Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1
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Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1
Author: Nicolò Papadopoli Aldobrandini
Release date: October 2, 2009 [eBook #30164]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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Credits: Produced by Piero Vianelli
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE MONETE DI VENEZIA DESCRITTE ED ILLUSTRATE DA NICOLÒ PAPADOPOLI ALDOBRANDINI, V. 1 ***
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NOTE DEL TRASCRITTORE.
Il titolo del libro indica il nome "Nicolò Papadopoli Aldobrandini",
assunto dall'autore nel 1905 utilizzato nei volumi successivi e/o
nelle edizioni successive dell'opera.
Il sottotitolo "Parte prima. . .", assente nella edizione trascritta,
è ripreso dalle edizioni successive dell'opera.
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virgolette ripetuto ad ogni linea sono qui formattate come paragrafi
rientrati e tra virgolette.
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P SEGNO = Latin Extended D+A750 -- Latin capital letter P with
stroke through descender.
QUAM = Latin Extended D+A756 -- Latin capital letter Q with stroke
through descender.
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C SEGNO. Lettera C maiuscola con segno diagonale.
D SEGNO. Lettera D maiuscola con segno diagonale.
EZH CODA. Versione maiuscola del carattere unicode Latin Extended
B+01BA -- Latin small letter EZH with tail.
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L SEGNO. Lettera L maiuscola con segno diagonale.
N SEGNO. Lettera N maiuscola con segno diagonale.
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D+A776 -- Latin letter small capital RUM.
T SEGNO. Lettera T maiuscola con segno diagonale.
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medievale simile al carattere unicode U+2237 -- Proportion.
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medievale simile al carattere Unicode U+2234 -- Therefore ruotato
di 90 gradi in senso orario.
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medievale simile al carattere Unicode U+2235 -- Because ruotato di
90 gradi in senso orario.
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precedono l'elenco numerato delle varianti.
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ERRATA . . . CORRIGE.
1. "Prefazione", nota (2):
grammi 238,4994 . . . grammi 233,4994.
2. Vari punti del testo:
oncie . . . once.
3. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che
inizia con "Naturalmente fu uno scrittore. . .":
dipendenza dell'impero . . . dipendenza dall'impero.
4. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che
inizia con "Indipendentemente da questo pregio. . .":
traccie incancellabili . . . tracce incancellabili.
5. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che
inizia con "Altra conferma. . .":
cominciô . . . cominciò.
6. Vari punti del testo:
Galliccioli . . . Gallicciolli.
Galliciolli . . . Gallicciolli.
7. Vari punti del testo:
Museo Brittanico . . . Museo Britannico.
8. "Lorenzo Tiepolo", paragrafo che inizia con "Da tutto ciò. . .":
è la regione . . . è la ragione.
9. "Vitale Michiel", paragrafo che inizia con "Questa monetina, . . .":
un'esame . . . un esame.
10. "Vitale Michiel", paragrafo che inizia con "Intanto sta il fatto
che . . .":
un'aspetto . . . un aspetto.
11. "Giovanni Dandolo", ultimo paragrafo:
e precisamente nel 1352 . . . e precisamente nel 1354.
12. "Giovanni Soranzo", paragrafo che inizia con "Anche in questo
periodo. . .":
_grossis tondis_ . . . _grossis tonsis_.
13. "Antonio Venier", paragrafo che inizia con "Allo scopo di
impedire. . .":
più di 61, né meno di 66 . . . meno di 61, né più di 66.
14. Vari punti del testo (accogliendo la lectio difficilior):
Marin Sanudo . . . Marino Sanuto.
15. Vari punti del testo (accogliendo la lectio difficilior):
Quarantia . . . Quarantìa.
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LE
MONETE DI VENEZIA
DESCRITTE ED ILLUSTRATE
DA
NICOLÒ PAPADOPOLI ALDOBRANDINI
COI DISEGNI DI C. KUNZ.
Parte I.
Dalle origini a Cristoforo Moro.
1156-1471.
Venezia.
Ferdinando Ongania, editore.
1893.
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PREFAZIONE.
_Allorquando dopo un lungo periodo di barbarie l'Europa poco a poco si_
_ridestò come da un sonno penoso e cominciò a sentire il soffio_
_benefico della nuova civiltà, assieme agli studî severi, sorse come_
_per incanto l'amore per le arti ed il culto dell'antico e del bello._
_In Italia fu ancor più sorprendente che altrove il rapido svolgersi_
_di questa epoca gloriosa, nella quale un popolo povero, ma_
_intraprendente, rozzo, ma sapiente, raccogliendo le tradizioni antiche_
_e le aspirazioni novelle, creò quel rinascimento intellettuale ed_
_artistico che forma l'ammirazione di tutti._
_Anche le monete furono studiate e raccolte in tempi remoti. Troviamo_
_già nel 1335 una memoria dove sono notati, da un appassionato cultore,_
_libri, bronzi e monete esistenti a Venezia._
_Ma ben presto i raccoglitori vennero insidiati da falsificatori e le_
_monete dei tempi antichi furono imitate da artisti valenti, che più_
_tardi si diedero a lavorare secondo il proprio sentimento e_
_riprodussero i personaggi ed i fatti dei loro tempi. Questa nobile_
_arte mandò i primi vagiti nella nostra regione: Padova, Venezia e_
_Verona videro le prime opere di questi grandi, ricercatissime al_
_giorno d'oggi dai musei e dai raccoglitori, studiate da italiani e_
_forestieri, che formano una collana preziosa di piccoli capolavori,_
_conosciuti col nome di medaglie artistiche italiane del rinascimento._
_La medaglia di Francesco Foscari che adorna il frontespizio del_
_presente volume, opera di_ ANTONELLO DELLA MONETA _intagliatore_
_della zecca nostra, è la più antica riproduzione metallica della testa_
_di un doge, e concorda per l'epoca e per le fattezze, col ritratto di_
_Gentile Bellini e con una miniatura dell'epoca, esistenti entrambi nel_
_Museo civico di Venezia._
_Da prima ogni cura fu rivolta alle monete greche e romane, restando_
_affatto neglette le antichità medioevali. Soltanto in epoca piuttosto_
_recente si studiarono le monete delle città e dei principi italiani,_
_che sono pure tanta parte della nostra gloria._
_La zecca di Venezia fu tra le prime che attrassero l'attenzione dei_
_dotti italiani e stranieri. Fu tosto veduta e trattata la questione_
_più ardua e più interessante che la riguarda, perché già nel 1610_
_Petau (Petavius) pubblicava il disegno del denaro di Lodovico il Pio_
_col nome di Venezia, e nel 1612 l'autore dello_ SQUITINIO DELLA
LIBERTÀ VENETA _se ne serviva come di arma principale ed invincibile_
_contro la pretesa di indipendenza originale dei veneziani._
_Nello scorso secolo alcuni studiosi, anche valenti, si occuparono_
_della numismatica veneziana; ma i migliori superficialmente, e quelli_
_che vollero addentrarsi nelle indagini sul valore della moneta, a_
_Venezia ancora più importante che altrove, si smarrirono in_
_supposizioni e fantasie, che complicarono maggiormente una materia già_
_per sé non facile né semplice._
_Si aggiunsero le insidie di alcuni impostori, che cercavano di_
_sorprendere la buona fede dei raccoglitori, le idee preconcette e_
_l'amore esagerato del luogo natìo, che non lasciavano vedere quant'era_
_più naturale e più vero. Nell'epoca forte e serena, nella quale,_
_mediante lo studio della storia e delle lettere, si preparava il_
_risorgimento della patria, si formarono nuove raccolte, e vi_
_applicarono la moderna critica storica i migliori cultori della_
_numismatica veneziana Angelo Zon, Vincenzo Lazari e Carlo Kunz. Però_
_il primo appena poté compiere un lavoro breve e succinto, gli altri_
_due si occuparono di studî speciali, e per colmo di sventura Vincenzo_
_Lazari fu rapito da morbo crudele in fresca età, prima di_
_intraprendere quell'opera complessiva sulle monete veneziane, di cui_
_aveva concepito il pensiero. Spariti questi valorosi, poiché a me la_
_buona fortuna permise di trar profitto dalle annotazioni raccolte da_
_Lazari e dai disegni e dalle note di Kunz, sebbene comprendessi la mia_
_insufficienza di fronte a così grandioso soggetto, mi accinsi_
_coraggiosamente all'opera. Ora dunque, dopo aver pubblicato alcune_
_parti staccate di questo lavoro, presento al pubblico il primo volume_
_della illustrazione delle monete di Venezia. A questo, col tempo,_
_terranno dietro altri due, se il favore degli studiosi e degli_
_intelligenti accoglierà con benevolenza un tentativo, che può essere_
_superiore alle forze, non alla buona volontà che mi anima._
_Ho trattato da prima la grande questione delle origini della zecca_
_veneta e dei rapporti di Venezia cogli imperi d'Oriente e d'Occidente;_
_indi ho diviso la materia in tanti capitoli quanti sono i dogi, da_
_Vitale Michiel II sino a Cristoforo Moro, dove si arresta il còmpito_
_prefisso alla prima parte dell'opera. Ogni capitolo comincia con brevi_
_cenni sui fatti storici, e tratta poi con maggior dettaglio, quanto_
_può interessare la parte numismatica ed economica, notando le monete_
_coniate e citando i documenti che ordinano o che regolano la_
_fabbricazione delle monete. Ciascun capitolo è seguito da un elenco_
_dettagliato delle monete coniate da quel doge, poste in ordine secondo_
_il metallo ed il valore. Ogni moneta, oltre la_ denominazione _ed_
_il_ valore_, reca l'indicazione del_ metallo_, del_ titolo _e del_
peso_: la_ descrizione _poi è completata dalle_ tavole_, che_
_riproducono i bellissimi disegni di Carlo Kunz_ (1).
_Speciale attenzione ho posto all'esattezza delle denominazioni e del_
_titolo, che, se non ho potuto conoscere dai documenti contemporanei,_
_ho rilevato con assaggi chimici. Solo quando trattavasi di monete_
_assai rare, che non si potevano sacrificare, dovetti contentarmi_
_dell'assaggio col tocco sulla pietra; ma in tal caso ho accompagnato_
_la notizia colla parola_ circa_, essendo l'esattezza di tale prova_
_soltanto approssimativa._
_Nello stabilire quali monete si debbano chiamare di_ argento _e_
_quali di_ mistura_, non ho potuto seguire il sistema indicato da_
_Domenico Promis, che classifica nell'argento solamente quelle che_
_hanno più della metà di fino, né quello, ottimo per le romane, che_
_annovera tra le monete d'argento tutte quelle che contengono anche una_
_minima quantità di tale prezioso metallo. Questo modo regge soltanto_
_dove le monete di mistura sono una degenerazione progressiva delle_
_antiche migliori, ma non può essere scelto a Venezia, dove il denaro_
_nei primi tempi era il tipo della moneta ed aveva l'intrinseco_
_corrispondente al valore, contenendo appena un quarto del suo peso o_
_poco più di argento. Ho preferito quindi collocare i denari_
_nell'argento finché essi conservarono lo stesso titolo, ma quando il_
_tipo o campione del valore fu trovato in altra moneta più perfetta, ed_
_i denari discesero sotto al quarto del loro peso di fino, diventando_
_così una specie inferiore, nella quale si teneva poco conto _
_dell'intrinseco, perché serviva solo a compensare le frazioni dei_
_pagamenti, allora ho creduto poter classificare i denari nelle monete_
_di mistura tenendo il limite di 250 millesimi di fino, sotto il quale_
_si devono considerare monete basse o divisionarie._
_Per il peso, quando non ho potuto rilevarlo dai documenti, mi sono_
_tenuto agli esemplari meglio conservati e più pesanti, avendo_
_osservato che quasi mai le monete raggiungono il peso legale e_
_ritenendo inferiore al vero il peso calcolato sulle medie anche di_
_esemplari bene conservati._
_Ho scelto l'antico peso veneziano, perché è quello usato nei_
_documenti, mettendo fra parentesi la riduzione in grammi_ (2)_;_
_invece nel titolo mi sono servito della divisione in millesimi,_
_mettendo fra parentesi il modo veneziano di segnarlo, che è quello di_
_indicare i carati di lega accompagnati dalla parola_ peggio_. Ciò_
_vuol dire, che la composizione del metallo, da cui fu tratta la_
_moneta, è formata di metallo fino, tranne i carati preceduti dalla_
_parola peggio, i quali sono di lega, o, come dice elegantemente il_
_poeta_ (3)_, di_ mondiglia_._
_Ho citato le collezioni dove si trovano gli esemplari sicuri delle_
_monete più rare, la maggior parte dei quali furono da me veduti, o_
_furono esaminati da chi era competente ed esperto in tale materia. Ho_
_trascurato tali note per le monete meno rare e per quelle che si_
_trovano in quasi tutte le raccolte, non volendo moltiplicare_
_inutilmente le citazioni. Invece, dopo ogni doge, ho posto i nomi_
_degli autori e le opere che parlano o dànno disegni di monete,_
_esaminando con diligenza, oltre le mie, le note del Lazari e del Kunz._
_Non oso sperare che l'elenco sia completo, potendo essere sfuggito_
_alcun che nella farragine di autori forestieri e nostri che si sono_
_occupati di Venezia e di tutto quello che la riguarda. In ogni caso_
_spero col tempo di poter riparare gli errori e le ommissioni nella_
_bibliografia, che sarà una futura appendice da porsi in fine_
_dell'opera completa._
_Nella terza appendice di questo volume ho notato la rarità delle_
_monete veneziane ed i prezzi attuali per norma dei collettori e_
_specialmente dei nuovi e dei giovani. Naturalmente questi dati sono_
_soltanto approssimativi, perché variano in questa materia gli_
_apprezzamenti, e di più possono variare per circostanze fortuite, come_
_sarebbe qualche ritrovamento che facesse diventare comune ciò che_
_prima era raro. I prezzi indicati sono relativi ad una conservazione_
_perfetta, perché, quando manca tale qualità essenziale, conviene fare_
_una proporzionata riduzione._
_Avrei voluto dire qualche cosa anche sulle falsificazioni, che_
_infestano alcune raccolte di monete venete, specialmente nei pezzi dei_
_primi tempi e di minor mole, ma l'argomento è difficile a trattarsi e_
_non può essere conosciuto completamente se non con una lunga pratica e_
_col confronto di vari esemplari tanto falsi che genuini._
_Non posso chiudere queste brevi parole senza ricordare almeno i_
_principali fra quei benevoli amici, che mi hanno confortato,_
_consigliato ed ajutato nei miei studi lunghi e minuziosi. Alcuni di_
_essi sono già scesi nella tomba, e cioè Vincenzo Lazari, Rinaldo_
_Fulin, Carlo Kunz e Bartolomeo Cecchetti, ai quali debbo tutto il poco_
_che so. Agli altri, ai quali auguro lunga vita per conforto loro e_
_degli studî storici, come il comm. Nicolò Barozzi, il cavalier Antonio_
_Bertoldi, il cavalier abate Giuseppe Nicoletti, il professor Alberto_
_Puschi, il signor Luigi Rizzoli e principalmente il cavalier Riccardo_
_Predelli ed il comm. Alessandro Pascolato, che mi furono cortesi di_
_benevolo ajuto, sono lieto di poter esprimere pubblicamente la mia_
_perenne riconoscenza._
N. P.
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NOTE A "PREFAZIONE".
(1) Alcune poche monete, i sigilli dei dogi P. Ziani, G. Soranzo, M.
Falier, M. Steno, F. Foscari, P. Malipiero e C. Moro, e la
medaglia che figura nel frontespizio sono ottimi lavori del
valente e diligentissimo disegnatore signor Vincenzo Scarpa.
(2) Il _marco_ di Colonia era adoperato da tempo antichissimo a
Venezia e si divideva in 8 once, ogni _oncia_ in 141 carati, il
_carato_ in 4 _grani_. Il marco corrisponde a grammi 233,4994 e
quindi il grano a grammi 0,05175.
(3) Dante. _Inferno_. Canto XXX.
[Nuova pagina]
PARTE PRIMA.
DALLE ORIGINI A CRISTOFORO MORO.
1156-1471.
[Nuova pagina]
ORIGINI DELLA ZECCA
E
PRIME MONETE DI VENEZIA.
Arduo e spinoso riesce certamente ogni studio storico intorno ai tempi
di remota antichità o a quelli che ci sembrano quasi più lontani per
la distruzione barbarica di una civiltà già arrivata a mirabile
altezza. Per ciò stesso sono più importanti e di maggior interesse
quelle ricerche, che hanno il felice risultato di rischiarare epoche
tenebrose, di cui mancano i documenti e le memorie scritte; e conviene
far tesoro di ogni umile traccia, di ogni debole raggio di luce, che
possa far intravedere un tratto del difficile cammino.
Interpretati da sapienti ricercatori molto hanno servito a questo
nobile scopo gli avanzi dei monumenti religiosi e civili; molto hanno
rivelato e più ancora promettono di rivelare i tesori che la terra
conserva nel suo seno e che di tempo in tempo generosamente concede.
Molto ancora possiamo sperare dalle amorose ricerche sopratutto sulle
monete e medaglie, che fin ora non furono abbastanza studiate e che
non sono ancora apprezzate da tutti al loro giusto valore. Sia per la
molteplicità degli esemplari, sia per il piccolo volume e per
l'intrinseco pregio, sia infine per lo scopo a cui sono destinate, che
le rende preziose all'universalità, le monete possono più facilmente
d'ogni altra cosa, nascondersi e sfuggire alle persecuzioni di tutti
coloro, che per mille svariate ragioni distruggono le memorie del
passato. Ed in vero il maggior numero di quelle che si conservano ed
arricchiscono le nostre raccolte provengono da nascondigli spesso
sotterranei, e l'abbondanza di queste scoperte in tutti i tempi è
prova della quantità inesauribile di tesori grandi e piccini, che
furono deposti in quel sicuro rifugio dal guerriero vinto, dal
mercante timoroso, dall'avaro inquieto, e persino dal colpevole, che
cercava nascondere il corpo del delitto.
Indipendentemente da questo pregio, la moneta ha sempre qualche dato
sicuro per conoscere l'epoca ed il luogo dove fu coniata, ha il nome o
gli emblemi della sovranità che le imprime il carattere. Ha poi la
nota importantissima della contemporaneità per essere vissuta, si può
dire, della vita del suo tempo, di cui porta le tracce incancellabili,
ragioni per le quali essa ci fornisce non poche notizie politiche
economiche ed artistiche, che spesso non si ritrovano in monumenti di
maggior volume.
Anche sulla storia dei primi secoli della nostra Venezia le monete
possono dare non pochi lumi. Esse vennero tirate in campo nella seria
e già antica controversia fra gli storici veneziani, che sostenevano
la assoluta indipendenza della loro città e repubblica sino dalla sua
origine, e gli storici non veneziani, i quali invece credevano che il
governo veneto per molti anni avesse riconosciuto l'alta sovranità
dell'impero prima greco, poi occidentale.
Naturalmente fu uno scrittore straniero pagato dall'oro spagnuolo,
che, nell'interesse di quella politica fatale all'Italia, citò le
monete di Lodovico il pio, quali prove incontestabili di dipendenza
dall'impero (1). Tali conclusioni furono accolte con entusiasmo da
altri autori, nei quali invano si cercherebbero la imparzialità e la
rigorosa critica storica: mentre gli scrittori veneziani, per amore di
patria e per ragioni a cui non era estranea la preoccupazione politica
e nazionale, respingevano vivamente una simile idea. Alcuni di essi,
non sapendo fare di meglio, negarono che tali monete appartenessero a
Venezia, attribuendole alla Venezia terrestre (2), ovvero alla città
di Vannes nella Armorica, come il senatore D. Pasqualigo (3) e G. G.
Liruti (4); ma la maggior parte sostennero semplicemente, che Venezia
aveva avuto fino dalla sua origine il diritto di coniare moneta (5),
ed alcuno come il Sandi (6), affermò perfino non esistere alcuna sua
moneta, sebbene antichissima, colla immagine degli imperatori greci o
latini, o con quella dei re d'Italia.
Più saggia critica storica usarono gli autori moderni nel trattare di
questo periodo della moneta veneziana. Lo Zon non osa combattere il
pregiudizio comune, ma trova vano e superfluo discutere su tradizioni
incerte ed arbitrarie, se la moneta veneziana abbia cominciato prima o
dopo del 911 e 938, ed in sostanza ammette timidamente che la zecca
cominciasse a lavorare solo nel secolo nono o decimo (7). Il conte di
San Quintino, discorrendo di questo argomento con profondità di
dottrina e con abbondanza di critica acuta ed imparziale, dimostra che
le monete di Lodovico e di Lotario col nome di Venezia sono battute
nella zecca palatina, che esisteva nel palazzo imperiale o nella sede
del governo, e cerca di conciliare gli opposti pareri, dimostrando che
il nome di Venezia è posto per manifestare apertamente le vere o
supposte ragioni di sovranità, che agli imperatori d'occidente erano
sempre contrastate dai Bizantini e dai Veneziani (8). Cartier (9) e
Barthelemy (10) riproducono le idee di San Quintino e credono potersi
attribuire tali monete a Venezia senza ledere la sua indipendenza.
Finalmente Vincenzo Promis, in una saggia ed erudita memoria (11),
riassume la questione, riporta tutte le opinioni e determina
l'attribuzione delle monete in un modo assai soddisfacente, e sul
quale resta ben poco da dire.
Così la numismatica erasi purificata, è vero, dagli errori più
grossolani, giungendo a stabilire con sufficiente esattezza l'età e
l'attribuzione delle monete; ma non si erano tratte ancora dalle
premesse tutte le conseguenze che la critica storica naturalmente
poteva dedurne, per cui gli errori ripullulavano anche quando non vi
era più la giustificazione di preoccupazioni politiche o nazionali.
Infatti Romanin suppone (12) che i Veneziani stabilissero, col
consenso degli imperatori, una zecca, da cui uscissero monete che
avevano corso nelle terre italiane e greche, e crede che, quando Carlo
Magno fece chiudere molte officine dell'impero per far coniare
soltanto in _Domo palatii_, la zecca veneziana continuasse ad
esistere. Anche Cecchetti e Padovan ritengono che prima delle monete
ducali conosciute si battesse a Venezia moneta veneziana (13). Citando
documenti del X ed XI secolo, che parlano di _denari nostri_ o
_veneziani_, Padovan (14) respinge l'idea, che le monete uscite dalla
zecca veneta sino al 1156 fossero _soltanto_ le imperiali, parendogli
impossibile, che un governo così altiero della propria indipendenza,
fondasse una zecca per battervi moneta straniera. In fondo è la solita
tradizione degli storici veneziani; si crede alla zecca che battesse
più qualità di monete ed alla indipendenza della repubblica fino dai
primi tempi; il che, a mio avviso, ripugna alla critica storica,
perché le nazioni e gli stati, come gli uomini, passano per le varie
fasi della vita, dall'infanzia all'adolescenza, alla giovinezza, prima
di arrivare alla virilità. Così Venezia cominciò ad esistere debole e
piccina, studiandosi di sfuggire i pericoli che minacciavano la sua
esistenza, cercando l'appoggio dei più potenti, e crebbe poi
rigogliosa di forze e di vitalità; ma passo a passo, e solo col tempo,
coll'attività e colle virtù dei suoi cittadini, raggiunse la forza
bastante ad essere indipendente, ed a far sì che questa sua
indipendenza fosse riconosciuta e rispettata dai vicini, che non
furono sempre deboli, o benevoli verso di lei.
Non credo necessario di trattenermi lungamente sugli errori più
evidenti degli antichi autori, che furono già dimostrati insussistenti
dagli illustri scrittori di numismatica che mi hanno preceduto, in
modo tale, da non lasciare più alcun dubbio. Per esempio,
l'affermazione del Gallicciolli, che a Venezia siano state coniate
monete d'oro dette _redonde_ in un'epoca in cui non si coniava moneta
d'oro in Europa, se non dai principi longobardi di Salerno e
Benevento, è bastevolmente contrastata dal Promis (15), il quale (16)
ha pure a sufficienza risposto al Sandi: imperocché, se è giusto alla
lettera che non si trova sulle monete veneziane l'effigie e il
ritratto degli imperatori, si trova però secondo l'uso del tempo,
impresso su di esse il nome, che ha lo stesso valore ed eguale
importanza.
Il Conte di San Quintino ha dimostrato, coll'approvazione di tutti gli
studiosi, e così che nessuno potesse più tornare sull'argomento,
essere affatto insussistente la supposizione che le monete col nome di
"V E N E C I A S" fossero coniate a Vannes in Francia.
Così pure non occorre aggiungere molte parole a quelle già dette dal
Promis (17) sopra il sistema architettato dal Carli (18) e seguito dal
Filiasi (19), e cioè che i Veneziani avessero per i commerci
coll'Occidente le monete di cui ora trattiamo coi nomi degli
imperatori franchi e coniassero per l'Oriente _bisanti_ dei tre
metalli, mentre poi per l'interno si servissero di speciali denari,
che sono quelli colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P E R A T".
Una tale confusione non si è mai veduta in nessun paese, e non si
comprende come potesse accogliersi da storici e critici di tanto
valore. Infatti basta vedere i denari di Lodovico e di Lotario per
assicurarsi che sono più antichi di quelli con "C R I S T V S spazio I
M P E R A T", i quali invece per tipo e peso sono più vicini certo a
quelli di Corrado e degli Enrici. Monete veneziane poi con tipo
bizantino non se ne videro mai, nessun documento ne parla, e conviene
quindi confinarle con altre fantasie che hanno infestato e continuano
a rendere difficile la storia dei primi tempi della zecca veneta.
