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Caos del Triperuno

by Teofilo Folengo · Italian · Gutenberg #35799 · 332,879 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Caos del Triperuno
    
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Title: Caos del Triperuno

Author: Teofilo Folengo


        
Release date: April 8, 2011 [eBook #35799]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/35799

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net (Images generously made available by
        Editore Laterza and the Biblioteca Italiana at
        http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CAOS DEL TRIPERUNO ***




Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
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    NOTA DEL TRASCRITTORE

    Le Note, ad esclusione della 252 e 329, sono la trascrizione di
    annotazioni manoscritte dall'autore in alcune copie della prima
    edizione.

    Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
    correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

    Per visualizzare nel modo migliore le parti in poesia, in
    particolare i doppi e triplici acrostici, è consigliabile
    utilizzare un font monospazio (Courier, Monaco).




                           TEOFILO  FOLENGO


                            OPERE ITALIANE


                       A CURA DI UMBERTO RENDA


                             VOLUME PRIMO



                                 BARI
                        GIUS. LATERZA & FIGLI
                       TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

                                 1911




                                  II

                          CAOS DEL TRIPERUNO




DIALOGO DE LE TRE ETADI

PAOLA attempata--CORONA giovene--LIVIA fanciulla.


PAOLA. Tu piagni, figliuola, e che ti senti tu?[1]

      [1] Mater prima, secunda soror, mihi tertia
      neptis.

CORONA. Nol sai, madre, senza che me lo chiedi?

PAOLA. Se 'l sapessi giá, non tel dimandarei.

LIVIA. Dicerottilo io, dapoi che le molte e abbondevoli lagrime
t'interrompeno la voce.

CORONA. Taci lá tu, pazzarella, ché pur troppo è di soperchio a me sola
questo cordoglio, senza che tu v'involvi dentro e lei ancora.

PAOLA. Non siano parole tra voi! O tu, o tu me lo narri senza piú
indugio.

CORONA. Piango la mala sorte di mio fratello Teofilo, a te figliuolo.

PAOLA. È forse morto?

CORONA. Sí, d'onore e reputazione.

PAOLA. Maladetto sia l'uomo il quale disprezza la fama sua.[2]

      [2] Maledictus homo qui negligit honorem suum!

CORONA. Dio pur volesse che la vergogna fusse di lui solo!

PAOLA. So male che responderti, non t'intendendo ancora: dimmi, ha
commesso qualche adulterio?

CORONA. Grandissimo.

PAOLA. È di carne... Ma in che modo?

CORONA. Qual trovasi maggior adulterio essere che de lo ingegno suo
pellegrino, che de le tante lui grazie dal ciel donate usarne male?

PAOLA. Grande ingratitudine per certo! Ma comincio giá la causa di
questo tuo rammarico intendere: lo poema da lui composto sotto il nome
di Merlino Cocaglio ancora non ti si parte dal cuore?

CORONA. Anzi ognor piú me lo parte e straccia.

PAOLA. Deh! stolta, tu t'affanni oltra quello che a te non tocca.

CORONA. Piú d'ogni altro mi tocca, ché piú d'ogni altro son certa che
l'amo.

PAOLA. Piú di me?

CORONA. Piú di te.

PAOLA. Di me, ch'io gli son madre?

CORONA. Ed io doppia sorella.

PAOLA. Non l'ami tu giá dunque, se doppia gli sei.

CORONA. La causa?

PAOLA. Tant'è dir «doppio» quanto «falso».

CORONA. Or su, non motteggiamo, prego![3]

      [3] Sales animo languenti amarae sunt.

PAOLA. In che modo gli sei dunque doppia sorocchia?

CORONA. Carnale e spirituale.

PAOLA. Carnale sí bene, spirituale non piú giá.

CORONA. La cagione?

PAOLA. S'ha gittato il basto da dosso l'asinello.

CORONA. E rottosi 'l capestro.

LIVIA. E tratto di calzi.

PAOLA. Or cangiamo cotesto ragionamento in altro. Hai tu letto
l'_Orlandino_?

CORONA. Letto? trista me! appena veduto.

PAOLA. Come? ti vien interdetto forse che da te con l'altre tue sorelle
non si poscia leggere?

CORONA. Sí.

PAOLA. Chi fu questo pontifice?

CORONA. La ragione.

PAOLA. Perché cosí la ragione?

CORONA. La quale m'avvisava dover essere peggior Limerno che Merlino.

PAOLA. Leggerlo almanco voi dovevati.

CORONA. A che perder il tempo?

PAOLA. Taci, ché d'ogni libro qualche cosa s'impara.

CORONA. Questo è falso.

PAOLA. È sentenzia di Plinio.

CORONA. Vada con le altre sue menzogne!

PAOLA. Negarai tu che d'ogni libro non s'impari qualche cosa?

CORONA. Anzi, piú de li tristi e disonesti che de li boni.

PAOLA. Or basta: non sai che 'n doi mesi, e non piú, sotto il titolo di
Limerno l'ha composto?

CORONA. E' viemmi detto che, tutto a un tempo che lo componeva, eragli
rubato da gli impressori.

PAOLA. Cotesto è piú che vero; ché ove interviene stimulo di sdegno,
spizziano versi senza alcun ritegno.

CORONA. Potrebbe forse pentirsene, credilo a me.

PAOLA. Di che?

CORONA. Dir tanto male.

PAOLA. Anzi solamente si dole che non pur Merlino, ma Limerno compose
cosí precipitosamente che li stampatori non poteano supplire a
l'abbondanzia e copia de' suoi versi; laonde pargli un errore
grandissimo non aver servato lo precetto oraziano.[4]

      [4] Carmen reprehendite quod non | multa dies et
      multa litura coërcuit etc.

CORONA. Doverebbe via piú tosto il meschino piangere e crucciarsi aver
consumato il tempo circa tanta liggerezza.

PAOLA. Non dir liggerezza, figlia, ché non per cosa liggera simulossi
giá Ulisse devenuto essere pazzo.

CORONA. Troppo son certa io de la lui malizia, il quale fingesi
«pitocco» e furfante per dar bastonate da cieco.

PAOLA. Tu non sai la cagione.

CORONA. Cosí non la sapessi!

PAOLA. Dimmi, qual è?

CORONA. Per farci morir tutti spacciatamente di doglia, acciò piú oltra
non avesse chi gli gridasse in capo.

PAOLA. Tu te 'nganni grossamente.

CORONA. Anzi pur tu te 'nganni.

PAOLA. Come?

CORONA. In creder alcuno dir male a bon fine.

PAOLA. Che male dice?

CORONA. Non voglio parlarne.

PAOLA. Perché?

CORONA. Temerei di qualche maladizione.

PAOLA. Or su confortati, figliuola, ché al poledro fu sempre concesso
puoter fin a doi capestri rumpere.[5]

      [5] «Iuvenile vitium est, regere non posse impetum». SEN.

CORONA. Non rumpa giá lo terzo.

PAOLA. Anzi totalmente nel ternario numero fermatosi, ha messo a luce il
_Caos del triperuno_.

CORONA. Qual _Caos del triperuno_?

LIVIA. El pare che non ti sovvegna!

CORONA. Non mi sovviene per certo.

LIVIA. Le tre «selve», le quali heri legessimo, e, per segno di ciò, una
allegoria bellissima tu di quelle saggiamente cavasti, quantunque io sia
di senso molto dal tuo discosto.

CORONA. O smemorata me, ch'ora me lo ricordo! Ma dimmi: è di Teofilo?

LIVIA. Non sai che solamente vi si fa menzione di Merlino, Limerno e
Fúlica?

CORONA. Troppo me lo ricordo! Ma che fusse di tuo fratello Camillo mi
pensava.

LIVIA. Tu non pensasti dritto: è di Teofilo.

PAOLA. Cosí è; ma ditemi ambe dua lo argomento vostro che imaginato vi
avete sopra questo _Caos_, ché ancora io lo sentimento mio vi narrerò.
Comincia tu, Livia.


ARGOMENTO PRIMO

LIVIA.

Questo _Caos_, in «selve» tripartito, la vita de l'autore, la quale in
tre fogge sin a quest'ora presente col tempo veloce se n'è gita,
contiene. Nacque egli (come di me voi sapete meglio) a gli otto giorni
ed ore duodeci di notte, nel mese di novembre, sotto Scorpione, essendo
allora grandissimo freddo: laonde in questa sua prima «Selva» narra
l'orribile freddura in cui egli miseramente nacque, fingendo natura
essergli stata, piú di madre, madregna, e pur ne la puerizia, la quale
appella «aurea etade», gustò alquanto di securo e dolce riposo.

Ne la seconda «selva», pervenuto egli omai ne gli anni di qualche
cognizione, ritrova molti pastori, la cui vita e costumi e quieta pace
molto gli piacquero, volendovi inferire che di sedeci anni egli co'
l'abito cangiò la vita. E veramente sí come a li pastori apparve
l'angelo e mostrò loro dove giacesse il nasciuto fanciullo Iesú Cristo,
cosí allora, su quel principio che egli prese a far vita comune co' gli
altri pastori, trovò Cristo parvolino entro il presepio collocato; ma
col tempo poi, per cagione di... (ma non voglio parlarne chiaro, ché
ancora egli va piú riservato che sia possibile) traviato, si mise a
seguir amorosamente una donna bellissima, la quale sopra un sfrenato
cavallo gli scampa innanzi per tirarsilo drieto al precipizio d'ogni
perdizione. Né chi sia questa dongella né dove finalmente lo conducesse,
vogliovi manifestar se non in l'orecchia dicendolo: ma, conchiudendo la
seconda «selva», dico che 'l laberinto intricatissimo, nel quale
ultimamente si ritrova, pare a me una soperstizione tenacissima
significare, de la cui caligine se non per divin aiuto si pò essere
liberato. Ed in questa tal foggia seconda di vivere, essendo egli giá
fora del sentiero diritto, compose lo poema di Merlino con tutte l'altre
favole e sogni amorosi, li quali ne la «selva» seconda si leggono.

Or dunque Cristo si gli scopre in quel centro d'ignoranzia de la «selva»
terza apparendo, e d'indi smosso, lo driccia sul cammino al terrestre
paradiso duttore. Ché per divina inspirazione conoscendosi egli perder
il tempo supersticiosamente in quella seconda «selva», ritornasi a la
sincera vita da l'evangelio primamente a lui demonstrata; e fatto del
suo core un dono a Cristo Iesú, da lui ne riceve tutto 'l mondo in
ricompenso e guiderdone di esso; e giunto nel paradiso terrestre, gli
vien ivi comandato che non mangi de l'arbore de la scienza del bene e
male, ma solamente si pasca e nudrisca del legno vitale, per darci sopra
ciò un bell'avviso: che, quantunque ogni constituzione o sia tradizione
de alcun santo padre bona e fundata su l'evangelio sia, nulla di manco
assai piú secura e utile cosa è non partirsi dal mero evangelio; perché,
sí come ogni norma e regula de santi ha in sé figura de l'arbore del
saper il bene e il male, cosí de l'arbore di vita contiene in sé lo
leggier peso del Servatore nostro. Laonde esso mio zio Teofilo
commetteria la terza sciocchezza quando mai lasciasse piú lo vecchio
sentiero per tornar al novo. E questo è il senso mio circa la
dechiarazione di questo _Caos_.


ARGOMENTO SECONDO

CORONA.

Arguto ed ingenioso fu questo da te pensato soggetto, Livia cara; ma non
tanto a l'intenzione di tuo zio mi par agiatamente accascare, quanto
quello ch'heri ti dissi ed ora sono ad ambe dua per ragionare. Move
dunque mio fratello piú generalmente il voler scrivere di qualunque
altro uomo che del suo proprio fatto; onde ne la prima «selva» narra la
infanzia e puerizia umana, ne la seconda la precipitosa giovenezza, ne
la terza la matura e virile etade.

Or dunque, ne la prima descrive in quanti affanni e travagli qualunque
uomo, per fallo del primo nostro padre Adam, nasce in questo mondo,
chiamandovi Natura «crudele matregna»: da la quale di scorze, peli,
piume e squame provveduto viene ad ogni altro animale quantunque
vilissimo; ed egli solo, nudo nascendo, non ha schermo alcuno e difesa
contra le ingiurie del tempo. Ma poscia, per beneficio de la industria
ed arte pervenuto a la puerizia, dimanda quella «l'aurea etade», perché
la innocenzia del fanciullo sen passa quel poco di tempo senza sapere
che sia rigidezza di legge, téma di tiranno ed inquietudine di avarizia.

Uscito poi egli dal bel giardino di puerizia, entra ne l'impetuosa
giovenezza, la quale, innanzi che da l'ardente desio anco non vien
assalita, comincia, con la mente tutta svegliata, de l'esser non pur
suo, ma d'ogni altra cosa a ripensare. E quivi, ne la seconda «selva»,
mio germano, in persona (come giá sopra dissi) d'ogni altra razionale
creatura, fingesi trovar pastori, e Cristo Iesú tra quelli nasciuto, per
darci questo avviso: che l'uomo, quanto prima ne gli anni di ragione
entrar comincia, per favore del suo bon genio, incontanente ricorre a la
cognizione di veritade, la qual è Cristo nostro Servatore. Ma, levatasi
poi la consueta tempestade di nostra carne, ecco la voluptade, ecco 'l
desio sotto il viso di vaga dongella, sul sboccato cavallo de la
delettazione, lo riconduce al varco de le due strade, per tirarsilo
drieto a la sinistra del vizio, lasciando la destra de la veritade.
Quivi dubitoso, ne la prima giunta, stassi ove gir si debbia: quinci, da
belli e boni avvisi a la destra invitato; quindi, da gli umani piaceri
combattuto che egli muovasi a la mancina. Soperato dunque e vinto
finalmente dal fugace desio, vágli impetuoso drieto, dovunque la falsa
incantatrice, losingando, a sé in guisa di calamita lo smarrito animo
tira, passando tutta fiata per sogni, chimere ed amorose favole, quali
sono le «fizzioni macaronesche», come gli appellano, di Merlino, li
sonetti, ed altre assai vane frascuzze, per signar il tempo da la
giovenezza inutilmente trapassato, in fin che poi nel laberinto di
qualche travaglio si ritrova essere: cosa che 'l piú de le volte dopo
gli piaceri sòle a gli gioveni accascare.[6]

      [6] Vexatio dat intellectum.

Laonde, come ne la terza «selva» noi leggemo, l'uomo angustiato ricorre
al divino suffragio: e Cristo gli appare bello e pietoso, cavandolo
benignamente di quella ignoranzia d'amore, e talmente li tocca il core,
che 'l giovene, giá venuto virile, si mette in considerazione di quanto
mai fece Iddio per l'uomo. Dil che mio fratello sopra questo finge che,
avendo Cristo ricevuto il core da lui, criògli tutto quanto il mondo, e
al paradiso terrestre dricciatolo, gli comanda che, pascendosi egli del
legno de la vita, il quale ha di sua grazia in sé la figura, non gusti
per niente di quello del bene e male; il quale a me par dover
significare che l'uomo, facendo le bone opere, quelle non debbe a soi
meriti tribuire, anzi tutte nel divin favore collocarle. Tal è dunque il
concetto mio dal _Caos_ divenuto.


ARGOMENTO TERZO

PAOLA.

Sentenzia divina è che «la lettera uccide l'anima». Fermamosi, prego,
dunque sul Caos di questa materia, lasciando in parte sí la vita di mio
figliuolo in spezialitade, la quale per vigor e sottiezza de peregrini
ingegni forse col tempo verrá in luce piú secura, sí quella ancora di
qualunque altro uomo, in questa umana gabbia precipitato.

Ne la prima «selva» contienesi, adunque, l'uomo studioso ed avido
d'imparare mettersi prima in considerazione di queste cose piú basse de
l'umana natura, fra le quali se l'arte liberale con la industria insieme
non fusse, oh quanto inferiore a gli altri animali sarebbe l'uomo, non
cosí provvisto da natura contra le ingiurie del tempo, quanto di piume,
squame e peli sono quelli! Onde pare che meritamente piú lei chiami
«madre» che «madregna», se la nuditade od altra miseria nel nascere ben
si comprende. Ma contemplando per mezzo di queste divine arti liberali
aver da non curarsi di qualunque onta naturale, si move al studio
simplicemente di umanitade, lo quale «aurea etade» meritatamente
appella, quando che tutta d'oro sia cotesta disciplina e d'ogni scrupulo
del nostro intelletto fora.

Ne la seconda «selva», questo medemo studente si delibera pur di trovar
la veritade di quante cose naturali e soprannaturali ne' libri si
contengono. Partesi da gli umani giardini per saltar ne la filosofia; ma
tosto lo genio suo bono gli antepone la umanitá di Iesú Cristo e
affermali non essere altra veritade di questo. Eppur la curiositade di
pescar piú sul fondo, in guisa di donna sopra un sfrenato destriero, lo
tira per vie scabrose in fin sul passo che divide lo sentiero in due
parti: quinci a la man destra invitalo l'evangelica, quindi a la
sinistra la peripatetica d'oggidí teologia. Ma, vinto da la curiositade
ancora, si avventa senza freno drieto a quella per chimere, sogni e
favole sofisticali, trovandovi drento Merlin Cocaio; per notificarci la
grossa e incorretta retorica ed elocuzione de la maggior parte de'
nostri moderni teologi, ove quelli loro vocaboli «causalitade»,
«entitade», «intuitiva» ed «abstractiva», con l'altra barbaria tengono
corte bandita: per che al fine di mille dubitanze, errori ed eresie, nel
laberinto egli avviluppato si ritrova e seppellito.

Or ne la terza «selva», commosso Iesú Cristo da dolce pietade verso
quella anima invischiata ed allacciata in quei tanti «_utrum_, _probo_,
_nego_, _arguo_, _pro_, _contra_», ecc., tiralo al mero e puro latte del
santissimo Vangelo ed al fidel e tutissimo porto di san Paolo, con tutto
il resto de' libri del Testamento novo e vecchio, nel qual egli
studiosamente ruminando a Dio fa un dono del suo core. Lo quale, in
cambio di sí legger cosa, fallo signore de l'universo, criandogli di
novo il cielo, il mar e la terra; e dapoi tanto, al paradiso terrestre
mandatolo, quivi gli comanda che voglia solamente pascersi di contemplar
quanta sia verso noi la divina misericordia, ma non quale e quanta sia
la maiestade e potenzia sua. E questo è l'arbore de la bona e mala
scienza, sí come quell'altro è legno de la vita. A me cotesta allegoria
pare de le vostre meglio quadrare al Caos di mio figliuolo. Orsú,
leggemolo dunque di compagnia, e prima li tre nomi di esso.

MERLINUS.

      Tres sumus unius tum animae tum corporis. Iste
    nascitur, ille cadit, tertius erigitur.
      Is legi paret naturae, schismatis ille
    rebus, evangelico posterus imperio.
      Nomine sub ficto «triperuni» cogimur idem:
    infans et iuvenis virque, sed unus inest.

LIMERNO.

      Giove, Nettuno, Pluto d'un Saturno
    ebber a sorte il ciel, il mar, l'inferno;
    fulmini, denti, teste in lor governo:
    tre trine insegne per tre cause fûrno.

      Tre fonti, oltra le tre del mio Liburno,
    nacquer d'un capo santo al sbalzo terno:[7]
    cosí Merlino, Fúlica, Limerno
    si calcian d'un Teofil il coturno.
      Mantoa sen ride e parla con Virgilio:
    --Tu sei pastor, agricola, soldato,
    perché del nòmer terno Dio s'allegra.
      Ridi tu meco ancora, dolce filio,
    quando che sotto un nome triplicato
    sortisca una confusa mole e pegra.[8]

      [7] San Paolo.

      [8] Caos.

FÚLICA.

Fermati alquanto, lettore amantissimo. Son certo che lo exastico e
sonetto di mei compagni di sopra ti parono duri e scabrosi. Non vi
slungar, in guisa di rinoceronte, suso il naso, ti prego, ché 'l ladro
il quale rubasse di giorno saria tantosto compreso. Quivi ci fa mistiero
di scurezza e caliginosa nebbia: ma se li capoversi per tutto il nostro
Caos provvidamente scegliere saperai, chiaro e limpido finalmente ti
parrá lo intricato soggetto nostro. Ma solamente un bell'avviso quivi
darti intendo: che totalmente sul ternario numero siamosi, per
conveniente ragione, fundati. Prima tu vedi lo titolo del libro essere
tre parole: _Caos del triperuno_.[9] Segueno poi le tre folenghe,[10]
ovver fòliche son dette, le quali sono antiquissima insegna di casa
nostra in Mantoa. E sotto specie di loro succedono le tre donne[11] di
tre etadi[12] e di tre fogge di parentela[13], da le quali derivano li
tre prolissi argomenti[14], ciascuno di loro in tre parti diviso[15].
Noi siamo poi di tre nomi: MERLINO, LIMERNO, FÚLICA.[16]

      [9] Tre parole de titolo.

      [10] Tre folenghe.

      [11] Tre donne.

      [12] Tre etadi.

      [13] Tre fogge di parentado.

      [14] Tre argomenti.

      [15] Tre parti d'ogni argomento.

      [16] Tre nomi.

Li quali, cominciando il nostro _Caos_, in tre «selve» lo spartimo,[17]
con li soi tre sentimenti[18]; ma lo piú autenticato al giudicio de
l'ingenioso lettore dimettemo.

      [17] Tre selve.

      [18] Tre allegorie.




SELVA PRIMA


DISTICHON

      Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe;
    tres dixere Chaos: numero Deus impare gaudet.

  [Illustrazione: Stemma con le lettere M L F T; ai lati FE. GO.]


HEXASTICHON

      Quae nat aquis coeloque interdum attollitur ales,
    vel nat amore aquilae vel volat icta metu.
      Nam quae solis adit, veluti Iovis ales, acumen?
    est Fulicae ut Minti ludat in amne sui.
      At, si illa huc humile ad stagnum descenderit ales,
    quae nat aquis, aquilis digna erit esca suis.


TRIPERUNO.

      Voi, ch'ad un'alta e faticosa impresa
    vedete or me salir audacemente
    per via mai forse da null'altro intesa,
      piacciavi d'ascoltare queste lente
    mie corde in voce lagrimosa e mesta,[19]
    ch'altro non s'ha d'un'anima dolente.
      E, bench'i' veda alzandovi la testa
    mia virtú debil al salir tant'alto,[20]
    di che sovente per viltá s'arresta;
      pur spiego l'ale, e quanto so m'exalto
    lá 've m'accenna il lume d'ogni lume,
    per cui non temo alcun spennato salto.

      [19] In moerore animae deicitur spiritus.

      [20] Pusillanimitati virtus succumbit.

      Ché, mentre su con le 'ncerate piume[21]
    tolgomi de le nubi sopra 'l velo,
    d'un Dedalo megliore sotto 'l nume,
      vedrò ch'immobil stassi e volge 'l cielo,[22]
    sostien la terra, e l'universo a 'n cenno,
    volendo, pò cangiar o 'n foco o 'n gelo.

      [21] Utitur metaphorice fabula Icari et Dedali.

      [22] In perpetuis non differt posse et esse.

      Or dunque, di piú sana audacia e senno
    ch'Icaro mai non ebbe, a l'ardua via
    ambo gli piedi, ambo le braccia impenno.
      E cantovi di questa nostra ria[23]
    prigion che «vita» nominar non oso,
    le frode di essa, il volgo, la pazzia;
      e di quel Re, che 'n un presepio ascoso
    vidi fra le duo bestie a gran bisogna,
    ver' se stesso crudel, ver' noi pietoso,[24]
      che svelse il mundo tutto di menzogna
    con sua dottrina colma di quel foco,
    ch'arde sí dolce in alma che non sogna.
      Io dico te, Iesú, lo qual invoco
    mio Febo, mio Elicona, mio Parnasso,
    ov'ogni bel pensier al fin collòco.
      So ben che di te dir via piú t'abbasso,
    che tacendo non alzo; e pur m'offersi,
    ecco, a dricciar nel tuo bel nome il passo.
      Ché, come vedi, son questi miei versi[25]
    d'amor almanco e caritade in cima,
    se non toscani, ben sonori e tersi.

      [23] Coecum quid et miserum hominibus vita.

      [24] «Proprio filio non pepercit, ut nos
      redimeret». PAUL.

      [25] «Summa Providentia carere fuco voluit ea quae
      divina sunt». LACT.

TRIPERUNO.

      Di quella spera piú capace ed ima[26]
    del ciel, ove l'Artefice soperno
    fabbrica ognor quanto mai finse prima,
      io novamente usciva, fatto eterno
    candido spirto leggiadretto e bianco,
    che bianca piú non vien neve d'inverno;
      quando 'l mio stesso fabbro un calzo al fianco
    vibrommi tal, che giú ne venni a piombo
    in loco basso e d'ogni posa manco.
      E come vago e timido colombo[27]
    vola quando si parte da la torma,
    del ciel tonante al subito ribombo;
      tal io vi errava tanto che, d'un'orma
    uscendo in l'altra, mi trovai sul porto,
    dove l'oblio nostro 'ntelletto addorma.
      Guardomi intorno paventoso e smorto,[28]
    ché teso in ogni parte vedo un rete,
    onde ch'entrarvi debbia mi sconforto.

      [26] Tangit idearum opiniones.

      [27] «Nil sine magno | vita labore dedit
      mortalibus». HORAT.

      [28] Rationalis anima, quae ad corpus accedit,
      oblivionem sui quam primum incurrit.

      Quivi spicciando fora d'un parete
    largo cosí, ch'ampio paese cinge,
    chiara fontana porsemi gran sete.
      La qual fra sassi mormorando astringe
    al dolce ber qualunque vi s'applica;
    ma tosto se ne pente chi lei tinge,
      perch'ella il senso e lo 'ntelletto intrica.
    Però non men a un vischio tal m'accolsi,[29]
    tratto dal bere e da l'usanza antica.

      [29] Dulce quidem est poculum per quod
      praeteritorum fit bonorum oblivio.

      Quivi cum brame tanto me ne tolsi,
    che tutto 'l bene che capisce in noi
    non pur lasciai, ma nel contrario avvolsi.
      Acque maligne, acque di tòsco, voi
    piú del mèle soavi, piú che manna,
    scoprite il fele al nostro error dopoi:
      ché chi vi gusta pur, non che tracanna,[30]
    presto ne gli occhi, anzi nel cor s'annebbia:
    dura cagion, che a questo ci condanna!

      [30] Difficillimum omnium rerum est mortalibus Dei
      consilium.

      Cangiasi d'un bel raggio in scura nebbia,
    né qual era pur dianzi non ricorda,
    né su quel punto sa che far si debbia.
      Io dunque, alma di bere troppo ingorda,
    le parti mie d'alti pensieri dotte
    perdei qual cieca forsennata e sorda.
      Perché non so: sássel colui, che notte
    far giorno e giorno notte pote solo,
    e dá sovente a noi d'amare bòtte.
      Per fallo d'uno preme tutto 'l stolo,[31]
    e vedesi alcun padre umil e domo
    irsene giú per colpa del figliuolo.

      [31] De caeco nato scriptum est: «Quid peccavit?
      Hic aut parentes eius?». Responsum est: «Ut manifestentur
      opera Dei».

      Or chi l'intenderebbe, che d'un pomo
    succeda tanto incomodo, ch'ognora
    sostegna il ceppo uman l'error d'un uomo?
      Ben fu di acerbe tempre, poi ch'ancora
    foggia non è la qual digesto l'abbia,
    né mai (tant'esser deve crudo!) fôra,
      se chi nostr'alme spinge in questa gabbia,[32]
    col raggio di pietá nol dissacerba
    e tempra di giustizia in sé la rabbia;
      né stomaco di struzio né onto né erba,
    mentre da noi per quest'ombre si viva,
    è per smaltir un'esca tanto acerba.
      I' non fu' mai di tal cibo conviva,
    e pur padirlo, anzi patirlo, deggio,
    per cui vien ciascun'alma del ciel priva.
      La qual ir non dovria di mal in peggio,[33]
    se, al priego d'una femina, colui
    morse 'l mal frutto e pèrsevi 'l bel seggio.

