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Marocco

by Edmondo De Amicis · Italian · Gutenberg #30725 · 608,353 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Marocco
    
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Title: Marocco

Author: Edmondo De Amicis


        
Release date: December 20, 2009 [eBook #30725]
                Most recently updated: January 5, 2021

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/30725

Credits: Produced by Emanuela Piasentini and the Online Distributed
        Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MAROCCO ***




Produced by Emanuela Piasentini and the Online Distributed
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           MAROCCO


             DI

     EDMONDO DE AMICIS

     _Quarta Edizione._

           MILANO

  FRATELLI TREVES, EDITORI.

            1877.


MILANO. TIP. FRATELLI TREVES.

_Gli editori hanno compite tutte le formalità richieste dalla legge e
dalle convenzioni internazionali per riservare la Proprietà letteraria e
il diritto di riproduzione._




TANGERI


Lo stretto di Gibilterra è forse di tutti gli stretti quello che separa
più nettamente due paesi più diversi, e questa diversità appare anche
maggiore andando a Tangeri da Gibilterra. Qui ferve ancora la vita
affrettata, rumorosa e splendida delle città europee; e un viaggiatore
di qualunque parte d'Europa sente l'aria della sua patria nella
comunanza d'una infinità d'aspetti e di consuetudini. A tre ore di là,
il nome del nostro continente suona quasi come un nome favoloso;
cristiano significa nemico, la nostra civiltà è ignorata o temuta o
derisa; tutto, dai primi fondamenti della vita sociale fino ai più
insignificanti particolari della vita privata, è cambiato; e scomparso
fin anche ogni indizio della vicinanza d'Europa. S'è in un paese
sconosciuto, al quale nulla ci lega e dove tutto ci resta da imparare.
Dalla spiaggia si vede ancora la costa europea, ma il cuore se ne sente
già smisuratamente lontano, come se quel breve tratto di mare fosse un
oceano e quei monti azzurri un'illusione. Nello spazio di tre ore, è
seguita intorno a noi una delle più meravigliose trasformazioni a cui si
possa assistere sulla terra.

L'emozione, però, che si prova mettendo il piede per la prima volta su
quel continente immenso e misterioso che fin dalla prima infanzia ci
sgomenta l'immaginazione, è turbata dal modo in cui vi si sbarca. Mentre
dal bastimento cominciavo a vedere distintamente le case bianche di
Tangeri, una signora spagnuola gridò dietro di me con voce
spaventata:--Che cosa vuole quella gente?--Guardai dove accennava, e
vidi, dietro le barche che s'avvicinavano per raccogliere i passeggieri,
una folla d'arabi cenciosi, seminudi, ritti nell'acqua fino a mezza
coscia, i quali s'accennavano l'uno all'altro il bastimento con gesti da
spiritati, come una banda di briganti che dicessero:--Ecco la
preda.--Non sapendo chi fossero e che cosa volessero, discesi nella
barca, in mezzo a parecchi altri, col cuore un po' inquieto. Quando
fummo a una ventina, di passi dalla riva, tutta quella bordaglia colore
di terra cotta, s'avventò sulle barche, ci mise le mani addosso, e
cominciò a vociferare in arabo e in spagnuolo, fin che capimmo che le
acque essendo basse tanto da non poter approdare, dovevamo traghettare
sulle loro spalle; la qual notizia dissipò la paura d'uno svaligiamento
e destò il terrore dei pidocchi. Le signore furono portate via sulle
seggiole come in trionfo, ed io feci la mia entrata in Affrica a cavallo
a un vecchio mulatto, col mento inchiodato sul suo cocuzzolo e le punte
dei piedi nel mare.

Il mulatto, arrivato a terra, mi scaricò nelle mani d'un altro facchino
arabo, il quale, infilata una porta della città, mi condusse correndo
per una viuzza deserta a un albergo vicino, di dove uscii immediatamente
con una guida per andare nella strada più frequentata.

La prima cosa che mi colpì, e più fortemente ch'io non possa esprimere,
fu l'aspetto della popolazione.

Tutti portano una specie di lunga cappa di lana o di tela bianca, con un
grande cappuccio quasi sempre ritto sul capo, cosicchè la città presenta
l'aspetto d'un vasto convento di frati domenicani. Di tutto questo
popolo incappato, una parte si muove lentamente, gravemente e senza far
rumore, come se volesse passare inosservata; gli altri stanno seduti o
accovacciati lungo i muri, davanti alle botteghe, agli angoli delle
case, immobili e cogli occhi fissi, come le popolazioni pietrificate
delle loro leggende. L'andatura, gli atteggiamenti, il modo di guardare,
tutto è novo per noi; tutto rivela un ordine di sentimenti e d'abitudini
affatto diverso dal nostro; una tutt'altra maniera di considerare il
tempo e la vita. Quella gente non pare punto preoccupata delle sue
faccende, nè del luogo dove si trova, nè di quello che accade intorno ad
essa. Tutti hanno nell'espressione del viso qualchecosa di vago e di
profondo, come di chi sia dominato da un'idea fissa, o pensi a luoghi e
a tempi molto lontani, o sogni ad occhi aperti. Appena entrato nella
folla, mi ferì un odore particolare, che non avevo mai sentito in mezzo
alla gente in Europa; non so di che, ma punto gradevole, e nondimeno
cominciai ad aspirarlo con una viva curiosità, come se mi dovesse
spiegare qualche cosa. Andando innanzi, quella folla, che da lontano
m'era parsa uniforme, mi presentava mille varietà. Mi passavano accanto
faccie bianche, nere, giallastre, bronzine; teste ornate di lunghissime
ciocche di capelli e cranii rapati e lucidi come palle metalliche;
uomini secchi come mummie; vecchi d'una vecchiezza orrenda; donne col
viso e tutta la persona ravvolta in un mucchio informe di cenci; bimbi
con lunghe trecce; visi di sultani, di selvaggi, di negromanti,
d'anacoreti, di banditi, di gente oppressa da una tristezza immensa o da
una noia mortale; pochi o nessuno sorridente; gli uni dietro gli altri
silenziosi e lenti come una processione di spettri per il viale d'un
camposanto. Non so come, ma davanti a quello spettacolo, sentii il
bisogno d'abbassar gli occhi sopra me stesso, e di dire dentro di
me:--Io sono il tale dei tali, il paese dove mi trovo è l'Affrica, e
costoro sono Arabi--e riflettere un momento per ficcarmi questa idea
nella testa.

Una volta che vi fu, ci mettemmo a girare per le altre strade. La città
corrisponde per ogni verso alla popolazione. È tutta un labirinto
inestricabile di stradicciuole tortuose, o piuttosto di corridoi,
fiancheggiati da piccole case quadrate, bianchissime, senza finestre,
con porticine per le quali passa a stento una persona: case che paiono
fatte per nascondervisi più che per abitarvi, ed hanno un aspetto tra di
prigione e di convento. In molte strade non si vede che il bianco dei
muri e l'azzurro del cielo; di quando in quando, qualche archetto
moresco, qualche finestra arabescata, qualche striscia di rosso ai piedi
dei muri, qualche mano dipinta in nero accanto a una porta, che serve a
scongiurare gl'influssi maligni. Quasi tutte le strade sono ingombre di
legumi fradici, di penne, di cenci, d'ossami, e in qualche punto di
cani e di gatti morti, che ammorbano l'aria. Per lunghi tratti non
s'incontra che qualche gruppo di ragazzi arabi incappucciati che giocano
o canterellano con voce nasale i versetti del Corano; qualche povero
accovacciato, qualche moro a cavallo a una mula, qualche asino
sopraccarico, colla schiena sanguinolenta, sfruconato da un arabo mezzo
nudo; cani spelati e scodati, e gatti d'una magrezza favolosa. Qua e là,
passando, si sente odor d'aglio, di fumo di kif, d'aloè bruciato, di
belgiuino, di pesce. E così si gira l'intera città, che ha per tutto la
stessa bianchezza abbagliante e la stessa aria di mistero, di tristezza
e di noia.

Dopo un breve giro riuscimmo nella piazza principale, anzi unica, di
Tangeri, la quale è tagliata da una lunga strada che salendo dalla parte
della marina attraversa tutta la città. È una piazzetta rettangolare,
circondata di botteguccie arabe, che parrebbero meschine nel più povero
dei nostri villaggi. Da un lato v'è una fontana sempre circondata
d'arabi e di neri affaccendati ad attinger acqua con otri e brocche; da
un altro lato stanno tutto il giorno sedute in terra otto o dieci donne
col viso imbacuccato, che vendon pane. Intorno a questa piazza ci sono
le modestissime case delle Legazioni straniere che s'innalzano come
palazzi in mezzo alla moltitudine confusa delle casette moresche. In
questo piccolo spazio si concentra tutta la vita di Tangeri, che è la
vita d'un villaggio. V'è là vicino il solo tabaccaio della città, la
sola spezieria, il solo caffè, che è una stanzaccia con un biliardo, e
la sola cantonata dove si veda qualche volta qualche annunzio stampato.
Là si raccolgono i monelli seminudi, i ricchi mori sfaccendati, gli
ebrei che parlano d'affari, i facchini arabi che aspettano l'arrivo del
piroscafo, gl'impiegati delle Legazioni che aspettano l'ora del
desinare, gli stranieri appena arrivati, gl'interpreti, gli accattoni.
Là s'incontra il corriere che arriva cogli ordini del sultano da Fez, da
Mechinez o da Marocco, e il servitore che vien dalla posta coi giornali
di Londra e di Parigi; la bella dell'arem e la moglie del ministro; il
cammello del beduino e il cagnolino da salotto; il turbante e il
cappello cilindrico; l'onda sonora del pianoforte che erompe dalle
finestre d'un Consolato e la cantilena lamentevole che esce dalla porta
della moschea. Ed è il punto dove l'ultimo flutto della civiltà europea
s'infrange e ristagna nell'immensa acqua morta della barbarie affricana.

Dalla piazza, rimontando la strada principale, e passando per due
vecchie porte, uscimmo, che cominciava a imbrunire, dalle mura della
città, e ci trovammo in una piazza aperta sul fianco d'una collina,
chiamata Soc de Barra, o mercato esteriore, poichè ogni domenica e ogni
giovedì vi si fa il mercato. È forse di[tn8] tutti i luoghi ch'io vidi
nel Marocco, quello che mi fece sentire più profondamente il carattere
del paese. È un tratto di terreno nudo, tutto gobbe e incavature, colla
tomba d'un santo, formata da quattro muri bianchi, a mezza china; sulla
sommità un cimitero; più lontano qualche aloè e qualche fico d'india;
sotto, le mura merlate della città. In quel momento, vicino alla porta
v'era un gruppo di donne arabe, sedute in terra, con mucchi d'erbaggi
dinanzi; accanto alla tomba del santo una lunga fila di cammelli
accosciati; più su, alcune tende nerastre e un cerchio d'arabi attoniti,
seduti intorno a un vecchio, in piedi, che raccontava una storia; qua e
là, vacche e cavalli; e sulla sommità, fra le pietre e i monticelli di
terra del cimitero, altri arabi immobili come statue, col viso rivolto
verso la città, tutta la persona nell'ombra, e le punte dei cappucci che
spiccavano sull'orizzonte dorato dal crepuscolo. Su tutta questa scena
una pace di colori, un silenzio, una mestizia, da non potersi
efficacemente descrivere a voce, se non stillando parola per parola
nell'orecchio di chi ascolta, come quando si confida un segreto.

La guida mi svegliò dalla mia contemplazione e mi ricondusse
all'albergo, dove il mio dispiacere di trovarmi in mezzo a gente
sconosciuta fu per la prima volta mitigato dal fatto ch'eran tutti
Europei, cristiani e vestiti come me. V'erano a tavola una ventina di
persone, tra uomini e signore, di nazione diversa, che offrivano una
bella immagine di quello strano incrociamento di famiglie e d'interessi
che segue in quei paesi: un francese nato in Algeri, marito d'un'inglese
di Gibilterra; uno spagnuolo di Gibilterra, marito della sorella d'un
console portoghese della costa dell'Atlantico; un vecchio inglese con
una figliuola nativa di Tangeri e una nipotina nativa d'Algeria;
famiglie erranti da un continente all'altro, o sparpagliate sulle due
coste, che parlano cinque lingue, e vivono metà all'araba e metà
all'europea. Appena cominciato il desinare, cominciò una conversazione
vivissima, ora in francese, ora in spagnuolo, tempestata di parole
arabe, sopra soggetti affatto estranei alla consuetudine delle
conversazioni europee: come il prezzo d'un cammello, lo stipendio d'un
Pascià, se il Sultano fosse bianco o mulatto, se era vero che fossero
state portate a Fez dieci teste di rivoltosi della provincia di Garet,
quando sarebbero arrivati a Tangeri quei religiosi fanatici che mangiano
i montoni vivi, ed altre cose di questo genere, che mi facevano
saltellare dentro all'anima il diavolo della curiosità. Poi vennero a
parlare di politica europea con quel non so che di scucito che c'è
sempre nei discorsi di gente di vario paese, e quelle solite gran frasi
vuote con cui si parla d'una politica lontana, fantasticando alleanze
spropositate e guerre favolose. E poi il discorso cadde su Gibilterra,
argomento inevitabile; la gran Gibilterra, il centro d'attrazione di
tutti gli Europei della costa, dove si mandano i figliuoli a studiare,
dove si va a comprare il vestito, a ordinare un mobile, a sentire
l'opera in musica, a respirare una boccata d'aria d'Europa. E finalmente
venne in campo la partenza dell'ambasciata italiana per Fez, ed io ebbi
il grandissimo piacere di sentire che l'avvenimento era assai più
importante di quel che credevo, che se ne parlava in tutta Tangeri e in
tutta Gibilterra e ad Algesira e a Cadice e a Malaga, e che la carovana
sarebbe stata lunga un miglio, e che coll'ambasciata c'erano dei pittori
italiani, e che forse ci sarebbe stato perfino _un representante de la
prensa_. Alla quale notizia mi alzai modestamente da tavola e mi
allontanai con passo maestoso.

Più tardi, a notte inoltrata, volli fare un altro giro per veder Tangeri
addormentata. Non v'era un lampione, non una finestra illuminata, non
uno spiraglio da cui trapelasse un barlume; la città pareva disabitata e
non riceveva altra luce che quella del cielo stellato, sul quale
biancheggiavano, come enormi tombe di marmo, le case più alte, e si
disegnavano nitidamente le cime dei minareti e i rami delle palme. Andai
sino in fondo alla strada principale: le porte della città erano chiuse.
Girai per altre vie: tutto chiuso, immobile, muto. Due o tre volte
inciampai in qualchecosa che a primo aspetto mi parve un mucchio di
cenci, ed era un arabo addormentato. Sentii più volte, con raccapriccio,
scricchiolare sotto il mio piede penne ed ossami, o cedere mollemente
qualcosa che doveva essere la carogna d'un cane. Mi passò accanto,
rasente il muro, come uno spettro, un arabo incappato; ne vidi un altro
biancheggiare un momento in fondo a un vicolo; e a una svoltata sentii,
senza veder nulla, un fruscìo affrettato di pantofole e di cappe, che mi
fece sospettare d'aver turbato un conciliabolo. Andando, non sentivo che
il rumore del mio passo; fermandomi, non sentivo che il mio respiro. Mi
pareva che tutta la vita di Tangeri si fosse ridotta in me solo, e che
se avessi gettato un grido, sarebbe risonato da un capo all'altro della
città come uno scoppio di tuono. Pensavo alle tante belle arabe
addormentate, alle quali passavo vicino, e agli strani misteri che avrei
scoperti, se quelle case si fossero aperte tutt'a un tratto come una
scena di teatro. Di quando in quando mi fermavo dinanzi alla splendida
bianchezza di certi spazi di muro, su cui batteva la luna, che parevano
illuminati dalla luce elettrica. In un vicolo oscuro incontrai un nero
con una lanterna, che si fermò per lasciarmi passare, mormorando qualche
parola che non compresi. Nel punto che sboccavo nella piazzetta, sentii
sonare in quel profondo silenzio una risata sgangherata, che mi diede i
brividi. Erano due giovanotti col cappello cilindrico, probabilmente due
impiegati di Legazione, che passeggiavano discorrendo. In un angolo
della piazza, sotto la tenda d'una bottega chiusa, un lumicino moribondo
rischiarava confusamente un ammasso di cenci biancastri, da cui usciva
un suono leggerissimo di chitarra e un filo di voce tremola e
lamentevole, che pareva portata dal vento da una gran lontananza. Io
stetti là immobile, sognando piuttosto che pensando, fin che i due
giovani sparirono e il lumicino si spense, e allora tornai all'albergo,
stanco, sbalordito, coll'imaginazione in tumulto, e con un sentimento
nuovo e stranamente confuso di me medesimo, come ho più volte pensato
che dovrebbe essere quello d'un uomo trasportato dalla terra in un altro
pianeta.

       §       §       §       §       §

La mattina dopo uscii per andarmi a presentare al nostro incaricato
d'affari, Comm. Stefano Scovasso. Egli non avrebbe potuto dirmi che non
ero puntuale al convegno. Il giorno otto d'aprile, a Torino, avevo
ricevuto l'invito, coll'annunzio che la carovana sarebbe partita da
Tangeri il giorno diciannove: la mattina del diciotto mi trovavo alla
porta della Legazione. Non conoscevo di persona il Comm. Scovasso; ma
sapevo di lui qualche cosa, che mi dava una gran curiosità di
conoscerlo. Di due suoi amici che avevo interrogati prima di partire,
uno m'aveva assicurato ch'era un uomo capace d'andare a cavallo da
Tangeri a Tumbuctù, senz'altra compagnia che un paio di pistole; l'altro
aveva biasimato la sua pessima abitudine di rischiare la propria vita
per salvare quella degli altri. In grazia di queste informazioni lo
riconobbi a primo aspetto, da lontano, prima ancora che l'interprete
dell'albergo, il quale m'accompagnava, me lo indicasse. Era sulla porta
della Legazione, in mezzo ad alcuni arabi immobili in un atteggiamento
ossequioso, che pareva aspettassero degli ordini. Mi presentai, mi
ricevette da par suo, mi volle sin da quel momento ospite del _quartier
generale_, e mi diede notizie della _spedizione_. La partenza era
rimandata ai primi di maggio, perchè a Fez, in quei giorni, v'era
l'ambasciata inglese. S'aspettavano di là i cavalli, i cammelli, i muli
e un drappello di cavalleria che ci avrebbe scortati in viaggio. Un
bastimento da trasporto della nostra marina militare, il _Dora_, allora
ancorato a Gibilterra, aveva già portato a Larrace, sulla costa
dell'Atlantico, i regali che Vittorio Emanuele mandava all'Imperatore
del Marocco. Lo scopo principale del viaggio, per l'incaricato d'affari,
era di presentare le credenziali al giovine sultano Mulei el Hassen,
salito al trono nel settembre del 1873. Nessun'ambasciata italiana era
mai stata a Fez. Era la prima volta che si portava nell'interno del
Marocco la bandiera della nuova Italia. Perciò l'ambasciata sarebbe
stata ricevuta con straordinaria solennità. Il nostro Ministero della
guerra aveva mandato un capitano di stato maggiore, il signor Giulio di
Boccard; il Ministero della Marina, un capitano di fregata, il signor
Fortunato Cassone, allora comandante del _Dora_, ora capitano di
vascello. Questi, insieme col vice-console italiano di Tangeri e col
nostro agente consolare di Mazagan formavano la parte ufficiale
dell'ambasciata. Il pittore Ussi di Firenze, il pittore Biseo di Roma ed
io eravamo invitati privatamente dal signor Scovasso. Tutti, eccetto
l'agente di Mazagan, si trovavano già a Tangeri.

La mia prima occupazione, appena rimasto solo, fu di osservare la casa
nella quale ero ospitato; e veramente la casa d'un Ministro europeo in
Africa, d'un Ministro, in specie, che si prepara ad un viaggio
nell'interno, è degna d'osservazione. L'edificio, per sè stesso, non ha
nulla di straordinario: di fuori è bianco e nudo, ha un giardinetto
davanti, un piccolo cortile nell'interno, e nel cortile quattro colonne
sulle quali s'appoggia una galleria coperta che gira tutt'intorno
all'altezza del primo piano. È una casa signorile di Cadice o di
Siviglia. Ma la gente, la vita di questa casa mi riuscì affatto nuova.
Governante e cuoco, piemontesi; una serva mora di Tangeri ed una negra
del Sudan, coi piedi nudi; camerieri e stallieri arabi vestiti di grandi
camicie bianche; guardie consolari, con fez, caffettano rosso e pugnale;
tutta questa gente in moto per tutta la giornata. Poi, a certe ore, un
andirivieni di operai ebrei, di facchini neri, d'interpreti, di soldati
del Pascià, di mori protetti dalla Legazione. Il cortile era ingombro di
casse, di letti da campo, di tappeti, di lanterne. A tutte le ore si
sentiva picchiare il martello e strider la sega, e i servi chiamarsi fra
loro con quei nomi strani di Fatma, Racma, Selam, Mohammed, Alì,
Abd-er-Rhaman. E la mescolanza delle lingue! Un moro faceva
un'imbasciata in arabo a un altro moro, che la trasmetteva in spagnolo
alla governante, che la ripeteva in piemontese al cuoco. Era un
continuo intrecciarsi di traduzioni, di commenti, d'equivoci, di dubbi,
intercalati di _Por dios_, d'_Allá_ e di sacrati italiani. Nella strada
una processione di cavalli e di mule. Davanti alla porta un gruppo
permanente di curiosi, o di poveri diavoli, arabi ed ebrei, aspiranti,
alla lontana, alla protezione della Legazione. Di tratto in tratto la
visita d'un ministro o d'un console, a cui si inchinavano tutti i fez e
tutti i turbanti. Ogni momento l'apparizione d'un messo misterioso, d'un
vestiario sconosciuto, d'una faccia strana. Infine una varietà di
figure, di colori, di gesti, d'accenti, di faccende, da non mancarvi che
la musica per credere d'essere in teatro, alla rappresentazione d'un
ballo mimico di soggetto orientale.

Il mio secondo pensiero fu d'impadronirmi di qualche libro del mio
ospite per sapere in che paese mi trovassi, prima di mettermi a studiare
i costumi. Questo paese, chiuso fra il Mediterraneo, l'Algeria, il
deserto di Sahara e l'Oceano, attraversato dalla grande catena
dell'Atlante, bagnato da larghi fiumi, aperto in pianure immense,
dominato da tutti i climi, privilegiato, nei tre regni della natura, di
ricchezze inestimabili, destinato, per la sua giacitura, ad essere una
gran via di commercio fra l'Africa centrale e l'Europa; è ora occupato
da circa otto milioni d'abitanti tra berberi, mori, arabi, ebrei, negri
ed europei, sparsi sopra una estensione di terreno più vasta della
Francia. I berberi, che formano il fondo della popolazione indigena,
selvaggi, turbolenti, indomiti, vivono sulle montagne inaccessibili
dell'Atlante, quasi indipendenti dall'autorità imperiale. Gli arabi, il
popolo conquistatore, occupano le pianure, ancora nomadi e pastori e non
in tutto degeneri dalla fierezza del carattere antico. I mori, arabi
incrociati e corrotti, discendenti in gran parte dai mori di Spagna,
abitano le città, ed hanno nelle mani le ricchezze, le cariche, il
commercio. I neri, cinquecentomila circa, provenienti dal Sudan, sono
per lo più servi, lavoratori e soldati. Gli Ebrei, presso a poco eguali
di numero ai neri, discendenti la più parte dagli Ebrei esiliati
d'Europa nel medio evo, oppressi, odiati, avviliti, perseguitati più che
in nessun altro paese del mondo, esercitano le arti e i mestieri,
mercanteggiano, s'industriano in mille modi coll'ingegno, la
pieghevolezza e la costanza propria della loro razza, e trovano un
compenso all'oppressione nel possedimento dei denari strappati ai loro
oppressori. Gli Europei, che l'intolleranza mussulmana respinse a poco a
poco dall'interno dell'Impero verso le coste, son meno di due migliaia
in tutto il Marocco, abitano la maggior parte la città di Tangeri, e
vivono liberamente all'ombra delle bandiere dei Consolati. Questa
popolazione eterogenea, dispersa, inconciliabile, è, piuttosto che
retta, oppressa da un governo soldatesco, che succhia come un immenso
polipo tutti gli umori vitali dello Stato. Le tribù e le borgate
obbediscono agli sceicchi, le città e le provincie ai Caid, le grandi
provincie ai pascià, e i pascià al Sultano, grande Sceriffo, sommo
sacerdote, giudice supremo, esecutore della legge che emana da lui,
libero di mutare a suo capriccio monete, imposte, pesi, misure, padrone
delle sostanze e delle vite dei suoi sudditi. Sotto il peso di questo
governo, e dentro al cerchio inflessibile della religione mussulmana,
rimasta immune da ogni influsso europeo, e snaturata da un fanatismo
selvaggio, tutto ciò che negli altri paesi s'agita e procede, là rimane
immobile o rovina. Il commercio è strozzato dai monopoli, dalle
proibizioni d'esportazione e d'importazione, dalla capricciosa
mutabilità delle leggi. L'industria, ristretta nella sua attività dai
vincoli posti al commercio, è rimasta come prima della cacciata dei Mori
dalla Spagna, coi suoi strumenti primitivi e coi suoi procedimenti
infantili. L'agricoltura, oberata di balzelli, vincolata
nell'esportazione dei prodotti, non curata che quanto richiedono le
prime necessità della vita, è decaduta a segno da non meritar quasi il
nome d'arte. La scienza, soffocata dal Corano, contaminata dalla
superstizione, si riduce, nelle maggiori scuole, a pochi elementi, quali
s'insegnavano nel medio evo. Non v'è stampa, nè libri, nè carte
geografiche; la lingua stessa, corruzione dell'arabo, non rappresentata
che da una scrittura imperfetta e variabile, si va sempre più
degradando; il carattere nazionale nella generale decadenza si corrompe;
tutta l'antica civiltà mussulmana deperisce. Il Marocco, questo estremo
baluardo occidentale dell'Islamismo, già sede d'una monarchia che
dominava dall'Ebro al Sudan e dal Niger alle Baleari, glorioso
d'Università fiorenti, di biblioteche immense, di dotti famosi,
d'eserciti e di flotte formidabili, non è più che un piccolo Stato
pressochè sconosciuto, pieno di miseria e di rovine, che resiste colle
ultime sue forze all'invasione della civiltà europea, sorretto ancora
sulle sue fondamenta sfasciate dalle reciproche gelosie degli Stati
civili.

