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Raggio di Dio: Romanzo

by Anton Giulio Barrili · Italian · Gutenberg #31077 · 579,861 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Raggio di Dio: Romanzo
    
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Title: Raggio di Dio: Romanzo

Author: Anton Giulio Barrili


        
Release date: January 25, 2010 [eBook #31077]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/31077

Credits: E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from scanned images of public domain material generously made available by the Google Books Library Project (http://books.google.com/)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RAGGIO DI DIO: ROMANZO ***


E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the Project
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RAGGIO DI DIO.

      *      *      *      *      *      *

OPERE di A. G. BARRILI.

  _Capitan Dodéro_ (1865). 12.ª ediz.                    L. 1 --
  _Santa Cecilia_ (1866). 10.ª ediz.                        1 --
  _Il libro nero_ (1868). 4.ª ediz.                         2 --
  _I Rossi e i Neri_ (1870). 5.ª ediz. (2 vol.)             2 --
  _Le confessioni di Fra Gualberto_ (1873). 12.ª ediz.      1 --
  _Val d'olivi_ (1873). 12ª edizione.                       1 --
  _Semiramide, racconto babilonese_ (1873). 8.ª ediz.       1 --
  _La notte del commendatore_ (1875). 2.ª ediz.             4 --
  _Castel Gavone_ (1875). 9.ª ediz.                         1 --
  _Come un sogno_ (1875). 21.ª ediz.                        1 --
  _Cuor di ferro e cuor d'oro_ (1877). 16.ª ediz. (2 vol.)  2 --
  _Tizio Caio Sempronio_ (1877). 2.ª ediz.                  3 50
  _L'olmo e l'edera_ (1877). 18.ª ediz.                     1 --
  _Diana degli Embriaci_ (1877). 2.ª ediz.                  3 --
  _Lutezia_ (1878). 2.ª ediz.                               2 --
  _La conquista d'Alessandro_ (1879). 2.ª ediz.             4 --
  _Il tesoro di Goleonda_ (1879). 10.ª ediz.                1 --
  _Il merlo Bianco_ (1879). 2.ª ediz.                       3 50
  -- Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz.                  5 --
  _La donna di picche_ (1880). 4.ª ediz.                    1 --
  _L'undecimo comandamento_ (1881). 10.ª ediz.              1 --
  _Il ritratto del Diavolo_ (1882). 3.ª ediz.               3 --
  _Il biancospino_ (1882). 9.ª ediz.                        1 --
  _L'anello di Salomone_ (1883). 3.ª ediz.                  3 50
  _O tutto o nulla_ (1883). 2.ª ediz.                       3 50
  _Fior di Mughetto_ (1883). 4.ª ediz.                      3 50
  _Dalla Rupe_ (1884). 3.ª ediz.                            3 50
  _Il conte Rosso_ (1884). 3.ª ediz.                        3 50
  _Amori alla macchia_ (1884). 3.ª ediz.                    3 50
  _Monsù Tomè_ (1885). 3.ª ediz.                            3 50
  _Il lettore della principessa_ (1885). 3.ª ediz.          4 --
  -- Edizione illustrata (1891)                             5 --
  _Victor Hugo, discorso_ (1885)                            2 50
  _Casa Polidori_ (1886). 2.ª ediz.                         4 --
  _La Montanara_ (1886). 6.ª ediz.                          2 --
  -- Edizione illustrata (1893)                             5 --
  _Uomini e bestie_ (1886). 2.ª ediz.                       3 50
  _Arrigo il Savio_ (1886). 2.ª ediz.                       3 50
  _La spada di fuoco_ (1887). 2.ª ediz.                     4 --
  _Il giudizio di Dio_ (1887)                               4 --
  _Zio Cesare_, commedia in cinque atti (1888)              1 20
  _Il Dantino_ (1888). 3.ª ediz.                            3 50
  _La signora Àutari_ (1888). 3.ª ediz.                     3 50
  _La Sirena_ (1889) 2.ª ediz.                              1 --
  _Scudi e corone_ (1890). 2.ª ediz.                        4 --
  _Amori antichi_ (1890). 2.ª ediz.                         4 --
  _Rosa di Gerico_ (1891). 3.ª ediz.                        1 --
  _La bella Graziana_ (1892). 2.ª ediz.                     3 50
  -- Edizione illustrata (1893)                             3 50
  _Le due Beatrici_ (1892) 2.ª ediz.                        3 50
  _Terra Vergine_ (1892). 3.ª ediz.                         3 50
  _I figli del cielo_ (1893) 3.ª ediz.                      3 50
  _La Castellana_ (1894). 2.ª ediz.                         3 50
  _Fior d'oro_ (1895)                                       3 50
  _Con Garibaldi, alle porte di Roma_, ricordi (1895)       4 --
  _Il Prato Maledetto_ (1895)                               3 50
  _Galatea_ (1896). 3.ª ediz.                               1 --
  _Diamante nero_ (1897)                                    3 50
  _Sorrisi di gioventù_ (1898). 2.ª ediz.                   3 --
  _Raggio di Dio_ (1899)                                    3 50

      *      *      *      *      *      *


RAGGIO DI DIO

ROMANZO

DI

ANTON GIULIO BARRILI







MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1899.

PROPRIETÀ LETTERARIA
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia._

Tip. Fratelli Treves.




RAGGIO DI DIO




CAPITOLO PRIMO.

Un bel sogno avverato.


"E andando da Chiavari a Lavagna, occorre in poca distanza il fiume
nominato dagli antichi Entella, e dai moderni Lavagna; il quale ha la
sua origine nel monte Appennino, di qua dalla terra di Torriglia in le
confine di Bargagli e di Roccatagliata: e muoiono in questo fiume,
Graveglia, Ollo e Sturla, torrenti che alcuna volta vengono con furia".
Grazie, monsignor Giustiniani, vescovo di Nebbio e annalista di Genova;
grazie infinite, e basta così. È la "fiumana bella" di Dante Alighieri,
certamente la più bella di Liguria; e bene l'ha dichiarata tale il
divino poeta, che le vide tutte, quante ce n'erano "tra Lerici e
Turbìa", ma su questa si trattenne più a lungo, guardandone dal ponte
della Maddalena il largo specchio azzurrino, con le due file di pioppi
che ne accompagnavano il corso. Ma noi non ci fermeremo qui, come il
grand'esule fiorentino; risaliremo la fiumana bella fino al confluente
del Graveglia, dov'essa fa una gran curva, per voltar poi risoluta a
ponente maestro; e lì faremo alto ai Paggi, come ora si dice, e dove
nell'anno di grazia 1506 durava ancora in ottimo stato un castello dei
Fieschi.

In altri tempi s'era chiamato la Guaita; più tardi, con lieve mutamento,
la Guardia. E meritava il suo nome, stando là come una scolta avanzata
di tutte le terre Appenniniche ond'era formato il dominio dei Fieschi,
gran ventaglio di borghi e castella che dalla Scrivia si stendeva alla
Magra, includendo Casella, Savignone, Montobbio, Torriglia, Valdetaro,
Santo Stefano d'Aveto, Varese, Pontremoli; e chi più n'ha ne metta,
andando fin oltre i cinquanta. Passavano infatti questo numero le terre
murate dei Fieschi; tenute con varia fortuna, s'intende, come in tempi
guasti doveva accadere; onde i cinquanta e più feudi contigui scesero
qualche volta a trentatrè, facendo ancora quel che si dice comunemente
un bel numero.

Gran gente, quei conti di Lavagna! Disputata un pezzo al Comune di
Genova la terra onde traevano il titolo maggiore e più caro, vedutosi
fabbricare all'incontro, nel 1167, il castello di Chiavari, indi a
trentun anno cedevano quel feudo invidiato, diventando nobili genovesi,
e ben presto una delle quattro grandi famiglie potenti e prepotenti
della Repubblica. Ricchi di capitani e d'ammiragli, come di cardinali e
di papi, ora ripigliavano le terre perdute, ora altre ne acquistavano, a
ristorarsi dei danni. Al tempo di cui raccontiamo, erano già molti rami
di Fieschi, ma tutti strettamente collegati d'interessi, sotto gli
auspicii del ramo principale, rappresentato allora da Gian Aloise,
signor di Pontremoli, di Varsi, di Loano, di Montobbio; principe di
Valdetaro e conte di San Valentino; marchese di Torriglia, Varese, Santo
Stefano d'Aveto, Calestano, Vigolzone, Gremiasco, San Sebastiano, e via
discorrendo per un pezzo; un gran signore, a farla breve, superiore nel
tempo suo agli altri tutti d'Italia per ampiezza di dominio, e quasi un
piccolo re. In Genova, tanta era la sua autorità, sedeva per decreto
sugli anziani, e gli si davano i titoli d'illustre e di eccelso, come ai
principi di corona.

Con queste fortune al casato e con le politiche necessità che ne
conseguivano, la Guardia aveva riconquistata una parte dell'antica sua
importanza militare. Il padrone era un valoroso; ma in patria non aveva
fatto niente di notevole, e per quello che aveva fatto in terre lontane
si poteva dire che riposasse sugli allori. Avrebbe difesa strenuamente
la sua rocca, se mai fosse stata minacciata: per intanto l'aveva
battezzata Gioiosa Guardia, in omaggio al cavalier Lancillotto di
romanzesca memoria, ma più alla bellissima donna che da un anno aveva
fatta signora del castello, impalmandola con rito solenne e con gran
pompa comitale nella vicina chiesa di San Salvatore.

Era dunque gioiosa, la Guardia, per decreto recente del suo felice
padrone. Ma non corrispondeva alla bellezza dell'epiteto la faccia
smunta del suo custode, o gastaldo che vogliam dirlo, non potendo, per
la presenza del legittimo signore, decorarlo del sonoro titolo di
castellano. E nondimeno, quel gastaldo decorava l'ufficio con la
misurata gravità dell'aspetto; a cui, nel pomeriggio del 5 marzo 1506,
si poteva aggiungere la composta dignità dell'atteggiamento, quantunque
egli fosse modestamente seduto sovra una panca, entro la prima cinta del
castello, assistendo ad una partita di pallone, caldamente impegnata fra
sei giuocatori. Diciamo di passata che cinque di essi erano uomini
d'arme del castello, e il sesto un frate francescano, come appariva
dalla tonaca, saviamente raccorciata a mezza gamba coll'aiuto del fido
cordone, su cui ella veniva a far grembo.

Quanto al nostro personaggio, vediamo di abbozzarne in pochi segni
l'asciutta figura. Appoggiate le mani scarne ma forti sul pomo della
spada; accavalciate le gambe lunghe, che mettevano in mostra due
stivaloni di cuoio cordovano e due calze divisate di bianco e d'azzurro;
ritto il busto nel suo giubbone attillato di cuoio, donde uscivano le
maniche di lana, divisate anch'esse dei due colori di casa Fiesca; ritta
la testa che pareva tutta in fiamme pel colore della barba e dei capelli
rosseggianti al sole; tirata un po' indietro sul cocuzzolo la berretta,
anch'essa di cuoio, con larghe frappe di bianco e d'azzurro, sormontata
da una gran penna lionata di pavone, il nostro personaggio aveva una
bell'aria di vecchio soldato in licenza, felice d'un po' di riposo, ma
pronto a gittar la berretta per calzar la barbuta. Non era bello, no
davvero; aveva troppo scarno il viso lungo, e gli occhi grigi, quasi
bianchi, sotto le ispide sopracciglia rossigne: il naso, poi, che
incominciava colla buona intenzione di parere aquilino, finiva in una
pallottola rossa, non conveniente di certo alla severità dell'aspetto, e
molto meno alla dignità della carica. Ahimè, non si nasce perfetti. Ma
don Garcìa, che tale era il nome del personaggio, non si dava un
pensiero al mondo di queste fisiche imperfezioni. Era passato il tempo,
se mai; ed egli godeva della vita quel tanto che se ne può godere di là
dai cinquanta. Per allora, si dilettava di veder giuocare al pallone;
era tutto nelle belle battute e nelle pronte rimesse, nelle volate e
nelle cacce vinte; accennava del capo ai bei colpi, batteva le labbra ai
falli. A lui si rimettevano nei casi dubbi, ed egli dava il responso,
con calma e buon giudizio, senz'ombra di parzialità. Pure, come ogni
fedel cristiano, egli avrebbe potuto pendere più di qua che di là, ed
averne ancora la scusa, poichè uno dei giuocatori, il frate, era
spagnuolo al pari di lui.

Perchè quella spagnuoleria là dentro? E come andava che non dispiacesse
a nessuno? Diciamo subito che quei due spagnuoli, don Garcìa e frate
Alessandro, e per terra e per mare erano stati compagni di ventura al
signore del castello; e soggiungiamo che dei cinque giuocatori genovesi,
tutti uomini d'arme della Gioiosa Guardia, tre erano stati coi due
spagnuoli ai medesimi incontri, ricordando altresì che più di tutti
aveva rischiata la pelle quel vecchio, non solamente per far servizio al
loro signore, ma ancora per salvare la bellissima donna, diventata da un
anno cristiana e contessa, col nome di Giovanna del Fiesco.

Queste erano ragioni da bastare là dentro, rendendo cari, non che
tollerabili, i due forestieri. Ma della ammissione d'un di loro in
ufficio tanto geloso dovevano pur fare le meraviglie taluni di fuori,
che non sapevano bene le cose. Ed uno di costoro, Filippino Fiesco,
passato due mesi prima da Gioiosa Guardia, non aveva potuto trattenersi
dal farne cenno al signore del luogo.

--Cugino Bartolomeo,--gli aveva detto, temperando con un suo risolino
l'impertinenza della domanda,--che v'è saltato in mente di prendere per
servitore uno spagnuolo? Siamo per Francia, noi, non per Castiglia e
Leone.

--Ah, sì?--aveva risposto Bartolomeo Fiesco.--E meglio per noi, che non
fossimo per nessuno. Quanto alla gente fidata, si raccatta dove si
trova. Il mio gastaldo io l'ho conosciuto tra Spagnuoli, e di dovunque
egli sia, me lo tengo caro. Del resto, che ci trovate di strano? Io non
faccio altro che imitare il re Cristianissimo.

--In che modo?

--Nell'unico che sia possibile a me. Chi ha messo egli a comandarci, che
Iddio lo benedica?

--Monsignor Filippo di Cleves, signore di Ravenstein,--rispose Filippo
Fiesco,--regio governatore e luogotenente generale dei Genovesi, come
cantano tutte le gride.

--Dimenticate "ed ammiraglio del Levante";--ripigliò Bartolomeo
Fiesco.--Ma forse egli pare anche a voi un ammiraglio d'acqua dolce.
Quello, del resto, è il capo della gente di Francia, mandato qui per
figura e per indorarci la pillola. Io intendevo parlare del comandante
vero, di quello che fa tutto in casa nostra. Non è questi il
Roccabertino? E chi è il Roccabertino? non è forse un Aragonese? Ed io
ho per luogotenente un Catalano. La differenza è qui tutta.--

L'argomento non ammetteva risposta; e messer Filippino potè anche
pensare che ognuno in casa sua si governa a suo modo. Nè altre molestie
ebbe don Garcìa, che veramente non le meritava. E tutti sapendo ch'egli
era stato buon compagno di rischi del capitano Fiesco, nessuno conobbe
mai quale alto ufficio avess'egli esercitato in Haiti. Tacevano le sue
gesta i pochissimi che avrebbero potuto parlarne; frate Alessandro, ad
esempio, suo conterraneo e suo introduttore alla mensa soldatesca nel
bosco di Xaragua; Giovanni Passano e Pietro Gentile, che di aiutanti del
Fiesco essendosi mutati in aiutanti di don Garcìa per una lugubre
impresa, non avevano nessuna ragione di vantarsene, quantunque nella
brutta occasione avessero imparato a stimare quell'uomo. Senza di lui,
come si sarebbe salvata la infelice regina di Xaragua? Senza i casi che
necessariamente n'erano seguiti, come si sarebbe salvata Higuamota, la
graziosa fanciulla, diventata moglie a Giovanni Passano un mese dopo che
sua madre era diventata contessa del Fiesco?

Fortunato, il Passano! Restava luogotenente del conte; ma in tempo di
pace, com'erano allora i nostri reduci del nuovo Mondo, faceva
dell'altro, vivendo molto a Genova e curando gl'interessi del suo
protettore. Lo chiamavano già Da Passano. E perchè no? Forse era della
stirpe onorata di quei nobili della Riviera di Levante, e il nome voleva
pur dire qualche cosa, anzi più di qualche cosa, in un tempo che quei
_de_ e quei _da_ non si usavano con norme fisse. Era il tempo, o giù di
lì, che un gran capitano di ventura, d'antico ceppo parmense, signor di
Berceto, di Torchiara e di San Secondo, si sentiva chiamare
promiscuamente Pier Maria Rossi e Pier Maria De Rossi; ed egli poi, a
farlo a posta, sull'ingresso di Torchiara faceva scolpire il suo nome
nella umilissima forma di Pietro Rosso. È vero che lo metteva in fin di
verso, per far rima a modo suo con due finali in "orso". Ma, per trovare
esempi più prossimi, gli stessi conti di Lavagna non avevano sempre
creduto, coi genealogisti di casa, d'essere stati chiamati Fieschi, per
una ottenuta prefettura del Fisco imperiale in Italia, donde sarebbe
venuta la più o meno naturale storpiatura del _Fliscus_. Il nostro
Bartolomeo, che gradiva anche alle sue ore il nome di Damiano, lasciava
correre un _Bartholomeus Frescus_ in atti notarili; e questo forse in
omaggio ad una più modesta genealogia del 1171, quando due conti di
Lavagna avevano preso a far cognome dai lor soprannomi di Fresco e di
Secco, trovati buoni a distinguere le loro due nobili persone, che
portavano il medesimo nome di Ugo. Non troppo dissimilmente i contèrmini
Malaspina si erano spartiti in due rami, il fiorito ed il secco.

Ma torniamo a don Garcìa, che in tutte queste minuzie non ha niente a
vedere. Era un brav'uomo, che si sapeva contentare, avendo un pane
onorato per la vecchiaia. Faceva un po' di tutto, alla Gioiosa Guardia.
Antico soldato, insegnava anche il mestier delle armi ai vassalli del
conte; nei giorni festivi metteva in ordinanza un centinaio di fanti a
piedi, e una diecina d'uomini a cavallo, che facessero bella mostra
battendo le strade da Chiavari a Carasco, a San Colombano e più oltre.
Invigilava, nelle stagioni opportune, ai raccolti dei poderi, e
riscuoteva in nome del conte tutti i diritti feudali, facendo qui, come
del resto, assai bene le cose, con gravità, senza rigore, con giustizia
che non escludeva la umanità, persuaso dopo tutto di far piacere al
padrone, e più ancora alla padrona.

Quella donna era amata, adorata per tutta la valle dell'Entella e per le
vicine convalli dello Sturla, della Graveglia, dell'Ollo. Bisognava
vedere che calca di gente, quando, insieme colla nobilissima suocera, la
veneranda madonna Bianchina, scendeva ai divini uffizi nella chiesa di
San Salvatore. Ricordavano tutti che ne' suoi paesi di là dall'Atlantico
era stata regina; e naturalmente si magnificava il suo lontano reame.
Quello che non si poteva ingrandire, perchè già troppo grandeggiava da
sè, era la sua stupenda bellezza. La sua carnagione d'un color caldo
oltre il tipo europeo, non appariva neanche tale, smorzata com'era e
condotta al vermiglio dallo strano onnipotente fulgore delle pupille
nerissime. E ferivano, quelle pupille, dovunque si volgessero a caso; e
molti si sarebbero lasciati ferir volentieri, a patto di sentirle
rivolte a sè con qualche pietosa intenzione. Ma la contessa, nel fatto,
non aveva occhi se non per il suo dolce marito, che spesso le accadeva
di chiamare Damiano. E a lui più spesso accadeva di chiamarla Fior
d'oro: Giovanna non mai; piuttosto, alla spagnuola, Juana, che riteneva
molto del suono di Anacoana. I nomi, si sa, non hanno piccola
importanza, in amore.

Anche a lui volevano bene quei terrazzani, più ancora che non lo
rispettassero come vassalli. Già, non lo tenevano quasi più per un
Fiesco; tanto che, all'usanza di Genova, lo chiamavano Bartolomeo delle
Indie. Sicuro, e bene prendeva egli il nome da quelle Indie occidentali,
dov'era stato quattro volte ad ogni sbaraglio, prode soldato, esperto
navigatore, singolarmente caro a quell'altro Genovese, così grande e
così maraviglioso uomo, che le aveva scoperte per potenza d'ingegno e di
fede. Quanti erano stati con lui partecipavano un poco della sua epica
grandezza; perfino i due umili marinai, Guglielmo e Battista, che si
erano ridotti a vivere anch'essi nel recinto ospitale della Gioiosa
Guardia, e che tutti i giorni di festa, infallantemente, seduti
all'ombra fuor della porta del castello, tenevano cattedra di geografia
transatlantica. A quei discorsi accorreva sempre più gente che non alle
prediche dei frati, i quali pure descrivevano qualche volta le
magnificenze del regno di Dio. Ma in queste si sentiva sempre lo sforzo
di fantasia di chi non c'era mai stato; laddove le magnificenze del
nuovo Mondo avevano avuto quei due semplici marinai per testimoni
recenti.

Che fossero egualmente veridici non si potrebbe giurare. Raccontavano le
cose come se le avessero ancora davanti agli occhi, e raccontandole ne
davano il barbaglio agli occhi dell'uditorio. Si trattava d'oro,
infatti; oro a mucchi, in pagliuole ed in polvere, da tuffarci dentro le
braccia fin sopra il gomito; oro ad ogni piè sospinto, a colonne, a
pilastri, a scaglioni, a piramidi; oro a bizzeffe, in quel paese di
Veraguas, dove bastava smuovere un pochettino le zolle, per trovar le
radici degli alberi affondate in quel coso giallo lucente; oro nel fiume
dello Yaque, presso San Domingo, ove del prezioso metallo non erano
fatte solamente le arene del fondo, ma i ciottoli delle due rive, e i
massi e le scogliere delle svolte. Che poesia, quella dell'oro! E come è
nata? Tutta per amore della sua bellezza in sè, o non per l'acquisto,
che rende così facile, d'ogni desiderata fortuna?

S'intende che i due narratori non si fermavano alla magnificenza delle
cose inanimate. Anche gli uomini, laggiù, erano d'una specie insolita; e
tra gli uomini il Prete Janni, favolosa figura del Medio Evo, ci aveva
la sua parte non piccola. Guglielmo non lo aveva veduto; Battista
nemmeno. Personaggi così alti come il Prete Janni non si lasciavano
vedere da poveri marinai; ma il grande scopritore del nuovo Mondo sì, lo
aveva veduto, gli aveva parlato a lungo, era stato suo ospite, accolto
alla sua mensa, nella sua intimità. Quel gran monarca si era tanto
innamorato delle virtù di Cristoforo Colombo, che lo avrebbe caricato di
diamanti, se questi si fosse risoluto di prender servizio con lui. E si
diceva a San Domingo che l'odio di Aguado, di Bovadilla e di Ovando
contro l'ammiraglio e vicerè delle Indie fosse nato appunto da questo,
che il Prete Janni aveva fatto festa a lui, non volendo veder loro
neanche come prossimo; ond'era avvenuto che verdi dall'invidia fossero
andati ad accusar l'ammiraglio presso Ferdinando il Cattolico,
dipingendolo come uno che era già in via di tradirlo, sottraendo alla
corona di Spagna i benefizi della grande scoperta. Sicuramente,
l'ammiraglio poteva far ciò, solo che lo avesse voluto. Il prete Janni
lo stringeva tanto colle sue offerte d'amicizia! Figurarsi, che voleva
dargli in moglie sua figlia, ricca come il mare, bella come il sole, e
buona come il pan di Natale. Ma il signor ammiraglio non si era lasciato
prendere all'amo; aveva resistito a tutte le offerte, a tutte le
promesse più lusinghiere; tanto più che da genovese sottile s'era
accorto che la bella aveva un occhio di vetro. Bella, poi, la vantavano
tutti alla Corte; ma Guglielmo e Battista non l'avevano veduta mai.
Un'altra, piuttosto; e quella bella era bellissima; e il loro capitano
se l'era portata via, quantunque regina, e l'aveva fatta contessa. Già,
tutti i salmi finivano in gloria.

Qui poi l'uditorio poteva dar ragione ai parlatori, e in piena
cognizione di causa. Un tal miracolo di donna non si era visto mai,
neanche dai più vecchi, che pure avevano veduta entrare in casa Fieschi
madonna Bianchinetta, nel primo fiore della sua gioventù. Che splendore
di sposa, quella regina delle Indie! Per lei si era scomodata, e con
ragione, tutta la casata dei Fieschi; ed anche gli altri rami minori dei
conti di Lavagna, come gli Scorza, i Bianchi, i Della Torre, i Levaggi,
i Leivi, gli Zerli, i Cogorno, i Cavaronchi, i Ravaschieri, i Penelli.
Il capo dei Fieschi, in persona, l'eccelso conte Gian Aloise, aveva
lasciato Genova e la sua reggia di Vialata, per assistere alla
cerimonia, per condurre egli stesso quella regina del nuovo Mondo
all'altare. E bella come il sole, poichè non si poteva trovare un
paragone più alto; e buona come il pan di Natale, e dotta come un libro
stampato. Come parlava l'italiano! come il genovese, che è poi la madre
lingua d'ogni buon Ligure, e certamente quella del Paradiso terrestre;
specie colla giunta di quella sonora e dolce cantilena chiavarese!
Difatti, anche queste finezze aveva imparate in pochi mesi la regina
delle Indie. E si andava a sentirla, ma più ancora a vederla, senza
stancarsene mai, nelle domeniche, quando la bellissima donna, ritornata
dai divini uffizi, scendeva alla porta del castello per distribuire il
pane ai poveri dei dintorni. Quei poveri si moltiplicavano come i pani e
i pesci dell'Evangelio. C'erano molti che si facevano poveri a bella
posta: ma erano riconosciuti, e tenuti lontani. Solo alle donne, che
usavano di questo sotterfugio per avvicinarsi alla signora contessa, non
si faceva il torto di cacciarle; per rispetto al loro sesso si
lasciavano accostar tanto, che la signora le riconoscesse da sè.

--E voi, che cosa chiedete?--diceva ella, ridendo d'un risolino
malizioso.--Non siete già povere, voi!

--Oh, signora, siamo bisognose la parte nostra;--rispondevano le più
ardite.--E siamo venute, perdonateci.... siamo venute a prenderci
un'occhiata di sole.--

Sorrideva, la bellissima donna, arrossendo; e dava un ceffone, con la
sua morbida mano; ma tanto leggero, che pareva una carezza, ed era
ricevuto con divozione, come la guanciata del vescovo alla cresima.

--Qui non voglio altri che poveri, avete capito?--

Così conchiudeva, volendo parere sdegnata. Ma c'era tanta soavità
d'accento nel rimprovero, e tanto sorriso nello sfolgorìo di quegli
occhi scorrucciati, che le buone valligiane di Carasco, di Graveglia e
di Paggi levavano le mani in atto di adorazione, come se avessero veduta
la Madonna, e in cuor loro promettevano di ritornarci la domenica
vegnente.

