L'amore di Loredana
by Luciano Zùccoli · Italian · Gutenberg #34346 · 459,991 chars · public domain (US)
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Title: L'amore di Loredana
Author: Luciano Zùccoli
Release date: November 16, 2010 [eBook #34346]
Most recently updated: January 7, 2021
Language: Italian
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L'AMORE DI LOREDANA
DEL MEDESIMO AUTORE:
_La Compagnia della Leggera_, novelle L. 3 50
L'AMORE DI LOREDANA
ROMANZO
DI
LUCIANO ZÙCCOLI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1908
PROPRIETÀ LETTERARIA
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Milano.--Tip. Treves.
L'AMORE DI LOREDANA
PRIMA PARTE.
I.
--Prendi quelle valigie e portale in questo scompartimento. Su, presto,
che il treno riparte!
La voce nota diede un sussulto a Loredana, che stava sola, ancora col
velo grigio abbassato sugli occhi, come quando era partita da Venezia.
--In questo?--domandò il facchino.
--Ma sì, su questo!...
Filippo salì, sorrise a Loredana, si volse a prender dalle mani del
facchino le valigie, le collocò sulla rete, e sedette infine di fronte
alla giovane, con un sospiro di sollievo. Poco dopo, lo sportello era
chiuso e il treno riprendeva la marcia.
Filippo non aspettò altro, e si chinò a baciar le mani dell'amica, poi
il volto e le labbra, senz'attendere ch'ella raccogliesse il velo sulla
fronte.
--Hai fatto bene,--egli disse, enunziando mille pensieri in una
volta.--Siamo soli. Fra un'ora saremo giunti. Sai chi ho trovato alla
stazione di Venezia? Mi hai visto parlare con un signore alto e calvo? È
il conte Lombardi: mi ha invitato a pranzo per lunedì, e ho accettato.
Dove saremo lunedì?... Ma tu, cara, sei spaventata?... Quanta
gratitudine ti debbo, cara!... Vedrai: non aver paura, non accadrà
nulla, non ti toccheranno, non ti faranno nulla....
La campagna triste fra Verona e Peschiera era sinistramente illuminata
dalla luce sanguigna del tramonto che alcune nuvole grige
interrompevano.
Loredana non diceva parola, tenendo le mani tra le mani di Filippo,
sempre col viso celato da quel velo bigio, che pareva la togliesse dal
mondo, l'allontanasse da tutti, la dovesse nascondere come una
delinquente.
--Ascoltami, cara,--seguitò Filippo.--Hai scritto alla mamma?
--Sì....
--Che cosa le hai scritto?
La fanciulla non rispose subito. Le veniva innanzi agli occhi della
mente la visione della sua casetta bianca nel campiello solitario; e la
mamma che ogni mattina entrava a chiederle che cosa desiderasse per
colazione; poi la mamma usciva, andava per la spesa, e, tornata,
preparava la colazione per la figliuola, che con una vestaglia bianca e
lunga, raccoglieva intanto i capelli intorno alla testa e si guardava
nello specchio e si dava un po' di cipria e si sorrideva. La vestaglia
bianca e lunga era stata abbandonata, anche quella, come tutto il
resto....
--Le ho scritto,--rispose Loredana scuotendosi.--Le ho scritto che non
si dia pensiero; che avrà mie notizie.... Voglio scriverle anche
stasera, subito.... Si può?
Filippo scosse la testa.
--Domani ci raggiungerebbe! Puoi scrivere, e io manderò la lettera a un
mio amico a Roma, perchè la faccia partire di là.
--Così la mamma la riceverà tardi,--osservò Loredana,--e per tanto tempo
non saprà nulla.
--Due giorni: fra due giorni sarà a destinazione....
La fanciulla rimase muta e guardò il tramonto tragico. A quell'ora, la
mamma e la figlia terminavan di cenare, e si mettevano alla finestra
prospiciente il campiello, dove i bambini del vicinato si raccoglievano
a far chiasso. Sul davanzale la mamma disponeva il vassoio col bricco, e
andava centellinando l'ultima tazza di caffè....
Loredana guardò acutamente Filippo. Che sapeva egli di tutte quelle
cose, delle piccole cose amate, tanto piccole nei giorni di pace e tanto
tristi a rammentar come perdute?
Ella ritrasse le mani dalle mani di lui e sentì che il cuore le doleva,
che la vita era cupa e misteriosa, che quel cielo pareva farle entrar
nell'anima tutta la disperata violenza del suo colore di sangue.... Con
quali parole avrebbe ella potuto esprimere quel tormento a colui che le
era così vicino e così lontano?...
A Peschiera, nello scompartimento salì un uomo: andava a Brescia e non
aveva trovato posto in seconda classe. Vedendo Filippo e la signora col
velo, si ritrasse in un angolo, dopo aver posto sulla rete una valigia
grossolana, biancastra con gli angoli di pelle rossa; e chiuse gli
occhi, senza addormentarsi, quasi per far comprendere che non voleva
disturbare, che sentiva di essere importuno, ma sapeva esser discreto.
--Sei stato mai sul lago di Garda?--chiese Loredana, dopo aver guardato
con diffidenza il nuovo viaggiatore.
--Sì, due volte. In questo mese, con questo caldo, siamo sicuri di non
trovar nessuno che possa importunarci.
--Come farò?...--disse nuovamente la fanciulla, ma poi s'interruppe
impacciata.
--Come farai, che cosa?--domandò Filippo, riprendendole una mano e
accarezzandola.
Era venuto in mente alla ragazza, fra tanti pensieri gravi e terribili,
era venuto anche in mente che non aveva abiti, non biancheria, nulla di
nulla. Fuggita dalla casa col pretesto di salutare un'amica, non
possedeva che gli indumenti dei quali era vestita, e aveva tre lire nel
borsellino.
--Non vuoi dirmi?--incalzò Filippo con la dolcezza di chi prega.
La fanciulla trovò modo di cambiar la frase:
--Ci son negozii a Desenzano?
Filippo capì e si mise a ridere.
--Oh non importa,--disse.
Loredana non osò più insistere e chiedere spiegazioni: non importava, la
sua roba, non contavan nulla i suoi abitini modesti, a parecchi dei
quali aveva dato mano la mamma; non contavan nulla i suoi oggetti
d'abbigliamento, i braccialetti, gli anelli, i pettini per la testa....
Tutto perduto e scomparso per sempre, come la vestaglia bianca! Ella
sospirò e si guardò l'abito nero, che aveva indossato di furia, perchè
capitato prima sotto gli occhi in quell'ora di decisione suprema.
Il treno rallentò la corsa e si fermò.
--San Martino!--gridò un impiegato,--San Martino della Battaglia!...
Filippo stava per additare alla sua amica la torre storica, allorchè lo
sportello fu aperto e un signore attempato salì nello scompartimento.
Era un uomo sui sessant'anni, robusto, acceso in volto, con basette
brizzolate e ancor folti capelli bianchi; gli occhi grigi fissarono un
istante Filippo, e più attentamente la sua compagna, il volto della
quale era sempre celato dal velo.
--Buona sera,--disse Filippo sorridendo.--Vai a Fasano?...
--Oh,--esclamò il signore, mentre stendeva la mano a Filippo.--Non ti
avevo riconosciuto!... Sì, vado in villa, per qualche giorno....
Guardò di nuovo Loredana, facendole un inchino, al quale essa rispose
con un cenno del capo.
--E tu?... Non ti ho mai veduto da queste parti...!
--Un capriccio,--borbottò Filippo impacciato.--Farò una corsa fino a
Riva....
--Bravo, bravo, bravo!--concluse il signore con tutta l'aria di chi non
crede una parola.
E mentre il treno si rimetteva in moto, aperse la valigia e ne trasse un
libro, lanciando un'occhiata sospettosa all'uomo che stava nell'angolo
dello scompartimento e teneva ancora gli occhi chiusi....
Filippo guardò Loredana ed ambedue pensarono che quell'incontro era
noioso, ma senza pericolo. La fanciulla conosceva di vista il signore e
ne aveva udito parlare molto a Venezia.
Zio di Filippo, il conte Roberto Vagli, noiato, stanco, indifferente, si
occupava poco degli affari altrui, e punto di ciò che faceva il nipote.
Egli trovava tutto possibile, tutto giusto, tutto bene, purchè non gli
si desse noia e non lo si disturbasse nelle sue abitudini....
Col libro in mano, un romanzo inglese, si volse ancora a Filippo:
--Ti fermi all'Albergo Reale?--domandò.
--Sì, e riparto domattina.
--Io pure: ma tu partirai col battello delle dieci e venti?
--Sì.
--E io più presto, col legno.
Rassicurata così la coppia, poichè per non disturbare e non essere
disturbato avrebbe dormito a un altro albergo se fosse stato possibile,
il conte Roberto aperse finalmente il libro e si mise a leggere.
Loredana, allora, osò guardarlo un istante con un lieve sorriso. Dalle
poche parole scambiate con Filippo, riconosceva bene l'uomo che Filippo
le aveva così spesso descritto, e sentì una strana gratitudine pel
signore che non si occupava di lei. Forse egli stesso, molti anni
addietro, aveva viaggiato in qualche parte del mondo con una fanciulla;
certo, i suoi amori non erano stati sempre regolari; aveva fatto male e
aveva fatto bene, aveva visto molte cose esotiche, molti paesi lontani,
aveva conosciuto molta gente, ormai dispersa. E non giudicava.
II.
A Desenzano, di piena sera, sul piazzale della stazione, si dovette
aspettare che i bagagli di Filippo fossero caricati.
Il conte Roberto era già salito nell'omnibus dell'albergo; Loredana vi
si era pure rincantucciata, all'angolo opposto; solo Filippo restava
fuori, impaziente, presso la fanciulla.
--Dimmi,--chiese il conte Roberto.--Hai molti bagagli?...
--Cinque bauli, due valigie e tre cappelliere.
--Santo Dio, potevi dirmelo.... Avrei preso una carrozza, per non
rimanere in questo sporco omnibus ad aspettare tanto!
Filippo si mise a ridere.
--Ora vengono, zio!... Eccoli qua.
--Cinque bauli!--ripetè lo zio.--Tu viaggi con gli utensili di
cucina?...
Ma ricordandosi che il nipote non viaggiava solo, si morse le labbra e
si pentì dell'osservazione, che poteva sembrare scortese....
--Sono pesanti!--esclamò poi, udendo sul capo il rimbombo dei bauli
calati sull'imperiale.--Chi sa quante deliziose galanterie!...
E sembrandogli così d'aver rimediato allo sgarbo, non disse più parola.
Quando l'omnibus, traballando sul selciato, si mosse, Loredana si sforzò
di veder qualche cosa, guardando fuori del finestrino, ma la città le
sembrò orribile, soffocata, male illuminata, coi ciottoli che davano al
veicolo sobbalzi continui.
Un senso improvviso di paura le pervase l'animo. Pareva che tutto fosse
finito, che la mamma fosse morta, il sole sprofondato tra la nuvolaglia;
la fanciulla si strinse tacitamente a Filippo, il quale doveva essere
per lei ogni cosa al mondo, e Filippo le prese una mano e la tenne
finchè l'omnibus non entrò sotto l'atrio dell'albergo.
Scesero primi gli amanti; poi il conte Roberto.
--Buona notte, Flopi,--disse il vecchio al nipote: e volgendosi al
direttore dell'albergo, che era accorso salutando, aggiunse:--Questo
vostro omnibus balla come un orso....
--Colpa dei ciottoli, signor conte,--rispose il direttore
sorridendo.--L'omnibus è solido.
--Buona notte, zio!--disse Filippo stringendo la mano al vecchio.
Il conte salutò, inchinandosi, la sconosciuta e scomparve su per la
scala.
Filippo volle due camere comunicanti; ordinò di portar tre bauli in
quella della signora, e due nella sua, e li indicò al facchino.
La camera di Loredana era tappezzata di giallo, coi mobili di damasco
giallo; la zanzariera azzurrastra, scendendo da un baldacchino centrale,
celava tutto il letto. La camera di Filippo era addobbata di stoffa
rossa e disposta identicamente all'altra.
Loredana corse al balcone a guardare il lago, che nella penombra
sembrava infinito; solo, nettamente, si distingueva il fanale rosso del
faro sulla diga.
Ella stava assorta in quella contemplazione, pensando che il paese
sconosciuto era ineffabilmente triste, allorchè udì il passo di Filippo.
Egli aveva aperto i bauli e sorrideva.
--Mi hai chiesto se ci sono negozii a Desenzano,--disse, quando l'amica
gli fu vicina.--Vedi che ho già pensato a tutto? Questo è il baule della
biancheria; gli altri due contengono gli abiti....
La fanciulla si chinò per guardare, ma Filippo le afferrò la testa fra
le mani e le ricoperse il volto di baci.
--Come sei bella!--esclamò.--Non ti vedevo da tanto, con quel velo
misterioso sulla faccia....
Loredana gli rese i baci con un piacere quasi violento, sentendosi
rassicurata da colui che ella s'era abituata a credere più forte, più
audace, più potente, più libero, più sicuro di tutti.... E, l'anima
divenuta a un tratto leggera e aperta, un sorriso sulle labbra, la
giovane s'inginocchiò a terra e sollevando con l'agile mano quel cumulo
di biancheria e di trine, guardò rapidamente come fosse composto il suo
tesoro.
Filippo in piedi osservava la persona snella e pieghevole, la cara testa
dai capelli bruni con bei riflessi dorati e il collo bianchissimo e le
piccole mani.
--Sì, a tutto; hai proprio pensato a tutto!--disse Loredana, alzando gli
occhi a guardare l'amico.--E che cosa è questo?
Ella teneva fra le mani uno scrignetto trovato sul fondo del baule.
--Apri: dev'essere aperto,--disse Filippo.
Loredana mise lo scrigno sul bordo del camino, e aperse. V'erano diversi
astucci e ciascuno conteneva un gioiello: orecchini formati da due
piccole perle, due braccialetti d'oro a catenella con qualche turchese,
e una collana d'oro a maglie piccoline che sosteneva una medaglietta col
motto: «Sempre» da una parte, e dall'altra la data di tre mesi prima: «8
maggio 1893». Poi un anello con una perla nera ed uno con una grossa
turchese....
Filippo aveva voluto che tutto fosse elegante e semplice, i gioielli,
gli abiti e la biancheria, perchè l'amica sentisse d'essere ancora
fanciulla, legata ancora alla sua vita di ieri. Ella parve comprendere
quella cura gentile e sorrise dolcemente.
--Una mamma non avrebbe fatto meglio,--mormorò.
E andava volgendo e rivolgendo sul palmo la collana e la medaglietta con
quella data fatale.
III.
--Data fatale!--ella pensò e disse ad alta voce, senza rammarico.
Poi rapidamente si slacciò il corpetto, passò la catena attorno al
collo, e sorrise. Nessuno, all'infuori di Filippo, doveva veder quella
catena, e nessuno, all'infuori di Loredana e Filippo, sapere e ricordar
quella data.
--Gli abiti li vedremo poi; ora scendiamo a cenare,--disse Filippo.
--E tuo zio?--mormorò la giovane titubando.--Se cena anche lui, mi vedrà
senza velo.
--E rimarrà ammirato,--concluse Filippo.
Cenarono sul terrazzo illuminato da tre lampioni a gas; il lago era
scuro, ma a Loredana pareva meno tetro e misterioso. Sulla strada
innanzi all'albergo non poca gente passava e guardava la coppia, forse
invidiando. Un piccolo gatto bianco e nero, poi un cane pòmero vennero a
corteggiare i forestieri e ad accattar qualche boccone. Le zanzare
attratte dalla luce danzavano intorno al capo dei due amanti.
Durante la cena, Filippo spiegò il programma per l'indomani: dovevano
cercare un piccolo albergo nascosto o una villetta discreta a Salò o a
Maderno o a Gargnano; e veder anche la sponda veronese, dove assai
minore era la probabilità d'incontrar gente, poichè i piroscafi non vi
approdavano.
--La sponda veronese di là dalla penisola di Sirmione: Salò da questa
parte, oltre il capo Manerba....
E Filippo faceva dei gesti in direzione del lago, mentre l'amica sua
sorrideva perchè non riusciva a distinguer nulla.... Ma un gesto restò a
mezzo: era comparso sul terrazzo lo zio Roberto, seguito dal direttore
dell'albergo.
--Se il signor conte permette,--diceva quest'ultimo,--gli servirò io
stesso una cena di suo gusto....
--Sì, roba leggera, ve ne prego!--rispose il conte, sedendo a una delle
tavole di marmo, poco lontano da Filippo.
E vedendo il nipote, come non si fossero lasciati un momento prima, gli
fe' cenno con la mano, salutando:
--Oh, ciao, Flopi!
--Buon appetito, zio!...
Il conte attese che Filippo riprendesse il discorso a bassa voce con la
fanciulla per darle un'occhiata; e la vide bellissima, con quel viso
bianco e fresco e con quei capelli scuri, che due pettini scintillanti
di _strass_ trattenevano a pena. Ma gli parve pure che ella fosse
estremamente giovane, non solo per Filippo che aveva da sei anni
valicato la trentina, ma per chiunque se la fosse portata via senza
passare dal sindaco e dal parroco....
--Che cosa le ha dato da intendere?--pensò il conte Roberto.--Non mi
pare un'oca, e sta ad ascoltarlo come l'oracolo.... Che cosa le ha dato
da intendere, dico io?
Egli si volse udendo uno stropiccìo di passi: ma mentre s'aspettava di
vedersi posta innanzi la prima vivanda, scorse invece il cameriere che
gli tendeva un telegramma sopra un piatto....
--Un telegramma per me?--disse stupito.
Filippo troncò il discorso con Loredana e guardò lo zio, che apriva il
telegramma. Il conte Roberto lo lesse un paio di volte e se lo mise in
tasca senza dir verbo e senza più volger l'occhio al nipote.
Ma cenò di malavoglia, scoperse che il Bardolino non aveva un bel colore
e acchiappò con le mani un paio di zanzare che gli ronzavan troppo da
vicino.
Loredana s'era ormai alzata da tavola e rientrava; passando presso il
conte Roberto abbassò il capo. Filippo la seguiva.
--Ascolta,--disse il conte Roberto,--verrai quest'anno a San Martino a
veder la Torre? La inauguriamo a ottobre....
Ma non appena s'accorse che la fanciulla era scomparsa, mutò voce:
--La mamma chiede tue notizie,--disse.--Come la facciamo?
--La mamma?--ripetè Filippo sbalordito.--Che mamma?
--Tua madre, mia cognata, la contessa Vagli, quella che ti ha dato alla
luce, bontà sua!--esclamò lo zio Roberto irritandosi.
--E come può sapere che noi siamo qui?
--Chi, _noi_? Quanto a me, lo sapeva, perchè gliel'ho scritto. Quanto a
te, avrai fatto le cose con la testa nel sacco. To' guarda!
E il conte Roberto levò da una tasca e mise sotto gli occhi di Filippo
il telegramma:
«Flopi partito oggi constami trovarsi sul lago. Se incontri avvertilo
domani denunzieranlo Procura Re.--Bianca».
Filippo gettò il foglio giallino sulla tavola e non disse nulla.
--Mi pare, insomma,--concluse lo zio,--che non tiri vento propizio per
te da queste parti.... Io tornerei indietro....
--Indietro?--esclamò Filippo.--E dove? A Venezia?
--Se preferisci che ti denunzino al Procuratore del Re, è un altro
conto.
--Ma perchè mi denunzierebbero?
Il conte Roberto alzò le spalle.
--E me lo domandi, tu che sei avvocato? La tua compagna di viaggio è una
bambina; ti denunzieranno per corruzione, per seduzione, che so io? per
ratto....
E ricordando la famosa _grida_ citata dal Manzoni, aggiunse con voce
tranquillamente allegra:
--«Per rapto de dona honesta».
--Non faranno niente,--disse Filippo.--In ogni modo, ci penserò....
--Bravo, pensaci! Il Procuratore del Re penserà anche lui a modo suo: e
quella disgraziata tua madre si divertirà un mondo, fra due pensatori di
questo genere....
Il conte Roberto si guardò intorno, poi seguitò con voce più cauta:
--E chi è quella ragazza?
--Lo hai detto: una bambina, che amo pazzamente, che mi ama, e che
voglio tener con me.
--Ma non ha più di sedici anni....
--Diciotto....
--Son sempre pochi. E ha il padre, i fratelli, una famiglia?
--Non ha che la madre.
--La vuol tenere con sè,--mormorò il conte Roberto, come ripensando alla
frase del nipote.--O che cosa significa questo?
--Vedremo più tardi,--disse brevemente Filippo.
--È di modesta nascita?--riprese lo zio.
--Di modestissima nascita. Con una madre che l'adora, e che è troppo
debole, troppo ingenua, troppo facile a credere, la poveretta si sarebbe
perduta....
Il conte Roberto interruppe passandosi la mano tra i capelli bianchi,
con un gesto di comico stupore.
--E tu la salvi,--disse poi,--menandola a passeggio sul lago di Garda?
--Chi sa?--rispose ancora brevemente Filippo.
Il direttore dell'albergo ricomparve e i due uomini tacquero.
--Buona, la vostra cena,--gli disse il conte Roberto.--Ma il Bardolino
non aveva un bel colore. E poi dovete cambiar posto alle scuderie: il
puzzo di lettiera e di fieno vi ammorba tutto l'albergo.
--Il signor conte ha ragione,--assentì il direttore.--Vedremo più
tardi!
--Vedrà più tardi, anche lui!--borbottò Roberto fra i denti.
Si alzò da tavola e s'appoggiò al braccio di Filippo ch'era rimasto
pensieroso innanzi al vecchio. Il conte Roberto era più alto e più
tarchiato del nipote; Filippo aveva statura media, capelli neri e lisci;
gli occhi chiari dallo sguardo rapido e vivo dicevano un'anima
irrequieta e audace; ma il colorito del volto che intorno agli occhi
pareva quasi grigio e certe rughe sottili ricordavano una vita di
tempeste e di disordini. L'uomo di sessant'anni, col volto acceso e i
capelli bianchissimi, dava più grata impressione di freschezza, o avesse
goduto e sofferto meno, o avesse sortito una tempra meno sensibile.
Roberto e Filippo salirono le scale fino al primo piano; innanzi
all'uscio della sua camera, lo zio disse a bassa voce:
--Arrivederci. Io parto domattina presto. Pensa a quello che fai;
comunque vada a finire, mi sembra una corbelleria, perchè io credo che
l'uomo non è monogamo.
--Grazie. E... scusami, che cosa scriverai alla mamma?
Il conte Roberto alzò bruscamente le spalle e sparì nella sua camera
senza rispondere.
IV.
--Perdonami, cara,--disse Filippo entrando e avvicinandosi a Loredana,
che scriveva, seduta innanzi a un tavolino.--Mi ha data una lezione di
storia: la torre, la battaglia, i quadri con gli episodii più
importanti.... Un quadro rappresenta anche lui, che a quei tempi era
tenente di cavalleria e si è battuto a San Martino.... E tu, che hai
fatto?
Loredana scriveva a sua madre una lettera felice e disperata, piena
d'umiltà e di carezze. Filippo vide che gli occhi dell'amica erano
umidi.
--Amore mio,--disse, chinandosi a guardare,--se tu adoperi la carta
dell'albergo con la veduta del lago, di Desenzano, dei piroscafi, e il
nome del proprietario e l'indirizzo, tanto vale chiamar qui la mamma e
il Procuratore del Re.
Si morse le labbra, ma ormai troppo tardi: Loredana lo fissava
corrucciata e pallida.
--La mamma e il Procuratore del Re?--disse.--Che cosa significa?
--Nulla, proprio nulla, ti assicuro,--rispose Filippo, accarezzandole
lievemente i capelli.
--Che cosa volevi dire?--incalzò la fanciulla.--Come ti son venute
queste idee?
--Volevo dire che non dobbiamo trascurare ogni precauzione e che le
imprudenze potrebbero recarci qualche noia.
Loredana prese il foglio di carta già coperto di scrittura diritta e
uguale, lo fece in pezzi minuti e li gettò a terra.
Filippo conosceva da tempo l'anima sdegnosa e taciturna della fanciulla.
Non pareva fosse nata da piccola gente operosa (il padre era stato
mercante di stoffe a Rialto); ma la sensibilità intellettuale,
l'intelligenza acuta, la rapida intuizione e sopra tutto un orgoglio e
un coraggio più pronti all'azione che alla parola, facevan pensare a
un'origine aristocratica, a un atavismo imperioso, a un ambiente
squisito. E tuttavia, ella ora così carezzevolmente e voluttuosamente
femmina, così sommessa a chi sapeva guidarla, che Filippo non ricordava
d'aver conosciuto una donna più varia d'atteggiamenti e più degna
d'amore.
Da tre anni ella si recava a villeggiare con la madre a San Donà, in una
villetta confinante coi poderi dei conti Vagli; e così Filippo le era
diventato amico, senza sognare che un giorno egli, a tanta distanza
d'età, avrebbe avuto bisogno di quella giovanetta, allora tuttavia con
le sottane corte e coi capelli sciolti, che le scendevan per le spalle.
Egli le aveva raccontato molti fatti della sua vita, che gli amici più
intimi di lui ignoravano; e senza amarlo, ella ne sentiva la protezione
e la forza. Quand'egli partiva o da San Donà o da Venezia per qualche
viaggio, una tetra malinconia le piombava sul cuore. Ella trovava in lui
i modi, le forme, la perizia di vita, che scarseggiavano o mancavano
interamente fra le persone le quali frequentavano la casa della mamma,
piccole borghesi che con l'instancabile chiacchierìo la inviperivano e
l'allontanavano.
In tre anni, la bambina s'era fatta una giovane bella, della fresca e
molle bellezza veneziana, e a Filippo piaceva. Ma anch'egli non l'amava;
era la piccola amica....
La piccola amica! Quante volte, sprofondato tra i cuscini della gondola
silenziosa, o seduto in un salotto a fianco d'una dama, o in un palco
della Fenice tra la luce dorata e lo scintillìo dei diamanti, Filippo
Vagli aveva pensato alla piccola amica, che dormiva tranquillamente
nella casetta bianca sul campiello muto! E rideva dentro di sè,
chiedendosi che cosa avrebbero detto quelle patrizie, le amiche
officiali, se avessero conosciuto l'umile sua confidente, colei che
sapeva farlo sorridere, sapeva parlare come a lui piaceva, sapeva
ascoltare e discutere.
In quei tre anni egli aveva avuto più d'una amante; e la voce, per i
meandri molteplici del pettegolezzo veneziano, esagerato ed innocuo, era
giunta fino all'orecchio di Loredana, la quale non capiva se quei
racconti le facevan piacere o se l'angustiavano; ma intanto si studiava
d'osservare le donne che la voce popolare additava quali amanti di
Filippo, per vedere s'eran belle, se vestivan bene, se non erano indegne
di lui.
Osò parlarne con Filippo, che ne rise.
--Stia attenta,--egli le disse,--e vedrà che ogni mese e fors'anco di
quindici in quindici giorni il nome della mia amante cambia. Son
discorsi di sfaccendati, i quali mi rendono il favore di sviar la
curiosità dietro mille tracce, e non si sono ancora avveduti che io
passo tanto tempo vicino a lei.
--Non ha amanti, allora?--chiese Loredana.
