La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
by Giuseppe Pitrè · Italian · Gutenberg #37720 · 683,505 chars · public domain (US)
The Project Gutenberg eBook of La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Giuseppe Pitrè
Release date: October 11, 2011 [eBook #37720]
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/37720
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA IN PALERMO CENTO E PIÙ ANNI FA, VOLUME 2 ***
Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
This file was produced from images generously made available by The
Internet Archive.
EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI
GIUSEPPE PITRÈ
OPERE COMPLETE
DI
GIUSEPPE PITRÈ
XXVIII
SCRITTI VARI
EDITI ED INEDITI
----
GIUSEPPE PITRÈ
LA VITA
IN PALERMO
CENTO E PIÙ ANNI FA
VOLUME SECONDO
_G. BARBÈRA EDITORE_
_FIRENZE_
----
_Proprietà letteraria riservata_
9-1950 -- Tipogr. G. Ramella e C. -- Firenze -- Via il Prato, 57-59 r.
----
INDICE
I. Feste sacre e profane, civili e religiose.
II. Spettacoli e Passatempi.
III. I Teatri e le Artiste; i partigiani di esse. Lotte tra il S.a
Cecilia ed il S.a Lucia.
IV. Il «Casotto delle Vastasate», ossia il teatro popolare.
V. I Musici e la loro Unione. Musicate, Oratorii, Cantate, Dialoghi.
VI. La Bolla della Crociata.
VII. Quaresimali e Quaresimalisti. Esercizi spirituali.
VIII. Frati, Monaci e Conventi.
IX. La professione di una monaca.
X. Le Monache e la loro vita nei Monasteri.
XI. Di preminenze in giurisdizioni.
XII. Impeti e ragazzate.
XIII. Indelicatezze, fallimenti, malversazioni.
XIV. Asilo sacro, o Immunità ecclesiastica.
XV. Oziosi, vagabondi, accattoni, «cassariote». Carestia.
XVI. Liti, Avvocati, foro.
XVII. Carceri e carcerati.
XVIII. Il boia e le esecuzioni di giustizia. Grazia di vita.
Dolorosa statistica di giustiziati.
XIX. I giornali e la pubblicità.
XX. Il Conte Cagliostro.
XXI. L'Ab. Vella e la sua famosa impostura.
XXII. I Medici e la loro vita. Nobili esempi di carità. L'Accademia
dei medici e la prima Condotta medica.
XXIII. Accademie e accademici. Genus irritabile...
XXIV. Patriottismo degli studiosi. L'Ab. Cannella. Dispute
filosofiche e teologiche. Storici, letterati, poeti.
XXV. L'Accademia (Università) degli studi e gli studenti.
XXVI. Scuole inferiori pubbliche e private, maschili e femminili.
Castighi, monellerie, usanze vecchie e pratiche nuove.
Conclusione.
Ragguaglio tra i pesi e le monete del secolo XVIII e i pesi e le
monete d'oggi.
----
CAP. I.
FESTE SACRE E PROFANE, CIVILI E RELIGIOSE.
Gli spettacoli si alternavano con le feste, e le une e gli altri si
succedevano con inalterata puntualità. Titolati, civili, popolani vi
prendevano parte e se le godevano in ragione del loro grado, della loro
inclinazione e dell'uso tradizionale.
La rassegna di quegli spettacoli e di quelle feste sarebbe essa sola
materia d'un libro: tanti e così multiformi sono i gruppi nei quali, per
funzioni civili e cerimonie religiose, per passatempi ordinarî e scene
occasionali, per divertimenti continui e giuochi periodici, essa
potrebbe scompartirsi e classificarsi.
Nei brevi cenni che la economia del lavoro ci consente, in questo e nel
seguente capitolo il lettore potrà conoscere le principali feste delle
varie specie.
Procediamo con ordine.
La impresa di Carlo V, che tolse al dominio turco le isole di Malta e
del Gozzo e Tripoli, segna un fatto importante nella storia di Sicilia.
Per compensare i Cavalieri di S. Giovanni della perdita dell'isola di
Rodi, passata, dopo lunghissimo possesso, a Solimano imperatore, Carlo
concedette loro Malta e Gozzo (1530). Per ciò dovevano i Cavalieri
attestare la loro gratitudine e rinnovar la conferma della loro
soggezione al Monarca di Sicilia con un formale tributo al suo
rappresentante in Palermo.
Eseguita con un cerimoniale tutto proprio, questa funzione dal 1º
novembre venne portata al 1º gennaio e verso la fine del secolo, per
omaggio a Ferdinando, al 12, compleanno di lui.
In che consistesse il tributo, è presto detto: nella presentazione di un
falcone per mano del Gran Maestro della Religione di Malta. Egli,
partendo da quell'isola, veniva ossequiosamente a compiere nella
Cappella del R. Palazzo l'atto, non pur di devozione, ma anche di
vassallaggio. E poichè in Palermo era il Balio e Ricevitore di Malta,
così sovente la funzione veniva da esso compiuta in forma di ambasceria:
e per lungo tempo Gioacchino Requesenz dei Principi di Pantelleria
rappresentò l'Ordine in faccia al Caramanico Vicerè ed al Lopez
Presidente del Regno.
La straordinaria solennità della ricorrenza era fatta più clamorosa
dall'assordante sparo dei cannoni del forte di Castellammare; ma nel
1779 questo era già, per economia, abolito: ed il Ministro di Napoli per
la Sicilia, autore della riforma, l'aveva così motivata: «Dovranno
parlar meglio siffatte lingue di fuoco nelle occasioni di far portare
rispetto e far temere la maestà del Principe»[1]: ragione più cortigiana
che coraggiosa: e certo antipatriottica, come quella che volea far
temere il Re a furia di cannonate!
[1] _Villabianca_, _Diario palermitano_, in _Biblioteca Storica e
Letteraria di Sicilia_, di _G. Di Marzo_, v. XXVI, p. 294.
In tal modo si apriva il ciclo delle feste sacre e profane dell'anno.
Tra le ridde della _tubiana_ e le ebbrezze dei ridotti, tra lo
scompiglio dei carri e le misurate movenze del _Mastro di campo_,
correva sbrigliato, frenetico, il Carnevale. Un paio di tamburini,
qualche piffero, uno, due uomini che battevan le castagnette,
raccoglievano intorno a loro una folla disordinata di maschere popolari:
re, regine, caprai, pulcinelli, orsi, mastini, inglesi ubbriachi,
dottori e baroni imparruccati, turchi neri come pece, vecchie armate di
fusi e di conocchie. Al ripicchiar degli strumenti i sonatori eccitavano
a balli paesani, a salti mortali, a corse sfrenate ed a smorfie e
sdilinquimenti. Con un arnese formato da una serie di regoli a X mobili
di legno una maschera faceva giungere fino ai secondi piani lumie e
fiori ad amiche ed a parenti: era lu _scalittaru_. Un'altra offriva in
un elegante cartoccio confetti e in una nastrata boccettina sorsate di
liquore delizioso: era un azzimato spagnuolo. Altra maschera si
affaticava a guadagnare i gradini d'una scaletta a piuoli, sostenuta da
due compagni: e dopo mille contorcimenti e dinoccolature stramazzava
goffamente per terra: era il _pappiribella_. Quest'accolta di maschere,
guidata dalla infernale orchestra, era appunto la _tubiana_; la quale
per _lazzari, mammelucie, papere, ammucca-baddottuli_, e d'ogni strana
maniera travestimenti accrescevasi all'infinito.
Tutto un dramma comico svolgevasi alla Fieravecchia e in altre piazze:
il _Castello_, parodia del Conte di Modica _Bernardo Cabrera_, che diede
la scalata allo Steri (oggi Palazzo Tribunali in piazza Marina) per
impadronirsi (gennaio 1412), vecchio libidinoso, della giovane e bella
Regina Bianca di Navarra, vedova di Ferdinando: era il _Mastro di
campo_[2].
[2] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 26-27.
Mentre siffatti spettacoli animavano i quartieri dell'Albergaria e della
Loggia, di Siracaldi e della Kalsa, sontuosi carri salivano e scendevano
pel Cassaro e per la Strada Nuova, gremiti di altre maschere
raffiguranti scene mitologiche, storiche od anche fantastiche. Il
_Trionfo d'amore_, secondo Petrarca, meritò il plauso dell'unico
giornale del tempo. Cosa non mai vista le _carrozzate_ del Principe di
Pietraperzia e del Principe di Paternò, del Principe di Gangi
Valguarnera e del Marchese Spaccaforno Statella, del Duca di Caccamo
Amato e del Duca di Sperlinga Oneto. Precedute da strumentisti a piedi e
da soldati a cavallo, lanciavano alle aristocratiche spettatrici sui
terrazzini (_balconi_) scatolette ed alberelli, ed a larghe mani sulla
folla plaudente confetti gessati[3]. Appena principiato il secolo XIX,
nel Martedì grasso del 1802, anche Ferdinando volle prender parte ad una
di cotali carrozzate spargendo confetti di eccellente fattura, mentre
gli altri che lo accompagnavano ne lanciavano finti[4].
[3] _Novelle Miscellanee_, p. 19. -- _Villabianca_, _Diario_, in
_Bibliot._, v. XXVI, pp. 8-12; _Diario_ ined., a. 1787, p. 58; a.
1793, p. 59; a. 1800, p. 399.
[4] _Creuzé de Lesser_, _Voyage en Italie et en Sicile_, p. 107. A
Paris, MDCCCVI.
Altre maschere di altra levatura popolavano le case private con le
eterne distinzioni di classi; chè, tra le nobili non erano ammesse le
civili, e queste non avrebbero osato invitar quelle. Solo per eccezione
il Principe di Paternò Moncada, che nella sua sconfinata grandezza aveva
slanci fuori la propria cerchia, ammise alcune volte maschere del medio
ceto nel suo palazzo; come la sua villa (quella che era intesa «Flora di
Caltanissetta») non isdegnò di aprire, oltre che ad esso, al ceto dei
plebei: il che ci fa ricordare del Vicerè Colonna di Stigliano, che
migliaia di maschere d'ogni classe accolse nel Regio Palazzo e tutte
volle servite da camerieri e da credenzieri vestiti da pulcinelli[5].
[5] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 8, 12, 121-122.
Anche pel Carnevale il secolo si chiudeva in forma eccezionalmente
sontuosa. Erano i Sovrani in Palermo, e la eccezionale sontuosità
partiva appunto da loro.
La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan Giustiziere Principe di
Fitalia invitava la più alta Nobiltà della Capitale ad una festa da
ballo al R. Palazzo. Nell'invito si permetteva «qualunque sorte di
maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la quale sarebbe stato
«lecito portare dei fiacchi», o _giamberghe_, aggiungeva uno di coloro
che ricevettero la partecipazione.
La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser popolata solo alle 4
dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà degli invitati di farsi strada
pel piano del Palazzo.
Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi! Che varietà di
figure, l'una più bella, più curiosa dell'altra! L'occhio si confonde
nel seguirne le mosse e gli atteggiamenti solenni, irrequieti,
civettuoli. Questa che fa da _pacchiana_ di Ischia è la Contessa di
Belforte, Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca. Con
che grazia regge ella il suo cestino di frutta... della Martorana![6] E
con che profondo, dignitoso inchino ne presenta al Re!... E le son
compagne altre _pacchiane_ di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe,
Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la Principessa di Valdina,
Papè; la Principessa di Sciara, Rosalia Notarbartolo. Altre,
attempatelle, sono Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di
Villabianca, ed Annetta Vanni, parente di lei.
[6] Dolci composti di pasta di mandorle, che prendono ancora nome dal
monastero, dove particolarmente si manipolavano.
Ecco i quattro Elementi della Natura: l'_Aria_ è la Duchessa di Ciminna,
Grifeo; l'_Acqua_, la Marchesa di S.a Croce, Celestre; la _Terra_, la
Marchesa delle Favare, Ugo; il _Fuoco_, la Principessa di Castelforte,
Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia _Eolo_, il cav. D.
Antonio Chacon; _Nettuno_, il Marchese Salines Chacon; _Titano_, il
marito della Celestre; _Vulcano_, il Principe di Cattolica, Giuseppe
Bonanno; il _Ciclope_ Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri
ancora. Con i quattro elementi della Natura sono anche le Quattro
Stagioni dell'anno e tutte le deità dell'Olimpo pagano. Dove più fervon
le danze piovono cartellini in onore quando di questa e quando di quella
deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in onore di una vaghissima
mascherina di _Cerere_, che non si riesce a indovinare, ed alla quale
tengon dietro un Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano
note d'amore:
Cerés vient de quitter ses riants campagnes,
Elle arrive au milieu de ses belles compagnes;
La déesse des fleurs, et celle des jardins,
Elle vient prendre part à ces brillantes Festins.
Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères,
Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières:
Tous chantent de concert, par un élans d'amour[7].
[7] _Villabianca_, Diario ined., a. 1800, pp. 94-100, 151-63.
A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre i teatri: e poche
delle persone che il potessero vi mancavano. La varietà dei
travestimenti non era da meno dello sfoggio degli abiti d'entrambi i
sessi. I balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri
mortali, che con la origine modesta ne tentassero le sublimità
inaccessibili.
Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne contarono fino a
una dozzina in una sola stagione. Molto prima del tramontare del secolo
il costante buon successo di questi divertimenti persuase certo
Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina, rimpetto la
Casa Calderone (una volta Castelluzzo, ora Fatta), una grande baracca di
tavole solo per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un
teatro con ampia platea, con posto per due orchestre, ottantaquattro
comodi palchi e logge in due ordini, parati con velluto cremisi, specchi
e fiorami d'argento, a spese di ciascuno dei signori che s'erano
impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici tra veglioni e
giuochi cavallereschi, ed una specie di circo equestre, con
campeggiamenti di dame accorsevi fin dentro la platea con quattro carri
tirati da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani e
turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di confessare che la
veduta di tal ridotto fu sorprendente, a segno che in tutto il mondo non
può darsi l'eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai dalla
Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî ch'egli raccolse
dagli stranieri residenti allora a Palermo.
L'intervento di persone non titolate, consentito dalle Autorità e dalla
natura dello spettacolo, allontanava qualche anno la vera e genuina
Nobiltà; ma i veglioni si mantennero nel costante favore del pubblico,
recando non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che pur ne destinava
gl'introiti alla Villa Giulia[8]. Il Santa Cecilia godè anche per questo
speciale rinomanza, e non fu persona di riguardo che non ammirasse
maschere e danze elette, non indegne della presenza di Vicerè e di
grandi dignitarî. Ma così al Santa Cecilia come al Santa Caterina la
sera del Martedì grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da
scherno per l'accompagnamento tradizionale del canto e della recita
degli artisti.
[8] _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 198-99; v. XVIII, p. 244; v.
XXVI, p. 157; v. XXVII, pp. 243-44.
Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce o
parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito ripreso, il giuoco del toro
trionfava nel classico piano della Marina, suscitando indimenticabili
emozioni in tutta la cittadinanza[9].
[9] _Diario_ ined., a. 1793, p. 59 e così negli anni 1795 e 1796.
Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l'impiccagione del _Nannu_
nella Piazza Vigliena: giustizia sommaria del Carnevale, personificato
in un vecchio stecchito, che si menava al supplizio col corteo di
popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle esecuzioni criminali
con finto corrotto e con nenie, che volevan ritrarre le reputatrici o
prefiche[10].
[10] Vedi in questo volume il cap. sulla _Giustizia_; e nel precedente
il cap. XXIII.
Scenate funebri simili, ma con particolari più strani, si perpetravano
prima, a mezza Quaresima, nella Piazza di Ballarò segandosi il fantoccio
di una megera mostruosa, fetida. Era l'immagine della magra, uggiosa,
insopportabile Quaresima, tiranna impositrice di sacrifizi corporali,
motteggiata in satire, indovinelli, giuochi di parole, e seguita, vedi
contrasto! da una fioritura di devozioni e di spettacoli religiosi vuoi
pubblici, vuoi privati[11]. Imperciocchè nella Settimana santa
inacerbivasi nelle penitenze, e battuti e disciplinanti si flagellavano
dentro le rispettive congreghe; e per quarantott'ore continue si
digiunava in pane ed acqua, ed assistevasi alla processione
dell'Addolorata tutta di servitori in abito da penitenti, a quella dei
cocchieri padronali in parrucche e gallonati, all'altra della Soledad
tutta di militari della guarnigione: e giudei in antiche armature,
terrore e ribrezzo degli astanti, fiancheggiavano la veneranda effigie
del Cristo morto.
[11] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 98 e 107.
E poichè la secolare costumanza non consentiva, come non consente, il
passaggio delle carrozze per la città, «le dame della più alta
aristocrazia, mescolate alle _grisettes_ delle più umili classi,
prendeansi lo spasso di correr le vie in grandi _manti_ neri», come de
Borch le vide, in portantine o a piedi, girando per le chiese e per le
strade e visitando i così detti _Sepolcri_.
La _Fiera dei crasti_ era sempre un lieto avvenimento pasquale, che dal
piano di S. Erasmo con gran piacere del pubblico passava nel piano di
S.a Oliva, lunghesso i muri del Firriato di Villafranca, ora compreso
tra le due piazze Castelnuovo e Ruggiero Settimo,
Centinaia, migliaia i castrati che si sgozzavano per divozione
gastronomica presso le urne d'acqua sotto la piramide commemorativa
della Giostra (oggi imboccatura di via Paternostro, in via Villafranca).
Bene avrebbe voluto qualche Senatore restituir queste fiere all'antico
posto: e ne fece prova, anche alla Marina; ma nè la musica dei virtuosi,
nè i giuochi d'antenna introdottivi ad allettamento dei cittadini,
valsero a mantenervela[12].
[12] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 175, 285, 316;
_Diario_ ined., a. 1797, pp. 109-110.
Altra Fiera, più composta e di genere diverso, nei primi di maggio
allegrava la ricorrenza annuale di S.a Cristina, ex-patrona di Palermo.
Nel largo della Cattedrale, in forma d'anfiteatro, con il monumento di
S.a Rosalia e, finchè non le tolse l'architetto Fuga, le fontane
laterali nel mezzo, sorgevano durante alcuni giorni belle logge con
botteghe di rinomati mercanti e con quella ricca lotteria di minuterie
che prendeva nome di _Beneficiata di S.a Cristina_ e portava al Comune,
per via di coloro che ne assumevano l'impresa, guadagni cospicui.
Gradevolmente favorito ne rendevano il movimento le principali signore,
come a proprio ritrovo recantivisi in tutto lo sfoggio delle vesti
all'uso di Parigi. Da ciò quell'eccellente uomo che fu Jean Houel,
visitatore con esse, trasse compiacimento a scrivere: «La città nella
quale le donne godono della maggior libertà, nella quale esse son le
meglio circondate da artisti, da amatori, da gente industriosa,
dev'esser quella del tatto più fine, del gusto meglio esercitato, delle
idee più sicure. Benchè naturalissima, l'arte di piacere ha come
qualsiasi altra arte i suoi principî e le sue leggi»[13].
[13] _Houel_, _Voyage pittoresque des îles de Sicile, de Malte et de
Lipari_, t. I, pp. 72-73. Paris, 1782.
Accanto alla grande beneficiata per la _haute_ era la piccola pel
popolino; ove per attirar gente ad acquistar polizze abbandonavasi a
mille smorfie il _pestaceci_, maschera coperta di sonaglini da capo a
piedi.
Il Pretore vi esercitava autorità suprema di giustizia: e vi fece
qualche volta prendere e mandare al carcere di sua giurisdizione
ladruncoli e perturbatori dell'ordine pubblico, quantunque non riuscisse
mai a scoprire gli autori d'un grosso furto nel 1793[14].
[14] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1786, p. 493; a. 1792, p. 295; a.
1793, p. 37.
Ora che cosa è rimasto di quella Fiera?
Nient'altro che il mercato degli animali ovini, bovini ed equini nel
gran piano dei Porrazzi. S.a Rosalia andò a poco a poco soppiantando S.a
Cristina e tutte le sante patrone della Città, confinandole con
commemorazioni a sistema ridotto nella Cattedrale.
Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso l'immenso campo delle
pratiche tradizionali dell'anno; e lo faremo rapidamente, guardando
appena poche particolarità di costumi, al presente non del tutto
scomparsi.
Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla mezzanotte alle
prime ore del giorno della Ascensione era un vociare confuso di pastori,
un rumoreggiare assordante di campanacci, un belare di pecore, un
mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti dalle montagne si
menavano (e l'uso è sempre vivo oggidì) alla marina pel lavacro che
dovea renderli immuni da mali durante l'anno: e capre e vacche, condotte
in giro per la città, andavano ornate di fettucce e di fazzoletti di
seta e le corna fiorate; ed i vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i
pifferai li accompagnavano lietamente.
La bizzarra costumanza[15] richiama quella della benedizione degli
animali da tiro e da sella, carichi di nastri e di campanelli, nella
chiesa di S. Antonio Abate.
[15] _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 288, 313, 324, 339, 342 e segg.
Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S. Giovanni Battista (24
giugno); tra ghiottonerie culinarie di pescatori quello di S. Pietro (29
giugno), chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla spiaggia
ed in barchette per gli abitanti nel quartiere della Loggia. Tra burle
ed innocenti furti di bambini e di oggetti di vestiari o di ornamento,
che si andavano a mettere in pegno e che poi gli interessati
disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro in Vincoli: onde il
motto che raccomandava di evitare liti il 1º di agosto.
'Ntra festi e Ferragustu
Nun cci jiri si si' 'n disgustu
In baccanali simili a quelli dell'antica Calata di Baida nello scomparso
medio evo, trascorrevano le quaranta ore nella grotta di S.a Rosalia (4
sett.), pretesto a chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed
alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in portantina e vi
veniva solennemente ricevuto dalla Collegiata dei canonici istituita dal
Marchese Regalmici, che anche a S.a Rosalia volse le sue cure.
Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà, nella più sontuosa
_mise en scène_, a Monreale per la vigilia della nascita di Maria:
consuetudine la quale (facile cosa è il supporlo conoscendosi l'indole
del nostro popolo) riusciva sommamente chiassosa per l'accorrervi della
città tutta; come per la immediata ricorrenza della Esaltazione della
Croce, della quale diremo alla fine del presente capitolo.
Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati che fu Ferdinando
III, l'8 settembre del 1801 ebbe gran piacere di recarsi anche lui nella
storica cittadina. Discesone, volle da una villa, forse quella di S.a
Croce, già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il passaggio del
pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse dei barberi»[16]. Chi più
contento di lui allora, dopo la recente nascita del futuro erede del
trono, il figlio di Francesco I?[17].
[16] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 321-22; v. XIX,
p. 35. -- _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 111. -- _Rezzonico_,
op. cit., v. II, p. 106 e segg. -- _Raccolta di Notizie_, 9 Sett.
1801.
[17] Nel 1835 la commemorazione era già ridotta ad una semplice
scarrozzata lungo la via che conduce alla Rocca. Oggi nessuno
ricorda più nè l'antichissima gita -- s'intende dell'8 settembre --
a Monreale, nè la passeggiata alla Rocca.
Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità, soleva ogni anno,
pel giorno sacro a S. Bartolomeo, apostolo, tenere una processione per
compiere un atto di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due,
quei confrati portavano ceste piene di camicie e di filacicche
all'Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti, toglievano a ciascun infermo
la propria camicia, gli indossavano la nuova e gli donavano delle
filacicche per le piaghe.
Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri ammalati di
chirurgia pativano di mezzi di medicatura[18]: e dovette essere tanto
celebre da far nascere altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto
dimenticato come questo della processione. Le ragazze del popolo
promesse spose, nel medesimo giorno di S. Bartolomeo, regalavano ai loro
dami una piccolissima camicia ed una manata di filacicche. «Oh che
volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che dall'amore
all'ospedale non è molta la distanza?»[19] O non piuttosto, chiediamo
noi, che si dovesse pensare operosamente agli infelici?
[18] La frase interrogativa: _A lu Spitali veni pri pezzi?_ (tu vieni a
cercare pezze all'ospedale?) a chi ci chieda cose delle quali
abbiamo difetto, parla chiaro.
[19] _Quattromani_, _Lettere su Messina e Palermo_, n. LVII, pp. 213-14.
Palermo, 1836.
Senza confronti, come funzione religiosa, era la processione del _Corpus
Domini_ ai primi di giugno. Celebravasi di mattina, e si bruciava dal
sole; un rescritto del Caracciolo la volle nelle ore pomeridiane (1782),
e così fu fatto. Quanti soldati erano in Palermo, tutti in ordine di
parata, stavano sotto le armi lungo le vie che il Divinissimo dovea
percorrere. Dalla chiesa della Magione, dell'Ordine teutonico, alla
Cattedrale, la soldatesca in doppia fila teneva in riga dietro di sè la
folla nella via Porta di Termini, alla Fieravecchia, ai Cintorinai, alla
Loggia, alla Bocceria, nel Cassaro, nella Strada Nuova. La cavalleria
concorreva al buon ufficio di custodia, di ordine e di omaggio: ed avea
appoggio nelle compagnie dei dragoni e dei granatieri. Il Generale,
splendente di galloni e di armi, comandava tutti. Ov'era un balcone od
una finestra, lì pendeva un arazzo, un drappo, un tappeto, un ornamento
qualsiasi, e dietro o sopra erano donne ed uomini, attratti al consueto,
immenso spettacolo, erano devoti o curiosi inginocchiati allo
appressarsi dell'Ostia santa portata dal maggior dignitario del Duomo.
La grande solennità esigeva l'intervento delle Autorità politiche e
civili, e quindi della magistratura ufficiale. S. E. il Vicerè col Sacro
Consiglio, il Senato con gli ufficiali nobili e la truppa pretoria,
erano l'ammirazione di tutti; e di viva curiosità cittadina
l'Eccellentissimo Pretore col suo giudice _a latere_ e col suo ambito
bastone di comando; giacchè in questo giorno, come in quello della Fiera
di S.a Cristina, egli rappresentava l'alto grado di Capitan d'armi,
Vicario Generale viceregio. Figurarsi quindi l'interesse del pubblico
nel vederlo dalle truppe salutato con gli onori di Maresciallo di campo!
E, come militare e sacra era la festa, così due ultime scene, militare
l'una, sacra l'altra, la coronavano: erano queste, nel piano del
Palazzo, l'assembramento di tutti i corpi dell'esercito compiuto a
marcia forzata lungo le vie, fino a comporsi a mezza luna in parata di
battaglia, e nella Cattedrale provvisoria (a Casa Professa) la
benedizione del popolo[20].
