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La guerra del Vespro Siciliano vol. 1

by Michele Amari · Italian · Gutenberg #29409 · 771,683 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of La guerra del Vespro Siciliano vol. 1
    
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Title: La guerra del Vespro Siciliano vol. 1

Author: Michele Amari


        
Release date: July 14, 2009 [eBook #29409]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/29409

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Print project.)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA GUERRA DEL VESPRO SICILIANO VOL. 1 ***




Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
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                         LA GUERRA

                            DEL

                      VESPRO SICILIANO

                             o

             UN PERIODO DELLE ISTORIE SICILIANE
                      DEL SECOLO XIII

                            PER
                       MICHELE AMARI

                      SECONDA EDIZIONE
             ACCRESCIUTA E CORRETTA DALL'AUTORE
               E CORREDATA DI NUOVI DOCUMENTI




                           PARIGI
                  BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA
          3, QUAI MALAQUAIS, PRÈS LE PONT DES ARTS
              STASSIN ET XAVIER, 9, RUE DU COQ

                            1843





PREFAZIONE.


Questo libro si pubblicò in Palermo, non è ancora un anno, col titolo
un po' lungo e indeterminato di «Un periodo delle istorie siciliane
del secol XIII.» Non ebbe altro proemio che i due primi paragrafi del
primo capitolo. Ma nella presente edizione, perchè avvi qualche cosa
di nuovo, mi par bene intrattenerne il lettore per poche pagine.

E per cominciare da ciò che rileva meno, avverto che ho fatto alcune
correzioni di stile; senza presumere di essere pervenuto con ciò alla
forma, che a me stesso sembri la migliore. Anzi io, che pur troppo ne
debbo saper la cagione, veggo quanto niun altro, in molti squarci e in
due o tre capitoli interi, il dettato disuguale, febbrile, spezzato
come la parola di chi è tra i tormenti, tale da non correggersi che
scrivendo da capo: e così avrei fatto se avessi potuto o ritardar la
presente edizione, o posporre altri studi ai quali m'incalza un
ardente desiderio d'illustrar le memorie della Sicilia.

Ma col favor de' nuovi materiali, la più parte inediti, che ho
rinvenuto a Parigi, e sommano a un centinaio tra diplomi e altre
notizie, io ho potuto aggiungere o convalidare alcuni fatti di gran
momento. Molte memorie dovean qui restare, attenenti a una dominazione
che uscì dalla Francia; e che toccata quella fiera scossa della
rivolta di Sicilia, ebbe ricorso nuovamente alla Francia; la trasse
alla guerra di Spagna; e s'aiutò per venti anni della sua influenza
politica e delle sue armi. Fattomi, con questa {ii} certezza, a
cominciar le ricerche, le trovai facili pel favore de' molti egregi
Francesi e Italiani che m'aprivan le braccia in questa ospitalissima
Francia, usando meco non solamente con gentilezza, ma sì con
benevolenza, con sollecitudine, con affetto; i nomi de' quali non
ripeto, perchè quando si parla d'uomini sommi, anche la espressione
della gratitudine può parer vanità. Mercè d'essi e degli ordini sì
civili del paese, frugai gli archivi del reame di Francia, ove ognuno
è culto e gentile; e ne ho tratto diplomi assai importanti. La fortuna
mi portò alle mani due volumi di pregio non minore, quand'io volli
affacciarmi nell'immensa miniera de' Mss. della Biblioteca reale.
Altre carte ho cavato dalle opere degli spagnuoli Feliu, Capmany, e
Quintana; poche più da altri libri.

Per tal modo nel cap. II, ho potuto far menzione d'un disegno assai
grave, ancorchè non mandato ad effetto, cioè una partizione delle
province del reame di Puglia, proposta da Urbano IV a Carlo d'Angiò,
prima della nota concessione feudale. La notizia d'un'atroce prigione
di stato che Carlo tenea in Napoli, e altri particolari della sua
tirannide, aumentano la descrizione ch'io n'abbozzava nel cap. IV. Il
cap. V. risguardante le relazioni politiche esteriori, e l'opinion del
popolo è rimaneggiato e accresciuto molto. Perchè alcune notizie
pubblicate recentemente intorno al Sordello della Divina Commedia, e
la relazione Ms. ch'io trovai d'una ambasceria della corte di Francia
per la crociata del 1270, ritraggon sempre meglio le sembianze niente
amabili di Carlo d'Angiò. È determinata la patria dello ammiraglio
Ruggier Loria: è ammesso a riputazione letteraria il nome di Giovanni
di Procida, per un'opuscolo di filosofia morale, ch'ei tradusse dal
greco o compilò. {iii} In fine ho avuto luogo a riferire il vespro,
non solamente alla reazione degli oppressi contro gli oppressori, ma
anche all'antagonismo della nazion latina, che s'era sviluppato contro
i Francesi per tutta l'Italia. Il mostra assai chiaramente una
epistola de' Siciliani, piena di poesia e di fuoco, dalla quale ho
tolto, per accennare l'opinione pubblica del tempo, alcune frasi, di
quelle vere e viventi che l'immaginazione de' posteri invano si sforza
a ritrovare.

Il medesimo documento mi ha fornito un altro fatto nel cap. VII; ch'è
accresciuto ancora dalla lettera di Carlo d'Angiò, che diè contezza
dalla rivoluzione a Filippo l'Ardito, e gli domandò soccorso; senza
accennare il menomo sospetto di Pietro d'Aragona o d'alcuna congiura,
e senza punto ingannarsi su le difficoltà del racquisto della Sicilia.
Non manca qualche notizia cavata dalle nuove carte nei cap. VIII, IX,
X ed XI; come le negoziazioni di Filippo l'Ardito con Genova; di
Pietro d'Aragona co' cittadini di Roma, e col re di Tunis; le
preghiere che Carlo d'Angiò moribondo indirizzava al re di Francia,
ec. È rimutato il principio del cap. XII per alcuni diplomi che svelan
le pratiche della corte di Francia su la guerra d'Aragona. Un breve di
Martino IV, tra gli altri, dà a vedere come il parlamento di Francia
fosse l'arbitro di questa impresa; e con che audacia la contrastasse.

E scorrendo i cap. XIII e XIV si potrebbero osservare qua e là, altri
particolari su le negoziazioni che portarono i re d'Aragona ad
abbandonar la Sicilia; onde questa innalzò al trono Federigo II. Una
poesia provenzale di Federigo, con la risposta d'un suo cavaliere, mi
fecero aggiugnere alcuni righi nel cap. XV; come altri versi
provenzali mi avean suggerito qualche parola ne' cap. V, XII e XIII,
su Carlo d'Angiò, {iv} Pietro e Giacomo d'Aragona. Nello stesso cap.
notansi altri documenti su l'ammiraglio Loria; nel XVII confermansi i
particolari della battaglia della Falconarìa, con una lettera di Carlo
II di Napoli a Filippo il Bello, piena di lusinghe e di preghiere, per
ottener novelli soccorsi dalla corte di Francia. Infine molte notizie
su l'ultimo sforzo che fu affidato a Carlo di Valois, aumentano il
cap. XIX; tra le quali non è da tacersi un diploma di Carlo II, che
prevedea la necessità della pace con la Sicilia, e un altro intorno i
dritti ch'or chiameremmo d'albinaggio, che rinnegaronsi in teoria, e
rinunziaronsi in fatto, su i beni de' Francesi dell'esercito del
Valois, che venissero a morte nelle terre soggette al re di Napoli.
Nuove autorità ho aggiunto alla appendice, destinata al minuto esame
delle memorie storiche su la supposta congiura. Per tutto il corso
dell'opera ho fatto menzione soltanto nelle note, di quei documenti,
che nulla mutavano ne' fatti raccontati. E seguendo lo stesso metodo
di pubblicare i documenti inediti più importanti, ne ho aggiunto
tredici a que' della prima edizione: e sono numerati VI, VII, XIV,
XXIV, XXXII e dal XXXVII al XLIV.

Tali son le differenze di questa sopra la prima edizione: ciò che non
è mutato, nè mutabile io spero, è la coscienza che guidò il mio
lavoro. L'intrapresi per fare un saggio di quelle istorie particolari,
che sopra tutt'altre convengono a' tempi nostri. Scelsi il vespro
siciliano come il più grande avvenimento della Sicilia del medio evo:
il che se si chiamasse umor municipale, sarebbe mal detto; perchè la
Sicilia parmi assai grande per una città; e l'amore del proprio paese,
il rammarico de' suoi mali, e il desiderio della sua prosperità
comunque possan portarla gli eventi, non si {v} dee confondere con
l'egoismo di municipio che dilaniò un tempo l'Italia; passione
funesta, dileguata per sempre, io lo spero, insieme con l'ambizione di
tirannide d'ogni popolo italiano sopra l'altro. Guardando il vespro da
vicino, lo trovai più grande; si dileguarono la congiura e il
tradimento; l'eccidio si presentò come cominciamento e non fine d'una
rivoluzione; trovai l'importanza nella riforma degli ordini dello
stato; nelle forze morali e sociali che la rivoluzione creò; nei
valenti uomini che spinse per vent'anni tra i combattimenti e i negozi
politici: vidi estendersi in altri reami, e perpetuarsi in Sicilia, e
fors'anche nel resto d'Italia, gli effetti del vespro. Donde potea
bene accendersi in me il severo zelo della verità istorica; e poteva
io difendermi dall'inganno delle mie passioni nell'esame de' fatti,
ancorchè punto non mi sforzassi ad occultarle nelle parole.

Giovanni di Procida, per amor della patria e vendetta privata, si
propone di toglier la Sicilia a Carlo d'Angiò; l'offre a Pietro re
d'Aragona, che vantava su quella i dritti della moglie; cospira con
Pietro, col papa, con l'imperatore di Costantinopoli, coi baroni
siciliani: quando è in punto ogni cosa, i congiurati danno il segno;
uccidono i Francesi; esaltan Pietro al trono di Sicilia. Tale è stata,
poco più, poco meno, l'istoria del vespro siciliano: e sempre si è
arrestata al caso del vespro, o tutto al più, alla mutazione di
dinastia che ne seguiva. Per vero alcuni storici moderni, la più parte
oltramontani, dubitarono d'una trama sì vasta, segreta, felice; ma non
prendendo a investigare minutamente i fatti, perchè scorreano
vastissimi tratti di storia, prevalse sempre quella credenza, ripetuta
a gara da tutti gli altri storici, e da' Siciliani soprattutto; e si
continuò a fabbricare su la congiura. {vi}

Io credo aver dimostrato che il vespro non nacque da alcuna congiura;
ma fu un tumulto al quale diè occasione l'insolenza de' dominatori, e
diè origine e forza la condizione sociale e politica d'un popolo nè
avvezzo nè disposto a sopportare una dominazione tirannica e
straniera. I novelli documenti che possono sparger luce su l'origine
della rivoluzione, la lettera dello stesso Carlo, quella de'
Siciliani, non poche altre bolle papali inedite, confermano certamente
questa conchiusione. Al suo popolo, non ai potenti, la Sicilia dee
quella rivoluzione che nel secol XIII la salvò dalla estrema vergogna
e miseria, dalla corruzione servile, dall'annientamento. Al vespro di
Sicilia dee il reame di Napoli una riforma di governo, che moderò per
qualche tempo i suoi mali, ma non potè poi allignare. Il vespro
risparmiò a tutta l'Italia molti fieri contrasti con la dominazione
angioina, che potea conturbare la penisola, non mai ridarla sotto uno
scettro: il vespro, per tristissimo compenso, aprì in Italia la strada
alla dominazione spagnuola. Esso voltò il corso degli avvenimenti in
Levante, disarmando l'ambizione di Carlo: esso per poco non mutò le
sorti dell'Europa occidentale, dando occasione alla prima guerra di
conquista tentata dalla Francia su la penisola spagnuola. Ma lasciando
di considerare le conseguenze esteriori del movimento di questo
popolo, che or somma a due milioni, e non n'era forse la metà nel
secolo XIII, e restandoci agli effetti nella Sicilia stessa,
importantissimi li vedremo; perchè la rivoluzione che mutò prima la
forma del governo, poi la dinastia, indi la persona del principe,
rimasta salda e vittoriosa al finir della guerra, tramandò alle età
avvenire, in mezzo a tanti mali inevitabili, due fatti da non si
dileguare sì tosto: una gran {vii} tradizione; e uno statuto politico
che molto ristrinse l'autorità regia.

Quella tradizione, quelle franchige, ressero a un secolo d'anarchia
feudale; a tre di governo spagnuolo; duraron tutto il secolo
decimottavo, e gran tratto del decimonono. Nè alcuno troverà ch'io
porti esempi, come or diciamo, liberali, quando parlo di Carlo V e di
Filippo II; nè ch'io cerchi autorità sospette o leggiere, quando cito
il professor tedesco Ranke, e le sue considerazioni su gli Osmanlis e
la monarchia spagnuola ne' secoli XVI e XVII. E pure in quest'opera si
dimostra la pertinace resistenza della nazion siciliana contro
l'autorità regia ai tempi di que' principi sì dispotici e duri; e con
che difficoltà il parlamento di Sicilia consentisse loro alcuno scarso
sussidio, mentre il reame di Napoli, la Lombardia, i Paesi Bassi, la
medesima Castiglia, tutta la monarchia infine, dall'Aragona in fuori,
era oppressa dalle imposte, e dalla novella austerità del governo.
Que' nostri ordini pubblici restarono sotto Carlo III, quando i due
reami di Napoli e di Sicilia si divisero dalla Spagna; quegli ordini
furono cangiati nella forma e non certo nella sostanza, pe' mutamenti
del 1812: ed è bizzarra cosa a riflettere, che nel 1815 il congresso
di Vienna, rimescolando tutte le masse minori, tarpando e scorciando,
come in ogni altro stato d'Italia, le franchige della Sicilia, non
seppe annullarle del tutto. Gli statuti degli 8 e 11 dicembre 1816,
dettati, come pur furono in quanto alla Sicilia, dal solo potere
esecutivo senza partecipazione del legislativo, unirono, egli è vero,
i due reami di Napoli e di Sicilia più strettamente che ai tempi di
Carlo III, dileguarono per via di fatto le forme costituzionali o
rappresentative, ch'erano state in Sicilia senza {viii} interruzione
infin dal secolo XI, ma par cucirono nelle nuove fogge, pochi stracci
dell'antico manto di porpora; perchè non si potè fare a meno di
mantener qualche ultima franchigia nell'ordine giudiziale e
amministrativo della Sicilia: e franchigia è per certo, la promessa
data chiaramente nello statuto dell'11 dicembre, che il re
convocherebbe il parlamento di Sicilia, se dovesse accrescere i pesi
pubblici oltre la somma decretata dall'ultimo parlamento.

Così veggonsi per cinque secoli e mezzo, non solamente nel dritto
pubblico, ma fino nel fatto degli ordini pubblici di Sicilia, comechè
sempre decrescenti, gli effetti di quel potente movimento popolare del
secol XII. Se ne potrebbero al pari scerner le vestigie nell'indole
del sicilian popolo d'oggi, se fosse agevole, come quella delle
istituzioni, l'analisi delle cagioni naturali e sociali onde nascono i
costumi d'un popolo. Ma in tale investigazione gli effetti del vespro
andrebbero confusi con l'indole che produsse il vespro; della quale
ognun può vedere i lineamenti nella generazione che vive. E forse
perchè son nato in Sicilia e in Palermo, io ho potuto meglio
comprendere la sollevazione del 1282 sì com'essa nacque, repentina,
uniforme, irresistibile, desiderata ma non tramata, decisa e fatta al
girar d'uno sguardo.

                                Parigi, aprile, 1843.





                         LA GUERRA
                            DEL
                     VESPRO SICILIANO.




CAPITOLO PRIMO.

Intendimento dell'opera. Viver civile del secolo XII. Potenza della
Chiesa e della corte di Roma. Condizioni d'Italia e dei reami di
Sicilia e di Puglia infino alla metà del secolo. Federigo II
imperatore, e papa Innocenzo IV.


La riputazione della forza, per la quale si tengon gli stati,
mutabilissima è; donde avvien talvolta, che la cosa pubblica, quando
più irreparabilmente sembra perduta, d'un tratto ristorasi, per virtù
di principe, o impeto di popolo. Splendono allora egregi fatti in
città e in oste, cresce a tanti doppi la potenza della nazione, e
spezzansi ingiuriosi legami stranieri, si abbatte al di dentro una
viziosa macchina, e in riforme salutari si assoda lo stato. Questa, al
veder de' savi, è la gloria vera delle genti. Questa è degna che si
riduca spesso alla memoria loro, per francheggiare gli abbattuti e
vergognosi animi. Del rimanente, che portan gli annali de' popoli, se
non disuguaglianza di leggi, o inefficacia e avarizia, atroci guerre,
paci bugiarde, sedizioni, tirannidi, e sempre pochi che vogliono e
fanno, moltissimi che si lagnan solo, e immolato, il ben comune da
contraria tendenza delle cupidigie {2} private? E sarebbero argomenti
da ammaestrar gli uomini sì, ma di tal dottrina, che li volge a
disdegnosa accidia, anzi che prontarli a virtude.

Però mi son proposto, io Siciliano, di narrare la mutazion di
dominio, che seguì nella mia patria al cader del secolo decimoterzo.
E in vero, lasciati i tempi rimoti troppo, difformi per costumi,
religione, linguaggio, e tutt'altra parte di civiltà, veggo dal
milledugentoottantadue infino al trecentodue le glorie maggiori della
Sicilia; e venti anni innanzi un tal eccesso di tirannide, che rade
volte si è sopportato l'uguale: nè parmi che alcuno scrittore abbia
tutto abbracciato questo memorevol periodo, nè dirittamente
investigatolo, nè degnamente descritto. Ciò non presumo compier io,
ma certo vi porrò ogni sforzo. Non asconderò nè l'amore, nè l'ira;
perchè uomo invano promette spogliarsene ove narri i fatti degli
uomini. Ben mi guarderò che quelle passioni non mi tirino a sfigurare
la storia contro mia volontà; nè dico del falsarla, che sarebbe,
secondo il fine, o fanciullaggine o malignità e colpa sempre, anche
verso la patria, cui van ricordate con ugual candore le virtù, gli
errori e i misfatti, i lieti e i tristi giorni delle generazioni che
tennero un tempo questi nostri medesimi focolari. Io so, che
scrivendo di età lontane, spesso viensi, come dice un felicissimo
ingegno, a far l'indovino del passato. Ma mi studierò a dare alla
immaginativa il men che si possa. E perchè i fatti, e là dov'essi
manchino, le induzioni, abbiano saldo fondamento, non ritrarrò i
primi altrimenti che da scrittori contemporanei o diplomi[1]. Delle
{3} memorie repugnanti tra loro, seguirò quelle di maggior autorità,
sia per sè medesime, sia perchè si accordino con le necessità degli
uomini e de' tempi.

E su i tempi rivolgendo indietro lo sguardo, io non dirò, per esser
cose a tutti notissime, nè gli ordini del governamento feudale che
ingombrava l'Europa, nè i vizi di quello, nè i passi che moveansi alla
riforma nel secolo decimoterzo. Quali nascer possono da poter civile,
non già diviso ma senza misura fatto a brani e fluttuante, da estrema
disuguaglianza ne' dritti e negli averi, e poco men che universale
ignoranza, deturpata religione, leggi impotenti, e uso alla violenza,
e necessità della frode; e tali erano i costumi: nè la riforma, dubbia
e tarda, li moderava per anco. Necessaria è per natura, nei costumi
de' popoli, una mescolanza di buono e di tristo, della quale per leggi
ed esempi mutansi alquanto le proporzioni, e non si spegne pur mai
nessuno degli elementi; ma in quella età forse al peggio si
traboccava, sopra il biasimo de' tempi nostri. Certo egli è, che in
tal mezza barbarie, sciolti gli uomini dalla menzogna delle infinite
forme, che oggidì ne inceppano a ogni passo nel viver domestico e
civile, le grandi passioni, o buone o triste, più rigogliose sorgeano,
e più operavano.

Tra così fatti uomini, tra la divisione e debolezza degli stati, il
sacerdozio giganteggiava; raccogliendo i frutti della mansueta pietà
dei tempi apostolici, del fervore delle prime crociate, della
ignoranza lunghissima dei popoli. Fu la religione di Cristo nei secoli
di mezzo sola luce e {4} conforto ai buoni; seguita anco dai pravi,
perchè feano a metà: calpestavanla nelle opere, la onoravano della
fede e del culto, a quetar la cieca paura delle loro coscienze. I
ministri perciò dello altare, crebbero di riputazione, crebbero di
ricchezze; chè vantaggiavano inoltre i laici per lume di scienza, e
adopravan destri ambo le chiavi, e non pochi la purità del Vangelo
contaminavano con la superstizione, che ai barbari è più grata. A
puntellarsi di loro autorità pasceanli i grandi; i popoli indifesi
teneano a loro, credendo trovar sostegno, e in realtà ne davano: ma
soprattutto fu la corte di Roma che consolidò la smisurata possanza.
Perchè assicuratosi non disputato comando su le chiese d'Occidente, le
medesime arti che adopravan quelle in minor campo, spiegò ardita e
sapiente tra i reami; nel cui scompiglio tenne dritto il corso a' suoi
disegni; trapassò dai dommi e dalla morale, ai civili negozi. Indi,
fortificandosi a vicenda il papa e 'l clero, questo per tutta Europa
imbaldanziva e prevaleasi, come milizia di possente dominazione;
quegli, come capitano d'immense forze, sopra ogni altro principe si
levò.

Non è che molti umori non sorgessero contro la romana corte nel secolo
decimoterzo. Perciocchè un desiderio novello movea gl'ingegni;
prendeansi a ricercar tutte le parti dell'umano sapere; si arricchiano
i savi di antiche lettere e dottrine: i quali, ancorchè pochi
dapprima, e più radi ove lo stato più discostavasi da libertà, per
ogni luogo pure la scintilla del sacro fuoco accendeano. Sollevaronsi
pertanto gl'intelletti più audaci a meditare sulla mistura delle due
potestà, a contemplare i costumi del clero; nè fu lieve incitamento la
gelosia de' reggitori degli stati, svegliata da tanti fatti. Quindi
mostravano già il viso alla corte di Roma que' ch'erano più avvezzi a'
suoi colpi; il gregge provocato, si voltava con aspri insulti contro
il pastore; gli anatemi, per troppo usarsi, perdean forza; {5}
pensavano gli uomini e parlavano arditamente di cose tenute in pria
sacre come la fede istessa. Nascean così le idee, che Dante tuonò di
tal forza; e a fatica si faceano strada tra le inerti masse, dove
allignarono infine, e amari frutti portarono alla corte di Roma.

Ma queste opinioni ristrette a pochi, se urtavano talvolta la sua
possanza, non la menomavano per anco nel tempo ond'io scrivo. Mentre
le ambizioni de' chierici passavano ogni misura, mentre cupidigia, e
simonia, e libidine lussureggiavano nella vigna del Signore, tremavan
del clero i popoli, e il successor di Pietro stendea la mano su i
reami e su i re. Che se tal fiata prevalse la brutal forza sulla
morale, la prepotente opinione fece risorger tosto più gagliardo il
pontefice. Sì il veggiamo oltremonti levare a sua posta il vessillo
de' re o de' popoli, ed accender guerre, e cessarle, e trar tesori, e
dove moderare le dominazioni, dove dare o strappar corone: quanto più
lontano, più venerando e terribile. In Italia intanto, trasportato dai
turbini delle contese civili, più fiero pugnava coll'oro di
cristianità tutta; e chiamava straniere nazioni, e opponea l'una
all'altra; t'innalzava oggi, diman ti spegnea.

Avvegnachè il bel paese già si disputava acerbamente tra la Chiesa e
l'impero. Dietro la occupazion di Carlo Magno e degli Ottoni, la più
parte d'Italia era rimasa sotto la signoria feudale degl'imperatori
d'Occidente. Succedettero i dappoco a quei forti; i grandi feudatari
laceraron l'impero; tosto divenne nulla o nominale di qua dalle Alpi
la tedesca dominazione. E in questo, crescea la Chiesa, e confortava
gl'Italiani alla riscossa, con lo scritturale spirito di uguaglianza e
di libertà. In questo, la industria, il commercio, le scienze, le
lettere rinasceano in Italia a mutare le sorti del mondo. Quegli
esercizi, quelle discipline, trasser fuora dalla cieca moltitudine di
plebi, vassalli, e nobili minori, un'ordine nuovo: il popolo, ch'è
solo fondamento {6} ad uguaglianza e viver libero. Donde, volgendo
prestamente la feudalità all'anarchia feudale, e questa nel nuovo
ordine imbattendosi, sursero nel secolo undecimo repubbliche
mercantesche; nel seguente e nel decimoterzo, la Lombardia e la
Toscana fioriron di città industri e guerriere, che scosso ogni giogo,
si governarono a comune: e i feudatari si fecero cittadini o
condottieri, alla lor volta richiedendo il sostegno delle città
divenute più forti. E quando il reggimento di pochi o di un solo
occupava alcuna città, d'altra fatta esso rinasceva, e meno tendente a
barbarie; perchè non più n'era fondamento la ignava necessità del
vassallaggio, ma la divisione o l'inganno de' cittadini; i quali, se
metteansi il giogo sul collo, non mutavano i modi del vivere, nè
perdeano la virtù di affranchirsi. Rinnovellandosi in tal guisa gli
ordini civili, fortificossi la virtù guerriera; si rianimarono le
virtù cittadine; si apersero gl'ingegni agli alti concetti della
filosofia e della politica; una forza ignota agli oltramontani
solidamente feroci, scorse di nuovo per le vene dell'italian popolo,
stato dianzi signore del mondo. Il perchè gagliardamente ributtaronsi
gl'imperatori accaniti con loro masnade a ripigliare il dominio; ma
non tolleraronsi gli ordini, che poteano scacciarli per sempre. E 'l
rapido accrescimento dell'ordine popolare ne fu cagione. Perocchè in
altre nazioni, generandosi lentamente, fu adulto assai secoli
appresso, quando la monarchia, domi i baroni, avea consolidato e reso
uno il reame; onde il popolo, riscotendosi, fu animato da virtù
nazionale. Ma in Italia surse mentre province e città erano più
stranamente divise dall'anarchia feudale; laonde, non veggendo altro
che i propri confini, quei popoli presero umori e virtù municipali.
Operose virtù, che prodigiosamente aumentarono la possanza di ogni
città; ma tolsero al tutto che l'universale in reggimento durevole
s'assestasse. Così se in alcuna provincia si feano accordi a comune
{7} difesa, nè alle altre si estendeano, nè duravano oltre l'immediato
bisogno. Difformi i reggimenti, e mutabili, e incerti; e qual città si
ricattava, qual ricadea sotto immane tirannide. Brulicavano in Italia
cento e cento piccoli stati, pieni di passioni, di vita, di sospetti,
di nimistà; pronti a servir ciecamente ad ambizioni maggiori, che nel
parteggiare trovavan campo, e più rinfocavano a parteggiare.