Mi tratterrò invece brevemente sull'errore più diffuso ed in cui
cadono quasi tutti gli storici veneziani, cioè che Venezia, dai tempi
immemorabili, abbia avuto diritto di zecca e lo abbia esercitato. Lo
Zon ed il Lazari sono forse i soli che non credono anteriore al secolo
nono la zecca di Venezia, ma, più che dirlo, lo pensano. Tutti gli
altri ripetono, senza nemmeno l'ombra del dubbio, le stesse parole, e,
sicuri della innata indipendenza di Venezia, suppongono che ne abbia
ugualmente avuti tutti i diritti inerenti, fra i quali principalissimo
quello della moneta: anzi taluno deplora che sieno stati già perduti
quei nummi, dei quali ci porgono indubbia prova le memorie ufficiali
(20).
Questo è giudicare di fatti antichi con idee moderne; il coniare
moneta ed il porvi il proprio nome fu sempre considerato come indizio
di sovranità, ma il coniare moneta per far prova dinanzi al mondo
della propria sovranità è un'idea che comincia solo nell'epoca civile,
e mostra la conoscenza del passato quale guida del presente. Laonde
troveremo anche nella storia veneta un simile atto, ma più tardi solo
quando il progresso civile sarà già alquanto avanzato, o quando
Venezia, divenuta più forte, vedrà meno potenti i suoi vicini.
Il primo periodo storico di Venezia è quello che corrisponde alla
dominazione dei Goti in Italia. È facile dimostrare e comprendere che
in tale epoca, come in quella della invasione longobarda, i Veneziani
non avevano né la potenza, né l'autorità di aprire una zecca, e questa
verità è tanto evidente che ne conviene lo stesso Romanin (21).
Durante l'impero romano la facoltà di coniare moneta si esercitava
esclusivamente dall'imperatore, e lo stato era così geloso di questa
sua importante prerogativa, che a nessun altro l'accordò giammai, e
persino nell'epoca della decadenza e della rovina dell'impero
d'occidente, il prestigio dello stato romano e l'idea del potere
imperiale erano ancora così grandi, che gli stessi barbari vincitori
non osarono mettere iscrizioni nella propria lingua e la effigie del
proprio re sulle monete, ma soltanto il monogramma o il nome in
latino, lasciando sempre sul diritto l'effigie dell'imperatore romano
residente in Costantinopoli, quasi che in nome suo esercitassero
l'autorità regia. È ben naturale che, tale essendo il sentimento dei
vincitori verso il vinto, non potesse essere inferiore il rispetto
degli abitanti delle lagune verso il sovrano di Bisanzio, ch'era
sempre il continuatore ed il rappresentante dell'impero romano.
Sia che la veneta laguna abbia dato ricetto a gran parte dei nobili e
ricchi abitanti fuggenti le invasioni barbariche, sia che i poveri
pescatori e modesti naviganti sfuggissero all'invasione per le difese
naturali e per la loro pochezza, il fatto è che in quell'epoca sola le
nostre isole cominciarono ad avere un'importanza e ad organizzare un
governo proprio. Qualunque delle due ipotesi si debba accogliere, gli
abitanti delle isole dovevano riguardare come nemici i barbari, ed
avere i loro sguardi rivolti verso l'imperatore, trovando la naturale
protezione nel sovrano di Bisanzio, che conservò il potere imperiale
in tutte quelle parti d'Italia, che non furono invase dai barbari.
Pur troppo sono assai scarse le notizie storiche, e quasi nessun
documento ci resta di quell'epoca interessante; la raccolta delle
lettere di Cassiodoro, cancelliere di Teodorico, è uno dei pochissimi
raggi di luce in queste tenebre. In varie lettere parla dei Veneziani,
ma la XXIV del XII libro è diretta ai tribuni delle isole venete, e
sebbene sia conosciuta da tutti gli studiosi della nostra storia, non
sarà inutile rammentarla, perché è una descrizione così viva ed
interessante, che mostra a qual punto erano giunte le industrie a
Venezia, la forza rigogliosa del suo commercio e l'attività robusta
dei suoi abitanti, che già si vedono destinati ad un grande avvenire.
"Con un comando già dato, ordinammo che l'Istria mandasse
felicemente alla residenza di Ravenna i vini e gli olii di che
ella gode abbondanza nel presente anno. Voi che nei confini di
essa possedete numerosi navigli provvedete con pari atto di
devozione, acciocché, quanto quella è pronta a dare, voi vi
studiate di trasportare celermente. Sarà così pari e pieno il
favore dell'adempimento, mentre l'una cosa dall'altra dissociata,
non più si avrebbe l'effetto. Siate dunque prontissimi a tal
viaggio vicino, voi che spesso varcate spazii infiniti. Voi,
navigando tra la patria, scorrete, per così dire i vostri
alberghi. Si aggiunge ai vostri comodi, che anche altra via vi si
apre sempre sicura e tranquilla. Imperciocché quando per
l'infuriare dei venti vi sia chiuso il mare, vi si offre altra via
per amenissimi fiumi. Le vostre carene non temono aspri soffii,
toccano terra con somma facilità e non sanno perire, esse che sì
frequentemente si staccano dal lido. Non vedendone il corpo
avviene, talora di credere che siano tratte per praterie, e
camminano tirate dalle funi quelle che son solite starsi ferme
alle gomene; cosicché, mutata condizione, gli uomini a piedi
ajutano le barche. Queste già portatrici, sono invece tratte senza
fatica, e in luogo delle vele si servono del passo più sicuro dei
nocchieri. Ci piace riferire come abbiam vedute situate le vostre
abitazioni. Le famose Venezie già piene di nobili, toccano verso
mezzodì a Ravenna ed al Po; verso oriente godono della giocondità
del lido jonio, dove l'alternante marea ora chiude, ora apre la
faccia dei campi. Colà sono le case vostre quasi come di acquatici
uccelli, ora terrestri, ora insulari: e quando vedi mutato
l'aspetto dei luoghi, subitamente somigliano alle Cicladi quelle
abitazioni ampiamente sparse e non prodotte dalla natura, ma
fondate dall'industria degli uomini. Perciocché la solidità della
terra colà viene aggregata con vimini flessibili legati insieme, e
voi non dubitate opporre si fragile riparo alle onde del mare,
quando il basso lido non basta a respingere la massa delle acque,
non essendo riparato abbastanza dalla propria altezza. Gli
abitatori poi hanno abbondanza soltanto di pesci; poveri e ricchi
convivono colà eguaglianza in eguaglianza. Un solo cibo li nutre
tutti; simile abitazione tutti raccoglie; non sanno invidiare gli
altrui penati e, così dimorando, sfuggono il vizio cui va soggetto
il mondo. Ogni emulazione sta nel lavorare le saline; voi usate i
cilindri in luogo degli aratri e delle falci. Con ciò ottenete
ogni prodotto, perché di là avete anche quel che non fate, e in
certo modo battete una specie di moneta per il vitto. Dall'arte
vostra ogni produzione deriva. Taluno può chiedere l'oro, ma non è
chi non desideri di trovare il sale, e giustamente, perché a
questo si deve che possa esser grato ogni cibo. Ancora una volta
io vi raccomando, approntate al più presto possibile i navigli che
stanno ne' vostri cantieri, come altrove la domestica armenta
nella stalla del contadino".
Cassiodoro si rivolge ai tribuni marittimi delle isole venete e chiede
un servizio, che essi certo non potevano rifiutare e che probabilmente
avevano obbligo di prestare, ma lo chiede con tanta cortesia e con
frasi così lusinghiere che non si possono attribuire soltanto allo
stile enfatico e declamatorio dell'illustre retore. Il ministro di
Teodorico non avrebbe adoperata una forma così umile e complimentosa
con dei sudditi o vassalli, e siccome i veneti, anche se godevano di
una certa autonomia o individualità, come appare dal senso di questa
lettera, erano sempre troppo piccoli e troppo deboli per meritare
tanti riguardi, dobbiamo concluderne che essi avevano la protezione
dell'impero, col quale i Goti in quel momento desideravano conservare
i buoni rapporti.
Questa lettera risolve anche la questione della zecca, perché
Cassiodoro dice ai Veneziani:
"Pro aratris, pro falcibus cilindros volvitis inde vobis fructus
omnis enascitur, quando in ipsis et quae non facitis possidetis.
Moneta illic quodammodo percutitur victualis. Arti vestrae omnis
fructus addictus est. Potest aurum aliquis quaerere, nemo est qui
salem non desideret invenire...".
Queste parole, che dobbiamo attribuire soltanto al solito stile
figurato di Cassiodoro, non significano già che il sale servisse come
mezzo di pagamento, né che a Venezia esistesse una speciale moneta
denominata _victualis_, come fu creduto da alcuno; ma non occorre
insistere su questo punto, concordando in tale opinione le autorità
del Muratori (22) e di San Quintino (23).
Intanto però l'Imperatore Giustiniano cominciava a porre ad effetto i
suoi progetti; nel 539 Belisario sconfigge gli Ostrogoti e conquista
Ravenna, Treviso ed altri siti importanti nel Veneto; nel 550 Narsete
prende il posto di Belisario, e, seguendo le coste del mare, riprende
Ravenna e dà il tracollo alla potenza dei Goti. Tutta l'Italia ritorna
in potere dell'imperatore romano d'oriente, ma per breve tempo, perché
nel 568 i Longobardi, condotti da Alboino, conquistano quasi senza
colpo ferire, la Venezia, e poco dopo presso che tutta l'Italia sino a
Spoleto e Benevento.
Le possessioni dei Greci si restringono sino a poche coste che
dipendono da' due centri di Ravenna e di Napoli; da questo momento
tutti gli sforzi, prima dei Longobardi, poscia dei Franchi, sono
rivolti a conquistare l'Esarcato, ciò che riuscì loro assai tardi, e
ad impadronirsi delle Lagune e dello Stato veneto, il che non venne
fatto né ai Longobardi né ai Franchi loro successori. È naturale però
che i Veneti non potessero resistere soli e senza amici a potenti e
ripetuti colpi; essi trovarono il naturale appoggio nei Bizantini, che
avevano gli stessi avversari, e coi quali i Veneziani erano legati per
tradizione, per interesse e per la comunanza del pericolo.
Già nell'epoca in cui Belisario e Narsete avevano respinto
vittoriosamente i Goti, questi condottieri dell'esercito imperiale si
tennero lungo la costa, ch'era per la massima parte dipendente dai
Greci, e considerarono Venezia come sito amico. È naturale che da
quell'epoca in poi il corso degli avvenimenti abbia stretto sempre più
i legami di Venezia con Costantinopoli, e che essa sia stata
considerata come parte dell'impero d'oriente. Invero qualche cronista
forestiero (24) tratta i veneziani quali sudditi degli imperatori
bizantini. Essi stessi tali si proclamano quando temono di cadere
nelle mani di Pipino (25) ma tali di fatto non furono mai, perché
nominarono sempre i loro magistrati e capi militari ed ebbero milizia
propria. Però essi riconoscevano l'alto dominio dell'imperatore, ne
ricevevano benefizi e gli prestavano ajuto, ciò che è conforme alle
idee dell'epoca, mentre l'imperatore romano era riconosciuto come
l'alto signore di diritto di tutti i popoli non barbari, _conservator
totius mundi_, come si dice in un documento veneziano (26), e
giudicherebbe colle idee del giorno d'oggi chi credesse
differentemente.
Esisteva, è vero, a Venezia un partito insofferente dell'ingerenza dei
Greci, che teneva per coloro che erano padroni della terraferma (27);
ma la maggioranza dei cittadini preferiva un imperatore lontano e
debole ad un vicino potente ed inquieto. Venezia intestava i suoi atti
coi nomi e cogli anni degl'imperatori (28), pregava nelle chiese per
la salute dell'imperatore (29): l'imperatore negoziava e stipulava i
trattati per conto di Venezia (30). In fatti la posizione di Venezia
non differiva da quella di molti altri piccoli stati, che nei loro
primordî riconobbero la protezione di un qualche potente monarca,
conservando intera l'autonomia della amministrazione interna e
giovandosi delle circostanze per arrivare ad una completa
indipendenza, meta e desiderio generale e costante. Insomma i legami
con Costantinopoli non furono mai troppo stretti né troppo duri, e non
incepparono i progressi civili e commerciali di Venezia, anzi bene
spesso la dipendenza fu più di nome che di fatto, a seconda degli
eventi e della vacillante potenza dei Bizantini.
L'organizzazione del governo dei Veneziani è precisamente quella
stabilita dall'imperatore Giustiniano, quando ordinò l'amministrazione
delle provincie liberate dai Goti colla _pragmatica sanctio_ del 554
(31). I _tribuni_, i _duci_ sono eletti dal clero, dai magistrati e
dagli ottimati: nel raccontare le elezioni dei dogi anche i cronisti
veneziani adoperano frasi, che possono lasciar supporre una conferma
da Costantinopoli o dal rappresentante imperiale in Ravenna. Anche il
_magister militum_ è carica di origine greco-romana, e i dogi ricevono
quasi sempre dei titoli di onore dalla corte bizantina, come _ipati_,
_spatari_ e _protospatari_ ed altri, che talvolta nei documenti sono
anteposti al titolo di doge di Venezia. Nelle lotte religiose fra
l'oriente ed i papi, i Veneziani sono ordinariamente coll'imperatore,
e per aver ragione contro il patriarca di Grado il papa si rivolge
all'imperatore d'oriente, che fa arrestare il prelato e condurlo a
Ravenna. Finalmente, nella celebre guerra di Pipino contro i
Veneziani, questi dichiarano non voler essere sudditi dei Franchi, ma
dell'imperatore romano di Costantinopoli (32). Anche Carlo Magno
nell'803 riconosce che sopra Venezia e le città di Dalmazia, che
avevano serbato fede e devozione all'impero, egli non ha alcun diritto
(33), e promette di non molestarle, cose tutte confermate nel trattato
di Aquisgrana nell'810 (34).
Il cumulo di tutte queste circostanze non può a meno di colpire
chiunque non abbia il deliberato proposito di chiudere gli occhi; lo
stesso Romanin, così tenero nel seguire la tradizione degli storici
veneziani, conviene (35) che Venezia era sotto la protezione
dell'impero d'oriente con proprie leggi e proprî magistrati, ed
Agostino Sagredo con nobili parole proclama che si può ben confessare
una mediata dipendenza antica, se l'indipendenza assoluta si acquista
col sangue e colla vittoria.
Non è quindi strano che per tutta l'epoca in cui regnarono i
Longobardi in Italia, e durante il regno di Carlo Magno, non si trovi
moneta veneziana, e che, mentre abbiamo denari delle principali città
italiane col monogramma o col nome di Carlo, manchino quelle di
Venezia. Finché Venezia si considerò parte dell'impero romano
d'oriente essa non poté battere moneta, perché tale diritto a nessuno
fu mai concesso dall'imperatore, e non si trovano monete autonome
delle città sottoposte ai Greci: se mai si potesse citare qualche
eccezione, essa sarebbe evidentemente una usurpazione, dovuta ai tempi
in cui l'imperatore non aveva la forza di far rispettare le sue
prerogative.
Sino a quest'epoca nessuna prova diretta ci può venire dalle monete,
ma la loro assenza conferma l'opinione esposta poc'anzi, e, benché
debole, reca un raggio di luce. Ora invece entrano in lizza anche le
monete, e al raccoglitore non è difficile di trovare i denari di
Lodovico e di Lotario del peso e della bontà ordinati da Carlo Magno,
perfettamente uguali a quelli di Pavia, di Milano, di Treviso e di
Lucca, nei quali il nome di queste città è sostituto da quello di "V E
N E C I A S".
Ho già riportato più sopra il parere del Conte di San Quintino, che
cioè le monete tutte di Lodovico e di Lotario sieno uscite dalla zecca
Palatina, e che quindi il nome di Venezia impresso su talune di esse
non sia la prova di reale sovranità, ma solo della pretesa degli
imperatori che questa città fosse ad essi legata da vincoli di
sudditanza e di vassallaggio. Due quindi sono le questioni di cui
dobbiamo occuparci, entrambe assai importanti e meritevoli di studio
speciale. La prima è di sapere se effettivamente i denari di questa
epoca sieno coniati tutti in una officina imperiale (_in domo
palatii_) ovvero in varie zecche poste nelle città di cui portano i
nomi: la seconda se il nome di una città come Venezia, che sino a
Carlo Magno era stata considerata non appartenente all'impero
d'occidente, sia stato segnato sulle monete solo per pretensione ossia
per far mostra di un diritto contestato, ovvero, secondo le giuste
regole internazionali, perché Venezia avesse riconosciuto l'alto
dominio imperiale e sovra di essa gli imperatori d'occidente avessero
un diritto accettato da tutti, e dagli stessi Veneziani non impugnato.
Quanto alla prima di queste ricerche, l'opinione sostenuta con tanta
acutezza di critica storica, con tanta delicata circospezione dal San
Quintino, fu oggetto di discussioni fra i numismatici italiani e
forestieri, ebbe difensori valenti, ma fu combattuta da quelli che
desideravano assicurare una origine così illustre alle zecche dei loro
prediletti, e di cui distruggeva i sistemi architettati con tanta
cura. Ora questi naturali avversarî hanno trovato un ajuto tanto
poderoso quanto insperato nel dotto illustratore della zecca di Pavia,
il quale ritiene che i denari di Lodovico e di Lotario sieno battuti
nelle città di cui portano i nomi (36). Sono perfettamente d'accordo
col Cavalier Camillo Brambilla, che il rinvenimento in Francia di
monete carolingie null'altro prova se non che ivi avevano corso e
forse più tardi che in Italia, come oggi si troverebbero più
facilmente in Austria che fra noi quelle monete che furono coniate
nelle zecche di Milano e di Venezia secondo la monetazione austriaca.
Convengo con lui nel ritenere opera di officine italiane, piuttosto
che francesi, i nummi di cui parliamo; ma credo in pari tempo che non
si possano trascurare gli altri argomenti di somma importanza addotti
dal San Quintino.
I capitolari di Carlo Magno dell'805 e dell'808, hanno lo scopo
evidente di impedire gli abusi e le irregolarità nella fabbricazione
della moneta e stabiliscono saggiamente _ut nullo loco percutiatur
nisi ad curtem_, ovvero _nisi in palatio nostro_ (37): nessuna
circostanza ci autorizza a credere che essi sieno rimasti senza
effetto, anzi sono confermati da un altro capitolare emanato da Carlo
il Calvo in Pistes nel 854 (38), il quale dimostra che i sovrani
carolingi, anche in questa materia, seguirono le tradizioni del loro
grande avo. Non si può certo da tali disposizioni trarre la
conseguenza che, per un così vasto regno, una sola fosse la zecca
palatina, e che tutte le monete si coniassero in Francia; si deve anzi
supporre che almeno nella città capitale di Pavia, ove risiedeva di
spesso il sovrano, esistesse un'altra officina che fabbricasse le
monete occorrenti per il regno d'Italia. Non sono lontano
dall'ammettere che più di una zecca esistesse tanto in Francia che in
Italia, ma tutte dove il sovrano aveva corte e palazzo, e solo per
autorità regia. Si può anche supporre che la zecca palatina seguisse
l'imperatore nelle sue peregrinazioni, e di queste officine ambulanti
parlano il nostro autore ed altri del pari autorevolissimi, ma non
credo che il nome di una città posta in questa epoca sulle monete
imperiali sia ragione sufficiente per essere sicuri che in essa sia
stata coniata. La prova più convincente sta nel trovarvi precisamente
il nome di Venezia, città che, a quanto sembra, riconobbe l'alta
sovranità imperiale, ma dove l'imperatore non ebbe mai potere diretto,
né tenne corte o palazzo, di cui sarebbe rimasta traccia o memoria.
Altra conferma di questa opinione si trova nel fatto che Lodovico II,
abolito il nome delle varie città sulle monete, vi sostituì il tempio
tetrastilo coll'iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O".
In ciò si riconosce l'evoluzione storica e naturale: dapprima gli
inconvenienti e gli abusi fecero restringere a poche e sorvegliate
officine il lavoro di tante zecche, conservando il nome delle più
illustri città che vantavano questo diritto per antica consuetudine,
poi si soppresse anche il nome in epoca in cui l'autorità regia non
era maggiore che nei tempi di Carlomagno, e ciò perché l'onore aveva
perduta ogni importanza non corrispondendo più alla realtà delle cose.
Finalmente, quando cominciò la decadenza e diminuì la potestà degli
imperatori, le città chiesero ed ottennero gli antichi privilegi e
misero nuovamente i nomi sulle monete, che da quel giorno non ebbero
più uniformità di tipo, e più tardi nemmeno uguaglianza di intrinseco.
Sono quindi fermo nel ritenere che i denari di Lodovico e di Lotario,
i quali portano il nome di Venezia sieno coniati a Pavia od in altra
zecca imperiale: né la osservazione del cavalier Brambilla (39) sulla
croce patente, che precede il nome di Venezia nelle monete di Lodovico
e non si trova nelle altre di questo principe, basta a farmi credere
che esse sieno lavorate in una zecca particolare differente dalla
palatina. In tali denari troviamo due rovesci affatto diversi: gli uni
rarissimi hanno scritto "V E N E C I A S spazio M O N E T A", gli
altri, più facili a ritrovarsi, hanno semplicemente "V E N E C I A S",
e tutte e due le iscrizioni sono precedute da una croce patente. Io
ritengo le prime più antiche fatte ad imitazione di quelle che portano
l'iscrizione "P A L A T I N A spazio M O N E T A", e la croce mi fa
credere, più che a una differenza di zecca, a una differenza di epoca
fra i denari coi nomi di "P A P I A", "M E D I O L A N V M", "L V C
A", "T A R V I S I V M" e quelli portanti per la prima volta il nome
di una città, che si voleva far sapere a tutti aver dovuto riconoscere
l'alta sovranità imperiale.
Resta ora da vedere se il diritto vantato dagli imperatori era
incontestabile e riconosciuto dagli stessi Veneziani, o se era
soltanto una pretesa, come suppone il Conte di San Quintino. Gli
storici che discussero nei tempi passati tale questione erano troppo
occupati della politica del momento per essere imparziali, ed anche i
moderni scrittori veneziani vi dedicano poche parole, accettando con
qualche restrizione la supremazia dell'impero greco, e respingendo o
sottacendo affatto l'alta sovranità degli imperatori d'occidente, che
a me sembra quasi più evidente.
Dal trattato di Aquisgrana (810) in poi la situazione politica dei
Veneziani cambia sensibilmente: mediante gli estesi traffici essi
crescono in ricchezza ed in prosperità, e con una prudente politica
guadagnano di autorità e di forza. Il governo da Malamocco si
trasporta a Rialto, sede più quieta e più sicura, come lo aveva
dimostrato la resistenza ai Franchi condotti da Pipino, per la quale
si erano sviluppati nei Veneziani la confidenza nelle proprie forze ed
il sentimento della dignità nazionale.
Noi non abbiamo il testo del trattato di Aquisgrana, ma è certo che,
dopo il riconoscimento dell'impero d'occidente per parte dei
Bizantini, Venezia fu il principale argomento delle discussioni. A me
sembra che entrambi gli imperî si sieno serviti di questo giovane
stato allo scopo di non aver conflitti e contatti pericolosi fra loro.
Venezia fu posta come un cuscinetto fra l'Oriente e l'Occidente, per
fare quell'ufficio che oggi adempiono le potenze neutrali fra gli
stati belligeri e turbolenti, e si dice che in allora i Greci
inventassero il proverbio (40): _Noi vogliamo il Franco per amico, ma
per vicino non mai in eterno_, proverbio che non manca d'opportunità,
nemmeno al dì d'oggi.
Per le affermazioni concordi dei cronisti più autorevoli (41), sembra
che Venezia rimanesse sotto la protezione dell'impero d'Oriente,
sebbene non manchino quelli che raccontano Venezia esser stata ceduta
all'imperatore carolingio (42). Taluno, per conciliare le opposte
opinioni, credette che Venezia, restando sotto la protezione
dell'impero d'Oriente, riconoscesse l'alto dominio dell'impero latino
per quelle possessioni in terraferma, sul lembo della laguna, ch'erano
di ragione del regno d'Italia. Qualunque però fosse la loro posizione
legale, è chiaro che da quel giorno in poi i Veneziani non ebbero che
una sola idea, un solo scopo, tanto nella loro interna sistemazione,
quanto nella loro politica coi potenti vicini, quello di scuotere ogni
legame di soggezione e diventare indipendenti non solo di fatto, ma
anche di diritto.
Talvolta i dogi per ambizione cercarono l'appoggio dell'uno o
dell'altro impero, ed allo scopo di rendere ereditario il potere nella
loro famiglia fecero dei tentativi di infeudare Venezia; ma i
cittadini e l'aristocrazia dominante opposero ogni sforzo a questi
progetti, limitando l'autorità personale del principe coi consigli.
