I mesi dell'anno ebraico
by Pinhas Refa'el Baki · Italian · Gutenberg #37783 · 511,983 chars · public domain (US)
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Title: I mesi dell'anno ebraico
Author: Pinhas Refa'el Baki
Release date: October 17, 2011 [eBook #37783]
Language: Italian
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I MESI
*DELL’ANNO EBRAICO*
CON BREVI NOZIONI
DI
ARCHEOLOGIA BIBLICA
*LETTURE*
AD USO
_DELLA GIOVENTÙ ISRAELITICA_
PER
*BACHI FELICE*
RABBINO
TORINO
TIPOGRAFIA LOCATELLI E COMP.
_nel R. Albergo di Virtù._
1880.
ALLA SANTA MEMORIA
DI
SANSON LAZZARO _Rabbino_ E GÙTELA
MIEI GENITORI.
LETTERA.
_dell’Ecc.o Prof. Cav. _S. Ghiron_ Rabbino Maggiore_
————
*Egregio Signor Rabbino,*
_Con quella modestia, che La predistingue, La S. S. volle presentarmi la
Sua Opera_ «*I mesi dell’anno Ebraico*» _affine di avere il mio avviso
prima di pubblicarla. Io la lessi col maggior piacere, dacchè vi si
comprendono nozioni storiche ed archeologiche sulle nostre solennità che
indubbiamente si potranno leggere con grande utilità dalla gioventù
israelitica, al cui insegnamento Ella ha dedicata la vita intiera. Se di
vantaggio riescirebbe il di Lei lavoro in ogni tempo, opportunissimo mi
pare che dovrà tornare ai giorni che corrono, in cui con minor fervore
sono pur troppo coltivati gli studii sacri dai nostri giovanetti, mentre
tanto bisogno dovrebbero sentire di premunirsi contro tante irreligiose
tendenze._
_Faccio voti cordiali pertanto, affinchè il suo scritto, fatto di
pubblica ragione, Le ottenga quel premio, che non dovrebbe mai fallire a
chi dedica il suo tempo all’incremento della Virtù e della Fede: la
ricompensa celeste e la pubblica approvazione._ Umsà hhén vescéchel tóv
beené eloím veadám.
_Mi pregio di dichiararmi con predistinta considerazione_
_25 marzo 1880._
_Suo Devotissimo_
*S. GHIRON.*
LETTERA.
_dell’Ecc.o Dott. _M. Levi Ehrenreich_ Rabb. Magg.e_
————
Preg.mo Signore,
_Nel restituirle il lavoro sui_ *Mesi dell’anno israelitico* _non posso
a meno di porgerle le più sincere congratulazioni per essere riuscito a
condurre a termine un’opera molto pregevole, che arricchirà la nostra
letteratura d’un libro per molti rapporti assai commendevole._
_Mi piacque anzitutto l’idea d’insegnare ai nostri giovani la nostra
storia antica, le leggi, i riti e costumi sacri, prendendo occasione
dalle feste, dalle commemorazioni e sacre pratiche, come si susseguono
nei vari mesi dell’anno._
_Il suo libro mi piace inoltre, perchè attenendosi nell’esposizione
delle dottrine e delle leggi alla pura ed inesausta fonte della Santa
Scrittura, Ella non trascura di rendere all’antica Tradizione il
riguardo e l’omaggio che le è dovuto; mi piace infine, perchè destinato
ad erudire la nostra gioventù in ciò che nell’istruzione della medesima
deve occupare il primo posto, il suo libro è adorno di quei pregi che a
siffatti lavori non devono mancare, voglio dire la chiarezza, l’ordine,
forma attraente ed estensione e profondità d’insegnamenti proporzionati
allo scopo che veggo essere quello di far conoscere, apprezzare ed amare
ai giovani israeliti le nostre antichità, la nostra Religione e le sacre
pratiche che da essa traggono origine._
_Mi abbia, Egregio Signore, quale sono con distinta stima_
_23 ottobre 1879._
_Devot. Amico e Servo_
*M. LEVI EHRENREICH.*
INTRODUZIONE
*Ai buoni e cari fanciulli Israeliti.*
Col mio _libro di Morale pratica_, intesi proporre alla vostra
meditazione una raccolta di atti nobili e generosi narrati nella Bibbia
e nei libri Talmudici, dandovi altresì un saggio del sapere dei nostri
antichi Dottori, mediante svariati assiomi ed apoftemi morali
applicabili alle contingenze della vita domestica e sociale.
Quel mio lavoro fu assai modesto; ed ora un secondo ne intraprendo, e
per darvi ragione e di quello e di questo, vi dirò che mi vi indusse la
decadenza fra noi dello studio della lingua ebraica e relativa
letteratura. Un secolo addietro, lavori di gran lunga superiori ai miei,
ed i miei in conseguenza, sarebbero stati inutili e totalmente incurati;
ritenuto che non fossevi Israelita, che di poco si levasse dalla
mediocrità, a cui non fossero famigliari i libri talmudici, o per lo
meno le raccolte aneddotiche e morali da essi estratte e proposte a
studio scolastico.
Oggidì la bisogna corre assai diversa; la lingua sacra è più che
trascurata....; e se voi arrivate a leggere una lezione del Pentateuco,
anche senza capirne il senso, credete, o vi fanno credere, abbiate fatto
abbastanza per l’educazione vostra religiosa.
Egli è per questo motivo che noi preposti alla vostra educazione
sentiamo il bisogno, il dovere d’iniziarvi nelle cose giudaiche: di
farvi conoscere la storia del popolo nostro, i suoi usi, i suoi costumi,
i passi da lui fatti nel cammino delle scienze; affinchè cresciuti negli
anni, anzichè arrossire, come molti pur troppo fanno per insipienza, del
nome d’Israelita, possiate portare alta la fronte e dire e ripetere ai
nemici e disprezzatori del nome d’Israelita: Noi apparteniamo ad un
popolo il quale oltre di avere tenuta viva in terra la fiaccola del vero
religioso, di molti rami dello scibile fu iniziatore e di altri molti
coltivatore a nessuno fu secondo.
Il codice civile e criminale israelitico ha nulla ad invidiare al
romano, o a qualunque altro dei popoli i meglio inciviliti: ed anzi in
molti punti, massime nella parte criminale, li supera. In quanto ad
astronomia e medicina, nel medio evo ancora, allorchè il nome
d’Israelita era colpito d’immeritato obbrobrio, era affidata ad Ebrei la
salute di re e principi, e persino quella dei papi: e furono Ebrei
quelli che emendarono gli errori astronomici del calendario Giuliano, e
collaborarono alla compilazione delle tavole Alfonsine e calendario
Gregoriano.
Ma io m’accorgo di escire dal seminato e di essere già ito assai oltre
di quanto conveniva per la introduzione del modesto mio lavoro che
intitolo: _I mesi dell’anno Ebraico_; essendo mio scopo segnarvi i fatti
più memorabili avvenuti al popolo nostro in ciascun mese, e dei quali
come ne serbarono memoria i nostri maggiori, così conviene la serbiamo
noi. A complemento poi di questi fatti ho creduto bene di dare alcune
fra le più importanti nozioni di Archeologia biblica, distribuendole
alla fine di ciascun mese. Vi riescano utili queste letture e valgano ad
inspirarvi amore pel giudaismo, ed io mi terrò appieno compensato.
NOZIONI PRELIMINARI
DIVISIONE DEL TEMPO
§ 1.—*Stagioni.*
A differenza degli Europei che divisero l’anno in quattro stagioni, gli
Orientali usavano dividerlo in sei parti che noi distingueremo col
titolo di _epoche_, poichè pare che tale divisione fosse stata addottata
anche presso gli antichi ebrei. Probabilmente essi la fondavano sopra un
versetto del Pentateuco che ora noi andremo a citare. Dopo il diluvio,
quando Dio strinse l’alleanza con Noè e gli promise che non avrebbe più
mandato il diluvio a distruggere la terra, perchè la tentazione del
cuore umano è cattiva dalla sua gioventù; soggiunse: «Per tutta la
durata della terra la seminagione (_I_) e la mietitura (_II_), l’inverno
(_III_), e l’estate (_IV_), la primavera (_V_) e l’autunno (_VI_), il
giorno e la notte non cesseranno».
Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell’anno ebraico.
L’epoca prima, quella della mietitura, comincia alla metà di aprile per
finire alla metà di giugno (secondo e terzo mese dell’anno ebraico). Per
tutto questo tempo il cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni
d’aprile l’aria comincia a farsi calda.
L’epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla metà di giugno
alla metà di agosto (quarto e quinto mese). Il calore comincia ad
ingagliardire tanto che gli abitanti dormono spesso sui terrazzi¹ a
cielo scoperto.
¹ In Oriente, come diremo altrove, le case erano ordinariamente e
sono tuttavia in gran parte di un sol piano oltre il piano terreno;
e sono coperte non da tetti a tegole come da noi, ma bensì da
terrazzi di cui spiegheremo l’uso a suo tempo.
L’epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa sentire eccessivo
dalla metà di agosto alla metà di ottobre (6º e 7º mese), e per la sua
ardenza i ruscelli si asciugano e la terra si screpola. Le pioggie sono
bensì rarissime dalla metà di aprile alla metà di settembre, ma in
compenso cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.
L’epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla metà di ottobre
fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese). La temperatura è varia;
sopravvengono pioggie, brine, nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine
d’ottobre cominciano a cadere le prime pioggie d’autunno, indicate nella
Bibbia col nome di _iorè_ e tanto necessarie ai campi per la
germolazione del seminato.
L’epoca quinta segna l’inverno, e comincia alla metà di dicembre per
finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese). La neve cade talvolta
anche nel piano, ma è raro che duri un giorno intiero, ed il ghiaccio
sempre sottilissimo si strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il
tuono e la grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio, i
prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi inverdiscono, gli
alberi si rivestono di foglie.
L’epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà di aprile
(mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura che nel
principio di quest’epoca si mantiene tuttavia freddetta va riscaldandosi
a gradi. Nel principio del mese di aprile cadono le ultime pioggie
indicate nella Bibbia col nome di _malcosc_, per le quali si facevano
pubbliche preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie per la
fecondazione dei campi.
§ 2.—L’anno.
Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato la durata
dell’anno e regolatone il corso secondo il cammino del sole; imperocchè
sarebbero loro bisognate cognizioni astronomiche, che solamente più
tardi potettero acquistare; epperò è molto più verosimile che essi
abbiano preso per norma la state e il maturare dei frutti della terra.
Osservando infatti che la state e la maturità dei frutti ritornavano,
nei principii, dopo dodici lunazioni circa, composero l’anno di dodici
mesi lunari, onde nelle età primitive l’anno ebbe solamente 354 giorni.
Ma come dopo un certo numero d’anni così computati, lo stesso mese aveva
finito per ricondurre stagioni opposte, si sentì la necessità di
conciliare l’anno lunare col solare. Difatti dalla narrazione della
grande catastrofe diluviana si rileva come fosse già stabilito l’anno di
dodici mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei l’anno
lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col solare, comandò di
offerire a Dio nel secondo giorno di Pasqua, vale a dire nel giorno
sedicesimo dopo la neomenia del mese di Nissan, un manipolo di spighe
mature (_ómer_): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza i
sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa cosa dovevano farla quasi
ogni tre anni, giacchè gli undici giorni di differenza che passano
annualmente tra l’anno lunare e il solare, componevano in tre anni più
di un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava _Veadar_.
Gli Ebrei avevano un doppio cominciamento d’anno, il sacro
d’instituzione mosaica, secondo cui regolavano le feste, i digiuni e
tutto quanto si riferiva alla religione; ed il civile, d’instituzione
rabbinica, e di cui si valevano per gli affari e le cronache civili.
L’anno sacro cominciava in primavera alla neomenia del mese di _nissan_,
l’anno civile cominciava in autunno alla neomenia del mese di _tisrì_.
§ 3.—Del giorno e del mese.
Sulla durata del giorno furono e sono varie le usanze dei diversi
popoli. I Babilonesi contavano i loro giorni da un levare all’altro del
sole; gli italiani all’incontro da un cadere ad un altro; gli Ebrei
invece da un tramonto ad un altro del sole. Lo spazio d’un giorno
intiero, cioè di 24 ore, viene designato nella Bibbia colle parole:
_sera_ e _mattina_ oppure _meèrev ad èrev_ (da una sera all’altra).
Un’indicazione affatto naturale divide il giorno in tre parti, vale a
dire il mattino, quando il sole nel suo mo movimento apparente, s’alza
sopra l’orizzonte; il mezzodì, quando il sole giunto alla maggiore
altezza è a metà del suo corso; la sera quando esso tramonta e si cela
al nostro sguardo. Sono appunto questi i tre tempi del giorno in cui il
fedele Israelita deve volgere il suo pensiero e la sua adorazione a Dio.
Però, come fanno ancora tuttodì gli Arabi, gli Ebrei dividevano il
giorno in sei parti ineguali, ed erano: 1º _sciahhar_ (ricercare,
considerare quanto ne circonda) l’aurora; 2º _boker_ (riconoscimento
degli oggetti) mattino; 3º _hhom aiom_ (riscaldamento del giorno) le ore
prossime al meriggio; 4º _ssahoraïm_ (le due luci) il tempo medio del
giorno, cioè il fine della prima metà e il principio della seconda; 5º
_ruahh aiom_ l’ora del vento (che nelle contrade Orientali spira ogni
giorno) sul cadere del giorno; 6º _érev_ (confusione) sera. Il tempo che
comincia col tramontare del sole e finisce al momento che le tenebre
coprono la terra, viene pure detto: _ben-aarbaim_, e la notte viene
designata col nome di _laila_.
Quantunque non trovisi menzione delle ore, come l’intendiamo noi, nè nei
libri santi, nè negli scritti caldaici² tuttavia è probabile che gli
ebrei conoscessero la divisione del giorno in 24 ore; e ciò lo possiamo
argomentare dal quadrante d’Ezechia diviso in gradi _maalód_, e dalla
cognizione che avevano gli Egiziani delle clessidre, inventate, dicevano
essi, da Mercurio.
² Le parole _saà_ e _sanhtà_ interpretate nei libri rabbinici per
_ora_, probabilmente non furono in principio adoperate se non nel
senso di _momento_, _istante_, derivando esse dal verbo _saà_ che
vale: gettare uno sguardo.
Trovasi la parola _regan_ per significare il minuto.
La settimana veniva indicata col nome _ssavuan_ (giro di sette giorni da
_ssevan_, _ssivñhà_). I giorni non avevano nomi peculiari, ma
s’indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc. Essendo il sabbato il dì
principale della settimana, perciò si dava anche alla settimana intiera
il nome di sabbato.
Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora: 1º Le ebdòmade di
settimane, cioè i quarantanove giorni che correvano dalla festa di
Pasqua alla festa di _Savuód_; 2º Le ebdòmade d’anni, dei quali il
settimo si chiamava anno sabbatico _senad assemità_; 3º Le ebdòmade di
anni sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall’anno del
giubileo _iovel_, che cadeva nell’anno cinquantesimo. Lo storico
Giuseppe Flavio fa anche menzione di un periodo di dodici anni
giubilari, cioè di seicento anni: ma i libri santi non parlano in verun
modo di tale divisione.
Non v’ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano fornito occasione
ai primi uomini di determinare i mesi. Quando videro che dopo ventinove
giorni e mezzo la luna ricominciava la sua carriera, era cosa naturale
che, mossi da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo, in
cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici adoperati ad
indicare il mese sono: _ierahh_ (da _iareahh_ luna); _hhodess_ (da
_hhadass_ nuovo ovvero novilunio).
I mesi, tranne pochissimi, venivano anch’essi indicati numericamente 1º,
2º ecc. Durante la schiavitù babilonese gli ebrei adottarono i nomi dei
mesi babilonesi e i nomi degli angeli³. I mesi stabilmente prescritti
colla compilazione del Talmud sono i 13 seguenti: 1º _Nissan_ indicato
nel Pentateuco col nome di _abib_ (maturazione); 2º _Iiar_ (_ziv_
bellezza, decoro per l’abbondanza dei frutti e dei fiori); 3º _Ssivan_;
4º _Thamuz_; 5º _Ab_; 6º _Elul_; 7º _Tisrì_ designato nella Bibbia col
nome di _ierahh aedanim_⁴; 8º _Merhhasvan_ (bul); 9º _Chisslev_; 10º
_Theved_; 11º _Ssevath_; 12º _Adar_; 13º _Veadar_ o _Adar_ secondo.
³ Prima della schiavitù babilonese non si trova nei libri santi
veruna menzione di nomi speciali dati ad angeli, ma bensì il nome
generico di _malach_ adoperato indistintamente per significare:
_angelo_, _messaggiere_, _inviato_. Difatti con questo vocabolo
troviamo designati i messaggieri che Giacobbe inviò ad incontrare
il fratello Esaù; l’angelo che impedì ad Abramo di sacrificare il
figlio Isacco; l’uomo apparso a Gedeone per consigliarlo ed
incoraggiarlo a prendere le armi per liberare la sua patria gemente
sotto l’oppressione straniera; Mosè redentore d’Israele; gli uomini
mandati da Mosè al re di Edom ecc. Invece in Daniele, che scrisse
all’epoca della schiavitù Babilonese, gli angeli assumono nomi
proprii: Michæl che sta alla destra dell’Eterno, Gabriele che sta
alla sinistra di lui, Raffaele, Uriele ecc.; e Schammaele, e Sàtana
quali angeli cattivi.
⁴ Questo vocabolo viene dai commentatori diversamente interpretato,
perchè, come vedremo in seguito, ricorrono in tale mese gli
anniversarii di parecchi fatti importantissimi: quali quello della
creazione del mondo, quello della nascita dei patriarchi, quello
della nascita di Samuele ecc. Però il suo significato più probabile
e letterale è la sua derivazione dalla radice _adà_ venire, essendo
il mese in cui si raccoglievano nei granai tutte le specie dei
prodotti campestri. (Lib. vocabolo _Edan_).
NISSAN (_Marzo-Aprile_).
Come s’apre splendido e nobile l’anno ebraico! Con quanta ragione Mosè
potè rivolgere al popolo che stava per redimere le seguenti parole:
«Questo mese è a voi il capo dei mesi: il primo sia per voi dei mesi
dell’anno»; poichè fu in esso che quello stesso popolo scosse il lungo
giogo di dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere
nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della storia del
nostro popolo.
Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto il suo amato
Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall’ardente desiderio di
abbracciarlo ancora una volta prima di morire, non esita neppure un
istante ad aderire all’invito di lui, e portasi in Egitto con tutta la
sua famiglia composta di settanta persone. Passato poco meno d’un
secolo, e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d’Egitto un
uomo, che agitato dalla paura e guidato da una politica iniqua, infrange
ogni legge di lealtà; e dimentico degli immensi benefizii fatti da
Giuseppe all’Egitto, a quella famiglia venuta colà ad ospitare
fiduciosa, e fattasi in quel frattempo un popolo numeroso, impose
dapprima enormi gravami e poscia nell’intento di estinguerla totalmente
decretò: che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente
strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo. Ma se Dio pei suoi
imperscrutabili disegni permetteva che questa famiglia scelta a ricevere
e spandere la sua eterna volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse
nei suoi primordi oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su
d’essa con particolare affetto.
Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore di lasciarsi
strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone. Le riuscì di
nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a tre mesi, lo espose alle
rive del Nilo fidente nel divino aiuto, e quasi presaga di quanto doveva
succedere. Iddio, che con segni straordinarii, come ci afferma la
tradizione, aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino
dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone e da
quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato a figlio e
chiamato Mosè; venisse condotto alla reggia e quivi educato dai
sacerdoti d’Osiride in tutta la scienza del paese.
Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte, fecero
dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose vittorie, che
a capo degli stessi Egizii che avevano dovuto proclamarlo loro capitano,
ottenne sugli Etiopi che avevano invaso e volevano sottomettere
l’Egitto⁵; egli ebbe a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per
essersi levato in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato da
uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia, pare che si facciano
una legge e trovino una dolce voluttà nell’aspreggiare vilmente i miseri
pazienti sottoposti ai loro ordini; dovette riparare in Madian ove trovò
cortese ospitalità presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del
quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.
⁵ Nelle sue antichità giudaiche, Giuseppe Flavio racconta alcune
curiose particolarità su Mosè, che noi crediamo utile di riportare
compendiandole; poichè nel Pentateuco si riscontrano effettivamente
nella vita di Mosè certe lacune o allusioni a fatti che non vennero
in esso registrati, perchè onninamente personali al suo autore e
non richiesti da nissun vero interesse storico.
Dopo di avere quindi descritto le doti fisiche di cui Mosè era
ornato e dettolo di una bellezza mirabile e divina, nota che la sua
intelligenza era talmente sviluppata e superiore alla sua età, che
la sua madre addottiva Thermutis, che i nostri dottori cambiarono
in Bitià, presa per lui di un’affezione talmente viva, all’età di
tre anni lo presentò al proprio padre onde volesse dichiararlo suo
erede presuntivo qualora non fosse favorito di prole maschile.
Espone in seguito come gli Egiziani atterriti da un’invasione di
Etiopi furono costretti a nominare Mosè loro capitano, malgrado le
vivissime opposizioni di molti suoi nemici e particolarmente di
quelle che gli venivano fatte dai Sacerdoti; i quali invidiosi
della sua straordinaria sapienza paventavano che la corona dei
Faraoni dovesse veramente cingere la fronte di uno straniero. Mosè
preso dunque il comando diede battaglia ai nemici del suo re, li
ruppe completamente: anzi assediò e prese Saba (Méroé) loro
capitale, e sposò Tharbis (forse la donna mora, _Cussid_, accennata
nel Pentateuco e che diede motivo a mormorazioni contro Mosè per
parte di Aronne e Marianna?) figlia del re che erasi perdutamente
invaghita di lui.
Racconta poscia un breve episodio il quale quantunque concordi nel
fondo coll’esposizione fattane pure dai nostri dottori, ciò non
pertanto diversificando nei particolari, noi crediamo bene di
attenerci a questa seconda: e tanto maggiormente perchè essa serve
a dare una ragione plausibile di un difetto organico di Mosè. Ecco
il fatto:
Un giorno che Faraone teneva nelle sue ginocchia il bambino Mosè,
questi gli tolse la corona dal capo e se la cinse egli stesso. I
maghi di Faraone, che avevano già in lui pronosticato un futuro
salvatore d’Israele, dissero a Faraone: «Bada che costui non abbia
ad essere il tuo nemico e rivale: mandalo a morte».
Ietro, presente a quel barbaro consiglio, s’interpose a favore del
bambino, dimostrando che il solo lucicare delle pietre preziose lo
avevano allettato ad afferrare la corona; e per meglio persuadere i
suoi opponenti propose la seguente prova: «Si presenti, disse egli,
a questo bambino un bacile con sopravi la corona e una brace
ardente; e si esperimenti se è la vivacità della luce o un interno
presentimento di futura grandezza che lo abbia spinto a
quell’atto.»—La prova è accettata: il bambino ha davanti agli occhi
una brace lucidissima e una corona. Senza esitare egli stende la
mano alla corona; ma un angelo scende dal cielo gli sospinge la
mano a dar di piglio alla brace.
