L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto
by F. T. Marinetti · Italian · Gutenberg #29035 · 520,928 chars · public domain (US)
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Title: L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto
Author: F. T. Marinetti
Release date: June 4, 2009 [eBook #29035]
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/29035
Credits: Produced by Carlo Traverso, Emanuela Piasentini and the
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L'ALCÒVA D'ACCIAIO
F. T. MARINETTI
L'ALCÒVA
D'ACCIAIO
ROMANZO VISSUTO
NONO MIGLIAIO
CASA EDITRICE VITAGLIANO--MILANO
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati.
Copyright by C. E. Vitagliano Aprile 1921
15-4-1921-5
Tip.-Lit. A GORLINI--Milano.
I.
L'OFFENSIVA DELL'AMORE
La sera del primo giugno 1918 nella baracca dei bombardieri piantata
spavaldamente a sghimbescio sopra una cresta montana di Val d'Astico, si
mangiava e beveva allegramente. Le lunghe lunghe forchette rosse del
tramonto s'intrecciavano con le nostre, arrotolando gli spaghetti
sanguigni e fumanti. Una ventina di ufficiali, tenenti, capitani,
colonnello Squilloni giocondo e pettoruto a capo-tavola. Fame da
bombardieri dopo una giornata di lavoro duro. Silenzio religioso di
bocche che masticano preghiere succolente. Teste chine sui piatti. Ma i
più giovani non amano le pause, e vogliono ridere, agire. Sanno la mia
fantasia feconda in beffe e mi eccitano con occhiate. C'è troppo
silenzio a tavola, e il buon dottore è troppo gravemente assorto nel
rito della pasta asciutta.
Con quattro bocconi io placo il mio stomaco poi mi alzo e brandendo una
forchettata di spaghetti, dico ad alta voce:
--Per non impantanare la nostra sensibilità, spostamento di due posti a
destra, march!
Poi tirando su alla meglio piatti, bicchiere, pane, coltello, spingo
brutalmente il mio compagno di destra, che a malincuore cede, tira su
tutto anche lui e spinge a destra. I giovani, pronti, eseguiscono
l'esercizio, ma il dottore sbuffa, brontola, grida. Lo sollevano di
peso. Il piatto di maccheroni gli si rovescia sulla giubba. Crollo di
bicchieri Inondazione di vino. Risate, urli, schiamazzo. Tutti spingono
il dottore, lo pigiano come l'uva. Schizzano le sue urla.
Dominando il tumulto, io comando:
--Spostamento riuscito! Tutti seduti! Ma guai, guai a chi lascia ancora
impantanare la propria sensibilità!... E tu, caro dottore, non
dimenticare che la più alta e preziosa delle virtù è l'elasticità. Come
potresti, senza elasticità, curare un bubbone, un callo, una sifilide,
una otite, o il rammollimento di certi superiori? Con elasticità,
abbiamo abbandonato il Carso dopo Caporetto, abbiamo riso mentre il
cuore piangeva nella ritirata. Come potremmo, senza elasticità,
schiacciare il passatismo austro-ungarico, rinnovare integralmente
l'Italia dopo la vittoria? T'impongo, caro dottore, d'interrompere con
elasticità futurista la tua spanciata passatista!
Tutti ridono. Il dottore mi guarda spaventato. Minacciandolo
burlescamente, impongo:
--Per non impantanare la nostra sensibilità, piatti e bicchieri nelle
mani! Giro totale della tavola, in corteo!
Il frastuono diventa infernale. Urti, scossoni, «Basta!» «Finiamola!»
pugni, capitomboli, «Accidenti!». Vortice rullio e beccheggio. Ma i
giovani sono tenaci e con forza imprimono alla ressa un giro tumultuoso
intorno alla tavola. Piace molto al colonnello il gioco bizzarro.
Soltanto il dottore non si diverte. Dov'è, il dottore? Dov'è? Tutti lo
cercano. E' fuggito sulla terrazza col suo piatto di pasta asciutta.
Fuori, fuori all'assalto! e si finisce il pranzo alla rinfusa, sbandati,
con grande scrosciar di risate nella risata fulva del Tramonto, tutto
nuvole di cristallo incandescente, bottiglie spumeggianti d'oro, cirri
di porcellana viola affastellati, luminoso banchetto aereo sospeso a
picco sulla pianura veneta crepuscolare.
I miei amici cantavano intorno al dottore l'inno della burla futurista:
_Irò irò irò pic pic
Irò irò irò pac pac
Maa--gaa--laa
Maa--gaa--laa
RANRAN ZAAAF_
Uccidevano così le nostalgie.
Alla vigilia di una grande offensiva nemica i combattenti italiani
dovevano spesso subire una ben più pericolosa offensiva; l'offensiva dei
Ricordi Amorosi. La sentivamo accanirsi sopra di noi e in noi, nel
nostro cuore e sulle labbra--quella sera fra gli agili ventagli di
piume rosate del cielo e i fiumi interni del nostro sangue felice. Ero
seduto col colonnello Squilloni, il capitano Melodia, il tenente Bosca e
il mio attendente Ghiandusso, sull'orlo a picco della alta montagna
scoscesa.
Muti in ascolto sorseggiavamo la sera dolce fresca mordente come certe
bevande arabe impreziosite e profumate di spezie e di fiori. Guardavamo
le città dell'immensa pianura veneta. Sentivamo laggiù Milano. A
quell'ora la ribollente città lombarda, dopo il lavoro curvo accanito,
accendeva tutti i suoi lumi azzurri guardando e bevendo con tutte le sue
finestre l'ossessionante linea curva del Fronte.