Essi parlavan di sera, nel tinello; una sera a metà gennaio del 1893.
Spesse volte si trovavan così quasi soli, perchè la mamma, con la
fiduciosa ospitalità veneziana accresciuta dalla stima ch'ella aveva per
la figlia, non vigilava i loro discorsi e stava innanzi alla finestra
della saletta a centellare la ventesima tazza di caffè.
E quella domanda, la quale sarebbe parsa ardita e sconveniente per
un'altra fanciulla, ai due amici sembrò così naturale, che si stupirono
di non aver mai parlato d'un argomento che si prestava a tante
confidenze.
--No, non ho amanti,--rispose Filippo.
Loredana si mise a ridere.
--Neanche la contessa Fausta di Montegalda?--domandò maliziosamente, e
soggiunse:--Fausta! Che bel nome!
--Toccato!--pensò Filippo. Quindi rispose:--No!
--Eppure, si ricorda quella sera che andai alla Fenice l'inverno scorso,
con la mamma e gli zii? Lei era nel palco della Montegalda, che aveva un
così bel diadema di brillanti sui capelli neri; e qualcuno mi disse che
lei era innamorato della contessa. Io guardai attentamente e capii che
avevano ragione.
--In ogni caso,--osservò Filippo,--tra innamorato e amante v'è un
abisso.
--Oh sicuro!--esclamò Loredana con gravità comica.--Un abisso!... E lei,
tanto timido, si spaventa degli abissi....
La fanciulla rise e Filippo la guardò. Non gli era mai parsa così
bambina come in quell'ora, e tutta fresca, con la bocca sinuosa e
ardente appena ombreggiata da una lievissima pelurie sul labbro
superiore; e la luce che veniva dai grandi occhi scuri gli sembrò più
vivida del consueto.
Prima ancora di riflettere, si chinò e baciò quegli occhi e quella
bocca, mentre Loredana abbassava la testa, attonita e sommessa.
--Ciò che egli fa, è ben fatto!--ella pensò.--Ciò che egli fa, si può
fare!
Loredana pensava in tal maniera, pure senza amare Filippo, e Filippo la
baciava senza amarla. Ma ambedue con ogni sforzo avrebbero difeso quella
loro strana amicizia, perchè sentivano l'un per l'altra una fiducia, che
nessuno al mondo aveva mai loro ispirato.
Fu in quello stesso mese di gennaio che Filippo trovò un giorno la
casetta in festa. Era l'onomastico della mamma e v'eran due o tre
famiglie, recatesi a portar dolci e augurii alla buona donna. Intorno a
Loredana, tutta vestita di rosa e lievemente scollata, stavano altre
fanciulle, e alcuni giovanotti scherzavano con la piccola amica di
Filippo, la quale rideva e si scaldava presso il caminetto, avanzando i
piedini con una mossa non priva di civetteria.
Filippo guatò lo spettacolo. Tra quei giovani, uno fermò specialmente la
sua attenzione, un biondo con occhi cerulei; si chiamava Adolfo
Gianella, era impiegato in una banca e possedeva qualche po' di terra in
provincia di Vicenza. Parlava poco, vigilava gli amici, ascoltava,
serrando le labbra, i madrigali ch'essi rivolgevano alla giovinetta; e
sopra tutto, pareva noiato e diffidente per la presenza di Filippo. Egli
stava presso il caminetto, in piedi, di fronte a Loredana; e v'era nel
suo atteggiamento muto un significato di padronanza e di protezione, che
svelava in lui il fidanzato o almeno l'innamorato serio. Dai suoi occhi
si sprigionò più d'una volta qualche occhiata cupida al collo bianco e
perfetto di Loredana. Il contegno di Adolfo Gianella divenne a poco a
poco tanto chiaro, che i suoi compagni smisero di corteggiare quella e
si volsero alle altre ragazze.
Filippo se ne andò, con un male in cuore, con una rabbia, con
un'angoscia, che lo stupivano e lo facevano tremare.
Entrò nel salotto della contessa di Montegalda e parve distratto tutto
il tempo che vi rimase. Fausta gli passò vicino, gli fece un lieve cenno
di seguirla e quando furono nella sala da ballo, deserta, gli chiese:
--Che cosa avete, Flopi?
--Mi fa male il cuore!--egli rispose.
--Male?--ripetè Fausta.--Un male fisico?
--Fisico. Un aneurisma,--disse Filippo sbadatamente.
--Mio Dio!--esclamò la contessa con voce soffocata.--Siete pazzo? Di
aneurisma si può morire!
--Si può morire di tutto, amica, mia!--concluse Filippo.
La giovane voleva insistere, chiedere quali cure facesse, ma Filippo le
lanciò un'occhiata stranamente beffarda, e rientrò nel salotto, dove si
intavolava una partita di _boston_.
Egli aveva bisogno di sapere, e tuttavia stette parecchi giorni senza
recarsi a trovar le signore De Carolis. La comparsa di quel giovanotto
biondo con gli occhi cerulei gli aveva fatto sentire che un giorno
Loredana gli sarebbe stata tolta per sempre e ch'egli non avrebbe potuto
nulla per impedire una cosa tanto semplice e tanto grave, poichè non
aveva intenzione di sposare la fanciulla, d'affrontare una lotta con la
propria famiglia, con la madre, con le sorelle e coi cognati....
Loredana avrebbe appartenuto ad Adolfo Gianella, impiegato di banca e
piccolo possidente.
Fausta di Montegalda conobbe in quei giorni molte amarezze; Filippo era
irascibile e pareva che il fasto e l'eleganza della giovane signora lo
irritassero, quando per l'addietro gli erano stati tanto cari. In un
convegno, egli sbadigliò più d'una volta, mentre Fausta gli esponeva,
come nei primi tempi del loro amore, i progetti per la primavera, per
l'estate, per l'autunno, tutto un programma di divertimenti, studiato in
modo da non dover vivere troppo lontani l'uno dall'altra.
Quello stesso giorno, Filippo incontrò in Piazza, sotto le Procuratie
Nuove, Loredana che camminava frettolosa, di ritorno dall'aver fatto
alcune compere. Egli la salutò e tirò dritto, perchè evitava di farsi
vedere dagli amici con una fanciulla, ch'essi non conoscevano e che non
apparteneva al loro «mondo»; il quale era un gruppo di men che duecento
persone. Ma tornò presto indietro, e corse a casa delle De Carolis.
Loredana era molto impacciata; Filippo era freddo e pieno di rabbia.
Anche il fatto, punto nuovo, d'averla trovata sola per istrada, gli
faceva dispiacere, sebbene non avesse mai ignorato che la signora De
Carolis permetteva alla figlia, come del resto usavan tutte le sue
amiche, di uscire sola a far compere o di andare sola a far visita alle
conoscenti.
Infine, per togliere quell'ombra che s'addensava tra di loro, la
fanciulla raccontò a Filippo che l'avevano fidanzata, da un mese circa,
ad Adolfo Gianella.
--Le piace?--domandò Filippo.
--No, per niente.
--Le pare che sarà felice con lui?
--Ne dubito molto.
--E allora?
Allora? La mamma aveva consigliato così; la famiglia Gianella era
contenta; Adolfo era innamorato e minacciava d'uccidersi e di uccidere,
se Loredana non fosse stata sua. Poi, che cosa poteva fare ella al
mondo? Adolfo era un giovane onesto, in buona posizione, e le voleva
bene davvero.... Ella s'era rassegnata e il fidanzamento era avvenuto.
--Senza dirmi nulla!--interruppe Filippo.
--Non osavo,--confessò la fanciulla, guardando l'amico a occhi
socchiusi, tra le lunghe ciglia.--Del resto, che cosa poteva importare
a lei? Lei non si occupa di queste piccole miserie.
Filippo non rispose, ma disse a se medesimo, che infatti egli non poteva
e non doveva occuparsi dell'avvenire di Loredana, poichè non voleva
toglierla ad Adolfo e sposarsela lui.
--Tutto ciò che la riguarda m'interessa,--osservò.--La mia amicizia
aveva qualche diritto.
La fanciulla chinò il capo e non rispose. Una sofferenza nuova sorgeva
nel suo cuore per quell'interrogatorio. Aveva qualche diritto, Filippo?
E allora anche lei aveva qualche diritto, e pur tuttavia Filippo le
aveva sempre taciuto, anzi le aveva sempre negato quell'amore per la
contessa di Montegalda, del quale si parlava ormai con sicurezza in
città.
La madre sopravvenne, e mostrò a Loredana i campioni di alcune stoffe
per gli abiti della fanciulla. Filippo volle sceglierne due egli stesso,
ma la signora De Carolis osservò ch'eran troppo cari; bisognò
contentarsi dei più semplici, che a Filippo sembrarono anche molto
brutti. Egli comparò mentalmente la vita modesta, quasi povera della sua
piccola amica col lusso onde si circondava Fausta; e fu intenerito,
ricordando che Loredana non si lagnava mai, non badava a quei
particolari meschini, non invidiava nessuno.
Fausta sarebbe rimasta intontita se avesse potuto sapere che la povertà
di Loredana era più gradita a Filippo che non l'eleganza di lei.
Una sera a pranzo dalla contessa Lombardi, Filippo s'irritò sordamente
incontrando Fausta gemmata come un idolo, coperta di merletti preziosi,
superba. C'era il marito, il conte Ettore di Montegalda, e Filippo non
potè subito dire a Fausta qualche parola crudele; ma non gliene mancò
l'occasione durante la serata; e ripensando ai campioni delle stoffe per
gli abitini di Loredana, sentì il bisogno di criticare l'abbigliamento
di Fausta, con tanta ingiustizia, che la contessa ne rimase stupefatta.
--Via, via,--ella disse, sforzandosi a ridere,--voi non potete giudicar
di queste cose!
--Voi, piuttosto, non potete dare un giudizio di nulla e di
nessuno!--rimbeccò Filippo.--Credete di vivere, e siete tanto lontana
dalla vita quanto la terra dal sole!
Fausta aveva l'abitudine di comandare, d'imperare sempre e dovunque. Era
bella, alta, formosa, coi capelli nerissimi e gli occhi azzurri; gli
uomini la desideravano, le amiche ne tolleravano il potere, il marito ne
era orgoglioso senza mai aver pensato ad amarla.... Sentendosi, per la
prima volta dacchè viveva, così umiliata e torturata da Filippo Vagli,
ella ne provava un dolore inesprimibile, e invece di ribellarsi, a poco
a poco era tratta a soggiacere a quella forma di dominio non mai
provata. Se un giorno ella aveva amato Filippo tepidamente, lasciandosi
prendere per accidia e per noia, ora la rudezza insospettata
dell'amante, la prepotenza che si tramutava qualche volta in sarcasmo,
la soggiogavano; e temeva di perderlo, e si chiedeva ansiosa se quella
irascibilità, quella voglia di tormentare non fossero i sintomi della
stanchezza; e divenendo umile, moltiplicava le cure gentili per
l'innamorato, cercava di farsi piccola e buona.
Ma ella era ormai condannata a scontare ciò che Filippo soffriva per
Loredana; ogni episodio triste o increscioso dell'amicizia tra la
fanciulla e il conte Vagli si ripercuoteva nell'amore tra il conte Vagli
e Fausta; la quale non capiva, non sapeva darsi ragione, non sospettava
menomamente la causa di quella mutazione improvvisa, e cominciava a
credere che Filippo fosse malato davvero, seriamente, più di quanto egli
aveva detto.
--Quel suo fidanzato è molto antipatico!--disse un giorno Filippo a
Loredana.--Perchè mi guarda sempre di sottecchi, e scappa appena giungo
io? Non potrebbe trattare da persona educata?
Adolfo Gianella voleva togliere di mezzo Filippo: la presenza di
quest'ultimo, le sue cortesie e la sua assiduità presso una fanciulla
dalla quale non doveva sperar niente, gli sembravano strane e sospette.
--È il mio amico!--aveva risposto Loredana alle insistenze del
fidanzato.--È il solo amico che io abbia: mi vuol bene come un fratello.
Perchè devo fargli uno sgarbo e mandarlo via, dopo tre anni d'amicizia
onesta?
Adolfo non capiva. Un conte, un libertino, un pessimo soggetto, preso da
sentimento purissimo per una giovinetta di diciotto anni, bella e
povera? Non aveva mai udito raccontar nulla di simile. Ed essa, fredda e
testarda, continuava a ripetere ch'era l'amico, e che non lo avrebbe
mandato via, e che Adolfo non doveva pensar male.
Ogni giorno si tornava daccapo; il carattere passionale d'Adolfo
s'accendeva e s'inveleniva; il giovane avrebbe voluto che la signora De
Carolis intervenisse a favore di lui, ma la mamma giudicava con la testa
della figlia, e non ricordava nemmeno di averla rimproverata una volta
in diciotto anni. Anzi, vedendo che la figlia era triste, anche la
signora De Carolis cominciava a pensare, senza avere il coraggio di
dirlo, che Adolfo era brutale; e si pentiva d'avere accolta e favorita
la proposta della famiglia Gianella, che voleva unire i due giovani. Non
si poteva negarlo: la pace della casetta bianca era stata turbata da
Adolfo Gianella; Loredana, sempre allegra, aveva mutato carattere per
colpa di lui; egli, geloso, inquieto, pieno di sospetto, guardava tutti
in cagnesco, non voleva che si andasse a teatro, s'irritava per la
spensieratezza di Loredana, l'offendeva con incessanti osservazioni,
pretendeva ch'ella fosse già grave e prudente come una madre di
famiglia, e infine, anche nei momenti buoni, era querulo e noioso,
pedante e meschino.
Per quel contrasto incessante, la fanciulla era accasciata; e più d'una
volta Filippo la trovò con gli occhi rossi e gonfi.
--Non bisogna sposarlo, sa?--egli diceva recisamente.--È un matrimonio
impossibile. Che cosa farà quel ragazzo quando sarà suo marito e avrà i
diritti più stupidi e più antipatici? Vuole che parli io con la mamma?
La fanciulla non aveva il coraggio di togliersi da quella situazione
tormentosa: tutta la famiglia Gianella, madre, padre, zii, cugini di
Adolfo, le stavano attorno, magnificando le virtù del giovane, facendo
disegni per l'avvenire, dimostrandosi tanto sicuri, tanto lieti per quel
matrimonio singolarmente felice, che Loredana soffocava e taceva. Ma non
si sarebbe potuto trovare un uomo il quale fosse più di Adolfo incapace
di comprenderla, tanto che essa, buona con tutti, era sempre con lui
irritata, nervosa, dolente.
Da ultimo egli voleva anche legger le lettere ch'ella riceveva dalle
amiche, delle quali non si fidava punto; una mattina, mentr'egli s'era
recato a dare il buon giorno alla fidanzata, sopravvenne il
portalettere, e Adolfo s'impadronì della posta, aperse la lettera d'una
ragazza che scriveva a Loredana da un paese della provincia, domandò
notizie delle persone ch'eranvi ricordate, e finì col mettersi la
lettera in tasca.
Quando giunse Filippo verso sera, la fanciulla vibrava ancora tutta di
sdegno e d'ira; raccontò ogni cosa all'amico, anche quel che aveva
taciuto fino a quel giorno, le angherie, le taccagnerie, la diffidenza
oltraggiosa, la gelosia irragionevole, la presunzione di Adolfo.
--Non lo voglio, non lo voglio, non lo voglio!--esclamava con gli occhi
sfavillanti di rabbia.--Qualunque cosa piuttosto di questo matrimonio!
Mai, mai, mai!
Filippo aveva ascoltato in silenzio, guardando il pavimento a piastrelle
bianche e rosse e segnando col piede il ritmo d'una marcia.
A un tratto sollevò il capo, afferrò le mani dell'amica, e chiese:
--Vuole venire con me?
La fanciulla non capì subito.
--Dove?--ella domandò.
--Via, lontano, fuori di Venezia, per sempre!--incalzò Filippo.
--Fuggire? Fuggire con lei?--ella disse sottovoce, già tremando senza
saperne la ragione.
--Mi ascolti,--mormorò Filippo.
Andò fino al limitare della saletta, vide che la mamma leggeva
attentamente un libro mal rilegato, e continuò, tornando presso
Loredana:
--Quella che noi chiamiamo amicizia, non è che amore. Se n'è accorta?
Essa, ferma e fissa, con gli occhi spalancati, non rispose.
--Me ne sono accorto io,--proseguì Filippo.--So che ti amo, sento che ti
amo, sento che noi possiamo essere felici. Io non posso sposarti;
capiscimi bene, non posso sposarti perchè tutta la mia famiglia ci
darebbe tali e tanti dispiaceri, che, in confronto, ciò che hai sofferto
finora ti sembrerebbe una gioia. Sono ignoranti, caparbii e feroci....
Ma ti offro lo stesso il mio amore e la mia vita.... Anch'io sono
stanco; anch'io non posso più trascinare questa esistenza tormentosa e
inutile. Dimmi che accetti, e saremo felici.... Partiremo subito....
Loredana tolse le mani dalle mani di Filippo e si alzò in piedi: fece
alcuni passi come per uscir dalla camera, ma si fermò e si addossò al
muro; piangeva in silenzio e le lagrime le scendevan giù per le guance.
Filippo le si avvicinò di nuovo. Era pallido e la sua voce tremava.
Disse:
--Sei offesa?
Ella negò con un movimento del capo.
--Allora non mi ami d'amore, come ti amo io?
La risposta non venne. Loredana guardava l'amico attraverso il velo
delle lagrime. Egli fece un passo come per allontanarsi, ma la
fanciulla, rapidamente, istintivamente lo trattenne con un gesto.
--Sì, l'amo anch'io,--ella mormorò sottovoce.
Filippo l'afferrò per il busto e la baciò sulla bocca.
--Pensaci,--disse.--Pensa che saremo tanto felici.... La mamma
perdonerà. Ti vuol troppo bene per condannarti. Capirà che tu avevi il
diritto di vivere, di sottrarti a un avvenire spaventoso. Tu saprai
farti perdonare, non è vero? poichè conosci la strada per giungere al
cuore della mamma! Dimmi che accetti, e partiremo subito....
Essa, sempre addossata al muro, sempre immobile, con gli occhi pieni di
lagrime, non rispondeva. Ma una scampanellata fece sussultare lei e
Filippo.
La fanciulla s'asciugò prestamente gli occhi, e corse nella saletta.
--Dev'essere Adolfo,--ella disse alla mamma.--Io ho l'emicrania, non
voglio vederlo, mi chiudo nella mia camera!
La mamma sospirò e alzò lo sguardo al soffitto. Loredana tornò da
Filippo, gli strinse le mani, mentr'egli la baciava ancora sulla bocca.
--Pensaci!--ripetè Filippo.
Ella fece un gesto vago e scomparve, per chiudersi nella sua cameretta.
Adolfo Gianella saliva le scale, e Filippo udendone il passo, diceva con
la signora De Carolis:
--Mi dispiace molto che la signorina sia indisposta; spero non sarà
nulla....
--È malata?--chiese Adolfo sopraggiungendo e salutando Filippo con un
saluto freddo e un'occhiata di sbieco.--Dov'è stata iersera? Avrà preso
freddo, o avrà mangiato qualche cosa d'indigesto....
Filippo se ne andò subito, e senza volerlo si disse, ridendo dentro:
--Tu, dovrai mangiare fra poco qualche cosa d'indigesto!...
Ripensò, quella notte, all'idea della fuga, balenatagli così di repente;
e più vi pensava e più gli pareva buona. La signora De Carolis non
avrebbe osato nulla contro la figlia adorata; Adolfo avrebbe trovato una
consolazione nel pensiero che una fanciulla capace di scappar col conte
Vagli non era degna di lui.... Infine, la cosa si sarebbe saputa da
pochi, malamente, e si sarebbe sminuita, polverizzata per così dire, nel
classico pettegolezzo veneziano. Filippo trovava l'onestà della sua
disonestà; amava Loredana; sentiva che le sarebbe stato fedele, che
l'avrebbe fatta contenta, ch'ella non avrebbe sofferto, e poichè di
matrimonio era assurdo parlare a causa dell'opposizione formidabile che
avrebbe trovato in famiglia, la fuga, una fuga prudente, senza troppo
scandalo, senza chiasso, metteva termine a una situazione insopportabile
per lui e per la piccola amica.
Gli venne anche il pensiero di Fausta; ma la disgraziata donna s'era in
quel periodo di tempo totalmente perduta agli occhi di lui, pel suo
strano contegno d'umiltà, nel quale egli non capiva nulla. Egli pensava
con rammarico alla devozione della sua amante: Fausta non era fatta per
obbedire, per tacere, per soffrire; ogni donna ha il suo fascino e il
suo destino. L'asservimento aveva smorzato la bella fiamma di quegli
occhi cilestri e tolto al viso il colorito della fresca giovinezza.
--È veramente doloroso,--pensava Filippo,--ch'io non possa amarla!
A poco a poco, ribadita dal conte, l'idea della fuga conquistava anche
Loredana; nulla pareva più dolce che la vita con Filippo, e la fanciulla
non trovava termini di paragone se non nella paura di quel matrimonio.
Adolfo aveva svelato un nuovo difetto, insolito in un giovane:
l'avarizia. Egli spiegava certe sue miserabili economie con la necessità
di aver denaro pel giorno degli sponsali, d'aver molto denaro per far
bella figura; ma la fidanzata gli credeva poco, e notava, senza volerlo,
quasi arrossendo, che intanto lo spirito gretto di lui si rivelava nei
regalucci ch'egli le faceva e che sarebbero rimasti in casa a fare non
bella, ma triste figura. Egli anche--aveva scoperto Loredana, ormai
maestra di scoperte incresciose--egli mangiava troppo, ingordamente,
magnificando la bontà delle salse e dei sughi. La madre sua si beava
vedendolo così allegro, con un appetito quasi insaziabile; e Loredana,
per non odiare l'uno e l'altra, inventava un'emicrania ogni qualvolta la
signora Gianella l'invitava a pranzo.
Sui primi di maggio, quando la ragazza pensava di farsi qualche abitino
nuovo e di comperarsi qualche piccolo oggetto d'eleganza, Adolfo decretò
che gli abiti e i cappelli dell'anno precedente, ritoccati qua e là,
potevano servire ancora; e la petulanza del fidanzato le sembrò tanto
grave, che senza ribatter verbo, ella si ritirò nella sua camera e vi
restò fin che Adolfo non se ne fu andato.
Ma egli giudicava quei malumori con la presunzione di un esperto
conoscitore di donne, sorridendo e aspettando che la bufera si calmasse.
Era ben lungi dall'imaginare che proprio quel giorno, otto maggio,
qualche cosa di terribile e d'irreparabile doveva avvenire nella vita di
Loredana.
Sua madre l'aveva lasciata sola in casa, dopo la visita di Adolfo; la
donna di servizio era andata alla stazione a incontrare il fidanzato che
giungeva a Venezia per passarvi alcuni giorni di vacanza. Loredana non
doveva aprire ad alcuno e stava nella sua camera, sdraiata sul
lettuccio, leggendo un romanzo. Verso le quattro udì una scampanellata;
corse al balcone, vide Filippo, e la tentazione fu troppo forte: andò
subito a tirare il cordone e la porta si spalancò innanzi al conte, che
credeva di trovar la fanciulla con la mamma.
Quando seppe ch'era sola, egli la guardò in silenzio ed ella guardò lui;
le loro bocche si unirono e così, dopo tre anni, la piccola amica
diventò la piccola amante.
Quella medesima sera, la fanciulla andò a teatro con la madre e un'altra
signora. Aveva il suo abitino rosa lievemente scollato e un cappellino
di paglia rossa a tricorno, sotto il quale i capelli parevan più bruni e
i riflessi più dorati. Ella stava attentissima alla rappresentazione,
«L'amore ricama», una commedia francese in tre atti; teneva gli occhi
fissi alla scena, la bocca dalle labbra purpuree un poco schiusa.
Filippo la vide e fu colpito da quell'atteggiamento ingenuo, quasi
infantile, come se un'altra anima, la vera anima della giovinezza
indifesa, si fosse sovrapposta a quella ch'egli conosceva. Sentì il
rimorso per ciò che aveva osato poche ore innanzi, nella cecità della
passione e dell'egoismo.
Ma l'atto finiva e parecchi spettatori alzandosi e volgendosi guardavano
la fanciulla con ammirazione.
--Imbecilli!--mormorò Filippo, guardando a sua volta Loredana,
sorridente e bianca sul fondo scuro del palchetto.--È mia!
E la certezza di quell'amore tacito e misterioso, pericoloso e crudele,
potè meglio d'ogni altro pensiero. Filippo stette un istante a fissar
la folla in platea, la quale, ammirando la piccola amante non osava
sospettare ch'ella conoscesse già i baci, tutti i baci d'un uomo; e la
stupidità della moltitudine non gli sembrò mai più amena.
Due mesi eran passati da quel giorno indimenticabile, quando, sui primi
di luglio, Loredana si decise, e abbandonò la casetta bianca sul
campiello solitario per seguire Filippo Vagli.
V
La mattina dopo l'arrivo a Desenzano, Loredana corse al balcone
dell'albergo e vide sotto il sole fastoso scintillare il lago di
cobalto. Lontano, a levante, un piccolo paese si spingeva per una lingua
di terra molto innanzi nell'acqua.
--Andremo laggiù,--disse tra di sè, contenta di vedere paesaggi nuovi,
ella che non si era mai allontanata da Venezia se non per pochi
chilometri.
Il colore del lago, così azzurro da dare quasi all'acqua una densità
materiale, era mirabile. La fanciulla, abituata alle trasparenze leggere
della laguna, ne restò meravigliata e sentì come un piacere intenso per
quella vita liquida che si stendeva ampiamente sotto i suoi occhi.
Filippo bussò discretamente all'uscio ed entrò.
--Amore mio, come sei elegante!--disse.
Loredana vestiva tutta di bianco, con una cintura bianca e lo scarpe
bianche, e sorrideva all'amico, il quale era superbo della sua candida
bellezza.
--Ogni cosa fatta a pennello!--dichiarò Loredana, indicando l'abito; e
soggiunse, dopo una lieve esitazione:--Tu mi portavi con te, nella tua
mente, quando ordinavi i miei abiti!
Ma il pensiero non le si era presentato così; era stato piuttosto un
senso di molestia per quella strana perizia dell'amico suo, la quale
svelava una lunga e costante dimestichezza con le donne, una singolare
esperienza d'anime e di corpi femminili. Nulla a lei importava di ciò
che era finito ieri: ma domani?
Ella disse, attirando Filippo sul balcone:
--Vedi, laggiù? Quel paese che si spinge nel lago? Là, vuoi andare?
--No,--rispose Filippo.--Quello è Sirmione; noi andremo a Maderno o a
Gargnano o più oltre, nel Trentino, a Riva....
--Che peccato! Dev'essere molto bello, laggiù.
--Vuoi? Se ti piace, io non ho nulla in contrario. Farà molto caldo,
ecco tutto. Sirmione è grazioso. Manderemo a vedere se vi sono
alloggi....
Mandarono a vedere; partì un uomo dell'albergo con la vettura; tornò
dopo colazione. V'erano alloggi, modesti ma puliti, nell'unica trattoria
del paese; si poteva tentare....
