L'Argentina vista come è
by Luigi Barzini · Italian · Gutenberg #30369 · 398,048 chars · public domain (US)
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Title: L'Argentina vista come è
Author: Luigi Barzini
Release date: October 30, 2009 [eBook #30369]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ARGENTINA VISTA COME È ***
LUIGI BARZINI
L'ARGENTINA
VISTA COME È
MILANO
Tipografia del _CORRIERE DELLA SERA_
1902
PROPRIETÀ LETTERARIA.
PREFAZIONE
Dall'Italia emigrarono nello scorso anno mezzo milione di abitanti.
L'emigrazione nostra, sorta, continuata e aumentata fino a queste
spaventose proporzioni in mezzo a troppa indifferenza, è venuta ad un
tratto ad imporsi alla nostra preoccupazione come uno dei problemi più
gravi, più complessi e più urgenti.
È questa emigrazione un indice della nostra forza, del bisogno
d'espansione nostro, o della nostra miseria, o della nostra ignoranza, o
di tutto un po'? Ubbidisce essa a leggi naturali e ineluttabili, o è--in
parte almeno--provocata artificialmente--profittando della credulità,
della duttilità e della ignoranza delle masse infime della nostra
popolazione--a scopo di lucro da parte di agenti d'emigrazione o a scopo
di rinsanguare e rinforzare della nostra forza e del nostro sangue
lontane nuove regioni? Nell'emigrazione non vi sarebbe forse un po'
della «tratta»? Le nuove condizioni nelle quali viene a trovarsi
l'emigrante italiano sono migliori o peggiori di quelle che lascia?
Quali sono i vantaggi o gli svantaggi diretti e indiretti che da tale
emigrazione vengono alla Madre Patria? Quali i rimedî possibili ai mali?
Ecco i quesiti la cui soluzione s'è imposta.
Il Governo ha creato nuove leggi sulla emigrazione, e il _Commissariato_
di recente istituzione, presieduto e amministrato con zelo e amore,
comincia a portare i suoi frutti. Ma indipendentemente da ciò l'opinione
pubblica, dalla quale tutto emana, non è restata più a lungo
indifferente. I mali sono giunti a tal punto che le lontane miserie di
tanti, di troppi nostri emigranti, hanno avuto un grido che è risuonato
fino qui, ed ha fermato imperiosamente il nostro pensiero su quelle
miserie, vecchie miserie e che ci sembrano nuove.
Il _CORRIERE DELLA SERA_ colse l'occasione della emigrazione italiana al
Canadà avvenuta l'anno passato, nella fine di marzo, per seguire passo
passo l'odissea dolorosa di quegl'infelici strappati alle loro case
dalle bugiarde lusinghe d'una speculazione infame, e abbandonati alla
miseria e agli stenti. Il nostro _Eugenio F. Balzan_, il quale unito a
quegli emigranti compì con loro il viaggio dall'Italia al Canadà, ossia
dall'illusione alla verità, rivelò gl'inganni, gli sfruttamenti, gli
abusi, i soprusi e le ingiustizie delle quali migliaia di nostri
concittadini sono state le vittime; e le sue relazioni ebbero una
profonda eco.
Questo nostro interessamento ci procurò l'onore d'una lettera del
senatore Pasquale Villari, con la quale l'illustre Presidente della
_Dante Alighieri_ incoraggiava un più vasto studio del fenomeno
emigratorio, e risolvemmo di affrettare l'esecuzione d'un antico nostro
progetto: esaminare da presso la vita dei nostri emigranti nel loro
nuovo ambiente, vedere la loro nuova situazione morale e materiale. E
cominciammo dall'Argentina, che è il paese dove vive il maggior numero
d'italiani, e dove per cinquanta anni si è diretta la più grande
corrente della nostra emigrazione.
Ecco l'origine e lo scopo delle lettere argentine del nostro redattore
_LUIGI BARZINI_, pubblicate nel _CORRIERE_ dal novembre dello scorso
anno al settembre di questo. Sono lettere oneste e coscenziose, che
presentiamo ora raccolte in volume perchè su tante verità è necessario
un po' insistere, e disgraziatamente gli articoli di giornale nascono,
vivono e muoiono nel corso d'una sola giornata.
Speriamo di non aver fatto opera completamente sterile, e di aver
portato, nel limite delle nostre forze, un contributo allo studio
dell'emigrazione che tanto ci sta a cuore.
Il CORRIERE DELLA SERA.
INDICE
PREFAZIONE Pag. III
L'addio » 1
Sfogliando una guida » 6
Qua e là per Buenos Aires » 13
Gli allucinati » 22
La crisi Argentina--Troppa Buenos Aires » 31
L'Argentina e il capitale inglese » 39
Le nostre lettere dall'Argentina--Continuando » 45
Le basi dell'oligarchia Argentina » 55
Il Governo in azione » 64
La giustizia Argentina » 73
La polizia Argentina » 84
L'esercito argentino » 93
Il lusso nell'Argentina » 102
Ricchezze e miserie » 113
Andando all'Estancia » 125
Vita mandriana » 134
Il lavoro italiano nell'Argentina » 144
Errori e difetti dell'emigrazione italiana » 154
Unioni e scissioni » 166
I figli degli italiani » 173
Nelle campagne argentine: «peoni» e «medieri» » 185
Nelle campagne argentine: i «coloni» » 194
La tutela della Madre Patria » 204
Concludendo sull'Argentina » 217
L'ADDIO.
[Dal _Corriere della Sera_ del 19 novembre 1901.]
Da bordo del _Venezuela_, 12 ottobre.
Chi può udire senza commozione profonda il grido che si leva da una nave
carica d'emigranti, nel momento della partenza, quel grido al quale
risponde la moltitudine assiepata sulle banchine, urlo disperato di
mille voci rauche di pianto? Gridano addio! E par che gridino aiuto!...
L'addio! Non c'è cosa più amara e più dolorosa. Tutta l'umana sofferenza
può essere espressa in questa parola: addio! In fondo ad ogni nostro
dolore possiamo trovare sempre un addio: a qualche cosa o a qualcheduno.
Io non dimenticherò mai la triste partenza di questo vapore che mi
trasporta al di là dell'Atlantico; forse perchè anche io, partendo, mi
sento un po' compagno agli emigranti che sono a bordo. E anche perchè
nella noia e nella disillusione dei viaggi vi sono due grandi emozioni,
due sole, alle quali nessuno può sottrarsi: la partenza e il ritorno.
*
* *
Quando si ode a bordo l'avvertimento: «Chi non è passeggiero, a terra!»
comincia un momento di strazio. Pare che soltanto allora chi parte abbia
nettamente il sentimento dell'irreparabile. Si direbbe che vi fosse in
ogni anima questo pensiero: potrei ancora non partire! Ciò dava
coraggio.
«Chi non è passeggiero, a terra!»--ripetono delle voci indifferenti di
marinai. Scoppiano i pianti fra la povera folla accampata sui ponti; si
annodano abbracci lunghi, violenti, disperati; le facce lacrimanti si
reclinano sulle spalle scosse dai singhiozzi; delle parole interrotte e
affannose s'intrecciano: Ricorda!... Scrivi!... Torna, torna!...
«A terra! A terra!»--ammoniscono crudelmente i marinai: e comincia per
la passerella la dolorosa processione di chi rimane. Non sono molti.
L'amaro conforto dei saluti non è per tutti. È una folla varia che si
dispone lungo la banchina, con le pallide facce attente alla nave,
aspettando.
Vi è qualche cosa di funebre in questa attesa. Infatti la partenza di un
emigrante per un lontano paese ha un po' della morte. Egli muore alla
sua vita consueta. Muore per i suoi, muore per il suo paese, sparisce
verso l'ignoto. Egli forse pensa vagamente ad un ritorno, è vero; la sua
morte ha una speranza di risurrezione. Ma nel momento del distacco il
turbine del dolore disperde ogni sogno. Egli ha l'occhio perduto e il
viso desolato di chi si trova di fronte all'abisso insondabile di
un'altra vita. Questa morte è peggiore della vera, dell'ultima, in ciò:
che qui vi è la desolazione di chi parte aggiunta alla desolazione di
chi rimane. Questi due dolori di fronte, dalla riva alla nave, si
nutrono l'uno dell'altro fino alla disperazione. Le anime legate
d'affetto sono come specchi che si mandino le immagini: ciò che vi passa
dentro si riflette centuplicato all'infinito.
Tutti tacciono perchè tutti sentono che parlare sarebbe piangere. Solo
qualche voce mormora ogni tanto: coraggio! E dei singhiozzi rispondono.
Un emigrante arriva in ritardo, correndo, seguìto da una donna. Hanno il
volto acceso dalla corsa e tutto bagnato di lacrime. Sul limite
dell'imbarcadero si abbracciano strettamente, senza una parola, mentre i
facchini pronti a ritirare la passerella gridano: Presto! Poi l'uomo si
svincola e si slancia a bordo, come fuggendo. Lo segue lo sguardo
desolato della donna che rimane immobile, stordita. Nessuno bada a
questa scena; il dolore rende egoisti, cioè crudeli; i dolori degli
altri sono spesso di conforto ai proprî.
*
* *
Nel silenzio si odono i comandi dall'alto della plancia: i fischi dei
segnali trillano degli ordini. Da tutto intorno viene intenso il tuono
della vita, il palpito della città indifferente. I trams elettrici
fuggono rombando lungo la via di circonvallazione e suonano allegramente
le loro campanelle. Il frastuono d'un treno in partenza si spegne nel
tunnel che va a sboccare nella luminosa San Pier d'Arena. Un mondo di
gente passa lontano senza fermarsi, senza volgersi, inconsapevole dei
mille drammi che lì a due passi hanno nella partenza imminente un unico
epilogo. Dalle colline scende il vento fresco e porta gli ultimi profumi
della terra. I giardini non sono mai stati così verdi e belli, così
crudelmente allettevoli. Il colossale Nettuno della villa Doria, guarda
dal folto degli alberi con profondo disdegno il suo regno antico, il
mare; pare che dica: Qui, qui si sta bene! Genova tutta sorride al
sole....
I preparativi fervono. Le grandi braccia lente delle gru hanno posto
nella stiva aperta le ultime casse. Erano bagagli d'emigranti, poveri
bauli di legno grezzo, cesti, vecchi cofani borchiati di ferro che
gemevano sotto la stretta delle funi. La passerella viene ritirata.
Nulla è più fra la terra e la nave. Si ode un comando. Gli argani di
prua si mettono a girare con frastuono: l'àncora sale, esce lentamente
dal mare bagnata e scintillante. Gli ormeggi si allentano. Sotto alla
poppa l'acqua comincia a ribollire, si forma un vortice da cui la spuma
fugge in tumulto spandendosi lontano: l'elica è in moto.
Gli emigranti si accalcano ai parapetti, si arrampicano agli attacchi
delle sartie, lottano per un posto, pallidi, silenziosi, risoluti.
Il piroscafo si sposta: lentamente lentamente scorre lungo la banchina.
La folla muta lo segue passo passo facendo dei segni d'addio. Qualche
fazzoletto sale agli occhi, ma per poco; non c'è tempo di piangere, si
vuol vedere, vedere fino all'ultimo, vedere fino che è possibile: i
momenti sono preziosi. Gli occhi non si distolgono un istante dalla
nave; occhi rassegnati e dolenti, nei quali con l'espressione della
sofferenza vi è tanta dolcezza d'implorazione. Chi soffre rassegnato ha
lo sguardo del vinto che domanda pietà, ed emana da lui tutta la poesia
della sconfitta. Una povera donna solleva sulla testa un bambino che
saluta con tutte e due le manine, ridendo.
Ad un tratto il vortice di spuma diventa tempestoso, l'elica comincia a
pulsare rapidamente facendo vibrare la nave tutta. La terra si scosta.
Allora delle voci si levano, dei pianti mal contenuti scoppiano. Poi,
improvvisamente, dai fianchi del piroscafo si sferra il grido disperato
che stringe il cuore, l'urlo che quasi non sembra più umano: Addio!! E
mille braccia si tendono verso la terra e si agitano quasi nell'inane
sforzo d'un ultimo amplesso.
*
* *
Addio! risponde la folla già confusa sullo scalo. Sopra di essa
biancheggiano i fazzoletti agitati, e ogni fazzoletto è riconosciuto da
bordo come se fosse un volto, è seguìto fissamente, avidamente. Quel
puntino bianco che sfarfalleggia sulle teste ripete ancora una volta
tutto quel mondo di cose inesprimibili che le anime sanno dirsi quando
il pianto rende muta la bocca.
Ogni cosa sparisce lontano; gli uffici doganali e i _docks_ del ponte
Federico Guglielmo non sembrano più che casette biancheggianti al sole.
Si passa vicino ad una nave-scuola, dalla quale arrivano le allegre
battute d'una marcia militare; dei ragazzi in uniforme marinaresca si
affacciano al parapetto agitando i berretti. Il nostro piroscafo
silenzioso si allontana scivolando sull'acqua calma e serena. Sopra un
carboniere, dei marinai in catena eseguiscono una manovra, e il loro
canto lietamente si spande nella quiete del porto. Si gira il Molo
Vecchio, dietro al quale spunta la foresta delle alberature veliere, un
intreccio folto di sartie, di scale e di pennoni che spicca sull'azzurro
immacolato del cielo; il mare scherza in mille modi sugli scogli intorno
alla lanterna. Allegri squilli di tromba vengono da due navi da guerra
ancorate al Molo Lucedio; dei canti lontani pare che si chiamino. I
gabbiani si rincorrono a fior d'acqua gridando, come per giuoco. Girando
il Molo Giano per uscire dal porto, Genova intera si apre allo sguardo,
vigilata dai forti, incantevole. Vi è per tutto una gioiosa aria di
festa!
Poco a poco ogni cosa fugge all'orizzonte e si annebbia. La faccia della
Patria impallidisce lontano, ma lungamente ancora corrono su di lei
fervide le ultime carezze dello sguardo nostro....
SFOGLIANDO UNA GUIDA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 5 dicembre 1901.]
Da bordo del _Venezuela_.
Mi è capitato per le mani un opuscolo interessante. Lo ha trovato
interessante, prima anche di me, il Governo argentino, tanto che ha
creduto bene di autorizzarne la compera di quindicimila copie per farle
distribuire gratuitamente in Italia. Si tratta di una _Guida
dell'Emigrante Italiano alla Repubblica Argentina_.
È un opuscolo scritto con una certa sincerità, e perciò in fondo onesto,
e mi guardo bene di metterlo in un fascio con le infami pubblicazioni di
propaganda che circolano per certe nostre campagne dove più infierisce
l'epidemia dell'emigrazione. È appunto perchè è scritto con sincerità
che è interessante. L'Argentina, si capisce, vi è chiamato il «paese
ideale»; vi si dice che «non esiste nessun paese nel mondo dove
gl'italiani possano star meglio che nella Repubblica Argentina», nella
quale si sono date convegno tutte le benedizioni del cielo e della
terra. Ma fra la relazione di tante cose belle e seducenti si leggono
delle frasi, destinate forse a smorzare il disinganno, frasi che
dovrebbero far molto meditare gli emigranti nostri, se l'uomo preso dal
furore migratorio fosse un essere ragionevole.
Sono granelli di sincerità: «Gli operai debbono essere decisi a far di
tutto, ad andare da qualunque parte.... I loro lavori, come pure quello
dei campi, risulteranno pesanti, forse più pesanti che i lavori analoghi
che si fanno in Italia.... Gli emigranti debbono rassegnarsi a tutto
(nei primi tempi) e andare in America con l'idea che i principî saranno
duri e penosi... Il collocamento degli artigiani non è tanto facile
(paragonato a quello degli agricoltori) e più d'una volta non potranno
lavorare subito nel loro mestiere e dovranno rassegnarsi a fare
qualunque cosa per pesante che sia. Quando ciò succede, molti maledicono
l'ora in cui venne loro in mente d'imbarcarsi, abbandonandosi a sfoghi
del tutto ingiustificati... Gli emigranti a cui si offre un occupazione
fuori di Buenos Aires l'accettino subito ed abbiano la decisione di
andare dappertutto. In Buenos Aires è molte volte impossibile la
collocazione.... Gli emigranti si debbono rassegnare alle contrarietà
dei primi tempi, vivendo male, adattandosi a qualunque lavoro, senza
debolezze, nè abbattimenti. Altrimenti sarebbe meglio che non si
muovessero dal loro paese, perchè in qualunque nazione d'America si
dirigessero troverebbero di peggio.... Quelli che emigrano debbono
essere sempre persuasi che per aprirsi una strada, per vivere, e fare
alcuni risparmî, dovranno sopportare le fatiche più penose,
sottomettersi ai lavori più pesanti. Meglio per loro se la realtà sarà
poi meno fosca delle previsioni....»
*
* *
Tutto ciò è naturale. L'America come si presenta alle fantasie e alle
speranze di tanta povera gente non è mai esistita, neppure all'epoca dei
Guarany. In tutti i paesi del mondo sono i forti che resistono e che
trionfano dopo lunghe lotte e fatiche: anche in America. Ed è questo che
dovrebbero capire gli allucinati che continuano ad essere attratti
laggiù dal sogno di facili ricchezze.
Dovrebbero capire che «rassegnandosi a viver male, adattandosi a
qualunque lavoro, senza debolezze, nè abbattimenti», potrebbero ben
restare nella loro Italia che è pur sempre «il paese del mondo dove gli
italiani possano star meglio»--senza offendere la Repubblica Argentina.
Dovrebbero capire che se facessero in patria quanto la necessità fa far
loro laggiù, se profondessero nel loro paese tutte le energie con le
quali fanno ricchi quei lontani paesi, se i sacrificî e il lavoro
bestiale ai quali li spinge, una volta emigrati, la disperazione come
una sferza sanguinosa, li riserbassero per la bella terra che li ha
visti nascere, se le iniziative che essi trovano quando lontani e
perduti il bisogno li stringe, le avessero a casa loro, troverebbero
bene in Italia la loro America, ma quella delle leggende, e più bella, e
più cara.
Ma è la miseria che li spinge ad emigrare: lo dice anche la _Guida
dell'Emigrante Italiano alla Repubblica Argentina_. Pare quasi che la
giovane America ci stenda una mano caritatevole, a noi vecchi
miserabili, prendendoci un po' di braccia. Ah! la nostra miseria, noi la
gridiamo. E la miseria d'America, della terra promessa? E gli scioperi
argentini? E i diecimila disoccupati di Buenos Aires? E coloro che
tornano da laggiù sfiniti, con la volontà spezzata? E quelli che non
possono nemmeno tornare perchè non ne hanno la forza? E coloro che
finiscono nell'_atorrantismo_, la forma più abbietta e vilipesa della
povertà? Di fronte agli arrivati che conosciamo, quanti caduti, ignoti,
lontani, dimenticati?
La _Guida dell'Emigrante_, parlando delle fortune fatte da molti
lavoratori italiani nell'Argentina, dice:
«Sappiamo che fra gli emigranti ve ne sono che soffrono ogni genere di
angoscie, contrarietà e privazioni prima di trovare una via meno aspra,
se pur la trovano, ciò che non a tutti succede.» Ma tuttavia, diamine,
c'è chi arriva a farsi una bella posizione, e «si suol citare, come
esempio, in Buenos Aires, un fabbro che finì per possedere una gran
fonderia e un gran numero di case.» Ebbene, un fabbro è poco, e poi il
fabbro di Buenos Aires, non lo abbiamo noi in cento e cento edizioni?
Non vediamo in tutte le nostre città operai industriosi e intelligenti,
uomini di volontà e di costanza che arrivano a mettersi alla testa di
industrie, e che giungono ad avere la loro «fonderia con gran numero di
case?»
E via, rompiamo l'incanto che circonda ancora l'America nella mente del
nostro popolo. L'America è un paese dove si soffre, dove si piange e
dove si soccombe, come in tutto il mondo. Laggiù la lotta è meno
disciplinata ed è perciò violenta, terribile: alla _curée_ della
ricchezza corrono mastini forti ed agguerriti. E non sono di quei
mastini che possa fornire l'emigrazione nostra. L'emigrazione italiana è
un'emigrazione di muscoli. Questa _Guida dell'Emigrante_, dice: «Oltre i
deboli rachitici, gli sconciati e i vecchi, non debbono emigrare coloro
che hanno studiato, che hanno ricevuto un'educazione più o meno scelta.»
Nè muscoli infermi, nè teste sane dunque. Sono buone braccia che si
vogliono da noi, ma niente altro che buone braccia. E noi le diamo.
Quest'opuscolo che sfoglio, sulla cui copertina, come una vidimazione
ufficiale, spicca il bollo del «Consulado de Milan», è una chiara e
facile esposizione di consigli, alla portata delle intelligenze
semplici. Dalla lettura di questi consigli all'emigrante italiano si
forma a poco a poco la netta visione di che cosa sia veramente
l'emigrazione laggiù: come dai consigli del medico si capisce il male.
L'emigrazione non è l'effetto naturale della legge della domanda e
dell'offerta di lavoro, come asserisce la prefazione dell'opuscolo. Nei
centri argentini vi è pletora di mano d'opera, specialmente a Buenos
Aires che attraversa una crisi non indifferente, e la _Guida_ infatti
cerca in ogni pagina di persuadere l'emigrante ad internarsi nei campi,
risolutamente, senza paura della distanza, e subito. Nella
colonizzazione è la ricchezza del paese, il quale ne risente i vantaggi,
mentre tutto il passivo di vite, di lavoro e di denaro grava sui
pionieri dispersi nelle _estancie_ delle Pampas. Si vuole un'emigrazione
stabile: la _Guida_ trova assai più vantaggiosa per gli emigranti
«l'emigrazione con carattere definitivo» e consiglia loro di «mettere in
ordine i loro affari come se non dovessero tornar più» prima di partire.
Li pone in guardia contro il dolce mal della patria; «bisogna guardarsi
da questi sentimentalismi che causano malessere e inquietudini e
inducono a commettere leggerezze di cui più tardi ci si pente»; la
leggerezza, si capisce, è il ritorno. «Queste vacillazioni recano un
danno enorme agli emigranti.» «Del resto hanno la loro poesia e le loro
attrattive anche le pianure argentine con i loro orizzonti infiniti.»
«Per fortuna gli italiani sono quelli che più facilmente si radicano
nella Repubblica Argentina; i più, nondimeno, tardano a convincersi che
devono considerare l'Argentina come loro residenza definitiva, come loro
seconda patria.» Coloro che non hanno tali debolezze «ottengono un
immenso vantaggio su quelli che solo pensano al ritorno».
È logico. La _Guida_ vede l'emigrazione francamente e nettamente dal
punto di vista argentino, soprattutto quando, parlando dei risparmî
degli emigranti, consiglia «coloro che hanno qualche maggiore conoscenza
di queste cose» a comperare titoli degli imprestiti interni della
Nazione, perchè «i tracolli e le sospensioni di pagamento di altri tempi
non si ripeteranno». Ma dal punto di vista italiano? Non è doloroso e
umiliante? Questa sottrazione continua delle nostre forze vive, questa
trasfusione del sangue nostro per la rigenerazione di paesi lontani,
dovuta principalmente alla ignoranza delle nostre masse, non è cosa ben
triste?
E non siamo troppo ottimisti sui vantaggi riflessi che la madre patria
può avere dalla emigrazione: lo stato civile dei Consolati c'insegna che
l'italianità normalmente si perde alla prima generazione: e tutti
gl'italiani che da cinquant'anni sono passati nell'Argentina hanno
procurato alla loro madre patria solo un terzo della esportazione che ha
l'Inghilterra laggiù; e non vi sono che ventimila inglesi
nell'Argentina. Inglesi, beati loro, da padre in figlio e da figlio in
nipote, come se vivessero in pieno Regno Unito.
*
* *
La _Guida dell'Emigrante_ se la prende un po' col Governo italiano
perchè intende d'occuparsi dell'emigrazione. «Tutte le nazioni
d'Europa--dice--hanno dell'emigrazione, in scala maggiore o minore: ma
l'Italia è l'unica nazione dove si parla continuamente di misure, di
protezioni, di leggi, di colonie (che poi non sono tali)». Se la prende
col Governo «perchè insomma con tanto parlare di _colonie_ e di
protezioni non si fa che irritare suscettibilità attendibili e creare
diffidenze e sospetti».
Sì, tutte le nazioni hanno degli emigranti: ma sopra 1,765,784 emigranti
europei sbarcati nell'Argentina dal 1857 al '98 1,093,112 erano
italiani. Abbiamo diritto di occuparcene. E poi che cosa ha fatto il
Governo italiano con la sua nuova legge per l'emigrazione e il relativo
complicato, burocratico e fiscale regolamento? Ha reso più facile il
viaggio, ha provveduto perchè gli emigranti abbiano a bordo tanta carne,
tanto pane e tanti metri cubi d'aria respirabile durante il tragitto.
Come se il complesso fenomeno dell'emigrazione consistesse in quei venti
giorni di navigazione!...
QUA E LÀ PER BUENOS AIRES.
[Dal _Corriere della Sera_ del 24 dicembre 1901.]
Buenos Aires, novembre.
La più grande caratteristica di Buenos Aires è quella di non avere
nessuna caratteristica. Buenos Aires è un po' di tutto. Un Santos Dumont
capitato qui, supponiamo, con la macchina per volare, si troverebbe
estremamente imbarazzato a giudicare, dall'alto, in quale paese del
mondo il vento, o il motore, lo avessero condotto.
Sulla piana e sterminata distesa di case vedrebbe delle guglie tedesche
ornate di trafori in ferro, come certi tetti della vecchia Norimberga,
vicino a basse terrazze candide e disordinate ricordanti Cadice!
