattenersi, star
lei in riga, se non sapeva starci il suo signore e padrone. Ah, quella
benedetta varietà di vini dei pranzi e delle cene solenni! Manda i fumi
alla testa, snoda le lingue, fa dir sciocchezze agli uomini serii,
troppe sciocchezze; e con una insistenza, poi, con una insistenza degna
di miglior causa.

A farlo a posta, il suo signore e padrone insisteva.

-- Ebbene, sì, che c'è egli di male? Viva la sincerità. Son tutti amici,
qui, d'antica data, e strettissimi; gradiranno ch'io parli come penso.
Sarebbe ipocrisia in me il tacer loro che sono felice. Credi a me, dolce
amico; -- soggiunse, volgendosi all'Aldini; -- segui l'esempio di chi ti
vuol bene. Io bevo intanto alla tua fidanzata. --

Filippo era sulle spine; e doveva mostrarsi tranquillo, accogliendo
lietamente gli augurii dell'amico Raimondo.

-- Senza conoscerla! -- esclamò egli, tanto per dire qualche cosa.

-- Eh, pensiamo se tu, almeno tu, non te ne sarai formato un'idea! --
incalzò Raimondo. -- Nella mente d'un giovinotto, o nel cuore, la futura
compagna della vita c'è sempre, immagine vaga, da principio, ma che a
poco a poco va prendendo i precisi contorni di una giovine e conosciuta
bellezza. Dico bene?

-- Ottimamente! -- gridò il Gregoretti. -- Dopo la prosa robusta, ci dai
la prosa elegante, la prosa poetica.

-- L'argomento ne franca la spesa; -- rispose Raimondo, i cui occhi
andavano come per incanto verso la signorina Margherita.

La fanciulla teneva i suoi molto bassi, avendo l'aria di voler
aggiustare una piega della sua sopravveste. Ma intanto si era fatta un
po' rossa, dal sommo della fronte fino alla radice del collo. E stava
bene così, era più bella che mai, mettendo in mostra il volume dei
capelli neri, ondati e lucenti, che sull'incarnato del viso luccicavano
due volte tanto, con mobili riflessi turchini. Bella e divina creatura!
Un poema, l'aveva dichiarata il Gregoretti, quella medesima sera,
vedendola per la prima volta nel salotto della signora Zuliani. Perchè
poi un poema? Ci sono tanti poemi brutti! e tanti altri mediocri!

Ma il paragone, antico oramai, doveva essere stato fabbricato nel tempo
che di poemi, in Italia, si conoscevano soltanto i divini, quei tre che
tutti sappiamo; dopo i quali, chiudi e sigilla, che il conto è fatto.

-- Dunque, -- ripigliò il Gregoretti, tenendo bordone a Raimondo, --
vogliamo bere alla futura sposa del nostro Aldini? Egli è qui l'unico
scapolo in età da pentirsi. Péntiti, don Giovanni! --

Eh, don Giovanni nel profondo del suo cuore non avrebbe chiesto niente
di meglio. Ma lì per lì sentiva corrersi un brivido per l'ossa.

-- Anche tu? -- diss'egli volgendosi al Gregoretti, con aria tra confusa
e seccata.

-- Anch'io, sicuro, e tutti quanti siam qui, a volerti bene. Péntiti,
don Giovanni! --

Filippo Aldini guardò intorno a sè, con occhi smarriti, come d'uomo in
punto d'affogare. Tutti, col calice in mano, gli ripetevano la medesima
frase. "Péntiti!" diceva il Ruggeri; "péntiti!" il signor Telemaco, che
in verità non diceva nulla, ma consentiva col gesto, e nel gaio concerto
delle voci pareva aggiungere la sua. Ma era dunque una congiura? un
colpo premeditato?

-- Lo senti? Te lo dicono tutti in coro; -- gridò Raimondo Zuliani,
ridendo a più non posso. -- Péntiti, don Giovanni! --

E si rivolgeva, ciò detto, alla sua Livia, come per invocarne l'aiuto.

-- Ma sì, -- aggiunse allora la signora Zuliani, con la sua vocina
sottile, e accompagnandone il suono con un moto grazioso della sua
testina bionda, -- perchè non si pentirebbe, don Giovanni? --

Filippo Aldini era fuori di sè dalla stizza. Ma egli sentì che a durarla
ancora un tratto, sarebbe diventato ridicolo, con quella cera da
funerale, in mezzo a tanta allegria che pareva volersi rovesciar tutta
su lui. A farlo a posta, anche la padrona di casa si metteva dalla parte
dei canzonatori.

Accettò dunque l'invito, come se fosse stato un comando; levò il suo
calice, lo vuotò fino all'ultimo sorso, e rispose con accento risoluto:

-- Sia, poichè tutti lo vogliono; mi pentirò. --

Ebbe naturalmente un applauso da tutti; e dopo l'applauso un premio
speciale dal Gregoretti.

-- Così va bene; -- disse il poeta mattacchione. -- Fin da domani metto
la Musa in molle, e ti preparo l'epitaffio. --

Voleva dire l'epitalamio. Ma già la lingua incominciava a tradirlo.




                                  III.


                         Per l'amico del cuore.


Quella notte, anzi meglio, quella mattina, la signora Cantelli avrebbe
voluto ritirarsi intorno alle due. Veramente, le rincresceva di dare il
mal esempio; ma il suo Federigo doveva essere di buon mattino al suo
posto, e bisognava concedergli almeno quattr'ore di sonno. Il signor
Zuliani aggiustò le cose per bene, proponendo che Federigo andasse via
solo, mentre per le signore, con tanti cavalieri presenti, non sarebbe
mancato chi le accompagnasse al Danieli. In questo modo si guadagnò
un'altr'ora allegra, illuminata dalla grazia, dal sorriso incantevole
della signorina Margherita. Raimondo Zuliani era tutto raggiante di
contentezza, ameno, festevole, attento ad ogni cosa che potesse
occorrere per la felicità dei suoi ospiti; e ciò senza bisogno di
scomodare sua moglie, che doveva lasciarlo fare, standosene regalmente
seduta in trono, ossia, per chiamar le cose col loro nome, nell'angolo
sinistro di un soffice canapè foderato di raso, accanto alla signora
Eleonora.

Ma c'è un fine anche alle veglie notturne; e quando le signore Cantelli
accennarono a prender commiato, Raimondo fu pronto a dar loro per
cavaliere il conte Aldini. Mentre tutti incominciavano a mettersi in
moto, la signora Livia ebbe agio di tirare il marito in disparte.

-- Che idea è la tua? -- gli bisbigliò. -- Non doveva il signor Aldini
accompagnare la Galier? tanto più che sono così vicini di casa?

-- Capisco; -- rispose Raimondo. -- Ma la contessa ci ha il nipote, e
quello può bastare. Credi tu che possa venire in mente a qualcheduno di
rapirtela? Quanto alle signore Cantelli, potrebbe servire il cavaliere
Lunardi? O il signor Telemaco? Mi paiono tutti e due morti dal sonno. Il
Ruggeri è un po' sventato; e poi, ha veduto le signore per la prima
volta stanotte. Il Gregoretti è un po' più allegro del solito. Ci ho
pensato bene, mia cara; non c'è altri che Filippo. --

Del resto, era detta, e non si poteva tornare più indietro. "Voce dal
sen fuggita. -- Più rattener non vale". Lo aveva sentenziato il
Metastasio, in una di quelle sue ammirabili strofette per musica. Voleva
la sua Livia sentir gli altri due versi? No, non ce n'era bisogno: li
sapeva a mente, come l'avemmaria.

Per quella volta ancora comandava Raimondo, e l'Aldini accompagnò le
signore Cantelli. Ci andò come la biscia all'incanto; ma ci andò,
muovendosi in compagnia di Raimondo, che da qualche minuto non lasciava
il suo braccio, quasi temendo che dovesse sfuggirgli. In questa guisa
Oreste accompagnò il suo Pilade, fino al piè della gradinata, davanti
alla gondola, dove ossequiò le signore Cantelli, ringraziandole del
grande onore che gli avevano fatto.

La signora Eleonora mostrò di gradir molto la compagnia del conte
Aldini. Margherita non mostrò nulla de' suoi sentimenti; ma certo era
contenta. Come la gondola approdò alla Riva degli Schiavoni; la
bellissima fanciulla accettò la mano che le tendeva Filippo per aiutarla
a scendere; e Filippo sentì quella mano tremare un pochino nella sua.
Una bella mano che trema, quante cose non dice?

Da quando si conoscevano? Da un mese, cioè dai primi giorni che le
signore Cantelli erano capitate a Venezia. Viaggio e fermata lunga,
tutto era stato per Federigo, che non poteva sperare una licenza per
quella fin d'anno, dopo averne già ottenuto parecchie a brevi
intervalli. Le mamme, per verità, ne vorrebbero una al mese, e si
dolgono delle irragionevoli durezze della disciplina militare, che a
sentirle loro non perderebbe nulla a essere più compiacente; ma è colpa
loro, se han voluto i figliuoli ufficiali di terra o di mare. Ed anche a
Venezia, così presso a Federigo, non potevano mica averlo sempre in
compagnia: quel benedetto servizio aveva le sue esigenze quotidiane.
Perciò altri doveva supplire alle assenze di Federigo, mettendosi a
servizio delle signore Cantelli.

Naturalmente, c'era in prima riga Raimondo Zuliani, l'amico del
banchiere Anselmo, e in continua relazione d'affari con lui. Ma anche
Raimondo aveva le sue ore impegnate: poteva fare una visitina, ed anche
a brevi intervalli, non già mettersi a loro disposizione per visitar
chiese, palazzi e musei. Si sa, quando per una ragione o per l'altra si
capita in una città ragguardevole, in una città storica, ricca di
memorie, di capolavori, di meraviglie d'ogni genere, è obbligo di veder
tutto, per mostrar poi alla gente di non aver viaggiato come bauli.
L'arsenale lo avevano visto con Federigo, che era là come in casa sua, e
ne faceva gli onori. San Marco, i Frari, la Salute e le altre chiese
maggiori si potevano vedere via via nei giorni festivi, in occasione
della messa. Ma il Palazzo dei Dogi, ma l'Accademia, il Museo Correr, i
palazzi del Canal Grande, almeno i più singolari, i più celebrati, non
si potevano visitare senza la compagnia di qualche amabile cicerone, che
per l'appunto non fosse un cicerone di piazza.

Per questo ufficio il signor Brizzi, messo anche lui a disposizione
delle signore, non parve a breve andare l'uomo più adatto; molto
amabile, sicuramente, quantunque a modo suo, ma niente cicerone; ed
egli, dopo tutto, era più utile al banco. O allora? Allora, quale
occasione più favorevole dell'amico Aldini? Quello era proprio l'uomo,
amabile che nulla più, cicerone perfetto, e padrone di tutto il suo
tempo, non avendo niente da fare; condizione invidiabile, checchè si
voglia argomentare in contrario.

E qui diciamo di lui tutto quello che occorre, per non averci a
ritornare con cenni e notizie a spizzico, che paian venire di
contrattempo, e intralcino ad ogni modo il racconto. Filippo Aldini era
stato ufficiale di cavalleria, e in quella divisa era capitato quattro
anni addietro alla guarnigione di Padova. Da Padova si è in un salto a
Venezia, e di quei salti il tenente Aldini ne aveva già fatti parecchi.
A Venezia, un bel giorno, che è che non è, prese la risoluzione di
lasciare il servizio. Lo avevano forse attratto i cavalli di San Marco?
Sia lecito immaginarlo, in mancanza di notizie più esatte. Quanto al
servizio, lo poteva piantar lì senza scrupolo, non avendo egli presa la
via delle armi coll'intenzione di percorrerla intiera. Era ricco,
direte. No, non era ricco. Ricchissima era stata la sua famiglia,
d'antico ceppo parmense; ricchissima sotto i cessati governi; ma in due
o tre generazioni di oziosi aveva trovato il modo di andarsene a rotoli.
Il mutuo e l'ipoteca, due invenzioni pestifere! Al conte Filippo Aldini,
morto il padre e pagati i debiti della successione, restava appena una
tenuta dell'alto Parmigiano, senza ipoteche, grazie al cielo, e che
poteva rendere ancora un anno per l'altro le sue ottomila lire. Mettiamo
tra restauri e miglioramenti un migliaio di lire: un altro migliaio
all'agente, incaricato di riscuotere e di trasmettere; ne avanzavano
ancora seimila. Solo com'era, modesto nelle abitudini, temperato nei
desiderii, con seimila lire d'entrata poteva campare. Il vivere non era
caro a Venezia; ed egli, poi, rinunziava necessariamente al cavallo. La
sua esistenza trascorreva placida in apparenza, uniforme e cheta nei
suoi andamenti, come una gondola sull'acque morte della Laguna. Giovine
di bell'aspetto, intelligente, garbato, serio e discreto, piaceva alle
donne, e non dava sui nervi agli uomini come tanti farfalloni
vanagloriosi. Aveva le sue rimesse da Parma, pagabili presso il banco
Zuliani, e da questa circostanza era nata la sua relazione con Raimondo,
che aveva preso a volergli bene assai presto. L'amicizia è come l'amore;
nasce come e quando le pare. Del resto, così serio e garbato com'era,
l'Aldini non poteva non piacere a Raimondo, che se ne fece tosto un
amico, e a breve andare un compagno inseparabile. Raimondo Zuliani aveva
l'animo aperto e schietto; quando si dava, si dava intiero. Per contro,
aveva l'amicizia invaditrice; l'amico era la cosa sua; se avesse potuto,
ne avrebbe fatto il suo schiavo; per intanto lo considerava come il suo
alunno, il suo pupillo, il suo fratello minore, a cui egli dovesse dar
consiglio, indirizzo, protezione efficace.

Con questo suo modo d'intendere l'amicizia, non poteva certamente
piacergli molto che l'amico suo, così ricco di belle doti, e così
intelligente, non facesse nulla, non si occupasse utilmente di nulla.
Filippo Aldini passava, sì, alle volte, qualche ora a dipingere, cieli e
marine, casupole e barche di pescatori, su tavolette alte una spanna e
larghe in proporzione; un grazioso talento, quello, per farsi merito con
qualche famiglia di amici e di conoscenti, che gradisse il presente del
bozzettino; ma ci voleva ben altro che quattro fregacci, tirati giù a
punti di luna, per diventare un pittore, e metter l'arte a profitto.
Leggeva, più spesso, leggeva anzi ogni giorno, riviste, trattati
scientifici, romanzi e viaggi; ma a che gli serviva tutto ciò? Leggere
le pubblicazioni più recenti, tenersi al fatto delle novità
intellettuali, è una bellissima cosa, ma non può dirsi un lavoro; ci si
nutre lo spirito, non ci si guadagna un soldo, e troppi se ne buttano
via dal libraio. Raimondo Zuliani, che sapeva spendere, aveva anche
imparato a guadagnare, e non ne perdeva mai l'uso.

Ma infine, egli faceva il banchiere, e i suoi cominciamenti erano stati
modestissimi. Poteva forse applicare la sua regola al caso di Filippo
Aldini? Anch'egli, finalmente, senza avvedersene, o senza
scandalizzarsene troppo, cedeva all'autorità della massima volgare, che
un nobile, barone o conte, marchese o duca che sia, non è tagliato pel
lavoro fruttifero. Va bene che il lavoro nobilita; ma ciò significa che
il lavoro è fatto per chi non è nobile ancora, potendo per contro levare
la nobiltà, o per lo meno offuscarla, a chi già la possiede;
ragionamento che va, o par che vada, a filo di logica, e non fa neanche
una grinza.

Un'altra considerazione più seria aveva persuaso Raimondo, chetati i
suoi dubbi, i suoi timori di fratello maggiore. Solo al mondo, e modesto
nelle sue abitudini, con quelle seimila lire nette all'anno, l'amico suo
poteva vivere e fare in società una discreta figura. Non giocasse; era
il punto essenziale. Ma l'amico suo aveva in orrore le carte. Così il
fratello maggiore uscì d'apprensione, e non pensò più alla utilità d'un
proficuo lavoro; egli intanto mulinava altri disegni. Con quella
gioventù, con quella bella presenza, con quel titolo, poi, con quel
titolo, destinato ad avere il suo valore, specie se titolo autentico,
non derivato dal _motu proprio_ di chi ne fa pompa, non c'era caso che
Filippo Aldini facesse un bel matrimonio, un matrimonio brillante? Il
matrimonio brillante è quello in cui da una delle due parti entrano
molti quattrini, a fortificare l'alleanza dei cuori. Raimondo Zuliani,
che per sè non aveva preso un soldo di dote, ragionava così per una
volta tanto, seguendo l'opinione dei più. Finalmente, si trattava della
felicità di Filippo, del suo inseparabile amico, del suo fratello
minore; senza contare poi questo, che, felice egli stesso nel
matrimonio, avrebbe ammogliato l'universo mondo.

Ma dov'era la ricca erede da gittar nelle braccia del suo carissimo
Aldini? Non la trovava lì per lì da nessuna parte, e molto meno a
Venezia. Qualche grosso patrimonio esisteva ancora sulle Lagune, specie
nel ceto patrizio, e le ragazze con una dote vistosa, o con vistose
speranze, non ci mancavano davvero. Ma c'era un guaio, che alla
perspicacia di Raimondo non doveva sfuggire. Si poteva egli credere che
le famiglie patrizie, dai nomi illustri, risalenti alla "Serrata del
Gran Consiglio", sentissero il gusto di rinunziare alle alleanze tra
loro, e il bisogno di accettare un "conte di terraferma" con seimila
lire d'entrata? Non di là, dunque, non di là, bisognava orientarsi, e
molto saviamente Raimondo ne aveva smessa l'idea.

La sposa, per quel conte, doveva venir di lontano alla sua immaginazione
sempre sveglia; e doveva venire dopo due anni d'attesa, due anni che
infine gli erano serviti per conoscer meglio l'Aldini e per stimarlo di
più; tanto in quei due anni l'amico suo aveva guadagnato ancora in
serietà, rompendola asciuttamente con certe galanterie da vagheggino, e
a grado a grado liberandosi da tanti perditempi del suo primo anno di
vita veneziana. Ah, quella figliuola del suo collega di Milano; altro
che dote patrizia! E dote e spillatico, e grandi speranze in vista; ci
aveva da esser tutto senza risparmio. Il banchiere Anselmo era uomo da
milioni; poteva guadagnarne ancora, sebbene avesse ristretta di molto la
sua cerchia d'affari; ma appunto perchè l'aveva ristretta, non c'era da
temere che ne perdesse. E infine, soltanto tra due figliuoli, Federigo e
Margherita, andava spartito il suo patrimonio.

Ed era bella, Margherita, il che non doveva guastare; e dotata di un
carattere d'oro, senza ombra di vanità, nè d'orgoglio per la bellezza
sua, o per le ricchezze della sua casa. Se si fosse potuto combinare! E
perchè no? Il banchiere Anselmo era venuto su quasi dal nulla; sua
moglie del pari; e formavano una coppia virtuosa, a cui la ricchezza era
stata una giusta ricompensa, ma non aveva offuscato il sentimento delle
sue modeste origini. Se nutrivano ambizioni, queste potevano risguardare
soltanto i loro figliuoli; e già se ne scorgeva un indizio nella
carriera scelta da essi per Federigo. E per Margherita? Un titolo, senza
dubbio, sarebbe andato benissimo, accompagnato a quel fiore di bellezza
e di grazia. E il giovane che portava quel titolo, apparteneva ad una
nobiltà di vecchia data; non era neanche un pezzente; non era un
vizioso, ma un gentiluomo e un galantuomo a tutta prova. Come avrebbe
detto di no il signor Anselmo, trovando un partito sotto ogni aspetto
così conveniente? e soprattutto quando la signorina Margherita vedesse
di buon occhio il conte Aldini? Ora, di questo il signor Raimondo non
dubitava neanche. Gli dava noia piuttosto di non aver pensato prima a
quella stupenda occasione, col rischio di lasciarsela sfuggire di mano.
Ma a farlo a posta, non che sfuggirgli, l'occasione era venuta incontro
al suo desiderio. Bisognava agguantarla pel ciuffo; e Raimondo era stato
pronto ad allungare la mano.

Così, senza dir nulla ad alcuno, lasciando che ogni cosa andasse da sè,
come l'acqua per la sua china, Raimondo aveva condotto all'albergo
Danieli il conte Filippo Aldini, presentandolo come il suo migliore,
anzi l'unico amico, quasi un altro sè stesso, alle signore Cantelli. Il
giovinotto era stato ricevuto benissimo, con un fare alquanto
impacciato, ma con evidente bontà, dalla signora Eleonora; con grazia
semplice e schietta dalla signorina Margherita. Il discorso,
naturalmente, era caduto sul gran numero di belle cose che c'erano da
vedere a Venezia. E perchè la signora Eleonora aveva accennato ad una
fermata piuttosto lunga, più che giustificata dal desiderio di
trattenersi quanto più potesse col suo Federigo, il quale tra non molto
doveva imbarcarsi per un viaggio assai lungo, il conte Aldini si prese
amabilmente la briga di stendere a voce una specie di elenco,
distribuito per settimane, delle gite che la signorina Margherita
avrebbe potuto fare, osservando, senza troppo stancare la mamma, tutto
ciò che offriva Venezia allo studio di una viaggiatrice tanto
intelligente, e capace di gustare ogni cosa notevole nella storia,
nell'arte, ed altresì nell'industria paesana. Questa, infatti, non
andava trascurata, poichè l'industria era in Venezia una cosa tutta
particolare, ed artistica al sommo.