La cosa piacque molto a Loredana. In quel tempo, Sirmione non vantava
ancora alcun grande albergo nè uno stabilimento di bagni. Vi arrivavano
di tanto in tanto gli escursionisti, quasi tutti tedeschi, a visitar le
grotte leggendarie di Catullo; mangiavano, ammiravano, ripartivano. Il
piroscafo v'approdava una volta al giorno, se il tempo non era cattivo.
Tutto questo, raccontato dal direttore dell'Albergo Reale, accese la
fantasia della ragazza, che già pensava di vivere più anni in quella
penisoletta con Filippo, lontani dal mondo e pur vicini, obliati e
felici....
Nel pomeriggio, sotto un sole rovente, per la strada piana e bianca di
polvere, gli amanti partirono in una carrozzella alla volta di Sirmione,
seguiti da un baroccio coi bauli che avevano spaventato il conte
Roberto. Quando giunsero al punto nel quale si lascia la strada
provinciale per volgere a sinistra e inoltrarsi nella penisoletta, la
fanciulla fu molto contenta. Dal balcone dell'albergo di Desenzano non
avrebbe mai imaginato un paesaggio così bello. A destra e a manca, tra i
rami degli ulivi e il fogliame degli alti pioppi, scintillavano le acque
del lago riccamente turchine, immote nella accidia delle ore calde. È a
un gomito di quella strada che s'incontra una casetta modesta, con uno
svelto cipresso innanzi, e sotto si stende il lago irto per buon tratto
di canne fragili; angolo pittoresco, riprodotto migliaia di volte da
sapienti e da timidi pennelli.
--Andremo un giorno a vedere quei paesi laggiù!--disse Loredana,
indicando i gruppi di case sulla sponda veronese.--Voglio veder tutto il
lago.
--Ti piace?--domandò Filippo.
--Ah, immensamente! Sarò felice!--esclamò la fanciulla in un impeto di
gioia, battendo le mani.
Tacque. La fronte le si rannuvolò subitamente; ripensava alla mamma, cui
non aveva ancor dato notizie, e che era sola ormai nella casa deserta.
Per celare a Filippo la tristezza improvvisa, si volse indietro a
guardare il baroccio che correva tra un nugolo di polvere.
Ma già si vedeva la torre del castello Scaligero, cinta a metà da mura
grigiastre, e la strada si ampliava; la carrozza oltrepassò il ponte di
legno che dalla porta del castello mette in paese, e la rocca apparve
lacerata da lunghe feritoie, circondata tutta intorno dall'acqua; lo
stemma degli Scaligeri, ancor visibile, il leone di San Marco, in
rilievo, la croce bianca in campo rosso del Comune, posti
simmetricamente sull'alto della porta che guarda a occaso, dicono i tre
dominii che si susseguirono.
Le donne e i pescatori raccolti in gruppo sulla piazza osservarono
l'equipaggio insolito e il carro coi bauli, ma nessuno si mosse. Non
avevano alcun bisogno dei forestieri. L'acqua li faceva liberi, e
quell'anno la pesca delle sardelle era stata insolitamente fortunata.
Si fece incontro alla vettura il proprietario dell'albergo, e aiutò
Loredana a discenderne. Era un uomo tozzo dal viso rubicondo; non
abituato a cerimonie, salutò con una certa dimestichezza e annunziò che
gli «sposi» si sarebbero trovati benissimo in casa sua. Aveva tutto
approntato, rinfrescato, ripulito con cura; le due camere e il salotto
guardavano il lago; di giorno faceva caldo, ma si tenevan le persiane
chiuse e si scendeva in giardino; di sera, poi, era una bellezza
ovunque. A pochi passi di là, comparve anche la moglie dell'albergatore,
più timorosa per l'aspetto signorile di Loredana, della quale notò in un
batter d'occhio l'abito, la figura slanciata, il viso freschissimo, la
bella bocca. Essa dichiarò che era felice di non alloggiare i soliti
tedeschi con la piuma di gallo sul cappellino verde.
Mentre i due vetturali scaricavano i bauli, gli amanti salirono a veder
le camere, e sulla scala s'imbatterono in una signora ampia di forme,
col viso pitturato e le sopracciglia duramente segnate a nerofumo. Ella
salutò chinando la testa, e si fece da un lato.
--È la signora Teobaldi, di Verona,--disse l'albergatrice, che
seguiva.--Una buona e bella signora.
Filippo la guardò appena, rispondendo distratto al suo saluto, Loredana
sorrise per quelle spaurevoli sopracciglia; e per la maschera di biacca
e di belletto che le deturpava la faccia.
Le due camere da letto erano grandi e pulite, ciascuna con un armadio a
specchio, un cassettone di legno chiaro, una tavola rettangolare coperta
da un tappeto modesto ma nuovo. Il salotto era addobbato con carta a
fiori d'oro sul fondo rosso; i mobili mal disposti, in ordine
scrupolosamente simmetrico, facevan pensare a lunghi mesi d'abbandono,
quantunque non vi fosse un grano di polvere. Il pianoforte, del quale
Filippo toccò alcuni tasti, emise un miagolìo prolungato che fece ridere
Loredana.
--Bisognerà comprare molti oggetti inutili per nascondere la bruttezza
degli oggetti utili,--osservò Filippo, senza badare alla faccia scorata
dell'albergatrice.--Va bene,--seguitò con quest'ultima.--Faccia portare
subito i bauli....
--Sì, signor conte,--disse la donna.
--A proposito: sa il mio nome?
--Me lo ha detto l'uomo che è venuto stamane a vedere le
camere,--rispose l'albergatrice.--Il signor conte Filippo Vagli e la
signora contessa, di Venezia. Anzi, volevo chiedere alla signora
contessa se suona il piano....
--Perchè?--domandò la giovane.
--Perchè in tal caso lo farei accomodare: è un po' scordato.
--Lo faccia accomodare,--disse Filippo.
E quando la donna se ne fu andata, seguitò con l'amica sua, che si
toglieva il cappello:
--Non vorrei esser caduto in un covo di pettegole....
--Dove sarebbero?--domandò la fanciulla stupita.
--Quella signora di Verona, per esempio: Teobaldi o Tibaldi o
Ribaldi....
--L'albergatrice ha detto che è buona....
--Sì,--osservò Filippo,--ma ha detto pure che è bella! E allora, stiamo
freschi!
Loredana diede in una risata, pensando alle terribili sopracciglia
immobili. Ella s'era affacciata alla finestra e sembrava compenetrarsi
della luce folgorante che saliva dal lago, dardeggiava la linea
onduleggiata delle montagne, incendiava le case di Desenzano, faceva
frinir le cicale sugli alberi.
Ad un tratto si volse e disse:
--Oggi scrivo alla mamma.
--Appunto,--rispose Filippo.--Anch'io....
E stava per continuare, quando fu bussato alla porta ed entrarono gli
uomini con un baule.
--Che cosa dicevi?--domandò Loredana, allorchè gli uomini uscirono per
prender gli altri bagagli.
--Volevo dirti che ho intenzione di andare a Venezia, fra qualche
giorno. Bisogna ch'io sappia ciò che si dice,--dichiarò Filippo, sedendo
in una poltroncina.--La mia assenza non può essere stata notata: a
Venezia son rimaste poche famiglie che io conosco, e in quest'epoca,
tutti gli anni io vado in campagna. Ma voglio udire se si fanno
chiacchiere e voglio, se mi riuscirà, aver notizie di tua madre.
--Come farai?...
Di nuovo gli uomini entrarono con un baule, che Filippo ordinò di
deporre nella sua camera.
--Non dev'esser difficile,--egli continuò poscia,--mandare qualcuno da
lei con un pretesto. Anzi, servendomi d'una persona fidata, potrei farle
consegnare la tua lettera.
La fanciulla tacque un istante. Quel disegno di Filippo le pareva logico
e pure la turbava; appena arrivata in un paese nuovo, tra gente
sconosciuta, doveva rimaner sola, di giorno e di notte. E all'idea che
Filippo volesse abbandonarla, un tale spavento la prese, che si sentì
sbiancare il volto, come tutto il sangue le si fosse gelato nelle vene.
Ritornò alla finestra, per nascondere il suo turbamento; ma non vedeva
nè il lago, nè il sole, nè la città dirimpetto, che un minuto prima le
era parsa sfavillante....
--Che pazza!--disse a sè medesima.--Come potrebbe abbandonarmi, se mi
ama, se lo amo, se gli ho dato tutta me stessa? Non lo conosco da tre
anni, non sono stata per tre anni la piccola amica, e non sono oggi la
piccola amante?
Udì che gli uomini, recato l'ultimo baule, salutavano e uscivano
ringraziando. Si tolse dalla finestra, e disse a Filippo, con voce un
po' debole:
--Sì, è giusto. Devi andare.
Quella stessa mattina, il conte Roberto, arrivato a Fasano in carrozza,
spedì subito un telegramma a sua cognata. Il telegramma, alla forma del
quale aveva pensato durante tutto il viaggio, diceva: «Non ho visto
nessuno. Lascia fare».
E la contessa Bianca ricevendolo si chiese se quel «Lascia fare»
significasse «Fida in me» o non piuttosto: «Lascia che ciascuno viva a
modo suo».
Ma le parve che la seconda interpretazione fosse la buona.
VI.
A Venezia, la scomparsa di Loredana De Carolis non aveva sollevato
rumore. La fanciulla e sua madre Emma vivevano una vita modesta, fra
poche conoscenze e pochi parenti, senza attinenze con la grande società.
I vicini di casa, che dopo qualche giorno non videro Loredana al balcone
come di solito, credettero fosse partita per la campagna. La madre,
atterrita dalle conseguenze dei pettegolezzi, dovette farsi sua
complice, e a quelle amiche le quali chiedevano di lei, rispondeva
ch'era andata a San Donà, ove ella stessa l'avrebbe fra poco raggiunta.
In fondo, la povera donna non sapeva che fare: solo innanzi
all'avvenimento inaspettato aveva compreso ch'ella era stata colpevole,
che l'amicizia di Filippo alla quale aveva creduto così stupidamente non
poteva non mutar forma, e ch'ella avrebbe dovuto, per la salvezza di sua
figlia, mettere alla porta Filippo con una mano e Adolfo con l'altra.
Per acquetare Adolfo, la signora Emma inventò dapprima delle bugie:
Loredana era uscita, poi stava poco bene, poi era a letto con un male a
un piede. Ma la faccia pallida della signora, e qualche cosa strana in
tutta la casa e il contegno misterioso della donna di servizio, che
voleva bene alla signorina, odiava Adolfo il quale non le aveva mai dato
un soldo, amava il conte Vagli ch'era stato sempre con lei generoso, e
infine approvava pienamente la fuga e la trovava proprio
stupenda,--qualche cosa strana, inusata, avvertì Adolfo Gianella che lo
si voleva ingannare.
E quando la signora De Carolis dovette finalmente dire che Loredana non
era a Venezia, ma, rifugiatasi presso alcuni parenti, dichiarava di non
voler più a nessun patto sposare Adolfo, quest'ultimo s'accasciò d'un
colpo; la superbia, l'albagìa, la cieca sicurezza in se stesso, la
esperienza del cuore femminile ond'egli andava tanto orgoglioso, tutto
precipitò in un attimo. Pianse e poi diventò violento. Voleva vedere la
fanciulla, persuaderla, prometterle di cambiar carattere.
Per più giorni la signora De Carolis ebbe la casa assediata dai parenti
di Adolfo; chi la rimproverava, chi la chiamava pazza, chi gridava al
tradimento, e tutti chiedevano l'indirizzo della fanciulla per farle
mutar pensiero. La signora Emma dovette tener testa a quei furiosi e
seguitare a ripetere che rispettava la volontà di sua figlia e non
voleva influire sulla sua decisione. Adolfo minacciò di girare l'intera
provincia alla ricerca della scomparsa; poi minacciò di uccidersi; ma
non fece nè una cosa nè l'altra, e la signora De Carolis notò ch'egli
non era men roseo o meno grasso del consueto.
--Vedremo,--egli diceva,--vedremo chi sarà il fortunato che sposerà sua
figlia! Son proprio curioso di conoscerlo!
Egli era certissimo che un miglior marito di lui Loredana non avrebbe
mai potuto trovare; e cercava intanto nell'amor proprio offeso un
principio di consolazione.
--Non era degna di te!--dichiarava la signora Gianella ad Adolfo.--Forse
è una fortuna che questo matrimonio vada in fumo!
--Non era degna!--pensò finalmente anche Adolfo, rinunziando al
suicidio.--Dopo tutto, era senza un soldo e non aveva che superbia!
I parenti di lui lasciarono in pace la signora De Carolis, che per
quelle emozioni s'era fatta palliduccia e magra in una settimana; ma non
trascurarono le occasioni di parlar male di lei e di sua figlia, la
quale aveva respinto un così bel «partito». I più allegri furono i
colleghi di Adolfo, che non potevano soffrirlo; essi risero quando
seppero che la sua fidanzata lo aveva messo alla porta; uno rammentò
l'aria d'importanza ch'egli si dava quando spiegava loro la psicologia
del cuore femminile; un altro ne imitò i gesti quando, nei giorni di
molto lavoro, mangiava in ufficio e la sua testa spariva dietro il fumo
di una «minestrina» che sarebbe bastata per quattro; un terzo ricordò
ch'egli andava superbo della intelligenza della sua fidanzata.
--Perdio!--esclamò quest'ultimo.--Bisogna dire ch'egli avesse ragione,
perchè il calcio che la ragazza gli ha dato, prova ch'era intelligente
davvero!
Gli altri risero, e la fanciulla ignota diventò simpatica a tutti gli
impiegati della Banca.
VII.
Loredana e Filippo vissero a Sirmione alcuni giorni di felicità senza
pari; lungi dagli sguardi indiscreti, non conosciuti, sicuri l'un
dell'altra, s'imaginavano d'essere in qualche isola perduta nell'Oceano.
Tutto era bello.
Le grotte di Catullo, i ruderi maestosi e robusti, che l'erba circonda,
che il vento accarezza, che il sole riscalda, parvero loro una cosa
divina. Di là essi ammiravano la grandiosità del lago, ora illuminato
con cruda forza, ora soffuso di nebbia, leggera come un pulviscolo; e
seduti, verso il tramonto, ai piedi del promontorio, dove le rocce
levigate sorgono dall'acqua limpidissima, i due amanti stavano spesso in
silenzio a guardare, raccolti e commossi, ciascuno sentendo d'essere
troppo felice e temendo che l'incanto si smagasse presto.
Qualche volta uscivano con la barca, una barca tozza a guisa di canotto,
che danzava bene sulle onde; remava Filippo e l'amica sua stava a poppa,
dapprincipio un po' timorosa e poi contenta come una bambina. Ella era
ormai tranquilla; aveva ricevuto due lettere dalla mamma, respinte da
Napoli a Roma, da Roma a Firenze, da Firenze a Brescia e a Sirmione per
mezzo di amici fidati di Filippo; e in quelle lettere non
un'imprecazione, non un rimprovero; solo una ineffabile tristezza, che
la fanciulla sapeva di poter calmare con buone parole. La mamma dava le
notizie della famiglia Gianella e di Adolfo, che seguitava a mangiare e
a parlar di suicidio. La mamma non malediceva, non rimproverava, non
faceva minacce; era sola, e tra le righe delle lunghe lettere si poteva
leggere l'espressione dell'unico desiderio di lei, che la figlia
tornasse, che la solitudine finisse.
Al principio della terza settimana, Filippo si decise finalmente a
recarsi per poco a Venezia; Loredana volle accompagnarlo fino a
Peschiera, in carrozza, e là, quando lo vide salire in treno e salutare
mentre il treno si rimetteva in moto, la giovane ebbe una fitta in
cuore. Tornò a Sirmione in carrozza, con gli sguardi perduti, colla
mente presa dai pensieri più strambi, imaginando che Filippo non dovesse
più rivederla, che sua madre lo facesse arrestare, che qualcuno potesse
ucciderlo. Le era parso molto preoccupato al momento di abbracciarla,
come egli pure temesse qualche cosa nuova e imprevedibile.
Ella non vide la strada; sentì che la carrozza si fermava, si guardò
intorno, riconobbe il piccolo albergo, discese.
Al momento di pagare, non trovò moneta. Filippo le aveva lasciato cento
lire in un biglietto; ma mentre ella si volgeva per incaricare la
padrona di pagare il vetturale, la signora Clarice Teobaldi, dalle
sopracciglia al nerofumo, comparve improvvisamente e si offerse.
--Lasci, lasci, signora contessa,--ella pregò con la voce forte e
melata.--Mi permetta che le presti io....
Trasse dal borsellino alcune monete d'argento, le diede al vetturale,
gli disse che bastavano per una corsa a Peschiera, che la signora
contessa non era un'inglese da svaligiare, ebbe un breve alterco, e finì
per vincerla.
--Con questa gente bisogna andar cauti,--osservò poi, mentre si metteva
a fianco di Loredana ed entrava con lei nell'albergo.--Sono abituati coi
forestieri; ma noi siamo italiani....
Lanciò alla fanciulla un'occhiata ammirativa, e aggiunse:
--E che bel sangue italiano!... Il signor conte è partito?
--Sì,--disse Loredana, fermandosi ai piedi della scala, mentre il volto
esprimeva ingenuamente una noia senza pari.
--Tornerà presto, si capisce,--seguitò la signora Clarice per conto
proprio.--Non vuol mica lasciare a lungo un fiore così bello,
abbandonato in questo selvaggio paese.
--Oh il paese è magnifico!--rimbeccò la ragazza, offesa che si
criticasse ciò che piaceva a Filippo.
--Sì, ma in due lo si ammira meglio!--disse argutamente la signora
Clarice.
--Mi perdoni,--interruppe Loredana, salendo le scale.--Le manderò subito
ciò che mi ha prestato. La ringrazio....
--Di che? Lei deve disporre di me, signora contessa, come d'una vecchia
amica, come d'una mamma....
Dall'alto delle scale, Loredana lanciò alla donna un'occhiata furibonda.
Voleva farle da mamma, quella vecchia stopposa? Non l'aveva lei, la
madre sua, tanto buona?
Quando fu in camera si gettò sul letto a piangere.
Quella settimana doveva essere un inferno, a giudicar dalle prime ore.
Senza Filippo, senza la mamma, col titolo di «signora contessa» che le
facevan tuonare all'orecchio ogni istante e che aveva per lei un
significato d'ironia, Loredana si sentiva perduta.
Fissò la tappezzeria della camerina da letto, una tappezzeria cilestre a
fiori mavì, che parevan piccoli cavoli o piccole teste rincorrentisi in
lunghe file verticali e orizzontali; si mise a contar quei segni, a
guardar gli spazii cilestri tra fiore e fiore; e restò così, con gli
occhi rossi e velati, fin che l'albergatrice non le recò la colazione,
disponendola sulla tavola del salotto.
La fanciulla voleva restare sola tutto quel giorno, tutto il tempo che
Filippo fosse rimasto assente; ma aveva appena bevuto l'ultimo sorso di
caffè, che udì battere all'uscio.
--Avanti!--disse.
E invece dell'albergatrice, essa vide comparire la Teobaldi, sorridente
e incerta.
--Mi perdoni, signora contessa,--cominciò questa, ferma sul
limitare.--Ho pensato che lei era sola e che forse avrebbe gradito di
scambiar qualche parola con una persona più intelligente che quella
povera donna.... Io sono vecchia, ho visto molte cose a questo mondo,
ho sofferto, e valgo di più, modestia a parte, dell'albergatrice.... Mi
permette?
--Prego....--mormorò Loredana, stupefatta d'un'audacia della quale non
aveva ancora idea.
La Teobaldi s'avanzò guardandosi intorno.
--Ah, molto ben messo, molto carino!--disse.--Come si sente la mano
della donna, d'una signora! Ma s'io fossi una signora come lei,
indiscrezione a parte, non verrei in un paese bizzarro come questo. Ci
sono tanti bei siti, in Cadore, nella Svizzera, nella Scozia, nel
Caucaso....
Ella sedette presso la tavola, di fronte a Loredana, la quale non sapeva
che cosa dire e che cosa fare.
--Oh ecco il pianoforte!--esclamò la Teobaldi.--Lei suona il pianoforte?
--No,--rispose la fanciulla.
--Peccato! Io suono e canto. Ah sono stata una cantante, modestia a
parte, coi fiocchi; e compongo anche; ho delle romanze scritte da me.
Tamagno ne ha cantata una l'anno scorso.
Loredana s'accorse che la Teobaldi le cercava con gli occhi la mano
sinistra, che la fanciulla teneva sul grembo, mentre aveva l'altra
distesa sulla tavola. E capì; l'intrusa voleva vedere se portava
l'anello nuziale.
La giovane se ne sentì così turbata, che la fronte le s'imperlò di
sudore. Non aveva pensato a quel particolare; veramente non aveva
pensato di dover trovarsi mai a conversare con una persona che non fosse
Filippo; e ora, se la Teobaldi avesse scoperto ch'ella non aveva
l'anello nuziale, avrebbe capito tutto.
--Ah, lei canta!--disse.
Si decise. Levò la sinistra dal grembo e si mise a giocherellare col
laccio argenteo del tovagliolo; gli occhi della Teobaldi le si fissarono
sulla mano e il suo volto carico di biacca non disse nulla.
--Canto per diletto, da povera vecchia,--seguitò malinconicamente.
S'alzò, traversò il salottino e andò a sedere innanzi al pianoforte,
sullo sgabello di reps rosso; le mani corsero agilmente sulla tastiera,
mentre la testa accompagnava il ritmo con voluttuoso abbandono.
--«Mon rêve»,--annunziò d'un tratto.--Il mio sogno!
Era una romanza, per soprano. La Teobaldi lanciò alcuni trilli
preliminari, così acuti che parvero lacerar l'aria, poi iniziò una nenia
lagrimosa con un ritornello singhiozzante; la cantatrice tremolava da
capo a piedi, e le si agitavano i riccioli grigi sulla fronte; essa
aveva gli occhi levati in alto, quasi a cercare il suo sogno tra gli
arabeschi stampati del soffitto.
A Loredana parve che stonasse due o tre volte; del resto la fanciulla
non sapeva se ridere o piangere, se gridar di rabbia per quella visita
sfacciata o cercar di svagarsi al grottesco spettacolo. Pensava a
Filippo, che le note tristi del piano e la cantilena funebre le facevan
desiderare ancor meglio, con un impeto disperato e selvaggio. Dov'era?
Che faceva? Egli pure la desiderava così, la cercava con la mente e col
cuore? E aveva visto la mamma sua?
Un grido straziante interruppe il suo pensiero; la vecchia aveva finito
e restava con la bocca spalancata, con gli occhi fissi al soffitto e i
riccioli definitivamente sciolti sulla fronte, come fulminata dalla
passione traboccante. Ma non udendo parola di elogio, si girò sullo
sgabello, guardò la ragazza, e disse:
--Eh?...
--Canta molto bene,--rispose Loredana.
--No; non voglio complimenti. Ma che bella romanza, eh?
--Bellissima.
--C'è tutta un'anima qua dentro! Già, io mi commuovo troppo!
Loredana vide infatti che la vecchia aveva gli occhi lucidi per le
lagrime, e si dolse di non poter piangere a sua volta per quel «Mon
rêve» ch'era così diverso da quello che la fanciulla aveva in cuore.
La Teobaldi fece un mezzo giro sullo sgabello, si ritrovò innanzi al
piano e cominciò un _galopp_.
--«Folletto!»--disse, enunziandone il titolo.--Le piace ballare?
La risposta di Loredana si perdette tra una tempesta di note senza tempo
e senza misura, che la vecchia accumulava con frenesia, come se il
ballabile le avesse fatto perdere ogni nozione musicale.
Ma quel fracasso e la vista della donna che nell'ebbrezza di una danza
imaginaria dimenticava anche la presenza di lei, crebbero la tristezza
di Loredana; ella si alzò, fece cadere a bella posta il coltellino
delle frutta, smosse le sedie e riuscì ad interrompere la musica del
«Folletto», che già le pareva interminabile.
--Ho un po' di emicrania e desidero riposare,--disse alla Teobaldi, che
s'era rigirata sullo sgabello.--Spero che scuserà....
--L'emicrania! Ha l'emicrania e non me lo dice!--esclamò l'altra,
drizzandosi in piedi.--Vada, vada a riposare; io le porterò una boccetta
di sali, un rimedio infallibile.... Esco e torno subito....
--No!--disse Loredana bruscamente, atterrita dal nuovo supplizio che la
vecchia le minacciava.--Ho bisogno di stare sola. La ringrazio!
La Teobaldi guardò la fanciulla e capì che avrebbe insistito vanamente;
la voce l'aveva scossa, aveva sentito un fremito di sdegno e di
antipatia in quella che pareva la più docile e la più timida delle
ragazze.
--Va bene, va bene,--mormorò.--Buon riposo, dunque; sarà cosa da nulla.
Arrivederla, signora....
I suoi occhi cercarono istintivamente di nuovo la mano sinistra di
Loredana; e la vecchia non aggiunse «contessa».
Ma il supplizio della sua presenza, evitato pel momento, si rinnovò più
tardi, si rinnovò nei giorni successivi. La Teobaldi, non avendo
assolutamente nulla da fare, s'appiccicava alla giovane, l'accompagnava
alle Grotte, la seguiva sulla strada di Sirmione, veniva a coglierla
quando stava sola in giardino, si presentava in salotto chiedendo di
rievocare al piano qualche ballabile antico o qualche canzone della sua
giovinezza.
E parlava, parlava, parlava, in dialetto veronese, infaticabilmente;
parlava di sè, degli amici suoi, di Loredana, del conte, dei pescatori,
di gente del paese che la ragazza non conosceva affatto, dell'orario dei
piroscafi, dei trionfi del defunto Teobaldi tenore, dei vini e dei cibi
dell'albergo, dei dissapori tra l'oste e l'ostessa, della moda e della
cucina, della vita di Venezia, dell'amore antico e dell'amore moderno; e
di tutto a rifascio, senza nesso, passando dall'uno all'altro argomento
e non mutando mai voce....
Una volta domandò:
--Lei, quando si è sposata?
Loredana fremette e sentì che impallidiva; ebbe la tentazione di
rispondere seccamente, brutalmente: «Non sono sposata; non voglio
commedie!» Ma gliene mancò l'ardire, e balbettò, guardando in un angolo:
--Il mese scorso....
--A Venezia non è vero?--incalzò la Teobaldi.
Loredana non rispose.
Le due donne erano in giardino; la fanciulla sedeva sul parapetto,
fissando l'acqua verdastra del lago e i piccoli e i grossi pesci che
passavano aspettando qualche manciata di briciole; la vecchia, adagiata
in una poltroncina di vimini, lavorava all'uncinetto.
--Già,--disse, tanto per concludere qualche suo pensiero. Poi
aggiunse:--Io mi sono sposata a sedici anni, nel.... nel....
Ma non trovò subito una data decente, s'imbrogliò e corresse:
--Bei tempi! Si figuri ch'io era bionda come il grano, avevo un busto
così, un piedino così....
Loredana, senza badarle, raccolse un pugno di ghiaia e lo gettò nel
lago, scompigliando il corteo dei pesci.
VIII.
Arrivato a Venezia, Filippo si recò a palazzo Vagli.
Erano le cinque; sua madre riceveva.