[20] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 23-24; v. XXVII,
pp. 299-300. Per la festa del 1800 si può vedere la descrizione nel
_Diario_ ined., 12 giugno, pp. 296-301.
La festa dell'Assunta non era più quella d'una volta; pure serbava
avanzi stupendi, che la rendevano una delle principali del calendario
cittadino.
Il Marchese Caracciolo diede, come abbiam veduto, un colpo mortale alle
Maestranze, che ne formavano la parte attiva: quindi dal 1783 in poi,
ridotto il loro numero, ridotti si vedevano anche i loro _cilii_[21].
[21] Vedi v. I, p. 128.
Erano questi delle macchinette, rappresentanti scene della vita di
santi, opere talvolta fini d'arte, portate a spalle da socî delle
singole corporazioni; e prendevano il nome di _cilii_, dai colossali
ceri che non solo esse ma anche le corporazioni maggiori dei farmacisti,
dei medici, dei forensi, oltrechè il Clero ed il Senato, offerivano alla
Madonna. La processione già di sera, fu imposta di giorno, ed anche per
ciò perdette della sua gaiezza primitiva.
Lasciando le cerimonie che la ricorrenza avea di comune con altre
dell'anno, non è da trascurarne una che rimase nelle costumanze
pubbliche ed ufficiali: vogliam dire la visita alle carceri pubbliche
della Vicaria. Per lungo volger di anni, anzi per secoli, la fece il
Vicerè in gala, con cavalcata della Nobiltà e del corpo del Ministero e
del Sacro Consiglio, in carrozze parate di fiocchi e in pompa tutta
sovrana. Giunto alle prigioni, liberava carcerati, rimetteva, riduceva
condanne, pagava anche _per integrum_ debiti, faceva, insomma, tutto il
bene che il cuore in armonia con le esigenze dello Stato gli
consentissero. Ma appunto perchè ci andava spesso di mezzo la tasca, i
Vicerè non erano sempre teneri di questa funzione: sicchè prendeva il
loro posto il Capitan di Giustizia col Presidente della Gran Corte, e i
rispettivi giudici e ministri fiscali delle loro corti, insieme con gli
algozini armati di verghe e gli alabardieri di lance. Certo non era
tutto: ma qualche cosa era, che nelle cause civili confortava di libertà
molti infelici, graziati per virtù degli alti funzionarî.
Altro spettacolo le regate, che partivano dalla Arenella e giungevano
alla Cala: lunghissimo tratto di mare che dava la misura delle forze
fisiche e dell'agilità dei pescatori.
V'erano pure le corse dei cavalli, ripetizione di quelle di S.a Rosalia,
per le quali il concorso della gente soperchiava qualunque spazio;
v'erano cuccagne di mare e di terra per gare di giovani nel salire
antenne verticalmente piantate, o nel percorrerne altre sporgenti sulla
spiaggia, entrambe sparse di materia che le rendeva sdrucciolevoli. E
v'erano altresì corse di fanciulli a piede libero, e corse di giovani
insaccati o impastoiati, prove che suscitavano l'ilarità, ma che
riuscivano talvolta pericolose.
In un pensiero, in un affetto si confondevano i cittadini tutti per la
solennità della Immacolata.
Il 27 luglio del 1624, sotto l'incubo d'una pestilenza, il Pretore
Vincenzo Del Bosco, Principe della Cattolica, avea convocato il popolo e
proposto che riconoscesse Maria, pura del peccato originale, liberatrice
della Città. Il popolo acclamò fervoroso, ed il Senato si obbligò ad
un'annuale festa, la quale poi, sulla fine del secolo, assunse speciale
carattere per il così detto _voto sanguinario_, giuramento formale del
Senato medesimo di sostenere, anche a costo del proprio sangue, la
verginità della Madre di Dio.
Di questo voto molti si occuparono pro e contro fuori Sicilia, e non
benevolmente il Muratori; ma il Senato ed il Clero anch'esso giurò,
senza versare una goccia di sangue, per quanto lo sostenesse o lo
facesse sostenere a furia d'inchiostro, e rinnovava ogni anno, con
costante fervore, la promessa.
Dopo un mese di pratiche divote, la sera del 7 dicembre, dentro le sue
famose carrozze, circondato da paggi e da valletti con fiaccole accese,
seguito dalle sue guardie, il Corpo senatorio si recava alla Chiesa di
S. Francesco dei Chiodari, cioè di Assisi. La costumanza delle fiaccole,
cominciata per necessità del tempo in cui la notturna illuminazione
mancava, rimase come manifestazione di giubilo anche dopo gli eleganti
fanali collocati nelle principali vie, e si associò a quella dei
_mazzuna_, che anche noi abbiamo veduti fino a una trentina d'anni fa.
Eran questi delle fascine di saracchio così colossali che a reggerne una
ci volevano parecchi uomini: e tra le acclamazioni festose della folla
si riducevano avanti la chiesa, vi stesse o no dentro la Rappresentanza
della città. Allegri suoni di pifferi e di cornamuse, preludenti al
prossimo Natale, e lancio di razzi, e sparo di moschetti riempivan di
gioia i quartieri man mano che dai Cintorinai si riuscisse nel Cassaro e
da questo, a destra ed a sinistra, s'imboccassero le vie più popolose.
La funzione del Vespro cantato era occasione alla tradizionale offerta
delle _cent'onze_ da parte del Magistrato civico. Sopra splendido
vassoio il Pretore, salito sui gradini dell'altare, vuotava un sacco
pieno di grosse monete d'argento, le quali rumorosamente cadendo
suscitavano nei presenti un senso ineffabile di soddisfazione e di...
desiderio: erano dugencinquanta scudi sonanti con le effigi di Carlo III
e di Ferdinando IV, destinati al culto della chiesa.
Straordinariamente drammatico, al domani, lo spettacolo. I Gesuiti una
volta, finchè ci furono, gli ecclesiastici, i chierici, gli scolari poi,
quando i Gesuiti non c'erano più (1768-1805), processionando con granate
in mano, venivano spazzando il Cassaro che la Madonna dovea percorrere.
Nella chiesa, con un cerimoniale che sarebbe stato delitto di leso
privilegio il trascurare e che tutto studiavansi di osservare
scrupolosamente, si passava al voto. Primo il Vicerè, genuflesso a piè
dell'altare, confermava il giuramento; poi il Pretore ed il Senato: e
l'uno dopo l'altro soscrivevano la formula del compiuto giuramento.
Assiso con regale dignità sopra un soglio, di fronte al Senato, il
Vicerè medesimo teneva Cappello reale: assisteva alla messa e coprivasi
il capo nel momento che riceveva l'incenso: prerogativa del Legato
apostolico in Sicilia rappresentato dal Re, e pel Re da lui. Quella
messa, in virtù di un breve pontificio, che faceva parte dei privilegi
della ricorrenza, poteva celebrarsi fuori le ore canoniche.
E la processione si apriva coi soliti tamburi e si formava con le solite
confraternite, con le solite corporazioni religiose, coi soliti corpi
dei parroci, dei seminaristi dell'Arcivescovato, del Clero della
Cattedrale: e, sul ferculo, l'artistico, prezioso simulacro d'argento
della Madonna, coperto di gioielli, scintillante all'irreqieto tremolio
delle fiammelle, lento nel muoversi, misurato nel fermarsi, raccoglieva
la venerazione di centomila teste piegantisi riverenti, poichè ad
inginocchiarsi ogni spazio mancava.
Maestoso anche qui il Vicerè, che, coi grandi dignitarî dello Stato,
alla sacra immagine teneva dietro; maestoso col suo invidiabile toson
d'oro, il Pretore, circondato dai Senatori, ed il Giustiziere con la sua
Corte capitaniale, ed i magistrati, ed i nobili e quanti avessero
carattere ufficiale. Mazzieri e servitori in livree sontuose, guardie
pretoriane in vivide uniformi, soldati dagli alti berretti, dalle corte
giacchettine, dalle larghe strisce di cuoio incrociantisi loro sul
petto, dai grossi archibugi, completavano l'accompagnamento, civile e
religioso insieme, come quello del _Corpus Domini_[22].
[22] _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 419-23.
Ma la festa non finiva qui. Per otto sere e notti consecutive i devoti,
uomini e donne, in peduli od anche, secondo il voto fatto, a piedi
ignudi, dalla chiesa della Madonna si recavano alla metropolitana
recitando di continuo orazioni e rosari. Questa pratica chiamavasi
_viaggio_: e, quantunque compiuta dai singoli fedeli col maggior
raccoglimento, pure riusciva delle più gradite per tutti. Il Cassaro
rosseggiava di _mazzuna_ e di torce a vento; i pifferai coprivano col
loro suono il mormorio indistinto dei recitanti le preci. Avvolti nei
tradizionali mantelli o nelle grandi fasce di lana, i venditori
ambulanti gridavano: _Mmiscu, petrafènnula e zammù!... Zammùu!..._
liquori e dolci del mese di Natale, che mettevano a prova le più forti
dentature e le digestioni più vigorose[23].
[23] _Mmiscu_, era ed è un liquore a base di rosolio, alcol e erbe
aromatiche. _Petrafènnula_, dolce duro, composto di cedro tritato,
cotto nel miele e condito con aromi. _Zammù_, anice, fumetto.
Torniamo ora un poco indietro nel calendario per sorprendere la maggior
solennità dell'anno palermitano, vogliam dire il _Festino di S.a
Rosalia_.
Descrivere quella festività, è un far cosa superflua come il «raccontare
i cinque giorni del Festino» secondo il notissimo adagio siciliano per
esso nato.
Chi non la conosce? Chi, pur non conoscendola per tradizione, non ne ha
letto delle descrizioni di viaggiatori che la videro o ne sentirono a
parlare? Brydone, il 21 maggio 1770, scriveva da Messina esser
considerata a Palermo «lo spettacolo più bello d'Europa»; e quando la
vide, ne scrisse con la massima accuratezza[24]. Houel nel 1776 ne diede
le particolarità più minute ricordando che «per questa solennità si
accorre a Palermo da ogni parte della Sicilia, del Regno di Napoli ed
anche dell'Europa», e che «per lo meno la maggior parte dei forestieri
che sono in Italia non lasciano di passare lo Stretto per godersela[25].
L'ab. de Saint-Non ne riportò, per mezzo dei suoi artisti, disegni
fedelissimi, degni «dell'entusiasmo devoto, unico anzichè raro che egli
trovò nel luglio del 1785[26]; e Goethe, recatosi a visitare la madre e
la sorella di Cagliostro nel quartiere dell'Albergaria, ebbe da esse
raccomandato di tornare nei «giorni maravigliosi delle feste, non
essendo possibile veder cosa più bella al mondo»[27].
[24] _Brydone_, _A tour through Sicily a. Malta_, lett. XXV. London,
1773-76.
[25] _Houel_, op. cit., t. I, p. 73 e segg.
[26] _De Saint-Non_, _Voyage pittoresque ou Description des royaumes de
Naples et de Sicile_, t. IV, pp. 144-48. Paris, 1784.
[27] _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. 13-14 Aprile 1787.
Queste ed altre testimonianze e descrizioni particolareggiate di
quelle feste vennero raccolte, tradotte ed annotate da _Maria
Pitrè_, _Le Feste di S.a Rosalia in Palermo e dell'Assunta in
Messina_. Palermo, 1900; e nella _Appendice_, Pal. 1903.
Lasciamo dunque gli spettacoli che le resero famose. Noi non ci
fermeremo neanche a prendere una polizza d'un baiocco della Beneficiata
che le precede e le segue. Noi non vedremo il carro trionfale salire
dalla Marina a Porta Nuova, brillante ai raggi dall'ardente sole di
luglio, e scendere da Porta Nuova alla Marina illuminato da mille torce
sotto il cielo di quelle incantevoli sere. Noi non assisteremo alle
emozionanti corse dei cavalli nel Cassaro, alla solenne Cappella reale
nel Duomo, alla lunga processione delle cento confraternite, delle cento
bare e cilii, degli ordini religiosi, e dell'urna con le reliquie della
Patrona della Capitale. Lasciamola, quest'urna, a percorrere un anno
l'una, un anno l'altra metà di Palermo; lasciamo che i monasteri aprano
i loro parlatorî maggiori al Senato, o lo trattino di lauti rinfreschi e
di dolci squisitissimi; che il Pretore dia nel Palazzo senatorio il
consueto ricevimento, ed il Vicerè nel Palazzo reale e l'Arcivescovo
nell'arcivescovile diano il loro. Il Principe Conte di S. Marco, il Duca
di Cannizzaro, il Principe di Trabia, Pretori dei varî anni che si
occupano, sanno bene come vadano trattati i nobili loro pari.
Caramanico, da uomo di governo e di lettere, sa armonizzare la dignità
di Vicerè con la squisitezza del cittadino colto, e Monsignor
Sanseverino non dimentica che il primo prelato dell'Isola dev'essere
anche perfetto cavaliere non pur coi cavalieri, ma anche con le dame
recantisi nella sua residenza a godervi lo spettacolo del carro e del
palio. Se per tre anni il suo successore, più fortunato di lui, e come
Arcivescovo e come Presidente del Regno e Capitan generale delle armi,
riceve tutt'altro che signorilmente, lasciamolo al giudizio severo che
ne porta la città, la diocesi, il Regno, questo Don Filippo Lopez!
Ciò che delle feste è poco noto si riduce a certe particolarità, minime,
se si vuole, ma piccanti.
E, per esempio, il Caracciolo non potè mai persuadersi che per
festeggiare S.a Rosalia si dovessero impiegare cinque giorni; e se ne
arrabbiava sempre, e all'appressarsi di luglio più che mai. Una volta,
non potendola mandar giù, decretò che i cinque giorni si riducessero a
tre. Fu una scintilla scoccata sulla polveriera: la polvere, asciutta da
un pezzo, scoppiò; Senato e cittadinanza conturbati, protestarono
gridando, ed uno dei tanti cartelli attaccati per le strade minacciava:
_o festa o testa!_ ma il Caracciolo rimase impassibile. Riuscito vano
ogni tentativo, il Senato mandò al Re in Napoli un memoriale del
Segretario del magistrato della città D. Emanuele La Placa, un vero
prodigio di erudizione patria municipale. Le feste, diceva il memoriale,
si son sempre fatte per cinque giorni; esse rispondono al sentimento
religioso della città; danno lavoro agli artisti ed agli artigiani,
guadagno ai commercianti, lustro alla Capitale, allietata da numero
considerevole di regnicoli e di forestieri; errore il ridurle;
necessario, invece, il mantenerle come pel passato.
Frattanto la trepidazione dei Palermitani cresceva ogni giorno più.
Caracciolo, benchè sicuro del fatto suo, non senza inquietudine
aspettava le sovrane risoluzioni: e col suo indispensabile occhialino,
da uno dei grandi balconi del palazzo non si stancava di lanciare
sguardi di fuoco sui passanti nella Piazza, napolitanescamente
mormorando parole di sprezzo contro questi incoscienti del progresso
filosofico d'oltralpe, indegni de' tempi.
Quando il suo decreto venne tacitamente abrogato, fu visto mordersi le
labbra e giurare di farla costar cara al Pretore, ai Senatori, ai
nobili, al Clero, ai commercianti, a tutte le classi di Palermo non
risparmiando neppure Sua Maestà.
Se non che, il tempo di costruire il carro non c'era più, ed egli si
veniva fregando le mani pensando che non se ne sarebbe fatto di nulla.
Vano pensiero! La festa si volle e si fece: si centuplicarono le
braccia, si lavorò di giorno e di notte e nelle prime ore pomeridiane
dell'11 luglio il carro saliva glorioso; e più glorioso ancora tornava
la sera del 14 a Porta Felice; e giammai grida di popolo festante
echeggiarono più alte, e l'autorità venne più arditamente bravata.
Il lato comico delle feste patronali fu sempre il corteo de'
Contestabili del Senato. I tamburini battevano un colpo a destra, un
colpo a sinistra sui due tamburi che essi portavano a cavallo; e la loro
battuta, comicamente nota, suscitava ilarità e motteggi. Siffatti
Contestabili, dai cappelli a tegoli e dai lunghi ed ampî mantelli
abbandonati sul dorso dei ronzinanti, erano lo zimbello del monellume,
che avrebbe creduto di non passare allegramente lo spettacolo senza
tirarsi dietro con le redini gli sbonzolati quadrupedi.
Muli perquisiti per la città e le campagne tiravano la macchina
gigantesca, ed alla loro bolsaggine ed allo scarso loro numero
s'attribuivano sovente gl'insuccessi dell'andare e del ritornare di
essa. Non fu mai mistero per nessuno che gl'impresarî del trasporto per
guadagnare di più sulla somma convenuta _ad hoc_, accettassero qualunque
mulo anche avariato, e ne impiegassero meno del necessario. Nel 1791 il
Barone D. Giuseppe Malvica e varî ortolani imploravano da S. E. che non
volesse obbligarli a prestare i loro animali per questo faticoso
servizio[28].
[28] _Provviste del Senato_, a. 1791, pp. 398 e 412.
O per eccessiva sproporzione dello scafo, o pel pessimo lastricato del
Cassaro, mal rispondevano i poveri animali alla solenne cerimonia. La
macchina, sorpassante dalla cima le più alte terrazze della via, ora
trasportava con sè una ringhiera, ora urtava contro il muro di un
palazzo, ed ora sprofondava dall'un dei lati del mal basolato Corso. I
ricordi di ruote sconquassate od uscite fuori dell'asse, di fermate
d'interi giorni, abilmente poi superate per immani sforzi d'esperti
marinai, son sempre vivi[29].
[29] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 134.
Presso il Carro in movimento era un pandemonio: facchini che non
lasciavano un minuto di vuotare buglioli d'acqua sugli affusti delle
ruote in pericolo di prender fuoco per l'intenso attrito; giovinastri
schiamazzanti alle manovre d'innaffiamento ond'essi rimanevano bagnati
fradici; alabardieri che con le culatte dei loro scopettoni scacciavano
la ragazzaglia audace e molesta; musicanti che sonavano e perdifiato;
fiori pioventi dai balconi, dalle finestre, dai tetti, e battimani
scroscianti ed evviva prolungate fino ad assordare.
Non men chiassose, nè men pericolose le corse, attrattiva magica,
affascinante pel popolo specialmente delle campagne e dei comuni. Per
quante precauzioni si prendessero ad evitar disgrazie, queste non
mancavano mai. Lungo le catene del Cassaro, a destra ed a sinistra, per
molto spazio, addossati a palazzi ed a botteghe sorgevano palchi per chi
volesse sottrarsi agli urtoni della folla. Ai Quattro Canti, dal Palazzo
Costantini al palazzo Jurato (Rudini), dal palazzo Guggino (Bordonaro) a
S. Giuseppe dei Teatini, altri palchi ostruivano i due sbocchi della via
Macqueda. A Porta Nuova i palchi si moltiplicavano sotto il bastione che
è ora il quartiere de' Carabinieri, e la gente pullulava, formicolava
sopra e di fronte a questo, in alto, sotto i portici, sulla terrazza,
fin sopra il cupolino della Porta, dove bandiere ed orifiamme
sventolavano.
Nella interminabile, ma non continua processione dell'ultima sera, la
curiosità veniva stuzzicata dalla corsa dei pescatori della Kalsa e
dallo intervento dei caprai: ragione, questo, di burle, che con
allusioni menelaiche, suscitate dal ricordo di bestie cornute,
punzecchiavano la congrega, mal sofferente gli amari motti. Laonde il
Pretore, per evitare disordini, dovette proibire che la confratria
partecipasse alla festa; e così la statua del protettore San Pasquale fu
alcuna volta messa da canto[30].
[30] Ciò avvenne particolarmente l'a. 1768, come si rileva dal _Diario_
del Villabianca, in _Bibl._, v. XIX, p. 124.
Descrivendo la pericolosa corsa dei pescatori, Houel, che la vide,
raccontava:
«Ciò che fissa di più gli sguardi del forestiere è la coppia sacra dei
Santi Cosimo e Damiano, entrambi al naturale, entrambi dorati da capo a
piedi, l'uno a lato dell'altro... Sono piantati su di una specie di
barella a quattro aste in croce, sotto ciascuna delle quali stanno otto
persone. Se non che, i trentadue uomini non portano le due statue d'un
passo grave e maestoso, ma corrono a tutta lena gettando grida
spaventevoli. Una grossa e lunga fune legata alla macchina, è tenuta da
quante persone possono, poichè con la prestezza che corrono, se per poco
si urtassero, la macchina rovescerebbero. Giunti in mezzo al Cassaro,
con una celerità incredibile staccano la fune e fanno girare la macchina
fino a restare sudati e trafelati. Per sostenerli in questo pio
esercizio e rinfrescarli, un numero straordinario di ragazze e di donne
li accompagnano, girano con essi e, agitando in aria i bordi dei
grembiuli, soffiano a perdibraccia sui loro visi. Il giro cessa quando i
portatori sono del tutto spossati, e mentre girano, tutti lanciano per
aria berretti, cappelli e pezzuole e saltano attorno ad essi e gridano a
più non posso: _Viva i Santi Cosimo e Damiano!_ senza pensare che questi
santi son morti da più secoli. Dopo un po' di sosta, riprendono i Santi,
vi riattaccano la fune e si rimettono a correre come inseguiti»[31].
[31] _Houel_, op. cit. -- _Maria Pitrè_, _Le Feste di S.a Rosalia_ ecc.,
p. 47.
Tronchiamo senz'altro la rassegna ed usciamo un poco dalla città.
La celebre festa monrealese di maggio avea di tanto in tanto
un'appendice non meno celebre, nella prima quindicina di settembre, per
la Esaltazione della S. Croce: era la _Dimostranza_.
Che cosa fosse una _dimostranza_, nessuno vocabolario siciliano o
italiano lo dice; ma nell'uso comune risponde ad una processione
figurata, una sacra, simbolica rappresentazione muta. Essa percorreva le
vie e le piazze principali d'una città o d'un comunello, fermandosi
tutta o parte in dati posti a riprodurre con atti e gesti un fatto
biblico o qualche episodio della vita di Gesù, e particolarmente la
crocifissione; le vicende più drammatiche, più commoventi, d'un martire,
d'un confessore, d'un santo, d'una santa patrona qualsiasi. Lo
componevano centinaia di persone, attori da strapazzo, presi dalle più
modeste classi del popolo, e soprattutto dai maestri e dai contadini,
precedentemente addestrati da qualche ecclesiastico. Costui era insieme
autore del dramma mimico da rappresentarsi, direttore della effimera
compagnia, maestro e censore di tutte quelle teste, spesso tutt'altro
che buone a _dimostrare_. Vestiva ciascuno il costume del personaggio
che dovea raffigurare, altri da imperatore o da re, altri da sacerdote o
da levita, altri da apostolo, da martire, da vergine; questi da
centurione o da soldato, quegli da littore o da carnefice, con costumi
quando splendidi e quando ordinarî, ma tutti a fogge antiche diverse da
quelle d'oggidì. Procedevano a due, a quattro, alla spicciolata, a
gruppi, fermandosi in luoghi designati a riprodurre scene del tale e
tal'altro avvenimento sia della Scrittura, sia del Martirologio, sia, in
generale, del Leggendario dei Santi. Nessuno parlava, e da qui la
qualificazione di _muta_, ed anche di _ideale_ (il popolo con un _qui
pro quo_, che risponde alla grandezza e magnificenza della messa in
iscena, pronunzia _reale_) applicata alla processione; dove però alcuni
personaggi portavano scritti a lettere cubitali su cartelli, dei motti,
titoli, nomi che servivano a chiarire chi fossero e che cosa volessero
significare.
Una di queste ricorrenze si ebbe nel settembre del 1783: ne sappiamo
qualche cosa perchè vi si recò un signore lombardo oramai noto ai nostri
lettori, il Rezzonico, giunto allora per visitare la Sicilia. Sentiamo
la sua relazione.
«La prima volta (10 sett.) vi andai solo, e la seconda (15) in compagnia
della Principessa di Belvedere e dell'amabile sua figlia donna
Giovannina [questa donna Giovannina è la _Giovannella_, la quale, uscita
di recente da un monastero, si disponeva ad andare sposa al Principe di
Paternò, Giovanni Luigi Moncada, e dovea poi far parlare tanto di sè nei
circoli nobiliari palermitani], e della Duchessa di Montalto. Pranzammo
in buona compagnia di circa 24 fra dame e cavalieri, nel palazzo del
pubblico; ma il caldo era eccessivo. La gente accorsavi da Palermo era
infinita e fu bellissimo spettacolo il vederla ire e tornare in la gran
folla ed occupare tutte le vie e le rivolte sul monte, e formare vari
gruppi intorno alle pubbliche fontane che ad ogni passo
s'incontrano[32]. Chi a piè, chi a cavallo, chi sulle carrette, chi
dentro le lettighe accorreva da ogni banda e sprezzava i caldissimi
raggi del sole e l'incomodo polverio da tanti piedi d'uomini e di
animali eccitato. Le carrozze poi, le mute, i birocci, e le canestre
s'affoltavano d'ogni intorno e discendevano in lunghissime file che
dalle porte di Palermo a quella di Monreale non erano discontinuate;
laonde conveniva aspettarne lo sviluppo pazientemente»[33].
[32] Erano le fontane, oggi abbandonate, fatte eseguire dall'Arcivescovo
dal Testa.
[33] _Rezzonico_, _Viaggio della Sicilia e di Malta_, in _Opere raccolte
e pubblicate dal prof._ _Fr. Mochetti_, t. V, pp. 106 e segg. Como,
1817.
La dimostranza, tutta popolare, concepita ed eseguita, come altre
simili, per edificazione e svago della folla, non ebbe il plauso
dell'illustre gentiluomo: e non poteva averlo, vivendo egli in mezzo a
nobili e signori, e con principî severamente classici. Così il Rezzonico
si lasciò andare a malinconiche riflessioni «sul bello dell'arte
imitatrice e degli spettacoli, la cui perfezione indica più d'ogni altra
cosa la cultura dello spirito e del cuore negli uomini assembrati».
Non importa però: lo spettacolo piacque a tutti, e tanto basta.
