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Passeggiate per l'Italia, vol. 2

by Ferdinand Gregorovius · Italian · Gutenberg #37099 · 569,746 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Passeggiate per l'Italia, vol. 2
    
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Title: Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Author: Ferdinand Gregorovius

Translator: Mario Corsi


        
Release date: August 15, 2011 [eBook #37099]
                Most recently updated: January 8, 2021

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/37099

Credits: Produced by Emanuela Piasentini, Leonardo Palladino and
        the Online Distributed Proofreading Team at
        https://www.pgdp.net (This file was produced from images
        generously made available by The Internet Archive/Canadian
        Libraries)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK PASSEGGIATE PER L'ITALIA, VOL. 2 ***




Produced by Emanuela Piasentini, Leonardo Palladino and
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Libraries)










                         FERDINANDO GREGOROVIUS


                        Passeggiate per l'Italia


                               Subiaco
                          Attraverso l'Umbria
                        e la Sabina--Il Ghetto
                    e gli Ebrei di Roma--Macchiette
                  romane--Storia del Tevere--L'impero,
                       Roma e la Germania--Una
                       settimana di Pentecoste
                                 in
                              Abruzzo


                       _Versione dal tedesco_


                    ULISSE CARBONI--LIBRAIO EDITORE
                                 ROMA
                       _Via delle Muratte, 77_
                                 1907




  I diritti sulla presente traduzione sono riservati

  Stab. Tip. della Società Poligrafica Editrice
  Roma, Piazza Pigna, 53.




Varî critici italiani, occupandosi del primo volume di queste
«Passeggiate per l'Italia» con cortesi parole di lode al coraggioso
editore romano ed al traduttore, domandavano per quali ragioni
quest'ultimo avesse voluto mantenere l'incognito. «Dinanzi ad opere
severe e poderose, quali appunto quelle del Gregorovius,--scriveva uno
di questi critici--il traduttore, responsabile dinanzi all'autore ed al
pubblico dell'opera sua, ha il dovere sacrosanto di far conoscere il
proprio nome».

L'appunto, lo riconosco completamente, era giusto, e son qui a fare
doverosa ammenda ed insieme a giustificarmi.

Per ragioni, che sarebbe fuor di luogo qui esporre, consegnato il
manoscritto del primo volume, non mi fu affatto possibile rivedere,
neppur fugacemente, le bozze e curar l'edizione; cosa, questa, che
dovette essere affidata ad altra cortese persona. Per questo, per questo
solo, non credetti opportuno apporre il mio nome al primo volume.

Premessa questa breve, ma doverosa giustificazione, tengo a render qui
vive grazie al signor Attilio Rinieri de Rocchi, che mi aiutò nella non
lieve fatica della traduzione, ed all'egregio avvocato Francesco Zunini
che corredò, con paziente lavoro di ricerca, i vari capitoli, di cui
questo volume si compone, di dotte ed utili note.

Ed ora invito i lettori a seguire il grande storico in queste sue nuove
«Passeggiate» descritte in varie date, ma comprese tutte nel febbrile
periodo della nostra insurrezione, nel periodo in cui il potere
temporale dei papi oscillava sempre più, avvicinandosi al crollo finale.
La «Saturnia tellus» si è trasformata: è dunque bene che rimangano
consacrate, in geniale opera d'arte, le impressioni subìte in quella
terra da un così profondo conoscitore della storia e della vita romana,
quale fu appunto Ferdinando Gregorovius.

_Roma, nel dicembre 1906_.

                                                 MARIO CORSI.




SUBIACO.

La più antica abbazia dei Benedettini dell'Occidente.

(1858).




SUBIACO.

La più antica abbazia dei Benedettini dell'Occidente.

(1858).


A ventiquattro miglia da Roma, in una delle più belle vallate della
Campagna romana, irrigata dal gelido Aniene, giace la famosa abbazia dei
Benedettini di Subiaco. Gli Appennini distaccano qui una catena di
monti, le alture Simbruine, che dividono lo Stato della Chiesa dal Regno
di Napoli, la terra di confine del quale è l'antica regione dei Marsi,
oggi Marsica, provincia appartenente agli Abbruzzi. L'Aniene scaturisce
su questo confine, sopra Filettino, e, precipitando impetuoso, forma una
lunga ed in parte angusta valle, che fino a Tivoli è limitata da monti
ricoperti di boschi di castagni e di olivi. Sulla sommità di questi
monti si ergono, lungo il corso della corrente, dei cupi castelli
medioevali, Filettino, Trevi, Jenne, Subiaco, Agosta, Cervara, Marano,
Anticoli, Roviano, Cantalupo, Saracinesco, Vicovaro, San Polo, Castel
Madama e Tivoli. Questo è anche per la maggior parte il territorio di
quell'antica abbazia benedettina, luogo memorabile dell'ancor poco
conosciuto medio evo del Lazio romano, culla del monachismo
dell'Occidente.

Da questa selvaggia solitudine, fra i monti brulli ebbero origine tutti
i monasteri che, sotto forma di colonie della Chiesa romana, si sparsero
per tutta l'Italia, la Sicilia, la Germania, la Francia ed anche per la
lontana Britannia. I monaci mantennero stretti i rapporti fra queste
regioni e Roma, e, in mezzo alle barbarie di secoli oscuri, essi posero
i germi della civiltà (meriti che possiamo ancora riconoscer loro) e
tennero viva la coltura classica, copiando, scrivendo, e studiando i
codici, alla fioca luce della lampada, nelle loro buie celle, mentre
tramandavano gli avvenimenti del loro tempo in cronache e notizie di
inestimabile valore. Così è: uomini che si erano allontanati per
principio dal rumore del mondo, divennero i padri degli scritti storici,
fatto questo che cessa di parere strano, quando si pensi che i chiostri
in quei secoli avevano stretti e continui rapporti con la vita politica.

Voglio in queste pagine fare la storia, per sommi capi, di una delle più
notevoli abbazie. Dal punto di vista storico e scientifico, Subiaco è
certamente superata da Montecassino, e di molto: questo chiostro è il
più antico antenato di quello che sorge presso il Liri; per tutto il
medio evo anzi fu il faro solitario della scienza, come lo attestano
oggi i suoi preziosi archivi e la dottrina diligente de' suoi monaci. Ma
anche la storia di Subiaco è interessantissima per la cronaca degli
avvenimenti del medio evo negli stati romani, ed è anche un quadro,
ricco d'insegnamenti, del feudalismo ecclesiastico. Mentre intorno a
questo chiostro si andava a poco a poco formando uno Stato feudale da
lui dipendente, esso entrava come possente principato nella
giurisdizione territoriale romana, il cui re era l'abate, ed i potenti
baroni erano i monaci, ai quali per lungo tempo rimasero devote ed
ubbidienti le città, i cavalieri ed il popolo della campagna.

La fondazione dell'abbazia risale al tempo in cui l'eroica stirpe dei
Goti dominava, con Teodorico, Roma e l'Italia, e ritardava con savie
leggi, ancora per un mezzo secolo, il tramonto definitivo della civiltà
romana; ma il crollo dell'impero era già completamente avvenuto. Allora,
mentre si andava disgregando l'antico ordinamento del mondo, e si
spezzavano i legami di stato e di città, si manifestò nel popolo il
bisogno di fuggire dalla società e di rifugiarsi in una vita di
solitudine e di pace, come già era avvenuto al principio del secolo
quarto. Benedetto fondò il monacato occidentale, e fu, col suo più
giovane contemporaneo, Gregorio Magno, uno dei creatori della gerarchia
romana. Quanto questa gli dovesse, anche quel pontefice lo riconobbe;
egli stesso, nel secondo libro de' suoi dialoghi, parlò dell'opera del
suo fratello d'armi di Subiaco, che aveva liberato l'Occidente dalla
signoria dei bizantini, aveva istituito una regola nazionale romana, e
aveva inviato per tutte le regioni i suoi seguaci, onde collegarle a
Roma.

Benedetto nacque a Nursia nella Valeria[1] nell'anno 480, ed all'età di
quattordici anni venne a Roma, per iniziarsi agli studî di umanità. Ma
presto, assalito dalla brama della solitudine, cominciò ad errare per i
deserti monti Simbruini, e qui visse, in una caverna, assorto in
estatiche meditazioni. Il luogo si chiamava _Sublacus_, ed era noto
anche a Plinio per una bella villa di Nerone, il quale aveva fatto,
sbarrando con una arginatura l'Aniene, costruire quivi tre laghetti
artificiali, per pescarvi le trote con reti d'oro. Queste trote sono
ancora famose come al tempo di Nerone, ma i laghetti durante il medio
evo scomparvero. Al tempo in cui il giovane romito viveva lassù, non
esisteva ancora la città di Subiaco;[2] però sulle rovine della villa di
Nerone era sorto un chiostro dedicato a S. Clemente, ed uno de' suoi
monaci, di nome Romano, soleva ogni giorno portare del cibo alla grotta
del giovane Benedetto. Questi, persuaso da sua sorella Scolastica, uscì
finalmente dalla caverna, come Maometto; la fama della sua santità si
era già diffusa, e siccome molti romani si erano uniti all'ispirato
anacoreta, egli gettò le regole fondamentali dell'Ordine e divise i
fratelli in dodici piccoli chiostri. Questi si trovavano tutti nella
medesima valle, nella selvaggia solitudine dei monti. Nel contemplare
quel solenne cerchio di monti, che ora rudi e ripidi si slanciano
nell'azzurro, ora invece gaiamente coperti di verdeggianti boschetti,
nei quali risuona la dolce canzone dell'usignuolo, non si può fare a
meno di apprezzare il sentimento della natura, che albergava nell'animo
del giovane ispirato. Non una di quelle incantevoli vedute, cui solo
l'orizzonte è limite, delle quali è ricca la Campagna romana, alletta e
trattiene qui l'occhio, ebro di sole e di vita; no: l'orizzonte è qui
chiuso e costretto da rupi selvagge.

Verso settentrione si innalzano, simili a giganteschi promontorî, due
grandi monti, fra i quali precipita l'Aniene, che si apre violentemente
la via fra enormi blocchi di rocce, attraverso ombrosi scoscendimenti,
e, col suo eterno e melanconico strepito, immerge nel sogno l'anima del
solitario viandante.

Qui, sulle nude pareti rocciose, in dodici chiostri, abitavano i santi
di Roma, simili a corvi montani, e la valle di Subiaco poteva
paragonarsi ad una di quelle deserte valli d'Egitto, dove Atanasio ed
Antonio riunirono intorno a loro innumerevoli schiere di anacoreti.

Ma l'invidia di un prete delle vicinanze di Vicovaro (Varia), scacciò il
patriarca da Subiaco; Pelagio[3] tentò un giorno di mandare all'aria
quei chiostri col lascivo allettamento di belle ragazze, che ebbe
l'impudenza di mandare nelle celle dei monaci; allora Benedetto
abbandonò il luogo profanato, dove aveva per molti anni meditato e
studiato colla compagnia di tre giovani corvi da lui allevati, e si
diresse a Montecassino, dove l'anno 529 fondò il famosissimo chiostro.
Ma in Subiaco qualche cosa di lui era rimasto; egli stesso vi aveva
lasciato Onorato come suo successore, in qualità di abate. La storia dei
dodici chiostri è poco conosciuta: sembra che la tremenda guerra di
distruzione dei Goti abbia impedito loro di prosperare. Onorato
costrusse il chiostro principale, consacrato ai santi Cosma e Damiano; è
questo il solo rimasto dei dodici, e porta il nome di S. Scolastica. I
Longobardi distrussero gli altri nel 601;[4] i Benedettini scacciati si
rifugiarono in Roma, dove il papa aprì[5] loro il chiostro di S. Erasmo,
sul monte Celio. Gregorio Magno ci si presenta come il vero fondatore
della potenza mondiale dell'abbazia di Subiaco; a lui è attribuito un
atto con cui nel 599 avrebbe concesso a quell'abbazia una quantità di
beneficî e di privilegi, e questa pergamena apocrifa è diventata poi la
base sulla quale i Benedettini si sono arrogati infiniti diritti.
L'originale è contenuto solo in un rescritto, detto autentico, del 1654.
Ci sono anche altri documenti di questo genere, donazioni di Gregorio IV
e di Nicolò I, e dei re Ugo e Lotario, dell'anno 941, che nessuno
studioso di coscienza può ritenere genuini. Le falsificazioni si
diffusero tanto nel chiostro, che Leone IX nel 1051 bruciò di sua mano
molti documenti.

L'abbazia di Benedetto rimase abbandonata per 104 anni, finchè Giovanni
VII,[6] nel 705, la popolò nuovamente. Ma i Saraceni la distrussero
nell'840, finchè sotto l'abate Pietro I, alla metà di quel secolo, fu
nuovamente riedificata. Abbattuta per l'ultima volta dagli Ungheresi,
nel 938, fu finalmente ricostruita da Benedetto VII, nell'anno 981;
questo pontefice consacrò, il 4 decembre, la chiesa del chiostro sotto
il patronato di S. Benedetto e di S. Scolastica. Da quel tempo l'abbazia
non ha sofferto più danni per mano di nemici, ed ha cominciato a
fiorire, arricchita da donazioni valide e non contestate.

I cronisti narrano che la potenza feudale di Subiaco cominciò nel secolo
XI, nel tempo in cui il feudalismo si andava estendendo in tutte le
regioni. La considerazione del chiostro era divenuta così grande, che
potenti baroni della Campagna romana donavano a S. Benedetto castelli e
possessi; così il conte della Marsica, Rainaldo, concesse ai monaci
Arsoli, Anticoli, Roviano e molti castelli con essi passarono all'eterno
feudo dell'abbazia. Gli abati in questo tempo divennero i veri baroni.
Ma è assai strano che Subiaco stessa, che si era accresciuta e, prima,
formata sotto la protezione dell'abbazia, non cadesse in potere degli
abati. Nel cortile del chiostro di Santa Scolastica si vede, nella
parete presso la porta della chiesa, una pietra murata: essa contiene
un'iscrizione del 1052, del quarto anno cioè del pontificato di Leone
IX, la quale dice che il venerando abate Uberto edificò la torre del
chiostro in onore di Cristo, del suo rappresentante Benedetto e della
sorella di lui Scolastica; enumera quindi tutti i possessi del chiostro,
la grotta di Benedetto, i due laghetti che ancora esistevano, il fiume
Aniene, con l'uso del mulino e il diritto di pesca, e ventiquattro
castelli nel territorio dell'Aniene.

La città di Subiaco però non vi è nominata.[7] Molto probabilmente
divenne soggetta al chiostro dopo che l'abate Giovanni V, nell'anno
1068, ebbe costruito sul luogo la _rocca_, o fortezza, come afferma un
cronista dell'abbazia. Questa fortezza si erge ancora presso il palazzo
municipale, sebbene assai cambiata di aspetto, sul monte piramidale, sui
fianchi del quale è fabbricata la città.

Giovanni V, cardinale diacono di S. Maria in Dominica a Roma, abate
possente e guerriero, sembra sia stato il vero fondatore della potenza
temporale di Subiaco. Per 59 anni egli vi regnò come principe; condusse
guerre fortunate contro i baroni delle vicinanze, e dopo aver riempito
di ricchezze il chiostro, ed edificata una chiesa sopra la grotta di
Benedetto (_sacrum specus_) per perpetuarne la memoria, morì assai
vecchio nel 1121. Da quel tempo gli abati benedettini furono annoverati
fra i principi guerrieri e temuti della Campagna romana, come gli Orsini
e i Colonna, coi quali osarono gareggiare. I loro vassalli, i contadini
e gli abitanti dei castelli che loro appartenevano, gemevano sotto un
dispotismo feudale, tanto più terribile, in quanto che era esercitato da
uomini le cui passioni non potevano essere attenuate o limitate da
nessun riguardo politico. Essi stessi erano i ministri del dispotismo
del chiostro e del potere dell'abate sovrano, da loro eletto; ma,
d'altro canto, si rifacevano sui vassalli, come incaricati di riscuotere
le imposte, come segretari e giudici, senza appello, di vita e di morte.
L'abate mandava in ogni castello un monaco che vi esercitava da signore
una giustizia barbarica, e per primo, nell'anno 1232, Gregorio IX
dispose, per alleviare la sorte dei vassalli, che ogniqualvolta i
castellani avessero da rendere giustizia, dovessero unirsi una specie di
procuratore legale scelto nella cittadinanza. In principio si chiamò,
secondo l'uso del tempo, _buon uomo_, poi _castellano_. Finalmente il
diritto di rendere giustizia fu tolto ai monaci, che restarono però
amministratori ed esattori delle imposte, col diritto di sorvegliare le
moltitudini; il preposto al castello, nominato dall'abate, esercitava la
giustizia indipendentemente da lui, ma in suo nome.

I sudditi dell'abbazia si dividevano in tre classi: i liberi, che non
erano obbligati a servire come soldati del chiostro, perchè non
portavano rendite al feudo; i _milites_, che, nella loro qualità di
vassalli del chiostro, dovevano servirlo con le armi, e finalmente i
contadini o servi della gleba, tutti dipendenti da un connestabile. Così
l'abate imperava su un piccolo esercito di vassalli obbligati al
servizio militare; più tardi egli assoldò anche delle bande, nè più, nè
meno degli altri baroni, e, se era di spirito bellicoso, guidò in
persona a cavallo le sue truppe alla battaglia, con lo scudo e la
spada.

Le ostilità con i vicini vescovi di Preneste, Tivoli, Anagni, o con i
baroni dei dintorni, diedero spesso occasione a fatti d'arme; anche
entro le tombe si poneva la spada al fianco dell'abate.

Essi appartenevano alle più note famiglie nobili della Campagna romana,
come, fra gli altri, ricorderò il bellicoso Lando, nipote di Innocenzo
III, dell'illustre prosapia dei Conti di Segni; morì questi nel 1244. Ma
nè la ferrea potestà che esercitavano, nè la severa disciplina
preservarono talora il chiostro dai più funesti scompigli. Le condizioni
e gli eventi del papato in Roma si riflettevano in piccolo sull'abbazia
di Subiaco.

I monaci erano animati da un vivacissimo spirito di parte, e l'audace
ambizione di alcuni di essi si faceva beffe di tutte le leggi di
Benedetto. Dopo la morte dell'abate, nell'anno 1276, il monaco Pelagio,
raccolti armati per costituirsi signore temporale del luogo, assalì il
chiostro, scacciò i monaci, e dopo aver saccheggiato il tesoro, ritornò
a Cervara, luogo selvaggio, rupestre, sopra Subiaco, dove si tenne
armato per quattro anni, aspettando che l'abbazia rimanesse indifesa e
senza capo.

Il papa scelse un nuovo abate e lo mandò contro di lui con molte truppe,
che solo dopo un difficile assedio riuscirono a sopraffare i ribelli.

Questo stato di cose peggiorò durante l'esilio avignonese, e per molti
anni l'abbazia rimase senza capo; quando poi un papa vi mandò un abate
di Avignone, che col suo reggimento tirannico mise la disperazione così
nei monaci come nei vassalli. Bartolomeo da Montecassino, consacrato
abate nel 1318, vi condusse la più scandalosa esistenza; sulla fortezza
stabilì un _harem_ di belle ragazze ed i monaci seguirono il suo
esempio.

Il chiostro minacciava di dissolversi: se così non accadde, fu per la
severità del francese Ademaro. Questo tirannello divenne abate nell'anno
1353. Ci possiamo immaginare facilmente l'ambiente, quando si sappia che
Ademaro non esitò a far un bel giorno appiccare per le gambe sette
monaci suoi nemici, che furono bruciati a fuoco lento. Era ghibellino
convinto; battè una volta sull'Aniene, presso la porta di Subiaco, le
truppe del vescovo di Tivoli, partigiano del papa. Ancora oggi gli
abitanti mostrano allo straniero il ponte ad un arco, munito di torre,
che conduce a Subiaco, attraverso l'Aniene, quello stesso che Ademaro
aveva fatto edificare col bottino dai prigionieri di Tivoli.

Il disordine era giunto al colmo; uno dopo l'altro gli abati erano
costretti ad abbandonare la dignità. Vedendo infruttuose le riforme più
volte tentate con decreti ed ordinanze della Curia romana, Urbano VI
risolvette di por fine con un'azione repressiva e vigorosa a
quell'anarchia. Con la bolla dell'anno 1386 egli tolse ai monaci il loro
antico e prezioso diritto di eleggere l'abate. Dalla fondazione del
chiostro essi avevano eletto 57 abati, ed erano fieri del privilegio del
loro piccolo principato elettivo, che sorpassava per venerabile età i
regni della terra; a malincuore dunque dovettero piegarsi all'ordine
pontificio, e da quel tempo cominciò a declinare lo splendore di questa
abbazia benedettina.

Furono i pontefici che scelsero d'allora in poi gli abati, e questi
nuovi capi del chiostro si dissero _manuales_, perchè ricevevano
l'investitura dalle mani del papa. Il primo di questi fu Tommaso da
Celano, ardente seguace di Urbano, uomo di qualità e doti superiori.
Tale ordine di cose durò fino all'anno 1455, nel quale gli abati, sino
allora arbitri della forza e giurisdizione feudale, e di essa
terribilmente armati, perdettero anche questo diritto.

Si narra che la continua tirannide che esercitavano sui loro sottoposti
sia stata la causa di tale perdita. Finchè il loro governo come una
maledizione posò sui poveri sudditi, che riempivano le carceri, e spesso
erano anche precipitati nei pozzi sotterranei della fortezza, i lamenti
del popolo si alzarono alti e strazianti. Un caso segnò il momento della
liberazione. Nel novembre 1454 quindici giovanetti schernirono per via
due monaci e aizzarono contro loro dei cani: i fratelli del chiostro se
ne lagnarono presso l'abate e la notte seguente questi mandò i suoi
birri alle case ove abitavano i giovani, appartenenti alle più note
famiglie del luogo, e al cader del sole la popolazione vide i quindici
infelici impiccati alla forca, in un punto che anche oggi si chiama
_Colle delle Forche_. Allora la popolazione si sollevò, assalì il
chiostro, uccise i monaci, li precipitò dalle finestre nell'abisso, e
devastò l'abbazia. In seguito a questo fatto, Callisto III, il 16
gennaio 1455, ridusse Subiaco in commenda e dispose che un cardinale ne
godesse i ricchi beneficî, sotto il titolo di abate; ed il primo fu il
dotto spagnolo Juan Torquemada, cardinale di Santa Maria in Trastevere,
cui comandò di riformare l'ordinamento di Subiaco e di tutti i castelli
dipendenti. Fu allora stabilito un nuovo statuto, secondo il quale ogni
abate era obbligato al giuramento di governare rettamente innanzi ai
membri della comunità di Subiaco, mentre da parte sua la popolazione
doveva giurare a lui fedeltà. Al primo cardinale abate Torquemada ed a
questo chiostro spetta la bella fama di avere dato alla luce la prima
opera stampata fuori di Germania.[8] Ne furono editori Corrado
Schweinheym e Arnoldo Pannartz che, prima di stabilire la stamperia
romana al palazzo Massimi, trovarono ospitali accoglienze a Subiaco. Qui
anzi essi terminarono il 30 ottobre 1465 di stampare le _Istituzioni_ di
Lattanzio, e pubblicarono nel 1467 l'opera di S. Agostino: _De civitate
Dei_. Questi magnifici ricordi della signoria monacale a Subiaco sono
insieme degni monumenti della nostra patria tedesca; ancor oggi li
conserva la biblioteca del chiostro di S. Scolastica.

Torquemada morì in Roma nel 1467 e gli successe un altro spagnolo,
Rodrigo Borgia, divenuto poi Alessandro VI.

In Subiaco le preziose opere di stampa non ricordano il suo nome, ma lo
ricorda la rocca del palazzo, a cui nel 1476 aggiunse un'ala sormontata
dalla torre quadrata. Si vede ancora il toro del suo stemma sul muro
esterno, dove un'iscrizione dice che il cardinale Rodrigo munì la rocca
per la difesa dei monaci e dell'abbazia e per la sicurezza dei confini
della Chiesa Romana. Sedici anni dopo fu inalzato al seggio pontificio;
egli pagò anche il voto datogli nel conclave dal cardinale Giovanni
Colonna, avendogli promessa l'abbazia di cui sino ad allora aveva goduto
i beneficî. Ma l'amicizia fra Alessandro VI e i Colonna ebbe breve
durata: la più potente famiglia romana cominciò ad attraversare i
disegni dei Borgia, che miravano a formare un grande dominio temporale,
per mezzo della forza e dell'astuzia, a danno dei grandi baroni. Il
cardinale Colonna dovette far vela per la Sicilia ed abbandonare la
commenda, che per tutta la durata del pontificato di Alessandro, fu
occupata dal palermitano Luigi de Aspris.

Era quel terribile papa appena morto, che Colonna fu reintegrato nella
commenda dal suo successore, Giulio II. Nel 1508 la passò egli stesso al
famoso suo nipote Pompeo: questo lascivo cardinale dicesi conducesse a
Subiaco la bella Marsilia, figlia di Attilio Corsi. Un giorno il padre
brandendo un pugnale riuscì a penetrare nella camera del seduttore, ma
fu afferrato dai servi e gettato in un sotterraneo segreto. Pompeo si
era già guastato con Giulio II, che aveva riunito l'abbazia di Subiaco
con quella di Farfa, terzo degli antichi conventi benedettini, fondato
nel VI secolo nel territorio sabino, ed allargato ed esteso dai duchi
longobardi di Spoleto, nei dominî dei quali il monastero si trovava. I
rapporti fra le due abbazie diedero d'allora in poi occasione a continue
lotte: un partito voleva riunirsi ai monaci di Montecassino, ciò che
ebbe luogo nel 1514; l'altro, il partito tedesco, stava invece per la
fusione con l'abbazia di Farfa. Farfa aveva il titolo di abbazia
imperiale e contava molti tedeschi fra i suoi monaci: essi ricorsero più
volte all'imperatore e, più volte scacciati da Montecassino, i
benedettini vi furono reintegrati dai papi.

Pompeo Colonna, scomunicato da Giulio II, ma riammesso in grembo alla
madre Chiesa da Leone X, passò la commenda al nipote Scipione. I Colonna
erano potenti nella Campagna romana, dove si erano formati un piccolo
regno delle città degli Ernici e dei Volsci; essi pensavano perciò
d'incorporare anche Subiaco nei loro possessi, e siccome i cardinali di
questa famiglia ottenevano dai papi che fosse assegnata la commenda ai
loro nipoti, viventi ancor essi, così fu loro possibile di essere
padroni di Subiaco per ben 116 anni. Per tutto questo periodo il paese
rimase ai Colonna, nonostante le continue lotte coi papi. Clemente VII
subì per questo una tremenda sconfitta. Le sue truppe distrussero nel
1527 la rocca di Subiaco, ma il 28 giugno dell'anno successivo furono
completamente battute, sotto il comando di Napoleone Orsini. La
bandiera tolta in quella giornata alle truppe pontificie, si conserva,
come trofeo, nella chiesa di S. Scolastica, e ogni anno, nello
anniversario, si festeggia a Subiaco, con una processione, questa
vittoria ottenuta su di un pontefice.