Il bambino mette un grido, porta alla bocca la mano e il fuoco, la
lingua ne fu scottata, rimase balbuziente, ma fu salvo.
Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava le pecore
dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo cuore maturò il
sublime proposito di tornare in libertà i suoi fratelli e di farne un
popolo segnalato fra le nazioni. Certo dell’appoggio divino che nel
roveto ardente vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua
modestia e dalla gravezza dell’incarico che stava per assumersi⁶, va in
Egitto: e col fratello Aronne arringa il popolo d’Israele, e lo persuade
che il Dio giusto e forte dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide
l’angoscia del suo animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di
patimenti e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo, Isacco e
Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al cospetto di Faraone
gli domanda la libertà del popolo primogenito di Dio in nome di
quell’Essere che fu, è, e sarà⁷. Faraone con un’alterigia dissennata,
non si soddisfa di rispondere con un rifiuto dicendo di non avere
cognizione di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul
popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta da Mosè unica
conseguenza della loro pigrizia. Ma coll’opera di mirabili prodigi,
detti le dieci piaghe d’Egitto, Mosè rende manifesta a tutto l’Egitto la
onnipotenza del vero Iddio, e libera Israele arricchito delle spoglie
dei suoi oppressori⁸ che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre
due secoli⁹.
⁶ Nelle riluttanze spiegate da Mosè nell’Oreb, quando a più riprese
cercò di sottrarsi a tale missione altissima, giustificando il suo
rifiuto colla tardità di sua favella, dice a Dio: «anche da quando
tu parlasti al tuo servo». In tali parole i nostri Dottori
trovarono una prova che già precedentemente a quell’avvenimento
Iddio aveva parlato a Mosè su tale proposito.
⁷ La rivelazione, che contiene tutta la filosofia, e più che la
filosofia, così espresse la definizione di Dio: «Io sono colui che
sono». Definizione stupenda, che quando fu promulgata non sarebbe
potuta essere trovata dal discorso degli uomini, e che
congiuntamente alle altre dottrine dei libri mosaici, non potendo
aversi per un parto naturale di quei tempi, accusa un’origine
divina.
_Gioberti_, _Teorica del Sopran._
⁸ Nel nostro libro di Morale pratica, pag. 89, abbiamo inserito una
quistione storico-politica ricavata dal Talmud e suscitatasi tra
gli Ebrei e gli Egiziani all’epoca in cui Alessandro Magno vinto
Dario re di Persia aveva esteso il suo dominio in gran parte
dell’Asia e dell’Egitto, e la quale serve a spiegare questo fatto
che da troppi scrittori venne preso a pretesto di ignobili accuse e
basse insinuazioni contro l’onestà di carattere del popolo nostro.
⁹ L’Egitto fioriva da antichissimo d’una prosperità materiale, e
consideravasi come il paese della ricchezza e della scienza. Colà
viaggiò Abramo spintovi dalla carestia; e i libri sacri, come vanto
della sapienza di Salomone, dicono che vinceva quella degli
Orientali e degli Egizii.
_C. Cantù_, _Docum. alla sua St. Un._
Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere mai cedere alla
ragione acciecati dalle loro prave passioni. Cuocendo al Faraone di
avere permesso a tanti uomini di sottrarsi al suo giogo, e non potendo
comportare che quel popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il
capo alla sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo
esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo alla sua
soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una terribile punizione che
tardi o tosto colpisce sempre l’ostinato ed inumano oppressore. Breve
strada disgiunge l’Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli
Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente i Filistini, e
siccome il dovere subito combatterli avrebbe in essi risuscitato il
desiderio di tornare in Egitto, perchè una secolare schiavitù ne aveva
avvilito il cuore e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via
del deserto.
È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione dei grandi
cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece subire alle spiaggie del
Mare Rosso. La prima tappa fu fatta in un luogo detto _Sucoth_ (tende)
probabilmente a causa delle tende colà rizzate; la seconda ad _Etan_.
Però affine d’ingannare il re d’Egitto, facendogli credere di essersi
smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini, Mosè fece
accampare il popolo con una marcia retrograda tra _Migdol_ e il mare
dirimpetto a _Baal-Sefon_.
Era il sesto giorno dall’uscita d’Egitto, e il popolo alzando gli occhi
videsi vicino la formidabile oste di Faraone. Smarrito, grida al suo
conduttore: «Ecchè! non eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci
conducesti a perire in questo deserto? Perchè ne traesti dall’Egitto?»
Mosè, avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere, li
conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per l’ultima volta voi
vedrete gli Egizii. È l’Eterno che combatterà in vostra difesa». Sorge
l’alba del settimo giorno, e dietro l’ordine di Dio, Mosè batte colla
sua verga i procellosi flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si
dividono, e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad Israele che
lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra sè e l’inimico.
Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone ordina al suo esercito
d’inseguire i fuggenti, che già toccavano l’altra sponda. I soldati
accortisi, ma troppo tardi, dell’estremo pericolo che loro sovrastava
affannosamente gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele, poichè Iddio
combatte per lui contro l’Egitto». Intanto Israele esce festosamente dal
mare, e Mosè batte di nuovo colla sua verga le acque, le quali con
immenso fragore ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei
loro abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la lirica
più antica giunta insino a noi, venne composto da Mosè; e
coll’accompagnamento di strumenti musicali venne cantato dal popolo ad
onore di quel Dio, che si dimostrò tanto buono e potente in suo favore.
Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione della
festa di Pasqua o delle azzime _Pessahh_ o _hhag amassod_, che noi
celebriamo nel plenilunio di Nissan, cioè dai 15 ai 22 di questo mese.
La doppia denominazione con cui viene designata questa festa avviene da
ciò, che colla parola _Pessahh_ (che significa _transito_, _salto_) si
vuole commemorare l’incolumità serbata ai primogeniti ebrei quando
l’angelo di Dio uscendo per l’Egitto ad uccidere indistintamente i
primogeniti degli uomini e delle bestie, _saltava_ le abitazioni degli
Ebrei frammischiate a quelle degli Egiziani; e coll’altra denominazione
di _hhag amassod_ si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e
costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo ebreo, di
cibarsi d’azzime per tutto il tempo della sua durata.
Quantunque sia forse cosa superflua, pure ricordiamo, che lo scopo di
questa ordinazione fu quello di volere commemorare il pane
_dell’afflizione_ che mangiarono gli Ebrei nella loro precipitosa uscita
dall’Egitto; inquantochè fu talmente forte lo spavento provato da
Faraone e da tutti gli Egiziani, vedendo istantaneamente cadere esanimi
i loro primogeniti, e non trovarsi casa ove non vi fossero morti; che
raccoltisi frettolosamente presso Mosè ed Aronne li stimolarono, li
obbligarono ad allontanarsi immediatamente dal loro paese, pregandoli
pure a volerli benedire prima della partenza, onde non avessero ad
incontrare anch’essi la sorte dei loro primogeniti. Gli Ebrei dovettero
pertanto caricarsi sulle spalle la pasta che con prudente disposizione
Mosè aveva fatta loro preparare pel viaggio, e farla cuocere con
sollecitudine in focaccie non fermentate appena fuori della città.
E qui cade acconcia una osservazione. Tanto questa solennità come quelle
di _Savuóth_ e di _Sucóth_, noi le prolunghiamo di un giorno oltre al
numero fissato da Mosè, e in opposizione a quanto anco attualmente si
segue in Gerusalemme. Ecco il motivo di tale differenza. In Gerusalemme
ove risiedeva il Sinedrio che formava il Senato della nazione, e di cui
noi parleremo in seguito, si stabiliva il primo giorno del mese dietro
le deposizioni di testimonii irrecusabili di avere veduto la luna nuova:
e di questa decisione se ne rendevano partecipi le provincie con fuochi
accesi convenzionalmente sopra certe montagne. Ma dopo la distruzione
del Tempio e il trasporto del _Beth Din_ in Iabnè, sul dubbio che
l’annunzio del vero primo giorno del mese arrivasse in tempo nei luoghi
lontani, si decise che si prolungasse di un giorno la festa; e la Pasqua
si festeggiava nei dì 15 e 16 per cui il 7º e 8º giorno della festa
venivano a cadere nei dì 21 e 22 del mese. Questo giorno fu chiamato il
_iom tov scenì scel galuiod_ (secondo giorno festivo della dispersione).
E quantunque sia ora impossibile il cadere nell’errore che si temeva dai
nostri antenati, nullameno si persiste a seguire tale uso quasi
universalmente.
Inaugurazione del Tabernacolo.
Fu pure nel primo giorno di questo mese nel secondo anno dall’uscita
d’Egitto, che fu inaugurato il tabernacolo fatto fabbricare da Mosè nel
deserto. Noi ommettiamo la descrizione di tale solennità, sia perchè
essa riescirebbe troppo lunga e sia per essere cosa di mediocre
importanza storica. Nelle nozioni di Archeologia, avremo però occasione
di parlare del pregio artistico di quei lavori. Non dobbiamo però
passare sotto silenzio, essere stato tale l’entusiasmo del popolo
nell’offrire preziosi oggetti per erigere ed arredare quella prima casa
d’orazione consacrata al vero Iddio; che Mosè fu costretto «a fare
passare una voce nell’accampamento onde raccomandarne l’astensione,
essendone già provvisto oltre al bisogno». I direttori dei lavori furono
due artisti di genio designati da Dio stesso, e che si chiamavano
Bessalel e Oliab.
Sollevazione del popolo.
Essendo destino dell’umanità che al bene debba trovarsi sempre mescolato
il male, in maggiore o minore proporzione, dopo i due fatti precedenti
di cui uno glorioso e l’altro onorevole pel popolo nostro; noi siamo
costretti di presentare ai nostri lettori un fatto deplorevole sia per
se stesso e sia per le sue conseguenze, avvenuto nel deserto di
Sin.—Poco tempo dopo la morte di Marianna, sorella di Mosè, venendo a
mancare l’acqua¹⁰, il popolo si sollevò contro Mosè rimproverandolo di
averlo tratto dall’Egitto per condurlo in luoghi ove difettava persino
l’acqua. Come sempre, Mosè si rivolse a Dio: e neppure questa volta gli
venne meno il suo soccorso in favore di quel popolo protervo, che
malgrado tanti miracoli, ad ogni minimo ostacolo che incontrava, perdeva
ogni fiducia nella provvidenza. Mosè ed Aronne fecero radunare il popolo
presso una rupe indicata da Dio, e dalla quale sgorgò un rivo d’acqua
limpidissima. Ma in questo fatto i due grandi personaggi commisero tale
atto di mancanza verso Dio, (atto che noi avremo occasione di dilucidare
in seguito), che furono anch’essi condannati a morire nel deserto.
¹⁰ Dissero i nostri Dottori che il sasso prodigioso che forniva acqua
al popolo nel deserto era merito speciale di Marianna: per cui essa
morta, cessò il prodigio.
Passaggio del Giordano.
Ultimo fatto importante successo in questo mese fu il passaggio del
Giordano. Il Giordano era quel fiume che separava i paesi di Sihhon e Og
dalla terra santa. Morto Mosè dopo d’avere combattuto e vinto i re di
quei due paesi, perchè si rifiutarono a concedergli il chiesto passaggio
attraverso ai loro stati, e concessone il territorio in eredità alle due
tribù di Gad e di Ruben e alla metà della tribù di Manasse¹¹, Iddio
avvertì Giosuè, che nella stessa guisa che il mar Rosso aveva aperto un
varco asciutto al popolo d’Israele, altrettanto avrebbe fatto il
Giordano. Quel giorno memorando fu il decimo del mese di Nissan, epoca
in cui il fiume era straordinariamente ingrossato. Giosuè ordinò ai
sacerdoti portatori dell’Arca santa di porsi alla testa del popolo per
passare il Giordano, e appena i loro piedi ne toccarono le acque, queste
arrestarono immediatamente il loro corso impetuoso, si ammucchiarono ai
due lati, ed aprirono al popolo un libero passaggio. Ad eternare la
memoria di quel fatto che, unito ai tanti altri prodigi operati da Dio
in favore d’Israele, finì per gettare lo spavento nel cuore degli
abitanti di Canaan, Giosuè fece innalzare nel Ghilgal un monumento di
dodici pietre levate appositamente dal letto del Giordano, e rispondenti
alle dodici tribù d’Israele.
¹¹ Furono gli stessi componenti le suddette tribù che trovandosi
possessori di numerose greggie, e riconoscendo come quel paese
presentava grassi pascoli, pregarono Mosè di concederglielo loro in
eredità. Mosè aderì alla loro domanda colla condizione che tutti
gli uomini atti alle armi passassero il Giordano, e aiutassero i
loro fratelli a conquistare la terra che Dio aveva loro promessa.
Questa condizione fu scrupolosamente osservata. Fabbricate fortezze
a difesa delle loro donne e dei loro figli, tutti gli adulti si
portarono col resto del popolo al di là del Giordano; e non
ritornarono in seno alle loro famiglie se non quando vennero
congedati e benedetti da Giosuè stesso, dopo le vittorie da lui
riportate sui 31 re che dovette combattere.
ARCHEOLOGIA BIBLICA
Della Palestina.
§ 1.—_Limiti, montagne e fertilità della Palestina._
La Palestina è una piccola contrada della Siria in Asia. La parola
Palestina, presa nel suo senso ristretto, significa il paese dei
Filistini o Filistei, che stendesi lungo il mare mediterraneo da Gazza
al sud, fino a Lidda, al nord. In un senso più esteso, s’applica a tutto
il paese di Canaan detto anche terra promessa o terra d’Israele, situata
fra il mediterraneo, chiamato nella Bibbia _iam agadol_ (mare grande),
il mare morto _iam amelahh_, ed il Giordano.
Quando Abramo entrò nel paese di Canaan, lo trovò abitato da dieci
popoli che traevano il loro nome dagli undici figli di Chanaam figlio di
Hham.
La Palestina è paese montuoso; due catene di montagne l’una al di qua
del Giordano, l’altra al di là di questo fiume, stendonvisi per traverso
dalla Siria all’Arabia, e sono interrotte da molti piani.
Le principali montagne della Palestina sono:
1º Il _Libano_, che si compone di due catene nel cui mezzo sta la gran
valle detta dagli antichi _Celesiria_. Egli è su questa montagna che una
volta crescevano in abbondanza i magnifici cedri tanto celebrati nella
storia, e più particolarmente nella Sacra Scrittura.
2º Il _Carmelo_, catena di monti coperti da boschi di quercie e di
abeti. Le valli che vi stanno frammezzo ombreggiate da lauri ed olivi ed
irrigate da molti ruscelli, formano un paese deliziosissimo¹².
¹² Un viaggiatore così termina la sua breve descrizione delle valli
del Carmelo nella _Revue britannique_: «Codesto quadro, malgrado la
sua tristezza, non risponde all’idea che si fa della desolante
sterilità della Palestina. Alla ricchezza della vegetazione si può
giudicare che se questa terra fosse coltivata con cura, essa
sarebbe come altra volta il giardino del Signore».
3º Il _Thaborre_, monte rotondo e sublime nella Galilea. Fu su questo
monte che la profetessa Debora levatasi, come Ella stessa dice nel suo
stupendo canto, a madre d’Israele, eccitò _Barak_ a raccogliere un dieci
mila uomini della tribù di Naftali e di Zebulun; e messasi ella stessa
alla loro testa sfidò e vinse Sissera generale del re Iavin che da
vent’anni opprimeva Israele.
4º Le _montagne d’Israele_ dette anche _monti di Efraim_, catena aspra
ed ineguale che sta in faccia alle montagne di Giuda, il cui suolo
invece è molto fertile. Nel Deuteronomio ed in Giosuè si fa menzione dei
monti _Ebal_ e _Garizim_, posti l’uno al nord, l’altro al mezzodì di
Sichem.
A queste montagne bisogna riferire il famoso monte _Moria_ ove Abramo
erasi portato per sacrificare l’unico suo figlio, ed ove Salomone fece
erigere il più maestoso Tempio, che l’uomo abbia innalzato ad onore
dell’unico vero Iddio; e il monte _Sion_ ove era la città di Davide.
5º _Le montagne di Galaad_, poste al di là del Giordano. A questa lunga
catena appartiene il monte Nebo ove salì Mosè per contemplare la terra
promessa avendogliene Dio impedito, colla morte, di entrarvi. Il Sinai e
l’Oreb, il primo famoso perchè fu su d’esso che Dio proclamò il
Decalogo: il secondo perchè fu su d’esso che Dio apparve a Mosè nel
roveto ardente, e lo decise alla grande impresa della redenzione
d’Israele; si trovano nell’Arabia Petrea fuori della Palestina.
Capitale del regno sotto Davide e Salomone, del regno di Giuda dopo il
distacco delle dieci tribù dalla dinastia davidica, e di tutto il lungo
periodo che durò il secondo Tempio, fu Gerusalemme. Più avanti si
troverà la descrizione di questa città cotanto celebrata nella storia e
la descrizione del tempio di Salomone. Non taceremo che vi furono alcuni
scrittori, i quali, giudicando lo stato antico della Palestina da quello
che presenta attualmente, dissero: che Mosè ingannò gli Ebrei quando
promise loro un paese «colante latte e miele, e prodigiosamente fornito
di ogni cosa per trarre la vita in continua abbondanza»; per poi dare
loro un paese montuoso ed arido. Ma così non è: poichè, oltre alla
storia biblica che ad ogni passo ci fa fede della prodigiosa fertilità
di quel paese, come proveremo innanzi, abbiamo pure la testimonianza
degli storici profani, quali Ecateo contemporaneo di Alessandro il
Grande, Tacito, Ammiano, Marcellino e Plinio.
Se ora quel paese è sterile, ne sono causa le devastazioni successive
dei Babilonesi, Egiziani, Sirii, Romani, Saraceni, Arabi¹³, ecc. e
l’attuale mancanza di coltura.
¹³ Gerusalemme fu presa e saccheggiata 17 volte, dice Chateaubriand:
nessun’altra città provò simile sorte.... Quella contrada divenuta
preda del ferro e del fuoco, i campi inculti perdettero la
fertilità ecc.
_Itineraire_, tom. 2.
§ 2.—_Dell’agricoltura e suoi Strumenti._
La pastorizia e l’agricoltura, furono i due rami d’industria ai quali
primamente si dedicarono gli uomini, chiamativi dalla necessità di
soddisfare i materiali loro bisogni. Iddio pose Adamo nell’Eden, non
perchè vi conducesse una vita di contemplazione oziosa, ma affinchè _lo
custodisse e lo lavorasse_. I due figli che egli procreò dopo il suo
fallo, si dedicarono appunto uno alla pastorizia, l’altro
all’agricoltura: e all’agricoltura troviamo dedicato Noè appena uscito
dall’arca. Desiderando Mosè che il suo popolo si dedicasse
particolarmente all’agricoltura, la favorì in tutti i modi. Nel corso di
questo lavoro, noi avremo occasione di parlare di parecchie sue
opportune e savissime disposizioni prese a tale riguardo, fra le quali
primeggiano quella della partizione del territorio nazionale, e quella
dell’anno sabbatico. Riserbandoci di esaminare i diversi motivi che
dettarono queste due disposizioni, diremo intanto che la prima tendeva a
riparare diverse piaghe dell’agricoltura che si possono riassumere nelle
tre seguenti: 1º Le grandi proprietà, che in mano di uomini potenti e
sensuali sono cariche di sontuosi edifizi, di eleganti giardini, di
deliziosi boschetti. 2º Il continuo succedersi dei coloni. La mancanza
di una cognizione vera ed esatta del terreno che si deve coltivare ha
un’importanza massima sul successo dei ricolti. 3º Le spese e i lavori
ai quali si è spesso obbligati per migliorare il terreno, e a cui
difficilmente vi si assoggetta, colui a cui manca la sicurezza di un
lungo possesso.
Gli strumenti che in principio si adoperavano per arare i campi,
dovettero essere molto semplici, consistendo probabilmente in soli
bastoni aguzzi. Nel Deuteronomio si parla d’uno strumento, con cui gli
ebrei dovevano fare un buco nel terreno fuori del campo pei loro bisogni
naturali; e questo arnese detto _Iathed_ probabilmente era una specie di
vanga o di pala che serviva anche ai lavori di terra. Però nel primo
libro di Samuele si fa menzione di vari strumenti aratorii, quali sono:
_mahharesced_ vomere, _eth_ zappone, _kardom_ scure, _mahharesciâ_
sarchiello. Il _malmed_ era lo stimolo dei buoi.
§ 3.—_Suoi Prodotti._
Sono menzionati nella Bibbia i seguenti cereali: _dagan_ grano, _hhittà_
frumento, _nisman dohhan_ miglio, _cussémed_ spelta, _seorà_ orzo.
I legumi od erbaggi venivano detti con nome generico _jarak_ (da _ierek_
verde) od _oróth_. Erano tali: il _pol_ fava, gli _adascím_ lenti, i
_kisciuím_ cetriuoli, gli _abbatihhím_ poponi, i _bessalím_ cipolle, il
_hassir_ porro, lo _scum_ aglio.
S’incontrano pure i nomi di parecchi fiori e di molte specie di alberi
fruttiferi ed infruttiferi. Lo _sciuscian_ viene interpretato pel
giglio, la _hhabasseleth_ per rosa. Il vocabolo _dudaim_, col quale si
sottintende il frutto della mandrágola, probabilmente era qualche fiore
d’amore derivando dal vocabolo _dud_. Il _karkom_ indica lo zafferano,
la _laanà_, l’assenzio, e l’_ezov_ trovandosi spesso contrapposto
all’_erez_, cedro, fa credere che fosse una pianta piccolissima.
Fra gli alberi fruttiferi sono nominati il _thappuahh_ melo, il _thamar_
palmizio, il _rimon_ melagrano, il _theenà_ fico, il _zaid_ olivo, il
_sciacked_ o _luz_ mandorlo, e l’_egoz_ noce.
La vite _ghefen_ fu in ogni tempo coltivata con grandissima cura. Molte
viti avevano il loro ceppo abbastanza alto perchè si potesse starvi
sotto comodamente, onde la frase che s’incontra spesso nella scrittura:
_essere assiso sotto la sua vite e sotto il suo fico_, per significare
il godimento di una vita fortunata e tranquilla.
————
IIAR (_Aprile-Maggio_).
«Ed il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo in terra e ne ebbe il cuore
addolorato¹⁴». Con queste parole, premesse alla narrazione del diluvio
universale, Mosè fece manifesto il corruccio provato da Dio nel
riconoscere come quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza
s’ingolfasse in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango di
ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse Lui, il sommo
bene e la somma misericordia, a dovere usare il massimo rigore
annientandola¹⁵.
¹⁴ Il Celeberrimo Maimonide nel suo _Morè nebohhim_ dimostra
luminosamente come questa e tantissime altre consimili espressioni
bibliche quali: _il braccio dell’Eterno_; _odorò Iddio_; _discese
Iddio per vedere_, non intendano di materializzare Iddio in nissun
modo; ma siano adoperate esclusivamente per addattarsi al nostro
intendimento. La parola dell’uomo si trova impotente a esprimere
convenientemente gli ineffabili attributi di Dio, e le
inesplicabili vie per le quali si conduce colla umanità; per darne
un’idea si è costretti a servirsi delle espressioni con cui si
rappresentano le cose materiali e i loro attributi.