Gioiosa Guardia, davvero, sotto la benefica luce di quegli occhi
celestiali. Ma qualche volta su quei begli occhi si stendeva un velo di
mestizia. Passavano allora le immagini di un altro popolo, assai più
numeroso, amante anche quello e devoto, ma che aveva la sua quiete, la
sua sicurezza da lei, e non era avvezzo a provare più gran gioia nella
vita, di quando si raccoglieva estatico ad ascoltarla, rapito ai suoni
del _maguey_, agli accenti soavi dell'areìto Povero popolo d'Itiba! come
lo avevano ridotto allo stremo quei feroci conquistatori spagnuoli,
deludendo i nobili disegni del Giocomina, del venerando condottiero dei
Figli del Cielo! Ma se il ricordo d'Itiba era triste, la bella ed
infelice regina di Xaragua aveva imparato molte cose nella terra di
Azatlan. Era disceso su questa terra un altr'uomo dolce, buono,
compassionevole ai mesti, un uomo divino, e avevano voluto sperimentarne
la virtù infinita mettendolo in croce come un malfattore; poi si erano
pentiti, lo avevano riconosciuto in ispirito e verità, gli avevano
eretto altari, e lo adoravano, e lo mettevano in croce ogni giorno,
disconoscendolo, bestemmiandolo, negandolo nei giorni della spensierata
allegrezza, per invocarlo nell'ora della paurosa avversità, superbi a
vicenda e codardi, sopra tutto eternamente fanciulli.

Perciò qualche volta accadeva anche a lei d'esser mesta. Ma quelle erano
le nubi passeggere, candidi fiocchi vaganti, che macchiavano
all'orizzonte un bel cielo d'estate, senza turbarne il sereno. Ed era
felice, oramai, quanto è dato a creatura umana sulla terra; felice per
quell'uomo che viveva adorandola, e non si muoveva di là, dove l'aveva
condotta a rifugio. Che amasse la sua rocca e il suo poetico Entella,
non si poteva dubitare, poichè tante volte lo diceva egli stesso. Ma non
così aveva amato quel fiume e quelle mura negli anni della adolescenza,
quando animoso cacciatore batteva le macchie, ed era sull'Antola o sul
Penna più spesso e più volentieri che in casa. In quel castello era
nato; su quelle rive beate era cresciuto, ricco, orgoglioso del nome e
della potenza che confortava quel nome; e giovane si era mescolato in
Genova alle zuffe micidiali del tempo, avendone presto la sazietà.
Curioso di dottrina, o più vago di novità, aveva atteso agli studi nella
università di Pavia, riportandone come un fastidio d'anni sciupati;
ond'egli non aveva cercato nella quiete della sua terra il rimedio alle
pene del cuore, ma si era buttato per morto alle imprese del mare. E
quali imprese! Non già per diventarci padron di galere, e da fortunati
scontri aver lustro e potenza come tanti altri suoi pari e consorti, per
vantaggio di una casata che omai ridiventata padrona dell'antico
dominio, lo aveva allargato quasi a reame, dall'Appennino al mare e
dalla Scrivia alla Magra; bensì per tentare un cammino ignoto, col
rischio di giungere ad un punto donde il naviglio si sprofondasse nel
vuoto. Orribile chiusa, e creduta allora certissima! Il guaio non gli
era occorso; aveva potuto ritornare, e con la sua parte di gloria. Pure,
ricondottosi a casa, non aveva potuto star fermo; viaggi su viaggi,
fortunali e vitacce da cani; spesso in pericolo d'andar pastura ai
pesci, più spesso di buscarsi un colpo di freccia avvelenata; prigionia
tra i selvaggi, condanna a morte, agonia a fuoco lento, nulla aveva
potuto corregger l'umore vagabondo del gentiluomo marinaio, di
quell'argento vivo. Ed ecco, di punto in bianco, il gran cambiamento:
quell'umor vagabondo, quell'argento vivo, s'era chetato ad un tratto:
lui tutto casa, lui tutto "fiumana bella", lui tutto moglie, e
innamorato per giunta, come un ragazzo di vent'anni. Ma ecco, il segreto
del mutamento era qui.

--Come sei buono, Damiano!--gli bisbigliava Fior d'oro.

--Sfido io!--rispondeva egli, con quel suo piglio che volentieri girava
al comico.--Son buono, perchè sono felice. E sono felice....

--Perchè?--domandava lei, con accento di cara malizia.

--Perchè....--ripigliava Damiano, girando un po' largo, per voglia di
ridere.--Perchè ci ho la mia Gioiosa Guardia che amo tanto....

--Giustissimo; e la tua "fiumana bella"--suggeriva lei, prestandosi al
giuoco assai volentieri.--Con queste due cose....

--Con queste due cose ci sarebbe anche da morir di noia;--proruppe
Damiano.--Le avevo, e non mi sono bastate. Diciamo dunque, per essere
nel vero, che ci ho te, cara donna adorata. La più bella donna, nel
verde più vivo, sotto il più dolce azzurro del mondo, ecco la felicità
vera ed unica. Ed ecco quello che io volevo dire, contessa Juana, se voi
mi aveste lasciata fare la mia progressione ascendente.

--E non ve l'ho lasciata fare, da quella gran cattiva che sono! Ma voi
me ne punite tanto severamente, che avrei voglia di rifarmi da capo. Per
altro,--soggiunse ella, mettendosi sul grave,--dicono che un bene
posseduto non sia più un bene.

--Vedete che logici da strapazzo!--replicò Damiano, ridendo.--Il bene è
il bene, di qui non si esce. Se si mutasse, sarebbe un'altra cosa, ne
convengo. Ma come potrei volerlo mutato? In più no, perchè io ho tutto
quello che desideravo. In meno, neanche, perchè quello che desideravo lo
desidero ancora: e questo è il fatto, la condizione su cui possiamo
fondare il nostro ragionamento. Ho io studiata bene la mia logica?

--Eh, non voglio dire di no. Il mio signore ha sempre ragione. Ed era il
bel sogno, questo,--diss'ella traendo un sospiro,--il bel sogno che ho
sognato con te. Il bel sogno si è finalmente avverato; o Dio, tra quanti
pericoli, tra quante angosce mortali! Se c'è giustizia in terra, il bel
sogno non dovrebbe finire.

--Così dico io;--conchiuse Damiano.--Non dovrebbe, non deve, non dovrà.
Dimmi, Fior d'oro; sei tu sicura di te?

--Oh sì, di me....--gridò ella, levando gli occhi al cielo.--Ed anche di
te,--soggiunse tosto,--anche di te, conte Fiesco, che sei così nobile
spirito e così candido cuore. Ma non presumi troppo delle tue forze....
e della natura umana? È della donna amare, e saperlo far bene, non
sapendo far altro: è dell'uomo l'operare, il faticare in qualche utile
impresa, per deludere la sazietà.... per vincer la noia.... E per
questo, me lo lasci dire?.... per questo, bisognerebbe forse mettersi a
far qualche cosa.--

Tremava un pochino, parlando così, e mendicava le parole. Ma ebbe il
pronto conforto di sentirsi dar ragione da lui.

--Sicuramente;--diss'egli.--Ci pensavo appunto stanotte, mentre tu
riposavi, Fior d'oro. Bisognerà far qualche cosa. Ed ho trovato.

--Ah sì? E che sarà?

--Continuare ad amarti;--rispose gravemente Damiano, facendo cadere
dall'alto, l'una dopo l'altra, le sillabe.--Vi ho lungamente
contemplata, amica mia; vi ho pure abbracciata, ma guardingo, sapete,
con mano leggera leggera, per non rompervi il sonno, che era così dolce;
ed ho pregato Dio che non mutasse niente, che lasciasse tutto così, come
ha tanto saviamente disposto, nella sua misericordia infinita.--

E voleva dare in una risata; ma non n'ebbe il tempo. La contessa Juana
rideva già più di lui, non senza lagrime; quelle care lagrime che tanto
abbelliscono ogni profonda allegrezza. E un po' tardi, ma in tempo, gli
ricambiava l'abbraccio.




CAPITOLO II.

Ambasciator non porta pena.


Ma ritorniamo una seconda volta, e sia la buona, al nostro don Garcìa,
che con tanta attenzione seguiva le vicende di un bellissimo giuoco.
Proprio si arriva al punto che la piacevole occupazione gli era
interrotta dall'avvicinarsi d'un famiglio, le cui prime parole ebbero
virtù di farlo balzar subito in piedi. Molestie dell'ufficio,
naturalmente; e la Guardia non poteva esser sempre gioiosa, pel suo
degno custode.

--Ci abbandonate?--gli chiese frate Alessandro, che per fortuna di
giuoco veniva ad essergli più vicino, e lo vedeva muoversi di scatto
dalla panca.

--Per forza;--rispose don Garcìa.--Ed anche, diciamolo pure, con un
certo piacere. Arriva il nostro Giovanni Passano.--

La nuova si sparse fra gli altri giuocatori, e la partita fu subito
interrotta, come la piacevole occupazione di don Garcìa. Il Passano
aveva amici da tutt'e due le parti; e se si contentavano di piantar lì
la giuocata quei che avevano il disopra, con "quaranta e la caccia",
era naturale che non si dolessero quelli che s'avviavano a perdere, non
avendo che un "quindici".

Giovanni Passano, al suo smontar da cavallo nel cortile della Gioiosa
Guardia, fu accolto a festa dai suoi vecchi compagni d'Haiti e della
Giamaica.

--Che buon vento vi porta?--gridavano a gara, stringendogli la
mano.--Finalmente! Bisognerà metterci il segno per ricordo, stamparla,
toccarsene un occhio. Sapete che ci mancate da un mese?

--Eh, si fa come si può;--rispondeva il Passano, commosso da tutte
quelle dimostrazioni d'amicizia.--Appena levati i piedi dagli impicci,
eccomi qua. Pietro Gentile! Guglielmo! Battista! frate Alessandro, che
per riverenza alla tonaca dovevo metter primo di lista!...
Quantunque,--soggiunse ridendo, al vedere tutti quei grembi e sboffi
fuor dal cordone di san Francesco,--mi pare che la portiate sempre alla
diavola. Giuocate al pallone, vedo. È un bel giuoco; ma non da frati.

--Chi ve l'ha detto, messer Giovanni? Nessun testo lo proibisce; e ce
n'è uno che forse li permette tutti. Ma sì. _Servite Domino in
laetitia_; lo raccomanda il Salmista. Volete giuocare anche voi?

--Eh! se non fossero quattr'ore che mangio polvere, e che mi fiacco le
reni col cavallo più indiavolato della cristianità.... A proposito, mi
fareste un gran piacere ad esorcizzarlo coll'acqua santa.

--O voi col vino di Vernazza, piuttosto.

--Il vino di Vernazza fa bene all'uomo;--conchiuse gravemente il
Passano, mentre si avviava colla brigata verso l'ingresso della seconda
cinta.--Qui, infatti, ci ho un testo sacro ancor io; _vinum bonum
laetificat cor hominis_. E il signor conte?--ripigliò, con accento
mutato, parlando a don Garcìa.--E la signora contessa?

--Benissimo;--rispose lo Spagnuolo.--E vi direi che sono là bene
accostati sul medesimo ramo, come due tortore innamorate, se fosse
almeno ora di giardino. Saranno invece nella caminata, lei col suo
tombolo a far merletti, lui a metter del nero sul bianco.

--Ma anche a far merletti e a scrivere si può star molto vicini, non è
vero?

--Oh questo poi sì; alla medesima tavola, per non perdersi d'occhio. Vi
faccio annunziare, mentre bevete un bicchiere?

--No, non occorre;--rispose pronto il Passano.--Non dico per il bere,
intendiamoci; dico per il farmi annunziare. Non c'è premura; è una
visita senza impegno, la mia. A presentarmi, ci sarà sempre tempo per la
cena.

--Ah, mi levate una spina dal cuore;--disse quell'altro, mentre lo
faceva entrare nel tinello, al pianterreno della rocca.--Avrei giurato a
tutta prima che veniste per portarci via il padrone. Che ci volete fare?
Presentimenti; e fortuna che qualche volta ingannano! L'altro giorno,
passando di qua messer Filippino, che, sia detto con la debita reverenza
al casato, ha sempre la lingua un po' amara, si lasciò sfuggire certe
parole! "Che Gioiosa Guardia! diceva; che Gioiosa Guardia! Dormigliosa,
dovreste chiamarla. Con Ercole che fila ai piedi di Onfale". Io, per
dirvi la verità, non conoscevo questa signora, ed ho dovuto farmi
spiegare l'arcano da frate Alessandro. Ne sapeva poco più di me, quel
bravo figliuolo; ma tanto da capire che si trattasse d'una donna, la
quale faceva perdere il tempo al dio della forza. Il nostro conte,
veramente non fila, e nemmeno la contessa; quantunque, se filasse, vi so
dir io che con quelle sue dita darebbe dei punti alle fate. Ma io ho
bene inteso, dopo la spiegazione di frate Alessandro, che cosa volesse
dire messer Filippino. Il padrone non si occupa se non della padrona, e
lascia che gli altri della casata facciano e disfacciano a modo loro le
cose della Repubblica. Ma di che si lagnano, se mai? Egli tira le mani e
i piedi fuori del giuoco; li lascia dunque padroni; non vi pare?

--Giudicando alla grossa, sì;--rispose il Passano, mentre con diligenza
amorosa osservava il liquido topazio delle Cinque Terre attraverso la
lucida parete del bicchiere.--Ma possono aver ragione i suoi nobili
parenti, a desiderare che un tal uomo non si ritiri dal giuoco. Sapete
bene; dove bastano undici, il dodicesimo aiuta.--

Don Garcìa rizzò l'orecchio a quelle parole dell'amico.

--C'è dunque da aiutare a qualche impresa?--diss'egli.

--No, ch'io sappia;--replicò il Passano.--Ma c'è una condizione di cose
che parla abbastanza chiaro da sè. Noi del Gatto, o del Basilisco, anzi
diciamo pure di tutti e due questi graziosi animali, siamo per Francia;
e sta bene, tenuto conto delle buone ragioni che ci abbiamo: ma siccome
tutto questo, messo in ispiccioli, significa avere un presidio straniero
in città, non si può neanche sostenere alla faccia del popolo che sia la
più bella cosa del mondo. D'altra parte, i popolari, cioè a dire i
nostri signori d'origine popolana, chiamati altrimenti del portico di
San Pietro, vorrebbero aver mani in pasta, allontanando dalla madia quei
del portico di San Luca; e questi, capirete, spalleggiati come sono dal
gatto e dal basilisco, antiche insegne dei Fieschi, non ci pensano
neanche a ceder d'un passo. Si guardano dunque in cagnesco, e come possa
andare a finire Dio solo lo sa. Speriamo, nondimeno; Dio misericordioso
potrebbe appigliarsi al buon partito di accomodar la testa a tutti. Dei
miracoli se ne son visti, in altri tempi: perchè non ne accadrebbe uno
nel nostro? Parlo così,--soggiunse il giovanotto,--perchè conosco il
padrone, chè non se ne fa nè di qua nè di là. Ma guai a parlar di pace
in Violata!

--Gian Aloise è sempre il più forte?--entrò a dire don Garcìa.--E sempre
bene coi francesi?

--E come!--rispose il Passano.--Non si muove foglia che Gian Aloise non
voglia. Quasi si direbbe che in Genova sia lui il padrone, com'è il
capitano generale di tutta la Riviera di Levante. Ci sono i francesi nel
Castelletto. Ma quelli si possono magari considerare stipendiati, come
se fossero svizzeri, o tedeschi; zuppa o pan molle.

--Sia contento, allora,--disse don Garcìa,--e lasci quieti noi in
Gioiosa Guardia, dove si sta così bene.

--Felice mortale! L'avete trovata, la nicchia? E badate, ci verrei tanto
volentieri ancor io.

--Con donna Higuamota, non è vero? Ma olà!--ripigliò don Garcìa, come
per darsi sulla voce.--Non dimentichiamo che l'ha tenuta a battesimo la
madre del padrone, e che bisogna dire donna Bianchina.

--Già,--disse ridendo il Passano,--quantunque sia bruna. Tien più di
Caonabo che di Anacoana, la mia dolce metà. Fortuna che amo le brune!

--O perchè non l'avete condotta con voi, amico Passano?

--Che, vi pare? dovendo fare una visita di poche ore....--

Don Garcìa inarcò le ciglia, ma non aggiunse parola.

In quel mentre si faceva udire un gran rumore dalla scala vicina, donde
qualcheduno scendeva a precipizio, saltando ad ogni tanto e tonfando,
alla guisa dei ragazzi. E subito dopo si vide balzar dentro un
adolescente, dai capegli biondi e dalla faccia birichina. Pareva, a
vederlo, che il mondo fosse suo, o che lo credesse da vendere, e da
poter comprare coi quattro soldi che a lui ballavano in tasca.
Polidamante (era questo il suo nome) poteva dirsi l'imagine, il simbolo,
il genio della Gioiosa Guardia, ove del resto era nato. Se gli altri ci
avevano pochi fastidii, egli non ne aveva nessuno. Tutto di primo
impeto, correva sempre, quando c'era da muoversi; quando poi doveva star
fermo, si addormentava. Non faceva mai niente con misura; e forse per
ciò era molto caro al padrone.

--Che c'è?--chiese don Garcìa.

--Presto, le acque;--gridò quell'altro, senza fermarsi a rispondere in
tono.--Dove sono le acque?

--Nei fiumi;--disse il Passano;--e neanche ne han tutti.

--Ah, siete voi, messer Giovanni? Bene arrivato! Dicevo le acque
acconce, le acque cedrate, i siroppi per la signora.--

I famigli, che non avevano bisogno di tutte quelle spiegazioni, avevano
già levato da una credenza il vassoio con le bocce di cristallo, e si
preparavano a seguire con quello il messaggero Polidamante.

--Quando si dice nascer vestiti!--esclamò don Garcìa, volgendosi al
Passano.--I padroni hanno anticipata l'ora di uscire in giardino. Potete
salire dietro a Polidamante, e presentarvi, e far le vostre ambasciate,
senza interrompere i commentarii di Cesare.

--I commentarii.... Che dite voi, don Garcìa?

--Eh, sì, i commentarii di Cesare, come li chiama frate Alessandro.

--Sta bene, avevo inteso;--riprese il Passano.--Domandavo che diavolo è.

--Una storia, amico, una storia di laggiù, mi capite? Il capitano ci ha
fatto l'onore di chiamarci nella caminata, per cinque sere alla fila, e
ce ne ha letti già cinque capitoli. In quello scritto racconta tutto
quello che s'è fatto alle Indie.

--Ah, bene! capisco, ora. Ci avrà molto da raccontare, perchè molto si è
fatto. E parla di voi?

--No, non ci siamo ancora, a quel punto;--rispose don Garcìa,
rannicchiandosi.--Penso, del resto, che quando saremo a quel punto,
egli mi dovrà passare sotto silenzio. Del che non mi lagnerò,--soggiunse
egli umilmente;--che anzi, dovrò sapergliene grado. Beati gli uomini di
cui non avrà da occuparsi la storia.

--Bravo! siete filosofo?

--Alle mie ore, amico Passano.--

L'amico Passano strinse la destra di quell'altro Seneca; e vuotato il
suo calice fino all'ultima goccia, che non era d'aceto, si avviò verso
la scala.

--Va, bello mio, va, che non la conti giusta;--borbottò tra i denti il
bravo don Garcìa, uscendo alla sua volta di là.--Questa visita di poche
ore, a spron battuto, mi sa di chiamata a Genova lontano un miglio. C'è
la mano di messer Filippino, qui sotto; scommetterei. Quello là non vuol
dare nè lasciar pace a nessuno.--

Il giardino di Gioiosa Guardia, anzi i giardini, perchè erano quattro,
bisognava andarli a cercare in alto, come gli orti pensili di
Semiramide. Si stendevano essi sui bastioni della rocca, per tutta la
lunghezza delle cortine, fiancheggiati e conterminati dalle torri, che,
per conseguenza logica quanto architettonica, erano appunto quattro,
senza contare il battifredo, gran torre più alta, dalla parte
dell'ingresso, colla campana al sommo e con l'orologio nel mezzo. Forte
arnese per guerre medievali, la Gioiosa Guardia non poteva più dirsi
tale in un tempo che le artiglierie mobili e di grande gittata potevano
batterla da parecchie eminenze circostanti. Ma essa non s'aspettava di
queste noie, e il suo padrone, amico della pace, ne lasciava il carico
ad altri luoghi fortificati della sua parentela, da Montobbio a
Pontremoli. In uno di quei casi di necessità, che gli amici della pace
come Bartolomeo Fieschi si dovessero ricordare d'essere stati uomini di
guerra, la Gioiosa Guardia poteva essere ancora un bell'inciampo a
soldatesche raccogliticce, non esperte o impazienti d'assedii; e il suo
signore, poi, avrebbe amato sempre meglio far impeto in aperta campagna;
che infine non era neanche troppo aperta, e i suoi duecento uomini, ben
comandati, potevano valere per mille. Frattanto, sui pensieri di guerra
avevano il sopravvento le arti della pace, e prima fra tutte l'arte dei
giardini.

Madonna Bianchinetta, la santa madre del capitano Fiesco, ne aveva preso
cura da giovane; ma poi, cresciuta negli anni, se n'era via via
disamorata, piacendole assai più di passar le sue ore nella cappella del
castello, dedicata a san Colombano; un gran santo, quello, e quasi di
casa, che era morto non troppo lontano di là, nel monastero di Bobbio, e
che dava il nome, del resto, ad una terra vicina. N'era venuto nei
giardini del castello un gran guaio per le varie famiglie dei fiori; i
quali, si sa, per prosperare domandano amore, intristiscono
nell'abbandono, e muoiono anzichè darsene pace. Per contro erano
cresciuti gli alberi, gran solitarii, anche quando si ritrovino in
molti, che degli uomini non si dànno un pensiero al mondo, e vorrebbero
anzi che gli uomini non si dèssero tanto pensiero di loro, per
tagliarli, segarli, riquadrarli, piallarli a molti usi volgari, o farne
legna da ardere. E insieme con gli alberi erano venute su liberamente
le rose, belle salvaticacce che bastano molto a sè stesse. Diradare
quegli alberi, sfrondandoli un pochino qua e là, ravviar quelle rose,
nettandole d'ogni seccume e potandole, era stata la prima cura dei nuovi
arrivati; quanto ai fiori più delicati, poco c'era voluto a trarne da
tutti i dintorni, a farne allignare nelle vecchie aiuole risarchiate, e
lungo i viali rifatti.

Per quei viali passeggiava la coppia felice; Fior d'oro col braccio
sinistro girato intorno alla vita di Damiano; Damiano col braccio destro
girato intorno al collo di Fior d'oro. Erano atti, per avventura, di
soverchia libertà; ma non veduti per allora se non dagli uccellini
saltellanti e chioccolanti sugli alberi. Ed essi, finalmente, come
quegli alberi per tanti anni avevano fatto, non si davano pensiero di
nessuno. Se n'andavano a passi lenti, così mollemente abbracciati,
chiacchierando a mezza voce, bisbigliando quasi, com'è l'uso degli
innamorati a buono, che non han nulla da dirsi di serio, nè sopra tutto
di nuovo, ma che nelle cose più naturali e più comuni debbono metter
sempre un po' di mistero.

Un rumor di passi sulla ghiaia del viale fece voltar la testa a Damiano.
Una sbirciata bastò al felice mortale, perchè egli spiccasse il braccio
dalla dolce postura che s'era scelta con tanto buon gusto, e prendendo
per mano la contessa Juana muovesse incontro al nuovo venuto.

--Quello, o ch'io sogno, è il vostro genero;--gridò egli con
ostentazione di allegrezza, più fatta per consolar l'ospite, che per
esprimere il vero sentimento dell'animo.--Capite, Fior d'oro?--incalzò,
rivolto alla contessa, mentre stendeva pure la mano al suo antico
aiutante.--Vostro genero! vostro genero!

--Già,--disse a sua volta il Passano inchinandosi,--il genero d'una
suocera a trent'anni. Si può ben dire l'età d'una donna, in un caso come
il mio, non è vero?--

Così dicendo, prendeva la mano che la contessa gli aveva stesa in atto
benevolo, e si chinava ancora accennandovi il bacio di cerimonia che la
galanteria spagnuola incominciava a far prosperare sulle terre italiane.
Mai suocera al mondo meritò tanto un simile omaggio, od altro assai meno
cerimonioso di quello.

--Come sta madonna Bianchina?--gli domandava frattanto il Fiesco.

--Bene, benissimo; e saluta, s'intende, e abbraccia la sua bella mamma.

--Perchè non condurla con voi?--

Era la stessa domanda di don Garcìa; ed ebbe l'istessa risposta. Onde da
parte del Fiesco l'istesso inarcamento di ciglia, ma con una giunta di
parole che non aveva potuta fare quell'altro.

--Visita di poche ore! Mi spaventate, Giovanni mio. Faccende, dunque? e
gravi?

--Oh, questo poi no. Son venuto col libro dei conti. Volevo sapere che
cosa si dovrà fare della vostra parte di profitti sulla nave _Paradiso_.
Siete il partenevole più grosso, e ci avete un guadagno, quest'anno, di
seimila ducati larghi.--

Bartolomeo Fiesco fece una bella riverenza. Seimila ducati larghi erano
una bella somma. Il ducato largo, o genovino d'oro come s'era chiamato
nei tempi anteriori, con un peso di grammi 3,567, eguale del tutto al
suo fino, e con un valore di due lire, due soldi, e due denari, valeva
nei primi anni del Cinquecento, in moneta corrente, tre lire e due
soldi. La lira genovese ne valeva allora più di tre delle nostre;
sicchè, fate il conto, e troverete che il ducato largo ne valeva più di
dodici delle odierne italiane. Moltiplicate per seimila, e vedrete che
bel guadagno avesse fatto messer Bartolomeo delle Indie col suo
_Paradiso_. Ancora qualche annetto di fortuna, e c'era da farsi foderar
d'oro una bella nicchia in purgatorio.

Fece dunque una bella riverenza, come il caso meritava. Ma non gli parve
altrimenti che fosse mestieri un viaggio, per sapere dove andasse
collocato tant'oro.

--Per questo siete venuto!--diss'egli.--E non la ricordavate, la mia
massima? San Giorgio, amico Passano; le "colonne" di san Giorgio sono le
mie colonne d'Ercole. È quello il luogo, il posto, il rifugio sicuro pei
ducati larghi. Ma forse avete ancora da dirmi della Santa Giovanna?

--Quella è arrivata a Bari per le lane; non si aspetta prima di giugno.
Così almeno mi ha detto ier l'altro il Sauli, che aveva ricevuto
lettere. Ho qui invece il fogliazzo delle spese. Se gli date
un'occhiata, essendo ancora giorno....

--Volete dire che i numeri si leggono male a lume di lucerna? E
sia;--soggiunse messer Bartolomeo,--contentiamo questo terribil Passano.
Sedete?--diss'egli, facendo un cenno d'invito a Fior d'oro.

--Fate, fate;--rispose la contessa;--io vi lascio. Quando siete coi
numeri, bisogna lasciarvi stare.

--Capirete, Juana, e perdonerete senz'altro. Son genovese; e il
genovese, per vostra norma....

--Oh, non dicevo per questo;--interruppe la bella.--Che genovese, del
resto? Non vi vantate, amico mio. Volevo dire piuttosto che vi
c'imbrogliate parecchio.

--Ah sì, birichina? Ma ciò avviene perchè guardo voi; e allora, povero a
me, smarrisco perfino il ricordo della tavola pitagorica.