Egli, indugiatosi un istante nella grande sala, nella quale non era
alcuno, udì le voci che provenivano dal salotto attiguo. Parlavano, a
volta a volta, sua sorella contessa Ada de Idris, la contessa Osvaldi,
la contessina Fioresi, e dall'acciottolìo di chicchere e di piattini si
comprendeva che le gentildonne stavano bevendo il tè.
Filippo era per ritirarsi e salire nel suo appartamento, allorchè la
contessina Fioresi, tutta vestita d'azzurro, uscì correndo dal salotto,
vide Filippo che s'era messo innanzi a uno specchio il quale occupava
intera una parete, e si mise a ridere.
--Colto in flagrante!--esclamò.--Si fa bello, qui, solo? Ma la contessa
Bianca ci annunciava poco fa che lei era in campagna....
--Dalla campagna non si può tornare?--disse Filippo, sorridendo e
stringendo la mano alla fanciulla dai capelli fulvi.
--Chi c'è? Chi c'è, Giselda?--chiesero più voci dal salotto.
--C'è Flopi che si arriccia i baffi!--rispose Giselda Fioresi; e ridendo
uscì per andare a prendere una cartella di musica.
--Davvero, Flopi?--esclamò la contessa Bianca, apparsa subito sul
limitare.
Ella era alta e magra, vestita di scuro; dal volto pallido spirava
un'aria di maestà e di dolcezza insieme; gli occhi castani avevano
sguardi placidi e dritti; la bocca ben disegnata, col labbro inferiore
un po' sporgente, sorrideva volontieri. Tutti i capelli della contessa
Bianca erano candidi come neve e un poco ondulati.
Filippo si chinò a baciarle la mano; ella lo baciò in fronte e gli
disse, presto, sottovoce:
--Che hai fatto? Che hai fatto?
Ma anche le altre signore apparvero sulla soglia, e Filippo si avanzò
per salutarle.
--Dove sei stato fino a oggi?--domandò la contessa Ada de Idris, ch'era
bionda e aveva una carnagione rosea delicatissima.
--In giro, sono stato,--rispose Filippo.--Avevo qualche cosa da sbrigare
a Milano e a Torino.
La contessa Osvaldi, piccoletta, irrequieta, bruna, diede in una risata;
ma Filippo non se ne curò, perchè quella rideva sempre.
Tornarono nel salotto, tappezzato di stoffa antica, giallina ad
arabeschi tenuemente rosei, che un raggio di sole, penetrando dal
balcone prospiciente il Canalazzo, sembrava cospargere d'una
imponderabile polvere d'oro.
Ada de Idris, ripreso un discorso interrotto dall'arrivo di Filippo,
parlò della campagna. Il conte de Idris era in campagna, e Ada doveva
raggiungerlo; poi sarebbero andati a Lucerna, dove l'anno prima s'erano
molto affaticati e punto divertiti.
--O perchè vi ritorni?--domandò Filippo, prendendo una tazza di tè dalle
mani di sua madre.
--Sai che Leopoldo non vuol campagne romantiche; odia le
_chaumières_....
--E anche _ton coeur_?--chiese sbadatamente la contessa Osvaldi.
Ma le chiacchiere furono interrotte di nuovo.
Entrò il conte Lombardi, alto e calvo, che, vedendo Filippo, fece un
gesto di piacevole maraviglia, andò a baciar la mano alle signore, e
disse:
--Tornato?... Io ti faceva così lontano!
--E perchè?--rispose Filippo.--L'ultima volta che ci siamo visti....
--Ma sì, alla stazione,--seguitò il conte Lombardi.--Mi sembravi
nervoso, allegro, inquieto....
Filippo, che stava in piedi presso un alto stipo di mogano a fregi d'oro
sbiadito, sentì gli sguardi di sua madre.
--Anzi,--continuò il Lombardi,--ti avevo invitato a pranzo, tu avevi
accettato, noi ti abbiamo atteso.... e ti rivedo ora, da quel giorno!
--Questa è grossa, Flopi!--disse Ada.
--Hai ragione; non so come scusarmi,--convenne Filippo, sorridendo, ma
noiato per quel ricordo.
--Ti dirò io come puoi essere scusato,--rispose il conte
Lombardi.--Vieni a pranzo da noi, domani. È detta?
--È detta!--ripetè Filippo, pensando che aveva sperato di ripartire
subito, ma che a quel secondo invito bisognava arrendersi.
--Ecco, benissimo,--osservò Ada de Idris.--Domani vai a pranzo da
Lombardi, e domani l'altro mi accompagni a Vittorio, da Leopoldo, e ti
fermi da noi.
--No, cara,--disse Filippo recisamente.--Ho da fare qui.
--Ha da fare a Venezia, in luglio!--esclamò la contessa Osvaldi,
ridendo.--Voi avete da fare a Milano, a Torino, a Venezia! Mi sembrate
un ministro....
--Anzi, la negazione d'un ministro,--corresse il conte Lombardi.--Un
ministro non ha mai da far nulla, in nessun paese del mondo!
Filippo non seguì oltre la conversazione; s'avvicinò a uno dei
poggiuoli, gettò un'occhiata distratta in Canalazzo, dove non passava
che una gondola lenta.
Quei discorsi, quegli accenni a persone e ad abitudini familiari, quelle
amiche, tutto lo noiava. All'infuori di sua madre, nessuno pareva
conoscere l'ultima scappata di lui; ma le poche parole scambiate in quei
brevi istanti, gli facevan comprendere che si sarebbe saputo tutto da
tutti, poco più tardi.
La sua vita, la vita a Venezia, tra quella società aristocratica tanto
esigua di numero, era troppo nota, confidenziale, metodica. Si svolgeva
sempre tra le medesime persone, che ripetevano, senz'accorgersi forse,
le medesime occupazioni, ogni anno, ogni giorno. Le donne erano strette
in gruppi; gli uomini erano stretti in gruppi; nulla poteva sfuggire in
quel circolo nel quale egli pure era chiuso da anni.
Giselda Fioresi gli passò daccanto col suo fascicolo di musica.
--Dunque,--ella disse.--È stato in campagna? Ora si ferma?
--Le pare?--rispose Filippo.--Fermarmi a Venezia? Credo che la mamma
parta a giorni; e io rimarrei qui solo?
--Allora accompagna la mamma, come sempre?...
Come sempre! Egli guardò la fanciulla, che gli stava innanzi, col suo
fascicolo sotto l'ascella, il busto eretto, i capelli fulvi arruffati
sulla fronte. Era graziosa; gli occhi avevano qualche lampo di malizia,
e la bocca, schiudendosi, mostrava bei denti.
Filippo si mise a ridere.
--Come sempre?--ripetè.--Io vorrei invece quest'anno far qualche cosa di
diverso.
--Ah, bene!--esclamò Giselda.--Allora al Polo Nord, in cerca
d'avventure.
--Già, in cerca d'avventure!--mormorò Filippo.
--Mi dispiace. Speravo vederla in campagna!
Filippo s'inchinò leggermente.
--Lei è molto gentile. Ma, le avventure? Le avventure a San Donà?
La fanciulla scosse la testa, lo guardò un attimo, rise con gli occhi:
--Eh, siamo d'accordo!--disse.--Se ha intenzione di fare il matto, San
Donà non le conviene. Mi dispiace, ripeto!
Veramente non sapeva nemmen lei, Giselda, perchè la partenza di Filippo
le spiacesse, e non sapeva perchè andasse ripetendoglielo; ma la vita di
quell'uomo aveva il curioso potere di irritarla, a quando a quando.
Avrebbe voluto mettersi a cavalcioni d'una sedia, accendere una
sigaretta e udirlo raccontare ciò che faceva e ciò che pensava.
L'ignoranza alla quale era costretta, la pungeva continuamente.
--Bene,--concluse.--Buone avventure, dunque!
--Ma no; non vorrei che desse alle mie parole un significato che non
hanno. Intendo fare un piccolo viaggio, ecco tutto!--spiegò Filippo.
--E a me lo racconta?--esclamò Giselda, allontanandosi.
--Che originale!--pensò Filippo con un sorriso, mentre la seguiva con
gli occhi.
Ella andò a parlare con la contessa Bianca.
--La ringrazio,--disse, mostrando il fascicolo di musica.--Fra un paio
di giorni glielo rendo!
--Ma non importa, bambina!--esclamò la contessa Bianca ridendo.--Fra un
paio di giorni io sarò già forse in campagna.
--Sola; perchè Filippo va a fare un viaggio. Al Polo Nord, mi ha
detto....
La contessa lanciò un'occhiata interrogativa a suo figlio, che finse di
non vedere e di non comprendere.
Ma quando le dame e il conte Lombardi si congedarono, verso le sette,
Filippo si avvicinò a sua madre, le baciò di nuovo la mano sorridendo, e
disse:
--Ebbene, mamma, so che tu sei inquieta....
--Sono sdegnata, Flopi,--rispose la contessa Bianca, severamente, pur
non potendo abbandonare il diminutivo col quale sempre aveva chiamato il
figliuolo.--Sono sdegnata per quello che so e per quello che si dice....
--Quanto a quello che si dice,--osservò Filippo,--non è il caso di
curarsene; a Venezia si dice sempre qualche cosa di qualcuno, per ozio e
per abitudine. Quanto a quello che sai....
--È questo!--interruppe la contessa, con gli occhi vivi di luce,
fissando il figlio.--Tu hai fatto fuggire di casa una onesta ragazza e
te la sei portata via; con quale coscienza, con quale diritto? Che ne
farai, quando il vergognoso capriccio sarà sazio e non potrai più
mentire? Mi spaventa l'idea che tu sia di quelli i quali, per un istante
di concupiscenza, osano spezzar la vita d'una donna e abbandonarla a un
destino orrendo; e mi sembra anche ridicolo che tu, a trentasei anni,
non sappia calcolar l'importanza delle tue azioni e non veda dove tu
vai....
Filippo, ch'era seduto in una poltroncina assai bassa, quasi alle
ginocchia di sua madre, la guardò più inquieto per la verità semplice e
logica delle sue parole, che non per lo sdegno onde s'era imporporato il
bel viso pallido di lei.
--Bisogna conoscere gli ambienti,--egli osservò.
--Gli ambienti?--ripetè la contessa.--C'è dunque un ambiente nel quale
tu abbia il diritto di non essere onesto? Se questo ambiente esiste, un
gentiluomo non deve mettervi piede.
--E dàlli!--esclamò Filippo, allungando la mano fino a togliere da un
tavolino un astuccio, e accendendo una sigaretta.--Tu sei rigida come la
matematica! Non ti dico che io abbia il diritto di essere disonesto; ti
dico che ogni colpa ha le sue attenuanti.
La contessa si alzò, passeggiò lentamente pel salotto, a capo chino,
meditando; e dopo un istante di silenzio, disse:
--Forse noi non ci comprendiamo. Tu credi che io voglia ascoltare le
attenuanti della tua colpa per giudicarti. No, di questo non mi occupo,
perchè le tue attenuanti non mi commoverebbero, e la colpa è, in ogni
caso, alla tua età, nella tua posizione, imperdonabile ed enorme.
Fece una pausa; sedette di nuovo, sopra un divano, all'altro angolo del
salotto. La luce morente che entrava dai poggiuoli aperti illuminò i bei
capelli candidi della signora e il viso un po' roseo per l'interna
agitazione; c'era in quella donna forte ancor qualche cosa di giovane e
di fresco, una purezza di linea e d'espressione, che pareva riflettere
la purezza del sentimento e del pensiero. Nei suoi occhi non era mai
passata un'ombra.
Soggiunse:
--Ma è di lei, capisci? che io mi preoccupo! Di quella, giovinetta, di
quella illusa, di quella tua vittima, io voglio sapere. Che ne farai? È
spaventevole pensare che tu non abbia il concetto giusto della vita....
Filippo, che stava scuotendo la cenere della sigaretta in un piattino
d'argento, alzò la testa.
--No, tu non sai, ancora oggi, che cosa sia la vita, perchè non sai che
valga una creatura di Dio. Credi che quella fanciulla sia nata pel tuo
piacere, che il suo corpo, la sua anima, la sua intelligenza, i suoi
sentimenti, le sue speranze, i suoi sogni giovanili, tutto quanto è più
misterioso, più delicato, più nobile ed alto in una creatura umana,
credi sia stato creato per te, perchè tu ne goda e ne abusi, perchè tu
ne decida come un padrone e un giudice. E di una fanciulla, ti fai una
concubina; e di una concubina farai una donna perduta! Mi parli di
attenuanti, per questo delitto di prepotenza e di superbia, per questo
scandalo, per questa ribellione alla volontà di Dio? Non ce ne sono, non
potresti essere scusato che quando tu mi dicessi d'esser diventato
pazzo. Soltanto a un pazzo non si chiede conto di ciò che fa; soltanto
un pazzo può essere perdonato se reca ingiuria a Dio nelle sue
creature....
Sotto quell'irruenza, stretto in quella inesorabilità di logica, toccato
nei sentimenti intorpiditi ma sempre vivi coi quali era stato allevato,
Filippo non osò replicare. Mormorò soltanto:
--Se non mi lasci dire una parola, mamma....
La contessa si rischiarò in volto e aggiunse con voce subitamente più
calma:
--Hai ragione.
--Io non ti posso rispondere, per ora, intorno alla sorte della
ragazza,--seguitò Filippo.--Fui travolto da un impeto di passione, ed è
giusto che tu mi rimproveri la mia debolezza; ma appunto perchè la
passione era ed è sincera, non posso risponderti circa l'avvenire che è
serbato a me e a quella ragazza.
--Tu mi spaventi!--interruppe la contessa, levandosi in piedi.--Non ho
mai udite parole così gravi dalla tua bocca.
--Gravi e leali, mamma, perchè non voglio ingannarti,--rispose Filippo,
guardando sua madre con occhio tranquillo.--Ma devo aggiungere subito
che comunque gli avvenimenti si svolgano, io non dimenticherò nè il nome
che porto, nè i doveri che ho verso una fanciulla onesta e buona....
--E vai così, alla ventura, senza un'idea, senza la stessa percezione di
ciò che fai? È deplorevole, è veramente deplorevole....
La contessa tacque; aveva udito, lontano, fin dalle ultime camere, un
passo cauto e lento; indi a poco, sulla soglia comparve un valletto in
livrea verde scura, e s'inchinò.
--Pranzi in casa, Flopi?--disse con voce mutata la contessa.--Dammi il
braccio. Stasera siamo soli.
IX.
Col pretesto di mutarsi finalmente d'abito e d'indossare lo _smoking_,
Filippo salì nel suo appartamento dopo pranzo, e scrisse una lunga
lettera a Loredana, che le avversità gli rendevano più cara. Dovette
confessarle che il soggiorno a Venezia si sarebbe prolungato oltre le
previsioni, perchè non gli riusciva di sottrarsi a qualche invito e
fors'anche a una gita nelle campagne di suo cognato de Idris.
S'affacciò a una finestra e vide il Canal Grande immerso quasi
totalmente nell'oscurità, con qualche linea più nera, una gondola, che
passava silenziosa, distinta appena dal fanale piccolo e rossastro. I
palazzi, in fila, come spettri bianchi che si dessero la mano, erano
muti e chiusi; ai pali innanzi alla gradinata scorse giù alcune gondole
ferme, che avevan recato i visitatori, i pochi amici non ancora partiti
per la campagna. Le note d'un valzer gli giunsero all'orecchio, e nel
Canal Grande, da una gondola lontana, arrivò la strimpellata vivace e
improvvisa d'un mandolino. Poi passò una barca, zeppa d'uomini e di
donne, illuminata a palloncini, silenziosa; era una serenata, che
s'avviava nel bacino di San Marco, presso i grandi alberghi; e di nuovo
l'oscurità e la quiete pesante si stesero sul Canale.
Filippo discese e passò qualche ora in salotto, a fianco di sua madre.
Gli ospiti ridevano ascoltando le chiacchiere del conte Mercatelli,
piccolo, pelato, rosso in volto, che magnificava il sonno.
--«Le sommeil»,--diceva, rivolto a una francese, madame de la
Chaux.--«Le sommeil»; io non conosco che questa voluttà: dormire,
dormire, dormire quanto mi è possibile. Se non avessi dormito tanto,
avrei fatto certo qualche cosa di straordinario.... Ma dormire mi piace,
mi piace troppo! Sembra che l'anima si volatilizzi, che il corpo si
riduca in una materia imponderabile. «Qu'en dit madame de la Chaux»?
E senza aspettare che madama, vestita di violetto scuro, con un merletto
prezioso sui capelli grigi, enunziasse una risposta, il conte Mercatelli
seguitò:
--«Moi, je vous assure» che l'imprevisto non si trova, se non nel sonno.
Dove potreste incontrare qualche cosa che somigli a un sogno, nella
realtà d'ogni giorno? Uomini che volano, bestie che parlano, mostri non
mai veduti, gioie, terrori, fughe, combattimenti, scene che si
dissolvono e si sovrappongono.... «Moi, je vous assure que votre Dumas
n'est qu'un imbécile en comparaison de ce romancier inépuisable qui
s'appelle rêve....»
Madame de la Chaux ebbe un debole sorriso.
Filippo disse qualche parola a un domestico, fece preparare il tavolino
da giuoco, e mentre le dame e le fanciulle ascoltavano quella specie di
conferenza sul sonno, egli sedette al tavolino col conte Lombardi, col
marchese di Spinea e con Berto Candriani.
Berto Candriani era temutissimo per la sincerità pazzesca delle sue
parole. Egli diceva ad alta voce tutto quel che pensava e tutto quel che
sapeva, a costo di parere insolente o mal educato. Qualcuno in società
aveva espresso il dubbio ch'egli fosse un po' matto, e poichè questa
induzione accomodava molte cose, risparmiava la noia di indignarsi e
toglieva ogni valore a quanto raccontava, tutti convennero ch'egli era
un po' matto e che bisognava lasciarlo fare.
Del resto, bel giovane non ancora trentenne, snello, con capigliatura
nera foltissima e occhi castagni dallo sguardo pungente, piaceva alle
signore, che ne ambivano la lode, perchè rara.
Egli, quella sera, aveva tentato più volte di dire a Filippo ciò che gli
stava fitto in testa dal momento che l'aveva visto; ma il tema della
conversazione, la presenza della contessina Fioresi e di qualche altra
fanciulla, glielo avevano impedito.
Appena i quattro uomini furono appartati pel giuoco, presso la finestra
d'angolo, Berto Candriani disse a Filippo:
--Dunque, come va?
Filippo s'aspettava qualche razzo di quei famosi, ma ormai, dopo le
spiegazioni con sua madre, poco gli importava ciò che si poteva dire.
--È vero,--domandò Berto quietamente,--che hai fatto scappar di casa una
ragazza?
Il conte Lombardi e il marchese di Spinea, che disponevano le carte
nella sinistra, alzarono sbalorditi il capo, e videro Filippo che
sorrideva.
--Ti sembra,--egli rispose,--che se avessi una ragazza per le mani,
starei qui a giuocare?
--Evvia, Flopi! Polvere negli occhi! Non sei mica vecchio per niente, e
fai le tue cose benino, pian pianino, in punta di piedi.... Insomma,
questo è l'ultimo pettegolezzo e dovevo pur dirtelo!
Filippo fece un cenno con la testa, come per ringraziare il Candriani
della sua premura; e nell'intervallo seguente, Berto riprese:
--M'hanno detto che è un tesoro, quella ragazza! Una delle nostre più
belle e più caratteristiche borghesi....
--Sai che ho buon gusto!--rispose Filippo, sempre sorridendo.
--Già; ma mi dispiace che il cattivo gusto sia dall'altra
parte!--mormorò Berto con rammarico sincero.
I giuocatori diedero in una risata. Risonò la voce del conte Mercatelli,
che diceva:
--Dormendo circa dodici ore al giorno, io mi trovo benissimo....
--O perchè non va a dormire anche adesso?--osservò Berto, senza curarsi
di abbassar la voce.
E seguitò la partita; mentre la contessina Giselda Fioresi, che non si
divertiva a parlar con le altre fanciulle, dopo aver gironzato qua e là
a occhieggiare i vecchi quadri che conosceva da tempo, andò a mettersi
alle spalle di Filippo, guardando il giuoco.
--Non so,--disse Berto Candriani,--perchè voglia portar fortuna a
Flopi, contessina. È già tanto fortunato! Venga dalla mia parte.
Giselda non rispose, e coll'indice sottile indicò a Filippo una carta
che doveva giuocare. Filippo obbedì.
--Andiamo, andiamo!--esclamò il Candriani.--È proibito immischiarsi nei
giuochi degli altri. Il giuoco di Flopi è poi così pericoloso!
La fanciulla non battè palpebra, e indicò a Filippo un'altra carta. Ma
le parole di Berto Candriani le parvero oscure, e trovò conveniente non
allontanarsi, per udir qualche cosa di più significante. Alla fine di
quel giro, Filippo s'era avvantaggiato molto sugli avversarii, e Berto
Candriani, mentre il conte Lombardi mischiava le carte, protestò:
--Io la sequestro, tesoro mio! Lei fa vincere Flopi per ridere di noi.
Le assicuro che il nostro amico non ha bisogno di lei, proprio non ha
nessun bisogno!
--Com'è noioso!--esclamò Giselda.--Stia zitto e tiri avanti!
--Bisognerebbe fargli la cura di Mercatelli,--osservò Filippo.--Se
dormisse dodici ore al giorno, sarebbero tante chiacchiere di meno.
Berto diede un'occhiata a Giselda, sempre ritta alle spalle di Filippo;
era giovane e magra; l'abito leggero lasciava trasparir gli omeri scarni
e delicati; il corpo esile faceva pensare alla donna futura, non più
magra ma snella, non più scarna ma sottile e flessibile. I capelli
fulvi, illuminati dalla luce elettrica, davano al volto bianco qualche
ombra viva e tagliente.
Filippo sembrava non accorgersi della presenza di Giselda.
--Mi pare un gatto che vigila,--pensò il Candriani.--Se la porti via
anche questa?
Ma la partita finiva; la contessina Fioresi volse le spalle ai
giuocatori, tornò fra le donne, e subito trovò un appiglio per
interloquire.
--Mi direte voi,--chiese Berto al Lombardi e al marchese di Spinea,--che
cosa ha questo vecchio satiro per piacere alle ragazze?
--Vecchio satiro!--esclamò il marchese di Spinea.--Ma non ha
quarant'anni; e che cosa dovresti dire di me, che ne ho cinquantasette?
--Satiro decrepito!--sentenziò il Candriani.--Filippo, occhio alla
Fioresi! Quella sta facendo una passione per te, vorrà scappare anche
lei.
Filippo stette ancora muto. Egli rispondeva raramente a Berto Candriani;
dacchè lo si era classificato per matto, Filippo lo lasciava parlare, e
il più delle volte non ascoltava nemmeno le sue parole, col pensiero
rivolto altrove. Così, se non fosse stata la necessità incoercibile di
dire tutto quanto gli frullava pel capo, Berto Candriani, a sua volta,
non avrebbe mai parlato con Filippo; e quando v'incappava, se ne pentiva
sempre.
Egli si alzò indispettito e andò a raggiungere il conte Mercatelli, che
fumava una sigaretta, sdraiato sopra un divano, beatamente, gli sguardi
perduti in alto.
--_Ciò_!--disse Berto.--Non dormi? Vattene, su; è quasi mezzanotte....
--Hai ragione,--rispose il conte mansueto.--Nel mio letto starei tanto
bene!
Si mosse, andò a porgere il saluto alla contessa Bianca, alle signore,
agli amici, ed uscì lentamente.
Poco dopo, anche gli altri visitatori presero congedo.
X.
Quella notte, Filippo Vagli sentì crudelmente la solitudine in cui lo
piombava l'assenza di Loredana. Vagò fino ad ora tarda per le calli
deserte, immerse in un'ombra che un fanale rompeva a pena, e salito in
una gondola si fece condurre alla ventura; i rii, coi muri delle case a
picco, parevan chiusi, senz'aria; ora la gondola sfiorava la scalea d'un
palazzo, ora scivolava lungo qualche casipola, dalle finestre della
quale giungeva il chiacchierìo infaticabile delle popolane; e se una
gondola passava rasente, era una visione d'ombra, una linea nera e
fugace, un uomo ritto a poppa, una figura indistinta sdraiata sui
cuscini; poi silenzio, rotto dal remo che grondava acqua.
Allorchè tornò a casa, Filippo notò quel che già aveva sentito durante
il giorno: la sua camera non gli diceva più nulla, il suo ricco
appartamento, al quale era andato per tanti anni recando belle cose
d'arte e oggetti di pregio, non gli importava più dell'appartamento
d'un albergo. Le ore gli sembrarono eterne; il pensiero di quella
ragazza, lasciata sola in un piccolo paese, in un alloggio che differiva
poco da una taverna, gli martellò il cervello tutta notte.
Prese sonno verso l'alba; e non si svegliò da quel torpore se non quando
gli parve che qualcuno camminasse cautamente per la camera.
Era un servo, mandato dalla contessa Bianca, la quale, vista l'ora
tarda, temeva che Flopi stesse poco bene.
--Che ora è, Piero?--domandò Filippo.
--Sono le undici, signor conte.
Piero stava immobile presso il letto ad aspettare gli ordini.
--Va, va!--gli disse il conte.--Non ho bisogno di nulla. Avverti la
contessa che mi alzo subito.
E poco dopo, mentre attendeva alle cure della persona, Filippo sentì la
noia plumbea per quelle ore che ancora gli toccava di passare a Venezia,
per il pranzo dei conti Lombardi, per le chiacchiere insulse alle quali
avrebbe dovuto prestare orecchio. Egli era irritato e malcontento. Dopo
una colazione quasi sempre silenziosa, perchè sua madre cercava ella
pure di schivare allusioni ed argomenti spiacevoli, egli uscì, gironzò
qualche tempo in Piazza e sotto le Procuratie, fece parecchi acquisti
per Loredana, e quasi senz'accorgersi, camminando lentamente, si trovò
nel campiello, innanzi alla casetta bianca della piccola amica.
Egli aveva promesso a Loredana di portar notizie di lei alla sua mamma;
e quando rivide la casa, con quelle finestre bifore, alle quali la
fanciulla s'affacciava un giorno per salutarlo; e quando sentì la
familiarità di quel tranquillo angolo di Venezia, dov'egli veniva per
salvarsi dalle omelíe della contessa Fausta, per vivere la vita modesta
degli altri e dimenticar la propria, inutilmente ricca e fastosa; quando
mille ricordi semplici e graditi gli tornarono in folla al pensiero,
Filippo non si perdette a riflettere oltre: si avvicinò alla porta,
dipinta in verde scuro, con un bel battente di bronzo foggiato ad anello
che una testa di leone teneva fra le mandibole; e suonò il campanello.
A una delle finestre si affacciò indi a poco la domestica, piccoletta e
nera in viso, che voleva bene alla fanciulla.
Essa fu così stupita alla vista di Filippo, che mandò un'esclamazione:
--Maria a te provveda! Il conte! Il conte! Il conte!...
E d'un subito si mise a correre per la casa, in cerca della signora,
gridando a perdifiato:
--Il conte! Il conte! Il conte!
La signora De Carolis, che era occupata a stirare, accorse tutta
maravigliata e tremante; si affacciò alla finestra ella pure, s'assicurò
che il visitatore era il conte Vagli, e infine si decise a tirare il
cordone.