E l'aveva tenuta a lungo sospesa alle sue enumerazioni, inframmezzate di
giuste considerazioni, di sentenze argute o profonde, passando
dall'industria antica alla moderna, che rinnovellava le bellezze
dell'antica, ai musaici del Salviati, ai vetri filati di Murano, ai
merletti policromi dello Jesurum. Raimondo, nell'atto di discorrere
colla signora Eleonora, gongolava in cuor suo di sentire i due giovani
chiacchierare con tanta animazione, come se già si conoscessero da un
anno.

-- Ed ora, -- pensò egli, -- il giovinotto farà la sua corte. Già, la
paglia, messa accanto al fuoco, non può far che non bruci. --

In quella prima visita si era subito combinata una doppia gita insulare,
a Murano ed al Lido; onde la necessità per Filippo Aldini di ritornare
la mattina seguente al Danieli, per accompagnar le signore. Aveva fatto
da cicerone artista a Murano, da cicerone paesista al Lido, trovando
anche il tempo da far da cicerone erudito nell'isolotto di San Lazzaro,
in quel celebre convento dei padri Mechitaristi e nella loro famosa
biblioteca orientale. Due giorni dopo, faceva la sua terza visita, per
condur le signore a vedere qualche palazzo sul Canal Grande; ma a questo
giro storico ed artistico bisognava rinunziare, essendo la signora
Eleonora leggermente infreddata e costretta perciò a star riguardata
nella sua camera.

Filippo non ebbe dunque altro da fare che quattro ciarle di passata
colla signorina Margherita. Voleva infatti congedarsi presto; ma non ne
fece nulla, tanto la conversazione si era animata tra loro. Il discorso
era caduto su Parma, dove Filippo era nato, e dove la signorina
Margherita aveva passato alcuni giorni in quell'anno medesimo. Che bella
città! Quante cose anche laggiù da ammirare! Margherita ricordava quel
campanile alto alto, di fianco alla facciata del Duomo, quel campanile
che si muoveva, oscillando visibilmente sulla sua base ad ogni rintocco
della campana maggiore: poi quel battistero lì presso, così strano coi
suoi fregi di marmo, tutti a rilievi di animali simbolici; e il ricco
museo, coi bronzi di Velleia, e la biblioteca ricchissima, col Virgilio
manoscritto, tutto di pugno del Petrarca, e la pinacoteca maravigliosa,
coi capolavori del Correggio. Margherita possedeva un senso
squisitissimo d'arte, tale da piacer sommamente a Filippo, che era mezzo
pittore; e gli aveva notato, per esempio, nella Madonna detta di San
Gerolamo, quella guancia della Maddalena, veduta in iscorcio, resa con
tanta delicatezza di tocco, che nessuno, copiando, aveva potuto
esprimere fedelmente, nè col pennello, nè col bulino, mai più.
Finalmente, passando ad altro, gli aveva toccato della storia di Parma,
della famiglia di lui, che vi era stata in grande onore nei secoli
andati.

Ma come sapeva ella mai tante cose? La signorina Margherita appagò
facilmente la curiosità di Filippo. Al babbo avevano proposta la compera
di una tenuta sul territorio parmense, verso Montechiarugolo; ed egli,
per andarla a vedere e risolversi, aveva condotta con sè la figliuola.
Così ella aveva veduto, osservato, studiato tante cose; così del resto
ella faceva, dovunque il babbo o la mamma la conducessero. Perciò aveva
notato anche il palazzo Aldini, il quale del resto attirava facilmente
gli sguardi, con quei due Telamoni di pietra che fiancheggiavano
l'ingresso, sostenendo il terrazzino del primo piano.

-- Ahimè! -- sospirò Filippo, -- il palazzo da gran tempo ha mutato
padrone. Quel che possiedo ancora a Parma è in campagna.

-- Lo riscatti; -- disse Margherita. -- È tanto caratteristico! e in una
bella strada, presso Santa Lucia. --

Filippo non rispondeva altrimenti che con un mezzo sorriso.

-- Ma sì, -- incalzò la fanciulla. -- Deve riscattarlo. La casa degli
antichi è sacra; se per qualche cagione si è perduta, bisogna riaverla!
E per riaverla non c'è che una cosa, volere.

-- Crede Ella che basti?

-- Per cominciare, sì; -- rispose Margherita; -- e "chi ben comincia è
alla metà dell'opra". Le cito un verso, che non so di chi sia; ma è
tanto vero! Lo ripete spesso il mio babbo.

-- Vedrò di volere; -- conchiuse Filippo. -- Ella mi fa riprendere amore
al mio nido. --

E pensava frattanto con grata meraviglia alle rare doti di quella
ragazza, alla sua serietà di carattere, alle sue cognizioni, alla
grazia, alla nobiltà del suo spirito, veramente notevoli. Se alla prima
visita egli aveva incantata coi suoi ragionamenti la signorina
Margherita, alla terza ella incantava lui. Ma più incantato di tutt'e
due sarebbe rimasto Raimondo Zuliani, se fosse stato là, dietro un
uscio, a sentirli. -- Si va a gonfie vele -- avrebbe egli detto tra sè,
non senza stropicciarsi le mani.

Ma non c'era; e quel giorno, sul tardi, quando Filippo Aldini si recò al
palazzo Orseolo per fare la sua visita settimanale ai coniugi Zuliani
dopo l'ora del pranzo, Raimondo non ebbe a saper nulla di quel
colloquio, che a lui sarebbe riuscito così importante e piacevole. Egli
dovette contentarsi di chiedere all'amico dove avesse quella mattina
accompagnate le signore Cantelli.

-- In nessun luogo; -- rispose Filippo. -- La signora Eleonora era
infreddata, ed io mi sono ritirato in buon ordine. --

Era poco, era niente; ma Raimondo non aveva ragioni per desiderare di
più.

-- Ebbene, -- entrò a chiedere la signora Zuliani, -- che impressione le
ha fatto la signorina Cantelli?

-- Impressione! -- ripetè Filippo, sconcertato.

-- Sì, voglio dire come Le è parsa?

-- Eh, non c'è male. --

Ma qui Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.

-- Non c'è male! Non c'è male! Così te ne sbrighi, assassino? La
signorina Margherita è un angelo. --

Filippo si strinse nelle spalle, non avendo da dire nè di sì, nè di no.
La signora Livia, dal canto suo, si era creduta in obbligo di mettere un
sordino alle volate del consorte.

-- Per sua norma, signor conte, -- diss'ella, -- mio marito trova angeli
dappertutto.

-- Non dappertutto, -- replicò Raimondo, -- ma dove sono. E che io me ne
intenda è già dimostrato, non ti pare?

-- Questo vorrebb'essere un complimento.

-- No, ma una verità sacrosanta. --

Così dicendo, il felice Zuliani batteva delicatamente della palma sulla
candida mano di sua moglie. N'ebbe un sorriso, il meno che gli si
potesse dare in premio della sua galanteria. L'idilio coniugale non
giungeva certamente nuovo a Filippo Aldini, che garbatamente levò gli
occhi in alto, pensando. Aveva ancor egli il suo piccolo idilio
nell'anima; poteva dentro di sè vagheggiarlo. È questo il segreto di
molti silenzi, e di molte distrazioni, nell'uomo.

Margherita era un angelo davvero, un angelo di bellezza e di bontà.
Serena senza sforzo, modesta senza ostentazione come senza scioccheria,
sapeva molto e non ne faceva pompa, neanche quando l'occasione potesse
giustificare una certa solennità di discorso. Con tanta grazia
penetrante, unita ad una così sfolgorante bellezza, colpiva al primo
incontro, e colpiva in pieno; bisognava amarla senz'altro. Filippo aveva
preso fuoco, necessariamente; ma si era anche saputo dominare, lì per
lì, proprio in quel punto, e per le istesse ragioni che lo avevano fatto
ardere, alle evocazioni gentili della sua città natale, della sua gente,
del suo palazzo, che bisognava riscattare, fortemente volendo. Quel
fuoco, a mala pena divampato, si era chiuso nel cuore di lui, per
isforzo violento della sua volontà; doveva restar lì, vivo ma cheto,
come quello che cova sotto la cenere. E cenere; ahimè, non ne mancava in
quel cuore.

Fu ancora uno sforzo di volontà la sua risoluzione di non ritornare una
quarta volta dalle signore Cantelli? Una simile risoluzione parrà
strana, o non parrà, secondo che si consideri il caso di Filippo Aldini.
Certo, quando s'incontrano donne come quella, che pareva un angelo a lui
non meno che all'amico Zuliani, bisogna amarle senza misura, senza
ritegno, da pazzi; e la cosa è chiarissima, perchè di quelle donne non
se ne incontrano due nella vita. Ma ancora bisogna fuggirle; e questo
non è meno evidente, chi si trovi nelle condizioni di Filippo Aldini.
Buon sire Iddio! Se quella angelica creatura è ricca, troppo ricca per
noi, non si potrebbe egli credere, nel mondo sciocco e cattivo, che si
volesse fare un matrimonio d'interesse, il matrimonio brillante, che
sorrideva, per utilità di Filippo, alla ferace fantasia di Raimondo
Zuliani?

Il conte Aldini non ritornò dunque per la quarta volta al Danieli. O,
per dire più esattamente, ci ritornò, colla ferma intenzione di non
salire le scale, ma di chieder notizie della signora Eleonora, e
lasciare un biglietto da visita, a prova della sua sollecitudine per la
salute di lei. La signora, per fortuna, era ristabilita del tutto, e
fuori, per l'appunto, in compagnia della figliuola; ottima occasione per
lasciare quel biglietto di visita, a testimonianza di un dovere
compiuto, e non soltanto del desiderio di chieder notizie. Dopo quel
giorno, se s'imbatteva per via nelle signore Cantelli, faceva un gran
saluto, e magari una fermatina di convenienza, per barattar quattro
parole, non osando accompagnarle, nè offrirsi in nulla al loro servizio.
Naturalmente, la signora Eleonora non gli chiedeva: "perchè non vediamo
più il nostro cicerone, così garbato e così utile nei primi giorni che
l'abbiamo conosciuto?" Nè questo, nè altro di simile, si poteva dir mai;
che sarebbe stato sconveniente, come se davvero le signore avessero
creduto di prendere ipoteca su lui; e d'altra parte, come sappiamo, la
signora Eleonora stava sempre un pochino in sussiego, facendo meno
parole che le fosse possibile. Pareva orgogliosa, con quella sua aria e
con quella sua andatura intirizzita. Nel fatto era una creatura di
mediocre istruzione, ma di grande buon senso; e taceva molto, temendo
sempre di dir qualche cosa che non fosse a punto e virgola. Donna rara!

Occupatissimo al suo banco in quella fin d'anno, Raimondo Zuliani non
aveva chiesto, nelle sue rare e brevi apparizioni al Danieli, se l'amico
Aldini fosse assiduo al suo ufficio di cicerone. Si meravigliò forte
quando sentì finalmente che non si lasciava veder troppo. Oh, ma ci
avrebbe messo buon ordine lui. Perciò quell'alzata d'ingegno del
brindisi; e l'aveva rinfrancata con altri argomenti, scendendo le scale
del palazzo Orseolo, per accompagnar le signore Cantelli fino
all'imbarco. Là, alla svolta d'un pianerottolo, prendendo pel braccio il
suo Pilade, gli aveva bisbigliato all'orecchio:

-- Senti, o la sposi, o non ti conosco più per amico. --




                                  IV.


                     Batti il ferro mentre è caldo.


Alla signora Zuliani accadde di respirare più liberamente, quando
l'ultimo de' suoi convitati ebbe preso congedo. Anche quella noia era
dunque passata, e bisognava renderne grazie al cielo. Le restava, nel
ritirarsi ai dolci riposi, una piccola curiosità, tutta femminile;
sapere che cosa mulinasse Raimondo, con quelle sue tenerezze per le
signore Cantelli. Aveva egli bisogno di entrar maggiormente in grazia al
collega di Milano, per agevolarsi qualche grossa operazione bancaria con
lui? Non era da crederlo. Raimondo si sentiva forte abbastanza da
spiccare ogni volo più ardito; non era più nella condizione di cinque o
sei anni addietro, quando aveva passato quel brutto quarto d'ora a cui
per l'appunto egli si riferiva due giorni prima discorrendo con lei. Si
trattava dunque d'un sentimento di gratitudine? Forse sì, quantunque
paresse un po' spinto; fors'anche era da vederci il proposito di
compensare la freddezza di sua moglie verso quelle care viaggiatrici,
che volevano metter le barbe a Venezia. Altro, del resto, non c'era, non
ci poteva essere; e se fosse stato, bisognava riderne, come d'un sogno
ad occhi aperti. Quel brindisi, veramente, avrebbe potuto dar da
pensare. Ma infine, la curiosa manìa di ammogliare l'universo mondo era
antica nel suo signore e padrone: quante volte, infatti, non gli era
accaduto di prodigar consigli ed esortazioni di quel genere a chi
mostrava di non volerne approfittare? Quella notte la esortazione era
stata più calda; ma che cosa non fa un bicchiere di più, tracannato in
allegra compagnia? e in particolar modo di Sciampagna, che è vino
tenero, se altro fu mai, e singolarmente propizio alle effusioni
dell'anima?

Quanto a Raimondo, egli sapeva bene una cosa; che la sua Livia non
poteva soffrir le Cantelli.

Ma perchè? Non riusciva ad intenderlo. Margherita era una così buona e
cara fanciulla! Che ci fosse per avventura da vedere un pochino di
quella gelosia naturale, irriflessiva, involontaria, che nasce così
spesso tra donne? Ma la sua Livia avrebbe avuto un gran torto a provarne
la più lieve puntura; lei così bella, e d'un altro genere di bellezza,
fine, delicata, aristocratica al sommo. Quando ella appariva nel suo
palchetto alla Fenice, o nella sala dei concerti al Liceo Marcello,
l'accoglieva sempre quel fremito d'ammirazione che dice ad una bella
assai più di cento sonetti e di mille madrigali. Ma che gelosia
d'Egitto! Non era da pensarci neanche. Piuttosto l'antipatia per la
vecchia? Ma quella era una povera donna, contegnosa senza saperlo,
intirizzita senza volerlo. E poi, che noia le davano, alla sua Livia,
due visitine a tempo e luogo, con qualche invito a pranzo, o a teatro?
Non dovevano poi far vita insieme. Così l'aveva sopportata il marito, e
per un quarto di secolo oramai, quella contegnosa e taciturna signora:
non poteva sopportarla lei per uno o due mesi?

Comunque fosse, dopo averci pensato più lungamente che non portasse il
bisogno, Raimondo scosse il capo e le spalle; segno che voleva gittare
un carico importuno ed inutile. E tacque delle signore Cantelli a
colazione, e ne tacque a pranzo; tacque soprattutto, poichè l'argomento
non sarebbe piaciuto, tacque di essere stato poco prima al Danieli per
ringraziar le signore una volta ancora, e di aver fatto, contro l'uso
suo, una visita lunga.

Venne la sera, e Raimondo offerse alla sua Livia di accompagnarla a
teatro. Ma ella si sentiva ancora un po' stanca della notte perduta;
cinque ore di sonno in giornata non erano state riparatrici abbastanza;
lo specchio, poi debitamente interrogato, le aveva fatto scorgere un po'
di livido intorno ai begli occhi glauchi, e tra gli occhi e le guance
due pieghettine, due cose da nulla, ma ad ogni modo, e comunque
attenuate da cortesi eufemismi, due borse. Piccolo guaio delle bionde,
che sogliono avere la pelle più tenera. Si vedrà? Non si vedrà? Nel
dubbio, la bella bionda si astiene.

Raimondo uscì, per far quattro passi: un'ora dopo era già di ritorno,
con un fascio di giornali, che prese a leggere, facendone parte di tanto
in tanto a sua moglie; per le notizie d'arte e di cronaca, s'intende,
che la politica non era nelle grazie della bella signora.

-- Strano! -- diss'ella in un momento di sosta del suo cortese lettore.
-- Il tuo signor Filippo non si lascia vedere da noi, nel primo giorno
dell'anno nuovo.

-- O come? -- esclamò Raimondo. -- Non c'era stamane, avendo cominciato
l'anno da noi? Del resto, ricordo di aver ricevuto un suo biglietto di
scusa, e di scusa legittima. --

Così dicendo, trasse di tasca una lettera e la pose sulla tavola,
davanti a sua moglie. Livia la prese, dopo alcuni minuti secondi;
l'aperse con atto lento e svogliato; finalmente la lesse. Erano pochi
versi di scritto e dicevano così:

    "_Caro Raimondo_.

    "Vorrei venire oggi al tuo banco, per darti ancora un saluto; ma
    ho un gran sonno, un gran sonno. Chiederai perchè io non abbia
    dormito stamane appena arrivato a casa. La rea cagione è questa,
    che ho trovato a casa un telegramma da Verona, un telegramma di
    due vecchi amici, di due commilitoni, che mi annunziavano la
    loro venuta, e per l'appunto in giornata, volendo passare a
    Venezia tre o quattro giorni della loro licenza. Li ho sulle
    braccia, e mi è toccato dar ordini per preparar loro l'alloggio
    nel mio modesto quartierino. Stasera debbo andarli ad aspettare
    alla stazione; per intanto vo a letto, che l'ho ben guadagnato.
    Di tutto cuore, addio; ossequj ed augurj senza fine alla tua
    Signora.

                                                         _Filippo_."

Il biglietto dell'Aldini, così innocente nella sua semplicità, aveva già
seccato non poco Raimondo Zuliani. Quei due amici, e vecchi commilitoni,
proprio non ci volevano; guastavano infatti, o potevano guastare tutti i
disegni ch'egli aveva formati in quei giorni. Con due vecchi commilitoni
sulle braccia, ed ospiti per giunta, come sarebbe riuscito Filippo a far
la sua corte? Ed era urgente di farla; bisognava battere il ferro mentre
era caldo. A farlo a posta, quel caro Filippo era un così strano
ragazzo! Aveva preso fuoco e levata come si suol dire la fiamma; poi giù
tutto ad un tratto, come se fosse stato un fuoco di paglia. Strano
ragazzo! Ma occorreva avere senno per lui.

-- E così, vedi, non ha potuto venire; -- disse Raimondo, poi che sua
moglie ebbe deposta la lettera. -- Ci ha ospiti.

-- Peccato! -- esclamò la signora. -- Appunto per questa sera gli si
sarebbe potuta dare la chiave del palco, per poterli condurre alla
Fenice.

-- Un palco di seconda fila, per uomini, eh, via! -- osservò Raimondo.
-- Non l'hai voluto mai cedere per le signore Cantelli!...

-- Oh, quelle son ricche, e possono provvedersi.

-- Pazzerella! Quando hai qualcheduno in uggia!...

-- Ma che! ora tu esageri, secondo l'uso; -- notò la signora. -- Di'
piuttosto che non sento il bisogno di buttarmi nelle loro braccia. La
signora Eleonora, con quella sua mutria, per esempio, non è proprio
fatta per attirarmici. --

Raimondo sorrise a sua moglie, e un pochettino anche a sè.

-- Dicevo bene, -- pensò egli, -- che non era per la figliuola. Ma
quella povera signora Eleonora, com'è mal giudicata da mia moglie! Con
tutto il suo sussiego apparente, è la miglior pasta di donna che si
possa immaginare. E se Livia sapesse ancora.... Ma acqua in bocca per
ora, ed ogni cosa al suo tempo. --

Quella sera la signora Livia si ritirò presto nelle sue stanze. Il
ricamo turco, che aveva tentato di ripigliare, le dava noia; ed anche le
occorreva pensare ai suoi poveri occhi, che volevano il giorno dopo
essere in ordine, freschi come rose. Raimondo stette ancora un pezzo
alzato, e passò il resto della lunga serata casalinga, in parte
ripassando conti, in parte scrivendo minute di lettere d'affari, da
trasmettere la mattina seguente al signor Brizzi. E tenne i suoi bravi
segreti in corpo, diventando un miracolo di prudenza diplomatica ai suoi
occhi medesimi. Così, grandemente soddisfatto di sè, dormì quella notte
veramente di gusto, sognando di aver tutti dalla sua, la signora
Eleonora e il banchiere Anselmo, e di unire in matrimonio quell'angelo
della signorina Margherita col suo caro Filippo, col suo dolce pupillo,
col suo fratello minore.

Lo incontrò il giorno dopo, tra il tocco e le due, presso la Torre
dell'orologio, mentre egli, ritornato da far colazione, rientrava al suo
banco. Filippo Aldini era solo.

-- Oh, bravo! -- gli disse. -- Ho il piacere di combinarti. E i tuoi
amici di Verona?

-- Li ho lasciati poc'anzi; -- rispose Filippo. -- Sono andati a fare il
giro del Canale, che iersera arrivando non hanno potuto godere. Quanto a
me, capirai, dopo tanti anni di barchettate....

-- Hai l'acqua fino alla gola, t'intendo; e li hai lasciati andar soli,
per rivederli più tardi?

-- Sì, abbiamo preso appuntamento per le quattro; -- disse Filippo.

-- Se credi, -- ripigliò Raimondo, -- puoi condurli questa sera da noi.
I tuoi amici sono i nostri.

