Dal primo piano alla soffitta
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Title: Dal primo piano alla soffitta
Author: Enrico Castelnuovo
Release date: December 13, 2009 [eBook #30663]
Language: Italian
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DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA.
DEL MEDESIMO AUTORE:
Alla finestra L. 3 --
Nella lotta » 3 --
La Contessina » 3 --
Sorrisi e lagrime » 3 50
DAL
PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA
ROMANZO
DI
ENRICO CASTELNUOVO
_Seconda Edizione._
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1883.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tip. Fratelli Treves.
DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA
I.
Qualunque spettacolo ci fosse sul Canal Grande, s'era sicuri di veder
folla in palazzo Bollati. Figuriamoci poi quanta gente s'aspettasse
quella domenica 7 ottobre 1838 in cui ci doveva essere la regata in
onore di S. M. Ferdinando I, venuto insieme con l'augusta consorte a
beatificare di sua presenza la fedele città di Venezia.
Già fin dalla mattina si vedeva una gran confusione, una
grand'affaccendarsi dei servi a lavare i pavimenti, a spolverare i
mobili, a fregar le maniglie degli usci, a mettere i damaschi fuori
delle finestre. Il contino Leonardo, ragazzo di circa quindici anni, era
giù alla _riva_ in mezzo ai tappezzieri che stavano compiendo l'addobbo
della _bissona_ l'_Uscocca_, allestita per cura e a spese della famiglia
Bollati, e nella quale egli stesso, il contino, sarebbe entrato più
tardi. E alla riva c'era anche Tita, uno dei barcaiuoli di casa, col suo
gondolino, che doveva prender parte alla gara e che portava il numero 6.
Naturalmente, Tita aveva la testa piena del grande avvenimento e
discuteva col padroncino circa al merito dei varii competitori ch'erano
su per giù quelli dell'ultima regata. C'era però questa volta un giovine
muranese, un tal Nane Sandretti detto Bisatto, di cui nessuno aveva
sentito parlare fino a poche settimane addietro e del quale si
pronosticavano miracoli. Sarà benissimo.... Forza ne aveva sicuramente,
ma la forza non basta. Tita voleva mostrarsi imparziale; nondimeno egli
doveva dire la sua opinione, ed era questa: che i Muranesi avessero a
stare a Murano e a farsi le loro regate per sè. In quanto a lui, il
Bisatto non gli faceva paura e con l'aiuto della Madonna sperava di
guadagnarsi anche quest'anno la sua brava bandiera rossa. Non si lagnava
del compagno che gli avevano dato, uno fra i pochi _Castelani_ che
sapessero tenere il remo[1]. Tita aggiungeva poi alcune savie
considerazioni sul tempo che non era perfettamente sereno, ma che,
secondo lui, si sarebbe mantenuto abbastanza buono fino a notte, sul
riflusso che sarebbe cominciato fra le cinque e le cinque e mezzo, e su
altri argomenti di non minore importanza. Anche il conte Zaccaria, padre
di Leonardo, s'era alzato di buon mattino e girava su e giù per le
stanze in compagnia dell'agente generale, _sior_ Bortolo, descrivendogli
l'accoglienze ricevute il dì prima da Sua Maestà, la quale s'era
mostrata informatissima della grandezza dei Bollati e gli aveva detto
subito!--Ah, Bollati.... nome storico.... conosco.--E il conte Zaccaria
osservava che, quando si ha un nome storico, si ha l'obbligo di curarne
lo splendore senza badar troppo al dispendio, e che già ci son certe
spese le quali possono considerarsi più ch'altro una buona investita di
capitali, e ch'egli non era pentito sicuramente d'aver fatto ristaurare
il palazzo e addobbare l'_Uscocca_, perch'eran tutte cose le quali
tornavano a lustro della famiglia. Parole d'oro a cui _sior_ Bortolo,
uomo furbo e discreto, si guardava bene dal contraddire.
Se il conte Zaccaria era disposto quella mattina a veder tutto color
rosa, la nobildonna Chiaretta, sua illustre consorte, pessimista per
indole, s'era svegliata d'umor più nero del consueto. Essa diceva chiaro
alla cameriera che non vedeva l'ora che questa baldoria finisse, e
ch'era una vita da cani, e che, se durava ancora un mese così, ci
avrebbe rimesso la pelle. Meno male se l'amor proprio fosse stato
soddisfatto. Ma ci voleva quel grullo di suo marito per contentarsene.
Ormai tutti potevano avvicinare i Sovrani, tutti potevano andare a
Corte, ed ella aveva avuto l'umiliazione di trovarvi certe donnette che
non avrebbe ricevuto in casa sua, certe contesse di princisbecco che non
si sapeva di dove venissero. Al gran ballo poi sarebbe stato uno
scandalo addirittura. Eran stati messi in giro duemila inviti e s'era
dovuto discendere fino ai nobili dell'Ordine dei _segretarii_, fino ai
cavalieri della Corona di ferro di terza classe, fino ai mercanti
arricchiti e alle loro femmine. Che più? Si diceva, ma questo la
contessa Chiaretta non voleva crederlo, che ci sarebbe stata anche la
moglie d'un banchiere ebreo. In verità, eran cose che a pensarci
facevano salire i rossori al viso, e quando Sua Eccellenza Chiaretta ci
pensava, le veniva quasi quasi la voglia di affigliarsi alla setta della
_Giovine Italia_. Intanto oggi c'era la seccatura di vedersi il palazzo
pieno di gente, forestieri in gran parte, per merito soprattutto del suo
signor genero e della sua signora figliuola, che quand'erano a Venezia
le _intedescavano_ la casa.
La contessina Maddalena Bollati, figlia primogenita delle loro
Eccellenze Zaccaria e Chiaretta, s'era sposata due anni addietro, uscita
appena dalle Salesiane, col signor marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen
von Rudingen ufficiale degli ussari, possessore di molte terre e
castella in Moravia. Matrimonio levato a cielo dagli uni, aspramente
censurato dagli altri, tanta è la varietà degli umani giudizii. Per noi
due cose sole son certe: _primo_, che il nome del marchese Ernesto
Geisenburg-Rudingen von Rudingen figurava nell'almanacco di Gotha, e,
via, ci pare che bisogni discorrer con qualche riguardo d'una persona
ch'è registrata nell'almanacco di Gotha; _secondo_, che il detto signor
marchese possedeva quella prosopopea che si conviene ai grandi
personaggi. La boria dei Bollati non era nemmeno paragonabile a quella
del loro signor genero. L'aristocrazia veneziana si sa, visse sempre in
dimestichezza col popolo e il suo orgoglio di casta prese tutt'al più la
forma d'una famigliarità impertinente. Ma l'aristocrazia tedesca non
ammette scherzi e vuol far capire ai semplici mortali ch'è già una sua
gran degnazione s'ella permette agli altri di tirare il fiato alla sua
presenza. Siccome poi il marchese Ernesto aveva appiccicato le sue belle
qualità alla consorte, così la vicinanza della nobilissima coppia faceva
l'effetto d'una pietra da mulino sullo stomaco.
I coniugi Geisenburg-Rudingen von Rudingen, venuti a Venezia apposta per
ossequiare le LL. MM, erano ospiti in casa Bollati da due settimane, e
proprio nel momento in cui la contessa Chiaretta si sfogava in
querimonie con la cameriera, la marchesa Maddalena strapazzava in
tedesco la sua _Zimmermädchen_, e il marchese Ernesto con l'aiuto d'un
servo si metteva il busto e si stringeva la vita. Bisogna notare che il
marchese, afflitto da obesità prematura, doveva far sforzi erculei per
dissimulare la sua imperfezione e per esser contenuto nella sua
succinta divisa di capitano di cavalleria. E quando tra lui e il servo
avevano sudato due buone ore, il signor marchese acquistava l'apparenza
di un 8 pietrificato. Si capisce come queste condizioni fisiche non gli
permettessero di restar nell'esercito, ed egli infatti aveva chiesto e
ottenuto la sua licenza, conservando però il diritto di vestir
l'uniforme.
Non sarà inopportuno per ultimo di dare una capatina in una stanza del
secondo piano dove si trova inchiodato da due anni per una paralisi alle
gambe il padrone vecchio, l'ottuagenario conte Leonardo, comandante di
galera ai tempi della Serenissima. Lungo, stecchito, grinzoso, il conte
Leonardo era sdraiato sur una poltrona presso una finestra che guarda il
Canalazzo, mentre dietro di lui un barbiere antidiluviano gli pettinava
il parrucchino e gli ravviava i quattro peli tinti delle basette. Il
conte Leonardo, che aveva ancora sciolta la lingua e pronta la memoria,
stava passando in rassegna le innumerevoli regate a cui aveva assistito
nella sua vita. Gl'importava molto di veder quella d'oggi, egli che
aveva visto quelle per l'Imperatore Giuseppe II, per i duchi del Nord,
per il conte di Haga, per Napoleone e pel principe Eugenio!
E il barbiere, rincarando la dose, soggiungeva:--Chi ha visto ciò che si
faceva sotto San Marco non ha più nulla da vedere. Eh, _lustrissimo_, a
pensare che se invece di quel minchione del Condulmer ci fosse stato
lei a capo della flotta, avremmo ancora la nostra Repubblica!...
--Via, via--rispondeva modestamente Sua Eccellenza--la cosa non era
tanto facile.... Quei maledetti Francesi erano un osso duro da rodere.
Ma il barbiere non si dava per vinto.
--Ci son mancati gli uomini, ecco il male. Il cavalier Emo era morto, e
il solo che potesse supplirlo era tenuto in un posto subalterno. Così ci
son capitate addosso tutte le disgrazie. Prima quei matti del Governo
democratico, poi i _patatuchi_, poi i Francesi, poi i _patatuchi_ da
capo, che il diavolo se li porti....
Il conte Leonardo gli diede sulla voce:
--Non vi fate sentire dal marito di mia nipote.
L'altro si strinse nelle spalle.--Io non sono che un miserabile insetto,
ma Vostra Eccellenza sa che quel matrimonio....
--Non l'avete mai potuto digerire.
--A me non toccherebbe parlare, ma santo Iddio, c'era proprio bisogno
che una damigella Bollati andasse a cercarsi lo sposo laggiù?
--Cosa volete? Si sono innamorati del nome.
--Un nome che riempie la bocca.... Bel gusto.
--Un gusto come un altro... Per me tanto li ho lasciati fare, che non ho
mai voluto perdere il mio tempo a raddrizzar le gambe ai cani.... E....
che novità ci sono in paese?
--Ma! Tutte queste feste....
--Ne ho intronata la testa da mio figlio e da mia nuora.... Novità
d'altro genere?...
--Non saprei.... Pare che il Patriarca si sia intromesso perchè il
nobil'uomo Zulian riprenda in casa la moglie.
--La riprenderà, la riprenderà.... Anche suo padre ha fatto lo stesso.
Gli occhi del vecchio luccicarono.
--Vostra Eccellenza ne sa qualche cosa--soggiunse maliziosamente il
barbiere.
--_In temporibus illis_.... E poi?
--Dicono che la signora Giuliana Polo non voglia più fra i piedi Sua
Eccellenza Barbarigo...
--Scene di gelosia a settant'anni?
--Pare che la signora Giuliana abbia colto l'amico in flagranti.
--Eh?--esclamò il conte Leonardo sbarrando gli occhi.--In flagranti? Con
chi?
--Non saranno state che carezze innocenti..... con la cameriera.
--Briccone d'un Barbarigo!... Avanti.
--Hanno messo il sequestro sui beni dei Napodano.
--Era da aspettarselo.... È finito?
--È morto il ragazzo Partecipazio.
Il nobil'uomo Leonardo tentennò il capo.--Ecco un'altra grande famiglia
che s'estingue. Povero Libro d'oro!
--Speriamo che i Bollati durino ancora per secoli--disse il
barbiere.--_In sæcula sæculorum._
--Uhm!--borbottò tristamente il vecchio patrizio. E troncò il
colloquio.
NOTE:
[1] È noto che i popolani di Venezia si distinguevano in
_Castelani_ e _Nicoloti_, secondo ch'erano nati e battezzati
nell'una o nell'altra parte della città. Per antica consuetudine,
nella regata si mette in ciascun _gondolino_ un _Castelano_ e un
_Nicoloto_, assicurando così un uguale successo alle due frazioni.
II.
La regata doveva cominciare alle cinque pomeridiane, ma fin dalle
quattro il piano nobile del palazzo formicolava di dame e di cavalieri,
e il conte Zaccaria col pomposo genero a fianco conduceva in giro per
l'appartamento tre o quattro austriaci d'alto affare, duri, impettiti,
coperti di decorazioni. Era un bel palazzo davvero quello ch'egli
mostrava a' suoi ospiti, uno di quegli edifizi maestosi e leggiadri ad
un tempo di cui gli architetti moderni hanno perduto il segreto. _Stile
del classicismo avviato alla decadenza_, lo dicono le Guide, e ne
attribuiscono la costruzione al Sansovino o a uno dei suoi discepoli.
Cinquant'anni fa, esso era anche uno dei pochi palazzi veneziani che
nell'interno serbassero il carattere primitivo. Dalle travi dello
spazioso androne pendevano due grandi fanali che avevano già appartenuto
a due galere della Repubblica; il soffitto della lunga sala era adorno
di elegantissimi stucchi che incorniciavano degli affreschi non privi di
merito; sopra gli usci che nella sala stessa s'aprivano a destra e a
sinistra c'erano dei ritratti di famiglia, quali col corno ducale in
testa, quali in armatura, quali con la zimarra senatoriale, quali col
vestito paonazzo a larghe maniche dei procuratori di San Marco. Altri
quadri coprivano le pareti, e fra i molti ce n'erano alcuni realmente
pregevoli, un Tintoretto, un Palma giovane, un Paris Bordone. Il salotto
di ricevimento, i cui muri erano coperti d'arazzi di Francia, aveva un
caminetto di marmo scolpito dal Vittoria, un'antica lumiera di Murano e
due bei candelabri di bronzo, che riproducevano in assai minori
proporzioni i due famosi della Cappella del Rosario a' SS. Giovanni e
Paolo. Pesanti cortine di damasco rosso, un po' sfilacciate e sgualcite,
moderavano la luce ch'entrava dall'ampie finestre, e la medesima stoffa
rivestiva i seggioloni dagli alti schienali intagliati ch'erano disposti
in giro simmetricamente e davano alla stanza un aspetto grave e solenne,
come se dovesse a ogni momento adunarvisi il Consiglio dei Dieci. Nel
salottino attiguo si ammiravano alcuni quadretti del Canaletto e del
Longhi e due pastelli di Rosalba Carriera. E qua e là, nell'altre parti
del palazzo, erano pure oggetti artistici di pregio, senza contare le
argenterie, le maioliche, le porcellane. Si diceva, per esempio, che la
collezione di vecchio Sassonia ch'era stata acquistata dal nobil'uomo
Cristoforo Bollati durante la sua ambasciata a Vienna fosse la più bella
che c'era in Venezia.
Mentre che il conte Zaccaria faceva da cicerone agl'illustri forestieri
e il marchese genero gli serviva da interprete, gli altri invitati si
pigiavano nel salotto degli arazzi intorno alla languida contessa
Chiaretta, o, prudentemente, prendevano il loro posto sul poggiuolo o
davanti a qualche finestra per goder meglio dello spettacolo.
Chi ha un po' l'abitudine della società sa benissimo che in ogni
ricevimento, in ogni festa c'è un manipolo di persone alle quali nessuno
bada e che i servi stessi dimenticano volontieri nell'andar in giro coi
rinfreschi. Sono i parenti poveri, i vecchi conoscenti di famiglia, i
maestri dei bimbi, tutta gente a cui s'è detto a bocca stretta:--Se
venite ci farete un piacere--lasciando sottintendere un'altra frase--Se
non venite, ce ne farete due.
In questa condizione umiliante si trovavano quel giorno il conte Luca e
la contessa Zanze Rialdi, cugini dei padroni, relegati insieme con la
loro figliuola Fortunata a una finestra di fianco che dava sul _rio_ e
dalla quale il Canal Grande si vedeva solo in iscorcio. Nè la finestra
era esclusivamente per i Rialdi, chè anzi essi dovevano dividerla con
Don Luigi, precettore del contino Leonardo, e con un'altra signora
soprannominata la contessa Ficcanaso per la rara abilità con cui essa
riusciva a insinuarsi dappertutto e a saper tutti i pettegolezzi della
città.
La contessa Zanze e la contessa Ficcanaso si facevano mille moine, ma
in fondo non si potevano soffrire. E quel giorno poi a trovarsi appaiato
nella stessa mortificazione provavano una stizza grandissima.--Che
vogliano levarsi dai piedi la Ficcanaso--pensava la contessa
Zanze--questo si capisce, ma un trattamento simile a me, che sono della
famiglia!--E l'altra diceva in cuor suo:--Facciano quante asinerie
vogliono a una parente povera; chè già quella è una vera mignatta, ma
usino i dovuti riguardi a una persona del mio grado.
Malgrado del disprezzo reciproco, è probabile però che le due contesse
si sarebbero sfogate a sparlar dei padroni di casa se la presenza di don
Luigi non le avesse tenute in riga. E sì che don Luigi della roba sullo
stomaco ne aveva anche lui, e aveva una voglia di dirne quattro! Per San
Filippo Neri! Un sacerdote par suo, un letterato, il precettore del
padroncino, il cappellano della famiglia, cacciarlo in un angolo come se
fosse una spazzatura, come se si vergognassero di lui! E si vantavano
d'esser gente devota alla Chiesa! Queste cose don Luigi le aveva sulla
punta della lingua, ma non le diceva per paura degli altri, e
specialmente di quelle femmine chiacchierone. Così, per darsela ad
intendere a vicenda, il prete e le due signore andavano a gara nel
levare a cielo la bellezza degli addobbi, il buon gusto dei ristauri e
lo sfarzo con cui si faceva tutto in casa Bollati, e solo di tratto in
tratto si permettevano qualche osservazione a carico dell'una o
dell'altra fra le dame raccolte nel geniale ritrovo. Erano allusioni
velate, erano suggestioni piene di carità evangelica, erano timidi dubbi
seguìti dall'onesta frase: Non bisogna credere alle cattiverie del
mondo;--erano lamentazioni generiche sul pervertimento dei costumi e
sulle gravi conseguenze della vanità.
Nè il conte Luca, nè Fortunata prendevano parte a siffatte mormorazioni.
Il conte Luca non aveva fiele, e per lui, a metterlo in disparte, gli
facevano un piacere fiorito, chè alla società egli non si era mai potuto
avvezzare, e della Regata non gliene importava un'acca, e sarebbe
rimasto ben volentieri a casa sua, davanti alla scacchiera, l'unica
passione della sua vita, a studiarvi un problema intorno al quale
ammattivano da più giorni gli avventori del caffè alla _Vittoria_. In
quanto a Fortunata, ch'era una ragazzina timida e sbiadita di dodici
anni e mezzo, non le veniva neppure in capo di lagnarsi del posto che le
avevano assegnato. Di dove era, allungando un po' il collo, ella vedeva
benissimo il Canal Grande, vedeva perfino le signore che si facevano
fresco sul poggiuolo d'un palazzo prospettante il palazzo Bollati.
Sotto la sua finestra poi, all'imboccatura del _rio_, c'era un grosso
battello che serviva a sbarrare il passaggio (come s'usa nei giorni di
regata), ed era pieno di gente allegra, uomini, donne, fanciulli che
ingannavano il tempo mangiando semi di popone e disputando romorosamente
intorno all'esito probabile della gara. C'erano due partiti. Gli uni
tenevano per Tita Oliva, gli altri, meno numerosi, per quel Nane
Sandretti detto _Bisatto_ ch'entrava in regata per la prima volta. Tita,
come sappiamo, era il gondoliere di casa Bollati, e quando lo si
nominava, tutti gli occhi si alzavano verso la finestra a cui era
affacciata la ragazza Rialdi.
Il cuore di Fortunata batteva anch'esso per Tita, ch'era sempre gentile
con lei e che la chiamava padroncina. Nel venir a palazzo essa lo aveva
incontrato per istrada già vestito da _regatante_, con la sua fascia
rossa intorno alla vita, l'aveva incontrato insieme con tre o quattro
altri compari, ed egli aveva salutato rispettosamente lei, il conte Luca
e la contessa Chiaretta, e aveva detto:--Adesso si va col gondolino ai
Giardini, e speriamo bene.
Come la Fortunata gli augurava il trionfo! Come si sentiva inclinata
verso quelli che parteggiavano per lui, come l'indispettivano i fautori
di quel Nane Bisatto che aveva la petulanza di venir a lottare coi
provetti!
Un fremito di voci umane, un rumore crescente di applausi annunziò
l'avvicinarsi delle gondole di Corte, le quali, precedute e seguìte
dalle _bissone_, facevano il giro del Canal Grande prima che i gondolini
della regata si mettessero in moto. Il corteggio passò e ripassò come un
lampo davanti al palazzo Bollati, dove le signore sventolavano i
fazzoletti e gli uomini gridavano con quanto fiato avevano in corpo:
_Viva l'Imperatore, viva l'Imperatrice!_ È utile rammentare a questo
proposito che, quantunque anche in quel tempo vi fossero in Venezia
uomini gagliardi e generosi pronti a versare il loro sangue per
l'indipendenza della patria, e non mancassero gli affigliati alla
_Giovine Italia_, la grande maggioranza della popolazione accettava
rassegnata il dominio austriaco e applaudiva i Sovrani col solito
entusiasmo della folla per tutto ciò che brilla ed abbaglia.
--Viva, viva!--strillava Fortunata con la sua vocina. E continuava,
rossa dall'emozione:--Ah, ecco l'_Uscocca_, ecco l'_Uscocca_.... Mamma,
babbo, presto, guardate Leonardo.... Come sta bene!
In ginocchio sulla prora della sua svelta ed elegante _bissona_, sotto
un baldacchino tutto veli e frangie inargentate, il contino Bollati
animava i rematori col gesto e con la voce, e pareva un antenato di sè
medesimo alla battaglia di Lepanto.
--Ah!--seguitava la fanciulla in preda a un nuovo parossismo
d'ammirazione.--E quella è la lancia del collegio di marina... ci
dev'esser Gasparo lì dentro... sì, sì... eccolo là.... Babbo, mamma...
non lo vedete?... È lui che governa il timone....
--Sì, sì, cara--rispondevano i genitori--non spingerti tanto fuori dal
davanzale.
Gasparo era il fratello maggiore di Fortunata, allievo dell'Accademia di
marina, e prossimo a uscirne cadetto.
La fulgida visione disparve, e di lì a poco s'intese il cannone che
annunziava la partenza dei _regatanti_ dalla punta dei Giardini
pubblici. Un lungo mormorio corse attraverso la folla accalcata sulle
due rive del Canalazzo; poi si fece uno di quei silenzi solenni in cui
si sente palpitare il cuore d'un popolo. Oggi scaduta dalla sua
importanza, la regata era fino a trent'anni fa lo spettacolo favorito
dei Veneziani. A ogni modo, essa era ed è sempre lo spettacolo popolare
per eccellenza. La lotta dei gladiatori in Roma antica, la corsa dei
tori in Ispagna trovano forse una maggior partecipazione in tutte le
classi sociali, ma nessuna festa scuote più vivamente le fibre della
moltitudine. Quanto tempo prima se ne discorre nei _traghetti_, per le
osterie, nelle case, nei trivii, quanto tempo dopo si continua a
parlarne! E il giorno della prova, mezza Venezia si spopola per
riversarsi sull'altra metà. La gente s'insacca nelle barche, nelle
_peate_, nei battelli d'ogni forma e misura, fa ressa sulle
_fondamenta_, paga volentieri qualche soldo per assicurarsi una seggiola
o un posto sopra qualche panca, o s'arrampica sugli sporti delle
fabbriche, sull'inferriate delle case, sui piedestalli dei candelabri, o
s'addensa dietro le spallette del ponte di Rialto, la cui mole maestosa
e severa sembra acquistare il moto e la vita a quell'ondeggiamento di
teste. E in quel giorno più che mai il popolo è superbo della sua
Venezia, e s'inebbria in quel tripudio di colori e di luce onde ogni
cosa s'anima e si trasfigura, dal freddo marmo dei palazzi gotici,
arabi, lombardeschi, barocchi, alle carni pastose e alle fulve o brune
chiome delle donne e delle fanciulle.
Ma ecco nuovamente venir di lontano un rumore che somiglia al muggito
del mare, ecco una viva ansietà dipingersi nei volti, ecco tutti gli
sguardi tendere a un punto.
--Son vicini...
--Son qui...
--Chi è il primo?
--Non si capisce.... C'è il sole che confonde la vista.
Il conte Zaccaria, gonfio e pettoruto pel bel successo della sua
_Uscocca_, aveva annunziato come cosa sicura a' suoi ospiti che il primo
sarebbe stato il gondolino rosso N. 6 a poppa del quale vogava il suo
Tita Oliva. Ma, ohimè, il gondolino N. 6 non era che il secondo, e anche
questo secondo posto gli era fieramente contrastato dal gondolino viola
N. 4; l'uno e l'altro poi erano preceduti d'un buon tratto dal gondolino
celeste N. 8, su cui si trovava il formidabile Nane Bisatto. I gondolini
5 e 7 si disputavano il quarto premio, gli altri, ormai disperati di
riuscire, venivano dietro lentamente a grande distanza.
--Non è deciso nulla--disse il conte Zaccaria facendo di tutto per
nascondere il proprio dispetto.--Riderà bene chi riderà ultimo.
Infatti i gondolini dovevano ancora giungere al punto estremo del Canal
Grande, a Santa Chiara, poi girare intorno a un palo che qui chiamano
il _paletto_, e rifare una gran parte del cammino fin presso
l'imboccatura del _rio_ Foscari, ove sorge la cosidetta _Macchina_, ch'è
una elegante baracca di legno improvvisata sull'acqua e segna la meta
ultima della corsa. In tal maniera, da tutti i palazzi che stanno tra il
_rio_ Foscari e Santa Chiara, i _regatanti_ si vedono due volte, cioè
all'andata e al ritorno. E realmente il ritorno può serbare non piccole
sorprese, e tale che chi era primo diventa secondo, e tal altro che
pareva ormai fuori d'ogni speranza accenna a conquistarsi valorosamente
la sua bandiera. Ma questa volta gl'intenditori dicevano chiaro e tondo
che a Nane Bisatto il primo premio non lo portava via _neppure il Padre
Eterno_, giacchè c'era troppa distanza tra lui e il gondolino di Tita
Oliva, ed era già molto se quest'ultimo poteva mantenersi il secondo e
non esser sorpassato dal gondolino N. 4, quello dove c'era Menico
Fichetti da Pellestrina, un giovine piccolo e sottile, ma che aveva
nervi d'acciaio.