Quanto a Tangeri, l'antica Tingis, che diede il nome alla Mauritania
tingitana, e passò successivamente dalle mani dei Romani in quelle dei
Vandali, dei Greci, dei Visigoti, degli Arabi, dei Portoghesi,
degl'Inglesi, è una città di quindicimila abitanti, che le sue sorelle
dell'Impero considerano come una «prostituta dei Cristiani», benchè non
vi rimanga più traccia delle chiese e dei monasteri che vi fondarono i
Portoghesi, e la religione cristiana non v'abbia che una piccola
cappella, nascosta in mezzo alle case consolari.

Dopo ciò cominciai a fare per le strade di Tangeri qualche studio
preparatorio per il viaggio, notando giorno per giorno le mie
osservazioni. Ed eccone alcune, incomplete e slegate, ma scritte sotto
l'impressione immediata delle cose, e perciò forse più efficaci d'una
descrizione pensata.

       *       *       *       *       *

Io mi vergogno quando mi passa accanto un bel moro vestito in gala.
Paragono il mio cappelluccio al suo enorme turbante di mussolina, la mia
misera giacchetta al suo lungo caffettano color di gelsomino o di rosa,
l'angustia, insomma, del mio vestiario grigio e nero, all'ampiezza, al
candore, alla dignità semplice e gentile del suo, e mi par di far la
figura d'un scarabeo accanto a una farfalla. Sto qualche volta lungo
tempo a contemplare, dalla finestra della mia camera, un palmo di
calzoncino color di sangue e una babuccia color giallo d'oro, che
spuntano di dietro a un pilastro, giù nella piazzetta, e ci provo un
piacere, che non ne posso staccar lo sguardo. E più d'ogni cosa
m'innamora e mi mette invidia il caìc: quel lungo pezzo di lana o di
seta bianchissima, a striscie trasparenti, che si avvolge intorno al
turbante, casca sulla schiena, gira intorno alla vita, si ripiega sulle
spalle, e ridiscende fino ai piedi, e velando vagamente i colori pomposi
dei panni, ad ogni alito di vento tremola, ondeggia, si gonfia, par che
s'accenda ai raggi del sole, e dà a tutta la persona l'apparenza
vaporosa d'una visione. In questo bellissimo velo avvolge e stringe sè e
la sposa il mussulmano innamorato nella notte nuziale.

       *       *       *       *       *

Chi non abbia visto, non può immaginare fino a che punto giunga, presso
gli Arabi, l'arte di sdraiarsi. In angoli dove noi ci troveremmo
imbarazzati a mettere un sacco di cenci o un fastello di paglia, essi
trovano il modo di adagiarsi come sopra un letto di piume. Si
arrotondano intorno a tutte le sporgenze, riempiono tutte le cavità, si
appiccicano ai muri come bassorilievi, si allungano e si schiacciano sul
terreno in maniera da non parer più che cappe bianche distese ad
asciugare, si attorcigliano, piglian la forma di palle, di cubi, di
mostri senza braccia, senza gambe, senza testa; così che le strade e le
piazze della città paiono seminate di cadaveri e di tronchi umani, come
dopo una strage.

       *       *       *       *       *

Più considero questa gente, e più ammiro la nobiltà dei loro movimenti.
Fra noi non v'è quasi alcuno che o per l'impedimento degli abiti, o per
la strettezza della calzatura, o per vezzo, non abbia un'andatura
contraffatta. Costoro si movono colla libera eleganza di superbi animali
selvaggi. Cerco e non trovo in mezzo a loro nemmeno uno di quei mille
atteggiamenti da rodomonte, da ballerino e da innamorato svenevole, ai
quali abbiamo l'occhio abituato nei nostri paesi. Tutti hanno nel loro
modo di camminare qualcosa della compostezza d'un sacerdote, della
maestà d'un re e della disinvoltura d'un soldato. Ed è strano che quella
stessa gente che sta tante ore del giorno accovacciata, immobile, quasi
intorpidita, spieghi, non appena è scossa dalla passione, un vigore di
gesto e di voce che tocca la frenesia. Ma anche nel prorompere delle
passioni più violente, serbano una sorta di dignità tragica, che
potrebbe servir d'esempio a molti attori. Ricorderò per molto tempo
l'arabo di stamane, un vecchio alto e consunto, il quale, avendo
ricevuto, per quello che si disse, una mentita da un tale con cui fino
allora era andato disputando pacatamente, impallidì, dette indietro, e
poi si slanciò giù per la strada coprendosi il viso colle mani convulse
e gettando un urlo di rabbia e di dolore. Io non ho mai visto una figura
più terribile e più bella.

       *       *       *       *       *

La maggior parte non hanno addosso che una semplicissima cappa bianca;
eppure quanta varietà fra di loro! Chi la porta aperta, chi chiusa, chi
tirata da un lato, chi ripiegata sulla spalla, chi infilata, chi
sciolta, ma sempre posta con garbo, variata di pieghe pittoresche,
cascante, in linee facili e severe, come se l'avesse panneggiata, o
piuttosto, come la vorrebbe saper panneggiare un artista. Ognuno di
costoro arieggia un senatore romano. Stamattina l'Ussi ha scoperto un
meraviglioso Marco Bruto in mezzo a un gruppo di beduini. Ma se non ci è
abituata la persona, non basta la cappa a nobilitar la figura. Parecchi
di noi n'han comperata una per il viaggio, e se la provarono; e m'è
parso vedere dei vecchietti convalescenti infagottati in un lenzuolo da
bagno.

       *       *       *       *       *

Non ho ancora visto tra gli arabi un gobbo nè uno storpio nè un
rachitico; ma molti senza naso, effetto di morbo celtico; moltissimi
ciechi, e i più fra questi colle occhiaie vuote; vista che mi fa
rabbrividire quando penso che ad alcuni, forse, è stato strappato il
globo dell'occhio in virtù della legge del taglione, che vige
nell'Impero. Ma nessuna bruttezza ridicola in mezzo a tante figure
strane e rincrescevoli. Il vestito ampio nasconde i piccoli difetti,
come la gravità comune e l'apparenza lignea, terracea o bronzina delle
carni, dissimula la differenza d'età. Il perchè s'incontrano ad ogni
passo uomini d'un'età indefinibile, dei quali si può dire soltanto che
non sono nè vecchi nè adolescenti; e o si giudicano maturi, e un lampo
di sorriso rivela inaspettatamente la giovinezza; o si credono giovani,
e il cappuccio rovesciato mostra tutt'a un tratto i capelli grigi.

       *       *       *       *       *

Gli Ebrei di qui arieggiano nei lineamenti del viso quelli dei nostri
paesi; ma la statura più alta, il colorito più bruno, i lunghi capelli
neri, e sopra tutto il vestire pittoresco li fa parere tutt'altra gente.
Portano un vestito della forma presso a poco d'una veste da camera, di
vario colore, per lo più oscuro, stretto intorno alla vita da una fascia
rossa; una berrettina nera; calzoni larghi che sporgono appena un palmo
disotto alle falde, e le pantofole gialle. Ed è strano il numero di
«eleganti» che si vedono in mezzo a loro, vestiti di stoffe finissime,
con camicie ricamate, ciarpe di seta, catene ed anelli d'oro; ma punto
vistosi; austeri, invece, nell'insieme dell'abbigliamento, e pieni di
grazia e di dignità signorile, eccetto quei pochi disgraziati che si
prostituirono al cappello cilindrico e al soprabito nero. Fra i ragazzi
vi sono delle figurine gentili; ma quella specie di veste da camera in
cui si fasciano, non s'addice alla età loro. Ogni ragazzo ebreo mi par
un dilettante da teatrino di collegio, vestito per far la parte del
protagonista nel _Campanello dello speziale_.

       *       *       *       *       *

Trovo, sinora, che non è un'esagerazione quello che si dice della
bellezza delle ebree marocchine, che ha un carattere suo proprio,
sconosciuto in ogni altro paese. È una bellezza opulenta e splendida, di
grandi occhi neri, di fronti nivee, di bocche porporine, di contorni
statuarii, una bellezza da palco scenico, che abbarbaglia da lontano, e
strappa piuttosto un applauso che un sospiro, e piace di raffigurarsela
in mezzo alle fiaccole e alle tazze inghirlandate d'un banchetto antico,
come nella sua cornice naturale. Le ebree di Tangeri non vestono in
pubblico il ricchissimo costume tradizionale; son vestite presso a poco
all'europea, ma di colori ciarlatanissimamente vistosi, blù solferino e
rosso di carminio, giallo di zolfo e verde d'erba montanina, scialli e
gonnelle che feriscon l'occhio da una collina all'altra; in modo che
paiono donne ravvolte dentro a bandiere di tutti gli Stati del mondo. Il
sabato, passando per le strade abitate dagli ebrei, si vedono da ogni
parte quei colori, quei visi floridi, quegli occhioni dolci e ridenti,
quelle treccie lunghe e nerissime; nidiate di ragazze chiassose e
curiose; un rigoglio di gioventù e di bellezza sensuale, che contrasta
vivamente colla solitudine austera delle altre vie.

       *       *       *       *       *

Mi fanno ridere i ragazzi arabi. Di quei piccini, che possono appena
camminare, anch'essi insaccati nella cappa bianca, non si vede altro
che il cappuccio, e paiono spegnitoi ambulanti. La maggior parte hanno
la testa rasa nuda come la mano, eccetto una trecciolina sul cocuzzolo
lunga un par di palmi, che si direbbe lasciata apposta per poterli
appendere ai chiodi come le marionette. Alcuni l'hanno invece dietro
l'orecchio o sopra la tempia, con qualche ciocca di capelli tagliati
in forma di quadrato o di triangolo, che è il distintivo degli ultimi
nati nelle famiglie. I più hanno un bel visetto pallido, un corpicino
ritto e sciolto e un'espressione d'intelligenza precoce. Nelle parti
più frequentate della città, non badano agli Europei; nelle strade
appartate, si contentano di guardarli attentamente, coll'aria di
dire:--Non mi piaci.--Qualcuno avrebbe voglia di dire un'impertinenza:
glie la vedete scintillare negli occhi e guizzare sulle labbra; ma di
rado se la lasciano sfuggire dalla bocca, non tanto per rispetto del
Nazareno, quanto per paura del padre, che sente l'odore delle Legazioni.
In ogni caso, però, alla vista d'un soldo si quetano. Ma bisogna
guardarsi da tirare il codino, perchè ieri, passando, diedi una
tiratina a un fantoccio alto un palmo, e lui mi si voltò contro
inviperito, borbottando alcune parole, che significavano, mi disse
l'interprete:--Dio faccia arrostire tuo nonno, maledetto Cristiano!

       *       *       *       *       *

Ho finalmente veduto due santi, che vuol dire idioti o pazzi, poichè
qui, come in tutta l'Affrica settentrionale, è venerato come santo colui
al quale Dio, in segno di predilezione, ha tolto la ragione per
ritenerla prigioniera nel cielo. Il primo era davanti a una bottega,
sulla strada principale. Lo vidi da lontano e mi fermai. Sapevo che ai
santi tutto è lecito, e non volevo espormi a ricevere una legnata tra
capo e collo come il signor Sourdeau, console di Francia, o uno sputo
nel viso come il signor Drummond Hay. Ma l'interprete che
m'accompagnava mi spinse innanzi dicendomi:--Vada franco; i santi di
Tangeri han messo testa a partito dopo che le Legazioni fecero dare
degli esempi sonori, e in ogni caso gli arabi stessi le servirebbero di
scudo, per impedire al santo di compromettersi.--Allora passai davanti a
quello spauracchio, osservandolo attentamente. Era un vecchio, tutto
faccia e tutto pancia, coi capelli bianchi lunghissimi, una barbaccia
che gli scendeva fin sul petto, una corona di carta intorno alla fronte,
un mantello rosso sbrandellato sulle spalle e in mano una piccola lancia
colla punta dorata. Stava seduto in terra, colle gambe incrociate e le
spalle al muro, guardando con aria annoiata la gente che passava. Mi
soffermai: mi guardò. Ci siamo--pensai--ora lavora la lancia.--Ma la
lancia ebbe giudizio, e fui anzi meravigliato dell'espressione
tranquilla e intelligente di quegli occhi e d'un risolino astuto che vi
brillava dentro, come se volesse dire:--Tu aspetti ch'io ti dia addosso,
eh? A esser minchioni! Era certamente uno di quegli impostori che, sani
di mente, si fingono pazzi per godere i privilegi della santità. Gli
gettai una moneta ch'egli raccolse con sbadataggine affettata, e tornai
verso la piazzetta dove, appena arrivato, ne incontrai un altro. Questo
era santo davvero. Era un mulatto, quasi tutto nudo, appena umano nel
viso, tutt'una crosta immonda dalla testa ai piedi, e secco a segno che
lasciava veder lo scheletro osso per osso, e pareva un prodigio che
vivesse. Girava lentamente per la piazza sorreggendo a fatica una gran
bandiera bianca, che i ragazzi correvano a baciare, e un altro pezzente
accompagnato da due rabbiosi suonatori di piffero e di tamburo,
chiedeva la limosina per lui di bottega in bottega. Gli passai accanto,
mi mostrò il bianco dell'occhio; lo fissai, si fermò; mi parve che
apparecchiasse qualcosa in bocca, mi scansai lesto lesto e non mi volsi
più indietro.--Ha fatto bene, mi disse l'interprete, a scansarsi,
perchè, se avesse sputato, lei non avrebbe avuto dagli altri arabi altra
consolazione che di sentirsi dire: Non asciugare, fortunato Cristiano!
Non cancellare il segno della benevolenza di Dio! Te benedetto, che il
santo t'ha sputato sul viso!

       *       *       *       *       *

Sta notte ho inteso di nuovo il suono di chitarra e la voce della prima
sera, e ho _sentito_ per la prima volta la musica araba. In quella
perpetua ripetizione dello stesso motivo, quasi sempre malinconico, c'è
qualcosa che a poco a poco va all'anima. È una specie di lamentazione
monotona che finisce per soggiogare il pensiero come il mormorio d'una
fontana, il canto dei grilli e il battere dei martelli sulle incudini
che si ode la sera passando vicino a un villaggio. Mi sento forzato a
raccogliermi e a meditare come per afferrare il significato riposto di
quella eterna parola che mi risuona all'orecchio. È una musica barbara,
ingenua e piena di dolcezza, che mi fa risalire col pensiero fino alle
età primitive, mi ravviva le impressioni infantili delle prime letture
della Bibbia, mi richiama alla mente dei sogni dimenticati, mi desta
mille curiosità di paesi e di popoli favolosi, mi trasporta a grandi
lontananze, in boschi d'alberi sconosciuti, in mezzo a sacerdoti
secolari curvi intorno a idoli d'oro; o in pianure sconfinate, in
solitudini solenni, dietro le carovane stanche che interrogano collo
sguardo l'immenso orizzonte infocato e ripiegano la testa
raccomandandosi a Dio. Nulla di quello che mi circonda mi fa sentire un
così mesto desiderio di riveder mia madre, come quelle poche note d'una
voce fioca e d'una chitarra scordata.

       *       *       *       *       *

Una stranissima cosa son le botteghe moresche. Sono tutte una specie
d'alcova, alta circa un metro da terra, con una sola apertura verso la
strada, alla quale il compratore s'affaccia, come ad una finestra,
appoggiandosi al muro. Il bottegaio sta dentro, seduto all'orientale,
con una parte delle merci ammontata dinanzi, e una parte dietro,
disposta in piccoli scaffali. È curioso l'effetto che fan quei vecchi
mori barbuti, immobili come automi, in fondo a quei bugigattoli oscuri.
Pare che non la merce, ma essi medesimi siano esposti in mostra, come i
_fenomeni viventi_ nelle baracche delle fiere. Son vivi? son di legno?
dov'è l'ordigno che li fa comparire e sparire? E così immobili e
silenziosi passano ore ed ore, e giornate intere, facendo scorrere fra
le dita le pallottoline d'un rosario, e borbottando preghiere. Non si
può immaginare l'aria di solitudine, di noia, di tristezza che spira là
dentro. Si direbbe che ognuna di quelle botteghe è una tomba, nella
quale il padrone, già separato dal mondo, aspetta la morte.

       *       *       *       *       *

Ho visto due bambini condotti in trionfo dopo la funzione solenne della
circoncisione. Uno poteva avere sei anni, l'altro cinque. Erano tutti e
due a cavallo a una mula bianca, vestiti d'abiti rossi, gialli e verdi,
ricamati d'oro, e coperti di nastri e di fiori, in mezzo ai quali si
vedevano appena i loro visetti pallidi, che serbavano ancora
l'espressione dello spavento e dello stupore. Davanti alla mula,
gualdrappata e inghirlandata come un cavallo di corte, camminavano tre
sonatori col tamburo, il piffero e il cornetto, sonando furiosamente;
dai lati e dietro, venivano i parenti e gli amici, uno dei quali teneva
i bimbi fermi sulla sella, un altro porgeva loro dei confetti, altri li
accarezzavano, alcuni tiravan schioppettate in aria saltando e gridando.
Se non avessi saputo il significato della cerimonia, avrei creduto che
quei poveri bimbi fossero due vittime condotte al sacrificio; e
nondimeno era uno spettacolo non privo di gentilezza e di poesia. Ma
l'avrei trovato anche più poetico, se non m'avessero detto che
l'operazione sacra era stata fatta dal rasoio d'un barbiere.

       *       *       *       *       *

Stasera ho assistito ad una strana metamorfosi di Racma, la serva nera
del ministro. La sua compagna mi venne a cercare, mi condusse in punta
di piedi davanti a un uscio socchiuso, e spalancandolo tutt'a un tratto,
esclamò:--Guardi Racma!--Io rimasi talmente meravigliato dell'aspetto in
cui mi si presentò quella nera, ch'ero abituato a vedere nei panni di
una modestissima schiava, che per un momento non credetti ai miei occhi.
Avrei detto ch'era una sultana fuggita dal palazzo dell'Imperatore, la
regina di Tumbuctu, una principessa di qualche regno sconosciuto
dell'Affrica, venuta là sul tappeto miracoloso di Bisnagar. Non la vidi
che per pochi momenti, non saprei dire esattamente com'era vestita. Era
un bianco di neve, un rosso di porpora e uno sfolgorio di larghi galloni
d'oro, sotto un gran velo trasparente, che presentavano insieme col viso
nerissimo una così fragorosa armonia di colori e una ricchezza così
barbaramente magnifica da non trovar parola per descriverla. Mentre
m'avvicinavo per osservarne i particolari, tutta quella pompa scomparve
sotto il lugubre lenzuolo maomettano, e la regina si trasformò in
spettro, e lo spettro scomparve, lasciando nella stanza il puzzo
nauseabondo di selvaggiume, proprio della razza nera, che finì di
togliermi ogni illusione.

       *       *       *       *       *

Udendo un gran chiasso nella piazzetta, mi affacciai alla finestra e
vidi passare un nero con tutto il busto nudo, a cavallo a un asino,
fiancheggiato da alcuni arabi armati di bastoni e seguito da uno sciame
di ragazzi che urlavano. Sul primo momento credetti che fosse uno
scherzo e guardai col cannocchiale. Mi ritirai inorridito. I calzoni
bianchi del nero erano macchiati di sangue, che gocciolava dalla
schiena. Gli arabi coi bastoni erano soldati che lo battevano. Domandai
informazioni. Aveva rubato una gallina.--Fortunato lui!--mi disse un
soldato della Legazione:--pare che non gli taglieranno la mano.

       *       *       *       *       *

Sono da sette giorni a Tangeri, e non ho ancora visto il viso
d'un'araba. Mi par di trovarmi in un grande veglione di donne mascherate
da streghe, come se le figurano i bimbi, camuffate in un lenzuolo
mortuario. Camminano a passi lunghi, lentamente, un po' curve,
coprendosi il viso col lembo d'una specie di mantello di tela, sotto il
quale non hanno altro che una camicia a larghe maniche, stretta intorno
alla vita da un cordone, come la tonaca d'un frate. Del loro corpo non
si vede che gli occhi, la mano che copre il viso, tinta di rosso
coll'henné alle estremità delle dita, e i piedi nudi, pure tinti,
infilati in larghe pantofole di cuoio giallo. La maggior parte non
lasciano vedere che mezza la fronte ed un occhio: l'occhio, per lo più,
scuro, e la fronte color di cera. Incontrando un Europeo per una strada
appartata alcune si coprono tutto il viso con un movimento brusco e
sgraziato e passano stringendosi al muro; altre arrischiano un'occhiata
tra diffidente e curiosa; qualcuna, più ardita, saetta uno sguardo
provocatore e abbassa il viso sorridendo. Ma la più parte hanno un
aspetto triste, stanco, avvilito. Son graziose le ragazzine, non ancora
obbligate a coprirsi; occhi neri, visetto pieno, carnagione pallida,
boccuccie rotonde, mani e piedi piccini. Ma a vent'anni son già vizze, a
trenta, vecchie, a cinquanta, disfatte.

       *       *       *       *       *

V'è a Tangeri un mostro, una di quelle creature su cui non si può
fissare lo sguardo, e che gettano per un momento anche nell'anima d'un
credente lo sgomento del dubbio. Si dice che è una donna; ma non sembra
nè donna nè uomo. È una testa d'urango, mulatta, coi capelli corti ed
irsuti, uno scheletro colla pelle, coperta di cenci neri, quasi sempre
distesa come un corpo morto nel mezzo della piazzetta, o seduta in un
angolo, immobile e muta come un'insensata, quando non la molestino i
ragazzi, ai quali si rivolta urlando o piangendo. Può aver quindici
anni, può averne trenta: la sua mostruosità nasconde l'età. Non ha
parenti, non ha casa, non si sa come si chiami nè donde venga. Passa la
notte accovacciata per le strade, in mezzo alle immondizie e ai cani.
Gran parte del giorno dorme; quando ha da mangiare, ride; quando ha
fame, piange; quando è sole, è un mucchio di polvere; quando piove, è un
ammasso di fango. Una notte, passandole accanto, uno di noi le mise
nelle mani una moneta d'argento ravvolta in un pezzo di carta, affinchè
la mattina avesse il piacere d'una sorpresa. La mattina la trovammo in
mezzo alla piazza che singhiozzava disperatamente, mostrando una mano
insanguinata: qualcuno, graffiandola, le aveva strappato la moneta. Tre
giorni dopo la incontrai, a cavallo a un asino, tutta in lagrime,
sostenuta da due soldati, seguita da una turba di ragazzi che le davan
la baia. Qualcuno mi disse che la portavano all'ospedale. Non la rividi
che ieri addormentata accanto al carcame d'un cane, più fortunato di
lei.

       *       *       *       *       *

So finalmente chi sono questi uomini biondi dalla faccia di malaugurio,
che passandomi accanto per le strade appartate mi gettano uno sguardo in
cui pare che scintilli la tentazione dell'omicidio! Sono quei Rifani,
berberi di razza, che non hanno altra legge che il loro fucile, che non
riconoscono nè caid nè magistrato; i pirati audaci, i banditi
sanguinarii, i ribelli eterni che popolano le montagne della costa da
Tetuan alla frontiera algerina; che non riuscirono a domare nè i cannoni
dei vascelli europei nè gli eserciti del Sultano; gli abitanti, in fine,
di quel Rif famoso, dove nessun straniero può mettere piede che sotto la
salvaguardia dei santi e dei sceicchi; a cui si riferiscono ogni sorta
di leggende paurose; e i popoli vicini ne parlano vagamente come d'un
paese lontano e inaccessibile. Se ne vedono di frequente per Tangeri.
Son uomini alti e robusti; molti vestiti d'una cappa oscura, ornata di
nappine di vario colore; alcuni col viso segnato di rabeschi gialli;
tutti armati di fucili lunghissimi, di cui portano la guaina rossa
attorcigliata intorno alla fronte in forma di turbante; e vanno a
gruppi, parlando a voce bassa, col capo chino e gli occhi all'erta, come
drappelli di bravi che cerchino la vittima. E appetto a loro gli Arabi
più selvaggi mi paiono amici d'infanzia.

       *       *       *       *       *

Eravamo a desinare, a notte fitta, quando risonarono alcune fucilate
nella piazzetta. Si corse fuori, e si vide ancora, da lontano, un
bizzarro spettacolo. La stradetta che conduce alla porta del Soc di
Barra era rischiarata, per un buon tratto, da grandi fiaccole, che
apparivano al disopra delle teste della folla, intorno a qualcosa che
pareva una cassa, posta sulla groppa d'un cavallo; e questa enimmatica
processione andava innanzi lentamente, accompagnata da una musica
malinconica, da un canto strascicato e nasale, da fucilate, da grida
stridule, da latrati di cani. Rimasto solo in mezzo alla piazza, stetti
qualche minuto almanaccando che cosa potesse significare quell'apparato
lugubre, se in quella cassa ci fosse un cadavere, un condannato a morte,
un mostro, un animale destinato al sacrifizio; e in quell'incertezza mi
prese un senso di ribrezzo, che mi fece voltar le spalle e tornare a
casa pieno di tristi pensieri. Un minuto dopo sopraggiunsero gli amici,
ed ebbi da loro la spiegazione dell'enimma. Dentro la cassa v'era chiusa
una sposa, e la gente intorno erano i parenti che la portavano a casa
del marito.

       *       *       *       *       *

È passata per la piazzetta una turba d'arabi, uomini e donne, preceduta
da sei vecchi che portavano sei grandi bandiere di colori diversi, e
tutti insieme cantavano ad alta voce non so che preghiera, con un
accento supplichevole ed un aspetto triste, che mi fece senso. Domandai:
mi si disse che chiedevano ad Allà la grazia della pioggia. Li seguitai,
andavano alla moschea principale. Non sapendo che qui è rigorosamente
proibito ai cristiani di metter piede nelle moschee, quando fui davanti
alla porta, feci l'atto d'entrare. Un vecchio arabo mi si slanciò contro
e borbottando con voce affannata qualcosa che interpretai per:--Che cosa
fai, disgraziato!--mi spinse indietro coll'atto di chi rimova un
fanciullo da un precipizio. Mi dovetti dunque contentare di vedere dalla
strada le arcate bianche del cortile, non dolendomi però gran fatto,
dopo aver visto le gigantesche moschee di Costantinopoli, d'essere
escluso da quelle di Tangeri, prive d'ogni aspetto monumentale, fatta
eccezione dei minareti. Ma nè anco i loro minareti,--grosse torri
quadrate od esagone, rivestite di mosaici di molti colori, e sormontate
da una torricina a tetto piramidale,--valgono i minareti bianchi e
leggerissimi che si alzano al cielo come smisurate antenne d'avorio
dalla sommità delle colline di Stambul. Mentre stavo là guardando nel
cortile, una donna, di dietro alla fontana delle abluzioni, mi fece un
atto colla mano. Potrei lasciar credere che fosse un bacio; ma era un
pugno.