Questi ricordi storici sono ancora vivi in tutta la regione.

Il dominio dei Colonna fu un governo baronale, fatto di arbitrio, senza
legge, simile al dominio lombardo-spagnolo dipinto dal Manzoni nel suo
romanzo. Questi cardinali non vedevano nella porpora che indossavano che
il manto della sovranità; dei banditi assoldati, già noti allora sotto
il nome di _bravi_, obbedivano fedelmente ai loro minimi cenni, e nè la
proprietà, nè l'onore delle famiglie erano sacri a quelle masnade
accampate nel cortile della rocca. Mentre duravano ancora le contese tra
Farfa e Montecassino, una notte, Scacciadiavolo, il temuto bravo di
Pompeo, con 44 armati piombò sul chiostro di S. Scolastica, lo
saccheggiò e ne scacciò tutti i monaci. Si dice che vi avesse avuto mano
anche il cardinale; fatto si è che egli fu destituito dal papa, ma per
esser subito dopo rimesso al suo posto. La storia di quel tempo è piena
di simili violenze, e molti luoghi di Subiaco ne tramandano la cupa
memoria: si mostra ancora la piazza, per esempio, in cui parecchi
cittadini furono sepolti vivi. Subiaco vide, fra le altre atrocità,
anche lo spaventoso matricidio che impedì la grazia della famiglia
Cenci. Un membro della casa Santa Croce di Roma avendo nel 1599
strangolato la sua propria madre a Subiaco, il papa, appena saputolo,
firmò la condanna a morte di Beatrice Cenci, della matrigna e del
fratello.

Intanto la potestà di Subiaco passava dall'uno all'altro Colonna, la
storia dei quali è legata a quella del chiostro; così Marcantonio
Colonna, così Camillo e finalmente Ascanio, che fu della famiglia
Colonna l'ultimo cardinale-abate di Subiaco. Abitava questi nella rocca,
spudoratamente, con la sua amante Artemisia, che aveva elevato a sua
sostituta nella direzione dell'abbazia, ogniqualvolta egli doveva
assentarsi; la cosa sollevò tanto scandalo che la commenda fu tolta ai
Colonna. Dopo la morte di Ascanio, nel 1608, il papa l'assegnò a suo
nipote Scipione Caffarelli Borghese, che la tenne fino al 1633.

I Colonna non hanno lasciato in Subiaco nessun bel ricordo; si vedono
soltanto nella fortezza, che essi fecero costruire ed abbellire, delle
stanze ornate dei loro stemmi.

Mentre fino al secolo xvi gli Orsini e i Colonna furono i padroni veri e
propri della Campagna romana, dopo il XVI secolo subentrarono in questo
dominio le più recenti famiglie, i Borghese e i Barberini, portate su da
papi nepotisti. Essi acquistarono le più belle proprietà del Lazio, e le
posseggono ancora (1858). Le città di questa regione mostrano sempre i
loro palazzi massicci e spaziosi, dalle cui pareti pendono i polverosi
ritratti dei baroni di quel tempo. Se ne trovano molti; ed anche nella
cittaduzza montana degli Ernici, dove scrivo queste righe, mi trovo in
mezzo a quadri famigliari di antichi cardinali e di maestose dame del
secolo XVII; fra i cardinali ho notato il volto roseo di Scipione
Borghese. Era il tempo dell'assolutismo galante e sensuale, in parrucca
incipriata e calze di seta, il cui carattere era imbelle, intrigante e
scandaloso, non meno che prosaico. I baroni in corazza e maglia del
medio evo si eran mutati in principi molli che, sdraiati sui divani
delle loro camere, gustavano i frutti che il vassallo tremante portava
loro al castello. Ogni volta che i cardinali facevano il loro ingresso
in Subiaco per prendere possesso dei beneficî, arrivavano alla testa di
un piccolo esercito mercenario, e, accompagnati da un nugolo di servi,
ricevevano sulla porta dalle mani del magistrato le chiavi della città.

I Borghese furono presto cacciati da Subiaco dai Barberini. Urbano
VIII, capostipite di questa ricca casa, assegnò la commenda al nepote
Antonio, nel 1633; da questo tempo i Barberini seppero molto bene
seguire l'esempio dei Colonna, poichè per 105 anni l'abbazia rimase
nelle loro mani; Antonio accrebbe anche la potenza del cardinale-abate;
aggiunse al diritto di giurisdizione baronale anche quello vescovile,
che fino ad allora avevano esercitato i vescovi confinanti di Tivoli,
Anagni e Palestrina, sui diversi castelli. Così il commendatore di
Subiaco fu insieme barone e vescovo, con terrore del povero popolo. Le
leggi erano così inumane che solo per aver preso una quaglia o un
fagiano si era puniti con dieci anni di galera. Tuttavia il governo dei
Barberini portò un po' di bene: Subiaco, per la sua posizione naturale,
su di una ricchissima corrente di acqua, era specialmente adatta
all'industria, e deve al primo Barberini le fabbriche di carta, di
cotone e di stoffe colorate, che occupano e nutrono anche oggi alcune
centinaia di operai; nulla però si è potuto fare per sviluppare queste
industrie, poichè esse son rimaste un monopolio della commenda
cardinalizia.

Intanto i monaci non avevano dimenticato che essi un tempo erano stati i
signori feudali dell'abbazia; colsero dunque l'occasione della morte di
Francesco Barberini, nel 1738, per far valere i loro antichi diritti.
Nominarono vicario quegli che era stato abate, Bernardo si lasciò
condurre nella chiesa della città, ricevette là dal gonfaloniere del
popolo il giuramento dei sudditi, giurò egli stesso gli statuti, e dopo
una completa cerimonia di presa di possesso, fu portato in processione
per Subiaco, imitando in tal modo l'insediamento di un nuovo papa. Così,
come se fosse stato un abate del xiii secolo, promulgò editti, insediò
suoi agenti nei castelli, fece grazie, richiamò esiliati e tenne un
linguaggio da principe. L'editto inaugurale del suo governo comincia con
queste pompose parole: «Noi, Don Bernardo Cretoni, dell'ordine di S.
Benedetto, monaco e professo del sacro imperiale chiostro di S. Maria
della Farfa, e per grazia di Dio abate regolare del sacro chiostro di S.
Scolastica, e, per grazia della Santa Sede Apostolica, Vicario della
medesima Santa Sede apostolica, vicereggente temporale e spirituale». Ma
lo sfrontato abate trovò la più ostinata resistenza nel popolo, cui non
sorrideva punto l'idea di tornare sotto il dispotismo della cocolla, ed
un'eguale resistenza nella gelosia della parte religiosa secolare della
città. Gli uni e gli altri ricorsero al Pontefice, e questi diede la
commenda al cardinale Spinoza, che come plenipotenziario prese
finalmente possesso di Subiaco.

Verso la metà del secolo XVIII era divenuto acerbissimo l'odio contro
tutte le istituzioni feudali e il monacato, venuto in contrasto con gli
stati laici, doveva risentirne gli effetti. A Subiaco si formò una
congiura contro i benedettini; si cantavano canzoni di scherno contro i
monaci e nelle strade, dei declamatori raccontavano la storia del
chiostro, eccitando la popolazione con la narrazione dei soprusi e delle
violenze patite. I monaci, che non avevano potuto reprimere una
sollevazione avvenuta il 13 maggio 1752, invocarono l'aiuto delle truppe
romane: una compagnia di côrsi entrò in Subiaco, e con essa un
commissario pontificio per farvi un'inchiesta. Avendo la commissione
riconosciuto quale era la radice del male, papa Benedetto XIV risolvè di
abolire i diritti feudali dei benedettini. Un papa che aveva il nome di
Benedetto ebbe il coraggio di rinnegarlo, e, mentre egli annientava uno
dei più antichi principati ecclesiastici del mondo, si metteva su quella
via di riforme nella quale poi doveva seguirlo l'infelice suo
successore. Egli abolì per sempre, il 7 novembre 1753, la giurisdizione
temporale del cardinale-abate di Subiaco, e gli lasciò soltanto alcuni
titoli e rendite di natura feudale, che sussistono ancora in gran parte
e sono abbastanza gravosi. Il principato temporale passò allo Stato e fu
esercitato da un governatore e da un giudice, che venivano nominati
dalla _Sacra Consulta_. La commenda cardinalizia rimase un beneficio
semplicemente spirituale; il suo primo titolare, in questa nuova
condizione, fu Giovanni Battista Banchieri.

Questa fu la fine dell'ordinamento medioevale della famosa abbazia, e da
quel tempo la sua storia perdè ogni interesse. Però fra i suoi
cardinali-commendatori ve n'è uno notevole per avere efficacemente
favorito, secondo le esigenze dei nuovi tempi, la civilizzazione di
quella regione, ed è Pio VI, Braschi, che, nominato cardinale-abate nel
1773, rimase tale anche quando fu fatto papa, e colmò Subiaco di
beneficî. Oltre alla costruzione di vari edifici, come la cattedrale, un
grande seminario, il restauro del palazzo, ed altro, suo titolo
principale alla riconoscenza di quella popolazione è la bella strada
che, lungo l'Aniene, conduce a Tivoli: per mezzo di questa strada egli
collegò l'abbazia alla capitale della regione. I cittadini di Subiaco
gli innalzarono perciò un arco di trionfo, sul modello dell'arco di
Tito; è un ornamento di quel luogo che il medesimo pontefice aveva fatto
diventare città. Pio VI entrò a Subiaco nel maggio 1789 passando per
questa porta d'onore.

Ma ben presto la Repubblica franco-romana abbattè quello che rimaneva;
due volte essa soppresse il chiostro, finchè Pio VII lo ristabilì nel
1814. Gli ordinamenti dell'abbazia sono da quel tempo rimasti come erano
stati fissati nel 1753; il cardinale-abate possiede uno dei più ricchi
beneficî della chiesa; i monaci, non più signori di castelli e di
vassalli, hanno ancora molti beni e coloni; i loro possessi, coltivati a
olivi ed a viti, giungono sino ai piedi dei monti Volsci. L'ammontare
della rendita annuale che appartiene anche oggi al chiostro, è valutata
da 8 a 10,000 scudi.

L'abbazia stessa conta presentemente nel suo territorio 21,000 e più
abitanti, ripartiti in sedici villaggi e castelli: Subiaco, Trevi,
Jenne, Cervara, Camerata, Marano, Agosta, Rocca Canterano, Canterano,
Rocca di Mezzo, Cerreto, Rocca Santo Stefano, Civitella, Rojate, Affile
e Ponza. Fra questi Trevi e Affile sono antiche colonie romane. Meglio
che da qualunque altro luogo, la vista di questa regione, ch'è il
territorio superiore dell'Aniene, si gode da una delle alture del
Serrone, che separa la valle dell'Aniene da quella del Sacco. I castelli
dell'abbazia sono situati, eccetto Subiaco, sulle sommità rupestri dei
monti, e sono grigi come le pietre calcaree che li circondano. Il
bizzarro modo di edificare, la selvaggia solitudine, le vesti, l'idioma,
i costumi, rendono la regione degna di grande attenzione. Ma spaventosa
è la miseria di quei montanari: il loro nutrimento, che si limita spesso
a cattivo granturco, è meno sicuro di quello degli animali della
campagna, per i quali la natura ha in qualche modo provveduto. In nessun
luogo d'Italia ho visto una miseria più spaventosa quanto in alcuni di
quei luoghi. Bisogna entrare nelle stamberghe di quei coloni dei monti,
o vederli vangare la terra, al melanconico canto dei loro ritornelli, e
lavorare più accanitamente dei muli, per compiangerli quanto essi
meritano. Meglio che nelle cronache del tempo, nei loro cenci e nei
volti emaciati e pallidi per la febbre si legge la storia delle violenze
della potestà feudale dei baroni e dei monaci.

Più viva e interessante della storia politica del chiostro sarà pel
lettore la descrizione di quelle particolarità che allontanano l'occhio
dell'osservatore dalla miseria della popolazione, e lo volgono altrove.
Mentre il vassallo serviva e soffriva la fame, il monaco ben nutrito
risedeva nel suo chiostro, e lo abbelliva con quadri artistici e con
memorie di altri tempi; della qual cosa noi dobbiamo essergli grati.
Esistono due chiostri a Subiaco, che stanno sotto un solo abate e
formano una sola corporazione: di S. Scolastica il primo, il secondo di
S. Benedetto, chiamato anche _Sacrum specus_. Giacciono ambedue fuori
della città, sulla riva destra dell'Aniene, nella solitudine dei monti.
Il primo è il più antico: è una bizzarra e pittoresca massa di edifici,
fra i quali si erge una torre quadrata, innalzata dall'abate Umberto,
nel 1053. Il miscuglio di stile romano e gotico delle finestre e delle
nicchie rivela la traccia di diverse epoche, ma nel complesso mostra
ancora soltanto alcuni resti dell'epoca più vetusta, specialmente nei
cortili. Il chiostro fu più volte restaurato e la sua chiesa attuale è
una costruzione del secolo scorso. A questo secolo noi dobbiamo anche
attribuire la facciata del convento, mentre la corte seconda, o interna,
rimonta, come si rileva dall'arco romano e dai pilastri, al secolo XVII.
Pitture moderne sulle pareti e sui pilastri, in condizioni miserevoli,
ricordano la storia dell'abbazia; vi sono rappresentate in grandezza
naturale le figure dei papi e dei principi che visitarono il chiostro,
fra gli altri l'imperatore Ottone III e l'imperatrice Agnese. Alcune
iscrizioni recano la lista completa dei luoghi posseduti un tempo
dall'abbazia.

Di qui si passa in un cortile intermedio, situato dinanzi all'entrata
della chiesa: è notevole per alcuni resti di architettura gotica,
specialmente per un grande arco di pietra, scannellato, ornato di
figurine e di spirali. Qui si trova anche il più antico monumento
posseduto da S. Scolastica, cioè un rozzo bassorilievo in marmo del 981,
del tempo degli Ottoni tedeschi e della più profonda barbarie romana. È
un quadrato di alcuni piedi di larghezza e di eguale altezza, che porta
scolpite quà e là immagini medioevali. Su di un fusto ornato di foglie
si erge un vaso: due bestie orecchiute si arrampicano con le quattro
zampe sul fusto, sollevandosi per bere il contenuto del vaso. Il loro
aspetto è così enigmatico, che non mi credo nel caso di poter decidere
se siano lupi o cervi, volpi o cani, od altri animali. Sul dorso di una
sta un uccello in atto di beccare. Tutt'intorno corrono fregi e ornati
in pietra. Il corpo di una delle bestie contiene una iscrizione che
ricorda come Benedetto VII consacrasse la chiesa del chiostro il 4
dicembre 981.

     EDIFICATIO UIUS ECCLE [=SC]E SCOLASTICE TEMPORE
   DOMNI BENEDICTI VII [=PP]. AB. IPSO [=PPA] DEDICATA
  Q. D. [=S]. [=AN]. AB INCARNATIONE DNI CCCCCCCCCLXXXI
          M. DE[=CB]. D. III. INDICTIONE VIII.

Sul bassorilievo si trova un'altra iscrizione rovinata, della quale mi è
stato impossibile decifrare il principio. Di fronte a questa, accanto
alla porta della chiesa, si legge l'iscrizione del tempo di Leone IX, di
cui ho già parlato.

La chiesa stessa, della quale la primitiva fabbrica era stata consacrata
da Benedetto VII, non ha più nulla di antico. Ma se si entra nel vero e
proprio cortile del chiostro, a destra, si trova uno spazio quadrato
intorno ad un pozzo ornato di quelle piccole colonne ed archi rotondi
come se ne vedono a Roma in molti chiostri: è del principio del secolo
XIII, memoria del potente abate Lando e della famosa famiglia artistica
romana dei _Cosmati_. Gli esametri sull'entrata principale dicono:

           COSMUS ET FILII LUCAS ET JACOBUS ALTER
            ROMANI CIVES IN MARMORIS ARTE PERITI
          HOC OPUS EXPLERUNT ABBATIS TEMPORE LANDI.

Questi degni maestri furono più felici nei loro monumenti funerari e
tabernacoli che in questa costruzione, che non può in nessun modo
sostenere il confronto col chiostro dei benedettini di S. Paolo in Roma.
Le colonne (ogni due ve n'è una doppia e contorta) sono semplici e
rozze; i capitelli sono brutti e a forma di trave; nè mosaici, nè
intagli ornano l'arco e il cornicione. L'arte sembra qui essersi
adattata alla rozzezza della campagna.

Questi sono essenzialmente gli unici o i più notevoli resti di un
passato così ricco e così lungo, che ha subìto tante devastazioni. Gli
edifici del chiostro, spaziosi nell'interno, con molti corridoi, celle,
camere, e sale per usi diversi, sono in gran parte recenti. Sono entrato
con piacere e curiosità solo nelle biblioteche e nell'archivio dei
benedettini; i ben catalogati scaffali contengono materiali preziosi per
la conoscenza del Lazio nel medio evo. Alcuni scaffali sono consultabili
e visibili a tutti, altri inaccessibili, e la bacchetta magica del
Muratori stesso non riuscì a farne aprire i ripostigli. Di gran pregio è
il _Regestum insigne veterum monumentorum Monasteri Scholastici_, in
pergamena, raccolta di documenti dal nono secolo in poi.[9] Mancano
documenti anteriori. Nessuna delle cronache di Subiaco è stata data alle
stampe, eccettuata una anonima che giunge sino al 1390 ed è edita dal
Muratori. A questo fu interdetta la stampa di una cronaca più
particolareggiata, scritta da un tedesco di Treviri nel 1629: _Chronicon
Sublacense P. D. Cherubini Mirtii Trevirensis anno Dni_ 1629.[10] I
monaci permettono di vederla: è assai più completa dell'altra, neppure
quella stampata, di Guglielmo Capisacchi di Narni (1573); non può dirsi
un lavoro notevole, ma solo una compilazione, senza corredo di
documenti. La storia dell'abbazia giace ancora sepolta in questi
archivi; l'ha scritta di nuovo il canonico Janucelli, ma anche l'opera
sua non è scientifica. Ho avuto fra mano un manoscritto del 1833, che
contiene una storia abbastanza esatta dell'abbazia; n'è autore Silvio
Mariani, di Subiaco, morto testè in Grecia. Egli si è servito dei
cronisti sopra nominati, ed anche di alcuni documenti, ma la sua opera
non è, essa pure, che manoscritta. È dettata con spirito liberale e
consta di 492 pagine: debbo ad essa molte delle notizie che qui sopra ho
riportato.

La biblioteca è piccola ma notevole per quegli antichissimi incunabuli
tedeschi di cui ho già dato notizia. Ho preso in mano con gioia i
preziosi, belli e ben stampati volumi _in-folio_ che mi porgeva un
giovane benedettino tedesco. In fondo all'opera di Lattanzio ho trovato
scritto: «_Lactantii Firmiani de divinis institutionibus adversus gentes
libri septem, nec non ejusdem ad Donatum de ira Dei liber unus, una_
_cum libro de opificio hoîs ad Demetrianum finiunt. Sub anno Dni
MCCCCLXV pontificatus Pauli papae. Anno ejus secundo. Indictione XIII
die vero antipenultima mensis Octobris. In venerabili monasterio
Sublacensi. Deo gratias_».

Spontaneo grido di gioia, questo, di quei bravi stampatori che, per
modestia, nemmeno hanno manifestato il loro nome. Ciò mi ricorda il
motto che i greci e i latini del medio evo ponevano in fondo al
manoscritto copiato, per coronare le proprie fatiche:

               hôsper xenoi kairousi patrida blepein
              houtôs kai hoi graphousi telos bibliou.[11]

S. Scolastica conta ancor oggi circa settanta fratelli, fra cui parecchi
tedeschi, e l'attuale abate, Don Pietro Casaretto, ha severamente
riformato la disciplina dell'ordine. Ora, a quanto mi si è detto, i
monaci sono stati messi a magro regime; ma visitando la bella cucina,
dalla volta profonda, un odore gradevole di grasso, degno di Omero, mi
ha colpito le narici e non mi è parso esattamente secondo la regola
pitagorica di S. Benedetto, proibente l'uso della carne.

Passiamo ora al vero santuario dei Benedettini, a quel piccolo secondo
chiostro che alla metà del secolo XI fu edificato sulla grotta di
Benedetto, e per questo chiamato _sacro speco_. I monaci di Montecassino
nel 1688 aprirono una strada per salirvi, via ripida, che conduce,
traverso le rupi, alla grotta, offrendo magnifici panorami. Mentre il
viaggiatore ha sotto i piedi la corrente spumeggiante, vede la bella
valle di Subiaco e il burrone dell'Aniene. In lontananza, dove la valle
sembra chiudersi, si scorge l'alpestre paese di Jenne, patria di
Alessandro IV e dell'abate Lando dei conti di Segni. Immediatamente
prima della grotta si trova un ombroso e oscuro boschetto di quercie,
che forse già attrasse il solitario Benedetto, e che anche oggi, come un
bosco sacro degli antichi, annuncia la vicinanza di un mistero.

I piccoli fabbricati, fondati l'uno di seguito all'altro sulla grotta,
sono appoggiati alla parete scoscesa della rupe, e presentano
all'aspetto un miscuglio originale di stili e sono ornati fin
dall'esterno di pitture. Si passa sopra un ponte murato, che deve essere
stato nel medio evo un ponte levatoio, e si penetra in una lunga
galleria che conduce nell'interno ed è ornata d'imagini non antiche
degli evangelisti. Su di una parete si leggono questi buoni distici:

     Lumina si quaeris Benedicte quid eligis antra?
     Quaesiti servant luminis antra nihil.

     Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem,
     Nonnisi ab obscura sidera nocte micant.

E sotto:

     D. O. M. ordinis S. Benedicti Occidentalium Monachorum Patriarchae
     cunabula.

In verità mi son creduto d'un tratto piombato nella misteriosa atmosfera
di quei tempi straordinari, allorchè, passato dalla galleria nella prima
chiesa, improvvisamente mi sono trovato in un piccolo duomo di splendida
architettura gotica, nel soffitto e nelle pareti del quale si andavano
già attenuando, per l'annerirsi graduale degli affreschi, il barbaglìo
di luci multicolori. Invisibili monaci cantavano in coro il vespro; le
loro voci possenti di basso risuonavano solenni e ritmiche attraverso
l'ombra crepuscolare della chiesa, e nelle pause delle loro litanie si
udiva il rauco gracchiare dei corvi. Tre corvi novelli sono infatti
nutriti nel chiostro in memoria di S. Benedetto, e sembra che il numero
tradizionale di questi simboli viventi dell'ordine non venga mai
oltrepassato.

Sarebbe difficile una descrizione minuta del chiostro, tanto famoso per
i suoi dipinti. Molti sono i tempietti e le cappelle, di costruzione
laberintica, siccome si conviene ad un edificio fabbricato tra le rupi.
Quei tempietti e quelle cappelle in parte sono fondati sulle grotte
stesse, delle quali talora è visibile la nuda roccia; in parte sono
appoggiati sulla parete della rupe. Si scende da una chiesa all'altra
mediante scalini, e si crederebbe di essere dentro a catacombe montane,
cariche di colori, scintillanti di ceri sugli altari. In queste cripte
non si trovano soffitti o pareti che non siano ornati di affreschi,
rappresentanti la vita di Benedetto, scene della storia del chiostro e
della vita dei santi, o rappresentazioni allegoriche. La storia del
monacato raggiunge con la vita di S. Benedetto il suo punto culminante
epico-eroico, parallelamente ai canti cavallereschi delle lingue
neo-latine. Non terribile come le leggende dei martiri del
cristianesimo, che sostenevano la loro disperata lotta per la vita, ma
penetrato di una mite dolcezza fantastica, esso spiega una ricchezza
sorprendente di gradevoli motivi artistici. Mi sembra anche che i
miracoli di Benedetto abbiano in sè più poesia di quelli degli altri
santi, pochi eccettuati. L'amore fraterno tempera in essi l'egoismo di
una esistenza d'eremita, separata del tutto dal mondo, e nobili ci
sembrano in essa le avventure di Benedetto e di Scolastica, la loro
solitudine, il lungo peregrinare sui monti, la distruzione dei templi
pagani, l'erezione di nuovi chiostri. Al maestro si uniscono nobili
giovani; fra gli altri Placido, l'apostolo di Sicilia, e Mauro,
l'apostolo di Francia; essi guidano la fantasia dalla limitata
solitudine dell'eremita ad un orizzonte pieno di storia e di destino. La
vita di Benedetto si prestava ad essere soggetto di pittura; e perciò
questo grandioso ciclo del monacato, che ha avuto la sua influenza anche
sui poemi del Graal e di Titurello, ha trovato in Subiaco la sua
rappresentazione classica.

L'intero Lazio non ha nulla di simile a questi quadri, se non forse, in
un certo senso, le pitture della cripta del duomo di Anagni. Il loro
studio è utile per la storia dell'arte, appartenendo questi affreschi a
stili diversi: a quello bizantino, a quello di Cimabue e di Giotto, fino
ai secoli xv e xvi. Ne parlerò brevemente.

La prima chiesuola, edificata, secondo un'iscrizione, dall'abate
Giovanni V, nel 1116, fu ornata con affreschi nel 1220 da Giovanni VI.
Questi affreschi ricoprono letteralmente le pareti, e, benchè rozzi ed
imperfetti nel disegno, mostrano tuttavia una rara freschezza di vita ed
una potenza epica naturale, straordinaria nello stile delle cronache
trasportato nella pittura, se ci è lecito usare questa espressione. A
destra e a sinistra sono rappresentate molte scene della vita di
Cristo, il suo ingresso in Gerusalemme, quadro ricco di figure, la sua
passione e gli avvenimenti dopo la sua morte. In oggi gran parte sono
anneriti; pure, per fortuna, essendo stati fatti dei restauri, appaiono
meno danneggiati dei quadri che trattano la vita di S. Benedetto. In uno
di questi il santo è rappresentato mentre si rotola tra le spine per
allontanare l'apparizione di una splendida donna, ed in un altro lo si
vede intento a scrivere, nella sua grotta, le regole dell'ordine; e
sotto v'è questo antico tetrastico leonino:

     Hic mons est pinguis, multis claruit signis,
     A Domino missus sanctus fuit Benedictus,
     Mansit in cripta, fuit hic nova Regula scripta.
     Quisquis amas Christum talem sortire Magistrum.

