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Ciarle e macchiette

by Luigi Arnaldo Vassallo · Italian · Gutenberg #37054 · 299,388 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Ciarle e macchiette
    
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Title: Ciarle e macchiette

Author: Luigi Arnaldo Vassallo


        
Release date: August 12, 2011 [eBook #37054]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/37054

Credits: Produced by Emanuela Piasentini, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net (This file was produced from images
        generously made available by The Internet Archive/Canadian
        Libraries)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CIARLE E MACCHIETTE ***




Produced by Emanuela Piasentini, Claudio Paganelli, Barbara
Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
http://www.pgdp.net (This file was produced from images
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Libraries)







                               CIARLE
                                  E
                             MACCHIETTE


                                 di
                              Gandolin



                               Milano
                      FRATELLI TREVES, EDITORI
                         =Quinto migliaio.=



                        PROPRIETÀ LETTERARIA.

      _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati_
   _per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

                      Milano, Tip. Treves--1919.


                                ----

                         CIARLE E MACCHIETTE




Un bel caso.


Il marchese Alfonso Orlandi, uomo di tatto se non di spirito, subito
si era accorto che ci faceva la parte del terzo incomodo: per ciò,
passati neppure dieci minuti in ciarle inconcludenti, si alzò dalla
poltrona, e con l'inchino misurato del gentiluomo corretto, porse la
mano guantata alla bella padrona di casa.

--Contessa: a rivederci.

--Così presto!

--Si figuri con che piacere rimarrei: ma ho ancora cinque o sei visite
da fare e alle sei devo trovarmi al municipio, col conte....

--Questo municipio!

--Salute pubblica, contessa!--esclamò il marchese, sorridendo.

--Ma, dunque, c'è pericolo!

--Dicono.

--Dio! quel mio marito è tanto preoccupato!... da che lo hanno
delegato all'igiene, è diventato proprio un uomo impossibile; son due
giorni, si figuri, che lo vedo e non lo vedo. Stamane, m'ha fatto
sapere che farebbe nottata al municipio. Ma, dico io, bisogna essere
matti!

--Ah, contessa, non ci condanni!

--Che? anche lei?

--Sì; anch'io passerò la notte al municipio.

--A vegliare sulla salute pubblica?

--Dica.... a dormire sopra un sofà.

Il marchese Orlandi fece un mezzo giretto e s'inchinò alla baronessa
Manassero, poi strinse la mano a un giovinotto seduto presso il
pianoforte, dicendogli:

--_Ciao_, Eugenio: ci vediamo, stasera, al circolo?

--Sì.... cioè, non so.

--Se vieni, mi ci trovi di certo; non tornerò al municipio che verso
mezzanotte.

Il marchese andò via; non così la baronessa Manassero, vecchia
pettegola, che s'accorgeva benissimo quanto la sua presenza fosse
d'imbarazzo, ma ci pigliava gusto appunto per ciò.

La conversazione languiva e la contessa Emilia aveva soffocato più
d'un leggero sbadiglio sotto il fazzoletto di pizzo di Fiandra: ma la
baronessa si mostrava inesorabile.

Alla fine, la contessa si alzò, dicendo alla vecchia:

--Ah! lei ancora non ha visto gli acquerelli del povero De Nittis,
comprati ier l'altro da Ottavio? venga, venga.... stanno di là.

Era un congedo in piena regola e la baronessa, passando davanti al
marchese Eugenio Jung, gli porse la mano, in segno di saluto, con un
risolino sarcastico di vecchia maligna.

Due minuti dopo, la contessa rientrava, sola, nel salotto, e con le
belle braccia incrociate si fermava davanti a Eugenio Jung.

--Dunque, tu mi vuoi compromettere?

--Ma che fo, io?

--Sfido! Son già passate quattro visite e tu sei sempre là, come un
mobile di casa. Che figura ci fo, io?

--Colpa tua! se tu m'avessi detto un sì....

--Ma ripensaci meglio; sono idee da matti.

--Ma no, vedi. Tuo marito passa la notte al municipio. Alle otto, tu
dici d'andare a teatro e io t'accompagno. Non c'è nulla di strano, mi
pare! ti ci ho accompagnata cento volte. Invece di andare in legno, si
va a piedi: il teatro è così vicino! Io preparo un legno qualunque,
alla prima svoltata, e andiamo alla palazzina In cinque minuti....

--Non tentarmi, te ne prego. Ma se qualcuno ci vedesse!

--Impossibile: a quell'ora, la strada è deserta; nella palazzina, non
c'è anima viva; ho io le chiavi in tasca. Dunque?

E le prendeva le mani, baciandole.

--Senti: vado subito a preparare una cenetta da innamorati. Non mi
dire di no!... Delle frutta, dei biscotti, dello _Champagne_!

--Ci penserò.

--No, no.... devi dire di sì.

--Sta zitto, che vien gente!

--Ma dimmi di sì, allora!

--Ho paura.... non so.... vien gente davvero....

--Alle otto io son qua.

--E sia.... ma non te l'assicuro.... vieni alle otto.... se mi vedrai
vestita per uscire, allora....

Il cavalier Clemente Mascagni entrò nel salotto, e la contessa gli
mosse incontro col più amabile dei sorrisi.

Il marchesino Eugenio Jung salutò e andò via con passo leggero e il
viso raggiante.

Appena fu nella strada, subito si occupò dei preparativi della
cenetta: comperò del pasticcio di Strasburgo con tartufi, delle
pastine inglesi alla vainiglia, delle _pralines_ di Boissier, delle
scatole di frutti canditi di Napoli, dei barattoletti di conserva di
ribes, dello Chablis, dell'Johannisberg, dello Champagne da venti lire
la bottiglia, e lui medesimo, con una vettura da nolo, portò
quell'ammasso di ghiottonerie nella misteriosa palazzina, in via dei
Colli, dicendo a sè stesso:

--Emilia verrà! oh, verrà!

La sera, alle sette e tre quarti, tornò al palazzo Reginaldi e la
cameriera gli disse:

--La signora contessa finisce di vestirsi e subito è da lei: ma già,
c'è tempo più di mezz'ora al teatro!

--Ah, sicuro!--fece Eugenio, e un lampo di trionfo e di piacere gli
balenò negli occhi:--e Ottavio?

--È già andato al municipio.

                  *       *       *       *       *

Ah! quella cenetta, col pungolo dello paure, coi misteri piccanti del
frutto proibito, era veramente incantevole!

Donna Emilia, raggiante in un pittoresco disordine, rovesciava spesso
la testa sulla spalliera, mostrava i denti bianchi come il gelsomino e
diceva:

--Pare la scena del terz'atto del _Divorçons_!... è il secondo o il
terzo? non me ne ricordo più.

Eugenio, con gli occhi lustri e le guancie accese, non faceva che
stappare bottiglie, e i vini giallicci spumavano, ondeggiavano,
brillando al chiarore dei candelabri, come una pioggia di topazi.

--Oh, Dio! come farò per tornare a casa?--esclamò la contessa, e
intanto le sue dita stringevano il calice di Murano, colmo di vin del
Reno.

A un tratto, la contessa si fece terribilmente pallida.

--Come mi sento male!... apri un po' le finestre.... no, non
aprirle.... Oh, Dio!

Eugenio, spaventato, con la testa confusa, l'abbracciava, la baciava,
piangeva.

--Che hai? che ti senti?

--Oh, Dio! se continua, muoio!

E lui, fuori di sè, le versava acqua, aceto sulla testa, la slacciava,
le faceva vento; ma il malessere si sviluppava con un crescendo
spaventevole.

--Ma che è, mio Dio?--gemeva la povera contessa:--qualcuno.... un
medico!...

--Corro io.....

--No! non lasciarmi sola.

Che fare? che fare?

--Come ti senti?

La contessa non poteva rispondere: i suoi lineamenti stravolti,
contraffatti, facevano paura e pietà.

Eugenio escì di corsa, senza cappello: entrò nel primo portone che
trovò e disse alla portinaia:

--Cinque lire per voi, se mi trovate un medico o lo conducete subito
qui accanto: che prenda una carrozza, mi raccomando!... presto!...

Dieci minuti dopo la portinaia tornava con un medico addetto al
servizio notturno dello spedale. Eugenio stava sulla porta della
palazzina: diede le cinque lire alla donna e la mandò via; disse al
cocchiere di aspettare e introdusse il medico. Il quale trovò la
contessa in uno stato deplorevole. La esaminò ben bene e crollò la
testa. Poi chiese al marchese:

--È sua moglie?

--Sì.... signore.

--Scusi, come si chiama lei?

--Io?... Eugenio.... Martini.

--Andrò io--rispose il medico--a preparare una pozione di laudano:
cinque minuti, neppure, e son di ritorno: intanto, pigli delle pezzo
di lana, e faccia delle frizioni.... forti: m'intende?

Dopo cinque minuti, il dottore infatti tornava con una pozione di
laudano e con.... due guardie municipali.

--Scusi, signor Martini--disse al marchesino--scusi, se faccio il mio
dovere. Non sarà niente, spero, ma intanto, abbiamo i sintomi d'un
caso sospetto.

Eugenio impallidì come un morto.

Uno degli agenti municipali si pose di sentinella al portone e l'altro
rimase nella sala, in aiuto del medico.

Il marchesino pareva una statua, e il suo terrore crebbe, quando udì
che il medico diceva alla guardia:

--Chi è andato al municipio?

--Il nostro brigadiere, signor dottore.

--Sta bene.

Sonavano le dieci, quando la contessa tornò pienamente in sè, ma con
gli occhi ancora smarriti, infossati, le labbra livide, profondamente
abbattuta.

In quel momento, per la via deserta, s'udì un gran rullìo di carrozze,
e due legni si fermarono davanti al portone della palazzina. Eugenio,
con gli occhi fuori della testa, si lanciò giù per le scale e nel
portone s'incontrò col conte Ottavio Reginaldi, seguìto da un
segretario di prefettura, da un sanitario municipale e da quattro
guardie.

--Eugenio!--esclamò il conte:--e tu che ci fai, qua?

--Ti dirò.... appunto....

Intanto, il segretario di prefettura ascendeva i primi scalini.
Eugenio l'afferrò per le falde del soprabito, gridando al conte:

--Te ne supplico! che nessuno salga, se prima non ho parlato con te.

Il segretario stupito si fermò e il marchese, traendo il conte in un
angolo del portone, gli disse con voce bassa, tremante, rotta
dall'emozione:

--Sai.... mi succede un caso tremendo.... Io, ero qui con una
signora....

--Con la signora Martini?

--Ma che Martini!... è un nome falso: è una signora....

--Maritata?

--Già: che forse quel signore là conosce; che forse tu stesso
conosci.... capisci? sarebbe uno scandalo.... io.... lei.... morirebbe
di certo.

--Oh, corpo di.... ma guarda che cosa va a succedere! e come si fa
adesso? io devo prendere le misure che.... capisci bene! il primo
_caso_, il primo _caso_!

--Ma che caso! non è niente, ti ripeto: è un disturbo passeggero; non
capisco come quell'asino di dottore!...

--In realtà non ha denunciato un caso di colera; ma semplicemente un
caso sospetto....

--E allora che serve tanto apparato? dal momento che già vi son due
guardie, basta! stiamo almeno un po' a vedere: che ne dici?

--Pensa un po' se io voglio compromettere un amico come te.... Ma
guarda in che razza d'impicci ti sei messo!... però, almeno,
bisognerebbe sentire il dottore.

--Aspetta, che lo porto subito qua e sentiremo.

Eugenio ascese gli scalini a quattro a quattro; entrò nella sala come
una bomba, chiamò il dottore in disparte e gli disse all'orecchio:

--Senta: giù c'è l'autorità municipale, ma se lei dice che è un caso
di colera, io, parola d'onore, lo strangolo! Parola d'onore!

E il dottore, intontito:

--Ma che colera! non era che un'indigestione e la signora adesso sta
meglio, tanto che, tra un'oretta, ci scommetterei, non avrà più nulla.

Eugenio lo abbracciò con effusione.

--Davvero? ma allora, santo Dio, perchè tanto chiasso?

--Capirà bene! i sintomi erano quelli!

Il dottore, con la guardia e col marchesino, scese nel portone e
dichiarò, sul suo onore, essersi dileguato qualunque sospetto di morbo
epidemico. Poi, si ritirarono tutti, mentre il conte Ottavio
Reginaldi, stringendo la mano al marchesino Jung, gli diceva,
strizzando gli occhi:

--Perdoni il disturbo, signor Martini!

Un'ora dopo, la contessa Emilia, pallida, sfinita, mal reggendosi in
gambe, rientrava nel suo palazzo, al braccio di Eugenio, quasi più
pallido di lei.

--Ma che ha?--le chiese, premurosa, la cameriera:--si sente male?

--No.... sono ancora tutta commossa.... era tanto straziante, quel
dramma!... ho pianto dalla prima all'ultima scena.

--Me ne vergogno--soggiunse il marchesino--ma ho pianto anch'io.

Quando la contessa fu a letto, la cameriera riferì il caso al
portiere, che le faceva un po' di corte.

--Davvero?--disse lui;--ma che diavolo di dramma facevano? voglio un
po' vedere.

E fece un salto alla prima cantonata, dove lesse sul manifesto
teatrale:

                         IL MONDO DELLA NOIA!

--Oh, questi drammacci francesi!--esclamò.

E tornò a palazzo.

La sera appresso, nel circolo serale intimo della contessa, non si
parlava che dell'argomento del giorno.

Tutti avevano letto nel foglio del mattino che, in un palazzina di via
dei Colli, era successo--come dicono i cronisti--un "falso allarme".

--Ma si trattava davvero d'una indigestione?--chiese la baronessa
Manassero al conte Ottavio Reginaldi;--perchè, già, voi altri del
municipio siete capacissimi di nascondere la verità.

--Oh, giuro che si trattava d'una indigestione!--rispose l'ottimo
Ottavio.

Poi, guardando con la coda dell'occhio il marchesino Jung e ridendo
come un matto:

--Sebbene si trattasse d'un caso sospetto.... oh, molto sospetto!




I lampioni.


.... Quella sera, seduto sopra una colonnina di Monte Cavallo--nella
poetica posa di tutti i grandi uomini _giovanetti_, derivati dal
Colombo del Monteverde--me la godevo un mondo, alla vista di quel
vasto ondeggiamento di folla in letizia, mentre i lanternini
variopinti tremolavano su cappelli e cheppì, mentre i due simulacri
dei Dioscuri, _di oscuri_ si facevan luminosi, per la luce dei
bengali, tingendosi in rosso, in verde, in viola--e l'acqua della
fontana, mormorando insieme alla folla, pareva ora una pioggia di
smeraldi, or di topazi. Quel formicolare gigantesco di luci e d'ombre,
quel festoso gridìo che si spandeva nella serenità della notte romana,
infondeva in me come negli altri un senso di giocondo entusiasmo e gli
occhi si fermavano, con orgogliosa tenerezza, su quel gruppo di vecchi
reduci dai patrii eserciti, da cui sorgeva una fila di lampioni
oscuri, con lettere bianche e luminose, combinate in modo che
risaltava in aria la scritta:

                             I VETERANI.

Per quanto fu lungo il tragitto, quelle radianti lettere non si
scomposero mai, come se coloro che le portavano si ricordassero ancora
l'antica esattezza militare e, nel passare tra le fitte spalliere di
popolo, provocavano un saluto e un plauso dalla moltitudine.

Mentre anch'io, come tutti gli altri, ammiravo la bella riuscita del
corteo e lo stupendo insieme del gruppo dei veterani, per via
d'antitesi ricordavo un caso di luminaria andata a male--saranno ormai
quattordici o quindici anni--nel modesto quanto ignoto comune di
Crescimbeni, sul Nervia.

Da tempo immemorabile, era sindaco di Crescimbeni il cavaliere
Procopio De Collepranis, uomo illetterato e integerrimo, il quale, nel
commercio dei semi oleosi, aveva riunito con felice abilità un
patrimonio considerevole e la fiducia amministrativa de' suoi
concittadini.

In seguito a otto giorni di pioggia, il Nervia si gonfiò in modo
straordinario e minacciò una inondazione nei bassi fondi sociali di
Crescimbeni. Il sindaco--raccogliendo tutta la sua energia nelle
misure precauzionali--chiamò a sè un abile falegname e gli ordinò
dodici cassette pensili, destinate a raccogliere le oblazioni a pro
degli inondati, e poi aspettò.

Ma il Nervia--con la malignità pettegola dei fiumi di
provincia--deluse la generosa antiveggenza del sindaco e il cavaliere
Procopio De Collepranis, facendo riporre le dodici cassette nelle
cantine municipali, disse all'usciere:

--Ricordatevi che i romani conquistarono il mondo con sole dodici
tavole.

La frase fece il giro della farmacia di Crescimbeni e il maestro
comunale disse, con accento d'autorità:

--Il cavaliere De Collepranis è un.... parallelo di Plutarco;
bisognerebbe far qualche cosa in onor suo; un arco di trionfo.... un
sonetto.... una serenata.... sei bottiglie di Barolo con le firme
degli elettori.... qualche cosa, insomma.

La sera medesima s'adunò in solenne assemblea il _Club dei
caciocavalli_ e, dopo lunga discussione, fu decisa una fiaccolata in
onore del cavaliere Procopio, con incarico al maestro comunale di
fissarne il programma: anzi, facesse pure di sua testa quel che
credesse meglio.

Il maestro comunale, Diodato Ciuffetti, rimuginando l'alfabeto,
pascolo abituale dei giovanissimi idioti ai quali impartiva la luce
dell'anima, ebbe un'idea originale, un concetto felice e
straordinario. Fece fare venticinque lampioni di carta oliata e di
forma ovoidale: ognuno dei quali con lettera trasparente: in tutto
venticinque lettere che, disposte abilmente su tre file, si
presentavano così:

                                VIVA
                              PROCOPIO
                           DE COLLEPRANIS.

E non basta. I lampioni, ogni tanto, avrebbero dovuto mutar posto con
precisione matematica, per comporre delle nuove scritte, in onore del
sindaco, degli anagrammi più o meno riusciti, come sarebbe questo:

                                VIVA
                           IL SINDACO EROE.

Fatti i lanternoni, il maestro riunì attorno a sè venticinque
analfabeti di buona volontà e li educò militarmente con la pazienza
d'un vecchio sergente istruttore che ha da insegnare a reclute di
montagna quale sia la man destra e quale la sinistra.

Il maestro Ciuffetti, venuto il gran giorno (era una domenica,
sull'avemaria) tenne i suoi militi sotto le armi per sei ore di
seguito, poi dichiarò al comitato ch'egli era pronto a scendere in
piazza.

Sull'imbrunire, si formò il corteo che dai casotti del dazio,
attraversando la via principale, si mosse lentamente verso la piazza
del municipio.

I lampioni, ordinati con cura dal maestro Ciuffetti, partirono insieme
come un lampione solo, facendo vedere sopra una linea le parole:

                    VIVA PROCOPIO DE COLLEPRANIS.

Ma, dopo cento passi, l'ondeggiamento irregolare della folla aveva già
sensibilmente alterato la situazione dei lampioni, senza contare che
un'R s'era fermata a un'osteria per berne un quintino, e tentava
inutilmente di raggiungere il suo posto già invaso da un'N.

Quando si fu vicini alla chiesa parrocchiale, il prevosto--nemico
politico del maestro--apparve, con un sorriso sarcastico, sulla
gradinata.

--Voglio che crepi di bile!--pensò il maestro, e volgendosi ai
lampionai gridò:

--Componete il primo anagramma.

La massa dei lampioni si scompose come i pezzi d'un caleidoscopio, poi
parve riordinarsi, ma la prima fila non mostrò che questa misteriosa,
indecifrabile parola:

                             PERACOLDENI

mentre, proprio nel passare davanti al prevosto, una seconda fila si
presentò con questa combinazione:

                           VIVA IL PORCOPIO

Il prevosto si ritirò, gridando al maestro:

--Canaglia! me la pagherà.

Diodato Ciuffetti ebbe un leggero brivido di paura, ma poi si strinse
nelle spalle e tirò innanzi, gridando ai lampionai:

--State attenti, somaracci infami! Adesso passiamo sotto la casa del
sindaco e, a un mio segnale, farete quel primo anagramma che non vi
riuscì: _Viva il sindaco eroe_.... avete capito? Attenti, che c'è
appunto la sua signora alla finestra.

E salutando ossequiosamente la moglie del sindaco, il maestro
Ciuffetti diede il segnale e tosto i lampioni si presentarono così

                                VIVA
                              LE CORNA
                           DEL CAPRO....SI

--Schifosi!--urlò il povero maestro, scagliandosi contro i lampioni e,
nel suo cieco furore, diede un pugno sugli occhi al D, uno schiaffo
per uno ai tre P e un calcio all'N, calcio che a dirittura sfondò
l'ANIS del nome sindacale.

Intanto, il corteo, tra bene e male, più male che bene, giungeva sulla
piazza del municipio; il maestro Ciuffetti si strappava i suddetti a
dozzine dalla testa, e si spolmonava gridando ai lampionai:

--Ma non vi ricordate quel che vi ho insegnato, brutti infami?

E poi, con voce carezzevole:

--Da bravi, figlioli miei, un po' di buona volontà! componetemi _Viva
il sindaco eroe!_ Non vedete che si arriva davanti al municipio? Noi
siamo disonorati!...

Tra i gemiti del maestro, i lampioni fecero una sosta, s'incrociarono,
si confusero, parvero riordinarsi e finalmente si formarono così:

                      CREPI IL RIO SCARPONE....

Il maestro Ciuffetti, con gli occhi fuori della testa, prende per le
orecchie il primo V che, trascinato dalla folla, gli capita tra le
mani e lo scaraventa contro un muricciolo. Proprio in quel momento,
ecco trafelato il presidente del _Club dei caciocavalli_, che strilla
al maestro:

--Presto! presto!... il cavaliere De Collepranis scende le scale del
municipio.... presto!

--_Viva il sindaco eroe!_ lampioni, riabilitatevi!

Il sindaco appare maestosamente sulla porta del municipio e i lampioni
si combinano così:

                                ARRIVA
                            IL VIL POPCONE

IL SINDACO (_cominciando il discorso_). Grazie, o fratelli....




Testolina sventata.


Il tramonto è soave: il mare è di un turchino intenso cupo, e il cielo
è d'oro: le torri della fortezza si profilano in grigio scuro
sull'orizzonte, che ha i riflessi dei grandi mosaici bisantini; sulla
rotonda del _Pirgo_ è un elegante ronzìo di signore che, nella
penombra crepuscolare, sgranocchiano amorucci, mode, piccole
maldicenze e scioccherie. I fredduristi, i manipolatori di _colmi_,
gli amatori di logogrifi passano da un gruppo all'altro, spacciando
come possono la chincaglieria dello spirito. Secondo l'indole, i
gusti, l'età, il temperamento o l'abitudine, si formano i piccoli
crocchi dell'intimità che negli stabilimenti dei bagni sono sempre
composti di quattro persone: la coppia balnearia è, invariabilmente,
una duplice coppia: si è in due soltanto a patto d'essere in quattro.

ESEMPI

(_non si citano che le categorie principali_).

_Gruppo di corte lecita con avviamento al matrimonio_: la
figlia--l'innamorato--la mamma--l'amico che fa discorrere la mamma.

_Gruppo eventuale, senza avviamento probabile allo stato civile_: la
figlia--l'amante--la mamma della suddetta--una vecchia signora che
distoglie l'attenzione della mamma e ne salva la dignità.

_Gruppo di famiglia_: la moglie e il marito--l'amico--il viceamico che
gioca a tarocchi col marito.

_Gruppo autorevole_; la moglie del prefetto--l'amico della moglie del
prefetto--il prefetto--l'amica del prefetto.

                  *       *       *       *       *

La coppia in quattro è, ripeto, inevitabile in uno stabilimento di
bagni: pure c'è, per il momento, una coppia in due, ma non si tratta
che di due dame e il caso è tanto raro quanto temporaneo.

La coppia è formata dalla contessa di Mallare e dalla marchesa di
Santelmo, due graziose donnine inseparabili, le quali, senza dirselo,
non aspettano altro che il momento di formare anche loro la famosa
coppia balneare in quattro, e intanto passeggiano su e giù a
braccetto, bisbigliando confidenze e sparlando, con garbo e spirito,
delle amiche intime.

Ma, ogni tanto, anche senza volerlo, gli occhi loro guardano verso
l'ingresso e le labbra vermiglie fanno qualche smorfiettina
d'impazienza. La contessa di Mallare non sa capire come il capitano
Trocchi di Costigliole ancora non sia venuto, mentre per solito a
quell'ora non manca mai; la marchesa Santelmo, a sua volta, domanda a
sè stessa dove diamine si sia cacciato il giovine baroncino di
Cherasco, e sente il cuore tenagliato da un'indistinta gelosia.

Ciascuna ha il suo pensiero fisso, ma si parla di tutt'altro e il
discorso corre lo stesso, tanto più che non ha soggetto determinato e
va a capriccio, come il volo delle farfalle.

La Santelmo, per dir qualche cosa, domanda alla contessa di Mallare:

--Che fa la Gabrielli? È tanto tempo che non l'ho vista.

--Che cosa vuoi che faccia? Fa.... paura.

--Come?... È tanto brutta?

--Bruttissima: quasi quanto la De Sottaz.

--Quale De Sottaz! io non la conosco.

--Come, non la conosci?

--Per niente.

--Ma che! tu la conosci benissimo. Non ti ricordi.... il male che ne
abbiam detto ieri?

                  *       *       *       *       *

Un giovanotto attraversa la sala da ballo, avviandosi verso la rotonda
e la contessa di Mallare dice, con accento maliziosetto:

--Ecco finalmente il di Cherasco!

La marchesa Santelmo trasalisce e guarda per poi soggiungere:

--No, non è lui.

--Però, guarda, come gli somiglia! non ti pare?

--Non mi pare: in ogni caso, non me ne rallegro con lui, perchè quel
povero baroncino ha una figura tutt'altro che simpatica.

--Ma che dici?

--E poi è così stupido, così noioso, così pretenzioso, Dio mio!

--Fai male, vedi, a dire di queste malignità.

--Ho detto di peggio iersera, nella sala, e c'erano più di venti
persone. Che me ne importa?

--Hai fatto anche peggio: non bisogna che il pubblico prenda parte a
questi malumori.

--E perchè?

--Perchè il pubblico, cara mia, fa un mondo di supposizioni perfide e
maligne sui rancori di due persone che si sono amate.

--Ma come! anche tu, come altra gente, credi che io sia stata l'amante
del di Cherasco?

--Sicuro!

--Ma questo è un abominio; questa è una calunnia! io ti posso provare
che non c'è niente di vero, che non c'è mai stata neppur l'ombra di
una relazione fra me e lui.

E qui la bella e stordita marchesa di Santelmo si mette a sciorinare,
dirò così, tutti i documenti umani secondo i quali resta assodata la
purità della sua condotta.

La contessa ascolta freddamente questa apologia con un sorrisetto di
scetticismo.

--Non sei dunque persuasa?--conchiude la marchesa.

--No: per niente.

--Ma in base a che ti ostini a credere ch'egli sia stato amante mio?

--In base a che?!...ma se, mia cara, sei proprio tu che me lo hai
detto!

--Davvero?