Ondechè la corte di Roma, conscia delle sue forze, agognò alla
dominazione, or mettendo innanzi concessioni e diritti, or sotto
specie di farsi scudo a libertà; e gl'imperatori tedeschi, com'e'
poteano, al racquisto del bel giardino sforzavansi. Elettivo allora di
Germania il re, che re de' Romani per vanità pur s'appellava, e
imperatore, quando assentialo il papa, arrogantesi dar questo titolo e
questa corona; ma disputata e mutila, sotto il gran nome de' Cesari,
l'autorità. Tenean ogni possanza in Lamagna i grandi feudatari, e le
città libere; indocili, gelosi, di lor franchige superbi. Donde nè
gagliardi, nè continui gli sforzi degl'imperatori su l'Italia; imprese
di venturieri, non guerre di poderosa nazione: e scorati e stanchi
avrebbero forse i Tedeschi lasciato quest'ambizione, se l'Italia
medesima non si fosse precipitata ad aiutarli con quella maladizion
delle parti, i cui nomi a maggior vergogna si tolsero da due case
tedesche. I Guelfi allo inerme pontefice, gli altri allo straniero
lontano, davan fomite e forza; tra loro atrocemente dilaniavansi; e a
questo eran paghi, di libertà, di servitù non curandosi. E quasi non
bastassero a lor passioni insociali quelle divisioni, le tramutavano
in altre di nomi e sembianze diverse; nelle repubbliche vi si
mescolavano le usate parti di nobili e popolani: era per tutto una
confusione, una rissa brutale. Così stoltamente sciupossi quel nerbo
di valor politico ond'era rigogliosa l'Italia; l'Italia si preparò
secoli, e chi sa quanti? di servitù senza quiete. {8}

La Sicilia, e la penisola di qua dal Garigliano poco diverse dagli
altri popoli italiani per gente, linguaggio, tradizioni e costumi,
reggeansi pure con altri ordini. Mentre nel rimanente d'Europa la
progenie settentrionale, perdute le virtù de' barbari, ne ritenea solo
i vizi, ebbe la Sicilia, al par che la Spagna, il dominio degli Arabi,
culti se non civili, attivi e pronti come popolo testè rigenerato. La
regione di terraferma, or invasa dai barbari, or dagli imperatori
greci ripigliata, divideasi in vari stati, sotto reggimenti diversi,
alcun dei quali pigliava la forma delle nascenti repubbliche italiane,
quando una man di venturieri normanni venuta a difendere, si fe'
occupatrice, e istituì gli ordini feudali. Altri di questa gente
passando in Sicilia allo scorcio del secolo undecimo, e scacciando i
Saraceni, nimicati dagli altri abitatori per la diversa religione e lo
straniero dominio, fondaronvi un novello principato, e primi recaronvi
la feudalità[2]. La quale, perchè in Europa già piegava a riforma, qui
surse più civile e giusta; temperandola ancora la virtù e riputazione
di Ruggiero duce de' vincitori, la influenza delle grosse città, e i
molti poderi che s'ebber le chiese nelle prime caldezze della
cristiana vittoria, le proprietà allodiali, le ricchezze, il numero
de' Saracini venuti a patti più che spenti, e de' cristiani stessi di
Sicilia. Così il conte Ruggiero, principe di liberi uomini, non capo
di turbolento baronaggio, e vestito dell'autorità di legato
pontificio, ch'è infino ai dì nostri egregio dritto della corona di
Sicilia, fortemente e ordinatamente il nuovo stato reggea. Titolo gli
diè poi {9} di reame un altro Ruggiero, figliuolo del conte, posciachè
con le arti e con le armi tolse Puglia e Calabria agli altri principi
normanni; e dai baroni quivi più possenti, e dal papa, e dallo
imperatore, gagliardamente difesele con le siciliane forze. Quindi fu
gridato dai parlamenti, e in fine, per amore o per forza, riconosciuto
dal papa, re di Sicilia, duca di Puglia e di Calabria, principe di
Capua. Costui ritirando ver la corona l'autorità dei magistrati,
contenendo i baroni, assestò il reame con ordini civili, ravvivò le
industrie, e vittoriosamente adoprò fuori le armi sue.

Due forze turbarono questa novella monarchia siciliana: che furono, il
baronaggio non sì gagliardo da mettere al nulla l'autorità regia, ma
baldanzoso abbastanza da provocarla; e la corte di Roma, la quale
attirò i nostri principi nelle contese italiane, or chiamandoli in
sostegno, or vantando dritti su lor province, e combattendoli
apertamente. Pure la monarchia, per la virtù della sua prima
fondazione, stette salda a que' colpi; si ristorò con migliori leggi
sotto il secondo Guglielmo; e avrebbe potuto per avventura dopo lunga
neutralità alzare un vero vessillo italiano, e messi giù lo imperatore
e il papa, da sè occupare o proteggere tutto il paese infino alle
Alpi: ma essa dal sangue normanno passò per nozze a casa sveva[3], che
tenea di que' tempi lo impero. Indi la potenza di Sicilia e di Puglia
prese le ingrate sembianze di ghibellina: e dopo il regno dello
imperatore Arrigo, che per essere stato breve ed atroce, nulla operò,
vidersi questi due reami avvolti nella gran lite d'Italia. Perchè dal
cominciamento al mezzo del secolo decimoterzo regnovvi Federigo II
imperatore, prò nelle armi, sagace e grande nei consigli, promotor
delle lettere italiane, costante nemico di Roma. {10} Raffrenò
Federigo i feudatari, che nella fanciullezza sua si eran prevalsi;
chiamò nei parlamenti nostri i sindichi della città; represse
nondimeno gli umori di repubblica; riordinò vigorosamente i
magistrati, vietò, primo in Europa, i giudizi ch'empiamente chiamavan
di Dio; dettò un corpo di leggi, ristorando o correggendo quelle dei
Normanni; le entrate dello stato ingrossò, e troppo. Macchiano la sua
gloria, severità e avarizia nel governo; e mal ne lo scolpa la
necessità di tender fortissimo i nerbi del principato, per aiutarsene
alla guerra di fuori.

Dondechè mentre i due potentati acerbamente si travagliavano con le
astuzie, con le armi, con gli scritti, e, incontrando varia fortuna,
or fean sembiante di venire agli accordi, or più feroci ripigliavan le
offese, crebbero nei reami di Sicilia e di Puglia pericolosissimi
umori; come avviene dal troppo tender l'arco che i governanti fanno,
sperando che pur sempre si pieghi. Innocenzo IV, pontefice di
altissimi spiriti, se ne accorse, e principiò a gridare il nome di
libertà, non che alle cittadi dell'Italia di sopra, ma nei reami
stessi di Federigo. E varcato già a mezzo il secolo decimoterzo,
aspirava sì gagliardamente alla vittoria, che, convocato un concilio
in Lione, denunziavagli la deposizione dallo impero; e tutte contro il
magnanimo Svevo ritorcea le folgori sacerdotali.


NOTE

  [1] Sconoscerei un dovere se non facessi qui menzione degli aiuti, che
    ho trovato a queste ricerche nella Biblioteca comunale di Palermo
    e nel regio archivio di Napoli. La biblioteca palermitana, dotata
    un dì largamente dal comune, arrichita di libri da molti
    cittadini, ristorata dal sommo Scinà, ed ora fiorente per lo amore
    e l'intendimento con cui la governano i presenti deputati, mi è
    stata schiusa come a chiunque; ma il valore de' bibliotecari ha
    agevolate le mie ricerche; e massime debbo renderne merito al
    sacerdote don Gaspare Rossi, lodatissimo per non comune perizia,
    erudizione, memoria.

    Una permissione del ministero degli affari interni mi die' adito
    al regio archivio di Napoli: ove trovai molta cortesia in quanti
    reggono questo prezioso stabilimento, e in particolare
    nell'erudito professore signor Michele Baffi, capo dell'uficio al
    quale appartengono i diplomi svevi e angioini.

  [2] Così scrivo non ignorando pure che alcuno abbia voluto veder
    concessioni feudali in tempi più rimoti; fantasie, come giudica il
    di Gregorio, non solidi ragionamenti. D'altronde è da distinguere
    feudalità da aristocrazia. Questa, dove più, dove meno, fu a un di
    presso in tutti gli stati. La feudalità nacque, come sa ognuno,
    dallo stabilimento de' barbari settentrionali, e fu un particolare
    modo di governo di ottimati misto di monarchia.

  [3] Chiamerò così, secondo l'uso comune, la dinastia degli
    Hohenstauffen, duchi di Svevia.




CAPITOLO II.

Papa Innocenzo perseguita Corrado; e alla morte di lui occupa le
province di terraferma, e turba la Sicilia. Repubblica in Sicilia.
Manfredi ristora l'autorità regia; e l'usurpa. A spegner lui, la corte
di Roma pratica con Inghilterra e con Francia. In fine concede i reami
a Carlo conte di Angiò. Passata di Carlo in Italia. Manfredi è rotto,
e morto a Benevento. Carlo prende il regno--Dall'anno 1251 al 1266.


Alla morte di Federigo, pronto il pontefice assurse a schiantar
d'Italia l'emula casa sveva. E l'invidia dell'impero tenuto lungamente
da quella; e 'l sospetto della possanza che traea di Sicilia e Puglia,
valser tanto in Lamagna, rincalzati delle romane arti, che Corrado
figliuol di Federigo, ancorchè eletto re de' Romani, fu escluso
dall'imperial seggio. A torgli i domini meridionali, papa Innocenzo
rifaceasi a gridare ai popoli libertà; suscitava i baroni; esortava i
vescovi e 'l clero, bandiva la remissione delle peccata a chi si
levasse in arme per la corte di Roma; per brevi, per legati, ad ogni
ordine d'uomini promettea pace, e godimento di tutte lor franchige
sotto la protezion della Chiesa: istigazioni tentate indarno sul fin
del regno di Federigo. Pur lo zelo de' Ghibellini d'Italia, e la virtù
di Manfredi, bastardo dell'imperatore[1] e non tralignante dal paterno
animo, fecero che Corrado, spenti i nemici del suo nome, regnasse
alfine dal Garigliano al Lilibeo. Poc'oltre due anni regnò, che da
morte fu colto: lasciando di sè un sol bambino per nome Corrado, cui
disser poscia Corradino, perchè uscito appena di fanciullo, brillò e
fu morto. Raccomandavalo il padre, com'orfanello {12} e innocente,
alla paternale carità del pontefice; e questi più furiosamente che
prima riassaltava i reami suoi con seduzioni ed armi[2].

Prontissima tal foco trovò l'esca, per l'odio partorito agli Svevi, e
al principato con essi, da quella lor dominazione avara e rigida,
spesso anco crudele, e testè esacerbata nei contrasti all'avvenimento
di Corrado. I baroni tendeano a scatenarsi, pe' vizi radicali della
feudalità e i mali esempi di fuori. Increscea il freno alle maggiori
città, aspiranti alle franchige di Toscana e di Lombardia, delle quali
avean preso vaghezza per gli spessi commerci con l'Italia di sopra, e
per sentirsi forti anch'esse di sostanze e di popolo, e ravvivate
della virtù delle lettere e de' leggiadri esercizi, che fioriron sotto
Federigo. Inoltre eran use al municipal reggimento, avanzo di più
felici tempi, non dileguato dalla romana conquista, nè sotto l'impero,
nè forse anco per la saracena dominazione; il qual reggimento
provvedendo alla più parte de' bisogni pubblici, alla libertà politica
non restava che un passo. E suol sempre all'autorità dello stato
incerta o vacillante sottentrar la municipale, che più si avvicina
alla semplicità de' naturali ordini del vivere in comunanza, e i
popoli, come cosa {13} propria, l'odian manco. Però in tanto
scompiglio ne crebbe la riputazione delle municipalità, e con essa la
brama dello stato libero. La quale fors'era più viva in Sicilia che in
terraferma, per lo numero delle città grosse, e i meglio raffrenati
baroni[3]. {14}

Spiegò Innocenzo in tal punto il vessillo della Chiesa, correndo
l'anno milledugentocinquantaquattro; occupò Napoli con l'esercito;
mandò oratori e frati a sollevare i {15} popoli per ogni luogo: ed era
il re in fasce in Lamagna; il reggente straniero e dappoco; Manfredi
senza forze, nè dritto alla corona. Andaron sossopra dunque i reami:
chi si trovò presso al potere li die' di piglio, dove a nome del re,
del papa, del comune, e dove di niuno. Quindi a poco a poco surse
Manfredi, praticò col papa, e pugnò; e morto a Napoli Innocenzo, e
rifatto pontefice Alessandro IV, gioviale, dice una cronaca[4],
rubicondo, corpulento, non uomo da sostenere i disegni del fiero
antecessore, lo Svevo, savio e animoso, a ripigliar lo stato si
condusse. Ma perchè l'anarchia avea preso in Sicilia le sembianze di
repubblica, e fu questo lo esempio agli ordini che gridavansi poi nel
riscatto del vespro, io narrerò questo avvenimento il più largamente
che si possa su le scarse memorie de' tempi.

Sedea vicerè in Sicilia da molti anni, e governava sì le Calabrie,
Pietro Rosso o Ruffo. L'imperator Federigo da vil famigliare l'avea
levato a' sommi gradi, com'avviene in corte a' più temerari e
procaccianti. Pensò Corrado che per opera di costui gli fosse rimasa
in fede la Sicilia nei turbamenti desti alla morte di Federigo; onde
il fe' conte di Catanzaro, gli prolungò il governo, e crebbegli la
baldanza: chè superbamente ei reggeva, a nome del re, a comodo
proprio; fattosi trapotente per dovizie e clientela, da osar
disubbidire a faccia scoperta lo stesso monarca. Pertanto alla morte
di Corrado, a' rivolgimenti che seguitarono, duravane i primi impeti
il conte di Catanzaro, e una certa autorità mantenea, non ostante
quell'universale pendio alla repubblica; non contrastandolo, ma
temporeggiandosi, e procacciando in vista gl'interessi de' popoli.
Anzi con la solita audacia, nel torbido aspirò a cose maggiori. Come
papa Innocenzo caldamente i Siciliani istigava {16} a gridare il nome
della Chiesa, e allettava Messina con le vecchie lusinghe di
privilegi, il vicerè intrigossi con gl'inviati delle città di Sicilia
a trattare col papa; proponea, rifiutava patti; e mandò al papa con
gli ambasciadori di Messina, e col vescovo di Siracusa, un suo nipote;
tramando sottomano farlo re di Sicilia, che dal pontefice la tenesse,
e pagassegli il censo. Gonfio di questi pensieri, quando Manfredi
risurto a Lucera chiamavalo all'antica obbedienza, non assentì il
conte che ad una confederazione con reciproci patti. E fidavasi tra 'l
principato, il pontefice, e 'l popolo traccheggiar sì maestro, che
dell'un contro l'altro s'aiutasse a' propri disegni.

Ma perchè non è felice poi sempre l'inganno, costui non valse a
raggirare a lungo le siciliane città: e porse egli stesso l'occasione
a prorompere; perchè volendo coprirsi con le sembianze della
legittimità, finchè non fosse matura l'usurpazione, battè moneta a
nome di Corrado secondo; ch'era un disdir netto la repubblica.
Spezzata allora con esso ogni pratica, le città gridaron repubblica
sotto la protezion della Chiesa: prima a ciò Palermo; seconda Patti,
mossa dal vescovo; ed altre terre seguitaronle. Il vicerè spacciava
ambasciatori a Palermo, ed eran respinti; vedea le città dell'Etna
levarsi tutte, e con esse Caltagirone, che pose a guasto e a sacco i
vicini poderi della corona; non restava che a tentare la forza.
Raccolto dunque di Messinesi, e di quanti rimaneangli in fede un
grosso di genti, il vicerè assalisce Castrogiovanni, che tentennava;
e, dubbiamente difesa, la espugna. Ma quel dì medesimo Nicosia
sollevasi, e poco stante molte altre terre; fino i Messinesi
dell'esercito levavano in capo: una stessa brama avea preso i
Siciliani tutti, nè bastava a trattenerli il veleno delle divisioni
municipali. In tal disposizione d'animi, un picciolo intoppo die' il
tracollo al conte di Catanzaro. Appena ributtato da uno assalto ad
Aidone, {17} le genti sue stesse il costrinsero a tornarsi a Messina;
e trovò a Messina una congiura, per disperder la quale invano
affrettossi a entrare in città, invano fe' sostenere in palagio
Leonardo Aldighieri[5] e parecchi altri cittadini de' quali più temea.
Infellonisce il popolo; ridomanda gl'imprigionati; e ottenutili non
s'acqueta, ma reca Leonardo in trionfo; capitan del popolo il grida;
«Viva il comune, fuori il vicerè!» con lui fermansi i patti, che dia
alcune castella in sicurtà, e libero sen vada con l'avere e la
famiglia. Così fu scacciata l'ultim'ombra della regia autorità.
Partitosi il conte, il popolo saccheggiò le sue case; ed ei, non
osservati gli accordi, attese in Calabria ad affortificarsi. Ma quivi
lo inseguiano le armi di Messina; imbatteasi ancora in quelle di
Manfredi: e, com'e' meritava, cacciato dalle une e dalle altre,
vagando senza aiuto nè consiglio, rifuggiasi in fine vergognosamente
alla corte del papa.

La Sicilia intanto senz'altri ostacoli alla bramata condizione si
condusse. Messina affratellata nel comun brio, diessi tutta, come
città rigogliosa, alle virtù e ai vizi delle italiane repubbliche.
Volle un podestà straniero; al quale uficio primo chiamò Iacopo de
Ponte, romano. Presa poi dalla sete delle conquiste, assalse e spianò
Taormina, ricusante d'ubbidirle; in Calabria occupò molti luoghi, e
tenne vivo il suo nome. E Palermo sospinta dagli stessi umori,
occupava il castel di Cefalù, e certo anco alcun'altra terra di mezzo.
Ma, quel che più rileva, intesa all'universale ordinamento, avea già
mandato oratore al papa a Napoli un Iacopo Salla, ad annunziare il
reggimento a comune sotto la protezion della Chiesa, assentito
dall'isola {18} tutta. Incontanente il papa spacciò vicario Ruffin da
Piacenza, de' frati minori: il quale era a grandissimo onore raccolto
in Palermo, in Messina, e per ogni luogo, e onorato con feste
popolaresche; al venir suo tripudianti gli si feano incontro
cittadini, e sacerdoti, e vecchi, e fanciulli; di palme e di rami
d'ulivo spargeangli il sentiero, come a liberator del paese; tutti si
inebriavan di gioia e di speranza nel nuovo stato. Richiamaronsi
allora un conte Guglielmo d'Amico, un Ruggiero Fimetta, ed altri
Siciliani usciti fin da' tempi dell'imperator Federigo, per umori
guelfi, o di libertà. Libertà gridavan tutti: le città, terre, e
castella si strinsero con patti reciproci: e su questa confederazione
il vicario pontificio comandava nel nome della Chiesa. Così intorno a
due anni si visse in Sicilia, dal cinquantaquattro al cinquantasei. In
Puglia e in Calabria, nel medesimo tempo, fu più contrastata la
dominazione tra i principi, che bramata dai popoli la libertà; perchè
men disposti v'erano che que' di Sicilia, e il papa, e Manfredi, ambo
vicini, a vicenda sforzavanli a ubbidire.

E ciò sol si ritrae dagli storici de' tempi. Quali fossero gli ordini
delle novelle repubbliche di Sicilia, se popolani, se misti
d'oligarchia, ne è ignoto. Forse nessuno ben saldo se ne statuì; forse
come i cittadini adunati a consiglio, deliberavano per l'addietro su i
negozi municipali, come i maestrali per l'addietro li amministravano,
fecesi allora in tutte le altre parti del governo. I vincoli scambievoli
delle città, i limiti dell'autorità del papa e del legato, i consigli
pubblici che a questo fosser compagni, non ricorda la istoria; se non
che abbiam documenti di concessioni feudali in Sicilia, fatte dal papa a
baroni parteggianti per esso; la qual cosa dimostrerebbe piuttosto la
confusione o l'usurpazione dei poteri pubblici, che l'esercizio di
quelli a buon dritto stabiliti. Nè alcuno scrittore ci ha tramandato
{19} in che stato rimanessero i feudatari; ma li veggiamo quale
appigliarsi di gran volontà a questa novazione, e quale ubbidirla tacito
e torvo, aspettando tempo; talchè è manifesto, che gli umori guelfi e
ghibellini divideano già il sicilian baronaggio. Mezz'anarchia fu
quella, e imperfetta lega di feudatari forti e parteggianti, di città
aduggiate dalle radici dell'aristocrazia e del principato; e debolmente
il nome della Chiesa li rannodava. Potea il tempo consolidar quello
stato, al par delle italiane repubbliche; ma il principato repente
risorto lo spense. E dalle novazioni i popoli voglion frutto più
prestamente che la natura non porta; e delusi gittansi allo estremo
opposto; l'invidia morde i privati; la parte che ama gli ordini vecchi
rimbaldanzisce. Questo in Sicilia seguì. Risorgea Manfredi in
terraferma; la parte pontificia mancava; trionfava in fine la sveva. A
ciò levaronsi i feudatari, che per costume, interesse e orgoglio
teneano, la più parte, pel re; i repubblicani si sgomenarono; e sì
rapido fu il precipizio, che pochi anni appresso, repubblica di vanità
l'appellava Bartolomeo di Neocastro.

Ondechè mentre Federigo Lancia riducea le Calabrie con un esercito per
parte sveva, un altro se n'accozzò di feudatari in Sicilia. Arrigo
Abate con esso entrò in Palermo; e imprigionò il legato del papa, e
quanti parteggiavano per lo stato libero. Corse per l'isola poi
vittorioso; ruppe a Lentini Ruggiero Fimetta, principal sostenitore
della repubblica, o de' feudi che per tal riputazione gli avea
largamente dato papa Alessandro: ma a Taormina trovò Arrigo assai duro
il riscontro; e si bilanciavan le sorti, se non era per la rotta che
toccarono i Messinesi in Calabria. Perocchè l'esercito loro, grosso di
cavalli e di fanti, osteggiando in quelle province i manfrediani, fu
colto con improvvisa fazione da Lancia, quando saccheggiata Seminara
sbadatamente movea per lo pian di Corona; e attenagliato {20} tra due
schiere, e con grande uccisione fu sbaragliato. Federigo Lancia a
questa vittoria insignoritosi al tutto della Calabria, minacciava
Messina, e con sue pratiche fomentava per Sicilia tutta la parte
regia. Prevalendo questa dunque in Messina, nè restando armi alla
difesa, il podestà, per dappocaggine o necessità, si fuggia;
rinnalzavasi il vessillo svevo; arrendeasi a Lancia la città. Pugnaron
ultime per la libertà Piazza, Aidone, e Castrogiovanni, e furono
soggiogate[6]. Così Manfredi tutti ridusse i popoli e di {21}
terraferma, e dell'isola; e breve tratto per Corradino regnò. Poi lo
scettro ripigliato col valor suo, render nol seppe a un fanciullo; diè
voce che questi fosse morto in Lamagna; e creduto o non creduto,
com'erede solo di Federigo, incoronossi in Palermo a dì undici agosto
milledugentocinquantotto.

E fortemente regnò Manfredi; e placar non potendo a niun patto la
corte di Roma, disperatamente la combattea. Si fe' capo dei
Ghibellini: rinnalzolli in Lombardia; fomentolli in Toscana; in Roma
stessa ebbe seguito, la quale non sottomessa per anco ai pontefici, e
reggendosi per un senatore, avea chiamato nuovamente a questo uficio
Brancaleone, uomo di alto animo, che si era, per comunanza di nimistà,
col ghibellino re collegato. Per le quali cose, non bastando ormai la
romana corte alla tenzone, affrettossi a compiere un antico disegno.
Già fin dalla morte del secondo Federigo, papa Innocenzo, perchè non
sentia nel sacerdotale braccio tanto vigore da regger Sicilia e
Puglia, nè troppo affidavasi in su quegli umori repubblicani, avea
cercato in ponente chi conquistasse con armi proprie lo stato, e con
nome di re dalla Chiesa tenesselo in feudo, e pagassele censo, e
servigio militare le prestasse. Così innalzato avrebbe in Italia un
possente capo di parte guelfa, {22} e campion della Chiesa. Donde,
mentr'ei qui chiamava i popoli a libertà, mercatavali come gregge,
prima con Riccardo conte di Cornovaglia, fratel del terzo Arrigo
d'Inghilterra; poi con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratel di
Lodovico IX di Francia; e in fine col fanciullo Edmondo, figliuolo del
medesimo Arrigo. Autentiche ne restano le bolle d'Innocenzo e dei
successori suoi, le epistole dei re, che queste pratiche rivelan
tutte, dalla romana corte per sedici anni condotte a cauto passo,
quand'ira o terrore non la stimolavano. E indefessa con brevi o legati
a sollecitare i principi, tirare a sè i cortigiani, promettere di ogni
maniera indulgenze, sparnazzare le decime ecclesiastiche di
cristianità tutta alla occupazione di Sicilia e Puglia, a questo
bandir la croce, a questo commutare i voti presi da re e da popoli per
la sacra guerra di Palestina. Spesso tra coteste pratiche, la corte di
Roma per bisogno di moneta, e necessità di difendersi o voglia
d'occupare alcuna provincia di Puglia, accattava danari con sicurtà su
i beni delle chiese d'oltremonti; e que' prelati sforzava a
soddisfarli; ai riluttanti mostrava la folgore delle censure. Alcuna
volta prendeva a permutar la bolla d'investitura con somme assai
grosse di danaro: poi la brama più forte di abbatter Manfredi, rimaner
la facea da cotesti guadagni. A lungo tuttavia si differì l'impresa,
come superiore alle forze di cui la trattava, e disperata quasi per la
potenza e virtù di Manfredi.