Una piccola tribuna, scavata nella volta nuda della roccia, chiude
questa chiesuola; dinanzi ad essa stanno, all'estremità della navata,
tre archi acuti su eleganti colonne, a foggia di arco trionfale, le cui
lunette sono ornate dai ritratti dei genitori di Benedetto, Probo e
Abbondanza.[12] Dietro vi è un piccolo altare-tabernacolo, l'unico
lavoro così detto alessandrino che io abbia trovato nel chiostro, nel
quale altare il mosaico, contrariamente all'uso del tempo, è stato
surrogato da un affresco.

Una serie di piccolissime cappelle conduce nell'interno e forma un corto
e angusto passaggio che si può paragonare alla navata traversale d'una
chiesa. Anche qui tutte le pareti sono coperte di quadri, che sono
stati, però, di recente restaurati in modo vergognoso, con colori
stridenti ed eccessivi. Sono quadrucci isolati, o piccole composizioni:
vi si vede, Benedetto che cena con la sorella, la morte di due santi e
quella di Placido e di Mauro. Si trova anche lassù un antico sarcofago
di bambino, circondato da graziosi bassorilievi che raffigurano degli
uccelli ed è innalzato sopra una piccola colonna per servire da
vaschetta. Una scala conduce nella chiesa inferiore o media,
particolarmente memorabile; anche qui tutte le pareti erano coperte di
pitture, ed alcune iscrizioni ci hanno conservato il tempo e il nome
dell'artista. Vi si legge in caratteri gotici: «_Magister Conxolus
pinxit hoc opus_»; altrove: «_Stamatico Greco pictor perfecit A. D.
MCCCCLXXXX_». Consolo fu pittore della fine del xiii secolo, prima
dunque di Cimabue, e prima che la pittura italiana si liberasse dai
caratteri tipici dello stile bizantino. Forse egli è lo stesso artista
che ornò di pitture murali il vestibolo di S. Lorenzo fuori le mura a
Roma, sotto Onorio III, ambedue questi lavori essendo di quel tempo e
della stessa scuola. I dipinti di Consolo--e di lui sono la maggior
parte degli affreschi del chiostro--conservano ancora la maniera greca,
ma certo non in tutta la sua violenta e cruda magrezza. Si trovano fra
di essi sorprendenti figure di nobili forme, e con una semplicità di
panneggiamento, che rammenta l'arte antica. Ad ogni modo questo antico
maestro, il cui nome (da kompsos?) sembra rivelare il greco, è molto
efficace e forse egli dipingeva, come scolpivano i Cosmati, greci essi
pure (kosmêtês) e suoi contemporanei, a Roma, a Subiaco e nella cripta
del duomo di Anagni.

Vi sono in questa chiesa sotterranea pitture di soggetti disparatissimi;
la maggior parte riferentisi alla storia del chiostro. Sotto la scala si
vede Innocenzo III consegnare un diploma all'abate Giovanni VI, e
Gregorio I dare all'abate Onorato l'atto di donazione. Parecchi trattano
la vita di S. Benedetto; uno, che lo rappresenta con la nutrice, è
notevolissimo per la gradevole figura della donna e l'ottimo
panneggiamento; un altro rappresenta, in modo originale, la sua morte:
il santo con la tonaca nera sta su di un giaciglio; dalla sua bocca un
raggio di luce conduce alla piccola nuda figura della sua anima, che un
angelo alato già reca fra le sue mani. L'angelo ha una bella
espressione, un pronunciato profilo greco e gli occhi a mandorla. La
dolce inclinazione della testa, già prima di Giotto espressione
caratteristica del grazioso, ricorda vivamente le migliori imagini delle
catacombe. Questa mirabile figura di un tono medio bruno non è stata,
fortunatamente, ritoccata. Vi sono molti altri quadri con figure di
bambini, di cui è inutile parlare: non tutte sono del medesimo artista,
e talune senza dubbio appartengono già al secolo XI, poichè strettamente
fedeli alle peggiori forme bizantine. Tali sono i colossali quadri del
soffitto, rappresentanti apostoli e santi che contrastano aspramente con
gli affreschi delle pareti, e che sono stati barbaramente restaurati.

Nella parte centrale della chiesa si trova anche la grotta di Benedetto,
che mi ha ricordato assai vivamente la grotta famosa di S. Rosalia a
Palermo, sul monte Pellegrino. Sotto un ricchissimo altare sta una
marmorea figura del giovane santo in preghiera innanzi la croce; è
un'opera non cattiva della scuola del Bernini;[13] e forse l'effetto
che produce è accresciuto dalla penombra in cui si trova. Qui tutto ha
un carattere di giocondità; la graziosa piccolezza di queste chiesuole,
cappelle e grotte, splendenti e multicolori, sembra un giuoco di
fantasia, come non ho visto mai in altre rappresentazioni religiose. Si
potrebbe dire un libro illustrato di poetiche leggende, prive di dolore
e di sangue, ma ricche di fantastico colorito, come la vita dei pii
anacoreti nel deserto.

La religione vi è presentata sotto forma di favola, e produce un effetto
corrispondente a questa. Il carattere del chiostro è appunto questo, ed
è forse unico nel suo genere. Ivi lo spirito non è mai portato a gravi
pensieri; in questa sacra grotta nemmeno il più fervente dei cattolici
potrebbe sentirsi penetrato di venerazione: gli stessi artisti, che
avrebbero voluto suscitare il senso della pietà con quadri melanconici,
sono stati dalla scherzosa giocondità dell'insieme eccitati
invincibilmente ad intonarsi all'ambiente. Questo ho sentito in due
affreschi, che stanno di fronte, sulle strette pareti, presso una scala
che dalla grotta mena nella sottostante cappella. Rappresentano il
«Trionfo della Morte», secondo la nota canzone del Petrarca: la Morte,
funebre cavaliere, dopo aver saltato a cavallo su dei cadaveri,
colpisce con la spada un giovane che s'intrattiene con un compagno a
parlare. Di fronte stanno tre tombe aperte: nella prima giace una
giovane donna, morta da poco tempo; nell'altra si scorge il suo corpo
già nauseabondo e decomposto; nella terza finalmente il suo scheletro.
Un vecchio pare spieghi queste varie fasi del nulla; egli ammaestra tre
bei giovanetti, in eleganti abiti, coi falchetti sul pugno, che
gravemente lo ascoltano. L'autore di questo memorabile quadro, che
disgraziatamente ha molto sofferto, non è conosciuto; sembra sia
dell'epoca del Ghirlandaio. Di lui forse è pure la Strage degl'Innocenti
a Betlemme. Questo soggetto è trattato artisticamente e semplicemente:
un gruppo di madri, con i bimbi lattanti fra le braccia, con ansia
affettuosa li stringono al seno; verso di esse si avanzano dei guerrieri
con la spada sguainata. Io non ho mai visto trattato con tanto
sentimento drammatico ed estetico questa scena piena di orrore, soggetto
preferito della pittura di tutte le epoche; e tanto più si deve lodare
l'ingegno dell'artista, se si ricorda il ributtante carnaio
rappresentato negli arazzi del Vaticano! L'artista di Subiaco ha capito
che egli avrebbe potuto commuovere anche facendo solo indovinare o
temere l'inumano. Il quadro è di proporzioni assai piccole.

Ho trovato anche altre rappresentazioni artistiche originali;
specialmente due figure di S. Stefano e di S. Lorenzo. Il primo santo è
lapidato; il pittore o il restauratore ha voluto con strano pensiero
inserire nel quadro delle vere pietre, e nel suo zelo ha rappresentato
materialmente l'aureola, rompendola coi sassi. S. Lorenzo è una graziosa
figura giovanile, vestita di un ricco panneggiamento; tiene nella destra
la palma, nella sinistra il libro e sta eretto sulla graticola.

Aggiungo ancora che dalla cappella descritta si scende in un'ultima
grotta, assai piccola; si dice che qui Benedetto abbia ammaestrato nelle
sacre scrittura i suoi scolari.

Le pareti sono coperte di stucchi e mostrano resti di antichissima
pittura. Tali sono le principali curiosità del chiostro; ma non vogliamo
dimenticare la parte superiore, da dove si gode una vista superba della
rupe gigantesca sulla quale questi santuarî sono costruiti. Essa cade a
piombo, e sembra volersi precipitare sul chiostro; ma fortunatamente si
trova là effigiato il santo che con la mano stesa, come per trattenerla,
sembra esclamare: Fermati, o rupe; non danneggiare i figli miei! Quando
sono entrato nel cortile ho trovato appollaiati ai piedi della figura
del santo tre corvi, che raucamente gracchiavano. Questi sinistri
uccelli con le loro voci lugubri e le tonache nere da benedettini mi
sono sembrati attributi propri del santo, come nell'antica mitologia
altri uccelli sono sacri ad altri Dei.

I corvi hanno una parte di qualche importanza nella storia di Benedetto,
dissi già che lo accompagnarono nel suo viaggio da Subiaco a
Montecassino, e aggiungo ora che gli salvarono la vita. Infatti, avendo
un nemico mandato a Benedetto del cibo avvelenato, essi lo portarono
via, lontano, sulle rupi. Il corvo dei monti mi è sembrato un vero
uccello da monaci; in ogni modo è un simbolo migliore di quello dei
domenicani, consistente in un cane con la face in bocca.

Anche in un altro luogo mi sono ricordato dell'antichità, anzi di un
nome celebre. Vi è nel chiostro anche un giardino di rose, sulla sommità
della rupe. Un tempo erano rovi, precisamente quelli nei quali Benedetto
si era avvoltolato a corpo nudo. Quando nel 1223 il famoso fondatore
dell'ordine francescano visitò Subiaco, innestò alle spine delle rose,
le cui discendenti stanno ancora in fiore. Col tempo si sono scoperte
meravigliose virtù in queste rose. Un monaco mi disse seriamente che
esse, ridotte in polvere e inghiottite, guariscono qualunque malattia o
incantesimo. Il monaco non mi disse però se esse possiedono anche la
preziosa virtù delle rose di Apuleio; in ogni modo non avrei potuto
verificarla.




ATTRAVERSO L'UMBRIA E LA SABINA.

(1861).




Attraverso l'Umbria e la Sabina.

(1861).


Una gita da Roma nella Tuscia romana, nella Sabina e nell'Umbria è oggi
tanto più attraente, in quanto che chi viaggia in queste province, or'
ora annesse al regno d'Italia, ha campo di fare molte e nuove
osservazioni importanti. Invece di viaggiare con la diligenza, è assai
meglio prendere un _vetturino_ fino a Perugia. L'istituzione italiana
dei vetturini sarà fra pochi anni soppiantata dalle ferrovie, e vi sarà
certo chi li rimpiangerà, perchè, se non sempre comodo, questo mezzo di
viaggiare ha pure i suoi vantaggi, primo fra tutti quello di far
conoscere la regione che si attraversa, cosa in ferrovia quasi
impossibile. Il mio vetturino trottava allegramente sull'antica via
Flaminia, di buon mattino, sotto uno splendido cielo di settembre.
Meraviglioso è un viaggio attraverso questa campagna; il Soratte e i
monti Sabini, dalle linee vigorose, offrono a destra le più gradevoli
vedute. Di paesi se ne incontrano pochi in questo deserto; dopo il terzo
miglio si trova Prima Porta, _Saxa Rubra_ degli antichi, così detta per
i grossi massi di tufo rosso che vi si trovano. Questa pietra vulcanica
è particolare della regione tosco-romana; essa forma pittoresche
colline, scoscendimenti, mura naturali e contrafforti. Chi conosce Veio
e Civita Castellana, si ricorderà di questa caratteristica che tanto si
discosta da quella del Lazio.

Il Tevere scorre attraverso il paese in belle volute, piacevolmente
incorniciato da lontane catene di monti. Lo si perde di vista, quando si
piega a sinistra, verso Castelnuovo, per raggiungere Rignano. Lungo la
strada incontrai un plotone di cavalleria pontificia, che in mezzo alla
polvere trottava rapidamente; compresi subito quale scopo aveva
quest'ultima commedia militare nel territorio papale.

Si sa bene che la Tuscia romana, separata per mezzo del Tevere dalla
Campagna romana o Lazio, è chiamata Patrimonio di S. Pietro. A torto si
fa datare questo possesso dalla donazione della contessa Matilde, la
famosa paladina della gerarchia romana, che non aveva veramente dei
dominî in quei luoghi, ma possedeva invece qua e là nel Lazio molti
castelli. Ciò che si chiama Patrimonio di S. Pietro fu essenzialmente la
parte fondamentale e più antica degli Stati della Chiesa; qui sono gli
inizî del possesso, e il primo dominio temporale della Santa Sede fu
Sutri, sul lago di Bracciano, dono del re longobardo Luitprando.

Nell'epoca carolingia il vescovo romano signoreggiava su tutte le
attuali città della Tuscia romana, la quale era amministrata da suoi
delegati col nome di _Duces, Comites, Rectores_. Ma a poco a poco questo
possesso si perdè, e dopo la caduta del regno carolingio alcuni conti
ereditarî se ne impadronirono. Ai tempi della contessa Matilde il
pontefice non aveva più possessi, sia temporalmente che politicamente,
nè in Tuscia, nè in Sabina; cento piccoli conti e baroni v'imperavano,
in barba alle donazioni di Pipino e di Carlo. Ci vollero molte guerre e
molti secoli per rimettere la Santa Sede in possesso dell'antico
patrimonio.

Ci fermammo sei ore a Rignano, paese appartenente alla Comarca di Roma;
al di là comincia la delegazione di Viterbo. È piccolo e di poco
interesse, per quanto fosse ducato, come molti altri paesetti romani. Il
primogenito di casa Massimo porta il titolo di duca di Rignano.

Nell'albergo del paese trovai un colonnello pontificio che era partito
in congedo pel suo paese, Macerata, ma che era stato rimandato indietro
a Narni dai piemontesi, perchè sul suo passaporto mancava il visto del
console italiano. Egli mi parlò della severità delle guardie italiane di
confine.

Mi disse che tutto ciò che veniva da Roma era sospetto di mene
reazionarie. Correvano, anche per Rignano e gli altri luoghi vicini,
voci sull'irruzione di 200 napoletani, e di una banda reazionaria che,
movendo da Corneto, si preparava a passare il fiume.

Qualcuno assicurava anche di aver visto la truppa, e si temevano
eccessi, come nel napoletano. Anche il mio vetturino si impensierì e
decise di accorciare la tappa giornaliera, fermandosi a Civita
Castellana. Era dunque il movimento di questa truppa di zuavi, o altro
che fosse, che aveva determinato l'avanzata della cavalleria papalina
lungo la corrente del fiume. Senza saper più nulla di positivo su questa
cavalleria, nel pomeriggio continuammo la nostra magnifica gita
attraverso la Campagna.

La campagna si faceva sempre più bella, di mano in mano che si avanzava
verso Civita Castellana. Si passò sulla via Flaminia proprio ai piedi
del Soratte, ed io potei osservare per un bel pezzo di strada il paese,
la torre medioevale e la chiesa sorgenti sulla sua sommità. Quel monte,
a cui Orazio e Virgilio han consacrato celebri versi, è in terra
etrusca, ed è visibile anche da Roma.

Si leva isolato, in una massa rossastra, acuta e bella di pietra
calcarea, di fianco al Tevere. Il suo aspetto d'isola, i suoi colori, e
la gradevole forma, mi ricordarono il monte Cairo nelle vicinanze di S.
Germano. La sua altezza supera i 2000 piedi.

L'archeologo lo conosce per il culto primitivo che avevano per lui gli
abitanti, e lo storico per doverlo spesso ricordare nel medioevo.

Quel papa Silvestro che si lasciò regalare dall'imperatore
Costantino--quando, secondo la leggenda, lo battezzò nel palazzo
Laterano--Roma e tutta l'Italia, anzi tutto l'Occidente (e per quanto
tempo non si è creduto a questa ridicola donazione?), quel papa
fortunato visse nelle solitudini del Soratte, finchè durò l'ultima
persecuzione dei cristiani. In suo onore fu eretto nel medio evo il
chiostro di S. Silvestro, sulla cima del monte, e, si dice, sulle rovine
di un tempio di Apollo. Per molto tempo questo chiostro fu celebre e
visitato, come uno dei più antichi nella regione romana. Carlomanno, il
primogenito del grande eroe franco Carlo Martello, vi vestì l'abito nel
746, ma cambiò poi l'eremitaggio con quello più bello di Montecassino,
per sottrarsi alle moleste visite che non cessavano di fargli i nobili
franchi, quando si recavano a Roma.

Anche altri chiostri sorsero in questo luogo: ai piedi del monte era
quello di S. Andrea, ora distrutto, dove nel secolo x il monaco
Benedetto scrisse una cronaca ricca di notizie storiche. Pertz la trovò
a Roma nella biblioteca Chigiana e la fece stampare nei _Monumenta
Germaniae_. Questi luoghi si possono veramente considerare, qui sui
confini dell'antica Sabina, come la culla dei benedettini. Di là dal
Tevere, poco lungi dal Soratte, giace anche oggi il chiostro primitivo
di Farfa, oggi abbandonato, famosa costruzione longobarda, abbazia
imperiale e ghibellina che diede spesso alloggio agli imperatori
tedeschi che scesero nella valle del Tevere. I ricercatori di notizie
del medio evo romano devono alla diligenza e sagacia dei suoi monaci il
prezioso codice dei _Regesti_ di Farfa, che la Vaticana conserva. Questa
importantissima raccolta di monumenti, appendice importantissima ai
_Regesti_ di Pietro Diacono di Montecassino, è oggi una delle principali
fonti d'investigazione storica. E davvero con non lieve interesse
osserveremo la grandiosa campagna intorno al Soratte, se ricorderemo
che più d'uno dei nostri imperatori tedeschi di qui scese verso Roma, al
tempo delle lotte col papato gregoriano.

Ai piedi del monte esiste ancora il guado del Tevere che gl'imperatori
solevano passare, presso l'antico _Flaianum_, oggi Fiano.

Molto mi dispiacque di non poter visitare il paese di Sant'Oreste,
appollaiato graziosamente in cima al monte. Gli archeologi pretendono
che il famoso tempio di Feronia sorgesse un giorno lassù, e che la
città, costruita in quel luogo, si chiamasse Sant'Edistio, corrotto poi
in San Resto e Sant'Oreste; ma è più verosimile che il nome venisse alla
città da quello stesso del monte Soratte, che durante le oscurità
medioevali si sarebbe poi mutato nel nome di un santo ignoto o apocrifo.

Alle sei giungemmo a Civita Castellana. Il panorama di questo luogo
meraviglioso è insuperabile, più bello ancora di quello di Veio. Il
paese si leva su erte rocce rossastre, coperte da piante rampicanti,
simili a mura naturali; ai suoi piedi scorre il fiume Treia. È ben
fabbricato, ha molti ponti, uno dei quali somiglia al nuovo ponte
dell'Ariccia, pur non essendo così grandioso. La valle, stretta e
bellissima, formata dalle rupi che il Treia attraversa, è ricca di
singolari vedute, tali da formare certo l'ammirazione di ogni pittore.
La posizione di questa città etrusca è stata scelta con rara fortuna ed
acume.

Qui certo fu la primitiva Faleria. Nel medio evo, quando i saraceni
resero malsicuri questi dintorni (essi distrussero una volta anche
l'abbazia di Farfa), l'antichissima Faleria, abbandonata fin allora, fu
ripopolata, perchè fortemente situata su una piattaforma di rupi; così
si formò Civita Castellana, sede di conti per molto tempo, e spesso
nominata nella storia dei papi. Il terribile avversario di Gregorio VII,
Guiberto di Ravenna, antipapa col nome di Clemente III, passò qui i suoi
ultimi anni, e quivi morì. Anche Alessandro III vi finì i suoi giorni.
Oggi questa ospitale e spaziosa città (di soli 2400 abitanti) offre
poche cose degne di nota. Da tempo antico è vescovado, come quasi ogni
altro luogo un po' importante del Patrimonio di San Pietro. La
cattedrale di Santa Maria è degna di esser visitata, col suo portale
romanico e il vestibolo, notevole monumento del XIII secolo. Ha archi e
finestre in stile gotico-romanico; colonne e un architrave a mosaico.
Nel vestibolo si conservano antiche iscrizioni, la più vetusta delle
quali ricorda una donazione di beni fatta alla Chiesa nel IX secolo.

La città, del resto, non ha reliquie municipali interessanti; del
periodo feudale non resta che l'antico castello, costruzione della fine
del secolo XV, con le armi dei Borgia; Alessandro VI lo fece costruire
da Antonio Sangallo. Servì negli ultimi tempi come prigione di Stato, e
molti visitatori ricordano di avervi veduto il famigerato brigante
Gasparone, parente del cardinale Antonelli.[14] Io dimenticai di
domandare se viveva ancora. Mi ricordo che a Roma qualcuno narrava di
averlo visitato, per curiosità, e di avergli chiesto quanti omicidî
avesse commesso, al che aveva egli risposto: «Non molti, forse appena
una ventina».

Oggi la bandiera francese sventola sulla torre pittoresca e nera di
Civita Castellana, poichè questo è il punto estremo del _Patrimonium
Petri_ verso la Sabina, e l'occupa una guarnigione di truppe
napoleoniche. Alcuni soldati francesi mi dipinsero come molto triste e
noioso il loro soggiorno in quel luogo solitario e remoto; ed avevano
veramente ragione di lamentarsi, perchè ivi è impossibile ripararsi
contro l'inclemenza del sole, che dardeggia senza pietà.

Dopo una notte di riposo, passata nel discreto albergo della Posta, che
trovandosi nel punto dove convergono le strade dalla Sabina, da Nepi,
Amelia e Viterbo, è abbastanza frequentato, mi accinsi a passare i
confini pontifici e ad entrare negli Stati piemontesi. Il segno del
confine era il Tevere, che col suo corso divide le terre del
_Patrimonium Petri_ dall'Umbria e dalla Sabina.

Partito la mattina alle cinque da Civita Castellana, giunsi in poche ore
a Borghetto, pittoresco castello sul fiume, oggi l'ultimo villaggio
pontificio, sotto il quale il Tevere scorre in una larga e bella valle;
gli sono vicini i monti della Sabina, e con essi molte località, ora
(1861) piene di piemontesi e di lombardi.

Qui il fiume, già abbastanza largo, è traversato dal ponte Felice, bel
monumento costruito da Sisto V (Felice Peretti) nel 1589.[15] Fino a
questa località il Tevere può essere risalito da battelli, anzi da
qualche anno, da Ripetta a Roma, è stato stabilito un traffico per mezzo
di battelli a vapore, e così la capitale è collegata alla Sabina. La
siccità estiva aveva molto assottigliata la corrente, e fra tutto io non
vidi che due o tre barconi di carbone, legati alla sponda. In mezzo al
ponte, sopra l'iscrizione di Sisto V, sventolava la bandiera francese.
Di là da questo confine comincia il nuovo Stato, che la rivoluzione
italiana nel 1859 creò _per fas et per nefas_. All'estremità del ponte
erano due tricolori italiani, ancora incoronati di alloro appassito.
Sembravano gettare sguardi sospettosi sullo stendardo di Francia, mentre
i robusti granatieri piemontesi stavano in sentinella dinanzi ad una
vicina capanna. Essi avevano un aspetto grave e sospettoso, quando mi
chiesero il passaporto nel loro sgradevole dialetto. Mentre lo
esaminavano, volli utilizzare quel tempo di attesa, ritornando in mezzo
al ponte per copiare le iscrizioni di Sisto V e di Urbano VIII.
Ma--strano a dirsi--un granatiere me lo impedì: egli mi venne dietro, e
mi dichiarò abbastanza vivacemente che non poteva permettermi di
ripassare il ponte, e che egli stesso non poteva varcare di un sol passo
la bandiera francese. Così dovetti convincermi dell'efficacia di quel
simbolo. Ogni rimostranza fu inutile, il bravo soldato non volle udir
ragioni, ed io dovetti tornar indietro. Del resto, tanto egli che
l'impiegato della dogana furono con me perfettamente corretti. Il
panorama della Sabina che si gode dal ponte è bello e vasto. Di contro è
l'antico e cupo Magliano, sede di un vescovo che qualche mese fa fu
incarcerato; più oltre Poggio Mirteto, ora una delle stazioni più
importanti dell'esercito piemontese di confine, mentre il governatore
civile di tutta la Sabina risiede in Rieti, città più grande, fino a
poco fa residenza del delegato pontificio.

M'internai nella bella regione montuosa, piena di colli ridenti, ricchi
di vino, olio e castagne, abitata da gente forte, onesta e patriarcale,
ma ignorante e primitiva. Il carattere di questa regione non ha nulla di
comune con quello del Lazio, pieno di sole e di luce; somiglia piuttosto
a quello dell'Appennino centrale. La straordinaria siccità dell'estate
aveva anche là bruciato i campi; il granturco presentava un aspetto
deplorevole; anche l'olivo era poco rigoglioso; solo le viti
promettevano un abbondante raccolto.

La prima città che si trova su quella strada è l'antichissima, ora assai
piccola, città di Otricoli, nella quale si rinvennero molte antichità
celebri, fra le quali la testa di Giove del Vaticano. Notiamo anche che
ivi fu arrestato dai cavalieri del Barbarossa il famoso Arnaldo da
Brescia, che fu consegnato ai cardinali e giustiziato poi a Roma. Egli
aveva già ai suoi tempi insegnato ciò che ora l'Italia chiede ai papi.

Per dimostrare l'annessione all'Italia, quasi non bastassero le
bandiere, che già in gran copia avevo vedute, si aggiungevano ora le
armi di Savoia, dipinte di fresco sui muri. Vidi sempre in maggior
numero granatieri, lancieri, bersaglieri coi cappelli piumati e le
mantelline turchine, simili a comparse teatrali; più là trovai la
guardia nazionale, dalle poco brillanti uniformi.

Otricoli fa parte dell'Umbria, ma il confine fra le due provincie è
difficilmente rintracciabile e sempre variabile. Oggi questa città
appartiene alla delegazione di Spoleto, e da essa si entra nel
territorio dell'antico e una volta così potente ducato.