--Davvero.

--Guarda un po'! me n'ero scordata.




Alla ricerca dell'infelicità.


--È inutile! più mi ci provo, a farmi un po' di coraggio, e più sento
d'avere una paura maledetta di questa epidemia.

--Carissimo Macario!--soggiunse il dottore, alzando le spalle,--io
non so davvero che razza di consiglio darvi: siete troppo affezionato
alla vita, voi!... se non foste così fortunato, così felice, la morte,
vicina o lontana, non vi farebbe tanto spavento: credete a me.

--Dunque: contro la paura non c'è rimedio?

--Oh sì: ce ne sarebbe uno: ma non so se il rimedio sia preferibile
alla malattia.

--Dite pure: io non tremo, davanti alle medicine: la paura.... mi darà
un coraggio di leone. Che devo fare?

--Una cosa dolorosa, ma facilissima.

--Sentiamo.

--Procurarvi.... molta infelicità....

Macario Tuccimei fece un par d'occhi bovini e guardò fisso la faccia
pallida e canzonatrice del dottor Giulio Sottani, come per chiedere:

--Da burla o sul serio!

Il dottore sorrise e continuò, con la sua voce flemmatica:

--Siate molto infelice, Macario mio, se volete essere meno infelice di
quel che siete adesso. Quando vi sarete convinto che la vita è un
soffrire continuo, poco più vi premerà morire di colera o di
tubercolosi....

--E dite queste cose voi? un medico!

--Appunto. Più vado innanzi e più mi persuado che anche la vita è una
malattia. Forse è la sola da cui si possa guarire.... col tempo.

L'onesto Macario Tuccimei escì, pensoso, dalla casa del dottore.

--E se, poi, avesse ragione lui? pure è curiosa che un uomo, per
essere tranquillo, si deva procurare una certa dose d'infelicità!... e
se mi ci provassi?

L'eccellente Macario Tuccimei passò, mentalmente, in rassegna le fonti
principali della propria felicità: una salute di ferro, un solido
patrimonio, una moglie virtuosa e adorabile.

Mentre andava ruminando, fu fermato da suo cugino Augusto Marinelli,
libero ma ozioso cittadino, scioperato, pieno di debiti e di vizi.

--Senti, Macario mio: mi dovresti fare un gran favore: ho giocato e ho
perso sulla parola....

--Non mi parlare di queste faccende!

--Se non m'aiuti, parola, mi brucio le cervella.

Macario pensò:

--E se, per cominciare, buttassi via dei quattrini?

Poi, come uno che prenda una risoluzione, chiese al cugino:

--Meno ciarle: quanto t'abbisogna?

--Diecimila lire.

--Corbezzoli!

--Ma ti giuro che, dentro il mese, te le renderò.

Macario Tuccimei andò, col cugino, dal suo banchiere e gli fece
consegnare dieci biglietti da mille: poi, quando rimase solo, esclamò:

--È come se m'avesse strappato un pezzo di cuore. Quanto mi fa piacere
d'essere così scontento di quello che ho fatto!

Così, mentre adagino adagino tornava a casa, Macario s'abbandonava
alle più dolci riflessioni.

--Adesso dirò a Celestina che ho prestato diecimila lire ad Augusto, e
son sicuro che mi farà una scena terribile!--e si stropicciava le
mani:--sarà la prima volta, ma son certo che, appena lei lo sa, mi
carica di improperi. Ci tiene tanto al denaro!

Appena deposto il cappello e consegnato alla moglie il bastone di
bambù, Macario prese un aspetto contrito e cominciò:

--Sai, moglie mia: mezz'ora fa ho commesso una corbelleria tale....

E le raccontò il caso; poi, conchiuse:

--Sì: a quello scioperato d'Augusto, che non potrà restituirmele mai
più.

E abbassò il capo, aspettando la tempesta.

Celestina, invece, gli si buttò al collo, tutta intenerita:

--Che cuore che hai! dopo tutto, bisogna aiutarli, i propri
parenti!...

Il giorno appresso, Augusto Marinelli, con un dispaccio in mano, entrò
come una bomba in casa Tuccimei e gridò a Macario:

--È morto di colèra alla Spezia lo zio Luciano e m'ha lasciato
ventimila lire di rendita. Che fortuna! che fortuna!

Poi, correggendo:

--E che tremenda, irreparabile disgrazia!

Tre giorni dopo, Augusto restituiva le diecimila lire al cugino,
più--a titolo di regalo--due magnifici anelli di brillanti, che
facevano parte dell'asse ereditario.

--Scommetto,--pensava il povero Macario,--che, se butto in mare
centomila lire, il giorno dopo il cuoco me le riporta a casa dentro un
pesce. E sia! non ci pensiamo più....

Poi, guardando Celestina, che ricamava un orrendo paio di pantofole:

--E se mi procurassi delle infelicità coniugali? che idea!... Ma
intendiamoci! non già che lei.... io piuttosto potrei.... sicuro!
perchè no?...

Andò nello studio e, alterando un poco la calligrafia, fece una mezza
dozzina di lettere amorose dirette a sè medesimo, le firmò _Clorinda_
e le pose nella tasca interna del soprabito, che poi appese
all'attaccapanni.

Sulla fine del pranzo, disse a Celestina:

--Vedi un po' nella tasca interna del mio soprabito: ci devo avere dei
sigari.

--Dove sta?

--Sta appeso nello studio.

Celestina, premurosa, andò e tornò subito.

--Nella tasca interna, hai detto?

--Sì.

--Non c'è niente.

--Come: non c'è niente!

--Non ci hai che una quantità di carte.... mi son parse lettere....

--Spero che non le avrai lette?--gridò Macario, fingendo quasi
terrore.

--Ma ti pare!

La sera, Macario provò a lasciare quelle lettere sparse sul comò; ma
la mattina, Celestina stessa le radunò, guardandosi bene dall'aprirle,
ne fece un bel pacchetto, che legò con un nastrino, e lo presentò al
marito, dicendo:

--Hai scordato queste carte sul comò: ti servono o le devo riporre?

--Buttale magari via!--rispose Macario, profondamente
deluso.--Arriverò fino all'eroismo!--pensò il desolato
Tuccimei--esporrò Celestina alle seduzioni della colpa....
L'esperimento è doloroso, ma necessario!

Eh, a dirlo ci vuol poco! ma come si fa? non è mica facile fermare un
amico o il primo venuto per dirgli: mi farebbe il piacere di?...

Tra l'altro il salotto di casa Tuccimei era frequentato da pochissime
persone e tutta gente matura che aveva altro per la testa.

Mediante un processo d'eliminazione, Macario arrivò a conchiudere che,
tra tutti gli amici di casa, non ce n'era che uno solo capace di
rendergli quel servizio: vale a dire Cesare Marchini, non tanto bello,
poco spiritoso, ma non antipatico: oltre a ciò robusto e giovane
ancora, poichè non aveva, a sentir lui, che trentasei anni. Tuccimei
lo aveva conosciuto assai prima del matrimonio e tra di loro c'era
intimità. Quando Celestina entrò in casa Tuccimei, l'amico Cesare
Marchini fu, per così dire, il convitato abituale, ch'era a pranzo o a
cena un giorno sì e l'altro no, giocando poi a tarocchi con Macario e
tre volte la settimana facendo--gratuitamente, si capisce--lezione di
pianoforte a Celestina, che aveva pur troppo delle tendenze organiche
alle romanze per camera.

--Sicuro!--pensò il buon Tuccimei, a guisa di corollario:--se Cesare
si prestasse!... ma come faccio io a introdurli in.... questa corrente
d'idee? sono due anime così pure, così ingenue!

A ogni modo, volle tentare e fece del suo meglio. Certe volte, tra la
moglie e l'amico, faceva certi discorsi che pareva.... cerco un
paragone possibile!... pareva (l'ho trovato) un suocero intento a
gonfiare ben bene il suo futuro genero: quando, poi, si trovava solo
con Cesare, si lasciava andare a certe descrizioni curiose così da
rammentare quel re di Lidia che, a furia di vantare all'amico Gige le
belle qualità della consorte, si fece togliere la moglie, il trono e
la vita.

Ma Celestina era sempre la stessa donna insignificante e Cesare non
capiva niente.

A pranzo, faceva bere molto vino spumante a lei e a lui, poi li
lasciava soli, con un pretesto qualunque, dicendo magari che doveva
partire per un giorno o due: tornava invece d'improvviso dopo un par
d'orette, e li trovava seri, composti, accigliati, come sempre, seduti
davanti al pianoforte, con l'eterna romanza _Vorrei morir_ sopra il
leggìo.

--Dopo tutto--pensava--non sarò infelice, poichè Dio non vuole; ma è
una cosa che tocca proprio il core. Oh, la felicità, l'amicizia non
sono vane parole!

E abbracciava Celestina con tenerezza e stringeva caldamente la mano a
Cesare.

Una sera, nell'alzare la tenda per entrare nel salotto, Macario si
fermò.

Celestina stava sopra un sofà e Cesare ai suoi piedi....

Ridevano tutti e due, ridevano forte.

--Che fanno?--e Macario stette nella penombra ad osservare, poi rise
anche lui silenziosamente dentro di sè.

Cesare non faceva che allacciarle innocentemente il cappio delle
scarpine, che s'era snodato.

--Son due fanciulloni!--pensò Macario, dolcemente commosso:--ma,
adesso, voglio fare una bella burletta.

E inoltrandosi con passo tragico nel salotto, incrociò formidabilmente
le braccia sul petto e tuonò con voce stentorea:

--Ah! vi ho sorpreso, finalmente!

Cesare si alzò pallido, esterrefatto, e mormorò:

--Potresti uccidermi, lo so: ma non fare scandali.... sono ai tuoi
ordini!

--Come!?..

Macario sentì un tuffo al cervello, gli si annebbiarono gli occhi, gli
si piegarono le gambe e cadde sopra una sedia.

--E pensare che sono stato io! io!

Poi, a Celestina, che si nascondeva la faccia:

--No: la colpa è mia! non ho diritto di vendicarmi: non temere.... ma
voglio una confessione schietta, schietta. Da quanto è che?..

Celestina, singhiozzando:

--Da cinque anni.

--Da cinque anni??..

Il dottor Giulio Sottani incontrò Macario Tuccimei con la valigia,
alla stazione.

--Come va la vita, carissimo Macario?

--La vita?.. la vita è una malattia da cui si guarisce col tempo.

--Oh, diamine! e siete di partenza?

Macario, con voce sepolcrale, al bigliettaro:

--Un biglietto di prima classe.

Il bigliettaro, brusco brusco:

--Ma dove va?

--Vado all'inferno. Che ha da sapere, lei?




L'avaro fastoso.


Pochi hanno conosciuto il marchese Attilio Pancaro, pochissimi sanno
come egli fosse d'una fenomenale avarizia; e questo peccato capitale,
forse a lui trasmesso per atavismo, poichè suo nonno era un arpagone
di prima forza, era continuamente in conflitto con la sua educazione
di gentiluomo, col suo spirito di persona colta, coi suoi medesimi
istinti un tantino epicurei.

L'avarizia era per lui come un vizio segreto, e metteva ogni cura
possibile nel nasconderlo agli occhi della gente; solo i suoi intimi
ne sapevano qualcosa, o piuttosto indovinavano per via di certi
incidenti ch'erano come improvvisi sprazzi di luce sul carattere
singolare del marchese Attilio Pancaro.

Egli aveva trentamila lire di rendita e il suo patrimonio, quando
morì, era considerevolmente aumentato, poichè egli aveva trovato il
modo di vivere signorilmente, senza spendere neppure un quinto....
che dico!... neppure un ottavo delle sue rendite. La spesa maggiore
era quella del sarto, poichè amava di vestire con una certa eleganza,
ma pure in fatto di vestiario aveva pensato a risorse incredibili. Per
esempio, non si faceva mai fare un paio di scarpe, ma voleva invece
tre scarpe uguali, tutte a un piede e numerate coi numeri 1, 2 e 3 per
poi calzarle alternativamente in quest'ordine fisso:

_lunedì_:--n. 1 al piede destro--n. 2 al sinistro.

_martedì_:--n. 2 al piede sinistro--n. 3 al destro.

_mercoledì_:--n. 3 al piede destro--n. 1 al sinistro....

e via di questo passo, in modo che, per confessione sua, le tre scarpe
gli duravano, per lo meno, come due paia.

Portava sempre abiti di mezza stagione, uno tutto grigio e l'altro
tutto caffè scuro, che combinava in modo sapiente, come le scarpe,
allo scopo di far credere avesse un corredo di vestiario fornito
quanto quello d'un principe. Anche per le vesti aveva una specie di
programma di questo genere:

_lunedì_:--calzoni grigi--gilè e soprabito caffè.

_martedì_:--gilè e calzoni grigi--soprabito caffè.

_mercoledì_:.--calzoni caffè--gilè e soprabito grigi.

_giovedì_:--gilè e calzoni caffè--soprabito grigio.... ecc.

Era amico intimo di sei nobili famiglie, presso ciascuna delle quali,
commensale amabile e ricercato, godeva di un pranzo ebdomadario, così
che era provvisto per sei giorni; il settimo, che spesso era domenica,
pranzava in un'osteriaccia suburbana, ma prendeva il caffè nel primo
_restaurant_ della città.

Abitava in un quartiere elegante, che costava tremila lire d'affitto,
ma ne subaffittava due terzi per duemila seicento lire. Il figlio del
portiere, per dieci lire il mese, fingeva d'essere il suo domestico,
ma non poteva indossare la livrea che in caso di qualche visita, caso
del resto rarissimo, perchè il marchese passava fuori tutta la
giornata. Viveva da scapolo, ma era vedovo; la marchesa, una brava
figliuola, era morta dopo un anno di matrimonio e lui, bisogna dire la
verità, l'aveva pianta assai; ma, quando gli portarono la nota delle
spese per i funerali, che ascendevano a più di quattromila lire,
esclamò:

--Quattromila! quattromila!... perdinci: avrei preferito che non fosse
morta!--

                  *       *       *       *       *

Non c'era caso che gli venisse l'idea di dare un soldo a un povero;
pure, qualche volta, trovandosi insieme con persone di riguardo, se un
mendicante si accostava, era capace perfino di lasciar cadere nel
cappellaccio una moneta da due soldi. Ma con che strazio!

Un giorno, passeggiava con un amico intimo, quando al cantone d'una
via, una voce querula disse:

--Fate la carità al povero orbo.--

L'amico diede al cieco cinque o sei soldi; il marchese fece finta di
non darsene per inteso, tanto più che l'amico era una persona così di
confidenza, che non gli dava soggezione di sorta.

--Ma perchè,--. gli osservò l'amico,--non dài un soldino a quel povero
diavolo? un signore come te?

--Che vuoi,--rispose;--io seguo i precetti del Vangelo.

--Come?

--Già, non fare agli altri quel che non vorresti.... eccetera. Ora
siccome io non vorrei che nessuno mi facesse la limosina....--

                  *       *       *       *       *

Pure, come ho detto, davanti al pubblico amava passare per un uomo
piuttosto filantropico. Ricordo che, quando si fece la gran fiera
degli inondati del Veneto, il marchese passeggiava cautamente tra i
banchi, carico di oggettini, di ninnoli, che aveva portato da casa, ma
per fingere d'avere fatto di grandi acquisti: e con tutti quei curiosi
impiccetti tra le mani, si pavoneggiava, tra il professore Massei e
l'avvocato Bonfigli, il quale era appunto uno dei pochi che sapessero
dell'avarizia del marchese.

S'accosta la bella contessina Manayra, con un bussolotto e grida,
agitandolo:

--Per i poveri inondati!--

L'avvocato e il professore si mettono la mano in tasca e danno cinque
lire.

Il marchese, con meraviglia grande dell'avvocato Bonfigli, cava
solennemente il portafogli e getta nel bussolotto un biglietto da
dieci lire.

La contessina ringrazia e va via.

Fatti pochi passi, ecco la contessa madre, anche lei armata di
bussolotto....

--Per i poveri inondati.

--Ho già dato;--le risponde cortesemente il marchese.

--Non ho visto;--dice la contessa inchinandosi;--ma lo credo.

--E io--borbotta l'avvocato--ho visto.... ma non lo credo.--

La sera, facendo il resoconto cumulativo, si trovò un biglietto di
dieci lire falso.

                  *       *       *       *       *

Un anno prima della sua morte, toccò al marchese la disgrazia più
grossa che mai gli potesse capitare: l'arrivo, cioè, d'un suo lontano
parente, al quale naturalmente era costretto, diciam così, a far gli
onori di casa e il cicerone per la città. Non rimase con lui che tre
giorni, ma, come potete figurarvi, quello fu un triduo di torture
segrete e inenarrabili.

Col pretesto di "godere un po' di fresco e di verde"--era la metà del
maggio--il marchese portò il parente a desinare in una osteria
suburbana, ove, a parte i ragni, le mosche e le formiche che
infestavano pane e vino, si mangiava proprio in una maniera
detestabile.

Si mettono a tavola e viene servita una zuppa che non solo non ha il
sapore del brodo, ma neppure il colore a dirittura.

Il convitato ne ingoia due o tre cucchiaiate facendo le boccaccie, ma
il marchese si ostina a dirgli:

--Come ti pare questo brodo?

--Oh, eccellente!

--Non è vero che è buono assai? sentirai, adesso, il lesso!

Viene il lesso, non più grosso di un tappo di sughero, ma molto più
duro del medesimo.

--Adesso, faremo fare due buone costolette!

Tosto l'untuoso cameriere, in capo a cinque o sei minuti, serve in
tavola due pezzetti nauseabondi di cuoio carbonizzato.

Il povero convitato, internamente, moriva di fame e di rabbia.

--Caro mio!--gli dice, in ultimo, il marchese;--ti piace una bella
bistecca ai ferri, con patate; ma proprio una bistecca di filetto?

--Perdinci!--esclama il convitato, che sente rinascere la speranza;--è
la mia passione.

--Benissimo;--soggiunse freddamente il marchese;--tornando in città,
ti farò vedere un macellaio che vende il primo filetto dell'universo.
Non c'è che quello!




La tribuna della stampa.


Tanto era noiosa, quella seduta della Camera, che non ricordo più
affatto su che diavolo di soggetto l'onorevole Nervo infliggesse
all'umanità uno del suoi più splendidi discorsi.

Un giornalista solo, martire del dovere, faceva quattro righe di
resoconto, seminato di sbadigli eroici e di sbagli d'ortografia; gli
altri dormicchiavano, sdraiati alla meglio sui cuscini di cuoio.

In mezzo a quella monotonia, ecco, si spalanca l'uscio con una certa
solennità e appare la faccia onesta e sorridente dell'usciere Gaetano,
che precede un cosetto vestito di nero, una specie di Leopardi in
preparazione, un giovanottino un po' gobbo, paffutello e giallognolo,
con piccoli occhi e grandi occhiali, con due labbra infantili, senza
ombra di baffi, col mento rotondetto affondato in un solino
magistrale, corredato di enorme cravatta nera; soprabito di panno
abbottonato, stile del risorgimento nazionale: un tipo: un _nuovo_.

--Scusi,--dice con voce commossa all'usciere,--dove mi posso sedere?

--Si metta pure dove crede lei, chè tanto, a queste sedute, non viene
quasi nessuno.

--Grazie.

--Di niente, s'immagini.

Il neofita, con due orecchi rossi come due pomodori, guarda con la
coda dell'occhio a destra e a sinistra, e non vede che individui
sdraiati comodamente, i quali lo fissano con curiosità e con un fare
leggermente canzonatorio.

Dopo aver meditato a lungo e arrossito parecchie volte, finalmente si
decide e, a piccoli passi fatti con cautela straordinaria, quasi
camminasse sulle ova, si accosta al primo banco e siede vicino a me,
non prima d'avermi detto, con fare cerimonioso:

--Scusi tanto: posso sedere a questo posto?

--Se non hai male alle reni, si, figlio mio!--gli risponde con paterna
e incoraggiante bonomia.

Lui si rifà rosso, si mette a sedere e cava fuori un quinternino di
carta da lettere e un lapis Faber numero 2. Tanto per darsi un po' di
contegno guarda giù nell'aula, con occhi maravigliati, finge di
prendere qualche appuntino, poi mi domanda, con voce velata da un
leggero tremolìo:

--Perdoni, se la disturbo.... mi farebbe il favore di dirmi chi parla
in questo momento?

--Parla il compianto P. C. Boggio.

--Boggio!--esclama lui, esterrefatto;--ma non dicevano che è morto a
Lissa?

--Eh, caro mio, si diceva in provincia;--ma se tu badi ai discorsi
della gente!...

                  *       *       *       *       *

Il neofita fa sforzi enormi per capire almeno una frase dell'arringa
dell'on. Nervo, ma non c'è caso; alla fine, si rivolge nuovamente a
me:

--Dirà che sono seccante.... mi fa il piacere di dirmi il soggetto
della discussione?

--Ma tu chi sei?

--Sono Prospero Martucci, corrispondente della _Campana_ di
Valdinievole, organo del comizio agrario di Pescia....

--Non mi confondere la testa! è una campana o un organo?

--_Campana, Campana!_

--Ma tu fai il giornalista per campare, o semplicemente per
_campanare_?

--Ecco: io sono studente di liceo qui, a Roma; ma siccome mi diletto a
scrivere, mando una corrispondenza al mese alla _Campana_: il
direttore mi ha scritto di occuparmi anche di politica, e io le
confesserò schiettamente che non me ne intendo: vengo qui a
_formarmi_; intende? se lei fosse tanto buono....

--Non seccarmi l'anima con questo _lei_; alla tribuna della stampa,
per tua regola, non si usa che il _tu_.

--Sa; io non conosco nessuno....

--E io neppure: tutti questi colleghi che dormono, li vedo oggi per la
prima volta, poichè tutti i giorni qui si cambia personale. Del resto,
le conoscenze alla tribuna son presto fatte. Vieni abbasso, nel
salottino ove si fuma, e conoscerai subito una ventina di colleghi.

Lo presi per mano, lo trascinai nel salottino dove si faceva un
baccano d'inferno e, intimando silenzio, dissi:

--Signori: ho l'onore di presentarvi un chiarissimo nostro collega,
l'illustre scrittore... Scusa: come ti chiami?

--Prospero Martucci.

--Diciamo, dunque, Martucci, corrispondente della _Campana_ di
Valdinievole.

A queste parole, tutti gli si precipitano addosso, gli stringono le
mani fino a storpiarle, lo abbracciano, gli si appendono al collo, lo
baciano sugli occhiali, lo soffocano letteralmente di dimostrazioni
d'affetto, di tenerezze, l'assordano con un diluvio di esclamazioni di
questo genere:

--Ma dunque è proprio lei, Prospero Martucci?

--Così giovane e già così Martucci!

--Noi tutti non leggiamo altro che la _Campana_! è il nostro vangelo!

--Che splendido giornale! io sono così abbonato che non cesserò mai di
abbonarmi finchè non sarò abbo.... morto.

--Ma perchè.... perchè non fa cinque o sei _campane_ il giorno?

                  *       *       *       *       *

Il Martucci, intontito, baciucchiato, ballottato dall'uno all'altro,
con un sorriso idiota sulle labbra, risponde a monosillabi, mentre uno
gli strappa il cappello di mano, dicendogli:

--Dia qua: non stia con quell'impiccio tra le mani.

--Fa tanto caldo!--grida un altro:--si levi pure anche il soprabito.

E in tre o quattro lo sbottonano e lo mettono in maniche di camicia.

--Dica la verità: si sente meglio?

--S'accomodi.

--Facciamolo sedere.

--Dategli un seggiolone d'onore.

Due lo pigliano sotto le ascelle e lo buttano di peso sopra una
poltrona.

--Ma no, su quella!--grida un redattore della _Gazzetta ufficiale del
regno_;--è una poltrona che ha le molle rotte: fatelo sedere invece
sul sofà.

--Ma io garantisco che sto benissimo....

--Non fare complimenti, pagliaccio!

E lo ripigliano di peso, in due o tre, e lo gettano a sedere sul sofà.

--Non vedete, che resta tra due correnti d'aria? Starai meglio su
questa sediolina, invece, qui nel cantone.

--Ma no; prego.... su questo sofà si....

È inutile: vien tolto di peso dal sofà e portato sulla sediolina.

--Stai bene?

--Benone.

--Ma avrai un po' di freddo?

--Per niente.

--Ridategli il soprabito.

Gli rimettono, con premura, il soprabito alla rovescia e poi gli
domandano:

--Hai ancora freddo?

--No, davvero.

--Ma sì, che hai freddo! non vedete che ha già le scarpe violacee?...
bisogna mettergli un tappeto sui ginocchi.

E tosto metà della figura di Martucci sparisce sotto un tappeto, così
che, a una certa distanza pare un idolo egizio.

                  *       *       *       *       *

Succede un po' di calma relativa, in cui Martucci ci scambia ancora
qualche stretta di mano, balbettando:

--Ma loro mi confondono di cortesie, ma loro....

--Sta zitto;--interrompe il cronista della _Riforma_;--e invece di far
dei complimenti stupidi narra la tua biografia.

--Non saprei.

--Come!--esclama un redattore della _Tribuna_,--tu non hai una
biografia?

E tutti gli altri--sull'aria _Egli non ha parrucca bionda!_ della
_Figlia di M. Angot_--in coro:

                       _Egli non ha biografia!_

--Te ne faremo una!--ripiglia il redattore della _Tribuna_, e
volgendosi gravemente all'uditorio comincia:

--Signori! egli nacque da poveri ma onesti genitori e fin dalla più
tenera infanzia....

In quel punto, la voce dell'usciere Gaetano grida dall'alto della
scala:

--Signori: Nervo ha finito; parla Minghetti.

Tutti si precipitano alla tribuna e Prospero Martucci resta solo come
un cane, suda peggio di un facchino per liberarsi del tappeto e
finalmente sale alla tribuna anche lui e si trova tra il redattore
della _Tribuna_ e me.

Visto che io stavo scrivendo, si rivolge al collega della _Tribuna_ e
gli domanda:

--Chi parla, adesso?

--Lanza.

--Oh!... io lo credevo morto.

--È il fratello.

--Quale?

--Quello delle candele steariche.

--Ah, ho capito! e quel signore grasso e calvo che sta al banco dei
ministri chi è?--domanda, indicando l'onorevole Berti.

--Quello?... diavolo! quello è Brofferio.

--Scusi,--dice Martucci un po' risentito;--quanto a Brofferio, mi
ricordo perfettamente di avere letto che è morto tanti anni fa.

--Ma tu, caro mio, confondi con Guerrazzi.

--Domando scusa: mi ricordo bene; il morto è proprio Brofferio.

--Hai ragione, perbacco; sono io che confondo. Quel ministro calvo
allora è Guerrazzi.

--Ah, dicevo bene!

                  *       *       *       *       *

Verso la fine della seduta, il Martucci domanda al suo cicerone:

--Mi farebbe proprio un gran favore, se avesse la compiacenza di
mostrarmi il duca di Sandonato.

--Vedi quell'omino con la barbetta nera?--dice il cicerone,
indicando la figura sparuta dell'on. Barazzuoli, soprannominato
_Agonia_;--ebbene: quello è il duca di Sandonato.

--Davvero?!... e pensare che me l'avevano dipinto come un omaccione
cinque volte più grosso!