Di gran volontà s'era accinto a questa guerra di ventura Arrigo,
cupido dell'altrui, ma dappoco, e alla Gran Carta spergiuro, perciò
contrariato e travagliato da quegli indomiti propugnatori delle
libertà inglesi. Arrigo fermò i patti col papa, e la investitura
s'ebbe per Edmondo suo, e le armi faceasi a preparare; ma a tanti atti
ne venne arbitrari e stolti, e tanto increbbero in Inghilterra le
esazioni di Roma, che il parlamento pria trattenne il re dall'impresa;
{23} poi richiamandosi di questi e di mille altri torti, lo spogliò
del governo, lo calpestò: e in aspre guerre civili s'avvolse il reame.
Spezzavasi la pratica con Francia per niente simil cagione: chè quivi
obbedienti i popoli, mite e non debole il re, d'alto animo, ristorator
delle leggi, savio moderator del governo, e di pietà sì rara, che alla
morte sua fu canonizzato tra' santi. L'occupazione straniera menomava
la Francia in ponente; la usurpazione de' grandi feudatari dagli altri
lati; insanguinata riposava appena da una crociata infelicissima; pur
quello che più forte la distolse dalla siciliana impresa, fu l'animo
del re, abborrente dal guerreggiar con cristiani, e dar di piglio
nell'altrui. Però pertinacemente ricusava quel giusto: a lungo la
romana corte si dondolava tra lui e l'Inglese, da forza rattenuto, non
da coscienza. Ma quando vide costui prostrato, e sè stessa condotta
agli estremi dai Ghibellini e da Manfredi, la romana corte, come
disperata, adoprò tutt'arti a sforzar Lodovico. Drizzavasi a Carlo
d'Angiò, e alla donna sua, che, sorella a tre regine, avrebbe dato la
vita per cingersi un istante a fianco ad esse il diadema dei re[7]: e
mostrava a quegli ambiziosi animi spianato ogni ostacolo, fuorchè
l'ostinazione di Lodovico. Il papa indettò con vari accorgimenti
tutt'uomo che più valesse a corte di Francia. Strinse il re dal lato
più fiacco. Ammonivalo con lettere sopra lettere: non indurasse il suo
cuore; esser ormai irriverente e {24} presuntuosa la ripulsa, e ch'ei
laico dubbiasse a entrare in un'impresa chiarita onesta e giusta dal
successore degli apostoli, e da' cardinali suoi. Pennelleggiava la
Chiesa schiantata d'Italia per Manfredi, mezzo saracino, dissoluto
tiranno; l'eresia pullulante; profanati i sacri tempî; manomessi
vescovi e sacerdoti; spregiati gli anatemi; chiusa la via di
Terrasanta finchè la Sicilia stesse ribelle al pontefice[8]. Così
svolsero {25} all'impresa il re di Francia. Si trattavano insieme i
patti della concessione, tra i quali il papa pretendeva il dominio non
solo di Benevento e Pontecorvo co' loro contadi, ma quasi di tutta la
regione ch'oggi comprendesi ne' distretti di Napoli, Pozzuoli,
Caserta, Nola, Sora, Gaeta, e inoltre qua {26} e là per lo reame altre
città e terre[9]: ma infine moderandosi da Roma il prezzo, Carlo
comprò; e fu fermato il negozio con lo stesso Urbano IV; e per la sua
morte, decretato solennemente da Clemente IV, francese, appena ei salì
al pontificato. Urbano e Clemente seguivano entrambi l'antico studio
della romana corte a mutare per lo meno in signoria feudale quell'uso
di consiglio e di protezione negli affari temporali, ch'era divenuto
quasi comando in vari reami cristiani; la qual signoria tentò prima in
Inghilterra, poscia in Aragona, e più assiduamente su le italiane
province a mezzogiorno del Garigliano. Clemente promulgò a venticinque
febbraio milledugentosessantacinque la bolla, per la quale «il reame
di Sicilia, e la terra che si stende tra lo stretto di Messina e i
confini degli stati della Chiesa, eccetto Benevento,» furono conceduti
a Carlo, in feudo dalla Chiesa, per censo di ottomila once di oro
all'anno, e servigio militare al bisogno. Cento patti sottilissimi
dettò il papa a vietare l'ingrandimento del re: che nè allo impero
aspirasse, nè ad altra signoria in Italia, a sicurtà della {27} romana
corte, la quale il volea possente sì, ma non da soverchiare lei
stessa. Con ciò mutilati i dritti del principe nelle elezioni ai
vescovadi e agli altri beneficî ecclesiastici; toltigli i frutti delle
sedi vacanti; tolta ogni partecipazione nelle cause ecclesiastiche, e
riserbatene le appellazioni a Roma; fermata la franchigia de' chierici
dalle ordinarie giurisdizioni e dai tributi; e altre condizioni men
rilevanti. Tra quegli squisiti accorgimenti di regno, si risovenne pur
Clemente degli uomini del paese non suo che vendea: stipulò per loro i
privilegi goduti già sotto Guglielmo II, il re più mite e giusto, e
temperante dallo aver dei sudditi, che nelle siciliane istorie si
registrasse[10].

A furia allor si misero in punto le armi, e gli armati per la guerra a
Manfredi. Corsi erano ormai diciassette anni dalla sconfitta
dell'esercito crociato: ridondava la Francia {28} di baroni, e
cavalieri, e uomini d'arme, fastiditi del viver civile sotto le leggi,
bramosi di operare, e di acquistar gloria e sustanze. Veniano di
Fiandra per la cagione stessa altri guerrieri di ventura. Venian di
Provenza, la quale appartenne negli antichi tempi al reame di Francia;
spiccossene dietro la morte di Carlo Magno nel secol nono; fu feudo
dello impero; poi, rompendo il debil freno, si resse {29} per suoi
conti sovrani; ed or da Beatrice, ultima di quel sangue, era stata
recata in dote a Carlo d'Angiò. Quell'acerba signoria, onde la Puglia
poi pianse e la Sicilia insanguinossi, spaziavasi già in Provenza:
fraude e forza aveano spogliato di lor franchige repubblicane
Marsiglia, Arles, Avignone: tra cupida dell'altrui avere, e tremante
del suo tiranno, correa Provenza alle armi per aggrandirlo. Smugneanla
di danari Carlo e Beatrice; costei fino i suoi gioielli impegnò; altra
moneta fornì re Lodovico; altra ne tolse in presto il conte d'Angiò da
Arrigo di Castiglia, e da mercatanti e baroni. Così raggranellando di
che provvedere ai preparamenti, si raccolsono i guerrieri, ai quali il
bando della croce era pretesto, scopo l'acquisto: e venivano sotto la
insegna di ventura dell'Angioino, chi condotto per soldo, chi
conducendo del suo un picciol drappello, quasi messa di gioco o di
commercio, per guadagnar poderi nell'assaltato reame. Sommavano a
trentamila, tra cavalli e fanti: e però esercito lo appellano le
istorie, non masnada di ladroni, congregati di là dei monti a
riversarsi in Italia, a scannar per rubare, e comandar poi, e
ribellione chiamar la difesa.

Per arrisicato viaggio di mare, schivando l'armata fortissima di
Manfredi, Carlo con un pugno d'uomini venne in Italia: di giugno
milledugentosessantacinque prese l'uficio di senator di Roma,
assentitogli temporaneamente dal papa: d'autunno le sue genti,
valicate le Alpi, non trovarono {30} riscontro nei Ghibellini
d'Italia; dei quali chi fu compro, e chi tremò. E così la fortuna, che
annulla d'un soffio gli umani consigli, volgea le spalle a Manfredi.
Le divisioni d'Italia a lui nocquero fieramente, risorgendo i Guelfi a
quelle novità; nocquegli la possanza della Chiesa; ma il voltabile
animo de' suoi baroni fu che disertollo; e la mala contentezza dei
popoli, causata dalle spesse e gravi collette, dal piover degli
anatemi, dai mali tanti che la lotta con Roma avea partorito. Sdegno e
necessità di assicurarsi, aveano cacciato innanzi Manfredi in tutto il
tempo del suo regno; nè avea ascoltato i richiami de' popoli, che
lunghi anni si sprezzano, ma suona un'ora alfine che morte ne scoppia
e sterminio.

Quest'ora già rapiva Manfredi: e sentiala il grande, ma volle mostrare
il volto alla fortuna. Tedeschi e Italiani accozzava, e quanti
Pugliesi credea fedeli, e i Saraceni siciliani trapiantati in
terraferma, che odiosi a tutti teneano a lui solo: e attendeva a
ingrossare l'esercito, e temporeggiarsi col nemico, cui l'indugio era
ruina. Correa rigidissimo il verno. Carlo d'Angiò con la regina, s'era
incoronato già in Vaticano a dì sei gennaio del sessantasei:
stringealo la diffalta di danari a vincer tosto, o sciogliere
l'esercito. Ondechè difilato e precipitoso veniane, con un legato del
papa, con aiuti de' Guelfi: e a Ceperano pria si mostrò; dove
tradimento o codardia sgombravagli il passo del Garigliano[11], e per
lieve avvisaglia schiudeagli {31} San Germano et Rocc'Arce; e valicar
gli facea senza trar colpo il Volturno. Solo a Benevento si pugnò, a
dì ventisei di febbraio, perchè v'era Manfredi, nè Carlo udir volle di
pace. Pugnaron, dico, i Tedeschi, e i Saraceni di Sicilia; fuggiron
gli altri; vinse con grande strage l'impeto francese. Allor Manfredi
avventossi tra' nemici a cercar morte; e se l'ebbe. Tra mille cadaveri
trovato il suo, gli alzarono i soldati nemici una mora di sassi; e poi
pur quell'umile sepoltura gli negò l'odio del legato pontificio: e le
ultime esequie dello eroe svevo, fur di gettarlo a' cani sulle sponde
del Verde.

E Napoli fe' plauso al conquistatore: la ribellione, la rotta dello
esercito, il fato del re, fecer piegare il resto di Puglia e di
Calabria, e la Sicilia arrendersi; sol tenendo fermo que' Saraceni
fortissimi in Lucera. Alla grossa partironsi i tesori del vinto, tra
Carlo, Beatrice, e lor cavalieri: s'ebbono quei soldati di ventura,
dignità e terre. E i popoli, che per mutar di signori rado mutano al
meglio lor sorti, ne avean pure l'usata speranza; parendo che nella
pace s'allevierebbero i tributi, ordinati a sostenere quella
pertinacissima guerra contro la corte di Roma.


NOTE

  [1] Manfredi nacque di Federigo, e di una nobile donna della famiglia
    de' Lancia, che poi vicina al morire fu sposata dall'imperatore,
    divenuto già vedovo. Con questo alcuni pretendeano legittimare
    Manfredi.

  [2] Scorrendo rapidamente i preliminari, e toccando punti istorici
    notissimi, io lascerò indietro le citazioni infino al
    cominciamento della dominazione angioina. Le noterò solo in alcun
    luogo più importante. Così è questo delle pratiche di papa
    Innocenzo a fomentare gli umori repubblicani in Puglia e in
    Sicilia. Esse ritraggonsi non solo dagli storici contemporanei, ma
    sì da' brevi del papa, dati a 24 aprile 1246--23 gennaio e 13
    dicembre 1251--18 ottobre e 2 novembre 1254, recati da Raynald,
    Ann. eccl., negli anni rispettivi, §§. 11--2, 3, 4--63, 64.
    _Quod vobis sicut gentibus coeteris aliqua provenirent solatia
    libertatis:--universitas vestra in libertatis et quietis gaudio
    reflorescat:--habituri perpetuam tranquillitatem et pacem, ac
    illam iustissimam et delectabilem libertatem qua coeteri
    speciales Ecclesiæ filii feliciter et firmiter sunt
    muniti_--queste e somiglianti son le frasi del papa.

  [3] Il numero delle città grosse era considerevole in Sicilia, molto
    più che nel regno di Napoli, come io farò osservare in piè del
    Docum. II.

    È da avvertire che il di Gregorio (Considerazioni su la storia di
    Sicilia, lib.2, cap. 7; lib. 3, cap. 5, e lib. 4, cap. 3) non
    sembra molto esatto nelle sue idee su l'importanza de' comuni
    siciliani, nei secoli duodecimo e decimoterzo. Forse i tempi
    sospettosi in cui scrisse questo valente uomo, l'indole morbida, i
    timori, le speranze, i riguardi di lui, ch'era istoriografo regio
    e prelato, lo portarono a presentare in tal guisa l'elemento
    democratico, se così può chiamarsi, dell'antica nostra
    costituzione. Sforzato dai molti documenti, egli accetta che
    alcune città avessero proprietà comunali, che le adunanze popolari
    deliberassero sopra alcuni negozi municipali, ed eleggessero
    alcuni officiali pubblici; accetta la tendenza, com'ei dice,
    pericolosissima delle nostre città alle forme repubblicane, e il
    sospetto che n'avea preso l'imperator Federigo, e le caute
    concessioni alle quali si mosse; e con tutto ciò, credendo
    commesso ad officiali regî il maneggio di faccende che piuttosto
    poteano appartenere a' magistrati municipali, conchiude assai
    frettolosamente, che infino a' tempi di Federigo imperatore non
    v'ebbero in Sicilia forme municipali propriamente dette; che
    quegli ne creò un'ombra; e che i comuni non presero stabilità e
    forza che ai tempi aragonesi. Io credo che ben altro risulterebbe
    da una ricerca de' documenti, da una investigazione delle
    tradizioni storiche, da una istoria infine delle municipalità
    siciliane, che con tempo, spesa, fatica, si potrebbe compilare. E
    pur mancando questo lavoro, parmi poter giudicare l'importanza di
    quelle municipalità nel secolo decimoterzo: in primo luogo dalla
    loro tendenza repubblicana, evidente ancorchè immatura; e in
    secondo dall'esistenza delle adunanze popolari, le quali son
    certamente l'elemento più forte di governo municipale, e poco
    importano del resto i nomi e gli ufici dei sindichi, giurati,
    borgomastri o somiglianti magistrati esecutivi. S'aggiunga a
    questo, che il di Gregorio cita i maestri de' borghesi ne' tempi
    normanni, e poi non ne fa più caso; e che il suo argomento,
    fondato su poche carte, potrebbe valere forse pei tempi nostri in
    cui la legge municipale è uniforme e universale, ma non per que'
    secoli in cui non v'erano che privilegi speciali, difformi l'un
    dall'altro, dati in tempi e in circostanze diverse. E ricordinsi
    infine le parole di Ugone Falcando egregio istorico del secol XII,
    che narrando la ripugnanza de' borghesi siciliani a soffrire i
    dritti pretesi da qualche novello barone francese, li chiama
    _cives oppidanos_, _cives liberos_; e nota espressamente
    ch'essi godeano libertà e franchige, _non juxta Galliæ
    consuetudinem_. Il vocabolo _cives liberos_, usato con tal
    significazione, ci rende certi della esistenza delle corporazioni
    municipali.

    Perciò io tengo per fermo, che le nostre municipalità, avanzo de'
    tempi greci, romani, bizantini, e forse non distrutte da'
    Saraceni, i quali non aveano la smania di vestir tutto il mondo
    alla lor foggia, furono parte dell'ordine dello stato nei tempi
    normanni: che anzi, crescendo gli umori municipali in Sicilia sì
    come nella terraferma italiana l'imperator Federigo pensò
    ripararvi dall'una parte con le minacce, dall'altra con le
    concessioni: che, falliti i disegni repubblicani del 1254, le
    municipalità sotto Manfredi e Carlo d'Angiò continuarono ad essere
    un utile strumento di governo, massime nella riscossione delle
    entrate pubbliche, nell'armamento delle navi, de' fanti, e simili
    bisogni pubblici: che nella rivoluzione del vespro senza dubbio si
    levarono a maggior potenza, senza mutare perciò i loro ordini
    semplici e gagliardi: e che sotto gli Aragonesi la esclusione de'
    nobili dagli ordini municipali, e la istituzione dei giurati,
    furono senza dubbio grandi passi, ma non costituirono l'importanza
    del governo comunale, che stava nelle adunanze popolari. I giurati
    furono dapprima un tribunato, o un pubblico ministero, che
    vegliava alla retta amministrazione della giustizia nel proprio
    comune, e alla condotta degli uficiali regi; nè amministravano in
    quella prima istituzione le cose del municipio, ch'è stato per lo
    più un uficio insignificante, e, come dicono gl'Inglesi, «servente
    il tempo,» e stromento docilissimo del potere assoluto.

    Oltre a ciò è noto, che nelle monarchie feudali le nazioni furon
    piuttosto aggregati di vari piccioli corpi politici, che comunanza
    di uomini regolata dall'azione diretta del governo. Il poter
    sovrano in molte parti dell'ordinamento civile non operava su
    gl'individui, ma su i loro rappresentanti: volgeasi a ciascun
    corpo di vassalli feudali per mezzo del barone, a ciascun corpo di
    borghesi per mezzo della municipalità. Ondechè, se in tutt'altra
    monarchia feudale de' secoli XII e XIII era ormai necessaria la
    esistenza delle municipalità, sembrerà impossibile che mancassero
    in Sicilia, ove la feudalità nacque sì moderata; ov'erano molte
    proprietà allodiali, grosse e superbe città, e perciò una vasta
    massa di popolazione su la quale il governo non avrebbe saputo
    agire senza il mezzo de' corpi municipali, massime in ciò che
    risguardasse la contribuzione ai bisogni, pubblici, sia con
    servigio personale, sia con moneta.

  [4] Chron. Mon. S. Bertini, presso Martene e Durand, Thes. nov. Anec.
    tom. III, pag. 732.

  [5] Questo è il medesimo cognome di Dante, che si scrivea
    _Aldigherius_ nel secolo XIV, come veggiamo nel comento di
    Benvenuto da Imola. Ma non v'ha alcuna memoria del comun lignaggio
    tra Leonardo Aldighieri e 'l poeta fiorentino.

  [6] La narrazione di questa repubblica in Sicilia è cavata da:

    Bart. de Neocastro, Hist. sic., cap. 2, 4, 5, 47, 87.

    Saba Malaspina, in Caruso, Bibl. sic., v. 1, pag. 726 a 736, e
    753, e in Muratori, R. I. S. tom. VIII.

    Nic. di Jamsilla, in Muratori, R. I. S. tom. VIII.

    Cronaca di Fra Corrado, in Caruso, Bibl. sic., v. 1, anni 1254 e
    1255.

    Appendice al Malaterra, in Muratori, R. I. S. tom. V, pag. 605.

    Raynald, Ann. eccl., 1254, §§. 63 e 64, e 1256, §§. 30, 31, 32.

    Breve di papa Alessandro IV ai Palermitani, dato a 21 gennaio
    1255, tra' Mss. della Biblioteca comunale di Palermo Q. q. G. 2;
    pubblicato dal Pirri, Sic. sacra t. II, p. 806, dove si legge:
    _ut per convenciones et pacciones inter civitates et castra et
    alia loca tocius loci Siciliæ inhitas, nec non et per privilegia
    super iis eis concessa, vobis in Ecclesiæ romanæ devocione
    persistentibus et civitati vestræ nihilum in posterum præjudicium
    generetur_. Un altro breve di Alessandro al podestà, consiglio,
    e comune di Palermo, dato di Laterano l'8 gennaio an. 2º, li
    ammonisce alla restituzione del castello, rocca, e altri beni
    occupati da loro al vescovo di Cefalù. Ne' Mss. della Biblioteca
    com. di Palermo Q. q. G. 12; e citato dal Pirri, Sic. sacra, tom.
    II, pag. 806.

    Breve dato di Napoli a 29 gennaio 1255, indirizzato a frate
    Ruffino de' minori, cappellano e penitenziere del papa, vicario
    generale in Sicilia e Calabria del cardinale Ottaviano legato.

    Bolla data di Anagni a 21 agosto 1255, al medesimo frate Ruffino,
    che comincia così: _Eximia dilecti filii nobilis viri Roglerii
    Finectae fidelis nostri merita sic preeminent et prefulgent,
    etc._ Il papa, non sapendo abbastanza premiar questo Ruggiero
    Fimetta, gli concedeva in feudo Vizzini, Modica, Scicli, e
    Palazzolo, castelli che rendeano, dice la bolla, a un di presso
    dugento once all'anno.

    Bolla del 27 agosto del medesimo anno al medesimo frate Ruffino.
    Concedesi in feudo a Niccolò di Sanducia, fratel cognato di
    Ruggier Fimetta e testè tornato in fede della Chiesa, il casale
    _Scordiæ Suitan situm in territorio Lentini_.

    Questi tre diplomi, cavati da' registri Vaticani, Epistole n. 574
    e 121, leggonsi in Luca Wadding, Ann. minorum, Roma, 1732, tom.
    III, pag. 387, 537 e 539.

    Breve di Urbano IV, cavato da' diplomi della Chiesa di Girgenti, e
    pubblicato dal Pirri, Sic. sacra, tom. I, p. 704, nel quale si fa
    parola dell'imprigionamento del vicario frate Ruffino.

    Di costui in fine dà notizia un altro breve del 13 novembre 1254,
    recato dal Pirri nello stesso luogo; nel quale diploma è notevole,
    che il papa concedea al vescovo di Girgenti alcuni dritti del
    regio fisco.

    Il guasto dei poderi della corona in Caltagirone, si scorge da un
    privilegio in favore di quella città, dato da Manfredi, balio di
    Corradino; il quale è citato dal P. Aprile, Cronologia della
    Sicilia, cap. 27.

  [7] Si narra che in una festa a corte di Francia, Beatrice, contessa
    di Provenza, fu cacciata dal gradino ove sedeano le due sorelle
    minori, regine, l'una di Francia, l'altra d'Inghilterra (la terza,
    ch'era assente, fu moglie di Riccardo d'Inghilterra, re de'
    Romani); ond'ella si tornò dispettosa e piangendo alle sue stanze;
    e Carlo, saputa la cagione di questo femminile cordoglio,
    baciandola in bocca, le dicea: «Contessa datti pace, che io ti
    farò tosto maggiore reina di loro:» e ciò lo stigava oltremodo
    all'impresa di Sicilia.

    Gio. Villani, lib. 6. cap. 90. ed di Firenze 1323.

    Ramondo Montaner, cap. 32.

    Cron. di Morea, lib. 2, pag. 39, ed. Buchon 1840.

  [8] Raynald, Ann. eccl., an. 1253 e seg.

    Si vegga altresì Hume, Storia d'Inghilterra--Arrigo III, cap. 12,
    dov'è citato Matteo Paris.

    Duchesne Hist Franc. Script. tom. V, pag. 869 a 873.

    I documenti delle pratiche de' papi per la concessione del reame
    ad alcuno de' principi nominati, leggonsi presso:

    Lünig, Codice diplomatico d'Italia--Napoli e Sicilia--tom. II, n.
    30 a 42.

    Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, ed. Londra, 1739, tom. I, pag.
    477 e seg. ove son citati questi documenti:

    3 agosto 1252.--Innocenzo IV, a re Arrigo III, tom. I, pag. 477.

    28 gennaio 1253.--Diploma d'Arrigo III, pag. 893.

    14 maggio 1254.--Innocenzo IV all'arcivescovo di Canterbury, etc.,
    pag. 511.

    Questo è il primo documento ove si parli della concessione al
    principe Edmondo. Il papa comanda si accatti danaro per la
    impresa, con sicurtà su i beni delle chiese d'Inghilterra.

    14 maggio 1254.--Altri quattro brevi d'Innocenzo IV, pag. 512 e
    513, dall'ultimo de' quali si vede che re Arrigo era stato
    dubbioso a muovere contro un principe congiunto suo, e che il papa
    il confortava.

    22 maggio 1254.--Innocenzo IV ad Arrigo III. Che non ispenda
    danaro in cose profane, nè sacre, e tutto serbi alla impresa di
    Sicilia, p. 515. Allo stesso effetto ci è una epistola alla
    regina, una a Pietro di Savoia.

    23 maggio 1254.--Innocenzo IV ad Arrigo III.

    31 detto.--Innocenzo IV ad Arrigo III.

    9 giugno 1254.--Innocenzo IV ad Arrigo III.

    14 ottobre 1254.--Arrigo III, come tutore di Eduardo re di Sicilia
    a' prelati, conti, baroni, militi e liberi nomini di questo reame,
    p. 530.

    17 novemb. 1254.--Innocenzo IV ad Arrigo III.

    ...... 1255.--Alessandro IV. È uno scritto delle condizioni alle
    quali si concede il reame di Sicilia e Puglia a Edmondo, p. 893.

    21 aprile 1255.--Alessandro IV ad Arrigo III. Perchè paghi una
    somma di danaro, spesa dalla corte di Roma per l'occupazione di
    Puglia, pag. 547.

    3 maggio 1255.--Alessandro IV commuta nella impresa di Sicilia il
    voto preso da re Arrigo per Terrasanta, pag. 547.

    7 detto.--Altra bolla sullo stesso soggetto, p. 548.

    11 detto.--Alessandro IV scrive aver commutato alla impresa stessa
    il voto del re di Norvegia e de' suoi, pag. 549.

    12 detto.--Altra bolla allo effetto stesso.

    13 detto.--Alessandro IV ad Arrigo III, p. 550.

    15 detto.--Bolla dello stesso perchè si riscuotessero da Arrigo
    per la impresa siciliana que' denari in cui erano stati mutati i
    voti presi da molte persone per guerreggiare in Terrasanta; e si
    richiedessero anche dagli eredi, p. 551.

    16 detto.--Bolla dello stesso pel voto del re Arrigo III, pag. 552.

    21 detto.--Per lo giuramento di Edmondo alla corte di Roma. Pag. 553

    30 novembre 1255.--Per lo giuramento di Edmondo alla corte di Roma.
    pag. 573

    5 febbraio 1256.--Alessandro IV al vescovo di Hereford, perchè
    sulle decime d'Inghilterra si pagassero i debiti contratti dal
    papa per l'impresa di Sicilia, pag. 581.

    27 marzo 1256.--Arrigo III al papa. Scrive non potere, per le
    turbazioni del regno suo, mandar forze in Italia, nè fare al papa
    il pagamento, ch'ei volea prima di ogni altro, per le spese
    sostenute da Roma negli assalti del regno. Era di 135,541 marchi;
    e dice Arrigo: _Non enim credimus quod hodie princeps aliquis
    regnet in terris, qui ita subito tantam pecuniam possit habere ad
    manus._

    Altre lettere simili a vari cardinali leggonsi a pag. 587.

    .... 1256.--Eduardo primogenito di Arrigo III, dà un giuramento
    per questo negozio di Sicilia, pag. 586.

    11 giugno 1256.--Alessandro IV a re Arrigo III, pag. 593.

    27 settembre 1256.--Bolla che proroga il termine dato ad Arrigo
    per l'impresa di Sicilia, pag. 608.

    .... detto.--Bolla che obbliga i prelati di Scozia a pagare il
    danaro tolto in presto dal papa per la guerra di Sicilia, pag.
    608.

    6 ottobre.--Alessandro ad Arrigo III, pag. 611.

    9 novembre.--..... pag. 612.

    10 maggio 1257.--Arrigo III al papa. Scrive avere con
    l'arcivescovo di Morreale, legato del papa, ordinato l'impresa, e
    scelto il capitano, pag. 620.

    .. Maggio 1257.--Arrigo al papa. A questo effetto ha fermato pace
    col re di Francia.

    3 giugno 1257.--Alessandro IV al suo nunzio in Inghilterra.
    Riscuota il danaro tolto in presto sulle decime, non ostante il
    divieto del re, che già si noiava della spesa.

    E moltissime altre, che sarebbe lungo e non utile a noverare.

    Leggonsi anche questi ed altri documenti negli Ann. eccl. di
    Raynald, tom. II et III. Nè li ho citato, parendomi inutile
    replicare le autorità per fatti sì certi.

  [9] Le trattative leggonsi in una bolla d'Urbano IV, data d'Orvieto
    il 26 giugno 1263, che contiene a un di presso le condizioni della
    bolla di concessione di Clemente IV; se non che il papa domandava
    o quelle ricche province col censo di due mila once d'oro, o, per
    tutto il regno, il censo di dieci mila; riserbandosi sempre
    Benevento. Si contentò poi di dare tutto il regno per once otto
    mila all'anno. Questa bolla sarà in breve pubblicata dall'erudito
    sig. Alessandro Teulet, che l'ha cavato dagli Archivi del reame di
    Francia, e me l'ha gentilmente comunicato.

  [10] Lünig, loc. cit. n. 43.

    Ecco il sommario di questa bolla, data di Perugia il quarto dì
    anzi le calende di marzo dell'anno primo di Clemente IV.