Non possiamo astenerci di rapportare il seguente aneddoto Talmudico
relativo al soggetto di cui stiamo intrattenendoci:
Un ateo s’imbattè un giorno in un Rabbino e gli disse: «Nella
vostra legge si nega la previdenza al vostro Dio: poichè nel fatto
del diluvio sta scritto: «e il suo cuore ne fu addolorato» Perchè
creare l’uomo per poscia pentirsene e addolorarsene?».
«Mio caro, rispose il dotto rabbino: Non fosti mai
padre?»—«Si»—«Ebbene! non sapevi che tuo figlio dovrà sostenere
fatiche e dolori per poscia morire? Perchè il procreasti e
festeggiasti la sua nascita?»—«Penso e spero che potrà anche essere
felice, darmi care soddisfazioni ed essere il sostegno e il
conforto di mia vecchiaia»—«Così Iddio che creò l’uomo per la
felicità, ritiene che mercè la carità e la giustizia, potrà
raggiungere quella mêta assegnatagli malgrado la veemenza delle sue
passioni che spesso lo fanno deviare dalla virtù e dalla
rettitudine».
¹⁵ Anche nel castigo meritato dai tristi geme la divina misericordia.
Dissero i nostri Dottori che quando gli Egiziani stavano per essere
sommersi nel mare Rosso gli angeli intuonarono il cantico. «Come!
disse Iddio, le mie creature affogano nel mare e voi intuonate il
cantico!».
Nella universale corruzione un uomo solo, Noè¹⁶, seppe mantenersi giusto
e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare la terra. Gli ordinò quindi
di fabbricarsi un’arca ove riparare colla moglie, coi figli, e colle
nuore, e con una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei
quadrupedi ed uccelli puri¹⁷, dei quali doveva accoglierne sette coppie.
¹⁶ Si ricava dalla Bibbia che i nomi imposti in quei tempi ai bambini
si riferivano o a qualche speciale incidente occorso alla madre
prima o all’atto dello sgravio; o valevano a rappresentare qualcosa
relativa al bambino stesso; o servivano a commemorare qualche
luttuosa circostanza pubblica o privata o la speranza di vedere
compiuto qualche desiderio. Egli è per questo che la nascita di
quel bambino avvenuta in tempi assai tristi fu salutata dal padre,
Lemehh, augurando agli uomini un più lieto e riposato vivere,
epperció chiamò il suo nome _Noahh_ (da _nahhà_ riposare o da
_nahham_ consolare) con dire: Questi ci sarà di conforto, in mezzo
al nostro lavoro, ed al travaglio delle nostre mani, proveniente
dal terreno che il Signore ha maledetto».
¹⁷ Mosè distingue gli animali in _puri_ ed in _impuri_. Sono da lui
dichiarati puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci,
impuri tutti gli altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci
somministra veruna indicazione per distinguere gli uni dagli altri,
ma specifica nominatamente egli stesso gli impuri quali: l’aquila,
il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.; in quanto ai
quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia fessa e
che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente
quelli che hanno pinne e squamme.
I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d’impiegare 120 anni
nella costruzione dell’arca, nell’intento che venendo egli interrogato
dell’uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe
che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s’uniformò
all’ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non
solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non
riceveva in ricambio che dileggi e scherni.
L’esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato
nell’arca coi membri della propria sua famiglia, con tutte le specie di
animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a
cadere.
L’arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle
acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all’acqua di
penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30
di altezza. Non v’ha dubbio che o l’uomo antidiluviano aveva uno
sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità¹⁸, e quindi assai
superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all’arca
dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non
si saprebbe comprendere come un’arca di così ristrette proporzioni abbia
potuto contenere l’infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e
l’immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza
ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per
appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di
Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l’oceano furente uscì
dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che
soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono
le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l’arca di Noè
galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i
pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui
ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di
olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile
l’insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il
corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore,
nè più ritornò nell’arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì
ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una
foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo
ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da
lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi
preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal
proprio lavoro.
¹⁸ Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni
filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto
inopportune, tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e
breve, che per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di
alcuni pochi fatti o precetti, che giudicati superficialmente
possono parere molto oscuri. Daremo ora pertanto alcuni
schiarimenti sul fatto della longevità, constatata dal Pentateuco,
di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto di tante
controversie tra i dotti.
Il celebre Maimonide nel summentovato _Morè nebohhim_, dopo d’avere
dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che
gli anni d’allora fossero di una durata assai più breve degli
attuali; stima che la longevità antidiluviana non fosse generale,
ma individuale ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per
divina parzialità verso di loro in premio del loro tenore di vita
morigerato e virtuoso.
Abrabanel, seguendo l’opinione del Nahhmanide, respinge questa
spiegazione. Ritiene invece generale la longevità negli uomini
antidiluviani, attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di
cui si cibavano allora e che appartenevano esclusivamente al regno
vegetale; 2º alla vita morigerata e virtuosa delle prime
generazioni umane; 3º alla purezza e soavità dell’atmosfera
straordinariamente alterata e guastata dal diluvio e dalle morbose
esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità di
popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al
vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze
appena nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della
esperienza. In quanto al braccio che servì di misura per l’arca, lo
stesso Abrabanel opina che effettivamente fosse più lungo del
nostro, e che in media equivalesse a sei braccia di un uomo
pos-diluviano.
Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e
tutti gli animali abbandonarono l’arca. Quali sensazioni di sgomento, di
stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la
terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili
tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido
deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il
sentimento del dovere.
Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il
Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise
che mai più avrebbe mandato un diluvio a distruggere la terra. Poscia
benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l’uso di cibi
animali, loro proibiva formalmente il sangue¹⁹. Sono significanti le
parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia
dell’immortalità dell’anima, di cui ragioneremo più diffusamente
altrove, e che sono le seguenti:
¹⁹ «Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti
dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu
non devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non
devi mangiarlo, ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e
così, facendo cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i
figli tuoi dopo di te.
«Farommi poi rendere conto dell’omicidio che attenterete sulle vostre
stesse persone; farommene rendere conto dall’anima sua immortale²⁰».
²⁰ Vedi traduzione e commento Reggio, e Dizionario Lib. sul vocabolo
_hhaià_.
L’alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi,
detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii
principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la
tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il
santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere
adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii
fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o
tagliato ad un animale vivo.
Censimento del popolo.
Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che Mosè, dietro ordine
di Dio, invitava i capi delle dodici tribù d’Israele a fare il
censimento degli uomini atti alle armi; vale a dire dagli anni 20 in su.
Il risultato, esclusa la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu
di 603550. Quarant’anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle rive del
Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò un secondo censimento
che diede un totale di 601730. Non farà meraviglia alcuna la diminuzione
nella cifra, se si considerano i disagi, le privazioni d’ogni specie
sofferte dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di tutto
per le mortalità che infierirono nel popolo per la deplorabile sedizione
di Corahh, pel fatto degli esploratori, e per l’adorazione di Baal Peór.
È antico assioma che la popolazione non aumenta che nella pace, nella
prosperità e nell’abbondanza di ogni cosa.
E posciacchè parliamo di censimenti, non crediamo fuori proposito
segnalare quello ordinato da Davide circa 500 anni dopo il summentovato.
Dopo le tante guerre sostenute per la conquista del paese che Dio aveva
promesso al suo popolo, Davide sedendo finalmente tranquillo e sicuro
sul suo trono; inviò il suo fedele generale Gioab per tutto il regno,
onde conoscere il numero totale degli uomini atti alle armi che risultò
di 1300000: fatto che dimostra evidentemente come la monarchia d’Israele
fosse allora la più possente dell’Asia. Ma il precipuo intendimento che
ci fece citare questo fatto, non fu quello di dare il numero dei soldati
di cui Davide poteva disporre o segnalarne la conseguente prosperità del
popolo; ma per dilucidare il luttuoso avvenimento che contristò Davide e
Israele in tale occasione. Fatto il censimento pel quale si impiegarono
9 mesi e 20 giorni, una terribile pestilenza infierì nel popolo
d’Israele miettendo in brevissimo tempo ottanta mila vittime. Lo storico
sacro, lascia supporre che tale avvenimento fosse un castigo mandato
appunto da Dio in causa del fatto censimento. Ma perchè ricorrere al
sovrannaturale quando si tratta di un fatto che si spiega naturalmente
con tanta facilità? Per adempire all’incarico avuto, Gioab e i suoi
coadiutori si stabilivano sicuramente nei capi luoghi di provincia, ove
dovevano convenire tutti i capi di famiglia. Anche ammettendo che non si
trasandassero, cosa abbastanza difficile, i precetti d’igiene, pure una
tale agglomerazione d’individui in paesi tanto caldi, non può recare
meraviglia che abbia favorito lo sviluppo di qualche malattia
contaggiosa; come non può recare meraviglia che costernato alla notizia
che la pestilenza si avvicinava alla Capitale, Davide propiziasse Dio
onde vi mettesse un termine accusando se stesso il solo autore di tante
sventure.
Conviene pure notare che alla narrazione del censimento, lo stesso
storico fa precedere quale spiegazione l’avvertenza che Dio era adirato
contro Israele per motivi che però non palesa, e che fu Davide stesso
che scelse la pestilenza a preferenza della carestia o della rotta in
guerra; onde, come disse egli, cadere nelle mani di Dio misericordioso,
anzichè in quelle degli uomini. Ad ogni modo i due censimenti del popolo
fatti eseguire da Mosè, per ordine espresso di Dio, dimostrano
insussistente l’opinione che sia proibito di numerare il popolo sotto
pena di pestilenza²¹.
²¹ Il su citato Abrabanel con chiare e convincentissime ragioni
sostiene e dimostra la verità della su espressa opinione contro le
argomentazioni di parecchi altri commentatori, i quali s’appoggiano
oltre al fatto di Davide al primo paragrafo della lezione di _Chi
tissà_, e col quale si obbligano i futuri numerandi del popolo a
versare un mezzo siclo d’argento al tesoro del Tempio quale offerta
di espiazione.
Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone.
Un altro fatto della più alta importanza successe in questo mese. Resisi
tributarii i più potenti popoli vicini, sin dagli ultimi anni del regno
di Davide, Israele godeva di tutta quella prosperità materiale e morale,
che può essere raggiunta da un popolo i cui destini sono confidati ad un
re, che alla gloria delle armi seppe unire una sapiente amministrazione
e una prudente politica. La Bibbia ci attesta che la pubblica ricchezza
era salita a tale grado, che al tempo di Salomone l’argento aveva quasi
perduto e pregio e valore. Davide che ad un animo religiosissimo univa
le qualità di valentissimo musico e di altissimo poeta, non ancora
soddisfatto delle lodevolissime disposizioni per le quali circondò di
decoro e di ordine il Culto divino; manifestava un giorno al profeta
Nathan il suo ardente desiderio di fabbricare una Casa degna del Dio
d’Israele.
Ma Dio non gli permise d’incarnare il suo pensiero nobilissimo;
inquantocchè le sue mani avessero versato molto sangue. Ed era giusto.
Il Tempio che è legame di pace, di amore e di concordia tra Dio e l’uomo
e tra l’uomo e l’uomo; il Tempio ch’è quel sacro luogo ove il nostro
cuore sollevandosi a Dio mercè la preghiera s’inspira alla virtù, alla
carità, alla purezza; non poteva essere l’opera di un re conquistatore,
per quanto le guerre da lui intraprese avessero un fine nobilissimo: la
redenzione del patrio suolo e la grandezza del proprio popolo.
Però per la sua predilezione per quest’uomo che fece tanto bene ad
Israele, e che a fronte di alcune colpe da lui commesse aveva un cuore
pio e santo, pieno di nobili e generose aspirazioni; Dio lo assicurava
per bocca dello stesso profeta che suo figlio Salomone avrebbe
effettuato il suo pio divisamento. Non erano infatti trascorsi che
quattro anni dalla sua morte, quando nel secondo giorno di questo stesso
mese di Iiar, Salomone valendosi degl’immensi tesori lasciatigli a tale
uopo dal padre, pose le fondamenta del tempio i cui lavori ebbero la
durata di sette anni e mezzo.
La festa inaugurale fatta dopo la solennità di Sucoth fu di una
splendidezza affatto eccezionale. Vennero sacrificati 22000 buoi e
120000 pecore²². Immensa fu la gioia del popolo che in quel grandioso,
ricchissimo ed imponente edificio, oltre al vedere soddisfatto un suo
lungo desiderio religioso, vedeva una prova palmare della sua grandezza
e potenza e la consacrazione della sua unità religiosa e politica.
²² Si vedrà più lungi che dopo di avere lasciato all’altare e ai
sacerdoti la parte ad essi assegnata dalla legge sui sacrifizii; il
resto, cioè il più, serviva ad alimentare le turbe.
La preghiera fatta da Salomone in tale occasione è degnissima di nota.
Cominciò a ringraziare Iddio di tanti favori accordati al padre suo, e
di quello poi insigne di avere reso lui stesso degno di dedicargli
quella Casa; enumerò le diverse contingenze che avrebbero potuto
condurre gli individui e il popolo intiero a versare la piena del loro
dolore in quella Casa, da dove sarebbero usciti immancabilmente col
cuore confortato; e finalmente con un sentimento di tolleranza
tutt’altro che comune alle idee generali di quei tempi, così soggiunse:
«E anche lo straniero non appartenente al tuo popolo che venisse a
supplicarti in questa Casa, deh o Dio! ascolta la sua preghiera e compi
i suoi voti; cosicchè tutte le nazioni, quanto il tuo popolo Israele,
siano portati ad adorarti dalla cognizione della tua potenza e della tua
bontà».
ANTICHITÀ DOMESTICHE
Abitazioni degli antichi Ebrei.
Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti a conoscersi
sono, a nostro avviso, quelle che riguardano la composizione della
famiglia, le basi su cui essa era fondata e i reciproci rapporti che ne
univano i componenti. Però sia per l’importanza che hanno le abitazioni
sull’igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia perchè la
cognizione delle medesime serve per comprendere parecchie descrizioni
degli autori sacri; crediamo indispensabile farvi appunto precedere un
breve cenno sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle
caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare dei villaggi,
delle città e delle case.
§ 1.—_Delle Caverne._
In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle montagne
dell’Armenia come nelle isole Baleari e nell’isola di Malta, alcuni
popoli non avevano altra dimora che antri scavati nel sasso onde furono
detti _Trogloditi_, parola che deriva dal greco e che significa: «quelli
che s’ascondono nelle caverne²³». Le montagne dell’Arabia, della Giudea
e della Fenicia, erano in gran parte piene di tali sorta di caverne; che
per essere molto ampie potevano dar ricetto a buon numero di persone.
Maundrel nel suo _Voyage de Jerusalem_ (pag. 198) ci da la descrizione
d’una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e tanto ampia da essere
divisa in circa dugento camere ciascuna di dodici piedi in quadrato. E
la Bibbia ci porge anch’essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in
una caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare all’eccidio
di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono i cinque re inseguiti dai
soldati di Giosuè dopo la totale disfatta dei loro eserciti; sono pure
caverne le abitazioni che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi
dai Madianiti affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti dei
loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide riparò coi suoi
quattrocento soldati per isfuggire dalle mani di Saulle. Queste caverne
dopo d’avere servito di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati,
divennero in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.
²³ Il vocabolo ebraico _Hhorì_ (libero) è indubitatamente adoperato
per indicare una tribù _Troglodita_ inquantocchè la radice di
questa parola sia _hhor_ che significa: _foro_, _caverna_.
§ 2.—_Le Capanne._
Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti per
molti riguardi; il principale dei quali era la difficoltà di ridurle
accomodate ai bisogni della vita. Per questo motivo esse dovettero ben
presto venire sostituite dalle capanne _sucoth_, le quali vennero
riconosciute tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che non
andarono affatto in disuso anche quando l’arte ebbe inventate abitazioni
più perfette e più sicure.
§ 3.—_Le Tende._
Per l’inconveniente che presentavano le capanne di non potere essere
trasportate con facilità dalle popolazioni nomade, si dovette ben presto
pensare a sostituirvi le tende _hóel_, che serbando l’identica forma
della capanna, presentavano il vantaggio di essere trasportabili.
Primieramente le tende venivano fatte con pelli d’animali, ma poscia
s’impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che stendevansi su
pertiche, tenacemente conficcate al suolo col _iadéth_ (cavicchio),
affinchè potessero resistere all’impeto del vento. Quantunque la S.
Scrittura ci faccia sapere che i patriarchi vivevano in tende, ci
fornisce però pochissime nozioni su tal sorta di dimore. Dalle
descrizioni che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli
Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su quelle dei più
antichi loro padri, pare che le grandi tende fossero divise in tre
parti: La prima parte che si trova alla stessa entrata è occupata dagli
schiavi; la seconda è assegnata agli uomini; e la terza che ne forma il
fondo, è riserbata alle donne. Quest’ultima parte è detta dagli arabi
_alcobbah_, che indubbiamente corrisponde al vocabolo _kubbà_ ebraico
adoperato nel Pentateuco per designare la camera cubicolare. L’abitudine
e l’amore alla indipendenza d’una vita errante e campestre, aveva reso
tanto famigliare agli antichi questa maniera di vivere sotto le tende,
che la continuarono ancora molti secoli dopo che l’arte aveva inventate
le case. Così fece Abramo quando entrò nella terra di Canaan quantunque
il paese fosse pieno di città; così fece Giacobbe al suo ritorno dalla
Mesopotamia presso la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala
dopo entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi
popoli dell’Oriente.
§ 4.—_Villaggi e Città._
Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si moltiplicarono
sulla terra dovettero provare un prepotente bisogno di abitare a poca
distanza gli uni dagli altri, per potere più facilmente prestarsi mutuo
soccorso nei loro reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il
leggendario Onì.
La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano soddisfatto da
Caino stesso, il quale fabbricò una città _ir_ o _kirià_ che chiamò
_hhanoch_ dal nome del figlio. Subito dopo il diluvio, gli uomini si
occuparono nuovamente a edificare diverse città fra le quali _Ressen_ la
grande, che stava in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.
Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina e
nell’Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei paesi molte città
governate da capi detti _melech_ re, _aluf_ duce dominante, _nascì_
principe.
Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono il
popolo d’Israele di avere trovate città assai grandi e fortificate;
prima di passare il Giordano le tribù di Gad e di Ruben edificarono
città e fortezze a difesa delle loro famiglie che lasciarono al di qua
di quel fiume.
Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti col nome di
_migrasc_, _hhavà_, _chefar_.
Le città principali venivano possibilmente edificate su qualche altura,
e spesso cinte da doppio e triplice ordine di mura. Il muro principale
detto _hhomà_ era munito di tratto in tratto da alte torri, e aveva
davanti un fosso profondo, oltre al quale era l’antimuro detto _hhel_.
Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell’interno d’essa,
esistevano piazze _rehhovód_, che servivano tanto ai pubblici mercati,
quanto a luogo di residenza dei magistrati per l’amministrazione della
giustizia. Mancando allora le botteghe, si capirà facilmente che le
mercanzie si tenevano esposte all’aperto sotto tende o capanne.
§ 5.—_Le Case._
All’ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero le case
_baiith_ tutte di un solo piano, sormontante da un terrazzo che serviva
non solamente per passeggiare e respirare aria più pura, ma ancora per
farvi i pasti e passarvi le notti della state. Egli è per questo motivo
che il legislatore ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo,
non trascurando neanche le cose di minor conto trattandosi di evitare
loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente ordinazione di
guernire l’orlo del tetto di un muricciuolo o parapetto _maaké_ alto
abbastanza per impedire le cadute. In processo di tempo gli Ebrei
seppero fabbricarsi case ampie e alte particolarmente nelle grandi
città, e decorarle non solamente con molto buon gusto ma con molto
sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo delle arti
coltivate dai medesimi.
In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra che la maggior
parte delle case grandi e ricche avessero quattro ale o divisioni
formanti un cortile quadrato detto _toch abaiith_ (corte interiore), e
precedute da un cortile esterno detto _hhasser_, destinato a ricevere le
persone che ordinariamente non venivano ammesse nell’interno della casa.
È molto probabile che il quartiere delle donne fosse collocato nella
parte la più remota, poichè quando Davide volle significare come si
manifesti la benedizione di Dio su d’un uomo pio, si servì della
seguente espressione poetica:
«La tua moglie sarà quale feconda vite _beüarchethè bethécha_ (nella
estremità della tua casa). I tuoi figli saranno quali giovani piante
d’olivo, intorno al tuo desco»—Dalle profezie di Amos e di Geremia, si
ricava che i ricchi avevano appartamenti distinti per l’estate e per
l’inverno.
Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta, è il profeta
Ezechiele.
Tanto le città quanto le case avevano porte _sáar_²⁴ di una o di due
imposte. La porta formata di un’imposta sola si diceva _deleth_, e
quella formata di due imposte _delathaim_. L’architrave si chiamava
_mascof_ e gli stipiti _mezuzoth_. Certo si sa per insegnamento ricevuto
sino dai più teneri anni, che questa parola fu traslativamente
appropriata ad indicare un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in
una canna o vetro, e contenente i due primi paragrafi del _Schemanh_ e
che si pone nello stipite dell’uscio delle case dal lato diritto di chi
vi entra. Sul di dietro di questa pergamena sta scritta la parola
_sciaddaï_ che deriva dalla radice _sad_ mammella, e viene tradotta in
italiano per: prima causa d’ogni cosa, onnipotente, provvidente²⁵.
²⁴ Questo vocabolo indica spesso il vuoto della porta e talora anche
la città intiera o i cittadini o i magistrati suoi. Così il
vocabolo _pedahh_ che preso da taluni nel senso dell’uscio, non ne
indica che l’ingresso o il limitare.
²⁵ Questo precetto di Mosè parimenti a quello del _Sissith_ che doveva
applicarsi ai quattro angoli degli abiti, e dei _Tefilin_ che si
portavano al capo e al braccio sinistro tutto il giorno, e
attualmente nel tempo della preghiera mattutina, hanno uno scopo
solo: quello di mantenerci costantemente virtuosi impedendoci di
dimenticare neppure un istante la presenza di Dio, e il dovere che
abbiamo di non posporre all’interesse o ai diletti del senso i suoi
sacrosanti ordini di lealtà e di purezza. Quanti peccati e diremo
anche quanti delitti di meno avrebbe a deplorare la società qualora
tutti gli uomini si ricordassero sempre ed ovunque che all’occhio
di Dio nulla sfugge, e che per ripetere l’espressione di Davide,
«le più fitte tenebre sono per lui luminose come il giorno!». Il
timore di Dio purifica il cuore e lo fa forte contro le tentazioni.