Sotto Otricoli si apre la stretta e selvaggia valle della Nera,
impetuoso fiume montano che si dirige verso il Tevere, e che una volta
segnava il confine geografico fra l'Umbria e la Sabina. Viene quindi
Narni, una delle più antiche città umbre, col suo bel castello e i
campanili delle sue chiese. Il luogo è assai ameno; la Nera, uscendo
dalla sua strada incassata fra le rupi, entra in una valle grandiosa e
scorre fra armoniose colline. Un antico ponte romano riunisce ancora le
due rive. In fondo si scorgono i verdi monti dell'Umbria, amenissimi e
ricchi d'incantevoli luoghi, fra cui ricorderò Amelia. A cinque miglia
di distanza giace l'antica _Interamna_, oggi Terni, in mezzo a verdi
colline, la patria di Tacito. Nulla, credo, possa essere più attraente
di una gita per questi luoghi in primavera o in autunno.

Oltre il suo bel castello, Narni possiede notevoli chiese e conventi,
come la cattedrale, consacrata al primo vescovo della città, San
Giovenale; però il tesoro maggiore è rappresentato da un dipinto famoso
dello Spagna, l'_Incoronazione della Madonna_, nel convento degli
Zoccolanti.[16] Dello stesso artista si trovano quadri in molti paesi
dell'Umbria; alcuni gli sono però stati erroneamente attribuiti.

Di mura ciclopiche non si hanno qui che pochi avanzi, e degli antichi
monumenti romani di questa città, dove nacque Nerva, non rimane che il
ponte di Augusto sulla Nera. Quest'opera, un dì grandiosa, appare anche
oggi ammirabile, sebbene dei tre o quattro archi che la componevano, ne
resti uno soltanto. Le imponenti rovine, i flutti vorticosi della Nera,
un vicino convento, la città colla sua solenne architettura, tutto
contribuisce a dare a questo paesaggio un carattere d'incomparabile
bellezza.

Marziale gli ha dedicato i mirabili versi:

     Narnia sulphureo quam gurgite candidus amnis
      Circuit, ancipiti vix adeunda jugo;

     Quid tam saepe meum nobis abducere
      Quintum Te juvat, et lenta detinuisse mora?

     Quid Nomentani causam mihi perdis agelli
      Propter vicinum qui pretiosus erat?

     Sed jam parce mihi nec abutere, Narnia, Quinto;
      Perpetuo liceat sic tibi ponte frui.

Verso la metà del secolo XII il ponte crollò. Al tempo degli Hohenstaufen
non doveva esistere già più, perchè Parsifal Doria, generale di
Manfredi, si annegò, mentre voleva guadare in quel punto la corrente a
nuoto, col suo cavallo, ambedue coperti di ferro. Si costruì allora il
nuovo ponte, più comodo per la sua posizione, essendo troppo grande la
spesa necessaria per restaurare l'antico.

La menzione fatta del valoroso Parsifal mi rammenta un'altra grande
figura di guerriero, che forma ancora uno dei vanti dei Narnesi: in
Padova di fronte alla cattedrale sorge il monumento equestre in bronzo
del Gattamelata, opera di Donatello, la prima di questo genere compiuta
in Italia durante il Rinascimento. Fu fatta per incarico della
Repubblica di Venezia, che così volle onorare la memoria di uno de' suoi
più fedeli condottieri, che fino al 1441 aveva servito la bandiera di S.
Marco. Erasmo Gattamelata nacque a Narni.

Un altro Narnese diede lustro alla città nel secolo XV: il cardinale
Bernardino Eroli, morto nel 1479, di cui la tomba è visibile nelle
grotte di S. Pietro a Roma.

La famiglia di lui, che esiste ancora a Narni ed è una delle prime del
patriziato, abita un antico palazzo. Uno de' suoi membri è il marchese
Giovanni, distinto antiquario, ricercatore di documenti; egli è
veramente la cronaca vivente della sua città, della quale ha descritto a
fondo e riunito nella sua _Miscellanea Narnese_ le cose più notevoli. Mi
trattenni alquanto in questa città, e visitai questo degno signore. La
vita di un patrizio in un piccolo centro campagnolo deve essere tanto
più limitata e monotona quanto più esso possiede istruzione e talento.
Il marchese, lieto di ricevere un viaggiatore, tanto più poi che veniva
da Roma e che si occupava di storia, mi accolse con grande cortesia, e
soddisfece pienamente alle mie domande circa l'archivio municipale di
Narni, come sopra gli archivi delle altre città umbre, e mi invitò ad
accompagnarlo nel suo studio. Non era uno studio di disegno o di
pittura, ma di fotografia. Quando vi entrai credetti di esser penetrato
in un tepidario, perchè il calore era così intenso da potersi appena
tollerare. Egli mi mostrò i suoi lavori, che erano invero così poco
riusciti da non allettare gran che i visitatori.

Da Narni m'internai con vera gioia nell'Umbria, in questo giardino
dell'Italia centrale, irrigato da vivaci corsi d'acqua, cosparso di
olivi e di verdeggianti colline. Tutto vi è sereno e aggraziato; persino
il dialetto degli abitanti è pieno di melodia. Non è davvero strano che
la pittura umbra, così gradevolmente viva e ideale, abbia avuto nella
natura la sua fonte precipua. L'Umbria fa veramente intendere che cosa
sia la Toscana, ancora più bella e gradevole.

Dopo una breve corsa attraverso la campagna fertile e ricca, giunsi a
Terni, patria di Tacito, famosa per le cascate del Velino, città
attivissima di 9000 abitanti. Non vidi le cascate, ma girai per la
città, che si presenta come un borgo abbastanza pulito, nel quale il
periodo del Rinascimento e lo stile baronale pomposo hanno soffocato il
medio evo caratteristico. Molti notevoli palazzi indicano che vi risiede
una ricca nobiltà. Anche la vita politica ha qui uno speciale movimento.

Essendo una città di qualche importanza, più grande di Narni e, per
numero di abitanti, venendo subito dopo Spoleto, Terni aspira ad avere
un significato politico. L'italianizzazione vi fu accolta con
entusiasmo; su molte insegne di botteghe operaie vidi già i colori
bianco, rosso e verde da poco dipinti; anche sulla mia tavola
all'albergo stava il tricolore. E non faremmo altrettanto noi in
Germania, in analoghe circostanze?

Cresce in Italia una specie di zucca, detta cocomero, che al di fuori è
verde, e, tagliato, mostra una polpa purpurea, e intorno una zona
bianca: i colori italiani. A questo proposito ricordo di aver veduto
questo spettacolo: un cocomeraro aveva inalberato sul suo banco un
grande tricolore, sopra il quale era dipinta la dea dei cocomeri nei
suoi tre colori naturali; con la scritta in trasparenza: _Natura mi diè
questi colori_. Lo spiritoso cocomeraro faceva un degno richiamo! Anche
nei dominî pontificî la coccarda del governo è di solito rappresentata
da un uovo sodo tagliato in mezzo. Su questi due simboli corrono fra la
popolazione dei saporiti motti di spirito.

La rivoluzione italiana ha portato con sè, come mi ha insegnato
l'esperienza, una vera rivoluzione nei nomi delle strade e dei caffè,
tanto che chi tornasse dopo una assenza di qualche anno nella sua città,
difficilmente riuscirebbe a raccapezzarcisi. Le piccole piazze coi nomi
di S. Maria, S. Paolo, ed altri, ora prendon nome da Vittorio Emanuele,
e tutti gli altri santi e patroni sono ovunque sostituiti da Garibaldi,
Cavour, Ricasoli, ed altri uomini della spada o del parlamento. Sarebbe
interessante contare i caffè che oggi in Italia hanno il nome di
Garibaldi!

Terni è ora il quartier generale del comandante Brignone e di molta
fanteria di linea. Io vi trovai i muri delle strade coperti di proclami
per la chiamata delle classi sotto le armi. Mi fu detto che nell'Umbria
la popolazione si sottopone più volontieri che non nelle altre province
dell'ex-Stato pontificio all'obbligo della leva. Anche qui però vi sono
molti disertori che vanno ad alimentare la reazione nel napoletano,
tanto più che la sorveglianza dei confini da quella parte è assai
difficile. Ci vorrà molto tempo perchè gl'italiani si abituino al
servizio militare obbligatorio. L'esenzione dal servizio militare è
stata veramente un prezioso beneficio del regime papale, beneficio
inestimabile per il contadino.

Grande è il numero degli emigrati romani a Terni, come del resto in
tutta l'Umbria ed in tutta la Sabina. L'emigrazione sparsa nei diversi
luoghi mi fu detto essere superiore a 5000 individui, ma forse questa
cifra è inferiore alla realtà.

Una gran parte dei forusciti viveva finora in Rieti, ma una discordia
scoppiata fra i romani ed i cittadini di quella città li ha costretti ad
abbandonare il luogo ed a spargersi per l'Umbria. La loro esistenza è
abbastanza difficile e penosa, perchè i comitati creati allo scopo di
soccorrerli hanno mezzi insufficienti. Cospirano attivamente così
vicino a Roma, dove il comitato nazionale è in relazione diretta con
essi. Secondo ogni verosimiglianza sono essi che redigono i giornali
umbro-sabini, come l'_Italia e Roma_ di Perugia. Questi fogli sono letti
avidamente, e molti esemplari penetrano anche nella Città dei Cesari.

Da Terni partii per Spoleto; percorsi per molte ore una regione
montuosa, fresca, ricca di quercie. Si valica l'Appennino sopra Terni,
o, per meglio dire, attraverso il monte Somma. La strada, assai buona,
giunge fino alla sommità lungo la gola detta _Strettura_, salendo
gradatamente. I due versanti del monte da ambo i lati sono boscosi; non
si vedono paesi; solo qua e là qualche casale. De' bei buoi bianchi
erano stati, per rinforzo, attaccati alla vettura, e mentre essi
lentamente salivano l'erta, potei permettermi una breve camminata su
quella ripida strada. L'aria era fresca e leggera: si sarebbe potuto
camminare ore intere senza stancarsi. Dei briganti non c'era da temere,
poichè tutta l'Umbria ne è immune. Avendo lasciato un po' indietro la
carrozza, vidi d'un tratto un uomo accoccolato, nascosto in un
cespuglio, che appena mi vide si mise a farmi energicamente dei segni, e
precisamente quelli che soglion fare gli italiani per chiamare a sè. Io
mi fermai in mezzo alla strada; l'uomo mi accennò di proseguire il mio
cammino. Voleva dirmi di essere cauto? Finalmente scese egli stesso
dalle rupi nella strada, e lo riconobbi per un giovane e simpatico
milite della guardia nazionale.--Sembra che diffidiate di me--disse--ma
io vi ho fatto cenno soltanto per dirvi che potete continuare la vostra
strada e non guastare così il mio giuoco. Io debbo star qui a
sorvegliare un giovane e una ragazza che stanno laggiù nella valle, e
veder quello che fanno.--Il soldato mi disse queste parole un po'
eccitato. Terribile cosa la gelosia! Anche quella solitudine che
sembrava creata solo per pensieri e fatti patriarcali, nascondeva nel
suo seno il terribile mostro! E non fu inutile la posta del giovane:
dopo poco la coppia sbucò fuori da un cespuglio; la fanciulla si
allontanò dall'amante e seguì la riva del torrente, mentre questi
scompariva. Difficilmente sarà sfuggito ad una _coltellata_!

Presto raggiungemmo la cima del Somma, dove i buoi furono staccati. Di
qui si scese per la strada che costeggia una gola simile a quella
percorsa all'insù, e che corre per sei miglia attraverso splendidi
monti; dopo poco ci si presentò meravigliosamente la vecchia Spoleto e
sotto a noi la valle del Clitunno, e la pianura ove scorre il Tevere.
Uscendo di mezzo ai monti, Spoleto appare bella come nessun'altra città,
e sopratutto pittoresca, con la sua nera rocca, le molte torri massicce
che la coronano, e le mura merlate. La luce dorata del sole la
illuminava morendo, e contribuiva a dare al quadro magnifico un perfetto
e grandioso carattere storico. Influisce molto vedere da un punto,
piuttosto che da un altro, per la prima volta una città vetusta; la
prima impressione è quella che rimane. Io non conoscevo ancora Spoleto,
che racchiude in sè una storia tanto ricca, che va da Faroaldo, duca
longobardo, fino all'infelice generale Lamoricière, che nel 1860 stabilì
qui il suo quartier generale per la difesa degli Stati della Chiesa
contro gli usurpatori.

Quando entrai in Spoleto si cancellò dalla mia mente l'imagine di ogni
antico ricordo; sulla bella spianata una folla di gente elegante si
pigiava; le strade erano simpatiche e linde, le case moderne, ed un'aria
di sereno benessere dava l'impressione più gradevole di una vita gaia e
tranquilla.

Il ducato longobardo di Spoleto fu fondato nel 570, subito dopo che
Alboino discese in Italia col suo popolo. I suoi due primi duchi furono
Faroaldo e Ariulfo; questi, provincia a provincia, tolsero ai greci una
gran parte dell'Italia centrale, e cioè tutta l'Umbria, la Sabina, la
Marsica (oggi Abbruzzo), e le Marche di Fermo e di Camerino. I papi
soffrirono spesso molestie da parte del ducato di Spoleto, fondato alla
fine del VI secolo. Anche quando Carlomagno pose fine al regno
longobardo, rimase tuttavia abbastanza grande la potenza dei duchi di
Spoleto, divenuti vassalli franchi. La Francia stessa assicurava la loro
dignità; dopo la caduta dei Carolingi, Guido di Spoleto potè porsi sul
capo la corona imperiale. Egli la passò quindi al figlio di Lamberto, un
nobile giovane, che morì improvvisamente nell'898 per una caduta da
cavallo. Guido e Lamberto ottennero la corona imperiale e furono i due
imperatori nazionali eletti dal popolo italiano in opposizione ai
candidati di nazione tedesca, sebbene fossero di razza franca.

Quando più tardi l'impero cadde con gli Ottoni e passò alla nazione
tedesca, gl'imperatori si impadronirono del ducato, e non vi fu più a
Spoleto dinastia ereditaria. In seguito Spoleto fu annesso alle terre
della contessa Matilde, come anche Ancona, finchè i papi con lusinghe ed
astuzie riuscirono ad impossessarsi di quel ducato, sul quale già da
Carlomagno accampavano diritti. Innocenzo III, e specialmente Gregorio
IX, aggiunsero alla Chiesa le Marche di Ancona, Camerino e Fermo. Così
la vera presa di possesso di quei luoghi da parte della Chiesa data dal
principio del sec. XIII; ma dipoi essa perdette di nuovo molte di queste
terre, col volgere degli anni, e, dopo varie vicende, in pochi giorni
nel settembre 1860 le perdette tutte e per sempre.

Lamoricière aveva scelto Spoleto come suo quartier generale, perchè la
posizione era buona, e potevano di là mandarsi truppe in tre direzioni.
Il generale Schmidt aveva il quartiere a Foligno; Pimodan stava a Terni
con la seconda brigata, e De Courten a Macerata. Lamoricière si
aspettava di dover ripiegare verso il sud contro Garibaldi, che era nel
Napoletano, ma quando seppe del generale Fanti, capì che i piemontesi
avrebbero investito l'Umbria e le Marche. Il giorno 8 settembre i
volontari di Masi irruppero da Città della Pieve nello Stato pontificio
e marciarono su Orvieto. Il 10 settembre Lamoricière riunì le sue
milizie, e il 12 si gettò sulle Marche, seguito da Pimodan. Nella
cittadella di Spoleto aveva lasciato 300 irlandesi del maggiore
O'Reilly, con due cannoni. Questa piccola fortezza fu presa dai
piemontesi del generale Brignone il 17 settembre; secondo le istruzioni
del Lamoricière, gli irlandesi la difesero valorosamente, respinsero un
assalto e si arresero solo dopo 12 ore di combattimento. I piemontesi
ebbero, a detta del Lamoricière, 100 morti e 300 feriti; i papalini 3
morti e 6 feriti. È abbastanza curioso che nell'ultimo fatto d'armi di
questa fortezza abbiano preso parte degli irlandesi.

Si vedono ancora le tracce di quella lotta. Ora non vi è più
guarnigione, ma invece un bagno penale.

Del resto il ricordo di questi fatti si è assai indebolito nella città;
la delegazione si è mutata in una sottoprefettura, dipendente da
Perugia, sede del commissario generale dell'Umbria. Così Spoleto ha
perduto del tutto il carattere di città capoluogo di provincia; la sede
dei delegati poteva essere paragonata ad una piccola corte, e questi
governi provinciali dei cardinali legati godevano d'una certa
indipendenza; tutto questo ora è passato; i prefetti e i sindaci
entreranno al posto delle provincie politiche d'un tempo, le quali
rimarranno solo un ricordo storico.

Le strade salgono il monte con lieve pendio, e graziose piazze le
interrompono qua e là. Molti luoghi sono assai pittoreschi e veramente
italiani, ma spesso sporchi e mal tenuti. Si vede ancora che questa
città dominò in altri tempi una ricca regione e fu centro d'una
monarchia, benchè conti ora solo 9000 abitanti. Anche qui
nell'architettura il Rinascimento prevale. L'alto medio evo è stato
soffocato dalle epoche successive; dell'antichità romana si vedono
alcuni avanzi, ed una vetusta porta presso il palazzo Gavotti ricorda
Annibale che, dopo la famosa battaglia sul Trasimeno, fu respinto da
Spoleto. Essa si chiama ancora Porta di Annibale o della Fuga.[17]
Invano si ricercherebbero in Spoleto antichità longobarde. La mia prima
domanda fu questa: dov'è il palazzo degli antichi duchi? Nessuno seppe
darmi una risposta, ed anche lo storico del ducato di Spoleto, Gian
Colombino Gatteschi, mi dichiarò d'ignorarlo. Così l'oblio sommerge la
residenza di principi un giorno così grandi e potenti; non ne rimane una
traccia, non una pietra. Solo una dubbia tradizione dice che il palazzo
Arroni, sulla piazza del Duomo, occupi il luogo dove, fin dal primo duca
Faroaldo (539), risiederono Ariolfo Toto, Trasmondo, Angebrando,
Ildebrando, Gisulfo, Lamberto e Guido, finchè coll'ultimo della loro
lunga serie, lo svevo Corrado, il ducato ebbe termine nel 1198.

Ora il duomo, uno dei più antichi monumenti di Spoleto, sorge su una
bella piazza, con lo sfondo pittoresco delle vette montane. Fu edificato
nel 617 dal terzo duca Teodelapio, poi più volte restaurato. È una bella
ed armonica chiesa, con una torre sulla facciata in stile
romanico-gotico del secolo XIII. L'atrio è moderno: è opera del
Bramante. Un grande mosaico, opera del Solsterno, orna la facciata:
porta la data del 1267. Si osserva in esso con stupore il primo sviluppo
libero dell'arte umbra. In questa chiesa Fra Filippo Lippi, uno dei più
simpatici pittori della seconda metà del secolo XV, si è eternato coi
suoi affreschi nel coro, dove egli stesso giace. L'interno è quasi tutto
restaurato di fresco; delle iscrizioni medioevali non ne rimane alcuna,
nemmeno nell'atrio. Il duomo è oggi il più notevole monumento,
l'ornamento maggiore di Spoleto, insieme con San Pietro, una chiesa di
stile lombardo, degna di molta considerazione. La sua facciata è coperta
di sculture, in alcune delle quali è rappresentata, in modo assai
primitivo, la favola del «_Roman du Renard_».

Questa comunità conserva un pregevole, anzi meraviglioso affresco dello
Spagna, la Madonna con i santi, ed una iscrizione su marmo, che ricorda
la distruzione della città, compiuta dal Barbarossa. Trascrivo
fedelmente questa iscrizione:

                            HOC EST SPOLETVM
                          CENSV PPLQE REPLETVM
                            QVOD DEBELLAVIT
                      FRIDERIGVS ET IGNE CREMAVIT
                           SI QVERIS QVANDO
                       POST PARTV VIRGINIS A[=N]O
                                 MCLV
                        TRES NOVIES SOLES IVLIVS
                          TVNC MENSIS HABEBAT

Molto probabilmente in questo incendio la residenza dei duchi di Spoleto
andò perduta.

In special modo pittoresco è l'acquedotto gigantesco[18] che congiunge
la città al monte Luco. Questo monte è diviso dal colle, su cui sorge la
fortezza, da un abisso di 260 piedi; al disopra di esso è un enorme
ponte di dieci archi. L'edificò il duca longobardo Teodelapio nel 604, e
fu poi più volte restaurato. Se si prende la piccola strada del ponte
per andare a monte Luco, si gode la vista dell'abisso vertiginoso e
profondo, su cui spesso soffia un vento terribile. Questo mi costrinse
anzi a rinunziare di attraversarlo. Monte Luco è il Monserrato
dell'Umbria.

Dopochè nel VI secolo un santo siriaco, Isacco, ebbe fondato lassù un
eremitaggio, vi sorse nel X secolo il chiostro di S. Giuliano ed una
serie di eremitaggi. Di questi ne restano ancora alcuni, ma gli eremiti
son da lungo tempo scomparsi. Di parecchie delle loro cappelle i
cittadini di Spoleto si sono fatte delle graziose villette. Una
passeggiata nei boschi di quercie del monte è un vero godimento, l'erba
balsamica esala il suo aroma, le brezze agitano le millennarie cime
delle quercie: appena si ode di tanto in tanto un suono, un fremito di
campana: vi regna un silenzio divino. Di lassù si può rintracciare,
nella sottostante campagna, la striscia bianca della via Flaminia, che
sale fino alle porte della città e in lontananza si perde nella pianura.

Ma più maestosa di ogni altra cosa appare la rocca che domina la città e
la pianura, e che si stacca sui monti solenni: un dado turrito, dalle
linee nobili e armoniche, uno dei più bei monumenti del medio evo. Il
famoso cardinale d'Albornoz, contemporaneo del tribuno Cola di Rienzo,
aveva nel 1356 riedificato questo già antichissimo edificio, che fu poi
terminato da Nicolò V. La memoria degli antichi duchi e dei potestà che
risiedettero in questo castello è del tutto scomparsa, ma dalle finestre
del fosco edificio sembra al viaggiatore di scorgere ancora la figura
di una donna famosa, che fu signora di Spoleto, quella cioè di Lucrezia
Borgia, figlia di Alessandro VI, la Cleopatra del secolo XV. Suo padre
la nominò nel 1499 reggente della città e del distretto di Spoleto,
fatto nuovo questo nella storia della Santa Sede. La bella duchessa
abbandonò Roma a cavallo, con grande seguito, l'8 agosto. Dinanzi a
Spoleto la ricevettero con grande onore i priori della città, e
l'accompagnarono al castello, dove pose la sua residenza. Ella presentò
allora ai suoi dipendenti la sua nomina, ed un Breve di suo padre così
concepito:

«Amati figli, a voi salute ed apostolica benedizione. Abbiamo conceduto
il possesso del castello e il reggimento delle nostre città di Spoleto e
Fuligno, della loro contea e distretto, alla nostra diletta figlia in
Cristo, donna Lucrezia di Borgia, duchessa di Bisceglie, per il maggior
bene di questi luoghi. Fidando nella particolare intelligenza, fedeltà e
rettitudine della sullodata duchessa, come in altri Brevi abbiamo
dichiarato, ed anche facendo appello alla vostra abituale obbedienza a
Noi ed alla Santa Sede, speriamo che riceviate la vostra nuova duchessa
reggente con gli onori e la riverenza che vi impone la vostra deferenza
verso di Noi. Desideriamo dunque che degnissimamente la riceviate, e
che, per conservare il nostro favore e per evitare la nostra disgrazia,
voi ubbidiate alla duchessa reggente Lucrezia Borgia, in generale e in
particolare, per tutti quei diritti e quelle consuetudini concernenti il
suo governo, e per tutti quei comandi che ad essa piacerà di darvi, come
alla nostra medesima persona, con tutto lo zelo e la diligenza, per
darci novella prova della vostra fedeltà ed obbedienza. A Roma, in S.
Pietro, segnato coll'anello del Pescatore, 8 agosto 1499--Adriano
(Secretario)».[19]

La vita di Spoleto a Lucrezia Borgia, improvvisamente chiamata a
succedere agli antichi duchi longobardi, dovè certo sembrare noiosa e
intollerabile. Non rimane nulla del suo governo, se non la
riconciliazione avvenuta fra le due comunità di Spoleto e di Terni.
Nell'archivio municipale di Trevi esiste ancora un documento
sottoscritto di sua mano con questa formula: «_Placet ut supra Lucrezia
de Borgia_». Questa donna rimase a Spoleto breve tempo. Il 21 settembre
visitò a Nepi suo padre, e nel mese di ottobre tornò a Roma. Pochi mesi
dopo, nel luglio 1500, le morì lo sposo Alfonso di Aragona, duca di
Bisceglie, che Cesare Borgia fece prima pugnalare sulla scala vaticana,
poi strangolare nel suo palazzo.

A Spoleto rimasero alcuni suoi impiegati: Antonio degli Umioli di
Gualdo, dottore in diritto, e il suo segretario Cristoforo Piccinino. Il
10 agosto 1500 Alessandro VI affidava il governo della città a Ludovico
Borgia arcivescovo di Valenza.

Per recarsi da Spoleto a Foligno, bisogna attraversare la famosa valle
del Clitunno, dov'è il piccolo e grazioso tempio di questo dio fluviale,
tempio che non ha però più nulla a che vedere con quello descritto da
Plinio; sorge vicino alla stazione postale detta _Le Vene_, presso la
sorgente di una fonte più pura del cristallo.

Intorno la campagna è ridente, con lo sfondo incantevole delle montagne
umbre. Percorrendo, come ho fatto, questi dominî che appartennero ai
papi, bisogna convenire che era il loro un ben prezioso Stato, di cui la
corona nessun re avrebbe sdegnato. Se si sono viste con i propri occhi
queste campagne e queste antiche città, si capisce che sarebbe stato
necessario un sovrumano disinteresse per rinunciare a questo antico
possesso ereditario. Ma nulla può contrastare ed opporsi alla forza del
tempo.

Foligno ha il doppio degli abitanti di Spoleto, ed è città assai
industriale: vi sono fabbriche di carta, di candele di cera e di
confetti; i migliori d'Italia, almeno così dicono. Giace in una pianura
che è il punto d'incrocio ed il centro delle ferrovie umbre e romane, il
che non è senza importanza per l'avvenire della città.

In essa tutto è più o meno moderno; vi ho però trovato alcuni palazzi
dello stile del Bramante. La cattedrale può dirsi moderna in seguito ai
molti restauri; solo la facciata conserva il suo stile gotico, ed ha un
antico portale. Altre chiese sono notevoli per i loro quadri; così San
Nicolò, possiede un capolavoro della scuola di Foligno, un quadro di
Nicolò Alunno, maestro del Perugino.

