Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
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Title: Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I
Author: Giuseppe Mazzini
Release date: June 9, 2009 [eBook #29082]
Language: Italian
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SCRITTI DI GIUSEPPE MAZZINI
POLITICA ed ECONOMIA
VOLUME PRIMO
_PENSIERO ED AZIONE._
Casa Editrice Sonzogno--Milano
Via Pasquirolo, 14.
Proprietà Riservata
Alla Casa Editrice Sonzogno--Milano
Milano.--Stab. Grafico Matarelli, via Passarella, 13-15.
PREFAZIONE
Per meglio diffondere fra il popolo gli scritti di Giuseppe Mazzini
abbiamo di buon grado stipulato un contratto col benemerito e solerte
editore signor Edoardo Sonzogno, il quale s'è assunto l'incarico di
pubblicare in quattro volumi della sua _Biblioteca Classica_ quanto di
più eletto e di più importante sortì dalla penna del grande Educatore.
Nè la scelta degli scritti era molto agevole a farsi, come può sembrare
a primo aspetto, perchè non si trattava di compendiare un lavoro storico
o scientifico o di raccogliere brani scelti, come si fa talora, a
comporre delle antologie, pei quali lavori non si chiede che attitudine
a riassumere o gusto del bello letterario. Qua invece trattavasi di
scegliere, prima di tutto, fra un grandissimo numero di scritti tutti
ammirabili, sia che si guardi o alla forma o al concetto o
all'efficacia; e non potevamo d'altra parte ridurli a brani senza
nuocere alla loro chiarezza, senza menomarne l'importanza, e senza--ci
si consenta di dirlo--mancare di riverenza a quel Sommo, in cui atto,
pensiero, affetto, tutto è così armonico ed uno.
Eravamo nella condizione di chi, posto innanzi ad una collezione d'opere
d'arte tutte ugualmente belle, con facoltà di sceglierne alcune, prima
comincia a prendere questa e quella, poi un'altra ed un'altra ancora,
finchè, accortosi d'aver oltrepassato il numero consentito, si trova
costretto ad un nuovo doloroso lavoro d'eliminazione, e spesso rimane
incerto, indeciso con l'oggetto nella mano, il quale non può ritenere
senza cederne un altro, e che non vorrebbe abbandonare.
Così a noi accadde, nella prima scelta, di mettere insieme molto più
materiale di quello necessario, e costretti quindi a ridurlo nelle
proporzioni volute dalla presente edizione, sovente restammo dubbiosi
intorno all'esclusione di qualche scritto, finchè non si convenne di
tenerci a questa regola: raccogliere dalle Opere complete del Mazzini
specialmente gli ultimi scritti indirizzati ai giovani, ad associazioni
popolari, a comitati, perchè i consigli, gli ammonimenti in essi
contenuti sono anch'oggi opportuni come quando furono la prima volta
dettati.
Ma scegliendo di preferenza gli ultimi lavori del gran Genovese, non
potevamo escludere quelli che si riferiscono ai primi tempi del suo
apostolato, perchè in quelli si pare nel pieno vigore l'altezza del suo
intelletto, che ebbe spesso lume di vaticinio, l'indomito animo sol
confortato da una fede che parve a molti follìa, e quindi tutta la
grandezza dell'opera sua a beneficio della Patria per l'Umanità.
Non potevamo escludere i più importanti fra i primi suoi scritti anche
perchè--e proviamo dolore e rossore nel confessarlo--non molti in Italia
sanno anch'oggi--dopo ventidue anni da che egli è morto--la suprema
importanza che ebbe il grande Agitatore nell'opera emancipatrice della
Patria; perchè anch'oggi la storia o timida od aulica non sa o non può o
non vuole indagare e svelare tutta la verità di quel primo glorioso
periodo di predicazione, di lotte e di martirio. Ricordiamo d'aver
veduto per molto tempo, appesi in locali pubblici, dei quadri
raffiguranti, più o meno rozzamente, i fondatori dell'Unità d'Italia:
Vittorio Emanuele in gran dimensione, poi Cavour, Garibaldi, Cialdini,
Rattazzi, ecc. Giuseppe Mazzini non c'era, oppure si scorgeva lontano
lontano, nello sfondo del quadro, quasi messo lì a fare corteggio agli
altri.
Ricordiamo che da quattro o cinque anni appena, scrittori scolastici di
storie d'Italia o di libri di lettura educativa _ardiscono_ inserirvi
una monca e timida biografia di quell'uomo del quale la storia veridica
dirà che fu il primo e il massimo tra i fondatori dell'unità d'Italia e
che per altezza d'ingegno, per efficacia d'azione supera di tanto i
sovraccennati, di quanto l'Alighieri supera gli altri tre poeti che, per
lungo tempo, professori idolatri della forma anche senza pensiero,
glorificarono pari a lui.
Era, da prima, nostra intenzione dividere la presente raccolta in
quattro volumi: Politica, Economia, Filosofia, Letteratura; e ci fu
subito agevol cosa fornire la materia per il volume letterario. Maggiore
difficoltà incontrammo invece nel mettere insieme il III volume, perchè
sovente negli scritti del Mazzini l'esame d'un avvenimento politico dà
luogo a considerazioni d'ordine filosofico, come sovente
dall'enunciazione d'un concetto filosofico escono ammaestramenti
d'ordine politico.
Pure, dopo un lavoro paziente, riuscimmo a mettere insieme anche quel
volume, scegliendo quelli scritti nei quali la parte filosofica
predomina; ma per quanto si tentasse, ci fu impossibile fare una scelta
conveniente di scritti che trattino esclusivamente d'economia; e le
ragioni di tale difficoltà si fanno subito manifeste anche a chi, senza
avere piena conoscenza delle opere del Mazzini, ricorda che per lui la
questione economica è così congiunta alla questione politica, che
afferma sempre essere vano ed assurdo occuparsi dell'una senza occuparsi
dell'altra. Tutta l'azione mazziniana infatti è compresa in questo
concetto: L'organismo politico è il mezzo necessario: il miglioramento
economico e morale, il fine.
Ovvero nelle sue parole:
«Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente _politica_. Ogni
rivoluzione dev'essere _sociale_, nel senso che sia suo scopo la
realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali,
intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo
triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esse
_anzitutto_ devono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.
«E neppure può esservi una rivoluzione puramente _sociale_. La questione
_politica_, cioè a dire, l'organizzazione del potere, in un senso
favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e
tale che renda impossibile l'antagonismo alla Causa del progresso, è una
condizione necessaria alla rivoluzione sociale»[1].
La verità di quest'affermazione, scritta nel 1862 e confermata da tutto
lo sviluppo successivo del movimento sociale europeo, non avrebbe
bisogno di commento se non occorresse rammentare come negli ultimi anni
della travagliata vita fu per il Mazzini causa di amaro dolore ed
altresì occasione di prestare alla patria, così ingrata verso l'esule,
un grande e segnalato servigio.
Sorse poco dopo l'_Internazionale_ a bandire che tutti i lavoratori
dovessero unirsi nel solo intento di provvedere al loro avvenire
economico, che dalla politica dovessero fare divorzio come da sterile
lotta fra borghesi che li distoglieva dalla cura dei loro interessi
materiali, i soli veri, i soli legittimi, i soli necessarî. E da tutte
le nazioni, artigiani, scrittori ed uomini d'azione, attratti dalla
lusinga di facili promesse, s'erano fatti intorno animosi alla novella
bandiera--duci Carlo Marx e Bakunin--militando sotto la quale speravano
di rinnovare _ab imis_ la moderna società civile.
Era invero una critica poderosa delle ineguaglianze e delle ingiustizie
che dilaniano il consorzio civile, era una potente affermazione delle
sofferenze a cui è condannata una parte dell'Umanità per l'egoismo
dell'altra, era un monito dei servi agli emancipati, come lo sciopero è
monito agl'industriali che le leggi le quali governano la produzione e
la distribuzione nelle industrie, non sono più in relazione con la
civiltà odierna, e vanno uniformate a criterî più equi e più umani. Ma
questo verbo di nuovo progresso peccava alla base: credeva poter
raccogliere sotto la bandiera degl'interessi individuali i lavoratori di
tutto il mondo senza por mente al cozzo dei singoli interessi nella
lotta per l'esistenza; credeva di sopprimere le barriere fra le nazioni,
le favelle, le tradizioni, quanto si racchiude nella parola _patria_,
per sostituirvi la solidarietà nel guadagno; il contrasto fra proprietà
e lavoro, senza considerare che faceva appello a sentimenti e passioni
radicate nell'egoismo, incapaci di suscitare quello spirito di
fratellanza e di sacrificio, che solo un alto e nobile ideale può
svegliare nell'anima delle moltitudini.
E dall'Inghilterra e dalla Francia ove prima sorse l'_Internazionale_,
varcò la frontiera, e pose, per un momento, le sue tende in Italia; nè è
a dirsi quale e quanta parte della gioventù si sarebbe lasciata attrarre
dalle lusinghe di un movimento mondiale fra i proletarî, se Giuseppe
Mazzini non avesse con la potenza de' suoi insegnamenti dimostrata la
fallacia delle promesse di cui facevansi banditori i nuovi apostoli.
Fra questi non pochi spiriti generosi ma superficiali, sedotti dalla
visione di una smagliante uguaglianza universale, si staccarono da lui
per passare nell'altro campo, e col fervore di neofiti non risparmiarono
amare accuse, violente apostrofi, senza per un istante deviarlo di una
linea dalla via che si era tracciata, ma aggiungendo al tramonto
d'un'esistenza, votata al sacrificio, altre spine a quelle che già lo
avevano dilaniato.
Soffrì e vinse.
Dell'_Internazionale_ più non si parla, come non si parla di altre
scuole socialistiche, esotiche e nostrali, e da venticinque anni i
sistemi più diversi e più estremi, sortiti dalle loro ceneri, dal
collettivista all'anarchico, provarono e provano ogni giorno col fatto
la verità dell'affermazione mazziniana--che tanto condannarono una
volta--collegandosi, agitandosi, socialisti e anarchici, per conquistare
i pubblici poteri; gli uni per rinnovarli, gli altri, in teoria, per
distruggerli.
I capi del socialismo germanico, i quali per lungo tempo furono citati
per oppugnare col loro esempio l'opinione del Mazzini, prima col
fatto--accettando il mandato di rappresentanti del popolo--poi con
esplicite dichiarazioni, le quali vennero, e non è molto, provocate,
affermarono essere la politica indispensabile a risolvere la questione
sociale.
E se non bastasse la prova di coloro i quali aspirano alla comunità, non
manca la riprova in quei pochi individualisti, i quali non rifuggono dai
più selvaggi attentati per dimostrare con esempî di una barbarie
medioevale la necessità del rinnovamento politico per preparare il
terreno al rinnovamento sociale.
Così negli scritti del Maestro le due questioni sono--come erano nel suo
pensiero--sì fattamente congiunte, che riesce impossibile, come abbiamo
detto, separarle, se pure non ci si contenta di prendere qua e là brani,
sentenze, formule, senza ordine e senza nesso.
Abbiamo quindi pensato di raccogliere quel maggior numero di scritti
economico-politici consentito dalle proporzioni di questa edizione,
distribuendoli in due volumi e disponendoli per ordine cronologico.
L'ordine cronologico è sempre necessario che venga adottato nella
pubblicazione delle opere dei grandi scrittori, come quello che dalla
genesi del pensiero ne fa notare via via, d'epoca in epoca,
l'esplicazione, l'evoluzione, e spesso la trasformazione, offrendo così
al lettore il destro di giudicare quanta parte ebbero in quelle
manifestazioni gli anni, gli affetti, le pubbliche vicende.
Quest'ordine invece è richiesto dagli scritti del Mazzini soltanto per
seguire lo svolgimento storico; chè, del resto, nessun uomo forse, che
sia stato meritevole d'immortalità per virtù di pensiero o d'azione,
serba come il Mazzini immutato il cuore, l'intelletto, la fede nei
diversi stadî d'una vita lunga e agitatissima.
Si direbbe che egli nacque colla fede già impressa nell'anima, che il
genio si manifestò in lui d'un tratto in tutta la sua potenza, fino da
quando si affacciò la prima volta alla vita politica. Ed è tanto vero e
mirabile ciò, che i suoi scritti svolgono una medesima sintesi, spirano
tutti una perpetua giovinezza, dai primi della _Giovine Italia_ agli
ultimi su Foscolo e Rossel.
E questo avvenne perchè egli, a differenza degli altri scrittori od
uomini d'azione, non subì ma dominò, con la potenza del genio, l'epoca
in cui visse; agitò, trasformò tutta una generazione per spingerla a
conseguire quell'unità ch'egli solo, fra tanti consacrati sapienti,
previde e volle con tenacia di propositi, con suprema virtù di
sacrificio; egli d'un altro avvenire, tuttora lontano ma inevitabile,
strenuo banditore fino alla morte.
Nè l'inflessibile attaccamento ad un reggimento popolare, fu nel Mazzini
idea fissa, preconcetto dogmatico; fu invece un riflesso di quel
meraviglioso intuito col quale, leggendo nel libro dell'avvenire,
antiveggeva nella sovranità popolare la fatale decadenza dei troni, in
Italia non solo, ma ovunque i nuovi bisogni e le nuove conquiste del
popolo non potevano più confinarsi entro i limiti consentiti dalle regie
prerogative.
Aboliti i maggioraschi che consacravano sotto la veste di proprietà le
ultime vestigia dei diritti feudali, non potevasi più erigere a feudo un
paese a beneficio dei maggiorenti di una famiglia; rivendicato al popolo
il diritto di scegliersi i proprî reggitori, diveniva una contradizione
mostruosa il far eccezione del maggiore e più geloso degli uffici, per
trasmettere le redini della suprema direzione dello Stato, da padre a
figlio, quasi che la cresima usurpata dai pontefici in nome del diritto
divino non fosse passata nelle mani del popolo.
A brandelli a brandelli i lembi del manto regio, fra rivoluzioni ed
evoluzioni, passano in mano ai cittadini per lasciare a nudo una
parvenza della forte tradizione monarchica: l'assurda finzione
costituzionale del re che regna e non governa. E l'anima dell'apostolo,
intenta all'opera educatrice d'insegnare il vero, il buono, il giusto,
si ribellava a questa menzogna, e la mente dello statista calcolava
tutte le conseguenze politiche e sociali che dovevano derivare da
quell'innesto di un paese giovane su di un vecchio e cadente tronco; e
numerava le schiere di adoratori curve dinanzi a quel feticcio, le
abitudini ed i vizî delle corti insinuandosi e diffondendosi dalla vetta
fino alla base della piramide sociale; e preconizzava le sorti del paese
ammanettate a quelle di una dinastia, le libere espansioni di
fratellanza, le simpatie popolari, gli affetti, le tradizioni incanalate
e dirette a rinvigorire altre prerogative, a ribadire altri ceppi, a
portare tributo di adorazione ad altri feticci; e vedeva ingaggiarsi una
lotta continua fra la prerogativa sovrana e le libertà popolari, e in
quella lotta e nei puntelli eretti intorno al trono sfibrarsi le
migliori energie, esaurirsi le forze morali ed economiche del paese; e
però nella sua opera educativa egli fu repubblicano: repubblicano visse
e repubblicano morì.
E gli avvenimenti odierni, la decadenza morale ed economica, una fatale
inerzia che stende un velo grigio su tutto il paese e rende ognuno
indifferente, apata, passivo, mentre pericoli e vergogne frusterebbero
il sangue a febbrile calore: tutto il ciclo triste dell'ultimo quarto di
secolo mostra quant'egli era nel vero!
L'importanza storica degli scritti del Mazzini è tale e tanta, che
scrivere non si può la storia d'una gran parte del secolo XIX senza
consultare sovente, con onesto intendimento, quegli scritti e nel loro
concetto e nella loro potenza educativa; osiamo anzi asserire che nelle
opere del Mazzini già pubblicate, e nell'_Epistolario_ che verrà in
seguito alla luce, è condensato una gran parte del materiale
indispensabile a chi voglia scrivere con verità la storia d'Italia dal
'21 fino ai giorni nostri; perchè il pensiero mazziniano non cessò con
la morte del maestro, ma continuò nei suoi discepoli rimasti custodi e
difensori e propagatori delle sue dottrine, bersaglio alle invettive e,
quel ch'è più amaro, alle derisioni dei soddisfatti o dei sognanti
vagheggiatori d'una nuova _Città del sole_.
La fede mazziniana, la fede nel dovere e nel sacrificio, è destinata
dalla sua stessa natura a educare ben altre generazioni e a veder
perire--condannate dall'educata coscienza delle moltitudini--dottrine
che oggi hanno plausi ed inni, sebbene la miseria sia pronta a correre
dietro ad ogni bella promessa, e l'ignoranza non permetta d'indagare
quanto in quella promessa vi sia fondamento di verità.
E non i soli scritti del Mazzini, come abbiamo accennato, hanno grande
importanza storica, ma bensì l'opera sua indefessa, rischiarata da tanta
luce d'intelletto, riscaldata da tanto ardore di fede, e che a quelli è
commento; però pensammo di raccogliere e collegare in questo primo
volume le note autobiografiche scritte fra il '61 ed il '65 per la
edizione completa delle opere, le quali non giunsero oltre l'ottavo
volume per il sopraggiungere della morte che tolse alla Patria ed
all'Umanità la persona, non l'anima, del grande Italiano.
Sono note che commentano ed illustrano un periodo di agitatissima vita
italiana dal '21 al '53; e così raccolte nel presente volume ed
interpolate da qualche scritto importante che meglio rende la fisionomia
morale dell'apostolo e dell'agitatore, formano come una storia a larghi
tratti di avvenimenti, ora dolorosi, ora lieti, ma sempre grandi; di
uomini d'antica tempra che nella lotta, nell'esilio, nel carcere e sul
patibolo furono sempre magnanimi; e crediamo che questa storia, benchè
compendiosa, molto opportunamente preceda la raccolta degli scritti
politici ed economici, la cui serie va dal '32 al '72, attraverso cioè
un periodo di 40 anni.
Spirato Giuseppe Mazzini in Pisa il 10 marzo 1872 ed instituita
un'apposita Commissione per continuare la stampa e la diffusione delle
opere di lui, rimaste in tronco, fu scelto a capo di essa Aurelio Saffi,
il quale, con affetto d'amico, con reverenza di discepolo, ed anche con
integra coscienza di cittadino e con autorità di primo e quasi diuturno
cooperatore nell'apostolato mazziniano, commentò, illustrò con
magistrali proemî gli altri nove volumi delle _Opere complete_
pubblicate nel corso di 18 anni, finchè la morte inesorabile lo colse,
mentre stava per metter mano al diciottesimo ed ultimo volume,
coronamento della benefica ed insigne opera sua e degno monumento al più
grande degl'Italiani.
Ma non potendo noi in questa edizione nemmeno riassumere i proemî del
Saffi, i quali completano le note autobiografiche qui pure raccolte, nè
volendo d'altra parte che le notizie intorno alla vita ed all'azione di
Giuseppe Mazzini si arrestino all'anno 1853, abbiamo aggiunto alcuni
brevi cenni, che troveranno la loro sede nel volume secondo, per
completare a larghi tratti la parte biografica e per far meglio
comprendere l'opportunità e il valore degli altri scritti che Mazzini
pubblicò dal '53 al '72.
Fu lamentato da taluno che il prezzo elevato della nostra edizione
completa abbia dato fin qui a pochissimi di poter conoscere nella sua
integrità la dottrina di Giuseppe Mazzini, e che perciò la classe
operaja, la quale fu cura precipua e affetto profondo e forte speranza
del grande Educatore, poco sappia dell'opera e del pensiero di lui, e
quel poco sovente travisato da ignoranza o da mala fede d'interpreti.
Pur troppo ciò che si afferma intorno alla causa della scarsa diffusione
degli scritti del Mazzini solamente in parte è vero, perchè noi vediamo
ogni giorno editori e scrittori far la loro fortuna con pubblicazioni di
romanzi o d'altri generi di componimento che sono frivoli quando non
sono immorali; le quali edizioni pur costano assai specialmente per
raffinati e spesso indecenti lenocinî tipografici.
Oggi, invero, una letteratura sbracata, malsana, corre le vie, s'insinua
dappertutto, nelle case, nelle scuole; e colla pornografia larvata a
positivismo scientifico aizza le passioni men nobili, stimola alla
materialità di soddisfazioni fisiche che uccidono ogni senso d'ideale,
ogni sentimento che eleva l'uomo al di sopra del bruto. È una educazione
a rovescio che affinando l'intelletto e rivolgendo tutte le energie alla
sola conquista dei godimenti materiali, distoglie lo sguardo dal cielo
ove l'ascetismo cristiano l'aveva fissato, ma per ripiombarlo invece
nelle manifestazioni della vita animale sulla terra. Quando, come oggi,
dalla teoria darwiniana si elimina il pensiero di eterno progresso che
la governa e si eleva la sterile lotta per la vita a mezzo e fine a sè
stessa; quando nella evoluzione della specie non si vede la scala
infinita che inalza l'umanità a Dio, e dai contrasti sociali altro non
si deduce se non gli appetiti del gregge disputantesi la scarsa pastura
e il pavoneggiarsi dell'animale maschio per impossessarsi della femmina;
quando scopo della letteratura è il fotografare le fogne che carreggiano
al mare i detriti sociali, o l'idealizzare le raffinatezze di un
sensualismo dedito ad uccidere l'uomo ed il tempo; se da cotesta lenta
soffocazione d'ogni nobile aspirazione lo Stato non sa difendere la
gioventù alle sue cure affidate, non sostituendo più sana, più virile
educazione, non è a meravigliarsi se le vetrine dei libraî siano
guarnite da libri di cui non sai se sia più sconcia l'illustrazione od
il titolo; non è a meravigliarsi se laddove con riverente affetto
passavano di mano in mano le opere di Dante o del Mazzini ora si
mostrino le scollacciate pubblicazioni degli editori da trivio.
Si è domandato più volte la ragione perchè la Commissione editrice non
abbia popolarizzati gli scritti dei quali cura la divulgazione, mediante
una edizione per dispense a pochissimo prezzo. La risposta è semplice:
sta nella triste esperienza dei fatti. In questo momentaneo disguido
degl'intelletti, che nella morbosità degli appetiti rifiuta il sano cibo
a cui la generazione omai tramontata deve i forti fatti della
rigenerazione patria, e eccita gli snervati sensi cogli stimoli più
pungenti, la iniziativa non sortirebbe utile risultato; non è il momento
in cui il paese possa assimilare gl'insegnamenti di chi sopratutto
l'amò, e per esso sperò e patì.
Sarà così in un prossimo avvenire?--Per il bene della patria, per
l'onore di quella generazione a cui spetta la grande opera di redenzione
morale, speriamo di no.
Intanto possa questa edizione economica in quattro volumi, a una lira il
volume, trovare fra le classi popolari larga diffusione, perchè in essa
è compreso ogni pensiero fondamentale, ogni sviluppo della dottrina di
Mazzini, e sotto quest'aspetto può dirsi completa.
Al popolo italiano questi scritti affidiamo, perchè pel popolo furono
dettati, perchè nel popolo, nel solo popolo, sono i germi di
rigenerazione cui egli volle fecondare.
LA COMMISSIONE EDITRICE.
SCRITTI DI GIUSEPPE MAZZINI
INTRODUZIONE DELL'AUTORE
Londra, 25 marzo, 1861.
Richiesto di prefiggere all'Edizione de' miei Scritti politici e
letterarî i ricordi della mia vita, ricusai l'incarico e persisterò. I
frequenti dolori e le rare gioje della mia vita privata non importano se
non ai pochi ch'io amo e che m'amano d'affetto individuale profondo:
quel tanto di vita pubblica ch'io m'ebbi sta ne' miei Scritti; e
l'influenza ch'essi esercitarono sugli eventi ch'oggi si compiono spetta
al giudizio del paese, non al mio. Noncurante per tendenza ingenita
dell'animo di quel vano romore che gli uomini chiamano fama, sprezzatore
per indole altera e securità di coscienza delle molte calunnie che
s'addensarono su' miei passi lungo la via, e convinto sino alla fede che
debito della vita terrestre è dimenticare l'_io_ pel _fine_ che le
facoltà dell'individuo e le necessità dei tempi prescrivono, non ho
serbato mai note, copie di lettere o memoria di date. Ma s'anche io
avessi custodito gelosamente ogni cosa, non mi darebbe l'animo di
giovarmene. Davanti al ridestarsi d'un Popolo che solo finora ha da Dio,
visibile nella Storia, il privilegio di rimutare, in ogni grande periodo
della propria vita, l'Europa, ogni biografia d'individuo è meschina:
fiaccola accesa di fronte al sole che sorge.
Andrò bensì frammezzando agli Scritti alcuni ricordi di cose ch'io vidi
e d'uomini ch'io conobbi giovevoli a far meglio intendere il moto
Europeo dell'ultimo terzo di secolo, ed anche qualche reminiscenza mia
personale ove accenni al perchè degli Scritti e s'immedesimi collo
svolgimento dei fatti che assicurano in oggi il trionfo dei due
principali elementi dell'era nuova: Popolo e Nazionalità. La mia voce fu
spesso voce di molti: eco di pensiero collettivo dei nostri giovani che
iniziavano l'avvenire. S'essa ha valore, è quello di documento storico;
e ogni cosa che riesca a crescergli evidenza e mostrarne l'intima
connessione colle vere tendenze Italiane, può tornar utile quando che
sia. Forse interrogando le sorgenti del moto, i miei fratelli di Patria
intenderanno più agevolmente e men tardi quali sieno gli errori e i
traviamenti dell'oggi.
GIUSEPPE MAZZINI.
NOTE AUTOBIOGRAFICHE.