Come avviene negli stati giovani, i Veneziani sentirono la loro forza,
indovinarono l'avvenire ed approfittarono di tutte le circostanze per
ottenere la completa indipendenza, sapendo talvolta cedere nelle
apparenze, senza abbandonare mai la meta delle loro aspirazioni. La
politica loro in questo periodo fu di appoggiarsi ora all'uno ora
all'altro dei due imperi, traendo profitto dalle difficoltà e dalla
debolezza di entrambi per migliorare la propria posizione; dando
appoggio a chi ne aveva più bisogno per guadagnare terreno,
consolidando i vantaggi ottenuti, senza perdere di vista lo scopo
principale; insomma tenendo quella politica che seguirono sempre tutti
gli Stati, che da piccoli inizî giunsero a grande altezza.
Manca ogni dato per sapere in quale momento i Veneziani abbandonassero
l'impero d'Oriente per legarsi più strettamente a quello d'Occidente;
ma è un fatto che al tempo degli imperatori germanici questo
cambiamento era già avvenuto. Gfrörer crede che, durante gran parte
del tempo in cui regnarono in Italia i Carolingi, Venezia sia rimasta
legata all'impero d'Oriente (43). Il professor G. B. Monticolo, nel
suo pregiato e dotto lavoro sulla cronaca del Diacono Giovanni,
ritiene che la dipendenza dei greci continuasse sino al principio
dell'XI secolo (44), che mutassero soltanto poco a poco le condizioni
politiche di Venezia di fronte a Bisanzio, di mano in mano che i Greci
decadevano e Venezia acquistava nuove forze (45); egli crede però che
l'annuo tributo alla corte di Pavia non rappresentasse alcuna
soggezione nemmeno di forma all'impero d'Occidente, ma che i favori
accordati pel territorio d'Eraclea, pel taglio della legna, per
l'amministrazione della giustizia, pel possesso dei beni e pei
commerci nelle terre imperiali venissero compensati da quella
contribuzione, la quale per nulla limitava la libertà di Venezia (46).
Ciò dimostra che l'illustre storico tedesco ed il dotto critico
italiano non tennero il dovuto conto delle monete, e che nel discutere
e cribrare con sottile analisi le più recondite ragioni di un passo
dubbio o scorretto, non credettero far tesoro delle indicazioni sicure
e contemporanee conservate all'argento monetato, dove non v'è pericolo
di essere ingannati dalla incapacità o dalla negligenza di un
amanuense che in epoche di ignoranza riporta un documento oggi
scomparso.
Gfrörer crede che Giovanni Partecipazio II, mettendo sotto la
protezione dell'imperatore anche i suoi possessi in Venezia nel
trattato con Carlo il Grosso (883), abbia riconosciuto Venezia quale
vassalla dell'impero (47). Lo storico ne trae la conseguenza che il
doge abbia giurato fedeltà all'imperatore (48), notizia che avrebbe
bisogno di essere confermata e che non si può dedurre dalle sole
parole del trattato. Io penso che la protezione dell'imperatore fu
accordata alla proprietà ed alla persona di Giovanni Partecipazio II,
dietro domanda dello stesso doge, che non aveva molta fiducia nei suoi
sudditi; ma del resto il trattato è la solita conferma usata dai suoi
predecessori, e non credo che sieno stati alterati i rapporti che
esistevano fra i due Stati. Si dovrebbe quindi anticipare di alcuni
lustri l'epoca, in cui Venezia fu costretta a cercare il suo appoggio
nell'Occidente, ed esaminando con attenzione la storia di quest'epoca,
e cercando d'indovinare ciò che i cronisti non conoscono interamente,
o non vogliono dire, crederei conforme al vero, l'attribuire i primi
passi di questo nuovo indirizzo della politica veneziana a quel figlio
di Agnello Partecipazio, Giovanni I, innalzato alla ducale dignità nei
primi anni del regno del padre, e poscia deposto per l'influenza dei
Bizantini (49). Da Costantinopoli, ove si trovava quasi in ostaggio,
fu richiamato dal fratello, che, prima di morire, lo associò al
ducato. Tutto l'insieme della sua storia lo dimostra avversario della
politica greca. Rimasto solo principe dopo la morte del fratello e
scacciato per una congiura, cerca rifugio presso l'imperatore franco;
tornato poscia a Venezia, viene nuovamente deposto dal partito avverso
e chiuso in un convento, tagliandoglisi la barba ed i capelli, come
usavano i Franchi, mentre invece a Caruso, che nel frattempo usurpa il
potere e probabilmente rappresenta gli amici dei Greci, vengono tolti
gli occhi, secondo il barbaro costume bizantino.
Oltre a questo abbiamo altri dati che ci confermano nelle nostre idee,
e prima di tutto le monete coi nomi di Lodovico e Lotario, che, sino a
prova contraria, dobbiamo ritenere testimonianze di sovranità
legittima. Abbiamo il tentativo fatto dal concilio di Mantova (827) di
sopprimere il patriarcato di Grado (50), e di far diventare questa
sede suffraganea di quella di Aquileja; ma l'argomento più importante
è quello del concilio di Roma, che diede origine allo scisma
d'Oriente, in cui si scomunicò il patriarca Fozio; concilio al quale
fu invitato ed intervenne il patriarca di Grado (51). Ora è certo che
gl'imperatori d'Oriente, che prendevano tanta parte alle questioni
religiose, non avrebbero mai permesso ai loro sudditi d'intervenire ad
un concilio fatto contro di loro, ed i Veneziani, se fossero stati in
quell'epoca sotto la protezione di Costantinopoli, avrebbero preso
partito coi Greci, come avvenne all'epoca dello scisma dei tre
capitoli. D'altra parte invece non trovasi nei rapporti coll'Oriente
nessun fatto, dall'830 in poi, che dimostri un riconoscimento formale,
e che non possa interpretarsi come inspirato dai rapporti di amicizia
e di relazioni commerciali. Più tardi forse, e precisamente nell'epoca
che segue la caduta di Carlo il Grosso, i Veneziani sembrano avere
rapporti più stretti coll'Oriente, ma questo corrisponde a ciò che più
sopra abbiamo detto sulle alternative della politica veneziana, e non
contraddice punto all'idea che ci siamo fatta di questo periodo.
Lasciando da parte le altre fonti e restringendoci alle sole monete,
abbiamo un documento assai valido, che dà un concetto abbastanza
chiaro della posizione dei Veneziani verso l'impero. La migliore
conferma del nostro assunto sta nel denaro coll'iscrizione "X P E
spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", che nessuno ha mai dubitato
sia stato coniato a Venezia (52), e che nella sua piccola mole è assai
eloquente.
Esaminiamolo con un po' di attenzione. Il suo aspetto afferma
apertamente la nazionalità franca, perché ha il titolo, il peso e
l'aspetto dei denari coniati secondo il sistema carolingio da Lodovico
II, ed è talmente simile nella forma ed apparenza alle monete di
questo imperatore, che chi non legge la iscrizione può facilmente
esser tratto in errore come dimostra il disegno delle due monete.
Questa somiglianza non lascia alcun dubbio, che la moneta fosse
coniata in quell'epoca e che l'imitazione avvenisse ad arte, perché in
un secolo in cui il leggere non era comune non lo si distinguesse
facilmente dalle monete dell'imperatore. Nel diritto vi è la croce
accantonata di quattro punti, e l'iscrizione "D S spazio C V N S E R V
A spazio R O M A N O spazio I M P" (53), che somiglia e finisce
esattamente come quella dei denari di Lodovico II. Il rovescio poi
attorno al tempietto carolingio ha le parole "X P E spazio S A L V A
spazio V E N E C I A S", che sono combinate a bella posta per fingere
le parole "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O", introdotte in tale
epoca, a differenza del nome delle varie città che esisteva
precedentemente.
Messo in chiaro che il tipo è _franco_ e che la imitazione è fatta
allo scopo di trarre in errore e non per lucro, avendo la moneta lo
stesso valore di quelle che si vogliono imitare, ne viene per logica
conseguenza, ch'essa è un tentativo d'indipendenza fatto dai Veneziani
nell'epoca fra l'855 e l'880, e tradisce apertamente la politica degli
abitanti delle lagune in quel tempo. Essa porta il nome di Venezia,
mentre sulle altre monete si era soppresso quello delle altre città,
ed invece del nome del sovrano vi è semplicemente una invocazione a
suo favore. Il tentativo, timido come conviene a un primo passo, è
però chiaro, e mostra che i Veneziani non volevano inimicarsi quel
principe, col quale erano in ottimi rapporti, ma nello stesso tempo
non lo temevano, perché troppo occupato in altri affari e non molto
potente nemmeno nel centro del suo Stato.
Se i Veneziani avessero avuto la coscienza del loro diritto, non
avrebbero usato un simile artificio: il tentativo prova che le monete
di Lodovico I e di Lotario non sono state battute per semplice
ostentazione, ma con vera autorità riconosciuta; autorità cui i
Veneziani tentarono di sottrarsi appena fu loro possibile, e che non
ebbe influenza sull'autonomia interna, essendo spesso più di nome che
di fatto.
Nello stesso tempo questa moneta e questo tentativo mi confermano
nell'idea, che da lungo tempo professo in tale materia, che il diritto
di zecca non sia stato in origine conceduto dagli imperatori a
nessuno, e che solo quando essi lo videro usurpato dalle città e dai
principi ne abbiano fatta la concessione per conservare almeno il
diritto astratto; da ciò in origine il passaggio di questo sovrano
privilegio dalle mani dell'imperatore in quelle di coloro, che,
riconoscendone l'autorità suprema, andavano mano mano spogliandolo
della potenza reale.
Gli esemplari di questo bel denaro con "X P E spazio S A L V A spazio
V E N E C I A S" non sono molto comuni nelle raccolte e si trovano
difficilmente in commercio, sebbene se ne conoscano più varietà:
queste però hanno poca importanza, e sono più che altro varietà di
conio, dove l'incisore, per non aver preso bene la misura dello
spazio, dovette fare qualche nesso fra le lettere dell'iscrizione.
Però l'aspetto ed il carattere assai somiglianti dimostrano che
probabilmente furono coniate a breve distanza di tempo. Io inclino a
credere che tali monete appartengano all'epoca che seguì la morte di
Lodovico II (875), ed in cui i suoi successori si disputarono colle
armi alla mano le provincie dello Stato, e siano probabilmente
anteriori all'ultima riunione dell'impero nelle mani di Carlo il
Grosso, il quale avrà forse fatto comprendere che tale velleità
d'indipendenza non gli era gradita. Infatti non troviamo traccia di
moneta veneziana, né autonoma né coi nomi degli imperatori, per lungo
tempo. Anni tristi furono quelli per l'Italia e per tutta l'Europa,
che ripiombò in una nuova barbarie, quasi più completa di quella che
aveva seguìto le invasioni dei Goti e dei Longobardi. Il grande
impero, fondato da Carlo Magno e riunito per breve tempo nelle mani di
Carlo il Grosso, crollava da tutte le parti. In Italia i duchi,
parenti od affini del morto imperatore, si disputavano gli avanzi del
suo Stato, spargendo le stragi e la desolazione per tutta la penisola
e chiamando in aiuto le armi straniere, finché l'Italia tutta intera
cadde nelle mani di Ottone. Anche i Veneziani, sebbene meno legati
agli avvenimenti che turbarono così gravemente il nostro paese, furono
costretti a difendersi colle armi dai pirati e dalle invasioni degli
Slavi, dei Saraceni e degli Ungari; ebbero gravissime divisioni
interne, di cui ci restano memorie nelle lotte fra Morosini e
Caloprini, nella rivolta del figlio di Pietro Candiano contro il
padre, ed in quella contro l'ultimo Candiano, che finì coll'incendio
del palazzo ducale e coll'eccidio del doge e del figlio bambino. Tutte
queste discordie davano tema a ricorsi all'imperatore e
all'intromissione sua negli affari interni della Repubblica, certo con
poco vantaggio della indipendenza di questa. Però il più grave
pericolo per Venezia fu quello di cadere nelle mani dell'una o
dell'altra delle potenti famiglie che tenevano il ducato e si
studiavano di conservarlo nei propri discendenti, cercando di rendere
ereditario il potere coll'appoggio dei sovrani stranieri dominatori
d'Italia.
Salvarono Venezia la maggiore civiltà e la speciale configurazione
delle isole, che mettevano i cittadini al sicuro dalle invasioni delle
orde armate, la potenza e le ricchezze che i principali cittadini
avevano acquistato nei commerci e che davano loro la forza di
resistere ai dogi nei consigli ed anche colle armi alla mano.
Solo verso la fine del secolo X la posizione di Venezia divenne più
stabile e più forte, per opera del doge Pietro Orseolo II. Questo
principe saggio strinse i legami coll'Oriente, ed ottenne grandi
vantaggi commerciali col _crisobolo_ dell'anno 992 (54); né dimenticò
le buone relazioni coll'Occidente, siffattamente che dell'imperatore
Ottone III egli fu amico più che alleato: conquistò la Dalmazia,
aggiungendo, primo, al nome di doge di Venezia quello di duce della
Dalmazia, e preparò con politica sagace e fortunata la grandezza della
Repubblica e il predominio sui mari.
Prima però di proseguire e di varcare il mille, bisogna soffermarsi
alquanto sui celebri trattati tra i dogi di Venezia e gli imperatori,
tanto discussi da tutti coloro che si occuparono della moneta
veneziana. Essi furono tirati in campo dal Liruti, che li trovò in un
manoscritto della biblioteca di San Daniele in Friuli, e largamente
commentati dallo stesso autore (55), da Girolamo Zanetti (56) e dal
conte Carli (57), che vollero con ciò provare, essere il diritto di
zecca pressoché contemporaneo alle origini della Repubblica.
Il più antico di tali documenti è quello attribuito all'imperatore
Lotario I colla data del febbraio 840, nel quale non fa parola del
diritto di zecca, ma si parla dei _denari mancosi_ e della _lira
veneziana_ (58). Questo diploma fu impugnato dal San Quintino (59) che
volle dimostrarlo apocrifo od almeno interpolato; ma l'illustre
numismatico piemontese doveva ignorare che il manoscritto di San
Daniele fosse una copia antica di documenti esistenti nella raccolta
dei _Patti_ e precisamente del _Liber Blancus_, ove sono raccolti i
diplomi che risguardano i rapporti coll'Italia e coll'Occidente (60),
altrimenti egli non avrebbe supposto che quel trattato fosse opera di
un falsario, caldo oltre il bisogno di patrio amore (61).
Il _Liber Blancus_ giaceva quasi dimenticato dagli studiosi nell'I. R.
Archivio di Casa, Corte e Stato a Vienna, ove lo vide e lo studiò
Samuele Romanin, che nel primo volume della sua storia documentata
riporta la bellissima Patente del Doge Andrea Dandolo, con cui ordina
la compilazione della raccolta e lo stesso diploma di Lotario
preceduto da una difesa della autenticità dello stesso documento (62).
Non persuadono completamente le ragioni del San Quintino né quelle del
Romanin, giacché non si può credere che un documento riportato nella
celebre raccolta dei patti compilata dal doge Andrea Dandolo fosse ad
arte alterato e nemmeno sembrano accettabili le ragioni addotte dal
Romanin, che si appoggia principalmente sugli argomenti di Girolamo
Zanetti. Entrambi però sono d'accordo che la data è inesatta e che gli
anni del regno di Lotario non corrispondono al febbraio 840. Trovando
tale convinzione anche nel più strenuo difensore del trattato, mi
occorse il dubbio ch'esso fosse bensì genuino, ma copiato male e messo
fuori di posto. La raccolta ordinata dal Dandolo è del 1344, e perciò
di oltre cinquecento anni posteriore alla data presunta del diploma in
questione, epoca sempre lontana ma per quei tempi lontanissima. La
raccolta fu ordinata per impedire le dispersioni e per conservare quei
documenti che probabilmente cominciavano a deperire. Non è quindi
difficile supporre che alcuno di quei preziosi manoscritti fosse già
guasto e danneggiato dal tempo e dagli incendi del palazzo ducale, e
ciò è tanto più probabile per il documento di cui parliamo, che manca
dell'ultima parte, che è scorretto in tutta la dizione, e che ha gli
errori più importanti nei primi versi: ora ciascuno sa che il
principio ed il fine un foglio sono più facili ad essere guastati.
Vedendo che anche a San Quintino non era sfuggita la somiglianza di
questo diploma con quello di Ottone II (983), studiai, confrontando
tra loro i documenti di quel secolo, se, indipendentemente dalla data,
si potesse argomentare l'epoca col confronto delle diverse diciture.
Mi accorsi allora che il documento attribuito a Lotario I somiglia
intieramente, e quasi direi letteralmente, ad altri simili patti del
secolo decimo, e principalmente a quelli stipulati dai Veneziani con
Berengario II nell'anno 953 (63), e con Ottone I nel 967, mentre non
ha alcuna somiglianza coi diplomi firmati dagli imperatori Lotario I,
Lodovico II, Carlo il Grosso, Guido ecc. ecc. sino alla metà del
secolo decimo. Tutti questi documenti, che si seguono dal numero II in
poi della raccolta del _Liber Blancus_, non hanno il carattere d'un
trattato fra potenze uguali, ma bensì quello di una concessione
dell'imperatore, quale supremo monarca, e si copiano letteralmente,
conservando quasi le stesse parole. La parte più importante è la
conferma dei privilegi dei Veneziani convenuti in Aquisgrana da Carlo
Magno coi Greci, aggiungendosi soltanto di tempo in tempo un nuovo
paragrafo, una nuova convenzione, che meno rare eccezioni, si ripete
in tutte le rinnovazioni posteriori.
Berengario II nel 953 (64) stringe un nuovo patto coi Veneziani, che,
nonostante le forme umili dell'introduzione, ha il carattere della
reciprocità e risguarda i rapporti dei popoli del regno d'Italia
confinanti cogli abitanti del territorio veneziano, che vengono
stabiliti d'accordo fra l'imperatore ed il doge. Anche nella
intestazione di questi documenti, che non è sempre contemporanea, ma
che per la maggior parte dev'essere copiata dall'intestazione
dell'epoca, vi è grave diversità, perché i diplomi del primo genere
sono chiamati _privilegium confirmationis imperatoris_, mentre quelli
di Berengario, di Ottone e anche il controverso di Lotario sono
intitolati _pactum inter. . ._ ecc, il che assai bene definisce la
loro diversità essenziale.
I diplomi del primo tipo continuano da Lotario I nell'841, senza
interruzione, sino ad Ugo re, e si ripetono ad ogni cambiamento di
sovrano. L'ultima rinnovazione è di Ottone I nel 964 sul testo
originario del primo Lotario senza tener conto delle aggiunte fatte
posteriormente. Il patto invece di Berengario si riproduce per
un'epoca assai lunga con quelle modificazioni ed aggiunte che vengono
suggerite dalla politica del momento, ma continua per molti sovrani,
anche quando Venezia aveva raggiunto una completa indipendenza ed una
potenza ragguardevole. È dunque assai probabile che il documento in
questione appartenga al tempo dei documenti che gli sono consimili,
piuttosto che a quelli di un secolo prima, e precisamente non più
tardi del 980, perché somiglia interamente ai due trattati del 953 e
967, e non ha quelle modificazioni che furono aggiunte al testo
originario, e particolarmente una specie di proemio che fu introdotto
nel trattato con Ottone II (983) quando vennero sopite le dissensioni
fra i Veneziani e l'impero per causa dell'uccisione di Candiano.
Esaminiamo dunque tranquillamente i punti controversi del trattato
contestato attribuito a Lotario I.
Cominciamo dalla data posta in principio del documento, come in quelli
di Berengario in poi, e non in fine come nei documenti più antichi. Il
documento dice:
"Hlotarius divina ordinante providentia imperator augustus. Anno
imperij ejus vigesimosexto, octavo kalendas Marcij. Papiae
civitatis palatio. Hoc pactum, suggerente ac supplicante pro
gloriosissimo duce veneticorum, inter veneticos et vicinos eorum
constituit ac describere iussit, ut ex utraque parte de
observandis hijs constitutionibus sacramenta dentur, et postea,
per observationem harum constitutionum, pax firma inter illos
perseveret".
Ora San Quintino osserva giustamente che l'anno 840 non può essere il
ventesimosesto, né contando dall'817, in cui Lotario fu associato
all'impero dal padre, né dall'823 quando fu incoronato; di più Lotario
non avrebbe potuto sanzionare questo trattato senza il concorso od
almeno la menzione di Lodovico il Pio suo padre e collega. Inoltre,
afferma San Quintino, Lotario nel febbraio di quell'anno era in
Germania nella Turingia, e non venne in Italia se non dopo la morte
del padre (65).
La seconda osservazione del San Quintino si è, che al doge non
conveniva il titolo di _gloriosissimo_ nel tempo stesso ch'egli
supplicante implorava il favore degli imperatori, e ciò è tanto più
giusto in un'epoca in cui non si faceva abuso di titoli, ed allo
stesso imperatore non si dava altra onorevole qualifica che quella di
_augusto_ (66). D'altronde questo titolo di "gloriosissimo" non fu mai
adoperato dai Veneziani né in epoche più antiche né in quelle più
recenti: io inclinerei a credere che sia piuttosto un nuovo errore del
copista, il quale abbia sostituito con quel titolo, o il nome di
battesimo del doge che si trova nel diploma di Berengario, o meglio
ancora quello di _provinciarum dux_ che esiste in quello di Ottone, e
che probabilmente era guasto ed indecifrabile nell'originale. È da
avvertirsi anche che Pietro Tradonico, doge di Venezia nell'840,
s'intitolava sempre _dux et spatarius_, e che in tal modo viene
nominato nei trattati genuini ed incontrastati; per cui è probabile
che il doge nominato nel trattato in questione sia uno dei tanti
Pietri che coprirono il soglio ducale, ma non Pietro Tradonico.
La terza osservazione poi, per me più importante, sta nel fatto che si
parla del documento sospetto di _soldi mancosi_ e di _lira veneziana_
(67). Ora i soldi mancosi non sono nominati prima del secolo decimo, e
quanto a lire veneziane nessun documento ne fa parola prima del
trattato di Berengario ove esiste lo stesso paragrafo; ma il
contributo dovuto da Venezia all'impero, viene stabilito in denari
pavesi: solo in quello di Ottone II dell'anno 983 anche la
contribuzione è fissata in denari veneziani. Così pure nelle carte
private degli antichi tempi, che esistono nei nostri archivi, si parla
di _libbre d'argento_, di _libbre d'oro_, di _denari imperiali_; ma
solo negli ultimi trenta anni del secolo decimo si comincia a trattare
in _denari veneziani_. In mezzo a tale armonia trovare un documento
solo che parli di moneta veneziana, un secolo prima degli altri, non
sembra dunque un argomento per credere, che tale moneta abbia esistito
più anticamente, ma piuttosto per supporre che il trattato in
questione appartenga a un'epoca più recente, tanto più quando questa
supposizione sia suffragata da altri non ispregevoli argomenti, come
nel caso nostro.
Io voglio anzi esprimere nettamente il mio pensiero e formare un'altra
ipotesi che varrebbe ad appianare tutte le difficoltà. Nel secolo
decimo abbiamo appunto un altro sovrano di nome Lotario, ed è il
figlio di quell'Ugo di Provenza che venne in Italia nel 926 e fu dal
padre associato al potere nel 931. Cacciato da Ottone, Ugo ritorna
fuggiasco in Provenza e lascia in Italia il figlio Lotario, che regna
fino alla sua morte, e cioè fino al 950. Lotario II ebbe assai poca
autorità, ma per ciò appunto non è improbabile che i Veneziani
stringessero con lui un trattato più vantaggioso di quello che avevano
coi suoi predecessori, e siccome egli regnò immediatamente prima di
Berengario II, la somiglianza dei due trattati mi conduce naturalmente
alla supposizione che si tratti di questo Lotario, tanto più che sul
seggio ducale era anche allora un Pietro (Candiano III, 942-59), e che
quindi facilmente il copista poteva far confusione per l'uguaglianza
dei nomi dei due sovrani contraenti, riportando all'imperatore
Lotario, più conosciuto e più antico, quel documento che egli aveva
più difficoltà a decifrare, e che essendo forse più guasto degli
altri, gli sembrò per ciò solo più vecchio.
Romanin suppone che l'amanuense abbia unito le due penultime linee del
XXIII per averne un XXVI, si può invece credere che abbia letto XXVI
dove era scritto XVI, perché l'anno sedicesimo di Lotario II
corrisponderebbe all'anno 947, nel quale egli regnava senza il padre,
tenendo la sua abituale residenza in Pavia (68) e battendo moneta col
solo suo nome in Pavia, Milano e Verona. Aggiungo anche che mentre la
lettura del trattato in questione e di quello di Berengario II fa
subito venire l'idea che i due diplomi sieno di data assai vicina,
quello col nome di Lotario ha la frase: _hoc pactum. . . constituit ac
describere jussit, ut_ etc.; mentre quello di Berengario dice: _hoc
pactum constituit ac renovandum describi et competenter ordinari
jussit_ etc., per cui è evidente che il primo diploma è più antico, e
l'altro non è che una rinnovazione del primo, tanto più probabile che
la distanza fra il 947 e il 953 è di poco maggiore del periodo di
cinque anni convenuto per la durata del trattato.