-- Grazie, no, grazie; -- rispose prontamente Filippo. -- Per dirti il
vero, sono un po' orsi.

-- Ufficiali di cavalleria, -- notò Raimondo stupito, -- commilitoni
tuoi, e tanto diversi da te? Basta, non insisterò; tu devi sapere ciò
che è più conveniente. Parliamo di ciò che importa. Sei libero?

-- Sì, fino alle quattro, ti ho detto.

-- Bene; allora accompagnami al banco. Si discorre male, per via. --

L'Aldini capì benissimo dove Raimondo volesse andare a parare, e si
adattò a seguirlo. Del resto col suo prepotente amico non si poteva fare
altrimenti.

Come furono al banco Zuliani, e ben chiusi nello studio di Raimondo,
questi incominciò allungando la mano sulla scrivania, e facendo
scivolare verso l'Aldini una scatola di lacca giapponese, aperta, e
piena di spagnolette. La seduta voleva esser lunga.

-- Siedi, mio caro; -- disse Raimondo. -- Qui sono Tokos, Giubbeck,
Delizie del Serraglio, ecc., ecc. "Scegli qual più t'aggrada".

-- No, grazie, non fumo; -- rispose Filippo. -- Ma tu hai da dirmi....

-- Oh, tante cose. E prima di tutto ho da chiederne una a te. Come sei
rimasto contento ieri mattina del tuo ufficio di accompagnatore?

-- Contento? di un dovere compiuto? -- disse Filippo. -- È così
semplice, poi. In gondola, quattro chiacchiere senza costrutto, molti
elogi alla tua cena sontuosa; e finalmente, alla Riva degli Schiavoni,
ossequj e riverenze.

-- Nient'altro?

-- Nient'altro.

-- Male; -- conchiuse Raimondo. -- Avevi da promettere una visita,
chiedendo se le signore avevano bisogno di te, per qualche gita qua e
là, che tu saresti stato felicissimo di metterti a loro disposizione. Ma
che razza di cavaliere mi sei tu diventato?

-- Hai ragione, dovevo pensarci. Ma che vuoi? Questo costume di buttarmi
avanti, io non l'ho avuto e non l'avrò mai; colle signore Cantelli, poi,
meno che mai.

-- E perchè, di grazia, perchè con esse meno che con altre? Avevi pur
cominciato, se non a buttarti avanti, come tu dici, a fare almeno
qualche atto di servitù!

-- Vero; -- disse Filippo. -- Eri tu che mi avevi messo dentro; ed io mi
sono trovato al laccio senza volerlo; ma poi ho pensato.... ho pensato
che non dovevo continuare, che non potevo restare in quell'ufficio di
accompagnatore eterno, senza lasciar credere alla gente, e prima di
tutto alle signore Cantelli, di averci le mie ragioni particolari....
M'intenderai, senza che io te ne dica di più.

-- È un buon sentimento; -- concesse Raimondo. -- Ma non bisogna
esagerarlo. Sentimi, caro; perchè tu ami la signorina Margherita....

-- Non ho confessato questo; -- interruppe Filippo.

-- Ma va da sè. Come puoi non amarla? Come si può non amarla?

-- Sentimento generale, allora; -- rispose Filippo. -- È dunque molto
generico, e impegna poco.

-- No, caro; -- riprese Raimondo. -- Tutti debbono amarla, vedendola; ma
uno è destinato ad amarla per tutti, avendo occasioni di avvicinarla, e
ragioni di piacerle. Sei tu, assassino, del "non c'è male", sei tu che
la fortuna ha privilegiato; sei tu che hai ricevuto il colpo mortale. Tu
dunque l'ami, è valuta intesa. Ma se te lo leggo in faccia! Sei tanto
turbato a sentirne parlare! --

Filippo chinò la fronte, confuso. Troppo bene l'amico gli aveva letto
negli occhi, meglio che non s'immaginasse egli stesso.

-- Ma ti ho già detto che non voglio essere sospettato; -- rispose
Filippo dopo un istante di pausa. -- Quella donna, se fosse vero quello
che tu pensi di me, sarebbe sempre troppo ricca.

-- Non c'è altro? -- disse Raimondo.

-- Mi pare che basti.

-- E tu non potrai chiedere la sua mano, capisco. Ma se un altro la
chiedesse per te? Io, per esempio. --

A quella uscita improvvisa, l'Aldini balzò sulla scranna.

-- Spero bene che non lo farai; -- diss'egli concitato.

Ma quell'altro non si scompose punto; anzi, guardando placidamente in
viso l'amico, ripigliò:

-- E se lo avessi già fatto?

-- Tu? -- gridò Filippo, impallidendo.

-- Io, sì; che ci trovi di strano? Più strano fu il tuo "non c'è male",
mentre io avevo avuto il piacere di vederti così animato nella tua
conversazione con quella cara fanciulla. --

Infastidito da quel ricordo, e da altri ancora, Filippo Aldini crollava
il capo e batteva le labbra.

-- Rinfacciami sempre una frase disgraziata! -- diss'egli. -- Dovevo
rispondere che è un sole? che è un angelo?

-- Eh, perchè no? L'avevo ben detto io, che pure amo mia moglie, e non
conosco altra donna da metterle in paragone; potevi dirlo tu, che sei
libero. --

Filippo rimase un tratto in silenzio, cercando argomenti che non
volevano lasciarsi trovare. Infine, di guerra stracco, girò di fianco il
punto difficile, ritornando alla sua prima linea di difesa.

-- Sei curioso, col tuo modo di ragionare! -- riprese. -- Orbene, se
pure avessi pensate tutte quelle belle cose, dovevo io dirle, lasciando
scoprire Dio sa che orgogliose intenzioni? Dovevo in quella vece pensare
che sarebbe stato un errore avanzarmi nella regione dei sogni. E mi son
castigato, se mai, di un sogno pazzo, come quello che tu vorresti fare
per me. Ma ti pare? Io, non sospettato finora, non sospettabile di
calcoli così vili?... Dunque ti prego, Raimondo, non mi parlar più del
tuo sogno, e tralascia i buoni uffici che vorresti fare per me.

-- Ti ho detto che ho già aperto il fuoco.

-- Con lei?

-- Con lei, no, con sua madre. Ma, per quello ch'io ne so, dev'essere
tutt'uno.

-- Tutt'uno! Che cosa ne sai?

-- Questo, che la signora Eleonora ti vede di buon occhio, e ti stima
moltissimo; intendi? moltissimo; è stata la sua parola. E aggiungo che
la signorina Margherita ti ha lodato come un cavaliere compito, il primo
ch'ella abbia ancora conosciuto, per ingegno, per cultura, per serietà,
per buon gusto; e ti fo grazia del resto. --

Filippo si era lasciato andare, come sfinito, contro la spalliera della
scranna; aveva arrovesciato il capo, e ad occhi chiusi meditava. Che
cosa? Forse le parole di Margherita; forse la gravità del suo caso. Ah,
quel prepotente Raimondo! faceva come voleva, senza chieder permesso,
senza avvisare, e metteva lui negl'impicci.

Intanto, il prepotente Raimondo proseguiva la sua narrazione.

-- Tornando alla signora Eleonora, le ho parlato a cuore aperto,
esponendole la mia idea. S'intende che non potevo darla intieramente per
mia, e che dovevo lasciarla credere un po' tua, anzi molto tua. Se ho
fatto male, se ti ho compromesso, accoppami, o perdonami; ti lascio la
scelta. Ma tu lasciami aggiungere che la madre è tutta per te; l'hai
conquistata, pare. La buona signora, che tutti credono così orgogliosa,
così piena di sè, è nel fatto una donna di gran buon senso, semplice di
gusti e dotata di un ottimo cuore; non mi ha fatto altra osservazione
che questa: "bisognerà parlarne a mio marito; ogni cosa dipende da lui".

-- Ah, vedi? -- gridò Filippo scuotendosi. -- Ecco qui, dove incomincia
il difficile. --

Raimondo gli rispose a tutta prima con una spallata.

-- Ma che difficile! -- soggiunse poscia. -- Che difficile mi vai tu
sciorinando? Conosco l'uomo; è ragionevole, un vero filosofo, e pensa
che la boria dei quattrini va lasciata agli sciocchi. Figùrati che al
suo paragone io sia un mostro di superbia. Egli dunque non farà
questione di denaro, te ne sto io garante. E poi, che si canzona? un
partito come te non si trova ad ogni cantonata. Non ne convieni? Hai
torto. Lascio stare la tua persona, per non offendere la tua modestia;
le tue doti morali, non le vuoi mettere in conto? E il tuo titolo, che
ha pure il suo prezzo? Non sei ricco; ma sei pieno d'onore. E poi, che
cos'è questa ricchezza? Da dove si comincia a calcolarla? Tu hai
finalmente dugentomila lire al sole.

-- Dugentomila! -- ripetè Filippo, tentennando la testa.

-- Al quattro per cento, sicuro; -- replicò Raimondo. -- La tua piccola
tenuta non ne rende forse ottomila? E ancora, se Dio vuole, sarà
governata alla diavola, sfruttata in prima mano dal fattore, e in
seconda mano dall'agente. Ci campano tutti, e non migliorano il fondo.
Questo, frattanto, vigilato un po' meglio, può rendere dieci, dodicimila
lire; ed allora tu ne possiedi trecentomila, sempre al quattro per
cento. Potrai dunque garantire la dote di tua moglie, se, puta caso, la
batterà dalle dugento alle trecentomila. Meglio ancora; quella dote, da
uomo serio, tu non la sciupi; puoi convertirla subito in terre,
allargando, raddoppiando il tuo fondo. E se ciò non basta, se la dote è
più vistosa ancora, non sono qua io per far fronte?

-- Tu? -- disse Filippo, arrossendo fino alla radice dei capelli.

-- Io, sì, io che son ricco, e per una volta tanto me ne voglio vantare;
io posso aggiungere che tu hai, depositate al mio banco, centomila lire
in cartelle di rendita.

-- Una bugia! -- esclamò Filippo, torcendo le labbra.

-- No, caro; dipende da me che sia una verità. Tu non conosci l'amico
tuo, lasciatelo dire; non sai fin dove, al bisogno, egli porti
l'amicizia, e come la intenda. Ti parlo solenne, vedi? Ma tu mi trascini
pei capelli. Sono senza figli; Dio non mi ha concessa questa
felicità.... se pure si ha da crederla tale; -- soggiunse Raimondo,
cercando consolazione dove poteva; -- e poco sarebbe per me il perdere
quella somma.

-- Non permetterò che tu ne corra neanche il pericolo.

-- Ma non la perderò; -- riprese Raimondo, -- poichè rimarrà nella mia
cassa forte. Se tu m'annoi, bada, dirò che il tuo deposito è di
dugentomila. Infine, senti, non mi far pena coi tuoi rifiuti, più
orgogliosi che tu non pensi, più orgogliosi del sogno che non osavi
fare, e di cui ti volevi castigare. Voglio il tuo bene; voglio vincere;
Margherita è un angelo, e deve esser tua. Sono impegnato, dopo tutto;
che figura farei, se dovessi rimangiarmi quello che ho detto? Sii
ragionevole, amico; obbedisci a chi ti ama, e non lo far passare per un
burattino. --

Filippo Aldini era stato lungamente zitto, come oppresso da quella
valanga di ragioni, di esortazioni, di prepotenze. Ma bisognava
rispondere qualche cosa; Raimondo era in attesa, smanioso, incalzante,
con la tensione dello sguardo e col fremito delle labbra.

-- E allora.... -- chiese Filippo, esitando, -- dirai alla tua
signora....

-- Che c'entra lei? -- gridò Raimondo, inarcando le ciglia dallo
stupore.

-- C'entra benissimo; -- rispose Filippo, questa volta con accento più
risoluto, staccando le frasi e battendo le sillabe. -- La moglie è ricca
di ciò che possiede il marito. E tu dovrai dirle che mi vuoi far ricco
d'una parte, sia pur piccola, del tuo, e che io ho accettata l'offerta.
Che cosa penserà ella? Che io sono un matricolato furfante, entrato
destramente nelle tue grazie, in veste di amico sincero, coll'idea di
accostarmi alla cassa. Infine tutto ciò che dovrei fare per compiacerti,
mi diminuisce nella mia propria stima. Come oserò andare dalle signore
Cantelli, dopo quello che hai detto alla signora Eleonora? Come oserò
mettere ancora il piede in casa tua, dopo quello che dirai alla signora
Zuliani?

-- Oh Dio! -- esclamò Raimondo, che incominciava a sentirsi scappar la
pazienza. -- La signora Eleonora sa da me che saresti andato da lei, e
mi ha mostrato di gradire assai la tua visita. Non puoi farne di meno,
senza passare per uno screanzato. Quanto allo scrupolo che hai per la
mia cassa, siccome è una probabilità molto lontana che io debba fare al
banchiere Cantelli il discorso che ti avevo accennato, è chiaro che io
non ne debba parlare a nessuno, e molto meno a mia moglie, colla quale,
del resto, io non ho mai discorso d'affari. Per tua norma, la casa e la
cassa le ho sempre tenute separate; è l'unico modo perchè non si diano
noia a vicenda. Sei contento? Non ancora, mi sembra. Ebbene, ritiro, se
vuoi, mi rimangio l'idea di esserti utile al bisogno col mio denaro, che
finalmente non avrei dovuto neanche metter fuori. Ti va, benedetto
ragazzo? Ecco adunque appianata la gran difficoltà. L'essenziale è che
tu vada dalle signore Cantelli. Faccio, se tu non vai, una figura
barbina; e non la merito, com'è vero Dio, non la merito. Ma vediamo di
appianare anche questa; -- soggiunse Raimondo, cavando l'orologio per
guardar l'ora; -- sono le due e mezzo in punto; non hai da vedere i tuoi
commilitoni prima delle quattro. Di qui in un volo siamo a San Marco; in
un altro al Danieli, e facciamo questa visita insieme.

Filippo Aldini chinò la fronte rassegnato. Era preso, come in una morsa,
dal suo prepotente amico. E lo seguì in istrada; ma non fu necessario di
fare i due voli che Raimondo annunziava, perchè, riusciti dalla via del
Telegrafo all'imbocco delle Procuratie, incontrarono le signore Cantelli
davanti alle vetrine del Munster. La signorina Margherita andava per
l'appunto dal libraio, in cerca di un'opera recente che desiderava di
leggere. Qui, dunque, saluti e fermata; comperato il libro, e mandatolo
all'albergo, le signore avrebbero fatto volentieri quattro passi per le
viottole. Accompagnate, non temevano più di smarrirsi.

-- Vi lascio il mio amico; -- disse Raimondo. -- Io mi ricordo di avere
ancora una lettera da scrivere, per impostarla prima di sera. --

E se ne andò, felice, rifacendo la strada verso il suo banco. Il merlo
finalmente era in gabbia.

-- Ce n'è voluto, -- pensava Raimondo, -- ce n'è voluto, con quel
cercatore di gretole. Ma vedete un po' come sono diversi gli uomini! C'è
chi arraffa di qua e di là, e chi tiene costantemente le mani in tasca.
Uno v'insidia giorno e notte la borsa; un altro, a cui la offrite, ve la
sbatte signorilmente sul muso. Vogliamo credere che ci siano due razze
umane, in natura? Ho letto non so più dove che ci furono uomini prima di
Adamo sulla faccia della terra, e che ciò apparisce anche dal racconto
della Bibbia. Dunque diciamo Adamitici gli uni, discesi dalla semenza di
Adamo, e Preadamitici gli altri che non si sa donde siano mai capitati.
Basta, andiamo a scrivere questa lettera, la quale mi par più che mai
necessaria. Se, Dio guardi, la signora Eleonora non è forte di
scrittura, mi lascia qualche cosa nella penna, non dicendo al signor
Anselmo degnissimo tutto quello che occorre. Qui bisogna battere il
ferro mentre è caldo. E tu passeggia, passeggia colle signore, mio
preadamitico eroe. --

Filippo Aldini passeggiò infatti, e più lungamente che non prevedesse
Raimondo. La signorina Margherita voleva osservar tante cose, ed era
così lieta di assistere a tante gustose scenette di vita popolana! In
verità, non si era mai divertita tanto come in quelle due ore. Peccato
che fossero calate le ombre della sera, nell'inverno così
fastidiosamente sollecite, per interrompere quella passeggiata piacevole
e per rimandar lei con la mamma all'albergo. Ad ogni modo, erano già le
cinque suonate quando Filippo si congedò all'ingresso del Danieli,
ringraziato con effusione della sua gentil compagnia.

E i due commilitoni che lo aspettavano alle quattro? Filippo non ci
pensò nè punto nè poco.

Esistevano poi davvero, quei due?




                                   V.


                            Natura ed arte.


Filippo Aldini era rimasto finalmente libero, reso alla solitudine de'
suoi pensieri. Solitudine, non quiete; tanto la giornata era stata piena
di commozioni per lui. Nè l'agitazione del suo spirito si chetò così
presto, che non passasse ancora gran parte della notte insonne. Quante
novità! e come, senza volerlo, senza prevederlo, si ritrovava egli
lontano in poche ore dai forti propositi in cui gli era parso di non
dover vacillare nè allora nè mai! Oh, infine che cosa poteva egli
rimproverarsi? Raimondo aveva proposto e disposto, premeditato,
combinato e conchiuso. Anche conchiuso? Almeno pareva; e dal modo come
il suo prepotente amico aveva condotto fino a quel punto il negozio, era
da credere che tutto oramai dovesse andargli a seconda. Che cosa
valevano contro quell'audacia fortunata le ragioni di Filippo? Ed erano
ragioni? Scrupoli, sì; e parecchi, e d'indole diversa. Ma non appariva
in tutto ciò la mano del destino? I fati, fu detto dagli antichi,
conducono i volenti, ma ancora e più trascinano i restii; che serve
dunque il ribellarsi?

Nel fatto, egli era innamorato di Margherita più che non avesse lasciato
dire da Raimondo, più che non avesse fin allora voluto confessare a sè
stesso. Aveva ricevuto il colpo fatale fin dalla prima volta che la
divina fanciulla gli era passata davanti agli occhi, con la mamma e con
Raimondo Zuliani, sotto le Procuratie Vecchie, mentre egli stava per
uscire dal Florian. L'aveva veduta fermarsi in piazza San Marco, alla
solita scena dei colombi, che è il trastullo di tutte le signorine e di
tutte le spose novelle appena giunte a Venezia. Alta e snella, con
quella massa di capelli nerissimi che facevano spiccar maggiormente il
candore perlaceo del viso; nettamente disegnata la flessuosa persona in
mezzo a quello sciame di volatori, che le roteavano sul capo, o intorno
alle spalle, quali avventandosi alle sue candide mani colme di grano,
quali fermando il volo sulle sue braccia, per aspettare la volta loro;
pareva una bella ninfa antica per "nuovo miracolo e gentile" rivivente
ai dì nostri, forse indegni di tanta fortuna.

E poi, due giorni appresso, quando meno se l'aspettava, le era stato
presentato. L'aveva veduta da vicino; era stato costretto ad osservarla.
Che grazia ingenua, su quel labbro! che nobiltà serena, in quell'occhio
luminoso, sotto le ciglia lunghe più nero e più lampeggiante! in quella
linea delicata del profilo purissimo, e in quella compostezza leggiadra
della persona! Non più una ninfa antica, ma una dea veramente. Diana, o
Minerva? C'era molto dell'una e dell'altra in quella stupenda figura,
nel portamento, negli atti, nella espressione del volto.

Quei benedetti artisti greci, che avevano foggiate tante divinità
femminili, deliberatamente chiusi nella ricerca di un'immagine spiccata,
conforme al tipo che dovevano raffigurare, non avevano mai pensato a
fondere in uno i due tipi, della bellezza rigidamente casta, sempre un
po' acerba, quasi selvaggia, e della bellezza intelligente, più serena e
più dolce. Sicuramente, quegli artefici insigni avevano cercate altre
espressioni, plasmando altri simulacri di dee; ma tutte semplici, d'un
carattere unico: Cerere, ad esempio, faccia contenta di buona massaia,
colle pupille a fior di testa e colle palpebre abbassate, come a
raccoglier lo sguardo sulle cose della terra; Giunone, maestà
consapevole, cogli occhi bovini, che non andavano più là dalle bianche
braccia, ond'ella era sempre stata orgogliosa. Quanto a Venere, celeste
o terrestre che fosse, uscita appena dalla spuma del mare, o dai lavacri
d'un bagno tiepido, era sempre la imagine di una donna, che doveva
parlare ai sensi il linguaggio della bellezza; linguaggio possente, a
cui non occorrono profondità di pensiero.

Quante sottigliezze! Ma gli passavano per la mente; e bisognava dirle, e
bisognerà perdonargliele. L'Italiano, finalmente, imbevuto di classico
latte, ha queste cose nel sangue. Margherita, agli occhi di Filippo
Aldini, era bellezza perfetta di forme, avvivata da un lume ideale che
prometteva tesori d'intelligenza elettissima. E l'amava, l'amava, con
tutte le potenze dell'anima. L'amore è così; viene quando vuole, e quasi
sempre contro il nostro volere. Avete formate le vostre abitudini; il
vostro genere di vita, vi paia buono o mediocre, vi si adatta al
raziocinio, come alla persona un abito vecchio: stimate di esser calmo,
tranquillo, immutabile nei gusti e nelle consuetudini, perchè da un
pezzo non avete avvertita la necessità di nessun cambiamento. Ed ecco,
passa l'ignota sul marciapiede, arresta con uno sguardo distratto e
fuggevole il vostro occhio abbagliato, v'inonda della sua luce, vi
penetra del suo fluido magnetico, vi rende di punto in bianco tutt'altro
da quello di prima. Buon per voi, se sono in quella imagine vittoriosa
uniti i due tipi celesti, Diana e Minerva, casta bellezza e intelletto
sovrano. Quantunque, armate come sono ambedue, non c'è da star troppo
allegri; fanno due ferite ad un tempo.