Dai punti principali del Vecchio Testamento, riferentisi alle tristi
condizioni della Umanità pel peccato di Adamo, si passava a quelli del
Nuovo, che mano mano conducevano alla Redenzione per opera del Dio-Uomo,
venuto sulla terra a scontare la colpa del mondo. Il distacco tra gli
uni e gli altri era notevole, e dove tra i primi, patriarchi e profeti
si alternavano con le immagini dei fenomeni tellurici e meteorologici e
delle entità astratte, tra i secondi la Passione coronava in forma
tragica l'opera. Il simbolismo prevaleva «con molte prosopopee bizzarre
come il Tremuoto, che gonfiando le guance e tirando gran calci e
vibrando qua e là le braccia argomentavasi di figurare le desolazioni e
i danni che reca ad incutere altrui spavento. La morte, la peste,
l'idolatria, il peccato, la guerra altresì v'erano personificate».
La crocifissione svolgevasi crudamente realistica, e alcune circostanze
di essa dovettero concorrere alla sgradita impressione ricevutane dal
dotto visitatore.
Di più facile contentatura, Ferdinando III si divertì moltissimo della
processione figurata del 4 maggio 1801, ripetuta nella medesima
Monreale[34].
[34] _Raccolta di Notizie_, n. 36, Palermo, 4 Maggio, 1801.
CAP. II.
SPETTACOLI E PASSATEMPI.
Le notizie della stupefacente ascensione dei fratelli Montgolfier col
loro pallone aerostatico giunsero in Palermo per mezzo delle gazzette: e
fu un gran discorrerne per tutta la città.
Un libro francese stampato a Losanna venne ad accrescere lo stupore non
solo con le particolarità maravigliose che accompagnarono la riuscita
dei varî preparativi dell'avvenimento, ma anche coi disegni che parvero
fatti a posta per fomentare l'ansiosa curiosità dei Palermitani[35].
[35] _Des Ballons aérostatiques, de la manière de les construire, de les
faire élever ecc. Orné des planches en taille douce._ A Lausanne,
chez J. P. Heubach, MDCCLXXXIV.
«Le piazze, le conversazioni, i caffè risonavano globi volanti,
navigazioni celesti, aerei viaggiatori Tutti volevano riprodotto lo
spettacolo, e non fu persona che non s'interessasse di quegli
esperimenti, creduti utili alla riuscita della non mai tentata impresa.
Non è già che si volesse come a Parigi vedere un uomo salire in aria;
perchè nessuno si sarebbe arrischiato se pure l'avesse saputo fare, a
riprodurre la macchina con la relativa cesta o navicella e con un essere
in carne e in ossa a dirigerla. Insofferente tuttavia era la curiosità
di veder andare in alto un gran globo secondo le indicazioni dei
giornali francesi, ed instancabile l'agitarsi di dotti e di indotti per
l'attuazione del descritto disegno.
Si chiamarono i più periti macchinisti del tempo, si misero a parte del
poco e del molto che si sapeva del meccanismo dell'opera e si fecero
quanti più tentativi si poterono. E poichè le relazioni parlavano di
taffetà, di taffetà rimbombava ogni angolo del paese: «ed ecco il
taffetevole pallone, il quale, messo a prova, arrossendo di poggiar alto
e sceso umiliato al suolo, fece arrossirne ma non umiliarne gli autori.
La gravezza del peso in quel globo, abbenchè di picciol diametro, impedì
che si innalzasse nell'aria atmosferica». Le prove si ripeterono col
sussidio della chimica e della dinamica quali erano allora conosciute;
ma i risultati furon sempre nulli, ed il ridicolo cadeva a larghe mani
sopra gl'inesperti attori.
Un signore di molto ingegno si fermò sulla inanità degli sforzi della
scienza e della pratica del tempo; e andando più in là che non fossero
andati i suoi concittadini, trovò modo di risolvere il problema del
peso, della misura, della struttura del pallone in guisa da renderlo
buono a sollevarsi da terra ed a prendere le vie aeree fino allora non
tentate in Sicilia. Questo signore fu D. Ercole Michele Branciforti,
Principe di Pietraperzia e futuro Principe di Butera: persona di grande
perspicacia e di non comune disposizione alla fisica, dei cui segreti,
del resto, era affatto ignaro. Egli lavorò indefessamente per la
riuscita dei suoi disegni, e quando si credette sicuro di sè, invitò nel
paterno palazzo Butera la Nobiltà siciliana di Palermo, e l'11 marzo del
1784 fece le prime fortunate prove, preludio a quelle stupende del 14.
Spettatori i nobili più riputati e le autorità civili e militari, egli
presentò il suo pallone, lo riempì di ossigeno, ne chiuse la bocca e
quando gli parve buono ad affrontare la prova lo fece andar libero per
mano del Vicerè. Il pallone si levò maestoso di mezzo all'ampia
terrazza; e forte, solenne, non mai più sincero, fu lo scoppiettar di
mani, l'applaudire degli astanti del palazzo, del popolo della Marina a
così nuovo miracolo dello umano ingegno[36].
[36] _Ragguaglio dei palloni aerostatici lavorati con felice successo da
D. Ercole M. Branciforti e Pignatelli ecc._ In Palermo, MDCCXXXIV.
Dalle Stampe del Bentivegna.
Il Vicerè Caracciolo non potè nascondere la sua grande soddisfazione ed
espresse il maggior compiacimento a D. Ercole; ma certamente vivo
dovett'essere il suo rincrescimento di trovarsi ospite e lodatore di
colui che, pochi mesi innanzi aveva, per una fisima, tenuto abusivamente
in prigione: e quando si congedò per ritornare alla Reggia, tirò il più
lungo dei sospiri come liberato da un incubo per la mortificazione di
aver dovuto festeggiare l'uomo che avea per tredici mesi soperchiato.
I lettori ufficiali dell'Accademia degli studî (i professori della
Università) riflettendo sopra gli splendidi risultati del Branciforti, e
non sapendo rassegnarsi a passare in seconda linea di fronte ad una
persona la quale, priva della cultura tecnica, era arrivata là dove i
maggiori di loro non avean sognato, pensarono di affermarsi ripetendo
per proprio conto lo spettacolo del patrizio palermitano. Il dì 21 dello
stesso mese l'abate basiliano p. Eutichio Barone, insegnante di storia
naturale e botanica nell'Accademia, volle mandar su un suo pallone dalla
loggia della Casa degli studî (l'ex-Collegio dei Gesuiti); ma ahimè!
l'esito non poteva essere più disastroso: ed appena il pallone si alzò
dal fabbricato, andò a cadere a pochi passi, nel giardino del monastero
della Badia Nuova, sì che il vanitoso maestro ne restò con il danno e le
beffe[37].
[37] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 213. --
_Torremuzza_, _Giornale_ ined., p. 313.
Da queste prove potè avere incremento, se non origine, l'uso dei palloni
di carta velina che in estate si mandano in aria, specialmente in
Palermo; il quale sospetto esprimiamo in forma dubitativa mancandoci
documenti scritti di proibizioni di siffatti divertimenti al biondeggiar
delle messi nella Conca d'oro: dove il cadere di palloni accesi avrebbe
potuto recare gravissimi incendî. E certo è da supporre che prima di
quello del Branciforti nessun globo consimile si fosse veduto in
Sicilia, per quanto la cosa possa ora sembrare, qual'è, ovvia e la più
naturale di questo mondo.
Alcuni anni dopo, nel 1790, Vincenzo Lunardi, ardito aerostata lucchese,
dopo varie ascensioni, incominciate con quelle di Edimburgo e di Glasgow
(1784), immediatamente dopo le famose dei Montgolfier (1783), pensionato
da Ferdinando in Napoli e col grado di capitano onorario, venne a
rinnovare i miracoli Montgolfieriani tra noi. La cittadinanza vi si
apprestò come alla più grande festa della sua vita: e il dì 15 marzo la
Villa Filippina, dentro e fuori, fu stivata di spettatori impazienti di
una vista non mai da essi immaginata. Le terrazze, i balconi più alti
delle case e dei palazzi, le logge dei monasteri, i campanili, le cupole
delle chiese si videro occupate da persone d'ogni condizione, e da
monache, da preti, da frati, da militari. Si parlava del Lunardi come di
essere soprannaturale, e la leggenda particolareggiava di opere e di
atti di lui e delle ragioni e dei mezzi delle sue aeree escursioni.
Aspetta, aspetta: l'ascensione non ebbe luogo. Il vento impetuoso non lo
permise. Ma il popolo, stanco del lungo, penoso attendere, del digiuno e
della sete nella Villa, nella campagna di S. Francesco di Paola, ne'
dintorni del vecchio Cimitero, presso i baluardi, esplose in grida e
minacce violente contro il Lunardi, bollandolo per giuntatore volgare,
venuto in Palermo ad imbrogliare i cittadini. Il brav'uomo fu a un pelo
di essere accoppato: e se sfuggì alla collera del pubblico, dovette
andarne debitore al Vicerè ed alla Nobiltà, che lo protessero.
Ma il Lunardi non era un giuntatore: ben tredici volte avea tentato le
vie de' cieli in tutta Europa: e teneva molto alla sua reputazione,
perchè la smentisse nella Capitale della Sicilia.
Nei primi di luglio un avviso a stampa nelle Quattro Cantoniere e in
varî posti del Cassaro e della Strada Nuova diceva che il capitano
Lunardi avrebbe fatto la sua ascensione l'ultimo giorno del mese.
Stavolta lo spettacolo sarebbe avvenuto a qualunque costo: dovesse
andarci di mezzo anche la vita dell'attore.
Il 31 luglio tutta la città fu lì a S. Francesco di Paola: e chi non vi
fu di persona, vi tenne sopra gli occhi tutta la giornata, da tutti i
luoghi donde lo spettacolo fosse possibile.
Lunardi ascese col suo globo. Vicini e lontani sbalordirono, tremarono
all'audacia di lui, il quale parve a chi un dio, a chi un demonio,
sovrumano a tutti. Scomparso nello spazio, lo si rivide in capo ad
alcune ore in trionfo per la città, lieto in mezzo al popolo
tripudiante, acclamante; i nobili lo sovraccaricarono di doni, il Vicerè
di danaro, le monache di dolci e di ghiottonerie. Onore supremo a quei
tempi, il suo pallone venne disegnato; sparso per la città il suo
ritratto, come quello di uno dei più grandi personaggi del tempo.
E come da quattro mesi correvan feroci le invettive in verso e in prosa
contro il supposto inganno di lui, così da quel giorno cominciarono gli
inni; e nacque subito e corse dappoi e si sente ancora dopo più d'un
secolo una entusiastica canzone sulla mirabile impresa e sulle
particolarità che la resero celebre. La canzone principiava così:
Nun si leggi 'ntra lunaria
Jiri un omu mai 'ntra l'aria;
Liunardu sulu ha statu
Ca li nuvuli ha tuccatu;
La sò forza a tantu arriva:
Liunardu viva viva!
Viva viva la sua virtù!
Un omu di terra 'nta l'aria fu!
e ripeteva questi due versi intercalari, strofa per istrofa, fino
all'ultima:
Stu prudigiu di munnu
Pri 'n eternu 'un tocca funnu;
Liunardu lo sò nnomu;
Resta sempri di grann'omu;
Liunardu sulu ha statu
Ca li nuvuli ha tuccatu;
La sò forza a tantu arriva.
Liunardu viva viva!
Viva viva la sua virtù!
Un omu di terra 'nta l'aria fu!
La figura del Lunardi corse ammirata e ricercata per la città tutta: e
venne ritratta nella mobilia e nei quadri.
Il 19 maggio del 1794 era in vendita nella bottega dell'orologiaio
Giuseppe Mustica, dirimpetto il piano dei Bologni, dove ora è il palazzo
Riso, «un oriuolo colla cassa di legno indorata, che ha la forma di un
pallone volante e sostiene in una barchetta continuamente agitata
Lunardi ed il suo compagno. Suona le ore, i quarti, il mezzogiorno, la
mezzanotte, lo svegliarino, la ripetizione, mostra li giorni del mese,
ha il _sì_ e _nò_, e si carica pella parte del quadrante».
Così diceva il n. 7 del _Giornale del Commercio_.
Questo il più grande spettacolo _fin de siècle_. In faccia ad esso
impallidirono i precedenti e quanti ne vennero in seguito. A che dunque
dilungarsi in ricordi, anche interessanti, di altro genere?
Passiamo ad un divertimento ora del tutto dimenticato, e rifacciamoci
dal 1770.
La mattina del 10 luglio di quell'anno Patrick Brydone scrivea da
Palermo a Londra dover andare dopo colazione a giocare al pallone, al
quale col suo compagno di viaggio Fullarton era stato invitato[38].
[38] _Brydone_, op. cit., lett. XXIX.
In uno dei suoi opuscoli inediti il Villabianca diceva del giuoco: «Si
fa in campo aperto, con un pallone di cuoio che batte e ribatte in aria,
da più giocatori robusti, armati di guantone di legno al braccio destro,
punteggiato (il guantone) dell'istesso legno per balestrare più in alto
il pallone. Si fa da persone civili, e vi accorre gran popolo anche per
vedere gente rispettabile a giocarlo. Si suole fare nella fossata di
strada suburbana, che sta sotto il baluardo dello Spasimo, e appo il
popolo rendere un virtuoso trattenimento di divertimenti estivi. Vi
giocano per bizzarria parecchi nobili, sacerdoti e persone civili. Male
a chi l'erra e per imperizia non ribatte il pallone e lo fa cadere in
terra!»[39].
[39] _Opuscoli palermitani_, n. 2, p. 53. Ms. Qq E 94 della Bibl. Com.
di Palermo.
Nello scorcio del settecento l'attrattiva divenne passione intensa: ed
uno dei tanti che lo videro nel 1798 notava: «Si è quasi reso in furore
il giuoco del pallone che si fa sotto il baluardo dello Spasimo con gran
concorso di popolo e gente civile e nobiltà»[40].
[40] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario storico_, anno 1798. Ms.
inedito della Biblioteca dell'on. Principe Pietro Lanza di Trabia e
di Butera.
Pare vi sia stata una vera fioritura di giocatori, ma pare altresì che
non tutti fossero i robusti dei quali parla il Villabianca; perchè,
proprio in quell'anno, D. Francesco Carì componeva il seguente pepato
sonetto:
-- «Chi son costor che a piè d'un baluardo
Le nerborute man menan con arte?
Forse quel legno acuto arma è di Marte?
Perchè muovono il piè[de] or presto, or tardo?
«Quel diavolo di globo che qual dardo
Spinto e respinto or sbalza, or torna, or parte.
E quei minchion, parte seduta e parte
Ritta, ed in cocchio, gira avido sguardo?
«Quei terminacci: _fallo_, _passa_, _caccia_,
Quel ventoso cristero e quel lachino[41].
Che ci scaglia il pallon a tutti in faccia
Che voglion dir? Cosa mai fanno, Elpino?» --
Elpin ride e s'accosta, indi m'abbraccia:
-- «Semplicetto _scioccon_, chiede a Gazzino.» --
[41] Sarebbe forse D. Gioacchino Torre, a cui tra gli altri si rivolge
con un brindisi il Meli? (vedi _Opere poetiche_, p. 286. Palermo
1894).
Gazzino, chiamato in ballo da quest'ultimo verso, risponde per le rime
(e qui la frase vuole intendersi in significato letterale); ma la sua
risposta è troppo vivace, e dobbiamo lasciarla nel manoscritto che la
conserva[42].
[42] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario cit._
La fortuna del passatempo si tradusse in una specie di frenesia tanto
negli attori quanto negli spettatori. V'era un certo Di Blasi, un certo
Natoli, Fazello, Pampillonia, Agarbato, Spadaro, Mineo, Monteleone,
Barone[43] e non so quanti altri, che volevano parere agili e gagliardi,
ed erano invece o pieni di velleità di ardimento, o slombati e fiacchi.
[43] Alcuni furono soscrittori del _Memoriale_ che segue.
Anche su di essi si sbizzarrì la Musa: ed un anonimo dettò una lunga
lettera in versi martelliani ad un ipotetico amico, nella quale,
fingendosi straniero, conoscitore esperto del giuoco fuori Sicilia,
metteva in canzonatura i guasta-giuoco di Palermo, de' quali dava brevi
ma incisive notizie. Sentiamo un po' quel che egli scriveva:
Per darvi, amico, al solito, nova di quel che miro
In questo di Sicilia piccol'e grato giro,
Vi dico che nel giungere in questa Capitale,
Considerato avendola, non trovo tanto male.
Vi scorgo il buono, il pessimo, il dotto, l'ignorante,
L'onesto, il disonesto, il celibe, l'amante.
A' pregi, a' mali insomma, a dirla come penso,
In essa può abitarvi un uomo di buon senso.
La sera sempre portomi in una compagnia,
Ove ne godo al sommo di lecita allegria.
Nel giorno, essendo libero, vado per divertirmi
Al giuoco del pallone. Dovete qui soffrirmi.
Dal darvi nuove serie, allontanar mi voglio:
Queste ve le riservo scrivere in altro foglio,
E conoscendo appieno qualunque giocatore
Avendo quasi un mese passato in questo l'ore,
L'aspetto, il nome, il vizio d'ognun vi scrivo in questo:
Sarò nel mio rapporto veridico ed onesto.
Gente la più bisbetica qui si raduna, amico:
Il giuoco, non v'inganno, a me non piace un fico.
Veduti i giocatori dell'altre nazioni
In paragone, questi, mi sembran _cordoni_[44].
[44] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario cit._
E fa la rassegna minuta, particolareggiata di essi, che sono appunto
quelli dianzi ricordati.
Nonostante, il giuoco proseguì con tale assiduità che al giungere di
Ferdinando III in Palermo, i più appassionati pensarono di assicurarsi
il possesso avvenire del terreno nel quale si divertivano tanto,
presentando al Re un _Memoriale_, che dice assai più di quello che noi
possiam dire:
«Li giocatori e dilettanti di pallone di questa città di Palermo
espongono che sin da tempi immemorabili il luogo pubblico ove si è
sempre fatto esercizio del gioco del pallone è stato tutto il
pianterreno, che corrisponde sotto il baluardo nominato dello Spasimo,
vicino alla Marina, ed oggi rimpetto all'Orto Botanico. Questo gioco
incontra tanto il piacere di questa popolazione quanto in tempo di gioco
concorre in quel sito una strabocchevole quantità di cittadini d'ogni
classe o per giocare o per essere spettatrice del gioco; a segno tale
che li dilettanti fanno continuamente delle spese per mantenere il
cennato sito adatto alle giocate: ed anni due addietro, quanto a dire
nell'a. 1797 e 1798, vi erogavano la somma di onze settanta circa... Vi
abbisognano intanto delle altre spese e per la decenza del luogo, e per
renderlo più commodo ai giocatori. Ma siccome questo gioco non porta una
pubblica istituzione, e temono i dilettanti che un giorno all'altro
dovrebbero avere impedito l'uso del terreno al presente addetto al
riferito gioco per impiegarlo ad altro destino, così per potere
impiegare con sicurezza il loro denaro, pregano affinchè si degni
ordinare, che atteso il tempo immemorabile in cui il pianterreno che
corrisponde sotto il baluardo dello Spasimo, che porta la longitudine di
tutto il baluardo e la larghezza di canne 10 circa, è stato lasciato per
commodo dei giocatori del pallone, resti il luogo suddetto addetto a
tale uso, e non possano li giocatori essere molestati per qualunque
causa nell'uso del suddetto terreno.
«Si tratta di un gioco di pubblico divertimento e di decoro per altro di
questa città, che incontra l'approvazione d'ogni classe di cittadini, e
quindi sperano i ricorrenti dalla Clemenza Vostra che loro sarà
accordata tal grazia».
Il Re, abituato ad altri divertimenti meno leciti, non capì questo: e,
senza punto scomporsi, rimise per mezzo del suo ministro Principe del
Cassaro la istanza al Senato perchè ne facesse «l'uso che conviene». Ed
il Senato la mandò, come in linguaggio burocratico si dice, _agli atti_,
e concesse invece all'Orto Botanico quello spazio di terreno che
fronteggia l'Orto medesimo[45].
[45] Vedi _Penes Acta_, nell'Archivio Comunale, an. 1799: _Memoriale dei
dilettanti e giocatori del gioco del Pallone di questa città di
Palermo al Re._
Una cosa non potè impedire, cioè che la contrada nella quale «da tempo
immemorabile» si era giocato, si chiamasse, come in quel tempo si
chiamava ed oggi si chiama tuttavia, _Il Pallone_; al quale battesimo
non ebbe nessuna parte.
La lapide che non murò allora il Senato (perchè le prime lapidi state
apposte son di poco anteriori all'anno 1802: e celebre fu quella del
_Cassaro morto_, di fronte all'Ospedale di S. Bartolomeo, oggi S.
Spirito), l'ha murata testè il Consiglio Comunale.
Se nobili e civili si divertivano sotto lo Spasimo al pallone, adulti e
giovani non lasciavano passare giorno senza giocare alle bocce.
Questo passatempo, così diffuso dentro e fuori città, piaceva a tutti
gli sfaccendati, e divenne una vera frenesia; di che non si saprebbe
nulla oggi se i viaggiatori non avessero deplorato l'abuso
pericolosissimo pei passanti. Fu notato infatti, che nei viali
fiancheggianti la Villa Giulia si faceva a chi lanciasse più lontana la
palla e a chi riuscisse al miglior colpo. Se il Capitan Giustiziere se
ne occupasse, ed il Pretore vi mettesse gli occhi sopra, non appare
dalle carte del tempo, perchè certe cose andavano allora un po'
sommariamente, e ad alcuni inconvenienti, che ora metton sossopra la
stampa giornaliera, non si guardava nè tanto nè quanto, quasi fossero le
più naturali di questo mondo. Il medesimo passatempo, del resto,
occupava nelle ore pomeridiane di alcuni giorni della settimana gli
ascritti alle congregazioni della Villa Filippina, della Villa de
Fervore, della Villa di S. Luigi; ma lì era innocuo, e vorremmo dire
disciplinato.
La passione della caccia chiamava sul mare e lungo la spiaggia
all'autunnale «passa delle allodole». Spettatore cotidiano di queste
scene, Bartels, ne provava infinito piacere. In centinaia di barchette
migliaia di cacciatori scorrevano il golfo. All'appressarsi d'uno stormo
di quegli uccelli facevan silenzio; alla calma seguiva improvvisa
tempesta, scariche di schioppi, e concitato abbaiar di cani tuffantisi
in acqua a raggiunger la calda preda, ed alte voci pei colpi buoni[46].
[46] _Bartels_, _Briefe über Kalabrien und Sizilien_, v. III p. 723.
Ma la passione fu qualche volta contrariata. Essendo in Palermo, Re
Ferdinando, abile ed irritabile cacciatore, ebbe da non pochi
proprietari aperti i loro fondi perchè vi cacceggiasse a tutto suo agio
e diletto. Fu una processione di omaggi al Sovrano, ma fu anche
un'astuzia degli offerenti per liberarsi dei tanti seccatori che per
quel gusto si permettevano di scorrazzare in lungo e in largo le loro
tenute; perchè, fatta la offerta, si affrettavano a proibire a qualsiasi
persona lo accesso, col pretesto della caccia riserbata al Re.
I cacciatori ne furono desolati, ed a sua Maestà si rivolsero con un
indirizzo, supplicandola di voler loro concedere libertà di cacceggiare
nelle private proprietà[47]: domanda, in apparenza molto semplice, ma in
sostanza stranissima, perchè rivela in che concetto si avesse l'autorità
regia, dalla quale si reclamava il disporre come di roba di nessuno
della roba altrui bastando l'ordine del Re.
[47] _Penes Acta_, nell'Arch. Comunale, a. 1799.
CAP. III.
I TEATRI E LE ARTISTE; I PARTIGIANI DI ESSE. LOTTE TRA IL S.a CECILIA ED
IL S.a LUCIA.
Gli spettacoli teatrali, qualunque fosse la loro natura, costituirono
sempre una delle passioni predominanti nei Palermitani; l'«_opera_ però
era sempre la più favorita»[48] per la quale venivano sempre con
periodiche esecuzioni aperti i teatri di S.a Cecilia e di S.a Caterina,
i maggiori del tempo.
[48] _De Saint-Non_, op. cit., p. 143.
S.a Cecilia era della Unione dei Musici: e vi aveano palchi di loro
proprietà sontuosamente addobbati la Marchesa di Regalmici, Caterina La
Grua Talamanca e la Principessa del Cassaro, Maria Cristina Gaetani.
Dopo la riforma che ne fu fatta sotto il Vicerè Principe di Caramanico,
non mancava ad esso nulla per esser degno di accogliere l'aristocrazia
siciliana con opere musicali eroiche, di stile di cappa e spada e
qualche volta comiche. I signori ne eran contentissimi, anche perchè ne
era stato tolto il pericoloso ingombro del tamburo in legno, sostituito
con altro in muratura[49].
[49] _Provviste del Senato_, a. 1799-80; a. 1786, p. 135.
Col S.a Cecilia, ma a certa rispettosa distanza, andava il S.a Caterina,
o S.a Lucia; così chiamato per la vicinanza del Monastero di S.a
Caterina e perchè apparteneva ai Marchesi di S.a Lucia Valguarnera, che
vi aveano addossata la loro casa e da privato e domestico l'avean reso
pubblico[50].
[50] Per la storia da scriversi del nostro teatro è utile notare che
qualche volta in questo teatro agivano dei filodrammatici. Abbiamo
sott'occhio un _Argomento della Commedia del_ _Marchese di Liveri_
_intitolata_ Il Solitario, _la quale si rappresenta nel domestico
Teatro dei Signori Marchesi di S. Lucia, da una Brigata di Nobili,
e Dilettanti_. In Palermo, MDCCLXVII. Nella Stamperia dei Santi
Apostoli in Piazza Vigliena presso D. Gaetano M.a Bentivegna.
In-4º, pp. 7.
Come più piccolo, non potea esso pretenderla alla magnificenza del
fratello maggiore, ed avea ricordi non alti nelle rappresentazioni
comiche di antichi artisti buffi, giunti fino a noi col titolo di
_Travaglini_; onde il nome che ne serbò lungamente. Ma a volte, la
elevatezza degli spettatori veniva quasi indistintamente condivisa da
entrambi i teatri, dei quali il S.a Caterina offriva d'ordinario opere
comiche.