--Vedete dunque....--diss'ella con aria di trionfo.--Ragione di più per
lasciarvi con messer Giovanni mio genero. Farò allestir la cena un po'
prima, perchè egli avrà appetito, m'immagino.

--Abbastanza, madonna;--rispose il Passano.--Ho tanto rinsaccato, su
quel maledetto cavallo!--

La contessa si era ritirata; ma dal vano di un uscio, voltandosi, aveva
gittato un bacio col sommo delle dita a Damiano. E Damiano, che lo colse
al volo, non volle lasciarlo senza ricevuta.

--Povera tavola pitagorica!--gridò egli ridendo.--La vedo brutta.

--Che c'è?--disse il Passano, levando la fronte dai suoi scartafacci.

--Niente, niente; parlavo a mia moglie. Mia moglie!--ripetè il capitano
Fiesco.--Ecco due strane parole. Sapete, Giovanni mio, che non so
avvezzarmi a questo nome? e che mi par sempre un sogno?

--Restate nel sogno;--rispose quell'altro.

--Certamente, certamente, poichè il sogno è così dolce! Ma ora che siamo
soli, ragazzo mio, vuoi tu dirmi che cosa significhi la tua visita? Tu
non sei mica venuto per sapere dove andassero collocati i miei ducati
larghi.... e neanche per rompermi la testa col fogliazzo. Tu hai una
commissione per me, ed una commissione urgente.

--Avete ragione;--rispose il Passano.--Ecco qua, infatti.--

Così dicendo, traeva di sotto al giubboncello una lettera, e la porgeva
al capitano Fiesco.

--Ah, volevo ben dire!--esclamò questi.--Gian Aloise?...

--Lui, in persona. Mi aveva mandato a chiamare in gran fretta, ier sera;
ed ho risicato, figuratevi, di fiaccarmi tre volte il collo in quei
cento scalini di Violata, non avendo altro lume nel buio se non questi
due occhi. Giunto alla sua presenza, eccovi il dialogo che corse tra
noi: Verrà di questi giorni a Genova il tuo principale?--No, eccelso
signore; è più facile che Genova vada a Chiavari, di quello che venga a
Genova lui.--Ebbene, andrà Genova a Chiavari, nella persona tua;
passerai da me domattina per tempo; ti darò una lettera, che dovrai
consegnargli senza fallo in giornata; a lui, mi capisci? e parlandogli a
quattrocchi, che nessuno ne abbia fumo. Ritornai da messere Gian Aloise
questa mane per tempo; tenevo il cavallo sellato ad aspettarmi fuori
della porta di Santo Stefano. Avuta la lettera, son ridisceso dalla
Montagnola; ho infilata la via dei Lanieri; son montato in arcione, e
via di galoppo, che n'ho ancora le reni fiaccate.

--S'intende che ti sarai ristorato a tutte le frasche.

--Messere!...

--Eh via, non saresti genovese. Hai rinfrescato a San Martino,
confessalo; e nota che ti fo grazia di San Fruttuoso. Il secondo
bicchiere l'hai bevuto a Nervi; il terzo a Recco, con un rincalzo a
Ruta, per ragione della faticosa salita; il quarto a Rapallo, il quinto
a Zoagli. Dimmi che non è vero.

--Siete uno stregone, messere;--disse ridendo il Passano.--Per altro,
non sono mai sceso d'arcione.

--Te lo credo, questo, perchè al debito non sei venuto mai meno. Quanto
a rinfrescar l'ugola, non è mai stato un delitto. E dall'oste della
Maddalena, poi? Dicono che ce n'abbia bevuto una mezzina anche Dante.

--Ma sempre stando in arcione;--rispose il Passano.--Furono tutti
bicchieri della staffa.

Il capitano Fiesco s'indugiava in queste celie, per non leggere il
foglio che gli aveva consegnato il Passano. La lettera donde si aspetta
una noia si dissigilla mal volentieri; si spera sempre in un accidente
improvviso che possa dispensarcene. Ma l'accidente non ci fu, e messer
Bartolomeo dovette rassegnarsi. Aperse il foglio, e lo spiegò; spiegato
che lo ebbe, incominciò a leggere, ed anche ad aggrottare le ciglia, a
batter le labbra, a sbuffare.

--Oh Dio!--esclamò, quand'ebbe finito.--Ma son pur fastidiosi! Io
consigli? E che ci ho da veder io? come ho da darne io, che non ho
saputo mai domandarne? Che noia! che noia! E ancora dovrò ringraziarlo,
il mio eccelso parente, che ha mandato te per messaggero, e non il suo
Filippino.

--Filippino?...--balbettò il Passano, che non vedeva la ragione
dell'essere messo in paragone con quel pezzo grosso.

--Già, il nostro buon cuginetto Filippino;--riprese il capitano
Fiesco.--Quello là, o con un pretesto o con un altro, è sempre da queste
parti; due, tre, quattro volte ogni mese. Il giovanotto non ha mai avuto
tanto da fare nel capitanato di Chiavari, come dal giorno che ho preso
moglie io.

--Che dite, messere? Io casco dalle nuvole.

--Ed io vorrei risalirci, con Fior d'oro tra le braccia, e non
ricomparire mai più alla vista dei seccatori. Vuoi sapere? Filippino s'è
messo in mente di toccare il cuore a Fior d'oro. Fa l'occhio pio, lui,
ch'è una bellezza a vedere. Sospira, recita i sonetti del Petrarca, e li
mette a raffronto colle rime amorose dell'Alighieri. Una sera, che ci
fece la stampita più lunga, figúrati che ci sciorinò tutto il canzoniere
della Bella Mano. Tu non lo conosci, il canzoniere di Giusto de' Conti
da Valmontone, tutto inteso a celebrare la mano della sua bella? Lo
conosco io, pur troppo, e me ne dolgono ancora gli orecchi. Maledetto
biondino! Quantunque, a farlo a posta, s'è imbattuto in una che i biondi
non li vuol neanche per prossimo.

--O allora, scusate....--si provò a dire il Passano.

--O allora, caro mio, m'annoia egualmente;--rispose il capitano
Fiesco.--Qualche volta mi vien voglia di assestargli uno scapaccione.

--La contessa se n'è avveduta?

--E come no? Se ne avvedono gli usci e le imposte, che sono di legno, e
gli arazzi e i corami delle pareti; perfino il pappagallo, ultimo avanzo
dei dodici portati da San Domingo, che ha imparato a ciangottare:
Filippino sciocco! Noto, per amor di giustizia, che vorrebbe dire
Filippino Fiesco; ma non gli riesce, e dice sciocco tale e quale. Fior
d'oro, dal canto suo, lo chiama Gunora. E potrebbe anche chiamarlo
Guatigana. Ma quel poveraccio va rispettato, che almeno ha saputo
morire. Quanti pretendenti, mio Dio!--esclamò il capitano Fiesco,
sospirando.--Hanno avuto tutti buon gusto, non lo nego; ma ti confesso
che m'hanno tutti mortalmente seccato, e mi seccano. Basta, ti ho fatto
il mio sfogo, e tu chiudilo in petto, _alta mente repostum_, come
direbbe Virgilio. Il giorno che avrò accoppato messer Filippino, ne
capirai il perchè, senza bisogno di venirmelo a chiedere. Ma ora che ci
penso.... In questa lettera dell'eccelso Gian Aloise non ci sarebbe la
zampa di messer Filippino bello? Mi vogliono levare da Chiavari, è
chiaro, come si leva una lepre, o un cinghiale. Vogliono tirarmi sul
Bisagno, anzi peggio, sul Rivo Torbido. Una volta là, addio guardia e
custodia del fatto mio: feste in Violata, festini a San Lorenzo;
dovunque c'è un Fiesco, sarà un invito a ballare. E tu balla, Damiano, o
lascia ballar chi ne ha voglia. Così il mio Filippino ha libertà di
corteggiare Madonna, di atteggiarsi a suo "intendio" secondo l'uso della
giornata. Ma io me ne intendo più di te, Filippino bello; quando il tuo
diavolo nasceva, il mio andava già ritto alla panca. E per la croce di
Dio.... Oh, smettiamo; ecco madonna che torna.--

Infatti, sull'uscio dond'era sparita un'ora prima, riappariva Fior
d'oro.

--Avete finito di far conti?--diss'ella.

--E da un pezzo;--rispose Giovanni Passano.

--Allora, eccomi qua. Vorrete accettare un rinfresco, per aguzzar
l'appetito? Polidamante, i bicchieri e il vin di Cipro.--

Polidamante, che era comparso allora nel vano dell'uscio, corse ad
eseguire i comandi. Due minuti dopo, era in giardino col vin di Cipro e
il vassoio.

--Dategli da bere, Juana;--disse il conte Fiesco alla moglie.--Ma in
verità non lo merita. Sapete che ha vuotate tutte le cantine che ha
incontrate in viaggio, da San Martino d'Albaro al ponte della Maddalena?
E certo, con lo stomaco scavato da tanto bere, egli ha più fame che
sete.

--È anche pronta la cena;--rispose Fior d'oro;--ed egli non avrà da
penar molto. Genero,--soggiunse ella, accostando il calice a quello del
Passano,--siate il benvenuto coi vostri scartafacci e colle vostre belle
notizie. Beviamo ora alla salute della nostra Bianchina.--

Tutto bene, sì; ma le belle notizie il Passano non le poteva mandar giù,
dopo averle portate, e conosciute molto noiose.

--Ed ora,--diceva egli tra sè, mentre mandava giù più facilmente il suo
vin di Cipro,--come la prenderà Fior d'oro, quando saprà che si vuol
Damiano a Genova? Basta, la cosa non mi riguarda; ambasciator non porta
pena.--




CAPITOLO III.

I commentarii di Cesare.


La cena era imbandita nella gran caminata del castello, dove il nostro
Giovanni Passano ebbe il piacere di far riverenza a madonna Bianchinetta
Fiesca, la veneranda madre del suo capitano. Il giovinotto la chiamava
madrina, per aver ella tenuta la vezzosa Higuamota al fonte battesimale.
La nobil signora vide assai volentieri il marito della cara figlioccia,
e lo chiamò a dirittura figliuolo. Ha di queste delicatezze la
vecchiaia, e pare che le derivi dal cielo, a cui è già tanto vicina.

Si ragionò di molte cose, a mensa, mutando gli argomenti come le
portate. Così venne "in tavola" l'eccelso Gian Aloise, con tutte le sue
vaste ambizioni, ch'erano poi la gloria e l'onore della illustre casata
dei Fieschi; una delle prime signorili d'Italia, e già considerata come
principesca, tanto che non si faceva più lega o trattato di pace tra il
re Cristianissimo e gli stati Italiani, che non vi fosse inclusa quella
grande famiglia, alla pari con essi. Ed anche, volgendo il discorso qua
e là, non fu dimenticata una più potente signoria, che per verità non
era argomento da tavola; vogliamo dire la peste, oramai da tre anni
vagante in Liguria, come nelle regioni contermini, ma che a Genova non
aveva potuto menare gran guasto, per le buone provvisioni del governo.
Strano, per altro, che ne avesse avuto a pagar le pene il provveditore,
che era messer Giacomo Fouchesolts, luogotenente del regio governatore
monsignor Filippo di Cleves. Ma oramai da un anno il povero luogotenente
era morto, succedendogli, come sappiamo, il Roccabertino; sicchè, non
c'era più molto da dirne, e neanche molto di un morbo al quale i popoli
d'Europa s'erano avvezzati in que' tempi, come noi a tutte le specie di
nemici invisibili, che coi nomi svariati di microbii, bacilli,
micrococchi e germi patógeni, dovrebbero poi essere l'attenuata ma non
estenuata discendenza dei persecutori di quattro o cinque secoli fa.

--Parliamo di cose allegre;--disse ad un certo punto il Passano.--Ne ho
sentito una, che mi ha riempito di giubilo. Voi scrivete i vostri
commentarii, capitano?

--Chi te lo ha detto? Sei arrivato ora, e già sai....

--Non ve ne maravigliate, principale. Per giunger quassù, naturalmente,
dovevo passar di laggiù.

--Tu parli come un libro stampato;--disse Bartolomeo Fiesco.--Alla mia
volta dovevo immaginare che don Garcìa e frate Alessandro non volessero
aver segreti per te. Sono essi infatti i miei due pazienti uditori
serali. Che vuoi? bisogna ammazzare il tempo. Io scrivo di giorno, e
leggo di sera. Oggi appunto ci avevo un paio di capitoli finiti. Ma ora
che sei capitato tu coi tuoi scartafacci, tanto più importanti dei
miei....

--Li avete letti, i miei; letti ed approvati;--interruppe il
Passano.--Non vogliate defraudarmi della parte mia. Diteglielo voi,
madrina;--soggiunse il giovinotto, vedendo che il principale
nicchiava;--diteglielo voi, che ha da leggere.

--Mio figlio mi fa piacere, se legge;--rispose madonna
Bianchinetta.--Quando legge dei suoi viaggi, mi par di viaggiare con
lui.

--E che bel viaggiare!--aggiunse il Passano.--Se scrive come parla, ha
da essere un racconto gustoso.

--Voi volete lodarmi, Giovanni, e, sia detto con vostra buona pace,
proferite una sciocchezza insigne;--sentenziò gravemente Bartolomeo
Fiesco.--Imparate, giovinotto di poche lettere, che lo scrittore
italiano si guarda bene di scrivere come parla, avendo alto il rispetto
delle vergini muse, dei lettori di buon giudizio, e di sè. Quando parla,
apre la bocca, e dà il volo a tutti i passerotti che gli girano per
l'anima; quando scrive, li mette tutti quanti sotto chiave, indossa il
lucco, tempera la sua penna d'oca, e va a cercare nel fondo del calamaio
tutte le sentenze più gravi, tutti i più ornati periodi. Prosa robusta
vuol essere. Noi discendiamo dai Romani, che diamine! e Cicerone,
maestro in materia, vi mostrerà coll'esempio che altro è scrivere un
bigliettino al suo segretario, altro è scrivere a Pomponio Attico; altro
scrivere a Pomponio, ed altro assalir Catilina, o Verre, o Marc'Antonio.
Ma basta; voi mi sentirete, o giovane inesperto, mi sentirete
scrittore; e se non dormirete in piedi, o seduto, l'avrò per un atto di
valor singolare, da mettere accanto agli altri, per cui vi ho sempre
stimato ed amato. _Dixi._--

E qui, naturalmente, una bella risata, di quelle che sapeva rider
Damiano. La cena era finita, e i famigli erano venuti a sparecchiare,
mentre i padroni di casa e il loro ospite uscivano a far due passi in
giardino. Quando rientrarono, la gran tavola era rischiarata da tre
grandi lucerne d'argento; il lusso d'allora, in materia d'illuminazione.
Il numero dei lumi e la preziosità del metallo compensavano la poca
vivezza della luce. E non solo c'erano lumi in tavola, ma anche ciò che
può far perdere il lume del raziocinio a chi non sappia usarne con
discrezione; vogliamo dire certe bocce vistose di vino delle Cinque
Terre, coi calici di cristallo in grandi vassoi d'argento. Furono allora
mandati a chiamare i due "uditori pazienti" che per verità erano
impazienti d'aspettar la chiamata, tanto furono pronti ad accorrere.

Offriva un bel quadro, la caminata di Gioiosa Guardia, in quella sera di
marzo, al lume delle tre grandi lucerne d'argento, i cui dodici
lucignoli, diradando le ombre senza cacciarle del tutto, lasciavano
intravvedere lungo le alte pareti i ritratti di quattro o cinque
generazioni dei Fieschi, soldati e marinai, ambasciatori, vescovi,
cardinali e papi. Ma lo sguardo era maggiormente attratto verso il
camino, onde la sala prendeva il suo nome di caminata; gran camino di
pietra nera scolpita, sul cui alto stipite sorgeva lo stemma dei
Fieschi, col suo elmo di fronte, carico di svolazzi e fogliami, donde
apparivano affrontati il gatto sedente e il basilisco nascente. In
quella mezza luce non si poteva leggere il motto: _sedens ago_, scolpito
in una fascia tra l'elmo e lo scudo; e questo solamente si ricorda per
amor d'esattezza. Davanti al camino, un po' lontano dal capo della
tavola, sull'alto scanno comitale sedeva madonna Bianchinetta, tutta
vestita d'ormesino nero, con la sua cuffiettina della medesima stoffa
marezzata, donde sbucavano sulle tempie le ciocche dei capelli bianchi
come neve, tanto belli a vedersi nelle case che serbano il culto della
dolce famiglia. Alla destra di lei stava la contessa Juana, ma seduta
più in basso, in modo da potere ad ogni tanto piegar la testa sul
bracciuolo dello scanno, e i suoi capelli nerissimi alle carezze della
vecchia signora. I detrattori delle suocere avrebbero dovuto ritrovarsi
un po' là, per sentirsi morire l'eterna celia sul labbro.

Presso il capo della tavola, o meglio, tra questo e la contessa Juana, e
avendo alla sua destra il Passano, era venuto a sedersi Bartolomeo
Fiesco, pronto a squadernare i suoi gran fogli di carta. Dall'altro lato
sedeva frate Alessandro, e presso a lui don Garcìa, con Polidamante; il
quale per verità non si poteva dire che sedesse, avendo addosso
l'argento vivo, ed ora per una cosa ora per l'altra cercando sempre di
muoversi. In mezzo al semicerchio sarebbe rimasto uno spazio vuoto; ma
lo colmavano già due grossi alani, Ovando e Bovadilla. Immaginate di
certo chi avesse chiamata così quella coppia canina. Onore immeritato, e
solamente da attribuirsi alla sua desinenza, il nome del commendatore
di Calatrava era venuto a decorare la femmina. Gran matti, quei cani,
essendo ancora molto giovani; più matti di Polidamante, col quale
facevano a correre nei cortili e nei fossi di Gioiosa Guardia. Ma per
allora, o che sentissero la gravità del momento, o che avessero
abbastanza rosicchiato in cucina, si erano adagiati in quel vano, come
due sfingi di basalto, colle zampe anteriori accostate e coi musi
allungati sulle zampe. Facevano così per godere quanto più potevano la
frescura del pavimento? o non piuttosto per prepararsi a gustare la
prosa robusta d'uno scrittore italiano?

Bartolomeo Fiesco prese i suoi fogli in mano; tossì, com'era di rito, e
poi disse:

--Frate Alessandro li chiama i Commentarii di Cesare; ma egli s'inganna
a partito. Cesare raccontava le cose da lui medesimo operate, e con
tanta fortuna; io le cose che ho viste accadere, e non liete, pur
troppo. _Quæque ipse miserrima vidi...._

--_Et quorum pars magna fuisti;_--aggiunse prontamente frate Alessandro.

--Ah no; fui parte, ma piccola;--ribattè il capitano Fiesco.--Questo
capitolo, poi, a farlo a posta, narra di cose avvenute quando io e voi,
frate Alessandro, fummo partiti dalla Giamaica su quel guscio di noce,
lasciando il nostro grand'uomo a combattere con l'ira degli elementi e
con quella degli uomini sulla spiaggia di Maima. Tutta roba adunque che
sapemmo poi, al ritorno, e che naturalmente ho dovuto restringere in una
mezza dozzina di pagine.

--Leggete, principale, leggete!--gridò il Passano.--Non ce le fate
sospirare, vi prego.

--Lo volete, e sia. Tossisco ancora una volta, e incomincio;--disse il
capitano Fiesco.--Non m'interrompete; le vostre osservazioni potrete
dirmele poi. Non fate rumore, che la mamma vuol sentir bene ogni cosa. A
farvi bere ci penserà Polidamante, che per muoversi non ha bisogno
d'inviti.--

Dopo questo preambolo il capitano Fiesco incominciò la lettura dei suoi
Commentarii, al capitolo XXV: _Di quel che seguì alla Giamaica, come ne
fu partito il Mendez col Fiesco_.

"Partite le canòe per l'isola di Haiti, la gente dei navigli cominciò ad
ammalarsi, così pei travagli del fortunoso viaggio, come per la
mutazione dei cibi, non avendo più vino, nè altra carne che d'_utia_,
quando pure potevano procacciarsene dai naturali. Aspra vita; e dovevano
durarla, stando colà sequestrati? Certamente ci sarebbero morti
d'inedia, dicevano alcuni; perchè l'Almirante non voleva ritornare in
Ispagna, dond'era stato bandito, nè all'isola di Haiti, dove alla vista
di tutti il commendatore di Lares gli aveva proibito di toccar San
Domingo, per quanto bisogno ne avesse. Sarebbero tornate le canòe del
Mendez e del Fiesco? soggiungevano i fratelli Porras, che primeggiavano
tra i mormoratori scontenti. Quei due potevano esser giunti a San
Domingo, ma forse per andar di là in Castiglia, a perorare la causa
dell'ammiraglio caduto in disgrazia. E che questo potesse anch'essere il
vero, lo dimostrava il fatto che il Fiesco, avendo avuto oramai il tempo
di andare a San Domingo e tornare, non era più ricomparso. Del resto,
potevano le due canòe essersi anche perdute: si doveva per questo
rimanere laggiù ad aspettare una morte sicura, chiusi in quelle due navi
sdruscite, per capriccio d'un gottoso, la cui stella era tramontata da
un pezzo? Essi ancor sani, e, per grande fortuna, dovevano pensare ai
casi loro, e andarsene a San Domingo, per raccontare all'Ovando come
fossero trattati tanti onorati Spagnuoli da quell'avventuriere italiano.
L'Ovando sicuramente li avrebbe rimandati in Castiglia, dove li
avrebbero ascoltati e vendicati il vescovo Fonseca e il tesoriere
Morales.

"Così parlavano i Porras, uno dei quali era il capitano della arenata
_Bermuda_, e l'altro il notaio capo della spedizione. E Francesco e
Diego furono tanto più facilmente ascoltati, in quanto che si sapeva da
tutti che d'una loro sorella era il Morales fortemente invaghito.
Entrarono quarantotto nella congiura dei Porras; e il giorno 11 di
gennaio del 1504 il capitano Francesco se ne andò di buon mattino colla
saliva amara dal signor Almirante, che era inchiodato dalla gotta nel
suo giaciglio a poppa. "Perchè restiamo qui? gli chiese. Non vi par
tempo di levarci da questo cimitero?" Le parole del Porras fuor del
costume arroganti, lasciarono intendere al signor Almirante che
quell'uomo avesse già molti a spalleggiarlo; e più se ne persuase,
quando, alle sue ragioni alzando le spalle, il capitano della _Bermuda_
gridò con piglio sdegnoso: io me ne vado in Castiglia, con coloro che
vorranno seguirmi. Ed usciva così dicendo dal castello di poppa,
l'insolente capitano; e a lui si univano tumultuando i seguaci della sua
ribellione, mettendo mano alle scuri, e gridando all'Almirante ed ai
suoi: _mueran! mueran!_ col qual grido si riscaldavano il sangue.

"A quelle voci balzò dal giaciglio il signor Almirante, e venne
zoppicando sull'uscio. Accorsero i suoi familiari, ed altri che
l'obbedivano ad ogni costo, per fargli scudo dei loro petti contro quei
forsennati. Altri correvano a trattenere l'Adelantado, il valoroso don
Bartolomeo Colombo, che già abbrancata una lancia si disponeva come
Achille a dar dentro. E gli uni e gli altri consigliavano al capitano
Porras di non tentare la sorte di una strage fraterna, che anco a lui
poteva costare la vita: se ne andasse pure coi suoi, quanti fossero,
quanti volessero seguirlo.

"Accetta quell'altro il partito, forse immaginando che a far peggio, e
con fortuna, non avrebbe poi evitato un castigo. Egli e i suoi scendono
dalle navi; slegano dieci canòe che il signor Almirante aveva comperate
dai naturali, per tenerle pronte ad ogni stremo; vi tirano dentro molti
rematori dell'isola, che hanno con belle promesse adescati, e mettono la
prora verso levante, costeggiando, come avevano veduto fare al Fiesco ed
al Mendez.

"Andando così marina marina, spesso calavano a terra, e prendevano a
forza quanto lor bisognasse. Pagherà l'ammiraglio, diceva il capo dei
ribelli; se non vi pagherà ammazzatelo pure, essendo egli prima e vera
cagione d'ogni male, e per voi e per noi, come pei vostri fratelli di
Haiti. Con queste arti si vettovagliavano ogni dì. Giunti finalmente
alla punta orientale della Giamaica, e fatte le maggiori provvigioni per
il lungo tragitto, si spinsero in alto mare, ma non andando più di
quattro leghe lontano. Il vento si era voltato; si procedeva a stento
coi remi, e le onde furiose entravano a far carico, minacciando di
affondare o di capovolgere le lunghe e sottili imbarcazioni. Bisognò
alleggerire, buttando le vettovaglie; bisognò alleggerire ancora,
buttando i poveri Indiani che s'erano fidati alle belle promesse. Così
ne perirono diciotto; con altri pochi che stavano ai remi, si toccò
finalmente la riva, delusi d'ogni speranza, famelici, ed armati; perchè
alle armi non avevano già rinunziato.

"Che fare? Alcuni proponevano di aspettare il buon tempo, e di navigare
a Cuba, donde più facilmente avrebbero raggiunto Haiti. Altri, non
intieramente guasti dell'anima, consigliavano di tornar pentiti al
signor Almirante. Prevalse il partito dei Porras, di restar liberi,
scorrazzando per l'isola. Non marcirebbero nelle navi; con l'armi alla
mano otterrebbero da vivere; e là, stando alle vedette, aspetterebbero
come tutti gli altri una via di salute. Era il partito peggiore,
derivandone il malcontento dei poveri isolani, soggetti alle rapine
continue di quella schiera malvagia. E un altro guaio sovrastava agli
uomini rimasti obbedienti sulle navi. A provvederli di cassava e dei
frutti della terra gli isolani si erano volentieri adattati. Ma quella
povera gente, vissuta fino allora con pochi bisogni, non faceva grandi
seminagioni. I figli del Cielo distruggevano in un giorno più di quello
che i naturali del paese consumassero in venti. Dovevano lasciarsi
taglieggiare dai ribelli, e provvedere in pari tempo agli uomini del
Giocomina, per il ricambio di qualche campanello, o d'una manata di
perline di vetro? Così avvenne che dispregiando i baratti e dimenticando
le fatte promesse, non portassero più nulla, trascurando perfino di
accostarsi alle navi.

"In quel terribile frangente una ispirazione celeste venne al pensiero
del gran Genovese. Altri dirà che le sue cognizioni d'astronomia gli
tornarono utili. E l'una cosa e l'altra possono ritenersi per vere.
Scelto il suo giorno, che fu l'ultimo di febbraio, mandò un naturale di
Haiti ad invitare i capi delle vicine tribù, che freddi si dimostravano,
ma non erano nemici, e in lui riponevano fede. Avutili a sè, parlò in
questa guisa:--Noi siamo cristiani; il nostro Dio abita in cielo, buon
re per tutti i suoi sudditi, e dei buoni ha cura, e i malvagi castiga.
Già voi vedete come abbia punito i cristiani ribelli, non permettendo
che si allontanassero dalla vostra isola contro il comando del loro
Giocomina; vi vedrete ora puniti con fame e peste voi stessi, che non
portate più alle navi le vettovaglie pattuite. Non lo credete? Ebbene,
n'avrete un segno manifesto nel cielo, non più tardi di questa notte,
vedendo venir fuori la luna adirata.