Gli altri trattati ritrovati dal Liruti (69) e discussi dallo Zanetti
(70) e dal Carli (71) sono quelli di Rodolfo di Borgogna (72) e del
suo successore Ugo di Provenza (73), nei quali si concede a Venezia il
diritto di usare moneta propria. Non ostante le obbiezioni di Vincenzo
Promis (74), non ho dubbio che tali documenti sieno perfettamente
autentici, e che la copia esistente nel _Liber Blancus_ del nostro
archivio sia tratta dall'originale che ora più non esiste. Non saprei
anzi come si potrebbe dubitarne, perché in tal caso converrebbe
rifiutare l'opera del doge Dandolo, e credere la raccolta dei patti
un'invenzione moderna. D'altronde abbiamo un fatto importante che
conferma le parole dei diplomi, e cioè che, mentre nessun documento né
pubblico né privato parla di moneta veneziana prima di quell'epoca,
dalla metà del secolo decimo in poi si comincia a farne menzione e con
una progressione che dimostra il nascere ed il crescere di una novella
istituzione.
Il primo documento in cui si parli di _denari veneziani_ è il trattato
di Berengario II del 953 (75), e precisamente quel passo dove si
tratta del giuramento da prestarsi a seconda della somma che viene
espressa in _soldi mancosi_ od in _lire veneziane_. Questo passo, che
abbiamo già citato (76), si riproduce anche nel trattato di Ottone I
nel 967 ed in quello di Ottone II nel 983, invece il pagamento della
contribuzione dovuta dai Veneziani è fissato in 25 lire di _denari
pavesi_ od _imperiali_ nei due sopradescritti trattati 953 e 967,
mentre in quello del 983 esso tributo è determinato in 50 _lire di
denari veneziani_, variazione che deve interpretarsi nel senso che il
denaro veneziano fosse uguale a metà del denaro imperiale (pavese, o
milanese), e non già che la contribuzione fosse aumentata.
Oltre a ciò nelle carte private dei Veneziani troviamo nominati
_denari nostri_ o _veneziani_ solo verso la fine del secolo decimo, ed
il più antico ricordo sarebbe la locazione fatta nell'anno 972, da
Rodoaldo patriarca d'Aquileja ad Ambrogio vescovo di Bergamo, di
alcune terre fra l'Adda e l'Oglio, pubblicata per la prima volta dal
De Rubeis (77). In essa leggesi: _. . . et persolvere ei inde debeant
singulis annis per omnem missam sancti Martini argenteos denarios
bonos mediolanenses solum quinque, aut de Venecia solum decem_ (78).
Altro documento è la locazione fatta dal vescovo di Treviso Rozo o
Rozone al doge Pietro Orseolo II della terza parte del teloneo e del
ripatico, per cui il doge promette di dare ciaschedun anno quattro
bisanti d'oro, ovvero _libras duas denariorum suorum_ (79). Più
chiaramente ancor si parla di moneta veneziana nel testamento di
Pietro Orseolo II, che lascia al suo popolo _mille ducentarum
quinquaginta librarum nostrae monetae denariorum parvorum_ (80).
Osserva Padovan (81), che la frase del trattato non dà realmente
facoltà ai Veneziani di coniar moneta, ma accorda loro soltanto di
adoprare la moneta di cui sono usi valersi da tempo antico: _. . ._
_simulque eis nummorum monetam concedimus, secundum quod eorum_
_provintie duces a priscis temporibus consueto more habuerunt_; ma io
non saprei vedere una moneta ideale che potesse crearsi senza che nei
tempi precedenti o contemporaneamente essa fosse stata realmente in
circolazione. Per solito la moneta ideale è la tradizione di una
moneta che ha veramente esistito ed avuto corso nel paese, ma che poi
è scomparsa per le vicissitudini politiche, od ha cambiato valore per
le circostanze economiche.
Anche Dandolo interpreta il passo del trattato di Rodolfo, che egli
perfettamente conosceva, in questo modo e nella sua cronaca dice (82):
_Hic Rodulfus sui regni anno IV. . . declaravit ducem Venetiarum_
_potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit antiquos duces_
_hoc continuatis temporibus perfecisse_. Per me la cosa non è dubbia; i
Veneziani, visto il momento favorevole, vantarono antichi diritti di
batter moneta, e forse in prova mostrarono i denari col "X P E spazio
S A L V A spazio V E N E C I A S", stampati cinquant'anni prima. La
dimostrazione fatta da noi ora, che essi non avevano questo diritto e
che lo stampo di tali denari era arbitrario, non vale in casi di
questo genere, perché quando il sovrano è deciso o costretto a
concedere, ogni ragione è buona e viene riconosciuto per antico quel
diritto che si è disposti a concedere nel momento.
Anche la tradizione attribuisce a quest'epoca la concessione del
diritto di zecca a Venezia. Sanuto (83) e Sansovino (84) raccontano,
che sotto il ritratto di Pietro Partecipazio si trova l'iscrizione:
_Multa Berengarius mihi privilegia fecit,_
_Is quoque monetam cudere posse dedit._
Non è necessario discutere se Pietro Partecipazio era contemporaneo
di Berengario, e cercare la perfetta concordanza storica, perché non
si tratta di un documento, ma solo di una memoria conservata per
tradizione, e riportata da un dipinto ad un altro dopo un incendio.
Ma abbiamo di più: le monete stesse, cioè coniate a Venezia, coi nomi
di Enrico, di Corrado, e colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P
E R", le quali sono evidentemente quelle chiamate nei documenti
_nostrae monetae denariorum parvorum_ (85), _monetae Venetiarum_ (86),
_libras nostrorum denariorum_. Per monete nostre non bisogna credere
s'intendessero quelle improntate coi nomi e con le effigie dei dogi,
ma bensì quelle coniate nella nostra città e col nome di Venezia e
dell'imperatore, come ne troviamo anche nei tempi posteriori coi nomi
degli imperatori battute in città che si reggevano a comune, con una
completa indipendenza, solo riconoscendo l'alta sovranità imperiale.
In quell'epoca il diritto di moneta si considerava più che altro dal
punto di vista economico e per l'utile che ne poteva ridondare
all'erario; l'imperatore concedeva questo diritto regale a chi glielo
compensava con una conveniente somma di denaro. Né mi conturba l'idea
che queste monete siano posteriori di cinquanta o sessant'anni al
diploma di Rodolfo, perché i Veneziani possono aver tardato a far uso
del loro privilegio, e può essere anche avvenuto che qualche nummo
coniato in questo periodo non sia giunto sino a noi. Un indizio di ciò
sarebbe, che il tipo delle monete sovracitate non è quello usato da
quegli stessi imperatori nelle altre loro zecche, ma bensì uno più
antico. Il rovescio di queste monete ha il tempietto carolingio, nel
quale le colonne sono sostituite dalle lettere "V E N E C I", ed
invece della iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O" vi è
un ornato composto di lettere che non hanno alcun significato.
Ora il primo che abbia abbandonato quell'iscrizione nelle sue monete
fu l'imperatore Ottone, e si può ragionevolmente supporre che i
Veneziani abbiano approfittato della concessione di Rodolfo almeno al
tempo di Ottone, copiando il tipo dei denari imperiali dell'epoca,
colla sola aggiunta del nome di Venezia. In tal modo sarebbe rimasto
per tradizione lo stesso tipo sulle monete coniate dai Veneziani coi
nomi dei successori di Ottone, mentre non sarebbe naturale che ai
tempi di Corrado e di Enrico si scegliesse un tipo già antiquato.
Osservo ancora che in quell'epoca ogni zecca continuò collo stesso suo
tipo le monete degli imperatori che si succedevano, per cui di ogni
sovrano abbiamo tipi diversi secondo le zecche, onde la probabilità
che anche Venezia abbia continuato la propria tradizione nel tipo
delle sue monete.
Le monete coniate in questo periodo, e cioè dalla fine del secolo X
fino a quando Venezia impresse il nome dei dogi sopra i suoi denari,
furono interpretate diversamente da' numismatici; per maggior facilità
di descrizione, li divideremo in due gruppi: il primo composto dei
nummi stampati nell'ultimo quarto del secolo X e nei primi anni
dell'XI, il secondo di quelli che, portando il nome dell'imperatore
Enrico, hanno la effigie di San Marco e si devono giudicare posteriori
al 1094, ma comprendono un tempo più lungo di quello del regno del
terzo Enrico.
Il primo gruppo si compone di tre monete che hanno lo stesso rovescio
e sono talmente somiglianti per il tipo, per il peso e per la forma
delle lettere, che bisogna conchiudere essere state coniate in
un'epoca assai vicina. Quella che porta il nome di Corrado fu per la
prima volta descritta dal Bianchi di Rimini nelle _Novelle letterarie_
del Lami (87) nel 1757, e fu da tutti i numismatici attribuita
all'imperatore Corrado il Salico, che regnò dal 1027 al 1039, perché
il primo Corrado fu solo re di Germania e non si occupò mai delle cose
d'Italia. Quella di Enrico fu attribuita ad Enrico il Santo primo
imperatore di tal nome (88) dal San Quintino (89), dallo Zon (90), dal
Padovan (91), ed anche dal Lazari nelle sue schede. Promis invece
vuole che tali denari appartengano ai tre imperatori dello stesso
nome, che succedettero a Corrado, (92), senza distinguere quali
spettano al II e quali al III ed al IV; ma io non posso convenire con
lui, perché tutti i denari col nome di Enrico hanno fra loro
differenze minime, e somigliano in tal modo al denaro di Corrado, che
non possono appartenere se non ad Enrico I suo predecessore, o ad
Enrico II suo immediato successore. Io crederei che essi possano più
ragionevolmente essere attribuiti ad Enrico II, mentre i denari
coniati da Enrico III, oltre all'effigie di San Marco, hanno qualche
modificazione nella forma delle lettere e peso più scarso.
Quanto poi alle monete colla leggenda "C R I S T V S spazio I M P E
R", molte e svariate furono le opinioni esposte dai diversi autori che
vollero spiegarle; non si può convenire col Liruti (93) e collo
Zanetti Girolamo (94), che le ritengono di un'epoca più antica di
Carlo Magno, e nemmeno col Carli (95), che le riporta ai primi anni
del secolo IX, perché il loro tipo ed i loro caratteri sono quelli
della fine del secolo X e del principio dell'XI, come bene avvertì
l'illustre Muratori (96).
Né posso accordarmi con Vincenzo Promis (97), che crede tali monete
coniate nell'epoca tra la morte di Enrico V e la elevazione al trono
imperiale di Federico I di Svevia, perché in quell'epoca il denaro era
assai diminuito di peso e di valore. La somiglianza poi del tipo e del
peso indica certo che tali monete sono assai vicine per tempo alle due
coi nomi di Corrado e di Enrico, restando solo a decidere se si debba
collocarle prima o dopo di questi imperatori. L'opinione più naturale
sarebbe quella dell'illustre maestro Guidantonio Zanetti (98), e cioè
che sieno state battute posteriormente alle imperiali e non già
anteriormente; e ciò perché è più facile ad immaginare che sia stata
sostituita la divinità al nome dell'imperatore da un popolo che amava
la propria indipendenza, ed anche perché il nome di _Cristus_ è
scritto in modo da confondersi assai facilmente con quello di
_Enricus_. Ma altre circostanze di non lieve importanza mi conducono
ad opposto avviso, e cioè mi fanno credere le monete col nome di
Cristo anteriori a Corrado ed Enrico. La prima è che le monete di
questi due sovrani sono meno pesanti di quelle col nome di Cristo
(99), mentre le prime pesano ordinariamente da 16 a 18 grani e solo
raramente 20 grani; quelle col nome di Cristo pesano invece fra i 19 e
20 grani, e talvolta persino 22: ora in questi tempi, in cui la moneta
andava progressivamente diminuendo di peso e di intrinseco, è da
credersi che le monete più pesanti siano più antiche, e le meno
pesanti più recenti.
La seconda ragione si è, che assegnando alle monete col nome di Cristo
l'epoca precedente al regno di Corrado, si trova facilmente il momento
ove collocarle, quando il potere imperiale aveva perduto quasi ogni
valore in Italia, e si capisce facilmente che negli ultimi anni
dell'imperatore Ottone III e durante le lotte fra Arduino ed Enrico I,
i Veneziani abbiano potuto tentare nuovamente di sopprimere il nome
degli imperatori sulle monete, e che poi sotto il vittorioso Corrado,
tanto avverso agl'Italiani e che non volle nemmeno accordare i soliti
privilegi a Venezia, si conformassero alle prescrizioni ed agli usi
comuni, ponendo sulle monete il nome del temuto sovrano.
Non saprei vedere nella storia fra Enrico II ed Enrico III un'epoca
favorevole ad un ritorno di tal genere, e siccome i denari attribuiti
ad Enrico III gli appartengono indubbiamente, e per le ragioni
anzidette non posso assegnare il denaro con "C R I S T V S" ai tempi
posteriori ad Enrico III, conviene per forza ammettere, che il nome
dell'imperatore fu rimesso sulle monete veneziane dopo di averlo
tolto, e non vi è nessun'altra epoca meglio corrispondente a questa
incertezza, a questo cambiamento repentino, che quella precedente il
regno di Corrado; e l'essere poi ammessa questa ipotesi da uno storico
così acuto come il San Quintino (100), mi fa coraggio a perseverare in
questo convincimento.
Io reputo quindi di assegnare alle monete con "C R I S T V S spazio I
M P E R A T" gli ultimi lustri del secolo X, di collocare poi i denari
di Corrado, e finalmente di attribuire quelli col nome di Enrico
all'epoca dell'imperatore Enrico II. Può essere poi che il tempo
dimostri che il ragionamento di Guidantonio Zanetti era giusto, e che
si trovino delle monete veneziane col nome di Ottone, ed in tal caso
il sospetto che ho già fatto conoscere, si troverebbe completamente
confermato.
Il secondo gruppo comprende le ultime monete veneziane del periodo
imperiale. Queste hanno un solo tipo, sebbene siano coniate durante un
numero abbastanza lungo di anni, perché ce lo accusano le varietà di
conio, le differenti forme di lettere e sopratutto il peso vario e
decrescente. I primi di questi denari furono certamente coniati nel
tempo in cui, trovato il corpo di San Marco, questo santo fu
riconosciuto come protettore della repubblica e l'imperatore Enrico
III si recò a Venezia per venerarne le reliquie. Oltre alle altre
circostanze, lo prova la esistenza di alcuni esemplari nella cassa in
cui fu deposto allora il corpo del santo, i quali furono rinvenuti nel
1811, scoprendosi per la prima volta quella cassa. Infatti è stato
sempre costume in tali occasioni di seppellire monete contemporanee,
per conservare memoria esatta del tempo. Il tipo però fu continuato
anche dopo la morte di Enrico III, e probabilmente durante tutto il
regno di Enrico IV, come crede anche Promis (101).
Non posso invece accettare il parere di San Quintino, che alcuni di
tali pezzi sieno _mezzi denari_, opinione alla quale sembra accostarsi
anche il Promis (102), mentre non credo che collo stesso tipo e
fisonomia possa essere stata coniata una moneta ed il suo spezzato.
Penso invece che la differenza notevole di peso che s'incontra in tali
monetine non sia che la prova del peggioramento della moneta, che è
caratteristica di quest'epoca. Infatti i nummi senza aureola, e colla
croce simile alla croce dei denari di Enrico II, pesano 15 e 16 grani,
ed invece quelli colle leggende scorrette e colla croce ancorata, che
sono i meno antichi, pesano appena 8 a 9 grani, anche bene conservati.
È però da osservarsi che i più gravi pesano meno sempre dei denari di
Enrico II, e che i più leggeri hanno sempre un maggiore intrinseco dei
denari coniati posteriormente coi nomi dei dogi.
Dopo questo tempo non troviamo più monete col nome degli imperatori,
ed è probabile che la zecca veneta rimanesse inoperosa per qualche
anno, sinché il sentimento di indipendenza e di nazionalità,
risvegliato nelle lotte con Federico Barbarossa, e la coscienza della
propria forza persuasero i Veneziani a porre sulle monete i nomi dei
loro dogi, cominciando da Vitale Michiel II.
Queste idee già da qualche anno io aveva esposto in una lettura al
Regio Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, ed il non vederle
combattute finora mi dà a sperare che esse abbiano ottenuto il
consenso degli studiosi, i quali non avrebbero facilmente lasciato
libero il passo ad errori in questione di tanta importanza.
In ogni caso mi conforta il pensiero, che il modo da me adottato per
isciogliere le gravi difficoltà del quesito, concorda assai bene coi
risultati della storia di Venezia e dei paesi vicini sino al secolo
XII. Mentre infatti Venezia era nei suoi primordi debole e piccina, e
le sue aspirazioni erano pur esse modeste, noi non troviamo moneta
veneziana. Dopo la morte di Carlo Magno vengono i tempi più oscuri, e
non ostante le parole dei cronisti, non si riesce a comprendere con
esattezza i rapporti tra Venezia e gli imperatori. Solo le monete ci
avvertono che Lodovico e Lotario avevano pretensioni di sovranità
anche sulle Lagune, e il denaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E
N E C I A S" conferma la supremazia degli imperatori latini e
l'aspirazione dei Veneziani a liberarsene.
Dopo vengono le monete coniate a Venezia coi nomi degli imperatori
germanici, ed un nuovo tentativo d'indipendenza non coronato da
completo successo; finalmente all'epoca in cui in Italia si
costituiscono i Comuni, in cui si prepara una lotta giustamente
gloriosa, Venezia si astiene dal porre i nomi degli imperatori, e
soltanto dopo di essersi unita colla Lega lombarda, adotta un sistema
conforme alla sua completa indipendenza. Ma i tempi erano maturi:
Venezia non riconosceva più la supremazia di nessuno, anzi era giunta
a tale grado di potenza e di forza, che dopo aver regolato con onore e
vantaggio le questioni coll'Occidente, ebbe l'ardire di misurarsi
anche coll'impero greco, riuscendo a piantare lo stendardo di San
Marco vittorioso sulle vecchie torri della metropoli bizantina.
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NOTE A "ORIGINI DELLA ZECCA E PRIME MONETE DI VENEZIA".
(1) _Squittinio della libertà veneta_. Mirandola, 1612, pagina 43 e
seguenti.
(2) Fontanini G. _De sancto Petro Urseolo duce venetorum etc_. Romæ,
1730, pagine 81-83.
(3) _Spiegazione di tre antichissime monete veneziane_. Venezia, 1737;
e nella _Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici_.
(Calogerà), Tomo XXVIII, pagine 506-507.
(4) Liruti G. G. _Della moneta propria e forestiera ch'ebbe corso nel_
_Ducato di Friuli etc_. Venezia, 1749, pagine 132-133; ed in
Argelati F. _De monetis Italiæ etc_. Parte II, pagine 144-145.
(5) Zanetti Girolamo. _Dell'origine e della antichità della moneta_
_viniziana_, ragionamento. Venezia, 1750, pagine da 1 a 26; ed in
Argelati. Parte III, Appendice, pagine 1-7.
Tentori C. _Saggio sulla storia civile politica ecclesiastica etc.
della repubblica di Venezia_. Venezia, 1785-1790, Tomo II, pagine
25-36.
Gallicciolli G. B. _Delle memorie venete antiche profane ed
ecclesiastiche_. Venezia, 1795, Tomo I, pagine 366-370.
Filiasi G. _Memorie storiche de' Veneti primi e secondi_. Padova,
1811-1814, volume VI, pagine 56-59.
Cappelletti G. _Storia della repubblica di Venezia_. Venezia, 1848-
1855, volume I, pagina 186.
(6) Sandi Vettor. _Principj di storia civile della repubblica di_
_Venezia etc_. Venezia, 1755, volume I, pagine 307-308.
(7) Zon A. _Cenni istorici intorno alla moneta veneziana_. -- _Venezia_
_e le sue lagune_. Venezia, 1847, Volume I, Parte II, pagine 6-8.
(8) Giulio di San Quintino. _Osservazioni critiche intono all'origine_
_ed antichità della moneta veneziana_. Dalle memorie della Regia
Accademia di scienze, Serie II, Tomo X, Torino, 1847.
(9) Cartier R. _Observations sul les deniers Carlovingiens portant le_
_nom de Venise. -- Revue numismatique française_. Blois, 1849,
pagine 190-216.
(10) Barthelemy J. B. A. A. _Nouveau manuel complet de numismatique du_
_moyen âge et moderne_. Paris, 1851, pagina 353.
(11) Promis Vincenzo. _Sull'origine della zecca veneta_. Torino, 1868.
(12) Romanin S. _Storia documentata di Venezia_. Venezia, 1853-1861,
volume I, pagine 224-228.
(13) Padovan V. e Cecchetti B. _Sommario della nummografia veneziana_
_etc_. Venezia, 1866, pagina VIII.
(14) Padovan V. _Le monete della repubblica veneta etc. _Venezia,
1879, _Sommario_, pagina 94.
(15) Promis. Opera citata, pagina 12.
(16) Promis. Opera citata, pagina 11.
(17) Promis. Opera citata, pagina 11.
(18) Carli Rubbi G. R. _Delle monete e dell'istituzione delle zecche_
_d'Italia etc_. Aja, 1754, tomo I, pagine 124-127.
(19) Filiasi. Opera citata, volume VI, pagine 58-59.
(20) _Archivio veneto_, volume XII, pagina 81.
(21) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 225.
(22) Muratori. _Antiq. med. aevi_. Volume II, pagina 647.
(23) San Quintino. Opera citata, pagina 5.
(24) Eginardo. -- Paolo Diacono. -- _Annales Laurissenses_ (all'anno
803, PERTZ MON: GERM: HIST: SCRIPT I.).
(25) Costantino Porfirogenito. _De Amministratione imperii_. Presso il
Banduri, Imp. orientale, Volume I, 84, capitolo XXVIII.
(26) Atto di fondazione del Convento di San Zaccaria. Romanin. Opera
citata, Volume I, pagina 347.
(27) Romanin. Opera citata, Volume I, pagine 132 e 140 e seguenti. --
Gfrörer A. F. _Storia di Venezia dalla sua fondazione fino_
_all'anno 1084_. Traduzione del professor Pinton, Venezia,
Visentini, 1878.
(28) Gfrörer. Opera citata, pagina 87. -- Monticolo, professor G. B.
_La cronaca del Diacono Giovanni etc._ Pistoja, 1882, pagina 94.
(29) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 162, nota 2 (Cornaro).
(30) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 149, nota 5.
(31) Gfrörer. Opera citata, pagina 24.
(32) Costantino Porfirogenito. _De amministrando imperio_. Capite
XXVII, ed. bononiensis, III, 122.
(33) Dandolo. Nel Muratori, volume XII, pagina 151. -- Romanin. Opera
citata, I, 135. -- Gfrörer. Opera citata, pagina 64.
(34) Gfrörer. Opera citata, pagina 73. -- Romanin. Opera citata, pagina
149.
(35) Romanin. Opera citata, pagina 82 e seguenti.
(36) Brambilla. _Monete di Pavia etc_. Pavia, 1883, pagina 80.
(37) Le Blanc. _Traité historique des monnaies de France_. Paris,
1690, pagina 85.
(38) Le Blanc. Opera citata, pagina 111.
(39) Brambilla. Opera citata, pagina 80.
(40) Gfrörer. Pagine 78 e 86. -- Eginardo. _Vita di Carlo_. Capitolo
XVI.
(41) Dandolo. Nel Muratori, XII, 176. -- Eginardo. Nel Pertz, I, 197.
(42) Adon (évêque de Vienne). _Chron. in anno 810_. Ediz. Basilea,
pagina 224. -- Abericus. _Cronic_. Pagina 153.
(43) Gfrörer. Opera citata, pagina 84.
(44) Monticolo. Opera citata, pagina 25.
(45) Monticolo. Opera citata, pagina 95.
(46) Monticolo. Opera citata, pagina 105.
(47) Gfrörer. Opera citata, pagina 133 e seguenti.
(48) Gfrörer. Opera citata, pagina 134.
(49) Gfrörer. Opera citata, pagina 91.
(50) Gfrörer. Opera citata, pagina 99. -- Romanin. Opera citata, volume
I, pagina 167.
(51) Gfrörer. Opera citata, pagina 134.
(52) Il terreno in Parrocchia di San Bartolomeo venduto nel 1112, dove
si lavorava la moneta, di cui parla Cecchetti (Padovan e
Cecchetti. _Sommario_. Pagina VII) potrebbe essere quello in cui
esisteva il fabbricato dove si coniò il danaro con "X P E spazio
S A L V A spazio V E N E C I A S".
(53) Girolamo Zanetti, che primo illustrò questa moneta, lesse:
_Domine cunserva Polano Imp_. Questo granchio gli valse il nome
di Zanetti _Fiaba_, come assicura nelle sue schede, da me
possedute, il Lazari che lo seppe per memoria orale
autorevolissima.
(54) _Crisoboli_ (dalla bolla d'oro di cui erano fregiati) si
chiamavano i diplomi concessi dagl'imperatori bizantini. Nel
crisobolo dell'anno 992 gl'imperatori Basilio e Costantino
accordavano ai Veneziani nuovi privilegi e favori specialissimi.
-- Romanin. Opera citata, volume I, pagina 267. -- Gfrörer. Opera
citata, pagina 228.
(55) Liruti. Opera citata, pagina 130 e seguenti.
(56) Zanetti Girolamo. Opera citata, Venezia, 1750.
(57) Carli. Opera citata, volume I, pagina 115 e seguenti.