       *       *       *       *       *

Son salito alla Casba, o castello, posto sopra una collina che domina
Tangeri. È un gruppo di piccoli edifici circondati di vecchie mura, dove
stanno le autorità, i soldati e i prigionieri. Non ci trovai che due
sentinelle assonnate, sedute davanti a una porta, in fondo a una
piazzetta deserta, e qualche mendicante disteso in terra, saettato dal
sole e divorato dalle mosche. Di lassù si abbraccia collo sguardo tutta
Tangeri, che si stende ai piedi delle mura della Casba e risale su per
un'altra collina. L'occhio rifugge quasi da tutta quella bianchezza
purissima, macchiata soltanto qua e là dal verde di qualche fico
imprigionato fra muro e muro. Si vedono i terrazzi di tutte le case, i
minareti delle moschee, le bandiere delle Legazioni, i merli delle mura,
la spiaggia solitaria, la baia deserta, i monti della costa, uno
spettacolo vasto, silenzioso e splendido, che rasserenerebbe la più cupa
nostalgia. Mentre stavo contemplando mi riscosse una voce acuta e
tremula, d'un'intonazione strana, che veniva dall'alto. Mi voltai, e
solamente dopo aver un po' cercato, scopersi sulla cima del minareto
d'una moschea della Casba una piccola macchia nera, il _muezzin_, che
invita i fedeli alla preghiera lanciando ai quattro venti il nome di
Allà e di Maometto. Poi tornò a regnare tutt'intorno il silenzio
malinconico del mezzogiorno.

       *       *       *       *       *

Farsi cambiare il danaro, in questo paese, è una calamità. Ho dato una
lira francese al tabaccaio perchè mi rendesse dieci soldi. Questo moro
feroce aprì una cassetta e cominciò a pigliare e a buttar sul banco
manate di monetaccie nere e sformate, finchè ce ne fu un mucchio da
farne il carico ordinario d'un facchino, diede una contata alla lesta e
stette ad aspettare che me le intascassi.--Scusate--gli dissi, cercando
di ripigliar la mia lira;--non sono abbastanza robusto da poter comprare
nella vostra bottega.--Poi m'accomodai pigliando altri sigari e portando
via una tascata soltanto di quel tritume di danaro per farmi spiegare
che cosa fosse. È una moneta chiamata _flu_, di rame, la cui unità val
meno d'un centesimo e va ancora scemando ogni giorno di valore, perchè
il Marocco n'è inondato, ed è inutile aggiungere a qual fine l'abbia
profusa e la profonda il Governo, quando si dica che il Governo paga con
questa moneta e non riceve che oro ed argento. Ma ogni male ha il suo
bene, e questi flù, questo flagello del commercio, hanno la inestimabile
virtù di preservare i marocchini da molti malanni, e in specie dalla
jettatura, in grazia del così detto anello di Salomone, una stella di
sei punte che v'è impressa da una parte; immagine dell'anello vero
chiuso nella tomba del gran Re, il quale governava con esso i buoni e i
cattivi genii.

       *       *       *       *       *

Non v'è che un luogo dove passeggiare, ed è la spiaggia che si stende
dalla città verso il capo Malabat, una spiaggia sparsa di conchiglie e
di vegetali rigettati dal mare, e coperta in varii punti da larghe
distese d'acqua, difficili a guadarsi durante l'alta marea. Questi sono
i Campi Elisi o le Cascine di Tangeri. L'ora della passeggiata è la
sera, verso il tramonto. A quell'ora vi sarà una cinquantina d'Europei
che passeggiano a coppie o a gruppi, a qualche centinaio di passi gli
uni dagli altri, in modo che dalle mura della città si riconoscono uno
per uno alla distanza d'un miglio. Viene innanzi una signora inglese a
cavallo, accompagnata da una guida; più in là, due mori della campagna;
dopo i mori, il Console di Spagna colla sua signora; poi un Santo; poi
una cameriera francese con due bimbi; poi uno stormo di campagnuole
arabe che passano un'acqua, scoprendo le ginocchia e nascondendosi il
viso, e più lontano, a intervalli, un cappello a staio, un cappuccio
bianco, un _chignon_, fino all'ultimo che dev'essere il Segretario della
Legazione di Portogallo coi calzoni chiari che gli hanno portato ieri da
Gibilterra; perchè in questa piccola colonia europea tutti sanno tutto
di tutti. Se non fosse irriverente il paragone, direi che mi pare una
passeggiata di condannati a domicilio coatto, o di viaggiatori tenuti in
ostaggio dai pirati d'un'isola selvaggia, che aspettino l'arrivo d'un
bastimento col denaro del riscatto.

     ---     ---     ---     ---     ---

È assai più facile raccapezzarsi nell'immensità di Londra che in mezzo a
questo pugno di case che starebbero tutte in un canto dell'Hayd-Park.
Tutti questi vicoletti, cantucci, crocicchi, dove appena si può passare,
si somigliano fra loro come le cellule d'un'arnia, e non è che
un'attentissima osservazione dei più minuti particolari che possa far
distinguere un luogo da un altro. Finora, appena uscito dalla piazza e
dalla strada principale, mi smarrisco. In pieno giorno, in uno di questi
corridoi silenziosi, due arabi potrebbero legarmi, imbavagliarmi e farmi
sparire per sempre dalla faccia della terra senza che nessuno vedesse e
sentisse nulla. Eppure un cristiano può girare solo per questo
labirinto, in mezzo a questi barbari, di giorno e di notte, con maggior
sicurezza che in qualunque nostra città. Qualche asta di bandiera
europea, ritta sopra un terrazzo come l'indice minaccioso di una mano
nascosta, basta a ottenere quello che non ottiene fra noi una legione
d'armati. Che differenza di civiltà tra Londra e Tangeri! Ma ogni città
ha i suoi vantaggi. Là vi sono i grandi palazzi e le strade ferrate
sotterranee; qui si può attraversar la folla col soprabito sbottonato.

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Non c'è in tutta Tangeri nè un carro nè una carrozza; non si sente
strepito d'officine nè suono di campane nè grida di venditori; non si
vede nessun movimento affrettato nè di cose nè di persone; gli stessi
Europei, per non saper dove battere il capo, restano per ore immobili in
mezzo alla piazza; tutto riposa e invita al riposo. Io stesso, che son
qui da pochi giorni, comincio a sentir l'influsso di questa vita molle e
sonnolenta. Arrivato al Soc di Barra, mi sento irresistibilmente
risospinto verso casa; lette dieci pagine d'un libro, il libro mi sfugge
di mano; una volta abbandonata la testa sulla spalliera della poltrona,
ho bisogno di riepilogarmi almeno un paio di capitoli dello Smiles, per
riescire a risollevarla; e il solo pensiero del lavoro e delle cure che
m'aspettano a casa, mi stanca. Questo cielo sempre azzurro e questa
città tutta bianca sono un'immagine della pace inalterata e monotona che
diventa a poco a poco, in chi abita questo paese, il supremo desiderio
della vita. Ed ecco la cagione per cui interrompo qui le mie note. La
mollezza affricana m'ha vinto.....

     ---     ---     ---     ---     ---

Tra la molta gente che ronzava intorno alla porta della Legazione v'era
un moro elegante, che fin dal primo giorno m'aveva dato nell'occhio; uno
dei più bei giovani che io abbia visto nel Marocco; alto e snello, con
due occhi neri e melanconici, e un sorriso dolcissimo; una figura da
sultano innamorato, che Danas, lo spirito maligno delle _Mille e una
notte_, avrebbe potuto mettere accanto alla principessa Badura, in vece
del principe Camaralzaman, sicuro che non si sarebbe lamentata del
cambio. Si chiamava Maometto, aveva diciotto anni ed era figliuolo d'un
moro agiato di Tangeri, protetto dalla Legazione d'Italia, un grosso ed
onesto mussulmano, che da qualche tempo, essendo minacciato di morte da
un suo nemico, veniva quasi ogni giorno, colla faccia spaurita, a
chieder aiuto al Ministro. Questo Maometto parlava un poco spagnuolo,
alla moresca, con tutti i verbi all'infinito, e così aveva potuto
stringere amicizia coi miei compagni. Era sposo da pochi giorni. L'aveva
fatto sposare suo padre, perchè mettesse giudizio, e gli aveva dato una
ragazza di quindici anni, bella come lui. Ma il matrimonio non l'aveva
molto cangiato. Egli era rimasto, come dicevamo noi, un moro
_dell'avvenire_, il che consisteva nel bere, di nascosto, qualche
bicchiere di vino, fumare qualche sigaro, annoiarsi a Tangeri, bazzicare
cogli Europei e almanaccare un viaggio in Spagna. In quei giorni però,
quello che ce lo tirava intorno, era il desiderio d'ottenere, per mezzo
nostro, il permesso d'unirsi alla carovana, e andare così a veder Fez,
la grande metropoli, la sua Roma, il sogno della sua infanzia; e a
questo fine ci prodigava inchini, sorrisi e strette di mano, con una
espansione e una grazia che avrebbe sedotto tutto l'arem
dell'Imperatore. Come quasi tutti gli altri giovani mori della sua
condizione, ammazzava il tempo trascinandosi di strada in strada, di
crocchio in crocchio, a parlare del nuovo cavallo d'un ministro, della
partenza dell'amico per Gibilterra, d'un bastimento arrivato, d'un furto
commesso, di pettegolezzi da donne; o rimanendo molte ore immobile e
taciturno in un angolo della piazzetta del mercato, colla testa chi sa
dove. A questo bellissimo ozioso si lega il ricordo della prima casa
moresca in cui misi il piede, e del primo pranzo arabo a cui arrischiai
il palato. Un giorno suo padre ci invitò a desinare. Era un desiderio
che avevamo da molto tempo. Una sera tardi, guidati da un interprete e
accompagnati da quattro servi della Legazione, s'arrivò, per alcune
stradette oscure, a una porta arabescata, che s'aperse, come per
incanto, al nostro avvicinarsi; e attraversata una stanzina bianca e
nuda, ci trovammo nel cuore della casa. La prima cosa che ci colpì fu
una gran confusione di gente, una luce strana, una pompa meravigliosa di
colori. Ci vennero incontro il padrone di casa, il figliuolo e i
parenti coronati di gran turbanti bianchi; dietro di loro, c'erano i
servi incappucciati; più in là, negli angoli oscuri, dietro gli spigoli
delle porte, faccie attonite di donne e di bambini; e malgrado tanta
gente, un silenzio profondo. Credevo d'essere in una sala: alzai gli
occhi, e vidi le stelle. Eravamo nel cortile. Quella, come tutte le
altre case moresche, era un piccolo edifizio quadrato, con un cortiletto
nel mezzo, su due lati del quale si aprivano due stanze alte e lunghe,
senza finestre, con una sola gran porta arcata, chiusa da una cortina. I
muri esterni erano bianchi come la neve, gli archi delle porte,
dentellati, i pavimenti a mosaico; qua e là una finestrina binata e una
nicchietta per le pantofole. La casa era stata addobbata. I pavimenti
coperti di tappeti; accanto alle porte dei grandi candellieri, con
candele rosse, gialle e verdi; sui tavolini, specchi e mazzi di fiori.
Ma l'effetto di tutte queste cose, in sè medesime punto strane, era
stranissimo. C'era un po' della decorazione d'una chiesa, e insieme
un'aria di teatrino, di sala da ballo, di reggia posticcia; ma piena di
gentilezza e di grazia; e nella distribuzion della luce e nella
combinazione dei colori, un effetto novo, un significato profondo, una
corrispondenza meravigliosa con tutto ciò che noi avevamo sempre pensato
e sentito, confusamente, di quel popolo; come se quella fosse la luce,
per così dire, e il colorito della sua filosofia e della sua religione,
e vedendo l'interno di quella casa, vedessimo per la prima volta dentro
all'anima della razza. Si spese qualche minuto in inchini e in vigorose
strette di mano, e poi fummo invitati a vedere la camera degli sposi. Io
cercai inutilmente, con una curiosità da sfacciato europeo, gli occhi di
Maometto: egli aveva già chinato la testa e nascosto il rossore sotto il
turbante. La camera nuziale era una sala alta, lunga e stretta, colla
porta sul cortile. Da una parte, in fondo, vi era il letto della sposa;
dalla parte opposta quello di Maometto; tutti e due decorati di ricche
stoffe, di un colore rosso carico, con sopra una trina; il pavimento
coperto di grossi tappeti di Rabat; le pareti, d'arazzi gialli e rossi;
e fra i due letti, il vestiario della sposa appeso al muro: busti,
gonnelline, calzoncini, vestitini di taglio sconosciuto, di tutti i
colori d'un giardino fiorito, di lana di seta e di velluto, gallonati e
stelleggiati d'oro e d'argento; tutto il corredo d'una bambola da
principessina; una vista da far girar la testa a un coreografo e morir
d'invidia una mima. Di là passammo nella stanza da pranzo. Anche qui
tappeti, arazzi, mazzi di fiori, grandi candellieri posati sul
pavimento, materassine e guanciali di cento colori stesi a pie' dei
muri, e due letti addobbati con gran pompa, poichè era la camera nuziale
del padrone. Vicino a uno dei letti era apparecchiata la tavola, contro
l'uso degli arabi, che mettono i piatti in terra, e mangiano senza
posate; e vi scintillava su, a dispetto del Profeta, una corona di
vecchie bottiglie, incaricate di rammentarci, in mezzo alle voluttà del
banchetto moresco, che eravamo cristiani. Prima di metterci a tavola, ci
sedemmo, a gambe incrociate, sopra i tappeti, intorno al segretario del
padrone di casa, un bel moro in turbante, il quale preparò il tè sotto i
nostri occhi e ce ne fece pigliare, secondo l'uso, tre tazze per uno,
spropositatamente inzuccherate, e profumate di menta; e tra una tazza e
l'altra accarezzammo il codino e la testina rasata d'un bel bambino di
quattr'anni, ultimo fratello di Maometto, il quale contava furtivamente
le dita delle nostre mani per assicurarsi ch'eran cinque come quelle di
tutti i maomettani. Preso il tè, sedemmo a tavola. Il padrone, pregato,
sedette anche lui, per tenerci compagnia, e cominciarono a sfilare i
piatti arabi, oggetto della nostra vivissima curiosità. Io assaggiai il
primo con grande fiducia.... Eterno Iddio! Il mio primo pensiero fu di
precipitarmi sul cuoco. Tutte le contrazioni che si possono produrre sul
viso d'un uomo all'assalto improvviso d'una colica, o alla notizia del
fallimento del suo banchiere, io credo che si sian prodotte sul mio.
Capii sul momento come una gente che mangiava a quel modo dovesse
credere in un altro Dio e pigliare in un altro senso la vita umana. Non
saprei esprimere quello ch'io sentii nella bocca fuorchè paragonandomi a
un disgraziato costretto a far colazione coi vasetti d'un parrucchiere.
Eran sapori di pomate, di cerette, di saponi, d'unguenti, di tinture, di
cosmetici, di tutto ciò che si può immaginare di meno proprio a passare
per una bocca umana. A ogni piatto ci scambiavamo degli sguardi di
meraviglia e di terrore. La materia prima doveva esser buona: era
pollame, montone, caccia, pesce; piatti enormi e di bella cera; ma tutto
nuotante in salse abbominevoli, tutto unto, profumato, impomatato, tutto
cucinato in maniera da parer più naturale di metterci dentro il pettine
che la forchetta. Pure bisognava mandar giù qualcosa, ed io mi
confortavo al sacrifizio ripetendo quei versi dell'Aleardi:

                        Oh nella vita
    Qualche delitto incognito ne pesa!
    Qualche cosa si espia!

La sola cosa mangiabile era il montone allo spiedo. Nemmeno il cuscussu,
il piatto nazionale dei mori, fatto con grano tritato della grossezza
della semola, cotto a vapore e condito con latte o brodo,--perfido
simulacro di risotto--, nemmeno questo famoso cuscussu, che piace a
molti europei, mi è riuscito d'inghiottirlo senza cangiar colore. E ci
fu qualcuno di noi che, per punto, mangiò di tutto! cosa consolante la
quale dimostra che in Italia ci sono ancora dei grandi caratteri. A ogni
boccone, il nostro ospite c'interrogava umilmente collo sguardo, e noi,
stralunando gli occhi, rispondevamo in coro:--Eccellente! Squisito!--e
buttavamo giù subito un bicchier di vino per ravvivarci gli spiriti. A
un certo punto, scoppiò nel cortiletto una musica bizzarra che ci fece
balzar tutti in piedi. Erano tre sonatori, venuti, come vuole il costume
moresco, a rallegrare il banchetto: tre arabi dai grandi occhi e dal
naso forcuto, vestiti di bianco e di rosso, uno colla tiorba, l'altro
col mandolino, il terzo col tamburello; tutti e tre seduti fuori della
porta della nostra stanza, vicino a una nicchietta dove avevano deposto
le pantofole. Tornammo a sedere e i piatti ricominciarono a sfilare
(ventitrè, comprese le frutta, se ben mi ricordo) e i nostri volti a
contorcersi e i turaccioli a saltare in aria. A poco a poco le
libazioni, l'odore dei fiori, il fumo dell'aloé che ardeva nei
profumieri cesellati di Fez, e quella bizzarra musica araba, che a
furia di ripetere il suo lamento misterioso, s'impadronisce dell'anima
con una simpatia irresistibile; ci diedero per qualche momento una
specie di ebbrezza taciturna e fantastica, durante la quale ognuno di
noi credette di sentirsi il turbante sul capo e la testa d'una sultana
sul cuore. Finito il pranzo, tutti si alzarono e si sparpagliarono per
la sala, per il cortile, per il vestibolo, a guardare e a fiutare da
ogni parte con una curiosità infantile. In ogni angolo oscuro si
rizzava, come una statua, un arabo ravvolto nella sua cappa bianca. La
porta della camera nuziale era stata chiusa colle cortine, e per lo
spiraglio si vedeva un gran movimento di teste bendate. Alle finestrine
superiori apparivano e sparivano dei lumi. Si sentivano fruscii e voci
di gente nascosta. Intorno e sopra di noi ferveva una vita invisibile,
la quale ci avvertiva che eravamo dentro le mura, ma fuori della casa;
che la bellezza, l'amore, l'anima della famiglia s'era rifugiata nei
suoi penetrali; che lo spettacolo eravamo noi e che la casa rimaneva un
mistero. A una cert'ora uscì da una porticina la governante del
Ministro, ch'era stata a veder la sposa, e passando per andarsene,
esclamò:--Ah! se vedessero, che bottone di rosa! Che creatura di
paradiso!--E intanto la musica continuava a suonare, e l'aloé
continuava ad ardere, e noi seguitavamo a girare e a fiutare, e la
fantasia lavorava, lavorava. E lavorava ancora, e più che mai, quando
usciti da quell'aria piena di luce e di profumi, infilammo una viuzza
solitaria e tenebrosa, al lume d'una lanterna, in mezzo a un silenzio
profondo.

       §       §       §       §       §

Una sera si sparse la notizia, da molto tempo aspettata, che il giorno
dopo sarebbero entrati in città gli Aïssaua.

Gli Aïssaua sono una delle principali confraternite religiose del
Marocco, fondata, come le altre, per ispirazione di Dio, da un Santo
chiamato Sidì-Mohammed-ben-Aïssa, nato a Mechinez due secoli sono; la
vita del quale è una lunga e confusa leggenda di miracoli e d'avventure
favolose, variamente raccontata. Gli Aïssaua si propongono di ottenere
dal cielo una protezione speciale, pregando continuamente, esercitando
certe pratiche loro proprie, tenendo vivo nel loro cuore, piuttosto che
il sentimento della fede, un'esaltazione, una febbre religiosa, un
furore divino, che prorompe in manifestazioni stravaganti e feroci.
Hanno una grande moschea a Fez, che è come la casa centrale dell'ordine,
e di qui si spandono ogni anno a turbe, in tutte le province
dell'impero, dove raccolgono intorno a sè, per celebrare le loro feste,
i confratelli sparsi per le città e per le campagne. Il loro rito,
simile a quello dei dervis urlanti e giranti dell'Oriente, consiste in
una specie di danza sfrenata accompagnata da salti, scontorcimenti e
grida, nella quale vanno via via infuriando e inferocendosi finchè,
perduto ogni lume, stritolano legno e ferro coi denti, si brucian le
carni con carboni accesi, si straziano coi coltelli, inghiottiscono
fango e sassi, sbranano animali e li divoran vivi e grondanti di sangue,
e cadono a terra senza forze e senza ragione. A questi eccessi non
giunsero gli Aïssaua che io vidi a Tangeri, e credo che ci giungano
raramente, e assai pochi, se pure qualcuno vi giunge ancora; ma fecero
però abbastanza per lasciarmi nell'animo un'impressione incancellabile.

Il Ministro del Belgio c'invitò ad assistere allo spettacolo dal
terrazzo di casa sua, che guarda sulla strada principale di Tangeri,
dove sogliono passare gli Aïssaua per andare alla moschea. Dovevano
passare alle dieci della mattina, scendendo dalla porta del Soc di
Barra. Un'ora prima, la strada era già piena di gente e le case coronate
di donne arabe ed ebree, vestite dei loro colori vivissimi, che davano
alle terrazze bianche l'aspetto di grandi ceste di fiori. All'ora
fissata, tutti gli occhi si voltarono verso la porta, all'estremità
della strada, e pochi minuti dopo comparvero i forieri della turba. La
strada era tanto affollata, che gli Aïssaua, fin che non furono vicini,
rimasero confusi cogli spettatori. Per qualche tempo non vidi che una
massa ondeggiante di teste incappucciate, in mezzo alle quali sorgevano,
sparivano e ricomparivano alcune teste scoperte, che parevan di gente
che si picchiasse. Al di sopra delle teste s'alzavano parecchie
bandiere. Di tratto in tratto si udiva un grido simultaneo di molte
voci. La folla veniva innanzi lentamente. A poco a poco si cominciò a
notare, nel movimento di tutte quelle teste, un cert'ordine. Le prime
formavano un circolo; altre, più in là, una doppia schiera; altre più
lontane, un altro circolo; poi le prime, alla loro volta, si
schieravano, le seconde si disponevano in cerchio, e così via via. Ma
non son neanco ben sicuro di quello che dico, perchè in quella gran
curiosità che mi affannava di osservare singolarmente le persone, è
facile che la legge precisa del movimento comune mi sia sfuggita. In
capo a pochi minuti, giunsero i primi sotto il nostro terrazzo. Il mio
primo senso fu un misto di compassione e di orrore. Eran due file di
uomini, rivolti gli uni in faccia agli altri, vestiti di cappe e di
lunghissime camicie bianche, che si tenevano per le mani, per le braccia
o per le spalle, e pestavano i piedi in cadenza, dondolandosi,
rovesciando il capo avanti e indietro, e levando un mormorio sordo e
affannoso, rotto da gemiti, rantoli, soffi e interiezioni di spavento e
di rabbia. Solamente gli ossessi del Rubens, i morti risuscitati del
Goya e il moribondo magnetizzato del Pöe potrebbero dare un'idea di
quelle figure. Eran faccie livide e convulse, cogli occhi fuori
dell'orbita e la bocca schiumosa; visi di febbricitanti e di epilettici;
alcuni illuminati da sorrisi indefinibili, altri che non mostravano che
il bianco dell'occhio, altri contratti come da uno spasimo atroce, o
pallidi ed immobili come visi di cadaveri. Di tratto in tratto, facendo
gli uni agli altri un gesto strano col braccio spenzoloni, gettavano
tutti insieme un grido acuto e doloroso, come di chi riceva una
pugnalata mortale; poi andavano alcuni passi innanzi, e ricominciavano
la danza, gemendo e sbuffando; e allora si vedeva un ondeggiamento
disordinato di cappucci, di grandi maniche, di treccie, di ciuffi, di
folte capigliature spartite in lunghe ciocche ondulate, che parevano
teste anguicrinite. Alcuni, più spiritati, andavano fra una schiera e
l'altra, barcollando come ubbriachi, sbatacchiandosi contro i muri e le
porte. Altri, come rapiti in estasi, camminavano ritti, lenti, col viso
in alto, gli occhi socchiusi, le braccia abbandonate. Parecchi,
sfiniti, che non potevano più nè gridare nè reggersi, eran tenuti su
per le ascelle dai compagni, e travolti così, come corpi morti, nella
folla. La ridda si faceva di mano in mano più scomposta, e il gridìo più
assordante. Erano dondolamenti di testa da lussarsi le vertebre del
collo e rantoli da spezzarsi la cassa del petto. Da tutti quei corpi
grondanti di sudore, veniva su un puzzo nauseabondo come da un serraglio
di fiere. Ogni tanto uno di quei visi stravolti si alzava verso il
terrazzo e fissava nei miei due occhi stralunati, che mi facevano
torcere indietro la testa. Di momento in momento, dentro di me, cangiava
l'effetto di quello spettacolo. Ora mi pareva una gran mascherata, ed
ero tentato di riderne; ora ci vedevo l'immagine d'una gran baldoria di
pazzi, di malati in delirio, di galeotti ubbriachi, di condannati a
morte che volessero stordire il proprio terrore, e mi stringevano il
cuore; ora non consideravo che la bellezza selvaggia del quadro, e ci
provavo la voluttà d'un artista. Ma a poco a poco, il senso intimo di
quel rito, s'impose alla mia mente; il sentimento, che quelle smanie
traducevano, e che tutti abbiamo provato molte volte, lo spasimo
dell'anima umana che si agita sotto l'immensa pressione dell'Infinito,
si risvegliò; e senz'accorgermene, accompagnavo quel turbinìo col
linguaggio che lo spiegava:--Sì, ti sento, Potenza misteriosa e
tremenda: mi dibatto nella stretta della tua mano invisibile; il
sentimento di Te mi opprime, non ho forza di contenerlo, il mio cuore si
sgomenta, la mia ragione si perde, il mio involucro di creta si
spezza!--E continuavano a passare, fitti, pallidi, scapigliati, mettendo
voci supplichevoli, in cui pareva che esalassero la vita. Un vecchio
cadente, un'immagine di re Lear forsennato, si staccò dalla schiera e
s'avventò come per spaccarsi il cranio nel muro: i compagni lo
trattennero. Un giovane cadde di picchio in terra, fuori dei sensi. Un
altro, coi capelli sciolti giù per le spalle, la faccia nascosta nelle
mani, passò a lunghissimi passi, curvato fino a terra, come un maledetto
da Dio. Passarono beduini, mori, berberi, neri, colossi, mummie, satiri,
faccie di cannibali, di santi, d'uccelli di rapina, di sfingi, d'idoli
indiani, di furie, di fauni, di diavoli. Potevano essere un tre o
quattrocento. In meno di mezz'ora sfilarono tutti. Le ultime erano due
donne (perchè anche le donne possono appartenere all'ordine), due figure
di sepolte vive, riuscite a spezzare la bara, due scheletri animati,
vestite di bianco, coi capelli rovesciati sul viso, gli occhi sbarrati,
la bocca bianca di schiuma, sfinite di forze, ma ancora animate da un
movimento di cui non parevano aver più coscienza, che si scontorcevano,
urlavano e stramazzavano; e in mezzo a loro un vecchio gigantesco, una
figura di negromante centenario, vestito d'una camicia lunghissima, che
allungando due grandi braccia cadaveriche, posava la mano sul capo ora
all'una ora all'altra, in atto di protezione, e le aiutava a rialzarsi
da terra. Dietro a questi tre spettri si precipitò una folla di arabi
armati, di donne, di pezzenti, di bimbi; e tutta quella barbarie, tutto
quel furore, tutto quell'orrendo cumulo di miseria umana, irruppe nella
piazza e scomparve.