"Partirono; alcuni con paura, altri sprezzando la vana minaccia. Ma non
era vana, com'essi pensavano. Appunto in quella sera, all'apparir della
luna incominciando l'ecclisse, e più aumentando quanto ella più
ascendeva sull'orizzonte, quei poveri inesperti ricordarono le parole
del Giocomina quanto fossero vere; e fu tanta la paura loro, che con
grandissimi pianti e strida venivano d'ogni parte ai navigli con grandi
carichi di vettovaglie. Prega il tuo Dio per noi, dicevano al Giocomina,
pregalo che non eseguisca l'ira sua contro di noi; e manterremo d'ora
in poi le nostre promesse, fino a tanto che tu rimarrai alla spiaggia di
Maima. A che il signor Almirante si raccolse, per parlar col suo Dio; e
tanto stette appartato finchè l'ecclisse della luna era sul crescere; ed
essi tuttavia forte gridavano che dovesse aiutarli. Ma quando egli vide
che l'oscuramento della luna era presso al suo massimo punto, non
rimanendo più che di vederlo scemare via via, venne fuori dicendo aver
fatto orazione per loro, promettendo che quind'innanzi sarebbero buoni,
e tratterebbero bene i Cristiani, portando loro tutte le cose necessarie
alla vita; e Dio aver perdonato, in segno di che vedrebbero essi che
l'ira passava, e con questa la infiammazione della luna. La qual cosa
avendo effetto insieme con le sue parole, essi rendevano molte grazie al
Giocomina e lodavano il suo Dio: e così stettero finchè non ebbe termine
l'ecclisse.

"Fu questo assai buono espediente, al cui felice successo aiutò la
nessuna cognizione di quei naturali intorno ai moti degli astri, e alle
ragioni per cui talvolta si ecclissano il sole e la luna; eventi celesti
che essi stimano accadere a danno degli uomini. Nè io mi starò a lodare
con molte parole l'accorgimento del signor Almirante, bastando il
considerare che con esso egli ebbe provveduto alla salvezza di tanta
gente cristiana, quantunque per sedizioni e turbolenze continue così
poco meritevole delle sue cure paterne. Indi a pochi giorni giungeva
alla spiaggia di Maima la canòa di Bartolomeo Fiesco, che prima non
aveva potuto, per ragioni gravissime, le quali partitamente si diranno
più sotto, non volendo io interrompere con privati accidenti, comunque
maravigliosi e terribili, il racconto delle cose che riguardano il
grande Navigatore genovese e le fortunose vicende del suo quarto
viaggio. Accolto a festa dal signor Almirante, recava il Fiesco novelle
del Mendez, da lui lasciato a San Domingo; novelle non liete, le quali
il signor Almirante non stimò di far conoscere ad altri; che anzi, a
tutti i ritornati della canòa fe' giurare il segreto. Le novelle erano
queste, che dopo tanti mesi di preghiere, tenuto quasi sotto custodia
dal governatore, il Mendez non aveva potuto ottenere i navigli da
condurre alla Giamaica, nè la licenza di trovarne egli stesso, pagandoli
coi denari del signor Almirante; donde appariva chiaro il bieco
proposito del gran commendatore d'Alcántara, di far perire Colombo e di
oscurarne la gloria. Ma forse in tal proposito non avrebbe egli potuto
durare, poichè il Fiesco gli era fuggito di mano, e certamente, Dio
permettendolo, sarebbe giunto ad informare il signor Almirante di tutte
quelle macchinazioni della brutta invidia e malvagità singolare di lui.

"Ma intanto la gente raccolta nelle due navi sdruscite, ignorando le
nuove, stimava perduto il Mendez; nè quasi poteva più dubitarne, non
pure per il ritorno avvenuto del Fiesco senza il compagno di tragitto,
ma ancora per certe voci sparse dai sollevati del Porras, di una
imbarcazione che s'era vista al largo della punta di Aramaquique,
capovolta e trasportata dalle correnti, che sono fortissime al levante
della Giamaica. Crebbero le paure, e con le paure le mormorazioni, i
malcontenti, le trame. Già si ordiva una congiura, capitanata da un
Bernardo di Valenza, speziale dell'armata, a cui s'aggiungevano uno
Zamora e un Villatoros. E questa certamente avrebbe potuto segnare la
estrema rovina dell'Almirante e de' suoi fedeli, se non fosse
intervenuto un caso fortunato a sviare le menti; onde lo speziale finì
con aver pestata l'acqua nel mortaio. Si vide adunque una sera apparire
da scirocco una caravelletta, quasi una voglia delle due che si
aspettavano, sospirando, da poco meno di otto mesi. Quel piccolo guscio
si accostò sull'imbrunire alle due navi arenate; un palischermo se ne
spiccò, muovendo verso la capitana e portandovi il suo comandante Diego
d'Escobar, inviato dal signor governatore. Brutta scelta era stata
quella di Nicola Ovando, che sapeva l'Escobar nemico mortale del signor
Almirante, contro il quale si era ribellato col famoso Roldano,
meritando una condanna di morte, a cui non era sfuggito se non per
l'amicizia del Bovadilla, gran protettore dei tristi.

"Quasi per aggiungere lo scherno all'offesa, portava l'Escobar in
presente un barile di vino e una mezzina di porco salato. Se ne
cavassero la sete, un centinaio di bocche, quante ne lasciava alle due
navi sdruscite la sollevazione del Porras! Quanto ad aiuto di navigli,
il gran commendatore (lo avevano infatti promosso alla maggior dignità
di Alcántara, e si era spogliato della commenda di Lares) non poteva far
altro che promesse, e solo per dimostrare il suo buon animo mandava
quella piccola caravella, l'unico legno che si trovasse ad aver sotto
mano. Bisognava contentarsi delle promesse, e far buon viso a chi le
portava. Gran mercè che Diego d'Escobar si fosse incaricato di portar
anche una lettera del Mendez, dove quel buon servitore faceva relazione
di tutto il suo viaggio: relazione attenuata, s'intende, poichè doveva
passare sotto gli occhi dei nemici; ma il signor Almirante sapeva
leggere tra le righe.

"Questi avrebbe voluto rispondere, non pure al Mendez, ma ancora al
governatore. Ma venne il mattino, e la caravelletta era scomparsa. Diego
d'Escobar non aveva avuto altro incarico che di spiare e di riferire
all'Ovando se l'odiato Genovese fosse ancor vivo. Bartolomeo Fiesco, dal
canto suo, potè immaginare che quell'esploratore fosse venuto anche un
pochino per lui, per vedere se egli, con quel suo tronco di legno
incavato, fosse riuscito ad afferrar la Giamaica, e quali notizie avesse
portate al signor Almirante. Se questo era il disegno di Nicola Ovando,
poco doveva profittargli la sua accortezza. Bartolomeo Fiesco, che già
all'apparire della piccola caravella si era posto sull'avviso, e delle
persone che lo accompagnavano aveva prudentemente nascoste quelle che
gli premeva di non lasciar vedere ai curiosi, trovò modo di dire
all'Escobar, nel cospetto del signor Almirante, come questi fosse già
informato delle buone intenzioni di don Nicola Ovando.--Gliel ho pur
detto io, non dubitate, che il signor governatore non ha per ora a San
Domingo i legni necessarii per mandare a levarci di qui; e se anche non
giungevate voi, egli era già ben persuaso della bontà e della cortesia,
comunque per ora impotenti, del gran commendatore d'Alcántara che Dio
guardi, a cui vi prego di rammentarmi come suo buon servitore.--Era una
bugía necessaria; e con certa gente, del resto, non si nasconde mai
abbastanza quel che si pensa di loro. Il Fiesco, dopo tutto, non si
pentì di quella bugía, nè d'altre parecchie, che per difesa sua e degli
amici gli fosse tornato di dire. Se poi son colpe, ne domanderà
l'assoluzione al suo confessore."

--Fossero tutte lì!--scappò detto a frate Alessandro.

--Ah, tu non vuoi starmi ai patti, frate scudiero!--esclamò il capitano
Fiesco.--Polidamante, negagli il vino.

--Per carità!--riprese il frate scudiero.--Stavo appunto per accennargli
di mescere; e vi chiedo assoluzione a mia volta. Sapete pure che in
certi brutti momenti avevamo promesso di confessarci l'un l'altro. Ma
proseguite, capitano, ve ne prego.--

Il capitano Fiesco bevette un sorso, e ripigliò la lettura.

"Ritornando ora al signor Almirante, dirò com'egli, confidando oramai
d'essere prima o poi sovvenuto di navigli, e cedendo all'impulso del suo
cuore sempre inchinevole a pietà, mandasse due uomini a terra, dei suoi
più fedeli, per tornare all'obbedienza i ribelli, avvisandoli
dell'arrivo della piccola caravella, e mandando loro a testimonianza del
fatto, come della bontà sua, una parte dei presenti che gli aveva
portati l'Escobar. Già si disponevano alcuni ad accettare il perdono; ma
li trattennero i Porras, più infelloniti che mai. E così, dopo essere
stati un pezzo a consiglio, rispondevano tutti ad una, non volersi
fidare del perdono, nè del salvacondotto che mandava loro il signor
Almirante. Volentieri se n'andrebbero quieti dall'isola, s'egli
promettesse di dar loro uno dei due navigli che aspettava, o mezzo
naviglio, se uno solo ne fosse arrivato; e frattanto, poichè avevano
perdute tutte le cose loro, volesse egli spartire con essi tutte quelle
che aveva. E rispondendo i due ambasciatori non esser patti ragionevoli
i loro, replicarono arroganti che quanto non si concedesse loro per
amore, saprebbero bene pigliarsi per forza.

"Altro aggiungevano i Porras, riscaldandosi via via. Bene conoscevano
l'Almirante per uomo vendicativo e crudele. Per sè stessi non temevano,
sapendosi forti di amicizie e protezioni alla Corte; bensì per tanti
loro compagni dei quali egli avrebbe preso vendetta, sotto colore e nome
di castigo. Per tali ragioni non si era fidato di lui Francesco Roldano;
e bene gli era riuscito, essendo stato tanto favorito da far mandar
l'Almirante carico di ferri in Castiglia. Nè essi avevano minor cagione
o speranza di fare altrettanto. Della piccola caravella, poi, non era da
creder niente; ad altri la dèsse ad intendere. Quella non era stata una
caravella vera, ma un fantasma di nave, opera di negromanzia, essendo
noto come valesse l'Almirante in quell'arte diabolica. Perchè, se era
opera d'uomini, non era rimasta, scambio di apparire a vespro e di
sparir nella notte? Perchè con nessuno della sua marinaresca si era
potuto parlare? Se fosse stata vera, bene si sarebbe affrettato
l'Almirante a imbarcarvisi, col fratello e col figlio. Con le quali e
con altre parole indirizzate allo stesso proposito, ottennero i Porras
che la gente si confermasse nella ribellione, deliberando ancora di
muovere verso i navigli, per far bottino, e prender l'Almirante
prigioniero; se pure già non pensavano di far peggio.

"E mandavano i fatti compagni alle parole, accostandosi alla spiaggia di
Maima. Non era più tempo d'indugi. Scese l'Adelantado con cinquanta
armati, risoluto di sanare quei cervelli matti con buone ragioni, se
potevano bastare; con le cattive, se fosse stato mestieri. Giunto ad una
collina, e fermatosi ad un tratto di balestra dai sollevati, Bartolomeo
Colombo fece chiedere il capo loro a parlamento. Non risposero quelli
alla proposta degli ambasciatori, e pensando di aver da fare con gente
stremata di forze, brandendo le spade nude, e le lance che avevano,
formati in un drappello, e gridando ammazza, ammazza, assalivano la
squadra dell'Adelantado; avendo prima giurato i sei più valenti di non
dipartirsi l'uno dall'altro, ma di volgersi tutti contro Bartolomeo
Colombo, perchè, morto lui, non facevano stima degli altri. Il che non
piacque a Dio che loro venisse fatto, essendo stati così ben ricevuti,
che cinque o sei ne caddero per terra, tra i quali erano i più di quelli
che avevano giurato di colpire l'Adelantado. E questi diè dentro così
forte, uccidendo ed atterrando, che l'istesso Francesco Porras non fu
più in tempo a fuggire; laonde, lui fatto prigione, voltarono le spalle
quanti non eran caduti.

"Volentieri avrebbe Bartolomeo Colombo proseguito l'inseguimento e lo
sterminio di quei malvagi. Ascoltò nondimeno il consiglio di tale che
aveva veduti sopra un'eminenza i naturali in gran numero, e forse
disposti a saltare sui combattenti, sotto colore di aiutare i sollevati,
ma col proposito di opprimere i fedeli dell'Almirante. E di questo il
consigliere non si loderà troppo, pensando che forse egli vide un po'
grosso, quel giorno; mentre forse era meglio sperdere in un colpo la
mala semenza, poichè nessuno valeva forse meglio del loro capo
prigioniero ed incolume, nè del suo fallito imitatore, lo speziale
mastro Bernardo da Valenza; il quale, a detta del signor Almirante,
avrebbe meritato d'esser fatto a pezzi non una volta ma cento.

"Bene o male che fosse, l'inseguimento cessò, e ritornammo ai navigli,
menando prigione Francesco Porras con altri de' suoi. Della nostra gente
due soli i feriti; l'istesso Bartolomeo Colombo in una mano, assai
leggermente, e un maestro di sala dell'Almirante, percosso di lancia in
un fianco. Pareva una cosa di nulla; pure, in capo a pochi giorni, il
disgraziato morì. Dei sollevati, per contro, moriva in battaglia
Giovanni Sanchez di Cadice, quello che sulle acque del Betlem si era
lasciato sfuggire il cacico Quibian, per avergli allentata in mal punto
la fune; e taccio d'altri minori. Ferito in molte parti del corpo, e
rovinato giù da una balza, guariva invece Pietro di Ledesma, il forte
nuotatore che tuffatosi in acqua dalla nave di Colombo, aveva superata
la barra del Betlem, giungendo alla piccola colonia dell'Adelantado, e
riportandone per l'istessa via le tristi notizie al signor Almirante.

"E merita costui un particolare ricordo, per la stravaganza del caso.
Per due dì, dal 19 maggio, che fu il giorno della battaglia, rimase in
quella fossa, senza che alcuno sapesse di lui, o gli desse aiuto, tranne
gl'Indiani; i quali con maraviglia, non sapendo come tagliassero le
spade nostre, gli aprivano con istecchi le ferite; una delle quali nella
testa, per cui si vedeva il cervello, un'altra in una spalla, che si era
quasi spiccata; un'altra ancora ad una gamba, spaccata dalla coscia alla
caviglia; un'altra finalmente (e questa non si sapeva come fosse
avvenuta) alla pianta del piede, dal calcagno alle dita. Coi quali danni
nello scafo, quando gl'Indiani gli davan più noia, diceva: lasciatemi
stare, che s'io mi levo su, vi farò.... E lo diceva con tal voce di
tuono, che quelli spaventati la davano a gambe.

"Inteso di quel fatto sui navigli, volle pietà che fosse curato e
portato in una capanna, per ripararlo dal freddo della notte, e dalle
migliaia d'insetti che lo molestavano di giorno, minacciando di finirlo
essi soli. Quivi, invece di usar trementina a ciò necessaria, gli
medicavano le piaghe con olio bollente. Le quali furono tante, da far
strabiliare il cerusico. Infatti, ogni giorno dei primi otto che lo
medicò, gli trovava sempre qualche nuova ferita.

"La lezione domenicale del 19 maggio era stata così solenne, che la
mattina del lunedì i superstiti fuggiti mandarono a chiedere
misericordia. Si pentivano dei lor falli; volevano tornare alla
obbedienza. E l'Almirante concesse un perdono generale, a patto che il
Porras, capo ed istigatore, rimanesse in prigione, per non esser causa
d'alcun nuovo tumulto, e che i pentiti non venissero sulle navi a
leticare coi rimasti fedeli, o a seminarvi zizzanie. Questi, per
miglior consiglio, sotto la scorta di un fidato ufficiale, mandò per
l'isola al traffico, prendendo vettovaglie e dando cianfrusaglie in
ricambio. Ed erano i baratti di questa forma; per uno o due _utias_, che
son come conigli, si dava un ferretto di stringa; per una focaccia di
pan di cassava, due o tre avemmarie verdi o gialle; per maggior quantità
di cose, un campanello di ottone; ai capi delle tribù, che stavano ai
patti, ora un piccolo specchio, ora una berretta rossa, ora un paio di
forbici. Piccole cose, e di piccola utilità; ma sapevano contentarsene
quei popoli agresti. Certo, in cuor loro pregavano Giocovagama che ci
rimandasse in Azatlan, donde eravamo venuti. Amavano il Giocomina degli
uomini bianchi; ed egli ne meritava l'amore. Ma quante anime nere, tra
quegli uomini bianchi! Per un vero figlio del cielo, quanti Goeiz
scaturiti d'inferno!"




CAPITOLO IV.

L'epistolario di Cicerone.


--Chi dorme si svegli;--gridò il capitano Fiesco, deponendo i suoi
fogli, poichè aveva finito il capitolo.

--Siamo qui con gli occhi aperti e le orecchie tese;--disse frate
Alessandro.

--Continuate, signor conte, se le dame permettono che si abbia una
volontà in loro presenza;--aggiunse il cerimonioso don Garcìa.

--Le dame veglieranno fino a mezzanotte, se occorre;--disse a lui di
rimando madonna Bianchinetta, avendo un cenno di assenso dalla contessa
Juana.

--Avete tutti i voti, capitano;--conchiuse Giovanni Passano.

--Non tutti;--riprese il Fiesco.--Vedo che Ovando e Bovadilla
sbadigliano. Del resto, per continuare a leggere, bisognerebbe che
n'avessi materia. E sono rimasto qui, non avendo per l'altro che un
guazzabuglio di appunti. Debbo ancor raccontare mezzo mondo di cose:
come e quando ci giunse la nave comperata dal Mendez, e un'altra mandata
per vergogna dal gran commendatore di Alcántara; come si partì
finalmente il 28 giugno dalla spiaggia di Maima, un anno e quattro
giorni dopo averci dato in secco per nostra salute; come si giunse il 13
agosto nel porto di San Domingo, dove il nostro grande e sant'uomo
ricevette senza perdere la pazienza le mendicate giustificazioni e le
false proteste d'amicizia dell'Ovando; mentre a costui doveva scusarsi
Bartolomeo Fiesco, per quanta poca voglia ne avesse, dell'essersi
allontanato da San Domingo, senza prender commiato da quel suo
svisceratissimo amico; intanto che un bel mozzo tinto di carbone la
faccia e le mani, un frate francescano più soldato che frate, e un certo
don Garcìa travestito da marinaio e più nero del mozzo, si tenevano
prudentemente sotto coperta. Come Dio volle, uscimmo da quella trappola
il 12 settembre, dopo essere stati un mese coll'anima in soprassalto,
per passare cinquantasei giorni sempre sospesi tra morte e vita, da San
Domingo nel nuovo mondo a San Lucar di Barrameda nel vecchio. Che mare,
vi ricordate? Cristoforo Colombo non l'ebbe mai peggio in sua vita. Ed
anche si può dire che l'Atlantico serbasse i suoi furori solamente per
lui, non lasciandogli, salvo nell'approdo a Guanahani, un giorno intiero
di pace. Agli altri navigatori sempre mare tranquillo, e vento in fil di
ruota! È giusto, dopo tutto. Quello è il grand'uomo, epico e tragico ad
un tempo; debbono dunque esser sublimi di angosce mortali tutti gli
accidenti della sua vita. Gli altri sono i curiosi che vanno sull'orma,
i mediocri che seguono il solco tracciato da lui. Cabral, d'Ojeda,
Vespucci, Cabotto, ed altri, quanti siete o sarete, che la fortuna
manderà innanzi a pedate, affrettatevi a dimenticare quello che il gran
Genovese ha operato per benefizio di tutti, non avendone altro che
amarezze dagli uomini e tradimenti dalla vostra cieca signora. Ma basti
di ciò, se pure non ho detto già troppo;--conchiuse il capitano Fiesco,
prudentemente ammainando la vela.--Volevo dirvi che da San Domingo a San
Lucar ce ne avrò ancora per quattro o cinque capitoli; dopo di che
prenderò a raccontare la nostra particolare odissea, dalla Giamaica ad
Haiti, e da questa a quella ritornando, con tutto quello che c'è stato
di mezzo. Sarà l'episodio nel poema eroico del nostro immortale
cittadino; ma che episodio, siatemene voi testimoni! e ditemi ancora se
per me non debba esser piuttosto il poema. Lo scriverò, mettendoci tutto
il tempo che sarà necessario, e lo lascerò per ricordo ai Fieschi delle
generazioni future.

--Lo darete alle stampe, speriamo;--disse il Passano.

--Questo poi no. Ai Fieschi, ho detto, e non ai fischi;--ribattè
prontamente l'autore.--Dimmi tu ora, Giovanni dell'anima mia, se con
questa allegrezza della Gioiosa Guardia, dove ho portato con me il
premio maggiore che uomo potesse sperare dei patiti travagli, e con
l'onesto desiderio di lasciarne memoria ai dolci nepoti, io possa
risolvermi di lasciare questo mio nido di pace per le chiamate del colle
di Carignano.

--Che c'è?--disse Juana, turbata a quel cenno improvviso.

--Leggi;--rispose il Fiesco, levando dal giustacuore la lettera che
poche ore prima gli aveva consegnata Giovanni Passano.

Poi, rivolgendosi al suo luogotenente, soggiunse:

--Caro mio, non ti maravigliare. Per mia moglie e per mia madre non
posso avere segreti.--

Fior d'oro, intanto, aperto il foglio sotto gli occhi di madonna
Bianchinetta, a mezza voce leggeva. E noi leggiamo con lei la lettera
dell'eccelso ed illustre Gian Aloise Fiesco:

  "_A messer Bartholomeo Feisco_

  nostro amato parente _nec non viro excellentissimo_.

"Havemo ricevute a suo tempo le doe lettere che Voi ne mandasti per lo
cavallante Nicholin di Baceza et per lo ballestero Anthonio de Rì. Le
quali ne hanno immensamente allegrato per quello che diti de la vostra
bellissima sposa et de la nostra nobile cugina Bianchineta che Dio
vardi. Ma similmente non intenderne che Voi vi adormentati in ocio de
Gioyosa Guardia, come novo Hercule in Lydia, salva sempre la gratia de
la celeste Fior d'auro; non parendone digno di cavallier come Voi et
experimentato in tanti famosi incontri de terra e mar, di restar lontano
et alieno da quelle imprese dove se guadagna gloria et roba per lustro
d'el nome et potencia de la casata. _Ergo_ è nostra mente che Voi
vegniate _quam primum poteritis_ a trovarci in Violato; che se noi
facessimo come ne avressimo bon desiderio una seconda volta il viaggio,
li maligni inimici del Gatto direbbono forsi che noi tememo per lo
nostro capitanato de Levante; il che non sarìa savio da parte nostra.
_Etiam_ molte cose haverei da dirvi et tute di grande importancia per
Voi et per noi che dite di amare, nel che volemo ben credervi. Onde Vi
preghiamo non fate dimora. Il nostro Giovan di Passano el ve dirà a
bocca quanto sia nostra voglia di vedervi accanto a noi per quel molto o
poco che vorrete restare. E Iddio vi tegna sempre in la soa santa
custodia.

  "_Genue. Die V Martii A. D. 1506._

      "Vostro parente et bon servidore

      "GIOAN ALOYSE."

Così la lettera dell'eccelso ed illustre capo della gente Fiesca. E Fior
d'oro, com'ebbe finito di leggere, alzò la fronte a guardare il marito.

--Andrai?--diss'ella.--Gian Aloise ti prega.

--Andare è presto detto;--rispose Bartolomeo Fiesco.--Io non ci ho
cuore, nè gambe. Scriverò; non sono oramai uno scrittore? Ma
sì;--rispose egli, cercando di ribattere una obiezione che già vedeva
balenare dagli occhi di Fior d'oro;--io sono famelico di oscurità, che è
principio di pace, e quell'altro laggiù vuol tirarmi in luce di
meriggio. Qui si sta bene: non per niente è Gioiosa Guardia. Anche
nostra madre, che è vissuta tanti anni senza di me, ha bisogno di
rifarsi della lunga solitudine. Di voi non parlo, Juana, che mi dareste
un ceffone più forte di quelli con cui accarezzate le guance alle finte
povere della vallata. Qui si sta bene, ripeto, e meglio non si starebbe
in nessun altro luogo. Desideri la vita operosa, con tutte le sue ansie,
con tutte le sue illusioni e le sue delusioni, chi non l'ha ancora
vissuta. È giusto che ognuno s'istruisca, e paghi i maestri del suo.
Quanto a me, ho imparato abbastanza; onde dirò col poeta, di cui non
ricordo più il nome:

    Il porto è qui: speme e fortuna addio;
    Già m'ingannaste, or fate ad altri il gioco.--

Ciò detto, fece un cenno a Polidamante. Ed era un cenno complesso,
perchè Polidamante non istette dubbioso un momento, ma saltando lesto e
scavalcando i due corpi distesi di Ovando e Bovadilla, venne ad
abbrancare il fiasco del vino delle Cinque Terre per ricolmargliene un
calice. Messer Bartolomeo ringraziò il coppiere con gli occhi, e
tracannò il vino d'un fiato.

Giovanni Passano taceva; e si capiva che tacesse, essendo stato egli il
portatore della lettera di Gian Aloise, e incaricato al bisogno di
confortare con nuove ragioni a bocca l'invito che recava per iscritto.
Ma il capitano Fiesco aveva dalla sua frate Alessandro e don Garcìa, che
gli davano ragione due volte, approvandolo, e bevendo da capo con lui.
La contessa Juana, per contro, era rimasta pensosa; e ciò non gli
andava, parendogli di non esser sicuro della vittoria, se non gliela
confermava il giudizio di Fior d'oro.

--Non vi piace la mia risoluzione?--diss'egli.

--Non dico questo, nè lo penso;--rispose la contessa.--Ma riconosco che
ci sono le occasioni, pur troppo, in cui non possiamo fare quel che ci
torna meglio.

--Oh, per questo, vedrai che lo potrò;--ribattè egli animandosi.--Non
sono uno schiavo, io; e Gian Aloise non iscrive da padrone. Diciamo
piuttosto ch'egli tratta da re. Quando un re scrive "vi vedrò
volentieri", il cortigiano accorre senz'altro. Io non sono un
cortigiano, e non ho ambizione di uffici illustri o lucrosi. E li
merito, poi? Penso di no, ed ho il diritto di esser modesto, mi pare.
Infine, che cos'è che si pretende da me? Sono un uomo di vaglia. Come lo
sanno? da che lo argomentano? Sono stato navigatore e soldato per
passatempo, come prima ero stato scolaro a Pavia, e laureato in medicina
e filosofia. Quel che sono mi son fatto da me, e me lo spendo a mio
modo. Vengo meno con ciò agli obblighi del mio sangue? No. Queste terre
me le hanno lasciate i miei maggiori; le tengo e le difendo;
difendendole, son utile ancora ai Fieschi confinanti con me. Questo è il
mio scoglio, e ci fo il mestiere dell'ostrica. Quando mai si è preteso
che l'ostrica lasciasse di far l'ostrica, per fare il pesce spada?--

Gli pareva d'aver vinto, con questo ragionamento, e che nessuno gli
potesse rispondere. Ma in quel punto Ovando e Bovadilla levarono il muso
e rizzarono gli orecchi, brontolando verso l'uscio:

--Che c'è?--disse il Fiesco.--Hanno sentito qualche cosa d'insolito?