--Infatti, è appunto cinque volte più grosso; ma oggi quanti ne
abbiamo del mese?

--Quindici.

--Ah, ecco, si spiega! Nei giorni dispari, invece, è così.




Gigi Micocci.


Si stava nel caffè principale d'Albano, giocando al biliardo e facendo
dei _colmi_, tra tazze di birra e nugoli di mosche.

Gigi Micocci--un pittore che, a soli ventiquattr'anni, già è
celebre.... come giocatore di _carolina_--aveva strappato due volte il
panno e consumato, con incredibile cinismo, un _colmo_ di questo
genere:

--Il _colmo_ dell'umiliazione da infliggere a un giocatore di prima
forza?

Sgomento nell'uditorio.

Gigi Micocci, con sorriso idiota:

--Stracciargli il soprabito, per obbligarlo.... a farsi dare due
punti.

La notoria ferocia di Gigi Micocci, in fatto di freddure, è tale che
quanti discorrono con lui sono sempre in apprensione e cercano di
scoprire il doppio senso delle frasi, anche quando doppio senso
assolutamente non c'è.

Così, gli è accaduto un giorno di dire a un suo zio:

--Buongiorno, zio: come va la salute?

Lo zio rimase perplesso, mentalmente indagò quale freddura potesse
nascondersi sotto tali parole e, dopo una pausa, conchiuse crollando
la testa:

--Sarà bella, questa; ma io.... non la capisco.

--Ma non è freddura, caro zio! è la frase più semplice, più naturale
di questo mondo.

Il buon uomo aggrotta i sopraccigli, ripensa daccapo e.... crolla di
nuovo la testa, dicendo:

--È curiosa! non capisco neppure questa.

                  *       *       *       *       *

Gigi Micocci, sotto un urlo di esecrazione, dava il gesso alla stecca
e preparava un altro _colmo_ più scellerato ancora, quand'ecco entra
nel caffè il dottor Malachia Pelasquez e tutti gli corrono incontro,
gridandogli tra il serio e il faceto:

--I nostri mirallegro!... un mondo di complimenti! se lo meritava, un
uomo com'è lei.... davvero, davvero!

--Ma che gli è successo?--domanda Gigi Micocci.

--Non sai? lo hanno nominato commendatore.

--Oh, diavolo!

--Già, già!--dice il dottore, facendosi avanti e barattando strette di
mano;--ho avuto la notizia proprio adesso.

--Come, adesso?--domanda Micocci.

--Appunto: discendevo dalla diligenza di porto d'Anzio, quando mi è
venuto incontro il mio fattore, con la _Gazzetta ufficiale_....

--Allora, permetta!... mi rallegro tanto tanto anch'io: è un
bell'onore!

--Sì.... sì.... ma, pure, mi ha fatto specie una cosa: nella lista
dei nuovi commendatori, non ho visto che tre soli casati di gente
nobile: il duca Sarteschi, il conte di Melissano e me.

--Voi?

--Io, sì!... ignorate dunque che io discendo, nientemeno, dai principi
di Castiglia?

--Ma, allora, perchè un momento fa avete detto che discendevate....
dalla diligenza di porto d'Anzio?




Ninì.


Tranne il dormire, facevano tutto in comune. Parlo di due vecchi
procuratori--Lucio Paglia e Alfonso Errera--i quali avevano saputo
mettere da parte un bel po' di quattrini, tanto da godersi, nella pace
beata dell'ozio, il resto della loro esistenza. Come avevano lavorato
assieme per tanti anni, nello stesso studio, così adesso passeggiavano
insieme, insieme leggevano, fumavano insieme, mangiavano insieme,
insieme bevevano.... Anzi, bevevano fin troppo e si può dire che sei
giorni della settimana si alzavano brilli da tavola; allora, gai e
ciarlieri, accendevano i sigari e andavano a fare una passeggiata sul
Corso. Era, per solito, in quell'oretta gioconda, che nel cervello di
Alfonso Errera pullulavano bizzarrie originali, che tosto metteva in
esecuzione, senza che il compagno gli si opponesse mai. Anzi,
diventava il suo compare, il suo complice.

                  *       *       *       *       *

Certe volte, entrava in tutti i negozi d'orologiaio per chiedere:

--Scusi: ce l'avrebbe una ventina d'ore pomeridiane, magari usate, ma
da spender poco?

Un'altra sera, con passo maestoso, s'introducevano in un caffè e, con
un mazzo di chiavine, battevano fortemente sopra una tavola. Un
cameriere accorreva di corsa e chiedeva a Lucio Paglia:

--Che cosa beve il signore?

--Io nulla.

E Alfonso Errera:

--A me pure: ma con acqua di Seltz.

                  *       *       *       *       *

Quando c'era molta gente e il tabaccaio era in gran faccende, l'Errera
entrava in bottega, guardava sul banco, nelle vetrine, dentro le
scatole magari e crollava la testa, ripetendo malinconicamente:

--Non ce n'ha!

E il Paglia stando sull'uscio:

--Ce n'ha?

--No: non ce n'ha.

Il tabaccaio, credendo cercassero qualche pipa di vera radica e
qualche pacco di sigarette estere, piantava lì ogni altro negozio,
esciva dal banco e chiedeva premurosamente all'Errera:

--Che cosa desidera?

--Eh, non ce ne avete!

--Dica: che cosa desidera?--insisteva il tabaccaio.

--Io niente: ma è quel mio amico là fuori che....

Il tabaccaio si dirigeva allora al Paglia:

--Il signore desiderava?...

--Ma se lui dice che non ce ne avete!

--Sentiamo che è, almeno, santo Dio!

--Ecco qua: mi si è rotto un bono da due lire e volevo un po' di
margine di francobolli per attaccarlo.

                  *       *       *       *       *

Spesso l'Errera si divertiva a contraffare lo scemo, l'idiota, che si
crede un bimbo di quattro o cinque anni.

Tutto dinoccolato e piagnucoloso, si avvicinava a qualche signore
dall'apparenza ingenua, gli si appendeva al braccio e, con voce rotta
dai singulti, cominciava a tartagliare:

--Ninì! Ninì bello! ha pe_d_duto sua mammà: _ci ci_, pe_d_duto
mammà!... tu tanto bono, a_tt_ompagna povero Ninì, _t_asetta bella di
mammà sua!

Quel povero signore, con occhi spaventati, guardava esterrefatto quel
bimbo barbuto di sessant'anni. Allora l'Errera pestava i piedi e si
avvicinava a Lucio Paglia per dire sottovoce all'incognito:

--Abbia pazienza! è un povero matto, che la sua famiglia lascia
vagabondare, perchè assolutamente innocuo. Veda un po': abbia la bontà
di ricondurlo a casa: abita a piazza di Spagna.... lo conoscon tutti.
E non lo contraddica mai; prego. Sa come sono, 'sti poveri scemi!

Preso da un senso di viva compassione, la vittima consentiva
pietosamente a fingersi la bambinaia dell'Errera e spingeva la bontà
fino a dirgli:

--Vieni, vieni, Ninuccio bello, che andiamo da mammina tua.

L'Errera si faceva trascinare, tutto pendoloni, poi si fermava,
inevitabilmente, davanti le vetrine di Cagiati e non c'era più verso
di smuoverlo:

--Voglio un pulcinella: _t_ompera un bel pulcinella a Ninì!

A scanso di piagnistei, il signore gli comperava un pulcinella da
venti soldi; poi l'Errera s'arrestava davanti a un pasticciere:

--Voglio una _t_aramella! Ninì vuole tante _t_aramelle! _T_ómpramene
tante tante!

E il signore comprava un'incartata di paste o di biscotti e l'offriva
al vecchio bambinone, che si metteva a piangere mugolando:

--Ninì tanta sete! voglio un _t_affè e latte!

E il paziente signore lo faceva entrare nel caffè più vicino; ma
proprio, quando erano in mezzo alla gente che li guardava, l'Errera si
portava le mani alla pancia, pestava i piedi e gridava:

--Ah, tanto male qui! non ne posso più! Ninì vuol fare la....




Il cordone sanitario.


Quando le dissero che la casa era cinta da un cordone militare, Amalia
fece una grossa risata, rovesciandosi come una matta sulla seggiola a
sdraio: non così Mario, la cui faccia s'abbuiò, come se un dispaccio
della borsa di Parigi gli avesse annunciato essere la rendita calata
di tre _punti_.

--Accidenti ai cordoni!--borbottò, buttando via, con aria di stizza,
la sigaretta.

--Ed io ci ho gusto, invece.

--Bel gusto! già, era meglio che non venissi, questa sera: qualche
cosa mi diceva che mi sarebbe successo un guaio.

--Ma sai, caro, che sei d'una sgarberia unica?

--Oh: non mi seccare!

--Quand'è così... ci ho gusto due volte. Domenica scorsa m'avevi
promesso di passar due giorni interi con me e invece poi, al solito,
ti sei squagliato. Vedi: è l'amore che si vendica.

--Chi sa in che impicci mi vado a trovare adesso!

--Sì, che ora c'è da spaccarsi la testa contro il muro. Affari non ne
hai....

--E che ne sai, te?

--Oh, bella! m'hai detto, sì o no, che in borsa non fai più nulla da
un mese in qua? Tua moglie è lontana...

--Ma che lontana! in Arenzano: non c'è che un'oretta di ferrovia.

--Insomma: a casa tua sei solo...

--Niente affatto, perchè c'è il servitore.

--È forse tuo zio, tuo suocero, tuo tutore? con cinque lire, dirà
quello che vorrai e ciao.

--Sta bene: ma mia moglie può tornare da un momento all'altro...
sabato sera m'aspetta.... tutti i giorni le devo mandare un dispaccio
sulla mia salute...

--Il cordone non t'impedisce mica di spedire quanti dispacci vuoi.

--Sì, ma io conosco bene Giacinta: se sabato sera non mi vede, sta pur
sicura che domenica mattina, alle sette e nove minuti, ecco che arriva
a Genova. Eh, la conosco, io.

--Anche a questo c'è rimedio: perchè non fingi una partenza
improvvisa? un viaggio?

--Ci avevo pensato: ma lei, se le dico che sono andato, mettiamo il
caso, a Milano, aspetterà i miei dispacci quotidiani da Milano;
capisci?

--Ma che sei diventato? un mammalucco? e ci vuol tanto a scrivere a un
amico a Milano che spedisca dispacci a nome tuo? non ce l'hai un amico
a Milano?

--Sicuro, che ce l'ho: per esempio.... il prefetto. Ma ti pare che mi
possa rivolgere a una persona così seria, per una faccenda di questo
genere? Ci sarebbe Augusto, ma....

--Chi? Augusto Tebaldi? benissimo: sarebbe quello che fa proprio al
caso nostro.

--Lo so: ma è un giovanotto sventato, capace di giocarmi un tiro.

--Ah, questo poi no: siete tanto amici!

--Tanto amici! tanto amici!--ciangottò Mario Ricciarelli, aggrottando
i sopraccigli:--l'amicizia non gli ha impedito di fare una gran corte
a Giacinta!

--Sul serio?

--Tanto sul serio che, confidenzialmente, l'ho pregato di sospendere
le sue visite troppo assidue.

--Ah, dunque sei geloso?

--Geloso, no, ma diavolo! appena lui sapeva che stavo fuori, taffete!
in casa mia. Capirai che...

--Capisco: quand'è così, pensa un po' te a qualcun altro.

--Eh, ci penso, sì: ma non trovo.

A furia di pensare, Mario Ricciarelli si convinse che non c'era da
scegliere e finì col mandare un telegramma all'amico Augusto, per
dirgli press'a poco così:--l'autorità, per misure igieniche, che il
diavolo se la pigli, mi ha sequestrato in casa d'Amalia; figurati un
po' se lo sapesse mia moglie! Tu solo puoi salvarmi, telegrafando a
Giacinta, in Arenzano e a nome mio, per dirle che sto presso di te un
po' di giorni per affari importantissimi: ogni mattina, poi, fino a
nuovo avviso, le manderai un dispaccio _sui generis_, sempre a nome
mio, per dirle che sto bene: apri pure i dispacci suoi che ti
arriveranno, sebbene diretti a me; inoltre, siccome sto sulle spine,
ti prego di ragguagliarmi di quanto può succedere, per mezzo sempre di
dispacci a questo indirizzo: _Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via
Minerva_. E non mi fare brutti scherzi, mi raccomando!

Poi, mandò un dispaccio alla moglie in Arenzano per annunciarle la sua
partenza improvvisa, e una lettera a Menico, il servitore, per dargli
le istruzioni necessarie, casomai.

Così aggiustate alla meglio le proprie faccende, Mario smise un po'
il broncio, e disse alla divina Amalia:

--Se, intanto, si cenasse?

Al tocco dopo la mezzanotte arrivò un dispaccio, in cui non si leggeva
altro che questo:

      _Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva, Genova._

      --BIRBONE!

                                                _Augusto Tebaldi._

Dopo tutto, Mario si rassegnò facilmente al suo destino. Giovane,
ricco, spensierato, quella quarantena, insieme con una donnina
adorabile, come la Trevisan, non era poi un supplizio tanto
spaventevole. Un demonio, quell'Amalia! Non la conoscete? Ma che:
l'avrete vista cento volte a spasso per via Roma, con l'ombrellino
giallognolo guernito in pizzo di Venezia, o nelle poltrone del
Politeama, sorridente sotto un gran cappellone d'una forma singolare,
che a lei sola sta bene tanto e non può essere portato che da lei.

Tutti dicono che Mario ci abbia speso di gran quattrini e sarà: è
giusto che egli faccia dimenticare l'avarizia del padre, che in mezzo
ai milioni è morto di miseria. E poi, Mario non è un minchione: sa
spendere e sa guadagnare, poichè, a sentire gli amici, nessuno ha come
lui un colpo d'occhio sicuro, nei giuochi di borsa.

Così ci avesse pure un po' più di esperienza nei giochi del
matrimonio! Invece, ha il torto di trascurare troppo la signora
Giacinta, sua moglie; una creatura che, se la vedeste, pare proprio
venuta

                Di cielo in terra a miracol mostrare.

Le male lingue dicono ch'è un po' civetta, ma quando s'ha un marito
scapato come il Ricciarelli, sfido!

Il domani, per tempo, la signora Giacinta, nel suo villino d'Arenzano,
ricevette questo dispaccio:

      _Giacinta Ricciarelli_

                                                     _Arenzano_.

      _--Sono arrivato ottima salute--Augusto fecemi accoglienza
      cordialissima.--Spero sbrigare affari prestissimo--mandami
      tue notizie._

                                                          MARIO.

La sera, Mario--o piuttosto Amalia per lui--non ricevette nessun
dispaccio dall'amico di Milano, Augusto Tebaldi.

--È strano--pensò.

Il dispaccio atteso arrivò invece la mattina appresso, in casa
Trevisan, ma non era precisamente quello che Mario aspettava, poichè,
non senza un brividìo per le vene, lesse quanto segue:

      _--Giacinta, impaurita inoltrarsi epidemia, ebbe idea
      recarsi teco Svizzera. Malgrado molti dispacci firmati nome
      tuo tentassi dissuaderla, ella venne Milano; trovasi
      attualmente in casa mia. Dissile tu eri andato Bologna
      affari urgenti; torneresti presto. Rispose aspetteratti.
      Come devo regolarmi? Telegrafa. O piuttosto: vieni appena
      puoi!_

                                                        AUGUSTO.

Non è possibile descrivere l'effetto psicologico prodotto nell'animo
di Mario da quelle due tremende parole: _Rispose aspetteratti_, quasi
eco crudele a quelle anteriori: _trovasi attualmente in casa mia!_

Amalia gli volgeva le spalle per sorridere con malignità; lui si
mordeva i baffi e, bestemmiando sottovoce, dava di gran pugni sulla
scrivania.

--Oh, questa è grossa! e come si fa, ora? potessi calarmi da una
finestra senza esser visto! ma chi è quel porco che ha inventato i
cordoni sanitari?

Telegrafare a quel galeotto d'Augusto? ma che cosa telegrafargli? che
il diavolo se lo porti via?

Amalia, tacita, sorrideva nella penombra del saloncino e Mario si
torceva furiosamente i baffi. Poi, preso il cappello, se lo ficcò in
testa e s'avviò verso l'uscio, borbottando:

--In qualche modo, perdinci, escirò.

Amalia lo lasciò andar via, senza dirgli nulla.

Mario scese le scale e sul portone si trovò davanti a due guardie
municipali sì, ma inesorabili.

--Arrivo un momento dal tabaccaio e torno.

--Ma lei scherza: non vede che c'è il cordone?

--E quanto durerà questo cordone maledetto?

--Non si riscaldi: pare che domani saranno messi tutti quanti in
libertà.

Mario risalì, sbuffando, le scale e rientrò nel saloncino d'Amalia,
buttandosi a sedere, con le gambe accavallate, in un cantone.

--Perchè,--gli disse Amalia con voce di flauto e leggero accento
canzonatorio--perchè non telegrafi a Tebaldi?

--Eh, non mi rompere l'anima anche te!

Dopo ventiquattr'ore d'angoscia, finalmente era libero! Il prefetto
aveva rintascato il suo cordone sanitario e i casigliani preparavano
un po' di luminaria per festeggiare il fausto avvenimento.

Mario corse a casa sua, diede dell'imbecille e dell'asino a Menico
senza un perchè, fece in fretta e in furia una valigietta e, col primo
treno, sebbene fosse _omnibus_, partì per Milano. Ne masticò della
bile, su quel convoglio! Quando, finalmente, arrivò in piazza
Beccaria, ove abitava quell'amico birbone, era verde a dirittura. Si
fermò mezzo minuto sul portone, quasi a riprendere fiato: poi, col
gesto di Cesare al Rubicone, salì le scale e bussò al terzo piano. Gli
aprì una cameriera belloccia, col naso in su.

--Chi cerca?

--Cerco... mia moglie.

--Ah, lei è dunque il signor... come si chiama... di Genova: è vero?

--Sì, son io.

--C'è una lettera per lei.

--Una lettera?

Mario rimase lì come la statua d'un viaggiatore con la valigia in
mano, mentre la cameriera, svelta svelta, spariva e tornava con una
busta verdognola. Mario, macchinalmente, la prese e guardò la
soprascritta.

      MARIO RICCIARELLI

                                                      _S. P. M._

Era il carattere d'Augusto.

L'infelice strappò l'involucro, coi sudori freddi e lesse:

      --_Tu m'hai messo in un pasticcio tale che non so come
      uscirne. Per aver detto a tua moglie che sei all'_Hôtel
      d'Italie, _ella ti ha mandato a Bologna tre dispacci, senza
      avere, naturalmente, risposta. Allora, ha voluto a ogni
      costo partire per Bologna, e io devo fare il sacrifizio
      d'accompagnarla, per impedire una tragedia. Vieni subito a
      Bologna. In qualche modo, vedremo di aggiustarla._

                                                        AUGUSTO.

La data era quella del giorno avanti.

--Sacr....

--Che ha? si sente male?

--Eh, ho.... un gran mal di testa!

--S'accomodi.

--Ma che accomodarmi! son già bello e accomodato....

E giù, senz'altro aspettare, giù a precipizio per le scale; un
_fiacre_ e via di corsa alla stazione.

Ecco Mario sul treno di Bologna: anche questa volta, naturalmente, un
treno _omnibus_, che non arrivava mai.... mai!

Dall'_omnibus_ ferroviario, lo sciagurato Ricciarelli salì su quello
dell'_Hôtel d'Italie_ e--non sapendo dominare le sue smanie--chiese
al conduttore:

--Scusate: c'è all'albergo un signore e una signora, così e così?

--Ah, lei è dunque il signor.... come si chiama?... vien da Genova,
lei?

--Sì, son io; ma quel signore e quella signora?

--Sono partiti questa mattina.

--Partiti!

--Ma hanno lasciata una lettera per lei.

Povero Mario! gli parve di sentire in sè, più che la collera, i
sintomi del colera fulminante.

L'_omnibus_ giunse all'_hôtel_ e il conduttore gridò al segretario:

--C'è qua quel signore....

Quel signore!

Il segretario accorse con una letterina, che Mario appena ebbe forza
di leggere:

      --_Ma che fai? dove sei? appena giunti a Bologna, mi misi
      d'accordo con l'albergatore, perchè dicesse che tu eri
      andato a Firenze per ventiquattr'ore. Non abbiamo passato
      che una notte a Bologna. Spirate le ventiquattr'ore,
      Giacinta volle partire per Firenze. Vieni, ci troverai
      alloggiati, all'_Hôtel Washington.

                                                        AUGUSTO.

--_Ci_ troverai!...

--Vuol riposare?--chiese cortesemente il segretario;--sono ancora
libere io camere dei suoi amici: il 14 e il 15. Quale desidera?

--I miei amici!--ripetè Mario, con voce sepolcrale:--no.... non sono
stanco e poi devo ripartire adesso, adesso: fate venire un legno.

Questa volta, lo sventurato Mario acchiappò il _diretto_ e giunse a
Firenze alle nove e venti di sera; alle dieci, le sue gambe, tremanti
sotto un corpo affranto, salivano le scale dell'_Hôtel Washington_.

Sul primo ripiano c'era Augusto con le braccia aperte: dalla
ringhiera, al secondo ripiano, si spenzolava Giacinta, che gridava con
tenerezza:

--Mario! Mariuccio!

Augusto abbracciò fortemente l'amico e gli bisbigliò all'orecchio:

--Bada: che lei crede che tu arrivi da Orvieto.

--Grazie!--mormorò Mario, coi denti stretti, e salì ancora.

Giacinta gli buttò le braccia al collo, baciucchiando quella faccia
smunta e intrisa di fuliggine.

--Cattivaccio!--gli disse, poi--ne ho passato delle inquietudini!...
se non era per Augusto che cercava distrarmi!... son finiti o no,
questi affari benedetti? Io, poi, t'ho da raccontare tante cose....

--Ah, sì?

--Quel che è successo, in questi giorni!... figurati che, quando siamo
arrivati a Bologna, ci hanno preso per marito e moglie....

--Ah, questa è graziosa tanto,--esclamò Mario, con un riso cadaverico.




Non si è mai abbastanza ignoranti.


Fra i cavalieri della corona d'Italia, Ignazio Cipicchia era il più
infelice di tutti, a causa del suo matrimonio con Felicetta Cobianchi,
per quanto lei, poveraccia, osservasse scrupolosamente i suoi doveri
di donna, di cittadina, di sposa e di futura madre di famiglia.

Il cavaliere Ignazio Cipicchia, deponendo le sue sofferenze morali nel
gilé d'un amico d'infanzia, gemeva con accento malinconico:

--Ho sposato un'oca, credi, una vera oca.... ma che dico? Le oche
hanno un'intelligenza qualsiasi, hanno perfino un posto nella
storia.... Felicetta, invece, non è nemmeno un'oca.... io non ho il
diritto di classificare questa santa donna in nessuna specie del regno
animale, nè tra i vertebrati, nè tra gl'invertebrati....

--Ma che fa, tutta la giornata, in casa? non fa niente? non sa far
nulla?

--Al contrario: purtroppo, ella sa far tutto: dalle calze allo
stufatino d'agnello, dai più ignobili lavori all'uncinetto fino ai
senapismi.... ma ella non sa dire quattro parole sopra un argomento
qualsiasi, che non abbia relazione colle faccende domestiche. Tutto
ciò che eleva lo spirito, per lei non esiste affatto. Vuoi escire? (le
ho detto ieri) andremo alla _Società orchestrale_. Sai che mi ha
risposto? (_contraffacendo la voce_): "Grazie! preferisco restare a
casa a far la pulizia delle camere". Si direbbe, quasi, che lo scopo
della sua esistenza, invece di uno scopo, non sia che una scopa....

--Ma, caro mio, dopo tutto, mi pare una buona moglie.

--Ecco, dove tu sbagli. Non è una moglie, quella è una serva, una
serva eccellente, una serva inarrivabile, ma infine una serva. Credevo
di sposare una signorina e invece ho sposato una cuoca. Invece di una
luna, m'è toccata, amico mio, una frittata di miele. Io avrei voluto
dare a Felicetta tutto il mio tesoro d'affetti; volevo aprirle il mio
cuore, e invece lei non sa aprire che la credenza. In casa mia c'è una
lindura, un ordine, atroci, detestabili. I pranzi sono regolati con
una spaventosa regolarità. Alle otto di sera Felicetta sbadiglia:
alle nove ha sonno: alle nove e un quarto dorme e russa. Ah, non ne
posso più!

--Perchè non la porti a teatro?

--Ci ho pensato: ma s'addormenta lo stesso, alla metà del prim'atto.
Non la posso neanche portare in società, perchè mi ci faccio rosso per
lei. Figurati: non sa dire altro che _come sta?... grazie,
altrettanto_.... Vedi? a certi momenti, preferirei quasi che non fosse
tanto virtuosa, ma un po' meno bestia, perdinci!

Questo intimo sfogo del cavaliere Ignazio Cipicchia, basta a spiegare,
se non a giustificare, l'entusiasmo con cui, una sera, in casa
Menichelli, fece conoscenza con la signora Eleonora Barbetti, vedova
del sempre compianto professore Lorenzo Barbetti, che in suo vivente
stampò dottissimi opuscoli, non conosciuti, come al solito, che in
Germania.

Dieci anni di convivenza matrimoniale erano stati sufficienti perchè
la signora Eleonora si conformasse a quella misteriosa e comune legge
psico-fisiologica, secondo la quale i coniugi finiscono a
rassomigliarsi, così nel morale come nel fisico. La signora Eleonora,
a trentaquattr'anni, riassumeva in sè la duplice personalità del
professore Barbetti e di sua moglie: ella era come un'incarnazione
buddistica del connubio Barbetti, col naso di Lorenzo, e la voce
argentina di Eleonora, coi bei denti bianchi d'Eleonora e le citazioni
classiche del professore defunto.

Appena avvenuta la presentazione nelle forme consuete, donna Eleonora
soggiunse:

--Cipicchia!... lo scultore?

--Nossignora: lo scultore è mio cugino.

--Allora: avvocato?

--Neppure: io non fo niente.

--Niente? male. Schiller, il grande Schiller, dice: L'ozio non è che
il disprezzo della vita.

Il cavalier Cipicchia rimase dolcemente atterrito, davanti a questo
miracolo di donna, che gli esplodeva freddamente una massima di
Schiller come se niente fosse, e pensò:

--Dio! che felicità passare la propria esistenza al fianco d'una
signora, una vera signora, che ha il grande Schiller sulla punta delle
dita! Felicetta al posto suo m'avrebbe detto: non fai niente? e perchè
non mi gratti un po' di formaggio?

Istintivamente il cavalier Cipicchia sentì nel cuore un misto
d'ammirazione e d'affetto per la vedova Barbetti, provò un senso acuto
di rispetto e di desiderio per quella donna così colta, e fece di
tutto, anche delle vigliaccherie, per discorrere tutta intera la
serata con lei....

Ah, era proprio una donna che comandava l'ammirazione.

A ogni momento, citava Seneca, Pascal, Leibnizio, Larochefoucauld,
Hegel, Rousseau, Schopenhauer....

Sì, o signori: persino Schopenhauer.