Le sue 800.000 anime buttavano via sul selciato i corpi affranti gretti
e rapaci per salire in alto e vedere, vedere. Su, su, a grandi grappoli
colorati, salivano le anime come palloncini sfuggiti alle mani dei
bimbi. Finalmente potevano immaginare, forse vedere ciò che i fratelli,
i padri, gli sposi, gli amanti facevano, combattevano, soffrivano
laggiù.
Io parlavo a Zazà, la mia cagnetta di guerra, fulva grassotta agile e
intelligentissima bastarda, nata sul Piave da una foxterrier purissima e
da un cane randagio. Una di quelle lunghe tenerissime conversazioni
astratte, piene di una filosofia indulgente tra due animali di sesso
diverso uno dei quali dimentica volentieri il suo genio per essere
semplicemente un cane. Mi sentivo cane per la mia fedeltà generosamente
data, prodigata, al nome radioso dell'Italia che dal Cengio vedevamo in
tutta la sua bella nudità dormente coricata fra i mari il cui respiro
salato ci veniva a quando a quando sulle labbra colla brezza.
I miei amici sgranavano confidenze a mezza voce e ricordi amorosi. Io
pensavo al mio probabile passaggio nelle automitragliatrici blindate e
sognavo una bella velocissima blindata per inseguire gli austriaci che
dovevano fra poco sferrare la loro grande offensiva. Il mio ottimismo
era più che mai convinto della vittoria finale. L'idea della morte non
preoccupava nessuno.
Il capitano Melodia, viso asciutto e tagliente, occhi furbi, languidi di
ricco signore romano, ufficiale di cavalleria, volontariamente passato
nei bombardieri per amore del pericolo e per onorare il padre senatore.
Anima vivacissima piena di allegre pazzie e di buffonate temerarie. Era
celebre per le sue bizzarrie e avventure originali. Afflitto da una
blenorragia doveva, prima della guerra entrare all'ospedale o fare
istruzione ai suoi soldati. Preferì fare istruzione in Piazza d'armi e
comandare il suo squadrone stando seduto in carrozzino con a fianco
l'attendente. Brandiva la frusta con la mano destra per dare i comandi
mentre guidava il suo cavallo con le briglie nella sinistra. Un'altra
volta mandato in servizio di pubblica sicurezza in un villaggio di
Romagna si fece passare per principe del sangue, ingravidò la figlia
del sindaco e passò in rivista, il giorno dello Statuto, pompieri,
società operaie e carabinieri. Ebbe due mesi di fortezza.
Ora Melodia, sentendo parlare di morte, interviene dominando la
conversazione:
--In guerra, non ebbi mai la paura di morire. Son sicuro che non l'avrò
neanche nella prossima battaglia. Però, la conosco... La provai lontano
dal fronte, in condizioni veramente eccezionali. Ero all'ospedale di
Torino, un anno fa, per la mia ferita. Già guarito con una voglia pazza
di divertirmi e l'impossibilità assoluta di uscire dall'ospedale.
Divieti e sentinelle feroci. Pensai per tre giorni al mezzo di fuggire.
Al quarto una idea di genio: mi introduco nella camera mortuaria. I
piantoni discutono intorno al cadavere enorme di un Alpino che non si
poteva fare entrare in una cassa troppo corta. Aiuto anch'io. Tentiamo
vanamente. La cassa troppo corta è messa da parte e i piantoni se ne
vanno. Intanto io complotto con un mio amico e decido. La notte stessa
rientro nella camera mortuaria e mi sdraio nella cassa da morto troppo
corta, ma sufficiente per me. Mentre io bestemmio sotto per il rumore,
l'amico mi inchioda sopra il coperchio alla meglio, per modo che una
lunga fessura mi permetta di respirare. All'alba avvenne ciò che avevo
preveduto. I portatori macchinalmente mi sollevarono, mi buttarono con
brutalità sul carro. Questo sgangheratissimo e trascinato da due rozze
entrò due o tre volte nelle rotaie del tram con degli scossoni da
staccarmi le budella. Ad un tratto sento trombettare un automobile con
ferocia ingiuriante. Cosa fa il mio cocchiere? Certo dorme. Perchè non
si scansa? C'erano anche due autocarri che mi correvano addosso
addosso... e urlai urlai dal terrore! Sentivo veramente sentivo il
glaciale e lacerante terrore di morire.
Il racconto vissuto del capitano Melodia fu acclamato.
Tutti lo sapevano capace di quello e d'altro. Ma le risate morivano
sotto le ampie troppo soavi carezze della notte che dopo l'offensiva dei
ricordi amorosi e delle nuvole carnali sferrava una delirante offensiva
di stelle negatrici d'ogni eroismo terrestre. Stelle, stelle, stelle,
che beffeggiavano con lunghi trilli bianchi la compattezza delle
montagne e lo sforzo entusiasta delle cime, e la statura atletica del
nostro bel colonnello Squilloni ritto davanti a noi.
Squilloni è un simpaticissimo quarantenne, fiorentino pieno d'ingegno.
Maffia del suo capello alpino un po' piccolo sul viso giocondo fiero.
Occhi celesti di sbarazzino senza ironia. Gesti violenti che contrastano
col sorriso offerto per piacere a tutti. Comandante energico ma paterno
dei bombardieri che lo adorano.