--Rumore nel cortile;--rispose Polidamante.--Sembra uno scalpitìo di
cavalli.

--Visite a quest'ora?--ripigliò messer Bartolomeo.--Vedrete che sarà
Filippino.

--Ma che!--disse allora Madonna Bianchinetta.--Sono appena tre giorni
che l'abbiamo veduto.

--E tre giorni sono qualche volta un secolo;--ribattè egli
ostinato.--Del resto, chiunque sia, non istarà molto a farsi vedere.--

Comparve indi a poco sull'ingresso della cantinata un famiglio, che
tirandosi da un lato della soglia, solennemente parlò:

--Magnifico signore, è qui messer Filippino.

--Ah, Filippino!... Ma se lo dicevo io!... Questo qua veramente mi ha
preso a proteggere.--

Fior d'oro si mosse verso il marito, cercando di chetarlo collo sguardo.

--Già,... ecco....--balbettò egli allora.--Volevo dire che m'ha preso a
voler bene. E chi ci vuol bene, quando ne sia il bisogno, ci protegge.
Andiamogli incontro; sarà il miglior modo di mostrargli gratitudine per
tanta bontà.--

Prima che il capitano Fiesco fosse in fondo alla sala, compariva messer
Filippino sull'uscio; Filippino il bello; Filippino il biondo, come lo
diceva spesso e volentieri il padrone di casa. Un bel giovane infatti, e
d'un bel biondo di stoppa, come la natura benigna ne dispensa qualche
volta alla umanità bisognosa.

Frate Alessandro e don Garcìa, fatta riverenza alle dame, erano
spulezzati al primo annunzio della visita illustre. Li avrebbe seguiti
volentieri Giovanni Passano, ma non n'ebbe il tempo. Del resto, arrivato
quel giorno come un messaggero di Gian Aloise, egli era anche in quella
casa un parente. Non appariva dunque un intruso; non doveva riuscire
importuno, se anche i due Fieschi avessero a parlare di cose per le
quali era venuto alla Gioiosa Guardia egli stesso.

--Siete dunque voi, Filippino?--gridò il capitano Fiesco,
dischiudendogli quasi le braccia, ma fermandosi a mezz'aria per
istendergli le mani.--A quest'ora ci capitate? Di passaggio, m'immagino,
e vorrete pernottare da noi?

--No, non di passaggio, vengo appunto per voi;--rispose Filippino,
arrossendo un poco.--Del resto, è sempre piacevole capitare a Gioiosa
Guardia, che è tanto ospitale e benevola. Sapete bene che quante volte
ho da passare di qua, non mi lascio sfuggir l'occasione di riverir le
dame e di stringer la mano a Voi. Questa volta sono ambasciatore, o
messaggero, o cavallante, come vorrete chiamarmi. Ecco una lettera di
Gian Aloise.

--Dell'eccelso Gian Aloise?--esclamò il capitano Fiesco.--La seconda in
un giorno!

--Infatti, sì;--rispose Filippino.--Egli mi ha detto della commissione
che aveva data al nostro Giovanni Passano. Ma nella lettera a lui
consegnata aveva dimenticato un punto di capitale importanza. Allora
egli ha chiesto a me se mi sarei sentito....

--Di montare a cavallo, non è vero?--interruppe messer Bartolomeo.--E di
galoppare a Gioiosa Guardia, dove gli amici son sempre così lieti di
vedervi? Ma galoppando così, Voi avrete anche dimenticato di cenare; e
se permettete, s'imbandirà subito per Voi. Polidamante!...

--No, vi prego, non fate nulla di nulla. Sapevo di non giungere in
tempo per la cena, ed ho mangiato un boccone dall'oste del Rupinaro.
Piuttosto,--soggiunse Filippino con grazia,--l'ho ancora qua nella gola,
e gradirò che mi diate da bere.

--Allora, faccia Polidamante l'ufficio suo, e Voi siate contento a modo
vostro. All'ospite non bisogna dar noia, per desiderio di mettergli la
casa sulle spalle;--conchiuse saviamente messer Bartolomeo.--Ma
intanto,--seguitò, volgendosi al Passano,--eccoti qui un oste del
Rupinaro, che tu hai saltato nella tua rassegna stradale.

--Non l'ho saltato;--rispose il Passano.--Ho solamente risposto di sì a
tutti i nomi che Voi dicevate.

--E perchè non ho detto quello, tu l'hai taciuto, manigoldo? Ma leggiamo
questa lettera, che dovrebb'essere la seconda ai Corinzii.--

Mentre il capitano Fiesco parlava così, disponendosi ad aprire la
lettera, messer Filippino faceva riverenza alle dame. Fior d'oro, contro
l'usanza delle nuore, stava molto ai panni della suocera; e messer
Filippino, che aveva una voglia spasimata di bisbigliare qualche cosa
molto sottile e molto profonda a madonna Juana, dovette contentarsi di
dirne molte assai comuni e leggiere a madonna Bianchinetta, parlando
della salute, del tempo, della strada percorsa, e di simili altre
bazzecole. Ma anche a ragionare d'inezie c'è il modo di andar nel
sublime, o almeno di rasentarlo, con un buon lavoro d'occhiate
compassionevoli, tremiti di voce e soavi inflessioni d'accento. Ora in
quest'arte Filippino era passato maestro.

Gli occhi di Fior d'oro, badando poco agli atti di Filippino, andavano
spesso al marito, spiandone i moti e ricercandone l'animo; cosa
facilissima, perchè egli non usava nascondersi mai. Così lo vide batter
le labbra, leggendo, tentennare il capo, e finalmente richiuder la
lettera con un atto di grande impazienza.

--Ebbene, ve lo dicevo io, che non si può far sempre quel che si
vuole?--gli bisbigliò ella, che già si era staccata dal fianco della
suocera, per accostarsi a lui.

--Ma sì! Fior d'oro ha sempre ragione;--rispose egli avvilito.--Questo è
più forte dell'altra. Leggila a nostra madre.--

Fior d'oro prese il foglio dalle mani di lui, e come aveva letto il
primo sotto gli occhi di madonna Bianchinetta, così lesse il secondo.
Qui Giovanni Passano si mosse per andarsene. Messer Bartolomeo voleva
trattenerlo, non vedendoci ragione; ma il suo luogotenente ottenne
licenza con una argomentazione invincibile.

--Se quello che scrive Gian Aloise è tale da poterlo sapere ancor io, me
lo potrete dire domani, prima ch'io parta; se non è tale, potrete
tacerlo, ed io sarò felice di non averlo ascoltato. Voi anche mi avete
insegnato a non esser curioso; e i fatti del prossimo sono spesso così
poco interessanti! Aggiungete che in ogni cosa io sono vostro, ed altro
non mi piace che di obbedirvi. Ora, se permettete, vo a prendere il
fresco e a fare un po' di chiacchiere con quei due, che sicuramente
m'aspettano.--

Giovanni Passano aveva fatto un altro ragionamento tra sè, in forma di
dilemma. Una delle due, diceva; o messer Filippino s'è fatto aggiungere
un poscritto per averne occasione a capitare anche lui, e non bisogna
essergli testimoni d'una puerile alzata d'ingegno; o Gian Aloise ha
pensato di mandare per un secondo messaggero le cose più importanti o
più gelose che non aveva confidate al primo, e non è bene che il primo
resti a sentire ciò che porta il secondo. I grandi vanno serviti con
discrezione, non mostrando troppa curiosità di capirli. Queste massime
il Passano non le avrebbe pensate al Mondo nuovo; ma le doveva pensare e
praticare nel vecchio, dove infine voleva far la sua strada, da
onest'uomo, sì, ma senza dar nello sciocco.

La lettera di Gian Aloise diceva così:

  "_A messer Bartolomeo Flisco_

  nostro caro cugino et strenuo cavalliere.

"Il nostro Giovan Passano vi avrà data a quest'ora una lettera mia et
significata la nicissità grande in che vivemo del vostro consiglio[tn69]
di valente huomo qual siete in così giovine età et forte non manco di
braccio. Del quale come del consiglio poderia esser uopo, se Vi parerà
esser da ciò, come noi Vi stimiamo. Sappiate ora che non solo è
turbamento in città et gran confusione, per li popolari che sempre
vorriano mettersi in loco di nobili, con dire che essi son nati in casa
soa, di gente municipali romane et noi di fuori et stirpe di barbari:
del che non so come possino haver certezza, non leggendosi in carta
veruna se non questo, che i loro ascendenti furono gente della plebe
arricchiti in vender grasce et navigar trafficando. Nè questo solo; ma
ancora vorriano che s'aiutassi Pisa contro l'armi di Firenze, mettendo
il Comune in tale impegno che non sia poi sicuro di sopportare. _Etiam_
non possiamo noi dimenticare che per muover con oste a Pisa bisognerà
passare per le terre del nostro capitanato; dove ogni grosso esercito
che passasse facilmente sarìa tratto da desiderio a mutare quello che
ivi è stato stabilito per l'onore de la nostra casata; et
contrariamente un piccolo soccorso non bastando per salvezza di Pisa,
trarrebbe le vendette di Fiorenza, non già contro il comune di Genoa
lontano, ma contro li feudi nostri in val Magra, quali assai ne dee
premere di tener fortemente. Ond'io meglio stimo che un potente signore
abbia Pisa, il quale ne assicuri et conservi la libertà contra Firenze,
potendo misurare gli aiuti al bisogno et non lasciarsi cogliere alla
sprovveduta, come senza fallo userebbe il Comune nostro, sempre in
tumulti et trambusti et confusione babelica. Il carico di tener Pisa par
dunque a noi destinato dal cielo, non ad altro signore che già briga per
ottenerlo, mettendosi in vista. Uomo nostro, intendente et valoroso per
andar colà, sentir le opinioni et provvedere con pronte risolutioni io
non vedo altri che Voi, nostro cugino amatissimo; che se gli animi dei
Pisani, come io credo, fussino a noi inclinati, Voi subito di studioso
ambasciatore e consigliero potresti mutarvi in capitano di armati,
avendone noi già in Lunigiana ammassati quanti basteriano per il primo
bisogno, e gli altri sarian pronti a seguire. Meglio di tutto ciò
parleremo in Violato, ove è sempre gran desiderio de la vostra persona.
Venite dunque; e se non basta a muovervi la nostra amicizia, Vi muova il
consiglio di madonna Bianchinetta, orgoglio del nostro parentado, a la
quale bacio divotamente le mani, come alla eccelsa sposa vostra
incomparabil Fiordoro.

  "_Genoa, li V martio del 1506._

      "Sempre al vostro servitio et bon cugino

      "GIO: ALOIXE."

E indirizzo e firma apparivano un po' diversi dall'una lettera
all'altra. Ma così erano gli uomini di quel tempo, che all'ortografia
badavano poco, anche per il fatto di non averla troppo sicura. Per
altro, come si riconoscerà dal contesto di quest'ultimo messaggio,
vedevano chiaro in quel che volevano, e non si lasciavano tirare nè di
qua nè di là da pericolose incertezze.

Madonna Bianchinetta e la sua bellissima nuora erano rimaste sopra
pensiero. Proponeva gran cose, l'eccelso Gian Aloise, e per accettare,
come per ricusare il partito, bisognava meditarci su. Messer Filippino
frattanto aggiungeva di suo, commentando l'epistola:

--Siamo in famiglia, e si può dire ogni cosa. I Pisani non vogliono
essere oppressi da Fiorenza; e tanta è la ripugnanza loro a quel giogo,
che vogliono piuttosto quello di Genova, dimenticando il colpo mortale
della Meloria. Potrebbe Genova accettare l'invito, e noi di casa Fiesca
goderne, se Genova fosse nostra più che non sia. La teniamo in parte,
preponderandovi con l'aiuto del re Cristianissimo, a cui siamo d'aiuto
pur noi, tenendogli in fede la Repubblica. Ma più teniamo e con maggior
sicurezza la Riviera di Levante, quanta n'è dall'Appennino al mare tra
la Scrivia e la Magra, non senza forti scolte nelle valli del Taro e
della Baganza. A noi, non a Genova, si spetta di andare in soccorso di
Pisa. Ma c'è qualcun altro che vorrebbe mettersi avanti in nostro luogo.
Quest'altro non ve lo dice la lettera di Gian Aloise, perchè non tutto
si confida allo scritto; ma egli è Gian Giacopo Trivulzio, il quale, se
non forse quanto Gian Aloise Fiesco, è pur molto in grazia del re
Cristianissimo. Non pare a Voi che in questo caso avrà ragione il primo
che metta innanzi le mani? A questo occorre un uomo assai destro, che
vada ad offrire gli aiuti, a concertarne il modo; e tutto ciò non in
nome del Comune, che non sarebbe prudente consiglio aggravar
dell'impresa, ma di quell'uomo che in Genova è più potente e a Pisa più
prossimo per l'ampio dominio. Accettano? Sì, perchè nella estremità a
cui sono ridotti non hanno altro partito. E Voi allora vi potete scoprir
meglio, come capitano della gente che aspetterà un cenno vostro per
accostarsi alla città, fronteggiare i Fiorentini e lasciare a terra il
Trivulzio con le sue ambizioni. Questo in digrosso il pensiero del
nostro eccelso parente; le cose minute vi dirà egli in Violata.--

Bartolomeo Fiesco stava fra due; nè già pei commenti di Filippino, che
lo avrebbero anzi persuaso a dire un no tondo tondo, ma per la lettera
di Gian Aloise. Si volse allora alla madre, domandandone con gli occhi
il parere.

--È cortesia lo andare;--disse madonna Bianchinetta.--Se tu non puoi
accettare, figliuol mio, dirai meglio le tue ragioni a voce, che non per
iscritto.--

Si volse egli allora a sua moglie, e n'ebbe queste parole:

--Bisogna andare. Te lo avevo già detto per la prima lettera; e nella
seconda son nuove ragioni, che mostrano anche molta fede in te. Si
verrebbe meno alla fede di un tant'uomo, non andando alla chiamata.

--Ah! siate lodata, madonna Juana;--gridò Filippino giubilante.--Sarete
voi la fortuna di casa Fiesca.--

Fior d'oro non potè trattenersi dal ridere.

--Vedete,--diss'ella,--da che distanze doveva ella venire!

--Eh!--rispose Filippino.--Le vie della Provvidenza son tante! Si
partirà dunque domattina;--soggiunse.--Gian Aloise sarà così lieto di
riverirvi!--

Correva troppo, messer Filippino bello; e fu fermato di schianto.

--Voi mi mettete d'un viaggio che io non farò certamente;--rispose Fior
d'oro.--È delle donne custodire la casa. Stando accanto alla madre di
mio marito, mi parrà di non averlo tutto perduto, per quei due giorni
che vorrà durarne l'assenza.

--E se durasse di più?--domandò Filippino, che non voleva darsi per
vinto.

--Allora.... allora, si vedrebbe;--rispose conchiudendo Fior d'oro.

Quella sera, ritirandosi nelle sue stanze, il capitano Fiesco diceva
alla moglie:

--Filippino mi annoia.

--Annoia anche me;--rispose Fior d'oro.--Ma è giovane; si cheterà.
Intanto bisogna riderne.

--Potere! È lui, frattanto, il noioso che mi mette tutti questi impicci
sulle braccia. Non lo vedi tu, che fa scrivere due lettere in un giorno,
e ad un oscuro uomo come il tuo Damiano, dall'eccelso Gian Aloise
Fiesco, potentissimo tra i signori d'Italia, ed amicissimo del re di
Francia? Io, come dice frate Alessandro, faccio un ridosso ai
Commentarii di Cesare: ma il vecchio di Violata vuol farne un altro
alle Epistole di Cicerone, che son più di ottocento.

--Vedi?--gli disse sorridendo Fior d'oro.--Bisogna andare, perchè non
n'abbia a scrivere altrettante.

--Andare,--riprese Damiano, più Damiano che mai in quell'ora,--e dirgli
quel no, che avrei potuto mettere in carta?

--Non è certo,--replicò la bellissima donna,--che quel no si possa
scriver meglio, potendolo dire con garbo, dopo aver sentite tutte le
ragioni del tuo nobil parente. Ci penserai, del resto, le peserai
attentamente. Potresti anche lasciarti persuadere da qualche ragione più
forte, che toccasse l'utilità della casa e l'onor del tuo nome. La
ragione più forte non ci sarà? Il tuo no sembrerà detto dopo aver
meditato, e ad ogni modo ne avranno scemato l'asprezza le parole cortesi
e la stessa tua condiscendenza all'invito.--

Damiano guardò Fior d'oro con tenerezza, e le pose al collo le braccia.

--Bella bocca!--le mormorò.--Bella bocca, che parla così bene!

--Bella!--ripetè ella con accento malizioso.--E non cara?

--E bella e cara,--gridò Damiano, con uno de' suoi impeti di
passione,--e, se vi piace di saper tutto, adorata.--




CAPITOLO V.

Al soccorso di Pisa.


Il palazzo di Gian Aloise Fiesco sorgeva sul colle di Carignano, accanto
alla chiesa patronata che un cardinal Luca Fiesco, diacono di Santa
Maria in Vialata a Roma, aveva ordinato nel 1336 fosse eretta in Genova
col medesimo titolo; donde il nome di Vialata si stese a tutta quella
parte della collina, corrompendosi poi nel dialettale "_Viovâ_" per
rifarsi ancora italiano in "Violato" e dar occasione a qualche moderno
di derivarlo "dalla copia delle viole che vi nascevano e soave fragranza
diffondevano intorno". Chi sente l'arcana poesia dei fiori può anche
contentarsi di questa etimologia, che ha dopo tutto il gran merito di
suscitare graziosi pensieri.

Non ne suscitava di tali il palazzo, edificato presso il fianco sinistro
e perciò a mezzodì della chiesa, con la quale faceva angolo il suo
fianco destro, conterminando il piazzale di quella fino al bastione, che
in guisa di belvedere si stendeva lassù verso ponente per un gran tratto
del colle. E mentre da quel lato il palazzo dei Fieschi dominava il
prospetto della superba Genova, fronteggiando il colle di Sarzano e la
mole dell'antico Castello, guardava da tramontana il vasto anfiteatro
del monte Peraldo colla sua gran cinta di mura alte sui greppi; da
mezzogiorno, poi, vedeva gran tratto di mare, solcato da centinaia di
vele, che uscivano dal porto o venivano all'approdo, passando sotto i
suoi occhi lungo la Marinella, detta altrimenti il seno di Giano; e da
levante, se pur non iscorgeva il Bisagno, nascosto sotto le alte mura di
Santa Chiara, godeva la scena incantevole del colle d'Albaro, colla
imminente piramide del monte Fasce e collo sfondo azzurro del
promontorio di Portofino, dietro a cui si stendeva la riviera di
Levante, oramai diventata un gran feudo dei Fieschi.

Al palazzo, che meglio si sarebbe detto castello, si accedeva da due
parti; da levante per un viale campestre, collegato alla via che
dall'Acquasola e dagli Archi di Santo Stefano metteva a San Giacomo di
Carignano, e là si presentava difeso da due grossi torrioni; da ponente,
ove appariva più alto, quasi impervio come una rupe Tarpea, si giungeva
ad esso dal borgo dei Lanieri, lungo il Rivo Torbido. Colà, passato
appena il convento e la chiesa de' Servi, si levava pel dorso della
Montagnola una gran cordonata di oltre cento scaglioni, onde si risaliva
ad un loggiato coperto, di là riuscendo ad un ingresso laterale
dell'edifizio, aperto sopra una vasta spianata di giardino. Arrivati
finalmente lassù, si godevano i particolari di quella nobile fabbrica,
onde da lontano si era ammirata soltanto la maestà del complesso. Non
dissimilmente dalla chiesa contigua, il palazzo era sui quattro lati
incrostato di marmi a fasce alterne bianche e nere, rotte a giuste
distanze da grandi finestre, partite a colonnini; e le finestre,
inframmezzate da statue, raccolte nelle loro nicchie sagomate con
bell'arte d'intagli, erano fiancheggiate da lunghi ramponi di ferro,
rivoltati a staffa, tutti terminati in un giglio di ferro battuto,
certamente in omaggio cortigianesco ai gigli di Francia. A quei ramponi
sporgenti, che altri casati di parte ghibellina usavano decorare d'un
capo d'aquila, si soleva nei giorni di pubblica festa appendere gli
scudi e l'arme di famiglia; il che dicevasi fare la impavesata. Nè
mancava la "conoscenza" ossia la insegna della gente, scudo, cimiero e
motto, espressi in pietra di Lavagna e murati ben alto sui prospetti del
palazzo. Più basso, per modo che si vedesse bene dai viandanti, era
murata la targa indicante il privilegio d'immunità dalla forza della
giustizia, onde il Comune aveva donate le case dei Fieschi. In quelle
targhe, o liste di marmo, poste sugli angoli dell'edifizio, si vedevano
scolpite due mani rivolte alla croce di Genova; ed erano i segni "_ultra
quae non licebat satellitibus homines infestare_".

Descritta la forma esterna del palazzo di Vialata, sarebbe forse utile
fare altrettanto per gli appartamenti e gli arredi. Ma noi abbiamo
soltanto da accompagnarci Bartolomeo Fieschi, il quale non vorrà
restarci lungamente; perciò tralasceremo una descrizione che troppo
somiglierebbe ad un inventario, nella sua aridità notarile. Luigi XII,
che alloggiò in Vialata nell'anno 1502, ebbe a dire, certamente
prendendo occasione dal palazzo del suo ospite, che le case dei
Genovesi erano più doviziose e meglio fornite della stessa sua reggia.
Io, per amore dell'arte, accennerò soltanto che nel vestibolo Gian
Aloise aveva fatto dipingere a buon fresco i Giganti fulminati da Giove;
motivo che indi a poco doveva essere imitato da Pierino del Vaga nella
caminata di Andrea Doria a Fassòlo. Rivalità di sfoggio signorile, che
incominciava a mostrarsi in forme artistiche e mitologiche, per girar
poi alle manifestazioni politiche e diguazzare nel sangue! Per opera di
un altro Gian Luigi, quarantadue anni più tardi, il Giove ottuagenario
di Fassòlo, mortogli il nipote Giannettino e minacciata da presso la
recente sua reggia, era costretto a fuggire di nottetempo infino ai
monti di Voltri; ritornato di là a cose quiete, non perdonò la paura che
gli avevan fatta provare, e prese a fulminare i Giganti di Vialata,
abbattendone l'orgoglio, diroccandone dalle fondamenta il palazzo
fastoso.

Nella sua gran caminata, dipinta da Leonardo dell'Aquila, finalese, e da
Giacomo Serfoglio, da Salto, l'eccelso Gian Aloise ricevette il parente
aspettato. Bartolomeo Fiesco era alloggiato da gentiluomo a Gioiosa
Guardia, con gusto severo ed onesta larghezza, secondo il costume dei
vecchi. Là dentro, in Vialata, era una varietà artistica che prendeva
accortamente da tutti paesi, ed una profusione di lusso da abbagliare la
vista. Tappeti di Fiandra coprivano i pavimenti; forzieri ferrati alla
francese si alternavano lungo le pareti a gran sedie intagliate di noce,
alcune sormontate dalle armi gattesche e roveresche accollate, altre
dalle armi gattesche e carrettesche, a ricordare i successivi
matrimonii di Gian Aloise con Bartolomea della Rovere, nepote di papa
Giulio II, e con Caterina del Carretto, sorella al marchese del Finale.
Archi turcheschi con le loro faretre, vecchi trofei di ammiragli della
casata, ornavano la gran cappa del camino, di pietra di Lavagna,
riccamente intagliato a fiori, fogliami, chimere ed altre forme di
mostri, non esclusi i soliti imperatori romani. Qua e là in vistose
credenze si accoglievano a centinaia gli arnesi di prezioso metallo;
idrie, guastade d'argento lavorato a rilievo e dorato, catini e piatti
d'argento istoriato, confettiere d'argento niellato alla barcellonese.
Ma più assai delle opere d'orefice, più ancora d'una collana di grosse
perle in numero di settantatrè, che si ammirava con altre gemme in una
vetrina particolare, colpivano il visitatore gli arazzi ond'erano
coperte le vaste pareti, con certe istorie del Testamento vecchio, tra
cui primeggiava per bontà di disegno e vivezza di colori, come per
terribilità di effetti, quella di Nabucodonosor, il gran colosso dal
piede d'argilla. In una sala attigua alla caminata il nostro capitano
Fiesco aveva già dovuto fermarsi a contemplare altri arazzi, che
recavano espressa la storia romanzesca di Biancafiore.

Al giungere del suo parente di Gioiosa Guardia si levò l'eccelso Gian
Aloise dal gran seggiolone di cuoio dorato su cui stava seduto, davanti
ad una tavola lunga, coperta di quel drappo turchino che fin d'allora si
chiamava "da consigli" poichè già si fabbricava a quell'uso, di coprir
tavole da adunanze. Nel mezzo del drappo erano ricamate le armi dei
Fieschi, ripetute da per tutto, perfino sul calamaio quadro di legno
d'ebano intarsiato, nel manico d'argento del temperatoio, e sul pernio
delle forbicette dorate che gli facevano compagnia. In tutti i
particolari, in tutte le minuzie, appariva il lusso sfoggiato e il
consapevole orgoglio d'un principe. Non ci maravigliamo se mirasse al
dominio di Pisa.

Dall'anno 1494 ardeva la guerra tra Firenze e Pisa, questa amando viver
libera, e quella volendo signoreggiarla. Nè a Genova nè al suo
potentissimo Gian Aloise Fiesco tornava che i Fiorentini dilatassero
maggiormente l'imperio, poichè non solo questi agognavano l'occupazione
di Pisa, ma insidiavano Pietrasanta e Sarzana. Per tali ragioni si
accoglieva l'ambasceria dei Pisani, che offrivano di congiungersi
perpetuamente con la Repubblica genovese, pronti ad accettarne le leggi.
Ma qui cominciavano ancora i dissensi. Erano nel Senato nobili e
popolani, cioè famiglie antiche feudali, e famiglie di popolo grasso,
salite ai primi gradi, ma non tenute pari a quell'altre, che pur da
talune popolari avevano lasciato occupare il dogato, designandole un
pochettino a scherno col soprannome di Cappellazzi. Erano queste le
famiglie dei Fregosi e degli Adorni, dei Montaldi e dei Guarchi, sempre
appoggiate a questa o a quella delle famiglie nobili, o feudali, dei
Fieschi e dei Grimaldi da un lato, dei Doria e degli Spinola dall'altro.
Ma l'appoggio era dato in guisa, che, le rivalità continuando tra i
Cappellazzi, non potesse mai prosperare e soverchiare una parte di loro,
e i nobili godessero tranquilli fuor di città i loro dominii feudali,
lavorando ancora ad estenderli come potessero, gli uni con la prevalenza
della parte guelfa, gli altri della parte ghibellina in Italia. Guelfi i
Fieschi e i Grimaldi, dovevano facilmente trionfare nei secoli XIV e XV,
in cui cadevano quasi da per tutto in Italia le fortune imperiali. Doria
e Spinola, dal canto loro, dovevano presto rifarsi, colla protezione di
Spagna. Intanto, nel periodo incerto della prevalenza francese in
Italia, e guelfi e ghibellini, essendo nobili tutti, parevano sentirla
ad un modo, per opporsi alle ambizioni dei popolari; onde si vide nel
primo trentennio del secolo XVI andar pienamente d'accordo i Fieschi coi
Doria.