Non ci pare fuori di posto il seguente racconto:
Un dottore stava per morire. I suoi discepoli che muti e tristi ne
circondavano il letto colsero un istante in cui pareva che i suoi
dolori gli concedessero una tregua, e lo pregarono di volerli
benedire. Voglia Dio, rispose il dottore, che il di lui timore sia
nei vostri animi tanto efficace, quanto è efficace il timore di un
uomo. A questa benedizione i discepoli fecero tali atti di stupore
che non poterono sfuggire al moribondo, il quale soggiunse: O figli
miei! Non vi paiano strane o prive di valore le mie parole. Ditemi
in grazia! Qual’è il pensiero che più preoccupa un uomo quando sta
per commettere un’azione riprovevole? Di non avere testimoni che
possano accusarlo; pensiero che fu espresso da Giobbe colle parole:
«e l’occhio del malfattore attende la notte dicendo fra se stesso:
non mi potrà scorgere occhio umano». Ora, se il timore di Dio
parlasse altrettanto forte nel suo pensiero si lascierebbe egli
trascinare al peccato?
Le porte si chiudevano con _sbarra_ o _chiavistello_ detto _beriahh_.
Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola che si possa veramente
tradurre per _serratura_ poichè la parola _manùl_ derivando da _naál_
(_calzare_, _chiudere_), probabilmente voleva indicare non una serratura
ma un legaccio o una catena a cui si attaccava il _beriahh_; ciò
nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.
Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè nel racconto
della morte d’Eglone ucciso da Aód²⁶ si dice che i servi di questo
principe presero un _mafteahh_ (chiave), per aprire l’uscio che s’era
chiuso dietro di sè l’uccisore.
²⁶ Morto Giosuè e tutti i suoi coetanei, che erano stati testimoni dei
grandi fatti operati da Dio in favore di Israello; sorse una nuova
generazione la quale lasciandosi adescare dagli ignobili e sensuali
allettamenti dei riti del paganesimo, abbandonò prestamente la
legge di Mosè, e contrasse matrimonii con donne straniere.
In punizione della sua ingratitudine, Dio dava il suo popolo in
balìa delle nazioni che Giosuè non ebbe tempo di vincere, e che ne
facevano aspro governo. Ma quando angosciato e pentito, si
rivolgeva a Dio supplicandolo di perdono e di soccorso; egli allora
commovendosi alle sue miserie, inspirava qualche coraggioso
cittadino a farsi suo difensore.
Questi uomini vengono distinti col nome di _sciofethim_ (giudici)
quantunque fossero in fatto veri _dittatori_ nominati talvolta da
una sola tribù e talvolta da tutto il popolo intiero. Il primo di
tali _sciofethim_, che vinse Cussan re di Aram, fu certo Othniel il
figlio di Chenaz fratello minore di Caleb. Ma dopo quarant’anni di
pace, gli Ebrei ritornarono da capo ai loro traviamenti; e Dio
permise che fossero di nuovo angariati per diciotto anni da certo
Eglon re di Moab. In capo a questo tempo Iddio inspirò certo _Aód_
di salvare i suoi fratelli. Ed ecco come avvenne il fatto. Costui
fu incaricato di portare al re un presente, che probabilmente non
era altro che una quota di tributo. Compiuta la sua missione e
congedato il suo seguito, disse al re di avergli a confidare
qualcosa d’importanza. Il re fece allontanare immantinenti tutti i
suoi servitori, e scese dal trono. Convien sapere che il re era
assai pingue e Aód mancino. Quando questi due uomini si trovarono
di fronte, con un rapido movimento Aód estrasse un lungo coltello
che teneva celato dal lato destro, e lo conficcò sino al manico nel
ventre del re che cadde al suolo esanime. Aód uscì dalla camera
chiudendo l’uscio dietro di sè; e arrivato nel monte di Efraim
raccolse alcune migliaia di soldati: affrontò i Moabiti che presi
alla sprovvista e mancando di direzione, vennero trucidati in
numero di dieci mila. Questa vittoria apportò ottant’anni di pace.
I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo _levenim_ da
_lavan_, bianco, perchè fatti di argilla bianca comunissima in Oriente.
È singolare che il procedimento di formare e cuocere i mattoni, sia
attualmente eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.
I legni che venivano adoperati principalmente negli edifizii erano il
sicomoro, l’acacia, il palmizio, l’abete e l’olivo. Il cedro molto più
prezioso di tutti questi s’adoperava soltanto negli edifici sontuosi.
Nella descrizione della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che
dal suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d’un legno detto
_almugghim_ o _algummim_. Isaia parla pure del legno _teascur_, tradotto
per _bosso_, ma che forse non era che una specie di cedro. Le case
d’_avorio_ di cui si parla nel libro dei Re e nelle profezie di Amos,
venivano così dette per la grande copia di lavori d’avorio che le
decoravano.
§ 6.—_Mobili._
Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia relativamente ai
mobili sono assai scarse. Nella descrizione dei sacri arredi del
Tabernacolo non troviamo menzionati che gli specchi _maròd_ (fatti con
rame lucente), la tavola _sciulhhan_, le caldaie _assirod_, i bacini
_mizrecód_, le forchette _mizlegod_, le palette _mahhtod_, la lampada a
più becchi _menorà_, il bacile _kearà_, e la conca _chior_.
E così quando all’epoca dei re una signora di _Sunem_ propone al marito
di fare allestire una camera appartata pel profeta Eliseo, non troviamo
menzionata che una tavola, una menorà, una _mità_ (letto) e un _chissé_
(sedia). Ciò nullameno è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i
ricchi dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti dal bisogno
e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti progressi tali da
occuparsi in oggetti di puro lusso per ornamento muliebre quali
orecchini, anelli e smaniglie.
————
SIVAN (_Maggio-Giugno_)
Coll’intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi
parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con _mano
alta_ esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a
conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che
già avevano avuto in esso lunga dimora.
Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione
religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo
cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch’è
il più caro tesoro dell’uomo, non degeneri in licenza alterando il
morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente
disordine e rovina.
Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio
stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di
quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva
elargirgli.
Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.
Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall’Egitto, ed era
precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola,
preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili
lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo²⁷: compendio
religioso-morale non solo d’Israele, ma della intiera umanità;
inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la
religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il
solo primo di questi precetti ha un carattere tutt’affatto speciale
verso al popolo d’Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per
lui, per averlo tratto dalla schiavitù d’Egitto.
²⁷ Decalogo è voce greca, che significa _dieci parole_ ed è la esatta
traduzione dell’espressione ebraica _Ascered adevarim_ o _Ascered
adiberoth_. I nostri dottori sempre solleciti a valersi di
qualunque fatto da cui si potesse ricavare qualche morale
insegnamento, fecero rimarcare la predilezione che ha Dio pei
deboli e modesti dal fatto, che per dare la legge al suo popolo,
Egli scelse il Sinai ch’è una delle più basse montagne dell’Arabia.
Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali
astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero,
uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande
avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele,
dall’una all’altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l’uomo
sulla terra sino al giorno d’oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che
successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero
circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui
le basi del suo patto!²⁸» È Dio stesso che col primo precetto abolisce
in massima ogni sorta di schiavitù²⁹ e di caste³⁰; proclama colla sua
Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l’Assemblea di
Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall’Egitto da casa di
schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), dice a questo proposito l’abate
Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite
presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell’oltraggiante disdegno d’un
ordine di cittadini per l’altro; nissuna di quelle barbare istituzioni
che altrove riuniscono _in una parte_ della nazione i privilegi e
l’autorità.... Tutto conduceva all’eguaglianza naturale». E D. Calmet
diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell’interesse della
nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni
sociali non possono essere basate che sull’utilità comune».
²⁸ In altro luogo si troveranno schiarimenti su questa espressione,
quantunque nel mese precedente a questo, abbiamo già riportato le
parole di un nostro illustre filosofo su tali espressioni bibliche,
che prese letteralmente parrebbero umanizzare Iddio, cosa questa
che sarebbe in perfetta contradizione collo spirito che informa
tutta la legislazione mosaica.
²⁹ Nelle nozioni archeologiche che daremo sulla famiglia saremo
necessariamente portati a parlare della schiavitù presso gli
antichi ebrei; e dalle nostre parole risulterà con evidenza che se
Mosè non l’abolì pienamente di fatto, ciò fu per una concessione a
certe idee o bisogni affatto temporanei come avvenne per la
poligamia e pei sacrifici: ma che tale concessione fu da lui
subordinata a tante restrizioni da renderne l’applicazione assai
più apparente che reale.
³⁰ Naturale conseguenza della unità della razza umana proclamata dal
Genesi e confermata dalle scoperte dei secoli posteriori. Perchè,
domandano i nostri dottori, fu creato un sol uomo ad essere padre
di tutte le generazioni della terra? Per darci due ammaestramenti.
Il primo è che chi uccide un uomo è come distruggesse un mondo, e
chi salva un uomo è come salvasse un mondo; il secondo è per
mantenere la pace fra l’umana società, affinchè una generazione non
possa dire all’altra: «il padre mio fu più grande del tuo».
Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare
immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra
e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui
figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi
suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni
tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè
partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba
rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i
figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più
erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare
immagini, che per le impressioni portate seco dall’Egitto e per
l’esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati
immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità
naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno³¹. Daltronde la Bibbia
intiera protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni
esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai
giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza
verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la
seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli
nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è
inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le
seguenti parole agli abitanti della terra d’Israele: «Che andate voi
ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l’agresto e i denti dei
figli sono allegati? L’uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel
figlio morrà; se il figlio d’un uomo tristo non imita il padre vivrà
sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità
dell’empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua
probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E
quando l’empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica
giustizia ed umanità, egli si procura la vita».
³¹ La infinita misericordia di Dio si è rivelata, mediante questo
testo all’umanità nel più sublime dei suoi aspetti. Niuna mente
umana avrebbe potuto concepire ed esprimere la distinzione tra gli
effetti del bene e quelli del male. Appena, adesso, dopo il tesoro
raccolto di secolari minutissime osservazioni fisiologiche, morali
e metafisiche, la scienza umana è giunta a constatare la verità di
questa Bibblica dottrina, che, cioè, i risultati delle opere
malvagie cessano prestamente alla terza e quarta generazione che vi
perduri, perchè il male distrugge sè medesimo, ma il bene reca
frutti perpetui che non cessano per volgere di secoli, e
determinano il perfezionamento umano e la umana felicità.
_Mortara._ _La Religione Israelitica_, pag. 160.
Nel libro dei re vediamo l’adozione pratica di questa equa disposizione.
Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito
colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente
considerazione: «E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi
a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio:
«Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il
solo colpevole subirà la morte».
Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per
cose vane. Quel santo nome che ci richiama alla mente quell’Essere
infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia;
non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per
motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi
si può maggiore.
Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della
creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del
sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non
deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la
nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l’istruzione.
Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo
necessita di un giorno di riposo, così l’anima dopo i pensieri che la
tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli
interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di
riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la
cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo
appunto il doppio benefico fine dell’instituzione del sabbato, assai
bene definito dai nostri dottori colle parole: _hhassì l’Adonai_ (metà a
Dio per l’istruzione religioso-morale) _vehhassì lachem_ (e metà a voi
pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).
Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi
universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non
commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare
il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.
Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri.
Il desiderio delle cose altrui, l’avidità di possederle è la principale
sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su
qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei
nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra
possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non
lasciamole mai sortire dai limiti consentiti dall’onestà e dal dovere;
contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito
calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza
che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco
colui che è contento del proprio stato».
Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne
instituita la festa del _mathan torà_ (proclamazione della legge) o
_savuod_ (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo
giorno di Pasqua. S’intitola pure, _iom abicurim_ (giorno delle
primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di
grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa
stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella
festa di Pasqua.
Società domestica presso gli antichi ebrei.
§ 1.—_Matrimonio._
«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore³², non v’ha più famiglia,
non affetti domestici, non più pace e confidenza nel commercio della
vita; ma solamente mistero e perfidia sotto il medesimo tetto paterno».
Il matrimonio quale venne stabilito da Dio all’aurora del mondo, era
naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di licenza: pure,
malgrado il diluvio, la corruzione generale fece di bel nuovo sì rapidi
progressi, che al tempo di Mosè non solamente si commettevano laidezze
brutali, ma gli atti più osceni erano divenuti presso molti popoli parte
essenziale del loro culto religioso.
³² _G. S. Cellèrier_, _Esprit de la legislations Mosaïque_.
Temendo Mosè che il popolo ch’egli voleva _santo_ e _modello_ a tutti
gli altri tanto per civile e religiosa sapienza quanto per la purezza
dei costumi, si lasciasse sedurre dallo esempio dei popoli vicini, non
lasciò intentato nissun mezzo onde premunirlo contro la corruttella e la
licenza dei costumi. Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse
severissime pene per l’oltraggio al pudore, per l’infedeltà delle mogli
e l’adulterio dei mariti. In più luoghi poi non cessa di ricordare che
la distruzione totale dei Cananei, comandata da Dio, era appunto la
punizione delle loro stomachevoli e laide azioni per le quali la terra
stessa contaminata e polluta, ne li rigettava dal suo seno.
La monogamia, ovverosia l’unione di un solo uomo con una sola donna, è
l’instituzione primitiva del matrimonio. Lamech fu il primo che
contravvenne a questa disposizione sposandosi a due donne Adà e Sillà.
Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia, sia perchè vi
trovò un ostacolo nel clima per cui quell’uso si era generalizzato (e
dura tuttavia oggigiorno in quelle contrade), e sia per non dare accesso
ad altri mali maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose
conseguenze con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie
disposizioni.
Egli ricordò: 1º che la monogamia era d’instituzione divina e che Noè e
i suoi tre figli, i patriarchi³³, Giuseppe, lui stesso³⁴ ed Aronne suo
fratello, erano monogami; 2º espose i disordini, le contese, le
dissenzioni che spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi
futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a corrompere i loro
cuori».
³³ Se Abramo tolse Agar, ciò fu per consiglio della stessa sua moglie
Sara oltremodo addolorata di non avere prole; e se Giacobbe ebbe
quattro mogli ciò è da attribuirsi intieramente alle circostanze
speciali che ne lo obbligarono.
³⁴ Un passo del Pentateuco piuttosto oscuro lascierebbe supporre che
precedentemente a Zeffora Mosè avesse sposato una donna mora
_Cussid_. Più avanti nella vita di Mosè si troverà qualche
schiarimento su questo fatto.
Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta in
matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine. È Abramo che manda
Eliezer a chiedere Rebecca in moglie ad Isacco suo figlio. Sansone
avendo vista in Timnà una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese
consapevoli i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e
richiederla per lui in moglie.
Tra gli sponsali _eresc_, e la ceremonia delle nozze vi correvano per lo
più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei mesi od un anno.
Quest’opinione si fonda sulle parole che Labano rispose ad Eliezer dopo
la conclusione degli sponsali tra la sua sorella Rebecca ed Isacco.
Insistendo quegli per l’immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia la
ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se ne andrà».
Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso dal dì degli
sponsali. Egli è perciò che qualora il fidanzato, dopo gli sponsali, si
fosse rifiutato di contrarre matrimonio definitivo, era obbligato di
dare lettera di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la
fidanzata fosse caduta in fallo con altr’uomo, veniva trattata siccome
adultera. La ragazza, raggiunta la sua età maggiorenne, 12 anni³⁵, non
poteva in niun modo venire obbligata ad accettare uno sposo suo
malgrado, e a sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno
preso da suo padre anticipatamente. L’unico caso in cui la fanciulla non
godeva piena libertà di sposarsi a chi meglio le talentava, era quando
mancando di fratelli essa veniva dichiarata l’ereditiera del patrimonio
paterno; perchè in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine
della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.
³⁵ È quasi superfluo che noi facciamo riflettere che in quel clima
caldissimo lo sviluppo fisico dell’uomo era, ed è, assai più
precoce che nei nostri paesi.
Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata che
quale contratto puramente civile, epperciò spoglio di qualunque
ceremonia religiosa. Il padre o il più autorevole dei parenti impalmava
i giovani sposi, impartiva loro la benedizione nuziale, ed invocava su
loro i favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che
ordinariamente benedice la giovine coppia, e legge l’atto del contratto
redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica)³⁶ scritto sopra un foglio
di pergamena e da consegnarsi poscia al padre della sposa.
³⁶ La formula di cotest’atto detto _chedubà_ (scrittura) è certamente
dei tempi dei Talmudisti. Pensiamo non essere fuori di posto il
darne qui la traduzione.
Il giorno..... della settimana, alli..... del mese... dell’anno...
dalla creazione del mondo, in questa città..... posta presso al
fiume..... Isacco figlio di..... disse a Rebecca figlia di..... sii
mia sposa secondo la legge di Mosè e di Israele. E io prometto di
provvedere ai tuoi materiali bisogni secondo l’uso dei mariti
ebrei, che condegnamente provvedono i necessari alimenti ed
indumenti alle loro mogli. Oltre a ciò ti prometto l’amicizia
coniugale cosa comune a tutti i popoli della terra. Rebecca
consente a divenire moglie d’Isacco e gli porta in dote la
somma..... alla quale lo sposo aggiunge la somma... onde essa abbia
in totale..... Questa dote e donazione lo sposo garantisce e
assicura sui suoi beni presenti e futuri. E noi testimoni
accertiamo ecc.
Sette erano i giorni dedicati a festeggiare gli sposi come pare che
risulti dalle parole di Labano a Giacobbe, dalla storia di Sansone, e
dall’uso costantemente mantenutosi sino ai giorni nostri. E non erano i
soli parenti ed amici che partecipavano alla loro letizia, ma lo Stato
medesimo prendeva sensibile interesse alle gioie degli sposi; poichè
Mosè ordinò: «che qualunque novello sposo non fosse soggetto alla leva
nè venisse sottoposto a verun carico pubblico per un anno intiero; onde
se ne stesse a casa sua occupato a rallegrare la moglie che prese».
Il vocabolo _pileghesc_, che si trova tanto spesso nella scrittura,
viene tradotto in italiano impropriamente per _concubina_ poichè il suo
valore è tutt’altro. La _pileghesc_ era moglie legittima ma inferiore
alla padrona di casa. Ciò che la distingueva dall’_Hissà_ (moglie), era
la non celebrazione a di lei riguardo delle cerimonie di sposalizio.
§ 2.—_Levirato._
Il levirato, _Jibum_, è una legge in forza della quale il fratello
doveva sposare la vedova del fratello rimasta tale senza prole;
attribuire legalmente al defunto il primogenito dei figli che avrebbe
procreato da quella donna, e trasmettergli la eredità dello stesso³⁷.
Questa legge era antichissima poichè noi la troviamo già praticata da
Giuda in favore di Thamar sua nuora. Mosè adottandola non ingiunse che
venisse applicata inesorabilmente in tutti i casi.
³⁷ «Onde non venga cancellato il nome suo in Israele» dice il testo:
ciò che prova che esistevano fra gli ebrei tavole genealogiche
nelle quali s’inscrivevano tutti i padri di famiglia. Un
regolamento particolare esentava il re dal dovere del levirato onde
non esporlo alle umilianti conseguenze del rifiuto. Il sommo
pontefice ne era escluso di diritto essendogli per legge proibito
di sposare una vedova.
E ciò con molta ragione perchè se da un lato essa aveva per oggetto di
procurare uno stato alla vedova, di trasmettere ai posteri il nome di un
caro parente, di moltiplicare le famiglie e favorire l’accrescimento
della popolazione; non v’ha dubbio che dall’altro lato essa poteva
cagionare molestie ed inconvenienti: sia nuocendo alla libertà dei
maritaggi, sia danneggiando gli interessi delle famiglie. Fu per
quest’ultimo motivo appunto che Ruth venne rifiutata in moglie dal più
prossimo di lei parente. Mosè lasciò pertanto piena libertà al cognato
di rifiutarsi di contrarre tal legame, ma lo sottomise alla seguente
cerimonia.
La donna presentavasi agli anziani della città ed esponeva loro il
rifiuto avuto dal cognato colle seguenti parole: «Il mio cognato ricusa
di far risorgere in Israele il nome di suo fratello, egli non vuole
compiere verso di me il dovere di cognato». Gli anziani facevano venire
quell’uomo alla loro presenza, e lo consigliavano ad adempiere al suo
dovere, ma se egli persisteva nel suo rifiuto e ripeteva: «Non voglio
pigliarla»; allora la sua cognata gli si appressava e in presenza degli
anziani e di molti assistenti, gli levava la scarpa dal piede, gli
sputava in faccia e gli diceva: «Così si fa all’uomo che non vuole
edificare la casa del proprio fratello³⁸». Ed egli veniva chiamato in
Israele: «La famiglia dello scalzato³⁹».
³⁸ Per farsi un’idea giusta di quest’atto che a molti parrà strano e
spregevole, bisogna considerare che esso veniva compiuto da una
donna che oltre all’affronto personale che riceveva con tale
rifiuto, vedevasi tolta per esso la protezione e l’appoggio del
fratello del proprio marito, vale a dire di colui che la natura e
la legge avevano designato per primo suo amico e difensore.
³⁹ Opinano taluni commentatori, che l’uomo che si rifiutava a sposare
la cognata e quindi a perpetuare il nome del fratello, perdeva il
diritto di perpetuare il suo, che più non compariva nei registri: e
la sua discendenza portava il nome non di famiglia del tale, ma sì
di famiglia d’un anonimo, nota soltanto sotto l’ignominioso nome
di: «scalzato».
Naturalmente si redigeva un atto col quale la donna era dichiarata
libera di sposarsi ad altro uomo. Il Talmud ci trasmise copia di tale
atto che noi non accenniamo per la sua lieve importanza.
§ 3.—_Moglie sospetta._
Dissero i nostri dottori: «L’adulterio genera la maledizione ai padri.
La donna infedele allo sposo mentisce a lui e mentisce a Dio; perchè è
il Signore che ha accolto il suo giuramento e le fa legge di
osservarlo».
Per quanto Mosè non abbia trascurato veruna occasione per raccomandare
la illibatezza dei costumi; per quanto egli ne abbia promossa la
realizzazione con prescrizioni eccellenti; cionullameno ben prevedendo
che non sarebbero bastate le persuasioni per impedire il mal fare per
quelle perverse nature che non difettano mai, neanche nelle società le
meglio ordinate, fece pure appello al rigore statuendo la morte per pena
dell’adulterio. Ma come pur troppo può succedere che certe nature
sospettose si lascino acciecare dalla passione, e sognino il male ove
esso non esiste veramente; per questo Mosè nell’intendimento di
sottrarre la moglie sospetta dall’ira del marito, la sottopose ad un
rito che può appellarsi _giudizio di Dio_, poichè a lui solo _scrutatore
delle reni e dei cuori_, se ne lasciava appunto la decisione.
Ed ecco in che consisteva questo rito.
La donna sospetta veniva condotta dal proprio marito al cospetto del
sacerdote con un’offerta detta di _Gelosia_, e nella quale non mettevasi
nè olio nè incenso come usavasi per le altre offerte. Il sacerdote
poneva tale offerta tra le mani della donna: quindi dopo di avere preso
in una delle sue proprie mani un vaso di terra con entro dell’acqua
consacrata, rivolgeva la parola alla donna stessa e le presagiva i mali
orribili che le avrebbe causata quell’acqua, qualora essa si fosse
trovata colpevole. Scriveva in un _Sefer_ (libro) tali sue
dichiarazioni, le cancellava nell’acqua⁴⁰, e poscia porgeva quell’acqua
alla donna affinchè la bevesse.