      [32] «Sicut in Adam omnes moriuntur, ita et in
      Christo omnes vivificabuntur». PAUL.

      [33] «Adam obtemperans mulieri habet tipum rationis
      voluptati succumbentis». AUG.

      A che unqua nascer noi, se per altrui
    fallir par ch'anco l'ira non s'estingua
    divina in noi, per loghi alpestri e bui?
      Ahi miser! taci e morditi la lingua,
    ché maladetto fie chi in ciò s'adira:
    giá Dio mai d'uman sangue non s'impingua;
      anzi ama l'opre sue, contempla e mira,
    e studia l'uomo a sé fatto simile
    scampare dal suo stesso foco ed ira.
      Ma non pensar, non che cercar, suo stile[34]
    via troppo da l'uman pensier rimoto,
    ché alto pensier non cape in senso vile.
      Dunque dirò che quanto chiaro e noto
    m'era dinanzi al ber de l'acque sparve,
    onde fui d'ombra pieno e di sol vòto.
      Eccomi sogni intorno, fauni e larve,
    che mi facean per quella notte scorta,
    né mai piú 'l bel ricordo dianzi apparve.
      Pur mi raffronto a quella orribil porta[35]
    fiso mirando, e qui fermai lo piede
    com'uom ch'entrarvi drento si sconforta,
      e, fin ch'altri vi passi, dubbio sede.

      [34] «Plato in libris _Legum_ quid sit omnino Deus
      inquiri oportere non censet». CIC.

      [35] Utitur periphrasi circa id quod in instanti
      agitur.

GENIO.

      «Alma, che per altrui difetto al varco
    dubbioso arrivi e Dio ti vi destina,
    or quivi entrando inchina
    l'orgoglio, alzando gli occhi al ciel che carco
    gira di stelle e mostrasi luntano!
    Di lá scendesti, e piú non ti rimembra[36]
    qual eri avanti 'l poculo di Lete!
    Ma se tornarvi brami, quelle membra,
    ove tu déi corcarti a man a mano,
    fa' che raffreni fin che 'n lor s'acquete
    l'uman desio che le conduce al rete
    sí di legger, ove ne resti presa.
    Ma strenua contesa
    non sa fatica, finalmente, o carco».

      [36] «Cum igitur statuisset Deus ex omnibus
      animalibus solum hominem facere coelestem, cetera universa
      terrena, hunc ad coeli contemplationem rigidum erexit; ibi
      pedem constituit, scilicet ut eadem spectaret, unde illi
      origo est». SEN.

TRIPERUNO.

      Queste parole, in man d'un vecchio bianco,
    vedendo appese di quell'uscio in fronte,
    io tremai forte e tremone pur anco.
      Anzi n'ho, rimembrando, a gli occhi un fonte:
    ché allor, mentre per me giá si delibra
    non ir piú innanzi e volgomi dal ponte,
      donna m'appar accanto, che mi vibra[37]
    un pugno al fianco e drieto mi flagella,
    ch'avea ne l'altra man un'aurea libra.

      [37] Iustitia Dei est, ut nullum malum transeat
      impunitum.

      Ritornomi a la porta, dove quella
    mi piega col temone di sue pugna,
    drieto chiamando sempre:--Alma rubella,
      alma proterva, fa' che non ti giugna
    scamparti da colui che qui ti move
    ad una faticosa e strana pugna,
      ch'avrai con esso teco e non altrove,[38]
    e per vincer leoni, tigri ed orsi,
    vincendo te, minori son le prove!--

      [38] Summa et omnium difficillima est victoria
      sui.

      I' non mil fei ridir, ma via trascorsi,
    qual timido cavallo che s'arresta
    ne l'apparir d'un'ombra e sta su' morsi;
      poi, vòlto in fuga, soffia ad alta testa,
    ma chi gli sede addosso presto il torna,
    stringel ai fianchi e fra l'orecchie il pesta;
      ond'egli per le bòtte si ritorna
    in quella parte onde lo smosse l'ombra,
    di passo no, ma corre e non soggiorna.
      Traggomi drento, al fine, ove me 'ngombra[39]
    notte ch'ancor piú m'ebbe ottenebrato,
    in luogo cui la terra intorno adombra.
      Ed io ne stetti non d'abisso al lato,
    ma in centro d'ombre grosse denso e folto,
    qual talpa preso in gli occhi e smemorato.
      Cosí piú mesi in quella tomba involto,[40]
    io, pronto spirto ne la carne inferma,
    stetti non pur prigione, ma sepolto,
      fin che, o Natura, l'opra tua fu ferma.

      [39] Hic uterum matris intelligit.

      [40] «Decem mensium tempore coagulatus sum in
      sanguine». _Sap._

MELPOMENE.

      Mentre piangendo l'alte strida ed urli,
    sorelle mie, sí duramente innalzo
    (da me sol viene il tragico costume),[41]
    lasciáti i crin al vento, ché ridurli
    qui non bisogna in trezza né 'l piè scalzo
    guidar per vaghi fiori e verdi piume
    de' prati lungo al fiume,
    anzi, sdegnando quella piaggia e questo
    poggetto ameno, statine qui meco
    in solitaro speco,
    fin che mie rime udite sian di mesto
    e lagrimoso canto, il qual risulte
    da quei sassosi monti e valli inculte.

      [41] «Melpomene tragico proclamat moesta boatu».
      VIRG.

      Depon, Urania mia, la tua siringa,[42]
    che settiforme ha in sé del ciel il tipo;
    e tu, Clio, la lira, ove 'l mantòo
    al greco vate fai ch'egual attinga;
    e mentre i lauri e l'edere dissípo,
    spargi quei fior del corno, che l'eròo
    giá svelse ad Acheloo,
    Erato mia: né tu, Polinnia, il plettro,
    né, Calliope, l'arpa, né la cetra,
    Talia (s'unqua s'impetra[43]
    grazia da voi!), pulsate, ch'ora il settro
    tengo fra noi, cessando ancor le stanze
    di Euterpe, e di Tersicore le danze.

      [42] Asperitatem rythmorum ipsa haec materies
      deposcit.

      [43] «Non facit ad lacrimas barbitos ulla meas».
      OVID.

      Ahi! di qual gioia e quanto bella effige
    traboccar vidi l'uomo in tanto scorno!
    Miráti 'l ciel come, di grado in grado,
    sol per causarli util piacer, s'afflige[44]
    volgersi tra duo moti adversi intorno!
    Miráti 'l Gange, l'Istro, Nilo e Pado,
    ogni altro fiume e vado
    tornarsi d'onda in onda al vecchio padre!
    Pioven le nubi e la porosa terra
    dal centro si disserra,
    sorbendo il dato umor, onde giá madre
    fassi di questo fior e di quel pomo,
    per aggradir ed aggrandir un uomo:
      l'uomo che, ingrato a Dio non ch'a Natura,[45]
    per antiporre un fral desire al dolce
    suo fermo stato, giustamente abietto
    fu d'alta gloria in infima iattura,
    la cui durabil colpa in ciel si folce,
    che mai non parte dal divin aspetto.
    Però sta fermo e stretto
    destin, a penitenzia d'un tal fallo,
    che l'uomo in grembo a morte quivi nasca:
    cosí dal cielo casca[46]
    l'alma di novo fatta in scuro vallo,
    dove se stessa oblia cieca ed inferma,
    giá devoluta in sterco, fango e sperma.

      [44] Summum erga hominem Dei beneficium.

      [45] Peccatum originale, quod in Adam fuit
      personale, in aliis naturale.

      [46] Anima rationalis hanc in miseriam devolvitur,
      ut mox altius se ipsam recognoscat.

      Indi Natura, per supplicio degno,
    men se gli mostra madre che noverca;
    la qual ogni animal provvede contra
    l'onte del tempo, dandogli sostegno.
    Nasce pur l'uomo ignudo, il quale cerca[47]
    schermirsi d'un agnello, volpe o lontra,
    dal gelo in cui se 'ncontra,
    ché di scampo megliore non ha copia.
    Ma di squame coperti, penne e lane
    per fiumi, selve e tane
    van pesci, augelli e fiere. In somma inopia
    sol nasce l'uomo, cui cadé per sorte
    pianger nascendo e, nato, gir a morte.

      [47] «Principium iure tribuetur homini, cuius causa
      videtur cuncta alia genuisse natura, magna saeva mercede
      contra tanta sua munera; non sit ut satis aestimare, parens
      melior homini an tristior noverca fuerit». PLIN.

      Non cosí tosto un augelletto spunta
    de l'uovo fora, quando a tempo nasce:
    ecco s'addriccia e, con soppresso grido,
    del becco l'esca piglia in su la punta,
    e senza documento di chi 'l pasce
    su l'orlo estremo tirasi del nido,
    donde giú funde al lido
    ciò che smaltisce per servarsi netto.
    Non cosí l'uomo, no, ché d'ora in ora[48]
    convien di fascie fora
    cavarlo, in cui legato stassi stretto,
    e trarlo di sozzura e puzzo lordo,
    al misero suo stato e cieco e sordo.

      [48] «Oh quam contempta res homo nisi supra humum
      se erexerit!». ARIST.

      Or dite, prego, quand'egli mai s'erge[49]
    co' l'aspetto nel ciel onde si parte,
    che pria carpone de le braccia gambe
    non faccia, mentre in foggia d'angue perge?
    Ché se al contrasto di natura l'arte,
    l'industria in suo ripar non fusser ambe,
    mentr'egli sugge e lambe
    lo sin materno, peggio de le belve
    ne rimarrebbe, tanto l'odia e sdegna
    e fassigli matregna
    colei ch'abbella monti, valli e selve,
    e d'un sí gentil figlio non tien cura[50]
    pel torto del primier; dico Natura!

      [49] «Prima roboris spes primumque temporis munus
      quadrupedi similem facit». PLIN.

      [50] «Non quidem certe est aliquid miserius
      homine». HOMER.

      Solo la donna artifice e la industre
    parton de le sue membre l'officina;
    ma quant'è 'l pianto e quante le percosse
    anzi ch'ancora il misero s'industre
    saper su piedi starsi! onde ruina
    sovente sí, che molte fiate mosse
    di luogo porta l'osse,
    restandone d'un mostro piú deforme.
    Cosa non giá, che ne li armenti caschi:
    cercate e' verdi paschi,
    le nubi, i fiumi, quante sian le forme
    che, nate appena, chi 'l nòto, chi 'l volo,
    chi prende il corso; e l'uomo casca solo!
      Deh! perché nasce lo 'nfelice dunque[51]
    di tanti strali ad esser un versaglio?
    Ogni tempesta in lui s'aggira e scarca,
    ogni virgulto se gli attacca, ovunque
    move di questa selva nel travaglio.
    S'avvien ch'egli pur goda, ecco la Parca[52]
    rumpelo al mezzo, e varca
    la vita, al sol qual nebbia o fumo al vento:
    stato penoso e miserabil tanto!
    Ch'altro che affanni e pianto,
    travagli, sdegni, lagrime, scontento
    attende uomo che nasce? e se lo move
    fortuna a qualche onor, morte vi 'l smove.
      Queste parole in capo
    voglio sculpite sian d'ogni tiranno,
    lo qual non esser Dio, ma fumo e nebbia[53]
    s'intenda, e che non debbia
    farsi adorar al mondo, perché vanno
    e vengon tutti eguali di fral seme,
    ma tal le piume, tal le paglie preme.

      [51] «Itaque multi extitere qui non nasci optimum
      censerent aut qui ocissime aboleri». PLIN.

      [52] «Oh fallacem hominum spem fragilemque fortunam
      et inanes nostras conceptiones, quae mediocri in spatio
      saepe franguntur et corruunt!». CIC.

      [53] «Pallida Mors aequo pulsat pede pauperum
      tabernas | regumque turres». HOR.

TRIPERUNO.

      Dapoi li giorni e mesi, che 'n tal centro
    sí lordo il mio destin crescer mi fece,
    donna m'apparse a quel girone dentro,[54]
      ch'indi sciolto mi trasse d'orbo in vece,
    poi molto altiera disse:--Or tienti in mente,
    mortal, che piú tornar qui non ti lece!--
      E ciò parlando, l'empia ed inclemente,[55]
    nudo fanciul ne la stagion piú acerba
    lasciommi solo e sparve incontanente.

      [54] Natura.

      [55] «Natura ceteris animantibus testas, cortices,
      coria, spinas, villos, setas, pilos, plumam, pennas,
      squamas, vellera tribuit; hominem tantum nudum in nuda humo
      natali die abicit ad vagitus statum et ploratum». EX PLIN.

      Sparve costei d'aspetto alta e soperba,
    ed ove allor passava, in ogni canto
    seccar facea con fior e frondi l'erba,
      fin che di neve col gelato manto
    mi ricoperse intorno e monti e selve;
    di che tremavo con dirotto pianto.
      Miravami da lato e fiere e belve
    con ogni augello d'alcun pel guarnito,
    qual sia che 'n grotte alberghi o qual s'inselve;
      ma sol io nudo sopra il nudo lito
    stavami d'Aquilone sotto 'l fiato,
    né fui per tanto da pietade udito.
      Il qual piangendo mover quel spietato[56]
    avrei potuto, ch'ogni fanciullino
    uccise per mal zelo del suo stato.

      [56] Erode.

      Chi vide mai d'inverno un cagnolino
    tremar su l'uscio chiuso di chi 'l tiene
    usato starsi di madonna in sino;
      cosí veder potea me con le rene
    in terra nude, vòlto in quella parte
    del ciel ove 'l suo moto si conviene,
      ed ove 'l Serpe tortuoso parte[57]
    l'orribil Orse, dove nasce il spirto
    del fier Boote che non mai si parte
      (qual fiume e lago, ch'aspro duro ed irto
    non ferma il corso) di Callisto in braccio.
    Ma non vidi poi sí d'un lauro e mirto,
      anzi con altri assai di quell'impaccio
    lor vidi sciolti, e con bella verdura
    starsen di neve in mezzo e presso al ghiaccio,
      mercé le calde gonne, che Natura[58]
    lor diede per servarli eterna vita:
    a lor sí mite, a noi maligna e dura!

      [57] Polus quod centrum est circuli arctici.
      «Arctos oceani metuentes aequore tingi». VIRG.

      [58] «Truncos arboresque cortice interdum gemino a
      frigoribus et calore natura tutata est». EX PLIN.

      Ma una dongella, non so d'onde uscita,
    presta ne gli atti e d'abito succinta,
    m'accolse in grembo, di servir spedita:
      poi lunga fascia intorno m'ebbe cinta,
    portatomi giá dentro una spelonca
    ben chiusa intorno e di fuligin tinta.
      Ver è che, d'uomo come statoa tronca
    di braccia e gambe, in que' legami resto,
    e cosí giacqui stretto in picciol conca.
      Onde col capo sol (ch'un'oncia il resto
    mover non poscio) vòlto a lei parlava,
    con quell'istesso di fanciullo gesto
      qual fece altrui con Dio, quando d'ignava[59]
    lingua mostrossi e proferir non valse,
    dovendo predicar a gente prava.

      [59] «Ah, Domine Deus, ecce nescio loqui, quia puer
      ego sum». HIEREMIAS.

      --Chi fu la donna--dissi--cui sí calse
    gittarmi in terra nudo al vento e pioggia,
    onde 'l mio corpo di gran gelo n'alse?--
      Ella sorrise, lagrimando, in foggia
    di chi nel petto amaro e dolce copre;
    poi disse:--Eternamente non s'alloggia
      in questa terra, né si cela e scopre
    il sol eternamente: sol un franco
    e fermo stato è molto al ciel dissopre.
      Di lá cadesti e sei per montarvi anco,
    se 'n questa umana vita di due strade[60]
    dritto sentiero pigli e lasci 'l manco.

      [60] «Littera Pythagorae discrimine secta bicorni».
      VIRG.

      Però ch'al fin de la piú molle etade
    ti trovarai sul passo di Eleuteria,
    che per doi rami è guida a dua contrade.
      Quinci ratto si viene a la miseria,
    quindi al pregio acquistato per lung'uso,
    che s'ha quanto di aver si dá materia.
      Ovver fia dunque tempo che 'n ciel suso
    ritornarai vittor di questa giostra
    o cascarai, di quel che sei, piú giuso.
      La donna, che sí cruda ti si mostra,
    fidel ancilla de l'Eterno Padre,
    non odiar, perch'è la madre nostra,
      nostra non pur, ma d'ogni pianta madre,
    Almafisa chiamata, che riceve
    sua fama in variar cose leggiadre.[61]
      E s'or il mondo t'ha cangiato in neve,
    non d'aspettar t'incresca, perché i lidi
    rinnovellar de' fiori ancor ti deve.
      Né sia perch'animale alcun invídi
    uomo per piume o squame o pel che s'abbia,
    né perché sappian tesser antri o nidi;
      e tu sol, nudo, isposto a l'empia rabbia
    di Borea, veda ogni vil canna e legno
    armato contra 'l freddo ed atra scabbia.
      Questo forse ti pare d'odio segno;
    pur sta' sicuro e fa' che ti conforte,
    ch'odio non è, ma sol un breve sdegno.[62]

      [61] Pulchrum naturae varietas est.

      [62] «Teneamus ut nihil censeamus esse malum quod
      sit a natura datum hominibus». CIC.

      S'odio tal fusse, ti darebbe morte,
    né avrebbeti produtto Dio giammai
    né fatto del suo regno al fin consorte.
      --O me felice--dissi allor--non mai
    esser nasciuto e, senza altra vittoria
    di carne, gioir sempre in gli alti rai!
      --Ne' rai--quella rispose--de la gloria,
    de cui ragioni, per gioir non eri,
    se pria non dato avessi qui memoria.
      Alma non fu né fôra mai che speri,
    innanzi d'esta vita i vari affanni,
    viver del ciel in que' lunghi piaceri.
      Guarda, figliuol, che forse tu te 'nganni,
    s'esser for che 'n idea ti pensi eterno,
    nanti la forma de' corporei panni.
      Li quali ebber principio dal soperno
    Padre, con l'alma scesa in questi guai,
    ove, de la vertú se col governo[63]
      di questo vento l'onde sosterrai,
    che non ti caccia quinci e quindi a voglia,
    oh lode, oh fama, oh pregio che n'avrai!

      [63] «Aequaliter se in adversis gerere quid aliud
      est quam saevientem fortunam in adiutorium sui pudore victam
      convertere?». VAL. MAX.

      Però d'esser nasciuto non ti doglia,
    né di Almafisa il sdegno oltra ti prema,
    ché 'n ciel déi riportar felice spoglia,
      e salirai sopra la cinta estrema,
    che le soggette del suo moto avvisa
    e molto di lor proprio moto scema.
      Anchinia industre sono, sempre fisa[64]
    supplir ai mancamenti con bell'arte,
    se mancamento è in quella d'Almafisa.
      Né son, quand'ella cessi, per mancarte[65]
    di pronti avvisi e di sagaci modi,
    scoprendoti mie prove in ogni parte.
      Fra tanto cosí stretto in questi nodi
    voglio tenerti, fin che a tempo ritto
    ti sosterrai su piedi fermi e sodi.
      Ma viene ecco mia sore, che 'n Egitto[66]
    uscita, da' caldei l'uman dottrina
    portò de le scienze a tuo profitto;
      ed anco è audace sí, ch'assai vicina[67]
    sovente a Dio poggiando si ritrova
    e vede lui d'una persona e trina.

      [64] Industria.

      [65] Industres homines, ubi dormitare videtur
      natura, exiliunt.

      [66] Ars liberalis.

      [67] Teologia.

      Costei l'altezza di natura prova,[68]
    distingue, insegna in argomenti fermi,[69]
    ma sopra lei sol contemplar le giova,[70]
      ché sa quanto sian debil ed inermi
    gli sensi umani e la divina altura,
    non che i ragionamenti ottusi e 'nfermi.
      Costei la terra, il mar, il ciel misura,[71]
    nómera le cagion di piogge e venti[72]
    con l'osservar di stelle ogni mistura.[73]
      Costei qua giú gli armonici concenti[74]
    seppe cavar su dal soave moto,
    per levamento de l'afflitte genti.
      Costei, de' spirti con vigor, l'ignoto[75]
    cognito fa, li quali sotto l'etra
    pendon ne l'aere piú dal ciel rimoto.

      [68] Fisica.

      [69] Logica.

      [70] Metafisica.

      [71] Geometria.

      [72] Aritmetica.

      [73] Astrologia.

      [74] Musica.

      [75] Magia.

      Costei sa le virtú d'ogni erba e pietra,[76]
    orando persuade il giusto e il torto,[77]
    e canta e' gesti altrui ne l'aurea cetra.[78]
      Senza costei non è stabil conforto[79]
    di questo mare al travagliato corso:
    da lei tu sempre avrai securo porto.
      Ed io con lei ti mostrarò quell'Orso[80]
    con l'Orsatino suo, che sian tuo guida
    per ogni spiaggia e periglioso dorso.
      Non sará vento mai che ti divida,
    stanne sicuro, dal governo loro,
    che la sua luce altéra nol conquida.
      Quel di Vinegia sommo concistoro
    muove sotto costei lo gran stendardo
    e pose in man de l'Orso il leon d'oro:
      Orso non men di senso che di guardo,[81]
    pronto a le imprese, liberal e schietto,
    veloce al perdonar, a l'onte tardo.--

      Parlava la dongiella e gran diletto
    favoleggiar di quello si prendea,
    quando l'altra, giungendo a lei rimpetto,
      con voce e viso altier cosí dicea:

      [76] Medicina.

      [77] Arte oratoria.

      [78] Poesia.

      [79] Filosofia morale.

      [80] Sotto metafora del navigar sotto tramontana
      parla di Camillo e suo figliuolo Paolo di casa Orsina.

      [81] Arte militare.

TECNILLA.

      Su, presto, Anchinia, su, che tardiam noi?[82]
    Esca d'impaccio omai, né piú si lasce
    tanto bel spirto avvolto in quelle fasce,
    ché aver eterni in ciel dé' i giorni soi!

      [82] «Praestantissimum animal est homo in terris
      existens». APULEIUS.

ANCHINIA.

      Far una impresa tostamente e bene,
    che d'alto pregio ed eccellente sia,
    nostra vertú non è, Tecnilla mia,
    ma solo al Re celeste ciò conviene.
      Egli sol è, che tra 'l pensier e l'atto
    non cape tempo, quanto esser può, breve;
    che producendo un fior non ha men leve
    fatica, ch'ebbe a far quanto è mai fatto.
      Quest'animal è di maniera tale,[83]
    che, qual sia per venir, non vien sí presto;
    cosa non giá d'altro animal, ché questo
    vive dapoi, quell'è caduco e frale.
      Però gran tempo, ove l'arte s'impaccia,
    va tanto piú quant'è l'opra piú degna:
    tu stessa el sai, né alcun altro te 'nsegna,
    se non la prova e le tue stanche braccia.

      [83] Homo omnium animalium excellentissimus
      difficiles habet ortus incrementaque tarda.

TECNILLA.

      Non le dir stanche, ove 'l sudor gradisce,[84]
    ché un dolce incarco mai non fa stracchezza;
    onde, quanto lo indugio, la prestezza
    perfettamente ogni opra sua compisce;
      ché, ove intervien de nostri alti pensieri
    volunteroso ed avido consenso,
    sí pria l'affetto e poi l'effetto immenso[85]
    cresce, ch'al fin non ha che piú alto speri.
      Io sola in l'uomo tutti e' miei concetti
    lieta riposi, e non in altra cosa;
    e tu, Almafisa, benché neghittosa
    gli sei, non temo giá che 'l sottometti.

      [84] «Generosos animos labor nutrit». SEN.

      [85] Ab affectu perficitur effectus.

ANCHINIA.

      Taci, non dir cosí, germana sciocca,
    ch'error di lingua va né mai ritorna;[86]
    troppo sei baldanzosa; e chi le corna
    in ciel vòl porre, al fin giú si trabocca.
      Natura non pur l'uomo, ma, piú d'uomo
    se cosa altéra nasce, per la chioma
    la tien al segno; egli la grave soma,
      volendo o no, sen porta, umile e domo.

      [86] «Nescit vox missa reverti». HOR.

TECNILLA.

      Sí; quando l'arte mia non vi s'arrisca[87]
    opporsi a quante passioni ed onte
    fargli può mai quella soperba fronte,
    ch'ei sotto soi flagelli s'invilisca.

      [87] Naturae humanae incommoda qui recte
      philosophantur non magni faciunt.

ANCHINIA.

      Tu fermamente, se non tutta, in parte
    sei fatta stolta e garrula, Tecnilla,
    la qual in foggia d'arrogante ancilla
    a tua madonna crediti agguagliarte.
      So ben ch'ogni pensier hai d'imitarla[88]
    e, vòlta in tal desio, sempre la invídi;
    onde, perché non mai la giugni, gridi
    e latri come chi d'altri mal parla.
      Ma sta' sicura che senz'onda il mare,
    senza splendor il sole, senza belve
    e nanti senza augelli fian le selve,
    ch'un picciol nevo mai lei poscia equare.
      E ciò saper non m'è durezza alcuna,
    quando ch'io d'ambe voi son l'aiutrice,
    ed anco Pirra, donna ferma, altrice[89]
    di tutte prove, vien meco in quest'una
      sentenza: che Natura, in un momento
    formando un picciol vermo, eccede tanto
    l'arte operante al sforzo estremo, quanto
    ogni vil cosa l'ampio fermamento.
      Di che qui darti intendo un sano avviso:
    se alcuna è in te virtú, la riconoschi
    sol d'Almafisa, che se i monti e boschi
    ci nega, l'opre nostre son un riso.

      [88] Ars, in quantum potest, naturam imitatur.

      [89] «Per varios usus artem experientia fecit».
      MANIL.

TECNILLA.

      Non far, Anchinia, piú di ciò parole;
    so ben ch'Industria in losingar Natura
    fu sempre vaga, onde non ha misura[90]
    lo giudice che tien la parte sola.

      [90] «Qui iudicat voluntati suae obtemperare non
      oportet». AMB.

ANCHINIA.

      Se d'adular son vaga nostra madre,
    tu adulterarla piú; ché 'n l'altrui vista
    fai natural quel ch'opra è di sofista,[91]
    né men le mani hai de le voglie ladre.

      [91] Ars sophistica apparens sapientia est, et non
      existens.

TECNILLA.

      M'allegro ben che te stessa condanni!
    O scema d'intelletto, non t'accorgi
    quanto di scorno, me biasmando, porgi
    a te medema e 'l tuo veder appanni?
      Son io ne l'opre mie piú da ragione
    che da l'industria mossa, e 'n l'aspra imago
    de la viril Etía ben piú m'appago,[92]
    che 'n la tua, ornata sol di fizzione;
      ché quanto avanzar puoi de le nostr'opre,[93]
    t'industri porlo in grembo d'avarizia,
    e fai cosí, che l'empia tua malizia
    col manto mio ne gli occhi altrui si copre.

      [92] Ragione.

      [93] Hominum industria metallorum conversionem
      (quod est naturae) ob avaritiam quaerit.

      Però qual maraviglia se la fraude
    di veritá sta involta ne la pelle
    e se imputate a l'arte sian le felle[94]
    tue astuzie, onde Almafisa ride e plaude?
      Sen ride e plaude in foggia di chi, altrui
    odiando, il vede scorso in qualche scherno.
    E tu quella pur sei, che ne l'inferno
    t'ingegni penetrar ai luoghi bui
      e trarne la cagion di tante risse,
    furti, omicidii, stupri e sacrilegi:
    dico 'l metallo, con cui adorni e fregi
    le menti umane sí, che 'n quel stan fisse
      né piú s'innalzano a specchiar il lume,[95]
    ch'io di Natura posi oltra la cima,
    e men d'un'arca d'or' si prezza e stima
    un atto generoso e bel costume!