La porta s'aperse, e Filippo entrò.
In alto della scala, proprio sull'ultimo gradino, vide ritta e pallida
la signora Emma; la quale, senza rispondere al saluto di lui, scese
qualche scalino per abbreviar la distanza, e domandò con voce rauca:
--E Lori, dov'è?
--Sono venuto a portarle sue notizie,--rispose Filippo, salendo con la
signora, tuttavia incerto dell'accoglienza.--Sta bene, mi parla sempre
di lei.
Passarono innanzi alla domestica, la quale rimaneva a bocca aperta,
guardando Filippo con ammirazione attonita.
--Buon dì, Rosa!--egli le disse.
E l'altra fece una riverenza, non potendo esprimere la voglia d'aver
notizie della signorina.
La signora Emma e Filippo entrarono in quella saletta dal pavimento a
piastrelle bianche e rosse, dove il conte e la fanciulla avevano
concertata la fuga; Filippo notò subito, sopra una mensoletta di legno,
una figurina di _biscuit_, che abitualmente era sulla tavola, e che un
giorno la ragazza andava girando e rigirando, mentre l'amico le
susurrava all'orecchio parole ardenti d'amore e speranze di giorni
felici.
Egli prese le mani della signora De Carolis, e le disse con voce
malcerta:
--Io devo chiederle perdono. Le ho portato via Loredana, la sua Lori! Ma
essa è oggi felice con me. Ho fatto male, ho agito per impulso,
ciecamente. Non oso scolparmi, lo vede! Pure, Loredana è felice, e
questo non risponde a tutti i suoi dubbii, a tutte le sue paure?
La signora scosse tristemente la testa e ritrasse le mani dalle mani di
Filippo.
--No,--ella rispose.--Sarebbe felice se potesse andare a fronte alta:
ma così, quale umiliazione! Ora non comprende; comprenderà più tardi....
È una fanciulla disonorata; non ha nome; e nessuno crederà all'amore. Il
mondo è cattivo; sarà accusata d'essersi venduta per vizio o per
bisogno....
Filippo fece un movimento con la mano, come per protestare.
--Oh, non neghi!--interruppe la signora, il cui volto bianco, dalle
occhiaie scure, diceva quante notti tormentose e quante ore d'angoscia
aveva passato la povera donna.
Ella sedette sopra un divano, dimenticando di accennare una sedia a
Filippo; e proseguì:
--Nessuno di quelli che la conoscono sa ancora nulla; ma il mistero non
può durare più a lungo, e il giorno si avvicina in cui dovrò confessare
la sua colpa. Che cosa dirò per farla perdonare, o perchè gli altri le
siano indulgenti? Non aveva la sua mamma che le voleva bene? Forse le
mancava qualche cosa, qui, dove io non pensava che a lei? Non voleva
sposare quel Gianella maledetto? E io l'avrei aiutata, e io le avrei
permesso di scegliersi persona più degna.... Ma fuggire, ma diventar
l'amante d'un uomo che non potrà mai sposarla, e abbandonare la mamma
sua, la casa, tutto e tutti, come una disperata, e rovinare la sua
giovinezza!... Sì, è giovane, era inesperta, io mi fidava ciecamente....
Io posso assolverla; il mondo riderà di lei e di me, cadute vittime di
un falso amico, d'un egoista senza cuore....
Filippo, tuttavia in piedi, col cappello di paglia tra le mani, udendo
l'accusa scudisciargli il viso, fece un passo, sentì il viso
avvampargli, ma si rattenne e non disse parola.
La signora Emma lo guardò, e aggiunse freddamente:
--Si sieda! Mi parli di Lori. Dov'è adesso?
--A Sirmione,--rispose Filippo.
--Verrò a prenderla,--annunziò la signora con voce decisa.
--A prenderla?--esclamò il conte sbalordito.
--Sì, a prenderla. Forse sono ancora in tempo a riparare uno scandalo.
Ho detto a chi mi chiedeva di lei che è in campagna. Ebbene, bisogna che
da questa campagna Loredana ritorni. Io non confesserò mai mai, che mi è
fuggita di casa, capisce? Il suo ritorno, la sua presenza, la ripresa
delle nostre abitudini faranno tacere le cattive lingue. Mia figlia è
conosciuta da poca gente modesta, che certo non villeggia a Sirmione.
Forse sono ancora in tempo a salvarla se Dio mi aiuta. E lei, conte, non
si opporrà. Ha commesso un'azione disonesta, non vorrà commetterne una
seconda....
--Ma io l'amo, Loredana!--proruppe Filippo.--Non permetterò che me la
portino via; io vivo per lei, cerco di renderla felice, mi allontano io
pure dal mondo, per dedicare a lei le cure più affettuose, e ho fatto
della sua vita la mia.... Non permetterò che me la ritolgano, a nessun
costo; non permetterà ella stessa, Loredana, perchè mi ama e non domanda
nulla a nessuno!
La voce del conte vibrava di tanta sincerità e di tanto affanno, che la
signora De Carolis ne fu scossa e lo guardò un istante, presa da
esitazione.
--Sono venuto da lei a chiederle perdono,--proseguì Filippo,--a
chiederle perdono con una umiltà che non è nelle mie abitudini. E
lealmente le ho detto dove viviamo, perchè non volevo continuare con lei
una finzione antipatica; se l'avessi ingannata, se le avessi detto che
viviamo a Roma o a Parigi, ora potrei ridermi delle sue minaccie.
S'interruppe e camminò pel lungo e pel largo nella saletta.
--Non me la porterà via!--soggiunse.--A qualunque costo, non me la
porterà via! Appartiene a me, ora, e a nessun'altro al mondo! Non me la
porterà via!
La signora De Carolis comprese che non poteva ragionare con un uomo in
tale stato d'animo. Filippo aveva le labbra bianche e il suo corpo
tremava come scosso da febbre violenta; egli si abbandonò in una
poltrona, nascose il volto tra le mani, e stette così, per lungo tempo,
in silenzio, agitato sempre da un tremito invincibile.
Emma tacque ella pure, a lungo, guardando l'uomo superbo, ridotto da una
parola come uno schiavo o come un mendico, accasciato sotto il peso
della sua passione.
--Veda,--cominciò infine la signora.--È necessario! Appunto perchè vuol
bene a Loredana, la lasci tornare con la sua mamma.... Lei si pentirà un
giorno di questo rifiuto.
--Non mi pentirò mai!--esclamò Filippo, staccando le mani dal volto.
La signora De Carolis vide che le lagrime solcavano il viso del conte,
ebbe un lampo forse di riconoscenza, certo di pietà, ma seppe frenarsi,
e continuò, quasi non avesse notato nulla:
--Per parlare come lei parla, bisognerebbe dirmi quale avvenire attende
mia figlia. E lei non lo sa, perchè l'avvenire di Loredana dipende dal
capriccio, dalla volontà, dall'interesse del conte Filippo Vagli, il
quale oggi l'ama sinceramente e domani può considerarla un impaccio....
Filippo crollò le spalle, ma la signora aggiunse, senza badargli:
--È possibile che io accetti una situazione simile per mia figlia?
Ripeto che forse sono ancora in tempo a impedire uno scandalo enorme; se
non mi ingegnassi di riuscirvi, sarei non una madre, ma la più vile, la
più spregevole delle donne....
Nel turbamento di tutto il suo spirito, Filippo sentiva che la disgrazia
aveva dato una lucidità di comprensione, un'energia e una volontà, a
quella donnina fragile e dimessa, quali egli non avrebbe mai potuto
sospettare. La signora De Carolis aveva il viso pallido tutto
rischiarato dalla luce d'una decisione, dalla speranza di salvare la
figliuola; Filippo intuì che era impossibile lottare con un sentimento
così forte, il quale aveva l'aureola di qualche cosa di sacro. Egli non
poteva opporre che le ragioni del suo amore, cioè di un sentimento
comune, fatto di egoismo, di concupiscenza, di orgoglio.
Disse lentamente:
--Loredana penserà che io l'ho tradita, che son venuto apposta a Venezia
perchè lei andasse a ripigliarsela, dopo quindici giorni....
--Oh no,--interruppe la signora Emma,--io saprò parlarle, e le spiegherò
come sono avvenute le cose....
Seguì un breve silenzio. Filippo era sempre seduto, con le labbra
bianche, gli occhi annebbiati dal pianto: la signora Emma gli si
avvicinò, gli mise una mano sulla spalla, e disse:
--Lei non deve opporsi. Dio aiuta le madri. Se lei non mi facesse trovar
più la mia Lori a Sirmione, ebbene, scandalo per scandalo: agirei con la
forza, come non ho osato fino ad oggi....
Il conte sollevò il viso a fissare la donna, e rispose brevemente:
--Non minacci!
--No, non minaccio,--disse la signora più calma.--È stato Dio che l'ha
mandato, per quest'atto di pentimento e di sincerità....
Tacque, guardò Filippo, che pareva in quell'istante un fanciullo domato,
un mendico febbricitante, così scosso dal tremito implacabile. La
signora si ritrasse, perchè non voleva mostrar gli occhi che le si
velavano di pianto, e uscì in fretta.
Filippo rimasto solo, si guardò intorno come trasognato....
Era dunque la realtà, quella? Non doveva più vedere Loredana, la sua
bella, la sua cara amica, e non più baciarne i capelli bruni dai
riflessi dorati, e non più udirne la parola, e non più farla fremere di
piacere e di gioia? Quale demonio l'aveva così scioccamente condotto in
quella casa, a chiedere un più sciocco perdono, a dire stupidamente dove
Loredana era nascosta?
Tutto crollato, tutto finito in un lampo! E Loredana, la fiduciosa
amica, abituata a considerar lui come il più forte, il più libero, il
più saggio degli uomini? Che avrebbe pensato?...
La porta della saletta si aperse ed entrò la signora Emma, recando ella
stessa un vassoio col caffè e una bottiglia di liquori.
--Prenda qualche cosa,--ella disse.--Le ho preparato un caffè; beva una
goccia di cognac.
Essa versò, mise innanzi il vassoio a Filippo, riempì di cognac un
bicchierino, glielo porse: egli lasciava fare, macchinalmente, e sorbiva
il caffè, senza sentirne il gusto.
--Non capisco,--disse a un tratto, rimettendo sul vassoio la
chicchera.--Non capisco. Loredana torna qui? Lei va a riprenderla?... E
io....
La signora Emma non rispose, ma Filippo incalzò:
--Mi dica: non la vedrò più?
E poichè la signora rimaneva sempre silenziosa, anch'egli non domandò
più nulla, e restò immobile, con gli occhi fissi nel vuoto, come a
seguire qualche fantasma spaventevole.
Finalmente si alzò, prese il cappello, stese la mano alla signora De
Carolis, e uscì senza far parola. In anticamera, la domestica lo
aspettava per dirgli qualche complimento, ma vedendolo così pallido e
sfatto, corse in cucina e vi si richiuse, perchè egli non avesse a
soffrire incontrandola in anticamera.
XI.
Il sole che arroventava il campiello e illuminava le case con una luce
quasi insopportabile, ebbe potere di scuotere Filippo da
quell'accasciamento che pareva sonnambulismo. Si drizzò, sentendo che le
spalle gli si erano incurvate, e si guardò intorno con occhio sicuro.
Perdere Loredana? Obbedire a sua madre? Tutto finito, tutto crollato?
--Parto col primo treno,--promise a se stesso.--Arrivo a Sirmione,
prendo Loredana e questa sera saremo lontani e sicuri. Qualunque cosa,
piuttosto di perderla. Ho commesso una fanciullaggine con sua madre;
bisogna riparare subito, subito, subito....
Non aveva ancor finito il suo pensiero, che una voce nota gli risonò
alle spalle.
--Guardalo qui! Dove vai, così meditabondo?
Era Berto Candriani, che, fattoglisi al fianco, lo squadrò e rimase
stupefatto.
--Accidenti! Che cosa t'è successo? Ti hanno bastonato?
Filippo gli disse con voce secca:
--Non ho voglia di scherzare, Berto!
--E non scherzo. Mi dispiace sinceramente di vederti così, come ti fosse
avvenuto qualche cosa di molto grave. Eri tanto allegro iersera....
Il conte non rispose, e i due uomini procedettero qualche tempo senza
far parola urtati dalla gente che passava per le calli; ma quel giorno
doveva essere singolarmente disgraziato per Filippo, perchè allo svolto
d'una viuzza s'imbattè col conte e con la contessa Lombardi.
--Ah, bene, bene, bene!--esclamò il conte Lombardi, aprendo le braccia,
come per impedire il passaggio ai due amici.--Venite a proposito!
La contessa ebbe un sorriso di compiacenza alla vista di Filippo, che le
stava innanzi a capo scoperto e la salutava.
--Abbiamo la gondola a due passi di qui,--ella annunziò,--e si parlava,
proprio di voi, Flopi. Noi facciamo un giro, e vi conduciamo con noi.
Anche Berto Candriani ci farà compagnia....
--Un giro?--ripetè subito Berto con circospezione.--Che cosa deve
intendersi per un giro, contessa?
--Muoviamoci,--ella rispose.--Noi impediamo il passaggio alla gente. Ora
entriamo in gondola, e vi spiegheremo.
La contessa Lombardi era ancora piacevole, benchè avesse valicato la
quarantina. Il suo corpo era svelto, i capelli eran chiari, gli occhi
vivi; solo la carnagione aveva perduto la sua freschezza; ma poichè la
contessa dichiarava ella per prima di esser vecchia e finita, tutti la
guardavano con simpatia e la trovavano assai più giovane di quanto non
dicesse.
Arrivati al traghetto dove aspettava la gondola a due remi, la contessa
vi montò, Berto vi balzò dentro, dicendo:
--Spiegateci il giro!
Ma Filippo disse:
--Contessa, io devo scusarmi....
--Ah bah!--esclamò la contessa.--Flopi, voi mi fate pensare che la
nostra compagnia vi dispiaccia. Quando noi vi facciamo un invito, voi
avete subito pronta una scusa.
--Cara contessa, siete crudele!--mormorò Filippo.
--Oh, a proposito,--aggiunse il conte Lombardi.--Ricordati che sei a
pranzo da noi, stasera.
--Dunque, vi decidete?--domandò la contessa, guardandolo.
Filippo comprese che bisognava decidersi, si appoggiò al braccio del
gondoliere, e salì....
Il giro della contessa durò per più ore; la gondola, spinta con agile
vigorìa, uscì dal bacino di San Marco in un batter d'occhio, e prese il
largo verso il Lido, poi, per le Vignole, arrivò a San Francesco del
Deserto.
La contessa Lombardi e Berto Candriani erano allegri.
--Non è vero che almeno così godiamo un po' di fresco? Sentite che bel
fresco, Flopi?--diceva la contessa.
Filippo aveva perduto ogni velleità di ribellarsi. Le ore passavano e
gli cadevano sul cuore come goccie di piombo, con un presentimento
funesto; ma egli era troppo abituato alle commedie del mondo perchè il
suo volto lasciasse trasparir l'angoscia febbrile alla quale tutta
l'anima sua era in preda. Sarebbe partito l'indomani: ormai bisognava
adattarsi e non far pesare i proprii dolori sugli amici che volevan
godere la sua compagnia.
Con un rude sforzo riuscì a dominarsi e parve felicissimo di quella
gita, di quello sciupìo di tempo, infinitamente prezioso per lui;
scherzò con Berto Candriani, il quale non sapeva comprendere una
mutazione così rapida, ed era stupefatto; Filippo fece anche un po' di
corte alla contessa, col consenso del marito, che sorrideva.
--Io non so dove tu sia stato,--osservò a un tratto il conte
Lombardi.--Se ne raccontan di belle, a questo proposito....
--Di bellissime,--rincalzò Berto.
--Non so dove tu sia stato, Flopi, ma la campagna ti ha fatto bene. Sei
allegro....
--Allegro,--ripetè Filippo, sentendo l'ironia di quella affermazione.
Tornavano verso Venezia, e la città si scorgeva tutta bianca, come
tutelata dall'angelo d'oro del campanile vetusto: i palazzi marmorei
parevan da lungi portentosi ricami, fragili merletti diuturnamente
lavorati dall'uomo e dal tempo; le acque ai loro piedi si stendevan
placide, con un trasparente color di smeraldo, che gli ultimi raggi di
sole facevano scintillare.
--Ma io vorrei sapere,--osservò la contessa,--che cosa si dice della
campagna di Flopi....
I tre uomini si guardarono.
--Ecco,--disse Berto Candriani,--si dice che....
--È sottinteso,--interruppe Filippo,--che voi, contessa, non crederete
parola di quanto sta per raccontarvi Berto. Voi conoscete quest'uomo? Il
più fantasioso dei maldicenti....
--Non crederò nulla,--rispose la contessa.--Ma vorrei sapere.
--Si dice,--continuò Berto Candriani,--che Flopi, innamorato d'una
bella, d'una bellissima ragazza, sia scappato con lei.
La contessa Lombardi diede in una risata.
--Che pazzo!--esclamò.--È scappato, ed è qui in gondola, al mio fianco?
Berto crollò le spalle.
--Siete ingenua, contessa, mia! È qui per un giorno o due. Domani sarà
scomparso di nuovo.... Sa far le cose da maestro, la vecchia volpe....
La contessa stette un momento a pensare, poi osservò:
--Credevo meglio. Queste cose vanno sempre a finir male; e se
l'avventura è come si racconta, Flopi ha perduto la testa davvero.
Filippo sorrise con l'indifferenza dell'uomo che ascolta cose senza
alcun senso.
--È come ve la racconto io,--assicurò Berto Candriani.--Fuga romantica
con giovinetta.
La contessa alzò le spalle.
--Via, via,--esclamò,--sono maldicenze sciocche: sarebbe nato uno
scandalo senza esempio, e invece non c'è che qualche diceria.... Voi non
sapete ragionare, povero amico!
--Oh guarda,--protestò il Candriani,--Flopi scappa con una ragazza, e
chi non sa ragionare sono io! Voglio mettermi anch'io a far fuggire le
fanciulle, per vedere se mi troverete ragionevole....
Gli amici risero, e la conversazione fu mutata.
A Venezia, giunsero sull'imbrunire; Filippo e il Candriani, scendendo
dalla gondola presso la piazza San Marco, presero congedo per correre a
casa a mutarsi d'abito e per ritrovarsi indi a un paio d'ore nuovamente
dai conti Lombardi.
Non appena fu solo, nella sua camera, Filippo sentì calargli sulle
spalle il peso di quella giornata nefasta, l'accoramento per la sorte di
Loredana. Gli tornò il pensiero d'andarsene subito, di giungere in piena
notte a Sirmione, di prendersi la fanciulla e fuggir lontano.
Ma di nuovo, le abitudini lo dissuasero. Era impossibile mancare al
pranzo, dar quella clamorosa conferma alle voci delle quali il Candriani
s'era fatto eco. Bisognava partire all'alba; ormai non si trattava più
che di poche ore, dell'ultimo sacrifizio.
Quando Filippo, in marsina, con una gardenia all'occhiello, varcò la
soglia del palazzo Lombardi, egli aveva dipinta in viso una tale
espressione di pace, che lo si sarebbe giudicato l'uomo più tranquillo
del mondo.
Berto Candriani, il quale l'aveva preceduto di poco, rimase, al vederlo,
stupefatto per la terza volta.
XII.
Loredana, accasciata per la lettera nella quale Filippo le annunziava
che la sua lontananza si sarebbe ancora prolungata di alcuni giorni,
stava sul divano, a occhi chiusi, non udendo, non pensando, nella
disperazione di far passare quel tempo che doveva essere eterno.
Le fiamme della gelosia cominciavano a divorarle il cuore. La società
alla quale apparteneva Filippo e nella quale era momentaneamente
rientrato, pareva alla fanciulla singolarmente pericolosa. Egli vi
avrebbe ritrovato Fausta e mille altre donne come quella, aiutate dal
lusso e dall'eleganza. E che cosa poteva far lei, povera ragazza ancora
ingenua, contro le malìe di quelle femmine sapienti, cariche di gioielli
prodigiosi, ornate di tutte le grazie? Per la sua fantasia inesperta i
convegni mondani eran come convegni d'amore nei quali Filippo avrebbe
dimenticata presto la piccola amica che soffriva.
E il pensiero venne a colpirla con tanta durezza, che la fanciulla balzò
in piedi, corse nella camera da letto, ne uscì con un largo cappello
bianco che piantò risolutamente in testa, e s'avviò, tenendo un
ombrellino scarlatto fra le mani.
Nel vestibolo trovò la signora Teobaldi, la quale s'avviava appunto
dalla ragazza per strimpellare il piano. Clarice era vestita alla
Pompadour, con amplissimi disegni sul corsetto e sulla gonna: questa,
troppo corta, lasciava scoperti i piedi calzati di scarpe bianche; e
così abbigliata, coi fianchi prominenti, la figura tozza, la Teobaldi
pareva una trottola accuratamente pitturata di fresco.
--Esce?--ella domandò con voce triste.
--Sì, vado a passeggiare,--rispose Loredana.--Vuol tenermi compagnia?
Eran le quattro; il sole abbruciava, la luce era acciecante, sugli
alberi strillavano le cicale.
Clarice, fattasi sulla soglia, gettò un'occhiata intorno, aggrottò le
terribili sopracciglia, e disse:
--Non so se mi convenga arrischiare....
--E perchè no?--chiese Loredana stupita.
--Sa, per la voce; potrei prendere un riscaldo....
La fanciulla crollò le spalle e uscì.
Voleva andare a quelle Grotte di Catullo che avevano visto la sua
felicità, quando vi passava con Filippo quasi l'intera giornata,
imaginando d'esser con lui in un'isola perduta dell'Oceano. Ma per la
certezza che quei ricordi, uniti all'amaritudine presente, l'avrebbero
fatta soffrire di soverchio, Loredana s'avviò sulla strada di Sirmione,
verso la strada provinciale.
Camminava adagio, riparata dall'ampio ombrellino scarlatto, e guardava
gli alberi, l'erba, l'acqua, le barche dei pescatori, per distrarre la
mente, perdendosi in osservazioni oziose. Si fermò a rintracciar fra
l'erba una cavalletta, stette a vedere una lucertola che, immobile, la
fissava coi piccoli occhi neri e acuti. A un punto della strada, alcuni
monelli uscirono a giuocar coi noccioli delle pesche, e Loredana
assistette a una partita, come un monello essa pure.
Così s'era già dilungata verso la strada provinciale, quando da un
nugolo di polvere che si scorgeva lontano, comprese che una carrozza
s'avvicinava; e perchè la cosa non era troppo frequente, Loredana
sedette sopra un muricciuolo, aspettando l'arrivo insolito. La vettura
correva rapidissima e si udiva il tintinnìo dei campanelli.
Un pensiero balenò nel cervello di Loredana:
--Fosse Filippo?
Ma non volle fermarsi a quell'idea, assurda, e che pur le faceva battere
il cuore con tanta ansietà.
Del resto la carrozza era ormai a pochi passi. Loredana si alzò in
piedi, gettò un'occhiata, e vide....
Era possibile? Aveva visto bene? Non si trattava d'un'allucinazione?
La carrozza procedette ancora per alcuni metri, poi si fermò, e una
donna ne discese, tornò indietro a corsa, gridò:
--Lori, Lori, Lori!
Loredana le andò incontro, smarrita, felice, non riuscendo a
comprendere; e sulla strada, innanzi al vetturale attonito, madre e
figlia s'abbracciarono e si baciarono piangendo.
--Vieni con me,--disse la signora De Carolis alla figlia.--Andiamo
all'albergo. Devo parlarti....
Le due donne saliron di nuovo nella vettura, che riprese la sua corsa.
--Oh mamma, come sono felice!--esclamò Loredana, tornando ad
avvinghiarsi al collo della madre, e baciandola con forza.--Chi ti ha
detto che ero qui? Sei venuta a farmi compagnia? Sono sola, tutta sola.
Starai con me. C'è una bella camerina all'albergo, e te la farò
preparare subito, subito, perchè devi essere stanca, con questo caldo.
Ah, come sono felice, mamma! Mi pareva che qualche cosa mi chiamasse per
questa strada!
Mentre ascoltava le parole e rendeva i baci, Emma andava considerando la
sua figliuola, così elegante nell'abito leggero di seta cruda color
d'oro, con la vita stretta in un'alta cintura rossa, con
quell'ombrellino scarlatto dalla impugnatura d'avorio bruciato.
Era molto bella, e molto diversa da un giorno. Il soffio misterioso
dell'amore le aveva dato un'espressione nuova, inconsciamente più
ardita; se prima era ammirata, adesso poteva svegliare la concupiscenza
e accendere la passione degli uomini. Ma Loredana pareva ignorare e il
mutamento compiuto e la significazione pericolosa della sua bellezza.
Tutto pareva ella ignorare; anche l'abisso in cui era precipitata, dal
fondo del quale sorrideva a sua madre.
Emma evitò di rispondere, il cuore stretto da uno struggimento oscuro;
per fortuna il supplizio durò poco; la carrozza giunse innanzi
all'albergo, e Loredana, svelta e leggera, balzò a terra, e stese la
mano ad Emma.
Una donna assisteva a quell'arrivo impensato: Clarice Teobaldi, la
quale, pavoneggiandosi nell'abito troppo corto alla Pompadour,
passeggiava avanti all'albergo, per farsi ammirare da alcuni pescatori,
che la guardavano con ironia mal celata.
Loredana si volse, vide la Teobaldi e sorrise.
--È tornata in carrozza?--disse l'altra, sorridendo a sua
volta.--Credevo fosse arrivato il signor conte.
--No, è la mamma, la mia mamma!--esclamò gioiosamente Loredana.
La Teobaldi fece un inchino alla signora De Carolis, che la squadrò con
un'occhiata, non rispose al saluto, ed entrò nell'albergo, seguita dalla
fanciulla.
Quando giunsero alla camera di Loredana, Emma, appena varcata la soglia,
si volse e chiuse l'uscio a chiave.
XIII.
Quella era la camera che aveva visto e tutelato gli amori di Loredana
con Filippo; tra quelle pareti s'era svolto il dramma eterno della
fanciulla che si tramuta in donna; e forse ogni oggetto, ogni mobile,
ogni ninnolo conservava un ricordo, aveva un significato pei due amanti.
Emma De Carolis gettò uno sguardo a sua figlia, e disse bruscamente con
voce secca:
--Sono venuta a prenderti.
Loredana, la quale era in piedi, ancora col cappello in testa, non potè
frenare un sussulto, e ripetè:
--A prendermi?
--A prenderti,--annunziò Emma di nuovo.--A prenderti e a condurti a
casa. Credi che sia venuta qui per assistere a questo scandalo, a questa
vergogna? Su; levati codesto abito, metti il tuo vestitino nero; fa
presto, perchè non abbiamo tempo da buttar via.
Loredana, udendo quella rampogna espressa con voce fredda, decisa, che
non avrebbe attesa mai da sua madre, diventò pallidissima e si appoggiò
allo schienale d'una sedia. Non comprendeva ancora bene, ma intuiva
oscuramente che il suo amore era finito, spezzato, cancellato per
sempre.
--Véstiti,--ripetè Emma.--Fa presto.
La fanciulla le si avvicinò, ma non osò stendere le braccia, per
attirarla a sè.
--Mamma,--disse,--che cosa avviene?
