I Mille
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Title: I Mille
Author: Giuseppe Garibaldi
Release date: January 17, 2010 [eBook #31002]
Language: Italian
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Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I MILLE ***
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GARIBALDI
I MILLE
Virtù contra furore
Prenderà l'armi; e fia il combatter corto,.....
Chè l'antico valore
Negli italici cor non è ancor morto.
(PETRARCA)
TORINO
TIP. E LIT. CAMILLA E BERTOLERO MDCCCLXXIV.
I diritti d'autore di quest'opera e delle traduzioni della medesima in
lingue straniere sono rigorosamente mantenuti.
Di quest'edizione non è stato tirato che il solo numero di copie per i
sottoscrittori, nazionali e stranieri.
Qualunque copia mancante del numero d'ordine e del bollo sarà
assoggettata ai rigori della Legge sulla Proprietà letteraria.
PREFAZIONE
_Alla Gioventù Italiana_
Eccovi un altro mio lavoro--questo lo dedico a voi, non perchè sia
migliore degli antecedenti, ma perchè voi troverete dei fatti compiuti
dai vostri antesignani e fedelmente narrati da me, testimonio oculare.
Il male che dico del governo, credo sia inferiore ai meriti dello
stesso, e desidero si creda che non per sistema io lo maledico, ma per
puro convincimento di far bene, accennando al male.
Che la Monarchia per interesse proprio abbia secondato le aspirazioni
nazionali nell'unificazione patria credo assurdo il negarlo, siccome
assurdo sarebbe il negare aver la Democrazia seminato i campi di
battaglia coi suoi martiri nell'intento solo generoso dell'unificazione
dell'Italia e della sua emancipazione dal dominio straniero e
teocratico.
Alcuni pochi che nelle fila della Democrazia pugnarono per il proprio
avvenire, oggi si trovano nel Consorzio Monarchico, e quindi divisi
dalla stessa, ed obbligati a continuar col governo la via di perdizione.
Il governo italiano modellato su quello imperiale di Francia, in tutto
lo somiglia, ne segue esattamente le traccie, ed avrà le stesse
conseguenze.
Non credano i moderni Machiavelli d'Italia d'esser più furbi dell'uomo
di Sédan; essi lo ponno uguagliare in malvagità, non in malizia.
Come quello, questi edificano su fondamenta putride della sacerdotale
menzogna, e come quello saranno sepolti nelle immondizie da loro stessi
accumulate.
Perseguitino pure l'Internazionale, cioè la miseria da loro creata e
mantenuta--spargano pure sulla superficie dell'Italia, colla solita
intenzione di corromperla, i soliti agenti del corruttore supremo di
Roma--ed invece di costruire degli Ospizi d'asilo per i tanti condannati
a morir di fame in questo inverno di carestia, comprino pure delle nuove
tenute di caccia per divertirsi--e nuovi palazzi vescovili--vedremo come
se la intenderanno colla fame della moltitudine.
In Germania, tutti lo dicono, non v'è più un solo individuo che non
sappia leggere e scrivere. La Francia grida: istruzione ad ogni costo. E
l'Italia prodiga il suo erario a pagare dei vescovi e simili agenti
delle tenebre.
Ripeto: ve la intenderete colla fame--!
Dei preti dico poco male, me lo perdoneranno i miei concittadini,
considerando che pur qualche cosa dovevo mollare alle paterne
ammonizioni dello Spigolatore Bolognese all'_Unità Italiana_ (giornale)
sulle mie _antifone_ contro i preti.
Sui meriti della gioventù Romana, per cui ho una predilezione speciale,
alcuni mi troveranno esagerato. Ebbene, se sono largo di elogi agli
odierni discendenti dei Quiriti, ciò sia un pegno per il loro contegno
avvenire.
Essi, sin ora sotto la diretta educazione del prete, ed in presenza
delle sue carceri, de' suoi birri, e de' suoi istrumenti di tortura,
dovevano essere ciò che erano veramente.
Oggi però, abbenchè poco meglio governati, essi non sono più sudditi o
schiavi del clero--e devono sottrarsi intieramente da quel vergognoso
servaggio, abiurarlo, maledirlo, distruggerlo sino alle ultime
vestigia--ricordandosi che dal clero, essi, dall'apice delle Nazioni
furono precipitati all'infimo grado della scala umana.
E che non vengano qui gli uomini a dottrine che puzzano di sagristia e
di ceppi a dottoreggiare, che non conviene agli operai (come si
preconizza in Roma oggi) di trattare di politica.
Se io, povero _mozzo_, non m'inganno, politica significa affare dei
molti--ed intendo i _molti_ dover essere coloro che menan le braccia
nella società quando ben costituita--ed i molti naturalmente interessati
a sapere se la barca va negli scogli o a salvamento.
La gioventù Romana--operai od altro--deve quindi occuparsi di
politica--e convincersi che il suo contegno calmo, dignitoso, ma
energico nello stesso tempo nella insofferenza d'oltraggi od esigenza di
diritti--il suo contegno, dico, deve servire di stella polare alle città
sorelle, per ottenere un'Italia prospera e rispettata nel mondo.
Posta così a capo del progresso nazionale--e partecipando alla buona ed
alla cattiva fortuna del resto della Penisola, la vecchia matrona--sarà
impossibile esser la nostra bella patria trascinata indietro
nell'anfiteatro del fanatismo e della tirannide.
Emancipata dall'idolatria, e spinta col suo culto del vero e della
giustizia verso la fratellanza universale, Roma potrà salutar finalmente
l'alba d'un terzo periodo intellettuale nell'immortale ed impareggiabile
sua esistenza.
La nazione ha quindi il diritto di sperare nel buon andamento che il
popolo dell'illustre Capitale saprà dare alla Vita Italiana.
Vecchio--e poco più atto, o nulla, all'azione materiale--devo limitarmi
a consigliare i giovani che ponno utilizzare la mia esperienza.
Accennerò alle esagerazioni.
Non credete voi che le esagerazioni dell'ultima rivoluzione di Parigi
l'abbiano perduta? Io lo credo--e credo le esagerazioni dei dottrinarii
manterranno ancora per molto tempo l'Internazionale in uno stato
spaventoso per le classi agiate--ciocchè servirà di puntello e di
propugnacolo alle monarchie ed al clero per combatterla.
Dall'altra parte noi diremo ai governi:
«Combattete il male di cui siete artefici, e non l'Internazionale, se ne
siete capaci.
«I creatori dell'Internazionale e delle rivoluzioni siete voi.--Giacchè
se voi combattete il vero e la fratellanza umana, non valete più dei
preti abbagliati dalla luce, e che condannano alle fiamme chi non crede
alle loro menzogne.
«Se continuate nella via del privilegio, voi rinnegate il diritto e la
giustizia, e l'Internazionale--complesso della classe soffrente--finirà
per rovesciarvi e distruggervi--E se mal diretta, per precipitare il
mondo in uno di quei cataclismi da far tremare la terra.
«Istigatori del malcontento e delle miserie, voi siete i creatori del
brigantaggio sempre crescente--e siccome siete la malizia e la
fallacia--profittate degli stessi disordini suscitati da voi per
accrescere il numero dei vostri puntelli. E vediamo quindi ogni giorno
un aumento di preposti, di questurini e di benemeriti, di cui la nazione
vi dà vistoso contingente, perchè povera e depravata da voi.
«Correggete tutti cotesti cancri, se lo potete, e non cercate di
distruggere l'Internazionale--opera vostra e composta di vostre
vittime--di cui non potete passarvi perchè poltroni e lussuriosi.
L'Internazionale, dico, è emanazione dei vostri vizii!»
Troppo aspri i miei detti troveranno molti, ma scendano un istante
costoro nella loro coscienza, e mi dicano se normale sia il presente
stato d'Italia.
A che impoverire la maggior parte della Nazione per mantener la parte
minore nell'agiatezza e nelle lussurie?
E non è forse questo stato anormale, che mantiene la rivoluzione in uno
stato latente, ma inevitabile?
Le lezioni dell'Impero Napoleonico a nulla han servito dunque! Poichè si
vedono i governanti, alunni di quello, marciare come prima alacremente
verso l'abisso seguendo il sentiero tracciato dall'uomo che rovinò la
Francia.
Io non capisco come si chiamino _conservatori_ gli uomini che
appartengono a tale sistema.
Cosa diavolo conservano? il marciume, ma questo--entrando
nell'appannaggio dei vermi--porta già l'impronta d'uno schifoso passato.
Cotesti conservatori siedono perennemente sul cumulo di un vulcano, i di
cui crateri tempestano sotto i loro piedi, e finiranno, riunendosi in
uno solo, coll'esplodere la montagna ed inghiottirli nelle latebre della
terra.
Io ho la coscienza di non appartenere a setta nè a partiti--vorrei
vedere il mio paese prospero e rispettato--vorrei vedere gli uomini del
capitale conformarsi ai progressi dei tempi presenti--e persuadersi che
le masse d'oggi non devonsi guidare cogli espedienti del passato.
In tutti i tempi, quasi, i popoli si son governati coll'ignoranza e la
violenza--cioè coi preti e coi soldati.
«Porque tal es mi voluntad--yo il Rey!» era la firma del re di
Spagna.
«L'Etat c'est moi» diceva Luigi XIV.
La Spagna e la Francia provano oggi che quei tempi son passati--e se si
pensa alle convulsioni cagionate dalla cecità ed ostinatezza di quei
signori--credo i conservatori moderni, che somigliano certamente agli
antichi--si persuaderanno di conservar nulla alla fine--e le nazioni
pure procureranno di non ritentar le prove spaventose.
Perchè dunque non evitar il pericolo?
Sarebbe cosa facile: i tanti che mangiano per cinquanta, contentarsi di
mangiare per venticinque.
Per persuadersi che i tempi sono cambiati, date un colpo d'occhio
all'Austria. Chi non preferisce oggi la condizione d'un onesto contadino
a quella ormai ridicola di cotesto imperatore e re?
Non vi par di vedere un cacciatore, cui una caduta ha mandato la gabbia
in pezzi, faticantesi a correr dietro agli uccelli fuggiti e ben
contenti di seguir ognuno la loro via liberissima nello spazio?
Poveri imperatori! Ed è strano vederne dei nuovi che--per la sventura
umana--si aggraffano a troni putridi e maledetti.
Il lavoro presente avrà certo l'impronta della trascuratezza--per tanti
motivi, ai più conosciuti--e per esser stato ripreso tante volte.
Finisco contando sulla vostra simpatia nel credere ch'io avrei
desiderato d'esser capace di far meglio.
Caprera, 21 e 22 gennaio 1873.
G. GARIBALDI.
CAPITOLO I.
I MILLE.
Quel che giurâr ottennero,
Han combattuto, han vinto,
Sotto il tallon del forte
Giace lo sgherro estinto.
(BERCHET).
O Mille! in questi tempi di vergognose miserie--giova
ricordarvi--l'anima si sente sollevata pensando a voi--rivolta a
voi--quando, stanca di contemplar ladri e putridume pensando che non
tutti--perchè la maggior parte di voi ha seminato l'ossa su tutti i
campi di battaglia italiani--non tutti ma bastanti ancora per
rappresentare la gloriosa schiera--restante--avanzo superbo ed
invidiato--pronto sempre a provare ai boriosi nostri detrattori, che
tutti non son traditori e codardi--non tutti spudorati sacerdoti del
ventre in questa terra dominatrice e serva!
«Ove vi sono dei fratelli che pugnano per la libertà Italiana--là
bisogna accorrere» voi diceste.
«Essi combattono per liberarsi dalla dominazione d'un tiranno; per
affratellarsi alla grande famiglia Italiana».
E non trovaste il codardo pretesto--se la loro bandiera era più o meno
rossa.--Anzi--Repubblicani veri--voi faceste non solo il sacrifizio
della vita, ma delle convinzioni politiche vostre. Come Dante
repubblicani--come lui diceste: «Facciam l'Italia anche col diavolo!»
E ben faceste, perchè ai dottrinarii che predican principii che non
praticano, voi vittoriosamente potrete sempre rispondere: «Noi non
conosciamo altri principii se non che i due, del bene e del male.--E per
l'Italia sarà sempre principio del bene quello di volerla
unificare.--Far il bene della patria è la nostra Repubblica».
Voi cercaste il pericolo in soccorso di fratelli senza chiedere s'eran
molti i nemici, se sufficiente il numero dei volenterosi--se bastanti i
mezzi per l'impresa.
Voi accorreste sfidando gli elementi, i disagi, le privazioni, i
pericoli con cui ne attraversavano la via nemici e sedicenti amici.
Invano il Borbone, con numeroso naviglio, stringeva in un cerchio di
ferro la Trinacria, gloriosa, insofferente di giogo, e solcava in tutti
i sensi il Tirreno, per profondarvi nei suoi abissi. Invano!
Vogate! Vogate pure Argonauti della libertà--là sull'estremo orizzonte
di Ostro splende un astro, che non vi lascierà smarrire la via, che vi
condurrà per la mano al compimento della grande impresa--l'astro che
scorgeva il grandissimo cantore di Beatrice, e che scorgevano i grandi
che gli successero, nel più cupo delle tempeste--la Stella d'Italia!
Ove sono i piroscafi che vi presero a Villa Spinola e vi condussero
attraverso il Tirreno salvi nel piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse
essi nuovi Argo, gelosamente conservati, e segnati all'ammirazione dello
straniero e dei posteri, simulacro della più grande e più onorevole
delle imprese italiane? Tutt'altro; essi sono scomparsi.--L'invidia e la
dappocaggine di chi regge l'Italia, hanno voluto distruggere quei
testimoni delle loro vergogne.
Chi dice: Essi furon perduti in premeditati naufragi.--Chi li suppone a
marcire nel più recondito d'un arsenale,--e chi venduti agli ebrei per
pochi soldi, come vesti sdruscite.
Vogate però, vogate impavidi--_Piemonte_ e _Lombardo_[1], nobili veicoli
d'una nobilissima banda--la storia rammenterà i vostri illustri nomi, a
dispetto dell'invidia e della calunnia.--E voi, giovani che mi leggete,
lasciate pur gracchiare il dottrinarismo. Ove in Italia si trovino
Italiani che pugnano contro tiranni interni e soldati stranieri, correte
in aiuto dei fratelli, e persuadetevi che il programma di Dante «Fare
l'Italia anche col diavolo» vale ben quello dei moderni predicatori di
principii che millantano il titolo di partito d'azione, avendo passato
tutta la vita in ciarle.
Quando l'avanzo dei Mille, che la falce del tempo avrà
risparmiato--seduti al focolare domestico, racconteranno ai nepoti la
quasi favolosa impresa a cui ebbero l'onore di partecipare--oh! essi ben
ricorderanno alla gioventù attonita i gloriosi nomi che formavano
l'intrepidissimo naviglio, e la santa soddisfazione provata d'esser
corsi alla riscossa degli schiavi.
Vogate! Vogate! voi portate i Mille a cui si aggregheranno i milioni, il
giorno in cui queste masse ingannate, capiranno esser il prete un
impostore, e le monarchie un mostruoso anacronismo.
Com'eran belli, Italia, i tuoi Mille! in borghese--pugnando contro i
piumati, gl'indorati sgherri--spingendoli davanti a loro come se fosse
un gregge.--Belli, belli! e vario-vestiti come si trovavano nelle loro
officine quando, chiamati dalla tromba del dovere! Belli, belli! erano
coll'abito ed il cappello dello studente, colla veste più modesta del
muratore, del carpentiere, del fabbro[2]. E davanti a quella non
uniformata, pochissimo disciplinata gente, fuggivano i grassi,
argentati, pistagnati, spallinati venditori della coscienza.
Belli i tuoi Mille, Italia! Essi rappresentavano il tuo esercito
dell'avvenire. Non più mille allora, ma milioni, ripeto--ed allora?
Allora spariranno dalla tua terra, bella infelice! i boriosi tuoi
dominatori--e con loro chi infamemente speculava sulle tue miserie e le
tue vergogne!
I Mille, ricordatelo, giovani Italiani, devono essere sostituiti dal
Milione, e dieci eserciti indorati fuggiranno davanti a voi, come fumo
spinto dal vento!...
Allora il frutto del vostro sudore sarà vostro.--Tutte quelle
benedizioni di cui vi fu prodiga natura, saranno vostre, ed allora la
vergine a cui avete consacrato un amore italiano--caldo come le lave dei
vostri vulcani--la vergine a cui avete consacrato una vita intemerata,
sarà vostra--e vostra pura dal contatto appestato d'uno sgherro.
Ma non fate i sordi il giorno della chiamata, e ricordatevi, che per
esser pochi molte generose imprese furono fallite!
Mentre il sacro suolo ove nasceste è calpestato dal soldato straniero,
accorrete--ed accorrete qualunque sia lo squillo di tromba che vi
chiami--sia esso dell'Esercito Italiano o dei Volontarii--basta ch'essi
si trovino alle mani contro l'oppressore. Non ascoltate, come a Mentana,
la voce di certi traditori che fecero defezionare migliaia di giovani
col pretesto di tornare a casa a proclamare la Repubblica ed innalzar
barricate.
NOTE:
[1] I due piroscafi che trasportarono i Mille in Sicilia imbarcandoli a
Villa Spinola, residenza dell'illustre C. A. Vecchi, che tanto fece in
favore della spedizione.
[2] Di cuore avrei voluto aggiungere _del contadino_, ma non voglio
alterare il vero. Questa classe robusta e laboriosa non appartiene a
noi, ma al prete, col vincolo dell'ignoranza. E non v'è esempio di
averne veduto uno tra i volontari. Essi servono, ma per forza, e sono i
più efficaci istrumenti del dispotismo e del clero.
CAPITOLO II.
IL CINQUE MAGGIO.
Mieux vaut mourir
Que vivre misérable!
Pour un esclave
Est-il quelque danger?
(_Muta di Portici_).
O notte del 5 maggio rischiarata dal fuoco dei mille luminari con cui
l'Onnipotente adornò lo spazio!
Bella, tranquilla, solenne, di quella solennità che fa palpitar le anime
generose che si lanciano all'emancipazione degli schiavi! Io ti saluto!
E vi saluto, o miei giovani compagni, oggi provetti, e la maggior parte
mutilati o segnati con gloriosissime cicatrici.
Salve a voi--forse la parte migliore della schiera--che seminaste le
nobili ossa su dieci campi di battaglia per la redenzione patria o per
la redenzione d'altri oppressi, ma sempre contro la tirannide, fosse
essa avvolta nella tiara o nella clamide imperiale!
Brulicando sul litorale dell'orientale Liguria, silenziosi, cupi,
penetrati dalla santità dell'impresa, ma fieri d'esservi caduti in
sorte--aspettavano impazienti i Mille--succedan pure i disagi o il
martirio!
Bella! notte del gran concetto! tu rumoreggiavi nelle fila di quei
superbi, di quell'armonia indefinita, sublime, edificante, con cui gli
eletti della specie umana sono beati contemplando l'Infinito
nell'infinito[3].
Io l'ho sentita quell'armonia in tutte le notti che si somigliano alle
notti di Quarto, di Reggio, di Palermo, del Volturno!
E chi dubita della vittoria, quando essa, portata sulle ali del dovere e
della coscienza, questi ti sospingono ad affrontare i perigli e la
morte, dolci allora come il bacio delizioso della donna del primo amore?
I Mille battono il piede sulla spiaggia, come il corsiero generoso
impaziente della battaglia. E dove van essi a battagliare? Han forse
ricevuto l'ordine d'un sovrano per invadere, conquistare una povera,
infelice popolazione, che, rovinata dalle tasse di dilapidatori, ha
rifiutato di pagare il macinato? No! Essi corrono verso la Trinacria,
ove i Picciotti, insofferenti del giogo d'un tiranno, si son sollevati
ed han giurato di morire piuttosto che rimaner schiavi.
E chi sono i Picciotti? Con questo modestissimo titolo, essi altro non
sono che i discendenti dell'illustre popolo dei Vespri, che in una sola
ora trucidò un esercito di sgherri senza lasciarne un solo vestigio.
«Ma questi piroscafi non si vedono» diceva Nullo ad un impaziente
crocchio di volontarii, composto dai Cairoli, Montanari, Tucheri ed
altri, che anelavano di lanciarsi sul seno di Teti, e volare in soccorso
dei combattenti fratelli.
Nullo, Cairoli, Montanari, Vigo, Tucheri, del vostro nobile sangue è
rossa la terra degli schiavi, ma il sublime esempio del vostro eroismo
non è perduto per questa gioventù destinata a compiere ciò che voi sì
gloriosamente iniziaste!--Voi prodighi d'una vita preziosa, siete
impazienti di gettarla là come uno straccio, mentre migliaia
d'ignavi--che non valgono una rapa e che pure profitteranno del santo
vostro sacrifizio--restano indietro, o paurosi come pecore, o calcolando
i vantaggi che potran raccogliere dall'arditissima impresa.
«Spero saranno piroscafi, non legni a vela: sarebbe troppo noioso il
viaggio--soggiungeva il maggiore dei Cairoli colla sua calma
angelica--Bixio, Schiaffino, Castiglia, Elia, Orlando, incaricati di
condurli via dal porto, non sono uomini da lasciarsi intimorire da
minacce o da ostacoli».
«Però--ripetea l'eroe della Polonia coll'orologio alla mano--già siamo
al tocco, ed alle 3 albeggia in questa stagione: se i legni da guerra
ancorati nel porto di Genova giungono a scoprirci, potrebbe andar male
per la spedizione.»
«Per Dio! che fossimo obbligati anche questa volta a tornarcene a casa»
urlava il focoso e prode Montanari.
«Sangue della Madonna!» e lì si disponeva a continuare alcune
imprecazioni con una voce da far impallidire (se non fosse stato di
notte) quante spie ed agenti di polizia ronzavano intorno ai valorosi
Argonauti italiani.
«Sangue della!....--e non arrivò a ripetere--Madonna» quando un «Zitto»
di Vigo Pelizzari che si teneva sul promontorio di Quarto (ove si
trovavano i nostri amici) adocchiando verso Genova «Zitto, non vedete
quelle masse nere che celeremente s'avanzano verso di noi?»
«Sì, sì, per Dio! son dessi, sono i nostri piroscafi che vengono ad
imbarcarci.» Ed un fremito di soddisfatta impazienza s'innalzò in un
momento tra quella superba gioventù da non più udire il rumore delle
onde che si frangevano contro le scogliere.
Eccoli, eccoli, e maestosi s'avanzavano i due piroscafi, e i gozzi[4],
già preparati, cominciavano ad imbarcare militi, armi, munizioni; e la
gioia dei giovani volontari, che avrebbero voluto manifestarla almeno
con un canto patriottico, era moderata dai più provetti con un «Per Dio!
ci fermano se fate chiasso!». E quei prodi religiosamente tacevano per
non essere sviati dalla santa impresa! Fra dieci giorni molti di questi
generosi cadranno feriti per davanti, caricando il Monte del _Pianto
dei Romani_ (Calatafimi) coronato dai forti cacciatori borbonici, ben
armati, uniformati e boriosi d'aver insanguinato i loro ferri contro i
patrioti siciliani.
Anni della mia gioventù, ove siete iti?--Bei tempi! in cui l'entusiasmo
era la vita! il pericolo, la ricompensa più deliziosa!--Anch'io provavo
la _gentil voluttà_ delle nobili imprese! l'ambizione sublime d'esser
utile! E spesso nella solennità d'una tempesta desideravo la catastrofe
per abbrancarmi una men forte creatura e metterla in salvo col solo
guiderdone della mia coscienza, pago d'aver fatto il bene.
Siam tutti a bordo, tutti! nessuno di quella Legione di eletti è
rimasto. Alcuni hanno già provato gli effetti dell'instabile elemento,
ma niuno si lagna. Essi sono sulla via d'un dovere sacrosanto.
Domani daran la vita per l'Italia, ilari e giocondi come nel banchetto
nuziale.
E che importano loro alcune nausee, i disagi, la morte? I piroscafi sono
diretti sopra una luce verso l'ostro--là su d'una paranza sono imbarcate
le provviste della spedizione--bisogna prenderle.
Si cerca un'altra luce d'altra barca su cui s'imbarcarono armi minute,
munizioni, capsule, ecc., ma con minor fortuna, ed i fedifraghi che
dovevano rimettere tali preziosi oggetti hanno preferito profittar della
circostanza per eseguir un vile contrabbando, e così compromettere la
riuscita della spedizione.
E veramente la spedizione dei Mille fu compromessa da quel turpe
mercato. E come non doveva essere? Essa doveva sbarcare su d'un'isola, i
di cui abitanti sono forse unici per patriottismo e per risoluzione. Ma
la Sicilia non aveva meno di cinquantamila scelti soldati, una squadra
formidabile che ne difendeva le coste, e i valorosi che s'erano
innalzati contro il tiranno, eran decimati dai combattimenti e ridotti
agli estremi. Approdar con tutto ciò senza munizioni da guerra e coi
mille catenacci che la benevolenza governativa avea concessi, in
sostituzione di 15 mila buone carabine, che erano di proprietà nostra, e
dal governo sequestrate!
Però--vogate--nobili piroscafi, i Mille non sono gente da tornare
indietro--e chi ardisse di consigliarlo, mi starebbe fresco.--Vogate! Vi
sono Italiani che si battono contro birri, nostrani o stranieri--che
importa! _Purissimi_ o men _puri_, con più o meno _principii_; essi
vanno in soccorso di pericolanti fratelli.
Principii! Essi Repubblicani veri, ne conoscono due soli:--il bene ed il
male--e marciano sul sentiero del bene, del dovere, contro il male!
Vogate! giacchè il furore dei malvagi, che preferirono l'infame guadagno
all'onore, che monta? Troveremo delle munizioni.
Talamone, S. Stefano, non sono sulla via di Sicilia, ma vi sono
fortezze, presidii, e quindi depositi di munizioni da guerra, e le prore
del _Piemonte_ e _Lombardo_ si dirigevano verso Talamone. Non v'è
dubbio che l'imprevista mancanza di munizioni, e quindi lo sviamento dal
cammino diretto sulla Sicilia cagionò un'alterazione sulla durata del
viaggio, e forse salvò i Mille dall'incontro delle due flotte, Sarda e
Borbonica.
NOTE:
[3] Per Infinito intendo Dio come lo spazio.
[4] Palischermi genovesi.
CAPITOLO III.
TALAMONE.
Gli ho veduti--raccolti in Pontida
Provenienti dal monte e dal piano--
Gli ho veduti, si strinser la mano
Cittadini di cento città.
(BERCHET).