      [94] Liberalis ars culpa manualis industriae saepe
      calumniam patitur, ut patet de alchimistis.

      [95] «Magnitudo pecuniae a bono et honesto in
      pravum abstrahit». SALLUST.

      Ma perché l'ingordigia di quel mostro,
    c'ha ventre e morso d'adamante e foco,
    empir non puoi, ché ogni esca gli par puoco
    e va fremendo in questo mortal chiostro;
      tu che levarmi d'Arte il nome cerchi
    e quel che Alchimia si dimanda pormi,
    altri metalli in or' par che trasformi:
    oro non sono ed esser pur alterchi!
      Misera che tu sei, non vedi chiaro[96]
    ciò che fai senza l'arte sa di froda?
    non vedi ben che non si rumpe o snoda
    il laccio che a la gola tien lo avaro?
      Quanto meglio farai non dipartirti
    dal primo nostro rito e modi antiqui,
    e 'nvestigar in ciel qua' sian li obliqui,
    e qua' gli dritti segni, e piú alto i spirti
      che causan e' duo moti e tante fiamme
    scoperte a l'uomo nostro, che 'n la culla
    qui tieni avvolto come cosa nulla,
    cui rumper giá s'affretta Cloto il stamme!

      [96] «Semper discentes et numquam ad scientiam
      veritatis pervenientes». PAUL.

ANCHINIA.

      S'io sí rubalda qual or m'hai depinto
    io teco fusse, o maldicente donna,
    rubalda anco sarei con mia madonna,[97]
    c'ha fatto l'uomo e non, come tu, finto.
      Tu fingi l'uomo, anzi tu 'l stempri e spezzi,
    tu 'l snervi, tu 'l disossi, guasti e spolpi,
    e poi, se mal gli vien, Natura incolpi,[98]
    che piú d'un uomo una formica apprezzi.

      [97] Multa sunt quae natura industriae nostrae
      reliquit facienda ut domina ancillae.

      [98] Natura enim quae hominis vitio corrupta est
      multa incommoda generi humano parit.

      Dimmi, insolente donna, perché resti
    con quella forza tua, che d'Almafissa
    passa l'altezza (sí la sai prolissa!),
    oprar che mal alcun non l'uomo infesti?
      Se ferreo è il nervo, se d'azzale è il braccio,
    se tant'è 'l tuo valor ch'aver ti vanti,
    perché non smovi le cagion de' tanti
    uman affanni, febre, caldo e ghiaccio?
      perché non freni (se la Grecia tua,
    ove sí splende, parla sempre il vero)
    quell'Eolo, de' venti c'ha l'impero,
    e fa sentir altrui la forza sua?
      perch'anco in cielo, d'Orion a tergo
    latrando, un picciol Cane tanta rabbia
    sparge d'ardor, e tant'umor e scabbia
    diffunde il Drago dal suo eterno albergo?
      Oltra dirò: per qual cagion non svelli
    de le sanguigne mani di Tanéta[99]
    la falce, che giammai non si racqueta
    troncar gli umani e farne polve d'elli?
      Tanéta i' dico, sí, atra ninfa e cruda,
    che i tuoi Platoni e Socrati non scelse;
    anzi, quanto le teste son piú eccelse,
    lor spezza, e d'elli tu ne resti nuda!

      [99] Mors omnium naturalium incommoditatum
      terribilissima homini est.

TECNILLA.

      Quanto a le dua stagioni a l'uomo infeste,
    non ti rispondo, perché giá la impresa
    ti diedi di ciò degna: far la spesa,[100]
    contra lor, d'ombre, tetti, piume e veste.

      [100] Industria quippe humana dicimus temporis
      iniurias ferre.

      Ad altri morbi assai per te si occorre,
    c'hai simil esercizio, né vergogna
    ti paia impreso aver da la cicogna
    un ventre adusto foggia per diporre.
      E come a la mia ninfa Filomusa[101]
    la tibia per isporre il canto usata
    trovasti giá, cosí ha Farmacia grata
    la tromba che al purgar un ventre s'usa.
      Di ta' remedi al miser uomo e schermi
    contra l'offese di Natura certo
    studio ti vien, e poi la laude e 'l merto,
    perché sollevi, Anchinia mia, gl'infermi.
      Ma quanto a quel che l'invincibil ferro[102]
    de l'improba messora frenar debbia,
    voglio non puoter farlo, ché di nebbia,
    per mezzo suo, gli alti intelletti sferro.

      [101] Duabus sed diversis tibiis utuntur musica et
      medicina.

      [102] «Mors est munus necessarium naturae iam
      corruptae, quae non est fugienda, sed potius amplectenda et
      iterum fiat voluntarium quod futurum est necessarium». IO.
      CHRYS.

      La morte a miei seguaci è un'esca dolce
    e di Natura for del fango i purga,
    ed è cagion ch'un'alma d'ombra surga
    ne l'alta luce, di che 'l mondo folce.
      «Qual è chi viva e non vedrá la morte?»,
    David cantava lieto ne la cetra,
    bramoso il gentil spirto d'esta tetra
    prigion uscir a la celeste corte.
      Però di' meglio, ch'io puotendo tiri
    tanti miei figli tosto d'esta tomba,
    ché un cor non piú s'incende al son di tromba,
    d'un'alma santa a gli ultimi sospiri,
      né farle può Natura piú grand'onta
    che 'n questa vita sua menarla in lungo,
    la qual pò invidiar un fior, un fungo,
    che nasce e mor fra un sol ch'ascende e smonta.

ANCHINIA.

      Stolto parlar se non stolta risposta
    potrebbe aver; onde chi sempre tacque
    a gli insolenti detti, sempre piacque:
    dico quanto al clistero o sia sopposta.
      Ben si potrebbe un portico, un palagio,
    un vestal tempio ed un anfiteatro
    addurre in loda mia, l'arme, l'aratro,
    la nave e tante cose; ma 'l malvagio
      rancor t'accieca e légati la lingua,
    che non pò dir quel che ragion la sferza.
    Tu non sei prima né seconda e terza,
    quando che l'ordin nostro si distingua,
      se ti credi esser, non di te son quarta.
    Roditi pur, se sai, che non ti cedo;
    e s'attendermi vòi mentre ch'io riedo,
    possio condur chi tal dubbio diparta.

TECNILLA.

      O temeraria ed arrogante! mira
    come si gonfia questa fabbra vile!
    Qual giudice sará tanto sottile,
    che nostra lite concia? dimmi, è Pira?[103]
      dico quell'altra de le prove mastra,
    che, come tu, vantandosi va ch'io
    cosa che vaglia senza lei non spio,
    e di Almafisa appellami figliastra.

      [103] Omnium artium experientia iudex videtur.

ANCHINIA.

      Vantarsi drittamente può qualunque
    trovasi aver servito qualche ingrato;
    ché quanto ben è in te non l'hai trovato
    se non per il suo mezzo. E pur, ovunque
      esser ti trovi, ch'altri non conosca
    l'astuziette tue donde prevali,
    ti fai sí grande che, s'avessi l'ali
    cosí d'ogni altro augel com'hai di mosca,[104]
      egual salir vorresti al gran Monarca;
    lo quale sol vòl essere, che senza
    sian l'opre sue d'alcuna esperienza,
    ove egli pienamente e ratto varca.

      [104] Ars comparatione naturae musca est ad
      aquilam.

TECNILLA.

      Di me medema meco mi vergogno,
    trovandomi altercar con essa teco!
    Hai forse il capo tepido di greco,
    ubriaca che tu sei? ch'ancor bisogno
      farotti aver del tempo, c'hai qui speso
    in dirmi oltraggi, meretrice lorda!

ANCHINIA.

      Non mi toccar, Tecnilla, questa corda,
    ché peggio sentirai quel c'ho sospeso
      di lingua in cima. Or taci e fia tuo meglio!
    Dir onte altrui né udirle voler poscia,[105]
    è di pazzo costume; ma, d'angoscia
    mentre sei pregna, va' mirarti al speglio,
      se vergognarti vòi piú del tuo volto
    fatto di mostro per soverchia furia,
    che litigar qui meco e dirmi ingiuria,
    le quali di te meglio forte ascolto.

      [105] «Quod ab alio odis fieri tibi, vide ne alteri
      tu aliquando facias». TOB.

TRIPERUNO.

      Eran le dua sorelle omai sí d'ira,[106]
    per la puntura di sue lingue, in cima,
    che fu tra lor per esser pugna dira.
      Ma grave donna di molt'altre prima,
    dolce cantando, fuvvi sopraggiunta,
    la cui beltá non quanta sia s'estima.
      Un'arpa con sua voce ben congiunta
    fece che da le dua giá in arme prone
    la gara venne tostamente sgiunta.
      Latte di tigre o sangue di dragone[107]
    ben mostrarebbe aver beuto infante,
    chi non saltasse udendo sua canzone!

      [106] «Furor arma ministrat». VIRG.

      [107] Feritas ad harmoniae concentum facile
      mansuescit.

      Non è di pietra cor, non d'adamante,
    non di Neron, Mezenzio, Erode, Silla,
    che non si dileguasse a lei davante.
      Onde non pur Anchinia con Tecnilla
    lasciâr l'ingiurie fattesi, ma sono
    e questa e quella piú che mai tranquilla;
      anzi leggiadre, al numerabil sòno
    di diece corde, mosser una danza,
    dandosi un bascio ad ogni sbalzo nono.[108]
      Quivi Almafisa venne con l'onranza,
    fra mille ninfe d'arbori e de fiumi,
    ché ognun concorre a quella concoranza:[109]
      né men scherzan in cielo e' chiari lumi,
    nel mar e' pesci, e 'n cielo quei dal volo,
    le fiere in terra e i serpi ne' lor dumi.

      [108] Novem doctrinae atque scientiae nodos
      intellige sub novem musarum figura.

      [109] Non sine maxima proportione et harmonia orbes
      coelestes invicem locati sunt.

      Stavami ne le fascie stretto e solo,
    sí come l'augelletto, il qual distende
    l'ale, ma non s'innalza e n'ha gran dolo.
      Chi su, chi giú quel tutto che s'intende
    da l'uom, se non a pieno, almen in parte,
    va, vien, traversa, corre, monta e scende.
      --Ciascun mai d'Omonía non si diparte!--[110]
    cosí la cantatrice udi' chiamare,
    che i passi altrui col canto suo comparte.
      Io che l'errante macchina danzare,
    per quel dolce concento, vidi al moto[111]
    universal e poi particolare,
      di quei legami tutto mi riscuoto,
    come colui che lungo indugio annoi,
    dovendosi asseguir qualche suo voto.

      [110] Concordantia.

      [111] Deus noster gloriosus omnia in numero,
      pendere et mensura creavit.

      Svelsi di quelle scorze un braccio e poi,
    con quella svelta man che i nodi sterpe,
    tanto cercai ch'usciron ambi doi.
      E con quel modo ch'un immondo serpe,
    vedendo, ov'era 'l ghiaccio, nato il fiore,
    si sbuca lieto d'un'angosta sterpe,
      dove si spoglia il vecchio corio fore
    tutto d'argento, ed or fassi piú cinte[112]
    del ventre al capo ed or segue 'l suo amore;
      tal io, poi che le spoglie risospinte
    m'ebbi d'addosso, per danzar su m'ersi;
    ma fûrno dal desio mie forze vinte.

      [112] «Nihil non tam proprium humanitatis est quam
      remitti dulcibus modis astringique contrariis». BOËT.

      Ché surto in piede starvi non soffersi,
    anzi cascai, donde corse a comporre
    Anchinia un carro, il qual meco si versi.
      Su tre rotelle il carriuolo corre,
    ed è, sí come io son di lui, mio guida
    che al passo infermo e debile soccorre.
      Di ciò par ch'Almafisa se ne rida,
    che 'l legno arguto poggia ovunque poggio,
    e che l'industre Anchinia è che m'affida.
      Ma con le mani a lui mentre m'appoggio
    ed ir con seco quinci e quindi bramo,
    ecco me 'ntoppo in qualche adverso poggio;
      di che sossopra il carro ed io n'andiamo:
    quel resta intégro ed io n'ho rotto 'l naso,
    e che ritto mi torni Anchinia chiamo.
      Anchinia mi rileva, e d'ogni caso
    per le percosse ch'atterrato piglio
    presta ricorre de l'onguento al vaso.
      Ed io, ch'oltra 'l dolor esser vermiglio
    comprendo il lito del mio sangue, invoco
    lei con la mano posta al pesto ciglio.
      Ma quella mi risana, ed anco al gioco[113]
    di quel mio tal destriero mi riduce,
    in fin che da me stesso, a poco a poco,
      ir poscia senza il carro ed altro duce.

      [113] Nutrix itaque fidelissima datur homini
      industria.




SESTINA LI CUI CAPIVERSI DICONO QUELLA SENTENZIA:

«CONCORDANTIA--DVRANT--CVNCTA--NATURE--FEDERA».


URANIA.

    C ome 'l primo veloce mobil cielo,
    O pposto a quei che volgono le stelle,
    N on li distempra e sé tramuta in foco?
    C om'è sospesa? e chi sostien la terra?
    O nde con lei forma ritonda il mare
    R itien, e mai posando non ha pace?
    D'una concorde e ragionevol pace[114]
    A vvinse l'alta causa cielo a cielo,
    N é men con pace in maggior cerchio il mare
    T iensi a la terra, e giran sette stelle
    I n sette sfere, il cui centro è la terra,
    A nti da l'aer cinta e poi dal foco.

      [114] Discordi quadam concordia coelos elementaque
      Deus omnipotens astrinxit.

    D ubbio non è che 'l mondo o in acqua o 'n foco
    V errá sommerso, quando la lor pace
    R otta sará, per sfare il mar, la terra,[115]
    A llor che dé' fermarsi il nono cielo
    N é piú rotarsi 'l sol con le sei stelle,
    T rarsi nel centro de la terra il mare.

      [115] «Ipse quoque in fatis reminiscitur affore
      tempus | quo mare, quo tellus correptaque regia coeli |
      ardeat et mundi moles operosa laboret». OVID.

    C rebbe, fu tempo giá, su l'alpe il mare;
    V orar il mondo deve ancor il foco;
    N on fia perpetuo il giro de le stelle,
    C he al fin col cielo avran quiete e pace;
    T ratto giá il ceppo uman o su nel cielo
    A starvi sempre, o 'n centro de la terra.

    N on t'invaghir dunque, omo de la terra.
    A nzi contendi (ove di gloria il mare
    T u lieto solcarai) salir in cielo,
    U' sempra t'arda l'amoroso fuoco,
    R iposto d'alma in alma in somma pace,
    E sotto i piedi ti vedrai le stelle.

    F ece l'alto fattor, sopra le stelle
    E giú nel piú profundo de la terra,
    D ue stanze, l'una detta eterna pace,
    E l'altra, di perpetuo foco mare.
    R inchiuso entro la terra, a l'ombre, è il foco;
    A l'alme, gioia eterna su nel cielo.

      Fe' Dio l'uomo di terra, che 'n le stelle
    avesse pace; ma chi nacque in mare[116]
    trallo dal cielo in sempiterno foco.

      [116] Venus, quae maris e spuma nata est, pro
      voluptate carnali accipitur.

TRIPERUNO.

      Poscia che vide, per Industria ed Arte,
    Natura finalmente l'uomo in piede
    correr veloce in questa e 'n quella parte,
      ed esser l'animale, il qual possede
    alto saper e di ragion dottrina,
    che fôra poi d'eterna vita erede,
      con lieto e dolce aspetto a me s'inchina,
    qual mansueta madre che al figliolo
    prima di sdegno fu cruda e ferina.
      D'innumerabil figli dentro il stolo
    da lei fui ricondutto al bel giardino
    dove altrui vive lieto e senza dolo.
      Quivi sotto 'l pacifico domíno
    ed aurea stagione di Akakía,[117]
    vissi gran tempo semplice bambino,
      fin ch'indi mosso poi, per lunga via,
    fui ricondutto a ritrovar Altèa[118]
    e l'altra donna che 'n nostra balía
      commette ambe le strade e bona e rea.

      [117] Innocentia.

      [118] Veritas et Libertas.




DE LA PUERIZIA ED AUREA STAGIONE


EUTERPE.

      Giá rinnovella intorno la stagione,
    ch'eternamente verdeggiar solea
    prima ch'avesse Astrea[119]
    gli uomini a sdegno e sé tornasse ai dèi,
    lasciando in lor quell'altra cosí rea
    che li arde, mentre Febo alto s'impone
    al tergo di Leone,
    o quella che dai monti iperborèi
    riporta il gielo a gli afri e nabatei.
    Or che l'occhio del ciel aggiorna in Tauro,
    or che 'l fior spunta ove 'l ghiaccio dilegua,[120]
    or che 'l scita co' l'indo vento tregua[121]
    fatt'hanno e dato è in preda il tempo al Mauro,
    Zefiro torna incolorar i lidi,[122]
    e i pronti a tesser nidi
    vaghi augelletti, per lor macchie errando,
    natura van lodando,
    c'ha ricondutto cosí lieti giorni,
    d'aura gentile, d'erbe e fronde adorni.

      [119] «Et virgo caede madentes | ultima coelestum
      terras Astrea reliquit». OVID.

      [120] Boreas.

      [121] Auster.

      [122] Zephirus.

      Férmati, Apollo, pregoti, nel grado,
    ch'oggi ascendendo e poggi e selve abbelli,
    e gli aurei tuoi capelli
    tempratamente spandi a l'universo;
    onde amorosi, leggiadretti e snelli[123]
    ne vengon gli animali tutti al vado
    non d'Istro, Gange o Pado,
    ma del suo natural obbietto verso,
    c'ha l'un de l'altro, quand'è 'l ciel piú terso,
    verde la terra, il mar tranquillo e piano.
    Férmati, Apollo, e 'n sí bel trono sedi,
    fin che a le mani, al collo, a l'ale, ai piedi
    del Tempo (egli scamparse a man a mano[124]
    s'asseta, tant'è vano!)
    Pirene ed Appennino sian appesi,
    che non si parta e i mesi
    porti con seco e l'aura e 'l dolce umore,
    ch'or monta in ogni foglia, in ogni fiore.

      [123] Amore.

      [124] «Sed fugit interea, fugit irreparabile
      tempus». VIRG.

      L'aureo, gioioso e mansueto aprile,
    ch'or sparger d'ombre i verdi campi veggio,
    piacciali eterno seggio
    qui prender nosco, ch'altri non succeda.
    Partito lui, si va di mal in peggio;[125]
    mentre vi spira l'ausura a gentile,
    Parca non sia, che file
    umana vita, e Morte a Pluto rieda,
    sol ombre ove posseda;
    rinverdasi da sé omai la terra;
    valete aratri, marre, falci e zappe!
    non più vepri saranno, cardi e lappe.
    Quella natia vertú che 'n lei si serra,
    senza ch'altri la sferra,
    uscendo stessa ci dimostra quanto
    sia di natura il manto
    piú bello senza l'arte e piú verace,[126]
    ch'opra di voglia piú de l'altre piace.

      [125] Aureae pueritiae succedunt libidinosa
      iuventus, ambitiosa virilitas, curiosa senectus, stomachosa
      decrepitas.

      [126] Per se fert omnia tellus.

      Ecco di latte scorreno giá i fiumi,
    sudano mèle i faggi, olio li abeti,
    e su per que' laureti
    celeste manna ricogliendo vanno
    le virgin ape; e i rosignoli lieti,
    c'han d'or' le penne, entro purpurei dumi
    nidi d'argento e fine perle fanno,
    securi di rapina o d'altro danno.[127]
    L'impaventosa lepre lato al cane,
    l'agnella presso al lupo queta dorme,
    ché tutti li animal, giá in lor conforme,
    natura tiene in sue medeme tane:
    securi pesci e rane,
    questi da lontra, quelle da le biscie:
    non è chi strida o fiscie
    l'un contra l'altro per stracciarsi 'l pelo,
    ché l'aurea etade giá scese dal cielo.

      [127] «... fede e innocenza son reperte | solo ne'
      pargoletti, poi ciascuna | pria fugge che le guanze sian
      coperte». DANTE.

      Date quiete, posti li aspri giovi,
    a' vostri armenti omai, duri bifolci,
    ed a que' fonti dolci
    lasciateli appressare! né quel rivo
    di voi sia alcun che piú 'l sostegna o folci,
    né chi di loco a loco lo rimovi,
    ché 'n questi giorni novi
    non è di libertá chi venga privo.
    Cantate anco, pastori, ché l'estivo
    e freddo ardore non privar piú deve
    di latte od appestar e' vostri greggi!
    Non piú clamosi fòri, non piú leggi,
    ché ciò vita gioiosa non riceve.
    O giovo dolce e leve
    a l'uomo ancora, il qual sprezza fortuna,[128]
    siagli pur chiara o bruna,
    ché chi vivendo non fa oltraggio altrui
    securo di l'aurea stagion è in lui.
      E simplicetta e pueril canzone,
    come richiede il suo stesso soggetto,
    fu questa mia, dottissime sorelle;
    di che a voi chiama:--Non son io di quelle
    che, Urania, scrivi con sí bel soggetto
    e n'empi il sino e petto
    ai duo novi Franceschi, l'un ch'agnelli
    canta, lupi e ruscelli,
    l'altro del Senator l'alta pazzia!
    Ma chi fa il suo poter con gli altri stia.

      [128] «Vitam beatam efficiunt tranquillitas
      conscientiae et securitas innocentiae». GREG.


FINISCE LA PRIMA SELVA DEL TRIPERUNO.




                   DIVVS VATES

   OPTIMA QVAEQVE DIES MISERIS MORTALIBVS AEVI

  PRIMA FVGIT SVBEVNT MORBI TRISTISQVE SENECTVS

    ET LABOR ET DIRAE PARIT INCLEMENTIA MORTIS




SELVA SECONDA


DISTICHON

      Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe;
    tres dixere Chaos, numero Deus impare gaudet.

  [Illustrazione: Stemma con le lettere M L F T; ai lati CA. VR.]


HEXASTICHON

      Mintiadas inter fulicas mihi sueta phaselus
    currere, nunc tumidis aequore fertur aquis.
      Quonam tanta animi fiducia? Nobile sidus
    adstitit en capiti quae praeit Ursa meo.
      Ursa potens mundi, firmo quem torquet ab axe,
    ursa potens pelagi, qua duce nauta canit.




PREFAZIONE


Or pervegnuti siamo al centro confusissimo di questo nostro[129] _Caos_,
lo quale ritrovasi ne la presente seconda «selva» di varie maniere
d'arbori, virgulti, spine e pruni mescolatamente ripiena, cioè di prose,
versi senza rime e con rime, latini, macaroneschi, dialoghi, e d'altra
diversitade confusa, ma non anco sí confusa e rammeschiata che,
dovendosi questo _Caos_ con lo 'ntelletto nostro disciogliere, tutti gli
elementi non subitamente sapessero al proprio lor seggio ritornarsi.

      [129] Caos.


TRIPERUNO.

      D'errori, sogni, favole, chimere,[130]
    fantasme, larve un pieno laberinto,
    ch'un popol infinito, a larghe schiere,
    assorbe ognora, tien prigione e vinto,
    voglio sculpir non ne l'antiche cere,
    non ne le nove carte; anzi depinto
    di lagrime, sudor, di sangue schietto
    avrollo in fronte sempre o 'n mezzo 'l petto.

      [130] «Tria sunt difficilia, quarum penitus ignoro:
      viam aquilae in coelo, viam colubri super petram, viam viri
      in adolescentia sua». ECCLES.

      In fronte o 'n mezzo 'l petto, ovunque io perga,
    terrò qual pellegrino mie fortune;
    datimi, o muse, una cannuccia o verga,
    ch'io, scalzo e cinto ai fianchi d'aspra fune,
    veda come 'l sol esca e poi s'immerga
    ne l'Oceàno, e come ardendo imbrune
    qua li etiòpi e lá di neve imbianchi
    tartari e sciti del bel raggio manchi.

      Ma poi che di mia sorte il duro esempio
    mostrato abbia del mondo in ogni clima,
    fia cosí noto, appeso in qualche tempio[131]
    od in polito marmore s'imprima,
    che chi mirando 'l cosí acerbo ed empio,
    considri ben qual sia buon calle, prima
    che l'un d'ambi sentieri d'esta vita
    si metta entrare a l'ardua salita.

      [131] «Me tabula sacer | votiva paries indicat
      uvida | suspendisse potenti | vestimenta maris deo». HORAT.

      Oh, ben saggio colui che 'l suo dal mio
    voler avrá diverso ne' prim'anni
    di nostra sí dubbiosa etade, ch'io
    volendo scorsi ne' miei stessi danni,
    travolto in vie sí alpestri dal desio,
    ch'anco ne porto il viso rotto e' panni,
    fin che mia sorte, poi che assonto in alto
    m'ebbe, giú basso far mi fece un salto!

TRIPERUNO.

    D e l'innocente ninfa l'aurea etade,[132]
    I l bel giardino, le colline, i fonti
    V annosi omai, ché 'l tempo invidioso[133]
    I n un istante quelli s'ingiottisse.

      [132] Pueritia.

      [133] «Damnosa quod non imminuit dies est». HOR.

    B andito dunque sol per l'altrui fallo,
    E rrava quinci e quindi ove pur l'alma
    N atura mi torcea con fidel scorta.
    E ra quella stagion quando Aquilone,[134]
    D a l'iperboree cime sibilando,
    I n vetro i fiumi, in latte cangia i monti;
    C ácciomi dentro un bosco tutto solo;
    T anto vi errai, ch'al fine mi compresi
    I n le capanne de' pastori giunto.

      [134] Lex naturae, quae omnia in medium ponit.

    R iposto s'era Febo drieto un colle,
    E la sorella con sue fredde corna
    G iá percotea le selve ed ogni ripa.
    V ago di riposarmi su lor fronde,
    L a porta chiusa d'una mandra i' batto:
    A l sesto e nono cenno fummi aperto.[135]

      [135] Pulsanti aperitur, Evangelio teste.

    S tarsene quivi ben rinchiusi e caldi
    V idi quei pegorari, al foco intorno,
    B ere acque dolci e pascersi de frutta.

    Q ual stato mai per che si sia sublime,
    V'ha pare al pastoral di contentezza?
    A ltri di strame rifrescar ed altri
    M onger vidi gli armenti, altri purgarli.

    I ntenti ancor son altri gli agnelletti
    P ortar di luogo a luogo e ritornarli
    S otto lor madri, ed altri con virgulti
    E gionchi acuti tessono sportelle.

    M a parte ancora, di piú verde etade,[136]
    I ntenti sono a giovenili giochi,
    L otte, salti diversi e slanzar dardi.
    I n altra parte s'usan dicer versi,
    T occar sampogne e contrastar di rime.
    A ltri, de' piú attempati, di lor gregge
    T rattano, s'han piú spesa che guadagno.
    V adon e riedon altri, piú robusti,
    R icercando le mandre, ove ben spesso
    V olpe, lupi selvaggi e piú gli umani
    S oglion discommodar lor santa pace.

      [136] «Apparet nullam aliam spem vitae homini esse
      propositam nisi ut, abiectis vanitatibus et errore
      miserabili, Deum cognoscat et Deo serviat». LACT.

    I n ogni lor impresa vanno lieti,
    A mandosi l'un l'altro con gran fede,
    M ercé che 'l capo lor sa l'arte a pieno.

    I vi raccolto fui nel dolce tanto[137]
    N umero lor e fatto di sua prole.
    G iá in mezzo al corso di sua lunga via
    R otavasi la notte, passo passo:
    E cco, dal sommo d'una capannella,
    D ove molti pastori guarda fanno
    I nsieme al grande armento con lor cani,
    O desi, dentro una mirabil luce,
    R esonar canti e dolce melodia.

      [137] Iam per reminiscentiam, ingruente rationis
      aetate, homo suam in se recolit naturam et dignitatem.