Questi discorsi si tenevano anche nel barcone ch'era fermo
all'imboccatura del _rio_ sotto il palazzo, e Fortunata che aveva preso
tanto a cuore la causa di Tita, si metteva nei panni di lui e aveva una
gran voglia di piangere.
La contessa Zanze, la contessa Ficcanaso e don Luigi erano in
disposizione d'animo affatto diverse, e, poichè il fiasco del barcajolo
veniva a ricader sui padroni, ne provavano una segreta esultanza, che
non esprimevano apertamente, ma che lasciavano trapelare. Don Luigi
faceva delle riflessioni filosofiche sulla caducità delle cose umane,
sullo sperpero del danaro pubblico e privato in feste e in bagordi e sul
poco giudizio che c'era a distrarre i ragazzi dagli studi per farli
andare sulle _bissone_.... Con quella voglia che avevano di studiare! Le
due contesse assentivano appieno alle savie parole del sacerdote, tanto
più che il servo aveva presentato loro il vassoio dei dolci quando tutti
s'erano già preso il buono e il meglio, e ciò le aveva esacerbate fuor
di misura.
Ma il dialogo fu troncato dal riapparire dei _regatanti_. Ora, la
finestra sul _rio_ guardava precisamente verso la parte dalla quale i
gondolini tornavano, e Fortunata vide ben presto che il _viola_
continuava ad essere il primo e aveva aumentato anzichè diminuito
l'intervallo che lo separava dagli altri. Il valore di Nane Bisatto
aveva finito ormai col trascinare i più restii, e, con una volubilità
che afflisse e irritò Fortunata, parecchi tra i fautori del suo protetto
si unirono anch'essi a quelli che applaudivano l'eroe della giornata. Ma
quel che è peggio, il gondolino rosso non era più nemmeno il secondo,
non era nemmeno il terzo; era il quarto, quello a cui era destinato
l'ultimo, premio, la bandiera gialla e il relativo porcellino, quasi
un'onta per Tita, avvezzo ai primi trionfi. Povero Tita! Egli non osava
alzar la testa, vogava per l'onor delle armi, ma avrebbe preferito esser
sott'acqua lui e il suo gondolino, piuttosto che sentire tutti quegli
sguardi fissi sopra di sè, piuttosto che passar davanti al palazzo dove
c'erano i padroni e tanti ospiti d'alto affare. Tita non si ricordava in
quel momento di Fortunata, oppure ell'era la sola che, pensando alla sua
umiliazione, aveva gli occhi pieni di lagrime. I padroni invece erano
irritatissimi, dicevano che Tita non era più buono a nulla, e che aveva
compromesso il decoro della casa, e che meritava d'essere strapazzato
senza misericordia.
Questo incidente fece sì che in palazzo Bollati si gustasse meno
l'ultima parte, pur così bella, dello spettacolo, quando cioè tutte le
barche prima raccolte, ristrette ai due lati del Canal grande, pigliano
il largo e formano un suolo galleggiante che copre e nasconde la
superficie dell'acqua. È per solito l'ora del tramonto, e gli ultimi
raggi del sole scintillano sui ferri bruniti delle gondole, sfolgorano
con bagliori d'incendio sui vetri delle finestre, danno risalto alle
dorature e alle stoffe colorate delle _bissone_, alle livree dei
gondolieri, agli abbigliamenti delle signore, alle vesti chiassose delle
popolane. Ed è un suono di musiche allegre, un vociare confuso, uno
strepito di remi che si urtano, di ferri che cozzano, di carene che
scricchiolano. Indi cala lento lento il crepuscolo, la folla si
disperde, il rumore a poco a poco svanisce, e il Canalazzo ritorna
nell'usato silenzio.
Frattanto, giù nell'entratura di Cà Bollati, Tita sedeva accasciato
sopra una panca, e non sapeva risolversi a salir dalle loro Eccellenze
dopo lo smacco subìto. Parecchi amici e compari gli facevano corona e si
sforzavano di calmar la sua agitazione e di persuaderlo a presentarsi ai
padroni con la faccia franca, chè già non l'avrebbero mica mangiato vivo
seppure una volta la fortuna gli era stata contraria. In quel gruppo di
confortatori c'erano anche alcune donnette, una sua sorella tra l'altre,
bel tipo di veneziana da Cannareggio, con certi occhi neri e lucenti
come due carboni e con una parlantina inesauribile.
--_Oh, corpo de diana_--ella diceva al fratello--vorrei anche vedere che
ti trattassero con mala grazia. Io risponderei: Lustrissimi, credono che
a vogare in regata sia lo stesso che a starsene lunghi distesi con la
pancia in giù sui cuscini d'una _bissona_?... Eh, non ho peli sulla
lingua io....
Tita s'impazientiva.--I rimproveri dei padroni sono il meno... È l'amor
proprio.
--To', non la può mica andar sempre bene... Una volta corre il cane e
l'altra il lepre... È stato così dacchè mondo è mondo.
--_Siora_ Cate ha ragione--soggiungeva un vecchio _gastaldo_ d'un
traghetto vicino, persona assai autorevole--non c'è ragione di
tribolarsi... E lascialo dire a chi se ne intende... _Bisatto_ non è
degno d'allacciarti le scarpe... E se ha vinto oggi, a rivederci domani.
--È stato quel colpo di vento alla Punta della Salute--ripigliò un
altro.--C'ero io, c'ero. _Bisatto_ l'ha sentito meno perchè il suo
gondolino si trovava più a destra.
Ma Tita non voleva esser consolato e andava in escandescenze,
soprattutto quando la sua umiliazione gli era rammentata dai guaiti del
porcellino che giaceva in un angolo, più morto che vivo.
--Povera bestia!--esclamò la Cate, chinandosi sull'infelice animale in
atteggiamento di suora di carità.--Come se ne avesse colpa!... È tutto
ammaccato... Che ragione c'era di pigliarlo a calci? Che se poi crepa di
bile, non è più buono da mangiare.
--È vero--notò gravemente un nuovo personaggio comparso in quel punto.
Era il signor Oreste, il cuoco, in abito da signore, col _metternicche_
in testa, una collana d'oro al collo e uno spillone di diamanti sulla
camicia.--È vero--egli riprese dopo una pausa. E inventandosi apposta un
proverbio per l'occasione continuò:--_Bestia ben trattata buona in
pignatta_.... E questa qui non ha bisogno d'altre disgrazie.... Conviene
ingrassarla per una settimana, e poi si potrà farne uno stufatino con la
salsa piccante....
--Ma che stufatino!... Ma che salsa piccante!--interruppe la
Cate.--Meglio arrosto.
--Scusi, _siora_ Cate, è troppo piccolo.
--Alla malora il porco e i suoi protettori--urlò Tita in una
recrudescenza di furore.--Ch'io possa morire d'un accidente se di quel
porco lì ne assaggio un boccone.... L'avevo detto al mio compagno che se
lo tenesse tutto per lui.
Ma la sorella, ch'era una giovane savia e positiva, protestò contro
quest'idea bislacca.--Neanche per sogno.... Quello ch'è giustizia....
Ciascuno la sua parte.
--Belle parti che si faranno--disse il signor Oreste con piglio
sprezzante, accennando alla piccolezza dell'animale.
--O che non potrebbe attendere alle sue casseruole, _sior
piavolo_?--rimbeccò la Cate, che non poteva soffrire il cuoco, il quale
un giorno aveva voluto mettere a troppo caro prezzo un piatto di
polpette ch'egli le aveva regalate.
--Ehi, ehi, la mia _tosa_, che fumi vi montano alla testa?
--Zitto--sussurrò qualcheduno--che c'è _sior_ Bortolo.
Infatti, l'agente generale discendeva dalla scaletta del mezzà in
compagnia d'un signore dai baffi grigi che faceva il sensale di mutui e
godeva di una mediocre riputazione.
--Siamo intesi, caro Bellani... Combinando l'affare l'un per cento a
me....
In quel punto la porta della scala di servizio si aprì con violenza, e
un cameriere in livrea gridò tutto trafelato.--Che qualcheduno vada
subito in farmacia a cercare un medico.... Dal dottor Zuliari andrò
io... È venuto un deliquio a Sua Eccellenza Leonardo.
III.
Il deliquio del vecchio conte non durò che pochi minuti, ma i medici,
considerando l'età avanzata e il fisico indebolito di Sua Eccellenza, lo
giudicarono un sintomo gravissimo e non tacquero le loro inquietudini
alla famiglia. Nè s'apponevano a torto; chè di lì a qualche giorno
apparve evidente che il nobil'uomo Leonardo Bollati, patrizio veneto e
comandante di galera sotto la Serenissima, si spegneva a oncia a oncia,
come lampada a cui manchi l'olio. Egli conservò per altro sino
all'ultimo la lucidezza della mente, e quando s'accorse d'essere ormai
bell'e spacciato, chiamò al suo letto il figliuolo e gli tenne
all'incirca questo discorso:
--Lasciamo i preamboli, perchè non ho tempo da perdere. Presto sarete
voi il capo della famiglia di nome e di fatto. È dunque bene che
sappiate, se non ve ne foste ancora accorto, che, da un secolo a questa
parte, c'è in casa nostra tutta la disposizione ad andare in malora. La
mia colpa ce l'avrò anch'io, ma si è cominciato molto prima di me a
spendere più di quello che si poteva. Se cercherete su nell'archivio le
lettere del vostro prozio Almorò, ambasciatore a Parigi, vedrete ch'egli
domandava 120 mila franchi all'anno per lui solo e l'agente aveva un bel
da fare a trovarglieli. E vedrete anche la polizza delle spese occorse
per le feste date in occasione della nomina a Procuratore di San Marco
di vostro nonno e mio padre Zaccaria. Oh bazzecole! venti mila ducati!
Notate che in quei tempi c'era ogni tanto la sua brava eredità che
capitava in buon punto a colmare i vuoti. Ma adesso i pochi parenti che
ci restano son tutti spiantati, e non so quali eredità si possono
sperare.... Se non fosse da parte dei Rialti....
Questa supposizione parve sì comica al conte Leonardo ch'egli si mise a
ridere, e, poichè il riso gli fece venire la tosse, dovette interrompere
la sua arringa.
--Sì, sì--egli riprese di lì a un paio di minuti--tutti ebbero le mani
bucate nella nostra famiglia. Non è da eccettuarsi che una bisavola, la
quale aveva invece la manìa dell'avarizia, e, fra l'altre cose, lasciò
alla sua morte una cinquantina di pacchi di curadenti con scrittovi
sopra: _usati, ma servibili_. Insomma quello che volevo dirvi si è ch'è
necessario metter giudizio; se no vi assicuro io che, nonostante i due
dogi, i tre procuratori e gli altri illustrissimi personaggi che
vantiamo per antenati, di tutte le nostre ricchezze non ci resterà fra
poco il becco d'un quattrino. E queste cose ditele alla mia degnissima
nuora, che non si sa proprio come spenda il danaro, perchè le nostre
vecchie si divertivano, e quella lì consuma una sostanza in caffè,
cioccolata, _baicoli_ e paste sfogliate. Badate poi al vostro figliuolo
Leonardo, che giurerei destinato a restare un somaro e a diventare un
cattivo soggetto. Finalmente credo utile avvertirvi che tutti i nostri
dipendenti ci succhiano il sangue come tanti vampiri, cominciando
dall'agente generale _sior_ Bortolo e terminando coll'ultimo fattore di
campagna. Già saprete il proverbio: _Fame fator un ano, e se moro de
fame xe mio dano_. Non vi suggerisco di cambiarli, perchè ne prendereste
di quelli che vi ruberebbero ancora di più; solamente tenete gli occhi
aperti e procurate di far meglio di quello che ho fatto io. Io me ne
lavo le mani. È il meno che si possa fare quando si va all'altro mondo.
In complesso il sermone del conte Leonardo era pieno d'idee giudiziose,
ciò che prova come tutti gli uomini in punto di morte abbiano
l'attitudine a dar buoni consigli, perchè sanno di non doverli più
avvalorar con l'esempio, e perchè non temono più le conseguenze dei
sacrifizi che suggeriscono agli altri.
E invero quando, dopo pochi giorni, Sua Eccellenza morì con tutti i
conforti della religione, il suo testamento parve fatto apposta per
ismentire le savie massime ch'egli aveva predicato, tanti e di tante
specie erano i legati che imponeva all'erede. Ce n'era sotto forma di
elargizioni a opere pie, di somme da pagarsi in una sol volta a parenti
ed a amici, di elemosine ai poveri, di pensione alla servitù, ecc., ecc.
Nè mancavano istruzioni precise, minute, circa ai funerali che dovevano
essere tra i più splendidi che si fossero visti.
Questi funerali i vecchi parrocchiani se li ricordano ancora. Essi si
ricordano perfettamente quanti minuti impiegasse il corteo per giungere
dal palazzo alla chiesa, quanti preti, quante confraternite, quante
rappresentanze civili e militari, quanti servi di casa, quanti
gondolieri di famiglie patrizie vi prendessero parte, e che folla di
curiosi venisse in coda, donne, ragazzi, pezzenti d'ogni età e d'ogni
sesso, che, trattenuti a fatica dai fanti del Municipio, si accalcavano
gli uni sugli altri, mormorando per non aver potuto avere il torcetto.
In chiesa poi era uno spettacolo imponente. Le pareti e i pilastri erano
rivestiti di drappo nero con galloni d'argento, un gran catafalco con
iscrizioni ai quattro lati s'ergeva nel mezzo, le fiamme oscillanti dei
ceri abbarbagliavano gli occhi e gettavano in faccia dei buffi d'aria
infocata. Dopo che il feretro fu issato sul catafalco, intorno al quale
stavano ritti ed immobili quattro pompieri con le spade nude e quattro
servitori con le torce accese, principiò la cerimonia religiosa, una
cerimonia che non voleva finir mai. Le onde sonore che partivano dalla
cantoria accrescevano, s'era possibile, il caldo affannoso, la gente,
stipata come le sardelle in barile, si rasciugava i sudori con la manica
del vestito (seppur le riusciva di alzare il braccio), e di tratto in
tratto, non potendone proprio più, metteva dei muggiti simili a quelli
del mare in burrasca. Insomma, quando piacque a Dio, il parroco
pronunziò l'assoluzione e il funerale si mosse. Ci fu di nuovo un serra
serra, qualche bimbo rischiò di restar schiacciato, qualche donna cadde
in deliquio, ma non s'ebbero a deplorare disgrazie maggiori. Nel _campo_
davanti alla chiesa un picchetto di soldati di marina rese alla bara gli
onori militari; poi, non usandosi in quei tempi i discorsi, la bara fu
accompagnata sino al canale, e venne deposta in una _peota_ riccamente
addobbata, nella quale salirono i famigli del defunto, alcuni pompieri e
fanti del Municipio. La _peota_ preceduta da una barca con la musica e
seguita da uno stuolo di gondole si diresse verso il cimitero di San
Michele di Murano.
La folla si disperse da varie parti. Solo un centinaio di poveri (donne
in gran parte) s'avviarono al palazzo per buscarsi qualche soldo
d'elemosina.
_Sior_ Bortolo, il quale, soffrendo un po' d'asma non era andato in
chiesa, ebbe un bel da fare a liberarsi da quest'arpie ch'eran riuscite
a penetrar nel _mezzà_ e lo assordavano delle loro querimonie.
--A mio marito non hanno dato nemmeno una candela.
--Ho quattro creature, io....
--Son due giorni che non si accende fuoco in casa....
--Sono un povero vecchio impotente....
--Ho il figliuolo coscritto.
--Andate in pace--diceva _sior_ Bortolo--chè già nel testamento di S. E.
Leonardo c'è un legato pei poveri della parrocchia.
--Oh _paron benedeto_!--stillavano alcune di quelle megere--di quei
soldi lì noi altri non ne vediamo.... Se li mangia il pievano.
--Eh, vergogna. Che discorsi!
--Pur troppo, _sior_ Bortolo.... Pur troppo la è sempre così.
--Se anche non li mangia tutti--soggiungeva una femmina d'opinioni
moderate--li distribuisce a suo modo, a chi non li merita, a chi non ha
bisogno.... Sia buono, _sior_ Bortolo, ci dia qualche cosa.
_Sior_ Bortolo si lasciava commuovere e cacciava le mani dentro un
cassetto.--Uno alla volta.... Marco.
Marco era un fattorino addetto all'agenzia.
_Sior_ Bortolo gli diede una manata di soldi con l'incarico di
licenziare tutta quella gente, e Marco ricorrendo a _sior_ Bortolo ogni
volta che la provvista era esaurita, persuase i postulanti ad andarsene.
In questa delicata operazione egli seppe far in modo che qualche mezza
svanzica si smarrisse nelle tasche della sua giacchetta. _Sior_ Bortolo,
dal canto suo, nel registrare la sera tutte le spese innumerevoli della
giornata, stimò opportuno di arrotondare la cifra, sembrandogli forse
che il decoro della nobile famiglia Bollati esigesse di far comparire
nei libri una somma maggiore del vero.
Sua Eccellenza il conte Leonardo Bollati, che scendeva sotterra in quel
giorno d'ottobre 1838, non era un grand'uomo, come volevano far credere
i suoi panegiristi. Egli aveva avuto la fortuna di conquistare in
gioventù una certa riputazione di valore combattendo sotto gli ordini
dell'ammiraglio Emo nell'impresa di Tunisi, e aveva avuto l'abilità di
conservar quella riputazione, non mettendola mai alla prova. Così più
d'uno aveva creduto (e abbiamo visto che tale era anche l'opinione del
vecchio barbiere) che se, nel 1797, egli fosse stato alla testa della
flotta, le cose sarebbero andate diversamente.
Caduta la Repubblica, Sua Eccellenza non volle più servire nè sotto il
Governo democratico che le succedette per pochi mesi, nè sotto alcuno
dei Governi che si avvicendarono poi, e quest'atto, che forse in lui era
da attribuirsi a sola pigrizia, fu interpretato quale una protesta
dignitosa contro i nuovi ordinamenti politici della patria. È vero che
questo suo nobile disdegno non gl'impedì d'essere tra i patrizi
veneziani i quali sollecitarono dall'Austria la corona di conte.
Se Sua Eccellenza Leonardo Bollati abbandonò dopo il 1797 i pubblici
uffici, non si può dire ch'egli si consacrasse con molto zelo alle sue
faccende private, chè anzi, mortagli la moglie in età ancora fresca,
egli non si diede alcun pensiero dell'unico figliuolo rimastogli, e
continuò invece, fin che la salute glielo permise, a menar vita
dissipata e galante. A ogni modo, sia pel fascino esercitato dal suo
nome storico, sia pei ricordi che gettavano una luce favorevole sulla
sua gioventù, sia per una certa prontezza e festività di spirito, sia
per le maniere affabili sotto le quali egli dissimulava l'alterigia e
l'egoismo nativo, sia pel largo patrimonio ch'è mezzo sicuro di coltivar
le aderenze, il conte Bollati era un uomo assai popolare e molti
riverivano in lui uno degli ultimi rappresentanti di quell'aristocrazia
veneziana che diede così splendidi esempi di senno civile. E quantunque
da alcuni anni egli non si facesse veder quasi da nessuno e lasciasse
far tutto al figliuolo, la sua morte recò una scossa notevole al credito
della famiglia, cosa di cui l'agente generale fu il primo ad accorgersi
nel combinare l'operazione finanziaria indispensabile pel pagamento dei
numerosi legati.
_Sior_ Bortolo era una perla d'agente, che non seccava mai i padroni coi
molesti predicozzi dei commessi troppo scrupolosi, che non lesinava mai
il danaro, nè sollevava dubbi e difficoltà. A ogni straordinaria
richiesta di fondi, egli atteggiava le labbra a un sorrisetto serafico e
rispondeva:--Sarà fatto.--E non c'era pericolo ch'egli non mantenesse la
sua parola. Ohibò! Si era sicuri di vederlo comparire il domani più
sorridente ancora del consueto con la somma precisa di cui si aveva
bisogno. E la soddisfazione che _sior_ Bortolo provava nel compiacere la
nobile famiglia era tale ch'egli diventava ogni giorno più lucido e
grasso, tanto lucido da parer spalmato di lardo, tanto grasso da
raggiunger quasi la forma sferica.
Sappiamo già che il conte Leonardo era intimamente persuaso che l'ottimo
_sior_ Bortolo rubasse a man salva. Ma egli diceva:--Non posso mica
attender io stesso ai miei affari. E a qualunque altro li affidassi,
sarebbe peggio.--Il conte Zaccaria poi non faceva neanche questo
ragionamento; egli lasciava correre senza badare più in là.
Adesso però, sotto l'impressione delle profezie e delle ammonizioni
paterne, egli stimò necessario di veder coi suoi occhi come stavano le
cose, e ordinò a _sior_ Bortolo di preparargli un prospettino da cui
apparisse chiaro lo stato del patrimonio. E _sior_ Bortolo con mirabile
sollecitudine allestì un lavoro degno della sua perizia di contabile e
di calligrafo. Frutto di queste lucubrazioni furono due nitidi specchi a
doppia colonna, l'una per il dare, l'altra per l'avere. Nel primo
figuravano a destra le somme a cui erano stimati i beni della famiglia,
possidenze in città e in campagna, oggetti d'arte e oggetti preziosi,
ecc. ecc.; a sinistra si leggevano i nomi dei varii creditori insieme
con le cifre dei loro crediti. Qui c'era una bella differenza in più
nell'avere. Nel secondo specchio erano disposte nello stesso ordine
l'entrata e l'uscita: spese domestiche presunte, livelli, tasse,
interessi dei mutui. E c'era una bella differenza anche qui, ma in senso
contrario; il dare superava l'avere di parecchie migliaia di lire.
--Capisco, capisco--disse il conte Zaccaria dopo aver esaminato per
mezz'ora i due prospetti in lungo e in largo--noi avanziamo ogni anno
dai quattro ai cinquemila ducati.
--Scusi, Eccellenza--interpose l'agente--è proprio il rovescio. Si
spendono quattro o cinquemila ducati in più.
Il conte Zaccaria si grattò la nuca.
--E come va questa faccenda?
--Ma!--rispose _sior_ Bortolo, sprofondando la testa fra le spalle.--Mi
pareva che S. E. Leonardo (pace all'anima sua) l'avesse avvertita....
--Sì, sì, mi disse qualche cosa.... senza parlare di cifre....
--Del resto--ripigliò l'agente per dorar la pillola--del resto, se ci
fossero due buoni raccolti di seguito, un aumento nelle entrate lo si
dovrebbe vedere. Poi c'è qualche livello che sta per cessare.... In ogni
modo, non lo dissimulo, un po' d'economia sarebbe assai utile. Dal canto
mio, per quanto riguarda l'agenzia, procurerò sicuramente.... ma
bisognerebbe che anche in famiglia.... perdoni, Eccellenza, se mi prendo
questa libertà.... ma è la mia devozione per la casa Bollati.
--Bene, bene.... vedremo.... Capisco....
--Di qui ad alcuni anni poi--soggiunse _sior_ Bortolo--il contino
Leonardo, col suo nome e con le sue belle qualità, che il Signore Iddio
gli conservi, potrà trovar la dote che vuole....
--Affari lontani, caro amico, affari lontani....
--Lontani, ma sicuri.
A questo punto _sior_ Bortolo mostrò al principale un polizzino
supplementare con la nota delle tasse e dei legati che conveniva pagar
subito, e disse in qual modo, salvo sempre l'approvazione di S. E., egli
aveva creduto di provveder la somma occorrente. E S. E., che rispondeva
sempre _capisco_ e non capiva mai nulla, si spicciò con due parole:
--Fate voi.... Purchè non si tratti di vendere.... Vendere significa
diminuire il patrimonio, e io voglio tramandarlo intatto a mio figlio.
Esposta questa savia massima amministrativa, il conte Zaccaria prese la
eroica risoluzione di raccomandare alla sua illustrissima consorte una
maggiore economia nelle spese di casa, e citò a sostegno della sua tesi
gli avvertimenti del defunto genitore e quelli dell'agente generale.
La signora Chiaretta, donna ordinariamente molto fredda ed apatica, fu
punta sul vivo dalle considerazioni del marito, e gli rispose per le
rime. Ella disse prima di tutto che si maravigliava molto che si
venissero a raccontare a lei queste storie; che se da più secoli gli
uomini della famiglia non avevano avuto giudizio, ella non sapeva che
farci, e se Sua Eccellenza Almorò, quand'era ambasciatore a Parigi,
spendeva 120 mila franchi all'anno, e Sua Eccellenza Zaccaria per
festeggiare la sua nomina a Procuratore aveva gettato 20 mila ducati
bisognava prendersela con Sua Eccellenza Almorò e con Sua Eccellenza
Zaccaria, e non con lei. Del resto, quand'ella, l'ultima degli Orseolo,
era entrata in casa Bollati aveva creduto di entrare in una casa di gran
signori, e non era disposta affatto a vivere di pane e di noci. A ogni
modo ella sarebbe stata curiosa di sapere quali risparmi si potevano
fare.--Perchè--ella continuava rispondendo da sè alla propria
domanda--non pretenderete mica che si stia senza gondola.
--Sfido io.... Nemmen per sogno.
--O che si licenzi il cuoco?
--Ma chi dice questo?
--O che io mandi a spasso la cameriera?
--Ma no, ma no.
--O che rinunzi al palco alla Fenice?
--Nemmen per idea.
--O che mi vesta come una serva?
--Via, Chiaretta, nessuno pretende una roba simile.
--Che cosa si pretende adunque? Che si dia il benservito al precettore
di Leonardo, e che si mandi il ragazzo alla scuola pubblica?
--Ci mancherebbe altro! Un Bollati alla scuola pubblica?... In mezzo
alla marmaglia?
--Lo vedete voi stesso, è chiaro come la luce del sole che meno di quel
che si spende non si può spendere.... almeno per parte mia. Se voi
sprecate il danaro senza discernimento....
--Io!--interruppe scandalizzato il conte Leonardo. E allora toccò a lui
di provare come due e due fan quattro che sulle sue spese particolari
non c'era da risecare un centesimo, mentre non si poteva certo
pretendere che un Bollati non appartenesse al Casino dei nobili, e non
avesse un posto nel _palcone_ di società in tutti i teatri, e non
frequentasse il caffè, e si tirasse indietro dal giuocare una partita a
_tre sette_ per paura di perdere qualche zecchino.
La contessa Chiaretta avrebbe voluto dire che tutte le spese del marito
non finivano lì, ma tacque per ispirito di conciliazione.