Una domenica dell'aprile 1821, io passeggiava, giovanetto, con mia madre
e un vecchio amico della famiglia, Andrea Gambini, in Genova, nella
Strada Nuova. L'insurrezione Piemontese era in quei giorni stata
soffocata dal tradimento, dalla fiacchezza dei Capi e dall'Austria. Gli
insorti s'affollavano, cercando salute al mare, in Genova, poveri di
mezzi, erranti in cerca d'ajuto per recarsi nella Spagna dove la
Rivoluzione era tuttavia trionfante. I più erano confinati in
Sampierdarena aspettandovi la possibilità dell'imbarco; ma molti si
erano introdotti ad uno ad uno nella città, ed io li spiava fra i
nostri, indovinandoli ai lineamenti, alle foggie degli abiti, al piglio
guerresco, e più al dolore muto, cupo, che avevano sul volto. La
popolazione era singolarmente commossa. Taluni fra i più arditi avevano
fatto proposta ai Capi, credo Santarosa ed Ansaldi, di concentrarsi
tutti nella città, impossessarsene e ordinarvi la resistenza; ma la
città dicevano, era militarmente sprovveduta d'ogni difesa, mancavano ai
forti le artiglierie, e i Capi avevano ricusato e risposto: _serbatevi a
migliori destini_. Non rimaneva che soccorrere di danaro quei poveri e
santi precursori dell'avvenire; e i cittadini vi si prestavano
liberalmente. Un uomo di sembianze severe ed energiche, bruno, barbuto e
con un guardo scintillante che non ho mai dimenticato, s'accostò a un
tratto fermandoci: aveva tra le mani un fazzoletto bianco spiegato, e
proferì solamente le parole: _pei proscritti d'Italia_. Mia madre e
l'amico versarono nel fazzoletto alcune monete; ed egli s'allontanò per
ricominciare con altri. Seppi più tardi il suo nome. Era un Rini,
capitano nella Guardia Nazionale che s'era, sul cominciar di quel moto,
istituita. Partì anch'egli cogli uomini pei quali s'era fatto collettore
a quel modo; e credo morisse combattendo, come tanti altri dei nostri,
per la libertà della Spagna.
Quel giorno fu il primo in cui s'affacciasse confusamente all'anima mia,
non dirò un pensiero di Patria e di Libertà, ma un pensiero che si
_poteva_ e quindi si doveva lottare per la libertà della Patria.
Io era già inconsciamente educato al culto dell'Eguaglianza dalle
abitudini democratiche dei due miei parenti e dai modi identici che essi
usavano col patrizio e col popolano: nell'individuo essi non cercavano
evidentemente se non l'_uomo_ e l'_onesto_. E le aspirazioni alla
libertà, ingenite nell'animo mio, s'erano alimentate dei ricordi di un
periodo recente, quello delle guerre repubblicane francesi, che
suonavano spesso sulle labbra di mio padre e dell'amico nominato più
sopra; delle Storie di Livio e di Tacito che il mio maestro di Latino mi
faceva tradurre; e della lettura di alcuni vecchi giornali da me trovati
semi-nascosti dietro ai libri di medicina paterni, fra i quali ricordo
alcuni fascicoli della _Chronique du Mois_ pubblicazione girondina dei
primi tempi della Rivoluzione di Francia. Ma l'idea che v'era un guasto
nel mio paese contro il quale bisognava lottare, l'idea che in quella
lotta io avrei potuto far la mia parte, non mi balenò che in quel giorno
per non lasciarmi più mai.
L'immagine di quei proscritti, parecchi dei quali mi furono più tardi
amici, mi seguiva ovunque nelle mie giornate, mi s'affacciava tra i
sogni. Avrei dato non so che per seguirli. Cercai raccoglierne nomi e
fatti. Studiai, come meglio potei, la storia del tentativo generoso e le
cagioni della disfatta. Erano stati traditi, abbandonati da chi aveva
giurato concentrare i loro sforzi all'intento; il nuovo re aveva
invocato gli Austriaci: parte delle milizie piemontesi li aveva
preceduti in Novara; i capi del moto s'erano lasciati atterrire dal
primo scontro e non avevano tentato resistere. Tutte queste nozioni
ch'io andava acquistando sommavano a farmi pensare: _potevano_ dunque,
se ciascuno avesse fatto il debito suo, vincere; perchè non si
ritenterebbe? questa idea s'impossessava più sempre di me, e
l'impossibilità d'intravvedere per quali vie si potesse tentare di
tradurla in fatti m'anneriva l'anima. Sui banchi dell'Università--v'era
allora una Facoltà di Belle Lettere che precedeva di due anni i corsi
legali e medici e ammetteva i più giovani--di mezzo alla irrequieta
tumultuante vita degli studenti, io era cupo, assorto, come invecchiato
anzi tratto. Mi diedi fanciullescamente a vestir sempre di nero; mi
pareva di portar il lutto della mia patria. L'Ortis che mi capitò allora
fra le mani mi infanatichì: lo imparai a memoria. La cosa andò tanto
oltre, che la mia povera madre temeva di un suicidio.
Più dopo quella prima tempesta si racquetò; e diè luogo a men travolti
pensieri. L'amicizia ch'io strinsi coi giovani Ruffini--ed era per essi
e per la santa madre loro un amore--mi riconciliò alla vita e concesse
sfogo alle ardenti passioni che mi fermentavano dentro. Parlando con
essi di lettere, di risorgimento intellettuale Italiano, di questioni
filosofico-religiose, di piccole associazioni--ch'erano preludî alla
grande--da fondarsi per avere di contrabbando libri e giornali vietati,
l'anima si rasserenava: intravvedeva possibile, comecchè su piccola
scala, l'azione. Un piccolo nucleo di scelti giovani d'intelletto
indipendente, anelante a nuove cose, si raggruppava d'intorno a me. Di
quel nucleo, la cui memoria dura tuttavia nel mio core come ricordo di
una promessa inadempita, nessuno è rimasto a combattere per l'antico
programma, da Federico Campanella in fuori, oggi Membro di un Comitato
di Provvedimento per Venezia e Roma in Palermo; morti gli uni, disertori
gli altri: taluno fedele tuttavia alle idee, ma inattivo. Allora quella
plejade fu salute all'anima tormentata. Io non era più solo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ho detto ch'io non intendo scrivere la mia vita, e balzo all'anno 1827.
Sul finire, credo, dell'anno anteriore, io aveva scritto le mie prime
pagine letterarie, mandandole audacemente all'_Antologia_ di Firenze,
che, molto a ragione, non le inserì e ch'io aveva interamente
dimenticate, finchè le vidi molti anni dopo inserite, per opera di N.
Tommaseo, nel _Subalpino_: versavano su Dante, ch'io dal 1821 al 1827
aveva imparato a venerare, non solamente come poeta, ma come Padre della
Nazione.
Nel 1827 fremevano accanite le liti fra _classicisti_ e _romantici_, tra
i vecchi fautori d'un dispotismo letterario la cui sorgente risaliva per
essi a duemila e più anni addietro e gli uomini che, in nome della
propria ispirazione, volevano emanciparsene. Eravamo, noi giovani,
romantici tutti. Ma a me pareva che pochissimi, se pur taluno, si
fossero addentrati a dovere nelle viscere della questione. I primi,
Arcadi di Roma, Accademici della Crusca, professori e pedanti, andavano
ostinatamente scrivendo imitazioni fredde, stentate, senza intento,
senz'anima, senza vita: i secondi, non dando base alla nuova Letteratura
fuorchè la fantasia _individuale_, si sbizzarrivano in leggende dei
tempi di mezzo, inni menzogneri alla Vergine, disperazioni metriche non
sentite, e in ogni concetto d'un'ora che s'affacciasse alla loro mente
intollerante d'ogni tirannide, ma ignara della santità della Legge che
governa, come ogni altra cosa, anche l'Arte. E parte di questa Legge è
che l'Arte o compendii la vita di un'Epoca che sta conchiudendosi o
annunzii la vita di un'Epoca che sta per sorgere. L'Arte non è il
capriccio d'uno o d'altro individuo, ma una solenne pagina storica o una
profezia: e se armonizza in sè la doppia missione, tocca, come sempre in
Dante e talora in Byron, il sommo della potenza. Or, tra noi, l'arte non
poteva essere se non profetica. Gli Italiani non avevano da tre secoli
_vita_ propria, spontanea, ma esistenza di schiavi immemori che
accattavano ogni cosa dallo straniero. L'Arte non poteva dunque rivivere
se non ponendo una lapide di maledizione a quei tre secoli e intonando
il cantico dell'avvenire. E a riuscirvi bisognava interrogare la vita
latente, addormentata, inconscia del popolo, posar la mano sul core
pressochè agghiacciato della Nazione e spiarne i rari interrotti palpiti
e desumerne riverenti intento e norme agli ingegni. L'ispirazione
individuale doveva sorgere con indole propria dalle aspirazioni della
vita collettiva italiana, come belli di tinte varie e d'infiorescenza
propria sorgono, da un suolo comune a tutti, i fiori, poesia della
terra. Ma la vita collettiva d'Italia era incerta, indefinita, senza
centro, senza unità d'ideale, senza manifestazione regolare, ordinata.
L'arte poteva dunque prorompere a gesti isolati, vulcanici: non
rivelarsi progressiva, continua, come la vita vegetale del Nuovo Mondo,
dove gli alberi intrecciando ramo a ramo formano l'unità gigantesca
della foresta. Senza Patria e Libertà noi potevamo avere forse profeti
d'Arte, non Arte. Meglio era dunque consecrare la vita intorno al
problema: _avremo noi Patria?_ e tentare direttamente la questione
politica. L'Arte Italiana fiorirebbe, se per noi si riuscisse, sulle
nostre tombe.
Questi pensieri--che l'ingegno sommo e l'amor del paese devono avere di
certo suggerito a Manzoni e che tralucono divinamente nei Cori delle sue
tragedie ed altrove, raumiliati poi dalla soverchia mitezza dell'indole
e dalla fatale rassegnazione insegnatagli dal Cattolicismo--erano allora
pensieri di pochi. Predominava a tutto quel subuglio di letterati non
cittadini la falsa dottrina francese dell'_arte per l'arte_. Soli, sul
campo della Critica fecondatrice, ne davano indizio nell'_Antologia_
Tommaseo e Montani. In me rinfiammavano l'idea dell'aprile 1821 e
determinavano la mia vocazione di rinunziare alla via delle lettere per
tentare l'altra più diretta dell'azione politica.
E fu il primo grande mio sacrificio. S'affaccendavano in quel tempo
nella mia mente visioni di Drammi e Romanzi Storici senza fine, e
fantasie d'Arte che mi sorridevano come imagini di fanciulle carezzevoli
a chi vive solo. La tendenza della mia vita era tutt'altra che non
quella alla quale mi costrinsero i tempi e la vergogna della nostra
abjezione.
La via dell'azione a ogni modo era chiusa: e la questione letteraria mi
parve campo ad aprirmela quando che fosse.
Esciva allora in Genova, edito dal tipografo Ponthenier, un giornaletto
d'annunzî mercantili; e doveva, in virtù di non so quale prescrizione
governativa, limitarsi a quell'angustissima sfera. Era l'_Indicatore
Genovese_. Persuasi il librajo ad ammettere annunzî di libri da
vendersi, coll'aggiunta di due o tre linee quasi a definirne il
soggetto e m'assunsi di scriverle. Fu quello il cominciamento della mia
carriera di Critico. A poco a poco gli annunzî impinguarono e
diventarono articoli. Il Governo, assonnato allora come il paese, non se
ne avvide o non se ne curò. L'_Indicatore_ si trasformò in giornale
letterario. Gli articoli estratti da quel giornale, ristampati molti
anni dopo tra gli _Scritti d'un Italiano vivente_, in Lugano, e che
ricompariranno in questa edizione, non hanno valore intrinseco, ma
rivelano l'intento con cui da me e da pochi altri giovani amici si
scriveva e s'intendeva la questione del Romanticismo. La controversia
letteraria si convertiva in politica: bastava mutare alcune parole per
avvedersene. Erano guerricciuole, zuffe di bersaglieri sul limite di due
campi. Per noi l'indipendenza in fatto di Letteratura non era se non il
primo passo a ben altra indipendenza: una chiamata ai giovani perchè
ispirassero la loro alla vita segreta che fermentava giù giù nelle
viscere dell'Italia. Sapevamo che tra quelle due vite essi avrebbero
incontrato la doppia tirannide straniera e domestica e si sarebbero
ribellati dall'una e dall'altra. Il Governo finì per leggere e irritarsi
di quella tendenza. E quando, sul finir del primo anno, noi annunziavamo
imbaldanziti ai lettori che il Giornale s'ingrandirebbe, un divieto
governativo lo spense.
Ma quei lavorucci dettati con impeto giovanile, e il _fine_ ardito che
trapelava, m'avevano fruttato un grado qualunque di fama in Genova e
conoscenze d'uomini altrove che lavoravano poco dopo con me sulla via
più dichiaratamente emancipatrice. Un mio rimprovero a Carlo Botta,
storico di tendenze aristocratiche, senz'ombra d'intelletto filosofico,
ma il cui stile foggiato talora a gravità tacitiana e lo sdegno
alfieriano contro ogni straniero infanatichivano allora la gioventù, mi
valse contatto cogli uomini, timidi i più, ma d'animo italiano
dell'_Antologia_ di Firenze. E due articoli d'un altro studente, Elia
Benza di Portomaurizio, giovine d'alto sentire e di forte ingegno
isterilito poi, con mio dolore, dalla soverchia analisi e dai conforti
della vita domestica, pel Dramma _I Bianchi e i Neri_, ci diedero a
corrispondente il Guerrazzi. Guerrazzi aveva già scritto, non solamente
quel Dramma, ma la _Battaglia di Benevento_; e nondimeno, tanta era la
separazione tra provincia e provincia d'una stessa terra, il di lui nome
era ignoto fra noi: il Dramma, capitatoci a caso, ci aveva, di mezzo a
forme bizzarre e a una poesia che rinegava ogni bellezza d'armonia,
rivelato un ingegno addolorato, potente e fremente di orgoglio italiano.
Io risposi alla di lui lettera, e s'intavolò fra noi un carteggio
fraterno allora e pieno d'entusiasmo per promuovere l'avvenire. Quando
il Governo Sardo soppresse l'_Indicatore Genovese_, il vincolo tra noi e
i giovani Livornesi che facevano corona a Guerrazzi era già stretto di
tanto da suggerirci l'idea di continuare la pubblicazione sotto il
titolo d'_Indicatore Livornese_ in Livorno.
Era la prima lotta che imprendevamo coi governucci che smembravano la
povera Patria, e il senso di quella lotta ci crebbe l'ardire. Le
tendenze politiche si rivelarono in quel secondo Giornale nel quale
scrittori più assidui eravamo Guerrazzi, Carlo Bini ed io più esplicito
e quasi senza velo. Parlammo di Foscolo, al quale, tacendo degli altri
meriti, gl'Italiani devono riverenza eterna per avere egli primo cogli
atti e gli scritti rinvigorito a fini di Patria il ministero del
Letterato--dell'_Esule_, poema di Pietro Giannone, allora proscritto, di
fede incorrotta, ch'io imparai più tardi a conoscere ed a stimare--di
Giovanni Berchet delle cui poesie, magnifiche d'ira italiana,
moltiplicavamo allora noi studenti le copie e che mi toccò di vedere nel
1848 immiserito tra patrizî _moderati_ e cortigiani regî in Milano.
Osammo tanto, che l'intormentito Governo Toscano, compito l'anno,
c'intimò di cessare. E cessammo. Ma quei due giornali avevano intanto
raggruppato un certo numero di giovani potenti di una vita che volea
sfogo; avevano toccato efficacemente nell'anime corde che fin allora
giacevano mute; avevano--e questo era il più--provato ai giovani che i
Governi erano deliberatamente avversi a ogni progresso e che libertà
d'intelletto non era possibile se non cadevano.
Tra quell'armeggiare letterario, io non dimenticavo lo scopo mio e
andava guardandomi attorno a vedere s'io potessi trovare uomini capaci
d'avventurarsi all'impresa. Serpeggiavano tra noi voci vaghe di
Carboneria rinata, d'un lavoro segreto comune alla Francia, alla Spagna,
all'Italia. Cercai, spiai, interrogai tanto che finalmente un Torre,
amico e studente di Legge, mi si rivelò membro della Setta o come
dicevano allora dell'_Ordine_ e mi propose l'iniziazione. Accettai.
Io non ammirava gran fatto il simbolismo complesso, i misteri gerarchici
e la fede--o piuttosto la mancanza di fede politica--della Carboneria,
come i fatti del 1820 e del 1821, da me studiati quanto meglio io poteva
in quelli anni, me l'additavano. Ma io era allora impotente a tentare
cosa alcuna di mio e mi s'affacciava una congrega d'uomini i quali,
inferiori probabilmente al concetto, facevano ad ogni modo una cosa sola
del pensiero e dell'azione e sfidando scomuniche e pene di morte,
persistevano, distrutta una tela, a rifarne un'altra. E bastava perchè
io mi sentissi debito di dar loro il mio nome e l'opera mia. Anch'oggi,
canuto, credo che, dopo la virtù di guidare, la più alta sia quella di
saper seguire: seguire, intendo, chi guida al bene. I giovani, troppo
numerosi in Italia e altrove, che si tengono, per rispetto
all'indipendenza dell'_individuo_, segregati da ogni moto collettivo
d'associazione o di partito ordinato, sono generalmente quelli che più
rapidamente e servilmente soggiacciono a ogni forza ordinata
governativa. La riverenza all'Autorità vera e buona, purchè liberamente
accettata, è l'arme migliore contro la falsa e usurpata.
Accettai dunque. Fui condotto una sera in una casa presso San Giorgio,
dove, salendo all'ultimo piano, trovai chi doveva iniziarmi. Era, come
seppi più tardi, un Raimondo Doria, semi-corso; semi-spagnuolo, d'età
già inoltrata, di fisionomia non piacente. Mi disse con piglio solenne
come la persecuzione governativa e la prudenza necessaria a raggiunger
l'intento vietavano le riunioni e come quindi mi si risparmiassero
prove, cerimonie e riti simbolici. M'interrogò sulle mie disposizioni ad
agire, a eseguire le istruzioni che mi verrebbero via via trasmesse, a
sagrificarmi, occorrendo, _per l'Ordine_. Poi mi disse di piegare un
ginocchio e, snudato un pugnale, mi recitò e mi fece ripetere la formula
di giuramento del _primo grado_, comunicandomi uno o due segni di
riconoscimento fraterno, e m'accomiatò. Io era Carbonaro.
Uscendo, tormentai di domande l'amico che m'aspettava, sull'intento,
sugli uomini, sul da farsi, ma inutilmente: bisognava ubbidire, tacere e
conquistarsi lentamente fiducia. Mi felicitò, dell'avermi le circostanze
sottratto a prove tremende e, vedendomi sorridere, mi chiese con piglio
severo che cosa avrei fatto se m'avessero, come ad altri, intimato di
scaricarmi nell'orecchio una pistola caricata davanti a me. Risposi che
avrei ricusato, dichiarando agli iniziatori che, o la carica cadeva, per
mezzo d'una valvola interna, nel calcio della pistola ed era farsa
indegna d'essi e di me, o rimaneva veramente nella canna ed era assurdo
che un uomo chiamato a combattere pel paese cominciasse dallo
sparpagliarsi quel po' di cervello che Dio gli aveva dato. Fra me stesso
io pensava con sorpresa e sospetto che il giuramento non conteneva se
non una formula di obbedienza e non una parola sul _fine_. L'iniziatore
non aveva proferito sillaba che accennasse a federalismo o unità, a
repubblica o monarchia. Era guerra al Governo, non altro.
La contribuzione colla quale ogni affigliato doveva alimentare la Cassa
dell'_Ordine_ consisteva di 25 franchi all'atto della iniziazione e di 5
franchi mensili: contribuzione grave e a me, studente, più che ad ogni
altro. Pure mi parea buona cosa. Grave colpa è raccogliere danaro altrui
e usarne male; più grave l'esitare davanti a un sacrificio pecuniario
quando le probabilità stanno perchè giovi a una buona causa. Oggi gli
uomini--ed è uno dei più tristi sintomi che io mi sappia dell'egoismo
abbarbicatosi all'anime--argomentano per un franco. E mentre si gettano
ogni dì somme ingenti a procacciare a sè stessi conforti non reali, ma
artificiali i più, gli uomini che per una impresa come quella di fondar
la Patria o di crear libertà dovrebbero far moneta del sangue, lamentano
l'impossibilità di sacrifici frequenti, e pongono, anzichè schiuder la
borsa, la vita, l'onore, la dignità dell'anima loro o di quella de' loro
fratelli a pericolo. I cristiani dei primi secoli versavano sovente a'
piedi del sacerdote, a pro dei loro fratelli poveri, tutta quanta la
loro ricchezza, non serbandosi che il puro necessario alla vita. Tra
noi, è impresa utopistica, gigantesca, quella di trovare tra ventidue
milioni d'uomini, che cicalano di libertà, un milione che dia un franco
per l'emancipazione del Veneto. I primi avevano _fede_: noi non abbiamo
se non _opinioni_.
Ebbi, non molto dopo, l'iniziazione al _secondo grado_ e facoltà
d'affigliare. Conobbi due o tre Carbonari, fra gli altri un Passano,
antico Console di Francia in Ancona, che dicevano alto dignitario
dell'_Ordine_; vecchio, pieno di vita, ma che si pasceva più di piccolo
raggiro e d'astuzie che non d'opere tendenti virilmente e logicamente
allo scopo. Rimasi nondimeno sempre in una assoluta ignoranza del loro
programma o del che facessero; e cominciai a sospettare che nulla
facessero. L'Italia non appariva nei loro discorsi che come terra
diseredata d'ogni potenza per fare: appendice più che secondaria di
altrui. Si professavano cosmopoliti: bel nome se vale libertà per tutti;
nondimeno, a ogni leva è necessario, per agire, un punto d'appoggio e
quel punto d'appoggio ch'io intravvedeva fin d'allora in Italia, era per
essi visibilmente in Parigi. Fervevano allora in Francia le liti
d'opposizione, nella Camera e fuori, alla Monarchia di Carlo X, ed essi
non sognavano e non parlavano che di Guizot, di Barthe, di Lafayette e
dell'_Alta Vendita_ Parigina. Io pensava che avevamo dato noi Italiani
l'Istituzione dei Carbonari alla Francia.
Fui richiesto di stendere in francese una specie di _memorandum_,
indirizzato a non so chi, in favore della libertà della Spagna e a
provare l'_illegalità_ e le tristi conseguenze dell'intervento Borbonico
del 1823. Mi strinsi nelle spalle e lo stesi. Poi, giovandomi delle
facoltà che m'erano date, mi diedi ad affigliare tra gli studenti.
Presentiva il momento in cui, crescendo di numero e formando tra noi un
nucleo compatto avremmo potuto infondere un po' di giovine vita in quel
corpo invecchiato. Continuavamo intanto, aspettando che si potesse far
meglio, la zuffa contro quei che chiamavamo i _Monarchici_ delle
Lettere. E scrissi il lungo articolo _d'una Letteratura Europea_, che
dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso
nell'_Antologia_ di Firenze e troverà luogo in questa edizione.
Finalmente, all'appressarsi visibile della tempesta in Francia, i nostri
Capi parvero ridestarsi a un'ombra d'attività. E mi fu commesso di
partire per la Toscana a impiantarvi la Carboneria. La missione era più
grave ch'essi non pensavano. Le abitudini della famiglia, dalle quali io
non aveva mai desiderato d'emanciparmi, s'opponevano inappellabilmente
alla gita, quindi alla possibilità d'avere i mezzi che erano necessarî.
Dopo lunghe esitazioni, risolsi compire a ogni modo l'incarico. Dissi
ch'io mi recava per due giorni in Arenzano presso uno studente amico di
casa, raggranellai sotto diversi pretesti un po' di danaro dalla buona
mia madre, e mi preparai a partire.
Il dì prima della partenza--e cito questo fatto perchè mostra per quali
vie si trascinasse allora la Carboneria--mi fu intimato di trovarmi a
mezzanotte sul Ponte della Mercanzia. Vi trovai parecchi de' miei
giovani affigliati convocati essi pure senza sapere il perchè. Dopo
lungo aspettare, comparve il Doria; e lo seguivano due ignoti,
ammantellati sino agli occhi e muti come due spettri. Il core ci balzava
dentro per desiderio e speranza d'azione. Fatto cerchio, il Doria dopo
un breve discorso rivolto a me sui biasimi colpevoli e sulle
intemperanze dei giovani inesperti e imprudenti, accennò ai due
ammantellati e dichiarò ch'essi partivano il dì dopo per Barcellona onde
trafiggervi un Carbonaro reo d'avere osato sparlare dei Capi, però che
l'_Ordine, quando trovava ribelli, schiacciava_. Era una risposta a'
miei lagni rivelati da qualche affigliato zelante. Io ricordo ancora il
fremito d'ira che mi sorse dentro alla stolta minaccia. Mandai, su quei
primi moti dell'animo, a dire ch'io non partiva più per Toscana e
l'_Ordine_ schiacciasse pure. Poi, racquetato e ammonito dagli amici
ch'io sacrificava senza avvedermene la causa del paese all'offeso
_individuo_, mutai consiglio e partii, lasciando lettera a rassicurare
la mia famiglia.
In Livorno fondai una _Vendita_: affigliai parecchi Toscani ed altri
d'altre provincie, tra i quali ricordo un Camillo d'Adda, lombardo,
allievo di Romagnosi e ch'esciva allora, credo, dalle prigioni
dell'Austria, e Marliani, che moriva anni dopo difendendo Bologna contro
gli Austriaci. Commisi il resto a Carlo Bini, anima buona e candida,
serbatasi incontaminata attraverso una gioventù passata fra i rozzi e
rissosi popolani della Venezia[2], ingegno potente, ma che imprigionato
fra le cure mercantili e fatto indolente da un profondo scetticismo, non
di principii, ma degli uomini e delle cose d'allora, non potè rivelarsi
che a lampi. Una immensa rettitudine d'animo e una immensa capacità di
sagrificio per ciò ch'ei credeva bene, sagrificio tanto più meritevole
quanto meno ei credea nel successo, erano doti immedesimate con lui. Ei
rideva con me delle formalità e del simbolismo dei Carbonari, ma
credeva, com'io credeva, nell'importanza d'ordinarci, sotto qualunque
forma si fosse, all'azione.
Viaggiammo insieme a Montepulciano dov'era allora relegato Guerrazzi,
colpevole d'aver recitato alcune solenni pagine in lode d'un prode
soldato italiano, Cosimo Delfante, tanto quei miseri Governi d'allora
s'adombravano d'ogni ricordo che potesse guidarci a sentire men
bassamente di noi. Avrebbero, se fosse stato in loro potere, abolito la
Storia.