       *       *       *       *       *

Un altro bello spettacolo, che s'ebbe a Tangeri, fu quello delle feste
per la nascita di Maometto; e mi fece un'impressione anche più viva
perchè mi ci trovai dinanzi, posso dire, all'impensata.

Tornando da una passeggiata sulla riva del mare, sentii alcuni colpi di
fucile dalla parte del Soc di Barra; v'accorsi e sul primo momento non
riconobbi più il luogo. Il Soc di Barra era trasfigurato. Dalle mura
della città fino alla sommità della collina v'era formicolìo d'arabi,
una folla tutta bianca, straordinariamente animata. Saranno state
tremila persone, ma sparse e raggruppate in maniera che parevano
innumerevoli. Era un'illusione ottica singolarissima. Su tutti i rialti
del terreno, come sopra altrettante loggie, v'erano gruppi di arabe
sedute all'orientale, immobili, rivolte verso la parte bassa del Soc.
Qui, da una parte, la folla divisa in due ali lasciava libero un grande
spazio a un drappello di cavalieri che si slanciavano alla carriera,
schierati di fronte, sparando i loro fucili lunghissimi; dall'altra
parte, v'erano grandi cerchi d'arabi, uomini e donne, in mezzo ai quali
davano spettacolo giocatori di palla, tiratori di scherma, incantatori
di serpenti, ballerini, cantastorie, suonatori, soldati. Sull'alto della
collina, sotto una tenda conica, aperta sul davanti, biancheggiava
l'enorme turbante del vice-governatore di Tangeri, il quale presiedeva
alla festa, seduto in terra, in mezzo a una corona di mori. Di lassù si
vedevano giù in mezzo alla folla i soldati delle Legazioni vestiti dei
loro pomposi caffettani rossi, qualche cappello cilindrico, qualche
ombrella di consolessa, e i pittori Ussi e Biseo coll'album e la matita
in mano; di là dalla folla, Tangeri; di là da Tangeri, il mare. Lo
strepito delle fucilate, gli urli dei cavalieri, lo scampanellìo degli
acquaioli, le grida festose delle donne, il suono dei pifferi, dei
corni, dei tamburi, formavano tutt'insieme un frastuono inaudito, che
rendeva più strano ancora quello spettacolo selvaggio, irradiato dalla
luce sfolgorante del mezzogiorno.

La curiosità mi spingeva da dieci parti in un punto. Ma un grido
d'ammirazione, partito da un gruppo di donne, mi fece correr prima dai
cavalieri. Erano dodici soldati di alta statura, col fez a punta, la
cappa bianca, i caffettani aranciati, azzurrini e rossi, e fra loro un
ragazzo vestito con femminile eleganza, figlio del governatore del Rif.
Si schieravano ai piedi delle mura della città, rivolti verso la
campagna; il figlio del governatore, nel mezzo, alzava la mano, e si
slanciavano tutti insieme alla carriera. Nei primi passi v'era un po'
d'incertezza e un po' di disordine. Poi quei dodici cavalli, stretti,
sfrenati, ventre a terra, non formavano più che un solo corpo, un mostro
furioso, di dodici teste e di cento colori, che divorava la via. Allora
i cavalieri, inchiodati sulle selle, colla fronte alta, colla cappa al
vento, alzavano i fucili sopra la testa, li stringevano con un movimento
convulso contro le spalle, sparavano tutti insieme gettando un urlo di
trionfo e di rabbia, e sparivano in un nuvolo di polvere e di fumo.
Pochi momenti dopo tornavano indietro lentamente, in disordine, i
cavalli schiumosi e insanguinati, i cavalieri in atteggiamento stanco e
superbo, e in capo ad alcuni minuti ricominciavano. Ad ogni nuova
scarica, le donne arabe, come le dame dei tornei, salutavano il
drappello con un gridìo loro proprio, che è una ripetizione rapidissima
del monosillabo: _Iù_, simile a un trillo acuto di gioia infantile.

Di là passai al giuoco della palla. Erano una quindicina d'arabi,
ragazzi, uomini maturi e vecchi colla barba bianca, alcuni col fucile a
tracolla, altri colla sciabola, e giocavano con una palla di cuoio
grossa come un arancio. Uno la pigliava, la lasciava cadere e la
ributtava in alto con un colpo del piede; tutti gli altri correvano per
coglierla in aria; chi la coglieva, rifaceva l'atto del primo; e così il
gruppo dei giocatori, seguitando la palla, s'allontanava man mano, e
poi, di comune accordo, tornavano tutti insieme nel luogo di dov'eran
partiti. Ma il curioso di questo gioco stava nei movimenti delle
persone. Erano passi di ballo, gesti misurati, atteggiamenti di mimi, un
fare quasi cerimonioso, una certa apparenza di contraddanza, un non so
che di severo e di molle insieme, ed una corrispondenza di mosse e di
giri, in quell'andare e venire, di cui non mi riuscì di scoprire la
legge. Correvano e saltellavano tutti insieme in un piccolo spazio, si
serravano, si rimescolavano, e non seguiva mai un urto, nè il più
leggero scompiglio. La palla s'alzava, spariva, balzava in mezzo a
quelle gambe e al disopra di quelle teste, come se nessuno la toccasse,
e fosse rigirata in quella maniera da due venti contrarii. E tutto quel
movimento non era accompagnato nè da una parola, nè da un grido, nè da
un sorriso. Vecchi e ragazzi, eran tutti egualmente seri, silenziosi e
intenti al gioco, come a un lavoro obbligato e triste, e non si sentiva
che il suono dei respiri affannosi e il fruscìo delle pantofole.

A pochi passi di là, in mezzo a un altro circolo di spettatori,
ballavano dei neri, al suono d'un piffero e d'un piccolo tamburo di
forma conica, battuto con un pezzo di legno ritorto a mezzaluna. Erano
otto omaccioni, neri e lucidi come l'ebano, senz'altro addosso che una
lunga camicia bianchissima, stretta alla cintura da un grosso cordone
verde. Sette si tenevano per mano, disposti in cerchio, l'ottavo era in
mezzo, e ballavano tutti insieme o piuttosto accompagnavano la musica,
senza quasi cangiar di posto, con un movimento di fianchi da non
descriversi, che mi metteva un forte prurito nelle punte dei piedi, e
quel sorriso di satiri, quell'espressione di beatitudine stupida e di
voluttà bestiale, che è tutta propria della razza nera. Mentre stavo
guardando questa scena, due ragazzi di una decina d'anni ciascuno,
ch'erano fra gli spettatori, mi diedero un saggio della ferocia del
sangue arabo, che non dimenticherò per un pezzo. Improvvisamente, non
so per che ragione, si saltarono addosso, si avviticchiarono l'uno
all'altro come due tigri, e cominciarono a lacerarsi il viso e il collo
a morsi e a unghiate con una furia che metteva orrore. Due uomini
robusti, usando di tutta la loro forza, li separarono a stento, già
sgocciolanti di sangue, e dovettero trattenerli ancora perchè non
tornassero ad avvinghiarsi.

Gli schermitori facevan ridere. Eran quattro, e tiravano di bastone a
due a due. Non si può dire la stravaganza e la goffaggine di quella
_scuola;_ e la chiamo scuola perchè in altre città del Marocco vidi poi
che tiravano nella stessa maniera. Eran mosse da funamboli, salti senza
scopo, contorsioni, sgambettate, e colpi annunziati un minuto prima con
un gran giro del braccio; ogni cosa fatta con una flemma beata, che
avrebbe dato modo a un nostro tiratore di addossare a tutti quattro un
prodigioso carico di legnate senza pericolo di toccarne una sola. Gli
arabi spettatori, però, stavano là a bocca aperta, e molti di tratto in
tratto mi guardavano, come per cercare nei miei occhi l'espressione
della meraviglia. Io volli contentarli e finsi un'ammirazione benevola.
Allora qualcuno si scansò perchè potessi spingermi un po' più avanti, ed
io mi trovai circondato, stretto da ogni parte dagli arabi, e potei
soddisfare il mio desiderio di studiare un po' quella gente nel suo
odore, nei movimenti appena percettibili delle narici, delle labbra e
delle palpebre, nei segni della pelle, in tutto ciò che sfugge
all'osservatore che passa, e serve nonostante a far capir molte cose. Un
soldato della Legazione italiana mi vide da lontano in quella stretta, e
credendo che fossi prigioniero involontario, venne a liberarmi, mio
malgrado, a suon di gomitate e di pugni.

Il cerchio del contastorie era il più piccolo, ma il più bello. Ci
arrivai giusto nel momento in cui, avendo terminato la solita preghiera
inaugurale, cominciava il racconto. Era un uomo d'una cinquantina
d'anni, quasi nero, con una barba nerissima e due grandi occhi
scintillanti, ravvolto, come tutti gli altri raccontatori del Marocco,
in un amplissimo panno bianco stretto intorno al capo da una corda di
pelo di cammello, che gli dava la maestà d'un sacerdote antico. Parlava
a voce alta e lenta, ritto in mezzo al circolo degli uditori,
accompagnato sommessamente da due suonatori di chiarina e di tamburo.
Raccontava forse una storia d'amore, le avventure d'un bandito famoso,
le vicende d'un sultano. Io non ne capivo una parola. Ma il suo gesto
era così giusto, la voce così espressiva, il volto così parlante che un
barlume del senso, in qualche momento, mi traspariva. Mi parve che
raccontasse un lungo viaggio; imitava il passo del cavallo stanco;
accennava a orizzonti immensi; cercava intorno a sè una goccia d'acqua,
lasciava spenzolare le braccia e la testa come un uomo spossato. Poi, a
un tratto, scopriva qualcosa lontano dinanzi a sè, pareva incerto,
credeva e non credeva ai suoi occhi,--ci credeva,--si rianimava,
affrettava il passo, arrivava, ringraziava il cielo e si buttava in
terra tirando un gran respiro e ridendo di piacere all'ombra d'un'oasi
deliziosa che non sperava più di trovare. Gli uditori stavano là
immobili, senza rifiatare, riflettendo coll'espressione del viso tutte
le parole dell'oratore; e così com'erano in quel punto, con tutta
l'anima negli occhi, lasciavano vedere chiaramente l'ingenuità e la
freschezza di sentimento, che celano sotto l'apparenza d'una durezza
selvaggia. Il contastorie andava a destra e a sinistra, s'avventava,
retrocedeva atterrito, si copriva il viso colle mani, alzava le braccia
al cielo, e via via che s'infervorava e levava la voce, i suonatori
soffiavano e picchiavano con maggior furia, gli ascoltatori gli si
stringevano intorno più ansiosi, finchè il racconto finì in un grido
tonante, gli strumenti saltarono per aria e la folla commossa si
disperse per cedere il posto ad un altro uditorio.

Tre suonatori tenevano intorno a sè un altro cerchio più grande di tutti
gli altri. Le figure, i movimenti e la musica di costoro mi fecero una
singolare impressione. Erano tutti e tre strambi, di statura altissima e
curvi dai piedi alla testa come le figurine grottesche che rappresentano
la ci maiuscola nei titoli di certi giornali illustrati. Uno sonava il
piffero, l'altro un tamburello a sonagli, il terzo uno strumento
stravagante, una specie di clarinetto, mi parve, combinato, non so come,
con due corni da caccia divergenti, che mandavano un suono non mai
sentito. Questi tre sonatori, ravvolti in pochi cenci, stavano stretti
l'un all'altro, di fianco, come se fossero legati, e sonando
continuamente e disperatamente il medesimo motivo, l'unico forse che
sonavano da cinquant'anni, facevano il giro dell'arena. Io non so dire
come si movessero. Era un non so che tra l'andatura e il ballo, certi
scatti come della gallina che becca, certi stringimenti di spalle, fatti
da tutti e tre con una simultaneità macchinale, e così lontani da una
qualunque somiglianza coi movimenti nostri, così nuovi, così bizzarri,
che più li osservavo, e più mi davan da pensare, come se esprimessero
una idea, o avessero la loro ragione in qualche proprietà caratteristica
del popolo arabo, e ci penso ancora sovente. Quei disgraziati, grondanti
di sudore, sonavano e ballonzolavano da più di un'ora, con una serietà
inalterabile, e qualche centinaio di persone li stavano a sentire,
pigiate e immobili, col sole negli occhi, senza dar segno nè di piacere
nè di noia.

Il circolo dove si faceva più strepito era quello dei soldati. Erano
dodici, tra giovani e vecchi, alcuni col caffettano bianco, altri colla
sola camicia, questo col fez, quello col cappuccio, armati di fucili a
pietra focaia, lunghi come lancie, nei quali introducevan la polvere
sciolta, come fanno tutti i soldati nel Marocco, dove non s'usano
cartuccie. Un graduato, vecchio, dirigeva lo spettacolo. Si mettevan sei
da una parte e sei dall'altra, di faccia. A un segnale, cangiavano
vicendevolmente di posto, correndo, e appoggiavano un ginocchio a terra.
Allora uno di essi cantava non so che cosa, con un'acutissima voce in
falsetto, tutt'a trilli e a gorgheggi, che durava parecchi minuti,
ascoltato con un silenzio profondo. Poi, a un tratto, balzavano tutti in
piedi, in circolo, e spiccando un altissimo salto, gettando un grido di
gioia, rovesciavano il fucile e sparavano contro terra. Non si può
immaginare la rapidità, la furia, e quello che aveva di pazzamente
festoso e di diabolicamente simpatico quella ridda tonante e
lampeggiante, intraveduta in mezzo a un nuvolo di polvere saettato dal
sole. Fra gli spettatori, a pochi passi da me, v'era un'arabina di dieci
o dodici anni, non ancora velata, uno dei più bei visetti ch'io abbia
visto a Tangeri, d'un bruno pallido delicatissimo, la quale contemplava
coi suoi begli occhioni celesti pieni di stupore uno spettacolo assai
più meraviglioso per lei che la danza dei soldati: quello che le offrivo
io levandomi i guanti; questa seconda pelle delle mani, come dicono i
ragazzi arabi, che i cristiani si mettono e si tolgono a loro piacere,
senza risentirne il menomo dolore.

Esitai se dovessi andare o no a vedere l'incantatore dei serpenti; ma la
curiosità vinse il ribrezzo. Questi così detti incantatori appartengono
alla confraternita degli Aissaua e dicono di ricevere dal loro patrono
Ben-Aïssa il privilegio di poter sfidare senza pericolo la morsicatura
di qualunque animale più velenoso. Molti viaggiatori, infatti, degni di
pienissima fede, assicurano d'aver visto parecchi di costoro farsi
morsicare a sangue, senz'effetto venefico, da serpenti di cui un momento
dopo venne esperimentato il veleno potentissimo sopra altri animali; e
dicono di non essere riusciti a scoprire di che mezzo si valessero quei
destri ciarlatani per rendere innocua la morsicatura. L'Aissaua che io
vidi, dava uno spettacolo orribile, ma incruento. Era un arabo piccolo,
tarchiato, col viso smorto, una faccia di giustiziere, chiomato come un
re merovingio e vestito d'una specie di camicia azzurrina che gli
scendeva fino ai piedi. Quando m'avvicinai, saltellava grottescamente
intorno a una pelle di capra distesa in terra, dalla quale usciva la
bocca d'un sacco, dov'erano chiusi i serpenti; e saltellando cantava,
accompagnato da un flauto, una canzone di motivo malinconico, che doveva
essere una invocazione al suo Santo. Finito il canto, chiacchierò e
gesticolò lungo tempo per farsi buttar dei denari, poi s'inginocchiò
davanti alla pelle di capra, ficcò la mano nel sacco, ne tirò fuori, con
molti riguardi, un lungo serpente verdognolo, pieno di vita, e lo portò
in giro sotto gli occhi degli spettatori. Poi cominciò a maneggiarlo in
tutti i modi, come se fosse stato un pezzo di corda. Lo afferrò per il
collo, lo tenne sospeso per la coda, se lo attorcigliò intorno alla
fronte, se lo nascose nel petto, lo fece passare per i fori del cerchio
di un tamburello, lo buttò in terra, lo trattenne col piede, se lo
strinse sotto un'ascella. L'orribile bestia rizzava la testa
schiacciata, dardeggiava la lingua, si scontorceva con quei suoi
movimenti flessuosi, odiosi, abbietti, che sembrano l'espressione d'una
vigliacca perfidia; e schizzava dagli occhi piccolissimi tutta la rabbia
che gli fremeva nel corpo; ma non m'accorsi che mordesse mai la mano in
cui era imprigionato. Quando fu stanco di quel lavoro, l'Aissaua strinse
il serpente per la nuca, gli aggiustò un piccolo ferro nella bocca in
modo da fargliela rimanere aperta, e lo mostrò così agli spettatori più
vicini, perchè osservassero i denti; osservazione affatto superflua, se
pure la sostanza venefica rimaneva, perchè non v'era stata morsicatura.
Dopo ciò afferrò il serpente con due mani, si mise la coda in bocca e
cominciò a menar le mandibole: la bestia si scontorceva furiosamente; io
me n'andai inorridito.

In quel momento comparve nel Soc il nostro Incaricato d'affari. Lo
vide dall'alto della collina il vice-governatore, gli corse incontro,
e lo condusse sotto la sua tenda, dove si radunarono tutti i membri
della futura carovana, io compreso. Allora accorsero suonatori e
soldati, si formò un grandissimo semicerchio di arabi davanti
all'apertura della tenda, gli uomini dinanzi, il sesso gentile, a
gruppi, di dietro; e cominciò un concerto indiavolato di danze, di
canti, di grida, di fucilate, che durò più di un'ora, in mezzo a un
denso nuvolo di fumo, al suono d'una musica spietata, fra gli strilli
entusiastici delle donne e dei bambini, con paterna soddisfazione
del vice-governatore e nostro vivo piacere. Prima che finissero,
l'Incaricato d'affari mise qualchecosa di giallo nelle mani d'un
soldato arabo, perchè lo portasse a chi aveva diretto lo spettacolo. Il
soldato tornò poco dopo e riferì, tradotto in spagnuolo, il curioso
ringraziamento del beneficato:--L'ambasciatore d'Italia ha fatto una
buona azione; Allà benedica tutti i peli della sua barba!

La feste durò fino al tramonto. Strana festa! Tre venditori d'acqua pura
bastavano a soddisfare i bisogni di tutta quella folla immobile per una
mezza giornata sotto i raggi del sole d'Affrica. Un marengo era forse il
massimo del denaro messo in giro da quello straordinario concorso di
gente. I soli piaceri erano vedere ed udire. Non uno scandalo amoroso,
nè un ubbriaco, nè una coltellata! Nulla di comune colle feste popolari
dei paesi civili.

       §       §       §       §       §

Oltre a godere di tutti questi spettacoli, facevamo, io e i miei futuri
compagni di viaggio, delle frequenti passeggiate nella campagna di
Tangeri, che non è meno curiosa a vedersi che la città. Intorno alle
mura si stende una cintura di giardini e di orti appartenenti la maggior
parte ai ministri e ai consoli, quasi tutti trasandati; ma coperti d'una
vegetazione meravigliosa. Sono lunghe file di aloè, simili a lancie
gigantesche confitte in mezzo a un fascio di enormi daghe ricurve,
poichè tale è la forma delle loro foglie; la punta delle quali è usata
dagli arabi, colla fibra della foglia medesima, a cucire le ferite. Sono
fichi d'India, _kermus del Inde_, come si chiamano in lingua moresca,
altissimi, di foglie spesse un pollice, che sporgono sui sentieri fin
quasi a impedire il passo; fichi comuni, all'ombra dei quali si
potrebbero rizzare dieci tende; quercie, acacie, leandri, arbusti d'ogni
forma, che intrecciano i loro rami coi rami degli alberi più alti, e
formano coll'edera, le viti, le canne, le siepi, degli ammassi
inestricabili di verzura, sotto i quali spariscono fossi e sentieri. In
molti luoghi bisogna camminare a tentoni. Si passa da un podere
all'altro a traverso le siepi sforacchiate o sopra le cancellate
abbattute, in mezzo all'erbe e ai fiori che s'alzano fino alla cintura
d'un uomo; e non si vede nessuno. Qualche casetta bianca, mezzo nascosta
fra gli alberi, e qualche pozzo a ruota, dal quale, per mezzo di
canaletti incrociati, si spande l'acqua per le terre, sono le sole cose
che diano indizio di proprietà e di lavoro. Molte volte, se non fosse
stato con me il capitano dello stato maggiore, che è una guida
abilissima, mi sarei smarrito in mezzo a quella vegetazione
scompigliata; e infatti ci occorreva spesso di chiamarci l'un l'altro,
come in un labirinto, per non perderci di vista, e godevamo a tuffarci,
a nuotare in quell'immenso verde, ad aprirci la via colle mani, coi
piedi e colla testa, coll'allegra furia di selvaggi tornati dalla
schiavitù alle loro foreste.

Di là da questa cintura di orti e di giardini, non si trovano più nè
alberi, nè case, nè siepi, nè alcun indizio di divisione della campagna.
Sono colline, vallette verdi e piani ondulati dove pascola qualche raro
armento, di cui non si vede il guardiano, e galoppa qualche cavallo
sciolto. Una volta sola mi ricordo d'aver visto lavorare la terra. Un
arabo stimolava un asino e una capra attaccati a un aratro piccolissimo,
di forma bizzarra, costrutto forse come s'usavano quattromil'anni fa; il
quale scavava un solco appena visibile in un terreno sparso di sassi e
d'erbaccie. Qualcuno mi assicurò d'aver visto più d'una volta attaccato
all'aratro un asino e una donna, e questo può dare un'idea dello stato
dell'agricoltura nel Marocco. Il solo concime col quale governan la
terra è la cenere della paglia che bruciano dopo il raccolto; e la sola
cura usata per non stancarne la fecondità è di lasciarvi crescere l'erba
per i pascoli il terz'anno, dopo avervi seminato grano e saggina nei
primi due. Malgrado questo, la terra s'impoverisce dopo pochi raccolti,
e allora i campagnuoli erranti vanno a dissodare nuovi terreni, che
abbandonano poi alla loro volta per ritornare agli antichi; e così non è
mai coltivata simultaneamente che una piccolissima parte delle terre
arabili; di quelle terre che, anche mal coltivate, riportano cento volte
la semenza che vi si sparge.

La più bella passeggiata fu quella al capo Spartel, l'_Ampelusium_ degli
antichi, che forma l'estremità nord-ovest del continente africano: un
monte di pietra bigia, alto trecento metri, tagliato a picco sul mare, e
aperto sotto, sin da tempi antichi, in vaste caverne, la maggiore delle
quali era consacrata ad Ercole: _specus Herculi sacer_. Sulla sommità di
questo monte si alza il faro famoso, eretto da pochi anni, e mantenuto
con una espressa contribuzione dalla maggior parte degli Stati d'Europa.
Salimmo sulla cima della torre, fin dentro alla grande lanterna, che
manda il suo all'erta luminoso alla distanza di venticinque miglia. Di
lassù l'occhio spazia su due mari e due continenti. Si vedono le ultime
acque del Mediterraneo, e l'immenso orizzonte dell'Atlantico, il mare
delle tenebre, _Bar-ed-Dolma_, come lo chiamano gli arabi, che flagella
i piedi della roccia. Si vede la costa spagnuola dal capo Trafalgar fino
al capo d'Algesira; la costa africana del Mediterraneo fino alle
montagne di Ceuta, i _septem fratres_ dei Romani; e lontano, vagamente,
lo scoglio enorme di Gibilterra, la sentinella eterna di questa porta
del vecchio continente, termine misterioso del mondo antico, diventato
_Favola vile ai naviganti industri_.

In queste passeggiate non incontravamo che pochissima gente: per lo più
arabi a piedi, che ci passavano accanto senza quasi guardarci, e
qualchevolta un moro a cavallo, che doveva essere un personaggio
importante o per denaro o per carica, accompagnato da un drappello di
servi armati, il quale, passando, ci lanciava uno sguardo sprezzante. Le
donne s'imbacuccavano con maggior cura che in città, alcune brontolando,
altre voltandoci bruscamente le spalle. Qualche arabo, invece, ci si
fermava dinanzi, ci guardava fisso, mormorava alcune parole quasi in
tuono di chi domanda un favore e poi tirava innanzi senza voltarsi. Da
principio non capivamo che cosa volessero dire. Ci fu poi spiegato che
ci pregavano di domandare a Dio una grazia per loro. È una superstizione
molto sparsa fra gli arabi che la preghiera dei mussulmani essendo
graditissima a Dio, egli suol tardare lungamente ad accordare le grazie
che gli domandano, per godere più a lungo il piacere di sentirsi
pregare; mentre la preghiera d'un infedele, d'un cane, come un cristiano
od un ebreo, gli è tanto molesta, che per liberarsene, l'esaudisce _ipso
facto_. Le sole faccie amiche che incontrassimo erano i ragazzi ebrei,
che giravano a drappelli, a cavallo agli asini, di collina in collina, e
ci gettavano un allegro: _Buenos dias, caballeros!_ passandoci accanto
di galoppo.