Un giorno il Vicerè Caracciolo, scontento anche dei teatri, persuase i
patrizî a costruirne di sana pianta uno nuovo fuori Porta Macqueda. Tra
quei patrizî erano Senatori: e fu appunto il Senato l'interprete o
esecutore dei desiderî di S. E. Si fece il disegno, si stabilì il luogo
dell'edificio e fu anche detto più tardi che le somme occorrenti
sarebbero state prese dai fondi amministrati dalla Deputazione per le
strade di Sicilia[51]. Ma all'ultima ora, quando si trattò
dell'attuazione, nessuno osò avventurare il Comune in una opera non
creduta necessaria. Se non che, _quod non fecerunt barbari fecerunt
Barberini_: ed i Barberini o barbarini furono gli allegri amministratori
della città cent'anni dopo, quando demolirono quattro chiese e due
monasteri per edificare un Teatro Massimo, proprio in quei medesimi
paraggi nei quali fin gli spensierati signori del secolo XVIII non
avevano avuto il coraggio di farlo.
[51] Un uomo altolocato in Palermo diceva al Bartels queste gravi
parole: «Si vocifera che il denaro esatto (per le strade) sarà
forse impiegato per la fabbrica di un nuovo teatro in Palermo. Non
è da credersi; ma il Governo di Sicilia fa vedere cose più
mostruose». _Bartels_, _Briefe_, n. XXXIII, vol. II, p. 519.
Vicende dei tempi! Megalomania degli uomini!
Per Carnevale si aprivano non solo tutti e due i teatri, ma anche gli
altri privati, permanenti ed occasionali, di Casa Abbate di Lungarini,
del Marchese Roccaforte (a Mezzo Monreale), del Conservatorio degli
Spersi turchini del Buompastore, del R. Convitto San Ferdinando, del
Marchese di Salines Tommaso Chacon[52].
[52] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p. 163; a. 1793, p. 59; a.
1798, pp. 25-26. -- _Santacolomba_, _L'Educazione della Gioventù_
ecc. pp. 421-22. In Palermo, MDCCLXXV.
Quell'uomo scrupoloso (!) che fu Ferdinando III un giorno s'accorse o
venne informato che questi teatrini di famiglia non dovevano lasciarsi
liberi di rappresentare quel che ai padroni piacesse: e con un dispaccio
li volle sottoposti alla comune censura[53]: quasichè negli istituti di
educazione si potessero rappresentare cose contro o il Governo, o la
religione, o la morale!
[53] Palermo, 4 febbr. 1800.
Le più riputate compagnie d'Italia interpretavano drammi in musica e in
prosa non prima qui uditi. Gustosissima la commedia musicale _Giannina e
Bernardone_ del Cimarosa, della quale nel 1784 si interessò
personalmente il Caracciolo[54], e che con grave errore si è detto
essere stata la prima volta eseguita nel 1787 in Napoli[55].
[54] _Reali Dispacci_, an. 1784, registro n. 1510, fogli 152-53
dell'Archivio di Stato di Palermo.
[55] _C. Dassori_, _Opere e Operisti, Dizionario lirico universale
(1541-1902)_, p. 666. Genova, 1903.
Per non dire degli anni anteriori alla ricostruzione del S.a Cecilia,
costata tremila scudi, dal 1787 in poi, dame e cavalieri vi udirono,
deliziandovisi, l'_Ariarate_ del Tarchi, l'_Arbace_ di Fr. Bianchi,
l'_Alceste_ del Portogeloclo, l'_Amor contrastato_ (chi non ricorda
questo celebre dramma in musica del Paisiello?), la _Didone
abbandonata_, sul cui tema rivaleggiarono il palermitano Piticchio
(1780), il massese Guglielmi (1785), il veneto Gazzaniga (1787), il
pesarese Federici (1794), fino al Paisiello (1797); il _Fanatico
burlato_ del Cimarosa, l'_Alzira_ di G. Niccolini[56]. E dame e
cavalieri risero e lacrimarono (senza mai piangere) alle patetiche,
attraentissime voci delle prime cantanti italiane e straniere Teresa
Pogg (1789), Margherita Delicati e Marianna Vinci (1791), Anna Nara e
Marianna Marioletti (1792 e 1794), Giuseppa Netlelet, Carolina Danti
(1793), e Teresa Marioletti Blasi (1794) e Carolina Bassi e Caterina
Fiorentino (1797) e Teresa Bertinotti e Carolina Miller (1799) e
Carolina Scaramelli (1800)[57].
[56] Anni 1787, 1788, 1798-99 ecc.
[57] Nota presa nella Biblioteca del Principe di Trabia e nel _Giornale
di Sicilia_ del 5 agosto 1794.
Quando la musica veniva alternata con la prosa, e due compagnie si
dividevano gli allori ed i quattrini del privilegiato teatro, la _Morte
di Carlo XII re di Svezia_ con altre tragedie dell'Alfieri vi
ricompariva con sempre nuova simpatia, ed è notevole che in mezzo a
tanta mollezza di costumi e svenevolezza maliziosa di operette serie e
buffe potesse questa simpatia farsi strada e mantenersi in aperto
contrasto con la natura dei componimenti tragici del sommo astigiano.
Perchè, mentre le operette erano tessute d'intrecci strani, a base di
pensieri e di affetti leziosi con linguaggio misuratamente appassionato,
le tragedie dell'Alfieri si svolgevano con la massima semplicità
d'intreccio, con la forza di pensieri magnanimi, con la robustezza,
anche retorica, del linguaggio, con la frequente durezza dei versi.
La stagione classica era quella del Carnevale; ma vi erano anche altre
stagioni dell'anno: e nel 1797 si principiò a gennaio e si finì a
dicembre: un carnevale continuo: anno nei fasti del teatro in Palermo
memorabile per i ridotti, gli svariati trattenimenti, gli artisti di
cartello, la successione ininterrotta di rappresentazioni e per molte
altre circostanze.
Il 28 gennaio andava in iscena col nuovo tenore Emanuele Caruso la
_Pietra simpatica_ del maestro di cappella palermitano D. Salvatore
Palma[58]: e contemporaneamente, o quasi immediatamente dopo, parecchie
opere musicali _non eroiche_, disimpegnate dalla Compagnia che dal primo
suo buffo prendeva nome di Trabalza. La fiorentina Anna Andreozzi, prima
donna, già nota e cara al paese, vi faceva miracoli d'arte, eguagliata
qualche volta non superata mai dalla seconda donna Maddalena Menini.
[58] _Dassori_, op. cit., p. 799, attribuisce a Silvestro Palma
quest'opera, che dice primamente rappresentata in Napoli, nel 1792.
Ecco la Quaresima con le sue penitenze e gli spettatori non erano ancor
sazî di rappresentazioni. «Oh! pensavano essi, non sarebbe egli bello
fare fermare, gli artisti in Palermo, ed eseguire opere sacre?». L'idea
piacque e si espose all'Autorità politica ed ecclesiastica; la quale,
poichè in assenza del Vicerè era accentrata nella persona
dell'Arcivescovo Lopez, l'accolse benevolmente; ma sotto una condizione,
cioè, che si dovesse stare strettamente alle opere sacre; che _oratorio_
dovesse chiamarsi il teatro, e che al domani di una rappresentazione, lo
spettatore dovesse andare a udir messa: fanciulleschi ripieghi, nei
quali i nomi mal coonestavano le cose, e l'esercizio d'un atto religioso
serviva di passaporto ad uno spettacolo mondano.
La _Giuditta_ era tra le opere più accette[59]; il teatro fu sempre
pieno zeppo, e «non vi fu sedia, gradetta o palco vuoto. Gli impresarî
(Corrado Nicolaci Principe di Villadorata, Gaetano Campo ed altri) vi
guadagnarono centinaia d'onze. Il teatro fu convertito in Oratorio e
così chiamato, e chiesa e luogo sacro». L'esempio degli oratorî produsse
effetto maraviglioso nel clero secolare e regolare. Poichè il teatro è
stato convertito in chiesa -- dissero molti -- con sacri oratorî, perchè
non si può andare anche a teatro per assistervi?... E poichè si assiste
ad opere sacre, perchè non si può anche assistere ad opere profane?
[59] Probabilmente è _Il trionfo di Giuditta, azione sacra_ di Pietro
Guglielmi, stata eseguita più tardi nell'Oratorio di S. Filippo
Neri. Se non che, una edizione se ne ha di «Palermo MDCCCVI, nella
Stamperia del Solli».
Il ragionamento non faceva una grinza: ed ecco ecclesiastici d'ogni
ordine accorrere al teatro. L'impresario, che non cercava di meglio,
allargò la mano con opere musicali di giorno, per preti e regolari:
«cosa, confessa il Villabianca, vergognosa, quasi sacrilega», spiegabile
solo con «la mutazione dei tempi»[60].
[60] _Diario_ ined., a. 1798, pp. 25-26.
Scorsa con questi mezzucci la Quaresima, la passione del teatro diventò
febbre. Dopo il sacro venne il profano. Pel maggio apparecchiossi, con
un'altra compagnia, _Il trionfo di Diana_ in costumi così scollacciati
che la Nobiltà fuggì inorridita, e l'impresario, responsabile dello
scandalo, fu mandato in carcere, donde potè uscire solo per
intercessione di quei medesimi nobili che aveano ricorso contro di lui.
Il dramma musicale fu ripresentato con radicale riforma di costumi[61].
[61] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1797, p. 142.
Così giungevasi alla estate, e con la compagnia Tassini si assisteva
alla rappresentazione del _Pimmalione_ di Bonifazio Asioli o del Sirotti
in luglio, della _Morte di Cleopatra_ del Nasolini in agosto: opera
grandiosa, nella quale sul palcoscenico appariva un carro tirato da
quattro cavalli; dei _Tre eredi_ in settembre. Assunta la impresa da
Pietro e Bartolomeo D'Affronti, ritornava il sempre desiderato Giuseppe
Trabalza con le sue lepidissime commedie per musica; ma la diva
Andreozzi non compariva, e in sua vece veniva la Cecilia Bolognesi, che
nei _Puntigli per equivoco_ del Fioravanti[62] faceva le parti di
Bettina figlia di D. Fronimo, mentre Ludovico Brizzi rappresentava D.
Eugenio, amante prima di Dorina, poi di Bettina. Così proseguivasi sino
alla fine con l'_Astuto in amore_, che dopo due esecuzioni doveva
mettersi da parte; con la _Donna sensibile_ di Giacomo Tritto e con
altre opere, tutte a lode anche del maestro di cappella D. Giuseppe
Bracci, stato abilmente al cembalo, dei pittori delle scene D. Filippo
Ferreri, D. Vincenzo Vulturi e D. Baldassare Pace, ed anche un po' del
vestiarista D. Gaspare Siragusa, che fu il Settimo Cane del secolo
XVIII.
[62] _I Puntigli per equivoco, commedia per musica da rappresentarsi nel
R. Teatro S. Cecilia._ In Palermo, MDCCXCVII.
Noi rivedremo tra poco l'Andreozzi nella _Vergine del_ Sole del
Cimarosa, ed intanto proseguiamo la nostra rapida descrizione.
Al S.a Lucia non si faceva da meno: e dove negli anni anteriori le opere
comiche in musica vi avevano attirato uditori e spettatori, amici
incondizionati, o con la Teresa Corisoli della compagnia comica Pinetti
(1794), o con l'Agata Rubini (1795 e 1801), nel 1797 era una sequela di
opere comiche e tragiche nuove per esso. Il Carnevale di gennaio e
febbraio aveva una ripresa in autunno col _Pirro re d'Epiro_ del
Zingarelli, con _La Serva padrona_ e con gli _Zingari in fiera_ del
Paisiello; e nel Carnevale seguente, passato clamoroso per gli applausi
riscossi dalla prima donna Anna Davì o Davya piemontese, la quale,
benchè attempatella, nella _Zenobia in Palmira_ di Pasquale Anfossi
cantava con grazia ed eccellenza singolare. Onde il Meli, attempatello
anche lui, improvvisava la odicina intitolata:
_Li Grazj._
Sai, bella Veneri,
Sai tu pirchì
Li Grazj currinu
A la Davì?
Pri fari vidiri
Chi ad idda sta
Rendiri amabili
Qualunque età;
E chi tu propria
Tu stissa tu,
S'iddi ti lassanu
Nun cunti cchiù[63].
[63] _Meli_, _Poesie_, p. 65.
Lucrezia Nicodemi nell'anno successivo non ebbe per la _Finta amante_
del Paisiello i versi di un Meli; ma portò via i regali di parecchi
giovani ed il cuore di più d'un adoratore: storia vecchia, e pratica
sempre nuova!
Noi non abbiamo tempo di fermarci sulle opere musicali che si eseguivano
tra noi; ma se per un momento potessimo farlo, ne vedremmo ogni tanto
una siciliana o di Siciliani. Tutte o quasi tutte venivano da fuori e
per lo più da Napoli, la cui scuola primeggiava, e donde il passaggio a
Palermo era come una tappa geografica naturale. A Palermo facevan capo,
come una volta le opere del Pergolese e dello Scarlatti, i recenti
lavori del Paisiello, del Cimarosa, del Guglielmi; e le fresche ed
eterne loro ispirazioni giocondavano una società che li comprendeva e li
sentiva.
Nel resto però le opere teatrali erano melodrammi artificiosi, dai temi
obbligati, dagl'intrecci unitipici, dalle situazioni imbarazzanti, dagli
amori apparentemente divisi a più aspiranti, dai cuori a pani di
zucchero, dalle sinfonie solo buone a solleticare senza commuovere, a
pungere senza penetrare, a vellicare senza premere, a muovere a
sdilinquimenti senza eccitare ad un fremito.
I partiti in teatro turbavano sovente la calma della rappresentazione,
il godimento dello spettacolo, l'ordine della città.
«Nei primi tempi della mia età, racconta il Villabianca, fiorirono al
Travaglini... la Turcotta con la Manfrè. Queste due donne attrassero
talmente alcuni nobili che essi prendendosi a partito arrivarono a
profondervi delle migliaia con molto danno delle loro famiglie.
Profittando di queste gare, le due donne tornarono a casa con le tasche
piene d'oro e argento palermitano. Giunse a tal segno la loro follia che
per distinguersi gli uni dagli altri nella possanza di partitarî,
feronsi leciti pubblicamente di portare in petto pendenti, dei nastri
_vermiglio e verde_, le amorose insegne del gelsomino e dell'ancora non
altrimenti che fossero state divise onorevoli dì ordini cavallereschi».
Più tardi, avvenne un vero scandalo per altre due donne del S.a Cecilia,
protette da due gruppi contrarî, accalorati nell'ammirazione della
mimica di esse, le quali gareggiando si contendevano il primato
nell'arte di Europa; onde ebbero luogo scandalose ragazzate dei
parteggiatori[64].
[64] _Ms._ Qq E 88, p. 2, della Bibl. Comunale; e _Diario_, in _Bibl._,
v. XIX, p. 141.
In questo tempo (1778) era al S.a Cecilia la più grande artista
d'Italia, madama la Gabriella, detta la Cochetta. Non si sa come anche
lei fosse entrata nella briga, lei donna di alto merito e di sconfinato
orgoglio; fatto è che ci entrò. E di essa si racconta che in una sera
del Carnevale 1771, essendosi rifiutata di cantare, il Capitano di
Giustizia, stimando metterla a dovere col mandarla in carcere, n'ebbe in
risposta: _Piuttosto piangere mi posson fare che cantare_[65].
[65] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 269. L'aneddoto, un
po' travisato, con un'aggiunta senza base storica, è stato
riportato dal giornale _L'Ora_, a. II, n. 231, da un recente libro
di memorie di un artista ultimamente pubblicato a Parigi (1901).
Questo è nulla a petto di quello che accadeva molto più tardi con
l'Andreozzi.
Siamo nello scorcio del 1797 e nei primordî del 1798. Il _partitario_
(impresario) Toti fa andare sulle scene del S.a Cecilia la nuova opera
_Vergine del Sole_ del Cimarosa con questa prima donna seria. Ma c'è in
Palermo la prima donna buffa, Cecilia Bolognesi, alla quale il Capitano
della città Principe di Torremuzza ha assegnato il grado e le mansioni
di seconda donna. Offesa nell'amor proprio, essa riesce per via di
aderenze a prendere parte alla rappresentazione vestita da Alonso. È una
vittoria, questa della Bolognesi, che però non basta a soddisfare gli
amici di lei, mentre lascia scontenta la Andreozzi e sconcertati i suoi
partigiani. Le due artiste sono al colmo della rabbia, e i loro
sostenitori, l'un contro l'altro armato, s'attendono al varco. La prima
sera è sfavorevole all'Andreozzi; i suoi ammiratori vengono sopraffatti
da quelli della Bolognesi. Il Principe di Torremuzza ordina la
sospensione dello spettacolo; il pubblico se ne impermalisce, e al
riaprirsi del teatro, senza tanti complimenti, conferma la sua
opposizione; onde la Andreozzi, perduta la pazienza, gli rende un certo
saluto retrospettivo che fa andare su tutte le furie lo spazientito
pubblico. Dalle parole si passa ai fatti; dai fischi e dagli urli ai
limoni ed ai gozzi di polli pieni d'acqua. Gli avversarî non la vogliono
più sul palcoscenico: gli amici non possono più far nulla per lei; ed il
Capitano, con indicibile risentimento della Nobiltà, che all'indecente
saluto aspetta una ammenda, fa abbassare la tela. E che cosa dovrebbe
egli fare il Torremuzza? -- «Mandarla alla Carboniera!» gridano i più.
-- «Lasciarla stare!» dicono i meno. Si vuol trovare un accomodamento, e
non si trova. Si cerca invano di fare sbollire la collera degli offesi.
E se non fosse per l'alto ufficiale di giustizia Leone, che, capito il
dietroscena di questa commedia, mostra i denti, chi sa dove si andrebbe
a finire! Il paglietta ha ordinato l'esecuzione d'un'altra opera con la
sola Bolognesi; ha fatto catturare due parrucchieri, e, a capo di alcuni
giorni, ha permesso, con pace di tutti, la rappresentazione della
_Vergine del Sole_: pace ottenuta in una maniera semplicissima: facendo
circondare il teatro da sbirraglia e da truppa sotto il comando del
brigadiere svizzero Xiudi. L'impresario Toti, che pel danno che gli è
venuto dalla chiusura del teatro, ha messo sossopra tutte le autorità,
tira un gran sospirone[66].
[66] Gennaio 1798. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di Stato di Palermo.
Ora chi sono essi questi parrucchieri, e perchè catturati?
_Cherchez la femme_, se _la femme_ non si vede anche troppo.
Perchè, è da sapere che la Andreozzi ha una certa amicizia col Pretore,
ed il Pretore, che le vuole un gran bene, poco curante dalla sua alta
dignità e del suo stato civile, la colma di regali, e le passa
cinquant'onze al mese e la carrozza di casa sua ogni giorno, con quanto
dolore della Pretoressa e scandalo de' Palermitani, si può immaginare...
A proposito di che si richiama l'aperta protezione accordata dal Vicerè
Caracciolo (febbraio del 1782) alla cantante Marina Balducci, che egli
avea conosciuta a Parigi; e si rifà la storia dei suoi inviti a pranzo e
dei mormorii che destò nei nobili la presenza di una commensale rotta
alla facile vita delle scene[67].
[67] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 243.
L'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez potrebbe metter fine allo
scandalo, ma non volendo guastarsi col Pretore, ha legate le mani al
Capitano, lasciando per tal modo crescere in arroganza la turbolenta
artista. Contro di lei, come contro la sua rivale, pare sia stata ordita
una congiura tra la Principessa di Belvedere, Caterina Del Bosco e la
Duchessa di Montalbo, Marianna Ramondetta: congiura alla quale non
sarebbe stata estranea la Capitanessa Maria Castello, Principessa di
Torremuzza, interessata la parte sua a favore del marito. Ed ecco come
c'entrano i due arrestati. I parrucchieri delle prime due dame sarebbero
stati gli intermediarî ad esse ed ai più accaniti partigiani delle due
artiste, e la loro cattura è stata seguita da quella del nobilotto
Ignazio Costantino, che presto rivedremo. Il Governo ha fatto ingiungere
alle tre dame di astenersi dall'andare a teatro; ma alcuni dicono di
averle viste tutte e tre insieme nei palchi; e Pasquino, seccato
dell'imbroglio e della temporanea sospensione dello spettacolo, si
lascia andare a questo debole sfogo:
Montalbo, Ramondetta e Belvedere
Han privato il teatro del piacere.
Alla Andreozzi, prima e dopo i tumulti, son piovuti dai palchi dei suoi
ammiratori sonetti e canzoni: composizioni, come di consueto, al di
sotto del mediocre. Tra tutte ve n'è una d'un benedettino cassinese, P.
Bernardo Rossi, aio dei figli del Principe di Trabia, il quale nasconde
la sua mondanità sotto il semi-anagramma di Luigi Dorisse: Egli «in atto
di vero ossequio» così incomincia la sua ode:
Ecco già canta: uditela
Oh come alterna il fiato
Seguito dalle Grazie
A rapir l'alme usato!
L'alata voce ed agile
In mille giri ondeggia,
Ora con volo rapido
Quale usignol gorgheggia;
Ora di luce eterea
Cinta dall'alto scende,
E con bell'arte insolita
I cuor' di gioia accende[68].
[68] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, pp. 28, 58, 68. --
_D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 179. La stampa della poesia è
senza indicazione tipografica.
Contemporaneamente v'è chi canta le lodi di Maddalena Ammonini, prima
donna assoluta del S.a Lucia; ed un tal Salvatore Pino ha il coraggio di
offrirle un epigramma latino, che essa, s'intende, non avrà neanche
guardato, ed un Giovanni Corifeo, pseudonimo, un sonetto, confortante
nelle recenti lotte degli invidiosi, poi
Che dalla ruota e dal martel cadente,
Mentre soffre l'acciar colpi ed offese,
E più fino diventa e più lucente[69].
[69] Palermo, Gagliani, 1798.
Ogni nuova compagnia di prosa o di musica che giungesse era un
avvenimento che suscitava nuovi ardori nell'animo dei nostri giovanotti.
Come prima, così dopo, essi non sapevano nascondere la loro passione: e
comiche e cantanti e ballerine ricevevano gl'isolani adoratori come
avevano ricevuto quelli, forse meno ardenti, perchè men privi di
cosiffatti incontri, di Terraferma. Meli vide nella passeggiata della
Marina questi ganzerini, che perdevano la testa appena incontrassero una
sacerdotessa di Tersicore; e
Beati primi
esclamava in una meschina poesia,
Ch'ànnu ddu brazzu!
Cu quali sfrazzu!
Si purtirà!
E in un'altra migliore:
Tutta la sò limosina
Pri li cumidianti,
Pirchì su boni e santi
Nè sannu diri no[70]
[70] _Poesie_, p. 374.
Anche gli uomini serî e i grandi dignitarî di Stato non andavano esenti
da cosiffatte debolezze. Nel 1799 l'Ambasciatore russo Puskin, alla
Corte di Napoli in Palermo, marito della Contessa de Bruce, si accendeva
per la bellissima cantante Miller, ed intrattenevasi volentieri con lei,
alla cui abitazione si faceva precedere dal suo cacciatore: sistema non
nuovo, perchè ordinariamente tenuto dal Re[71], cacciatore d'ogni genere
anche dopo sgradevoli sorprese.
[71] La notizia è accennata dal _Palmieri de Miccichè_, _Pensées et
Souvenirs_, t. II, ch. XLII; ma per errore portata verso il
1792-93, quando la Corte era invece a Napoli.
Le gelosie, che non eran troppo forti tra mariti e mogli, divenivano
ardenti tra gli uomini e le artiste, e spingevano quelli a sconsigliati
passi, che reclamavano l'intervento della polizia. Il nobile Diego
Sansone guastavasi un po' clamorosamente con una ballerina, e veniva
chiuso nella Colombaia di Trapani; Placido Bonanno dei Principi di
Linguaglossa, cavaliere gerosolimitano, poco cavallerescamente correva
dietro ad una donna della Compagnia comica, e commetteva per essa tante
discolerie da essere relegato in Siracusa[72]. Più grosse quelle di un
signore, il cui titolo marchionale oggi due casati si contendono, e di
Filippo Cordova Marchesino della Giostra. Costoro, o ingelositi del
primo ballerino di S.a Cecilia, o contrariati dalla sua opposizione e
dalle sue pretese, per certi loro innamoramenti teatrali si decidevano
ad una buona lezione. Di notte lo facevan sorprendere da lor gente e gli
facevano aggiustare delle bastonate da orbo; in seguito alle quali per
ordine immediato e _de mandato_ venivano chiusi, questi, il Marchesino,
nel Castello di Siracusa; quegli, che alla fin fine, perchè trascinato
dall'amico, avea sorbito a beneficio altrui l'amaro senza aver gustato
il dolce, nel Castello di Milazzo.
[72] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 97, 353.
V'eran poi gli eterni disturbatori de' teatri, tanto cari a certi
codiciai moderni, nati fatti per proteggere i birbanti; ma la polizia
del tempo, senza permesso nè ordine di nessuno, metteva loro addosso le
mani e li mandava al Castello. Il giovane Marchese Costantino, capo di
codesti sconsigliati nel 1797, informi. Qualche volta la polizia non
bastava, e doveva ricorrersi ad un buon nerbo di truppa, e non per una
sera soltanto![73].
[73] Vedi lettera del Vicerè Colonna al Maresciallo Don Gaetano Sances
de Luna, in data del 15 agosto 1780, in _Reali Dispacci_, registro
n. 210, foglio 20, dell'Archivio di Stato di Palermo.
Ed ora passiamo ad altro ordine di cose teatrali.
Le relazioni tra i due teatri erano quanto di più brutto possa
immaginarsi. Il S.a Cecilia tirava sempre a deprimere il S.a Lucia: ed
il S.a Lucia, insidiato, colpito ad ogni istante, reagiva con vigile
energia. Gli è che l'uno si vedeva leso dall'altro: e Governo e privati
non sapevano dissimulare la loro predilezione pel S.a Cecilia, convegno
favorito dell'alta cittadinanza, al quale tutto si permetteva, fino alle
cose più lontane dalla giustizia e dalla equità. E la buona Marchesa di
S.a Lucia, Valguarnera Gentile, che era sola nell'amministrare il
patrimonio della famiglia e quindi il suo teatro, e che non poteva
contare sulla cooperazione degli scioperati figliuoli, mai non si
stancava di chiedere la denegata giustizia, di lamentare diritti
conculcati, di sventare trame contro la sua esistenza economica.