Nondimeno, se era stato colpito, Filippo Aldini si era anche e presto
riavuto del colpo. Gran forza d'animo, la sua; per quanto, a guardarci
bene addentro, sentisse di non averne gran merito. Un vecchio proverbio
veneziano gli significava per l'appunto il vero della sua condizione:
"per forza, San Marco!". E aveva creduto di dire ogni cosa, di
difendersi bene, ripetendo a sè stesso: è troppo ricca. Ma anche questo
non senza impeti di ribellione in fondo al cuore. O Dio, perchè una
donna è troppo ricca, bisognerà dunque odiarla? Ma c'erano altre
ragioni, purtroppo; tanti sono i fili che ci muovono, o che non ci
lasciano muovere, ingarbugliandosi maledettamente tra loro, e
togliendoci ogni libertà di operare. Dunque, nessun passo oramai, che
non fosse per dare indietro. E per fortificarsi in quel duro proposito
aveva fatto quest'altro ragionamento, che era una consolazione, in
verità, ma una consolazione di dannato. Ebbene, diceva egli, l'ho
veduta, l'ho ammirata, l'ho tutta raccolta in me, questa bellezza
trionfante; le dedicherò un culto severo nel profondo dell'anima. E
vecchio, gelato il sangue nelle vene, ma non offuscata nel cervello la
memoria degli anni vissuti, potrò dire a me stesso con legittimo
orgoglio: veramente son nato in un felice periodo della vita del mondo,
che m'ha fatto contemporaneo d'una bellezza così nobile e cara.

Niente più visite, adunque; ma dentro di sè gli pareva di essere
diventato un altr'uomo. Avrebbe chiuso il suo cuore, lo avrebbe
sigillato come una fiala di essenze odorose. Più nulla avrebbe concesso
al mondo circostante, se non la parte più vana di sè; stoicamente chiuso
ai profani avrebbe serbato il sacrario dell'anima sua dolorosa. La
tristezza, infine, non nuoce; pari a certe acri sostanze, profuma e
custodisce tutto ciò che involge e compenetra. Filippo ne aveva già
conosciuto qualcheduno, di quegli uomini misteriosi, ai quali è custodia
e nutrimento un celato dolore, e che, calmi nell'aspetto, cortesi senza
condiscendenze alle altrui leggerezze, interamente padroni di sè
medesimi, passano e lasciano sul loro cammino un tenue solco di luce, un
bagliore incerto e discreto, che li rivela e li nasconde ad un tempo.

Disegno triste e caro, per tanti giorni vagheggiato nell'anima, com'eri
ad un tratto svanito? Raimondo voleva; Raimondo aveva mutato ogni cosa,
disfatto il faticoso edifizio di Filippo in un soffio. Era il destino, e
Filippo si lasciava trascinare dal destino. Aveva egli poi modo di
operare diversamente? I due terzi della notte erano stati passati da lui
a meditare, a combattere, a fremere di cento scrupoli, di cento rimorsi.
Nessuno scampo, nessuna difesa; era il destino, che voleva così. Filippo
se lo ripetè cento volte, dopo aver cento volte rivoltato per ogni verso
il suo caso di coscienza. Non ci voleva oramai pensar più. E qui, o per
istanchezza che sentisse, o per senno che avesse fatto, si addormentò
finalmente.

Si addormentò, dunque, ma il suo sonno non potè andare tant'oltre, che
non fosse visitato da un sogno. Aveva meritato di farlo piacevole, dopo
tanti contrasti; e veramente il suo sogno fu tale, ch'egli non avrebbe
potuto desiderarlo migliore. Filippo era solo, tutto solo, in una barca
senza vela e senza remo; e andava tuttavia, scivolava sull'onde verso il
mare alto, a lume di sole mattutino, entro una massa leggera,
trasparente, formata di rosei vapori, lasciandosi indietro un fitto velo
di tenebre. Non si voltava a guardarle, quelle tenebre dense; le sentiva
alle spalle, gravide di tempesta, sibilanti, piene di mostri, di gòrgoni
e di chimere; e le cacciava col pensiero da sè, a grado a grado
allontanandosi, sempre più immergendosi in quella nebbia rosata e
luminosa, che attenuandosi via via gli faceva balenare allo sguardo i
vaghi contorni d'una riva lontana. La barca scivolava, volava sulle
spume, già era fuori d'ogni pericolo. Ma c'era egli stato, il pericolo?
Egli non ne aveva, a dir vero, un'idea molto chiara.

E la riva lontana si avvicinava, pareva correre incontro a lui, quanto
più volava la barca prodigiosa sulle acque tranquille, senza aiuto di
vela, senza impulso di remo. Già una forma gentile si disegnava tra quei
tenui vapori rosati; si veniva condensando ad occhi veggenti in persona
conosciuta; alzava il braccio, stendeva la mano per dargli il benvenuto,
mentre una vocina soave, uscita dal suo labbro vermiglio, gli echeggiava
per tutti i recessi dell'anima: "Ah, finalmente, ritorna il mio
cavaliere?"

Sì, ritornava a lei, così volendo il destino. E la barca, frattanto,
appena toccato il lido incantato, spariva; ed egli era là, sulla
spiaggia, preso per mano dalla gentile apparizione. Allora, per miracolo
nuovo, il lido spariva a sua volta; ed egli e lei, tenendosi sempre per
mano, muovevano leggeri leggeri sul verde smalto d'un prato, di tanto in
tanto levandosi a piccoli voli, posando il piede a terra un istante per
rivolare ancora, come due uccellini che alternassero capricciosamente i
passi coi salti, e i salti colle volate, spensierati ed allegri,
contenti di sè e dell'ora propizia, senz'altro desiderio che di sentirsi
vivere. E si addentravano, così muovendo i passi e i voli, in una valle
ampia, per lenti giri sinuosa tra due ordini di colline verdeggianti,
lungo le rive d'un fiume, ora ristretto e gorgogliante tra scogli
muscosi e macchie di ontàni e di càrpini, ora placido e disteso sui
greti come una lunga fascia d'argento. Dal colmo dei poggi, frattanto,
occhieggiavano al sole ceppi di case e castella; dalle alte ripe sassose
ruzzolavano branchi di capre a dissetarsi nei tònfani; sulle vette dei
pioppi inneggiavano i rosignuoli ai non contesi amori, alle gioie
imminenti del nido.

Ma egli aveva già veduta quella valle; la conosceva bene da un pezzo.
Laggiù, sulla sua destra, quel monte solitario, sparso di casolari a
mezza costa, non era lo Sporno? Più in là, sulla sinistra, quell'altro
monte, erto e lungo, non era il Caio, giustamente superbo del suo nome
romano, vestito i fianchi di pini e di cerri, il dorso di faggi, o le
alte insenature di corbezzoli e di peri selvatici? Più oltre ancora e
più su, non erano quelle le creste dell'Appennino, dalla rupe
dell'Orsaro all'alpe di Succiso? E lì, poco lontano da lui, quelle folte
siepi di biancospino, ben ragguagliate dal falcetto, correnti in lunghe
file accanto alla strada, non segnavano forse i confini del suo lembo di
terra? E le indicava, tutto felice, alla sua dolce compagna. "E qui il
mio Lesignano; il vostro Montechiarugolo è laggiù da sinistra. Volete
che ci andiamo? Anch'io lo vedrò volentieri. Ma quanto cammino fin là, e
in terra non nostra, pur troppo! Bisogna che l'intervallo si colmi, non
vi pare? Bisogna che siano unite le nostre terre, come sono unite le
nostre mani...." -- "Sì, sì," gli rispondeva la cara voce; e una cara
mano tremava nella sua.

Bel sogno! bel sogno! Quanto era durato? Certo, a contenere le molte
cose vedute, tutto il tempo ch'egli aveva passato dormendo. Si era
destato, infatti, avendo ancora quella dolce visione negli occhi, e la
sua destra ancor tiepida dal tocco della mano di Margherita. La giornata
che doveva seguire, non sarebbe stata meno lieta per lui. Quella mattina
andò al Danieli verso le undici, ora combinata per l'appunto colle
signore Cantelli. Le trovò, che avevano finito di far colazione,
essendosi volentieri adattate ad anticiparla un poco, per conceder più
tempo alla gita che avevano disegnato di fare.

La signorina Margherita fu lesta a mettere il suo cappellino nero alla
spagnuola, dal nastro cremisi, sul ricco volume della chioma corvina, e
a gittarsi sulle spalle il corto mantello di velluto, nero anche quello
e con la fodera dell'istesso colore del nastro. Nero e rosso le andavano
d'incanto. La signora Eleonora fu più lenta ad aggiustare intorno alle
staffe dei suoi capegli grigi il cappellino chiuso, guernito di viole
mammole, e a tapparsi con molta cura nella sua pelliccia di martora.
Uscite col signor Filippo dall'albergo, passarono il ponte dei Sospiri,
svoltarono dal palazzo Ducale a San Marco, e di là, per l'arco
dell'Orologio, entrarono in Mercerìa, non già per rimanervi, a goder lo
spettacolo, sempre nuovo della turba affaccendata e chiacchierina. Quel
giorno andavano assai più lontano, e senza avere da dondolarsi in
Laguna. Che piacere! Margherita amava far diverso, se poteva, dalle
altre viaggiatrici: quelle in gondoletta per ogni piccola corsa; lei
volentieri a piedi per le corse più lunghe. Che peccato non aver sempre
al fianco una guida come il conte Aldini gentilissimo! Per quella volta,
a buon conto, non mancando la guida desiderata, non c'era da temere di
smarrirsi in quel labirinto di calli, di campi e di campielli, di
fondamenta, di ponticelli: senza darsi pensiero della via da tenere,
Margherita avrebbe osservata e studiata frattanto, di quartiere in
quartiere, quella calca di popolino così gaio, così originale nella sua
vivacità, e sentita bene quella sua parlata tutta vezzi e moinerie,
arguzie di pensiero e carezze di suoni.

Riusciti al ponte di Rialto, ed ivi passato il Canal Grande, scesero a
San Giacomo, donde piegarono a sinistra per Campo San Polo. Laggiù era
un altro viluppo di strade, con gran delizia della signorina Margherita,
che rideva spesso e volentieri, quel giorno, dovendo fare, al cenno
della sua guida severa, tanti giri e rigiri impreveduti, andare a
sghembi come le saette, ficcarsi per cento viottole, varcare cento
ponticelli minuscoli, e pensare frattanto, pensare con un vago terrore
quante volte si sarebbero smarrite, lei e la mamma, se avessero dovuto
fare quel curioso tragitto da sole.

-- Ci siamo; -- disse Filippo, come furono nella contrada di San
Giovanni Decollato. -- Ella sarà un po' stanca, signora?

-- Ma no, ma no; -- rispose la signora Eleonora. -- Sento un po' meno il
bisogno della pelliccia, ecco tutto.

-- Voglia sopportarla due minuti ancora. L'aprirà quando saremo al
Museo; -- soggiunse Filippo.

Andavano infatti a visitare il museo Correr; museo municipale, così
chiamato dal nome del suo fondatore, che alla città lo aveva
generosamente lasciato, ma via via cresciuto ed arricchito dalle
liberalità di altri nobili veneziani. C'era un po' di tutto, là dentro:
tele, marmi, bronzi, maioliche e porcellane, vetri di Murano anteriori
al Mille, musaici, smalti, nielli, gemme incise ed avorii intagliati,
monili d'oro e d'argento; a farla breve, tanto da tesserci per via
d'esempi la storia di tutte le arti e di tutte le industrie veneziane.

Margherita era nel suo elemento: curiosa indagatrice, pronta a ritenere
le cose nuove e a paragonarle con altre già viste, aveva là dentro di
che saziare l'avidità molteplice del suo intelletto, passando così
facilmente da un genere all'altro. I marmi, a dir vero, la lasciarono un
po' fredda, essendo piuttosto scarsi di numero e di pregio. Diede
tuttavia un pensiero a Marco Vipsanio Agrippa, se proprio era lui quel
colosso venuto al Correr dalle case dei Grimani, come ai Grimani dagli
scavi a tergo del Panteon di Roma. Ammirò poi come saggio di precoce
valentìa, due canestri di frutta, che Antonio Canova quattordicenne
aveva scolpiti pel nobile Giovanni Falier. Tra i dipinti la colpì il
ritratto di Cesare Borgia, opera di Leonardo da Vinci; una figura
storica che farà sempre pensare, come e quanto farà sempre fremere. Ma
più grande maraviglia le cagionò un gran disegno a matita nera, di Paolo
Veronese, rappresentante il convito del Nazareno in casa di Simeone, con
la Maddalena pentita ai piedi del Redentore, e Giuda che balza dalla
seggiola in atto di rimproverare alla donna quell'eccesso di pietà, o
quell'abuso di unguento. Era un bozzetto, e Margherita ricordò di aver
contemplato il quadro a Parigi.

-- Certo; -- disse Filippo. -- Paolo Veronese lo aveva dipinto qui, pel
refettorio dei frati Serviti. Ma poi il Senato lo mandò in presente a
Luigi XIV; perciò Ella ha veduto quel quadro nel Louvre.

-- E qui, -- ripigliò Margherita, -- vediamo il capolavoro al suo
nascere. In questo modo comprendiamo meglio il quadro. Tra l'idea e
l'esecuzione c'è quasi sempre un grande intervallo, tutto seminato
d'incertezze, di pentimenti, di aggiunte, di variazioni, per cui la
composizione finale non corrisponde più all'idea primitiva. Qui invece è
bello veder l'idea già matura, fin dal suo primo apparire; e ci guadagna
il pittore, lasciandoci intendere la natura del suo genio. Non crede,
signor conte, che fosse un genio, il Veronese?

-- Lo credo; -- rispose Filippo, mettendosi volentieri all'unisono con
la bella ragionatrice; -- se non per la idealità, certo per la varietà
de' suoi tipi. È un pittore che ha composto mirabilmente le scene più
vaste e più complesse, facendo correre molt'aria e molta luce intorno ad
un gran numero di figure, tutte diversamente atteggiate, e senz'ombra di
sforzo. Ricorda, signorina, le Nozze di Cana, che maraviglia? Quelle
centinaia di personaggi d'ogni razza e d'ogni provenienza, si occupano
ben poco del convitato principale e del miracolo ch'egli sarà costretto
a fare per loro soddisfazione; ma che importa? La nota dominante è
l'allegria della festa: l'allegria basterà dunque a collegare, a
stringere in una tante espressioni svariate; e finalmente la vita umana
non sarà stata mai rappresentata così vera, così evidente, nella
pienezza delle sue forze, nella molteplicità delle sue espansioni. Il
buon Paolo Caliari ha sentito il grande meglio d'ogni altro. Ma anche
nel piccolo può rivelarsi l'ingegno. Veda i quadri del Longhi. --

La signorina Margherita fu ben contenta di vederli, e di esaminarli
attentamente, provandone alla bella prima un gusto matto. Pietro Longhi,
un pittore del Settecento, conosciuto quasi esclusivamente a Venezia,
perchè ivi soltanto si poteva studiarlo, figurava egregiamente nel museo
Correr con quattordici tele. Veneziano nell'anima, originale nella
scelta dei soggetti, bizzarro nella composizione, arguto nei
raccostamene impensati dei tipi, gentile nel tocco, meritava davvero di
trattener l'attenzione. Come il famoso Canaletto per le sue architetture
e per le vedute dei punti più pittoreschi di Venezia, il Longhi suo
contemporaneo, in graziose scene di mascherate, di conversazioni
signorili e di adunate popolari, aveva espressa la vita della sua città
in tutti gli aspetti. I nobili del tempo si contendevano quelle sue
tele, poche delle quali erano più alte d'un metro e più larghe di due,
mentre il maggior numero andavano poco oltre la metà delle accennate
misure, e talune scendevano anche al disotto. Ma in così piccolo spazio
quanta evidenza di rappresentazione, quanta potenza di vita! E non senza
una leggera intenzione di satira; quale almeno si poteva intendere ai
giorni suoi, ch'erano pur quelli del Goldoni e del Parini, e quanta se
ne poteva tollerare nella società un po' frolla del Settecento, ma fine,
delicata, tutta garbo e misura.

Tra i quadri del Longhi attirava subito lo sguardo una viva
rappresentazione del Ridotto, con quella sala piena di gente in
maschera, tutta intenta ai suoi sollazzi, ai suoi piccoli intrighi e
ripeschi. La galanteria dominava; ma la passione del giuoco non poteva
mancare. E appunto da un lato si vedeva la tavola del faraone, il gran
giuoco del secolo, che accomunava intorno ad un tappeto verde stimati
patrizii e avventurieri d'ogni risma, provati gentiluomini e furfanti di
tre cotte, bellamente aiutando a questa miscela l'uso della bautta e
della maschera. La bautta, si sa, era un mantello con rocchetto e
cappuccio, abbastanza somigliante al domino delle mascherate moderne. La
maschera, poi, era di due forme; maschera propriamente detta, intiera, o
tale in apparenza per la giunta del pizzo nero che scendeva a coprire la
bocca ed il mento; mezza maschera senz'altro, detta anche morettina, e
ordinariamente portata dal sesso gentile, che non voleva nascondere
tutte in una volta le grazie allettatrici del viso.

Nella tela del Longhi, un nobile a faccia scoperta, seduto dietro la
tavola, teneva il banco; davanti a lui un cavaliere mascherato puntava.
Nel banchiere, ricorrendo col pensiero alle memorie del tempo, era
lecito di raffigurare il conte Canani, famoso tenitore di giuochi, e nel
puntatore un cavaliere d'industria non meno famoso di lui, e per troppe
altre ragioni, mostro di mariolerìa, d'impudenza e d'ingegno. Ci pensò
per l'appunto l'Aldini, mentre osservava con la signorina Cantelli il
dipinto; ma tenne prudentemente il suo raffronto per sè, non parendogli
che certi nomi dovessero suonare ai casti orecchi di lei.

Le fece piuttosto notare nel fondo del quadro, a sinistra, e dietro alla
tavola da giuoco, una di quelle aperture luminose donde sapeva ricavare
tanti effetti il Teniers, e là in quella apertura d'uscio la veduta di
una bottega da caffè, con molte maschere affollate al banco del
caffettiere.

Poi la condusse davanti ad un altro quadro, dove alla vita del ridotto
succedeva la vita del monastero; allegrissima anche questa, nel
parlatorio elegante, dove le monache e le educande, sporgendo coi
visetti maliziosi dalla grata, ricevevano i complimenti d'una comitiva
di cavalieri e di dame. Non era fitta, la grata; al bisogno poteva anche
aprirsi, facendo di due stanze una sola. Intanto la conversazione
appariva molto animata; e preludiava anche a un altro divertimento,
poichè lì presso ei vedeva rizzato, e pronto a cominciar lo spettacolo,
un casotto di burattini.

Altro quadro più in là, raffigurante una piazza; e sulla piazza un palco
da ciarlatano, donde un vecchio Dulcamara esaltava la magica virtù di
certe boccettine, che vendeva alle belle ragazze; l'elisir d'amore,
senza dubbio, del quale pareva invogliata anche una gran dama, venuta in
piazza con la morettina sul viso, facendosi sostenere lo strascico
dall'immancabile cavalier servente in bautta. La bautta era in voga; non
disdiceva neanche nei più alti luoghi, nei più solenni ricevimenti. Ne
faceva testimonianza un terzo quadro, dov'era rappresentato un doge,
niente di meno, il doge Pietro Grimani, seduto in trono e circondato da
quattro consiglieri, in atto di ricevere un senatore, che gli presentava
una dama e due gentiluomini, come lei mascherati. Benedetto doge
Grimani, a cui le cure dello Stato, nobilmente sostenute dal 1741 al
1752, concedevano qualche onesto sollievo!

Il dipinto che lo raffigurava era certamente stato fatto per sua
commissione. Dogi e senatori, come tutti i patrizii veneziani, gradivano
di vedersi effigiati nei quadretti del Longhi. Era un modo di tramandare
le proprie sembianze ai posteri, senza la solennità del gran quadro, e
col vantaggio di essere ricordati in mezzo alle loro famiglie. Così in
un'altra tela del gaio pittore si vedeva un parrucchiere tutto premuroso
acconciare il capo ad una gran dama; la quale, seduta allo specchio,
sorrideva ad un bambino, ancora in braccio della paffuta nutrice.
Frivolezza e sentimento materno sapevano stare in buona armonia, sotto
la protezione d'un ottimo capo di famiglia, il cui ritratto pendeva
appunto dalla parete, portando la scritta col nome del doge Carlo
Ruzzini, e l'indicazione del 2 giugno 1732, giorno in cui egli era stato
elevato a quella serenissima altezza.