       §       §       §       §       §

Malgrado però[tn79] la vita varia e nuova che menavamo a Tangeri, s'era
tutti impazienti di partire, per poter essere di ritorno nel mese di
Giugno, prima dei grandi calori. L'Incaricato d'affari aveva mandato un
corriere a Fez ad annunziare che l'ambasciata era pronta; ma dovevano
passare almeno dieci giorni prima che fosse di ritorno. Notizie private
dicevano che la scorta era in viaggio; altre che non era ancora partita;
eran tutte voci incerte e contraddittorie, come se quella Fez sospirata
non fosse a duecento venti chilometri, ma a duemila miglia dalla costa.
E questo, da un lato, ci piaceva, perchè quella passeggiata di quindici
giorni prendeva così, nella nostra immaginazione, l'apparenza d'un lungo
viaggio, e Fez l'attrattiva d'una città misteriosa. Al quale effetto
servivano pure le strane cose che ci dicevano di quella città, del suo
popolo e dei pericoli del viaggio, coloro che v'erano stati con altre
ambasciate. Ci dicevano che erano stati circondati da migliaia di
cavalieri, i quali li salutavano con una tempesta di fucilate a
bruciapelo, a rischio d'accecarli; che s'erano sentiti fischiar le
palle all'orecchio; che a noi italiani assai più probabilmente sarebbe
toccata nel capo, per sbaglio, qualche oncia di piombo, diretta alla
croce bianca della bandiera, la quale parrebbe agli arabi un insulto a
Maometto. Ci parlavano di scorpioni, di serpenti, di tarantole, di
nuvoli di cavallette, di ragni e di rospi enormi che avremmo trovati per
la strada e sotto le tende. Ci descrivevano con foschi colori l'entrata
delle ambasciate in Fez, in mezzo a un turbinio di cavalli, a un'immensa
folla ostile, per strade coperte, oscure, ingombre di rovine e di
carcasse d'animali. Ci preannunziavano un monte di malanni durante il
soggiorno a Fez: languidezze mortali, dissenterie furiose, reumatismi,
zanzare mostruosamente feroci, appetto alle quali erano una vera
dolcezza quelle dei nostri paesi. E infine la nostalgia; al qual
proposito si parlava d'un giovane pittore di Bruxelles, andato a Fez
coll'ambasciata belga, il quale in capo a una settimana era stato preso
da una così disperata tristezza, che l'ambasciatore aveva dovuto
rimandarlo a Tangeri a marcie forzate, per non vederselo morire sotto
gli occhi. Ed era vero. Ma queste notizie non facevano che accrescere la
nostra impazienza. Ed io mi ricordavo ridendo d'una certa scappata
ironica che m'aveva fatto mia madre, dopo aver tentato inutilmente di
distogliermi dal viaggio al Marocco collo spauracchio delle bestie
feroci:--Oh poi, in fin dei conti, hai ragione: che importa essere
divorati da una pantera? Purchè i giornali lo dicano!

Dopo tutto ciò, è facile immaginare che salto si sia fatto sulle
seggiole il giorno che il signor Salomone Aflalo, secondo dracomanno
della Legazione, si affacciò alla porta della sala da pranzo, e disse
con voce sonora:--È arrivata la scorta da Fez.

Colla scorta erano arrivati i cavalli, i muli, i cammelli, i
palafrenieri, le tende, l'itinerario fissato dal Sultano e l'annunzio
che si poteva partire.

Bisognava però aspettare ancora alcuni giorni per lasciare un po' di
riposo agli uomini e alle bestie.

Le bestie erano state ricoverate alla Casba. Il giorno dopo le andammo a
vedere. Erano quarantacinque cavalli, compresi quelli della scorta; una
ventina di mule da sella e più di cinquanta mule da carico, alle quali
se ne aggiunsero poi molte altre noleggiate a Tangeri; i cavalli piccoli
e di forme svelte, come tutti i cavalli marocchini, e le mule robuste;
le selle e i basti coperti di panno rosso; le staffe formate da una
larga lastra di ferro ripiegata ai due lati, in maniera da sostenere ed
abbracciare tutto il piede e servir insieme di sprone e di difesa.
Queste povere bestie erano quasi tutte accovacciate, sfinite più che
dalle fatiche del viaggio, dall'insufficienza del nutrimento, una parte
del quale, forse, era stata secondo l'uso trasformata in metallo dai
conducenti. V'eran là alcuni soldati della scorta. Si avvicinarono e
cominciarono a parlare, ingegnandosi di farci capire coi gesti che il
viaggio era stato faticoso, che avevano patito un gran caldo e una gran
sete, ma che grazie ad Allà erano arrivati sani e salvi. Ve n'erano dei
neri e dei mulatti, tutti ravvolti nella cappa bianca, uomini alti ed
ossuti, faccie ardite, denti ferini, occhiacci che facevano quasi
pensare che non sarebbe stata superflua una seconda scorta, schierata
fra noi e loro, per tutti i casi possibili. Mentre i miei compagni
gesticolavano, io cercai fra le mule quella che aveva negli occhi una
più dolce espressione di generosità e di mansuetudine; era una mula
bianca colla groppa rabescata; decisi di affidare ad essa la mia vita, e
d'allora fino al ritorno, rimasero legate a quella sella tutte le
speranze della letteratura italiana nel Marocco.

Di là andammo al _Soc di barra_, dov'erano state piantate le tende
principali. Fu un gran piacere per noi il vedere quelle casette di tela
dove dovevamo dormire trenta notti in mezzo a solitudini sconosciute, e
vedere e sentire tante cose mirabili, e preparare chi una carta
geografica, chi una relazione ufficiale, chi un quadro, chi un libro,
formando tutti insieme una piccola Italia pellegrinante a traverso
l'Impero dei Sceriffi! Erano tende di forma cilindro-conica, alcune
grandi tanto da contenere più di venti persone, tutte altissime, di tela
doppia, listate di guernizioni turchine e ornate sulla cima di grosse
palle metalliche. La maggior parte appartenevano al Sultano, e chi sa
quante belle del suo serraglio ci avevan dormito sotto nei viaggi da Fez
a Mechinez e da Mechinez a Marocco! In un angolo dell'accampamento,
v'era un gruppo di soldati della scorta, a piedi, e dinanzi a loro un
personaggio sconosciuto che aspettava il ministro. Era un omo sui
trentacinque anni, di aspetto maestoso, mulatto, corpulento, con un gran
turbante bianco, la cappa turchina, i calzoncini rossi, e una sciabola
col fodero di cuoio e il manico di corno di rinoceronte. Il ministro,
arrivato pochi momenti dopo, ce lo presentò. Era il comandante della
scorta; un generale dell'esercito imperiale, di nome Hamed Ben Kasen
Buhamei, il quale doveva accompagnarci a Fez e riaccompagnarci a
Tangeri, e colla sua testa rispondere al Sultano della sicurezza delle
nostre. Ci strinse la mano con molta grazia e ci fece dire
dall'interprete che sperava si sarebbe fatto un buon viaggio. Il suo
viso e le sue maniere mi rassicurarono completamente riguardo ai denti
e agli occhi dei soldati che avevo visti alla Casba. Non era bello; ma
il suo volto esprimeva un'indole mite e un'intelligenza sveglia. Doveva
saper leggere, scrivere e far di conto, essere insomma uno dei più colti
generali dell'esercito, se il ministero della guerra gli aveva affidata
quella delicata missione. In sua presenza si fece la distribuzione delle
tende. Una fu assegnata alla pittura; della più grande, dopo quella
dell'ambasciatore, pigliammo possesso il comandante di fregata, il
capitano di stato maggiore, il viceconsole ed io, e fin d'allora si
previde che sarebbe stata la tenda più chiassosa del campo. Un'altra,
grandissima, fu scelta per sala da pranzo. Poi si fissarono quelle del
medico, degli interpreti, dei cuochi, dei servi, dei soldati della
Legazione. Il Comandante della scorta e i suoi soldati avevano le loro
tende a parte. Altre tende si sarebbero aggiunte il giorno della
partenza. In somma, c'era da prevedere che sarebbe riuscito un
accampamento bellissimo, e io mi sentivo dentro degli accessi precoci di
furore descrittivo.

       §       §       §       §       §

Il giorno dopo l'Incaricato d'affari andò col comandante di fregata e
col capitano a far visita al Rappresentante del governo imperiale,
Sidi-Bargas, che esercita in un certo senso l'ufficio di ministro degli
affari esteri a Tangeri. Io m'aggregai a loro.

Ero curioso di veder da vicino un ministro degli affari esteri, il
quale, se gli stipendi non sono stati accresciuti da vent'anni in qua
(cosa poco probabile), riceve dal governo settantacinque lire al mese,
compreso il fondo per le spese di rappresentanza; lauto stipendio,
nondimeno, appetto a quello dei Governatori, che è solamente di
cinquanta. E non è a dire che questa carica sia una _sine cura_ e vi si
possa sobbarcare il primo venuto. Il famoso sultano Abd-Er-Rahman, per
esempio, che regnò dal 1822 al 1859, non vi seppe trovare altr'uomo
adatto che un Sidi-Mohammed-el-Khatib, negoziante di zucchero e di
caffè, che pure facendo il ministro continuava a trafficare regolarmente
a Tangeri e a Gibilterra. Le istruzioni, infatti, che questo ministro
riceve dal suo governo, benchè sieno molto semplici, sono tali da
mettere nell'imbarazzo anche il più sottile diplomatico europeo. Un
console francese le ha formulate con molta precisione:--a tutte le
domande dei consoli, rispondere con promesse;--di queste promesse
differire fino al più tardi possibile l'adempimento;--guadagnar
tempo;--suscitare difficoltà d'ogni natura ai reclamanti,--fare in modo
che, stanchi di reclamare, desistano;--cedere, se minacciano, il meno
che si può;--se poi il cannone se ne immischia, cedere, ma non prima del
momento supremo. Ma convien dire che dopo la guerra di Spagna, e
particolarmente sotto il regno di Mulei-el-Hassen, le cose son molto
cangiate.

Salimmo alla Casba, dov'è la casa del ministro. Una schiera di soldati
faceva ala davanti alla porta. Si attraversò un giardino, e s'entrò in
una sala spaziosa, dove vennero incontro all'Incaricato d'affari il
ministro degli esteri e il governatore di Tangeri.

In fondo alla sala v'era un alcova con un sofà e alcune seggiole; in un
angolo un letto modestissimo; sotto il letto, un servizio da caffè; le
pareti bianche e nude; il pavimento coperto di stuoie.

Sedemmo nell'alcova.

I due personaggi che ci stavano davanti formavano tra loro un contrasto
ammirabile. L'uno, Sidi-Bargas, il ministro, era un bel vecchio, colla
barba bianca, la carnagione chiara, due occhi d'una vivacità
indescrivibile e una gran bocca, sempre sorridente, che lasciava vedere
due file di grossi denti bianchi come l'avorio; un viso che rivelava a
primo aspetto l'astuzia finissima e l'indole meravigliosamente
pieghevole richiesta dalla natura del suo ministero. Gli occhiali, la
tabacchiera, certi movimenti cerimoniosi del capo e della mano, gli
davan quasi l'aria d'un diplomatico europeo. Si vedeva l'uomo avvezzo a
trattare con cristiani, superiore, forse, a molte superstizioni e a
molti pregiudizii del suo popolo, un mussulmano di manica larga, un moro
inverniciato di civiltà. L'altro, il Caid Misfiui, pareva l'incarnazione
del Marocco. Era un omo d'una cinquantina d'anni, di color bronzino, di
barba nera, membruto, cupo, taciturno; una faccia che pareva non avesse
mai sorriso. Teneva il capo basso, gli occhi a terra, le sopracciglia
corrugate; si sarebbe detto che gl'ispiravamo un profondo senso di
ripugnanza. Io lo guardavo di sott'occhio, con diffidenza. Mi pareva che
quell'uomo non dovesse mai aprir bocca altro che per far rotolare una
testa ai suoi piedi. Tutti e due avevano in capo un gran turbante di
mussolina ed erano ravvolti dalla testa ai piedi in un caïc trasparente.

L'incaricato d'affari presentò a questi due personaggi, per mezzo
dell'interprete, il Comandante di fregata e il capitano. Eran due
ufficiali: la presentazione non richiedeva commenti. Presentando me,
invece, bisognava spiegare presso a poco che specie di mestiere facessi.
L'Incaricato d'affari lo spiegò in termini iperbolici. Sidi-Bargas
stette un po' pensando e poi disse alcune parole all'interprete il quale
tradusse:

--Sua Eccellenza domanda perchè avendo codesta abilità nella mano,
Vostra Signoria la porta coperta. Vostra Signoria dovrebbe levarsi il
guanto perchè si potesse vedere la mano.

Il complimento era così nuovo per me che non trovai subito una risposta.

--Non è necessario,--osservò l'Incaricato d'affari,--perchè la facoltà
risiede nella mente e non nella mano.

Pareva che fosse tutto detto. Ma quando un moro s'attacca a una
metafora, non la lascia così facilmente.

--È vero, fece rispondere sua Eccellenza,--ma la mano essendo lo
strumento è anche il simbolo della facoltà della mente.

La discussione si prolungò per qualche altro minuto.

--È un dono d'Allà--conchiuse finalmente Sidi-Bargas.

--Avaro Allà! dissi in cuor mio.

La conversazione durò un pezzo e s'aggirò quasi sempre intorno al
viaggio. Fu una lunga citazione di nomi di governatori, di provincie, di
fiumi, di valli, di monti, di pianure, che avremmo trovato sul nostro
cammino; nomi che mi suonavano all'orecchio come altrettante promesse di
avvenimenti meravigliosi, e mettevano in gran moto la mia immaginazione.
Che cos'era la Montagna rossa? Che avremmo veduto sulle sponde del
Fiume delle Perle? Che omo doveva essere un governatore chiamato Figlio
della cavalla? Il nostro Incaricato fece varie domande riguardo alle
distanze, all'acqua, all'ombra. Sidi-Bargas aveva tutto sulla punta
delle dita, e da questo lato bisogna riconoscere ch'era molto al di
sopra di Visconti Venosta, il quale non sarebbe certo in grado di dire a
un ambasciatore straniero quante sorgenti d'acqua pura e quanti gruppi
d'alberi si trovano sulla strada da Napoli a Roma. Augurò infine un buon
viaggio colla formola:--La pace sia sulla vostra strada,--e accompagnò
l'Incaricato fin sull'uscio, stringendo la mano a tutti coll'apparenza
d'una grande cordialità. Il Caid Misfiui, sempre muto, ci porse la punta
delle dita, senza guardarci nel viso.--La mano, veh!--dissi tra me
stendendogli la mia;--non la testa.

Eravamo già fuori della sala, quando il ministro ci raggiunse.

--Che giorno partite? domandò al Comm. Scovasso.

--Domenica,--questo rispose.

--Partite lunedì!--disse in tono premuroso Sidi-Bargas.

L'Incaricato gli fece domandare perchè.

--Perchè è giorno di buon augurio!--rispose con serietà,--e fatto un
nuovo inchino, disparve.

Sidi-Misfiui, mi fu detto poi, ha tra i Mori la fama di gran dotto, fu
maestro del Sultano regnante, ed è, come gli si legge nel viso, un
mussulmano fanatico. Sidi-Bargas gode la riputazione più amabile di gran
giocatore di scacchi.

       §       §       §       §       §

Tre giorni prima della partenza, la stradetta dove dà la porta della
Legazione era già affollata di curiosi. Dieci grandi cammelli, che
dovevano portare a Fez, prima del nostro arrivo, una parte delle
provvigioni di vino, vennero l'un dopo l'altro a inginocchiarsi davanti
alla porta per ricevere il carico, e partirono accompagnati da un
drappello di servi e di soldati. Dentro la casa, in quegli ultimi tre
giorni, raddoppiò il lavoro e il via vai. Ai servi e ai soldati della
Legazione s'aggiunsero i servi venuti da Fez. Ad ogni ora del giorno
arrivavano provvigioni. La casa pareva un'officina, un magazzino e uno
scalo. Si temette un momento che non bastasse il tempo agli apparecchi
per poter partire il giorno fissato. Ma la domenica sera, tre di maggio,
tutto era pronto, compresa l'asta altissima d'una smisurata bandiera
tricolore che doveva sventolare in mezzo alle tende; e la notte poterono
essere caricati sulle mule tutti i bagagli, che partirono il lunedì
mattina, molte ore prima di noi, affinchè, arrivando la sera alla tappa,
trovassimo l'accampamento piantato.

Ricorderò sempre, con una emozione gradevole, quegli ultimi momenti che
passammo nel cortile della Legazione prima della partenza.

C'eravamo tutti. Erano arrivati il giorno innanzi, per unirsi a noi, un
vecchio amico dell'Incaricato d'affari, il signor Patxot, antico
ministro di Spagna a Tangeri, e il signor Morteo, genovese, agente
consolare d'Italia a Mazagan. C'era il medico della carovana, Miguerez,
nativo di Algeri; un ricco moro; Mohamed-Ducali, suddito italiano, che
accompagnava l'ambasciata in qualità di scrivano; il secondo dracomanno
della Legazione, Salomone Aflalo; due marinai italiani, uno ordinanza
del comandante Cassone e l'altro calafato a bordo del _Dora;_ i soldati
della Legazione in gran gala; i cuochi, gli operai, i servi, tutte
persone sconosciute che due mesi di vita comune nell'interno del Marocco
dovevano rendermi famigliari, e che io mi preparavo a studiare sin da
quel momento, ad uno ad uno, per farli un giorno movere e parlare nel
libro che avevo in testa. Tutti avevano nel vestito qualchecosa di
particolare, che dava a quella riunione un aspetto straordinariamente
pittoresco. Erano cappelli piumati, cappe bianche, grandi ghette, veli,
bisaccie, coperte da campo di colori bizzarri. C'era da fare un bazar
tra pistole, barometri, quaderni, album e cannocchiali. Pareva che
fossimo preparati a partire per il Capo di Buona Speranza. Si fremeva
tutti d'impazienza, di curiosità e d'allegrezza. Per giunta il tempo era
bellissimo e soffiava un'auretta marina deliziosa. Maometto era
coll'Italia.

Alle cinque in punto l'ambasciatore montò a cavallo e sulle terrazze
delle Legazioni s'alzarono le bandiere in segno di saluto.

Preoccupato com'ero della mia cavalcatura, in quel tafferuglio
pericoloso della partenza, non ricordo che confusamente la folla che
ingombrava le strade, le belle ebree affacciate alle terrazze, e un
ragazzo arabo che mentre uscivo per la porta del Soc, esclamò con un
accento strano:--Italia!

Sul Soc si unirono a noi i rappresentanti di tutte le Legazioni, per
accompagnarci, secondo l'uso, fino a qualche miglio da Tangeri; e
prendemmo tutti insieme la via di Fez, confusi in una cavalcata
rumorosa, davanti a cui sventolava la bandiera verde del Profeta.




HAD-EL-GARBÌA


Era una folla di ministri, di consoli, di dracomanni, di segretarii, di
cancellieri, una grande ambasciata internazionale, che rappresentava sei
monarchie e due repubbliche, composta per la maggior parte di gente che
aveva girato mezza la terra. Fra gli altri, il console di Spagna,
vestito del grazioso costume della provincia di Murcia, con un
pugnaletto alla cintura; il console gigantesco degli Stati Uniti, antico
colonnello di cavalleria, che s'alzava di tutta la testa al di sopra
della comitiva, e cavalcava un bel cavallo arabo bardato alla messicana;
il dracomanno della Legazione di Francia, un uomo di forme atletiche,
piantato sopra un enorme cavallo bianco, col quale presentava in certi
atteggiamenti i contorni fantastici e poderosi di un centauro; delle
faccie inglesi, portoghesi, andaluse, tedesche. Tutti parlavano, ed era
una conversazione in dieci lingue, accompagnata da risate,
canterellamenti e nitriti. Davanti a noi cavalcava il portabandiera,
seguito da due soldati della Legazione d'Italia; dietro venivano i
cavalieri della scorta, guidati dal generale mulatto, coi fucili ritti
sulle selle; dai lati uno sciame di servi arabi a piedi. Tutta questa
comitiva, dorata dagli ultimi raggi del sole, presentava uno spettacolo
così splendidamente pittoresco, che ognuno di noi lasciava trasparire
sul volto la compiacenza d'essere una figura del quadro.

A poco a poco quasi tutti coloro che ci accompagnavano, si accomiatarono
e tornarono a Tangeri; non rimasero più con noi che l'America e la
Spagna.

La strada, per allora, non era delle peggio; la mia mula pareva la mula
più docile dell'Impero; che cosa mi rimaneva a desiderare? Ma non c'è
felicità intera sulla terra. Il capitano mi si avvicinò e mi diede una
notizia spiacevole. Il vice-console, Paolo Grande, nostro compagno di
tenda, era sonnambulo. Il capitano stesso l'aveva incontrato la notte
prima, su per le scale della casa della Legazione, ravvolto in un
lenzuolo, con un lume in una mano e una pistola nell'altra. I servi
della casa, interrogati, avevano confermata la cosa. Dormire sotto la
tenda con lui era pericoloso. Il capitano pregava me, poichè avevo
maggiore famigliarità col vice-console, d'indurlo a rimettere a qualcuno
le sue armi durante la notte. Io promisi di fare tutto il possibile.--Mi
raccomando--; disse allontanandosi;--anche in nome del Comandante; si
tratta di salvare la pelle.--Questa ci mancava!--pensai, e cercai subito
il vice-console. Egli stesso mi venne accanto. Di domanda in domanda
riuscii a sapere che aveva con sè un piccolo arsenale, tra armi da fuoco
e armi da taglio; compreso un pugnalaccio moresco, di cui mi fece la
descrizione, e che, non so perchè, mi pareva stato fabbricato apposta
per farmi un buco nel cuore. Ma come fargli capire la cosa? E se non ne
avesse avuto coscienza? Decisi di aspettare fino a notte, quando
andassimo a letto, e per tutta la strada non mi potei più liberare da
quel pensiero molesto.

Camminavamo sopra un terreno ondulato a grandi curve, in una campagna
verde e solitaria. La strada, se si può chiamar strada, era formata da
un gran numero di sentieri paralleli, in alcuni punti incrociati,
serpeggianti in mezzo a cespugli e pietroni, infossati come letti di
rigagnoli. Qualche palma e qualche aloè disegnava le sue forme nere
sull'orizzonte dorato. Il cielo cominciava a coprirsi di stelle. Non si
vedeva nessuno nè vicino nè lontano. A un certo punto, sentimmo alcune
fucilate. Era un gruppo d'arabi che dalla sommità d'una collina
salutavano l'ambasciatore. Dopo tre ore di cammino, era notte fitta;
cominciavamo a desiderare l'accampamento. La fame in qualcuno, in altri
la stanchezza aveva troncate le conversazioni. Non si sentiva più che il
passo dei cavalli e il respiro affannoso dei servi che ci seguivano
correndo. A un tratto risuonò un grido del Caid. Ci voltammo e vedemmo
un'altura, alla nostra destra, tutta scintillante di lumi. Era il nostro
primo accampamento e lo salutammo con un grido.

Non saprei esprimere il piacere che provai mettendo piede a terra in
mezzo a quelle tende. Se non fosse stata la dignità, che dovevo serbare,
di rappresentante della letteratura italiana, mi sarei messo a fare
delle capriole. Era una piccola città, illuminata, popolata, rumorosa.
Da ogni parte scoppiettavano i fuochi delle cucine. Servi, soldati,
cuochi, marinai andavano e venivano scambiandosi ordini e domande in
tutte le lingue della torre di Babele. Le tende formavano un gran
circolo, in mezzo al quale era piantata la bandiera italiana. Di là
dalle tende erano schierati i cavalli ed i muli. La scorta aveva il suo
piccolo accampamento appartato. Tutto era ordinato militarmente.
Riconobbi subito casa mia e corsi a prenderne possesso. V'erano quattro
letti da campagna, stuoie e tappeti, lanterne, candelieri, tavolini,
seggiole a ìccase, lavamani colle asticciuole strisciate dei tre colori
italiani e un grande sventolatore all'indiana. Era un accampamento
principesco, da passarci volentieri un annetto. La nostra tenda era
posta fra quella dell'ambasciatore e quella degli artisti.

Un'ora dopo l'arrivo ci sedemmo a tavola sotto la gran tenda consacrata
a Lucullo. Credo che fu quello il pranzo più allegro che sia mai stato
fatto dentro i confini del Marocco dalla fondazione di Fez in poi.
Eravamo sedici, compreso il console d'America coi suoi due figli e il
console di Spagna con due impiegati della Legazione. La cucina italiana
riportò un trionfo solenne. Era la prima volta, credo, che in mezzo a
quella campagna deserta s'alzavano ad Allà i vapori dei maccheroni al
sugo e del risotto alla milanese. L'autore, un grosso cuoco francese
venuto per quella sola notte da Tangeri, fu chiamato clamorosamente agli
onori del proscenio. I brindisi scoppiarono l'un dall'altro in italiano,
in spagnuolo, in verso, in prosa, in musica. Il console di Spagna, un
bel castigliano dello stampo antico, gran barba, gran torace e gran
cuore, declamò, con una mano sul manico del pugnale, il dialogo di don
Juan Tenorio e di don Luis Mendia nel dramma famoso di Josè Zorilla. Si
disputò sulla quistione d'Oriente, sugli occhi delle donne arabe, sulla
guerra carlista, sull'immortalità dell'anima, sulle proprietà del
terribile _cobra capello_, l'aspide di Cleopatra, dal quale si lasciano
morsicare impunemente i ciarlatani marocchini. Qualcuno, in mezzo al
clamore della conversazione, mi disse nell'orecchio che mi sarebbe stato
riconoscente per la vita se nel mio futuro libro sul Marocco avessi
scritto ch'egli aveva ammazzato un leone. Io colsi quest'occasione per
pregare i commensali di darmi ciascheduno una nota bene ordinata delle
bestie feroci di cui desideravano che li facessi trionfare. Il console
di Spagna, per riconoscenza, improvvisò una strofetta castigliana in
onore della mia mula, e cantando tutti insieme questa strofetta sopra un
motivo dell'_Italiana in Algeri_, uscimmo dalla tenda per andar a
dormire.

L'accampamento era immerso in un profondo silenzio. Davanti alla tenda
dell'Ambasciatore, che s'era ritirato prima di noi, vegliava il fido
Selam, primo soldato della Legazione. Fra le tende lontane passeggiava
lentamente, come una larva bianca, il Caid della scorta. Il cielo era
tutto scintillante di stelle. Che beata notte, se non avessi avuto
quella spina del sonnambulo!

Entrando nella tenda, il capitano mi ripetè la raccomandazione. Decisi
d'intavolare il discorso quando fossimo a letto. Era indispensabile; ma
mi costava un grande sforzo. Il viceconsole avrebbe potuto prender la
cosa in mala parte e ne sarei stato dolentissimo. Era un compagno così
piacevole! Da schietto siciliano, pieno di fuoco, parlava delle cose più
insignificanti collo stile e coll'accento d'un predicatore ispirato.
Profondeva gli aggettivi terribile--immenso--divino--ad ogni proposito.
Il suo gesto più riposato era di agitare le mani al di sopra della
testa. A vederlo discutere, con quegli occhi che gli uscivan dal capo,
con quel naso aquilino che pareva volesse agganciare l'avversario, si
sarebbe giudicato un uomo irascibile e imperioso; ed era invece la più
buona, la più arrendevole pasta di giovanotto che si possa immaginare.