Nella mattina del 6 maggio Talamone fu salutato dai rappresentanti delle
cento Sorelle, e lo ricorderò quel giorno! Rappresentanti delle cento
sorelle, sì! Ma non rappresentanti del genere dei 229 che in quella
stessa epoca vendevano la più bella delle gemme italiane, Nizza!--Oggi
coronata di fiori e stuprata negli abbracciamenti del più vile dei
tiranni!--Non rappresentanti di quella turpe genía che provvede i
consorti e cointeressati, ma rappresentanti della dignità Italiana,
insofferenti d'insulti stranieri, e di soprusi nostrani.--Maestri
gloriosi della generazione ventura libera dai preti e dai dominatori!
Talamone, uno dei più bei porti della costa Tirrena, è situato tra il
monte Argentaro e l'isola d'Elba, coronato di belle colline coperte di
macchie, cioè deserte.
E che serve all'Italia d'aver dei bei porti e delle terre ubertose,
quando i suoi governi ad altro non pensano che a far dei soldi per
pascere le classi privilegiate, ed obbligar colla forza, coll'astuzia e
col tradimento alla miseria ed al disonore le classi laboriose?
Talamone, nel tempo della visita dei Mille, aveva un povero forte,
poveramente armato, comandato da un ufficiale e da pochi veterani. I
Mille avrebbero trovato cosa facile impadronirsene, anche scalandolo. Ma
non sembrò conveniente, perchè si sarebbe fatto del chiasso, e poi non
s'era certi di trovare in quel sito quanto abbisognava, mentre nel
vicino S. Stefano, ove esisteva altro forte ed un battaglione di
bersaglieri, v'erano più probabilità di trovarvi il necessario.
Ostilmente, dunque, no; conveniva adoperare un po' di tatto, ed
all'amichevole. E qui valse un bonetto da generale che per fortuna il
Comandante della spedizione aveva aggiunto al suo bagaglio. Quel bonetto
da generale, agli occhi dell'ufficiale veterano, ebbe un effetto
stupendo, e metamorfosò in un momento il Capo rivoluzionario in
Comandante legale. Si ottenne in Talamone quanto vi fu disponibile, ed
il generale Türr, inviato a S. Stefano, potè procurarsi il resto del
bisognevole.
In quest'ultimo porto si fece anche provvista di carbon fossile[5].
Il bonetto generalesco, a cui si dovette in parte la riuscita della
nostra impresa, nei porti toscani, non garbò ad uno dei capi del
_purismo_, che si trovava nella spedizione. Egli trovò infranti i
_principii_ ed i Mille poco puri--e non mancò di manifestare il suo
malcontento ai compagni.--Ma, lo ripeto: I Mille non eran gente da
tornare indietro per fare delle dottrine, quando si trattava di menar le
mani contro gli oppressori dell'Italia.
E, mortificato l'_incorruttibile puro_, se ne tornò a casa solo a fare
la guerra colla penna.
Da Talamone, comandati dal colonnello Zambianchi, si staccarono una
sessantina di giovani per sollevare le popolazioni soggette al papato, e
coll'oggetto di distrarre i nemici e cagionare una diversione. Tale
spedizione, benchè poco fortunata, non mancò di confondere i governi
Italiani sulle reali intenzioni dello sbarco dei Mille[6].
NOTE:
[5] Il comandante Giorgini, facilitando ogni cosa, si acquistò il titolo
di benemerito della patria. Il governo però non mancò di punirlo per la
sua condiscendenza.
[6] In proposito di codesti giovani, che poi non si vollero considerare
come facienti parte dei Mille, il generale Garibaldi, in data 25 maggio
1869, scriveva una lettera la quale conteneva la seguente dichiarazione.
«Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò
dal corpo principale dei Mille per ingannare i nemici sulla vera
destinazione di detto corpo.
«Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni,
Leardi e tutti sarebbero stati degni, come sempre, dei loro compagni,
ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi combattimenti
di Calatafimi e di Palermo».
CAPITOLO IV.
DA TALAMONE A MARSALA.
Felice te, che il regno ampio di venti
Ippolito a tuoi verd'anni corresti.
(FOSCOLO).
Abbiam munizioni, capsule, ed alcuni vecchi cannoni senza fusto. Che
monta? li faremo.
E non sono tutte simili le fazioni di popoli contro i tiranni? Ma là v'è
la coscienza del diritto e quella risoluzione che agevola le più
difficili imprese.
Il Dispotismo ha dei mercenarii disciplinati, è vero, ben nutriti, ed
uniformati. Ma guai a voi, padroni, se siete lenti a somministrar grassi
stipendi. Essi vi fucileranno colla stessa sanguinaria indifferenza,
come fucilano oggi gli sventurati che si lamentano delle vostre
depredazioni.
Vogate, nobili piroscafi! Vogate, voi portate tal gente che fa
l'orgoglio d'una nazione oppressa, calunniata, ma con una storia,
accanto a cui si inchinano le storie dei più grandi popoli della terra.
Questa gioventù brillante è accompagnata dai palpiti e dalle
benedizioni delle madri, delle spose, delle amanti, e da quanti cuori
generosi sentono la dignità della patria e l'insofferenza di dominio
straniero.
L'onde azzurre del Tirreno, increspate dal zeffiro, dondolavano
dolcemente i piroscafi, che vogavano a tutta velocità verso il loro
destino, e pochi eran gli Argonauti afflitti dal mal di mare. Male che
non ben si definisce, poichè fortissime nature vi son soggette, mentre
persone gracili non ne risentono i nauseanti effetti.
Come autorità incontestabile si dice: il grandissimo tra gli Ammiragli
moderni, Nelson, soffrisse di tale disagio.
Sulla tolda del _Piemonte_ un alterco non sanguinoso certamente,
succedea tra il pacato maggiore Bassini ed il focoso tenente Piccinini,
il primo di Pavia, e figlio il secondo delle valli Bergamasche, ambi
valorosi. E ciò che prova non esser essi affetti dal male di mare, si è
che la disputa proveniva dalla distribuzione del rancio.
Era proprio curioso veder l'eccellente Bassini inarcar le ciglia con
un'aria d'autorità che gli dava il grado, ma che non sentiva in fondo,
essendo di natura amorevole ed affettuoso anche coi minimi suoi
subordinati.
Il Piccinini, più nerboruto ed ardente del suo superiore, aveva
tutt'altro che intenzione di perdergli il rispetto, ma iniziata la
controversia, e credendo aver ragione, ripugnava di cedere in presenza
de' compagni affollati a contemplarli.
Più curioso ancora era osservare quella massa di giovani, fra cui molti
studenti e professori, appartenenti a più cospicue famiglie, osservarli,
dico, colla loro scodella alla mano, divorando cogli occhi la caldaia,
ed aspettando impazienti e silenziosi che finisse la questione tra i due
veterani ufficiali. E devo confessare, a scapito della disciplina
volontaria, che l'alterco non si disponeva a terminare molto presto, se
non succedeva il fatto seguente che vi pose fine.
«Un uomo in mare! un uomo in mare!» si udì dalla prora del _Piemonte_, e
si ripetè in un momento fino alla poppa.
E veramente un corpo umano vedevasi scorrere lungo il fianco sinistro
del piroscafo, passar fuori delle ruote e lasciato indietro in un
momento. Si fermò la macchina, si _sciò_[7] _indietro_ e cinque dei
nostri marini furono in un istante sull'ammainato palischermo di
sinistra e salvarono il pericolante compagno.
Quand'io penso a quella classe privilegiata d'uomini di mare, sì svelti,
sì coraggiosi che si dondolano graziosamente su d'un pennone nelle
tempeste e qualche volta al più alto dell'alberatura, mi torna il
prurito dell'antica professione, e ricordo con compiacenza l'ammirazione
e l'affetto che in tutta la vita ho nutrito per il buono ed ardito
marinaro italiano.
Per la sventurata condizione del suo paese, il marinaro italiano è
obbligato di cercare impiego sui legni stranieri d'ogni nazione. Dalla
Francia alle Indie voi lo trovate dovunque, e dovunque stimato e portato
_in palma di mano_ (come diciamo noi marini), perchè a nessuno la cede
in abilità, laboriosità e coraggio.
Il Perù, il Chilì, e tutta la costa americana del Pacifico, è zeppa dei
nostri arditi navigatori.
Nel Rio della Plata, dal palischermo che vi sbarca, al piroscafo ed alla
palandra che vi conducono nell'interno di quei fiumi immensi, son quasi
tutti italiani.
Ed il Governo italiano sa esso di avere il fiore dei nostri marinari
sparsi sulla superficie del globo? Dico _fiore_, poichè sono veramente i
migliori, coloro che insofferenti di miserie e di depredazioni si
lanciano nelle avventure di vagante vita in lontane contrade.
Il governo sa d'aver molti marinari, e per le sue belle imprese li trova
anche eccellenti. Io sono comunque d'avviso, che sebbene non sianvi i
migliori marini a bordo dei nostri bastimenti da guerra, la colpa delle
nostre sconfitte sarà sempre unicamente per direzione pessima.
O Carambollo! perchè non ti ricorderò ai nostri concittadini! Forse
perchè, semplice marinaro? E che importa! tu eri tanto buono, tanto
agile, e coraggioso da servir di tipo al vero marinaro italiano.
Carambollo, compagno mio a bordo di una fregata francese destinata a
Tunisi nel 1835, aveva fatto parte dei marinai della guardia, nella
campagna del 1812 in Russia quando gl'Italiani erano legati al carro del
primo Bonaparte. E in tutte le sue parodie il 3º Impero è pervenuto
anche oggi ad assoggettare questo infelice nostro popolo!
Non era dunque più giovane Carambollo; ma quando si divertiva a volare
da un albero della fregata all'altro, appena tenendosi colle mani o coi
piedi, egli levava tutti in ammirazione.
Il salvato dalle onde manifestò alcuni segni di pazzia, e forse egli si
gittò col proposito di raggiungere il _Lombardo_ che veniva dietro il
_Piemonte_; la freschezza del mare però tornandolo a più savi consigli,
egli mostrossi espertissimo nuotatore lottando per raggiungere il
palischermo che vogava alla di lui direzione.
Il contrattempo delle munizioni, nella prima notte del nostro viaggio
che ci obbligò di andare a Talamone e quello del pazzo che ci ritardò
alquanto, influirono certamente al buon esito della spedizione. E
veramente avendo toccato nel porto suddetto fuori d'ogni previdenza ci
sviammo dalla retta che va da Genova all'Occidente della Sicilia. Il
benefizio del ritardo, cagionato dal pazzo, lo vedremo al nostro arrivo
a Marsala. La traversata si compie senza altri incidenti, e l'alba
dell'11 maggio ci trovò all'atterraggio del Marittimo.
NOTE:
[7] Espressione usitatissima, che significa vogar indietro, e che
richiude un pleonasmo, poichè _sciare_ significa retrocedere, senza
bisogno dell'_indietro_.
CAPITOLO V.
MARSALA.
L'immacolato tricolor dolenti
Sì noi macchiammo per veder risorti
Della Romana Italia i macilenti
Nipoti a un fascio e a un camminar consorti.
(_Autore conosciuto_).
Eccola! l'isola dei portenti; la patria di Cerere, d'Archimede e dei
Vespri, cioè dell'intelligenza e del valore.--Archimede, prototipo dei
favoriti dell'Onnipotente, trovava il globo da lui abitato cosa
insignificante, paragonato all'infinito, e chiedeva una leva, il manico
d'una scopa, per smuovere questo domicilio d'insetti.
I Vespri! E qual popolo della terra ha i vespri?--Roma cacciò i
Tarquinii; Saragozza i Napoleonidi; Genova e Bologna gli Austriaci, ma
chi, come questo invitto popolo, esterminò in poche ore un esercito
formidabile d'oppressori senza lasciarne vestigio? Fatto unico nella
storia del mondo!
La direzione dei Mille era pur Sciacca[8], ma l'ora tarda consigliò
d'approdare al porto più vicino di Marsala.
La pesca è per il laborioso popolo di Sicilia un mezzo d'industria non
indifferente, e l'isola in tutte le sue coste è solcata da molte barche
pescherecce.
I Mille avean bisogno di conoscere se v'erano legni da guerra in
Marsala, e quindi si corse sopra un pescatore per aver informazioni. Il
pescatore che servì anche da pratico, informò che soltanto una corvetta
inglese giaceva all'áncora su quella rada; che però varii bastimenti da
guerra n'eran partiti alla mattina con direzione a levante verso Capo S.
Marco.
E veramente verso Capo S. Marco si scorgevano due vapori ed una fregata
nemici che si diressero su di noi subito scoperti.
Qui corse all'idea di molti che il ritardo in mare per ricuperare il
pazzo fu giovevole.
Giunti a Marsala i due piroscafi, s'incominciò subito lo sbarco, aiutati
dai palischermi di varii legni mercantili ancorati nel porto.
Il Generale Türr, con una compagnia di avanguardia, marciò
immediatamente verso la città, ove non vi fu resistenza. Intanto i Mille
sfilavano coperti dal molo, e poco curando una pioggia di granate e
mitraglie che il naviglio Borbonico inviava a profusione, e che per
fortuna non cagionò feriti.
A Marsala si parlò di dittatura, che poi venne proclamata a Salemi nel
giorno seguente, e si confermò il motto: Italia e Vittorio Emanuele.
Savia deliberazione che, non ostante l'opinione contraria dei _puri_
(manifestata in seguito), giovò non poco a facilitare la spedizione.
Il 12 maggio si giunse a Salemi, ove si cominciò ad aver la riunione
d'alcune squadre di Siciliani.
Il 13 si giunse ad una tenuta campestre, il di cui proprietario credo
fosse un Mistretta.
Il 14 a Vita, ove s'ebbero notizie trovarsi il nemico a Calatafimi.
Il glorioso 15 maggio decise della sorte della campagna.
NOTE:
[8] Città.
CAPITOLO VI.
CALATAFIMI.
Vittorioso!
Non catafratto un popolo
Dalla battaglia uscir!
(BERCHET).
L'alba del 15 maggio trovò i Mille disposti a battaglia sulle alture di
Vita, piccolo villaggio di quel nome, e dopo poco il nemico usciva in
colonna da Calatafimi alla nostra direzione.
I colli di Vita sono fronteggiati verso tramontana dalle alture chiamate
_Pianto dei Romani_; distanti un miglio circa dalla città di Calatafimi,
ove esiste la tradizione: esser stati i Romani disfatti in quel sito dai
Siciliani, collegati alla potente popolazione di Segeste, di cui si
scoprono le ruine non lontane al settentrione.
Dalla parte di Calatafimi le alture suddette hanno un dolce declivio: il
nemico le ascese facilmente e ne coronò i vertici tutti. Così rimase
colla fronte appoggiata alla parte scoscesa che guardava verso i Mille.
Occupando noi le alture opposte a mezzogiorno era forse più conveniente
di aspettarlo che iniziare l'attacco. E veramente spiegammo i
Carabinieri Genovesi, in catena, sull'ultimo ciglione della posizione
nostra verso il nemico.
Le compagnie restanti dei Mille scaglionate indietro ed in colonna, e la
nostra povera ma valorosa artiglieria sullo stradale alla nostra
sinistra.
Il nemico credendo d'aver a fare forse colle sole squadre, essendo i
Mille al coperto, inviò baldanzoso alcune catene di tiratori con
adeguati sostegni e due pezzi di montagna.
Giunto a tiro, esso cominciò a far fuoco, e continuò ad avanzare su di
noi. L'ordine tra i Mille era di non sparare ed aspettare il nemico
vicino; quantunque già i prodi Liguri avessero un morto e varii feriti.
Come foriero di vittoria, uno squillo di tromba nostra suonò una sveglia
americana, e l'avanguardia nemica come per incanto fermossi e forse i
suoi capi si pentirono d'aver avanzato tanto.--I Borbonici capirono di
non aver a che fare colle sole squadre, e le loro catene cominciarono un
movimento retrogrado.
I Mille toccarono allora la carica--i Carabinieri Genovesi in testa e
con loro un'eletta schiera di giovani non appartenenti alle compagnie ed
impazienti di menar le mani.
L'intenzione della carica era di fugar l'avanguardia nemica e
d'impossessarsi dei pezzi--ciocchè fu eseguito con un impeto degno dei
campioni della libertà italiana--non però di attaccare di fronte le
formidabili posizioni occupate dal nemico con molte forze.
Però chi fermava più quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati
sul nemico?--Invano le trombe toccarono: _Alto!_ I nostri o non le
udirono o fecero i sordi, e portarono a baionettate l'avanguardia nemica
sino a mischiarla col grosso delle forze Borboniche che coronavano le
alture.
Non v'era tempo da perdere, o perduto sarebbe stato quel pugno di
prodi--e subito dunque si toccò a carica generale, e l'intiero corpo dei
Mille accompagnato da alcuni coraggiosi delle squadre, mosse a passo
celere alla riscossa.
La parte più pericolosa dello spazio da percorrersi era nella vallata
che ci divideva dal nemico. Ivi pioveva una grandine di moschetterie e
mitraglie che ci ferirono un bel po' di gente.
Giunti poi a piede del Monte Romano, si era quasi al coperto delle
offese, ed in quel punto i Mille, alquanto diminuiti di numero, si
aggrupparono alla loro avanguardia.--La situazione era suprema! Il
nemico più forte di noi in numero, era lì sulla testa nostra in
posizioni fortissime!--Eppure bisognava vincere!--E con tale risoluzione
si cominciò ad ascendere la prima banchina.
Non ricordo il numero, ma certo eran varie le banchine che ci dividevano
dai Borbonici.
Ed ogni volta che si avanzava dopo aver preso fiato, da una banchina
all'altra, era una grandinata di palle.--E noi!--Mi fa ribrezzo il
ricordarlo! i catenacci che ci aveva regalati il Governo Sardo, ci
negavano fuoco, e si scorgeva il dispetto sull'eroiche fisonomie di quei
giovani, che spero saran presi ad esempio dalla generazione che segue,
destinata a compiere l'opera santa.
Qui pure fu grande il servizio reso dai figli della Superba[9] che
armati delle loro buone carabine, sostenevano l'onore delle armi.--Tutti
poi corrispondendo all'intemerata risoluzione di andar avanti, finirono
coll'affidarsi al freddo ferro delle loro baionette.
Calatafimi! Io, avanzo di tante pugne, se all'ultimo mio respiro--i miei
amici vedranmi sorridere l'ultimo sorriso d'orgoglio--esso sarà
ricordando--Tu fosti il combattimento più glorioso di popolo!
I Mille, vestiti in borghese, degni rappresentanti d'una nazione
oppressa, assaltavano, col sangue freddo dei Trecento di Sparta o di
Roma, un nemico numeroso, di posizione in posizione--e formidabile--ed i
soldati della tirannide brillanti di pistagne e spalline fuggivano
davanti a loro!
Come potrò io scordare quel gruppo di giovani, che tementi di vedermi
ferito, m'attorniavano, facendomi del loro prezioso corpo un baluardo
impenetrabile!
Se io scrivo commosso a tali memorie, ne ho ben donde! E dover mio non è
forse di ricordar, fra i molti, almeno i nomi di quei valorosi caduti:
Montanari, Schiaffino, Poggi, Elia?[10].
NOTE:
[9] Genova.
[10] Merita d'essere ricordata la gloriosa morte dello Schiaffino e
l'orribile ferita che ebbe Elia nella battaglia di Calatafimi. Ecco come
l'Elia stesso la racconta in una lettera al Dott. Riboli. «Io non era
aggregato a compagnia nè a battaglione. Fra Menotti Garibaldi,
Schiaffino e me, si era stabilito un patto di non accettare pel momento
alcun servizio, ma tutti e tre rimanere al fianco del Generale. Allorchè
i Cacciatori napoletani, che provarono ad assalire i nostri, si
dovettero ritirare inseguiti dai Carabinieri genovesi, Menotti,
Schiaffino colla bandiera, ed io ci slanciammo dietro ai fuggenti, ma
tanta fu la nostra foga entusiastica, che arrivati su l'erta posizione
nemica, ci accorgemmo d'esser soli, ed era naturale che dovessimo pagare
il fio della nostra arditezza. Diffatti il bravo Schiaffino cadeva
trafitto da numerosi colpi, e lo stesso sarebbe avvenuto a Menotti che,
nel raccogliere la bandiera, fu ferito in una mano, se io abbracciatolo,
non mi fossi lasciato cadere con lui da un rialzo, che formava una
specie di trincera. Quivi rimasti un poco a prender fiato, io nel
volgermi per rispondere al capitano Frescianti che mi chiedeva cartucce,
vidi che il generale Garibaldi, distante un buon tratto dalla colonna
garibaldina, s'avanzava solo a piedi contro l'inimico. Immediatamente mi
slanciai verso di lui, e raggiuntolo, mi sovviene avergli indirizzato
queste parole: _Generale, perchè esporvi così? Una palla che vi colga
siam perduti noi e con noi l'Italia nostra_. Egli rispose col grido di
_avanti_ e roteando la sua spada ad incoraggiamento, invitava
all'assalto le nostre colonne. Io avea appena pronunciate le suddette
parole, che, volta la faccia al nemico, vidi che un cacciatore
napoletano, avanzatosi verso di noi, spianava la sua carabina alla
direzione del Generale. Ebbi appena tempo di fare un passo avanti, e un
colpo terribile mi colse alla bocca, e mi stramazzò a terra col ventre
in alto. Pareva che soffocassi, e nel mentre cercava di rivolgermi, il
generale Garibaldi s'inchinò verso di me e mi indirizzò queste parole:
_Coraggio, mio Elia, di queste ferite non si muore_. E stese la mano per
istringere la mia». E difatti il bravo Elia non morì; rimase colà finchè
la battaglia fu vinta dai garibaldini; poi, dopo mille stenti, fu
portato a Vita col volto sì fattamente sformato, che il suo amico Dott.
Ripari non lo conobbe; quivi gli fu estratta la palla, poscia fu curato
a Palermo nella residenza del Generale, divenuto dittatore, indi, quando
questi entrò nelle Calabrie, fu condotto a Bologna, ove guarì sotto la
cura del ben noto Prof. Rizzoli.
(_Nota del Comitato_).
CAPITOLO VII.
LINA E MARZIA.
E tu i cari parenti e l'idïoma
Desti a quel dolce di Calliope labbro
Che amore in Grecia nudo e nudo in Roma
D'un velo candissimo adornando
Depose in grembo a Venere celeste.
(FOSCOLO.)
Ma chi furon quei due giovinetti che nel gruppo dei più arditi tra gli
Argonauti volevan precederli verso il nemico gareggiando a chi doveva
affrontarlo pel primo?
Essi son diversi di forme, l'uno pare un figlio della Germania, colla
sua capigliatura bionda, che non potea esser nascosta da un bonetto cui
s'attortigliava graziosamente una fascia di seta; l'altro bruno di volto
e di capelli, somigliava piuttosto ad un meridionale italiano. Ambi
imberbi, ciocchè li mostra giovanissimi. La foggia del vestire è quasi
identica, alquanto più accurata del resto dei Mille, ma modesta. E
veramente non v'era sfarzo nella famosa schiera.
Giovanissimi sì, ma il moschetto lo maneggiavano da veterani, e siccome
tali armi eran pure armi regie, di cui accennammo più sopra, i crik dei
colpi falliti eran numerosi e la speranza della vittoria riposava
sull'innestata baionetta.
Tra i numerosi giovani studenti v'eran pure imberbi, bellissimi di volto
e della persona, ma nessuno certamente pareggiava la squisita bellezza
dei nostri due dell'avanguardia. Il loro volto, come abbiam detto, di
colore diverso, colpiva lo sguardo colla nobile beltà della robusta
Cinzia, indomabile cacciatrice. I contorni dei loro fianchi però
accusavano, più d'alcune svolazzanti treccie, qualche cosa esclusiva del
sesso gentile.
E veramente mentre, in un momento di sosta sotto una delle banchine
descritte nel capitolo anteriore, io contemplava quella bellissima e
valorosissima copia davanti a me--P..... diretto a Nullo diceva: «È
inutile! queste ragazze non vogliono stare indietro».
Io informato sino a quel momento che una sola del sesso gentile[11]
faceva parte della spedizione, venni così a sapere esser esse di più.
Nel turbinìo dell'assalto, della fuga, e della persecuzione, io vidi
avvolgersi sempre fra i primi le due incantevoli creature.--E per un
momento trasportato dal calore della pugna, e dal fascino della
bellezza, mi sembrò d'esser lanciato in quei tempi eroici ove i genii e
le dee presiedevano agli eventi delle battaglie.
Le due eroine, giacchè le conosciamo donne, avevano perduto nella
mischia i loro _fez_ (bonetti) e turbanti; dimodochè una capigliatura
d'oro ed una d'ebano avean per un momento svolazzato sull'altipiano del
_Pianto del Romani_.--Esse indispettite d'essere state svelate, misero
le ali ai piedi, e perseguirono disperatamente il nemico.--Le due
coraggiose sarebbero forse giunte a Calatafimi la stessa sera, se P....
e Nullo, l'eroe della Polonia--ferito in un piede, correndo sopra il
sano solo--non le avessero fatte tornare indietro.
La sera di quel glorioso giorno, io stanco, mi riposavo nella vallata
che divide _Calatafimi_ dal _Pianto dei Romani_; quando P.....
presentossi a me con quelle due belle figure che tanto m'avean colpito
nella giornata.
«Lina, mia sorella, mi disse, viene colla sua compagna Marzia, a
chiedervi perdono, d'aver trasgredito l'ordine di non potersi imbarcare
donne nella spedizione».
«Lina è dunque figlia delle belle valli lombarde», io risposi: non
potendo decidermi ad un rimprovero, ed un poco sorpreso da tale visita;
poi alquanto rinfrancato: «quando per una trasgressione si acquistano
tali valorose come sono vostra sorella e la compagna, io, che non sono
un modello d'ordine, posso bene accomodarmivi».
Un momento di silenzio seguì l'interessante colloquio, e vedendomi fiso
al volto di Marzia, P.... riprese: «Marzia è Romana, e non possiamo
dirvi altro di essa, poichè ella stessa non ci ha fatto sapere di più».
E senza aspettare la mia risposta, P..... continuò: «Non vogliamo
tediarvi, poichè dovete essere stanco».
«Lina vuol presentarvi un mantello incerato, tolto ad un ufficiale
nemico, e che vi servirà, sprovvisto come siete, per coprirvi dalla
rugiada», e senza darmi tempo di ringraziare, i tre si dileguarono nelle
tenebre.