Da Foligno si va in breve tempo a Trevi ed a Spello, che è situata sopra
un'altura. Queste città sono caratteristiche e medioevali; le loro nere
mura turrite e le antiche porte conservano i segni di un lontano
passato. Presso Spello si vedono ancora molte case in rovina, come
furono ridotte dallo spaventevole terremoto del 1831. Ciò non è per vero
una prova dell'attività di questa popolazione. Così ci si avvicina alla
valle del Tevere, che scorre qui fra i colli di Perugia e di Assisi.
Sotto Bastia lo si passa, ancora piccolo ed esiguo. Intorno la campagna
appare fertile e ben coltivata, specialmente a granturco e a viti.

Passai dinanzi ad Assisi senza entrarvi, perchè pensavo di recarmivi
comodamente da Perugia. La patria di San Francesco sorge solennemente su
un'altura a terrazze, con le molte antichissime torri e le massiccie
mura della chiesa del santo. Due miglia circa al di sotto si vede la
grande chiesa di Santa Maria degli Angeli. Fu costruita nel secolo XVI
sulla cappella di San Francesco, e abbattuta poi dal terremoto. Gregorio
XVI la fece riedificare dall'architetto Poletti.[20] È una copia del San
Pietro di Roma, in proporzioni gigantesche. Quale strano contrasto fra
la città medioevale e questo edificio moderno che non porta più nemmeno
traccia di slancio religioso e mistico! Visitandolo, la prima cosa a cui
vien fatto di pensare è il prezzo che questo tempio deve essere costato.

Si può dire soltanto a sua lode che è assai ben situato. Nel centro
esiste intatto il santuario di San Francesco: una piccola cappella
gotica, che stona vivamente con ciò che la circonda. Fu edificata in
questo luogo in memoria dell'apparizione delle rose che avrebbe
suggerito al santo, mentre pregava devotamente, di fondare il famoso
ordine. Tavole votive e doni sono appesi nell'oscuro oratorio,
costellato qua e là di ceri, alla luce scialba dei quali si scorgono
fedeli che pregano inginocchiati. Questa cappella è il santuario
dell'Umbria. I due lati esterni sono ornati di affreschi: uno è opera di
Overbeck, e, a quel che si dice, è la migliore sua composizione;
l'altro, molto restaurato, è un bel quadro della scuola del Perugino,
forse dello Spagna. I due quadri sono fra loro nello stesso rapporto in
cui una chiesa nuova sta con una chiesa antica, o come un santo moderno
sta ad uno antico, o almeno come un pittore di santi moderno ad uno
antico. Ogni tempo ha la sua fisonomia, e i fiori artificiali non hanno
nè profumo, nè anima. Il pittore più felice, anzi più grande, non
potrebbe oggi comporre un'opera che esercitasse su di noi il fascino che
esercita un Perugino, uno Spagna, un Pinturicchio.

Nel convento di Santa Maria vivono 90 francescani. La rivoluzione, come
mi assicurò un monaco, non ha toccato nessuno dei chiostri di Assisi.
Nondimeno questi mi apparve triste e depresso. Quanto si è detto sulle
soppressioni dei monasteri dell'Umbria è inesatto. Dovunque io mi sono
fermato, ho veduto monaci. L'Italia non se ne libererà mai, mai potrà
bandirli del tutto dalle sue terre. Essi appartengono alla terra come i
suoi fiori e i suoi animali. I cappuccini, gli zoccolanti, i
benedettini, gli scolopî ed i varî altri ordini, non sono stati affatto
soppressi, benchè monasteri di altri ordini siano stati chiusi per la
legge Siccardi. I possedimenti della Chiesa, estesissimi nell'Umbria,
sono stati sequestrati e non venduti. È però indiscutibile che qua e là
si è proceduto in modo un po' troppo sommario.

Alta, su i suoi molti colli, che si levano dal fiume sottostante, di
aspetto vetusto e analogo a quello di Palestrina, Perugia si mostra allo
sguardo del visitatore. Appena entrati in questa città, si sente la sua
imponenza, come città essenzialmente medioevale, ricca di caratteristici
ricordi municipali. Città principale della regione, prospera, lieta,
museo dell'arte umbra, vecchio centro di scienze e lettere, essa fu la
gemma più bella del diadema pontificio, e perciò fu trattata con
indulgenza e considerazione. Fin dall'epoca bizantina Perugia fu, almeno
di nome, possesso della Chiesa, eppure per secoli interi si sottrasse,
come altre città, al dominio di quella, e primeggiò fra le repubbliche
vicine. Governata a volta a volta dai popolari (Raspanti) e dai nobili
(Beccarini), ondeggiante fra guelfi e ghibellini, divenne, per queste
lotte e fazioni, residenza di molti papi, mentre davano opera alla
propria istallazione sulla sede di San Pietro. Il famoso papa Innocenzo
III vi morì nel 1216 e vi fu seppellito sotto la stessa volta che
accolse Martino IV, il quale morì per aver mangiato a cena, un sabato
santo, troppe anguille del lago Trasimeno. Anche Innocenzo IV risiedette
in Perugia. Vi morì pure l'infelice Benedetto XI, l'ultimo dei papi che
regnarono prima dell'esilio di Avignone.

Durante il secolo XIV questa repubblica municipale fiorì
straordinariamente; tutta l'Umbria le fu soggetta; nel 1370 però dovette
sottomettersi nuovamente al papa. Cinque anni dopo i cittadini si
ribellarono e demolirono la fortezza papale, ma alla fine di quel secolo
furono ancora una volta assoggettati; non per questo cessarono le lotte
intestine. Le famiglie degli Oddi e dei Baglioni, specialmente
quest'ultima, ebbero una parte importante in questi rivolgimenti. Il
noto Braccio Fortebraccio, che nel 1416 si fece signore della città,
nacque a Perugia. Finalmente: Giulio II sottomise Paolo Baglioni, che fu
poi giustiziato da Leone X in Castel Sant'Angelo a Roma. Paolo III
annientò l'ultimo resto dell'indipendenza di Perugia, e d'allora in poi
la repubblica fu retta da cardinali legati, che risiedevano nel nobile
e antico palazzo del Comune.

Perugia ha, più di molte altre città italiane, mantenuto il suo
carattere medioevale; non si trova qui quella frivolezza moderna che ha
ormai invaso le città; ma v'è comune quella cortesia di modi, seria e
solida, che data dal tempo dei conflitti cittadini fra la nobiltà e la
borghesia. Oggi i nomi dei Braccio e dei Baglioni, dei capi-partito e
dei tiranni, sono eclissati da quelli degli artisti e degli artefici. Il
Perugino è lo splendore, il vanto più bello della città. A Perugia è
stato completamente compreso il valore e la grandezza di quell'ingegno,
che servì di base al genio di Raffaello. Ma non voglio portare nottole
ad Atene, dilungandomi sull'opera di questi grandi artisti.

Perugia si divide in città alta e città bassa, collegate da strade,
scale e da ponti in mattoni, dai quali si gode la mirabile vista della
città e della campagna. La città alta è la vera ed antica Perugia, ed è
anche la parte più bella: il pittoresco Corso, coi suoi palazzi del
secolo XV ed anche del XVI, è un vero monumento della grandezza
repubblicana. Le loro facciate, romanico-gotiche, si completano l'una
l'altra in modo sorprendente, e sono documenti storici; si potrebbe anzi
dire che ci presentano proprio i lineamenti della città, il suo volto
medesimo. V'è anche il grandioso palazzo comunale, che rimonta al 1281,
cupo e severo, vasto ed oscuro, di architettura moresca alle finestre e
ai portali, decorato degli stemmi dei principi e delle città alleate. Ai
piedi del grifone, emblema di Perugia, sono appese le catene della porta
di Siena, rapite dai Perugini.

La piazza del Duomo, verso la quale è volto un lato del palazzo
comunale, è ornata anche dalla grande fontana di Giovanni Pisano, e
dalla statua in bronzo di Giulio III. Non dico nulla del Duomo, nè di
molte altre chiese, come S. Domenico, nella quale è la tomba di
Benedetto XI, Sant'Agostino e San Francesco, perchè di esse si è parlato
infinite volte; e infinite volte son stati descritti i tesori conservati
nei grandi palazzi privati: Conestabili, Donini, Baglioni, Bracceschi e
Baldeschi, Monaldi, Penna e Cenci.

Non lungi dal Corso sorgeva la fortezza pontificia, opera di Paolo III
Farnese e del suo terribile nipote Pier Luigi che straziò infamemente la
città. Questo sinistro edificio fu costruito sul luogo dove sorgeva un
tempo il grande palazzo Baglioni. Nel 1848 fu smantellato a furia di
popolo, ed ora non resta più, per ricordarlo, che un mucchio di pietre;
quel luogo fu anche teatro delle ultime lotte contro Schmidt,
comandante degli svizzeri pontifici.

Le rovine di questo castello hanno un aspetto melanconico; io vi trovai
una folla di persone, specialmente di giovanotti, che vi passeggiavano
con evidente soddisfazione, e contemplavano con interesse i resti della
loro piccola Bastiglia, mentre si intrattenevano con le narrazioni
dell'ultimo assalto subíto da essa e della capitolazione alle milizie
del generale Fanti.

La vecchia fortezza non ebbe mai, del resto, un importanza strategica.
Fu soltanto destinata a tenere in freno i cittadini.[21] Le truppe
piemontesi poterono avvicinarvisi da ogni lato e impadronirsene senza
ostacoli, nè resistenza da parte della sua guarnigione. Non si sa bene
che cosa si erigerà su queste rovine; un grande edificio vi farebbe
certo bella figura.[22] La posizione è ottima; la vista incantevole,
scorgendosi la valle del Tevere e la fila dei verdi colli. La piazza
dinanzi agli avanzi della fortezza è già stata chiamata Vittorio
Emanuele, in memoria, come dice una lapide, del 14 marzo, giorno in cui
il Parlamento nazionale lo proclamò re d'Italia.

Una strada conduce dal castello alla parte inferiore della città. Già
da lungo tempo gli spalti sono stati adibiti come luogo di passeggio. Ma
questo genere di passeggio è spesso malagevole, perchè troppo ripido.
Vidi con piacere i viali di castagni tedeschi, che la siccità aveva del
tutto spogliati di foglie; solo qua e là presentavano alcuni ciuffi di
fiori secchi sui rami. La vegetazione è a Perugia più tarda che nella
valle sottostante; prima della venuta dell'inverno questa città si
ammanta di neve.

E' sempre consigliabile per un forestiero visitare il passeggio di una
città che ancora non conosce. Talora nei giorni di festa ci si trova la
parte migliore della cittadinanza. Ma sotto questo rispetto io non posso
dire molto bene di Perugia. Anche nei più bei pomeriggi la sua
passeggiata mi apparve poco frequentata; le signore uscite a spasso coi
mariti erano poche; in grande quantità invece le _cocottes_, che si
aggiravano fra i viali, sfacciatamente, con un velo in testa. E'
deplorevole che la rivoluzione del 1859 abbia fatto perdere a molte
città italiane il decoro che le distingueva prima di quell'epoca; almeno
così sembra: le città dell'antico Stato pontificio sono ora in preda
alla più sfrenata licenza. Io non ricordo di aver veduto mai in altro
luogo una così sfrontata mostra di ragazze quale vidi in Perugia, dove,
di pieno giorno, nella strada principale, nel Corso, dei giovani non si
peritavano d'intrattenersi liberamente con queste femmine. E'
incredibile lo strabocchevole numero di fotografie oscene che è sparso
per l'Italia, e che proviene dall'industria francese. E' altamente
encomiabile la proibizione fatta in Roma per mezzo di un editto, della
vendita di simili imagini. Si dovrebbe fare in ogni città la stessa
cosa. Nulla corrompe tanto la pubblica moralità quanto questa licenza.

Tutto sommato, Perugia è una città priva quasi di vita. Di truppe
regolari ne vidi ben poche; la guardia nazionale ha occupato tutti i
posti. Le truppe volontarie, da poco arrivate, saranno, mi si è detto,
incorporate nell'esercito regolare. Il loro capo, Masi, ora colonnello,
fu in origine segretario di un principe Bonaparte, passò molti anni in
America, dove tentò invano molte speculazioni. Nel '59 passò i confini
della Toscana come capo di bande volontarie e si distinse a
Montefiascone. In lui si è veramente conservato il carattere dei
condottieri del medio evo.

Gl'italiani odiano il servizio militare regolare, per lo spirito
indipendente del loro carattere, insofferente di ogni giogo. Vidi
l'esercito di Francesco II di Napoli nel 1859, mentre si dirigeva su
Aquila: appariva bene armato e ben organizzato; ma dinanzi ai volontari
di Garibaldi si disperse. Ora quelle truppe disciolte si sono raccolte
qua e là, sotto il comando di briganti e di avventurieri, come Chiavone,
Crocco, Ninco-Nanco e Cipriani, per battersi valorosamente come briganti
e come tali farsi ammazzare. Un metodo di lotta così romantico è
conforme all'indole meridionale. Alle bande di Masi (composte anche di
cavalleria) si uniscono sempre molti volontari, anche di Roma, fuggiti
spesso ancora adolescenti dalle loro case, per servire a Perugia o a
Spoleto. Nei caffè si vedono giovani ufficiali in gruppi vivaci, pieni
d'entusiasmo e di patriottismo. In generale ognuno sembrava qui, come
del resto in tutta l'Umbria, pieno di speranza, quantunque non si
dissimulasse le difficoltà della situazione. Un nucleo di reazionari è
rimasto nella regione, composto specialmente di antichi impiegati,[23] i
quali sono stati lasciati quanto più era possibile nei loro uffici. La
nobiltà umbra, specialmente la perugina e quella che appartiene
all'antico patriziato, è rimasta in gran parte fedele all'antico regime,
temendo di venir soverchiata dalla democrazia, ed anche perchè tutti i
suoi interessi son legati alla Santa Sede. Essa si tiene appartata nei
suoi possessi o nei suoi palazzi cittadini. La nobiltà inferiore al
contrario si è unita volentieri al movimento, e così pure il basso
clero.

Perugia non possiede meno di 36 fra monasteri e conventi, alcuni dei
quali, quelli dei domenicani per esempio, sono chiusi; i monaci si sono
prudentemente e astutamente ritirati nel territorio romano. I preti
dell'alto clero sono contrari al movimento, ma si comportano con
prudenza. Tutto l'episcopato umbro sta, come un sol uomo, col pontefice,
e questa fermezza del clero in tutta l'Italia, salvo poche eccezioni, ha
qualche cosa d'imponente e di bello. I vescovi, con le loro lettere
pastorali, si sono opposti alle disposizioni del commissario
dell'Umbria, in quanto quelle disposizioni concernevano i conventi, i
possessi della Chiesa, l'abolizione del Foro ecclesiastico e della
sorveglianza del clero sulle scuole. Questo commissario, di nome
Gualterio, non ha dato nessuna importanza alle proteste, e continua
imperturbabilmente l'opera sua. La stampa è libera. Nella papale Perugia
ora si vende liberamente la Bibbia del Diodati, come a Firenze, e presso
i librai si trovano esposte al pubblico vivacissime invettive contro il
papato. La _Gazzetta dell'Umbria_ e l'ebdomadaria _Roma e l'Italia_,
ambedue di Perugia, contengono di continuo articoli roventi contro i
preti della regione e contro i cardinali di Roma. Così l'antico regime,
costretto a limitarsi ad una opposizione del tutto passiva, è
soverchiato dalla potenza del nuovo.

L'università, un tempo sotto la protezione dei papi, segnalatasi sempre
per valenti insegnanti, è teatro degli stessi antagonismi. Molti
professori, membri della nobiltà umbra, son reazionarî; la parte
giovanile invece si è gettata a capo fitto nella rivoluzione. Il
ristagno negli studi è sensibilissimo, e la gioventù sempre più diserta
le lezioni per prendere le armi. Naturalmente di questi perturbamenti ne
risente soprattutto il mondo letterario, a cui la pace e la
concentrazione sono necessarie. Niente accenna che questo stato di cose
debba cessare. Perugia, come è stato detto ridendo, dovrebbe divenire la
capitale d'Italia: così almeno proporrebbero seriamente alcuni
cittadini, fondando i loro desiderî sul fatto che la città è il punto
più centrale della penisola e per molti rispetti meritevole di tale
onore.

Lo scopo del mio soggiorno in Perugia era un'accurata indagine negli
archivi della città e specialmente nell'archivio dei Decemviri, al
palazzo pubblico, che doveva servirmi per la storia medioevale di Roma.
Ora tutti gli archivi dei conventi soppressi sono riuniti in quello
municipale. Ne sono stati soppressi 22, ad eccezione di quelli dei frati
questuanti e dei benedettini di San Pietro. Gli stessi conventi furono
già una volta soppressi nel 1810, e molti documenti andarono perduti in
quel tempo. Un professore dell'università, Adamo Rossi, mi condusse nel
chiostro dei Serviti di Santa Maria Nuova, dove in più stanze sono stati
raccolti gli archivi della città. Qui vidi mucchi di pergamene
sovrapposte o sparse sul pavimento, alla rinfusa, spettacolo
melanconico, come di un tesoro troppo grande e troppo pesante per poter
essere sollevato e riordinato. Noi vi penetrammo infatti come veri
ricercatori di tesori, e sollevammo nubi di polvere nel rovistarli, ma
non scoprimmo un sol documento di qualche interesse: tutti avevano
un'importanza strettamente locale.

L'abbandono di questo convento è incredibile; ne' suoi cortili solitari
cresce l'erba; i ragni tessono le loro tele nelle sale e nei lunghi
corridoi; talora un monaco muto e spettrale si aggira in quella
solitudine come un fantasma del passato. Vi si sente l'odore di un'epoca
tramontata per sempre.

Nel famoso e vetusto convento di San Pietro, dove vivono ancora otto
monaci, abitò per due anni Gregorio IX, il grande avversario di
Federico II. Conta 900 anni di vita; la sua chiesa, una bella basilica,
con antiche colonne di granito, è ritenuta come la gemma più preziosa
della città, ed è un vero museo della pittura umbra. Contiene splendidi
quadri del Perugino, di Orazio Alfani, del Doni, dello Spagna e di altri
maestri, e preziosissime copie delle opere del Perugino e di Raffaello,
eseguite dal Sassoferrato. I benedettini di questo convento non si
lagnavano della loro sorte; essi sembravano anzi rassegnati. Il degno
abate si mostrava favorevole all'unità d'Italia, solo sperava che Roma
fosse conservata al papa. Io mi accorsi che avrebbe voluto dire qualche
altra cosa che non disse. A quest'abbazia è stato concesso il privilegio
di rimanere intatta, come quella metropolitana di Montecassino, fino
alla morte dell'ultimo monaco. Questi frati hanno ora istituito una
scuola di agricoltura per cinquanta alunni.

Un giovane benedettino mi condusse nell'archivio del convento, che
conserva diplomi imperiali di Enrico III, di Corrado III e di
Barbarossa, e molte Bolle papali. Formava il suo vanto principale il più
antico documento che Perugia possegga; il privilegio di Benedetto VII,
del 978, fondatore e primo abate del convento. Quando gli svizzeri
pontificî, sotto il comando dello Schmidt, nel 1859 assaltarono Perugia,
fecero un'irruzione nell'abbazia e la devastarono. Gettarono all'aria i
diplomi (così mi fu detto) lacerarono i sigilli delle Bolle e
distrussero anche alcuni preziosi documenti. Di quello di Benedetto VII
ne fu salvato un frammento, che fu poi messo sotto un cristallo alla
parete dell'archivio. Un monaco ha composto sul fatto un epigramma
latino, che tramanda ai posteri i misfatti del _Furor Helveticus_.

Io continuai il mio viaggio attraverso l'Umbria con lo scopo di far
sempre nuove indagini negli archivi delle varie città, dove fui sempre
ricevuto assai cortesemente, grazie alle lettere che mi aveva dato il
ministro dell'istruzione, Michele Amari. Nessun altro luogo del mio
viaggio mi ha lasciato un'impressione gradevole quanto la città di Todi.

Questa antichissima città umbra, in origine _Tuder_ o _Tudertum_, sorge
sopra un colle ridente, presso la valle del Tevere, fra vigne e olivi.
Lontana dalle grandi vie di comunicazione, appare come assopita nei
sogni del suo passato, in una placida tranquillità che però non è morte.

Era già notte quando, giunto con la diligenza ai piedi della collina di
Todi, mi feci condurre alle porte della città per cercare una locanda.
Il mio ingresso fu assai triste e melanconico; le strade strette ed
oscure e la solitaria locanda alla quale fui condotto, non mi presagivan
nulla di buono. Ma dovetti ricredermi la mattina seguente, quando il
sole dissipò la tristezza del luogo.

In pieno giorno Todi mi apparve come una simpatica cittadina,
incantevolmente situata, conservante quel carattere nettamente
medioevale che ora così poche città possono vantare. Circondata di
vetuste mura, in parte ancora di costruzione etrusca, questa città copre
il colle su cui giace in modo da conservare alle piazze una livellazione
sorprendente, a dispetto della ripidità del monte. Vecchi palazzi, brune
torri medioevali, pittoreschi edifici gotici, chiese e conventi, sono
sormontati dal grandioso duomo.

Sulla piazza principale sorgono gli edifici pubblici, i monumenti del
tempo in cui Todi era una repubblica libera, arbitra di guerre e di
alleanze, come Terni, Spoleto, ed altre città. Nel secolo XIII, il suo
periodo aureo, essa era in grado di mettere in campo mille cavalieri
armati; e mentre ora non conta che 4000 abitanti, ne contava allora
30,000. La sua costituzione guelfa era profondamente democratica; il
governo era nelle mani delle corporazioni artigiane, che avevano una
rappresentanza al Consiglio. Un potestà e un capitano del popolo, i
quali stavano in carica un solo anno e dovevano essere stranieri,
governavano questo Stato libero e rendevano giustizia. Si trovano nella
loro lista molti nomi romani, delle maggiori famiglie del XIII secolo:
Colonna, Orsini, Frangipani, Annibaldi, Cenci, Caetani, Savelli,
Malabranca, e altri.

I monumenti più notevoli di questa storica repubblica sono oggi il
palazzo comunale e il palazzo del governatore, ambedue sulla piazza
principale. Il primo è un grande edificio in stile gotico-romanico, di
belle proporzioni, con una splendida scala esterna in pietra. L'altro ha
un'alta torre, ed è coronato su tutta la fronte da merli, ugualmente di
architettura pseudogotica, con una potente torre. In faccia a questi è
la cattedrale pure di architettura pseudo-gotica con un'alta torre,
l'interno ha tre navate, la principale delle quali mostra ancora la
volta gotica primitiva dell'XI e XII secolo; una quarta navata minore è
stata aggiunta in tempi posteriori. Dopo il duomo, la chiesa più
notevole di Todi è San Fortunato, grandioso edificio gotico del secolo
XIII. San Fortunato è il patrono della città, e la sua chiesa è
pittoresca, severa e solenne.

Durante il mio soggiorno in Todi passai gran tempo a San Fortunato, dove
si trovano gli archivi della città. Ottenuto dal sindaco il permesso di
frequentare l'archivio, l'archivista, Angelo Angelini, mi condusse in
una stanza posta sotto la chiesa, presso la sacrestia. Rimosso un
vecchio inginocchiatoio, ci apparve la porta che metteva direttamente
nell'archivio. In esso, ammonticchiate contro la parete, stavano
innumerevoli pergamene, quasi tutte in uno stato compassionevole, e in
mezzo alla stanza, sopra una tavola, altre pergamene, gettate alla
rinfusa, coperte di un denso strato di polvere, le quali facevano parte
un tempo della biblioteca del cardinal vescovo di Albano, Bentivegna
d'Acqua Sparta. Di quest'uomo fa menzione una volta Dante nel suo poema.
Morì nel 1289.

La biblioteca si riduce a questo solo archivio; io vi lavorai per molte
ore. Dapprima ero sorvegliato da un valletto del Comune; poi, avendo io
voluto vedere in ciò un segno di sfiducia, me ne fu affidata senz'altro
la chiave, con facoltà di andare e venire a mio piacere.

Allora si sparse per Todi la voce che uno straniero faceva grandi
ricerche nell'archivio della città; in seguito a questa voce, mi vidi
comparire dinanzi il presidente della corporazione dei sarti, con un
fascio di fogli sotto il braccio, con gli statuti cioè della sua
corporazione. Era un giovane correttamente vestito, dall'aspetto
intelligente. «Io vengo--mi disse--a chiedere il vostro parere,
trovandosi la corporazione in un grande frangente».

A queste parole repressi a stento un sorriso, pensando che cosa avessi
fatto di grande nel mondo, perchè a me, uno straniero della Prussia
orientale, si venisse a chiedere un parere per una corporazione di sarti
dell'Umbria! Assunsi però un atteggiamento grave e solenne, come un
savio greco.

Egli proseguì, lamentandosi del governo italiano che aveva osato porre
la mano su tutti i beni delle opere pie e su certe rendite della loro
corporazione. Evidentemente il governo aveva considerato l'_ars
sartorum_ della città come una confraternita o associazione a scopo
religioso. Essa possedeva _ab antiquo_ l'ospedale di San Giacomo.

Le rendite di questo, 360 scudi all'anno, erano state reclamate e
sequestrate dal governo, contro un derisorio compenso. Il presidente
della corporazione con grande facilità mi disse che la rivoluzione del
60 era stata fatta principalmente dagli operai, e che egli stesso aveva
in quell'epoca preso le armi ed aveva con le truppe marciato contro
Orvieto. E questa era la ricompensa!

Il governo stesso aveva raccolto quelle rendite, ed aveva con esse
impinguato la cassa ecclesiastica! Il giovane presidente aveva mandato
alla prefettura di Perugia i documenti atti a comprovare i loro diritti,
ma questi documenti non erano stati presi in considerazione. Ora,
siccome queste pergamene erano indecifrabili e in Todi nessuno aveva
potuto ricavarne nulla, mi pregava di esaminarle e di dirgli poi se da
esse si potevano o no rilevare i diritti della corporazione così
bistrattata.

Io gli dissi di tornare il giorno seguente. Egli venne e si lasciò
persuadere che quei documenti non erano che strumenti notarili e che non
avevano per la corporazione che un valore di antichità: mi confessò di
averlo già sospettato.

Del resto, questa corporazione dei sarti di Todi è una florida e bella
istituzione medioevale, che conta già più secoli di esistenza.

Essa ha ancora un capo, _console_, e dodici consiglieri, _fratelli_. I
suoi statuti sono chiaramente esposti in un volume in pergamena di
sessanta fogli: datano dal 1308, ma nel 1492 furono tradotti
dall'originale latino in italiano.