--Animo--disse il capitano quando fummo tutti e quattro a letto.

--Signor Grande,--io cominciai--lei ha l'abitudine di levarsi durante la
notte?

Parve molto meravigliato della mia domanda.--No--rispose--e mi
spiacerebbe che l'avesse qualchedun altro.

Quest'è curiosa! pensai.--Dunque--soggiunsi--lei riconosce che è un
abitudine pericolosa.

Mi guardò.

--Scusi--disse poi--mi pare che su quest'argomento lei non dovrebbe
scherzare.

--Mi scusi lei, io risposi,--non ho menomamente l'intenzione di
scherzare. Non è mia abitudine di scherzare sulle cose tristi.

--È una cosa triste davvero, e toccherebbe a lei a scongiurarne le
cattive conseguenze.

--Questa è bella! Pretenderebbe che andassi a dormire in mezzo ai campi?

--Dei due mi pare che ci dovrebbe andar lei e non io.

--È una vera impertinenza!--diss'io balzando a sedere sul letto.

--Oh stiamo a vedere adesso,--gridò il viceconsole alzandosi
istizzito,--che è un'impertinenza il non volersi lasciar ammazzare!

Una gran risata del capitano e del comandante troncò la discussione, e
prima ancora che essi parlassero, il signor Grande ed io capimmo d'esser
stati corbellati tutt'e due. A lui pure avevan fatto credere che io
giravo la notte per la casa della Legazione, con un lenzuolo sulle
spalle e una pistola nel pugno.

       §       §       §       §       §

La notte passò senz'accidenti, e la mattina mi svegliai in tempo per
vedere l'aurora.

L'accampamento europeo era ancora immerso nel sonno; soltanto in mezzo
alle tende della scorta si cominciava a mover qualcuno.

Il cielo era tutto color di rosa ad oriente.

Mi avanzai fino in mezzo all'accampamento e rimasi per molto tempo
immobile a contemplare lo spettacolo che mi si spiegava d'intorno.

Le tende erano piantate sul fianco d'una collina tutta coperta d'erbe,
di fichi d'india, d'aloè e d'arbusti fioriti. Vicino alla tenda
dell'ambasciatore s'alzava una palma altissima, inclinata graziosamente
verso oriente. Davanti alla collina si stendeva una grande pianura
ondulata e florida, chiusa lontano da una catena di monti di color verde
cupo, di là dalla quale apparivano altri monti azzurrini quasi svaniti
nella limpidezza del cielo. Non si vedeva in tutto quello spazio nè una
casa, nè una tenda, nè un armento, nè un nuvolo di fumo. Era come un
immenso giardino chiuso ad ogni creatura vivente. Un'aria fresca e
odorosa faceva stormire leggermente le foglie della palma: unico rumore
che mi giungesse all'orecchio. A un tratto, voltandomi, vidi dieci occhi
spalancati fissi nei miei. Erano cinque arabi seduti sopra un masso di
roccia, a pochi passi da me: lavoratori della campagna, venuti durante
la notte, chi sa di dove, per vedere l'accampamento. Parevano scolpiti
nella roccia medesima su cui riposavano. Mi guardavano senza battere
palpebra, senza dar segno nè di curiosità, nè di simpatia, nè di
malevolenza, nè d'imbarazzo: tutti e cinque immobili e impassibili, coi
visi mezzo nascosti nei cappucci, che parevano la personificazione della
solitudine e del silenzio della campagna. Misi una mano in tasca; quei
dieci occhi accompagnarono il movimento della mano; tirai fuori un
sigaro; quei dieci occhi si fissarono sul sigaro; andai innanzi, tornai
indietro, mi chinai a raccogliere un sasso, e quei dieci occhi m'erano
sempre addosso. E non erano i soli. A poco a poco, ne scopersi molti
altri, più lontano, seduti in mezzo all'erba, a due a due, a tre a tre,
anch'essi incappucciati, immobili, cogli occhi fissi su di me. Parevano
gente sbucata allora di sotto terra, morti cogli occhi aperti, apparenze
piuttosto che persone reali, che dovessero svanire ai primi raggi del
sole. Un grido lungo e tremulo, che veniva dall'accampamento della
scorta, mi distrasse da quello spettacolo. Un soldato mussulmano
annuciava ai compagni l'ora della preghiera, la prima delle cinque
preghiere canoniche che ogni musulmano deve fare ogni giorno. Alcuni
soldati uscirono dalle tende, stesero per terra le loro cappe, vi
s'inginocchiarono su, rivolti verso l'oriente; si soffregarono tre
volte le mani, le braccia, la testa e i piedi con una manata di terra, e
poi cominciarono a recitare a bassa voce le loro preghiere
inginocchiandosi, rizzandosi in piedi, prostrandosi col viso sull'erba,
alzando le mani aperte all'altezza delle orecchie, e accoccolandosi
sulle calcagna. Poco dopo uscì dalla sua tenda il comandante della
scorta, poi i servi, poi i cuochi; in pochi minuti la maggior parte
della popolazione del campo fu in piedi. Il sole, appena spuntato
sull'orizzonte, scottava.

       §       §       §       §       §

Rientrando nella tenda feci la conoscenza di parecchi personaggi assai
curiosi, di cui mi occorrerà di parlare sovente.

Il primo a comparire fu uno dei due marinai italiani, ordinanza del
comandante di fregata, siciliano, nato a Porto Empedocle, di nome Ranni,
un giovanotto di venticinque anni, di alta statura, di forza erculea,
d'indole buonissima, sempre grave come un magistrato, e dotato della
singolare virtù di non stupirsi di nulla, di trovar tutto naturale, come
il Goe delle _Cinque settimane in pallone_, di meravigliarsi soltanto
della meraviglia degli altri. Per lui, Porto Empedocle, Gibilterra,
l'Africa, la China dov'era stato, la luna se ce l'avessero portato,
erano la stessissima cosa.

--Che ne dici di questa vita?--gli domandò il comandante, mentre
l'aiutava a vestirsi.

--Che vuol che ne dica?--rispose.

--Oh bella! Il viaggio, il paese nuovo, tutto questo trambusto, non t'ha
fatto nessuna impressione?

Stette un po' pensando, e rispose ingenuamente:--Nessuna impressione.

--Ma come! Quest'accampamento, almeno, non è uno spettacolo nuovo per
te?

--Eh no, signor comandante.

--Ma quando mai l'hai visto prima d'ora?

--L'ho visto ieri sera.

Il comandante lo guardò.

--Ma ieri sera--domandò poi reprimendo la stizza--che impressione t'ha
fatto?

--Eh.... rispose candidamente il buon marinaio--; si capisce.... la
stessa impressione di questa mattina.

Il comandante abbassò la testa in atto di rassegnazione.

Poco dopo entrò un altro personaggio non meno curioso. Era un arabo di
Tangeri, che il viceconsole aveva preso al suo servizio, per tutto il
tempo del viaggio. Aveva nome Ciua; ma il padrone lo chiamava Civo per
maggiore facilità di pronunzia. Era un giovanotto grande e grosso,
minchione quanto ce n'entrava, ma buono e pieno di buon volere; un
fanciullone ingenuo, che a guardarlo, si metteva a ridere e nascondeva
il viso. Non aveva altro vestito che una lunga e larga camicia bianca,
sciolta, che quando camminava, gli sventolava addosso in una maniera
ridicola, e gli dava l'aria d'una caricatura di cherubino. Sapeva una
trentina di parole spagnuole, e con queste s'ingegnava di farsi capire,
quando era costretto a parlare; ma col suo padrone s'esprimeva quasi
sempre a gesti. Così a occhio gli avrei dati venticinque anni; ma cogli
arabi è facile sbagliare. Glielo domandai.

Prima si coperse il viso con una mano, poi meditò qualche momento e
rispose:

--_Cuando guerra España.... año y medio._ Al tempo della guerra colla
Spagna, che fu nel 1860, un anno e mezzo; aveva dunque diciasette anni.

--Che pezzo d'uomo per la sua età! dissi al vice-console.

--Immenso!--rispose.

Il terzo personaggio fu il cuoco dell'Ambasciatore, che ci portò il
caffè; un piemontese pretto, tagliato tutto d'un pezzo in un pilastro
dei portici di piazza Castello, il quale da Torino, ch'egli chiamava il
_giardino d'Italia_, era piovuto, pochi giorni prima, a Tangeri, e non
aveva ancora ritrovato sè stesso. Il pover'uomo non faceva che
esclamare:--Oh che paese! Oh che paese!

Gli domandai se prima di partire da Torino, non gliel'avevan detto che
paese fosse il Marocco, che città fosse Tangeri. Mi rispose di sì. Gli
avevan detto:--Badate, Tangeri non è Torino.--Non sarà come Torino--egli
aveva pensato--; pazienza! Sarà come Genova, come Alessandria, via!--E
invece s'era ritrovato in una città di quella fatta! _N mes ai
sarvaj!_[1] E gli avevan messo ad aiutarlo due arabi che non capivano
una parola di piemontese! _O mi povr'om!_ E oltre a questo bisognava
fare un viaggio di due mesi a traverso i _deserti dell'Egitto_! Egli
prevedeva che non ne sarebbe tornato vivo.

--Ma almeno--gli dissi--quando tornerete a Torino, avrete qualche cosa
da raccontare.

--Ah!--rispose con accento malinconico, andandosene via--che cosa si può
raccontare d'un paese dove non si trovano due foglie d'insalata!

       §       §       §       §       §

Fatta colezione, l'Ambasciatore diede ordine di levare l'accampamento.

Durante quella lunga operazione, alla quale lavoravano poco meno di
cento persone, osservai un tratto singolare del carattere degli arabi,
che è la passione smaniosa del comando. Non c'era bisogno di
nessun'indicazione, per riconoscere alla prima in mezzo a quella folla
confusa il capo mulattiere, il capo dei facchini, il capo dei servi
delle tende, il capo dei soldati della Legazione. Chiunque era investito
d'un'autorità, la faceva sentire e vedere, a proposito e a sproposito,
colla voce, colle mani, cogli occhi, con tutte le forze dell'anima e del
corpo. E chi non aveva autorità, coglieva ogni menomo pretesto per dare
un ordine a un eguale, per illudersi d'essere qualchecosa più degli
altri. Il più cencioso dei servi pareva beato di poter assumere per un
momento un atteggiamento imperioso. La più semplice operazione, come
d'annodare una corda o di sollevare una cassa, provocava uno scambio di
grida tonanti, di sguardi fulminei, di gesti da sultano sdegnato.
Persino Civo, il modesto Civo, sultaneggiava contro due arabi della
campagna che si permettevano di guardar da lontano i bauli del suo
padrone.

       §       §       §       §       §

Alle dieci della mattina, sotto un sole ardente, la lunga carovana
cominciò a discendere lentamente nella pianura.

Il console di Spagna e i suoi due compagni ci avevano lasciati
all'alba; non rimanevano più con noi altre persone estranee
all'ambasciata che il console d'America e i suoi figliuoli.

Dal luogo dove avevamo passato la notte, chiamato in arabo Ain-Dalia,
che significa fontana di vino, per le vigne che v'erano nei tempi
andati, dovevamo andare quel giorno a Had-el-Garbia, di là dalle
montagne che chiudevano la pianura.

Per più d'un'ora si camminò sopra un terreno leggermente ondulato, in
mezzo a campi d'orzo e di miglio, per sentieri tortuosi, che formavano
coi loro incrociamenti un gran numero d'isolette coperte d'erbe
rigogliose e di fiori altissimi. Non si vedea nessuno per la campagna,
nessuno per la strada. Solamente dopo una mezz'ora di cammino,
incontrammo una lunga fila di cammelli condotta da due beduini, i quali
passandoci accanto mormorarono il solito saluto:--La pace sia sulla
vostra strada.

       §       §       §       §       §

Era una pietà per me il vedere quei poveri servi arabi che venivano
accanto a noi, a piedi, carichi d'ombrelli, di pastrani, di
cannocchiali, d'album, di mille gingilli, di cui ignoravano il nome e
l'uso; costretti a seguitare correndo il passo rapido delle nostre mule,
soffocati dalla polvere, arsi dal sole, mal nutriti, mezzi nudi,
soggetti a tutti, non possessori d'altro al mondo che d'un cencio di
camicia e d'un paio di ciabatte; venuti a piedi da Fez a Tangeri, per
tornare a piedi da Tangeri a Fez; e poi, chi sa! seguitare qualche altra
carovana da Fez a Marocco, e tirare innanzi così tutta la vita,
senz'altro compenso che di non morire di fame e di poter riposare le
ossa sotto una tenda! Pensavo, guardandoli, alla «piramide della
esistenza» del Goethe. V'era, fra gli altri, un ragazzo mulatto di
tredici o quattordici anni, bello e sveltissimo, il quale fissava sempre
in viso ora a me ora ad altri dell'ambasciata due grandi occhi neri
pieni di curiosità e di simpatia, che diceano e domandavano confusamente
mille cose. Era un trovatello, frutto chi sa di che strani amori, che
cominciava coll'ambasciata italiana la corsa faticosa, nella quale forse
non doveva arrestarsi che per cadere nella fossa. Un altro, un vecchio
tutt'ossa e pelle, correva col capo basso, cogli occhi chiusi, coi pugni
stretti, colla rassegnazione disperata d'un dannato. Altri parlavano e
ridevano ansando. A un tratto, uno spiccò la corsa, passò dinnanzi a
tutti e disparve. Dieci minuti dopo lo trovammo seduto all'ombra d'un
fico. Aveva fatto un mezzo miglio per guadagnare sulla carovana cinque
minuti di cammino e goderseli all'ombra.

       §       §       §       §       §

Intanto eravamo arrivati ai piedi d'una piccola montagna, chiamata in
arabo la Montagna Rossa dal colore della sua terra; ripida, rocciosa e
ancora irta degli avanzi d'un bosco abbattuto. Quella salita c'era stata
annunziata fin da Tangeri come il passo più pericoloso del viaggio. Mula
mia,--dissi tra me--ti raccomando il mio contratto coll'editore;--e la
spinsi su coll'animo preparato a un capitombolo. I sentieri salivano
serpeggiando in mezzo a grandi sassi che mi parevano stati acuminati e
affilati apposta da un mio nemico personale per incidermi le parti
posteriori; a ogni movimento incerto della mula, mi sentivo scappare
dalla testa un capitolo del mio libro futuro; due volte la povera
bestia, piegandosi sui ginocchi, slanciò la mia anima sui confini d'un
mondo migliore; ma infine riuscii a toccare sano e salvo la sommità,
dove m'accorsi con grande meraviglia d'essermi lasciato indietro i
compagni, i due pittori eccettuati, i quali m'avevano preceduto per
osservare dall'alto l'ambasciata che s'avanzava.

Lo spettacolo valeva veramente la fatica d'una salita forzata.

La carovana da mezzo il fianco della montagna s'allungava per più d'un
miglio nella pianura. Il primo era il gruppo dell'ambasciata, fra cui
spiccava il cappello piumato dell'Ambasciatore e il turbante bianco di
Mohammed Ducali; e ai lati e dietro uno sciame di servi a piedi e a
cavallo sparpagliati pittorescamente fra i massi e i cespugli della
salita. Dietro a questi, venivano su a coppie, a gruppi, a piccole file,
ravvolti nelle loro cappe bianche e turchine, curvi sulle loro selle
scarlatte, i cavalieri della scorta che presentavano l'immagine d'una
gran cavalcata di maschere; e dietro la scorta, la fila interminabile
dei muli e dei cavalli, che portavan le tende, le casse, il mobilio, la
cucina, i viveri, fiancheggiati da servi e da soldati, gli ultimi dei
quali apparivano appena come una punteggiatura bianca e rossa nel verde
della campagna. Non si può immaginare come questa processione
variopinta, armata, luccicante, animava quella vallata solitaria, che
spettacolo bizzarro e festoso presentava! Se in quel momento avessi
avuto la virtù di pietrificarla in sull'atto, per poterla contemplare a
mio comodo, non so se avrei resistito alla tentazione. Voltandomi per
rimettermi in cammino, ebbi un'altra sorpresa--l'Oceano Atlantico--che
si stendeva azzurro e queto come un lago a poche miglia dalla montagna.
V'era un sol bastimento in vista, vicinissimo alla costa, che navigava
verso lo stretto. Il Comandante guardò col cannocchiale: era un
bastimento italiano. Quanto avremmo dato per esser visti e
riconosciuti!

Dalla Montagna Rossa si discese in un'altra bellissima valle, tutta
coperta di fiori, che formavano come tanti tappeti di color lilla, roseo
e bianco. Nessuna casa, nessuna tenda, nessuna creatura umana.

L'ambasciatore decise di fare una fermata: scendemmo da cavallo e
sedemmo all'ombra d'un gruppo d'alberi; il convoglio dei bagagli seguitò
la sua strada.

       §       §       §       §       §

Intorno a noi, a pochi passi di distanza, stavano seduti i servi,
ciascuno tenendo in mano le briglie d'un cavallo o d'una mula. I pittori
tirarono fuori i loro album per fare qualche schizzo. Tempo perso!
Appena uno di quegli scamiciati si vedeva guardato, o voltava le spalle
o si nascondeva dietro un albero o si tirava il cappuccio sugli occhi.
Tre, l'uno dopo l'altro, s'alzarono e se n'andarono brontolando a sedere
cinquanta passi più lontano, tirando con sè i loro quadrupedi. Non
volevano nemmeno che fossero copiati gli animali. Chi non ha visto il
signor Biseo in quei momenti, non ha mai visto in faccia la Stizza.
Cercò di farli star fermi pregandoli, canzonandoli, offrendo danaro.
Fiato sprecato. Rispondevano facendo cenno di no colla mano, indicando
il cielo e sorridendo furbescamente come per dire:--Non siamo così
gonzi!--Nemmeno il ragazzo mulatto, nemmeno i soldati della Legazione,
cresciuti, si può dire, in mezzo agli Europei, e già quasi famigliari
coi due artisti, non vollero permettere che la loro immagine fosse
profanata dalla matita cristiana. Il Corano, come tutti sanno, proibisce
la rappresentazione della figura umana e degli animali, come un
principio o una tentazione all'idolatria. Il signor Biseo fece domandare
dall'interprete a uno dei soldati per quale ragione non si voleva
lasciar copiare.--Perchè,--rispose,--in quella figura che vuol fare, il
pittore non è capace d'infondere l'anima. A che scopo dunque la vorrebbe
fare? Dio soltanto può creare degli esseri viventi, ed è un sacrilegio
pretendere d'imitarlo.--Fu interrogato il ragazzo mulatto.--Fatemi il
ritratto,--egli disse ridendo,--mentre dormo; non me ne importa; non ci
avrò colpa io; ma mentre io vedo, mai al mondo.--Allora il Biseo si mise
a fare lo schizzo d'uno che dormiva. Tutti gli altri, raggruppati in
disparte, stavano attenti, guardando ora il pittore ora il dormiente coi
loro grandi occhi stupiti. A un tratto il servo si svegliò, girò gli
occhi intorno, capì, fece un atto di dispetto e s'allontanò, mormorando,
fra le risa dei compagni che avevan l'aria di dirgli:--Te l'hanno fatta,
via; ora sei conciato per le feste.

Ci rimettemmo in cammino e in capo a un'ora circa vedemmo biancheggiare
all'orizzonte le tende dell'accampamento.

Un drappello di cavalieri, sbucati non so di dove, ci vennero incontro,
di grande carriera, gridando e sparando i loro fucili; a dieci passi da
noi, si fermarono; il capo strinse la mano all'ambasciatore; poi si
unirono alla scorta. Erano cavalieri del luogo dove sorgeva il nostro
accampamento, soldati d'una specie di _landwehr_, che forma la parte più
numerosa dell'esercito marocchino (se il complesso delle forze militari
del Marocco si può chiamare esercito), ed è composta di tutti gli uomini
atti alle armi dai sedici ai sessantanni. Alcuni avevano il turbante,
altri un fazzoletto rosso annodato intorno al capo; tutti il caffettano
bianco.

Quando arrivammo alla tappa, si alzavano le ultime tende.

L'accampamento era posto sopra un terreno arido e ondulato; da una
parte, lontano, si vedeva una catena di monti azzurri; dall'altra, una
catena di colline verdognole. A mezzo miglio dalle tende c'erano due
gruppi di capanne di stoppia, mezzo nascoste dai fichi d'India.

Ci radunammo tutti sotto una tenda.

Appena eravamo seduti, arrivò correndo un soldato della Legazione, si
piantò davanti all'Ambasciatore e disse con voce allegra:--La _mona_!

--Venga,--rispose l'ambasciatore alzandosi.

Tutti ci alzammo.

Una lunga fila di arabi, accompagnati dal Comandante della scorta, dai
soldati della Legazione e dai servi, attraversò l'accampamento, si venne
a schierare davanti alla nostra tenda e depose ai piedi
dell'Ambasciatore una gran quantità di carbone, d'ova, di zuccaro, di
burro, di candele, di pani, tre dozzine di galline e otto montoni.

Questo tributo era la _muna_. Oltre i gravi balzelli che pagano in
denaro, gli abitanti della campagna sono obbligati a fornire a tutti i
personaggi ufficiali, ai soldati del Sultano e alle ambasciate che
passano, una certa quantità di viveri e d'altre provvigioni. Il Governo
fissa la quantità; ma le autorità locali tassando gli abitanti a loro
arbitrio, ne segue che la quantità di roba ricevuta, benchè sempre
superiore ai bisogni, non è mai che una piccola parte di quella che è
stata estorta un mese prima, o che sarà estorta forse anche un mese dopo
il giorno della presentazione.

Un vecchio, che doveva essere un capo di tribù, rivolse, per mezzo
dell'interprete, qualche parola ossequiosa all'Ambasciatore. Gli altri,
tutti poveri campagnoli vestiti di cenci, guardavano a vicenda noi, le
tende e la loro roba,--i frutti del loro sudore sparsi per terra,--con
un'aria tra mesta ed attonita, che rivelava una profonda rassegnazione.

Fatta rapidamente la ripartizione della roba fra la mensa
dell'ambasciata, la scorta, i mulattieri e i soldati della Legazione, il
signor Morteo, ch'era stato nominato quella stessa mattina Intendente
generale del campo, diede una mancia al vecchio arabo, questo fece un
cenno ai suoi compagni, e tutti ripresero silenziosamente la via delle
loro capanne.

Allora cominciò, come doveva poi accadere tutti i giorni, un gran
battibecco fra servi, mulattieri e soldati per la ripartizione della
_mona_. Era una scena amenissima. Due o tre di loro andavano e venivano
per il campo a passi concitati, con un montone fra le braccia, invocando
Allà e l'ambasciatore; altri gridavano la loro ragione battendo i pugni
in terra; Civo faceva sventolare di qua e di là il suo camicione bianco
colla profonda persuasione di esser terribile; i montoni belavano, le
galline scappavano, i cani latravano. A un tratto s'alzò l'Ambasciatore
e tutto tacque.

Il solo che brontolò ancora qualche momento fu Selam.

Selam era un gran personaggio. Veramente due dei soldati della Legazione
portavano questo nome, tutti e due addetti al servizio particolare
dell'Ambasciatore; ma come dicendo Napoleone, se non s'aggiunge altro,
s'intende Napoleone primo, così fra noi, in viaggio, dicendo Selam
intendevamo dir quello solo. Come l'ho sempre vivo dinanzi agli occhi!
Lui, Mohammed lo sposo, e l'Imperatore, sono veramente per me le tre
figure più simpatiche ch'io abbia viste nel Marocco. Era un giovane
bello, forte, svelto e pieno d'ingegno. Capiva tutto a volo, faceva
tutto in furia, camminava a salti, parlava a sguardi, era in moto dalla
mattina alla sera. Per i bagagli, per le tende, per la cucina, per i
cavalli, tutti si rivolgevano a lui; egli sapeva tutto e rispondeva a
tutti. Parlava mediocremente lo spagnuolo e sapeva qualche parola
d'italiano; ma si sarebbe fatto capir anche coll'arabo, tanto la sua
mimica era pittoresca e parlante. Per indicare una collina faceva il
gesto d'un colonnello focoso che accenni al suo reggimento una batteria
da assalire. Per fare un rimprovero a un servo, gli si precipitava
addosso come se l'avesse voluto annientare. Mi rammentava ogni momento
Tommaso Salvini nelle parti d'Orosmane e d'Otello. In qualunque
atteggiamento si mostrasse, da quando versava l'acqua fredda sulla
schiena all'ambasciatore a quando ci passava accanto di galoppo,
inchiodato sul suo cavallo castagno, presentava sempre una figura bella,
elegante ed ardita. I pittori non si stancavan mai di guardarlo. Portava
un caffettano scarlatto e i calzoncini azzurri: si riconosceva alla
prima da un'estremità all'altra della carovana. Nell'accampamento non si
sentiva gridare che il suo nome. Correva di tenda in tenda, scherzava
con noi, urlava coi servi, dava e riceveva ordini, si bisticciava,
montava in collera, prorompeva in risa; quand'era in collera pareva un
selvaggio, quando rideva pareva un bambino. In ogni dieci parole che
dicesse, c'entrava _el señor ministro_. Il signor ministro, per lui,
veniva subito dopo Allà e il suo profeta. Dieci fucili appuntati contro
il suo petto non l'avrebbero fatto impallidire; un rimprovero non
meritato dell'Ambasciatore lo faceva piangere. Aveva venticinque anni.

Finito ch'ebbe di brontolare, venne vicino a me ad aprire una cassa.
Mentre si chinava gli cadde il fez e gli vidi sulla testa rasa una larga
macchia di sangue. Gli domandai che cos'era. Mi rispose che s'era ferito
con uno dei grossi pani di zucchero della _mona_.--L'ho gettato in
aria,--mi disse colla più gran serietà,--e l'ho ricevuto sulla
testa,--Non capivo: si spiegò.--Faccio così,--mi disse,--per
fortificarmi la testa. Le prime volte cascavo in terra tramortito,
adesso non verso più che qualche goccia di sangue. Verrà il tempo che
non mi scalfirò nemmeno la pelle. Tutti gli arabi fanno lo stesso. Mio
padre si rompeva sul cranio dei mattoni spessi due dita, com'io ci
romperei un pezzo di pane. Un vero arabo (conchiuse con aria altera,
battendosi il pugno sul cocuzzolo) deve avere la testa di ferro.