Invaghita del gentilissimo pittore e del suo fare arguto, la signorina
Margherita non trascurò nessuna di quelle quattordici tele. E si
ripromise ancora di andare una seconda volta alla Accademia di Belle
Arti, dove ce n'erano altre sei del Longhi, da lei neppure guardate
nella prima sua visita, tra perchè si ritrovavano confuse in una
minutaglia di quadretti della raccolta Contarini, e perchè non era
andata là in compagnia d'un cicerone di tanto criterio e di tanto buon
gusto.

-- Ci andremo insieme, non è vero? -- diss'ella. -- Anche il piccolo ha
i suoi pregi; e riconosco volentieri che occorre un grande ingegno per
cogliere con tanta fedeltà ed esprimere con tanta evidenza gli aspetti
di una piccola vita.

-- Ricorda, signorina, -- chiese Filippo, -- ricorda un altro pittore,
che ha espressi in piccolo, e con arte maravigliosa, gli aspetti della
grande? un pittore di prospettive, che ha saputo popolare di figurine a
migliaia, alte pochi centimetri, i fondi più vasti, e dare a quelle
figurine la espressione più viva?

-- No, di chi parla?

-- Del cavalier Pannini; poichè ella è stata a Parma....

-- Ah, sì, vero! -- gridò la signorina Margherita. -- Il cavalier
Pannini, che ha riempita la pinacoteca della Pilotta con tanti episodj
del viaggio di Carlo III, di quel simpatico re vagabondo, passato dal
trono di Parma a quello di Napoli, e dal trono di Napoli a quello di
Madrid. Ella ha ben ragione; anche il cavalier Pannini è stato un grande
artista, ed io l'ho veduto con piacere, come una vecchia e cara
conoscenza, anche a Parigi, nella galleria del Louvre. Ma torniamo a
Parma; -- soggiunse la fanciulla, con un risolino malizioso. -- Ci ha
più pensato, Lei?

-- A Parma?

-- Sì, a Parma, e al vecchio palazzo degli Aldini. --

Filippo trasse un sospiro, e lì per lì non rispose. Troppe cose avrebbe
avuto da dire.

-- Ma già, capisco; -- ripigliò la fanciulla. -- Si può pensare a Parma,
vivendo da tanto tempo così volentieri a Venezia? --




                                  VI.


                         Digne et in aeternum.


Il colpo lo coglieva in pieno petto; colpo involontario, colpo
innocente, ma fiero. Filippo Aldini balenò un istante, e rimase un
tratto senza parola, tanto era sconcertato.

-- Non mi lagnerò, -- diss'egli, dopo quella pausa forzata, -- non mi
lagnerò di questo lungo soggiorno, poichè il prolungarlo fin qui mi ha
fruttato la loro conoscenza. --

La frase galante meritava il suo premio in un sorriso di amabile
compiacenza da parte della signora Eleonora. Ma questa non era là per
sentirla: da un quarto d'ora almeno, stanca di passeggiare per le sale
del museo e di star ferma in piedi davanti a quei quadri, dove la sua
Margherita e il conte Aldini trovavano tante bellezze, la buona signora
aveva preso posto sopra un seggiolone antico, presso il finestrone d'una
camera attigua, lasciando ai due giovani il piacere di muoversi, di
fermarsi, di ammirare a lor posta. Nè per lei diede il premio
dell'amabil suo sorriso la signorina Margherita, che in quella vece si
era fatta un po' rossa.

Ma un complimento non era una ragione; e Filippo continuò:

-- Del resto, sono i casi della vita che ci comandano un poco, e sempre
assai più delle nostre preferenze. Ella poi non mi creda dimentico di
Parma, nè di un consiglio così gentile come il suo. Se sapesse! Ho
sognato ancora stanotte di esserci ritornato.

-- Davvero?

-- È là, non nel palazzo degli Aldini, di cui non conosco l'interno,
poichè esso non apparteneva già più alla mia gente quando io son nato:
ero invece fuori di città, verso i colli, dalle parti di Lesignano, con
la veduta di Montechiarugolo.

-- Ah, bene, Montechiarugolo! -- ripigliò Margherita. -- È un paese
tanto simpatico! Ci dev'essere anche la storia d'una fata, che non ho
potuto raccogliere. La sa, Lei?

-- No, e me ne duole; -- rispose Filippo. -- Ma ci sarà una buona fata,
quando ella ci andrà. Per intanto, -- soggiunse egli, passando veloce su
quell'altro complimento, che faceva arrossire un'altra volta la
signorina Margherita, -- io sono andato a Lesignano, come ho avuto
l'onore di dirle; e non mi sono fermato nella mia bicocca di laggiù;
sono corso in quella vece difilato verso i monti, padrone del mio tempo,
senza una mèta prefissa, felice di correre, e senza maravigliarmi
neppure della nuova facoltà che avevo acquistata, la facoltà di volare.

-- Tutto solo?

-- No, non solo.

-- Ah, dicevo bene! Sarebbe stato un piacere da egoista.

-- Vuole che le dica con chi ero?

-- Dica, dica.

-- Con una gentile signorina, a cui facevo indegnamente da cicerone.

-- Ci cresce l'indegnamente; -- notò Margherita. -- La signorina
certamente sarà stata felicissima. Con le ali anche lei, voglio credere.
E che cosa le ha fatto vedere da quelle parti là?

-- Una ròcca stupenda, fieramente piantata sopra un poggio, con quattro
torrioni sugli angoli e un battifredo sul ponte d'ingresso.

-- Un battifredo? Le confesserò candidamente la mia ignoranza....

-- Battifredo, -- fu pronto a commentare Filippo, -- torre della
guardia; alta per dominare molto paese in giro; munita di campana,
perchè gli uomini in vedetta suonino a stormo appena scorgano in
lontananza il nemico. La ròcca, poi, si chiama Torrechiara; la fabbricò
a mezzo il Quattrocento un gran gentiluomo, che era stato uno dei
maggiori capitani di Francesco Sforza. Signore di molte castella sul
territorio parmense, ed anche più oltre sul milanese, Pier Maria de'
Rossi, conte di San Secondo e marchese di Berceto, si ritirò un bel
giorno dalla corte ducale di Milano e da tutte le pompe mondane: non
bastandogli, o non parendogli abbastanza fuori del consorzio umano le
altre sue ròcche, volle edificare anche quella, e ci si rinchiuse per la
seconda metà della sua vita, che fu certamente la migliore. Amò
concentrarsi, e fu savio; -- soggiunse Filippo con accento di desiderio.
-- Appartato dal mondo, non ebbe più da sentirne la noia.

-- Ah, l'egoista! -- esclamò Margherita, un po' per l'antico gentiluomo,
un po' pel moderno.

-- Ma no, non era solo; -- ribattè prontamente Filippo. -- Consolava la
sua solitudine una donna gentile, e a farlo apposta una milanese come
lei.

-- Ma io son di Como, l'avverto.

-- Oh, veda! Ma io ho detto milanese come si suol dire, genericamente,
per comprendere tutta la regione che ha obbedito in altri tempi a
Milano. Del resto, ignorando ch'ella fosse nata a Como e sapendo ch'ella
vive a Milano, potevo ben dir milanese, ne conviene? Ora veda un po' che
strana coincidenza! La dama di Torrechiara era quasi di Como. E non
creda ch'io le voglia cambiar le carte in tavola; le dico subito nome e
cognome; si chiamava Bianca Pellegrini, ed era marchesa d'Arluno. La
storia sua non la so così bene come il suo nome; ma certo il De' Rossi
aveva conosciuta la bella a Milano, quando viveva alla corte dello
Sforza, o della vedova di lui. Quanto alla leggenda, essa racconta che
in abito di pellegrina, col sarrocchino di cuoio, sparso di nicchi,
sulle spalle, e il bordone nel pugno, la bellissima Bianchina muovesse
di Lombardia per andare dal suo Pier Maria, caduto in disgrazia e
ritirato nel suo territorio. Ma credo che la leggenda sia stata
inventata, prendendo le mosse da certe pitture della ròcca di
Torrechiara, per le quali appunto nel mio sogno io mi ero disposto a
farle da cicerone.

-- Ha avuto un bel pensiero, dormendo; -- notò Margherita. -- Non lo
deponga ad occhi aperti, e mi descriva le pitture di Torrechiara; io mi
sforzerò di vederle.

-- Ecco qua; -- riprese Filippo. -- Ma prima vediamo la ròcca. Quattro
torrioni angolari, le ho detto, non tenendo conto di alcune torri più
basse, e di altri lavori per difender gli approcci. I torrioni,
naturalmente, son collegati da bastioni, che dànno anche posto a lunghi
loggiati coperti, donde si gode la vista delle circostanti campagne. Tra
questi corpi avanzati, che sono i torrioni ed i loggiati, si stendono
quattro giardini, veri orti pensili, debitamente alberati e fioriti,
affinchè gli abitatori della ròcca non sentano il bisogno di andar fuori
a diporto. Lungo i giardini corrono gli appartamenti signorili, a due
ordini. Dentro la ròcca, tra questi appartamenti, si stende una gran
corte, con due porticati sovrapposti, sostenuti da robuste colonne. In
mezzo alla corte è un gran pozzo, col suo puteale di marmo, e il
coronamento, al solito, di ferro battuto. C'è? Vede tutto?

-- Ci sono, e mi par di vedere.

-- Bene; ora facciamo cammino nel porticato superiore; si entra di là,
verso mezzogiorno, nella camera d'oro, che è tutta una maraviglia, anzi
la maraviglia delle maraviglie. Non si lasci abbagliare dall'oro. Del
resto, ce ne son più poche tracce sulle pareti. Verremo a queste tra
poco; alzi gli occhi, per ora.

-- Li ho alzati.

-- Ed ecco la vôlta, che domanda subito tutta la sua attenzione. La
vôlta è a crociera, voglio dire che la dividono in quattro spicchi due
costoloni lavorati ad armi e scherzi, e condotti ad incrociarsi sotto
una serraglia rotonda tutta dorata, che porta il monogramma di Cristo,
contornato di raggi. Nei quattro scompartimenti un pittore non dozzinale
ha dipinto quattro volte Pier Maria e Bianchina; lui colla berretta di
velluto rosso in capo, vestito alla corta, di stoffa verde damascata;
lei ora da pellegrina, col bordone e il sarrocchino, ora da gran
signora, e con tanto di strascico. Infatti, nei quattro dipinti sono
rappresentati diversi momenti della buona ventura toccata al gentiluomo
innamorato; da prima il viaggio della dama travestita, poi l'incontro e
il ricevimento in Torrechiara, finalmente la presentazione dei due
felici al tempio di Cupido. Non dimentichi, signorina, che siamo nel
periodo del Risorgimento, e il profano si mescola volentieri col sacro.

-- Soverchiandolo un poco, vedo bene; -- osservò Margherita.

-- Ed ora alle pareti; -- riprese Filippo. -- Son tutte a mattoni
quadrati, istoriati a rilievo, colorati e dorati, correnti in file
diagonali, ogni fila col suo colore dominante, verde, rosso, azzurro e
oro, e colle parti in rilievo tinte di un colore diverso. Queste parti
in rilievo, ora sono pezzi di rabesco, che, congiungendosi con quelli
dei mattoni contigui, vengono a formare un ornamento che abbraccia tutte
le altre rappresentazioni, frapponendosi ad esse; ora son rôcche col
ponte alzato, circondate da fosse con cigni, sormontati da un aquilotto,
con un sole raggiante sul capo; ora cartelli col motto latino _nunc et
semper_, cioè a dire ora e sempre; ora son coppie di cuori, rossi in
campo azzurro, entro un cerchio formato da tre corone d'oro accostate;
ora altri cartelli coll'altro motto latino _digne et in æternum_. Perchè
due motti? Non ne bastava uno? Ma io penso che la ragione ci sia, per
averne messi due. Non sono due i cuori accostati? Ora, dei due motti
latini, uno, il _nunc et semper_, è di madonna Bianca, l'altro, il
_digne et in æternum_, è di Pier Maria, senza fallo.

-- E significa?

-- Meritamente, in eterno; -- rispose Filippo. -- Su per giù è la stessa
idea del _nunc et semper_; ma c'è di più il meritamente; e mi pare che
sia il De' Rossi quello che parla così, dando maggior lode alla dama.

-- Ed è stato di parola?

-- Sì, come vedrà. Volgiamo un ultimo sguardo a questa camera d'oro, che
con tante rappresentazioni di felicità sulla terra, mi pare un vero
castello d'amore, ed usciamo nel cortile. Per un angolo del porticato si
entra nella cappella, posta sotto l'invocazione di San Nicomede. Un solo
altare là dentro, e poteva bastare al centinaio di vassalli che vi si
raccoglievano a sentire la messa, insieme col signor castellano. Ma
questi non ci stava già alla vista di tutti. Sul lato sinistro della
piccola chiesa era rizzata una bussola di legno riccamente scolpita, che
ripeteva ne' suoi rilievi colorati e dorati le coppie di cuori, i motti
latini, i castelli coi cigni e gli stemmi, tutto insomma l'ornato della
camera d'oro; e dentro la bussola si vedono ancora i due stalli; uno a
destra, colla lastra dell'inginocchiatoio intarsiata, che reca gli
emblemi della pellegrina e le iniziali del nome di lei; l'altro a
sinistra colle iniziali di Pier Maria. Amava concentrarsi, il signore di
Torrechiara; chiuso nel suo castello, chiuso nella sua camera d'oro,
chiuso nella sua bussola, sempre chiuso, e non solo. Non riposa neanche
solo sotto il pavimento della cappella di San Nicomede, dove la
pellegrina d'amore è scesa a dormire il gran sonno, e dov'egli l'ha
seguita, restandole indietro di poco. Le pare che sia stato di parola,
quel potente della terra, quel gentiluomo, quel castellano poetico?
Storia vera, quella che io le ho raccontata, abbreviando; storia vera,
che sembra un romanzo. --

Margherita aveva assentito alla domanda con un cenno del capo.

-- E dica ancora, -- soggiunse ella con piglio curioso, -- sono entrate
delle Rossi, nel casato degli Aldini?

-- Sì; perchè me lo domanda?

-- Perchè parla di Pier Maria con tanto calore!

-- Vuol dire che sia la voce del sangue? -- rispose Filippo, sorridendo.
-- E sia. Ma il motto del castellano di Torrechiara val bene qualche
frase più animata del solito. _Digne et in æternum_; meritamente, e per
l'eternità! Quantunque, -- soggiunse egli, -- mi pare, pensandoci su,
che la mia traduzione non faccia intendere tutta la profondità del
pensiero.

-- Ah sì, sentiamo; -- gridò Margherita; -- qualche bella sottigliezza!
È del suo carattere, se l'ho ben capito.

-- Le dispiace?

-- No davvero; ho detto bella sottigliezza; non dimentichi l'aggettivo,
e mi dica subito che cosa ha trovato di più profondo nel motto di Pier
Maria.

-- Questo, signorina, che solo quando è degno, l'amore merita di vivere
eterno. Le pare una sottigliezza?

-- È bella; -- ribattè Margherita; -- è bella, e vera; e mi fa prendere
in molta stima il suo Pier Maria. La prima volta che tornerò a Parma,
andrò a fargli una visita. Peccato che non ci sia anche lei, per farmi
gli onori della Camera d'oro! --

Filippo Aldini levò gli occhi al soffitto, quasi invocando dal cielo un
miracolo.

Si era andati molto lontani dai quadri di genere del Longhi; ed anche
dalla signora Eleonora, a cui bisognava ritornare.

-- Mio Dio! -- esclamò la buona signora, giungendo le palme. -- Non
siete stanchi? Benedetta gioventù! --

Piacque sommamente a Filippo Aldini quella associazione di due persone
in un "siete", che certo era stata fatta a caso. Ma egli si tenne
prudentemente la gioia in petto, senza farne la menoma dimostrazione sul
volto. Margherita, per contro, non sapendo fingere, si fece secondo
l'uso un po' rossa.

-- No, mamma; -- diss'ella, accostandosi, e baciando la signora Eleonora
sulla fronte; -- quanto a me, non sono stanca affatto. Il signor conte
spiega così bene ogni cosa, che fa dimenticar la fatica. E mi ha fatto
intendere anche un po' di latino. --

La signora Eleonora sorrise, senza intendere dal canto suo nulla di
nulla nell'accenno di sua figlia. Ma una cosa intendeva, quella buona
signora, che quei due giovani erano maravigliosamente assortiti. Li
aveva da vedere il suo Anselmo, come li vedeva essa in quel punto; di
certo egli non avrebbe portato opinione diversa. Lui di bella presenza,
che non si poteva desiderare di meglio; alto e ben piantato, snello,
elegante; risoluti i lineamenti del viso, ma insieme delicati; traenti
al biondo i capelli, ed anche più i baffi, sotto cui si disegnavano le
labbra stupende, nobilmente ferme nella gravità dell'atteggiamento
pensoso, amabilmente morbide nella soavità del compiacente sorriso; lei
quasi alta della persona come lui, tutta leggiadra, fatta a pennello;
ricco il volume della capigliatura nerissima su quel candore abbagliante
della carnagione, che spirava intorno a sè come un alito di cose fresche
e profumate; e non meno stupenda bellezza in lei quelle ciglia lunghe,
che toglievano forza, ma aggiungevano grazia al baleno degli occhi.
Infine, era illusione o verità? Gli occhi morati di Margherita e gli
azzurrognoli del conte Aldini si socchiudevano volentieri nell'istesso
modo, come se ci fosse stata una parentela tra loro, e rendevano in
vista la medesima espressione, di dolcezza diffusa e di profonda bontà.

Queste le doti fisiche dei due giovani; bisognava veder poi le morali.
Ella era un angelo, come bene l'aveva definita in una parola il signor
Zuliani; seria, senza apparato, innocente l'anima, tra tanta cultura
d'ingegno; sempre l'istesso umore, amabilmente giocondo, e il senso
della misura in ogni cosa perfetto. Egli, poi, così nobile di sentire
com'era di nascita, cortese negli atti, inappuntabile nei modi, affabile
con tutti, riguardoso colle signore fino allo scrupolo, garbato ed
attento colle attempate come colle giovani; e ciò senza contare tutto il
bene che alla signora Eleonora ne aveva detto Raimondo Zuliani, un
galantuomo di ventiquattro carati, alla cui parola si poteva fidare ogni
altro galantuomo suo pari, e prima e più di tutti il signor Anselmo
Cantelli. Infine, se quel soggiorno prolungato delle signore a Venezia
doveva portare una conseguenza come quella, non c'era da ascriverlo a
grande fortuna?

Le mamme, si sa, vedono sempre e dappertutto un marito; si può dire che
non hanno occhi per altra cosa nel mondo. Un uomo incontrato a caso,
presentato loro in un salotto, ai bagni, o in altro ritrovo di società,
vale o non vale, secondo che è un marito possibile, o meno. Povere
mamme, vanno compatite: l'hanno trovato esse una volta, perbacco, e
pensano volentieri che la vite ha bisogno dell'olmo, e alla peggio deve
contentarsi d'un palo. Ubbìe, sciocchezze, follìe; spesso anche errori,
che si pagano cari; ma non c'è rimedio, le mamme son fatte così;
pigliarle come sono, o lasciarle.

Considerando il caso particolare della signora Eleonora, non è da
credere che ella pensasse così, per non aver trovato un partito
conveniente alla sua cara figliuola; che anzi, già si erano dovuti dire
parecchi no, e senza una ragione plausibile; tanto che il banchiere
Anselmo e la sua signora si erano fatta una riputazione di schifiltosi,
d'incontentabili, e perfino, diciamo la parola, di matti. Figurarsi, che
i partiti offerti erano di quei tali che appunto potevano e dovevano
capitare alla figliuola d'un ricco; rampolli di famiglie ben quotate a
milioni, che prima di muovere all'assalto avevano cura di sapere a
quanto ascendesse la dote, o fin dove potessero giungere le conseguenti
speranze; e poi, a vederli! prendevano fuoco come tanti zolfini. Che
cari figliuoli! E quando si arriva a combinare uno di questi contratti,
è un parlarne in città, un rallegrarsene, un esaltarsene, come d'un vero
miracolo. "Sapete il gran fatto? Non si direbbe, ma è proprio così;
matrimonio d'amore! Si erano visti alle regate di Livorno, alle acque di
Recoaro, ai freschi di Gressoney. Quel povero ragazzo non ha avuto più
pace, ha perso a dirittura la testa". Sì, eh? Ma almeno, fortuna sua,
aveva conservata in tasca la tavola pitagorica.

Quanto ai suoi pretendenti, Margherita era sempre stata chiamata ad
esprimere la sua opinione. Il babbo l'amava moltissimo, per tutte le
ragioni che sarà inutile dirvi, e ancora più la stimava per il suo retto
criterio. Così ella era messa a parte di tutto, e sorrideva ad ogni
nuova richiesta.

-- Lo conosci, quest'altro?

-- Io no, babbo; l'avrò forse intravvisto, ma non ne ho tenuto memoria.

-- È di buona famiglia; ricco, e figlio unico. Si fanno parecchi milioni
a suo padre.