Trascrivo il principio di questo documento:

«_El prohemio della matricola de sartori: capitolo I._

«Nel nome del Nro signor Iesu Xto et della beatissima sempre vergine
Maria sua madre: et del beato sancto Michele Arcangelo, et del b. sancto
Ioanni Baptista et Ioanni Evangelista, et de beati apostoli S. Pietro et
S. Paolo: et de beati confessori sancto Fortunato, sancto Calisto et S.
Cassiano; et de tutti i sancti et sancte della corte celestiale. Questi
sono i ordinamenti et statuti iscritti dell'arte de sarturi et cinaturi
della città et contado de Todi: facte et ordinate per glomini della
decta arte; nel tempo dello officio de consoli, cioè delli sapienti
homini Iacobuccio Dondreelle; del rione de sancta presedia, et de
Cechole de Manello; del rione della valle; iscripti per me ser Francesco
de maestro Iacomo publico notario della detta arte; nel tempo et negl
anni del signore nell mille trecento otto: nella indictione sexta: nel
tempo del pontificato del nro signore Benedecto papa duodecimo: et addì
venti dua de novembre».

In Todi conobbi molte gentili persone che in ogni modo mi favorirono,
fra cui Alessandro Natali, già libraio in Roma e cittadino di quella
città, ora editore della «Storia di Todi» del Leoni, e della «Vita di
Bartolomeo d'Alviano», famoso capitano nato a Todi al principio del
secolo XVI. Questo Natali è rettore economo di Monte Cristo già
monastero, ora ospizio dei trovatelli. Mi condusse in questo ospizio,
che ricovera 98 fanciulli. Anche là visitai l'archivio, dove vidi molte
pergamene, che riguardavano il luogo stesso, destinato una volta come
ricovero pei lebbrosi.

Mi mostrò anche il convento dei Cappuccini a Monte Santo, posto su una
collina, presso la città. La sua piccola chiesa possiede sull'altare
maggiore un pregevole quadro dello Spagna,[24] dello stesso soggetto del
quadro di Narni: l'incoronazione, cioè, della Vergine. Ambedue queste
tele sono autentiche e originali. Il priore ci offrì del caffè, e mi
chiese di Witte, la cui fama di dantista è giunta fino in questa
solitaria cittadina. Mi fu anche mostrato un manoscritto di Fra
Jacopone, di questo profondo mistico dell'ordine di Celestino, nemico
animoso di Bonifacio VIII. Morì a Colazzone nel 1304, ma è sepolto a S.
Fortunato. Si attribuiscono a lui le parole dello _Stabat Mater_, e
forse non a torto. A Monte Santo trovai un monaco intento a copiare un
codice che fra le altre poesie di Fra Jacopone, conteneva anche lo
_Stabat Mater_. Però vi sono manoscritti più antichi delle poesie di
questo francescano, a Venezia e a Firenze; quelli di Todi non possono
rimontare oltre il XV secolo.

Tutti coloro coi quali feci relazione in Todi, mi parvero soddisfatti
della loro tranquilla ed angusta residenza; al lume di luna, la sera, le
signore si recano alla passeggiata sotto l'antica rocca, ora caduta in
rovina. Da questa si arriva alla chiesa della Consolazione, edificata su
disegni del Bramante. Non v'è in Todi una grande nobiltà feudale: le
antiche famiglie son quasi tutte scomparse. Fra queste nel medio evo
erano considerevoli gli Acti o Atti, gli Oddi, i Fredi, i Bentivenga, i
Caracci, i Pontani, i Landi, i Corradi, gli Astancalli.

Molti palazzi ricordano ancora queste famiglie, ma sono abitati da altre
o da discendenti impoveriti. Oggi che tutto è fatto per servire ai
bisogni del momento, noi dovremmo sentire vergogna dinanzi a questi
palazzi edificati per sfidare i secoli, palazzi che troviamo fin nelle
minori città! Questo dicevo ad un tal Pierozzi di Todi, dottore in
diritto e autore di commedie in versi. Oh quanti autori drammatici
invidierebbero questo solitario cittadino di Todi che, nel palazzo
ereditato dai padri, gode una serena e vera felicità!

A Roma mi avevano consigliato di spingermi fino ad Aspra, sui monti
della Sabina, dove è un importante archivio municipale ed una superba
selva. Quando fui di ritorno a Terni, risolsi di andarvi, tanto più che
una buona strada da Terni conduce nelle vicinanze di quel castello.
V'era però un inconveniente di qualche importanza: in Aspra non vi sono
alberghi. Un abitante di Terni si occupò di trovarmi un alloggio,
scrivendo in precedenza una lettera ad un suo conoscente. Noleggiai una
carrozza e partii da Terni alle 4 del mattino del primo agosto. Si
attraversa una regione montuosa da settentrione a mezzogiorno, su una
buona strada, cosparsa di poche e piccole abitazioni e ricca invece di
bei boschi di quercie. Le montagne si aprono e si allontanano a Torri,
antico castello che nel secolo X appartenne alla famiglia romana dei
Crescenzi, potentissima nella Sabina. Nera e pittoresca, sorge su di un
colle, da dove si gode la vista del monte Soratte, della Campagna
romana, dei monti della Sabina, degli Appennini, e a sinistra di un
profondo scoscendimento, dominato da una rupe, sulla quale si leva un
oscuro gruppo di case, circondato da mura nere e coronato di torri.
Questa è Aspra, la _Casperia_ dei Romani, vero nido di aquile,
inaccessibile ed inattaccabile.

Era mezzodì, ma l'aria era lassù ancora fresca e leggiera. Dopo i molti
e lenti giri che la strada fa nella valle profonda, cominciammo alfine a
salire la montagna faticosamente, e giungemmo dinanzi alle mura. Qui il
cocchiere si arrestò, e mi spiegò che il paese non aveva strade
praticabili. Scesi allora e mi avviai verso la porta. Qual luogo
spaventosamente solitario e selvaggio! Strettissime e oscure vie fra
case ammonticchiate e soffocantesi a vicenda, o piuttosto che vie, letti
di torrenti montani: ecco Aspra.

Era domenica. Il popolo di Aspra, vestito di giacchette grigio-azzurre,
secondo il costume sabino, giocava a palla dinanzi alle case. Tutti mi
guardarono con grande stupore. Mi feci condurre al Municipio, dove
giunsi dopo un faticoso saliscendi. Il sindaco di Aspra, vestito con la
giacchetta da operaio, mi disse che aveva ricevuto lettere che mi
concernevano da Terni e da Perugia, ma che io non potevo quel giorno
visitare l'archivio, essendo festa, ed essendo il segretario occupato
altrove. Aggiunse che avrei trovato alloggio dal calzolaio, che teneva
una specie di locanda.

Fui condotto da questo signore in una casa d'aspetto miserabile, e mi fu
mostrato un buco che veniva chiamato anche camera. Aveva una finestra
rotta, che sbatacchiava alla brezza vivace, ma che lasciava però vedere
un panorama d'indescrivibile e sublime solennità. Io mi gettai stanco su
di uno sporco letto in un angolo della stanza, ma dovetti presto
rialzarmi per le punture delle zanzare e di altre bestioline maligne. Il
mio ospite mi pose presto dinanzi un pranzo, che io non toccai, e,
disperato, dichiarai che non potevo rimanere in quel luogo. Mi affrettai
a tornare dal sindaco, che mi accompagnò dal suo segretario. Uniti tutti
e tre sotto un arco che congiungeva due strade, tenemmo consiglio.
Finalmente quei nobili signori risolsero di aprirmi l'archivio, e di
andare in cerca di un alloggio possibile in qualche buona famiglia;
della prima cosa s'incaricò il segretario; della seconda il sindaco. Il
segretario mi condusse dunque al Comune, un fabbricato massiccio ma non
molto antico, e mi fece entrare in una stanzetta, nella quale si
trovavano due armadii con le preziose memorie del Comune. Vi trovai
molti documenti che concernevano il Senato romano medioevale, poichè
Aspra formava in quel tempo una comunità indipendente, come altri paesi
sabini dei dintorni, ma sotto la giurisdizione del Campidoglio, che vi
mandava i suoi rettori, o podestà. Vi erano anche--strano a dirsi--dei
documenti apocrifi del secolo X.

Al cader della notte il segretario tornò per dirmi che una delle
migliori case del paese era pronta ad accogliermi. Mi condusse, infatti,
in una casa d'aspetto decoroso. Una signora, giovane ed alta, mi
ricevette, e mi disse che la sua casa si onorava di ospitare uno
straniero. I suoi modi erano distinti e civili, come il suo abito. Mi
accompagnò nella mia camera, facendomi traversare un deserto e tetro
salone, dove poche settimane prima era caduto un fulmine; le finestre e
il camino avevano sofferto, come la parete esterna che si era spaccata,
e lasciava scorgere il cielo azzurro. Nulla era stato fatto per riparare
in qualche modo a quello sconcio. Antiche armi familiari mostravano che
la casa era stata un giorno fra le maggiori del paese.

L'aspetto poco confortante del salone mi rese curioso di vedere la
camera. La signora ne aprì la porta: era abitabile ed aveva un buon
letto romano. Comparve il fratello della signora, un bell'uomo,
cacciatore accanito dei boschi sabini; indossava la divisa di capitano
della guardia nazionale. Fui invitato in modo assai cortese a fare
quello che più mi piaceva, in piena confidenza; ed io accettai le loro
offerte, alla condizione che mi permettessero di fare i miei pasti
presso l'ospite primitivo, al quale ero stato indirizzato da Terni, al
che essi gentilmente acconsentirono. Passai in Aspra due piacevoli
giornate, nonostante l'orribile impressione ricevuta sulle prime.
Lavorai nel piccolo archivio dal mattino alle cinque della sera, ciò che
suscitò in tutti una straordinaria meraviglia. Andavano e venivano
intorno a me dei curiosi; mi salutavano amichevolmente, ma con stupore,
non avendo visto da molti anni un forestiero. Io mostrai al segretario
una preziosa pergamena del tribuno Cola di Rienzo, diretta alla comunità
di Aspra. Mi pregò di fargliene una traduzione italiana, che gli dettai,
e che fu posta come memoria nell'archivio. Nel pomeriggio mi recai con
questo signore e col maestro del paese, un laico, al convento dei
Cappuccini, dove si festeggiava una ricorrenza. Il convento è bello e
solenne, sopra un monte coperto di quercie. Alcune donne stavano
inginocchiate nella piccola chiesa, tutta avvolta nell'ombra. Sul
portale erano altre persone, fra cui le donne del mio compagno, e alcune
fanciulle, delle quali una di straordinaria bellezza, una creatura di
sedici anni appena, nel fiore della sua primavera, ma grave e pensosa.
Felice l'abitante di Aspra, che potrà accogliere quell'essere
incantevole nella sua casa fumosa, battuta dalla folgore! Mi
presentarono a quelle signore, fra le quali divisi dei fiori artificiali
che avevo preso al monastero, e che furono assai graditi. Dove vidi mai
io un panorama così superbamente bello, quale potei godere dall'alto del
monte dei Cappuccini? Dinanzi a me il Soratte grandioso, e la valle del
Tevere, i colli umbri, la Sabina, il Lazio, la Campagna romana: tutta
questa regione immersa nella porpora del tramonto, pareva un'apparizione
fantastica. Sui monti vicini regnava una maestosa solitudine, rotta da
cupi castelli e da città. Verso occidente, lontano molte miglia, si
scopriva una piccola altura, presso la quale un'altra ne sorgeva a forma
di cupola: monte Mario e la cupola di S. Pietro. La sera di Pasqua anche
il popolo di Aspra gode dell'illuminazione di questo monumento
meraviglioso; esso lo scorge, all'estremo orizzonte, come una sfera di
fuoco. Dal tetto del convento contammo ben 28 paesi, più o meno vicini,
dei quali nominerò alcuni pochi, perchè si possa intendere la
straordinaria ampiezza di quella veduta: il Soratte, Civita Castellana,
Ronciglione, Caprarola, Collevecchio, Montasola, Stimigliano, Magliano,
Roccantica, Poggio Sabino, La Fara, Poggio Mirteto, Montopoli, Torrita
sul Tevere, che sembrava una striscia d'argento, Filacciano, Cantalupo,
monte Gennaro, Tivoli, Palestrina, i monti Albani.

Quando tornammo ad Aspra, il sindaco stava sulla porta della sua casa, e
ci invitò ad entrare. Il bravo uomo si chiamava Asprone; poteva perciò
vantarsi di incarnare perfettamente la comunità, di cui si trovava a
capo. Conobbi anche sua moglie, un'opulenta matrona. Dovetti, solo,
sedermi sul canapè, mentre la moglie del sindaco mi serviva un piatto di
ciambelle sabine. Quindi il sindaco, accesa una candela, discese in
cantina, e tornò poco dopo recando un grosso bocale di terracotta colmo
di vino. Bevemmo abbondantemente, ed io brindai alla prosperità di Aspra
e del suo magistrato, la qual cosa commosse molto i miei ospiti.
Parlarono con meraviglia della mia strana velleità di andare in un luogo
così remoto e perduto fra i monti, per ricercare e leggere antiche
pergamene. Mi pregarono di tornare presto, ma per molte settimane, per
tutto l'autunno.

Quando lasciai il sindaco, il segretario mi pregò di fare anche a lui
l'onore di una visita: evidentemente non voleva cederla in gentilezza al
suo superiore. La sua giovane moglie mi ricevette nella sua modesta
abitazione, con un bambino al petto, del tutto scoperto, e così rimase a
sedere vicino a me per tutta la visita. Altro vino e altre ciambelle mi
furono offerte. Più tardi presi congedo dai proprietari della casa che
così ospitalmente mi aveva accolto; anche da loro ricevetti calorosi
inviti di ritornare, ed una lettera per dei loro parenti romani. Quando
la mattina dopo mi alzai, un lume ardeva ad una finestra della casa, ma
nessuno si mostrò. Un asinello mi aspettava alla porta, ed io partii da
Aspra lieto e soddisfatto di aver trovato nei cuori di quella
popolazione l'incanto stesso della natura meravigliosa che li
circondava. Attraversata una bella regione montuosa, giunsi a Passo
Corese, dove presi la posta e feci ritorno a Roma.

     NOTA.

Questo capitolo porta la data del 1861, ma quanto si riferisce alla gita
nell'Umbria e nella Sabina è invece notato sotto l'annata 1864 nei
_Diari romani_ del Gregorovius, tradotti da Romeo Levera e pubblicati
dall'Hoepli nel 1895, ai quali rimandiamo il lettore poichè completano
la narrazione, avvertendo che negli stessi _Diari_ poche note appena ci
informano sulla fermata a Perugia e sul viaggio da Roma a Firenze
nell'agosto 1861.




IL GHETTO E GLI EBREI DI ROMA.

(1853).




Il Ghetto e gli ebrei di Roma.

(1853).


Ammassato in un cupo e triste angolo dell'Urbe, rimpetto al Trastevere,
abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il
popolo degli ebrei di Roma. Di essi tratteranno queste pagine, che
l'autore ha ricavato parte da scritti antichi e moderni, parte dalla
bocca degli stessi ebrei. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto
romano, e la sua popolazione, unica antica rovina vivente fra le rovine
della città, gli è sembrata degna di attento studio.

L'arco di Tito al Foro rappresenta il trionfo del distruttore di
Gerusalemme. Nel fregio di quest'arco il sacro fiume Giordano è
rappresentato da un vecchio portato su di una lettiga; e sotto la volta
dell'arco, sotto il quale non passerà mai un ebreo,[25] il vincitore ha
fatto scolpire gli oggetti tolti al Tempio di Gerusalemme, il candelabro
a sette braccia, la tavola d'oro, l'arca dell'alleanza, e le trombe
d'argento per l'anno del giubileo. Sono trascorsi quasi 1800 anni da che
l'arco fu eretto, e di quella Roma che dominava il mondo intero non
restano che rovine, polvere, simboli morti del culto antico. Ma se ci si
dirige dall'Arco di Tito verso il Tevere e si percorre il Ghetto, si
vede qua e là, su qualche casa, il candelabro a sette braccia scolpito
nel muro. E' la stessa imagine che si è veduta sull'arco di trionfo; ma
essa sta qui come testimonianza vivente della religione d'Israele,
poichè ancor oggi abitano qui i discendenti di quegli ebrei che Tito
portò seco a Roma. Entrando nella Sinagoga ebraica si scorgono sulle
mura le stesse sculture, le tavole della legge, la tavola d'oro del
Tempio, le trombe del giubileo. Il popolo ebreo tuttora esistente, e non
distrutto, innalza oggi le sue preghiere all'antico Jehova, dinanzi alle
stesse imagini che un giorno Tito portò a Roma. Jehova dura ancora, dopo
scomparso Giove Capitolino.

Ivi è il portico di Ottavia. Rovinati e cadenti, i suoi grandi archi, i
suoi pilastri si drizzano sempre a lato del Ghetto. E' di là che
Vespasiano e Tito partirono col corteo trionfale per celebrare la loro
vittoria su Israele. Fra gli spettatori eravi pure un ebreo, Giuseppe
Flavio, il famoso storico, che non ebbe vergogna di assistere al trionfo
del vincitore della sua gente e di scriverne una particolareggiata
relazione.

Dobbiamo a questo vile cortigiano ebreo la descrizione del trionfo.

«Dopochè--egli narra--l'esercito verso sera fu entrato in città, venne
ordinato sotto il comando de' suoi capi dinanzi al tempio d'Iside; ivi
passarono la notte i due capitani Tito e Vespasiano, che sul fare del
giorno ne uscirono, coronati di alloro e vestiti di porpora, per recarsi
al portico di Ottavia, dove attesero i senatori, i primi magistrati
della città e i cavalieri più nobili. Di fronte al portico era stato
innalzato un palco, su cui stavano sedili d'avorio; i due imperatori vi
presero posto e allora le truppe proruppero in evviva e presero a
vantare le loro geste. I soldati erano senz'armi, vestiti di seta e
coronati di alloro. Vespasiano dopo avere ascoltato gli applausi, fece
fare silenzio, e, sorto in piedi, si velò il capo e pronunziò una
preghiera di ringraziamento. Tito fece lo stesso. Dopo la preghiera
Vespasiano rivolse alcune parole ai convenuti, e congedò i soldati,
perchè si assidessero ad un banchetto, che, secondo l'uso, era stato
preparato dagli imperatori. Quindi l'imperatore tornò alla porta detta
del Trionfo, perchè vi si passava sempre in queste occasioni; quivi
mangiarono, vestirono gli abiti trionfali, offrirono un sacrifizio agli
altari eretti presso la porta; dopo di che ebbe luogo la marcia
trionfale, che attraversò il teatro, affinchè il popolo la potesse
meglio godere».

Augusto aveva fatto costruire in onore di sua sorella Ottavia quel
magnifico portico a due file di colonne. Una parte della facciata esiste
ancora ed è addossata al mercato del pesce, che confina col Ghetto,
presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, ch'è un'antica basilica, la
cui storia si riconnette con quella degli ebrei, perchè nel medio evo
erano costretti ad ascoltarvi le prediche. E' veramente un caso senza
esempio nella storia che presso quei portici di Ottavia, là dove
Vespasiano e Tito passarono in trionfo, reduci dall'avere sconfitto gli
ebrei e distrutta Gerusalemme, i discendenti d'Israele ponessero la loro
sede in Roma. Intorno a quel portico, una volta magnifico ed ora sepolto
sotto le immondizie, il popolo degli ebrei fa i suoi affari.

Sulle lastre di marmo delle sue sale e de' suoi templi, i figli dei
prigionieri di Gerusalemme vendono oggi il pesce, senza che nessuno di
essi pensi neppur lontanamente all'importanza che ebbe un giorno questo
luogo nella storia d'Israele.

Il Ghetto romano è fra tutte le comunità israelitiche d'Europa la più
importante, per i rapporti storici del popolo d'Israele con l'Urbe.
Altre, soprattutto quelle della Spagna e del Portogallo, e la Sinagoga
di Amsterdam, offrono un più vivo interesse, ma tutto teologico, a causa
delle loro scuole talmudiche; nessuna però è tanto antica e tanto
importante quanto la Sinagoga romana: questa rappresenta la più vetusta
radice del cristianesimo nella capitale stessa del mondo cristiano.

Se si pensa che qui, in questa stessa Roma, il popolo ebraico si
mantiene da oltre 1800 anni, non si può fare a meno di rimanere stupiti
dinanzi alla sua forza di resistenza. Sembra quasi incredibile che una
razza così maltrattata, benchè rinnovata per l'aggiunta di nuove
famiglie, tuttavia quasi sempre della medesima stirpe decadente, abbia
potuto sopravvivere, attraverso i secoli, in quegli stretti vicoli, in
mezzo a quell'atmosfera appestata, conservandosi per secoli sempre la
stessa, quasi vivendo una vita tutta propria.

Fin dal tempo di Pompeo gli ebrei si stabilirono in Roma. Cacciati
parecchie volte dalla città sotto i primi imperatori, vi fecero sempre
ritorno, ed ai tempi di Tito si stabilirono dove sono tuttora, nel luogo
per essi il più pericoloso del mondo, sotto gli occhi dei loro nemici,
prima, di quei Romani che avevano distrutta Gerusalemme, poi, sotto
quelli dei Papi, rappresentanti di quel Cristo che essi avevano posto in
croce. Fin dai tempi di Pompeo furono fatti segno al disprezzo, e
finalmente, radunati in un ghetto come una corrotta tribù di paria, si
tennero uniti strettamente rimanendo sempre gli stessi, per secoli e
secoli e sopportando la terribile uniformità del loro stato.

Essi vissero senza speranza, ma pure sperando, secondo il carattere del
popolo d'Israele, cui i profeti promisero il Messia. Impotenti a lottare
apertamente con i loro nemici, si trincerarono nel triste e possente
appoggio della miseria, della consuetudine e della tenacità di propositi
tutta propria della razza ebraica. La loro forza nel soffrire appare
tanto più meravigliosa in quanto che essi non si confortavano, come i
martiri, nel pensiero di una ricompensa in un'altra vita.

La natura stessa sembra che abbia dotato questa fra le più infelici
classi umane dei più forti istinti di vita. Forse qualunque altra
stirpe in tali condizioni sarebbe scomparsa, incapace di sopportare un
disprezzo così profondo; ma gli ebrei ne furono capaci, e si
conservarono, indistruttibili, nel centro stesso del cattolicismo.
Segregati dal consorzio civile, gli ebrei non tentarono mai di
mescolarsi fra le altre razze; anche i loro tardi nipoti sono oggi
stranieri ai cristiani della città, nè più nè meno di quello che lo
furono i padri loro ai tempi di Pompeo. Allora e sotto gl'imperatori,
sebbene tenuti in grande disprezzo, erano trattati al pari delle altre
sètte orientali, al pari dei siriaci, degli egiziani, dei persiani, e
non vivevano appartati come oggi. Tra le molte sètte religiose
dell'antica Roma gli ebrei costituiscono la sola che si sia conservata,
e conservata senza variare.

La storia degli ebrei di Roma è, nei primi tempi almeno, difficile a
ricostruirsi, scarse essendo le testimonianze degli scrittori romani.

I rapporti fra Roma e Gerusalemme datano dal giorno in cui Pompeo entrò
in questa città, e, spintovi dalla curiosità, sordo alle preghiere dei
giudei, osò penetrare nel sacro tempio. Pare sia stato Pompeo a portare
per il primo schiavi ebrei a Roma; certo a quel tempo erano già in
questa città liberti ebrei ed altri loro concittadini, trattivi
probabilmente dal desiderio di lucro. Essi vivevano liberamente,
praticavano pubblicamente i loro riti religiosi, ed i principi e le
principesse ebraiche, onorati allo stesso modo degli altri principi
dell'Asia, poterono qualche volta presentarsi in Senato ed al palazzo
imperiale; allora vi erano ancora principi ebrei.

Il felice Erode venne più volte a Roma ed entrò nell'intimità dei Cesari
con tutti i titoli della sua regale dignità; fu accolto ai loro
banchetti, e prese posto nel loro palco a teatro. Così pure si videro
nel Palatino Archelao e la principessa Salome, Antipa e Antipatro;
parecchi principi ebrei furono pure educati alla corte imperiale di
Roma, fra cui Agrippa, nipote di Erode, l'avventuriero che fu compagno
di studi di Druso e amico intimo di Caligola. Il giovane ebreo libertino
era appena uscito dalla prigione, dove era stato rinchiuso per debiti,
che Tiberio lo gettò di nuovo in carcere e ve lo lasciò a languire sei
mesi, finchè la morte dell'imperatore lo venne a liberare e Caligola lo
nominò re degli ebrei.

E' nota la parte brillante che ebbe in Roma Berenice, sorella e amante
di suo fratello Agrippa il giovane, ultimo re degli ebrei. Dopo la
distruzione di Gerusalemme, ebbe stanza nel palazzo di Tito, ma
nonostante i suoi intrighi, non riuscì a salire sul seggio imperiale.

Dopo Erode Agrippa, nessun altro ebreo occupò più una posizione
importante in Roma, fino al pontificato di Gregorio XVI, che, per
ragioni facili a capirsi, fece la più lusinghiera accoglienza, nello
stesso Vaticano, al barone Rothschild.

Mentre i principi della Giudea si succedevano a Roma, molti dei loro
correligionari si erano già stabiliti nella città. Cesare fu loro
favorevole, come lo provano i lamenti che essi levarono in suo onore,
allorchè cadde sotto il pugnale degli assassini. Augusto pure lasciò
loro completa libertà di dimorare in Roma e di attendere ai loro affari;
dicesi che alla sua morte abbiano pianto una settimana. A quell'epoca
non si era peranco assegnato loro uno speciale quartiere della città,
sebbene Filone narri che Augusto aveva donato agli ebrei una parte del
Trastevere. Abitavano un po' dappertutto; la maggior parte però
nell'attuale Trastevere, dove sorgeva la loro più antica Sinagoga.
Secondo la tradizione romana, fu là che abitò l'apostolo Pietro, presso
la chiesa di Santa Cecilia, dove dimoravano pure molti ebrei. Un'altra
tradizione vuole che egli abbia dimorato anche sull'Aventino, nella casa
dei santi Aquila e Prisca, due sposi ebrei convertiti al cristianesimo.