Tornando a casa, il cavalier Cipicchia, nello slacciarsi la cravatta,
guardò la paffuta Felicetta, che russava a bocca aperta, e mormorò con
accento di profonda commiserazione:

--Donna virtuosa ma inconsapevole, hai tu il più lontano sospetto che
l'umanità abbia avuto un filosofo che si chiama Schopenhauer?... oh,
anima confinata tra le matassine e la pignatta, tante cose non seppe
Pico della Mirandola, quante tu ne ignori e ne ignorerai!

Poi, si coricò anche lui, dormì e sognò che la signora Barbetti gli
traduceva e gli spiegava, una per una, le settantamila pelli di bue
dello _Zendavesta_.

Per quindici giorni di seguito, il cavaliere Cipicchia fece una corte
onesta sì, ma ostinata, implacabile, alla vedova Barbetti, che sera
per sera lo seppelliva sotto cumuli enormi d'erudizione
enciclopedica. A poco a poco, le relazioni divennero alquanto più
intime, sebbene sempre nei limiti della convenienza, e per un momento
parve che l'austera e dotta epidermide di donna Eleonora vibrasse di
oscillazioni simpatiche all'avvicinarsi del cavalier Cipicchia.
Occhiate languide, sorrisi, e piccole strette di mano s'intercalavano,
per così dire, nel testo delle disquisizioni scientifiche o
filosofiche di donna Eleonora: poichè Ignazio non era padrone di
metter bocca sopra una cosa, o un coso, o un caso qualunque, che lei
non avesse pronto il suo commento dottorale, d'un'erudizione
inesorabile.

Più che una donna, era una cattedra.

La cosa, anzi, prese tal piede, che il cavalier Cipicchia, nelle
espansioni versate nel solito gilé dell'amicizia, in capo a due
settimane ebbe a dire:

--È un portento, quella donna!... non ho mai sentito nulla che....
anzi, se proprio l'ho a dire, è persino troppo.

--Davvero?

--Ah sì, troppo!

Il grido partiva dal cuore, e Ignazio Cipicchia aveva ragione: per
quanto varia, l'erudizione di donna Eleonora diventava assolutamente
asfissiante.

In una bella giornata di maggio, la signora Eleonora vedova Barbetti,
piena di mellifluità sentimentale, invitò il cavaliere Cipicchia a un
pranzetto intimo e idiliaco, in una modesta palazzina ch'ella aveva in
affitto a Frascati.

Il cavaliere rimase quasi spaventato da questa audace partita di
piacere silvestre, ma in fin de' conti pensò:

--Le mie intenzioni sono pure: non si tratta che d'un amore
intellettuale: io sono un uomo serio: lei è una signora seria....
troppo seria.... troppo!

Così che, malgrado i perfidi lenocinii dell'ottobre e della campagna,
il cavalier Cipicchia si recò a Frascati con la coscienza tranquilla e
anche un pochino lusingato dal pensiero che forse un idilio platonico,
sotto le olmate laziali, avrebbe finalmente elevato quelle due anime
un tantino nell'azzurro, al disopra delle massime filosofiche e
dell'archeologia scientifica.

Quel giorno, c'era un po' di Catullo, un po' di Orazio, nel cavalier
Cipicchia.

Ma, tutto sommato, forse, un Orazio.... Fiacco.

Alle tre, giunse al villino Barbetti, con un caldo formidabile, sotto
il sole scottante, che lo faceva andare in acqua dal sudore. Donna
Eleonora, insieme con una sua cognatina, femmina magra, muta e
insignificante, lo accolse con un sorriso quasi angelico e fece
portare dei rinfreschi nel salotto, ch'era a pianterreno.

--Ah, qui si sta bene:--esclamò Ignazio, rifiatando e lasciandosi
cadere sopra un sofà,--carino tanto, questo salotto! anche il
pianoforte!

--Il pianoforte prima di tutto, poichè la musica è il più dolce
nutrimento dello spirito. La religione deve più a Sant'Ambrogio per i
canti sacri, che a San Paolo per le sue lettere. Il quartetto del
monaco Ubaldo, nel decimo secolo, è un'armonia di paradiso....

Ignazio si sentì piccino piccino, davanti a una signora che osava
rimontare al decimo secolo, e s'arrischiò a balbettare:

--Ah, è vero: la musica sacra: ho inteso, in San Pietro, la famosa
messa di Palestrina....

--È bella sì, ma omai un po' volgaruccia. Ha sentito mai la messa che
Guglielmo di Machault ha composto per la consacrazione di Carlo V?

--Io no.

--E io neppure: ma me la figuro. Mi parli dei canoni di Giovanni
Tinctor, di Giacomo Hobrecht; mi parli dei _mottetti_ del Deprés,
stampati a Venezia 1502, coi tipi d'Ottavio Petrucci: mi parli....

Il cavalier Cipicchia non parlò dei _mottetti_, ma tentò abilmente
sviare tanta onda musicale, guardando l'orologio a pendolo e dicendo:

--Perbacco! son già le tre e mezzo, non credevo: ma andrà bene
quell'orologio lì?

--Si figuri! è nientemeno che un orologio di Wagner, del celebre
Wagner, che non s'occupava che di grossa orologeria, ma poteva ben
competere coi Lepaute, coi Bréguet, coi Romilly, coi Rivaz, coi
Deturtre, eccetera, eccetera. Già, ho sempre avuto una passione per i
buoni orologi, non m'è riuscito di trovarne uno lavorato da Galilei,
ma mio nonno mi ha lasciato un orologio, fatto, nientemeno, da
Huyghens.

--Huyghens! nientemeno....--mormorò Ignazio, che sentiva questo nome
per la prima volta.

--Già: l'inventore della molla a spirale. Ne parla l'Hugenil
nell'_Horologium oscillatorium_, e anche il Thiout, nel suo _Trattato
d'orologeria_....

--Ah, sì: è verissimo.

Ignazio altro non disse per paura di compromettersi, e donna Eleonora
visto che la conversazione languiva, soggiunse:

--Qualche minuto ancora e andremo a tavola. Si sa: in campagna si
pranza di buon'ora. Vuole, intanto, fare un giretto in giardino?

--Ma si figuri! con tutto il piacere.

E dato il braccio a donna Eleonora, il cavalier Cipicchia si trovò, da
lei guidato, in un rettangolo di terreno, ornato di poche piante
intisichite che facevano rabbia, ma per compenso dovette sorbire tutta
una dissertazione sui giardini degli antichi greci e degli antichi
romani, con l'inevitabile citazione dei _giardini odoriferi_
d'Aristofane, e della lettera nella quale Plinio il giovane descrive
la sua villa sulle pendici toscane. Tutto un corso completo di _ars
topiaria_, con terribili divagazioni botaniche sulla famiglia delle
piante dicotiledoni e monopetali, e una menzione speciale del
_ligustrum japonicum_ e della _syringa vulgaris_ (fior di lilla) che
fu introdotta in Europa verso la metà del settecento.

Ah, quella donna era pratica di tutto, anche della _syringa vulgaris!_

Come Dio volle, si diede in tavola: e Ignazio ebbe un po' di respiro
fino al fritto. Ma una sua frase imprudente schiuse nel cervello di
donna Eleonora il rubinetto dell'erudizione gastronomica, e non uno
dei più valorosi mangioni, da Apicio a Brillat-Savarin, da Lucullo a
Gioacchino Rossini, fu risparmiato allo sbalordito cavalier Cipicchia.
Mancomale, verso le cinque venne il caffè.

--Delizioso!--egli disse,--mi ricorda il caffè veramente orientale che
si beve al _Florian_ di Venezia....

--Oh, può essere ben sicuro che le servo il frutto genuino della
_coffea arabica_: per questo lato, sento d'essere orientale anch'io e
professo una specie di culto per Soliman-Agà, che lo mise alla moda in
Parigi nel 1669. Del resto, oltre a una buona bevanda, io sono
convinta che il caffè è una vera medicina. Esso contiene dell'olio
volatile, dell'acido gallico, del tannino.... No: io non posso
adattarmi all'opinione di Hahnemann, che pretendeva scorgere a
dirittura un veleno nel caffè! e lei?

--Anch'io sono d'un parere contrario a quello di Hahnemann!--soggiunse
Ignazio; e si fermò, quasi per paura di essersi arrischiato fin
troppo.

Bevuto il caffè e dopo un lungo ragionamento sull'uso dei liquori
presso i diversi popoli d'Europa, donna Eleonora propose di giocare a
tarocchi.

--È un gioco prediletto alle genti italiane,--continuò Eleonora
rimescolando le carte,--e mi piace appunto per questo. Alcuni greci,
esuli da Costantinopoli, presa poi da Maometto II, fecero conoscere le
carte ai fiorentini e ai veneziani, e gli italiani introdussero il
gioco in Francia nel 1370. Carlo VI faceva alluminare stupendi mazzi
di tarocchi dal pittore Gringonneur....

La lezione fu lunga, poichè da Carlo VI si venne giù giù fino alla
riforma tentata da David nel ciclo rivoluzionario, e intanto il
cavalier Cipicchia, per dire la verità, sudava freddo. Quelle tre ore
consecutive d'erudizione implacabile cominciavano a produrre una
reazione completa nell'animo suo, e non fu senza un sospiro di
sollievo che udì donna Eleonora a dire:

--Ah, ora facciamo l'ultimo giro, chè a momenti è l'ora del treno.

L'ultimo giro fu ancora funestato da qualche reminiscenza dei giochi
fenicii e ateniesi; ma, finalmente il cavalier Cipicchia, gentilmente
accompagnato dalla vedova Barbetti e dalla cognatina, si avviò alla
stazione di Frascati e pregustò internamente la prossima ora della sua
liberazione.

--Creda pure--diceva, col suo biglietto di prima classe nel nastrino
del cappello--creda pure che in vita mia non ho mai passato una
giornata più incantevole di questa.... Ah! ecco la campana, che
annuncia la partenza del convoglio. Dunque, tante cose.... e
grazie.... grazie!

--Vogliamo accompagnarla fino al vagone.

--Oh, non permetterò....

Ma non ci fu verso, e prima che Ignazio potesse salire in un ammezzato
di prima classe, donna Eleonora esclamò:

--Pensare che la forza del vapore fu scoperta dal meccanico Antemio,
nel sesto secolo (ne parla lo storico bisantino Agatias) e che non
s'ebbe l'idea d'una locomotiva che sul finire del secolo nostro!...

E mentre il convoglio si metteva in moto, il cavalier Cipicchia udì
ancora confusamente questi nomi lanciati nell'aria:

--Papin.... Watt.... Robinson.... Stephenson....

Giunto a casa sua, Ignazio trovò Felicetta in cucina, e profondamente
commosso, l'abbracciò due o tre volte.

--Ti sei divertito?--le chiese lei, con la sua consueta espressione di
stupido candore.

--Non tanto, e tu che hai fatto?

--Una quantità di cose. Vieni a vedere quante cipolle ho comprato,
quasi per niente.

Il marito, trascinato da lei davanti a un centinaio di cipolle, si
sentì venire le lagrime agli occhi: e, intenerito, la baciò sulla
bocca dicendo:

--Tu almeno non mi dirai: la cipolla, presso gli antichi Egizii....




Il mistificatore.


Aveva un aspetto, per dir così, tondo, autorevole e venerando: Vestiva
un po' all'antica, come conviene a un uomo che ha passato la
cinquantina, ma non senza eleganza, sopratutto non senza un'estrema
pulizia. I suoi alti solini inamidati, che quasi gli segavano il collo
taurino, erano d'un candore così lustro che parevano di specchio.
Estate e inverno, portava tuba e soprabito _marron_ cupo: tuba grigia
l'estate, di feltro nero l'inverno. Si scopettava gli abiti da sè, più
volte il giorno, con una cura minuziosa addirittura incontentabile: il
suo vestiario, più che per l'uso, si logorava a furia di scopetta. Non
aveva che questa duplice manìa: scopettarsi gli abiti e mistificare la
gente. I suoi calzoni, d'una tinta chiara e immacolata, lasciavano
scorgere le calze di colore e facevano risaltare le scarpine di
coppale, ornate di un largo cappio di seta nera. Sulla sottoveste
brillava una catenina d'oro piccola e massiccia, da cui dondolava una
quantità di gingilli. Sull'addome prominente gli ciondolava un
_pince-nez_ legato in oro, di forma quasi goldoniana. Egli, inoltre,
portava sempre guanti scuri, in filo di Scozia, finissimi: poi, un
bastoncino di canna d'India, con pomo liscio d'acciaio. Un aspetto,
ripeto, autorevole tondo e venerando, tra il magistrato e il console
d'una potenza europea, tra il ricco mercante di granaglie e il
ricevitore delle gabelle, tra il banchiere ritirato dagli affari e il
proprietario di vasti latifondi a mezzadria. Tale era, in pubblico, il
signor Nicola Bonacci, che si godeva, in tranquillità solitaria, le
sue rendite modeste sì, ma per lui più che sufficienti.

Faceva la vita del vecchio scapolo, con ambizioni molto limitate, ma
in una continua e invidiabile serenità, contentandosi del sole e della
pioggia e ringraziando vivamente l'Eterno tutte le volte che riesciva
a mistificare il prossimo.

Per un pezzo, le sue persecuzioni furono dirette contro la categoria
dei portinai.

Entrava nel portone dei palazzi più aristocratici e, con fisonomia
sorridente, affabile, chiedeva al portinaio:

--Sta qua di casa il signor Geremia?

--Nossignore.

--Eppure!... non è questo il numero 43?

--Sissignore.

--Ma allora il signor Geremia sta proprio qua, al secondo piano!

--Le dico di no: al secondo piano, c'è il conte di Santafiora.

--Ma che conte di Santaflora! Vi dico che è Geremia. Non è un uomo
sulla quarantina?

--Nossignore; avrà forse trentadue anni.

--Appunto come dicevo io: trentadue anni. Allora, caro mio, è proprio
Geremia.

--Si figuri! sta qui da cinque anni.

--Cinque anni! non c'è più dubbio. Credete a me: egli è Geremia....
Figuratevi se non lo so!... l'ho visto uscire io di carcere cinque
anni fa.

La faccia del portinaio.

--A ogni modo,--proseguiva il Bonacci, imperturbabile,--non vorrei
fare equivoco. Informatevi un po' se sia veramente lui: Nicodemo
Geremia, condannato a sei anni, per falso in atto pubblico.... Domani,
ripasserò.

E usciva con passo veramente solenne.

                  *       *       *       *       *

Certe volte, per le strade più frequentate si avvicinava a un signore
d'apparenza ingenua, gli faceva tanto di cappello e gli diceva con
voce insinuante:

--Sarebbe tanto cortese da rendere un leggiero servizio a un
galantuomo?... a me?

Il signore, davanti a un signore d'aspetto così rispettabile,
s'affrettava a rispondere:

--Dica.... dica pure. Se è cosa ch'io possa fare!...

--S'imagini: è la cosa più semplice di questo mondo. Vede: ho due
fratelli che stanno in quella casa là, al primo piano.... e indicava
una casa qualunque, a preferenza un palazzo; poi soggiungeva:--In
questo momento, avrei bisogno urgente di parlare a mio fratello
minore: Peppino. Proprio urgenza, creda! Lei mi dirà: e perchè non
sale da suo fratello? Il perchè è semplicissimo. Sono in lite con
l'altro mio fratello: Gerolamo, e tutte le volte che mi vede cerca di
far parole, mentre io aborro i litigi, soprattutto fra parenti....

--Niente di più lodevole, di più onesto!

--Grazie. Ora, capisce, non vorrei incontrarmi per nulla con Gerolamo;
neppure vorrei ch'egli sapesse che cerco di Peppino. Lei, dunque,
dovrebbe farmi un piacere. Io resto abbasso, sul portone; lei sale,
bussa e domanda: C'è Peppino Bonaiuti?...

--Ho capito! lo fo chiamare e gli dico che lei è giù nel portone e
che....

--Ma mi raccomando! lo chiami da parte e gli parli sottovoce, chè non
senta il domestico; perchè la servitù è tutta per mio fratello
Gerolamo e non vorrei... mi capisce?

--Ho capito, ho capito!

--Bravo! le sarò tanto riconoscente.... Si ricorda? Peppino....

--.... Bonaiuti! oh, non mi sbaglio.

L'individuo entrava nel portone e cominciava a salire le scale; allora
Nicola Bonacci chiudeva con violenza il portone e s'appendeva
all'anello gridando:

--Aiuto! aiuto!

Accorrevano due o tre persone e qualche vicino s'affacciava alla
finestra.

--I ladri! un ladro!--gridava Nicola.

--Dove?

--Nelle scale.

--Bisogna chiamare le guardie!

--Chiamatele subito! oh, Dio, mi pare che dei ladri facciano forza dal
di dentro per aprire....

I cittadini zelanti s'affrettavano a prestare man forte a Nicola e
s'appendevano in cinque o sei all'anello, puntando i piedi contro lo
scalino e gli stipiti.

--Tenete forte,--diceva lui, allora--chè io corro in questura.

E via, di galoppo, svoltava subito per un vicoletto e andava in altro
punto della via per godersi la scenetta di lontano.

E la scenetta, come vi potete figurare, prendeva a poco a poco
proporzioni fenomenali.

Tutta la casa era in trambusto, mentre il disgraziato bussava
all'uscio d'un Peppino Bonaiuti imaginario. L'infelice, guardato con
diffidenza, veniva licenziato bruscamente da un servo che gli sbatteva
l'uscio in faccia. Allora, scendeva per uscire e trovava il portone
chiuso; si metteva per aprire e non poteva, mentre voci irate dal di
fuori strillavano:

--Forza! forza! che i ladri tentano di scappare!

Allora, giù per le scale una irruzione di servidorame armato d'arnesi
domestici; indi il portone si spalanca.... entrano guardie cumulative,
trovano un individuo _in attitudine sospetta_, il quale non può
giustificare la sua presenza in quel portone e.... prima che si
chiariscano bene le cose!...

                  *       *       *       *       *

Una domenica, d'accordo con un amico, Nicola va sul ponte di Carignano
e, dopo avere tracciato, sui muriccioli, una quantità di segni
cabalistici con un pezzo di gesso, svolge una lunga fettuccia rossa e
corre lungo il ponte, verso Sarzano, mentre l'amico, con l'altro capo
della fettuccia, corre verso la chiesa di Carignano. Intanto, i
curiosi cominciano a fermarsi.

--Che sarà?

--Uhm!

Nicola si ferma a un certo punto--dal quale non si vedeva più il suo
compagno, grazie alla linea spezzata del ponte--e comincia ad alzare
la fettuccia rossa, abbassarla, tirarla, allentarla, facendo col gesso
delle croci e dei numeri sulle selci e sul muro. Tosto, si forma
intorno a lui una straordinaria agglomerazione di curiosi.

--Che faranno?

--E chi ci capisce?

--Che vogliano, rifare il ponte per diritto?

--Ah! è probabile.

Ma Nicola zitto; soltanto, a ogni po' dava strappate alla fettuccina
con gesti di viva impazienza, borbottando:

--Ma che fa quell'altro? più su, più su!... non capisce niente!....
accid....

Poi, dà un'occhiata in giro, vede un signore attempato che guarda
tutto quell'armeggìo a bocca aperta e gli dice:

--Mi farebbe il favore di tenere un minuto questa fettuccia? il mio
compagno s'è sbagliato di posto e bisogna che vada io, se no!....

--Subito! ma si figuri!--e il signore attempato prende in mano la
fettuccina, tutto orgoglioso di prendere parte a quella inesplicabile
cerimonia dicendo:

--Devo tenerla alta o bassa?

--Alta! alta!

E Nicola attraversa rapidamente il ponte e scompare.

All'altro capo, l'amico aveva ripetuto la stessa identica scena con un
altro signore, così che due ignoti, senza saper che facessero,
restavano là, tra quei due circoli di curiosi e di sfaccendati:
restavano là col braccio teso, reggendo quella fettuccina rossa, con
una grande importanza....

Qualcuno chiedeva:

--Ma che fanno?

E loro, con supremazia e mistero:

--Son cose del governo!

                  *       *       *       *       *

Nicola, una sera, entra in uno di quei necessari e molto frequentati
stabilimenti, ove c'è una serie di porticine come negli stabilimenti
di bagni.

Nicola si pianta in mezzo della sala e con voce stentorea grida:

--In nome, della legge, fuori tutti!

Tosto s'ode un sordo rimescolìo dietro quelle porticine, si schiudono
e appaiono dei visi pallidi, inquieti....

Nicola passa davanti a ogni porticina e guarda una per una quelle
apparizioni spettrali, poi se ne va, dicendo con accento
autorevolissimo:

--Va bene, va bene! possono continuare!




La Marchesina Soprani.

(RICORDI D'UN ARTISTA.)


.... Dunque, come dicevo, in quell'epoca ero già un imbecille, eppure
non avevo che soli diciannove anni.

La mia faccia era una faccia come tante ce n'è: una faccia quasi senza
connotati. Segni indelebili, nessuno; tranne il vaccino, la cresima e
la patente d'asinità, debitamente autenticata, ogni tanto, dal mio
principale.

Il quale poi, per la clemenza di Dio, fingeva di essere un buon
pittore di soffitti, e non arrossiva di commettere certi affreschi
che, in tempi di minor tirannide, gli avrebbero anche fruttato la
galera.

Aveva assoldato due o tre imbrattamuri della mia forza e ci faceva
sgobbare come tanti negri, vituperando la nobiltà del nostro ingegno
con la miseria di tre lire al giorno.

Si dipingeva, allora, la palazzina del marchese Soprani. Voi la
conoscete, nevvero?... Una palazzina di alabastro, in fondo a un
prato, che mette voglia di ruzzolare sull'erba, fiancheggiata da
boschetti di cedri, d'araucarie, di palmizi, d'acacie, di magnolie e
di alberi del pepe, che, solo a guardarli, fanno sternutare ogni fedel
cristiano.

Il principale m'aveva affidato un fregio, che ricorreva torno torno ai
lacunari del saloncino. Dipingevo una collezione di puttini, così
paffuti e rosei, che facevano rabbia.

Era la mia specialità, quella dei puttini, e il principale lo sapeva.
Un amorino, condotto di mia mano, con rara diligenza, gli costava in
media non più di settantacinque centesimi. Ci era anche uno sparagno,
sulla dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.

Il marchese Soprani veniva, di quando in quando, a dare un'occhiata ai
lavori. Era un bel pezzo d'uomo alto e tarchiato, con due baffi grigi
e monumentali, appuntati alla soldatesca, e che disgraziatamente
avevano preceduto l'istituzione della guardia nazionale. Un vero
peccato!

Del resto, il marchese era tagliato alla buona. Aveva modi affabili,
non disgiunti dall'alterezza del gentiluomo e divideva onestamente il
suo tabacco tra il naso e lo sparato della camicia. Non di rado,
chiacchierava con noi altri, come un semplice mortale. Ma quel suo
fare di uomo alla mano, m'ingrulliva del tutto, mi scompigliava idee,
colori e pignattini.

Anche la signora marchesa faceva, bontà sua, qualche rara apparizione.
Immaginatevi una signora più lunga del vero, gialla, stecchita, sotto
un abito di raso nero, pieno di anfrattuosità e di singolari
dimenticanze.

A mo' di compenso, erano frequenti le visite della marchesina. La
marchesina! La marchesina!... un fiore di fanciulla, una figurina
svelta e leggiadra, un profilo ideale, due occhi birboni. Due occhi
grandi così.

Si chiamava.... oh, non lo crederete!... si chiamava Veronica.

La mamma, con pietosa finzione poetica, la chiamava abitualmente col
vezzeggiativo di Nanola.

La marchesina aveva un difetto: non era bionda. Difetto complicato
dalla circostanza aggravante che non era neanche bruna. In fatto di
capelli, non per colpa sua, era così così. Ma quanto al resto!...
fate un po' il piacere; vi dico che di quelle ragazze lì, con tutte le
vostre esposizioni di Parigi, non se ne fanno più.

Come mai, da una ceppata così arrangolata come la marchesa, fosse
sbucciato un pollone tanto gentile come Nanola, che non somigliava al
babbo nè alla mamma, è uno di quei problemi di logismografia, che la
religione ammira, ma non analizza. Io non son qui per calunniare!

La marchesina era un occhio di sole e questo è positivo.

Entrava nel saloncino, con tutta disinvoltura, andava alla finestra,
guardava nel giardino, cinguettava qualche cosa, e poi si metteva a
sedere, con seducente languore, sopra una poltroncina, fingendo
dedicarsi a un lavoro all'uncinetto.

I miei puttini, frattanto, crescevano su proprio per amor di Dio, come
vitelli allevati a minuzzoli di pane. Le mie facoltà intellettuali
erano tutte assorte nella contemplazione della marchesina. Tanto è
vero che il principale in breve si accorse che gli amorini venivano a
costare due lire l'uno e perfino due lire e venticinque. Cosa
naturalissima: l'amore in rialzo.

Il principale mi voleva un gran bene, ma ci teneva assai a non
aumentare i prezzi di fabbrica. Messo in sull'avviso, mi sottopose a
una muta sorveglianza, che in quei tempi non offendeva ancora la
dignità di un libero cittadino. Ma l'occhio del padrone non ingrassò i
miei puttini.

L'effetto del sotto in su è noto da secoli parecchi; ma non potete
ideare l'effetto strano che produce una bella creatura, vista dal
sopra in giù. La teoria degli scorci ha, sotto questo punto di vista,
una grave lacuna.

E lei, la marchesina, s'era accorta della mia sordomuta ammirazione?

Bontà divina! chi è quella figlia d'Eva che non se ne avveda subito?

Le nostre occhiate s'incrociavano spesso, si chiappavano a volo, come
i lepidotteri, e allora, mentre la marchesina abbassava le ciglia sul
filondente, io, tutto rimminchionito, succhiavo il pennello, come si
succhierebbe un bastoncino di cioccolatte.

E gli amorini salivano a lire 2,65 l'uno, come in tempi di assoluta
carestia.

La sera d'un sabato, il principale, afflitto da un catarro che non mi
prometteva niente di buono, mi diede la paga. Porgendomi le diciotto
lire, che compendiavano i bisogni della vita, il brav'uomo mi disse
con aria paterna:

--Caro mio, ce la dobbiamo discorrere un pochino.

Le mie gambe provarono un rilassamento molecolare, mentre il cuore si
faceva piccino piccino.

--Che stupido!--fece il principale, con accento bonario, nello
scorgere il mio imbarazzo.--Ma va via: non farmi quella faccia lì. O
che c'è forse qualche cosa di male? sei o non sei un artista? che cosa
diavolo sei? ma che ti pare che ci sia da vergognarsi? che razza di
uomo! Ebbene, signor sì, tu ami la marchesina.

--Io?

--Sì, tu; o chi dunque? Io forse? Capisci bene che le son cose da non
potersi nascondere. Gli è come una flussione di denti. Ho visto tutto,
ho visto.

--Ma vi giuro.... parola d'onore....

--Ma che parola d'Egitto! Quando ti dico che ho visto! O vieni un po'
qui e ragiona: che male c'è? L'artista, mio caro, può pretendere alla
mano d'una regina. Michelangelo non ha forse sposato la principessa
Buonarroti?

--Questo è vero!--risposi con maravigliosa sfrontatezza.

--O dunque?

--Ma io....

--Ma tu non sei che un ragazzo. Lascia fare a me. La marchesina è
pazza per te!