Io m'addormentai, sognando di battaglie, di dee, di genii, d'Italia
intiera risorta, e la sveglia, con cui il mio tromba avea petrificato il
nemico nel giorno antecedente, mi destò colla piacevole notizia: che il
nemico avea abbandonata Calatafimi.
E fu veramente grata tale notizia, poichè tenendo il nemico Calatafimi,
noi avremmo dovuto ben sudare per impossessarci di quella formidabile
posizione.
NOTE:
[11] La signora Crispi.
CAPITOLO VIII.
DA CALATAFIMI A RENNE.
La vittoria
È sul brando del forte.
(_Autore conosciuto_).
La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la
brillante campagna del 1860.
Era un vero bisogno d'iniziare la spedizione con uno strepitoso fatto
d'armi. Esso demoralizzò gli avversari che colla loro fervida
immaginazione meridionale, raccontavan portenti sul valore dei Mille, e
sulla impenetrabilità della loro pelle a qualunque proietto, e rinfrancò
i prodi Siciliani che, per esser pochi, erano stati scossi dagl'immensi
presidii di soldati, e di mezzi accumulati dai Borbonici nell'isola.
Palermo, Melazzo, il Volturno, videro molto più feriti e cadaveri.--Vi
furono certamente delle pugne più lunghe ed accanite.--Per me però il
combattimento decisivo fu Calatafimi.--Dopo il Pianto dei Romani, i
nostri sapevano che doveano vincere; e quando s'inizia una pugna con
quel prestigio, si vince!
Novara, Custoza, Lissa, e forse anche Mentana, nullostante tanta
disparità di mezzi e di numero, sono una sventura per l'Italia, non
tanto per le perdite nostre d'uomini e di mezzi, quanto per la boria dei
nostri nemici che certamente non valgono più degli Italiani; e che
dovendo combatterci, verranno a noi come su preda facile, su gente che
si spinge avanti coi calci dei fucili.
E non dubito: gli oppressori nostri s'inganneranno, ove la gente italica
sia guidata da un uomo ben convinto che bisogna vincere.
Le battaglie suaccennate di Novara, Custoza, Lissa, non furono
disputate.--In tutte, le nostre forze pugnarono parzialmente, e la
maggior parte rimase inoperosa, e ad altro non servì che ad accrescere
la confusione della ritirata.
Io ho conosciuto in America un valorosissimo generale che dopo d'aver
iniziato brillantemente una battaglia, a qualunque rovescio parziale
comandava la ritirata, e ne conseguiva certo che, ritirandosi di giorno
davanti a un nemico impegnato, la ritirata si cambiava in sconfitta.
Ridotto oggi a consigliare i giovani che guidavo una volta, io non
cesserò di ammonirli sulla necessità di _costanza_, sia nel durare alle
fatiche e disagi, nelle guerre che pur troppo dovranno ancor fare; sia
nelle giornate di pugna grandi o piccole.
A Melazzo i Mille furono perdenti fin verso sera, avendo cominciato il
combattimento all'alba, ed un ultimo sforzo fatto sul fianco sinistro
del nemico, decise della giornata.
Al Volturno, iniziata la battaglia prima dell'alba, il nemico era ancora
padrone del campo di battaglia alle 3 pomeridiane; quando giunsero
alcune riserve da Caserta che influirono a cacciarlo dentro Capua in men
d'un'ora.
Non dirò di Palermo, ove vi fu non solo _costanza_ da parte dei pochi
militi nostri e della inerme popolazione, ma _sfacciataggine_ di cacciar
via dalla città ventimila soldati che potevan far l'orgoglio di
qualunque generale.
Alle prime prove dell'Italia contro i suoi eterni nemici, vi vorrà un
Fabio che sappia temporeggiare: ed il nostro paese è tale da poter
guerreggiare come si vuole; accettare o no una battaglia quando
convenga, gettando frattanto alle spalle del nemico e su tutte le sue
comunicazioni tutta la parte virile della nazione, non in guanti bianchi
come soglionsi ricevere gli invasori--ma col ferro e col
fuoco--fucilando il traditore che ha dato un bicchier d'acqua ad un
assassino. Poichè è assassino chi invade proditoriamente la casa di un
vicino e se ne fa padrone.
Allora verrà presto la parte di Marcello della _spada di Roma_, che
potrà senza cerimonie attaccar di fronte il borioso nemico, e finalmente
Zama, ove un nuovo Scipione torrà ad esso la voglia di venir ancora a
mangiare i nostri fichi.
Anche in questo mi tormenta l'idea del prete, che vuol fare degli Itali
tanti sagrestani.--E se l'Italia non vi rimedia, è un affare serio! I
gesuiti non ponno far altro che: ipocriti, mentitori, e codardi! Vi
pensi chi deve che, per marciare e dar delle splendide baionettate vi
vuol gente forte.
Calatafimi sgombro dai nemici fu da noi occupato. La maggior parte dei
nostri feriti era stata trasportata a Vita.
A Calatafimi trovammo i più gravi dei feriti nemici, e furon trattati da
fratelli.--Avean qualche rimorso queste dominatrici famiglie
dell'Italia, nell'aizzare le nostre popolazioni infelici, siccome
mastini, le une contro le altre?
Rimorsi! Ma che rimorsi! Tutto il loro studio non era forse
d'inimicarle, e tutto il loro interesse?--acciocchè continuasse ad esser
difficilissimo, se non impossibile, l'unificazione della patria
Italiana?
Sarebbe lunga la storia delle corruzioni e dei tradimenti di codesti
signorotti per il diritto divino, oggi felicemente mendicanti per la
maggior parte; tuttora però, traditori e pervertitori della nazione.
Le genti della Trinacria frattanto accorrevano ad ingrossar le fila dei
Mille. Alcamo accoglieva i vincitori con tutto l'entusiasmo di cui sono
capaci quei fervidi Meridionali.--Partinico fece di più: vedendo i
nemici che sì crudeli eran stati cogli abitanti, ora sbandati e
fuggenti, quella popolazione diede loro addosso, e sino le donne
trucidarono di quei disgraziati.
Miserabile spettacolo! noi trovammo i cadaveri dei soldati Borbonici per
le vie divorati dai cani!!!
Eran pure cadaveri d'Italiani che, se educati alla vita dei liberi,
avrebbero servito efficacemente la causa del loro oppresso paese, ed
invece come frutto dell'odio suscitato dai loro perversi padroni, essi
finivano straziati e mutilati dai loro proprii fratelli con tale rabbia
da far inorridire i Torquemada.
Dalle belle pianure d'Alcamo e di Partinico la colonna ascendeva per
Borgetto sull'altipiano di Renne, da dove dominava la conca d'oro e la
Regina dei Vespri--che confesso--se fra le sue cento città, Italia
avesse una mezza dozzina di Palermo--da molto tempo lo straniero non
calpesterebbe questa nostra terra.--E certo il Governo dei birri e delle
spie o marcerebbe diritto o il diavolo se lo sarebbe portato via.
Renne sarebbe una posizione formidabile, se nello stesso tempo ch'essa
domina lo stradale da Palermo a Partinico non fosse dominata dalle
alture immediate a mezzogiorno e tramontana che appartengono ai monti
irregolari che circondano la ricca vallata della capitale. Renne è
famosa nella campagna dei Mille per due giorni di copiosa pioggia,
passati senza il necessario per affrontare le intemperie, ove fu assai
incomodata la gente, ma ove quel pugno di prodi provò: esser disposto ai
disagi siccome a disperate battaglie.
CAPITOLO IX.
I PRECURSORI.
E tu onore di pianto Ettore avrai
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il sole
Risplenderà sulle sciagure umane.
(FOSCOLO).
Prima del 5 maggio partivano da Genova due giovani con destinazione alla
Trinacria. L'uno bellissimo e castagno di capigliatura, apparteneva a
nobile famiglia dell'isola; l'altro avea la bellezza del plebeo
meridionale, con una capigliatura d'ebano, un volto regolare ma
bronzato, tarchiato e robustissimo.--Egli era, a non ingannarsi, uno di
quella casta che la fortuna condanna a menar le braccia per la
sussistenza, e che qualche volta stimolati da istinti generosi o
dall'ambizione d'innalzarsi, si lanciano al di fuori dell'area in cui la
sorte sembrava volerli circoscrivere; e, se coadiuvati dal genio, si
vedono transitare dall'infimo della condizione umana ai gradini
superiori.--Tali i Cincinnati, i Mario ed i Colombo.
L'Italia incontrastabilmente--paese di non comune intelligenza in tutte
le classi--ha forse troppi di questi nobili plebei ambiziosi di
migliorare od innalzare la propria condizione: ciocchè, senza dubbio, è
causa d'aver essa in proporzione un'esorbitanza di cittadini repugnanti
alle manuali occupazioni.
Per esempio, ho veduto in America dei giovani Italiani letterati,
ridotti a non trovar impiego e quindi alla miseria; mentre i nostri
operai, contadini, carpentieri, ecc., appena giunti eran cercatissimi,
impiegati subito con splendidi salari, e vivevano perciò una vita
agiatissima.
Nella propensione nostra quindi di salire nella scala umana, v'è bene e
male--dipendendo dalla fortuna, accertare o no, l'uno o
l'altro.--Comunque io consiglierò sempre a' miei concittadini d'imparare
un'arte manuale qualunque--ove troveranno sempre più robustezza che
nelle occupazioni di scrivanie--e più sicurezza di guadagnar la vita in
ogni parte del mondo--sopratutto poi, non dimenticar la massima di
spender nove quando si possiede dieci.
Nell'anima dei due però, che si lanciavano a morte quasi sicura, v'era
la devozione eroica dei Leonida e dei Muzio Scevola.--Rosolino Pilo e
Corrao ponno giustamente chiamarsi i precursori dei Mille; e noi li
trovammo in Sicilia dopo di una traversata portentosa, facendo
propaganda emancipatrice, e solleticando i coraggiosi figli dell'Etna a
sollevarsi colla promessa di pronti soccorsi dal continente.
Due individui e non più sbarcavano sulla loro terra--proscritti e
condannati a morte--spargendo la loro santa propaganda, e senza esitare
dirò: con tanta sicurezza come sulla terra d'asilo!
Sappilo, tirannide! e sappi che questa non è terra da spie! Tu hai
perduto il tuo tempo, impiegando ogni specie di corruzione! Qui--su
questi frantumi di lava--il tuo potere, brutto di sangue e di vergogna,
è effimero!
Butta giù quella tua maschera di Statuto, a cui nessuno più crede, e
mostrati col tuo ceffo deforme da Eliogabalo o da Caracalla--qui altro
non è che questione di tempo--d'anni--che dico? forse di giorni.--Che
s'intendano questi ringhiosi discendenti della discordia e della
grandezza, e come nel Vespro, in poche ore, verun vestigio resterà più
delle vostre sbirraglie.
Rosolino Pilo in una scaramuccia coi Borbonici--mentre i Mille facevano
alcune fucilate nelle vicinanze di Renne--fu colpito da un piombo
nemico, mentre si accingeva a scrivermi dalle alture di S. Martino, e
stramazzò cadavere.
Italia perdeva uno dei più forti di quella brillante schiera, che col
loro coraggio e nobile contegno menomano alquanto le sue umiliazioni e
le sue miserie.
Corrao, men fortunato di Rosolino, dopo d'aver pugnato valorosamente in
ogni combattimento del 60, morì di piombo italiano per gare individuali.
Il generoso popolo della Sicilia, io spero, non dimenticherà quei suoi
due prodissimi concittadini.
CAPITOLO X.
LE DUE EROINE.
La donna bella, buona e coraggiosa
È un vero portento della natura.
(_Autore conosciuto_).
Nel campo di Renne, ove i Mille eran sequestrati da piogge
dirotte, v'era mestieri di notizie certe sulla situazione di
Palermo.--Quell'invitta popolazione fremente, di quel fremito che fa
tremar la tirannide corazzata d'acciaio ed assiepata da baionette, era
tenuta dopo l'eroico tentativo del 4 aprile nel più assoluto e rigoroso
stato d'assedio.
Poche eran le comunicazioni colla campagna, e quelle poche persone a cui
era permessa l'uscita dalla città dovevano garantire il Governo che
nulla da loro avea da temere di congiure o d'intelligenza coi patrioti
di fuori--al solito chiamati briganti.
Ma mal si governa colla tirannide e peggio ancora con popoli che hanno
tradizioni come quella dei Vespri--la più terribile delle lezioni data
dai popoli ai loro oppressori--e che non trova paragone in nessun tempo
ed in nessuna delle storie delle Nazioni.
Italia! _terra dei morti_--secondo uno di quei grandi che vengono
nominati tali, perchè nacquero tra generazioni di piccoli.--Italia,
dico, depressa oggi, umiliata--e detto in onor del vero--anche
disprezzata--conta dei fatti che nessun popolo della terra uguaglia.
1º Giunio Bruto, condannando a morte i proprii figli perchè creduti
implicati in una congiura contro lo Stato.
2º Manlio, dittatore, facendo decapitare in sua presenza il valoroso suo
figlio vincitore d'un gigante latino che avea sfidato a pugna singolare
i migliori dell'Esercito Romano, perchè avea trasgredito il divieto
dittatoriale di non uscire dalle fila. Questi due fatti d'insuperabile
disciplina sono forse la chiave di quella severissima disciplina romana
che condusse le Legioni su tutto l'orbe conosciuto, e di cui si trovò un
saggio sotto le ceneri di Pompei, d'un legionario che coll'arma al piede
lasciossi coprire dalle ceneri senza muoversi.
3º E i Vespri? Un popolo che conta i Vespri ne' suoi annali, può durar
poco nel servaggio.--E ricordatelo bene voi che nei tempi presenti
(1870) cercate di imbavagliarlo con delle concessioni e delle carezze
più o meno scellerate e sempre gesuitiche.--Voi che nascondete le ugne
d'acciaio degli antichi signorotti sotto uno straccio di carta che
presto, speriamolo, per il decoro dell'Italiana famiglia, vedremo
svolazzare nel letamaio delle genti rigenerate.
Lina e Marzia abbandonando la loro assisa maschile, aveano indossato le
vestimenta più confacenti alle loro bellissime forme, cioè la sottana ed
il farsetto, così graziosamente allacciato dalle vezzose forosette della
conca d'oro. Due rossi fazzoletti di seta che per caso si trovarono nel
vicino borgo di _Misero i cannoni_, furono fantasticamente avvolti a
quelle teste da modello, nascondendo non totalmente le ricchissime
capigliature, giacchè il sesso gentile ama, com'è naturale, di mostrare
i tesori che natura profuse sulla creatura prediletta.
Solo i calzari delle due eroine avevano militare, o piuttosto,
cacciatrice fisionomia, poichè nel borgo suddetto non si trovarono
calzature fatte da donna.
I volontari contemplavano meravigliati le superbe donzelle che sì fiere
avean veduto sul campo di battaglia, ora orgogliose d'essere prescelte
ad ardua e pericolosa impresa, e poi si guardavan l'un l'altro
stupefatti.
Nullo, perdutamente innamorato della Lina--da lui conosciuta nelle natíe
ed alpestri valli--supplicava invano il comando dei Mille, di lasciarlo
andare in compagnia della bella coppia.
E P... non meno di lui invaghito della Marzia manifestava lo stesso
proponimento. Alla vigilia di serii combattimenti però, non si volle
privare il corpo di due sì valorosi ufficiali.
Una contadina del borgo anzidetto fu destinata ad accompagnarle come
guida.--E così munite di adeguate istruzioni Lina e Marzia
s'incamminarono verso la capitale della Sicilia, le di cui altiere torri
scorgevansi alla distanza di poche miglia, dominando la superba
metropoli dei Vespri ed il littorale Mediterraneo.
CAPITOLO XI.
ITALIA.
Italia, Italia, tu, cui feo la sorte
Dono infelice di bellezza.....
..... Nè te vedrei del non tuo ferro cinta
Pugnar col braccio di straniera gente
Per servir sempre, o vincitrice, o vinta.
(FILICAJA).
Ed eccomi ancora a trattare del pugnale, quantunque mi ripugni
ricominciare con tale terribile argomento.
E perchè dunque vi costituite tiranni? Perchè da secoli questa mia terra
deve servire di lupanare a quanti malandrini porta l'Europa?
Perchè essi vengono a mangiarci i frutti, a beverci il vino, che
costarono il sudore della nostra fronte?
Perchè? Perchè? arrossisco nel pensare a tanti altri perchè, che solo il
pugnale può vendicare!
E voi, amabili ed umani dominatori dell'Occidente e del Settentrione,
qual'armi avete concesso ai vostri Iloti italiani, perchè non dovessero
servirsi d'un ferro, per vendicare un oltraggio od un disonore?
Oggi ancora, ladroni spudorati, voi infestate le nostre terre che tenete
a ruba da varii secoli,--sotto il falso pretesto di religione che non
avete, e di diritto divino con cui burlate il mondo.--Ditemi voi: se più
legali sono i vostri furti e le vostre violenze, od il ferro italiano
che qualche volta--segna le vostre schifose fisonomie?
Ditemi, s'eran legali i vostri assassinii, commessi contro i Messicani,
tra cui l'italiano generale Ghilardi fucilato proditoriamente dal servo
del 2 Dicembre, Bazaine, contro i Romani del 49 e del 67, contro i
Veneti, i Bassi, i Ciceroacchi con due figli e nove compagni, i martiri
di Belfiore, ecc. ecc., tutti onesti, tutta gente di cui più valeva un
capello che tutta l'anima vostra, carnefici del genere umano!
E verrà un giorno in cui l'Italia purgata dei suoi Tersiti, e dei suoi
impostori che l'addormentano e la corrompono, vi tratterà non più coi
guanti bianchi--come siete usi ad esser trattati in questo sventurato
paese, ma da assassini vi tratterà, come siete, impiegando i mezzi che
adoperano i popoli per redimersi da tiranni e da ladri, cioè: pugnale,
fuoco, veleno.
E non fate cipiglio--signori vermi della società umana--a tali felici
augurii per il mondo, poichè grassi, pistagnati, indorati come siete,
siete più nocivi dell'insetto che rode le radici della pianta
alimentaria, e dell'avvelenatore rettile, che uccide quasi
istantaneamente l'umana creatura.
Sì! voi oppressori delle genti e sostenitori della menzogna, siete la
peste del mondo!
È duopo rammentar sovente tutto ciò ai dormenti nostri concittadini:
acciò smentiscano i soddisfatti, perchè con pancia piena spacciano
massime che son tutte menzogne e paroloni di libertà, di indipendenza e
di unità italiana con solo di vero: miseria e degradazione!
E finalmente: non è il Buonaparte con complici il Governo italiano ed i
preti, il mantenitore del brigantaggio nell'Italia meridionale?
E non sono i despoti, i fomentatori delle rivoluzioni nel mondo?
Io sfido che si provi il contrario.
CAPITOLO XII.
MANISCALCO.
L'immacolato tricolor, dolenti
Sì, noi macchiammo, per veder risorti
Della Romana Italia, i macilenti
Nipoti a un fascio e ad un cammin consorti.
Or dimmi: hai tu dell'Italo fidente
Appagata la speme--e le proterve
De' suoi tiranni, soldatesche hai spente--
Birri un dì noi vedemmo e genti serve
Su quest'afflitta terra--e fatalmente
De' servi e birri, noi vediam caterve.
(_Autore conosciuto_).
Ammiratore della rigida, non uguagliata da nessun popolo della terra,
antica disciplina romana, io, sono quindi amante dell'ordine,
cioè--vorrei vedere i popoli prosperi, liberi, felici--ed i loro
reggitori, occupati non d'altro che del loro benessere--garanzie sicure
queste della quiete pubblica.
Non reggitori simili agli odierni d'Italia, speculando sulle miserie
della nazione, rovinandola per soddisfare a depravati capricci, non più
tollerati dalla società moderna--e per impinguare numerosa caterva di
satelliti che lor fan corona.
Sì! ordine vogliam noi, uomini della libertà e del progresso--cioè:
Repubblicani.
Ordine! ordine! e chi lo disturba quest'ordine che l'umanità
richiede--siete voi, persecutori delle genti! perturbatori della
condizione normale dei popoli--voi! per gozzovigliare alle spese
altrui--e far infelici le nazioni che speravano da voi un governo umano
e riparatore.
Sì, voi potenti per astuzia e per l'imbecillità altrui, millantate
ordine, colla coscienza di mentire--rovesciando, distruggendo ogni più
sacra cosa; e facendo della famiglia umana una caterva di sventurati e
di spie!
L'ordine che voi volete è la quiete--quella quiete che brama l'assassino
nel godimento della roba depredata.
E Maniscalco era uno di quei vili istromenti che la tirannide poltrona,
paurosa e codarda, spinge fra le moltitudini per spiarle, torturarle,
assassinarle, quando fia duopo, per mantenere _l'ordine_ che disturbano
alcuni affamati servi.
Essi, istrumenti, hanno il genio della corruzione, della perversità, e
sanno scegliere nella folla i loro seguaci, che distinguono a cert'aria
di famiglia, agli inerenti vizii inseparabili di tale bordaglia: vizii
ch'essi vogliono soddisfare al prezzo di qualunque infamia, e
riconoscibili poi a certa peculiare impronta famigliare alla gente dello
stesso marchio.
In Palermo, Maniscalco munito di pieni poteri, ed accrescendo di potenza
in ragione inversa del credito de' suoi padroni--credito da tiranni,
che sulla terra dei Vespri si scioglie tanto presto, quanto la neve al
contatto della rovente lava de' suoi vulcani--un perverso come
Maniscalco--su cui posava tutta la fiducia del Borbone in Sicilia--s'era
certamente permesso ogni specie di dissolutezza, di delitti e crudeltà:
la purezza delle vergini, la santità dei matrimonii, tutto andava in un
fascio davanti alle libidini dello scellerato. La cuffia del silenzio, e
quante torture avevano inventato i Torquemada, erano impiegate per
strappare dagli sventurati prigionieri i segreti delle congiure dal
dispotismo suscitate.
Un giorno in via Maqueda, tutte le classi della splendida capitale della
Sicilia tornavano dal passeggio della Favorita;--tutte le classi,
sì,--perchè quantunque poco menomata in potenza la famiglia dei feudali,
i popoli, sono fuori da quel servilismo, che nel Medio Evo, non
permetteva ad un plebeo di passeggiare accanto ai favoriti dal
privilegio.
Nella folla accalcata in quella seconda strada di Palermo,
pavoneggiavasi il sanguinario Ministro del Re di Napoli, con scorta
numerosa de' suoi satelliti, armati fino ai denti.--Tali non
compariscono in pubblico gli agenti dell'autorità, ove la libertà non è
vana parola.
Il _policeman_ dell'Inghilterra, o degli Stati Uniti ispira fiducia
all'onesto cittadino, e non timore come il sinistro cagnotto della
tirannide--il _bravo_ dei signorotti moderni.
Maniscalco dunque, attorniato da' suoi, scoteva l'altero suo capo, e
gettava sulla moltitudine uno sguardo di disprezzo, e la moltitudine,
come se raccogliesse la sfida dell'insolente, calcavasi sulla siepe di
sgherri che corazzava il malvivente, premevala, e dal seno di quell'onda
di popolo scaturiva una di quelle figure, che la poesia dipinge
dominatrici delle tempeste, sieno esse di genti o di elementi.
Tale Colombo--dopo di aver dominato il pelago che divide i due
mondi--dominava gl'indisciplinati suoi seguaci in una tempesta
d'insubordinata diffidenza al suo genio.
Come lo scopo del grandissimo navigatore fu realtà, la manifestazione
d'odio dei discendenti del Vespro e la lama d'un pugnale, sguizzava
nell'aere come una fiamma e si conficcava nel petto del disprezzatore
delle genti, e lo rovesciava nella polve.
Maniscalco cadeva, ed il suo sangue irrigava una terra che non era degno
di calpestare.
Il feritore poi, che alcuni dissero essere un fantasma, ma che
certamente era uomo che sprezzava il pericolo, non fuggì, non accelerò
il passo; ma in un orgasmo che fece stupire gli astanti, e paralizzò,
ammutolì gli sgherri, pria sì baldanzosi, il feritore, dico, strappò da
sè l'involto di carta che lo copriva da capo a piedi, ne sparse i
brandelli sul terreno, e come per miracolo si confuse nella folla, ove
fu impossibile di rintracciarlo per quante indagini se ne facessero.
I Governi ed i preti adoperano ogni mezzo perverso per corrompere le
genti, e riescono sovente ad attrarre nelle loro reti qualche
sciagurato, ma la massa delle popolazioni in Italia abborre la
delazione, ciò sia detto in onore del nostro popolo, e se la miseria od
il vizio precipitano alcuno nell'infamia, certo il delatore nel nostro,
benchè infelice paese, sarà sempre generalmente in orrore.
Io ho veduto il popolo di Palermo nella gloriosa rivoluzione del 60
correr in cerca dei _sorci_ (spie) con un accanimento indescrivibile.
Chi sa quanto il coraggioso _assassino_ avea lavorato per tagliare,
cucire, pitturare cotale abbigliamento di carta somigliante ai panni da
poter comparire in pubblico senza essere riconosciuto.
Era una vendetta, meditata, certamente.
E fin ora non si conosce la causa dell'attentato, nè chi lo perpetrava.
Era lo sconosciuto qualcuno dei torturati da Maniscalco? qualcuno dei
feriti nell'onore? Poichè i cagnotti dei tiranni sono generalmente gente
lasciva, ed il capo degli sgherri, come già abbiamo accennato, avea fama
di tale--od era alcuno di coloro che preferiscono la morte al vergognoso
servaggio del loro paese?
Assassino: lo chiamarono i giornali borbonici e tale lo chiamerebbero
pure altri giornali non borbonici.
Assassino! e veramente io non vorrei che si uccidesse l'uomo dall'uomo,
e sono contrario alla pena di morte sotto qualunque forma.
Assassino, dunque, fu il feritore di Maniscalco e Torquemada ed Arbues
ed i bruciatori delle creature umane sono santificati! ed il dominatore
del Tirolo che appiccò Mantovani, Ungheresi, Piemontesi! il Reggitore
della Polonia passando la vita alla distruzione di quel popolo,
sottoponendo al _knouth_ sino i bambini e le donne!--ed il _Magnanimo_
che crede oggi di coprir colla sua veste d'Agnello le macchie di sangue
di tre popoli, sono Maestà!
Assai più coperti d'omicidii dell'assassino di Maniscalco, ma infine
Maestà!
CAPITOLO XIII.
IL 4 APRILE.
Palermo!
Son le tue zolle sante ed i tuoi colli
Templi ove l'uom che ne respira l'aura
Se non risente dignità--la creta
Sortiva dello schiavo!