-- Buon per lui; ma io non lo conosco. La solidità della sua casa, come
si dice, puoi saperla tu, con qualche approssimazione, non è vero? Ma il
suo modo di pensare, il suo cuore, la sua istruzione, non puoi, come non
posso io. Dire di no, può parere orgoglioso; ma come si fa a dire di
sì? --

E si rideva. Il signor Anselmo finiva sempre col dar ragione a sua
figlia. In fondo, non gli dispiaceva di tenersi in casa quella cara
fanciulla, che intanto era giunta ai ventiquattro anni, non accennando
punto di voler così presto sfiorire, e che del resto non sentiva il
desiderio di far mutamenti nel suo stato civile. In questo modo, ricusa
oggi, ricusa domani, si dava materia d'almanacchi a chi aveva voglia e
costume di farne. E il signor Anselmo, poi, dopo aver dato ragione a sua
figlia, muoveva abitualmente dai particolari agli universali,
sentenziando a un dipresso così:

-- Perseverate, bambine, e state volentieri coi vostri parenti. A
rompervi il collo ci sarà sempre tempo; mentre una vita come quella che
fate in casa vostra, senza pensieri, senza cure, senza affanni, senza
rimpianti, non la farete mai più. --

Pensava veramente così anche la signorina Margherita? Certo; se no, lo
avrebbe detto, o lasciato capire; perchè simulazione e dissimulazione
non erano il fatto suo. La vita era per lei tanto bella! Amava i suoi
studi e non isfuggiva i divertimenti: il babbo, quante volte aveva
ragione di muoversi, la conduceva con sè. Era stata in giro per quasi
tutta l'Italia; aveva anche veduto Parigi e Londra, osservando
dappertutto e studiando a suo modo, con quel babbo compiacente, che
prendeva gusto a tutto quanto occupasse la mente o attirasse la
curiosità di sua figlia. Sarebbe stato lo stesso con un altro uomo, più
o meno innamorato, in quella vagabonda luna di miele, che dura poi come
tutte le lune, ventinove giorni, dodici ore, quarantaquattro minuti, e,
crepi l'avarizia, tre secondi e undici terzi? Aggiungete che quella
dolce luna, come tutte le altre, è per gran parte scema. A queste cose,
del resto, Margherita non aveva mai pensato, nè troppo, nè poco. Si
contentava di non gradire i matrimonii combinati come contratti; degli
altri non sapeva, nè avrebbe voluto figurarseli con uno sforzo
d'immaginazione, e col rischio di non indovinarci. Venisse il giorno e
l'uomo; l'avrebbe trovata. Ma certo bisognava toccarle il cuore, perchè
ella rinunziasse alla sua libertà invidiabile, e a quella bella
spensieratezza che ne era la conseguenza legittima.

Pensierosa, per altro, e per la prima volta, appariva nell'uscire dal
museo Correr. Pensierosa, è forse un dir troppo; mettiamo pensosa,
mettiamo raccolta in sè stessa, senza mostrar più quel desiderio di
ridere, di voltarsi qua e là, prendendo gusto al chiacchierìo della
strada. Quel raccoglimento era forse il frutto d'un po' di stanchezza
dello spirito, per tante cose osservate. Comunque fosse, appariva
egualmente bella, forse più bella dell'usato, venendo via con quell'aria
composta e tranquilla, accanto alla mamma ed al conte Aldini; il quale
era tutto attenzioni e riguardi per la signora Eleonora, e poc'anzi le
aveva premurosamente aggiustata la pelliccia sulle spalle.

-- Ora poi la godrà; -- le aveva detto egli. -- L'aria incomincia a
farsi frizzante. --

La signora Eleonora lasciava fare, sorridendo amabilmente alle cortesie
del suo cavaliere. Intanto, si spegneva la luce del giorno, si
accendevano i lampioni, e la buona signora pensava con un senso d'intima
allegrezza al pranzo che l'aspettava al Danieli.

-- Senta -- diss'ella tutto ad un tratto, -- dovrebbe quest'oggi venire
a far penitenza con noi.

-- Con che piacere, signora! -- esclamò Filippo, reprimendo un moto
violento del cuore. -- Ma ho gente sulle braccia, due vecchi amici, che
mi son capitati l'altro giorno da Verona....

-- E li ha lasciati per noi! Mi rincresce....

-- Oh, non si dia pensiero di questo. Sono uomini, e non hanno bisogno
di guida. Ma la sera, capirà, debbo lasciarmi vedere; tanto più che sono
ad alloggio da me.

-- Non vorranno poi fare la visita di santa Elisabetta; -- notò
Margherita. -- E l'avremo un altro giorno, non è vero?

-- Certo; sarò ben onorato; -- disse Filippo, che per la prima volta si
sentiva la lingua impacciata. -- I miei vecchi compagni d'armi
rimarranno pochi giorni ancora. --

In questi discorsi erano venuti oltre il ponte di Rialto, e per la Riva
del Carbone entravano in Merceria. Qui avvenne a Filippo Aldini di fare
un gesto, come d'ingrata maraviglia; un gesto che non isfuggì
all'attenzione della signorina Margherita.

-- Che cosa ha visto? -- chiese ella.

-- Io? nulla; -- rispose Filippo.

-- Ha fatto un gesto, -- ripigliò Margherita, -- un gesto di persona
molto seccata.

-- Davvero? -- esclamò egli, padroneggiandosi, e correndo col pensiero
alle scuse. -- Non me ne sono avveduto. Ma chi sa? Passano alle volte
pel capo certi brandelli d'idee.... Un moto della fantasia li fa
scorrere davanti agli occhi dell'anima, ed è naturale che ci secchino,
come può seccarci una nuvola che passi in aria e c'impedisca di vedere
il sole, senza che per questo avvertiamo la presenza della nuvola.
Infatti, io non avevo avvertito nulla. Moti istintivi, signorina, moti
macchinali; non è da farne caso. --

E rideva, così dicendo, e gesticolava, come non aveva mai fatto, sempre
per darsi un'aria disinvolta e serena.

Quello che gli aveva dato noia, facendogli fare quel gesto di persona
seccata, era ancora lontano, nascosto alle sue compagne di passeggiata
da un piccolo crocchio di persone, che proprio in quella stretta avevano
creduto opportuno di fermarsi a discorrere. Ma l'oggetto della noia si
fece più innanzi, e tagliando la strada in isbieco dietro all'ostacolo,
si affacciò finalmente alla vista delle signore Cantelli. Oh, il felice
incontro! La contessa Galier di San Polo! E lì una buona fermatina, con
un mondo di garbatissime chiacchiere, e di complimenti alla signorina
Margherita, sempre più bella, sempre più cara. Nè al conte Aldini mancò
la sua parte.

-- Hanno un gentil cavaliere e un cicerone prodigioso; -- diceva la
contessa Galier. -- Sa tutto, ha veduto tutto. Oh, non dico per
adularvi, Aldini, ma per rendere omaggio alla verità. Sappiano, signore
mie, che tanti e tanti tesori d'arte in Venezia, ignoti a molti di noi
veneziani il conte Aldini li conosce come la palma della sua mano.

-- Infatti, -- disse Margherita, -- al museo Correr ne abbiamo avuto
oggi la prova.

-- Vengono di là?

-- Sì, e grazie al nostro cavaliere ci abbiam passato quattr'ore
deliziose.

-- Ah, bene! Venezia ascrive ad onor suo, di poter dare simili gioie a
visitatrici così intelligenti e così care. Ora, immagino, ritorneranno
all'albergo. Ed io a casa. Son proprio felice di averle incontrate. --

Qui venne il ricambio degli ultimi saluti; dopo di che la contessa
Galier si avviò per Rialto verso i Santi Apostoli e il corso Vittorio
Emanuele, mentre le signore Cantelli riprendevano il loro cammino verso
San Marco e la riva degli Schiavoni.

-- Cara signora! -- disse Margherita all'Aldini. -- Dev'essere molto
buona. --

Filippo acconsentì col doppio moto del capo e del labbro. Ma dentro di
sè l'avrebbe mandata volentieri a quel paese, quella cara Galier. Non
già perchè l'odiasse, povera donna; ma perchè gli veniva in mal punto a
ricordare tutto ciò che per un giorno egli aveva dimenticato così bene.
E veniva innanzi turbato nel profondo del cuore, ma sforzandosi di parer
tranquillo all'aspetto; senza parole, nondimeno, e sperando che della
sua taciturnità lo scusasse abbastanza il doversi ad ogni tratto cansare
tra la gente che correva per un verso o per l'altro. Ma riusciti che
furono davanti a San Marco, e di là in Piazzetta, dove era più scarso il
numero dei viandanti, il silenzio di Filippo doveva essere notato.

-- È pensieroso; -- gli disse Margherita.

-- No; -- rispose egli, con accento di viva sollecitudine.

-- Sì; -- replicò la fanciulla, con accento di viva insistenza.

-- Ebbene, sì; -- conchiuse egli, cedendo. -- Penso infatti, che questa
buona giornata è troppo presto finita.

-- Se è così -- ripigliò Margherita, -- se ne procuri.... ce ne procuri
un'altra. Mediti lei, trovi lei il punto che dovremo visitare, e poichè
i suoi amici di Verona non hanno bisogno di guida come noi, venga a
dircelo; ci troverà pronte a muoverci. Non è vero, mamma?

-- Eh, non bisognerebbe poi abusare! -- osservò la signora Eleonora.

-- Ma che? ma che? Io son fatta così. Se il signor conte gradisce di
farci gli onori di casa, noi, che non vogliamo essere ipocrite, gli
confessiamo di gradir molto la sua cortesia. Ma badi, -- soggiunse con
un risolino malizioso quella cara fanciulla, -- ho detto onori di casa
per modo di dire, poichè ora siamo a Venezia. Ma la casa non è qui, ci
pensi, non è qui.

-- Sì, sì, ci penso, non dubiti; non penserò più ad altro; -- rispose
Filippo animandosi.

-- Che cos'è questa distinzione? -- domandò la signora Eleonora.

-- Ah, mamma, tu non sai; tu non hai visto, come ho visto io, a Parma,
il palazzo degli Aldini. Una bellezza! Ho raccomandato al signor conte
di ricomprarselo, il palazzo dei suoi maggiori. Me lo ha promesso;
parola di gentiluomo non può mentire.

-- Pazzerella! E se i proprietarii presenti non volessero vendere?

-- Oh, vorranno, vorranno. L'ho già capito dal modo come tengono quello
stabile, non facendovi mai un ristoro. Siamo dunque intesi? -- proseguì
Margherita, volgendosi a Filippo, sull'uscio dell'albergo. --
_Digne_....

-- _Et in æternum_; -- rispose Filippo con un filo di voce, ma mettendo
in quel filo di voce il meglio dell'anima sua.




                                  VII.


                           Alzata d'ingegno.


Esistessero o no i due amici di Verona, erano stati annunziati come
ospiti di pochi giorni, non potendo essi restare a Venezia oltre il
termine di una breve licenza. Dovettero dunque ripartire, e il conte
Aldini si ritrovò quello di prima, libero del suo tempo, e padronissimo
di ritornare alle sue consuetudini. Ma non senza aver fatto ancora
quella passeggiata artistica, ch'egli stesso doveva immaginare e
proporre. Ed era stata proprio una passeggiata all'aperto, per vedere
qua e là tante di quelle piccole cose, che i viaggiatori non trovano
indicate nelle guide, e che sfuggono perciò alla loro ammirazione
forzata: per esempio quelle scale scoperte nei cortili di parecchie
abitazioni private, come nel palazzo Soranzo in campo San Polo, nel
palazzo Sanudo a Santa Maria dei Miracoli, nella casa abitata da Carlo
Goldoni a San Tomà, e originale su tutte la scala dei Bembo alla
Celestia in calle Magno. E non dimentichiamo, poichè piacque
singolarmente a Margherita, il bel motivo architettonico foggiato ad
arco trionfale su d'un calle angusto, in capo al ponte del Paradiso,
presso Santa Maria Formosa.

Il ponte, per verità, era piuttosto un voltino di gora, accavalciato
sopra un rio non più largo di cinque passi; l'arco trionfale si riduceva
ad uno stipite, poggiato su due pietre sporgenti dagli angoli di due
case, onde l'entrata del calle si restringeva alle forme di un uscio. Ma
su quello stipite si girava un lunetto ad arco acuto, con entro una
Madonna rozzamente scolpita, mantellata e coronata, in atto di far
grazia a due divoti personaggi, forse due santi, inginocchiati intorno a
lei; ma su quel lunetto si alzava, andando su su, una cuspide di marmo,
elegantissima, incorniciata di fregi di leggiadra fattura, chiudente nel
suo mezzo un disco egualmente fregiato, e nel disco un'apertura
quadrilobata, che a Margherita parve il trifoglio di quattro foglie,
tanto ricercato dalle fanciulle nei prati autunnali, come certo
promettitore di desiderate fortune. Suprema eleganza di linee, grazia
veramente divina di forme! E accanto alla costruzione fantastica, sul
lembo d'una casa contigua, una finestrina lunga lunga, fiancheggiata da
svelte colonne, reggenti un cappello di pietra ad arco acuto, ma acuto a
modo suo, tondeggiante sui fianchi, assottigliato nel vertice, come un
asso di picche, alla maniera degli Arabi. Che eleganza, che grazia,
anche lì! E come era bello, in luoghi così umili, così poco osservati,
quasi schivi di attirare la curiosità del viandante, imbattersi in
quelle piccole maraviglie, vera fioritura dell'arte d'un popolo che apre
gli occhi alla vita dello spirito, e pensa, indaga e crea, nella
giovinezza esuberante della sua immaginazione!

Cose piccole, cose piccole, spesso da anteporsi alle grandi! Ed anche
nelle grandi, dopo averle contemplate nella loro maestà, sono da
osservare più attentamente le piccole. Quante ce n'erano, di queste, che
Margherita non aveva nemmeno guardate, nei capitelli svariati delle
colonne sorreggenti la facciata del palazzo Ducale, nelle finestre di
San Marco, nelle absidi esterne dei Servi e dei Frari, nei balconi della
Ca d'Oro o del palazzo Cavalli, tutte eleganze fiorite in cui per
l'appunto è dato di cogliere la prima impronta di un nuovo stile
nell'arte! In quella serie d'osservazioni, minute e non faticose,
Margherita vide nascere il sesto acuto in Venezia e svolgersi con
ispontaneità tutta italiana un modo di architettura che gli Arabi
avevano elaborato, mescolando elementi bisantini e persiani. Quell'arte
era venuta dall'emporio prediletto dei Veneziani intorno al Mille;
venuta dall'Egitto, come le istesse reliquie del benedetto san Marco. E
la signorina Cantelli fu piacevolmente maravigliata di saper tante cose
nuove ad un tratto, guardando, paragonando, ascoltando; maravigliata
ancora di conoscere, contro l'asserzione di tutte le guide, che le due
fronti del palazzo dei Dogi, verso la piazzetta e verso la Laguna, non
erano opera di Filippo Calendario, il famoso architetto e scultore,
involto nella congiura del doge Marin Faliero, e perciò giustiziato nel
1354, settant'anni prima che il Senato deliberasse di atterrare le due
fronti della fabbrica antica, edificata da Pietro Orseolo nel principio
del dodicesimo secolo.

Infine, la cara Margherita imparava in breve ora tante belle cose, che
accrescevano maravigliosamente la sua stima per Filippo Aldini; e beveva
frattanto a stilla a stilla, assaporandolo, il più dolce tra tutti i
veleni. Aveva ella dunque trovato l'uomo ideale, il primo e l'unico, per
cui non avrebbe detto di no? Un po' triste di umore, veramente; spesso
pensieroso, e qualche volta, richiamato da qualche domanda, aveva l'aria
di cascar dalle nuvole. Ma queste erano inezie, e non guastavano
affatto.

Egli era poi così intento a lei, così pieno di riguardi per la mamma! E
certo, per esser tanto malinconico, il signor Filippo aveva le sue buone
ragioni; lei ricca, e fors'anco creduta più ricca del vero; egli non
tanto, da poter aspirare a lei. Margherita aveva ben capito, da certi
discorsi, che il conte Aldini aveva appena del suo tanto per vivere
signorilmente da scapolo. E ciò bastava, se era invaghito di lei, per
giustificare tutte le malinconie, tutte le tristezze ch'ella veniva
osservando. Oh, ma ci avrebbe pensato lei; ne aveva il diritto, ne aveva
l'obbligo, oramai. Non gli si leggeva il suo pensiero da più giorni
negli occhi? E infine, ad un _digne_ da lei proferito a fior di labbro,
non aveva egli con un filo di voce, ma con accento di vera passione,
risposto _in æternum_?

Finita la sosta degli amici di Verona, il conte Aldini aveva dunque
ripigliate le sue consuetudini, e per conseguenza la serie delle sue
visite ai vecchi amici di Venezia. Ai signori Zuliani, per esempio; ma a
questi per la prima volta in palco, al teatro della Fenice. Naturalmente
c'era da godersi la sfilata del cavalier Lunardi, del signor Telemaco,
del signor Ruggeri, del signor Gregoretti, del maestro di musica;
obbligato in chiave, quest'ultimo, poichè si trattava di musica, per
l'appunto. E più obbligata ancora la contessa Galier di San Polo, che la
signora Livia voleva aver sempre ai fianchi, dando ai maligni buon
argomento a rinfrescare il paragone della luce e dell'ombra, con la
debita chiosa dell'ombra che serve stupendamente per dare maggior
risalto alla luce. Ma dopo tutto, quell'ombra sempre attaccata ai panni
della luminosa Zuliani, era una signora vera ed autentica, non ricca, ma
d'una nobiltà anteriore alla "Serrata del Gran Consiglio", e faceva buon
effetto nel quadro, intonandolo: allegra, poi, salda alla celia,
chiacchierina a quel dio, era fatta a posta per tener viva la
conversazione, colmandone le lacune, smorzandone le asprezze.

Filippo Aldini, entrato nel palco per riverire la signora Livia, pensò
che la Galier non avrebbe tralasciato di parlargli dell'incontro di tre
giorni prima in capo alla contrada di Merceria. Ma c'erano altri
discorsi avviati, e la contessa non ebbe occasione di venire sul tema;
fors'anche le era passato di mente. Le cose andavano; erano tutti di
buon umore, quella sera, nel palco Zuliani, perfino la signora del
luogo; e quando l'Aldini prese congedo, un altro giorno era felicemente
sbarcato.

Ma bisognava anche fare una visita in casa; ed egli ci andò la sera
appresso, dopo l'ora del pranzo, come soleva, quando non c'era teatro.
Raimondo lo accolse a braccia aperte; la signora Livia, per contro, non
era di buon umore; parole poche, e muso lungo un palmo. Raimondo
fortunatamente parlava per due e rideva per quattro. Aveva ragione di
essere allegro; la mesata prometteva bene; la condizione delle borse era
eccellente in tutto il mondo civile; nessuna nube appariva
sull'orizzonte europeo. Di qui, prendendo le mosse, Raimondo scivolò
presto nella politica, che era il suo forte, o il suo debole, e passò in
rassegna tutti gli stati, continentali o insulari che fossero, dell'orbe
terracqueo. Filippo ascoltava, approvava, e secondava il ragionamento
dell'amico, mettendo qualche parola nei luoghi opportuni, perchè l'altro
avesse gusto a continuare. E non faceva niente di nuovo, poichè,
discorrendo coll'amico Zuliani, era sempre stato suo costume accomodarsi
alle battute. Ma quella eterna politica doveva annoiare maledettamente
la signora, che più d'una volta si alzò dal suo canapé, andando or di
qua or di là per la casa a dar ordini, a prender libri, o giornali di
mode, che distrattamente sfogliava.

-- Non badare, sai, all'umore di mia moglie; -- bisbigliò Raimondo
all'amico, appena ebbe il modo di dirgliene. -- Tu la conosci. È un
angelo; ma quando ci ha i suoi nervi, poveretta, bisogna compatirla.
Giornate di scirocco, dice lei; il medico mi dà una zuppa di parole
greche da accapponare la pelle; ma poi, se Dio vuole, conchiude che son
cose da nulla. --

Filippo Aldini conosceva benissimo la signora Zuliani; non c'era bisogno
di dirgliene altro, nè di scusarla con lui. Ma fu molto felice quando
venne l'ora di andarsene. Raimondo, sempre ilare e verboso, lo
accompagnò fino in anticamera.

-- Sai? -- gli disse, quando furono là. -- Viene il babbo.

-- Il babbo! -- ripetè Filippo. -- Che babbo?

-- Il signor Anselmo, perbacco. Che uomo mi sei divenuto, da non capire
alla prima? --

Filippo sorrise, e tentennò un pochino la testa.

-- Tu pensi sempre al tuo sogno, Raimondo!

-- Ma sì, e più che mai; tanto più che non è un sogno. Felice mortale,
tu sei nato vestito. Ti amano tutti; perfino la signora Eleonora, non sa
parlarmi più d'altro che di te. Quasi quasi è più innamorata lei di sua
figlia.

-- Che cosa dici ora? Sua figlia....

-- Eh, dico quel che si vede. La bella Margherita ti rende giustizia, e
la lodo.

-- Ma che giustizia ha da rendermi?

-- Sappiamo tutto, felice mortale, sappiamo tutto; anche la visita di
quattr'ore buone al Correr. --

Con queste parole Raimondo accomiatò finalmente l'amico.