    P orgon l'udita e sentono che--_Gloria_
   _I n excelsis_--dicean i bianchi spirti;
    E d avvisati dove 'l Salvatore
    N asciuto giace, lá, con allegrezza
    T osto da noi partiti, s'avventaro
    I n quella banda che fu lor mostrata.
    S ol io ritratto in parte for de gli altri
    S edevami pensar tal novitade,
    I n fin che, ritornati, cose orrende,
    M ai non udite piú, d'un fanciullino
    A noi contaron di stupor insani.

    E cco, senza far motto alcun ad elli,[138]
    T utto soletto quinci mi diparto,

      [138] «Tu autem quum oraveris intra in cubiculum
      tuum, ubi, clauso ostio, patrem tuum in abscondito ora».
      _Evang._

    E sollevando gli occhi al ciel sereno
    V idi una stella rutilar fra l'altre,
    A nti scorgendo sempre il mio sentero,
    N é mai fermossi fin che al santo loco
    G iunto non mi vedesse e poi smarritte;
    E d una voce ancor dal ciel mi venne,
    L a qual dicea:--Felice criatura,
    I o son quella verace e schietta donna
    C he vai cercando in terra e stommi 'n cielo.[139]
    A ltea mi chiamo: or entra qui sicuro.--

      [139] Veritas in coelo moratur, quia omnis homo
      mendax.

    E poi ch'ebbe parlato, un bel concento
    S'udiva d'arpe, cetre, plettri e lire.
    T acendo poscia, fu non so chi disse:

TERSICORE

      Or tienti fermo e non girar altrove,[140]
    o spirto avventuroso, di tal guida;
    ma cauto va', ché un lupo non t'uccida,
    lo quale altrui dal dritto calle smove.

      [140] «Turpe est cedere oneri quod semel
      recepisti». SEN.

      Né da l'antiche leggi, per le nove,
    sia mai, se non Iesú, che ti divida,
    lo qual non pur è saggia scorta e fida,
    ma via che da vertú non si rimove.

      Ben vedi a quanta gloria il ciel ti degna,
    ché Dio (qual nome dirsi può maggiore?)
    volse adempir sua legge in tuo conforto.[141]

      [141] «Omnia quaecumque voluit Dominus fecit in
      coelo et in terra». DAV.

      Egli farsi uomo sol per te non sdegna,
    e guida tal, che 'n questo uman errore
    conduceratti di salute in porto.

TRIPERUNO

      Io ben intesi di tal voce il sòno;
    ma, lasso, che servarla fui poi tardo!
    E so che quanto tuttavia ragiono
    non vien inteso; ma sotto 'l stendardo
    de l'Orso grande, ove posto mi sono,
    spero dir chiaro senza alcun risguardo.
    Or dunque in una grotta entrai soletto,
    con passo lento e colmo di sospetto.

      Qui la piú bella, onesta, saggia, umile[142]
    donna che mai Natura, col sopremo
    suo sforzo e col di rado usato stile,
    finger potesse in questo ben terreno,
    avea sul strame, in loco abbietto e vile
    (trovavasi al bisogno troppo estremo)
    riposto un suo nasciuto allor infante,
    nudo, a la rabbia d'aquilon tremante.

      [142] Omnium miraculorum praestantissimum est quum
      virgo sine floris virginei detrimento Deum hominem parit,
      qui complectens universum angusto praesepio patitur
      includi.

      E se d'un bianco e liggiadretto velo,
    levandosi 'l di testa, non fatt'ella
    qualche riparo avesse al crudo gelo,
    pensato avrei che 'l parvolino in quella
    paglia mancar dovesse, e lui, che 'n cielo
    volge coi giri soi ciascuna stella,
    stringesse la stagion orribil: tanto
    prender gli piacque di miseria il manto!

      Con quel contratto volto ed alto ciglio
    ch'alcuno mira cose strane e nove,
    stavami prono a contemplar quel figlio,
    sí di me stesso for, che men del bove,[143]
    de l'asinelio men, ebbi consiglio
    di riconoscer lui che 'l tutto move
    essersi carne fatto, non per boi,
    non altri bruti, no, ma a servar noi.

      [143] «Cognovit bos possessorem suum et asinus
      praesepe domini sui, Israël ante me non cognovit». ESAIAS.

      Un for di stile e d'uso uman sembiante,
    una celeste angelica figura
    di quel nasciuto allor allor infante
    fu, ch'al veder mi tolse ogni misura.
    Ché s'al visibil sol non è costante,
    or che al divin potea nostra natura?
    Bench'era in carne ascoso, pur non pote
    di fora non aver de le sue note.

      Non che 'ntendessi allora la cagione
    ch'io fussi in quel fanciullo sí conquiso;
    ma, vinto da non so qual passione,
    piú tosto che ritrarmi dal bel viso
    lasciato avrei non pur le belle e bone[144]
    cose del mondo, ma anco il paradiso.
    E finalmente io, sciocco (temo a dirlo!),
    stetti piú volte in voglia di rapirlo;

      [144] «Unguentum suave et optimum est amor summi
      boni, quo pestes mentis sanantur et cordis oculi
      illuminantur». BASIL.

      rapirlo meco in parte ove sol io,
    nutrendol prima, l'adorassi dopo,
    sperando non mai fôra ch'altro Dio
    maggior di lui mi soccorresse a l'uopo;
    quando che 'l mundo tant'era in oblio,
    che l'indo, il mauro, il scito e l'etiòpo
    cingevan il gran spazio, ove chi 'l sole,
    chi 'l mar, chi un sasso, chi 'l suo rege cole.

      Ma, forse accorta del pensier mio folle
    in far tal preda, la pudica donna,
    levatolo di paglie, sí sel tolle
    in grembo e 'l ricoperse ne la gonna;
    ché esser d'uomo veduta giá non volle
    mentre li porge il latte. Poi l'assonna,[145]
    ed assonnato il bascia, e tornal anco
    sul strame, a lato un vecchio grave e bianco.

      [145] «Lacta, mater, cibum nostrum; lacta panem de
      coeli arce venientem et pone in praesepium velut piorum
      cibaria iumentorum». AUG.

      Ma non sí tosto giú posato l'ave,
    ch'un giovenetto a lato, in veste bruna,
    qui sotto entrando porta un grosso trave
    di ponderosa croce, ed altri d'una
    colonna carco; e dopo loro grave
    e longa tratta d'angioli s'aduna
    intorno del presepio, lagrimosa,
    ciascun in man avendo una sol cosa:

      questo di spine una corona, quello
    sopra la canna una spongia bibace;
    chi un chiodo, chi una sferza, chi 'l martello,
    chi l'asta, chi la fune, chi la face.
    La donna, quando i vide, in atto bello
    presto si leva e vereconda tace.
    Quelli non men di lei onor le fanno,
    poi taciti al fanciullo intorno stanno

      (dorm'egli) in atto di basciarlo mille
    e mille volte, né esserne satollo:[146]
    par che nettar, ambrosia e manna stille
    da gli occhi soi, dal mento, fronte e collo!
    Eran le cose in modo allor tranquille,
    ch'al mondo non sentivi un picciol crollo,
    come se con la notte l'universo
    stesse nel sonno, co' l'infante, merso.

      [146] «O iugum sancti amoris, quod dulciter capis,
      gloriose laqueas, suaviter premis, delectanter oneras,
      fortiter stringis, prudenter erudis!». BERNARD.

      Ma dopo alquanto indugio, ecco 'l piccino
    subitamente non so chi disturba.
    Egli alza il guardo e vedesi vicino
    cinger intorno la celeste turba,
    ch'ognun sta penseroso e 'n terra chino,
    con quelle orribil armi; onde si turba
    nel volto il bel sembiante e di spavento
    piange, tremando come fronda al vento.

      Sí come al vento foglia, trema e piange,
    né 'l viso piega mai da quella croce;
    e mentre qui si dole, cruccia ed ange,
    quattro angioletti in lagrimosa voce
    incomenciar un inno detto il _Pange_;[147]
    il qual pensando, ancor m'incende e cuoce
    de l'amoroso foco, il cui soggetto
    spezza di fiera non che d'uom un petto.

      [147] Divi Ambrosii hymnus.

      Non fu giá pietra in quelle mura (pensi
    un cor gentil ch'esser dovea la madre!)
    che non s'intenerisse ai forti intensi
    gemiti del fanciullo, a le leggiadre
    rime di que' cantori. Ond'io con densi
    sospiri m'avvicino al bianco padre,
    col qual piangendo mi proposi allotta
    non mai distormi piú di quella grotta.

      Grotta gioiosa, che degnossi 'l cielo
    partir de le sue cose in mia salute!
    grotta felice in cui di carne il velo
    intorno vidi aver l'alta virtute!
    grotta salúbre, ove servato il stelo
    di pudicizia nacque, tra le acute[148]
    mondane spine, il fior tant'anni occulto,
    di terra uscito senza umano culto!

      [148] «Veritas de terra orta est et iustitia de
      coelo prospexit». DAVID.

      Poscia che i quattro spirti bianchi fine
    poser al _Pange lingua gloriosi_,
    quel da la croce, c'ha l'aurato crine,
    d'avolio il viso e gli occhi sí amorosi,
    l'ale tessute d'oro e perle fine,
    dritto si leva in piedi con ritrosi
    guardi ver' me, stendendo la man destra,
    e la croce sostien con la sinestra.

GENIO

Uomo, animale--disse--fra gli altri solo de la ragione capace, che de
gli eterni piaceri con meco sei ad essere felicissimo consorte (non giá
perché né tu né di tua natura alcuno giammai facesse impresa veruna per
la cui dignitade ciò guadagnar si potesse, ma l'infinita d'Iddio bontade
cosí a dover avvenire nel principio dispose); or odi quale e quanta
verso voi uomini sia stata di lui la benevolenzia. Lo quale, da l'antico
legame di perdizione per scatenarvi, giá non sofferse aver a schivo se
istesso condennare ad essere un simile vostro di carne, una vittima, un
sacrificio, un miserabilissimo spettacolo, dovendosi egli sottomettere a
la severa legge, di lei non pur conditore ma distretto[149] osservatore,
mostrandovi, con esempio prima e con dottrina poi, per quanto piacevole
sentiero ciascuno di voi, le sue vestigia seguendo, potrebbe al lume di
veritá pervenire. Da la quale, per l'infiata soperbia de gli ignoranti
dottori e saviezza mondana, tutti[150] omai sète miserabilmente sotto
l'empia potestade d'un tiranno traboccati, lo quale sepolti, non che
imprigionati, nel puzzo d'ogni scelleraggine sin ad ora v'ha ritardati.
Vedi tu cotesto bellissimo fanciullino, questa leggiadretta sopra ogni
altra criatura? questo uomo di spirto e carne testé nasciuto? Lo quale
so che ti pare soave tanto, che giá di non voler indi partire tu ti sei
fermamente deliberato. Se io, che sol spirito sono, cosí fussi agevole
di ragionar la lui potenzia, la lui maiestade, la lui smisurata
benignitade, come tu, uomo carnale, manco idonio sei ad ascoltare,
potrei quivi acconciatamente dar principio. Ma debilissima è pur[151]
troppo de noi angioli la natura, e vieppiú la vostra umana, in
comparazione di quella profundissima, incomprensibile e impenetrevole
divina. Dilché sciocchi e presontuosi furono pur troppo alquanti
dottori, che cosí leggermente a tal cosa isperimentare si sono
abbandonati.

      [149] «Finis legis Christus ad iustitiam omni
      credenti». PAUL.

      [150] «Tota vita Christi in terris per hominem quem
      gessit, disciplina mortis fuit». AUG.

      [151] «Quo autem Deus pater genuerit filium, nolo
      discutias nec te curiosius ingeras in profundo arcani».
      HIER.

Ora dunque saperai prima qualmente la intelligenzia del Sempiterno
Padre, la quale noi similemente «prima sapienza e divino sermone» con
grandissimo tremore nominamo, tanto di vostra salute le calse, tanto
l'incommutabil sua natura si commosse verso di voi a pietade, che non
me, non alcun altro di angelica stirpe si elesse per vostro redentore e
de l'inferno distruggitore, ma da se medema, volendo oggimai la
divinitade sua con la umanitade vostra conciliare, discese occultamente
da l'empireo nostro in questo vostro passibile stato, constituendosi ad
essere con essi voi fratello, compagno e servitore; quando che non volse
il benignissimo figliuolo vestirsi la forma d'alcun potente signore, ma
ben gli piacque con perfettissima umilitade sottoporsi a vile servitude
per confutare l'alterigia de' sapienti mondani. Eccolo quivi d'una
polcella, mediantovi la vertú del Spirito Santo, poverissimamente
nasciuto. Dimmi, uomo, dimmi, animal di ragione, qual umiltade di
cotesta maggiore potriasi unqua imaginare? Páronti forse quelli duo
animaluzzi vilissimi, fra li quali sul feno lor egli giace, convengano a
la omnipotenzia di sua profundissima maiestade? parti ch'un diversorio
immondo, un presepio de bovi, la diroccata stanza, lo notturno
pellegrinaggio, la freddissima stagione siano al divino trono, a la
celeste beatitudine, a le ierarchie d'infiniti spiriti convenevoli e
corrispondenti? parti che questa diminutezza d'un infante a la grandezza
del criatore e fondatore de l'universo s'adegui? Ma quanto piú di
maraviglia prenderai tu, se mai fia tempo che l'instrumenti orribili, li
quali con questa croce intorno a lui miri essere portati, tu veda
crudelmente adoperati ne la innocentissima sua persona! O gran fortezza
di pietade, la quale puote l'altissima giustizia[152] cosí piegare, che
'l padre, per riscotere il servo, traditte l'unico figliuolo, che avesse
ad essere tra gli suoi domestichi un bersaglio di mille onte, ingiurie,
bestemmie, derisioni, contumelie, scorni, guanciate, battiture,
flagelli, sputi, lanciate e finalmente un vituperoso spettacolo, tra li
doi scellerati, su la contumeliosa croce inchiavato! O affocato amore, o
benivolenzia verso noi uomini ardentissima! Iddio fassi omo per te
salvar, o uomo: offende sé, difende te; ancide sé, vivifica te! O
mansuetissimo agnello! Vedi, vedilo lá, uomo, vedi lo tuo salvatore,
vedi la via, la veritade, vedi come lagrimoso dal presepio ti mira e
guata, vedi come gestisse d'abbracciarti in foggia di caro germano! Egli
ben sa che per te, uomo, solo in questa miseria fu dal Padre mandato,
discese in terra per guidarti al cielo, s'ha fatto famiglio per
costituirti signore! Or dunque chi renderá mai guiderdone a tanto[153]
beneficio eguale? qual grazie, qual lode a tanto premio? fia forse di
oro, di gemme, di porpora, di altri beni temporali cotesto premio? anzi
del preciosissimo suo sangue. Con questo ti laverá, ti monderá de le
peccata, de le tante scelleraggini; con questo ti pascerá e nudrirá,
lasciandotilo, con la carne sua propria, ad essere tuo cibo di vita
eterna. Sfattene dunque, uomo, nel santo proposito in cui testé
amorosamente ti ritrovi; e quando pur sotto 'l gravissimo peso di questa
tua carne avverrá che ne trabocchi, lévati presto, chiama dal ciel
aiuto, non ti addossar in terra, non vi far le radici. L'abito solo è
quella peste, quel morbo se non per grandissima misericordia d'Iddio
sanabile, quell'inferno d'ignoranzia, quel laberinto d'errori, ove
dubito non sii finalmente per tua inavvertenzia dal sfrenato desio
tirato.

      [152] Pater noster, ut liberaret servum, tradidit
      filium.

      [153] «Deus noster purgari homines a peccatis
      maxime cupit, ideoque agi poenitentiam iubet. Agere autem
      poenitentiam nihil aliud est quod profiteri et affirmare se
      ulterius non peccaturum». LACT.

TRIPERUNO

Finitte appena l'angelo divino questo sermone, che quattro de gli piú
vaghi angioletti cantando cosí dolcemente incomenciaro:

      Un aspro cuor, un'empia e cruda voglia,
    una durezza, impresa giá molt'anni,
    se altrui depor contende, non s'affanni
    sperar ch'altri ch'Iddio mai vi 'l distoglia.

      E s'uomo stesso il fa, dite che spoglia
    non riportâr tirannide tiranni
    di questa mai piú bella e che piú appanni
    ogn'altra gloria, ch'uomo al mondo invoglia.

      Ma il ciel di stelle e d'acque il mar fia manco,[154]
    qualor accaschi in uomo tanta forza,
    ch'ei vecchio stile da sé levi unquanco.

      Però convien ch'al bon Iesú si torza,
    mercé attendendo, ed anco il prieghi ed anco,
    fin che qual serpe lásciavi la scorza.

      [154] «Difficile est resistere consuetudini, quae
      assimilatur naturae». ARIST.

TRIPERUNO

    V enuti al fine de l'orribil metro
    E ran li cantator empirei, quando
    R uppesi un sòno fuor de la capanna,
    U n sòno di percosse e battiture
    M eschiate con minacce ed altri gridi.

    I n quell'instante (ah mio crudel destino!)
    G iunsevi un altro frettoloso genio
    N on senza gran spavento, e disse:--Or presto
    A ffrettati, Iosefo, prendi 'l figlio:
    T u, con la madre sua, scampa in Egitto;
    I nsta giá 'l tempo ch'un fier mercenaro
    I nsanguinar si vol di questo agnello.[155]

      [155] Novum Herodem supprimit.

    F ra gli pastori ha ricondotto d'empii
    L upi cotanta rabbia, che gli agnelli
    O morti verran tutti o lacerati.
    R isse, discordie, gare, aspri litigi[156]
    E sser fra lor non odi ancor diffora?
    N on piú dramma d'amor, non piú di pace
    T ra quelli omai si trova; di che scampa
    I n altre bande ove giá nacque Móse.
    N é quindi fa' ti parti, fin che a tempo
    I o venga darti avviso del ritorno.--

      [156] Ambitio et divitiae sunt principia et fontes
      seditionum.

    T aciuto ch'ebbe il nunzio, vidi gli altri
    A ngioli su le penne al ciel salire,[157]
    N é pur un solo a dietro vi rimane:
    T anto le liti, le contese e zuffe
    A la corte d'Iddio son odiose!

      [157] Pacem et litem convenire absurdum est.

  --A rme, arme!--cosí chiaman tuttavia;
    M a stavami sol io ne l'antro ascoso,
    B attendomi gran téma sempre il cuore.
    I n su quel punto similmente un'atra
    T empesta, con gran vento e spessi lampi,
    I ncomenciò tonando farsi udire
    O ve 'l contrasto cresce ognor piú acerbo.[158]

      [158] Fuit.

    V inse una parte finalmente, e l'altra[159]
    T rassesi ne la grotta per suo scampo.

      [159] Ratio corruptae naturae succumbit.

    I o mi discopro e la cagion di tanta
    L ite fra loro cerco di sapere.
  --L asso!--rispose un vecchio--non m'accorsi
    A vvolto in un agnello esser un lupo!

LAMENTO DI CORNAGIANNI

    P iangeti meco, voi fiere selvatiche,
    V oi sassi alpestri, voi monti precipiti,
    R ipe, virgulti e stipiti:
    I esú da noi si parte, ché le pratiche
    T rovate fra pastori tanto crebbero,
    A imè! ch'al fin non ebbero
    S e non forza di far le gregge erratiche.

    A hi mercenaro e lupo insaziabile,[160]
    N ato d'inganno e mantellata insidia!
    I n cui tanta perfidia
    M ai puote luogo aver? O incommutabile,
    O giustissimo Dio, perché non subito
    R isguardi a noi? deh! dubito
    V ani sian nostri prieghi, ché stoltizia
    M aggior non è s'un reo chiede giustizia.

      [160] Imminet erranti furque lupusque gregi.

TRIPERUNO

    P arlava il vecchio lacrimando forte,
    E poi le labbra cosí chiuse, ch'egli
    N on mai piú volse aprirle; ma co' gli occhi
    I n un parete fissi, geme e piagne
    T anto che fece l'ultimo sospiro.
  --V attine al ciel, alma d'ogni ben carca!--
    S'udí una voce dir--vanne felice!--

    C osí di que' pastori giacque il padre,
    O rbato d'esta vita, ma in ciel suso
    R apito a l'altra; e l'empio mercenaro
    R imase de gli armenti possessore,
    V olgendo e' be' costumi de gli antichi[161]
    P astori audacemente in frode e furti,
    T anto che le sampogne e dolci rime
    A ndati sonsi e d'arme sol si parla.

    D eposto dunque fu lo gran pastore
    E ntro d'un cavo sasso; e a quello sopra,
    C armi leggiadri e rime di gran sòno
    I nscritte fûrno da pastori e ninfe.
    D ond'io piangendo ancor questi vi posi:

      [161] «Omnium legum est inanis censura nisi divinae
      legis imaginem gerat». AUG.

TUMULO DEL CORNAGIANNI

   «E cco, del monte congrega--ciò nella
    R uppe--gran pianto pel suo cor Narciso.
    I l fior anti no fu sua morte fella».
    T al fu 'l mio verso, ma, per téma, scuro.

TRIPERUNO

      Io da' pastori alquanto dilungato,
    con quali esser mai giunto ancor mi dole,
    d'un monticello in largo e verde prato
    mi porto, giú, fra rose, gigli e viole;
    poi dentro ad un antico bosco entrato,
    tanto vi errai che sul montar del sole
    si m'appresenta un'ampio e bel palaccio:
    cerco l'entrata e presto vi mi caccio.

      Nòve cose giammai non anti viste
    veggio fra quelle mura in un vallone,[162]
    di urtiche, vepri, spine e lappe miste
    densato sí, che mai non vi si pone
    piede senza lacciarlo a l'erbe triste,
    e farsi, o voglia o no, di lor prigione;
    ma sí mi preme l'ira d'una donna,
    ch'io scampo e lascio a squarzi la mia gonna.

      [162] «Fidelis Deus est qui non patietur vos
      tentari supra id quod potestis». PAUL.

      Perocché, ne l'entrar, quella soperba,[163]
    pallida in volto, magra e macilente,
    con voce altéra minacciante acerba
    seguivami gridando:--Mai vincente
    uomo non fia, se l'animo non serba
    a' miei flagelli forte e paziente!--
    Io allor m'offersi al suo comando, e presto
    scorro di qua di lá, né unqua m'arresto.

      [163] Tentatio.

      Dov'ir mi deggia segno non appare
    di bestial non che d'uman vestigio:
    di che sovente fammi traboccare
    de panni co' miei passi gran litigio,
    fin tanto che, sul lido accosto il mare
    giunto, m'assisi stanco a gran servigio
    di nostra fragil vita, e poi mi levo,
    e del cammin doppio pensier ricevo.

      Se al dritto o manco viaggio me ne vada
    non so, ché nòve m'eran le contrate.
    Ma, tra ambi doi mentre 'l voler abbada,
    ecco a le spalle, co' le labbra infiate
    di sdegno, m'è la donna tutta fiada
    quanto mai fusse nuda di pietate.
    --Tu vòi pur anco--dice--chi t'accolga,
    rubaldo, e ne' capei le man t'involga!--

      Io, dal spavento piú che mai commosso,
    lungo la manca spiaggia formo e stampo
    miei passi, lor frettando quant'i' puosso,
    sin che dal suo furor mi fuggo e scampo.
    Cosí infelice non piú aver riposso
    giammai vi spero; e d'uno in altro campo,
    qual timidetta lepre, uscendo, un fosco
    antro di spine trovo e vi me 'mbosco.

      Ma ne l'entrar (ah quanta mia sventura!),
    ecco si mi raffronta un uomo strano,
    anzi doi, sgiunti fin a la cintura:
    piú mostro assai che finto non fu Giano
    o Proteo falsator di sua figura;
    tal anco è scritto Castor e 'l germano,
    ché sol due gambe quel corporeo peso
    di duo persone tengono sospeso.

      Ei, quando avanti lui giunto mi vide,
    scosse le membra e tutte si li ruppe.
    Stupido, il guardo ch'ei digrigna e ride
    e par che 'n altri volti s'avviluppe.
    I non era né Teseo né anco Alcide
    o chi nel ventre il gran Piton disruppe,[164]
    che fronteggiar bastassi un mostro tale;
    onde spiegai pur anco al corso l'ale.

      [164] Febo.

      Per un sentier (sol un sentiero v'era)
    sferzo me stesso, e gran téma mi punge.
    Ma poi che da l'incerta e 'nstabil fiera
    esser mi vidi al trar d'un arco lunge,
    fermo mi volgo; ed egli, sua primera[165]
    forma cangiando, in doi corpi si sgiunge:
    questo di donna, vago, pronto, ameno;
    quel d'un formoso e bianco palafreno.

      [165] Bis fugienti laqueus inicitur.

      Oh qual mi feci a l'apparir di loro
    sí grata vista e dolce leggiadria!
    Mill'altre prime facce assai mi fôro
    moleste in cui cangiato egli s'avia,
    ché né orso né leon né pardo o toro
    né cervo né animal chi chi si sia,
    gradir mi puote, anzi mi fe' spavento:
    di questi doi sol ne restai contento.

      Ella, succinta in abito gentile,[166]
    tra fiori a l'aura si rendea piú degna.
    Vidi anco intorno lei (sí 'l feminile
    aspetto valse) con lor verde insegna,
    stesi per l'erbe e fronde, Marzo e Aprile
    la terra far d'assai colori pregna,
    e su per folte macchie lieti e snelli
    facean cantando errar diversi augelli.

      [166] «Templum est super cloaca aedificatum». SEN.

      Piú bello, altero, candido e vivace[167]
    nullo animal di questo vidi mai;
    tanto mi piacque allora, che 'l fugace
    e timido desio presto frenai,
    volgendol tutto ove sperava pace
    in duo begli occhi, anzi potenti rai,
    ch'umilemente alzati sol d'un cenno
    quanto temea davanti obliar mi fenno.

      [167] «Bona domus, malus hospes». SOCR.

      Tratto dal mio voler giá torno in dietro
    e di mai non partirmi da lei bramo.
    Ella quel bel destrier c'ha 'l fren di vetro
    è giá salita, e d'un frondoso ramo
    di mirto il tocca e contra un folto e tetro
    bosco lo caccia. Io che pur troppo l'amo,
    correndo a tergo, me ne doglio e strazio,
    e luntanato son da lei gran spazio.

      Per un sentier, colmo di tòsco e fèl va
    battendo sempre il palafren da tergo,
    tanto che scórse ne l'oscura selva
    e mi si tol di vista; ond'io sol m'ergo
    de l'orme ai segni (ché si vaga belva[168]
    perder non voglio), e tutto mi sommergo,
    non, pur d'averla, ne le insane voglie,
    ma ne' intricati rami, sterpi e foglie.

      [168] «Malorum esca». PLAT.

      Tanto durai nel corso a quella traccia,
    ch'al fin del bosco, fra tre alte colonne,
    la via par che 'n duo branchi vi si faccia,
    qual oggi e' greci fingon l'ipsilonne;
    di che dubbio pensier l'andar m'impaccia,
    fin ch'una turba di polite donne[169]
    mi fûr in cerco, e losingando parte
    di loro a manca man mi tranne ad arte.

      [169] «Voluptates blandissimae dominae maiores
      partes animae virtute detorquent». CIC.

      Quivi d'accorte e ladre parolette
    foggia non è che non mi circonvenga;
    ma l'altra parte di luntano stette
    pensando in quale guisa mi sovvenga.
    Io, che fra tanto sono entro le strette
    d'abbracciamenti e garrula losenga,
    irmene al manco viaggio mi delibro;[170]
    ma donna mi vietò, c'ha in man un cribro.

      [170] «Genus servitutis est coacta libertas».
      ARIST.