(_Autore conosciuto_).
Come si ponno narrare i fatti del 60 senza un ricordo all'infelice, ma
eroico tentativo del 4 d'aprile, in cui un pugno d'uomini risoluti sfidò
la potenza Borbonica nella capitale della Sicilia e fu comunque sia il
primo episodio della gloriosa epopea?
Io lascio ai meglio informati di me l'incarico di rammentare per la
Storia i nomi dei forti che vi presero parte, confessando di ricordare
solo il nome di Riso, uno dei martiri dell'impresa portentosa.
Il convento della Gancia servì di ricettacolo ai cospiratori--e fu in
quel memorabile giorno il campo di battaglia ove gli stessi sostennero
una disugualissima pugna contro gli oppressori della patria.
Il convento della Gancia, sì, in cui i frati, benchè frati, ricordavano
d'esser uomini ed Italiani, contrariamente a quelle iene di Roma, di cui
la storia è una serie d'assassinii, di prostituzione, di tradimento.
I preti dei Messicani al tempo di Cortez, i sanguinarii druidi dei Celti
al tempo dei Romani ed i Papas Greci ai nostri tempi, tutti si
consacrano ai più orribili martirii sostenendo le cause del loro popolo.
Ed il prete italiano? Sempre traditore al suo paese, fosse esso invaso
dai Turcomanni!
Il contegno dei poveri frati della Gancia fu lodevolissimo.
Essi non pugnarono, non macchiaronsi di sangue, ma identificaronsi colle
aspirazioni d'un popolo generoso ed oppresso, lo favorirono e ne
divisero i pericoli e le miserie.
L'inviolata quiete di cui godè il Clero in tutte le peripezie tempestose
di quella prolissa campagna del 60 si dovè senza dubbio al patriottismo
di quei pochi religiosi che--ad esempio di Cristo--si schierarono nelle
fila degli schiavi[12].
L'impresa del 4 aprile mosse gli uomini di cuore che dopo la fallita
impresa della capitale presero la campagna, congiungendosi alle squadre
di quegli ammirabili picciotti sempre pronti a misurare i loro poveri
fucili colle armi perfezionate dei soldati della tirannide, sempre
pronti, senza dimandarne la causa, a correre in sostegno dei
concittadini impegnati contro mercenari nostrani o stranieri.
E qui in onore del vero devo accennare che in nessuna parte d'Italia ho
trovato tanta accostevolezza da uomo a uomo, da campagna a città, quanto
nella Trinacria.
Sono certo che non vincendo, i Mille, dopo di aver bruciato ed
abbandonato il naviglio, essi avrebbero scelto la sorte dei Leonida o
dei Fabi. Ma dovunque nella penisola, essi non avrebbero trovato
l'incrollabile fedeltà, ed il sostegno che a loro sacrarono i nobili
discendenti del Vespro.
In nessuna parte del mondo fuori della Sicilia sarebbe stata possibile
una marcia come quella dalla Piana dei Greci a Marineo, da Marineo a
Missilmeri; da questo a Gibiltossa e finalmente dall'ultimo punto a
Palermo nella notte dal 26 al 27 maggio all'insaputa del nemico.
Si ricordino quindi i reggitori moderni, che invece di tanto occuparsi
nel rovinare le popolazioni con tasse, imposte, macinati e il
diavolo--per gozzovigliare nel vizio e nella lussuria--essi non
dovrebbero accrescer l'odio che han seminato a piene mani tra coteste
energiche popolazioni del mezzogiorno. Odio, che aumenta in ragione
geometrica. Odio, che non domeranno con tutti i birri della terra, che
riuscirà forse impotente una o dieci volte per ora, ma che trascinerà
finalmente il paese in uno di quei cataclismi che le venture generazioni
ricorderanno con raccapriccio.
E non crediate, signori oppressori ed impostori, che tutte le
rivoluzioni le avrete a passar liscie e immacolate di sangue come quella
del 60.
Troppe sono le colpe vostre e troppo l'odio che giustamente vi portano
le popolazioni da voi ingannate, umiliate, depredate, tradite!
NOTE:
[12] Qui m'è caro ricordare il Padre Pantaleo, che col suo coraggio ed i
suoi talenti, come letterato e libero pensatore, diventò caro a tutti e
gettò nelle fila dei giovani sacerdoti quello spirito d'emancipazione
dalla menzogna che nobilita l'uomo, e che tanto bene avrebbe fatto già a
non essere l'Italia governata da cupido gesuitismo.
CAPITOLO XIV.
LA PRIGIONIA
Les cloîtres, les cachots ne sont point son ouvrage.
Dieu fit la liberté, l'homme a fait l'esclavage.
(CHENIER).
Il 4 aprile era trascorso, e la tirannide avea trovato il mezzo di far
delle vittime sempre grate a Lei, perchè con ciò crede di frenare i
popoli e mantenerli nel timore. Ma di quelle vittime che sono i martiri
d'una causa santa, i coraggiosi raccolgono il sangue, vi tingono le
fasce delle sorgenti generazioni, ed a loro ne consacrano la
memoria--e... la vendetta...--E Dio alle volte paga tardi, ma paga
giusto.
Gettando nella bilancia lo stato selvaggio dell'uomo da una parte e
l'incivilimento dall'altra, dovrebbe certamente risultare per il bene
dell'umanità il peso maggiore nel piatto civile. Eppure qualche volta
l'uomo angosciato da reggitori perversi--occupati solo a tiranneggiarlo
ed impoverirlo--si trova costretto a desiare la vita primitiva delle
foreste, ove mangiava frutte di selva, è vero, ma non avea la schifosa
presenza del prete, del dottrinario, del birro, di quella caterva
d'arpie che col nome di moderati, cointeressati ministri, pubbliche
sicurezze, ecc., lo spolpano, lo corrompono e lo prostituiscono allo
straniero.
Tutta gente che vogliono lautamente vivere alle spalle sue accusandolo
di rivoluzionario quando si lamenta di essere stracarico, e quando
vorrebbe respirare un tantino, scaraventando tutta l'odiosa turba
reggitrice all'inferno!
I Governanti sono generalmente cattivi, perchè d'origine pessima e per
lo più ladra. Essi, con poche eccezioni, hanno le radici del loro albero
genealogico nel letamaio della violenza e del delitto.
Al loro sorgere--tempi feudali--essi, dopo d'aver cacciato l'aquila
dall'alpestre nido, l'occupavano--e di là piombavano sulle inermi
popolazioni, rubando quanto a loro conveniva: messe, frutta, donne e
sostanze d'ogni specie per provvederne i loro covili che chiamavan
castelli.
Ai tempi nostri (1870) non meno feudali di quelli, più potenti i
signori, più numerosi i birri, e più servili e prostituiti i satelliti,
benchè i _bravi_, si chiamino Pubbliche Sicurezze--e i _signori_, Re o
Imperatore--credo si stia in peggiori condizioni, essendo gli ultimi più
potenti dei primi--e con una sequela di legali cortigiani, sempre pronti
a sancire colla maggioranza dei loro voti ogni più turpe mercato delle
genti o delle loro sostanze.
Al Governo della cosa pubblica, poi, giacchè i padroni regnano od
imperano e non governano, vi si collocano sempre coloro che ne son men
degni od i più atti a sgovernare, non volendo, i despoti, gente onesta a
tali offici, ma disonesti com'essi, striscianti e corruttori parassiti
coll'abilità della volpe o del coccodrillo.
Ciò non succede soltanto nelle monarchie dispotiche, più o meno
mascherate da liberali--ma spesso anche nelle repubbliche, ove
gl'intriganti s'innalzano sovente ai primi posti dello Stato, ingannando
tutto il mondo con ipocrisie e dissimulazioni; mentre uomini virtuosi e
capaci, perchè modesti, rimangono confusi nella folla a detrimento del
bene pubblico; e sovente pure nelle immense Società popolane succede lo
stesso inconveniente; d'archimandriti immeritevoli.--I popoli son così
facili ad essere ingannati!
Il principio repubblicano ha certamente fatto dei progressi in questi
ultimi tempi, e non si deve disperare di vederlo finalmente prevalere.
Ma ciò che succede nelle piccole società succede pure dovunque nella
grande società umana, ove similmente l'intrigo e le esagerazioni fanno
inciampare ad ogni passo cotesto bello andamento del progresso umano.
Parlate di Repubblica--Governo normale e naturale delle nazioni--e
propagatela con successo--vi sortono subito i socialisti, i comunisti,
gli agraristi, ecc., che spaventano il mondo e ritardano i risultati del
vostro lavoro.
Parlate del vero e della ragione--non difficili a seminarsi nelle masse
a dispetto della tirannide e del negromantismo--e compariscono gli atei,
i materialisti, a menomare le vittorie del buon senso.
Aggiungete a tutto ciò le gloriuzze di certi individui che vogliono
essere chiamati grandi a qualunque costo--e vogliono far parlar di loro
i giornali, fosse anche per un incendio del tempio d'Efeso alla
Erostrato.
Tali considerazioni mi conducono alla conseguenza d'esser possibile nel
mondo, non so per quanto tempo ancora, certi governi mostruosi, come
quello del Borbone--che la tempesta rivoluzionaria del 60 rovesciò nella
polve--e la peste pretina--compimento delle miserie e delle degradazioni
umane.
Le prigioni del despota eran zeppe a Palermo ed i fatti di Maniscalco e
del 4 aprile le avean colme--giacchè la prigionia serve alla tirannide
per reprimere non solo le aspirazioni dei popoli ma per spaventarli.
Lascio pensare in che orgasmo di diffidenza e di paura si trovarono le
autorità borboniche nella capitale della Sicilia--allo sbarco dei Mille
a Marsala.--Se vi si fosse potuto imprigionare i dugentomila abitanti,
sono certo, i Borboni non vi avrebbero ripugnato.
E dopo Calatafimi e la marcia dei filibustieri sulla Metropoli? Dio me
ne liberi! In tali frangenti entrarono in Palermo Lina e Marzia e
Lia--la graziosa contadina dell'Agro Palermitano--le tre vestite a
foggia del paese, e favorite dalla prima oscurità d'una notte di maggio.
Ho già detto: la terra del Vespro non è terra da delatori, ed era
probabile che tre ragazze del paese, appartenenti al ceto rurale,
potessero entrare senza eccitar sospetti nella popolosa capitale.
Mentre però passavan le tre sotto il primo riverbero di Piazza reale,
due occhi somiglianti a quei del serpente[13] si fissarono sul bel volto
di Marzia, e vi cagionarono l'effetto della scintilla elettrica--ma
malefica, ma funesta come quella vibrata dalla cupa, nera partoriente
delle tempeste sulle dominanti torri del feudo o della bottega pretina.
La coraggiosa fanciulla--che abbiam veduto alla testa degli eroi di
Calatafimi in quella solenne pugna--fu padroneggiata da tal brivido in
tutte le membra, le luci le si ottenebrarono in tal modo, che non
sentiva più il terreno sotto i piedi, traballò come in uno stato
d'ubbriachezza, e senza il sostegno di Lina--a cui s'appoggiò subito--si
sarebbe rovesciata sul macigno del marciapiede su cui transitavano.
«Celeste dote è negli umani--la corrispondenza d'amorosi affetti», dice
Foscolo, che segue le anime elette, sacerdotesse dell'amore celeste
sino oltre tomba.
L'occhiata d'un perverso che vi fa l'effetto di una punta di stile, sarà
dunque l'antitesi di quella dote e la potremo chiamar: dote infernale.
E tale fu veramente l'effetto di quell'occhio sulla bellissima fanciulla
romana.
Riconfortata alquanto da quel primo scompiglio dell'esser suo--e tornata
alla virile sua natura, Marzia era lì per consigliar l'amica di tornare
verso il campo--ma voltandosi e scorgendo lo stesso individuo con altri,
senza dubbio della stessa risma, che le seguivano, disse a Lina, senza
rispondere al «cosa hai?» dell'amica, «sollecitiamo».
Scivolavano quindi le tre giovani sul selciato del marciapiede di Piazza
reale colla velocità e leggerezza della Silfide--ma nella popolosa
Toledo a quell'ora facea mestieri rompere la folla per poter proseguire
celeremente, e la folla trovavasi sempre più densa a misura che
s'inoltravano verso il centro della città.
Tutto ciò dava vantaggio ai persecutori, sulle giovani perseguite, che
di più inciampavano nel non indifferente ostacolo che incontrano le
belle donne nelle città grandi, quando non accompagnate da uomini, cioè:
lo esser bersaglio alle occhiatine, ai motteggi, e sovente alla
persecuzione de' cicisbei.
Comunque, le tre compagne non eran ragazze da lasciarsi spaventare per
poco, e la stessa Marzia sul di cui volto era improntata abituale
malinconia--e che forse s'era aumentata col sinistro incontro--Marzia,
dico, avea ripreso quel fiero contegno cui dava diritto l'indomito suo
coraggio.
Passati i _Quattro canti_[14] e continuando per via Toledo verso il
mare, esse giunsero finalmente ove quella via principale forma una
piazzetta regolare, ed ove verso levante trovasi l'ingresso del vicolo
che conduce all'_Albergo d'Italia_, e nell'entrare nel portone dello
stesso, esse s'accorsero che sin lì eran state seguite.
A gente più assuefatta a mene poliziesche delle belle fanciulle, sarebbe
forse venuto in mente di non fermarsi in quell'albergo di prim'ordine,
oppure giungendovi, fare in modo di uscire subito da un andito
posteriore che conduceva alla splendida passeggiata sul mare, e di là
cercare una più modesta ed appiattata dimora. A Lia però, che la faceva
da guida, non occorsero tali considerazioni, e forse anche qualche
motivo particolare la induceva a prender stanza in detto albergo. La
noncuranza poi delle nostre eroine per qualunque pericolo coadiuvò la
scelta di tale dimora--non sicura certamente per esse in quel tempo di
parossismo rivoluzionario da una parte e di paura governativa
dall'altra.
Il fatto sta che appena le tre fanciulle avean messo piede nella stanza
richiesta ed a loro assegnata dal padrone di casa, questo si presentò ad
esse con un commissario di polizia e tre birri dicendo loro: «Signore,
io era venuto per chiedere ciò che desideravano per cena; la comparsa
però e l'intimazione di questi signori (la seconda parte del discorso fu
a voce bassa ed arrugando le labbra), mi duole dirlo, farà inutile la
mia richiesta».
Quelle parole aveano un accento di simpatia, e si capisce con quel colpo
d'occhio intelligente che distingue i nostri meridionali, il padron di
casa avea indovinato che le belle viaggiatrici eran gente di conto--e
bastava per ciò gettar uno sguardo sul distinto, nobile e vezzoso volto
delle due compagne dei Mille.--La Lia, di bellezza non comune, pure era
conosciuta in quella casa.
Anche si capisce l'istantaneo apparir della polizia borbonica in quei
giorni di terrore, ove in Palermo si era concentrata quasi tutta quella
del Regno, coadiuvata da quanto il gesuitismo avea di più astuto e di
più diabolico.
L'uomo dall'occhio sinistro la di cui vista avea sì stranamente e
malignamente magnetizzato la nostra Marzia, avea quindi durato poca
fatica a raccoglier sgherri sufficienti per la cattura delle fanciulle
sospette.
L'_Albergo d'Italia_ attorniato dalla birraglia, quei birri che col
commissario aveano invaso la stanza delle donne e tre carrozze già
occupate da custodi pronti al portone, furono gli apparecchi idonei per
il trasporto delle tre donne a Castellamare, ove le lasceremo per un
pezzo, dolenti del mal esito della loro impresa--ed indispettite.
«Cozzo» fu la sola parola che Lia potè articolare al padrone di casa in
un momento in cui i poliziotti stavan concertandosi sulle grandi misure
da prendere per assicurare la famosa preda.
NOTE:
[13] Mi è successo in America, coricandomi sul campo colla testa su di
un cespuglio erbaceo, di esser costretto a cambiar di giaciglio per
l'apparizione di due luci nello stesso, che appartenevano certo ad un
serpe.
[14] Punto centrale di Palermo, ove s'intersecano le due principali
strade.
CAPITOLO XV.
IL TENTATORE.
Les prêtres ne sont pas ce qu'un vain peuple pense.
Votre crédulité fait toute leur science.
(VOLTAIRE).
Quando le scritture--che gli stupidi ed i furbi chiamano sante o
sacre--collocarono allato della coppia primitiva il serpente per tentare
la prima debole donna, esse avrebbero dovuto a tante invenzioni
aggiungere l'invenzione d'un prete invece del rettile, essendo il prete
il vero rappresentante della malizia e della menzogna--più atto assai
alla corruzione e al tradimento che non lo schifoso e strisciante
abitatore delle paludi.
E qui mi pongo ancora la mano sull'immane piaga! Un prete! e di più un
gesuita--il sublimato del prete--mi si presenta, con mio ribrezzo in
tutta la laidezza della sua natura per nausearmi--rabbrividirmi--e per
nauseare coloro che avranno la sofferenza di leggermi!
Il sole del 26 maggio nascondevasi dietro i pittoreschi monti che
circondano la Conca d'oro a ponente, fosco, rossiccio, come se macchiato
di sangue--e col crepuscolo d'un giorno infocato cominciavano a vedersi,
nelle pubbliche passeggiate, alcune carrozze con dentro il bellissimo
sesso della stupenda capitale. Non numeroso però, abbenchè le donne,
colla loro educazione presente, non si curin quanto dovrebbero delle
miserie ed umiliazioni della patria: v'era nell'atmosfera naturale e
politica qualche cosa che inaridiva ogni voglia di divertimento.
Era scirocco? Credo non fosse. Col scirocco, le popolazioni meridionali
agiate chiudonsi soventi dentro casa--trovando insopportabile l'afa che
si respira al di fuori.--Il bracciante la trova meno insopportabile
della fame, e lavora anche spossato dal soffocante scirocco.
Il sole del 26 maggio era al tramonto e tra le poche carrozze che
circolavano sulla deliziosa sponda del Mediterraneo una se ne scorgeva
che all'occhio indagatore presentava un aspetto diverso dalle altre.
Perchè coperto quel veicolo? perchè vuoto?--poichè ben difficile
scoprire in quel fondo oscuro un coso a sembianza umana, che dico? a
sembianza d'un demonio!
Quella carrozza coperta aggiravasi come le scoperte, occupata da gente
più o meno oziosa e che in quella sera, più per consuetudine che per
gusto, faceva il solito andirivieni.
L'occupante però di quella--come il gufo--nascondevasi dalla luce, ed
aspettava le tenebre, per attuare i suoi divisamenti sinistri.
E ne avea ben donde Monsignor Corvo--il più astuto e scellerato dei
gesuiti--di nascondersi all'umano sguardo. Se, come m'è successo
qualche volta d'esser solleticato a far una buona azione--tale prurito
fosse venuto ad alcuno dei generosi palermitani presenti--esso potevasi
precipitare in quella carrozza di cattivo augurio, strapparne fuori il
malvagio, e schiacciarlo col tacco del suo stivale per non contaminarsi
le mani, come si fa del velenoso rettile.--Egli avrebbe compito opera
santa e liberato l'Italia da uno de' suoi più perversi e nocivi nemici.
E lì, nelle vicinanze del sinistro augello, si aggirava uno: giovane,
bello, forte, tipo di quella gioventù palermitana sì propensa
all'eroismo del martirio.--Cozzo, il valoroso amante di Lia con altri
compagni della stessa tempra da lui guidati, avean giurato di liberar i
patriotti prigionieri nel forte di Castellamare. Ed eran molti i
detenuti--appartenenti per la maggior parte al fiore dei propugnatori
della Libertà Italiana.
Essi passeggiavan divisi e lontani dall'ergastolo borbonico--per coprire
il loro disegno--e Cozzo, or sapendo che la prigione racchiudeva il suo
tesoro, la sua Lia era d'un'impazienza indescrivibile di cominciar a
menar le mani.--Poi si sapeva delle due bellissime forestiere compagne
della palermitana la di cui fama s'era duplicata sotto il velo del
mistero.--Solo sapevasi ch'esse provenivano dai Mille.
E Cozzo coi compagni che avrebbero potuto liberar il mondo da un demonio
tentatore, non se ne occuparono credendo vuoto il veicolo--e penetrati
com'erano dalla santità della loro impresa.
CAPITOLO XVI.
COZZO E I CINQUANTA PALERMITANI.
Les cloîtres, les cachots, ne sont point son ouvrage.
Dieu fit la liberté--l'homme a fait l'esclavage.
(CHENIER).
Quand'io considero quella serie di mostruosi governi che da secoli
reggono la meridionale Italia--con popolazioni energiche come son
quelle--cresciute sulle lave dei nostri vulcani--io concludo: che non
basta l'energia per fare un popolo libero e grande.--Dirò di più, che
non basta l'energia e l'intelligenza, poichè a dovizia possiede il
nostro popolo l'una e l'altra qualità.
E qui devo ancor mettere la mano sulla piaga della nostra patria
infelice: il clericume--ossia l'impostura.
E chi potrà negarmi che sia il pretismo la base su cui poggiano tutti i
governi perversi?
E mentre si millanta progresso, incivilimento dovunque--in questi giorni
stessi trionfa nelle elezioni al Parlamento Belgico, il clericume!--E
chi può sottrarre all'influsso malefico del 2 dicembre protettore della
menzogna, i piccoli Stati che attorniano la Francia, quali l'Italia, la
Spagna e il Belgio?
Manca certamente al nostro popolo la disciplina--che tanto grandi fece i
nostri padri--la disciplina da cui lo distolgono una mano di dottrinari
per la gloriuzza d'esser chiamati grandi, mentre sono piccolissimi.
E ciò mi spinge sempre più all'idea d'una Dittatura onesta e temporaria.
Il «Siate tutti soldati, tutti ufficiali, tutti generali» del Mazzini,
significa «Siate tutti una Babilonia!»
Cozzo! Pare impossibile; la terra dei gesuiti e dei
preti--l'Italia--partorisce anche i Cozzi--quelle antitesi così
pronunciate del malvagio!
Io l'ho veduto Cozzo--bello come una fanciulla e giovanissimo.--Cozzo
che non s'è mai presentato che al momento del pericolo--e nel pericolo
sempre tra i primi, io l'ho veduto a Caserta--morente--col petto rotto
da una palla borbonica--e baciai cogli occhi umidi quella fronte
d'angelo!
Egli sorrise vedendomi--d'un sorriso che terrò scolpito nell'anima fino
alla morte--e pronunciò le ultime solenni parole: «Io sono felice d'aver
dato la vita al mio paese!».
E tutte le provincie italiane possedono i loro Cozzi da non esser
superati da nessuna casta nel mondo.
Cotesti superbi rappresentanti dell'abnegazione, del decoro, del
martirio, della dignità umana scaturiscono dalla folla di quella
moltitudine corrotta che serve di piedestallo alla menzogna ed alla
tirannide--e qualche volta la dominano e la guidano verso il bene--ma
spesso vi rimangono travolti, superchiati, sinchè i cilicii e le
battiture la riconducono ancora sulla via tracciata dai liberatori.
Ogni provincia possiede alcuno dei prototipi della nobile Legione--e
l'Italia ne può andar orgogliosa.--Essa mai è meno dei Mille, ma il
giorno in cui la gioventù italiana capisca, quanto sia grande il titolo
di militi di quella incomparabile Legione--in quel giorno: Addio
menzogna e tirannide.--La libertà riscalderà, vivificandola, questa
terra delle grandi glorie, e delle grandi sventure!
Era la mezzanotte, quando Cozzo, dopo di aver riunito i cinquanta
coraggiosi figli di Palermo, marciava risoluto all'assalto di
Castellamare, presidiato da cinquecento uomini--da molta artiglieria--e
colla parte del mare protetta dalla flotta borbonica, schierata a poca
distanza.
I Borbonici apprezzavano giustamente la posizione di Castellamare--sia
per la facilità di poter sbarcare al sicuro ogni specie di sussidio
d'uomini, armi e vettovaglie--sia per facilitare la ritirata delle
guarnigioni di Palermo sulla base dell'imponente flotta.
E perciò mantenevano quel propugnacolo della loro tirannide, molto
provvisto dei migliori soldati, d'armi, di munizioni, e d'ogni specie
di cose necessarie.
«Che importa!» aveano esclamato i cinquanta campioni della libertà
italiana «più ardua è l'impresa, e più gloriosa».
E qui mio malgrado devo ancora fermare i liberatori per un inaspettato
evento.
Un'illuminazione a giorno, pria a Palazzo Reale, poi a Castellamare, ed
in seguito ne' pubblici stabilimenti e nelle case di quanti impiegati
borbonici si trovavano in Palermo--e di quanti non poterono esimersi
dall'ordine d'illuminare--fermò i nostri mentre s'accingevano ad
attraversare la piazza che divide Castellamare dalla Città.
Un rovinío di cannonate dai forti e dalla squadra assordava la gente, e
più ancora le grida selvagge di tutta la ciurmaglia borbonica, con gli
_evviva_ a quel modello di monarca e _morte_ ai filibustieri!
In sostanza era giunta in Palermo la notizia che i valorosi generali
Bosco e Van Michel avean raggiunto i Mille presso Corleone, li avean
distrutti, preso l'artiglieria e fugati i pochi resti verso il mare
africano, ov'eran aspettati dai prodi della flotta per esser condotti in
quei certi ergastoli di S. Stefano e Favignano, che i patriotti
dell'Italia Meridionale ben conoscono, oppure per essere appiccati ai
pennoni di detta valorosa flotta: ricompensa generalmente assegnata ai
pirati o filibustieri, simili ai Mille, che si occupano di disturbar
l'ordine sì ben mantenuto dalle monarchie in generale e dalle italiane
in particolare.
Fra poche ore noi avremo un cenno certo della veritiera loquacità dei
dispacci governativi, che per la decima volta avean mangiato i Mille od
annientati.--Bosco e Van Michel avean bensì raggiunto, verso Corleone,
l'artiglieria nostra comandata dal generale Orsini, che con pochi
invalidi la difese valorosamente, ed a cui tolsero, credo, un pezzo
inutile. Ma la colonna principale dei Mille, prendendo a sinistra per
Marineo e Misilmeri, giunse a Gibilrossa, ove il generale La-Masa avea
riunito buon nerbo di squadre siciliane, e di là tutti riuniti si attuò
la famosa marcia di notte per sentieri asprissimi sulla capitale dei
Vespri presidiata tuttora da quindici mila soldati delle migliori truppe
dell'esercito borbonico.
CAPITOLO XVII.
ANCORA IL TENTATORE.