Le si voleva impedire di tenere aperto il teatro quando era aperto
quello di S.a Cecilia, e non si teneva conto del regio dispaccio del
1746, che imponeva restassero «ambi li teatri senza distinzione aperti»
correndo «egualmente la fortuna»; e poichè a pochi mesi di distanza
erasi dimenticata la precedente sentenza dell'autorità: che «ogni
impresario è libero; niuno attenta sul diritto dell'altro, nè cerca, nè
ottiene tampoco proibitiva» (4 luglio 1792), lo impresario Giuseppe
Azzalli per la Marchesa invocava a favor suo, presso il Sovrano, quella
sentenza (21 ott. 1793).
La questione rimaneva sempre insoluta; anzi s'inaspriva volendosi al S.a
Lucia vietare opere sacre e serie in Quaresima. Giacchè, dice un sovrano
rescritto del 1793, richiamato dalla parte avversa, queste opere si
prestano alle scurrilità. «Una cosa sola può concedersi: la esecuzione
degli oratorî; ma gli oratorî non si fanno altro che a S.a Cecilia;
perciò il S.a Lucia non ha ragion di dolersi».
Così alla ingiustizia si aggiungevan le beffe! (14 febbr. 1797): e si
mettevano in non cale esempî contrarî all'affermazione, come quello
della concessione ad altra impresaria del S.a Lucia, Teresa Consoli (9
febbr. 1795), la quale però, perchè giovane, poteva aver avuto mezzi più
persuasivi della vecchia Marchesa.
Le sopraffazioni non si rimanevano qui. Un nuovo impresario dianzi
citato, Andrea Toti, forte delle alte protezioni ceciliane, chiedeva (20
maggio 1797) la proibizione delle opere in musica al S.a Lucia. La
Marchesa se ne appellava al solito Capitan Giustiziere, il Conte S.
Marco, il quale non poteva darle torto; ma tra il sì ed il no, era il
parere contrario, cioè che due teatri in musica non potevano stare,
tanto che uno di essi era stato per varî anni senza musica[74]: risposta
che non dice nulla ed ha tutta l'aria di dar ragione alle due parti,
mentre non ne dà a nessuna. Toti non s'acquetava, e rivolgendosi al Re,
tesseva un po' di storia delle condizioni teatrali del tempo. «In S.a
Lucia -- osservava -- si è sempre rappresentato la prosa (bugia smentita
dalle notizie sopra riferite). A S.a Cecilia, dove io ho preso la
impresa per due anni, e che è il maggior teatro, si è sempre
rappresentato la musica. Io, credendomi unico per le opere in musica, mi
caricai di doppia compagnia, per opere serie e buffe. L'impresario non
può calcolare sull'intervento dei forestieri, ma solamente deve
sostenersi con quella poca nobiltà che rimane in Palermo, e con pochi
individui del mezzo ceto, in guisa chè in tutte le sere non si vedono
altri in teatro che le stesse persone. Se in un paese situato in questa
maniera si apre un altro teatro di musica, sarebbe lo stesso che in
quindici giorni serrarsi l'uno e l'altro con positivo svantaggio del
pubblico, che resterebbe privo dell'onesto divertimento del teatro» (2
giugno 1797).
[74] Risposta del 26 maggio 1797.
Stavolta il Re non poteva riconoscere un diritto proibitivo anche nelle
opere da rappresentarsi; ma l'autorità locale, mortificata del ricorso,
se la legava al dito e a breve scadenza se ne prendeva la rivalsa.
Siamo alla sera del 31 ottobre 1798, e deve andare in iscena la nuova
opera buffa: _Il Cartesiano fanatico_ del Tritto con la Nicodemi, prima
donna. Il _cartello_ della Piazza Vigliena annunzia il cominciamento ad
un'ora di notte, consueta dell'opera. A quell'ora appunto il teatro ha
principio. Il colto pubblico di dame e cavalieri manifesta il suo
mal'animo verso la Nicodemi, e protesta che non vuol saperne, altro che
per udire o riudire la _Semiramide_[75]. Al Capitan Giustiziere,
Principe Carlo Gir. Castello, non par vero di cogliere la palla al
balzo: e manda in carcere il messo ed il palchettiere. Ma come c'entrano
questi disgraziati? chiede la Marchesa di S.a Lucia al Vicerè; ed il
Capitan Giustiziere, che ha commesso un vero abuso di potere, posto tra
l'uscio ed il muro, mendica per giustificarsi i più futili argomenti, e
nasconde l'avversione al teatro di piazza S.a Caterina con questa
magrissima scusa: A rispetto del digiuno, nelle vigilie, di estate si
suole aprire il teatro a un'ora di notte; ma d'inverno non è così: le
sere, le notti son lunghe, ed il pubblico non vuol esser congedato dal
teatro presto. «Il moto che nelle vie cagiona il ritorno della gente dal
teatro, tien desti i cittadini e rompe molti disegni nella città
popolosa»[76]. Il messo ed il palchettiere -- aggiunge -- vennero subito
rilasciati in libertà; ed in prova manda un certificato del carceriere
capo della Vicaria, uno spagnuolo con quattro o cinque nomi e cognomi.
[75] Di _Semiramidi_, fino al 1800 se ne contavano 24, principiando da
quella di M. A. Cesti (1667) e finendo all'altra del Cimarosa, la
quale però venne la prima volta eseguita in Napoli nel 1799.
Probabilmente si voleva quella, altre volte udita, del Paisiello,
eseguita primamente in Roma nel 1773.
[76] Il viaggiatore R. de Saint-Non lasciò scritto: «L'_opera_ comincia
a un'ora di notte e finisce a mezzanotte e anche più tardi».
Un'altra per suggello dei due pesi e delle due misure nei due teatri.
Mentre ristrettissimo era il numero dei posti gratuiti ai quali
obbligavasi il S.a Cecilia, illimitato era invece quello imposto al S.a
Lucia. Noi non ne sapremmo forse nulla se la stanca proprietaria non
l'avesse rotta con le camorre del tempo. Essendo Presidente del Regno il
tante volte ricordato Arcivescovo Lopez, la Marchesa ricorreva a lui
implorando la riduzione dei posti ch'ella, in un teatro piccolo come il
suo, doveva mettere a disposizione delle Autorità e del personale ai
servigi di esse. Facciamone la lista:
Palchettone di mezzo al Vicerè;
Due palchi per la paggeria e servitù:
Palco pel capitano della guardia;
Palco per la servitù di lui:
Palco pel capitano di Giustizia;
Palco per la sua servitù.
Posti in platea:
Sedia pel vice-Capitano di Giustizia;
Sedia per l'Aiutante reale del Vicerè;
Sedia pel primo portiere della R. Segreteria[77].
[77] Lettera del 28 luglio 1795. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di
Stato di Palermo.
In mezzo a questo arruffio d'impresarî del S.a Cecilia e di impresarî e
proprietarî del S.a Lucia, una cosa si vede chiara: che coloro i quali
si occupavano di affari teatrali non nuotavano in un mare di ricchezze.
La città era sempre la stessa, la popolazione sempre una, non
accresciuta mai da forestieri, che sogliono portare un contingente di
frequentatori dei pubblici spettacoli. Ai teatri andavano i due ceti
principali: il nobile ed il civile, e con essi a grande stento poteva
riuscirsi, quando vi si riusciva, a francar le spese per parte di coloro
che assumevano la impresa della stagione. I piati che abbiamo visti
partire quando dal piano di S.a Cecilia, quando da quello di S.a
Caterina, accusano insistentemente questo difetto. Avveniva, in
conclusione, quel che avviene sempre: si voleva assicurata parte della
spesa; e, non potendosi al Comune, peraltro impoverito, si ricorreva
all'aristocrazia dei titoli, che al far dei conti rappresentava sovente
l'aristocrazia del denaro. E poi non dobbiamo dimenticare che se il S.a
Lucia avea pesi gravi, non men gravi ne avea il S.a Cecilia; tra i quali
per gl'impresarî quello di dovere per un anno dugent'onze all'Unione dei
Musici, che solo a questa condizione poteva, secondo i vecchi
_Capitoli_, cedere il teatro[78].
[78] _Capitoli, o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto il titolo
di S.a Cecilia_ ecc., cap. XVIII.
Il 18 novembre 1793 il Principe di Trabia, che rivedremo nell'esercizio
delle sue funzioni di Capitan Giustiziere della Città[79], facea sapere
che Cosimo Morelli nel dicembre dell'anno precedente aveva offerto per
l'anno teatrale 1793-94 del S.a Cecilia spettacoli serî e buffi, balli e
non so che altro, a patto che gli si assicurassero mille ducati di
regalo e novemila altri ducati pei soli palchi. Il Principe da uomo
liberale e generoso pagò di suo i mille ducati[80].
[79] Vedi il cap. seguente.
[80] R. Segreteria, n. 5290.
Dieci anni prima (1782), con l'attrattiva dei successi ottenuti dalla
Marina Balducci, avevano assunta l'impresa per le opere in musica della
stagione, sessanta avvocati, sicurissimi di lauti guadagni. Al tirar dei
conti, ci perdettero 10.000 scudi, cioè sessant'onze (L. 755) l'uno!
A tanto danno continuo, invincibile si cercavano rimedî, e si giunse
alla concessione, chiesta ed ottenuta dal Duca di Belmurgo, Capitan
Giustiziere, al Re, di «una festa di ballo, o sia ridotto comunale per
dare un divertimento al popolo e formare nell'istesso tempo un fondo da
potersi sostenere con decenza l'anzidetto teatro», concessione forse
unica in tutto il secolo[81], la quale dovette scandalizzare certuni,
non abituati a veder l'infimo ceto profanare il tempio degli svaghi pei
ceti superiori. Ma questo ed altri espedienti riuscirono infruttuosi.
[81] Rescritto sovrano, datato da Napoli, 22 gennaio 1797. R.
Segreteria, n. 3290. Arch. di Stato di Palermo.
Malgrado i partiti, malgrado i litigi continui e le altre miserie che
abbiam dovuto purtroppo lamentare nei teatri della città, questi non
sembravano indegni d'una Capitale. Il tedesco Hager ne diede un giudizio
che deve rispondere perfettamente alla realtà se concorda con quello
datone poco dopo dall'inglese Galt, testimonio oculare anche lui pel
corso di tre anni.
«I due teatri di Palermo sono entrambi occupati dalle compagnie che di
anno in anno circolano per l'Italia con nuovi cantanti, ballerine ed
attori. Nessun arlecchino offende coi suoi scherzi le orecchie degli
elevati spettatori, nessuna facezia la dignità del pubblico italiano.
Rappresentazioni estetiche han soppiantato i lazzi, e caratteri perfetti
a poco a poco le burle dei tempi passati.
«I prezzi d'entrata sono mitissimi. Costumi, orchestra, decorazioni non
sono, è vero, da mettere a paragone di quelli del Teatro nazionale di
Vienna o delle scene di Londra e di Parigi, ma in Palermo son forse
migliori che in altre città popolose e ricche d'Europa. Gli artisti
medesimi mettono bene in caricatura le parti dei rigidi Inglesi, dei
piacevoli Francesi e dei Tedeschi. Io vidi a Palermo, l'una dopo
l'altra, quattro rappresentazioni: _Arianna di Nasso_, _Curzio_,
_Coriolano innanzi la sua patria_, _l'Origine dello specchio_»[82].
[82] _Hager_, _Gemälde von Palermo_, pp. 85, 91. Berlin, 1799.
E Galt, con particolari del tutto nuovi, raccontava agl'Inglesi che in
Palermo gli spettatori più astuti portavano in tasca dei punteruoli,
che, entrando in teatro, piantavano dietro le spalliere delle sedie
innanzi a loro come per caviglie per appendervi i cappelli. A nessuna
donna era permesso sedere in platea. I servitori della Impresa aveano
cura di fornire, nei palchi, agli spettatori che ne richiedessero,
sorbetti: e chi ne aveva la privativa (la privativa anche qui!),
sorbetti in platea. Nessun obbligo all'artista, ripetutamente, anche
fragorosamente applaudito, di ripetere la canzone, la cabaletta, il
duetto richiesto, salvo che il Capitan Giustiziere, credendolo
conveniente, con un cenno all'attore od all'attrice non l'ordinasse.
Per tal modo, tutto procedeva regolarmente[83].
[83] _Galt_, _Voyages and Travels_, pp. 33-36.
In mezzo a tante e sì strane vicende, noi siamo giunti alla soglia del
secolo XIX, sulla quale dobbiamo arrestarci. Il varcarla ci
obbligherebbe a seguire la fortuna dei due teatri anche nel nuovo
secolo.
Il tanto combattuto S.a Lucia, nel 1809, sotto gli auspici della non
lieta Regina, si trasformava, e da essa prendeva il titolo di _Real
Carolino_, e dopo il 1860 di _Bellini_, col quale, imperturbabile e
tranquillo, accoglie artisti di alto valore e cittadini d'ogni ceto;
mentre il S.a Cecilia non è più che un nome, un nome sopravvissuto ai
disastri finanziarî tra i quali è stato trascinato e travolto. L'eco
fragorosa dei suoi solenni trionfi è stata soffocata dai piati della
Compagnia dei musici e dai lamenti dello Spedale di S. Saverio; e nei
palchi ove rifulsero ammalianti le più belle dame della Nobiltà del
Regno domina triste, malinconico il silenzio, rotto soltanto dallo
stridìo di luridi rosicchianti e dal sordo rumore del tarlo, che lavora,
lavora a compiere l'opera devastatrice del tempo e.... degli uomini.
CAP. IV.
IL «CASOTTO DELLE VASTASATE», OSSIA IL TEATRO POPOLARE.
Deficienza di mezzi e umiltà di classe non consentivano al popolo di
assistere alle rappresentazioni dei due teatri principali della città;
necessarî quindi altri teatri ad esso confacenti, con rappresentazioni
adatte alla sua intelligenza ed alle sue inclinazioni. Una volta c'era,
come si è detto, quello dei _Travaglini_; ma, trasformato nel teatro di
S.a Lucia (Bellini), il popolino non ebbe più un luogo di spettacoli pei
suoi gusti e pei suoi limitati espedienti. Avea bensì, la parte infima
di esso, quello che ha ora: i teatrini delle marionette per le leggende
cavalleresche del ciclo carolingio (_opra di li pupi_), e solo da venti
e più anni è scomparso di su la porta d'un magazzino di ferro attiguo al
palazzo Partanna in Piazza Marina (magazzino che servì a
rappresentazioni paladinesche) il titolo di _Teatro di burattini_. Un
genere speciale di commedie era eseguito in modo divertente da
pupattoli. Tofalo, che vi partecipava, parve ad uno straniero la
personificazione dell'indole siciliana, come John Bull della inglese. Ma
la parte più divertente dello spettacolo consisteva in certe scene nelle
quali le marionette riproducevano esattamente i caratteri bizzarri della
Città, in modo così sicuro che non isbagliava d'una linea la caricatura;
il che non mancava mai di recare diletto indescrivibile ai Siciliani
allegri e loquaci[84]. La città avea pure il suo pulcinella per
rappresentare «la libera commedia pei passanti, col suo linguaggio
abituale, che solo può imitarsi con un pezzetto di lamina sulla
lingua»[85], vogliam dire quello che noi chiamiamo ancora _tutùi_, i
Napoletani _guarrattelle_ ed i Toscani _castello_.
[84] _Galt_, _Voyages and Travels_, p. 36.
[85] _Hager_, loc. cit., p. 94.
Siamo proprio nell'ultimo trentennio del settecento. Una brigata di
popolani d'ingegno pronto, di facile e colorito linguaggio, si propone
di mettere su un teatrino tutto siciliano.
La letteratura non avea un repertorio comico dialettale da svecchiare, o
sul quale metter le mani. Il carattere burlesco del _Travaglino_ di
Palermo e del _Giovannello_ di Messina non facea più pei tempi; il servo
siciliano Tiberio o Nardo era sciupato; bisognava modificarlo, rifarlo
addirittura.
La brigata trovò persona che facesse le prime spese, pronta ad
avventurarsi a rappresentazioni della vita e dei costumi dell'Isola.
Chi erano essi questi nuovi attori? Il portiere nella corte del Giudice
di Monarchia, D. Giuseppe Marotta, il più piacevole, il più arguto
spirito che Palermo avesse dato da oltre un secolo; Giovanni Pizzarrone,
mastro Giuseppe D'Angelo, Giuseppe Sarcì, portiere anch'esso, ma del
Lotto, Gaetano Catarinicchia, basso curiale, Ignazio Richichi, orefice,
che è forse da identificare con quel Giovanni Richichi tiratore
d'argento, il quale poi entrò nella Compagnia dialettale del R. Teatro
S. Ferdinando; Mario Frontieri, sarto, Fr. Corpora, guardaporta nel
Conservatorio del Buompastore, e parecchi altri maestri e bassi curiali,
tutti, dal più al meno, analfabeti. Il teatrino sorse in forma di
baracca di legno o, come si dice ancora, di _casotto_ (nome che poi
rimase classico) nel piano della Marina, e diede quanto di strano, di
triste, di lieto offrisse Palermo. Nel 1785 la popolana brigata era già
famosa: e se dapprincipio improvvisava secondo un piano prestabilito dal
capo di essa, che inventava la favola, la scompartiva, designava i
personaggi, tracciava i dialoghi, lasciando alla facoltà ed abilità di
ciascuno quel che dovessero dire e come dovessero dirlo, più tardi il
capo di essa, D. Biagio Perez, anima intellettiva della Compagnia,
ideava e scriveva le sue farse o commedie, le faceva imparare a memoria
dagli indotti artisti e ne dirigeva la esecuzione. Fecondissimo
compositore costui, che, aggirandosi di continuo per i cortili, i vicoli
ed i luoghi dove l'elemento più modesto delle città, uomini e donne,
viveva, chiacchierava, litigava, ad esso attingeva gli argomenti,
gl'intrecci, le forme del suo teatro.
Il segreto della fortuna era riposto nella caricatura del benestante
provinciale, stravolto ed avaro, detto _Barone_, nel ridicolo, a piene
mani gettato sul notaio messinese e nella somma abilità del celebre
Marotta (celebre lo dicono i diaristi d'allora), che con impareggiabile
_verve_ sosteneva le parti di _Nòfriu_, facchino sciocco e beone: tipo
stupendo che, nella sua assoluta ignoranza, il Marotta, anche sarto a
tempo perso, non cessava di perfezionare ogni giorno oziando presso la
Posta dei facchini (_Posta di li vastasi_), all'angolo della via dei
Chiavettieri, dove il nome di lui era in mal repressa avversione come
quello che li metteva in continua berlina.
Di questa avversione dà la misura un aneddoto non mai fin qui scritto.
Era d'inverno. Piogge torrenziali aveano ingrossato la solita piena, che
per la via Toledo correva al mare. Alla Piazza Vigliena, passaggi in
legno molto primitivi attiravano uomini, che da un lato all'altro della
catena (marciapiede) trasportassero gl'inabili a traversar la fiumana.
Questi uomini erano dei facchini autentici[86].
[86] Vedi v. I, cap. II, p. 26-27.
Ed ecco farsi innanzi un robusto omaccione con un uomo a spalla. Toccava
già a mezzo la piazza, e la corrente gli giungeva furiosa fin sopra le
ginocchia. A un tratto una voce stentorea e minacciosa gli grida:
_Infame! tu porti Marotta!_... e la voce non era cessata, che il volgare
san Cristoforo, poco cristianamente buttava giù nell'acqua l'ingrato
peso. Il riconosciuto artista si ballottò per un momento tra la piena
limacciosa, e dovette ringraziare il cielo se potè cavarsela con quel
bagno d'inverno e con i fischi assordanti dei facchini del Cassaro.
Tornando ai personaggi, diremo che il _Japicu_, padre stupido, veniva a
meraviglia disimpegnato dal Richichi, il quale vuolsi abbia sostenuto
più tardi la parte di _Nòfriu_. Catarinicchia faceva da _Laura_, moglie
di lui, vecchia ciarliera ma astuta. Altro giovane, che per la sua
figura bionda e sbarbata e la voce muliebre figurava da donna (giacchè
il sesso femminile era escluso dalla Compagnia) era il lepidissimo
Sarcì, che a certo punto diè il nome alla Compagnia, e che ritraeva la
nota _Lisa_, servetta scaltra e civettuola. Questo Sarcì, per la sua
femminilità riuscì una volta ad innamorare un provinciale frequentatore
del casotto, il quale però in una conversazione da lui sollecitata restò
con un palmo di naso innanzi alla creduta e corteggiata donna. Mario
Frontieri faceva da _Tòfalu_, facchino malizioso, degno riscontro di
_Nòfriu_, dal quale non si scompagna mai nella tradizione. Corpora da
_Calòriu_ era un servitore provinciale torto e baggeo e più comunemente
il _ciancianisi_; da _Sabbedda_, seconda servetta e imprudente,
camuffavasi il merciaio Carmelo Ganguzza, che doveva passare poi a
sostituire il Sarcì nelle parti di _Lisa_, quando questi trasformatasi
in caratterista; e sosteneva, come non si sarebbe potuto meglio,
l'ufficio del notaio messinese _D. Litteriu_ Mario o Carlo Montera, a
cui stava da presso altro servo accorto e raggiratore, Gaetano Gulotta,
curiale.
Così composta, la Compagnia agiva nel casotto: e la gente accorreva
numerosa, assai più che ai due maggiori teatri[87], e si divertiva alle
facezie, agli equivoci, ai frizzi che scoppiettavano in bocca a questi
pittori del dialetto e, non ostante la parte loro prescritta,
improvvisatori di dialoghi vivaci e sfolgoranti. Una recita il giorno
non bastava più: e a quella, tanto comoda per coloro che avean finito di
lavorare ed avevano libero l'intervallo tra la luce del giorno che
declina ed il buio che comincia, se ne faceva seguire un'altra di sera.
Venuta l'estate, il favore del non colto pubblico imponeva altro luogo
più fresco, alla Marina, presso la Garita. Di questo modo il teatro
popolaresco si continuava alternandosi per la estate fuori e per
l'inverno dentro città.
[87] «Commedie improntate burlesche dette bastasate, le quali però non
ostante che ignobili sono le più frequentate». _Villabianca_,
_Diario_ ined., a. 1794, p. 420.
La _vastasata_, titolo della rappresentazione, è il nome col quale
farse, commedie ed altri componimenti simili, detti anche _improntate_,
corsero fin d'allora, su temi volgari, sovente piazzaiuoli, con
personaggi della plebe, a prevalenza di _vastasi_ (facchini). Un esempio
pratico e cortigianesco, ma ritraente del genere d'allora, a base di
tipi consacrati dall'uso (_Nòfriu_, _Tòfalu_, _lu Baruni di li
Cianciani_, _Donna Lisa_) ce lo diede il Meli (1799) nei _Palermitani in
festa_, farsa che il sommo poeta chiamò _vastasata_ dal genere in voga
da un pezzo[88].
[88] Il parrocco G. Alessi ci lasciò questa nota, che non vien
confermata da nessuno: «Oggi (1795) la voce _farsa_ è andata in
disuso; chiamasi _zanni_ e suol farsi nel piano della Marina ed in
quello dei Bologni.» _Aneddoti_, n. 35, Ms Qq H 43 della Biblioteca
Comunale.
Il Villabianca in uno dei dieci ricordi che nel suo _Diario_
inedito fa, dal 1785 al 1800, dei _Casotti_, sotto la data del 1790
scriveva: «In Piazza Marina, nel Casotto, commedie ordinarie, cioè
improntate, fatte da nostrali comici, _bastasate_ in lingua
siciliana, che sono opere buffe, nelle quali fa (_agisce_) il
celebre Giuseppe Marotta». Ms. Qq D 111, p. 365.
I costumi eran sempre i medesimi, come i caratteri; non soggetto a molte
novità l'intreccio e l'azione. Solo ogni tanto, per nuove vicende e per
avvenimenti clamorosi, al tema ordinario se ne sostituiva uno
occasionale. Il 30 luglio del 1789 la famigerata Anna Bonanno veniva
strangolata nelle più alte forche alle Quattro Cantoniere, ed il 5
settembre seguente, in un casotto della Garita, si assisteva ad una
rappresentazione sulla _Vecchia dell'aceto_, soprannome col quale dovea
sinistramente passare alla posterità la infame propinatrice di aceto
velenoso. Lo stesso era avvenuto della cattura e morte del famosissimo
brigante Testalonga. Per la festa di S.a Rosalia poi era inibita
qualunque rappresentazione d'argomento non sacro[89] vacanza era il
venerdì e riposo assoluto si prendeva nei mesi di ottobre, novembre e
dicembre[90].
[89] _Reali Dispacci_, n. 1514, foglio 141 retro, nell'Archivio di Stato
di Palermo.
[90] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290, a. 1793-99.
Accadeva talvolta che nelle commedie fossero brevi cantate a due o tre
voci; e allora ecco trovato un poeta che le sapeva scrivere secondo il
gusto degli spettatori: l'ab. Catinella, a cui le Muse sorridevano
lietamente.
Per mancanza di documenti un giudizio sulle _vastasate_ non è possibile,
quantunque sia stato affermato conservarsi gli scenoni o scenarî di
ventinove di esse, parte inventate, parte rifatte da commedie scritte e
adattate dal Perez al nostro teatro dialettale. Checchè ne sia, bisogna
contentarsi dei soli titoli, dove è malagevole riconoscere la
provenienza letteraria[91]; ma dove non è difficile indovinare l'assenza
della prima, originaria forma del genere, la quale non venne mai scritta
appunto perchè primo il Marotta non sapeva scrivere. Gli eruditi del
tempo si limitarono a qualificarle, per la loro autenticità, come «le
vere bastasate che da più tempo fra noi introdotte in Palermo, riescono
accette al popolo»[92]. Hager, che le vide alla Marina, notò gli uomini
travestiti da donne, le parti burlesche eseguite da uno che raffigurava
da facchino; scherzi principali, le percosse e gl'inganni; linguaggio,
tutto siciliano[93]. Galt, dopo Hager, trovò tra gli attori «il più
popolare, uno che rappresentava il carattere volgare isolano più
accentuatamente di quello che si facesse per i caratteri irlandese e
scozzese a Londra»[94].
[91] 1. Onofrio ed Elisa, cavaliere e dama per forza, ossia il fanatismo
dei facchini. -- 2. Onofrio ladro in campagna e galantuomo in
città. -- 3. Onofrio disertore. -- 4. I due anelli magici. -- 5. I
contratti rotti. -- 6. Testalonga e Guarnaccia. -- 7. La nascita di
Onofrio dall'ovo. -- 8. Le metamorfosi di Onofrio. -- 9. Onofrio
finto sordo e muto per non pagare i debiti. -- 10. L'equivoco del
manto. -- 11. La pentola. -- 12. Le torce dei diavoli. -- 13. La
magia di Corvastro e Fagiani. -- 14. Onofrio finto principessa. --
15. Lo spirito folletto di Elisa. -- 16. Il fuori fuori. -- 17.
Onofrio servo sciocco. -- 18. I quattro rivali in duello. -- 19.