      Un cribro in mano la dongella tiene,
    d'acqua ripieno, e goccia non si versa,
    che di la turma luntanata viene,
    gridando forte:--Non far, alma persa,
    non far; se 'l fai, tu sol n'avrai le pene,
    ché non sai quella via quant'è perversa.
    Ma qui piuttosto volge a la man destra,
    che da l'errante volgo altrui sequestra.--

      A la cui voce giá lo entrato piede[171]
    ritrassi al modo di chi un serpe calca.
    --Deh! saggia ninfa, dimmi per mercede,
    --risposi a lei--dove 'l mio ben cavalca?
    Perché fra voi questo altercar procede?
    perché tanto di tempo mi diffalca?
    Quella sen fugge e tuttavia non cessa,
    onde non spero mai piú veder essa.

      [171] «Consilio, non impetu opus est». CUR.

      --Lascila gir--diss'ella,--ché la truce[172]
    e pestilente donna, tuo malgrado,
    de l'improba Fortuna ti conduce
    al seggio incerto ed a l'instabil guado.
    Ma se tu segui me, ti sarò duce
    nel destro calle, ove di grado in grado
    montando, e non col volo di fortuna,
    vedrai quel ben che 'n sé vertú raguna.

      [172] «Tristes voluptatis exitus». BOËT.

      Or viemmi dopo, ché su l'alte cime
    di sapienza trovarai l'ascesa.
    Fuggi costoro, perché al fin de l'ime
    valli d'errore mostran la discesa.--
    Allor io per costei lascio le prime
    e seco me ne vo; ma gran contesa
    ecco nascer fra l'una e l'altra turba,
    che 'l mar, la terra e sin al ciel disturba.

      E prima di parole tanta rabbia
    si sullevò tra quelle donne e queste,
    che non bastò menar con scura labbia
    la lingua e denti, ma l'ornate teste[173]
    vengon a scapigliarsi, e su la sabbia
    giá molte veggio, per l'orrende peste
    de' calci e pugna, traboccar avvolte.
    Ma presto vien chi via l'ebbe distolte.

      [173] Mens nostra quae in dubio pendet, huc illuc
      facile agitatur.

      Ché a l'apparir di donna antica e grave[174]
    tosto la pugna fu da lor divisa:
    chi si racconcia il sino e chi le flave
    chiome si annoda e chi di dar sta in guisa.
    Ma la matrona con parlar soave
    voltossi a me dicendo:--Qui s'avvisa
    per me qual porta entrar deve chi brama
    o quinci o quindi racquistarsi fama.

      [174] Eleutheria.

      Quinci Vertú, quindi Fortuna alloggia,
    i' ti l'ho detto: va', ch'ambo le porte[175]
    ti mostro aperte.--E detto ciò, s'appoggia
    sul petto il viso di Vertute e sorte
    fra le colonne. Ed io ne stava in foggia
    di chi non sa de le dua porte apporte
    quale si prenda, s'una prender deve;
    e mentre dubbia, gran duolo riceve.

      [175] «Quid autem est libertas nisi potestas
      vivendi ut velis?». QUINTIL.

      La destra via mi elessi finalmente:
    cosí movea di Nursia il saggio spirto.
    Ma le sinistre donne, triste e lente,
    trasser a l'ombra insieme d'un suo mirto.
    Quivi tra loro un lupo immantenente
    comparse (onde non so) minace ed irto,
    del quale una di lor, se ben rimembro,
    svelse sdegnando il genitale membro.

      Poscia chi per il piè, chi per l'orecchia
    lo tranno a terra giú quelle fanciulle,
    mentre l'altare e 'l foco una apparecchia.
    Ciascuna par che 'n quello si trastulle
    svenarlo, e qui s'accoglie e si sorbecchia
    tanto del sangue suo, che 'n tante mulle[176]
    le vidi esser cangiate a me davante,
    e 'l foco stesso le arse tutte quante.

      [176] Omnis mappa redditur ad stuppam.

      E 'l mirto similmente in altra forma
    mutarse vidi, ch'ogni suo rampollo
    contrasse al tronco dentro, e si trasforma
    in bella donna, e gambe e braccia e collo;
    e 'l lupo, il qual sul lido par che dorma,
    prende a l'orecchia, e dritto sullevollo,
    cangiato omai di lupo in un destrero:
    sáltavi addosso e sgombra via 'l sentiero.

      Io la conobbi, aimè! nel sguardo acuto,
    acuto sí, ch'anco smovermi puote
    dal bel proposto e farmi sordo e muto
    a le preghiere d'ogni effetto vòte
    de l'altre donne; anzi mi faccio un scuto[177]
    d'infamia contra il ben che mi percuote,
    e gridami nel capo, mi urta ed ange,
    ma nulla fa, ché 'l suo voler si frange.

      [177] Praecipiti animo nullum est consilium.

      Onde le donne insieme neghittose,
    poi ch'e' soi prieghi gittaron a l'aura,
    in un pratel de gigli, viole e rose,
    sott'ombra de la petrarchesca Laura,
    stetter in cerchio contra me sdegnose;
    ed un quadrato altare qui s'instaura,
    sul qual, mentr'arde un tenero licorno,
    ivan quelle piangendo intorno intorno.

      Io pur, quantunque l'ascoltassi invito,
    la fin volsi veder del sacrificio,
    ch'un nuvol bianco su dal ciel partito
    sí mi l'ascose, e per divin giudicio
    tal tono seco fu, che tutto 'l lito
    tremò d'intorno, e sparve lo edificio,
    le donne, la matrona e 'l nuvol anco,
    restando pur la via del lato manco.

      Stavami, su quel punto che la terra
    tutta tremò, non men for di me stesso
    che 'l viandante, il quale mentre ch'erra
    cercando un tetto, perché un nimbo spesso
    li tona in capo, il fulmine si sferra
    dal ciel gridando e piantasigli appresso,
    ché un'alta pioppa in sua presenzia tocca
    e tutta in foco e fumo la dirocca.

      --Non temer d'alcun ciel che ti minaccia,
    ché bella botta non mai colse augello!--[178]
    A cotal voce rivoltai la faccia,
    ed ecco un uomo lieto, grasso e bello
    mi sovraggiunge e stretto a sé m'abbraccia.
    S'io gli fussi figliol, padre o fratello,
    io l'addimando vergognosamente.
    Chi fusse, egli rispose immantenente.

      [178] Epicuro conveniens sententia.




LA CAROSSA


MERLINUS COCAIUS

      Ille ego qui quondam formaio plenus et ovis
    quique, botirivoro stipans ventrone lasagnas,
    arma valenthominis cantavi horrentia Baldi,
    quo non Hectorior, quo non Orlandior alter,
    grandisonam cuius famam nomenque gaiardum
    terra tremit baratrumque metu se cagat adossum,
    at nunc Tortelii egressus gymnasia, postquam
    tanta menestrarum smaltita est copia. Baldi
    gesta maronisono cantemus digna stivallo.

      Huc, Zoppine pater, tua si tibi chiachiara curae,[179]
    si tua calcatim veneti ad pillastra Samarchi
    trat lyra menchiones bezzosque ad carmen inescat,
    huc mihi cordicinam iuncta cum voce rubebam
    flecte soporantem stantes in littore barcas,
    ut dorsicurvos olim delphinas Arion.
    Tuque, Comina, tene guidam temonis, et issa
    issa, Pedrala, mihi ad ghebbam tuque alta sonantem
    ad cighignolam velamina pande levanto,
    Berta, grego, postquam salpata est áncora fundo.
    Non ad muscipares voltanda est orza canellos,
    non ad fangosas ladrorum daccia Bebbas,
    Bebbas, cui nomen tum splenduit, aequore postquam
    Cingar anegavit pegoras, saltantibus illis
    una post aliam, nullo aiutante Tesino,
    dumque trabuccabant, «bè bè» sonuere frequenter:
    hinc Bebbas dixere patres, quod nomen ad astra
    surgitur, et lunge soravanzat honore Popozzas.
    Non mihi Fornaces per stagna viazus ad udas,
    perque Padi gremium ad Stellatam Figaque rolum
    undantem contra et retro cava ligna ferentem,
    seu sit Bondeni seu sit mage Francolini
    piatta, vel Argentae, vel burchius Sermidos audax.
    Bramai Alixandrae portus mea barca tenere.

      [179] Vatem peritissimum invocat Zoppinum.

NARRATIO

      Thebanis fabrefacta viris, antiquior altris
    urbibus Italiae, dum Mantua rege sub uno,
    nomine Gaioffo, quasi iam dispersa gemebat,
    viderat in somnis venientem a Marte baronem
    mozzantemque caput Gaioffo, seque gridantem
    libertatem urbi et populo praestasse vetusto.
    Hinc aliquod confortum animi conceperat illa
    speranzamque omnem Baldi ficcaverat armis.
    Non erat huic toto quisquam affrontandus in orbe
    forcibus aut potius destrezza corporis ipsa.
    Nil illum (tanta est hominis baldanza gaiardi!)
    arma spaventabant, nil coelum, nilque diavol.
    Vir iuste membrosus erat, mediocriter altus,
    largus in expassis relevato pectore spallis,
    at brevis angustos stringit centura fiancos;
    nerviger in gambis, pede parvus, cruribus acer;
    rectus in andatu, levibus qui passibus ipso
    vix sabione suas poterat signare pedattas.
    Aurea iungebat faciei barba decorem,
    vivacesque oculos huc illuc alta rotabat
    frons, quae spaventat quando est turbata diablos,
    sed ridens noctemque fugat giornumque reducit;
    spadazzam laevo semper gallone cadentem
    portabat, guantumque presae mortisque daghettam.
    Saltando legiadrus erat, qui pleniter armis
    indutus montabat equum sine tangere staffam.
    Ipse gubernabat terram, quam diximus olim
    nomine Cipadam, gentemque illius habebat
    ad cennum prontamque armis habilemque bataiae.
    Praecipuos hinc tres elegerat ille sodales,
    quorum Cingar erat strictissimus alter Acates.
      Is veterem duxit Margutti a sanguine razzam,
    qui risu, quondam simia cagante, crepavit.
    At Cingar trincatus erat truffator in arte
    Cingaris, aut vecchium segato dente cavallum
    per iuvenem vendens, aut bolsum fraude barattans.
    Scarnus in aspectu, reliquo sed corpore nervis
    plenus erat nudusque caput rizzusque capillos.
    At sassinandi poltronam exercuit artem,
    in machiis quandoque latens mala guida viarum,
    namque viandantes ad boscos arte tirabat
    spoiabatque illos, sibi nec restante camisa.
    Sacchellam semper noctu post terga ferebat,
    sgaraboldellis plenam surdisque tenais;
    is mercadantum reserabat saepe botegas
    compagnosque ipsos pannis finoque veluto
    tornabat caricos ad ladrorum antra Cypadam,
    officioque boni compagni, quisquis aiuttum
    porrexisset ei, tolta sibi parte botini
    ibat contentus. Precibus sed denique Baldi
    destitit, et savius forcam lazzumque soghetti
    scansavit, iam iam illorum compresus ab orma.
      Huic tanto coniunctus erat Falchettus amore
    (Falchettus qui ortum Pulicani ab origine traxit),
    quod sine Falchetto poterat nec vivere Cingar,
    nec Falchettus idem faciens sine Cingare vixit.
    Non fuit in toto cursor velocior orbe,
    namque erat a cerebro ad cinturam corporis usque
    semivir, et restum corsi canis instar habebat.
    Hic cervos agilesque capras leporesque fugaces
    captabat manibus saltuque (stupibile dictu!),
    saepe grues tardas se ad volum tollere coepit.
    Multi illum reges, reginae, papa, papessae
    ducere tentabant, donantes munera, secum.
    At ille, incagans papae regumque parolis,
    cum Baldo semper dormit mangiatque bibitque.
      Inde gigantonem Fracassum Baldus amabat,
    progenies cuius Morganto advenit ab illo,
    qui iam suetus erat campanae ferre bataium.
    Huius longa fuit cubitos statura quaranta,
    grossilitate stari aequabat sua testa misuram,
    andassetque trimus per buccam manzus apertam;
    in spatio frontis potuisses ludere dadis
    auriculisque suis fecisses octo stivallos;
    spallazzas habuit largas, schenamque decentem
    ferre boves carrumque simul pesosque ducentos;
    arripiens quandoque bovem per cornua grassum
    ad centum passus balzabat, more quadrelli.
    Marmoreos etenim pillastros atque columnas
    tergore gestabat, nulla straccante fadiga;
    streppabat digitis quercus stabilesque cipressos,
    ac si fortificam foderet tellure cipollam.
    Castronem mediumque bovem denasque menestras,
    trenta simul panes coena mangiabat in una.
    Tanto ibat strepitu, libras ter mille pesoccus,
    tota sub ipsius pedibus quod terra tremebat.
      At viltatis homo crudeltatisque minister,[180]
    Gaioffus, Baldum Baldique timebat amicos.
    Imperii zelosus erat, noctesque diesque
    masinat in cerebro, lambiccat, fabricat altos
    aëre castellos, velut est usanza tiranni,
    suspectumque super Baldum plantaverat omnem.
    At quia grandilitas animi generosaque virtus
    tum gratum patribus tum plebi fecerat illum,
    stat regno metuens, ut vulpes vecchia quietus.
    Verum mille modos fingit groppatque casones,[181]
    summittitque homines falsos, nugasque silenter
    seminat in populo; Baldi bona fama, gradatim
    malmenata, fluit, iam facta infamia crescit
    bacchaturque omnem coelo montata per urbem,
    deque viro illustri canto straparlat in omni,
    quod ladronus erat, quod fur, quod mille diablos
    corpore gestabat, quod forcas mille merebat.[182]
    Hinc nactus causam patres Gaioffus adunat,
    conseiumque facit, pensans comprendere Baldum,
    mittaturve suo capiti firmissima taia.

      [180] Passarinorum e familia tangit tirannum.

      [181] «Nihil est tam credibile quin dicendo fiat
      probabile». CIC.

      [182] «Sors ista tirannis | Convenit, invideant
      claris fortesque trucident». CLAUDIAN.

      Maxima patricii generis convenerat illuc
    squadra, repossato disponens cuncta vedero.
      Est locus in quadro, «salam» dixere moderni,
    bancarum populique capax sibi iura petentis:
    illius ad frontem, inter multa sedilia patrum,
    aurea Gaioffi solio est errecta levato
    scrannea, spadiferis semper circumdata bravis.
    Hic sedet ille, minax vultu sitiensque cruoris.
    Non delatores unquam longantur ab illo,
    non giottonorum bardassarumque potentum
    copia, non ladri, furfantes mille, parati
    condonare suam minimo quadrante balottam.
    Inter eos garrit centum discordia linguis,
    minibus et zanzis populi complentur orecchiae,
    semper ut offendant proni referuntque per urbem
    ambassarias, quibus arma repente menantur.
      Ergo ubi nobilium cumulata caterva resedit
    claudunturque fores plebisque canaia recedit,
    imperat annutu prius ille silentia dextrae,
    talia dehinc solio parlans commenzat ab alto:

ORATIO

      Vos, Domini patriaeque patres circumque sedentes
    consiliatores, qui nostrae ad iussa bachettae
    praesentati estis, causamque modumque sietis
    quare ad campanae bottos huc traximus omnes.[183]

      [183] Quam artificiose procedat oratio, vide.

    Quippe (diu nostis) vestra non absque saputa
    omnia semper ego dispono, tracto, ministro,
    non quia me pactus vel lex magis obliget ulla,
    verum solus amor vestri et dilectio regis,
    id quod amicitiae, tamquam sit iuris, adoprat.
    Hactenus insimulans tacui, grossumque magonem
    pectore nutrivi, saepe ut prudentia reges
    expetit; at, vobis veluti experientia monstrat,
    tegnosum fecit mater pietosa fiolum.
    Nostis enim pridem quae, quanta et qualia Baldi
    sint probra, nec modus est in furtis atque rapinis.
    Incoepit postquam aetatem intrare virilem,
    incoepit secum mariolos ducere bravos,
    quos «mangiaferros» vocitant «taiaque pilastros»,
    aut «taiaborsas» melius quis dicere posset.
    Non fuit in mundo giottonior alter, et ipsum
    rex ego sustineam? patiar? fruiturque ribaldus
    sic bontate mea? quid non pro pace meorum
    cittadinorum tolero, postquam improbus iste
    urbis in excidium, novus ut Catilina, pependit?
    Nostra illum patres patientia longa ribaldum[184]
    fecit, ut in ladris non sit ladronior alter.

      [184] «Nam segnes natos facit indulgentia patris».
      B.

    Quid me vosque simul bertezat, soiat, agabbat?
    ad quam perveniet sua tandem audacia finem?
    non illum facies tanta gravitudine vestrae
    maiestasque mei removent, non guardia noctis,
    non sbirri zaffique simul, non mille diavoi
    spaventat, tanta est hominis petulantia ladri!
    An sentit coelo, terrae baratroque patere
    iam caedes gladiosque suos? an contrahit omnem,
    quae sassinorum semper fuit arca, Cipadam,
    ut cives populumque meum gens illa trucidet?
    illa, inquam, gens nata urbem pro struggere nostram?
    Quis, rogo, scoppatur nostrae sub lege cadreghae,
    quisve tenaiatur mediaque in fronte bolatur,
    berlinaeque provat scornum forcaeque soghettum,
    ni Baldi comes et villae mala schiatta Cipadae?
    doctoratur ibi robbandi vulgus in arte,[185]
    estque scholarorum Baldo data cura magistro.

      [185] Mala utique et pessima doctrina.

    Hinc docti iuvenes sub praeceptore galanto
    blasphemare Deum variis didicere loquelis;
    mox sibi boscorum ladri domicilia quaerunt,
    expediuntque manus furtis stradasque traversant,
    assaltant homines, amazzant inque paludes
    omnia spoiatos buttant pascuntque ranocchios.
    Quum simul albergant, squadraque serantur in una
    mille cruentosas roncas teretesque zanettas,
    spuntonesque, alebardas, quae sunt arma diabli,
    dantque focum schioppis, tuf taf resonante balotta.
    Semper habent foedas barbazzas pulvere, semper
    cagnescos oculos nigra sub fronte revolvunt.
    Protinus ad cifolum se intendunt esse propinquum
    quem faciant robbas pariterque relinquere vitam.
    Praesidet his ergo Baldus caporalis, ab ipso
    tot mala dependent: Baldo cessante, quid ultra
    mercator timeat? quid gens peregrina? quid urbs haec?
    Ad caput, o patres, est ad caput ensis habendus,
    membra nihil possunt quum spallis testa levatur:
    frange caput serpae, non amplius illa menazzat!
    Dixi: nunc vero quaenam sententia vestra est
    expecto, ut cunctis sit larga licentia fandi.

      Dixerat, et sdegnum premere alto in pectore fingit.
    Confremuere omnes, aut quae contraria Baldo
    pars erat, aut vafri quos longa oratio regis
    spinserat in coleram, tollentesque ora manusque,
    iustitiam clamant:--Quid adhuc mala bestia vivit,
    quid nisi iacturas, homicidia, furta, rapinas,
    o rex, a ladro poterit sperarier unquam?
    picchentur fures, brusetur villa Cipadae,
    ipseque squartatus reliquis exempla ribaldis
    praestet, amorbator coeli terraeque marisque!--
      Tum vero ingemuit strictis pars altera buccis
    compescens digito, Gaioffo adstante, labellum.
    At Gonzaga pater, quo non audentior alter
    iustitiae in partes et linguae et robore spadae,
    omnium ut aspexit vultus firmarier in se,
    stat morulam, dehinc quantus erat de sede levatus
    apparet, solvitque ingentem ad dicere linguam:

RESPONSIO

      Inclyte rex, regisque viri, vosque urbis honori
    instantes proceres, quamvis locus iste soluta
    labra petat laxasque velit sine vindice linguas,
    attamen, aut iure hoc aut quadam lege rasonis,
    quam natura docet, ne me angat culpa tacendi,
    incipiam. Baldi animum Baldique valorem,
    Baldi consilium novi a puerilibus omne.
    Ingenium est homini, quum prima aetate tenellus
    luxuriat, facili scelerum se inferre camino,
    si incustoditus fuerit nulloque magistro:
    cursitat huc illuc, ceu fert ignara voluntas.
    At puer ingenuus, quamvis retinacula brenae
    non tulit, illecebras seguitans, si forte virum quem
    maturum semel audierit leviterque monentem[186]
    principio, ne virga nimis tenerina, potenti
    contrectata manu, media spezzetur in opra,
    deposita sensim patitur feritate doceri,
    seque hominem monstrat, quem humana modestia tantum
    retrahit a vitio iurisque in glutine firmat.
    Cernimus indomitos plaustro succumbere tauros,
    quorum duriciem removet destrezza biolchi;
    semper idem saeviret equus cozzone carente,
    nec venit ad pugnum sparaverius absque polastro.
    Ne, rogo, conscripti patres (id forsitan unquam
    rex sensit), pigeat miras audire prodezzas
    quum fanciullus erat Baldus baculumque sbriabat.

      [186] «Facile nostra tenera conciliantur ingenia ad
      honesti rectique amorem». SEN.

      Gallicus, ut fama est, e Franzae partibus olim
    in Lombardiae, gravida cum uxore, paësum
    straccus arivavit, nostramque hanc ductus ad urbem
    albergavit agro tantum una nocte Cipadae,
    donec ibi gravidata uxor sub fine laboris
    ederet infantem, qua Baldus prodiit iste,
    qui nascens oculos (veluti dixere comadres
    huic circumstantes) coelo tendebat apertos,
    quem nemo, ut mos est infantum, flere notavit.
    Hinc vox e summo fuit ascoltata solaro:
    --Nascere macte, puer, cui coelum, terra fretumque
    ac elementa dabunt tot afannos totque malhoras;
    non terrae sat erit centum superare travaios,
    ense viam faciens inter densissima tela,
    verum quam citius pelago tu intrare parabis,
    cinctus ab undosis montagnis nocte dieque
    fortunae ingentis patiere tonitrua, ventos,
    fulmina, corsaros ac centum mille diablos.
    Sed tandem, haud dubites, gaiarditer omnia vinces.
      Vocis ad hunc sonitum, mater meschina, vel ipso
    supplicio partus vel sic pirlamina fusi
    finierant Parcae, puerum pariterque fiatum
    sborravit: puerum vulva, pulmone fiatum.
    Vos meditate suo qualis tunc doia marito
    ingruit, ut mortam uxorem natumque puellum
    ante oculos proprios tractu sibi vidit in uno!
    Ergo infantillum villano tradidit uni,
    mox abiit tacitus nec post apparuit unquam.
    Nescitur, fateor, qui sit, verum alta gaiardi
    forcia si Baldi, si animi prudentia, si frons[187]
    gentilesca alacris, si tandem forma notatur,
    non nisi fortis erat, prudens, gentilis et acer
    formosusque pater, licet huic sors aspra fuisset,
    namque bonum semper fructum bona parturit arbor.

      [187] Non splendor nisi splendoris causa.

    Interea villanus (adhuc cum coniuge vivit)
    infantem ad gesiam causa baptismatis affert.
    Quem dum pretus aqua signat, terque ore gudazzum
    compadrumque rogat quod debet nomen habere,
    en quoque ter facta est summo responsio templo:
    --Baldum, vos Baldum fantino imponite nomen!--
    Constupuere omnes: devenit murmur ad urbem,
    hic testes centum tantae novitatis habentur.
    Lactiferam Baldus tantum bibit ergo madregnam,
    ut iam carriolum, quo imprendit ducere gambas,
    linqueret ecussis rotulis cantone refractum,
    et pede firmatus nunc huc, nunc cursitat illuc,
    quem pater, ignarum veri patris, instruit omni
    rusticitate, docens villae poltronus usanzam.
    Post merdulentas iubet illum pergere vaccas,
    sed gentilis eam reprobat natura facendam:
    non it post vaccas; at saepe venibat ad urbem,
    atque ad villani despectum praticat illam.
    Solis in occasum villae tamen ipse redibat,
    atque reportabat testam quandoque cruentam;
    magnanimus quoniam puer, ut solet esse per urbes,
    semper pugnorum guerris gaudebat inesse,
    sive bataiolis bastonum sive petrarum.
    Nec pensetis eum quod certans ultimus esset;
    at ferus ante alios squadram exortabat amicam,
    et centum lapides saltu reparabat in uno.
      Quum villanus eum villam abhorrere notavit,
    experimentum aliud, puerum quo exturbet ab armis
    in quibus immersum cognoverat esse, provavit:
    nam neque villanus sese cum milite confat.
    Comprat ei fortem tabulettam roboris (illam
    rupisset subito), qua sculptum addisceret «a, b»:
    ille scholam primo laetanter currere coepit,
    inque tribus magnum profectum fecerat annis,
    ut quoscumque libros legeret sine fallere iotam.
    At mox Orlandi grandissima bella nasavit,
    non vacat ultra deponentia discere verba,
    non species, numeros, non casus atque figuras,
    non Doctrinalis versamina tradere menti.
    Regula Donati, prunis, salcicia coxit;
    ivit et in centum scartozzos Norma Perotti.
    Quid Catholiconis malnetta vocabula dicam,
    quae quot habent letras tot habent menchionica verba,
    et quot habent cartas tot culos illa netarent?
    Orlandi tantum cantataque gesta Rinaldi
    agradant puero, quamdam in cor dantia bramam,
    ut cuperet iam vir fieri spadamque galono
    cingere et auxilio rationis quaerere soldum;
    ut legit errantes quondam fecisse guereros.
    Viderat Ancroiam, velut orlandesca necarat
    dextra, gigantissam, vel quum de funere Carlum
    dongellettus adhuc rapuit, tractoque guainis
    ense durindana secat alto e tergore testam
    ingentem Almontis, Franzamque recuperat omnem.
    Viderat ut miris Agricanem forcibus atque
    mille alios fortesque viros fortesque gigantos,
    arce sub Albracchae, giorno truncavit in uno.
    Viderat ut nimias scoccante Cupidine stralas,
    ipse gaiardorum princeps, ipse orbis acumen[188]
    duxerat ad mortem, rupto gallone, cusinum;
    at manus Angelichae, dum coelo brazzus ab alto
    mortalem ferret colpum, succurrit, et ipsum
    orlandescum animum tenuit spadamque pependit.

      [188] Renaldus.

    Saepius his lectis puer instigatur ad arma,
    sed gemit exigui quod adhuc sit corporis, annos
    praecipites cupiens, ut vir se denique posset
    vestire ingentemque elmum ingentemque corazzam.
    Is tamen hispanam semper gallone daghettam
    dependentem habuit, qua plures saepe bravettos
    terruit inque fugam solettus verterat omnes.
    O pueri audentes animos agilemque prodezzam!
    At video e vobis hinc plures volvere testam,
    nasutosque mihi parlanti ostendere nasos.
    Quam bene nunc vestri pensiria nosco magonis!
    An subsannatis quia nostra oratio tandem
    finiet, ut mores videatur in hasce favorem
    porgere sbriccorum? veluti si Baldulus infans
    tum bene fecisset quum Lanzalotta vigazzum
    traiecit gladio? sic divi nonne sbisaos
    castigare solent? sic nonne superbia nostra
    cogitur interdum vilem portare cavezzam?
    Quid, rogo, quid?...

TRIPERUNO

    V olea seguir ancora il vecchio grasso,
    N é molto mi spiacea di starlo udire:
    I l dol, nulladimanco, il troppo indugio
    C h'era di ricercar la vaga ninfa,
    A ndarmi allor da lui luntan mi astrinse.

    Q ueto mi stoglio, senza dirli «_vale_»,
    V olgendomi d'un rio lungo a la ripa,
    E pur egli mi segue passo passo.

    F iumi di latte, laghi di falerno,[189]
    V alli di macaroni e lasagnette,
    E cco mi veggio intorno, e poggi ed alte
    R upi di cacio duro e sodo lardo,
    A cque stillate de capponi grassi,
    T orte, tortelli, gnocchi e tagliatelle.

      [189] Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim.