Conosciutissimo nei caffè di Vicenza, di Thiene, di Schio dove passa e
ripassa muscoloso pettoruto col suo giardino multicolore di
decorazioni, raccogliendo sorrisi speciali di cocottes e
contraccambiandoli con risatine subito ricomposte nella fierezza
militare.
Bell'uomo che avrebbe tutte le fortune con donne della buona società;
forse disilluso, ora amante amato di tutte le prostitute.
Per loro canta accompagnandosi sulla chitarra, seccato se qualcuno canta
insieme con lui. Magnifico ufficiale, quattro volte medagliato, ottimo
organizzatore di batterie, goliardico e carnascialesco re dei bordelli.
Squilloni si volta e parla con voce importante all'Italia, alle città
della pianura, a noi: «Le stelle non mi piacciono e neanche le nuvole
rosee che paiono, a voialtri poeti, seni e cosce di donne. Domani si va
tutti, figliuoli, a fare un bagno di carne da Madama Rosa».
Il giorno dopo tutti nell'autocarro della spesa, per Campiello e Mosson
fino a Thiene, sbattuti dalle risate trionfali del Colonnello Squilloni
che ci conduceva verso ciò che chiama l'unico paradiso!
Sforzo del motore nelle salite vruu truu vruu truu. Poi respirazione
dilatata in discesa vraaaa svaaaa err tling tlaang.
Polverone. Odore di morte a Campiello. Vi sono trincee colme di cadaveri
della prima offensiva austriaca. Qui la nostra difesa fu accanita.
A un chilometro dalla casa ospitale, una automobile militare ci
sorpassa, filando a tutta velocità forse collo stesso obbietivo. La sua
sirena si sforza di imitare il raglio d'un asino in amore.
iii ooo iii ooooo
Noi sorpassiamo dei piccoli plotoni di scozzesi in gonnella, rudi gambe
e polpacci abbronzati e bitorzoluti. Marciano a passo ritmato più rapido
del passo militare alla conquista dei piaceri facili. A frotte veloci
meno ordinate, ufficiali e soldati grigioverdi.
Stop. Entriamo nella graziosa villetta. Per ufficiali. Fumo, fumo, fumo.
Non si respira, tenenti e capitani in grigio verde tozzi rudi, sporchi
polverosissimi, frustino o bastoncino in mano, tintinnio di speroni, nei
corridoi da transatlantico.
Le dame sembrano tutte bellissime, delicatissime, troppo fragili. Strane
statuette di cristallo, fra i voluminosi rullanti e beccheggianti maschi
di guerra in foia.
Il colonnello Squilloni è festeggiatissimo.
--Lei... ho già avuto il piacere di conoscerla. Mi ricordo, nel bordello
di Cervignano, offensiva di Maggio.
--Signor colonnello, si ricorda di Madama Rosa a Cormons? Mi disse:
Salutami tanto il caro Squilloni!...
Interviene un capitano inglese ubriaco:
--Moi aussi, monsieur le colonnel, je vous ai connu au bordel de Verona.
Squilloni rideva godeva da studente o marinaio l'allegria del bordello,
scalo di tutti i cuori naviganti in guerra. Comprensione e cordialità
assoluta di popoli e sessi alleati.
Prima saletta: Porta aperta con tenda sulla campagna torrenzialmente
inondata di stelle che aspetta gli areoplani. Nel centro la lampada con
tendina blu scura proietta un tondo cerchio di luce studiosa e
scientifica sul tavolo. Luce d'intenso lavoro spirituale. Luce per
progetti d'ingegneria. Sembra un laboratorio preparato per una veglia
saggia e feconda. Quale incubo feroce ha scatenato tanti sessi vocianti
in questo asilo del pensiero? Tin tin toc ploc di piedi sulla scala di
legno. Un grosso tenente di fanteria con ampio ondeggiamento del corpo
imbottito e armato spinge su come un pastore la donna scelta pecora
fronzoluta mezzo nuda che sembra adornarsi salendo delle foglie verdi e
dei papaveri della tappezzeria. Una magrissima biondina che tutti
chiamano non si sa perchè _pantera_, gira coraggiosamente col suo
fragile corpo minuto fra le gomitate i fianchi rocciosi e le dure
pistole degli ufficiali. Tutti guardano in alto verso il corridoio dove
le porte si richiudono ogni tanto su dei chiarori di camere chirurgiche
per rapide operazioni. Meccanizzazione dell'amore. Sento la casa vibrare
di un meccanico ininterrotto stantuffare d'istinti rudi denudati di ogni
civiltà. Instancabili donne-motori.
Uragano di rumori, voci, luci.
Urari-ciacipiera-teloo... Io sono ancora vergine questa sera... Non ci
credo... Andiamo a godere biondino... Dove è andato il pancione?...
Viva il nostro colonnello Squilloni! Urla risate applausi, tutti si
precipitano verso il divano dove il capitano Melodia che ha indossato
una vestaglia gialla finge di sedurre il tenente Bosca e lo tiene fra le
braccia. Comincia poi il giuoco tradizionale di spingere a viva forza e
trasportare in camera un amico che non si decide, mentre altri catturano
una ragazza. I due pigiati a spintoni e a pedate sono insaccati nella
porta semi aperta.
--Via, via, presto, forza, dentro! Ti abbiamo scelto la bimba, eccola
pronta!