    Discorso a lungo della concessione precedente a Edmondo
    d'Inghilterra, la quale si replica esser nulla, per le non
    adempiute condizioni, e per la mancanza di un atto in buona forma;
    il regno di Sicilia, con tutta la terra tra lo stretto e i confini
    dello stato della Chiesa, è dato a Carlo d'Angiò, che prima della
    festa prossima di san Pietro, vada a Roma per l'investitura,
    mentre il cardinale delegato a questo negozio in Francia gli
    darebbe un sussidio sulla decima delle chiese, e predicherebbe la
    croce contro Manfredi.

    Le condizioni della concessione sono:

    1. Resti Benevento alla Chiesa.

    2. Carlo, e i suoi, e gli eredi non possano avere proprietà, nè
    autorità in alcuna terra appartenente alla Chiesa di Roma.

    3. Diansi alcuni privilegi a Benevento.

    4. Ordine della successione, con la ricadenza alla Chiesa, in
    difetto di eredi legittimi e del sangue.

    5. Censo di ottomila once di oro alla Chiesa, in ogni anno; e
    scomuniche e caducità dal regno se non si paghi.

    6. Dopo l'acquisto del reame, in tutto o in parte, Carlo paghi
    alla Chiesa 50,000 marchi per le spese sostenute da lei.

    7. Presenti al papa un palafreno bianco ogni tre anni.

    8. Ne' bisogni della Chiesa mandi 300 uomini d'arme (cioè da 900,
    a 1,200 cavalli) per tre mesi in ciascun anno; il qual servigio si
    possa rendere in vece con navi armate.

    9. I re di Sicilia e Puglia prestin omaggio ad ogni papa.

    10. Non dividano il territorio. Qui è la formola del giuramento
    ligio che debban rendere a Roma.

    11. Non possano essere imperatori, nè re de' Romani, o di
    Teutonia, nè signori in Lombardia, o Toscana.

    12. Gli eredi loro, se eletti ad alcuna di queste signorie,
    lasciala.

    13. Le eredi del regno non si maritino a principi di quelle
    regioni.

    14. Stabilito un giuramento per le condizioni dell'art. 12.

    15. Se il re sia eletto imperatore, emancipi il figlio, e gli
    lasci questo reame.

    16. Simile condizione per le donne eredi del trono.

    17. La donna erede del trono non si mariti senza piacimento del
    papa.

    18. Esclusi i bastardi dalla successione.

    19. Il regno non si unisca mai ad altro d'Italia, nè all'impero.

    20. Caducità e scomunica, se il re occupi terre della Chiesa.

    21. Restituiscansi, sotto gli occhi di commissari del papa, i beni
    mobili e immobili tolti alle Chiese.

    22. Libertà delle elezioni ecclesiastiche, salvo il padronato
    regio. Facciansi in Roma le cause ecclesiastiche.

    23. Rivocazione degli statuti svevi contro le immunità
    ecclesiastiche.

    24. Immunità degli ecclesiastici da' giudizi ordinari.

    25. E dalle gravezze.

    26. Restino alla Chiesa i frutti delle sedi vacanti.

    27. I feudatari e i sudditi abbiano le immunità e i privilegi
    goduti sotto Guglielmo II.

    28. Rientrino gli esuli a piacer della Chiesa.

    29. Divieto di ogni lega contro la Chiesa.

    30. Liberazion de' prigioni sudditi del papa. Restituzione dello
    stato al duca di Sora. Rivocazione delle concessioni di feudi o
    altri beni per Federigo, Corrado, e Manfredi.

    31. Carlo venga all'impresa, con esercito non minore di 1,000
    uomini di arme (contando 4 cavalli per ogni uomo di arme), 300
    balestrieri, ec, ec.

    32. Venga in tre mesi dopo la concessione.

    33. Le condizioni scritte di sopra valgano pei successori di lui.

    34. E compiuta che sia l'impresa, abbia il privilegio di
    concessione con la bolla di oro.

    35. Non tenga per tutta la sua vita l'uficio di senator di Roma.

    36. Lascilo anzi nel termine di anni tre; e intanto lo eserciti a
    favor della Chiesa, e disponga per lei i Romani.

  [11] Tutti questi casi della conquista di Carlo ritraggonsi da:

    Saba Malaspina, lib. 3, cap. 1.

    Ricordano Malespini, cap. 179, ambo, presso Muratori R. I. S.,
    tom. VIII, e da molti altri contemporanei.

    Del resto ved. Muratori, Annali d'Italia, 1266.

    E ricordisi in Dante:

        A Ceperan, là dove fu bugiardo
          Ciascun Pugliese.       _Inf._, c. 28.

          L'ossa del corpo mio sarieno ancora
        In co' del ponte, presso a Benevento,
        Sotto la guardia della grave mora:
          Or le bagna la pioggia, e muove 'l vento
        Di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
        Ove le trasmutò a lume spento.       _Purg._, c. 3.




CAPITOLO III.

La vittoria di Carlo innalza parte guelfa in Italia. Risorgon pure i
Ghibellini, e chiaman Corradino all'impresa del regno. Sollevasi per
lui la Sicilia. È sconfitto a Tagliacozzo, e dicollato a Napoli. Carlo
spegne la rivoluzione in terraferma con rigore, in Sicilia con
immanità. Eccidio d'Agosta. 1266-1268.


S'eran riscossi i Guelfi alla passata di Carlo, aiutato l'aveano
all'impresa, ed ora partecipando della vittoria, tutta Italia
ingombravano, rafforzati dalla riputazione e dalle armi del re. E
vacando tuttavia l'imperial seggio, papa Clemente, che alcuna autorità
non n'avea, dette al re il titolo di vicario dell'impero in Toscana,
per aprirgli la strada a più larga ambizione. Così mutossi per parte
guelfa lo stato di tutte le province italiane; al nome ghibellino non
restando che Siena e Pisa: gli altri uomini di questa parte, attoniti
più che spenti, cedeano il campo, chi esule, chi acquattato in patria;
e tutti covavan rancori. Ond'e' guardarono in Lamagna a Corradino,
entrato già nell'adolescenza, e verace signore di Sicilia e di Puglia;
i quali stati, com'or feano piegar le bilance pe' Guelfi, l'avrebber
mandato giù, se renduti a casa sveva. Con loro s'intendeano gli usciti
di que' reami, e i partigiani che s'eran sottomessi a Carlo; i quali
non avean saputo difender Manfredi, ed or pensavano a rifar guerra.
Rincoravali la mala contentezza di questi popoli, che sotto Carlo non
sentiano scemare i tributi, crescer anzi la molestia de' ministri e
degli officiali infiniti del re, ingordi, inquisitivi, superbi, più
insopportabili come stranieri, e in Sicilia peggio, perchè ai non domi
con le armi peggio puzza un'insolente dominio. Amaramente piangean
Manfredi, da loro lasciato correre alla morte come quei che togliea
parte {33} di lor sostanze, per trovar ora chi tutte rapiale, e per
ammenda le persone manomettea.

Entro un anno dunque dal subito conquisto, risvegliansi, congiurano e
Ghibellini, e usciti del regno, e baroni sottomessi a Carlo, e
stranieri principi. Adunan moneta i Ghibellini; volenteroso entra
Corradino nell'impresa; il duca d'Austria il segue, giovanetto e
congiunto suo; seguonlo per amor di parte o d'acquisto molti baroni e
uomini d'arme di Lamagna. Fin d'Affrica sursero per lui due perduti
uomini del sangue regio di Castiglia, Arrigo e Federigo; che di lor
patria fuggiti, combatteano a' soldi del re di Tunisi; e infastiditi,
o a lui venuti in sospetto, rituffaronsi nelle brighe de' battezzati:
ma Arrigo ancora cocea privato rancore contro Carlo, perchè avendogli
dato in presto, quand'ei si preparava alla impresa, una grossa somma
di danari raccolta da lui in Affrica e serbata a Genova, Carlo, preso
il regno, nè dette feudi o stati ad Arrigo, nè rendea la moneta, ma
menzogne di cortesia; e stucco de' richiami dello Spagnuolo, gli parlò
leonino[1]. Perciò Arrigo cercava vendetta. Ad annodar que' fili
giravan di qua, di là i più vivi partigiani; Corrado Capece corse e
ricorse tra Lamagna e Tunisi. E fur sì destri, che l'anno stesso
sessantasette Corradino, con quattro migliaia di cavalli tedeschi e
parecchie di soldati a piè, calava in Verona: Roma tumultuando
chiamava senatore don Arrigo di Castiglia: si levavano da per tutto i
Ghibellini: tumultuava la Sicilia contro re Carlo.

Perchè don Federigo e Capece non prima sepper la passata di Corradino,
che mosser d'Affrica, sì come s'era ordinato, a rizzare in quest'isola
l'insegna sveva. Con una ventina di cavalli, e poche centinaia di
fanti raunaticci, spagnuoli, toscani, tedeschi, saraceni, posero sulle
spiagge meridionali {34} a Sciacca. Capece si promulga vicario del re;
spaccia messaggi ai già disposti e consapevoli; bandisce la
proclamazione di Corradino, esortante i popoli a sorger nella santa
causa di lui: fanciullo, l'avevan tradito il fratel del padre suo, il
pastor supremo della Chiesa; or adulto, e in sull'armi, e affidato
nella lealtà dei sudditi, veniva a scacciare l'oppressor loro,
l'usurpatore del regno. Rapida corse dell'arrisicato sbarco la fama,
gratissima ai nostri, poco formidabile dapprima a' Francesi, che fecer
sembiante di spregiarla; e Fulcone di Puy-Richard, reggitor dell'isola
per Carlo, tutto sdegnoso mosse con forte oste de' suoi e di milizie
feudali siciliane a schiacciare gli assalitori. I quali come videro il
nimico vicino, fidati nelle lor pratiche, escon tosto al
combattimento: e al primo scontro i feudatari siciliani s'infingon di
fuggire; poi s'arrestano, straccian le bandiere d'Angiò, spiegan le
sveve, e minacciosi stringonsi a schiera. Fulcone allora, lasciato il
campo, più che di passo si rifuggì in Messina. E questa, con Palermo e
Siracusa, restaron sole in fede; nel rimanente della Sicilia divampò
un subito incendio, gridando tutti il nome di Corradino: nè a lui però
ubbidirono, nè a Carlo, ma a posta sua ciascun disordinatamente si
prevalse. Sbigottite e poche le armi provenzali; poche e disordinate
quelle di don Federigo e di Capece; il malo studio delle parti,
entrato già in questa terra, non crescea forza ad alcuno de'
contenditori, ma sfogavasi in particolari vendette. Perocchè alla
venuta di re Carlo, un talento servile, o una speranza di guadagno e
autorità, molti precipitò a prostrarsi alla nuova dominazione, lor
viltà onestando sotto specie di parteggiare per quella; molti più
profondamente l'abborrirono. Ferracani i primi, Fetenti s'appellarono
gli altri: nomi d'ignota origine, che nelle nostre istorie son oscuri,
e mertanlo; perocchè s'udian solo in questa rivoluzione, l'uno e
l'altro per villani misfatti. Il mal governo poi di re Carlo fu {35}
amara ma certa medicina a dileguar queste fazioni in un
ferocissim'odio comune. E così nel vespro appena si vide un'ombra di
parte; ma restò solo per detto di contumelia e villania il nome di
Ferracano; che traditor della Sicilia suonava, e partigiano de'
tiranni stranieri.

Nè a particolareggiare i casi atroci di quest'anarchia del
sessantasette, vo' dilungarmi or io dal bello argomento propostomi.
Dirò solo quali odî seminassersi allora, che render doveano il vespro
più sanguinoso e più grande; perocchè spesso nasce il bene dai mali
estremi; e convien sia colma la misura a far che gli uomini tra lor
mense, e amori, e guadagni, e ambizionucce, ed ozi onesti, ed ozi
vituperevoli, ricordinsi d'esser cittadini, talchè, arrischiando per
poco questa vita sì breve e amara, nella causa pubblica risorgano. La
quale altra è che lo sciogliersi a misfare senza modo nè grande
intento, come allora in Sicilia avveniva. Baroni, borghesi, vassalli
con rapine e omicidî e violenze d'ogni maniera laceravansi tra loro: i
deboli, al solito oppressi da' nemici e dagli amici, non sapeano cui
ubbidire: era piena la Sicilia di sangue: di fame e di pestilenza
perivano i campati alla rabbia degli uomini. Invano qui venne per
Corradino il conte Federigo Lancia con una armatetta di galee pisane.
Invano per Carlo il prior Filippo d'Egly, degli Spedalieri, frati
combattenti, i quali in queste nostre risse mescolavansi più
volentieri che nelle sacre guerre di Palestina. Avversi ai carlisti i
popoli; i tre capi corradiniani disputavansi l'autorità suprema; e
loro forze dividendo, disertaron sè stessi e la causa del principe.
Queste parti dunque, delle quali niuna potea vigorosamente ordinarsi e
metter giù l'avversa, dilaniarono senza pro la misera Sicilia; finchè,
spento Corradino, venner da Napoli a risanarla i carnefici[2]. {36}

Non uso a questi subiti italiani movimenti, sbigottì Carlo a veder
mezza la penisola in romore per Corradino; la Sicilia perduta; la
Puglia piena d'umori di ribellione; e Corradino, che per diffalta di
danari era sostato dapprima a Verona, vincer sull'Arno, accrescersi in
Roma pe' favori d'Arrigo di Castiglia, e, non curando scomuniche,
minaccioso venire alla volta del regno con dieci migliaia di cavalli,
e più numero di fanti, tra tedeschi, spagnuoli, italiani, e usciti di
Puglia. Nè tanta moltitudine avea Carlo in sull'armi; ma eran Francesi
i più, e in migliore disciplina, e con altri capitani: ond'ei come
animoso, fè testa ai confini. Presso a Tagliacozzo si pugnò, nel pian
di San Valentino, a ventitrè agosto del sessantotto: ed era di
Corradino la giornata, quando la terza schiera francese instrutta dal
vecchio Alardo di Valery e da Guglielmo principe di Morea, diè dentro;
e ruppe e mietè i disordinati per fidanza della vittoria. Presi i
maggiori dell'esercito; scannata a frotte la plebe; nella quale
trovando parecchi Romani, Carlo {37} non fu contento della lor sola
morte, in vendetta del toltogli uficio di senatore della città.
Comandava nel primo boglimento di rabbia, che fosser mozzi i piè a
quei prigioni; ma per timore che portassero miserando spettacolo, da
rinfocare contro di lui gli animi in Roma, l'ordine rivocò, e chiuder
li fece entro una casa, e vivi brugiare. Quest'era il campion della
Chiesa! Corradino fuggendo fu conosciuto ad Astura, e preso a
tradimento. I partigiani ch'eran tuttavia grossi di numero, perdetter
l'animo a quella rotta; si sbrancarono; pensò ciascuno a salvar sè
solo; e tutti furon perduti[3]. Quel d'Angiò, come avea preso tanto
stato, così il mantenne, per una sola battaglia. Ma per che modo sì
assicurava e vendicava, m'è duro a narrarlo.

E comincio da Corradino, comechè pria del suo sangue scorresse già
quel de' sudditi a fiumi. Altri appone a Clemente il mal consiglio,
altri lo scolpa; io penso che il papa e il re d'un animo volesser la
morte del giovanetto, stimolati entrambi da rabbia d'aver tremato, e
sospetto dell'avvenire. Nè sicari in carcere, ma rappresentanti della
nazione in faccia alla nazione e a Dio, bruttavansi del comandato
assassinio. Convocò re Carlo un parlamento di baroni, e sindichi, e
buoni uomini delle città di Puglia; a scherno osservar fece tutte del
giudizio le forme: talchè par vedere altri tempi a leggere con che
sillogismi quella straordinaria corte dannava a morte Corradino e i
seguaci suoi, come in tali casi è costume. Ed ebbe animo ad opporsi un
Guidone da Suzara, famoso professor di dritto civile, che non era
suddito di re Carlo nè si curava della sua grazia; e lor coscienze
rimordean gli altri; e piangeano in cuore i buoni; i Francesi stessi
esecravano il crudele atto del re: ma il re volea, e tremavano i
giudici, onde ogni schermo fu vano. Un fanciullo di sedici anni,
ultimo erede di tanti imperatori {38} e re, dritto signore egli stesso
di Sicilia e di Puglia, il dì ventinove ottobre del sessantotto,
tratto era al patibolo in piazza di mercato a Napoli; seguendolo una
funata di vittime, perchè più largamente si vendicassero gli sturbati
ozi della tirannide. A paro a paro con esso veniva il duca d'Austria,
statogli compagno amantissimo dall'infanzia: biondi ambo e gentili,
impavidi nel sembiante, a fermo passo andavano al palco. Di porpora
era coperto il palco, quasi a regia pompa; con torvi armati
all'intorno; foltissimo il popolo in piazza; dall'alto d'una torre
guardava quella tigre di Carlo. Salì Corradino, mostrossi, e lettagli
in volto la sentenza che il chiamava sacrilego traditore, ne protestò
nobilmente al popolo e a Dio. A queste parole susurrava la moltitudine
un istante; e poi ghiacciata di paura tacque; stupida e scolorata
affisò Corradino. Il quale nell'abbassar lo sguardo su quell'onda di
spaventati volti infiniti, ghignò di amaro disprezzo, poi gli occhi
alzò al cielo, e ogni terren pensiero depose. Lo scosse un colpo: vide
il capo del duca d'Austria già tronco sul palco; ond'avidamente il
raccolse Corradino, se lo strinse al petto, il baciò cento volte,
baciò gli astanti, baciò il carnefice, pose il capo sul ceppo; e la
scure piombò. Narran che prima gittasse il guanto a significar la
investitura de' reami a Pier d'Aragona, genero di Manfredi; narran che
il conte di Fiandra, marito d'una figliuola di re Carlo, non reggendo
all'empio sagrifizio, di sua mano uccidesse Roberto di Bari fabbro e
dicitore della sentenza. Ben i bizzarri costumi dell'età
aggiugnerebber fede a cotesti fatti; ma più certi e atroci prendo io a
narrarne, affrettandomi a uscir di tanti orrori[4]. {39}

In terraferma quanti eran rimasi fedeli a Carlo, o, dubbiosi finchè fu
dubbia la vittoria, or voleansi purgar dal sospetto, fecersi giudici
insieme e carnefici degli scoperti ribelli. Il parlamento avea offerto
regie vittime al re; gli uomini delle province immolavangli i
partigiani, e guadagnavan possessioni in premio della fedeltà o de'
misfatti[5]. Presero i beni, rapirono, uccisero, accecarono,
straziarono: fu tanto, che Carlo trattenne al fin lo immane zelo che
facea del regno un deserto, perdonò al fine[6]. Ma ai Siciliani nulla
mercè[7]. A farne macello manda i suoi baroni francesi: e Guglielmo
l'Estendard era il primo; uom {40} di guerra e di strage, che la pietà
avea a scherno, più crudele d'ogni crudeltà, dice Saba Malaspina, e di
sangue ebbro, e tanto più sitibondo quanto più ne versasse. Costui
valicò lo stretto con un drappello di Provenzali fortissimi, e di
forti Siciliani l'accrebbe a vergogna nostra; abbattè senza ostacolo
la parte di Corradino, cui speranza non restava alcuna. Ma in Agosta
mille cittadini in sull'armi, con dugento cavalli toscani, fieramente
difendeansi, aiutati dal sito inespugnabile; onde Guglielmo, postovi
il campo, gran pezza indarno affaticossi: e a tanti doppi ne crescea
quella sua natural ferità. Sfogolla alfine senza battaglia, perchè sei
traditori, schiusa di notte una postierla della città, indifeso
diergli in preda quel valente presidio: ed ei nè valore rispettò, nè
innocenza, nè ragione d'uomini alcuna. Ivano i suoi per la città,
contaminando ogni luogo con uccisioni, stupri, saccheggi; cercavano
lor vittime per fin entro le cisterne e le fosse del grano. Ma dopo la
prima strage, quando fu satollo il furor de' soldati, non si spense
nel crudo animo del ministro del re. Chiama al macello un manigoldo
d'estrema forza: al quale adduconsi legati gli Agostani; e quegli li
spaccia con un largo brando; e quand'è spossato gli si porgon colmi
nappi di vino, che tracanna insieme col sudore e sangue di che gronda
tutto; e con fresche forze ripiglia l'opera scellerata. Alzò sulla
marina una catasta di capi e di tronchi; dove tra le misere vittime
loro andavano a monte i sei figliuoli di Giuda, ben premiati così da
Guglielmo. Non rimase persona viva in Agosta. Molti fuggendo al mare,
sì precipitosamente accalcaronsi sopra un legnetto, che diè alla banda
e si sommerse. Gavazzavano intanto i Francesi nella insanguinata
città, che deserta e squallida fu poi per lunghissimi anni[8]. Nè
queste immani stragi, nè questi immani tripudi ricordavano {41} i più
degli storici narrando con tanto studio la strage del vespro, che
misura fu per misura! A quella carnificina tenner dietro negli altri
luoghi i supplizi. Corrado Capece s'affortificò in Centorbi: ma visto
balenare i suoi, uscì solo a darsi nelle mani di Guglielmo; e quegli
il fe' accecare, e trarre a Catania, e per la gola impiccare. Marino e
Giacomo fratelli di lui periano anco sulle forche a Napoli; per altri
casi gli altri principali partigiani: sol campò Federigo di Castiglia,
che si difese in Girgenti, ma Guglielmo come congiunto di re Carlo gli
diè di partirsi con una nave. Sulle misere città di Sicilia, o state
ribelli, o state fedeli, piombò intanto la rapace man d'Estendard, con
imprestiti e altri mal dissimulati ladronecci[9]. Lucera di Puglia,
ove i Saraceni siciliani fatto avean sì bella difesa, s'arrendè poco
appresso per gli strazi d'orribilissima fame: trionfò Carlo da per
tutto senz'alcun freno. Così crescon per doma ribellione e peggiorano
i principi, stimolati da sdegno e sospetto, nè mansuefatti da timore
alcuno de' sudditi; i quali per diffidar l'un dell'altro e spossamento
comune, forz'è che lungo tempo servano, e stiansi.


NOTE

  [1] Questa ragione della nimistà d'Arrigo di Castiglia è riferita da
    Bernardo D'Esclot, Istoria di Catalogna, cap. 60, ed. Buchon, 1840.

  [2] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 3 e seg.

    Bart. de Neocastro, cap. 8 e 9.

    Gio. Villani, lib. 7, cap. 20 al 23.

    Raynald, Ann. eccl. 1267, §§. 2, 12 e seg., 1268, §§. 2 a 29.

    Nic. di Jamsilla, in Murat. R. I. S. tom. VIII, pag. 614 e seg.

    Veggansi anche i seguenti diplomi del r. archivio di Napoli:

    Diploma di Carlo I, dato di Viterbo 11 aprile undecima Ind. (1268)
    al segreto di Sicilia, per le spese di fra Filippo d'Egly dello
    Spedale di S. Giov. di Gerusalemme. Reg. di Carlo I, segnato 1268,
    O fog. 18.

    Altro dato dal campo sotto Lucera il 2 giugno undecima Ind. (1268)
    a Falcone di Puy-Richard vicario di Sicilia, perchè munisse con
    estrema cura Messina, _tamquam portum et portam Sicilie_.
    Ibid. fog. 18.

    Altro dato di Capua a 10 dicembre duodecima Ind. (1268) pel castel
    di Licata, che avea sostenuto assai guasti da' ribelli. Ibid. fog.
    22.

    Conti resi da Bartolomeo di Porta giustiziere della Sicilia di là
    dal Salso, per l'amministrazione dal 14 ottobre 1268, a tutto
    novembre 1269. Ibid. fog. 75.

    Da una partita di questo conto si scorge, che il giustiziere
    mandava al re, Nicolò di Marchisano a chiarirgli falsa la voce
    dello sbarco del re di Tunisi in favor de' ribelli; e che avea
    pagato un'oncia a Lorenzo di Trapani, il quale con la sua barca
    portò questo corriere da Palermo in Principato, ov'era il re.

  [3] Gio. Villani, lib. 7, cap. 24 al 27.

    Bart. de Neocastro, cap. 9.

    Saba Malaspina, lib. 4, cap. 13.

  [4] Bart. de Neocastro, cap. 9 e 10.

    Gio. Villani, lib. 7, cap. 28 e 29.

    Saba Malaspina, lib. 4.

    Frate Francesco Pipino, lib. 3, cap. 9.

    Ricobaldo Ferrarese, Hist. imp. an. 1268, etc.

    Un verso di Dante, se bene o mal interpretato non importa, diè
    luogo ai primi comentatori poco discosti dal secol XIII a narrare
    un aneddoto intorno la morte di Corradino. Nella loro età dicessi,
    che Carlo I d'Angiò, per superstizione mezzo pagana venuta di
    Grecia, avesse fatto cuocere una zuppa, e mangiatola su i cadaveri
    di Corradino e degli altri guastati con esso; il quale rito s'avea
    per fermo che purgasse il peccato dell'omicidio, o troncasse il
    corso alla vendetta. Il verso è questo:

        .... Ma chi n'ha colpa creda,
        Che vendetta di Dio non teme suppe. _Purg_., c. 33.

    Io non rido di tal comento come fa il Biagioli, perchè tutte le
    memorie degli uomini portano superstizioni, empie e ridicole almen
    quanto il mangiare una zuppa sul cadavere dell'ucciso. Nè Carlo I
    d'Angiò fu spirito forte, come diremmo in oggi. Ma non trovando
    questo fatto in alcuno degli scrittori contemporanei di parte
    contraria a lui, conchiudo che, o la favola nacque dopo la loro
    età, o ch'essi come favola manifesta la tacquero. Perciò ho
    lasciato indietro questo, che pur sarebbe un forte tratto di
    pennello sul carattere di Carlo, su i tempi, e sulla natura della
    condannagione di Corradino. Su le opere di Guidone da Suzara, veg.
    Tiraboschi, Storia letteraria d'Italia, tom. IV. Suzara è città
    nel distretto di Mantova.

  [5] Veggansi le molte concessioni di feudi e altri beni fatte da re
    Carlo in questo tempo, che leggonsi nel r. archivio di Napoli,
    reg. di Carlo I, segnato 1269, D, fog. 1 ed 8. Tra gli altri si
    trova a fog. 6, a t. e duplicato al 114, a t. un diploma del 15
    genn. tredicesima Ind. (1269) pel quale furon date all'arcivescovo
    di Palermo le case che possedeva in Napoli Matteo de Termulis,
    fellone.

  [6] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 17.

    Capitoli del regno di Napoli, pag. 14. _Misericordiam_, etc.

  [7] Capitoli del regno di Napoli, pag. 16. Nel preambolo si legge
    essere stati i ribelli di Sicilia, _conculcati, et gladio ultori
    perempti_.

  [8] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 17.

  [9] Conto reso da Bartolomeo de Porta giustiziere della Sicilia di là
    dal Salso. Nel archivio r. di Napoli, reg. di Carlo I (1268), O,
    fog. 75.