  --B eata vita--dissi allor mirando--
    È questa, che di tante trippe abbonda!
    N on mai quinci partire mi delibro.--[190]
    E con questo pensier, mentre ad un fonte
    D i moscatella malvasia m'abbasso,
    I o tolsene, bevendo, in quella copia
    C h'un bove sitibondo d'acqua sorbe.
  --T rinch trinch!--con altro vaneggiar tedesco
    I ncomenciai balordo a proferire.

      [190] «Ebrietas homines impetuosos facit». ARIST.

    R otavasi giá 'l mondo a gli occhi miei,
    E sottosopra il mar, la terra, il cielo
    G iran intorno e fannomi qual foglia
    V olar al vento, e gli arbori, le ripe,
    L e spiagge mi parean cotanti veltri
    A i fianchi de le capre gir correndo.

    S altano ad alto l'erbe e gli virgulti,
    A lpe con monti e 'nsieme con poggetti
    C orreno in rota e danzano leggiadri.
    R apito poi con elli il mio cervello,
    I n un momento scorse l'universo
    S enza posarsi mai, senz'ulla tregua.

    M entre cosí danzava a la moresca,[191]
    O do dir:--Triperuno!--Ed ecco in mezzo
    R atto mi vidi posto d'una turba.
    I o contemplai non so che volti grassi
    B ere sovente e poi cantar sonetti,
    V otando zaine, fiaschi e gran bottazzi;
    S altavan poi chi su chi giú d'intorno,

      [191] Illusiones ebrietatis.

    I n quella foggia che vili fasoli[192]
    G irano, a spessi tomi volteggiando,
    N el caldaio su fiamme ardenti posto.
    A llor con quelli insieme canto in gorga[193]
    T utta tremante:--Bacco evoé!--
    I ncomenciando poi cosí dir versi:

      [192] «Vilemque faselum». VIRG.

      [193] «... nec non et carmina, vino | ingenium
      faciente, canunt». OVID.

FUROR

  --S urgite trippivorae, Merlini cura, Camoenae:
   «T rinch trinch» si canimus, quid erit? cantate, bocali!
    E cce menestrarum quae copia quantaque stridet
    R ostizzana super brasas squaquarare bisognat.
    C urrite, gnoccorum smalzo lardoque colantum
    O conchae, plenique cadi plenique tinazzi!
    R umpite brodiflues per stagna lasagnica fontes,
    E rrantesque novo semper de lacte ruscelli!

    F estinate meam per buccam intrare, foiadae
    E t vos formaio tortae filante sotilum;
    D um canimus trippas, trippae sint gutture dignae
    A tque altis cubitum calchetur panza fritadis!

    P ande tuae, Merline, fores spinasque catinae,
    V ernazzam gregumque simul corsumque bevandae
    T rade todescanae, donec se quisque prophetam
    R erum cognoscat venientum qualis et ipse est,
    E t quisquis cyatosque levat vodatque caraffas!--
    T alia dum loquimur, somno demergimur alto.

    V enit at interea mihi trippiger ille Cocaius,
    I lle, inquam, cui panza pedes cascabat ad imos
    R umpebatque uteri multa grassedine pellem.
  --T une--ait--o Triperune tener, Triperune tenelle,
    V enisti? venisti etiam, Triperune galante?
    T une ades? o mi lac, mi mel, mi marzaque panis,
    E ya age, zuccarate puer, ne, puppule, dormi,
    S urge oculosque leva! hui, sbadacchias? surge, gaiarde!

    A n, mellite, fugis sic me? me, ingratule, scampas?[194]
    B astardelle levis levisque cinedule, sic sic
    I ndignatus abis? Sta mecum, argutule, semper:
    E n paradisus adest, en hortus deliciarum;
    R elligio quaenam melior, quae tam bona lex, quam
    E sse hac in vita, qua vivimus absque travaio?

      [194] Concors discordia.

    O vitam sanctam, o ritus moresque beatos!
    M ellis molle mare est, illud travogabimus ambo,[195]
    N os ambo travogabimus, ambo errabimus, ambo
    E t simul ad poggiam simul et veniemus ad orzam.
    S urge, poëta novelle, cane, heus, puer, accipe pivam!

      [195] Mare voluptuosum huius vitae.

    D ic improviso macaronica gesta cothurno,
    I ncipe, parve puer: qui non suxere fiascos,
    I lli, consumpto lardo, sonuere carettam.

TRIPERUNO

    V ano ha il pensier ed il desir inutile,
    E sser chi crede un cielo a questo simile.[196]
    R idi, cor mio, ché cosa verisimile
    T ornar un'alma a Dio non è, ma futile.
    I tene, leggi, e voi scritture ambigue,
    T empo ch'eterno sia gli dèi s'appropriano,
    E pel nostro sperar di risa scoppiano.

      [196] Inclinatio sordidae mentis ad illicita.

MERLINUS

    S unt tibi tortificae faciles ad carmina musae,
    O mi belle puer, sic sic bene concinis? an sic
    R ecte recta canis? iam iam macaronicus esto.
    T ale tuum carmen nobis, quale ocha plena
    E st aio mensis, quale est damatina todesco
    M alvasia recens, sus caulae, melque fritellis.

TRIPERUNO

    N é per speranza d'altri beni, né[197]
    V oglio per alcun pregio for di qui
    R eddurmi ad altri piú felici dí.
    S ciocco sperar il ben ch'anco non è!
    I o nacqui solo per gioir qua giú:
    N oi dunque in terra e Dio nel ciel si sta;
    I ndarno altrui sperarvi chi non sa!

      [197] Elata laetitia praeter modum opinione
      praesentis alicuius boni.

MERLINUS

    V era ais! O corsi, o admiranda potentia greghi!
    T antula ne in puero doctula lingua meo?

TRIPERUNO

    R iposte cime, poggi ombrosi e colli,
    E voi di lardo e di persutto ripe,
    D ensi antri d'onto e tripe,
    E mpíti noi, che pieni e ben satolli
    A vostro onore scoppiaremo versi,
    T a' forse, che non mai sonôr sí tersi!

MERLINUS

    P annadae hinc abeant, aqua coctaque febribus apta!
    R adices herbaeque habiles in pascere capras,
    I te ad menchiones, ite ad saturare legeros,
    S tant qui per boscos, per montes perque cavernas[198]
    T essere sportellas, tenuatum battere corpus,
    I nglutire favas, giandas ac millia quae fert
    N atura et porcis et asellis atque cavallis!
    A t nos hic melius starnae turdoque studemus.

      [198] Fomentum erroris.

TRIPERUNO

    N on sia cagion che mai da te mi scioglia,
    O mio maestro e guida,
    R iposo, oggetto mio, mia scorta fida!
    M angiamo dunque e rallentamo i fianchi,
    A cciò ch'un bon castron da noi si franchi.

MERLINUS

    P ersutti accedant primo, bagnentur aceto,[199]
    A pponatur apri lumbus, cui salsa maridet,
    T ripparumque buseccarumque adsit mihi conca,
    R ognones vituli lessi sapor albus odoret,
    I nsurgant speto quaiae, mostarda sequatur!
    S ic vivenda vita haec: veteres migrate fasoli!

      [199] «Hic ridere potes Epicuri de grege porcum».
      HOR.




LA MATOTTA


TRIPERUNO

Stavami un giorno fra li altri col mio maestro Merlino su la ripa d'un
rapidissimo fiume di latte, lo quale, impetuosamente le fragil sponde di
pane fresco diroccando, un suavissimo talento di mangiar suppe di cotal
mistura porgevaci. Ma io talmente trovavami esser allora di frittelle
compiuto e satollo, che (in mia laude vo' dirlo!) col dito per la gola
quelle toccare averei potuto: laonde mi fu mistero la cintura, se
scoppiare non vi voleva, rallentarmi su' fianchi. Vero è che 'l mio
precettore, assai di me non[200] pur meglior poeta, ma bevitore,
mangiatore e dormitore, tutto che di quelle istesse frittelle dovea
ripieno essere, niente di meno erasi pur anco apposto agiatamente a
l'impresa di espugnare un capacissimo vaso di lasagne, non giá di pasta
per zappatori usata, ma di pellicole de grassi capponi, li quali de
l'istesso colore, c'hanno la testa li giudei, erano. E mentre io, con
seco favoleggiando, mi trastullo in veder un porco col griffo nel
caldaio di broda lí guazzare, ed egli per non perder il tempo mi ascolta
solo e mai nulla risponde, ecco vi sovraggiunse un damigello, d'aspetto,
per quel che mi ne parea, molto gentile e saputo, lo quale una sua cetra
soavemente ricercando, cosí accomodatosi con la voce al sòno e
appoggiatosi ad un lauro a lui vicino, disse:

      [200] «Non immerito medici fidi cibo et crapula
      distensos scaeva et gravia somniare autumant». APUL.

LIMERNO

      La fama, il grido e l'onorevol suono
    di vostra gran beltá, madonna, è tale,
    che 'n voi tanto 'l desio giá spiega l'ale,
    che non mi val s'addrieto il giro o sprono.
      Di che s'al nome sol l'arme ripono
    con cui spuntai d'Amore piú d'un strale,
    or che fia poi vedendo l'immortale[201]
    aspetto vostro, a noi sí raro dono?
      Ma, lasso! Mentre i' bramo e 'nsieme tremo
    vederlo, piú s'arretra la speranza
    quanto l'ardor piú cresce col desio.
      Però di quella omai poco m'avanza;
    e pur s'un riso vostro aver poss'io,
    resorto fia da voi sul punto estremo.

      [201] «Amatoria contagio facile fit et gravissima
      omnium pestis evadit». MARSIL.

TRIPERUNO

Al soavissimo canto e suono di quel giovene tacquero sí le selve,
racquetatosi ogni vento, che le fronde niente si moveano, non giá perché
nel contado del mio maestro fusse de fioriti prati, ombrosi boschi,
verdi poggetti amenitade veruna (quando che la vaghezza di quel luogo
era solamente di lardo, botiro, cagiate, brode grasse ed altre simili
leccardie), ma quella fiumara, che dissi essere di latte, eravi confine
di tre molto differenti regioni, come se fussero la Europa, l'Africa e
l'Asia. La prima regione, ove io col mio maestro abitavamo, giá
pienamente dessignata avemo, la quale Carossa fu nominata. La seconda,
tutta vaga[202] e ripiena di vive fontane, frondosi lauri, mirti, faggi,
abeti, frassini, olive, querze, e d'altri assai bellissimi legni
addombrata, chiamavasi Matotta, ove questo Limerno dimorava. La terza,
per[203] il contrario, tutta sassosa, rigida, secca, sterile ed arenosa,
Perissa[204] fu appellata, ne la quale un eremita detto Fúlica, senza
ch'altrui lo invidiasse, abitava. Or dunque m'accorsi quel giovenetto
dover essere del paese di Matotta, lo quale, cosí polito de vestimenta e
perfumato di muschio, sapeva dolcemente a l'instrumento concordare la
voce; onde io tratto in quella parte celatamente, che né egli né Merlino
se n'avvedesse, trapassai lo fiume di latte in quella verdura di lá e,
drento uno cespuglio di rose e spine appiattatomi non troppo da lui
remoto, stetti ad ascoltarlo. Lo quale, dopoi un lunghetto ricercare di
quelle sonore corde, in queste rime cosí proruppe, dicendo:

      [202] Crapula.

      [203] Vanitade.

      [204] Soperfluitade.

LIMERNO

      So ben che 'l mio lodarvi, donna altera,
    quando che non vi giunga, avete a sdegno;
    so ben che 'l mio avvezzato in fiumi legno
    trovar porto nel vostro mar dispera.
      Ma de' vostr'occhi se quell'alma spera[205]
    mi si scoprisse alquanto, forse al segno
    uguale mi vedrei, che 'l nostro ingegno
    ascende amando e piú oltra gir non spera.
      Non è barchetta cosí lenta e frale,
    ch'avendo voi, e vosco Amor, in poppa,
    per ogni ondoso mar non spieghi l'ale.
      Onde la musa mia va pegra e zoppa,
    se schiva udite lei; ma se vi cale
    il suo cantarvi, allor lieta galoppa.

      [205] Excitat ingenium miris amor artibus atque |
      Eximium e vili pectore vibrat opus.

TRIPERUNO

Tosto che finito ebbe di dire, eccovi sprovvedutamente un augelletto, o
per caso o tratto dal suo concento, si ripose appresso d'un arbore sopra
un ramo secco, ove, taciuto ch'ebbe Limerno, con un dirotto gemito
faceva la selva intorno richiamare: di che egli, alzata la fronte a
quella, cosí a l'improvviso incominciò con seco a ragionare:

LIMERNO

      --Vaga, solinga e dolce tortorella,
    ch'ivi sul ramo di quell'olmo secco
    ferma t'appoggi ed hai pallido il becco,
    spennata, pegra e men de l'altre bella;
      dimmi, che piagni?--Piango mia sorella
    perduta in queste selve, e lei dal stecco
    di questo antico legno chiamo, ond'Ecco
    miei lai riporta a la piú estrema stella.--
      Lasso! ch'anco la mia pennando i' chero
    per questi boschi, e 'ndarno quella abbraccio,[206]
    fingendo lei quell'albero, quel pino.
      Ma acciò che 'l nostro affanno men sia fiero,
    partiamo a l'uno e l'altro il suo destino,
    ché altrui miseria al miser è solaccio.

      [206] «Ludit Amor sensus, oculos perstringit et
      aufert libertatem animi et mira nos fascinat arte».

TRIPERUNO

Piacquemi sommamente quella foggia di dire, senza ch'avessevi egli, come
si sòle, faticosamente avanti ripensato. Ma, levandosi quella un'altra
fiata su le penne, giuso in una valle portata, da gli occhi di quello si
tolse. Ed esso, rallentata la corda del canto piú de l'altre affaticata,
mettesi a passeggiare accanto il fiume, tutto sopra di sé, come
penseroso, levandosi, non avendo ancora scorto lo mio maestro di lá dal
fiume, su la ripa del pane fresco, agiatamente disteso. Ma vedutolo cosí
sprovveduto, ritenne il passo e, tutto il viso in riso cangiatosi,
cominciò ad interrogarlo in questo modo.




DIALOGO PRIMO

LIMERNO E MERLINO


LIMERNO. Che fai, Merlino?

MERLINO. Empiomi lo magazzeno.

LIMERNO. Avvantaggiato mercadante sei tu! mangi tu forse?

MERLINO. Non hai tu gli occhi da vederlo?

LIMERNO. Ben veggio con gli occhi, ma non comprendo.

MERLINO. Per qual cagione mi domandi tu adonca s'io mangio, non lo
potendo chiaramente vedere?

LIMERNO. Io so che i fabbri trattano solamente cose da fabbri:[207]
laonde parrebbemi cosa disusata e nova veder Merlino far altro che
mangiare.

      [207] «Tractant fabrilia fabri». HORAT.

MERLINO. Io so ben far altro ancora.

LIMERNO. Credolti troppo; ma che ne facci testé la prova, non molto mi
cale.

MERLINO. Perché cosí?

LIMERNO. Vi faressi sentire d'altro che zibetto e acqua nanfa!

MERLINO. È cosa naturale.

LIMERNO. Via piú asinale.

MERLINO. Da quanto tempo in qua sei tu cosí delicato e schivoso
devenuto? non ti fai, se mi rammento bene, chiamar Limerno?

LIMERNO. Limerno son per certo.

MERLINO. Limerno Pitocco?

LIMERNO. Io son pur desso.

MERLINO. Dimmi adonca, Limerno Pitocco, per qual cagione tu ti mostri
ora tanto schivo e ritroso d'udir nominare quella cosa con cui
lordamente hai sconcacato quel tuo _Orlandino_?

LIMERNO. Da te solo ne tolsi lo esempio, Merlino.

MERLINO. E dove?

LIMERNO. Ne la quinta fantasia del tuo volume.

MERLINO. Piú questo in un Zambello potevasi tollerare che in un
cavallero e paladino di Franza, e piú col mio stile macaronico che col
vostro tanto onorevole toscano.

LIMERNO. Adonca, se ben comprendo, appresso di te lo stile toscano è
avuto in riverenzia, che «cosí onorevole» lo chiami?

MERLINO. Perché no?

LIMERNO. Che ne so io? mi pare di stranio ch'un uomo macaronesco voglia
magnificare l'eloquenza toscana.

MERLINO. La cagione?

LIMERNO. Perché lo bove si rallegra nel suo puzzo.[208]

      [208] Bos gaudet in stercore suo.

MERLINO. Ed a te quanto la lingua toscana viene in grazia? in che
openione l'hai tu?

LIMERNO. Sopra tutte le altre quella reputo degna, laudo, magnifico, e
contra li detrattori di essa virilmente lei deffendo; ché, quando talora
per sotto queste ombre mi trovo le belle rime del mio Francesco Petrarca
aver in mano ovvero quella fontana eloquentissima del Boccaccio,
uscisco, leggendo, fora di me stesso, devengone un sasso, un legno, una
fantasma, per soverchia maraviglia di cotanta dottrina! Qual piú
elegante verso, limato, pieno e sonoro di quello del Petrarca si può
leggere? qual prosa orazione si può eguagliare di dottrina, di arte, di
arguzia, di proprietade a quella del facondissimo Boccaccio? Dilché io
reputo gli uomini litterati, li quali nulla delettazione di questa
lingua si pigliano, essere non pur di lei ma di cortesia, gentilezza ed
umanitade privi.

MERLINO. E quali sono questi detrattori di essa?

LIMERNO. Alquanti persianisti pedagogi o pedantuzzi.

MERLINO. Che cosa dicono?

LIMERNO. Cotesta lingua essere cagione di lasciar la romana.

MERLINO. Ed io nel numero di costoro mi rallegro essere, ché di te e
d'altri toi simili ignoranti maravigliomi, li quali, non intendendo
dramma de la tulliana facondia e gravitade virgiliana, vi sète
totalmente affisi ed adescati al «quinci», «quindi», «testé», «altresí»,
«chiunque», «unquanco», «altronde», ed altri dal tosco usitati vocaboli.

LIMERNO. Ah volto di tavolazzo, ubriaco che tu ti sei! presumi tu forse
di tanta sufficienzia essere che tu poscia la sublimitade de la toscana
lingua diminuire?

MERLINO. Ah muso di giottone e forca che tu ti sei! ardisci tu dunque
cotanto lodare lo stile petrarchesco e boccacciano, che la romana
eloquenzia, non essendo da te nominata, da te riporti infamia?

LIMERNO. Tu ne menti molto bene, ché non biasmo io la romàna lingua.

MERLINO. Tu ne stramenti molto piú, ché, mentre innalzi[209] quella
troppo, questa abbassi e deonesti molto.

      [209] Saepe ab unius laude alterius vituperatio
      dependet.

LIMERNO. Deh, vedi cotesto poetuzzo macaronesco in che modo non pur
giudice ma advocato di Tullio e Virgilio da se medemo si constituisse!

MERLINO. Deh, mira cotesto zaratano lombarduzzo come si mette al rischio
di saper ragionar toscano, ove egli non men si affá d'un asino a la
lira!

LIMERNO. Che zaratano? che lombarduzzo? Come se un conte di Scandiano,
un Ludovico Ariosto, un Tebaldeo, un Lelio, un Molza ed altri molti
valentuomini non fussero in Lombardia nasciuti!

MERLINO. Non sei tu giá del numero loro?

LIMERNO. Desidro esserne: onde ogni mio studio è di, se non eguarmi,
almanco appressarmi a loro.

MERLINO. Molto luntano tu li vai!

LIMERNO. Lo bon animo non vi manca. Ma tu come hai bene osservato le
divine vestigia di Virgilio in quel tuo perdimento di tempo!

MERLINO. Quale?

LIMERNO. Quel tuo volume dico, nel cui sobbietto le prodezze de non so
chi Baldo cachi e canti.

MERLINO. Quanto al cantare non ho io giá da imitare Virgilio, quando che
del mio idioma, lo quale sopra tutti li altri appresso di me vien
reputato nobile, io non mi tegna aver superiore alcuno; ma quanto al
cacare, non voglioti rispondere altrimente, perché, se ne l'opera mia
son stato io sin a li galloni in quella tal materia puzzolente, tu,
Limerno mio, sin a gli occhi ti vi sei lordamente voltato. Però
lasciamo, pregoti, questo soprabbondevole ragionamento in disparte, ché
tu ed io abbiamo in ogni modo strabocchevolmente errato.

LIMERNO. Io tolsi lo nome solamente di Pitocco per dire un tratto lo mio
concetto.

MERLINO. Ed al soggetto, qual è quello, non accascava se non
malagevolmente il nome di Pitocco, ed anco dedicarlo a un signore non si
doveva.

LIMERNO. Orsú dunque, lasciamo, Merlino caro, le dette tra noi ingiurie,
e siamo amighi come prima.[210]

      [210] Bacchus et Amor, crapula et vanitas,
      osculatae sunt.

MERLINO. Fa' come ti pare.

LIMERNO. Ma vorrei da te una grazia sola, caro mio Cocaio, impetrare:
non mi la negare, pregoti, se 'l bottazzo non mai ti si parti dal
gallone.

MERLINO. Tu non pòi fallire di domandarmi, ché a me stará poi,
parendomi, darti.

LIMERNO. Non ti voler piú oltra con esso meco turbare se un mio
concetto, aúto giá molti mesi, ora sono per scoprirti....

MERLINO. Con la lingua di' pur ciò che ti pare, ma tacciano sopra tutto
le mani.

LIMERNO. Non vi è pericolo, mediante fra noi lo fiume, di conflitto
alcuno, Merlino caro. Ma taci, prego: non odi? Conosco la dotta mano,
conosco lo novo Anfione, conosco lo mio Marco Antonio, o mirabilissimo
musico, ché ben quella virtude a la gentilezza d'un tal animo degnamente
conviene. Non odi tu lo accomodatissimo ricercare d'un laúto? Costui
discese da Vinegia, di tutta Italia nutrice. Egli per doi giorni s'è
dignato[211] qui fra noi dimorare. Or ascoltamolo, ti prego: egli ancora
non ci ha veduto, e men voglio che ci lasciamo da lui vedere, acciò lo
rispetto suo verso de noi cessare noi faccia da sí dolce impresa.

      [211] Biduo tantum in vanitatis loco retentus est.

    A l ciel or triunfando spiego l'ale;
    N on ho di sorte ch'io piú tema l'onte,
    D a poi ch'anti sí altera e degna fronte[212]
    R agiono, ed ella udirmi assai le cale;
    E perché del suo nome alto immortale
    A lzar piú non potrei le note cònte,
    S crissile in capo de' miei versi al monte,
    D ove salir vorrei con piú alte scale.

    G loria del mondo non che d'un sol stato
    R egna costui, ch'ai fatti egregi e ad essa
    I ntegra forma ogni mortal eccede.
    T urchi, mori, tedeschi, e d'ogni lato
    V ien gente al grido; e mentre l'ode e vede,
    S ovra la fama esser il ver confessa.

      [212] Proprium huius principis prudentia est.

LIMERNO

A l'eccellenzia e magnanimitade d'un cotal principe meglior tuba, che lo
sollevi e innalzi, non si potria giammai trovare di questa. E se
d'intender brami lo nome del lodato signore, li capoversi del cantato
sonetto chiaramente quello ti appresentano. Ma ecco si move a dirne
appresso: sta' queto.

      Voi che soavi accenti, alte parole,
    rime leggiadre e pronti sensi ognora
    impetrate dal ciel, deh! perch'un'ora
    ei non me 'nspira esser di vostra prole?
      Direi che d'un tal principe non sòle
    giá 'l mondo esser adorno, il qual onora
    non pur Vinegia bella, ma di fora[213]
    le genti sotto l'uno e l'altro sole.
      Cantate 'l dunque voi, ché, a me se diede
    benigna udienza (onde lieto ringrazio
    l'inclita sua virtú), l'atto gentile
      quanto piú voi di dire avrete spazio!
    Ma ben v'annunzio che stolt'è chi crede
    poter tant'alto porger uman stile.

      [213] Summus locus bene regitur, quum is qui
      praeest vitiis potius quam populo dominatur.

LIMERNO E MERLINO

LIMERNO. Or ecco, Merlino, che a tempo questo gentil musico porsemi bona
cagione di dirti lo giá mio promesso a te concetto. Per qual dunque
ragione tu, omai attempato, di questo tuo paese di Carossa, paese dico
da ubriachi, parassiti,[214] lurconi, crapuloni, oggi mai non ti svelli?
perché pur anco vi dimori tu? Qual foggia di vita potrai tu forse in
questa regione de lupi adoperare, la quale posciati con la utilitade
insieme recarti qualche onorevol fama in questo mondo e removerti
finalmente quel nome di Cocaio; nome, dico, di somma leggerezza, sí come
il nome di Pitocco ancor io spero di lasciare?

      [214] Crapula.

MERLINO. De l'onorevol fama tanta io me ne acquisto col mio botiro e
lardo, quanto tu con quelli toi zibetti e ambracani. Ma de l'utilitade
io t'ho saggiamente da rispondere: niuna cosa essere piú utile che 'l
mangiare e bere. Non dicoti le antiche giande da tutti lodate e non
toccate se non da' porci, anzi parlo di questi miei delicatissimi
liquori, ove la vera e dritta via di ben vivere giá molti anni passati
mi ricondusse.

LIMERNO. Qual immortalitade di animo vi consegui tu per bere o mangiare?

MERLINO. Or come potrai tu, grossolano che tu ti sei, vivere senza
queste due parti?

LIMERNO. Anzi tu vivi allora sol per mangiare, e questa è vita bestiale.

MERLINO. Va' al diavolo! Vivi tu forse senza mangiare?

LIMERNO. Ben mangio, ma sol per vivere.

MERLINO. Ed io vivo per mangiare.

LIMERNO. Grandissima differenzia è cotesta.

MERLINO. Anzi è una istessa cosa, ma non la comprendi.

LIMERNO. Ben io la conosco, ché assai ti fôra meglio mangiare per vivere
che vivere per mangiare.

MERLINO. Ed io quell'istesso ti replico: che meglio sarebbeti mangiare
per smaltire che smaltire per mangiare.

LIMERNO. Qual fama, qual gloria, qual immortalitade ne averai poi? non
ti reuscirebbe meglio mangiar per vivere e, vivendo, acquistarti
perpetuitade di gloria?

MERLINO. Di qual gloria intendi tu?

LIMERNO. Di questo mondo.

MERLINO. Aspettava che mi parlassi del cielo.

LIMERNO. Mi pensi tu forse cosí pazzo ch'io creda sopra la luna?

MERLINO. Ed io di te assai manco credo; ché, volendo una fiata salir un
arbore di fico ad empirmene de le sue frutta, per mia sventura venendovi
abbasso, ruppimi una spalla, onde d'allora in qua non ho mai voluto piú
credere sin a l'altezza de li arbori. Ma qual è questa gloria del mondo
c'hai detto?

LIMERNO. Innamórati, raccendati, affócati, impazzisceti di qualche bella
donna!

MERLINO. Con diavolo impazzirmi? dòlti forse d'essere solo pazzo che me
in compagnia cerchi di aver ancora? Ben doppia saria cotesta mattezza,
che io omai vecchio ribambito mi cacciassi in cotal impresa. E quando
pur io lo facessi, qual fama onorevole, come hai tu detto, ne
conseguisco poi?

LIMERNO. O dolce, o soave mattezza di questo tenero Cupidine, lo quale
di tanta virtude si rende ne gli amanti cagione! Voglio primeramente che
a grande contento siati lo gire non[215] pur de fini e strafoggiati
panni ma de costumi e gesti lascivi ornato, perfumarti le mani, lo viso,
le labbra, li capelli sovente di zibetto, muschio ed altri unguenti con
acque di grato odore, sforzarti di sapere ogni arte, ogni astuzietta con
qualche simulata invenzione di farti o pur conservarti grato a la tua
madonna, non perdonar a la borsa in feste, danze, conviti, notturne,
mattinate, e qualche dono per truzzimani a lei celatamente dricciato. Ma
sopra tutto per il sprono e dolce incarco di questo amoroso affetto tu
sempre averai lo componer arguti versi pronto e dilettevole; laonde
voglio che totalmente a la musica vocale tu[216] ti abbandoni, cantando
le cortesie, gli sdegni, gli atti, le parole, o in lira o in laúto o in
altro soave strumento, de la tua diva.