Una milanese pallida, carina, con i capelli corti, neri, ricci e
cocciuti pettinati all'indietro, mi bacia. La seguo. Camera
piccolissima, letto grande, coperta rossiccia gibbosa, bitorzoluta,
tutta sporca di piedi eroici per continuare e imitare forse le Doline
del Carso perdute. Ma si ripigliano, si ripiglieranno con la sana
virilità della razza che sa prendere bene e tenere sotto le donne e le
montagne sue. Plafone ingenuo e primitivo. Odore acuto di Contessa
azzurra.
--Come ti chiami?
--Maria.
--Di che parte d'Italia?
--Sono Milanese.
--Anch'io.
--Vieni sarai contento.
E mi abbraccia col tin tin glin glin di troppi braccialetti.
Quando ritorno in sala un mio amico dice a Maria che sono Marinetti.
Maria pianta il nuovo cliente viene da me, mi dà un bacio e dice:
--Se avessi saputo che tu eri il celebre futurista ti avrei dato dei
baci più raffinati.
--Perchè?
--Perchè ho letto tutti i tuoi libri. Ero abbonata anche a Lacerba.
Esco. Giù, fuori della porta, vedo tre soldati che parlano a una
prostituta alla finestra. Si tengono per mano come collegiali, scherzano
indecisi, ansiosi. La prostituta è scesa anch'essa. Si avvicina ai
soldati. Dà in fretta 5 lire a ognuno di loro poi ripassando di corsa
vicino a me seguita dai soldati mi dice:
--Mi facevano pietà.
Mi dirigo verso l'autocarro dicendo a Squilloni:
--Bordello! Ultimo rifugio del cuore!
--Certamente, risponde Squilloni, il bordello è la soluzione sintetica
di tutti i problemi dell'Amore. Credo che avrete finalmente sconfitto
tutte le offensive delle nostalgie sentimentali.
--No, non ho pensato all'amore. Ho ideato invece l'architettura del mio
nuovo libro che sarà meraviglioso, siatene sicuro.
Voglio che questo libro danzi, danzi, danzi vivo e palpitante con ritmo
giocondo fra le mani del lettore. Voglio che la sua danza pazza d'amore
e di sconfinato eroismo trasformi le mani del lettore in quelle
agilissime del giocoliere. Scatterà anch'egli fuor dalla poltrona e
ritto si sforzerà di aumentare la sua statura sulla punta dei piedi
ballerinamente nell'ebbrezza ascensionale che lo spingerà a gareggiare
in temerario equilibrismo col ritmo selvaggio del mio libro. Sarà ebbro
di guardarlo in alto quasi in bilico sull'improvviso zampillo di gioia
che gli schizzerà dal cuore. A braccia aperte aspetterà che ricada che
ricada finalmente.
Ma intendiamoci parlo del lettore geniale, amico d'ogni coraggio
spirituale! Con ferocia brutale il mio libro piomberà sul naso del
passatista imbelle acidulo e occhialuto che trema sotto i suoi vetri
come un microbo sotto il microscopio. Si staccherà da lui per
rimbalzargli addosso furente e per schiaffeggiarlo.
Ma con quanta grazia ridente e primaverile si spalancherà sotto gli
occhi vivaci del lettore geniale per profumarne l'anima! Vedo allora gli
orli bianchi delle mie pagine fremere ammorbidendosi e iridandosi con
gli amoerri beati, la metallicità persuasiva e gli invitanti riflessi
rosei-azzurri del mare che scivola, scivola, scivola verso la forza
tonda e rossa del sole al tramonto. Ecco il mio libro segue i consigli
del mare e veleggia bianco per seguire il sole che scivola esso pure
gonfiandosi d'orgoglio e di morte giù dal suo morbido letto di tenerezza
crepuscolare.
Stracciatelo, bruciatelo pure questo libro mio. Rinascerà perfetto. Se
un giorno sarà stanco come credo delle stanze chiuse e meticolose fugga,
fugga le inevitabili biblioteche e si slanci aprendo le pagine come ali
in cielo. Subito immensificato dal suo ardore si tramuterà in un
areoplano simile a quello ricco di raggi che si libra e ronza con
garriti e applausi sulla mia testa mentre entro nel forte Corbin di Val
D'Astico.
* * * * *
Oggi 11 giugno 1918.
Sono un tenente dei bombardieri che ha fatto il suo dovere. Ma non mi
sento degno di te, libro mio preferito. Mentre il mio cuore batte sicuro
il mio passo non lo sa cadenzare con eguale sicurezza. Ho il passo
indeciso, malfermo ondeggiante, ferito, che ripete sulla terra le
punture dilanianti d'una piaga infame e assillante aperta nel mio
fianco. Piaga di Caporetto, piaga enorme che sento vivere soffrire,
imputridire e che presto bisogna, ad ogni costo bisogna colmare, colmare
con un nuovo ultravermiglio generosissimo sangue a fiotti bollenti, a
torrenti nel suo centro e sugli orli il cui viola sinistro ricorda le
botti sventrate dai fuggiaschi ubriachi, le schifose avvinazzate bombe
incendiarie su Cervignano e il putrido violaceo fuggente tramonto del 27
ottobre. Guarire, guarire quella piaga! La guariremo. Già domino il mio
passo e lo cadenzo. La grande battaglia è prossima e tutto nel mio corpo
s'avventa verso quell'ora decisiva dalla quale nascerà il nuovo passo
Italiano, quello d'avant'ieri sul Carso, passo elastico, martellante,
padrone delle nobili elegantemente femminili strade italiane.