       §       §       §       §       §

L'accampamento, quella sera, presentava un aspetto assai diverso da
quello del giorno innanzi. Ognuno aveva già preso le sue abitudini. I
pittori avevano rizzato i loro cavalletti davanti alla tenda e
dipingevano. Il capitano era andato a osservare il terreno, il
vice-console a raccogliere insetti, l'ex-ministro di Spagna alla caccia
delle pernici; l'ambasciatore e il comandante giocavano a scacchi sotto
la tenda della mensa; i servi si saltavano l'un l'altro appoggiandosi le
mani sulle spalle; i soldati della scorta discorrevano seduti in
cerchio; degli altri chi passeggiava, chi leggeva, chi scriveva;
sembrava che fossimo attendati là da un mese. Se ci fosse stata una
piccola stamperia, mi sarebbe saltato il grillo di fondare un giornale.

Il tempo era bellissimo. Si desinò colla tenda aperta, e per tutto il
tempo del desinare, i cavalieri di Had-el-Garbia festeggiarono
l'ambasciata con cariche clamorose, rischiarate da uno splendido
tramonto di sole.

       §       §       §       §       §

A tavola sedeva dinanzi a me Mohammed Ducali. Ebbi modo per la prima
volta di osservarlo attentamente. Era il vero tipo del ricco moro,
molle, elegante e ossequioso; e dico ricco, perchè si diceva che
possedesse più di trenta case a Tangeri, quantunque in quel tempo i suoi
affari fossero un po' imbrogliati. Poteva avere una quarantina d'anni.
Era alto di statura, di lineamenti regolari, bianco, barbuto; portava un
piccolo turbante ravvolto in un caïc del più fino tessuto di Fez, che
gli scendeva sopra un caffettano di panno amaranto ricamato; sorrideva
per far vedere i denti, parlava spagnuolo con una voce femminea,
guardava, s'atteggiava e gestiva con una languidezza da innamorato. In
altri tempi aveva fatto il negoziante: era stato in Italia, in Spagna, a
Londra, a Parigi, ed era tornato al Marocco con idee ed abitudini
europee. Beveva vino, fumava sigaretti, portava calze, leggeva romanzi,
raccontava le sue avventure amorose. La ragione principale che lo
conduceva a Fez era un credito ch'egli aveva col Governo, e sperava,
coi buoni uffici dell'ambasciatore, di farsi pagare. Aveva portato con
sè la sua tenda, i servi, le mule. I suoi occhi lasciavan capire che, se
avesse potuto, avrebbe portato anche le sue donne; ma su quest'argomento
serbava il più rigoroso silenzio. Le donne di cui parlava, raccontando
le sue avventure, erano europee. L'arèm era anche per lui una cosa
sacra. Arrischiai, con parole vaghe, una domanda: mi guardò, sorrise
pudicamente e non rispose.

       §       §       §       §       §

Dopo desinare, soddisfeci un desiderio vivissimo che avevo già fin prima
della partenza da Tangeri; feci un'escursione notturna per
l'accampamento.

Fu uno dei più bei divertimenti ch'io abbia avuti nel viaggio.

Aspettai che tutti fossero entrati nelle tende; mi ravvolsi in una cappa
bianca del comandante ed uscii in cerca d'avventure.

Il cielo era tutto stellato; le lanterne, fuor che quella appesa in cima
all'asta della bandiera, erano spente; in tutto l'accampamento regnava
un silenzio profondo.

Adagio adagio, cercando di non inciampare nelle cordicelle delle tende,
voltai a sinistra.

Fatti dieci passi, un suono inaspettato mi ferì l'orecchio. Mi arrestai.
Mi parve un suono di chitarra. Veniva da una tenda chiusa, che non
avevo mai vista, posta fra la nostra e quella dell'ambasciatore, una
trentina di passi fuori del cerchio dell'accampamento. Mi avvicinai e
tesi l'orecchio. La chitarra accompagnava un filo di voce dolcissima che
cantava una canzone araba piena di malinconia. Di chi era quella tenda
misteriosa? Che ci fosse dentro una donna? Feci un giro intorno. La
tenda era chiusa da ogni parte. Mi stesi in terra per guardare per
disotto; chinandomi, tossii; il canto cessò. Quasi nello stesso punto
una voce soave, vicinissima a me, domandò:--_Quien es?_ (Chi è?)--Allà
mi protegga!--pensai--qui c'è una donna.--Un curioso!--risposi
coll'inflessione più patetica della mia voce.... Una risata mi fece eco,
e una voce maschile disse in spagnuolo:--Bravo! venga a prendere una
tazza di tè!--Era la voce di Mohammed Ducali. Oh delusione! Ma fui
subito compensato. S'aperse una porticina e mi trovai sotto una
bellissima tenda, rivestita d'una ricca stoffa a fiorami, ornata di
finestrine ad arco, rischiarata da una lanterna moresca, profumata di
belgiuino, degna per ogni verso di ospitare la più bella odalisca del
Sultano. Accanto al Ducali, sdraiato voluttuosamente sopra un tappeto di
Rabat, col capo appoggiato sopra un ricco cuscino, stava seduto un suo
servo, un giovane arabo d'aspetto gentile e pensieroso, che teneva fra
le mani una chitarra. Era lui che cantava. Nel mezzo c'era un vassoio
con un bel servizio da tè, da una parte fumava un profumiere. Spiegai al
Ducali in che maniera fossi capitato vicino alla sua tenda, rise, mi
offerse una tazza, mi fece sonare un'arietta, mi augurò buon viaggio, ed
uscii. La tenda si richiuse e mi ritrovai nell'oscurità silenziosa
dell'accampamento. Girai intorno a un'altra tenda, dove dormivano gli
altri servi del Ducali, e mi rivolsi verso quella dell'ambasciatore.

Davanti alla porta dormiva Selam, disteso sulla sua cappa turchina,
colla sciabola vicino al capo.--Se lo sveglio, e non mi riconosce
subito,--pensai--m'accoppa! Usiamo prudenza.--M'avvicinai in punta di
piedi e misi il capo dentro la tenda. La tenda era divisa in due parti
da una ricca cortina: di qua serviva di sala da ricevimento, e v'era un
tavolino con tappeto, carta, calamaio, e alcune poltrone dorate; di là
dormivano l'ambasciatore e il suo amico ex-ministro di Spagna. Pensai di
lasciare il biglietto di visita sul tavolino. M'avvicinai. Un maledetto
grugnito mi arrestò. Era Diana, la cagna dell'ambasciatore. Quasi nello
stesso punto la voce del padrone domandò:--Chi è?

--Un sicario! mormorai.

Riconobbe subito la mia voce.

--Ferisca--, rispose.

Gli spiegai il motivo della mia visita;--ne rise di cuore, e
stringendomi la mano al buio, mi augurò buona fortuna.

Uscendo inciampai in qualcosa che m'insospettì: accesi un fiammifero:
era una tartaruga. Guardai intorno e vidi a due passi da me un rospo
enorme, che pareva che mi guardasse. Ebbi per un momento la tentazione
di rinunziare all'impresa; ma la curiosità vinse il ribrezzo e tirai
innanzi.

Arrivai davanti alla tenda dell'Intendente. Mentre mi chinavo per
origliare, una figura alta e bianca si alzò fra me e la porta, e disse
con accento sepolcrale:--Dorme.--Detti indietro come all'apparizione
d'un fantasma. Ma subito mi rincorai. Era un arabo, servo del Morteo da
molti anni, che parlava un po' italiano, e che, malgrado la mia cappa
bianca, m'aveva riconosciuto a primo aspetto. Come Selam, egli riposava
davanti alla tenda del suo padrone, colla sciabola al fianco. Gli diedi
la buona notte e continuai la mia strada.

Nella tenda vicina, c'erano il medico e il dracomanno Salomone. Un acuto
odore di medicinali l'annunziava a dieci passi all'intorno. V'era il
lume acceso. Il dracomanno dormiva; il medico, seduto al tavolino,
leggeva. Questo medico, giovane, colto, d'aspetto e di maniere
signorili, aveva una particolarità assai curiosa. Nato in Algeri di
famiglia francese, vissuto molti anni in Italia, e marito d'una
spagnuola, non solo parlava con uguale facilità le lingue dei tre paesi;
ma ritraeva egualmente del carattere dei tre popoli, sentiva tre
equivalenti amori di patria, era insomma un latino uno e trino, che si
sarebbe trovato a casa sua così a Roma, come a Madrid, come a Parigi.
Oltre a questo era dotato d'un senso comico finissimo; tanto che senza
parlare, senza lasciarsi scorgere, con uno sguardo furtivo, con un
leggerissimo movimento delle labbra, rilevava il lato ridicolo d'una
persona o d'una cosa in modo da far scoppiare delle risa. Appena mi
vide, indovinò la ragione dalla mia presenza, mi offerse un sorso di
liquore, e alzando il bicchierino disse sottovoce:--Al felice successo
della spedizione!--Coll'aiuto d'Allà!--risposi, e lo lasciai alla sua
lettura.

Passai davanti alla gran tenda della mensa: era deserta. Voltai a
sinistra, uscii dal cerchio dell'accampamento, passai in mezzo a due
lunghe file di cavalli addormentati, e mi trovai in mezzo alle tende
della scorta. Tesi l'orecchio: sentii il respiro dei soldati che
dormivano. Davanti alle tende erano sparpagliati fucili, sciabole,
selle, ciarpe, pugnali, caic e la bandiera di Maometto, come sopra il
campo d'una mischia. Guardai la campagna: non si vedeva nessuno. Appena
apparivano come due macchie nere ed informi i due gruppi di capanne.

Tornai indietro, passai in mezzo alla tenda del Console d'America e a
quella dei suoi servi, tutt'e due chiuse e silenziose; attraversai il
piccolo spazio di terreno dov'era piantata la cucina, e superata una
barricata di botti, di tegami, di pentole, di brocche, arrivai alla
piccola tenda del cuoco.

Con lui dormivano là sotto i due arabi, che gli facevan da sguatteri.

Misi la testa dentro:--era buio. Chiamai il cuoco per nome:--_Gioanin!_

Il poveretto, afflitto dalla mala riuscita d'una frittura, e forse anche
inquieto per la vicinanza dei due «selvaggi», non dormiva.

--_A l'è chiel?_ (È lei?) domandò.

--Son io.

Tardò qualche momento a rispondere e poi, voltandosi sul letto, esclamò
sospirando:--_Ah! che pais!_

--Coraggio,--dissi--, pensate che fra dieci giorni sarete dinanzi alle
mura della grande città di Fez.

Rispose qualche cosa in confuso di cui non afferrai altro che la parola
_Moncalieri_; dopo di che rispettai il suo dolore, e tirai innanzi.

Nella tenda accanto v'erano i due marinai: il Ranni, ordinanza del
comandante, e Luigi, calafato a bordo del _Dora_, napoletano, un
giovanetto[tn127] gentile, sveglio, operoso, che in due giorni s'era
cattivata la simpatia di tutti. Avevano il lume acceso e mangiavano.
Tendendo l'orecchio, colsi qualche parola del loro dialogo. Era assai
curioso. Luigi domandava a chi fossero destinati gli schizzi a matita
che facevano i due pittori sui loro album.--Oh bella!--rispose il
Ranni--al Re, si capisce.--Così senza colori?--domandò l'altro.--Eh no:
tornati che saranno in Italia, prima ci metteranno i colori e poi li
manderanno.--Chi sa quanto glieli pagano!--Eh molto, si sa. Magari uno
scudo il foglio. Un re non bada ai denari.--Temendo d'essere scoperto e
sospettato di spionaggio, rinunziai, mio malgrado, a sentire il seguito,
e mi allontanai in punta di piedi.

Uscii un'altra volta dall'accampamento e girai per qualche minuto in
mezzo a lunghe file di cavalli e di mule, fra le quali riconobbi, con
una dolce emozione, la mia bianca compagna di viaggio, che pareva
assorta in profondi pensieri. Uscito di là, mi trovai davanti alla
tenda del signor Vincent, francese, domiciliato a Tangeri, uno di quei
personaggi misteriosi che han girato tutto il mondo, parlano tutte le
lingue e fanno di tutti i mestieri: cuoco, negoziante, cacciatore,
interprete, scopritore d'iscrizioni antiche; aggregatosi con tenda e
cavallo all'ambasciata italiana in qualità di alto direttore delle
cucine, per andare a vendere al governo di Fez delle uniformi francesi
comprate in Algeri. Guardai dentro per uno spiraglio. Era seduto sopra
un baule in atto meditabondo, con una grossa pipa in bocca, al chiarore
d'un moccoletto confitto in una bottiglia. Che strana figura! Mi
richiamò alla mente quei vecchi alchimisti dei pittori olandesi, che
meditano in fondo alla loro officina, col viso illuminato dal foco dei
lambicchi. Curvo, secco, ossoso, pareva che ogni peripezia della sua
vita fosse rappresentata da una ruga del suo viso e da un angolo del suo
corpo. Chi sa a che pensava! Chi sa che diavolìo di memorie, di viaggi
avventurosi, di bizzarri incontri, di pazze imprese, di strani
personaggi, gli turbinava nel capo!--Forse anche, invece che a tutto
questo, pensava al prezzo d'un paio di calzoni da _turcos_ o alla sua
scarsa provvigione di tabacco.--Nel punto che stavo per dirigergli la
parola, spense il lume con un soffio e disparve nell'oscurità come un
mago.

A pochi passi di là, c'era la tenda del comandante della scorta; un po'
più oltre quella del suo primo ufficiale; e più lontano quella del capo
dei cavalieri d'Had-el-Garbia.

Queste due erano chiuse; la prima era aperta e vuota.

Nell'atto che ci guardavo dentro, sentii alle mie spalle un passo
furtivo, e quasi nello stesso punto una mano di ferro mi afferrò per un
braccio. Mi voltai: mi vidi in faccia il generale mulatto.

Appena mi vide, ritirò la mano, dando in una risata, e disse in tuono di
scusa:--_Salamu alikum, salamu alikum!_--(La pace sia con voi! la pace
sia con voi!)

M'aveva preso per un ladro.

Gli strinsi la mano in segno di riconoscenza e mi rimisi in cammino.

Fatti pochi passi, mi parve di vedere a una certa distanza dalle tende
un uomo incappato, seduto in terra, col fucile in mano. Mi venne in
mente che fosse una sentinella. Guardai intorno, e vidi infatti che a
una cinquantina di passi da quella, ve n'era un'altra, e poi una terza:
una catena di sentinelle tutt'intorno all'accampamento. Seppi poi che
quella vigilanza non era fatta per timore dell'assalto d'una banda
d'assassini; ma per guardare le tende dai ladri della campagna,
abilissimi in quel genere di furti, esercitati come sono a depredare le
tribù arabe attendate.

Fortunatamente la mia franca andatura non insospettì alcuna sentinella,
e potei finire la mia escursione.

Passai accanto a Malek e a Saladino, i due cavalli focosi
dell'Ambasciatore, inciampai in qualche altra tartaruga e mi fermai
davanti alle tende dei servi a piedi. Erano coricati sopra un po' di
paglia, senza coperte, l'uno a traverso l'altro; ma dormivan tutti d'un
sonno così profondo, che non si sentiva un alito, e parevano morti
ammucchiati. Il ragazzo dai grandi occhi neri, per la buona ragione
ch'era il più piccolo, avea mezzo il corpo fuori della tenda, e poco
mancò che non gli mettessi i piedi sul capo. Mi fece compassione; volli
che la mattina seguente, svegliandosi, avesse un conforto; e misi una
moneta nella mano che riposava sull'erba, colla palma aperta, come per
chiedere l'elemosina ai genii della notte.

Un mormorìo di voci allegre, che veniva da una tenda vicina, mi
distrasse di là. M'avvicinai. Era la tenda dei soldati e dei servi
dell'Ambasciata. Pareva che mangiassero e bevessero. Sentii l'odore del
fumo del kif. Riconobbi la voce del secondo Selam, di Abd-el-Rhaman, di
Alì, di Hamet, di Mammù, di Civo. Era un'orgietta araba in piena
regola. E avevan ben diritto di darsi un po' di spasso, poveri giovani,
dopo aver faticato tutto il giorno a piedi, a cavallo, alle tende, alle
mense, chiamati da cento parti, in cento lingue, per cento servizi! Per
questo non volli turbare la loro allegrezza e m'allontanai cautamente.

Fino a quel momento la mia escursione era riuscita a meraviglia; ma era
destino che non finisse senza un triste accidente.

Non m'ero allontanato di venti passi dalla tenda dei soldati, quando
sentii due mani vigorose serrarsi intorno al mio collo e una voce
soffocata dall'ira urlarmi una minaccia nell'orecchio. Mi divincolai, mi
voltai indietro...

Chi era?

Era l'autore della _Cacciata del duca d'Atene_, il mio buon amico Ussi,
ravvolto come un fantasma nella sua lunga _abbaia_ bianca, portata
dall'Egitto, il quale era uscito pochi momenti prima dalla sua tenda per
fare, in direzione contraria, lo stesso mio giro, e m'aveva colto alle
spalle.

Allora appunto ero arrivato davanti alla tenda dei pittori che chiudeva
il cerchio dell'accampamento; il mio viaggio notturno era compiuto, e mi
rimbucai nella mia casetta di tela.


    NOTE:

    [1] In mezzo ai selvaggi.




TLETA DE REISSANA


La mattina seguente si partì prima del levar del sole con una nebbia
umida e fitta che metteva freddo nelle ossa e ci nascondeva gli uni agli
altri. I cavalieri della scorta avevano il cappuccio sul capo e i fucili
fasciati; tutti noi eravamo ravvolti nei pastrani e nei mantelli; ci
pareva d'essere in autunno, in mezzo a una pianura dei Paesi Bassi.
Dietro a me non vedevo distintamente che il turbante bianco e la cappa
turchina del Caid; tutti gli altri erano ombre confuse che si perdevano
nell'aria grigia. Il sonno e il tempo uggioso mantenevano il silenzio.
Andavamo per un terreno ineguale, coperto di palme nane, di lentischi,
di ginestre, di pruni, di finocchio selvatico, raggruppandoci e
sparpagliandoci di continuo secondo gli incrociamenti e le biforcature
infinite dei sentieri. Il sole, apparendo sull'orizzonte, indorò per
qualche minuto le nostre guancie sinistre; e poi si rinascose. La nebbia
però diradò in maniera da lasciarci vedere la campagna. Era una
successione di vallette verdi, nelle quali si scendeva e si risaliva
quasi senz'accorgersene, tanto erano dolci i pendii. Le alture eran
coperte di aloé e d'olivi selvatici. L'olivo, che in quel paese cresce
prodigiosamente, è lasciato allo stato selvatico quasi da per tutto, e
gli abitanti fanno lume e si alimentano col frutto dell'_argan_. Di mano
in mano che ci affacciavamo a una valle, cercavamo cogli occhi un
villaggio, un gruppo di capanne, qualche tenda. Non si vedeva nulla. Ci
pareva di viaggiare alla ventura per una terra vergine. Di valle in
valle, di solitudine in solitudine, dopo tre ore circa di cammino,
arrivammo finalmente in un punto dove gli alberi più fitti, i sentieri
più larghi e qualche armento sparpagliato per la campagna, annunciavano
la vicinanza d'un luogo abitato. Uno dopo l'altro alcuni cavalieri della
scorta spronarono il cavallo, ci passarono innanzi di galoppo e
scomparvero dietro un'altura; altri si slanciarono di carriera a
traverso la campagna in direzioni diverse; i rimanenti si disposero in
ordine. In capo a pochi minuti ci trovammo davanti all'imboccatura d'una
gola formata da alcune piccole colline, sulle quali s'alzava qualche
capannuccia di stoppia. Alcuni arabi cenciosi, uomini e donne, ci
guardavano curiosamente di dietro alle siepi. Entrammo nella gola; in
quel momento apparve il sole. A un certo punto la gola faceva un gomito
quasi ad angolo retto. Svoltammo..., e ci trovammo davanti a uno
spettacolo stupendo.

Trecento cavalieri, vestiti di mille colori, sparpagliati in un
grandioso disordine, ci venivan incontro a briglia sciolta coi fucili
nel pugno, come se si slanciassero all'assalto d'un reggimento.

Era la scorta della provincia di Laracce, preceduta dal governatore e
dai suoi ufficiali, che veniva a dare il cambio alla scorta di
Had-el-Garbia, la quale doveva lasciarci sul confine della provincia di
Tangeri, dove appunto eravamo arrivati.

Il Governatore di Laracce, un vecchio prestante con gran barba bianca,
arrestò con un cenno i suoi cavalieri, strinse la mano all'ambasciatore
e poi, voltatosi un'altra volta verso quella turba fremente
d'impazienza, fece un gesto vigoroso come per dire:--Scatenatevi!--

Allora cominciò uno dei più splendidi _lab el barode_ (giuochi colla
polvere) che noi potessimo desiderare.

Si slanciavano alla carica a due, a dieci insieme, a uno a uno, in fondo
alla valle, sulle colline, davanti e ai fianchi della carovana, nella
direzione del nostro cammino e in direzione contraria, sparando e
urlando senza posa. In pochi minuti la valle fu piena di fumo e d'odor
di polvere come un campo di battaglia. Da ogni parte turbinavano
cavalli, lampeggiavano fucili, sventolavano caic, svolazzavano cappe,
ondeggiavano caffettani rossi, gialli, verdi, azzurri, ranciati;
scintillavano sciabole e pugnali. Ci passavano accanto ad uno ad uno,
come fantasmi alati, vecchi, giovanetti, uomini di forme colossali,
figure strane e terribili, ritti sulle staffe, colla testa alta, coi
capelli al vento, col fucile disteso; e ognuno, sparando, lanciava un
grido selvaggio che gl'interpreti ci traducevano.--Guai a te!--Madre
mia!--In nome di Dio!--T'uccido!--Sei morto!--Son vendicato!--Altri
dedicavano il loro colpo a qualcuno.--Al mio padrone!--Al mio
cavallo!--Ai miei morti!--Alla mia amante!--Sparavano in alto, in terra,
indietro, chinandosi e rovesciandosi come se fossero legati alle selle.
Ad alcuni cadeva in terra il caic o il turbante; tornavano indietro di
carriera, e lo raccoglievano, passando, colla punta del fucile. Parecchi
roteavano l'arma al di sopra del capo, la buttavano in aria e la
riafferravano con una mano. Eran gesti convulsi, atteggiamenti
temerari, urli e sguardi di gente inebbriata che rischiasse la vita con
una gioia furiosa. Molti slanciavano il cavallo come se si volessero
uccidere; volavano, sparivano e non tornavano che lungo tempo dopo colla
faccia stravolta e pallida di chi ha visto in faccia la morte. I più dei
cavalli grondavano sangue dal ventre; i cavalieri avevano i piedi, le
staffe, l'estremità delle cappe macchiate di sangue. Alcune figure, in
quella moltitudine, mi rimasero impresse fin dal primo momento. Fra gli
altri un giovane con una testa ciclopica, un par di spalle smisurate ed
un ventre enorme, che portava un caffettano color di rosa, e gettava
delle grida che parevan ruggiti d'un leone ferito;--un ragazzo d'una
quindicina d'anni, bello, scapigliato, tutto bianco, che mi passò tre
volte dinanzi, gridando:--Dio mio! Dio mio!--; un vecchio lungo ed
ossuto, un viso di malaugurio, che volava cogli occhi socchiusi e un
sorriso satanico sulle labbra, come se portasse in groppa la peste;--un
nero, tutt'occhi e tutto denti, con una mostruosa cicatrice a traverso
la fronte, che passava dibattendosi furiosamente sopra la sella, come
per liberarsi dalla stretta d'una mano invisibile. Facendo questo,
accompagnavano tutti la marcia della carovana, salivano e scendevano
dalle alture, si raggruppavano, si disperdevano, formavano e disfacevano
rapidamente ogni sorta di combinazioni di colori, che abbagliavan gli
occhi come lo sventolìo di una miriade di bandiere. Tutta questa gente,
questo movimento vertiginoso, questo strepito, scoppiato
inaspettatamente, all'apparire del sole, in quella gola angusta dove lo
spettacolo si presentava tutto insieme allo sguardo come dentro a un
anfiteatro, ci colpì d'un tale stupore che per un pezzo nessuno aprì
bocca, e le prime parole furono poi un'esclamazione unanime e
calorosa:--È bello! È bello! È bello!

A poca distanza dall'uscita della gola l'Ambasciatore si fermò, e tutti
scendemmo a terra per riposarci all'ombra d'un gruppo d'olivi.

La scorta della provincia di Laracce continuò le sue cariche e i suoi
fuochi davanti a noi.

Il convoglio dei bagagli seguitò la sua strada verso il luogo fissato
per l'accampamento.

Eravamo arrivati alla _Cuba_ di Sidi-Liamani.

Nel Marocco si chiama _Cuba_, che significa cupola, una piccola cappella
quadrata, coperta d'una cupola semisferica, nella quale è seppellito un
santo. Queste _Cube_, frequentissime particolarmente nel mezzogiorno
dell'Impero, poste la maggior parte in luoghi eminenti presso una
sorgente e una palma, e visibili, per la loro nivea bianchezza, a grande
distanza, servono di guida ai viaggiatori, vengon visitate dai fedeli e
sono per lo più custodite da un discendente del Santo, erede della
santità, il quale abita una casuccia vicina alla tomba e vive
dell'elemosina dei pellegrini. La _Cuba_ di Sidi-Lamani era posta sopra
una piccola altura, a pochi passi da noi. Alcuni arabi della campagna
stavan seduti dinanzi alla porta. Dietro a loro spuntava la testa del
vecchio decrepito--il Santo--che ci guardava con una stupida meraviglia.

In pochi minuti divamparono i fuochi della cucina, e di lì a poco si
fece colezione.

Una scatola di sardine, vuota, buttata via dal cuoco, fu raccolta dagli
arabi, portata dinanzi alla porta della _Cuba_ e fatta oggetto d'un
lungo esame e di conversazioni animate.

Finito il _lab el barode_, quasi tutti i cavalieri della scorta, scesi a
terra, si sparpagliarono per la piccola valle, parte per far pascolare i
cavalli, parte per riposare. Alcuni, rimasti in sella, stettero di
vedetta sulle alture.