Scorgerebbe le cinque cupolette tradizionali di una chiesa russa e più
lontano due campanili spagnuoli: e cupole italiane gettanti la loro
ombra sopra le _mansardes_ di un casamento parigino: e palmizi come alla
Favorita e platani come all'«Avenue des Champs-Elisées.» Volta a volta
si crederebbe arrivato in tutti i paesi d'Europa, l'infelice aereonauta!
Buenos Aires si può dire infatti una specie di campionario di capitali
europee; nemmeno la più piccola sfumatura di colore locale. Vien quasi
voglia di chiedere, come _er re de Spagna portoghese_ dei sonetti di
Pascarella:
_Ma st'America c'è? ne sete certo?_
Si esce da una brutta copia di «boulevard» parigino--chè tale è
l'_Avenida de Mayo_, la principale via della città--e si trova nella
«Plaza de la Victoria», un perfetto _square_ londinese, ombroso e verde
con la sua fontana che getta acqua nei giorni solenni, e il suo bravo
monumento equestre, una specie di «cavallo di spade», rappresentante il
generale Belgrano. Di fronte al generale biancheggia quel curioso
obelisco celebre sotto il nome di «Piramide de Mayo», eretto per
«perpetuar el glorioso pronunciamiento de independencia», funzione che
esso, per quanto composto di stucco, compie coscienziosamente da
novant'anni. È il capolavoro d'un povero mastro muratore italiano, un
certo Podestà, divenuto architetto per bisogno. Si sa, l'italiano
_Er talentaccio suo se l'ariggira._
L'opera dell'oscuro nostro compatriotta è ingabbiata da un'armatura
costellata da lampadine elettriche che si accendono nelle sere di festa:
una volta all'anno si dà al tutto una buona mano di vernice. Questo è il
più antico e il più sacro monumento della Repubblica Argentina, intorno
al quale si compiono le cerimonie patriottiche e le dimostrazioni; mèta
dei corteggi e dei pellegrinaggi, tribuna dell'eloquenza commemorativa.
La manìa d'ingombrare i monumenti con il permanente preparativo della
luminaria è generale. L'illuminazione pare considerata qui come una cosa
importante, indispensabile, che bisogna aver sempre pronta sotto mano
per ogni circostanza. Oh! «sangre español!» Anche la cattedrale, per
esempio, che sta nello stesso _square_ incastonata fra un paio di
Banche, ha i capitelli e le colonne del suo brutto portico corinzio
percorsi da grossi tubi di gas neri che sembrano fasce di lutto.
Eppure--chi lo direbbe?--questa chiesa, e i suoi tubi, formano
l'orgoglio dei bonearensi. Un ex-ministro argentino, grande uomo,
celebre per aver mangiato molti milioni sulle opere di salubrità durante
l'indimenticabile presidenza di Juarez Celman, davanti al Pantheon a
Roma, esclamò: «Muy bonito, si, però, nuestra catedral es mas bella y
grandiosa!» Egli di tali sue impressioni geniali ha composto dapprima
delle corrispondenze europee al più diffuso giornale di qui, la
_Prensa_, e poi anche un libro, dove ha trovato modo di dichiarare che
San Pietro e i Palazzi vaticani con le relative loggie e musei non
valgono la Galleria delle Macchine dell'Esposizione di Parigi. Davanti
alle Pinacoteche fiorentine ha avuto questa meditazione: Quanti milioni
gettati via, mentre oggi la fotografia rende così bene la verità della
vita!
Sembrano scherzi, ma no, si tratta di cose scritte, e soprattutto lette,
sul serio. L'ottimo ex-ministro rispecchia abbastanza fedelmente
l'opinione dei suoi concittadini. Qui si pensa così della nostra arte,
delle nostre grandezze, delle nostre glorie!
*
* *
Lasciato lo _square_ dall'obelisco patriottico per entrare in certe vie
laterali, pare trovarsi nella _City_, parlo della City londinese, col
suo asfalto, le sue Banche, le sue agenzie e la sua folla. _Calle
Reconquista_ somiglia a Lombard Street. Banco di Londra e Rio della
Plata, Banco di Londra e Brasile, Banco britannico dell'America del Sud,
poi Banco Anglo-Argentino, e lì presso il «River Plate Trust», la «Loan
y Agency Comp.», e la «New Zealand and River Plate Lond Mortgage Comp.»,
e la Società Ipotecaria Inglese, una quantità d'istituti finanziarî
inglesi fra i quali le altre Banche francesi, spagnuole, tedesche,
argentine e italiane, stentano a formare la maggioranza numerica. Biondi
commessi in soprabito e cilindro, con le cartelle dei valori sotto il
braccio, vi vengono addosso, vi urtano e si allontanano gettandovi un
frettoloso: «I beg your pardon!»--Si odono dei rapidi: «Good
morning!»--«Good bye!»--«Come è l'apertura del London Exchange?»--«All
right!»
Qui le mani inglesi manipolano le finanze della Repubblica. Gl'inglesi
sono i veri padroni dell'Argentina; essi hanno tutte le ferrovie, il
porto, le opere colossali dell'acqua potabile, i _trams_, tutte le
principali imprese; un investimento di un seicentocinquanta milioni di
franchi, senza contare i prestiti allo Stato. La capitale finanziaria
dell'Argentina è Londra. Dal London Exchange viene tutti i giorni la
parola d'ordine. Nei nebbiosi dintorni della Mansion House può
decretarsi la sorte di questo Stato, che esiste solo in grazia dei
capitali inglesi e delle braccia italiane.
Gl'inglesi a Buenos Aires formano proprio l'«imperium in impero», anzi
direi meglio l'«imperium in... repubblica.» Essi formano una potenza a
loro. Vivono completamente separati. Chiusi gli ufficî, alla sera, essi
corrono alla stazione del «Retiro», e i «dinner trains», pronti per
loro, li portano a Belgrano e a Flores, ameni quartieri pieni di
giardini e di villette inglesi, che rammentano vivamente i gentili e
melanconici sobborghi aristocratici di Londra. A traverso le cancellate
dei parchi, profumati da superbe magnolie fiorite, i passanti possono
seguire le partite di _lawn-tennis_, di _cricket_, di _foot-ball_ che si
svolgono sull'erba dei prati; e alla sera, dalle verande aperte,
intravvedono il pranzo di famiglia, silenzioso e cerimonioso come in
pieno West-End; un'eletta raccolta di _gentlemen_ in abito da società e
di _ladies_ in _décolletée_. Oh! Quell'abito! Vi sono degli inglesi che
vivono all'interno, in _estancie_ lontane dal consorzio umano, soli,
nella pampa, e che si mettono in frack per andare a tavola!
Quando gl'inglesi hanno voglia d'un po' di spettacolo, si fanno
concedere il Teatro dell'Opera, vi mettono in scena una produzione
inglese, e loro se la recitano, se la cantano, se la ballano e se
l'applaudiscono, infischiandosene del mondo intero. Giusto adesso essi
danno all'Opera un'operetta popolare inglese, il «San Toy», nella quale
si possono ammirare delle rispettabili _ladies_ che ballano il passo a
due con pudibonda grazia, e delle venerande _misses_ dagli occhiali e i
denti rilegati in oro, le quali, vestite da cinesi, cantano:
«Siamo le mogli dell'Imperator!
«Ma qualche volta facciamo del... flirt!...»
Lettori, fuggiamo!
*
* *
Due quadri a ponente della City si trova una via che per il suo aspetto
ricorda il Corso di Roma: è la Calle Florida, il centro dell'eleganza
bonearense. I lettori comprenderanno il significato di quei «due quadri
a ponente». Essi sanno bene come Buenos Aires sia--a somiglianza di
tutte le città moderne--costruita a quadrigliato; le strade, tutte
eguali in modo desolante, s'intersecano ad angolo retto, alla stessa
distanza, formando dei quadri: una cosa più noiosa della nebbia. Il
quadro è la base delle distanze, l'unità di misura: gl'indirizzi vengono
indicati così: tanti quadri a destra e tanti a sinistra e siete
arrivato. Par di camminare sopra una scacchiera; infatti per andare
alla Posta io debbo fare il «salto del cavallo»; per andare alla Banca
marcio come la «torre», sempre dritto; e vado al _club_ seguendo le
regole dell'«alfiere». Roba da diventar matto, anzi... scacco matto!
Calle Florida dunque è la via dello _chic_; lì sono i negozî più ricchi,
i _bars_ e i caffè più in voga, lì gli eleganti portano a spasso le loro
cravatte e le eleganti le loro ultime _toilettes_ parigine. Calle
Florida è tributaria in tutto a Parigi; sì, dall'epoca della penultima
Esposizione mondiale. Da allora Parigi--unica fra le città europee--gode
della stima presso gli argentini. Il «hijo del pais»--il figlio del
paese--quando vuol visitare il nostro vecchio ed arretrato continente
non ha altra mèta che Montmartre; esplora il «Moulin Rouge», lascia i
suoi _pesos_ nei dintorni della place Blanche, e ritorna in patria
completamente soddisfatto. A Parigi vivono sempre degli argentini, il
cui numero varia anche a seconda della situazione politica; in certe
circostanze, per esempio, quando c'è la minaccia d'una guerra col Cile,
il viaggiare esercita qui un'attrattiva irresistibile.
Parigi è l'unico termine di paragone con Buenos Aires; giorni sono, al
«Grand Prix» di trentamila _pesos_ all'Ippodromo, un diplomatico--che
potrebbe anche essere italiano--diceva ad una signora argentina moglie
del direttore d'uno dei migliori giornali bonearensi, accennando
all'elegante concorso: È un bellissimo spettacolo che forse nemmeno da
noi è dato di vedere spesso! La dama si volse sdegnosamente rispondendo:
«Sappiate, signore, che soltanto a Buenos Aires e a Parigi si può
ammirare una simile cosa!» Poche signore bonearensi avrebbero dato altra
risposta. Parigi è nella loro mente il compendio di tutto il bello e di
tutto il buono che possegga l'Europa.
Esse non hanno altra ambizione che di rassomigliare a delle parigine.
Tutte, senza eccezione, cominciano col trasformare la loro bruna
carnagione con l'impiego, senza economia, di tutte le colorazioni che
la chimica ha escogitato a questo scopo, dal bianco per il collo al
rosato per le gote, dal carminio per le labbra al livido per gli occhi;
s'inondano di profumi; s'abbigliano con quanto la moda _boulevardière_
lancia di più vivace e di più ardito. E riescono nel loro intento. Lo
straniero che non è ancora al corrente della strana manìa universale,
rimane _choqué_ del gran numero di... parigine che vede.
Alla sera tutto questo mondo si ritrova nel parco di Palermo sulle verdi
rive del Rio della Plata; lungo le avenide, bordate di palme rigogliose,
gli equipaggi sontuosi sfilano lasciando fra i pedoni una scìa
d'ammirazione e di maldicenza. Al di là del parco, delle villette e dei
giardini si seguono; nel silenzio della campagna, la vita tumultuosa si
spegne. La pampa incomincia; essa porta l'infinita e squallida
uniformità della pianura fino alla città: Buenos Aires è come un'isola
circondata da questo oceano erboso. Nulla viene a rompere la linea
sterminata dell'orizzonte, fuori degli innumerevoli elevatori a vento
dei pozzi artesiani, grandi ruote a palette sopra armature d'acciaio,
che fanno pensare a scheletri di fuochi d'artificio rimasti da un
immenso e misterioso festival.
*
* *
Dal lato opposto della città gli eleganti non vanno mai. Vi è la Boca
del Riachuelo, uno strano rione, un paese quasi, dalle piccole case di
legno, di ferro zincato, di casse da petrolio; qualche volta anche di
mattoni. Dalle vie sterrate, sulle quali il vento solleva il polverone a
vortici, si scorgono piccoli recinti pieni d'immondizie, depositi di
vecchi cerchi di botte, di mobili a pezzi, di cenci, di roba d'ogni
genere raccolta certamente per la strada e radunata non si sa perchè,
forse per quella strana manìa collezionista che accompagna talvolta la
miseria. In alcuni cortiletti al piede di alberi rachitici bruciati dal
sole, vegetano pomodori ed erbaccie fra i quali razzolano i polli. In
certi punti il terreno è paludoso; le vie sboccano in veri pantani. Qui
le case sono costruite sopra palizzate, come quelle dei villaggi
lacustri; l'acqua marcisce intorno alle abitazioni, tutta coperta da
muffe verdi. In alcune strade meno frequentate pascolano liberamente dei
buoi, che gettano al vento il loro muggito lamentoso. Per ogni dove
piccoli negozî oscuri di _almacen_ dove si vende di tutto; povere mostre
polverose coperte di mosche; osterie dalle quali esce il tanfo caldo del
vino come dalla bocca d'un ubbriaco; loschi caffè dove non si prende il
caffè...
La Boca migliora in prossimità del fiume; vi si vedono dei grandi
depositi di legname e di ferro, delle agenzie, degli ufficî. I
caseggiati si serrano uno contro l'altro in disordine, come se si
affollassero verso lo scalo per osservare curiosamente le golette, i
brigantini, i trealberi, i velieri d'ogni forma che ancora preferiscono
dar fondo al Riachuelo per antica consuetudine.
La Boca del Riachuelo è genovese. Qui l'aspro dialetto ligure è la
lingua comune. I genovesi sono pressochè i soli italiani che vivano
riuniti in Buenos Aires, che abbiano formato una comunità separata, e
che s'impongano talvolta anche alle autorità ora per avere una «Calle
Ministro Brin», ora per reclamare il diritto ad un corpo di pompieri
speciale, italiano. Sono marinai e figli di marinai, gente che vive
sempre del mare; scaricatori, piloti, battellieri, qualche armatore di
velieri: alcuni passati poi al commercio e divenuti grossisti,
almacenieri; e osti e mestieranti. Solo gli arricchiti lasciano la Boca.
Tutti gli altri italiani--ve ne sono più di duecentomila in Buenos
Aires--vivono dispersi per l'immensa città. Oh! ma non è difficile
trovarli!
I venditori ambulanti che trascinano la loro triste vita sui marciapiedi
sono tutti italiani. Questo si dice ufficialmente avere in mano il
piccolo commercio. Sono italiani i terrazzieri che scavano le fogne, i
lastricatori delle vie, i muratori arrampicati sui ponti, tutti coloro
che compiono i lavori più rudi, gli operai in genere. Basta correre là
donde viene il batter d'un martello, dove stridono delle macchine, dove
romba un lavoro qualunque esso sia, dove si fatica, per trovare
gl'italiani. Non v'è pietra, si può dire, che non sia stata messa a
posto da mani italiane; dalle mani italiane è uscita la Buenos Aires
d'oggi con i suoi casamenti tedeschi e francesi e le sue ville inglesi.
No, non è difficile trovarli i nostri connazionali! Fra i palazzi
sontuosi, anche nelle più belle _calles_ e _avenidas_--con quella
promiscuità che caratterizza questo _caos_ che è Buenos Aires--vi sono
delle porticine ai cui stipiti la miseria ha lasciato la sua sudicia
traccia. Sono gl'ingressi ai _conventillos_, le case immonde dove vivono
ammassati i poveri. Anche lì si parla italiano!
Fortunatamente vi sono palazzi e ville abitati da molti connazionali
nostri, e ciò conforta. Ma lì, lettori miei, normalmente non si parla
più italiano; la nostra lingua vi è bandita.
Lì generalmente «se habla la lengua del pais!...»
GLI ALLUCINATI.
[Dal _Corriere della Sera_ del 13 gennaio 1902.]
Buenos Aires, dicembre 1901.
Vengono e vengono gli allucinati, sempre, a migliaia e migliaia, tutti i
giorni. Essi seguono follemente il loro miraggio, abbacinati; non sanno
nulla, fuori che questa è la terra dove «si fa fortuna»; ignoranti e
incoscienti, senza volontà e senza idee, spinti da una forza misteriosa
e mostruosa, quasi un esercito di ipnotizzati, attirati da questa terra
come i vascelli dall'isola fatata nella leggenda araba.
È inutile che i giornali onesti gridino al mondo la grande crisi che
affligge questo paese: essi vengono. È inutile che le ricerche
imparziali facciano conoscere che nella sola città di Buenos Aires
quarantamila operai almeno sono senza lavoro; che tanta parte e migliore
della campagna ha perduto i raccolti, tanto che lo Stato distribuisce le
sementi; che il malgoverno ha rovinato i commerci, distrutto il credito,
paralizzato lo sviluppo industriale, colpito a morte la libertà e la
giustizia: essi vengono. È inutile che ogni giorno le liste dei
ricercati dai Consolati dimostrino la scomparsa di migliaia e migliaia
di emigrati, dispersi, spariti nelle solitudini delle pampas forse,
perduti in lontane _estancias_, finiti non si sa dove, non si sa come:
essi vengono. È inutile che i consoli, di fronte alla immensa miseria
che chiede tutti i giorni il loro aiuto, sconsiglino l'emigrazione: essi
vengono. Vengono, increduli al male, quasi convinti che il volerli
dissuadere significhi solo il volerli escludere dalla loro parte di
fortuna, sostenuti e consigliati non si sa da quale demonio.
Ogni nave che arriva ne scarica migliaia sulle banchine del Porto
Madero. Il loro numero è pubblicato vicino alle note di carico: essi
sono una merce d'importazione. Dal gennaio ne sono sbarcati
sessantacinquemila. Nel solo mese di ottobre sono arrivati dodicimila
emigrati, dei quali diecimila italiani. In questi ultimi tre giorni sono
arrivati tremila e ottocento emigrati, in gran parte nostri
connazionali.
L'«Hôtel de Inmigrantes» è gremito. Il lavoro di sparpagliamento di
questa gente per tutta le Repubblica procede alacremente. Annesso al
ricovero per gli emigrati v'è l'«Oficina de Trabajo» che riceve le
domande di mano d'opera e distribuisce il lavoro; gli emigranti con le
famiglie sono trasportati sul posto del lavoro a spese dello Stato.
Teoricamente l'organizzazione è bella, ma il suo funzionamento è troppo
spesso inumano. I lavori per i quali si richiede la mano d'opera sono
ben sovente temporanei; quando sono finiti, gli operai vengono
licenziati; i miseri rimangono senza risorse in mezzo ad un paese
sconosciuto, soli, inascoltati, ignorati. E non possono tornare
indietro; l'emigrante può viaggiare gratis su tutte le linee della
Repubblica, ma solo in una direzione: avanti, verso la periferia.
L'Argentina ha bisogno di dicentrare la popolazione; la legge è
sapiente, ma spietata. Giunti all'interno, gli emigranti sono
praticamente prigionieri del paese. Alcuni tentano il ritorno a piedi
fra disagi gravi ed anche pericoli. Non sono molti giorni che una
famiglia italiana di quattro persone, fra cui una bambina, è tornata a
Buenos Aires da Tucuman (milleduecento chilometri) a piedi, traversando
il terribile deserto delle Salinas. Inoltre l'«Oficina de Trabajo» non
si cura di esaminare le capacità degli individui per distribuirli
logicamente secondo i climi o i lavori. La personalità sparisce, un
emigrante vale l'altro, gli uomini diventano cose, macchine che non
costano nulla e che arrivano in abbondanza. Si domandano cento uomini
per il raccolto dello zucchero nel Salta o nel Chaco? Ebbene, si mandano
i primi cento che capitano a compire quel lavoro al quale gl'indi stessi
si rifiutano. Gli emigranti possono non accettare, è vero, ma questa
povera gente sente nominare il Chaco per la prima volta!
Nell'«Hôtel de Inmigrantes» sono accampati come un'armata alla vigilia
della battaglia. Il paragone viene naturale. Di fronte a tanta forza
incosciente si prova quella pietà profonda che solleva la vista di
soldati partenti allegramente per la guerra. Quale sorte li aspetta?
Queste sono le ultime ore che trascorrono insieme: il bastimento
rappresentava ancora un pezzo di patria; questo rifugio continua ancora
la vita di bordo. È un immondo lazzaretto della miseria, ma li tiene
uniti. Fra poco saranno dispersi a centinaia di leghe da qui e non
sapranno, nemmeno vagamente, dove si troveranno. Non potranno--come il
Maomettano che prega volgendosi alla Mecca--volgersi verso un punto
dell'orizzonte pensando: l'Italia è là. Non ho trovato che un solo
emigrante, sopra tanti che ho interrogato, capace d'indicarmi l'America
sopra una carta geografica che presentavo loro!
È questa immensa ignoranza che li rende docili, sicuri e preziosi per il
paese. Dove cadono si attaccano e producono, come il seme. L'idea della
prosperità che verrà li rende rassegnati a tutto, come una volta l'idea
del paradiso; poi, nell'ora del disinganno, sono rassegnati per
abitudine. Essi formano la vera ricchezza del paese; non esiste un «hijo
del pais» che coltivi la terra: per lui c'è l'impiego, l'affare, la
speculazione, il giuoco. È il lavoro dello straniero--e dicendo
straniero si può quasi significare italiano--che ha sviluppato le
risorse della terra, che ha reso possibili le industrie, attivato il
commercio, creato in mezzo secolo l'Argentina d'oggi.
Questo Governo conosce il valore inestimabile dell'emigrante, la massima
dell'Alberdi «gobernar es poblar» è sempre applicata: l'emigrazione è
incoraggiata con opuscoli, con pubblicazioni, con conferenze tenute
all'estero e principalmente in Italia; la diminuzione dell'emigrazione
ha destato allarmi, provocato provvedimenti. Eppure, questa merce umana
così preziosa, è ricevuta e trattata qui con molta meno cura dell'altra
merce, quella in balle! Per le casse di carta o di cotone vi sono dei
grandi edifici in muratura, dei _docks_ superbi ventilati e asciutti,
muniti di ascensori, ben situati sugli scali fra larghe vie in cemento.
Per gli emigranti vi è una grande baracca di legno cadente e infetta,
nella quale vengono condotti come mandrie all'ovile da inurbani
impiegati.
*
* *
L'«Hôtel» degli emigranti (lo chiamano Hôtel!) sorge su quella landa
indefinibile, irregolare, fangosa, che sta fra il torbido e tempestoso
Rio della Plata e la città, una striscia di terra che si direbbe la zona
neutra fra il possesso delle acque e quello degli uomini. Tutto intorno
dei pantani putridi coperti da una superba vegetazione acquatica mettono
un po' di verde sul piano squallido e un po' di miasmi per l'aria.
L'«Hôtel», di legno, ha una forma strana, sembra un gasometro munito di
finestre. Dei tetti bassi, neri e irregolari gli si aggruppano intorno.
Nel mezzo all'edificio principale, al gasometro, vi è un cortiletto
circolare, oscuro, umido, una specie di pozzo, sul quale si aprono le
porte delle camerate. Un sistema di logore scalette di legno, che dà
all'ambiente l'aspetto d'un retroscena, permette l'accesso ai piani
superiori. L'acre odore dell'acido fenico non riesce a vincere il tanfo
nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle
vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte aperte; un odore
d'umanità accatastata, di miseria.
L'infinito armento umano ha lasciato sulle cose, nell'aria, per ogni
dove le sue tracce. Le pietre delle soglie sono consunte; gli angoli
sono smussati, scavati, allisciati e anneriti dalle centinaia di
migliaia di mani che vi hanno strisciato su. Più in alto, all'altezza
dei volti, le tavole serbano dei segni più vivi di questo doloroso
passaggio: li direi le tracce delle anime. Sono nomi, date, frasi
d'amore, imprecazioni, ricordi, oscenità raspati sulla vernice o segnati
colla matita, talvolta intagliati nel legno. Il disegno più ripetuto è
la nave; il loro pensiero guarda indietro!
Il cortile, l'andito, gli spiazzi fra le baracche, le quali circondano
l'edificio a gasometro, sono affollati d'emigranti. Vestono gli abiti
migliori, messi il giorno dell'arrivo per un curioso sentimento di
dignità. Alcuni, sdraiati rinfusamente sui sacchi dei loro cenci,
sonnecchiano o pensano; altri passeggiano a gruppi discutendo, si
affollano alla porta dell'«Oficina de Trabajo» col cappello in mano,
rispettosamente: altri giuocano; delle ragazze si pettinano l'una con
l'altra; dei bambini macilenti giuocano sul pavimento gridando; delle
donne allattano. V'è il disordine triste d'un bivacco zingaresco: si
grida, si ride, si canta e si piange. Ma i più restano immobili e
silenziosi, stupiditi, indifferenti, stanchi, con gli occhi senza
sguardo, aspettando. La nostalgia li afferra, quella nostalgia
istintiva della bestia catturata, un torpore doloroso. Sulle faccie sono
i segni non dubbî d'un viaggio penoso, in alcuni occhi brilla la febbre.
Ma ecco che si sente il suono d'un organetto, di quella fisarmonica che
è l'istrumento prediletto dei nostri contadini; molti fanno cerchio,
qualcuno balla. Una donna singhiozza.
Le camerate sono silenziose. Lì cercano rifugio i solitarî: coloro che
vogliono nascondere il dolore. Dalle fessure delle pareti sconnesse
entra sibilando il vento, questo freddo e polveroso _pampero_, e
l'edificio ne è scosso. Nella penombra s'intravvedono delle figure umane
immobili, sedute o distese sugli immondi tavolacci. Nel vedere entrare
un estraneo, gli uomini si levano lentamente in piedi con impacciato
rispetto. Nella loro paziente aspettativa, l'arrivo d'un estraneo porta
sempre un po' di speranza. Un pover'uomo tiene in braccio un bambino
evidentemente malato. Il piccino abbandona la testa sulla spalla del
padre, respira affannosamente e chiede da bere con voce lamentosa.