      [215] Vanitas instruit crapulam.

      [216] Delectatione opus perficitur.

MERLINO. Non mi fa mistiero lo giá perfettamente imparato imparare di
novo. Pensi tu forse, o Limerno, ch'io non sappia le passioni di quello
arciere, per cui giá tanto cantai ch'ora ne son roco e imbolsito?

LIMERNO. Troppo til credo, ché 'l fiasco per soverchio bere[217] consuma
un corpo.

      [217] «Copia vini et tentat gressus debilitatque |
      pedes». VIRG.

MERLINO. Anzi lo bere fa bona ed espedita voce.

LIMERNO. Ed anco li quattro fa parerti otto. Ma dimmi: soni tu d'altro
instrumento che di fiasco?

MERLINO. Ecco lo sacco.

LIMERNO. Per la croce di Dio! tu déi essere un boia.

MERLINO. Che voi dir boia?

LIMERNO. Un mastro di giustizia, al quale si dá per sua mercede tre
libre di piccioli e un sacco.

MERLINO. Ma non gli dánno però la piva drento.

LIMERNO. Tu dunque vi tieni drento la piva?

MERLINO. Eccola.

LIMERNO. Gonfia, ti prego!

MERLINO. _Lirum bi lirum._ Vuoi ch'io ti mostri s'io so meglio di te
cantare?

LIMERNO. Aspetta, prego, ch'io prima dirò ne la cetra, e tu con la piva
mi succederai.

MERLINO. Io ne son molto ben contento. Ma dimmi in lombardo stile, ché
non t'intenderei toscano.

LIMERNO. Farollo veramente. Odi un endecasillabo del sonno:

    Huc, huc, noctivage pater tenebrae;
    huc som.....

MERLINO. Taci lá! questo mi par latino, e non lombardo.

LIMERNO. Anzi e' lombardi fanno pessimamente, partendosi elli da gli
antiqui soi maestri di lingua latina, quando che lo materno parlare
tanto rozzo e barbaro gli sia. Onde s'io considero chi di Mantoa, chi di
Verona e altri luoghi di Lombardia nacque,[218] dirò che 'l proprio
parlare de' lombardi saria lo latino.

      [218] Virgilio, Catullo, Plinio.

MERLINO. Or ben conosco che sei uomo vano e smemorato,[219] ch'ora
contradici a la openione tua innanzi detta. Anzi lo proprio de' lombardi
è lo barbaro, da' longobardi derivato: ma di' meglio (forsennato che tu
ti sei!), che 'l proprio idioma de gli abitatori di Lombardia sarebbe lo
latino, perché Lombardia non fu Lombardia se non dapoi che i longobardi
la barbarie cosí del parlare come de' costumi portarono in quelle parti.
Li costumi se ne sono in sua malora partiti, e lo parlare vi è restato;
e però confermarotti quello che giá sopra dissi: che tu, essendo
lombardo, piú presto avvezzarti doveressi a la paterna tua lingua latina
che a la pellegrina a te toscana; ché molto piú di fama e gloria
conseguiranno per lo avvenire li scrittori latini che li toscani,
quantunque oggidí a molti lo contrario appaia, servando però sempre la
dignitade de la mia macaronesca. Or dunque, mentre io m'apparecchio
responderti, di' suso quel tuo promesso endecasillabo: o latino o
lombardo che si sia, non voglio di cotesto piú teco disputare.

      [219] Proprium vanitatis.

LIMERNO

      Huc, huc, noctivage pater tenebrae;
    huc, Somne; huc, placidae sator quietis
    Morpheu; huc, insiliens meis ocellis
    amplexusque thorum, cuba aut pererra
    totum hoc populeo madens liquore
    corpus, tum gelidum bibens papaver.
    Hinc hinc mordicus intimis medullis
    haerentes abeant cadantve curae,
    ut grato superum fruar sopore,
    mox grates superis feram diurnas.

MERLINUS

      Post vernazzi flui sugum botazzi,
    post corsi tenerum greghique trinchum,
    et roccam cerebri capit fumana
    et sguerzae obtenebrant caput chimaerae.
    O dulcis bibulo quies todesco,
    seu feno recubat canente naso,
    seu terrae iaceat sonante culo!
    Mox panzae decus est tirare pellem,
    mos est sic asino bovique grasso.

LIMERNO E MERLINO

LIMERNO. Ah! ah! ah! tu mi rumpi de le risa il petto con questa tua
gentil Camena. Veridico filosofo ben fu quello che disse: lo ranocchio
non sapersi comportare del suo fango fora.

MERLINO. Non mi dar piglio a la coda, Limerno, ch'io so meglio mordere
che tu pigliare.

LIMERNO. Non ti adirare, prego, ché d'adirarti causa non è. Giá cotal
proverbio non dissi per biasmo tuo, anzi contra me solo volsi accennare,
che via piú sono manco agevole a dir latino che toscano.

MERLINO. Ed io similemente trovomi essere manco idonio ad ascoltare
toscano che bergamasco, e questo men aggradiscemi del romano o vòi
latino. Dilché se hai pur a dirne piú, ecco ai nomeri latini mille
orecchie ti spalanco e sbaratto.

LIMERNO. Di qual nome fassi degno, Merlino mio, un uomo che ingrato sia?

MERLINO. Dilli ragionevolmente «bestia».

LIMERNO. Cosí da bestia te ne voglio trattare uno. Or odi:

      Iam geris humanos nec quidquam, perfide, vultus,
    iam cole cum nemorum stirpe, ferine, nemus,
      immemor accepti qui muneris infremis instar
    belluae, et in nostrani saevis, inique, fidem.
      Prodis amicitiae foedus, nec te pudor ullus
    arguit! i, pete (vir non eris inde!) feras.

Chiamavasi costui per nome Urbano; e male convenivagli veramente, ché
mai né il piú scortese né il piú rozzo né il piú aspro si puote vedere
di lui fra quante ville di Padoa o Vicenza si trovano. Del quale fu giá
composto quella similitudine contraria:

      Lucus luce carens nomen de luce recepit;
    bellum, quod bellum sit minus, inde venit.
      Hinc quoque te Urbanum merito appellamus, ut isto
    nomine rusticitas sit tua nota magis.

Deh! pregoti, amantissimo Merlino, lasciami ch'io canti di Amore in
toscano idioma, ché veramente non so io piú che dirti latino.

MERLINO. Non lo farò io giammai: tu canti a me e non a te.

LIMERNO. Non voglio per niuna guisa esserti ritroso; e perché di cotesta
materia latina ho molta penuria, e tu vi hai pur piantato ostinatamente
lo chiodo ch'io non debbia se non latinamente cantare, non mi ritraggo a
dirti alquanti versi da me ancor fanciullino composti, trovandomi su
quello di Ferrara in certa villa, mandatovi da mio padre per imparare
lettere appresso d'un prete, lo quale molti scolari teneva soggetti, e
piú li belli che li brutti; nel qual luogo, per corruttela di grosso
aere, soprabbondavano tante biscie, rane, zenzale e pipastrelli, che uno
inferno mi pareva di tormentatori. Laonde, ritrovandomi ogni sera in
guisa d'un Lazzaro mendico tutto da le punture di quelli volatili
animaluzzi impiagato, cosí al mio maestro puerilmente recitai:

LIMERNUS

      O mihi Pieriis liceat demergier undis,
    o veniat votis dexter Apollo meis!
      Quidquid ago, fateor, sunt carmina, carmina sed quae
    non sapiunt liquidas Bellerophontis aquas.
      Hic nisi densa palus iuncis et harundine tordet,
    hic nisi stagnanti me Padus amne lavat.[220]
      Advoco sic musas: pro musis ecce caterva
    insurgit culicum, meque per ora notat!
      Dum cantare paro fletu mihi lumen inundat,
    factaque per culices vulnera rore madent.
      Hic quoque noctivagae strident ululantque volucres,
    ac ventura nigrae damna minantur aves.
      Quid referam pulices, agili qui corpore saltant?
    Utraque quos caedens iam caret ungue manus!

      [220] Alveus antiquioris Padi.

MERLINO

Questi toi versi quantunque mi sappiano di puerizia, pur non vi manca
l'arte e, per dir meglio, la veritade. Imperocché io molto piú
voluntieri abitarei su lo contado di qualunque altra cittade che su
quello di Ferrara, non giá perché ella non abbia tutte le bone
condizioni che si ricercano in una simil terra, cosí di reggimento come
di nodrimento, ma baldamente dirò che causa veruna non le occorre perché
de l'aere o sia del cielo ella si debbia lodare, ché, quando la
industria piú de la natura non vi avesse provveduto, guai a le sue
gambe! Laonde, essendovi non so qual poeta mantoano, per un eccesso non
piccolo, destinato dal signore a partirne in onesto esiglio, e giá
pervenuto su l'entrata di essa, in queste parole sospirando ruppe:

MERLINUS

      Insperata meis salve. Ferraria, curis,
    tale sis exilium ne, rogo, quale daris!
      Me non parva reum fecit tibi culpa: reatum
    ex te num luerit congrua poena meum?
      Noster, ais, veni; nostros quoque suscipe ritus;
    vivitur humano sanguine, trade cibum!
      Mantous culicis funus iam lusit Homerus;[221]
    mantous culicum tu quoque gesta cane.

      [221] Virgilius.

LIMERNO E MERLINO

LIMERNO. Che quelle bestiuole siano causa per cui lo usar in Ferrara non
ti aggrada, malamente te lo credo.

MERLINO. Poco errore è questa tua mescredenza.

LIMERNO. Perché dici tu dunque la menzogna?

MERLINO. Se per mezzo de la menzogna tu intendi la veritade, perché
mentitore mi fai?

LIMERNO. Mentitore sei per certo.

MERLINO. Sí, ma verace.

LIMERNO. Qual veritade ho io giá inteso per la bugia testé fatta?

MERLINO. Perché Ferrara cortesa non per mosche o tavanelle mi è a noia,
ma perché ivi raccoglionsi lor vini su le groppe de le rane. Pensa mò tu
qual eccidio, qual ruina sarebbe del mio stomaco!

LIMERNO. Ferrara e Mantoa di molte qualitadi si corrispondano. Ma voglio
che, sí come ora ti concessi lo mio cantar latino, cosí non manco tu ti
comporti ne l'ascoltarmi un breve capitolo.

MERLINO. Chi fu lo autore di esso?

LIMERNO. Perché ciò mi domandi tu?

MERLINO. Quando che non mi dilettino molto le cose tue, e
consequevolmente non ti presto udienza se non sforzato.

LIMERNO. Non è mio veramente: io giá fora d'un scrigniolo quello rubbai
dentro di Lementana, o Nomentana meglio diremo,[222] luntano da Roma
diece migliara; castello nobile sí per la vecchiezza di esso sí per la
generosissima famiglia de Orsini, di quello ed altre assai terre
posseditrice e madonna. E benché io molte volte l'abbia per mio
recitato, nulla di manco (mi confesso a te) non esser egli mio son
certo, ma d'un Gian Lorenzo Capodoca secretario del signore del loco.

      [222] «Nomentana meum tibi dat vindemia Bacchum |
      Si te quintus amat, commodiora bibas». MART.

MERLINO. Ora incomincia, ed io frattanto un sonetto voglioti comporre.

LIMERNO

      Sia pur contrario a noi l'aspro furore
    d'ogni stella crudel, d'ogni elemento,
    ché l'ira sua non piega un stabil cuore:
      latri chi vol latrar, io gli 'l consento,[223]
    ché tanto si alza piú la fiamma accesa
    quando lei spegner vole un picciol vento.

      [223] «Oh felix hominum genus, si vestros animos
      amor, quo coelum regitur, regat!». BOËT.

      Qual piú lodevol, qual piú chiara empresa
    d'una costante, d'una fede pura,
    ch'odio non teme né di sorte offesa?
      Un fermo scoglio d'onde non ha cura
    né un stabil cuore di qualunque oltraggio,
    ché fede intorno a lui piú allor s'indura.
      Sol ne gli affanni si conosce il saggio,
    lo qual, per ch'un bersaglio sia di sorte,
    non parte mai dal cominciato viaggio.
      Né di ferro minacce né di morte,
    mentre animosamente spiega l'ale
    di fede, mai paventa un uomo forte.
      Però la forza lor in noi che vale?
    Giá chi congiunse il ciel altrui non scioglie
    perché non svaria mai corso fatale.
      Lasciali pur empir lor empie voglie:
    livido cuor sol di se stesso è pena,
    e chi semina tòsco, tòsco accoglie.
      Pingon in ghiaccio e solcan ne la rena,
    e quelli de le pugna al vento dánno,
    che rodon la fidel nostra catena.
      Ma tu la lor malizia, il loro inganno
    impara di conoscer, e lor fraude,
    ché bello è l'imparar a l'altrui danno.
      Se ride 'l tuo nemico, se 'l t'applaude,
    tu similmente applaudi e ridi ad esso,
    ch'esser falso co' falsi è somma laude.
      Se ancora ti minaccia e morde spesso,
    contienti d'ira, ché ti fia gran palma:
    summa vittoria è 'l vincere se stesso.
      Non dé' turbarsi un'incolpevol alma,
    s'ognor in lei piú l'odio si rinforza,
    ch'un gir leal non sa peso né salma.
      Ma se considri ben sua debil forza,
    tu riderai di lor invidia ed onte:
    ardor di paglie subito s'ammorza.
      Sian dunque lor insidie occulte o cònte,[224]
    osserva quelle e queste ridi e sprezza,
    ché 'l bon nocchier, se tien la fronte a fronte
      di sorte accortamente, mai non spezza.

      [224] «Fides sanctissimum humani pectoris bonum
      est». SEN.

MERLINO E LIMERNO

MERLINO. Oh quanto m'è giovato questa dolcezza!

LIMERNO. Or vedi tu dunque che sin a te la soavitade di rime toscane
sono aggradevoli?

MERLINO. Per qual segno conosci tu in me cotal effetto essere?

LIMERNO. Come! tu non hai giá detto questa dolcezza averti non poco
gradito?

MERLINO. Sí, del sonno che ho fatto.

LIMERNO. Tu dormevi dunque mentre io cantava?

MERLINO. Che maraviglia! non sei tu giá di minor vigore d'una sirena!

LIMERNO. Dormevi tu, caro Merlino?

MERLINO. _Domine, ita._ Ben ti lo dissi da prima.

LIMERNO. Che cosa?

MERLINO. Di componerti un sonnetto.

LIMERNO. Or baldamente t'intendo: grandissima è la differenzia tra lo
«sonnetto» e «sonetto».

MERLINO. Quanto è tra 'l persutto e lo schenale.

LIMERNO. Io ti voleva domandare lo giudizio tuo sí de lo verso come del
recitatore; ma, per quello che me ne pare, ho ragionato con le mura.

MERLINO. Anzi, e la campana e lo campanaro mi è piaciuto, ma...

LIMERNO. Ma che?

MERLINO. Aggradito m'averia piú, se...

LIMERNO. Se che?

MERLINO. Se piú lungo fusse proceduto.

LIMERNO. La cagione?

MERLINO. Per piú dormire.

LIMERNO. E pur gran torto me fai non ascoltarmi cosí come io voluntieri
ascolto te, non giá per fasto e vanagloria, ma per avere solamente
qualche avviso da gli uditori, se dicendo nell'instrumento mi sconcio
troppo nel volger il capo, nel girar de gli occhi, nel finger caldi
sospiri, se graziosamente o no tengomi sul braccio la cetra, se abbasso
oppur troppo innalzo la voce,[225] e altri simili particulari effetti
d'un amante, acciò che per l'altrui avviso piú ragionevolmente avvezzare
mi sapessi, dovendomi egli poscia essere a molto accrescimento de lo
amore di mia donna.

      [225] Studium vanitatis.

MERLINO. Se queste parti non hai, ben ti le poscio mostrar io, se mi
ascolti per una pezza; e forse lo sonno ti stará luntano per vigor de la
mia piva. Or odi una oda in loda d'una mia amorosa detta la Mafelina, ed
impara da me gli affettuosi gesti.

LIMERNO. Comincia, ch'io mi sento voglia di mangiar riso!

MERLINUS.

      Aspra, crudelis, manigolda, ladra,
    fezza bordelli, mulier diabli,
    vacca vaccarum, lupaque luparum
                        porgat orecchiam,
      porgat uditam, Mafelina, pivae;
    _Liron o bliron_, coleramque nostri
    dentis ascoltet, crepet atque scoppiet,
                        more vesighae!
      Illa stendardum facie scoperta
    fert puttanarum, petit et guadagnum
    illa, marchettis cupiens duobus
                        saepe pagari.
      Semper ad postam gabiazza, rosso[226]
    plena belletto, sedet ante portam,
    chiamat, invitat, pregat atque tirat
                        mille famatos;
      mille descalzos petit ad cadregam,
    perque mantellum faciens carezzas,
    intus agraffat, quid habent monetae
                        prima domandat.

      [226] «Tu procul hinc absis, cui formam vendere
      cura est». TIB.

      Quis mihi credat quod avara stabit
    salda ad unius pagamenti bezzi?
    Quis bagassarum similem scoazzam
                        vidit Arena?
      Nulla Veronae meretrix Arenae
    peior Ancroia reperitur ista,
    heu! tapinelli poverique amantes,
                          ite dabandam,
      ite luntani, moneo! Provator
    ipse crustarum putridae carognae
    ibit in Franzam. Pochi pendit istum[227]
                          quisquis avisum.

      [227] «Pochi pendit» pro «parvi pendit».

LIMERNO E MERLINO

LIMERNO. Merlino mio, questa tua foggia di cantare non si domanda
«cantare», ma un abbagliare, un muggire, un tonare su per le ripe del
Pado.

MERLINO. Sonano li pifari su per li argini del Pado.

LIMERNO. E raggiano, come dice il mantoano, li asini.

MERLINO. Tu vòi dunque dire che in questa mia chiusura fra tanti asini
io canto?

LIMERNO. Ed anco peggio ti direi, s'io sapessi.

MERLINO. Piú rozzo cantore di lui non saperei io giá mai trovare.

LIMERNO. Sí, di canto figurato.

MERLINO. Cantano forse altramente che di figurato?

LIMERNO. Lo suo naturale e nativo.

MERLINO. Qual è?

LIMERNO. Canto quadrato, largo, sonoro e molto di gorga, e piú de le
volte fannoli drento un strano contrappunto.

MERLINO. In qual modo?

LIMERNO. Con la musica di drieto, la quale mantengono con la eguale
battitura de' calzi, non mai alterandovi la misura.

MERLINO. Dunque lo asino ha una parte da natura piú de gli altri
animali.

LIMERNO. Come cosí?

MERLINO. Che l'asino con due voci in una istessa musica può cantare.

LIMERNO. Anzi può cantare, sonare e battere insieme.

MERLINO. Annòdavi un altro groppo a questa virtú.

LIMERNO. Quale?

MERLINO. Messer lo asino sa chiudere una borsa senza serraglie.

LIMERNO. Maravigliavimi se da gli asini si potesse guadagnare altro che
calzi e corregge e da un Merlino altro che sporche e stomacose parole.
Or stattine, tuo mal grado, in questa tua lordura, porco da brotaglie
che tu sei, ché ben di me medemo non possio fare che non mi maraviglia,
standomi quivi ad altercar con un devorone di lasagne, nemico di
gentilezze e cortesie.

MERLINO. Vanne tu, vanissimo ed effeminato cinedo! ché gli odori de
quelli toi unguenti e impiastri fumentati per altra cagione non porti
tu, se non per ammortare e spegnere lo fetore de le sozze bagascie fra
le quali giorno e notte sempre tu dimori.

LIMERNO

Forsennato e pazzo che son io! essermi raffrontato a favoleggiare con
questa destruzione di rafiòli! O meschino me! se la unica mia signora e
divinissima dea giammai presentisse lo suo Limerno aver dimorato una
bona pezza con un lordissimo porco, or che direbbe? or che farebbe ella?
Per lo vero, non mai piú se non con torto sembiante mi guardarebbe. Voi
adunque, chiari fonti, cristallini ruscelli, porporei fiori, amene
piagge, riposti antri; voi, gai augelletti, lascivetti conigli,
guardativi che alcuno di voi non presumi lo folle mio errore a lei
manifestare; a lei dico, la cui presenzia tutti con un sol riso vi
abbella, che molte volte dégnavi de l'angelico suo conspetto,
appoggiando le belle membra or su quella fiorita sponda del vivo
ruscello or sotto quel speco inederato di allori, mentre l'ardente sole
a gli animali rende l'ombre aggradevoli. Deh! pregovi, tenetimi dal mio
sole coperto; ché dubbio non è, quando ella non piú si degnasse di
comportar le mie lodi, lo mio ver' lei amore, io ne morirei, io da me
istesso di quell'olmo al vecchio tronco mi sospenderei. Ma, inanti la
miserabil morte mia, annunziovi che crudel vendetta di tutti voi ne
pigliarei: non è fiore, non è pianta, non è fonte, che impetuosamente
non stracciassi, svellessi e disturbassi. Statene dunque, o de' miei
secreti consapevoli, statene taciti e quieti, ma non sí taciti e quieti
che le rime mie, le quali ora sono cantando per isfogare, non subito le
riportati e recantati a le sue divine orecchie. E perché voi avete ad
essere miei fidelissimi compagni, consequevolmente voglio che d'ogni mio
secreto voi siate participevoli.

Io dunque meritar puotei la entrata di questo santissimo giardino allora
quando la fama sola d'una non pur bellissima ma prudentissima madonna mi
cocque le medolle, lo cui bel nome voi ne' capoversi di questo
succedente sonetto potreti conoscere, lo quale giá lo fido mio Falcone
nel scorzo di quel frassino intagliando scrisse:

    G loriosa madonna, il cui bel nome
    I n capo de' miei versi porrò sempre,
    V orrei pur io saper de quali tempre
    S ian que' vostr'occhi neri ed auree chiome!
    T rema ciascun in lor, mirando come[228]
    I vi sia la virtude, che distempre
    N ostra natura e 'n ferro i cuori tempre,
    A cciò piú di leggier lor tiri e dome.

      [228] «Pulchra facile amatur, foeda non facile
      concupiscitur». HIER.

    D i calamita dunque se non sète,
    I n voi di cotal pietra è forza almanco
    V ivace sí, ch'ogni materia liga.
    I o tragger vidi de' vostr'occhi al rete
    N atura, Amor e 'l Sol di sua quadriga.
    A ltra simile a voi chi vide unquanco?

LIMERNO

Mirabilissima è per certo di costei la beltade e cortesia, la cui fama
sola (or che fa poi la presenzia?) puote di luntane contrade altrui
ricondurre a vedere e contemplare la tanta lei vaghezza, la tanta lei
graziosissima onestade. Laonde chiunque al primier assalto la vede,
subitamente vien constretto a prorumpere in coteste simili parole:

      Or non piú fama, or non piú 'l sparso grido
    l'unica sua bellezza mi dichiara;
    ché, mentre agli occhi nostri non fu avara,[229]
    vidila sí, che cosí ardendo i' grido:
      --Per l'universo non che 'n questo lido
    piú bella, accorta, pronta, onesta e rara
    donna chi vide mai? quivi s'impara
    nata beltá d'Amore ad esser nido.--
      Però se questo e quello od altri l'ama,
    maraviglia qual è? ma ben saria,
    s'uom è che lei mirando non s'impetra!
      Quel guardo pregno d'alta leggiadria,
    quel dolce riso anco nel cuor mi chiama:
    --Costei sola del ciel le grazie impetra!

      [229] «Anceps forma bonum mortalibus. Exigui donum
      breve temporis». SEN.

LIMERNO

Ma sí come dal ciel ogni grazia in lei discese, cosí ella in me non
dedignossi la sua impartire, contentandosi ch'io di lei faccia resonare
voi, sollevati colli e ombrosi poggetti. Or dunque abbassativi, o verdi
cime de voi, faggi ed abeti; de voi, lauri e mirti; de voi, querze ed
ilici; de voi, viti ed olmi: abbassativi, dico, ad ascoltare questa mia
sonora cetra, ma non bastevolmente sonora a l'altezza di quella madonna;
ad udire queste mie leggiadre rime, ma non leggiadre al merito di quella
dea; a sentire lo mio dirotto pianto, ma non sí dirotto che poscia
l'ardentissime faci spegnere de l'affocato core! E se troppo
baldanzosamente vi paio di fare mentre io dico di lei d'ogni alto stile
degna, incolpate sol Amore, lo quale mi fa sovente dire quello che di
tacere assai mi fôra meglio, e, sognandomi piú volte, movemi a
vaneggiare quanto ora sète per udire in questa mia debil cetra:

LIMERNO

      Questa madonna, che sí dolce, altiera,
    un sol di tante stelle in mezzo asside,[230]
    dimmi, dond'è che austera in volto ride
    scoprendo insieme il verno e primavera?
      Vedi se di vertú donna sí intera
    fu mai, ch'un cor a un sol riso conquide!
    Ma lui tropp'alta speme non affide,
    ché fugge 'l riso ed egli piú non spera.
      Cosí l'alta guerrera e sferza e freno
    tien di chi l'ama, ed ama chi la vede,
    anzi chi l'ode, anzi chi dir ne sente.
      Cosí 'l regno d'amor costei possede,
    ove tanti be' spirti, saggiamente
    bella, nudrisce al dolce suo veleno.

      [230] Suavis res est pulchritudo, quum viget
      prudentia.

LIMERNO

      Quando l'alma gentile, per cui sola
    moro la notte e poi rinasco 'l giorno,
    venne dal ciel, per farvi anco ritorno,
    in questa vita ch'è d'errori scola,
      Amor, che 'nqueto quinci e quindi vola,
    si le fe' contra di sue spoglie adorno,
    qual fier tiranno ch'al suo carro intorno
    ha tanti uomini e dèi, ch'al mondo invola.
      Ma, lei di sé maggiore e d'altre frezze
    vista luntan alteramente armata,
    stette smarrito e dal triunfo scese.
      Quella da sue virtú, da sue bellezze,
    di che l'ornò natura e 'l ciel, levata
    nel carro stesso, in noi l'arco si tese.

LIMERNO

      Alluntanato è 'l sole, e noi qui manchi
    del suo bel raggio (fan piú giorni) lassa.
    Io, pur spiando s'altri quindi passa,
    spesso alzo gli occhi, di mirar giá stanchi!
      I' dico, s'alcun passa, che rifranchi
    noi d'esta valle del suo lume cassa,
    narrando il suo ritorno; ma trapassa
    con speme l'anno, e morte abbiamo ai fianchi.[231]
      Sleguasi 'l tempo né pur anco appare
    chi dica:--Annuncio a voi grande allegrezza:
    ecco torna colei che 'l mondo abbella!--
      Lasso! non so che piú mi speri, ché ella
    per su que' monti con Diana, pare,
    va solacciando e noi qui giú non prezza.

      [231] «Quid non longa dies, quid non consumitis
      anni?» MART.

LIMERNO

      In quelle parti, ove di poggio in valle,
    di valle in poggio va scherzando aprile,
    madonna or giace e in atto signorile
    sovente in l'erbe pon su' fior le spalle.
      Zefiro intorno baldamente válle
    spirando in quella faccia, in quel gentile[232]
    sino d'avorio schietto, e chiama vile
    di Borea l'Orizia e biasmo dálle.
      Talor ella si parte al loco, dove
    giá di sua Laura sí altamente disse
    colui che 'n rime dir ha 'l piú bel vanto.
      Quivi s'inchina umíle al sasso e move
    a l'ossa ch'entro stanno un dolce pianto,
    ch'Amor sul marmo di sua man poi scrisse.

      [232] «Forma bonum fragile est». OVID.