Mi siedo alla mensa dei gloriosi Gialli del Podgora, 11 fanteria,
brigata Casale, nel Forte Corbin. Pranzo giocondo, chiassoso. Circa 30
ufficiali pigiatissimi che divorando rossa pasta asciutta parlano
golosamente della prossima inevitabile offensiva austriaca. I gialli del
Podgora hanno ornato di fiori gialli la sala. Volete che io parli di
voi, cari Gialli, della vostra gloria passata e della prossima, sicura?
Volentieri! Mi abbandono. So che saprete dare col vostro slancio al
giallo della smisurata bile italiana lo scoppiarne fragore purpureo
della vittoria definitiva!
Si brinda alla gloria di Boccioni, di Sant'Elia e degli altri futuristi,
primi fra tutti gl'interventisti italiani.
Declamo parole in libertà che varcano tonando le porte della sala aperte
sulla terrazza e si tuffano nell'ampio respiro freschissimo dell'Astico.
I rumorismi della battaglia Bulgara cantata da me svegliano certo le
batterie austriache di Tonezza e gli applausi che li salutano completano
la polifonia di echi delle montagne e l'infinita orchestra volubile dei
contro-echi. Usciamo sulla terrazza del forte che sbarra a picco la
valle profonda di oltre 1.000 metri. Poi su su per una scala di ferro
fra i calcinacci e i rottami delle cupole d'acciaio già disalveolate
perchè il forte è già in parte smantellato.
La tenerezza carnale rosea del crepuscolo inonda la vallata, spalma di
olii dorati le groppe dure, le gravidanze grottesche, i gomiti ostili,
le ondate ribelli e i rigonfiamenti pietrificati delle montagne.
I nostri 75 campagna rispondono rabbiosamente ai forti austriaci di
Tonezza...
L'altissima terrazza sembra una passerella di corrazzata che navighi
nelle acque seriche, viola azzurre dorate del crepuscolo, entrando in un
golfo di sogno fra monti sereni che sognano.
Ecco un nostro 149 del Cengio colpisce un baraccamento austriaco sulla
groppa del Cimone. Vi scoppia un'incendio. Lentezza molle disinteressata
del suo fumo che sale scapigliandosi e tentacolando con grazia una prima
stella.
Braaaaaa... di echi come frane di ghiaia. Un lontano soavissimo ronzio
di aeroplano bevuto dagli ultimi rossori del Tramonto. Cip cip cip
d'uccelli negli alberi rabbrividenti. Pi, pi... pi... di pulcini e
galline sotto la porta del forte.
Il maggiore Sannia m'invita a seguirlo nei sotterranei del forte.
Lunghi corridoi di carcere. Scale a chiocciola fra feritoie di vento
azzurro. I nostri passi echeggiano. Pedali d'organo che prolungano
cannonate lontane. Una camerata buia con strani movimenti d'alghe
marine. Sono soldati che dormono. Altra camerata con respirazioni e
puzzi folti, aspri, stipati, selvaggi, ammoniacali. Finalmente un
moccolo sospeso lingueggia giallastro e ci guida verso dei pacchi
enormi di sonno e di odore di stiva.
--Su, alzati! dice il maggiore scuotendo uno dei dormienti.
E' un disertore austriaco. Indovino i piccoli occhi celesti nel viso
biondiccio. Breve interrogatorio. Appartiene alle truppe d'assalto,
parla Italiano, si dice slovacco. Ha lavorato in Italia in una fabbrica
di birra.
--Perchè hai disertato?
--Perchè il mio tenente mi ha schiaffeggiato ieri. Ogni sera di
pattuglia. Sono stanco.
--L'offensiva austriaca è sicura, non è vero?
--Sì--e anche la data fissata--il 15 giugno alle 2 e mezza dall'Astico
al mare, ma l'attacco importante sarà nel centro.
--Ti hanno dato da mangiare e da bere?
--Sì.
Rimontiamo. Sulla terrazza sotto i trilli gioiosi delle prime stelle fra
gli immensi ventagli freschi dell'Astico sicuro ritmato come il sangue
d'un uomo forte, il maggiore Sannia dice:
--Dato lo stato dei due eserciti è ormai sicuro che il primo dei due che
oserà un'offensiva generale e non la vincerà sarà perduto per sempre...
Quanto diversi, i nostri disertori! Noi abbiamo avuto nella brigata solo
3 soldati fucilati per diserzione. Uno appena uscito dalla linea fu
subito inseguito da una pattuglia ordinata da me e fucilato a tre passi
dai reticolati austriaci. Gli trovai addosso una lettera che spiegava
la sua diserzione veramente strana dato il suo ottimo stato di servizio.
Scriveva alla moglie: «Non mi farò ammazzare dal dispiacere. Domani mi
darò prigioniero agli austriaci. Conserverò così la pellaccia per il
dopo-guerra quando verrò a spaccarti il cuore per pagare il tuo
tradimento...» Il secondo disertore fu preso dai carabinieri mentre
abbandonava la linea. Disse: «Non vado via per paura. Me ne frego degli
austriaci. Voglio andare a Trapani a uccidere mio padre che ogni notte
va a letto colla mia fidanzata.»
E il maggiore concluse: «Con simili disertori si deve assolutamente
vincere la guerra.»
II.
LA DAMA AL BALCONE E LE SERENATE MASSACRATE
Il 14 Giugno tutto è pronto. La nostra linea aspetta l'urto con
sicurezza. Si parla di nuove batterie austriache non ancora individuate.