L'uomo è un meridionale muratore; interrogato sul suo piccino, risponde:
--La notte fa freddo qui, s'è perduto il nostro bagaglio e non abbiamo
di che coprirci... Tanti bambini sono malati!
--Come s'è perduto il vostro bagaglio?
--Non lo so: veniamo da Salerno: all'imbarco un signore ha domandato a
me e ad alcuni miei compagni le ricevute del bagaglio. Arrivati qua, non
abbiamo trovato più niente.
--E non avete più le ricevute?
--No, niente!
Si tratta di uno dei soliti furti agli emigranti. Alcuni di questi
poveretti sono stati derubati a bordo; per essi i compagni di viaggio
hanno raccolto fra loro delle piccole somme, offrendo quel poco che
potevano. E questi poveri parlano della loro elemosina con una
semplicità sublime.
*
* *
La sera scende triste su questo luogo di miserie. Essa, come una
vecchiaja quotidiana, porta tutta la melanconia, la stanchezza, il
disinganno della giornata trascorsa. Il magro pasto--un pezzetto di
_puchero_ galleggiante in acqua sporca che dovrebbe essere brodo, e un
pezzo di pane--è divorato in silenzio. I quattro cinque impiegati
dell'«Oficina de Trabajo» se ne vanno; un «vigilante» indiano, legittimo
discendente degli antichi _timbues_, e ora rappresentante il potere
esecutivo, gira i cortili ispezionando; il direttore del ricovero, cioè
dell'Hôtel, un ometto calvo, barbuto e mellifluo, succhia il _mate_
sulla porta del suo ufficio e sorveglia distrattamente lo sfilare degli
emigranti che entrano nelle loro camerate. Si accendono qua e là delle
lampade alla cui luce rossastra la scena prende un aspetto sinistro.
Nell'oscurità si è spenta ogni gaiezza. Nessuno più ride o canta, non si
parla nemmeno: si bisbiglia. La notte è scesa anche negli animi. Pare
che la speranza non sia visibile che alla luce del sole. Se un chiarore
improvviso diradasse queste ombre non si scorgerebbero che volti mesti,
pensosi, attoniti o piangenti. In un angolo lontano la fisarmonica
riprende sottovoce, timidamente il suo suono asmatico e singhiozzante.
Il legittimo discendente degli antichi _timbues_ la fa tacere. Nelle
camerate si dorme o si sospira.
Nel fetido cortile a pozzo, divenuto deserto, il pompiere di guardia si
arrotola una sigaretta e se l'accende. La penombra lascia appena
scorgere tutt'intorno dei cartelli con la scritta: _Es prohibido fumar_.
Dalla vicina stazione del Retiro arrivano gli urli laceranti delle
sirene. Il rumore della città, come il muggito d'un mare, viene ad
infrangersi contro queste solitudini tetre. È l'ora in cui Buenos Aires
comincia a divertirsi. L'orizzonte è tutto rischiarato dal crepuscolo
livido della luce elettrica.
*
* *
Alcuni emigranti hanno qui dei parenti o degli amici: possono trovare
consiglio e appoggio; il loro collocamento è meno difficile e meno
cattivo. Altri--meridionali in gran parte--vengono in questa stagione
per lavorare ai raccolti, e a febbraio tornano in Italia. Molti di essi
hanno l'abitudine a tale emigrazione periodica, come le rondini;
conoscono il paese, guidano gl'inesperti, si lasciano condurre a spese
del Governo argentino senza spendere un _centavo_, e raggranellano
qualche cosa. Gli altri, la grande massa, sono venuti qua alla cieca,
con le loro famiglie, senza sapere nulla. Sono gli allucinati. La sorte
che li aspetta in questo momento, in cui antichi emigranti lasciano
certe regioni divenute ingrate al lavoro, può essere terribile. Un
ministro argentino diceva giorni sono: «L'emigrazione è necessaria, ma,
dato il momento, sono preferibili diecimila emigrati di meno che
diecimila disoccupati di più!»
Dissipata un po' la diffidenza, abituale nel contadino, ho domandato a
molti emigranti:--Perchè siete venuti in America?
I più rispondono:--Per tentare la sorte!--oppure:--Tanti vi hanno fatto
fortuna, proviamo anche noi! Per essi l'America è una lotteria;
giuocano, e mettono la vita per posta. L'idea di venire qua li prende
come un'ossessione, s'impadronisce di loro per contagio. Molti vengono
perchè hanno conosciuto della gente venuta prima di loro, semplicemente.
Un campagnuolo veneto che emigrava, faceva gli addii; un amico gli
disse:--To', voglio partire anche io!--E tutti e due con le loro donne
sono venuti in America, come si fosse trattato di far due passi. Un
contadino piemontese mi ha detto:--Ho emigrato perchè v'è qui mio
fratello.
--Meno male! E dov'è tuo fratello?
--Non lo so. Ci scrisse tanti anni fa dalla Terra del Fuoco dove era
occupato a tagliar boschi, poi non ha scritto più.
E quest'uomo, che non sa nemmeno cosa sia la Terra del Fuoco, che non
conosce la sorte di suo fratello, lascia tutto e viene qua con i suoi
figli, attirato dall'ignoto. Nessuno si è informato delle condizioni
dell'Argentina oggi--già per molti America, Buenos Aires e Argentina
sono sinonimi!--nessuno ha pensato a chiedere dei consigli alle
autorità. Hanno tutti una grande diffidenza dei consigli, li ascoltano
con l'aria di crederci e non crederci. La paura d'essere ingannati è
caratteristica in loro; ad essa sola del resto i contadini debbono
l'immeritata fama di scaltri. In ogni cosa che si dice temono un
tranello. I più franchi domandano:--Ma voi che interesse avete a dirci
così e così?
--Per il vostro bene!
Essi scuotono la testa increduli--e disgraziatamente non a torto--che il
loro bene stia a cuore a qualcuno. Sono imbevuti di false idee
leggendarie sulle favolose ricchezze del paese, la incredibile fecondità
del suolo, la cortesia e bontà degli abitanti, sempre le stesse, che
basterebbero da sole a provare l'esistenza di agenti catechizzatori.
Bisognerebbe ricercarne alcuni dopo un anno di America e rimandarli al
paese nativo a narrare sinceramente le loro avventure. Sarebbe il
miglior rimedio contro questa emigrazione cieca e disordinata, senza
organizzazione, senza guida, senza protezione, che è per la Madre Patria
un grande dolore, e una ancora più grande umiliazione!
LA CRISI ARGENTINA--TROPPA BUENOS AIRES.
[Dal _Corriere della Sera_ del 14 gennaio 1902.]
Buenos Aires, dicembre 1901.
L'Argentina è in preda ad una grave crisi; crisi di tale estensione che
parlare di essa significa parlare di tutto. L'intera vita della
Repubblica ne è affetta. Non è la malattia d'un organo; è la malattia
dell'organismo. Ne soffrono tutti: è come se l'aria a poco a poco fosse
divenuta meno respirabile; i ricchi come i poveri sentono l'affanno
della soffocazione.
Il debito pubblico è difficile a precisarsi; si conta a miliardi, non a
centinaia di milioni; cioè ammonta a una cifra spaventosa rispetto alla
popolazione del paese. L'alto cambio sull'oro rende gravosissimo il
pagamento degli interessi dei prestiti esteri, il quale pagamento, del
resto, non è regolare che sui preventivi. Ordinariamente si pagano
questi interessi con nuovi prestiti a breve scadenza. Si allarga il
male. Il dissesto è generale. Agli impiegati ora si paga lo stipendio se
si può. Vi sono degli impiegati che debbono avere fino a tre mesi di
stipendio. Le somme dovute dallo Stato a privati--riconosciute con
regolari mandati di pagamento--non vengono pagate. Occorrono pressioni,
inframmettenze extra-legali, _pots de vin_. Questa ritrosia del Governo
al pagamento dei debiti ha persino fatto sorgere un nuovo mestiere:
quello di _tramitador_. Il _tramitador_ è una persona che vende la sua
influenza; egli s'incarica di far pagare dalla tesoreria i mandati di
pagamento dei clienti, e si prende perciò il venti o il trenta per cento
sulle somme. L'immoralità diventa abituale. Non basterebbe un libro ad
enumerare le mangerie, i furti, le irregolarità che si verificano
abitualmente nelle amministrazioni del Governo argentino, ai quali si
deve non poco l'aggravamento della situazione generale.
Passando dallo Stato alle altre amministrazioni pubbliche si trovano gli
stessi mali nella stessa proporzione. La Municipalità di Buenos Aires
naviga in pessime acque. Il Governo ha dovuto creare una specie di
Comitato amministratore per evitarle il fallimento. Naturalmente anche
qui gli impiegati non sono pagati. Non è molto che gli spazzini
pubblici hanno fatto una dimostrazione ostile alla Intendenza
municipale--brandendo le scope--per reclamare il pagamento degli
stipendî arretrati. I maestri non sono meglio trattati degli spazzini.
Immaginate da questi indici la miseria che si nasconde sotto la
splendida vernice di questa grande Metropoli.
Vi sono migliaia e migliaia di persone in assoluta miseria. Al Consolato
d'Italia è una processione continua di sventurati che vanno a domandare
l'elemosina dei dieci e dei venti _centavos_ per mangiare. Il minimo
numero di disoccupati è calcolato a quarantamila; ma sono certamente di
più.
L'industria langue, il commercio è arenato. La media totale degli affari
commerciali è diminuita della metà. Avvengono dei fallimenti per
milioni; cadono dei colossi. La somma dei fallimenti arriva a circa
venti milioni di franchi al mese. A questa statistica fa riscontro
quella dei suicidî. Uno dei più forti commercianti stranieri,
interrogato sulla gravità della crisi, mi ha detto:--La crisi è tale che
non potrebbe essere di più!--Un altro commerciante, alla stessa domanda,
mi ha risposto:--Immaginate che in seguito ad un male non curato
sopravvenga la cancrena. Ebbene, la crisi del novantuno era il male;
quella di oggi è la cancrena!
Questa è la situazione descritta in poche parole. Il male è tanto più
grave in quanto che è profondo. Le cause sono molte; recenti e lontane,
passeggiere e durevoli. Le lontane e le durevoli sono le principali, e
perciò la guarigione è difficile.
*
* *
Una delle cause della crisi è l'accentramento a Buenos Aires di grande
parte della vita argentina. Questa Repubblica dà l'idea d'un mostro che
abbia un corpo piccolo e debole, ed una grande, smisurata testa. La
popolazione della capitale è di più che 800,000 abitanti, e tutto il
resto dello Stato non ha nemmeno quattro milioni. La sproporzione è
enorme.
In un paese che, come l'Argentina, non ha altra vera ricchezza che la
produzione agricola, che non possiede o quasi industrie, questa
mostruosa capitale tanto popolata significa non solo che un'infinità di
gente è completamente sottratta all'unico lavoro proficuo--quello dei
campi--ma che tutta questa gente vive interamente alle spalle degli
altri, e di una vita enormemente dispendiosa. Buenos Aires assorbe
troppe risorse argentine. È un lusso, una «spesa di rappresentanza» che
solo potrebbe permettersi un ricco popolo di cento milioni d'uomini.
Buenos Aires occupa più di diciottomila ettari, ossia supera Parigi di
settimila e Berlino di seimila e trecento ettari. Ha edifici grandiosi,
grandi _boulevards_, parchi, ha centoquaranta chilometri di
pavimentazione in legno, un porto che è unico nel suo genere, un
impianto d'acqua potabile che è fra i primi del mondo, dei servizî
pubblici straordinarî. L'esistenza di questa città è un fenomeno
puramente americano, di quelli che sfuggono in parte alla nostra
analisi.
La Buenos Aires d'oggi è sorta sull'antica città così, come un'impresa,
come una speculazione ben lanciata, in forza di uno di quegli
inesplicabili delirî collettivi che afferrano talvolta i popoli davanti
alla prospettiva della rapida ricchezza. L'Argentina appariva il paese
incantato che avrebbe pagato tutto e tutti, e la sua prosperità avvenire
venne ipotecata in una febbre di affari, i quali non avevano altra base
che delle speranze assurde. Le fonti della prosperità vennero trascurate
per delle speculazioni fantastiche: l'Argentina vera fu perduta di
vista.
Il credito illimitato apriva le Banche a tutti. Si creavano delle
fortune in poche ore. Si costruiva, si costruiva come se l'Europa intera
avesse dovuto rovesciarsi qua. I terreni aumentavano di valore fino
all'incredibile. L'affarismo escogitava delle imprese favolose. Si
arrivò a costruire qui vicino una città, La Plata, i cui terreni furono
pagati fino a 150 volte il costo attuale. Ora La Plata è morta, e si
visita come Pompei. I capitali e le braccia stranieri affluivano
attratti da rimunerazioni enormi. L'oro correva a rivi. Il Rio della
Plata meritava il suo nome. La disonestà trionfava. S'ipotecava per
centomila lo stabile che valeva mille. Ogni sentimento d'onestà, di
giustizia, di dignità, d'amor patrio erano travolti dalla febbre della
ricchezza. I governanti arricchivano e lasciavano arricchire le loro
clientele.
La _corrida_, come fu chiamata, cioè la corsa di depositanti alle
Banche, cominciò nel 1890 e finì nel 1891 col fallimento generale. Le
Banche argentine fallirono. Il Banco della Provincia di Buenos Aires
fallì per due miliardi. Era il terzo istituto di credito del
mondo--prima di divenirne il primo istituto di.... discredito. Centinaia
di milioni di sudati risparmî dei nostri emigranti furono perduti.
In quel violento, turbinoso accentramento d'affari e di lavoro si formò
la Buenos Aires d'oggi, che così cara costa alla Repubblica. Alla sua
vita manca la base.
Gl'interessi della capitale sono in contrapposizione a quelli delle
provincie. Con ciò che è costato l'abbellimento, il lusso e la comodità
di Buenos Aires, l'Argentina poteva mettersi comodamente in condizioni
da vincere in tempo la concorrenza di quei paesi che hanno la stessa sua
produzione: gli Stati Uniti, il Canadà, l'Australia, e fra poco si potrà
aggiungere la Siberia.
Invece all'Argentina manca il primo elemento di successo, che sarebbe
una viabilità a buon mercato e facile. La canalizzazione delle acque, la
navigazione dei grandi fiumi che vengono tutti a riunirsi, come le
stecche di un ventaglio, all'immenso Rio della Plata, hanno uno sviluppo
insufficientissimo. Le ferrovie, tutte in mano di Compagnie inglesi, per
il costo esagerato dei noli rappresentano uno sfruttamento rovinoso per
il produttore. Le ferrovie hanno poi una sfera limitata d'azione lungo
il loro percorso, tanto più ristretta quanto più elevato è il costo dei
trasporti; e non esistono strade. Se si esce da Buenos Aires non si
trovano comunicazioni. Tempo fa i soldati della guarnigione per recarsi
ad un nuovo campo di manovre, qui vicino, smarrirono la strada. Dai
grandi _boulevards_ in asfalto illuminati a luce elettrica si passa al
niente.
*
* *
La conseguenza è che certi prodotti argentini portati qui vengono a
costare come i prodotti analoghi europei sbarcati e sdaziati (e i dazî
sono molto forti). Il vino di Mendoza, per esempio, costa quasi come il
vino italiano.
In alcuni luoghi si lasciano i raccolti sulla pianta per l'impossibilità
del trasporto. Si prende ciò che necessita per l'uso locale. Un
diplomatico che ha visitato l'interno recentemente, mi raccontava delle
enormi quantità di grano abbandonato che marcisce nei pressi delle
stazioni ferroviarie per mancanza delle grandi somme necessarie al
pagamento del trasporto.
La difficoltà delle comunicazioni rende lento e poco proficuo il lavoro
di colonizzazione in tanti territorî, che per la loro fertilità si
presterebbero a culture fortunate, ma che si trovano situati lontani
dalle linee ferroviarie. La zona sfruttata deve essere forzatamente
limitata. L'Argentina non può estrinsecare tutte le sue energie. È come
un albero, ricco di frutti splendidi ma posti troppo in alto per
arrivarvi con le mani. E mancano le scale.
Vi sono dei prodotti necessarî, per esempio il legname da costruzione, i
quali vengono importati dal Canadà, dagli Stati Uniti, e persino dalla
Norvegia, e che si trovano in enorme abbondanza nel paese. Il trasporto
ne è impossibile. Si è costretti a comperare ciò che si ha in casa, e
che si potrebbe anche vendere.
La produzione argentina si trova perciò in condizioni d'inferiorità sui
mercati; il margine di guadagno è minimo. Basta che sopravvenga un
ribasso nei prezzi perchè si verifichi un ristagno disastroso, come
avviene ora nel commercio della lana, la quale forma una delle più
grandi produzioni del paese. Vi sono sul solo mercato di Buenos Aires
dodici milioni di chili di lane giacenti.
L'Argentina, immensa e varia, avrebbe delle risorse inesauribili. Con
tutte le condizioni difficili create al suo commercio, la sua
esportazione ha superato, nel solo corso di quest'anno, l'importazione
di circa cinquanta milioni di _pesos_ oro, ossia duecento cinquanta
milioni di lire. Ma la situazione creata a questo paese è tale che tutti
questi milioni di _superavit_ attivo bastano appena ad impedire un
peggioramento economico. Essi tornano all'estero sotto forma di
dividendi e di interessi.
*
* *
È Buenos Aires il centro della rovina argentina. Essa ha stornato dai
campi la ricchezza. Per un lungo e recente periodo l'affarismo ha fatto
di questa città come un'immensa bisca: da ogni parte si accorreva a
giuocare. Si giuocava sul valore dei terreni, degli edifici, sui
prestiti, sulle azioni dei Banchi, sulle azioni delle imprese più varie
e più assurde. L'enorme movimento del denaro aveva creato una prosperità
favolosa, ma fittizia. Lo sperpero era enorme. Lo _standard_ di vita
generale giunse ad un lusso senza riscontri. Il bisogno del lusso portò
alla disonestà sistematica. Una disonestà inaudita.
Le opere pubbliche di Buenos Aires sono state pagate molto ma molto al
disopra del loro valore. Centinaia d'intermediarî vi si sono arricchiti.
I ministri divenivano arcimilionarî. Si davano concessioni di favore ad
imprese d'ogni genere--le ferrovie, per esempio, e i lavori delle «Acque
correnti»--pur di guadagnarci sopra, abbandonando così il paese, mani e
piedi legati, allo sfruttamento straniero, senza speranza di redenzione.
«Après nous le déluge»--pareva che dicessero, come altrettanti Re Soli,
i governanti argentini!
E il «déluge» non s'è fatto aspettare. È caduto sotto forma di crisi
universale. Lo stato dell'Argentina è grave, ma non disperato. Solo
spaventa questo: che se la prosperità effimera creata dalla speculazione
epilettica, è scomparsa, non sono però scomparsi il lusso e altri
malanni che ne furono la conseguenza. I quali quando si attaccano ad un
uomo come ad un popolo mettono troppe radici per guarire presto.
Specialmente se non sono curati. E qui non lo sono, almeno quanto
occorrerebbe.
L'ARGENTINA E IL CAPITALE INGLESE.
[Dal _Corriere della Sera_ del 16 gennaio 1902.]
Buenos Aires, dicembre 1901.
L'Argentina è finanziariamente nelle mani dell'Inghilterra. Tutte le
imprese più remunerative sono inglesi. Due di esse, la ferroviaria e la
bancaria, rappresentano da sole i coefficienti principali dell'attivo
nazionale: l'una comanda alla produzione, l'altra ai trasporti, ossia
alla commerciabilità della produzione. Esserne padroni significa avere
nelle mani la vita della nazione.
L'Argentina lavora per l'Inghilterra: tutta la differenza attiva fra
l'esportazione e l'importazione, ossia il guadagno, va a Londra sotto
varie forme. Il problema è troppo interessante per noi, che qui
rappresentiamo il lavoro, per non esaminarlo con attenzione.
*
* *
È nel periodo più nefasto della speculazione--giunta al parossismo sotto
la presidenza di Juarez Celman--che la egemonia inglese sugli affari si
affermò. Gl'inglesi hanno dimostrato una volta di più di essere degli
uomini pratici. Essi hanno saputo mantenersi estranei al delirio che
aveva afferrato tutti i latini arrivati qui, e profittare delle
circostanze con una antiveggenza sorprendente. E prima di tutto seppero
profittare ammirabilmente della corruzione governativa per ottenere
concessioni di favore, le cui condizioni stupiscono profondamente chi
non sa a quale punto di cecità e di, diciamo, mancanza di scrupolo erano
arrivati quei governanti.
Così si formano le Compagnie ferroviarie inglesi, le quali sono oggi
padrone di 12,684 chilometri di ferrovie, ossia di tutto il transito
della Nazione. A queste Compagnie il Governo garantisce un minimo di
utili sopra un capitale fissato, e non ha nessun diritto d'intervento se
non quando l'utile risultasse superiore a un elevato per cento. La
Compagnia ha mano libera su tutto, sui noli, sulle velocità, sugli
orarî, sugli stipendî agli impiegati, sui movimenti del personale. Gli
affari vanno benone. Vi sono delle linee che fruttano il dodici, altre
il quindici, altre anche di più: i noli si mantengono fortissimi, e
tuttavia il Governo non può intervenire: deve assistere indifferente a
questo sfruttamento enorme della produzione. Ed ecco perchè:
Le Compagnie, oltre al capitale fissato come base per i rapporti col
Governo, si sono riservate l'emissione di «titoli non commerciabili» al
4 e al 5 per cento, emissione che per una sapiente scappatoia può essere
illimitata. Gl'interessi su questi titoli gravano al passivo della
Compagnia e servono a ridurre gli utili alle proporzioni necessarie per
togliere al Governo ogni diritto d'intervento. Così in apparenza l'utile
è sempre inferiore alla percentuale sopra cui comincia la partecipazione
dello Stato, ma in realtà è maggiore, perchè i possessori di questi
titoli non sono che gli stessi azionisti della Compagnia.
Al Governo argentino è dunque tolto ogni e qualsiasi controllo sulle
proprie ferrovie. In forza di questo stato di cose, si è potuto vedere
in certe linee i noli aumentare nella proporzione da 45 a 92, e tuttavia
scemare gli utili. In forza di questo stato di cose, gli stipendî agli
impiegati inglesi possono arrivare a delle cifre principesche.
La produzione argentina intanto trova nei trasporti il più grave
ostacolo ad uno sviluppo rapido. Le Compagnie ferroviarie se ne curano
poco: esse sono in una botte di ferro.
*
* *
Ma se si esamina il funzionamento delle Banche nell'Argentina, si rimane
ancora più meravigliati. Leggere di cose bancarie argentine è divertente
quanto il leggere dei romanzi inverosimili. C'è del fantastico.
Osserviamo un Banco inglese--osservarne uno è come osservarli tutti--;
il «River Plate Bank ltd». Nell'89 aveva sessantamila azioni con un
capitale versato di seicentomila sterline, ossia di dieci sterline per
azione. Alla fine di quell'anno gli utili furono del 40 per cento, di
cui il 15 venne dato come dividendo e il 25 per cento fu capitalizzato,
di modo che l'azione da dieci sterline passò a rappresentare un capitale
di dodici sterline e mezza. Nell'anno appresso si ebbe un dividendo del
15 per cento sul nuovo capitale, ossia del 18.75 per cento sul capitale
versato, più un altro 25 per cento capitalizzato, e l'azione rappresentò
un capitale di quindici sterline. Nel 91 arrivò la catastrofe generale,
il fallimento delle Banche argentine, la moratoria concessa a tutti con
legge del Parlamento: fu un anno disastroso. E tuttavia il nostro «River
Plate Bank» ebbe un dividendo del 9.16 per cento sul capitale totale,
ossia del 13.75 per cento sul capitale versato. I dividendi hanno
continuato ad aumentare con un crescendo che non ha certo un riscontro
con l'aumento degli affari, che invece sono in pieno ristagno. Nel 92 si
ebbe il 18.75 per cento, nel 93 il 18.75 per cento, nel 94 il 22.50 per
cento, nel 95 il 24 per cento, nel 96 il 27 per cento, nel 97 il 30 per
cento, nel 98 il 30 per cento, nel 99 il 30 per cento, nel 1900 il 50
per cento. In dodici anni si ebbe dunque il 298.50 per cento di
dividendi, più il 116 per cento del fondo di riserva--che oggi arriva al
milione di sterline--ossia un 514.50 per cento di utili netti. Il 42.87
per cento all'anno!
Questi utili in affari di denaro qui non sono straordinarî, perchè qui,
come ho accennato, gli alti interessi, diciamo così, dominano. Ma
bisogna por mente che le Banche inglesi sono le più numerose, e
soprattutto le più forti. Le altre Banche non sono che dei satelliti nel
sistema planetario della finanza argentina, nel quale il capitale
inglese rappresenta il sole. Quale enorme assorbimento d'energia non
rappresentano da soli i dividendi che prendono la via di Londra? Il
«London e Brazilian Bank» ha dato quest'anno il 46 per cento di
dividendo, con tutto che nei cambî col Brasile questa Banca ha perduto
la bellezza di 84 mila sterline! Il totale dei dividendi delle Banche
inglesi si può certamente ritenere superiore ai tre milioni di _pesos_
oro, ossia ai quindici milioni di franchi, calcolando modestamente!