Quel sottile velen--che nel virgineo
Cuore s'instilla--e paradiso umore
Ti sembra--E poi micidïali e tetre
Le miserie del mondo a te dischiude.
(_Autore conosciuto_).
Era la una della mattina, nel fatale 27 maggio del 60, e qualche cosa di
fatale veramente pesava nell'atmosfera.--Tu ne sentivi la soma e ne
andavi irrequieto.--Non era, come abbiam detto, l'alito appestato del
Simoùn[15], giacchè venti non se ne sentivano.--Afa?--non la so
descrivere!--Io l'ho sentito però quel fatale mal essere, perchè anch'io
in quella notte che precedeva un giorno di tempesta popolare contro la
tirannide, anch'io respiravo l'atmosfera di Palermo e l'ho respirata
coll'ansia di scorger l'alba che io bramavo--come la presenza della
fanciulla amata--e che presentivo liberatrice.
Se soffocati dal malore noi, all'aria aperta, e marciando a dovere
santo--a liberazioni di schiavi--che non soffrirebbero in quella pesante
notte i rinchiusi nell'afa micidiale di un carcere?
In Palermo certo i dormenti eran pochi. E i detenuti?--molti!
Gl'infelici precipitati nel fondo delle loro bolgie--senza colpe--e
sostenuti solo dall'intemerata coscienza, languivano privi d'alimenti e
d'un soffio d'aria libera!
Tiranni! a che tanto chiasso coi vostri cagnotti, se lo
schiavo--raramente, ma però qualche volta--dopo di aver tastato i solchi
troppo profondi che incisero i vostri ferri nelle sue carni, vi
scaraventa sopra un palco che si chiama guigliottina o nei fossi delle
casematte di Queritaro? Voi!... che tanto faceste e fate soffrire
l'umana famiglia di umiliazioni, di torture e d'omicidii!
Ed eran rinchiusi nelle celle della tirannide le nostre eroine, che
lasciammo nelle mani della polizia all'Albergo d'Italia.--Rinchiuse
nelle carceri più recondite dell'ergastolo di Castellamare--esse
morivano di quella morte lenta, lenta, che appassisce, appassisce sino
ad inaridire e troncare l'esistenza più florida e più robusta.
Esse furono prive del consorzio e divise ciascuna nella sua cella.
Gl'interrogatorî di queste famose delinquenti dovevano essere presi a
parte. Il despotismo nulla ignora di questa morte morale delle anime:
l'isolamento e le torture dello spirito.
Il selvaggio cavallo delle Pampas, i suoi primi passi verso
l'addomesticamento li fa con due giorni di corda corta e nessun alimento
od acqua. Tali sono tutte le specie di padroni, e la tirannide ben
conosce esser l'avvilimento dell'anima compagno dell'avvilimento del
corpo.
Era dunque la una della mattina del 27 maggio 1860, quando la cella
della Marzia fu semiaperta e l'orrida figura del tentatore--che già
abbiamo fiutato in Piazza Reale nel peristilio dell'Albergo d'Italia ed
in fondo di una carrozza alla passeggiata pubblica sulla sponda del
Tirreno--mostravasi alla derelitta.
Orrida figura, dico, perchè sapeva scendere nei penetrali di quell'anima
di Lucifero--e come Lucifero adorna di belle esterne forme.
Tale era questo demone a cui natura era stata prodiga di favori per
sventura dei suoi simili.
E qui col ginocchio piegato davanti alla bellezza umana, io, vecchio e
senza pretensione, devo un rimprovero o piuttosto un avvertimento alla
donna: essa sarebbe assai meno infelice, se si occupasse un po' più di
discernere sotto l'involto d'un bell'uomo, l'anima di un Lucifero!
Marzia trasalì, ebbe dei brividi--come le successe sul marciapiede di
Piazza Reale--riconobbe nell'ombra le sembianze del suo tentatore, e
sull'impeto primo essa fu per lanciarsi contro di lui e sbranarlo.
«Marzia!» esclamò il Gesuita. «Marzia» ricominciava il prete, e quella
voce risvegliando forse nella memoria della fanciulla chissà quali
reminiscenze, essa ricadde sul suo lettuccio con immobilità disperata,
«io sono venuto a liberarti, e tu sarai libera in questo momento, se
vorrai seguire i miei consigli.
«I tuoi sono consigli di Satana» rispondeva la giovine rinvenuta dalla
prima impressione e ritornando al suo essere eroico, «via, tentatore
nefando, l'esistenza mi pesa solo per aver avuto la sventura di
conoscerti. E la libertà, per cui io darei cento vite, datami da te la
calpesterei come orribile dono, e me ne servirei soltanto per uscir da
una vita che tu hai reso infame.
«Eppure io t'ho salvata da una fede di perdizione, Marzia, e t'ho posta
sulla via del Signore e della santa sua Religione.
«Sappi, impostore, per confusione tua, ch'io tornai col pentimento alla
fede d'Israele, alla fede dei miei padri. Solo alla mia innocenza io non
potrò tornare--scellerato!--E tu ben lo sai; e sai quanti raggiri,
quante menzogne e seduzioni tu adoperasti per ingannare una giovinetta
tredicenne--prostituirla, e, quando sazie le tue libidini, chiuderla in
uno di quei postriboli da voi chiamati conventi, per isbarazzartene.
«Via, assassino dell'anima! la tua presenza mi è mille volte più
insopportabile di questo duro carcere».
A queste parole Marzia s'era rialzata, e l'occhio suo scintillava
nell'oscurità come quello della tigre.--Il Gesuita, con una lanterna
sorda nella sinistra, teneva colla destra la posterla semiaperta,
pronto a chiuderla in caso che la fanciulla si fosse precipitata su di
lui--azione di cui la credeva capace.
E veramente, dopo aver misurata la distanza collo sguardo, concentrate
le spossate sue forze, Marzia fu d'un balzo contro la porta, che trovò
chiusa dalla robusta mano del prete, ed il malvivente fu sollecito a dar
un giro di chiave per non esporsi una seconda volta all'assalto della
fanciulla.
Egli però aprì poco dopo una graticola da dove probabilmente si
conferiva coi prigionieri pericolosi, e da dove vi si faceva passare il
miserabile alimento.
«Marzia!» ripigliò la voce stridula del loiolesco, «il vecchio tuo
padre...»; qui si udì uno di quei lamenti che non si ponno descrivere, e
che l'antico fondatore della lingua italiana si contenta di accennare
con quei suoi versi immortali:
E se non piangi, di che pianger suoli!
Non era il rantolo del morente, ma uno di quegli accenti di dolore che
noi uomini non conosciamo, o di cui non racchiudiamo il tesoro. Solo la
donna e forse solamente la madre, il di cui cuore è il vero santuario
dell'amore, è capace di sì incomparabile dolore!--Ed il tonfo del corpo
di Marzia stramazzante si udì nel fondo della cella.
Un sepolcrale silenzio seguiva, e solo quando l'impassibile ministro
dell'inferno s'accorse che la vittima sua non era preda della morte,
esso ricominciò: «Marzia! il vecchio tuo padre, lo sai, giace tuttora
nei sotterranei dell'Inquisizione, sottoposto a giornaliere torture, e
basterebbe una tua parola per liberarlo, e renderlo alla sua primitiva
agiatezza».
Singhiozzi d'un'anima veramente travagliata erano la risposta
dell'infelice.
«I tuoi Mille, Marzia, su cui speri ancora per liberarti, sono
annientati. Essi furono distrutti dai generali Bosco e Van Michel:
questa notte istessa avrai intesa le salve d'artiglieria, e le grida di
vittoria, che echeggiarono dovunque in Palermo».
«Bugiardi! Bugiardi!» urlava la giovine profetessa, «i Mille
passeggeranno vittoriosi sui cadaveri dei vostri mercenarii, sino alla
distruzione della fucina infernale che mantenete in Roma, nel cuore
d'Italia, per la sventura di questo infelice paese, e del mondo».
L'ultima parte della profezia potea avverarsi, ove i nostri concittadini
fossero stati più solerti ad accorrere in sostegno dei Mille.
Nuovo silenzio seguì le ultime parole di Marzia, e raffreddato il
parossismo di sdegno, di collera, e di dolore che sinora l'aveva invasa,
essa ricadde spossata sul miserabile pagliericcio dominata dalle più
sinistre riflessioni.--Suo padre! suo padre nei sotterranei del
Sant'Officio! Questo pensiero l'uccideva!--Coi Mille che essa avrebbe
accompagnati a Roma, la liberazione del genitore era possibile. Ma ora,
rinchiusa in questa malefica bolgia, ove pochi giorni avrebbero bastato
a distruggerla!
«Dio mio! che m'importa morire! non son io capace di affrontar la morte
le mille volte come a Calatafimi!--La morte!--cos'è la morte? Ma la
tortura! Dio mio! il mio povero padre sì amoroso, sì buono! alla
tortura! colle sue carni strappate! la veneranda sua chioma insozzata,
aggrumata da mortale sudore, e da sangue! in patimenti indescrivibili!»
Povera giovane!--tale era il soliloquio che ti straziava.--Ed il tuo
tentatore?.....
Eppure avea delle belle forme, quel mostro--quel parto dell'inferno!--Il
tuo tentatore? come se avesse tenuto la mano sul tuo cuore, egli ne
contava le pulsazioni egli, come nel giorno in cui ti prostituiva il
corpo, non disperava a forza di diabolica pertinacia, di prostituirti
l'anima!
Piangi--singhiozza--struggiti--che importa a gente di tal tempra! Tu
commoverai le iene, ma costui! non rinnegò egli i sensi più squisiti
della natura--ogni affetto di figlio, di padre, di congiunto?--Costui,
che vedrà con sangue freddo distruggere dalle fiamme un'infelice
creatura, chi deve sperare di vederlo intenerirsi, commuoversi alla tua
disperazione?
Maledetti coloro che non ripugnano di vivere su questa terra venduta!
nel consorzio di questi corruttori, barattieri di popolo! Maledetto chi
non si risente degli oltraggi e delle umiliazioni a cui abbassano
l'Italia, questi impostori in connivenza colla tirannide!
«Io chiedo poco, Marzia: dimmi soltanto ciò che tu sai di quei
disgraziati che si chiamavan Mille, e che ora son morti per la maggior
parte, o fuggenti verso l'Africa».
Spossata la sventurata fanciulla dalle privazioni, dalla scellerata
scena, e più dall'aura mefitica dell'angusto e putrido suo carcere, non
rispondeva alle infami insinuazioni del Gesuita, che con alcune mal
articolate maledizioni. Poi tacque assolutamente per ciarlar che facesse
lo iniquo.
Il prete--colla perseveranza che distingue questa razza di
lupi--credendo Marzia sopita, o svenuta, riapriva; e diretto il chiarore
della lanterna, verso il volto di lei, credè veder gli occhi chiusi da
sonno, o da sincope, e si avventurò nella cella--non certo con onesto
divisamento.
Ma il fulmine non colpisce con più velocità l'altiera quercia od il
campanile della bottega, quanto colpì la nostra eroina il malvivente
tentatore.--Essa volò sulla parte superiore del gesuita, lo squilibrò,
rovesciollo, e come se fossero d'acciaio, conficcò le sue dita nel collo
del giacente.
Era bello e spacciato monsignor Corvo, se un baccano che successe quasi
contemporaneamente, non gettava l'allarme tra la dormente guarnigione
di Castellamare.--E veramente una grandine di fucilate udivasi in tutte
le parti del castello, dal di dentro però al di fuori. E chi ha fatto la
guerra sa che ove basterebbe una fucilata, di notte se ne tirano mille.
Un diavolío poi, un correre con lanterne, e senza per ogni dove. E ciò
valse al gesuita, poichè anche nella cella di Marzia capitarono birri
che liberarono quello scellerato, con gli occhi già fuori dell'orbita.
Marzia da quella svelta e coraggiosa che era, non si smarrì di mente, ma
presentendo che qualche cosa di nuovo dovea accadere al di fuori, con
tale finimondo di fucilate, cannonate, grida, ecc.--e fiutando l'odor
della polvere--come i generosi della sua specie--elettrizzata,
precipitossi sulla posterla semiaperta, e frammischiossi nella turba
confusa, che correva in ogni direzione.
NOTE:
[15] Vento del gran deserto Africano.
CAPITOLO XVIII.
L'ASSALTO DISPERATO.
Alle donne Italiane, che noi
Vinceremo, o morremo, direte!
(_Autore conosciuto_).
A Mentana non abbiamo vinto, nè rifiutata la vita! Vi ponno essere dei
popoli più _steady_, direbbero gl'inglesi, e ch'io tradurrò forse male,
con _impassibili_, cioè che marciano in colonna serrata al passo verso
delle batterie, che ne fanno macello e quelle colonne si serrano a
misura che il ferro ed il piombo nemico le dirada. E sventuratamente per
noi, ve ne sono varii, classificando certamente tra i primi i Britanni.
Una volta erano i nostri padri di Roma, _steady_ come le loro colonne di
bronzo.
Ho detto: vi ponno essere dei popoli più fermi, più impassibili degli
Italiani; ma certo nessuno più intraprendente.
Anche in tempi di depressione italiana, tra i più grandi scopritori di
mondi nuovi primeggiano certamente Colombo, Americo e Caboto.
Una sola provincia dell'Italia, la Liguria, vessata in tutti i modi, da
uno dei governi più abbietti del mondo--mantiene la marina mercantile
nostra, fra le prime.
Camogli, paese di cinque mila anime, senza porto, e con poco favorevole
posizione nautica, possiede seicento bastimenti d'alto bordo--ciocchè
non può millantare paese al mondo.
Il nostro popolo si getta con alacrità inarrivabile a qualunque
pericolo, e non smentisce il proverbiale suo valore. La causa ch'ei
propugna è santa! Ei va--ne potete esser sicuro. Ma ciò che vorrei dai
miei giovani concittadini, sarebbe un po' più di costanza nei disagi
della vita del campo, e nel portare a compimento definitivo questa
rigenerazione patria, già per noi vergognosa, lasciata così a metà
strada.
Cattivo Governo, infingardía nostra, e massime educazione pretina, sono
i motivi del nostro abbassamento fisico e morale. Ma per Dio! ci vuol
poi la scienza d'Archimede per capire che un prete è un impostore e che
non si deve soggiacere a tanta infamia d'esser il ludibrio del mondo!
Cozzo e i suoi cinquanta assaltavano il forte di Castellamare--la
posizione più importante del nemico, perchè proteggeva la comunicazione
della flotta col quartiere generale--e lo assaltavano come i Genovesi
nel 1746--i Bolognesi nel 49--e come i Bresciani assaltavano gli
Austriaci dietro i loro baluardi--col pugnale!....
E non avendo altra arma, anche col pugnale ponno assalirsi i mercenari
della tirannide!
Ed i cinquanta Palermitani eran giovani degni dei loro antenati--da non
indietreggiare davanti a qualunque pericolo.--Ma troppo ineguale era la
pugna!
Il fosso e la prima trincea furon varcati dai valorosi figli di Palermo,
verso le due del mattino, e le sentinelle colla guardia esterna eran
cadute sotto il loro ferro.
Chiuso però il gran cancello, che metteva nell'interno del forte, il
procedere avanti divenne impossibile, e ripigliato coraggio, i Borbonici
grandinarono sui cinquanta eroi tale una furia di palle, da uccidere la
maggior parte, e metter quasi tutti i restanti fuori di combattimento.
Giungevano le fucilate direttamente dal cancello di ferro, dalle
feritoie laterali, e da qualunque punto, o finestra, ove potevansi
collocare tiratori.
E che potevano i nostri senza armi da fuoco?
In un momento lo spazio occupato dai cinquanta tra la trincea esterna ed
il cancello, fu un mucchio di cadaveri e di feriti.--E i mercenari
borbonici non cessavan dal fuoco.
Noi abbiam lasciato, nel capitolo anteriore, Marzia furibonda, correndo
per i corridoi del castello, ed aprendo, con tutta la sveltezza di cui
era capace, tante celle quante ne trovava, e così pervenne a veder i
volti amati della sua Lina e di Lia: molti furono pure i detenuti
patriotti in tal modo liberati.
Poche furono le parole d'intelligenza tra i liberati, ma quelle poche
bastavano per intendersi, e formando un gruppo compatto, precipitaronsi
sui difensori del cancello, li assaltarono alle spalle, li disarmarono,
ed aprirono al residuo dei compagni di fuori.
Era veramente molto piccolo il residuo dei nostri prodi assalitori.
Comunque, non essendo gravemente ferito, Cozzo, ed alcuni dei rimasti,
al grido di: Viva l'Italia! che partiva dai liberatori capitanati dalle
nostre eroine, si precipitarono sul cancello, riunironsi ai nostri, e
tutti insieme, lanciaronsi nell'interno, sulla guarnigione, la quale,
benchè numerosa, fuggiva spaventata in tutte le direzioni.
I liberati in quel trambusto eran pervenuti ad armarsi tutti--chi con
armi da fuoco, chi con sciabole, e chi con altre armi tolte ai caduti ed
ai fuggenti--e la partita diventava assai sfavorevole ai Borbonici, già
disposti di abbandonare il forte, e gettarsi in mare, cercando la
protezione della flotta.
Il sinistro genio d'Italia vegliava però sulla sorte della tirannide, e
le conservò con le sue malizie per pochi giorni ancora, quel baluardo
importante che, perduto il giorno 27 maggio, avrebbe sommamente servito
all'impresa dei Mille su Palermo.
Il lettore ricorderà d'aver lasciato il gesuita rovesciato, ed in
deplorevole condizione, nella cella di Marzia. Per la sventura del
mondo, questa razza di vipere ha la pelle dura, e fattosi riconoscere
dal birro che invase la cella, al rumore della lotta che vi era seguíta,
questi lo aiutò a sollevarsi e lo accompagnò alla sponda del mare, ove
il Monsignor--pezzo grosso--avea sempre un palischermo da guerra a sua
disposizione.
Il settario di Loiola, per quanta poca pratica avesse delle cose
militari, avea capito che un assalto era stato dato dalla parte di terra
al castello, e conoscendo quanta importanza avea lo stesso, come
veicolo, e protezione delle comunicazioni tra la flotta ed il quartier
generale, corse immediatamente dall'ammiraglio, per prevenirlo del
pericolo, e sollecitarlo a non abbandonare Castellamare.
Un avviso del Gesuita valeva un ordine, e ben lo sapeva il comandante
della flotta; quindi tutte le compagnie di sbarco di tutti i bastimenti,
furono con ogni celerità gettate sul forte per proteggere il presidio.
E ben era tempo! quando le prime barche da guerra approdavano, i
fuggenti della guarnigione eran già affollati sul mare per precipitarsi,
e tale confusione e trambusto succedeva tra questi mercenari, da far
paura.
L'uomo di mare è un essere curioso: assuefatto a disprezzare il pericolo
sull'onda, gli sembra che alacremente egli possa affrontar qualunque
pericolo, e vi si getta il più delle volte con una gaiezza tutta sua,
poi legato dal dovere tra quattro pareti di legno--a lui divenute
monotone--egli è sempre contento d'esser inviato in terra, sia anche
col pericolo della vita. Dal bordo della sua fregata, o vascello ove
trovasi agglomerato con centinaia di compagni poco fortunati come lui,
il marino vede sempre in terra un paradiso.
Fatale fu ai nostri valorosi tale propensione marinaresca,
e le compagnie di sbarco--colla celerità propria di quella
gente--internaronsi nel forte, incontraronsi coi vittoriosi, e per
sventura nostra fecero cambiar la sorte delle armi.
Cozzo, ruggendo come un leone, con allato le tre guerriere, e seguito da
un pugno di coraggiosi, assalì i nuovi sbarcati, e per più volte li
ricacciò indietro; ma questi continuamente sostenuti da gente fresca,
finirono per soperchiare i nostri e quasi distruggerli.
CAPITOLO XIX.
L'ASSALTO FORTUNATO.
Datemi l'arme, all'insidioso acume
Delle volpi di corte, i miti accenti,
A me l'acciaro! dell'oppresse genti
Dal furor dei tiranni è questo il nume.
(PALMI D'AREZZO).
Dopo alcune scaramuccie coi Borbonici a Renne, i Mille impresero quella
famosa marcia di notte verso Parco, che li mise in facili comunicazioni
coll'interno, e la parte orientale dell'Isola--marcia che io non ricordo
d'aver veduto simile, e tanto ardua, nemmeno nelle vergini foreste
dell'America.--Marcia che, senza la cooperazione di quei magnifici
picciotti delle squadre siciliane, sarebbe stato impossibile di
eseguire, o almeno di trasportare i pochi cannoni nostri e le munizioni.
L'alba del 22 maggio trovava i Mille a Parco, grondanti d'acqua
piovana--e molli di fango dalla più disastrosa delle marcie di fianco--e
se avessero avuto da fare con un nemico più diligente, quel giorno
poteva essere funesto ai nostri Argonauti.
I cannoni erano smontati, e forse i loro affusti trovavansi a varie
miglia di distanza. I cattivissimi moschetti infangati, e molti fuori di
servizio, e la spossatezza della gente, avrebbero agevolato ai Borbonici
la distruzione dell'egregia schiera.
Il 22 però passò senza novità.--I Mille ebbero tempo di rinfrancarsi,
asciugar le loro scarse vestimenta, metter in ordine le loro armi, e
prepararsi a qualunque avvenimento.
Solo il 23 mossero da Palermo i nemici, in due colonne: l'una
direttamente al Parco per attaccarci di fronte; l'altra girando il
nostro fianco sinistro, tentava di impadronirsi delle alture, e
minacciava la nostra retroguardia e linea di comunicazione.
Il movimento combinato dal nemico non poteva esser migliore per esso, e
mise i Mille nella necessità di abbandonare la posizione di Parco, e
ritirarsi per lo stradale verso Piano dei Greci--ciocchè dovettero
celeremente eseguire, dovendo fare un circuito assai grande--mentre la
colonna nemica di cacciatori, sulla nostra sinistra, senza artiglieria,
marciava per i monti, direttamente alla nostra linea di ritirata.
I Carabinieri Genovesi mandati sulla sinistra, per disturbare il
progresso di tale colonna, vi pugnarono colla solita bravura, e
perdettero alcuni dei loro prodi, tra cui Mosto--uno fra i
migliori--fratello del Maggiore dello stesso nome, valoroso milite di
cento combattimenti, ed uno dei martiri di Monterotondo.--Mosto ferito
gravemente a Monterotondo, fu men felice di Uziel--il prodissimo della
colonna Genovese--che vi morì da forte ed ebbe quindi la fortuna di non
sorvivere alla sventura di Mentana.
Un distaccamento dei Mille con passo celere avendo preceduto la colonna
sullo stradale, guidato dai patriotti della Piana, s'impossessò delle
forti posizioni che dominano quel paese, e fermò la colonna dei
cacciatori nemici la quale, credendo di soperchiare i Mille e
disordinarli, ne fu invece soperchiata e resa incapace di avanzare un
passo.
Quella sera s'accampò nelle vicinanze della Piana e s'inviò il generale
Orsini sulla via di Corleone, coll'artiglieria, bagagli ed
infermi--disposizione che principiata al crepuscolo, ingannò i nemici
sulla direzione della colonna principale.
La notte stessa si lasciò il campo della Piana, e c'innoltrammo colla
colonna senza impedimento nel bosco Cianeto che divide detto paese da
Marineo.
Il 24 di maggio il nemico vedendo che tutta la forza dei Mille si
ritirava verso Corleone, la perseguiva con circa cinque mila uomini
delle migliori sue truppe, ed ebbe nelle vicinanze di quel paese un
impegno col generale Orsini, in cui quest'ultimo si comportò
egregiamente, sebbene con numero molto inferiore di uomini.
Qui mi è grato il ripetere: che solo in Sicilia potevasi effettuare un
movimento coperto come quello che eseguirono i Mille dalla Piana a
Palermo all'insaputa del nemico, il quale aveva il suo quartier generale
a poche miglia di distanza.
Il 24 i Mille accampavano a Marineo.
Il 25 a Missilmeri--e tutte queste coraggiose popolazioni acclamavano
l'arrivo dei fratelli, come se certi della vittoria.
E veramente il popolare entusiasmo ne era ben il precursore.
Quando si pensa che tutte queste belle popolazioni dell'Italia sono oggi
così depresse ed umiliate--25 milioni d'individui che hanno i ladri in
casa--senza aver nemmeno il coraggio di lamentarsene!--Vergogna!
E si millanta valore italiano--capi guerrieri, prodi eserciti.--Via!
via! nascondete quella fronte macchiata dagli sputi stranieri!
Il 26, noi raggiungemmo il campo del generale La Masa a Gibilrossa, ove
s'erano riunite alcune migliaia d'uomini delle squadre Siciliane. Ed a
Gibilrossa si decise di assaltar Palermo nella notte.
CAPITOLO XX.
IL 27 MAGGIO.
Si spandea lungo nei campi
Di falangi un tumulto, e un suon di tube
E un incalzar di cavalli accorrenti,
Scalpitanti sugli elmi ai moribondi
E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
(FOSCOLO).
La battaglia di Maratona fu una ben gloriosa vittoria di popoli contro
la tirannide; ed i valorosi di Milziade ebbero una santa, terribile e
liberatrice vittoria.
I Greci--come gli altri popoli che han la disgrazia di aver dei
preti--son questi gli anniversari che dovrebbero ricordare e
santificare, non i Domenichi, gl'Ignazi, gli Arbues e compagnia brutta
di sangue!
Come la Maratona per i Greci, la battaglia di Palermo, quasi dimenticata
e avversata dall'eunuco sistema che regge in Italia, sarà ricordata
dalle generazioni venture con entusiasmo e con rispetto!
Sorgi, aurora del 27 maggio!--men sanguigna, men cupa del precedente
tramonto--tu vai a rischiarare il giorno più glorioso ch'io mi conosca
in Italia.--S. Fermo, Palermo!--i nostri nepoti vi rammenteranno con
orgoglio, e quando seduto al focolare, ed attorniato dalla gioventù
bramosa, il veterano volontario starà narrando ad essa quelle superbe
pugne, grandirà d'un palmo ed il suo volto venerando risplenderà
ringiovanito.
Vittorie di popolo! del diritto sulla prepotenza, del vero sulla
menzogna, e della giustizia sulla tirannide!
E perchè con tante splendide vittorie, l'umanità rimane sempre
schiacciata sotto il peso dei pochi furbi, che la corrompono, la
derubano e la fanno infelice?