--Oh questo poi!

--È pazza, ti dico. Capisco io il valore di certe occhiate. Lascia
fare a me, ti ripeto. Sono intimo del marchese e se a te manca il
coraggio, domanderò io la mano della marchesina.

--Ah questo no, principale, per amor di Dio!

--Va là! Dà retta a me; tu non t'impicciare di nulla. Parlerò io al
marchese. Anzi, vedi, voglio andar subito da lui. Chi s'addormenta su
certe cose, resta con un pugno di mosche. Il marchese lo conosco come
il palmo della mano; oggi appunto è d'un umore eccellente.

--Sentite, principale!--gridai con voce straziante, afferrandolo per
una manica;--oggi poi no!... davvero....

--Lasciami fare, lasciami fare. Sento che ho vocazione per queste
cose. Tutto sta nel saper cogliere il momento, e il momento è questo.
Tu resta qui, e a momenti sarai l'uomo più felice della
terra!--e, così dicendo, liberatosi con una strappata, si slanciò
nell'appartamento del marchese Soprani.

Dipingervi l'orgasmo dell'animo mio sarebbe cosa impossibile. Rimasi
lì, come Tenete, senza conoscenza del mondo e delle sue pompe. Le
visioni più bizzarre mi s'affollarono al cervello. Vedevo un centinaio
di Veroniche, un centinaio di marchese, un centinaio di marchesi che
ballavano la sarabanda, un'insalata di Nanole, una frittata di
principali, e poi una folla di fantasmi neri che sembravano uscieri o
mignatte, e pignattini colmi di marenghi, e sfingi alate che andavano
a passeggio coll'ombrello sotto il braccio, e gentiluomini tutti
coperti d'oro, e scope, e amorini, e pantofole ricamate, e lumini da
notte, e chitarre che piangevano, e perfino una resta di cipolle che,
senza dir nulla si trasformava in tanti abatini bigi, colla testa di
malachite e le fibbie d'argento. Ero scemo.

L'aria si abbrunava, e a poco a poco mi trovai nella più fitta
oscurità. Mi sembrò, in allora, d'essere morto di meningite e di
sorridere al maestro Rossini, che mi chiedeva gentilmente il permesso
di scrivermi una _messa di requiem_. A un tratto parve per la stanza
un brulicame di domestici in livrea che portavano in giro, su vassoi
d'argento, i miei amorini paffuti, con tanto d'etichetta sulla pancia,
che diceva: _Lire 50 l'uno_.

Ripiombavo di poi nelle tenebre, e agli sprazzi d'un lucignolo fumoso,
il fantasma di mia nonna (non mi vergogno a dirlo) mi correggeva
dolcemente, come a quei tempi felici in cui la sede dell'intelligenza
nei ragazzi era a un livello alquanto più basso del midollo spinale.

Come Dio volle, un uscio si schiuse e un fiotto di luce balenò nella
stanza. Era lui; era il principale.

--Vieni! vieni!--mi bisbigliò con voce soffocata dall'emozione;--il
marchese acconsente.... anzi, n'è felicissimo. Ma vieni, dunque! e mi
prese per mano.

Cari miei! se non mi venne un accidente, in quel punto, tutto il
merito è del mio angelo custode.

Barcollando mi lasciai trascinare alla presenza del marchese Soprani,
che stava seduto nel gabinetto da lavoro, sopra un seggiolone
patriarcale, fasciato di cuoio giallo.

I suoi baffi grigi mi parevano cresciuti d'una spanna; ma la sua
faccia era gioviale come quella del buon padre Abramo. Mi sembrava
persino che i suoi occhi fossero umidi di qualche cosa.

Figuratevi un uomo tratto al supplizio, mentre, per suo gusto,
preferirebbe una gita sul tramvai; tale ero io, in quel momento
supremo della vita.

Al mio apparire, il marchese si alzò e mi corse incontro, stendendomi
affettuosamente le mani. Non osavo credere ai miei occhi. Il sangue
m'affluiva alla testa, le tempie scottavano, uno sbarbaglio di fuochi
artificiali m'offendeva la vista. Il principale sorrideva con
tenerezza paterna e materna.

Ma, insomma--disse il marchese, scuotendomi la destra--ma, insomma,
non c'è niente da vergognarsi!... Chè, anzi, io v'ammiro e vi stimo,
come si deve stimare l'ingegno e l'onestà. Il principale m'ha detto
tutto.

--Creda, illustrissimo signor marchese....

--Oh, sì! capisco benissimo la vostra confusione. Ma non c'era da far
misteri. Si tratta di faccende intime, e quindi si spiega la generosa
riluttanza d'un animo d'artista. Ma, del resto, potevate anche
rivolgervi a me direttamente, chè, figuratevi!... Io amo tanto i
giovani d'ingegno!... E voi, tra gli altri, siete simpatico a tutti
noi.

--Oh, signor marchese....

--Ma sì, ma sì!... ve lo dico schiettamente; il vostro torto è quello
di non esservi confidato prima d'ora, al vostro principale. La vostra
condizione finanziaria non è a livello della mia, si sa, ma credete
forse che il genio sia impotente a colmare molte lacune?

--Io sono veramente confuso.... Non mi aspettavo.... E poi, capisce
bene....

--Sì, sì; capisco perfettamente!... Sempre un po' orgogliosetti,
questi artisti, e sta bene. Che bravo figliuolo! Permettete....--e
così dicendo, scosse il campanello.

Un servitore accorse alla chiamata e sparì quasi subito, dopo che il
marchese gli ebbe bisbigliato non so che cosa nell'orecchio.

In quel mentre, la marchesina Nanola fece una gaia irruzione nel
gabinetto, correndo a dare un bacio a papà. Capii subito che
quell'uscita era fatta con malizia e divorai, con uno sguardo di
profonda riconoscenza, quella fanciulla che stava per diventare la mia
fidanzata. Il principale ammiccò degli occhi, con un sorriso paterno,
materno e celestiale.

Il marchese strinse la figlia tra le braccia, le appiccicò un bel
bacione sulle guance, e le disse, con finta severità, piena di
sottintesi:

--Signorina bella! noi, si parla d'affari e la mamma vi aspetta!

La marchesina diventò rossa rossa, come una fragola, susurrò qualche
parola, fece un inchino spigliato, e con passo di lodola sparì dal
gabinetto. Ma nel passarmi rasente, mi gettò una guardatina di sbieco,
che m'andò dritta al core, come una stoccata.

Non m'ero per anco riavuto dallo stordimento di quell'occhiata,
allorchè rientrò il servitore, portando un involto voluminoso, che
consegnò al padrone.

Il marchese, sempre affabile e sorridente, sotto i baffoni grigi, mi
venne incontro, mi pose l'involto tra le mani e mi disse:

--Per ora non c'è che questo, giovanotto. Tra poco, ce ne avrò anche
delle migliori. Addio, ragazzo bello! Venite--soggiunse, rivolgendosi
al principale;--andiamo a fare i conti.

E uscirono dal gabinetto.

Io spiegazzai, con atto convulso, i giornali che costituivano
l'involucro, e con un batticuore inesplicabile, apersi il pacco
misterioso.

C'erano tre paia di scarpe usate!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il principale aveva pregato il marchese di regalarmi le sue scarpe
smesse, dicendogli che io non riuscivo a introdurre la spesa della
calzatura nel mio _budget_ particolare.

Da quel giorno in poi, il listino della Borsa segnò gli amorini a
settantacinque centesimi cadauno. C'era anche uno sparagno, sulla
dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.




I drammi del mare.


Tutto era pronto a Grotticella per degnamente accogliere la colonia
estiva. Non mancava più che non una cosa soltanto: la colonia.

Ma la colonia dei bagnanti non poteva mancare: basti, dire che
l'albergatore all'insegna del _Cervo d'oro_ avea inserito persino un
pomposo annuncio sulla quarta pagina del _Calopinace_, annunzio che
terminava con una frase nuova e destinata a produrre sensazione
profonda:

--_Il servizio inappuntabile e la modicità nei prezzi fanno sperare al
sottoscritto un numeroso concorso._

Il sindaco di Grotticella, stornando parte dei fondi destinati
all'istruzione pubblica s'era deciso a vestire in tela di Russia le
guardie, i concertisti municipali e finalmente anche l'unico
accalappiacani, affinchè--diceva il sindaco--facesse bella simmetria,
non si sa bene a che.

Il _Circolo marittimo_--volgarmente detto _Società dei sigari
scelti_--nel quale si riuniva, in quotidiano idiotismo, l'elemento più
giovane e cospicuo di Grotticella, dopo discussioni turbolenti in
assemblea generale, aveva deliberato di cambiare il titolo in quello
esotico e pomposo di _Club International_, in omaggio ai forastieri
che sarebbero venuti dalle quattro parti del mondo, specialmente in
occasione delle feste di Sant'Elmo, che duravano tre giorni, con messa
cantata, corsa nei sacchi e fuochi artificiali appositamente
manifatturati dal famoso pirotecnico Gerolamo Forcella, premiato con
menzione onorevole al concorso di Poggibonsi.

Sulla spiaggia incantevole, lungo la dolce insenatura di rena
finissima e morbida, sorgevano due dozzine di baracche in tela gialla
a liste turchine, allo scopo di rappresentare l'illusione di uno
stabilimento di bagni. Le baracche erano sorte per iniziativa
municipale e per sottoscrizione pubblica: inaugurate come un
monumento, al suono dell'inno reale e con un discorso del primo
magistrato che conchiuse tra i più vivi applausi:

--E così, in questo giorno solenne, o padiglioni balnearii, a cui è
legato il prospero avvenire della nostra città, vi dichiaro
ufficialmente inaugurati e, a nome dell'intera cittadinanza, vi
stringo fraternamente la mano e vi dò l'estremo saluto, in attesa di
tempi migliori.

Ma i tempi migliori si facevano attendere un po' al di là del confine
permesso alla gente per bene. Il mese di luglio era quasi per finire e
l'albergatore del _Cervo d'oro_, il quale s'era arrischiato
all'impresa con capitali molto meschini, si sentì alla vigilia del
fallimento. E le minaccie del fornitore dei mobili presto si
tradussero in atto. Un giorno il giovane Eligio Nasica, vicepresidente
dei _sigari scelti_, andò al _Cervo d'oro_, più per incoraggiare
l'industria paesana che per far colazione, e chiese a quell'unico
cameriere cui era commesso il _servizio inappuntabile_:

--Avete dell'aragosta?

--No.

--Del rosbiffe?

--No.

--Del caciocavallo almeno?

--Neppure.

--Ma allora che roba avete?

--Abbiamo.... due uscieri che mettono i sigilli.

E precisamente in quel giorno, per amarissima ironia della fatalità,
giunse a Grotticella il primo bagnante.

Era un uomo alto, robusto, miope, vestito con una certa eleganza
vistosa, con una spilla di diamanti sulla cravatta, con una grossa
catena d'oro, che gli ciondolava sulla sottoveste, e con bottoni
enormi d'oro massiccio, foggiati a ferro di cavallo, sui manichini
della camicia. Il suo bagaglio era composto di ben sei casse, tutte
borchiate d'ottone, di forma alquanto singolare e chiuse con lusso
straordinario di complicati congegni. Tal che, per cura
dell'albergatore del _Cervo d'oro_, si sparse la voce essere il
bagnante un principe indiano che tornava dal giubileo della regina
Vittoria e che quelle sei casse erano certamente il suo seguito.

La voce in breve prese tale consistenza, fu talmente accreditata in
Grotticella, che bastò a sospendere persino l'applicazione dei sigilli
e indusse i membri della _Società dei sigari scelti_ a deliberare
d'urgenza una festa da ballo in onore della "colonia forastiera".

Ma il bagnante, nella sua sincerità, si affrettò a distruggere le
illusioni dell'albergatore declinando le proprie generalità: _Enrico
Bertelli, commesso viaggiatore_ in _bigiotterie_ reduce da Milano,
diretto a Napoli.

--Si fermerà molti giorni?

--Dipende: se riescirò a far qualche cosa!....

--Creda alla mia esperienza! in questa settimana, non c'è nulla da
concludere: ma tra dieci giorni, non si saprà più, a Grotticella, dove
alloggiare i forastieri, tanti ne verranno, e allora lei farà Indie.
Intanto, qui lei starà come un principe. Con quattro lire al giorno,
lei è spesato di tutto, comprese le mancie. Senza contare che lei può
fare il suo bravo bagno di mare. Abbiamo uno stabilimento che non ne
trova un compagno neppure a Livorno!

I patti economici, l'idea del bagno di mare, sedussero talmente Enrico
Bertelli, che l'albergatore del _Cervo d'oro_, giusto premio ai suoi
eloquenti lenocinii, vide il commesso viaggiatore di _bigiotterie_
trasformarsi in un vero e proprio bagnante. Le persone cospicue di
Grotticella serbarono cautamente il silenzio sulla professione del
nuovo arrivato, che personificava la sospirata colonia, e che fu
ricevuto nel _Club International_ con onori veramente principeschi,
tanto che il cameriere dell'albergo, gli inservienti del circolo e il
bagnino gli davano dell'_eccellenza_ a tutto pasto, come a quei _re di
Prussia_ incogniti che passeggiano abbottonati lungo i cinque atti dei
drammi del Federici.

Tre giorni dopo, la sorpresa e la felicità dell'albergatore del _Cervo
d'oro_ erano al colmo. Due veri bagnanti, due bagnanti autentici,
nonchè di sesso diverso, si presentavano a chiedere alloggio
all'albergo e per tutta la stagione. La sera stessa, il sindaco di
Grotticella, a spese dell'erario comunale, mandò al _Calopinace_ un
dispaccio di quindici parole, in cui con ingegnoso laconismo si
dipingeva la fiorente colonia e la città festante, non senza le debite
lodi alla banda e alle sue scelte melodie.

Sì: veri bagnanti, senza alcun sospetto di nascoste _bigiotterie_.

Egli era un vecchio d'aspetto venerando: diritto ancora e di sana
complessione, malgrado una lunga barba gialliccia che lo faceva
parere più maturo, anzi caschereccio, di quel che fosse in realtà.
Aveva l'aspetto e i modi d'un signore che vive, e bene, del suo.

Quanto a lei, era quel che si dice un bel pezzo di ragazza, alta,
formosa, coi capelli folti e nerissimi, con occhi grandi irrequieti e
scintillanti sotto i lunghi sopraccigli: con un busto degno.... di
figurare al Pincio assai meglio di qualche grand'uomo: un insieme
d'energia e di grazia, di vitalità e di languore, pieno di seduzioni.
Quando le sue ciglia si abbassavano e il bel viso pallido e ovale
prendeva un'espressione pensosa, ricordava certe voluttuose madonne
del Gian. Bellini, che destano i pensieri più pagani nei cervelli
della cristianità.

I due bagnanti chiesero all'albergatore se avesse un quartierino per
bene.

--Ho appunto ciò che conviene a lor signori: due magnifiche stanze, al
primo piano, con un saloncino in mezzo che, garantisco, è un amore.

E mentre i viaggiatori, visitavano l'alloggio, l'albergatore
linguacciuto continuava:

--Guardino che vista! Sembra d'avere il mare in camera. E poi, pare un
quartierino fatto apposta per loro. Il numero 1 è la sua
camera--soggiungeva l'albergatore, rivolgendosi al vecchio--e vi starà
benone; non dia retta che vi sia la zanzariera, è messa per lusso, chè
non c'è una zanzara a pagarla un marengo. L'altra camera è il numero 3
e la sua signora figlia, creda, vi si troverà come in casa sua. C'è
anche una loggetta piena di garofani.

I due viaggiatori sorrisero e il vecchio, dopo avere scritto il nome
sul registro, congedò l'albergatore, per essere in libertà.

L'albergatore, disceso al pianterreno lesse:

--_Commendatore Fabio Torcello, da Firenze, e fam._

E tosto andò di corsa in piazza, per dare al sindaco in persona la
notizia che l'_Albergo del Cervo d'oro_ aveva l'onore d'ospitare un
collare della Nunziata.

Quella sera, per festeggiare l'inaudito avvenimento, si fece allo
stabilimento la prima luminaria, con ventiquattro palloncini alla
veneziana, dodici dei quali ornati dai colori nazionali e con la
scritta trasparente

                             W. L'ITALIA.

Quando i due bagnanti autentici si trovarono soli nel saloncino,
occupati a slacciare le valigie, il commendatore Fabio Torcello andava
dicendo con voce monotona e cadenzata, quasi parlando tra sè:

--Hai inteso, Cecilia?.... eccoti, dunque, bell'e battezzata per
figlia mia! Eh, non ha poi tutti i torti, l'albergatore. Tra noi due
c'è una differenza di diciannove anni e tre mesi: ma in apparenza ho
almeno trent'anni più di te. E l'apparenza, in questa faccenda, è
tutto!--aggiungeva, sospirando:--e qualche volta.... è anche la
sostanza!

--Se ci siamo sposati--lo interruppe Cecilia, mentre rassettava certe
sue vesti elegantuccie--vuol dire che mi piaci così e che non amo col
calendario alla mano. Ti rincresce forse che l'albergatore?....

--Eh.... piacere non me l'ha fatto di certo! pure è un'idea.... forse
una buonissima idea. Ci siamo rifugiati in questa cittaduzza ignota
appunto per iscansare tutte le noie e tutto il pettegolume della
società e dei miei parenti che non hanno accolto il nostro matrimonio,
diciamolo pure, con entusiasmo. Ecco, dunque, un'occasione eccellente
per vivere due mesetti in pace, nel più perfetto incognito....

--Capisco: ma non sarà molto divertente Grotticella!

--Oh, non dico già d'isolarci, di chiuderci come due orsi: anzi, ho
una certa curiosità di conoscere questo bocconcino di mondo nuovo. Ma
per evitare.... m'intendo io!.... non darò una smentita a quel buon
diavolo d'albergatore. Noi, per i grotticellini, saremo padre e
figlia.

--Che idea!

--Lascia fare.... vedrai che ci divertiremo quanto a una commedia.
Bada però a sostenere bene la tua parte!

Cecilia diede in una forte risata argentina, ma poi si fece seria e si
lasciò sfuggire una lieve mossetta dispettosa, quasi pensando:

--Eh, tu piuttosto farai anche troppo bene la tua!

Da quel giorno in poi, per mutuo consenso, in tutta Grotticella e
dintorni Fabio Torcello fu conosciuto per "il commendatore e sua
figlia".

Del resto, le regole della buona società, in Grotticella, erano state
assai modificate dagli usi e dai bisogni locali. Invece di farsi
presentare ai notabili, ai probiviri, alle celebrità mandamentali del
paese, il commendatore Fabio Torcello non ebbe altro disturbo che
quello di ricevere: tutti facevano a gara per presentarsi a vicenda: e
nel saloncino del _Cervo d'oro_ era una continua sfilata di
assessori, di capitani di lungo corso, di farmacisti, di dottori, di
notai, di ricevitori del registro.

Per un momento fu eclissato lo splendore del principe indiano, reduce
dal giubileo della regina Vittoria. Tutti gli omaggi, tutte le feste
erano per la nuova effettiva colonia: il collare della Nunziata e la
figlia del collare medesimo.

Anzi, il sindaco mandò al _Calopinace_ una cartolina d'ufficio, in
forma di corrispondenza balneare, in cui leggevasi:

--Le nostre spiagge sono ormai gremite di bagnanti. L'altra sera vi fu
brillantissimo ricevimento, sino a notte inoltrata, nelle sfolgoranti
sale del nostro _Club International_. La colonia dei bagnanti era _au
grand complet_ e primeggiava un alto dignitario dello Stato, il
commendator F. T*** con la bella e gentilissima figliola, ch'è il
sospiro di tutta la nostra gioventù elegante.

Fu appunto in tale ricevimento che, con intervento del sindaco, in
forma diplomatica, fu fatta la presentazione del principe indiano al
collare della Nunziata. Pareva il convegno di due potentati europei.

Enrico Bertelli, convien dirlo a sua lode, non piacque al commendatore
Fabio: viceversa, riescì molto simpatico a Cecilia. Dal canto suo, per
tutta la serata, il commesso viaggiatore in bigiotterie non ebbe occhi
e parole che per Cecilia. In meno d'un'ora, discorrevano così
confidenzialmente, che parevano amici da vent'anni.

Quella notte, il commendatore rientrò di malumore al _Cervo d'oro_,
senza capirne, o piuttosto senza osar di capirne il perchè.

Eppure, Enrico Bertelli, che aveva dato il braccio a Cecilia fin nella
sala terrena dell'albergo, s'era mostrato d'una cortesia squisita,
quasi stomachevole.

Maledetti i principi indiani!

Da quel giorno, Enrico, dimenticate del tutto le _bigiotterie_, si
dedicò totalmente alla _signorina_ Cecilia.

Il commendatore gli usava, in ogni occasione, un sacco di sgarbi, ma
il commesso viaggiatore non se ne dava per inteso: egli sapeva far
l'indiano se non il principe, e si sentiva largamente compensato dai
frequenti sorrisi dell'incantevole Cecilia.

E quel ch'è peggio, il mare si faceva complice di quel duetto, poichè
al commendatore erano interdetti i bagni d'acqua salsa e doveva
contentarsi di sorvegliare, accigliato, dalla spiaggia, le
abbominevoli manovre di Enrico, fingendo di leggere un giornale.

Cecilia frattanto s'illanguidiva e smagriva a vista d'occhio.

Il commendatore, in un odioso accesso d'egoismo, si compiacque di tal
deperimento. Era evidente che i bagni di mare facevan danno a Cecilia:
bisognava smettere. Ma come darle da intendere che....? Fin dalle
prime parole, Cecilia recisamente dichiarò che i bagni le facevano
benissimo e che, privandosene, si sarebbe ammalata sul serio. Il
commendatore non s'arrese e, nella speranza d'essere assecondato dalla
scienza, pensò d'insistere sulla necessità d'un consulto.

Subito dopo il bagno, fu chiamato all'albergo il dottore Elia
Scalaberni, uno dei luminari della città, il quale aveva persino
stampato una memoria sui _Micrococchi_.

Il dottore, dopo avere aspirato un'autorevole presa di tabacco, tastò
il polso a Cecilia, si fece, mostrar la lingua, scosse alquanto la
testa, poi le chiese:

--Soffre d'insonnia?

--Al contrario: dormo profondamente.

--Bene, bene! e dica: sente dei dolorini per la vita?

--Affatto.

--Bene, bene! naturalmente mangia pochino?

--Al contrario: mangio di buon appetito.

--Bene, bene! e.... ogni tanto ha dei capogiri? delle nausee?

--Mai; assolutamente mai!

--Bene, bene! allora le darò certe polverine che le faranno passar
tutto questo.

Congedatosi da Cecilia, il dottore Scalaberni chiamò in disparte Fabio
Torcello e gli disse, a bassa voce, in un orecchio:

--Non ho che un solo consiglio per lei, ma molto serio: commendatore,
dia marito a sua figlia e più presto che può.

In ventiquattr'ore, grazie alle diramazioni della farmacia, superiori
al telefono, tutta Grotticella fu debitamente informata che la bella
Cecilia, la figlia del collare della Nunziata, aveva bisogno urgente
di marito e per poco il sindaco non mandò al _Calopinace_ un dispaccio
di quindici parole.

Nel pomeriggio, tre personaggi influenti, nella _Società dei sigari
scelti_, affermavano che la ragazza aveva un milione di dote e forse
più, senza pregiudizio dell'imminente eredità del babbo, non essendo
cosa naturale che un uomo con quella barba avesse da campare ancora
molti anni.

Tutte queste voci pervennero all'orecchio del principe indiano, il
quale ebbe un'idea talmente luminosa, che gli parve napoleonica.

Enrico tornò d'improvviso al _Cervo d'oro_, indossò un abito nero,
infilò un paio di guanti grigio-perla, e si fece annunziare al
commendatore con una certa solennità.

Il commendatore Fabio Torcello rimase mezzo stordito davanti a tante
cerimonie, ma più stordito ancora quando il principe indiano gli disse
a bruciapelo:

--Signor commendatore illustrissimo: ho trentacinque anni e una salute
di ferro: guadagno ottomila lire l'anno e tra poco dodici: vuol farmi
l'onore di concedermi la mano di sua figlia?

No; la testa di Medusa non avrebbe fatto al commendatore l'effetto di
quella bella testa di vetrina di barbiere!

Pur, bisognava rispondere qualche cosa. Il commendatore balbettò,
ingrullito:

--Ma io.... non credo.... che Cecilia sia disposta al matrimonio.

--È dispostissima.

--E che ne sa?

--Me l'ha detto ella stessa.

--Ma lei....

--Io l'adoro.

--Ma essa....

--Ella mi adora.

--Evvia: presume un po' troppo--bofonchiò il commendatore, facendosi
terreo.

--Ne ho lo prove.

--Quali prove?--gridò Fabio, sbarrando gli occhi.

Enrico Bertelli, malgrado la sua sfacciataggine di commesso
viaggiatore in _bigiotterie_, rimase come sorpreso della propria
audacia e non seppe che rispondere. Il commendatore profittò di quella
pausa, per voltargli le spalle, dicendo asciutto asciutto:

--È inutile; non le concederò mai la mano di Cecilia!

--Ah no?--esclamò Enrico, con voce tremante di rabbia.

Indi, stette un momento soprappensieri: poi, come uomo deliberato a
tutto, riprese:

--Ella non può a meno di dare il suo consenso al nostro matrimonio.

--Come sarebbe a dire?

--Sarebbe a dire che il nostro dev'essere un matrimonio di....
riparazione.

--Si spieghi!--urlò il commendatore.

--Un padre non può volere.... il disonore di sua figlia.

Fabio, cieco dall'ira, afferrò una seggiola.

Il principe indiano, a scanso d'una tragedia, si ritirò, gridando
ancora nel corridoio:

--Oramai, siamo sposi dinanzi a Dio!

.... Fatto sta ed è che, nel mistero della notte, il commendatore e
Cecilia partirono e non si seppe mai più nulla di loro, nè a Firenze,
nè a Grotticella, nè altrove.




Matematiche assorbenti.


Il cavaliere Alberto Cencetti--non soltanto è terribilmente miope--ma
professore di matematiche e dei migliori, senz'altro. Algebra,
geometria, trigonometria sono i cardini della sua esistenza; assorto
sempre nei problemi della scienza che adora con passione, con
frenesia, tutto il resto gli è indifferente; egli non è un uomo, ma un
organismo composto di formule, di logaritmi. In casa o fuori, egli non
pensa che alle sue cifre, alle sue equazioni, alle sue radici
quadrate, ai suoi binomii e trinomii; mentre passeggia, con le mani
incrociate sul dorso e gli occhi imbambolati, non vede nulla, non
sente nulla, non fa che ruminare i suoi quesiti e sarebbe rimasto più
volte sotto i legni e i carri, se i passanti caritatevoli non
l'avessero afferrato per un braccio.

Spesso, per via Roma (l'ho visto io) finisce per battere la testa
contro un fanale e--senz'avvedersi mai di che si tratti--lui si
scansa, fa un leggiero inchino e mormora gentilmente:

--_Pardon._

Giorni fa, stava, meditabondo, sulla rotonda dei bagni a Sestri,
seduto dietro una signora tutta vestita di bianco: una bella signora
con certe spalle tornite come il torso di una statua fidiaca. A un
certo punto, il professore alza gli occhi e li fissa sopra quelle
giunonie spalle, tanto che io supponevo eccitassero in lui la dovuta
ammirazione: ma invece cava di tasca un lapis e comincia a scrivere
sulla vita della signora: 4 × 7 + 12 ÷ 4 + 11....