Vidi Guerrazzi. Ei scriveva l'_Assedio di Firenze_ e ci lesse il
capitolo d'introduzione. Il sangue gli saliva alla testa mentr'ei
leggeva ed ei bagnava la fronte per ridursi in calma. Sentiva altamente
di sè, e quella persecuzioncella che avrebbe dovuto farlo sorridere gli
rigonfiava l'anima d'ira. Ma ei sentiva pure altamente della sua Patria
nei ricordi della passata grandezza e nei presentimenti de' suoi fati
futuri; e mi pareva che l'orgoglio italiano, e l'orgoglio dell'_io_, non
gli avrebbero forse impedito di sviarsi quando che fosse, ma gli
avrebbero resa impossibile ogni bassezza e ogni transazione con chi egli
avrebbe sentito da meno di quel ch'egli era. Non aveva fede. La fantasia
potente oltremodo lo spronava a grandi cose: la mente incerta, pasciuta
di Machiavelli e di studî sull'uomo del passato più che d'intuizioni
sull'uomo avvenire, lo ricacciava nelle anatomie dell'analisi, buone a
dichiarare la morte e le sue cagioni, impotente a creare e ordinare la
vita. Erano in lui due esseri combattenti, vincenti e soggiacenti
alternativamente: mancava il nesso comune, mancava quell'armonia che non
discende se non da una forte credenza religiosa o dagli impulsi
prepotenti del core. Stimava poco: amava poco. Io cercava in lui una
scintilla di quell'immenso affetto che si versava dagli occhi di Carlo
Bini, mentr'egli commosso dalla lettura delle magnifiche pagine che i
giovani d'Italia sanno a memoria, lo guardava d'un guardo di madre
pensoso unicamente dal suo soffrire. Erano i tempi (1829), nei quali ci
venivano, aspettate con ansia, di Francia, le lezioni storiche di Guizot
e le filosofiche di Cousin, fondate su quella dottrina del Progresso che
contiene in sè la religione dell'avvenire, che splendeva, rinata da
poco, nei discorsi eloquenti di quei due e che non prevedevamo dovesse
miseramente arrestarsi un anno dopo all'ordinamento della _borghesia_ e
alla Carta di Luigi Filippo. Io l'aveva attinta dal Dante nel Trattato
della Monarchia, pochissimo letto e sempre frainteso. Ed io parlava con
calore dei due Còrsi, della Legge, del futuro che doveva presto o tardi
irrevocabilmente escirne. Guerrazzi sorrideva tra il mesto e
l'epigrammatico. E quel sorriso m'impauriva come s'io avessi
intravveduto tutti i pericoli di quell'anima privilegiata: m'impauriva
di tanto, ch'io partii senza parlargli a viso aperto del motivo
principale della mia gita e commettendo a Bini di farlo. E nondimeno io
l'ammirava potente e benedetto d'un nobile orgoglio, che, come dissi,
m'era mallevadore dell'avvenire. Stringemmo allora una fratellanza che
più tardi si ruppe, non per mia colpa.
Tornato in Genova, trovai mali umori tra gli alti dignitarî
dell'_Ordine_. A me fu detto di non dare conto del mio lavoro al Doria;
poco dopo, redarguito di non so che, egli ebbe intimazione da chi stava
più in alto di lui d'allontanarsi per un certo tempo dalla città, e
promise farlo. Ma un giorno ch'io esciva di casa sull'alba per recarmi a
una campagna (Bavari) dove stava allora mia madre, lo incontrai sulla
via, e ne feci riferta. Non so di dove egli escisse a quell'ora; ma
tramava, irritato, vendetta contro l'_Ordine_, i suoi lavori e i nuovi
affigliati.
Scoppiava l'insurrezione francese del luglio 1830. I capi s'agitavano
senza intento determinato, aspettando libertà da Luigi Filippo. Noi
giovani ci diemmo a fondere palle e a prepararci per un conflitto che
salutavamo inevitabile e decisivo.
Non ricordo le date; ma poco dopo le tre Giornate di Francia, mi venne
ingiunto di recarmi ad ora determinata al _Lion Rouge_, albergo
esistente allora nella salita San Siro, dove avrei trovato un maggiore
Cottin di Nizza o Savoja, il quale avea ricevuto, dicevano, il _primo
grado_ di Carboneria da Santa Rosa e invocava il _secondo_ ch'io doveva
conferirgli. Eravamo noi giovani maneggiati dai Capi a guisa di macchine
e sarebbe tornato inutile chiedere perchè scegliessero me a
quell'ufficio invece d'altri a cui fosse già noto il maggiore. Accettai
quindi l'incarico. Soltanto, côlto da non so quale presentimento, mi
intesi, prima di compierlo, coi giovani Ruffini, intimi di mia madre,
intorno a un modo di corrispondenza segreta da praticarsi per mezzo
delle lettere della famiglia nel caso possibile d'imprigionamento a cui
soggiacessi. E l'antiveggenza giovò.
Mi recai, nel giorno assegnato, all'albergo, nelle cui stanze intravidi
il Passano, che fece sembianza di non conoscermi. Chiesi del Cottin e lo
vidi. Era uomo piccolo di statura con un guardo errante che non mi
piacque: vestiva abito non militare: parlava francese. Gli dissi, dopo
d'essermi fatto riconoscere fratello, o, come allora dicevano, _cugino_,
ch'ei doveva sapere perch'io venissi. Introdotto nella sua stanza da
letto, chiuso l'uscio, ei piegò un ginocchio ed io, cavata, com'era
d'uso, una spada dal bastone, cominciava a fargli prestare il
giuramento, quando si schiuse subitamente un piccolo uscio praticato,
accanto al letto, nel muro, e s'affacciò da quello un ignoto. Mi guardò
e richiuse. Il Cottin mi pregò d'acquetarmi, dichiarò ch'era quegli un
domestico suo fidatissimo e si scusò dell'avere dimenticato di chiudere
l'usciolo a chiave. Compita l'iniziazione, il maggiore mi disse ch'ei si
recava tre giorni a Nizza dove avrebbe lavorato utilmente fra la
milizia, ma che la memoria lo tradiva e ch'io avrei fatto bene a dargli
la formula del giuramento in iscritto. Ricusai, dicendogli che non era
abitudine mia scrivere cose siffatte: scrivesse egli sotto mia
dettatura. Scrisse, e m'accomiatai, scontento di quella scena.
L'ignoto, come seppi più dopo, era un carabiniere regio travestito.
Trascorsi pochi giorni io era nelle mani della polizia.
Io aveva sulla persona, al momento in cui la sbirraglia s'impossessò di
me, materiale per tre condanne: palle da fucile, una lettera in cifra
del Bini, un ragguaglio delle tre giornate di Francia stampato su carta
tricolorata, la formula di giuramento del _secondo_ grado e inoltre,
dacchè fui preso sull'uscio di casa mia, un bastone con entro lo stocco,
fra le mani. Riuscii a liberarmi di ogni cosa: quella gente aveva le
tendenze, non l'ingegno della tirannide. La lunga perquisizione fatta in
casa e fra le mie carte non fruttò scoperte pericolose. Fui nondimeno, e
quantunque il commissario (Pratolongo) sostasse e mandasse per ordini,
tratto alla caserma dei carabinieri in Piazza Sarzano.
Là fui interrogato da un vecchio commissario per nome Bollo, il quale,
dopo avermi tentato in ogni modo possibile, nojato della mia freddezza,
pensò atterrirmi provandomi ch'io era tradito, e mi disse a un tratto
ch'io, _il tal giorno, la tal ora, nel tal luogo, aveva iniziato al
secondo grado di Carboneria, il maggiore Cottin_. Un lieve brivido mi
corse l'ossa; mi contenni nondimeno, e risposi ch'io mal poteva
confutare un romanzo, ma sperava che il maggiore sarebbe venuto a
confronto con me.
Non venne. Egli aveva, accettando la parte di _agente provocatore_,
stipulato che non se ne sarebbe fatto motto nel processo. Rimasi
parecchi giorni nella caserma, esposto al sogghigno e ai motteggi dei
carabinieri, il più letterato fra i quali m'additava ai compagni come
una nuova edizione di Jacopo Ortis, corrispondendo, mercè un pezzetto di
matita ch'io m'era trovato mangiando, fra i denti--il pranzo m'era
mandato da casa--e col quale io scriveva nella biancheria, rimandandola.
Diedi in quel modo avviso agli amici perchè distruggessero alcune carte
pericolose agli affigliati toscani. Seppi che erano stati imprigionati
altri con me, Passano, Torre, un Morelli avvocato, un Doria librajo, ed
uno o due ignoti: nessuno dei giovani affigliati da me.
Governava allora in Genova un Venanson, lo stesso che, richiesto da mio
padre delle mie colpe, rispondeva non esser tempo di dirle; ma ch'io era
a ogni modo dotato di certo ingegno e tenero di passeggiate solitarie
notturne, e muto generalmente sui miei pensieri; e al Governo non
andavano a sangue _i giovani d'ingegno dei quali non si sapeva che cosa
pensassero_.
Una notte, destato subitamente, mi vidi innanzi due carabinieri, i quali
m'ingiunsero d'alzarmi e di seguirli. Pensai si trattasse d'un
interrogatorio; ma l'avvertirmi d'un d'essi ch'io non lasciassi il
mantello, mi fece accorto ch'io doveva escire dalla caserma. Chiesi dove
s'andasse: risposero non poterlo dire. Pensai a mia madre che, udendomi
il dì dopo sparito, avrebbe ideato il peggio, e dichiarai risolutamente
ch'io non sarei partito se non trascinato, quando non mi venisse
concesso di scrivere un biglietto alla famiglia. Dopo lunghi dubbî e
consigli col loro ufficiale, concessero. Scrissi poche linee a mia madre
dicendole ch'io partiva, ma che non temesse di male alcuno, e seguii i
miei nuovi padroni. Trovai all'uscio una _portantina_ nella quale mi
chiusero. Quando si fermò, udii a un tempo uno scalpito di cavalli,
indizio di partenza per luogo lontano e la voce inaspettata di mio padre
che mi confortava ad avere coraggio.
Non so come egli fosse stato informato della partenza, dell'ora e del
luogo. Ma ricordo ancora con fremito i modi brutali dei carabinieri che
volevano allontanarlo, il loro sospingermi dalla portantina nella
vettura, sì ch'io potei appena stringergli la mano, e il loro avventarsi
furente, per riconoscere un giovane che stava fumando a poca distanza e
m'avea salutato del capo. Era Agostino Ruffini, uno dei tre che mi
furono più che amici, fratelli, morto anni sono, lasciando perenne
ricordo di sè, non solamente fra gli Italiani, ma tra gli Scozzesi che
lo conobbero esule e ne ammirarono il core, l'ingegno severo e la pura
coscienza.
Eravamo davanti alle carceri di Sant'Andrea. Scese da quelle un
imbacuccato che fecero salire nella vettura ov'io era e vi salirono pure
due carabinieri armati di fucile; e partimmo. Nel prigioniero riconobbi
poco dopo Passano. Uno dei due carabinieri era l'ignoto del _Lione
Rosso_.
Fummo condotti a Savona (Riviera Occidentale) in Fortezza e tosto
disgiunti. Giungevamo inaspettati, e la mia celletta non era pronta. In
un andito semibujo dove mi posero, ebbi la visita del governatore, un De
Mari, settuagenario, il quale motteggiandomi stolidamente sulle notti
perdute in convegni colpevoli e sulla tranquillità salutare ch'io
troverei in Fortezza--poi rispondendomi, sul mio chiedere un sigaro,
ch'egli _avrebbe scritto a S. E. il Governatore di Genova per vedere se
poteva concedersi_--mi fece piangere, quand'ei fu partito, le prime
lagrime dall'imprigionamento in poi.
Erano lagrime d'ira nel sentirmi così compiutamente sotto il dominio
d'uomini ch'io sprezzava.
Fui dopo un'ora debitamente confinato nella mia celletta. Era sull'alto
della Fortezza: rivolta al mare e mi fu conforto. Cielo e Mare--due
simboli dell'infinito e, coll'Alpi, le più sublimi cose che la natura ci
mostri--mi stavano innanzi quand'io cacciava il guardo attraverso
l'inferriate del finestrino. La terra sottoposta m'era invisibile. Le
voci dei pescatori mi giungevano talora all'orecchio a seconda del
vento. Il primo mese non ebbi libri: poi, la cortesia del nuovo
governatore, cav. Fontana, sottentrato per ventura all'antico, fe' sì
ch'io ottenessi una Bibbia, un Tacito, un Byron. Ebbi pure compagno di
prigionia un lucherino, uccelletto pieno di vezzi e capace d'affetto,
ch'io prediligeva oltremodo. D'uomini io non vedeva se non un vecchio
sergente Antonietti che m'era custode benevolo, l'ufficiale al quale si
affidava ogni giorno la guardia e che compariva un istante sull'uscio,
ad affisare il suo prigioniero, la donna piemontese, Caterina, che
recava il pranzo, e il comandante Fontana. L'Antonietti mi chiedeva
imperturbabilmente ogni sera _s'io avessi comandi_, al che io rispondeva
invariabilmente: _un legno per Genova_. Il Fontana, antico militare,
capace d'orgoglio italiano, ma profondamente convinto che i Carbonari
volevano saccheggio, abolizione di qualunque fede, ghigliottina sulle
piazze e cose siffatte, compiangeva in me i traviamenti del giovine e
tentò, a rimettermi sulla buona via, ogni arte di dolcezza, fino a
tradire le sue istruzioni conducendomi la notte a bere il caffè colla di
lui moglie, piccola e gentile donna imparentata, non ricordo in qual
grado, con Alessandro Manzoni.
Intanto, io andava esaurendo gli ultimi tentativi per cavare una
scintilla di vita dalla Carboneria coi giovani amici lasciati in Genova.
Ogni dieci giorni io riceveva, aperta s'intende e letta e scrutata dal
Governatore di Genova a da quello della Fortezza, una lettera di mia
madre e m'era concesso risponderle, pur ch'io scrivessi in presenza
dell'Antonietti e gli consegnassi aperta la lettera. Ma tutte queste
precauzioni non nuocevano al concerto prestabilito tra gli amici e me,
ed era che dovessimo formar parole, per sovrappiù di cautela, latine,
colla prima lettera d'ogni alterna parola. Gli amici dettavano a mia
madre le prime otto o nove linee della sua lettera; e quanto a me, il
tempo per architettare e serbare a memoria le frasi ch'io dovrei
scrivere, non mi mancava. Così mandai agli amici di cercare abboccamento
con parecchi fra i Carbonari a me noti, i quali tutti, côlti da terrore,
respinsero proposte ed uomini; e così seppi l'insurrezione Polacca,
ch'io per vaghezza d'imprudenza giovanile annunziai al Fontana, il quale
m'aveva accertato poche ore prima tutto essere tranquillo in Europa. Di
certo, ei dovè raffermarsi più sempre nell'idea che noi avevamo contatto
col diavolo.
Bensì, e il terrore fanciullesco dei Carbonari in quel solenne momento,
e le lunghe riflessioni mie sulle conseguenze logiche dell'assenza
d'ogni fede positiva nell'Associazione, e una scena ridicola ch'io
m'ebbi col Passano (il quale incontrato da me per caso nel corritojo
mentre si ripulivano le nostre celle, al mio susurrargli affrettato: _ho
modo certo di corrispondenza; datemi nomi_, rispose col rivestirmi di
_tutti i poteri_ e battermi sulla testa per conferirmi non so qual grado
_indispensabile_ di Massoneria), raffermavano me nel concetto formato
già da più mesi: che la Carboneria era fatta cadavere e che invece di
spendere tempo e fatica a galvanizzarla, era meglio cercar la vita
dov'era, e fondare un edificio nuovo di pianta.
Ideai dunque, in quei mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno della
_Giovine Italia_; meditai i principii sui quali doveva fondarsi
l'ordinamento del partito e l'intento che dovevamo dichiaratamente
prefiggerci: pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato a
iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi
rivoluzionarî Europei. Eravamo pochi, giovani, senza mezzi e d'influenza
più che ristretta; ma il problema stava per me nell'afferrare il vero
degli istinti e delle tendenze, allora mute, ma additate dalla storia e
dai presentimenti del core d'Italia. La nostra forza dovea scendere da
quel Vero. Tutte le grandi imprese Nazionali si iniziano da uomini
ignoti e di popolo, senza potenza fuorchè di fede e di volontà che non
guarda a tempo nè ad ostacoli: gl'influenti, i potenti per nome e mezzi,
vengono poi a invigorire il moto creato da quei primi e spesso pur
troppo a sviarlo dal segno.
Non dirò qui come gli istinti e le tendenze d'Italia, quali m'apparivano
attraverso la Storia e nell'intima costituzione sociale del paese, mi
conducessero a prefiggere intento all'Associazione ideata l'Unità e la
Repubblica. Accennerò soltanto come fin d'allora il pensiero generatore
d'ogni disegno fosse per me, non un semplice pensiero politico, non
l'idea del miglioramento delle sorti d'_un_ popolo ch'io vedeva
smembrato, oppresso, avvilito: ma un presentimento che l'Italia sarebbe,
sorgendo, _iniziatrice_ d'una nuova vita, d'una nuova potente Unità alle
nazioni d'Europa. Mi s'agitava nella mente, comunque confusamente e
malgrado il fascino ch'esercitavano su me in mezzo al silenzio comune le
voci fervide di coscienza direttrice uscenti allora di Francia, un
concetto ch'io espressi sei anni dopo; ed era che un _vuoto_ esisteva in
Europa, che l'Autorità, la vera, la buona, la Santa Autorità nella cui
ricerca sta pur sempre, confessato a noi stessi o no, il segreto della
vita di tutti noi, negata irrazionalmente da tanti i quali confondono
con essa un fantasma, una menzogna d'Autorità e credono negar Dio quando
non negano che gli idoli, era svanita, spenta in Europa, che quindi non
viveva in alcun popolo potenza d'_iniziativa_. È concetto che gli anni,
gli studî e i dolori hanno confermato irrevocabilmente nell'animo mio e
mutato in fede. E se mai, ciò ch'io non credo, mi fosse dato, fondata
una volta l'Unità Italiana, di vivere un solo anno di solitudine in un
angolo della mia terra o in questa ove io scrivo e che gli affetti
m'hanno fatta seconda patria, io tenterò di svolgerlo e desumerne le
conseguenze più importanti ch'altri non pensa. Allora da quel concetto
non maturato abbastanza balenava, come stella dell'anima, un'immensa
speranza: l'Italia rinata e d'un balzo missionaria di una Fede di
Progresso e di Fratellanza, più vasta assai dell'antica, all'umanità. Io
aveva in me il culto di Roma. Fra le sue mura s'era due volte elaborata
la vita Una del mondo. Là, mentre altri popoli, compìta una breve
missione, erano spariti per sempre e nessuno aveva _guidato_ due volte,
la vita era eterna, la morte ignota. Ai vestigi potenti d'un'epoca di
Civiltà che aveva avuto anteriormente alla Greca, sede in Italia, e
della quale la scienza storica dell'avvenire segnerà l'azione esterna
più ampia che gli eruditi d'oggi non sospettano, s'era sovrapposta,
cancellandola nell'oblìo, la Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari,
e avea solcato, dietro al volo dell'aquile, il mondo noto coll'idea del
Diritto, sorgente della Libertà. Poi, quando gli uomini la piangevano
sepolcro di vivi, era risorta più grande di prima e, risorta appena,
s'era costituita, coi Papi, santi un tempo quanto oggi abbietti. Centro
accettato d'una nuova Unità che levando la legge dalla terra al cielo,
sovrapponeva all'idea del Diritto l'idea del Dovere comune a tutti e
sorgente quindi dell'Eguaglianza. Perchè non sorgerebbe da una terza
Roma, la Roma del Popolo Italico, della quale mi pareva intravedere gli
indizî, una terza e più vasta Unità che armonizzando terra e cielo,
Diritto e Dovere, parlerebbe, non agli individui, ma ai popoli, una
parola di Associazione insegnatrice ai liberi ed eguali della loro
missione quaggiù?
Queste cose io pensava tra l'inchiesta serale dell'Antonietti e i
tentativi per convertirmi del governatore Fontana, nella mia colletta in
Savona: queste io penso oggi, con più logico e fondato sviluppo, nella
stanzuccia, non più vasta della mia prigione, ov'io scrivo. E mi valsero
nella vita accuse d'utopista e di pazzo, e oltraggi e delusioni che mi
fecero sovente, quando fremeva tuttavia dentro me una speranza di vita
dell'_individuo_, guardare addietro con desiderio e rammarico alla mia
celletta in Savona, tra il mare e il cielo, lungi dal contatto degli
uomini. L'avvenire dirà s'io antivedeva o sognava. Oggi il rivivere
d'Italia, fidato a materialisti immorali celebrati grandi da un volgo
ignaro e corrotto, condanna le mie speranze. Ma ciò ch'è morte agli
altri popoli è sonno per noi.
Da quell'idee io desumeva intanto che il nuovo lavoro dovea essere anzi
ogni altra cosa _morale_, non angustamente _politico_: religioso, non
negativo; fondato sui _principî_, non su teoriche d'_interesse_; sul
Dovere, non sul _benessere_. La scuola straniera del materialismo aveva
sfiorato l'anima mia per alcuni mesi di vita Universitaria; la Storia e
l'intuizione della coscienza, soli criterî di verità, m'avevano
ricondotto rapidamente all'idealismo de' nostri padri.
Il mio processo era stato rimesso a una Commissione di Senatori in
Torino, fra i quali non ricordo che il nome d'un Gromo. La promessa data
al Cottin limitava tutte le testimonianze a mio danno a quella del
carabiniere che m'avea veduto, collo stocco snudato, nella stanza
dell'iniziato. Contro quella stava la mia; e s'equilibravano. Era chiaro
ch'io doveva essere assolto. Avrei adunque avuto campo al lavoro.
Fui difatti assolto dalla Commissione Senatoriale. Se non che il
Governatore Venanson, odiato e odiatore in Genova, irritato dallo
sfregio e pauroso della taccia di calunniatore che la popolazione,
vedendomi libero, gli avrebbe avventato, corse a gettarsi ai piedi del
re clementissimo, Carlo Felice, accertandolo che per prove fidate a lui
solo io era colpevole e pericoloso, e il re clementissimo, commosso al
dolore inquieto del Governatore, calpestò la sentenza dei giudici e i
miei diritti ed il dolore muto de' miei genitori, e fece intimarmi che o
mi scegliessi soggiorno, rinunziando a Genova, a ogni punto delle
spiaggie liguri, a Torino e ad altre città d'importanza, Asti, Acqui,
Casale o altra piccola città dell'interno--o ch'io andassi in esilio a
tempo indefinito da prolungarsi o accorciarsi dalla volontà regia a
seconda dei meriti o demeriti della mia condotta. E il bivio mi fu posto
da mio padre che s'affrettò a Savona per liberarmi dall'ultima noja
dell'essere ricondotto in Genova fra gendarmi, dacchè al decreto del
clementissimo era aggiunta la disposizione ch'io non vedessi alcuno
fuorchè i miei più vicini parenti. Il Passano, in virtù dell'antico
consolato in Ancona e della nascita in Corsica, era stato già prima di
me ridonato a libertà senza patti e passeggiava le vie di Savona:
abitudine antica d'ogni governo regio in Italia d'aborrire la Francia e
adularla a un tempo e compiacerle e servirle.
Era intanto scoppiata, poco prima della mia liberazione, l'insurrezione
del Centro (febbrajo 1831). Intesi in Genova che gli esuli Italiani si
addensavano sulla frontiera confortati di larghe speranze e d'ajuti dal
nuovo Governo di Francia. In una delle minori città di Piemonte, ignoto
fra ignoti, io mi sarei veduto condannato a un'assoluta impotenza dalla
vigilanza della polizia e imprigionato nuovamente al primo atto
sospetto. Per queste ragioni scelsi l'esilio che mi dava libertà piena e
ch'io allora fantasticava brevissimo. Lasciai la famiglia; dissi a mio
padre, ch'io non doveva rivedere più mai, di star di buon animo e che la
mia era assenza di giorni; e partii. Traversai la Savoja che la libertà
moderata non aveva ancora fatta francese, e il Cenisio; e mi recai in
Ginevra. Di là io doveva avviarmi a Parigi, e la sollecitudine materna
m'avea dato compagno di viaggio uno zio che avea abitato per lunghi anni
la Francia.
Andai a visitare Sismondi, lo storico delle nostre repubbliche, pel
quale io avea commendatizia d'una amica sua, Bianca Milesi Moion.
M'accolse più che cortese, e con lui la moglie Jessie Mackintosh
scozzese. Sismondi lavorava allora intorno alla Storia di Francia. Era
buono, singolarmente modesto, di modi semplici e affabili, italiano
d'anima; e m'interrogò con ansia d'affetto sulle cose nostre. Mi parlò
di Manzoni del quale ammirava oltre ogni sua cosa il Romanzo, e dei
pochi i quali davano segno di vita intellettuale rinascente. Deplorava
in noi le tendenze appartenenti tutte al XVIII secolo, ma le spiegava
colla necessità della lotta. Le sue non n'erano emancipate quant'ei
credeva; e la sua scienza non oltrepassava i limiti delle teorica dei
Diritti e la conseguenza unica di questa teorica, la Libertà. E d'altra
parte l'amicizia che lo stringeva ai capi della scuola _dottrinaria_
d'allora, Cousin, Guizot, Villemain, annebbiava visibilmente i suoi
giudizî sugli uomini e sulle cose. Nelle tendenze di quegli uomini dei
quali nè egli nè io sospettavamo l'intento, nel culto esclusivo,
frainteso, della libertà, e nelle condizioni della sua Svizzera egli
avea succhiato il _federalismo_ e lo predicava siccome ideale di
reggimento politico ai molti esuli Italiani, segnatamente lombardi, che
gli stavano intorno e pendevano dalle sue ispirazioni: non era fra essi
chi sospettasse possibile e desiderabile l'Unità. M'introdusse, nel
_Cerchio di Lettura_, a Pellegrino Rossi, il quale si limitò ad
additarmi un tale seduto in un angolo e creduto spia. Non so quale
indefinito senso di sconforto s'insignoriva di me vedendo dappresso
quelli esuli ch'io aveva fino a quel giorno ammirati rappresentanti
l'anima segreta d'Italia. La Francia era tutto per essi. La politica
m'appariva nei loro discorsi come scienza, maneggio, calcolo diplomatico
di transazioni opportune, non fede e moralità.