Dopo questo colloquio pareva che le cose dovessero restar al punto in
cui erano prima; nondimeno i due coniugi, ritornando sull'argomento,
ebbero uno slancio sublime, e mostrarono di quanta abnegazione fosse
capace l'animo loro. Sua Eccellenza Chiaretta, che prendeva sei tazze di
cioccolata al giorno, deliberò di sacrificarne una, e il conte Zaccaria,
sempre fermo nell'idea di lasciare intatto il patrimonio al figliuolo,
immolò sull'altare della famiglia un bicchierino di curaçao, ch'egli
soleva centellare dopo colazione.
IV.
Chi, nei giorni immediatamente successivi alla morte del N. H. Leonardo,
fosse penetrato in qualche caffè di Venezia avrebbe sentito un dialogo
simile a questo:
--Dunque si sa precisamente quel che abbia lasciato Bollati?
--Ma no, nulla di preciso... L'azienda diretta da quel famosissimo
_sior_ Bortolo è in una confusione da non credersi.
--Oh c'è da scommettere che anche quelli lì finiscono coll'andare in
rovina....
--Via, prima della rovina ci vorrà qualche annetto.
--Non tanto, non tanto; quando si comincia, si va giù a precipizio.
--Che pessimisti! Il vecchio conte, se badiamo alle sue disposizioni
testamentarie, non aveva di queste paure.
--Oh se le aveva!... Le disposizioni testamentarie non significano
nulla.... È positivo che prima di morire egli fece una predica al
figliuolo e gli pronosticò una catastrofe se non restringeva le spese.
--Bellissima! E poi lasciò tutti quei legati?
--Boria postuma.
--Contraddizioni umane.
--È vero--chiedeva qualcheduno--che i Geisenburg sono partiti su tutte
le furie il giorno dopo i funerali?
--Verissimo. È innegabile che il conte Leonardo li trattò un po' male.
Non nominò nemmeno nel suo testamento il marchese Ernesto, e alla nipote
lasciò un anello di nessun valore.
--Il conte Leonardo aveva sempre veduto di mal occhio questo matrimonio.
--E aveva ragione. O che non c'erano meglio partiti a Venezia?
--Quel marchese con la sua prosopopea è insoffribile.
--È poi così ricco come si vanta di essere?
--Nemmen per sogno.... Molto fumo e poco arrosto. Già quando c'è il
vizio del gioco non c'è fortuna che basti.
--Il gioco, il vino e i cavalli--soggiungeva un altro.--Tre cose che
costano un occhio.
--E lei, la marchesa, sciupa una moneta in _toilettes_.
--Sì, con quel frutto.... Pare la bambola di Francia.
E si seguitava di questo tuono, tagliando i panni addosso al marchese
Ernesto e alla marchesa Maddalena, che, per vero dire, erano antipatici
a tutti. Noi, che non dobbiamo occuparci dei fatti loro, li lasceremo in
balìa dei loro detrattori e vedremo che cosa pensino del testamento del
conte Leonardo quei parenti dei Bollati, a cui già accennammo più volte,
i Rialdi.
Anche i Rialdi erano stati delusi nella loro aspettazione. Si
ripromettevano una bella sommetta e avevano avuto invece un legatino
piccolo piccolo. Il conte Luca soffiava in silenzio (era il suo modo
d'esprimere il malcontento), ma la contessa Zanze, quando non c'era
presente la figliuola, non resisteva alla tentazione di darsi uno sfogo.
--Avete visto?--ella diceva al pacifico marito.--Valeva la pena di aver
fatto la vita che s'è fatta in questi ultimi giorni, valeva la pena
ch'io aiutassi il flebotomo a metter, con riverenza parlando, le
sanguisughe a quell'empiastro del conte Leonardo, per esser poi trattati
come parenti lontani che vanno a palazzo a ogni morte di papa o come
estranei che non hanno altro merito che quello di recitar quattro versi
nelle feste di famiglia?... Quattromila lire venete una volta tanto....
Una miseria!... E invece le migliaia di ducati all'Ospitale, alla Casa
di Ricovero, agli Orfanotrofi, agli Asili d'infanzia, ai Catecumeni, o
che so io... tutto per aver gli articoli della _Gazzetta_ e le lapidi
nei vari istituti.... Come se il morto leggesse quegli articoli e le
iscrizioni di quelle lapidi!... Ma il dispetto maggiore me lo fanno
quelle pensioni ad agenti e a servitori... dopo che il conte Leonardo
ha detto lui stesso che tutti rubano in casa sua.... Se rubano!... Quel
_sior_ Bortolo peggio degli altri.... Sempre così mellifluo, sempre così
cerimonioso... _lustrissimo_, _lustrissima_, e inchini, e baciamano, e
proteste di devozione, e intanto s'empie le tasche di ben di Dio.... E i
fattori di campagna?... Che cere da Patriarchi!... Bianchi e rossi da
fare allegria.... Rendono i conti a loro modo, si servono dei cavalli di
lusso, dotano le figliuole, allargano i loro poderi... insomma un
carnovale.... Ma perfino il cuoco ha tutta l'aria d'un gran signore, e a
vederlo la domenica quando conduce a spasso la moglie lo si direbbe un
milord.... Gli è che oltre alla sua paga ha gli incerti e accetta
ordinazioni di pranzi da questi e da quelli, e tutto vien fuori dalla
cucina Bollati.... Camerieri e guatteri, non c'è bisogno di dirlo,
cacciano le mani anche loro nelle casseruole e non ce n'è uno che non
porti a casa il suo fagotto di roba... le donne fanno il resto e vorrei
aver io tutti i capi di biancheria e di vestiario che quella stolida
della Chiaretta si lascia portar via sotto agli occhi.... È inutile che
facciate quelle smorfie... queste son verità sacrosante, e siete voi
solo a ignorarle.... E vi dico che se foste stato un uomo di spirito,
invece di perdere le giornate in quel vostro ufficio che non vi dà
nemmeno da campare la vita, e di sciupar le sere al caffè alla Vittoria
coi vostri eterni scacchi, avreste dovuto ottenere un posto
nell'amministrazione Bollati e ingegnarvi.
--Oh, oh--interruppe il conte Luca--vorreste dire che avrei dovuto
rubare come gli altri... mi spiego?
--Mi spiego, mi spiego?... Vi spiegate malissimo.... Io non ho detto
rubare; avreste fatto del bene alla vostra famiglia e anche ai vostri
parenti Bollati, che era meglio cascassero in mano d'un cugino che di
gente mercenaria.... E oggi stesso, vedete, s'io fossi nei vostri panni,
andrei difilato da Zaccaria e gli direi: Volete una persona di cuore
alla testa dell'agenzia? Son qua io.
--Siete matta? In questi impicci mi mettereste? Vi paion proposte da
fare?
--Oh lo so che voi non siete uomo capace di uscir dal vostro guscio....
E guai alla famiglia se non ci fossi io.... Che anche quel poco che ci
rende la parentela dei Bollati lo dovete a me.
--Io non nego le vostre belle qualità;... però... sì... voglio dire...
se siamo parenti dei Bollati, il merito non è mica vostro... mi spiego?
Il conte Luca non aspettò la risposta e sguizzò dalla stanza, come
faceva sempre quando gli pareva di non aver mostrata sufficiente
sommissione alla moglie.
Era una brava donnetta, una donnetta attiva e procacciante la contessa
Zanze, ed era riuscita, poverissima, a farsi sposar dal conte Luca
Rialdi, poco meno spiantato di lei, ma cugino degli illustri e
ricchissimi Bollati, e in buoni termini con loro. Alla contessa Zanze
però era occorsa molt'arte a vincer la diffidenza dei parenti di suo
marito, i quali le rimproveravano, fra l'altre cose, la dubbia nobiltà
dei natali e il modo subdolo con cui aveva tirato nella rete quel povero
conte Luca. Comunque sia, ormai ella spigolava abbastanza largamente nel
campo dei Bollati; vestiti smessi pei figliuoli, per sè e anche pel
consorte, qualche regaluccio a tempo e luogo, e qualche prestito di
danaro che non si restituiva e che l'aiutava a spingere innanzi la barca
pericolante. Aggiungasi al resto un paio di mesi di villeggiatura, e un
paio di pranzi alla settimana, ch'erano una vera provvidenza per la
famiglia. Naturalmente di fronte a questi vantaggi la contessa Zanze
doveva inghiottire molti bocconi amari. Le toccava prestarsi ad uffici
umili, quasi di cameriera, le toccava ogni momento sentirsi ricordar la
distanza che correva tra lei e i Bollati, e far la disinvolta mentre si
andava a gara per mettere in burletta le sue acconciature, il suo
abbigliamento e perfino, sacrilegio orribile! i suoi martedì. Giacchè
bisogna notare che la contessa Zanze aveva anch'essa il suo giorno di
ricevimento nel quale ella noleggiava un servitore a spasso, gli faceva
indossare una livrea gelosamente conservata in casa, e lo piantava
nell'andito ad aspettarvi le visite. Capitavano dame e pedine, ma per
lei erano sempre contesse, o marchese, o _lustrissime_; fra lei e il
suo cameriere improvvisato nobilitavano tutti. La moglie del dottor
X.... non mancava mai ai martedì della Rialdi, tanto le piaceva il
sentirsi dar della contessa una volta per settimana.
Il martedì si desinava in casa Bollati, e guai se non fosse stato così,
perchè quel giorno non si accendeva il fuoco in cucina per non aver
l'odor di bruciaticcio nel salotto attiguo, e anche perchè la padrona di
casa non aveva agio da attendere alle faccende domestiche. Di tratto in
tratto accadeva però che i Bollati avessero appunto il martedì qualche
commensale di riguardo e allora essi mandavano a dire ai cugini: _Venite
domani_. In questi casi, il conte Luca doveva limitarsi a mangiar pane e
salame, e i bimbi sfamati alla meglio si mettevano a letto più presto
del solito in ossequio al proverbio: _Qui dort dîne_. In quanto alla
contessa Zanze, ella non prendeva che una limonata senza zucchero,
tant'era la bile che le suscitava il procedere de' suoi boriosi parenti,
i quali mostravano di tener in così poco conto lei e suo marito. Ah se
non ci fossero stati di mezzo i figliuoli! Ma i figliuoli c'erano e non
conveniva sacrificarli a un malinteso amor proprio. Perciò la contessa
Zanze reprimeva presto i suoi moti di collera e procurava d'inculcare a
Gasparo e a Fortunata la maggior riverenza verso i Bollati. Senonchè,
l'indole de' suoi ragazzi era così dissimile che i germi gettati nel
cuore dell'uno e dell'altra non potevano dare ugual frutto. Fratello e
sorella avevano comune un gran fondo di rettitudine, ma nella sorella
questa rettitudine s'univa a un'indole docile e mansueta; nel fratello
invece essa si accompagnava a uno spirito altero, insofferente di freno.
A ogni suggerimento, a ogni ordine, il primo impulso di Gasparo era
quello di ribellarsi, il primo impulso di Fortunata era quello di
ubbidire, cosicchè un psicologo chiamato a far pronostici sui due
piccoli Rialdi avrebbe detto che Gasparo era un ragazzo indisciplinato e
molesto, il quale sarebbe divenuto un uomo efficacemente e operosamente
buono; Fortunata era una bimba angelica, serbata probabilmente a esser
vittima d'ogni prepotenza e d'ogni ingiustizia, e la cui bontà passiva
avrebbe finito piuttosto col nuocere a lei che col giovare agli altri.
Premesso ciò, sarà facile intendere come non ci fosse voluto molto a
imprimer nell'animo di Fortunata l'idea della grandezza dei Bollati e a
persuaderla della necessità di mostrar loro ogni deferenza, e come
d'altro canto la fierezza naturale di Gasparo gli avesse impedito
d'acconciarsi a questa subordinazione. Non c'era mai stato caso di
persuaderlo a baciar senza tante smorfie la mano del vecchio conte
Leonardo, nè quella del conte Zaccaria o della contessa Chiaretta; non
era stato possibile di far sì ch'egli giocasse col contino senz'attaccar
lite. Anzi un giorno, punto da non so quali parole, egli picchiò di
santa ragione il cuginetto, cosa che indusse la contessa Chiaretta a
far terribili vaticini sulla sorte dell'umanità, giacchè, quando i
parenti spiantati picchiano i parenti ricchi, dev'esser vicina la fine
del mondo.
Forse questo fatto memorabile ebbe una certa influenza nella risoluzione
dei Rialdi di mettere il figliuolo nel collegio di marina a Sant'Anna di
Castello.
Così la contessa Zanze poteva catechizzar Fortunata senza
contraddizione.--Sii rispettosa, servizievole coi parenti Bollati, e
procura di farti voler bene dal cugino Leonardo.
La bimba, ufficiosa per sua natura e facilissima ad affezionarsi, non
durava fatica a secondare i desiderii materni, ed era lietissima se
poteva rendersi utile in qualche maniera alla _zia_ Chiaretta, com'ella
chiamava la illustrissima contessa. E costei, ch'era un tipo perfetto
d'egoista, vedeva di buon occhio questa fanciullina punto chiassona,
punto romorosa, dispostissima a far le parti d'una piccola cameriera. Lo
stesso conte Zaccaria si degnava talvolta di occuparsi di lei, e
allorchè voleva darle un segno della sua speciale benevolenza, se la
prendeva sulle ginocchia, le ordinava di chiuder gli occhi e le cacciava
su pel naso un pizzico di tabacco, scherzo fino e saporito che
l'illustre gentiluomo riteneva il _non plus ultra_ dello spirito.
Fortunata starnutiva replicatamente, ma non si lagnava mai; anzi,
quand'aveva finito di starnutare, sorrideva di quel suo sorriso
carezzevole ch'era la sua maggiore attrattiva fisica.
E il contino Leonardo preferiva Fortunata a tutti gli altri compagni di
gioco, forse perchè Fortunata sopportava con più longanimità i suoi
capricci. Sprezzante per indole, egli era piuttosto cortese con lei, e
le serbava delle chicche, o le regalava dei trastulli rotti: cavalli a
cui s'era spezzata una gamba, bambocci che avevano perduto la testa,
trombette che avevano dimesso l'abitudine di suonare. Fortunata andava
in estasi. Ci voleva così poco a riempirle l'animo di gratitudine!
La contessa Zanze provava un grande compiacimento a veder la buona
intelligenza tra i due cugini, e si cullava in una speranza ambiziosa
balenatale alla mente, si può dire, fin dalla nascita della figliuola.
Ah se Leonardo s'innamorasse di Fortunata!
Il marito, più positivo, si stringeva nelle spalle
borbottando:--Castelli in aria, castelli in aria.
Ma la consorte gli imponeva silenzio con una ragione perentoria:--Siete
un gran babbeo.
Quest'era innegabile. Ma Gasparo Rialdi, che non era un babbeo e che, se
non fosse stata la disciplina, avrebbe avuto il primissimo posto nella
sua classe, Gasparo, nelle poche feste ch'egli passava in famiglia,
diceva che sua sorella aveva un gran torto di perder il suo tempo a
giocare con quello stupido prepotente di Leonardo Bollati, e che in
quanto a lui era ben lieto di non aver quasi mai occasione di mettere il
piede nel palazzo di quei somari. Parole che facevano andar fuori della
grazia di Dio la contessa Zanze e mettevano la febbre addosso al conte
Luca, altrettanto meravigliato di aver un figliuolo di quello stampo
quanto sarebbe maravigliata la chioccia che s'accorgesse d'aver covato
un aquilotto.
Nè Gasparo aveva almeno la prudenza di aspettare a fare i suoi sfoghi
che non ci fosse presente la sorella. Anzi un giorno egli disse a lei
stessa:--Tu hai i gusti di Sant'Antonio.... Anch'egli prediligeva un
certo animale.
Fortunata non capì nulla, ma si mise a piangere senza sapere il perchè,
e corse dalla mamma chiedendole in mezzo ai singhiozzi:--Mamma, mamma,
che gusti aveva Sant'Antonio? Che animale era quello ch'egli
prediligeva?
Guai se Gasparo non fosse rientrato presto in collegio. Egli era proprio
insopportabile, e la _zia_ Chiaretta aveva ragione a definirlo con una
parola che per lei esprimeva la quintessenza d'ogni nequizia: _È un
carbonaro_.
V.
Vediamo ora di far più stretta conoscenza col contino Leonardo Bollati,
unico rampollo maschio della famiglia, unico erede d'un nome illustre
negli annali della Serenissima.
Per cominciare _ab ovo_ diremo che il contino Leonardo nacque nel 1823,
come può verificarsi, oltre che dai registri parrocchiali, anche da un
volumetto di poesie stampato in quel tempo, col titolo: _Versi di vari
autori in occasione del battesimo di S. E. il conte Leonardo Bollati P.
V._ (leggi Patrizio veneto).
C'è fra gli altri componimenti un sonetto che principia così:
O tu in cui dritta la virtù discese
Onde Venezia ebbe del mar l'impero,
Certo tu pure, o pargoletto altero,
Famoso andrai per memorande imprese;
Mel dice il nobil tuo sembiante, il fiero
Lampo degli occhi tuoi mel fa palese...
. . . . . . . . . . . . . . .
E ci pare che basti.
Nonostante le feste con cui egli fu accolto al suo nascere, il contino
Leonardo non fu guastato con troppi baci e troppe carezze. Il conte
Zaccaria, libertino incorreggibile, s'occupava più delle crestaie e
delle ballerine che de' suoi figliuoli, e la contessa Chiaretta, tra le
pratiche di devozione e il teatro, il fare e il ricever visite, il
curare i suoi mali veri e l'almanaccar dietro ai suoi mali immaginari,
il bever tazze di cioccolata e il mangiar pasticcini, esauriva tutte le
forze del corpo e dello spirito, nè le restava più tempo o voglia di
dedicarsi alle cure materne. Dimodochè S. E. Leonardo Bollati, progenie
di dogi, passò dalle braccia della balia e delle bambinaie a quelle
dell'altre persone di servizio, e ne' primi anni della sua gloriosa
esistenza non era ammesso al cospetto de' genitori che la mattina appena
alzato e la sera avanti di coricarsi. In questi momenti solenni egli
baciava la mano al nonno, al signor padre e alla signora madre, e dava
loro il buon giorno e la buona notte. Nelle grandi occasioni (a Pasqua,
a Natale, al Capo d'anno, ecc.) lo si faceva portare a tavola alle
frutta. Allora il contino dava prova di ottimo appetito e di rara
precocità nel dir parole indecenti, ch'egli apprendeva in cucina e che
esilaravano il conte padre ed erano accolte con un sorriso benevolo
anche dai commensali, soprattutto dai Rialdi, parenti poveri, mentre la
contessa Chiaretta si limitava ad esclamare:--Maria Vergine santissima!
Che discorsi!
Ma il contino Leonardo non imparava in cucina soltanto le schiette
grazie del linguaggio popolare.
Un barcaiuolo pensionato della famiglia, morto nonagenario un anno prima
del padrone vecchio, lo aveva erudito in certe cronache domestiche assai
edificanti. Nicola (il barcaiuolo si chiamava così) era nato in casa e
avea pei Bollati una devozione a tutta prova. Per isfortuna egli non era
cresciuto nei tempi in cui i Bollati maschi si coprivano di gloria, ma
in quelli in cui le Bollati femmine facevano d'ogni erba un fascio. E
raccontava le gesta di queste civette con la identica compiacenza con la
quale due secoli innanzi avrebbe raccontato quelle del nobiluomo Almorò
che aveva preso una bandiera ai Turchi, e del nobiluomo Biagio che a
venticinque anni aveva sbalordito il Maggior Consiglio con la sua
eloquenza. La madre del conte Zaccaria non aveva avuto tempo di far
discorrer di sè perch'era morta da parto dopo un anno di matrimonio, ma
Sua Eccellenza Adriana e Sua Eccellenza Marina, mogli di due fratelli
del N. H. Leonardo ne avevano fatte di grosse. Belle, piene di spirito e
di salute, avevano goduto la vita, loro due, non come Sua Eccellenza
Chiaretta, una buona donna, ma via, un po' troppo monachella, troppo
dinoccolata, troppo paurosa della sua salute. Perchè in fin dei conti,
diceva il vecchio Nicola, che cosa fanno a questo mondo le donne se non
fanno il chiasso e l'amore?
--Eh--continuava il barcaiuolo epicureo--ai tempi delle lustrissime
Adriana e Marina ci si divertiva in Palazzo. Altro che adesso! Non
s'eran mai viste due cognate che se la intendessero meglio di quelle.
Mai una gelosia, mai la cattiva azione di portarsi via i _morosi_, ma
invece un aiutarsi, un difendersi ch'era un piacere a sentirle. Io ero
il confidente di tutt'e due, e quando l'una o l'altra diceva di voler la
gondola a un remo solo e che quel remo dovevo esser io, sapevo benissimo
di che si trattava. Qualche volta i due mariti e i due rispettivi
cavalieri serventi volevano tirarmi in lingua. Mi ricordo che un giorno
il nobiluomo Barbo, che serviva la lustrissima Adriana, mi disse:--«Tu
tieni il sacco a quella fraschetta.»--«Nobiluomo--io risposi--la parli
con rispetto della padrona.» Sicuro; perchè io non ammettevo scherzi su
questo proposito.... Ma quando potevo, coi debiti riguardi, dare un buon
consiglio alle _lustrissime_, mi facevo coraggio. E raccomandavo loro di
usar prudenza e di salvare le apparenze, che son quelle a cui il mondo
bada di più. Così facevo il mio dovere, e le padrone, che non avevano
ombra di sussiego, me ne ringraziavano. Erano due angeli, quelle donne,
e non è mica a credere che fossero cattive mogli. Bisognava vederla Sua
Eccellenza Adriana durante la lunga malattia del marito. Pareva una
suora di carità. E quando S. E. Alvise morì, che macchina di monumento
ella gli fece innalzare in chiesa dei Gesuiti! E quante messe all'anno
faceva dire in suffragio del povero defunto! Se quell'anima lì non ha
scontato presto il suo purgatorio, non deve certo prendersela colla
moglie. E S. E. Marina? L'ho accompagnata io stesso due anni di fila ad
Abano con S. E. Vittore che andava a curarvi la sua sciatica. Che
pazienza da santa quella donna! Perchè S. E. Vittore (che Dio l'abbia in
gloria!) era una pasta di zucchero finchè stava bene, ma se aveva un
dolor di capo, usciva dai gangheri addirittura. Non c'eravamo che la
padrona ed io che potessimo sopportarlo.--«Eh, Nicola,»--la mi diceva
scherzando--«non si va mica in gondola adesso. »--«Ma, lustrissima;
torneranno quei tempi.»--E lei, con una scrollatina di testa:--«Intanto
s'invecchia, caro Nicola.»--Benedetta quella vecchia!--io avrei voluto
soggiungere, ma non ero che un povero gondoliere e non dovevo prendermi
certe libertà.... So ch'era da mangiarla S. E. Marina quando parlava
così. A quarant'anni ell'era ancora un boccone prelibato. Una vitina, un
busto, un giro di spalle, dei capelli neri come la pece, due occhi da
svegliare i morti.... E una manina bianca, grassottella, che aveva tutti
i sapori.... Posso dire di avergliela baciata quella mano.... Ma! Le due
_lustrissime_ son morte tutt'e due in fresca età e di donne come quelle
s'è persa la stampa....
Questi e altri discorsi consimili il vecchio Nicola li teneva
soprattutto nelle sere d'inverno, durante la siesta, quando seduto sul
focolare sopra un seggiolone impagliato egli protendeva le gambe
stecchite sulle ceneri calde, e fumava la sua pipa di gesso o centellava
un bicchiere di vino generoso. Il resto della servitù stava ad
ascoltarlo ad orecchie tese, e le cameriere, ghiotte di pettegolezzi
scandalosi, lo tempestavano di domande. Ed egli, sempre vantandosi
d'esser stato un modello di discrezione in gioventù, spifferava una
quantità di aneddoti circa alle scappate delle padrone, e al brio delle
loro conversazioni nel casino ch'esse tenevano in comune a San Giuliano,
e ai loro travestimenti in carnevale, al Ridotto, e ai loro trionfi alla
venuta dei conti del Nord e del Re di Svezia. Intanto il contino
Leonardo, ora sulle ginocchia d'una fantesca, ora sotto la tavola in
compagnia del gatto, sbadigliava aspettando che lo mettessero a letto.
E, se vogliamo esser giusti, egli si curava pochissimo di queste glorie
casalinghe, e preferiva il racconto dei fatti memorabili del brigante
Mastrilli, che il signor Oreste, il cuoco, sapeva a memoria, e di cui
mostrava al padroncino le illustrazioni a colori sopra una ventola di
cartone.
Altra occupazione gradita pel nostro contino, sin dalla più tenera
infanzia, era stata quella di dar la caccia ai granchi che salivano su
per la _riva_ del Palazzo. A questo nobile esercizio egli dedicava un
paio d'ore al giorno sotto la vigilanza dell'uno o dell'altro dei
gondolieri di casa, e, quando aveva preso una di quelle innocue
bestiuole, egli trovava un gusto infinito a legarla con uno spago per
una delle branchie e a tirarla su e giù per l'androne.
Però i gondolieri non insegnavano al contino Leonardo solamente a
pigliare i granchi; essi lo addestravano eziandio nell'arte del remo,
l'unica ginnastica a cui si dedicassero in quel tempo i nobili veneti. A
quattr'anni egli aveva già un remino microscopico che appena sfiorava
l'acqua; poi di mano in mano che il ragazzo cresceva gli si faceva fare
un remo più grande e il remo smesso si conservava come trofeo di
famiglia. Quando il contino Leonardo non possedeva ancora le lettere
dell'alfabeto, egli era ormai in grado di vogare a poppa e di diriger
bene o male la gondola nel Canalazzo e pei meandri dei _rii_. I
barcaiuoli dei traghetti lo conoscevano tutti, e se qualcheduno
vedendolo passare gridava poco rispettosamente:--_Occhio ai granchi,
Eccellenza_--i più rendevano giustizia alle sue felici disposizioni e
gli pronosticavano uno splendido avvenire.
Con la sorella, alquanto maggiore d'età, Leonardo non aveva mai avuto
buon sangue; del resto si può dire ch'egli l'avesse anche conosciuta
poco, perch'ella entrò ben presto alle Salesiane e vi stette fino al
momento del matrimonio. La piccola Rialdi, che aveva quattr'anni meno di
lui, era stata sempre, come sappiamo, la sua compagna favorita di
giuoco. E quand'egli non era in cucina con le serve, o in gondola, o
presso alla _riva_ coi barcaiuoli, era con Fortunata in uno stanzone del
secondo piano detto lo stanzone degli armadi, ove i bimbi potevano fare
il chiasso senza disturbare la _lustrissima_ Chiaretta che pativa di
emicrania e di sfinimenti.