Tornando alle offerte di Pisa, com'erano fatte solennemente al Senato
genovese, proponevano i popolari di accettarle, soccorrendo quella nobil
città, non senza concedere ai Pisani la cittadinanza di Genova, e
mandando famiglie genovesi quante più si potesse a stabilirsi in Pisa.
Consiglio generoso e prudente era quello; ma non poteva piacere a Gian
Aloise Fiesco, vicario e capitano generale della Riviera di Levante.
Pisa soccorsa con un esercito pari al bisogno, altro non significava che
la Riviera di Levante aperta a quell'esercito; onde per allora scemata
l'autorità del capitan generale, e in processo di tempo perduto l'util
dominio di quel vicariato. Pisa soccorsa con poca gente, significava
vittoria dei Fiorentini, col loro voltarsi minaccioso non pure contro
Pietrasanta e Sarzana, ma ancora e più contro i dominii feudali dei
Fieschi.

Di qui la opposizione che alle offerte dei Pisani aveva fatta Gian
Aloise in Senato, mettendo innanzi che non si potesse far nulla senza
il beneplacito del re Cristianissimo, a cui Genova si era data in balìa.
E perchè il re Luigi si trovava allora di qua dalle Alpi, si sentisse
lui, se n'esplorasse l'animo, prima di deliberare il soccorso di Pisa.
Così nascevano le due ambasciate d'ufficio; una ai Pisani, per dar buone
parole, l'altra al re Luigi, per averne il parere.

Ma il re Luigi doveva rispondere in quel modo che al Fiesco tornasse più
utile. E perchè la risposta volgesse favorevole alle ambizioni del
potente signore, andavano lettere di costui; portate da un suo
fidatissimo uomo, a quel re. In pari tempo occorreva guadagnar l'animo
dei Pisani, mandando loro un altr'uomo per chiedere se il valido e
sicuro aiuto d'un gran signore genovese non potesse convenir loro assai
più dell'incerto e scarso che dar poteva il Senato. Certo, ponendo in
questa forma il dilemma, i Pisani non avrebbero esitato un istante. E
perchè il re Cristianissimo si sarebbe acconciato ai fatti compiuti,
occorreva che l'uomo mandato ai Pisani fosse destro negoziatore e
capitano risoluto ad un tempo, cioè pronto a tirar dentro un grosso di
soldatesche, già preparato a due terzi di strada, per unirlo a difesa
della città con le forze di Pisa, comandate allora da Tarlatino di Città
di Castello, un condottiero che si poteva sperare di trar bellamente
agli interessi del futuro padrone.

Bartolomeo Fiesco era stato a sentire, tanto più attento, quanto più a
lui era rivolto il discorso; come spesso occorre nelle assemblee grandi
e piccole, che gli argomenti tutti dell'oratore e tutti i lenocinii
dell'arte sua mirano sempre ad uno tra gli ascoltatori, e gli altri
sono come zeri, destinati a far numero con quella unità. Certo, se il
capitano Fiesco accettava di esser egli l'uomo per Pisa, il partito di
soccorrer questa con le forze dei Fieschi era vinto; il re
Cristianissimo avrebbe approvato il fatto; Gian Giacopo Trivulzio
sarebbe rimasto colla voglia; i popolari genovesi non avrebbero più
potuto alzare la testa; mentre dal canto suo Gian Aloise avrebbe
posseduta di schianto una tal potenza principesca, da pesar poi, bene o
male, ma sempre moltissimo, sulla bilancia mal certa delle fortune
d'Italia.

Ma il capitano Fiesco non voleva esser quell'uomo. Più sentiva ragioni
che lo dovessero smuovere, più ne trovava da opporre. Lo aveva giudicato
male, il suo eccelso parente, argomentando di lui da sè stesso.

--Ahimè!--diss'egli, quando vide venire quell'altro a mezza
spada.--Riconosco la bellezza audace del vostro disegno; ma tanta
bellezza e tanta audacia non sono il fatto mio. Senza contare che io non
son destro ai maneggi politici, e mi ci troverei davvero come un pesce
fuor d'acqua, penso che nella parte militare dell'impresa fallirei per
precipitazione, che è il guaio dell'indole mia, e di cui non son mai
riescito a guarirmi. Troppo grande è il carico che vorrebbe darmi la
vostra fiducia, ed io sono troppo piccolo uomo.

--Ma pensate,--replicò Gian Aloise, non vedendo altro nella risposta del
capitano Fiesco che un effetto di modestia soverchia,--pensate che
sareste spalleggiato da tutti. Duemila uomini son pronti a Sarzana, e
mille a Pontremoli; tutta gente che al vostro cenno correrebbero sotto
Pisa. Non vi parlo della gente che ho tra Rapallo e Lavagna, che ben
sapete quant'è. L'avreste tutta, come si suol dire, sotto la mano.

--Ripeto, non è il fatto mio;--ribattè Bartolomeo Fiesco.--Voi mi fate
più esperto capitano che io non mi sia mai sognato di essere. Chi ha
comandato i cento, e magari i cinquecent'uomini, può ritrovarsi con
diecimila impacciato come un pulcino nella stoppa.

--Eh via! s'ha da credere? Chi è stato a tanti sbaragli, meritando la
lode e l'affetto del vicerè delle Indie occidentali, non vorrà mica
perder la testa in una faccenda che deve andare da sè.

--Se deve andare da sè come Voi dite, perchè metterci a capo un uomo che
mostrate di stimare più ch'egli non sia stato mai? Ogni altro, che abbia
risolutezza, dovrebbe bastare.

--Risolutezza e perspicacia;--ripigliò Gian Aloise.--E perspicacia ed
ambizione di far bene. Non avete Voi ambizione?

--No;--rispose Bartolomeo Fiesco.

--Per un Fiesco, è nuova;--ribattè Gian Aloise.--Per Bartolomeo delle
Indie, è strana.--

Lo toccavano sul vivo; e naturalmente gli saltò la mosca al naso; che la
pazienza non era mai stata il suo forte.

--Ecco;--diss'egli, assumendo a suo modo una cert'aria di gravità e
promettendo colla solennità dell'accento un lungo discorso;--facciamo ad
intenderci. Ne ho avute, delle ambizioni; e potrei averne ancora, ma in
un campo diverso. Bartolomeo delle Indie, avete detto, e sta bene.
Rimandatelo dunque alle Indie. Qui si fanno gran cose, che potranno
riuscir piccine alla prova; laggiù si fan cose piccine, che potranno
esser grandi. E questo, badate, non per diverso vedere, ma perchè laggiù
si taglia dalla pezza, potendo fare una cappa da gentiluomini, mentre
qui si raccozzano scampoli e stracci, volendo cucirsene un manto reale.
Perchè questo? Perchè qui siamo gli eredi di un gramo passato, e in
molti e in troppi ci contendiamo un osso già spolpato da Goti e Greci,
da Longobardi e Franchi, da Ungheri ed Alemanni; un osso, mi capite? che
oggi han preso a smidollare Francesi e Spagnuoli. Laggiù, vivaddio, non
si è eredi di nessuno; laggiù si può esser magari gli autori della
stirpe e gli arbitri del futuro, preparandolo con libertà, bene o male,
meritandone la gratitudine o le maledizioni dei posteri.

--Spaziate come un'aquila, cugino!--esclamò Gian Aloise.

--E sarò un nibbio, poi;--rispose il capitano Fiesco.--Ma vedo, se
permettete, un orizzonte più largo di questo; forse perchè ho viaggiato
di più in compagnia d'un uomo grande, l'unico grande che mi offrano le
storie, non escluso quel Carlomagno a cui si riferiscono le nostre
vanità, quando vanno più alte. Il mio grand'uomo, col suo ingegno e
colla sua costanza, ha trovato un mondo nuovo; quell'altro, con la sua
forza, con la sua onnipotenza, non è riuscito se non a rimpiastricciare
il vecchio, che gli è rimasto poi sempre un lavoraccio.

--Povero a voi, se foste vissuto a' suoi tempi! neanche un paladino
avreste voluto diventarci?

--Chi sa? Ed avrei forse ottenuto il gran titolo, facendo imprese da
cantarsi in piazza per rallegrare la gente. Questa che noi faremmo,
avendo la Riviera di Levante per via, e la foce d'Arno per meta, sia
pure importante come a Voi pare; ne posso ammettere l'utilità, non ne
vedo la grandezza, non ne sento il desiderio. Perdonate, illustre
cugino; e possa cascarmi la lingua, se ho qui la più lontana intenzione
di spiacervi; verrà giorno che anco dei Fieschi si perda il nobilissimo
seme. Già, con tanti vescovi, cardinali e papi nella nostra famiglia,
niente è più probabile di questo. Ed altre ne periranno egualmente, meno
nemiche nel corso dei secoli al precetto divino del _crescite et
multiplicamini_. Ma delle une e delle altre sarà molto che duri fra
mill'anni il confuso ricordo; laddove fra diecimila, se tanti ne camperà
questo povero globo, resterà viva la memoria della maravigliosa scoperta
di Cristoforo Colombo, lanaiolo e marinaio. Di me chi ricorderà che
giovane ho combattuto in patria, per utile degli Adorni e per danno dei
Fregosi? Un cenno fortuito di cronaca, forse, che anco potrà esser roso
dai tarli e travolto nella cesta delle cartacce. Ma le storie diranno,
ne ho fede, ai più lontani nepoti, che ero ancor io alla maravigliosa
scoperta, e che ai pericoli del mare ignoto fu recato per opera mia un
po' del buon sangue marinaro di certi conti venuti su da Lavagna.

--Questi poveri conti ve ne ringrazieranno dai loro sepolcri;--notò Gian
Aloise imbizzito.

--E faran bene, vedete?--ripigliò senza scomporsi Bartolomeo Fiesco.--I
vecchi, infatti, che oggi si gloriano di tante cose destinate a perire,
avranno ottenuto nella persona mia la loro parte di gloria vera,
nell'opera stupenda, indimenticabile, eterna, d'un uomo nuovo, d'un
marinaio, d'un lanaiuolo. Ecco la mia ambizione, Gian Aloise; la quiete,
oramai, non avendo più nulla a fare di ciò che m'era più a grado, e il
cuore avendo pur esso i suoi diritti; la quiete della mia bicocca, e la
certezza d'una pagina non brutta nella storia del mondo. Soldato ero, e
al bisogno potrei ritornare, se fossero in giuoco l'onore e la sicurezza
dei Fieschi. Avessero anche il torto, non istarei a guardare, e dal
posto mio non mancherei all'appello. Ma questo per difesa, e sentendo la
voce del sangue. Ci sono obblighi sacri, come ci sono necessità
ineluttabili. Anche il primo dei filosofi, uso alle più ardue
speculazioni della mente, mangia beve e dorme e veste panni come
l'ultimo degl'imbecilli. Facciamo l'obbligo nostro, cediamo alle
necessità della vita; ma il pensiero sia libero, e resti il cuore nei
vincoli cari ch'egli stesso s'è imposti. Non mi date ragione?

--Siete un bel matto;--disse Gian Aloise, ridendo.

La masticava male, per altro, e non rideva di cuore. Come avrebb'egli
potuto, dopo quella intemerata del suo caro parente, la cui poca
ambizione gli guastava in un punto i superbi disegni? Il potente signore
di cinquanta castella, da Montobbio a Pontremoli, vicario e capitano
generale della Riviera di Levante da Rapallo a Sarzana, principe del
Senato e quasi protettore della Repubblica di Genova, non aveva tra
tanti consanguinei, nè tra gli aderenti più saldi, l'uomo che potesse
andare a Pisa per lui. O piuttosto ne avrebbe avuti cento, ma non
adatti, non arnesi, come suol dirsi, da bosco e da riviera, diplomatici
ad un tempo e soldati, accorti per tastare il terreno, dare indietro
senza parere, o andare fino al fondo senza esitare un istante. Avveduto
com'era, l'eccelso Gian Aloise non voleva dare un passo se non era certo
del fatto suo, bene sapendo che in un fallo commesso, e non riparabile,
egli avrebbe perduta, non che l'impresa, la fama.

Rise, adunque, ma per dissimulare la stizza; e rimase freddo, ostentando
di parlar d'altro. Freddi al pari di lui rimasero gli altri della nobil
casata; tra i quali Emanuele ed Ettore Fieschi erano certamente i più
ragguardevoli dopo di lui. Freddissimi poi i tre giovani figli di Gian
Aloise, che erano per ordine di nascita Geronimo, Scipione e Sinibaldo;
i primi due destinati a morir presto, e il terzo a raccogliere l'eredità
di tutti, avendo poi da Maria della Rovere l'ultimo dei Gian Luigi, e il
più famoso per la sua tragica fine. Tutti costoro si sentivano un po'
offesi, più ancora che dal rifiutato viaggio di Pisa, dalla poca stima
che il capitano Fiesco faceva dei nobili di antica stirpe, a paragone
d'un uomo nuovo, d'un lanaiuolo, che aveva scoperto il nuovo Mondo.
Scoprire un nuovo Mondo, gran che! Ciò poteva toccare in sorte ad ogni
marinaio, sbalestrato dalle tempeste lontano dai lidi conosciuti. Vincer
battaglie, occupar terre murate, sbalzar rivali di seggio, ottener
signorie, era quello il gran fatto, da cui si riconosceva la bontà dei
cavalieri antichi. Mettere un oscuro lanaiuolo più su della loro
prosapia! una prosapia discendente per più o meno sicuri rami del real
sangue di Borgogna! Ma tanto valeva allora dichiararsi partigiano dei
Popolari, che finalmente, se non erano nobili feudali, in gran parte
avevano contratto parentado con essi, e da trecent'anni si erano
illustrati nelle più alte magistrature della repubblica.

Filippino, da ultimo, non sapeva che pesci pigliare. Se in quel momento
non gli fosse passata davanti agli occhi la immagine di Fior d'oro,
lasciandogli intravvedere anche il pericolo di non accostarsi più a lei,
certamente egli avrebbe rizzato muso più di tutti al suo pazzo
congiunto. E dire che era stato lui, Filippino, a metter gli occhi sul
capitano delle Indie, per la commissione di Pisa; lui a muoversi per
Chiavari e andarlo a cercare in Gioiosa Guardia, per condurlo davanti
all'eccelso Gian Aloise! E dire che di quella impresa si era tanto
lodato in cuor suo! Che figura doveva essere in quella vece la sua, nel
cospetto del signor di Vialata, che tanto si riprometteva da
quell'alzata d'ingegno del giovane innamorato!

Il capitano Fiesco aveva preveduto l'effetto del suo rifiuto sull'animo
di Gian Aloise; a quella freddezza si era ben preparato. Perciò, vedendo
languire la conversazione, e per cagion sua, non volle restare a farla
morire del tutto, nè altrimenti mostrarsi impacciato.

--Ad un povero cavaliere,--incominciò egli allora,--ad un povero
cavaliere che non vi può servire a nulla (e potete credere che gliene
dolga nel profondo dell'anima) Voi concederete licenza di ritornare alla
sua bicocca, non è vero?--

Gian Aloise fece da principio un gran cenno del capo, che pareva un
segno di condiscendenza dell'olimpio Giove. Quindi con gravità
d'accento, onde trapelava un pochettino d'ironia, lasciò cadere dal
labbro queste misurate parole.

--Non piaccia a Dio che vogliam dare alla nostra cara figlioccia
maggior dispiacere di quello che ha avuto, restando un giorno lontana
dal suo dolce marito. Ad un pronto commiato, che voi mostrate di
desiderare senza neppur trattenervi alla nostra tavola per quest'oggi,
mettiamo per altro una condizione, che troverete onesta ed assai
temperata. Alla regina di Xaragua, che fu donna d'alto cuore e di forti
propositi, riferirete tutto ciò che vi abbiamo detto, e la prova di
fiducia che eravamo disposti a darvi. Così, buon cugino, avremo conforto
a pensare che per la prima volta forse, ma non senza giusto motivo, la
contessa Juana sentirà un po' diverso da Voi; in fatto di ambizione, per
esempio, ed anche in fatto di amicizia. Lasciatemelo dire,--soggiunse il
vecchio gentiluomo, vedendo che il capitano Fiesco faceva l'atto di
provarsi a rispondere,--perchè davvero vi siete mostrato più tenero
della quiete vostra che della mia amicizia. Non la perdete, però; Gian
Aloise Fiesco ha il cuore più alto che la gente non creda.--

Il capitano Fiesco pensò che fosse meglio star zitto, lasciando
all'eccelso parente la soddisfazione d'aver parlato per l'ultimo.
Altrimenti, di parola in parola, Dio sa quel che sarebbe avvenuto;
questo, ad esempio, ch'egli si sarebbe ripigliati tutti i suoi buoni
argomenti, li avrebbe appesi all'arcione, e sarebbe corso a spron
battuto su Pisa.

S'inchinò, dunque, con aria di molta confusione, e non disse parola in
risposta a quel discorso agrodolce di Gian Aloise.

--Mi permetterete,--balbettò in quella vece,--di offrire i miei omaggi a
madonna Caterina?

--Potete andare; è laggiù nelle sue stanze.--

Il capitano Fiesco non se lo fece dire due volte, e si allontanò,
salutando con molta disinvoltura tutta la sua illustre casata.

La nobile Fiesca era là, a pochi passi dalla caminata, nell'anticamera,
o, per usar la lingua del tempo, nella "guardacamera" della sua sala di
ricevimento. Non ci voleva molta perspicacia ad intendere che la signora
contessa era stata in ascolto alla toppa dell'uscio. Ella stessa, del
resto, lo confessò candidamente al suo visitatore.

--Vi ho udito;--diss'ella.--Vi eravate molto animato, e non ho perduto
neppur una delle vostre parole.

--Immaginate, madonna Caterina;--rispose egli umilmente,--come io sia
addolorato di non aver potuto rispondere meglio alla fiducia del vostro
eccelso consorte.

--Non vi addolorate, cugino;--replicò la nobil signora.--Il mio cuore di
donna vi ha dato ragione. Ma son cose da proporsi? ad un giovanotto che
da un anno appena ha impalmata la più bella e la più cara creatura del
mondo? E che idee di grandezza nuova son queste, che possono mettere a
repentaglio l'antica? Che follìa, poi, di rendere, con sempre più vaste
ambizioni, scontenti i figliuoli del loro stato presente, che è già così
alto, e tanto invidiato?

--Intendo la madre:--notò Bartolomeo Fiesco;--ma la discendente di
Aleramo potrà forse giudicare più benignamente le vaste ambizioni di
Gian Aloise.

--V'ingannate, cugino. La discendente di Aleramo sa che il grand'uomo si
attenne alla marca che gli era stata data in custodia, nè volle alzar
gli occhi, o metter la mira più in alto. E Guglielmo Lungaspada, e
Gerberga sua moglie, amarono far lignaggio di cavalieri contenti al più
modesto ma ancora assai nobile ufficio di governare pacificamente un
popolo di quieti ed onesti lavoratori. Lungi dal pensiero di accrescere
il dominio, o di tenerlo raccolto in un ramo della famiglia, lo
spartirono equamente tra i loro figliuoli; e dove le città della
spiaggia, fatte ricche dal mare, vollero esser padrone di sè, non furono
i signori del Carretto quelli che si ostinarono a tenerle sotto tutela.
Quando poi la cupidigia e l'ingiustizia tolsero ad uno di loro la parte
sua, e che voleva esser sua per vincolo di amore, sapete bene che Dio
non tardò a reintegrarne la famiglia nel suo giusto possesso. Ed io
vengo di là, buon cugino; vengo da quel dolce Finaro che sempre tenne
fede ai miei padri, meritando ch'essi non levassero gli occhi a cose più
alte, ma più vane, e più pericolose per giunta.--

Così parlava il cuore d'una madre. Sentiva egli già, cuore presago, le
matte ambizioni condurre a ruina la casa? Quarantadue anni ancora, e
nell'ambizioso figliuolo del suo Sinibaldo non pure la grandezza della
casa doveva perire, ma la istessa progenie dei Fieschi.




CAPITOLO VI.

Filemone e Bauci.


Era partito per Genova con una scorta di sei balestrieri a cavallo, non
volendo scomparire con la gente di messer Filippino, e piacendogli di
onorare per una volta tanto il suo antico luogotenente Giovanni Passano,
diventato in certo qual modo suo genero, ma sopra tutto suo "alter ego"
in Genova per ragion di negozi. Quanto a sè, viaggiava volentieri da
solo, come quando al suo ritorno dal forte di San Tommaso, davanti alle
cascatelle del rio Verde, era caduto nella imboscata dei selvaggi di
Maguana; ricordo piacevole, com'è sempre quello d'un pericolo corso e
scampato; ricordo piacevolissimo, perchè dal pericolo di morte gli era
venuto il suo raggio di vita, alla presenza di Anacoana, la bellissima
tra le belle, la perla di Haiti, il fior di Xaragua.

Povera madonna Catarina Bescapè della piazza del Regisole in Pavia, come
impallidivate al paragone! Già non eravate più che un'ombra, una larva,
come tutte quelle giovani bellezze di Cuba e di Haiti, Samana Taorib,
Caritaba non meno Taorib, Abarima più Taorib di tutte, e non meno
dimenticata anche lei. Il gran sole di Maguana aveva facilmente
dissipate quelle visioni dell'alba, tessute di nebbia e di follìa.
Com'era bello quel sole! e come aveva trasfigurato anche l'uomo su cui
aveva posato il suo raggio! La migliore tra le donne aveva inteso il
gran cuore di Damiano, per mezzo alle follìe della baldanzosa gioventù,
e di quel cavaliere capriccioso aveva fatto con l'amor suo un gentiluomo
severo, un fior di senno. Ci voleva una gran fiamma per domar lui, per
farne un altr'uomo. Così la fanciulla ardita va di buon passo alla fonte
lontana, saltellante e leggera con la sua brocca di rame, che ad ogni
moto del fianco le vacilla sul capo; ma torna diritta ed austera al
villaggio, sapendo che del prezioso umore non dee versare una goccia.

Damiano (perchè sempre un po' di Damiano ha da trovarsi nei panni di
Bartolomeo Fiesco) non voleva perdere una goccia della sua felicità.
Bella! bella! bella! andava ripetendo egli dentro di sè, a guisa di
giaculatoria, mentre scendeva a gran passi la cordonata del palazzo di
Gian Aloise. Donde sarà lecito argomentare che non pensasse più affatto
ai discorsi tenuti lassù; o che piuttosto ne ricordasse uno solo,
l'ultimo, il più breve e il più caro. Caterina del Carretto nei Fieschi,
parlandogli della contessa Juana, l'aveva esaltata a ragione come la più
bella creatura del mondo. E voleva dirglielo, a sua moglie, appena fosse
rientrato in Gioiosa Guardia: "così, dolce amica, siete stata giudicata
da una gran dama che se ne intende; e in Genova, badate, nella città
fortunata, dove le belle donne si trovano a macca, come sui nostri
Appennini i ceppatelli e le uòvole alla prim'acqua d'agosto."

Frattanto, voleva pensare a lei; e per questo, se era venuto in troppa
compagnia, intendeva di ritornare da solo. La cosa non doveva esser
difficile, poichè il Passano restava a Genova, e messer Filippino, a Dio
piacendo, trattenuto a consiglio in Vialata, non aveva pretesti per
rifare il viaggio.

Sceso in fretta alla chiesa dei Servi, risalito per Rivalta alla porta
Soprana, ridisceso dal Prione a San Donato, e di là per la via di
Chiavica riuscito in Canneto, svoltò da un vicolo nella strada di San
Lorenzo, strettissima allora, quasi serrata nel fianco sinistro del
Duomo, e tutta fiancheggiata dalle case dei Fieschi, mentre dall'altra
parte si stendevano quelle dei Doria. Vialata era pei Fieschi una
novità; e chiesa e palazzo e giardini erano stati edificati nel secolo
XIV, su terreni a bella posta comperati dai De Marini. Il grosso delle
case dei conti di Lavagna era stato da prima, e durava ancora nei pressi
del San Lorenzo; ci aveva un suo palazzo l'istesso Gian Aloise; ci
avevano le lor case Emanuele e Gian Ambrogio Fieschi; poco lontano da
essi, in Canneto, ci aveva la sua Ettore Fiesco, del ramo di Savignone;
e in fila con essi Bartolomeo Fiesco la sua, abitata allora dal suo
quasi genero Giovanni Passano.

Salutato costui e lasciatogli le sue istruzioni, preso commiato dalla
adolescente sposa di lui, che sperò invano di ritenerlo qualche ora,
mosse per San Domenico alla porta di Santo Stefano, fuor della quale lo
attendeva Pietro Gentile colla scorta dei balestrieri a cavallo. Ed era
anche là il suo fido ronzino Talavera, un cavallone che pareva una
montagna, leardo moscato, di gran collo, di gran petto, forte di
garretti e di groppa, bestia soda e potente, come usavano allora, da
portare in arcione uomini vestiti di ferro.

Prima di mettersi in cammino, messer Bartolomeo disse a Pietro Gentile:

--Tu ora va innanzi con gli uomini; io seguirò ad una certa distanza.
Vorrei procurarmi l'illusione di andare da solo. Così mi parrà di
ritornare ai tempi che ero scolaro, e me ne andavo da casa, per i monti,
allo studio di Pavia.

--Come volete, messere;--rispose lo scudiero.--Ma per rinfrescarvi.... e
per rinfrescarci....

--Volevo ben dire se non pensavi a te!--interruppe il capitano Fiesco,
ridendo.--Rinfrescherai gli uomini e te quante volte ti parrà
necessario, o ti farà invito una frasca che t'abbia lasciato buon
ricordo di sè. Ed anche ti fermerai in ognuno di quei luoghi ad
attendermi: arriverò, berrò un sorso ancor io, e vi pagherò lo scotto.
Quanto a rifocillarci, che te ne pare di Ruta? È a mezza strada; e di
lassù si vede casa nostra; quasi se ne sente l'odore.

--L'odore della scuderia fa correr meglio il cavallo;--notò Pietro
Gentile.

--Ci pensavo per l'appunto;--replicò il capitano.--Siamo dunque intesi.
Andate, nel nome di Dio!--

La cavalcata si mosse, e Bartolomeo Fiesco la lasciò andare un bel
tratto, fin che non ebbe passato tutto il sobborgo. Poi si mise a sua
volta in viaggio, andando di portante lungo la sponda destra del
Bisagno, fino al ponte di Sant'Agata, e di là per Terralba a San Martino
d'Albaro. Nelle salite, s'intende, lasciava il portante, e prendeva il
galoppo.

La strada di Levante faceva allora più sghembi che non ne faccia ora,
con tanti mutamenti e allargamenti di vie provinciali. Ma non riusciva
neanche troppo più lunga per l'uomo a cavallo, che fra trotto galoppo e
portante non impiegava più di cinque ore dal ponte di Sant'Agata sul
Bisagno a quello di Santa Maria Maddalena sull'Entella.