⁴⁰ Vedete, dissero i dottori, quanto torni cara a Dio la concordia
domestica, che per ricondurla in una famiglia permise che il
santissimo suo nome fosse cancellato nell’acqua.
Lo scritto era del seguente tenore: «Se tu sei innocente e pura della
colpa che si sospetta in te, sarai esente della malefica virtù di
quest’acqua amara e maledetta; ma se invece sei colpevole, e tradisti la
fede giurata a tuo marito, Iddio farà sì ch’essa ti apporti una morte
pronta e crudele e la tua memoria resterà ignominiosa frammezzo al tuo
popolo». La donna era obbligata a rispondere: «Amen, amen».
I talmudisti riferiscono che quest’uso venne abolito alcuni anni prima
della distruzione del Tempio: poichè posta in dimenticanza la legge di
Dio, corrotti i costumi e fattosi comune l’adulterio fra gli stessi
mariti, Iddio aveva privato d’efficacia una simile prova.
§ 4.—_Divorzio._
«Allorquando il consorzio coniugale è ordinato, concorde e puro la
divinità aleggia su di esso, se no se ne diparte lasciandovi lo spirito
del male ad esercitare la sua triste influenza»⁴¹. Come nell’ordine
fisico gli uomini diversificano l’uno dall’altro per la Conformazione
delle membra e per la regolarità e venustà della loro disposizione,
altrettanto avviene nell’ordine morale: differenziando essi l’uno
dall’altro per istinti, per indole, per passioni, per coltura
dell’ingegno e per la sensibilità dell’animo. Supponendo ora l’unione di
due persone di sesso diverso e dotate di un carattere morale totalmente
opposto, è cosa naturale la persuasione che si andrebbe incontro a
tristi conseguenze, la minore delle quali consisterebbe nella infelicità
di entrambi i coniugi, nel volerli tenere avvinti con un nodo
indissolubile.
⁴¹ Sotà, cap. 2.
E fu appunto la possibilità, pur troppo, non rara di tale eventualità
che consigliò a Mosè la instituzione del divorzio⁴². Secondo la legge
era il marito solo che aveva il diritto di dare il divorzio alla moglie
qualora avesse trovato in essa qualche _ervath davar_ (qualcosa di
sconcio)⁴³. Era però permesso alla moglie di citare innanzi ai tribunali
il marito qualora esso avesse mancato a qualche clausola del contratto
matrimoniale; e dopo parecchie rimostranze persistendo esso nella sua
sleale condotta verso la moglie, questa veniva dichiarata ripudiata di
fatto e libera di sposarsi ad altr’uomo.
⁴² Il divorzio non viene ammesso dalle nazioni cattoliche perchè
contrario ai loro principii religiosi. Vi fu solo introdotta _la
separazione dei coniugi_. Non è nostra intenzione l’enumerare gli
inconvenienti di tutt’altra specie, ma a parer nostro senza dubbio
maggiori, che presenta questa legge su quella mosaica. Ci
limiteremo solo a constatare che non solamente vi furono altravolta
autorevoli giureconsulti e scrittori di vaglia che propugnarono la
instituzione del Divorzio; ma che progetti di legge furono
presentati in questi ultimi tempi alle assemblee nazionali di
Francia e di Italia a tale scopo: e che in ambidue i paesi si
tengono pubbliche conferenze per dimostrare che colla sua adozione
non solamente sarebbero resi alla felicità molti sventurati, ma che
sarebbe ridotto d’assai il contingente delle prigioni e dei bagni.
⁴³ È probabilissimo che nella mente di Mosè l’espressione _ervath
davar_ stesse per qualificare l’adulterio. Certo nei tempi
posteriori quando la religione, e con essa, la virtù perdettero
d’efficacia e la licenza ebbe il sopravvento nel popolo, il
divorzio prese maggior estensione. Si fu allora che le due scuole
di Hillel e di Sciammaï disputavano sui motivi che potevano
legittimare tale atto, patteggiando la prima anche per motivi meno
gravi. Dobbiamo però affrettarci a soggiungere, che erano tanto
complicate e minuziose le formalità che si richiedevano per
quest’atto: erano tali i consigli che il magistrato era in dovere
di porgere all’offeso marito, da disporlo sicuramente a più miti
pensieri ove non fosse stato indotto a tal passo da motivi
seriissimi, o da invincibile incompatibilità fisica o morale.
Pei due seguenti casi particolari il marito perdeva il diritto di
ripudiare la moglie: 1º In caso di seduzione della sua propria moglie
prima delle nozze; 2º Se dopo sposata l’avesse calunniosamente accusata
d’impudicizia innanzi ai tribunali, o sottoposta alla prova delle acque
amare. Nonostante il divorzio il marito poteva riconciliarsi colla
moglie e riprenderla, semprechè essa non fosse passata ad altre nozze.
Riguardo all’atto stesso del ripudio Mosè si limita a dire: «e scriverà
a lei una carta di ripudio e gliela consegnerà in propria mano, e la
manderà via di casa sua». I nostri Rabbini ci tramandarono la formula di
tale carta di ripudio e concepita nei seguenti termini:
«Il giorno... della settimana... del mese... dell’anno... dalla
creazione del mondo, in questa città... posta sul fiume... io... così
chiamato figlio di... di mia propria volontà e senza esservi costretto
in nissun modo, ho voluto rimandare e rimando te... figlia di... già mia
moglie, e ti permetto di andare ove ti piacerà, di contrarre matrimonio
con qualunque altro uomo senza che veruno possa impedirlo. In fede del
che le ho rimesso la presente lettera di ripudio, polizza di rimando,
certificato di divorzio secondo la legge di Mosè e d’Israele».
————
THAMUZ (_giugno-luglio_)
Verso la metà di questo mese cominciano i giorni nefasti ad Israele. Sei
sono i digiuni stabiliti nel corso dell’anno. Quello della espiazione
_chipur_ l’unico comandato da Mosè; quello di Ester il giorno precedente
a Purim, istituito in commemorazione del digiuno raccomandato da quella
Regina agli Ebrei di Susa, onde implorare da Dio la sua protezione prima
di esporsi al pericolo di morte, presentandosi non chiamata ad Assuero;
e quattro ordinati dai Profeti.
Il primo di questi quattro digiuni per ordine di tempo è quello che
accade il giorno 17º di questo mese. In origine esso si faceva ai 9 di
questo stesso mese, per commemorare il triste avvenimento della breccia
aperta nelle mura di Gerusalemme, dalle armi di Nabucodonosorre re
dell’Assiria; ma fu posteriormente trasportato ai 17 sia per commemorare
l’altra breccia che in tale giorno fu aperta nelle medesime mura dai
Romani, i quali in tale congiuntura si impadronirono della parte bassa
della santa città; e sia per commemorare altri quattro luttuosi
avvenimenti che si credono successi in tale giorno. Questo avvenimento
fu il triste preludio della caduta di Gerusalemme, e dello sfacelo della
politica esistenza della nazione di Israele che non tardò a verificarsi,
e di cui tratteremo diffusamente nel mese venturo: e il principio per la
nostra sventurata nazione di quella lunga serie di mali non ancora
chiusa, pur troppo, in certe contrade dopo oltre 18 secoli.
§ 5.—_Fanciulli_.
L’onore attribuito alla fecondità e l’obbrobrio di cui erano coperti
nell’opinione nazionale il celibato e la sterilità, influivano assai
sull’accrescimento della popolazione degli Ebrei. La tradizione poi
colle sue speranze e le sue promesse tendeva come le loro instituzioni a
produrre questo effetto. La posterità di Abramo doveva essere numerosa
come le stelle del cielo e come l’arena del mare; e nella benedizione
del padre non mancava mai l’augurio di numerosa prole. «Non sarà in te
nè uomo nè donna sterile, dice Mosè al popolo d’Israele, fra le promesse
di premii, che fa loro per l’osservanza delle leggi di Dio». Era
pertanto naturale che una famiglia numerosa fosse tenuta quale benefizio
e benedizione di Dio ed un titolo di gloria in Israele, come la
privazione di prole un castigo celeste ed una vergogna. «Oh dammi dei
figli, esclama con amarezza la dolente Rachele a suo marito, altrimenti
io mi muoio». E quando finalmente Dio esaudì le sue supplicazioni e le
concesse il figlio tanto ardentemente desiderato, ella lo chiamò
Giuseppe (aggiungerà), pregando Dio che gliene volesse concedere un
secondo. «Oh questa volta io debbo ringraziare e lodare Iddio che mi
concesse un quarto figliuolo», diceva lietissima la sua sorella Lia. E
la povera Anna? Benchè teneramente amata dal marito, noi la troviamo ai
piedi dell’altare di Dio supplicandolo a toglierla all’onta della
sterilità, e promettendo di consacrare al suo servizio il figlio che
sarebbe per concederle. E tanto profonda era l’amarezza del suo cuore, e
così assorta essa era nel pregare da rimanere insensibile a quanto la
circondava; sicchè il vecchio Elì ingannato la rampognava qualificandola
ebbra.
«La moglie tua, dice Davide, sarà qual vite feconda nell’interno di tua
casa, i figli tuoi quali rampolli d’olivo intorno alla tua mensa. Così è
benedetto l’uomo temente Dio.... E tu vedi i figli dei figli tuoi, pace
su Israele».
§ 6—_Circoncisione._
In origine pare che fosse la madre quella che designava il nome del
figlio e che glielo si imponesse al momento della nascita. Così si
rileva da diversi passi della Genesi. Però in seguito il nome si
imponeva ai figli maschi all’atto della circoncisione, e si solennizzava
tal giorno con un banchetto e con altri segni di giubilo: costume che si
segue ancora oggigiorno ovunque.
Dio comandò ad Abramo di circoncidere ogni fanciullo maschio nel giorno
ottavo dopo la sua nascita. Pertanto, la circoncisione, specie di
suggello impresso sulla stessa nostra carne, era ed è destinata a
distinguere il popolo d’Israele da ogni altra nazione e a ricordargli
continuamente il patto conchiuso tra lui e Dio. Ma a questo motivo
principale bisogna aggiungerne altri di minor importanza, quali
sarebbero la preservazione di alcune malattie spesso mortali nei paesi
caldi.
Nulla determina la legge nè sul ministro, nè sullo strumento della
circoncisione. Zèfora moglie di Mosè, vedendo in pericolo la vita del
marito nel loro viaggio verso l’Egitto per la trascuranza⁴⁴ di tale
precetto, ella stessa circoncide suo figlio con una pietra affilata. Ed
è pure con un tale strumento che appena passato il Giordano, Giosuè fece
circoncidere tutti i maschi nati nei quarantanni che Israele errò nel
deserto e che non vennero circoncisi. Secondo il Talmud è il padre
stesso che dovrebbe circoncidere il figlio: ma richiedendosi per tale
operazione speciali cognizioni e perizia, per schivare quei pericoli che
potrebbero risultarne pel circonciso, essa viene praticata o da
chirurghi o da persone che vi si dedicano dopo fatti gli studi
necessari.
⁴⁴ Questa trascuranza non provenne sicuramente che dalla fretta di
Mosè di adempire al mandato che ebbe da Dio di portarsi da Faraone
o dal timore che il bambino avesse a correre qualche pericolo nel
viaggio.
Fra tutti i popoli antichi il padre poteva trasferire i diritti di
primogenitura, che erano immensi, su qualunque dei suoi figli. Mosè
tolse ai padri questo diritto che era indubitabilmente fonte di
ingiustizie, di discordie, e di delitti; e limitò il diritto del
primogenito a una doppia parte nella eredità paterna sui fratelli. Il
primogenito era pure l’erede presuntivo del trono paterno, quantunque la
legge lasciasse in facoltà del padre di destinare qualunque altro figlio
a suo successore.
§ 7.—_Educazione._
Gli studi dovevano avere per oggetto peculiarissimo la cognizione della
legge di Dio: che secondo il Legislatore era per Israele un titolo di
sapienza e di prudenza al cospetto delle nazioni, e la unica e
immancabile sorgente della sua materiale e morale grandezza e felicità.
I principi ed i grandi pare che avessero in casa maestri che educavano
ed istruivano i loro fanciulli sotto i loro proprii occhi. In origine
oltre alla legge di Dio, ai doveri e ai diritti del cittadino,
l’educazione tendeva probabilmente all’agricoltura e alla guardia del
gregge: ma coll’estendersi e prosperare del regno, i fanciulli venivano
generalmente pure istruiti nelle arti, nei mestieri e nelle scienze.
Nella Scrittura e nei libri posteriori non si scorge che vi fossero
Scuole propriamente dette, prima della dipendenza politica degli Ebrei
ai Romani (esclusa quella dei profeti che era diggià fiorente all’epoca
di Samuele); poichè il primo che ne abbia instituito fu il figlio di
Gamlà, la cui memoria ci fu perciò tramandata dai nostri dottori
fregiata dal titolo di benemerito dell’istruzione.
Prima d’allora era il padre stesso che impartiva l’istruzione religiosa
ai suoi figli, uniformandosi al precetto Mosaico che nel Semanh (che è
un sublime compendio delle verità della nostra Religione) costituisce il
padre maestro dei suoi figli: «Sulle cose ch’io ti comando oggi, dice
egli, ragionane ai figli tuoi nello stare in casa, nello andare per la
via, nel coricarti e nello alzarti».
Vi erano pure (nei sabbati) pubbliche accademie, ma il loro scopo era
unicamente quello di trattare materie religiose e morali pel bene dello
stato in generale.
L’educazione delle ragazze variava naturalmente secondo la condizione e
la qualità delle persone. Erano però anche esse istrutte nella legge e
nella letteratura, come ci attestano le ammirabili cantiche di Debora e
di Anna. Però venivano precipuamente ammaestrate in ogni cura domestica.
Quanto potente fosse il sentimento della dignità che la educazione
inspirava alle ragazze, e quale la purezza dei loro costumi possiamo
argomentarlo dalle parole che Thamàr figlia di Davide rivolge al
fratello Amnon che tentava di indurla a cosa disonesta: «Deh! o fratel
mio non farmi ingiuria che tali cose non s’usano in Israele. Deh! non
volere commettere una tale ignominia. Ove potrò io nascondere la mia
vergogna? E tu potrai soffrire di venir considerato tanto vile in
Israele?» Nè avrebbe potuto succedere diversamente quando la legge
ordinava che una donna maritata convinta d’impudicizia prima delle sue
nozze, venisse lapidata innanzi la porta della casa paterna per la
colpa, dice la legge, «di aver fatto cosa laida in Israele.» Quale
terribile minaccia si fa con tale disposizione alle ragazze, ma alle
madri specialmente onde agli ammaestramenti e agli esempi accoppiassero
un’indefessa ed oculata sorveglianza! Anche le ragazze di famiglie
agiate non isdegnavano di occuparsi in ogni sorta di lavori campestri;
poichè il Pentateuco ci rappresenta Rachele, Lia e le figlie di Ietro
conducenti le greggie al pascolo colle loro secchie sulle spalle.
§ 8.—_Schiavi._
«In niun luogo, dice uno scrittore cristiano, gli schiavi furono
trattati così umanamente come presso gli ebrei». In principio la virtù
dei patriarchi rese loro sempre sopportabile e dolce il dispotismo che
avevano sopra di essi; e poi Mosè si occupò con tanta sollecitudine
della sorte loro, che la saviezza dei suoi precetti doveva impedire
assolutamente anco ai supposti cattivi padroni di abusare del proprio
potere. La dolcezza delle disposizioni Mosaiche verso gli schiavi,
risplende meglio qualora noi ci facciamo a paragonarla all’inumanità
colla quale venivano trattati quegli infelici, non diremo in quei tempi
di universale ignoranza e barbarie, ma presso quei popoli che in tempi
più prossimi a noi levarono di sè tanta alta fama, vogliamo dire i Greci
ed i Romani. Presso costoro gli schiavi erano considerati meno dei
bruti, e col consenso della legge venivano massacrati per semplice
passatempo, dati pascolo alle fiere dei loro circhi, e gettati pascolo a
certi pesci carnivori, quali le murenne, che si allevavano in appositi
serbatoi, onde riescissero più graditi ai palati di quegli inumani
Sardanapali. È triste, e quasi ripugna il dirlo, ma è storia. Dame
romane dimentiche di ogni elementare principio di quella delicata bontà
che forma il più bel pregio del loro sesso, e divenute insensibili agli
strazii delle loro vittime; percuotevano a sangue le loro schiave per la
menoma negligenza usata nella disposizione della loro teletta: e i seni
di quelle sventurate servivano a ricettacolo degli aghi e degli spilli
dei loro lavori, o dei loro abbigliamenti! Ma lasciamo queste tetre
descrizioni che rattristano il cuore; e ritornando al nostro proposito,
esaminiamo alcune di quelle disposizioni.
La legge dichiarava reo di omicidio quel padrone che in seguito a
percosse causava la morte a un suo schiavo: e bastava il mutilarlo anche
di un dente o di un occhio solo perchè venisse dichiarato libero. Come
il padrone, lo schiavo fruiva del riposo sabbatico. Non solamente era
proibito di molestare o consegnare al padrone quello schiavo che per i
maltrattamenti sofferti fossesi indotto a ricoverarsi presso di loro in
cerca di un asilo, ma si doveva permettergli di prendere stanza in
quella città che sarebbe stata di suo piacimento.
E si noti che queste ordinazioni sono tutte relative agli schiavi non
ebrei, perchè riguardo a questi ultimi il nome di schiavi è affatto
improprio, poichè la loro condizione era tanto mite, tanti doveri di
umanità e di delicati riguardi erano imposti al padrone verso di loro,
da inspirare ai nostri dottori il seguente adagio: «Colui che si prende
un domestico, da a sè stesso un padrone».
Esaminata partitamente la costituzione della famiglia ebraica, ci piace
aggiungere alcune considerazioni generali sullo spirito delle
ordinazioni che la reggevano.
Presso tutte le nazioni antiche la donna era considerata quale oggetto
di sensuali diletti, e sempre schiava del padre o del marito. La sua
condizione era tutt’altro ohe invidiabile persino presso i Romani e i
Greci, tanto celebrati nella storia per civile sapienza e per politica
grandezza. La patria potestà poi non aveva limiti. Il padre era padrone
assoluto dei suoi figli: poteva incarcerarli, venderli od ucciderli
qualunque fosse la loro età e il loro grado. Pensiamo ora noi quale
moralità, quale confidenza e dolcezza in tale consorzio di schiavi
sottomessi all’autorità e al capriccio d’un padrone che la certezza
dell’impunità, l’altrui esempio, e l’abitudine del comando potevano
rendere ciecamente feroce.
Ma quale e quanta differenza nelle famiglie ebree! In esse non
esistevano nè padroni nè schiavi. La legge e la religione sancivano la
perfetta eguaglianza dei due sessi, poichè dalle stesse prime pagine del
loro libro venerato risultava: 1º Essere stato Dio stesso che aveva
instituito il matrimonio e benedetto i primi sposi; 2º Non essere la
donna inferiore al marito, poichè dopo che Adamo ebbe imposto un nome a
tutti i viventi fra i quali non ne trovò alcuno simile a lui; quando gli
fu presentata la donna da Dio stesso, egli esclamò: «Questa è
finalmente, osso delle mie ossa, e carne della mia carne; questa deve
chiamarsi Hiscà (donna) poichè dall’Hisc (uomo) fu tratta». Ammirabile
insegnamento! La donna non è la schiava dell’uomo, ma la sua compagna,
un aiuto analogo a lui. Le unioni erano contratte liberamente e per
conseguenza precedute spesso dall’amore, o almeno da una reciproca stima
e simpatia che facevano sperare armonia e concordia. I soavi pensieri,
le dolci cure di una prole desiderata e carissima, dovevano rendere quei
legami ammirabili per moralità e piacevolezza. E tali furono sicuramente
finchè il popolo si mantenne fedele alla parola di Dio.
Da queste teorie ne veniva per naturale conseguenza il fatto, che nello
stato e nella famiglia, i diritti della donna per quanto potevano
conciliarsi coi riguardi dovuti alla sua maggiore sensibilità, alle sue
domestiche occupazioni, agli altri doveri speciali al suo sesso, erano
pareggiati a quelli dell’uomo.
Hulda è profetessa; Debora profetessa e guerriera. Marianna a capo delle
donne intuona l’inno della vittoria sulle sponde del mar Rosso; e alla
caduta di Golia son le donne che colle loro patriottiche laudi al
guerriero vincitore, feriscono al vivo l’invido cuore di Saulle.
Salomone, che qualifica la cortigiana o la moglie infedele allo sposo
coi nomi di Zarà o Nocrià (straniera) quasi temesse di offendere la
suscettibilità della donna indigena, descrivendone i liberi costumi e i
colpevoli inganni verso l’inesperta gioventù; dice valere meglio di
qualunque cosa una buona moglie; la donna sapiente rialzare la sua casa,
distruggerla colle proprie mani la dissennata. La dipintura che egli
fece della donna forte è tutto quanto si possa immaginare di stupendo
nel suo genere. È un modello della donna libera, laboriosa e sapiente;
l’affermazione della fiducia sconfinata che colle sue nobili doti seppe
acquistare dal marito e dell’immenso e meritato ascendente che ha sulla
famiglia intiera. «Ed ecco grida Malacchia, altra cosa tristissima che
voi fate e per la quale Iddio non si rivolge ai vostri presenti perchè
il suo altare è coperto di sospiri e di lagrime. Ma perchè dite
voi?—Perchè voi tradite iniquamente la donna alla quale vi lega un patto
solenne».
Tutta la legge fa fede dei principii suesposti. Anche le donne
assistettero alla rivelazione del Sinai; anche le donne dovevano
trovarsi nella radunanza che la legge prefiggeva di tenere in capo ad
ogni settimo anno nella festa dei Tabernacoli, e ove si leggeva tutta la
legge all’udienza del popolo; anche le donne al ritorno dalla schiavitù
babilonica prestarono il loro giuramento d’adesione al nuovo ordine di
cose. Ambi i genitori hanno gli stessi diritti alla riverenza dei figli.
«Onora tuo padre e tua madre se vuoi vivere lungamente» sta scritto nel
Decalogo. Ed altrove così si esprime il Legislatore: «Ciascuno di voi
abbia timore della madre e del padre». «Chi maledice suo padre o sua
madre sarà fatto morire». «L’occhio che si fissa irriverentemente torvo
sul padre o sulla madre, dice l’Ecclesiaste, merita di essere acciecato
dai corvi». Le manifestazioni di rispetto dovuto ai genitori vengono
così definiti dai nostri dottori. Non sedersi nel posto da essi
ordinariamente occupato; non contraddirli nè ascoltare i loro discorsi
con irriverenza o impazienza; averne ogni cura nella loro vecchiaia, e
fare quanto può loro tornare utile o gradevole.
L’unico dovere imposto al padre⁴⁵ era quello d’addottrinare il figlio
nella religione e nella morale: parlandogliene, come dicemmo, nel suo
stare in casa, nel suo andare per viaggio, nel suo coricarsi e nel suo
alzarsi.