(58) Il passo è il seguente: _Volumus ut pro sex manc. sol'. ab uno_
_homine sacramentum recipiatur, et si plus fuerit usque ad_
_duodecim manc. duorum hominum juramentum sit satisfactum, et ita_
_usque ad duodecim libras veneticorum semper addendum per duodecim_
_electos juratores. Nam si ultra duodecim librarum quaestio_
_fuerit, juratores ultra duodecim non excedant_.
(59) San Quintino. Opera citata, pagina 27.
(60) I Registri originali del _Liber Albus, Liber Blancus, Libri_
_Pactorum_ furono pubblicati da Tafel et Thomas, Monaco, 1855.
(61) San Quintino. Opera citata, pagina 31.
(62) Romanin S. Opera citata, volume I, pagina 351.
(63) Romanin sostiene che la data deve essere 951: nel documento però
è scritto 953.
(64) Romanin. Opera citata, volume 1, pagina 240.
(65) San Quintino. Opera citata, pagine 29 e 30.
(66) San Quintino. Opera citata, pagina 31.
(67) San Quintino. Opera citata, pagine 30 e 31.
(68) Nella grande opera _Historiæ patriæ monumenta_, Augusta
Taurinorum, 1855, vi ha il diploma 27 Giugno 947 _Actum Papiae_,
nel quale Lotario, per officio di Manasse Arcivescovo di Milano,
fa una donazione all'amabile sua sposa Adelaide. Ivi Chart, tomo
I, Doc. XCVII, colonna 159.
(69) Liruti. Opera citata, pagina 144.
(70) Zanetti G. Opera citata, pagina 3.
(71) Carli. Opera citata, pagina 113 e seguenti.
(72) Documento I.
(73) Documento II.
(74) Promis. Opera citata, pagina 21 e seguenti.
(75) Il passo citato esiste anche nel trattato che io attribuisco a
Lotario II, e sarebbe quindi di pochi anni precedente quello di
Berengario ed il più antico documento che parli di moneta
veneziana.
(76) V. sopra, pagina 25.
(77) De Rubeis. _Monumenta Ecclesiæ Aquil. etc._ Pagina 474.
(78) Anche qui troviamo che il denaro veneziano è valutato per metà
del denaro milanese od imperiale, come nel trattato con Ottone
II.
(79) Liruti. Opera citata, pagina 142. -- Zanetti G. Opera citata,
pagina 6.
(80) Liruti. Opera citata, pagina 143. -- Carli. Opera citata, volume
I, pagina 399.
(81) Padovan. _Le monete dei Veneziani_. Pagina XVII, nota 2.
(82) Dandolo. _Chronicon_. In Muratori. _Rer. Ital. Script._ Tomo XII,
colonna 200.
(83) Sanuto. _Vitae Ducum Venetorum_. In Muratori. _Rer. Ital._
_Script._ Tomo XXII, colonna 462.
(84) Sansovino F. _Venetia città nobilissima et singolare_. Venezia,
1604, pagina 367.
(85) Testamento del doge Pietro Orseolo II sopracitato.
(86) Brunacci. _De re nummaria Patavinorum_. Venetiis, Pasquali, 1744,
pagine 5 e 6, cita due documenti in cui si parla di lire e soldi
_monetae Venetiarum_.
(87) Lami. _Novelle letterarie_. Anno 1757, coll. 188.
(88) È comunemente chiamato Enrico II, perché tale come re di
Germania, ma di fatto è il primo di questo nome che cinse la
corona imperiale, mentre Enrico l'Uccellatore non l'ebbe mai.
(89) San Quintino. Opera citata, pagine 52 e 56.
(90) Zon. Opera citata, pagina 14.
(91) Padovan. Opera citata, pagine 2, 3.
(92) Promis. Opera citata, pagine 25 e 26.
(93) Liruti. Opera citata, pagina 136 e seguenti.
(94) Zanetti Girolamo. Opera citata, pagine 39 e 40.
(95) Carli. Opera citata, pagine da 121 a 123. All'autore non è
sfuggito che il "C quadrata" fatto in questa forma si vede anche
nelle monete di Corrado II.
(96) Muratori. _Antiqu. Ital. Medii aevi_. Tomo II, Dissertazione
XXVII, colonna 648.
(97) Promis. Opera citata, pagina 27.
(98) Zanetti Guid'Antonio. _Nuova raccolta delle monete e zecche_
_d'Italia_. Bologna, 1775-89, volume II, pagine 405 e 406.
(99) Questa circostanza non era sfuggita a G. A. Zanetti, volume II,
pagina 406.
(100) San Quintino. Opera citata, pagina 52.
(101) Promis. Opera citata, pagina 27.
(102) Promis. Opera citata, pagina 26.
[Nuova pagina]
MONETE DI LODOVICO I. IL PIO.
IMPERATORE E RE D'ITALIA.
814-840.
Denaro (un dodicesimo del soldo, un duecentoquarantesimo della lira).
Argento, titolo 0,900 circa (1). Peso, grani veneti 34 (grammi
1,759) (2).
1. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I M P".
Rovescio. Su tre linee "croce V E, legatura NE, spazio C I A S M O
spazio N E T A" (3).
Gabinetto numismatico di Sua Maestà in Torino (grani veneti 33 e
mezzo).
Tavola I, numero 1.
Raccolta Papadopoli, Venezia (grani veneti 29).
2. Dritto. Come il precedente.
Rovescio. Su tre linee "croce V E, legatura NE, spazio C I A S M
spazio O, legatura NE, T A".
Regio Museo di Parma (grani veneti 23).
Tavola I, numero 2.
3. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I M P".
Rovescio. Su due linee "V E N spazio E C I A S", "C" più piccolo
delle altre lettere.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola I, numero 3.
4. Dritto. Come il precedente, "H" senza linea fra le due aste, "O"
piccolo.
Rovescio. Come sopra, "C" piccolo.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).
Tavola I, numero 4.
5. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.
Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".
Museo Bottacin, Padova (grani veneti 29).
Tavola I, numero 5.
6. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.
Rovescio. Come sopra, un punto in mezzo alla moneta, uno in mezzo al
"C".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).
Tavola I, numero 6.
7. Dritto. Come sopra, quattro punti in croce dopo l'iscrizione.
Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".
Regio Museo Britannico, Londra (grani veneti 27 e mezzo).
Disegnato nelle _Osservazioni critiche intorno all'origine ed
antichità della Moneta Veneziana_ di G. di San Quintino, Tavola I,
numero 4.
8. Dritto. Come sopra, punto triangolare sopra l'"O".
Rovescio. Come sopra, "C" piccolo.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31 e mezzo).
Tavola I, numero 7.
9. Dritto. Come sopra, punto nel mezzo dell'"O".
Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".
Regia Biblioteca di San Marco, Venezia (grani veneti 28).
Tavola I, numero 8.
10. Dritto. Croce nel centro, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I, legatura MP".
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 33).
Disegnato nella tavola I, numero 6 dell'opera citata di San Quintino
(grani veneti 29).
11. Dritto. Come il numero 10, punto sotto la linea che unisce le due
aste della "M".
Rovescio. Come sopra.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31 e mezzo).
Tavola I, numero 9.
12. Dritto. Come sopra, "S" rovescia, punto nel mezzo della curva del
"P".
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola I, numero 10.
13. Dritto. Come sopra, punto triangolare sull'"O".
Rovescio. Punto triangolare nel mezzo della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola I, numero 11.
14. Dritto. Come sopra, un punto triangolare sotto l'"O".
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola I, numero 12.
15. Dritto. Come sopra, due punti triangolari ai lati del secondo "V",
un altro punto triangolare ai piedi del "P" ed un punto rotondo
dopo l'iscrizione.
Rovescio. Come sopra.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola II, numero 1.
16. Dritto. Come sopra, punto sotto la linea che unisce le due aste
della "M".
Rovescio. Come sopra, punto fra le braccia della croce, e fra le aste
della "A", punto nel centro della moneta.
Dalle schede del signor C. Kunz (grani veneti 34).
Tavola II, numero 2.
17. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D V V I C V S spazio
I, legatura MP", punto triangolare sotto la linea che unisce le
due aste della "M".
Rovescio. Come sopra, punto triangolare dopo la "N", punto nel centro
della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).
Tavola II, numero 3.
18. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio M P".
Rovescio. Come sopra.
Museo Correr, Venezia (grani veneti 29).
Tavola II, numero 4.
19. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio, legatura MP" (4).
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola II, numero 5.
20. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.
Rovescio. Come sopra, punto triangolare dopo la "N".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 24).
Tavola II, numero 6.
21. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I M".
Rovescio. Come sopra.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola II, numero 7.
22. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I N".
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 28).
Tavola II, numero 8.
23. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio M".
Rovescio. Come sopra.
Museo Bottacin (grani veneti 33).
Tavola II, numero 9.
24. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S
spazio I N P".
Rovescio. L'inscrizione è in senso inverso.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 29 e mezzo).
Tavola II, numero 10.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LODOVICO I.
PETAVIUS P. -- _Antiquariæ suppellectilis portiuncola veterum nummorum_
_[Greco[Gnorìsma]Greco]_. Parisis, 1610; ed in A. H. DE SALLENGRE.
_Novus thesaurus antiquitatum romanarum_. Hagæ Comitum, 1718, Tomus
II, pagina 1034.
(WELSER M.). -- _Squitinio della libertà veneta_, nel quale si adducono
anche le raggioni dell'Impero Romano sopra la Città e Signoria di
Venezia. Mirandola, 1612, pagina 77.
WORMIUS O. -- _Danicorum monumentorum libri sex_. Hafniæ, 1643, Libro
V, pagina 440.
_Museum Wormianum_. Amstelodami, 1655, Libro IV, Capitolo VI, pagina
361.
LE BLANC F. -- _Traité historique des monnoyes de France_. Paris, 1690,
Tavola a pagina 102 _b_, numero 33. -- Amsterdam, 1692, tavola a
pagina 108, numero 2, 33.
KÖHLER. -- _Historische Münz-Belustigung_. Nürmberg, 1729-65, Tomo
VIII, pagina 193, numero 2.
FONTANINI J. -- _De Sancto Petro Urseolo etc_., Romæ, 1730, pagine 81-
82.
HARDUINUS J. -- _Opera varia_. Amstelodami, 1733, pagina 591, numero
22, Tavola XII, pagina 679, numero 22.
(PASQUALIGO D.). -- _Spiegazione di tre antichissimo monete veneziane_.
Venezia, 1737, pagina VIII; e nella _Raccolta di opuscoli
scientifici e filologici_ (CALOGERÀ). Tomo XXVIII, pagina 508.
(VETTORI). -- _Il fiorino d'oro antico illustrato_. Firenze, 1738,
pagine 13 e 170.
MURATORI L. A. -- _Antiquitates italicæ medii ævi_. Mediolani, 1738-42,
Tomo II, Dissertazione XXVII. _De moneta sive jure condendi nummos_,
colonne 754, 761-762, numero V; ed in ARGELATI F. _De monetis Italiæ
etc_. Mediolani, 1750-59, Parte I, pagina 93, tavola LXXX, numero V.
LIRUTI G. G. -- _Della moneta propria e forastiera ch'ebbe corso nel
ducato di Friuli etc_. Venezia, 1749, pagine 131-132; ed in
ARGELATI, Parte II, pagina 144.
ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità della moneta
viniziana ragionamento_. Venezia, 1750, pagina 36, numero IV della
tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 9 e 14, numero
IV.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete e dell'istituzione delle zecche
d'Italia etc_. A l'Aja (Venezia), 1754, Tomo I, pagina 123, tavola
III, numero 6.
GRADENIGO G. A. -- _Indice delle monete d'Italia raccolte ed
illustrate_, in ZANETTI G. A. _Nuova raccolta delle monete e zecche
d'Italia_. Bologna, 1775-89, Tomo II, pagina 165, numeri II e III,
nota (_b_).
BALUZIUS S. -- _Capitularia regum francorum_. Parisiis, 1780, Tomus II,
colonna 1272, numero I.
APPEL J. -- _Repertorium zur Münzkunde des Mittelalters und der neuern
Zeit_. Wien, 1820-29, Tomo III, pagina 1116, numero 3900.
LELEWEL J. -- _Numismatique du Moyen Age etc_. Paris, 1835, Parte I,
pagine 121-122.
SAULCY F. (DE). -- _Deniers carlovingiens déterrés à Belzevet_. --
_Revue de la Numismatique françoise_. Blois, 1837, pagine 347-359.
FOUGÈRES G. e COMBROUSE F. -- _Description complète et raissonée des
monnaies de la deuxième race royale de France_. Paris, 1837, pagine
9 e 48, numero 105 e numero 480.
SAN QUINTINO G. (DI). -- _Osservazioni critiche intorno all'origine ed
antichità della moneta veneziana_. Torino, 1847, pagine 6-21 e 54,
tavola I, numeri 1, 2, 3, 4, 5 e 6.
ZON A. -- _Cenni istorici intorno alla moneta Veneziana_. -- _Venezia e
le sue lagune_. Venezia, 1847, Volume I, Parte II, pagina 12, tavola
I, numero 1.
LONGPÉRIER A. (DE). -- _Notice des monnaies françaises composant la
collection de M. J. Rousseau etc_. Paris, 1848, pagina 246, numero
588.
SCHWEITZER F. -- _Serie delle monete e medaglie d'Aquileja e di
Venezia_. Trieste, 1848-52, Volume I, pagina 60 (82-83) e numero 1
della tavola.
CARTIER E. -- _Observations sur les deniers carlovingiens portant le
nom de Venise_. -- _Revue Numismatique_. Blois, 1849, pagine 190-210,
tavola VI, numeri 1, 2, 3, 4, e 9.
ROMANIN S. -- _Storia documentata di Venezia_. Venezia, 1853-60, Tomo
I, pagina 226.
MORBIO C. -- _Quinto Catalogo dei duplicati_. Milano, 1860, pagina 8.
PADOVAN V. e CECCHETTI B. -- _Sommario della Nummografia Veneziana_.
Venezia, 1866, pagina 5.
PROMIS V. -- _Sull'origine della Zecca Veneta_. Torino, 1868, pagina
16, numeri 1 e 2 della tavola.
WACHTER C. (VON). -- _Versuch einer systematischen Beschreibung der
Venezianer Münzen nach ihren Typen_. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Wien, 1870, Volume II, pagine 217-218.
PADOVAN V. -- _Le monete della Repubblica Veneta dal secolo IX al XVIII
etc. Sommario_. Venezia, 1879, pagina 1; -- idem, _Le monete dei
Veneziani, Sommario, Archivio Veneto_. Tomo XII, pagina 85; -- idem,
terza edizione, Venezia, 1881, pagina 1.
PAPADOPOLI N. -- _Sulle origini della Veneta Zecca e sulle antiche
relazioni dei veneziani cogli imperatori etc_. Atti del Regio
Istituto di Scienze, Lettere ed Arti, Tomo VIII, serie V, Venezia,
1882, pagine 1507-1512, 1535-1539; -- idem, edizione in ottavo,
Venezia, 1883, pagine 16-19, 37-40, tavola I, numeri 1 a 12, tavola
II, numeri 1 a 10.
GARIEL E. -- _Les monnaies royales de France sous la race
carolingienne_. Première partie, Strasbourg, 1883, pagine 64, 67,
tavola V, numero 54 e tavola VI, numeri 55 e 56. Deuxième partie,
Paris, 1885, pagina 187, tavola XIX, numero 140, 141, 142 e 143.
[Nuova pagina]
NOTE A "MONETE DI LODOVICO I. IL PIO".
(1) Il saggio fatto a Parigi da valente artefice dà il seguente
risultato: 0,898 d'argento e 0,0005 d'oro.
(2) Dall'esemplare di maggior peso descritto al numero 16.
(3) Ho collocati per primi questi denari, che ritengo più antichi,
perché somigliano a quelli coll'iscrizione "P A L A T I N A
spazio M O N E T A", nella quale Zecca sono a mio avviso battuti,
e perché l'iscrizione loro è corretta e senza abbreviature:
mentre i denari con "croce V E N E C I A S" presentano invece dei
nessi fra le lettere, segno di coniazione abbondante ed
affrettata e portano i punti e contrassegni con cui soleva
indicarsi lo zecchiere responsabile del valore della moneta.
Tutto ciò dimostra che questo nummo veniva coniato in quantità
rispondente ai bisogni di una vera circolazione e non per
semplice ostentazione di sovranità.
(4) È la stessa moneta da cui fu tratto il disegno della tavola I,
numero 3 dell'opera citata di San Quintino; credo bene
riprodurla, perché meglio disegnata.
[Nuova pagina]
MONETE DI LOTARIO I.
IMPERATORE E RE D'ITALIA.
840-855.
Denaro. Argento, titolo 0,720 circa. Peso, grani veneti 29 (grammi
1,500) (1).
1. Dritto. Croce nel centro, attorno "croce H L O, legatura TH, A R I
V S spazio I, legatura NP, spazio A V".
Rovescio. In una sola linea "legatura VE, N E C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 29).
Tavola II, numero 11.
2. Dritto. Croce come il precedente "croce, legatura HL, O, legatura
HT, A R I V S spazio I M P A V".
Rovescio. In una sola linea "legatura VE, legatura NE, C I A".
Gabinetto numismatico di Sua Maestà. (grani veneti 26).
Tavola II, numero 12.
Regio Museo Britannico (grani 25).
3. Dritto. Come sopra "croce, legatura HL, legatura HT, O A R I V S
spazio I, legatura MP, spazio A V".
Rovescio. In una sola linea "legatura VE, legatura NE, C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 22), esemplare guasto.
Tavola III, numero 1.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LOTARIO I. IMPERATORE.
LE BLANC F. -- Opera citata, Paris, 1690, tavola a pagina 108, numero 3
-- Amsterdam, 1692, tavola a pagina 113, numero 3.
FONTANINI J. -- Opera citata, pagina 82.
HARDUINUS J. -- Opera citata, pagina 592, numero 3, tavola XIII, pagina
681, numero 3.
(PASQUALIGO D.). -- Opera citata, pagina IX, ed Opuscoli CALOGERÀ, Tomo
XXVIII, pagina 508.
ZANETTI GIROLAMO. -- Opera citata, pagina 36, numero V; ed ARGELATI,
Parte III, Appendice, pagine 9 e 14, numero V.
ZANETTI GUID'ANTONIO. -- _Nuova raccolta delle monete e zecche
d'Italia_, già citata, Tomo II, pagina 165, nota (_c_).
LELEWEL J. -- Opera citata, Parte I, pagine 121-122.
FOUGÈRES e COMBROUSE. -- Opera citata, pagina 17, numero 240.
ROMANIN S. -- Opera citata, Tomo I, pagina 226.
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagine 6-21 e 54, tavola I,
numero 7.
ZON A. -- Opera citata, pagina 12.
SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 60 (84) (85) e numero 2
della tavola.
CARTIER E. -- Opera citata. -- _Revue Numismatique_ 1849, pagine 194 e
209, tavola VI, numero 5
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 5.
PROMIS VINCENZO. -- Opera citata, pagina 17, numero 2 della tavola.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 218-219.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 2. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 86; -- terza edizione, 1881, pagina 2.
PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1507-1512 e 1540; -- edizione in
ottavo, pagine 16-19 e 41, tavola II, numeri 11 e 12.
GARIEL E. -- Opera citata, Parte II, pagina 324, tavola LX, numero 28.
[Nuova pagina]
NOTE A "MONETE DI LOTARIO I".
(1) Il peso regolare dovrebbe essere almeno di 32 grani, ma tutti gli
esemplari da me conosciuti sono deboli e consumati dall'uso.
[Nuova pagina]
DENARO ANONIMO CON XPE SALVA VENECIAS.
855-880?
Denaro. Argento, titolo 0,700 circa. Peso, grani veneti 32 (grammi
1,656).
1. Dritto. Croce accantonata da quattro globuli, o bisanti, "D punto S
spazio C V N S E R V A spazio R O M A N O spazio I, legatura MP".
Rovescio. Tempio con 4 colonne a base e capitello semplice, croce
fra le colonne, sopra il tempio croce che divide l'iscrizione "X P
E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".
(grani veneti 29).
Disegnato nella tavola I, numero 9 dell'opera citata di San Quintino.
2. Dritto. Croce come sopra "croce D punto S spazio C V N S E R,
legatura VA, spazio R O, legatura MA, N O spazio I, legatura MP".
Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.
(grani veneti 32).
Disegnato nella tavola I, numero 8 dell'opera citata di San Quintino.
3. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V N S E R V A spazio
P O, legatura MA, N O spazio, legatura MP".
Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 29).
Tavola III, numero 2.
4. Dritto. Croce come sopra "croce D S spazio C V S E R V A spazio R O
M A N O spazio, legatura MP, punto".
Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V
E, legatura NE, C I A S punto".
Regio Museo Britannico (grani veneti 24 e mezzo).
Tavola III, numero 3.
5. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V S E R V A spazio P
O M A N O spazio, legatura MP, punto".
Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio
V E, legatura NE, C I A S".
Museo Bottacin (grani veneti 28 e mezzo).
Tavola III, numero 4.
6. Dritto. Croce accantonata da quattro globuli, o bisanti, "croce D S
C W S E R V A spazio R O M A N spazio, legatura MP".
Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V
E, legatura NE, C I A S".
Dalle schede del signor C. Kunz.
Tavola III, numero 5.
7. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V N S E R V A spazio
R O M A N O spazio M".
Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.
Gabinetto numismatico di Sua Maestà. (grani veneti 31 e mezzo).
Tavola III, numero 6.
8. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C W S E R V A spazio P
O I A N O spazio I, legatura MP".
Rovescio. Tempio come sopra con le colonne a base e capitelli
doppî "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".
Museo Correr (grani veneti 30).
Tavola III, numero 7.
9. Dritto. Croce come sopra, "croce D punto S spazio C W S E R,
legatura VA, spazio R O M A N O spazio, legatura MP".
Rovescio. Tempio come al numero 8, "X P E spazio S A L, legatura VA,
spazio V E N E C I A S".
(grani veneti 31).
Disegnato nella tavola 1, numero 10 dell'opera citata di San
Quintino.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DEI DENARI ANONIMI CON XPE SALVA VENECIAS.
(ZANETTI GIROLAMO). -- _Di una moneta antichissima, e ora per la prima_
_volta pubblicata, del Doge di Venezia Pietro Polani, Dissertazione_
_di G. F. Z. V._ Venezia, 1769.
GRADENIGO G. A. -- _Indice_ citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagine
166-167, nota (_a_).
ZANETTI G. A. -- _Delle monete di Faenza_, nel Tomo II, _Nuova raccolta
delle monete e zecche d'Italia_, pagina 406.
(MENIZZI A.). -- _Delle monete de' veneziani dal principio al fine_
_della loro Repubblica_. Venezia, 1818, pagina 75.
CARTIER E. -- _Lettres sur l'histoire monétaire de France. Monnaies de
la deuxième race_. -- _Revue de la Numismatique françoise_. Blois,
1837, pagina 273, tavola VIII, numero 20.
FOUGÈRES e COMBROUSE. -- Opera citata, pagina 53.
ROMANIN S. -- Opera citata, Tomo I, pagina 227.
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagine 22-27, nota XIII, pagine
49 e 54, tavola I, numeri 8, 9 e 10.
ZON A. -- Opera citata, pagina 12, Tavola I, numero 2.
LONGPÉRIER A. (DE). -- Opera citata (_Collection Rousseau_), pagina
258, numero 607.
SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 64 (89) e tavola.
CARTIER E. -- Opera citata. -- _Revue Numismatique_ 1849, pagine 211-
216, Tavola VI, numeri 6, 7 e 8.
FILLON B. -- _Considérations historiques et artistques sur les monnaies
de France_. Fontenay-Vendée, 1850, pagine 61 e 64.
CICOGNA E. ed altri. -- _Biografia dei Dogi di Venezia_, con centoventi
ritratti incisi in rame da A. Nani, Edizione seconda, corretta ed
accresciuta colla serie incisa delle più pregievoli medaglie e
monete per essi coniate. Venezia, Grimaldo, 1855 e 1857.
(PASINI professor PIETRO). -- _Numismatica Veneta, o serie di monete e_
_medaglie dei Dogi di Venezia_. Venezia, Grimaldo, 1854 e 1863. È la
parte numismatica del precedente lavoro tirato separatamente. Due
disegni al Doge X e due al Doge XXXVI.
DE COSTER. -- _Explications faisant suite aux précédentes notices sur
l'attribution à Charlemagne de quelques types monétaires_. -- _Revue
de la Numismatique Belge_, série III, tome I, Bruxelles, 1857,
pagina 51.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagine 5-6.
PROMIS V. -- Opera citata, pagina 17, numero 4 della tavola.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 219-221.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 2; -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 86; -- terza edizione, 1881, pagina 2.
PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1512-1515, 1540-1541; -- edizione
in ottavo, pagine 20-22, 41-42, tavola III, numeri 1, 2 e 3.
GARIEL E. -- Opera citata, Parte II, pagina 334, tavola LXI, numero 14.
ENGEL A. e SERRURE R. -- _Traité de Numismatique du Moyen-Age_. Paris,
1891, Tome I, pagina 283, figura 507.
[Nuova pagina]
DENARO ANONIMO CON CRISTVS IMPERAT.
970-1024?
Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 22 (grammi
1,139).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro
globuli o bisanti "croce C R I S T V S spazio I M P E R
apostrofo".
Dritto. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle
colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I",
sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".
In tutte le Raccolte.