    Da questo si veggono gl'imprestiti sforzati fatti per ordinamento
    di Guglielmo Estendard, maresciallo e vicario generale in Sicilia,
    di Guglielmo di Beaumont, ammiraglio, e di Fulcone di Puy-Richard.
    Un altro argomento di estorsione, come si ricava da' medesimi
    conti, fu l'assedio di Sciacca, non so bene se quel del primo
    sbarco di Federigo di Castiglia, o un secondo quando trionfò la
    parte angioina. Richiedeansi le città di mandar forze a
    quest'assedio, e invece d'uomini si prendea da esse denaro. Sul
    cumulo di queste composizioni furono assegnate all'ammiraglio per
    ordine del re once 621.

    Da' medesimi conti ricavasi, che in questo tempo il prezzo del
    grano montò a venti tarì a salma.




CAPITOLO IV.

Re Carlo continua e trapassa gli abusi della dominazione sveva.
Immunità ecclesiastiche. Novello baronaggio. Gravezze, e modi del
riscuoterle. Demani, e bandite. Servigi, e soprusi che nascon da
quelli. Amministrazione della giustizia, crimenlese, matrimoni,
violenze alle donne. Violazione dei dritti politici. Riscontro delle
condizioni di Sicilia e di Puglia. 1266-1282.



Temperavansi a vicenda nell'antica siciliana costituzione il
principato e 'l baronaggio; nè illimitati dritti avea questo sulle
persone, nè gravissimi sulle facoltà: i villani men servi che altrove;
non eran servi i rustici; i borghesi e cittadini, fin delle terre
feudali, sentivano lor libertà, lor immunità sosteneano[1]. Il poter
giudiziale dipendendo direttamente dal principe, non serviva a tutte
voglie della feudalità. Comportabili le gabelle; miti i servigi;
rarissimi gli universali tributi: e i parlamenti soli accordavan
questi; i parlamenti conoscean solennemente le leggi dal re dettate.
In questi termini, dopo ondeggiar molto del potere tra i baroni e 'l
principe, il buon Guglielmo ristorò gli ordini politici: la feudalità
di nuovo turbolli: Federigo imperatore più monarchicamente li assestò,
come nel capitolo {43} primo s'è detto. Molti statuti e savi ei dettò,
fiaccando i baroni: bandì, or col voto dei parlamenti ed or senza, le
universali contribuzioni, ch'erano per ordine fondamentale limitate ai
noti quattro casi feudali[2], ed ei per violenza le rese più
frequenti: moltiplicò le gabelle sulle derrate: di alcune merci
riserbossi esclusivo lo spaccio; accrescendo così senza modo le
entrate regie. Pentito in ultimo, o infigendosi, per testamento abrogò
queste violazioni alla costituzione: disdisserle anco i suoi
figliuoli; e le praticaron pure, sospinti dai bisogni della guerra[3].
Esse dettero a Manfredi il crollo; esse a Carlo d'Angiò preparavanlo.
Giurato avea Carlo tra le condizioni della pontificia investitura, di
cessar gli abusi, di ridurre il governo ai termini del Buon Guglielmo;
e i tempi del Malo ricondusse, e fe' peggio, non sapendo astenersi da
tanto comando, da tanta moneta. Sottilmente anzi investigando tutti i
mal'usi, che dritti si dicean del fisco, accrebbe peso e molestia: poi
dalla ribellione per Corradino trasse pretesto a scioglier sè e' suoi
ad ogni misfare. Le leggi e i registri che ne restan di lui; quelle
che dopo il nostro vespro a moderar la pessima signoria promulgaronsi
in Puglia dagli angioini, da que' di Aragona in Sicilia; e le
rimostranze de' Siciliani al papa; i brevi pontificî; gli attestati
degli storici contemporanei, fosser nostri o avversi, tutte ne
mostrano scolpitamente le calamità della Sicilia in quei tempi.
Fremendo io le scrivo; ma ne racconterò la vendetta[4].

E prima dirò della slealtà con la Chiesa. Avea Clemente {44} conceduto
il regno a patto che gli ecclesiastici godessero tutte lor pretese
franchezze, dagli Svevi negate; e che si rendessero i beni occupati
dagli Svevi a chiese o usciti. Giurollo Carlo, e da re nol dovea:
preso il regno poi, avarizia il vinse a romper la fede; non già
negando apertamente, {45} ma peggio, con cavillare in parole, e
persister nei fatti. Perciò, lagnandosi invano papa Clemente, le
comuni gravezze ei riscosse dai chierici, e da lor case; nè sazio a
questo, ai beni ecclesiastici diè di piglio; i dritti dei porti di
Cefalù, Patti, e Catania occupati dagli Svevi nella guerra con Roma,
nella pace ei ritenne[5]. E non potè contendere che un legato,
inquisitore, o esecutore (così intitolavasi) della Santa Sede nel
reame di Sicilia sopra la restituzione de' beni ad esuli, chierici, e
chiese, il quale fu dapprima Rodolfo vescovo d'Albania, rendesse
ragione d'autorità del papa; non seppe nè anco ricusare i rescritti
che dessero virtù esecutiva a quelle sentenze; ma lascionne la più
parte senza effetto, come avvenne per lo casal di Calatabiano, che
Vassallo d'Amelina a nome del re prese violentemente alla chiesa di
Messina, e per un altro casale e un podere della medesima, che il
fisco tenea, nè per decisione del legato, nè per ammonizion dei papi,
e in particolare di Gregorio X, si disserravano a renderli le avare
mani di Carlo[6]. Gli Spedalieri, e i Templari che nei {46} suoi reami
veniano, taglieggiò senza rispetto; alla corte stessa di Roma non
n'ebbe, quando giunse a vietar che i suoi sudditi con gli stati di
quella mercatassero[7]. Così adoperava coi papi. La siciliana
repubblica dell'ottantadue, incontanente redintegrò la chiesa di
Messina nel possesso di quei beni[8]: e la corte di Roma fieramente
malediva la siciliana repubblica, perchè si ristorasse la prepotenza
di Carlo[9]!

Di gran momento sembrami in cotesto nuovo principato la novazione del
baronaggio. Perchè il picciol signore d'Angiò e di Provenza, armando
per tanta macchina di guerra, avea tolto in presto molto danaro, molte
schiere condotto di speranza più che di stipendio; onde gli era forza
soddisfare a' conquistatori e sostegni del suo trono; e appena messovi
il piè, al gran lotto diede opera[10]. E nulla erano gli ufici
pubblici lucrativi, ancorchè a' soli suoi li serbasse; nulla i
benefici ecclesiastici, che conferiva a quei soli; di terreni, di
feudi facea d'uopo. Entrò Carlo dunque in una inchiesta strettissima
dei demanî, de' baronaggi tutti, delle sostanze di Manfredi e de'
suoi; non a cercare, ma a trovare vero o supposto vizio nel
possedimento. A ciò {47} i veltri del fisco, affamati, sagaci,
invidiosi, ivano in traccia, svolgean vecchie carte, su dritti e
usanze cavillavano, vinceano in diligenza lo stesso re. A vetustà di
possesso, a prescrizione non s'attende; richieggonsi i titoli de'
feudi tutti; minacciano spogliamento gl'ingordi ministri, e per danaro
acquetansi. L'hanno, e all'inchiesta, all'espilazione dopo breve
tratto ritornano: feudo non fu, nè baronia che due o tre volte non si
fosse ricattato in tal guisa[11]. Con severità maggiore si ricercò de'
regi demanî: orribili furono le confiscazioni per crimenlese, come
innanzi dirassi. Perilchè occupando terre, e castella, e poderi
innumerevoli, largheggiavane re Carlo co' suoi per feudale
concessione[12]; e tanti diplomi ce ne rimangon ora, che alcuno, senza
badare al rapace acquisto, nè alla sforzata liberalità coi maggiori
dell'esercito, magnifico ne dice il re. I novelli baroni poi a lor
uomini gratificavano con subalterne concessioni: così i condottieri, i
soldati d'oltremonti prendeano stanza nelle nostre terre; sospettosi,
odiosi, pronti a ripigliare le armi; e ritraente dalla primitiva
occupazione de' barbari, una feudalità novella sorgeva {48} appo noi.
Essa fu incentivo grandissimo ai turbamenti dell'ottantadue, perchè e
l'insolenza portava della vittoria, e 'l dispetto di signoria
forastiera, e l'uso a dritti o angherie, radicati in Francia, ignoti
in Sicilia[13]. Però insopportabili qui rendeansi i novelli feudatari.
Con insolite esazioni aggravavano le industrie; rapiano apertamente;
taglieggiavano vassalli, e viandanti; tenean private carceri pei
colpevoli e più per gl'innocenti; intrigavansi di forza ne' negozi de'
comuni; ad ogni eccesso le violente mani stendeano[14]. Del che più
largamente diremo, divisando i soprusi de' famigliari e degli altri
officiali del re; ch'essi e' feudatari eran di una genía tutti, senza
ragione nè patria, tutti accozzati di varie genti, Francesi,
Provenzali, Fiamminghi, e trapiantati nell'inimico paese, presero come
venturiera masnada una sembianza propria e nuova, un'indole rapace,
crudele, pessima; nè Francesi li direi, se non fossero stati i più, e
l'uso delle tradizioni e istorie nostre non mi sforzasse. Rimessi se
ne stavano intanto i baroni siciliani, dal re bersagliati e dai feroci
compagni, ed usi a vivere negli antichi termini co' vassalli. Quanto
del baronaggio dico io dunque, s'intenda del nuovo. Nè maravigli
alcuno a vederlo sì sfrenato sotto sì dispotico principe; avvegnachè,
riguardo all'autorità regia, tenealo egli a segno; i dritti sovrani
geloso {49} riserbavasi nelle concessioni[15], ed esercitavali, non
perdonando a tributo, nè a servigio; infino a sancir la morte contro
gli usurpatori de' demani, e a dichiarare, e per questo soltanto, che
regnicoli e Provenzali e Francesi senza distinzione ubbidissero[16].
Abbandonava nel resto il freno, perchè diverso dagli altri principi
dell'età sua Carlo regnava. Quelli con la riputazione delle
municipalità, sforzavansi a raffrenare i baroni; ei condottiero ancora
del suo baronaggio, da quello era mantenuto sul trono[17]. Nimici {50}
ambo de' popoli, ambo s'affaticavano insieme a tenerli sotto il giogo,
e 'l sangue sugger loro e i midolli, come vivamente dice, e famigliar
del papa era e guelfo, l'istorico Saba Malaspina[18].

E meglio stan queste amare parole ove si risguardi alla
amministrazione delle pubbliche entrate, levate non per bisogni
pubblici, ma da istinto d'avarizia e disegni d'ambizione; la quale
rapacità copriano i partigiani di Carlo con dir ch'era uopo dimagrar
que' contumaci sudditi, affinchè contro il principe non alzasser la
cresta[19]. Era nei tempi feudali, altrimenti che ai nostri, ordinata
l'azienda degli stati; e più discrete apparian le gravezze a cagion
de' minori bisogni, e degli usi sotto i quali esse ascondeansi. Perchè
i demani[20] somministravano la più parte delle spese della corte; a
quelle del pubblico suppliano i popoli, non pur con danaro, ma sovente
col servigio delle persone, e delle cose loro. Così gli eserciti, le
navi, dai feudatari forniansi e dalle città; così era debito albergar
le corti del principe e de' maestrali; così ai lavori pubblici andavan
tenuti gli uomini di minor taglia, ai trasporti, e a somiglianti
disagi. Servigi s'appellavan questi; e collette le contribuzioni
dirette e generali; gabelle poi le tasse sulle derrate, che per
privativa nella vendita sovente si riscuoteano. Delle quali parti
l'entrata dello stato componeasi in Sicilia ancora; ma la moderata
costituzione tutti i pesi rattemprava. Turbaron gli Svevi quella
bilancia, sì come io notai: Carlo le diè il tracollo, arso, dice
dolorando il suo istorico, arso d'idropica sete di danaro[21]; e ne
venne quasi all'aperta rapina. {51}

Ne restan di Clemente quarto, a lui indirizzate nei primi principî del
regno, due epistole, che son modello di politica prudenza e umanità; ma
Carlo sen rise, come fanno i despoti ad ogni buon consiglio. Toccatisi
in quelle tutti gli ordini dell'amministrazion dello stato; e sulle
tasse illegalmente levate: «consigliamti, o figliuolo, scrivea il papa,
che, chiamati i baroni, i prelati, e i maggiori uomini delle città, i
tuoi bisogni lor esponga, e l'utilità del difendersi, e con
l'assentimento di essi stabilisca il sussidio a te dovuto. Di quello
poi, e de' tuoi dritti sia tu contento; lascia tu liberi i sudditi...
Ordina col parlamento in quali casi richieder possa la colletta ai
vassalli tuoi o de' baroni»[22]. E il pio re, nè parlamenti adunando, nè
misura osservando alcuna, nè per bisogno pubblico, bandiva l'un
sull'altro, più fiate entro un anno, quegli universali tributi; or
aggravando e spesseggiando i consueti; ora speculandone nuovi e
insoliti, come fu quello de' legnami e marinai: e talvolta tumido e
frettoloso lasciava ai ministri suoi che a lor talento ordinasserli[23].
Si promulgan {52} così gli editti; saltan fuora i riscotitori; non
bastando i {53} sudori della industria[24] alla gravezza diretta,
spessa, immite, fuggono i miseri dai lor focolari[25]; e se non ne han
cuore, strappansi il pan dalla bocca, pagano una parte, e veggonsi pure
rapir le suppellettili, e gli animali, e gli strumenti della
agricoltura[26], e fin diroccare le case, le persone trarre in carcere.
Ivi son incatenati con manette di ferro; lor negasi il cibo e il bere;
popolani e nobili, {54} vecchi, fanciulli, adulti, donzelle serransi
alla rinfusa come un sol gregge; occasione, o pretesto a violenze
maggiori[27]. «Mille nuove arti (sclama, trasportandosi a' tempi del
servaggio, una rimostranza de' Siciliani ammoniti dopo il vespro a
tornarvi), mille nuove arti insegnava a costoro l'inestinguibil sete, il
furore dell'avarizia. Sulle liste dei riscuotitori gli uomini son
cresciuti; ma ben le liste di proscrizione li scemano. Nostri non sono i
beni; per costoro ariamo il suolo. Oh si lasciasse ai coltivatori un
tozzo di pane! Oh mangiassero, ma non divorassero! Ma no; le persone non
difendono i beni; nè i beni salvano le persone. Tutto bevono, tutto
succhiano questi vermi insaziabili. Appena ci è concesso disputare ai
corvi i brani delle carogne[28].»

Tra la moltitudine de' poveri straziata a tal modo, i ricchi non
compravano almeno la sicurezza delle persone col sacrifizio de' beni.
Pagavan le tasse, e non bastava; ricusandosi dagli officiali la
scritta del ricevuto, finchè non avessero una grossa mancia[29]. Il re
dal suo canto vuol da loro tutta la colletta del paese, immantinenti,
in moneta; pensin essi a riscuoter dagli altri. Chi ricusa, in
prigione, in catene, finchè non prenda l'uficio; nè esce poi per
questo, senza pagar nuova taglia per riscatto dalla prigione. Uno
n'esce; un altro sen trova, ch'è pelato con lo stesso argomento
fiscale: strano ed esorbitante peso in quei tempi, in cui sì alto
montavan le usure del danaro. Frequentissimi {55} inoltre i violenti
comandi a giustizieri, a portulani, a segreti per anticipazioni delle
tasse da riscuotersi; e non meno eran gli imprestiti, che da privati,
da comuni richiedea il re, e a sua voglia faceane i patti, e pagava a
sua voglia[30].

Peggiore, e universal danno recò l'alterazion delle monete, {56} tanto
o quanto ben governate dagli Svevi, mentre nella più parte degli stati
d'Europa il fisco ne traea grossa entrata; che è a dir le magagnava
grossamente[31]. E Carlo, imitatore degli Svevi nel mal solo, seguì in
questo gli esempi di fuori, e andò oltre com'ei solea. Fa coniare in
Napoli, in luogo degli antichi agostali, carlini e mezzi carlini
d'oro, con vocabolo preso dal suo nome e pervenuto infino a questi
presenti tempi, del medesimo valore degli agostali, com'affermava, e
di metallo purissimo; e nello editto stesso smentiasi, affidando il
corso di questo suo conio al terror de' supplizi; perchè comandava con
la solita immanità, che dando o ricevendo carlini di oro per valor
minore dello edittale, gli officiali suoi ne avessero pena la
pubblicazion de' beni e 'l taglio della mano; i privati fosser
marchiati in faccia con la propria moneta arroventata su i carboni
ardenti[32]. Ogni anno poi, e talvolta entro un anno più volte,
stampava a Messina ed a Brindisi la bassa moneta, d'una trista lega di
molto rame con pochissimi grani d'argento, di quella specie chiamata
un tempo erosa, ed or biglione; il qual conio addimandavasi danari, e
perchè altrimenti non si potea mettere in circolazione, si dispensava
per forza agli abitanti di ciascuna terra o città, che dovean torselo
al disorbitante valor edittale, e pagarne tanta buona moneta d'oro o
d'argento. Guadagnavaci il fisco l'ottanta per cento e più; perdeanci
i privati strabocchevolmente, {57} perchè nè comando nè supplizio mai
die' valore a ciò che non n'ha; onde a capo a quattro o cinque giorni
cinquanta danari valean sei, passata la settimana calavano ad uno[33].
I sinistri effetti di tali alterazioni credea menomare, ma li
aggravava il re, con un divieto all'uscita degli schietti metalli, e
di tutt'altra moneta che la sua[34]. Taglia questa non era, nè
balzello, ma pretta rapina {58} di falsario; e per giunta soffocava e
struggeva i commerci: non pur pensando l'avarizia cieca a
quell'avvenire non lontano, in cui invan farebbe prova a smugnere i
sudditi, condotti alle ultime stretture di povertà.

E quanto al commercio, nè era questo il sol danno, nè avea per misura
i soli errori economici della età, l'ingordigia con la quale re Carlo
mercatava egli stesso di molte derrate, e il traffico delle altre in
mille guise forzava. Riserbata al principe o da balzelli oppressa la
uscita del sale, de' grani, e di tutta vivanda: infinite le esazioni
de' porti, le visite, le investigazioni, i riti molestissimi, i
ladronecci de' doganieri, il terror degli officiali maggiori, che co'
beni e col capo doveano rendere ragione al re della osservanza di
tutti quegli ordinamenti[35]. E mentre così il fisco tiene {59} i
traffichi esterni, e li interdice agli altri, gl'interiori travaglia e
soffoca con quei, che nuovi statuti chiamò l'imperator Federigo, e
nuovi balzelli eran per vero su varie derrate, e privativi dritti del
vender sale, acciaio, seta, e altre merci[36]. Nei traffichi allora
addentrandosi re Carlo con quella guida delle angherie baronali, qui
fabbrica mulini, e comanda non possa alcuno macinar altrove i
frumenti; qui spianando pane, se ne fa ei solo venditore ai sudditi
l'amorevole monarca[37]. Forni, e mulini, e antiche gabelle, balzelli
nuovi, terratichi, multe, esazioni dell'amministrazione della
giustizia, ei dà in fitto ove il possa; ondechè l'ingordigia dei
pubblicani con la sua si mesce a travaglio de' popoli[38]. Ma, se
pubblicani non trova, adocchia i più ricchi uomini; sforzali a toglier
quegli ufici, come allor diceano, in credenza; cioè, che riscuotano
per loro, paghino al re quel tanto ch'ei ferma a suo arbitrio,
ragionando in tempi sì mutati e calamitosi il {60} ritratto
sull'ultim'anno del regno di Manfredi, nel quale al doppio e al triplo
dell'odierno sommava[39].

Nè mancò infine l'arte delle spugne di Tiberio. Da molti documenti
ritraesi che gli officiali, convinti di mal tolto nel dare i lor
conti, componeansi per danaro col re; il quale in tal guisa non
solamente rifaceasi del frodato a lui, ma anco partecipava de'
ladronecci su i popoli; e spesso fingea il mal tolto contro un ricco
uficiale per aver, come pareagli, onesta cagione a pelarlo[40].

Possedea vasti demani re Carlo. E i cortigiani[41] anelanti a precorre
il principe ne' suoi vizi, pieni di zelo con lui borbottavano:
dilapidarsi da' coloni que' suoi poderi; niun frutto ritrarsene;
essere i sudditi ricchi troppo; a questi addossasse il maneggio de'
beni, con patti accorti: non era egli il signore di lor vita e
sostanze? Società d'industria agraria delibera dunque il re: agli
agricoltori vicini dà in soccio a forza, tenute, e armenti, e greggi,
e scrofe, e polli, e gli sciami fin delle api. La quantità delle
produzioni o de' parti che a lui si debba, stabilisce egli a sua
posta: sia sterile poi l'anno o fecondo, mortifera o generativa la
stagione, {61} riscuote quel tanto, nè a mercè piegasi mai. Di questi
non dubbi guadagni anzi invogliato sempre più, non è nei poderi suoi
vil cosa cui non attenda; mette a entrata fine il letame delle
greggi[42], manda gli armenti a satollarsi nelle altrui terre, entro i
pascoli non pure, ma nei seminati più belli: e tristo chi si lagni di
sofferto dannaggio[43]!

Volgeasi per le campagne il guardo, e da per tutto era bandita del re;
non a sollazzo suo, a dispetto de' popoli. Occupansi a capriccio i
côlti de' privati; tramutansi in foreste; proclamasi il fatal bando
della caccia; ed è uom perduto chi non pure un cervo uccida o un
camoscio, ma solamente in que' luoghi soggiorni o passi, e a'
boscaiuoli regi non aggradi. Incessanti perquisizioni fan quelli, per
fame e selvatichezza più intristiti: alla insolenza aggiugnendo
l'insidia, spesso ripongon di furto ne' tuguri alcuna pelle o altro
avanzo di cacciagione; e frugan poi; s'infingon trovarlo, e la misera
famigliuola inabbissano. Lor parchi allargavan anco i baroni ad
esempio del re; con pari giustizia acquistandoli, con pari umanità
guardandoli. Infinita la molestia dunque: e ben era ragione che per
procacciar {62} un'ora di diporto a quegli eletti, lagrimasse e
affamasse lunghi anni la vile bordaglia[44].

Il gran Federigo, aggravando le tasse, disusato avea i servigi almeno;
ineguali maniere di contribuzione, ai sudditi molestissime,
disdicevoli al governo, e male accordantisi con quel sì ordinato
dispotismo, ch'avea egli in mente. Or la nuova avarizia assottigliata
in ogni parte, i servigi richiese, senza tor le gravezze poste in
luogo di quelli. Onde non solo volle il militare servigio, e
l'armamento delle navi, non mai discontinuati per l'addietro, ma solo
talvolta ricattati con la contribuzione ch'adoa appellavasi o
adoamento; ma cento altri ne ricercò de' più riposti e strani.
Scrivonsi a servir sulle regie navi marinai e non marinai: chi
s'asconde o fugge, è perseguitato senza mercede: i genitori, i
fratelli, le sorelle imprigionansi, affinchè il contumace per amor
loro si dia volontariamente nelle rabide mani de' commissari[45].
Intanto costretti i comuni a mandar il danaro delle collette in ogni
luogo ove al re piaccia[46]: costretti i cittadini a portarlo tra i
rischi e i disagi, fabbricati dal mal governo medesimo. Se attende uom
quetamente a sua industria, il mandan corriero con lettere e spacci, o
a custodir prigioni; e sol per danaro trar si può di briga[47]. Alle
vetture, alle barche dan piglio gli officiali, i famigliari del re,
de' magistrati, dell'azienda pubblica, de' castellani, dei feudatari:
e servigio gridan del {63} re, servigio del barone; traggon giù i
padroni; sforzanli a remigare o a far da guida; e dan percosse in
mercede, e a lor agio s'accomodan essi[48]. Così senza prezzo la
vivanda tolgono in mercato, ch'è mestieri, dicono, al fisco; i vini
suggellan così, toccando al re, a' suoi tutti la scelta, agli abbietti
proprietari il rifiuto: ma per danaro si mitigan poi[49]. In mille
così vilissimi aggravî, per le piazze, per le osterie, nel lezzo delle
taverne la cupidigia degli infimi famigliari si spazia, rivaleggiando
con quella dei potenti. Grandi ed infimi, che in tante bisogne della
uggiosa signoria svolazzavan per Sicilia tutta a stormi, s'intrudeano
nelle case de' cittadini, abusando quel già gravoso dritto d'albergo.
Entrano a dritto o a torto; scaccian la famiglia; sciupan letti,
masserizie, vestimenta, quanto trovano; poi, se lor talenta, il portan
via, se no, il buttano in faccia agli ospiti, e vanno[50]. L'ingiuria
de' servigi personali passò ogni costumanza, ogni limite della stessa
ingiuria sociale della feudalità, e venne all'eccesso del capriccio,
del più strano e brutale dispetto. Vidersi nobili e onorandi uomini
costretti vilmente a recar su le spalle vivande e vini alle mense
degli stranieri; vidersi nobili giovanetti tenuti in lor cucine a
girar lo spiedo come guatteri o schiavi[51]! {64}

Ma se di ragione alcun parla, se d'aggravio si lagna, se di presente
non ubbidisce, alzan lo staffile i protervi, snudano il ferro; di
ferro cinti essi sempre, inermi i nostri per feroce divieto: e
percuotono, uccidono; o peggio del ferire, traggono in prigione gli
oltraggiati cittadini che osin parlare; e alla violenza privata allor
sottentra la violenza pubblica, e se non si ripara con danaro, il
magistrato invocando la legge e Dio condanna a morte, a prigione, ad
esiglio[52]. Di qui dunque ci avvieremo ad esaminar l'amministrazione
della giustizia.