Mentre a ogni modo io m'accomiatava un giorno da Sismondi chiedendogli
s'io poteva far cosa alcuna per lui in Parigi, un esule lombardo che
avea sempre ascoltato attentamente i miei discorsi senza mover parola,
mi chiamò in disparte e mi susurrò nell'orecchio che, s'io aveva
desiderio d'azione, mi recassi in Lione e mi presentassi agli Italiani
che troverei raccolti nel _Caffè della Fenice_. Lo guardai con vera
riconoscenza, chiedendogli il nome. Era Giacomo Ciani, condannato a
morte dall'Austria nel 1821.
In Lione, trovai fra i nostri una scintilla di vera vita. Predominava
negli esuli che v'erano raccolti, e v'accorrevano ogni giorno,
l'elemento militare. Trovai molti di quelli uomini ch'io aveva veduto
dieci anni addietro errare, coll'ira della delusione sul volto, per le
vie di Genova; e avevano d'allora in poi onorato il nome Italiano
nell'armi difendendo la libertà Spagnuola o la Greca. Vidi Borso de'
Carminati, ufficiale che nel 1821 s'era in Genova, in Piazza de' Banchi,
cacciato fra il popolo irruente e i soldati ai quali era stato ordinato
_fuoco_ contr'esso, militare d'alte speranze, salito più tardi ai più
alti gradi nelle guerre spagnuole, e che avrebbe levato grido di sè
nelle nostre, se l'indole irritabile, incauta, intollerante d'ogni
sopruso, non lo avesse travolto, per odio ad Espartero, in un tentativo
indegno di lui che gli costò vita e fama: Carlo Bianco, che mi diventò
amico e del quale riparlerò: un Voarino, ufficiale di cavalleria, un
Tedeschi ed altri, piemontesi tutti, proscritti del 1821 e in mezzo ad
una maggioranza costituzionale monarchica, non per fede ma perchè
monarchica era la Francia, repubblicani. Erano accorsi per partecipare
in una invasione che stava ordinandosi della Savoja da un Comitato,
membri del quale ricordo il generale Regis, un Pisani, un Fechini. La
spedizione contava da forse duemila italiani e un certo numero d'operai
francesi. I mezzi abbondavano, però che la bandiera monarchica e la
credenza che il Governo Francese spingesse al moto avevano raccolto
esuli ricchi, patrizî, principi, uomini d'ogni colore, all'impresa. I
preparativi si facevano pubblicamente: la bandiera tricolore Italiana
s'intrecciava nel _Caffè della Fenice_, stanza del Comitato, alla
bandiera Francese; i depositi d'armi erano noti a tutti: correvano
comunicazioni continue tra il Comitato e il Prefetto di Lione.
Le stesse cose avevano luogo ad un tempo sulla frontiera Spagnuola.
Luigi Filippo non era ancora stato riconosciuto dalle monarchie
assolute: cercava d'esserlo; e agitava per atterrire e costringere. Come
Cavour diceva, trent'anni dopo ai plenipotenziarî raccolti in Parigi: _o
riforme o rivoluzioni_, la nuova monarchia di Francia diceva ai re
titubanti: _o accettazione dei Borboni secondogeniti o guerra di
rivoluzione_. I re accettarono e Luigi Filippo tradì. Era il terzo
tradimento regio ch'io vedeva compirsi quasi sotto gli occhi miei nelle
cose d'Italia: il primo era la vergognosa fuga del principe Carlo
Alberto, carbonaro e cospiratore, al campo nemico: il secondo era quello
di Francesco IV duca di Modena, il quale avea protetto la congiura
tessuta in suo nome dal povero Ciro Menotti, poi, al momento
dell'esecuzione, lo avea assalito coll'armi e tratto prigione fuggendo a
Mantova, per poi impiccarlo quando l'Austria gli spianò le vie del
ritorno.
Un giorno, mentr'io mi recava alla Fenice pieno l'animo di speranza per
l'azione imminente, vidi la gente affollarsi a leggere uno stampato
governativo affisso sulle cantonate. Era una dichiarazione severa contro
il tentativo italiano, una intimazione di sciogliersi agli esuli e una
minaccia brutale di visitare col rigore delle leggi penali chiunque
s'attentasse di violare frontiere amiche e compromettere coi Governi la
Francia. Il bando esciva dalla Prefettura. Trovai il Comitato atterrito:
le bandiere sparite, l'armi sequestrate in parte, il vecchio generale
Regis in pianto. Gli esuli imprecavano al tradimento e ai traditori:
vendetta sterile di quanti in una impresa di patria fidano in altro che
nelle proprie forze. Taluni ostinati, magnanimi nella fede che il re
galantuomo Luigi Filippo non potesse deludere a quel modo le speranze
degli uomini della libertà, insinuavano che il Governo avveduto non
intendesse se non a levarli anzi tratto d'ogni sospetto di cooperazione,
ma non pensasse a impedire. Mi avventurai a proporre che si sciogliesse
il problema mandando un nucleo d'armati, quasi antiguardo della
spedizione e frammischiandovi quanti più si potesse degli operai
francesi, sulla via di Savoja; e fu fatto. Ma un drappello di cavalleria
li raggiunse e li sciolse a forza: primi a ubbidire i francesi, ai quali
l'ufficiale parlò di doveri verso il paese e della necessità di lasciare
al Governo la cura delle imprese liberatrici. La spedizione era fatta
impossibile. Cominciò la cacciata degli esuli. Parecchi furono condotti
ammanettati fino a Calais, e imbarcati per l'Inghilterra.
Fra quel subuglio di fughe, d'imprigionamenti, minaccie e disperazioni,
Borso mi rivelò ch'egli e pochi altri repubblicani partivano la stessa
notte alla volta di Corsica, per di là raggiungere in armi
l'insurrezione, che ancor durava, del Centro, e mi chiese s'io volessi
seguirli. Accettai senz'altro. Celai la subita determinazione allo zio,
lasciandogli poche linee pregandolo di tranquillarsi sul conto mio e a
tacere per pochi giorni colla mia famiglia; e partii. Nella diligenza
che ci portava a Marsiglia trovai Bianco, Voarino, Tedeschi, un Zuppi,
se non erro, napoletano, e non so chi altri. Borso con tre o quattro
compagni seguiva in altra vettura. Viaggiammo sempre senza quasi
fermarci fino a Marsiglia: da Marsiglia a Tolone; e da Tolone sopra un
legno mercantile napoletano, attraverso il mare più tempestoso ch'io
abbia veduto mai, a Bastia. Là mi sentii nuovamente, con gioja di chi
rimpatria, in Terra Italiana.
Non so che cosa abbiano fatto dell'isola, d'allora in poi, l'insistenza
corruttrice francese e la colpevole noncuranza dei Governi d'Italia; ma
nel 1831 l'Isola era Italiana davvero: Italiana non solamente per aere,
natura e favella, ma per tendenze e spiriti generosi di patria. La
Francia v'era accampata. Da Bastia e Ajaccio in fuori dove l'impiegatume
era di chi lo pagava, ogni uomo si diceva d'Italia, seguiva con palpito
i moti del centro e anelava ricongiungersi alla gran Madre. Il Centro
dell'Isola, dov'io feci una breve corsa con Antonio Benci, toscano,
collaboratore dell'_Antologia_ e ricovratosi, per minaccia di
persecuzioni, in Corsica, guardava unanime ai Francesi come a nemici.
Quei ruvidi ma buonissimi montanari, armati quasi tutti, non parlavano
che di recarsi a combattere nelle Romagne; e c'invocavano Capi. Leali,
ospitali, indipendenti, gelosi oltremodo delle loro donne, avidi
d'eguaglianza e sospettosi del forestiero per temenza di violata
dignità, ma fraterni a chi stende loro la mano come d'uomo a uomo e non
come d'incivilito a selvaggio, vendicativi ma generosamente e di fronte
e avventurando nella vendetta la vita, quei Corsi del centro mi sono
tuttavia un ricordo d'affetto e di speranza ch'essi non saranno sempre
divelti da noi. La Carboneria, recatavi dai profughi napoletani, era
allora dominatrice dell'Isola, e i popolani ne facevano quel che ogni
uomo dovrebbe fare d'una associazione liberamente accettata, una specie
di religione. Come alla vigilia d'una grande impresa, molti i quali
avevano giurato vendetta l'un contro l'altro, si riconciliavano in essa.
N'era capo venerato dagli isolani un Galotti, lo stesso che riconsegnato
al tiranno di Napoli da Carlo X stava a rischio di morte, quando la
rivoluzione di luglio lo rivendicò a libertà. Conobbi con lui La Cecilia
ed altri proscritti del mezzogiorno d'Italia, convenuti da più punti
nell'isola, pel disegno dei miei nuovi amici politici.
Ed era di recarsi, come dissi, nel Centro, ma capitanando una colonna di
due o più migliaja di Corsi ch'erano ordinati e con armi. Mancava il
danaro pel noleggio dei legni e per un lieve sussidio da lasciarsi alle
famiglie povere degli isolani che doveano seguirci. E questo danaro
ch'era stato, a quanto dicevano, sacramentalmente promesso da uomini
legati a un Bonnardi prete patriota e affigliato di Buonarroti, non
venne mai. Due dei nostri, Zuppi e un Vantini dell'Elba che fu poi
fondatore di parecchi alberghi in Londra ed altrove, furono inviati al
Governo Provvisorio di Bologna a offrirgli l'ajuto e chiedergli la somma
indispensabile, e da quel Governo inetto che non fidava se non nella
diplomazia e s'atterriva dell'armi ebbero risposta di stranieri barbari:
_chi vuole la libertà se la compri_. D'indugio in indugio, l'intervento
Austriaco riconquistò nella prima metà di marzo le terre insorte ai
padroni. Sfumata ogni speranza d'azione e consunti i pochi mezzi ch'io
aveva, lasciai la Corsica e mi condussi in Marsiglia dove mi richiamava,
in nome della famiglia, lo zio.
E in Marsiglia ripigliai l'antico disegno di Savona, la fondazione della
_Giovine Italia_. V'affluivano gli esuli da Parma, da Modena, dalle
Romagne, oltrepassando il migliajo. Frammisto ad essi, conobbi in
quell'anno i migliori, Nicola Fabrizi, Celeste Menotti fratello del
povero Ciro, Angelo Usiglio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, L. A.
Melegari, Giuditta Sidoli, donna rara per purezza e costanza di
principii, e altri molti, giovani, ardenti, capaci e tutti convinti
degli errori commessi e ch'io aveva in animo di distruggere. Erano
elementi preziosi al lavoro, e taluni d'essi lo provarono all'Italia
negli anni che seguirono. Ci affratellammo della saldissima tra le
amicizie, che è quella santificata dall'unità d'un intento buono:
amicizia che con alcuni, come con Nicola Fabrizi, vive anch'oggi
carissima, con altri, come Lamberti, non fu interrotta se non dalla
morte, con nessuno fu da me primo tradita. Abbozzai le norme
dell'Associazione e trasmisi cenno delle mie intenzioni ai giovani amici
di Genova e di Toscana.
Intanto nell'aprile di quell'anno, morto Carlo Felice, sottentrava re
nei dominî Sardi il cospiratore del 1821, Carlo Alberto, e con lui fra i
deboli che abbondavano ed abbondano, un'onda di speranze che la idea del
cospiratore si tradurrebbe in azione dal re. Dimenticavano che la sua
non era _idea_, ma solamente velleità d'ambizione, e che il pericolo di
perdere la _piccola_ corona lo ritrarrebbe dal tentare coll'ardire
necessario la _grande_. Il sogno a ogni modo affascinava le menti, e mi
fu risposto che la mia proposta era buona, ma riuscirebbe importuna e
non troverebbe seguaci se non quando cadessero le illusioni sul nuovo
re.
Da quelle risposte germogliò in me il pensiero di scrivere a Carlo
Alberto per via di stampa.
Io non credeva allora nè credo in oggi che possa dalla Monarchia venir
salute all'Italia, cioè all'Italia com'io la intendo e la intendevamo
noi tutti pochi anni addietro: Una, libera, forte, indipendente da ogni
supremazia straniera e morale e degna della propria missione. Nè il
presente mi costringe finora a mutare avviso. La Monarchia Piemontese
non avrebbe mai preso l'iniziativa del nostro moto, se l'uomo del 2
dicembre non le profferiva l'ajuto de' suoi eserciti e Garibaldi coi
cinque sesti degli uomini di parte repubblicana non le profferivano
cooperazione; or chi mai poteva prevedere cose siffatte? E nondimeno, la
Monarchia Piemontese ci darà--se pur mai--una Italia smembrata di terre
ch'erano, sono e saranno sue concesse, in compenso ai servigi resi, alla
dominazione straniera e serva aggiogata della politica francese e
disonorata per alleanze funeste col dispotismo e debole e corrotta in
sul nascere e diseredata d'ogni missione e coi germi delle risse civili
e delle autonomie provinciali risorti. Oggi e mentr'io scrivo il mal
governo inerente all'istituzione monarchica prepara rapidamente una
crisi di _separatismo_ nel mezzogiorno d'Italia che s'era affacciato
alla nuova vita ebbro d'Unità e del grande ideale di Roma. Ma se l'Unità
Monarchica è oggi pregna di pericoli, era, quand'io deliberai di
scrivere quella Lettera e per un uomo della tempra di Carlo Alberto, una
assoluta impossibilità. Scrivendo a lui ciò ch'egli avrebbe dovuto
trovare in sè per fare l'Italia io intendeva semplicemente scrivere
all'Italia, ciò che gli mancava per farla. Mal dunque s'apposero gli
uomini i quali si fecero più tardi un'arme di quello scritto sia per
giustificare, coll'esempio altrui, sè stessi della diserzione dalla
bandiera, sia per accusarmi d'incertezza o d'arrendevolezza soverchia
nelle dottrine. Se non che a me importa poco oggimai dell'opinione degli
uni o degli altri; e solamente per la stima ch'io serbo profonda
all'ingegno suo e alla sua tenacità di propositi, mi dolse trovare fra
gli ultimi Carlo Cattaneo[3].
A lui vorrei ricordare, senza rimprovero ma perch'ei non dimenticasse
come la necessità sia talora padrona di tutti noi, ch'egli repubblicano
come io sono e convinto che l'intervento monarchico avrebbe sviato
l'insurrezione dal segno, abdicò nondimeno nel 1848 il potere--quando
compito il trionfo con sole forze di popolo, egli era, per l'energica
condotta del Comitato di guerra da lui presieduto, moralmente padrone
dei combattenti lombardi--in mano d'uomini ch'ei pur disprezzava inetti
e traditori anzi tratto del concetto della Nazione. Quanto a me
individualmente--e sia detto una volta per sempre--la teoria politica
che dice a un uomo bambolo in fascie: _tu regnerai dall'alto,
impeccabile sempre e inviolabile e solamente combattuto ne' tuoi
Ministri, sullo sviluppo della vita d'una Nazione fidato in tutte le sue
manifestazioni al principio d'elezione_, mi pare più che errore,
contradizione e follìa che condanna il popolo a retrocedere o agitarsi
perennemente e periodicamente a nuove rivoluzioni. E sparirà, quando
vinte la servilità e la paura che signoreggiano l'anime nostre, la
democrazia, ch'oggi abbiam sulle labbra, entrata davvero nei nostri
cuori c'insegnerà che l'onesto operajo non è da meno d'un discendente di
dieci generazioni di re--quando il tocco di mano del secondo non ci
parrà evento più rilevante nella nostra vita che non quello del
primo--quando sapremo che lo Stato deve governarsi come si governa da
ciascun di noi l'amministrazione delle faccende private, scegliendo,
ovunque si trovino unite, probità e capacità intellettuale.
Scrissi la lettera al Re, e la lessi, prima di stamparla, a un solo fra
gli Italiani coi quali era in contatto, Guglielmo Libri, scienziato
illustre, capo in quell'anno d'una cospirazione contro il Gran Duca in
Toscana, accusato, credo a torto, di tradimento, ma tratto più dopo, e
mi duole il dirlo, dal materialismo che stava in cima alle sue dottrine
e da un esagerato scetticismo su tutti uomini e su tutte cose, a tradire
la dignità dell'anima e i doveri ch'egli, ingegno potente davvero, dovea
compiere verso il paese. Il Libri lodò, ma cercò svolgermi dal
pubblicare la Lettera, schierandomi innanzi, conseguenze inevitabili,
l'esilio perpetuo, l'abbandono d'ogni cosa più cara, le delusioni che mi
sarebbero compagne sulla via. E m'esortava a lasciare la politica
militante e consacrarmi alla Storia.
Fui ribelle ai consigli e stampai.
Fu quello il mio primo scritto politico. Non serbo, e non meritavano
d'essere serbate, alcune pagine ch'io aveva scritte prima in francese,
col titolo la _Notte di Rimini_, maledizione alla Francia di Luigi
Filippo, che il _National_ pubblicò mutilate--(1861).
A CARLO ALBERTO DI SAVOJA
UN ITALIANO[4].
Se no, no!
_Sire_,
S'io vi credessi re volgare, d'anima inetta o tirannica, non
v'indirizzerei la parola dell'uomo libero. I re di tal tempra non
lasciano al cittadino che la scelta fra l'armi e il silenzio. Ma voi,
Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, v'ha creato anche
ad alti concetti ed a forti pensieri; e l'Italia sa che voi avete di
regio più che la porpora. I re volgari infamano il trono su cui si
assidono, e voi, Sire, per rapirlo all'infamia, per distruggere la nube
di maledizioni di che lo aggravano i secoli, per circondarlo d'amore,
non avete forse bisogno che d'udire la verità; però, io ardisco
dirvela, perchè voi solo degno estimo di udirla, e perchè nessuno tra
quanti vi stanno attorno può dirvela intera. La verità non è linguaggio
di cortigiano: non suona che sul labbro di chi nè spera, nè teme
dell'altrui potenza.
Voi non giungete oscuro sul trono. E vi fu un momento in Italia, Sire,
in cui gli schiavi guardarono in voi siccome in loro liberatore; un
momento che il tempo v'aveva posto dinanzi, e che, afferrato, dovea
fruttarvi la gloria di molti secoli. E vi fu un altro momento in cui le
madri maledissero al vostro nome, e le migliaja vi salutarono traditore,
perchè voi avevate divorata la speranza e seminato il terrore. Certo,
furono momenti solenni, e voi ne serberete ancora gran tempo la memoria.
Noi abbiamo cercato sul vostro volto i lineamenti del tiranno; e non
v'erano; nè l'uomo che avea potuto formare un voto santo e sublime potea
discendere a un tratto fino alla viltà della calcolata perfidia. Però
abbiamo detto: nessuno fu traditore fuorchè il destino. Il principe lo
intravide da lunge, e non volle affidare all'ostinazione la somma delle
speranze italiane. Forse anche, l'alto animo suo rifuggì dall'idea che
la calunnia potesse sfrondare il serto più immacolato, e mormorare: il
principe congiurò la libertà della patria per anticiparsi d'alcuni anni
quel trono che nessuno potea rapirgli.
Così dicemmo: ora vedremo, se c'ingannammo: vedremo se il re manterrà le
promesse del principe.
Intanto le moltitudini non s'addentrano nelle intenzioni: afferrano
l'apparenza delle cose, e insistono sulle prime credenze. Ora quel tempo
è passato; ma le speranze, i rancori, i sospetti e le simpatie vivono
tuttavia. Non v'è cuore in Italia, che non abbia battuto più rapido
all'udirvi re. Non v'è occhio in Europa che non guardi ai vostri primi
passi nella carriera che vi s'apre davanti.
Sire, è forza dirlo: questa carriera è difficile. Voi salite sul trono
in un'epoca, della quale non saprei scorgere la più perigliosa pei troni
negli annali del mondo.
Al di fuori, l'Europa divisa in due campi. Dappertutto il diritto e la
forza, il moto e l'inerzia, la libertà e il dispotismo a contrasto.
Dappertutto gli elementi del vecchio mondo, e quei d'un nuovo mondo
serrati a battaglia ultima, disperata, tremenda. I popoli e i re han
rinnegato i calcoli della prudenza: han gettata la spada nelle bilancie
dell'umanità: han cacciata via la guaina. Quarant'anni addietro i re
dominavano i popoli col solo terrore delle bajonette, e i popoli non
guerreggiavano i re se non coll'armi del pensiero e della parola. Ora
siamo a tempi nei quali la parola s'è fatta potenza, il pensiero e
l'azione son uno, e le bajonette non valgono, se non son tinte di
sangue. Da entrambe le parti è forza e immutabilità di proposito; ma i
re combattono per conservare le usurpazioni puntellate dagli anni, i
popoli combattono per rivendicare i diritti voluti dalla natura. Per gli
uni stanno le arti politiche, le abitudini, la ferocia, e, per ora, gli
eserciti. Per gli altri, l'entusiasmo, la coscienza, una costanza a
tutta prova, la potenza delle memorie, dieci secoli di tormenti e la
santità del martirio. I gabinetti diffidano l'uno dell'altro, i popoli
si affidano ciecamente, perchè i primi vincola l'interesse, i secondi
affratella la simpatia. Al fondo del quadro una guerra inevitabile,
perchè tutti gli altri modi di controversia sono oggimai esauriti:
universale, perchè ai popoli e ai re la causa è una sola: decisiva e
d'estinzione, perchè guerra non d'uomini ma di principî.
Al di dentro un fremito sordo, un'agitazione indistinta, un disagio in
tutte le classi, perchè la miseria dei molti non è che velata dalla
opulenza dei pochi; e i pochi si stanno anch'essi diffidenti del
presente, e incerti dell'avvenire. Le intraprese commerciali s'arrestano
davanti a un orizzonte che muta ad ogni istante: il commercio marittimo
vuol pace al di dentro, e securità al di fuori, e noi non abbiamo
certezza nè dell'una nè dell'altra. Quindi le sorgenti della
circolazione e della vita sociale interrotte, come la circolazione del
sangue si aggela per terrore nei corpi umani; quindi una forte tendenza
a mutamenti, perchè ogni mutamento cova sempre l'idea del meglio, e ai
popoli, come agl'individui, l'incertezza è morte continua: stato
violento da cui conviene uscire a qualunque patto. Tra noi, come tra gli
altri, l'ardore di nuove cose s'appoggia su bisogni innegabili;
l'aspettazione è rinforzata dalle antiche promesse. E le promesse son
dimenticate da' principi, non mai dai popoli. Poi la potenza degli
esempî, le fresche speranze, i rancori novissimi, e l'ira, stan presso a
ridurre il desiderio all'azione.
Per circostanze sì fatte, voi salite sul trono; sopra un trono che nè
prestigi di gloria, nè memorie solenni fanno venerato o temuto; sopra un
trono composto di due metà ostili l'una all'altra congiunte a forza, e
tendenti pur sempre a separazione.
Che farete voi, Sire?
Volete voi essere uno dei mille? Volete che il vostro nome passi fra i
molti che ogni secolo consacra all'esecrazione o al disprezzo?
Due vie vi si affacciano. Due vie fra le quali i re si dibattono da
quarant'anni. Due sistemi tra i quali oscilla tuttavia il dispotismo,
rappresentati da gran tempo in Europa da due potenze di primo rango,
l'Austria e la Francia, e che nel Piemonte importano anche oggidì
l'alleanza coll'una o coll'altra.
La prima è la via del _terrore_.
Terrore, Sire! Il vostro cuore l'ha già rinnegato. La è carriera di
delitto e di sangue; nè voi vorrete farvi il tormentatore dei vostri
sudditi. Dio vi ha posto al sommo grado della scala sociale, vi ha
cacciato al vertice della piramide. I milioni stanno d'intorno a voi,
invocandovi padre, liberatore. E voi! voi darete ferri? porrete il
carnefice accanto al trono? inalzerete la mannaja tra il presente e
l'avvenire, e ricaccerete l'umanità nel passato?
Sire! l'umanità non si respinge col palco e la scure. L'umanità si
arresta un istante, tanto che basti a pesare il sangue versato, poi
divora i satelliti, il tiranno e i carnefici.
Pure talvolta, nell'uomo che si mette per sì fatta via, i cortigiani
nutrono una speranza che il solo apparato del terrore basti a soffocare
i germi della resistenza: mostratevi forte, dicono, e gli altri saranno
vili.
Sire! Un tempo, quando l'ignoranza e la superstizione incatenavan le
menti e nessuno guardava al passato o nell'avvenire, e la causa dei
popoli non contava trionfi, il terrore agli occhi del volgo valeva
potenza. Ora, ognuno sa che il terrore, eretto in sistema, è una prova
di debolezza; un riflesso di paura, che rode l'anima a chi lo spiega;
una necessità di uomo disperatamente perduto, che non ha se non
quest'una via di dubbia salute. Oggimai la minaccia non basta. È d'uopo
essere e mostrarsi scellerato; vivere e morire tiranno, porsi la benda
sugli occhi, e inoltrarsi rotando la sciabola a destra e a sinistra. È
d'uopo cacciar la maschera d'uomo e tuffarsi nel sangue.
Sire, farete voi questo? e facendolo, riescirete? e per quanto? E' vi
son uomini, Sire, che han giurato di non riposarsi che nel sepolcro, o
nella vittoria. Li spegnerete voi tutti? Soffocherete colle bajonette i
moti popolari, ch'essi vi susciteranno?
Sire! il voto di Nerone tradiva l'impotenza della tirannide. Il sangue
vuol sangue. Ogni vittima frutta il vendicatore. Mozzerete dieci, venti,
cinquanta teste; insorgeranno a migliaja: l'idra della vendetta non si
spegne nei popoli, come negl'individui; e il ferro del congiurato non è
mai sì tremendo, come quando è aguzzato sulla pietra sepolcrale del
martire.
O tenterete ridurli all'impotenza coll'arte? Dura e difficile impresa.