       §       §       §       §       §

In quel frattempo, passeggiando col capitano, osservai per la prima
volta, colla scorta delle sue indicazioni, i cavalli marocchini. Sono
tutti di piccola statura, tanto che tornato in Europa, coll'occhio
abituato alle loro forme, i cavalli europei, anche di statura mezzana,
mi parvero, sulle prime, enormi. Hanno l'occhio vivo, la fronte un po'
schiacciata, le narici molto aperte, le ossa zigomatiche molto
sporgenti, la testa quasi tutti bellissima; lo stinco e la tibia un po'
curvi, ciò che dà loro una particolare elasticità di movimenti; la
groppa manchevole, fuggente, per così dire, di sotto alla sella, il che
li rende più abili al galoppo che al trotto; e non mi ricordo infatti
d'aver mai visto andar di trotto un cavaliere marocchino. Visti quando
riposano e quando vanno di passo, anco i più belli, non danno
nell'occhio; slanciati alla corsa, si trasfigurano e riescon superbi
animali. Benchè si nutriscano assai meno dei nostri e siano bardati
assai più pesantemente, reggono alla fatica più dei nostri. Anche il
modo di cavalcare è diverso. Le staffe sono tenute molto alte; il
cavaliere sta sulla sella colle gambe piegate quasi ad angolo retto,
tiene le redini lunghe e dirige il cavallo con movimenti larghissimi. La
sella ha quei due rilievi, chiamati da noi con termine tecnico il pomo e
la paletta, altissimi, che toccano il petto e la schiena del cavaliere,
e lo ritengono in maniera da rendergli molto difficile la caduta. La
maggior parte dei cavalieri, calzati di piccoli stivali di cuoio giallo
senza talloni, non portano sproni e pungono il cavallo colla staffa;
gli altri hanno per sproni due piccoli ferri acuminati, della forma d'un
pugnale, fissati al calcagno con un cerchietto metallico e una
catenella. Si dicono cose ammirabili del grande amore che nutre l'arabo
per il cavallo, l'animale prediletto del profeta; si dice che lo
considera come un essere sacro; che ogni mattina, al levar del sole, gli
mette la mano destra sulla testa, mormorando: _bismillah!_ (nel nome di
Dio!) e si bacia poi la mano, che crede santificata da quel contatto;
che gli prodiga ogni sorta di cure e di carezze. E saran cose vere. Ma
questo suo grande amore, per quello ch'io vidi, non gl'impedisce di
lacerargli i fianchi senza bisogno, di lasciarlo esposto al sole quando
potrebbe ripararlo all'ombra, di condurlo a bere, a un'ora di cammino,
colle zampe legate, di esporlo dieci volte al giorno, per puro spasso, a
spezzarsi le gambe, e infine di trascurare la bardatura in maniera che
il più diligente di loro, messo in un reggimento di cavalleria europea,
passerebbe sei mesi dell'anno in prigione.

       §       §       §       §       §

Il caldo essendo forte, si stette parecchie ore all'ombra; ma a nessuno
riuscì di dormire, per cagione degli insetti. Erano le prime avvisaglie
d'una guerra tremenda che doveva durare, inferocendo di giorno in
giorno, fino alla fine del viaggio. Appena sdraiati in terra, eravamo
assaliti, punti, solleticati da cento parti, come se ci fossimo buttati
sopra un letto di ortiche. Non erano che bruchi, ragni, formiconi,
tafani, cavallette; ma grossi, petulanti e ostinati in una maniera
inaudita. Il Comandante, che per rallegrare la brigata aveva preso il
partito di esagerare favolosamente i pericoli, e lo faceva con un garbo
ammirabile, ci assicurava che quelli erano animalini microscopici
appetto agli insettacci che avremmo trovati avvicinandoci a Fez e
innoltrandoci nell'estate; e che di noi non sarebbe tornato in Italia
che qualche resto riconoscibile a stento dai parenti più stretti e dagli
amici più intimi. Il cuoco udendo quelle parole, fece un sorriso forzato
e diventò pensieroso. Vicino a noi c'era una tela di ragno smisurata,
distesa sopra alcuni cespugli, come un lenzuolo messo ad asciugare. Mi
pare ancor di sentire il comandante esclamare:--Ma in questo paese tutto
è gigantesco, formidabile, miracoloso!--Ed osservava con ragione che il
ragno che aveva fatto quella tela doveva essere almeno grosso quanto un
cavallo. Ma non riuscimmo a scoprirlo. I soli che dormissero erano gli
arabi, coricati la maggior parte al sole, con una processione di
bestiaccie addosso. I due pittori disegnavano, tormentati da un nuvolo
di mosche feroci, che strappavano all'Ussi, a due a tre per volta, tutta
la ricchissima litania dei sacrati fiorentini

    Novi, arditi, da far testo di lingua.

Scemato un po' il caldo, la scorta di Had-el-Garbìa, il Console
d'America e il Vicegovernatore di Tangeri, venuto là per dare l'ultima
volta il buon viaggio all'Ambasciatore, si congedarono; e noi ci
rimettemmo in cammino, seguiti dai trecento cavalieri della provincia di
Laracce.

       §       §       §       §       §

Vaste pianure ondulate, coperte qui di grano, là d'orzo, più oltre di
stoppia gialla, altrove d'erba e di fiori; qualche tenda nerastra e
qualche tomba di santo; di tratto in tratto una palma; di miglio in
miglio tre o quattro cavalieri che si riunivano alla scorta; una
solitudine immensa, un sereno purissimo, un sole abbagliante: sono gli
appunti che trovo nel mio quaderno intorno alla seconda marcia del
cinque maggio.

Dopo tre ore di cammino arrivammo a Tleta de Reissana dov'era
l'accampamento.

Le tende erano piantate, come al solito, in circolo, in una conca
angusta e profonda, coperta d'erbe e di fiori altissimi che quasi
c'impedivano il passo. Pareva di essere dentro a una grande aiuola di
giardino. I letti e i bauli sotto le tende, erano quasi nascosti in
mezzo alle margheritine, ai rosolacci, alle primavere, ai ranuncoli, a
ombrellifere d'ogni grandezza e d'ogni colore. Accanto alla tenda dei
pittori s'alzavano due aloé enormi con tutti i rami fioriti.

Poco dopo il nostro arrivo, giunse da Laracce, per visitare
l'Ambasciatore, l'agente consolare d'Italia, il signor Guagnino, vecchio
negoziante genovese, che vive da quarant'anni sulla costa
dell'Atlantico, conservando gelosamente puro l'accento della lingua di
Balilla; e verso sera venne, non so di dove, un arabo della campagna per
consultare il medico dell'ambasciata.

Era un povero vecchio curvo e zoppicante; un soldato della Legazione lo
condusse dinanzi alla tenda del signor Miguerez.

Il signor Miguerez, che parla l'arabo, lo interrogò, e conosciuto il suo
male, si mise a frugare nella farmacia portatile per cercare non so che
medicinale. Non trovandolo, mandò a chiamare Mohamed Ducali, gli fece
scrivere in arabo, sopra un foglietto di carta, una ricetta colla quale
il malato avrebbe potuto, tornando in mezzo ai suoi, farsi fare quello
che gli occorreva. Era un medicinale di cui gli arabi fanno grande uso.

Mentre il Ducali scriveva, il vecchio mormorava una preghiera.

Scritta che fu la ricetta, il medico la porse al malato.

Questo, senza dargli tempo di dire una parola, afferrò il foglio e se lo
ficcò in bocca con tutt'e due le mani. Il medico gridò:--No! no! Sputa!
Sputa!--Fu inutile. Il povero vecchio masticò la carta coll'avidità d'un
affamato, la mandò giù, ringraziò il dottore e si mosse per andarsene.
Ci volle del buono e del bello a persuaderlo che la virtù della medicina
non consisteva nella carta, e a fargli prendere un'altra ricetta.

       §       §       §       §       §

Questo fatto non può destare meraviglia in chi sappia che cos'è la
medicina nel Marocco. La medicina v'è esercitata quasi unicamente dai
ciarlatani, dai negromanti e dai santi. Qualche sugo d'erba, il salasso,
la salsapariglia per il morbo celtico, la carne secca di serpente o di
camaleonte per le febbri intermittenti, il ferro rovente per le ferite,
certi versetti del Corano scritti in fondo ai recipienti dei medicinali
o sopra un pezzetto di carta che il malato porta appeso al collo, sono i
rimedi principali. Lo studio dell'anatomia essendo vietato dalla
religione, è facile immaginare a che cosa si riduca la chirurgia.
Basterà dire che i chirurghi strappano le tonsille colle dita e tentano
l'estrazione della pietra con un rasoio o col primo gancio di ferro che
si trovano ad aver fra le mani. L'amputazione è aborrita. I pochi arabi
assistiti da medici europei muoiono fra atrocissimi spasimi piuttosto di
subire il taglio che salverebbe loro la vita. Ne segue che sebbene siano
frequentissimi i casi di perdita d'un membro, specialmente per lo
scoppio dei fucili, non si vedono nel Marocco che pochissimi mutilati; e
i più di quei pochissimi sono disgraziati ai quali il carnefice tagliò
le mani con un coltellaccio, e il catrame bollente, in cui, secondo
l'uso, tuffarono i moncherini, arrestò l'emorragia. I loro rimedi
violenti, però, e specialmente il ferro rovente, ottengono qualche volta
degli effetti ammirabili; e si applicano questi rimedi brutalmente,
temerariamente, senz'aiuti. Ma o per poca sensibilità nervosa o per la
vigoria dell'animo indurito dalla fede fatalista, resistono con una
forza prodigiosa ai più tremendi dolori. Si metton le ventose con vasi
di terra e tanto fuoco da arrostirsi la schiena; si piantano il pugnale
negli apostemi, alla cieca, a rischio di rompersi le arterie; si fanno
scorrere una brace accesa sopra un braccio piagato, con mano ferma,
cacciando col soffio il fumo delle carni, senza lasciarsi sfuggire un
lamento. Le malattie più frequenti son le febbri, le oftalmie, la
tigna, l'elefantiasi, l'idropisia: ma la più comune è la sifilide,
trasmessa di generazione in generazione, alterata, che si produce in
forme strane ed orrende, di cui tribù intere sono infette e migliaia di
sventurati muoiono; e ne morirebbero assai più se non fosse la sobrietà
estrema di nutrimento a cui la maggior parte son costretti dalla miseria
e dal clima. Medici europei non ce ne sono che nelle città della costa;
nella stessa Fez non v'è altro che qualche ciarlatano rinnegato, fuggito
d'Algeria o dai presidii spagnoli. Quando l'Imperatore o un ministro o
un ricco Moro s'ammala, manda a[tn146] chiamare un medico europeo in una
città della costa. Ma non mandano che quando son ridotti agli estremi,
trascurano per anni ed anni le malattie, e il più delle volte il medico
non arriva che per assistere alla morte. Nei medici europei hanno gran
fede; la vista dei medicinali, delle preparazioni chimiche, degli
strumenti chirurgici dà loro un concetto immenso del potere della
scienza; se ne ripromettono prodigi; pigliano le prime medicine e
seguono le prime prescrizioni colla docilità e l'allegrezza di gente
sicura d'una guarigione immediata. Ma se la guarigione non è immediata,
perdono ogni fede, interrompono la cura e ricorrono ai ciarlatani. Una
cosa, sopra tutte, domandano vecchi e giovani, ricchi e poveri, ai
medici europei, ed è ciò che l'imperatore Eliogabalo domandava ai suoi
cuochi. E' quando lo domandano? Quando quotidianamente non possono più
varcare le soglie del paradiso di Maometto più di tante volte quanti
sono i precetti fondamentali dell'Islam! A questo punto si tengon già
decaduti! Onde ognuno può capire quanto sia generalmente precoce la
decadenza vera, e a che abbominevoli pervertimenti siano trascinati i
più dal furore delle passioni.

       §       §       §       §       §

La sera passò senz'avvenimenti notevoli, fuorchè la scoperta ch'io feci
d'uno scorpionaccio nero sopra il cuscino del mio letto, nel momento che
stavo per coricarmi. Fu però un terrore passeggiero, poichè
avvicinandomi a poco a poco col lume, lessi sul dorso dell'animale
l'iscrizione rassicurante:--_Cesare Biseo fece addì 5 maggio 1875._

       §       §       §       §       §

La mattina all'alba partimmo alla volta della città d'Alkazar.

Il tempo era scuro. I colori pomposi dei trecento soldati della scorta
pigliavano un vigore meraviglioso dal grigio del cielo e dal verde cupo
della campagna. Lo stesso Hamed Ben Kasen Buhamei, fermo sopra un rialto
di terreno vicino all'accampamento, pareva che guardasse con
compiacenza quei bei cavalieri che gli passavano dinanzi a grossi
drappelli, silenziosi, gravi, cogli occhi fissi all'orizzonte, come
avanguardie d'un esercito la mattina d'una giornata di battaglia. Per un
buon tratto, camminammo in mezzo ad olivi e cespugli[tn148] altissimi;
poi entrammo in una vasta pianura tutta coperta di fiori gialli e
violetti, dove la scorta si sparpagliò per fare il _lab el barode_. Lo
spettacolo in quel luogo aperto, sopra quel tappeto di fiori, sotto quel
cielo minaccioso era così stranamente bello, che l'Ambasciatore si fermò
più volte, e fece fermare tutto il suo seguito, per contemplarlo. Non
posso credere che quella gente abbia un'arte segreta di raggrupparsi e
di disordinarsi; ma quella mattina me ne venne il sospetto. Avrei detto
che tutti i loro movimenti e tutte le loro combinazioni di colori, erano
stati concertati da un coreografo. In mezzo a quel tal gruppo di
cavalieri dalle cappe turchine, s'andava sempre a ficcare, come se ce
l'avessero mandato, un cavaliere colla cappa bianca. In mezzo a un
gruppo di caffettani bianchi, cascava sempre a proposito, come la
pennellata d'un artista, un caffettano color di rosa. I colori armonici
si cercavano, s'univano, amoreggiavano insieme per la durata d'una
carica, e si separavano per formare altre armonie. Eran trecento e
parevano un esercito; si vedevano da tutte le parti; ci svolazzavano
intorno come uno sciame di uccelli; ci assordavano, ci abbagliavano,
c'innamoravano, facevano disperare i pittori.--Canaglia!--diceva
l'Ussi--se v'avessi nelle unghie a Firenze!




ALKAZAR-EL-KIBIR


A un certo punto l'Ambasciatore fece un cenno al Caid, la scorta si
fermò, e noi, accompagnati da alcuni soldati, andammo poco lontano di là
a visitare le rovine d'un ponte. Arrivati sulla sponda, ci fermammo: del
ponte non rimanevano che pochi ruderi sulla sponda opposta. Si stette
qualche minuto guardando alternatamente quei ruderi e la campagna,
ciascuno assorto nei suoi pensieri. E il luogo era degno veramente di
quella testimonianza muta di rispetto. Duecentonovantasette anni prima,
il giorno quattro d'agosto, sopra quei campi fioriti tuonavano cinquanta
cannoni e turbinavano quarantamila cavalli sotto il comando d'uno dei
più grandi capitani dell'Africa, e d'uno dei più giovani, più
avventurosi e più sventurati monarchi d'Europa. Per le sponde di quel
fiume fuggivano alla rinfusa, rotolavano nel sangue, domandavano grazia,
si precipitavano nelle acque per sfuggire alle scimitarre implacabili
degli arabi, dei berberi e dei turchi, il fiore della nobiltà
portoghese, cortigiani, vescovi, soldati spagnuoli e soldati di
Guglielmo d'Orange, avventurieri italiani, tedeschi e francesi; e la
cavalleria musulmana calpestava sei mila cadaveri di cristiani. Eravamo
sul terreno di quella memorabile battaglia d'Alkazar, che costernò
l'Europa e fece risonare un grido di gioia da Fez a Costantinopoli. Quel
fiume era il Mkhacem. Su quel ponte passava, al tempo della battaglia,
la strada d'Alkazar. In vicinanza del ponte era l'accampamento di Mulei
Moluk, sultano del Marocco. Mulei Moluk veniva da Alkazar, il re di
Portogallo veniva da Arzilla. La battaglia fu combattuta sulle rive di
quel fiume, nella pianura che ci si stendeva dintorno. Quante immagini
ci si affollavano! Ma fuorchè le rovine del ponte, non v'era una pietra,
un segno che ricordasse qualcosa. Da che parte aveva fatto le sue prime
cariche vittoriose la cavalleria del duca di Riveiro? Dove aveva
combattuto Mulei-Amed, il fratello del Sultano, il futuro conquistatore
del Sudan, capitano sospetto di codardia la mattina, re vittorioso la
sera? In qual punto del fiume s'era annegato Mohamed il nero, fratricida
scoronato, provocatore della guerra? In qual angolo del campo il re
Sebastiano aveva ricevuto il colpo di fucile e i due fendenti di
scimitarra, che uccidevano con lui l'indipendenza del Portogallo e le
ultime speranze del Camoens? E dov'era la lettiga del Sultano Moluk,
quand'egli spirò in mezzo ai suoi ufficiali mettendosi il dito sulla
bocca? Mentre stavamo, su questi pensieri, la scorta ci guardava di
lontano, immobile in mezzo a quella pianura famosa, come un manipolo di
cavalieri di Mulei-Hamed risuscitati da terra al rumore del nostro
passaggio. Eppure non uno forse di quei soldati sapeva che quello era il
campo della battaglia dei tre Re, gloria dei loro padri; e quando ci
mettemmo in cammino con loro, guardavano ancora qua e là con occhio
curioso, come per cercare se in quell'erbe e in quei fiori ci fosse
qualcosa di strano che spiegasse la nostra fermata.

       §       §       §       §       §

Si passò il Mkhacem e l'Uarrur,--due piccoli affluenti del Kus, o
Lukkos, il _Lixos_ degli antichi, che dalle montagne del Rif, dove
nasce, si va a gettare nell'Atlantico a Laracce;--e si continuò a
camminare verso Alkazar a traverso a una serie di colline aride, non
incontrando che di mezz'ora in mezz'ora qualche arabo e qualche
cammello.

Finalmente, pensavamo strada facendo, s'arriverà a una città! Eran tre
giorni che non vedevamo una casa e sentivamo tutti il desiderio di
uscire per un giorno dalla monotonia della solitudine. Oltre a ciò
Alkazar era la prima città dell'interno a cui giungevamo. Sapevamo
d'essere aspettati. La curiosità era viva. La scorta si ordinava, via
via che ci avvicinavamo. Noi stessi, quasi senza accorgercene, ci
trovammo schierati in due linee come un drappello di cavalleria,
l'Ambasciatore dinanzi, gl'interpreti ai lati.

Il tempo s'era rasserenato, e un'impaziente allegrezza animava tutta la
carovana.

Dopo quattr'ore di cammino, all'improvviso, dall'alto d'una collina,
vedemmo giù nella pianura in mezzo a una cintura di giardini, la città
d'Alkazar coronata di torri, di minareti e di palme, e nello stesso
punto ci ferì l'orecchio uno strepito di fucilate e il suono d'una
musica infernale.

Era il governatore della città che ci veniva incontro coi suoi
ufficiali, un drappello di soldati a piedi, e una banda.

Dopo pochi minuti c'incontrammo.

Ah! chi non ha visto la banda d'Alkazar, quei dieci sonatori di piffero
e di corno, vecchi di cent'anni e ragazzi di dieci, tutti a cavallo ad
asinelli grossi come cani, cenciosi, mezzi nudi, con quelle teste rase,
con quegli atteggiamenti di satiri, con quelle faccie di mummie, non ha
visto, credo, lo spettacolo più lagrimevolmente comico che si possa dare
sotto la volta del cielo.

Mentre il vecchio Governatore dava il benvenuto, al ministro, i soldati
tiravano fucilate in aria, e la banda continuava a sonare.

Ci avanzammo fino a un mezzo miglio dalla città, in un campo arido, dove
si dovevano piantare le tende.

La banda ci accompagnò suonando.

Fu rizzata la tenda della mensa, sotto la quale ci riparammo, mentre i
cavalieri della scorta facevano le solite cariche.

La banda, schierata davanti alla tenda, continuava a sonare con ferocia
crescente.

Un gesto supplichevole dell'Ambasciatore li fece tacere.

Allora assistemmo a una scena assai curiosa.

Quasi nello stesso punto si presentarono concitatamente
all'Ambasciatore, uno a destra e l'altro a sinistra, un nero ed un
arabo. Il nero vestito signorilmente, col turbante bianco e col
caffettano celeste, gli depose ai piedi un vaso di latte, una cesta di
aranci e un piatto di cuscussù; l'arabo, d'aspetto povero, vestito della
sola cappa, gli mise dinanzi un montone. Compiuto quest'atto, si
scambiarono uno sguardo fulmineo.

Erano due nemici mortali.

L'Ambasciatore, che li conosceva e li aspettava, chiamò l'interprete,
sedette e cominciò l'interrogatorio.

Erano venuti a chiedere un giudizio.

Il nero era una specie di fattore del vecchio gran sceriffo Bacali, uno
dei più potenti personaggi della corte di Fez, proprietario di molte
terre nei dintorni d'Alkazar. L'arabo era un uomo della campagna. La
loro lite durava da un pezzo. Il nero, forte della protezione del suo
padrone, aveva fatto più volte incarcerare e multare l'arabo
accusandolo, e sostenendo l'accusa con molte testimonianze, d'avergli
rubato cavalli, bestie bovine, derrate. L'arabo, che si diceva
innocente, non trovando nessuno che osasse pigliar le sue difese contro
il suo persecutore, un bel giorno aveva abbandonato il suo villaggio,
era andato a Tangeri, aveva chiesto quale fosse l'Ambasciatore più
generoso e più giusto, e inteso nominare l'Ambasciatore d'Italia, era
andato a sgozzare un agnello davanti alla porta della Legazione,
chiedendo in questa forma sacra a cui non si può opporre un rifiuto,
protezione e giustizia. L'Ambasciatore l'aveva esaudito, s'era
intromesso per mezzo dell'agente di Laracce, s'era rivolto alle autorità
della città d'Alkazar; ma per la lontananza sua, per gl'intrighi del
nero, per la fiacchezza delle Autorità, il povero arabo era rimasto
nelle stesse peste di prima; fatto anzi vittima di nuove accuse e di
nuove persecuzioni. Ora la presenza dell'Ambasciatore doveva[tn156]
sciogliere il nodo.

Tutti e due furono ammessi a dire le proprie ragioni: gl'interpreti
traducevano rapidamente.

Nulla si può immaginare di più drammatico del contrasto che presentavano
le figure e il linguaggio di quei due personaggi. L'arabo, un uomo sui
trent'anni, infermiccio, d'aspetto triste, parlava con una foga
irresistibile, tremando, fremendo, invocando Iddio, battendo i pugni in
terra, coprendosi il viso colle mani in atto di disperazione, fulminando
il suo nemico con sguardi che nessuna parola può esprimere. Diceva che
aveva corrotto i testimoni, che aveva intimidite le autorità, che lo
aveva fatto imprigionare per estorcergli dei denari, che come lui aveva
fatto cacciare in prigione molti altri per poter violare le loro donne,
che aveva giurato la sua morte, ch'era il flagello del paese, un
maledetto da Dio, un infame, e così dicendo mostrava sulle braccia e
sulle gambe nude le traccie dei ferri della prigione, e l'angoscia gli
strozzava la voce. Il nero, una figura di cui ogni tratto confermava una
di quelle accuse, ascoltava senza guardare, rispondeva senz'alterarsi,
sorrideva impercettibilmente colla punta delle labbra, immobile,
impassibile, sinistro come una statua della Perfidia.

La discussione durava da un pezzo, e pareva che non dovesse più finire,
quando l'Ambasciatore la troncò con una risoluzione che fu accettata di
buon grado dalle due parti. Chiamò Selam, che comparve sull'istante coi
suoi grandi occhi neri spalancati, e gli ordinò di saltare a cavallo e
andare di galoppo al villaggio dell'arabo, distante un'ora e mezzo da
Alkazar, a chiedere informazioni agli abitanti intorno alle persone ed
ai fatti. Il nero pensava:--Hanno paura di me: o mi sosterranno o non
diran nulla.--L'arabo pensava invece, e con più ragione, che interrogati
da un soldato d'un'Ambasciata, avrebbero avuto maggior coraggio di dire
la verità.

Selam partì come una freccia; i due contendenti s'allontanarono, e non
li rividi più. Seppi poi che gli abitanti del villaggio avevan tutti
testimoniato in favore dell'arabo e a carico del nero, il quale, per
sollecitazione dell'Ambasciatore, fu condannato a restituire alla sua
vittima tutto il denaro che le aveva estorto.

       §       §       §       §       §

In quel frattempo i servi e i soldati avevano piantato tutte le tende, i
soliti infelici avevano portato la solita _muna_ e qualche gruppo
d'abitanti della città s'erano avvicinati all'accampamento.

       §       §       §       §       §

Appena scemato un po' il caldo, ci dirigemmo tutti insieme verso la
città, a piedi, preceduti, fiancheggiati e seguiti da gente armata.

Vediamo di lontano, passando, un edifizio singolare, posto fra
l'accampamento e la città, tutto archi e cupolette, fra cui è chiuso un
cortile che ha l'aspetto d'un cimitero. Ci dicono che è una di quelle
_zauia_, ora decadute, che quando fioriva la civiltà dei Mori,
contenevano una biblioteca, una scuola di lettere e di scienze, un
ospedale per i poveri, un albergo per i viaggiatori, oltre alla moschea
e alla cappella sepolcrale; e appartenevano, e appartengono ancora la
maggior parte, agli ordini religiosi.--Ci avviciniamo alla porta della
città.--La città è circondata di vecchie mura merlate; vicino alla porta
per cui entriamo, s'alzano alcune tombe di santo sormontate da cupole
verdi. Entrando, sentiamo uno strepito in alto: guardiamo in su. Son
grandi cicogne, ritte sui tetti delle case, che battono il becco
rumorosamente, come per avvertire gli abitanti del nostro arrivo.
Infiliamo una strada: alcune donne si rifugiano in casa, i bambini
fuggono. Le case son piccole, senza intonaco, senza finestre, divise da
vicoletti oscuri e immondi. Le strade paiono letti di torrenti. In
alcuni angoli ci sono carcami interi di asini e di cani. Camminiamo sul
letame in mezzo a pietroni e a buche profonde, saltellando e
inciampando. Gli abitanti cominciano ad affollarsi sui nostri passi,
guardandoci con grande stupore. I soldati ci fanno largo a pugni e a
colpi di calcio di fucile con uno zelo che l'Ambasciatore è costretto a
frenare. Una turba di gente ci precede e ci segue. Quando uno di noi si
volta indietro bruscamente, tutti si fermano, qualcuno scappa, altri si
nascondono. Di tratto in tratto una donna ci chiude la porta in faccia e
un bimbo getta un grido di spavento. Le donne paiono fagotti di panni
sudici; i più dei bimbi sono tutti nudi; i ragazzi di dieci o dodici
anni non hanno che la camicia stretta da una corda intorno alla vita. A
poco a poco la gente che ci accompagna piglia un po' più d'ardimento. Ci
guardano con particolare curiosità gli stivali e i calzoni. Alcuni
ragazzi si arrischiano a toccarci le falde del vestito. Però
l'espressione generale dei volti non è benevola. Una donna, fuggendo,
slancia alcune parole all'Ambasciatore. L'interprete traduce:--Dio
confonda la tua razza!-

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