Illustre fu dator di leggi l'imperator Federigo: le forme d'applicarle
ei dettò con senno e dottrina; se non che mescolovvi l'ingordigia
fiscale. Così gli ordini giudiziali al governo angioino pervennero;
nel quale essendo avarizia maggiore, e non altezza alcuna di
consiglio, il buono ei contaminò di quegli ordini, il tristo ne
accrebbe; e i tempî d'Astrea fe' bordelli. A magistrati affidolli, di
que' che ben allignano sotto la tirannide; e più venali allor erano,
perchè a' giudici annuali delle terre, anzichè darsi stipendio,
richiedeasi un dritto per la loro elezione[53]. Strani decreti {65}
Carlo dettò secondo i parziali bisogni; ogni misura passò; ogni dritto
confuse. E già dissi come a' satelliti suoi la giustizia fosse
strumento e non freno: onde suonano ipocrisia brutta quanti statuti ne
restano, che fan sembiante di protegger persone e proprietà, da quelli
manomesse a man salva[54]. Leggiamo così, nè per volger di secoli ne
inganna re Carlo, i severi gastighi da uno statuto suo minacciati agli
occupatori dei beni altrui per frode o forza[55]. Così ne rivelano gli
effetti del mal reggimento, e non la cura o efficacia di quello, le
promulgate leggi contro i rubatori di strada: che prove qualunque
bastassero a condannarli: che le città o terre ristorassero de' furti
avvenuti in contado: che non armandosi gli abitanti a scacciare i
masnadieri, il comune si componesse per danaro col fisco: le ville, le
case rustiche arderebbersi ove que' trovassero asilo, o a denunziarli
non si corresse. Verghe, marchio, e bando pei furti infino al valor di
uno augustale[56]; infino a un'oncia taglio della mano; oltre un'oncia
la morte[57]. Applicavasi al fisco la terza parte de' furti
ricuperati[58]. {66} Una grossa multa in ragion della popolazione si
riscuotea sulle terre, ove, seguito un omicidio, il reo non si
scoprisse: per la occultazione studiata, gastighi maggiori[59]. E
avvenia che il magistrato (giustiziere chiamavasi, e girava per tutta
la provincia) intendendo il misfatto, correa, minacciava, investigava;
addottogli l'accusato, negava di rilasciarlo sotto malleveria, ch'era
beneficio della legge[60]; ma strettosel tra le ugne e pelatolo,
l'assolvea spesso poi per moneta; e il re godeane, riscuotendo la
multa sul comune, come per non trovato delinquente[61]. Le prigioni di
tal giustizia penale ognuno le immagini, e condanni d'esagerazione poi
la rimostranza de' Siciliani che citammo di sopra! «Altri, essa dice,
è inghiottito dall'abisso di perpetuo carcere; carcere non quale
costruì la giustizia, o la severità stessa delle leggi, a custodia,
non a gastigo de' malfattori. È vinta la umana immaginativa dagli
orrori ch'io vidi. Giace a Napoli sotto il pendio d'immensa rupe una
spelonca, fatta carcere da questi stranieri, tetra e negra oltre
natura, flagellata sempre dal mare che la circonda, scrollata e
minacciata dalle tempeste. Orrida è di torture, di supplizi: che
mostrano a' prigioni qual termine s'apparecchi a lor guai: un acerbo
dolore ti trafigge all'udirvi gemiti, stridi, sospiri, aneliti de'
languenti in catene. Questo fu tanti anni il covile de' miseri
abitanti del regno; il sollazzo de' tiranni. Lo costruì il furor della
spada: or passiamo alla fame dell'oro,» dice lo scritto, e continua le
{67} maledizioni[62], meritate dal governo in cui la trasgressione
delle leggi s'ammendava con la crudeltà; l'avarizia del fisco, la
corruzione de' magistrati, la rapacità de' lor famigliari
moltiplicando senza limite que' disordini, rendean prima sorgente di
mali l'amministrazione della giustizia, che del viver civile esser dee
legame e comodo primo[63].

E la detta fin qui parrebbe mansuetudine e clemenza, al paragone de'
procedimenti contro i delitti di maestà. Vinto Corradino, il dicemmo,
orribilmente vendicavasi il re; ma al superbo animo non bastava.
Comandò che per volger di tempo non si lasciasse giammai la caccia de'
ribelli: presi, s'impiccassero tosto per la gola: alle forche con loro
chi pietoso li ricettasse: chi veggendoli non facesse la spia, ad
arbitrio del re sarebbe punito[64]. Generali intanto e parziali
inquisizioni criminali, sitibonde, infaticabili, inaccesse a pietà,
sovr'ambo i reami si stendono[65]; fanno a gara con le inquisizioni
dell'azienda; alle persone miran dapprima, ai beni poi de' sospetti;
registrano sottilmente tutte le entrate; rintracciano le decorse; ai
mobili dan di piglio[66]. Tutto confisca il re: divide la preda co'
suoi; e {68} loro assicura il mal dato con una prescrizione brevissima
alle ragioni dei terzi su que' beni[67]. E i signori in questo mezzo,
trucidati cadeano, o trafugavansi in esiglio; scacciate dalle avite
case le lor famiglie, nobili già e opulente, accattavan per Dio, o,
dolor più acerbo, invan supplici al re per alcuno scarso sussidio[68];
e il re il ricusava spesso; e spogliò d'ogni cosa una moglie che delle
proprie sostanze l'esule sposo avea sovvenuto[69]. Questa rabbia
infine confondendo ogni principio, portò Carlo a una legge: che i
figliuoli de' rei di stato non potessero maritarsi senza espressa
licenza del re, quasi razza d'animali feroci da non lasciarsi
riprodurre senza pericolo[70]. Pari divieto, guidate dalla feudal
ragione, stabiliron già le nostre leggi normanne per le eredi de'
feudi; usollo Federigo severamente; e a suo costume abusaval re Carlo.
Ma congiunti or quei due statuti, davano all'autorità pubblica
l'assentir o vietare la più parte de' matrimoni. Qui perchè i feudi
ricadano al fisco, re Carlo condanna a celibato perpetuo le eredi.
Qui, trapassandosi da abuso ad abuso, le più ricche o leggiadre
donzelle sono sforzate a nozze con gli odiosi stranieri, coi
partigiani loro vilissimi, o se talvolta si concede il matrimonio con
uomo italiano, si tolgono i beni[71]. Natura, società, {69} religione,
i più santi legami violava quella insensata tirannide!

Nè d'un solo essa era; del principe era, de' baroni, de' seguaci, dei
partigiani suoi tutti. Supplivansi i vizi a vicenda, chè non ne
mancasse un solo a strazio de' popoli: onde se tra que' di Carlo non
si noverava la libidine, l'ammendavano i suoi con usura; per un
principe non licenzioso, dissoluti manigoldi a migliaia. Di seduzione,
di violenza ogni mezzo è in lor mano. Le ospitalità forzate,
l'esercizio e la riputazion del comando, e 'l vietar nozze o
assentirle, e le perquisizioni, gl'imprigionamenti per casi di stato,
per leve marittime, per debiti delle collette, per mille torte
cagioni, e l'esser tra gli spolpati popoli sol essi ricchi, schiudon
loro e case disoneste e case oneste; agli ingiuriosi amoreggiamenti
dan via. Qui alle arti di seduzione la violenza è sviluppo; rapiscon
qui senza maschera alcuna; insultan le donne al cospetto de' mariti;
non riguardano a candor di donzella, a castità di vedova; minacciano,
o feriscono i parenti, o col braccio dell'autorità pubblica li
allontanano: ridonsi de' pianti; della virtù si fan gabbo; menano al
paro le ingannate, le dubbiose, le riluttanti vittime; a quegli
abbominevoli amori ritegno alcuno non è[72]. {70}

E il principe sì religioso e austero si fa sordo a' richiami; e
fieramente ributta chi si lagni di villania, di rapina, di mortal
ferita: dolenti vanno a lui i sudditi e dolentissimi sen tornano,
quando in pena della temerità non li chiude il carcere, non li punisce
il bastone, o non li calpestano i cavalli degli uomini d'arme, mentre
essi si sforzano a giugnere sino ai piè del tiranno. Così la
rimostranza già citata. Carlo sorride ai focosi suoi sgherri:
giovanili trapassi que' loro, o giuste vendette; le querele e'
richiami son calunnie di gente ribelle[73]. Invano Clemente parlò,
scrisse, mandò legati a Carlo più volte[74], fin pregò re Ludovico che
il moderasse: Gregorio X invano nel ripigliò in Toscana, e l'ira del
cielo minacciogli, e 'l flagello d'inaspettato tiranno che piomberebbe
su lui. «Che suoni tiranno, rispondea Carlo, io lo ignoro; ma so che
il sommo Iddio mi ha guidato, e così ho fidanza che mi regga sempre.»
E raddoppiò i balzelli su i Templari e gli Spedalieri; e si rise delle
rimostranze che Marino arcivescovo di Capua fea tuonar poco appresso
nel concilio di Lione; e dell'orrore desto tra quei prelati al suo
dire; de' legati che il concilio deputava a correggerlo; e delle
epistole del papa a re Filippo di Francia[75].

Un dì avrebbe forse il sicilian parlamento chiesto riparazione a tanti
torti; e '1 voto solenne de' rappresentanti della nazione, avria fatto
impallidire quel Carlo[76]; ma il {71} parlamento più non era, ch'ei non
l'adunò in Sicilia mai, come sopra si è detto. E più: se i re normanni
furon tutti coronati ed unti in Palermo; se qui soggiornarono, coi
grandi uficiali della corona, con la maestà tutta del regno; e se gli
Svevi non mutavan punto di quegli augusti ordini, ancorchè secondo i
casi delle guerre lungi dalla metropoli vagassero; or Carlo presa la
corona dell'usurpazione oltre il Garigliano, continuò bene a chiamar
Palermo capo e sede del regno, a far protestazioni menzognere del grande
amor che le portasse[77], ma insieme trapiantava primo la regia sede in
Napoli, non per legge, di fatto; perchè a Francia, a Provenza, alla
corte del papa, alla agognata Italia di sopra, più vicin fosse, nè
chiuso dai mari. Perciò non solamente offendea la dignità e 'l dritto
della Sicilia, ma anco i materiali interessi. Spegnea le industrie,
fondate in sul lusso della corte e de' baroni; quanti per gli ordini
antichi viveano d'un modo o d'un altro, dannava a squallida povertà; le
ricchezze traea fuori senza scambio; il danaro delle tasse sperdea, da
non lasciarne ricader nè una gocciola sola a refrigerio de'
contribuenti. E con ciò la pestilenza de' reggitori subalterni; la
disuguale amministrazione della giustizia; l'izza del governo, che
odiato odiava, tra i sospetti ognor travagliandosi. Pertanto più acerbi
assai della Sicilia i mali, che delle province di terraferma, ancorchè
le stesse mani governasserle, straniere e crudeli. Ma in terraferma il
novello acquisto della sede {72} del governo rattemperava que' danni; e
quanto la Sicilia perdea, la Puglia acquistava. Fioria Napoli per lo
soggiorno della corte, per l'affluenza di tante faccende: ristorò Carlo
la sua università degli studi, la ornò di splendidi edifizi, di feste e
di spettacoli la fe' lieta. Lagrime, e terrore nell'isola intanto.
Manomessa la nazione, manomessi i privati; non magistrato che rendesse
ragione; non principe che riparasse i torti; nè un domestico asilo
rimanea dove l'abbominato accento straniero non penetrasse a ricordare
più scolpitamente la servitù. Delle facoltà loro non eran padroni;
vilipesi nelle persone; ingiuriati nelle donne; della vita in sospetto
sempre e in periglio. A tanto la Sicilia venne per le violate leggi, e
'l dominio straniero! Tal era nel secolo decimoterzo una tirannide!


NOTE

  [1] Non proverò con citazioni questi ordini notissimi del nostro
    dritto pubblico. Quanto a' doveri de' vassalli verso i feudatari,
    è bene ricordare ciò che scrive Ugone Falcando al proposito delle
    pretensioni d'alcuni novelli baroni francesi in tempo de'
    Guglielmi, cioè nel secol XII, e delle risposte de'
    vassalli siciliani. _At illi libertatem civium oppidanorum
    Siciliæ prætendentes, nullos se reditus aiebant, nullas exactiones
    debere, sed aliquoties dominis suis, urgente qualibet necessitate,
    quantum vellent sponte et libera voluntate servire: e appresso:
    multorum civium et oppidanorum odia suscitarent, dicentes: id eum
    proponere ut universi populi Siciliæ reditus annuos et exactiones
    solvere cogerentur juxta Galliæ consuetudinem, quæ cives liberos
    non haberet._ In Caruso, Bibl. sic. tom. I, pag. 475. Gli abusi
    feudali per altro furon seguiti in Francia dalla famosa
    rivoluzione comunale del secolo XII.

  [2] Erano, come ognun sa: 1º. invasione o grave ribellione nel
    regno: 2º. prigionia del re: 3º. armamento a cavaliere di lui, o
    del figliuolo: 4º. nozze della figliuola, o sorella del re.

  [3] Capitoli di re Corrado I, dati in Foggia di febbraio 1251.

  [4] Non credo che in questo quadro generale si debba far parola delle
    leggi suntuarie della città di Messina, confermate da Carlo per
    diploma del 16 giugno 1272, sulla domanda che ne fe' il comune per
    ambasciadori apposta: Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 102;
    e Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 2.

    Tralascio ancora, come di niuna importanza, un frivolo privilegio
    di re Carlo I al comune di Palermo, al quale, per la sua dignità,
    e lealtà nelle recenti turbazioni di Corradino, lasciò la elezione
    dei maestri di piazza, catapani, e altri uficiali minori. Diploma
    dato di Napoli a 24 ottobre 1270, tra' Mss. della Bibl. com. di
    Palermo Q. q. G. 2. Nello stesso volume si trova un altro diploma
    dei 28 settembre 1275 dato di Venosa, in cui re Carlo mezzo
    confermava e mezzo no un privilegio dell'imperator Federigo ai
    Palermitani, per le inquisizioni dei giustizieri nei delitti
    pubblici e privati.

    Nè si farà menzione de' nomi dei vicari che ressero la Sicilia per
    Carlo, oscuri ministri di un pessimo principe, non segnalatisi nè
    anco per iniquità che passasse la volgare. Furono, se alcuno pur
    ama saperli, Fulcone di Puy-Richard, Guglielmo di Beaumont, Adamo
    Morhier, Erberto d'Orléans. Caruso, Storia di Sicilia, parte 1ª,
    tom. II.

    Il Sismondi nella Istoria delle repubbliche italiane, tom. II,
    cap. 7, afferma, che sotto la dominazione di Carlo I, i baroni
    siciliani malcontenti furono spogliati e oppressi, ma nè tutti
    presi, nè tutti cacciati dall'isola; e che i Francesi facean
    soggiorno nelle città e su le costiere, ma osavan di raro
    addentrarsi nelle montagne interiori, ove i signori al par de'
    contadini serbavan tutta la loro indipendenza. A provar questi due
    fatti sì gravi non allega alcun documento; nè per vero ne potea;
    nè percorrendo le memorie del tempo sapremmo apporci quale abbia
    potuto dar luogo al Sismondi a credere limitata e contrastata la
    dominazione dei Francesi in Sicilia. Per lo contrario tutti gli
    avvenimenti, le leggi, gli atti di questo governo mostrano, che
    dal 1268 al 1281 senza la menoma eccezione o resistenza, levò per
    tutta la Sicilia quanti danari volle, fè concessioni feudali ai
    baroni francesi nei luoghi più riposti dell'isola, e per ogni
    luogo comandò, vessò, ingiuriò. Se dunque il Sismondi non parla
    de' baroni che malediceano e obbedivano, come tutti gli altri
    Siciliani, senza dubbio la inesatta narrazione del Villani intorno
    la congiura di Giovanni di Procida, e la ignoranza di molti
    particolari di Alaimo di Lentini, furon quelli che il portarono a
    conchiudere frettolosamente, che restassero nell'isola, dopo i
    tempi di Corradino, baroni in istato d'aperta ribellione. L'altro
    supposto, ch'è di molto più fallace, forse fu suggerito dalle
    parole di Saba Malaspina su gli abitatori «de' monti de' Lombardi»
    e la prontezza della colonia lombarda di Corleone a seguir il
    tumulto palermitano. Ma Saba Malaspina in quel luogo narra
    largamente gli aggravi sofferti da' Corleonesi al par d'ogni altro
    Siciliano, o peggio. E ciò mostra piuttosto quanto poco si godesse
    in quelle contrade la indipendenza che ci vede il Sismondi.

  [5] Saba Malaspina, lib. 6, cap. 2.

    Per la chiesa di Cefalù Carlo ritenne i dritti del porto, a quella
    tolti dagli Svevi, come si legge in un diploma del 14 luglio 1266,
    tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 12, pubblicato dal
    Pirro, Sic. sacra, tom. II, pag. 806. Lo stesso ritraesi per
    Catania, da un diploma del 10 settembre 1266. Pirro, Sic. sacra,
    tom. I, pag. 535.

  [6] Diplomi de' 24 marzo e 24 settembre 1267. Breve del 13 dicembre
    1274. Nei Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. H. 4, fog. 83,
    85, 91.

    Il diploma in cui fu resa esecutiva e trascritta la sentenza del
    legato sopra la restituzione di vari beni alle chiese di Messina,
    Catania, ec. si trova nel r. archivio di Napoli, registro di Carlo
    I, segnato 1268, O fog. 19, a t. e fog. 6, che per mal accurata
    legatura del volume è la continuazione del detto foglio 19. La
    data del diploma è del 9 agosto undecima Ind. (1268).

  [7] Saba Malaspina, lib. 6, cap. 3.

    Nic. Speciale, lib. 1. cap. 11.

  [8] Diploma del .... 1282 ne' citati Mss. della Bibl. com. di Palermo
    Q. q. H. 4, fog. 117.

  [9] La rimostranza de' Siciliani, ch'io pubblico al doc. VII
    s'intrattiene lungamente su i torti fatti dal governo angioino
    agli ecclesiastici.

  [10] Parecchi diplomi spargon luce su questo punto. Uno dato di Napoli
    a 20 febbraio tredicesima Ind. (1299), accetta che Elia di
    Gesualdo milite si fosse esposto a gravi pericoli per Carlo I
    nella guerra con Manfredi, e gli avesse fornito in prestito una
    grossa somma di danaro, senza la quale Carlo non avrebbe potuto
    compiere la impresa; ond'ei gli diè in merito la baronia di
    Gesualdo, confermata poi da Carlo II col presente diploma. Nel r.
    archivio di Napoli, reg. di Carlo II, segnato 1299-1300, C. fog.
    54, a t.

    Si vegga ancora ciò che dicemmo a pag. 33 per lo imprestito di
    Arrigo di Castiglia, riferito dal d'Esclot.

  [11] Saba Malaspina, lib. 6.

    Capitoli del regno di Sicilia, cap. 23 di re Giacomo.

    Epistole di Clemente IV a Carlo, in Raynald, Ann. ecc. 1267 §. 4 e
    1268 §. 36.

    Diploma del 14 luglio 1266, dall'archivio della chiesa di Cefalù,
    tra i Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 12.

    Diploma di Carlo I dato il 13 giugno 1270, nel quale si comanda
    una inquisizione per le concessioni di Federigo dopo la sua
    deposizione, di Corrado, e di Manfredi. Dal r. archivio di Napoli,
    Papon, Hist. gen. de Provence, tom. III, Docum. 8.

  [12] Gio. Villani, lib. 7, cap. 30.

    Veggansi ancora i vari diplomi ricordati da monsignor Scotto nel
    catalogo delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag.
    50 e 179, e que' che abbiamo tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo
    Q. q. G. 2, tutti cavati da' registri del r. archivio di Napoli, e
    dati di Taormina 12 gennaio 1271, di Messina 23 gennaio 1271, di
    Monforte 23 settembre 1272. Moltissimi altri se ne trovano ne'
    registri del detto archivio di Napoli.

  [13] Veggasi la nota in principio del presente capitolo sulla
    esorbitanza de' dritti feudali di Francia al paragon de' nostri in
    que' tempi; e Vivenzio, Storia del regno di Napoli, tom. II, pag.
    12 e 13.

    È da notare che que' medesimi atti dei quali si lagnano
    gl'istorici nostri e del continente d'Italia, come d'oppressioni
    insopportabili de' Francesi in Sicilia, riferisconsi dagli
    istorici del dritto pubblico francese, come leggi, dure sì ed
    ingiuste, ma ricevute universalmente in Francia ne' secoli di
    mezzo. E questa è un'altra prova del divario grandissimo tra la
    feudalità francese e la siciliana, di gran lunga men barbara, del
    secolo XIII.

  [14] Capitoli del regno di Napoli, pag. 39 e 40, capitoli dati il 10
    giugno 1282.

  [15] Vo' notare, perchè mostri le condizioni di tutte le altre, una
    concessione fatta da Carlo I, a dì 8 luglio 1278 (o 1266), che
    leggiamo tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 4.

    Il re dà in feudo nobile a Ponzio di Blancfort, milite e
    famigliare suo, il castel di san Pietro sopra Patti, che si
    tenesse _in capite_ dalla corona, per lo servizio di due
    militi e mezzo, ragionati a 20 once d'oro annuali per ciascuno,
    secondo gli usi del regno di Sicilia. Eccettuansi dalla signoria
    coloro che tenessero direttamente dal re feudi o altro in que'
    luoghi; e le saline, gli armenti regi, i demani, le spiagge fino
    al gitto della balista: riserbasi ancora il re il dritto al
    giuramento ligio; i giudizi criminali di morte, taglione, o
    esilio; e la imposizione delle collette o monete generali.

  [16] Capitoli del regno di Napoli, an. 1272, pag. 8. Questa differenza
    che Carlo mettea tra sudditi francesi e italiani, senza saviezza
    politica, e certo senza giustizia, si scorge sempre, anche in
    fatti di minore importanza. Così nel chiamare i baroni al servigio
    feudale, distinguea gli uni dagli altri; e abbiamo da vari diplomi
    che una volta ai Latini ingiunse di recarsi a quest'effetto a san
    Germano il 26 dicembre 1275, a' Francesi il 14 gennaio 1276. Da'
    registri del r. archivio di Napoli, reg. segnato 1260 O fog. 68 a
    t. e 69.

  [17] Carlo non solamente volle una feudalità di gente francese nel
    reame di Puglia, che mirò ancora a stabilirvi intere popolazioni.
    Così a ripopolar Lucera, dopo aver domato que' fieri Saraceni,
    invitò con promessa di proprietà e immunità larghissime gli
    abitanti della Provenza, raccomandando portasser seco loro le
    armi. Diploma del 20 ottobre 1273 dal r. archivio di Napoli, in
    Papon, Hist. gén. de Provence, tom. III, Doc. 12. Veggasi ancora
    quant'altro scrive il Papon nello stesso tom. III, pag. 58.

    Questo fatto è provato inoltre da' privilegi di colonia
    provenzale, che Carlo II nel 1300 concedette ai Catalani
    dell'armata. Diplomi del 3 gennaio tredicesima Ind. nel reg. del
    r. archivio di Napoli, segnato 1299-1300, C fog. 50 a t.

  [18] Presso il Caruso, Bibl. sic., tom. II, pag. 780.

  [19] Saba Malaspina, continuazione presso di Gregorio, Bibl. arag.
    tom. II, pag. 332.

  [20] Così furon chiamati ne' mezzi tempi, per corruzione della voce
    _dominio_, le terre appartenenti propriamente alla corona.

  [21] Saba Malaspina, lib. 6.

  [22] Raynald, Ann. ecc. 1267, §. 4. La prima è senza data; l'altra di
    Viterbo, il 6 febbraio 1267.

  [23] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 1 di re Giacomo.

    Capitoli del regno di Napoli, pag. 26.

    Bart. de Neocastro, cap. 12.

    I diplomi del r. archivio di Napoli ci forniscono più minuti
    ragguagli, dei quali accennerò qui alcuno.

    1º. Le collette o sovvenzioni eran bandite per varie cagioni, e
    spesso se ne richiedean molte in un medesimo anno; come
    sovvenzioni generali: per gli stipendi de' soldati mercenari: per
    l'armamento delle galee: pei legnami e marinai, diversa dalla
    precedente: per la festa d'armar cavaliere il figliuolo del re; e
    simili bisogni reali o immaginari. Notisi che in un reame in cui
    il servigio militare era a carico dei feudatari, si levava
    un'altra imposta per le truppe mercenarie.

    2º. La somma era esorbitante. Per esempio, nel 1276 la
    sovvenzione generale per gli stanziali montò ad once 60,170. 11.
    11.

    Questa somma scompartissi per le province nel seguente modo:

      Abbruzzo                                      6573  13  16
      Terra di Lavoro e Contado di Molise           8080   »   »
      Principato e terra Beneventana                5566  12  17
      Capitanata                                    3300  24   1
      Basilicata                                    4286  29   1
      Terra di Bari                                 5446  21   »
      Terra d'Otranto                               3547  14   8
      Val di Crati e terra Giordana                 5725  27  16
      Calabria                                      2631  28  12
      Sicilia di qua dal Salso (Sicilia orientale)  7600   »   »
      Sicilia di là del Salso (Sicilia occidentale) 7500   »   »

                                        _Totale_  60,170  11  11

    come si legge in un diploma del 13 febbraio quarta Ind. (1276) nel
    registro di Carlo II segnato A, 1201, fog. 90. Lo stesso dì fu
    bandita in alcune province di terraferma un'altra imposta per le
    galee, come si vede da un altro diploma del 20 febbraio quarta
    Ind. (1276), ibidem. Altre once 1,674 per soldi della gente delle
    galee di guardia intorno la Sicilia, si veggon pagate, la più
    parte dalla città di Palermo, in tre diplomi del 24 e 25 gennaio e
    2 febbraio quinta Ind. (1277) reg. 1268 O fog. 47.

    Abbiamo oltre a ciò le scritte del danaro che appare ricevuto dai
    due giustizieri di Sicilia nei mesi di maggio e giugno 1277 per
    sovvenzioni generali, nella somma di once 10,801, che certo non
    appartiene all'imposta de' soldati; e perciò il danaro pagato
    dalla Sicilia in quell'anno passò di molto le 30,000 once. Non è
    dubbio che quelle partite appartengano a un medesimo anno, cioè
    alla quinta Ind. 1276-77, perchè gli editti si mandavan fuori
    prima del cominciamento della indizione, e il danaro s'incassava
    nel corso della medesima. Queste scritte trovansi nel registro
    1268 A fog. 40, 41, 42, 43. Da quella data il 29 maggio, fog. 41 a
    t., si scorge che la sovvenzione pei soldi della gente delle galee
    nel giustizierato di qua dal Salso era da 800 a 900 once all'anno.

    3º. La proporzione della colletta tra il reame dell'isola e quel
    di terraferma, era come di uno a quattro; il che fa argomentare
    che a un di presso la popolazione stava nella stessa ragione, che
    è anche quella d'oggidì.

    4º. I magistrati preposti a riscuoter le collette o sovvenzioni
    erano i giustizieri.

    Su quali elementi l'amministrazione angioina prendesse a
    scompartir la somma tra le varie terre, s'ignora. Forse avea
    qualche abbozzo di censimento, non sappiam se di beni o di
    popolazione; ma è certo che dalla corte veniva la distribuzione; e
    ciò veggiamo per la distribuzione della moneta nuova nel diploma
    del 12 agosto 1279, che si pubblica Docum. III. La somma poi
    gravata sopra ogni terra, si contribuiva dagli abitanti su i ruoli
    che stendeano gli oficiali, chiamati giudici nelle terre
    demaniali, e maestri giurati nelle feudali, che erano eletti a
    questo scopo di comun voto degli abitanti. Tra molti altri
    documenti, il prova il diploma del 13 agosto 1278, pubblicato
    Docum. II, e l'altro del 12 settembre 1277, registro citato, 1268
    O fog. 1, nel quale si legge.... _precipias ex parte nostra
    universitatibus terrarum et locorum tam demanii quam ecclesiarum
    comitum et baronum jurisdictionis tue, sub pena unciarum auri
    decem per te a contumacibus exigendis, ut universitates terrarum
    demanii judices sufficientes, ydoneos et juris peritos si poterint
    inveniri in numero consueto, et universitates ecclesiarum comitum
    et baronum magistros juratos bonos, sufficientes, ydoneos et
    fideles, quilibet in dicta universitate..... unum in magistros
    juratos de comuni voto omnium eligant_..... Questa era una
    lettera circolare a tutti i giustizieri delle province di
    terraferma e al vicario in Sicilia ne' due giustizierati
    dell'isola. Onde si scorge ancora che la cancelleria di Carlo I,
    ora scrivea direttamente ai due giustizieri di Sicilia, come a
    quei di terraferma, ed or facealo per mezzo del vicario, sedente
    allora a Messina. Il diploma del 13 febbraio 1276, citato di
    sopra, accenna la medesima forma di distribuzione della tassa, per
    sindichi eletti dalle università, ossiano comuni.