La supremazia delle Banche inglesi sul mercato argentino è una
conseguenza logica degli errori e delle colpe commesse nel periodo
dell'affarismo di recente memoria. Al sopraggiungere della crisi del
1891, caddero il «Banco Nacional» e il «Banco della Provincia de Buenos
Aires» e con essi l'Argentina perdette i due unici sostegni della sua
indipendenza economica. È vero che i sostegni funzionavano male! Le
Banche inglesi furono quasi le sole a resistere. Continuarono con calma
le loro operazioni riuscendo a vincere il panico dei depositarî. Le
Compagnie ferroviarie versarono nelle Banche inglesi i loro
introiti--gl'inglesi, beati loro, sono sempre uniti e d'accordo--e quei
milioni non arrivarono inopportuni per fronteggiare la crisi. Il cambio
giunse al 480%, e le Banche inglesi cambiarono il loro oro; quando il
cambio è sceso, dopo sette anni, al 206%, le Banche inglesi hanno
reintegrato, guadagnando così il 234 per cento. La loro posizione è
formidabile. Le ferrovie della provincia di Buenos Aires versano
settimanalmente 600,000 _pesos_ oro, e il solo movimento di denaro delle
Compagnie ferroviarie basterebbe alla vita delle Banche, senz'altro.
Ma il credito incrollabile che le Banche inglesi godono attira a
centinaia di milioni di _pesos_ i depositi privati: esse sono diventate
il tramite principale dei movimenti di denaro, sono divenute il centro
d'un enorme cumulo di affari bancarî.
*
* *
Tutto questo non basta. Gl'inglesi sono anche i detentori della maggior
parte del debito pubblico argentino, che è di trecentottanta milioni di
_pesos_ oro, vale a dire di un miliardo e novecento milioni di franchi.
Di modo che l'Inghilterra in interessi e dividendi assorbe alle finanze
argentine circa quarantasei o quarantasette milioni di _pesos_ oro
all'anno--cioè duecentotrenta o duecentotrentacinque milioni di
franchi--così ripartiti:
Dalle imprese ferroviarie 17 milioni e mezzo, dalle Banche 3 milioni, da
varie imprese 2 milioni, dalle finanze governative per interessi del
debito pubblico 24 milioni.
L'esportazione supererà quest'anno l'importazione, si calcola, di circa
cinquanta milioni di _pesos_. È chiaro che questo _superavit_ attivo è
insufficiente alla benchè minima capitalizzazione; gli sforzi della
produzione sono fiaccati.
Ma noi non abbiamo veduto che la supremazia finanziaria inglese; vi è
anche la supremazia commerciale. Le ferrovie hanno concessioni di leghe
di territorî lungo il loro svolgimento. Nelle regioni più fertili
abbondano le _estancias_ inglesi. I prodotti di queste _estancias_, per
la facilità dei trasporti e per i favori di cui godono, vengono ad avere
una posizione privilegiata sui mercati.
Oltre agli estancieros vi sono i commercianti inglesi, importatori ed
esportatori. Per quel sentimento di unione e solidarietà che è una delle
più invidiabili caratteristiche inglesi, ed anche in forza di quella
massima inglese che _the onesty is the best policy_--l'onestà è la
miglior politica--questi commercianti godono presso gl'istituti bancarî
inglesi di un credito illimitato. E, data la forza delle Banche inglesi,
questi commercianti sono d'una potenza enorme. La concorrenza con loro è
impossibile. Il commercio va scivolando nelle loro mani. I soli scambi
con l'Inghilterra si aggirano sui sessanta milioni annui di _pesos_ oro,
cioè sui trecento milioni di franchi all'anno!
*
* *
Concludendo: guadagna davvero chi ha saputo ed ha avuto i mezzi di
fare.
LE NOSTRE LETTERE DALL'ARGENTINA. CONTINUANDO....
[Dal _Corriere della Sera_ del 23 maggio 1902.]
Le prime lettere dall'Argentina, pubblicate nel _Corriere_, hanno
suscitato polemiche che l'amico lettore non ha forse dimenticato. Sono
stato accusato di malignità, di menzogna e di peggio.
Al momento di continuare la pubblicazione delle «lettere argentine»,
nelle quali riassumo la imparziale osservazione dei fatti, permettetemi
di parlarvi un poco delle pubblicazioni passate, per le quali tanti
attacchi feroci e ingiusti mi sono stati mossi.
Non è per difendere me; no, è per difendere la verità.
Qualunque sdegno di uomo offeso, qualsiasi legittima indignazione di
onest'uomo attaccato ingiustamente, qualsiasi scatto d'amor proprio
dolorosamente ferito sono ben poca cosa di fronte alla rivolta impetuosa
che divampa nell'animo di chi, conoscendo il vero, lo vede calpestato,
nascosto, lo sente negare senza pudore e senza vergogna. E specialmente
quando questa verità si riferisce a sofferenze, lotte, dolori, miserie e
lacrime di tanti e tanti nostri fratelli!
Qui la questione personale passa in seconda linea. Non vengo a parlarvi
della guerra sleale che mi è stata mossa, degli ostacoli frapposti alla
mia strada, delle ire e degli odî suscitati contro di me, come delle
minaccie e degli insulti che ne sono stati le conseguenze, delle
calunnie basse e ridicole con le quali si è aizzato contro di me il
furore della folla argentina, come per porre un supremo ostacolo al
compimento del mio dovere. Tutto ciò non interessa che me, al più.
Voglio invece parlarvi di quanto ho scritto, che è la verità; e la
verità interessa tutti.
È necessario che non solo sia conosciuta, ma creduta. Pensate che ora,
mentre ben trentatre Società operaie dell'Argentina lanciano agli operai
italiani un manifesto esponendo la loro miseria coi dati ufficialmente
riconosciuti esatti, continuano a salpare per quella Repubblica nostre
navi cariche d'emigranti, i quali vanno con la credula mente piena di
errori e l'anima piena di sogni; e proprio in questo momento un _maggior
numero_ di disgraziati lascia l'Argentina in cerca di pane; pensate a
questa enormità, che mentre migliaia di persone, le quali hanno vissuto
laggiù, che parlano la lingua del paese, che conoscono l'ambiente, si
riducono ad abbracciare la più disperata delle risoluzioni: la fuga,
altre migliaia di persone ignoranti di tutto, ossia in condizione di
enorme inferiorità, si dirigono ciecamente verso quella terra che li
affascina. L'umile posizione che questi allucinati abbandonano in Patria
e che ad essi sembra misera di fronte alla fortuna che sognano, diviene
precisamente la mèta agognata dalla triste e disfatta folla dei
disillusi fuggitivi. E chi può fuggire è pur sempre fortunato! Quanti
non ne hanno più la forza; oh! quando la miseria pone il piede
sul vinto non se lo lascia facilmente sfuggire! _Dodicimila e
quattrocentosessantotto_ emigranti hanno lasciato l'Argentina nel solo
mese di marzo, e dodicimiladuecento ottantatre vi hanno approdato!
Pensate a queste cifre, e ditemi se non è necessario e urgente che la
verità sia nota. Tutti questi nostri emigranti partirebbero forse se
conoscessero niente altro che le cifre dei rimpatri? Non cadrebbe la
benda dai loro occhi? Il tacere è un delitto.
*
* *
Le prime «lettere argentine» sono state conosciute nella Repubblica per
mezzo dei telegrammi dall'Italia diretti al giornale _La Prensa_. Quando
vi avrò detto che questi telegrammi, che poi altri giornali hanno
riportato, avevano dei titoli di questo genere: _Insultos à los
Argentinos_. _Nuevas apreciaciones injuriosas_. _Un enemigo de
l'Argentina_. _Opiniones falseadas_, ecc., vi avrò dato un'idea del modo
antipatico col quale le mie lettere sono state portate a conoscenza del
pubblico.
L'opera mia dunque è stata giudicata laggiù sulla base di questi
documenti: ebbene, con tutto ciò la stampa indipendente si è schierata
tutta dalla mia parte. E fra la stampa indipendente debbo notare prima
di tutto la stampa estera.
La _Patria degli Italiani_ ha dichiarato che quanto avevo detto era una
verità nota e ripetuta, e quando il testo delle lettere è giunto, lo ha
integralmente riportato. _The Standard_, organo della Colonia inglese,
ha detto fra l'altro:
«Queste corrispondenze potranno fare più bene della malsana massa
di altre pubblicazioni la cui schifosa adulazione eccita
sospetti. Siccome il paese è commercialmente, politicamente e
socialmente malato, il Barzini fa bene a dirlo, dissipando così
malintesi e disperdendo illusioni. Noi non crediamo che abbia
calcato le ombre, poichè queste crescono invece di diminuire;
l'incauto emigrante che crede di trovare integrità di governo e
di giustizia è messo in guardia. Togliendo di mezzo le false
idee, egli ci rende un buon servizio. I nostri migliori amici non
sono quelli che ci adulano, e la stampa indigena dovrebbe porsi
bene in mente ciò nel pesare il valore delle opinioni del
Barzini.»
_Le Courrier de la Plata_, giornale della collettività francese,
conclude così un articolo sulla questione, dopo avere accennato agli
errori dei Governi, ai furti ufficiali, ai _deficit_ dei bilanci, e agli
altri mali che rendono la situazione sempre peggiore e che compromettono
gravemente tutte le speranze fondate sull'avvenire argentino:
«Le ragioni che il Barzini invoca non sono che troppo fondate, e
i giornali del paese che le discutono l'accusano solo di
esagerazione.
«Non si gridi al partito preso di malevolenza! Gli articoli del
_Corriere della Sera_ segnalando il male, rendono un vero servizio
alla Repubblica. Il giorno in cui si terrà conto di questi
consigli e in cui si cambierà strada, le profezie favorevoli
espresse dal signor Martinez nelle sue conferenze, si
convertiranno in una realtà.»
Il _Correo Español_, organo della importante Colonia spagnuola, dopo
aver riportato i telegrammi della _Prensa_, accompagnandoli con
apprezzamenti lusinghieri per il _Corriere_, aggiunge, rivolgendosi alla
stampa argentina:
«Potrebbero i giornali indignati, con la mano sul cuore,
affermare che sono falsi questi giudizî?
«L'affermazione li lascerebbe a molto mal partito, poichè essi ci
presentano con tinte molto più oscure la situazione del paese, e
ci presentano quadri terrorizzanti sulla situazione dei lavoratori
nella Repubblica, come pure ci descrivono lo stato economico della
Nazione, che attribuiscono al Governo, alla sua mancanza di tatto,
ai suoi abusi e alla totale corruzione dei poteri pubblici.»
Tralascio tutti gli altri giornali stranieri, che ripetono le stesse
cose. Gli apprezzamenti concordi di tanti giornali che rappresentano
collettività diverse, cioè interessi diversi e diverse tendenze, spesso
in opposizione fra di loro, sono una prova luminosa che le verità da me
affermate sono proprio di quelle inconfutabili. E ciò prova inoltre che
la necessità di propalare il vero è egualmente, imperiosamente sentita
da tutti gli stranieri che vivono nell'Argentina, i quali sono
precisamente le prime vittime dei malanni del paese.
Ma anche fra gli argentini stessi abbondano uomini imparziali che
l'amore per la verità e per il bene spinge valorosamente contro la
turbolenta corrente del malinteso orgoglio di razza ed il cieco
_chauvinisme_ della massa _criolla_. Non tutta la stampa indigena si è
unita al coro d'insulti contro il _Corriere_ e contro di me.
Un importante giornale argentino, _El Municipio_, con un articolo
intitolato: _Un corrispondente italiano che ardisce di dire la verità_,
ha per il primo levato la sua voce serena sul tumulto degli improperî.
Esso ha scritto:
«Nelle sue corrispondenze il Barzini si occupa della crisi
argentina, e per studiarla ed esporre le sue cause ed i suoi
effetti, ha il coraggio di dire la verità intiera, portando alla
superficie il fango sociale e amministrativo.
«Non vediamo ragioni per censurare il Barzini per aver detto la
verità, questa verità nuda che la stampa argentina dovrebbe
proclamare ad alta voce.
«Malgrado gli attacchi anche grossolani, dei quali è oggetto il
menzionato corrispondente, dichiariamo che il Barzini merita il
nostro più alto concetto di considerazione e stima, per la sua
autorità, perla sua franchezza, per la sua indipendenza.
«Molto vale chi, come lui, ha saputo sottrarsi all'atmosfera di
corruzione che asfissia la maggior parte dei rappresentanti
dell'opinione pubblica, e trasmette alla penna le sue osservazioni
ed i suoi studî con l'impulso della sua coscienza e di profondi
sentimenti d'imparzialità e di giustizia.
«Si protesta contro lo specchio che denuncia le nostre deformità,
ma non si protesta contro la nostra bruttura. Che colpa ha la
macchina fotografica di prendere un brutto ritratto se non è
migliore l'originale? Dicendo ciò che ha detto, il Barzini non ha
fatto che trasmettere alla carta delle verità.
«Non c'è nè cortesia, nè coltura in un popolo che s'infuria contro
un uomo solo, un ospite che dovrebbe venir circondato di rispetto
perchè ha coscienza del suo dovere, e lo compie.»
Mi dispiace d'intrattenere il lettore sopra cose che sembrano personali;
ma di fronte alle accuse di malevolenza, di esagerazione e di falsità,
con le quali si è tentato di togliere ogni valore a ciò che ho scritto,
io ho più che il diritto, il dovere di difendere con me il lavoro mio.
*
* *
In riassunto, che ho detto nelle prime «lettere argentine?» Che vi è una
crisi spaventosa. Ebbene, oggi il Commissariato generale per
l'emigrazione comunica ufficialmente le stesse notizie sulla crisi,
sconsigliando l'emigrazione perchè vi sono ora centoventimila
disoccupati nell'Argentina. Ho detto che Buenos Aires ha una vita
artificiosa che assorbe le ricchezze del paese e che inutilizza quasi un
quarto della popolazione. Ed ecco che cosa dice nel numero del 2 marzo
un giornale argentino su questo argomento:
«Si sta facendo una vera mistificazione della prosperità del
paese, prendendo come base dello stato economico e sociale della
Repubblica la metropoli argentina.
«Tutto è una mistificazione.
«La grandiosità della capitale contrasta con l'esistenza
miserabile che trascinano le provincie, e poi la sua vita di
lavoro e di attività non è propria, perchè capitali, braccia,
intelligenze e sforzi sono genuinamente stranieri, si debbono al
capitale inglese, al braccio italiano, alla iniziativa degli
uomini di tutte le nazioni che sono venuti a popolare questa
terra, a convertire in fertili pianure le deserte _pampas_, ad
ammassare col sudore della loro fronte le basi del presente e a
marcarci la via dell'avvenire.
«Gli ospiti illustri che arrivano a Buenos Aires dovrebbero essere
strappati dall'aspetto seducente della metropoli, e condotti nelle
provincie, perchè possano formarsi un concetto esatto di ciò che è
la Repubblica Argentina, politicamente, socialmente,
economicamente; si dovrebbe far loro percorrere la campagna e
mostrar loro la miseria che vi domina, la fame che fa bagnare di
lacrime le misere abitazioni, l'abbandono che regna nelle
amministrazioni.
«Bisognerebbe indicar loro la verità, e la verità non si rivela
nelle immense _avenues_, nei superbi palazzi, nei comodi alberghi,
nell'ambiente aristocratico dei _clubs_, fra lo sciampagna e i
doppieri.
«Passino i limiti della capitale federale gli stranieri che ci
visitano, se vogliono studiare il vero aspetto nazionale, se
vogliono convincersi che questo è un paese senza libertà, senza
morale, senza amministrazione e senza giustizia.»
Ho scritto che il così detto _Hôtel de inmigrantes_, dove albergano i
nostri poveri connazionali che sbarcano laggiù in cerca di lavoro, è un
immondo lazzaretto della miseria, lurido come un canile. Il giornale _La
Nacion_ un mese dopo scriveva:
«Non si può negare che a bella prima l'_Hôtel de inmigrantes_ col
suo corteggio di casettaccie e di capannette deve dare ai nuovi
arrivati un'idea abbastanza sfavorevole dell'ospitalità
argentina. Le deficienze dell'immondo padiglione possono essere
praticamente comprovate anno per anno da migliaia di ospiti.
Sarebbe da desiderarsi che il Governo d'un paese come il nostro,
dove noi ci stanchiamo a furia di predicare la necessità di
fomentare l'immigrazione, cominciasse ad albergarla meglio.»
Non basta. La _Prensa_, il 27 dello scorso marzo, scrive:
«Dice un rapporto tecnico che l'_Hôtel_ si trova in uno stato di
distruzione tale che riesce impossibile mantenerlo in piedi senza
far tali spese da essere equivalenti al costo d'un altro edificio
nuovo. Le conclusioni del rapporto non lasciano luogo al dubbio:
l'edificio sta nel suo ultimo periodo e minaccia di cadere.»
Infine ho parlato di volo della sistematica irregolarità amministrativa
e della profonda immoralità politica. Si è gridato al calunniatore! Ma
ecco qua che cosa scrive recentemente un giornale argentino, intorno a
questo doloroso argomento:
«Lo spettacolo che offre in questi momenti la politica militante
è tale da irritare le anime più placide e far vergognare le
persone meno suscettibili ai vituperî della morale. Mai questo
paese ha conosciuto una decadenza simile alla presente. I
governanti non si occupano che di ripartire le rendite pubbliche,
gran parte delle quali sono aggiudicate al proselite e al
favorito. Domina in assoluto la preoccupazione assorbente del
traffico dei posti pubblici.»
E ancora:
«Nulla è al suo posto. Nell'ordine politico, economico,
finanziario tutto è fuori della sua orbita. La nazione precipita
nel sentiero che conduce al disastro. La corruzione domina con
impudenza e con ostentazione: la inettitudine si fa infermità
cronica nelle alte sfere governative, e la decomposizione avanza
senza incontrare ostacoli.
«La frode elettorale eretta a sistema è fonte e germe di tutti i
mali. Il personale delle amministrazioni, composto dei premiati
nello _sport_ politico, inocula nell'ingranaggio amministrativo il
virus della decomposizione. La somma dei mali costumi forma una
quantità voluminosa di elementi funesti... ecc.»
Il giornale che parla così è la _Prensa_, il più diffuso giornale
dell'Argentina. Precisamente quella _Prensa_, amico lettore, che ha dato
il _la_ dell'indignazione per le mie povere lettere, le quali, con molta
meno crudezza, accennavano genericamente alle stesse cose che tanto
giustamente la preoccupano.
Ma c'è di più. La _Prensa_ ha inventato la _Campagna anti-argentina_!
«Possiamo dire--ha scritto--che _quasi tutta la stampa europea comprese
le riviste illustrate_, è compromessa in questa campagna.» Si tratta di
«giudizî interessati pubblicati nei giornali più serî d'Europa, _fra i
quali menzioneremo il TIMES di Londra e il TEMPS di Parigi_.» E non si
salva nemmeno l'Agenzia Havas! Si capisce che è tutta propaganda cilena
in questa «campagna che aprirono contro la Repubblica _quasi tutti_ i
giornali europei.»
In queste ridicole accuse che insultano in blocco la migliore parte del
giornalismo europeo, colpevole solo di aver raccolto un po' di
verità--la quale ha pur sempre le gambe più lunghe della bugia--di
quella verità che la _Prensa_ non nasconde, vi è uno strano e mostruoso
miscuglio di orgoglio cieco e di palese malafede.
All'estero non si _deve_ parlare dell'Argentina se non per lodarla ed
adularla ad ogni costo. È un vecchio costume, al quale il paese ha
l'abitudine.
Soltanto i giornalisti argentini hanno il diritto di «osservare tutti i
dettagli in relazione con la vita nazionale»--ha proclamato la _Prensa_
in un articolo insolente che era indirettamente dedicato a me. E un
altro giorno, lavando la testa al _Temps_, ha ripetuto: «Noi abbiamo il
diritto di tollerare i nostri errori e di accogliere gli apprezzamenti
della stampa nazionale, perchè sono i nostri proprî interessi che
discutiamo con l'ampio _diritto di cittadinanza_, e con il merito di
provati servizî ad una nobile causa; però, quando si tratta di giornali
stranieri che _debbono mantenersi estranei_ ai dettagli delle passioni
delle altre nazioni, la missione del giornalismo argentino è altra...»
Ah! no!
Quando anche non fosse un diritto innegabile del giornalismo la serena
critica di tutto quanto interessa l'umanità, se anche non fosse un suo
sacrosanto dovere il desiderio del bene in qualsiasi luogo dove vivono
uomini, e la persecuzione del male sotto tutte le latitudini e in ogni
suo rifugio, anche se occorresse questo _diritto di cittadinanza_ per
interessarsi a ciò che voi chiamate i _dettagli_ delle vostre passioni,
ebbene noi potremmo parlare, perchè noi questo diritto di cittadinanza
lo abbiamo!
Pensate che vi è più d'un milione d'italiani nell'Argentina, e che più
della metà degli abitanti è di sangue italiano. Le nostre braccia sono
invitate anche ora che, a centinaia di migliaia, altre braccia laggiù
penzolano inerti lungo i fianchi con l'abbandono della disperazione.
Abbiamo il dovere di vedere che cosa avviene di questo esercito di
nostri lavoratori che abbandona la Patria per dare l'immensa sua forza
ad un altro paese.
Noi abbiamo come voi, giornalisti argentini, il diritto di additare e
studiare nelle loro origini e nel loro sviluppo le gravi malattie del
vostro paese, perchè quanto voi, se non di più, noi ne desideriamo la
guarigione.
Nessuno più sinceramente degli italiani può augurare al paese, che
alcuni chiamano la Giovane Italia, quel completo risanamento morale,
politico ed economico, che solo potrà sollevarlo dalle sue sciagure, e
che gli darà finalmente la forza di occupare il posto che per le sue
latenti energie si merita.
Purtroppo non ho ancora esposto che una parte dei mali, e prima di
occuparmi diffusamente delle condizioni e dell'opera degli italiani,
dovrò consacrare parecchie lettere alla descrizione talvolta dolorosa,
ma sempre necessaria dell'ambiente nel quale i nostri connazionali
esplicano la loro attività.
Non è col tacere o col mentire, perpetuando equivoci, errori e
disinganni, che si può giungere al bene! È per questo che io continuo la
mia via con la serena coscienza di compire un dovere.
LE BASI DELL'OLIGARCHIA ARGENTINA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 25 maggio 1902.]
Sotto grandi titoli, una mattina, non è molto, i giornali argentini
avevano delle notizie di questo genere:
«_San Martin, ore nove._--Un gruppo di Casaristas ha aperto il
fuoco sugli avversarî. La polizia, agli ordini di un commissario,
rispose al fuoco. Gli assalitori si ritirarono lasciando dei
feriti. A Lamadrid v'è stato un vivo scambio di fucilate.»
«_Chivilcoy._--I membri dei seggi hanno dato di piglio alle armi,
vi è stato un nutrito scambio di fucilate, aumentato con
l'intervento della polizia. I feriti sono molti. Il fuoco durò per
ben dieci minuti.»
«_Pila._--Un gruppo d'Ugartisti ha attaccato il Municipio e la
Commisseria. La polizia respinse l'attacco. Vi sono feriti gravi.
Si spararono moltissimi colpi di remington.»
«_San Fernando._--Un forte gruppo d'individui fece fuoco lungo il
canale in direzione della piazza. La polizia rispose al fuoco
respingendo l'attacco.»
Se si parlasse di Boeri, invece che di Casaristas e di «Polizia del
Capo», invece che di semplice polizia, tutti, leggendo tali notizie,
penserebbero che la guerra nell'Africa Australe non è mai stata più
attiva di così. Ma siccome non si trattava che di elezioni (parziali,
per fortuna) nella provincia di Buenos Aires, nessuno si è commosso, ed
una parte della stampa ha persino colto l'occasione per gridare, con
legittima soddisfazione, che: «... in queste elezioni si è provato il
progresso morale del popolo, il quale pacificamente è accorso alle urne
a compire il più sacro dei suoi doveri, senza che si verificassero i
deplorevoli fatti dei passati Comizî...»
Ringraziamo il buon Dio di averci tenuti lontani dai passati Comizî, e
di averci così permesso di vedere tanto progresso morale. Il quale
appare però seriamente pregiudicato dai risultati che delle suddette
elezioni (parziali, per fortuna) dà il più autorevole giornale, la
_Nacion_.
In un paese, San Nicolas, votano centoventi persone e si trovano mille e
duecento voti. A Barracas al Sur compaiono mille voti prima della
formazione del seggio. A Lomas de Zamora quattrocento elettori producono
mille e duecento voti. In tre seggi non c'è stato concorso, ma hanno
tuttavia figurato tremila e duecento voti. In altri quattro seggi è
avvenuto lo stesso miracolo. A Patagones una persona ha contato ventidue
elettori concorrenti alle urne: voti mille e centocinquantatre. Infine
si calcola a trentamila la somma dei voti fraudolenti in queste elezioni
(parziali, per fortuna). Il _Pais_--giornale _pellegrinista_--rimprovera
alla _Nacion_--che è _mitrista_--queste oziose inchieste, rammentandole
che i _mitristi_, in certe altre elezioni, crearono a Buenos Aires un
vero _atelier_ con _sedici_ scritturali per la fabbricazione di registri
elettorali falsi, in base ai quali stabilirono il loro trionfo. Queste
sono cose, del resto, consuetudinarie. Una Commissione, che per incarico
d'un _Comité Demòcrata_, ha voluto rivedere alcune liste elettorali a
Buenos Aires, ha trovato che in un seggio il falso ammontava al 47%, in
un altro al 58%, in uno al 79% e nel resto del distretto al 45%. I
giornali _El Tiempo_ e la _Prensa_, che pubblicano l'inchiesta, ne
offrono tutte le prove. Ma chi bada a queste piccolezze?
Questa profonda e radicata immoralità rivela molto più di una semplice
stranezza di costumi politici: le sue cause sono gravissime, e le sue
conseguenze hanno un'influenza disastrosa sull'intera vita della nazione
argentina.