LIMERNO

      Quando 'l tempo, madonna, a noi sí parco,
    dramma di sé concedami talora
    di vosco ragionar, i' grido allora:
    --Dolci fiamme d'amore, dolce l'arco!--
      Ma quando invidia le piú fiate il varco
    mi serra ai lumi, ove convien ch'io mora,
    vo richiamando mille volte l'ora:
    non è amarezza a l'amoroso incarco!
      Qui poi la fede, che di par col sole[233]
    certar solea, s'annebbia di sospetto,
    fulgura il sdegno e zelosia tempesta.
      Però scusar si deve se, d'un petto
    scacciato 'l cor dal vermo che l'infesta,
    non giá d'invidia ma d'amor si dole.

      [233] «Res est solliciti plena timoris Amor».
      OVID.

LIMERNO

      Invido ciel che tante stelle e tante
    in grembo hai sempre e di lor vista godi,
    a che per cento vie, per cento modi,[234]
    la mia levar contendi a me davante?
      N'hai mille e mille di splendor prestante,
    e pien d'invidia pur t'affanni e rodi!
    Per cui? sol per colei che, acciò mie lodi
    sianle piú belle, starmi degna innante.
      Bastar ti deve il tuo, lascia 'l sol mio,
    che 'nfiamme i spirti e sopra sé l'innalzi,
    come 'l tuo nutre i corpi, l'erbe, i fonti.
      Ma 'l mio perché piú bello, in tal desio
    rancor ti sferza, che ne trai de' calzi,
    e 'n su le cime tue vòi ch'egli monti.

      [234] «Rivalem possum non ego ferre Iovem». PROP.




LAMENTO DI BELLEZZA


    I o tratto a l'ombra d'un gentil boschetto
    V idi, giacendo su la piaggia erbosa,
    S tarsi donna solinga e penserosa,
    T urbata in vista, col mento sul petto.
    I n tal vaghezza stava, ch'ivi intorno
    N é fu pianta né augel che non movesse
    A lei mirar e seco ne piangesse.

    I' mi le appresso e per veder m'abbasso.
    V idila troppo, aimè! ché, alzando il viso,
    S i mi scoperse in lei tal paradiso,
    T al, dico, che mi fece d'uom un sasso.
    I n me si volse e disse:--Fa' ritorno,
    N é star qui meco ove star sola deggio
    A pianger quel che, tarda, in me correggio.

    I l dolo amar che piú sempre si acerba
    V ien d'alterigia molta e troppo orgoglio;[235]
    S on bella, come vedi, e mi raccoglio
    T utta sovente in donna, ma soperba
    I nalzo lei cosí, che 'n questo scorno
    N e son rimasta, onde l'alta bontade
    A ma suppor l'orgoglio ad umiltade.

      [235] «Fastus inest pulchris sequiturque superbia
      formam». OVID.

    I n queste bande su dal primo cielo
    V ols'egli in scherno mio, ch'un'alma stella
    S cendesse umile assai di me piú bella.
    T ant'ella è piú gentil quant'ha piú 'l velo
    I n cerco de ligustri e rose adorno.
    N acque non per mostrar quant'è bellezza,
    A nzi, benché sia bella, lei disprezza.

    I o son (perché ti miro star sospeso)
    V ana beltá, ch'orno di gigli e rose[236]
    S ol de le donne i volti, ma ritrose
    T utte le faccio e di cuore scorteso
    I n lor amanti, cui di giorno in giorno
    N udrendo van di speme, e mai non giunge
    A lor il patto, ma si fa piú lunge.

      [236] «Fallax gratia et vana est pulchritudo».
      PROP.

    I n questo l'alto padre piú adirato
    V er' me ch'abbello i visi e i cuor inaspro
    S culpendo lor di porfido e diaspro,
    T olse 'l bel spirto e l'ebbe incatenato
    I n quelle belle membra ove soggiorno.
    N on fa soperbia mai, non schivo sdegno,
    A nzi è d'alte virtudi un vaso pregno.

    I l nome suo dal ciel in terra stette.
    V olendolo saper, fa' che misure,
    S cendendo d'alto, le maggior figure:
    T re volte e quattro il trovarai di sette
    I n sette versi.--Allor indi mi torno,
    N é possio piú di lei dolermi fina
    A tanto che sei nosco, alma divina!




CENTRO DI QUESTO CAOS, DETTO «LABERINTO»


CLIO

      Qual gode in carne perché in carne viva
    e, in terra stando, l'animo da terra
    non leva al ciel (onde si parte) unquanco,
    colui d'umana spezie, in cui si serra
    l'alta ragione, ad or ad or si priva,
    sí come di candela il lume stanco
    vedesi, giunto al verde, venir manco.
    Di che, giá spento, non che morto, il sole
    de la giustizia, resta cieco e palpa
    la circonfusa nebbia e, come talpa
    sotterra errando, uscir né sa né vole;
    tanto che 'l miser sòle
    un nuvol d'ignoranzia farsi tale[237]
    che mai del ciel non sa trovar le scale.

      [237] Omnium vitiorum perniciosissimum est malus
      habitus et ignorantia.

      Se mi deggia pensar o in terra dentro
    o sotto 'l ciel, fra terra e l'aer puro,
    esser in pene stabil altro inferno
    d'un core ne' peccati antico e duro,
    non so, sássel pur Dio! Mi par un centro,
    l'abito nel mal far, di foco eterno;
    quando che né d'estade né di verno
    forza veruna o sia losinga d'uomo
    (questo sperar dal cielo sol si debbe!)
    quell'infelice misero potrebbe
    indi ritrarlo piú di bestia indomo.
    Però tal vizio nomo
    l'orribil ombre del Caós deforme,
    cui sempre a morte in grembo un'alma dorme.

TRIPERUNO

    S tavami basso nel cespuglio e queto,
    V ago d'udire piú che mai Limerno,
    E giá m'era disposto per adrieto
    V olgermi di Merlin for del governo.
    E al fin sbucato da la macchia, lieto[238]
    R ichiamo lui:--Deh! svellemi d'inferno!--
    A lui dico, che giá, calando il sole,
    T olsesi dal cantar dolci parole.

      [238] Ut cadat in Scyllam cupiens vitare
      Charybdim.

  --O vago--a lui diceva--giovenetto,
    B en mi terrei de gli altri piú beato,
    S'io fusse tale che tu avessi grato
    T enermi (ecco son presto!) a te soggetto.--
    R estossi allora quello, e col bel viso
    I l novo Ciparisso ovver Narciso:
  --C hi chiama?--disse e, vistomi soletto,
    T ennesi a lungo il naso fra le dita:
  --O h tu! mi sai--dicea--di lorda vita!

    C ácciati presto in quel fragrante rivo,
    L avandoti lo puzzo fin ch'io torni.--
    A llor si parte ritrosetto e schivo,
    V edendo una carogna in luoghi adorni.
    S pogliomi nudo in quel fonte lascivo[239]
    T emprato d'acque nanfe, che da' forni
    R igando viene giú d'un monticello,
    O ve Ciprigna gode Adonio bello.

      [239] Hic pudicitia, hic natura adulteratur.

    C elavasi, ne l'alpe giunto, il sole.
    E cco, fra molte ninfe vaghe e snelle
    L imerno torna solacciando, e quelle
    L ui van ferendo a bòtte de viole.
    I o, ch'era nudo, ambe le mani aduno
    S u quelle parti oscene che ciascuno,
    Q uantunque sia piccino, coprir sòle.
  --V edrai--parla Limerno--quant'è meglio
    E sser di miei che di quel sporco veglio!

    R ecativi 'l in braccio, o belle ninfe,
    E d a la dea portandolo direte:
  --M adonna, dentro le muschiate linfe
    O fferto s'è costui nel nostro rete:
    T egnamolo qui nosco, se 'l vi pare,
    I donio testimon, quando che v'abbia
    S empre a lodar ne l'amorosa rabbia.--

  --O--dissi allor,--o di vaghezza fiore,
    C hi mi porge la stola ond'io mi copra?
  --C uor mio--rispose--quivi non s'adopra
    V estir alcuno dove regna Amore,[240]
    L o qual ignudo va co' soi seguaci:
    T aci lá dunque, pazzarello, taci!--
    A llor fui ricondutto a grand'onore
    T ra gioveni leggiadri e damigelle,
    A vanti una piú bella de le belle.

      [240] «Vanum cor vanitatis notitiam quaerit
      corpori». BERN.

    V enere fu costei, la qual nel seggio
    R egina di Matotta il settro tiene.
  --B enedetto sia 'l cuore di chi viene
  --I ncomenciossi allor cantar intorno--
    S otto Amatonta al dolce lei soggiorno!--

    L aúti, cetre, lire ed organetti
    I van toccando parte, parte al sòno
    T enean le voci giunte, ahi quanto vaghe.
    I n quel medesmo tempo, a vinti a trenta,
    B asciandosi l'un l'altro insieme stretti[241]
    V anno danzando intorno, e questi sono
    S inceri giovenetti e donne maghe.

      [241] «Luxuriae nimium libera facta via est».
      PROP.

    E rano mille fiamme intorno accese
    S otto gli aurati travi de la sala:
    S tanno da parte alquanti e fan un'ala
    E qua e di lá mirando le contese.

    P endono da' pareti alte cortine
    R icchissime di seta, argento ed oro,
    O ro sopr'oro, dico, spesso e rizzo
    C on mille groppi, ziffere e beschizzo;
    V asi di pietre di gran pregio e fine
    L ungo a le mense fanno un bel tesoro.

    A cque rosate, nanfe ed altri odori
    T endon spruzzare i pargoletti Amori.

    N ascosi molti a le cortine drieto
    V anno non so che far, ed escon dopo
    N el volto fatti in guisa di piropo
    C he furon d'alabastro per adrieto.




AMORE DI TRIPERUNO E GALANTA


    I o dunque nudo fra cotanti nudi
    N on piú arrossisco, non piú mi vergogno,
    F atto di lor famiglia, ove m'agogno
    L assivamente in quei salaci studi.
    A lato la regina sta Limerno,
    T enendole la bocca ne l'orecchia,
    O nd'io ne fui chiamato possia al trono.

    I n terra umilemente i' m'abbandono,
    N anti ch'al primo grado vi montassi,
    C he d'altro che de marmi, petre e sassi
    E rano, ma sol oro e gemme sono.
    D ritto poi sullevato giá m'avento
    I n fretta nanti a l'alta imperatrice,
    T remando per viltá qual foglia al vento.

    I ncomenciò l'altiera:--O Triperuno,
    V assallo mio, de gli altri non men caro,
    S appi che 'l tuo Limerno saggio e raro
    T'ha impetrato da me quel che nessuno
    I n questa corte mai gioir non puote.
    N ove anni e sei non passa una fanciulla:
    A te la dono e facciovi la dote.

    C ostei, pronta, vivace, accorta e bella,
    V oglio ch'ami, desidri prima ed ardi
    C he piagna e canti, assorto ne' soi guardi,
    V ersi pregni d'Amor e sue quadrella.
    L imerno fia tuo mastro e fida scorta:
    L imerno sa quel si ricerca amando.
    O h dolce sorte a chi entra cotal porta!

    A ffrettati, Lagnilla, e qui Galanta[242]
    T ien modo di condur furtivamente,
    Q uando ch'ella non esce mai di ciambra.--
    V enne la ninfa chiesta finalmente,
    E tutto di rossore il viso ammanta.

      [242] Lascivia.

  --G alanta mia--dicea l'imperatrice--
    A lza la fronte e mira il novo amante!--
    L evò la vista, dunque, ove si elice
    E cco una fiamma ed ove un cieco infante,
    R accolto l'arco e la saetta, altrice
    A hi! di quanti martiri, lo diamante
    T rito mi ruppe al petto e quindi svelse
    I l cor giá fatto de' sospiri al vento
    S tridente face e d'acque un fiume lento.

    O h quante da quell'ora incomenciaro
    P ene, tormenti, affanni, sdegni ed ire,
    T ravagli, doglie, angoscie e zelosie!
    A rsi, alsi di ghiaccio e fiamme dire,
    T al che 'l dolce al fin divenne amaro.

    I mperò ch'una Laura sozza e lorda,
    N efanda, incantatrice, invidiosa
    E ra del nostro amor la lima sorda.
    S orda lima costei fu senza posa,
    S enza quiete mai, del dolce nodo,
    E bra sol di spuntar col chiodo il chiodo.[243]

      [243] Clavus clavo extruditur.

    T ant'ella fece, ch'io nel fin m'accorsi
    O mbrosa esser cotesta ria cavalla.
    G alanta ne ridea, donde piú acerba,
    I niqua piú, ne venne ai duri morsi,
    S í ch'io le scrissi questo in una querza:

TRIPERUNO

      Sléguati in polve, fulminando Giove,
    o tu, che, sozza tanto, lorda e vieta,
    lo nome hai di colei che 'l gran pianeta
    mosse da prima ad altre imprese e nòve!
      Fogo dal ciel giammai non casca dove
    natura strinse l'onorata meta
    del sempre verde lauro, che non vieta
    ulla stagion far le sue antiche prove.
      Ma Dio tal legge in te servar non deve,
    ché hai sol il nome e non di Laura i gesti:
    sei di carbone e credi esser di neve.
      Pur meglio, acciò 'l bel lauro non s'incesti,
    quel «v», che 'l terzo seggio vi riceve,[244]
    tolgasi 'l quarto, acciò che «larva» resti.[245]

      [244] Laura.

      [245] Larva.




DIALOGO SECONDO

LIMERNO, TRIPERUNO E FÚLICA


LIMERNO

      Io canto sotto l'ombra del bel lauro
    che pose il gran Petrarca in tanta altura,
    lo qual, mercé d'Amore, mentre dura
    il ciel, terrá la chiave del tesauro.
      Nel mese quando 'l sole si alza in Tauro
    ed empie il monte e 'l piano de verdura,
    nacque una bella e saggia creatura,
    che riconduce a noi l'etá de l'auro.
      Cantar vorrei sue lodi, o fresche linfe:
    linfe fresche di Cirra, or dati bere
    a chi dicer d'un Febo novo brama!
      Girolamo sol dico, in cui non spere
    piú di me affaticar altrui le ninfe,
    ché piú di me, so bene, altrui non l'ama.

LIMERNO

    H or che per prova, Amor, t'intesi a pieno
    I n fiamme ove giá n'alsi e 'n ghiaccio n'arsi,
    E cco mi tieni d'altro dol a freno.
    R egnar di se medemo e suo giá farsi
    O h chi potrá giammai sotto 'l tuo giovo?
    N iun, o se pur gli è, non sa trovarsi.
    I o quella via, quest'altra cerco e provo,
    M a che mi val? tu mi travolvi e giri
    A l'aspro tuo voler, né schermo i' trovo.

    D iluntanarmi volsi e placar Tiri
   (I ri tant'empie!) di te, fier tiranno,
    E nulla feci, ché piú in me t'adiri:
    D i maggior pene, onde maggior è 'l danno,
    A mor, mi sproni e fai il tuo costume.

    H aggia chi piú s'allunga piú d'affanno.
    I o piansi giá molt'anni sotto 'l nume
    E rrando d'una ninfa, onde, per pace
    R ecarmi, mi privai del suo bel lume.
    O h qual mi crebbe ardente e cruda face
    N el petto allor che gli occhi, anzi due stelle,
    I o non piú vidi, e 'l raggio lor mi sface!
    M i sface il raggio lor; e pur senz'elle
    I' non vivrei giammai, perché non pinse

    M ai Zeusi un sí bel volto o 'ntagliò Apelle.
    E cco, donna, il martír, ch'al cor s'avvinse:
    R itrassimi da voi, ma non lo volle
    C olui che 'n me sovente ragion vinse.
    A dunque per gir lunge non si tolle
    T anta mia passion, ch'ebbi giá inante;
    E questo avvien ché 'l mal è in le medolle.
    L untan il corpo mi portâr le piante,
    L untan il cor non giá, perché vel diede
    I n su l'aurata punta il vostro amante.

    D iedel a voi, ch'avesse ad esser sede
    I mmobile perpetua d'esso, e voi
    V i 'l toglieste per cambio, data fede
    A l'un e l'altro sempre esser fra doi.

TRIPERUNO E LIMERNO

TRIPERUNO. Nel vero, caro mio maestro, non sono giammai tanto fastidito
ed annoiato che, udendo voi e l'aurea vostra lira insieme cantare, non
subitamente mi racconsoli.

LIMERNO. Ed io credevami tanto da la turba e volgo entro questa selva
luntanato essere che niuno, se non le querze ed[246] olmi, avessero ad
ascoltare.

      [246] Alludit huic operi trium Sylvarum quod _Chaos
      Triperuni_ vocat.

TRIPERUNO. Dogliomi essere uomo di turba e vulgare; ma, la dolcezza di
vostre muse ovunque mi volgo sentendo, non men di ferro a la tenace
calamita son io da quella tirato. Nulla di manco, se da me voi sète del
vostro singular concento impedito, parendovi, ora mi parto e solo vi
lascio.

LIMERNO. Solo non è chi ama, anzi de' pensieri ne la moltitudine
sommerso! Io sopra ogni altro veggioti volentieri, Triperuno mio. Vero è
che lo essermi da la consueta nostra compagnia distratto potevati
accertare che da me dovevasi far cosa la quale fusse da essere secreta.
Io, come tu sentisti, cantai testé una canzone, li cui capoversi non
vorrei giá ch'uomo del mondo avesse notato, che 'l gentilissimo spirito,
di cui sono (giá molto tempo fa) umile servitore, non men ha cura de
l'onorevole suo stato che del comun obietto di questo nostro amore.
Dimmi dunque: hai tu lo nome suo compreso?

TRIPERUNO. Non, per il dolce groppo di mia Galanta!

LIMERNO. Non senza molta cagione ricondutto mi sono a l'ombra di questo
lauro, lo quale, tanto agiatamente difeso da queste duo collaterali
querze cosí da venti e procelle come da' raggi de l'ardentissimo sole,
al sopranominato giovene con le sue sempre chiome verde fa di sé
gratissimo soggiorno. Ma dimmi, se 'l sai, questi doi versi latini, li
quali nel tenero scorzo di esso lauro tu vedi quivi intagliati essere,
chi fu lo sottil interpretatore di essi?

TRIPERUNO. Isidoro.

LIMERNO. Isidoro Chiarino?

TRIPERUNO. Esso fu.

LIMERNO. Oh divino spirito d'un fanciullo! ché veramente nel sino di
Talia succiò le dotte mamme, né maggior fama ed onore si arreca lo
autore che 'l commentatore loro.

TRIPERUNO. Sono assai male insculpiti.

LIMERNO. Scriveli, prego, un'altra volta piú ad alto, e perché lo
argomento loro in quello... sai? intagliali col ferro acuto.

TRIPERUNO. Intendo.

DE SOMNO

    Hic Iaceo, Et Repens Oculis Natat Intima Mors, At
          Divorum Imperio Est Dulcior Ambrosia.

LIMERNO

Tu quelli hai giá scritto? Oh quanto bene stanno! Fammi appresso un
piacere, perché lo ingegno del giovenetto piú ognora posciasi
addestrare: scrivi ancora un altro enigma non men di questo laborioso,
lo quale dopoi la morte di Giulio pontifice, sotto Leone, fu nel
candidissimo tumulo di Catarina, dal suo consorte crudelmente uccisa,
sculpito, dove ella cosí parlando dice:

TUMULUS CATHARINÆ

     CONfodit SORS ME VSum ROBoris ERige TUScha
    Sphera, necis causa est non nisi nulla meae.

TRIPERUNO

Cotesta Catarina, se bene mi sovviene, fu gentilissima ed amorosa donna;
a la quale fu giá mandato quel sonetto con un paio de guanti insieme, li
capoversi del quale dicono lo nome suo:

    D'una tenera, bianca, leggiadretta,
    I ntegra onesta man elesse 'l cielo
    V oi, puri guanti, ad esser dolce velo:
    A ndati a lei, ch'omai lieta v'aspetta!

    C ortesamente la terrete stretta,
    A nzi pur calda contra l'empio gelo,
    T utto, però, ch'io per soverchio zelo
    H abbia di voi non a prender vendetta.
    A mo l'alta virtú che 'n sé diversa
    R egna piú ch'in Aracne od ella istessa
    I nventrice de l'ago e bel trapunto.[247]
    N é man piú dotta né piú dolce e tersa
    A vvinse guanto mai, né chi promessa

    Onestamente piú servasse appunto.

      [247] Minerva.

LIMERNO E TRIPERUNO

LIMERNO. Dirotti la veritade, o Triperuno: questi capoversi, non usati
mai da valentuomo veruno, poco a me sono aggradevoli e a gli altri
sodisfacevoli, imperocché altro non vi si trova se non durezza di senso
ed un impazzire di cervello. Ma ragionamo d'un'altra cosa di assai piú
importanza di questa. Confessati meco, e non vi aver un minimo
risguardo. Chi fu lo compositore di que' versi, li quali oggi furono da
tutta la corte in una querza letti e biasmati?

TRIPERUNO. Perché, caro maestro? sapeno forse come gli altri miei?

LIMERNO. Di che?

TRIPERUNO. Di mastro di scola.

LIMERNO. Perché cosí dí': «mastro di scola»?

TRIPERUNO. Li quali, per la varietá de' stili da loro adoperati
pedantescamente, come voglio dire, scrivono e fanno un Caos non men
intricato del mio.

LIMERNO. Io bene di cotesto tuo ravviluppato _Caos_ mi sono
maravigliato, lo quale potrebbe a gli uomini dotti forse piacere; ma non
lo credo, e spezialmente per cagione di quelle tue postille latine suso
per le margini del libro sparse.

TRIPERUNO. Io per confonderlo piú, come la materia istessa richiede,
volsivi ancora la prosa latina in aiuto de lo argomento porre.

LIMERNO. Lasciamo in disparte lo stile tuo, o sia pedantesco o triviale;
ma peggio è, che sono quelli versi mordaci de la fama di tale che
leggermente potrebbeti offendere. Tu non conosci ancora, buono uomo, la
rabbia d'una adirata ed orgogliosa donna, la quale tengasi da qualcuno
oltraggiata e sprezzata.

TRIPERUNO. Qual bene o male posso io sperare o temere da questa larva o
volsi dire Laura?

LIMERNO. Voglia pur Iddio che tu non ne faccia veruna isperienza!

TRIPERUNO. In qual modo un sacco di carcami, una cloaca di fango, una
stomacosa meretrice del dio Sterquilinio è per vendicarse di me?

LIMERNO. Con mille modi, non che uno.

TRIPERUNO. Come?

LIMERNO. È peritissima vindicatrice.

TRIPERUNO. Qual sí terribile ruffiano d'una trita bagascia prenderia
giammai la difesa?

LIMERNO. Non vi mancano gli affamati al mondo. Ma sei male, Triperuno,
su la via di conoscere, in cui posciati ella danneggiare.

TRIPERUNO. Avvelenarmi?

LIMERNO. No.

TRIPERUNO. Farmi con ferro uccidere?

LIMERNO. Né questo ancora.

TRIPERUNO. Tôrmi la fama?

LIMERNO. Non ha credito.

TRIPERUNO. In qual foggia dunque?

LIMERNO. Trasformarti in uno asino.

TRIPERUNO. Che dite voi?

LIMERNO. Un asino, sí; tu ti maravigli dunque?

TRIPERUNO. Ho ben io piú volte inteso queste donne aver possanza, con
non so che unguenti, voltar gli uomini in becchi.

LIMERNO. Anzi, assai piú becchi fanno che castroni. Quanti oggidí
conosco io, li quali giá per violenzia de suffumigi da queste maghe
adoperati furono in bovi, buffali ed elefanti conversi!

TRIPERUNO. Questo saria ben lo diavolo! Se questa Laura mi trasfigurasse
in un becco, vorrebbemi piú oltra bene Galanta?

LIMERNO. Piú che mai.

TRIPERUNO. Come? io sarei pur un becco?

LIMERNO. Ed ella una capra.

TRIPERUNO. Cambiarebbe ancora lei?

LIMERNO. Che 'n credi tu?

TRIPERUNO. Io giá comincio temere.

LIMERNO. Tien stretto.

TRIPERUNO. Forse che non sa ella ancora chi sia lo autore?

LIMERNO. Tu sei pazzo persuadendoti una malefica non sapere quello che a
tutta la corte giá divolgato leggesi.

TRIPERUNO. Lasso! ch'io me ne doglio.

LIMERNO. Tu vi dovevi piú per tempo considerare e prenderne[248] da me
consiglio.

      [248] «Consilium post factum, imber post tempora
      frugum».

TRIPERUNO. Non l'ho fatto, in mia malora!

LIMERNO. Se tu sapessi la importanza di questo scrivere e lo mandar cosí
facilmente a luce le cose sue, vi averessi meglio pensato; ché pagarei
un tesoro di Tiberio, non mai ne gli occhi de tanti valentuomini una mia
operetta scoperta si fusse.

TRIPERUNO. Come farò io dunque, misero me? ch'io debbia un asino
devenire?

LIMERNO. Or va' piú animosamente! tu giá sei vòlto in fuga, e niuno ti
caccia: non ti partirai da me se non bene consigliato e consolato. Ma
pregoti, Triperuno mio, non t'incresca sotto l'ombra di quel platano
corcarti, fin che io faccia la prova di alquanti versi con la cetra, da
essere in questa sera da me recitati avanti la regina; e veramente assai
averò che fare, se li quattro sonetti da lei richiesti aggradirla
potranno.

TRIPERUNO. Questo tal comporre a l'altrui petizione difficilmente può
sodisfare a coloro li quali non vi hanno parte alcuna. Ma ditemi, prego,
avanti che da voi mi parta, lo soggetto de' quattro sonetti.

LIMERNO. Dirottilo ispeditamente. Giá la signora non è cagione propria
di questi: ma heri Giuberto e Focilla, Falcone e Mirtella mi condussero
in una camera secretamente, ove, trovati ch'ebbeno le carte lusorie de
trionfi, quelli a sorte fra loro si divisero; e vòlto a me, ciascuno di
loro la sorte propria de li toccati trionfi mi espose, pregandomi che
sopra quelli un sonetto gli componessi.

TRIPERUNO. Assai piú duro soggetto potrebbevi sotto la sorte che sotto
lo beneplacito del poeta accascare.

LIMERNO. E questa tua ragione qualche bona iscusazione appresso gli
uomini intelligenti recarammi, se non cosí facili, come la natura del
verso richiede, saranno. Ora vegnamo dunque primeramente a la ventura
ovvero sorte di Giuberto; dopoi la quale, né piú né meno, voglioti lo
sonetto di quella recitare, ove potrai diligentemente considerare tutti
li detti trionfi, a ciascaduno sonetto singularmente sortiti, essere
quattro fiate nominati sí come con lo aiuto de le maggiori figure si
comprende:

GIUSTIZIA, ANGIOLO, DIAVOLO, FOCO, AMORE

      Quando 'l Foco d'Amor, che m'arde ognora,
    penso e ripenso, fra me stesso i' dico:
    --Angiol di Dio non è, ma lo nemico
    che la Giustizia spinse del ciel fora.
      Ed è pur chi qual Angiolo l'adora,
    chiamando le sue fiamme «dolce intrico».
    Ma nego ciò, ché di Giustizia amico
    non mai fu chi in Demonio s'innamora.
      Amor di donna è ardor d'un spirto nero,[249]
    lo cui viso se 'n gli occhi un Angiol pare,
    non t'ingannar, ch'è fraude e non Giustizia.
      Giustizia esser non puote, ove malizia
    ripose de sue faci il crudo arciero,
    per cui Satán Angiol di luce appare.

      [249] «Dux malorum foemina et scelerum artifex».
      SEN.

TRIPERUNO E LIMERNO

TRIPERUNO. Molto arguto parmi questo primo, né anco di soverchio
difficile; ma che egli aggradire debbia la regina con l'altre donne, non
credo.

LIMERNO. Dimmi la causa.

TRIPERUNO. Lo sobbietto non lauda il feminile sesso.

LIMERNO.

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