Quattro Onofrii in un punto. -- 20. I vecchi burlati. -- 21. Il
cortile degli Aragonesi. -- 22. La anatomia di Onofrio. -- 23.
Onofrio re dormendo. -- 24. Onofrio marito geloso. -- 25. Le 99
disgrazie di Onofrio. -- 26. Onofrio finto imperatore del gran
Mogol. A questi bisogna aggiungere: 27. La Calata di Baida. -- 28.
Lo Spedale dei pazzi. -- 29. La venuta dello sposo dalla tonnara.
-- 30. Venuta di Lappanio da Cianciana.
Vedi un articolo di _Ag. Gallo_ nell'_Indagatore siciliano_, a. I,
v. I., fasc. I. Pal. 1834, e un altro di _P. Lanza_ nelle
_Effemeridi scientifiche e letter._, t. X, a. III, p. 345-46, Pal.
1834. Cfr. _Caminneci_, _Brevi Cenni storici_, ecc. Pal. 1884.
[92] _Villabianca_, _Diario_ ined., 1796, p. 282.
[93] _Gemälde von Palermo_, pp. 93-94.
[94] _Galt_, op. cit.
Più espliciti i pubblici funzionarî. Pietro Lanza Principe di Trabia,
Capitan Giustiziere nel 1793, le diceva «spettacoli di non troppo
odorato buono, perchè, per lo più, piene di sentimenti vili [intendi
plebei] e spesso indecenti, e che sicuramente non corrispondono al fine
per cui si permette la buona commedia, che sarebbe quello di onorare la
virtù e porre in disprezzo il vizio». Ma nel 1794 modificava in questo
modo il suo parere: «Analizzandosi questa improntata siciliana, comunque
sia stata definita per spettacolo di sentimento alquanto indecente, non
racchiude nelli medesimi che uno scherzo passeggiero e niuna
conseguenza. Il ricorso peraltro in queste improntate suol accadere di
persone che si uniscono tali sentimenti. Non si sono mai fatti leciti
gli altri in queste improntate di scherzare contro la religione. Le
persone poi che dirigono tali improntate sono più che circospette».
Concludeva perciò: «Il governo le ha sempre permesse»[95].
[95] Risposta del 21 giugno 1793 in R. Segreteria, Incartamenti, n.
5290. Vedi anche _passim_ in questo volume.
Giovanni Meli guardava di mal occhio, non già la classe sulla quale era
gettato il disprezzo del genere di rappresentazione, ma lo spirito della
rappresentazione medesima. Il sentimento delicato del poeta faceva di
lui un essere di tempi più progrediti, di idee più elette che non
fossero quelle dominanti allora, facilmente, clamorosamente accolte nei
teatrini. In una sua nota egli rilevava: «Per comprendere in quanto
dispregio sono al presente presso i cittadini gli abitanti dei villaggi
delle campagne, basta portarci una o due volte ad ascoltar le commedie
nazionali, dove si osserva costantemente che fra li ceti degli uomini,
quelli nell'ultima derisione sono i facchini e i contadini»[96].
[96] _Meli_, _Riflessioni_, p. 18.
Il successo ottenuto dal Marotta e dal Perez fu così trionfale, e
continuò così costante, che fece attecchire un genere fino ad essi forse
non tentato, ma senza forse non portato al grado a cui essi lo
portarono. Il successo fece gola a molti, e nuovi artisti da strapazzo,
e nuovi impresarî da dozzina vollero gareggiare con rappresentazioni del
tipo, dato, imposto per opera della così detta _coppia grande_, che era
la compagnia Marotta-Perez. E qui ha principio una pioggia incessante di
domande di questo o di quell'impresario per ottenere dall'autorità
competente la licenza di teatrini per commedie popolari buone per far
divertire il pubblico basso, impossibilitato di assistere ai teatri
alti. Le carte della R. Segreteria di Stato del tempo son testimoni di
questa gara per invidia di risultati, per avidità di lucri, i quali,
dividendosi, doveano per necessaria conseguenza attenuarsi fino alla
irrisione. Un casotto alla Marina chiese il permesso di alzare ed alzò
nel 1793 mastro Giovanni Pedone; ma non potè, per la scarsezza
dell'annata, pagare le 16 onze volute dalla Deputazione per le
strade[97]. Uno «con palchi aperti a tenore dell'ordine reale, per
improvvisate siciliane» ne volle pel seguente 1794 mastro Antonino
Demma; e come lui, nel medesimo anno, per proprio conto altro ne chiese
un certo Pignataro, «per bastasate improvvisate di dilettanti ed altre
burlette». Questo stesso sollecitava un Barcellona. Richiesto del suo
parere dal Vicerè, il citato Capitan Giustiziere Principe di Trabia non
sapeva che fare: e per uscirne mostravasi non molto tenero del genere,
«che avrebbe voluto sostituito e modificato con commedie o burlette
decenti». Non propendeva per le vastasate, fin lì «con una certa
restrizione, come di tre o quattro nel Carnevale e raramente nelle altre
stagioni», accordate, e raccomandava il Barcellona, come il più pulito e
reputato. Ciò nel giugno del 1793. La parzialità non piacque a nessuno.
L'anno seguente, sei nuovi o vecchi impresarî si affollavano per licenze
d'altri casotti in Piazza Marina. Stavolta il Capitan Giustiziere era
come l'aio nell'imbarazzo. Chi preferire? E se tutti chiedono di
eseguire bastasate, come dir male di tutti? L'anno scorso si era
lasciato sfuggire quel giudizietto poco gradito; ed ora non avrebbe
voluto ripeterlo. Aggiungi che tra i richiedenti c'era la compagnia
autentica delle vere _bastasate_, che si faceva avanti fiduciosa, come
sicura della preferenza al Pignataro, trascurato l'anno scorso. D.
Giuseppe Marotta, D. G. Sarcì, D. Mario Montera, D. Gaetano Gulotta,
mastro Giuseppe D'Angelo, mastro Fr. Corpora pregavano il Vicerè che
rinnovasse al Pignataro il permesso al quale pei suoi precedenti aveva
un certo diritto. «Alcuni sconsigliati -- essi scrivevano -- han chiesta
simile permissione per loro; ma costoro non hanno la _coppia_, che ha
solo il Marotta supplicante. Pignataro vanta per licenze ciò sin dalla
Capitania del Marchese di Giarratana. Ecco perchè questi poveri padri di
famiglia si ridussero a scritturarsi con Pignataro».
[97] Nella domanda con la quale egli vuol rifarsi delle perdite
sofferte, era detto press'a poco questo: L'annata è stata orribile;
i caffettieri stessi, che nella Marina sogliono alzare baracche in
estate per i sorbetti, a cagione del caro degli zuccheri
abbandonarono il posto; io vi rimasi per divertire il pubblico.
Concedetemi il casotto anche pel 1794 per farvi rappresentare «la
coppia della bastasata».
Ricordiamoci del resto della carestia, delle febbri e della moria
di quell'anno, non solo in Palermo, ma anche in gran parte
dell'Isola.
Il Principe di Trabia, che era uomo di buon senso, prendeva, come suol
dirsi, a quattro mani il suo coraggio, e da onesto Capitan Giustiziere
favoriva la giustizia alla quale avea diritto questa brava gente,
dicendo anche un po' di bene delle _bastasate_, non ostante il po' di
male che ne avea detto innanzi. Marotta trionfava su tutta la linea, ma
il trionfo era fortemente contrastato da emuli e da avversarî. Antonino
Carini, esercitando un suo casotto nella Piazza Marina, faceva dei lagni
contro gl'invidiosi attori della _coppia grande_, cioè contro il
Marotta; ed era costretto a prendere la _coppia piccola_ per superare
questi, che essi chiamavano creatori di cabale; e, ad accrescere
attrattive, domandava di poter «fare intermezzi con balletti di gente
siciliana per maggior godimento del pubblico» (7 gennaio 1795); inutile
pretesa, ridotta solo alla concessione di «opere serie ed oneste», ossia
di «tragedie sacre per la prossima quaresima» (27 gennaio), concessione
del nuovo Capitan Giustiziere, Principe di Galati.
Eppure anche questa riserva suscitava risentimenti. L'impresario del
teatro di S.a Lucia, Giuseppe Azzalli, ci vedeva un disvio della sua
clientela e richiamavasene all'autorità; ma non capiva o fingeva di non
capire che l'uso dei casotti era inveterato, che il Governo li avea
sempre favoriti, perchè la maestranza non avrebbe altrimenti avuto
un'occupazione dilettevole spendendo pochissimo. «La gente che frequenta
i casotti non frequenta il S.a Lucia, osservava giudiziosamente la
medesima autorità. I casotti sono sforniti di tutti quei comodi che da
per tutto vuol trovare la culta ed onesta gente; e in essi vengono dati
degli spettacoli che quanto conciliansi l'immaginazione e soddisfano al
gusto del popolo, altrettanto sono incapaci di trattenere le culte ed
eleganti persone».
E proseguivano le richieste per casotti da vastasate, di mastro Antonino
Lamanna, di D. Fr. Simoncini, di D. Giuseppe Aloj e di non so quanti
altri. Il Capitan Giustiziere esaminava e consentiva, e le licenze non
mancavano; sicchè il piano della Marina d'inverno, quello della Garita
di estate avrebbero dovuto essere ingombri di baracche. Eppure non lo
erano se non in parte: perchè primeggiava sempre la vecchia e originaria
Compagnia; ai danni della quale, o al miraggio di larghi guadagni, fin
due grossi speculatori si fecero innanzi con l'offerta, apparentemente
vantaggiosa al Fisco, sostanzialmente offensiva alla libertà, del
pagamento di 30 onze annuali pel diritto proibitivo di alzar baracche
per commedie popolari (1795 e 1796).
E di che non si domandava monopolio, e quindi diritto proibitivo?
Ma tra tanti casotti che sorgevano e sparivano, tra tante compagnie di
comici con programmi rigorosamente siciliani tendenti a mettere in
evidenza i costumi e la vita del popolo, quella del Marotta e del Perez
era sempre favorita e coperta di applausi. Lì era il _genius loci_, il
creatore e, se vuolsi meglio, il restauratore di un teatro che
rispondeva al momento storico, e che ritraeva caratteri non mai fino
allora con parola più incisiva, più colorita, più affascinante saputi
cogliere ed incarnare. Questo _genius loci_, giova ripeterlo, era il
Marotta.
Ultimo e non indegno avanzo della vecchia Compagnia, Mario Montera
proseguiva molto più tardi i miracoli artistici del suo bel tempo.
Giovedì 25 dicembre del 1824, sui soliti luoghi di affissione di «Leggi
ed Atti della pubblica Autorità» si leggeva il seguente:
_Avviso teatrale_
_Il genio, la tendenza naturale ai leciti ed onesti divertimenti, di
questo cortese non meno che dotto pubblico hanno indotto il Capo comico
Nazionale Mario Montera a riunire una compagnia di tutti nazionali atta
ad esporre le solite burlette antiche in lingua nazionale, ossiano
vastasate: e prevj i dovuti permessi, ha fatto erigere un teatrino nella
via Bottari, il quale sarà titolato «Il Teatrino della Compagnia
siciliana»._[98]
[98] Palermo, Per De Luca. (Foglio volante).
Il domani di Natale ebbe luogo la prima rappresentazione, alla quale
altre ne seguirono negli anni dipoi quando Ferdinando II di Borbone,
venuto a Palermo, ne intese parlare come di spettacolo tutto siciliano,
che aveva pieno riscontro con quello di S. Carlino. Egli, che
palermitano si ricordava di essere, e in Napoli era cresciuto e vissuto,
non seppe resistere alla tentazione di vederlo: e lo vide. La commedia
nazionale, la vastasata, era allora entrata (e forse fu distinzione d'un
quarto d'ora) nel S.a Cecilia: ed il Re ci si divertì molto. Poca cosa
parve l'intreccio; deficiente la catastrofe; «ma il dialogo,
animatissimo; sorprendente l'attitudine dei comici, che in sostanza eran
del volgo, e gli abiti ben il mostravano; e il dialetto talmente
siciliano da rendersi difficile per gli stessi uditori siciliani, non
che per un forestiero. Il Sovrano credette i comici più naturali di
quelli che erano a S. Carlino, e ben credea»[99].
[99] _Lettere su Messina e Palermo_, lett. XXXI, p. 129.
Fu l'eco tarda ma pur sempre sonora e gradita di una voce che per lunghi
anni avea tenuto desta l'attenzione del popolo palermitano nel secolo
precedente, e che facetamente lo avea giocondato.
Tre anni dopo, sotto la lettera V del _Nuovo Dizionario siciliano_ di V.
Mortillaro si leggeva per la prima volta la voce _vastasata_ con questa
spiegazione: «rappresentazione teatrale, che espone fatti popolari e
ridicoli in lingua nazionale, sovente aggiungendo nel momento ciò che
credono i recitanti a proposito, senza stare rigorosamente ai detti del
suggeritore».
Di questo teatro, nulla, proprio nulla ci resta: dolorosa constatazione,
che non ha il conforto di una prova contraria.
Che cosa è avvenuto delle due o tre dozzine di canevacci di commedie o
anche delle commedie sceneggiate o scritte? Noi lo ignoriamo; ma se
dobbiamo giudicare dall'unica che ci resta, il _Curtigghiu di Ragunisi_,
quel teatro dovette rappresentare non solo il momento storico dianzi
affermato, ma anche il momento sociale e letterario del nostro paese.
Il momento passò, e nè la storia civile, nè la storia letteraria
dell'Isola seppe fissarlo in un giudizio che a' ricercatori del passato
desse ragione esatta di un titolo volgare, assurto alla importanza della
commedia dell'arte tra noi.
Non è guari la stampa palermitana, siciliana, italiana e financo estera
a proposito d'un forte artista catanese e d'un valoroso scrittore di
scene della vita del nostro popolo, diceva che noi non avevamo mai avuto
un teatro dialettale: primo, anzi unico esempio, quello che si affermava
sui teatri dell'Isola e del Continente col Grasso, coi suoi abili
compagni e con l'esperto autore drammatico che dirigeva e presto tornerà
a dirigere la comitiva. Quella stampa ignorava la storia di casa nostra,
aggiungendo un altro ai cento errori ond'è purtroppo pregiudicata la
conoscenza delle cose di Sicilia. No, non è vero che noi non avemmo mai
un teatro popolare siciliano! Se poi il vecchio teatro siciliano si vuol
paragonare col nuovo, probabilmente per trarne ragioni sfavorevoli al
vecchio, allora si manca dei criterî elementari per giudicare che altro
era il settecento, altro è il novecento, anzi manca addirittura uno
degli elementi del giudizio. Un teatro dialettale, come abbiamo veduto,
vi fu, e si credette così proprio e caratteristico della Sicilia che da
tutti venne appellato _nazionale_: e _commedie nazionali_ furon dette le
_vastasate_, sì perchè la Sicilia era pei Siciliani una nazione, e sì
perchè pei dotti di essa, specialmente nel sec. XVIII, il dialetto
voleva levarsi a dignità di lingua[100].
[100] Cfr. il cap. _Accademie_ {p. 375}.
E questa è storia!
Spettacoli avventizî si vedevano nelle diverse stagioni dell'anno, e
curiosi d'ogni classe vi godevano ora una mostra di dromedarî, di
leopardi e di fiere africane ad essi ignote, ora macchinette automatiche
e balli di orsi, ora giuochi atletici giammai visti, e stimati
impossibili a forza umana, ed ora marionette d'una ingegnosa compagnia
lombarda.[101]. Nel maggio del 1788 il patrizio palermitano Agostino
Chacon dei duchi di Sorrentino esponeva statue parlanti, che sarebbero
una meraviglia anche oggi non che al tempo che sorpresero V.
Torremuzza[102]. Mentre Giustino Materangelis lucchese divertiva con
fantocci curiosissimi, il napoletano Crispino Zampa eseguiva con altri
fantocci di sua opera commedie, tragedie ed altre cose teatrali[103].
V'era la riproduzione d'un bucintoro che chiamava gran numero di
visitatori, e v'era un nano tedesco, che la madre presentava sotto il
palazzo Cesarò, rimpetto il Salvatore, contro pagamenti diversi secondo
che i visitatori fossero nobili, civili e di bassa gente.
[101] _Villabianca_, _Diario_ edito ed inedito, anni 1773, 1777, 1789,
1790, 1794, 1797. Vedi anche i mss. di Casa Trabia.
[102] _Torremuzza_, _Giornale_ ined., p. 450.
[103] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.
CAP. V.
I MUSICI E LA LORO UNIONE. MUSICATE, ORATORII, CANTATE, DIALOGHI.
La passione pel teatro derivava in parte dalla passione per la musica,
come in tutta l'Isola così nella Capitale.
Antica era in Palermo la Unione dei Musici (1679), fratellanza alla
quale erano ascritti quanti «come strumentarii», o come cantanti, o come
maestri, coltivassero l'arte dei suoni.
La chiesetta di essi, dedicata a S.a Cecilia, loro patrona, scompariva
al sorgere del teatro di questo nome (1693), destinato alle opere
musicali. Da quella Unione si direbbe partito il movimento artistico di
questo genere in Sicilia; ad essa mettevano capo le esecuzioni musicali
profane e sacre, di camera e di chiesa, pubbliche e private, dalle più
modeste alle più solenni. Nel settecento i migliori componenti della
Unione venivano dal Conservatorio del Buompastore.
In virtù di una bolla pontificia una metà dei fanciulli di questo
Ospizio si consacravano alla musica vocale e strumentale, ed eran facili
a distinguersi per una specie di lunga veste e per un mantello di panno
turchino, che li copriva; onde il titolo di _turchini_.
Ogni anno, la mattina dell'11 luglio, usava dagli alunni cantare pel
Cassaro in onore di S.a Rosalia un inno composto da uno di loro, e con
questo canoro spettacolo s'inaugurava il festino. Giuseppe Licalsi e
Carlo Mellino (1785), Raffaele Pepi (1786), Leonardo Giliberto (1788),
Michele Rocco (1793), Domenico Spadafora e Raffaele Russo (1795-1797),
Ignazio Taranto (1796) sono tra quelli che nello scorcio del secolo
musicarono codesti inni, ispirati da gentile sentimento di devozione e
forse da un po' di vanità.
Ma altri e più noti legarono i loro nomi all'annuale omaggio; e la lista
è onorevole per l'arte in Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto
a scrivere la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico (1795);
Giuseppe Calcara, che più tardi, nella trasformazione del teatro S.a
Lucia, musicò un'opera del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di
note (1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in Palermo, e
quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della Cattedrale, che al S.a Cecilia
si affermò con l'arguta sua opera i _Tre Eugenj_. Il favore del pubblico
accompagnava sempre Salvatore di Palma, autore della _pietra simpatica_.
Francesco Vermiglio, Maestro di Cappella straordinario del Senato,
godeva non immeritata fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri
ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con l'_Ezio_ (1777), la
_Semiramide_ (1785), la _Troja distrutta_ (1778), l'_Armida_ (1786) fece
ammirare all'estero il genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui
Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti in Dresda con gli
_Amanti alla prova_ (1784); con la _Didone abbandonata_ (1786), in
Brunswick; con _Il Bertoldo_ (1787) qui pure passava ai servizî di S.
M., mentre Benedetto Baldi, nell'aureola del suo valore artistico,
conseguiva l'invidiabile onore di Maestro di cappella di Lady Hamilton;
onde poteva nella palazzina De Gregorio al Molo quasi ogni giorno
contemplare le grazie largite a lei dalla natura e la potenza onde la
facea grande l'amor cieco e non incolpevole di Lord Nelson.
Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione di sviluppo e
di continuato incremento nelle funzioni religiose, nelle cantate
profane, nelle feste nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima
degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela di quasi
giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte di non laute ma sicure
mercedi. Frequentissimi gli oratorî e gl'inni per santi e per sante, nei
quali poeti, compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da guadagnare;
periodiche le commemorazioni di avvenimenti sacri, festeggiamenti per
celebrazioni di pietose leggende; incessanti le monacazioni e le
professioni di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi e nelle
confraternite vespri e messe cantate, funerali e _tedeum_. È stato
rilevato che nella sola Messina ben centocinquanta giorni dell'anno
erano feste patronali[104].
[104] _Guerra_, _Stato presente della Città di Messina_, Napoli, 1781.
Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî. Le tipografie ne
stampavano e ristampavano sempre. Per la sola Congregazione di S.
Filippo Neri c'è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente a
profitto a larghi intervalli[105]. Per tal modo, il vecchio, dopo il
silenzio di alcuni anni, ricompariva come nuovo, e _Il trionfo di
Giuditta_ davasi la mano con _Il trionfo della Religione_; _La morte di
Assalonne_ con _La morte di Saulle_ o con _La morte di Sansone_,
_Sisara_ con _Sedecia_, _Abramo_ con _Giacobbe_, e l'uno e l'altro con
_Atalia_. La _Passione di N. S. G. Cristo_, «poesia dell'Abbate Pietro
Metastasio romano», commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello,
Maestro di cappella napolitano»; _i Pellegrini del sepolcro di N. S._
«del sig. D. Stefano Benedetto Pallavicini» con quelli «del celebre sig.
D. Giovanni Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il
Guglielmi, Federici creavano quando buone quando mediocri note su poesie
del Pallavicini e del Metastasio, del cesenate Fattiboni, del siciliano
Gaetano Salamone e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso, non
ostante l'alta sua posizione artistica ed economica, non negava l'opera
sua, perchè i compensi dei padri Filippini dell'Olivella facevano gola a
chicchessia.
[105] Possediamo un bel volume, contenente una trentina di queste sacre
azioni. La collezione porta la data del 1806 e del 1807 (vi sono
oratorî anche nel 1810); ma si tratta di ristampe. La sola Iª parte
del _Trionfo della Religione_ è «per le stampe del Barravecchia,
1807».
Il dramma ora sempre diviso in due parti per due giorni diversi. Chi ne
legga oggi con attenzione qualcuno, vi scoprirà forse uno strano
accomodamento a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere
ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui era composta la
musica ad un oratorio sacro»[106]: delittuoso stratagemma non unico nè
raro.
[106] _La morte di Sansone, dramma per musica ecc. da cantarsi
nell'Oratorio dei RR. PP. della Congregazione di S. Filippo Neri.
Parte I._ In Palermo, nella stamperia del Solli.
L'omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del Buompastore lo
rendevano egualmente i musicisti adulti della Unione: omaggio compartito
in frequenti cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e chiuso
con la generale comunione che essi andavano a prendere alla Cattedrale.
Siamo alla vecchia _frottola_, nome che parrebbe non doversi intendere
come canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso stando almeno
all'uso che se ne facevano. Un diarista, annunziando la funzione,
scriveva: «12 luglio 1779. La _flotta_ dei musici andò a farsi la
comunione al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie» 11 luglio
1780: «_flotta_ dei musici della Unione di S. Cecilia per il
Cassaro»[107]: donde il sospetto che non si tratti di una _frottola_
poetica, ma di una _frotta_, di una moltitudine, di persone che andavano
cantando un inno, una canzoncina. I _Capitoli_ della Unione però
nell'indicare questo espresso dovere, volevano che tutti li virtuosi
musici così cantanti come strumentarj di tasto, d'arco e di fiato e
maestri di cappella abbiano da intervenire all'offerta... cantando e
suonando la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi dal
Superiore»[108].
[107] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 331; XXVIII, p.
30.
[108] _Capitoli o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto titolo di
Santa Cecilia, nuovamente raccolti ed ordinati, e dopo le conferme
di molti Viceregnanti approvati dall'Ecc.mo Sig. Vicerè Giovanni
Fogliani_, cap. XIX. In Palermo, MDCCLXII. Nella Stamperia dei SS.
Apostoli presso P. Bentivenga.
Agli eruditi la spiegazione d'un vocabolo, che in conclusione potrebbe
aver avuto due significati.
Guardando qualche vecchio disegno della piazza Ottagona o Vigliena nella
ricorrenza di eccezionali solennità, si scorgono quattro palchetti
gremiti di virtuosi. I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor
volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti, altri a
sonare ed altri a cantare incessantemente. Ne abbiamo per la entrata di
Carlo III (1735); ne abbiamo per le feste di S.a Rosalia; e di molto
prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo V di Spagna sopra
l'esercito degli alleati. Un poeta siciliano italianizzando cantava:
Nell'ottangula piazza insemi accampa
Di canora assemblea quattru parchetti
Remora duci in cui cu' passa inciampa[109]
[109] _G. Gargarosso_, _La fidilissima Sicilia e lu so invittu Munarca
Filippu V_, p. 8. In Palermo, pri Filici Marinu, 1711.
Certo non eran sirene incantatrici questi cantanti, ma confermavano la
inclinazione loro alla melodia ed il largo esercizio dei cultori di
essa. Come poi il lettore potrà vedere verso la fine di questo capitolo,
molti signori facevano della scelta musica di componimenti lirici e
drammatici nelle loro ville e nei loro palazzi.
Con siffatti mezzi molteplici ed utili a dar da vivacchiare, il mestiere
di virtuoso, messo in dubbia luce dal vieto motto: _musici et cantores
miserrime vivunt_, rendeva qualche piccola cosa. I salarî annuali erano
un'irrisione; e basta dire che per le messe cantate di S. Rocco e di S.
Sebastiano il Senato pagava tre onze e due tarì, e «per l'associo del
Divinissimo il giorno del _Corpus Domini_» quattr'onze e dodici[110]; ma
tanti pochi fanno molto, e ciò basta perchè i musicisti crescessero a
dismisura.
[110] _Riforma fatta dalla Regia Giunta_, p. 21. In Palermo MDCCXCI.
Il Santacolomba, Direttore del Conservatorio, vedeva ogni giorno un
caffè d'allora nella Piazza Vigliena, «frequentato soverchiamente da
questi fertili professori» e ne avrebbe voluto scemato il numero[111].
[111] _Santacolomba_, _La Educazione della Gioventù_ ecc. p. 44.
L'ultima riforma dei _Capitoli_ dell'Unione dei Musici (1762) si vede
soscritta da 104 confrati, oltre dieci altri aggregati posteriormente.