*
* *
Spieghiamoci. Laggiù la politica è una professione. È la professione
naturale del «figlio del paese», la quale gli offre il modo di
vivere--con uno splendore relativo ai di lui mezzi intellettuali e alla
sua _viveza_--fornendogli una rendita sotto forma di stipendio per un
impiego qualsiasi, oppure facilitandogli guadagni d'ogni genere per via
d'influenze. Così si vedono degli impiegati che non hanno la necessità
d'andare all'ufficio, ed altri che non sanno precisamente in che cosa il
loro impiego consista.
Perciò la lotta politica non è altro che la lotta di gente che vuole
degli impieghi per diritto di nascita contro gente che non se li vuol
lasciar sfuggire, in nome dello stesso diritto. È una «lotta per la
vita»: e trattandosi della vita si capisce che ci si... ammazzi, qualche
volta. «La vera lotta elettorale è oggi, come sempre, circoscritta alle
rivalità di clientele ristrette, per non dire di pochi uomini,
aggruppati in due fazioni avverse per la impossibilità di mettere tutti
contemporaneamente il muso nella stessa mangiatoia»--scriveva il 31 del
marzo passato la _Patria degli Italiani_.
È chiaro che questa politica di speculazione vive della ricchezza
pubblica come di una preda legittimamente conquistata, invece di esserne
la tutrice vigile e sapiente. Ora, la ricchezza è prodotta dal lavoro;
il lavoro è in massima parte straniero; è quindi precisamente a danno
degli stranieri che si alimenta l'enorme pianta parassitaria della
politica, che ha più ramificazioni d'un'intera foresta di baobab.
Gli stranieri si vedono completamente esclusi dalla cosa pubblica. Il
paese risulta nettamente diviso in dominatori e in dominati. Questo non
sarebbe un gran male, se una tale politica non avesse logicamente la più
perniciosa delle influenze su tutte le amministrazioni pubbliche--nelle
quali si sazia--e, quel che è peggio, sulla giustizia; di modo che i
dominati si trovano esposti--privi delle armi del diritto politico--a
tutte le violenze, ai soprusi, agl'inganni, alla ingiustizia senza
limiti.
Come si vede, la politica argentina, per quanto in sè stessa priva
d'interesse per noi, assume una importanza capitale in quanto serve a
spiegare e illustrare la situazione dei nostri connazionali laggiù. E
permettetemi di parlarvene a lungo. Del resto, l'argomento non è noioso:
avvengono nella politica di questo paese delle cose tanto strane!...
*
* *
La lotta politica ristretta alle persone, animata da bassi interessi,
isolata nei varî centri provinciali, prende spesso alimento dagli odî
personali, e diviene di una brutalità selvaggia. Si combatte con tutte
le armi, con la frode, con la corruzione e col terrore. Da una parte
l'arbitrio, dall'altra la violenza. Avvicinandosi un Comizio, i crimini
politici diventano cosa di tutti i giorni, specialmente nelle provincie
interne. La cronaca registra giornalmente minaccie a mano armata,
arresti e condanne arbitrarie eseguiti contro gli oppositori,
persecuzioni poliziesche, maltrattamenti, ferimenti, assassinî. A
prestar piena fede ai giornali i più diffusi vi sarebbe da inorridire.
Dai luoghi desolati dalle elezioni arrivano loro notizie di treni
assaltati dalla polizia per arrestare gli avversarî del Governo che vi
viaggiano, di prigionieri posti alla tortura dei ceppi, di spedizioni di
soldati armati di remingtons inviati in tutti i dipartimenti di una
provincia con l'ordine di non lasciarsi sfuggire l'opportunità di
fucilare gli avversarî (_Prensa_, 11 e 12 febbraio).
Certo è che in questi periodi di fermento politico la vita pubblica si
svolge sotto il più tirannico dei regimi. In certe provincie è un vero
regime del terrore. I giornali di opposizione sono talvolta assaltati,
le macchine spezzate, i redattori minacciati di morte, come è avvenuto a
Chacabuco e durante le ultime elezioni di San Juan. La mancanza di
giustizia rende possibile ogni violenza. Durante queste elezioni, che
hanno fatto versare tanto sangue, la polizia ha assassinato nel suo
stesso domicilio il direttore del giornale _El Censor_, colpevole di
reato d'opposizione. Questi delitti hanno fatto sfuggire al più
autorevole giornale argentino una frase caratteristica: «Dalla frode e
dalla tranquilla _esploitation_ delle posizioni ufficiali non è
ammissibile che si passi al regime del terrore, alla legge del pugnale e
della corda» (_Nacion_, 8 gennaio). Pare che la frode e la tranquilla
_esploitation_ siano... ammissibili!
Intanto si procede alla formazione delle liste elettorali. Mancando uno
stato civile in regola, le iscrizioni si fanno volta per volta, alla
domenica a mattina, nell'atrio delle chiese parrocchiali, dove il
registro è depositato sopra un tavolo fra due _vigilantes_ che
sonnecchiano e i membri d'un Comitato. Gli elettori iscrivendosi
dichiarano a quale partito appartengono. Lo scopo di questa usanza è
chiaro: le sole iscrizioni bastano a dare la più ampia idea della
situazione, e le _manovre_ poi si possono fare a ragion veduta. Se il
partito «legale» è un po' deboluccio, si rinforza con un po' di nomi. Se
alle elezioni non si presentano gli elettori, si fanno figurare
gl'iscritti come votanti. Nel marzo passato, nelle elezioni di Santiago
de l'Estero, a Quebrachos concorsero alle urne il giudice di pace, il
commissario di polizia e suo figlio e vi lasciarono.... mille e tanti
voti. Il falso diventa usuale. Non c'è controllo: i giudici si guardano
bene dall'ascoltare i reclami di illegalità perchè essi stessi nascono
quasi sempre dall'illegalità.
*
* *
E si viene alle elezioni. Qui entrano in scena i _caudillos_, uomini
che, per il prestigio della criminalità, godono di ascendenti sulla
parte infima della popolazione _criolla_, la quale forma quasi
esclusivamente la massa elettorale. Il _caudillo_ porta in campo le sue
forze al servizio di questo o quel partito, come un capitano di ventura.
Queste forze vengono dalla campagna, dalla prateria, spesso
semiselvaggie, _gauchos_, ignoranti sempre, che considerano le elezioni
come un carnevale, un'epoca di godimento e d'impunità (se stanno dalla
parte governativa). Arrivano nelle città ostentando il loro armamento di
rivoltelle e di coltelli intorno alla cintura, e incomincia il terrore
dei pacifici cittadini. Tipi sinistri percorrono a cavallo le vie,
insultano i passanti, spingono la cavalcatura sui marciapiedi e talvolta
nei negozî. Spesso si fermano a mangiare e bere nelle _fondas_, poi non
pagano, bastonano chi protesta e se ne vanno gridando: _Viva el
Gobernador!_--il grido che è il _sesamo apriti_ della circostanza.
È poco tempo che Santa Fè, Rosario e tutte le città della provincia,
come più recentemente San Juan, hanno attraversato un periodo elettorale
con il relativo accompagnamento di morti e di feriti. Le scene che si
sono svolte in questi luoghi non sembrano dei nostri tempi. I negozî si
chiudono, la gente per bene si tappa in casa con le provvigioni, come
per un assedio in regola; e l'illusione è perfetta quando--e non di
rado--si sentono echeggiare attraverso le imposte serrate i colpi delle
armi da fuoco. La _Prensa_ ha riportato da un giornale di San Juan
questa descrizione d'ambiente: «Le famiglie non escono per nessun
motivo, nessuno si mostra per le piazze, e ad ogni momento si aspetta di
sentire il rumore d'una scarica che ponga termine alla vita d'un
cittadino, o il galoppo d'uno squadrone di polizia che sciaboli senza
pietà. Non si domanda che resultato ebbe questa o quella elezione, ma
quanti morti si ebbero. Da ogni parte si parla di domicilî che saranno
assaltati. Le versioni sono fondate perchè abbiamo visto il popolo
indifeso sciabolato per le vie di pieno giorno e assassinare miseramente
e vigliaccamente...» È certo che in queste descrizioni, che potrei
riportare a sazietà, vi è di quell'esagerazione che è propria di queste
riscaldate fantasie ispano-americane; ma non molta. I crimini esistono.
Non vi è forse che Buenos Aires dove tali miserie siano meno visibili,
perchè si perdono nella vastità e nel cosmopolitismo.
In prossimità dei seggi elettorali si vedono talvolta dei veri bivacchi
di questi _gauchos_ armati, accoccolati intorno ai barili della _caña_ e
all'arrosto che si va cuocendo all'aria aperta, il tradizionale _asado
electoral_. Questi bravi elettori si aggruppano a seconda dei partiti
nei posti prestabiliti di fronte al sagrato della parrocchia--dove si
tiene l'elezione--in attesa d'essere chiamati ad esprimere i voti della
coscienza del popolo.
L'appello viene fatto partito per partito. Si comincia dal partito
governativo, il quale in caso di dubbia riuscita adopera tre sistemi di
guerra che si potrebbero chiamare: il pacifico, il semi-pacifico e il
bellicoso. Il primo è semplicissimo; si fa l'appello tanto lentamente
che giunge l'ora stabilita per la chiusura prima che gli avversarî--che
votano dopo--abbiano avuto il tempo di votare.
Il secondo consiste nel sollevare degli incidenti ad ogni voto
avversario, domandando la prova della personalità. L'adito è aperto
all'arbitrio; si fanno votare dei partitarî due o tre volte, si
stabiliscono officine di falsificazioni, si fa di tutto.
Quando ciò non basta per assicurare la vittoria, entrano in campo i
remingtons della polizia che circonda le urne e che sta appostata
persino sui tetti delle case vicine. È il sistema bellicoso. Nelle
recenti elezioni di San Juan, intorno ad un'urna sono caduti sei morti e
venti feriti. Questo non ha impedito al vice-governatore di scrivere un
rapporto dove diceva: «Le elezioni si sono svolte _tranquillamente e in
completo ordine in tutti_ i Comizî; solamente in Pocito...., ecc.!» Oh!
una cosa da nulla!
All'inganno d'un partito risponde, naturalmente, l'inganno dell'altro,
alla frode la frode, e alla violenza la violenza. Il resultato è la più
mostruosa mistificazione della volontà popolare.
*
* *
Su queste elezioni poggia l'oligarchia che strema le forze
dell'Argentina e ne prostra le promettenti energie. Dalle elezioni nasce
la piovra governativa, e viceversa: come la storia dell'uovo e della
gallina. È un circolo chiuso, la cui anacronica esistenza è spiegata
dalla esclusione della vita politica di quella grande parte della
popolazione che più lavora, produce e paga, la quale avrebbe
precisamente il più grande interesse ad una politica onesta: alludo agli
stranieri.
Con questa straordinaria organizzazione, elettorale viene a mancare
completamente il controllo del popolo nel complesso organismo
governativo. Una macchina senza regolatore.
Appurate così le origini della disorganizzazione, vedremo prossimamente
fino dove ne arrivano le ineluttabili e disastrose conseguenze.
SULL'ARGENTINA: IL GOVERNO IN AZIONE.
[Dal _Corriere della Sera_ del 29 maggio 1902.]
L'ultima volta, mio buon lettore, abbiamo osservato l'allegra _parodia
electoral_--per dirla con la frase del paese--argentina. Vediamo oggi
che cosa ne viene fuori--che, come vedremo, è per noi italiani il più
interessante.
E prima di tutto vediamo chi ha il monopolio del Governo nell'Argentina.
Un giurista, il prof. Martinoli, in una sua monografia sul Diritto
argentino, calcola che tolti gli stranieri, i loro figli ancora in
minore età, le donne e i bambini, che se figurano nel censimento non
sono per ora nelle liste politiche, e tolti gl'indiani, i semibarbari, i
_gauchos_ e tutti i detriti in dissolvimento delle razze inferiori, i
quali non sono che «docili e incoscienti strumenti di qualunque
_caudillo_, rimangono pochi argentini padroni del campo politico.» «Gli
argentini, dunque, atti al Governo--egli scrive--sono in franca
minoranza, in dichiarata insufficienza, chiamati ad amministrare
interessi in enorme proporzione alieni, senza controllo da parte degli
amministrati, senza che essi sentano in carne propria il peso principale
dei tributi, con tutti i vantaggi in cambio delle cariche pubbliche, e
con tradizioni finanziarie ed economiche che non li fan certo
raccomandabili come modelli di reggenti ordinati e scrupolosi: formano
cioè una vera oligarchia.» Un'oligarchia i cui difetti sono aggravati
dalla «infaticabile sfruttabilità dello zio che in questo unico caso è
quello di.... Europa.» Si pensi alla gravità di queste parole scritte da
un uomo colto e imparziale, straniero, ma strettamente legato alla vita
del paese, in posizione elevata, e coprente cariche onorifiche, il quale
le ha scritte in una pubblicazione di carattere ufficiale fatta per
conto della nostra Colonia.
Il campo dove l'oligarchia--spazia--stavo per dire.... pascola--è
straordinariamente vasto. Per averne un'idea basti rammentare che
nell'Argentina vi sono tanti Governi indipendenti quante regioni, ossia
quattordici Governi, quindici col Governo centrale.
Ciò significa: quindici Camere di deputati, quindici Senati, quindici
Ministeri, ossia un battaglione di eccellenze, quindici capi di Stato,
quindici polizie, un numero sterminato di giudici che brandiscono la
bellezza di trenta Codici di procedura; insomma quindici di tutto. Gli
stipendî sono generosi; gli onorevoli deputati e senatori dei Governi
regionali hanno 500 _pesos_ al mese (ossia 1250 franchi circa mensili);
quelli del Governo federale ne hanno mille (2500 franchi al mese circa),
e vi sono gl'_incerti_, che poi sono quasi sempre.... certi. E pensare
che noi troviamo qualche volta troppo un Parlamento solo: e non lo
paghiamo! In proporzione, col sistema argentino, noi in Italia dovremmo
avere più di cento Parlamenti. Orrore!
Vi sono varie provincie, come quelle di Catamarca, della Rioja, di San
Luis, di Santiago de l'Estero, le cui risorse sono insufficienti a
pagarsi il lusso di un _gobierno_; e si capisce. Questo faragginoso
organismo governativo, ammessa anche l'onestà più scrupolosa negli
uomini di governo, non può che spossare il paese per il solo fatto della
sua esistenza. Ma la correttezza, per di più, non è una moneta
straordinariamente corrente laggiù.
*
* *
Gl'impieghi non sono divisi sempre fra i più degni. «Sono i
collaboratori nella lotta elettorale che si presentano a reclamare il
premio pagato col tesoro pubblico sotto forma di stipendio per
deputazioni, seggi senatoriali, posti di governo, incarichi diplomatici,
affari, concessioni, posti di favoritismo, persino frodi doganali,
decretati a forza d'influenze ben compensate.» (Giornale _La Prensa_).
L'idoneità non è più così la qualità necessaria per essere chiamato al
disbrigo d'un ufficio pubblico. Un deputato federale argentino, che
porta uno dei nomi più illustri della Repubblica, il Belin Sarmiento, ha
scritto coraggiosamente su questo argomento: «L'idoneità è scomparsa di
fronte alla camerateria e al nepotismo, al punto che il talento stesso
non avrebbe assicurata la carriera senza l'intrigo e la compiacenza; si
creano posti inutili per dare una paga al parente e al partitario.» A
molti funzionarî pubblici manca perciò la capacità necessaria e la
preparazione; basta intrigare; la frode politica apre tutte le porte.
«La politica qui fornisce un vero _cursus honorum_, attraverso il quale
si può sempre vivere del bilancio e senza far niente con tutto decoro,
per divenire infine una specie di Pericle buono a tutto, ambasciate,
alte funzioni giudiziarie, direzioni di banchi, rettorati universitarî,
grasse missioni finanziarie, confezioni di codici, anche... generali.»
(Professore _Martinoli_).
Infatti il giornale _El Diario_, parlando del Congresso, ha rivelato che
«una terza parte, non uno di meno dei deputati, accumulano stipendî per
Commissioni speciali, direzioni di banchi, di università, di collegi e
di altri incarichi pagati in modo eccezionalmente lauto; e più d'un
terzo dei senatori (per non essere da meno) hanno oltre ai mille _pesos_
al mese, altre somme dagli ottocento ai mille _pesos_ per incarichi
ufficiali»--circa 5000 franchi al mese!
Da un tale genere di funzionarî, che, come scriveva recentemente la
_Prensa_, «si considerano padroni dei loro posti per diritto di
conquista e che li disimpegnano a loro piacere sicuri dell'impunità per
le loro colpe e per i loro errori», deriva la più estesa irregolarità in
tutti i campi dell'amministrazione pubblica. L'interesse personale
produce un'influenza disastrosa. «Ciò contribuisce a rendere la politica
un affare, a farne non l'occupazione altruistica e nobile, e quasi
onoraria d'una classe scelta, ma invece _una vasta Tammany Hall_, un
pugillato per l'esito, una _curée_ di sensalismi, e a dare ad ogni
ambizione un predominante fondamento d'interesse che tutto degrada e
materializza e che corrompe parimenti governanti e governati.» (Prof.
_Martinoli_).
*
* *
La corruzione si propaga infatti. Lo _standard_ della morale pubblica si
è modificato sotto questo regime. Quando l'eccezione diventa regola, la
regola diventa eccezione. Avviene in morale quel che ci succede in
ottica quando entriamo in un ambiente illuminato da una lampada
colorata; al principio si trova tutto strano, falso, curiosamente
colorato; poi l'occhio s'abitua, il ricordo della luce pura svanisce
dalla retina, ogni cosa si normalizza al nostro sguardo. Così laggiù si
è abituata la coscienza pubblica alla strana luce della moralità
ufficiale.
«Supponendo che certi fatti che vediamo giornalmente siano successi in
altri paesi, ed immaginando lo scandalo che produrrebbero, abbiamo la
norma del livello morale della nostra società, che non si commuove
considerandoli quotidiani e comuni. Basterebbe collezionare ogni
scandalo che si rivela giornalmente per formare il museo degli orrori.»
(_Belin Sarmiento_).
Nella lingua stessa, che è come lo specchio dell'anima di un popolo,
rimangono le traccie della strana clemenza con la quale si giudicano
certe colpe. L'indelicatezza non si chiama più così: si chiama....
vivezza--_viveza_. Un uomo senza scrupoli da noi si dice un furfante;
laggiù un _uomo vivo_! Ed è quasi un complimento.
Quale tempra adamantina d'onestà non occorrerebbe per sottrarsi alla
influenza dell'ambiente, alle seduzioni dell'interesse? «Sarebbero
uomini eroici, superiori all'umano coloro che elevati al potere dai
_nostri_ politici potessero lottare contro i loro amici, contro il loro
proprio interesse, lottare contro i sofismi che da ogni parte fioriscono
intorno al potere, lottare infine contro tutti i proprî contemporanei, e
rifarli come lo scultore riammassa l'argilla quando è scontento della
sua prima concezione.» (_Belin Sarmiento_).
Il male che deriva da tanta bruttura è reso più grave dalla curiosa
condizione di complicità in cui si trovano moltissimi funzionarî
pubblici, complicità dalla quale deriva quell'impunità cui allude la
_Prensa_ nel brano citato più sopra. Essi debbono la loro posizione alla
loro unione di partito, cioè a dire ad una colpa comune. Naturalmente
non si può sempre punire un funzionario che abbia troppa.... _viveza_,
perchè sarebbe come trasformarlo in un avversario politico. E poi è
difficile punire uno per colpe che sono troppo comuni, peccati divenuti
veniali, condannare in lui sè stessi, e i proprî sistemi, i proprî
interessi e la propria morale. La catena gerarchica così si spezza, la
disciplina è svanita. Come il potere si basa sul fascio enorme di
irregolarità elettorali commesse dagli adepti al partito trionfante,
ognuno di questi fattori del Governo, conquistato un impiego, sente di
avere il sacrosanto diritto ad una parte del potere. Ogni funzionario
diventa un tiranno nella sfera della sua influenza. Il meno che può fare
è di non compire il suo dovere seguendo l'esempio di tanta parte dei
parlamentari che sono in un quasi perenne sciopero legislativo.
Si aggiunga ancora, come ultimo e non minore incentivo al mal fare, la
poca stabilità degli impieghi. Quando s'insedia un nuovo partito è un
nuovo esercito d'impiegati che occupa gli uffici, mentre l'esercito dei
vecchi si ritira--per prepararsi ad un altro assalto--si ritira in armi,
e soprattutto.... in bagaglio. Un'elezione andata male o una
rivoluzioncella andata bene bastano a sbalzar tutti dal posto; la vita
non è assicurata, il tempo stringe, bisogna prendere ciò che capita,
diamine!
*
* *
Al di fuori di questa straordinaria organizzazione governativa, di
questa formidabile associazione tirannicamente dominatrice, stanno gli
stranieri, i veri sfruttati, perchè sono quasi i soli che lavorino, che
producano, che trasformino. Sono essi, in fondo, che pagano. E «ad essi
viene a mancare ogni autorità sulle autorità anche inferiori: essi
debbono sopportare senza possibile reazione le facili prepotenze dei
funzionarî, specialmente nelle campagne dove l'abuso è così comune.»
(Prof. _Martinoli_). Vedremo in seguito, dettagliatamente, quali e
quanti sono questi abusi e queste prepotenze che gli stranieri soffrono,
e più specialmente coloro fra di essi che l'ignoranza, la miseria e
l'isolamento vengono a rendere più deboli e più umili.
Ora ne abbiamo visto le origini che tutto spiegano a filo di logica. Nel
«museo degli orrori», di cui parla l'on. Belin Sarmiento, il lettore ora
forse non troverebbe nulla che potesse meravigliarlo troppo. Alla meglio
gli ho spiegato la formazione e la natura del vasto organismo
governativo, che forse non completamente a torto è stato chiamato una
_Tammany Hall_ politica. Dalle sue ruote si capisce come cammina.
Non c'è più nulla di strano. A San Juan, per esempio, dove l'irrigazione
soltanto rende possibile la coltura di quel suolo tropicale, il Governo
toglie l'acqua agli avversarî politici per far seccare i loro raccolti e
far morir di sete uomini e bestiami. Lo chiamano il _gobierno de
l'agua_. (_Nacion_, 9 gennaio). Il penultimo governatore d'una delle
principali provincie ha passato gli ultimi sei giorni del suo regno a
firmare boni di tesoreria a favore di partitarî per un valore pari al
bilancio della provincia--quattro milioni di _pesos_. La storia non dice
se al settimo giorno il bravo uomo si prese il meritato riposo. Dice
però che venne sollevata la questione della validità dei boni, risoluta
favorevolmente e che l'ex-governatore venne immediatamente... fatto
senatore! A Tucuman un ministro delle finanze accusa il predecessore di
aver stornato grosse somme per lavori pubblici che non si sono mai
visti, e nessuno gli bada (_Prensa_, 20 marzo). Un ex-governatore è
accusato d'aver sottratto centomila _pesos_ da una sovvenzione per una
calamità pubblica (_Diario_, 5 aprile). Alcuni Governi provinciali, come
quelli di Entre Rios e San Juan, non rendono conto delle somme pagate
dal Governo centrale per l'istruzione, e lasciano i maestri quattordici
mesi senza stipendio. Il Consiglio nazionale d'educazione è alla sua
volta accusato dai giornali di grosse irregolarità amministrative a
proposito della costruzione di edifici scolastici costati quattro volte
il loro preventivo. La _Prensa_ attribuisce la massima parte del
_deficit_ delle imposte alle irregolarità commesse abitualmente dagli
incaricati dell'esazione. Tutto questo non può stupirci più. Entra quasi
nell'ordine naturale delle cose.
I Parlamenti votano sempre nuove spese e creano nuovi impieghi per
contentare le clientele, mentre il paese precipita alla rovina, mentre i
coloni delle principali provincie mancano persino della semente, e la
miseria s'avanza ululante dai campi verso la città. I debiti provinciali
aumentano con una rapidità che ha dell'emulazione. Con un bilancio che
mette paura, il Parlamento federale vota un aumento di trenta milioni di
_pesos_ di nuove spese e crea una quantità di nuovi posti diplomatici
per «provvedere alle necessità di certi gentiluomini messi colle spalle
al muro dalla mancanza di mezzi» (_El Diario_). Molti uomini politici
sono pubblicamente accusati di gravissime immoralità, ben definite e
particolarizzate, e le loro ricchezze favolose autorizzano il sospetto.
Il _Diario_ racconta che per avere una modificazione sulla tariffa
doganale di un certo articolo si offrivano settantamila _pesos_ nei
_couloirs_ del Congresso. «Al Congresso poco importa di protezionismo e
di libero scambismo--scriveva la _Patria degli Italiani_, commentando la
notizia--chi meglio paga, meglio è servito.»
Giù giù per la trafila amministrativa tutto cammina così. Vi sono
governatori che commettono ogni sorta di abusi. Gli stranieri del
Neuquen in questo momento si agitano implorando che per carità non
venga rieletto il governatore presente vicino a scadere di carica
(_Prensa_, 10 marzo). A Rufino gli stranieri si trovano costretti a
riunirsi in una «Società di resistenza» contro gli abusi delle autorità;
una specie di Compagnia d'assicurazione per i danni che si scatenano
dall'imperversare della prepotenza (_Prensa_, 3 marzo). E più giù ancora
tanti magistrati vendono la giustizia e regalano ingiustizia, dei
giudici di pace sfruttano tranquillamente i coloni, dei commissarî sono
loro complici, e per loro conto commettono angherie e persecuzioni
infami: fino agli agenti, agli ultimi soldati di polizia nelle colonie,
che da selvaggi che sono, fanno anch'essi del loro meglio, arrestando,
bastonando e violando quando e come possono. Di queste gesta parleremo.