Or comprate la plebe coll'oro, la milizia coi gradi. Cacciate i delatori
nelle famiglie; addormentate col lusso e la corruttela le classi agiate
dei cittadini; tenete viva la dissenzione fra l'uomo d'arme e l'uomo del
popolo; esplorate i moti, le parole e i gesti; ma indefessamente, senza
rallentare un istante, senza arrestarvi d'un passo davanti all'ombra dei
traditi, perchè dove un minuto conceda agli schiavi d'intendersi, voi
siete perduto. Ma, e l'anime di ferro che non riconoscono despota
abbastanza potente per atterrirle, nè abbastanza ricco per comprarle;
l'anime che non respirano se non un'_idea_, che non si vendono se non
alla morte, non sono esse? Pochissime, è vero; pur sono, e consacrate
dalla sciagura ad una santa missione, e tremende d'influenza e di forza,
perchè la vera energia è magnetismo sulle moltitudini. Le bajonette che
oggi si appuntano al loro petto, domani si ritorcono al vostro; nè
dovete obliare che, sotto l'assisa del soldato, battono cuori di figlio,
di fratello, d'amico. Pur conterrete le masse, struggerete le
rivoluzioni nei loro principî! Ma, Sire! è parola dura a udirsi, e
durissima a pronunciarsi da chi abborre, il delitto. Pure soffrite ch'io
la pronunci questa parola: chi vi salverà dal pugnale?--Deludete anche
questo; siate immortale, Sire! e la esecrazione delle generazioni? e la
infamia ne' secoli? Chi vi salverà dal pugnale dell'anima? Le censure,
le proscrizioni, gli esilî? Ma il mondo è troppo vasto perchè non
rimanga un angolo allo scrittore; ma nè potenza di tirannide, nè viltà
di servaggio, può spegnere la memoria, o sotterrar sotto le ruine del
presente la voce dell'avvenire. Il senato mandava al rogo le storie di
Cremuzio Cordo, e la grand'anima di Tacito raccoglieva da quelle fiamme
la scintilla che fe' viva ne' suoi annali l'infamia dei tiranni di Roma.
O è essa l'infamia un peso divenuto così leggiero per la testa dei re,
che non degnino di metterla a calcolo?
La seconda via che i cortigiani vi proporranno è quella delle
concessioni.
Mutamenti nelle amministrazioni, riduzioni economiche, miglioramenti nei
codici, distruzioni d'alcuni abusi, allentamento di freno; una riforma,
insomma, lenta, temperata, insensibile; ma senza guarentigia
d'istituzioni, senza patto fondamentale, senza dichiarazioni politiche,
senza una parola che riconosca nella nazione un diritto, una sovranità,
una potenza.
Così voi non vi appoggiate sopra alcun dei partiti che dividono la
nazione, nè sopra i tristi che speculano sul re tiranno, nè sui buoni
che invocano il re cittadino. Così voi vi inimicate il Tedesco senza
riconciliarvi l'Italiano. Così voi mostrate che non avete nè l'energia
del delitto, nè la coscienza della virtù.
Sire! non basta: voi differite forse di alcuni momenti la vostra ruina,
ma la fate più certa, isolandovi.
E vi conviene, seguendo cotesta via, conciliare a un tempo colla
illimitata potenza del trono i diritti del popolo e le pretese
dell'aristocrazia, perchè voi avete bisogno del concorso di tutte le
volontà, e un solo de' grandi elementi sociali non può mancarvi
all'impresa, che non vi si attraversi nemico. Vi conviene trovar mezzo
di far rivivere la confidenza nei governati senza dar pegni di
stabilità. Vi conviene procedere per mezzo a minuzie infinite, a
interminabili particolari, a ostacoli speciali e di mille generi senza
poter ricorrere a regole generali, e pur costretto a spendervi tanta
somma di attenzione e di forze, che basterebbe a gettar le basi d'un
edifizio immortale. Vi conviene far guerra minuta, eterna, individuale,
a molti abusi introdotti nelle amministrazioni, e nei modi governativi,
e rinascenti sempre sotto altre forme, senza troncarli tutti, e d'un
colpo, alla sorgente. Vi conviene illudere i popoli a stimarsi liberi
senza fondar libertà, far sentire gli effetti senza dar vigore di legge
alle cause, sciogliere insomma il problema difficile di appoggiarsi
sovra tutte quante le molle sociali, di giovarsi d'ognuna d'esse, di
concentrarle a uno scopo senza che alcuna preponderi un sol momento
sull'altra, senza che alcuna acquisti attività per sè stessa, e
coscienza di attività.
E tutto questo perchè? perchè un incidente non preveduto, una
imprudenza, un grido proferito da un'anima fervida e intraprendente vi
sconvolga l'edifizio, che avrete penosamente inalzato? perchè un colpo
di fucile tirato imprudentemente sul Reno o sull'Alpi, rovini i vostri
progetti, precipitando le cose e gli uomini a circostanze violenti, a
condizioni di rapidità incalcolabile? Sire, il tempo mancò a Bonaparte.
Chi può afferrare il tempo ed imporgli: _Tien dietro a me?_ Questa
vostra, Sire, è opera di pace; e v'è potenza umana o divina in Europa,
che possa oggimai decretar pace d'un anno, d'un mese, d'un giorno solo?
Sire, non vi lasciate illudere dai cortigiani. Essi vi dipingeranno lo
stato queto al di dentro, sicuro al di fuori. Essi mentono al re; voi
passeggiate sopra un vulcano. Guardatevi intorno; scendete nel vostro
cuore. Voi non potete fidar nel presente; voi siete incerto
dell'avvenire. Voi avete a temer di tutto e da tutti; non avete speranza
che in voi medesimo; non potete aver salute che in una forza fisica e
morale dipendente dall'opinione.
Or, come conquisterete voi l'opinione? Come farete a non conculcare il
popolo inalzando d'un grado l'aristocrazia, e a non irritare l'orgoglio
dell'aristocrazia mescolando il popolo ne' suoi ranghi, e ne' suoi
favori? Come farete a sradicare gli abusi, e a non crearvi nemici
implacabili tutti coloro, e son molti, che ingrassano negli abusi?
Sperate compensar l'odio loro coll'amore delle moltitudini?--Gli amori
delle moltitudini sono brevi e mutabili, quando non poggian sopra
qualche cosa di determinato e di certo, che vegli perenne alla loro
tutela, che parli ai loro sensi ogni giorno. Le moltitudini vi
applaudiranno un momento, e nel secondo grideranno contro di voi, perchè
in fatto di riforme, l'universale ha nome di sapiente giustizia, il
particolare ha nome e carattere di _arbitrario_; perchè i mutamenti, le
riduzioni, le destituzioni d'impiegati prevaricatori che sotto libere
leggi arridono al popolo, assumono apparenza di parzialità e di
capriccio ogni qual volta mancano al popolo le sole vie di
verificazione, norme certe invariabili di giudizio a' casi particolari,
e pubblicità di processo.
Sire, i governi camminano sui principî, non sulle eccezioni.
Non v'è esistenza senza un modo certo d'esistenza. Non v'è sistema
durevole, se non poggia sopra una serie d'idee ordinate, e vincolate
l'una all'altra, atte a ridursi a dichiarazione. In altri termini, i
governi un tempo posavano sopra una volontà disordinata, ajutata da una
cieca potenza; ora vivono di logica.
Sapete voi qual suffragio otterrete? E' v'è una gente in Italia, come
in ogni contrada, che non sa, nè cura di libertà consacrata da
istituzioni. Una gente fredda, calcolatrice e paurosa, per avarizia, di
ogni rapido mutamento, che ama sovra ogni altra cosa la pace, fosse
anche pace di cimitero. Ne avrete il voto alla timida e lenta carriera
che forse imprendete. Ma, Sire, è voto che non pesa, nella bilancia
dello Stato; voto sterile, nudo, impotente all'azione. È classe inerte
per calcolo e per abitudine; non ha dottrine e non s'adopera a
sostenerle; non compie rivoluzioni, ma non le strugge, non contende con
esse. Voi ne avrete lodi e adulazioni, finchè le lodi non fruttan
pericoli; ma nè sacrifici nè devozione a fronte di una potenza
contraria. Una bandiera che sventoli all'aure, un grido che intimi:
_pronunciate: chi non è meco è contro di me_; e questa gente si ritrarrà
dall'arena ad aspettare il nome che la fortuna saluterà vincitore.
Sire! da gente sì fatta non pende il destino della cosa pubblica. Il
nerbo della società, l'azione, l'opera, la potenza vera sta altrove; nel
genio che pensa e dirige, nella gioventù che interpreta il pensiero e lo
commette all'azione, nella plebe che rovina gli ostacoli che si
attraversano.
Il genio, Sire, è scintilla di Dio, indipendente e fecondo com'esso; nè
si vende, nè si stringe a individui, ma provvede alle razze, e
interpreta la natura. La gioventù è bollente per istinto, irrequieta per
abbondanza di vita, costante ne' propositi per vigore di sensazioni,
sprezzatrice della morte per difetto di calcolo. La plebe è tumultuante
per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero.
Or, genio, gioventù e plebe stanno contro di voi; non s'acquetano a
poche concessioni, dono d'uomo, a cui niuna legge vieta rivocarlo il dì
dopo; non s'appagano di riforme che fruttano ricchezza o potenza
all'individuo che le promuove; bensì voglion riforme che fruttino tutto
alla nazione e null'altro che amore a chi le propone. Vogliono
riconoscimento dei diritti dell'umanità manomessi ad arbitrio per tanti
secoli; vogliono uno stato ordinato per essi e con essi; uno stato la
cui forma corrisponda ai bisogni ed ai voti sviluppati dal tempo;
vogliono leggi, vogliono libertà. Il genio ne ha letto da gran tempo il
precetto nella natura delle cose e nei principj di universale progresso
sviluppati nella storia coi fatti; la gioventù nel proprio cuore, nella
coscienza di facoltà che la tirannide condanna a giacersi inoperose,
nella maestà degli esempli, sulla tomba dei padri: la plebe nella parola
dei buoni, nelle memorie, nell'istinto potente che la suscita a moto,
nella propria tristissima condizione, e in certo suo intimo senso,
davanti a cui impallidisce sovente l'intelletto del savio.
Vogliono libertà, indipendenza ed unione. Poichè il grido del 1789 ha
rotto il sonno dei popoli, hanno ricercato i titoli co' quali potevano
presentarsi alla grande famiglia europea, e non hanno trovato che ceppi;
divisi, oppressi, smembrati, non han nome nè patria; hanno inteso lo
straniero a chiamarli _iloti delle nazioni_, l'uomo libero a esclamare
visitando le loro contrade: non è che polvere! Han bevuto intero il
calice amaro della schiavitù; han giurato di non ricominciarlo.
Vogliono libertà, indipendenza ed unione; e le avranno, perchè han fermo
di averle. Dieci secoli di servaggio pesavano sulle lor teste e non han
disperato. Han guardato indietro ne' tempi che furono, hanno rimescolata
la polvere delle sepolture, e ne hanno dissotterrato memorie di
grandezza da lungo tempo obliate, memorie d'antiche imprese, di leghe
terribili, alle quali non mancò che costanza. I bandi di Giovanni
d'Austria e di Nugent, le bandiere di Bentink, 1809 e 1814, insegnarono
ad essi il sentimento della loro potenza. Poi il cannone di Parigi, di
Brusselle e di Varsavia ha mostrato che questa è potenza invincibile.
Ora ad un popolo che ha fede e potenza che cosa manca per rigenerarsi
fuorchè l'occasione?
E pensate voi che poche concessioni addormentino i popoli, o non
piuttosto ch'esse svelino la debolezza dei dominatori? Pensate che
rimovano per lungo tempo quell'occasione o non piuttosto l'affrettino?
Siete cinto da tutte parti di paesi italiani, che anelano al momento di
ritentare le vie fallite una volta per inesperienza di cose, per
tradimento straniero; e sperate che manchino occasioni? Ponete che essi
afferrino il tempo; e, o le armi tedesche non verranno a combatterli e
il contatto di terre libere sommoverà i vostri sudditi, o verranno, e
chi vi assicura che i fratelli contempleranno inerti due volte la ruina
de' loro fratelli?
Sire! le vostre forze si logoreranno in una lunga e penosa guerra contro
la vostra situazione, ma non farete retrocedere il secolo, non
ispegnerete un partito, che niuna cosa al mondo può spegnere.
Trascinandovi tra l'odio e l'entusiasmo, procederete in mezzo
all'universale freddezza, nojoso agli uni come riformatore imprudente,
sospetto agli altri come perfidamente politico; e gli uni e gli altri vi
accuseranno di debolezza; accusa mortale ai re, che non posson vivere se
non di potenza o d'amore. Ogni concessione dà campo all'opre, speranza
di meglio, coscienza delle proprie forze e del proprio diritto. Il
popolo si avvezza a vedersi esaudito, e le espressioni dei bisogni e dei
desiderî si fa più imperiosa ogni giorno. Intanto gli uomini della
libertà spiano le circostanze, profittano d'ogni errore, di ogni
incertezza a screditarvi nelle moltitudini e trarvi a partiti estremi.
Lasciateli fare, voi siete perduto. Opponetevi, siete tiranno, e tiranno
tanto più increscioso ed esoso, quanto più le prime concessioni
presagivano ai cittadini moderazione. A qualunque via vi atteniate vi
concitate addosso l'ira o il disprezzo, perchè non potete concedere più
che non vorreste senza debolezza, nè retrocedere senza delitto; perchè o
vi abbandonate al torrente, o smarrite lo scopo senza neppur raccogliere
il merito dell'iniziativa; o tentate arrestarlo, e Dio ha dato il moto
alle cose, ma nè Dio stesso potrebbe forse sospenderlo. Davanti alle
esigenze e ai pericoli, nella impossibilità di adottare determinazioni
energiche e decisive, voi siete forzato a ordinare una lotta coperta
contro l'opere vostre, contro le speranze suscitate da voi; ritorre
coll'arte ciò che avete dato con vigore di volontà; contendere le
conseguenze dei principî sanciti tacitamente ne' primi giorni del regno
vostro. Ed è sistema in cui ricaddero necessariamente i re ogni qual
volta non seppero esser tiranni, nè liberatori; ma fruttò sciagure
irreparabili a tutti, esilio ad alcuni;--a due il patibolo.
E allora, quando minacciato da ogni parte e spaventato dall'isolamento,
in cui v'ha messo una politica incerta, vorrete salvarvi e null'altro,
cercherete voi un rifugio nell'ajuto straniero? Invocherete le baionette
tedesche a puntellarvi il trono vacillante? Fatelo: giurate sommessione
ad un nemico che avete sul principio sprezzato; fatevi schiavo
dell'estero; ma badate, Sire! non tutte le provincie italiane son prive
di mezzi per difendersi dalle aggressioni, come le popolazioni della
Romagna; non tutte le occasioni troveranno il popolo inerte, e sviato
da' preparativi di guerra per fede cieca in un principio che i governi
han mille volte violato; badate che i popoli imparano più da una
sconfitta, che non i re dal trionfo; badate che quando la lotta è da
nazioni ad eserciti, due vittorie non bastano al assicurare la terza.
O forse cercherete una condizione di vita ne' trattati che avrete
stretti colla Francia? Sire, un'ora crea i patti, un'ora li rompe,
dacchè fra i calcoli diplomatici e le risultanze, fra i trattati e la
loro durata si è frapposto gigante l'arbitrio d'un terzo elemento
sociale, che giacque inerte per molti secoli, contro il quale le
alleanze, le convenzioni hanno perduta ogni realità di vigore.
Stringetevi a lega cogli uomini che governano oggi la Francia; chi vi
assicura che l'intervento popolare non rovescierà quegli uomini, e la
vostra sicurezza con essi? Credete voi che i cadaveri di diecimila
martiri non abbiano a servire che a sorreggere lo sgabello di sette
ministri? Il ministro Perier, Sire, ha stretto un patto coll'infamia,
non coll'eternità. Ma la nazione francese non ha segnato quel patto; la
nazione francese ha suggellato col proprio sangue l'alleanza de' popoli.
Iddio creò in sei giorni l'universo fisico; la Francia in tre ha creato
l'universo morale. Come Dio, essa si è riposata e riposa, perchè
l'immensa azione esaurisce per un tempo le forze; ma credete voi che il
leone sia spento perchè non n'udite il ruggito? Attendete un mese e
l'udrete: attendete un anno, e le associazioni che or passano
inosservate avranno generata la grande federazione nazionale; le società
popolari che or procedono mute, formeranno la _montagna_ del secolo
decimonono; la Francia avrà avuto il suo 10 agosto. La rivoluzione
francese, Sire, non è che incominciata. Dal terrore, e da Napoleone in
fuori, la rivoluzione del 1830 è destinata a riprodurre, su basi più
larghe, tutti i periodi di quella del 1789.
Sire! a voler vivere una vita potente e sicura, voi dovete edificare,
anzichè sul presente, sull'avvenire; e l'avvenire è prima d'ogni altra
cosa la guerra. Or sapete voi che cos'è per la Francia la guerra? È
guerra di propaganda, guerra altamente rivoluzionaria, guerra europea,
lunga, feroce; guerra dei due principî che da secoli si contendono
l'universo; non v'è guerra possibile per la Francia ove non sia
nazionale, ove non s'appoggi alle passioni delle moltitudini, ove non si
alimenti d'uno slancio comunicato ai trentadue milioni che la
compongono. Non v'è slancio possibile per la Francia se non si
rinnovellano gli uomini, i sistemi e le cose; se non si commuove la
gioventù con la gloria, e il popolo con una vasta idea d'incremento e
d'utile gigantesco. Ma la gloria de' giovani sta nel grido che i loro
padri bandirono al mondo: _guerra ai re! libertà e pace ai popoli!_ E
l'incremento che può sommuovere la nazione è riposto nella fratellanza
colle nazioni confinanti, nell'unità d'interessi collocata su basi
perpetue, nel predominio politico consecrato dalla vittoria e dalla
riconoscenza dei beneficî prestati. Quindi la necessità di chiamare il
popolo e la gioventù ad una parte più attiva nella somma delle cose;
quindi inevitabilmente un ritorno, se non alle forme, almeno allo
spirito repubblicano. E quando, spinti dall'impulso di diffusione
inerente allo spirito repubblicano, costretti dal prepotente interesse
di guerra, gli eserciti francesi varcheranno l'Alpi ed il Reno; quando
lo stendardo tricolore s'affaccierà alle vostre contrade promettendo
rapida e intera quella libertà che voi avrete lasciato intravvedere
soltanto da lungi, che farete voi, Sire? Darete voi allora come dono
regale ciò che i popoli insorti potranno ritorvi coll'armi? O condurrete
gli schiavi a combatter co' popoli, colla Francia, col secolo? Sire,
guardate al 1798; e la libertà era allora in Italia opinione
d'individui; ora è passione di moltitudini; la libertà sorgeva nuova a
tutti, incognita a molti, sospetta a quanti, nati, educati sotto
condizioni contrarie, aborrivano da un mutamento, a cui non potevano nè
sapevano partecipare: ora è sospiro di mezzo secolo, idea famigliare,
cresciuta, radicata negli animi per studî, per educazione paterna, e
memorie dei primi anni, pensiero rinfiammato dalla vendetta, santificato
dal martirio di mille forti, dal gemito di mille madri.
Riassumete, Sire! voi siete a tale, che il sistema del _terrore_ vi
uccide, dichiarandovi infame; ed il sistema delle _concessioni_
v'uccide, svelandovi debole; siete a tale, che non potete durare
esecrato, nè cader grande.
Sire! sono queste le sole vie che vi avanzano? Siete voi tale da non
poter mietere che l'odio o il disprezzo?
E' v'ha una terza via, Sire, che conduce alla vera potenza e alla
immortalità della gloria. V'ha un terzo alleato più sicuro e più forte
per voi che non sono l'Austria e la Francia. E v'ha una corona più
brillante e sublime che non è quella del Piemonte, una corona che non
aspetta se non l'uomo abbastanza ardito per concepire il pensiero di
cingerla, abbastanza fermo per consecrarsi tutto alla esecuzione di
siffatto pensiero, abbastanza virtuoso per non insozzarne lo splendore
con intenzioni di bassa tirannide.
Sire! non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi d'aquila
che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso della natura,
incoronata da venti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente
per mezzi infiniti, ai quali non manca che unione, ricinta di tali
difese che un forte volere e pochi petti animosi basterebbero a
proteggerla dall'insulto straniero? E non avete mai detto: la è creata a
grandi destini? non avete contemplato mai quel popolo che la ricopre,
splendido tuttavia malgrado l'ombra che il servaggio stende sulla sua
testa, grande per istinto di vita, per luce d'intelletto, per energia di
passioni, feroci o stolte, poichè i tempi contendono l'altre, ma che
sono pur elementi dai quali si creano le nazioni; grande davvero, poichè
la sciagura non ha potuto abbatterlo e togliergli la speranza? Non v'è
sorto dentro un pensiero: traggi, come Dio dal caos, un mondo da questi
elementi dispersi; riunisci le membra sparte e pronuncia: _È mia tutta e
felice_; tu sarai grande siccome è Dio creatore e venti milioni d'uomini
esclameranno: Dio è nel cielo e Carlo Alberto sulla terra?
Sire! voi la nutriste cotesta idea; il sangue vi fermentò nelle vene
quando essa vi si affacciò raggiante di vaste speranze e di gloria; voi
divoraste i sonni di molte notti dietro a quell'unica idea; voi vi
faceste cospiratore per essa. E badate a non arrossirne, Sire! Non v'è
carriera più santa al mondo di quella del cospiratore che si costituisce
vindice dell'umanità, interprete delle leggi eterne della natura. I
tempi allora furono avversi; ma perchè dieci anni e una corona precaria
avrebbero distrutto il pensiero della vostra gioventù, il sogno delle
vostre notti? Dieci anni e una corona avrebbero ricacciata nel fango
l'anima che passeggiava sui re dell'Europa? Onta a voi! La posterità
perdona ogni cosa a un re fuorchè la viltà; e che cosa è l'uomo che può
esser grande e non è? Quel concetto, Sire, è pur sempre il maggior
titolo, l'unico forse che voi abbiate alla stima degli uomini italiani;
e voi rinneghereste la parte che aveste in esso? Tutta l'Italia non
sarebbe che illusa? E mentre ognuno crede che Carlo Alberto ambisce
d'essere da più degli altri uomini, non avrebbe egli ambito che pochi
anni di trono prima del tempo? Per Dio, Sire, che i dominatori de'
popoli abbiano ad esser diseredati dalla natura di tutte quante le
generose passioni? Che un cuore di re non abbia a battere mai per quanto
fa battere i cuori delle migliaja? Che il sole d'Italia non abbia a
fecondare di affetti magnanimi che petti di cittadini! Che i tiranni
stranieri abbiano soli accarezzata per secoli quest'idea e l'accarezzino
tuttavia, un principe italiano non mai!
Sire! se veramente l'anima vostra è morta a' forti pensieri, se non
avete, regnando, altro scopo che di trascinarvi nel cerchio meschino de'
re che vi han preceduto, se avete anima di vassallo, allora rimanetevi:
curvate il collo sotto il bastone tedesco e siate tiranno; ma tiranno
vero, perchè un sol passo che accenniate di muovere al di là dell'orma
segnata, vi fa nemica quell'Austria che voi temete. L'Austriaco diffida
di voi; ma cacciategli ai piedi dieci, venti teste di vittime; aggravate
le catene sugli altri; pagategli colla sommissione illimitata il
disprezzo di che dieci anni addietro vi abbeverò! Forse il tiranno
d'Italia dimenticherà che avete congiurato contro di lui: forse
concederà che gli serbiate per alcuni anni la conquista, ch'ei medita
dal 1814 in poi.
Che se leggendo queste parole, vi trascorre l'anima a quei momenti, nei
quali osaste guardare oltre la signoria di un feudo tedesco; se vi
sentite sorger dentro una voce che grida: _tu eri nato a qualche cosa di
grande_; oh! seguitela quella voce; è la voce del genio; è la voce del
tempo che v'offre il suo braccio a salire di secolo in secolo alla
eternità; è la voce di tutta Italia, che non aspetta se non una parola,
una sola parola, per farsi vostra.
Proferitela questa parola!
L'Austria vi minaccia i dominî, minaccia Italia intera colle pretese,
colle congiure e cogli eserciti accumulati; a ingojarvi essa non attende
che un'occasione.
La Francia vi minaccia coll'energia delle moltitudini, colla diffusione
dei principî, coll'azione delle sue società, colla necessità prepotente
che, spingendola un dì o l'altro alla guerra, la caccierà nel bivio o di
perire o di eccitare i popoli alle insurrezioni, ed appoggiarle
coll'armi.
L'Italia vi minaccia col furore di libertà che la investe, col grido
delle infinite vittime, coll'ira delle promesse tradite, colle
associazioni segrete che han due volte tentata la libertà della patria,
che proseguono all'ombra, che nessuna forza può spegnere.
Sire! respingete l'Austria,--lasciate addietro la Francia,--stringetevi
a lega l'Italia.
Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera:
_Unione, Libertà, Indipendenza!_ Proclamate la santità del pensiero!
Dichiaratevi vindice, interprete de' diritti popolari, rigeneratore di
tutta l'Italia. Liberate l'Italia dai barbari! Edificate l'avvenire!
Date il vostro nome ad un secolo! Incominciate un'era da voi: siate il
Napoleone della libertà italiana! L'umanità tutta intera ha pronunciato:
_i re non mi appartengono_; la storia ha consecrato questa sentenza coi
fatti. Date una mentita alla storia e all'umanità: costringetela a
scrivere sotto i nomi di Washington, e di Kosciusko, nati cittadini:
_v'è un nome più grande di questi; vi fu un trono eretto da venti
milioni di uomini liberi che scrissero sulla base_: A Carlo Alberto,
nato re, l'Italia rinata per lui!
Sire! La impresa può riescir gigantesca per uomini che non conoscono
calcolo se non di forze numeriche, per uomini che, a mutar gl'imperi,
non sanno altra via, che quella di negoziati e d'ambascerie. È via di
trionfo sicuro, se voi sapete comprendere tutta intera la posizione
vostra, convincervi fortemente d'esser consecrato ad un'alta missione,
procedere per determinazioni franche, decise ed energiche. L'opinione,
Sire, è potenza che equilibra tutte le altre. Le grandi cose non si
compiono coi protocolli, bensì indovinando il proprio secolo. Il segreto
della potenza è nella volontà. Scegliete una via, che concordi col
pensiero della nazione, mantenetevi in quella inalterabilmente; siate
fermo e cogliete il tempo: voi avete la vittoria in pugno.