Così trascorse l'infanzia del contino Leonardo Bollati. Alla fine il suo
signor padre si decise a dargli un precettore, e la scelta cadde sopra
un sacerdote di nome don Luigi, al quale il conte Zaccaria,
nell'affidargli l'educazione del giovinetto, tenne questo notevole
ragionamento:
--Grazie al cielo, Leonardo non ha bisogno di guadagnarsi da vivere, non
deve far l'avvocato, nè il medico, nè l'ingegnere, nè, Dio guardi, il
professore. Sotto la Serenissima era un altro paio di maniche. Il
ragazzo avrebbe dovuto entrare prima nel Maggior Consiglio e più tardi
forse nei Pregadi, e non ci sarebbe stata nessuna carica, per quanto
alta, a cui egli non avesse potuto aspirare. Adesso il più che possa
toccargli è di diventare assessore municipale, o amministratore dei
Luoghi Pii, o presidente della Fenice, come me, e per questa roba non
occorre troppa dottrina. Dunque, don Luigi, siamo intesi. Un poco di
religione, di storia sacra e di storia veneta, le quattro operazioni
dell'aritmetica, una tintura di latino, e quel tanto d'italiano che
basta a scriver discretamente una lettera, e, se occorre, un sonetto per
nozze o per monaca. Insomma non sopraccarichiamo il ragazzo di scienza.
Don Luigi s'inchinò in segno d'assenso, e promise al conte Zaccaria di
uniformarsi interamente a' suoi desiderii.
Proprio un asino don Luigi non era; aveva un certo bagaglio di cultura
classica e aveva scritto in gioventù un panegirico di San Luigi Gonzaga,
lodato dal Padre Cesari. Ma era una mente gretta, piccina, di quelle che
non possono spargere intorno a sè altro che la loro piccineria e la loro
grettezza. In fatto di letteratura, il suo più forte convincimento era
questo: doversi combattere ad oltranza il Manzoni. Per don Luigi,
innamorato degli _avvegnachè_ e dei _conciossiachè_, il Manzoni era un
barbaro, e non c'era scribacchino d'istanze ch'egli non preferisse
all'autore dei _Promessi Sposi_. Onde sopra una sola cosa egli domandò
al conte Zaccaria che gli fosse lasciata mano libera:--Bisogna ch'ella
mi permetta--egli disse--di formare a mio modo lo stile del mio allievo.
Sarei veramente umiliato s'egli dovesse scrivere come il signor Manzoni,
quel corruttore della lingua italiana.
--Oh in quanto a questo--rispose il conte Zaccaria--faccia come le pare.
Le inquietudini di don Luigi non durarono un pezzo. Non solo il contino
Leonardo non accennava a voler scrivere un giorno come il signor
Manzoni, ma dopo cinque anni d'insegnamento era ancora dubbio s'egli
sarebbe mai riuscito a scrivere in nessuna maniera. Il pronostico fatto
dal nonno poco prima di morire pareva aver molta probabilità di
avverarsi. L'ultimo rampollo dei Bollati aveva tutta la disposizione di
restare un somaro. Invece, dal lato fisico, egli era cresciuto meglio
che la gracile infanzia non promettesse, era abbastanza alto per la sua
età, snello e ben proporzionato della persona. Fatta eccezione dal naso
un po' grande, i suoi lineamenti erano regolari, e, non guardando pel
sottile all'espressione della fisonomia insignificante e sbiadita, lo si
poteva anche dire un bel ragazzo.
VI.
I Bollati avevano poderi in più parti del Veneto, ma la loro villa
signorile era posta sulla Brenta, ed essi andavano a passarvi alcune
settimane della primavera e dell'autunno. Vi andavano per tradizione,
per non rimanere a Venezia quando non c'era nessuno, ma quel soggiorno
campestre non aveva per loro la minima attrattiva, come non può averne
per quelli che portano in campagna i gusti e le abitudini della città.
Già per la contessa Chiaretta era un affar di stato il solo tragitto da
Venezia a Fusina, e prima di avventurarvisi ella consultava una dozzina
di volte l'aspetto del cielo e il parere dei gondolieri esperti nelle
cose meteorologiche. Quando non c'era neanche una nuvola, quando non
spirava un fiato di vento, quando i barcaiuoli erano d'accordo nel
pronosticar la durata del bel tempo, quando a Sua Eccellenza non doleva
un callo (ciò ch'era per lei un sintomo infallibile di cambiamenti
atmosferici), quando non era nè martedì, nè venerdì, allora
s'intraprendeva finalmente il gran viaggio. Partiva prima la gente di
servizio coi bagagli (parevano le salmerie d'un esercito), poi venivano
i padroni in due gondole, portandosi, fra l'altre cose, un gatto
favorito dentro un paniere. A Fusina si trovavano le carrozze pronte e
la comitiva si avviava verso la Mira. E anche qui S. E. Chiaretta era in
preda a notevoli trepidazioni.--_Le bestie son bestie_--ella diceva
saviamente,--ed è sempre un miracolo quando non ne fanno di
grosse.--Cosicchè ella sottoponeva il cocchiere a un interrogatorio in
piena regola.--Era proprio sicuro dei cavalli? Non aveva mica dato loro
troppa biada? E le ruote della carrozza le aveva esaminate bene? Non si
sa mai; si senton tante disgrazie.... Adagio.... Era inutile di correre
in quella maniera.
Basta; presto o tardi s'arrivava, e il fattore, il giardiniere e il
gastaldo venivano a baciar la mano ai padroni. La contessa Chiaretta,
tutta intontita dal viaggio, si ritirava prestissimo nel suo
appartamento, e per quel giorno non discendeva nemmeno a desinare, ma si
faceva servire un brodo in camera da letto. Nè è a credere che nei
giorni successivi ella uscisse frequentemente in giardino o facesse
delle gite nelle vicinanze; tutt'altro; gran parte della giornata ella
la passava in un gabinetto con le imposte accostate per non lasciar
entrare il sole, coi vetri chiusi per non lasciar entrare le mosche e la
polvere; e soltanto a ora di colazione e di pranzo si trascinava a gran
fatica fino in tinello, dicendo che non aveva fame e che non capiva come
ci fosse della gente che poteva trovarsi bene fuori di città. La sera
però, quand'erano accesi i lumi, quando capitavano l'arciprete, il
cappellano, il medico condotto e qualche villeggiante per il tresette,
la fronte di S. E. si spianava un poco, ed ella si abbandonava un poco
alla dolce illusione d'essere nel salottino del suo palazzo di Venezia.
E poichè le seccava di andare a letto presto, essa costringeva quei
poveri diavoli a farle compagnia fino a mezzanotte, e li teneva
svegliati a forza di tazze di caffè.
Il conte Zaccaria, in fondo, aveva per la campagna la stessa passione di
sua moglie, ma non voleva dirlo, e si dava l'aria d'intendersene di
agricoltura, e ne sballava di grosse col fattore e col gastaldo, i
quali, pur mostrando di ascoltarlo con deferenza, si prendevano gioco di
lui. Il peggio si era che di tratto in tratto egli non si contentava
delle chiacchiere accademiche, ma s'impuntava a ordinar sui suoi fondi
dell'esperienze in _corpore vili_ e sciupava il tempo e i quattrini.
In quanto al contino Leonardo, egli avrebbe assai volentieri fatto senza
della villeggiatura. Egli trovava che i ranocchi, le cicale, le
lucertole valevan meno dei granchi e che la carrozza valeva meno della
gondola. A far lunghe passeggiate non ci aveva gusto; l'imparar a guidar
delle bestie gli pareva ignobile, e l'equitazione gli era venuta in
uggia dopo che un cavallo lo aveva gettato a gambe levate sopra un
mucchio di ghiaia. Sicchè, tutto sommato, s'annoiava mortalmente; tanto
più che, cosa abbastanza singolare, in campagna aveva meno libertà di
quella che avesse in Venezia. A Venezia andava in gondola anche solo
affatto, e quand'egli riusciva a scender nell'entratura e recarsi presso
alla _riva_, era sicuro di non esser molestato più.--Sarà con
qualcheduno dei barcaiuoli,--dicevano in famiglia, e nessuno aveva altro
da soggiungere, e don Luigi era esonerato dall'obbligo d'invigilare sul
suo pupillo. In campagna invece don Luigi doveva seguire il contino
dappertutto, e badare ch'egli non andasse sotto una carrozza, o non
fosse morsicato dai cani idrofobi, o non isdrucciolasse giù nella
Brenta.--Con l'acqua dolce non si scherza--sentenziava S. E. Zaccaria.
Don Luigi, a tener dietro a S. E. Leonardo, non ne poteva più, e alla
fine della giornata aveva l'aria d'uno di quei cani che per ore e ore
inseguono la selvaggina, e alla sera si accovacciano sul vestibolo
ansanti e con la lingua penzoloni. Onde, se gli riusciva di sgattaiolar
via con la scusa di qualche indisposizione appena faceva notte, correva
a rifugiarsi nella sua camera, e si cacciava sotto le coperte,
maledicendo al destino che costringeva lui, un uomo di tanto merito, a
sciupar la sua vita con un ragazzo balordo e maleducato. Ma
ordinariamente non gli era concessa neppur questa consolazione, perchè
S. E. Chiaretta, che aveva sempre bisogno di seccar qualcheduno e
trovava assai comodo di seccare di preferenza il prete di casa, lo
sforzava spesso a rimanere alzato per fare il quarto a tresette in un
tavolino o per leggerle la _Gazzetta_ fino a che le venisse sonno. Già
ell'aveva dichiarato che alle sue indisposizioni non credeva punto, e
che a ogni modo non poteva permettere ai suoi dipendenti di darsi il
lusso dell'emicrania e del mal di nervi.
Per don Luigi era meglio che ci fossero ospiti in quantità. E infatti ne
capitavano ogni autunno, ed erano, qual più qual meno, tipi di parassiti
spiantati e famelici.
Uno degli assidui era il nobiluomo Pietro Canziani, dell'ordine dei
segretari, poeta sprositato, autore di madrigali galanti in lode della
contessa Chiaretta, la quale si ostinava a chiamar _sonetti_ tutti i
componimenti di vario metro che il suo devoto e maturo adoratore le
dedicava. Il signor Barnaba Sughillo, impiegato di contabilità, nel fare
il suo giro per le varie villeggiature sulla Brenta, non dimenticava i
Bollati, e intratteneva anche loro co' suoi giuochi di prestigio e con
la sua prodigiosa abilità nell'imitare il canto degli uccelli, meriti
che gli avevano procurato il benigno compatimento delle famiglie
patrizie. Nè mancava, sebbene non invitata, la contessa Ficcanaso, la
quale, dichiarando di non poter stare a lungo senza vedere i suoi
dilettissimi amici, veniva a stabilirsi in casa loro per un paio di
settimane almeno. Ella veniva con uno scarso bagaglio di biancheria, ma
con una ricca collezione di pettegolezzi, che le facevano perdonar dai
padroni l'uggia della sua visita. Nascite, morti, matrimoni, scandali
aristocratici e borghesi, arrivi e partenze di forestieri, promozioni e
traslochi d'impiegati, tutto aveva un posto nella cronaca della contessa
Ficcanaso, e Sua Eccellenza Chiaretta, tra uno sbadiglio e l'altro,
pendeva dalla sua inesauribile parlantina. Gli scandali l'attraevano in
ispecial modo, come accade a molte donne oneste, che sono piene di
curiosità patologiche. E di S. E. Chiaretta, fosse virtù vera, o
freddezza, o salute cagionevole, o mancanza di occasioni, non si poteva
davvero dir nulla.
I Rialdi poi, l'ho già detto, facevano in villa Bollati la permanenza
più lunga possibile. Certo che talvolta, pur di rimanere, dovevano ceder
la loro stanza e contentarsi dei peggiori bugigattoli della casa. Ma se
ne contentavano perchè la contessa Zanze voleva far economia, il conte
Luca aveva bisogno d'una boccata d'aria libera dopo le fatiche
dell'impiego, e Fortunata non riprendeva un po' di colore che quand'era
in campagna. Il solo Gasparo preferiva di passare in collegio anche le
vacanze.
Gli ospiti di minor riguardo erano vittime del lugubre buon umore di S.
E. il conte Zaccaria. Così il nobile Canziani, il signor Sughillo, la
contessa Ficcanaso, i Rialdi avevano di tratto in tratto la compiacenza
d'esser svegliati prima di giorno da un gallo nascosto in un canterale,
o di trovar sparsa l'assafetida sulle lenzuola, o di sentirsi nel cuor
della notte strappar via le coperte che erano state insidiosamente
legate a una cordicella di cui uno dei capi era fuori della stanza.
Quando la burla passava la misura--Ah,--borbottava la contessa Zanze al
marito,--se foste almeno nell'amministrazione!
Il conte Luca si stringeva nelle spalle. Gli scherzi del cugino Zaccaria
non gli turbavano la digestione, a lui non pareva vero di poter mangiar
bene tutti i sette giorni della settimana e di dare qualche capatina
furtiva in cucina per assaporare prima del tempo i ghiotti manicaretti
apprestati dal signor Oreste. Inoltre, poichè _non de solo pane vivit
homo_, il nostro conte Luca aveva, in quel periodo della villeggiatura,
delle insigni soddisfazioni d'amor proprio. Al caffè della Mira non
c'era nessuno che gli tenesse testa agli scacchi. Perciò, sia ch'egli
giocasse, sia ch'egli assistesse alle partite d'altri giocatori, egli
trovava, al cospetto della scacchiera, un brio e una loquacità
inesauribile, ed esilarava la compagnia con certi sali attici d'ottimo
gusto, come: _Fiat lux, faccia lui._--_Veda lei che ha quegli occhi così
bei._--_Tacete su quegli olmi, o passeri inquieti._--_Pur che il reo non
si salvi i giusto_ POMI (garbatissima variante al verso del Tasso).--_Tu
taci Solimano e a nulla pensi._--_Fermi là e nessun si muova_--e altre
spiritosaggini simili.
Di Fortunata non si discorre neanche. Ella si lasciava cucinare in tutte
le salse, e i capricci dei cugino erano altrettante leggi per lei.
Leonardo, il quale non voleva intorno a sè che persone sommesse, stava
appunto con Fortunata, con la Rosa nipote del gastaldo, chiamata per
vezzeggiativo Rosetta, e con tre o quattro ragazzi di contadini, ch'egli
pigliava a scappellotti se si mostravano recalcitranti ai suoi ordini.
Ma già la Fortunata e la Rosetta erano le sue favorite. Con loro
deludeva spesso la vigilanza del precettore, e s'inzaccherava nei fossi,
o si ravvoltolava sui mucchi di fieno, o andava a zonzo pei campi
sgranellando i grappoli d'uva lungo le viti. Ora, per un gran tempo, la
Fortunata e la Rosetta, ch'erano quasi coetanee, procedettero d'amore e
d'accordo, senza ombra di gelosia, chè la Rosetta riconosceva la sua
inferiorità di fronte all'altra, la quale, per quanto spiantata, era
sempre una damina. Ma in quell'autunno 1838 il contino Leonardo, che
sentiva ormai le prime inquietudini dell'adolescenza, si divertì a
prendere verso le due ragazze un atteggiamento di sultano fra le
odalische, e accordando ora una preferenza a questa, ora a quella, fece
sorger tra loro una specie di rivalità. Sicchè esse finirono col non
potersi soffrire, e Fortunata, che pur adorava la campagna, vide con
piacere la villeggiatura giungere al suo termine. A Venezia, ella
pensava, le cose torneranno come erano prima, e quella pettegola della
Rosetta non farà più le sue smorfie.
Quest'era vero, ma Fortunata errava grandemente nel credere che, levata
di mezzo, almeno per qualche tempo, la Rosetta, il cugino Leonardo non
avrebbe avuto altri grilli pel capo. Invece, giunto in città, Leonardo
mostrò di aver progredito in pochi mesi in malizia più di quello che in
molti anni non avesse progredito nell'ortografia, e Fortunata non gli
pareva che una bimba insipida con la quale non c'era sugo a perdere il
tempo.
Le tribolazioni di don Luigi in questa fase critica del suo allievo non
si possono descrivere. Quand'egli usciva a passeggio col contino, costui
guardava le donne in una maniera così sguaiata, così provocante, si
lasciava sfuggir di bocca delle esclamazioni così ardite che il povero
sacerdote avrebbe desiderato d'esser mille miglia sotterra, tanto se ne
vergognava. E borbottava fra i denti:--Anime sante del Purgatorio! Che
cosa mi tocca!
Finalmente don Luigi dichiarò che proprio egli non si sentiva in grado
d'andar più fuori di casa solo col contino, perchè, lasciando stare il
resto, egli non poteva nè tenerlo per le falde del vestito, nè corrergli
dietro quando il ragazzo s'impuntava a seguir le serve, o le crestaine,
o.... c'intendiamo.... chè già un paio di volte i monelli gli avevan
dato la baja, a lui sacerdote per bene, e avevan fatto sul suo conto chi
sa che razza di supposizioni offensive.
Il conte Zaccaria accolse con filosofica serenità questi avvertimenti, e
disse che riconosceva in suo figlio il sangue dei Bollati. I Bollati
erano stati sempre così, e poco più d'un secolo addietro il nobiluomo
Giuseppe Antonio era fuggito a quattordici anni con una cameriera.
Effetti del sangue.
Nondimeno per vigilar meglio sul suo chiaro rampollo, il conte Zaccaria
deliberò di affidarlo meno alle cure del precettore e di condurlo più
spesso con sè, al caffè Suttil di giorno, al teatro la Fenice la sera,
quando c'era spettacolo o c'erano prove. Poichè il conte Zaccaria ch'era
uno dei presidenti, aveva libero accesso anche al palcoscenico. In quel
recinto sacro alle Muse il contino Leonardo trovò subito oneste e liete
accoglienze, soprattutto dal corpo di ballo. Infatti le pudiche allieve
di Tersicore avevano troppa stima del conte Zaccaria da non far buon
viso al suo nobile erede, il quale mostrava le migliori disposizioni a
seguir gli esempi paterni. Il contino Leonardo, dal canto suo, si
pavoneggiava molto di queste sue nuove conoscenze, e quand'era in palco
con sua madre nominava a una a una le vaghe giovinette di rango francese
o italiano che volteggiavano sulla scena in vestito succinto.
E se la contessa Chiaretta si sgomentava delle inclinazioni libertine
del figliuolo e manifestava dei timori al marito, questi tirava in campo
la solita scusa del sangue caldo dei Bollati, e soggiungeva:--Ci
vogliono le valvole di sicurezza, ci vogliono. Se no la macchina
scoppia.
VII.
La savia massima paterna non rimase infeconda, e a sedici anni appena il
contino Leonardo cominciò ad applicar largamente il sistema delle
valvole di sicurezza. La prima di queste valvole si chiamava Candida, e
occupava un posto onorifico tra le Greche del ballo spettacoloso, _La
caduta di Missolungi_. Senonchè, finita la stagione della Fenice, la
Candida prese il volo per altri lidi e le successe una Olimpia ascritta
tra le _Scozzesi_ di una _Lucia di Lammermoor_ che si rappresentava al
teatro S. Benedetto. L'Olimpia non durò un pezzo neppur lei, e le tenne
dietro una Serafina, _virtuosa_ di canto, che, insieme con molte altre
cose, aveva perduto la voce. Nè con la Serafina, è inutile il dirlo, si
chiuse il ciclo romantico del nostro giovinetto. Giova bensì notare come
queste frequenti conquiste asciugassero le tasche del contino Leonardo,
il quale non riceveva dal signor padre che un modesto peculio mensile.
In questa critica condizione di cose il nostro Leonardo trovò
un'assistenza impreveduta nell'ottimo signor Oreste, il cuoco, uomo
danaroso e liberalissimo, sovventore magnanimo di piccoli bottegai e
merciaiuoli ambulanti con cui egli teneva conto corrente al mite saggio
dell'un per cento alla settimana. Trattandosi ora di levar d'impiccio il
padroncino, era naturale ch'egli fosse pronto a dare, nonchè i
quattrini, anche il sangue. Onde, in quel modo delicato che rende più
preziose le offerte, il signor Oreste mise la sua cassa a disposizione
del contino Leonardo, ritirandone di volta in volta delle cambialette
rinnovabili ogni anno fino al momento in cui il giovane divenisse
maggiore. S. E. Zaccaria, che ignorava ogni cosa, potè intanto cullarsi
nella dolce illusione che il figliuolo sapesse far baldoria e spenderne
pochini, ciò che non sapevano altri giovani del patriziato.
Il sagace lettore non troverà punto strano che il contino Leonardo,
entrato ormai in dimestichezza con le Candide, le Olimpie e le Serafine,
guardasse con un sorriso di compassione tutte le femmine le quali non
appartenevano a quella casta rispettabile. Fortunata divorava in
silenzio il suo dolore pel mutato atteggiamento del cugino verso di lei,
ma la contessa Zanze non sapeva dominar la sua stizza, e le accadeva
sovente di tirar giù a campane doppie contro i Bollati, ch'erano
stupidi, ignoranti, vanitosi, villani, egoisti, e lasciavano crescere
come l'erba matta il solo maschio che avessero.--Già--ella diceva--per
poco che quello sbarazzino continui la vita che fa, egli crepa
sicuramente.... E sarà quello che si merita--ella soggiungeva urlando
come un'ossessa e dimenticandosi per un momento l'idea da lei
vagheggiata di avere il contino Leonardo per genero.
Gasparo Rialdi trionfava, vedendo di non esser più il solo della
famiglia ad avere in uggia il giovane Bollati. E quando gli toccò
d'imbarcarsi, perch'egli era ormai cadetto di marina e doveva andar con
la squadra in Levante, egli prese da parte la sorella e le disse con
maggior dolcezza dell'ordinario:--Credilo, sorelluccia mia, io me ne
vado più contento sapendo che tu bazzichi meno con Leonardo....
Quell'intimità non m'era piaciuta mai, e sarai persuasa che non avevo
torto. Leonardo è stato da piccolo in su un monellaccio e nient'altro, e
adesso che da un anno in qua fa a modo suo, è uno dei più scapestrati
che vi siano in paese. Tu non sei una bimba, hai quasi quindici anni, e
a quindici anni una giovinetta deve guardar bene a chi accorda la sua
confidenza e le sue preferenze.... Capisco che noi non possiamo troncar
le nostre relazioni coi Bollati; il babbo e la mamma non lo vorrebbero,
e forse avranno ragione, forse è vero che ci conviene usar dei riguardi
a quei nostri parenti.... abbiamo, pur troppo, delle obbligazioni con
loro.... Ma un giorno, se la fortuna m'aiuta!... Intanto sta in
guardia, e soprattutto non curarti di Leonardo... Son meglio i suoi
disprezzi che le sue carezze.--Le parole di Gasparo erano per Fortunata
tante punture di spillo. Ella non osava contraddirlo, si sentiva piccina
piccina di fronte a lui; ma egli era troppo impetuoso, troppo violento,
troppo assoluto da potersele insinuare nell'animo, da poter sradicarne
le simpatie segrete coltivate con lungo amore. Poichè non è mica vero
sempre che i forti trascinino i deboli; la bufera che abbatte la quercia
passa talvolta sul gracile stelo senza far altro che piegarne la cima. A
veder suo fratello così accanito contro Leonardo, ella, pur riconoscendo
i torti di costui, aveva come la coscienza d'un'ingiustizia, di una
persecuzione della quale ell'era muta e impassibile testimonio. Le
pareva che sarebbe convenuto tener modi diversi, usar la dolcezza,
cercar con le ammonizioni e i consigli di ricondurre il traviato sul
retto sentiero, e avrebbe dato dieci anni della sua vita per saper far
lei quello che non sapevano o non volevano fare gli altri. Così Gasparo,
con tutta la sua perspicacia, s'era affrettato troppo a rallegrarsi
della scemata intrinsichezza di sua sorella con Leonardo Bollati.
Sicuro, le apparenze gli davano ragione, e Fortunata si trovava di rado
a quattr'occhi col cugino, ma chi le fosse disceso in fondo al cuore
avrebbe visto che i nodi che la stringevano a lui, anzichè rallentarsi,
accennavano a diventare più saldi e indissolubili.--Non sei una
bimba--le aveva detto Gasparo, ed era vero. E appunto per questo
riusciva meno facile a lei stessa di raccapezzarsi in quel tumulto di
sentimenti nuovi e di nuovi pensieri che l'agitavano. Ciò ch'ella
provava per Leonardo Bollati non era l'affetto uguale, ingenuo e devoto
dei primi anni; era a volte un'attrattiva invincibile, a volte una
strana ripulsione; ond'ella ora lo cercava ed ora lo sfuggiva, ma sia
che lo cercasse o lo sfuggisse, non sapeva staccare il pensiero da lui.
Dei genitori vigili, intelligenti, avrebbero avvertito il pericolo e
cercato di ripararvi in tempo, ma il conte Luca era un uomo nullo che
aveva abdicato in favore della moglie, e la contessa Zanze, sebbene non
fosse una sciocca, non era nata per capir certe cose, e aveva poi uno
spirito singolarmente sconclusionato. Dimodochè, dopo aver dipinto
Leonardo con le tinte più fosche, dopo avergli pronosticato ogni specie
di malanni, ella mutava a un tratto registro e tornava a far castelli in
aria e ad almanaccare sulla possibilità che sua figlia entrasse in casa
Bollati e ch'ella, Zanze Rialdi, divenisse un giorno la suocera
dell'erede di un gran nome e di un gran patrimonio. Inoltre, anche nei
momenti in cui ell'era meno disposta alle illusioni, ell'avrebbe riso in
faccia a chi fosse venuto a dirle che il solo mezzo efficace di salvar
Fortunata dalle amarezze e dai disinganni era quello di non frequentar
troppo i Bollati, di non mantener con essi che le relazioni strettamente
necessarie. Colmarli di contumelie quand'essi non potevano sentirla,
era, per la contessa Zanze, la cosa più naturale del mondo, ma perdere i
vantaggi d'una parentela simile le sarebbe parso un delitto verso sè
stessa e verso la propria famiglia. Ah, in verità non c'era che lei che
avesse un po' di sale in zucca! Suo marito era un bamboccio, Gasparo,
con tutto il suo ingegno, non sapeva il viver del mondo, e Fortunata era
una buona diavola, ma prendeva di tratto in tratto certi atteggiamenti
di vittima ch'erano molto noiosi. Adesso ell'aveva l'aria di fare una
grazia ad andar l'autunno in campagna, come se si potesse rinunziare a
un sistema che, senza contare il benefizio fisico, permetteva di chiuder
la casa e di raggranellar quattro soldi per l'inverno.