*
* *
Bisogna concludere che l'Argentina è veramente un paese meraviglioso se
ha potuto trascinare fino ad ora un tale mostro divoratore sulle sue
spalle. In esso principalmente va cercata la ragione vera della sua
crisi spaventosa e del suo mortale abbattimento presenti, le cui
conseguenze ricadono sui nostri lavoratori. Questi a centinaia e
centinaia di migliaia scontano con la miseria, laggiù, lontani dalla
Patria--verso la quale si volgono tristamente i loro pensieri come verso
una felicità per sempre perduta--gli errori e le colpe che non sono
loro!
Intanto si dice nelle sfere ufficiali che le _risorse_ del paese
salveranno la situazione. Questa è una bella maniera per dire che sarà
pur sempre il lavoro, _il nostro lavoro_, che pagherà tutto!
LA GIUSTIZIA ARGENTINA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 1-2 giugno 1902.]
Il generale Roca, durante la sua ultima _tournée_ in Europa, andò a
visitare Bismarck, che nell'eremitaggio di Friedrichsruhe era diventato
come l'oracolo politico di tutti gli statisti in vacanza. Si dice che in
quella circostanza l'Oracolo, interrogato su ciò che pensava
dell'Argentina, rispondesse, fra una boccata e l'altra della sua pipa
leggendaria:
--Il vostro paese non avrà avvenire finchè non avrà Giustizia!
Sono passati degli anni, ma c'è da scommettere che, anche oggi, se il
signor Presidente potesse interrogare l'anima del Gran Cancelliere, si
sentirebbe rispondere con le medesime parole.
Perchè infatti si può dire che in quel beato paese c'è tutto ormai, meno
che la Giustizia. La libertà, il commercio, la proprietà, e persino la
vita non vi sono sempre efficacemente garantiti. Troppo sovente la
Giustizia è partigiana o corrotta. In essa trovano forza la prepotenza,
la disonestà, la criminalità. La Giustizia, soggetta spesso a tutte le
malsane influenze dei partiti, del denaro e degl'interessi personali,
assicura troppe volte l'impunità al «figlio del paese»--che può disporre
di queste forze--e concorre così a mantenere la massa straniera in una
condizione sempre più umile di sottoposizione.
E tutto questo perchè anche la Giustizia soffre laggiù del gran male
d'origine: la politica. Nasce e vive nella politica; è agitata dalle
passioni della vita pubblica; strettamente legata all'ambiente; bruttata
dagli stessi difetti e delle stesse colpe che è chiamata a correggere e
a punire. Gli uomini che amministrano la Giustizia sono nominati a tale
onore non sempre per i loro meriti personali, per il loro carattere, la
loro onestà, la loro indipendenza, la loro coltura, ma perchè sono del
partito al potere, oppure amici o parenti di persone d'influenza, o
intriganti, o complici in trame politiche. Avviene così di trovare dei
giudici che non hanno nessuno dei requisiti che la legge richiede. «A
Santiago de l'Estero non un solo membro del Potere Giuridico possiede i
requisiti costituzionali» (Giornale _La Prensa_, 3 novembre).
Immaginiamo quale autorità può emanare da questi magistrati. Il peggio è
che vi sono dei giudici ben altrimenti indegni del loro posto
specialmente nei gradi minori della magistratura. «In certe provincie la
libertà, l'onore e i beni della povera gente sono in mano di Giudici di
Pace degni della galera»,--scriveva la _Patria degli Italiani_ il 7
dell'aprile passato, giustamente esasperata da alcune infamie
giudiziarie commesse nella provincia di Cordoba; e aggiungeva:--«Ecco
perchè nelle campagne gli stranieri vivono a disagio e le colonie si
spopolano. La Giustizia di Pace in mano a malfattori volgari irrita e
disamora del paese gli emigranti, che vedendosi in balìa di furfanti
rivestiti di autorità fuggono, sottraendosi al peggiore dei dispotismi,
quello della giustizia amministrata da farabutti.» Vi sono troppi
giudici che hanno familiarità con la colpa: alcuni di essi debbono
all'appartenere alla giustizia il beneficio di non esser chiamati a
renderle conto delle loro azioni. Vi sono giudici che hanno subìto delle
condanne; vi sono dei recidivi: vi sono dei criminali.
*
* *
Se nelle alte sfere della magistratura non mancano dei buoni e dei
colti, ciò non toglie che l'organismo giudiziario non sia profondamente
guasto, e--questo è un sintomo grave--poco vi si bada. Un commissario
governativo, incaricato di un'ispezione nella provincia di Santa Fè,
dice nel suo rapporto che «i posti di Giudice di Pace appartengono a
covi di uccelli di rapina che si sono stabiliti in ogni colonia.» (_La
Prensa_, 20 aprile). La _Prensa_ dell'11 aprile riporta questi
apprezzamenti del giornale _La Verdad_ di Entre Rios: «Sono note le
azioni vergognose compiute da certi magistrati. Tutto han commesso,
dalla prevaricazione al furto, fino al sindacato dei giudici con i
procuratori, ecc. Tutto ciò ha spinto la nostra giustizia in una discesa
obbrobriosa, trascinando nella sua _débâcle_ di corruzione i grandi
interessi della società che si trova abbandonata alla voracità dei
saccheggiatori dei Tribunali.»
Si è arrivati al punto da contare, nelle campagne, i buoni giudici come
eccezioni. «I Giudici di Pace e i commissarî delle colonie, _salvo
oneste eccezioni_, spogliano, derubano, taglieggiano i poveri coloni.»
(_Patria degli Italiani_, 20 novembre). La _Prensa_ del 22 aprile
consiglia il governatore di Cordoba a nominare per giudici «uomini
onesti e degni per sollevare le popolazioni dai molti mali che le
affliggono a causa dei cattivi giudici.» Il consiglio è ottimo anche per
tutte le altre provincie della Repubblica.
Le accuse a carico di giudici piovono giornalmente sulle colonne dei
giornali di tutti i partiti, ma le autorità governative rimangono bene
spesso indifferenti. La _Nacion_ ha fatto, inutilmente, una vera
campagna contro un giudice molto influente della Capitale, accusandolo
velatamente di vita immorale, scandalosa, di affari loschi, di
parzialità. Alcune di quelle _schiave bianche_, che infami trafficanti
traggono con inganno dai villaggi d'Europa, e per la cui sorte i Governi
ora cominciano a preoccuparsi, riuscirono a fuggire dalle mani dei loro
«padroni» e ricorsero alla polizia, che arrestò i colpevoli. Ma il
giudice in questione diede ordine di liberarli e fece carcerare quelle
infelici. La stampa accusò il giudice d'aver favorito degli «amici
personali»; ed egli è sempre giudice! Un altro giudice proscioglie dei
detentori di bische clandestine e poi ordina che sia tolta ogni
sorveglianza sulle case da giuoco: viene accusato di favoritismo, ma
resta sempre giudice. Un giudice è denunziato per falsificazione in atto
privato e non viene nemmeno sospeso dalle funzioni. (_Patria_, 30
dicembre). La _Prensa_ riporta da un giornale provinciale che parla
della giustizia corrotta: «Il potere esecutivo non pensa a porvi un
rimedio, anzi ora si tratterebbe di dare un avanzamento a qualcuno dei
magistrati sotto la cui giurisdizione sono scomparse considerevoli somme
di denaro appartenenti ai depositi giudiziari...»
Nelle Colonie vi sono di quei giudici che per ironia si chiamano di
pace, che fanno ordinanze di sequestro a danno dei coloni, portando loro
via i raccolti, gli animali da lavoro, gli attrezzi, tutto, e
lasciandoli spesso nella più dolorosa miseria. (_La Libertad_ di
Cordoba, 2 aprile).
Un gruppo di coraggiosi, abitanti un _pueblito_ nel Rio Negro, ha
domandato al ministro della giustizia di ritirare il Giudice di Pace e
sostituirlo con una persona per bene. Quel degno magistrato sarebbe
stato già da anni accusato di gravi colpe commesse come giudice a
General Roca--paese del Rio Negro--poi d'irregolarità come capo del
Registro Civile. Ora il giudice recidivo è accusato di negata giustizia,
di favoritismo per partitarî politici; ma non basta; è anche accusato di
aver tentato, usufruendo della sua autorità, di portar via una fanciulla
minorenne alla madre, infine di complicità nel ratto d'un'altra
minorenne, la quale sarebbe stata rinchiusa per alcuni giorni nella di
lui casa. Il rapitore era il figlio del giudice. Il segretario di questo
magistrato è sotto l'accusa di tentato assassinio. (_Prensa_, 3 marzo).
*
* *
Gli _escandalos judiciales_, sia pure di questi ultimi mesi, formano
un'imponente raccolta di cose orribili e talvolta amene. Nelle provincie
la vendita della giustizia è una cosa purtroppo non rara. Qualche
giudice ha delle trovate originali in questioni di... affari; uno
domandò all'avvocato della parte favorita alcune monete per un amico
numismatico, al quale mancavano precisamente sette _aguilas_
nord-americane d'oro (settecento lire) alla sua collezione. Vi sono
anche dei giudici che si fanno pagare dalle due parti: la giustizia al
migliore offerente. Fra tutti, eccovi un caso che fa pensare ad un
intreccio da _pochade_. Un italiano che vive a Serodino--presso
Rosario--e che chiameremo con la sua iniziale V., ha comperato da un
altro italiano una trebbiatrice, la quale però è perseguitata da un
mandato di sequestro, come un cassiere in fuga. Un curatore si presenta
a Serodino per fare eseguire il sequestro; ma il Giudice di Pace della
colonia, pagato dal V., si rifiuta di eseguirlo, dando così tempo al V.
di correre a Rosario, di presentarsi in compagnia del suo avvocato al
giudice L., che aveva spiccato l'ordine di sequestro, e di ottenere la
revoca mediante il pagamento di cento _pesos_. Il curatore, informato
dell'accaduto dal segretario del giudice, corre alla sua volta dal
magistrato, paga duecento _pesos_ e si fa spiccare un secondo decreto di
sequestro, revocante la revoca. Seguite bene l'intreccio. Il segretario
del giudice telegrafa immediatamente a Serodino al V., informandolo, e
questi si precipita a pagare trecento _pesos_ ottenendo una seconda
revoca. Qui incomincia il fantastico. Il curatore, con un crescendo che
il valore della macchina giustifica (6000 _pesos_) aumenta la somma e
ottiene un nuovo ordine di sequestro che... viene revocato dietro il
pagamento di mille _pesos_. Forse la cosa non sarebbe finita qui e il
giudice avrebbe terminato per intascarsi la trebbiatrice se il V. non
avesse avuto l'idea felice d'associare agli utili della trebbiatura un
argentino influente, e, si capisce, non s'è parlato più di sequestri.
Una tale corruzione, se è in certo modo spiegabile nei Giudici di Pace,
che hanno un periodo di carica limitato ad un anno, rinnovabile, e che
sono senza stipendio--è vero che per legge dovrebbero essere scelti fra
i più ricchi e i più onorati cittadini!--è assolutamente incomprensibile
negli altri giudici i cui stipendî, che si parla di aumentare, variano
sui mille e cento, mille e duecento, mille e cinquecento _pesos_ al mese
(2750, 3000, 3750 lire circa al mese). Le cause vanno ricercate dunque
non nelle circostanze, ma negli uomini. È la coscienza che si è
modificata. Le colpe e i delitti sono guardati con occhio soverchiamente
benigno.
Assassini volgarissimi sono assolti per poco che godano d'influenze nel
mondo politico. O almeno sono rilasciati ad una libertà provvisoria che
dura a vita d'uomo, e i loro processi vengono sospesi nel purgatorio
degli archivî. Da un'inchiesta del Ministero della Giustizia risulta che
a Buenos Aires--dove funzionano una giustizia senza paragoni migliore di
quella delle provincie, ed una polizia che laggiù dicono la _premiera
del mundo_:--sopra ogni _cento delitti_ ne vanno _impuniti ottantotto_!
E cioè: trenta colpevoli non sono arrestati affatto; degli arrestati
quarantotto sono rilasciati per ordine dei giudici d'istruzione; dei
ventidue che rimangono, dieci sono assolti dai tribunali e non rimangono
puniti che... dodici colpevoli, a pene del resto quasi sempre benigne se
non si tratta di stranieri. (Dal _Diario_ del 23 marzo '99 e dall'ultima
pubblicazione del senatore Agostino Alvarez sulla politica argentina).
Figuriamoci che cosa avviene fuori della capitale!
*
* *
E la necessità d'una sana e rigida giustizia non è in nessun luogo così
fortemente sentita come in quei paesi giovani, spinti avanti dal rapido
accrescimento della operosa popolazione dovuto all'emigrazione, dove
tutti gli appetiti si risvegliano nel tumultuoso periodo dello sviluppo,
dove la lotta per la fortuna prende forme violentissime, dove
gl'interessi e le passioni scatenano nella mobile società--come il
maestrale nell'Oceano--tutte le tempeste dell'umana malvagità. Nel
Far-West nord americano, quando il miraggio della fortuna vi attirò
tutto un popolo di avventurieri pronti al delitto prima che quella
società avesse affidato la sua difesa ad una giustizia organizzata,
nacque la legge di Lynch; la società si difendeva da sè.
La criminalità nell'Argentina non è frenata dai rigori della giustizia,
nè da quelli della società.
La società è clemente verso la colpa; «noi succhiamo nascendo un latte
di clemenza»--ha scritto l'Alvarez. Nelle campagne ammazzare si dice una
_desgracia_; ma, intendiamoci, non è una disgrazia per chi ci rimette la
pelle, ma per l'assassino. C'è chi ha, poveretto, molte... disgrazie
sulla coscienza. Questi uomini si chiamano «uomini d'azione». Tutto
questo si spiega. È troppo fresco nella memoria il ricordo del periodo
sanguinoso dei Facundo, dei Frate, dei Chacho, del tiranno Rosas, a
petto ai quali i nostri capitani di ventura erano delle signorine
sentimentali, periodo che potrebbe chiamarsi il medioevo argentino. E le
stragi degl'indiani, le sanguinose guerre civili sono ancora nella mente
del popolo. E poi il sangue argentino è sangue andaluso con un pochetto
di sangue indiano, e perciò l'argentino è cortese, cavalleresco,
generoso forse anche, ma bene spesso impetuoso e violento.
«Nell'Argentina dall'epoca dell'indipendenza nessuna infermità ha
distrutto più popolazione»--ha scritto l'Alvarez--«di quella che
Chamfort chiamava la fraternità di Caino; il revolver e il pugnale sono
endemici, e per un niente s'ammazza, come vuole l'uso _criollo_.» La
rivoltella è nelle tasche di tutti. «È poco che in un ballo al quale
erano convitati alti personaggi»--ha scritto un giorno la _Nacion_--«un
diplomatico straniero espresse la sua sorpresa nel sapere che molti
invitati avevano lasciato le loro rivoltelle al guardaroba, come se
uscendo temessero un'imboscata, o preparassero una cospirazione.»
Il male è che spesso sono dei nostri connazionali le vittime della
«fraternità di Caino» e potrei citare molti, troppi casi d'italiani
uccisi impunemente, talvolta senza ragione, per brutalità, se non per un
semplice esercizio di _tiro al blanco_--come ultimamente è avvenuto in
una colonia di Santa Fè, dove un _gaucho_ ha ammazzato un giovane
italiano per provare un Winchester nuovo. Una madre italiana con i suoi
cinque bambini sono stati trucidati da un _criollo_ presso Bahia Blanca,
alcuni mesi fa, e un giornale argentino, che pubblicava la fotografia
orribile delle vittime accatastate nel disordine tragico della morte,
scriveva: «il colpevole cadrà domani in mano della giustizia per essere
posto in libertà per l'influenza d'un _caudillo_ elettorale o per la
sensibilità dei giudici.» Un fatto analogo è avvenuto a Raffaela nella
sera del 20 settembre passato; due italiani vennero assassinati a
tradimento nel loro negoziuccio di _almaceneros_ a scopo di furto, e i
colpevoli, due _gauchos_, sono già liberi. Per un altro fatto consimile
il ministro d'Italia, che domandava la ricerca e la punizione dei
colpevoli, si sentì rispondere che la Giustizia nelle provincie è
autonoma. È ancora vivo a Buenos Aires il ricordo dell'assassinio d'un
povero lustrascarpe italiano compiuto dal figlio di un senatore, e
quello di un distinto giovane italiano ammazzato a colpi di revolver
sulla poltrona d'un teatro. Gli autori rimasero impuniti.
Quali fulmini non dovrebbe scagliare la legge per curare tanto male e
così profondo?
Anche quando è buona, l'amministrazione della giustizia è così lenta,
complicata e debole che riesce spesso inefficace. Per il commercio, ad
esempio, rappresenta una rovina. La _Nacion_ ha con una serie di
articoli rivelato tutte le porte che la giustizia difettosa spalanca
alla disonestà commerciale. Dei bancarottieri possono impunemente
offrire delle percentuali ridicole a saldo dei loro debiti; hanno una
frase magica per spaventare i creditori: Se non accettate mi metto nelle
mani del tribunale!
Coi tribunali non si sa mai come si vada a finire!
Vi è una legione enorme di curiali, procuratori, curatori, uscieri, che
nella lingua del paese sono chiamati con la espressiva denominazione di
_aves negras_--uccelli neri. Questi corvi appollaiati intorno ai
tribunali, si precipitano dove c'è qualche cosa da mangiare, e fra
onorarî, percentuali, prebende e propine finiscono ogni cosa,
dividendosela con un accordo che somiglia ad una complicità legale.
Anche ammettendo l'onestà più scrupolosa nei giudici, è naturale che con
una giustizia così organizzata, la rettitudine commerciale non sia nè
protetta, nè incoraggiata.
Nelle successioni testamentarie di stranieri avvengono cose infami
protette dalla legge. Gli «uccelli neri» non lasciano talvolta una
bricciola dei patrimonî raggranellati qui con stenti e lasciati morendo
ai parenti lontani. Essi mandano le pratiche a lungo per degli anni, se
l'eredità è grossa, per dei mesi se è piccola, fino a che a furia di
spese giudiziarie, di emolumenti, di stipendî per curatele quasi tutto è
divorato.
Non parliamo dei tranelli nelle compre-vendite, per cui un contadino,
supponiamo, che compra un pezzo di terra può trovarsi di non esserne il
padrone: non parliamo delle gherminelle dei contratti e di tante altre
truffe semi-legali che la Giustizia contempla indifferente.
*
* *
Tronchiamo questa esposizione di brutture, le quali nulla aggiungono e
nulla tolgono al triste quadro della Giustizia argentina.
Di tutti i mali che affliggono quella Repubblica--alla quale tanta
fortuna invece potrebbe sorridere--la cattiva Giustizia è il più grave
per i nostri connazionali, perchè è quello le cui conseguenze dolorose
li colpiscono direttamente e immediatamente.
Quei governanti argentini che amano veramente il loro paese e che ne
vogliono il bene, che desiderano l'aiuto generoso delle nostre braccia e
delle nostre simpatie, rivolgano le loro cure al risanamento della
Giustizia. La giustizia è la coscienza d'un paese. Se la coscienza si
risveglia e si migliora, le azioni divengono buone. Pongano tutto il
loro amore e tutta la loro scienza in questo. E nella buona Giustizia
l'Argentina troverà precisamente la guarigione di tutte le sue piaghe!
LA POLIZIA ARGENTINA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 5 giugno 1902.]
Un giorno dello scorso marzo il Governatore di Santa Fè, dottor
Freyre--un omone dall'aspetto bonario e dalla parlantina
sciolta--facendomi gli onori della sua casa mi mostrava una curiosa
raccolta di ritratti fotografici. Erano le fotografie di tutti i suoi
impiegati di polizia, bene incorniciate simmetricamente in un grande
quadro di _peluche_ e sormontate dai nomi dei relativi originali, incisi
in targhette dorate. Una epigrafetta in testa al quadro faceva conoscere
che si trattava di un omaggio della Polizia Santafecina al _Señor
Gobernador_ in occasione della di lui recente assunzione al potere. Il
Governatore guardava tutti quei ritratti con una grande espressione
d'uomo soddisfatto, e mi spiegava:
--Li conosco tutti, uno per uno, da quando ero capo come _Jefe
politico_; qualcuno ne ho fatto io--nei suoi occhi sfavillava come una
scintilla di amore paterno--e sono tutti _hombres valientes_, amico!
Gettai un'occhiata sulle fisionomie; una raccolta di tipi risoluti, una
collezione di occhi fieri, di baffi e di barbe dal taglio poco comune, e
qua e là dei nasi adunchi, degli zigomi salienti e delle bocche larghe
tagliate come con un colpaccio di ascia, caratteristiche non dubbie
della razza meticcia. Vi era anche un negro.
--Io conosco la storia di tutta questa gente; li ho tutti nel
pugno--continuava il mio ospite.--Vedete questo, e questo, e questo?
Ebbene, essi non portano il loro vero nome.
Io ascoltavo con un interesse crescente le curiose informazioni che il
Governatore dava a me e ad altri presenti, e non mancavo d'incoraggiarlo
con quelle esclamazioni d'assentimento che sono le goccie lubrificanti
delle conversazioni. Ed egli continuava, ingenuamente persuaso di dire
le cose più naturali del mondo, e di fare il miglior vanto dei suoi
sottoposti.
Così spiegò che alcuni di quei funzionarî non portavano il loro nome
perchè in passato erano stati assassini. Molti di quegli uomini avevano
un passato al quale il Governatore alludeva con reticenze piene di
effetto drammatico. Certi si erano trasformati da delinquenti a
poliziotti per opera sua. Ricordo fra gli altri la storia di un
cocchiere più volte arrestato per ferimento, furto e rivolta agli agenti
a mano armata, e divenuto commissario. Appuntando il dito sopra varî
ritratti il Governatore ripeteva con compiacenza le parole: _Este era un
picaro!..._--Questo era un farabutto--con l'aria di dire: Che uomo abile
che era costui!
Tutto ciò per noi è strano. Noi consideriamo la Polizia come la mano
della Giustizia, una grande mano, potente e delicata ad un tempo, che
rintraccia i colpevoli, li scova, li afferra, e li porta al cospetto
della maestà della Legge. Nell'Argentina, la Polizia--o meglio le
polizie, poichè ve ne sono quindici, una per provincia ed una speciale
per Buenos Aires--prima di essere la mano della Giustizia è la mano
della Politica. Modificandosi lo scopo della sua esistenza,
snaturandosi la sua funzione, deve necessariamente modificarsi la sua
essenza. Le polizie argentine non hanno tanto lo scopo di difendere la
società, quanto quello di difendere i partiti al potere. Formano dei
piccoli eserciti pretoriani sempre pronti all'arbitrio ed alla violenza
partigiana, a portare nella lotta politica l'influenza decisiva della
forza brutale contro il diritto. E allora come potrebbero essere
strumenti di giustizia e di legalità se la loro funzione si esplica così
spesso proprio nel campo dell'ingiustizia e dell'illegalità?
*
* *
È naturale che a comporre queste polizie vengano chiamati uomini
risoluti e spregiudicati, ossia senza molti di quegli scrupoli che
renderebbero impossibile l'adempimento del triste còmpito che la
politica impone loro. Ed ora ditemi quale uso non faranno della forza di
cui dispongono, della potenza straordinaria che loro conferisce il nome
della legge, questi uomini scelti per evidente necessità negli strati
inferiori della società, e anche delle razze umane, spesso familiari
alla colpa, privi della coltura e dell'educazione, che, anche nelle
anime cattive, insinuano il pudore del male? Supponete di questi uomini
posti nelle colonie, lontani da qualsiasi controllo, aventi l'impunità
quasi assicurata dalle distanze e dalle necessità politiche, se non dai
difetti e le lungaggini delle procedure giudiziarie, e immaginate che
cosa avviene. C'è poi l'aggravante d'una pessima retribuzione.
Vi sono dei commissarî che non prendono più di sessanta, settanta,
ottanta _pesos_ al mese, con i quali debbono provvedere alla paga dei
soldati di polizia--due o tre--da essi personalmente arruolati, alle
spese d'inchieste--che dovrebbero essere rimborsate, ma non lo sono
mai--e talvolta anche al mantenimento dei prigionieri fino alla loro
consegna all'autorità giudiziaria. Dei tenenti di polizia prendono
trenta _pesos_ al mese. «Questi impieghi portano l'autorizzazione
implicita all'_exploitation_ dei pacifici abitanti della campagna sotto
forma di multe»--ha scritto giustamente la _Prensa_.--Infatti la multa
arbitraria forma una delle fonti più comuni e anche più oneste dei
beneficî polizieschi. Dei contadini sono talvolta arrestati con una
scusa qualunque, e poi il commissario contratta con loro la liberazione.
Ciò non toglie che la libertà non si venda anche ai veri colpevoli,
qualche volta. Gli arresti arbitrarî naturalmente non sono certo una
cosa rara, specialmente se vi si può innestare una ragione politica.
Ecco un caso tipico: pochi giorni fa in una colonia importante vennero
arrestate in massa una quantità di persone, fra le quali capitarono dei
commercianti, due giornalisti, un notaio, il collettore delle imposte e
persino un ex-commissario di polizia, e vennero per ordine speciale
rinchiuse nella cella destinata agli accattoni. Il giorno dopo seppero
d'essere accusate di disordini, ubbriachezza ed altre cose.... multabili
(telegrammi da Chos-Malal 25 marzo).