I pessimisti insistono sulla pericolosa propaganda disfattista che
Milano e Torino particolarmente inoculano colla posta ai soldati in
linea. Io ho trattenuto tutta la posta delle batterie nella baracca del
Gruppo. Credo preferibile distribuire un rancio accurato invece di
troppi sentimentalismi postali alla vigilia di una battaglia decisiva.
Tutto lo schieramento di batterie che dal forte Corbin lungo Val
D'Astico gira la cima Ardé e seguendo la cresta di Sculazzon in Val
D'Assa raggiunge gli Inglesi a Cesuna, con le sue 200 bombarde, e le
mitragliatrici e i fucili della brigata Casale, è pronto all'urto che si
prevede furibondo, decisivo.
Abbiamo bene pranzato nella baracca di legno e lamiera del Gruppo
bombardieri, che appoggia le spalle a dei roccioni grigio ferro in forma
di piccole torri. Fumiamo serenamente sull'orlo della Vallatella Silà
verdissima bacinella quieta, colma di silenzio alpino, sospesa da un
lato alle creste del Cengio e dall'altro alla strada che va al forte
Corbin. Dolcezza languida, mansueta della sera madreperlacea che cede
docilmente all'ombra salente delle valli profonde. Un frastuono ci
scuote.
Allegria degli echi turbati da una singolare mandolinata. Sono i miei
bombardamenti che vogliono invitare gli austriaci alla prossima danza.
Eccoli sotto di noi. I due primi grattano disperatamente due mandolini,
due altri li seguono battendo a gomitate e a calci delle latte di
benzina. Dietro viene sculettando e sgambettando il violoncellista. Ha
per violoncello un lungo attaccapanni di ferro. L'orchestra si ferma per
fare agli ufficiali una serenata, sotto la gesticolazione frenetica del
più fantastico direttore d'orchestra.
Porta in testa una gamella obliqua, sulle 33, a guisa di berretto
inglese. Si è legato sul culo le falde rialzate del cappotto per imitare
l'antica foggia militare italiana. Buffonescamente insulta i suonatori
cadenzando la melopea con lazzi e pernacchi fragorosi. La tempesta di
rumori e di grida sveglia gli accampamenti nella Vallatella Silà.
Applausi. Applausi e ironie volubili degli echi freschi ventilati da
morbidi rombi lontani.
L'orchestra si ferma davanti al Comando del Gruppo. Il capitano mi prega
di parlare. Si affollano bombardieri, artiglieri e suonatori.
--Cari bombardieri, cari artiglieri e fanti d'Italia, grazie di tutto
cuore per la serenata a noi e per i meravigliosi pernacchi scagliati
contro gli austriaci! La vostra fragorosa allegria dimostra al cielo,
al sole che tramonta e alle stelle, che sapete spavaldamente
infischiarvi di tutti i pericoli! Voi avrete appreso dalle molte
informazioni che se non è certa è probabile la grande battaglia questa
notte alle due e mezza. Io personalmente ci credo. Ad ogni modo ciò non
vi preoccupa, come vedo, non può preoccupare nessuno poichè altre
informazioni e queste certissime mi hanno convinto come hanno convinto
tutti i capi che l'intera linea italiana dall'Astico al mare è pronta,
assolutamente pronta non soltanto a resistere a qualsiasi offensiva
austriaca, ma anche a rintuzzarla vittoriosamente. Ricordatevi:
qualsiasi offensiva, anche strapotente, sarà massacrata. Cadorna non era
un generale incapace. Ebbe soltanto il torto di non dimettersi, quando
si sentì stanco e logorato. Fu lui che scelse la linea del Piave, ed è
una linea forte. Ora è di acciaio. Resisterà. La lotta sarà aspra, e vi
saranno momenti gravi, forse delle oscillazioni. In quei momenti,
pensate che quella pianura veneta, laggiù, è il letto della nostra sposa
unica e divina: l'Italia... il letto delle vostre spose che adorate...
Voi, ritti in piedi, custodite la porta, e la scala che gli austriaci
vorrebbero assalire! Pensate che cedendo il passo un solo istante voi
permettereste vergognosamente a quelle canaglie di entrare in casa
vostra, piombare nel vostro letto e possedere le vostre donne. Meglio
morire! Sono certo che nessuno di voi vorrà essere un vile idiota e
becco contento. Ed ora andate a dormire, sarete svegliati a tempo
opportuno!
Giudicai opportuno di svestirmi per riposarmi meglio.
In branda a 6 centimetri dal tenente Bosca. Abbiamo fra di noi come
orinali un bossolo da 75 ed una scatola da conserva. Ogni 5 minuti
(verifico l'orologio alla mano) la notte silenziosa succhia una nostra
granata da 149 uuuussss uuufff. Mi addormento.
Alle 2 e mezza siamo svegliati dal bombardamento.
--Bosca, ci siamo.
Mentre ci vestiamo sentiamo crescere, addensarsi e centuplicarsi i
sibili delle granate austriache che fanno, passando sui roccioni e sul
tetto di lamiera, l'illusione d'un'enorme corrente d'acqua col loro
rumore di seta lacerata. Passano a un metro o due dalla lamiera che
vibra e vanno a scoppiare in val Silà.
Bombardamento feroce, pieno, continuo. Abbondanza di munizioni. Gli
austriaci credono siano annidate molte batterie in Val Silà.