Ditelo voi, archimandriti Bizantini, che assordate il mondo di
ciarle--voi eletti a legislatori colla frode, o dalla dabbenaggine del
popolo, o dalla parte di popolo comprato, voi, dottrinari e dottori di
tante specie: molti di voi un giorno repubblicani arrabbiati--oggi!.....
ho vergogna di dirlo, cosa siete? Comunque, legislatori, che a forza di
leggi ci fate desiderar la vita primitiva.
Una scelta schiera di prodi dovea aprire la strada nella capitale dei
Vespri.
Tucheri dovea condurla, e per compagni egli aveva nientemeno che Nullo,
Cairoli, Vigo, Taddei, Poggi, Uziel, Scopini, Perla, Cucchi, ed altri
valorosissimi, i di cui nomi, io raccomando vengano pubblicati dal prode
Stato Maggiore dei Mille e dai condottieri nobili delle otto famose
compagnie, come pure dal capo delle guide, le quali primeggiavano fra i
più coraggiosi[16].
Quella schiera scelta tra i Mille, non contava il numero, le barricate
ed i cannoni che i mercenari dei Borboni avevano assiepati fuori di
porta Termini.--Essa tempestava e fugava al ponte dell'ammiraglio gli
avamposti nemici, e proseguiva.
Le barricate di porta Termini furono superate volando--e le colonne dei
Mille, e le squadre dei Picciotti calpestavano le calcagna della
valorosa avanguardia, gareggiando d'eroismo.
Non valse una vigorosa resistenza dei nemici su tutti i punti, nè il
fulminare delle artiglierie di terra e di mare, massimamente d'un
battaglione di cacciatori indigeni[17] collocato nel dominante convento
di S. Antonino che ci fiancheggiava sulla nostra sinistra a mezzo tiro
di carabina.--Nulla valse: la vittoria sorrise al coraggio ed alla
giustizia, ed in poco tempo il centro di Palermo fu invaso dai militi
della libertà italiana.
Trovandosi la popolazione della capitale della Sicilia completamente
inerme, essa non poteva il primo giorno esporsi ai fuochi tremendi che
avean luogo per le strade.--Giacchè non solo sparavano le artiglierie
della truppa concentrata in Palazzo Reale, Castellamare, ecc., ma la
flotta Borbonica infilando le strade principali, le spazzava coi suoi
forti proietti e distruggeva non pochi edifizi con granate e bombe.
Ed ognuno sa che quando i bombardatori[18] ponno bombardare una povera
città senza esserne molestati, la loro bravura da cannibali si accresce
in ragione geometrica.
Ben presto però il popolo di Palermo accorse all'erezione di quei
propugnacoli cittadini, che fanno impallidir la tirannide--le
barricate--e vi si distinse come direttore il colonnello dei Mille,
Acerbi, milite valoroso di tutte le battaglie italiane.
I popolani, armati d'un ferro in qualunque guisa dal coltello alla
scure, presentavano nei giorni susseguenti, quelle imponenti masse,
irresistibili in una città, a qualunque truppa, per ben organizzata che
sia. E quando un'intimazione di deputati borbonici fece significare ai
Palermitani: di dover ricorrere alla clemenza del Re, un ruggito di
sublime sdegno--somigliante a quello dei terribili nostri vulcani quando
scuotono la superficie del globo--si udì nelle illustri vie che
risuonano ancora l'eco sterminatore di un esercito di tiranni.
Allora potè vedersi cosa vale una città di dugento mila anime disposta a
seppellirsi sotto le macerie dei suoi focolari, pria di piegar il
ginocchio sotto la prepotente tirannide.
Da quel momento le barricate sortivan da terra come per incanto--e che
barricate! da poter sfidare anche le più forti artiglierie. Palermo
n'era stipata.--Ogni finestra di casa presentava un'alta barricata di
materassi, cuscini, mobilia d'ogni specie, e le più pesanti
suppellettili vedevansi sospese, pronte ad esser precipitate sulle teste
dei mercenari, in caso essi avessero tentato di assalire i figli della
libertà.
Salve! città dalle grandi memorie--anche questa volta l'eroica tua
iniziativa valse la quasi unità della patria italiana, che sarebbe
compiuta oggi, senza la prevalenza della menzogna, del dottrinarismo e
degli adoratori del ventre!
NOTE:
[16] Non potendo, com'è ben naturale, ricordare i nomi di coloro che
fecero parte di quella sacra Legione, ho pensato d'introdurvi quei
gloriosi martiri dei Mille che mi si presentano alla memoria, sebbene
non tutti appartenenti a detta schiera.
[17] V'erano varii corpi stranieri.
[18] I bombardatori di città e quei bulli che fucilano individui inermi
come i Ciceruacchio ed i volontari fucilati dopo Aspromonte, son gente
che non dovrebbero più vivere nei paesi civili, ma come Aynau essere
gettati nei fiumi o presi a bastonate.
CAPITOLO XXI.
LA CAPITOLAZIONE.
Les Républicains sont des hommes,
Les esclaves sont des enfants.
(CHENIER).
Io ho sempre inteso per repubblicani i propugnatori dei diritti
dell'uomo contro la tirannide; e tali eran certamente i Mille ed i loro
valorosi commilitoni del 60. Ciò sia detto, spero, per l'ultima volta, a
confutazione di quei dottrinari che voglion oggi far monopolio dell'idea
repubblicana, come se fossero essi gl'inventori--come se non fossero mai
esistite repubbliche--e che hanno sempre l'aria di non volermi perdonare
la spedizione di Marsala, per non avervi proclamata la repubblica e di
non averla proclamata in altre occasioni, in cui mi sono trovato in
comando.
Dopo la Fieravecchia, occupato il palazzo Pretorio col quartier
generale, i nostri militi rinforzati sempre dai robusti abitatori delle
campagne, armati di cattive carabine--ma audacissimi--i nostri militi,
dico, a poco a poco, cacciarono da tutti i punti centrali della città i
soldati borbonici verso il Palazzo Reale a mezzogiorno, e verso
Castellamare a tramontana. Le comunicazioni tra il quartier generale e
la flotta divennero impossibili, ed i primi indizi d'una capitolazione
furono: la richiesta del permesso di condurre i feriti nemici sulla
flotta, per esser trasportati a Napoli, e quello di seppellire i morti
che ammonticchiati nei siti delle pugne, cominciavano ad infettar
l'aria.
Ciò richiese un armistizio di 24 ore--e Dio sa se noi ne avevamo
bisogno, obbligati come eravamo di fabbricar la polvere e cartucce di
cui fummo privi durante delle ore!
E qui giova ricordar pure che nessun soccorso d'armi o di munizioni ci
venne dai legni da guerra ancorati nel porto e sulla rada, compresa una
fregata italiana, su cui il comandante cacciò un mio messo, senza
volerlo ascoltare. In quei giorni solenni in cui avremmo pagato a peso
di sangue alcuni mazzi di cartucce!
Se ben mi ricordo, si comprò un vecchio pezzo di ferro da un bastimento
greco.
Comunque, la fortuna arrideva al coraggio ed alla giustizia. Si
fabbricava una cartuccia e si tirava. Le fucilate nemiche all'opposto
sembravan grandine, ma i militi della libertà non le temevano, ed
impavidi progredivano colle barricate verso il covile dei mercenari.
I generali nemici spaventati da tanto eroismo cercavan di capitolare, ed
una prima conferenza a bordo dell'_Annibal_, ammiraglio Mundy, ebbe
luogo tra il capo dei Mille e loro.
Qui vi è da osservare pensando che il capo dei Mille--trattato da
filibustiere sino a questo punto--divenne ad un tratto Eccellenza,
titolo ch'egli ha sempre disprezzato come uno dei simboli dell'imbecille
orgoglio umano. Tale è la bassezza dei potenti della terra,--quando
colpiti dalla sventura.
La conferenza a bordo dell'_Annibal_ ebbe per risultato la proroga
dell'armistizio. Ma le altre condizioni proposte dai generali borbonici
erano state inaccettabili. Facendosi però più trattabili ogni giorno i
suddetti generali, si conchiuse finalmente una capitolazione, con cui
l'esercito borbonico obbligavasi d'imbarcarsi fra un numero determinato
di giorni, abbandonar la Sicilia e non tenervi che le cittadelle di
Messina, Agosta e Siracusa.
Si rimaneva quindi padroni dell'Isola intiera, meno le tre fortezze
suaccennate, ed a ciò avea contribuito anche molto l'adesione quasi
simultanea di tutte le città della Sicilia alla splendida rivoluzione.
CAPITOLO XXII.
IL RISCATTO.
Sulle tue cime di granito--io sento
Di libertade l'aura, o mia selvaggia
Solitaria dimora--e non nel fondo
Corruttor delle reggie.
Quand'io, nell'avventurosa mia carriera sulle coste americane
dell'Oceano, ho potuto dire a degli schiavi «Voi siete liberi!» quello
fu certamente il più bel momento della mia vita.
E voi bianchi! padroni e carnefici dello schiavo nero--voi!....
teneteveli i diamanti vostri--io non li curo. A me, _pirata_--come
m'avete chiamato tante volte--basta d'aver messo un termine ai vostri
delitti ed al servaggio dei vostri schiavi.
Marzia, che abbiam lasciata fuggente dalla sua cella--dopo d'aver
atterrato e quasi strangolato il gesuita--dominata ancora dal parossismo
di disperazione in cui l'avea condotta il perverso colle diaboliche
insinuazioni, avea conservato però presenza di spirito sufficiente per
impadronirsi del mazzo di chiavi attenenti alla chiave della propria
cella, e profittando della confusione suscitata da Cozzo e compagni nel
loro assalto, si accinse ad aprire quante celle le capitarono nel
corridoio--piene tutte di prigionieri--e per fortuna indovinò nelle
stesse quelle delle sue compagne.
Ricorderà il lettore come finì sventuratamente la lotta ineguale
impegnata tra il pugno di prodi, di cui facean parte Cozzo e le tre
eroine, e la guarnigione del castello, sostenuta dalle compagnie di
sbarco della marina.
Ora la capitolazione dei Borbonici era firmata, l'Isola dovea essere
evacuata, e certo i primi a liberarsi dovevano essere i detenuti
politici di Castellamare.
La liberazione di quei cari e valorosi compagni, la maggior parte
feriti, uscendo dall'ergastolo e risalutando il sole della libertà,
acclamati da immensa popolazione, fu un vero giorno di festa per la
capitale della Sicilia.--Ognuno abbracciava i suoi che avea creduto per
sempre perduti--e lascio pensare con che giubilo Lina e Marzia furono
accolte dai Mille, e massime da P. e da Nullo.
Lia era rimasta a custodire Cozzo, incapace di muoversi per le ferite,
sino verso sera in cui fu trasportato in una bussola alla propria casa.
Giubilate pure, uomini e donne che contribuiste alla liberazione della
patria! A che vale la vita dello schiavo! Non è meglio morire? Palermo
libera e cacciando i tiranni, vale ben la pena di esser fieri di
giubilarne!
La superba capitale dei Vespri, come i suoi vulcani, manda ben lungi le
sue scosse--e crollano al gagliardo suo ruggito i troni che posero le
insanguinate fondamenta sull'impostura e sulla tirannide.
Ma non solo i buoni giubilavano, anche i perversi maestri
camaleonti--sempre pronti a svestire la pelle del lupo e frammischiarsi
tra gli agnelli divenuti leoni.--Si! anche i schiakal dell'italiana
famiglia, oggi tutti seduti alla greppia dell'erario pubblico,
giubilavano!
Drizzando alquanto il collo torto ed atteggiando il ceffo al sorriso,
spuntavano dai loro covili, ove s'eran tenuti nascosti tutto il tempo
che durò la pugna, stringendo la destra a tutto il mondo ed inneggiando
più degli altri alla libertà ricuperata.
CAPITOLO XXIII.
IL RIPOSO.
Malheur aux coeurs ingrats, et nés pour les forfaits,
Que les peines d'autrui n'ont attendri jamais.
(_Autore sconosciuto_).
Ne avevan ben bisogno di riposo i Mille, poveri giovani!--la parte
eletta di tutte le popolazioni italiane, ma non avvezza ai disagi, alle
privazioni--figli di famiglie distinte, eran gran parte studenti--molti
laureati--e tutti, con poche eccezioni consacrati all'eroismo e al
martirio, per la liberazione di questa nostra terra, un dì padrona del
mondo.--E fu gran colpa veramente la conquista del mondo conosciuto che
dovea necessariamente aver per conseguenza l'odio universale.
I Mille, per la maggior parte non marini, avean lasciato le nausee di
mare, per ingolfarsi nelle stragi delle battaglie, e per sentieri quasi
impraticabili eran pervenuti in Palermo, ove cacciando davanti a loro un
esercito di ventimila uomini delle migliori truppe borboniche,
liberavano la Sicilia intiera in solo venti giorni. Ed in sette
sanguinosi combattimenti, coadiuvati dai loro fratelli del mezzogiorno,
compivano l'opera sognata dai grandi italiani di tutte le epoche.
Dopo la ritirata dell'esercito borbonico, i Mille poterono organizzarsi,
e formaronsi nello stesso tempo varii piccoli corpi, comandati da
esperti ufficiali, e Palermo, da una piazza d'armi del dispotismo,
divenne in pochi giorni un semenzaio di militi della libertà italiana.
Che bel vedere nelle ore fresche della giornata quei vispi giovani figli
della Trinacria, all'esercitazioni militari, con uno slancio, una
volontà da consolar l'animo del veterano per cui l'Italia redenta fu il
sogno di tutta la vita.--E l'Italia, ripeto, avrebbe potuto redimersi
intieramente in quell'epoca gloriosa, se l'inerzia degli uni e la
malizia degli altri non avessero inaridito il germe potente dell'eroismo
nazionale.
La sosta in Palermo dopo l'evacuazione dei nemici fu pure impiegata ad
opere giovevoli. Il gran numero di ragazzi, vagando per le strade, ove
per lo più trovano una scuola di corruzione, furono raccolti, riuniti in
stabilimenti idonei, ed educati alla vita dell'onesto cittadino, o
milite.--Si migliorò la condizione degli stabilimenti di beneficenza, e
si supplì di viveri tutta la parte della popolazione indigente, e tutta
quella danneggiata dal bombardamento e dalla guerra in generale.
L'organizzazione del Governo Dittatoriale fu pure attuata, e vi
contribuirono varii esimii patriotti della Sicilia--tra cui primeggiava
l'illustre avvocato Crispi, uno dei Mille.
Distribuite le forze nazionali in tre divisioni, esse presero il nome
d'Esercito meridionale, che mosse verso l'oriente per compiere l'assunta
missione emancipatrice.
Una divisione comandata dal generale Türr (surrogato per causa di
malattia dal generale Eber) s'incamminò per il centro dell'Isola. La
divisione di destra comandata dal generale Bixio per il littorale a
mezzogiorno; e quella di sinistra comandata dal generale Medici per la
costa settentrionale, con ingiunzione di riunire quanti volontari si
sarebbero presentati ad accrescere le forze nazionali; e tutte
coll'ordine di concentrarsi nello stretto di Messina.
Più che dai contingenti isolani, i Mille furono aumentati da varie
spedizioni posteriori, partite dal continente.
La prima spedizione comandata da Agnetta[19] giunse col _Veloce_,
piroscafo piccolo, e prese parte agli ultimi combattimenti di Palermo.
Le altre più o meno numerose, seguirono ed accrebbero il numero
dell'esercito meridionale con forti militi del settentrione e del
centro.
Il generale Sirtori, capo di Stato Maggiore dei Mille, rimase in Palermo
Prodittatore della Sicilia--ed ogni cosa in generale camminava in favore
della fortunata rivoluzione.
A Roma però, in intelligenza con Torino e Parigi, focolari d'ogni
malizia, tramavasi contro la stessa, e preparavansi tutti i mezzi per
arrestarla ed annientarla.
NOTE:
[19] Il drappello condotto dall'Agnetta era misto di Italiani e di
Ungheresi, e non sorpassava il numero di 100. L'Agnetta è quello stesso
che, finita la campagna del 1860, ebbe un duello col Generale Bixio al
quale si presentava per ordine di Garibaldi, in conseguenza di un
violento diverbio che ebbe luogo il 30 maggio nella chiesa di S.
Giuseppe.
CAPITOLO XXIV.
ROMA.
Son le tue zolle sante, ed i tuoi colli
Templi, ove l'uom che ne respira l'aura
Se non risente dignità--la creta
Sortiva dello schiavo!.....
(_Autore conosciuto_).
Io m'inchino davanti alla grande metropoli del mondo, davanti..... alla
grandissima meretrice!
Panteon delle maggiori grandezze umane, ed oggi fatta lupanare d'ogni
schiuma di ribaldi dell'universo.
E tale doveva esser la sorte dell'_orbe_!
Calpestando sotto i suoi piedi d'acciaio le nazioni, e dalle nazioni
precipitata all'ultimo grado della scala umana.
Papi ed imperatori altro non furono che carnefici della giustizia
suprema!
Eppure m'inchino davanti a te, Roma!... perchè in te spero, in te che
lavata dall'immondizia di cui sei insudiciata, oggi riapparirai
risplendente dell'aureola della libertà come a' tempi de' tuoi
Cincinnati, non più per aggiogar le nazioni, ma per chiamarle alla
fratellanza universale.
Nel tuo seno sono convenuti, è vero, i due genii malefici all'umanità,
l'impostura e la tirannide, ma che monta? cadranno davanti alla fatale
spada della giustizia.
I popoli camminano a passo di testuggine, è vero, ma progrediscono[20];
quei signori che un giorno non avrebbero degnato la plebe d'uno sguardo,
oggi l'accarezzano per timore che si ricordi dell'insanguinato loro
albero genealogico e della propria potenza.--Potenza! ma..... potenza
del bue o del cammello.
In una delle aule del Vaticano, ove il generale dei Gesuiti (generale,
eh!..... non c'è male per i modesti sedicenti discepoli del Giusto!)
teneva il suo ufficio, eran adunati in tre: il generale, il suo primo
segretario, pezzo grosso, ed il nostro conosciuto monsignor Corvo che li
valeva tutti e due per malvagità ed astuzia.
I tre si sedettero e misuraronsi coll'occhio volpino, da capo a piedi,
senza un sorriso, perchè cotesta è gente che non sorride, nemmeno
coll'amante, o se sorride qualche volta, quello è sorriso del
coccodrillo. Essa non ama, non compiange, ma odia con tutta l'intensità
di cui è capace il cuor umano, e sacrifica, se fosse nelle sue mani,
l'intiera umana famiglia, per soddisfare vizii ed ambizione.
«Il fine giustifica i mezzi.» Misurate tutto l'enorme cinismo di questa
massima del gesuitismo, d'una setta la cui aspirazione è il cretinismo
ed il servilismo dell'uomo che non è gesuita, ed avrete un'idea della
sua nefandezza. Infine: dominare i potenti massime con la confessione, e
con loro il mondo.
Il gesuitismo e la tirannide rappresentano il male nella famiglia umana.
Essi sono quelle piante parassite, che vogliono vivere e mangiare a
spese delle altre, e non si contentano di mangiar per uno, vogliono
mangiar per cento: e per sostener la loro ingiustizia, cercano con ogni
mezzo atroce di dominare le plebi, da loro chiamate canaglia.
«Ebben, monsignore,» principiò il generale diretto a Corvo «che nuove
della Sicilia?»
«--Pessime, eminenza! pessime: pare che la fortuna arrida in ogni modo
ai filibustieri, oggi trattati da eccellenze dai generali borbonici.
Essi sono tosto padroni dell'isola intiera, meno le quattro orientali
fortezze, e probabilmente non tarderanno ad incamminarsi verso lo
stretto di Messina per passare sul continente. Ed allora io non so che
pesci si piglieranno anche per la nostra Roma--che V. E. sa essere il
boccone più squisito per quei maledetti eretici».
All'ultima parte di quel discorso gesuitico, il generale impallidì, e
lasciando cadere ambe le mani sulla smisurata pancia, era lì lì per
mandare uno di quei sospiri dolorosi che mostrano la depressione
dell'animo. Ma si trattenne, e siccome il pericolo era tuttor lontano, e
anch'egli non mancava di dissimulazione, si fece animo, e così
ricominciò:
«Ma come va? Tutti quei nostri emissari inviati da noi, dall'imperatore,
e raccomandati da Cavour e dalla corte di Napoli, non sono stati capaci
di liberarci da quel pirata?--
«--Favole, eminenza, favole! o quegli emissari non sono arrivati, o se
arrivati, sono stati infetti dal morbo generale d'insurrezione e si sono
gettati nelle fila dei Mille, ormai tenuti come esseri superiori davanti
a cui tutto deve piegare.
«Un solo, Talarico, calabrese, mandato da Napoli con nave da guerra, fu
messo a terra di notte, e prometteva di compier l'opera a qualunque
costo. Ma successe a lui, come al Cimbro di Mario. Nella stessa notte si
vide giungere al nuoto a bordo della flotta, pieno di spavento, e
confessando di non sentirsi capace a ferire quel capo di masnadieri,
perchè ciurmato. Eppure Talarico è il più famigerato brigante
dell'Italia meridionale, ed a lui si promisero ricompense
spropositate.--
«--Ecco, esclama l'eminenza, in questi casi mai si deve facilitare, e se
avessero seguito i miei consigli, non si sarebbero lasciati partire
dalla Liguria quei rompicolli. Il serpe si schiaccia subito che
comparisce. Il male si sana nel suo principio; cronico, diventa
incurabile.
«Tutti questi grandi politiconi volevan mangiar i rivoluzionari in
insalata. Lasciateli partire, dicevano, ed essi non potranno sfuggire
alle numerose crociere nostre e del Governo sardo che li aspettano nel
Mediterraneo. E se per disgrazia non fossero incontrati dalle flotte, le
coste della Sicilia sono così assiepate da soldati, che saranno
esterminati in qualunque parte essi approdino.--
«--Altro che sterminio, urlava il primo segretario che divideva la paura
del suo padrone! Esterminati! per S. Ignazio, se non fermano quei
manigoldi al Faro, siamo belli e spacciati! Chi diavolo li ferma più
quando abbiano messo il piede sul continente con tutta questa febbre di
rivoluzione che s'è impadronita dei nostri italiani, un dì sì devoti e
mansueti!».--
E l'eminenza e il suo segretario, cogli occhi spalancati, esalavano a
vicenda tutta la paura e la soma di delitti affastellati nell'anima
perversa e scellerata.
Non così il monsignore; esso non era tranquillo quando entrò dal
generale per dar parte della difficile sua missione. Ma la paura dei due
per un pericolo ancor lontano, manifestato non ostante una provetta
dissimulazione, in cui erano ambi maestri, lo rinfrancava, e con voce
rassicurata, diretto al generale, così si espresse:
«--Vostra eminenza sia tranquilla, tutto non è perduto ed abbiamo i
sovrani di Parigi e di Torino che se non fossero ambi svisceratissimi
per la S. Sede ed il gesuitismo ch'è la stessa cosa, il loro proprio
interesse li farà cauti, che devono combattere la rivoluzione a
tutt'oltranza, e so da fonte degna di fede che navi da guerra
bonapartesche sono già nello stretto di Messina per impedire il
passaggio degli avventurieri sul continente[21], e che nell'alta Italia
si prepara un poderoso esercito per combatterli se passassero[22].--
«--Voi siete la più solida colonna dell'ordine nostro, monsignore,
esclamava l'eminente un po' rassicurato, e qualunque cosa vi piaccia
chiedermi, ve la concedo con tutto compiacimento.--
«--Avrei veramente bisogno che quel vecchio ebreo, di cui parlai tempo
fa a vostra eminenza, fosse consegnato a mia disposizione, rispose il
Corvo. Egli è diventato inoffensivo a forza di torture corporali e
morali--_per la maggior gloria di Dio_ (assassini) io l'ho fatto ridurre
al punto in cui noi vogliamo. Esso trovasi nel più completo idiotismo
ora, e potremo, quando V. E. nella sua saviezza voglia ordinarmi la
pubblica conversione, presentarlo ai romani come un vero miracolo dello
Spirito Santo».--
Maledizione! Quando sparirà dalla faccia della terra questa tetra,
scellerata, abbominevole setta che prostituisce, deturpa, imbestialisce
l'essere umano? E i popoli vanno a messa, a vespro, a confessarsi, a
comunicarsi, a baciar la mano a quest'emanazione pestifera dell'inferno!
E ciò costituisce il potere della tirannide.
Io mi nascondo, colle mani, il volto dalla vergogna d'appartenere a
questa schiatta d'imbecilli, che si chiamano spudoratamente popoli
civili!
«--Altro, esclama il generale dei birbanti! al più presto noi faremo
conoscere al mondo cattolico la misericordiosa potenza del divino nostro
maestro. E questa sarà una luminosa disfatta della millantatrice eresia
che in questi ultimi tempi con tanta malizia ha cercato di abbassare la
santa nostra istituzione».
NOTE:
[20] Non si esageri però--e si stia cauti contro la gramigna-prete.
Nizza avea un convento nel 1860; oggi ne ha ventinove. Al prete basta un
letamaio monarchico qualunque per ingrassare gl'infernali suoi semi e
farli prosperare.
[21] Fu vano il veto di lord John Russel.
[22] Provato da documenti officiali.
CAPITOLO XXV.
MELAZZO.
Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto i vulcani[23]
Vedea nell'ampia oscurità scintille
Balenar d'elmi e di cozzanti brandi.
(FOSCOLO).
Fu ben maliziosamente ingiusto colui, che trattò le vittorie del 60 di
_facili vittorie_, vinte dai liberi italiani sulle truppe borboniche
indigene e straniere!
Io vidi alcune pugne nella mia vita, e devo confessare che le battaglie
di Calatafimi, Palermo, Melazzo, e primo ottobre, fanno onore ai militi
che vi presero parte, e furon disputate con molto valore.
Quando su cinque o sei mila uomini nostri che pugnarono a Melazzo, circa
un migliaio furon posti fuori di combattimento, ciò prova che non fu
tanto facile vittoria. E le odierne battaglie ove s'azzuffano centinaia
di mila uomini delle prime truppe del mondo non presentano perdite più
considerevoli in proporzione.
Il generale Medici, come abbiam detto, avea marciato per la costa
settentrionale della Sicilia, da Palermo verso lo stretto di Messina,
colla sua divisione, ed il generale borbonico Bosco con uno scelto corpo
delle tre armi, superiore al nostro per le posizioni ed il numero,
intercettava la strada principale appoggiandosi alla fortezza e città di
Melazzo.
Già alcuni piccoli scontri erano accaduti nelle vicinanze di detta
città. I nostri vi si eran condotti colla solita bravura, ed i
cacciatori di Bosco non avean mancato alla loro riputazione.