I Polacchi, Sire, hanno insegnato al mondo la potenza d'un popolo che
combatte per l'esistenza politica e la libertà. Suscitate l'entusiasmo,
e anche i sudditi vostri diverranno Polacchi. Cacciate il guanto
all'Austriaco, e il nome d'Italia nel campo: quel vecchio nome d'Italia
farà prodigi. Fate un appello a quanto di generoso e di grande è nella
contrada. Una gioventù ardente, animosa, sollecitata da due passioni
onnipotenti, l'odio e la gloria, non vive da gran tempo che in un solo
pensiero, non anela che al momento di tradurlo in azione: chiamatela
all'armi. Ponete i cittadini a custodia delle città, delle campagne,
delle vostre fortezze. Liberato in tal guisa l'esercito, dategli il
moto. Riunite intorno a voi tutti coloro che il suffragio pubblico ha
proclamati grandi d'intelletto, forti di coraggio; incontaminati
d'avarizia e di basse ambizioni. Ispirate la confidenza nelle
moltitudini, rimovendo ogni dubbiezza intorno alle vostre intenzioni, e
invocando l'ajuto di tutti gli uomini liberi.
Gli uomini liberi, Sire, in Italia son molti; hanno pur potenza,
confessatelo, di farvi tremare sul trono; hanno potenza di rovesciare
tutti quei troni che non s'appoggiano sulle bajonette straniere.
Caddero, Sire, ma voi sapete il perchè: caddero traditi, venduti, perchè
lottavano coi governi, e combattevano coll'armi de' generosi, e colla
innocenza della virtù, mentre i governi pugnavano coll'oro, colle
seduzioni, colla perfidia, coll'arti inique del delitto nascosto.
Caddero perchè mancanti di capi che reggessero coll'influenza d'un nome
l'impresa, e la facessero legittima agli occhi del volgo. Or che sarebbe
quando tutti gli ostacoli si mostrassero calcolati ed aperti, quando
essi non avessero a contrastar col potere, bensì a riunirsi con esso?
Che sarebbe quando tutti vi si annodassero intorno, quando tutti
usassero la loro influenza a pro vostro, quando tutti vi cacciassero ai
piedi le loro vite per pagarvi del beneficio d'aver creata un'idea
sublime, d'aver somministrato all'universo un nuovo tipo di grandezza,
la virtù sul trono? Sire! a quel patto noi ci annoderemo d'intorno a
voi: noi vi profferiremo le nostre vite: noi condurremo sotto le vostre
bandiere i piccoli Stati d'Italia. Dipingeremo ai nostri fratelli i
vantaggi che nascono dall'unione: provocheremo le sottoscrizioni
nazionali, i doni patriotici: predicheremo la parola che crea gli
eserciti, e, dissotterrate le ossa de' padri scannati dallo straniero,
condurremo le masse alla guerra contro i barbari come a una santa
crociata. Uniteci, Sire, e noi vinceremo, perocchè noi siam di quel
popolo, che Bonaparte ricusava di unire perchè lo temeva conquistatore
di Francia e d'Europa.
Questo faremo; ma voi, Sire, non ci mancate all'impresa: nel sapere
scegliere il momento è riposta la somma delle cose; ed ora è il momento:
ora che la Russia spossata da una lotta sanguinosa, travagliata negli
eserciti dalle opinioni e da' morbi, screditata in faccia all'Europa, ha
d'uopo rifarsi col riposo e riordinarsi:--ora che la Prussia è agitata
da terrori di sommosse all'interno, e costretta a serbar le sue forze
per una guerra che un colpo di fucile belgico può rompere da un momento
all'altro:--ora che l'Inghilterra è condannata all'inerzia, finchè non
sia consumata la gran lite della potenza popolana e della feudale
aristocrazia. E la nazione francese è per voi. Or che temete? Il
Tedesco? gridategli guerra: ardite guardar da vicino questo colosso,
composto di parti eterogenee, minato in Galizia, nella Ungheria, nella
Boemia, nel Tirolo, nella Germania; e che non è forte se non
dell'inerzia, e perchè altri è debole. Gridategli guerra e assalite:
l'assalitore ha immenso vantaggio sul suo nemico. Una voce ai vostri,
una voce alla Lombardia, e avanzatevi rapidamente. Là nella terra
lombarda hanno a decidersi i fati dell'Italia, ed i vostri: nella terra
lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per
levarsi in massa: nella terra lombarda che divorerà i suoi nemici come
a' tempi di Federigo e triplicherà il vostro esercito! Ma siate forte e
deciso: rinnegate i calcoli diplomatici, gl'intrighi de' gabinetti, le
frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada.
Snudatela e cacciatene la guaina. Fate un patto colla morte e l'avrete
fatto colla vittoria.
Sire! e' m'è forza il ripeterlo: Se voi non fate, altri faranno e senza
voi, e contro voi. Non vi lasciate illudere dal plauso popolare che ha
salutato il primo giorno del vostro regno: risalite alle sorgenti di
questo plauso, interrogate il pensiero delle moltitudini: quel plauso è
sorto, perchè, salutandovi, salutavano la speranza, perchè il vostro
nome ricordava l'uomo del 1821: deludete l'aspettazione; il fremito del
furore sottentrerà ad una gioja che non guarda se non al futuro. Oggimai
la causa del dispotismo è perduta in Europa. La civiltà è troppo oltre,
perchè l'insania di pochi individui possa farla retrocedere. I re della
lega lo intendono, ma son troppo in fondo per poter risalire. Essi
lottano disperatamente col secolo e il secolo li affogherà. Han detto:
chi nacque tiranno, morrà tiranno: e sia: vissero paurosi e colpevoli,
morranno esecrati e rejetti. Ma voi, Sire, siete vergine di delitto
regale: siete degno ancora d'interpretare il voto del secolo. Davanti al
voto del secolo che la grand'anima sua intravedeva, impallidiva
Napoleone quando il diciotto brumajo lo costituiva in contrasto colla
libertà nella sala de' Cinquecento. Fu l'unica volta che Napoleone
impallidì: ma pochi anni dopo, egli commentava dolorosamente nell'isola
di Sant'Elena quel pallore, proferendo le memorande parole: _j'ai heurté
les idées du siècle, et j'ai tout perdu_.
Sire! per quanto v'è di più sacro, fate senno di quelle parole. Volete
voi morir tutto e vilmente? La fama ha narrato che nel 1821 uno schiavo
tedesco insultò al principe Carlo Alberto fuggiasco, salutandolo _re
d'Italia_. Quell'onta, Sire, vuol sangue. Spargetelo in nome di Dio, e
lo scherno amaro ripiombi sulla testa de' nostri oppressori. Prendete
quella corona: essa è vostra, purchè vogliate.
Attendete le solenni promesse.--Conquistate l'amore de' milioni. Tra
l'inno de' forti e dei liberi, e il gemito degli schiavi, scegliete il
primo. Liberate l'Italia dai barbari e vivete eterno!
Afferrate il momento.
Un altro momento, e non sarete più in tempo. Rammentate la lettera di
Flores-Estrada a re Ferdinando; rammentate quella di Potter a Guglielmo
di Nassau!
Sire! io v'ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra
risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete fermo che la posterità
proclamerà in voi--il Primo tra gli uomini, o l'Ultimo de' Tiranni
Italiani.--Scegliete! (1831).
UN ITALIANO.
* * * * *
La lettera, pubblicata in Marsiglia, entrò in Italia in piccolo numero
d'esemplari indirizzati, dacchè io non aveva allora altri modi, in via
epistolare e per posta a uomini ch'io non conosceva se non di nome, in
diverse città dello Stato Sardo. La violazione delle lettere non v'era
ancora, come fu poi, ridotta a sistema. Ma tre o quattro ristampe
clandestine la diffusero poco dopo per ogni dove. Il re l'ebbe e la
lesse. Non andò molto che una Circolare governativa spedita a tutte le
autorità di frontiera dava i miei connotati, perchè, s'io mai tentassi
introdurmi, fossi imprigionato senz'altro. S'avveravano le previsioni
del Libri.
Lo scritto intanto era accolto dai giovani con favore, indizio ch'io
parlando dichiaratamente d'Unità di Patria trovava un'eco nell'anime
incerte, inconscie fin allora delle loro tendenze ingenite. Raccolsi
quell'indizio con vera gioja. Era il primo conforto ad osare. L'Unità,
comechè presentita di secolo in secolo da taluni fra i nostri Grandi,
era, era sul campo della politica _pratica_, ciò che gli uomini
battezzano, sorridendo, del nome _utopia_. Nessuno la sospettava
possibile. La parte più illuminata della vecchia emigrazione era
universalmente _federalista_. Nè credo che da Melchiorre Gioja in fuori
in un libriccino dimenticato, un solo degli scrittori politici sorti in
Italia nel periodo dell'invasione francese contemplasse l'unità politica
della patria comune. Miravano a una lega di Stati. E d'altra parte la
questione di _libertà_ preoccupava più assai le menti che non quella
della Nazione. Or dove mai può essere libertà dove la forza non
l'assecura? E da qual principio può scendere un'associazione di liberi
se non dai _diritti_ dell'individuo o dal principio d'una comune
missione fidata da Dio a tutti quanti i figli d'una stessa terra? A me
la dottrina dei _diritti_, dottrina americana, inglese, francese del
XVIII secolo, pareva fin d'allora metà del problema, e impotente tanto a
fondare Governo vero quanto a promovere l'Educazione progressiva dei
Popoli.
Le illusioni fondate su Carlo Alberto sfumavano rapidamente davanti a'
primi suoi atti. E' non aveva neppure decretato il richiamo degli esuli
che avevano giurato con lui, molti de' quali erano stati trascinati
nella congiura del 1821 dal solo suo nome e parecchi gli erano stati
ajutanti, compagni, amici. Ripensai, interrogai prima di decidere. Carlo
Bianco, col quale io viveva allora in Marsiglia, mi comunicò l'esistenza
d'una società segreta capitanata da lui sotto l'alta direzione di
Buonarroti chiamata degli _Apofasimèni_. Era un ordinamento militare
complesso di simbolismo, giuramenti e gradi molteplici che uccidevano
colla disciplina l'entusiasmo del core, sorgente d'ogni grande impresa;
e mancava inoltre d'un principio _morale_ predominante. Ora, io non
concepiva una Associazione se non come _educatrice_ a un tempo e
insurrezionale. L'armonia fra il _pensiero_ e l'_azione_ signoreggiava
in me ogni concetto. E finalmente i moti del Centro erano, nel mio modo
di vedere, un colpo mortale alla supposta vitalità dell'Associazione. O
gli _Apofasimèni_, io diceva a Bianco, si frammisero ad essi, e sono a
quest'ora esuli, dispersi o noti; o si tennero in disparte, ed è prova
che non erano forti. Più dopo, conobbi alcuni dei capi, un Berardi,
parmi, di Bagnacavallo tra gli altri: erano inetti o, come quest'ultimo,
spie.
L'esistenza o no d'altra società non era del resto cagione di dubbiezze
per me: m'era chiaro che dopo una disfatta come quella dell'insurrezione
del Centro d'Italia, non esisteva possibilità di successo se non per un
lavoro rifatto di pianta con elementi non noti e giovani. Ma si trattava
di ben altro. Si trattava di tentar d'avviare l'educazione morale d'un
popolo: si trattava di cercare non solamente che l'Italia fosse, ma che
sorgesse grande, forte, degna delle sue glorie passate e colla coscienza
della sua missione futura. E tutte le mie convinzioni erano
diametralmente opposte alle tendenze predominanti. L'Italia era
materialista, machiavellizzante, credente nella iniziativa francese,
tendente a emanciparsi e migliorare le proprie condizioni nei diversi
suoi Stati più che a ricomporsi in Nazione, poco curante dei principî
supremi e presta ad accettare ogni forma di reggimento, ogni ajuto, ogni
uomo che promettesse sottrarla ai suoi patimenti immediati. Io credeva,
allora più per istinti che per dottrina, che il problema dell'oggi fosse
problema religioso e tutti gli altri gli fossero secondi. Ciò ch'altri
chiamava _teorica_ di Machiavelli non era per me che Storia e Storia
d'un periodo di corruttela e decadimento che bisognava sotterrar col
passato. Mi fremeva dentro il pensiero dell'_iniziativa_ Italiana e a
ogni modo io sentiva che non si risorge senza fede in sè, e che quindi
bisognava prima d'ogni altra cosa distruggere la servile soggezione
all'influenza francese. E per questo era mestieri mover guerra
all'idolatria degli _interessi_ immediati e sostituirle il culto dei
principî, del Giusto, del Vero, e convincer l'Italia che il sagrificio e
la costanza nel sagrificio erano le sole vie per le quali conseguirebbe,
quando che fosse, vittoria.
La Carboneria--traduco qui alcune pagine[5] ch'io scrissi per gli
Inglesi nel 1839, perchè compendiano lo idee che mi s'affaccendavano
nella mente allora e mi determinarono a fondare la _Giovine Italia_--la
Carboneria m'appariva come una vasta associazione _liberale_, nel senso
attribuito a quel vocabolo in Francia sotto la monarchia di Luigi XVIII
e di Carlo X, efficace a diffondere lo spirito d'emancipazione, ma
condannata dall'assenza d'una fede positiva, determinata a mancare di
quella potente unità, senza la quale riesce impossibile il trionfo
pratico d'ogni difficile impresa. Sorta, in sul maturarsi della caduta
d'una gigantesca ma tirannica unità, l'unità napoleonica, tra i
frammenti d'un mondo, tra giovani speranze e vecchie pretese a
contrasto, tra presentimenti tuttavia mal definiti di popolo opposto ai
ricordi d'un passato che i Governi si preparavano a dissotterrare, la
Carboneria aveva portato l'impronta di tutti quei diversi elementi e si
era affacciata in dubbia attitudine nel crepuscolo diffuso in quel
periodo di crisi su tutta Europa. La protezione regia incontrata al suo
nascere e finchè s'era sperato in essa uno stromento di guerra contro la
Francia Imperiale, aveva più sempre contribuito a comunicare
all'Istituzione quella incertezza di moti che sviava gli animi dalla
vera idea nazionale[6]. Vero è ch'essa aveva, tradita, respinto poi quel
giogo da sè; ma serbando inconscia taluna fra le antiche abitudini e
segnatamente una fatale tendenza a cercar capi nell'alte sfere sociali e
a considerare la rigenerazione Italiana come parte più degli ordini
superiori che non del popolo, principale operatore delle grandi
rivoluzioni. Ed era errore vitale, inevitabile bensì ad ogni consorteria
politica alla quale manchi una salda religiosa credenza in un vasto e
fecondo principio, bandiera suprema su tutti eventi. Or siffatto
principio mancava alla Carboneria. Essa non aveva per arme che una
semplice negazione: chiamava gli uomini a rovesciare, non insegnava il
come s'inalzerebbe sulle rovine dell'antico il nuovo edifizio.
Esaminando il problema, i Capi dell'Ordine avevano trovati tutti gli
Italiani concordi sulla questione d'Indipendenza, non su quella
dell'Unità Nazionale o sul modo d'intendere la Libertà. Impauriti dalle
difficoltà e incapaci di scegliere risolutamente tra i diversi partiti,
s'appigliarono a una via di mezzo e scrissero sulla bandiera
_Indipendenza e Libertà_; di definire il come dovesse intendersi e
provocarsi la Libertà non curarono: il paese, dicevano--e il paese era
per essi nell'alte classi della società--deciderebbe più tardi. La
parola _unione_ fu similmente sostituita alla parola _Unità_, e il campo
lasciato aperto ad ogni possibile ipotesi. D'eguaglianza non facevano
motto o richiesti ne parlavano con modi sì incerti che ogni uomo poteva
a seconda delle proprie tendenze interpretarla politica, civile, o
semplicemente cristiana. Così senza porgere soddisfacimento ai dubbî che
agitavano le menti, senza dire a quei ch'essa chiamava a combattere
quale programma potrebbero offrire al popolo che doveva secondarli, la
Carboneria s'era data ad affratellare. E aveva trovato in tutte le
classi copia d'adepti, perchè in tutte era copia di malcontenti ai quali
non si chiedeva se non di prepararsi a distruggere la condizione di cose
esistenti e perchè il profondo mistero ond'erano ravvolti i menomi Atti
della Setta affascinava la fantasia oltremodo mobile degli Italiani. Il
presentimento delle esigenze di quella moltitudine d'affratellati
ripartiti fra le spire della intricata molteplice gerarchia suggeriva
l'adozione di numerosi, strani, incomprensibili simboli che celassero il
vuoto delle dottrine; poi l'ingiunzione d'una cieca obbedienza ai cenni
di capi invisibili. Ma era difesa contro quelle esigenze, più che mezzo
d'azione; e però l'esecuzione delle prescrizioni procedeva fiacca e a
rilento. La severità della disciplina era men di fatti che di parole.
La forza numerica della Società aveva a ogni modo raggiunto un grado di
potenza ignoto a quante altre associazioni vennero dopo. Ma la
Carboneria non aveva saputo trarne partito. Diffusa nel popolo, non
aveva fede in esso: non lo cercava per condurlo dirittamente all'azione,
ma per attirare con quell'apparato di forze gli uomini d'alto rango nei
quali solamente essa riponeva fiducia. L'ardore dei giovani affratellati
che sognavano patria, repubblica, guerra e gloria davanti all'Europa era
fidato alla direzione d'uomini vecchi d'anni, imbevuti dell'idea
dell'Impero, freddi, minuziosi, diseredati d'avvenire e di fede, che lo
ammorzavano invece di suscitarlo. Più dopo, quando il numero gigantesco
degli affigliati e la impossibilità di serbare più a lungo il segreto la
convinsero che bisognava operare la Carboneria, aveva sentito il bisogno
d'una unità più potente, e non sapendo trovarla in un _principio_, s'era
data a cercarla in un _uomo_, in un principe. Ed era stata la sua
rovina..............
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Intellettualmente, i Carbonari erano machiavellici e materialisti.
Predicavano libertà politica, e dimenticando che l'uomo è _uno_, quei
tra loro che si occupavano di letteratura, predicavano sotto il nome di
_classicismo_ la servitù letteraria. Si dicevano nel loro linguaggio
simbolico Cristiani e intanto, confondendo superstizione e fede, papato
e religione, disseccavano il vergine entusiasmo dei giovani con uno
scetticismo rubato a Voltaire e negazioni rubate al secolo XVIII. Erano
_settarî_, non apostoli di una religione nazionale. Ed erano tali nella
sfera politica. Non avevano fede sincera nelle Costituzioni, ridevano
fra di loro della monarchia; e l'acclamavano nondimeno, dapprima perchè
s'illudevano a trovare in essa una forza della quale pensavano
abbisognare; poi perchè la monarchia li liberava dall'obbligo di guidare
le moltitudini ch'essi temevano e mal conoscevano; da ultimo perchè
speravano che il battesimo regio dato alla insurrezione avrebbe
ammansato l'Austria o conquistato l'ajuto di qualche grande potenza,
Francia o Inghilterra. Avevano dunque cacciato lo sguardo su Carlo
Alberto in Piemonte, sul principe Francesco in Napoli: d'indole
naturalmente tirannica il primo, ambizioso, ma incapace di grandezza;
ipocrita e traditore fin da' primi suoi passi il secondo; e avevano
commesso all'uno ed all'altro i fati d'Italia, lasciando al futuro di
porre in accordo le mire inconciliabili dei due pretendenti.
I fatti intanto avevano dimostrato quali siano le inevitabili
conseguenze del difetto di principî negli uomini che si pongono a capo
delle rivoluzioni, e come la forza spetti veramente non alla _cifra_, ma
alla _coesione_ degli elementi che si adoprano a raggiungere il fine. Le
insurrezioni avevano avuto luogo senza ostacoli gravi; ma rapidamente
seguite dalla interna discordia. Compita la loro promessa di
_rovesciare_, gli affigliati dei Carbonari erano tornati ciascuno alle
proprie tendenze, e s'erano divisi su ciò che importasse fondare. Gli
uni avevano creduto di cospirare per una unica monarchia, altri pel
federalismo; molti parteggiavano per la Costituzione francese, molti per
la Spagnola: taluni per la repubblica o per non so quante repubbliche; e
tutti lagnandosi d'essere stati ingannati. I Governi provvisorî s'erano
trovati indeboliti in sul nascere dall'opposizione aperta degli uni e
dalla inerzia calcolata degli altri. Quindi le diffidenze, l'incertezza
di quei Governi e i pretesti al non fare, cercati in una opposizione che
non potea vincersi se non facendo, e il popolo e i giovani volontarî
lasciati senza sprone, senza ordinamento, senza intento determinato.
Quindi l'assenza di libertà vera nella scelta dei mezzi, perchè la
monarchia scelta a capitanare le insurrezioni traeva seco vincoli e
tradizioni d'ogni genere ostili all'ardito sviluppo del principio
insurrezionale. La logica vuole in ogni tempo il suo dritto. I capi del
moto avevano dichiarato implicitamente incapace il popolo d'emanciparsi
e governarsi da sè: bisognava dunque astenersi dall'armarlo, dal
suscitarlo di soverchio a frammettersi nelle cose: bisognava
sostituirgli una forza, cercarla al di fuori ai gabinetti stranieri, e
ottenere promesse menzognere a patto di concessioni reali: bisognava
lasciare ai principi la libera scelta dei loro ministri e dei
condottieri degli eserciti, anche a rischio--avverato più dopo--di
vederli scelti traditori o incapaci e di vedere i principi stessi
sfuggire in un subito al campo nemico o andare a gittar l'anatema
sull'insurrezione da Laybach.
La rivoluzione napoletana era caduta in Napoli dopo avere esaurito ad
una ad una le conseguenze fatali di un primo errore; dopo aver negato
sui primi giorni la tendenza nazionale col rifiuto di Pontecorvo e di
Benevento, città appartenenti allora agli Stati Romani ma circondate
dalle terre napoletane e che avevano, insorgendo esse pure, chiesto di
confondersi coi popoli emancipati; dopo aver decretato che la guerra
sarebbe puramente difensiva e che l'esercito austriaco spinto nel core
non dovea considerarsi nemico se non quando traverserebbe la frontiera
napoletana; dopo avere insomma spenta ogni fiamma d'insurrezione
nell'Italia Centrale. E l'insurrezione piemontese, sorta quando già
quelli errori erano stati commessi nel Sud e insegnavano il come
evitarli; mentre la fremente Lombardia, sguernita di forze Austriache
eguali all'incarico di reprimere, potea, con soli 25,000 uomini
sommoversi da un capo all'altro, e quei 25,000 uomini potevano avviarsi
una settimana dopo l'insurrezione, era caduta non tentando questo nè
altro, inceppata dagli stessi vincoli, condannata dalla stessa
influenza che avevano impedito il moto due mesi prima, quando il Sud era
libero e poteva ordinarsi la difesa comune[7].
Nè mai--anche limitandosi a scorrere la Storia onesta ma imperfetta del
moto scritta da Santarosa--erano state più visibili le tristissime
conseguenze d'un tristo programma. Un proclama di Carlo Alberto, capo
del Governo Rivoluzionario, aveva largito _amnistia_ alle truppe che lo
avevano fondato. La Giunta s'era avvilita in negoziati coll'ambasciatore
russo, conte Mocenigo, che offriva sfrontatamente perdono ai cospiratori
e _qualche speranza_ d'una Carta Costituzionale. Erano uomini
d'innegabile patriotismo e di core, e giurati tutti alla Carboneria; e
nondimeno tremanti fra le esigenze della rivoluzione e le forme
accettate della legalità monarchica, costretti a derivare ispirazioni da
un uomo che in fondo del core sprezzavano e temevano li tradirebbe un dì
o l'altro, consapevoli del diritto e non osando affermarlo, avevano
preteso di mutare le istituzioni del paese senza mutare gl'impiegati
della vecchia amministrazione o i capi dell'esercito stretti al
giuramento di mantener la tirannide; avevano lasciato il Governo di
Novara al conte di Latour e quello della Savoja al conte d'Andezene,
ambi nemici aperti della causa rivoluzionaria; avevano preveduto e
predetto la guerra e, per timore che il programma monarchico potesse
essere presto o tardi violato, negate l'armi al popolo che le chiedeva,
differito indefinitamente l'adunarsi delle assemblee elettorali, e
negletto ogni atto capace d'affratellare alla rivoluzione le
moltitudini, sino alla revoca del decreto col quale Genova insorta aveva
ridotto il prezzo del sale a metà. Erano caduti, fuggiti, non davanti
alla forza che poteva con onore combattersi, ma davanti a un sofisma
innestato nel programma rivoluzionario.
Tale m'appariva la carboneria: vasto e potente corpo, ma senza capo:
associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni, ma idee,
e priva non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo
in atto. Il _cosmopolitismo_ che una osservazione superficiale d'alcune
contrade straniere le avea suggerito, ne aveva ampliato la sfera, ma
sottraendole il punto d'appoggio. L'eroica educatrice costanza degli
affratellati e il martirio intrepidamente affrontato avevano grandemente
promosso quel senso d'eguaglianza ch'è ingenito in noi, preparato le vie
all'unione, iniziato a forti imprese con un solo battesimo uomini di
tutte provincie e di tutte classi sociali, sacerdoti, scrittori,
patrizî, soldati e figli del popolo[8]. Ma la mancanza d'un programma
determinato le aveva tolto sempre la vittoria di pugno.
Queste riflessioni m'erano suggerite dall'esame dei tentativi e delle
disfatte della Carboneria. E i fatti appena allora conchiusi dell'Italia
Centrale mi confermavano in esse, additandomi a un tempo altri pericoli
da combattersi: primi fra i quali erano quello di collocare le speranze
della vittoria nell'appoggio di governi stranieri e quello di fidare lo
sviluppo, il maneggio delle insurrezioni a uomini che non avevano saputo
iniziarle.