    Da un diploma che leggesi in Vivenzio, Storia del regno di Napoli,
    tom. II, pag. 351, si ricava, che in Principato la proporzione
    ordinaria della sovvenzione generale era di un agostale a
    focolare, ossia famiglia.

  [24] Nic. Speciale, lib. 1 cap. 2.

    Bart. de Neocastro, cap. 12 e 13.

  [25] Diploma dato di Melfi a 16 settembre 1269, dove si confessa, che
    gli abitanti di alcuni casali di Calabria appartenenti al
    monastero del Salvadore di Messina: _de necessitate coguntur
    proprium deserere incolatum, dum nullatenus possint tam gravia
    onera sustinere_. Dal r. archivio di Napoli, si legge nei Mss.
    della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 2.

  [26] Capitoli del regno di Napoli, anno 1272, pag. 4.

  [27] Lettera de' Siciliani al papa Martino IV, nello Anonymi chronicon
    siculum, cap. 40, presso di Gregorio, Bibl. arag. tom. II, pag.
    154.

    D'Esclot, cap. 88. Questi assicura che si levavano infino a
    quattro collette in un anno, ed aggiugne un'altra crudeltà, non
    rapportata dai nostri, e perciò men da credersi; cioè che
    marchiavano in fronte cui non pagasse le collette, e che i
    riscuotitori portavano due collari colle catene appesi all'arcion
    della sella, e vi attaccavano pel collo i debitori.

  [28] Docum. VII.

  [29] Capitoli del regno di Napoli, pag. 26.

  [30] Saba Malaspina, cont. loc. cit., pag. 333.

    Bart. de Neocastro, cap. 12.

    Capitoli del regno di Sicilia, cap. 8 di re Giacomo.

    Diploma del 27 gennaio 1281, nel citato catalogo delle pergamene
    del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 227.

    Diploma del 29 novembre tredicesima Ind. (1269) nel r. archivio di
    Napoli, registro di Carlo I, segnato 1269, D, fog. 203 a t.

    I nomi de' cittadini palermitani da' quali si tolse in presto il
    danaro di cui tratta questo diploma, sono: Failla, de Pulcaro,
    Riccio, Tagliavia, ed Afflitto.

    Diploma del 15 marzo 1278 per compensarsi col danaro dato in
    prestito dal comune di Caltagirone, il debito ch'esso avea per la
    imposta de' legnami e marinai, nella somma di once 727. R.
    archivio di Napoli, reg. 1268, A, fog.143.

    Da molti diplomi si vede che re Carlo richiedea tali imprestiti a
    tutti i magistrati preposti all'amministrazione delle entrate
    pubbliche, cioè i giustizieri, i segreti, i portulani, e i maestri
    di zecca. Diploma dato di Viterbo il 15 novembre quinta Ind.
    (1276), nel quale si comanda ai giustizieri di terraferma di dare
    in prestito al re once 500 per ciascuno, e a que' di Sicilia 1,000
    once per ciascuno; nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268,
    A, fog. 1. Altro simile, ibid., fog. 2, dato di Brindisi, il 16
    aprile (forse 1277). Altro, ibid., fog. 3, dato di Venosa il 1
    giugno quinta Ind. (1277), pel quale si domandarono ai giustizieri
    di Sicilia once 2,000 per ciascuno. Altro, ibid., fog. 22, a t.,
    ai segreti, portulani, e maestri di zecca. In Sicilia ci avea un
    segreto solo, un sol portolano, e il _Siclarius_ di Messina.
    Il pretesto dell'accatto era l'urgenza di pagare i soldati
    mercenari, e il censo alla corte di Roma. E in molti luoghi fu
    mandato, come era solito, a sollecitare il pagamento un Droetto da
    Genlis. Altri del 23 febbraio, 5 e 30 marzo (1276) per simili
    imprestiti. Richiedeansi ai giustizieri once 2,000 per ciascuno;
    nel r. archivio di Napoli, reg. segn. 1291, A, fog. 93, 94, a t.
    95 e 102.

    Diploma del 5 settembre, sesta Ind. (1277) a' giustizieri, che
    mandino incontanente danaro, _tam de pecunia ipsa mutuanda per
    te, quam de recipienda mutuo a divitioribus et melioribus dicte
    jurisdictionis tue a quibus statim et brevi manu haberi possint,
    ita quod mutuum ipsum generale non sit nec in eo pauperes,
    etc._ R. archivio di Napoli, reg. 1268 O, fog. 3.

    Conto dei giustizieri di Sicilia, ibid., fog. 75, ove si parla
    d'altri imprestiti somiglianti.

    Altri diplomi su imprestiti non restituiti da Carlo I, son citati
    dal Vivenzio, Storia di Napoli, tom. II, pag. 12.

  [31] Memorie storiche ed economiche sopra la moneta bassa di Sicilia,
    di Antonino della Rovere, Palermo, 1814, cap. 3.

  [32] Documento II.

    Molti particolari per la monetazione d'oro in Napoli si trovano in
    un diploma del r. archivio di Napoli, reg. 1268, O, fog. 91.

  [33] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 10 di re Giacomo.

    Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282, pag. 25.

    Saba Malaspina, cont. loc. cit., p. 332.

    Nic. Speciale, lib. 1, cap. 11.

    Bart. de Neocastro, cap. 12.

    D'Esclot, cap. 88.

    Diplomi del 18 e 25 maggio 1275, ai maestri della zecca di
    Messina, allegati dal sig. della Rovere nell'opera citata, cap. 4;
    ove si legge che nella nuova moneta di denari entravano 7 tarì e
    mezzo di argento in ogni libbra di lega; e sopra ciò si ragiona il
    guadagno dell'80 per 100, che risponde a' detti del Neocastro e
    del D'Esclot; il primo de' quali afferma che il valor edittale
    della nuova moneta montò a trenta volte sopra l'antico, non che
    sopra l'intrinseco; e il secondo attesta il rapidissimo calar di
    questa moneta dopo la distribuzione.

    Moltissimi diplomi ci ha poi, su le sforzate distribuzioni della
    bassa moneta, nel r. archivio di Napoli; un de' quali dato il 13
    agosto sesta Ind. (1278) si trova nel registro segnato 1268, A,
    fog. 127. Un altro del 5 settembre sesta Ind. (1277) per la
    distribuzione di libbre 8,830 di moneta nuova, alla solita ragione
    di 3 libbre ad oncia di valore, talchè se ne doveano ricavare,
    continua il diploma, once 2,943. 11. 10, reg. 1268, O, fog. 3; e
    parecchi altri veggonsi notati nell'Elenco delle pergamene del r.
    archivio di Napoli per monsig. Scotto, tom. I, Napoli, 1824.

    Una di queste pergamene contien la distribuzione alle città e
    terre della Sicilia di là del Salso (regione occidentale); e
    questa, perchè mostra particolari importanti, l'ho io trascritto
    dall'originale, e la pubblico qui, Docum. III.

    Che Carlo I d'Angiò avesse la monetazione come un capo di entrata
    pubblica, si ricava da molti altri diplomi del r. archivio di
    Napoli; un dei quali indirizzato al vicario in Sicilia Adamo
    Morhier per la zecca di Messina il 13 marzo 1278, si trova nel
    registro segnato 1268, A, fog. 142.

  [34] Elenco citato delle pergamene, ec., tom. I, p. 181 e 184, diplomi
    del 4 e 31 agosto 1279.

  [35] Bart. de Neocastro, cap. 12.

    Capitoli del regno di Napoli, 26 gennaio e 20 febbraio 1274, pag.
    1.

    Alla tratta dei grani, e alle altre esazioni dei porti eran
    preposti i maestri portolani; e in Sicilia n'era di que' tempi un
    solo, come si scorge dai diplomi del r. archivio di Napoli, 10
    giugno, quinta Ind. (1277), reg. 1268, A, fog. 22 a t.--10 e 15
    aprile, sesta Ind. 1278, indirizzati a Giovanni di Lentini milite,
    e Matteo Rufulo di Ravella, portolani e procuratori in Sicilia (ma
    erano due individui che esercitavano, o per dir meglio avean preso
    in affitto, un solo uficio), ibid., fog. 96, 97.

    De' dritti di tratta del grano si trova notizia in molti altri
    diplomi, e, per non citarne un eccessivo numero, veggasi quello
    del 15 marzo 1278, reg. 1268, A, fog. 142, e un altro del 26
    novembre 1279, indirizzato al portolano di Eraclea in Sicilia. In
    questo si leggono tutte le estrazioni di grani da Eraclea, ossia
    Terranova, in quattordici mesi dal 10 luglio 1278 al 24 settembre
    1279. Il dritto di estrazione era venticinque once ogni mille
    salme di frumento per fuori regno, e la metà pei luoghi del regno.
    Nel detto periodo si trassero da Terranova salme 11,709 di
    frumento e 3,690 d'orzo, delle quali 150 sole per Genova, 560
    senza dichiarar luogo, e le une e le altre furono imbarcate con
    legni genovesi e oltramontani. Il rimanente con bastimenti
    siciliani o del regno di Napoli fu portato ad Amalfi, Gaeta,
    Napoli, e la più parte a Messina. I carichi per Napoli furono del
    frumento e orzo del re. Dal r. archivio di Napoli, reg. 1270, B,
    fog. 36 a t. Io ne ho depositato una copia nella Bibl. com. di
    Palermo.

  [36] Veggasi di Gregorio, Considerazioni sulla storia di Sicilia, lib.
    3, cap. 6 e 7.

    Il segreto amministrava queste gabelle, ed era in Sicilia un solo,
    se non che talvolta più persone prendeano in fitto questo uficio,
    come il mostra un diploma del 29 ottobre ottava Ind. (1279) per
    alcune decime e prestazioni alla chiesa di Messina, nel cui
    margine leggesi _Alaymo de Lentini et sociis secretis
    Sicilie_, r. archivio di Napoli, reg. segnato 1270, B, fog. 9;
    e un altro diploma del 23 settembre dello stesso anno, ibid., fog.
    8, per la elezione d'Arrigo de Riso e Arrigo Rosso da Messina a
    segreti di Calabria. Da un altro diploma del 27 marzo ottava Ind.
    (1270), ibid., fog. 3, si rileva, che le entrate della segrezia di
    Sicilia per la ottava Ind. montassero ad once 19, 310, 26, 10.
    Veg. anche diploma del 15 marzo 1278, ibid., reg. segnato 1268, A,
    fog. 142, indirizzato al segreto di Sicilia; e un altro al
    medesimo, ibid., reg. 1270, B, fog. 11, dato il 27 febbraio,
    ottava Ind. 1280, per dritti di _riva e bucceria_ di Palermo.

  [37] Diploma del 6 agosto 1281 nell'Elenco dalle pergamene del r.
    archivio di Napoli, tom. I, p. 228.

  [38] Ibidem. Ad ogni pagina si leggono diplomi riguardanti questi
    affitti.

  [39] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 11 di re Giacomo.

    Anon. chron. sic., cap. 40.

  [40] Leggonsi moltissime di queste transazioni coi veri o supposti
    frodatori, nel registro del r. archivio di Napoli segnato 1283, A,
    fog. 96, 98, 103, 108 a t. 112, 113, a t. Si scorge ancora il mal
    uso dal diploma del 26 marzo 1284, ibid., fog. 125 a t., in cui fu
    mascherato sotto tal pretesto il riscatto di Arrigo Rosso da
    Messina, fatto prigione nel combattimento di Milazzo l'anno 1282.

  [41] A proposito de' mali consiglieri di re Carlo, è da ricordare un
    diploma del principe di Salerno, dato di Nicotra il 22 giugno
    1283. Dietro lo scoppio del vespro, la casa di Angiò volle gittar
    sui ministri tutto il carico del mal governo. Il principe dunque
    di Salerno, erede presuntivo della corona, denunziò a' popoli del
    regno di terraferma quattro Marra fratelli, e due Rufulo padre e
    figliuolo «inventori di tutti i modi di spogliare i popoli, pei
    quali la Sicilia s'era ribellata. Or io, conchiudea, li punisco.»
    Da' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 1, pubblicato dal
    sac. Niccolò Buscemi nella vita di Giovanni di Procida, Docum. 5.

  [42] Saba Malaspina, cont. pag. 331, 332.

    Bart. de Neocastro, cap. 12.

    Nic. Speciale, lib. 1, cap. 11.

    Anon. chron. sic. loc. cit.

    D'Esclot, cap. 88.

    Al proposito della estrema cura di Carlo pe' suoi orti si legge un
    curioso diploma dell'8 febb. 1278 a Adamo Morhier vicario in
    Sicilia, cui il re raccomandava il palagio e il giardin di
    Palermo, e que' della Cuba, dell'Assisa, della Favara, e del
    Parco; nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, A, fog. 37 a
    t. Ivi a fog. 37 è un altro diploma del 5 febb. a un Giordano
    detto Marzono per la custodia de' palagi e giardini medesimi.

  [43] Capitoli del regno di Napoli del 10 giugno 1282.

    Il dritto di pascer gli armenti regi era certamente antico sui i
    feudi; ma Carlo l'abusò, come fece di ogni altra prerogativa della
    corona.

    Saba Malaspina, cont. p. 357.

  [44] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 28 e 64 di re Giacomo.

    Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

    Nic. Speciale, lib. 1, cap. 11.

    Bart. de Neocastro, cap. 12.

    Saba Malaspina, cont. pag. 331.

  [45] Bart. de Neocastro, cap. 12.

    Capitoli del regno di Sicilia, cap. 44 di re Giacomo.

    Capitoli del regno di Napoli, pag. 26 e seg.

  [46] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 13 di re Giacomo.

  [47] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

    Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

  [48] Saba Malaspina, cont. pag. 334.

    Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

    Epistola di Clemente IV, in Raynald, Ann. ecc. 1267, §. 4.

  [49] Saba Malaspina, cont. pag. 334.

    Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

  [50] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

    D'Esclot, cap. 88.

    Anon. chron. sic. cap. 40, loc. cit. pag. 155.

    Capitoli del regno di Sicilia, cap. 19 e 20 di re Giacomo.

    Capitoli del regno di Napoli, pag. 20.

    Veggasi ancora il diploma di re Carlo I, a 31 luglio 1276, per le
    materasse che gli officiali prendeano ai giudici del comune di
    Messina, in Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 105.

  [51] Nic. Speciale, lib. 1 cap. 11.

  [52] Anon. chron. sic. pag. 154.

    Bart. de Neocastro, cap. 14.

    Nic. Speciale, lib. 1 cap. 2.

    Saba Malaspina, cont, pag. 333 e 353.

    Rade volte, com'avvien pure, il re prendea a riparare qualche caso
    particolare. Un diploma del 24 febbraio, non si vede di qual anno,
    fa scritto al vicario in Sicilia, per le violenze fatte al
    canonico Stefano d'Ala, e la sua prigionia arbitraria. Nel r.
    archivio di Napoli, reg. segnato 1268, O fog. 88 a t.

    Un altro diploma del 7 maggio quarta Ind. (1276) riguarda un simil
    caso di Deponto da Nicastro, cui un Raoul de Teretis milite, con
    una sua masnada, avea cattivato, portato alla Catona, e indi nel
    castel di Scilla.

  [53] Si sa che sotto Federigo imperatore i baiuli erano insieme
    giudici civili di prima istanza, officiali dell'azienda regia, e
    magistrati municipali. Par che siano stati sostituiti, forse da
    Carlo, a questi baiuli i giudici nelle terre demaniali, e i
    maestri giurati nelle feudali o ecclesiastiche. Questi pel
    rescritto della conferma della loro elezione pagavano, oltre le
    mance ai notai, un dritto di tarì d'oro diciotto e mezzo al fisco.
    Veg. diploma del 13 agosto 1278, docum. II. e conto del
    giustiziere della Sicilia oltre il Salso, nel reg. del r. archivio
    di Napoli segnato 1268, O fog. 75, ove è messo a entrata questo
    dritto.

  [54] Che questa non sia una supposizione mia lo attestano tutti gli
    storici di sopra citati, e gli statuti stessi che promulgò Carlo
    appresso il vespro. Ricordisi la legge sulla occupazione de'
    demani citata di sopra, ch'è la sola obbligatoria anche pei
    Francesi e Provenzali.

    In un diploma del 16 aprile 1274, re Carlo commette al vicario di
    Sicilia, che gli abitanti di Eraclea non sian molestati nè
    spogliati dai vicini, _che non sono nè Francesi nè
    Provenzali_; che è una diretta confessione, o almen prova quali
    suonassero i richiami del pubblico. Tra i Mss. della Bibl. com. di
    Palermo Q. q. G. 1.

  [55] Capitoli del regno di Napoli, pag. 4, 15 marzo 1272.

  [56] Questa moneta valea la quarta parte di un'oncia.

  [57] Capitoli del regno di Napoli, pag. 10, anno 1269.

  [58] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 42 del re Giacomo.

  [59] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 45 del re Giacomo.

    Capitoli del regno di Napoli, pag. 21 e 22. Ved. anche un diploma
    nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, O fog. 75, nel quale
    si leggono i conti di un giustiziere della Sicilia oltre il Salso,
    e tra le altre partite d'entrata se ne trova una di multa per gli
    omicidi clandestini.

  [60] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 15 di re Giacomo.

    Epistola di Clemente IV, in Raynald, Ann. ecc. 1267 §. 4.

  [61] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

  [62] Docum. VII. Par fuori d'ogni dubbio che si parli d'una prigione
    nel Castel dell'Uovo, che per altro era il carcere de' rei di
    stato, ove si ritenea Beatrice figliuola di Manfredi, Arrigo Rosso
    messinese preso il 1282, nel combattimento di Milazzo, ecc.

  [63] È confessato ne' capitoli di re Carlo del 10 giugno 1282.

  [64] Capitoli del regno di Napoli, pag. 15, 15 dicembre 1268.

  [65] Epistola di Clemente IV, del 1267, loc. cit.

    Scorgesi ancora da tutti gli storici da noi citati, e cento
    diplomi il confermano; de' quali per brevità noterò due soli del
    1269 e del 1270. Il primo, tratto da' reg. del r. archivio di
    Napoli, si legge tra' Mss. della Biblioteca com. di Palermo Q. q.
    G. 1 fog. 102; l'altro nell'elenco delle pergamene dell'archivio
    stesso di Napoli, tom. I, pag. 34.

  [66] Diploma del 29 gennaio 1269, da' reg. del r. archivio di Napoli,
    tra i Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 1.

    Diploma del 10 novembre 1270, nell'elenco citato delle pergamene
    del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 41.

    Altro del 7 maggio 1271, ibid. pag. 58, e altri dieci del 1275,
    ibid. pag. 100 a 112. Nel conto del giustiziere della Sicilia
    oltre il Salso, reg. del r. archivio di Napoli segnato 1268, O
    fog. 75, si veggono messe a entrata le terze parti de' mobili de'
    contumaci.

  [67] Capitoli del regno di Napoli, pag. 16, 26 gennaio 1278.

  [68] Diploma del 3 febbraio 1270, tra' Mss. della Bibl. com. di
    Palermo, Q. q. F. 70, pubblicato dal sac. Niccolò Buscemi nella
    vita di Giov. di Procida; e altri--del 20 febbraio 1271, nel
    catalogo citato delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I,
    pag. 49--del 2 giugno 1271, ibid. pag. 63--del 1 novembre 1271,
    ibid. pag. 79.

  [69] Ibid. diploma del 21 dicembre 1271, pag. 82.

  [70] Capitoli del regno di Napoli, pag. 23, 22 novembre 1271.

  [71] Epistola di Clemente IV, del 1267, loc. cit.

    Nic. Speciale, lib. I, cap. 2 ed 11.

    Capitoli del regno di Sicilia, cap. 22 di re Giacomo.

    Rimostranza de' Siciliani, Docum. VII.

    In un diploma del 14 luglio 1266, che cavato dagli archivi delle
    chiese di Cefalù abbiamo nella Bibl. com. di Palermo tra i Mss. Q.
    q. G. 12, si fa cenno di un censimento di tutte le contee,
    baronie, «e delle pulzelle _in capillo_ che vivessero nelle
    terre scritte in pie'.» Mi è corso alla mente che quella lista di
    fanciulle si stendesse anche per vegliare su i loro matrimoni.

    I permessi di matrimonio, anche senza beni feudali, sono
    frequentissimi ne' reg. angioini del r. archivio di Napoli. Molti
    se ne trovano, per lasciar gli altri, nel reg. seg. 1268, O fog.
    23 e 24, dati da aprile a giugno 1274.

  [72] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

    Bart. de Neocastro, cap. 22.

    Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2. ed 11.

    Anon. Chron. sic. loc. cit. pag. 154.

    Lettera di Clemente IV, a re Carlo, in Raynald, Ann. ecc. 1268, §.
    36. Francesco Pipino, in Muratori R. I. S., tom. VIII, lib. 3,
    cap. 10.

    D'Esclot, cap. 88.

    Rimostranza de' Siciliani, citata di sopra.

  [73] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2.

    Saba Malaspina, cont., pag. 332 e 353.

    Rimostranza de' Siciliani, citata di sopra.

  [74] Raynald, Ann. ecc. 1267. §. 4, e 1268, §§. 36, 37.

  [75] Saba Malaspina, lib. 6, cap. 3, 4 e seg.

  [76] Scrivendo queste parole non si è dimenticato la imperfezione di
    quegli antichi parlamenti, i quali non eran sempre generali, nè
    aveano il potere legislativo sì netto come in oggi, nè
    rappresentavano la nazione in quel significato ch'or suona appo
    noi. Ma secondo gli umori dei tempi (e son più costanti i
    parlamenti d'oggi?) raffrenavano anch'essi gli abusi; come nel
    progresso di queste istorie si vedrà de' parlamenti di Santo
    Martino e di Foggia nel reame di Napoli, e di quelli adunati in
    Sicilia sotto Giacomo e Federigo d'Aragona.

  [77] _Nos autem qui civitatem eamdem speciali prerogativa diligimus
    et fovemus, eo quod Caput et Sedes Regni nostri exsistit, etc._
    leggesi in un diploma di Carlo I, dato di Napoli a 29 ottobre 1270
    in favore del clero palermitano, presso Inveges, Ann. di Palermo,
    tom. III, pag. 741.




CAPITOLO V.

Relazioni straniere di Carlo I d'Angiò. Crociata e trattato di Tunisi.
Carlo aspira all'impero greco. S'ingrandisce in Italia. È raffrenato
da Gregorio X. Disegni di Niccolò III e nimistà di lui con Carlo.
Pretensione di Pier d'Aragona al reame di Sicilia: supposte pratiche
di lui per mezzo di Giovanni di Procida. Preparamenti di guerra in
Aragona. Esaltazione di Martino IV. Armamenti di Carlo per l'Oriente.
Sentimento nazionale manifestato in Italia contro i Francesi. Novelli
aggravi che soffrono i Siciliani: richiami, umori, disposizioni loro.
1266-1282.


Dal governamento interiore or trapasseremo alle brighe di fuori, senza
le quali non sarebbero tutte spiegate le cagioni del vespro; perchè
l'infrenabile ambizione di re Carlo fu quella che gli suscitò contro i
potenti offesi o minacciati, e insieme condusse a disperazione i
sudditi, torturati per supplire a sforzi che di gran lunga passavano
il poter loro. Ebbe Carlo dalla liberalità di san Luigi la contea
d'Angiò; quelle di Provenza e di Forcalquier, dal matrimonio con
Beatrice; i domini italiani, dal papa e dal proprio valore: e tal
prosperità invasò tutto d'ambizione l'animo suo, nato a questo;
foltissimo e costante anzi caparbio nel volere; audacissimo
all'eseguire; non risguardante a giustizia nelle cose politiche, e
manco nelle civili e private; non mitigato dal più fugace sentimento
d'umanità; per temperanza religiosa, o abitudine e disposizione del
corpo, non isvagato da amori; brusco nel tratto; spiacente e ingrato
fino ne' cattivi versi che dettò; avaro, rapace, durissimo al rendere;
non severo però nè scarso co' satelliti della sua ambizione. Crebbe da
fanciullo nelle armi; seguì il fratello alla prima impresa d'Affrica;
acquistò chiaro nome in guerra per valore, e anco per le qualità della
persona da spirar nella moltitudine fidanza o terrore: un robusto,
{74} grande, dal volto nasuto, olivastro, spirante fierezza, non
composto mai a sorriso, sobrio, vigilante; e solea dir che i
dormigliosi ne perdon tanto di vita. La quale austerità e attitudine
alla guerra sembran le sue sole virtù: e più sarebbe stata la
religione, se non l'avesse inteso a suo modo: riverire il sacerdozio
quando non gli contrastasse ambizione; donare a monisteri; erger
chiese; e credere che si serve a Dio con ciò solo, calpestando il
vangelo nei sublimi precetti della carità. Per tali vizi e virtudi e
fortuna era costui molto ridottato in cristianità, come potente,
bellicoso, irresistibile [1]. Per le stesse cagioni, sospinto da sua
natura e fatto cieco dalle prosperità, ei montò agevolmente, e
inaspettatamente cadde. Non prima occupò il trono di Manfredi, che
prese a guardar di là dal mare l'impero greco, di là dal Garigliano
l'Italia superiore; lacerati, l'un da eresia, tirannide, e pretensione
di due schiatte di principi, l'altra dalle parti politiche; e la {75}
potenza di Roma vedea presta ad aiutarlo, là col pastorale, qua con la
spada guelfa. Pertanto si die' Carlo, dall'anno sessantasei
all'ottantadue, a novelle ambizioni, che senza tenerci strettamente
all'ordine dei tempi, ma più al legame de' fatti, discorreremo a parte
a parte.

E pria direm come da que' disegni re Lodovico il chiamò a sterile
impresa. Ardente di pio zelo faceasi Lodovico a ritentar l'affricana
terra, fatale a Francia; per tutta cristianità bandiva la crociata,
sforzandosi a ricondurvi il secolo già inchinato ad altre brame, e il
fratello che amava meglio a spiegar la croce contro i ricchi
cristiani. Gli ambasciatori di Francia mandati a sollecitar Carlo alla
crociata, richiedeanlo inoltre della restituzione del danaro
sovvenutogli quand'egli era povero principe del sangue reale, e non
reso or che il re di Francia si trovava in bisogni assai maggiori de'
suoi [2]. Nè Carlo ebbe fronte di ricusar l'invito alla guerra; ma
temporeggiò, consigliando sotto specie del ben della impresa l'util
proprio: che si facesse il primo impeto sopra il reame di Tunisi,
tributario a Sicilia infin da' tempi normanni, e allora ricalcitrante
a quel peso. Infine ragunata in Sicilia l'armata, passò in Affrica re
{76} Carlo, ad avvantaggiarsi ei solo nella perdita de' suoi. Trovò
l'oste di Francia a campo a Tunisi, diradata da fame, pestilenza,
ferro nimico: il fratel suo non trovò, il santo e forte Lodovico, il
quale colto dalla contagione, rendè l'ultimo fiato, pur mentre Carlo
sbarcava, il venticinque luglio milledugentosettanta. Delle cui brame
non curossi Carlo, nè del sepolcro di Cristo; e come nell'altra
crociata, appena ricattatosi di prigione, avea abbandonato il fratello
per andare a molestar i novelli suoi sudditi di Provenza, così or
patteggiò col re di Tunisi: sgombrasse l'esercito battezzato, con
restar libero in quelle province il cristian culto; stipulò per sè
stesso una grossa somma di danaro, e l'aumento del tributo[3]. Allor
dissero vendetta celeste dell'abbandonata guerra, una tempesta che
fracassò nel porto di Trapani l'armata ritrattasi d'Affrica, sì che
l'acquistato danaro rimase preda delle onde[4]. Peggio ne andò in
pezzi per cristianità tutta il nome di Carlo, per aver dato di piglio
nelli avanzi di quel miserando naufragio; spogliato i guerrieri della
croce, i fratelli suoi d'arme, sotto specie di uno statuto di
Guglielmo il Malo, che appropriava al fisco le robe dei naufraghi[5].
Ma a Carlo eran ciance: vedea solo i tesori via alla possanza; la
possanza via ai tesori.