Informato dal generale Medici della situazione, io profittai dell'arrivo
a Palermo d'un corpo di volontari giunti in quel giorno dal continente e
condotti dal generale Corte. Non permisi lo sbarco di quel corpo, e
dalla capitale lo feci dirigere subito verso Melazzo.
M'imbarcai io stesso, e giunto al campo del generale Medici a Barcellona
(mi sembra), si combinò di attaccare i nemici all'alba del giorno
seguente.
L'alba del 20 luglio trovò i figli della libertà italiana impegnati coi
Borbonici a mezzogiorno di Melazzo, ed impegnati in modo molto
favorevole pei mercenari.
Praticissimi del terreno, i nemici aveano con molta sagacia profittato
di qualunque accidentalità di quei ricchissimi campi. La loro destra
scaglionata davanti alla formidabile fortezza di Melazzo, era protetta
da quelle grosse artiglierie, ed aveva la sua fronte coperta da varie
siepi di fichi d'India--trincee non indifferenti per chi deve assalirle
e superarle.
Il centro delle rispettive riserve, sullo stradale che conduce in
Melazzo, era coperto da un muro di cinta fortissimo, a cui s'eran
praticate molte feritoie, e lo stesso muro coperto da folti canneti che
ne rendevano l'assalto pericolosissimo. Dimodochè il nemico, ben
riparato, con armi buone, osservava, scopriva e fucilava i nostri poveri
militi armati d'armi pessime, e fallacemente coperti dai suaccennati
canneti--impiccio per noi, trattenendo lo slancio dei nostri senza
ripararli assolutamente.
La sua sinistra in possesso d'una linea di case a levante di Melazzo
formava martello, e quindi fiancheggiava con un fuoco micidiale i nostri
all'assalto del centro.
L'ignoranza del terreno, su cui si pugnava, fu la causa principale di
perdite considerevoli per parte nostra, e molte cariche che si fecero
sul centro nemico, quasi inespugnabile, potevano risparmiarsi.
Invano io era salito sul tetto di una casa per poter scoprire qualche
cosa--invano avevo fatto caricare sullo stradale per lo stesso motivo.
Molti morti e molti feriti erano il risultato delle nostre cariche sul
centro, ed i nostri poveri giovani erano respinti, senza aver potuto
scoprire il nemico che di dietro il terribile muro dalle feritoie li
fulminava.
Si durò così in una pugna ineguale ed accanita sin dopo il meriggio. A
quell'ora la nostra sinistra avea ripiegato alcune miglia indietro e si
rimaneva così scoperti da quella parte.
La nostra destra e centro, che si erano riuniti al comune pericolo,
tenevano, ma con molte difficoltà e con perdite ben considerevoli.
Bisognava però vincere--e tale era il fatale animatore di quella
stupenda campagna.--Bisognava vincere! e di ciò si persuada l'italiana
gioventù.
Si tenti la vittoria cento volte, e se le cento volte manca al
desiderato effetto, si provi la centunesima.--Pertinacia, tenacità,
costanza vi vogliono nella guerra.
Le nostre perdite eran maggiori, quali non lo furono in qualunque pugna
del mezzogiorno. La gente era stanca, il nemico avea comparativamente
perduto pochissimo. Le sue genti fresche, intatte, e le sue posizioni
formidabili. Eppure bisogna vincere! E lo ripeto! lo rammentino bene i
nostri giovani concittadini--assuefatti a stancarsi con campagne di
quindici giorni,--rammentino che noi, d'una generazione che passa, tanto
lasciam da fare a loro, perchè non avemmo costanza, e che la redenzione
di questa patria infelice dipende dal volerla tutti, e tutti
contribuirvi, e sopratutto aver fiducia in noi stessi e nella vittoria
quando sapremo farla piegare ad una volontà di ferro.
I Macedoni, gl'Inglesi, i Francesi, i Germani, gli Svedesi, gli
Spagnuoli ebbero i loro periodi di supremazia militare.--Ricordiamo però
che nessuno fece più dei Romani antichi, e che se i preti giunsero alla
corruzione della nostra razza, noi nascemmo sulla terra ove nacquero i
Romani, e che lavati dalla bruttura dei preti, torneremo a valer qualche
cosa.
Io ho sorriso di disprezzo alle meraviglie dei _chassepot_[24] con cui
Bonaparte voleva spaventare tutto il mondo, ed il valore tedesco ha ben
provato la millanteria dei servi della menzogna e della tirannide.
Ciò ci serva, e ci serva l'odierno esempio della Germania, il di cui
entusiastico patriottismo caccia in questi giorni davanti a sè il
creduto primo esercito del mondo.
Con dei conigli ladri come coloro che reggono oggi le sorti dell'Italia,
ogni esercito può comparire il primo del mondo, giacchè essi non li
vogliono i due milioni di militi che può dar la nostra Penisola;--a loro
bastano pochi preposti, pubbliche sicurezze, benemeriti, ecc., per
guardar loro la pancia.
Ripeto: gl'Italiani devono vincere finchè sotto il calcagno straniero
gemono i popoli che diedero vita ai Bronzetti ed ai Monti[25]. Ed il
giorno in cui vi sia un uomo a reggerla--questa Italia--milite sarà
ogni uomo capace di portare le armi; non più volontari, ma la patria
servita da chi vuole e da chi non vuole.--Ed i mercenarii stranieri
debbono trattarsi quali assassini, non coi guanti bianchi, come si
trattarono sinora.
Or son pochi giorni, il Re di Prussia rifiutò di ascoltare le insolenti
proposte del tiranno della Francia e cacciò il suo inviato. Ciò, ed
altri pretesti dell'imperatore francese, sono il motivo della guerra.--E
se l'Italia avesse un uomo che tenesse alla dignità nazionale, egli
dovrebbe, per cominciare a lavare tanti oltraggi di quel masnadiero,
dovrebbe mandar in galera il suo rappresentante Malaret, che la fa da
padrone a Firenze, ed accoppiarlo con uno dei primi malfattori.
Dunque, bisognava vincere a Melazzo--e sin dopo il meriggio, tutte le
condizioni della battaglia erano in favore del nemico, ed i figli della
libertà italiana, non solo non avevano avanzato un passo, ma avean
perduto terreno all'ala sinistra.
«Procura di sostenerti come puoi» diceva uno al generale Medici che
comandava nel centro «io raccolgo alcune frazioni dei nostri e cercherò
di portarle sul fianco sinistro del nemico, per girarlo».
Quella risoluzione decise della giornata.--Il nemico, incalzato di
fianco dietro ai suoi ripari, cominciò a piegare, si caricò e gli si
tolse un cannone che ci aveva fatto molto danno.--Esso reagì con una
brillante carica di cavalleria, che il colonnello Missori respinse alla
testa dei distaccamenti suddetti.
Piegando il nemico attaccato di fianco, il nostro centro potè superare i
ripari, e la vittoria fu completa.
Invano la ritirata dei Borbonici era protetta dalle grosse artiglierie
della piazza, e dai pezzi volanti di fuori--i nostri militi,
disprezzando il grandinare dei moschetti e delle mitraglie, assaltarono
Melazzo, e prima di notte erano padroni della città, avevano circondato
il forte da tutti i lati ed innalzato barricate nelle strade esposte ai
tiri della fortezza.
Il trionfo di Melazzo fu comprato a caro prezzo; il numero dei morti e
dei feriti nostri fu immensamente superiore a quello del nemico.--I
generali Cosenz, Corte e Corrao--allora colonnelli--furono tra i
feriti.--E qui giova ricordare le armi pessime di cui han dovuto sempre
servirsi i nostri poveri volontarii.--_Colpa principale, il Governo
Sardo._
Il destino del Borbone però era segnato, e perciò la capitolazione di
Melazzo dopo quella di Palermo--Melazzo, che sostenuta dalla flotta
nemica, poteva valere una Gibilterra.
Tale è il destino della tirannide boriosissima, quando potente, ed il
popolo, cammello inginocchiato;--ma codarda, tremante quando il popolo
leone invia i suoi ruggiti.
Bosco capitolava (mi pare il 23 luglio) rendendo la fortezza,
artiglieria, munizioni, ecc.; e la divisione Medici marciava su Messina,
di cui s'impadronì, ritirandosi la guarnigione borbonica nella
cittadella.
A poco a poco comparivano all'appuntamento dello Stretto le altre
divisioni Bixio e Türr[26] venute dall'interno, e si formava una quarta
divisione, Cosenz.
Tra i valorosi caduti a Melazzo, noi perdemmo i valorosissimi Poggi,
genovese, ed il milanese Migliavacca.
NOTE:
[23] L'Etna ed i vulcani di Lipari e Stromboli.
[24] Prima della guerra, cioè prima dell'ottobre 1870.
[25] Bronzetti, trentino--Monti, romano.
[26] Il generale Türr, assente per malattia, aveva lasciato
temporariamente il comando al colonnello Eber, altro pregiato ufficiale
ungherese, corrispondente del _Times_.
CAPITOLO XXVI.
LA BORBONA.
Dondola, graziosa Naiade, i lucenti tuoi fianchi sull'onde
increspate del Tirreno. Lontana col ricordo, o vicina, colle
eleganti tue forme mi ringiovanisci, e mi riconduci coll'anima ai
pericoli d'un'età poetica pur troppo spazzata dal tempo.
(_Autore conosciuto_).
La _Borbona_!--I francesi chiamaron Borbone le patate al tempo di Luigi
XVIII, essendone ghiotto quel monarca.
_Borbona!_--Eppure eri una bella fregata anche con questo nome poco
simpatico.--Non appartenevi più a quella classe elegante della fregata
inglese o americana da vela--vera aquila dell'Oceano, che all'occhio
esperto ed innamorato d'un figlio d'Anfitrite, rappresentava il bello
ideale della sua fantasia.
Nelson, padrone degli Oceani, dominava nel Mediterraneo dall'ampia baia
di Agincourt, di rimpetto all'Isola della Maddalena sulla Sardegna,
tutti i littorali di quel mare, ed inviava le sue fregate sulle coste
Italiane, Africane e Francesi, informandosi con esse di qualunque
occorrenza e di qualunque mossa delle flotte francesi.
Era bel vedere due fregate inglesi alla vista di Tolone, ove ancoravano
cinquanta navi da guerra francesi, dal brigantino al vascello a tre
ponti, e qualunque movimento importante di quelle navi veniva, dopo
pochi giorni, segnalato da una delle due fregate all'Ammiraglio.
L'altra fregata, agile come l'Albatros[27], si manteneva alla vista
della flotta nemica, veleggiando verso Agincourt, se perseguíta da forze
superiori, ma sempre pronta a combattere ove la partita non fosse molto
ineguale.
Vi era della vera e maschia poesia in quelle fregate a vela coi loro
cinquecento lupi di mare per cui le tempeste e la morte erano un gioco.
La _Borbona_ apparteneva ad un periodo di decadenza per la vela, ma di
progresso nell'arte della distruzione, perfezionata poi dalle odierne
corazzate: essa era fregata ad elice di 1ª classe ed anche molto
elegante.
Io l'ho veduta dall'alto di Villa San Giovanni cannoneggiando una povera
batteria che le povere camicie rosse avean edificato sulla punta del
faro, con due cannoni borbonici, e l'ho contemplata con orgoglio, per
esser legno italiano, da poter comparire con decoro al cospetto delle
fregate suddette.
Era il 24 luglio, quando per la prima volta in questa campagna la
_Borbona_, destinata inutilmente alla difesa di Melazzo, approdava nel
porto di Messina, e sbarcava nella cittadella un conosciuto nostro, il
più astuto corifeo del negromantismo, il gesuita Corvo; e siccome dopo
la battaglia di Melazzo, le camicie rosse cominciavano a segnalarsi
sulle alture di Messina, il discepolo di Lojola credè meglio impartire
le sue istruzioni al Comandante della cittadella, e tornarsene a bordo
sulle ali dei venti e del vapore. Egli diceva: «meglio uccello di bosco,
che uccello di gabbia».
Il Comandante della _Borbona_ era, come tutti i servitori di Re, uomo
col cuore nella pancia, e bastava perciò che non l'avessero disturbato
nei suoi quattro pasti diurni, e dal suo favorito caffè, due volte al
giorno, perchè egli potesse passare per un buontempone.
Il comandante d'una fregata come la _Borbona_ a bordo è un sovrano, e
non abbisogna per ciò essere un Nelson.
La rigorosa disciplina, ancor più facilmente attuabile sui bastimenti da
guerra che nell'esercito, fa sì che ognuno deve ubbidire al capo,
inesorabilmente. Di qui non si diserta, non si fugge, non v'è
nascondiglio nei combattimenti e per poco coraggio che abbia un
marino--ciò che succede raramente--la sua vita stava un dì come la
ruggine annessa ad un proietto lanciato dal nemico, oggi essa fa parte
dell'acciaio del terribile sperone.
Il contr'ammiraglio Banderuola era dunque, poco più, poco meno, ciò che
dev'essere un ufficiale imperiale o regio; cioè: Onnipotente a bordo
della sua nave, ma umile servitore del padrone e pronto a bombardare la
casa natía con dentro il padre e la madre, al comando di quello.
E con tutta la sua onnipotenza, Banderuola sapeva benissimo quanto più
onnipotente di lui e del suo padrone era il Gesuitismo, e quindi il
rappresentante di esso, il tentatore della nostra valorosa ed infelice
Marzia.
«Non vanno le cose molto bene» diceva Corvo a Banderuola, la stessa sera
del 24 luglio 1860 nella camera del comandante della _Borbona_, mentre
questa incrociava a ponente dello stretto di Messina.
«I generali nostri assuefatti ad una vita imbelle ed inoperosa, non si
son mostrati all'altezza dei tempi e delle circostanze, e temo molto che
nell'anima di alquanti di loro si nasconda il tradimento, e quindi il
culto al Sole che leva».
«Che al valore dei soldati, non abbia corrisposto la bravura dei capi,
lo credo anch'io» rispondeva il marino «ma tradimento non lo crederei»
(mentre egli stesso aveva cercato di patteggiare cogli agenti Sardi,
allora numerosi ed attivissimi nel Napoletano). «Ed io dirò, circa
all'amato nostro giovane sovrano, come diceva il Metastasio:
«Lo seguitai felice quand'era il ciel sereno,
«Delle tempeste in seno, voglio seguirlo ancor.»
Un pieno bicchiere di Marsala aveva suscitato l'estro poetico
nell'Ammiraglio, ma un colpo d'occhio scrutatore del gesuita, che lo
penetrò sino nell'intimo dell'anima di fango, gli fece abbassare lo
sguardo, e senza dubbio il suo interlocutore che la sapeva più lunga
assai del marino in materia massime di dissimulazione e di tradimenti,
avrà detto fra se stesso:
«Mi sta fresco Franceschiello con questi fedeli.»
Avendo però bisogno per i suoi fini particolari del comandante, il
prete, da maestro com'era, ripigliò:
«Oh! sicuro, di tradimento non credo capaci i nostri capi dell'esercito
e della marina particolarmente.»
E senza dar tempo al cicaleccio del Banderuola ch'ei scorse pronto a
sostenere con calore il decoro della marina, egli proseguì:
«Ammiraglio, ricordatevi che noi dobbiam lasciare in Messina la signora
contessa N., tanto raccomandata da S. Santità, e giuntaci or ora a bordo
per una importantissima missione, e questa notte stessa essa deve esser
trasbordata nel faro a bordo della _Formidabile_ per esser sbarcata con
tutta sicurezza».
«Immediatamente, Monsignore» era la replica del marino, forse
soddisfatto di non trovarsi obbligato a sostenere una questione esosa,
«Immediatamente! ed il miglior palischermo della fregata sarà destinato
a tale missione».
Chi sarà codesta signora raccomandata dal Capo dei corruttori
d'Italia?--Lo vedremo nel seguente capitolo; ci basti per ora osservare
e deplorare che il maggior sostegno del prete è la donna! La donna, la
più perfetta delle creature, quando buona, ma un vero demonio quando
dominata dai tentatori e traditori delle genti--i chiercuti.
NOTE:
[27] Uccello dell'Oceano.
CAPITOLO XXVII.
MESSINA.
Sei pur fatata, o bellicosa e bella
Del Jonio Regina!
(_Autore qualunque_).
I Dardanelli, il Bosforo, Genova, Napoli, il Rio Janeiro, appartengono a
quei punti della superficie del globo su cui natura profuse i suoi
incantesimi, e l'arte aggiunse le sue magíe, prodigate dal lusso e dalle
ricchezze alle superbe bellezze della natura.
Da giovinetto, dopo le ruine di Roma, nulla mi commosse quanto quegli
scherzi naturali che vi gettano nell'animo un indescrivibile piacimento
ed un'ammirazione somma,--e nella fortuna che io ebbi di veder tanta
parte di mondo, confesso esser stato più colpito alla vista dello
stretto di Messina che di qualunque altro.
Stromboli, faro del Faro[28] colle sue eruzioni eterne, visibile alla
distanza di sessanta miglia, che stupisce d'ammirazione, di rispetto e
di gratitudine il navigante battuto dalle tempeste, e che può alla sua
vista cercar con sicurezza un rifugio, fuggendo alle terribili divoranti
scogliere di Scilla.
Il vulcano di Lipari, minore dello Stromboli, ma anch'esso fumaiuolo
della terra, ed i vulcani Alicudi-Felicudi, Salina, alti come il primo,
ma spenti;--ma piramidi stupende vomitate dall'igneo centro del nostro
globo, al disopra d'Anfitrite.--Entrando nel Faro da maestro a sinistra,
le magnifiche falde dell'Aspromonte, certamente fratello dell'Etna, e
l'aprica costa di Reggio col piede nell'onda, a destra le bellissime
colline della Trinacria, servendo di contrafforti al padre dei vulcani
italiani il Mongibello[29], lo stretto abbellito da Reggio, da Messina,
da centinaia di pittoreschi casolari e da quella stupenda vegetazione di
aranci, olivi, e quanto può vantare l'agricoltura meridionale è
veramente incantevole.
Reggio promette un avvenire splendido, ma Messina è destinata certamente
ad essere uno dei primi emporii del Mediterraneo.
Il sorprendente fenomeno della Fata Morgana che dipinge (non ricordo
bene) la città di Reggio o quella di Messina, od ambidue nelle
cristalline onde dello Stretto, è unico tra i fenomeni del mondo.
Infine, al giovine nauta italiano, amante della natura e delle sue
bellezze, lo stretto di Messina veduto per la prima volta, fa un effetto
magico ed egli lo rivede sempre con amore.
Eran le 11 della sera, quando un palischermo partito dall'incrociatore
borbonico la _Formidabile_, sbarcava sulla spiaggia orientale della
città di Messina una donna, che chiameremo Signora--giacchè le sue vesti
eran piuttosto pompose--e siccome un segnale era stato fatto da bordo
sulla spiaggia, si trovò chi ricevette la Signora, già antecedentemente
annunciata, e che l'accompagnò negli appartamenti principali del
Castello.
Lo ripeto: la donna angelo, quando buona, diventa un demonio, quando
padroneggiata dal Lucifero dell'Italia e del mondo--il prete!--
E tale era la contessa N..., una delle più cospicue gesuitesse che la
società contasse in quell'epoca. Favorita, prediletta di monsignor
Corvo, ed una delle sue prime vittime. Figlia d'un'illustre famiglia di
Roma, e di rara bellezza, essa era caduta nelle reti del Gesuita, ancor
giovane, ed una volta nelle ugne di quel tentatore, il di cui talento
per la seduzione non era secondo a quello del primo serpente della
favola, essa divenne uno dei personaggi più importanti della setta.
«Voi manderete, generale, per quella ragazza, non è vero? Guardate
ch'essa è immensamente desiderata dal S. Padre, per solennizzare la più
splendida delle vittorie cattoliche, la conversione di due anime ebree,
cioè dannate e ritornate al santo grembo di Dio, che è la sua Chiesa».
«Madonna» rispose il generale Comandante la cittadella di Messina, «Voi
non dubitate certamente dell'immenso mio desiderio a compiacervi, ma voi
mi proponete un'impresa ardua. La Marzia è molto amata e stimata sul
campo dei rompicolli; se il minimo barlume trasparisse dell'impresa
nostra per impadronirsene, non solo sarebbero sterminati coloro che
tentassero di rapirla, ma forse succederebbe la sorte stessa a quanti
parteggiano per noi in Messina.»
«Già lo sapevo, ripigliò l'altera contessa, che poco o nulla s'ha da
sperare dai generali di Francesco II, quando essi si lasciarono carpire
la Sicilia intiera da pochi filibustieri nudi e male armati». E la bella
malvagia donna, così dicendo, ritirò la sua sedia dalla vicinanza del
generale, e si mise a squadrarlo alzando il bellissimo capo, e
dondolandolo,--che avrebbe potuto servir di modello a Michelangelo,
quando concepiva l'idea di far una statua dell'Italia d'uno dei più alti
picchi degli Apennini[30]. Essa lo fissava nello stesso tempo con due
occhi, ove non so se imperasse più la seduzione della superba figlia
d'Eva o il disprezzo che generalmente hanno le donne per i codardi.
«Pace! pace!» urlava l'amante[31], «Pace, madonna, io mi lancierò a
qualunque pericolo per compiacervi, dovess'io stesso capitanare
l'impresa e lasciarvi la vita».
E con un generale borbonico di meno, diceva tra sè la proterva, la terra
continuerà la sua rotazione, ed il Figlio maggiore, per noi,
dell'Infinito apparirà a levante per coricarsi a ponente, dopo d'essersi
nauseato ad illuminare questo gregge di schiavi che si dicono
discendenti dal più grande dei popoli del mondo, e che non si vergognano
d'esser il ludibrio de' loro servi da tanti secoli.
Vittima, come abbiam detto, era stata la contessa del più astuto dei
gesuiti, e col suo spirito e la sua bellezza, era divenuta il Beniamino,
e quasi il pezzo maggiore della terribile setta.--Tuttavia era Italiana,
calpestava col disprezzo questa generazione d'eunuchi degli _harem_
dello straniero, ma il suo cuore romano palpitava a qualunque bel fatto
degli Italiani, e confessava a se stessa con compiacenza l'ammirazione
per i militi di Calatafimi, e ne andava superba.
Un sentimento prepotente nella donna però la dominava, e questo era una
sterminata gelosia per Marzia, più giovane di essa e non men bella--che
sapeva poi, esser stata, e forse esser ancora la prediletta di Corvo.
Vedendo il generale prostrato a' suoi piedi, la sua bocca accennò un
sogghigno di sprezzo, ma ritornando al carattere gesuitico da lei
assunto, e ricordando l'odiata rivale, la contessa concesse la mano al
mercenario, ed anzi, lo aiutò a rialzarsi, unico favore che egli mai
avesse ricevuto dalla superba romana.
«Io non sperava meno da voi»--ripigliò l'astuta--«e S. Maestà il Re ne
saprà di certo tener conto dietro le raccomandazioni supreme di S.
Santità».
«--Con tutto il rispetto che io devo agli eminenti personaggi da voi
nominati, è a voi, Madonna, che io voglio piacere ed ubbidire in
quest'impresa».--
E queste parole furono pronunciate con accento energico e risoluto,
poichè anche un mercenario è suscettibile di sentimenti di bravura in
presenza della bellezza.
«--Comunque, voi servirete degnamente la causa della legittimità,
dell'ordine e della religione».--(Solite menzogne non delle sole
gesuitesse).
Con inchini striscianti, ma divorandola cogli occhi, il generale
accompagnò la Signora nell'appartamento a lei preparato, e tornò nel suo
a meditare sull'esecuzione dell'impresa tremenda.
NOTE:
[28] Lo stretto di Messina.
[29] Nome indigeno dell'Etna.
[30] Una delle Garfagnani.
[31] Non per la prima volta egli vedeva quella seducente creatura, di
cui la seduzione era tutto lo studio della vita.
CAPITOLO XXVIII.
TALARICO.
Jamais vaisseau parti des rives du Scamandre
Aux champs Thessaliens osèrent-ils descendre,
Et jamais sans Larisse un lâche ravisseur
Osa-t-il m'enlever ou ma femme ou ma soeur.
(_Achille a Troia_).
I briganti in tutte le epoche, hanno avuto delle eminenti rappresentanze
come le eminenze.--Nella forza, per esempio: Milone di Crotona, che
ammazzava un toro con un pugno e se lo mangiava;--nella scienza,
Archimede, che chiedeva un punto d'appoggio per sollevar la terra, che
inventava gli specchi ustorî con cui bruciava la flotta romana; Galileo,
che trovava la legge della caduta dei corpi, base della grande scoperta
di Newton e che scopriva nell'infinito miriade di mondi fin allora
ignoti; e Kepler che tracciava nello spazio le orbite percorse dai
pianeti.
I briganti, ripeto, ebbero le loro eminenze tremende per certo, ma non
meno di quei settantadue eminenti massi di brutture che attorniano il
Papa, nocivi al mondo.
Noi abbiamo Gasparone, che sconta oggi ancora (1870) nelle prigioni di
Civita Castellana il tradimento del Papa.--I Francesi contano Cartouche;
e gl'Inglesi Robin Hood.--Gli ultimi ed i più atroci li avemmo in questi
ultimi tempi, come i Crocco, i La Gala, i Fuoco.
Nei tempi di cui scriviamo (1860) l'individualità brigantesca più famosa
era Talarico il Calabrese, temuto in tutta l'Italia meridionale, e che
percorreva da padrone, ora solo ed ora accompagnato da bande.--Noi già
lo conoscemmo in Palermo incaricato d'assassinare il Capo dei Mille, ed
ora lo ritroviamo nella cittadella di Messina, ricevendo istruzione per
un colpo di mano.
Il brigantaggio, figlio dell'ignoranza e della miseria, fu fomentato dai
preti, dai Borboni e dal capo di tutta questa ciurma, il
Buonaparte.--Caduti gli ultimi, e regolati i primi, non vi sarà più
brigantaggio in Italia.
Annegato nel sangue che fece versare a torrenti il Buonaparte, nel nulla
il Borbone, e Roma resa all'Italia, non vi sarà altro motivo di
brigantaggio, se non che le depredazioni del Governo Italiano, che
avranno fine siccome ogni altra malvagità.
Devo ripetere qui pure: che educati all'onestà, all'amore del loro
paese, codesti robusti contadini, dei quali i preti fanno dei briganti,
i di cui delitti inorridiscono il mondo, potrebbero riuscire dei militi
stupendi, essendo essi dotati di forza, agilità e coraggio insuperabili.