-- Ah! -- pensava Filippo scendendo la scala del palazzo Orseolo. -- La
gallina ha cantato. Ma infine, chi mi ha ficcato in questo ginepraio, se
non lui? Potevo io più liberarmene? --

Intanto una cosa lo maravigliava. Se la gallina aveva cantato, perchè
non era entrata la signora Livia a discorrergli delle sue visite
artistiche? E perchè non gliene aveva parlato in salotto l'amico, che
aspettava a dirgliene sull'uscio di casa? Questo, poi, gli pareva di
capirlo. La signora Livia non poteva soffrire le Cantelli; le aveva
invitate alla cena del capo d'anno, ma solamente per obbedienza al suo
signore e padrone. E questi, per compenso, le nominava il meno che
potesse davanti a sua moglie. Amabil ricambio di gentilezze coniugali! E
tanto meglio, del resto. Ma possibile che Raimondo, espansivo com'era,
non si fosse aperto con lei del disegno che si era messo in capo?
possibile che di punto in bianco fosse diventato un diplomatico di
quella forza? Se così era, come infatti appariva, non più Raimondo
bisognava chiamarlo, ma Guglielmo, Guglielmo il Taciturno.

Con queste "conclusioni estreme" Filippo Aldini se ne andò in gondola
verso il rio di San Felice, nelle cui vicinanze abitava. Un po' fuori di
mano, veramente, ma non troppo lontano dal corso Vittorio Emanuele;
tanto che quella cara matta della contessa Galier aveva detto una volta:

-- Il conte Aldini ha scelto quel luogo remoto per farmi la corte;
perseveri! --

Sul corso Vittorio Emanuele si avviava il giorno appresso, tra il tocco
e le due, la signora Livia Zuliani. Era dunque guarita de' suoi nervi?
Ma sì, lo aveva ben detto il medico; che erano disturbi passeggieri. Più
che nervi, del resto, potevano chiamarsi vapori; ed era certamente
effetto d'un residuo di vapori la voltata improvvisa della bionda
signora, che, invece di salire dalla contessa Galier, con mutato
consiglio ritornò sui proprii passi, e discesa al primo traghetto di
fianco al palazzo Sagredo, entrò in una gondola, dicendo al gondoliere:

-- Riva degli Schiavoni, davanti all'albergo Danieli. -- Che novità era
quella? Guarita di nervi, la signora Livia si sentiva anche guarita
della sua vecchia antipatia per le signore Cantelli? Buon cambiamento a
vista, e spontaneo, che avrebbe reso felice il suo Raimondo, se fosse
stato presente! Ed era proprio una cosa strana, da segnarla col carbon
bianco. Dacchè le signore Cantelli erano capitate a Venezia, la signora
Livia non aveva fatto se non una visita, in principio, e per obbligo di
convenienza. Ma certo ella sentiva ora, che alla loro cortesia di avere
accettato l'invito alla cena del capo d'anno dovesse seguire una visita
di ringraziamento.

Le signore Cantelli erano in casa, e l'accolsero a festa. La bionda
signora si ritrovava in uno dei suoi giorni di bellezza, vividi gli
occhi, di bel colore la carnagione; ed ella potè sentirsi abbastanza
soddisfatta di sè medesima, passando nell'anticamera davanti ad un'alta
specchiera, e non di quelle, Dio le confonda, che vi fanno la testa più
lunga o più larga del vero, e la faccia, poi, verde come la buccia d'un
cocomero.

Era già nel salotto qualcheduno in visita; Filippo Aldini, a farlo a
posta. Filippo Aldini, che seduto ad un tavolino nel vano di una
finestra, disegnava a memoria il ponte del Paradiso colla sua viottola
stretta nel fondo, e, gittata sovr'essa, in traverso, la bella cuspide
triangolare di marmo. La signorina Margherita si era tanto invaghita di
quel motivo architettonico, ci ritornava così spesso col pensiero e col
discorso, che il conte Aldini aveva creduto obbligo suo di fargliene un
piccolo disegno a matita, da restare come un ricordo della loro
passeggiata artistica per i calli di Venezia. La signora Eleonora non si
sentiva disposta ad uscire, quel giorno; tra perchè era un po' stanca di
tante gite pedestri, e perchè aspettava il suo Federigo, che alle tre
dopo mezzogiorno era libero. Così avvenne che il conte Aldini, venuto ad
offrirsi per un'altra passeggiata, restasse all'albergo in dolce
prigionia, consolandone gli ozi, o giustificando una fermata che voleva
esser lunga, col lavorar di matita, sotto gli sguardi attenti della
signorina Cantelli. Margherita, che stava per l'appunto seduta accanto
al tavolino del disegnatore, fu la prima ad alzarsi per muovere incontro
alla signora Zuliani, che la ringraziò col più amabile sorriso e la
baciò sulle guance. Ugual sorte toccò naturalmente alla signora
Eleonora; dopo di che la bionda visitatrice si volse al conte Aldini,
che si era alzato a sua volta, facendo un rispettosissimo inchino.

-- Ah, bene, casco tra amici! -- esclamò la signora Livia, tutta
ridente, nell'atto di porgere a Filippo la bella mano inguantata.

Poi, volle vedere il disegno. Le era parso a tutta prima che il conte
Aldini lavorasse a fare il ritratto della signorina Cantelli, e la sua
curiosità non doveva esser poca, ignorando ella che l'Aldini, da lei
conosciuto come dilettante paesista, trattasse anche la figura in
grande. Ma no, niente ritratto; il disegno raffigurava un ponticello,
uno dei tanti che cavalcano i piccoli canali della città, con due
spigoli di case, e qualche saggio di scultura medievale; anticaglie,
vecchiumi, e mezzo anneriti dall'umidità, dalla mancanza di luce,
ch'ella non riusciva ad intendere come piacessero tanto agli artisti. I
palazzi sul Canal Grande, alla buon'ora!

-- Grazioso! -- diss'ella nondimeno, dopo aver osservato coll'occhialino
il disegno. -- Grazioso tanto! E colle sue figurine alte un
centimetro! --

Infatti, il disegnatore aveva animata la scena, mettendo sul ponte tre
figurine, accennate con pochi tratti di matita. Minuscole com'erano,
corrispondevano ai contorni di tre persone vere, le quali, essendo
passate per l'appunto di là alcuni giorni prima, ci si potevano ben
riconoscere. Ma forse non le poteva riconoscere ugualmente la signora
Livia, tuttochè s'aiutasse coll'occhialino; comunque fosse, non si fermò
a sminuzzolare un esame critico, che doveva esser breve e leggero.

-- Continui il suo lavoro, prego; -- diss'ella finalmente; -- non voglio
interrompere.... --

E senza finire la frase, si allontanò, andando a sedersi presso la
signora Eleonora sul gran sofà che era accanto al camino. Laggiù tra le
due svisceratissime amiche (si vedevano infatti per la terza volta)
incominciò un lungo discorso, tessuto di tutte le cose vane che sanno
dirsi le donne, e con aria di prenderci un gusto matto. L'unica cosa
importante, per verità, fu l'accenno della signora Eleonora al suo
Federigo, che presto si sarebbe imbarcato per un viaggio intorno al
globo; dopo di che le signore Cantelli avrebbero levate le tende. Qui da
una parte la conclusione naturalissima che il soggiorno sulla Laguna era
stato un po' lungo, e dall'altra la dichiarazione obbligata della
felicità che n'era toccata a Venezia. La regina dell'Adria parlava molto
amabilmente per le labbra della signora Zuliani. E batti tu che batto
io, alla maniera dei fabbri, le due signore si diedero l'illusione di
una gran tenerezza. Ah, se Raimondo fosse stato là in un angolo, o
dietro un uscio a sentirle!

Filippo Aldini stette ancora pochi minuti, per convenienza; poi, sempre
per convenienza, prese congedo.

-- Lascio le signore ai loro discorsi; -- diss'egli. -- Noi uomini ci
siam sempre di troppo. --

Era seccato di quella visita, ma non voleva parere. Margherita capì
facilmente che con quella visita sopravvenuta, un uomo di garbo non
poteva star sempre là, e per quanto le dispiacesse la partenza di lui,
lo lasciò andare senza chiedergli se fosse davvero finito un disegno,
che in altre circostanze avrebbe potuto durare fino all'ora del pranzo.
Quanto alla signora Eleonora, la condizione sua e l'età le permettevano
di dar commiato all'Aldini con qualche parola cortese.

-- La rivedremo presto, signor conte? -- domandò ella a Filippo,
nell'atto di porgergli la mano.

-- Sì, sarà mio dovere; -- rispose egli, inchinandosi. --

E via, dopo lo _shake-hand_ indispensabile, che non è sempre una stretta
di mano.

-- Un ottimo signore, e tanto garbato; -- disse la signora Eleonora,
quando egli si fu allontanato.

-- Sì, -- concesse la signora Zuliani, -- ha belle maniere. Ma già, --
soggiunse con un risolino malizioso, -- i giovinotti del giorno d'oggi
son sempre così colle dame.

-- Non sarebbe dunque sincero? -- chiese Eleonora.

-- Che dirle? Non saprei bene; -- rispose la signora Zuliani. -- Si
parla sui generali. Quanto a me, li ho tutti per gentilissimi.

-- Ma qualche differenza si può far sempre, e alle volte si deve; --
notò la signora Eleonora. -- Lo conosce bene, Lei, il conte Aldini; e da
qualche anno, mi pare.

-- Oh, dica da parecchi; mio marito lo vede tanto volentieri! --

La signorina Margherita era rimasta alquanto più in là, davanti al
disegno del conte Aldini, che voleva mettere per precauzione tra due
fogli di carta.

-- Margherita! -- le disse sua madre. -- Vuoi tu farmi il piacere.... La
signora Zuliani permetterà. Vuoi tu farmi il piacere di finire per me la
lettera al babbo? Io sono troppo lenta nello scrivere, avendo anche
bisogno di occhiali; -- soggiunse, volgendosi alla signora Zuliani. --
Volevo aggiunger io una pagina; ma Anselmo ci guadagnerà di aver tutta
la lettera di pugno della sua figliuola. A te, dunque, mia cara; e si
potrà mandare per la posta delle quattro.

-- Sì, vado, mamma; -- rispose Margherita. -- La signora mi scusi.

-- Oh cara! a patto che ritorni presto; -- gridò la signora Zuliani.

Appena la bella creatura fu uscita dal salotto, richiudendo
discretamente dietro a sè l'uscio della camera attigua, la signora
Eleonora si strinse al fianco della sua visitatrice.

-- Perdoni, mia buona signora; -- le disse; -- avevo bisogno di parlarle
da sola a sola. Non vorrei abusare della sua gentilezza; ma certe parole
sue, quando io ho fatto un piccolo elogio del conte Aldini, mi hanno
messa in pensiero. Ella ha senno e uso di mondo; conosce la città, e
coloro che ci vivono; il conte Aldini, poi, viene in casa loro; Ella che
è donna, e delicatissima su certi punti a cui gli uomini non badano
sempre, può darmene un'idea più precisa. Non merita egli tutta la stima
che io facevo di lui?

-- Intendiamoci; -- notò la signora Zuliani. -- Ho detto di non saper
fare alcuna differenza tra lui e tutti gli altri. Sarò troppo severa, o
troppo poco esperta in materia; ma infine non volevo andare più in là.
Si sa bene, del resto; giovinotti eleganti....

-- Ma dissipati, vorrebbe aggiungere.

-- Non questo, propriamente; ma oziosi, pur troppo. E l'ozio, mi
concederà, può condurre molto lontano.

-- Il conte Aldini non fa nulla, per l'appunto.

-- Nulla di nulla; -- rincalzò la signora Livia. -- Ha tanto da vivere;
scarsamente, perchè i suoi non gli hanno lasciato di più; ma non avendo
famiglia, diciamo pure che ha tanto da vivere. Certo, gli bisognerebbe
rifarsi con un ricco partito. Qui non ce ne sono; almeno, non ce ne sono
di quelli che potrebbero fare al caso suo. Egli, dopo tutto, non se ne
dà pensiero; mio marito piuttosto. Ma io l'annoio con queste
scioccherie....

-- No, no, continui; tutto ciò m'interessa moltissimo.

-- Del resto, si capisce; -- ripigliò la signora Livia, ridendo. -- Mio
marito è un gran partigiano del matrimonio. Contento di quello che ha
fatto lui, della qual cosa io non vorrò dargli torto, darebbe moglie a
tutti,, e prima di tutti al suo conte Aldini. Conte! ecco il titolo che
secondo i calcoli di mio marito può valere una dote vistosa. Il signor
conte, diciamolo pure, non ne ha mai voluto sapere. Già, le ripeto,
giovinotti eleganti.... e galanti, hanno altro da pensare che a prender
moglie.

-- Qualche pratica.... -- balbettò la signora Eleonora.

-- Eh, che debbo dirle? Son materie gelose. Ma infine, Venezia non è
Parigi, nè Londra: si finisce presto col sapere ogni cosa. Il conte
Aldini, nei primi tempi del suo soggiorno a Venezia, si era veramente un
po' sparpagliato, cantando come si suol dire a tutti gli usci, e aveva
fatto parlar molto di sè; poi a poco a poco si è raccolto, si è fatto
più serio, vorrei dire perfino misterioso, vero tipo del _beau
ténébreux_ dei vecchi romanzi francesi. Ad ogni modo, son cose che non
mi riguardano. Viene spesso da noi, e ciò, me lo lasci dire in
confidenza ad una signora assennata come lei, potrebbe anche essere
pericoloso; tanto che alle volte, approfittando per l'appunto della
occasione, vorrei fargli una ramanzina coi fiocchi. Ma non ho ancora
l'età, da assumere una parte simile, nè con lui, nè con altri. Me ne
rincresce, perchè il mistero c'è, e un mistero non senza pericoli....

-- Ella, da quanto pare, conosce anche la persona; -- osservò la signora
Eleonora. --

Un cenno malinconico di assenso le disse che si era apposta.

-- E.... la condizione? -- riprese. -- Il nome, se Ella si fida di me?

-- Non è il mio segreto; -- mormorò la signora Livia con anima e voce
contrita.

-- È giusto, perdoni; -- conchiuse la signora Eleonora. -- Capisco
intanto che il conte Aldini dev'essere in uno stato d'animo assai
dispiacevole. Queste pratiche hanno sempre la loro punizione con sè.
S'incomincia senza pensarci troppo; la via del precipizio è sparsa di
fiori; ma poi.... cara signora, ne ho vedute nella mia vita, di queste
belle passioni, ne ho vedute, parecchie e finite presto in tragedie. Ah,
uomini pazzi! e donne pazze! perchè son esse le maggiori colpevoli.

-- Lo crede? -- disse la signora Zuliani.

-- Ne son certa. Gli uomini, infine, sono spensierati e temerarii;
spesso non hanno idea di giustizia, nè di morale, due buone e belle cose
facilmente dimenticate, perdute nell'uso e nell'abuso dell'esistenza.
Mio marito dice qualche volta che l'uomo è nato cacciatore; poveretto!
egli che non ha mai preso in mano un fucile da caccia! Ma la donna, che
s'adatta a fare da selvaggina a questi cacciatori, che orrore! essa,
poi, che avrebbe tante ragioni per esser forte, per custodirsi, per
arrestarsi, se non altro, sulla via del precipizio! L'educazione, per
esempio, una certa delicatezza di sentire, che nell'uomo è così presto
cancellata dalle volgarità della vita, il pensiero della propria
dignità, e finalmente la ragione più forte, quella che le val tutte....

-- E quale?

-- La religione, non le pare? E non già quel tanto di religione che
consiste nel pregare a certe ore, biascicando frasi che spesso non
s'intendono, e si ripetono macchinalmente, senza pensarci più che tanto;
ma la religione piena, intiera, meditata, che c'insegna i nostri doveri,
facendoci intendere la bellezza e gustare la felicità d'una coscienza
tranquilla. --

La signora Eleonora si era un po' riscaldata, cosa che le accadeva di
rado; e ci diventava perfino eloquente, di quella eloquenza che viene
qualche volta alle madri. La signora Livia, che non se l'aspettava
davvero, n'era rimasta maravigliata, e quasi sopraffatta, tanto che per
un istante, pensando alle ragioni enumerate dalla sua interlocutrice,
dimenticò quelle che avevano determinata la sua visita e la sua piccola
alzata d'ingegno. Ma certamente senza volerlo gliele fece tornare in
mente la signora Cantelli, discendendo dalle altezze della tesi morale,
per rifarsi al caso particolare ond'era stato mosso il discorso.

-- Quello che più mi rincresce, -- ripigliava la buona signora, -- è di
pensare a quel povero giovinotto, che non è, poi, e non meriterebbe di
essere come tanti spensierati. Egli almeno sente che la sua condizione
non è bella. È spesso malinconico, e si capisce che un triste pensiero
lo turba. Gli si domanda, per isviare le sue malinconie, gli si domanda,
qualche volta di punto in bianco: ed ora, che cos'ha? Si scuote allora,
si sforza di sorridere, e risponde: nulla, sa, non ho nulla; difetto del
mio spirito, che s'incanta volentieri, e va qualche volta nelle
nuvole. --

La signora Livia tentennò ripetutamente il capo, atteggiando le labbra
ad un risolino d'incredulità.

-- Eh! -- soggiunse poi. -- Che cosa le dicevo io? Altro che nuvole! Il
conte Aldini ha quell'altra in mente; e non può non avercela spesso,
anche contro sua voglia. Ma bisognava pensarci in tempo, come ha detto
lei così bene, signora Eleonora, nella sua rettitudine; bisognava
pensarci in tempo, quando si era ancora sulla via piana e sparsa di
fiori. Perchè, dopo tutto, siamo giusti, anche quell'altra avrà ragione
a dolersi, non lo crede? e meriterà un pochino di compassione. --

Il ragionamento, che non faceva una grinza, poteva durare dell'altro. Ma
fu interrotto da un grido soffocato, che veniva dalla camera attigua,
accompagnato da un rumor sordo, come di una caduta. La signora Eleonora
ne fu sbigottita.

-- Margherita! figliuola mia! -- gridò ella, balzando in piedi e
correndo ad aprir l'uscio.

Per un istante aveva creduto di trovarla più vicina alla soglia, e già
si pentiva di aver condotto il discorso su quell'argomento delicato,
senza badare che qualche frase proferita a voce meno bassa poteva essere
udita di là, e destar l'attenzione di Margherita. Ma la fanciulla si
vedeva più oltre, colla persona abbandonata sopra un divano, a piedi del
letto di sua madre.

-- Signorina, che è stato? che cosa si sente? -- gridava a sua volta la
signora Zuliani, accorrendo anche lei.

-- Niente, signora; niente, mamma; -- rispondeva Margherita. -- Un
leggero stordimento improvviso, mentre venivo a domandarti d'una cosa da
dire al babbo. Mi ero alzata dalla sedia, e tutto ad un tratto non ho
potuto più reggermi.... Ma sarà una cosa passeggera, speriamo.

-- Se apriremo la finestra, sicuro; -- riprese la signora Zuliani. --
C'è troppo caldo, qua dentro. Ah, i caloriferi! -- soggiunse, andando
appunto a girare la spagnoletta delle imposte, e facendo entrare nella
camera un'ondata d'aria fredda. -- Ah, i caloriferi! invenzione
diabolica!

-- Sì, difatti, era troppo caldo; -- disse Margherita. -- E quest'aria
fredda mi ha fatto bene. Non ho più nulla; sorridi, mamma, non ho più
nulla, davvero. --

La signora Eleonora non era molto persuasa; ma finse di crederlo, anche
per dar modo alla signora Zuliani di congedarsi più presto. La signora
Zuliani non era meno desiderosa di andarsene che quell'altra di vederla
andare; perciò, fatti ancora due vezzi alla cara Margherita, prese
lestamente commiato.

Ma la bionda signora non era forse guarita de' suoi nervi, o de' suoi
vapori, come da principio pareva. Il tragitto dalla Riva degli Schiavoni
al palazzo Orseolo le parve maledettamente lungo. Appena giunta a casa
si mise a letto; e a letto la trovò Raimondo, quando capitò a casa per
l'ora di pranzo. Effetti del caldo, diceva lei; troppo caldo in
quell'albergo, dove era andata a visitare le signore Cantelli. Ma
Venezia non aveva bisogno di tanto caldo, per bacco; non ne aveva
bisogno con quel suo clima sempre uguale, temperato dai venti tiepidi
della Laguna, specie negli appartamenti esposti a mezzogiorno.




                                 VIII.


                           Tra due ammalate.


Raimondo a tutta prima si sgomentò, e senza por tempo in mezzo mandò per
il medico, sebbene prevedesse di sentirsi dire che erano cose da nulla,
sperando, anzi desiderando, che fosse tale il responso. È sempre bene
averlo favorevole, da uomini di dottrina e d'esperienza, se anche ve lo
incartoccino di astruserie, o ve lo confettino di vocaboli greci.

Il dottore Teodoro Dal Vago non era poi così ottimista come pareva,
sentendolo discorrere al letto dei suoi ammalati. Era un medico esperto
e consumato, che conosceva l'arte di non turbare lo spirito
degl'infermi, nè delle loro famiglie; quelli sempre disposti ad aver
nelle ossa tutti i malanni di cui si faccia il menomo cenno, queste
sempre facili a spericolarsi per eccesso di tenerezza, e magari a
lasciarsi sfuggire dagli occhi un segreto che l'ignoranza e la paura più
facilmente ingrandiscono.