Siamo tutti in piedi col respiratore inglese bene saldato al viso. Fuori
buio. Un vago sentore d'alba verso il Cimone. La vallatella è piena di
fragori violenti, irritatissimi, fra le vendette gli squarciamenti e le
minacce urlanti degli echi. Controllo tutto, chiamo gli uomini. Sul
tetto di lamiera scorre dilatato il fiume dei sibili. Ho l'impressione
di essere immerso in quel fiume che cresce. La baracca sembra
abbracciata da un'inondazione di sibili. Verifico il respiratore di ogni
bombardiere. I gas lagrimogeni cominciano ad agire sui nostri occhi.
Bizzarrissima sensazione di piangere senza dolore. Albeggia.
Tutte le nostre batterie rispondono con un fuoco precipitato. Le vampe
continue e fitte vestono il Cengio d'un convulso drappeggio di fuoco.
Val Silà è piena di fumi bianchi, grigio-perla che si sfilacciano forati
dalle vampe delle nostre batterie.
Ecco una sorpresa che ci lascia presto indifferenti: un nuovo tipo di
granate austriache che scoppiando lanciano in alto lunghissimi vermi
ondulosi e perpendicolari alti 50 e talvolta 100 metri.
Strani vermi di fumo anellato che talvolta non riescono a rizzarsi e
allora si sviluppano orizzontalmente scrosciando e borbottando nella
vegetazione. Sono granate segnali che servono ad indicare agli
osservatori austriaci un punto di caduta invisibile nelle vallate
profonde. Le batterie austriache di Campolongo, Luserna, Tonezza,
sembrano avere una questione personale con Val Silà. Concentramento di
fuoco contro di noi. I telefoni non rispondono più.
Il mio attendente Ghiandusso viene con una catinella piena d'acqua
seguito dalla mia cagnetta Zazà. Ghiandusso le impone i soliti esercizi
ed eccola seduta sul culo, schiena ritta con un giornale piegato in
bocca.
Senza togliermi il respiratore, faccio la mia toilette a dorso nudo
nell'acqua diaccia. Non posso lavarmi il viso, e parto col capitano per
raggiungere i miei amici in batteria a Sculazzon. Il monte Priaforà
fiata vampe. Fiati di fuoco tra le labbra nere, occhiate di fuoco sotto
le palpebre nere, stilettate di fuoco dalla pancia nera del monte. BRAA
bububu BRAA vuvuvu delle valli. La strada che ci conduce a Forte Corbin
è tempestata dalle granate. Nel forte trovo il capitano Melodia, magro,
onduloso, allegro e pronto alla beffa. Scendiamo con lui in un
sotterraneo che dà al camminamento Cima Ardè.
Il mio capitano si è munito di due lampadine elettriche. Dopo avere
seguito per 10 minuti un tortuoso camminamento sotto il cielo sibilante
e lampeggiatissimo giungiamo ad un vero pozzo di miniera. Curvi ci
inoculiamo in una galleria tutta stillante su un terreno sempre più
sdrucciolevole. Il pozzo scende nella spina dorsale di un costone
fortificato. Riconosco ormai il cammino che ci deve condurre alla famosa
Dama al Balcone. Infatti dieci passi dopo sbocchiamo nel fulgore
sfarzoso di centomila feste da ballo riunite. Sono i centomilioni di
candele del massimo proiettore che sorveglia le posizioni Austriache in
Val D'Astico. Pausa abbacinante. Poi sentiamo la danza furibonda e il
ta-ta-ta-ta-tà capriccioso, spietato, ironico e femminile della
mitragliatrice Saint-Etienne che, sei metri a destra, sputa come una
Andalusa fuoco di passione e garofani rossi dal suo balcone mascherato
di fogliami. E' lei la leggendaria Dama al Balcone della brigata Casale.
Una Saint-Etienne prodigiosa. Si ricorre a lei per la difesa dei punti
pericolosi. Non si inceppa mai se è servita e accarezzata dal suo amico
mitragliere Buco, un pugliese magrolino, olivastro, dagli occhietti
furbi tutti a lampi che si mescolano ai lampi d'una risata bianca
continua. Meccanico provetto. Non ha mai bisogno di smontare la sua
amante per pulirne il cuore. La domina impugnandone la groppa flessuosa,
la pizzica, la solletica. E la Dama elegante in nero si curva giù sugli
abissi dove fervono le serenate austriache e sputa, sputa i suoi
innumerevoli fiori veementi che uccidono i romantici e audaci suoi
serenatori.
Buco mi saluta offrendo la sua risata allegra allo splendore elettrico
bianco azzurrino del proiettore. Siamo glorificati, divinizzati dalla
versicolore splendida pazzia delle farfalle che si slanciano ebbre d'oro
nel gran fascio di luce, cozzano ruzzolano, piroettano contro il grande
occhio vetrato divenuto ormai accecante.
La rabbia delle cannonate in rissa con tutti gli echi mugolanti accresce
la fantasia e il mistero di questa notte ultra-romantica innamorata di
morte e d'ilarità crudele. Tragicamente come uno spettro dalla tonda
pancia di metallo in fusione, il proiettore che funziona a distanza esce
dalla sua caverna e s'avanza sul binario Decauville fin sull'orlo della
roccia a picco, poi retrocede senza rumore e si cela nel buio.
Dal fondo della caverna i foto-elettrici regolano, sulla sfera girevole
di un apparecchio i movimenti di spostamento e di accensione. Ma le
rotaie sotto il proiettore brillano e si torcono come serpenti
fosforescenti e il mio sogno ultra acceso vede realmente camminare un
formidabile spettro dalla pancia vetrata tutto convulso nello sforzo di
liberarsi dalle farfalle in foia. Si avvicina austero e minaccioso alla
troppo civetta Dama mitragliatrice che schiamazza, sbraita sempre più
contro i suoi corteggiatori della valle.