Tavola III, numero 8.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DEL DENARO CON CRISTVS IMPER.
(PASQUALIGO D.). -- Opera citata, pagina III; e negli Opuscoli
CALOGERÀ, Tomo XXVIII, pagina 495.
MURATORI L. A. -- Opera citata, Tomo II, _Dissertazione_ XXVII, colonne
648, 651-652, numero I; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola
XXXVII, numero 1.
LIRUTI G. G. -- Opera citata, pagine 136-142, tavola VI, numero 60; ed
in ARGELATI, Parte II, pagine 146-149, tavola III, numero 60.
ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità etc_. Opera
citata, pagine 32-33, numero 1 della tavola; ed ARGELATI, Parte III,
Appendice, pagine 8 e 14, numero 1.
ARGELATI F. -- Opera citata, Parte III, Appendice. _Editoris additiones_
_ad nummos variarum Italiæ urbium_, pagina 69, tavola VII, numero 1.
CARLI RUBBI G. R. -- _Dell'Origine e del Commercio della moneta etc_.
Haja (Venezia), 1751, pagina 125, tavola I, numero 1.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle Monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
121-122, tavola I, numero 1.
BIANCHI dottor GIOVANNI. -- _Lettera_ da Rimini nelle _Novelle
Letterarie_. Firenze, Tomo VIII, anno 1757, colonne 76-77 e 188.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 165,
numero I, nota (_a_).
MADER J. -- _Kritische Beiträge zur Münzkunde des Mittelalters_. Prag,
1803-1813, volume I, pagine 192-201.
SALVAGGI. -- _De nummo argenteo S. Zaccariæ P. M. aliisque
vetustissimis_. Romæ, 1807, pagina 495.
(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagina 54.
MANIN L. -- _Esame ragionato sul libro delle monete dei Veneziani, dal
principio al fine della loro Repubblica_; -- nelle _Esercitazioni
scientifiche e letterarie dell'Ateneo di Venezia_, Tomo I, 1827,
pagine 172 e 174, numero 3 della tavola.
LELEWEL J. -- Opera citata, Paris, 1835, Parte I, pagina 122, tavola
XIV, numero 38.
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagina 52, nota XV, pagina 55,
tavola II, numeri 1 e 2.
ZON A. -- Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 3.
SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 58 (81) e tavola.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 6.
PROMIS V. -- Opera citata, pagina 27, numero 8 della tavola.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata, -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 224-225.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 4; -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 88; -- terza edizione, 1881, pagina 4.
PAPADOPOLI N. -- Opera citata, Atti dell'Istituto, pagine 1527-1532,
1542; -- edizione in ottavo, pagine 31-35, 42, tavola III, numero 4.
GARIEL E. -- Opera citata, Parte II, pagina 346, tavola LXV, numero 3
(Berengario).
ENGEL e SERRURE. -- Opera citata, pagina 283, figura 508.
[Nuova pagina]
MONETE DI CORRADO I. (II.).
IMPERATORE E RE D'ITALIA.
1024-1039.
Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 20 (grammi
1,035).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro
bisanti "croce C O N R A D spazio I M P E R".
Rovescio. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle
colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I",
sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".
Museo Correr (grani veneti 15).
Tavola III, numero 9.
Museo Bottacin (grani veneti 20).
2. Dritto. Croce come sopra "C O R A D apostrofo spazio I M P E R
apostrofo".
Rovescio. Tempio come sopra.
Gabinetto numismatico di Sua Maestà (grani veneti 19).
Tavola III, numero 10.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 17 e mezzo).
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI CORRADO I.
BIANCHI dottor GIOVANNI. -- _Lettera_ da Rimini, nelle _Novelle
letterarie_ già citate, anno 1757, colonna 188.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
165, numero IV, nota (_d_).
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavola
II, numero 3.
ZON A. -- Opera citata, pagine 13 e 14.
SCHWEITZER. -- Opera citata, pagina 60 (87).
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 6.
PROMIS V. -- Opera citata, pagina 24, numero 5 della tavola.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 221-222.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 3. -- _Archivio
Veneto_. Tomo XII, pagina 87; -- terza edizione, 1881, pagina 3.
PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1527-1529 e 1452; -- edizione in
ottavo, pagine 31-33 e 43, tavola III, numeri 5 e 6.
[Nuova pagina]
MONETE DI ENRICO II. (III.).
IMPERATORE E RE D'ITALIA.
1039-1056.
Denaro. Argento, titolo 0,250 circa (1). Peso, grani veneti 18 (grammi
0,931).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro
bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Tempio come nei due denari precedenti, invece di colonne le
lettere "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al
tempio "I I O spazio O I I".
In tutte le Raccolte.
Tavola III, numero 11.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO II.
BIANCHI dottor GIOVANNI. -- _Lettera_ da Rimini, nelle _Novelle
Letterarie_ già citate, anno 1757, colonne 75-76 e 188.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina
165, numero V.
MADER J. -- Opera citata, Tomo I, pagine 192-201, tavola VIII, numero
111; Tomo II, pagine 22-23.
APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1117, numero 3902.
ZON A. -- Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 4.
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavola
II, numero 4.
SCHWEITZER. -- Opera citata, Volume I, pagina 60 (88).
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 6.
PROMIS V. -- Opera citata, pagine 23-26, numero 6 della tavola.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 222-223.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 2. -- _Archivio
Veneto_. Tomo XII, pagine 86-87; -- terza edizione, 1881, pagine 2-3.
PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1527-1531 e 1542-1543; -- edizione
in ottavo, pagine 31-35 e 43, tavola III, numero 7.
[Nuova pagina]
NOTE A "MONETE DI ENRICO II. (III.)".
(1) L'esame chimico fatto a Parigi dà il seguente risultato: 0,242
d'argento e 0,0019 d'oro.
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MONETE DI ENRICO III. (IV.) ED ENRICO IV. (V.).
IMPERATORI E RE D'ITALIA.
1056-1125.
Denaro. Argento, titolo vario da 0,250 a 0,220 (1). Peso decrescente,
secondo l'epoca, da grani veneti 16 ad 8 (grammi 0,828 a 0,414).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro
globuli, o bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola e
vestimenta riccamente decorate, al collo il pallio dei
metropolitani "croce S spazio M A R C V S spazio V E, legatura NE,
C I A".
Regio Museo Britannico (grani veneti 14 e mezzo).
Tavola III, numero 12.
L'esemplare è bene conservato, ma manca di un pezzettino per cui
rimane deficiente nel peso.
2. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto di faccia rozzamente disegnato, senza aureola, ma col
pallio "croce M A D C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 16).
Tavola IV, numero 1.
3. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto simile al numero 2, "croce S spazio M A R C V S
spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 15).
4. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto di faccia, senza aureola né pallio, le due linee che
formano l'ornamento del vestito s'intersecano a croce "croce S
spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 15 e mezzo).
Tavola IV. numero 2.
5. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R
apostrofo".
Rovescio. Busto come sopra, un punto sul vestito del Santo "croce S
spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Museo Bottacin (grani veneti 13).
Tavola IV, numero 3.
6. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto come al numero 5, "croce S spazio M A R C V S spazio,
legatura VE, legatura NE, C I A punto".
Regia Biblioteca di San Marco (grani veneti 11) logoro.
Tavola IV, numero 4.
7. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto di San Marco con punti stretti attorno alla testa,
sul vestito tre punti "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura
VE, legatura NE, C I A".
Museo Correr (grani veneti 16).
Tavola IV, numero 5.
8. Dritto. Croce patente sottile, accantonata da quattro bisanti
"croce E N R I C V S spazio I M P E P apostrofo, due punti in
verticale".
Rovescio. Busto come al numero 7, "croce S spazio M A P C V S spazio,
legatura VE, legatura NE, C I A".
Museo Bottacin (grani veneti 14 e mezzo).
Tavola IV, numero 6.
9. Dritto. Croce patente come sopra "croce E N P I C V S spazio I,
legatura MP, un punto sopra due punti".
Rovescio. Busto del Santo come sopra, con aureola di stelle, ossia
punti "croce S spazio M A D C V S spazio V E N".
Museo Correr (grani veneti 10 e mezzo).
Tavola IV, numero 7.
10. Dritto. Croce patente simile alle precedenti, ma più rozza "croce
E, legatura NP, I C V S spazio I, legatura NP, un punto sopra due
punti".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Dalle schede Kunz (grani veneti 8).
Tavola IV, numero 8.
11. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I M P, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Museo Bottacin (grani veneti 8 e mezzo).
12. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I, legatura MP, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Dalle schede Kunz (grani veneti 8).
Tavola IV, numero 9.
13. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I, legatura MP, punto".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".
Museo Bottacin (grani veneti 11).
14. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I, legatura NP, punto".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, N punto".
Museo Bottacin (grani veneti 10).
15. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NP, I C V S
spazio I, legatura MP".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio H H D C V S V C I I
I".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).
Tavola IV, numero 10.
16. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S
spazio I, legatura NP, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio, legatura MR, C V S
spazio, legatura VE, legatura NE".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).
Tavola IV, numero 11.
17. Dritto. Croce ancorata, accantonata da 4 bisanti "croce E I I R I
C, legatura, MP N P".
Rovescio. Busto come al numero 9, leggenda scorretta "croce S spazio,
legatura HR, I, C quadrata, legatura HE, M P, legatura NE".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 8 e mezzo).
Tavola IV, numero 12.
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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO III. E IV.
CORNER FLAMINIO. -- _Ecclesiæ Venetæ antiquis monumentis nunc etiam
primum editi illustratæ, etc_. Venetiis, 1749, Decadis XIII, pagina
76.
LIRUTI G. G. -- Opera citata, pagine 149-150, tavola X, numero 105; ed
in ARGELATI, Parte II, pagina 153, tavola V, numero 105 (2).
ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità, etc_. Opera
citata, pagine 32-33, numero III della tavola; ed in ARGELATI, Parte
III, Appendice, pagine 8-9 e 14, numero III.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
123-126, tavola III, numeri 5, 7 e 8.
CORSINI O. -- _Relazione dello scuoprimento e ricognizione fatta in
Ancona dei Sacri corpi di San Ciriaco, Marcellino e Liberio, etc_.
Roma, 1756, pagine 6-7 e 14.
BIANCHI D. GIOVANNI. -- _Lettera_ da Rimini nelle _Novelle Letterarie_
già citate, colonne 76-78.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 166,
numeri VI, VII, VIII e IX e nota (_a_).
TERZI B. -- _Osservazioni sopra alcune monete inedite d'Italia_.
Padova, 1808, pagina 23, tavola 1, numero 9.
BECKER W. G. -- _Zweihundert seltene Münzen des Mittelalters etc_.
Dresden, 1813, pagina 50, tavola III, numero 78.
MANIN L. -- _Memorie storico-critiche intorno la vita, traslazione e
invenzione di San Marco_. Venezia, 1815, pagina 32, tavola V, figura
4 A; -- seconda edizione, Venezia, 1835, pagine 27-28, tavola V,
figura 4 A.
(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagine 55 e 71.
MANIN L. -- _Esame ragionato, etc_. Opera citata, pagine 172 e 174,
numero 4 della tavola.
APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1117, numeri 3903 e 3904.
LELEWEL J. -- Opera citata, Parte I, pagina 122, Parte III, pagina 17,
tavola XIV, numero 49.
PFISTER J. G. -- _The coins of Venice_. -- J. Y. AKERMAN, _The
Numismatic Journal_, Volume II, 1837-1838, tavola a pagina 201.
WELZL VON WELLENHEIM L. -- _Verzeichniss der Münz _-_ und Medaillen _-_
Sammlung_, Wien, 1844, Volume II, Parte I, pagina 168, numeri 2951-
2960.
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagine 52-53 e 55, tavola II,
numeri 5, 6, 7 e 8.
ZON A. -- Opera citata, pagina 15, tavola I, numeri 5 e 6.
SCHWEITZER. -- Opera citata, pagine 76 e 77 (105, 106 e 107), numeri 6,
7, 8 della tavola (3).
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 7.
PROMIS V. -- Opera citata, pagine 26-27, numero 7 della tavola.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume II, 1870, pagine 223-225.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 3. -- _Archivio
Veneto_. Tomo XII, pagine 87-88; -- terza edizione, 1881, pagine 3-4.
PAPADOPOLI N. -- Opera citata, pagine 1528, 1532-1533, 1543-1545; --
edizione in ottavo, pagine 32, 35, 43-45, tavola III, numeri 8, 9,
10, 11, 12 e 13.
GARIEL E. -- Opera citata, Parte II, pagina 269, tavola XLI, numero 30.
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NOTE A "MONETE DI ENRICO III. (IV.) ED ENRICO IV. (V.)".
(1) Questi denari sono posti nell'ordine di cui si crede sieno stati
coniati, ritenendo più antichi quelli di maggior peso e più
recenti i leggeri.
(2) Il Liruti avendo esaminato forse un esemplare di cattiva
conservazione, invece di "E N R I C V S" lesse "K N D N V S
spazio I M P E R A" che interpretò _Kristus noster Dominus
Imperat_ e fu seguito in tale lettura dal G. Zanetti, dal Carli,
dal Menizzi, dal Lelewel e da altri, sebbene l'errore fosse stato
rilevato dal Padre O. Corsini sino dal 1756.
(3) Lo Schweitzer attribuisce alcuni di tali denari ad Enrico Dandolo,
dicendo che il titolo d'Imperatore poteva ben essergli lecito,
quasi Maestà, dopo la conquista di Costantinopoli.
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VITALE MICHIEL II.
DOGE DI VENEZIA.
1156-1172.
Vitale Michiel II, trentaottesimo doge, tenne il supremo governo dello
stato in un'epoca assai torbida e pericolosa. Dall'una parte la lotta
grandiosa fra Federico Barbarossa e la Lega Lombarda cui era
intimamente legata Venezia; dall'altra i dissapori e la guerra
coll'impero d'Oriente, che ebbe fine colla disfatta della flotta
veneziana e portò la conseguenza della uccisione del doge in una
sommossa popolare. Però non era esausta la giovane repubblica, anzi in
tale momento sentì più vivamente le proprie forze e le proprie
aspirazioni, per cui non è da sorprendersi che la prima moneta su cui
è solennemente affermata la indipendenza porti il nome di Vitale
Michiel.
Questa monetina, di poco volume e di poco valore, mostra da un lato la
croce accantonata da quattro punti, con attorno il nome, cognome e
titolo del principe; dall'altro il busto di San Marco visto di fronte
e somiglia in tutto, tranne che nell'intrinseco, ai denari coniati a
Venezia dagli ultimi imperatori del nome di Enrico. Monetine dello
stesso tipo si trovano pure coi nomi dei dogi che successero a Vitale
Michiel, e per il peso, per l'aspetto e la forma scodellata,
somigliano assai ai denari colla croce, che furono coniati dalla zecca
veneziana con tipo uniforme durante quasi tre secoli, da Sebastiano
Ziani a Francesco Foscari. Questa somiglianza fu causa che molti
raccoglitori ed anche valenti numismatici confondessero le due specie,
chiamando gli uni denari colla croce e gli altri denari col busto di
San Marco. Non è però credibile che un governo saggio ed illuminato
avesse contemporaneamente delle monete dello stesso valore con diversa
impronta, e siccome l'intrinseco dei pezzi colla protome di San Marco
è di molto inferiore a quello dei denari, è naturale supporre che essi
sieno una frazione del denaro. Potrebbero essere la metà od il terzo,
ma la rarità degli esemplari non permettendo un esame chimico,
conviene giudicare per analogia. Siccome in altri paesi dell'Italia
superiore (1) si coniava nella stessa epoca l'obolo, o mezzo denaro,
vi è tutta la probabilità, e quasi la certezza, che la nostra monetina
sia la metà del piccolo o denaro. Pare che Venezia informando il
sistema monetario proprio, abbia riprodotto nel suo denaro con poche
modificazioni, il tipo dei primi imperatori, prendendo a modello del
mezzo denaro quelli di Enrico III e IV, col busto dell'evangelista:
questo rapporto di uno a due era quello che probabilmente correva fra
le antiche monete che si trovavano ancora in circolazione.
Negli antichi documenti oltre alle denominazioni già note di lire,
soldi e denari, di grossi e di piccoli per le monete d'Occidente e
quelle di bisanti, iperperi e romanati per quelle di Oriente, troviamo
talvolta adoperato anche il nome di _bianco_, come per esempio, in un
atto di donazione (2) del vescovo Stefano Lolino al Sacerdote
Cristoforo della Chiesa Torcellana di Sant'Antonio Abate nel mese di
giugno 1225, ove si parla di _quindecim blancos_. Però non essendovi
alcun altro dato di confronto, non è possibile rilevare quale moneta
effettiva, quale valore potesse essere quello che corrispondeva al
nome di _bianco_. Solo allora che le memorie scritte cominciano a
farsi più frequenti e più dettagliate, e cioè nella prima metà del
secolo XIV, troviamo occasione di illuminarci su tale proposito.
Primo in ordine di età è un documento riportato dal canonico Rambaldo
degli Azzoni Avogaro (3), che si trova negli atti del rinnovamento
della zecca trevigiana; in data 7 settembre 1317 un mercante di
Treviso offre al Podestà ed ai Consoli della Città di coniare
bagattini uguali nella bontà e migliori di quelli di Verona e di
Brescia, per supplire alla deficienza di denari piccoli buoni, in
forza della quale _blanchi de Venetiis et alie pessime monete parve
expenduntur pro bagatinis_. Siccome noi sappiamo che in tutti i tempi
la lira usata a Treviso era uguale a quella di Venezia, ne viene per
conseguenza che il bianco di Venezia doveva essere una moneta che
facilmente si confondeva col denaro, ma di minor valore ed intrinseco,
se in Treviso si muove lagnanza perché essa viene spesa come denaro.
Vengono poscia tre documenti dei quali ebbi comunicazione
dall'infaticabile e liberalissimo comm. B. Cecchetti, di cui tutti
deploriamo la fine immatura.
Il primo di questi documenti, del 23 febbraio 1334 more veneto ossia 1335
(4), contiene copia di una attestazione di Pietro Pino del dicembre
1334, che, mentre l'8 od il 9 stesso, assieme a ser Andrea Marioni di
Santa Maria Formosa, egli tornava dall'aver visitato ser Nicolò
Marioni
"Dum. . . et intraremus porticum domus dicti ser Nicolai,
superveniente domina Lavinia uxore dicti ser Nicolai, dictus ser
Andreas dixit ser. . . _Io voio che vui oldè certe parole che io_
_voio dir a Lavinia_. Et sic vocavit ipsam ad partem angulariam
dicte porticus, et me presente dixit: _Ve Lavinia, el me se stade_
_dite certe parole, e per zo inchià che ser Nicolò è vivo et che tu_
_li pos favelar, io te digo cossì che del so io non tanto che vaia_
_un _bianco".
Altri due documenti sono tolti dal libro delle _Grazie_, che
riportiamo qui sotto:
1340, 27 gennajo m. v. _v_. (5).
"Quod fiat gratia Albuyno vendericulo sancti Luce, quem officiales
tarnarie condempnaverunt in libris tribus, quas jam solvit. Et
insuper quod non audeat vendere oleum pro eo quod ejus filia ut
dicunt vendidit cuidam unum quarterium olei de quo dati sibi
fuerunt parvi VIII, et dum ipsa non haberet unum _blanchum_ pro
refundendo emptori, dedit nucellas XVI de quibus emptor fuit
contentus. Cum autem sit pauper homo absolvatur, et de cetero
vendere valeat oleum sicut antea faciebat".
1349, 27 settembris (6).
"Quod fiat gratia Johanni spiciario Sancti Julliani condempnato
per officiales tarnarie in libris decem parvorum quia, sicut
dicit, quidam puer accipiens oleum ab eo quodam sero videlicet
unum quarterium, dimissit _blanchum_ quem sibi dederat dictus
Johannes super disco stationis, ob quod per famulos dicti officii
euntes inquirendo pro suo officio invenerunt dictum puerum,
petentes ab eo quantum dederat de dicto quarterio olei, qui
simpliciter respondit septem denarios, non habens _blanchum_ quem
habere debebat, considerata condictione facti et sua paupertate,
solvendo soldos centum parvorum a reliquo misericorditer
absolvatur".
Dal primo di questi documenti si rileva chiaramente che il _bianco_ è
un pezzo di infimo valore, giacché in dichiarazione di questo genere,
quando uno vuoi asserire che nulla possiede di pertinenza di altra
persona, sceglie sempre la moneta di minor prezzo.
Nel secondo e nel terzo documento, oltre al confermare il minimo
valore della monetina, riconosciamo che il _bianco_ non è la stessa
cosa del piccolo, giacché tanto il _venderigolo_ di San Luca, che lo
_spiciario_ di San Giuliano, adducono a loro discolpa di non possedere
il _bianco_ per dare il resto al compratore di un quarto d'olio, per
il quale aveva pagato sette od otto piccoli.
Ogni giorno vediamo ripetersi lo stesso fatto, ed anche oggi il
guardiano di un pedaggio, ovvero il venditore di frutta o di altre
cose di poco prezzo, approfitta della scarsezza dei piccoli centesimi
per farne illecito guadagno, che per la poca importanza si trascura
dal passeggiero o dal compratore.
In quei tempi patriarcali gli ufficiali della Ternarìa erano
severissimi per siffatti abusi ed i fanti sorvegliavano attentamente
l'esecuzione dei durissimi editti, per cui i venditori colti in
flagrante, erano puniti con multe e colla proibizione di vendere;
ond'è che i colpevoli per ottenere una diminuzione di pena, si
scusavano sia per la acquiescenza del compratore, sia per averlo
indennizzato con altra merce.
Intanto sta il fatto che noi troviamo menzionata nei documenti
veneziani del secolo XIV, un'altra moneta oltre a quelle già
conosciute, e poiché sappiamo positivamente a quali monete si debbano
attribuire i nomi di piccolo, di grosso, di mezzanino e di tornese,
non possiamo concedere questo nome di _bianco_ se non che a quella che
n'era priva, tanto più che al minutissimo intrinseco corrisponde il
minimo valore della monetina. Anche la scarsezza dei piccoli pezzi nei
secoli in cui avevano corso, giustifica la loro estrema rarità al
giorno d'oggi; piuttosto sembra strano che a una moneta, che conteneva
piccolissima quantità di argento e facilmente anneriva, sia stato dato
il nome di _bianco_. È bensì vero che le monete di mistura avevano,
quando erano fresche di conio una patina argentea, come si può vedere
in un esemplare a fior di conio del _bianco_ di Renier Zeno nella
raccolta del Museo Correr: e lo stesso nome di _bianco_ fu dato a
moneta di simile apparenza in altri paesi, anche in epoche più
recenti. Pare che si volesse con ciò denotare, più che il colore
permanente della moneta, quello che essa aveva quando era nuova, e che
quindi volesse piuttosto riferirsi all'imbianchitura data, che al
metallo dell'intrinseco. Non bisogna poi confondere tale minima
frazione del denaro con altra moneta chiamata pure _bianco_ nel
principio del secolo XVI, perché questa ha maggior valore, ottimo
intrinseco ed un aspetto veramente bianchissimo, ma è necessario
riflettere che tra l'una e l'altra vi è oltre un secolo di distanza, e
che si era già perduta la memoria del primo _bianco_, quando
l'abitudine popolare impose questo nome al secondo.
Se ad alcuno poi rimanesse qualche dubbio, citerò un paragrafo del
Capitolare dei _Signori di notte_ (7) il quale nell'anno 1318, al 19
maggio dice:
"cum die secundo dicembris nuper elapsi captum fuerit in isto
consilio, quod masarii monete habere debeant octo Ovrarios et octo
monetharios pro faciendo monetam parvam, scilicet denarios parvos
albos et quartarolos. . .".
Evidentemente si tratta di tre qualità di monete che vengono comprese
sotto la comune denominazione di _moneta parva_ e cioè denari parvi,
albi e quartaroli; l'albo è la stessa cosa che il bianco o, per meglio
dire, è la sua traduzione nel latino burocratico, giacché sarebbe
stato inutile aggiungere un'altro aggettivo al denaro, ch'era già
accompagnato da quello solitamente usato di _parvus_.
L'ultima volta che a Venezia, troviamo nominato il bianco è nel 26
agosto 1348, in una parte della Quarantìa (8) che autorizza il Massaro
di quindicina a far fabbricare quella quantità di bianchi che credesse
conveniente; dopo quel giorno non se ne trova più menzione e ciò
corrisponde anche alle monete che si conservano nelle raccolte, dove
l'ultimo bianco porta il nome del doge Andrea Dandolo.
[Nuova pagina]
MONETE DI VITALE MICHIEL II.
Mezzo denaro, o Bianco (un ventiquattresimo del soldo). Mistura,
titolo 0,070 circa. Peso (9), grani veneti 8, (grammi 0,414):
scodellato.
1. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari
entro due circoli di puntini, altri due circoli di puntini
chiudono l'iscrizione "croce punto V punto M I C, legatura H, C
quadrata segno, spazio D V X punto".
Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola di nove
punti o stelle, due cerchi concentrici di puntini separano la
figura dall'iscrizione, altri due chiudono l'iscrizione "croce
punto S punto M, legatura AR, C V S spazio V, legatura NE".
Regio Museo, Parma.
Tavola V, numero 1.
Civico Museo, Trieste.