Venne, osservò, tastò il polso, che in verità era poco regolare, sebbene
non forte, nè teso, ma che egli ebbe la buona grazia di trovare
eccellente; poi venne all'interrogatorio, che fu lungo, minuto,
amorevole. L'ammalata accusava dolori qua e là, al capo, al petto, alle
spalle. Forse reumatici? Ma sì, reumatici per l'appunto: non aveva ella
finito di raccontargli come le fosse accaduto di restare un'ora buona a
conversazione in un salotto troppo riscaldato, e di uscir poi all'aria
pungente della Riva degli Schiavoni? Si trattava dunque di una
infreddatura; e bisognava star riguardati, riposare, riposare e ber
caldo. Del resto, passando dal caso particolare, che in sè non aveva
nessuna gravità, alle condizioni generali del vivere signorile, specie
nella stagione fredda, o troppo variabile, il buon dottore aggiungeva le
sue riflessioni tra il serio e il faceto.

-- Se lo lasciano dire, mie belle signore? Sacrificano troppo alla moda,
troppo agli usi del bel mondo; non pensano che la salute è un dono del
cielo, e un dono a noi fatto, come quello della vita, per una volta
sola; donde la grande necessità di tenerselo caro.

-- Oh brutto dottore! -- mormorò la signora Livia, con quell'accento di
bambina scorrucciata, che soleva adoperare col suo Esculapio. -- Che
cosa faccio, finalmente? Non dovrò andare più neanche a teatro?

-- Non dico questo; ma andandoci.... si lasci dire anche questo, meno
scollato, e più bavero.

-- Ah, per questo, -- saltò su a dire Raimondo, che il primo responso
sul caso particolare aveva levato d'ansietà, -- ti dirò anch'io come mia
moglie: brutto dottore! ed anzi aggiungerò: "sior Tòdaro brontolon!"
Passi pel bàvero, per la pelliccia, per la mantellina ovattata, per
quell'altro che tu vorrai, e che raccomando sempre all'uscita. Ma un po'
di scollato, Dio buono, quando si è dentro, un po' di scollato!... È
così bella, mia moglie!

-- Raimondo! -- esclamò la signora, con una languida intonazione di
rimprovero.

-- Ebbene? -- ribatteva egli, animandosi. -- È ciò, che dicono tutti.
Quel po' di scollato ti va così bene! Non si sente infatti ripetere che
la tua linea, dal collo alla spalla, ricorda appunto la Venere
Capitolina? --

Il buon dottore sorrideva, avendo l'aria di partecipare a quei maritali
entusiasmi.

-- Sì, sì, -- riprese egli, -- è l'opinione generale. Ma appunto per ciò
mi raccomando. Pensate, ragazzi miei, che la Venere Capitolina ha ricco
il platisma micoide.

-- Platisma? -- ripetè Raimondo, interrogando.

-- Micoide; -- ribadì il dottore Dal Vago. -- Ma già tu vuoi la moneta
in ispiccioli: diciamo dunque pannicolo carnoso, quello che scende da
qui fin qua, dal mento al petto, e vi si sovrappone e segue amabilmente
il pannicolo adiposo; cioè a dire quel buon tessuto cellulare
sottocutaneo, che conferisce grazia alla persona, proteggendo anche gli
organi respiratorii. La Venere Capitolina, se ben ricordo, ne ha quanto
occorre. Il troppo stroppia; ma per mantenersi in quelle giuste
proporzioni, bisogna aversi riguardo, e nel caso nostro non esporsi a
perdere, cercare anzi di guadagnare. Dunque, dico io, preservativi, e
ricostituenti. Ella è di complessione sana, ma delicata, signora mia
bella; voglia guardarsi adunque dai troppo forti cambiamenti di
temperatura, ed anche assoggettarsi ad una piccola cura che la
rinvigorisca. Tutto ciò che riguarda la salute va fatto; tutto ciò che
riguarda la bellezza non va trascurato. Dico bene? --

Così, tra raccomandando e celiando, il dottore Dal Vago lasciò la camera
della bella inferma, per andare nello studio di Raimondo a scrivere
quelle due righe di recipe, senza cui non pare che il medico abbia
adempito a tutti gli obblighi suoi.

Rimasto solo con Raimondo Zuliani, il buon dottore parlò in un modo
alquanto diverso da quello di prima.

-- Fenomeni isterici, mio caro; e qui prima di tutto, vogliono esser
rimedii calmanti.

-- Isterici! -- esclamò Raimondo. -- Tu mi spaventi, dottore.

-- Perchè? Leggeri, anzi tutto. Non creder poi che questo sia soltanto
il caso di tua moglie. Son tutte isteriche, più o meno, le signore dei
nostri giorni. Ed anche gli uomini, infine....

-- Anche gli uomini? Ho sempre creduto che l'isterismo....

-- Eh sì, -- interruppe il dottore, -- che cos'è l'isterismo, se non una
sovreccitazione del sistema nervoso, e una forma della nevrosi, che è il
gran male del secolo? Ora, vedi, più si è deboli, e più facilmente si
soggiace alle conseguenze di queste sovreccitazioni; onde i cardiopalmi,
i fenomeni stenocardici, le dispepsie.... Ah, dimenticavo che tu non
vuoi parole greche; diciamo dunque palpitazioni, stringimenti di cuore,
digestioni difficili.

-- Ed ora non mi spaventi più, mi atterrisci.

-- Calma; siamo appena ai principii, e tutte queste brutte cose sono
ancora in proporzioni ristrette. Ma poi, chi non provvede in tempo, va
soggetto a convulsioni, alle contratture muscolari, ai trismi.... voglio
dire alle contrazioni persistenti dei muscoli elevatori della mascella
inferiore. Seguono o precedono, secondo i casi, le allucinazioni, le
insonnie, le anestesìe sensorie.... voglio dire i mancamenti temporanei,
le diminuzioni di sensibilità; nella vista, per limitazione del campo
visivo, essendo resa insensibile una porzione periferica della retina;
nella voce, nell'udito, e via discorrendo. Alle anestesìe, poi, si
alternano le iperestesìe .... cioè, diciamo pure gli eccessi di
sensibilità, come accade per l'appunto nelle allucinazioni, quando
l'isterico, in uno stato di mezza incoscienza, vede ripresentarsi alla
sua mente più scene della vita passata, e ti mostra di riviverle, negli
atteggiamenti diversi del viso, o nei fenomeni ipnotici, nel
sonnambulismo, ad esempio, quando egli risponde macchinalmente alle tue
domande imperiose. Bada, -- soggiunse il buon dottore, vedendo la cera
contraffatta di Raimondo, -- io ti parlo così, contro l'uso mio, perchè
siamo lontani da questi pericoli, e vogliamo e dobbiam prendere in tempo
le nostre precauzioni. _Principiis obsta_.... E questo lo intendi
benissimo.

-- So anche il resto: _sero medicina paratur_; -- disse Raimondo. -- Ma
i rimedii?

-- In farmacia non ne mancano; -- rispose il dottore; -- ma sono pei
casi urgenti e in fondo in fondo son palliativi e non altro; calmanti,
tonici, narcotici, ipnotici, non valgono certamente la cura diretta
dello spirito, sussidiata dalla dietetica e dalla climatica. Distrarre
la mente, nutrire e corroborare l'organismo, ecco il punto. Lo stomaco
si adatta mal volentieri ad una nutrizione ricostituente, lo so; ma
appunto per questo il cambiamento d'aria è raccomandato. Potrai tu
lasciare per un po' di tempo i tuoi affari?

-- Per lei, figùrati, farò questo ed altro.

-- Alla buon'ora. Stazioni climatiche invernali non mancano; in Liguria,
per esempio, da Nervi a San Remo, e più in là, se ti piace. Si fa doppia
cura, dello spirito e del corpo; ed anche è doppia quella dello spirito,
perchè alle distrazioni moderate e sempre piacevoli della vita nuova, si
aggiunge il benefizio dello avere abbandonata la vecchia, con tutti i
suoi turbamenti.

-- Qui, per altro, -- osservò Raimondo, -- la mia Livia fa una vita
abbastanza quieta.

-- Sì, va bene; ma le visite, i teatri, i balli, le conversazioni; son
tutte cagioni di esaurimento nervoso, per una costituzione così
delicata.

-- Come si fa, buon Dio? -- esclamò Raimondo. -- Come si fa a romperla
con tutte le consuetudini sociali?

-- Eh, lo so bene; restando, non si può; ma andando?... Del resto, hai
tempo a pensarci, poichè i disturbi della tua signora sono nello stadio
iniziale. Forma leggera di una malattia molto seccante, si possono, si
devono domare in tempo, per non aver noie più tardi. --

Fatto questo po' di chiacchiere, coll'amico Zuliani, il dottor Teodoro
Dal Vago lasciò il palazzo Orseolo, e fuori di là il dialogo si
restrinse in monologo. Sempre così, il buon dottore; un discorso al
malato, un altro alla gente di casa, e il terzo a sè.

-- "Donne, donne! eterni Dei!" -- incominciò, canticchiando tra i denti,
sull'aria conosciuta del _Barbiere_. -- Eccone una che non me la dice
giusta, colla impressione del freddo all'aperto, dopo essere stata in un
salotto troppo riscaldato. Dio sa che altro sarà stato, per metterle i
nervi in combustione. Ed è più malata che non sembri. Quella tosse
spasmodica! quella respirazione accelerata! Già incominciamo dal dire
che questa storia è vecchia; e di forma ereditaria, ci scommetterei la
testa. La madre, a quel modo nevrotica, come è finita! Quanto a lei, è
stravagante, a dirne poco. Capricciosa è sempre stata, dacchè la
conosco, ed è ancora una bambina, a trent'anni, se non li ha passati
d'un bel poco. Età climaterica, direbbero gli astrologi. Basta, se
l'amico Zuliani si decide a tirarla via da Venezia, e lei si lascia
condurre, che mi pare il più difficile, possiamo rimediarla ancora. Ma
occhio alla penna! --

Così conchiuso il suo ragionamento, se ne andò il buon dottore Dal Vago
a visitare altri ammalati, a fare altri dialoghi, per finire con altri
monologhi. I medici l'hanno ancora, la consolazione di questi piccoli
sfoghi, dopo essere stati costretti a dir le cose per metà, ed anche a
non dirle affatto.

Raimondo Zuliani aveva bene inteso che tutta la serie dei mali
minacciati alla sua Livia risguardava il futuro, e un futuro abbastanza
remoto da lasciar tempo a provvedere e fondata speranza di scongiurarli.
Perciò era presto uscito d'apprensione, non restandogli altra cura
nell'animo se non quella di obbedire ai consigli del medico. Una cosa
era ben risoluta, che sul finir di gennaio, o sui primi di febbraio,
alla più lunga, avrebbe condotta la moglie in un clima più confacente
alla sua salute. La gita in Liguria gli sorrideva: quanto agli affari
del banco poteva fidarsi del signor Brizzi, uomo pratico, accorto, ed
onesto a tutta prova. Del resto, pei casi ordinarii avrebbe provveduto
il carteggio, e per gli straordinarii il telegrafo. In questi pensieri,
aveva finito di calmarsi. Ed anche si calmava la signora, che la mattina
seguente non aveva più nulla, nè dolori vaganti, nè tosse, nè
agitazioni, nè ardori alla pelle. Certo, per quella volta, i fenomeni
isterici non c'entravano affatto; il guaio era tutto venuto dal gran
caldo nel salotto delle signore Cantelli. Anche i medici, poveracci,
qualche volta la sbagliano.

Oh, a proposito, una visitina alle signore Cantelli non era mica da
tralasciare. Gli premeva la felicità dell'amico, e prima di muoversi da
Venezia voleva anche per quel rispetto aver messe le cose a buon
termine. Per intanto occorreva sapere se la signora Eleonora avesse
ricevuto lettere dal marito, e notizia del giorno ch'egli sarebbe
capitato a Venezia, come prometteva di fare.

Andò dunque al Danieli, e di mattina, per esser sicuro di ritrovare le
signore in casa; se no, ad aspettare dopo colazione, c'era rischio che
col "felice mortale" fossero andate a fare qualche artistica
passeggiata. Salito all'appartamento delle signore Cantelli, trovò in
salotto la signora Eleonora sola, accigliata e più taciturna del solito.

-- E la nostra bella Margherita? -- chiese egli, guardando attorno, dopo
aver fatto i suoi convenevoli.

La signora Eleonora scosse la testa, e battè un pochettino le labbra.

-- Incomodata; -- rispose poi asciuttamente.

-- Oh, senti! E da quando? --

-- Da ieri.

-- Strano! E mia moglie, che è stata qui, non me ne ha detto nulla!

-- Era appunto da noi, -- replicò la signora Eleonora, -- quando la mia
figliuola si sentì venir male.

-- E la cagione? -- domandò Raimondo. -- Forse il troppo calore dei
camini....

-- Diciamo il troppo calore; -- mormorò la signora Eleonora, assentendo
a mezza bocca.

-- Dico questo, -- riprese Raimondo, un po' sconcertato, -- perchè mia
moglie, appena ritornata a casa, si è messa a letto con dolori per tutta
la persona, accennando al freddo della strada dopo il gran caldo che
aveva sentito qui. Ma il riposo assoluto e i pronti rimedii del medico
le hanno fatto bene, tanto che ora ha potuto alzarsi un pochino.

-- Non così la mia Margherita; -- disse la signora Eleonora, sospirando.
-- È ancora molto debole.

-- Che pena! -- esclamò Raimondo. -- Ella non può immaginare come io ne
soffra. --

Voleva chiedere se avessero chiamato un medico, e che cosa avesse egli
trovato, che cosa ordinato. Ma vedeva la signora Eleonora così seria,
così poco disposta ad accogliere le sue effusioni di cuore, che non ardì
aggiunger altro su quel tema, e stimò opportuno di cangiar discorso.

-- Dal signor Anselmo ha lettere? -- domandò egli, dopo un istante di
pausa. -- Le scrive che verrà presto? --

La signora stette alquanto sopra di sè, battendo ancora le labbra; poi
di schianto, non potendo più contenersi, proruppe in queste parole:

-- Senta, son quasi tentata di scrivere a lui che non venga affatto. --

A quell'uscita inattesa Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.

-- E perchè? -- domandò con voce trepidante, mezzo soffocata dallo
stupore.

-- Perchè.... perchè.... -- balbettò la signora Eleonora, pentita di
essere andata troppo oltre, senza aver meditato le conseguenze
dell'impegno in cui si metteva. -- Ella ha ragione a volerlo sapere, il
perchè. Ed è giusto che io glielo dica. Perchè il suo conte Aldini non è
l'uomo per mia figlia.

-- Signora!... -- riprese Raimondo, più stupito che mai. -- Non intendo
la cagione di questo suo mutamento improvviso; ed anche, mi consenta di
dirglielo, irragionevole. Della parola, forse troppo vivace, Le chiederò
scusa poi, quando avrò giustificato il concetto. Per sua norma, e sul
mio onore, Le attesto che il conte Filippo Aldini è il fiore dei
gentiluomini, e dei galantuomini, degno in tutto e per tutto di
quell'angelo della sua cara figliuola. Lo innalzo troppo, mettendolo al
paragone con la signorina Margherita? E sia; ma se nessuno può starle
alla pari, nessuno potrà avvicinarsi tanto a quell'altezza, quanto
Filippo Aldini; e questo glielo dico in coscienza dell'anima mia.

-- Non è l'opinione di tutti, -- notò la signora Eleonora.

-- Ed io, -- ribattè Raimondo, -- non so di tutti, nè di pochi; so
questo soltanto, che nessuno, intenda bene, nessuno al mondo, può
pensare di Filippo Aldini diversamente da me. Chi ha potuto calunniarlo
presso di lei, mentendo e sapendo di mentire?

-- Si calmi, signor Zuliani, la prego. Abbiamo bisogno davvero di tutta
la calma possibile, -- disse la signora Eleonora. -- In ogni altra
circostanza, mi creda pure, tacerei, non amando io un certo genere di
ciarle, che possono degenerare in pettegolate di donnicciuole. Ma si
tratta di mia figlia, ed ho l'obbligo di parlare ad ogni costo. Ella mi
ragiona dell'amico suo con tanto ardore di convinzione, che debbo
credere alla sua sincerità; ma posso anche credere che ella viva in un
inganno continuo. L'amicizia, si sa, porta una benda sugli occhi come
l'amore. Altri, a cui non fa velo l'amicizia, può aver veduto più chiaro
di lei.

-- Voglio sapere.... la prego, la supplico di dirmi chi le ha parlato
male di lui.

-- Male.... intendiamoci. È male per me, che son madre, e su certi
argomenti delicati debbo essere scrupolosa; ma può non essere male
egualmente per gli altri. Infine, e pregandolo ancora di esser calmo,
faccia delle mie parole un uso discreto, da buon cavaliere e da
onest'uomo. La sua signora, ieri, seduta lì, dov'è Lei in questo
momento, mi ha fatto una pittura del conte Aldini, del suo passato e del
suo presente, che senza esser troppo nera, badi, senza esser troppo nera
agli occhi del mondo, sarebbe sempre nerissima agli occhi di una madre.
Insisto su questo nome, -- soggiunse nobilmente la signora Eleonora, --
perchè in esso è la mia forza, e la giustificazione del mio operare. --

Raimondo era rimasto attonito, come stordito da una percossa sul capo; e
stette lì per alcuni istanti, senza proferir parola, guardando la
signora Eleonora.

-- Mia moglie! -- diss'egli finalmente. -- Ma che cosa ha potuto
raccontarle mia moglie, contro la verità sacrosanta? --

Qui la signora Cantelli, che oramai non poteva più dissimulare nè
attenuare, riferì tutto intiero il suo colloquio del giorno innanzi
colla signora Zuliani, tra gli atti di stupore e i dinieghi di Raimondo,
che non sapeva stare alle mosse. E narrò ancora dello svenimento di
Margherita, che dalla camera attigua aveva potuto udire ogni cosa, o
tanto che bastasse a farla cadere, povera innocente, dall'alto delle sue
illusioni verginali.

-- Fu un grande errore, il mio; -- conchiudeva la buona signora; --
grande errore di non avere aspettato suo padre, lasciandoci intanto
venir troppo attorno il conte Aldini. Ma che vuole? Conoscendo il modo
di pensare del mio Anselmo, sapendo che in questi casi si è sempre
rimesso al parere di sua figlia, non potendo infine dubitare di Lei, che
mi stava garante del carattere di quell'uomo....

-- E ne sto garante ancora; -- interruppe Raimondo.

La signora Eleonora fece un gesto che voleva dire: ne so abbastanza,
della sua garanzia; poi continuò ad alta voce:

-- Ora il male è fatto, e bisognerà rimediare. Io sono grata alla
signora Zuliani della sua sincerità, se anche questa sincerità è stata
cagione involontaria dello svenimento di Margherita. Le ragazze,
finalmente, debbono avvezzarsi a questi malanni; la vita ne è così
piena! Mia figlia non è più una bambina, del resto; sentirà l'obbligo
della sua dignità personale, e si riavrà di questo colpo. Quanto a me,
se sono andata un po' a precipizio nel fare, posso consolarmi pensando
di essere ancora in tempo a disfare.

-- A disfare! a disfare! -- gridò Raimondo. -- Spero bene che ciò non
sarà. Del mio buon disegno avevo scritto a suo marito, ed egli lo ha in
massima approvato; nè certo poteva fare altrimenti, conoscendo la mia
serietà, come la mia amicizia per lui. Ne va il mio onore, se Filippo
Aldini non è pienamente giustificato. Ma si figuri! ciance di donne
sciocche, o di giovinotti invidiosi, accolte alla cieca da una graziosa
isterica! Eh sì, l'ho detto, e non mi disdico. Il medico me ne parlava
ancora iersera. Amo mia moglie quanto ad un uomo è dato di amare una
donna; ma la virtù non può andarne di mezzo, nè la giustizia; e la donna
che amo non deve guastare i disegni che ho formati in mente, per la
felicità di due nobili cuori. Per sua norma, signora mia, l'Aldini è
l'onore personificato. Ella vuole concedere qualche cosa a sua scusa,
dicendo: leggerezze agli occhi del mondo. Ebbene! non ci sono state
neppur quelle. Ma non sa Lei che da quattro anni lo conosco, e da tre,
poi, non passa giorno che non ci vediamo, ricambiandoci i nostri
pensieri più intimi? La pratica di cui hanno riempite le orecchie a mia
moglie, non c'è, creda pure, non c'è; ne saprei qualche cosa io, se ci
fosse, perchè Filippo non ha mai avuto segreti con me. Pensieroso,
malinconico, sì, un poco, e diciamo pure più del bisogno; ma è il suo
naturale, e non occorre cercarne altre cagioni men belle; è pensieroso e
malinconico, se mai, come tutti coloro che pensano e sentono, come,
tutti coloro che aspettano qualche cosa, che so io? il loro astro
sull'orizzonte.

-- Vogliamo dire che ne avesse il presentimento? -- chiese la signora
Eleonora, con accento sarcastico.

-- E lo dica pure; sarà nel vero. Non mi ha egli sempre detto di no,
quante volte io gli ho fatto proposte, e vantaggiose in sommo grado per
lui? Il cuore non c'era, il cuore non aveva parlato. Ha questa volta,
no: il cuore è stato preso in un súbito. E badi, non voleva, e non
vorrebbe neppur oggi farsi avanti, aspirare alla mano dell'angelica
creatura. Egli sa che è ricca, troppo più ricca di lui, che possiede a
mala pena un trecentomila lire di patrimonio.

-- Noi non badavamo a queste cose; -- notò la signora.

-- Ma doveva badarci lui, delicato com'è. Vuole di più? Mi stia a
sentire. Avendogli io detto che mettevo a sua disposizione cento o
due

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