La ragione, per la quale Fortunata andava mal volentieri in villa
Bollati, non è difficile a immaginarsi. Il contino Leonardo, si curava
poco di lei e si curava troppo della nipote del gastaldo, la Rosetta,
che in brevissimo tempo s'era fatta una bella ragazza. Vispa,
civettuola, la Rosetta sapeva di piacere e si divertiva a lasciarsi
corteggiare, per rider dei gonzi, diceva lei, giacchè non era così
grulla da innamorarsi a spese della salute e del buon umore, e in quanto
al prender marito non c'era furia, chè un marito è un tiranno e
nient'altro. A ogni modo, di mariti c'era abbondanza; bastava volere.
Per ora preferiva spassarsela, e d'autunno quando i padroni erano in
villa accettava di buon animo gli omaggi del conte Leonardo, certa di
far arrabbiare le sue carissime amiche e di suscitar la gelosia dei
bellimbusti del paese. Perciò ella non aveva nessun riguardo a lasciarsi
vedere con Leonardo per le strade maestre e a scambiar la domenica in
chiesa occhiate e sorrisi con lui. Che se anche le _amiche_ e i galanti
si vendicavano col tener sul suo conto ogni specie di discorsi e
coll'esagerare l'importanza della tresca, ella si stringeva nelle
spalle, tant'era sicura che al finir dell'autunno i galanti sarebbero
tornati ai suoi piedi, docili come cagnolini. Delle _amiche_ poi non si
dava pensiero; chiuder loro la bocca era impresa impossibile.
La Rosetta, come si vede, sfidava la cosidetta opinione pubblica per
vanità, poichè questa sua vanità non sarebbe stata soddisfatta se la
gente non avesse saputo che il contino Bollati spasimava per lei. Ma
dove la vanità non era in giuoco ell'era invece prudentissima, e
Leonardo non riusciva a indurla nè a passeggiate in luoghi solitari, nè
a furtivi colloqui di sera. Anzi quand'egli era troppo insistente, la
ragazza fingeva di corrucciarsi e lo sfuggiva per più giorni di seguito.
Già i pretesti non le mancavano; o doveva attendere alla cascina, o
aveva da lavorar di cucito per lo zio e i cuginetti. Allora Leonardo si
sfogava con Fortunata e diceva che la Rosetta era la più civetta di
tutte le tose ch'egli aveva conosciuto, e ch'ella s'ingannava a partito
se credeva di far colpo sopra di lui con quelle sue bizze da
principessa. C'era proprio pericolo ch'egli la prendesse sul serio! Ma
queste confidenze non davano un gran conforto a Fortunata, che, di lì a
qualche giorno, vedeva Leonardo più sommesso di prima alla capricciosa
contadinotta.
Era impossibile che in casa non s'accorgessero di questa tresca, e
seppur non se ne fossero accorti, la contessa Zanze si sarebbe assunta
la briga di spargerne la notizia. Ella n'era scandalizzatissima, e non
risparmiava fatiche per risvegliare il senso morale del conte Zaccaria e
della contessa Chiaretta e per indurli a far valere la loro autorità
prima che accadesse una catastrofe. Ma quelli non se ne davano per
intesi. O che toccava a loro di vigilare sul prezioso onore d'una
villana?
E se dobbiamo esser sinceri, quegli a cui spettava anzitutto
quest'ufficio delicato era il gastaldo, zio della Rosetta, volpe
vecchia, il quale lasciava correre, sia che si fidasse della furberia
della nipote, sia che non volesse disgustare il giovane conte, e in ogni
evento, sperasse di tirar l'acqua al suo molino.
L'ultimo rifugio della contessa Zanze era don Luigi. O che aveva gli
occhi foderati di prosciutto? O che non sentiva il debito sacrosanto di
alzar la voce, e di sottrarre alla perdizione il suo allievo?
Povero don Luigi! Che ci poteva lui? Non la capivano ancora ch'egli non
era più il precettore? Era il cappellano della famiglia, era una specie
di mastro di casa; ma il precettore no. E su certi argomenti non aveva
diritto di entrare... fuori che nella confessione.... Allora le sue
ragioni sapeva dirle e non aveva bisogno delle lezioni di nessuno, come
non intendeva render conti a nessuno.... E poi perchè venivano a
discorrergli di tresche scandalose?... Credevano che un sacerdote non
avesse da far di meglio che spiare i passi di due monelli senza
giudizio?
--Bei ministri di Dio!--borbottava la contessa Zanze riferendo al marito
questi colloqui.--Bei ministri del Vangelo! Si lavano le mani come
Ponzio Pilato.
--E perchè non ve le lavate anche voi le mani?--rimbeccava il conte
Luca.--Siete un ministro di Dio, voi! Andate proprio a cercarli col
lumicino i fastidi? Che può importarvi di ciò che passa tra Leonardo e
la Rosetta? Per la Vergine santissima, lasciate che si sbrighino loro e
non ve ne impicciate. Tanto, a voi non ne va e non ne viene. Mi spiego?
E il pacifico uomo tornava al caffè a giuocare ai suoi scacchi.
VIII.
Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di
assoluta neutralità, ma, d'altra parte, la contessa Zanze non aveva
torto nel presagire che quest'intrigo del contino Leonardo e della
Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come
dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In città, Leonardo
aveva mille distrazioni che gl'impedivano di pensare alla nipote del
gastaldo, ma quand'era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso
affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero.
Inoltre c'era ormai di mezzo anche un po' di puntiglio. Egli giurava e
spergiurava a sè medesimo di venirne a capo, di non voler essere
raggirato più a lungo da una contadina, di non voler più contentarsi
d'una carezza e d'un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli
non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le
Serafine non lo avevano mai fatto sospirar tanto. Però questi propositi
risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine
della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una
capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di
volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in
quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era
piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo,
soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno
alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verità il pretendente
serio tardò abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si
tenevano sicure ch'esso non sarebbe venuto più, perchè, siamo giusti,
chi doveva sposare quella sguajata? C'era bensì un tal Menico, garzone
di caffè, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di
languir d'amore per lei e d'esser pronto a darle il suo nome, ma a
nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello
zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse
sotto la protezione del gastaldo, ch'era suo santolo.
Per altro, allorchè Beppe Gualdi, il figlio dell'oste, finita la ferma
militare, tornò in paese e s'attaccò subito ai panni della ragazza, si
cominciò a susurrare nei crocchi che, se la Rosetta aveva giudizio, lo
sposo era bell'e accalappiato, perchè Beppe non era uomo da perdersi in
galanterie senza costrutto e aveva già detto di voler prendere moglie.
Naturalmente uno sciame di persone officiose, per la maggior parte
madri che avevano figliuole da marito e zitelle che cercavano un
collocamento, si diedero premura di metter sull'avviso il giovinotto,
informandolo di tutte le chiacchiere che correvano sul conto della
Rosetta. Era proprio peccato che un galantuomo cascasse in così cattive
mani. Ma Beppe troncò presto i discorsi, rispondendo che aveva ormai il
dente del giudizio e ch'era in grado di regolarsi da sè. Ai suoi intimi
poi diceva che le chiacchiere dei maligni non gli facevano nè caldo, nè
freddo, e che non si stupiva punto se la Rosetta aveva tante nemiche,
perch'era più bella e più vivace delle altre. Del resto egli era
disposto ad ammettere che le fosse piaciuto di farsi corteggiare anche
dal contino Leonardo, ma al suo posto tutte avrebbero fatto lo stesso. A
lui bastava che queste galanterie non avessero seguito, ed egli non
avrebbe certo domandato formalmente la mano della Rosetta finchè non si
fosse assicurato da sè che tra lei e il contino era troncata ogni
relazione.
La Rosetta non provava nessun entusiasmo per Beppe Gualdi, che aveva una
diecina d'anni più di lei, ma non voleva disgustarlo, nè darla vinta
alle sue rivali che gli tendevano le loro reti; inoltre, per aliena
ch'ella fosse dal matrimonio, non era poi così grulla da rinunziar
troppo leggermente a un buon partito. Onde si mostrava piena di
deferenza pel suo nuovo adoratore e rideva e scherzava con esso intorno
al contino Bollati, i cui stupidi omaggi, ella diceva, non avevano
servito che a tenerla di buon umore.
Il figlio dell'oste era ripatriato alla fine dell'inverno, mentre i
Bollati non erano in villa, ciò che sulle prime diede buon gioco alla
nostra civettuola. Le difficoltà vere dovevano affacciarsi più tardi,
nell'autunno, quando la Rosetta sarebbe stata messa al punto o di
decidersi per uno dei suoi due innamorati o di sfoggiare un'arte
maggiore del solito per corbellarli entrambi. Era anche fuor di dubbio
che allora tutti quelli che le volevano male sarebbero stati con tanto
d'occhi aperti per coglierla in fallo.
Ne venne di natural conseguenza che il contino Leonardo Bollati,
quell'anno, trovò la Rosetta notevolmente mutata, cosa che non poteva
accadergli in peggior momento, giacchè egli s'era impegnato con certi
suoi compagni di libertinaggio a non tornare a Venezia senz'aver vinto
l'ultime resistenze della capricciosa fanciulla. E a raggiungere meglio
il suo fine, egli s'era munito d'un anellino di brillanti il cui
splendore, a parer suo, era atto a trionfare di ben altre virtù
femminili che di quella della nipote del suo gastaldo.
Dinanzi agli ostacoli impreveduti che intralciavano la sua via, il
contino Leonardo, quantunque fosse un balordo, si condusse, per una
volta tanto, da uomo di spirito. Non andò in escandescenze, non perdette
il suo sangue freddo, ma non depose le armi e fidò nella fragilità
femminile.
C'era un'altra bellezza campagnuola che pretendeva contrastar la palma
alla Rosetta, e ch'era stata tra le più implacabili nel giudicarla. Il
giovine conte, che non s'era occupato mai di costei, cambiò tattica a un
tratto, le si avvicinò ripetutamente, le disse di quelle paroline che
suonano così dolci alle donne, solleticò insomma in tutti i modi la sua
vanità. Queste galanterie non rimasero segrete, chè la prima a non voler
che rimanessero tali era la persona alla quale esse erano fatte.
Figuriamoci s'ella poteva resistere al gusto di umiliare la Rosetta che
l'aveva per tanto tempo guardata d'alto in basso! E la Rosetta n'ebbe
una rabbia da non dirsi. Che Leonardo, disgustato dal suo eccessivo
riserbo, si curasse appena di lei, pazienza; ma ch'egli corteggiasse la
Filomena (era il nome della rivale) questo passava davvero ogni misura.
Solo a pensarci le veniva da piangere. E se la prendeva un po' con
tutti. Con la Filomena, s'intende; con Leonardo, ch'era volubile e di
pessimo gusto, con quel noiosissimo Beppe Gualdi che faceva il geloso,
con lei stessa che gli dava retta. Ah, se un giorno essa diventava sua
moglie, come gliel'avrebbe fatta pagare!
Intanto, una mattina, mentre il contino Leonardo tornava alla villa per
una scorciatoia, egli vide la Rosetta che pareva occupata a coglier
margherite sul ciglio del sentiero. Avrebbe voluto far lo spavaldo e
passare avanti, ma ell'era troppo bella, troppo procace in
quell'atteggiamento, col seno che quasi le traboccava dalla bustina, ed
egli sentì una ondata di sangue caldo salirsi alla testa.
--Buon giorno, Rosetta--egli disse fermandosi sui due piedi.
Ella finse una grande sorpresa, arrossì e lasciò cadere i fiorellini che
teneva in mano.
--Ti faccio paura?--ripigliò il giovane. E soggiunse più basso:--Come
sei bella stamattina! Meriti proprio il tuo nome; sei un bocciuolo di
rosa.
--Oh--ella rispose--la Filomena è molto più bella di me.
Il contino Leonardo si strinse nelle spalle.
--La Filomena non è degna neanche di baciar la terra su cui tu cammini.
La fisonomia della Rosetta s'illuminò dal piacere; nondimeno ella si
tenne in un certo riserbo:--A me dice così, a lei invece....
--O che credi sul serio ch'io sia invaghito della Filomena?
--To!!... Come se non lo credessero tutti quanti?...
--Tutti quanti credono male, quest'è la verità.... A ogni modo, che te
ne importa se hai la testa piena del tuo Beppe Gualdi?
La ragazza fece un gesto d'impazienza.
--Un brav'uomo--seguitò Leonardo--un po' maturo per te... ma dal momento
che gli vuoi bene....
--Che ne sa lei se gli voglio bene, o no?
--Oh bella! risponderò anch'io: tutti lo dicono.
--La gente chiacchiera per aprir la bocca.
--E allora perchè sei stata così cattiva con me quest'autunno?--incalzò
il contino passandole un braccio attraverso la vita.
Essa resisteva.--No, no, mi lasci.... Se qualcuno ci vede.
--Non c'è anima viva--replicò Leonardo. E, pronto ormai ad ogni più
ardita impresa, le stampò un bacione sul collo, mentre cercava di
spingerla fuori del sentiero, in un campo di grano turco, le cui canne
alte e fitte potevano essere un eccellente riparo contro gli sguardi
indiscreti.
Quantunque alla giovane ripugnasse l'idea di questa capitolazione
vergognosa, non si sa quel che sarebbe accaduto, se proprio fra le canne
del grano, a poca distanza dal luogo ove si trovavano i due giovani, non
si fosse inteso un improvviso fruscìo, come di persona che si aprisse
bruscamente il passaggio, forse per entrare, forse per uscire dal campo.
Pur non si vide nessuno e poteva esser benissimo un'illusione dei sensi.
Ma il momento buono era passato, e il timore d'essere scoperta ridonò
alla Rosetta il suo sangue freddo. Anche Leonardo divenne subito più
circospetto. Egli non aveva un'anima di leone, e non avrebbe voluto
tirarsi addosso la collera di Beppe Gualdi, ch'era uomo capace di non
guardare in faccia nemmeno a un'Eccellenza. Ottener la vittoria
senz'affrontare il pericolo, ecco il magnanimo ideale del nostro
valoroso contino.
Così Leonardo e la Rosetta si separarono di lì a poco non senza
promettersi che si sarebbero riveduti.
E si rividero in fatti più volte, ma sempre con infinite cautele e
sempre per brevissimi istanti. Però questa intimità avrebbe dato i suoi
frutti alla prima occasione propizia. Del resto, Beppe Gualdi non si
lasciò scappar con la Rosetta una parola che accennasse a qualche suo
sospetto, nè la Filomena fece a Leonardo alcuna scena di gelosia. Ne
venne una sicurezza fallace che doveva portar tristi effetti. Perchè i
due giovani che credevano aver delusa la vigilanza altrui erano invece
spiati a ogni passo. Il loro incontro presso al campo di frumentone
aveva avuto per testimonio un monello di dodic'anni, fratello della
Filomena, il quale raccoglieva alcune pannocchie cadute, e dileguandosi
non visto era corso subito ad avvertir sua sorella che la Rosetta s'era
lasciata dare un bacio dal _signorino_. La Filomena scattò come una
molla, e voleva fare uno scandalo, ma, riflettendoci meglio, pensò di
consultarsi con Beppe Gualdi, il quale non era uomo da sopportare in
pace una canzonatura di questa specie. Sulle prime Beppe fece alla
Filomena l'accoglienza che gl'innamorati fanno sempre a chi accusa
dinanzi a loro la persona a cui vogliono bene; poi, calmatosi alquanto,
le ordinò severamente di tacere e di lasciare a lui la briga di chiarir
quest'imbroglio. Guai a lei se si tradiva col contino Leonardo, guai. In
tal modo ella dissimulò per paura, egli dissimulò per calcolo e
provvide in maniera da esser informato per filo e per segno di tutto ciò
che Leonardo e la Rosetta facevano e architettavano. Egli godeva d'un
certo credito fra i terrazzani, era largo nello spendere, e gli era
facile trovar gente disposta a rendergli servizio. E poi, pare
impossibile, i servizi che la gente rende più volentieri son quelli coi
quali, giovando a qualcheduno, si può nuocere a qualchedun altro.
Insomma Beppe non tardò ad acquistare la certezza che la ragazza lo
ingannava, e vi fu anche chi gli riferì queste precise parole dette
dalla Rosa al contino per schermirsi da un abboccamento più intimo del
solito ch'egli le chiedeva con insistenza:--«Come devo fare se ho sempre
quel seccatore fra i piedi?»--Il seccatore era lui, Beppe Gualdi. Ah!
bisognava finirla e costringer quei due sfacciati a levarsi la maschera;
bisognava sorprenderli insieme in un luogo, in un'ora che non desse loro
mezzo di scampo. Perciò Beppe finse di dover andare a Padova per un
affare di suo padre, e disse alla Rosetta che sarebbe tornato soltanto
di lì a tre o quattro giorni. E s'assentò realmente, ma invece di andare
a Padova, si ridusse nella campagna d'un suo compare, poche miglia
distante, ad aspettarvi le notizie che gli sarebbero state date dagli
amici zelanti. Quelle notizie non si fecero attendere un pezzo. La sera
del giorno seguente a quello in cui Beppe era partito, Leonardo e la
Rosetta dovevano trovarsi nel chiosco chinese della villa Bollati, un
chiosco che non s'apriva mai e del quale il contino si era fatto dar la
chiave dal giardiniere. Secondo tutti gl'indizi, la Rosetta s'era
lasciata tentare dalla speranza d'un bel regalo. Ell'aveva avuto
l'imprudenza di dire alla figlia del maniscalco che le mostrava un
anellino di smalto regalatole dal fidanzato:--Oh lo smalto ci vuol poco
ad averlo.... Ma son poche quelle che possono avere i brillanti.--Sta a
vedere che tu ne hai--rimbeccò l'altra ironicamente. La Rosetta non
rispose, ma guardò la sua amica con una tale aria di commiserazione da
far intendere che l'averne dipendeva da lei.
Gli amici diedero a Beppe tutti questi particolari con maligna
compiacenza, ma quand'egli, il cui amore s'era convertito in odio, li
invitò ad aiutarlo per somministrare una buona lezione a quel libertino
del conte Leonardo, sorsero mille scrupoli e mille dubbi. Non c'era
ragione di mettersi in lotta coi Bollati; i signori, si sa, hanno per
loro la polizia, e gli stracci vanno sempre all'aria. Che Beppe
piantasse la Rosetta era troppo giusto, ma in quanto al contino era
meglio non occuparsene.
Però questi consigli non ebbero presa sull'animo risoluto del giovane. E
poichè nessuno volle venire con lui, egli solo, poco prima dell'ora
fissata pel ritrovo dei due amanti, s'introdusse per una siepe nella
villa Bollati, e si appiattò in una macchia di lauri a pochi passi dal
chiosco. Il contino Leonardo non istette molto a comparire, aperse con
la chiave la porticina del chiosco, accese un lanternino che spargeva
intorno una luce fioca, e poi si fermò sulla soglia ad aspettare. Di lì
a dieci minuti s'intese un suono di passi affrettati e leggeri, una voce
sommessa (la voce di Leonardo) disse:--_Avanti_;--una figura di donna
avviluppata in uno scialle rasentò la macchia di lauri ove Beppe s'era
appiattato, ed entrò rapidamente nel chiosco. Egli la lasciò entrare,
resistendo alla tentazione di gettarsele addosso e di stritolarla, ma,
quando la porticina fu chiusa, egli, vi si precipitò contro con impeto,
ne scompaginò con un colpo vigoroso il debole assito e piombò come un
fulmine fra la Rosetta e il suo damo. Non aveva seco armi di nessuna
specie e nemmeno un bastone; ma con pugni e calci bene assestati mandò
il contino a ruzzolar nell'erba, mentre teneva stretta pei polsi la
Rosetta e la colmava d'ogni sorta di vituperi. Le grida acutissime di S.
E. Leonardo misero a soqquadro la villa. I servi uscirono coi lumi, i
cani da guardia latrarono a piena gola scuotendo furiosamente la catena,
la contessa Chiaretta che giocava a tresette dimenticò di accusare la
_napoletana_ di spade, S. E. Zaccaria si fermò nel bel mezzo d'una
spropositata dissertazione agricola col fattore, gli ospiti
tramortirono, e Fortunata, pallidissima, si trascinò fino alla portiera
a vetri che dava sul giardino; poi, mancandole le gambe, dovette
appoggiarsi a uno degli stipiti per non cadere.
Intanto Beppe Gualdi, pago di aver conciato il rivale pel dì delle
feste, era riuscito a ripassare la siepe prima che i suoi inseguitori lo
raggiungessero, mentre che il contino Leonardo, raccolto dai servi tutto
pesto e sanguinolento, era trasportato a casa e deposto sopra un canapè.
Per fortuna c'era lì presente il dottore, il quale dichiarò che non
c'erano lesioni pericolose e fece le prime medicature. Anche la Rosetta,
pazza di terrore, era stata ricoverata in cucina dalla servitù.
Leonardo, ch'era un vigliacco, piangeva e urlava come un bambino. Solo
di tratto in tratto egli interrompeva le sue lamentazioni per
gridare:--Bisogna denunziarlo alla Polizia quel cane, bisogna farlo
condannare a morte.--E nel dir così digrignava i denti e agitava le
braccia con piglio minaccioso.
IX.
Il contino Leonardo risanò presto e Beppe Gualdi non ebbe a soffrire che
pochi giorni di carcere per soprusi e violenze, condanna che scandalizzò
molto, per la sua mitezza, la signora Chiaretta.--Ecco a che punto siamo
ridotti,--ella sospirava con don Luigi.--Un bifolco può metter le mani
addosso a un patrizio veneto senz'andar incontro a nulla di peggio che a
una settimana di prigione. Ormai, credetelo pure, anche i Governi sono
d'accordo coi carbonari.
Il sacerdote tentennava la testa.--Pur troppo, Eccellenza, tutto va
male, tutto è corrotto nei tempi moderni, il cuore, il cervello ed il
gusto.... specialmente da noi. In un paese dove un Manzoni può passare
per un grande scrittore non bisogna meravigliarsi di nulla.
Stabilita così la responsabilità indiretta di Alessandro Manzoni nelle
busse toccate dal contino Leonardo Bollati, don Luigi seguitava a
deplorare le infinite cause del, pervertimento degli animi, la mancanza
di religione, l'abbandono delle pratiche del culto, l'uso invalso in
tante famiglie di mangiare di grasso il venerdì e il sabato, ecc., ecc.
--E poi--soggiungeva la contessa--volete che non abbiano una cattiva
influenza quelle invenzioni del demonio che si succedono da pochi
anni?... Vapori di acqua e di terra, illuminazioni a gas e altre
porcherie simili.... Non hanno già cominciato a gettare un gran ponte
sulla laguna per unire Venezia alla terraferma?
Mentre che la contessa Chiaretta e il cappellano si querelavano in tal
maniera delle tristi condizioni dell'umanità, il conte Zaccaria era
occupato a negoziare un decoroso componimento.
Lo scandalo avvenuto nel chiosco chinese non avea soltanto fatto
tramontare ogni possibilità di matrimonio tra la Rosa e il nipote
dell'oste, ma aveva anche recato un colpo gravissimo alla riputazione
della ragazza.
Il gastaldo aveva sentito risvegliarsi a un tratto le sue viscere di
zio, e strappandosi i capelli per la disperazione era corso da S. E. il
conte Zaccaria a dirgli ch'egli era un uomo rovinato, che non avrebbe
potuto sopravvivere al disonore della famiglia, nè reggere al pensiero
che un colpo simile gli venisse da un nobil uomo Bollati. A chi la
mariterebbe adesso la sua nipote? Come risponderebbe ai fratelli della
ragazza, giovani impetuosi e maneschi, che lavoravano in Ungheria, ma
che sarebbero certo tornati in patria appena fosse giunta loro la
notizia dell'accaduto?
S. E. aveva molto ragionevolmente fatto notare al suo interlocutore
ch'egli aveva avuto torto di non accorgersi di quello di cui
s'accorgevano tutti, vale a dire che la Rosetta era un po' civettuola e
che egli doveva custodirla meglio di quel che non avesse fatto.
Ma il volpone non s'era dato per vinto. Sicuro, egli era stato una
bestia, sicuro, la Rosa era una fraschetta, ma egli aveva avuto sempre
tanta fiducia ne' suoi padroni! Quel contino Leonardo egli l'aveva
sempre considerato, salvo la debita riverenza, quale un figliuolo. Di
tutti avrebbe dubitato ma non di lui. E adesso, se quei ragazzi
tornavano a vedersi, come impedire che si riavvicinassero, come impedire
che la tresca ricominciasse?... Ah s'egli avesse potuto spedir la
Rosetta all'altro capo del mondo?... Se avesse potuto sposarla fuori di
paese?... Ma prima dello scandalo non c'era che da scegliere fra dieci a
dodici partiti oltre a Beppe Gualdi: invece dopo quella sera fatale
nessuno voleva più saperne.... Uno solo, forse, non aveva mutato idea,
Menico il caffettiere.... Quel monello lì era innamorato cotto della
Rosa e pareva sempre disposto a prendersela.... Ma come si fa? La Rosa
non aveva un soldo di dote, Menico non aveva neanche la camicia.... Si
doveva lasciarli morir di fame? In quanto a lui, il gastaldo, si sarebbe
levato il pane di bocca per dare quattro soldi alla nipote che gli era
stata raccomandata dal fratello al letto di morte, ma, quant'è vero
Iddio, era al verde, assolutamente al verde.... Anni cattivi, anni
cattivi, e S. E. lo sapeva meglio degli altri.
In ogni circostanza critica il conte Zaccaria ricorreva al consiglio ed
all'opera del suo agente generale. Quell'impagabile _sior_ Bortolo col
suo umore uguale, calmo, sereno, era l'uomo fatto apposta per appianare
i dissidi. Non che escludesse _a priori_ le liti. Quando la dignità
dell'illustre famiglia Bollati lo esigeva, egli sapeva tirarle in lungo
anche più della guerra di Troia, ma negli altri casi egli preferiva gli
accordi amichevoli. Ora, egli aveva un modo tutto suo d'intendere questa
dignità del casato. Se le liti potevano fruttare dei quattrini a lui,
egli diceva che bisognava litigare; se non potevano fruttargli nulla e
aveva invece da sperar qualche cosa dagli accordi, egli sosteneva con
altrettanta energia che bisognava venire a patti.
Fedele a questo sistema, egli suggerì a S. E. Zaccaria di far ponti
d'oro al matrimonio della Rosetta con Menico. La dignità del nome
Bollati imponeva di riparare alle conseguenze della leggerezza del
contino Leonardo, e poichè se ne offriva la propizia occasione era
debito sacrosanto di non lasciarselo sfuggire. Si desse una piccola
sommetta a Menico per aprire, come egli desiderava, un caffè nel vicino
paesetto di Oriago, e ch'egli si sposasse in santa pace la Rosa. E
_sior_ Bortolo tanto disse e tanto fece che il conte Zaccaria si
persuase al sacrifizio pecuniario che gli era richiesto. Già a trovar
il danaro ci pensava l'agente.