Dottor C. Gregorutti, Fiumicello presso Aquileja.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI VITALE MICHIEL II.
ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità, etc_. Opera
citata, pagina 46, numero VII della tavola; ed in ARGELATI, Parte
III, Appendice, pagine 11 e 14, numero VII (Il disegno della moneta,
tolto da un'esemplare probabilmente di cattiva conservazione è
diverso affatto da quello che dovrebbe essere, avendo la croce da
entrambi i lati e l'iscrizione incompleta ed inesatta).
(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagina 77 (Il disegno copiato da quello
di G. Zanetti è completato in modo fantastico).
SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 68 (91) e tavola. (La
moneta non è disegnata bene e l'iscrizione non è fedele).
_Biografia dei Dogi_. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è
copiata dal fantastico disegno del Menizzi).
_Numismatica Veneta_. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è
copiata dal fantastico disegno del Menizzi).
KUNZ CARLO pose il disegno di questa preziosa moneta sopra un suo
viglietto d'indirizzo, allorché dimorava a Venezia.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 9.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata, -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume III, 1871, pagine 227 e 570-571. (Anche qui l'iscrizione non
è esatta).
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 9. -- _Archivio
Veneto_, Tomo XII, pagina 92, -- terza edizione, 1881, pagina 8.
[Nuova pagina]
NOTE A "VITALE MICHIEL".
(1) Promis D. _Monete della zecca d'Asti_. Torino, 1853, pagine 20-21.
(2) Ughelli F. _Italia sacra_. Venetiis, 1717, Tomo V, pagina 1383.
(3) Azzoni Avogaro R. _Della zecca e delle monete ch'ebbero corso in_
_Trivigi fin tutto il secolo XIV_; in Zanetti Guid'Antonio. _Nuova_
_raccolta etc_. Volume IV, pagine 138 e 165.
(4) Archivio di Stato. _Petizion_. Pergamena, busta III.
(5) Archivio di Stato. _Grazie_. Registro 8, carte 82.
(6) Archivio di Stato. _Grazie_. Registro 12, carte 49 tergo.
(7) Museo Correr. _Manoscritti_ III, 349, carte 62 tergo.
(8) Archivio di Stato. _Quarantia criminale, Parti_. Registro II,
carte 26 tergo.
(9) Il peso è rilevato dai due esemplari che si conservano nei Musei
di Parma e Trieste, pur troppo alquanto sciupati; non avendo
potuto conoscere il peso del Bianco del dottor Gregorutti, che è
di migliore conservazione.
[Nuova pagina]
SEBASTIANO ZIANI.
DOGE DI VENEZIA.
1172-1178.
Sebastiano Ziani, che successe al Michiel nel principato, resse
saviamente la repubblica e rialzò le sorti di Venezia, ove ebbe luogo
il memorabile incontro fra Alessandro III e Federico Barbarossa e fu
segnata la tregua che condusse alla pace di Costanza.
Di questo doge abbiamo solamente il denaro o piccolo, bella monetina
scodellata d'argento colla croce da entrambi i lati, che sul diritto
ha il nome di battesimo del principe accompagnato dal titolo di Dux e
sul rovescio quello di San Marco. Niun documento o memoria ci dice in
che epoca siasi cominciato a coniare tale moneta, che è la base del
sistema monetario veneziano, ma sappiamo che essa era perfettamente
uguale al denaro di Verona e che nelle provincie vicine, come a
Venezia, si trattava indifferentemente in denari veneziani o veronesi,
come se fossero la stessa cosa. Sino dal secolo scorso Brunacci aveva
mostrato, coll'appoggio di documenti, che i denari veronesi ed i
veneziani avevano contemporaneamente corso in Padova ed erano
considerati dello stesso valore (1); i più valenti eruditi di allora
accettarono le sue conclusioni che sono confermate, oltreché dai
documenti, anche dal fatto che i denari di Verona e di Venezia colla
croce d'ambo i lati si trovano facilmente commisti quando viene alla
luce qualche tesoretto di quell'epoca. La meta o calmiere dello stesso
doge Sebastiano Ziani pubblicato nel 1862 dal fu commendatore
Cecchetti (2) determina i prezzi delle derrate in denari veronesi, ed
è una nuova prova della parità del valore delle due monete e del fatto
che a somiglianza dei veronesi erano stati battuti i denari veneziani;
tutt'al più si potrebbe inferirne che i veneziani erano in corso da
poco tempo e che i veronesi avevano guadagnato quella reputazione che
viene da un lungo ed onorato servizio. È bene anche osservare che in
quella antichissima tariffa di commestibili, quando si parla di
_veronesi_ senz'altro, si intendono, i denari, mentre che le lire ed i
soldi vengono chiamati _libras veronenses_, _solidos veronenses_ (3).
La lira veronese, e conseguentemente anche la veneziana, derivano
dalla lira di Carlo Magno, che è la sorgente ed il punto di partenza
di tutte le monetazioni dell'Europa occidentale. Essa si divide in
venti soldi, ognuno dei quali è composto di dodici denari e fu
istituita dal grande imperatore riformando i precedenti sistemi dei
Franchi, come ci viene narrato dalle cronache contemporanee. Carlo
Magno ed i suoi successori non coniarono né la lira né il soldo, ma
soltanto il denaro ossia un duecentoquarantesimo della lira, moneta
che si trova facilmente nelle raccolte coi nomi delle principali città
del vasto impero.
Sulla libbra, o lira di Carlo Magno dottamente scrissero illustri
uomini che si dedicarono agli studi monetari ed economici in Italia ed
in Francia, ma siccome il decreto o capitolare che la istituisce non è
giunto fino a noi, e ci manca un campione, un modello fedele ed esatto
di ciò ch'essa doveva essere, così le sapienti disquisizioni non sono
riuscite a dimostrare con sicurezza l'origine storica ed il valore
esatto di tale moneta. L'unico documento contemporaneo e sicuro
sebbene non esattissimo, dal quale non si può allontanarsi, è il peso
dei denari stessi, che essendosi conservato costante sotto i primi
successori di Carlo Magno, è un freno sicuro contro i voli della
fantasia.
Discussero, gli autori del secolo scorso, se Carlo Magno avesse
repristinata la libbra romana (4) o sostituita la gallica (5). Chi
volle che tale nuovo peso corrispondesse alla libbra di 16 once
adoperata in Francia ed in Germania e formata dal doppio peso del
marco (6), chi invece la cercò in un peso corrispondente a 12 once del
marco (7), opinione alla quale sarei tentato di accostarmi, ritenendo
probabile un legame fra il peso della moneta e dei metalli colle altre
misure, considerando le molte _libbre_ ed i molti _marchi_ esistenti
in Francia, in Germania ed in Italia, come degenerazioni di uno stesso
sistema, di cui resta traccia nell'analoga divisione.
Fra i moderni che si occuparono di questo interessante argomento
merita una speciale menzione la memoria presentata nel 1837
all'Accademia reale di Francia dall'eruditissimo signor Guérard (8),
nella quale egli sostiene, dopo ricerche coscienziose, che la nuova
libbra introdotta da Carlo Magno non fosse se non l'antica romana
aumentata d'un quarto, fissando la prima in grammi 326 e 337 millesimi
e la seconda in grammi 407 e 92 centesimi.
Il Fossati invece in altra dotta memoria (9) presentata all'Accademia
delle scienze di Torino, attribuisce un maggior peso alla lira di
Carlo Magno, e la crede equivalente a grammi 434 e 416 millesimi, ed
il cavalier C. Desimoni (10) in un recente lavoro sulla decrescenza
graduale del denaro dalla fine dell'XI, sino al principio del XIII
secolo, lo porta fino a grammi 467 e 724 millesimi. In Italia due
grandi autorità si sono pronunciate in favore del peso proposto dal
Guérard e cioè Domenico Promis (11) e Camillo Brambilla (12), ed io
piegandomi a sì illustri maestri ho seguito il loro esempio in un
saggio sul valore della moneta veneziana che ho letto all'Istituto
Veneto (13).
L'indole e lo scopo del presente lavoro non mi permettono di
dilungarmi su questo importante argomento; osserverò solo che il
Guérard ha preso per base del suo sistema il peso medio dei denari di
Lodovico il Pio, da lui valutato a 32 grani del marco di Troyes. Ora a
me sembra che il peso medio degli esemplari di una moneta, dopo tanti
secoli, non possa dare un'idea esatta di quello fissato dalle leggi.
Anche oggi noi vediamo che le monete appena uscite dalle officine
raggiungono assai raramente il peso normale, perché la zecca cerca di
aumentare i suoi utili colla tolleranza, e se per caso qualche
esemplare eccedesse il peso legale, esso sarebbe subito tolto dalla
circolazione e fuso dagli speculatori.
Lo stesso diligentissimo signor Guérard ci dà il peso di 69 denari di
Lodovico dei quali 16 oltrepassano i 32 grani ed alcuni raggiungono i
35 e 36, e saviamente egli fece a scegliere quell'imperatore che
mostrò esattamente mantenuto il peso della moneta, ma tenendo conto
del consumo per la circolazione e della ineguaglianza del peso
naturale in tutti i tempi e più comune in quell'epoca, io ritengo che
il peso normale del denaro dovesse essere tra i 34 ed i 35 grani di
Troyes, e quindi più vicina al vero la lira di grammi 434,416 proposta
dal Fossati.
Il denaro, sola moneta coniata nei primi secoli, conservò il suo peso
quasi completamente durante il regno dei sovrani carolingi; ma
decrebbe sensibilmente durante quello degli imperatori germanici, per
cui i denari coniati a Venezia nel secolo XI coi nomi di Corrado e di
Enrico, pesano circa la metà di quelli di Carlo Magno e sono di titolo
inferiore. Nelle più antiche carte che parlano di moneta veneziana,
essa viene calcolata la metà (14) di quella milanese, pavese od
imperiale, che è quindi quella che più si accosta alla originaria.
Assai più rapido fu il deterioramento della moneta nel secolo XII, ed
infatti i denari Veneziani coi nomi di Sebastiano (Ziani), Aurio
(Malipiero) ed Enrico (Dandolo) pesano meno del quarto dei denari di
Carlo Magno, sebbene contengano tre quarte parti di lega ed una sola
di fino. Gli assaggi che ho fatto fare su tali monetine danno il
titolo di 0,250 a 0,270 ossia, relativamente al peso di oltre sei
grani veneti, essi contengono qualche cosa di più di un grano veneto e
mezzo di buon argento, peso ed intrinseco che stanno in armonia con
quelli del grosso istituito da Enrico Dandolo e di cui parleremo più
tardi.
Siamo già abbastanza lontani dal valore e dal peso del primo denaro,
ma la scala discendente non è ancora finita e si può anzi dire che non
finisce mai, perché il deterioramento della moneta è legge generale e
costante. I tempi antichi e quelli del medio evo, ce lo provano cogli
esempi di tutti i paesi, ed attualmente solo i freni artificiali ed i
legami internazionali possono trattenere la moneta da questa china
fatale. Il confronto col vecchio denaro imperiale e la esiguità del
volume fecero dare il nome di _piccolo_ al denaro veneziano, e poco a
poco l'aggettivo sostituì il nome originario in modo da farlo
dimenticare. Col tempo il nome di _piccolo_ od il suo equivalente
latino di _parvus_ divenne ufficiale e rimase nelle scritture anche
quando l'uso popolare diede al denaro altri appellativi.
[Nuova pagina]
NOTE A "SEBASTIANO ZIANI".
(1) Brunacci J. _De re nummaria patavinorum_. Venetiis, 1744, pagine
31-42. -- Brunacci J. _Della beata Beatrice d'Este_. Padova,
1767, pagina 51.
(2) Cecchetti B. _Programma dell'i. r. Scuola di Paleografia in_
_Venezia, 1862_. Pagina 48 e seguenti.
(3) Documento III.
(4) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata. Tomo I, pagina
248.
(5) Le Blanc F. Opera citata. Paris, 1690, pagina 83.
(6) Carli Rubbi G. R. Opera citata. Tomo I, pagine 249-251.
(7) Le Blanc F. Opera citata. Pagina 83.
(8) Guérard B. _De système monétaire des Francs sous les deux_
_premières races_, Revue Numismatique française, Blois, 1837,
pagina 406.
(9) Fossati. _De ratione nummorum ponderum et mensurarum in Gallis sub_
_primæ et secundæ strpis regibus_. Atti della Regia Accademia
delle Scienze. Torino, 1842.
(10) _Mélanges de Numismatique_. Paris, 1882, pagina 52.
(11) Promis D. _Monete dei romani Pontefici avanti il mille_. Torino,
1858, pagina 47.
(12) Brambilla C. Opera citata, pagina 56.
(13) _Atti del Regio Istituto Veneto_. Tomo III, serie VI, 1885.
(14) Papadopoli N. _Sulla origine etc_. Opera citata, pagina 29.
[Nuova pagina]
ORIO MALIPIERO.
DOGE DI VENEZIA.
1178-1192.
Orio Malipiero, che aveva rinunciato una prima volta alla suprema
dignità in favore di Sebastiano Ziani, fu chiamato a succedergli
quando questi si ritirò in un monastero. Il nuovo doge dimostrò
saviezza ed accorgimento politico nelle relazioni coll'impero
bizantino, e così pure durante gli avvenimenti disgraziati dei
Crociati in Palestina, in modo che se ne avvantaggiarono l'influenza
ed il commercio dei veneziani in Oriente.
Il Carli (1), il Gallicciolli (2) ed altri scrittori di cose veneziane
riproducono nelle loro opere la notizia di una nuova moneta di Orio
Malipiero chiamata _Aureola_, dal nome del doge, la quale era
adoperata dai notaj allorché minacciavano la pena di _quinque libras_
_auri_. Non sono concordi i cronisti ivi citati sulla natura della
specie metallica, perché alcuni parlano di moneta bianca o di argento,
altri di moneta d'oro e finalmente le _Memorie di Zecca_ notano
all'anno 1178:
"Prencipe D. D. Aureo Mastropetro fu stampada moneta d'argento
nominada Aurelij quali pesavansi Carati 10 per uno, Valeva Soldi
due L'uno".
Qualunque sia la lezione che si voglia preferire non è facile
interpretare le parole di questi antichi storici, tanto in quelle
parti in cui sono concordi, quanto in quelle in cui differiscono,
perché l'oro non fu ridotto in moneta nella zecca veneziana prima del
1284; i piccoli ed i bianchi esistevano anche prima del doge Malipiero
ed il grosso, che pesa poco più di 10 carati, fu coniato per la prima
volta da Enrico Dandolo, come ci assicurano i cronisti più autorevoli
e ci provano quei documenti palpabili che sono le monete esistenti nei
nostri Musei.
Ricercando quale sia la moneta nominata dai vecchi notai troveremo che
la multa di _quinque libras auri_ era imposta ai prevaricatori dei
contratti e dei testamenti da antichissimo tempo e ben prima del
Malipiero, come in un sinodo tenuto in San Marco nel 960 (3) per
vietare il commercio degli schiavi, nel quale il doge ordinava, che
chi violasse la legge _componat in palatio nostro auri obrizi libras
quinque_, e nell'atto di donazione di Entesema, figlia di Domenico
Orseolo al fratello Pietro nel 1.° dicembre 1061, che termina con
queste parole:
"Quod si unquam tempore contra hanc meæ donationis cartam ire
temptavero. . . solvere promitto cum meis heredibus tibi et tuis
heredibus _auri libras quinque_, et hec donacio maneat in sua
firmitate" (4).
È chiaro adunque che si tratta non di nuove e speciali monete, ma
bensì delle libbre d'oro con cui si facevano molte contrattazioni nei
secoli X e XI, che troviamo segnate nei documenti colle parole _auri_
_libras_, _auri obrizi libras_, _auri optimi libras_, _auri purissimi_
_libras_, _auri cocti libras_, e che continuarono ad essere usate anche
più tardi, particolarmente nei testamenti ed altri simili atti dove le
formole si conservano per tradizione anche quando il vero motivo di
usarle è scomparso. L'errore proviene da una confusione ingenua fatta
col nome del doge che latinamente si diceva _Aurio_, e di ciò sono
persuasi anche il Carli ed il Gallicciolli, il quale però si affatica
a cercare il rapporto di valore fra queste libbre, la lira grossa e la
fantastica _Redonda d'oro_.
Per togliere ogni incertezza e comprendere come l'errore si sia
formato, osserviamo da prima che non è giunta sino a noi alcuna
cronaca o memoria storica scritta al tempo di Orio Malipiero od in
epoca tanto vicina da considerarsi quasi contemporanea. Martino da
Canal, che scrisse circa un secolo dopo, non parla di alcuna moneta
nuova istituita da quel doge, e nemmeno Andrea Dandolo, giacché la
postilla che ricorda il fatto nel Codice Ambrosiano, fu aggiunta in
epoca posteriore. Il primo a parlarne è un manoscritto del secolo XIV
intitolato _Chronicum venetum ab U. C. ad annum 1360_, che si conserva
nella Regia Biblioteca Marciana (5), dove si legge:
"Iste Dux quandam monetam vocatam aureolus ut suo congrueret
nomini cudi fecit de qua etiam hodierna die in cartis ubi pena
apponitur V libre auri fit mentio singularis".
I cronisti posteriori riproducono la notizia quasi colle stesse
parole, e finalmente Marino Sanuto nelle vite dei Dogi (6) racconta:
"Ancora fu fata una moneda d'arzento che si chiamava aureola per
la chasada dil doxe: et è quella moneda che li nodari di Veniexia
metevano in pena soto i lhoro instrumenti".
Possiamo dunque essere tranquilli che nessuna moneta nuova fu
fabbricata al tempo di Orio Malipiero, il quale continuò soltanto a
coniare nummi scodellati delle stesse specie usate dai suoi
predecessori.
[Nuova pagina]
MONETE DI ORIO MALIPIERO.
Denaro, o Piccolo. Argento, titolo 0,270 circa (7). Peso, grani veneti
7 (grammi 0,362): scodellato.
1. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce A V R I O spazio D V X".
Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto
M A R C V, S ruotata".
2. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S
ruotata, punto".
3. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S
ruotata".
Tavola V, numero 3.
4. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S
ruotata".
5. Varietà nel Dritto. "croce A V R punto D V X punto".
Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Tavola V, numero 4.
Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,070 circa. Peso, grani
veneti 9 (grammi 0,465): scodellato.
6. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce A V R
I O punto D V X".
Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce S spazio M A R C V
punto punto".
Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.
Tavola V, numero 5.
(Il rovescio della moneta è ribattuto, per cui la croce incusa copre
quasi interamente l'immagine del Santo).
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ORLO MALIPIERO.
LIRUTI G. G. -- Opera citata, pagina 142, tavola VII, numero 61; ed
ARGELATI, Parte II, pagina 149, tavola III, numero 61.
ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine, etc_. Opera citata, pagina 47,
numero IX e X della tavola; ed ARGELATI, Parte III, Appendice,
pagine 11 e 14, numero IX e X.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
401-402, tavola VI, numero II.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 167,
numero XI. e XII.
(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagina 79.
APPEL J. -- Opera citata, pagina 1118, numero 3906.
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagina 53 e 55, tavola II,
numero 10.
ZON A. -- Opera citata, pagina 17.
SCHWEITZER F. -- Opera citata, pagina 73 (94) (95) (96) (97) (98) (99)
e tavola.
_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XL.
_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XL.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 10.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume III, 1871, pagine 227-228, 572-576.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 10. -- _Archivio_
_Veneto_, Tomo XII, pagina 93, -- terza edizione, 1881, pagina 9.
Bolla in piombo di Orlo Malipiero conservata nella Raccolta
Papadopoli.
[Nuova pagina]
NOTE A "ORIO MALIPIERO".
(1) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata, pagina 404,
Volume I.
(2) Gallicciolli. _Delle memorie etc_. Opera citata, Volume II, pagine
14-16.
(3) Romanin S. Opera citata, Tomo I, pagina 370.
(4) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 48, Classe VII, ital.
(5) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 36, Classe X, lat.
(6) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 800 (autografo), Classe VII,
ital.
(7) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
titolo di 0,268.
[Nuova pagina]
ENRICO DANDOLO.
DOGE DI VENEZIA.
1192-1205.
Quando Enrico Dandolo fu assunto al principato, Venezia era prospera e
rigogliosa, le sue flotte varcavano i mari, la sua alleanza era
cercata dai maggiori potentati d'Europa. La modesta città sorta dalle
lagune aveva fatto rapidi progressi nel secolo fra Pietro Orseolo ed
Enrico Dandolo. Quest'ultimo doge, ottuagenario e quasi cieco,
conquistò Trieste, Zara e finalmente portò l'ultimo colpo all'Impero
d'Oriente, entrando assieme ai crociati nella superba Bisanzio, altre
volte padrona del mondo. Baldovino di Fiandra ebbe la corona
imperiale, ma nella divisione delle spoglie, Venezia ebbe la parte
migliore e conservò il predominio commerciale su tutto l'Oriente, che
fu la sorgente della prosperità e della grandezza della repubblica.
In quest'epoca remota, in cui l'Europa usciva appena dalla barbarie,
Venezia primeggiava per la sua civiltà: non vi è quindi da
sorprendersi che nella sua zecca si iniziasse una delle più importanti
riforme monetarie del secolo, qual è la istituzione del _grosso_. Sino
allora non esistevano in circolazione se non i denari, assai
deteriorati dall'originario valore, differenti di peso e di bontà,
incomodi a maneggiarsi; la varietà e l'incertezza del valore,
aggravate da molte falsificazioni, recavano non poco danno al
commercio, per cui la istituzione di una moneta più pesante, di ottimo
argento, mantenuta sempre fedelmente dalla zecca nel peso e nel titolo
stabiliti, fu un vero progresso, nel quale Venezia ebbe il vanto di
precedere gli altri stati. Tale progresso fu accolto con immenso
favore in Italia ed in Oriente, ed il grosso ebbe dovunque una
grandissima diffusione: lo provano le molteplici imitazioni del
concetto ed anche del tipo, lo provano le memorie che il grosso ha
lasciato e che durano ancora dopo tanti secoli, cosicché in Oriente si
sente parlare di grossi ed a Venezia il popolo continua a valersi del
nome di questa moneta in molte contrattazioni.
Non sono concordi gli antichi cronisti sull'epoca della prima
coniazione del _grosso_. Andrea Dandolo la fissa all'anno 1194 colle
parole:
"Subsequenter Dux argenteam monetam vulgariter dictam _grossi_
_Veneziani_ vel _Matapani_ cum imagine Jesu Christi in Throno ab
uno latere, et ab alio cum figura Sancti Marci, et Ducis, valoris
vigenti sex parvulorum primo fieri decrevit" (1).
Marino Sanuto antecipa l'epoca della fabbricazione al 1192 (2); invece
Martino da Canale, cronista quasi contemporaneo, asserisce che questa
moneta fu coniata dai Veneziani solo nell'anno 1202, quando si
preparavano all'impresa della conquista di Costantinopoli, colle
parole
"Mesire Henric Dandle, li noble Dus de Venise, mande venir li
charpentiers, et fist erraument apariller et faire chalandres et
nes et galies a plante; et fist erraument faire mehailles d'argent
por doner as maistres la sodee (_soldo, salario_) et ce que il
deservoient: que les petites que il avoient, (_intendi i denari o_
_piccoli_) ne lor venoient enci a eise. Et dou tens de Monseignor
Henric Dandle en sa, fu comencie en Venise a faire les nobles
mehailles d'argent que l'en apele _ducat_, qui cort parmi le monde
por sa bonte" (3).