Un esemplare di questi _Capitoli_, appartenente alla Unione medesima, ha
delle annotazioni sulle quali occorre fermarsi un momento[112]. Parecchi
confrati erano sacerdoti, forse organisti, od anche cantanti di chiesa.
Alcuni aveano lasciato la Sicilia e non si sa per quali regioni d'Europa
vagassero. Uno, Ippolito Papania, trapanese, sonatore d'organo e di
violino, bandito, andava ramingando fuori regno. Longevi non pochi di
essi, morti uno ad 86 anni (D. Francesco Lanza), uno ad oltre 90 (D.
Giuseppe Sardella), uno a 100 (D. Giuseppe Biundo). Farà certo
meraviglia il sapersi di quattro cantanti (D. Giovanni Anghirelli,
probabilmente non siciliano, D. Girolamo Spina, D. Agostino Dulena, D.
Saverio Scivoli), spadoni. La notizia, non nuova affatto per la Sicilia,
viene da fonte ufficiale, e non ammette dubbio. Anzi è detto che uno di
questi quattro, lo Scivoli, occupava l'alto ufficio di Unito maggiore,
cioè di Superiore, e che dei suoi sciagurati consorti in spadoneria, non
uno ebbe lunga vita, essendo tutti morti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni
di età. Quando poi si sappia che tra i cantanti erano delle voci
femminili di sopranini e contralti, ci vuol poco a supporre la esistenza
di quei disgraziati; i quali peraltro venivano ufficialmente ammessi
dalle antiche _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore_[113], e
rimasero in un motto di dispregio, divenuto oramai storico[114].
[112] Vedi nota seguente.
[113] Cap. XVII, p. 39.
[114] Vedi il nostro opuscolo, _Modi Proverbiali ecc. di Palermo_, n. 13.
Palermo, 1902.
Questi confrati per altro, in virtù del riconoscimento della loro Unione
da parte di tutti i Vicerè succedutisi dal 1679 alla fine del sec.
XVIII, aveano obblighi e diritti che fanno pensare al altre corporazioni
del tempo. Se prima pagavano onza una e tt. 18 di entrata e tarì 3 il
mese, ora, nello scorcio del secolo, per le comuni strettezze ne
pagavano 9 di entrata e tre carlini di contribuzione. Possedevano gioie,
argento, coltre, stendardo, e ne facevano sfoggio negli accompagnamenti
funebri. Ammalati, se non eran debitori verso la Compagnia, avean
diritto alla assistenza sanitaria, a quella dei loro infermieri, ad un
sussidio temporaneo. Per le vie non potevano associare altri cadaveri
fuori di quelli dei loro confrati, sotto la pena fortissima di 30 onze
di multa. Alle spese occorrenti per l'annuale oratorio in onore della
protettrice S.a Cecilia potevano far fronte con gli introiti del Teatro
di loro proprietà, come a quelli per la offerta di S.a Rosalia con gli
«introiti delli lucri d'organi ed orchestra»[115].
[115] Si consulti l'esemplare dei _Capitoli_ cit., posseduto dall'Unione
dei Musici, per dono fatto il dì 21 sett. 1894 da Giovanni Pitucco.
Questo esemplare per le note a penna che contiene ha valore di
documento originale.
Privilegio, se non singolare, raro, quello del Foro proprio,
rappresentato dall'Auditore generale, abilitato a decidere «così per
l'osservanza dei Capitoli come per l'occorrenza di tutti i virtuosi
musici accollati in detta Unione tanto _attive_ quanto _passive_»[116].
[116] _Capitoli_ cit., p. 5.
La _Calata dei Musici_, rimpetto la fontana Pretoria, sul Cassaro, luogo
di convegno ordinario, era tuttodì piena di siffatti virtuosi. Vi
avresti incontrato maestri valenti di musica e soprani, contralti,
tenori, e bravi strumentisti e strimpellatori della peggiore specie, ai
quali, dal più al meno, erano familiari l'oboe ed il violino, il fagotto
e la tromba, il flauto ed il corno di caccia, la chitarra francese, il
mandolino ed il contrabbasso, oltre l'immancabile organo ed il
prediletto cembalo[117].
[117] Un giornale del 1794 parla d'un cembalo di Grimaldi ad ottava
stesa, che arriva nei cantini _al delasolrè_.
Con la venuta del reggimento degli Svizzeri di Jauk si videro per la
prima volta i piattini di metallo, certi particolari tamburi e timpani e
triangoli, e ne fu lieta occasione una sontuosissima festa del Principe
di Resuttano (1769)[118]. Questi strumenti di recente introduzione
aveano chi sapesse maestrevolmente maneggiarli ed ingrossavano la
falange dei sonatori nelle orchestre e nelle bande. Se poi il Senato non
si risolveva ad aggiungere neanche uno ai dieci musici ordinarî della
guardia pretoria, non fa nulla: altri istituti aveano di che vantarsi di
nuovi strumentisti.
[118] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 109.
La musica del teatrino senatorio nella Marina dal giorno di S. Giovanni
(24 giugno) alla Esaltazione della S.a Croce (14 settembre) per tutte le
sere di estate ricreava ogni buon palermitano[119].
[119] Per tutta l'estate questa musica costava al comune 130 onze
(_Riforma_ cit., p. 23).
Essa cominciò, nella medesima Marina, nel 1591, quando, aperta la
strada Colonna, il Senato vi fece passare pei mesi di
giugno-settembre, esclusi i venerdì, i virtuosi che solevano sonare
nel palazzo pretorio nei giorni di lunedì o mercoledì. Ciascuno di
essi godeva un salario di onze 30 e n'ebbe aggiunto un altro di
onze 6. E qui giova notare che prima di quell'anno, fino al 1583,
in cui rovinò, luogo di diporto e di svago estivo, specialmente o
forse esclusivamente per le signore, era il terrapieno sulla Cala,
rimpetto il Castello a mare, dalla parte settentrionale, dove ora è
S. Spirito, chiamata la _Sala delle dame_. Vedi _A. Flandina_, _La
Sala delle Dame in Palermo_ (Pal. 1879).
Per alcuni anni tra una sonata e l'altra del teatrino, la Domenica, ve
n'era sul mare, in un gozzo carico di sonatori da fiato, che con dolce
lentezza solcava le acque d'argento come barca di fate in un lago
incantato. La chiamavano _notturna_, e ne rendevano illimitata lode al
senatore Barone Calvello, delegato per la musica cittadina[120]. Nella
Villa Giulia altra banda musicale, già nota ai nostri lettori, per
legato perpetuo del Principe di Paternò attirava uditori appassionati,
come nelle sere d'estate donne ed uomini non invitati da nessuno
s'abbandonavano al canto di deliziose ariette[121].
[120] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 172-173.
[121] Vedi v. I, cap. XXV.
E alla Villa Giulia e alla Marina il numero dei sonatori accrescevasi
mano mano che si entrava e progrediva nel nuovo secolo. In poco volger
d'anni eran già ventiquattro: direttore il Vermiglio, che pezzi proprî e
del Piticchio non cessava di regalare ai sempre numerosi uditori. Più in
qua, tra un pezzo e l'altro si canteranno, con accompagnamento di
mandolini e di chitarre, le solite canzonette siciliane. La gente seria
d'oggi rimarrà scandalizzata della profanazione del palchetto municipale
per via di queste canzonette dialettali; ma i nostri nonni non ne
rimanevano niente impressionati: anzi ci si divertivano come ricreazione
naturale e paesana. Nelle grandi feste pubbliche l'intervento di questa
banda musicale sarà sempre salutato con plauso, e non vi mancherà il
quartetto a corda (violino, violoncello, viola, contrabbasso) nelle
ricorrenze ecclesiastiche più solenni.
Per questo beninteso amore all'arte dei suoni molte case signorili
tenevano per propria ricreazione un'orchestra. La Resuttano era di
queste: perchè il Principe nudriva un gusto squisito d'arte, come una
intelligente predilezione per le lettere.
Altri patrizî eccellevano in cosiffatto gusto: e si ricordano a titolo
di lode Carlo Cottone di Castelnuovo, Girolamo Grifeo di Partanna, Gian
Luigi di Paternò, Pietro Lanza di Trabia ed altri maggiorenti della
Nobiltà.
Nei palazzi, continua era l'eco di dialoghi e di cantate, occupazione
geniale di maestri abilissimi e di dilettanti esperti. I salotti della
più eletta cittadinanza risonavano della miglior musica del tempo, canto
e pianoforte, sovente con accompagnamento dei soli strumenti obbligati
ad arco, disimpegnati anche dagli alunni del Conservatorio del
Buompastore. Il signor Hager non potè mai dimenticare in Vienna le
nostre chitarre ed i nostri mandolini. Graditi sempre gli autori più
illustri. Piticchio si alternava con Alessandro Scarlatti, Zingarelli
con Guglielmi, Paisiello con Cimarosa. Via via che la musica piegava a
forme nuove, le più intelligenti famiglie si affrettavano ad
accoglierle. Ogni repertorio privato si arricchiva di arie e di
madrigali, di canzonette e di romanze, produzione manoscritta che si
diffondeva per copie, tenute poco men che originali. Le molteplici
vicende delle famiglie hanno disperso tanto tesoro di studio; ma
sopravvivono parecchie centinaia di volumi nella Biblioteca del R.
Conservatorio di Musica.
Non era artista di canto o di strumento che non trovasse ammiratori e
protettori. Un violinista celebre, venuto di Terraferma, col pagamento
di tre tarì a persona dentro il refettorio del convento della Gancia
diede un'accademia e potè contare sopra un introito netto di trent'onze.
Chi avrebbe sognato allora che per accademie simili si sarebbe pagato un
giorno sette volte di più!
Un Giuseppe Calcagni cantante, al S.a Cecilia allietava con un
trattenimento di arie, _rondeaux_, concerto di strumenti, duetti,
ecc.[122]. Altri ed altri ancora trovavano accoglienze oneste e liete;
sì che Antonio Solli veneziano, impareggiabile sonatore di violino per
le corti d'Europa, negli ultimi anni di sua vita sceglieva Palermo come
sua seconda patria, «non indegno di stare accanto al maggior sonatore
d'arpone che si fosse mai sentito», il palermitano Michele Barbici, di
cui dopo il 1769 «si sonarono in Napoli o altrove con gran plauso i trii
ed i quartetti»[123].
[122] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.
[123] _Forno_, _Opuscoli_ cit., II, p. CCLVI.
CAP. VI.
LA BOLLA DELLA CROCIATA.
«Nel 1556 i Sovrani di Sicilia ottennero dai pontefici il privilegio di
vendere e distribuire le bolle di Pio IV nella occasione della guerra
contro i Mori. Per gratitudine di questa concessione Filippo il Prudente
fece un'annua assegnazione alla fabbrica di S. Pietro in Roma di scudi
romani 1666».[124]
[124] _Ortolani_, op. cit., p. 49.
Sulla fine del sec. XVIII col pretesto che si dovesse dar la caccia alle
galere turchesche, gl'introiti di questo privilegio li volle per sè Re
Ferdinando, il quale sapeva bene quel che voleva, perchè quegl'introiti
costituivano una bella sommetta.
L'acre Giuseppe Gorani nel 1794 scriveva che la Sicilia pagava per
questo quarantunmila ducati all'anno[125]. Se dicesse la verità, sel
veda chi ha modo di approfondire questa forma, poco o niente finora
studiata, di sfruttamento governativo dell'Isola. Più tardi, nel 1813,
l'Ortolani affermava lo introito annuale delle bolle 45000 onze, pari a
ducati 135 mila; e senza dubbio egli parlava della Bolla in tutta la
Sicilia e non nella sola Palermo.
[125] _Gorani_, op. cit., t. I, p. 47.
Questa cifra, per chi vi si fermi sopra con attenzione, è molto
interessante. Quarantacinque mila onze valevano mezzo milione di bolle;
e mezzo milione di bolle rappresentavano cinquecentomila Siciliani
sollecitanti la licenza dell'uso delle carni, delle uova, dei caci, del
latte ecc. La popolazione d'allora, in tutta l'Isola, era di 2 milioni;
sicchè una quarta parte di essa cercava di mettersi in regola con la
chiesa, con la propria coscienza e anche col proprio stomaco per quanto
poco fosse esigente. Poteva, è vero, partecipare alle ragioni
dell'acquisto il timore di essere scoperti trasgressori d'un precetto
chiesastico, che è quanto dire civile e magari politico; ma al religioso
non prevaleva certamente il timore delle pene corporali dell'autorità
civile e politica. Nessun credente, nessun suddito fedele di S. M.
avrebbe sognato di sottrarsi al compimento dei più elementari doveri
religiosi, nei quali pietà, devozione, culto si confondevano in un
pensiero indefinito, in aspirazioni ataviche molto vagamente mantenute.
Se poi questo pensiero fosse espressione fedele d'un sentimento
schiettamente religioso, non è luogo opportuno d'indagare.
Vicerè il Marchese Caracciolo, un real dispaccio del 15 febbraio 1783
aboliva l'intervento senatorio alla solenne proclamazione della Bolla;
ma un dispaccio posteriore lo ripristinava. Così, mentre si manteneva
intatto il divieto precedente, della partecipazione del Magistrato
civico alle quarantore del Monte Pellegrino (14 settembre), tornava ad
imporsi quello della grande festa della Bolla[126], evidentemente perchè
se ne accrescesse la pompa, e con la pompa le entrate a beneficio del
Sovrano.
[126] _Provviste del Senato_, a. 1783-84. p. 429.
Ed ecco, come pel passato, questa cerimonia nelle domeniche di
Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima, ripetersi con tutto
l'apparato religioso, civile e militare, onde per lunghissimo volger
d'anni era stata accompagnata.
Trattavasi della pubblicazione d'un indulto pontificio a favore di chi
per ragion di salute volesse in quaresima _cammaràrisi_, cioè mangiar di
grasso. Ma questo indulto, che pur concedeva beneficî religiosi non
comuni, portava con sè qualche obbligo materiale e spirituale in chi lo
cercasse. Egli dovea per l'acquisto della Bolla, cioè della licenza, 52
grani (L. 1,11) e compiere speciali pratiche devote, visitando in dati
giorni, per un dato numero di volte, alcune chiese designate.
Per ciò appunto l'opera del Senato era non che cercata ma voluta. Il
gonfalone della SS. Crociata veniva sorretto da un prete, avente allato
un tesoriere (_erario_) dell'Arcivescovo, il quale portava in mano una
bara, entrambi, prete e tesoriere, eran preceduti da dodici chierici, o
_jàconi_ rossi (_russuliddi_), in cotta.
Non ostante che adusato a cosiffatti spettacoli, il pubblico grosso e
minuto s'affollava innanzi al palazzo arcivescovile, ove la lieta
novella dovea primamente darsi. Tamburini e trombetti senatorii, agli
ordini del Cerimoniere del Senato, ad un cenno di lui sonavano: e D.
Girolamo De Franchis con chiara e roboante voce leggeva: _Il Sommo
Pontefice si è degnato concedere l'uso dei latticini e delle carni nella
prossima Quaresima_. Ma perchè il Cerimoniere del Senato e non altri
dell'Amministrazione della SS. Crociata? Perchè il Senato entrava in
tutto e per tutto, ed il suo Cerimoniere stavolta era anche Banditore.
La cavalcata (giacchè tutta questa gente andava su muli e cavalli che
richiamavano a quello dell'Apocalisse) sfilava verso il Palazzo
vicereale. Al corpo di guardia, Don Girolamo rileggeva, e tosto, per la
piccola piazza (_Chiazzittedda_), via di Porta di Castro e Ponticello,
fino al Palazzo Pretorio. Terza lettura e terza ripresa di via, stavolta
per l'abitazione del Tesoriere della Crociata, donde, dopo una quarta ed
ultima lettura, alla Cattedrale ordinaria o provvisoria. Allora le tre
autorità principali potevano esser soddisfatte dell'omaggio reso loro;
ma il Tesoriere lo era più di tutte, e per quei giorni non capiva nei
panni.
Così preannunziata, la Bolla veniva più tardi, in un gran foglio
stampato, con ogni maniera di solennità, condotta in giro pel Cassaro.
Il Senato in carrozza, e dietro ad esso, ufficiali nobili s'avviavano
alla graziosa chiesa di S. Francesco d'Assisi. Quattro canonici lo
ricevevano alla porta; il Cerimoniere gli esibiva l'acqua santa; i
tamburi e lo stendardo col Crocifisso dipintovi sopra si mettevano in
moto; gli Orfani dispersi, gli Orfani di S. Rocco, i frati Conventuali,
i Chierici del Seminario, seguivano, e con essi il Capitolo col suo
araldo, i tre vivandieri, uno dei quali in cappa magna con un quadretto
della Madonna in mano. Penultimo gruppo: _jàconi_ rossi, paggi del
Pretore e del Vicario, e in mezzo, con la tanto celebrata Bolla, in
insegne canoniche, il Ciantro, fiancheggiato dall'Assessore e dal
Maestro Notaro della Crociata.
Ultimo gruppo: Mazzieri, Maestro di Cerimonie del Senato, Senatori coi
loro ufficiali nobili e civili, contestabili e trombetti e sonatori di
oboe e lunga tratta di gente.
Entrati in chiesa, tutti erano al loro posto. Ad un lato il Vicario
generale o il Ciantro; all'altro, il Senato. Inchini rispondevano ad
inchini: e quando tutto era in ordine, e fin la Bolla appesa innanzi al
Crocifisso, la cerimonia aveva il suo epilogo in una gran messa,
intramezzata da un sermone, che celebrava i beneficî provenienti dallo
indulto stato concesso.
L'incarico di questo sermone era ambito e sollecitato anche da
predicatori sommi. Il Senato, che soleva far sempre le spese, stavolta
(rara eccezione) non ne faceva nessuna; bastandogli solo di metter di
suo la pompa pretoria. Chi pagava invece era l'Amministrazione della
Crociata, la quale compensava il panegirista dell'opera con quattr'onze
d'argento (L. 51), una risma di carta bianca (di quella che oggi si dice
_protocollo_), un mazzo di penne d'oca e cinque copie della Bolla: un
bel regalo davvero!
Una volta il predicatore designato non comparve. Era già l'ora della
funzione, e tutti si guardavano in viso tra maravigliati del ritardo e
contrariati che non si potesse udire la tanto attesa orazione
panegirica. Ed ecco farsi innanzi verso il Commissario un sacerdote, ed
offrirsi di supplire il ritardatario. L'offerta, manco a dirlo, è
subito, ma non senza una tal quale diffidenza, accettata. Il ben
arrivato ecclesiastico sale sul pergamo e fa una orazione del seguente
tenore: «Sua Santità, inesauribile nelle sue grazie, ne ha concesso una,
cristiani dilettissimi, che non ha l'eguale nel mondo universo: ha
accordata la Bolla, per poter ogni fedele _cammàrarsi_, e con questo, ha
pure mandata la indulgenza plenaria. Così egli ha aperto, ma che dico io
aperto? spalancato il tesoro delle celesti grazie. Per questo tesoro non
v'è prezzo. Eppure, se sapeste, uditori umanissimi, quanto poco si paga
una parte di questo tesoro, la Bolla della SS. Crociata! Ditelo voi!...
Forse cent'onze? No: figli miei; non si permette cotanto dispendio.
Forse cinquanta?... Neanche. Lo pagherete venti, dieci onze? Neanche
questo. Potreste allora pagarlo cinque; ma la inesauribile carità del
Padre dei fedeli non può consentire a tanta spesa. E allora nè cento, nè
cinquanta, nè venti nè dieci, nè cinque, si potrà pagare un'onza. Oibò,
neanche la metà, fratelli dilettissimi, neanche un quarto d'onza!
Sbalordite! Tanto tesoro, che vi consente di mangiar carne e latticinî
durante la prossima Quaresima, tanto tesoro si paga solo cinquantadue
grani!....»[127].
[127] Storico anche questo; l'abbiamo raccolto dalla bocca di vecchi
canonici della Cattedrale di Palermo, uno dei quali vive ancora.
Contro l'ammonimento consacrato nel solito cartellino attaccato alla
porta delle chiese:
Se vuoi placar di Dio la maestate offesa,
Sta con silenzio e riverenza in chiesa.
uno scoppio d'ilarità risonò per le ampie volte del tempio. Il vecchio
Arcivescovo Mons. Sanseverino strinse con forza le labbra; il giovane
Pretore Duca di Cannizzaro sorrise con tutto l'Eccellentissimo Senato: e
le quattr'onze in argento, e la risma di carta, e le penne d'oca, e le
cinque bolle furono con inusitato piacere mandate fino a casa
dell'arguto o semplice oratore. Egli se le era ben meritate!
Abbiamo detto che il Senato faceva sempre le spese: e dobbiamo un
chiarimento della nostra affermazione.
Le funzioni non solo profane ma anche sacre erano senza numero, ed il
Comune non poteva disinteressarsene. Lasciarne passare una senza
concorrervi operosamente, che è quanto dire spendendo, era un'offesa
alle tradizioni religiose della Città. Molte cose abbiam trovate in
proposito rovistando vecchie carte d'archivio: e più volte ci è venuto
sulle labbra l'antico motto: _Cappiddazzu paga tuttu!_ Senza uscir di
sagrato, ricordiamo che per le processioni senatorie per quelle delle
chiese secolari e regolari la sola cera impiegata ammontava a poco men
che diciotto quintali (presso a chil. 1440), la quale al prezzo di tarì
8, gr. 12 il rotolo (L. 365 il chil.) raggiungeva la cospicua cifra di
circa milledugentotre onze (Lire 15.325,50), divenuta un terzo di più
nel 1808 per l'aumento di prezzo del genere. Nè c'è da sospettare di
arbitrî di senatori, o di compiacenze verso preti e frati, perchè quella
dozzina e mezza di quintali di cera era stata, come _ultima ratio_,
ritenuta spesa obbligatoria dalla famosa _Riforma_ governativa del
1788[128].
[128] _Riforma_ cit. (a p. 106 del v. I di quest'opera), p. 60. -- _I.
Sala_, _Dimostrazione dello Stato del Patrimonio del Senato di
Palermo, presentato alla Giunta eretta pella fissazione del detto
Patrimonio_. Ms. dell'Archivio Comunale di Palermo.
E lasciando altri particolari, torniamo alla Bolla.
Al domani della funzione, questa veniva messa in vendita. Ogni buon
padre di famiglia si affrettava a provvedersene, e ad apporvi il proprio
nome, recitando a tempo e a luogo alcune orazioni, e pregando non solo
pel Sommo Pontefice, ma anche pel Re, che, a conti fatti, era l'unico
beneficato, come quello che si scroccava somme colossali, e benedizioni,
non si sa quanto sincere, dei suoi sudditi.
Il desiderio di mangiar di grasso stuzzicava sovente i cittadini a
procurarsi in varie guise l'autorizzazione del cibo proibito.
Abbiamo in proposito un documento abbastanza curioso e molto
caratteristico. Gl'impiegati tutti, dal nobile Spedaliere al guattero
della cucina, dell'Ospedale celtico di S. Bartolomeo (oggi Istituto dei
Trovatelli) e di altri spedali e spedaletti della Città, il dì 6
febbraio del 1799 si rivolgevano al Cardinale Arcivescovo di Napoli, a
ciò delegato dalla S. Sede, perchè consentisse loro, mercè l'acquisto
della Bolla, l'uso delle carni e dei grassi per la Quaresima e per ogni
altro giorno proibito (vulgo _proìbitu_) dell'anno. Il documento è
questo:
«L'Ospedaleri, li Professori maggiori fisici e chirurgi, li Pratici
fisici e chirurgi, l'Infermieri e Cappellani, li Ricordanti,
l'Aromatarj, li Maggiordomi, li giovani di assento, li cuochi, li
massari, li serventi dell'uno e dell'altro sesso, li lavandare, li P.P.
Cappuccini e tutte le persone addette al servigio dell'Ospedale di S.
Bartolomeo, l'Incurabili e dell'Ospedale dello Spirito Santo con suoi
annessi e dipendenti ospedaletti della città di Palermo in Sicilia,
umiliano alla E. V. che havendo supplicato al di loro Arcivescovo di
accordargli (_sic_) _in perpetuum_ la grazia di poter mangiar carne in
tutti i giorni proibiti dell'anno, come sono Venerdì, Sabati, vigilie,
quattro tempi e quaresima, per essere li viveri di mezzo scarsissimi,
per le laboriose fatighe che sono nelli detti ospedali col prossimo
pericolo di perder la vita; per altro non spirano se non aere
mercuriale, risposegli non aver tale facoltà. Supplicano pertanto V. E.
affinchè quale special delegato di S.S. Pio VI gli facesse la grazia
accordargli _in perpetuum_ la dispenza suddetta, di poter mangiar carne
colle loro famiglie e rispettive commensali in tutti i giorni proibiti
di sopra descritti coll'obbligo espresso però di doversi provvedere
ogn'uno di essi della Bolla della SS. Crociata. Lo supplicano ecc.».
Si rileva da qui che la grazia volevasi in perpetuo e per tutte le
famiglie dei sanitarî, degli ecclesiastici e degli inservienti:
privilegio che non aveva esempio nel genere. S. Eminenza esaminò la cosa
e concesse[129] ma S. Maestà non dovette saperne nulla, altrimenti forse
se ne sarebbe risentita come di concessione lesiva degl'interessi dello
Stato o, meglio, suoi.
[129] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1799., pp. 269-71.
CAP. VII.
QUARESIMALI E QUARESIMALISTI. ESERCIZI SPIRITUALI.
Ed entrava la Quaresima col treno formidabile delle sue prediche.
Il funebre _momento_ era il primo passo verso la reazione ai baccanali.
Sulle fronti belle, forse fino a poche ore innanzi sfiorate da ardenti,
furtivi baci, cadeva la grigia cenere ad iniziare un periodo di moleste
resipiscenze, pausa per alcuni, eternità per altri, soliti a giocondarsi
della vita allegra.
Da cento pulpiti, per cento bocche, con pertinacia di sciupata rettorica
si lanciavano sugli ascoltatori parole blande e voci roventi, a coprir
l'eco tuttora indistinta degli urli dei passati giorni. E le mani si
agitavano irrequiete, ora energiche nell'accusare, ora calme nel
discutere, ora stringenti nel persuadere, sicure nel promettere e
fiduciose nello sperare.