Si passò una mano sul viso, come per fugare una nube che le avesse
ottenebrato la vista; e seguitò:
--Mamma, non comprendo....
--Lo so; lo so, che non comprendi,--rispose Emma.--Obbediscimi; va a
vestirti; ti spiegherò tutto, dopo.
--Ma dove andiamo, mamma?--esclamò Loredana, stendendo le mani quasi ad
implorare.
--Dove andiamo? A casa; torniamo a casa nostra, a Venezia.
La fanciulla fece ancora un gesto, smarrita, guardandosi intorno.
--E Filippo?--domandò.--Lo sa, Filippo, che sei venuta, a prendermi?
Emma si sentì avvampare la faccia ed ebbe un lampo nello sguardo.
--Filippo?--ripetè.--Io, tua madre, ho da chiedere il permesso al conte
Vagli per riprendere la mia figliuola? E tu obbedisci a lui, piuttosto
che a me?... Lori, non farmi parlare, non tormentarmi....
Le due donne eran di fronte e si guardavano, ambedue timorose di far
male e tuttavia nell'impossibilità di capirsi. Loredana tremava da capo
a piedi, come già Filippo aveva tremato innanzi ad Emma; ma la
fanciulla, invece di piangere e di smarrirsi, sentiva tumultuare
nell'animo una ribellione sorda, imperiosa, veemente, che a pena era
frenata dalla presenza della madre.
--Filippo,--essa mormorò,--Filippo non sa nulla, e io non posso partire
così, senz'avvertirlo. Mi ha scritto che tornerà fra qualche giorno;
ebbene, mamma, aspetta; glielo dirai tu, che io devo tornare a casa....
Emma non potè trattenersi, avanzò qualche passo, afferrò un braccio
della figliuola, e la scosse con forza.
--Ma che cosa dici?--esclamò.--Chi è Filippo? Che diritti ha su di te,
perchè tu non possa muoverti senza il suo beneplacito? Io non so chi
sia, colui.... È un libertino che ti ha sedotta; e io devo aspettarlo
qui, per chiedergli il permesso di riprendere mia figlia? Che cosa dici,
pazza?
Per la durezza di quelle parole, per la stretta nella quale sentiva
preso il braccio, per le offese lanciate a lei e al suo amante, Loredana
proruppe. Si liberò dalle mani di sua madre, fece un passo indietro, e
con gli occhi scintillanti, colla persona eretta come se tutti i nervi
si fossero tesi rudemente nel suo corpo fragile, ella rispose:
--Ma è inutile, sai? È inutile che tu insista! Io non parto: io non mi
muovo.
--Lori,--mormorò Emma,--pensa a quel che fai....
--Non parto, non mi muovo, se prima non è tornato Filippo,--rincalzò
Loredana con voce che le usciva tronca dalle labbra.--Filippo ha dei
diritti, su di me; tu puoi ignorarli; io non posso, se non sono una
ragazza spregevole. I suoi diritti non li ha inventati lui; glieli ho
dati io, perchè l'amo, e ho abbandonato ogni cosa per seguirlo. Egli non
mi ha sedotta; gli volevo bene, gli voglio bene oggi più che mai; vivo
qui sola, in questo paese, per lui. Che colpa ha Filippo in tutto
questo? Se anche avessi sposato Adolfo, oggi vorrei bene a Filippo,
perchè non ho mai amato che lui; e perciò Filippo è un libertino? Se
anche fosse? Io lo amo, gli ho dato tutti i diritti su di me, e tanto
peggio per me, dunque! Del resto, mamma, non è questione di diritti. Io
dovrei partire senza avvertirlo? Egli torna, felice di stare con me, e
non mi trova più? Che cosa mi ha fatto, per trattarlo a questo modo? Non
parto, non mi muovo, fin che io non lo abbia rivisto....
Emma ascoltò in silenzio; il suo sdegno, a mano a mano che la figlia
parlava, andava cadendo. Ella raffrontava mentalmente le parole di
Filippo con le parole di Loredana, e sentiva di trovarsi alle prese con
una passione senz'argini, fatta d'impeto, contro la quale era
impossibile agire con la forza.
Sedette in una poltrona, e quando Loredana tacque, ella disse,
addolcendo la voce:
--Capisco che lo ami. Lo ami più di me. Io sono una povera mamma. Ero
venuta per perdonarti.... Quante mamme avrebbero perdonato?
Udendo quella voce, la solita voce buona di sua madre, Loredana
s'avvicinò, si mise in ginocchio presso la poltrona, ricinse con le
braccia il busto di Emma; e mentre le scendevan le lagrime silenziose
per le gote, susurrò:
--Sì, mamma. Io ti voglio tanto e tanto bene....
Esitò un istante, poi aggiunse con qualche incertezza:
--Ma per Filippo è un'altra cosa; non lo amo di più, lo amo
diversamente. E non posso, credimi, abbandonarlo in questo modo.... Tu
mi hai perdonato, mamma; e sono così felice! Ma non posso abbandonare
Filippo senza dirgli una parola.... Ah tu non sai come voglio bene a te,
come voglio bene a lui! Ho tanto sofferto, pensando a te, che eri sola;
non ho mai avuto un giorno di requie; non dirmi che io ti ho
dimenticata....
Cautamente, mentre Loredana parlava, Emma le tolse il lungo spillo e le
liberò la testa dal cappello, posandolo sulla tavola vicina; poi con la
mano leggera le accarezzò i bei capelli dai riflessi dorati.
--Lo so,--disse,--che mi vuoi bene. E per ciò ti ho perdonato. Ma il mio
perdono, vedi, non servirà a nulla, se non potrò aiutarti....
--Aiutarmi, come?--interrogò Loredana stupita.
--Nessuno sa che tu sei fuggita col conte. A tutti io ho narrato che sei
fuori, in campagna, presso una famiglia amica. La cosa è parsa vera, e
non si parla più della tua assenza; ma i giorni passano, e se tu non
torni, verrà il momento ch'io dovrò confessare la tua fuga.... Hai
capito, Lori? Io dovrò confessare la tua fuga, e tu non potrai più
tornare a Venezia, se non vorrai che tutti ti segnino a dito, e ridano
di me e di te. Hai capito, Lori? Ecco perchè son venuta a prenderti;
siamo ancora in tempo; il tuo ritorno sembrerà naturale, e con l'aiuto
di Dio, se nulla di peggio avverrà, questa brutta pagina della tua
giovinezza sarà un mistero per tutti. Hai capito, Lori?
Loredana tentennò il capo, e si alzò, asciugandosi gli occhi.
--Non me ne importa niente,--disse poi.--Perchè devo occuparmi di ciò
che si dirà un giorno?... Tu agisci, mamma, come se io un giorno dovessi
sposare Adolfo Gianella o qualche altro. Io appartengo a Filippo, e
apparterrò sempre a lui. Non si tratta d'una pagina della mia
giovinezza; si tratta della mia vita intera, che ho donata a Filippo....
Gli altri non esistono più per me.
La madre sospirò, mulinando di pronunziar qualche parola decisiva, e
temendo di pronunziarla; fece sedere la fanciulla sulle ginocchia, le
fece appoggiar la testa alla sua spalla, e osservò cautamente:
--Dici bene, Lori. Hai dato la tua vita intera al conte. Ma se il conte
si stancasse di te, e se tu comprendessi un giorno che gli sei di peso?
Loredana balzò in piedi, guardando sua madre con gli occhi spalancati.
--Non dirlo, mamma! Non lo pensare nemmeno!--esclamò.--Sai qualche cosa
tu? Ti hanno raccontato qualche cosa di lui?
Emma allungò le braccia, fece sedere di nuovo la figlia in una
poltroncina ch'ella aveva avvicinato; e di nuovo con voce dolce e piana,
disse:
--Non so nulla, cara, non mi hanno raccontato nulla. Ma gli uomini sono
facili a stancarsi e a mutare....
--Filippo è diverso, sentenziò Loredana prontamente.
--Il conte,--osservò Emma,--gode una posizione privilegiata, ha
abitudini signorili; può stancarsi non di te, ma della vita che per te
sarà costretto a condurre; forse i parenti gli daranno dei dispiaceri,
e, non conoscendoti, giudicheranno che tu sia una donna cattiva. Il
conte è ricco, e si fa presto a supporre che una ragazza viva con lui
non per amore, ma per calcolo.
Loredana ascoltava inorridita, con le mani strette, fremendo come
l'avessero obbligata a piegarsi e a guardare in un gorgo minaccioso, dal
quale presto ella doveva essere ingoiata.
--Che cose ripugnanti mi dici, mamma!--esclamò, torcendo istintivamente
la bocca.
Ma Emma sorrise con tristezza, e accarezzò le mani della figlia,
bianche, dalle lunghe dita.
--Son cose vere, di tutti i giorni,--ella disse poi.--Ed è per questo
ch'io son venuta a prenderti. Ah, imagina, Lori, che sarebbe di me, se
dovessero accusarti non solo di aver gettato il tuo onore, ma di esserti
venduta a un ricco! E non pensi che potrebbero sospettare anche di me,
come se io avessi visto, compreso e permesso? Io sola conosco la verità;
io sola ho udito le tue parole e le parole del conte....
Si morse le labbra, volle aggiustar la frase, ma già Loredana l'aveva
afferrata e già di nuovo, con un balzo, era dritta innanzi a sua madre.
--Di Filippo?--gridò.--Hai udito le parole di Filippo? L'hai visto,
dunque? È stato da te? Che cosa ti ha detto?... Anch'egli mi ama, non è
vero? Me l'aveva promesso, che ti avrebbe fatto giungere mie notizie; ma
egli è venuto a trovarti.... Vedi come è leale? Se volesse abbandonarmi,
se pensasse di potere stancarsi di me, non verrebbe a parlarti.... Dimmi
quando l'hai veduto; che cosa ti ha detto?
Emma dovette raccontare, e raccontò della visita e del colloquio avuto
con Filippo; la fanciulla stava attenta, quasi senza respirare,
accompagnando la narrazione di sua madre con brevi cenni del capo; e
quando Emma ebbe finito, Loredana tornò a sedersi e restò a lungo muta e
cogitabonda.
--Infine,--ella osservò a un tratto,--egli ha acconsentito alla tua
idea, e ti ha permesso di venire a prendermi. È molto strano il suo
amore....
--Io l'ho persuaso,--disse Emma.
--Oh aveva paura, dunque?--domandò Loredana.--Di che cosa aveva paura?
Io non ho avuto paura di nulla, quel giorno....
Tacque nuovamente; a poco a poco l'espressione del suo viso mutava,
diventando chiusa e dura, come se uno spasimo contraesse i muscoli del
bel volto giovanile; la fronte bianca e fresca fu solcata da una ruga, e
le labbra si strinsero, mostrando agli angoli una piega di disgusto.
Ella s'alzò.
--Aspettami,--disse.--Mi svesto, indosso il mio vestitino nero, e poi
partiamo!
Emma, che aveva colto con l'occhio intento la mutazione rapidissima di
quel viso, che aveva notato la inflessione recisa della voce, che vedeva
la figlia impallidire, volle seguirla.
Loredana entrò nella sua camera da letto, si guardò intorno come avesse
sentito tremare il pavimento sotto i piedi; s'avvicinò a un baule per
aprirlo; poi si fermò ancora, passandosi una mano sul volto e sulla
fronte.
--Ora partiamo,--ella ripeteva.--Ora partiamo. Aspettami.
Ma, d'un tratto, mentre s'inchinava per sollevare il coperchio del baule
nel quale conservava il suo povero abito nero, mandò un grido e cadde a
terra di schianto.
XIV.
L'albergo fu sossopra; accorsero alle grida della signora De Carolis
l'albergatrice e la signora Teobaldi; poi uscirono ambedue, soffiando e
galoppando, e tornarono l'una con una bacinella d'acqua fresca, l'altra
con una boccetta di sali.
In ginocchio presso la figlia sempre immobile a terra, Emma le aveva
slacciato il busto; ma non riusciva a sollevarla.
La Teobaldi si provò a darle mano, e mentre s'affannava all'opera
pietosa, udì il laceramento del corpetto alla Pompadour, che non aveva
potuto resistere agli sforzi inusitati della cantatrice. Allora ella
uscì, ancora galoppando, con la faccia color paonazzo, e tornò seguita
dall'albergatore; il quale sollevò Loredana come un fuscello, l'adagiò
sul letto, e si ritirò subito.
--Lori,--susurrava la madre,--Lori, tesoro mio, amore mio....
--Le faccia fiutar questa boccetta,--consigliò la Teobaldi,--è
miracolosa! Povera fantolina; le sarà rimasta la colazione sullo
stomaco....
--Ma no,--rispose Emma.--Mi dia dell'acqua fresca.
La Teobaldi recò la bacinella, e con la mano Emma spruzzò il viso della
figlia, due, tre volte.
Loredana sospirò infine, profondamente, e il seno bianco si sollevò come
per un singulto.
--Lori,--susurrò Emma,--amore mio, sono qui.
--Ecco, ecco!--esclamò la Teobaldi.--Rinviene; apre gli occhi....
Apriva gli occhi, infatti, Loredana, e li volgeva intorno senza
raccapezzarsi; ma incontrò lo sguardo di sua madre e sorrise, allungando
una mano per prender la mano di lei. Emma le coprì il viso di baci,
piangendo e balbettando parole di tenerezza.
--Che bella scena!--osservò la Teobaldi, colpita nel suo sentimento
estetico.--Che bella scena d'amor materno!
Loredana riconobbe la voce, e mormorò a sua madre:
--Mandala via!
Emma si volse.
--Io la ringrazio, signora,--disse alla Teobaldi.--Lei è stata molto
gentile....
--Non lo dica, non lo dica,--interruppe Clarice,--io voglio molto bene a
sua figlia. Come si fa a non volerle bene?
Si avvicinò al letto e si rivolse a Loredana:
--Sta meglio, signora? Ah, ma com'è bella, così!... È vero che sta
meglio? Un po' d'imbarazzo, forse. E poi, nella sua condizione di
giovane sposa, un malessere momentaneo può avere tanti significati....
Emma fremette da capo a piedi, quasi fosse stata punta. Quell'udir
chiamare sua figlia «giovane sposa», quell'allusione a una maternità
possibile, la richiamarono d'improvviso alla realtà senza illusioni.
--Lasciamola, lasciamola,--disse alla Teobaldi,--ha bisogno di riposare,
adesso. La ringrazio di nuovo, signora.
La Teobaldi salutò ancora Loredana, salutò Emma, ed uscì tra il fruscìo
dell'abito alla Pompadour e della sottana inamidata.
--Non ti spaventare,--disse la fanciulla a sua madre, non appena l'uscio
fu chiuso alle spalle della cantatrice.--Sto bene, ora; possiamo
partire....
E fece l'atto di scendere, ma Emma la rattenne.
--No,--disse.--Puoi aspettare; partiremo stasera.
Ella avvicinò una poltrona e sedette; Loredana chiuse gli occhi, e per
lungo tempo le due donne non pronunziarono verbo, seguendo ciascuna i
proprii pensieri. Il silenzio era pesante; non risonava nell'albergo
alcun rumore, e appena dal basso veniva il mormorìo del lago, che
lambiva la casa; di tanto in tanto, s'udiva l'ultimo frinire delle
cicale, salutanti il sole ch'era presso al tramonto.
A un tratto Loredana volse il capo, e domandò:
--Ti ha detto lui, che io era qui? Ne sei ben sicura, mamma?
--Come potrei ingannarti, amore mio?--rispose Emma.
--E ti ha permesso di venire a prendermi?
--Ha dovuto cedere; ha pianto, ha pregato, ma ha dovuto cedere....
La fanciulla sorrise con amarezza.
--Io,--disse poi,--io non ti avrei detto nulla, se fossi stata Filippo;
o se per disgrazia mi fosse avvenuto di dirtelo, sarei partita subito,
subito, avrei preso con me colei che amavo, e mi sarei nascosta ben
bene. Io avrei fatto così.
Emma non rispose, e vi fu un'altra pausa lunga.
--Ma che cosa fa, a Venezia?--riprese Loredana.--Te lo ha detto?
--No.
--È tornato nella società elegante,--mormorò la fanciulla, quasi
parlando con se stessa.--Dice che non può muoversi, perchè deve
rispondere alle cortesie e agli inviti che gli fanno; e io ero qui,
sola, di giorno e di notte, in un paese che non conosco, dove tutti mi
guardano in così strana maniera!
Tacque; poi, d'improvviso, domandò:
--Che cosa voleva dire quella sciocca?
--Chi, Lori?--chiese Emma.
--La Teobaldi.
--Non ho udito nulla.
--Ma sì: ha detto che il mio malessere può avere tanti significati....
Emma alzò le spalle con disdegno.
--E una sciocca, lo hai detto,--mormorò.
Verso le otto, pranzarono in silenzio, rapidamente. L'albergatrice, che
le serviva ella stessa a tavola, indovinò qualche avvenimento grande,
e, chieste notizie della «signora contessa», non domandò altro; poi
dispose per avere una carrozza che le conducesse a Desenzano, dove
avrebbero preso il treno; e fu stupita, apprendendo che lasciavano i
bauli e le valigie.
Era un'idea di Emma, la quale non voleva portarsi a casa i regali e il
corredo fatti dal conte a sua figlia.
--Vuol dire che tornano?--osservò l'albergatrice.
--Senza dubbio,--rispose Emma.--In ogni modo, il conte s'incaricherà lui
di dare ordini pel bagaglio.
Appena la donna fu uscita, Loredana svestì l'abito di seta color d'oro,
indossò presto l'abituzzo nero, che agli occhi della madre la
ringiovaniva e quasi la purificava.
La fanciulla non parlava, come avesse avuto bisogno del silenzio per
sostenere la sua volontà e per trovare forza in quegli istanti crudeli,
in quell'ora in cui il passato cadeva nel nulla e un avvenire
torbidamente incerto le si spalancava innanzi.
Quando fu pronta, disse:
--Aspettami, torno subito.
E prima che la madre pensasse a trattenerla, Loredana uscì, discese le
scale, andò in cerca della Teobaldi.
Era ripresa dalla necessità di dire una parola a Filippo, di mandargli
un saluto; non poteva, da un istante all'altro, staccarsi da lui e
dimenticarlo; tutta la sua anima, tutto il suo corpo gli appartenevano
ancora, quantunque egli le apparisse ora così diverso da quello che
aveva sognato, così cattivo e vile.
Trovò la Teobaldi in cucina; parlava sommessamente con l'albergatrice,
presso la tavola, sulla quale eran disposti i piatti e le posate
sporche.
Loredana s'affacciò alla soglia, e con voce che fece dare un sobbalzo
alla Teobaldi, chiamò:
--Signora Clarice!
L'altra le si avvicinò senza rispondere, e la fanciulla la condusse
fuori, nell'atrio; poi prese una matita, vergò alcune parole sopra un
pezzo di carta, e disse:
--Di lei mi posso fidare?
La Teobaldi mise una mano sul petto esuberante, e rispose:
--Tesoro mio, che cosa domanda? Io darei la vita per farle piacere.
--Bene: lei deve spedirmi domattina questo telegramma; vada a Peschiera
e lo spedisca di là; qui non c'è telegrafo. Ma non dica parola ad anima
viva. Mi posso fidare?
Clarice ripetè il gesto, e rispose:
--Le ho detto: per farle piacere, darei la vita; che cosa devo dirle di
più? Domattina alle nove sarà fatto tutto.
--Prenda,--soggiunse Loredana,--questo è il telegramma, questi sono i
denari per la carrozza. Su, su, non voglio che rifiuti. Perchè deve
spender lei? E la ringrazio di cuore. Ma non parli nemmeno con l'aria.
La Teobaldi afferrò la mano della fanciulla, e domandò inquieta:
--Ci rivedremo? Tornerà?
--Sì, ci rivedremo.... Addio, grazie!
Allora Clarice non si rattenne, allungò le braccia, si strinse Loredana
al petto, baciandola sulle guancie impallidite.
--Addio, tesoro! Addio, bellezza! Che la Madonna l'aiuti....
Sentendo in quell'abbraccio il calore d'una affezione sincera, d'una
simpatia verace, Loredana si liberò dalla stretta dolcemente, e sorrise
con malinconia.
--Che la Madonna l'aiuti!--ripetè Clarice.
Ma già la fanciulla saliva rapida le scale e tornava presso sua madre,
la quale le veniva incontro, inquieta.
XV.
Le emozioni della signora Clarice Teobaldi non dovevano finir così
presto.
Quella sera stessa vide partire Loredana con sua madre nella carrozzella
che le conduceva a Desenzano. La fanciulla, vestita d'un abito nero,
inelegante e povero, mostrava gli occhi stanchi per il pianto, e tutto
il suo corpo si reggeva a mala pena, quasi che un peso invisibile e
intollerabile le gravasse le spalle.
Salita nella carrozza, fece alzare il soffietto, si rincantucciò al suo
posto, abbassò il capo, e parve con la mente allontanarsi subito da
tutto quanto la circondava. Sua madre non apriva più bocca, ma aveva
sguardi lunghi e meditabondi per la figliuola.
La vettura, partì, s'avviò per la strada sulla quale Loredana aveva il
giorno stesso incontrata la mamma; sparve nell'oscurità della sera
calante; qualche tempo ancora risonò il tintinnìo dei campanelli, poi il
silenzio ricadde come un velo fitto, che separasse per sempre il passato
da ciò che doveva avvenire.
La Teobaldi, rimasta sola, col cuore gonfio di gratitudine per la
missione delicata affidatale da Loredana, col cuore gonfio di sconforto
per la partenza della fanciulla, disdegnando esprimersi con
l'albergatrice, salì nelle camere di Loredana, ne trovò l'uscio aperto,
entrò.
Sulla tavola stava un doppiere, che la Teobaldi ravvisò nella penombra;
ella lo accese, gettò un'occhiata in giro, afferrò il senso di
desolazione ond'erano invase quelle camere, nelle quali s'era svolto un
poema d'amore. Il piano era tuttavia aperto; in un angolo stava un
grosso baule; sul divano giacevano un cappello bianco, una cintura
rossa, un ombrellino scarlatto, gettati alla rinfusa, quasi con rabbia.
Nella camera da letto, dove la Teobaldi si recò, portando con mano
incerta il doppiere pesante, restavano sul cassettone ancora tutti gli
oggetti graziosi, ch'ella aveva ammirato altra volta; spazzole e pettini
d'avorio, uno spruzzatore d'argento, un bruciaprofumi in bronzo; innanzi
al letto le pantofoline trapunte d'oro; a terra giaceva anche una
camicia da notte, che la Teobaldi raccolse, piegandosi dopo non pochi
sforzi, e ammirò per i bei merletti che l'ornavano.
Aleggiava nell'aria un profumo tenue, come la persona che era vissuta
nella camera avesse lasciato dietro di sè un solco misterioso, fatto di
olezzo inafferrabile e penetrante.
La Teobaldi ritornò nel salottino, depose sulla tavola il doppiere, e si
mise al piano.
Le tornarono alla mente le note di quella romanza, «Mon rêve», che aveva
cantato a Loredana; e le richiamò, dolcemente, stonando con delicatezza,
quasi che la fanciulla avesse potuto ancora udirla. Ella se l'imaginava
come allora, distesa sul divano, tutta bella, tutta superba del suo
amore, nervosa per l'impazienza di riveder presto il conte.
Ma volgendosi, Clarice sentì il vuoto che la circondava, e restò al
piano assorta....
Ah, essa aveva capito subito un mistero nella giovane esistenza di
Loredana, e aveva tremato subito per lei! Chi le avrebbe detto ch'ella
stessa, Clarice, sarebbe stata la confidente in quel dramma, troppo
semplice per non essere compreso?
Di quella fiducia insperata, la Teobaldi conservava così profonda
l'impressione, ch'ella si sarebbe ormai fatta uccidere piuttosto di
parlarne. Non le era mai avvenuto d'essere messa a parte d'un segreto,
perchè i maligni la dicevano pettegola; soltanto Loredana aveva
improvvisamente, istintivamente avvertito ch'ella sarebbe stata capace,
per amor proprio e per gratitudine, d'un silenzio eroico.
Non aveva nemmeno letto il telegramma affidatole da Loredana, e
l'avrebbe spedito senza leggerlo.
Presa questa risoluzione, ella passeggiò con le mani sulla tastiera
ingiallita e suonò lentamente la «Serenata» di Schubert, che le spezzava
sempre il cuore, e che in quell'occasione le fece piover dagli occhi
lagrime abbondanti. Pareva l'addio alla fanciulla lontana, che nel
frattempo viaggiava, viaggiava, verso un destino crudele, verso una
città nella quale non avrebbe trovato se non memorie di giorni
cancellati per sempre; pareva il grido d'un'anima stanca e delusa....
Ma la Teobaldi si destò di soprassalto dal suo sogno.
Aveva udito la voce dell'ostessa, la quale stava ritta sul limitare, e
le diceva:
--Che le viene in mente, signora Clarice? Bisogna chiudere, qui, perchè
mi hanno affidata tutta la roba....
--Non penserà mica ch'io son venuta a portarla via?--osservò la Teobaldi
alteramente.
--Dio me ne guardi!--esclamò l'ostessa.
--Bene, bene, me ne vado,--concluse Clarice.
Si alzò e si avviò verso l'uscio, per recarsi nella sua camera; ma
l'albergatrice aveva voglia di chiacchierare, e riprese:
--Che ne dice?
--Di che?
--Ma di questa partenza. Ha visto com'era disfatta la signora contessa?
Che ne dice, lei?
--Io? Io ho l'abitudine di non impacciarmi degli affari
altrui,--sentenziò la Teobaldi. E aggiunse, con una occhiata di
traverso:--E lei farebbe bene a imitarmi, per rispetto ai suoi ospiti!
L'albergatrice rimase intontita, fulminata da tanta austerità, alla
quale non trovava altra spiegazione se non che gli artisti son tutti
pazzi da catena.
Ma intanto la Teobaldi l'aveva piantata sulla soglia; e quasi ad
aumentar la stupefazione della femmina, riprese con tono imperativo:
--Domattina alle otto, una carrozza per Peschiera!
L'ostessa spalancò la bocca, e allargò le braccia.
--Come, signora Clarice, vuol partire anche lei!--esclamò la povera
donna.--Sarebbe offesa per quel che le ho detto, senza intenzione...?
--Che partire! Faccio una scappata e torno; starò fuori poco più
d'un'ora in tutto.
L'ostessa respirò e non rispose altro, racconsolata.
La Teobaldi fece come aveva detto. La mattina seguente, alle otto, montò
in carrozza, giunse a Peschiera, spedì il telegramma senza leggerlo, si
fece rilasciare una ricevuta, e tornò a Sirmione.
Sulla soglia dell'albergo trovò l'ostessa, che appena la vide, le andò
incontro col più schietto de' suoi sorrisi, e le disse:
--Veda, signora Clarice. Io ho chiuso l'appartamento del conte Vagli.
Queste sono le chiavi, e vorrei pregarla di tenerle lei.
Clarice le prese, le mise in tasca, e rispose:
--La ringrazio; penserò io a tutto. La ringrazio molto.
L'ostessa aveva parecchie domande da fare, ma non osò.
--Anche la signora contessa,--osservò rientrando,--sarà contenta che le
tenga lei, perchè le voleva bene.