⁴⁵ In una famiglia nella quale tutto era stato savissimamente disposto
perchè rafforzando i sentimenti naturali l’amore vi regnasse
sovrano, qual bisogno di tracciare doveri tra padri e figli oltre
quelli del rispetto e timore dei secondi verso i primi? Su questo
tema Salomon Fiorentino, valente poeta nostro correligionario,
dettava un magnifico sonetto col quale, ricordando il fatto di
Davide che piange amaramente il tristo figlio che tento di rapirgli
e regno e vita, termina colla seguente terzina che ci piace di
rapportare:
«Oh del figlio inuman se un padre ha cura
La legge parli minacciosa al figlio
Che dolce al genitor parlò natura».
Qui poniamo termine alle nostre brevi considerazioni sulla famiglia
Israelitica, colla ferma convinzione, che per quanto poco noi abbiamo
detto su tal soggetto, pure debbano risultarne le due seguenti verità:
1º Essere stata la legislazione Mosaica la prima, che diede alla donna
la somma di tutte quelle libertà consentanee al suo sesso, e regolate
per modo che non avendo esse altro limite oltre quello segnato dal
pudore e dalla sua speciale costituzione, non servissero ad arma di
licenza e venissero a menomare quelle soavi prerogative che fanno di lei
l’angelo tutelare della famiglia; 2º Essere stata la legislazione
Mosaica la prima, che seppe fondare la famiglia sopra le sue naturali e
vere basi: moralità, stima ed affetto.
AB (Luglio-Agosto).
Questo mese può chiamarsi a giusta ragione, il mese infausto del popolo
d’Israele; inquantochè in esso abbiano avuto compimento i terribili
castighi già minacciati da Mosè e tante volte predetti, ma pur troppo
invano, dai profeti che Dio suscitava in ogni secolo, e siano succeduti
i luttuosi avvenimenti della distruzione del primo e del secondo Tempio
di Gerusalemme.
Il primo giorno di questo mese segna la morte di Aronne, avvenuta sopra
il monte Hor nell’anno quarantesimo dell’uscita d’Israele dall’Egitto, e
123° della sua età.
La tradizione fissa al giorno ottavo di questo mese, il ritorno degli
esploratori spediti da Mosè nel paese di Canaan.
Ci fermeremo a narrare diffusamente quest’avvenimento anch’esso luttuoso
per parecchi motivi, per indi parlare della distruzione dei due Tempii
di Gerusalemme, ma in particolare modo del secondo, maggiormente
importante per noi. Infatti dal dì della sua caduta data non solo la
cessazione della indipendenza politica d’Israele, ma il principio di
quella lunga sequela di sofferenze e di persecuzioni inenarrabili, che
se la mercè di Dio cessarono ora in quasi tutta l’Europa civile, e delle
quali noi dobbiamo conservarne la memoria per solo rammarico di vedere
distrutto quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge
divina, e per ammirazione verso i nostri padri, che con invitta costanza
verificarono alla lettera l’espressione di Davide: «Tutto questo
soffrimmo ma non dimenticammo Te, (Dio) e non mentimmo al tuo patto»,
dobbiamo però constatare che pur troppo tali sofferenze e persecuzioni
durano tuttavia in parecchie contrade, dove il sole della libertà e
della universale fratellanza degli uomini, non potè ancora farvi
penetrare i suoi raggi benefici.
Correva il secondo anno dall’uscita d’Egitto, e il popolo d’Israele, che
toccava oramai i confini dell’Emoreo, si raccolse presso Mosè e lo
richiese di mandare «innanzi a sè alcuni uomini ad esplorare il paese
che doveva conquistare: onde sapessero indicargli «la via per cui doveva
andare, e le città a cui doveva rivolgersi». La manifestazione di questo
desiderio poteva interpretarsi come un atto di diffidenza verso lo
stesso suo condottiero, che ripetutamente gli aveva assicurato il
possesso immancabile di un «paese di frumento e d’orzo, di viti, fichi e
melagrani; paese d’olivi (abbondanti) d’olio e di miele. Paese, ove
senza scarsezza mangerebbe pane, ove non mancherebbe di cosa alcuna;
paese di cui le pietre erano (dure come il) ferro, e dai cui monti
ricaverebbe rame». Pure, anzichè adontarsene Mosè dichiara che «la cosa
gli piacque»; e scelti a quest’uffizio dodici uomini, il capo di
ciascuna tribù, con particolareggiate istruzioni li inviò a riconoscere
tutto quel paese. Partiti il giorno 29 di Sivan, impiegarono quaranta
giorni nel loro viaggio d’esplorazione, ed arrivarono all’accampamento
ebreo il giorno 8 del mese di Ab.
Onde assecondare la raccomandazione fatta loro da Mosè, che desiderava
dimostrare al suo popolo con prova evidentissima la verità delle sue
dichiarazioni; gli esploratori portarono di colà alcuni frutti, che
presentarono al popolo ansioso di conoscere il risultato delle loro
osservazioni. Per una colpevole leggerezza o per un criminoso accordo,
come pretendono alcuni commentatori, dieci di loro, dopo d’aver
magnificato la, prodigiosa fertilità del paese visitato, ne esagerarono
assai i difetti. Dissero, che la statura degli abitanti era gigantesca,
e superiore all’ordinario la loro forza; che le mura che cingevano le
città erano alte e forti e per loro indubbiamente inespugnabili; che il
clima era tanto inclemente e micidiale, che quella terra poteva dirsi
con tutta ragione, una madre divoratrice dei proprii figli. Queste false
notizie spaventarono in modo straordinario i loro ascoltatori, i quali
dimenticarono tutto d’un tratto i grandi miracoli operati da Dio in loro
favore, e di cui furono testimoni essi stessi: rammaricarono amaramente
di avere prestato fede alle lusinghiere ma fallaci promesse di Mosè;
dubitarono stoltamente della potenza di Dio, e manifestarono il timore
di vedersi destinati a morire di stenti in quell’inospitale deserto, o
di divenire essi e i loro figliuoli facile preda di quei formidabili
nemici. Nè le assicurazioni degli altri due esploratori Giosuè e Caleb,
valsero a fare loro riconoscere la grave offesa che facevano a Dio con
questo atto di ribellione, e a rinfrancare i loro cuori: che anzi
arrivarono a tale punto di demenza, da concepire e manifestare altamente
la iniqua e vilissima intenzione di lapidare quei due coraggiosi e
intemerati uomini, e poscia darsi un capo che facesse loro ripigliare la
via dell’Egitto. Ma la divina giustizia già offesa parecchie altre
volte, non poteva lasciare impunito questo nuovo gravissimo atto
d’ingratitudine per parte di quella nazione, che per ripetere
l’espressione di Mosè, Dio «era andato a togliere da mezzo ad altre
nazioni con prove, con miracoli, con prodigi, con battaglie, con potente
mano, con braccio disteso e con grandi spaventi», nel solo intento di
farla depositaria delle sue eterne verità, e di condurla a fruire i beni
di quel paese promesso ai suoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. La
divina giustizia per quanto longanime e clementissima, non poteva
permettere che quella generazione che in ogni occasione si dimostrò
riluttante alla voce dell’Eterno e che la schiavitù aveva resa paurosa,
vile ed ostinata, andasse a godere di «quei campi ch’essa non aveva
dissodati e di quelle case piene d’ogni bene ch’essa non aveva
fabbricate».
I dieci esploratori causa dell’enorme peccato morirono di morte
improvvisa, e tutta la parte del popolo che già aveva oltrepassato i
vent’anni di età il giorno dell’uscita dall’Egitto, e che pertanto non
avrebbe dovuto mai dubitare della onnipotenza di quel Dio che aveva
fatto a suo pro’ tanti miracoli e in Egitto e nel deserto, fu condannata
a morire nel deserto nel corso di quarantanni, epoca fissata allo
ingresso della nuova generazione nella terra promessa. Due uomini soli
furono esclusi da questo castigo, Giosuè e Caleb, perchè dice il testo
«adempirono (ebbero fede) dietro Iddio». La morte di Mosè ed Aronne
avvenuta parimenti nel deserto in sullo spirare dell’anno quarantesimo,
fu occasionata dal peccato da loro commesso nel fatto delle così dette
_me merivà_ (acque della contesa).⁴⁶
⁴⁶ Ecco come viene esposto questo fatto nel libro dei Numeri, che per
la sua imponenza merita di essere da noi raccontato:
Era già estinta tutta la vecchia generazione condannata a morire
nel deserto, ed era pertanto giunto il tempo prefisso all’ingresso
del popolo ebreo nella terra promessa, quando arrivato esso in un
certo posto detto deserto di Sin, venne a mancare affatto d’acqua.
Come al solito, esso mosse i più alti lamenti verso Mosè ed Aronne,
accusandoli di averlo tratto d’Egitto per condurlo a morire in un
«luogo cattivo, non atto a seminagione, sprovvisto di fichi, di
viti, di melagrani e persino d’acqua». La maestà del Signore si
rivelò a Mosè e gli ordinò di munirsi della verga che stava nel
Tabernacolo, e accompagnato da Aronne «_parlare_ al sasso in
presenza di tutto il popolo, poichè da quel sasso sarebbero
scaturite acque in tale abbondanza da dissetare il popolo e il suo
bestiame». Mosè fece adunare immediatamente il popolo attorno al
sasso indicato, e apostrofando il primo con poche ma dure parole,
che lasciano chiaramente indovinare non essere esse che il
principio di una vivace rimostranza che voleva dirigergli pel modo
indegno con cui si comportava verso Dio quando versava in qualche
momentaneo bisogno, _battè_ due volte il sasso colla sua verga e le
acque sgorgarono in gran copia. Ma l’Eterno disse a Mosè ed Aronne:
«Giacchè _non avete avuta fede_ in me _per santificarmi_ alla
presenza dei figli d’Israele, perciò non condurrete questo popolo
nella terra che ho loro donato.
Interpretando letteralmente questo fatto, si dovrebbe conchiudere,
come si crede ordinariamente, che il peccato commesso da Mosè e da
Aronne abbia dovuto consistere nella mancanza di fede in Dio per
avere _battuto_ il sasso invece di _parlargli_. Ma oltrecchè non si
può ragionevolmente ammettere che Mosè chiamato da Dio stesso
«servo fedele in tutta la sua casa» abbia dubitato di Lui, quale
differenza può farsi tra il _parlare_ o il _battere_ trattandosi di
un corpo inanimato? Forsechè il miracolo avrebbe scemato della sua
importanza nel servirsi d’un mezzo piuttostochè dell’altro? E poi a
quale scopo Dio avrebbe ordinato a Mosè di munirsi della verga se
non avesse dovuto adoperarla?
Fra le diverse opinioni emesse dai commentatori su questo fatto,
noi riteniamo per la più accettabile quella del Rabbo Mosè a-Coen
Tedesco e sviluppata da l’Illustre I. S. Reggio. Dice egli in
sostanza: «che Mosè afflitto e sdegnato della riprovevole condotta
e delle incessanti mormorazioni contro Dio per parte di un popolo
tanto visibilmente da Lui protetto, e temendo che Dio ne lo punisse
aspramente come fece altre volte pel fatto degli esploratori, per
la sollevazione di Cora, per l’adorazione prestata a Baal-Peor
ecc.; quando si trovò presso al sasso si lasciò vincere dalla
collera e cominciò ad apostrofare il popolo con tale veemenza che
la commozione interna gli troncò la parola in gola; per modo che
dalle poche parole dette, il popolo fu quasi portato a dover
credere che questo _miracolo_ dovesse attribuirsi precisamente a
lui stesso e al fratello, anzichè a Dio. Questa interpretazione si
accorda benissimo colle parole che denotano il motivo del castigo
quello cioè «di non avere essi _santificato_ Iddio».
E quasi la giustizia divina non si tenesse tuttavia paga del castigo
inflitto a quella generazione, i nostri dottori vogliono ch’essa sia
uscita in queste lugubri parole: «Voi piangeste questa notte senza verun
motivo. Ebbene! sin d’ora io stabilisco in essa un pianto secolare pei
vostri figliuoli». Nella caduta di Gerusalemme si trova la spiegazione
di queste parole di colore oscuro.
Caduta del regno d’Israele.
Se pressochè in ogni caso la parola _divisione_ è sinonimo di
_indebolimento_, i suoi tristi effetti sono poi più funesti ed
immediati, quando la divisione avviene tra individui o nazioni fra le
quali esistono o possono svilupparsi germi di rivalità, per motivo
d’interesse o di dominio.
Per quanto il regno di Salomone fosse stato glorioso, ed avesse portato
la grandezza e la prosperità d’Israele ad un punto non mai raggiunto
allora da nessun popolo dell’Asia, ciò malgrado uno scontento
grandissimo serpeggiava nel popolo. Per sopperire alle ingenti spese
causate dalle città che egli fece costruire in diversi punti del regno,
e per la costruzione del tempio e dei sontuosi suoi palazzi; Salomone
dovette imporre sul popolo pesi enormi. Sia quindi per questo motivo, e
sia perchè offese gravemente Dio e il sentimento nazionale, erigendo
templi dedicati agli idoli delle sue tante mogli nella Santa Città, lo
scontento era tanto profondo e generale, che non attendeva che una
favorevole occasione per prorompere in fatti. E questa occasione, pur
troppo, non si fece attendere lungamente.
Morto Salomone, il popolo si raccolse in Sichem per la incoronazione del
di lui figlio Roboamo; e si valse appunto di questa occasione per fare
sentire al suo futuro re, come avrebbe desiderato un alleviamento ai
troppo pesanti carichi che aveva dovuto sostenere lungo il regno del
padre. Roboamo chiese tre giorni di tempo per riflettervi, e intanto si
rivolse agli antichi consiglieri di suo padre. Questi nella loro
prudenza ed esperienza, gli suggerirono una risposta mite e conciliante
colle seguenti parole: «Se oggi ti mostri compiacente verso questo
popolo soddisfacendo al suo desiderio, e parlando ad essi con buone
parole, esso ti sarà soggetto per tutti i giorni». Ma sia che questo
savissimo consiglio urtasse il suo orgoglio, o sia che gli facesse
temere che scendendo a patti col popolo e annuendo alla sua richiesta,
venisse a dare un cattivo precedente di debolezza e a menomare il suo
prestigio e le prerogative reali; fatto sta, che ebbe l’infausta
inspirazione di consigliarsi pure coi giovani suoi coetanei. E questi
nutriti cogli stessi sentimenti d’alterigia, risposero colle seguenti
insensate e crudeli parole: «Così devi dire a questo popolo, il quale ti
parlò dicendo: Tuo padre ci ha imposto un grave giogo, ora tu ce lo
allevia, così devi dire loro: il mio dito mignolo è più grosso dei lombi
di mio padre. Ora dunque mio padre vi caricò di un grave giogo, ma io ci
aggiungerò ancora: mio padre vi castigò colle sferze ed io vi castigherò
con flagelli a punture».
Si capirà facilmente, che il popolo vedendo respinta in un modo tanto
brutale la sua domanda, che riteneva e fors’anche era, opportuna e
ragionevole, ne fu punto sul vivo, e fece una sedizione che ebbe per
conseguenza la divisione del regno. Restarono fedeli alla dinastia
Davidica le due sole tribù di Giuda e di Beniamino, le altre dieci tribù
si elessero a re un certo Geroboamo figlio di Nebath. Costui fu già
servo di Salomone, e ritornato da poco dall’Egitto ove erasi rifuggiato
per sottrarsi all’ira del suo Signore, apparentemente informato del
colloquio di lui col profeta Ahhià, che nel nome di Dio, gli aveva
promesso sino d’allora, il dominio sopra dieci tribù di Israele.
Quantunque per opera d’un profeta, siasi per allora scongiurata la
guerra fraterna che stava per iscoppiare tra queste due frazioni
d’Israele, pure da questa divisione data il vero principio della rovina
d’Israele, essendo stata causa di fare iniziare l’idolatria a religione
dello Stato. Ed ecco in qual modo. Nell’intento d’impedire ai suoi
sudditi di portarsi a Gerusalemme nelle tre solennità dell’anno, temendo
che l’uniformità del culto religioso richiamasse sotto il glorioso
scettro di Davide quelle tribù che se n’erano distaccate; Geroboamo fece
innalzare due vitelli d’oro alle due città estreme del regno, Dan e
Betel, e fece bandire al popolo: «Voi non dovete più salire in
Gerusalemme: questi sono, o Israele, i tuoi dêi, che ti trassero dalla
terra d’Egitto». La grande maggioranza del popolo si lasciò trascinare
facilmente all’idolatria poichè, per isventura, vi aveva molta
propensione; e d’allora in poi popolo e re si allontanarono sempreppiù
dal retto cammino tracciato dalla loro legislazione religiosa, finchè la
divina giustizia stanca dei loro tanti traviamenti, fece di loro aspro
governo nel terribile modo ch’ora noi andremo a dire.
Gli esempi di questo regno, conosciuto nella storia col nome di regno
d’Israele, furono ben presto imitati dai loro fratelli delle due altre
tribù componenti il così detto regno di Giuda; e Roboamo anch’esso fece
innalzare statue e quercie a dêi stranieri. Alla purezza dei costumi
sottentrò una sconcia e ributtante licenza; si allentarono i legami
domestici e sociali; e la decadenza politica vi tenne dietro sollecita;
per cui sino dal quinto anno del regno di quest’ultimo troviamo già che
un certo Sissac re d’Egitto prese Gerusalemme e la spogliò di tutte le
cose preziose che contenevano il Tempio e la reggia. Si aggiunga poi che
tra Roboamo e Geroboamo e la maggior parte dei loro successori, durò una
quasi non interrotta lotta fraterna: per cui queste due parti d’un
popolo solo, oramai in tutto discordi meno nello allontanarsi dal
cammino della virtù s’indebolirono a vicenda, e necessariamente
divennero facile preda ai loro comuni nemici, che s’ingrandivano a loro
spese.
Per punire Acabbo che fu il più triste dei re d’Israele, e i cui peccati
più lievi furono paragonati dallo storico sacro ai più gravi commessi da
Geroboamo, Iddio suscitò contro Ioram figlio di lui e per nulla degenere
da tale genitore, certo Jehù uno dei suoi capitani. Questi, ribellatogli
l’esercito mandò a morte lui, settanta suoi fratelli, la madre, i
parenti, gli amici della famiglia regnante e tutti i più noti adoratori
del Baal. Ma neppure lui potè o volle sradicare intieramente
l’idolatria, poichè lasciò sussistere i vitelli d’oro innalzati da
Geroboamo e ne tollerò l’adorazione. Per cui Dio sdegnato permise che
Hhazàel potente re della Siria mettesse a contributo il regno d’Israele,
e durante il regno di Ocozia figlio e successore di Iehù, progredisse
talmente colle sue vittorie, da non lasciare in Israele che poche
migliaia d’armati e pochissimi carri da guerra. È bensì vero che Dio
impietositosi dell’angustia in cui versava il suo popolo, gli fece
poscia ritornare le città perdute per le vittorie accordate a Gioas
figlio di Iohahhaz, e al belligero Geroboamo figlio di lui; pure sia per
la licenza dei costumi ingenerata dall’idolatria che non venne mai
abbandonata neanche dai rè migliori, e sia dalle continue scosse
politiche; le piaghi erano tali e talmente profonde da fare prevedere
prossima la totale rovina della nazione.
E la catastrofe si compì effettivamente regnando Osea figlio di Elà.
Samaria fu presa dal giro Salman-Assar dopo un assedio che durò tre
anni. Tranne i più poveri fra i cittadini che il vincitore lasciò nel
paese per coltivare la terra, tutti gli altri, uomini, donne e fanciulli
furono obbligati ad emigrare di là dell’Eufrate; e vennero dispersi in
varie provincie dell’Assiria e della Media, nei lunghi più lontani dalla
loro patria. Il paese rimase deserto per più di quarant’anni, finchè
Assaphar Assar-Hhadon nipote di Salman-Assar vi mandò a popolarlo una
colonia di Cutei.
Questo regno, agitato da non poche sedizioni e regicidi durò 255 anni.
Ebbe 19 re, uno solo dei quali riuscì a conservare la successione al
trono sino al quarto dei suoi discendenti, il quale però non tenne il
regno che per soli sei mesi.
Caduta del regno di Giuda e distruzione del primo Tempio.
Cento trentadue anni dopo la caduta di Samaria, Gerusalemme cadeva essa
pure in potere di Nabucodonosor re di Babilonia, dopo un assedio di
circa due anni. La città fu abbandonata al furore delle soldatesche, che
tutta l’empierono di sangue e di cadaveri, il Tempio fu saccheggiato e
distrutto; Sedecia fu fatto prigione; sotto i suoi occhi furono scannati
i suoi figli, indi fu egli stesso acciecato e condotto prigione a
Babilonia. Furono pure uccisi il sommo Sacerdote Seraià e non pochi fra
i principali cittadini. Gerusalemme fu disfatta, le sue mura demolite, i
suoi tesori portati via; e tutti gli abitanti salvati dalla spada furono
messi a fila e sotto buona scorta condotti di là dall’Eufrate, e
dispersi nelle provincie dell’impero babilonese. Tutte le altre città
del regno furono vuotate egualmente, e non si lasciarono in esse che
pochi miserabili contadini e vignaiuoli, tanto perchè la terra non
rimanesse affatto deserta. Nabo-Sar-Adan mandato ad eseguire questi
ordini del re elesse un certo Ghedalià per Governatore di quel povero
resto di un popolo già numeroso e potente. Ma come vedremo in altro mese
(Tisrì), di lì a non molto esso fu assassinato da un traditore, che si
fece strumento vile di un iniquo straniero: per cui gli Ebrei rifiutando
di seguire, come per loro sventura fecero sempre, i consigli del profeta
Geremia; soprafatti dal terrore di una nuova invasione di babilonesi,
disertarono la terra natale e cercarono un asilo in Egitto. Ma non si
fece attendere molto il pentimento. Invece della quiete sperata, vi
trovarono la fame e la morte; e i pochi che sopravanzarono furono menati
schiavi dai babilonesi, cinque anni dopo quando Nabo II conquistò anco
l’Egitto.
Rifabbricazione di Gerusalemme e del secondo Tempio.
Cinquant’anni dopo l’eccidio di Gerusalemme, la monarchia babilonese fu
soggiogata da Ciro re dei Persiani, il quale nel primo anno del suo
regno pubblicò un editto col quale permise agli Ebrei di ritornare nella
loro patria, e riedificarvi il Tempio. Fece anco restituire una parte
dei vasi sacri già portati via da Gerusalemme; ed onde sopperire alle
spese assegnò una somma sulle rendite della Samaria. Ma erano 66 anni,
da che varii Ebrei erano stati trasferiti di là dall’Eufrate nella prima
invasione di Nabucco, erano 51 dacchè tutta la nazione fu trasmigrata
nella invasione ultima, e pertanto erano trascorse due generazioni
dacchè si trovava in terra straniera. Quasi più niuno dei vecchi
esisteva, i più vecchi avevano abbandonato Gerusalemme nella loro
giovinezza, o appena se ne ricordavano; gli altri erano tutti nati nella
Caldea, ne avevano oramai adottato la lingua e molte usanze; vi avevano
impieghi e beni, ed estranei allo entusiasmo patriottico che avrebbero
provato i loro maggiori, si sentivano poco inclinati ad abbandonare una
felicità presente per incontrare incerte sorti in una terra povera,
derelitta, e per cercare frammezzo a sterpi e rovine quale fosse la
casa, quale il podere dei loro avi.