Per isfrenata signoria di una corrotta corte e d'un clero {77}
accanito in teologici assottigliamenti, l'imperio di Costantinopoli
cadeva in quel tempo: senza buone armi; nemico per fiero scisma ai
cristiani di ponente; da' barbari scemo di vastissimo paese. Un'oste
crociata di Veneziani e di Francesi s'era già impadronita della
capitale stessa; avea locato un conte di Fiandra sul solio di
Costantino. Ma, a danno maggiore, non pure allignando quella nuova
dominazione, i principi greci fuggenti ripigliavan animo a
combatterla: Michele Paleologo infine, usurpato per misfatti il
rinascente imperio di gente greca, rinnalzaval con animo e senno,
occupando Costantinopoli nel milledugentosessantasette, e scacciando
al tutto gli stranieri; ma la forza e dignità dello imperio non potè
ristorare. Prendendo allor a peregrinare in ponente, Baldovino, il
latino imperatore, dopo vano accattar aiuti dagli altri principi
ortodossi, gittavasi infine in braccio a re Carlo[6]. Innanzi la
passata a Tunisi, innanzi la guerra di Corradino, appena messo il pie'
in Italia, macchinò Carlo l'occupazion dell'impero greco: chè ciò eran
manifestamente i patti, che a corte e nelle stanze medesime di papa
Clemente, ei fermò con Baldovino; vero accordo tra potente e mendico.
Perchè riguardando, scrivea l'Angioino, alle calamità di Terrasanta,
a' travagli della Chiesa, alla desolazione di Grecia, e commiserando
l'abbietta fortuna dell'imperatore, promettea portare entro sei anni
un esercito al racquisto dell'impero; ma da questo andavano scorporati
a favor suo il principato di Acaia e Morea, e 'l reame di Tessalonica;
e tornavagli dippiù la terza parte de' conquisti, e l'aspettativa del
solio stesso di Costantinopoli, mancando il sangue de' Courtenay;
oltrechè la bambina Beatrice di Carlo fidanzavasi a Filippo unico
erede di {78} Baldovino[7]. Mirò pochi anni appresso al dominio utile
del principato di Morea, di cui per tal trattato avea acquistato il
diretto dominio; ond'avvenne che i Francesi quivi trapiantati, i quali
molto s'eran allegrati della vittoria di Carlo sopra Manfredi, allor
tutto sentirono il peso dell'amistà con un vicino forte e ambizioso,
che non abborrì dall'arricchirsi delle spoglie della dinastia francese
de' Ville-Hardoin. Perchè Guglielmo di questa gente, principe di Acaia
e Morea, incalzato dal Paleologo, dandosi anch'egli in balía di Carlo,
disposò a Filippo figliuol dell'Angioino, Isabella sua figlia ed
erede: e venuto esso a morte, e anco Filippo, i sovrani di Napoli
presero il titolo di quel combattuto principato; ritennero la Isabella
come prigione in Napoli; e usurpavano il paese del tutto, tra
protezione e alta signoria, se non era per la guerra di Sicilia[8].
Nel medesimo tempo si apriva la strada Carlo I {79} alla selvatica
Albania con le solite arti: si facea da quei turbolenti chiamare al
trono: e legavasi ad essi col vecchio ludibrio de' giuramenti; con sì
bella scambievole fidanza, che a sicurare i suoi uficiali e guerrieri
mandati in quelle regioni, richiedea statichi albanesi, e in Aversa li
custodia strettamente[9]. Per tal modo approcciavasi alla sede
dell'impero greco, circondavala, insidiavala d'ogni dove[10].

E in Italia, spento Corradino, e con lui l'ardir novello de'
Ghibellini, l'usato gioco fe' montar parte guelfa: per la cui
riputazione, e del papa, e della vittoria, s'aggrandiva re Carlo;
ridendosi ormai de' limiti che la gelosia della romana corte aveagli
assegnato nella investitura del reame. Ripigliò in Roma l'uficio di
senatore: tornò a comandare in Toscana da vicario imperiale, e a
perseguitare senza freno i Ghibellini[11]: saltò in Piacenza: in
Piemonte molte cittadi occupò; molte in Lombardia, {80} talchè quivi
poco mancò nol creassero principe. Genova dapprima insidiò con gli
usciti; poscia assaltò scopertamente con le armi; e innanti che
denunciasse la guerra, spogliò i Genovesi che ne' suoi reami
mercatavan sicuri: onde se la forte repubblica il fiaccava nelle
battaglie di mare, non gli mancò pasto all'avarizia. I suoi intanto,
non era violenza o ingiuria che non osassero. Guidone da Monteforte, a
Viterbo, nel tempio, tra i riti del sacrifizio di Cristo, levava
l'empie mani a trucidare e trascinare Arrigo, principe reale inglese;
e, sgridato più che punito, il sacrilego assassino campò. Altri ad
altri misfatti si sciolsero, men ricordati dalle istorie perchè
versavasi men illustre sangue[12]. Ma la rabbia delle parti accecava
gli uomini a questi evidenti mali della signoria straniera; e in que'
primi tempi della passata di re Cario, la fece {81} anzi richiedere in
varie città. Ed egli alternando forza e frode, qui mettea piè da
signore, là da protettore; spogliata una provincia, con quell'oro
assoldava masnade che ne occupassero un'altra; ai pochi e forti,
perchè gli fosser sostegni, prostituiva le sostanze e i dritti più
santi dei cittadini: e s'avanzava a gran passi al dominio di tutta la
penisola.

Tuttavia quella che l'avea suscitato cominciò a reprimerlo: la romana
corte, che di sgherro già sentival padrone. Clemente non fe' che
ammonirlo, perchè poco visse oltre la vittoria. Vacò il pontificato
poi tre anni; ne' quali cresciuta la possanza di Carlo, i fratelli del
sacro concistoro, non bastando a frenarla, ne colser odio e terrore.
Indi esaltato Gregorio X nell'anno milledugentosettantuno, come vivuto
fuori d'Italia e delle parti, ed entrato ne' nuovi sospetti della
romana corte, nuovi consigli tentò. Aveano i predecessori fomentato le
divisioni d'Italia, ed ei fe' ogni opera a risanarle; aveano
difficultato la elezione dell'imperatore, ed ei la procacciò; sì che
fu data quella corona a Ridolfo d'Hapsburgo, picciol signore, ma uomo
di grandissimo animo, fondator della grandezza della casa d'Austria.
Il Paleologo intanto a schivare i colpi dell'avara pietà di ponente,
sforzava i suoi che assentissero la processione dello Spirito Santo
dal Padre e sì dal Figliuolo, ch'era l'importanza dello scisma; e per
maneggi e supplizi non persuase il clero greco, ma n'ebbe una
sembianza di rassegnazione. Allor Gregorio potendo con onor del
pontificato fermar la pace col Greco, onde si toglieva il pretesto
all'ambizione di Carlo, correndo il settantaquattro ribenedì il
Paleologo nel concilio di Lione, e nel grembo della Chiesa l'imperio
orientale raccolse. Mal potremmo apporci or noi qual deliro miscuglio
di pensieri fervesse nel tempo di questo concilio nella mente di
Carlo; religioso a un tempo, e ardente di tutte {82} tirannesche
voglie[13]. Gravi autorità portano[14] ch'un suo medico propinasse
veleno a san Tommaso d'Aquino, morto nell'andata al concilio; perchè
il re temea non si spiegasse a suo danno quel possentissimo ingegno,
che il nimicava per odio di famiglia o abborrimento della pessima
signoria, e nel suo libro del governo de' principi, quantunque
partigiano della monarchia, avea sfolgorato con le più fiere invettive
la tirannide d'un solo, e fattone uno specchio, nel quale Carlo potea
guardarsi e riconoscere le sue sembianze[15]. Reo o no Carlo,
quest'accusa almen prova di che fosse tenuto capace. Più certa la
rabbia con che posava, sforzato da' decreti di Lione, le armi
apprestate contro il Greco. Al tempo stesso vedeasi tagliati i passi
{83} anco in Italia dalla riputazione di Ridolfo, per avviluppato che
costui si trovasse nelle guerre tedesche. E fu tanto, che nel
settantaquattro, riscotendosi primi gli Astigiani dall'insopportabile
giogo, Carlo avea perduto il Piemonte e Piacenza; e negli altri dominî
dell'Italia di sopra ormai vacillava. Il prudente pontefice
l'abbassava, senza venir con esso a manifesta discordia[16].

Morto Gregorio nel corso di sì alto disegno l'anno milledugensettantasei,
si rinfrancò l'Angioino; e pensando di qual momento gli fosse un papa
a sua posta, ogni pessim'arte adoprò nelle elezioni de' tre pontefici,
ch'entro un anno fur visti regnare e morire. Ripigliò i preparamenti
allora della guerra col Paleologo: ravvivò le pratiche in Acaia, ove
mandò innanzi picciole forze, dai Greci agevolmente oppresse[17]:
infine il titolo di re di Gerusalemme a' tanti suoi aggiunse. Vano
nome quest'era ormai, disputato da parecchi principi cristiani.
Federigo II imperatore aveal preso in dote; passato era poi col dritto
al reame di Sicilia ne' figli di Manfredi; e altri pretendeanvi, e tra
essi una Maria d'Antiochia, principessa tapina e raminga; dalla quale
Carlo il comprò per vitalizio di quattromila lire tornesi sul contado
d'Angiò, parendogli scala a nuove grandezze, e nuovo pretesto
all'impresa di Grecia, perchè teneasi che quell'impero, nido
d'eresiarchi e sleali, tagliasse la via ai luoghi santi, e che indi il
re di Gerusalemme onestamente potesse assaltarlo[18]. Per tal {84}
modo ripigliava con maggior vigore tutte le antiche ambizioni; e
circuiva a ciò ogni conclave con violenza ed inganno, quando l'anno
settantasette, abbassata tra' cardinali la parte francese, valse più
della malizia di lui l'italian consiglio, che condusse al pontificato
Niccolò III[19].

Di grande animo, di smisurati pensieri fu Niccolò[20]; superbo,
sagace, chiuso nei disegni, veemente all'oprare, non curante della
giustizia ne' mezzi purchè il fine conseguisse, ch'era ingrandir la
Chiesa per ingrandire gli Orsini; e a nobile effetto il menava:
sgombrare l'Italia d'ogni dominazione straniera. In Italia disegnava
fondar novelli reami, e darli ad uomini di sua schiatta: vedeva
ostacoli a questo l'imperatore e il re; battea dunque Carlo con
Ridolfo; Ridolfo con Carlo; ambo con l'autorità della Chiesa. Al
Tedesco strappò la concessione della Romagna, tenuta infino allora
feudo imperiale: tolse al Francese l'uficio di senator di Roma, il
vicariato di Toscana; e con forte mano il trattenne dall'impresa di
Grecia, ch'egli sempre più affrettava; fomentando da un canto gli
scandali tra i Greci intolleranti del domma nuovo, mal insinuato con
le prigioni, gli accecamenti, e i patiboli; e dall'altro canto {85}
accagionando il Paleologo di questi turbamenti medesimi, e sleale
chiamandolo, e falso nella ritrattazione dall'eresia. Contuttociò il
pontefice gli negò sempre favore alla impresa[21]: ond'ei si volse a
sfogar contro gli occupatori di Soria la rabbia e il natural talento
di rapacità: mandovvi Ruggier Sanseverino conte di Marsico, con titol
di vicario del reame di Gerusalemme, e genti e navi, che dalla presa
di Acri in fuori, tornarono senza alcun frutto[22]. Tra Niccolò e
Carlo privato sdegno rinvelenì l'odio di stato, quando chiesta dal
papa per un suo nipote una donzella di casa d'Angiò, ricusavala Carlo.
«Perch'ei s'abbia rosso il calzamento, rispose stracciando le lettere
di Niccolò, suo principato non è retaggio; non può il suo mescolarsi
col sangue de' reali di Francia.» Que' detti, riportati, furon punta
di coltello al cuor del pontefice, che tenea la gente Orsina niente
inferiore a casa d'Angiò, e sè molto di sopra: onde serbolli a
rugumarne e alimentare lo sdegno; ancorchè durassero tra lui e 'l re
le sembianze di pace[23], per mutua simulazione, e perchè quegli in
ogni altra cosa usò riverente col pontefice, ondeggiando sempre tra
ambizione e paura del Cielo. Ma non era uom per {86} l'Orsino, il
quale sciolto d'ogni riguardo, maturava i colpi, e aspettava il destro
a vibrarli[24]. Profonda intanto sembrava in tutta Europa la pace[25].

D'altra parte altri elementi sorgeano a conturbarla. Costanza
figliuola di Manfredi, sposa di Pietro re d'Aragona, pretendea,
com'erede ultima degli Svevi, la corona di Sicilia e Puglia[26]; e
Pietro salito sul trono lo stesso {87} anno della esaltazione di
Niccolò III, ancorchè in picciol reame più magistrato che principe,
uom di mente e d'animo grandissimo era. Divisa la Spagna in quel tempo
in parecchi stati: alcuno ne teneano i Mori; gli altri, riconquistati
da' cristiani, con larghi ordini reggeansi, misti di monarchia,
d'ottimati e di popolani, convenienti a liberi uomini, che per la
nazionale indipendenza e la religione, mille pericoli avean durato
insieme e duravano. Riconoscean lo stesso principe i reami di Aragona
e Valenza, e la Catalogna o contea di Barcellona, ma la sovranità
pressochè tutta dalle corti di ciascuno di quegli stati esercitavasi;
composte di prelati, baroni, cavalieri, e rappresentanti di città;
altere di lor franchezze; scienti della propria possanza. Somigliante
agli efori di Sparta stava in Aragona a petto a petto col re
l'inviolabile _Justiza_; il quale a nome dei baroni giuravagli il dì
del coronamento: «Essi che valeano ciascun quanto il re, tutti insieme
assai più di lui, ubbidirebbergli se lor franchezze mantenesse; e, se
no, no[27].» Indi alti spiriti nei soggetti, miti costumi eran quivi
nei re; sopra tutt'altri di que' tempi, facili alle udienze,
dimestichi, senza riti di sussiego o sospetto, compagnevoli, e
umani[28]. Con questi {88} ordini, con questi sudditi, poveri
d'altronde e parteggianti, non potea Pietro divisare conquisti; e pur
le qualità dell'uomo vinsero gli ostacoli della società in cui vivea.
Inoltre per indole imperiosa e severa, avea concitato contro a sè
durante il regno del padre i baron catalani, usi all'anarchia; avea
mal purgato il suo nome dall'infamia del fratricidio di Ferrando
Sanchez figliuol bastardo di re Giacomo, ch'egli assediò, e pressel
fuggente, e il fe' annegare, scusandosi che Ferrando praticasse contro
la sua vita con Carlo d'Angiò[29]. Ma insieme s'era segnalato
l'infante Pietro per coraggio e gran vedere nelle guerre di Valenza e
di Murcia[30]; avea saputo adoperar la divisione degli ottimati; e
salito in grande rinomanza militare, e dotato di quella forza che
rapisce e costringe gl'intelletti minori, poteva egli bene adunar a
un'impresa di ventura quei suoi avvezzi a star sempre in sulle armi,
or contro i Mori, or contro le altre genti spagnuole, or tra sè
stessi, ed or piratescamente assaltando questa e quell'altra città del
Mediterraneo. Picciol'oste sarebbe a fronte di re Carlo; ma
audacissima, spedita, fatta a posta a guerre irregolari, e subite
fazioni.

Le quali condizioni bilanciando in mente, taciturno, e come s'ad altro
attendesse, ascoltava Piero le continue rampogne della sua donna.
Perchè da lei non dileguandosi per volger d'anni il cordoglio
dell'ucciso padre, dello occupato reame, del patibolo di Corradino;
l'acceso femminil {89} pensiero incusava di viltà ogni differimento
alla vendetta: e pregava Costanza, e sdegnavasi, e chiamava dappoco lo
sposo, e ai figliuoli insegnava che careggiandolo, e abbracciandogli
le ginocchia, ricordassero senza stancarsi l'invendicata morte
dell'avolo[31]. Sorridea Pietro; e a disegni, non a querele, si
ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di
Procida[32].

Di questi il primo, nato di gran legnaggio, nella terra di Scalea in
Calabria[33], imparentato colla siciliana famiglia de' conti d'Amico,
e signor di feudi in Sicilia e in Calabria[34], venuto era fanciullo
seguendo la regina Costanza, con madonna Bella madre sua, nutrice
della reina; e a corte d'Aragona si era educato nelle armi e nelle
astuzie. Pietro molto amore gli pose; il fe' cavaliere con Corrado
Lancia, giovanetto congiunto della reina; e una sorella di Corrado a
Ruggiero sposò. I due cognati prestantissimi {90} si fecero in armi: e
avvenne che Corrado, pria dell'altro che tanto dovea vantaggiarlo di
gloria, ebbe nome, e segnalossi capitan di navi catalane, in fatti
audacissimi sopra Saraceni[35]. Giovanni di Procida per altra via più
combattuta venne in grazia al re d'Aragona. Nacque costui, o fu
allevato in Salerno; ebbe alto stato appo l'imperator Federigo e
Manfredi, e oltre il feudo di Procida molti beni allodiali in Salerno;
fu medico assai riputato[36]; e tradusse dal greco in latino, o
compilò in latino, le massime di filosofia morale degli antichi
sapienti[37]. Narrano alcuni, {91} a ringrandir Giovanni e rendere più
patetici i suoi casi, che volontario ivane in bando, trafitto di
mortal rancore perchè uomini francesi per violenza contaminasser la
moglie e la figliuola di lui, uccidessero il figlio che difendeale; e
di tanto misfatto negassegli giustizia il re[38]. Ma non sì drammatico
appar questo esilio dai documenti, che attestan Giovanni fatto ribelle
innanzi il milledugentosettanta, probabilmente per la guerra di
Corradino, e se gittan qualche barlume su i suoi domestici torti, dan
{92} luogo a tal sospetto più tosto dopo l'esilio che innanzi[39].
Come noto nella corte di Manfredi, Giovanni cercò asilo appo la reina
Costanza in Aragona; ov'ebbe da Pietro le signorie di Luxen,
Benizzano, e Palma; cortigiano suo fidatissimo divenne, e
consigliere[40]: ch'uomo fu di molta saviezza e dottrina, aguzzato
anco la mente da un intenso odio, e dalle aspre sue vicende
ammaestrato a maneggiare questi sì vari e sfuggevoli animi degli
uomini. Quegli usciti, dall'amaro soggiorno in corte straniera non
volgendo altro nell'animo che la patria loro e la vendetta contro
quella rea mano che li cacciò, forte stigavano il re. Tritavan insieme
con esso le condizioni delle cose; la mala contentezza de' popoli in
Sicilia e Puglia; la tirannide stolta di Carlo; i disegni del papa; i
timori del Paleologo: aver {93} questi oro e non armi; Aragona il
contrario; Roma saette d'altra tempra: s'accozzerebber pure; battesse
l'ali questo Carlo, gli aggiusterebbero il colpo. E spiavan,
vegliavano; ad ogni nuovo eccesso di Carlo, spuntava nel cupo
consiglio d'Aragona un sorriso[41]. Memorabil epoca in cui i quattro
principi che tenean la più parte delle regioni europee bagnate dal
Mediterraneo, furono ad un medesimo tempo di gran valore, e di grandi
vizi, degni se non di lode, certo di fama. In Oriente il Paleologo,
usurpatore, ma ristorator d'un impero, fraudolento più che forte,
tremava di re Carlo. Questi agognando a tal vastità di dominio,
distruggea col mal governo la propria base in Sicilia ed in Puglia. Di
ponente il re d'Aragona più giovane, più sagace e meno potente, torvo
e cheto pigliava lena per islanciarsi addosso al conquistatore.
Inaccessibile a timore sulla cattedra di san Pietro, rigoglioso nella
smisurata autorità, e non meno nel proprio ingegno, e nella non ben
acquistata ricchezza, l'italiano pontefice guardava le passioni di
quegli stranieri: e chi sa a quali speranze non ne saliva? Forse un
viver più lungo di Niccolò III avrebbe spento in altra guisa la
dominazione angioina, e mutato le sorti d'Italia. Ma volle il Cielo
che re Carlo non fosse umiliato da' potenti, ma sì dalla plebe; e che
la sua rovina si consumasse nel modo che men poteva uomo immaginare:
per una rissa di volgo, in Palermo!

Pietro ordinavasi a sforzo di guerra, sì come è mestieri, dice
Montaner, con amistà, danari, segreto. Fe' tregua di cinque anni col
re di Granata[42]: con Castiglia lega; e meglio se n'assicurò
prendendo due giovanetti principi più vicini alla corona che non era
Sancio loro zio, chiaritone erede, onde il re d'Aragona potea così a
ogni piè sospinto {94} sturbare il vicin reame[43]. Provossi da un
altro canto a serbare l'antica benivolenza con Filippo di Francia,
marito della sorella, statogli amicissimo in gioventù, e or molesto
coll'occupazione di Montpellier[44]. Con lo stesso re Carlo o coprì i
disegni e mostrò l'odio, come scrive il Montaner, che sarebbe stata
anco arte sopraffina, o dissimulò gli uni e l'altro, come Carlo stesso
poi rinfacciavagli, venendo a dimostrazioni d'amistà, e trattato di
matrimonio tra un figliuol suo con una figlia dell'Angioino[45]. Con
ciò messe in punto gli arsenali di Valenza, Tortosa, Barcellona[46]; e
maneggiò sì accortamente i suoi baroni e borghesi, che richiestili di
sussidi per tale impresa, dicea, da tornarne grande utile al reame,
con insolita docilità porgean essi il danaro[47]. Queste disposizioni,
e i preparamenti d'armi e di navi che ne seguitarono, attestan
gl'istorici più degni di fede.

Taccion del rimanente le pratiche con l'imperator di Costantinopoli e
coi baroni siciliani, da altri storici meno autorevoli composte come
in azione drammatica. Giovanni di Procida, al dir di costoro, esule
volontario per la supposta ingiuria atroce, n'è protagonista;
rassomiglian ombre gli altri personaggi, che la istoria figura ben
altrimenti: Pier d'Aragona, Michele Paleologo, Niccolò III, {95}
Alaimo da Lentini, e più altri nobili uomini di Sicilia. Non pensan,
non osan essi senza Procida: al sol vederlo ogni fiata rompono in
lagrime come fanciulli; ei solo, sospinto da amor di patria e desio di
vendetta, va, torna, muta sembianti, ignoto ha credenza da' grandi; ei
solo disegna, comincia, e fornisce l'impresa. Ignorando che Giovanni
fosse esule dal sessantotto o sessantanove, come il mostrano i
diplomi, e fatto uom di re Pietro, favoleggian costoro che venutogli
in mente il disegno di tor la Sicilia a re Carlo, da sè solo
cominciava a trattarlo con principi di fuori, e congiurati in casa. A
Costantinopoli si portò l'anno settantanove, com'uscito che cercasse
in quella corte asilo e stipendio; spacciandosi medico, ed uom di
stato, delle cose di Sicilia espertissimo. Trovò sì piana la via appo
il greco imperadore, che quegli in segreto luogo sopra una torre venne
ad abboccamento con esso: e quivi Procida il tentò con favellar degli
armamenti di Carlo a' danni suoi; a lui perduto d'animo e piangente
fe' balenare innanzi agli occhi una speranza. Onde Michele, che
l'imperio vedea sossopra, e Carlo sì intento e minaccioso a mala pena
trattenuto da papa Niccolò, avidamente abbracciava il partito di
turbargli i reami; e profferia centomila once d'oro: fermata
l'impresa, le porgerebbe. Si infinse allor Procida scacciato dalla
bizantina corte. Vestiti i panni di frate minore, furtivo in Sicilia
entrò, che per esser più oppressa, o più disposta per le città più
grosse, l'indole degli uomini, e la difesa dei mari, più opportuna gli
parve al gran colpo. Appena Procida a' noti suoi del sicilian
baronaggio disse di congiura, deliberati vi si tuffarono. Con lui
vengono a parlamento Gualtier da Caltagirone, Alaimo da Lentini,
Palmiere Abbate, ed altri valenti baroni: Procida accenna la via
d'uscire dall'insoffribil servaggio: rivela gli aiuti dell'imperatore
greco; i disegni sullo aragonese: ordina con loro che annodate tutte
{96} le fila, sollevin la Sicilia a ribellione: e richiedeli di
lettere credenziali, che della congiura re Pietro certificassero.
Avutele, sotto i panni stessi di frate, passa a corte di Roma.

Correa già l'anno milledugentottanta, e papa Niccolò a castel Soriano
soggiornava, quando un fraticello gli fe' chiedere occulta udienza; e
raccolto, incominciò ad avvolgersi in misteriosi parlari, toccando la
eccessiva potenza di Carlo, le ingiurie private al pontefice, le
condizioni d'Italia. Procida nominossi alfine: all'attonito pontefice
aperse quant'erasi ordito. Aggiungono, e par fola manifesta, ch'ei con
l'oro bizantino comperasse l'assentimento del papa; il quale sì
altamente ambiva, nè facea di mestieri corromperlo, perchè si volgesse
a' danni di Carlo[48]. Dicono, e la credo dello stesso conio,
ch'entrato nella congiura, Niccolò per segretissime lettere
confortasse l'Aragonese; e del siciliano reame investisselo. Ma
guadagnato il papa, sopraccorrea Giovanni in Catalogna; trovava re
Pietro lontano, così continuano quegli storici, da ogni speranza
dell'impresa; ed egli ne presentava il pensiero, esponea le trame
ordinate, mostrava i trattati e le lettere. Così svolse a' suoi
intenti il re d'Aragona. A ragguagliarne gli altri congiurati,
ripiglia il viaggio: sbarca a Pisa; rivede il pontefice a Viterbo; i
siciliani baroni a Trapani; quinci una galea veneziana sconosciuto il
reca a Negroponte; di lì a Costantinopoli. E vien ultimato col
Paleologo il trattato della guerra contro Carlo: a dar guarentigia più
salda, un altro

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