Nella curiosissima opera di Filone, intitolata «L'ambasciata a Caio», si
può vedere sino a qual punto Augusto fosse clemente con gli ebrei. Il
dotto alessandrino afferma che Augusto trattò sempre con dolcezza gli
ebrei, conferma che essi abitavano nel grande quartiere del Trastevere,
erano per lo più schiavi liberati e non furono costretti a mutare le
consuetudini dei loro padri. La liberazione di quegli ebrei è tuttora
ricordata da un bellissimo sepolcro sulla via Appia, che porta i nomi di
due ebrei, Zabda e Akiba. Augusto sapeva, continua Filone, che gli ebrei
possedevano delle sinagoghe, nelle quali si radunavano ogni settimana
per essere ammaestrati nella sapienza dei loro padri. Tollerava pure che
essi, alla nascita di un primo figlio, inviassero a Gerusalemme denaro,
perchè si facessero sacrifici in favore del fanciullo. Eppure egli non
li cacciò mai da Roma, nè li privò del diritto di cittadinanza romana:
non mutò nulla nelle loro sinagoghe e nelle loro adunanze. Arrivò sino
ad ornare il Tempio di Gerusalemme di doni preziosi e offrirvi delle
vittime; e rispettò il sabato a tal segno che ordinò che non si facesse
agli ebrei la distribuzione del grano in quel giorno, ma bensì nel
giorno seguente, non potendo essi il sabato dare nè ricevere denaro, nè
altro.

Filone fu inviato, nell'anno 40 dell'èra cristiana, dagli ebrei di
Alessandria, alla testa di un'ambasceria, all'imperatore Caligola, per
protestare contro le crudeli persecuzioni che essi soffrivano da parte
degli abitanti di quel grande centro commerciale. Egli narra come
Caligola ricevesse questa deputazione nelle sua villa di campagna:
l'imperatore correva come un pazzo da una camera all'altra, dando ora
ordini di nuove costruzioni, ora per far disporre e collocare antiche
imagini, mentre gli ebrei lo seguivano attraverso la casa, fra le risa
dei presenti. L'imperatore poi domandò loro con scherno perchè non
mangiassero carne suina. «I gridi ed i fischi di quelli che ci
beffavano--dice Filone--erano così forti, che pareva di essere in un
teatro». Abbiamo, dunque, fin dall'antichità, un esempio di quelle scene
che si ripeterono in Roma in ogni tempo, nel medio evo ed anche in
epoche più recenti, per esempio, allorquando gli ebrei, schierati a
Monte Giordano o davanti all'arco di Tito per prestare omaggio al nuovo
papa, rimanevano esposti ai fischi dei monelli ed agli schiamazzi del
popolaccio.

Caligola aveva una ragione tutta sua di essere irritato contro gli
ebrei. Gli era venuta la fantasia di far erigere una sua statua di
colossale grandezza, nella quale era rappresentato come un Dio, nel
santuario di Gerusalemme; avendo saputo che il popolo ebraico, solo al
mondo, s'era rifiutato di rendergli gli onori divini, ordinò dunque, a
Petronio, governatore della Fenicia, di compiere il suo desiderio.
Allora, se si deve prestar fede a Giuseppe ed a Filone, tutta quanta la
Giudea, vecchi, giovani, donne, fanciulli, si riversò in massa sulla
Fenicia; simili a una nuvola coprirono il paese; ed erano tanti e tali i
loro lamenti e i loro pianti, che quando tacevano, l'eco li ripeteva
ancora a lungo nell'aria. Si gettarono ai piedi di Petronio e lo
supplicarono di ucciderli tutti quanti, dicendo che non avrebbero mai
permesso un simile sfregio al tempio del loro Dio. Questa scena fu una
delle più grandi tragedie di un popolo, delle quali si abbia memoria, e
questa resistenza morale contro Caligola è una delle più belle pagine
della storia ebraica, più luminosa delle geste di Davide e di Salomone.

Petronio rimase commosso e scrisse all'imperatore per distoglierlo dalla
sua idea. L'amico d'infanzia di Caligola, il re Agrippa, si recò egli
stesso a Roma ad intercedere in favore del suo popolo. Narra Filone che
il suo terrore per la minacciata profanazione del tempio, fu tanto, che
fu portato via svenuto, e poi cadde in una pericolosa malattia. Infine
scrisse a Caligola una splendida lettera, in seguito alla quale il pazzo
tiranno, cui il mondo intero elevava templi, altari, statue, abbandonò
l'idea di far innalzare la sua effige nel santuario di Gerusalemme.

La morte repentina di Caligola preservò gli ebrei di Roma dalla sua
vendetta. Disgraziatamente Filone non ci dice nulla delle loro
condizioni in quell'epoca. Essi occupavano già il Trastevere e vi
avevano formato una sinagoga di liberti, della quale è fatta menzione
sotto questo nome negli Atti degli Apostoli (I, 9).

Dacchè i misteri cristiani penetrarono in Roma, gli ebrei e i cristiani
furono confusi in una stessa setta comune, errore facile a spiegarsi,
perchè questi ultimi erano per la massima parte ebrei convertiti. Così
subirono anche le stesse persecuzioni. Nell'anno 51 furono gli uni e gli
altri da Claudio scacciati dalla città. Già prima, Tiberio, dietro
consiglio di Seiano, li aveva fatti una volta deportare in Sardegna,
sotto l'accusa di usura sfrenata. Ma essi seppero ritornare e mantenersi
in Roma; il loro numero aumentò a tal segno, che sotto i primi
imperatori salì a oltre 8000, cifra che, se esatta, supererebbe del
doppio il numero degli ebrei che abitano attualmente la città.

Quando Tito ebbe finito di distruggere Gerusalemme, fece condurre a Roma
una turba di ebrei prigionieri, parte dei quali fu condannata a morte ed
il resto vi si stabilì.

Stimo opportuno continuare la descrizione del trionfo di Tito,
affinchè il lettore, a cui sia ignoto Giuseppe Flavio, possa avere
un'idea di quello stupendo spettacolo. «È cosa difficile--dice
Giuseppe[26]--descrivere la varietà di questo spettacolo, la sua
magnificenza sotto ogni riguardo, sia per splendore d'oggetti, sia per
la loro ricchezza e rarità. Tutto ciò che vi può essere di più prezioso
e di più peregrino, comparve in quel giorno a provare la grandezza
dell'impero romano. Si videro oggetti ornati d'oro, d'argento e di
avorio, e non già in piccol numero, ma in tanta copia da sembrare il
corso di un fiume. Si videro abiti tinti della più fine porpora, o
ricamati mirabilmente in Babilonia, pietre scintillanti incastonate in
corone d'oro ed in altri gioielli, ed in tanta abbondanza, da non
crederle vere. Seguivano le imagini degli Dei, di proporzioni
gigantesche e lavorate divinamente; e poi stoffe rare di tutte le
specie, animali rarissimi, ecc. Coloro che prendevano parte al corteo
indossavano abiti purpurei ricamati in oro, ed in special modo erano
ornati i soldati chiamati a partecipare agli onori del trionfo. Anche la
schiera dei prigionieri attirava la generale attenzione: i loro
abbigliamenti, di svariatissimi colori, distraevano gli spettatori dal
triste aspetto delle loro stanche fisonomie. Il massimo stupore
l'eccitarono poi i magnifici baldacchini: si temeva che gli uomini
destinati a portarli non avessero la forza di sorreggerli. Taluni erano
a tre e quattro piani, disposti in modo sorprendente ed artistico.
Parecchi erano ricoperti di tappeti ricamati in oro, e sopra tutti
scintillavano lavori artistici in oro e avorio. La guerra era
rappresentata sotto tutte le sue forme ed in ogni suo aspetto; vi si
scorgevano contrade devastate; intere file di nemici morti o posti in
fuga; prigionieri; immense e alte mura che rovinavano all'urto delle
macchine; ricche città distrutte; torrenti di sangue; disarmati che
imploravano pietà; templi e case in fiamme, precipitanti sui loro
abitatori; e finalmente, in mezzo a tutta quella desolazione, un fiume
che volgeva le sue onde, non già per irrigare i campi e dissetare gli
uomini e gli armenti, ma per spegnere quel generale incendio.

«Tutto ciò confermavano gli ebrei di aver sofferto durante la guerra.
L'accurata rappresentazione dava un'idea di tutto quanto era avvenuto.
Presso ogni baldacchino stavano i condottieri dell'esercito nemico,
fatti prigionieri. Seguivano numerosissime barche. Il bottino di guerra
era immenso, ma tutto scompariva al cospetto degli arredi del Tempio di
Gerusalemme, che comprendevano la tavola d'oro massiccio, un candelabro
pure d'oro, con le sette lampade, simbolo presso i Giudei della santità
dei sette giorni, e infine, ultima preda, la legge di Dio. Venivano poi
gli uomini recanti statue della vittoria, d'oro e d'avorio, e quindi
Vespasiano e Tito, entrambi a cavallo, ed a fianco di quest'ultimo
Domiziano, riccamente vestito, a cavallo di un magnifico destriero. Meta
del trionfo era il tempio di Giove Capitolino. Giunto davanti a questo,
il corteo si arrestò, giacchè l'araldo, secondo un antico costume,
doveva ivi dare l'annunzio della morte del condottiero generale
dell'esercito nemico. Era questi Simone di Giora, che seguiva esso pure
la marcia trionfale. Venne tratto con una corda al collo, sulla rupe che
sorge di fianco al Foro, e ivi fu percosso con le verghe. In quella
località, secondo le leggi romane, si eseguivano le condanne a morte.
Quando dunque fu annunciato che Simone era morto, si levò un grido
solenne, generale di gioia, ed ebbe principio il sacrificio. Dopo le
preghiere e la solita distribuzione di denaro al popolo, gl'imperatori
fecero ritorno al loro palazzo, dove ebbe luogo un grande banchetto.
Tutta Roma festeggiò questo dì, quale giorno di solenne letizia, per
l'esito felice della guerra, per la fine della discordia civile, per la
speranza di splendido avvenire».

       *       *       *       *       *

Vespasiano innalzò un magnifico tempio alla Pace e vi collocò tutti gli
arredi del santuario di Gerusalemme; le tavole della Legge però furono
conservate nel palazzo dei Cesari. L'arco, nell'interno del quale sono
con tanta maestria rappresentati gli arredi del tempio e la marcia
trionfale, non venne terminato che dopo la morte di Tito. Nel medio evo
fu chiamato «Arco delle sette lampade», o, come si legge nel libro
Mirabilia Urbis Romae «_Arcus septem lucernarum, Titi et Vespasiani, ubi
est candelabrum Moysi cum arca_». I Frangipani, che eran padroni del
Foro e del Colosseo, se ne servirono come porta del loro castello, la
_Turris Cartularia_ al Palatino. Solo sotto Pio VII, nel 1821, l'arco fu
restaurato e ridotto come è oggi. Presentemente è uno dei più bei
monumenti della città, per quanto restaurato alla moderna.[27]

Tito, dopo il suo trionfo, rifiutò di prendere il titolo di _Judaicus_,
prova questa del disprezzo che gl'ispiravano gli ebrei. Però, come
Vespasiano, tollerò la loro presenza in Roma. Le loro colonie si erano
d'altronde accresciute grandemente per la venuta degli schiavi e dei
liberti. Vespasiano aveva loro concesso il libero esercizio delle loro
pratiche religiose, a condizione che pagassero a Giove Capitolino il
mezzo sesterzio a testa che sino allora avevano versato nel tesoro del
Tempio. Ancora oggi gli ebrei pagano questo tributo alla _Camera
Capitolina_.

Sotto Domiziano, narra Svetonio, il _fiscus judaicus_ veniva riscosso
con grande rigore. Gli ebrei, che sino ad allora avevano abitato
liberamente il Trastevere, furono da questo imperatore cacciati dalla
città, e fu loro assegnata come residenza la valle della Ninfa Egeria,
dietro un pagamento in denaro. Di ciò fa menzione Giovenale nella satira
terza:

    Hic ubi nocturnae Numa constituebat amicae:
    Nunc sacri fontis nemus, et delubra locantur
    Judaeis, quorum cophinus foenumque suppellex:
    Omnis enim populo mercedem pendere iussa est
    Arbor, et ejectis mendicat silva Camoenis.
    In vallem Egeriae descendimus, et speluncas
    Dissimiles veris. Quanto praestantius esset
    Numen aquae, viridi si margine clauderet undas,
    Herba, nec ingenuum, violarent marmora tophum!

Quando Giovenale si recava per la porta Capena nella valle Egeria,
vedeva, a quanto pare, gli ebrei mendicanti andare qua e là come
zingari, con fasci di fieno e ceste sulle spalle. I fasci di fieno
servivano loro di letto, e nelle loro paniere recavano i cenci, di cui
facevano commercio, e il proprio cibo. Secondo quello che hanno lasciato
scritto i Romani, le loro occupazioni e i loro mestieri non differivano
da quelli di oggi.

Il disprezzo dei Romani per quegli infelici era così grande che si
considerava come un'onta metter piede nelle loro sinagoghe, mentre
partecipare al culto d'Iside, di Mira e di Priapo non era ritenuto
affatto un disonore. Ed è strano che quel culto di Dio che in Roma
rimase in ogni tempo libero da feticismo e idolatria, sia stato trattato
sempre con tanto disprezzo.

Nella quattordicesima satira Giovenale si lagna della superstizione che
spingeva i Romani ad accostarsi al giudaismo:

    Quidam sortiti metuentem sabbata patrem,
    Nil praeter nubes et coeli numen adorant,
    Nec distare putant humana carne suillam
    Qua pater abstinuit; mox et praeputia ponunt:
    Romanos autem soliti contemnere leges,
    Judaicum ediscunt, et servant ac metuunt ius,
    Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.

A quel tempo gli ebrei solevano già predire la buona ventura, vendere
filtri d'amore e sortilegi. Giovenale infatti ne parla nella satira
sesta.

    Quum dedit ille locum, cophino foenoque relicto,
    Arcanam Judaea tremens medicat in aurem,
    Interpres legum Solymarum, et magna sacerdos
    Arboris, ac summi fida internuntia coeli,
    Implet et illa manum, sed parcius. Aere minuto
    Qualiacumque voles Judaei somnia vendunt.

In questi versi Giovenale descrive così vivacemente gli ebrei, che ci
sembra di aver dinanzi veramente un tipo di vecchia strega. Ai tempi di
Domiziano le ebree uscivano spesso, durante la notte dalla valle
d'Egeria per introdursi nella casa di qualche voluttuosa dama romana, e
ciò si è ripetuto sino ai nostri giorni. Numerose donne del Ghetto
vagavano per la città dicendo la buona ventura, spiegando alle nobili
signore i sogni della notte, o vendendo loro filtri d'amore. Appunto a
queste pratiche si riferisce una bolla di Pio V, con la data del 1569,
che comincia con le parole: _Hebraeorum gens sola quondam a Domino
electa_. Questo decreto che bandiva gli ebrei da tutte le città degli
Stati della Chiesa, eccettuate Roma ed Ancona, è un importante documento
storico; ne riporto alcuni passi che corrispondono ai versi di
Giovenale; «Privato de' suoi sacerdoti e dell'autorità della sua legge,
scacciato dal paese dove Dio nella sua misericordia l'aveva
primitivamente stabilito, dal paese in cui scorreva il latte e il miele,
da più secoli il popolo della Giudea erra per il mondo, odiato, coperto
di disprezzo, rivolto a mestieri vergognosi e infami, pronto sempre a
discendere sino alla più abbietta schiavitù per guadagnare di che
vivere». Poi la bolla papale parla dei loro mestieri. «Senza fermarsi a
parlare dell'usura, con cui spogliano di ogni loro avere i cristiani,
noi li denunziamo a tutti come ricettatori, autori o complici di furti,
come soliti a nascondere, a trasformare gli oggetti rubati, sia profani
che sacri, per renderli irriconoscibili. Molti di essi s'introducono,
con la scusa del commercio, nelle case di donne oneste, provocandole ad
ogni sorta d'impudicizia, e peggio ancora, dannandone l'anima con
artifizi diabolici, con vane profezie, con stregonerie, con arti magiche
e sortilegi, facendo credere che son capaci di predire il futuro,
squarciare i veli, trovare tesori, scoprire oggetti celati e rivelare
tante e tante altre cose ancora che non è dato ai semplici mortali di
conoscere».

L'origine del disprezzo in cui furon costantemente tenuti in ogni tempo
gli ebrei in Roma dipende certo dagli ebrei stessi; essi provocarono
sempre il riso de Romani quasi fossero delle caricature. E'
indiscutibile--senza con ciò voler recare offesa a molti bravi e degni
ebrei e tanto meno all'intero popolo di Israele--che agli occhi di un
europeo il tipo prettamente ebreo presenta un non so che di bizzarro che
lo rende ridicolo, come ridicola doveva essere la grottesca danza di
Davide dinanzi all'arca, cotanto ingrata anche agli occhi di Micol. Si
aggiunga a questo l'idea di esser la nazione prediletta da Dio,
l'opinione generalmente radicata in essi che la storia abbia dato loro
ragione in questa pretesa; finalmente il disprezzo verso tutte le altre
credenze, il ribrezzo di avere un contatto con ogni altra razza umana,
tutto ciò fece scontare a questo popolo la pena del suo amor proprio
nazionale, della sua ripugnanza ad avere rapporti con gli altri uomini,
infino a tanto che furono dai cristiani confinati in un ghetto.

Poco si sa sulle condizioni degli ebrei a Roma sotto i successivi
imperatori. Quando Adriano ebbe di nuovo distrutto Gerusalemme e
migliaia di ebrei furono venduti per suo ordine sui mercati della Siria,
la colonia di Roma aumentò considerevolmente per le immigrazioni. Essa
continuò ad abitare nel Trastevere. Il suo cimitero era situato dinanzi
alla porta Portese, presso il Gianicolo; lo si scoprì nel XVII secolo.
Gli ebrei ne possedevano un altro davanti alla porta Appia. Si può
vederlo oggi presso S. Sebastiano, nella vigna Rondanini, dove è stato
rimesso alla luce nel 1857. Si compone di catacombe che sembrano del III
secolo e assomigliano in tutto nella loro disposizione a quelle
cristiane di Roma. I sarcofaghi ebraici sono talvolta decorati
d'imagini, vi si vede spesso scolpito il candelabro dai sette bracci.
Gli epitaffi degni di nota non sono mai in ebraico, ma in latino od in
greco, ciò che prova che gli ebrei di Roma in quell'epoca si erano
appropriati la lingua che si parlava intorno a loro. Anche i morti di
quelle catacombe devono avere appartenuto alle due sinagoghe di Roma, di
cui la più antica fu fondata al tempo di Pompeo e la più recente era
essenzialmente alessandrina. Disgraziatamente la storia degli ebrei a
Roma in quel periodo è sepolta nell'oscurità.

Quando il cristianesimo diventò religione di Stato la posizione degli
ebrei divenne ancor peggiore, perchè al disprezzo che essi ispiravano
nei Romani si unì l'odio dei cristiani. Costantino per il primo vietò
loro di tenere al proprio servizio cristiani, e da allora ciò fu come un
precetto di separazione fra le due comunità. Il codice teodosiano
prescrisse poi leggi ancora più severe per impedire la fusione degli
ebrei e dei cristiani; proibì che si celebrasse in tutto l'impero la
festa di Haman, in cui i giudei avevano l'abitudine di rappresentare il
loro nemico sotto i tratti del crocifisso per poi bruciarlo in mezzo ad
alte grida.

Al tempo del sacco di Roma per opera di Alarico, gli ebrei del
Trastevere soffrirono crudelmente. Fra i tesori rubati dal re visigoto
vi furono anche i vasi del tempio di Salomone che egli aveva presi a
Roma come preda; alcuni però gli sfuggirono, perchè più tardi Genserico
ne trovò ancora quando giunse a Roma. Trasportati a Cartagine, caddero
nelle mani di Belisario e furon da questi riportati a Bisanzio. Gli
ebrei allora, come afferma Procopio, li reclamarono all'imperatore
Giustiniano, che li fece portare in una chiesa di Gerusalemme. Strana
storia, invero, quella di questi tesori del Tempio, portati altra volta
a Roma da Tito! Ancora nel medio evo, al tempo in cui furon redatte le
«_Mirabilia Urbis Romae_» circolava su ciò una leggenda, si credeva cioè
che l'arca dell'alleanza, il tabernacolo, il candelabro dai sette bracci
e gli abiti di Aronne fossero conservati come reliquie nel Laterano.

Al tempo dei Goti è menzionata una volta la Sinagoga di Roma; il popolo
la saccheggiò e il nobile Teodorico fece una legge a protezione degli
ebrei.

Poco si sa sulle condizioni degli ebrei durante i secoli seguenti.
Sappiamo solo che continuarono ad esistere come comunità e che più volte
resero omaggio agli imperatori tedeschi, quando venivano incoronati,
cantando in lingua ebraica le laudi tradizionali. Sempre dimorarono in
Trastevere ed esercitarono il loro commercio vicino ai ponti del fiume e
sui ponti stessi. Infatti il ponte dei Quattro Capi, vicino al Ghetto
attuale, si chiamava «_Pons Iudaeorum_» e anche quello degli Angeli era
designato nello stesso modo: probabilmente dei banchi di ebrei erano
situati su questi ponti.

Ad eccezione di qualche lampo di odio popolare, gli ebrei del resto non
subirono a Roma quelle feroci persecuzioni che soffrirono in altre città
d'Europa. Roma non è mai stato terreno propizio al fanatismo religioso;
l'antica tradizione di tolleranza verso tutti i popoli vi si è sempre
conservata. Perfino le crociate che provocarono in tutta l'Europa
spaventevoli esplosioni di odio contro gli ebrei, non ebbero le stesse
conseguenze in Roma. Una sola volta, nel 1020, noi troviamo nella
storia notizia di una persecuzione propriamente detta contro gli ebrei,
ed ebbe origine da un terremoto.

I papi riconobbero sempre la Sinagoga come una legale comunità
dell'urbe; essa era pareggiata alle altre comunità straniere dei greci e
dei germani. L'inquisizione, introdotta ai primi del secolo XIII, ebbe
per essa, al principio, gli stessi riguardi. Così, a un dipresso, gli
ebrei acquistarono in Roma una certa importanza come cambiavalute e come
medici. Il commercio del denaro e la scienza medica essendo passati
quasi interamente nelle loro mani, essi non tardarono in queste qualità
a rendersi necessari al Vaticano.

Il viaggiatore Beniamino di Tudela, ai tempi di Alessandro III
(1159-1185) contò in Roma 200 ebrei ricchi, liberi, tenuti in grande
considerazione, tra i quali il papa aveva scelto dei servitori.
«Qui--egli dice--si trovano persone sapientissime, fra cui il primo è il
grande rabbino Daniele, un altro rabbino Daniele, un giovane bello e
intelligente frequenta la corte di Alessandro in qualità di ministro del
papa», cioè come banchiere.

Il curioso è che Pier Leone, l'antipapa Anacleto II (morto nel 1138),
era nipote di un ebreo convertito. La sua famiglia fu annoverata fra le
più grandi famiglie patrizio e per più secoli. Questa razza, largamente
dotata dalla natura e dalla lotta che acuisce l'intelligenza, seppe
dunque infiltrarsi, come di contrabbando, sino nell'intimità dei papi.
Mentre le donne ebree andavano a predire la buona ventura nelle nobili
famiglie, gli ebrei erano ammessi liberamente, in qualità di banchieri o
di medici, presso i papi che si trovavano in ristrettezze finanziarie o
ammalati.

Si trova il nome di tutti i medici ebrei dei papi nell'opera di
Mandosio, _Degli archiatri pontificj_, completata dal Marini (Roma,
1784). Il primo di questi fu Giosuè Halorki, medico dell'antipapa
Benedetto XIII (1394), il quale sembra aver avuto una speciale
predilezione per gli ebrei. Halorki si fece più tardi battezzare e prese
il nome di Gerolamo di Santa Fede; e sotto questo nome scrisse un libro
contro gli ebrei: «_Hieronimi de Sancta Fede ex Iudaeo Christiani contra
Iudaeorum perfidiam et Talmud tractatus, sive libri duo ad mandatum D.
PP. Benedicti XIII_».

Egli fu maledetto dalla Sinagoga.

Innocenzo VII, del quale fu antipapa Benedetto, nel 1406 accordò il
diritto di cittadinanza a certi ebrei di Trastevere, fra cui a Elia di
Sabbato, a Mosè di Lisbona, a Mosè di Tivoli, i quali erano medici e
portavano il titolo di «maestri». Godevano costoro grandi privilegi ed
erano dispensati dal portare il segno obbrobrioso di Giuda.[28] Medico
particolare di Martino V fu Elia, appartenente al Ghetto romano. Così
fino al XVI secolo, nonostante le bolle di scomunica promulgate da più
papi, si trovano medici ebrei in Vaticano. Come orientali, come
imparentati con gli Arabi, gli ebrei furon tenuti ovunque, anche presso
i principi e gl'imperatori, in grande considerazione per la loro
sapienza medica. Samuele Sarfadi, rabbino spagnuolo, uomo dotto ed
eloquente, fu il medico di Leone X.

Naturalmente qualche cosa del favore che godevano i medici ebrei si
rifletteva sulla comunità di Trastevere; ma a causa della natura stessa
del reggimento della Chiesa, reggimento tutto personale, la sorte degli
ebrei di Roma dipendeva unicamente dal carattere del papa che regnava; e
questa incertezza del domani teneva gli ebrei in continuo timore, e li
esponeva spesso a uno stato senza legge.

Già parecchi Concilii avevano da molto tempo prescritto la separazione
dei cristiani dagli ebrei, e imposto a questi un marchio distintivo in
segno di disprezzo. Innocenzo III, il promotore dell'inquisizione,
rinnovò queste prescrizioni nel 1215, ed altri papi dopo di lui ne
seguirono l'esempio. Senonchè gli ebrei non le osservavano, riuscivano
ad eluderle, o si riscattavano col denaro. Talora poi un papa più
clemente revocava gli editti che il suo predecessore aveva emanati.

Giovanni XXII perseguitò gli ebrei e fece pubblicamente bruciare il loro
Talmud; Innocenzo VII invece fu loro favorevole. Fu il romano Martino V
che mostrò ad essi la maggiore benevolenza; rese loro la facoltà di
esercitare medicina e decretò poi che tutti gli ebrei degli stati della
Chiesa, e non più solo quelli di Roma, avrebbero da allora in poi
contribuito alla tassa del carnevale. Ma il suo successore Eugenio IV,
un veneziano nemico della razza trafficante d'Israele, ristrinse di
nuovo i loro diritti; proibì loro di commerciare coi cristiani, di
abitare nelle loro case, di prestare loro assistenza come medici, di
girare per tutta la città, di costruire nuove sinagoghe, e di occupare
alcuna carica pubblica. Decretò inoltre che la testimonianza di un ebreo
contro un cristiano non avesse alcun valore, e infine li obbligò a
pagare annualmente alla Camera capitolina 1130 fiorini ed a contribuire
con altre imposte ai sollazzi del carnevale.