Serva d'esempio il seguente fatto di Talarico.
In una casipola di montagna nelle Calabrie, le truppe borboniche erano
pervenute ad assediarlo con una forza imponente e rinchiuderlo in un
cerchio di ferro.--Talarico, avvisato dall'amante sua abitatrice di
quella casa, del suo pericolo, per prima disposizione si accese il
sigaro, poi passando ad una finestra opposta alla porta di casa, sparò
sei colpi di revolver, ed immediatamente fasciando colla veste il
braccio sinistro, e mettendo la daga alla destra, volse indietro,
slanciossi fuori della porta caricando col ferro chiunque si presentava,
si aprì strada, e uscì a salvamento senza una sola ferita.
Tale era l'uomo a cui il generale C. dava incarico di catturare Marzia.
CAPITOLO XXIX.
IL PESCE SPADA.
Pour un esclave est-il quelque danger?
(_Muta di Portici_).
Garrulo, svelto, coraggioso è il pescatore siciliano.
E chi può raggiungerlo nella millanteria? Carattere speciale di quanti
isolani nostri ho conosciuto e che credo appartenga a tutti i popoli
meridionali dell'Europa, come l'Andaluso, il Guascone, ecc.
«Io sono quello» è il preambolo ordinario con cui si presentano questi
nostri superbi figli del Vespro.
«Io sono quello» e continuano poi la storia del loro operato.--Tale
millanteria, non tollerabile in ogni caso, certamente porta gli uomini
alle più arrischiate imprese, alle più splendide scoperte ed
all'insofferenza di oltraggi, come lo provarono ai Francesi nella loro
impareggiabile rivoluzione; come lo provano ogni volta che si trovano
stanchi di governi iniqui.
Pensando poi al modo anormale e spesso scellerato con cui furon
governate queste meridionali popolazioni, io sono perplesso
nell'investigarne la causa.--Dirò di più: mi ha stupito la facilità con
cui esse passarono da una dominazione all'altra in tutte le circostanze,
a cominciare dai Cartaginesi sino ai giorni nostri.--Popoli forti ed
intelligenti, come cotesti, hanno forse mancato di quella costanza
settentrionale che distingue massime gl'Inglesi.
Dobbiamo sperare con fondamento che nell'agglomerazione di tutte le
provincie italiane in un sol corpo politico, esse godranno almeno di una
condizione più stabile e potranno scuotere, coll'aiuto morale reciproco,
il corruttore dominio del cattolicismo che ci trattiene agli ultimi
gradini della civiltà umana.
Eccolo! qua, là, avanti, a destra, a sinistra, urla il pescatore
messinese collocato in una specie di gabbia, all'estremità di
lunghissima pertica, posta in situazione obliqua sul davanti della prora
di palischermo leggiero e svelto come il pesce spada perseguito.--E dal
suo gesticolare si capirebbe perfettamente dal pratico padrone della
barca senza bisogno di assordanti grida.
Quando il pesce spada però è scoperto dal robusto cacciatore che lo
segue già coi movimenti della micidiale sua lancia, sempre diretti verso
l'innocente vittima, allora il gabbiere cessa dalle grida, ma sarebbe
inutile esigere da lui che cessasse dal gesticolare.--Egli non urla,
non fiata, trattiene il respiro, ma se voi lo fissate vi accorgete non
esser fermo un muscolo del suo corpo.--Non fa rumore, poichè davanti a
lui, nella morte del povero pesce, sta la vita della famigliuola che lo
attende per un tozzo di pane. Non fa rumore, ma un galvanismo irrequieto
scorgesi in tutta la persona, dai piedi nudi ed anneriti al crine irto,
e sconvolto, e mobile come rappresentano l'anguicrinita testa di Medusa.
Cessa i tuoi palpiti, le tue impazienze, la tua sete di sangue d'un
nemico che non ha altro torto oltre quello di aver le sue carni gradite
al palato dell'animale uomo--altro delitto fuor di quello di appartenere
a razza men volpina, men maliziosa, giacchè egli, di te più forte, guai
se si attentasse di difendersi.--
La tua barca, la tua vita e quella de' tuoi compagni andrebbero in un
fascio. Ma consolati, non aver rimorsi, egli senza malizia assapora la
carne di pesci minori, e se vittoriosamente combatte colla balena, non è
per proteggerli, ma per gelosia di mestiere. Tali son le odierne
monarchie in guerre così continue od in pace armata per la grandezza
della propria nazione, la difesa nazionale, per una causa giusta, anzi
giustissima, santa! per la protezione infine di sudditi che si pappano
per la maggior gloria di Dio da cui emanano direttissimamente.--Lasciamo
dunque entrare il pesce spada nel novero delle vittime, giacchè egli
conta tra i predoni.--E ben lo coglie il lanciere messinese forandolo
da parte a parte e conducendolo cadavere a bordo dopo d'averlo lasciato
dissanguare.
La pesca del pesce spada, che si fa nello stretto di Messina, è tanto
più cospicua in quanto che essa ha quasi sempre luogo nelle vicinanze
delle sponde. La qui descritta si effettuava vicino al litorale siculo
tra il faro e la città di Messina, e su quella bellissima spiaggia
trovavasi riunita una folla di contemplatori della pesca.
«Oh! povero pesce, guarda quanto sangue ha versato dalla ferita»--e
veramente un lago di sangue arrossava i dintorni della barca, mentre il
pesce spada dibattevasi miseramente colla morte, inchiodato
all'inesorabile ferro che lo trapassava.
Quella voce di compassione, forse l'unica che uscisse dalla folla, era
articolata da bellissima fanciulla e diretta ad un'altra non men bella
di lei.--Era Marzia che in uno sfogo d'anima gentile, compativa la
situazione atroce del povero pesce spada, dirigendosi a Lina.
Frattanto i pescatori avevano raccolta nella barca la magnifica preda
(naturalmente magnifica per i predoni), e siccome si disponevano a
continuar la pesca essendo quello un giorno propizio per la stagione e
per il tempo favorevole, nacque alle nostre eroine il desiderio di veder
da vicino il pesce che appena appena aveano avuto il tempo di
adocchiare.
«Se avessimo un palischermo» disse Lina «io sarei curiosa di andar a
vedere il pesce spada, che mai non vidi.»
Era la proposta formaggio sui maccheroni per la compagna accesa dalla
stessa curiosità donnesca, ed un'affermazione subitanea fu la risposta.
«Un palischermo? ma non sarà difficile trovarlo» disse la vezzosa figlia
di Roma.--E veramente non fu difficile, giacchè vicino alla sponda
stessa una barchetta, con quattro robusti rematori ed un signore al
timone avvicinossi; e, come se avesse indovinato il desiderio delle
fanciulle, dopo un cortese saluto, il signore offrì gentilmente il
palischermo a disposizione delle signorine. Guardaronsi in volto le due,
ed un presentimento di mal augurio agghiacciò per un momento la
risoluzione di Marzia.
Lina, però, alquanto più spensierata e men diffidente, disse all'amica:
«Andiamo, miglior occasione e più pronta non potevamo trovare.»
Marzia ristette un momento.--Vedendo però l'arditezza della compagna,
che già movea verso la sponda, e vergognandosi di mostrar timore, seguì
pure verso il legnetto, ed ambe imbarcaronsi in un'impresa di cui si
pentiranno amaramente.
CAPITOLO XXX.
IL RATTO.
Intanto
All'onta ed al disprezzo è condannata
Lei, che fu la stella di mia vita,
Il dolce paradiso sulla terra!
(_Autore conosciuto_).
Eran le sei d'una bella serata d'agosto, non v'era soffio di vento, e la
superficie dello stretto era inargentata. Le città di Reggio e di
Messina come su d'uno specchio riflettevansi in quelle onde fatate,
quando le nostre eroine misero il piede sulla graziosa gondola che dovea
condurle sulla barca peschereccia ove giaceva il malcapitato cadavere
del pesce spada ancora caldo della vitalità scomparsa, e la barca colla
trionfale sua ciurma cantarellando vogava trasportata dalla marea verso
la cittadella di Messina.
«Ma che con questi quattro robusti rematori, la _Sirena_ che gareggia
coi venti, non raggiungerà quegli stupidi pescatori?»
Quella millanteria era vociferata da tale che se fosse stato ben
osservato dalle fanciulle pria d'imbarcarsi, esse non si sarebbero
certamente affidate a tale guida.
Il comandante della _Sirena_, posto al timone con Marzia alla destra e
Lina alla sinistra, era una di quelle figure che colpiscono ed impongono
l'ammirazione in tutti i loro movimenti fisici. Pettoruto e largo di
spalle, sulle quali posava una di quelle meridionali teste adornate
d'ebano tanto negli occhi che nella capigliatura.--Era di statura
mediana, ma svelto quanto il capriolo dei monti.
Non era marino Talarico, non cavaliere[32], ma su un cavallo o su un
palischermo egli dondolavasi graziosamente quanto un marino italiano, un
figlio _de las Pampas_, od un _Monarca_ della cuchilla del Rio
Grande[33]; infine era un tipo di razza gagliarda, non tutta spenta in
Italia, malgrado gli sforzi del prete e della tirannide per corromperla.
Dunque è Talarico, eh!--E voi le mie buone fanciulle l'avete fatta
grossa d'affidarvi a lui, o non avete saputo distinguere sulla maschia
figura del figlio d'Aspromonte l'occhio aquilino e micidiale del
bandito.--E Talarico non solo, ma tutto quanto voi avete veduto di
pesca, di pescatori e di _Sirena_ sotto le finestre della vostra
abitazione, tutto era stato premeditato ed ordito per involare la
Marzia.
Lina, altrettanto preziosa preda, non entrava nel ratto che come un
accessorio.
La barca peschereccia vogava sempre verso la cittadella, trasportata
dalla marea e dai remi, e la _Sirena_, benchè sveltissima, accorciava di
poco la distanza che la separava dal pesce spada. La curiosità delle
nostre belle cangiossi presto in timore, e gettato un colpo d'occhio
verso la sponda sicula da dove eran partite e che già oscuravasi colle
ombre della notte, esse richiesero al timoniere d'esser ricondotte verso
la loro dimora.--Tutt'altro che Talarico avrebbe potuto usare un po' di
diplomazia, cioè d'inganno--confortar le donne, ingiunger loro di star
quiete ed infine canzonarle ancora per un pezzo, ma tale non era il modo
del calabrese brigante; e quando s'avvide che gli occhi delle due eroine
lampeggiavano di sdegno, e che forse potevano, dopo d'aver riconosciuto
l'inganno, scagliarsi su di lui, le prevenne, ed abbandonando il timone,
pose una mano su d'ogni braccio delle donzelle, e le strinse come se
fosse graffa di leone, mentre i rematori, assoldati come il loro capo,
avanzaronsi a prestar man forte, nel caso che la potenza di Talarico non
avesse bastato.
NOTE:
[32] Qui per Cavaliere non intendo quella caterva di servi che coi
cavalli altro non hanno di comune che la greppia ove s'ingrassano a
spese dei popoli che disonorano.
[33] Monarca della collina: così si chiamano i famosi cavalieri della
provincia più meridionale del Brasile.
CAPITOLO XXXI.
LA DITTATURA ONESTA.
Non ciarle, ma fatti.
(_Autore conosciuto_).
Vi sono molti birbanti del mondo, massime tra i popoli ove domina la
corruzione del prete e della tirannide.--Ivi si perviene ai gradi, agli
onori, all'agiato vivere, a forza di bassezze, di umiliazioni e di
servilismo; quindi l'onestà non è merito, ma lo è l'adulazione e la
flessibilità della schiena e della coscienza.
Fra codesti birbanti, alcuni onesti, o sono impercettibili nella folla,
o sono tenuti in diffidenza per lo scetticismo che invade le moltitudini
sì sovente ingannate.--Eppure io conosco degli onesti che potrebbero
migliorare la condizione umana, se non vi fossero tanti pregiudizii e
tante dottrine.--Ma come si deve aver fede in cinquecento individui, la
maggior parte dottori[34] e la maggior parte venali, uomini che vengono
su dalla melma ove li condannarono la dappocaggine e sovente il vizio;
vengon su, dico, a forza di cabale e di favoritismo, e si siedono
sfacciatamente tra i legislatori d'una nazione, coll'unico interesse
individuale e disposti sempre a sancire ogni ingiustizia monarchica,
coonestando così gli atti infami di governi perversi che senza quella
ciurma di parassiti avrebbero responsabilità dei loro atti, mentre con
parlamenti servili essi sono dispotici, e compariscono o si millantano
onesti.
Questi cinquecento, fra cui vi è sempre qualche buono, disgraziatamente
si usano come governanti nelle monarchie non solo--governi imposti--ma
pure nei paesi ove la caduta delle monarchie, come in Ispagna e in
Francia, ha lasciato le nazioni padrone di loro stesse. La vecchia
abitudine dei comitati, delle commissioni e dei parlamenti getta negli
anzidetti casi di nazioni padrone di loro stesse una turba d'aspiranti
alla direzione della cosa pubblica, che sventuratamente riescono sempre
con una minoranza buona o mediocre, ma con maggioranza pessima, e quindi
annientato il po' di buono che vi si trova.
E perchè non scegliere un onesto solo per capitanare la nazione e con
voto diretto? Non è più facile trovarne uno che cinquecento?
Il maggiore dei popoli della terra, il Romano, chiamò quell'uno
Dittatore.--Chiamatelo voi come diavolo volete. Insignitelo del supremo
potere per due mesi, per due anni, se meglio vi pare. Non successori
nella stessa famiglia, non eserciti permanenti.--Dieci onesti cittadini
per littori, e l'esercito Nazione se la patria è minacciata.--Supponete
ch'egli sia solamente onesto, e questa è la qualità che voi dovete
cercare.--Non è amministratore, militare, finanziere, ma saprà trovare
della gente idonea per ogni provincia. E non avrete il bisantismo, con
quella turba di ciarlieri che assordano il mondo e mantengono l'Europa
in una vera Babilonia.
Con degli onesti ai governi potranno avverarsi tutte le questioni
politiche e sociali, e sopratutto si potrà provvedere subito alla
soppressione di quel macello umano che si chiama guerra.
Il macchiavellismo è oggi una parola esecrata; eppure Macchiavelli è uno
dei grandi di cui si onora l'Italia. Così avvenne alla dittatura. Perchè
vi furono dei Cesari, dei Buonaparti, pare non vi possano essere più
delle dittature oneste. Ed io sono certo che se la Francia e la Spagna,
padrone di loro stesse, avessero, dopo la caduta d'Isabella e di
Buonaparte, scelto un uomo solo con pieni poteri per governarle, esse
non sarebbero cadute nello stato deplorabile in cui oggi si trovano. Lo
rammenti la Democrazia europea; essa è sempre conculcata per non sapere
combattere il dispotismo colle proprie sue armi, cioè la concentrazione
del potere nelle mani d'un solo, sinchè (come in America ed in
Isvizzera) la situazione non divenga normale da non più aver bisogno di
poteri straordinari al governo concentrati nelle mani d'un solo.
NOTE:
[34] Non si creda che io sia sistematicamente nemico dei dottori (non
teologi, che credo impostori), anzi io conto molti dottori tra i miei
amici, ma essi han fatto prova sinora tanto cattiva nei governi e nei
parlamenti da far disperare di loro.
CAPITOLO XXXII.
AGLI ARANCI.
Non la siepe che l'orto v'impruna
È il confin dell'Italia, o ringhiosi,
Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi
Son le turbe che vengon di là.
(BERCHET).
Era verso la fine d'agosto, quando il Dittatore della Sicilia, radunate
le vittoriose sue legioni nel Faro, disponevasi a passare sul continente
italiano.
Il numero di forze dell'esercito meridionale[35] poteva ascendere ad una
decina di mila uomini, aumentando ogni giorno però per l'arrolamento di
meridionali e per i contingenti venuti dalle altre provincie d'Italia,
con buona mano di veterani di tante battaglie.
Cotesto accrescimento di forze dei liberi dispiaceva certamente alla
Corte Sarda, al Papato ed al padrone Buonaparte, e fra i mezzi impiegati
per impedirlo, non mancarono ogni specie d'ostacoli all'imbarco dei
volontari nel settentrione.
Era naturale temessero l'invadente bufera nel mezzodì i monarchici ed i
suoi satelliti. Chi ha la coda di paglia, teme il fuoco.--Ciò che non
era naturale, che non doveva essere, e che mi ripugna scrivendolo, si è
l'opposizione a noi fatta dal dottrinarismo, dagli uomini che oggi
ancora sono tenuti quali archimandriti della democrazia italiana.
Essi hanno del merito, non glie lo contesto, e se al merito
incontestabile avessero potuto aggiungere la capacità di far l'Italia da
soli senza la cooperazione d'altri--essi sarebbero senza dubbio i sommi
dei sommi.--Comunque, da loro fummo attraversati anche nella spedizione
del 60, apparentemente, non colla volontà di nuocere; ma in realtà
pregiudicavano.
L'organizzazione di un corpo di volontari in Toscana capitanato da
Nicotera nocque, e se quelli stessi volontari si fossero inviati in
Sicilia, sarebbe stato assai meglio.
La spedizione al Golfo degli Aranci, ordinata, credo da Bertani, e da
lui diretta coll'oggetto d'un'operazione diversiva nello stato
pontificio come la prima, fu anche nociva, perchè ritardò l'arrivo di un
corpo considerevole di volontari di cui avevamo gran bisogno, e mi
obbligò di abbandonare l'esercito sul Faro, imbarcarmi a bordo del
_Washington_, ed espormi al pericolo d'incontrare gl'incrociatori
borbonici, per andar a cercare a tramontana della Sardegna il suddetto
forte contingente di bellissimi militi che si volevano sottrarre ai miei
ordini (per una spedizione inutile, giacchè essi nulla avrebbero fatto
a fianco dell'esercito sardo invadente) e forse anche per non
contaminarli al contatto degli elementi _poco puri_ dei _Mille_.
Era dunque verso la fine d'agosto quando pronto l'Esercito Meridionale
sulla sponda sicula dello stretto di Messina, si disponeva a
traversarlo.
La vigilanza dei legni borbonici a vapore era immensa: le loro batterie
sulla costa calabra, ben guernite di cannoni e d'uomini, protette da
varii corpi di truppe sparsi nelle campagne circostanti.
Una quantità di piccole barche, raccolte nei diversi porti della
Sicilia, erano state dirette a Punta di Faro, per effettuare il
passaggio.--Vi furono alcuni tentativi infruttuosi.--In uno però,
condotto dai valorosi Missori, Nullo, Musolino, Mario ed altri prodi
compagni, si assaltò uno dei forti principali della costa suddetta, e
senza il timore d'una guida che s'impaurì alle prime fucilate, i nostri
s'impadronivano del forte, e con questo si sarebbe agevolato grandemente
il passaggio dell'esercito.
La fortuna però doveva continuare a proteggere la giusta impresa, ed al
ritorno del _Washington_ dagli Aranci, il Dittatore s'avviò verso
Taormina, ove il generale Sirtori aveva diretto due piroscafi per il
Mezzogiorno della Sicilia--il _Torino_ ed il _Franklin_.--Imbarcossi col
generale Bixio la di lui Divisione e felicemente giunsero a Melito sulla
costa meridionale della Calabria.
NOTE:
[35] Nome che presero i Mille accresciuti di numero.
CAPITOLO XXXIII.
ROMA.
De' vivi inferno!
Un gran miracol fia
Se Cristo teco alfine non s'adira.
(PETRARCA).
Era il primo di settembre del 60, e verso le dieci antimeridiane una
immensa folla brulicava dalla superba Basilica di S. Pietro, il maggiore
dei templi del mondo.
Sino al ponte Elio, oggi di S. Angelo, e dallo stesso in tutta
l'estensione della Lungara--quella moltitudine per la maggior parte
devota, non lo era al punto di sfidare i raggi solari, cocenti in quella
stagione, ed in quell'ora, in cui la brezza marina non ha rinfrescato
ancora l'atmosfera corrotta della capitale dell'Orbe Cattolico; tutti
tendevano verso l'ombra delle case, ciò che a tutti non riesciva, per la
qual cosa verso la parte del Tevere v'era proprio da soffocare, tanta
era la calca.
Ma che importa di soffocazioni, di calori, di febbri? Oggi i chercuti
danno una solennissima festa ed il popolo degenerato che cresce sulle
ruine del più grande dei popoli, non abbisogna di dignità, di decoro, di
libertà, ma di feste, e colle feste ed una scodella di brodo si
contentano i discendenti dei Manli e dei Scipioni.
Un giorno questo popolo si affollò dietro al carro trionfatore
trascinato dai re della terra, quindi negli anfiteatri a contemplar le
sanguinose giostre dei gladiatori, e gli urli de' suoi schiavi morenti,
lacerate le loro carni dal leone o dalla pantera. Poi discese ancora più
nell'imo delle sue cloache, barattò per pane e giuochi la sua libertà e
dignità. Infine non contento ancora della sua abbiezione, e delle
brutture imperiali, egli curvossi, si genuflesse, s'accovacciò ai piedi
della più lurida, più umiliante e più sfrenata delle tirannidi--quella
del prete--dell'impostore--del corruttore per eccellenza della razza
umana.--E lì sen giace ancora, pronto al primo squillo di campana, a
correre, prostrarsi e baciar la pantofola d'un idolo di fango.
I preti scorgevansi nel vasto peristilio del tempio; ne uscivan di tanto
in tanto per respirare più liberamente, per mostrare al volgo ed alle
bigotte i loro abiti sacerdotali di gala; e tergevansi con bianchi lini
la fronte, sudante per le _fatiche_--poveri preti!--e sorridevano alle
innamorate ammiratrici--e scotevano graziosamente i candidi piviali, e
le inanellate chiome.
Crittogama dell'uman genere!--Barattieri dei popoli!--A voi, che
importano le sventure delle genti!--Predicatori d'immoralità, vantatori
di un paradiso celeste con cui beffate il popolo, mentre ne avete
costituito uno terrestre a spese ed a scorno suo, e mentre
quell'inferno, di cui voi ridete, lo avete accatastato coi vostri roghi
e le scelleraggini vostre, a pro degli infelici che hanno il torto di
non bastonarvi.
Sì, preti!--era quella una solennissima festa, con cui le bugiarde
vostre campane, le bugiarde vostre sinfonie, ed i bugiardi vostri
apparati di stupendissimo lusso, cercavano di chiamare a voi le
moltitudini ingannate e colpevoli di non volersi servire di quella
religione colla quale natura adornò anche i più cretini.--Vi vuol poi,
per Dio, molta scienza per capire che un prete è un impostore?
Quella festa, con cui si assordava il mondo, era la conversione del
vecchio Elia e della sua Marzia, che dalla giudaica religione,
generatrice del cristianesimo, dicevansi dover passare alla religione
del Papa.
Due anime salvate!--Eh preti!--Gran festa!--Lo Spirito Santo richiesto
dall'infallibile, ha toccato il cuore delle due smarrite pecore!--Ed
esse, al cospetto del mondo devono abiurare la fede dei loro padri, ed
aggregarsi alla vostra.--Eh preti! voi sapete che io so, non aver voi
altra fede che nel ventre, e nella libidine!--Aggregarsi alla vostra
fede, eh!--Credere alla verginità della madre di Cristo, come voi
credete a quella delle vostre Perpetue! E mangiar l'Ostia con dentro
l'Infinito! Ah birbanti! voi non le credete queste fandonie colle quali
infinocchiate le vecchie peccatrici, e gettate le nazioni
nell'abbrutimento, nel servaggio, e nella sventura.
Voi non le credete, io lo so; ma nello stesso tempo voi potete scusarvi:
chè in questo secolo di ladri, anche voi, avete trovato il modo di viver
grassamente alle spalle delle carogne!
«Non fate ciò che io fo, ma fate quel che io dico». Ma bravi li miei
preti! ecco una vera scuola di logica, di morale. A che diavolo serve
l'esempio!
«Mortificatevi, digiunate, astenetevi» dite voi, per la maggior gloria
di Dio! (bestemmie di cotesta impudente canaglia).
«Al prete, bocconi squisiti e vezzose donzelle». E non sono essi
Ministri di Dio?--perchè dunque debbono essi privarsi delle dovizie del
mondo, come voi altri cretini!
«Sì, la conversione di due Ebrei alla religione di Cristo» rispondeva un
Romano ad un giovane d'aspetto marziale, e che dalla bionda
capigliatura, sembrava appartenere alle provincie settentrionali della
penisola.
«Sì, la conversione di due Ebrei» continuava il figlio di Roma--«e
questi pretacci dondolano il nostro povero popolo con tali menzogne, e
lo fan scordare del suo abbrutimento e del suo servaggio».
L'interlocutore guardando fisso il Romano, sembrò investigare
nell'abbronzato suo volto, la veracità del suo sdegno, e mormorava tra
sè: «sarà questo un insofferente del giogo pretino, od un delatore?».
Il suo dubbio durò però poco, e l'apparizione d'una bellissima coppia,
divisa per un momento dalla folla, e che accostossi ai due suddetti,
facendosi largo, valse a dileguarlo.
I nuovi arrivati erano P... e la sorella Lina, la di cui presenza in
Roma sembrerà straordinaria, mentre i loro compagni militavano
all'estremità dell'Italia Meridionale.
«Addio, Muzio» incominciò il Bergamasco dirigendosi al Romano, ed ambi
si strinsero famigliarmente la destra.
«Addio, mio caro» rispose l'altro--«Io mi vergogno di trovarmi qui
inoperoso, mentre i nostri prodi amici, dopo di aver fatto miracoli di
valore in Sicilia, stanno oggi marciando vittoriosamente su Partenope.
Con tutta la buona volontà del mondo noi fummo ingannati dai
temporeggiatori, dai Generali di combinazioni che ci hanno canzonati,
intimandoci di fermarci in Roma per colpire il nemico alle spalle, e
così abbiam dovuto marcire nell'ozio, e sprecare qui tanta bella e
briosa gioventù, anelante di volare a fianco dei militanti
fratelli.--Già l'ho sempre detto; la democrazia italiana come tutte le
altre dovrebbe persuadersi che vi vuole un capo solo, massime nei casi
d'urgenza.--Molti capitani portano generalmente la nave negli scogli.
Prima d'ogni schiarimento, permettimi di presentarti il nostro Nullo, e
mia sorella Lina».
Uno scambio di affettuose scosse di mano legarono in un momento e per la
vita il bravo figlio di Roma coll'eroe della Polonia, e la bellissima
fanciulla delle Alpi.
A Lina, Muzio non baciò la man
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