                  *       *       *       *       *

Per non essere disturbato dalla gente di casa, egli tiene due camere,
a uso di studio, in piazza Nova e quando si dà il caso che deva escire
da questo suo studiolo--ove spesso riceve visite d'alunni e di
colleghi,--scrive sopra un pezzetto di lavagna l'ora in cui sarà di
ritorno.

Un giorno, esce alle due e scrive sopra la lavagna:

                 _Cencetti è fuori: tornerà alle 4._

Un quarto d'ora prima delle tre, gli viene in mente che ha da far
visita all'avvocato Roselli, per certa sua causa civile, e tosto si
mette in cammino; ma strada facendo, viene a passare per piazza Nova
e, senz'altro, infila le scale del suo portone e arriva davanti
all'uscio del proprio studio.

I suoi occhi distratti si fermano sulla lavagna, poi cava l'orologio,
borbottando:

--Perdio: non torna che alle quattro e sono appena le tre!...
Pazienza, aspetterò.

E si mette a sedere sopra uno scalino, sciogliendo una equazione di
terzo grado sopra il muro.

                  *       *       *       *       *

Una mattina, più distratto che mai, assisteva alla messa nuziale di
una sua nipote, che ha sposato un consigliere di prefettura.

Finita la cerimonia, la folla degl'invitati muove per uscire e il
professore Cencetti si lascia trascinare, estatico, dalla corrente.

Presso la porta, un parente della sposa gli si avvicina e gli dice:

--È stanco, professore?

--Un pochino: e lei?

--Così, così.

--Ah, io non ce la fo!

--Via si faccia coraggio.

--Ma lei.... va sino al cimitero?

                  *       *       *       *       *

Una volta stava sopra un sedile dei giardini pubblici, coprendo
rapidamente di cifre indiavolate quel grosso taccuino che ha
l'abitudine di portare sotto il braccio.

Un suo vecchio amico lo vede di lontano, gli corre incontro e gli
stende affettuosamente la mano.

Il professore, senza levar gli occhi dai geroglifici, fruga in tasca,
ne cava un soldo e lo depone in quella mano:

--Non ho che questo.

E continua i suoi scarabocchi.

                  *       *       *       *       *

Spesso accende un sigaro, poi butta il sigaro a terra e si mette il
cerino in bocca; introduce i bottoni del soprabito nelle asole del
gilè; s'infila due guanti a una stessa mano; imposta le lettere in uno
sportello di carrozza....

A proposito di lettere. Doveva scrivere al professore Manassei e
invece comincia:

_Caro professor Cencetti...._

Poi firma, scrive sulla busta: _Al professor Alberto Cencetti_ e porta
alla posta.

Il domani, un amico lo incontra, esterrefatto, nei pressi dell'ufficio
postale.

--Che hai?

--Ho.... che questa è curiosa, perdinci! ecco qua, capisci, un
Cencetti che scrive a un altro Cencetti e.... non sono io.--

                  *       *       *       *       *

Nel guardare il calendario, vede che è l'onomastico del provveditore
agli studi.

--Diamine!--pensa:--è necessario fargli una visita.

Il povero provveditore era morto la sera innanzi. Un vecchio servo
malinconico apre l'uscio.

--C'è il signor provveditore?

Il vecchio servo, alzando gli occhi al cielo:

--È passato a miglior vita!

Lui:

--Oh, non voglio disturbarlo....

E consegnando una cartolina di visita:

--Cento di questi giorni!




I guitti.


Era il mese di luglio.

A Frascati, un vasto cortile scoperto, a furia di carta dipinta, di
porte vecchie, d'assi tarlate e di stracci inverosimili, era stato
ridotto a teatro per uso di una compagnia di _guitti_, i quali, nella
giornata, per campare facevano qualche altro mestiere posticcio: il
_primo attor giovine_, per esempio, pestava pepe in una drogheria e il
_brillante_ s'ingegnava a raschiare i menti dei frascatani, in qualità
di aggiunto straordinario nella bottega del barbiere.

Eppure, questi _guitti_, ogni sera, avevano un pubblico sceltissimo
davvero: un _parterre de têtes couronnées_ come la Rachel, un pubblico
straordinario, composto di belle signore, di ricche signore, di nobili
signore, di gentiluomini e di letterati, di banchieri e di bellimbusti
forti a quattrini e a vanità. Ci si andava con piacere, in quella
stamberga indescrivibile, e per più motivi:

--Per passare un'oretta.

--Per pigliare il fresco.

--Per barattare quattro ciarle.

Ma sopratutto ci si andava perchè.... la platea, con quei quattro
lampioncini a riverbero che parevano quattro cerini smarriti in una
foresta, era completamente e comodamente al buio.

Si capisce! l'oscurità aveva il benefizio.... d'accrescere le
illusioni del palcoscenico.

E, in verità, ce n'era bisogno.

Una sera, si rappresentava _Napoleone I all'Isola d'Elba_.

Napoleone I era vestito con una vecchia livrea di staffiere e un paio
di mutande incartocciate in un magnifico par di stivali di cartone
abilmente coperti di raso nero. Il grande imperatore teneva
costantemente la mano destra infilata nel panciotto e in fondo alla
schiena la mano sinistra, che stringeva un cannocchiale; un bel
cannocchiale da campo che restava sempre a quel punto retrospettivo,
per quanto durava l'azione, come se Napoleone I, al pari di Giano,
avesse avuto la straordinaria facoltà di vedere da ogni parte.

                  *       *       *       *       *

Una sera, al punto culminante dell'azione drammatica, Napoleone I,
seguìto dal generale, dal capitano, dall'aiutante--che formavano il
suo numeroso e brillante stato maggiore--passeggiava con grande
dignità sulla riva del mare.

Una tela sporca di blu di Prussia, agitata da quattro monelli di
Frascati, che stavano sotto, doveva simulare, con rara illusione
ottica, le onde infuriate dell'oceano.

Napoleone I, fedele alla sua parte, a un certo punto si volge
solennemente al suo stato maggiore e dice:

--Non ho mai presenziato, in vita mia, una così terribile burrasca!

Ma il mare di blu di Prussia, invece di agitarsi furiosamente, rimase
tranquillo come un lenzuolo che una lavandaia abbia sciorinato sul
greto del fiume.

I quattro monelli, a cui non si dava che un soldo, mentre ne
pretendevano due, si sono dunque dichiarati in isciopero?

Napoleone I comincia a stranirsi, ma, perchè il pubblico non rida,
s'affretta a soggiungere di testa sua:

--Non v'illuda quell'apparente tranquillità.... ah! io conosco bene
questo perfido mare; a momenti avremo una burrasca come non se ne
videro mai in Europa.

E intanto pesta forte un piede e dice sottovoce:

--E fate le ondate grosse, birbaccioni!

Una vocina acuta al disotto della tela grida:

--Volete ondate da un soldo o da due soldi?

--Da un soldo!--bisbiglia irritato Napoleone I e poi rivolgendosi più
solennemente ancora al suo stato maggiore:

--I sintomi della burrasca già cominciano.

Il generale, il capitano, l'aiutante fissano più che mai gli occhi
sulla tela, come assistessero a un esperimento chimico.

La tela si muove appena.

Allora, Napoleone I, con accento olimpico, grida:

--Da due soldi!

E subito, il mare si leva in burrasca tremenda, come non se ne vide
mai tra Scilla e Cariddi.

                  *       *       *       *       *

Intanto, l'azione prosegue e si arriva alla scena finale, alla scena
d'_effetto_, nella quale deve giungere un granatiere per invitare
Napoleone a tornare sul suolo francese.

Ma l'attore che faceva il granatiere e che doveva giungere, notate
bene, inaspettato--per produrre il _colpo di scena_--è in ritardo, non
si sa perchè.

Napoleone I, il generale, il capitano, l'aiutante hanno esaurito la
loro parte e guardano, inquieti, tra le quinte.

Nessun indizio di granatiere.

Allora, il grande imperatore, per non compromettere la situazione, si
volge verso il generale e, additando il mare, dice con accento
malinconico:

--Questo mare mi ricorda il più bel giorno della mia vita. E a voi,
generale?

Il generale, confuso, imbarazzato, risponde:

--Anche a me, maestà.

--E a voi, capitano?

--Anche a me, maestà.

Il pubblico comincia a ridere. Qualcuno, dalla platea, grida:

--Anche a me!

Il grande imperatore guarda tra due quinte e dice:

--La solitudine è.... deserta. Eppure il cuore mi diceva che qualcuno
sarebbe venuto. Che ne dite, generale?

Il generale, sopra pensiero, risponde:

--Maestà, può essere che venga, forse, dalla parte opposta.

--Avete ragione, generale!--conchiude l'Imperatore e riattraversa la
scena.

Ma il granatiere non appare per niente.

                  *       *       *       *       *

In ultimo, Napoleone I si ferma di fronte al generale e gli dice:

--Io mi ritiro: se arrivasse un granatiere, avvertitemi tosto.

E con passo tragico va via. Lo stato maggiore resta lì, a guardarsi
uno con l'altro, come tanti scemi. Alla fine, il generale dice al
capitano:

--Io mi ritiro; se arrivasse il granatiere, prevenitemi, per
avvertirne l'imperatore.

E rientra fra le quinte anche lui.

Il capitano, a sua volta, sfodera la spada e grida all'aiutante:

--Il mio dovere mi chiama: se giunge il granatiere, avvisatemi subito.

E via.

                  *       *       *       *       *

Il vero è che il granatiere tanto aspettato, briaco fradicio, senza
che nessuno ne sapesse niente, dormiva come una marmotta sotto il
palcoscenico.

L'aiutante, pensoso, tra i mormorii e le risate del pubblico,
passeggia un po' su e giù, davanti alla buca del suggeritore, poi si
batte la fronte, come colpito da un'ispirazione, s'avvicina a una
quinta e grida:

--Olà! corpo di guardia! presto un granatiere vada da sua maestà
l'imperatore.... passando per la via sotterranea.

In questo mentre Napoleone I, che non ha afferrato simile trovata
d'ingegno, rientra in scena, seguito dal suo generale, e dice con
aspetto trionfale:

--Il granatiere che aspettavo era di là e mi ha recato la notizia che
la Francia mi aspetta, la mia bella Francia!...

L'aiutante, esterrefatto, si riavvicina alla quinta e grida:

--Che il granatiere non si muova! oramai.... _la sua missione è
compiuta!_




Celeste Spada in Barbosio.


Glielo dicevano tutti:

--Non la sposare: non ti conviene: non è donna per te; e più giovane
assai e poi è troppo bella. Pasquale, non la sposare; se no, sarai....

E Pasquale Barbosio, incaponito:

--Sarò! sarò.... quel che sarò! a ogni modo sarò sempre il marito
d'una bella donna. Se ne sposassi una brutta, sarei tradito lo stesso,
e mi resterebbe un canchero di moglie insopportabile. E poi, la
Celeste è così ingenua!

--Ingenua! aspetta il giorno appresso e vedrai che razza d'ingenuità.

Nulla valse a smuovere quel disgraziato e, un mese dopo, Pasquale
Barbosio, quarantenne e possidente, conduceva all'ara nuziale la
graziosa Celeste Spada, fragrante come un bottone di rosa, fiera de'
suoi occhi neri e dei suoi diciott'anni.

La luna di miele fu breve ma dolcissima per Pasquale Barbosio.
Celestina era un angelo, secondo lui, e sopratutto aveva la passione
della casa e faceva ogni sforzo per parere un'eccellente massaia: per
ciò, Pasquale, gongolava spesso, nel vederla tanto assidua alle
faccende domestiche, ma in compenso aveva dei pranzi abominevoli, per
la ragione che Celeste, quand'era ragazza, non aveva mai messo piede
in cucina e non sapeva cuocere neppure un paio di ova al tegame.

La sua inesperienza aumentava quando Pasquale ronzava per la cucina;
ella voleva far credere che s'intendeva di ogni cosa e dava ordini a
casaccio, al punto che la serva perdeva a dirittura la testa.

--Maria:--diceva la padrona, con un fare di grande importanza:--avete
lavato l'insalata?

--Signora no: non ho avuto tempo.

--Io sola trovo tempo a tutto.

Pasquale:

--Sei un portento.

--Laverò io l'insalata!... _datemi qua il sapone_.

                  *       *       *       *       *

Poi, Celeste si stancò di far la massaia: la cucina le sciupava le
mani: Pasquale si rannuvolò: allora lei diventò fastidiosa, bisbetica,
seccata e seccantissima.

--Non sono mica la vostra serva.

Maria, un'ignorantona di prima qualità, mandava tutto a male,
colazione e pranzo: Pasquale si sentiva offeso nel cuore e sopratutto
nello stomaco. Ma Celeste non si volle impicciare di nulla e chiamò la
madre, donna arcigna e strillona, a dirigere Maria con annessi e
connessi. Pasquale ne fu infelicissimo: quella suocera era
insopportabile, un vero demonio.

Il povero Barbosio incontra un antico suo collega nella guardia
nazionale.

--Sai! ho preso moglie.

--Anch'io;--dice Pasquale.

--Sei felice?

--Lo sarei, se non fosse per la suocera.... Una suocera impossibile.

--Tutti gli amici ammogliati si lagnano della suocera!

--Ciò prova....

--Prova che siete una massa d'imbecilli, che non sapete fare.

--E tu come hai fatto?

--Ah! io non ho voluto nessuna suocera.

--Ma che dici?

--Niente di più semplice: ho sposato un'orfana.

                  *       *       *       *       *

Dopo cinque mesi di matrimonio, Celeste, arcistufa di Pasquale,
cercava distrazioni, frequentando assai la società e ricevendo in casa
molti amici d'ambo i sessi. Il più assiduo era un cugino, Rodolfo
Maggi, bel pezzo di giovanotto, con due baffi marziali e due occhi
birboni. Cominciò a far visite un giorno sì e l'altro no: poi tutti i
giorni; poi due volte al giorno.

Pasquale masticava in silenzio la sua gelosia e aumentava di premure
intorno a Celeste, che non gli nascondeva una ripugnanza invincibile.

Quando usciva, le diceva:

--Me lo dai un bacio?

--Con quella barbaccia ispida? perchè non porti soltanto i baffi?
guarda Rodolfo come sta meglio di te.

Pasquale, per istrada, pensa di fare un'improvvisata alla moglie;
entra da un barbiere, e tagliata la barba, si fa appuntare i baffi,
come quelli di Rodolfo, tal quale.

Torna a casa e suona.

Sua moglie gli corre incontro, gli butta le braccia al collo e lo
copre di baci.

--Ah, dunque, ti piaccio di più, coi baffi.

--Dio mio!--esclama Celeste:--non t'avevo mica riconosciuto!

                  *       *       *       *       *

A lungo andare, Pasquale si persuase d'essere.... quello che gli amici
avevano vaticinato; ma soffriva in silenzio, per non farsi canzonare e
per paura di peggio.

Pure, non potè a meno di fare uno sfogo con un amico intimo,
dicendogli:

--Ah, caro mio, sono molto malcontento di mia moglie!

--T'avrebbe fatto dei nuovi torti?

--Oh, no! non lo soffrirei: ma.... sono sempre gli stessi che si
rinnovano.

                  *       *       *       *       *

Stanco delle amarezze continue, Pasquale stava lontano il più
possibile dal domicilio coniugale e, per distrarsi, si era dato alla
vita del circolo e del caffè, cercando le compagnie più scapigliate;
ma invece di spassarsi, non faceva che litigi continui, poichè gli
amici lo burlavano spietatamente sulle sue sventure coniugali; lui
s'inquietava, voleva fare il rogantino, ingiuriava i canzonatori, e
finiva sempre per pigliarsi qualche calcio e qualche schiaffo.

Celeste lo seppe e cominciò a fargli delle scene, rimproverandolo di
buttar via quattrini e fare delle figuraccie.

Una sera, mogio mogio, Pasquale entra in casa.

--Dove sei stato tutto il santo giorno?

--Alla.... biblioteca.

La moglie, sospettosa, gira intorno a Pasquale e vede.... la forma
d'una suola di stivale sulle falde del soprabito.

--Bugiardo! sei stato di nuovo _a divertirti_ coi tuoi amici!

                  *       *       *       *       *

Dio fu misericordioso.

Visto Pasquale tra una suocera e una moglie di quel genere, gli mandò
una buona flussione di petto che, in capo a pochi giorni, lo sbrigò.

Fece testamento e lasciò erede universale sua moglie, sotto condizione
di rimaritarsi al più presto.

--Non voglio,--disse,--che continui a far chiasso col nome mio.

Eppure, la signora Celeste continuò e continua a chiamarsi Barbosio,
poichè, passati appena quattro mesi, sposò il fratello di Pasquale,
uomo fresco, robusto e piacevole.

Al banchetto di nozze, uno del testimoni vide appeso al muro un
ritratto di Pasquale, buon'anima, ch'egli non aveva conosciuto e
chiese alla sposa:

--È di qualche suo parente, quel ritratto?

--Sì--rispose Celeste, sospirando--è quello del.... mio povero
cognato.




Cocò.


La duchessa non voleva confessare che moriva di noia e invece andava
dicendo che aveva i suoi nervi, che so io!... l'emicrania.

Il duca, almeno, sdraiato in un cantone, con un giornale che gli
copriva la faccia, si sfogava schiettamente in lunghi sbadigli,
socchiudendo gli occhi.

Per essere alla fine d'agosto, era una giornataccia impossibile, con
rovescioni di pioggia che facevan paura, accompagnati da un ventaccio
uggioso, che non permetteva neppure di tener le finestre aperte.

Andare allo stabilimento dei bagni, manco a pensarci. Già: non c'era
un'anima!

Inoltre, nulla da leggere, tranne due o tre giornali insipidi e
infarciti di quei _fatti diversi_ che poi son sempre gli stessi.

Oh, i nervi della duchessa!

Il duca non represse abbastanza un nuovo sbadiglio, che sonoramente
echeggiò nel salone.

--Eh, finiscila un po'!--gridò la duchessa infastidita:--non sai far
altro!

--E che ho da fare?--gemette il duca, dal fondo della sua poltrona.

--Potresti ben dire quattro parole, mi pare!

--Su che? non saprei.

--Su che, su che! si parla, ecco!

--Eh, non son mica il pappagallo della baronessa, io!

--Così tu lo fossi! è tanto carino!... Sa dire delle coserelle tanto
graziose!

Nel suo impeto d'entusiasmo per il pappagallo, la duchessa appoggiò la
mano sul campanello a scatto e comparve tosto il domestico.

--Giacomo, andate subito dalla baronessa Collis e pregatela di
mandarmi, per un'oretta, il suo _Cocò_. Badate a portarlo con tutte le
precauzioni possibili e presto: avete capito?

Giacomo s'inchinò e sparì, con la faccia non di chi abbia ricevuto un
ordine, ma di un credente colpito dalla scomunica. Che idea! fargli
fare un'ora di strada, nel fango, con quel tempaccio, per portare un
pappagallo.

La baronessa oppose qualche difficoltà, ma Giacomo fu insistentissimo,
per paura che la padrona lo avesse da rimandare una seconda volta:
tanto che il povero _Cocò_ fu messo nella gabbia, che venne coperta
con un panno qualunque e legata con uno spago, attorno attorno.

--Ve lo raccomando!--gridò la baronessa con accento materno.

--Non dubiti!

Appena uscito dal villino, Giacomo sbatacchiò rabbiosamente la gabbia,
come faceva Renzo co' suoi capponi; al punto che l'infelice _Cocò_,
sparnazzando le ali, suppose fosse il finimondo e rimase in guardia e
sopratutto in ascolto.

Tutte le volte che scivolava in una fangaia e metteva il piede entro
le pozze d'acqua, Giacomo bestemmiava come un turco e mandava un sacco
d'accidenti all'illustrissima signora duchessa, che per un uccellaccio
d'inferno faceva infradiciare un cristiano a quel modo con un tempo
simile.

_Cocò_ ascoltava.

Giunto presso il palazzo, Giacomo fece sforzi enormi per cambiare la
sua fisonomia scombuiata con quella impassibile e corretta di un servo
fedele; si pulì ben bene gli stivali sullo stuoino, indi entrò
solennemente nel salone dicendo:

--Signora duchessa, ecco il pappagallo.

Tosto ella fece uscire _Cocò_ dalla sua prigione, accogliendolo con un
mondo di carezze e di moinerie, che il pennuto accettava con un grave
dimenare della sua testa intelligente e bonaria.

--Come sta la tua padrona, _Cocò_ bello? dimmi qualche cosa, _Cocò_
bello!

E _Cocò_ dopo un momento di aspettativa e di silenzio:

--Son diventato peggio d'una pozzanghera, e tutto per quella vecchia
strega di duchessa! accid....

--Ma che dici, _Cocò_?

E _Cocò_ dopo una nuova pausa:

--Che il diavolo si porti via la duchessa col suo grugno tinto! Guarda
mo' se c'è umanità a mandare un povero servitore per un pappagallo. E
che ne fa del pappagallo quella brutta birbona? Non le basta quel
cornutaccio di suo marito?

La duchessa, verdognola, sonando il campanello:

--Portate via _Cocò_!




Il signor Quiproquo.


La scena è allo stabilimento Pancaldi. A destra, _caffè buffet_, con
tenda e tavolini di fuori. Sopra venti persone, in media due pigliano
il caffè caldo; e gli altri.... pigliano il fresco. Una donnina
dall'abito vistoso e dallo sguardo equivoco, mangia tutta sola a un
tavolino separato, servita da quattro camerieri, che le dicono delle
freddure prese a prestito dalle conversazioni dei giocatori di
biliardo.

A sinistra: sala da ballo, con tre canottieri che dormono sopra i
sofà. Nel centro il _bureau_ per gli abbonamenti e la vendita dei
biglietti, con diramazioni laterali di casotti di tela per i bagnanti.

Gruppi di signore qua e là, sopra sedie impagliate e spagliate, di
costruzione solida, medievale, resistenti all'influenza corrosiva del
mare.

Gruppi di silenziosi e accaniti divoratori di giornali. Gruppi di
fumatori, dediti alla coltura dello sbadiglio. Sciami di bimbi e di
bimbe, tutte creatura belle come tanti angioletti, creature
sorridenti, deliziose, noiosissime, insopportabili. Esse non fanno che
divertirsi nell'innocenza dei loro giocarelli, facendovi arrivare un
pallone sul cappello, una trottola sopra uno stinco, un manico di pala
sopra un gomito, una canna da pesca dentro un occhio. Tutto ciò con
l'incoraggiamento dei padri che, segretamente, eccitano la tenera e
inconscia prole contro la categoria degli scapoli. Atroce e
scellerata, ma legittima vendetta!

Il cavaliere Ascanio Cacace, con le mani incrociate sull'osso sacro,
passeggia pian piano, attraverso i crocchi, fumando una sigaretta
_high-life_, e fermandosi, ogni tanto, per fare quattro ciarle con le
sue nuove conoscenze.

Il cavaliere Cacace è un proprietario piacentino, futuro candidato
alle elezioni generali, avendo egli il maggior titolo per aspirare
alla candidatura: l'età prescritta dalla legge.

La sera avanti, un suo amico, che conosce tutti, lo ha presentato a
una cinquantina di persone, tutte più o meno titolate, e il cavaliere
Cacace, da venti ore, fa esercizi straordinari di Mnemotecnica, per
non cascare in equivoci tra le sue nuove conoscenze.

Il cavaliere s'avvicina a un uomo grassoccio, gli stende la mano e gli
dice:

--Ha fatto il suo bagno, barone?

--No,--risponde l'altro con una cert'aria di sorpresa.

--La baronessa è rimasta all'albergo?

--Scusi: quale baronessa?

--Sua moglie.

--Le dirò.... mia moglie fa la modista e io sono il segretario dello
stabilimento.

--_Pardon!_--balbetta il cavaliere Cacace e retrocede inorridito.

--Badi,--gli grida una signora piuttosto pingue e provocante.

Il cavaliere si ferma e si vede passare tra le gambe un birichino di
quattro anni che insegue un cerchio di legno. Dal bambino il cavaliere
crede riconoscere la mamma, si inchina con fare galante e le dice:

--Quanti ne ha, di questi angioletti? Come le somiglia!

La signora si fa rossa, volta la testa dalla parte opposta e si mette
a ciarlare sottovoce con un'amica, con frequenti scoppi di risa.

Il cavaliere, per uscire d'impaccio:

--Come si chiama quel caro bambino?

--Le dirò: quel bambino non è mio.

--Oh! guarda un po'! mi pareva tutto suo figlio; si somigliano in un
modo strano: già i bambini belli si somigliano tutti.

Le due signore ridono.

Un uomo barbuto, alzando gli occhi dal giornale, dice secco al
cavaliere:

--Scusi, sa; ma mia sorella non è maritata e non ha figli.

--_Pardon!_--borbotta il cavaliere,--è un equivoco: avevo preso la
signorina per la contessa.... la contessa.... (_grattandosi la fronte
e afferrando il primo nome che si ricorda_) la contessa Pampaloni.

Le signore, ridendo:

--Il figlio più piccino della contessa.... ha quarantadue anni.

Il cavaliere Cacace saluta e s'allontana.

--Questa volta poi non mi sbaglio!--esclama il cavaliere, scorgendo un
giovanotto magro, con la caramella nell'occhio, una giacca di flanella
bianca, e un piccolo _panama_ inclinato sull'orecchio,--questo è il
direttore del _Maroso_, quel mattacchione, che iersera mi ha detto
tante freddure (_correndogli incontro e stringendogli teneramente la
mano_): Come va, caro direttore?

--Vengo a prendere un bagno di mare, dopo averne preso uno di
inchiostro, che io chiamo il mio bagno.... pennale.

--Ah! ah! graziosa, bellissima; quante ce ne ha? ma come fa? dove le
va a scavare? Ho letto il suo foglio di stamattina: creda, è una
bellezza. Ho visto con piacere che la faccenda d'Egitto sta per
aggiustarsi. Purchè li lascino liberi di fare a modo loro! Ah, gli
inglesi rendono grandi servigi alla società.

--Ma che dice? gl'inglesi non hanno fatto che atti di prepotenza, di
barbarie....

--In realtà la penso anch'io così: ma che vuole? quel brigante d'Araby
pascià.... fortuna che ora la Turchia lo dichiarerà ribelle; io lo
manderei sulla forca.

--Chi? Araby? ma se è il Garibaldi dell'Egitto! se è il rivendicatore
dei diritti di un popolo! un prode, un eroe!

--Difatti, ha i suoi lati buoni.... buonissimi!... C'è nessuna novità?
nessun dispaccio?

--Ah! sì: c'è una grande novità: gli inglesi hanno operato uno sbarco
sulle rive dei.... Balkani.

Il cavaliere, con accento profetico:

--Io l'avevo sempre detto che sarebbe finita così!

Il direttore del _Maroso_ s'affretta a piantarlo, dicendo:

--Scusi, sono chiamato al telefono.