La severità dei richiami poteva, è vero, determinare a rigori corporali;
ai quali però la fiacchezza di perseveranza toglieva ogni carattere di
profonda convinzione. Come soffocati, recenti ardori intiepidivano;
desiderî indiscreti tacevano, ed un senso di misticismo nasceva talora
nell'animo di chi meditava: e la meditazione era agitazione di spirito
irrequieto, non lontana dal finire in vera, ma effimera contrizione.
Ma noi viaggiamo per un campo fantastico, dal quale, per indole nostra e
per la natura schiettamente oggettiva di questo lavoro, ci siam tenuti
lontani. Proseguiamo invece per via di fatti la vita dei nostri
bisnonni.
Preoccupazione costante, ed insieme occupazione gradita, era quella del
quaresimale nella chiesa madre, la quale, come il lettore sa,
nell'ultimo ventennio del secolo era provvisoriamente a Casa Professa.
Il Senato non trascurava mai di fare, con la intesa del Capitolo e
dell'Arcivescovo, la nomina del quaresimalista, nomina ordinariamente
anticipata di otto anni sulla data della recita del quaresimale. Nel
1782 P. D. Felice Testa della Congregazione dei Celestini veniva eletto
pel 1790; nel 1783, P. D. Pietro Rottigni somasco pel 1791; nel 1784, P.
Alberto Tozzi dei Predicatori pel 1792, e via discorrendo.
Gli è che Palermo, città di primo ordine, Capitale del Regno di Sicilia,
dovea pensare bene a chi affidar così grave compito; e chi dovea
disimpegnarlo non poteva essere il primo venuto, o l'ultimo arrivato.
Palermo avea persone che intendevano, uditorio intelligente e di gusto,
che non si contentava, nè poteva contentarsi di chicchessia. Nei suoi
pergami eran saliti in ogni tempo i principali oratori d'Italia,
chiamati dall'autorità del Senato, allettati dalla riputazione che ad
essi veniva dall'eservi saliti, dicitori di merito incontestabile.
V'era poi una ragione considerevole per la oculatezza da mettersi nella
scelta: il paragone con i quaresimalisti di altre chiese, nelle quali
usava ammirare veri campioni della sacra eloquenza. Il pubblico
accorreva alle due chiese come a due teatri: e voleva giudicare _de
auditu e de visu_ dell'uno e dell'altro.
Certo non era il quaresimalista d'una parrocchia privilegiata che poteva
imporre soggezione. Questo, nominato bensì dal Senato, era un oratore di
secondo o di terz'ordine: e solo le deliberazioni del civico consesso ne
serbano ricordo. Quelli che davan da fare erano invece i Domenicani ed i
Filippini, i quali al predicatore ufficiale della metropolitana
contrapponevano i migliori loro _soggetti_; e se non li avevano del
proprio ordine, li facevan venire da altri del clero regolare e secolare
pur di averli e di gareggiare. Tanto lusso obbligava a spese, ed i frati
Domenicani ed i padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri le facevano per
superarsi tra loro.
Anche le monache si volevano mettere in evidenza, ed entravano nella
gara: quelle della Martorana specialmente, alle quali tornava
graditissimo il trionfo del loro quaresimalista sull'altro del Duomo,
come qualche volta ai Teatini di S. Giuseppe dovevano tornare d'infinito
piacere i trionfi oratorî della loro chiesa.
Non ostante le mal celate velleità del primato nel genere, due chiese
soltanto se lo palleggiavano contrastando anno per anno: la Cattedrale e
l'Olivella!
La fama precorreva pomposa i loro predicatori. I devoti, gli _habitués_,
accorrevano numerosissimi ad ascoltarli; volevano studiarne la mimica e
la parola, la scienza e l'ingegno, far dei confronti. Il loro giudizio
veniva ripetuto per la Città, nelle conversazioni e nei caffè; e la
curiosità, come nasceva negli assenti, così acuivasi in coloro che gli
aveano uditi e non se n'erano formato un concetto a modo loro. Il pro ed
il contro traducevasi in favore e in disfavore dei discussi oratori, dei
quali ben a ragione il proverbio siciliano: _Tinta dda matri c'havi lu
figghiu pridicaturi!_ compiange le genitrici; giacchè non v'è persona
che più dei banditori della parola di Dio sia maltrattata da quelli che
meno la intendono. Alla simpatia o all'antipatia del pubblico varie
circostanze concorrevano tutte più o meno forti: la nazione del
predicatore l'ordine a cui apparteneva, le sue relazioni con qualche
reputata famiglia del paese, e poi le doti intrinseche e più le
esteriori di lui. Laonde accadeva il medesimo che agli artisti da
teatro, fatti segno di calorosi applausi e di tacite disapprovazioni.
Nel 1785 un genovese che predicava nella chiesa dell'Olivella
soppiantava un napoletano al Duomo; dove anche l'anno seguente un altro
soccombeva a quello della medesima Olivella. Nel 1787 la logomachia
sostenevasi tra di valenti Domenicani, come tra due altri mediocrissimi
del medesimo ordine nel novantacinque e nel novantasei. Il sac. Gaetano
Burlò nella chiesa di S. Giuseppe superava di gran lunga i suoi emuli;
di che fu un gran discorrere fino a vedersi anche i meno intemperanti
tra gli spensierati giudici da caffè bisticciarsi nelle assemblee e
nelle riunioni. Si era pensato in tempo debito (1791) a P. Pietro
Rottigni dei padri Somaschi; ma all'ultima ora, dopo sette anni dalla
nomina, egli mandava scusandosi di non poter venire. Fu una
indelicatezza imperdonabile, che fece andare su tutte le furie il signor
Pretore ed il nobile Senato. Che cosa poteva quindi fare P. Matteo
Aceto, invitato improvvisamente, poco prima della Quaresima? Si erano
messi gli occhi sul P. Teresio da S. Cirillo, e se n'era fatta la
elezione; ma avvicinandosi il 1794 egli se n'era andato all'altro mondo,
e fu fortuna che P. Gaspare da Gesù, carmelitano scalzo, accettasse il
tardivo e gravoso ufficio, e più, che lo compiesse con una certa lode.
Al giunger dei Reali in Palermo, l'intervento loro alle sacre concioni
assumeva carattere di pubblica dimostrazione a favore del P. Domenico
Maria Sances dei Domenicani. Egli predicava al Duomo, cioè al Gesù, Casa
Professa, mentre all'Olivella predicava un nizzardo. Che pronunzia
infranciosata quella del nizzardo! Ed era mai possibile che col vento
fortunale spirante dalla Francia, riuscisse gradita quella pronunzia?
Ed ecco il Re e la Regina recarsi tre volte la settimana a sentire il
Sances. Maria Carolina ne era addirittura entusiasta, e per riflesso,
tutte le dame di Palermo. A quaresimale finito, lo invitava al Palazzo e
regalavagli una forte somma in monete d'oro ed una tabacchiera del
valore di dugent'onze (L. 2550)!, poco più del doppio, quasi il triplo,
del compenso solito a darsi dal Senato al suo oratore ufficiale quando
egli era forestiere[130]. Lo spirito d'indifferenza religiosa
dell'antico pupillo del Tanucci avea già subito l'influsso della
politica e della sventura. La esperienza avea gettata molta acqua sul
fuoco dei primi anni del suo regno: e corte e chiesa si erano in lui
strette in amplesso assai più forte che non si potesse sospettare appena
egli era uscito di minorità. Il giovine principe nel 1768 aveva
arditamente espulso i Gesuiti, anche cadenti ed infermi; il vecchio Re
nel 1805 doveva richiamarli: e gli stemmi della Compagnia di Gesù, stati
sollecitamente atterrati, dovevano venir ricomposti e rimessi in onore.
Laonde il cronista Villabianca, a chiudersi del sec. XVIII, per la
Quaresima del 1800 poteva non senza una tal quale malizietta scrivere:
«Li primi ad esercitare la religiosa osservanza di sentir la predica dei
sani giorni furono li Sovrani con tutta la R. Famiglia; con che avendosi
(_sic_) essi passato allegramente nello scorso baccanale, procurano ora
far bene alle loro anime nei giorni di penitenza e fare insieme i lor
doveri di principi nell'edificare i popoli col loro santo cristiano
esempio»[131].
[130] «Il Predicatore quaresimale della Madrice Chiesa di questa città
per le prediche della Quaresima e panegirici e viene tenuto a fare,
onze 80; e ciò in seguito di ordine di S. E., per via del Tribunale
del R. Patrimonio, li 13 maggio 1692, colla condizione che il detto
Predicatore essendo regnicolo abbia da conseguire onze 60; ed
essendo forestiero onze 80, come dalla Riforma del 1788.» _I.
Sala_, _Dimostrazione_ cit. _dello Stato del Patrimonio del Senato
di Palermo_ p. 213.
[131] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1800, p. 66.
Strano, scomposto accozzo di profano e di sacro, di scettico e di
bigotto, di ridancione e di geremiaco, questo degenerato figlio di Carlo
III, che divertivasi e sospirava, che ogni maniera di caccia e di pesca
lecita e non lecita alternava con le noiose cure dello Stato; e che,
mentre per non dare ombra alla Regina si asteneva dal visitare i
monasteri, dove con le attraenti bellezze muliebri della Capitale si
sarebbe potuto guastare la testa, divertivasi con Donna Teresa Fasone;
la quale poi, in un giorno di malumore, per un inatteso regalo di
cattivo genere, dovea egli disterrare e mandare a domicilio forzato in
Castelvetrano!
Il quaresimale del Duomo non era il solo ciclo di prediche di cui si
occupasse il Senato. Ad altri cicli consimili e a non pochi panegirici
doveva annualmente questo pensare tanto per la metropolitana quanto per
le parrocchie, sulle quali, come è risaputo, avea ed ha diritto di
patronato. Per le tre Rogazioni precedenti l'Ascensione invitava
_soggetti_ di valore indiscutibile. Le Rogazioni erano le processioni
alle quali nessuna corporazione monastica doveva mancare; sicchè le
prediche che le coronavano, dovendosi pronunziare innanzi ai monaci ed
ai frati della città ed agli ecclesiastici più in onore, facevano
«tremar le vene e i polsi» ai più valenti. Chi non conosce il P.
Reggente Domenico Danè, poeta ingegnoso ed elegante, sostegno
dell'ordine di S. Francesco di Paola? Ebbene: fu lui uno degli oratori;
e con lui in varî anni D. Fr. Ruffo, dottore in sacra teologia, i
cappuccini P. Giuseppe Alfonso e P. Fra Camillo da Palermo, il crocifero
P. Camillo Fuscia, il teatino P. D. Em. Oneto, il carmelitano P. Lettore
Niccolò Aiello, lo scolopio P. Fr. Cusenza ed i preti Bonomo, Puccio,
Barresi, Fernandez, Camarda, Calderone, Agalbato, Miraglia, Giunta e D.
Giuseppe Trofolino.
Trofolino?... Oh! questo sacerdote non fu solo un buon predicatore, ma
anche un fervoroso operaio della chiesa. Se il lettore non ne sa altro,
si ricordi almeno essere egli stato l'autore della giaculatoria che dopo
la benedizione del Divinissimo si recita ogni dì nelle chiese.
Fa mestieri di trascriverla?
Eccola quale egli la compose e l'Arcivescovo del tempo l'approvò (1779):
Adoramu umiliati
La santissima Trinitati;
Adoramu ogni momentu
Lu santissimu Sacramentu;
E lodata sempre sia
La purissima Maria!
Adesso il pietoso lettore sa che questa canzonetta conta la bellezza di
centoventicinque anni di età.
Il fiore dei panegiristi del tempo era adibito anch'esso a celebrare,
oltre le tre Rogazioni, S. Sebastiano e S. Agata, per conto del Comune,
che dal 1575 avea fatto voto di festeggiarli come protettori e patroni
della Città, e S.a Rosalia, la graziosa verginella palermitana, il genio
tutelare a cui la Città medesima come ad àncora di speranza, a tavola di
naufragio, a porto di salute ricorse sempre con fede nei giorni più
tristi per essa.
Poco meno che mezzo secolo addietro, fra il 1850 ed il 1860, le
Rogazioni aveano già perduto l'antico lustro, e S. Sebastiano le
simpatie che lo avean
. . . . . . . . fatto degno
Di tanto onore . . . . . .
Chi scrive queste pagine ricorda le ultime processioni commemorative
delle due ricorrenze, dove non più gli ordini monastici tutti, ma solo
pochi loro rappresentanti con gonfalone e croce intervenivano, _rari
nantes in gurgite vasto_, scarsi componenti una breve fila di frati,
appena notabili nelle grandi vie da percorrere, non sai se mortificati
di essere in sì poco numero, o infastiditi dell'ora dello spettacolo,
che li distraeva dalle consuete occupazioni.
Il quaresimale prosegue sempre lo stesso a cura del Municipio e col
favore inalterato del pubblico, che ora si rivolge a quello
dell'Olivella,[132] ora si accentra tutto sull'altro, secondo il
giudizio degl'intendenti, le relazioni degli amici, la mimica degli
uditori più autorevoli, i quali coi più lievi movimenti del capo, o con
l'aggrottar delle ciglia, o col contrarre delle labbra, talora decidono
del merito dell'oratore e formano presso il _servum pecus_ degli
ascoltatori la così detta pubblica opinione.
[132] Da pochi anni l'Olivella tace; riparlerà forse, e ricominceranno i
termini di paragone.
Nella Quaresima erano di obbligo alcuni giorni di meditazione in
esercizî spirituali. Tutte le chiese di secolari e di regolari
accoglievan fedeli d'ambo i sessi; ma v'era un luogo esclusivamente
destinato a questo devoto ufficio, la «Casa degli esercizî», fondata dai
preti di S. Carlo Borromeo; e v'era anche la congrega del Fervore
(1765), promossa ed aiutata da quell'uomo di santa vita che fu Mons. D.
Isidoro del Castillo dei marchesi di S. Isidoro, provvidenza del
quartiere dell'Albergaria, del quale fu parroco attivissimo. Lì, nella
Casa, erano lunghi corridoi con camerette da una parte e dall'altra per
coloro che vi si recassero, una magnifica cappella, un ampio e lungo
refettorio e qualcos'altro per la pace dello spirito. Per nove giorni di
seguito, nobili e civili vi si ritiravano per attendere alla riforma del
loro costume ed all'acquisto della cristiana virtù[133]. Favorito da
clausura volontaria (e sovente involontaria) era il raccoglimento di
coloro i quali, per devozione sincera o, come non di rado accadeva, per
ostentazione, vi entravano. La Curia arcivescovile li conosceva uno per
uno, e rilasciava loro un attestato di questo compiuto dovere, come
tutte le parrocchie rilasciavano quello del precetto pasquale. Li
conosceva la Polizia e sapeva tenerli in conto come di buoni cattolici
così di sudditi fedeli. Li conosceva anche il Senato, nei cui archivi se
ne conservavano alcune volte i nomi e i documenti, perchè l'autorità
comunale consentisse la costruzione di certi ripari necessarî ad
impedire ai passanti di turbare il religioso ritiro[134].
[133] _G. Palermo_, _Guida istruttiva per Palermo_, 2ª edizione p. 698.
[134] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, pp. 135 e 226.
Luogo consimile pel conforto dell'anima sua aveva una volta scelto il
Vicerè Fogliani (1767): la Quinta Casa al Molo, con la predicazione del
gesuita P. Sansone; ma non avea voluto esser solo, e «di casa in casa
con un suo creato avea mandato invitando tutti i nobili della città.»
Ecco il suo _nodiglio_:
«_Il Vicerè la riverisce, e avendo risoluto di andare a fare li Esercizj
di S. Ignazio nella quinta Casa, la esorta e prega a volere con la sua
pietà tenergli compagnia in questo santo ritiramento, e gliene averà
obligazione, oltre il merito che ella si farà col signore Iddio. Questa
fatta di esercizj, composta di soli nobili, comincierà la sera del
lunedì 23 corrente marzo, e terminerà la mattina del giorno primo di
aprile._
_Ve ne sarà in appresso una seconda, composta di nobili e mercadanti, la
quale comincierà la sera del lunedì 6 aprile, e terminerà la mattina del
mercoledì santo. Si compiaccia però avvisar per tempo con suo biglietto
in risposta a quale delle due potrà intervenire, non dubitandosi che per
questi pochi giorni lascerà ogni altro affare per occuparsi di quello
solo, che tanto importa all'anima sua»._
Il tono della chiusura non ammetteva dubbio sull'accettazione. «Fatevi
gli esercizj spirituali (diceva con belle parole il Vicerè): e
dichiarate se volete farli coi nobili ora, o coi nobili e coi mercanti
più tardi.».
Non si ha il numero dei signori invitati con questa circolare; ma si sa
che in compagnia di S. E. furono quaranta persone probabilmente
dell'alta aristocrazia[135].
[135] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 8.
Vicende della vita!... Questa Quinta Casa dovea vent'anni dopo (1786)
convertirsi in R. Casa di correzione pei figli discoli e per le mogli
scorrette!
Nel 1799, nel medesimo mese di marzo del suo antico Vicerè, Ferdinando
III con Carolina e tutta la Corte, assisteva dentro la Cappella Palatina
ad esercizî simili a quelli che abbiamo cennati[136]: e furono giorni di
grande sacrificio pel Sovrano, che non uscì, non fiatò e, tanto per
parere, tenne silenzio da certosino.
[136] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 329.
Quello che per gli uomini alla Quinta Casa, avveniva per le donne nel
Ritiro delle figlie della Carità sotto nome di Filippone. «Nel corso
quaresimale si ricevevano per nove giorni dame e donne civili e zitelle
e povere per farvi gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Lojola in
santo ritiro, delle quali le prime pagavano una certa somma per lo
trattamento del pranzo, della cena e di quanto altro bisognava».
Così diceva un articolo del _Ragguaglio_ del pio luogo: «e da questo
santo Stabilimento non è stato poco il vantaggio che in questa città se
ne è riportato,» aggiungeva un erudito[137].
[137] _Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie
della Carità_, ecc. n. 12, p. XXXIV. In Pal., Felicella, MDCCLXXII.
-- _G. Palermo_, _Guida_ cit., p. 537.
E come non v'era chiesa (e la pratica è sempre in pieno vigore anche
oggi, specialmente nelle parrocchie, negli oratorî, nei monasteri, nelle
case di educazione, ecc.) nella quale, per età e quasi per classe
sociale, gli esercizî di Quaresima non si ripetessero per gli uomini,
così non v'era e non v'è chiesa nella quale dove per nobili dame, dove
per modeste signore e dove per umili donnicciuole, e per ragazze e madri
di famiglia, quattro giorni almeno non venissero a questo consacrati. Le
diverse partite di esercizî supponevano ed ammettevano uditori diversi:
e nessun altro di sesso, di età, di condizione differente. Cominciavano
(ripetiamo, che l'uso è sempre vivo) nelle ultime ore del giorno e
finivano di sera. _Istruzione e Meditazione_ impartivasi quando da un
solo, quando da due sacerdoti. Quasi sempre amena la _istruzione_: e se
per poco si scorre l'_Utile col Dolce_ del P. Casalicchio, al quale i
predicatori ordinariamente attingevano[138], si comprende bene perchè
uomini e donne, vecchi e fanciulli, vi si divertissero; ma la
_meditazione_ era una vera penitenza; quella sul purgatorio e, peggio
ancora, l'altra sull'inferno, un supplizio. Una di queste prediche pel
rumore che fece, dovea restar proverbiale, e merita un ricordo.
[138] _L'Utile col Dolce, ovvero quattro Centurie di argutissimi detti e
fatti di saviissimi uomini del p._ _Carlo Casalicchio_ _d. C. d.
G._ In Napoli, MDCCLXIV.
Dal 1671 a 1764 in Napoli e Venezia se ne fecero undici edizioni.
Era appunto di Quaresima, e nella chiesa di S. Maria delle Grazie, detta
della Gància, alla quale è attaccato il relativo convento dei frati
Osservanti, si compievano i soliti esercizî per le popolane della Kalsa.
Toccava oramai la meditazione sull'inferno: e si era voluto renderla
efficacissima rappresentando al vivo le pene dei dannati. Nel meglio,
quando cioè il predicatore si accalorava nel descriverle, si sente un
orrendo scroscio di catene, e pietosi lamenti di uomini, e
raccapriccianti urli di demonî, e fracassi assordanti, e bagliori
sinistri di fiammate, che rompeano, rendendola più penosa, la oscurità
della chiesa. Immaginiamo il terrore delle donne! Quale più, quale meno,
tutte si misero a piangere, a singhiozzare implorando pietà e
misericordia, a gridare come ossesse; le più pronte si precipitarono
verso la porta fuggendo; molte si svennero, alcune tramortirono. A tanto
scompiglio accorsero i vicini, e con essi la Polizia: e sentendo la
cosa, non poterono trattenere le più matte risate.
La frase popolare _Finiri a 'nfernu di Gància_ attesta il tragicomico
aneddoto[139].
[139] Vedi i nostri _Spettacoli_ e _Feste_, p. 206, e _Modi proverbiali_
cit., n. 44.
Sulle nomine dei predicatori per opera del magistrato municipale,
vedi _Provviste del Senato_, a. 1791, p. 6; 1794, pp. 16 e 67;
1795, p. 127; 1796, p. 155; 1797, p. 42; 1799, p. 32.
CAP. VIII
FRATI, MONACI E CONVENTI.
Non era ordine religioso che non fosse più o meno largamente
rappresentato in Sicilia; e dicendo Sicilia, vogliamo intendere Palermo,
centro anche della vita ecclesiastica dell'Isola. Basiliani e
Benedettini, Cappuccini ed Agostiniani, Domenicani e Minimi, Antoniniani
ed Osservanti, Carmelitani e Nicolini aveano in città e fuori i loro
monasteri ed i loro conventi[140].
[140] Convento in Sicilia vale abitazione di frati.
Professavano le regole di S. Basilio e di S. Benedetto, di S. Francesco
d'Assisi e di S. Agostino, e le sotto-regole di S. Domenico e di S.
Francesco di Paola, di S. Antonio da Padova, di S. Nicolò di Bari, del
terz'ordine di S. Francesco e via discorrendo. V'erano poi anche preti
secolari e regolari, che partecipavano delle fraterie, ma ne differivano
quasi radicalmente, perchè, congregazioni particolari, aveano per
proprio istituto determinati scopi, come quello d'istruire la gioventù
(Scolopî), di educarla (Filippini), di assistere i moribondi
(Crociferi), di meditare e di elemosinare (Teatini) ecc. Di Gesuiti non
si parlava più da un pezzo.
I frati eran divisi per provincie monastiche: e capo supremo di ciascuna
era appunto un Provinciale con giurisdizione assoluta sopra un dato
numero di conventi. Era preposto al convento un Guardiano, col nome di
Priore tra i Benedettini e i Domenicani, di Correttore tra i Minimi, di
Nostro Hermano tra i Mercedari. Il Guardiano quindi, il Priore, il
Correttore moderava o dirigeva la famiglia del suo convento, come il
Provinciale o l'Abate (se tra Benedettini, Basiliani ecc.) quelle di
tutti i conventi a lui sottoposti. Egli, il Guardiano, amministrava,
disciplinava i suoi confrati, ma non così indipendentemente che non
dovesse darne conto al suo superiore, sotto i cui occhi passava
qualunque carta, ed al cui controllo era sottoposta ogni spesa, come
qualsiasi disposizione relativa al governo materiale e spirituale della
comunità.
Un critico di cose monastiche si lasciò sfuggire che gli abiti dei
Regolari eran tanti e così diversi che ci sarebbe stato da farne una
gaia collezione di quadri e da riempirne le più cospicue gallerie del
mondo.
L'espressione ha un fondo di vero, in quanto gli abiti, a ragione della
necessaria distinzione di ordini, erano molti e molteplici, sì per la
stoffa ond'eran composti, sì pei colori e sì per la forma. Come dai
frati Cappuccini si andava per la scala religiosa fino ai monaci
Benedettini, così dal ruvido albagio (_abbràciu_) si giungeva al morbido
fior di lana; e dal nero perfetto di questi ultimi, al castagno dei
Mendicanti, al latteo dei Predicatori e dei Benedettini Bianchi. Dalle
amplissime maniche spioventi sui fianchi dei monaci, dalla saccata dei
Minimi, si scendeva alla stretta ed angusta degli Antoniniani. I rozzi
sandali, per via di modificazioni e di ritocchi, assurgevano ai delicati
calzari; se parecchi erano gli ordini che andavano a capo nudo, non
pochi si coprivano, quali d'un nicchio e quali d'un cappello a tegoli.
La chierica _unius mediocris palmae_ dei Minimi allargavasi fino a
limitare, nei Minori Conventuali, una corona di corti capelli, simbolo
della corona di spine di G. C., e si riduceva alla misura d'una moneta
di scudo d'argento nei monaci di S. Basilio e di S. Benedetto.
Ciascun ordine professava un voto proprio oltre quelli di Povertà,
Castità, Obbedienza, obbligatorî per tutte le fraterie; e dove uno
s'astringeva a perpetua vita quaresimale (Minimi), un altro a quella
della predicazione (Domenicani), gli altri, alla istruzione, alla
redenzione degli schiavi, alla elemosina, alle missioni nei Luoghi santi
ecc.[141].
[141] Erano i Riformati, presso i quali è ancora nel convento della
Gància un posto col titolo di _Terra Santa_. Costoro andavano in
giro pei comuni dell'Isola portando le _bolle dei Luoghi Santi_,
composte e stampate dentro il Commissariato di _Terra Santa_ in
Palermo, dove i tipografi si chiudevano, e stampavano
scrupolosamente il numero prestabilito di bolle: non una di più.
Codeste bolle contenevano privilegi e indulgenze agli acquisitori,
e si portavano addosso, preservativi di assalti di ladri, di
naufragi in fiumi, infortunî d'ogni genere nei viaggi per la
Sicilia.
Poveri avrebbero dovuto esser tutti in quanto che a nessuno era
individualmente lecito di possedere: e se qualche cosa aveano, questa
non poteva essere se non del convento; ma tali non erano se si guardi
agli stabili ed alle larghe entrate della comunità. I viaggiatori del
tempo si palleggiavano le cifre di codeste entrate, e le facevano
ascendere a somme favolose[142].
[142] Il solo _Gorani_, _Mémoires_, I, 471, nel 1793, scriveva: «I
conventi dell'Isola possiedono beni incalcolabili. Palermo ha
monasteri con annuali rendite di 100,000 ducati d'argento» (L.
425,000).
Checchè ne sia, nella Capitale ciascun frate (non parliamo neppure di
monaci), di qualsivoglia corporazione, m
Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/37720