Il diciannove di marzo un italiano ha ricorso al nostro ministro a
Buenos Aires per essere stato arrestato nella Pampa Centrale, detenuto
otto mesi senza ragione, e derubato dalla polizia di cinque cavalli e di
tutte le sue mercanzie.
*
* *
Qualche volta capita di peggio; per esempio, di restare in segregazione
cellulare per dieci e anche quindici giorni dimenticati. E peggio
ancora, di essere bastonati o feriti. Cito qualche esempio recente. A
Rosario tre giovanotti italiani, dei quali uno ex carabiniere da poco in
congedo, mentre conversavano sopra un marciapiede, si sono visti
arrestare, senza saperne il perchè, e condurre alla Commisseria,
dove--dopo la solita perquisizione--sono stati segregati in tre celle
separate «condottivi a forza di calci e di pugni.» Poi un ufficiale di
polizia «li ha sottoposti a nuovi e più duri trattamenti arrivando fino
ad usare la daga d'uno dei vigilanti, con la quale a casaccio, in un
impeto d'ira, percosse ripetutamente uno di quei tre malcapitati
producendogli lesioni d'una certa gravità. Il poveretto cercò di
reagire, ma si vide ridotto all'impotenza da diversi agenti. L'ufficiale
poi ordinò non fosse loro somministrato nessun cibo e che alla benchè
minima lagnanza fosse loro risposto con la violenza. Dopo trentasei ore
di quel martirio furono posti in libertà tutti sanguinolenti e
malconci.» (Dalla cronaca della _Republica_ di Rosario). La _Patria
degli Italiani_ confermava il fatto. Il console italiano ha potuto
comprovare i maltrattamenti e un telegramma alla _Patria_ aggiungeva che
«il console continuerà nella energica sua attitudine di protesta».
Non più tardi del passato aprile cinque arrestati a Rosario,
dipartimento Belgrano, sono stati bastonati dai commissarî al punto che
uno dei disgraziati è stato ridotto in gravi condizioni, senza
conoscimento e senza favella. Un corrispondente della _Prensa_ ha
scritto da Belleville sulla abituale crudeltà di quella polizia. «Gli
arrestati sono condotti a bastonate alla polizia; si arriva anche a
ferirli; ieri un guardafili arrestato senza causa giustificata venne
condotto a bastonate alla Commisseria, niente altro che per fare
ostentazione di rigore.»
A Santiago del Estero la polizia «contando sull'impunità delle sue
colpe»--come ha scritto la _Prensa_--ha preso a sciabolate un povero
diavolo perchè aveva rimproverato il commissario d'avergli avvelenato il
cane; poi ha preso a sciabolate due suoi amici che l'accompagnavano,
conosciuti come oneste e laboriose persone, ferendo tutti e tre, dei
quali uno mortalmente alla testa. È comunissimo leggere nella cronaca
dei giornali di «arresti in forma vessatoria e violenta»; questo
significa a pugni e bastonate. Ho sott'occhio un rapporto di
polizia--riportato dalla _Capital_ di Rosario, giornale governativo--nel
quale le parole _bastonazos y machetazos_--bastonate e pugni--vengono
quasi a far parte del linguaggio d'ufficio. Pochi giorni or sono un
vecchio e onorato commerciante italiano in Azul, è stato arrestato nella
solita forma vessatoria violenta, e poi liberato senza la minima
spiegazione. Notizie di questo genere arrivano da tutte le provincie.
Alcuni arrestati presso a Chos-Malal da soldati di linea, che compiono
dei servizî di polizia, come sospetti di furto, sono stati detenuti nove
mesi, durante i quali hanno subìto delle vere torture per essere
costretti alla confessione. Si è giunti a dar loro fino a cinquecento
frustate. Una delle vittime è stata assoggettata al simulacro dello
scannamento che le ha lasciato nel collo il segno del coltello; ed una
donna creduta complice è stata spogliata in presenza dei soldati e
sospesa per i piedi con una corda. Queste le denunzie che la _Prensa_
riportava. Alla Rioja un povero pazzo preso dalla polizia è stato legato
con le mani e con i piedi ad una grossa sbarra di ferro, e poi sospeso
ad una pianta di gelso che si trova nel cortile della Commisseria.
(Giornali del 25 gennaio).
*
* *
La violenza della polizia diviene alcune volte estrema. Un telegramma
laconico da Sant'Antonio (Catamarca) del 15 aprile diceva: «Domenica
dalla polizia locale è stato assassinato il giovane E. M. con un colpo
di remington, senza motivi noti. Si crede ad una vendetta premeditata.»
Soltanto qualche giorno prima un commissario aveva ammazzato a
revolverate due marinai ad Uruguay in Entre Rios. (Giornali del 12 e 13
aprile).
Alla fine dello scorso marzo la polizia di Bahia Blanca ha assalito
alcuni operai italiani inermi al grido di _mueran los gringos_, ne ha
ferito quattro a sciabolate, ed ha inseguito gli altri fin nelle case e
nelle botteghe insultandoli, facendo arresti a casaccio, conducendo in
prigione persino due feriti, uno dei quali in istato grave. Le inchieste
ufficiali hanno negato questi fatti, che però sono attestati da
testimonianze inconfutabili e da una protesta firmata da quarantatre
commercianti di Bahia Blanca appartenenti a varie nazionalità. I
commercianti di quella città sono cinquantadue.
A Corrientes, nella colonia Bella Vista, un giovane, che dal nome
sembrerebbe italiano, è stato anche lui assassinato dalla polizia. Il
telegramma pubblicato dalla _Prensa_ diceva così: «Il giovane tornava da
un ballo con un fratello. Un ufficiale e un sergente di polizia lo
raggiunsero per via e il sergente gli diede la morte.»
In questi casi spesso le autorità superiori iniziano delle inchieste, la
giustizia se ne impadronisce, ma la cosa finisce così quasi sempre, con
un po' di rumore. Dopo qualche anno i giudici dichiarano che per il
tempo trascorso è impossibile fare la luce, e buona notte. Alcuni agenti
di polizia di Trenque Lanquen sono stati così recentemente liberati
dalle accuse di usurpazione d'autorità, brigantaggio, stupro, furto e
usurpazione d'immobili, le vittime dei quali furono dei contadini della
colonia La Luisa, di nazionalità francese. Ho sotto gli occhi i rapporti
pervenuti al ministro di Francia, che fanno fremere d'orrore e
d'indignazione. «C'est la Justice condamnée par les juges
eux-mêmes!»--scrive nei suoi commenti _Le Courrier de la Plata_, organo
della collettività francese.
E pensate che non tutte le vittime della polizia hanno il coraggio se
non la possibilità di avanzare i loro rapporti. Pensate che vi sono
tanti gridi di dolore che si perdono inascoltati nell'immensità della
Pampa!
Che difesa può rappresentare per la società questa polizia che fra pochi
buoni elementi contiene tanto marcio? Un giornale di Santiago del
Estero--dove i reati sono comunissimi--_El Siglo_, giornale che cito a
preferenza fra tanti perchè non tacciabile certo d'avversità al
Governo--dimostra la parte che ha la polizia nello sviluppo della
criminalità, non fosse altro per la sua passiva condotta di fronte al
delitto, conseguenza inevitabile della sua disorganizzazione. La polizia
non si cura talvolta nemmeno di eseguire le constatazioni del delitto.
«La garanzia della vita e della proprietà delle popolazioni rurali--dice
_El Siglo_--va facendosi ogni giorno più illusoria, al punto che non si
prende alcuna misura per la persecuzione e la punizione dei colpevoli, i
cui crimini hanno per teatro gli stessi sobborghi di questa capitale.»
_El Municipio_ di Rosario ha scritto: «Basta percorrere i centri rurali
e conversare con gli abitanti autorevoli, per darsi conto che la vita
laboriosa e onorata si è fatta impossibile per il predominio degli
elementi nocivi che commettono le maggiori ferocie senza che nessuno li
molesti.»
Ma anche se una tale polizia proteggesse le popolazioni dai criminali,
che mai le proteggerebbe poi dalla... polizia?
È giustizia riconoscere che fra le quindici polizie argentine quella di
Buenos Aires è di gran lunga migliore, e rappresenta un'eccezione
lodevole. Da qualche anno è stata organizzata su modelli europei. La
vita internazionale della grande metropoli ha avuto un'influenza sui
costumi; la lotta politica ha preso in quell'ambiente vastissimo forme
meno primitive e meno brutali, e la polizia si trova ricondotta a poco a
poco al suo naturale ufficio di strumento della giustizia. Va rientrando
nella legalità. Non vi è ancora rientrata del tutto, perchè anche a
Buenos Aires, a dire il vero, avvengono qualche volta arbitrî e abusi
polizieschi; ma sono un nulla in confronto agli orrori ed errori delle
polizie _gauchas_ delle provincie.
E se si potesse fare il bilancio di quanto costano alle operose,
infaticabili ed umili popolazioni rurali quegli errori e quegli orrori,
quanto denaro, quante lacrime, e quanto sangue italiano!...
L'ESERCITO ARGENTINO.
[Dal _Corriere della Sera_ dell'8 giugno 1902.]
Negli ultimi giorni dello scorso anno, mentre la questione
argentino-cilena prendeva un aspetto minaccioso, tanto che la guerra si
credeva da alcuni imminente, inviai da Buenos Aires una corrispondenza
sopra l'esercito argentino. La probabilità della guerra rendeva
l'argomento della massima attualità; ma nello stesso tempo poteva
sembrare inopportuna la pubblicazione di critiche sopra un esercito alla
vigilia forse della sua entrata in campagna, e credetti mio dovere di
far sospendere quella pubblicazione.
Ora l'orizzonte è schiarito; sulla Cordigliera delle Ande brilla
l'arcobaleno. Un telegramma del 1 giugno al _Times_ comunica che una
convenzione è stata stabilita fra le due Repubbliche rivali, per la
quale si limitano gli armamenti navali fino alla eguaglianza delle due
flotte argentina e cilena, facendo inoltre assicurazioni di politica
pacifica che non possono essere accolte senza una vera soddisfazione da
noi italiani. Ma gli accordi stabiliti non accennano agli armamenti
terrestri, e un telegramma della Stefani da Parigi ha annunziato ieri
che l'Argentina ha ordinato armi in Germania per ottanta milioni. Adesso
è dunque doppiamente opportuno un esame spassionato dell'esercito
argentino al quale sono inerenti gravi problemi finanziarî e politici.
Oggi le spese militari aprono grandi breccie nel non florido bilancio
dell'Argentina, e noi che abbiamo il più legittimo desiderio della
prosperità della Repubblica, non possiamo disinteressarcene; e nello
stesso tempo non possiamo disinteressarci dal conoscere fino a quale
punto quell'esercito risponda alle condizioni di garanzia per la
tranquillità e la sicurezza della Repubblica, che è la tranquillità e la
sicurezza di tanti nostri connazionali.
*
* *
La probabilità d'una guerra risveglia in ogni pacifico cittadino l'animo
d'uno stratega. Sorgono legioni formidabili di profeti militari, i quali
muovono compatti le prime ostilità... al buon senso. Così per la
possibile guerra fra il Cile e l'Argentina non mancavano critici
militari che facevano ogni giorno la più abbondante distribuzione di
vittorie e di sconfitte.
Nulla in verità è poi più difficile di un giudizio sopra una guerra come
questa, nella quale ogni belligerante avrebbe da lottare con enormi
difficoltà opposte dalle distanze, dalla conformazione territoriale di
probabili campi di battaglia, dalla lunghezza sterminata delle linee di
comunicazione, dalla impossibilità di regolari servizî logistici.
L'inaspettato e la sorpresa avrebbero in una tale guerra una parte molto
importante. Avevano torto coloro che prevedevano l'arrivo dei cileni
sulla _Plaza de la Victoria_ di Buenos Aires, come coloro che
predicevano il bivacco degli Argentini per le vie di Santiago. Le
condizioni nelle quali si svolgerebbe una tale campagna, che sarebbe
stata lunghissima e fortunosa, potrebbero togliere valore alla affermata
superiorità dell'organizzazione militare cilena e neutralizzare i
difetti della difesa argentina.
Ciò non toglie però che questi difetti esistano, e che a noi europei
specialmente si rivelino con maggiore crudezza per il paragone che
istintivamente facciamo fra questo esercito ed i nostri.
Il sentimento militare nelle nostre nazioni ha preceduto tutti gli
altri, persino quello della nazionalità, perchè è nato prima che
nascessero le nazioni. Noi siamo stati popoli essenzialmente guerrieri;
ci siamo tagliati le nostre patrie a colpi di spada; la guerra è stata
la più nobile delle nostre occupazioni--a torto o a ragione, non
discuto--; per secoli abbiamo considerato la guerra come l'unica fonte
di ogni onore; la nobiltà non poteva nascere che fra lo strepito delle
battaglie, e per le battaglie è vissuta fino ad oggi. Portare la spada è
stato un privilegio ambìto, e i segni di onorificenza che anche oggi
rendono tanto fieri i nostri imbelli soprabiti borghesi non hanno
origine che nella guerra. L'esercizio delle armi è stato da noi sempre
riconosciuto come fra i più eletti, e l'esercito è divenuto poi oggetto
di ogni onore e di ogni amore quando il popolo tutto è stato chiamato a
combattere nelle sue file le più sante battaglie; l'esercito è divenuto
tutta una cosa, tutta una carne col popolo.
Nell'America no; il sentimento militare è l'ultimo arrivato fra i
sentimenti del popolo. Si è formata una società di politicanti,
commercianti, industriali, agricoltori, la quale quando ebbe bisogno di
un esercito se ne assoldò uno, come si assolda un guardiano,
componendolo di tutti coloro che non avevano o non potevano far di
meglio. L'on. Belin Sarmiento, deputato federale, nipote del grande
statista argentino Sarmiento, in una pubblicazione fatta nel 1892, ci
dipingeva i soldati d'allora come «provenienti dallo scolo degli
elementi sociali che non trova altra uscita, uomini indegni della vita
civile, molti avventurieri, _déclassés_, indiani incapaci al lavoro e
persino criminali». Si comprende in quale considerazione nell'opinione
pubblica doveva esser tenuto questo esercito e in quale disdegno per il
militarismo sia cresciuto il popolo argentino. Dio mi guardi dal
discutere se questo sia un bene o un male; se la mancanza del fardello
delle tradizioni militari--dalle quali pur sgorga quello spirito di
disciplina che compagina le forze e le volontà--renda realmente più
leggero un popolo sulle vie del progresso. Constato dei fatti e nulla
più. I nuovi popoli, anche senza il militarismo, pare che si odiino
precisamente come i vecchi.
L'anima collettiva argentina, pronta sempre agli entusiasmi, alla
presunta vigilia d'una guerra, inneggia all'esercito; ma nel sentimento
individuale le diffidenze, le prevenzioni e la poca simpatia persistono,
e ciò forma oggi il maggiore ostacolo alla buona organizzazione della
difesa nazionale. Una legge sulla coscrizione militare è ora in vigore,
ma i risultati non sono certo soddisfacenti, perchè non è penetrato
nello spirito di tutto il popolo--e non lo potrebbe essere--il
sentimento del dovere militare, perchè sottrarsi all'obbligo di far
parte dell'esercito non è sempre considerato indegno e vergognoso,
perchè chi può eludere la legge troppo spesso la elude senza che senta
gravarsi intorno il disprezzo del popolo, che potrebbe essere il più
potente stimolo al compimento del dovere. La legge è benigna, le
autorità sono clementi, la rilassatezza e l'indifferenza generale
sanzionano tutto.
*
* *
Due altri mali antichi affliggono l'esercito, e sono la politica e la
speculazione--i due mali del resto che rodono la Repubblica intera. Per
la politica, l'esercito non è risultato uno strumento di difesa
nazionale; il nemico esterno è stato perduto di vista nella
preoccupazione del nemico interno.
Nella lunga serie delle rivoluzioni l'esercito ha sempre preso parte
attiva con i suoi _pronunciamientos_, dimenticando il suo alto ufficio,
e distruggendo a colpi di cannone la sua compagine.
Per la speculazione, l'esercito, divenuto campo di sfruttamento, è
costato somme favolose, restando male equipaggiato e male organizzato.
Nella citata opera del Belin Sarmiento trovo questo dato ufficiale: il
costo del soldato argentino era nel '92 di 2025 _pesos_ all'anno; le
cose non sembrano molto cambiate poichè, non contando la farraggine
delle spese straordinarie, il soldato argentino costa oggi sui
_tremilaottocento_ franchi all'anno, cifra enorme se si pensa che il
soldato europeo costa in media meno di mille lire all'anno. Come mai?
Non è facile immaginare il saccheggio della speculazione nei bilanci
della guerra. Partite di cavalli e di muli pagate effettivamente la metà
meno dei prezzi che figurano pagati (un fatto simile è stato denunciato
il 12 aprile da due giornali), forniture di sellerie e di armi fatte a
prezzi disastrosi, somme rilevanti passate in _tramitaciones_ per
ottenere contratti di forniture, ecc. A capo dell'amministrazione del
Ministero della guerra vi è un «intendente di guerra», impiegato
borghese. Ora, non tutti gl'intendenti sono stati di una regolarità
scrupolosa; ve ne sono stati di quelli che hanno preso percentuali di
discutibile legalità sugli affari di forniture e di altro, senza
misteri, ritirandosi dopo due o tre anni con delle vere fortune. (È
doveroso dire che il presente intendente di guerra gode fama di uomo
onesto; ma certi suoi predecessori!...).
Il giornale _El Diario_, qualche anno fa, con una serie di articoli--che
si è saputo scritti da persona assai addentro in questioni militari--ha
rivelato molti mali che bruttano l'esercito argentino. Pare persino che
vi siano talvolta dei fornitori imposti «per ordine» ai colonnelli. Un
colonnello che si rifiutò ad una tale obbedienza sarebbe stato punito
inviando il suo reggimento a soffrire i rigori di cinque mesi d'inverno
nelle regioni andine, senza equipaggiamenti e senza vestiario invernale!
L'esercito, come disgraziatamente tante altre istituzioni argentine, è
stato considerato una specie di greppia, alla quale con un po'
d'influenza si poteva fare una mangiatina. E a furia d'influenze e di
appoggi non è stato difficile a molti persino di ottenere le spalline. A
questo si deve in grande parte se l'esercito argentino, composto d'un
effettivo di 8691 uomini, ha l'onore d'essere comandato da ventisette
generali (senza contare tutti i generali fuori di attività di servizio),
da quattrocentoquattordici colonnelli, da duecentoquarantasei
maggiori--notate la decrescenza--da centosettanta capitani,
quattrocentocinquantasei tenenti e duecentosessantuno sottotenenti.
Totale 1575 ufficiali in attività, fra i quali i colonnelli sono due
volte e mezza più numerosi dei capitani, ed i sottotenenti quasi eguali
in numero ai maggiori. Ciò significa un ufficiale per ogni cinque
soldati... e mezzo.
È facile comprendere il valore di questa massa di comando. Eccettuati un
quindici o venti ufficiali superiori, molti dei quali di sangue
straniero, veramente colti e moderni, licenziati da scuole militari
europee--e specialmente italiane--e un buon gruppo di giovani
promettenti, il resto, nella buona maggioranza, sarà formato da eroi
capaci di farsi ammazzare senza batter ciglio--e lo hanno qualche volta
dimostrato--ma digiuni di scienza militare, e spesso anche... civile. È
noto un vecchio colonnello che non sa nè leggere, nè scrivere. Firma col
timbro, come Carlo Magno. L'uso della carta topografica risulta per
molti antichi ufficiali un vero rompicapo cinese, davanti al quale
capitolano esclamando: _Es mas practico el baequiano!_--È più pratica la
guida!
*
* *
Naturalmente i giovani, i moderni, si trovano in lotta con i vecchi.
Formano il partito dei riformatori, capitanato dallo stesso ministro
della guerra Ricchieri--di origine italiana--uomo di vedute ampie e di
solida coltura, dal quale l'esercito aspetta salvezza. Ma i «giovani»
sono alla loro volta divisi fra i «figli del paese» e gli stranieri ed i
figli di stranieri!... Ne vengono continue polemiche, critiche acerbe
che si trascinano sulle colonne dei giornali, con evidente nocumento
della disciplina.
E questa benedetta disciplina sarebbe tanto necessaria in un esercito,
che, come l'argentino, conserva ancora una parte degli elementi torbidi,
dei quali parlava l'on. Belin Sarmiento, formata in maggioranza da
indiani e meticci. Non bastano a mantenere la disciplina le crudeli pene
corporali che si applicano con frequenza e spesso con eccessiva durezza.
All'indisciplina concorre in parte il regime di vita del soldato, la
libera uscita che ottiene alla notte, durante la quale non di rado si
ubbriaca. I soldati escono senza le armi, ma hanno quasi tutti il
coltello infilato negli stivali, pronto ad uscir fuori quando il vino o
la _caña_ annebbiano la mente. Tornano al quartiere insofferenti del
giogo disciplinare, stanchi, impreparati alle dure esercitazioni della
milizia.
Un'altra causa d'indisciplina è la donna. Come il Creatore commosso
dalla noia d'Adamo gli diede la donna, il Governo argentino ha dato la
donna al suo soldato. Forse lo guidò l'idea d'evitare peggiori
insubordinazioni, a meno che non sia stato invece il legittimo e antico
desiderio di aumentare la popolazione con i... «fils du régiment!» I
reggimenti fuori della Capitale hanno cinquanta e quelli di Buenos Aires
dieci, diciamo così... _attachées_ militari, le quali vivono nel recinto
della caserma, o a cinquanta metri dall'accampamento, seguendo i soldati
ovunque.
Questa istituzione dovuta certo ad un resto di uso indiano--poichè le
donne si trovano in tutte le armate primitive--portata nell'esercito
argentino dai numerosi indiani che vi hanno fatto parte, è fomite di
mali disciplinari, sui quali è degno sorvolare.
Molto gravi sono le conseguenze di tutte queste svariate cause. Il
soldato argentino è generalmente capace di coraggio e di audacia, ma non
ha sufficienti doti militari. Marcia pochissimo, e sarebbe appunto la
marcia, in una guerra fra la Pampa, l'arma più formidabile.
L'artiglieria, creazione nuova, libera dei tristi mali originali, è
buona. La cavalleria non riceve quasi istruzione di maneggio, non
conosce il servizio d'esplorazione, che sarebbe il suo primo còmpito, e
questo avviene anche perchè, in un paese di cavalli, la cavalleria non
ha sempre i cavalli! I reggimenti della Capitale, si può dire che siano
i soli regolarmente montati; quelli ai confini normalmente sono... a
piedi. Quando c'è necessità si manda loro una _cavallata_--una
mandria--si montano, e via!
Il Commissariato è allo stato embrionale; i servizî logistici non sono
organizzati. Le condizioni dell'esercito scemano il valore delle cifre
nei quadri della difesa nazionale. Ai dodici battaglioni di fanteria,
agli undici squadroni di cavalleria, alle sei batterie di artiglieria
che comprendono 8691 soldati, si aggiunge la fantastica cifra di 438,894
uomini della Guardia Nazionale, ma tra _mausers_, _remington_ e carabine
non vi sono armi che per la metà circa, riducendosi così alla metà anche
il valore numerico.
L'Argentina deve preoccuparsi seriamente di questo esercito che le costa
tanti e tanti denari, deve rintracciare le vere cause dei suoi mali e
delle sue deficienze per sanarli.
E qui viene naturale il paragone fra l'esercito argentino e la marina.
La marina, sorta da poco, non ha tabe originali, non ha sofferto per le
vicissitudini delle ingloriose lotte politiche. Ha avuto una direzione
omogenea ed una organizzazione senza troppi rimpasti, dovute alla mente
del Rivadavia che fu molto coadiuvato dall'italiano Muscari. Per quanto
anche qui si riscontrino errori e colpe di dolorosa memoria, tuttavia il
progresso è rapido e sicuro. Una marina non s'improvvisa, perchè non
bastano le navi formidabili quando mancano gli uomini da mettervi sopra:
e la marina argentina ha bisogno ancora di tempo per creare tutti gli
uomini che le necessitano, per non ricorrere, come ora, al personale
straniero. Ma la strada che essa ha rapidamente percorso è certo una
buona garanzia per l'avvenire suo.
Il paragone fra le forze di terra e quelle di mare ricorre molto sui
giornali argentini. «Perchè--domandavasi giorni sono la _Prensa_--le
nostre forze di terra decadono, mentre si migliorano invece le navali?»
Si potrebbe rispondere forse con le sue stesse parole:
«Perchè la marina ha la fortuna di stare in un campo dove non ci sono
governatori, nè elezioni. La sua influenza si salva dal contagio
corruttore della oligarchia, e può svolgere intanto le sue attitudini, e
perfezionarsi!»
IL LUSSO NELL'ARGENTINA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 12 giugno 1902.]
Il popolo _criollo_, che si trova quasi estraneo alle assorbenti cure
del lavoro, che ha a portata delle sue mani le facili ricchezze
alimentate dalla inesauribile sorgente del lavoro straniero, che--con
un'esagerazione che le teorie dell'atavismo giustificano--ha ereditato
dai suoi padri spagnuoli insieme alle virtù della fierezza e
dell'orgoglio anche i difetti della tendenza spendereccia, della manìa
delle apparenze, dell'amore alle grandiosità--come ha ereditato dalle
antiche madri aborigene la passionalità e la dolce mollezza--non poteva
resistere alla piacevole malattia del lusso. «Il lusso sterile si è
subitamente introdotto nei nostri costumi--ha scritto un saggio
argentino--; ma la ricchezza male acquisita va lasciando dietro di sè
molte rovine morali; poichè l'oro è come l'acqua d'un fiume, che desola
e rovina se inonda subitamente, mentre porta in ogni dove la fecondità e
la vita se giunge lentamente per mille condotti.»