Senza discutere quale di queste date sia veramente la giusta, a noi
basta sapere che a Venezia, prima della partenza dei crociati, e non a
Costantinopoli, o durante il viaggio, come taluno sospettò, fu
iniziata la coniazione del grosso, nel che sono concordi questi
autorevolissimi cronisti. Anche il tipo e l'aspetto della moneta,
attentamente esaminati, confermano quest'opinione. Ogni moneta, per
quanto nuova, ha pure alcuni legami intimi ed apparenti con quelle
coniate nelle epoche precedenti, per cui, non riuscendo a scoprirli
subito nella stessa zecca, è necessario indagare nei paesi vicini od
in quelli avvicinati da rapporti commerciali. Ora il grosso non ha
alcuna affinità colle monete d'Occidente né per il peso né per
l'aspetto, e conviene cercare i suoi legami in quell'Oriente con cui
Venezia aveva florido commercio; infatti colà esistevano monete
d'argento di maggior peso che in Occidente, colà si conservavano le
tradizioni dell'arte e della civiltà antica. Studiando i pezzi che
hanno qualche affinità col grosso, si riconosce facilmente ch'esso ha
per base e per prototipo l'arte greca, ma passata per il sentimento e
per la mano degli antichi veneziani. Sul rovescio vediamo disegnato il
Redentore seduto sopra un trono, che tiene il libro appoggiato sul
ginocchio e la destra alzata in atto di benedire. Questa sacra
immagine si vede in tutte le antiche chiese di origine greca e si
trova nel soldo d'oro bizantino dei secoli X, XI e XII, da cui fu
copiata con fedeltà religiosa. Sul diritto della moneta sono disegnati
due personaggi, che tengono insieme una lunga asta, la quale divide in
due parti eguali il disco della moneta. Anche da questo lato il grosso
ricorda i nummi bizantini di quei tempi, dove talora sono disegnati
due o tre principi della casa imperiale, il Redentore o la Vergine
pongono sul capo la corona al sovrano, ovvero l'Arcangelo Michele
consegna il labaro all'imperatore, od altre analoghe rappresentazioni
allegoriche e religiose. Questo concetto non è però copiato
direttamente ed in modo servile dalle monete bizantine, ma adottato
con qualche modificazione e diventato veneziano per l'uso fattone
durante un lungo corso d'anni. San Marco che rappresenta e, per così
dire, personifica l'idea del Comune indipendente di Venezia, consegna
al capo dello stato lo stendardo, sul quale è disegnata la Croce,
ricordo del tempo in cui tutti si decoravano di questo simbolo sacro;
entrambi sono vestiti di lunghi paludamenti di foggia orientale con
pietre preziose; la testa però non è coperta dalle bende e dai diademi
gemmati dei sovrani orientali, bensì i capelli lunghi sono la sola
decorazione del capo e ricordano gli usi franchi e longobardi, presso
i quali questo distintivo era quello dei principi e dei grandi
personaggi. Questa composizione caratteristica, che fu conservata con
lievi modificazioni di forma nella moneta veneziana di tutti i tempi,
è tolta di pianta dalle bolle di piombo che i dogi usavano attaccare
ai diplomi per antichissima consuetudine. Basta vedere le poche bolle
che esistono anteriori all'istituzione del grosso, e cioè quelle di
Pietro Polani, di Sebastiano Ziani, di Orio Malipiero e quella dello
stesso Enrico Dandolo, per riconoscere che l'intagliatore dei conî
copiò le due figure rappresentate sul sigillo facendovi un leggiero
cambiamento, che è la soppressione della sedia o cattedra del Santo,
raffigurandolo in piedi anziché seduto. Non è un fatto nuovo né
isolato nella storia numismatica del medio evo, che le monete traggano
il concetto ed il disegno dai sigilli, e lo dimostra il dotto signor
C. Piot in una notevole monografia intitolata: "_Etude sur les Types_"
pubblicata nella _Revue de la Numismatique Belge_ (4), con esempî
tolti dalle monete della Francia e dei Paesi Bassi, a cui se ne
potrebbero aggiungere altri di altri paesi. Per rimuovere ogni dubbio,
basta osservare la bolla in piombo del doge Orio Malipiero, che ho la
fortuna di possedere nella mia raccolta, e il disegno esattissimo che
si trova alla fine del capitolo dedicato al doge Malipiero servirà
meglio delle parole a dimostrare la giustezza del mio assunto.
È degno di essere notato il modo insolito con cui sono disposte le
iscrizioni su questo sigillo. Presso al Santo ed al doge sta scritto
il nome e la qualifica di ognuno dei due personaggi, ma parte
dell'iscrizione è posta a destra, parte a sinistra della stessa
figura, ciocché lascia supporre che in tempi più antichi essa dovesse
correre tutt'attorno la testa come si vede in alcune immagini di santi
bizantini. Nel grosso e nei sigilli posteriori fu ancora modificata la
forma delle iscrizioni, ma lungo l'asta dello stendardo restarono le
tre lettere "D V X", l'una sotto l'altra, in una posizione che non ha
altri esempi e tale che non si saprebbe indovinarne l'origine, se non
si conoscessero questa ed altre bolle, che mostrano la genesi e le
successive modificazioni di tale scritta.
Come abbiamo visto, la nuova moneta istituita da Enrico Dandolo ebbe i
nomi di _Ducato_ e di _Matapan_, ma il suo nome proprio usato in tutti
i tempi ed in tutti i luoghi e che riscontrasi esclusivamente nei
documenti, fu quello di _Grosso_: onde mi par bene conservarlo a
preferenza di tutti gli altri, avendo esso attraversato, senza
alterazioni, tanti secoli nella bocca del nostro popolo.
Il valore originario del grosso fu di ventisei piccoli o denari, come
affermano i cronisti Andrea Dandolo e Marino Sanuto e come ci vien
confermato dall'esame del peso e dell'intrinseco della moneta.
Possiamo esattamente rilevare il peso del grosso da un documento
autentico ed ufficiale, quale è il _Capitolare dei Massari della
moneta_, compilato nel 1278 (5), dove sono raccolte le deliberazioni
dei Magistrati che si riferiscono alla zecca. Alla fine del primo
capitolo troviamo indicato il numero dei pezzi, che si dovevano
tagliare da ogni marco d'argento, colle seguenti parole:
"item faciam fieri istam monetam taliter quod erit a soldis novem
et uno denario et tercia, usque ad medium denarium pro marca".
e cioè se ne devono trarre soldi (di grossi) nove e denari 1 e un
terzo sino a denari 1 e e mezzo ossia denari (grossi) 109 e un terzo
sino a 109 e mezzo, il che dà per ogni grosso un peso, che oscilla fra
grani veneti 42 e 14 centesimi e 42 e 8 centesimi e può ridursi alla
media di grani veneti 42 e un decimo, peso assai vicino a quello
rilevato da Lambros (6) dall'autorevole volume del Pegolotti: _La
pratica della Mercatura_.
Lo stesso prezioso documento ci dà anche il fino del grosso e
dell'argento veneziano colle seguenti parole del Capitolo 73:
"Preterea tenor et debeo ligare et bullare vel facere bullare
totum argentum quod mihi per mercatores presentabitur ad ligam de
sterlino, etc".
Da ciò rileviamo che la lega del grosso era quella dello sterlino, la
migliore del medio evo, istituita dai mercanti tedeschi dell'Hansa.
Pegolotti nel Capitolo LXXIII (7), intitolato _A che leghe di monete_,
assegna ai viniziani grossi once 11 denari 14, titolo che colla
formula usata nella zecca di Venezia, si diceva a peggio 40, ciocché
vuol dire che dei 1152 carati componenti una marca, 40 soli erano rame
o lega, il resto argento fino. A sistema decimale questo titolo
corrisponde a 0,965 e quindi sulla media di grani veneti 42 e un
decimo, il fino del grosso rimane grani veneti 40 e 62 centesimi di
buon argento, che diviso per 26 dà per ogni denaro o piccolo un peso
d'argento puro di grani veneti 1 e 56 centesimi, che è
approssimativamente la quantità di metallo che si è ritrovata nelle
analisi da me istituite su tali monetine.
Altra moneta coniata per la prima volta da Enrico Dandolo è il
_Quartarolo_ o quarto di denaro, pezzo di rame con poco argento,
creato per servire alle minute contrattazioni. Così ne parla Andrea
Dandolo nella sua cronaca dell'anno 1264 (8), narrando la prima
costruzione del ponte di Rialto in legno;
"Civitas quoque Rivoaltina, quae mediatione Canalis hactenus
divisa fuerat, nunc ex lignei pontis constructione unita est, et
appellatus est Pons ille de _Moneta_, quia priùsquàm factus esset
transeuntes monetam unam vocatam _Quartarolus valoris quartæ_
_partis unius denarii Veneti_ nautis exsolvebant".
Carli (9), che riporta questo passo, incorse, traducendolo, in una di
quelle sviste non impossibili anche ad un uomo dotto, e prendendo il
denaro per soldo, diede al quartarolo il valore di un quarto di soldo.
Meno scusabili sono invece tutti gli altri, i quali, dopo di lui
trattando del quartarolo, copiarono religiosamente l'errore, senza
accorgersi mai di una differenza tanto rilevante, che dà al quartarolo
un valore di tre piccoli, cioè dodici volte maggiore del reale.
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MONETE DI ENRICO DANDOLO.
Grosso (_26 denari, o piccoli_). Argento, titolo 0,965 (peggio 40).
Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).
1. Dritto. San Marco a destra ritto in piedi, cinto il capo di
aureola, col libro dei Vangeli nella mano sinistra, consegna colla
destra al Doge un vessillo con asta lunghissima, che divide la
moneta in due parti pressoché eguali. A sinistra il Doge, vestito
di ricco manto ornato di gemme, tiene colla sinistra un rotolo
(volumen), che rappresenta la promissione ducale, e colla destra
regge il vessillo, la cui banderuola colla croce è volta a
sinistra. Entrambe le figure sono di faccia, le teste colla barba
sono scoperte; quella del Doge ha i capelli lunghi che si
arricciano al basso; a sinistra "croce punto H punto D A N D O L
apostrofo", lungo l'asta sotto l'orifiamma "D V X" in senso
verticale colle lettere sottoposte l'una a l'altra; a destra
"punto S punto M punto V E N E T I".
Rovescio. Gesù Cristo seduto in trono col libro appoggiato sul
ginocchio sinistro. Il Redentore ha il capo avvolto da largo nimbo
colla croce, a destra e a sinistra della testa "I C sopralineati,
spazio, XC sopralineati".
Tavola V, numero 6.
Denaro, o piccolo. Argento, titolo 0,250 circa (10). Peso, grani
veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.
2. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce E N R I C apostrofo
punto D V X".
Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce, S ruotata, spazio M A R
C V, S ruotata".
Tavola V, numero 7.
3. Varietà nel Dritto. "croce E N R I C punto D V X".
4. Varietà nel Dritto. "croce, H minuscola, N R I C punto D V X".
Tavola V, numero 8.
Mezzo denaro, o bianco. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani
veneti 10 (grammi 0,517): scodellato.
5. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari
"croce E N R I C O spazio D V X".
Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce punto, S ruotata, M
A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".
Museo Correr, Venezia.
Tavola V, numero 9.
Dott. C. Gregorutti, Fiumicino.
Quartarolo (_un quarto_ _di denaro_). Mistura, titolo 0,003 circa.
Peso, grani veneti 15 (grammi 0,776).
6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
con un punto nel mezzo, un cerchio divide l'iscrizione "croce
punto E punto D, omega scritto in alto, A D V L O spazio D V X".
Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli in un cerchio "croce,
S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Regia Biblioteca di San Marco, Venezia.
Regio Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.
Regio Museo Britannico, Londra.
Tavola V, numero 10.
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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO DANDOLO.
SANTINELLI S. -- _Dissertationes, orationes, epistolæ et carmina_.
Venetiis, 1734. Epistolæ VII, _De vetere moneta veneta vulgo
mattapana vocata_, pagine 269-280; ed in ARGELATI, Parte I, pagine
299-302.
MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 648, 651-
652, numero II; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII,
numero II. (la leggenda è invertita).
SCHIAVINI F. -- _Observationes in venetos nummos, etc_., in ARGELATI,
Parte I, pagine 271-273.
ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine e della antichità, etc_. Opera
citata, pagina 47, numero VI della tavola; ed in ARGELATI, Parte
III, Appendice, pagine 12 e 14, numero VI.
ZANETTI GIROLAMO. -- _De nummis regum Mysiæ seu Rasciæ ad venetos tipos
percussis_. Venetiis, 1750, numero I della tavola; ed in ARGELATI,
Parte III, Appendice, pagina 22, numero I.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine
406-407, tavola VI, numero V.
BELLINI V. -- _Dell'antica lira ferrarese di marchesini, etc_. Ferrara,
1754, pagina 5.
BELLINI V. -- _De monetis Italiæ medii ævi etc. Dissertatio I_.
Ferraræ, 1755, pagine 99 e 107, numero II; ed in ARGELATI, pagine 29
e 31, tavola numero II.
BELLINI V. -- _Delle monete di Ferrara_. Ferrara, 1761, pagina 43.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagine
167, 168, numeri XIII, XIV e XV.
TENTORI C. -- _Saggio sulla storia civile, politica, ecclesiastica,
etc_. Venezia, 1874, Tomo II, pagine 45-46.
GALLICCIOLLI G. B. -- _Delle memorie venete antiche, profane ed
ecclesiastiche_. Venezia, 1795, Tomo II, pagine 33-36.
BECKER W. G. -- Opera citata, pagina 50.
(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagine 81, 85.
APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1118, numero 3907.
PFISTER J. G. -- Opera citata. -- _The Numismatic Journal_, Volume II,
1837-38, pagine 210-211, tavola a pagina 201.
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagine 3, 33, 55, tavola II,
numero 11.
ZON A. -- Opera citata, pagine 17 e 21-23, tavola I, numero 8.
SCHWEITZER. -- Opera citata, Volume I, pagina 76 (100) (101) (102)
(103) e (104), numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tavola.
ROMANIN S. -- Opera citata, Tomo II, pagina 320.
ORLANDINI G. -- Opera citata, pagina 2.
_Biografia dei Dogi_. -- Opera citata, Doge XLI.
_Numismatica Veneta_. -- Opera citata, Doge XLI.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 10.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume III, 1871, pagine 227-228, 230 e 577, Volume V, 1873, pagina
191.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagine 10-11. -- _Archivio_
_Veneto_, Tomo XII, pagina 93, -- terza edizione, 1881, pagina 9.
Bolla in piombo di Enrico Dandolo conservata nella Raccolta
Papadopoli.
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NOTE A "ENRICO DANDOLO".
(1) _Andrea Danduli Chronicon_, in Muratori, _Rerum Ital. Script_.
Tomo XII, pagina 316.
(2) Sanuto M. _Vitæ Ducum Venetorum_, in Muratori, _Rer. Ital._
_Script_. Tomo XXII, pagina 527.
(3) _Archivio storico italiano_. Volume VIII, pagina 320.
(4) _Revue de la Numismatique Belge_, Tome IV, Bruxelles, 1848.
(5) Documento IV.
(6) Lambros. _Le Monete inedite dei Gran Maestri dell'Ordine di San_
_Giovanni di Gerusalemme in Rodi_. Traduzione dal greco di C.
Kunz, Venezia, 1865, pagina 20.
(7) Pegolotti. _La pratica della Mercatura_. Lisbona e Lucca, 1766,
pagina 292.
(8) _Andrea Danduli Chronicon_, in Muratori, _Rerum Ital. Script_.
Tomo XII, pagina 372.
(9) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata, Volume I,
pagina 401.
(10) L'esame chimico fatto all'ufficio del Saggio di Venezia, dà il
fino di 0,247.
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PIETRO ZIANI.
DOGE DI VENEZIA.
1205-1229.
Morto a Costantinopoli Enrico Dandolo, fu chiamato a succedergli
Pietro Ziani, figlio di Sebastiano, prudente e valoroso, che ebbe il
compito di consolidare i possessi ottenuti in Oriente, di sedare i
torbidi dei nuovi sudditi e le scorrerie dei pirati, aggiungendo nuovi
territori allo stato, fra cui la vasta isola di Negroponte. Depose il
principato dopo averlo tenuto ventitré anni e morì pochi giorni dopo
essersi ritirato a vita privata.
Sotto questo doge si continuò a coniare il grosso, il bianco ed il
quartarolo, che troviamo cogli stessi tipi del predecessore; manca
invece il denaro, del quale pare sia stata in questo tempo sospesa la
coniazione. Probabilmente era più proficua all'erario la fabbricazione
dei grossi, che furono emessi in grande quantità, così da inondare
tutto l'Oriente, usandosene quasi esclusivamente nelle transazioni
commerciali.
Questo fatto, unitamente alla mancanza di monete degli imperatori
latini di Costantinopoli, ai quali non si attribuiscono se non poche
anonime di rame, suggerì al dottor Cumano (1) l'idea che un qualche
accordo segnato tra Veneziani e Franchi avesse dato il diritto di
zecca alla Signoria di Venezia: egli crede pur anche che le imitazioni
del grosso fatte in Oriente dagli altri principi avessero una base
comune ed una convenzione di uniformità monetale. Quanto alla prima
supposizione a me sembra che, come si conoscono gli altri patti
convenuti, dopo la conquista fra crocesignati, si avrebbe conservata
la memoria anche di questo se avesse esistito: con apparenza di
maggior ragione gli autori francesi ritengono che l'essere in mano dei
Veneziani la maggior parte del metallo nobile e l'avere essi
fabbricato molta moneta abbia impedito agli imperatori franchi di
battere coi loro nomi. Quanto alla seconda opinione del dottor Cumano,
essa corrisponde piuttosto alle idee moderne che a quelle del tempo;
il grosso veneziano si diffuse per tutto l'Oriente solo in causa della
sua bontà sempre costante, mentre gli altri stati adulteravano la
moneta. Visto il successo del grosso, i piccoli principi delle isole e
dei feudi franchi d'Oriente, come altri stati d'Italia, si misero ad
imitarlo da prima forse con peso giusto e metallo buono, poi allettati
dal guadagno, con lega inferiore, per cui i Veneziani ne mossero lagno
e proibirono queste monete chiamandole a buon dritto falsificazioni,
come vediamo nella parte:
MCCLXXXII, Indictione X, die tercio Maii, in Majori Consilio (2).
"Capta fuit pars quod addatur in capitulari Camerariorum Communis
et aliorum officialium qui recipiunt pecuniam pro Communi, quod
teneantur diligenter inquirere denarios regis Raxie contrafactos
nostris venetis grossis, si ad eorum manus pervenerint; et si
pervenerint, teneantur eos incidere. Et ponantur omnes campsores,
et omnes illi qui tenent stationem in Rivoalto et eorum pueri a
XII annis supra, ad sacramentum, quod inquirant diligenter bona
fide predictos denarios, et si pervenerint ad eorum manus
teneantur eos incidere. Et si alicui persone inventi fuerint de
predictis denariis a XII supra, quod illa persona cui inventi
fuerint perdat decem pro centenario de omnibus qui eis inventi
fuerint de illis denariis, et debeant incidi. Et hoc stridetur
publice illa die, vel altera, qua captum fuerit in M. C., quod a
XV diebus in antea quilibet cui inventi fuerint, incurrat penam
predictam, et medietas pene sit invenientis et medietas sit
Communis, et deveniat in camera Communis. Et mittantur littere de
precepto per sacramentum omnibus rectoribus preter Comitem
Ragusii, et addatur in commissionibus illorum rectorum, qui de
cetero ibunt, preter dictum Comitem Ragusii, quod omnes denarios
predictos qui ad eorum manus pervenerit, vel eorum offitialium,
teneantur, incidere vel incidi facere, et quod ipsi constringant
gentem suam, per illos modos quibus eis melius videbitur, quod
predicti denarii non currant per suos districtus, et incidantur si
invenientur".
Oltre a questo documento, per conoscere quale era il pensiero dei
contemporanei su questa adulterazione della moneta, che fu una delle
piaghe più sanguinose della circolazione metallica nel medio evo, ci
illumina il giudizio dell'Alighieri che colloca fra i principi che
avranno giudizio severo nell'altro mondo per i loro peccati, Filippo
il Bello di Francia
. . . . . . e quel di Rascia
che male aggiustò il conio di Venezia
_Paradiso_, Canto XIX 140-141.
Nelle carte manoscritte di Vincenzo Lazari trovo la seguente nota, di
cui non posso defraudare il lettore:
"Nel citato verso di Dante merita attenzione il verbo _aggiustare_
che la Crusca con goffa interpretazione fe' in questo caso
sinonimo d'imitare. Ma il verbo _aggiustare_ disusato, nel senso
che allegheremo, nella lingua italiana, si mantiene ancora nella
francese e nella, tedesca".
Esattissima definizione del verbo aggiustare si trova nella
_Explication des termes techniques_ che fa seguito alla pregiata opera
_Histoire monétaire de Genève par Eugène Demole_, nel quale è detto
"Ajuster les flans, ou ajuster carreaux, opération par laquelle on
affranchit à coups de cisailles les angles des carreaux".
Anche nella zecca veneziana la stessa operazione si chiamava _zustar_
e l'operaio che la faceva _zustador_. Se oggi la parola è disusata, si
è perché tale operazione si ottiene meccanicamente e quindi in modo
affatto diverso da ciò che si usava nel medio evo.
Nel più antico registro di atti ufficiali che si conserva nel nostro
Archivio di Stato, conosciuto col nome di _Liber Communis_ o _Liber
Plegiorum_, il quale raccoglie alcune deliberazioni prese dal Doge
assieme al Consiglio Minore, troviamo la seguente nota:
(1224) "Die XIII exeunte marcio. -- Illi homines qui faciunt fieri
monetam coram domino duce et omnibus consiliariis eius, excepto M.
Superancio, predicto die juraverunt supra capitulare quod
continetur de moneta facienda vel fieri facienda, et illo
suprascripto die intromiserunt in nomine Domini" (3).
È la prima memoria di quegli ufficiali soprastanti alla zecca che più
tardi furono chiamati _Massari della moneta_, ed è probabilmente
quello di cui si parla il più antico Capitolare di tale magistrato,
che però non è giunto fino a noi e del quale si ignorerebbe perfino la
esistenza, senza questo cenno prezioso nella sua brevità.
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MONETE DI PIETRO ZIANI.
Grosso. Argento, titolo 0,965 (4). Peso, grani veneti 42 e un decimo
(grammi 2,178).
1. Dritto. San Marco che porge il vessillo al doge, come nel grosso di
E. Dandolo "croce punto P punto Z I A N I", lungo l'asta "D V X",
a destra "punto S punto M punto V E N E T I".
Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C
sopralineati".
Tavola V, numero 11.
2. Varietà nel Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I".
Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,050, circa. Peso, grani
veneti 8 e mezzo (grammi 0,440): scodellato.
3. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce punto
P punto Z I A N I punto D V X punto".
Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".
Regio Museo, Parma.
Tavola V, numero 12.
4. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I punto D
V X punto".
Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto V
punto N punto".
Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.
Tavola VI, numero 1.
Museo Civico, Trieste.
Quartarolo. Mistura, titolo 0,003 circa. Peso, grani veneti 20 (grammi
1,035) circa.
5. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce
"croce punto P punto Z I A N I punto D V X punto".
Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli "croce, S ruotata,
punto M A R C V, S ruotata".
Tavola VI, numero 2.
6. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z simmetrica, I A N I punto D
V X punto".
Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Tavola VI, numero 3.
7. Varietà Dritto. "croce punto P punto, Z con asta centrale
verticale, I A N I punto D V X punto".
Rovescio. Come al numero 6.
Tavola VI, numero 4.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI PIETRO ZIANI.
SANTINELLI S. -- Opera citata, pagina 271-272, 275, 277 (disegno pagina
271); ed in ARGELATI, Parte I, pagina 299-300, 302.
MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 648, 651 e
652, numero III; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII,
numero III.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina
413, tavola VI, numero IX.
BELLINI V. -- _De monetis Italiæ, etc_. Opera citata, _Dissertazione
I_, pagina 98 e 107, numero I; ed in ARGELATI, Parte V, pagine 29 e
31, tavola numero I (erroneamente attribuita a Sebastiano Ziani).
GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina
168, numero XVI.
APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1118, numero 3908.
GEGERFELT G. (VON). -- _Numi ducum reipublicæ venetæ in nummiphilacio_
_academico Upsaliensis_. Upsaliæ, 1839, pagine 6 e 7, numero I.
LELEWEL J. -- Opera citata, Parte III, pagine 33-34, tavola XV, numero
2.
_Trésor de numismatique et de glyptique etc. Histoire par les_
_monuments de l'art monétaire chez les modernes_. Paris, 1846, pagina
60, numero 1, Tavola XXX, numero 1.
GIOVANELLI B. -- _Intorno all'antica zecca trentina_. Trento, 1818,
pagina 96.
ZON A. -- Opera citata, pagina 17 (s'inganna, credendo che Pietro Ziani
abbia coniato il _piccolo_).
SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 79 (108) (109) (110)
(111) e tavola.
_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XLII.
_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XLII.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 11.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata, -- _Numismatische Zeitschrift_,
Volume III, 1871, pagina 227, 228, 230. Volume V, 1875, pagine 191-
192.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 11, -- _Archivio_
_Veneto_. Tomo XII, pagina 94, -- terza edizione, 1881, pagina 10.
[Nuova pagina]
NOTE A "PIETRO ZIANI".
(1) Cumano dottor C. _Illustrazione di una moneta argentea di Scio_
_etc_. Trieste, 1852.
(2) Maggior Consiglio, Deliberazioni. _Registro Commune II_, carte 129
tergo.
(3) _Liber Communis_ (Plegiorum), carte 26 tergo.
(4) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il
fino di 0,964.
[Nuova pagina]
JACOPO TIEPOLO.
DOGE DI VENEZIA.
1229-1249.
Appena eletto, Jacopo Tiepolo dovette rivolgere tutte le sue cure
all'isola di Candia, insofferente del dominio veneziano. Anche il
nuovo impero latino di Costantinopoli trascinava vita debole e
travagliata, perché i greci di Nicea e dell'Epiro non lasciavano
tregua a quell'ordine di cose artificioso che mancava di base e di
prestigio in Oriente. Il giovane imperatore Baldovino implorava il
soccorso dell'Europa, ma trovò solo un aiuto interessato nei
Veneziani, che sconfissero le flotte greche ed ebbero in compenso
nuovi vantaggi commerciali. Né più fortunato era l'Occidente:
gravissime discordie e lotte sanguinose dilaniavano l'Italia, ove
l'imperatore Federico II ed il papa Gregorio IX si contendevano la
supremazia. I Veneziani dapprima esitavano, ma quando Federico II fece
uccidere il podestà di Milano, Pietro Tiepolo, figlio del Doge, si
collegarono col pontefice e con altre città italiane contro
l'imperatore.
Jacopo Tiepolo seppe in tutte le circostanze difendere l'onore e
l'interesse di Venezia, conchiuse trattati e convenzioni commerciali,
tanto colle vicine città, quanto coi principi dell'Asia e dell'Africa.
Migliorò gli ordinamenti int
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