--Ah sì, che sia benedetta!--esclamò la Teobaldi.--Mi voleva bene, mi
stimava, mi considerava. Giovane come l'acqua, ma testa fina!...
E a vincer la tentazione di spiattellare ogni cosa, s'arrampicò
bofonchiando per le scale, e riparò nella sua camera.
Vi sarebbe restata tutto il giorno, contentandosi di mangiare il
prosciutto e l'uva che s'era comprato a Peschiera, se verso le quattro
non fosse accorsa l'ostessa trafelata a chiamarla.
--Venga, signora Clarice,--ella disse alla Teobaldi.--È arrivato il
signor conte, e desidera parlarle.
La Teobaldi arrossì per l'emozione.
--Il signor conte?--ripetè.--È già arrivato? Desidera parlarmi?...
Si diede un'occhiata, per incosciente civetteria, in uno specchio che la
faceva verde; si aggiustò i cernecchi grigi, si diede un colpo di mano
alla veste, e finalmente seguì l'altra, che aveva frenato a stento
l'impazienza.
Sotto l'atrio trovarono Filippo, che passeggiava nervosamente, a testa
bassa, arricciandosi i mustacchi. La Teobaldi si sentì stringere il
cuore, vedendo quel viso sbiancato: si sarebbe detto che in così poco
tempo Filippo fosse dimagrito e che una mano invisibile lo curvasse un
poco.
XVI.
--È lei la signora Teobaldi?--egli domandò con voce spenta a
Clarice.--Ha lei le chiavi dell'appartamento?
Clarice si presentava già, le chiavi in una mano e la ricevuta del
telegramma nell'altra.
--E questo, che cosa è?--domandò Filippo guardando il pezzetto di carta.
--È la ricevuta del telegramma, che ho spedito stamane per ordine della
signora contessa,--rispose Clarice, pensando che non le conveniva far
comprendere al conte tutto ciò ch'ella aveva imaginato.
--Ah, l'ha spedito lei! Loredana ha dato a lei questo incarico!--disse
Filippo.--Lei è stata a Peschiera?
--Sì, signore,--confermò Clarice.--La signora contessa era molto buona
con me.
Filippo diede un'occhiata alla Teobaldi, poi, come colpito da un
pensiero improvviso, soggiunse:
--Io devo ritirare i bauli; vuole aiutarmi a mettere un po' d'ordine,
signora Teobaldi?
Clarice non credeva alle proprie orecchie; le maniere cortesi di
Filippo, l'accoglienza gentile, l'invito a dargli mano, la mandavano in
visibilio. Ella squadrò l'ostessa, ch'era rimasta in disparte, e
rispose:
--Io sono molto onorata, signor conte....
Filippo la precedette sulle scale, arrivò al primo piano, aperse, fece
entrare la Teobaldi, richiuse. Egli, che pur sentiva crescergli in cuore
una disperata amarezza, non battè ciglio, vedendo sul divano il
cappellino dell'amante.
--Si sieda,--disse alla Teobaldi.--Mi aiuterà quando le dirò io.
Da un largo baule pendeva il mazzo delle chiavi; Filippo aperse, e
riprese:
--Ecco, signora Teobaldi; qui occorre la sua opera. Il baule della
biancheria non può essere spedito così.
Clarice si alzò dalla poltrona, quasi spinta da una molla, e corse a
vedere: la biancheria era magnifica, in tela finissima, ornata di
merletti e di fettucce.
--Ora ci penso io,--dichiarò la Teobaldi.
E mentre con cura meticolosa estraeva dal baule la biancheria, per
riporvela poi sapientemente, Filippo prese una sedia e si mise a sedere
vicino.
--È partita ieri sera, con sua madre?--egli domandò in capo a un attimo
d'esitazione.
--Sì, signore. Sono andate in carrozza a Desenzano, e di là hanno preso
il treno, io credo.... Ma che stupende sottane!...
--Ed era allegra?--chiese Filippo.
Clarice, che passava con un carico di sottane bianche sulle braccia, si
fermò.
--Ah no, signor conte! Anzi, è stata malissimo, durante il giorno.
Filippo diventò subitamente pallido.
--È stata male?--ripetè.--Per carità, mi racconti, mi racconti tutto.
Allora la Teobaldi depose cautamente le sottane sulla tavola, prese una
sedia ella pure, e raccontò dell'arrivo di Emma, dello svenimento di
Loredana, dell'invio del telegramma, senza obliare l'incidente più
piccolo, senza dimenticar parola, quasi avesse scritto ogni cosa ed ora
rileggesse.
--Ma come ha potuto sua madre ricondurla a Venezia, se stava
male?--esclamò Filippo, quando l'altra ebbe finito.--Come ha osato
commettere questa cattiveria?... Ah Loredana, Loredana, Loredana!...
Egli chiamò l'amante a voce alta, quasicchè ella avesse potuto
rispondergli, ed era nel suo viso una tale espressione d'ambascia, che
la Teobaldi restò inchiodata sulla sedia, senza trovare una frase di
conforto.
--Lei non sa,--riprese Filippo,--lei non sa, non imagina che cosa sia
Loredana per me: è la vita, capisce? Me l'han portata via, come si
strappa un balocco dalle mani di un fanciullo, e vorrebbero ch'io
tacessi, che figurassi anzi quasi un complice, che non la vedessi
più.... Non veder più Loredana, le pare possibile?
La Teobaldi fece un gesto disperato con le mani, come a dire:
«Impossibile», ma il gesto richiamò Filippo alla percezione della
realtà; sentì quasi meraviglia di trovarsi di fronte alla vecchia dalle
sopracciglia al nerofumo e di sorprendersi a parlarle con tanta
confidenza. Mutò voce, e disse:
--Vogliamo riprendere il lavoro?
Clarice riprese tosto, e, curva sul baule, sostando ad ogni poco, trasse
tutta la biancheria e ve la rimise lentamente.
--Lei è di Venezia?--domandò Filippo, dopo una pausa.
--No, signore; son di Verona; ma ho a Venezia qualche parente....
--Ah!--mormorò Filippo.--Allora conosce bene Venezia?
La Teobaldi sbuffò, perchè si rialzava, dopo aver collocato nel baule
una bella collezione di calze di seta.
--Certo,--disse.--Vado a Venezia almeno due volte all'anno.... Queste
calze rappresentano un tesoro; la calza di colore per l'estate è
l'ultima parola della moda.
--Se viene a Venezia,--interruppe il conte,--non si dimentichi di me:
avrò piacere di vederla....
--Ah, conte!--esclamò la Teobaldi.--Metter piede a palazzo Vagli, io,
povera meschina!
Ella s'era fatta più rossa pel piacere, e s'imaginava già d'arrivare in
gondola al palazzo, di salirne le scale preceduta da un valletto in
livrea, di incontrarsi con qualche dama dal nome sonante, e di potere un
giorno destar l'eco delle ampie vôlte con le note d'una romanza,
probabilmente intitolata «Mon rêve»....
--Che idee!--osservò Filippo.--Perchè non dovrei io trattarla come la
trattava Loredana?
Il nome della fanciulla risonò di nuovo nella camera, risonò
dolorosamente nel cuore dell'uomo. Egli ripetè:
--Venga a trovarmi, venga a trovarmi.
E alzandosi, andò alla finestra a guardare il lago, placido nel suo
denso color di cobalto.
Clarice intuì ch'egli era caduto di nuovo in preda al dolore e ai
ricordi, e non volendo riuscire importuna, si studiò di lavorar presto,
senza chiasso, ma con precisione. Riempito un baule, passò nella camera
da letto, raccolse le spazzole, i pettini, le fiale, tutti i preziosi
gingilli ch'eran rimasti sul cassettone e ne fece un imballaggio
accurato; poi guardò gli altri bauli, accomodò quelli ch'erano in
disordine.
E mentre, sudando e soffiando, faticava con tanto entusiasmo e con sì
accorta discrezione, pensava che alla sua non più giovane età--ella non
confessava gli anni nemmeno a se stessa--aveva finalmente il conforto
d'esser compresa. Prima Loredana, poi il conte, uno dei più nobili
patrizii veneziani, riconoscevano in lei la donna saggia, prudente,
fidata; e, oltre la soddisfazione di quella tarda vittoria, ella gustava
la voluttà di vivere in pieno romanzo, tra una tempesta di passione,
della quale sentiva la rossa fiamma, sognava i vaghi episodii.
La voce di Filippo, che le risonava alle spalle, la fece trasalire.
--Io credeva di trovarla qui,--egli disse, pensando a Loredana.--Il suo
telegramma non era chiaro. Se lo ricorda?
--Io non l'ho letto, signor conte,--dichiarò Clarice con solennità.--Ho
eseguito l'incarico affidatomi, e mi sarebbe parsa indiscrezione
riprovevole gettar l'occhio sul....
--Bene,--interruppe Filippo.--Diceva: «Un addio prima di partire».
Credevo d'arrivare in tempo. Ah se non ci fosse stato di mezzo Candriani
con quella sua stupida compagnia e quella gita, e quel pranzo! Ma non è
possibile finirla così.... Che cosa devo fare, che cosa devo fare?
Clarice Teobaldi, udendo parlare di Candriani, di compagnia, di gite e
di pranzi, ebbe la vertiginosa impressione di trovarsi già a piene vele
nell'oceano della grande società; e sedette, si asciugò la fronte con la
pezzuola, ripetè guardando per terra:
--Che cosa dobbiamo fare?
XVII.
«Non si tratta d'una pagina della mia giovinezza; si tratta della mia
vita intera». Le amare parole che la figlia aveva pronunciato in un
grido di dolore, tornarono alla mente di Emma De Carolis non appena ebbe
varcata la soglia di casa a Venezia.
Tutto era mutato. Loredana trascinava con sè, in quelle camere già piene
delle sue risa e del suo canto, qualche cosa d'infinitamente triste,
qualche cosa che non si poteva vincere, qualche cosa che mutava il senso
della vita, rimanendo immutabile.
Emma la guardava camminare, parlare, vivere, senza riconoscerla; la
fanciulla d'un giorno era spenta.
Subito, appena arrivata, Loredana s'era messa a letto con la febbre;
quel viaggio di sera, da Desenzano a Venezia, quella strada già percorsa
in senso inverso con Filippo, e tutta piena di episodii memorabili, le
avevano suscitato in cuore un tale spavento, una tale disperazione, da
farle perdere conoscenza appena tornata nella sua casetta sul campiello
muto.
E di quello strazio le eran rimasti in mente una lettera e un numero, «a
3622 a», ch'erano segnati all'interno sulla portiera del vagone, e che
ella aveva fissato per tutto il tempo del viaggio attraverso la campagna
scura.
Furono giorni orrendi.
La canicola mozzava il respiro; Venezia era deserta; i vaporetti
portavano al Lido orde di disperati in cerca d'aria più leggera; e lo
scirocco pesava, spietatamente, fiaccando il corpo e lo spirito di
giorno e di notte.
Per un mese intero, Loredana non volle uscir di casa; la gente le
incuteva paura, i discorsi la irritavano; se la madre era intorno a lei
con mille piccole cure insolite, ella sentiva la pietà pel suo dolore, e
il dolore le tornava più vivo; se la madre si sforzava di fingersi
lieta, Loredana si sentiva sola, avvilita, torturata da un sogno e da un
rimpianto inutili.
Ad ogni tentativo di sollevarsi, di liberarsi, di rivivere, s'agitavano
in lei i ricordi minuti del suo amore, ed era come chi non potendo
retrocedere, nè avanzare, nè durare sul posto, si dispera in cerca d'un
aiuto o d'una idea o d'un'illusione.
Di Filippo, non più notizie. Che pensava? Che contava di fare? L'aveva
abbandonata così, approfittando dello insperato intervento della madre?
Il suo amore era stato anche più vile e più rapido d'un capriccio;
Filippo aveva voluto il corpo della fanciulla, lo aveva corrotto per la
sua libidine, lo aveva foggiato a strumento di piacere; e, subito
stanco, non tentava nemmeno difendere la sua conquista. Tre anni di
finta amicizia gli avevan dato finalmente il possesso di Loredana; e
pochi giorni eran bastati a saziarlo; essa era stata il suo zimbello per
tutto quel tempo; e non aveva memorie che di Filippo, perchè tre anni
addietro era una piccoletta, che confondeva ancora il conte con le
bambole.
Come vivere, ormai? Che cosa poteva sperare? Aveva provato ogni gaudio
nel giro di brevi giorni; il suo corpo sentiva ancora la carezza lunga e
morbida, che l'aveva iniziata all'amore, dando al sangue un moto più
vivo, più gagliardo, più impetuoso; e tutto d'improvviso le era stato
tolto; e le notti insonni erano insopportabili per lo spasimo del
desiderio che le ricordava una bocca ardente, un abbraccio violento, una
preghiera e un dominio.
Ma non era possibile che Filippo fosse così repentinamente scomparso
dalla sua esistenza. Doveva tornare; sarebbe tornato domani, doman
l'altro, un altro giorno prossimo; l'avrebbe richiamata, per continuare
quel gaudio, per confondere le anime loro....
Il passo di sua madre la faceva trasalire. La mamma aveva snebbiato il
sogno, e invece dell'amore di Filippo le aveva recato il perdono. Chi
chiedeva il suo perdono? Erano felici; lassù, ai piedi delle Grotte, non
si ricordava la madre, non si ricordava il mondo; le acque del lago
erano limpide e gli amanti vi si specchiavano, e le loro voci avevano
toni d'infinita sollecitudine, e le giornate erano brevi, e le notti
erano brevi. Egli la spogliava con quelle sue mani esperte, e ogni sera
ella arrossiva, fremendo e sentendo il fremito di Filippo, che voleva
indugiare e far presto, contemplare e possedere, allontanar la coppa e
bere avidamente. Il mattino, sempre lieto, ascoltava i loro discorsi;
dovevano partire di giorno in giorno. Filippo parlava di Roma con un
entusiasmo che nessuno avrebbe mai supposto in lui; Roma tutta dorata
d'un sole giallo e abbagliante, Roma stupenda a dispetto degli uomini e
del tempo, Roma che ha visto milioni di pellegrini d'amore, sperduti e
obliati nei secoli, contenti e umili, Roma appariva anche nei sogni di
Loredana. E dovevano andarvi di giorno in giorno, ma intanto le acque
limpide del lago e la quiete del paese e il bel silenzio e le care
abitudini di giorno in giorno li trattenevano. Che importava? Vi
sarebbero giunti, più tardi; come presente e come avvenire non avevano
che il loro amore, il quale pervadeva anche tutto il passato di
Loredana; sarebbero giunti più tardi a Roma, col loro amore, grande
abbastanza per così grande teatro....
Invece di quell'arcano, di quell'intimo poema, fatto di realtà e
d'illusione, forte e inebbriante questa come quella, la vita s'era
chiusa d'un tratto. Pareva a Loredana d'essere stata colta nel sonno e
trasportata a Venezia; e nessuna di tante delizie esisteva più; non
restava che il perdono di sua madre e l'obbligo di tacere, simulando una
verginità di corpo e di mente, che aveva offerto da tempo in olocausto,
tutta vibrante di gioia, al solo uomo degno d'insignorirsene.
Poi cominciarono i pettegolezzi.
Emma De Carolis s'accorse in breve, con terrore, che tutti sapevano. Che
cosa sapevano? Ogni cosa e niente. Ma nessuno aveva creduto al soggiorno
di Loredana a San Donà; avevan fatto finta di credere per convenienza;
si era notato che a San Donà Loredana non aveva messo piede quell'anno,
e che sua madre era turbatissima, e che rifuggiva dal parlarne; e che
una notte era tornata da un paese misterioso, con la figlia, che non
pareva più quella, che alcuni dicevano malata, che altri affermavano
essersi imbruttita e che gli uomini esperti giudicavan bella, degna di
concupiscenza e già istruita per l'amore.
S'era saputo che anche quel signore, un conte, il conte Filippo Vagli,
il quale frequentava la casa da amico intimo, anch'egli era stato
assente da Venezia tutto il tempo ch'era mancata Loredana.... Come
s'era saputo? Per quella misteriosa catena di parole e di chiacchiere,
che ha talvolta il primo anello in un'alcova e l'ultimo in una bottega.
La famiglia Gianella, avuto appena sentore di qualche diceria, soffiò
sotto, perchè il giovane Adolfo non tornasse a incapricciarsi di quella
svergognata, non pensasse alle volte di sposarsi quella disperazione. Si
determinarono i fatti: Loredana era scomparsa qualche tempo per mettere
alla luce un figlio, che aveva abbandonato in campagna, presso una
contadina; il figlio era nato dalla tresca tra la ragazza ed il conte,
il quale aveva coronato l'opera abbandonando la sedotta.
E vennero fuori i testimonii improvvisati di quell'amorazzo: chi aveva
visto Filippo entrar nella casa a notte fatta e non partirsene che
all'alba; chi aveva notato che la madre lasciava gli amanti soli, chiusi
in camera, per lunghe ore; una vicina, affacciandosi alla finestra,
aveva dovuto assistere agli amplessi dei due, che si davan baci
spudoratamente; un'altra invece affermava che non appena giungeva in
casa Filippo, le finestre del salotto si chiudevano e si tiravan cortine
e tende.
Questa marea di fango saliva, saliva, a poco a poco; forse in qualche
anima di ragazza brutta o di donna volgare rodeva anche l'invidia per
l'avventura, qualunque ella fosse stata, e ciascuna, pensava che al
posto di Loredana avrebbe ceduto, ma più sapientemente, così da
provvedere anche al proprio domani; e ciascuna si rammaricava di non
aver trovato un ricco signore per amarlo, esserne amata e metter da
parte un peculio. Onde, allo sdegno per la verecondia calpestata, non
andava disgiunto in quelle donne un certo senso di commiserazione
sprezzante per l'idealismo di Loredana, che seminava figlioli senza
assicurarsi l'avvenire.
Ma quella madre! Quella madre che non aveva occhi nè orecchie, e si
lasciava sedurre in casa la figlia, e se la riprendeva poi con tanto
agio! Che pensare di quella madre, se non che ella avesse trovato il suo
tornaconto nell'affaraccio?
Una comare, la signora Opimia Incudi, un vero chiodo dalla testa piccola
sopra il corpo allungato, si presentò finalmente a Emma De Carolis, la
quale non ricordava bene dove l'avesse conosciuta; e avvisò la signora
delle voci che correvano, perchè sapesse regolarsi, perchè non si
fidasse della gente, perchè provvedesse a tutelare l'onore suo e della
figliola, perchè era tempo di metter fine a tanta cattiveria. E nel
frattempo la signora Opimia stava a guardar l'effetto delle notizie
sulla faccia di Emma, e aspettava qualche risposta che servisse a nuovi
comenti e a nuove induzioni. La faccia di Emma era pallidissima, gli
occhi le si appannavano per lo sdegno; ma mentre appunto doveva venir la
risposta, la difesa, la confessione, qualche cosa che ripagasse la
signora Incudi della sua buona opera, comparve in salotto Loredana, la
quale si fece ripetere tutta la storia.
E fu un colpo per la signora Incudi, quando la fanciulla si mise a
ridere. Anche la mamma la guardò con un senso di sollievo, perchè aveva
temuto che Loredana soffrisse acerbamente.
Loredana rideva, senza ostentazione, trovando nuova cagione d'allegria e
di risa nell'aspetto stralunato della signora, alla quale traballava la
punta del naso lunghissimo sotto l'impressione della maraviglia.
Poi, senza dir parola, Loredana uscì, lasciando che sua madre
s'indignasse per le calunnie riferite; e non fu mai così allegra come
quel giorno.
La visita della signora Incudi le aveva fatto bene, le aveva recato un
alito di vita; il susurro di quei pettegolezzi la ristorava. Non aveva
cercato di meglio; ora sapeva, ora aveva il concetto chiaro di quel che
poteva aspettarsi.
Era contenta che si mormorasse; ciò le risparmiava la commedia che sua
madre aveva ingenuamente pensato, quella commedia di verginità, che le
ripugnava. Era stata l'amante di Filippo, non aveva amato che lui ed era
ancora sua.... Doveva fingere per la signora Incudi e per le sue amiche,
doveva far loro intendere la nobiltà del suo sentimento, se quelle
femmine per poco non l'accusavano di avere ucciso un figlio?
Ormai, al confronto di tutto ciò che si narrava, esser l'amante di
Filippo sembrava quasi una virtù; e lieta di quella strana liberazione
dalle paure del mondo, che la malignità del mondo le offriva, Loredana
sentì crescere il coraggio per sostener meglio lo sguardo di sua madre,
per attendere ciò ch'ella sperava in segreto ostinatamente, per vivere
della sua vita, senza curarsi del giudizio altrui. La collana d'oro a
maglie piccoline con la medaglia era diventata un talismano, e la
fanciulla aspettava, credeva, perchè la medaglietta diceva: «Sempre» e
recava una data, che Filippo non doveva dimenticare.
Si rimise a vivere; andò a trovar qualche amica, la quale non pareva
saper nulla, ma non domandava nulla intorno a quanto aveva fatto
Loredana in quell'ultimo tempo; uscì a passeggio, e perfino un giorno,
un giorno dal sole furioso, le salì alle labbra un motivo che non le
piaceva e che pur l'inteneriva, e si provò a cantare, e tacque subito,
perchè quell'aria le rammentava la cameretta cara di Sirmione e la
povera signora Teobaldi, tanto maltrattata in principio, che si girava
sullo sgabello di reps rosso, e diceva, aspettando un elogio:
--Eh?
XVIII.
Poi, d'un tratto, Loredana si rintanò in casa di nuovo, come impaurita,
e non volle più uscirne.
Aveva incontrato Adolfo Gianella per istrada e s'era rifugiata in un
negozio a comprar bottoni e nastri; ma non così presto che Adolfo non
avesse potuto vederla, sentire il sangue avvampargli la faccia e il
cuore martellargli in petto.
Gli avevano tanto e tanto parlato di Loredana, delle sue colpe, dei suoi
amori, della sua perfidia, che mentre egli lavorava a tutt'uomo per
dimenticarla, essa gli tornava alla mente con acre persistenza; e la
fantasia s'infervorava a seguirla nel turbine della nuova vita, tra i
divertimenti che il seduttore prodigava certo intorno a lei, per
ubbriacarla di gioia e avvincerla a sè tenacemente.
Poi Adolfo apprese la notizia del suo ritorno, e ne fu percosso come da
un gran colpo; il ritorno scombuiava tutte le visioni fantastiche. Era
un pentimento? Era una sconfitta? Era una sosta? E i pettegolezzi
incalzavano; il conte l'aveva abbandonata, l'aveva gettata da banda,
come un cencio. Tornava povera come prima, e non era più come prima....
Adolfo imaginò la disperazione di colei ch'egli chiamava un giorno sua
fidanzata; e s'alternava nel suo animo il piacere della vendetta
insperata con la vergogna per quel piacere; e, quando meno se
l'aspettava, s'imbattè in lei, e sentì il cuore martellargli in petto e
il sangue avvampargli la faccia.
Allungò il passo, non sapendo egli medesimo che volesse fare, spinto dal
bisogno di leggere la verità su quel viso, di rintracciare dentro gli
occhi della ragazza la parola suprema dell'enigma; ma Loredana, al
vederlo, si gettava nel primo negozio che le si parava innanzi, e Adolfo
non osava aspettarla all'uscita.
Di quell'incontro egli non soffiò verbo ad alcuno; in casa Gianella, del
resto, dopo un uragano di romanzesche calunnie e di drammatiche
imprecazioni, il nome di Loredana non si pronunziava più; la madre di
Adolfo per poco non spingeva l'ostentato disdegno per la perduta fino a
vestir di gramaglia, come si usa nelle case principesche.
Ma la visione della ragazza bruciava dentro, nel cuore di Adolfo; ed
egli cominciò a gironzare intorno alla casetta bianca, a guardar le
finestre, ad aspettare. E tremava e sperava di rivederla, perchè tutte
quelle avventure, vere o false, gliel'avevano ingigantita nel pensiero,
ed egli temeva di subirne il fascino, come se Loredana avesse compiuto
qualche grande impresa della quale nessuno l'avrebbe detta capace.
In quell'andirivieni intorno alla casa di Loredana avvenne ad Adolfo
d'imbattersi e una e due e dieci volte in una signora, che si poteva
credere lo canzonasse, perchè anch'essa gironzava di frequente nei
dintorni, anch'essa guardava le finestre; anzi, fu più spiccia del
giovane, perchè entrò in dimestichezza con Rosa, la serva della De
Carolis, la quale pareva zelantissima nel recarle notizie. Si trovavano,
la signora e Rosa, in una calle vicina, all'ombra d'un sottoportico, e
generalmente la signora consegnava a Rosa una lettera, alla quale Rosa
portava la risposta l'indomani.
Adolfo non riusciva a capir nulla in tutto quell'armeggiare; la
sconosciuta era assai ridicola, con un certo cappello alla cacciatora,
che le stava appena sul cocuzzolo e ch'era ornato d'una penna di
fagiano, ardita come una sfida al cielo; ma c'era di peggio: la signora
guardava Adolfo con occhiatacce mezzo beffarde e mezzo compassionevoli,
le quali avrebbero fatto perder la pazienza a chiunque non avesse avuto
un demonio più sarcastico e più fiero nel cervello.
E fu appunto per le stratte di quel demonio, che non voleva star queto e
che aveva tutta l'andatura d'una passione irragionevole, fu appunto in
un impeto di dubbio, di gelosia, di paura e d'amore, che Adolfo Gianella
varcò la soglia della casetta, e su a corsa per le scale, dietro Rosa
che, rientrando, non gli aveva badato.
In anticamera, Adolfo si fermò. Gli giunse, netta e squillante, la voce
di Loredana, la quale doveva essere nel salottino; e la fanciulla
cantava a distesa, con pieno abbandono, come se tutta la bella gaiezza
veneziana, come se tutta l'audacia della giovinezza avessero ripreso il
loro dominio. E tra l'una e l'altra strofe del canto s'udiva il rumor
delle forbici posate sul tavolino da lavoro o il passo svelto della
ragazza, che si muoveva per la camera.
Senza discutere con se stesso, Adolfo spinse la porta, e si trovò alla
presenza di Loredana, la quale stava adattando un pezzo di seta gialla a
una certa forma di ferro ch'era un paralume da candela; innanzi a sè la
fanciulla aveva altri pezzi di stoffa a colori e diversi gomitoli di
seta; ed era così assorta nel lavoro e nella canzone, che il giovane
dovette chiamarla:
--Loredana!
Ella alzò il capo, e trattenne a stento un grido; ma Adolfo aveva già
detto ogni cosa, e non sapeva come continuare, come esprimersi, come
riprendere d'un subito le abitudini di padronanza.
Sprofondò le mani nelle tasche della giacca, e disse:
--Sei stata l'amante del conte, non è vero? Così, ti preparavi a
sposarmi? E non hai vergogna?
Loredana mandò un lampo dagli occhi. Aggredita di fronte, non esitò un
attimo a rispondere:
--Io mi preparava a sposar lei? Non mi è mai venuta per la mente un'idea
così malinconica, sa? Era la sua famiglia, che mi seccava tutti i giorni
per ottenere questo sacrificio. Io non pensava a sposare nessuno....
--Già, volevi conservarti per il conte,--osservò Adolfo con ironia.--Ti
sei conservata benissimo, non c'è che dire!