Infatti, malgrado il generoso invito e le larghezze promesse da Ciro,
pochi ne vollero approfittare. Tutta la colonia emigrante sommò appena a
cinquanta mila individui d’ogni età, sesso e condizione. La terra che
ricuperavano da ogni lato che si guardasse, non presentava se non
squallore e rovine. Le città erano distrutte, l’ellera e il muschio ne
coprivano le macerie, sotto vi stanziavano i rettili, i campi erano
inselvatichiti: quindi bisognava ricostruire nuove abitazioni, sboscare
il suolo e ridurlo a forma capace di coltura; bisognava scavare nuovi
pozzi e nuove cisterne in luogo di quelle che il tempo aveva otturate;
bisognava sopportare tutte le angustie che mena seco la povertà e l’odio
di nemici accaniti. Ma la religione e l’amore di patria infusero
coraggio agli emigranti. Dopo sei mesi di lavoro ebbero finalmente
costrutto un altare e qualche rozzo fabbricato, e nel mese di Tisrì
cominciarono ad offrire i sacrifizi e gli olocausti, e celebrarono la
solennità dei Tabernacoli.
Il Tempio era però il voto principale degli Ebrei e ad esso posero mano.
Infiniti furono gli ostacoli, i disagi e le molestie che incontrarono
nella malevolenza e gelosia dei popoli vicini che in tutti i modi
cercavano di attraversarne l’esecuzione. Parecchie volte si dovette
sospendere il lavoro per ordine espresso dei re di Persia, insospettiti
dalle maligne insinuazioni di quei tristi vicini. I poveri operai
dovevano lavorare colle armi al fianco, per trovarsi pronti a respingere
i loro continui assalti. Ma la ferrea tenacità e costanza di un
proposito che era il sospiro dei loro cuori doveva trionfare di tutti
gli ostacoli, e novant’anni dopochè i primi Ebrei erano partiti da
Babilonia, l’opera fu compiuta, specialmente per merito del profeta
Nehhemia che vi contribuì con tutti quei mezzi che gli vennero suggeriti
da un ardente patriottismo, dal favore grandissimo che godeva alla Corte
d’Artaserse, da una intelligenza non comune, e da un carattere
imperterrito che prevede i pericoli e, o vi provvede con assennate
disposizioni o sa superarli col coraggio. La dedica fu celebrata con una
grande festa, quantunque parecchi vecchi piangessero a calde lagrime
confrontando la meschinità di quel Tempio, colla vantata imponenza e
maestà del primo.
Distruzione del secondo Tempio.
Non essendo nostro pensiero di tessere qui la intiera storia del lungo,
e certo non inglorioso, periodo che abbraccia oltre a cinque secoli, e
che corse appunto dalla fabbricazione del secondo Tempio alla sua
distruzione: ma semplicemente il luttuoso avvenimento della sua
distruzione che noi commemoriamo con rigoroso digiuno e col canto di
meste e lugubri elegie ai nove di questo mese, non faremo quindi che
appena accennare quei soli fatti che si collegano intimamente a
quell’infausto avvenimento.
Comincieremo quindi a notare, che la prima volta che i Romani
compariscono sulla scena della Storia Giudaica si fu ai tempi di Giuda
Maccabeo, il quale prevedendo che a lungo andare non avrebbe potuto
tenere testa al re della Siria; mandò due legati a Roma per impetrare
l’amicizia del Senato e la sua mediazione col re anzidetto, allora
tributario dei Romani. L’ambasceria fu accolta con favore, e ottenne
l’intento desiderato.
Accenneremo pure che Simone fratello e successore di Giuda fu il primo
principe ebreo che coniasse moneta col proprio nome; e che Giovanni suo
figlio, dichiarato indipendente dai Romani, trovandosi abbastanza
potente da farsi rispettare dai suoi vicini, inquantocchè possedesse
quasi tutto l’antico regno d’Israele e di Giuda, assunse il titolo di
re, estinto appo gli Ebrei già da 580 anni. Ma questa indipendenza
conquistata mercè lunghi anni di lotte eroiche, con prudenza finissima e
con tali e tanti sacrifizii che riempiono i cuori di meraviglia ebbe la
corta durata di ottant’anni. Pompeo assoggettò di bel nuovo ad annuo
tributo questo regno, che per la sua posizione e prosperità, pareva
destinato ad essere bersaglio della cupidigia e dell’ambizione dei
potenti vicini; ed entrato in Gerusalemme ne fece demolire le mura,
cambiò ad Ircano il titolo di re in quello di Etnarca, e dubitando che
tali misure bastassero a domare quel popolo insofferente di giogo
straniero, ne smembrò il regno, distaccandone parecchie provincie.
Quanto mai sono fallaci le previsioni umane! Giuda Maccabeo non avrebbe
giammai supposto, che l’alleanza coi Romani da lui tanto desiderata e
ricercata per consolidare, come realmente consolidò allora, la libertà
della patria, dovesse fruttare nel corso di un periodo di tempo
relativamente breve e per l’opera inconsulta dei suoi nipoti, schiavitù
e dispersione.
Accenneremo ancora che finito il regno degli Asmonei 116 anni dopocchè
Gionata fu riconosciuto dai re di Siria Nassì e Pontefice degli Ebrei,
titolo che equivaleva a quello di Principe indipendente; Erode ottenne
anch’esso dal Senato Romano il titolo di re. Costui che la storia ci
tramandò col titolo di grande _rabbà_⁴⁷ seppe bensì con manovre astute,
con incontestabile abilità militare e con una fortuna poco comune
afferrare il potere, ricuperare le antiche frontiere del regno, e
renderlo più prospero e ricco di quanto fosse mai stato prima d’allora;
fece bensì rifabbricare il Tempio con tanta magnificenza e splendidezza
che venne dichiarato dai nostri Dottori: «una delle meraviglie del
mondo»; ma ciò non ostante non gli fu possibile conseguire l’amor del
popolo, sia pel suo procedere sleale, e vuolsi anche crudele, verso gli
ultimi superstiti della famiglia dei Maccabei e sia per essere egli di
origine straniera.
⁴⁷ C’è chi crede che tale epiteto usato anticamente per significare il
maggiore, fosse semplicemente aggiunto al nome di Erode per
distinguerlo dall’altro Erode venuto dopo di lui e detto _zeerà_
(il minore).
E una solenne prova di questa invincibile antipatia l’abbiamo nel fatto
che appena lui morto, quel popolo, che in ogni epoca della sua storia si
dimostrò sempre svisceratamente amante della libertà; chiese ed ottenne
da Varo di poter mandare una ambasceria ad Augusto, perchè il Governo
della Giudea venisse tolto ai figli del morto re, e ridotta questa a
provincia Romana. Pareva loro di dovere vivere più quieti, e di potere
essere meglio governati da un Preside Romano, che non da deboli e
cattivi principi figli di un tiranno tanto temuto quanto odiato, sempre
in dissensione tra loro, ed in balia dei favoriti. Augusto non credette
di aderire immediatamente alla loro richiesta, ma nove anni dopo depose
Archelao, e aggiunse la Giudea alla Siria. Mandò a governarla un
procuratore che pose sua sede in Cesarea, e che fu investito della
potestà civile e militare e incaricato di esigere i tributi. Però, a
Gerusalemme come città santa, si conservarono gli antichi suoi
privilegi. Noi vedremo or ora, come questa mutazione invocata dagli
Ebrei medesimi colla speranza di un viver più riposato, sia stata la
causa prima degli estremi mali toccati alla nazione.
Pare però che sino d’allora si trovassero cittadini giudiziosi e
previdenti che pronosticarono l’esito esiziale di quell’imprudente
passo, inquantocchè noi troviamo nel commento di Ionathan Ben Uziel la
seguente invettiva, che sventuratamente fu profetica: «L’aiuto che
speravamo dai Romani si svanì in fumo, perchè i Romani non sono un
popolo che salva; anzi dissiparono le nostre vie, onde noi ben veggiamo
che sono compiuti i nostri giorni, e che si avvicina l’estrema nostra
catastrofe».
Non tardarono infatti a scoppiare torbidi⁴⁸. Le iniquità che commetteva
Albino per estorcere danaro dai poveri suoi amministrati, e quelle
ancora maggiori del tristissimo Floro, infiammarono gli animi di
giustissimo sdegno e stancarono talmente la pazienza degli Ebrei, che
non era difficile pronosticare che un terribile incendio era prossimo a
scoppiare. Nè l’occasione si fece attendere lungamente.
⁴⁸ Ecco quale piccola causa, assegnano i nostri Dottori, alle prime
ostilità insorte tra gli Ebrei e i Romani.
Un cittadino di Gerusalemme aveva fra i suoi amici un tale che
portava il nome di _Camzà_, e un acerbo nemico che portava il nome
di _Barcamzà_ (figlio di Camzà). Il cittadino di Gerusalemme, diede
un giorno un grande e sontuoso banchetto, a cui invitò i personaggi
più ragguardevoli della città. Nell’accennare al famiglio i nomi di
quelli che voleva fossero invitati, ricordò fra i primi il suo
amico Camzà. Per mala ventura il famiglio sbadato andò ad invitare
Barcamzà.
Il padrone di casa vedendo costui a prender posto alla mensa con
voce minacciosa gli intima di uscire. Invano Barcamzà lo prega di
riflettere quanto sia grande la viltà di recargli così grave e
pubblico insulto, invano ei si offre di pagare del suo la parte del
pranzo che farebbe in casa sua: l’inesorabile rivale, non
ascoltando che il suo odio, gli intima di nuovo di uscire. Allora
costui a cui cuoceva un tale atto, si dispose di pagare la spesa
della metà del banchetto, e finalmente di tutto il banchetto: ma
non ottenne che ripulse.
L’insultato Barcamzà sortì da quella casa colla rabbia nel cuore, e
giurò di vendicarsi aspramente del suo rivale, e di quei tanti
ragguardevoli personaggi, che rimasero spettatori indifferenti di
quella triste scena. Un infernale pensiero gli attraversò la mente,
e vile quanto scellerato, non esitò a coinvolgere la patria nella
sua privata vendetta.
Si portò dall’Imperatore romano, e simulando uno zelo immenso per
lui, lo avvertì che gli Ebrei si preparavano nascostamente alla
ribellione e che già avevano fermo di non più obbedirgli. E per
fare esperimento delle sue asserzioni gli suggerì di mandare una
vittima ad offrire nel loro tempio.
L’Imperatore accetta quel consiglio, consegna a Barcamzà un giovine
vitello, e manda i suoi ordini agli Ebrei per mezzo di alcuni suoi
famigli. Cammin facendo il maligno calunniatore, ben sapendo che
gli Ebrei si sarebbero rifiutati di sacrificare una bestia
difettosa, ferì leggermente in un occhio il povero vitello.
I sacerdoti indovinando fosse la maligna intenzione del traditore,
pensarono di offrirlo sia per atto di riverenza verso l’Imperatore
e sia per la salute del popolo. Ma contro questo savio e prudente
consiglio, sorse impetuosamente un certo Zaccaria figlio di
Anchilas. Qualcuno propose allora di ammazzare Barcamzà e
l’animale, ma anche contro questa proposta sorse con impeto
Zaccaria.
I savi disapprovarono i soverchi scrupoli religiosi che fecero
rifiutare il sacrifizio, e che portarono conseguenze tanto luttuose
pel popolo d’Israele.
Correva l’anno 11 di Nerone, quando tra gli Ebrei e i Greci di Cesarea
s’impegnò una zuffa, perchè uno di questi ultimi trovandosi possessore
di un terreno situato presso la Sinagoga dei primi, un sabbato, per far
loro onta, dispose tutti gli apparecchi necessarii, per compiere ivi un
sacrificio di uccelli, cosa che gli Ebrei volevano impedire
assolutamente. Questa fu la scintilla che produsse la guerra giudaica:
guerra intrapresa nei santi nomi di Dio e della patria da un pugno
d’uomini contro quella sterminata potenza che aveva esteso il suo
dominio su tutto il mondo allora conosciuto: guerra di cui la storia non
ha la seconda, e che certo avrebbe avuto un esito ben diverso, se pel
compimento dei suoi imperscrutabili ed eterni consigli, Dio non avesse
permesso la guerra civile⁴⁹. L’indole del nostro lavoro non ci permette
di seguire passo a passo tutte le fasi di questa guerra da leoni,
sostenuta per oltre tre anni contro la potente monarchia dei Cesari; ci
limitiamo pertanto a riassumerne gli avvenimenti principali.
⁴⁹ Non crediamo di privare i nostri lettori del seguente aneddoto, che
serve a dimostrare la profonda convinzione che avevano i nostri
Dottori sulla inutilità di qualunque umano intendimento, per
iscongiurare la tremenda catastrofe seguita; inquantochè Dio avesse
decretata irrevocabilmente la caduta del Tempio.
«Il generale che fu preposto all’esercito invadente la Giudea, nel
secreta della sua anima, sentiva una certa inclinazione per la
sacra fede di quel popolo contro cui si portava a combattere. Prima
pertanto di intraprendere qualunque atto ostile ricorse a una delle
solite superstizioni pagane per prendere augurio dell’avvenire e
pronosticare l’esito della sua spedizione.
Scoccò nell’alto una freccia e questa cadendo si volse contro
Gerusalemme. Il generale si volge dall’altro lato, e scocca
un’altra freccia: ed anche questa va a cadere in faccia alla santa
città. Ripetè tale esperimento da tutte le parti del mondo, e
sempre una forza misteriosa torceva la freccia verso Gerusalemme.
Il generale rimase attonito di questo fatto e conchiuse tra sè che
Dio stesso aveva decretato la rovina di Gerusalemme».
L’aneddoto termina dicendo che questo stesso generale si fece
ebreo, e che da quel nuovo stipite trasse origine il celebre
Dottore Meir.
Il primo avvenimento che presentasi al nostro esame è la rotta che gli
Ebrei fecero subire a Cestio Gallo, e che fu tanto grande da mettere in
pericolo l’impero dei Romani nell’intiero Oriente.
Viene dopo l’assedio di Iossafat di Gàmala che fu sostenuto dagli Ebrei
con un eroismo più che umano, e i cui difensori vista perduta ogni
speranza di scampo, per isfuggire alla ignominia di cadere vivi nelle
mani del feroce vincitore, scannarono le mogli e i figli; incendiarono
la roba e gli edificii: indi tirarono a sorte dieci fra loro che
dovessero essere i carnefici degli altri; i quali sdraiati ciascuno
presso i corpi dei suoi cari, attesero con tranquilla indifferenza la
spada che doveva accompagnarli agli estinti. Compiuto questo orrendo
uffizio anco i dieci si uccisero.
Quantunque il terreno fosse disputato palmo a palmo ai superbi invasori
con un accanimento fierissimo, il nemico avanzava sempre; poichè è
innegabile che oltre ai grandi mezzi di cui esso poteva disporre, spiegò
in questa guerra, che per lui valeva il dominio o l’abbandono
dell’Oriente, una costanza, un’abnegazione ed un eroismo a tutta prova.
La guerra si ridusse pertanto alle porte della Capitale. E fu qui, assai
più che nei precedenti combattimenti, dove il Romano si trovò di fronte
non uomini, ma leoni indomabili, che si battevano colla tenacità e
ferocia della disperazione, unita alla calma di una risoluzione bene
pesata e ponderata. L’entusiasmo che inspira una causa santissima;
l’odio legittimo verso chi non offeso traversa l’oceano per rapirvi o
contaminarvi ogni più puro e santo affetto dell’anima per libidine
d’impero e per sete d’oro, era temperato e guidato dalla calma più
fredda e dalla più fina prudenza. Le abili operazioni militari dei
Romani trovavansi oppugnate da manovre altrettanto abili e giudiziose da
parte degli Ebrei.
Ma a lottare contro il destino l’uomo non vale, per quanto s’impieghi la
più ferrea ed imperturbata costanza, l’eroismo il più sublime, i
sacrifizii i più penosi.
Scoppiò la guerra civile capitanata da tre facinorosi⁵⁰ che, se per un
lato la storia severa ne segnò i nomi con nota d’infamia, dall’altro
giusta ed imparziale dovette concedere, che alla libidine di comando era
pari in essi, l’amore di patria e l’indomito valore. La prima funesta
conseguenza della guerra civile fu lo sperpero e l’incendio di molti
granai, per cui la fame non tardò a farsi sentire in tutta la sua
orridezza⁵¹. Ma nè la fame, nè il ferro, nè il fuoco, nè le epidemie che
mietevano le vittime a migliaia, valsero a scuotere la costanza degli
strenui difensori dell’ultimo baluardo della patria, e ad inclinarli ad
accettare le proposte di pace, fatte loro da Tito per mezzo di Giuseppe
Flavio già governatore di Iossafat⁵², e poscia storico illustre delle
guerre giudaiche e delle sue antichità. Nè gli uomini soli prendevano
parte a quei micidialissimi combattimenti, ma bensì ancora le donne e i
fanciulli; e questi ultimi con tanta bravura ed astuzia da meritarsi
l’ammirazione degli stessi nemici.
⁵⁰ Simone Ben Iorà che occupava la città inferiore; Giovanni di
Gìscala che occupava tre fortezze della città alta; Eleazaro di
Simone il quale occupava il tempio e i luoghi più forti della città
superiore.
⁵¹ Per dare un’idea della miseria estrema a cui giunse quella città,
che Geremia qualificò per «la grande fra le nazioni, la regina fra
le provincie»; diremo che una donna già ricca e di sangue illustre,
certa Maria figliuola di Eleazaro, e vedova di Doeg Ben Iosef di
Betezob nella Perea, condotta alla estrema miseria sbranò il
bambino lattante, lo fece arrostire e ne divorò le carni. Una parte
la serbava onde pascersi il giorno seguente, ma altri affamati
sopravvennero allettati dal leppo di quell’iniquo arrosto, e
minacciando scannarla se non dava fuori quanta cibaria ella si
aveva annicchiato;—la donna delirante tra l’amore della vita e il
terrore del proprio misfatto, pose quel pasto esecrando sotto gli
occhi di coloro ai quali rimaneva ancora tanto senso umano che
inorridirono e frementi e tremanti si ritirarono.
⁵² Per l’esattezza storica non dobbiamo tacere che se le proposte di
pace vennero rigettate con disdegno, ciò è da attribuirsi quasi
unicamente all’uomo incaricato appunto di presentarle, vale a dire
a Flavio stesso, persona altamente invisa agli Ebrei che lo
ritenevano traditore della patria, perchè certamente non
difettavano nè gli amici della pace per sentimento naturale di un
vivere quieto, nè gli uomini assennati, i quali prevedendo la sorte
infelice che sovrastava alla patria sarebbero scesi volentieri a
trattare col nemico. E quantunque costoro fossero persuasi che con
tale condiscendenza ribadivano sulla loro nazione, la catena d’una
completa dipendenza straniera, pure si confortavano pensando che
almeno non sarebbero allontanati dal patrio suolo. Spaventati però
dal destino toccato ai primi che osarono consigliare un accordo
cogli assedianti si tacquero, e patriotti sinceri e leali
accettarono la causa abbracciata dai loro fratelli per quanto la
estimassero disperata, e la difesero con tutto l’ardore di cui
erano capaci i loro cuori nobilissimi.
Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la caduta di
Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.
Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al
tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi,
ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri
si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la
casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l’orgoglio
dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu
distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato
incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La
città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che
essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza
ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li
rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo
uccidere.
«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di
questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della
nazione ebrea di cui l’eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto
l’Oriente, umiliò l’orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica
forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più
spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo.
Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai
nella sua magnificenza. I fieri romani dovettero ammirare il coraggio
invincibile degli ebrei, e quell’ardente amore della patria che faceva
loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal
suolo paterno».
Il numero delle vittime dell’assedio e della presa di Gerusalemme fu
immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a
novantasette mila prigionieri⁵³. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così
enorme, che l’oro perdette in Siria la metà del suo valore.
⁵³ Per persuaderci della possibilità di quest’asserzione, dobbiamo
fare le due seguenti riflessioni: 1º Che anche in tempi normali,
Gerusalemme era circondata da sobborghi, che potevano contenere un
numero di popolazione stragrande; 2º Che coll’avanzarsi del nemico
una folla innumerevole si chiuse nella Capitale, parte per aiutarne
la difesa, e parte per trovarvi un rifugio contro la crudeltà del
nemico che non la perdonava nè a età, nè a sesso.
Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme
senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise
in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in
Cesarea a dare grandi feste per celebrare l’anniversario di suo fratello
Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o
da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore
del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell’Asia
Minore, ove gli ebrei trascinati d’uno in un altro luogo, nudriti come
animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a
vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo
facevano le veci dei nostri fuochi d’artificio. Le loro membra
palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo
trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si
decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a
modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la
plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli
venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai posteri
fregiato col sublime epiteto di: «_delizia e bellezza del genere
umano_⁵⁴».
⁵⁴ Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero
constatare la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua
Casa, e dipingere l’orgoglio satanico di quell’uomo che colla più
abbietta ipocrisia, o per la sua morte _a tempo_ (immaturamente)
come vogliono dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo
tutt’altro che meritato. Forse si saprà che esso morì all’età di 42
anni dopo due soli di regno.
«Consumato l’eccidio della sacra città, che più non presentava
all’occhio attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti
rovine, Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave
che onusta delle preziose e rare spoglie tolte alla già regina
dell’Oriente, volge la prua verso Roma. Erano passate poche ore
dacchè quella nave solcava le onde dell’Oceano allorchè il cielo si
oscura improvvisamente, le onde si accavallano furiose per lo
imperversare di un vento impetuoso. In mezzo allo scompiglio
generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così dice in suono di
scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare che il Dio di
costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque. Volle
vendicarsi di Faraone e ne sommerse l’oste nel mare Rosso; volle
vendicarsi di Sissera e ne traboccò l’esercito nel torrente
Chisson; ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di
farci inghiottire dall’Oceano. Venga in terra a provare la sua
forza!» A queste parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O
empio uomo, rampollo di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo
fa discendere da Esaù.) Appena tu metterai il piede in terraferma,
io farò ministro di mie vendette la più piccola delle mie creature,
così imparerai o stolto fin dove s’estenda il mio dominio». Il mare
si acquietò immantinenti come per incanto».
Con un monumento che sussiste ancora (l’arco di Tito); con medaglie
su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di
una palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti
straordinarii, (i quali ci dimostrano appunto la grandissima
importanza che attaccarono i Romani a quella vittoria); Roma si
prepara a ricevere il vincitore della Giudea.
Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della
moltitudine, ma appena il suo piede calca le prime zolle della
spiaggia, il più minuto moscerino gli si introduce nelle narici e
su su ne va direttamente al cervello, della cui sostanza nutrendosi
vive colà sette anni consumando la vita del suo ospite.
Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di Tito. Parendogli un
giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere un martello
su di un’incudine mandava tutti i giorni per un fabbro onde
ripetesse quell’esercizio. Se l’operaio era pagano riceveva una
mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva:
«Vattene, a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».
«Tito, scrive un autore cristiano⁵⁵, la _delizia del genere umano_, la
cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell’occidente, è
singolare modello di bontà e di clemenza nell’assedio e presa di
Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null’altro
colpevoli che di cercare intorno alla città un po’ d’erba per ammorzare
la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò
a _far tagliare le mani_ alle povere genti rimandate nella città!....
Questi Romani che Mitridate denominava il _flagello dell’universo_, eran
pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere
atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».
⁵⁵ Poujoulat, _Histoire de Jerusalem_.
Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso
morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso
diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a
biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione
invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o
sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di
commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva
una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma
anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura
la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le
voci con colpevoli adulazioni. L’eloquenza dei fatti, prova che la
verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell’uomo
_Titóss Arassanh_ (l’empio Tito), poichè non si troverà sicuramente
anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di
chi ordinava tali inutili macelli. In questo caso poi il nostro animo è
doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio
testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle
con quell’indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride
ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al
disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto
da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un
tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini
nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e
viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di
avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!
A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo
una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali
servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri
antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d’indipendenza e
quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi
osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro
patria al potente impero che l’aveva soggiogata.
Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un
mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a
stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile
tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che
potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra
devastatrice.
I romani conoscendo che l’indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si
piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul
monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a
giusta ragione, ch’essa ridiventasse per loro un centro di riunione.
L’imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò tanto
gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch’egli desse ordine di scoprire
tutti i superstiti della famiglia di Davide onde averli nelle mani, e
colla loro morte togliere agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita
per essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora più
fieramente: e le asprezze che venivano loro usate dal governatore romano
li esasperò talmente da farli ricorrere alle armi in parecchi punti
dell’Impero. Ma se tali insurrezioni parziali non ebbero altro effetto,
all’infuori di quello di causare la morte di parecchie migliaia di ebrei
e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati dalla spada;
nullameno bastavano a dimostrare come essi non avessero ancora
rinunciato a sostenere colle armi il diritto che avevano di vivere e
morire liberi nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro
innumerevoli martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse
nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo progetto.
Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione onde
effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle stolte e crudeli
prescrizioni dell’imperatore Adriano. Quantunque si creda che in
principio del suo regno costui non fosse tanto ostile agli ebrei quanto
i suoi predecessori, pure è un fatto ch’egli richiamò in vigore un
decreto di Traiano col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la
circoncisione; d’osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque
studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni risolse di
rifabbricare Gerusalemme, per farne una città pagana popolata di Romani
e di Greci: e così togliere agli ebrei qualunque speranza di una
ristorazione politica.
Non si può certamente negare che tali esorbitanze sarebbero bastate per
esacerbare gli animi i meno infiammabili: pensiamo poi quale effetto
dovessero produrre in uomini agitati da un amore ardente per la loro
patria e da un odio profondo verso i loro dominatori che la profanavano
in tutti i modi. Tra l’apostasia e la morte, non poteva nascere dubbio
che gli ebrei non scegliessero la morte. L’insurrezione fu generale in
Giudea.
Un uomo coraggioso e intraprendente detto Bar-Cozibà (figlio della
menzogna)⁵⁶ si pose a capo degli insorgenti, si dichiarò l’aspettato
Messia, prese il nome di Bar-Cochebà (figlio della stella), e
profittando dell’assenza delle legioni romane radunò numerose truppe; si
impadronì di cinquanta piazze forti, e di molti villaggi e città aperte;
debellò parecchie volte i battaglioni romani comandati da Tinnio Ruffo:
si condusse da re e fece coniare moneta.
⁵⁶ Si crede comunemente, che questo nome gli sia stato dato più tardi
per la non riuscita della sua magnanima quanto ardita intrapresa;
però contro questa opinione, troviamo un passo nel Talmud, ove
quest’uomo viene così chiamato dal celebre Rabbino Akibà suo
partigiano entusiasta e devotissimo, e che contribuì immensamente a
fargli trovare credito e favore presso il popolo, dichiarando
essere esso precisamente _la stella_ vista da Balaamo, che doveva
fare trionfare la causa d’Israele.
Adriano, che a tutta prima aveva dato assai poca importanza a tale
movimento, dovette ben presto ricredersi e spedire in Giudea Giulio
Severo, il migliore dei suoi capitani, con buon numero di truppe. Costui
non osando dare battaglie campali, si limitò a stancare e a dividere i
rivoltosi con piccole scaramuccie, e col tagliare loro le comunicazioni
e i viveri. Questo astuto maneggio gli riuscì a meraviglia: ad una ad
una prese tutte le città fortificate.
Bar-Cochebà si chiuse in Biter e assediato dai Romani vi resistette tre
anni e mezzo. Secondo la tradizione, anche questa città cadde in potere
del nemico ai 9 del mese d’Ab l’anno 136 dell’E. V.; e si videro
rinnovate in essa le scellerate ed orride scene di barbarie commesse
nella presa di Gerusalemme, ai tempi di Tito. Bar-Cochebà trovò nella
mischia la morte dei prodi; e il misero Rabbino Akibà, caduto in potere
dei nemici in principio della guerra, fu da quelle iene in sembianza
umana scorticato vivo; e senza emettere un lamento spirò calmo e sereno
ripetendo il verso: «Ascolta Israele l’Eterno Dio nostro, l’Eterno è
unico!».
Sulle ruine di Gerusalemme Adriano fece fabbricare una città novella,
che chiamò ÆLIA: e dove una volta trovavasi il santuario degli ebrei
fece alzare un tempio a Giove Capitolino.
Proibì agli ebrei, sotto pena di morte, di entrare nella città o
solamente di avvicinarvisi: e quegli infelici rimasugli di un popolo
tanto grande e potente, quegli infelici martiri di una causa nobile e
santa, si rassegnarono a comprare dal dominatore a peso d’oro il
permesso di entrare una volta l’anno, il giorno anniversario della sua
caduta, nella già capitale del loro florido regno, per deplorarne la
perdita e baciarne la sacra polvere.
Descrizione di Gerusalemme.
A corollario degli importantissimi avvenimenti da noi raccontati in
questo mese, crediamo cosa opportuna il fare seguire una breve
descrizione della Gerusalemme antica ed un’altra del Tempio di Salomone,
in sostituzione alle nozioni di Archeologia biblica che ripiglieremo nel
mese venturo.
Gerusalemme, come era quel centro dove serbavasi sotto un simbolo
visibile la legge divina, così ell’era eziandio la metropoli di tutti
gli Ebrei. Questa città collocata frammezzo ad adiacenze povere di erba
e di alberi, a guisa di un edificio aereo s’innalzava 3,000 piedi sul
livello delle pianure del Giordano; ed era piantata sovra quattro monti
o colli di natura calcarea che la dividevano come in tre parti: la città
alta, la città bassa e la città nuova. La prima, detta anche città di
Davide, era situata sul monte Sion il più eminente degli altri. A
scirocco (sud-est) del monte Sion era il Moria, o monte del Tempio,
congiunto alla città superiore col mezzo di ponti.
La città inferiore sorgeva sopra un colle detto l’Acra a tramontana del
Sion, ad occidente del Moria, ma alquanto più basso di loro; e più
lunge, sempre verso a tramontana, alzavasi il quarto colle detto dagli
Ebrei Bèzeta e dai Greci Henopoli, o città nuova, che una profonda fossa
artificiale separava dalla Torre Antonia, sorgente dirimpetto.
A levante di Gerusalemme era il monte Oliveto, e uscendone, verso
mezzogiorno aprivasi la deliziosa valle dei figliuoli di Hinnom ov’erano
case, giardini, boschetti ed anco sepolcri, e girando verso ponente si
entrava nella valle di Ghihhon. Da queste tre parti la città elevavasi
sopra il dorso di rupi scoscese ed inerpicabili che la garentivano da
nemici assalti: inoltre la cima era crestata di muri e di torri per cui
il nemico, che voleva assalirla, prima di penetrare fino alla città alta
era pur sempre obbligato a superare tre giri di mura. Le prime e più
forti erano quelle fatte costruire da Agrippa onde chiudere la città
nuova; avevano merli e 60 torri; la città inferiore aveva una linea di
mura con 14 torri, indi altre mura ed altre torri più interne
garantivano la città superiore. Altra fortezza era il Tempio,
accessibile soltanto dal lato della città alta, perchè da levante
presentava i dirupi del Moria, e dalle altre parti era protetto dalle
fortificazioni interiori della città.
Ecateo, due secoli prima dell’Era volgare, dava a Gerusalemme 50 stadii
di circuito e 120000 anime. Tacito conta che durante l’assedio vi
fossero chiuse di dentro 600000 persone; ed il suo commentatore Brotier
crede che parli della popolazione ordinaria senza contare gli Ebrei di
fuori, che in quell’occasione si affollarono a Gerusalemme.
Plinio attesta che Gerusalemme era la più bella città non della Giudea
soltanto, ma di tutto l’Oriente; ma questa magnificenza era dovuta in
gran parte agli Erodi. La reggia degli Asmonei sopra la città alta era
stata rifatta a nuovo da Erode il grande ed era non pure un palazzo
reale con tutti i comodi e le delizie che si potevano desiderare da un
gran principe, ma anche un castello; altre case reali e fortezze erano
le torri d’Ippico, Fasaele e Marianna fatte fabbricare egualmente da
Erode.
Gerusalemme era considerata come una città comune a tutti gli Israeliti
e nella sua qualità di santa, non doveva contenere niente d’impuro. Era
pertanto vietato l’introdurvi animali che la legge dichiarava immondi;
erano vietati i mestieri che tramandavano fetore o impurità, ed erano
persino espulse le galline a cagione del puzzo che lasciavano nelle case
o nei pollai. I cadaveri dovevano essere trasportati fuori prima di
notte; non doveva esservi letame, e per conseguenza non orti, non campi
perchè sarebbe bisognato di coltivarli; gli alberi, fruttiferi dovevano
essere piantati lontani almeno 25 cubiti, e gli sterili a 50; era però
lecito di coltivarvi qualunque specie di fiori.
Non si saprebbe dire precisamente in quale tempo questa, città ricevesse
il nome di _Gerusalemme_ (abitazione o eredità della pace), che si trova
per la prima volta nel libro di Giosuè. Forse era l’antica _Salem_ (la
pacifica), ove ai tempi di Abramo regnava un certo _Melchisedecco_ il
sacerdote di Dio altissimo. Essa fu conquistata da Davide che ne fece la
capitale del regno.
Descrizione del Tempio.
Venendo ora a parlare del Tempio di Salomone, dobbiamo avvertire
anzitutto essere cosa quasi impossibile il darne una descrizione esatta:
inquantochè siano assai incomplete le nozioni che ci vengono
somministrate dal primo libro dei Re, e dal secondo delle Cronache; e
non si accordino totalmente quelle che troviamo nei libri di Geremia e
di Ezechiele. È bensì vero che ne troviamo una bellissima descrizione in
Giuseppe Flavio, ma essa è più probabilmente la descrizione dei Tempio
di Erode che non quella del Tempio di Salomone. Ad ogni modo noi ci
studieremo di dare qui quei dati, che a noi paiono i meno incerti.
Tutto l’edificio, che era disegnato sul modello del Tabernacolo fatto
erigere da Mosè nel deserto, tranne nelle dimensioni che erano in
proporzioni assai maggiori, si componeva del Tempio propriamente detto e
di due cortili.
Il Tempio fabbricato in pietra era intieramente coperto di legno di
cedro, aveva 60 cubiti di lunghezza, 20 cubiti di larghezza e 30 cubiti
di altezza. Innanzi all’entrata del Tempio, all’Est, si trovava un
portico detto _ulam_, la lunghezza del quale copriva tutta la larghezza
dell’edificio. Innanzi a questo portico, si posero due colonne di rame
vuote al di dentro, ciascuna delle quali aveva l’altezza di 18 cubiti
con 12 cubiti di circonferenza. Lo spessore del metallo era di 4 dita.
La colonna che guardava al mezzodì ebbe il nome di _Iachin_, e quella
che guardava il Nord portava il nome di _Booz_. Queste due colonne
unitamente a tutti gli altri oggetti in rame, furono lavorati sotto la
direzione di un artista fenicio nomato Hhiram, chiamato espressamente da
Tiro, e che era figlio d’un Tiro e di una donna ebrea, della tribù di
Neftali. Il portico e le due colonne formavano la facciata del Tempio.
Ai due lati e al di dietro dei muri del Tempio, cioè a nord, mezzodì e
ovest si addossarono tre piani composti di camere che comunicavano tra
loro per mezzo di porte. Questi piani erano destinati al tesoro e alle
provviste del Tempio.
Il Tempio era diviso in due parti. La parte anteriore ricevette il nome
di _Hechal_ (palazzo) e la parte posteriore ricevette il nome di _Debir_
(Tempio) o _Kodesc akodascim_ (santo dei santi). Quest’ultima parte di
forma cubica situata all’occidente, misurava la terza parte dello spazio
compreso dal Tempio. Per tutto il tempo che durarono i lavori, 7 anni,
non si sentì a battere nè martello nè chiodo entro il Tempio (nel §
delle Arti se ne troverà la spiegazione). Tutto il materiale necessario
all’edificio veniva preparato altrove nella giusta misura. L’intonaco di
legno di cedro che copriva i muri era scolpito di cherubini, di rami di
palmizio, di coloquintida e di fiori sbuccianti. Il soffitto era pure
fatto intieramente in legno di cedro e il pavimento in legno di
cipresso. Tanto l’intonaco che copriva i muri quanto il pavimento erano
coperti di una tenace e spessa indoratura. Sopra la parete d’occidente,
la quale separava il luogo santo dal santo dei santi, vi era un
ornamento d’oro fatto a catena. L’intonaco, gli ornamenti e le
indorature del Debir non differenziavano in nulla da quelli dell’Hechal
tranne nel pavimento che era in legno di cedro.
L’entrata del Debir era chiusa da una porta a due battenti e fatta di
legno d’olivo selvaggio, scolpita ed indorata come l’intonaco dei muri.
Una porta uguale chiudeva l’entrata dell’Hechal però in questa i soli
battenti erano di legno d’olivo: le tavole erano di legno di cipresso e
ciascuna banda era formata di due pezzi che si ripiegavano e si
volgevano sopra arpioni d’oro massiccio.
Nulla sappiamo di positivo relativamente alla disposizione del portico.
Abbiamo detto che il Tempio era circondato da due cortili o atrii.
Quello interno, il solo menzionato nel primo libro dei Re, era
circondato d’un muro di tre piani di pietre d’intaglio sormontate da una
balustra di legno di cedro. Le sue dimensioni non ci sono note:
probabilmente era una specie di rettangolo che circondava tutto il
Tempio; ma che era assai più inclinato verso l’Ovest che all’Est.
La parte anteriore di tale atrio doveva essere vastissima, per poter
contenere gli oggetti che in esso si trovavano deposti. Nel secondo
libro delle Cronache viene chiamato l’_atrio dei sacerdoti_, appunto
perchè i sacerdoti vi esercitavano le loro funzioni; e in Ezechiele si
menziona pure una corte grande ossia un atrio esterno che circondava
l’atrio interno. L’entrata dei due atrii era chiusa da porte coperte di
rame. In questo stesso atrio noi troviamo più tardi parecchie porte in
diverse direzioni, e un gran numero d’appartamenti destinati al tesoro,
ai sacerdoti e ai leviti di servizio. Una parte di queste porte e di
questi appartamenti rimontavano indubbiamente alla costruzione primitiva
di Salomone; specialmente poi un portico verso l’Oriente chiamato più
tardi: _il portico di Salomone_.
In mezzo all’atrio interno vi era il grande altare di rame. Il bacino
che si trovava al S. O. dell’altare in grazia della sua immensa
grandezza, fu chiamato il _mare di rame_, e riposava sopra dodici buoi
egualmente di rame. I fianchi del bacino erano lavorati a forma di
calice di fiori di giglio e ai suoi orli correvano due ordini di
coloquintida.
Oltre a questo bacino immenso, ve n’erano dieci altri di dimensioni
minori che dovevano servire a lavare le differenti parti dei sacrifici,
ed erano posati sopra piedistalli di rame ornati di figure di leoni, di
buoi e di cherubini.
Nell’Hechal innanzi all’entrata del santo dei santi si trovava l’altare
degli incensi, in legno di cedro coperto di lamine d’oro. Il _candelabro
a sette bracci_, e la tavola dei _pani di proposizione_ occupavano il
posto identico a quello che tenevano nel Tabernacolo di Mosè, colla
differenza che qui si avevano per ciascun lato cinque altri candelabri e
cinque altre tavole parimenti d’oro, con sopravi gran numero di tazze,
di molle, di pallette, di vasi e di varie altre suppellettili tutti
d’oro massiccio.
Entro al Debir non v’era altra cosa all’infuori dell’_Arca santa_, che
probabilmente poggiava sovra un piedistallo, e nella quale stavano
racchiuse le tavole della Legge. Due cherubini di legno d’olivo
selvaggio coperti d’oro, venivano a congiungersi nel mezzo dell’Arca
partendo dalle due sue estremità. Ciascuno d’essi aveva dieci cubiti di
altezza, e colle loro ali occupavano tutta la larghezza del Debir e
coprivano l’Arca santa. Questa veniva così nascosta a tutti gli sguardi,
ed anche quando veniva aperta la porta del Debir non potevasi discernere
veruna delle sue parti tranne le estremità delle sbarre che servivano a
trasportare l’Arca, e la cui lunghezza superava l’ampiezza della tenda.
————
ELLUL (_Agosto-Settembre_).
Nulla di veramente importante registra la nostra storia in questo mese,
se si esclude il fatto del compimento delle mura che dovevano cingere
Gerusalemme attuato dai reduci della cattività babilonese. Com’ebbimo a
dire nel mese scorso per l’erezione del Tempio, il cui lavoro fu più
volte interrotto per l’opposizione dei popoli circostanti che lo
avversavano accanitamente, considerandolo, come lo era infatti, un primo
passo verso il riacquisto della primitiva indipendenza; lo stesso
dobbiamo ripetere ora relativamente all’erezione della muraglia di
cinta. Ma grazie alla protezione divina, e alla energia e costanza degli
stessi Ebrei, codesto lavoro fatto sotto la direzione del principe
Zorobabele ebbe il suo termine ai 25 di questo mese. Non passeremo sotto
silenzio che anche in questa occasione tornò indispensabile la
validissima cooperazione prestata dal profeta Nehhemia, il quale per
l’instancabile operosità, per le abnegazioni e pei sacrificii d’ogni
genere di cui fu esempio, acquistò un titolo immortale di patria
benemerenza.
————
Persuasi di fare cosa nonchè utile, ma altresì grata ai nostri giovani
lettori, alla continuazione degli studii di Archeologia biblica, noi
facciamo precedere alcuni schiarimenti sull’uso che tuttavia si segue in
questo mese di suonare lo _sciofar_, e poichè ci troviamo sull’argomento
aggiungeremo alcune parole sui diversi motivi che inspirarono a Mosè le
due notevolissime instituzioni dell’_anno sabbatico_ e dell’_anno del
Giubileo_; per la cui solenne e pubblica annunciazione si faceva appunto
uso di quello strumento musicale.
Lo _sciofar_ si suona in tutti gli Oratorii e in tutti i giorni di
questo mese tranne i sabbati, dopo l’orazione mattutina, _tefilà_, e in
certe località anche dopo l’orazione antivespertina, _minhhà_. Tale
suono viene limitato a quattro sole voci (_tekiód_) distinte colla
parola _tasrad_⁵⁷.
⁵⁷ Tale vocabolo è composto delle lettere iniziali delle quattro
parole: _tekià_, _scevarim_, _teruà_, _tekià_, e che significano
quattro diverse modulazioni di voci.
Per insegnamento tradizionale noi sappiamo che questo uso deve la sua
esistenza al pensiero di commemorare la seconda ascensione sul Sinai
fatta da Mosè per prendere le seconde tavole della legge:
importantissimo avvenimento che si vuole successo appunto il primo
giorno del mese di _Ellul_. Forse non si ignora che le prime tavole
della legge, che per ordine di Dio Mosè salì a prendere immediatamente
dopo la proclamazione dei 10 comandamenti, furono da lui stesso spezzate
in un istante di giustissima ed irrefrenabile ira, quando cioè disceso
dal monte vide gli insani tripudii del popolo intorno al vitello d’oro
fatto da Aronne. La tradizione crede adunque che prima di assentarsi di
nuovo per quaranta giorni, Mosè edotto dalla esperienza della leggerezza
ed incostanza del popolo abbia voluto rendernelo avvisato facendo
suonare lo _sciofar_, e ridisceso il dieci di _Tisrì_, abbia consacrato
quel giorno alla penitenza e al perdono, chiamandolo _ìom achipurim_
(giorno dell’espiazione o del perdono). Secondo questa credenza la
_tekià_, o le _tekiód_, secondo l’usanza delle Comunioni, che chiudono
quel santo giorno, sarebbero state stabilite in memoria appunto del
suono dello _sciofar_, che Mosè fece ripassare nell’accampamento quello
stesso giorno per annunziare al popolo il suo ritorno.
Vedremo in seguito quanto fossero famigliari agli Ebrei il canto e la
musica: diremo qui che lo _sciofar_ tradotto dalla Vulgata in _buccina_,
nella Bibbia viene pure appellato _keren aiovèl_ espressione che a detta
dei Rabbini significa _corno di montone_, locchè ci può fare convinti
che questo istrumento era fatto effettivamente con un corno di montone,
o ne aveva almeno la forma.
Nella Scrittura si parla spesso di codesto istrumento musicale, che si
adoperava specialmente nelle guerre e per annunziare pubblicamente
l’anno dell’_iovel_ (Giubileo). È cosa probabilissima che la
denominazione data a quell’anno abbia avuto origine dall’istrumento che
era adoperato per annunziarlo solennemente. Per dovere di esattezza
dobbiamo però aggiungere, come taluni opinino invece che la parola
_iovel_ derivi dalla radice _iaval_ che significa _apportare_; perchè
tale anno apportava ad ogni cittadino la gioia di rientrare in possesso
dei beni forzatamente alienati, e ad ogni schiavo una libertà completa.
Ecco come si esprime la legge sul modo di annunziare tale anno alla
nazione e sulle importanti specialità che lo distinguevano: «Numererai
poi sette ebdòmade di anni (cioè) sette anni sette volte; e quando il
corso delle sette ebdòmade di anni ti avrà dato quarantanove anni, nel
mese settimo ai dieci del mese suonerai _buccina_ clamorosa; nel giorno
dell’espiazione suonerete la _buccina_ in tutta la vostra terra.
Consacrerete l’anno cinquantesimo e proclamerete franchigia nel paese a
tutti i suoi abitanti. Quello sarà per voi _giubileo_ (_iovél_), e
ciascheduno
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