Nei fatti del 1831, il progresso delle tendenze s'era rilevato
innegabile. L'insurrezione non aveva invocato come necessità
indeclinabile l'iniziativa dell'alte classi o della milizia: era sorta
dalla gente senza nome, dalle viscere del paese. Dopo le tre giornate di
Parigi, il popolo in Bologna s'affollava all'Ufficio Postale. I giovani
salivano nei caffè sulle sedie e leggevano ad alta voce i giornali agli
astanti. Si preparavano armi, s'ordinavano compagnie di volontarî, si
sceglievano i capitani. I comandanti la truppa dichiaravano al prolegato
che non assalirebbero i cittadini. Lo stesso aveva luogo nell'altre
città. L'eco del cannone sparato, nella notte del 2 febbrajo in Modena,
contro la casa di Ciro Menotti aveva dato il segnale. Bologna s'era
levata il 4.--Il 5, il popolo di Modena, riavuto dallo stupore, aveva
cacciato in fuga duchi e duchisti; Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna
s'erano emancipate. Il 7, Ferrara aveva seguito l'esempio: gli austriaci
s'erano ritratti. Pesaro, Fossombrone, Fano ed Urbino s'erano, l'8,
liberate dei loro Governatori. Il moto aveva trionfato il 13 in Parma:
poi in Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni ed in altre
città. Ancona, dove il colonnello Sutterman s'era mostrato in sulle
prime disposto a resistere, aveva ceduto davanti ad alcune compagnie di
soldati e di guardie nazionali comandate da Sercognani. E tutto questo
s'era operato per impulso di popolo, per entusiasmo collettivo che si
stendeva alla donna e ai canuti; mentre le prime lavoravano coccarde e
bandiere, parecchi tra i veterani del Grande Esercito mostravano ai
giovani lievemente diffidenti le cicatrici delle antiche ferite, dicendo
loro: _noi le riportammo difendendo il nostro paese_. Così il 25
febbrajo due milioni e mezzo quasi d'Italiani avevano abbracciata la
Causa Nazionale, presti a difesa od offesa per l'emancipazione degli
altri loro fratelli.
Ed era infatti la Causa Nazionale che gli istinti avevano in quei moti
universalmente additato alle moltitudini. Italiana era la coccarda
adottata per ogni dove in onta alle preghiere d'Orioli ed altri
appartenenti più tardi al Governo. Dai primi giorni la gioventù
Bolognese aveva tentato d'invadere la Toscana; quella di Modena e Reggio
d'inoltrare su Massa. Più dopo, le Guardie Nazionali chiedevano d'esser
condotte per la via del Furlo sul Regno.
Di quel moto tutto Italiano nell'origine e nell'intento, i Capi intanto
avevano fatto un moto puramente provinciale. Sua legge naturale era
stendersi, allargare la propria base, quanto era possibile; essi
l'avevano limitata nei più angusti confini; avevano proscritto ogni
tentativo di propaganda: avevano accumulato ostacoli alla rivoluzione
invece di lavorare a spianarli. La nazionalità era l'anima dell'impresa;
ed essi avevano cercato sostegni alla rivoluzione fuori d'Italia. La
guerra coll'Austria era inevitabile; bisognava dunque preparare la
vittoria; ed essi avevano dichiarato che il trionfo della rivoluzione
consisteva nel conservarsi pacifici; che la pace non era solamente
possibile, ma probabile e quasi certa; e che in conseguenza era
necessario astenersi da ogni dimostrazione tendente a turbarla. La
rivoluzione s'incamminava necessariamente, per natura d'elementi e per
condizioni speciali delle terre insorte, a repubblica: i Governi non
potevano esserle favorevoli: urgeva cercarle alleati in elementi
omogenei, nei popoli; ora, solo pegno d'alleanza tra i popoli sono le
dichiarazioni di principî, ed essi non ne avevano fatta alcuna; avevano
calcolato sull'ajuto dei re, e prostrato un moto di popolo appiedi della
Diplomazia. Bisognava suscitare l'azione coll'azione, l'energia
coll'energia, la fede colla fede; ed essi, deboli, tentennanti, avevano
in ogni loro atto rivelato il terrore dell'anima. Quindi la diffidenza
cresciuta in seno ai paesi insorti, lo sconforto nell'altre provincie
d'Italia, le delusioni diplomatiche e la ineluttabile rovina del moto.
Appoggiato unicamente sul principio del non intervento, era caduto con
esso.
Il principio del non-intervento era stato, a dir vero, proclamato
esplicitamente, solennemente, dal Governo di Francia. Già prima del moto
una memoria stesa da parecchi Italiani influenti aveva chiesto
all'ambasciatore francese in Napoli, Latour Maubourg, quale sarebbe
stata la condotta della Francia se una rivoluzione in Italia provocasse
l'intervento armato dell'Austria; e l'ambasciatore aveva scritto in
calce di proprio pugno che «La Francia avrebbe difeso la rivoluzione
purchè il nuovo Governo non assumesse forme anarchiche e riconoscesse i
principî d'ordine generalmente adottati in Europa.»
Latour Maubourg negò nel seguito quella nota; ma, consegnata nei primi
giorni del moto al Governo Provvisorio, fu veduta e attestata da un de'
suoi membri, Francesco Orioli, nel suo libro stampato nel 1834-35 in
Parigi sulla _Révolution d'Italie_. Poi Lafitte, presidente della Camera
dei Deputati, aveva il 1º dicembre 1830, proferito le seguenti parole:
«La Francia non permetterà violazione alcuna del principio del
non-intervento.... La Santa Alleanza aveva per base di soffocare
collettivamente la libertà dei popoli dovunque ne fosse sollevato lo
stendardo; il nuovo principio proclamato dalla Francia è quello di
concedere incontrastato sviluppo alla libertà ovunque essa sorga
spontanea.» Il 15 gennajo, Guizot aveva detto: «Il principio del
non-intervento è identico col principio della libertà dei popoli.» Il 22
dello stesso mese, il Ministro degli Esteri aveva dichiarato: «La Santa
Alleanza era fondata sul principio d'intervento sovvertitore
dell'indipendenza di tutti gli Stati secondarj: il principio opposto che
noi abbiamo consecrato e che faremo rispettare, assicura a tutti libertà
e indipendenza.» Il 28, le stesse cose erano state ripetute dal Duca di
Dalmazia: il 29 da Sebastiani.
Ma se i Capi del moto avevano diritto di credere che non sarebbero stati
traditi, avevano pure debito di considerare che nel 1831 una guerra tra
l'Austria e la Francia doveva risolversi in guerra generale Europea tra
i due principî dell'immobilità e del progresso per mezzo della sovranità
nazionale. E in guerra siffatta, se la Francia non aveva che trionfi da
mietere, Luigi Filippo correva rischio di perdere ogni cosa, affogato
nel moto. L'impulso rivoluzionario dato alla Francia avrebbe travolto la
monarchia nel vortice d'una guerra alla quale la natura degli elementi
chiamati in azione avrebbe impartito rapidamente il carattere d'una
crociata repubblicana; e la monarchia d'allora era debole e senza radici
di simpatia popolare in paese. La pace era dunque pegno d'esistenza alla
dinastia. Non v'era dunque che un mezzo per costringerlo ad attener le
promesse: preparare la resistenza tanto da prolungare una lotta quanto
bastasse a sommovere in Francia l'opinione; e adoprarsi a estendere il
moto per ogni dove e segnatamente in Piemonte dove l'intervento
dell'Austria è inconciliabile, come quello della Prussia nel Belgio,
colla tradizione politica della Francia. Pretender di vincere la
ripugnanza di Luigi Filippo mostrandosi deboli, era follia; e follia
illudersi a credere che il principio del non-intervento avrebbe impedito
l'innoltrarsi all'Austria. Anche a rischio di guerra, l'Austria non
poteva tollerare che di fronte a' suoi possedimenti Lombardo-Veneti si
stabilisse un Governo di libertà. Il Governo dell'insurrezione non
preparando la guerra, dava tempo all'Austria per distruggere rapidamente
la cagione di lite colla Francia e lo toglieva all'agitazione francese.
L'importanza del tempo era stata intesa così bene da Luigi Filippo che
sperando repressa l'insurrezione prima che gli si chiedesse conto delle
promesse, ei nascose per cinque giorni al Presidente del Consiglio,
Lafitte, inetto ma onesto, il dispaccio col quale l'ambasciatore
francese in Vienna annunziava l'invasione dell'Austria nell'Italia
Centrale.
E nondimeno, i Governi Provvisorî delle provincie insorte avevano
adottato l'ipotesi che l'Austria non invaderebbe, ch'essa concederebbe
alla rivoluzione d'impiantarsi stabilmente nel core d'Italia; e che
tutta la politica della rivoluzione dovea consistere nel non
somministrare motivo legittimo all'invasione. Non un atto quindi aveva
proclamato la sovranità nazionale, non uno aveva chiamato il popolo
all'armi: non uno aveva ordinato il principio d'elezione: non uno aveva
confortato ad agire l'altre provincie italiane. La paura trapelava in
ogni loro decreto. La rivoluzione v'appariva accettata anzichè
proclamata. I Governi Provvisorî di Parma e di Modena avevano dichiarato
che avendo i principi abbandonato i loro Stati senza lasciare governo
ordinato, il popolo s'era veduto nella necessità di fondarne uno nuovo.
Quel di Bologna affermava d'essersi costituito perchè la dichiarazione
di Monsignor Clarelli, prolegato, annunziando la di lui intenzione di
abbandonare interamente l'amministrazione politica della provincia, era
urgente d'evitar l'anarchia. E anche quando la rivoluzione trionfante,
secura all'interno, avea suggerito stile più ardito, quel Governo che
concentrò in sè a poco a poco la direzione generale del moto, non aveva
osato richiamarsi al diritto che vive eterno in ogni popolo, ma s'era
affaccendato a desumere la libertà di Bologna dalla tradizione locale,
dalla convenzione stretta nel 1447 tra Bologna e il Papa Nicolò V; e un
lungo, pedantesco e poco degno scritto del Presidente Vicini, in data
del 25 febbrajo[9] commentava da legulejo la tradizione. In Parma, a un
Fedeli che, scelto a capo della Guardia Nazionale, ricusava, a meno d'un
permesso della Duchessa, il Governo aveva concesso lo richiedesse e
n'era stato rimeritato da lui poco dopo con una congiura retrograda:
poi, nello stremo delle finanze, ordinava si continuassero gli stipendî
agli impiegati della Corte scacciata.
Mentre il sorgere dell'Italia Centrale aveva messo in fermento gli
spiriti in Napoli, nel Piemonte e per ogni dove tutti aspettavano con
ansia che dal centro iniziatore dell'impresa giungesse l'ispirazione del
da farsi, il decreto dell'11 febbrajo aveva freddamente annunziato che
«Bologna non avrebbe interrotte le antiche relazioni d'amicizia
coll'altre contrade, nè concederebbe la menoma violazione dei loro
territorî, sperando che in ricambio nessun intervento avrebbe luogo a
suo danno: il solo obbligo della difesa potrebbe trascinarla
all'azione.» Il Centro aveva con quell'atto rinunziato ad ogni
iniziativa, e separato la propria causa da quella d'Italia. E gli uomini
di pura ribellione, troppo numerosi tra noi, avevano, sdegnati,
abbandonato ogni pensiero d'azione altrove: la gente diplomatizzante
anche sull'orlo della sepoltura e cospiratrice all'antica aveva in quel
codardo abbandono intraveduto un grande mistero di politica calcolatrice
e aveva susurrato per ogni dove: «rimanetevi inerti; perchè, se quei
Governi non fossero _certi_ dell'ajuto francese, non agirebbero come
fanno.»
Questa illimitata fiducia, in quanto ha sembianza di calcolo o tattica,
e la diffidenza perenne dell'entusiasmo, dell'azione e della
simultaneità dell'opere, tre cose che racchiudono in sè tutta quanta la
scienza della rivoluzione, furono e sono tuttavia piaga mortale alla
Italia. Noi seguiamo, aspettiamo, studiamo gli eventi, non ci adopriamo
a crearli e padroneggiarli. Onoriamo del nome di prudenza ciò che in
sostanza non è se non mediocrità insopportabile di concetto. Lo
sconforto che i deputati lombardi avevano, nel 1821, trovato a Torino,
li aveva indotti a rinunciare all'azione: operando, avrebbero distrutto
quello sconforto.
Il Governo di Bologna, fidando unicamente nelle promesse dell'estero,
aveva rinunziato, non all'offesa soltanto, ma alla difesa. La proposta
d'ordinare una milizia era stata rigettata. Le fortificazioni d'Ancona
non erano state riattate. Il progetto di Zucchi che, giunto a Bologna,
aveva ordinato la formazione di sei reggimenti di fanteria e di due di
cavalleria era stato attraversato. L'idea, proposta più volte da
Sercognani, d'una decisiva impresa su Roma, dove il 12 febbrajo s'erano
mostrati sintomi d'insurrezione, era sempre stata respinta. Nè il
ministro Armandi[10] nè altri aveva saputo intendere l'importanza d'una
bandiera di Patria sventolante dal Campidoglio. Il mormorare de' giovani
era stato acquetato da promesse continue, non attese mai: il linguaggio
severo della stampa, represso da un editto del 12 febbrajo «minacciante
condanna finanziaria o di prigione ai venditori di scritti capaci di
nuocere alle relazioni di pace e amicizia esistenti coi Governi
stranieri.»
E, conseguenza inevitabile del codardo operare, il meschino Governo era
stato abbandonato, tradito da tutti. Al conte Bianchetti, mandato a
Firenze a interrogare gli ambasciatori di Francia e d'Austria, il
Governo Francese non aveva pur degnato rispondere, e corrispondeva
amichevolmente col Papa. Il conte di Saint'Aulaire, inviato di Francia a
Roma nel marzo, aveva evitato la via di Bologna sfuggendo ad ogni
contatto col Governo Provvisorio. L'Austria aveva, aggiungendo l'ironia
all'oltraggio, dichiarato che avrebbe invaso Modena e Parma, ma soltanto
in virtù di non so qual patto di riversione, e Bologna, purchè si
mantenesse saggia, sarebbe stata rispettata. La invasione di Parma,
Modena e Reggio aveva avuto luogo: e il 6 marzo il Governo Provvisorio
aveva detto: «le cose dei Modenesi non sono le nostre; il non intervento
è legge per noi come pei nostri vicini; e nessuno di noi dove
immischiarsi nella contesa degli Stati finitimi;» aveva decretato che
«quanti _stranieri_ si fossero presentati alle frontiere, si
disarmassero e s'internassero;» e i 700 _stranieri_ modenesi, guidati
dal Zucchi, avevano dovuto traversare Bologna in sembianza di
prigionieri. L'occupazione di Ferrara aveva tenuto dietro a quella di
Modena e Parma: Ferrara era parte delle Provincie Unite e aveva sette
deputati in Bologna, e nondimeno il governo aveva annunciato, l'8 marzo,
il fatto senza commento; il _Precursore_, organo governativo, aveva il
12 sostenuto la tesi che il principio del non-intervento non era
violato, dacchè i trattati di Vienna concedevano all'Austria diritto di
guarnigione in Ferrara: due inviati del Governo, Conti e Brunetti,
avevano riportato da Ferrara assicurazione verbale di Bentheim che gli
Austriaci non si sarebbero inoltrati. Una reggenza pontificia s'era
istituita intanto in Ferrara; e il Governo Bolognese aveva sostenuto che
tra le operazioni papali e le austriache non era vincolo necessario. Gli
Austriaci s'erano presentati alle porte di Bologna il 20; il Governo
aveva intimato stessero tutti quieti, la Guardia Nazionale mantenesse
l'ordine, _solo suo intento_; e s'era ritirato in Ancona, dove il 25
marzo, due soli giorni dopo eletto un triumvirato e abdicato quindi ogni
potere, aveva capitolato col cardinale Benvenuti, chiedendo amnistia:
firmati tutti, fuorchè Carlo Pepoli ch'era assente[11]. I patti della
Capitolazione erano stati, come di ragione, violati, annullati il 5
aprile dal Papa. Gli editti del 14 e del 30 condannavano capi, complici,
sostenitori. E dacchè i Governi insultano sempre ai caduti, il 23 giugno
Luigi Filippo annunziava nel suo discorso alle Camere ch'egli aveva
ottenuto dal Papa piena amnistia per gli insorti. E il 9 luglio una
circolare fatta pubblica dalla Francia, dalla Prussia, dal Piemonte e
dall'Inghilterra, chiamava altamente colpevoli gli insorti e il loro
Governo. Intanto i padroni _legittimi_ degli Italiani violavano la
libertà dei mari, catturando la nave che portava in esilio Zucchi e da
circa settanta insorti e conducevali nelle prigioni di Venezia; e
pubblicavano decreti come il seguente: «qualunque volta, in virtù _di
denunzie_ o _testimonianze segrete_ (gli autori delle quali non verranno
mai compromessi da confronti o altrimenti) noi otterremo certezza
_morale_ di un delitto commesso, noi, invece d'esporre l'individuo
rivelatore, ci contenteremo di condannare, per misura di polizia, il
colpevole a un castigo straordinario, più mite dell'ordinario, ma _al
quale sarà sempre aggiunta la pena dell'esilio_.» Editto del duca di
Modena dell'8 aprile 1832.»
Così gl'infausti moti del 1820, del 1821, del 1831, m'insegnavano gli
errori che bisognava a ogni patto evitare. I più, confondendo individui
e cose, traevano, dal mal esito, cagione di profondo sconforto. Per me,
non ne esciva se non il convincimento che il _successo era un problema
di direzione_ e non altro. Il biasimo meritato dagli uomini che avevano
diretto ricadeva, dicevano, sul paese: il solo fatto dell'essere essi e
non altri saliti al potere, rappresentava per tutti quasi un vizio
inerente alle condizioni d'Italia: la media, per così dire, della
potenza rivoluzionaria italiana. Io non vedeva in quella scelta se non
un errore di logica capace di rimedio. Ed era quello, prevalente anche
oggi pur troppo, di _fidare la scelta dei capi delle insurrezioni a quei
che non le hanno operate_. In virtù d'un senso di legalità buono in sè,
ma spinto oltre i termini del dovere; per un timore, onorevole
nell'origine ma esagerato e improvvido, di soggiacere all'accusa di
anarchia o d'ambizione; per un'abitudine tradizionale di fiducia, giusta
solamente in condizioni normali, negli uomini provetti d'anni e di nome
più o meno illustre nelle loro località; finalmente per una assoluta
inesperienza della natura e dello sviluppo dei grandi fatti
rivoluzionarî, il popolo e la gioventù avevano ceduto sempre il diritto
di dirigere ai primi che, con un'apparenza di legalità, si erano
presentati ad esercitarlo. La cospirazione e la rivoluzione erano state
sempre rappresentate da due ordini diversi d'uomini: gli uni messi da
banda dopo d'avere rovesciato gli ostacoli, gli altri sottentrati il dì
dopo a dirigere lo sviluppo d'una idea che non era la loro, d'un disegno
che non avevano maturato, d'un'impresa della quale non avevano studiato
mai le difficoltà o gli elementi e colla quale non si erano, nè per
sacrificio nè per entusiasmo, immedesimati. Quindi l'andamento del moto
trasformato in un subito. Così, nel 1821, in Piemonte, lo sviluppo del
concetto rivoluzionario era stato affidato ad uomini i quali, come Dal
Pozzo[12], Villamarina, Gubernatis, erano rimasti stranieri alla
cospirazione. Così in Bologna s'erano accettati a membri del governo
provvisorio uomini approvati dal governo stesso che si rovesciava: il
loro titolo era un editto di monsignore Paracciani Clarelli. Così
generalmente, i consigli d'amministrazione comunale, assunto il nome di
consessi civici, s'erano dichiarati rappresentanti legali del popolo e
avevano eletto, senza dritto alcuno, le autorità provvisorie. Ora
predominavano in questi Consigli gli uomini di età canuta, nudriti di
vecchie idee, sospettosi della gioventù e atterriti ancora degli eccessi
della Rivoluzione Francese; il loro liberalismo era quello ch'oggi
chiamano _moderato_, fiacco, pauroso, capace d'una timida, legale
opposizione su particolari, non risalente mai a principî. E sceglievano
naturalmente uomini di tendenze affini, discendenti di vecchie famiglie,
professori, avvocati di molti clienti, diseredati dell'intelletto,
dell'entusiasmo, dell'energia che compiono le rivoluzioni. I giovani,
fidenti, inesperti, cedevano: dimenticavano l'immensa diversità che
corre tra i bisogni d'un popolo servo e d'un popolo libero e che
difficilmente gli uomini, i quali rappresentarono gli interessi
individuali o municipali del primo sono atti a rappresentare gli
interessi politici o nazionali dell'ultimo.
Per riflessioni siffatte, deliberai finalmente di seguire l'istinto mio
e fondai la GIOVINE ITALIA, dandole per base il seguente Statuto
ISTRUZIONE GENERALE PER GLI AFFRATELLATI
NELLA
GIOVINE ITALIA
LIBERTÀ. EGUAGLIANZA. UMANITÀ.
_INDIPENDENZA._ _UNITÀ._
§ 1.º
La _Giovine Italia_ è la fratellanza degli Italiani credenti in una
legge di _Progresso_ e di _Dovere_; i quali, convinti che l'Italia è
chiamata ad esser Nazione--che può con forze proprie crearsi tale--che
il mal esito dei tentativi passati spetta, non alla debolezza, ma alla
pessima direzione degli elementi rivoluzionarî--che il segreto della
potenza è nella costanza e nell'unità degli sforzi--consacrano, uniti in
associazione, il pensiero e l'azione al grande intento di restituire
l'Italia in Nazione di liberi ed eguali, _Una_, _Indipendente_,
_Sovrana_.
§ 2.º
L'Italia comprende: 1.º L'Italia continentale e peninsulare fra il mare
al sud, il cerchio superiore dell'Alpi al nord, le bocche del Varo
all'ovest, e Trieste all'est; 2.º le isole dichiarate italiane dalla
favella degli abitanti nativi e destinate ad entrare, con
un'organizzazione amministrativa speciale, nell'unità politica italiana.
La Nazione è l'universalità degli Italiani affratellati in un patto e
viventi sotto una legge comune.
§ 3.º
_Basi dell'Associazione._
Quanto più l'intento d'un'associazione è determinato, chiaro, preciso,
tanto più i suoi lavori procederanno spediti, securi, efficaci.--La
forza d'una associazione è riposta, non nella cifra numerica degli
elementi che la compongono, ma nella omogeneità di questi elementi,
nella perfetta concordia dei membri circa la via da seguirsi, nella
certezza che il dì dell'azione li troverà compatti e serrati in falange,
forti di fiducia reciproca, stretti in unità di volere intorno alla
bandiera comune. Le associazioni che accolgono elementi eterogenei e
mancano di programma possono durare apparentemente concordi per l'opera
di distruzione, ma devono infallibilmente trovarsi il dì dopo impotenti
a dirigere il movimento, e minate dalla discordia tanto più pericolosa,
quanto più i tempi richiedono allora unità di scopo e di azione.
Un principio implica un metodo; in altri termini: quale il fine, tali i
mezzi. Finchè il vero e pratico scopo d'una rivoluzione si rimarrà
segreto ed incerto, incerta pure rimarrà la scelta dei mezzi atti a
promoverla e consolidarla. La rivoluzione procederà oscillante nel suo
cammino, quindi debole e senza fede. La storia del passato lo insegna.
Qualunque, individuo o associazione, si colloca iniziatore d'un
mutamento nella nazione, deve sapere a che tende il mutamento ch'ei
provoca. Qualunque presume chiamare il popolo all'armi, deve potergli
dire il perchè. Qualunque imprende un'opera rigeneratrice, deve avere
una credenza: s'ei non l'ha, è fautore di torbidi e nulla più: promotore
d'un'anarchia alla quale ei non ha modo d'imporre rimedî e termine. Nè
il popolo si leva mai per combattere quand'egli ignora il premio della
vittoria.
Per queste ragioni, la _Giovine Italia_ dichiara senza reticenza ai suoi
fratelli di patria il programma in nome del quale essa intende
combattere. Associazione tendente anzi tutto a uno scopo d'insurrezione,
ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno, essa
espone i principî pe' quali l'educazione nazionale deve avverarsi, e dai
quali soltanto l'Italia può sperare salute e rigenerazione. Predicando
esclusivamente ciò ch'essa crede verità, l'associazione compie un'opera
di dovere e non d'usurpazione. Preponendo al fatto la via ch'essa crede
doversi tenere dagli Italiani per raggiunger lo scopo; inalzando davanti
all'Italia una bandiera e chiamando ad organizzarsi tutti coloro che la
stimano sola rigeneratrice, essa non sostituisce questa bandiera a
quella della Nazione futura. La Nazione libera e nel pieno esercizio
della sovranità, che spetta a lei sola, darà giudizio inappellabile e
venerato intorno al principio, alla bandiera e alla legge fondamentale
della propria esistenza.
La _Giovine Italia_ è repubblicana e unitaria.
_Repubblicana:_--perchè, teoricamente, tutti gli uomini d'una Nazione
sono chiamati, per la legge di Dio e dell'umanità, ad esser liberi,
eguali, e fratelli; e l'istituzione repubblicana è la sola che assicuri
questo avvenire,--perchè la sovranità risiede essenzialmente nella
nazione, sola interprete progressiva e continua della legge morale
suprema,--perchè, dovunque il privilegio è costituito a sommo
dell'edificio sociale, vizia l'eguaglianza dei cittadini, tende a
diramarsi per le membra, e minaccia la libertà del paese,--perchè
dovunque la sovranità è riconosciuta esistente in più poteri distinti, è
aperta una via alle usurpazioni, la lotta riesce inevitabile tra questi
poteri, e all'armonia, ch'è legge di vita alla società, sottentra
necessariamente la diffidenza e l'ostilità organizzata--perchè
l'elemento monarchico, non potendo mantenersi a fronte dell'elemento
popolare, trascina la necessità d'un elemento intermediario
d'aristocrazia, sorgente d'ineguaglianza e di corruzione all'intera
nazione--perchè, dalla natura delle cose e dalla storia è provato, che
la monarchia elettiva tende a generar l'anarchia, la monarchia
ereditaria a generare il dispotismo--perchè, dove la monarchia non
s'appoggia, come nel medio-evo, sulla credenza, oggi distrutta, del
diritto divino, riesce vincolo mal fermo d'unità e d'autorità nello
Stato--perchè la serie progressiva dei mutamenti europei guida
inevitabilmente le società allo stabilimento del principio repubblicano,
e l'inaugurazione del principio monarchico in Italia trascinerebbe la
necessità d'un'altra rivoluzione tra non molti anni.