Felice come uno scolaro in vacanze, proseguiva il cavaliere la sua via.
Non aveva più sopraccapi a molestarlo, e il cuore gli si gonfiava
d'allegrezza. Guardia Gioiosa! Guardia Gioiosa! le tue torri erette,
ancora tanto lontane, le vedeva egli con gli occhi del desiderio ad ogni
svolta della strada romana, ad ogni radura di bosco, ad ogni squarcio di
valle, a Quinto, a Nervi, a Bogliasco, tra gli smeraldi e le perle di
quella cintura nuziale che il monte Fasce e il monte Moro, accigliati
cavalieri, ma non altrimenti insensibili, sembrano offrire alle ninfe
del golfo. Più in là Sori e la sua Pieve sbucavano occhieggiando dalle
loro vallette tutte coperte di olivi, di limoni e d'aranci; ancora più
in là si stendeva Recco, orgogliosa della sua valle più larga, dalle
sponde ricche di pampini, dai gioghi vestiti di castagni e di roveri. A
lui pareva di vedere per la prima volta quelle bellezze di terra, di
mare e di cielo. E perchè no? Non era egli rinato, quel giorno, se
usciva illeso da un grande pericolo? Grande, sì certamente. Andare a
Pisa, ambasciatore e soldato, che si canzona? e col rischio, anzi con
la certezza di doverci metter le barbe, di sostener magari un assedio, e
d'esser pronto ad ogni sbaraglio! Bella cosa in altri tempi per lui: ma
allora! allora, poi, Gioiosa Guardia e non più.

Alle osterie dove lo aspettavano i suoi balestrieri, beveva volentieri
come un altro Passano. Amava classicamente il vino, pel colore, ancor
più che non lo amasse pel sapore, quantunque al sapore non diniegasse
giustizia. Al vino avrebbe fatto un inno in versi, se avesse avuto
tempo, perchè in gioventù era stato poeta anche lui. Non potendo in
versi, glielo faceva in prosa. E gli accadeva di lodarlo perfino
cattivo, o mediocre; specie quel giorno, che ogni bicchiere gli segnava
una stazione del viaggio felice, e pareva infondergli nuovo vigore alla
corsa. Con che giubilo si mosse da Recco per la grande ascesa di Ruta,
lasciandosi sotto, dalla sua destra, il grappolo delle case bianche di
Camogli, sospeso come un nido d'alcioni alla rupe! Non c'era pericolo
tuttavia che quel grappolo facesse un capitombolo in mare, essendoci
laggiù per guardia, sovra una lingua di terra, il chiesone di san
Prospero, niente disposto a gradire lo scherzo.

Oltre Camogli si dilungava in alto mare il promontorio di Portofino,
vasto scenario azzurro che da Genova fin là gli aveva impedita la vista
di Chiavari. Quel promontorio egli ricordava d'averlo corso tutto fino
alla sua estremità, in una cui piega aveva visitato San Fruttuoso di
Capodimonte, la vecchia abbazia il cui prospetto chiudeva tutta quanta
la spiaggia, ma invitava ad entrare per i suoi porticati, tanto che
c'entrava qualche volta anche il mare, quasi in atto di rivolere le
barche, tirate là sotto dai pescatori a rifugio.

--Vedete quel Doria!--pensava egli, mentre sul colmo di Ruta, davanti
all'osteria del Pavone, sbocconcellava il suo mezzo pollo. L'hanno
intesa, la pace, come va preparata e goduta, fabbricando quella abbazia
solitaria, dopo l'altra di San Matteo entro le mura della città
rumorosa. L'hanno intesa, sì, ma per andarla a godere dopo morti. E
nondimeno abbiano lode, per aver capita la vanità delle cure mondane. A
che serve tanto combattere? a che serve esser signori di Genova, o di
Pisa, o di casaldiavolo? Mi direte: se i tuoi maggiori avessero pensato
come te, caro, non saresti qui ora a sgranocchiare un pollo, e a
rinfrescarti l'ugola con un bel calice di vin di Vernazza, accanto al
tuo Talavera, che pare il cavallo di Troia, fra i tuoi balestrieri che
aspettano il tuo comando per rimontare in arcione; avresti forse di tuo
una scure, e faresti il boscaiuolo nelle macchie dell'Appennino, felice
abbastanza di poterti dissetare ad una scarsa fontanella, dopo avere
inghiottito a forza due necci, o stancate le mascelle intorno ad una
mezza pagnotta di pan vecciato. Adagio, Biagio! chiarirò il mio
pensiero. Certamente l'uomo deve operare, industriarsi in qualche nobile
impresa, combattere magari, a piedi e a cavallo; ma per l'onore della
sua gente, per la grandezza e per l'utilità della patria. E ci fu un
tempo, ci fu, che tutti si faceva così; e a chi non faceva così, a chi
lavorava per sè, per guadagnar signorìa, i consoli spianavan le case,
come a Fulcone di Castello buon'anima sua. Ma poi, che cos'è avvenuto?
arraffa tu, che arraffo io. Se almeno quel che arraffiamo di qua ce
l'avessimo a portare di là! Tanto severo è san Pietro! Con le persone
lascerà passare anche le bazzicature? Oh, riveriti e potenti baroni,
siate i ben venuti al _refugium peccatorum_. C'è appunto di là, ai primi
posti, una panca vuota. Si farà presto a metterci anche uno stramazzo
per voi "eccelsi, illustri et magnifici viri". Ah sì, aspettatelo, che
venga a parlarvi così! Badate piuttosto alle chiavi.--

Dopo Ruta, San Lorenzo alla falda del monte, e Santa Margherita in una
insenatura del bel golfo Tigulio, e Rapallo nobilmente seduta alla
spiaggia, in aspetto di città che attende maggiori destini, con la valle
Christi laggiù a sinistra nel piano verdeggiante, e monte Allegro, ben
degno del nome, là in alto. Grande azzurro di cielo, gran turchino di
mare; una corona di monti che pare anfiteatro di giganti in Tessaglia:
una valle che par quella di Tempe; uno specchio d'acque tranquille entro
una cornice di maraviglie ridenti al sole, che dà l'idea d'un pezzo di
paradiso; o sire Iddio, quante bellezze aggruppate! Ma il cavaliere non
le guarda neppure: salta perfino Zoagli, gala di merletti pendente sullo
sparato della costa di Leivi, non vedendo, non intendendo, non
desiderando altro che un lido biancheggiante di là dalle case di
Rovereto. Le fermate dei rinfreschi si son fatte più rade e più corte;
anche il cavallone di Bartolomeo Fiesco va più franco e più rapido.

--O Talavera! o gran bestia!--gridava il cavaliere, più allegro che
mai.--Tu sei maraviglioso d'intelligenza, quantunque ignorante di
cosmografia quanto il personaggio di cui porti il nome. Ma che importa a
te la cosmografia? Una cosa sai tu, e la sai bene; che a Gioiosa Guardia
t'aspetta una bella scuderia, una buona strigliata, non senza la fortuna
di una morbida mano che ti palpi il gran collo. Non è così, Talavera? E
nitrisci, briccone! Nitrirei anch'io, se fossi nella tua pelle. Ma
parlo, io, che quasi non posso star più nella mia; spando le mie parole
al vento, per provare il gusto di sentirle, e sperando che un soffio ne
arrivi laggiù, ripercuotendosi dietro la piega di quel monte, da San
Pietro delle Canne a San Salvatore, da San Salvatore a Paggi, alla
Gioiosa Guardia, al mio nido.--

Di monologo in monologo era giunto a Chiavari e alle rive dell'Entella.
Sul ponte della Maddalena fece la fermata un po' lunga. Era quella una
sua divozione, di cui la contessa Juana non era gelosa, avendo imparato
a rispettarla, anzi partecipandovi anch'essa. Un gran pellegrino era
passato di là, e si era fermato ad ammirare la fiumana bella da quel
medesimo ponte, durato intatto fino ai dì nostri. Ed era bello, il ponte
della Maddalena; quasi bello come il suo fiume, che è tutto dire. Oggi
l'hanno allargato, e credo, Dio ci perdoni, anche rintonacato.

--O padre Alighieri!--esclamò Bartolomeo Fiesco.--Tu ci sei passato, di
qui, esule pellegrino; e li hai veduti, i miei maggiori, ed uno di loro
hai fatto parlare nel tuo sacro poema. Li hai veduti, e certamente ti
sei maravigliato che non sapessero contentarsi della potenza loro, già
così grande, e sopra tutto non ne intendessero i veri uffici, che erano
e sarebbero ancora, se non prendo abbaglio, di render prospero e felice
un popolo affidato alla loro tutela, in mezzo a tanto sorriso di natura,
a tanta benedizione di frutti, e del suolo e del mare. E non essi
soltanto hai veduto fallire alle speranze della patria, che ancor oggi
domanda rimedio a' suoi mali; che "le terre d'Italia tutte piene son di
tiranni, ed un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene". Oggi
come allora, e peggio d'allora. Quando sarà finita? Mai, se noi stessi,
che la potenza aiuta e la storia ha confermati, non vogliamo dare
l'esempio. Non vogliamo? È presto detto, e forse è più vero che oggi
come oggi non ne abbiamo più il modo. Triste cosa, assai triste, vedere
il bene ed esser travolti dall'onda prepotente del male. E poi? e poi
verrà un'ondata più alta, più vasta, più forte, come quelle che ho viste
io nell'Atlantico, che ci soverchierà tutti quanti, parte inghiottendo
senza misericordia, parte restituendo alla luce del sole, ma istupiditi
ed impotenti, raggomitolati sulla rena a piangere la comune miseria coi
nostri nemici d'ieri, come noi mal ridotti, istupiditi come noi,
impotenti come noi a rimettersi in piedi. "Ahi, serva Italia, di dolore
ostello!" Ma queste cose non pensa l'eccelso Gian Aloise; ed anche è
inutile che le ricanti io, suo piccioletto parente. "Ei s'è beato, e ciò
non ode". Dategli Pisa; vuol Pisa, lui, per tenerla come tien Genova,
col dubbio favore di questi, con la ostilità palese di quelli, coi
mutabili umori degli uni e degli altri, dipendente egli stesso
dall'autorità di un re straniero, le cui fortune posson crescere e
calare, e se cresciute soffocarlo, se volte in basso trascinarlo nella
caduta. Son questi i tuoi accorgimenti, eccelso Gian Aloise. Me ne son
fatto fuori, quest'oggi, e torno alla mia pace, al sorriso del mio cielo
e della mia donna. Ma durerà questa pace, per coloro che se ne mostrano
degni, intendendola? E a noi, meno alti e meno ambiziosi rami del tronco
di Lavagna, non toccherà d'essere involti nella rovina che a sè prepara
il ramo maggiore? Perchè questo, o prima o poi, se le ambizioni
crescono, avverrà senza fallo.--

Il monologo era riuscito quella volta un po' lungo; ma il ponte della
Maddalena lo meritava. Aggiungete ch'era l'ultimo. Bartolomeo Fiesco diè
di sprone al cavallo; e Talavera, che non aspettava altro, spiccò un
salto e prese subitamente il galoppo per la strada di San Salvatore e di
Paggi, dove da un quarto d'ora lo avevano preceduto i compagni, sentendo
anch'essi l'odore della mangiatoia, e non avendo in groppa nessun
ammiratore di Dante. Giungevano inaspettati alla Gioiosa Guardia, con la
bella notizia che li seguiva il padrone. Partito a bruzzico dal suo
castello, messer Bartolomeo ritornava per l'ora di cena: gran fretta,
sicuramente, ma anche un bel miracolo di galoppate. E fu accolto con le
faci; suonò a festa la campana del battifredo; non mancò neppure una
salve d'archibugiate.

Si facevano pazzìe per riceverlo; ma ne fece egli più assai alla vista
della contessa Juana, che era discesa ad incontrarlo nel cortile.

--Allegro?--diss'ella, avvicinandosi alla staffa per istendergli la
mano, che il cavaliere baciava, piegandosi tutto sull'arcione.

--Non vedi?--rispose egli, com'ebbe potuto compiere il rito.--È Talavera
che fa il matto, sentendosi a casa. Talavera, gran bestia, non vedete la
padrona, che ha pronta una carezza per voi?--

Il cielo era puro, e tutto scintillante di stelle. La brezza primaverile
già raddolcita di qualche tepore pareva promettere le vampe dell'estate;
e frattanto le destava nel cuore di Damiano.

--Donna mia dolce!--sussurrò il capitano Fiesco, prendendo Juana per la
vita, e muovendo con lei su per le scale.--Lásciati amare; lasciami
esser felice.

--Ah, ecco!--diss'ella.--Non è più Talavera, che fa il matto.

--No, cara, son io, io, proprio io, che ho voglia di saltare e di
cantare, tanti sono i grilli che ho in corpo.--

Sorridente, amorosa, Fior d'oro lo accompagnò nelle sue stanze, dov'egli
si tolse di dosso la polvere.

--Ed ora,--ripigliò la contessa,--ragioniamo un pochino, se è possibile.
Vai?

--Dove?--domandò il capitano Fiesco, che aveva la mente a tutt'altro.

--A Pisa.

--No, se Dio vuole, no.--

Fior d'oro diede in una grande risata.

--N'ero sicura;--gridò, lasciandosi cadere su d'una scranna.

--E perchè allora m'hai fatto andare a Genova?--chiese egli, che era
voglioso di ridere altrettanto, ma non voleva parere.

--Per debito di cortesia, se ti rammenti. Ed anche potevi sentir ragioni
che ti dovessero persuadere. Gian Aloise non ti ha persuaso, e sia per
il meglio. Almeno avrai fatte le cose per bene?

--A quel dio! Ci siamo lasciati più amici di prima. Egli mi ha
assicurato, congedandomi, di avere il cuore più alto che il mondo non
creda. Ed io, figúrati, l'ho più alto che il mondo non si possa sognare.
Sento che l'ho qui.... sulle labbra. Vuoi sincerartene, Fior d'oro? Oh,
dolce donna! un ceffone? Ma l'ho già avuta da un pezzo, la cresima.
Nondimeno, ripeti, Fior d'oro, perchè ripeto ancor io. Queste tue dita
son dolci più che lo zucchero. E si resti qui, buon Dio, e non venga più
in mente a nessuno di smuovermi dalle braccia di Fior d'oro, perchè
sarei capace di ribellarmi anche al re Cristianissimo.

--E al re Cattolico per giunta, non è vero?

--A quello, poi, con più gusto; quantunque m'abbia fatto tanto buon
viso, l'ipocrita. E mi voleva ai suoi servigi, per un quinto viaggio. Ah
sì, sta fresco, se m'aspetta. Non più viaggi, del resto. L'ho detto
anche al grand'uomo, che ho seguitato con tanta devozione ad ogni
rischio. Signor almirante, non fate, vi prego, più assegnamento su me.
Sono un uomo navigato; ho fatta la parte mia, e di viaggi ce ne son
voluti quattro, perchè io riuscissi a portar via il mio pezzo di mondo
nuovo. È anche vero,--soggiunse il capitano Fiesco inchinandosi,--che ho
avuto il pezzo migliore. Gli altri oro in polvere, oro a pagliuole, oro
a catolli; io a dirittura Fior d'oro. E non mi si parli più di passare
l'Atlantico; non mi si parli più di lasciar le rive dell'Entella.
"Gioiosa Guardia e la mia donna" ecco il mio motto, e vo' farlo
scolpire sulla nostra "conoscenza" in uno svolazzo coi fiocchi,
debitamente custodito dal gatto e dal basilisco di casa.

--Ora, sta bene;--disse Fior d'oro.--Ma quando sarò vecchia?

--Vecchia! che parola è questa? vecchia voi, dolce Juana?

--Ma sì, la cosa avverrà pur troppo, un giorno.

--Lontano, lontano, lontano!--gridò egli, accompagnando quella gran
lontananza con molto sforzo di braccia.--E quando sarete.... cioè,
quando non sarete più giovane, quando non sarete più giovane voi,
pensate che sarò vecchio io, che d'anni n'ho più di voi, e parecchi.

--Io penso,--rispose Fior d'oro,--che la donna ha una giovinezza
soltanto. L'uomo, quando non ha più l'età della grazia, ha ancora l'età
della forza.

--Già, ci diventa un Ercole;--esclamò egli, facendo spallucce.--Lo vedo
brutto quell'Ercole, che si prepara a rinnovar la serie delle sue
immortali fatiche. Ma io farò meglio, vedete, io che non voglio passare
una quinta volta le sue bugiarde Colonne. Guardate là, mia dolce Juana,
a quella parete. C'è uno scaffale di noce, con una filza di novanta
volumi. Non è una gran biblioteca, lo so; ma ce ne son di più piccole, e
presso uomini più grandi di me. Gian Aloise, a buon conto, ce n'ha
ottantatrè nel suo palazzo di Vialata; sette meno di me; ond'io mi stimo
più ricco di lui. E tutti scelti, i miei, da Virgilio a Dante, col
Canzoniere del Petrarca per giunta, e perfino il Canzoniere di Giusto
de' Conti, quello della Bella mano, che è il caval di battaglia di
messer Filippino. Or dunque, veniamo a noi; pensiamo pure al giorno
ch'io sarò vecchio, e voi.... non più tanto giovane. Quel giorno o
quella sera, mentre voi farete la calza accanto alla gran tavola della
caminata, io incomincierò a ripassare per voi tutti i miei volumi, e ve
li leggerò ad uno ad uno. Tradotti, si capisce, ad aperta di libro, che
i denari del latino non me li sono giuocati. Cari miei vecchi autori! Ce
n'è uno che ha fatto un poema, si può dire, a bella posta per noi, tanto
s'attaglierà al caso nostro il suo episodio più bello.

--E sarebbe?

--Ovidio, nelle libro ottavo delle sue Metamorfosi. C'è l'episodio di
Filemone e Bauci, due sposini invecchiati l'uno accanto all'altro nella
loro capanna, che poi fu tramutata dagli Dèi in un tempio di marmo e
d'oro; ed essi continuarono ad amarsi, essendone i sacerdoti; ed
ottennero di poter morire insieme, tramutati in due piante, un tiglio e
una quercia, sul limitare del tempio.

--È una bella immaginazione;--disse Fior d'oro.--Non c'è altro di
spiacevole che la tua deliberazione di rimandarne la lettura ai giorni
della nostra vecchiaia. Perchè non leggere fin di stasera il grazioso
racconto? Ne godrebbe anche la mamma, che è tanto felice di stare a
sentire.

--Eh, perchè no?--rispose il capitano Fiesco.--Tanto, un nuovo capitolo
dei Commentarii non l'avrò in pronto se non per domani sera.

--Ah, bene, bene!--esclamò Fior d'oro, battendo le palme con allegrezza
infantile, mentre si avviavano alla caminata, dove li aspettava la
mamma, ed anche la cena preparata.--Filemone, hai detto?...

--E Bauci;--aggiunse il capitano Fiesco.--Son due nomi greci; e Filemone
vuol dir l'amante, e Bauci vuol dir la vezzosa, la graziosa, e simili
altre delicatezze femminee.

--O Damiano! quante cose sai tu!

--Ti pare? Certo, so quasi tutte le inutili; e delle veramente utili una
sola.

--Ah sì? sentiamola un po'?

--Amarti. Non sono Filemone? E bada, bambina, Filemone vuol anche dire
accarezzante. Ond'io, se vorrai tener quella mano a posto....--

E un bacio corse, e fu reso. Bauci non voleva mentire al suo nome di
graziosa.

Madonna Bianchinetta Fiesca, venuta poc'anzi a sedersi sulla sua sedia
comitale, li vide entrare abbracciati, ed abbracciati correre a lei. Non
era da farne caso, perchè così li vedeva ogni giorno; ed ella finalmente
ne era tutta felice. Anch'ella amata, a' suoi bei tempi; ma più
rispettata che amata, essendo stata sposata ad un uomo dabbene, ma
austero di modi, e diciamo pure un po' orso. E vedova, e invecchiata
nella vedovanza, era vissuta là molto sola, con quel benedetto ragazzo
sempre in giro pel mondo, tanto in giro, che presto non bastandogli il
vecchio, era andato in traccia del nuovo. Finalmente aveva messo il
cervello a partito; ma per domare quel cervello c'era voluto il cuore.
Ond'ella ebbe cagione di rallegrarsi, la nobil signora, e di amare anche
più quella bellissima nuora che le aveva fatto il miracolo. Nessuna
maraviglia, del resto; la contessa Juana si faceva adorare da tutti;
senza volerlo, solamente mostrandosi, aveva stregato un po' tutti.

La veneranda signora seppe quel ch'era avvenuto in Vialata; molto
sommariamente, per altro, non avendo creduto opportuno suo figlio di
riferirle per filo e per segno i discorsi suoi coll'eccelso Gian Aloise,
mentre amava piuttosto trattenersi su quelli della nobile Caterina del
Carretto nei Fieschi. Quella era una donna che capiva le cose; ed egli,
il capitano, avesse pure a soffrirne la dignità mascolina della stirpe,
sarebbe stato felicissimo se per tutte le terre dei Fieschi, da
Savignone a Pontremoli, da Vialata a Gioiosa Guardia, non gli uomini
avessero più comandato, ma una buona volta le donne. A quali altezze
maggiori non sarebbe salita la gente Fiesca, in cinquanta e magari
cent'anni di senno e di grazia al governo de' suoi destini! E in quella
vece, o miseria! si perdeva in vane contese e in più vane ambizioni il
presente, guastando anche nel germe il futuro.

Sorrideva, madonna Bianchinetta, bene intendendo la ragione di tutti
quegli amabili paradossi del suo amabilissimo figliuolo. Il fatto era
questo, che i belli occhi di Fior d'oro avevano avuto più forza del
miraggio di Pisa.

--Infine,--diceva,--se tu non hai ambizioni, perchè ne avremmo noi, che
saremmo rimaste qua ad aspettarti?

--E questa sera gran lettura;--soggiungeva Fior d'oro.--Sai, mamma, che
ci tradurrà da un poeta latino la storia di Filemone e Bauci? Si tratta
di due, uomo e donna, che si sono amati per tutta la vita.

--Han fatto bene;--sentenziò madonna Bianchinetta.--Quando si può, è la
cosa più bella del mondo. E voi li imiterete, m'immagino. Ma non
dimenticheremo poi la storia del nuovo Mondo?

--Non dubitare, mamma;--rispose il capitano Fiesco.--Domattina mi metto
a lavoro, e domani sera ne avrai un altro capitolo. Sai che la scrivo
tanto volentieri. Ma che c'è? Visite ancora? Non ci sarebbe dunque più
pace, a Gioiosa Guardia?--

Si sentiva infatti uno scalpitìo di cavalli nel cortile, su cui
guardavano appunto le alte finestre della caminata. Polidamante fu
mandato a vedere che diavol fosse.

--_Ecce iterum Crispinus_,--borbottò il padrone di casa.--E dico
_Crispinus_ per attenermi al testo. Ma sarà poi _Philippinus_, che
guasterà il verso a Giovenale, e la veglia a noi altri.--




CAPITOLO VII.

"Dove amore non è, più nulla è il resto".


Non era _Philippinus_, no; nient'altro che un cavallaro, un corriere, un
messo, o che altro si voglia dire, mandato da Genova per portar lettere
alla Gioiosa Guardia. Polidamante, sceso a pigliar lingua, tornava su
tutto affannato, con un plico, fatto di quella grossa carta di filo, che
già da un secolo e più si fabbricava a Voltri, sul far di quella che
aveva dato fama per tutta cristianità alle cartiere di Fabriano.

--Sire Iddio, che letterone!--esclamò il capitano Fiesco, torcendo lo
sguardo atterrito.

--Vedi?--notò madonna Bianchinetta.--Ci avrai da leggere un bel poco, e
Filemone e Bauci dovranno aspettare.

--Chi manda la staffetta è Giovanni Passano;--diceva Polidamante in quel
mezzo.

--Strano!--ripigliò messer Bartolomeo.--Ci siam visti mezz'ora prima che
io rimontassi a cavallo. Che bisogno c'era di mandarmi un corriere alle
calcagna?

--Questo, senza dubbio,--replicò sua madre,--di farti giunger notizie
importanti, avute da lui subito dopo che tu eri partito. Ma c'è un modo
di saper tutto;--soggiunse con un placido riso la veneranda
signora;--aprire quel letterone, non ti pare?

--Ecco, fuman le dapi;--disse il figliuolo, niente persuaso della
utilità di aprire il messaggio.--Rischiavo di seccarmi con Filippino
bello, e già n'ero tutto rimescolato. E poichè da questo lato respiro,
non voglio procurarmi altre noie per ora. Che cosa mi diceva il Passano,
nel prender commiato? Che andava al banco di San Giorgio. Vorranno
dunque esser filze di numeri, tutta roba da levar l'appetito. Ceniamo; e
tu, letterone, aspetta.--

Il letterone ebbe riposo su d'una credenza, e il capitano Fiesco pensò
d'aver pace a tavola. E volle ridere, volle scherzare, secondo l'uso; ma
non gli veniva fatto come le altre volte. Credeva anche d'aver portato
dal suo viaggio frettoloso una buona dose d'appetito; ma non fu nulla,
ed egli mangiò poco, e bevette anche meno. Quel letterone, posato laggiù
sulla credenza, gli pesava sull'anima.

Perchè poi tanto sgomento per due o tre pagine di scritto? Ecco qua;
bisogna sapere prima di tutto che messer Bartolomeo Fiesco, dacchè aveva
fatto ritorno alla casa de' suoi padri, era diventato nervoso. Non già
stizzoso, o di mala voglia, perchè quasi sempre era ilare; ma in mezzo a
tanta allegria sentiva di tanto in tanto i brividi dell'uomo che ha
paura, che teme o sospetta di qualche cosa che non sa, ma che sente
venirsi addosso, o pender da un filo sulla sua testa, come la famosa
spada di Damocle. Le visite sopra tutto gli urtavano i nervi, e pareva
che si aspettasse sempre una seccatura enorme. In verità non aveva tutti
i torti. O per recitar sonetti della Bella mano a sua moglie, o per
mandar lui a Pisa, capitava messer Filippino assai più spesso del
bisogno. Ed altri ancora, parenti come Filippino, o partigiani della
gente Fiesca, o vecchi conoscenti, si affollavano a Gioiosa Guardia, per
ossequiare, per visitare, per esplorare, sopra tutto per far discorsi
inutili, tra i quali non mancava mai l'accenno alla vita operosa che
doveva aver fatta il capitano Fiesco, e alla impossibilità che egli si
contentasse della vita tranquilla, uniforme e noiosa del castellano.
Volevano saper tutti quando ne sarebbe uscito, e come contasse di usare
il suo tempo. Ond'egli aveva già incominciato a capire che si sarebbe
stati assai meglio in un bosco, e ben fuori di mano, anzi ben fuori di
quella regione, dove, o di qua dall'Appennino o di là, erano sempre
castella dei Fieschi, con Filippini in moto, e parenti e conoscenti, e
cacciatori e curiosi, cavallari, staffette e via discorrendo, fino alla
consumazione dei secoli e della pazienza degli uomini. Quel letterone,
frattanto! Che diavolerìa si nascondeva là dentro? Messer Bartolomeo,
diventato più nervoso che mai, non se lo poteva levar dalla mente, lo
sbirciava da lontano con occhio sospettoso, quasi temesse da un momento
all'altro di vederne saltar fuori uno scorpione, una vipera, un
basilisco; questo, anzi, più facilmente, essendo una bestia
dell'araldico serraglio Fieschino.

--Morale della favola;--diss'egli ad un certo punto tra sè.--Imparate, o
giovani, a non lasciar chiusa una lettera che abbiate ricevuta. Meglio
è morire sul colpo, che patire un'agonia di due ore.--

E madonna Bianchinetta e Fior d'oro, che parevano essersi scordate di
quel misterioso letterone! La cena era finita, la tavola sparecchiata, e
del noioso messaggio nè l'una nè l'altra delle due donne faceva parola.
Doveva parlarne lui, facendone nascer lui l'occasione. E l'occasione fu
questa, di fare una giratina per la sala, di accostarsi a quella
credenza, e di salutare il letterone con un grido di maraviglia.