La ragazza, rendiamole giustizia, si mostrava molto restìa ad accettare
una simile soluzione, ma il gastaldo, questa volta, fece da zio e da
tutore sul serio, e dichiarò che s'ella non accondiscendeva al
matrimonio, egli l'avrebbe cacciata di casa. Non voleva, no, aver altri
fastidi per cagion sua.
Ond'ella dovette piegare il capo e rassegnarsi a queste nozze ridicole.
È inutile ripetere i commenti che se ne facevano sul luogo e la sorte
che si pronosticava a quel grullo di Menico. Costui però non se ne dava
per inteso, e tutto tronfio per la bellissima fidanzata, lasciava cantar
le cicale, mentre coi capitali di S. E. Zaccaria e sotto il patrocinio
di suo santolo e di _sior_ Bortolo si disponeva ad aprire nel villaggio
di Oriago la nuova bottega di caffè e liquori col titolo pomposo:
_All'Imperatore d'Austria_.
Dopo la sua ingloriosa avventura campestre, il contino Leonardo scivolò
ancora più basso sul lubrico pendìo del libertinaggio. Egli non aveva
ormai altra cura che questa e aveva abbandonato anche l'esercizio del
remo, ch'era stato la passione della sua infanzia. S'era poi emancipato
da ogni tutela e non andava nemmeno col suo signor padre al caffè
Suttil, trovando abbastanza noioso di sentir raccontare dai vetusti
avventori di quel caffè le galanterie di trenta o quarant'anni addietro.
Passava invece la sera e buona parte della giornata con altri giovanotti
della sua età e de' suoi gusti, amanti del bigliardo, del vino e delle
femmine. Quantunque avesse ogni tanto delle vampate di boria patrizia,
non era troppo rigido nella scelta dei compagni; fra questi suoi amici
ce n'erano di nobili, di quelli che, come lui, trascinavano nel fango un
nome storico, ma ce n'erano anche della media e della piccola borghesia;
ce n'erano infine di usciti dai bassi fondi della società, gente rotta a
ogni vizio e priva d'ogni pudore. Costoro vivevano alle spalle dei
camerati facendosi perdonare la viltà del parassitismo con viltà ancora
più grandi.
Al nostro Leonardo erano insufficienti adesso, nonchè i pochi quattrini
datigli dal padre al primo del mese, anche le generose sovvenzioni del
signor Oreste, ed egli doveva ricorrere ai peggiori strozzini della
città per aver danari a babbo morto. Si può immaginarsi a che condizioni
li aveva. Il signor Oreste, che, nella sua qualità di creditore, teneva
d'occhio il padroncino ed era sempre informato dei fatti suoi,
brontolava a vederlo caricarsi di debiti verso altre persone e
minacciava di parlare, tantochè, per tenerlo quieto, conveniva pagargli
di tratto in tratto degli acconti che falcidiavano le somme ricevute a
prestito, e per conseguenza rendevano necessarii de' prestiti nuovi.
È ben raro che simili cose restino segrete, e il conte Zaccaria fu
avvertito che circolavano delle cambiali con la firma di suo figlio.
Vissuto sino allora nella dolce illusione che il contino Leonardo
avesse l'arte di divertirsi a buon mercato, Sua Eccellenza rimase di
stucco all'inatteso annunzio, e dovette mettersi a letto per un travaso
di bile. La particolarità delle cambiali era quella che l'offendeva di
più; debiti ne aveva fatti anche lui in giovinezza, e pur troppo ne
faceva ancora sotto forma di mutui, ma le cambiali le lasciava ai
mercanti. O che il nome di un Bollati doveva figurare a fianco di quello
d'un salumaio?
Il N. H. Zaccaria chiamò a consulto _sior_ Bortolo e l'avvocato di casa,
chiamò _ad audiendum verbum_ il suo nobile rampollo e con uno slancio
d'insolita energia gl'intimò di dargli la nota precisa dei suoi
creditori e della somma che doveva a ciascuno. Ma il contino Leonardo
non era in grado di fornirgli quest'utile informazione; chè non s'era
mai curato di tenere un registro. Aveva sottoscritto le cambiali; che
importava il resto?
A questo proposito l'agente generale e l'avvocato osservarono
concordemente che le obbligazioni assunte dal contino Leonardo, ancor
minorenne, non avevano effetto legale e potevano quindi non
riconoscersi; però il conte Zaccaria, frivolo, dissoluto, improvvido
com'era, conservava qualche buona qualità e ci teneva, a suo modo,
all'onor del casato, nè volle saperne della scappatoia che gli era
offerta. In conseguenza di ciò, tutti quelli che avevano delle ragioni
da far valere verso S. E. il signor contino Leonardo Bollati P. V.
furono invitati a recarsi entro un dato termine nei mezzanini del
palazzo e a presentare i loro titoli al signor Bortolo Segugi, agente
generale della nobile famiglia. Trascorso infruttuosamente il termine
stabilito si approfitterebbe dei diritti concessi dalla legge
relativamente ai debiti dei minori e non si accoglierebbe nessuna
domanda, come si dichiarava fin d'ora di respingere in avvenire
qualunque pretesa relativa a fatti posteriori alla data di quell'avviso.
L'intimazione sortì in parte soltanto il suo effetto; i creditori più
timidi risposero all'appello, e preferendo il certo all'incerto, scesero
volentieri agli accordi; gli altri invece, più avidi di guadagno, più
fiduciosi nella fortuna dei Bollati, stimarono meglio di correre il
rischio e di continuar anzi a sovvenire il giovane Leonardo per
rimborsarsi poi del capitale e degli interessi quand'egli fosse venuto
in possesso del patrimonio. Il conte Zaccaria era già innanzi negli anni
e non era un colosso; non sarebbe mica vissuto eterno. Anche il cuoco,
il signor Oreste, dopo molte esitazioni finì coll'appigliarsi a questo
partito. A voler figurare tra i creditori del padroncino egli metteva a
repentaglio il suo posto, e quel posto era troppo lucroso da giocarlo
sopra una carta.
Durante queste peripezie dei loro nobili congiunti, i Rialdi stavano
sempre nell'ombra. Nessuno si curava di loro, nessuno chiedeva il loro
parere; tutt'al più la querula contessa Chiaretta ripeteva alla cugina
Zanze e alla Fortunata gli sproloqui ch'essa soleva fare due volte al
giorno con don Luigi. Erano variazioni su un unico motivo. Il mondo
andava a rotoli per l'audacia dei carbonari e per la debolezza dei
Governi. Quest'era la ragione per la quale il contino era stato
picchiato dal figlio dell'oste, quest'era la ragione per cui egli era
caduto in mano degli usurai. Non c'era che dire, i suoi difetti egli li
aveva pur troppo, e la contessa Chiaretta, altrettanto energica nel
linguaggio quanto fiacca e nulla nell'azione, ammetteva lei per la prima
che Leonardo era uno scioperato, un vizioso, un uomo ch'ella non si
stupirebbe di veder finire sul patibolo, ma, alla stretta dei conti, di
chi era la colpa? Dei carbonari, dei frammassoni e dei loro acoliti.
Senza di questa brutta genìa, la vecchia Repubblica sarebbe ancora in
piedi, e Leonardo farebbe quello che facevano i suoi nonni, e anche lui,
dopo morto, lo metterebbero in cornice come una brava persona.
--Povero Leonardo!--pensava Fortunata.--Se gli avessero voluto bene,
sarebbe cresciuto diversamente. Altro che i carbonari!... Io però gliene
avrei voluto tanto di bene, gliene voglio anzi come una sorella,
come.... più che come una sorella.... Ma è una fatalità... Egli non mi
dà retta e corre invece dietro a certe femmine.... È vero che quelle son
bellissime... dicono... e io invece... oh perchè, perchè non son bella
anch'io?
E quest'idea di non esser bella, di non piacere a Leonardo, di non poter
salvarlo dalla rovina del corpo e dell'anima l'accorava fuor di misura
e le impediva di gustare quel po' di bene che c'era in famiglia. Perchè
in casa Rialdi pareva essersi aperto uno spiraglio alla fortuna. Dopo
dieci anni di aspettativa, il conte Luca aveva finalmente ottenuto una
promozione che aveva il duplice vantaggio di farlo guadagnare di più e
lavorare di meno, giacchè è noto che nei pubblici impieghi ognuno lavora
in ragione inversa della paga che ha. Però questo era il meno. Le
maggiori speranze dei Rialdi erano oramai concentrate in Gasparo, a cui
sembrava riservato davvero uno splendido avvenire. L'anno stesso del suo
imbarco, vale a dire il 1840, egli aveva la buona ventura di prender
parte alla fazione di San Giovanni d'Acri e di coprirvisi di gloria,
tanto da esser citato con lode speciale nell'ordine del giorno del
comandante, e di passar alfiere di vascello, primo tra i giovani usciti
con lui dall'Accademia di Sant'Anna. Più tardi la sua intrepidezza in
una burrasca, l'audacia e il sangue freddo con cui egli aveva diretto
un'imbarcazione alla riscossa di alcuni naufraghi, avevano confermato la
sua fama di marinaio valoroso ed intelligente, e gli avevano procurate
nuove dimostrazioni di stima da' suoi superiori.
La contessa Zanze, che nella sua fervida fantasia lo vedeva già
ammiraglio, gli perdonava ormai il suo carattere impetuoso e la sua
avversione ai parenti Bollati, e nelle rare e brevi gite ch'egli faceva
a Venezia lo costringeva a passeggiar con lei una o due ore al giorno
per la piazza S. Marco con la sua bella uniforme in dosso e con la sua
spada al fianco. Visite egli non voleva farne a nessun patto; bisognava
dunque ch'ella trovasse un altro mezzo perchè le sue conoscenti lo
ammirassero e nello stesso tempo ammirassero lei ch'era sua madre.
Anche Fortunata era orgogliosa di suo fratello, ma quanto più egli
cresceva in riputazione tanto più ella si sentiva intimidita e quasi
sgomenta al suo cospetto. Egli, vedendola sempre malinconica, faceva di
tutto per darle confidenza e per indurla ad aprirsi con lui, ma non
c'era caso, le parole le morivano sul labbro. Già nel fondo del suo
cuore, la giovinetta maturava un pensiero che non osava rivelare a
nessuno, il pensiero di entrare un dì o l'altro in un chiostro. Colà
almeno ell'avrebbe pregato giorno e notte per Leonardo.
X.
Si sa quel che dura l'energia degli uomini deboli. È uno scatto e nulla
più. Stupiti essi medesimi del loro insolito vigore, ripiombano tosto
nell'irresolutezza e nell'indolenza di prima. Così avvenne al conte
Zaccaria. La tarda severità mostrata verso il figliuolo poteva ancora
dar qualche frutto, ma per ottener ciò bisognava che essa non rimanesse
un fatto isolato, che iniziasse un nuovo sistema di relazioni
domestiche, un nuovo periodo di vigilanza operosa. Invece il N. H.
Zaccaria lasciò che le cose camminassero coi loro piedi, e le cose
tornarono a camminare pel sentiero sdrucciolevole su cui egli era
riuscito a fermarle appena un momento. Il contino Leonardo, alienato
ancor maggiormente dalla famiglia in seguito al chiasso poco onorevole
che s'era levato intorno al suo nome, ripigliò le sue abitudini
dissolute, s'invescò peggio che mai nella cattiva compagnia e perdette
ogni verecondia. L'illustre casato, il largo censo (almeno creduto
tale), l'aspetto piacente gli avrebbero spalancate tutte le porte, e la
cosidetta buona società, tanto benevola pel vizio elegante, avrebbe
perdonato volentieri a' suoi rotti costumi, sol ch'egli avesse saputo
rispettar le apparenze. Ma a lui era intollerabile qualunque freno ed
egli non s'acconciava a nessun ritrovo ove convenisse moderare il suo
linguaggio da trivio. In tal modo il contino Leonardo Bollati, sul
quale, da fanciullo, molte mamme avevano fabbricati i loro castelli in
aria, diventava a poco a poco un partito impossibile, e _sior_ Bortolo,
l'agente generale, vedeva allontanarsi la probabilità di ristorare con
una bella dote le pericolanti fortune della famiglia. Tutt'al più, si
sarebbe forse potuto sperare di trovar un dì o l'altro qualche
pizzicagnolo arricchito che per _nobilitar_ la figliuola non badasse al
resto; ma figuriamoci se il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima
Chiaretta, con la loro boria, avrebbero acconsentito a un matrimonio
simile. Ora, per fare a meno del loro consenso, era necessario aspettare
che il contino Leonardo fosse uscito di minorità, ossia, come
prescriveva il Codice austriaco, ch'egli avesse compiuto i
ventiquattr'anni, e l'ottimo _sior_ Bortolo, che vedeva la proprietà
stabile dei Bollati coprirsi rapidamente d'ipoteche dubitava molto di
poter tirare innanzi a forza di palliativi sino a quel tempo. Comunque
sia, il coscienzioso agente non ommetteva di far di tratto in tratto
l'inventario delle ragazze milionarie, anche se gobbe, sbilenche o
avariate nella riputazione, che potevano in caso disperato offrirsi
come ancora di salvezza al padroncino, quando un avvenimento imprevisto
sconcertò tutti i suoi disegni.
Una sera il contino Leonardo si mise a letto con la febbre e in breve la
malattia prese un tale carattere di gravità da incuter seri timori. Da
un pezzo il giovine non ispirava personalmente la minima simpatia, ma
l'idea che con lui sarebbe perito l'unico rampollo maschio di una grande
famiglia e che il palazzo Bollati e gli oggetti di valore che vi si
trovavano sarebbero andati a finire, alla morte del conte Zaccaria, in
mano di gente straniera, destò una certa commozione in paese e fece
seguire con viva sollecitudine le varie alternative del male.
Ma questo a noi preme poco o punto. Quello che ci gioverà di sapere si è
che l'infermità del contino Leonardo fece riacquistare alla contessa
Zanze Rialdi una parte dell'influenza che da qualche anno ella andava a
grado a grado perdendo in casa Bollati. Era costume inveterato della
contessa Zanze, quando c'era qualche malato grave tra i suoi conoscenti,
di recarsi in persona presso la famiglia, e lì, senza tante cerimonie,
profferire i propri servigi, l'opera sua, i lumi della propria
esperienza. Era madre di famiglia, aveva fatto pratica co' suoi
figliuoli, i quali, pur troppo, avevano avuto il morbillo, la rosolia,
la tosse canina e tutte le piaghe d'Egitto, e nondimeno eran sani e
salvi più per virtù delle sue cure che per virtù del medico.
Se poi il suo zelo derivasse da bontà d'animo, da spirito inframmettente
o dalla speranza di guadagnarsi qualche bel regalo, questo è quello che
non si potrà mai sapere con precisione; forse esso derivava da tutte
queste cose unite insieme. O forse si nasce infermieri e flebotomi come
si nasce poeti. Certo si è che la contessa Zanze non aveva chi la
pareggiasse nel mescere un farmaco, nel fasciare un salasso,
nell'accomodare i guanciali sotto il capo di un giacente, e, sia detto
coi debiti riguardi, nell'applicar cataplasmi d'ogni maniera.
Era naturale che con queste singolari attitudini ella si mettesse subito
a disposizione dei suoi cari parenti, dicendo che ella aveva visto
nascer Leonardo e lo considerava come un'altra sua creatura, e poteva
benissimo far presso di lui le veci della madre, la quale, cagionevole
di salute e nervosa all'estremo, non era assolutamente in condizione da
assistere inalati.
La contessa Zanze Rialdi piantò quindi le sue tende in palazzo Bollati
tirandosi dietro anche il marito e la figliuola, a cui nessuno preparava
più da colazione e da pranzo, giacchè la rispettiva moglie e genitrice
non si fidava della donna di servizio, e da buona massaia stimava
opportuno di non far nemmeno accendere il fuoco in cucina. Però il conte
Luca e Fortunata andavano ogni sera a casa a dormire.
Invece la contessa Zanze stava dì e notte al letto di Leonardo che le si
era affezionato con quel trasporto col quale gli egoisti sogliono
affezionarsi a coloro di cui hanno bisogno e pel momento in cui ne
hanno bisogno. Egli non prendeva le medicine da altri che da lei, non
ubbidiva che alla sua voce, non voleva lasciarla mai uscire di camera,
e, nel suo immenso terrore della morte, aspettava da lei sola la sua
salute.
Per più settimane il nostro giovinotto fu in gran burrasca, e in tutto
questo tempo don Luigi dovette consacrarsi interamente alla
_lustrissima_ Chiaretta e assisterla nelle sue pratiche religiose o
apparecchiarla con esempi della Sacra Scrittura a sopportar con animo
forte la prova che pareva esserle serbata dal Signore. In complesso la
torpida contessa Zanze aveva l'aria di voler rassegnarsi presto, e S. E.
Zaccaria era in molto maggiori angustie di lei. Nessuno però soffriva
quanto Fortunata, che passava le notti senza chiuder occhio, piangendo a
calde lagrime e pregando i Santi e la Madonna per la salvezza di suo
cugino. Se almeno le avessero permesso di rendersi utile, se le avessero
permesso di aiutar sua madre nei suoi uffici d'infermiera! Ma non c'era
caso; non la lasciavano nemmeno entrare in camera; le dicevano ch'ella
non avrebbe fatto che confusione. Solo qualche volta, mentre aprivano
l'uscio adagio adagio, ella, che era venuta in punta di piedi
nell'andito, s'affacciava allo spiraglio, e nella penombra della stanza,
in fondo all'alcova, vedeva un viso affilato, due occhi smorti, due mani
lunghe e scarne che giacevano immobili sulla coperta del letto. Povero
Leonardo! Com'era ridotto! Non lo si riconosceva quasi più.
Alla fine i medici dichiararono che l'ammalato era fuori di pericolo, ma
che la convalescenza sarebbe stata assai lunga, perchè ogni strapazzo
avrebbe potuto produrre una ricaduta fatale. Essi soggiunsero altresì
che se il contino ci teneva a campar molti anni, egli doveva menar una
vita più regolata. Ed egli che aveva avuto quel po' di battisoffia che
sappiamo, promise tutto ciò che gli si domandava.
Appena Leonardo fu in istato di veder qualcheduno, Fortunata impetrò la
grazia di dargli un saluto; poi le visite di lei divennero più lunghe e
più frequenti, e allorchè egli principiò ad alzarsi, ella fu ammessa a
tenergli compagnia per un paio d'ore al giorno.
Quasi tutti quelli che escono da una grande malattia si sentono come
attratti verso il loro passato, verso le persone, verso gli affetti
della prima giovinezza. Così l'albero investito dal turbine sente le sue
radici. Il contino Leonardo, nel riaffacciarsi ora alla vita, rivedeva
con maggior simpatia dell'usato la compagna de' suoi giochi infantili, e
l'accoglieva con una espansione a cui ella non era più avvezza e che le
empiva l'anima di giubilo. Ella diceva a sè stessa ch'ella aveva avuto
ben ragione a difenderlo, poveretto! quando gli altri lo accusavano.
Covava il suo male, ecco la ragione de' suoi modi aspri, de' suoi
stravizzi, di tutto. E poi c'eran stati i falsi amici che lo avevano
traviato, que' falsi amici ai quali il portone del palazzo Bollati era
ormai chiuso per sempre, e che Leonardo aveva giurato di non guardare
più in faccia. Adesso che stava bene, adesso che nessuno gli dava
cattivi consigli, egli era un altr'uomo. Ah! che trionfo sarebbe stato
per Fortunata il poter dire a suo fratello Gasparo:--Vedi chi di noi due
s'ingannava!--Perchè quel suo fratello era così ostinato! Le poche volte
ch'egli le scriveva una riga trovava sempre la maniera di far qualche
allusione spiacevole al cugino Bollati. Non s'era commosso neppure alla
notizia della malattia. «Desidero che Leonardo guarisca--egli aveva
scritto sdegnosamente ai suoi genitori--perchè non si deve augurar male
a nessuno, ma in fin dei conti la sua morte non sarebbe una disgrazia nè
per la famiglia, nè per Venezia, nè per l'Italia.»
--L'Italia! Che cosa c'entra l'Italia?--brontolava il conte Luca.
Se c'entrasse l'Italia è assai dubbio, ma secondo la rispettabile
opinione del nobile Piero Canziani, c'entrava nientemeno che l'umanità.
Infatti la guarigione del contino Leonardo ispirò la Musa dell'insigne
poeta, e gli dettò un lunghissimo ditirambo, che S. E. Chiaretta,
avvertita che non era un _sonetto_, chiamò _un verso_. Ora il
componimento del nobile vate esordiva così:
Sorgi, o contrita umanità. Dal coro
Sgombra il vano terrore;
Questo figlio d'eroi vive e non muore.
Concetto peregrino che don Luigi però trovava preferibile al manzoniano
I fratelli hanno ucciso i fratelli.
--Non c'è giovane di negozio--osservava don Luigi con aria di
sprezzo--che non sappia dire una roba simile.
Anch'egli, l'ex precettore del contino Leonardo, si credette in dovere
di pubblicare qualche cosa per la ricuperata salute del suo allievo e
stampò con una prefazioncella di circostanza una sua memoria letta
all'Ateneo col titolo: _Alcuni pensieri sul migliore uso della
congiunzione separativa O_. Non era che il frammento d'un'opera
linguistica di gran mole alla quale don Luigi attendeva da un pezzo in
silenzio, e che, quando fosse venuta alla luce, avrebbe polverizzato
certe riputazioni!...
Del resto, in questa fausta occasione, la casa Bollati riebbe per un
momento tutto l'antico splendore, e il giorno in cui Leonardo sentì la
messa nella cappellina domestica il signor Oreste, aiutato da tre
sottocuochi, dovette allestire un pranzo per cinquanta persone. E tale
fu l'abbondanza dei cibi e dei vini che i rilievi della mensa bastarono
non solo a riempire l'epa dei servi e delle famiglie dei servi, ma
consentirono anche al signor Oreste di stipulare alcuni contratti
vantaggiosi con tre o quattro _restaurants_ di second'ordine.
Inoltre, sempre per festeggiare il lietissimo avvenimento, il conte
Zaccaria elargì somme cospicue ai poveri della parrocchia, alla
Commissione di pubblica beneficenza, agli Asili d'infanzia, alla Casa
degli esposti e ad altri istituti pii. E per più giorni la _Gazzetta
privilegiata di Venezia_ ebbe da registrare con parole di sentito
encomio gli atti munifici di S. E. il conte Zaccaria Bollati, degno
erede di un nome illustre. Il conte Zaccaria si fregava le mani
sentenziando:--I Bollati sono sempre i Bollati.--Alla quale affermazione
_sior_ Bortolo sorrideva, ma meno seraficamente di una volta.
Quando il contino Leonardo cominciò ad uscir di camera era circa la metà
di aprile; i medici però gli prescrissero di rimanere in casa ancora un
mesetto; a primavera avanzata sarebbe andato a ritemprarsi in campagna,
ove non c'era più da temere della Rosa, maritata e fuori di paese. Forse
tali disposizioni non erano tutte suggerite da motivi igienici; forse
differendo a rendergli la libertà si sperava distoglierlo affatto delle
vecchie abitudini e dalle vecchie conoscenze. E invero sotto
l'impressione di sgomento lasciatagli dalla sua malattia, egli non
mostrava alcun desiderio di rivedere i suoi compagni di libertinaggio.
Questi dal canto loro non gli avevan dato prove di sviscerato affetto.
Appena due o tre eran comparsi a grandi intervalli al portone del
palazzo a domandar sue notizie; poi non s'eran più fatti vivi. E siccome
d'altra parte egli non aveva stretto amicizia con nessun giovane per
bene e nessuno quindi veniva a fargli visita, la sua lunga convalescenza
gli sarebbe stata noiosissima se Fortunata non fosse rimasta quasi
sempre con lui, pronta ad ogni suo cenno, docile, amorosa come negli
anni dell'infanzia. Povera Fortunata! Ella si sentiva tanto felice nel
poter essere qualche cosa per Leonardo, nel poter scemargli l'uggia di
quell'eterne giornate. Si sentiva tanto felice che avrebbe voluto che la
vita le corresse sempre a quel modo, e poichè lo sperarlo era follia,
invocava dal cielo il favore supremo d'addormentarsi in quel sogno e di
non riaprire gli occhi mai più.
Intanto Leonardo, sia che notasse davvero nella cugina qualche pregio
fisico non avvertito per l'addietro, sia che il non trovarsi in mezzo
alle crestaie e alle ballerine, oggetto ordinario dei suoi pensieri, lo
rendesse di men difficile contentatura, sia infine che col tornar della
salute e delle forze si risvegliassero in lui i bollori del sangue,
considerava con più attenzione e sotto un aspetto diverso dal solito
questa giovinetta dal viso slavato e dal corpicino esile, la quale sino
allora, diciamolo schietto, non gli era neanche parsa una donna. Di che
natura poi fosse il nuovo sentimento sorto nell'animo suo ci vuol poco a
immaginarselo. Incapace di affetti gentili e profondi, non frenato da
scrupoli, insofferente d'altre catene che di quelle che s'annodano e
sciolgono in un giorno, egli intendeva l'amore in un'unica maniera... la
maniera del resto in cui la intendono i dissoluti di professione.
L'idea che Fortunata era una ragazza onesta non lo tratteneva, era anzi
uno stimolo di più, che gli pareva legittima curiosità il verificar co'
suoi occhi che differenza ci fosse tra una ragazza onesta e quelle che
non erano tali. Nè lo trattenevano i vincoli di parentela che lo
stringevano a lei, nè l'affezione sommessa ch'ella gli mostrava, nè la
gratitudine che, pur confusamente, egli riconosceva di doverle per
essere stata la sola a difenderlo quando tutti gli gridavano la croce
addosso. Bensì da queste varie ragioni sommate insieme gli veniva un
certo imbarazzo nel contegno, un certo fare da collegiale che, a sua
insaputa, gli giovava invece di nuocergli. Perchè s'egli fosse stato
sguaiato, brutale, ella avrebbe sentito svegliarsi in tempo la piena
coscienza del pericolo, avrebbe forse saputo difendersi. Ma egli era
così cauto, così riguardoso; il turbamento ch'ella provava vicino a lui
era misto di tanta dolcezza! Non che talvolta non l'assalisse una vana
inquietudine. Se Leonardo la guardava fisso, se la mano di lei toccava
la sua, se i loro gomiti, se le loro ginocchia s'urtavano, ell'arrossiva
fino alla punta dei capelli e con un rapido movimento volgeva altrove la
faccia o ritraeva la persona tutta tremante. Però non era salda
abbastanza ne' suoi propositi, e sembrava ricercar di lì a poco le
sensazioni ch'ella aveva prime sfuggite. Nessuno la proteggeva, nessuno
la consigliava. Sua madre era fuori di sè dalla gioia nel veder che
_quei due ragazzi_ se la intendevano, e tornando sempre con la mente al
sogno dorato del matrimonio, non si curava troppo dei rischi che
Fortunata correva. Ne aveva corsi anche lei dei rischi per diventar
contessa Rialdi, chè già, se le fanciulle senza dote non s'ingegnano,
guai. E se il conte Luca s'avventurava a dire:--Bisognerebbe badare di
più a Fortunata, mi spiego?--essa lo faceva tacere con un brusco:--State
zitto voi, e pensate al vostro ufficio e ai vostri scacchi.