Era invalso a poco a poco l'uso di valersi in modo indegno degli ebrei
per questi divertimenti carnascialeschi, che avevano luogo in piazza
Navona, sul colle Testaccio e pel Corso. Non solo gl'infelici dovevano
fornire una squadra di vecchi che, vestiti in foggia grottesca, dovevano
precedere la cavalcata dei senatori all'apertura del corso, ma dovevano
anche esporsi all'onta di correre essi stessi. Il veneziano Paolo II fu
il primo che, volendo festeggiare il 1468, anno di pace, offrì ai Romani
lo spettacolo delle corse dei cavalli e della corsa degli ebrei.

Ancora oggi sopravvive nelle città d'Italia l'uso di solennizzare certi
giorni di festa con le corse dei _Palii_, così dette perchè il premio
consiste in stoffe di seta date al vincitore. Allorchè Paolo II offrì
questo sollazzo al popolo, fece correre negli otto giorni di carnevale
cavalli, asini, bufali, vecchi, giovanotti e ragazzi ebrei. Prima di
lanciare quest'ultimi nella pista, venivano riempiti ben bene di cibo,
per render loro più penosa la corsa e provocare il riso del popolo. Essi
dovevano correre dall'Arco di Domiziano sino alla chiesa di S. Marco, in
mezzo agli urli e agli schiamazzi dei Romani, mentre il Santo Padre
assisteva allo spettacolo da un balcone riccamente addobbato, e rideva
di cuore. Si potrebbe credere che la parte che a queste corse
prendevano gli stessi Romani, togliesse a quella degli ebrei il suo
carattere di umiliante; ma bisogna avvertire che per questi era un
divertimento, a cui essi si offrivano spontaneamente, mentre gli ebrei
vi erano costretti con la forza. Coloro che ai dì nostri hanno assistito
alle corse di cavalli nel Corso, che sostituirono più tardi quelle degli
ebrei, e che hanno visto il popolo quasi folle eccitare gli animali con
grida furiose e con fischi, possono immaginare quello che nei barbari
tempi del medio evo dovessero soffrire gli ebrei correndo lungo il Corso
fra gl'insulti e in mezzo a quel tumulto.

Per lungo tempo il popolo volle questo spettacolo; io ho trovato, nella
_Roma nova_ di Sprenger del 1667, che gli ebrei dovevano correre nudi,
con una sola fascia intorno ai fianchi, e l'autore dice che i primi a
correre erano gli asini, poi gli ebrei, poi i bufali ed infine i
«barberi».

Durante due secoli gl'israeliti di Roma soffrirono questo volgare
insulto, sino al giorno in cui Clemente IX, Rospigliosi, nel 1668,
cedendo alle loro suppliche, li esentò dalla corsa a patto che pagassero
un tributo annuo di 300 scudi, e concesse loro che, invece di precedere
la cavalcata del Senatore, prestassero omaggio ai reggitori della città
nella sala del trono, e fornissero i premi per le feste del carnevale.

Solevano i notabili ebrei, quali rappresentanti della comunità
israelitica, presentarsi ai reggitori della città in Campidoglio nel
primo sabato di carnevale. Giunti nella sala dove quelli sedevano, gli
ebrei si gettavano ai loro piedi e offrivano un mazzo di fiori e 20
scudi, perchè fossero impiegati ad addobbare il balcone, su cui il
Senato soleva, in piazza del Popolo, prendere posto. Si recavano quindi
dal Senatore e, secondo l'antico uso, lo supplicavano di conceder loro
di abitare ancora in Roma.

Il Senatore metteva ad essi il piede sulla fronte, poi ordinava loro di
alzarsi e diceva, secondo la consueta formola, che gli ebrei non erano
già ammessi in Roma, ma soltanto tollerati per misericordia. Anche
questa umiliazione è ora scomparsa; ma ancor oggi gli ebrei il primo
sabato delle feste di carnevale vanno al Campidoglio e prestano il loro
omaggio, offrendo il tributo per i palii, che essi devono procurare per
i cavalli che ora divertono il popolo in luogo degli ebrei.

Non mancavano nel medio evo altre cerimonie, a cui dovevano prender
parte. Nella festa per la presa di possesso del Laterano, fatta dal
nuovo papa, essi dovevano mandare a lui una deputazione, come già un
tempo avevano dovuto prestare omaggio agli imperatori romani. Quando
l'imperatore saliva al trono, gli ebrei facevano per lui in Gerusalemme
offerte e sacrifici; dice già Filone nella sua «Ambasciata a Caio» che
essi tre volte offrirono sacrifici per Caligola, la prima, quando salì
al trono, la seconda, quando cadde gravemente ammalato, e la terza,
quando ritornò vittorioso dalla Germania. Che anche gli ebrei in Roma
facessero lo stesso, è indubitato; essi si presentavano nelle feste di
omaggio innanzi all'imperatore come imploranti protezione, per chiedere
a lui quella tolleranza che era stata loro concessa da Augusto.

E quando agl'imperatori sottentrarono i papi, mutarono le forme, ma
l'essenza delle cerimonie restò qual'era. Ad ogni omaggio a un nuovo
papa, sulla via che doveva percorrere il corteo, compariva una
delegazione di ebrei col Pentateuco sulle spalle. Secondo una frase di
S. Girolamo, essi eran considerati quasi come i bibliotecari della
religione cristiana, perchè avevano conservato nella loro arca
dell'alleanza l'Antico Testamento. E mentre si accostavano al nuovo papa
per implorare la sua protezione, dicevano di far ciò prima, perchè i
padri loro avevano fatto altrettanto con gl'imperatori, e poi perchè,
attendendo essi il Messia che li doveva liberare dalla schiavitù, ogni
nuovo papa poteva essere appunto quello destinato a rompere il loro
giogo.

A cominciare da Calisto II, che nel 1119 ricevette dagli ebrei tale
omaggio, esistono documenti che narrano queste cerimonie. In tutte gli
ebrei portavano il Pentateuco sulle spalle, andando incontro ad Eugenio
III, ad Alessandro III, a Gregorio IX. Il Cancellieri, nella sua opera
_Storia dei possessi_, ne dà una minuta descrizione, tolta dai diari dei
maestri di cerimonie della Corte Pontificia.

Il luogo dove gli ebrei si presentavano al papa non fu sempre lo stesso.
Ai primi del medio evo era nel rione detto «Parione» che gli ebrei
attendevano il pontefice che si recava al Laterano. Il vecchio poema
latino del cardinale Giacomo Stefaneschi, ci descrive l'omaggio degli
israeliti reso a Bonifacio VIII nel 1295:

     «Ecce, super Tiberim positum de marmore pontem
     Transierat, provectus equo, turrique relicta
     De campo Iudaea canens, quae caecula corde est,
     Occurrit vesana duci Parione sub ipso,
     Quae Christo gravidam legem plenamque sub umbra
     Exhibuit Moysi, Veneratus et ille figuram.
     Hanc post terga dedit, cauto sermone locutus.
     Ignotus Iudaea deus, sibi cognitus olim.
     Qui quondam populus, nunc hostis; qui deus et rex
     Obnubi patitur, praesentem temnere mavis,
     Quem fragilem reputas hominem, sperasque futurum,
     Et latet ipse deus».

Di qui si scorge che fino da allora la cerimonia dell'omaggio aveva
luogo con quelle forme che furon conservate anche in seguito; gli ebrei
attendevano al suo ritorno il nuovo papa, cantandone le lodi;
presentavano al pontefice il libro della Legge; questi lo prendeva,
faceva le viste di leggerne qualche parola, poi lo restituiva agli ebrei
dicendo: «Confermiamo la Legge, ma condanniamo il popolo ebreo e la sua
interpretazione». Quindi procedeva oltre e gli ebrei facevano ritorno
alle loro dimore, amareggiati dal dolore o confortati dalla speranza,
secondo quello che avevano creduto leggere negli occhi del nuovo papa.

Spesso si collocavano anche al di là del Ponte di Adriano e talvolta a
Monte Giordano. Sebbene questa collinetta formata di rovine e di
rottami, dovesse il suo nome a Giordano Orsini, membro dell'antica
famiglia patrizia che vi aveva costruito il suo palazzo, forse fu scelta
dagli ebrei per la fortuita coincidenza del nome con quello del biblico
fiume della Giudea. Ivi stavano i discendenti d'Israele, portando un
Pentateuco riccamente legato in oro e ricoperto di un velo, circondati
dal popolo che li insultava e li derideva, finchè non appariva il papa;
allora s'inginocchiavano e gli presentavano il volume della Legge.

Le ingiurie e i cattivi trattamenti, a cui in queste circostanze gli
ebrei venivano sottoposti crebbero tanto col tempo, che Innocenzo VIII,
nel 1484, cedendo alle loro vive preghiere, consentì che si
presentassero a lui nel cortile di Castel Sant'Angelo. Il maestro delle
cerimonie, Burcardo, così descrive la cerimonia: «Allorchè il papa fu
giunto, dinanzi a Castel Sant'Angiolo si arrestò, e gli ebrei che si
erano fermati presso le fortificazioni inferiori, comparvero col libro
della Legge, che porsero al Santo Padre, rivolgendogli delle frasi in
ebraico che ad un dipresso significavano questo:--Noi, uomini ebrei, in
nome della nostra Sinagoga, preghiamo Vostra Santità di volervi degnare
di accogliere e sanzionare la legge mosaica, che l'onnipotente Dio diede
a Mosè, nostro sacerdote, sul monte Sinai, nella stessa guisa che si
degnarono accettarla e confermarla i venerati pontefici predecessori di
Vostra Santità.--Il papa rispose:--Noi confermiamo la Legge, ma
condanniamo la vostra credenza e la vostra dottrina, imperocchè colui
che voi dite dover venire in terra, già venne e fu nostro Signore Gesù
Cristo, come la Chiesa insegna.--Terminata la cerimonia, gli ebrei si
ritirarono».

E quando si pensi che questo Castel S. Angelo non era altro che il
mausoleo di Adriano, il quale aveva distrutta da cima a fondo
Gerusalemme per ben due volte, e condotti gli ebrei in schiavitù, sarà
facile comprendere come anche questa stessa località dovesse riuscire
invisa agli ebrei, che non odiavano meno la memoria di Adriano di quella
di Tito.

Per una eccezione Pio III, nel 1503, trovandosi infermo, ricevette gli
ebrei in una delle sale del Vaticano stesso. Giulio II li ricevette di
bel nuovo alla Mole Adriana, dove gli diressero un lungo sermone, e dove
specialmente parlò con singolare eloquenza il rabbino spagnolo Samuele,
medico del papa. Questi rispose _prout in libello_, vale a dire secondo
la forma stabilita dal libro dei cerimoniali.

Anche Leone X, Medici, in occasione della elezione del quale, nel 1513,
si fecero le feste più splendide che abbiano mai avuto luogo per un
papa, ricevette gli ebrei in Castel S. Angelo. La scena è stata
descritta dal maestro di cerimonie Paride de' Grassi. Gli ebrei stavano
alla porta del Castello, sopra un palco di legno ricoperto di ricchi
tappeti e di broccati lavorati in oro, e dove ardevano otto grandi
torcie in cera, ed ivi tenevano le tavole della Legge. Allorquando fu
giunto il papa che cavalcava una chinea bianca, gli ebrei lo pregarono,
secondo il solito, di confermare la legge. Il papa prese il libro
aperto dalle loro mani, lesse alcune parole e disse:

«Noi confermiamo ma non approviamo» dopo di che lasciò cadere a terra il
libro, e proseguì la sua strada.

Fu questa l'ultima volta che la cerimonia ebbe luogo; da allora in poi
venne soppressa, o perchè progredito lo spirito dei tempi, o per altre
ragioni a noi ignote.

Fu imposto per contro l'obbligo agli ebrei di addobbare con stoffe
preziose parte delle strade per le quali dovevano passare il nuovo papa
e il suo corteo. Allorquando prese possesso Gregorio XIV, nel 1590, gli
ebrei dovettero parare con tappeti la salita del Campidoglio e l'arco di
Settimio Severo. In seguito venne stabilito che dovessero ornare l'arco
di Tito, e la via che porta al Colosseo. Fu loro pertanto forza
assoggettarsi all'onta di dover adornare l'arco trionfale eretto in
onore del distruttore di Gerusalemme.

E ciò ebbe luogo alla elezione di tutti i papi che vennero di poi. Gli
ebrei dovettero ogni volta addobbare l'arco di Tito, ed aggiungere ai
tappeti emblemi che si riferissero al papa, contraddistinti da sentenze
latine tolte dall'Antico Testamento. Gli emblemi, ordinariamente in
numero di venticinque, erano per lo più molto significativi, e colle
loro sentenze in linguaggio simbolico prettamente orientali. Vi era
rappresentato, per esempio, l'albero della mirra, che offre spontaneo il
suo balsamo senza che abbisogni d'incisione ed aggiuntovi il detto:
«Benedetto il principe che è generoso». Altrove il pellicano, che nutre
i figli col suo sangue colla scritta: «Si privò di tutto dandolo ai
poverelli» (Salmo 112, 1, 9). Una palma irradiata dal sole e sopra:
«Fiorirai al pari di una palma»; e al di sotto: «Benedetta sia la tua
venuta». Il rinoceronte che immerge il suo corno in una sorgente,--una
conchiglia di mare aperta,--la fenice e l'arcobaleno--un cigno che
mangia spighe mature,--uno sciame d'api,--un gelso,--un'arpa
inghirlandata di fiori,--il mare con sirene che cantano, e sopra il
cielo, verso il quale drizzano il volo molti usignuoli ed al di sotto il
versetto d'Isaia: «Cantano tutti insieme».

Questo linguaggio figurato ricorda le solennità di ugual natura, colle
quali gli Arabi di Sicilia accoglievano i re normanni loro signori. Gli
ebrei accudivano con lagrime e con lamenti ad ornare il monumento della
loro onta, e quando dall'arco di Tito facevano ritorno al loro sudicio
Ghetto, certamente si purificavano, con lamentazioni geremiache e con
preghiere, della profanazione che avevano dovuto commettere umiliandosi
innanzi al vicario di Cristo.

Si deve però fare un'osservazione singolare: col rinascimento la
mitologia pagana trovò mezzo di cacciarsi perfino negli usi e negli atti
degli ebrei, particolarmente nei secoli decimosettimo e decimottavo, nei
quali dopo Leone X e Raffaello, rinati gli studi delle antichità, gli
Dei dell'Olimpo tornarono in fiore. Ed è propriamente divertente e piena
di contraddizione la tendenza in questo senso, che si può osservare
negli ebrei di Roma, particolarmente nel secolo XVIII che fu l'età aurea
del Parnaso barocco. In questo, anche gli emblemi degli ebrei divennero
mitologici; le loro poesie di omaggio parlavano di Apollo e delle muse,
facendo una strana miscela di antichità pagana e di Vecchio Testamento,
che pare ed è tanto più singolare, quando si ponga mente che questi
emblemi, queste poesie venivano dal popolo d'Israello, dedicate ad un
papa. I maggiori emblemi mitologici si rinvengono in quelli dedicati a
Pio VI ed a Pio VII. Si vedeva Ercole, dalla cui bocca uscivano le
catene d'oro destinate a trarre a sè i popoli, e sotto il versetto
biblico: «Le labbra dell'uomo pio sono ripiene di dolcezza» (Prov. 10,
32). Vi si scorgeva il monte Parnaso fiancheggiato da due terrazzi
ricoperti di tappeti, su cui stavano cavalli e muli, che mangiavano del
grano, e sotto il versetto di Giobbe: «Esso ci ammaestra per mezzo degli
animali da tiro», miscuglio più barocco che immaginare si potesse,
Parnaso, muli, e Giobbe tutto confuso. Vi si scorgevano Giunone con un
giglio, Atlante che regge il mondo, Minerva coll'olivo, un tempio dove
stava Mercurio colle tre Grazie, e sotto vi si leggeva: «Non torrà gli
averi a coloro che camminano nella diritta via» (Salmi 84, 12).

E' molto probabile che fra tutte quelle figure mitologiche, quella di
Mercurio, il patrono dei negozianti e dei banchieri, il Rothschild
dell'Olimpo, dovesse essere quella che tornava più accetta, più
intelligibile agli abitanti del Ghetto. Del resto tutti gli emblemi di
quel povero popolo si riferivano sempre più o meno ad un'idea sola;
danaro, sempre danaro; e difatti vi si scorgevano immancabilmente i
corni dell'abbondanza, dai quali sgorgavano monete d'oro, vino e pane.

Gli ebrei presentarono a Pio VII, Chiaramonti, tutti i loro emblemi e
motti raccolti in un volume splendidamente legato, e maestrevolmente
miniato, e glielo porse in Venezia il rabbino Leone di Leone di Ebron,
vestito alla foggia orientale, con turbante, _haftan_, e lunga barba. Un
poema latino in distici elegiaci lo accompagnava e la dedica in lingua
latina era la seguente:

                        PIO SEPTIMO P. O. M.
           QUA DIE IMPERII GUBERNACULO SOLEMNITER SUSCEPIT
                 QUOD BONUM FELIX FAUSTUMQUE SIT
             FESTIVISSIMA HEBRAEORUM UNIVERSITAS D. D. D.

Come si vede, gli ebrei di Roma non avevano abitato senza profitto
presso il classico portico di Ottavia. Il poema poi seguitava dopo aver
cominciato con esclamazioni lagrimose prettamente giudaiche, e prima di
arrivare al papa chiamava in scena Apollo.

     O si me Cythara plectroque juvaret Apollo,
     Concinerem summi maxima regna Pii.
     Meque peregrinis audiret versibus uti,
     Quidquid habet tellus, quidquid ex axis habet.
     Principis astra super ferrem clarissima facta,
     Queis comes it recti non temerandus amor;
     Quippe suis, velut illa, polo fulgoribus umbras
     Dimovet, e vulta quos radiante jacit.
     Ast pro me Pindi veniant et culmina Musae
     Quas cecinit vatum fabula graeca deas.
     Hae resona fundant solemnia carmina voce,
     Tympana pulsantes, sistra lyrasque manu,
     Hae Temidis celebrent servantem jura decorae,
     Qua duce subjectis imperat agminibus:
     Candoremque sinus dantis cum pace salutem,
     Viribus ingenii, pondere consilii.
     Magnanimis nitit ille notis, prudentibus aeque.
     Ne summum videat gloria tanta diem!
     Culmina Gregorium nutu qui celsa creavit,
     Sospitet, omnigenis condecoretque bonis,
     Edat, ut arbor aquae prope rivos consita, fructus,
     Et diadema suum vinciat usque caput.
     Hic niteat solusque, ferax sit dactilus ipse:
     Adspiciat laetos ire, redire dies.
     Gaudeat urbs, precibus nunquam non acribus instet,
     Ut sibi sint Pacis numera juncta Piae.

Per Gregorio XVI gli ebrei fecero dipingere dal pittore Pietro Paoletti
di Belluno, concittadino del nuovo papa, un libro che conteneva tutti
gli emblemi e tutte le poesie, e fattolo riccamente legare lo
presentarono al pontefice, che volle mandarlo in dono al Capitolo della
sua città natia. Anche a Pio IX, attualmente regnante, venne presentato
un libro simile, nel quale il rabbino di Roma, versatissimo nella
letteratura ebraica, e abilissimo calligrafo, a quanto mi assicurarono i
suoi correligionari, raccolse preziosi emblemi, e sentenze bibliche,
scelte con molto criterio ed il libro era tanto riccamente legato ed
ornato, che costò circa cinquecento scudi.

Tali erano le cerimonie che, secondo gli usi e le costumanze di Roma, si
compivano dagli ebrei nell'occasione della elezione dei papi. Se non
che, anche in altre località avevano luogo funzioni analoghe. Troviamo
nel dizionario del Moroni la minuta descrizione delle solennità, colle
quali gli ebrei di Corfù festeggiarono la nomina di un nuovo
arcivescovo. Quando nel 1780 Francesco Maria Fenzi fece il suo solenne
ingresso in quella città, gli ebrei gli prepararono uno spettacolo
veramente originale. Apriva la marcia un ebreo vestito all'italiana col
bastone del comando, e lo seguivano altri tre, con lunghi bastoni,
questi rappresentano i patriarchi; venivano quindi dodici giovanetti,
vestiti all'italiana, i quali raffiguravano le dodici tribù, ed avevano
tutti in mano un pomo d'argento, e quindi altri dieci giovani, con
mantello sulle spalle, che rappresentavano i dieci rabbini savi,
conservatori della legge mosaica ai tempi dei Cesari. Seguivano ancora
altri undici giovanetti, che portavano mazzi di fiori, i fratelli di
Giuseppe, accompagnati da quattro servitori, come se stessero per
presentarsi al re Faraone; subito dopo otto uomini, portanti vasi e
palme, gli otto conservatori del precetto della circoncisione; quindi
ventiquattro ebrei, il doppio del numero delle tribù, con vassoi e
vasellami d'argento, coi guanti alle mani che raffiguravano il fiore
d'Israello. Seguivano ancora quattro ebrei, con voluminose parrucche e
bastoni; un gruppo di quarantotto ebrei con berrettone di pelo, fra i
quali sei cantori che cantavano salmi; indi una quindicina di
giovanetti, che portavano sul petto l'_urim_ ed il _thummim_; poscia un
nuovo gruppo con frutti e palme, finalmente di nuovo altri cantori.
Venivano dopo i quattro grandi sacerdoti Mosè, Aronne, David e Salomone,
a cui tenevano dietro i leviti. Poscia i tre giovanetti della fornace
ardente. Chiudeva la marcia un gran rabbino decrepito, che pareva la
quaresima ambulante; vestito tutto di bianco, e a fianco del quale
stavano due altri vecchi, con in mano ciascuno un vassoio pieno di
foglie di fiori. Il Pentateuco tutto adorno di campanelli, di frutti, di
corone di argento, era posto sotto un baldacchino bianco, portato da
quattro fra gli ebrei più ragguardevoli. Il libro della legge venne
aperto in sei diversi punti della città, e ricoperto di foglie di fiori
tolte dai bacili, e sempre colle più vive manifestazioni di gioia degli
ebrei. Le foglie, che cadevano a terra, erano raccolte dalle donne
ebree, che se le riponevano, quasi sacre reliquie, in seno. La
processione era divisa in quattro sezioni, in memoria delle quattro
schiavitù d'Egitto, di Babilonia, di Roma, e della presente.
L'arcivescovo finalmente venne ricevuto da sedici ebrei, sopra un palco
eretto in vicinanza del Duomo, e riccamente parato; egli portava la
mitria, e teneva in mano il pastorale; un ebreo postosi il cappello in
capo, e gettato via il mantello, pronunciò un breve discorso di
complimento, cui monsignore fece cortese risposta.

Come appare chiaro, una simile processione, avente tutta l'impronta
nazionale ebraica, poteva farsi bensì a Corfù, ma non avrebbe potuto
mai aver luogo a Roma. In quest'ultima città, dove il culto cristiano
sfoggia appunto in processioni pubbliche, una processione nazionale
ebraica, avrebbe fatto conoscere con troppa evidenza al popolo che la
pompa cattolica in gran parte non è di origine antica propriamente
cristiana, ma piuttosto una specie di riproduzione delle antiche
processioni degli ebrei. Non era però questa la vera ragione, per la
quale gli ebrei in Roma non comparivano in forma cotanto solenne;
sarebbe superfluo accennarlo. I monelli di Roma avrebbero preso a
sassate una esposizione pubblica dei riti mosaici, e Dio sa di quanti
lazzi, di quanti frizzi quella sarebbe stata oggetto. Inoltre si
sarebbero guardati bene gli ebrei di fare sfoggio di oro e di argento, e
quando comparivano davanti ai papi lo facevano coll'aspetto della
miseria, timidi, tremanti, in apparenza propriamente servile.

Ma torniamo alle sorti degli ebrei sotto i successori di quel Paolo II
che primo li fece correre nel carnevale. Ora oppressi, ora trattati con
una certa indulgenza, come da Paolo III della famiglia Farnese, la loro
sorte peggiorò sotto il pontificato di Paolo IV. Questo, fanatico
napoletano, della famiglia dei Caraffa, introduttore della tortura e
della censura a Roma, zelante inquisitore, appena salito sulla cattedra
di S. Pietro, pubblicò, nel 1555, la bolla _Cum nimis absurdum_, che
regolava la condizione della corporazione israelitica di Roma. Revocò
tutti i privilegi concessi antecedentemente agli ebrei; vietò ai loro
medici di curare i cristiani, proibì loro di esercitare le arti, il
commercio, le industrie, di possedere beni immobili; accrebbe loro i
tributi e le imposte. Vietò loro perfino di assumere il titolo di _don_
col quale, secondo l'usanza di Spagna e di Portogallo, si onoravano gli
ebrei più distinti. Allo scopo di separarli e di distinguerli totalmente
dai cristiani, prescrisse non potessero uscire dal Ghetto se non col
cappello e con un velo, entrambi di colore giallo, il cappello per gli
uomini, il velo per le donne. «Imperocchè, dice la bolla, è cosa
assolutamente assurda e sconveniente che gli ebrei i quali per propria
colpa sono caduti in ischiavitù, abusando insolentemente della
misericordia loro dimostrata dai cristiani, abbiano l'impudenza di
abitare promiscuamente con questi, di non portare verun distintivo, di
tenere i cristiani al loro servizio e perfino di acquistare case».

Finalmente Paolo IV stabilì il Ghetto, quartiere per l'abitazione
obbligatoria degli ebrei. Fino ai suoi tempi avevano questi goduto,
tuttochè non fosse loro espressamente garentita, della libertà di
abitare dove più loro piacesse in Roma. Come era naturale, raramente
risiedevano nel centro della città, nè fra i cristiani che li odiavano,
e si erano stabiliti per lo più nel Trastevere, e sulle sponde del
fiume, fino al ponte di Adriano. Ora il papa assegnò loro un angusto e
separato quartiere, come era stato fatto a Venezia, che comprendeva
poche strette e malsane strade presso il Tevere, e che stendevasi dal
ponte Quattro Capi fino alla Regola. Il quartiere era chiuso da mura con
porte. Ebbe dapprima il nome di _vicus judaeorum_ e più tardi quello di
_Ghetto_: questo deriva probabilmente dalla parola talmudica _ghet_ che
significa «separazione». Fu nel giorno 26 luglio 1556 che gli ebrei
presero possesso del loro ghetto, piangendo e sospirando come i padri
loro quando venivano tratti in schiavitù.

Paolo IV fu per gli ebrei di Roma il crudele Faraone che li espose a
tutti i mali derivanti dalla mancanza di spazio, e da una loc

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