Il cavaliere dà un'occhiata in giro, poi s'avvicina a un signore calvo
e panciuto, immerso nella lettura di un giornale. Il cavaliere siede
accanto a lui e gli dice:

--Che cosa legge di bello?

--Leggo il _Gaulois_.

--È un foglio interessante: che ci ha di curioso?

--C'è il processo dell'attrice Minelli, contro il Damala, il marito di
Sara Bernhardt.

--Un processo?

--Sicuro! La Minelli dice che ha dato spesso quattrini a Damala, che
ha pagato conti del cappellaio, del sarto, del trattore, persino della
lavandaia. Gli ha pagato anche il maestro di recitazione. Ora, poichè
l'amante suo è marito di un'altra, vuole essere rimborsata e domanda
35 mila lire.

--Bella figura per il signor Damala. Già, questi greci....

--Che vorrebbe dire?--gli chiede il vecchio signore, con voce molto
risentita.--Anch'io sono greco (_scaldandosi_) son di Corfù.

Il cavaliere, interdetto:

--Ma lei....

--Lei, che cosa?

--Lei è un greco.... antico.

--E lei mi pare uno sciocco moderno.

Voltate le spalle, il vecchio signore si risprofonda nella lettura del
_Gaulois_.

Il cavaliere pensa un poco, fa una crollatina di spalle, s'alza e
riaccende la sigaretta. Indi, con fare noiato, va a sedere a un
tavolino del caffè, accavalla una gamba sull'altra, e domanda del
_cognac_ con ghiaccio.

Mentre aspetta, è colpito dalle maniere, assai disinvolte, della
signora che pranza sola.

Il cameriere porta il _cognac_, e il cavaliere dice, strizzando
l'occhio:

--Conosci quella signora?

--Sì, signore.

--Molto?

--Moltissimo.

--Senti: vai a dirle che sarei veramente felice di pagarle da pranzo e
da cena.

--Ma lei è matto; per chi l'ha presa? quella signora è.... mia
sorella.

Il cavaliere butta mezza lira sul vassoio e scappa.

Al cancello dello Stabilimento, un giovane serio, posato, d'aspetto
signorile, ferma il cavaliere.

--Dove corre, con tanta furia?

--Mi lasci stare, oggi è la giornata delle disgrazie.

--Che le è successo?

--Un'infinità di equivoci. Non sono ancora pratico dei luoghi, nè
della società, e mi ci confondo. Si figuri, che per la prima cosa ho
scambiato una bella e graziosa signora, per quella vecchia mummia, che
è la contessa Pampaloni....

--Mia madre!




Il deputato in vacanza

(Sfogo intimo epistolare).


                                       Urbicaro, 26 marzo 19....

      _Felicetta mia cara!_

Ieri, due lettere. Questa mattina tre dispacci per domandarmi una
risposta. Grazie di tanta premura; grazie di tanto affetto. Ma io ti
consiglio, come marito, e come padre (forse) di famiglia, di
restringere la tua espansività nei limiti dei francobolli postali.
Quando l'affezione di una moglie degenera in dispaccio, la moglie
stessa diventa molto cara, e ogni semplice espressione acquista un
valore effettivo e decimale, che potrebbe turbare l'economia
domestica. Rifletti, mia cara, che una frase abituale come questa: _io
ti voglio tanto e tanto bene_, costa non meno di una lira. Un amore
ardente come il tuo, lasciamelo dire, consumerebbe tesori. Noi non
siamo abbastanza milionari.

Vedi: nel caso che tu mi voglia assolutamente telegrafare che mi vuoi
bene, potresti usare il nome d'un illustre capitano di guerra:
Bentivoglio. Questo nome storico non costa che un soldo e pure, in
grazia sua, mi comunicheresti tanto amore per novanta e più centesimi.

I tuoi rimproveri per il mio silenzio,--cara Felicetta,--sono
lusinghieri per me, non dico di no, ma sento di non meritarli.

Non ho scritto perchè non ho avuto, credi, un minuto di tempo.
Davvero, sai!

Per darti un'idea della vita che fo, ecco in qual modo ho impiegato la
mia giornata:

ORE 4 ANTIMERIDIANE.--Vengo svegliato dalla serva delle _Tre corone_,
la quale mi dice che sono atteso nel cortile dal sindaco di Gallossio.
Bestemmio Gallossio e le sue tremilaquattrocento anime (sono tutti
animali a Gallossio), mi vesto in fretta e scendo stropicciandomi gli
occhi. Fo un sacco di gentilezze al signor sindaco, omaccione il quale
puzza di stalla che appesta. Egli mi dice essere necessario che vada a
far colazione dall'arciprete di Gallossio, che dispone di 300 voti.

Partenza per Gallossio. C'è un'ora di salita in montagna; strada
comunale obbligatoria e infame, che percorriamo dentro un _omnibus_
tutto sgangherato, che con le sue scosse mi fa galleggiare lo stomaco.
Il sindaco di Gallossio mi parla di focatico, di sovrimposta e mi
sputa in faccia. A momenti lo strozzo. Siamo alle prime case del
comune, e una salva di quaranta mortaretti spaventa i cavalli. Non è
per paura, ma preferisco andare a piedi. L'arciprete ci aspetta sulla
piazza, in mezzo a uno sciame di monelli cenciosi e di consiglieri
comunali, che paiono assassini di strada. Distribuisco un centinaio di
strette di mano con sorrisi analoghi. L'arciprete mi fa visitare la
parrocchia e pretende che sia una costruzione del 1200. Finalmente si
va in tavola. Mi fanno mangiare sei piatti, uno più osceno dell'altro.
L'arciprete mi costringe a bere otto qualità di vino fabbricato da
lui, credo, nel mortaio. Dico, per pura cortesia, che il vino è
squisito, e lo scellerato s'affretta a propinarmene una seconda dose.

Poi faccio un brindisi-discorso-politico-religioso e comunale, nel
quale cito persino la fede tradizionale degli avi nostri. L'arciprete
che ha strabevuto, vuole baciarmi a ogni costo. Lo dispenserei tanto
volentieri perchè c'è non poco tabacco nella sua tenerezza.

Mi portano a vedere le scuole comunali, dove fo un discorso sopra
questo tema: _La battaglia di Waterloo fu vinta sulle panche delle
scuole_. Prometto una croce di cavaliere al segretario comunale,
perchè tutti i miei competitori hanno fatto altrettanto. L'_omnibus_,
guidato dal vetturino briaco, mi porta a Urbicaro.

ORE 10 ANTIMERIDIANE.--Mentre mi cambio la camicia, ricevo una
deputazione di becchini municipali. Essi deplorano la povertà della
mercede, e la scarsità di lavoro. Prometto di far aumentare e l'una e
l'altro.

Arriva il direttore della _Pulce_, brutto stortaccio maligno, che
viene a collocare due azioni del suo giornale che non esce mai.

Sono atteso al _Comitato di sorveglianza elettorale_ dove si pretende
ch'io deva esporre le mie idee.

Perdo mezz'ora per aspettare il barbiere. Il quale, finalmente, arriva
senza ch'io gli possa fare il più piccolo rimprovero. Egli è
vice-presidente della _Società di mutuo soccorso_ e membro del
_Sottocomitato per l'educazione del popolo_. Si vede che ce l'ha data
tutta al popolo perchè lui non ce ne ha più.

ORE 11 ANTIMERIDIANE.--Eccomi davanti al _Comitato di sorveglianza
elettorale_, in mezzo a quattro idioti che compongono il banco della
presidenza. Fumano e ciarlano tutti con un baccano da stordire. Il
segretario, con vocina da contralto, legge il verbale della seduta
precedente. Indi il presidente dice: _Ho l'onore di presentare a
quest'assemblea il commendator Gian Maria Cortopassi, nostro
deputato, la quale sta per dirci come intende propugnare i vostri
principî che vi raccomando il silenzio, per cui signor commendatore
tocca a lei_.

Per la decimaquinta volta espongo le mie idee, che, non fo per dire,
sono sempre le stesse, meno qualcuna che, a furia d'esporre, non
ricordo più.

Una bestia d'elettore m'interrompe sul meglio, per domandarmi quali
sono le mie idee intorno ai centesimi addizionali. Io, che non ho mai
avuto la più piccola idea in proposito, rispondo con la massima
sfrontatezza: _Le mie idee? le mie idee.... sono le vostre_.
L'assemblea, per la prima volta da che parlo, applaude freneticamente.

Profitto di questo effimero entusiasmo per così conchiudere il mio
discorso: _Salute a te, o generosa e vetusta città di Urbicaro; culla
di tanti splendidi ingegni! S'io non ebbi la fortuna d'aprire gli
occhi alla luce nelle tue storiche mura, almeno mi sia concesso
l'onore di respirare fra i tuoi gloriosi ricordi, e di chiamare i
patriottici urbicarini col dolce nome di fratelli_. L'uditorio si
mette a ridere. Che il mio grande elettore mi abbia ingannato? Che
questi cretini abbiano dello spirito? Mi sento depresso.

ORA 1 POMERIDIANA.--Sono costretto a fare una seconda colazione, in
casa del dottor cavaliere Mignattelli, che mi legge un suo trattato
botanico sulle _Orchidee_.

Sono obbligato a fare la corte alla moglie, che è brutta e civetta e,
nel tempo stesso, a nascondere le mie finte premure perchè lui è più
geloso d'un turco. Non ho mai sofferto tanto, nemmeno al fianco
dell'arciprete di Gallossio. La moglie del dottore non parla che delle
pietanze, dicendo che è stata lei, personalmente, davanti i fornelli
tutta la mattina. Il marito resta ferocemente in mezzo alle
_Orchidee_.

Un nipote del dottore, alle frutta, legge alcuni distici latini
dedicati a me. Sono condannato a lasciar credere che io conosco il
latino. Il dottore è incantato di questa mia erudizione e non mi parla
più che in latino, per cui sono ridotto a rispondere con monosillabi
gutturali che non hanno niente di umano.

ORE 2 POMERIDIANE.--Il dottore mi parla in greco antico e in greco
moderno. Che i miei nemici politici lo abbiano pagato per farmi
impazzire?

ORE 3 POMERIDIANE.--Nella sala dei _Reduci dalle patrie battaglie_. Un
guercio, ma glorioso avanzo di Bezzecca, mi domanda: _E quante
campagne ha lei?_ Arrossisco alquanto e rispondo: _Due_. Dovrei
soggiungere che sono coperto d'ipoteche. Ancora un discorso su questo
tema: _Le tradizioni della rivoluzione italiana_. In qual pelago mi
sono mai cacciato!

ORE 4 POMERIDIANE.--Sono ancora al 1848.

ORE 5 POMERIDIANE.--Parlo della convenzione di settembre.

ORE 6 POMERIDIANE.--Entro per Porta Pia e riesco a consolidare
l'edificio nazionale.

ORE 7 POMERIDIANE.--Banchetto amichevole in casa del presidente della
_Società filarmonica_. Ha invitato lui, ma pago io. La roba esce dalle
cucine delle _Tre corone_. Ogni piatto è più cattivo dell'altro. I
convitati bisbigliano. Il presidente della _Filarmonica_ si mangia i
baffi e mi dà occhiate di traverso. Ogni tanto mi dice con accento
canzonatorio: _Perdoni, sa; capisco che, in casa sua, si mangerà molto
meglio; ma io tratto gli amici alla buona_. Il vino è acido, il manzo
è scotto. Il pranzo è una birbonata. Il cuoco delle _Tre corone_ mi fa
perdere, almeno, cento voti.

Arrischio un discorso su questa massima politica: _I popoli hanno il
governo che si meritano_. Riflessioni d'un elettore, a chiara e
intelligibile voce: _Questo pranzo, perdio, non ce l'avevamo
meritato_.

ORE 9 POMERIDIANE.--Concerto vocale e istrumentale presso la
direttrice degli Asili Infantili. Tre _Caste dive_; un _Eri tu che
macchiavi_; due _Vieni meco_; quattro _Vorrei morir_.... Eh, se non
dipendesse che da me! Dio del cielo, ancora una _Casta diva_. Eppure
non siamo mica nelle scuole.... normali!

ORE 11 POMERIDIANE.--Ritorno all'Albergo, tra due fiaccole e quaranta
birbaccioni che non conosco. Fo dar da bere a tutti. Arriva un
concertino di quattro strumenti a fiato e suona: _Sento una forza
indomita_. Ricevo una deputazione di falegnami, ai quali prometto un
cantiere. Essi continuano a esporre i loro lamenti. Ne prometto due.
Ancora! Se mi lasciassero andare a letto, ne prometterei tre.

MEZZANOTTE.--Eccomi solo. La natura ha orrore del vôto. Provo,
credimi, lo stesso orrore per i votanti.

Vorrei essere elettore a mia volta per vendicarmi su qualche
candidato. Domani mattina, alle 6 e un quarto, devo partire per la
frazione di Cinquecelle. Due ore sopra il somaro! e tu mi fai, per
lettera e per dispaccio, delle scene di gelosia.... Ma dove, dove ho
io, dunque, il tempo necessario per tradirti? Ho giurato d'esserti
fedele fino alla morte e manterrò la fede giurata. Non dubitare:
conosco bene la differenza che passa tra la fede matrimoniale e la
fede politica.

Del resto, tu sai bene che sono costante anche in politica. Quando
m'hai accordato la tua destra, io sono passato a sinistra, e sono
oramai cinque mesi e mezzo che professo le medesime opinioni. E credi,
è la professione più faticosa di tutte.

                                                          _Il tuo_

                                                         GIAN MARIA.




Terzetto.


Pioveva. E quando dico pioveva, intendo significare che pioveva da
sette giorni e sette notti. Nel circondario di M.... non piove mai
meno di venti giorni. È una delle consuetudini più inveterate della
città di M...., città che fu fondata forse dagli etruschi.

Pioveva. Un tempaccio cane, che avrebbe messo l'uggia in corpo a un
pagliericcio elastico. I nervi dei cittadini di M.... erano tesi a un
modo, che Paganini avrebbe potuto eseguire una variazione sugli
stinchi dell'ultimo tra i conservatori d'ipoteche.

Non erano che le sei di sera, ma per le vie non c'era anima viva,
tranne i bruciatai, che, immobili e fuligginosi, sotto sdruscite
tettoie di tela quasi incerata, abbellivano le cantonate delle piazze
e delle vie. La città di M.... ha dei bruciatai come le prime capitali
d'Europa.

Tre persone stavano raccolte nello studio del pittore Raffaello
Marchetti.

Lui, Marchetti, quasi giovane e quasi biondo; pieno d'ingegno, di
speranze, di zii facoltosi: romantico a tavola; seguace del realismo
davanti al cavalletto; fortunato con tutte le donne più geroglifiche
del mandamento; senza condanne criminali sulla coscienza; senza debiti
cancrenosi, e sopratutto nemico irreconciliabile dei solini finti.
Quando vi dico.... un pittore fenomenale!

Il secondo, era l'avvocato Ludovico Bianchini: nome conosciutissimo
nel foro; nome che ha sempre fatto una magnifica figura in tutti i
processi celebri e in tutte le cambiali protestate. Trent'anni d'età,
trenta denti in bocca, trenta capelli sul cranio. Non uno di più. Le
sue difese, a effetto negativo, avevano il nobile scopo di liberare la
società dai malviventi. Le sue tasche erano piene di paradossi, con i
quali dava, di quando in quando, qualche acconto filosofico ai
creditori impazienti. Professava per l'amicizia e per i sigari degli
amici un culto speciale.

Vi presento il mio terzo, come nelle sciarade: il signor Aristide
Moreni, uomo spregiudicato, possessore di calli e di latifondi,
elettore, libertino, giurato, tormentatore di pianoforti, freddurista,
libero pensatore. Un uomo insopportabile, dilettante di fotografia.
Ogni _negativa_ di più rappresentava un amico di meno; tra lui e i
suoi conoscenti c'era un abisso di nitrato, un torrente d'odio e di
collodio.

Perchè mai la divina provvidenza aveva riunito, nello studio
Marchetti, quei tre esseri di un temperamento e, sto per dire, d'un
sesso così diverso? Mistero.

Questo è positivo: che pioveva, che avevano pranzato assai bene tutti
e tre e che ora fumavano un sigaro, sorbendo, negli intermezzi, il
migliore tra i succedanei della cicoria: il caffè.

Un'allegra fiammata crepitava nel caminetto.

Raffaello, sdraiato sopra un mobile ermafrodita, tra l'ottomana e il
sofà, incrociò una gamba sull'altra, sospirò, col mignolo scosse la
cenere del sigaro, socchiuse gli occhi, fece fremere, sotto un soffio
sarcastico, la membrana pituitaria, e cincischiò tra i denti:

--C'è una cosa stupida molto: la pioggia. C'è qualche cosa di più
stupido ancora: l'inventore della pioggia. Non potete figurarvi,
neanche per sogno, che cosa mi faccia perdere questa giornataccia
d'inferno!

--La pioggia e le pandette sono pur troppo necessarie
all'umanità!--esclamò Bianchini, con accento cretino e sentenzioso.

--Io non capisco le pandette;--arrischiò Moreni;--preferirei le
pan....scritte, sopratutto il pan....forte, magari il pan-slavismo.
L'umidità è un controsenso; essa è seccante!

Marchetti tollerò il bisticcio, con la rassegnazione d'un martire
cristiano. Raccolto in sè stesso, aspirò parecchie boccate di fumo,
indi riprese:

--Ragazzi miei, se sapeste!

--L'uomo che non sa, è felice.

--Oh, tu.... sei felicissimo!

--T'inganni: pur troppo ho studiato: ho studiato al punto che arrivo a
distinguere uno stivalino di donna da un principio di diritto
costituzionale.

--Uno stivalino!

--Andiamo, Raffaello;--saltò su a dire il Moreni;--cava fuori il tuo
mistero e vediamo, se ci riesce, di cacciar la noia.

--La noia è un elemento sociale.... Vuoi forse ch'io ti fumi un
sigaro?

--Fai pure. Davvero, c'è qualche cosa di misterioso in ciò che mi
succede. Ve lo racconto, a patto che non mi prendiate in giro.

--Ti pare!

--E che non lo ridiciate a nessuno.

--Neanche in tutta confidenza?

--Meno che mai. Ascoltate. Due mesi addietro....

--Una storia troppo vecchia.

--Non tanto come i tuoi epigrammi. Dicevo dunque che due mesi fa, una
bella sera, mi trovavo al teatro.

--Ho già capito. C'era _lei_, nel suo palco; tu l'hai magnetizzata col
binocolo; ella t'ha sorriso; vi siete visti fuori....

--Hai capito un corno, abbi pazienza.

--Lascialo dire.

--Ero dunque al teatro. Si rappresentava non importa che; non l'ho mai
saputo. Ero distrattissimo. Due giorni prima l'avevo rotta con Delia e
capirete bene!... avevo ben altro per la testa che lo spettacolo.
M'annoiavo, da uomo educato, pisolando a occhi aperti. Fantasticavo.
M'ero sdraiato per bene nello scanno. Avevo meco il mio fido bastone
che, in mancanza di figli, sarà il sostegno della mia vecchiaia.
Reggevo il capo colla destra, mentre il bastone mi faceva da gruccia
sotto l'ascella. A un tratto, sento che un corpo duro, ma delicato
come un tentacolo, aveva urtato l'estremità inferiore del bastone
della mia vecchiaia. Era la punta d'uno stivalino. Su questo, non
c'era dubbio di sorta. Do una sbirciata con la coda dell'occhio, e di
stivalini ne scorgo due. Uno maschio, l'altro femmina. L'amor proprio
m'induce ad attribuire allo stivalino femmina quell'atto
confidenziale. Facendo finta di nulla, proseguo a sbirciare lo
stivalino sospetto. A un tratto, lo vedo fremere, arcuarsi, agitare
impercettibilmente la punta e vibrare un secondo colpetto nervoso
contro il sostegno dei miei giorni cadenti. "Sarà un caso!" suggerì la
mia innata modestia. "È un caso pensato", bisbigliò il mio amor
proprio. Attesi un altro minuto. Nuovi fremiti, nuova agitazione,
nuovo colpetto. Non c'era più dubbio; quelle gentili pedate per di
dietro erano al mio indirizzo. Mi venivano rispettosamente comunicate,
in via gerarchica, pel tramite del bastone della mia vecchiaia.
Esaminai con maggiore diligenza lo stivalino. Era uno stivalino
aristocratico dal tacco alto, provocante. Un tacco che meritava un
blasone. Lo stivaletto disegnava, come un guanto, un piedino
irrequieto, capriccioso. Non era cinese, che Dio ce ne guardi. Io
esecro i piedi cinesi. Era un piedino italiano, elegante, nervoso,
pieno di reticenze, di sottintesi. Mentre lo stavo esaminando, quel
piccolo e interessante personaggio si avvicinò, facendo sembiante di
nulla, al mio bastone, e vi s'appoggiò, con delicata pressione, colla
squisita disinvoltura d'una marchesa che metta il braccio sotto quello
del cavaliere in una festa da ballo. Era un piedino sapiente; ve lo
dico io.

--Ti consiglio di scorciare con garbo questo tuo lirismo pedestre.

--Sta zitto! In quel piede c'era tutto un poema. Una corrente di
fluido magnetico percorse il bastone e mi serpeggiò per le vene,
sottile, sottile....

--Come un bicchierino di _cognac_.

--Che bestia! Scusa, sai! Quel piede mi faceva provare sensazioni
strane, voluttuose. Gli accordi dei violini mi giungevano agli orecchi
come un debole, indistinto ronzìo. Il mio spirito vagava Dio sa dove.
In quel momento dovevo avere (metterei la mano sul fuoco!) una faccia
da idiota. La punta del piedino continuava a vellicare, a stuzzicare
il bastone, conduttore del fluido. Quella era la musica!... A un
tratto l'altra, la musica apocrifa, assurda, si arrestò bruscamente.
Mi scossi di soprassalto. L'atto dell'opera era finito. Il piedino
aveva operato una ritirata precipitosa. L'incantesimo era rotto, il
fluido non correva più.

--Fatalità!

--Allora soltanto mi balenò l'idea di guardare in faccia la
proprietaria legittima di quella pila voltaica, di quella bottiglia di
Leyda.

--M'aspetto la catastrofe. Era una vecchia?

--Ma che! era una giovane.

--Brutta?

--Bellissima!

--Un angelo?

--Forse.

--Colle ali.... ai piedi!--e Moreni rise da solo come tre stupidi
insieme.

--Era una donnina sui trent'anni, dalla carnagione perlata, dagli
occhi profondi, fantasiosi, dai capelli neri che ombreggiavano la
fronte con una cascatella di riccioli....

--Fa il piacere, di' ch'era una bella donna e che la sia finita.

--Bella donna, non basta. Voglio farvi capire ch'ella era affascinante
a dirittura. Un bocchino, disegnato da Greuze, abbozzava sorrisetti
indefinibili pieni di malizia e d'ingenuità. Una vita da vespa, da
stringerla così: in una mano. E guanti a dieci bottoni, notate bene,
guanti a dieci bottoni!

--I bottoni,--borbottò Aristide,--sono una prova apodittica
dell'esistenza dell'anima.

--I nostri sguardi s'incrociarono.... Vi risparmio il resto. Finito lo
spettacolo, m'avviai per uscire. Ella mi stava dietro.... sentivo il
suo alito profumato.... _sentivo_ il suo sguardo; proprio così.
Ritengo che il miglior modo di seguire una persona sia quello di
precederla. Non si dà nell'occhio. Giunto nell'atrio, diedi una
sbirciata indietro. Ella era scomparsa; era sgusciata non so dove.
Figuratevi la mia disperazione!

--Ce la figuriamo; tira via.

--Passarono tre giorni.

--Tre anni?

--Tre secoli! Finalmente, un giorno, mentre passeggiavo per i giardini
pubblici, m'imbattei nella bella sconosciuta. Era lontana venti passi
da me. Ne avevo subito riconosciuto il piedino, quel piedino che m'era
rimasto fotografato sul cuore.

--Oh, decadenza della fotografia!

--Anche lei m'aveva ravvisato, e mi guardava di traverso; mi faceva
l'occhio di triglia, sorridendomi, al di sopra della spalla. E sempre
con quel sorriso....

--Già ce l'hai dipinto; vai pure avanti.

--Tanto per darmi un po' di contegno, cavai di tasca un giornale.
C'era un discorso di Gambetta; sei colonne di stampa minuta, minuta,
me ne ricorderò finch'io viva. Ella si mosse lentamente e io dietro,
fingendo di leggicchiare il discorso di Gambetta. Me lo perdoni
l'illustre e compianto capo della maggioranza francese! Passo passo
giungemmo in una viottola solitaria. Subivo una bizzarra
allucinazione. I miei occhi s'erano smarriti tra le colonne del
giornale.... tra una frase e l'altra del tribuno scorgevo un bastone e
un piedino, un piedino e un bastone, un esercito di bastoni, un
esercito di piedini.... Assorto in quella visione, non m'ero avvisto
che la bella incognita s'era fermata e mi guardava sorridendo. Fui a
un pelo di calpestarle lo strascico. Mi feci rosso come un gambero e
borbottai non so che. Anch'ella arrossì.

--Perdinci!

--Sì, amici miei, ella arrossì e abbassò le ciglia....

--Lunghe e vellutate?

--Si sottintende. Il suo contegno era graziosamente impacciato; il
mio, ridicolo a dirittura. Indovinate un po' come feci a cavarmela!

--Con un madrigale?

--Che! tutt'altro. Con un disgraziato e prosaico: _Come sta?_ a cui
rispose uno scroscio di risa.

--Sfido!

--Le son cose che non sì dicono neanche a una suocera.

--Eppure è così. A ogni modo, mi feci un coraggio da Quinto Curzio e
presi una risoluzione: risi anch'io.

--E in tanto riso?

--La signora non desiderava di meglio che darmi piena e intera
assoluzione.

--Coll'_indulgenza_?

--Con molta indulgenza. Ci separammo, con una stretta di mano, che
valeva tutte le sei colonne del discorso di Gambetta.

--Che scena commovente!

--Un vero idillio.

--Raffaello, ti regalerò una zampogna.

--Aspettate. Non siamo che al principio....

--Della fine?

--Precisamente. L'indomani ero qui, nello studio, sdraiato come
adesso, affumicando il tempo, a furia di sigari, per affrettare l'ora
della passeggiata. Tutto in un momento odo un fruscìo di seta, su per
le scale, e due colpetti all'uscio....

--Era lei?

--Era lei. Potete figurarvi....

--Ci figuriamo, ci figuriamo!--borbottò Aristide, strozzando in fasce
uno sbadiglio.

--Ella entra, tutta tremante, come una cervetta spaurita; chiudo
l'uscio e casca nelle mie braccia.

--L'uscio?

--Lei. Questa volta non le domando come sta, ma le appiccico un bel
bacio sui ricci d'ebano e rincaro la dose, fino.... a guarigione
completa. Trascorso un minuto, ella, con le sue manine affusolate, si
stropiccia gli occhi ed esclama: _Sogno, o son desta?_

L'avvocato Ludovico Bianchini si scosse di soprassalto.

--_È una realtà, bella come un sogno!_--io le dissi, con accento
patetico. Successe una pausa. Indi la bella incognita si ristropicciò
gli occhi, e ripetè, con un'intonazione differente:

--_Ma, sogno, o son desta?_

L'avvocato Ludovico Bianchini si agitò sulla sedia, coi segni dello
stupore più manifesto.