--Oh, eccolo qua, il bossolo dei segreti. Prendi, Juana, mia dolce
amica, aprilo tu, ch'io non lo leggo. Piacevole non è di certo; e ci
sarà almeno questo di buono, che la sua prosa, passando per la tua
bocca, avrà acquistato buon suono.--

La contessa Juana aperse, e lesse. Non faccia maraviglia che sapesse
leggere. Fior d'oro certamente non leggeva ancora a Maguana, nella casa
di Caonabo, suo terribil signore e padrone. Ma già leggeva a Xaragua,
avendo presto imparata la lingua castigliana. Aveva seguitato a leggere
alla Giamaica, e poscia in viaggio, imparando via via l'italiano, e
continuandone con mirabil profitto lo studio in Gioiosa Guardia. La
Corinna di Haiti aveva ingegno potente; le cognizioni a lei nuove della
civiltà europea erano venute insieme coll'esercizio di quelle due
lingue, fondendosi, estendendosi, formandole un nuovo tesoro, dandole
quasi un'anima nuova.

Per contro, aveva abbandonato assai dell'antica, o forse l'aveva sepolto
nel profondo. Più non toccava il _maguey_ dal malinconico suono; nè
meditava più, nè cantava più l'_areyto_ in cui era maestra. L'ultimo era
stato quello di Cahonana nell'atto di partirsi per sempre dalla sua
isola natale. Bene sulle rive dell'Entella s'era provato Damiano a
chiederle la grazia d'un canto nella lingua d'Itiba. Ma ella se n'era
schermita.

--Bambino amato, non esser cattivo; dolce signore, non esser tiranno.
L'_areyto_ era la gioia di un popolo semplice e buono, che sapeva
appagarsi dei frutti della mia povera mente. La poetessa dell'_areyto_ è
morta insieme col suo popolo; perchè vuoi tu risuscitarla, se non hai
forza di ritornarle in vita il suo popolo? Con altro nome rivive
Anacoana; rivive per miracolo d'amore e di gratitudine. Ti ho amato,
conte Fiesco, dal primo giorno che ti ho conosciuto; sarei morta coi
miei poveri sudditi, amandoti e benedicendoti. Tu hai voluto ch'io
vivessi, e la mia vita è diventata cosa tua, poichè tu l'avevi salvata.
Tua regina, o tua serva, ogni condizione mi è buona; comandarti mi è
dolce, obbedirti ancor più. Ma ti prego, una cosa non chieder da me; non
chieder la voce che piacque a tanti infelici, la cui sorte è il segreto
tormento dell'anima mia. La voce di Itiba è morta; ed io soffro già
tanto, sforzandomi di dimenticare quei giorni! Dunque, se m'ami
davvero....

--Dunque più nulla;--aveva detto Damiano, troncandole la frase.--La
bella bocca che diceva le belle canzoni, io la suggello coi baci.

--E ti basti,--aveva ella risposto,--pensando che il cuore trabalza,
venendo ad incontrarli sul labbro. Piacerebbe a te di narrarmi il tuo
passato? Nè io, bada, chiederò mai di conoscerlo. Che colpa avresti ai
miei occhi, se dal giorno che m'hai conosciuta il tuo cuore è stato mio,
intieramente mio? Quanto a me, conte Fiesco, ho un passato, e tu lo
conosci: ebbi un fiero padrone, che ho rispettato; n'ho uno assai
cortese, che adoro. Tra l'uno e l'altro è il dolore d'una patria morta,
a cui non gioveranno i miei pianti, ma a cui dobbiamo usare entrambi la
pietà del silenzio.--

Il conte Fiesco riconobbe che sua moglie aveva ragione, e non chiese più
nulla di quelle arti gentili di cui ella era stata maestra in Haiti. La
cultura della contessa Juana si faceva del resto così profonda e così
vasta nelle discipline europee, che veramente non era più necessario
tornare col desiderio a prove antiche d'ingegno, le quali avevano il
torto di destare in lei troppo dolorosi ricordi.

Or dunque, ritornando al racconto, la contessa Juana aperse il plico, e
lesse; anzi tutto una lettera di Giovanni Passano, che diceva così:

  "_Magnifico Signor mio e padrone osservandissimo_,

"Vi parrà strano che appena partito Voi per la Gioiosa Guardia io abbia
da mandarvi il messo, come il cacciatore sull'orma. Così è piaciuto a
Dio, dal quale vengono le fortune tutte e disgrazie di questo mondo, con
che egli sperimenta le sue creature. Ma questa volta è misericordia sua
e gran favore che sia evento piacevole, come io ben credo, trattandosi
di lettera che Vi scrive l'uomo che più amate e venerate dopo il supremo
dator di ogni bene.

"Sappiate adunque che, mentre Voi andavate verso porta di Santo Stefano
glorioso, io me ne andai al magnifico Banco di San Giorgio per collocare
il denaro che eravamo rimasti d'intesa. E là mi avvenni per singolar
fortuna nello spettabile iureconsulto messer Nicolò di Oderigo, che
scendeva allora dallo scalone. Umanamente mi salutò, e mi chiese di Voi,
che tanto desiderava incontrarvi. E gli dissi che appunto eravate giunto
questa mattina, ma per stare sull'ali e ripartire; che anzi a quell'ora
certamente andavate passando il ponte di Sant'Agata benedetta. Mostrò
dispiacere di tal contrattempo, perchè aveva ricevuto lettera di
Castiglia per Voi, e a me la diede, commettendomi di spedirla al più
presto. E sì m'aggiunse il prefato messer Nicolò: "ignoro che cosa sia
detto in tal lettera, avendola sigillata senza leggere; ma se somiglia
ad altra per me ricevuta, certo è fatto di somma importanza, e merita
che il vostro signore e parente subito la tenga in sue mani". Al che
risposi non dubitasse, che avrei fatto ogni diligenza, siccome ero
pronto, anche partendo io medesimo.

"Non fu mestieri di ciò, avendo io trovato Battistino di Certénoli, che
si disponeva appunto a partire. Io solo gli ho fatto e faccio
raccomandazione di non fermarsi troppo a tutte le frasche, più che non
avvenga a me quando vengo a trovarvi. Ed egli, saputo esser ciò per
Vostro servizio, promette e giura, se Voi non correte più di lui, di
raggiungervi ancora in cammino. Quanto a messer Nicolò di Oderigo,
richiesto da me che cosa fosse scritto a lui, per darvene contezza,
risposemi queste parole: "Il nostro eccelso concittadino spera e
dispera ad un tempo: è come un naufrago, che può toccar terra con
l'aiuto di Dio, o andare sommerso nel profondo del mare. Egli è tanto
disgraziato come grande".

"Messer riverito, io vi prego di star bene, e bacio umilmente le mani a
madonna Bianchinetta e a madonna Fior d'oro mia nobil cognata; che
veramente io non mi risolverò mai di chiamarla suocera, contro ogni
apparenza di ragione. Bianchina mia a voi tutti si raccomanda.

  "Di Genoa, li 6 marzo anno Domini 1506.

      "JOHANNES PAXANO."

Il capitano Fiesco era stato a sentire con una certa curiosità la prima
parte della lettera di Giovanni Passano. Alla seconda, ricominciò a non
poter più star fermo sulla sedia, tanta era l'agitazione che gli entrava
addosso; agitazione a cui partecipava l'animo di Fior d'oro, com'era
dimostrato dall'andar più spedito, quasi convulso, della lettura.

--All'altra! all'altra!--gridò messer Bartolomeo, com'ella ebbe finita
la prima.--Che sarà mai, mio Dio, se un uomo grave e tranquillo come il
dottore Oderigo si mostra così sgomentato per la sorte del nostro
grand'uomo?--

Fior d'oro prese allora la seconda lettera, e con molta reverenza ne
lesse la soprascritta, in lingua spagnuola: "_Al muy virtuoso Señor
micer Bartholomè Fresco_"; poi ruppe il suggello, aperse il gran foglio,
e lesse il contenuto, scritto in lingua italiana, mescolata di forme
spagnuole e latine, di questo tenore:

  _"Virtuoso amico._

"Iddio nostro signore ha disposto che quando la creatura è nel fondo
delle afflizioni, ella a Lui abbia ricorso e in Lui solo confidi: ma non
è senza suo consiglio che ella si volga agli amici, nei quali è come un
raggio in terra della sua eccelsa bontà. Tra i miei mali ho questa
sorte, che ancora qualche anima mi resti fedele. Ma perchè i pochi che
mi amano son tutti lontani da me?

"Amico, la mia querela col mondo è antica oramai, come l'uso ch'egli ha
di maltrattarmi. Già mille combattimenti mi diede, e a tutti ho
resistito finora; in che non mi ha giovato nessuno. Ei mi tiene
crudelmente colato a fondo: solo mi regge la speranza di Chi creò tutti,
e sudditi e re. Il soccorso di Lui fu prontissimo sempre. Un'altra
volta, è già molto, trovandomi assai abbattuto, mi sollevò col suo
braccio divino, dicendo: levati su, uomo di poca fede, che son io, non
aver timore. Ma adesso la voce misteriosa non parla più come prima; temo
forte che voglia altro di me.

"Da più d'un anno sto qui aspettando che don Fernando mi renda giustizia
e m'ascolti, come aveva promesso anche a Voi. Tutti ottengono da lui, di
dovunque arrivino; checchè gli propongano, son tutti ascoltati: più
ancora se nemici miei, o da lui avuti per tali. Di me non si fa caso;
anche qui tutti mi sfuggono, come fossi un lebbroso. Pensate a questo,
Voi che avete visto il mio arrivo a Barcellona. Ora io vi sto
mallevadore che non è uomo sì vile il quale non pensi d'oltraggiarmi.
Se io avessi rubate le Indie per darle a Portoghesi, come una volta si
sospettò indegnamente, quando la tempesta mi gittò nel ritorno alle rive
del Tago, non potrebbero in Ispagna dimostrarmi nimicizia maggiore. Chi
ciò crederebbe d'un paese, dove fu sempre tanta generosità di sentire?

"Grande aggravio ricevo da questo re, poi che la eccelsa donna mia
protettrice è in cielo (che più non la vidi viva al mio ritorno), e non
so come basteranno le forze a sostenere il mio dritto. Ma per rispetto a
quella medesima dignità che Iddio mi ha data, quando permise che io
discoprissi un mondo e lo rendessi alla sua fede, dovrò combattere fino
all'ultimo soffio di vita. E son qui solo, nella mia pena, infermo,
aspettando ogni dì da un uscio la giustizia degli uomini, dall'altro
quella del cielo. Non è con me neppure il mio buon fratello don
Bartolomeo, sempre in moto per mia cagione. Diego Mendez fu qui, nè
vuole abbandonarmi del tutto; ma in troppe circostanze non fa al bisogno
mio, dovendo, egli anche provvedere a sè stesso. Ah, i miei amici d'un
tempo! Il loro affetto mi consolerebbe d'assai cose che mi mancano. E mi
manchino pure per sempre; perchè "dove amore non è, più nulla è il
resto".--

Tremava, per commozione profonda, la voce della bella lettrice; e gli
occhi del capitano Fiesco si erano velati di lagrime.

--Com'è vero!--diss'egli.--È questo il grido dell'anima.

--E noi lo sentiremo;--rispose Fior d'oro;--e correremo a lui, non è
vero?--

Messer Bartolomeo si turbò forte, a quell'altro grido dell'anima.

--Andrò certamente;--balbettò egli.--Ma tu....

--Ed io con te. Potrei forse lasciarti solo?

--Perchè no! Andavo pur solo a Pisa!

--Che mi parli tu di Pisa?--proruppe Fior d'oro.--Non ci sei andato,
finalmente. E laggiù, dov'egli soffre, dond'egli chiama soccorso, il
debito nostro è di andare senza indugio. Non gli debbo ancor io qualche
cosa? Ma lasciami leggere il resto; son poche righe ancora;--soggiunse
ella, sforzandosi d'apparire tranquilla.

E proseguì, sebbene con voce alterata, la dolorosa lettura.

"Domando forse troppo? Vi conosco, fedele amico dei lieti giorni come
dei tristi, e penso che ciò non sia. Avendovi presso, di due cose una mi
verrà bene ad ogni modo. O mi rifiorirà la speranza, poichè avrete
ottenuto Voi ch'io parli un'ultima volta al re; e Voi solo potrete
ottenerlo, che foste ricevuto da lui, e congedato con buone promesse.
Dovrà ricordarle, vedendovi; e forse egli sentirà rossore di ciò che fa,
per mio danno ed onta sua. O non otterrete nulla neppur voi? Sarà segno
ch'io non debbo aspettare più nulla dal mondo, se non questo, che Voi mi
chiudiate gli occhi al gran sonno. In questo caso sarete ancora il ben
venuto al mio fianco; nell'ultim'ora della mia triste vita mi sarà dolce
l'aspetto della città dond'io venni, e nella quale son nato.

"Ricordatemi, ve ne prego, alla nobil signora che allieta i giorni del
vostro riposo, e che ha tanto da perdonarmi anche lei. Ma io veramente
non sono in colpa, e fu con buono intendimento tutto quello che feci.
Iddio mi aveva guidato laggiù; gli uomini malvagi hanno guastata l'opera
di Dio, come già aveva fatto il maligno, sotto forma di serpente, in
quel beatissimo Eden, di cui mi sembrò l'imagine sulla terra di Haiti. E
ancora salutate per me il virtuoso messere Gian Aloise con la sua
signora madonna Catalina. Dite loro che mi perdonino, se non ho più date
nuove di me, che liete e degne di loro non n'ebbi più da gran tempo.
Neanche, per dirvi tutto, ebbi comodità di scrivere, negli umili
alberghi per cui mi vengo tramutando, poverissimo come sono, e spesso
costretto ad accettar prestito da qualche anima buona. Non che per
iscrivere una lettera e dar beveraggio a chi la porti, non ho il più
delle volte una "bianca" per l'offerta in chiesa. Le mie rendite sono a
San Domingo, e le tiene e le gode il gran commendatore d'Alcántara, che
Iddio non vorrà dimenticare, nella sua forza e sapienza infinita, mentre
io sono sventurato come vi dico. Ho pianto molto in mia vita sugli
altri; su me piangerà presto la terra, se ancora ha senso di carità, se
ancora v'è in pregio la verità e la giustizia. E vi tenga Nostro Signore
nella sua santa guardia, con tutti coloro che amate; poichè, vi ripeto,
dove amore non è, più nulla è il resto.

  "De Segovia, a 20 de febrero 1506.

      "_El Almirante mayor del mar Oçeano
      "Visorey y Gobernador general de las Indias, etc._

                   S.
                S. A. S.
                X. M. Y
              Xpo FERENS.

I titoli non mancavano mai, nelle lettere di Cristoforo Colombo. E
potevano far sorridere gli sciocchi, e far piangere gli assennati,
pensando che l'almirante maggiore dell'Oceano, il vicerè e governatore
delle Indie era povero in canna, spesso nelle osterie, dov'era costretto
a prendere i suoi pasti, non avendo di che pagare lo scotto. Quanto alla
sigla che aveva sostituita alla firma, gli amici suoi sapevano che cosa
volesse dire. Così l'aveva egli solennemente descritta nel suo
testamento e istituzione di maggiorasco, del 22 febbraio 1498: "......
don Diego mio figlio e tutti i miei successori e discendenti, come pure
i miei fratelli Bartolomeo e Diego, porteranno le mie armi quali le
lascierò dopo morte, senz'aggiungervi alcun'altra cosa, e saranno
scolpite sul lor sigillo. Don Diego mio figlio, o chiunque erediterà i
suoi beni, andando al possesso dell'eredità, segnerà con la firma di che
ora mi servo, che è una X con sopra una S, una M con sopra un'A, ed una
S più in su, e quindi una Y sormontata da una S, colle linee e punti
giusta il mio costume". Ma la descrizione non essendo ancora
l'interpetrazione, bisognerà soggiungere quella che n'hanno tentata i
moderni eruditi, ricordando che Cristoforo Colombo, a detta del figlio
Fernando nella sua _Historia dell'Almirante_, "se alcuna cosa aveva da
scrivere, non provava la penna senza prima scrivere queste parole:
_Jesus cum Maria sit nobis in via_". Così avendo egli mutata la firma
dopo le dignità ottenute, formò la sigla misteriosa, che si può
sciogliere naturalmente in questo modo: _Salva me Xristus, Maria,
Yosephus_. Quanto all'ultima linea, _Xristoferens_, mezzo abbreviato, è
l'istesso nome di Cristoforo, portatore di Cristo, come anche dimostra
la nota iconografia di quel santo, col famoso distico leonino e
maccheronico che suol richiamare alla mente.

--Ed ora,--disse Fior d'oro, nell'atto di ripiegare il
foglio,--sosterrai tu che io non debba seguirti? Vedi, egli vuol
chiedermi perdono, non essendo in colpa di nulla. Io, io debbo portargli
una parola di riconoscenza per me, con le benedizioni del mio popolo,
ch'egli amò tanto, ch'egli avrebbe reso felice, se gli uomini malvagi
non ne avessero attraversati i disegni.

--Sia come volete, Juana;--rispose il capitano Fiesco.--Il cielo forse
v'ispira. Al letto di un infermo vale anche meglio una donna che un
uomo. Iddio ha posto negli occhi vostri un raggio della sua pietà, e
sulle vostre labbra il balsamo delle sue misericordie. Nè il grand'uomo
sarà solo, quand'io dovrò chiedere udienza al suo re. Non vorrà certo
negarmela;--soggiunse messer Bartolomeo;--tanto cortesemente mi aveva
egli accolto, che pareva non sapesse più spiccarsi da me. Niente al
signor Almirante, e si capiva, quantunque promettesse di vederlo e di
udirlo; a me tutto; mi avrebbe posto Castiglia e Leone sulle braccia,
con le Indie per il buon peso. "Voi siete, signor conte, in grandissima
stima presso don Nicola Ovando, che d'uomini s'intende, come del nostro
servizio; stimato dal gran commendatore d'Alcántara, che così
vantaggiosamente mi scrive di Voi, non sarete meno stimato e favorito da
me: non dispiaccia ad un Fiesco di prender servizio presso un re
d'Aragona, che conosce il merito, e sa ricompensarlo". La grazia delle
sue ricompense! Ma bisognò sputar dolce, dopo inghiottito l'amaro.
Infine, chi sa? Non è una ispirazione del cielo che l'Almirante mi
richiami presso di sè, per ottenergli giustizia? E se fossi io quello
che potesse fargliela avere.... colla reintegrazione dei suoi
diritti.... colla spedizione sua ad un altro viaggio di scoperta!...

--Quante speranze ad un tratto!--esclamò Fior d'oro.

--Non per me, si capisce. Io non andrò più, certamente. Sarà un
sacrifizio.... che farò lietamente a Fior d'oro. Ma per lui, che forse
ad un tale annunzio ritornerebbe da morte a vita, mi par che sia bene
tentare, e per intanto sperare. Sperare giova, e tentare non nuoce.
Andremo dunque a Segovia. Ma ora che ci penso, come vi porterei io in
Ispagna, dove forse Fior d'oro....

--Fior d'oro può restar qui;--rispose la contessa;--ed anche può esser
morta di là dal gran mare. In vece sua può ben rinascere il mozzo
Bonito, di cui conservo ancora le spoglie.--

Con quel nome e in quelle spoglie Anacoana era andata dalla sua isola
natale alla Giamaica, e di là ritornata a San Domingo, per passar poscia
in Europa; mozzo per tutti, tranne per pochissimi che erano a parte del
segreto.

--Eh, voi trovate rimedio a tutto, Juana;--disse il capitano Fiesco,
sforzandosi di sorridere.--Ma questo mi fa pensare che avrò da trovar
qualche cosa ancor io, non essendo naturale che un mozzo faccia così
lungo tragitto per via di terra. Dove sarà il cavallaro? Probabilmente
nel tinello a cena; che non avrà voluto rinunziare alla buona occasione.
Polidamante!--

Il ragazzo non era là in anticamera, e bisognò andarlo a chiamare
dall'alto dello scalone. Udì la voce tonante del padrone, ed accorse.

--Battistino è ancora giù con voi altri?

--Sì, mio signore; anzi dormirà qui, avendo fatto tardi, per andare a
Certénoli.

--E non ci andrà. Si tenga pronto a ripartire domattina all'alba per
Genova.--

Ciò detto, il capitano Fiesco ritornò alla caminata, e là scrisse in
fretta una lettera per Giovanni Passano.

--E questa è fatta;--diss'egli conchiudendo, mentre suggellava il
foglio.--Se il _Paradiso_ è ancora in porto, può esser qui doman
l'altro. Non sarà neanche mestieri che ci facciamo vedere a Genova.--

Madonna Bianchinetta approvò tutti gli ordini del figliuolo, e la fretta
con cui erano dati. Aveva sparse tante lagrime, la veneranda signora,
sentendo legger la lettera del signor Almirante!

Due giorni appresso, sull'ora del vespro, la nave _Paradiso_ gettava le
àncore davanti alla spiaggia di Chiavari. Subito si spiccava dal suo
bordo un palischermo, con quattro rematori sui banchi di voga, e
Giovanni Passano al timone. Un'ora dopo, il fido luogotenente e ministro
del conte Fiesco era a Gioiosa Guardia. Non si poteva fare più presto,
nè meglio di così, per contentare quell'argento vivo del conte.

Messer Bartolomeo s'imbarcò a notte alta, avendo non meno alte ragioni
di far ciò. Quel mozzo Bonito non doveva esser visto da tanta gente, che
nei giorni festivi ammirava la contessa Juana nella chiesa di San
Salvatore. Con messer Bartolomeo e col mozzo Bonito montarono in nave
due scudieri, Pietro Gentile, e frate Alessandro. Il frate tornava al
suo secondo uffizio d'elezione; non dimenticando il primo, per altro,
poichè portava la sua tonaca e la sua cocolla, delle quali aveva fatto
il solito involto.

--Portar l'abito indosso e portarlo in mano è tutt'uno;--diceva il frate
scudiero.--L'essenziale è di non lasciarlo per via, di non gittarlo ai
rovi, come fanno certuni, dimenticando i loro giuramenti. Io tengo i
miei, onorando il glorioso fondatore dell'ordine, seguendone gli esempi,
facendo allegramente quel po' di bene che posso. Il benedetto san
Francesco non voleva musi lunghi, nè ipocrisie. Gli uomini aveva tutti
per fratelli; e chi si adoperava per utile dei fratelli, lo aveva per
figliuolo.--

Anche don Garcìa avrebbe voluto seguire il padrone e accompagnare il
conterraneo; tanto più che si approdava a Barcellona. Sosteneva di poter
rientrare senza pericolo in Ispagna, avendo lasciato San Domingo col suo
bravo congedo, per anzianità di servizio. Ma il capitano Fiesco non
volle saperne di lui.

--Restate, don Garcìa;--gli aveva detto.--Dio guardi se qualcheduno vi
riconosce....

--Avete ragione, signor conte;--aveva risposto don Garcìa, chinando
umiliato la fronte.

--E non dico per questo che voi ora pensate;--replicò il capitano
Fiesco.--Dico che anche essendo partito col vostro bravo congedo, vi
siete allontanato da San Domingo _insalutato hospite_. E l'ospite era il
governatore, che può aver notata la cosa. Il congedo, poi, era soltanto
a voce. Insomma, vi dico che non è bene per voi venire laggiù, e meglio
sarà che rimaniate qui, a godere davvero il vostro congedo benedetto.--

Così restò don Garcìa, e la nave _Paradiso_ si allontanò senza di lui
dalla spiaggia di Chiavari. Fortunata, aveva anche il vento in fil di
ruota, che, avendo preso a soffiar nella notte dalle gole di Sestri
Levante, doveva accompagnarla fino oltre la punta di Portofino. Di là da
Capodimonte, lo ebbe di fianco, ed era tramontana schietta: ma la
tramontana era anche più favorevole del vento in poppa, perchè si poteva
serrarla con tutte le vele, navigando al gran largo, che è la più
gloriosa maniera, ed allarga altrettanto il cuore del capitano, che ha
fretta di giungere al porto.

La nave non volendo toccar Genova, era rimasto a terra e per via di
terra sarebbe tornato a casa il Passano.

Ora, mentre egli usciva da Gioiosa Guardia, dove era andato a prendere
un cavallo dalle scuderie, indovinate chi gli passò davanti agli occhi,
tra Paggi e San Salvatore. Il capitano Fiesco ci avrebbe dato alla
prima. Messer Filippino? Lui, sicuramente, lui, che aveva trovato un
altro buon pretesto, di andare in Fontanabuona, per passare davanti al
castello del suo amato parente, fermarsi un tratto ad ammirare la
contessa Juana e sospirarle un sonetto.

--Io arrivo, e voi partite?--diss'egli, facendo la bocca dolce.

--Sì, parto, come vedete, messer Filippino.

--E i miei buoni parenti stanno bene?

--Benissimo,--rispose il Passano,--e in via per la Spagna.

--Per la Spagna!--ripetè Filippino, stupito.--Il mio caro cugino, che
non si voleva più muovere.... per nessuna ragione!...

--Eh, capirete, messere; quando si trattava di andar solo. Ma ora va
accompagnato.

--Accompagnato!--ripetè Filippino, sgranando gli occhi, e impallidendo
un pochino.

--Già, con la dolce consorte. Beato lui, che può portarsela allato come
la sua buona spada. Io, poveraccio, vado e torno ad ogni tanto, sempre
costretto a lasciare la mia sposina a Genova. È vero che i miei viaggi
son brevi.--

Messer Filippino non gli dava più retta. Che importava a lui delle pene
maritali di Giovanni Passano?

--La contessa con lui!--esclamò.--E quanto rimarranno?

--Questo non saprei dirvi io, messere. Nè credo che lo sappia madonna
Bianchinetta. Ma potete provare a domandargliene.

--Veramente, non contavo di entrare, questa volta. Ho da fare a Santo
Stefano....

--Allora, buon viaggio, messer Filippino.

--E a voi, messer Giovanni, a voi.--

Giovanni Passano toccò il cavallo, che subito prese il portante, andando
verso la Maddalena.

--M'è rimasto di stucco:--diceva il Passano tra sè.--Che fastidioso uomo
è costui! Ed ora, se Dio vuole, per la prima volta non gli parrà
Gioiosa, la Guardia.--

Aveva dato nel segno. Messer Filippino c'entrò, mezzo per consuetudine,
e mezzo per curiosità, volendo sapere, se gli veniva fatto, come e
perchè fossero partiti i due coniugi, e quanto sarebbero rimasti
lontani. Ma la Gioiosa Guardia, dove più non era la contessa Juana, gli
parve triste, desolata come un nido vuoto. Anch'egli doveva pensare quel
giorno, ma con altra intenzione, quello che Cristoforo Colombo aveva
scritto all'amico: "Dove amore non è, più nulla è il resto".




CAPITOLO VIII.

Dolenti note.


Non avendo speranza di leggere un altro capitolo dei Commentarii di
messer Bartolomeo Fiesco, che se ne va con buon vento alle coste di
Spagna, cercheremo di dir noi brevemente quanto sarà mestieri conoscere
dei casi di Cristoforo Colombo, ritornato che fu dal suo quarto viaggio
di scoperta, e della condizione tristissima ond'egli era stato
consigliato a scrivere la dolente sua lettera al virtuoso capitano.
Dovremo per ciò ritornare un passo indietro (e sian pur molti, a patto
che non p

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