_Repubblicana_--perchè, praticamente, l'Italia non ha elementi di
monarchia: non aristocrazia venerata e potente che possa piantarsi fra
il trono e la nazione: non dinastia di principi italiani che comandi per
lunghe glorie e importanti servizî resi allo sviluppo della nazione, gli
affetti o le simpatie di tutti gli Stati che la compongono--perchè la
tradizione italiana è tutta repubblicana: repubblicane le grandi
memorie: repubblicano il progresso della nazione e la monarchia
s'introdusse quando cominciava la nostra rovina e la consumò: fu serva
continuamente dello straniero, nemica al popolo, e all'unità
nazionale--perchè le popolazioni dei diversi Stati italiani, che si
unirebbero, senza offesa alle ambizioni locali, in un principio, non si
sottometterebbero facilmente ad un Uomo, escito dall'un degli Stati, e
le molte pretese trascinerebbero il Federalismo--perchè il principio
monarchico messo a scopo dell'insurrezione italiana trascinando con sè
per forza di logica tutte le necessità del sistema monarchico,
concessioni alle corti straniere, rispetto alla diplomazia e fiducia in
essa, e repressione dell'elemento popolare, unico potente a salvarci, e
autorità fidata ad uomini regî interessati a tradirci, rovinerebbe
infallibilmente l'insurrezione--perchè il carattere assunto
successivamente dai moti tentati in Italia insegna l'attuale tendenza
repubblicana--perchè a sommovere un intero popolo è necessario uno scopo
che gli parli direttamente, e intelligibilmente, di diritti e vantaggi
_suoi_--perchè, destinati ad avere i governi contrarî tutti per sistema
e terrore all'opera della nostra rigenerazione, ci è forza, per non
rimanere soli nell'arena, di chiamarvi con noi i popoli levando in alto
una bandiera di popolo e invocandoli a nome di quel principio che domina
in oggi tutte le manifestazioni rivoluzionarie d'Europa.
La _Giovine Italia è Unitaria_--perchè senza Unità non v'è veramente
Nazione--perchè senza Unità non v'è forza, e l'Italia, circondata da
nazioni unitarie, potenti e gelose, ha bisogno anzi tutto d'essere
forte--perchè il Federalismo, condannandola all'impotenza della
Svizzera, la porrebbe sotto l'influenza necessaria d'una o d'altra delle
nazioni vicine--perchè il Federalismo ridando vita alle rivalità locali,
oggimai spente, spingerebbe l'Italia a retrocedere verso il
medio-evo--perchè il Federalismo, smembrando in molte piccole sfere la
grande sfera nazionale, cederebbe il campo alle piccole ambizioni e
diverrebbe sorgente d'aristocrazia--perchè, distruggendo l'unità della
grande famiglia italiana, il Federalismo distruggerebbe dalle radici la
missione che l'Italia è destinata a compiere nell'Umanità--perchè la
serie progressiva dei mutamenti europei guida inevitabilmente le società
europee a costituirsi in vaste masse unitarie--perchè tutto quanto il
lavoro interno dell'incivilimento italiano tende da secoli, per chi sa
studiarlo, alla formazione dell'Unità--perchè tutte le objezioni fatte
al sistema unitario si riducono ad objezioni contro un sistema di
concentrazione e di dispotismo amministrativo che nulla ha di comune
coll'Unità.--La _Giovine Italia_ non intende che l'Unità nazionale
implichi _dispotismo_, ma concordia e associazione di tutti.--La vita
inerente alle località dev'esser libera e sacra. L'organizzazione
_amministrativa_ dev'esser fatta su larghe basi, e rispettare
religiosamente le libertà di comune; ma l'organizzazione _politica_
destinata a rappresentar la Nazione in Europa dev'essere una e centrale.
Senza unità di credenza e di patto sociale, senza unità di legislazione
politica, civile e penale, senza unità di educazione e di
rappresentanza, non v'è Nazione.
Su queste basi e sulle loro conseguenze dirette esposte negli scritti
dall'associazione, la _Giovine Italia_ è credente, e non accoglie ne'
suoi ranghi se non chi le accetta. Sulle applicazioni minori, e nelle
molte questioni secondarie di organizzazione politica da proporsi, essa
lavora e lavorerà: ammette ed esamina le divergenze, e invita i membri
dell'associazione a occuparsene. L'associazione pubblicherà via via
scritti appositi su ciascuna delle basi accennate e sulle principali
questioni che ne derivano, esaminate dall'alto della legge di Progresso
che regola la vita dell'Umanità e della Tradizione Nazionale Italiana.
I principî generali della _Giovine Italia_ comuni agli uomini di tutte
le nazioni, e gli accennati fin qui sulla nazione italiana in
particolare, verranno predicati, svolti, e tradotti popolarmente dagli
iniziatori agli iniziati, e dagli iniziati, quanto più possono,
all'universalità degli Italiani.
Iniziati e iniziatori non dimenticheranno mai che le applicazioni morali
di principî siffatti sono le prime e le più essenziali--che senza
moralità non v'è cittadino--che il principio d'una santa impresa è la
santificazione dell'anima colla virtù--che dove la condotta pratica
degli individui non è in perfetta armonia co' principî, la predicazione
de' principî è una profanazione infame e una ipocrisia--che solamente
colla virtù i fratelli nella _Giovine Italia_ potranno conquistare le
moltitudini alla loro fede--che se noi non siamo migliori d'assai di
quanti negano i nostri principî, non siamo che meschini settarî--che la
_Giovine Italia_ è non setta, o partito, ma credenza ed apostolato.
Precursori della rigenerazione italiana, noi dobbiamo posare la prima
pietra della sua religione.
§ 4.º
I mezzi de' quali la _Giovine Italia_ intende valersi per raggiunger lo
scopo sono l'Educazione e l'Insurrezione. Questi due mezzi devono usarsi
concordemente ed armonizzarsi. L'Educazione, cogli scritti,
coll'esempio, colla parola, deve conchiudere sempre alla necessità e
alla predicazione dell'insurrezione; l'insurrezione, quando potrà
realizzarsi, dovrà farsi in modo che ne risulti un principio
d'educazione nazionale. L'educazione, necessariamente segreta in Italia,
è pubblica fuori d'Italia.--I membri della _Giovine Italia_ devono
contribuire a raccogliere ed alimentare un fondo per le spese di stampa
e di diffusione.--La missione degli esuli Italiani è quella di
costituire l'apostolato. L'intelligenza indispensabile ai preparativi
dell'insurrezione è, dentro e fuori, segreta.
L'insurrezione dovrà presentare ne' suoi caratteri il programma in germe
della Nazionalità italiana futura. Dovunque l'iniziativa
dell'insurrezione avrà luogo, avrà bandiera italiana, scopo italiano,
linguaggio italiano.--Destinata a formare un Popolo, essa agirà in nome
del Popolo e si appoggerà sul Popolo, negletto finora.--Destinata a
conquistare l'Italia intera, essa dirigerà le sue mosse dietro un
principio d'invasione, d'espansione, il più possibilmente vasto ed
attivo.--Destinata a ricollocare l'Italia nell'influenza tra' popoli e
nel loro amore, essa dirigerà i suoi atti a provare loro l'identità
della causa.
Convinti che l'Italia può emanciparsi colle proprie forze--che a fondare
una Nazionalità è necessaria la coscienza di questa nazionalità, e che
questa coscienza non può aversi, ogni qual volta l'insurrezione si
compia o trionfi per mani straniere--convinta d'altra parte che
qualunque insurrezione s'appoggi sull'estero dipende dai casi
dell'estero e non ha mai certezza di vincere--la _Giovine Italia_ è
decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l'ora
e il carattere dell'insurrezione. La _Giovine Italia_ sa che l'Europa
aspetta un segnale e che, come ogni altra nazione, l'Italia può darlo.
Essa sa che il terreno è vergine ancora per l'esperimento da
tentarsi--che le insurrezioni passate non s'appoggiarono che sulle forze
di una classe sola, non mai sulle forze dell'intera nazione--che ai
venti milioni d'Italiani manca non potenza per emanciparsi, ma la fede
sola. Essa ispirerà questa fede, prima colla predicazione, poi coi
caratteri e coll'energia dell'iniziativa.
La _Giovine Italia_ distingue lo stadio dell'insurrezione dalla
rivoluzione. La rivoluzione incomincerà quando l'insurrezione avrà
vinto. Lo stadio dell'insurrezione, cioè tutto il periodo che si
stenderà dall'iniziativa alla liberazione di tutto il territorio
italiano continentale, dev'esser governato da un'autorità provvisoria,
dittatoriale, concentrata in un piccol numero d'uomini. Libero il
territorio, tutti i poteri devono sparire davanti al Concilio Nazionale,
unica sorgente di autorità nello Stato.
La guerra d'insurrezione per bande è la guerra di tutte le Nazioni che
s'emancipano da un conquistatore straniero. Essa supplisce alla
mancanza, inevitabile sui principî delle insurrezioni, degli eserciti
regolari--chiama il maggior numero d'elementi sull'arena--si nutre del
minor numero possibile d'elementi--educa militarmente tutto quanto il
popolo--consacra colla memoria de' fatti ogni tratto del terreno
patrio--apre un campo d'attività a tutte le capacità locali--costringe
il nemico a una guerra insolita--evita le conseguenze d'una
disfatta--sottrae la guerra nazionale ai casi d'un tradimento--non la
confina a una base determinata d'operazioni--è invincibile,
indestruttibile. La _Giovine Italia_ prepara dunque gli elementi a una
guerra per bande, e la provocherà, appena scoppiata l'insurrezione.
L'esercito regolare, raccolto e ordinato con sollecitudine, compirà
l'opera preparata dalla guerra d'insurrezione.
Tutti i membri della _Giovine Italia_ lavoreranno a diffondere questi
principî d'insurrezione. L'associazione li svolgerà cogli scritti, ed
esporrà, a tempo, le idee e i provvedimenti che devono governare lo
stadio dell'insurrezione.
§ 5.º
Tutti i fratelli della _Giovine Italia_ verseranno nella cassa sociale
una contribuzione mensile di 50 centesimi. Quei tra loro che potranno,
s'astringeranno nel momento della loro iniziazione all'offerta mensile
d'una somma maggiore, corrispondente alle loro facoltà.
§ 6.º
I colori della _Giovine Italia_ sono: il _bianco_, il _rosso_, il
_verde_.
La bandiera della _Giovine Italia_ porta su quei colori, scritte da un
lato le parole: _Libertà_, _Uguaglianza_, _Umanità_; dall'altro:
_Unità_, _Indipendenza_.
§ 7.º
Ogni iniziato nella _Giovine Italia_ pronunzierà davanti all'Iniziatore
la formula di promessa seguente:
Nel nome di Dio e dell'Italia,
Nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i
colpi della tirannide, straniera o domestica,
Pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m'ha posto, e ai fratelli
che Dio m'ha dati--per l'amore, innato in ogni uomo, ai luoghi dove
nacque mia madre e dove vivranno i miei figli--per l'odio, innato in
ogni uomo, al male, all'ingiustizia, all'usurpazione, all'arbitrio--pel
rossore ch'io sento in faccia ai cittadini dell'altre nazioni, del non
avere nome nè diritti di cittadino, nè bandiera di nazione, nè
patria--pel fremito dell'anima mia creata alla libertà, impotente ad
esercitarla, creata all'attività nel bene e impotente a farlo nel
silenzio e nell'isolamento della servitù--per la memoria dell'antica
potenza--per la coscienza della presente abjezione--per le lagrime delle
madri italiane pei figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio--per
la miseria dei milioni:
Io N. N.
Credente nella missione commessa da Dio all'Italia, e nel dovere che
ogni uomo nato Italiano ha di contribuire al suo adempimento;
Convinto che dove Dio ha voluto fosse Nazione, esistono le forze
necessarie a crearla--che il Popolo è depositario di quelle forze--che
nel dirigerle pel Popolo e col Popolo sta il segreto della vittoria;
Convinto che la Virtù sta nell'azione e nel sagrificio--che la potenza
sta nell'unione e nella costanza della volontà;
Do il mio nome alla _Giovine Italia_, associazione d'uomini credenti
nella stessa fede, e giuro:
Di consecrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia in
Nazione _Una_, _Indipendente_, _Libera_, _Repubblicana_;
Di promovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d'azione,
l'educazione de' miei fratelli italiani all'intento della _Giovine
Italia_, all'associazione che sola può conquistarlo, alla virtù che sola
può rendere la conquista durevole;
Di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni;
Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito
della _Giovine Italia_, da chi rappresenta con me l'unione de' miei
fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolati i
segreti;
Di soccorrere coll'opera e col consiglio a' miei fratelli
nell'associazione,
ORA E SEMPRE.
Così giuro, invocando sulla mia testa l'ira di Dio, l'abominio degli
uomini e l'infamia dello spergiuro, s'io tradissi in tutto o in parte il
mio giuramento.
* * * * *
Io giurai, primo, quello Statuto. Molti lo giurarono con me allora e
poi, i quali sono oggi cortigiani, faccendieri di consorterie
_moderate_, servi tremanti della politica di Bonaparte e calunniatori e
persecutori dei loro antichi fratelli. Io li disprezzo. Essi possono
aborrirmi, come chi ricorda loro la fede giurata e tradita; ma non
possono citare un sol _fatto_ a provare ch'io abbia mai falsato quel
giuramento. Oggi come allora io credo nella santità e nell'avvenire di
quei principî: vissi, vivo e morrò repubblicano, testimoniando sino
all'ultimo per la mia fede. S'essi mai volessero dirmi, quasi a
discolpa, ch'io pure mi adoprai negli ultimi due anni e tuttavia
m'adopro per l'Unità sotto una bandiera monarchica, io additerei loro le
linee dello Statuto che dicono: _l'Associazione non sostituisce la sua
bandiera a quella della Nazione futura: la Nazione libera. . . . . .
darà giudizio. . . . . venerato_.--Il popolo d'Italia è oggi travolto da
una illusione, che lo trascina a sostituire l'Unità materiale all'Unità
morale e alla propria rigenerazione: non io. Io piego la testa, dolente,
alla Sovranità nazionale, ma la monarchia non m'avrà impiegato nè servo;
e se la mia fede poggiasse sul Vero, dirà il futuro.
Lo Statuto risponde a ogni modo alle cento accuse che furono avventate
più tardi contro noi da libelli di spie come il De la Hodde, o di
frenetici come D'Arlincourt, e citate spesso con amore da scrittori di
parte _moderata_ che le sapevano false. Sopprimendo la condanna di
morte, minacciata da tutte le Società segrete anteriori, ai traditori
dei loro fratelli; sostituendo fin d'allora alla erronea straniera
dottrina dei _diritti_ la teorica del Dovere come fondamento dell'opere
nostre; prefiggendo ai buoni un programma definito, norma suprema sulla
quale ogni affratellato potea giudicare delle istruzioni trasmesse;
negando risolutamente la _necessità_ dell'iniziativa straniera;
dichiarando che l'Associazione, serbando segreto il lavoro tendente
all'insurrezione, svilupperebbe colla stampa i proprî principî e le
proprie idee, io separava interamente la nuova fratellanza dalle vecchie
Società segrete, dal dispotismo di capi invisibili, dalla indegna cieca
obbedienza, dal vuoto simbolismo, dalla molteplice gerarchia e da ogni
spirito di vendetta. La Giovine Italia chiudeva il periodo delle _sette_
e iniziava quello dell'_Associazione educatrice_.
Più dopo, consunto il primo periodo della nostra attività, sorsero nelle
Calabrie e in qualch'altro punto organizzazioni indipendenti dal Centro
che, assumendo il nome fatto popolare della _Giovine Italia_, coniarono,
a seconda delle abitudini del paese o delle inspirazioni personali dei
fondatori, Statuti in parte diversi dal nostro. Ma o le circostanze
vietarono ogni contatto fra noi, o insistemmo perchè accettassero le
nostre norme fondamentali. Quei che ci apponessero deviazioni siffatte
farebbero come quei che apponessero al principio repubblicano il terrore
del 1793, o al monarchico gli assassinii del 1815 nel mezzogiorno di
Francia. Ogni Partito, ogni moto nazionale ha sobbollimenti, pei quali,
presso gli onesti ragionatori, il Partito e il moto non sono
mallevadori.
Mi posi a capo della impresa perchè il concetto era mio ed era naturale
ch'io lo svolgessi, e perch'io sentiva in me potenza d'attività
infaticabile e pertinacia di volontà capaci di svolgerlo; e l'unità
della direzione mi pareva essenziale. Ma il programma era pubblico e
destinato ad essere l'anima dell'Associazione. Io non poteva deviarne
menomamente senza che gli affratellati sorgessero a rinfacciarmelo. Poi,
io ero circondato d'uomini i quali m'erano amici, e usavano liberamente
dei diritti dell'amicizia, e accessibile a tutti e in tutte le ore. Era
in sostanza un lavoro collettivo fraterno nel quale chi dirigeva
s'assumeva più ch'altro il privilegio d'incorrere il biasimo, le
opposizioni e la persecuzione per tutti.
Fermo nell'idea d'iniziare la doppia nostra missione segreta e pubblica,
insurrezionale ed educatrice, mentr'io dava opera assidua, come dirò
poi, all'impianto dei Comitati dell'Associazione in Italia, m'affrettai
a stampare il manifesto della GIOVINE ITALIA, _raccolta di scritti
intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell'Italia,
tendente alla sua rigenerazione_. Noi non avevamo mezzi pecuniarî. Io
andava economizzando quanto più poteva sul trimestre che mi veniva dalla
famiglia: i miei amici erano tutti esuli e dissestati in finanza. Ma ci
avventurammo, fidando nell'avvenire e nelle sottoscrizioni volontarie
che dovevano venirci se i nostri principî tornavano accetti. Il
Manifesto escì sul finire, a quanto ricordo, del 1831. Gli tenne dietro
di poco, nel 1832, il primo fascicolo.
MANIFESTO
DELLA
GIOVINE ITALIA
Se un Giornale a noi Italiani esuli raminghi, e sbattuti dalla fortuna
fra gente straniera, senza conforto fuorchè di speranza, senza pascolo
all'anima fuorchè d'ira e dolore, non dovesse riuscire che sfogo
sterile, noi taceremmo. Fra noi, finora, s'è speso anche troppo tempo in
parole: poco in opere; e se non guardassimo che a' suggerimenti
dell'indole propria, il silenzio ci parrebbe degna risposta alle accuse
non meditate, e alla prepotenza de' nostri destini; il silenzio che
freme e sollecita l'ora della giustificazione solenne; ma guardando alle
condizioni presenti, e al voto, che i nostri fratelli ci manifestano,
noi sentiamo la necessità di rinnegare ogni tendenza individuale a
fronte del vantaggio comune: noi sentiamo urgente il bisogno di alzare
una voce libera, franca e severa che parli la parola della verità ai
nostri concittadini, e ai popoli che contemplano la nostra sventura.
Le grandi rivoluzioni si compiono più coi principî, che colle bajonette:
dapprima nell'ordine morale, poi nel materiale. Le bajonette non valgono
se non quando rivendicano, o tutelano un diritto: e diritti e doveri
nella società emergono tutti da una coscienza profonda, radicata nei
più: la cieca forza può generare vittime e martiri e trionfatori; ma il
trionfo, collochi la sua corona sulla testa d'un re o d'un tribuno,
quand'osta al volere dei più, rovina pur sempre in tirannide.
I soli principî, diffusi e propagati per via di sviluppo intellettuale
nell'anime, manifestano nei popoli il diritto alla libertà, e creandone
il bisogno, danno vigore e giustizia di legge alla forza. Quindi
l'urgenza dell'istruzione.
La verità è una sola. I principî che la compongono sono pochi: enunciati
per la più parte. Bensì le applicazioni, le deduzioni, le conseguenze
de' principî sono molteplici; nè intelletto umano può afferrarle tutte
ad un tratto, nè afferrate, comprenderle intelligibili e coordinate, in
un quadro limitato e assoluto. I potenti d'ingegno e di core cacciano i
semi d'un grado di progresso nel mondo; ma non fruttano che per lavoro
di molti uomini ed anni. La umanità non si educa a slanci; ma per via
d'applicazioni lunghe e minute, scendendo a particolari e paragonando
fatti e cagioni, impara le sue credenze. Un Giornale, opera successiva,
progressiva e vasta di proporzioni, opera di molti che convengono a un
fine determinato, opera, che non rifiuta alcun fatto, bensì li segue
nell'ordine del tempo e li afferra, e ne trae, svolgendoli per ogni
lato, l'azione de' principî immutabili delle cose, sembra il genere più
efficace e più popolare d'insegnamento, che convenga alla moltiplicità
degli eventi, e alla impazienza dei nostri tempi.
In Italia come in ogni paese che aspira a ricrearsi v'è un urto di
elementi diversi, di passioni che assumono forme varie, d'affetti
tendenti in sostanza a uno stesso fine, ma con modificazioni presso che
all'infinito. Molti, anime alteramente sdegnose, abborrono lo straniero,
e gridano libertà soltanto perchè lo straniero la vieta. Ad altri la
idea della riunione d'Italia sorride unica, nè ad essi increscerebbe il
concentrarne le membra sotto l'impero d'una volontà forte, foss'anche di
tiranno cittadino, o straniero. Alcuni paurosi delle grandi scosse, e
diffidando di potere senza lunghi travagli soffocare ad un tratto tutti
quanti gl'interessi privati e le gare di provincia a provincia, si
arretrano davanti al grido d'unione assoluta, e accetterebbero una
divisione che minorasse non foss'altro il numero delle parti. Pochi
intendono, o pajono intendere la necessità prepotente, che contende il
progresso vero all'Italia, se i tentativi non s'avviino sulle tre basi
inseparabili dell'Indipendenza, della Unità, della Libertà. Pur questi
pochi aumentano ogni dì più, e assorbiranno rapidamente tutte l'altre
opinioni. L'abborrimento al Tedesco, la smania di scuotere il giogo, e
il furore di Patria sono passioni universalmente diffuse, e le
transazioni, che la paura, e i falsi calcoli diplomatici vorrebbero
persuaderci, sfumeranno davanti alla maestà del voto nazionale. Però la
questione sotto questo aspetto vive e s'agita fra l'ardire generoso che
tenta il moto, e la tirannide che fa l'ultime prove e le più tremende.
Non così sui mezzi, pei quali può conseguirsi l'intento, e tramutarsi la
insurrezione in vittoria stabile ed efficace. Una classe di uomini
influenti per autorità e per ingegno civile contende doversi procedere
nella rivoluzione colle cautele diplomatiche, anzichè colla energia
della fede, e d'una irrevocabile determinazione. Ammettono i principî,
rifiutano le conseguenze; deplorano i mali estremi, e proscrivono gli
estremi rimedî: vorrebbero condurre i popoli alla libertà coll'arti, non
colla ferocia della tirannide. Nati, cresciuti, educati a' tempi, nei
quali la coscienza degli uomini liberi era in Italia privilegio di
pochi, diffidano della potenza d'un popolo che sorge a rivendicare
gloria, diritti, esistenza; diffidano dell'entusiasmo, diffidano d'ogni
cosa, fuorchè dei calcoli de' gabinetti che ci hanno mille volte
venduti, e dell'armi straniere che ci hanno mille volte traditi. Non
sanno che gli elementi d'una rigenerazione fermentano in Italia da mezzo
secolo, e ch'oggi il desiderio del meglio è fremito di moltitudini. Non
sanno che un popolo schiavo da molti secoli non si rigenera se non colla
virtù, o colla morte. Non sanno che ventisei milioni d'uomini, forti di
giustizia, e di una volontà ferma, sono invincibili. Diffidano della
possibilità di riunirli tutti ad un solo voto; ma essi, tentarono forse
l'impresa? Si mostrarono decisi a sotterrarsi per essa? Bandirono la
crociata italiana? Insegnarono al popolo che non v'era se non una via di
salute; che il moto operato per esso dovea sostenersi da esso; che la
guerra era inevitabile, disperata, senza tregua fuorchè nel sepolcro, o
nella vittoria? No: ristettero quasi attoniti della grandezza
dell'opera, o camminarono tentennando, come se la via gloriosa che essi
calcavano fosse via d'illegalità, o di delitto. Illusero il popolo a
sperare nell'osservanza di principî ch'essi traevano dagli archivi de'
congressi o da' gabinetti: addormentarono l'anime bollenti, che
anelavano il sacrificio fecondo, nella fede degli ajuti stranieri:
consumarono nella inerzia, o in discussioni di leggi che non sapevano
come difendere, un tempo che doveva consecrarsi tutto a fatti magnanimi,
e all'armi. Poi, quando delusi nei loro calcoli, traditi dalla
diplomazia, col nemico alle porte, colla paura nel core, non videro che
una via d'ammenda generosa all'errore, la morte su' loro scanni,
rinnegarono anche quella, e fuggirono. Ora negano la fede nella nazione,
mentr'essi non tentarono mai suscitarla coll'esempio: deridono
l'entusiasmo, ch'essi hanno spento coll'incertezza e colla codardia. Sia
pace ad essi però che non traviarono per tristo animo; ma dovevano essi
assumere il freno d'una intrapresa, che non s'attentavano neppure di
concepire nella sua vasta unità?
Ma nelle rivoluzioni ogni errore è gradino alla verità. Gli ultimi fatti
hanno ammaestrato la crescente generazione più che non farebbero volumi
di teoriche, e noi lo affermiamo, coi moti Italiani del 1831, s'è
consumato il divorzio tra la Giovine Italia e gli uomini del passato.
Forse a convincere gl'Italiani, che Dio e la fortuna stanno coi forti e
che la vittoria sta sulla punta della spada, non nelle astuzie de'
protocolli, si volea quest'ultimo esempio, dove la fede giurata sui
cadaveri di sette mila cittadini fu convertita in patto d'infamia e di
delusione. Forse a insegnare che un popolo non deve aspettare libertà da
gente straniera, non bastava la vicenda di dieci secoli, nè il grido dei
padri caduti maledicendo: e si voleva lo spergiuro d'uomini liberi
insorti sei mesi prima contro ad uno spergiuro, poi l'esilio, le
persecuzioni, e lo scherno. Ora, l'Italia del XIX secolo sa che la unità
dell'impresa è condizione senza la quale non è via di salute: che una
rivoluzione è una dichiarazione di guerra a morte fra due principî: che
i destini dell'Italia hanno a decidersi sulle pianure Lombarde, e la
pace a fermarsi oltre l'Alpi: che non si combatte, nè si vince senza le
moltitudini, e che il segreto per concitarle sta nelle mani degli uomini
che sanno combattere e vincere alla loro testa: che a cose nuove si
richiedono uomini nuovi, non sottomessi all'impero di vecchie abitudini
o di antichi sistemi, vergini d'anima e d'interessi, potenti d'ira e
d'amore, e immedesimati in una idea: che il segreto della potenza sta
nella fede, la virtù
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