--Con tutti quei sogni,--proseguì Raffaello,--ero lì lì per cavarci i
numeri del lotto. Ma, dopo tutto, le passai un braccio intorno alla
vita e la feci sedere accanto a me.

--Furfante!--gridò Aristide, con una smorfia di vecchio satiro.

--Ella riaperse le sue labbra divine, e sospirò: _Sogno, o son desta?_
Questa frase era evidentemente un vizio organico di quella leggiadra,
ma imperfetta creatura.

--Ma sì, ma sì, proprio un vizio organico!--gridò l'avvocato
Bianchini, levandosi in piedi;--è una cosa che fa orrore!

--Ha però il suo lato poetico.

--Ripeto; è una cosa che fa orrore. Ti posso ridire anche tutti gli
altri intercalari di quella signora.

--Come! la conosceresti?

--Se la conosco.... Dio dei cieli! È da due mesi che io la sento dire:
_Sogno, o son desta?_ È da oltre due mesi che io la sento ripetere:
_È un oblìo di me stessa!_ Oppure: _Io vivo d'illusioni!_

--È vero, perdinci! e anche di frequente: _Una donna che ha avuto
tanti dispiaceri...._

--Sì!... _ha diritto di cercare qualche conforto!_ Le so tutte a
memoria, come un buon dervis conosce tutti i versetti del Corano. Ho
imparato la prima edizione, io.

--Ed io la seconda. Ah, quest'è curiosa!

--È magnifica!

--È stupenda, è sbalorditoia: non ho mai sentito nulla di simile in
vita mia!--urlò Aristide.

--Insomma--soggiunse Marchetti--da due mesi e mezzo sto studiando
quella donna per farle un ritratto....

--Insomma--conchiuse Ludovico--da due mesi e mezzo sto studiando il
tuo modello, allo scopo di capire qualche cosa in una lite di
successione, che mi ha voluto affidare per forza. Figurati che gusto!

--Successione di chi?

--Del fu suo marito.

--È dunque vedova?

--All'incirca; credo bene sia così.

--Ma via,--gridò Aristide col suo vocione,--poichè s'è scoperto, dirò
così, questo binario, fuori il nome!

--Io so appena che si chiama Natalina,--disse Raffaello, accendendo un
fiammifero.

Aristide trasalì.

--Natalina Galimberti,--aggiunse l'avvocato.

Aristide stralunò gli occhi, aperse la bocca, allargò le braccia, come
un uomo assalito da reminiscenze apopletiche. Un grido rauco gli uscì,
sibilando dalla strozza:

--È la mia futura sposa!

Fece alcuni passi barcollando e infilò l'uscio dello studio.

Lodovico e Raffaello si guardarono in faccia, per due o tre minuti,
senza trovar parola. Finalmente, l'avvocato si strinse nelle spalle e
ruppe in uno scroscio di risa sardonico, esclamando:

--Peggio per lui!

Il giorno appresso, Aristide Morelli, con aspetto ilare e bonaccione,
rientrava nello studio Marchetti.

--So tutto, so tutto!--esclamava il proprietario di calli e di
latifondi, stringendo all'inglese la mano di Raffaello.--Natalina mi
ha svelato ogni cosa. Che burloni!... Ah, l'avete concertata graziosa,
ah! ah! potete vantarvene.... ah! ah!... Cara, quella storia del
piedino: ben ideata!... e quel birbaccione d'avvocato! che muso duro,
quello lì!... Natalina, poi, è nata apposta per immaginare farsette
di questo genere!... E io, imbecille, che ci son cascato!...

--Sicuro; tu, imbecille, che.... ah! ah!

Raffaello non sapeva che diavolo rispondere e rideva anche lui d'un
riso da scimunito.

Calmata la rumorosa ilarità, Aristide ripigliò:

--Ma ora parliamo sul serio. Tra poco, si conchiuderà il matrimonio e
io voglio che tu, per quell'epoca, mi consegni il ritratto di
Natalina. Sai? voleva farmene una sorpresa!... Ma ora è inutile, già.

--Lascia fare a me,--balbettò Raffaello.

--Ora, poi, corro subito da Bianchini, affinchè solleciti la lite
della successione. Non voglio impicci, io. Addio; stammi allegro!
Ricordati che hai da essere uno de' miei testimoni. E anche Lodovico,
quel caro matto!... A rivederci.

Un mese dopo, il sindaco di M.... univa in matrimonio Aristide Moreni
e Natalina Galimberti, alla presenza di Raffaello Marchetti, pittore,
e Lodovico Bianchini, avvocato, nati e domiciliati in quella città.

La sposa, entrando nella camera nuziale, si abbandonò tra le braccia
del marito, si stropicciò gli occhi e mormorò languidamente:

--Sogno, o son desta?




Il bilancio dell'interno.


Saloncino in casa dell'onorevole Erasmo commendatore Scacchetti,
deputato di centro sinistro, rappresentante il collegio di Corpuscoli,
nell'Emilia, giovanotto di quarantadue anni, confessati
nell'espansione della gioia, il giorno in cui la Sinistra è andata al
potere. Il quartiere è pulito, in via Frattina, ma è sempre un
quartiere affittato con mobili, vale a dire una raccolta informe di
stonature acquistate nei pubblici incanti, un'accozzaglia di oggetti
provenienti dalle più disparate e strane regioni. Un seggiolone
_rococò_ a grandi intagli quasi dorati, con spalliera enorme e velluto
cremisi spelato, esce certamente dal vecchio palazzo polveroso di un
cardinale. La poltroncina accanto, in stoffa gialla, proviene di certo
dalla casa elegante d'una donnina equivoca. Il tappeto, rappezzato in
vari punti, non ha niente che fare coi mobili, nè coi cortinaggi, nè
con la tappezzeria. I _capricci_, sopra le tendine, sono di forma
indescrivibile, e fanno terribilmente a pugni con tutto il resto.

Un orologio, con base d'alabastro ingiallito, sopra cui si vede una
scena arcadica veramente stomachevole, segna le undici e un quarto.

Il commendatore Erasmo Scacchetti, già vestito per uscire,
dissuggella, con mano nervosa, le tre ultime lettere delle
cinquantasei che ha ricevuto in giornata dai suoi elettori, il più
modesto dei quali non gli domanda che un'esattoria per sè, tre posti
gratuiti in un buon collegio per i figli, collocamento di una donna di
servizio, cugina alla larga, partita dal circondario di Corpuscoli per
la capitale.

La signora Diodata Magistri negli Scacchetti, donna di sesto acuto,
d'animo retto e d'intelligenza ottusa, passeggia lentamente per il
salotto, facendo, con moto febbrile, un lavoro all'uncinetto, assai
bello, per coprire tutto un sofà di magnifico broccato antico, tanto
antico che è una vera sudiceria.

L'onorevole Scacchetti straccia le ultime lettere e le butta, come le
altre, nel cestino, borbottando tra sè:

--Di questo passo sarò costretto a stipendiare un uomo robustissimo,
per dar la saliva ai francobolli.

LA SIGNORA (_con sarcasmo_).--_Il faut payer sa gloire._

IL COMMENDATORE (_allargando le braccia_).--Fammi il piacere, Diodata
mia, non mi seccare anche te. È pronta la colazione?

LA SIGNORA.--Che pronta d'Egitto! La donna non ha potuto uscire che
alle dieci e mezzo: lo sai bene!

IL COMMENDATORE (_con tremolìo convulso alla gamba destra, e occhi
alzati al soffitto_).--Sempre così. Non c'è caso che mi si voglia
capire. Quando dico le undici, intendo dire le undici: se comando la
colazione per le undici, è proprio per le undici che voglio fare
colazione. Come parlo? parlo turco? parlo indiano?

LA SIGNORA.--Dopo tutto, non sono che le undici e venti, sai.

IL COMMENDATORE.--Sì, ma la colazione non sarà pronta che a
mezzogiorno; un'altra volta che dico alle undici, e non si dà proprio
alle undici, vado alla trattoria.

LA SIGNORA.--Già: il signore fa presto: lui se ne va alla trattoria.
La moglie non gli viene neppure in mente. Si capisce!

IL COMMENDATORE.--Ti ho mai fatto morir di fame? e dunque? che cosa
strilli?

LA SIGNORA.--E tu, di che strilli?

IL COMMENDATORE.--Strillo perchè ci ho ragione di strillare. Alle
dodici in punto, devo essere alla Camera, se no Morana si stranisce e
mi fa il muso.

LA SIGNORA.--E che mi preme del tuo Morana?

IL COMMENDATORE.--Preme a me, se non a te: oggi appunto devo
raccomandare il tetto della casa penale di Corpuscoli, articolo 78 del
bilancio. Il tetto sarà rifatto ugualmente, ma importa che gli
elettori lo credano rifatto per merito mio.

LA SIGNORA (_smettendo di lavorare_).--La vera casa penale è questa,
sì signore: è questa: e io sono la povera e unica condannata alla casa
penale. La mattina (_contando sulle dita_) ti svegli di malumore,
brontoli e te ne vai via. Dici che vai agli uffizi. Sarà. Il marito di
Lilla non va mai mai agli uffizi, eppure è più deputato e più
commendatore di te. Alle due ci hai la seduta, anzi, adesso c'è
quest'altra bella novità delle commissioni. Fino alle sei, dici tu,
stai alla Camera. Io sono stata cinque o sei volte alla tribuna (con
biglietto che mi ha dato Pullè, perchè tu non ci pensi) e non ti ho
visto mai, mai....

IL COMMENDATORE (_arrossendo_).--Ero nel seno....

LA SIGNORA.--.... d'una commissione, lo so.... m'hai sempre detto
così. Vieni a casa alle sei.... altro brontolìo. Il pranzo non ti va.
Tutto è cucinato male. Ti domando come si passa la serata, e tu mi
dici che hai la riunione della maggioranza alla Minerva, o che so io.
Io ti chiedo se si va al teatro, e tu mi dici che c'è la riunione del
tuo gruppo. Ti prego d'accompagnarmi in casa Serafini, e tu mi dici
che hai da chiedere schiarimenti d'urgenza al ministro d'industria e
commercio. Ma è possibile ch'io continui questa vitaccia d'inferno?

IL COMMENDATORE (_con voce glaciale_).--Diodata mia: questo discorso,
oramai, lo so a memoria, come quelli dell'amico Guala sulla provincia
di Vercelli. Tu hai ragione, ma io non ho torto. La politica mi
assorbe. Il bilancio dell'interno.... capisci? porterà con sè una
discussione vitale. Si tratta dei più gravi argomenti. Figurati ch'io
devo prendere la parola sull'articolo 12: _Ricompense per azioni
generose_, sul quale ho molte idee.... Un vero programma sociale....

LA SIGNORA.--Dovresti avere piuttosto qualche idea sulle mie azioni
generose e ricompensarle. In premio delle mie tribolazioni, t'ho
chiesto un mantello di pelliccia e tu niente! Tutte le mie amiche
hanno un mantello di pelliccia: io sola....

IL COMMENDATORE.--L'inverno e così mite a Roma, che una pelliccia
sarebbe un'offesa per il municipio. Te la comprerai un altro anno,
purchè faccia freddo, cosa che non è possibile. Guarda, piuttosto, se
la colazione sia pronta. Io, intanto, darò un'occhiata alle cartelle
del mio discorso sulla _sanità interna_. Non si spende neppure un
milione e mezzo.

LA SIGNORA.--Io ti ho detto di spendere un centinaio di lire, in due
piccole stufe, chè queste camere, con tutto il tuo inverno mite, sono
una Siberia. Quando te ne parlo, dici sempre: _domani_. Non potresti
fare un discorso sulla _salute interna_ di casa tua?

IL COMMENDATORE.--Tu non hai bisogno di stufa. Ti basta il calore
della discussione.

LA SIGNORA.--E con chi devo discutere? col gatto? In casa, tu non ci
sei mai! Certe volte, mi tocca aspettarti fino alle due dopo
mezzanotte. Vergogna! E mi muoio dal freddo.

IL COMMENDATORE.--Ma scusa, non potresti invece ardere d'impazienza?
Senti, come scotto. Io ardo, adesso, per la colazione. Sono già le
undici e cinquanta. E io, sciagurato, alle dodici e mezzo devo fare
un discorso negli uffizi sulle _spese segrete_.

LA SIGNORA (_diventando verde_).--Te lo farò io, un discorso sulle
spese segrete! ah tu credi proprio ch'io sia una stupida? che non veda
niente? Che non m'accorga di niente? Lunedì tu avevi tremila lire, nel
tuo portafoglio; ieri, non ci avevi più che mille e settecento lire.

IL COMMENDATORE (_turbato_).--Moglie mia, abbiamo deciso alla Minerva
di non far quistioni di portafogli.

LA SIGNORA.--Che ne hai fatto di 1300 lire in ventiquattr'ore? (_con
amarezza_) Le hai forse versate nel seno della tua famosa commissione?
mi hai comprato di nascosto la pelliccia? hai acquistato di nascosto
ventisei stufe, per l'appartamento? Rispondi: che cosa ne hai fatto?

IL COMMENDATORE (_balbettando_).--Prima di tutto.... ho prestate
quindici lire a un amico.

LA SIGNORA.--Ah! benissimo. La signora non ha pelliccia, ma il
signore, presta quindici lire a un amico. La moglie non ha mai un
palco, ma il signore presta quindici lire a un amico. Da due anni mi
devo fare un abitino di raso nero, chè quello che ci ho è una cosa
impossibile, ma il signore presta quindici lire a un amico. In casa si
manca di tutto, non c'è neppure una macchinetta per l'acqua di Seltz,
ma il signore presta quindici lire a un amico. Dovevo andare al
concerto della Cognetti, e non ci sono andata, ma il signore presta
quindici lire a un amico; l'ho pregato di portarmi all'esposizione di
Torino, e non mi ci ha portato, ma il signore presta.... Ma poi,
quindici lire sono quindici lire. Mancano ancora 1285 lire. Spero bene
che non avrete dato tante quindici lire a un centinaio d'amici.

IL COMMENDATORE (_prendendo il cappello_).--Senti: farò colazione
questa sera. Morana mi aspetta.

LA SIGNORA.--Ma le 1285 lire?

IL COMMENDATORE (_scappando_).--Le ho mandate agli Asili d'infanzia.

LA SIGNORA (_cavando con gesto drammatico un biglietto_).--E l'autrice
di questo biglietto in cui vi scrive che le 1300 lire non bastano....
questa Elvira Codarelli, che manca d'ortografia, è forse un Asilo
d'infanzia?

_Tableau!_




Miserere mei.


Le case vecchie e screpolate sono coperte di macchie d'umido e di
salnitro: il cielo è plumbeo, e l'aria frizzante. L'acquerugiola, fine
come nebbia e mista a un sottile nevischio, si converte in fango,
prima ancora d'avere toccato le selci delle vie. Pochi passanti
corrono freddolosi, infagottati, sotto gli ombrelli. Le serve
stringono bene i capi dello scialle, rialzano le gonnelle poco pulite,
e ciabattano rapidamente nella mota, avviandosi verso _campo de'
Fiori_.

Un convoglio funebre di monaci e di fratelloni alla spicciolata scende
per _via del Governo Vecchio_, come una processione di fantasmi,
muniti di fiaccole, e rauche salmodie, con puzzo greve di moccolaia,
si spandono per l'aria tetra, confuse col rumore dei carri, delle
carrozze, con le grida dei venditori di _pizza_, e degli strilloni dei
giornali.

Due fratelloni della buona morte, coi calzoni rimboccati, e la cappa
tutta tigrata di pillacchere, si trovano con passo indolente alla coda
del convoglio.

--.... _Magnam misericordiam tuam_. Aspetta un po': fammi accendere la
torcia. Accidenti alla pioggia e al diavolo che ce la manda.

--_Ab iniquitate mea_.... Com'è che hai fatto così tardi?

--_Amplius lava me_.... ho litigato con mia suocera, e ho finito per
darle due sganassoni in faccia.... _et a peccato meo munda me_.

--.... _Quoniam iniquitatem meam ego cognosco_..... Per crist....allo!
mi sono preso una storta al piede. Questo minchione ha scelto proprio
una giornata carina, per farsi seppellire.

--_Tibi soli peccavi_.... Sai niente tu chi fosse questo sor
Menichetti? m'hanno detto che faceva il droghiere a San Carlo a'
Catinari.... _et malum coram_....

--_Te feci_. Pare fosse un galantuomo, proprio una brava persona e che
abbia messo da parte un po' di quattrini. La Nena m'ha detto, che,
anni addietro, faceva anche lo strozzino, ma dopo tutto, pur di
vivere onestamente, ognuno ha il diritto di fare il comodo suo....
_iniquitatibus conceptus sum_....

--_Et in peccatis concepit me mater mea_.... lascia famiglia?

--_Incerta et occulta sapientia_.... una moglie bella e giovane con
due figli.

--Figùrati, la povera signora, che dispiacere.... _lavabis me, et
super nivem_.

--Poveretta! si sa che un marito fa sempre dispiacere.... _et
exultabunt ossa humiliata_! ma troverà modo, credi a me, di
consolarsi. Si racconta che quella lì n'abbia avuto parecchi a farle
la corte.

--_Et omnes iniquitates meas dele_.... Ne ho conosciuto delle civette,
ma come le donne!

--_Cor mundum crea in me Deus_.... prima ancora che si maritasse, la
gente la vedeva sempre insieme con quel biondo, che fabbrica
liquori.... Sai, quello che ha sposato Paolina, la bustara di Borgo.
_Redde mihi laetitiam_....

--Ah, sì: me ne ricordo sicuro! anche la Paolina, un gran pezzo di....
_Docebo iniquos vias tuas_.

--Dimmi, hai fatto colazione tu?

--_Domine, labia mea aperies_.... Senti? all'osteria di Bartolomeo,
c'è un arrostino d'abbacchio....

--Sta zitto, se no pianto il morto.... _ut aedificentur muri
Jerusalem_....

--_Requiem aeternam!_ (a un birichino che vorrebbe staccare la
sgocciolatura della torcia). _Va a morì ammazzato!_




Il chellerino.


Nella birreria del Tevere--con servizio di _chellerine_--c'è un
cameriere che si chiamerebbe Menico se gli avventori non preferissero
chiamarlo con un nome di nuovo conio: il _chellerino_.

E in verità, a furia di strofinarsi con le gonnelle delle
_chellerine_, alla melensaggine, al noto cretinismo di Menico, s'è
aggiunto adesso un certo fare sdolcinato, mellifluo, quasi muliebre,
che giustifica a sufficienza il nomignolo di _chellerino_, ormai
passato nel sacro dominio della storia.

Son molti anni che conosco il _chellerino_, poichè l'ho conosciuto
anche nei tempi in cui si chiamava Menico. Era appena venuto di
ciociaria e s'era adattato al servizio del barone di Cerami, passando
alternativamente dalle funzioni di mozzo di stalla a quelle d'aiuto al
cameriere di servizio alla tavola, quando a pranzo c'era più gente
del solito.

Circa il servizio da tavola, Menico ha esordito in una maniera
splendidissima.

Era un giovedì e nella bella sala da pranzo del barone di Cerami, coi
mobili di noce intagliati e i grandi piatti arabo-siculi appesi alle
pareti, c'era una decina di convitati, quasi tutti, per via della
Camera o del Senato, appartenenti alla politica.

Prima d'andare in tavola, il barone chiama Menico davanti a una
credenza e gli dice:

--Tu non avrai altro da fare che servire i vini. Sai leggere, nevvero?

--Sissignore.

--Bene: queste bottiglie hanno ciascuna la relativa etichetta. Vedi?
questo è _Saint-Julien_, questo è _Pomard_, quest'altro è
_Chambertin_, eccetera, eccetera. Tu prendi la bottiglia, ti avvicini
alla destra d'ogni convitato, senza urtargli il braccio o la sedia,
versi piano piano e, mentre versi, gli dici sotto voce il nome. Hai
capito?

--Non dubiti.

Ci mettiamo a tavola e il pranzo comincia. Menico afferra una
bottiglia, s'avvicina al deputato Colaianni, versa del vino e, nel
versare, invece di dire: _Saint-Julien_, si curva all'orecchio del
deputato e gli bisbiglia:

--Onorevole Colaianni!

L'on. Colaianni si volta e gli risponde:

--Che vuoi?

Ma Menico è già passato all'altro convitato e, nel mescere, gli
susurra all'orecchio:

--Onorevole Sidney Sonnino!...

                  *       *       *       *       *

Una sera, verso le otto e mezzo, mentre si versava il caffè, fumando
una sigaretta, il barone lo chiama e gli dice:

--Menico: vai un po' a vedere che cosa fanno stasera al _Costanzi_.

Menico sparisce e non rincasa che.... verso la mezzanotte.

--Dove diavolo sei stato?--gli domanda il barone.

--Dove mi ha mandato lei: al _Costanzi_.

--Ah! e t'hai goduto, dunque, tutto quanto lo spettacolo?

Menico quasi s'inginocchia:

--No!... mi perdoni, signor barone! ce n'era ancora un atto, ma son
venuto via, perchè cascavo dal sonno.

                  *       *       *       *       *

Visto e considerato che l'idiotismo di Menico era cronico, il barone
lo licenziò, ma il poveraccio lo assediò con tanti piagnistei, che il
barone gli promise di trovargli un posto, e finì per trovargliene uno
che gli parve adatto ai mezzi intellettuali del ciociaro.

Si trattava unicamente di stare nell'anticamera d'una signora
elegantissima, che riceveva molte visite e che aveva una bellissima
casa, senz'avere un casato, poichè sopra le sue carte di visita non si
leggeva che questo nome biblico e laconico: _Sara_. Sara è una delle
più piacevoli etére del _demimonde_ romano, di quelle che hanno un
certo contegno e riescono perfino, nelle grandi riunioni, a
intrufolarsi nella cosidetta buona società.

--Le tue funzioni,--aveva detto Sara a Menico,--sono semplicissime:
devi rispondere a chi viene secondo gli ordini e le istruzioni che
avrai: sopratutto, non devi vedere e non devi sentire che ciò ch'io
voglio che tu veda o senta.

--Stia tranquilla.

Un'ora dopo, Sara si presenta in anticamera e chiama:

--Menico.

Menico la guarda, non si muove e non risponde.

Sara lo richiama e gli fa segno d'avvicinarsi.

--Non avevi sentito?

--Sissignora: ma siccome aveva detto _Menico_ a bassa voce, ho
creduto che la signora non volesse che io udissi.

                  *       *       *       *       *

Sara, quasi tutti i giorni dalle dodici alle due, riceveva un
dottorino giovane, biondo, bello e pieno di spirito. Era il suo
dottore, ma nelle lunghe conversazioni la salute e l'igiene, per
solito, non entravano per niente. Sapeva tante graziose storielle, il
dottore biondo! E poi faceva la corte, con un garbo!

Un giorno, Menico bussa all'uscio della camera della padrona, che
risponde dall'interno:

--Non si può.

--Sono io, Menico.

--Che vuoi?

--C'è il dottore....

--Non lo posso ricevere.

--E che gli devo dire?

--Digli.... quello che vuoi. Trova tu una scusa.

Menico torna in anticamera:

--Signor _dottore_, la padrona non lo può ricevere perchè.... è
_malata_.

                  *       *       *       *       *

Licenziato da Sara, Menico fu, per qualche settimana, servitore in un
albergo di quarta o quinta classe.

Suonano al n. 6 e Menico si presenta al forastiero.

Il forastiero è a letto e, appena giunto il cameriere, si cava un
occhio di cristallo e dice:

--Mettilo con precauzione, sul comò.

Menico eseguisce, poi torna a piantarsi davanti al forastiere.

--Che fai?

--Aspetto l'altro.

                  *       *       *       *       *

Adesso, Menico--diventato il _chellerino_,--è addetto alla birreria
del Tevere, ma le sue funzioni sono limitate a cambiare i piatti e le
posate, nonchè a essere lo scaricatoio di tutte le bizze delle
_chellerine_. Pure, certe volte ha la vanità di atteggiarsi a vero
cameriere, e le _chellerine_ lo lasciano fare quando, nelle ultime ore
della notte, non c'è più nulla in cucina, nè di caldo, nè di freddo:
allora, anzi, mandano lui a sbrigarsela con l'avventore nottambulo,
che per solito è nervoso e pien di malumori.

Menico si presenta col più amabile dei sorrisi.

--Il signore comanda?

--Che c'è di pronto?

--Vorrebbe una bistecca? una buona costoletta ai ferri? delle
scaloppine....

--Dammi la bistecca.

--Mi rincresce.... ma il filetto è finito!

--Allora, dammi la costoletta.

--Oh, Dio!... l'ultima la ho servita dieci minuti fa.

--Oh corpo di...! vengano, almeno, le scaloppine.

--Si figuri se non gliele darei; ma in cucina non c'è più un solo
boccone di carne.

--Dunque, non mi dai niente?

--Le potrei dare.... le posso dare....

E finge di pensare.

--Dunque? sentiamo!

--Le posso dare.... l'indirizzo di un'altra trattoria.

--Eh! va all'inferno.

--Se, però, il signore si contentasse di qualche cosa di freddo!...

--Cioè?

--Per esempio.... una granita di limone.

                  *       *       *       *       *

Uno degli avventori prese a proteggere Menico e a dargli qualche soldo
di mancia.

Menico era pieno di riconoscenza, per questo suo benefattore, ch'egli
non conosceva di nome, ma che sapeva essere cugino d'un altro
avventore quotidiano: dell'avvocato Placidi.

E quando il suo mecenate giungeva in trattoria, Menico diceva alle
_chellerine_:

--Presto, presto, ragazze: che c'è il cugino dell'avvocato Placidi.

Ma, sul principiare dell'autunno, il mecenate scomparve, con
disperazione grande dell'infelice Menico, che non sapeva darsene pace
e spesso esclamava a voce alta:

--Ma che ne sarà successo del cugino dell'avvocato Placidi?

Il mecenate ricomparve quattro mesi dopo, e Menico gli fece una festa
da non descrivere.

--Come va che non s'è più visto?

--Ho viaggiato.

--Come! non sta più in Roma?

--No: non sto più a Roma.

--Ah, no?... ma lo è sempre cugino dell'avvocato Placidi?




L'avvocato Paolo Emilio Genuzio.


Ben pochi avvocati hanno avuto la fortuna di salire a quel grado di
miseria e di celebrità cui è salito Paolo Emilio Genuzio.

Egli ha la specialità del cliente che non paga, ragion per cui è
costretto a vivere di debiti, con un formidabile giro di cambiali in
mano a strozzini d'infima categoria.

E a proposito di queste cambiali, egli suol dire:

--Le mie cause non producono che questi effetti!

Quand'egli fa conoscenza d'uno strozzino, la prima cosa che gli
domanda è questa:

--Siete cattolico voi?

--Sissignore.

--E le vostre convinzioni religiose sono molto profonde?

--Profondissime; ma perchè questa domanda?

--Perchè io non amo affidare le mie cambiali a uomini di coscienza
incerta, che oggi son cattolici e fra tre mesi.... _protestanti_!

E gli strozzini, bisogna dirlo, finiscono per avere una certa
simpatia per l'avvocato Genuzio. Ce n'è uno, per esempio, che non
manca mai alle udienze in cui l'avvocato ha la parol

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