In quanto al N. H. Zaccaria e alla sua illustrissima consorte, essi non
eran gente da scomodarsi per sì piccola cagione, e anzi la contessa
Chiaretta aveva detto a Leonardo e a Fortunata:--_Ohe tosi_, io non istò
mica a farvi la guardia; mettete pure a soqquadro la casa; a me basta
che non mi facciate il chiasso vicino.
I _tosi_ avevano ormai l'uno vent'anni passati, l'altra quasi diciotto,
e non era probabile che essi facessero un baccano così indiavolato. Ma
ci voleva tanto poco a eccitar i nervi della N. D. Chiaretta; e poi
ell'aveva tante gravi occupazioni. Aveva da apparecchiare la zuppa di
latte pel suo gatto Romeo, da prendere il caffè e i _baicoli_ col nobile
Canziani, da ascoltare i pettegolezzi della contessa Ficcanaso e delle
altre dame che venivano a visitarla, da giocare a _consina_ con don
Luigi, e da pisolare nella poltrona mentre lo stesso don Luigi le
recitava il breviario o le teneva ragionamenti spirituali. Tutto ciò
senza contar le visite che anche a lei toccava di fare. Come poteva
dunque restarle il tempo di custodir Leonardo o Fortunata?
Con quest'assoluta libertà lasciata a' due cugini, accadde quello ch'era
da prevedersi. Vi fu un giorno in cui Leonardo fu più audace e Fortunata
più debole.....
XI.
Come fosse andata la cosa, Fortunata stessa non sapeva dirlo. Leonardo
le aveva affascinato i sensi, paralizzato la volontà. E dopo la caduta,
oppressa dalla coscienza della sua vergogna, dilaniata dagli scrupoli e
dai rimorsi, ella si sentiva più inetta che mai a scuotere il giogo, a
sottrarsi all'abbiezione in cui era piombata. Che le valeva, ogni sera,
sola nella sua cameretta, piangere, pregare, scongiurare tutti i santi
del Paradiso che la soccorressero; i santi del Paradiso non avevano
orecchi per lei; e invece le immagini voluttuose venivano ben presto a
sconvolgerle la fantasia, veniva il ricordo di quei baci di fuoco, di
quelle parole ardenti, ed ella si voltava e rivoltava nel letto senza
trovar pace, e mordeva rabbiosamente le lenzuola e i guanciali invocando
e temendo a vicenda il sorger del sole. Chi sa che sorprese le
apparecchiava il nuovo giorno? Se la tresca si scoprisse, se la sua onta
diventasse pubblica, se ne giungesse la notizia fino a Gasparo? Come
affronterebbe ella lo sdegno del fratello, come difenderebbe dalla
collera di lui il suo amante? Eppure, per quanto spaventoso fosse questo
pensiero, ce n'era un altro che l'atterriva ancora di più. Era il
pensiero che Leonardo, nonostante i suoi giuramenti, non avesse per lei
che un passeggero capriccio e dovesse fra poco gettarla in un canto come
si fa d'un abito frusto. Dio, Dio, che sarebbe di lei allora? Dove
andrebbe a nascondersi? L'idea del chiostro, accarezzata in passato,
tornava a balenarle alla mente, e per brevi istanti l'animo inquieto vi
si riposava come in un porto sicuro dalle tempeste. Ma il cuore non
tardava a dirle che anche questa era un'illusione, e che non c'è porto
ove ripararsi dalle tempeste che ruggono dentro di noi. E come potrebbe
ella alzar gli sguardi al cielo finchè un amore profano la teneva
incatenata alla terra? E quell'amore come sperar di sradicarlo s'esso
era parte dell'esser suo, s'ella gli aveva sacrificato ogni cosa più
cara? Oh quanto bene ella voleva a Leonardo, quanto gliene aveva sempre
voluto!... C'era della gente che sparlava di lui, che lo accusava di
mille vizi, che fingeva di disprezzarlo;... ella lo trovava bello, lo
trovava buono, ella si sforzava di attribuirgli tutti i pregi possibili.
Divenir sua moglie sarebbe stato per essa il colmo della felicità. Ma la
fortuna non l'aveva guastata con troppi favori, ed ella non osava
cullarsi in questa dolce speranza. Egli, che poteva aspirare ad una
principessa, avrebbe sposato lei!... Le bastava morire prima ch'egli
sposasse un'altra, prima ch'egli amasse un'altra....
Così, senz'accorgersene, ell'accettava il suo disonore, accettava tutto
piuttosto che l'abbandono. E quando s'alzava dal letto dopo una notte
insonne e angosciosa, ella contava l'ore e i minuti che la dividevano
dal momento in cui il gondoliere di Ca' Bollati sarebbe venuto a
prenderla per ordine della _lustrissima_ e l'avrebbe accompagnata a
palazzo. E come le batteva il cuore, allorchè, nel far lo scalone,
sentiva i passi di Leonardo che, aspettandola, misurava in lungo e in
largo la sala!
--Sia ringraziato il cielo--diceva la contessa Chiaretta.--Se Leonardo
non ha compagnia non istà mai tranquillo.... Andate a giocare a dominò,
ragazzi.... O fate pure quel che volete, purchè io non senta rumore.
Da figliuolo ubbidiente, Leonardo si tirava dietro Fortunata in un altro
angolo della casa, in quello stanzone degli armadi ove i due cugini
s'erano da bimbi trastullati insieme e da cui si poteva, volendo, salire
in un'ampia terrazza. Non mancavano buoni pretesti per andar colà. Prima
di tutto il luogo era opportunissimo per isgranchir le gambe e per
prendere una boccata d'aria libera; poi ci si trovavano parecchi vasi e
cassette di fiori pei quali Leonardo s'era acceso d'una subitanea
passione e ch'egli rimondava con gran cura dell'erbaccie, e inaffiava
ogni giorno.
I desiderii della contessa madre erano esauditi appieno. Checchè
avvenisse lassù, ella non sentiva romore.
Ma la baffuta _siora_ Placida, la cameriera anziana, che teneva le
chiavi della biancheria e considerava lo stanzone come suo speciale
dominio, durava fatica a persuadersi che il padroncino e Fortunata
impiegassero tanto tempo nella fioricultura, e aveva tentato più d'una
volta di scoprire quali fossero le loro occupazioni. A dir vero, a
malgrado del suo diligente spionaggio, essa non aveva scoperto nulla di
positivo perchè lo stanzone era chiuso da un uscio assai grosso e
pesante di cui non si sarebbe potuto spingere uno dei battenti senza un
molesto cigolìo che avrebbe tradito l'esploratore indiscreto. Pure, dei
pochi indizi ch'essa aveva raccolto, la onoranda matrona aveva data la
partecipazione confidenziale al cameriere Stefano, suo favorito. Stefano
aveva ripetuto la notizia alla lavapiatti, una massiccia montanara del
Bellunese, con la quale, di nascosto della _siora_ Placida, egli era in
ottimi termini, e colei ne aveva parlato in segreto a uno dei barcaiuoli
che godeva di qualche sua preferenza furtiva. In breve la cosa passò per
tutte le bocche, e in cucina si discusse gravemente se si doveva o no
metter sull'avviso Sua Eccellenza Zaccaria e Sua Eccellenza Chiaretta.
Il signor Oreste, il cuoco, stava pel sì, e sosteneva che la era tutta
una cabala ordita dalla contessa Zanze Rialdi, la quale voleva
costringere il _lustrissimo_ Leonardo a sposare la sua figliuola, e
intanto gliela gettava in braccio per metterlo fra l'uscio e il muro.
Ora pareva a lui che fosse necessario di sventar la trama, perchè,
sebbene non ci fosse nulla da dire contro la ragazza, quello non era un
partito adattato pel padroncino, e da sì misere nozze la servitù non
poteva sperare nè mancie, nè regali convenienti. E poi non c'era una
ragione al mondo di favorir gl'intrighi della contessa Zanze, che al
capo d'anno non dava un centesimo a nessuno.
Argomenti di gran peso che rendevano testimonianza della sagacità del
signor Oreste e che avrebbero dovuto trionfare, ma il cuoco aveva la
disgrazia d'essere antipatico a' suoi compagni, e accadeva assai di rado
che i suoi consigli fossero accolti.
Prevalse dunque l'opinione contraria, difesa con molto vigore dal
cameriere Stefano, il quale diceva che i pericoli del matrimonio non
c'erano se non che nella fantasia del signor Oreste, e che in quanto al
rimanente a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere, nè occorre
scandalizzarsi di accidenti che nascono dappertutto. La _siora_ Placida
poteva certificare se quelli eran fatti nuovi in casa Bollati.
E la cameriera, quantunque le seccasse esser chiamata a testimonio di
cose passate, era costretta nella sua lealtà a riconoscere che, per quel
che dicevano i vecchi, nella nobile famiglia uomini e donne eran sempre
stati di manica larga e non c'era che la _lustrissima_ Chiaretta la
quale, avendo acqua nelle vene invece che sangue, non desse a discorrer
di sè.... Beninteso ch'ella, la _siora_ Placida, non avrebbe messo le
mani nel fuoco nemmeno per la padrona, e non avrebbe voluto giurare che
fra Sua Eccellenza e il nobile Piero Canziani, per esempio, non avessero
mai fatto altro che sorseggiare il caffè e sgretolare i _baicoli_.
Comunque sia, il primo risultato di queste chiacchiere si fu che, quando
Leonardo e Fortunata scendevano dallo stanzone degli armadi, eran sicuri
di trovarsi fra i piedi qualcheduno della servitù che con curiosità mal
dissimulata li squadrava dalla testa alle piante per far poi in cucina
quelle chiose che si possono immaginare.
Leonardo, il quale in certe faccende aveva buon naso, indovinò che
c'erano in aria dei sospetti, e colse il pretesto per troncare gli
abboccamenti segreti nello stanzone, tanto più che ormai si era levato
il capriccio e Fortunata cominciava a venirgli a noia. Inoltre
s'avvicinava il momento in cui egli sarebbe uscito di casa, e allora
avrebbe avuto ben altro pel capo che la cugina. Meglio dunque allentare
il nodo a poco a poco.
La povera ragazza, dopo aver con sì calde lagrime chiesto al Signore di
allontanarla dal peccato, adesso che il peccato s'allontanava da lei
ebbe un risveglio tremendo. Ella capì che stava per succedere il peggio,
capì che Leonardo l'abbandonava. E resa ardita dalla disperazione,
volle a ogni costo ch'egli le accordasse un colloquio da solo a sola, e
nel suo amore e nel suo dolore trovò accenti così caldi ed appassionati,
quali non si sarebbero attesi dal suo labbro ordinariamente timido e
peritoso. Egli, più infastidito che commosso, cercò in principio di
calmarla con buone parole; poi, com'ella non se ne mostrava paga,
perdette la pazienza, e si lasciò andare al suo linguaggio cinico e
sboccato. In fin dei conti, che pretendeva ella da lui? Che la sposasse?
Ma già egli non si sognava nemmeno di prender moglie. O credeva forse
che la loro relazione potesse durare eterna? Non doveva anzi essergli
grata della prudenza con cui egli s'era condotto? Se la cosa tirava in
lungo altri due o tre giorni, c'era da scommettere che sarebbe nato uno
scandalo; invece, per merito suo, nessuno direbbe nulla, perchè nessuno
sapeva nulla di positivo, ed ella non iscapiterebbe affatto nella
riputazione. E ancora si lagnava?
Ella rimase fulminata. Era dunque finito tutto? Noi lo sappiamo, il
presentimento che tutto potesse finire in questo modo le aveva già
angustiato lo spirito, ma non era mai riuscito ad annidarvisi per un
pezzo; chè ogni lieve segno d'affetto da parte di Leonardo era bastato a
rianimare le sue illusioni. Adesso però, dopo le parole dure, recise,
sprezzanti che le echeggiavano sinistramente all'orecchio, non c'era più
illusione possibile, non c'era più spiraglio di luce che rompesse le
tenebre ond'ella era cinta. E si sentiva sola, derelitta nel mondo. I
suoi genitori? Ma suo padre pur troppo era un fantoccio, e sua madre
perchè non l'aveva vigilata, perchè non l'aveva avvertita? Un lampo
tremendo le attraversò la mente. Se sua madre, che fin dall'infanzia le
aveva inculcato la riverenza ai parenti Bollati, la devozione al cugino,
se sua madre avesse voluto lei stessa apparecchiar la catastrofe nella
speranza di forzare Leonardo al matrimonio? Ed ella si sarebbe fatta
complice di questa ignominia? Che orrore, che orrore! Ah! Gasparo era
stato buon profeta! Un momento le venne il pensiero di scrivergli. Ma
che cosa gli avrebbe scritto? Ch'ella s'era prostituita, ch'ella s'era
disonorata? E che cosa gli avrebbe chiesto? Di vendicarla? No, no, mille
volte no, ella non voleva che si torcesse un capello a Leonardo. Forse
egli era meno colpevole di quel che essa credeva, forse con le donne
(povere donne!) si fa sempre così; tocca a loro a difendersi. Ah senza
dubbio la vera colpevole era lei che s'era lasciata acciecare,
inebbriare dalla febbre dei sensi, che aveva dimenticato la sua fede.
Come le rimordeva la sua coscienza di cattolica! Con che paura
superstiziosa pensava ai suoi doveri religiosi trascurati, alle sue
distrazioni in chiesa, ai desiderii immodesti, alle immagini profane che
avevano turbato il suo raccoglimento e le sue preghiere! Ella si
domandava tremante se ci sarebbe stata penitenza adeguata al suo fallo.
E di nuovo una voce intima le additava come suprema áncora di salvezza
il convento, seppur c'era un convento che volesse accoglierla.
Sotto l'impero di questa idea, il giorno stesso del fatale colloquio,
ella corse in traccia d'un sacerdote suo conoscente, e inginocchiata nel
confessionale gli rivelò la sua passione infelice e il fermo proposito
di espiare i suoi errori con una vita d'orazioni, d'astinenze, di
sacrifici. Che le dicesse il prete noi non sappiamo; certo si è ch'ella
uscì dal tempio più invasata che mai dall'ascetismo e più che mai decisa
a prendere il velo. La contessa Zanze, che aveva già notato quella
mattina il pallore e l'abbattimento di Fortunata, notò ora lo stato
d'esaltazione in cui ella si trovava e l'assoggettò a un interrogatorio
in piena regola. La ragazza avrebbe voluto ritardare questa nuova
confessione, ma non potè schermirsi dall'insistenza materna. Stremata di
forze, ella fu côlta da un pianto isterico, irrefrenabile, e in mezzo ai
singhiozzi ripetè ancora una volta la dolente istoria del suo amore e
della sua vergogna. Quella storia sorgeva accusatrice terribile contro
la madre, e la contessa Zanze, quantunque certe cose le capisse poco,
non si sentiva la coscienza affatto tranquilla. Nondimeno, perchè
ell'era seguace della dottrina che il fine giustifica i mezzi, se la
caduta di Fortunata doveva darle un'arma per venire a capo de' suoi
disegni, ell'era prontissima ad assolversi d'ogni colpa. Sì, sì, ella
non aveva difficoltà a riconoscerlo, la faccenda poteva esser condotta
meglio e sopratutto sarebbe stato necessario di badare che Fortunata
conservasse il suo sangue freddo e che la bussola la perdesse Leonardo.
Invece era successo precisamente l'opposto. Fatalità! A tale proposito
la signora Zanze ricordava con segreto orgoglio l'arte finissima da lei
adoperata a' suoi tempi col conte Luca Rialdi in condizioni analoghe a
quelle della figliuola. Prima aveva invischiato ben bene il merlo; poi
non aveva avuto più tanti scrupoli, chè già non è un delitto il mangiar
il proprio grano in erba. Del resto, ora l'essenziale era di non
smarrirsi d'animo e guai se Fortunata abbandonava la partita. Perciò,
quando la ragazza tirò in campo l'argomento del chiostro, la contessa,
che fino a quel punto l'aveva ascoltata con simpatia fingendo di non
accorgersi dei rimproveri indiretti che c'erano nelle parole di lei,
mutò tenore ad un tratto, e non frenandosi più dichiarò che questi eran
discorsi da bambina e che il chiostro non accomodava nulla, e che una
sola cosa poteva salvar l'onore della famiglia, il matrimonio. Ma
Fortunata, la timida Fortunata, insistette dicendo che già il matrimonio
era impossibile, e che a ogni modo ell'era ormai risoluta a fuggire dal
mondo e a non consacrarsi ad altri che a Dio.... Era risoluta, avevano
capito? La lasciassero stare, se non desideravano la sua morte.
Ne seguì una scena violenta, nel mezzo della quale la giovane cadde in
deliquio.
Assistita subito dalla madre, ella non istette molto a rinvenire; ma si
lagnava d'una grande spossatezza, d'un malessere generale ch'ella non
sapeva spiegarsi.
Un dubbio improvviso sorse nell'animo della contessa Zanze; tuttavia
ella tenne per sè le sue impressioni, e ripigliando verso la figliuola
un tuono affettuoso e sollecito, raccomandò a Fortunata di esser calma,
di non pensare a malinconie, di persuadersi che nessuno in famiglia
voleva tiranneggiarla.
Rinfrancata alquanto da queste parole, la ragazza baciò e ribaciò la
genitrice, e chiestole perdono del suo linguaggio eccessivo di poco fa,
consentì a mettersi a letto.
Il conte Luca, tornando quel giorno dall'ufficio con la testa piena d'un
finale di scacchi ch'egli aveva studiato sulla carta, trovò la moglie in
cima alla scala e fu condotto da lei con gran mistero in un salottino
appartato.
--Che cosa c'è? Che cos'è successo?--chiese il pover'uomo che non
capiva.
--Zitto!--disse la contessa.--Non facciamoci sentire dalla gente di
servizio.
La gente di servizio, fra parentesi, si riduceva a una fantesca un po'
sorda. Ma la contessa Zanze amava le amplificazioni.
--Insomma?--ripigliò il conte abbassando la voce.
E allora la consorte gli spifferò tutto quello che ella sapeva e tutto
quello che l'indisposizione di Fortunata le faceva supporre.
Il nobile Rialdi era d'indole mansueta, ma in certi casi non c'è
mansuetudine che tenga; bisogna parlare o scoppiare.
--Questa tegola mi casca sul capo!--esclamò il conte Luca, girando come
un forsennato su e giù per la stanza.--Mi spiego?... Non l'avevo detto
io che l'andava a finir male?... Ma volete sempre fare a vostro modo,
voi....
--Eh non mi seccate--interruppe la contessa Zanze.--Piuttosto andate a
chiamare il medico, giacchè mi occorre saper precisamente in che acque
si navighi.
Il conte Luca ubbidì, e il dottore, interrogata con molta discrezione la
ragazza, uscì dalla camera coi genitori e disse loro che le supposizioni
della signora contessa avevano proprio côlto nel segno.
--Povero me, povero me!--gemette il conte Luca, cacciandosi le mani nei
pochi capelli che gli rimanevano.--Poteva toccarmi di peggio?
La contessa moglie gli diede sulla voce.--Ci vuol altro che queste
smorfie! Adesso si vedrà se siete un uomo o un _pampano_.
La qual cosa si doveva vedere, ma non si vide, perchè la contessa Zanze,
secondo il suo solito, prese la direzione della faccenda e al marito
lasciò l'ufficio, meno arduo e delicato, di tener compagnia alla
figliuola.
XII.
L'annunzio del grave avvenimento fu come lo scoppio d'una bomba in casa
Bollati. Di così grosse Leonardo non ne aveva fatte mai, nè aveva mai
recato un impiccio simile alla famiglia, neppure quella volta dello
scandalo in giardino. Come immaginarsi che quel ragazzo si
incapricciasse della Fortunata, una giovinetta senza forme e senza
colore, che aveva diciott'anni e ne mostrava sedici, e con la quale egli
aveva giocato alla bambola? E per peggio, il diavolo ci doveva metter la
coda; anche un bimbo in prospettiva ci doveva essere!--Già--notava in
cuor suo il lustrissimo Zaccaria--un gran sangue quello dei Bollati.
Sicuro, un gran sangue. Ma intanto (poichè non s'era nemmeno potuto
effettuare l'andata in campagna a cagione di un'epidemia di tifo che
infestava in quei mesi i pressi della villa) non c'era modo di levarsi
d'attorno la contessa Zanze, la quale voleva che si rendesse l'onore
alla sua creatura, e s'era ostinata a non veder altro risarcimento
possibile che il matrimonio. E non si lasciava mica scoraggiare dalle
ripulse, ma tornava alla carica col _lustrissimo_ Zaccaria, o con la
_lustrissima_ Chiaretta, o con Leonardo, o con don Luigi, che nella sua
qualità di ecclesiastico avrebbe pur dovuto capire quale fosse l'obbligo
sacrosanto dei suoi padroni.
Don Luigi, uomo alieno dai fastidi, aveva in principio adottato la
tattica di non credere all'importanza della cosa.
--Esagerazioni, esagerazioni--egli diceva.--Le ragazze senza esperienza
prendono spesso lucciole per lanterne.
La contessa Zanze si sentiva il prurito di graffiargli gli occhi.--Ma
che lucciole, ma che lanterne? Metterebbe forse in dubbio quello che
Leonardo confessa?
--I giovinotti, si sa, hanno l'abitudine di vantarsi.
--Auff! Ma se il medico ha dichiarato che mia figlia... via, non lo sa
quello che ha dichiarato il medico?
--Bisogna star a vedere, bisogna aspettare... I medici, cara contessa,
pigliano tanti granchi a secco.
Finalmente don Luigi si arrese all'evidenza. Gli dispiaceva, proprio da
galantuomo gli dispiaceva assai. Ma che poteva farci? Le Loro Eccellenze
non ricorrevano a lui per consiglio... eh, pur troppo, i preti non eran
più tenuti nel conto d'una volta.... E poi era un affare
difficilissimo;... tutte le soluzioni avevano i loro inconvenienti...
senza dubbio il matrimonio riparava al mal fatto... ma c'erano le sue
obbiezioni, oh se c'erano....
La contessa Rialdi non voleva ammettere che ce ne fossero affatto, si
riscaldava, usciva dai gangheri, e pretendeva tener responsabile il
sacerdote della cattiva condotta del suo allievo. Allora anche a don
Luigi saltava la mosca al naso, e, accendendosi in viso, egli dichiarava
che aveva instillato al contino principii di moralità e di religione, e
che non era colpa sua se l'altro non aveva saputo trarne profitto.
Insomma perchè lo tiravano in ballo lui? Perchè non lo lasciavano
attendere in pace a' suoi studi?
Coi cugini Bollati la contessa Zanze era a vicenda umile e petulante,
supplichevole e minacciosa. Vantava i servigi da lei resi a Leonardo
durante la sua malattia e così indegnamente ricambiati, dipingeva coi
più tetri colori lo stato della propria famiglia dopo la catastrofe;
Fortunata che si stemperava in lagrime; il conte Luca che ci rimetteva
la pelle dall'avvilimento; oh se ce la rimetteva; lei ch'era invecchiata
di più anni in pochi giorni e ch'era sostenuta soltanto dall'idea di
giovare agli altri;... senza contare poi Gasparo che navigava nelle
acque del Levante e che ancora non sapeva nulla, ma che quando avesse
saputo.... Misericordia! Era meglio non pensarci neanche.
Quest'era il nembo lontano che ruggiva nei discorsi della contessa, ma
di lì a poco tornava il sereno, tornava l'idillio pastorale. Che moglie
più amorosa di Fortunata poteva mai trovare Leonardo; che nuora più
devota, più ubbidiente potevano trovare il conte Zaccaria e la contessa
Chiaretta? Non era una Venere, ma non era nemmen brutta e spiacente, e
poi aveva tutto le qualità morali che è lecito desiderare in una
ragazza... buona, docile, pia.... Era povera sì, pur troppo, non aveva
dote; ma che bisogno avevano di dote i Bollati?... Che cos'è il danaro?
Che cos'è la ricchezza?... In quanto alla nobiltà dei Rialdi, nessuno
pretendeva che essa fosse paragonabile a quella dei Bollati, ma era
sempre una nobiltà genuina, co' suoi documenti in regola, non una delle
tante che circolano per la piazza.
Ma la parte più commovente delle arringhe della contessa Zanze era
quella che si riferiva al nascituro. Ella s'inteneriva al solo pensarci.
Lo amava già con tutta l'anima quel suo nipotino. Ed era anche nipotino
loro, dei Bollati; era, voglia o non voglia, un Bollati... Possibile che
si rifiutassero di riconoscerlo?... Bisognava altresì considerare che
vantaggio inestimabile sarebbe stato per Leonardo il prender moglie....
Era forse l'unico modo di sottrarlo davvero alle tentazioni, alle
cattive amicizie e ai cattivi esempi.
Insomma la loquace femmina tratteggiava ai Bollati un quadro compiuto di
felicità domestica. Che se le riusciva di abbrancar Leonardo (e non era
cosa facile) rincarava la dose. Aveva a un passo il Paradiso ed esitava
ad entrarci, quel disutilaccio.
Malgrado della sua furberia, la contessa Zanze non s'appigliava al mezzo
migliore per far entrare in grazia il matrimonio a Leonardo. La
prospettiva delle gioie casalinghe non lo seduceva punto, e chi avesse
voluto persuaderlo a sposarsi avrebbe agito più saviamente dicendogli
che il matrimonio era una semplice formalità, e che dopo le nozze egli
avrebbe potuto menar la solita vita, senza paura che la moglie lo
tormentasse con tenerezze o con gelosie, o che i figliuoli gli
ruzzolassero fra le gambe o lo assordassero coi loro strilli.
Tutto considerato, i maggiori ostacoli all'adempimento del gran disegno
della contessa Zanze non venivano nè dal _lustrissimo_ Zaccaria, nè
dalla _lustrissima_ Chiaretta. Certo ch'essi non favorivano l'unione da
lei vagheggiata, certo che avrebbero voluto anzi impedirla, ma non
avevano per essa una di quelle ripugnanze invincibili che fanno cascar
le braccia e troncano le parole in bocca a chi difende una causa.