In trenta anni o quaranta dalla tradizionale semplicità della vita
_campesina_ si è giunti al più assurdo lusso, assurdo perchè il meno
sapiente, un lusso che si è infiltrato a poco a poco in tutte le
classi, che si rivela negli atti più semplici della vita, che è divenuto
quasi una necessità. Nelle epoche dei grandi guadagni e delle
speculazioni colossali, che sono così recenti e sembrano favolose, si
sono create delle abitudini che resistono tuttavia, e resisteranno pur
troppo fino a che sarà facile _sacar plata_--trovar denari--a chi ha il
privilegio di vivere nell'immensa rete dell'intrigo politico.
Il primo sintomo caratteristico della malattia del lusso, lo straniero
l'osserva appena sbarcato, prima di vedere e sapere nulla, niente altro
che allo scorgere il modo con il quale l'argentino porta in tasca il suo
denaro. Noi abbiamo la meschina abitudine del portafoglio che, se i
borsaioli lo rispettano, serve a conservare i nostri biglietti di banca
ben piegati e classificati. Qui il portafoglio per il denaro è una
gretteria che fa sorridere di disprezzo fin l'ultimo _almacenero_;
l'argentino porta la sua carta monetata insaccata nelle tasche dei
pantaloni. Qualunque somma è portata così, come il fazzoletto. Per
pagare si tira fuori un pugno di biglietti, se ne getta uno tutto
spiegazzato al venditore con un'inimitabile aria di disdegno, e si
ripone il resto con noncuranza nella solita tasca, picchiandoci sopra un
colpetto per diminuirne il volume.
Questa strana ostentazione di disprezzo per il denaro, forma una
caratteristica argentina veramente rivelatrice. È una questione di amor
proprio, di orgoglio curiosamente sentito; in fondo è una contraddizione
patente che costa molto e che forma da sola una delle principali spese
di lusso. Non si guarda alla spesa purchè il gesto sia bello. C'è sempre
una certa ricerca dell'effetto. Ho visto una sera in un caffè a Buenos
Aires un giovanotto, un _compadrito_ (teppista elegante), il quale,
ferito alla testa da una bastonata consegnatagli da un suo buon amico,
si asciugava la ferita con biglietti da un _peso_--i più correnti--che
gettava via insanguinati, e questo perchè non aveva un fazzoletto. Era
sublime; ma certo quel bravo ragazzo avrebbe semplicemente domandato una
salvietta al cameriere se nessuno fosse stato lì a guardarlo.
Al caffè, al _restaurant_, se si è in un gruppo di amici, è sempre uno
che paga per tutti, per legge inviolabile. Si va al teatro in comitiva?
Chi è più vicino allo sportello dei biglietti compera le poltrone,
gl'ingressi, i programmi per tutti; e guai allo straniero che tenta il
modesto rimborso. Il più umile impiegato della municipalità pone le mani
in tasca con l'aria di un Grande di Spagna; salvo poi, tornando a casa
solo, a fare i conti sotto un lampione di quanto costa la grandiosità.
Ho cominciato dall'accennare a queste minuzie perchè sono sintomatiche,
e fanno già comprendere il carattere del lusso argentino. Non è il lusso
d'un paese che col migliorare delle sue condizioni economiche sente
aumentare i bisogni e si adatta progressivamente ad un maggiore
_comfort_; il raffinamento della sensibilità in un popolo ha un processo
molto lento, e la prosperità argentina sorse in pochi anni d'affari
tumultuosi. È il lusso sterile di chi spende per spendere, per
«figurare», di chi poco conosce il costo del denaro; ed è il lusso
più pericoloso perchè non ha una norma fissata dal livello
dell'intellettualità del popolo, la quale ha un limite, ma è invece
regolato dall'ambizione e dallo _snob_ che non hanno limiti.
La conseguenza principale--dal nostro punto di vista di stranieri
cointeressati--è uno sperpero inutile d'enormi ricchezze, il quale
fatalmente non può non indebolire le resistenze morali alla corruzione.
Ricercando le cause dei mali argentini, per i quali tanti italiani
soffrono, non possiamo tralasciare il lusso, e tutto quanto il lusso si
trascina appresso, le cui conseguenze materiali e morali sono vaste e
profonde.
*
* *
Il lusso infesta tutti i campi, come una splendida ortica, e vegeta
persino sul bilancio di Buenos Aires. La Capitale si comporta come una
signora un po' civetta, la quale comperi un cappellino che costa un
occhio a chi.... lo paga, per la sola ragione che qualche amica ne ha
comperato un altro. Si fanno _boulevards_ perfettamente inutili perchè
Parigi ne ha; si creano parchi e giardini dispensabilissimi per non
essere al di sotto delle grandi capitali; si gettano milioni in un
giardino zoologico, dove le scimmie abitano villini arabi e i leoni
dimorano in tempî greci, solo per poter dire che il _Zoo_ di Londra non
è così bello; facendo un grande serbatoio d'acqua potabile si è voluto
che la costruzione rappresentasse un grandiosissimo palazzo del
rinascimento francese, tutto ricoperto di maioliche inglesi, spendendo
due milioni e mezzo per la pura e semplice ornamentazione. Non si è mai
pensato che tutta la popolazione dell'Argentina non arriva a cinque
milioni e che un popolo di cinque milioni deve spendere un poco meno di
quelli sette o otto volte più grandi; si è detto e scritto che Buenos
Aires avendo quadruplicato il numero dei suoi abitanti in ventotto anni,
«raddoppia di popolazione ogni quattordici anni», e non si è pensato
all'assurdo di una tale premessa, secondo la quale fra cinquanta anni
Buenos Aires dovrebbe avere dieci milioni di abitanti. Si è speso sempre
basandosi sul fantastico, ipotecando un lungo avvenire, senza far mai i
conti con le risorse del paese, ripetendo eternamente che il paese è
vasto e ricco e che pagherà tutto. L'importante è che Buenos Aires
mantenga il suo posto di «segunda ciudad latina del mundo»--la prima,
si sa, è Parigi--e poco preme che le finanze si rovinino, che i debiti
crescano in proporzioni spaventose. Nulla importa purchè «il gesto sia
bello»! La collettività fa lo stesso lusso dell'individuo, sterile,
inutile lusso, in modo assurdo e sproporzionato alla potenza finanziaria
del paese.
L'apparenza è tutto. Quel serbatoio d'acqua potabile diventa quasi un
simbolo: il simbolo della esteriorità argentina. Un ricchissimo sfarzoso
castello scintillante di ceramiche policrome, all'esterno;
all'interno... acqua potabile!
Non si fa del lusso in proporzione a ciò che si è, ma a ciò che si vuol
parere; lusso esagerato negli edifici, negli arredi, negli abiti, in
ogni cosa. Non si ha idea, per esempio, delle somme che si spendono
laggiù per le _toilettes_. La stagione dell'Opera viene preventivata
venti o trentamila _pesos_ nelle famiglie della buona società. Nei
negozî principali di mode si ottengono delle rivelazioni interessanti
sulle spese femminili. Conti di quaranta e cinquantamila _pesos_ sono
pagati correntemente dalle signore, cioè volevo dire dai mariti,
dell'aristocrazia portegna. Tutto quanto è moda costa caro perchè tutto
è importato. Parigi, questa fata morgana dell'Argentina elegante,
assorbe per le sue mode e i suoi gingilli, in proporzione, due volte e
mezza più di ricchezza dal Sud che dal Nord-America. Ah! quella Parigi
si è fatta una gran clientela di repubbliche, esportando i diritti
dell'uomo e poi i.... cappellini della donna!
Non parliamo di quanto si spende in feste, feste pubbliche, private,
religiose, di beneficenza; non parliamo del lusso nei _clubs_, nei
teatri, in ogni dove. Vi è in tutto questo qualche cosa d'una immensa
_mise en scene_; si sente il fittizio.
Le spese eccessive portano un dissesto endemico nei bilanci domestici,
che vengono a rispecchiare così il bilancio dello Stato in proporzioni
ridotte. Lo sperpero cieco del denaro conduce per conseguenza ad una
caccia altrettanto cieca al denaro, la quale ha per forma più mite il
giuoco. La questione del giuoco è così grave che ora tutta la stampa
argentina unanime a grandi gridi ne invoca la estirpazione. Ma non è con
dei saggi articoli di fondo che, specialmente ora, potrà svellersi la
mala pianta del giuoco, i cui sottili viticchî, si può dire, avvolgono
ogni anima.
La folla giuoca alla «loteria nacional»--che è una specie di lotto
colossale--con un accanimento incredibile.
Le corse di cavalli offrono un altro sfogo alla manìa del giuoco. Vi
sono a Buenos Aires sopra a _trecento_ agenzie dette «casas de sport»,
specie di totalizzatori, dove tutti corrono a giuocare sopra i risultati
delle corse che hanno luogo una volta alla settimana all'Ippodromo; e
notate che queste «casas de sport» sono colpite da una tassa proibitiva
di _duecentomila pesos_ all'anno. Queste agenzie ricevono per ogni
giorno di corsa 180,000 giuocate. 100,000 ne riceve il «Jockey Club» sul
campo delle corse, e ciò porta ad un totale di circa mezzo milione di
_pesos_ per giornata, ossia ventiquattro milioni di _pesos_ all'anno,
eguali a _sessantadue milioni_ di lire circa (giornale _El Pais_, 28
marzo). Sessantadue milioni puntati dalla sola Buenos Aires in un solo
giuoco d'azzardo!
*
* *
Ma il giuoco che ha le conseguenze più disastrose per il paese è quello
di Borsa. Alla Borsa di Buenos Aires si giuoca accanitamente. Le
oscillazioni nei cambî prodotte dalla speculazione mettono spavento; si
è visto il cambio dell'oro passare da 240 (ossia che ci vogliono 240
_pesos_ in carta-moneta per ogni 100 in oro), a 238, poi a 241 e infine
a 246 tutto in uno stesso giorno. Immaginate quali liquidazioni! Questo
giuoco si basa sulla politica. Durante la questione col Cile si sono
visti dei gelosi segreti diplomatici immediatamente propalati e discussi
sui giornali provocando rialzi dell'oro di molti punti. Quando un
giornale pubblicava un bollettino speciale troppo allarmante, bastava
fare alla Borsa un'inchiesta dissimulata per sapere che il direttore di
quel giornale aveva comperato in quel giorno, per mezzo dei suoi agenti,
quaranta o cinquantamila _pesos_ d'oro. Ricordo che quando venne
ritirato il ministro plenipotenziario Portela da Santiago, io, con un
certo orgoglio di pubblicista bene informato, osservai ad un signore mio
conoscente, il quale gode relazioni politiche, che sapevo la notizia dal
giorno prima; ed egli mi rispose sorridendo:
--E io ero prevenuto quattro giorni fa!
--Impossibile!
--Ecco la prova--e mi mostrò il conto del suo agente di cambio che
attestava la compera di non so quante decine di migliaia di _pesos_
d'oro fatta precisamente quattro giorni prima.
La speculazione non ha limiti. Con una politica incerta e convulsa come
in generale sono sempre le politiche americane, col desiderio smodato in
troppa gente di profittare delle occasioni per il proprio interesse, e
con l'aggravante d'una crisi che ha molto assottigliato l'adipe della
nazione rendendola più vivamente sensibile alle variazioni economiche di
qualsiasi genere, l'influenza della speculazione di Borsa così
esercitata è veramente disastrosa. Si sa bene, pur troppo, che in tutte
le Borse si specula, come del resto in tutti gli ippodromi si giuoca; ma
sono la natura e l'estensione del giuoco e della speculazione che qui
rendono il male spaventoso. Rovinati dai cambî, molti negozianti cercano
di rifarsi sui cambî, giuocando e alla Borsa di Buenos Aires vi sono
nientemeno che quattromilacinquecento soci; una popolazione! Le grandi
oscillazioni rendono più allettevole il giuoco; un solo colpo buono può
essere una fortuna. Il giuoco poi per un fatale concatenamento mantiene
grandi le oscillazioni. Sapendo le grandi somme che l'Argentina deve
pagare all'estero, in oro, per gl'interessi dei prestiti non fosse
altro, si comprende quanto il cambio fittizio fissato dalla speculazione
sia rovinoso. Senza contare i disastri provocati da ogni liquidazione un
po' fuori della media prevista, senza contare la sfiducia e il
discredito che vanno sempre più circondando nell'Argentina quanto è
materia di finanza!
Che dire poi del giuoco vero, il giuoco classico e genuino che si fa
intorno al tradizionale tavolo verde? Le bische sono innumerevoli. La
città, i sobborghi, i paesi dei dintorni, i luoghi di villeggiatura e di
bagni sono pieni di bische. Non ho cifre esatte sulle bische di Buenos
Aires, ma si può immaginare quante mai potranno essere, sapendo che
nella piccola città di Cordoba, la città detta la Santa e anche la
Dotta, si conoscono _quattrocentoventiquattro_ bische. In proporzione
Buenos Aires dovrebbe averne diverse migliaia.
Sono queste bische che impensieriscono tanto oggi i Catoni della stampa,
dei quali non pochi fanno come quel padre che, accorso in una casa di
giuoco per sorprendervi il suo figliuolo scapestrato, e trovatolo ad un
tavolo di _baccarà_, gli gridò con accento indignato:--Disgraziato, che
fai? perchè, perchè... prendi carta sul cinque? Guarda come si fa--e si
assise severamente al suo fianco.
La stampa non risparmia accuse veramente gravi e precise alle autorità
che dovrebbero sorvegliare alla esecuzione della legge, la quale
colpisce severamente le bische come le «casas de sport» con tasse
proibitive. Ma chi ci bada? Il giornale _Los Principios_ è arrivato
persino a denunziare un commissario di polizia come... proprietario di
una bisca!
Quanti milioni non passano giornalmente sui tavoli da giuoco? Non
dimentichiamo poi di aggiungere alle bische i _clubs_ dove si giuoca
tremendamente. Cito un dato: il _Club_ del «Progresso» incassa per le
sole tasse di giuoco, ossia per la sola vendita dei mazzi di carte--il
cui prezzo può variare a seconda l'entità del giuoco fino a quindici
_pesos_--incassa, dico, dagli otto ai dodicimila _pesos_ al mese; ossia,
in un _club_ solo i giuocatori pagano più di centomila _pesos_ all'anno
(250,000 franchi circa) per i mazzi di carte. Quale disordinato
spostamento di ricchezze non deve portare un tale giuoco nella società
bonearense?
A poco a poco tutto tende a diventare giuoco, dalle imprese alla
politica; la via del lavoro è sempre più schivata come mezzo per
raggiungere la prosperità e la ricchezza, perchè è una via troppo lunga
e aspra e difficile in confronto delle altre. Si spende rapidamente; è
necessario guadagnare rapidamente. Ne viene uno squilibrio nelle
manifestazioni della vita sociale. La compagine morale della società
s'indebolisce: e guai quando si rallenta o cessa di funzionare quel
potente regolatore delle azioni umane che è la coscienza!
*
* *
Fra i mali che sono causati dal lusso e dal giuoco ve n'è uno che a noi
interessa di più perchè ha un'influenza diretta sulle transazioni di
denaro e perciò sugli affari. Intendo parlare dell'usura. I saggi
d'interesse sono normalmente alti nell'Argentina (l'interesse legale
ipotecario è del 12%) per la richiesta di capitale dovuta al rapido
sviluppo della produttività del paese, ma ancora più per le diffidenze
dei capitalisti, per i rischi provenienti dalla «indelicatezza»
commerciale, ecc. Sono poi resi enormi quando a tutto questo si aggiunge
la ricerca disordinata del denaro provocata dal lusso e dal giuoco.
L'usura diventa una cosa normale. Un'infinità di famiglie va avanti
impegolandosi sempre più nei debiti in attesa della _volada_--un colpo
di fortuna--o di una nuova pioggia di ricchezze, come nel '90.
Gl'impiegati che sono al corrente dello stipendio spesso lo scontano ai
primi del mese; quelli che da mesi non lo possono ritirare vendono il
loro credito verso il Governo la Municipalità per i due terzi o per la
metà.
Nel piccolo prestito il 50% si chiama un interesse onesto. L'«interesse
onesto» però non è comunissimo. Secondo le circostanze si vede applicato
un tasso dell'80, del 100, del 200%. L'interesse si calcola a mesi, e si
dice perciò modestamente il 5, l'8, il 10%. Ciò che in realtà è il 60,
il 96, il 120%. Pullulano gli ufficî di prestito su pegni e su garanzie
che fanno operazioni dal 4-1/2 per cento in su (al mese, s'intende). Il
male è così vasto che non si nasconde più. Si «opera» alla luce del
sole. Si vedono degli avvisi agli angoli delle vie, sui giornali,
nell'interno dei _tramways_, sui siparî dei teatri, che dicono:
«_Dinero! Dinero!_ Chi ha bisogno di denaro vada in via tale, numero
tale, ecc., succursali in tutta la città». Sono stabilimenti molto
riconosciuti! La _réclame_ applicata all'usura è l'ultima parola del
progresso. L'usuraio diventa una persona per bene, un essere
rispettabile e rispettato, bene accolto. Se ne incontrano per tutto, nei
_clubs_, nelle Società e persino nelle redazioni dei giornali. Alla
domanda: Chi è quel signore?--vi rispondono con indifferenza: uno
strozzino--come vi dicessero un avvocato, un ingegnere, un dottore.
Vedremo, parlando dei nostri connazionali, la rovina che l'usura porta
nella campagna. Le sue conseguenze sulla prosperità generale sono
evidenti.
Il lusso, il giuoco e l'usura formano tre anelli d'una stessa pesante
catena che cinge le braccia della Repubblica Argentina. In essi troviamo
ancora una ragione concomitante della gravissima crisi presente, e non
certo la più lieve. E per questo male non v'è che una guarigione: il
lavoro. Il lavoro domina le manìe dissipatrici.
Gl'italiani, nell'Argentina, sono generalmente tacciati d'avari. Essi
conoscono troppo quanto costa il denaro per poterlo gettare, poichè lo
pagano col sudore della fronte, che è quanto di più sacro e di più
prezioso possa dare un uomo!
RICCHEZZE E MISERIE.
[Dal _Corriere della Sera_ del 17 giugno 1902.]
Nel mese di aprile l'esodo di emigranti dalla Repubblica Argentina ha
superato l'arrivo di 3032 individui, secondo le statistiche dalla
_Direcion de Emigracion_. La differenza fra i partiti e gli arrivati
sembra che aumenti di mese in mese in proporzione geometrica; il sintomo
non è equivoco; l'Argentina è stata finora uno dei paesi che hanno
assorbito la maggiore quantità di emigrazione europea, e debbono essere
ben vaste e profonde le perturbazioni che oggi creano un tale rigurgito
nella regolare corrente immigratoria che si era formata.
Questo solo fatto basterebbe a dare la misura delle gravissime
condizioni della Repubblica Argentina, le cause delle quali abbiamo
sommariamente e alla meglio rintracciato negli articoli precedenti,
esaminando la politica, il governo, la giustizia, l'esercito e la
società di quella giovane nazione.
A queste cause, che sono pur troppo permanenti, si aggiungono anche
cause occasionali e transitorie--come ora la deficienza dei raccolti--le
quali trovano l'organismo della nazione già spossato, incapace di
resistere, e producono danni enormi, come quelle malattie di stagione
che non danno che un leggero malessere ai forti, e colpiscono a morte
gl'indeboliti. Mi diceva un giorno il governatore Freyre--il quale è
salito da poche settimane al Governo di Santa Fè con un programma largo
di promesse--che «se ci fosse un buon governo nell'Argentina
basterebbero soli tre anni di raccolto sopra cinque per star bene.» Anzi
l'eccellente uomo--il quale naturalmente trovava che il suo governo
faceva eccezione alla regola--dopo un istante di riflessione ha
soggiunto che «due soli anni di buon raccolto ogni cinque sarebbero
tuttavia sufficienti alla prosperità del paese.»
In fondo, salvo l'esagerazione ottimista che ogni uomo di governo prova
in presenza di un giornalista straniero, egli diceva la verità. Le
sciagure argentine vengono dagli uomini e non dal paese. Il paese è
ricco.
È ricco; ma potrebbe paragonarsi ad una miniera d'oro in mano a gente
inetta e dissipatrice, di una _Chartered_ che sperperi, che amministri
in modo disastroso, che sfrutti ciecamente la ricchezza, che faccia dei
debiti enormi. Intorno alla miniera d'oro si finirebbe per soffrire la
fame. E la fame si soffre ora nell'Argentina.
La responsabilità degli uomini che reggono i destini di quel paese
appare più grave ai nostri occhi se si paragona ciò che è l'Argentina
oggi a ciò che potrebbe essere; se la tristissima e squallida miseria
alla quale centinaia di migliaia di stranieri sono condannati, si pone a
confronto delle prosperità che quella terra avrebbe potuto dar loro, in
meritato compenso dei sudori e delle virtù che vi hanno prodigato.
*
* *
La prima ricchezza dell'Argentina è la vastità. L'Italia potrebbe
esservi contenuta dieci volte; la Germania sei. Dalle regioni tropicali
del Gran Chaco e di Missiones si svolge fino alle nevi eterne dello
stretto di Magellano ed ai _fiords_ ghiacciati della Terra del Fuoco;
quasi tutti i prodotti della terra potrebbero esservi coltivati. Essa
offre tutti i climi e tutte le altitudini. Le sterminate pianure delle
Pampas, quell'oceano di terra, potrebbero offrire il grano per mezzo
mondo. Gl'immensi fiumi Uruguay e Paranà, il Rio Colorado, e più giù
nella Patagonia il Rio Chubut, il Rio Senger, il Rio Deseado potrebbero
alimentare l'irrigazione di territorî sconfinati, e servire di via ad un
immenso traffico fluviale che colerebbe nei porti marini per ripartirsi
sulla terra. Nei boschi impenetrati del nord, quasi fuori del dominio
umano, si celano i legni preziosi, il cautciù, la china, e nei boschi
della estrema Patagonia e della Terra del Fuoco crescono gli abeti
colossali e i pini che potrebbero essere la grande riserva dei legnami
da costruzione del mondo. È vero che a dieci leghe da una ferrovia o da
un imbarco il valore dei prodotti è assorbito dal trasporto; ma è anche
vero che pochi paesi come l'Argentina si prestano a gettarvi attraverso
delle strade ferrate, rapidamente e a buon mercato. Infine sulle pianure
argentine pascolano ventidue milioni di buoi, quattro milioni e mezzo di
cavalli, settantaquattro milioni di pecore. Pensate quale eldorado
potrebbe essere questo infelice paese, dal quale tanti emigrati fuggono!
Quelle cifre hanno pur sempre un grande fascino per chi le considera
astrattamente senza tener conto di tutte le circostanze che abbiamo
esposto. Di quelle cifre si parla all'estero, e non si parla del resto.
Il quadro descrittivo dell'Argentina è sintetizzato così: due milioni e
mezzo di chilometri quadrati, dei quali ottocentomila coltivabili, cento
milioni di animali da pascolo e meno di cinque milioni d'uomini; è una
ricchezza senza riscontri nel mondo. Tutto il resto appare transitorio;
i popoli si modificano, i cattivi governi passano, gli uomini muoiono, e
la terra resta con i suoi tesori inesauribili. L'avvenire dell'Argentina
è fulgido e sicuro! Correte a prendere i primi posti o folle di
emigranti! perchè indugiate? correte presto; e che importa se voi e
anche i vostri figli morrete soffrendo prima che si alzi il sipario!
Pensate alle future civiltà neo-latine, e correte....
È bello fantasiare sul futuro, ma noi non possiamo uscir fuori della
vita attuale per mirarne la storia attraverso la seducente prospettiva
dei secoli. Non possiamo fissare unicamente, impassibili, i lontani
successi d'una guerra senza vedere nè voler vedere la infinita schiera
dei caduti, senza sentirci chiamati dal disperato appello dei loro
gridi, senza sentirci trascinati a lenire le loro sofferenze, sopra
tutto quando si tratta di nostri fratelli, e la guerra è per altri
paesi: e specialmente poi quando riconosciamo che le vittime cadono non
per la fatalità ineluttabile, ma per le inettitudini e le colpe di
altri!
Nell'Argentina bastavano i caduti nella conquista della terra selvaggia,
nella tenace lotta contro la natura che difende strenuamente i suoi
possessi incontaminati. I nostri lavoratori hanno forte il cuore come
forti le braccia; essi accettano con l'animo lieto di speranza quella
lotta pericolosa la quale porge poi bene spesso il conforto e il
compenso del trionfo.
Ma tutti gli altri caduti? Tutti coloro che dopo anni ed anni di tenace
lavoro debbono abbandonare la terra da essi vinta alla Pampa, flagellati
dalla miseria che ha tolto loro persino gli attrezzi del lavoro, che li
ha sorpresi deboli e sfiniti, sfruttati e spremuti, alla prima
avversità? Vedremo il seguito come da Entre Rios, da Cordoba, da Santa
Fè, da ogni parte giungano le notizie della nera miseria di quegli
infelici, che sono oggi più poveri di quando giunsero laggiù perchè non
posseggono più il fatato tesoro della speranza.
Più volte nelle campagne ho incontrato piccole carovane d'emigranti, col
volto logorato dalla sofferenza, curvi sotto il fardello dei cenci, e
percorrenti così intere regioni per centinaia di chilometri in cerca di
lavoro, domandando ricovero nelle capanne, arrestati spesso dalla
sfinitezza, sferzati sempre dalla fame! Parlando particolarmente
dell'emigrazione dovrò disgraziatamente intrattenere l'amico lettore su
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