La ragazza arrotondò con le forbici una certa lingua, di seta violetta,
che doveva ricadere sul paralume a uno dei quattro angoli; misurò
l'altezza, adattò, provò, cambiò, tranquillamente, senza occuparsi del
giovane, fremente nell'attesa di una discolpa.
--Non so,--disse poi,--come ha potuto venire fino in casa; ma se per la
stessa strada se ne andasse, non mi dispiacerebbe.
--Mi metti alla porta?--esclamò Adolfo.--Invece di scolparti, invece di
giurarmi che col conte non c'è stato nulla di nulla, tu mi metti alla
porta?
--Scusi, perchè dovrei scolparmi? Che cosa rappresenta, lei? Chi è,
lei? Che diritto ha lei di giudicarmi?
A queste parole di Loredana, Adolfo si lasciò calare in una poltrona,
come annichilito. Chi era, che cosa rappresentava, che diritto aveva?
--Io,--mormorò,--sono pronto a sposarti.
Loredana si mise a ridere.
--Ma non sono pronta io, vede?--rispose, arrotondando un'altra lingua di
seta violetta.--E, del resto, la sua dichiarazione mi stupisce: mi crede
o non mi crede l'amante di Filippo.... del conte?
Adolfo si strinse nelle spalle.
--Me l'hanno detto,--mormorò.--Me l'han detto a casa, che tu sei stata
col conte fuori di Venezia.
--E tuttavia mi sposerebbe?--incalzò Loredana.
--Ma perchè non ti difendi?--gridò Adolfo balzando in piedi.--Perchè non
mi dici se sei stata o non sei stata l'amante di colui?...
Egli era avanti al tavolino da lavoro, con le mani aperte e stese
dirette al volto di Loredana, la quale lo guardava, piuttosto attonita
che intimorita.
--Vede,--ella rispose pacatamente,--innanzi tutto non basta dire a una
donna: «Son pronto a sposarti» per acquistare il diritto di indagarne la
vita; poi, io m'ingannerò, ma lei mi sembra disposto a sposarmi in tutti
e due i casi, che io sia stata, o che io non sia stata l'amante di
Filippo.... del conte. E allora, a che pro una discolpa o una
confessione?...
Adolfo, il quale era rimasto, ancora con le mani aperte e stese, ad
ascoltar la risposta della colpevole, si sentì vinto, e si lasciò calar
di nuovo nella poltrona. Egli ritrovava, immutati, l'anima sdegnosa, la
sensibilità intellettuale, l'intelligenza acuta, la rapida intuizione,
l'orgoglio, il coraggio, che facevano la ragazza tanto superiore a lui.
Egli era andato arrovellandosi per sapere che cosa volesse, che cosa
intendesse fare, e se lo sentiva dir dalla bocca di Loredana, e doveva
riconoscere che quella bocca diceva giusto....
--Non so,--egli riprese, tanto per riattaccare il discorso.--Non so
nulla. Ti hanno accusata anche d'aver avuto un figlio e di essertene
sbarazzata.
Lo forbici, che stavan nella mano della fanciulla, descrissero uno
stretto arco nell'aria, e andarono a cadere ai piedi di Adolfo. Il viso
di Loredana avvampò di collera, e le labbra le tremarono.
--Mi hanno detto, ti hanno accusata!--ella ripetè, imitando il tono
piagnucoloso del giovane; poi esclamò con forza:--E lei, che cosa
faceva, che cosa diceva, che cosa raccontava? Stava ad udire, soltanto?
Non son tre mesi, lei veniva per casa tutti i giorni e sapeva della mia
vita ogni cura, minuto per minuto; e non ha trovato un argomento per
difendermi, come amico, come fidanzato? Bel rispetto avevan di lei
quanti venivano a dirle quei complimenti!... E vuole ch'io mi difenda
innanzi a un pupazzo del suo genere, e che tremi davanti a un giudice
della sua levatura? Non capisce d'essere stupido? Se in casa sua si
sparlava della ragazza che doveva un giorno portare il suo nome, lei
aveva l'obbligo di farla rispettare, mi sembra! Invece, porta qua tutto
il rifiuto dei pettegolezzi, pretende ch'io lo ascolti e vuole sapere
anche se, caso mai, avessi avuto un figlio! Non s'avvede, non sente di
essere ridicolo?...
--No, ascolta,--interruppe Adolfo, alzando la destra quasi a frenare
quel torrente.--Io non voglio sapere nulla....
Ed era, per seguitare, quando la porta s'aperse e comparve la signora
Emma, seguita da Clarice Teobaldi, col cappellino alla cacciatora.
--Ah, è lei!--disse Emma, vedendo Adolfo, che s'era levato in piedi.--Mi
era parso di riconoscere la voce....
Non aggiunse parola per lui; poi si rivolse a Loredana:
--Lori, questa signora dice che tu l'aspettavi....
La fanciulla andò incontro a Clarice e le strinse la mano sorridendo,
mentre Adolfo, combattuto tra il desiderio di capire, la convenienza
d'andarsene, l'impressione per la gelida accoglienza fattagli dalla
signora De Carolis, restava in piedi a guardare or l'una or l'altra
delle tre donne.
--Se m'aspettava!--esclamò Clarice, gettando le braccia al collo di
Loredana.--Doveva aspettarmi, questo tesoro, perchè da tanto tempo
desideravo rivederla! Ho sempre nel cuore quella partenza, di sera, con
la carrozzella.... Lei era così bianca, così debole....
Soggiunse, guardando Emma:
--Già, erano bianche e deboli tutt'e due, madre e figlia....
Loredana disse presto:
--Le presento il signor Adolfo Gianella.
Clarice fece un cenno con la testa, verso Adolfo che s'era avanzato di
qualche passo; poi tutti tacquero; Clarice e Loredana sedettero l'una a
fianco dell'altra sul divano, come intime amiche, sorridendosi.
--Fa molto caldo a Venezia,--riprese Clarice.--A Verona non abbiamo
questo scirocco....
--Sì, fa molto caldo,--confermò Emma, la quale stava sempre a un passo
dalla porta, e si augurava che l'uno o l'altra, Adolfo o Clarice,
comprendesse la necessità di ritirarsi.
Ma erano ostinati ambedue. Adolfo, ormai, aveva ripreso posto nella
poltrona, e sembrava deciso a voler seguire la conversazione.
--A Venezia abbiamo poi le zanzare,--egli disse.
--Le zanzare, sì, ma ci sono le zanzariere,--osservò Loredana.
E tacquero di nuovo.
Emma si sentiva morire per quella commedia, maravigliandosi che la sua
Lori vi prendesse parte. La buona donna, al ritorno da Sirmione, aveva
perduto l'energia e la volontà, soffrendo per la sofferenza della
figlia, chiedendosi se il suo intervento non fosse stato inutile di
fronte al traboccar della maldicenza, tormentandosi ogni giorno per
mille timori, studiando ansiosamente negli occhi di Loredana il pensiero
segreto, la segreta ambascia, e rideva quando rideva la sua Lori, e
piangeva quando la sua Lori piangeva, e ormai non avrebbe più discusso,
non avrebbe più riflettuto, pur di vederla felice, a qualunque costo.
Per ciò, la visita della Teobaldi le era gradita, perchè sembrava
gradita a Loredana; ma non le piaceva che si dovesse fingere innanzi al
Gianella, come se la Teobaldi fosse venuta per tramar qualche intrigo.
--Lei non è di Venezia?--domandò Adolfo a Clarice.
--No; ma conosco bene la città,--rispose l'altra.
Un silenzio pesante ricadde; e allora, comprendendo ch'era impossibile
uscirne, Adolfo prese congedo.
--Tornerò, se permette,--disse a Loredana.
Questa non rispose. Egli s'avviò, seguito da Emma, la quale ardeva di
sbarazzarsi dell'impaccio per lavorar nella sua camera ad una coperta da
letto, nella quale doveva ancora ricamare trenta foglioline in seta
verde e sessanta viole del pensiero.
XIX.
Dal giorno in cui era tornato a Venezia, Filippo aveva passato molte
brutte ore.
L'onda del pettegolezzo aveva varcato anche la soglia della sua casa, e
le chiacchiere s'eran fatte più strambe e più inverosimili. All'orecchio
della contessa Bianca giunse la voce che Filippo aveva avuto un figlio
dalla sua amante, e perchè la contessa non sapeva a qual tempo
risalissero quegli amori, e perchè si parlava di tre anni addietro, ella
credeva a quel legame, ormai indissolubile, a quella paternità
inconfessata.
La contessa Bianca andava da tempo accarezzando l'idea d'un matrimonio
tra suo figlio e Giselda Fioresi, buona e bella ragazza, di eccellente
casata; e la notizia le rompeva il sogno e la sbalestrava in un mare
d'incertezze e di dubbii.
Fu necessario spiegarsi, riparlar di Loredana, discutere un amore che la
vecchia dama avrebbe voluto obliare. Avvenne una scena brusca tra lei e
Filippo, il quale negò l'esistenza di un figliuolo, ma s'impennò
all'idea di sposar quella «canna da zucchero» di Giselda Fioresi. Egli
voleva esser libero; per dare scandalo, diceva la contessa Bianca;
perchè era ancor troppo giovane, diceva lui.
Un'altra scena, più breve ma più cruda nella forma, avvenne poco di poi
tra Filippo e il cognato, conte Leopoldo de Idris, il quale viveva senza
passioni e senza turbamenti una vita di piaceri semplici, in campagna,
amministrando i suoi poderi, interessandosi all'agricoltura e alla
politica modesta della provincia. Leopoldo si stupì che Filippo si
perdesse ancora dietro una _cocotte_, ma fu addirittura spaventato
quando seppe dalla bocca di Filippo medesimo che non si trattava d'una
_cocotte_, bensì d'una ragazza, la quale doveva aver dunque delle
pretensioni, una specie d'onore, molto da perdere e più ancora da
guadagnare. Fu spaventato per Filippo, che certo non avrebbe saputo
cavarsela con garbo, senza troppo danno da ambo le parti.
E qui Filippo sentì scappar la pazienza.
--Ma che cavarsela! Ma che garbo!--egli esclamò.--Le voglio bene sul
serio, e non penso affatto a cavarmela. Ho fatto male a cominciare,
siamo d'accordo, benchè in queste cose ci si accorga sempre troppo tardi
dell'errore commesso; ma farei peggio a finirla con qualche gherminella!
Il conte Leopoldo, ancora più inquieto per quelle dichiarazioni, domandò
a Filippo se pensasse mai di tirarsela in casa....
--In casa, di chi?--rispose Filippo.--In casa tua, no di certo; tocca a
me provvedere, e non so perchè, dunque, voi tutti vi disturbiate.
Leopoldo, allora, tornò alle idee generali, osservando che all'età di
Filippo si doveva vivere quieti, pensare a far figliuoli legittimi, che
continuassero la casa e allietassero la bella vecchiaia della contessa
Bianca, la quale non meritava d'essere travagliata nei suoi ultimi anni.
L'argomento era di quelli che trovano la strada del cuore; e Filippo,
sentendosi toccato, s'infastidì, rispose a Leopoldo ch'era stufo di
dover rendere conto a tutti delle più minute cose della sua vita come un
collegiale, che desiderava ormai vivere libero, senza tutela e senza
giudici.
E su quel «vivere libero» si scatenò una gragnuola di osservazioni da
parte di Leopoldo, il quale temeva che libero per Filippo fosse sinonimo
di libertino; e, presa ormai la corsa, rammentò altre avventure del
cognato, che avevan fatto chiasso, col risultato finale di voltargli
contro l'opinione pubblica.
Ma peggio fu, quando Filippo si vide comparire lo zio conte Roberto, del
quale non aveva più avuto novella dopo l'incontro a Desenzano. Roberto
gli snocciolò un discorso assai lungo e reciso, che Filippo ascoltò
sbalordito, perchè aveva creduto di trovare nello zio il compatimento
ch'era la caratteristica più nota della sua buona indole, quel
compatimento che Roberto non lesinava a nessuno per nessuna colpa, la
quale non fosse ignobile e vile.
Roberto, invece, dichiarò al nipote che la condotta di lui era assurda,
per non dir peggio; Filippo aveva messo lo scompiglio nel parentado, in
causa d'una ragazzetta, d'una monella, e tutti erano addosso allo zio,
come al più vecchio, perchè si valesse della sua autorità a far cessare
quella tresca.
Filippo capì; lo zio era sdegnato, perchè seccavano lui e mettevano in
giuoco il suo prestigio; lo avevan toccato nel suo egoismo senile, ed
egli era pronto a mandare al diavolo il nipote e la «monella», pur di
non avere più noie.
--Del resto,--osservò il conte Roberto,--mi maraviglio di dover dirtele
io, certe cose. Non ha una madre, un padre, quella tua bambola? E come
si spiega che stiano zitti, e che tocchi a noi, a tua madre, a tuo zio,
a Leopoldo, a tua sorella, di richiamarti al dovere?
--Ha una madre,--rispose Filippo.--Ha una madre, e la madre è venuta a
Sirmione e me l'ha ripresa....
--Bene!--esclamò Roberto.
--Sì, benone; ma, ora io la riprendo alla madre!--dichiarò Filippo, che,
torturato ed esasperato da tante chiacchiere, si sentiva capace di
strappar Loredana anche agli artigli di quel diavolo, al quale Roberto
l'avrebbe consegnata.
Il vecchio, stupefatto per tale sfacciataggine, gridò che rinunciava a
discutere con un matto di quella forza. L'ostinazione di Filippo
oltrepassava il credibile; tutto gli andava a seconda, grazie a una
madre dabbene, che si riprendeva la figliuola dopo quel po' po' di
scappuccio; ed egli invece era per ricominciar la festa e per condurla a
termine, a un termine che non doveva e non poteva aver nulla
d'invidiabile.
--Come devo dirtela?--seguitò il conte Roberto.--È uno scandalo; te lo
hanno già cantato in musica; io non ho nulla da aggiungere. Tutti ne
parlano; anche l'altro giorno, a Tai di Cadore, da Fausta Montegalda ho
udito i particolari di questa farsa, e puoi imaginarti che gusto provavo
io! La contessa dice che ti rovini, e non si può darle torto.
Filippo sorrise.
--Eh, ridi, ridi fin che vuoi, ma la Montegalda dice giusto!--esclamò
Roberto.--Dice che, alla fin fine, nessuno sa chi sia quella tua
pupattola, e che potrebbe aver fatto con altri quel che ha fatto con
te.... Chi ne sa niente, chi la conosce!
--Povero zio Roberto!--mormorò Filippo.--Va da una donna a chiedere
informazioni di questo genere! Perchè non domandi il suo parere anche
alla Fioresi, che mi vogliono appioppar come moglie?
Roberto alzò le spalle.
--Insomma,--concluse,--io sono indignato per i tuoi vizii, e la cosa non
va.
--Non ti ho indignato io,--osservò Filippo.
--Ma non dimenticherò che hai sorriso dei miei consigli!--rimbeccò il
conte.
--Ho sorriso per le critiche della Montegalda.
--E per le mie; e non si deve ridere d'un vecchio.
--Per la Montegalda, per la Montegalda!--gridò Filippo.
--Già, e intanto ti ripigli la sbarazzina!
--Ciò non ti riguarda, zio.
--Ne riparleremo!
--Spero di no; vedo che più che se ne parla e meno ci si capisce.
--Ne riparleremo, ne riparleremo!--si ostinò il conte Roberto.--Perchè
io sono sempre dell'opinione che l'uomo non è monogamo. Tu non vuoi
prendere moglie per essere libero; ma allora, nè mogli nè amanti! Questa
è logica. E hai deciso che cosa te ne farai?
Alla domanda inaspettata, Filippo non diede risposta; onde Roberto
seguitò:
--Te lo dirò io: ne farai una mantenuta, da coprir di gioielli e da
condurre a teatro e in carrozza; ti costerà ventimila lire l'anno, ti
peserà come una moglie e ti sarà infedele.
--Perbacco, zio,--esclamò Filippo con aria beffarda.--Vedo che te ne
intendi!
Roberto s'indispettì.
--Spero che non ce la metterai sotto il naso, come a Desenzano, la tua
conquista!--osservò con rude cipiglio.
E credendo d'aver rimbeccato fieramente l'insolenza del nipote, troncò
il colloquio e andò a riferirne alla cognata contessa Bianca.
Tali e simili furono i discorsi che Filippo dovette ascoltare in quel
tempo nel quale, tornato da Sirmione, non osando più ripresentarsi in
casa De Carolis, andava torturandosi il cervello per trovare un
espediente che lo riavvicinasse all'amante. E tra il desiderio che,
insaziato, si faceva di giorno in giorno più molesto, tra la logomachia
di casa e gli sdegni di tutta la parentela, Filippo conduceva una vita
piena di tristezza, che non aveva riscontro negli anni precedenti.
Rimaneva a Venezia, schivando gli inviti, passando mezza giornata al
Circolo dell'Unione, dove mancavan gli assidui, e l'altra mezza in
casa, dove s'occupava lunghe ore a leggere libri e riviste su tutti gli
argomenti; la sera usciva in gondola pel Canalazzo o pel canale della
Giudecca, lontano dai rumori e dalla luce.
Ma il pensiero di Loredana lo seguiva passo per passo, ora per ora,
senza tregua, fatto più vivo dagli episodii di quella battaglia che la
fanciulla gli aveva inconsciamente scatenato contro; Filippo non
ricordava nulla di simile in tutta la sua vita, quantunque più volte si
fosse parlato delle sue avventure. Ma perchè si era trattato sempre di
donne conosciute tra i gaudenti o saldamente legate ad altri, i suoi di
casa s'eran guardati dall'occuparsene e dal fargliene parola.
Un giorno gli fu annunziata la signora Clarice Teobaldi.
Da Sirmione, poco dopo la partenza del conte, ella era tornata a Verona,
e qui era rimasta, aspettando che passasse tempo sufficiente per poter
ricordare l'invito di Filippo e recarsi a Venezia.
Piero, il valletto di Filippo, precedeva la signora, la quale, come
aveva sognato, saliva veramente lo scalone marmoreo del palazzo Vagli,
giungeva al primo piano, traversava una fuga di sale immerse nella
penombra, dentro la quale si vedevano i mobili dorati, le pallide
tappezzerie antiche, gli oggetti d'arte; e di nuovo saliva una scala
meno larga e più breve, ed era finalmente introdotta nello studio di
Filippo.
La Teobaldi guardò avidamente, nel tempo dell'attesa, le carte sparse
sulla scrivania, semplici fogli da lettera, senza cifra e senza stemma;
e guardò le pareti, dalle quali pendevano quadri antichi in vecchie
cornici. Si vedeva, in uno, una donna--Venere doveva essere, tutta nuda,
o Danae--sdraiata sopra un largo divano, e una ancella, con rapido atto
sembrava voler coprire d'un manto porpureo che aveva tra le mani, la
superba nudità della sua signora, perchè di tra le pieghe d'un pesante
cortinaggio, sullo sfondo, apparivan la testa e il busto d'un importuno,
che poteva essere Marte, desideroso ma accigliato per la prudenza
dell'ancella.
La Teobaldi si stupì che quella fosse Venere, perchè non aveva, ai suoi
occhi, nulla di particolare; era una femmina nuda, nè meglio nè peggio
di tante altre. E anche non le piaceva quella tinta scura, quasi nera,
che il quadro aveva preso qua e là, a danno dei colori.... La fotografia
d'una bella dama moderna in abito scollato le sarebbe andata a genio,
assai più di quel preteso tesoro d'arte.
Ma non ebbe tempo di seguitar nelle sue critiche, perchè Filippo
sopraggiunse, e si dimostrò lietissimo della visita. Fece sedere la
Teobaldi, la interrogò cortesemente per sapere quanto intendesse
fermarsi a Venezia, esprimendo la speranza che si fermasse a lungo; e di
chiacchiera in chiacchiera, mentre Piero recava un tè squisito in un
servizio d'argento massiccio e molti biscottini deliziosi, vennero a
parlar di Loredana.
--Ah, bisogna ch'io riveda quella mia fantolina!--esclamò Clarice,
quantunque avesse la bocca piena.--Andrò a trovarla, andrò ad
abbracciarla. Non l'ho mai dimenticata un'ora, in tutto questo tempo.
Così bella, così buona, quella creatura di Dio.... Grazie!
Filippo le versava una seconda tazza dì tè, qualche goccia di latte, e
le porgeva il canestro argenteo coi biscottini.
--Grazie. Bisogna ch'io la riveda, e che le parli.
Bevve alcuni sorsi, e, incoraggiata dalla simpatia che risvegliava
nell'animo di Filippo rievocandogli l'amante perduta, Clarice riprese:
--Ma le pare, conte, che le cose possano andare avanti a questo modo?
Lei non osa avvicinarla, per colpa della madre; Loredana non osa
chiamarlo; e intanto vivono infelici l'uno e l'altra, mentre son fatti
per intendersi, e si adorano.... Sono certa che io ho una missione, in
questo dramma; sento che potrò riavvicinare due anime, due destini, due
cuori. Ho certamente una missione; io non m'inganno! È stata Loredana
stessa che mi ha chiamata a parte, quella sera, quella sera del
telegramma, e mi ha additato ciò che dovevo fare. Sera fatidica!...
Filippo non avrebbe mai pensato che due tazze di tè potessero ubbriacare
la buona donna, meglio che due coppe di sciampagna; ed esitando rispose:
--Vuole? Vuole parlare a Loredana? Le dica, allora....
Ma si tacque, non parendogli di poterla trattare, di punto in bianco, da
ambasciatrice in un'impresa così delicatamente intima.
La Teobaldi diede fondo alla tazza, mangiò ancora un paio di biscottini.
--Sono _baicoli_, specialità di Venezia, non è vero?
E seguitò, aprendo un ventaglio spettacoloso di carta, e facendosi aria:
--Non ho bisogno che lei mi consigli. So quel che devo dire; ho, qui
dentro, un consigliere infallibile che si chiama cuore.... Prima
cercherò di studiare le abitudini della casa e di sapere come sta, quel
tesoro di Dio, come la pensa: e poi, se tutto va a seconda, mi
presenterò alla madre. È più prudente e più.... corretto. Le pare?...
Scusi, è una Venere, quella che si vede lassù?
--Venere,--rispose Filippo.
--L'avevo capito subito; vecchi capolavori. Ah conte, lei non può
imaginare quanto io sia fiera del compito che mi assumo.... Quando vedrò
sorridere quelle labbra di fanciulla, io che l'ho vista partire disfatta
da Sirmione, sarò felice più di tutti!
Filippo sorrise, prese una mano della Teobaldi, la tenne un istante fra
le sue, e rispose:
--Lei è molto buona, cara signora, e vuole impedirmi di ringraziarla. Ma
creda che, comunque le cose finiscano, io non dimenticherò mai, mai, ciò
che lei ha fatto per me, per tutti e due!
--Le dico: io servo il mio cuore, e nessuno mi deve nulla. Se permette,
quando avrò notizie, verrò a portargliele.
--Ma venga anche tutti i giorni, la prego. Faccia conto che questa casa
sia sua,--esclamò Filippo, incalorito dalla speranza di aver finalmente
nuove dell'amica.
La Teobaldi si alzò e s'incamminò con passo svelto, a testa alta, il
ventaglio nella destra, pensando a un figurino di gran dama che aveva
visto in un giornale di moda. E camminando, seguita a un passo da
Filippo, domandò:
--Questo è il suo appartamento particolare, conte?
--Sì, sono le mie camere,--rispose Filippo, mentre, all'uscire dallo
studio, premeva il bottone d'un campanello elettrico.--Ho la mamma in
campagna.
--Messe con gusto principesco,--osservò Clarice, traversando un
corridoio e poi una sala.--Magnifiche tappezzerie!... Non si disturbi,
non si disturbi!
Filippo volle accompagnarla alla scala, ai cui piedi stava Piero in
attesa di ricondurre la visitatrice attraverso il primo piano fino alla
porta d'uscita. Al momento di stringerle la mano, Filippo non potè
vincersi, e disse:
--La vedrà subito, non è vero?
--Domani!--promise Clarice, e ridendo d'un bel riso grasso,
aggiunse:--Ma non sono a Venezia per questo?
--Grazie, grazie, grazie!--esclamò il conte inchinandosi.--Arrivederci!
Clarice scese la scala, e preceduta da Piero, ripercorse tutte le sale
che aveva già intravedute; nell'anticamera, scorgendo sopra una tavola
un Sileno coronato di pampini, circondato da baccanti ebbre, disse a
mezza voce, con tono di persona esperta:
--Bello quel _biscuit_!
--Legno policromo del seicento!--enunziò Piero, senza guardar la
signora, come avesse parlato all'aria.
Ella passò, a testa alta, imperturbabile, il ventaglio nella destra,
mentre il valletto, premuto il bottone elettrico per dar avviso al
portiere, si piegava fino a terra.
XX.
Così fu che Loredana potè aver notizie di Filippo e dargliene.
Il giorno in cui la Teobaldi si decise a varcar la soglia di casa De
Carolis--quel giorno avverso ad Adolfo Gianella--Loredana fu contenta da
non trovar parole per esprimersi.
Partita appena Clarice, la fanciulla corse nella cameretta dove sua
madre stava ricamando la quattordicesima fogliolina in seta verde, e
infantilmente si mise a ballare.
--Ebbene, Lori, che hai?--domandò Emma stupita.
Ma Loredana seguitava a girare in tondo, gli occhi scintillanti e le
labbra aperte a un sorriso di pace.
Si arrestò d'un tratto, con un ultimo giro, in modo che le gonnelle le
si gonfiassero d'aria, e si mise in ginocchio presso la mamma, la quale
andava seguendola con l'occhio.
--Ho,--disse Loredana,--che Filippo mi ama sempre, anzi meglio di prima,
e che non mi sono ingannata fidando in lui, e che mi pento d'aver
pensato male, e che è qui, e che è mio, e che io sono sua....
--Questa bella ambasciata è venuta a farti la signora
Teobaldi?--interrogò Emma, mentre una ruga profonda le solcava la
fronte.
--Sì, mamma, la Teobaldi è buona. Anche su di lei m'ero ingannata. È
buona, è prudente, e non bisogna rimproverarla. Non ha che il difetto di
dipingersi male, e di vestirsi peggio. Hai visto, mamma, quel suo
cappellino alla cacciatora, e subito sotto, quelle terribili
sopracciglia al carbone? Oh che paura e che risate a Sirmione, quando la
vidi la prima volta!...
Si mise a ridere, a gola spiegata, e balzò in piedi, a riprendere il
ballo, cantarellando l'aria di un valzer.
--Lori,--esclamò Emma severamente, arrestandola con lo sguardo.--Che
pensieri hai? Che cosa conti di fare?
--Io?
La fanciulla, ritta in mezzo alla camera, stette pensierosa un momento;
poi disse:
--Io? Non temere nulla, mamma! Ah come ho imparato a vivere in questi
pochi mesi, come son diversa da una volta! Flopi non saprà più
riconoscermi, e mi dirà con meraviglia: «Sei una donnina, sei veramente
una donnina!» E tu non temere, mamma; io sarò felice....
--In nome di Dio,--interruppe Emma, respingendo il lavoro, e
alzandosi,--che cosa intendi con queste parola? Vuoi tornare con lui?
Loredana le corse in
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