Il conte un fondo di gentiluomo l'aveva; egli capiva che il danno recato
da suo figlio ai Rialdi non è di quelli che si risarciscano con l'oro, e
che non era una bella cosa pei Bollati il restar con quella macchia sul
loro nome, e che la contessa Zanze non aveva torto a veder una sola
riparazione possibile....; quantunque fosse lecito sospettare ch'ella
avesse una gran parte di colpa in ciò che era accaduto.
La _lustrissima_ non era mossa dalle ragioni di suo marito. Ella non
poteva soffrire quella inframmettente e pettegola cugina Rialdi e non
avrebbe voluto fargliela spuntare a nessun prezzo; giacchè per lei non
c'era dubbio ch'era tutto un intrigo ordito dalla Zanze, la quale adesso
spargeva lagrime di coccodrillo; ma d'altro lato ella s'era tanto
avvezza ad aver intorno a sè Fortunata, a farsene servire come da una
cameriera o da una dama di compagnia, che non sapeva rassegnarsi
all'idea di dover perderla. E allora era costretta ad ammettere che,
realmente, come diceva la contessa Zanze, una nuora simile essa non
l'avrebbe trovata mai, e che una gran signora avrebbe portato chi sa che
fumi in casa.
L'avversario più accanito, più formidabile dell'unione fra Leonardo e
Fortunata era l'agente generale, _sior_ Bortolo, il quale, tanto per
procurarsi nuovo danaro quanto per tener a bada i vecchi creditori,
aveva necessità assoluta di ripetere su tutti i tuoni che presto o tardi
gli affari della nobile famiglia s'accomoderebbero con un cospicuo
matrimonio del signor contino. Al principale poi fra questi creditori,
certo signor Vinati, usuraio desideroso di nobilitarsi, _sior_ Bortolo
non voleva togliere ogni speranza di vedere un giorno contessa la sua
unica figliuola che stava per uscir di collegio e aveva gli occhi
scerpellini, i denti guasti e cinquecento mila lire austriache di dote,
astrazion fatta da ciò che le spettava alla morte del padre.
Cosicchè, sempre col debito rispetto alle Loro Eccellenze, il brav'uomo
disse aperto l'animo suo. Non conveniva esagerare in nulla, nemmeno
negli scrupoli. Un ragazzo di vent'anni che seduce una ragazza di
diciotto non è più responsabile di lei che s'è lasciata sedurre....
ammesso anche che le parti non siano state invertite e che la ragazza,
ubbidiente ai consigli di una madre artificiosa, non sia stata lei la
vera seduttrice. A ogni modo, ci vorrebbe altro che in tutti i casi di
questo genere si finisse col matrimonio! L'esservi un bimbo per istrada
era senza dubbio un impiccio di più, era una disgrazia, ma si poteva
vedere, studiare una soluzione decorosa, soddisfacente.... Il matrimonio
egli, in coscienza, per la sua gran devozione ai padroni, doveva
sconsigliarlo con tutte le sue forze. Quando si ha nome Bollati, si
hanno degli obblighi verso il paese, verso la società, ed era evidente
che queste nozze non corrispondenti alla grandezza del casato nè sotto
l'aspetto morale nè sotto l'aspetto economico avrebbero prodotto una
pessima impressione. E poi, era inutile dissimularlo, gli anni
continuavano a esser cattivi, c'eran sempre batoste nuove, pur troppo,
alcune innovazioni agricole introdotte dal signor conte, sebbene
eccellenti in sè, non eran riuscite, le tasse crescevano, crescevano gli
interessi dei mutui; alle corte, se il contino Leonardo si risolveva ad
ammogliarsi era indispensabile ch'egli facesse entrar di molti quattrini
in famiglia. E _sior_ Bortolo concludeva, come per tastare il
terreno:--Insomma, sul blasone si può transigere; perchè quello dei
Bollati basta per tutti, ma non si può transigere sui danari.
Alleati di _sior_ Bortolo, se non molto efficaci certo molto romorosi,
erano i Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali erano venuti a saper
la cosa e tempestavano i genitori e suoceri di lettere scritte in lingua
austro-italica. Per carità non si lasciassero tirar nelle reti dalla
Zanze Rialdi. Non dessero alla scappatella giovanile di Leonardo più
peso di quello ch'essa meritava. Il matrimonio dell'ultimo rampollo
maschio dei Bollati con una ragazza nè bella, nè ricca, nè
sufficientemente nobile avrebbe alienato i parenti e gli amici. Se
Leonardo doveva ammogliarsi, si cercasse un partito degno di lui. Anzi,
a questo proposito, si riserbavano di discorrerne personalmente in
Venezia, dove non eran più tornati dopo il 1838 e dove si disponevano a
venir prestissimo per abbracciare il conte Zaccaria, la contessa
Chiaretta e il caro Leonardo, fattosi ormai un bel giovinotto.
Non c'è bisogno di soggiungere che in queste difficili contingenze anche
gli amici di casa volevano dir la loro opinione. E naturalmente non
andavano d'accordo. La contessa Ficcanaso, per esempio, era furibonda
alla sola idea che i Rialdi potessero vincere il loro punto, e urlava
che sarebbe un pessimo esempio, e che tutte le ragazze sarebbero
incoraggiate a far le civette e peggio, e che nessuna madre di famiglia
avrebbe voluto più condur le figliuole in palazzo Bollati se fosse
successo quello scandaloso matrimonio. Certo, s'ella fosse stata madre
di famiglia, non ci avrebbe più posto il piede. Invece il nobil'uomo
Canziani sosteneva, secondo le sue deboli forze, la causa di Fortunata,
e un buon canonico di San Marco, monsignor Evaristo Lipari, commensale
dei Bollati nelle grandi occasioni, aveva assicurato la contessa Zanze
che farebbe il possibile per ottenere la benevola interposizione di S.
E. il Patriarca.
Nondimeno la contessa Zanze, vedendo che passavano i giorni senza
frutto, ricorse ad un alleato più energico e scrisse a Gasparo
informandolo dell'ultime vicende domestiche, e sollecitandolo a
procurarsi una licenza di alcune settimane e ad accorrere in aiuto di
sua sorella.
XIII.
E Fortunata?
Che trasformazione succedesse in lei allorchè il vero le fu interamente
palese, ce lo dirà una sua lettera, ch'ella, di nascosto dei suoi
genitori, fece pervenire in quei giorni al cugino.
«_Caro Leonardo,_
«Le conseguenze del nostro fallo non saranno più un segreto nemmeno
per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna.
Ma a poco a poco s'impadronì di me un nuovo sentimento, che
dev'essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti
gli altri, il sentimento della maternità. Più disonorata che mai al
cospetto del mondo, mi pare d'esser meno infelice. Quando tu mi
dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero
fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che
nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi;
che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei
entrare adesso in convento; e come vi entrerei più tardi quando avrò
_qualcheduno_ da difendere, da proteggere? E poi, perchè negarlo? Io
penso che questa creaturina che mi palpita in seno è un vincolo
sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi
distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua,
Leonardo, ed è un conforto per me che qualche cosa del nostro amore
sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai
rammentarti del figlio.
«E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia
non fu per un calcolo vile. Checchè ti susurrino nell'orecchio, non
credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in
nome della _nostra_ creatura, io ti amai come s'ama a diciott'anni,
senza guardare più in là, senza pensare che tu sei ricco e io son
povera.
«Addio, Leonardo, nessuno ti vorrà bene quanto te ne volle, e, pur
troppo, te ne vuole ancora
«_la tua_ FORTUNATA.»
Questa lettera non ebbe risposta; già, fra le altre ragioni per non
rispondere, Leonardo ne aveva una di eccellente; egli sarebbe stato
molto impicciato a metter quattro righe in carta. Come si vede, le
lezioni di don Luigi avevano dato ottimi frutti.
Tuttavia Fortunata sperava. Ella sperava nel ravvedimento spontaneo di
Leonardo, indipendentemente dal grande anfanare della contessa Zanze, la
quale non istava mai cheta, andava, veniva, prorompeva in brevi
esclamazioni, sempre ravvolgendo però in un profondo mistero le sue
mosse strategiche.
Chi teneva molte ore di compagnia alla figliuola era il conte Luca, al
quale l'occasione di mostrare, secondo il detto memorabile della
contessa Zanze, s'egli fosse un uomo o un _pampano_ era mancata
assolutamente per colpa della moglie medesima che l'aveva lasciato in
disparte. Nondimeno Fortunata gli era gratissima dell'averle sacrificato
la sua partita a scacchi al caffè della _Vittoria_, e per ricompensamelo
faceva le viste di gustar molto i suoi pettegolezzi d'ufficio e
consentiva a studiare sotto di lui il nobile giuoco, inestimabile
conforto, diceva il conte, in tutte le tribolazioni della vita.
Senonchè, in mezzo a tante cure che l'angustiavano, Fortunata andava
soggetta a frequenti distrazioni. Talora, mentre il padre s'affannava a
spiegarle un gambitto di re o di regina, ella con gli occhi fissi verso
l'uscio guardava se per avventura comparisse Leonardo, ovvero, raccolta
in sè stessa, seguiva altre fantasie.--Sarà un maschio? Sarà una
femmina? A chi somiglierà?
Vagando in questi pensieri, ella ebbe un giorno un gran rimescolamento
del sangue, ebbe un impeto di tenerezza che la fece sciogliere in
lagrime.
--Misericordia! Che altri malanni ci sono?--esclamò il conte Luca, il
quale non osava attribuire questa subitanea commozione al racconto di
alcune facezie burocratiche con cui egli la intratteneva.
Ella gli gettò le braccia al collo: e seguitava singhiozzando:--Povero
piccino! povero piccino!
Il conte Luca non osava fiatare, e diceva tutt'al più:--No, Fortunata,
no, non conviene agitarsi. Il medico te l'ha proibito. Mi spiego?
Ma Fortunata non gli dava retta e si lasciava portar via dai suoi
pensieri.
--Gli vorrà bene, babbo?.... Chi sa quanto bisogno avrà che gli vogliano
bene!
--Sicuro che gliene vorrò.... che domanda!.... Non è mio nipote?--E il
conte soggiungeva aspirando una grossa presa di tabacco e rasciugandosi
una lagrimetta col dorso della mano:--Ma! Speriamo che tutto finisca
secondo giustizia, mi spiego?
Un po' per le piccole sofferenze inerenti alla sua condizione, un po'
per lo stato del suo animo, Fortunata non sapeva risolversi a uscire e
non vedeva nessuno fuori che il canonico, il quale, buona pasta d'uomo,
veniva ogni tanto a far l'ufficio di confortatore e a dire che non aveva
ancora potuto indurre Sua Eminenza Reverendissima a parlare al conte
Zaccaria, ma che non dubitava punto di indurvelo quanto prima. E una
parola di S. E. sarebbe bastata senz'altro, perchè i Bollati eran gente
religiosa, e lo stesso Leonardo, così scappato e vanesio, adempiva
sempre alle pratiche del culto.
--E quando c'è la religione,--concludeva monsignore,--c'è l'essenziale.
Però la contessa Zanze non era soddisfatta. _Sior_ Bortolo era duro come
un macigno, e adesso erano venuti giù dalla Moravia anche i Geisenburg e
s'erano accampati nel palazzo riempiendolo di boria e di fumo. Vederlo
quel marchese Ernesto! Un po' meno pingue, ma più pettoruto di quello
che fosse sei anni addietro, trasudava la superbia da tutti i pori. Ella
invece, la marchesa, era diventata magra come una sardella, ma in quanto
a superbia non aveva nulla da invidiare a suo marito. S'era appena
degnata di salutare la contessa Zanze (che pur se l'era tenuta sulle
ginocchia) e poi aveva detto (questo lo riferivano le persone di
servizio) che non capiva come i suoi genitori ricevessero ancora _certa
gente_.
Di Fortunata i Geisenburg sparlavano senza misura. E ridevano fra di
loro della sua pretensione stravagante di farsi sposare perchè Leonardo
s'era levato un capriccio con lei. Faccenda da accomodarsi con qualche
centinaio di zecchini, fissando poi una piccola pensione pel bimbo se si
volevano spinger gli scrupoli all'estremo. Di spose convenienti per
Leonardo ne avevano loro, i Geisenburg, da proporne una mezza dozzina,
tutte ricche, tutte della prima nobiltà austriaca, tutte registrate
nell'almanacco di Gotha. E anzi un cameriera di casa Bollati, che aveva
il vizio di stare in ascolto dietro gli usci e che pretendeva di capire
il tedesco, assicurava che tra marito e moglie avevano già fissato la
ragazza da preferirsi.
Probabilmente non c'era in tutto ciò nulla di serio, tanto più che per
la scelta della sposa, se una sposa ci doveva esser davvero, _sior_
Bortolo avrebbe voluto indubbiamente aver voce in capitolo. A ogni modo,
mentre le cose stavano in questi termini arrivò a Venezia Gasparo
Rialdi.
L'appello materno gli era pervenuto in un momento critico della sua
vita. Già da qualche mese tre ufficiali della marina austriaca,
amicissimi suoi, Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro, nomi che
l'eroismo e la sventura resero sacri, erano fuggiti a Corfù col
proposito di gettarsi sul primo lembo di terra italiana ove fosse
possibile di alzare il grido della riscossa contro i tiranni stranieri e
domestici. Partecipe dei loro disegni e non meno deliberato a dar per la
patria il suo braccio e il suo sangue, Gasparo Rialdi però non aveva
creduto l'ora propizia pel magnanimo tentativo e aveva scongiurato quei
valorosi a serbarsi per tempi migliori. E forse essi avrebbero accolto
il suo consiglio, se il timore di esser già spiati dalla polizia
imperiale non li avesse indotti a precipitare la diserzione. Con che
cuore Gasparo li avesse visti partire è facile immaginarlo. Ed è facile
immaginare con che ansietà egli avesse seguito le loro vicende.
L'incrollabile fermezza di Emilio di fronte alle preghiere e alle
lacrime della misera madre volata a Corfù nella primavera di quell'anno
1844 per iscongiurare l'imminente sciagura, la fiera dichiarazione
pubblicata dai due fratelli in un giornale di Malta in risposta a un
editto dell'Ammiragliato austriaco, la lettera scritta da Domenico Moro
al comandante della sua nave per ispiegargli la propria condotta,
commossero in quei tempi, prima ancora della tragedia di Cosenza, quanti
erano spiriti gentili nella penisola. E Gasparo, ch'era stato il
confidente di quei giovani audaci e che, pronosticando col lucido
ingegno l'inanità dell'impresa s'era invano sforzato di trattenerli,
aveva poi sentito un acre rammarico a non esser con loro, ad aver
piuttosto ubbidito alla voce della ragione che agl'impeti
dell'entusiasmo. La notizia sparsasi nella seconda metà di giugno che i
Bandiera coi loro seguaci fossero sbarcati in Calabria diede nuova esca
al fuoco, e il nostro giovane ufficiale al quale pareva di meritarsi la
taccia di codardo, studiava già i modi di raggiungere gli amici, quando
la lettera di sua madre gli additò un dovere sacro, preciso, immediato a
cui non gli era lecito di sottrarsi.
Livido di sdegno e di rabbia, Gasparo Rialdi, appena ricevuto quel
foglio, si presentò al suo comandante pregandolo d'accordargli un
congedo d'un mese per motivi gravissimi di famiglia.
Il comandante, austriaco fino al midollo dell'ossa, ma buono di cuore e
amoroso dei suoi dipendenti, fu fieramente turbato da quella richiesta,
e cercando di leggere nella fisonomia stravolta dell'ufficiale:
--Che avete, Rialdi?--gli disse.--Non vi si riconosce più.
L'altro si schermì dal rispondere e insistette sulla necessità che aveva
di partir subito per Venezia.
--Mi date proprio la vostra parola d'onore che partite per Venezia?
Solamente per Venezia?
Gasparo Rialdi comprese il significato della domanda e proseguì con voce
ferma:--Sì, le do la mia parola d'onore.
--Ebbene, ebbene,--brontolò il comandante ordinando allo scrivano di
redigere il permesso. E proseguì a voce più bassa:--Vedete, Rialdi, sono
momenti difficili. Quei disgraziati giovani hanno fatto del male a
tutti.
Gasparo sentì salirsi una fiamma al viso, ma non disse nulla.
--Del male a tutti,--ripetè il suo interlocutore.--Si vive in
un'atmosfera di sospetti.... Sfido io.... Dopo un fatto simile.... Tre
giovani che avevano uno splendido avvenire davanti a sè.... I Bandiera
specialmente.... figli d'un contrammiraglio.... Non par vero.... E che
cosa credono di fare? Di vincer delle battaglie contro le truppe di S.
M. Borbonica?.... Di conquistare il Lombardo-Veneto?.... Ci rimetteranno
la testa.... pazzi, pazzi da legare.... Date qui.
Quest'ultime parole erano rivolte allo scrivano che aveva finito il suo
lavoro.
--Ecco il permesso firmato, Rialdi.... In fede mia, a un altro avrei
risposto di no.... Dunque siamo intesi.... A Venezia direttamente....
Venezia per la via di Trieste.... La vostra parola d'onore.
--Gliel'ho data,--tornò a dire Gasparo ringraziando e inchinandosi.
E quella notte medesima egli viaggiava col vapore del Lloyd per Trieste.
C'era a bordo una quarantina di passeggieri, quasi tutti sopra coperta,
tanto il tempo era bello e il mare tranquillo. Si ciarlava, si giocava,
si faceva all'amore. Tre o quattro suonatori ambulanti, imbarcatisi a
Smirne in terza classe, strimpellavano delle polke e dei valzer, e chi
ne aveva voglia ballava al chiaro di luna, mentre i delfini saltellavano
sulle acque fosforescenti.
Gasparo Rialdi pensava ai suoi amici inseguiti, a sua sorella
vituperata. Egli era solo, taciturno, chiuso in sè stesso. Nè le sue
angoscie patriottiche, nè i suoi dolori domestici erano di quelli che
possono cercare un sollievo nelle simpatie altrui.
XIV.
Pallida, confusa, tremante, con le gote molli di lagrime, Fortunata
osava appena alzare gli occhi verso il fratello. La confessione del suo
fallo non l'era mai stata così grave. Non dinanzi al sacerdote, avvezzo
a quetar gli scrupoli della sua coscienza, non dinanzi alla madre, la
cui leggerezza colpevole aveva avuto tanta parte nella sua caduta. Ma
Gasparo, del quale ella ricordava le previsioni, gli ammonimenti, i
consigli, ahimè non seguiti, Gasparo poteva rinfacciarle la sua vergogna
cercata, voluta, poteva chiederle conto dell'onore della famiglia da lei
macchiato per sempre. Ella ne aveva avuto sin da bambina una gran
soggezione; figuriamoci adesso ch'egli era un giovinotto alto, severo,
abbronzito dal sole, con uno sguardo acuto, penetrante, che ricercava
l'intime latebre dell'anima.
Eppure, di mano in mano ch'ella parlava le rigide fattezze
dell'ufficiale s'atteggiavano a un'espressione più dolce; pareva che il
giudice si fosse impietosito del reo. E invero un gran peso gli si era
tolto di dosso. Il linguaggio schietto, ingenuo di Fortunata lo aveva
reso sicuro che, quale pur fosse stata la condotta di sua madre, sua
sorella era una vittima e non era una complice.
Quand'ella si tacque, egli stette un momento in silenzio col viso
nascosto tra le palme; poi disse queste sole parole:--E lo ami sempre?
--Sempre--ella rispose chinando la fronte, ma con voce ferma.
--Sì, capisco--ripigliò Gasparo--l'amarlo fu la tua unica colpa e fu
anche la tua unica scusa.... Ma adesso.... dopo il suo vile abbandono,
dopo il suo turpe oblio d'ogni dovere più sacro.... Ah se tu non lo
amassi più!...
Fortunata lo guardò atterrita.--Lo amo! Lo amo! In nome del cielo, che
faresti se non lo amassi più?
Gli occhi del giovane sfolgorarono.--Quel che farei?... Gli farei pagare
a caro prezzo l'oltraggio, e poi direi a te: Dimentica perfino il suo
nome: dimentica ch'egli ti ha reso madre... l'essere che darai alla luce
non ha nulla da guadagnarci a conoscerlo.... ci penseremo noi, noi
soli.... se sarà un maschio, avrò cura io della sua educazione, ne farò
un uomo, un cittadino.
--Grazie, Gasparo, grazie--esclamò Fortunata.--Oh tu sei buono e io non
perdonerò mai a me stessa di non averti ubbidito; ma se mi vuoi bene,
se hai misericordia di me non devi far del male a _lui_.... a
Leonardo.... non devi togliermi la speranza ch'egli mi ridoni un giorno
il suo affetto, che, disingannato, stanco dei baci delle altre donne,
egli torni da quella il cui cuore non muta... dalla madre della sua
creatura....
--Ma non sai dunque--interruppe il fratello--che faranno di tutto per
indurlo a prender moglie... una moglie che porti il suo bel gruzzolo di
zecchini.... poichè si va buccinando che i nostri illustri parenti siano
dissestati e che occorra una grossa dote per tappare i buchi?
--No--disse la ragazza sforzandosi di persuader sè medesima che i dubbi
di Gasparo erano infondati.--No, non vi riusciranno.... Quello che
Leonardo vuole è la sua libertà.... È la risposta ch'egli diede a mia
madre, a Monsignore... Se si risolvesse a sposarsi....
--Credi che sposerebbe te?
--Lo credo.
--Senti--disse Gasparo dopo una pausa--vedrò gli zii Bollati, vedrò
Leonardo... oh non temere, so esser calmo, so reprimere le mie
antipatie.... e quello che potrò fare pel tuo bene te lo giuro, sorella
mia, lo farò.
Quantunque a malincuore, la contessa Zanze s'era rassegnata ad
abbandonar nelle mani di suo figlio il grave affare domestico, pel quale
da un paio di mesi ella metteva in combustione il mondo. Quel benedetto
Gasparo aveva un certo carattere, certe idee tutte sue.... Insomma ella
lo aveva chiamato e non poteva disgustarlo. Ma il conte Luca
brontolava:--Fanno come s'io non esistessi.... Vanno, vengono senza
degnarsi d'avvisarmi.... Quest'è bella.... Sono o non sono il marito di
mia moglie e il padre dei miei figli?... Mi spiego?... Non era naturale
che conducessi io la faccenda?... Ma, nossignori... Prima _madama_ ha
voluto far da sè.... E adesso tocca a Gasparo, che con quel suo
temperamento sulfureo finirà di rovinarci.... Cose che andrebbero
trattate con calma, con prudenza, con spirito conciliativo.... E intanto
chi soffre di più siamo noi due, Fortunata e io.... io che non ho un
momento di bene....
Il conte Luca non osava dirlo, ma pensava alla sua scacchiera.
In famiglia Bollati l'arrivo di Gasparo Rialdi a Venezia recò una
molestia infinita. Gasparo non era più un ragazzo da prendersi a
scappellotti; era un uomo, era un ufficiale tenuto in gran conto dai
suoi superiori, e non si poteva sbrigarsene con delle ciancie vuote. Sua
Eccellenza Zaccaria se n'era persuaso subito dopo un primo colloquio, in
cui, ricevuta l'imbeccata da _sior_ Bortolo e dai Geisenburg, egli aveva
tentato di menare il can per l'aia. Bisognava vedere, bisognava studiare
(proprio le parole precise di _sior_ Bortolo), bisognava cercare con
tranquillità una soluzione conveniente. Al bambino si sarebbe
provveduto....
--Conte Zaccaria--aveva detto l'ufficiale in tuono reciso--o il bambino
entra in palazzo Bollati in compagnia di sua madre, o nessuno ha il
diritto d'ingerirsene.... La soluzione a cui ella accenna sarebbe un
secondo insulto per mia sorella... E io non sono disposto a passar sopra
nemmeno al primo.... Ci rifletta meglio, conte, ascolti i suggerimenti
del suo cuore e del suo onore.
Già; quest'era esprimersi chiaro. L'antifona della contessa Zanze. Non
c'è altra riparazione che il matrimonio. Senonchè Gasparo non affogava
il suo concetto in un mare di chiacchiere. Andava per le spiccie, aveva
un piglio soldatesco che produceva un certo effetto.
Il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, secondato dalla
consorte, urlava che la tracotanza di quell'ufficialetto di marina era
intollerabile, e che bisognava dargli una buona lezione, e che
gliel'avrebbe data lui stesso se non avesse temuto d'insudiciarsi le
mani.
In quanto al contino Leonardo, è vano il dissimularlo, egli aveva paura,
e se da un paio di generazioni i Bollati non fossero stati avvezzi a
rimanersene attaccati come ostriche agli scogli della laguna, c'è da
scommettere ch'egli avrebbe colto quell'occasione per intraprendere un
viaggietto all'estero, tanto gli pesava il trovarsi faccia a faccia col
fratello di Fortunata, del quale egli conosceva per esperienza l'indole
focosa ed altera.
La paura è un difetto, ma anche i difetti possono servire a qualche
cosa. Nel caso presente essa serviva a far capire a Leonardo il brutto
impiccio in cui egli s'era messo e a predisporlo alla moderazione e
all'umiltà nel suo inevitabile abboccamento con Gasparo.
Gasparo dal canto suo s'era impegnato con la sorella e con sè medesimo a
frenar gl'impeti del suo carattere, cosicchè i due giovani,
nell'incontrarsi, seppero nascondere il mal animo reciproco. Anzi, sulle
prime, Gasparo fu lì lì per dubitare di essere stato ingiusto in passato
negando al cugino ogni qualità di cuore e di intelletto. Ma, ohimè, il
dubbio non tardò a dissiparsi, e Gasparo s'accorse ben presto che nel
fare appello ai sentimenti generosi che scuotono le fibre degli altri
uomini egli usava un linguaggio non inteso o inteso a rovescio dal
contino Bollati.
Quelle parole che destano la coscienza sopita, che fanno salire al viso
i rossori della vergogna, che fanno spuntare sul ciglio le lagrime del
pentimento, erano pel giovane patrizio un vano frastuono, e invece di
persuaderlo al bene rinfocolavano in lui gl'istinti bassi e perversi.
Preparato ai motti pungenti, alle intimazioni recise del fiero Rialdi,
l'eloquenza appassionata, commossa, affettuosa di lui gli sembrava un
sintomo di debolezza.
--Quand'è così--pensava il vigliacco--ho torto io a farmi coniglio.--E
si imbaldanziva a poco a poco, e dal labbro che un momento prima
stillava latte e miele, gli uscivano allusioni maligne e velenose.
Gasparo pazientò alquanto, ma colta a volo una frase che pareva
accusarlo di fini subdoli e venali; egli afferrò pel braccio Leona
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