La bella Dama d'acciaio respira golosamente l'eccitante miscela degli
odori notturni: vaniglia, violette, acacie e menta selvaggia, tutti
pepati dall'odore aspro dominatore della balistite.
Sembra ballare pazza di gioia la sua strana danza a schiena curva.
Fumano i suoi capelli sciolti. Il mitragliere le stringe i fianchi e
l'ombra ingigantita della coppia bizzarra danza proiettata a cento metri
davanti a noi sul tondo, enorme cerchio di luce che il fascio luminoso
del proiettore stampa sulla nebbia. Vicino, sotto, sopra, intorno, altre
ombre strabilianti: le nostre. Labirintica prospettiva fra gli specchi
irreali numerosissimi di questa festa da ballo.
Buco mi dice: «Come è bella la mia dama! Elegantissima! Come balla bene!
E' un po' capricciosa e suscettibile, ma non con me. Con me è buona! Mi
è stata sempre fedele, mi preferisce a tutti! Mi dà tutto il suo spirito
e il suo ingegno... Gode, veramente gode quando io la olio di baci... ha
un odio speciale per quella stupida, pettegola che vorrebbe tenerle
testa là davanti a noi!».
Sentiamo infatti le numerose pallottole della mitragliatrice austriaca
frugare brutalmente a 2 metri sopra le nostre teste nella vegetazione
buia.
La Dama al Balcone la deride, la insulta a perdifiato: «Idiooota
ta-ta-ta-ta-ta-ta- Idiooota ta-ta-ta-ta-ta.»
Rispondono tutti gli echi del muraglione di faccia, ma una gran nebbia
ci vieta di vedere malgrado gli sforzi insolenti del proiettore la
strada austriaca da dove scendono gli assalitori. Gli echi irritati o
sedotti ridono essi pure, conquistati dalla festa da ballo,
moltiplicando i loro lunghi
gia-a-a-a-a-a gia-a-a-a-a-a gia-a-a-a-a-a
Sembrano frane di ghiaia o meglio grida di popolo sfamato sotto
l'opulenza esplodente di questi palazzi rocciosi. Le stelle altissime
palpitano come segnali luminosi di una lontanissima battaglia di
pianeti.
No! no! sono le sonagliere di molleggianti equipaggi invitati celesti!
Mille, mille bocche ridenti di dame lontanissime affacciate allo Zenit.
Si sbracciano, si sbracciano per gettare nella grande festa da ballo
perle, perle ossessionanti e tali da mutare presto la danza in una rissa
di folgori avvinghiate, che si contendano delle campane montane. Ma le
stelle purtroppo sono già ridiventate ciò che sono in realtà: i rubini
che ornano i volanti dinamici delle gonne alle divine ballerine che non
balleranno purtroppo mai con noi! Saluto Buco, e passo sotto una vôlta
fronzuta. Urto nelle spalle di un enorme bombardiere.
Siamo in una delle piazzole della batteria di Melodia. Fooc!
srrrrrrrrrrrr. Seguiamo in alto l'ascensione di una bomba da 58. Eccola
già in discesa mugolando giù giù nella vallata SCRABRAAANG. Si riprende
il camminamento.
III.
LA BATTAGLIA CHIMICA E GLI ALONI AZZURRI
Nei prati alti che strapiombano sulla confluenza dell'Astico e
dell'Assa, la battaglia si spalanca davanti a noi con un milione di
vampe febbrili e dei vasti roteanti volumi d'aria che ci squassano fra
la vegetazione torturata e singhiozzante.
A destra scoppia nel folto fogliame nero
SGRAGRANG-GRAANG
una Spraangranata. Il graticcio di verdura che ricopre il camminamento
diventa per me un pergolato satanico dai grappoli furibondi. La terra
sembra sventrata dagli atletici colpi di reni delle nostre bombarde.
Invisibili sotto di noi slanciano a gara con brutalità ubriaca i loro
bottiglioni di sciampagna esplosiva in alto, in alto e li guardano
ammirati la bocca al cielo, senza curarsi degli immensi tondi maestosi
rimbombi che quell'alcool massacrante produce a 600 metri sotto di loro.
Ci sdraiamo per riprendere fiato su un declivio mentre la luce torbida
dell'alba sbianca la curva dei fumi e svela sui fianchi prativi di
Campolongo in faccia a noi i villaggi di Rotzo e di Albaredo. Piccole
mandre di casette bianche dal tetto rosso, umili, timide, infantili,
estatiche, beate.
Le nostre batterie da 149 tirano accanitamente con sempre nuove rotaie
buttate sulla valle contro la Croce di Alenburg. La Croce appare
incensata da fumi bianchi, neri; blocchi, cerchi, ovi, losanghe, pacchi
di fumo che spacchettano delle stelle violente d'argento votivo.
Più giù 3 case di Rotzo godono d'essere spaccate. Si fumano
spensieratamente da sè come pacifiche sigarette. Invitano, implorano o
sfidano le granate nostre che le sfondano con voluttà crudelissima. Il
villaggio di Rotzo ha delle linee semplici, caste, sante come dipinto da
Giotto sotto gli elastici ondulanti arabeschi e guinzagli che gli
scaglia forse il genio dinamico plastico di Boccioni. I volumi mostruosi
e lenti dei fumi sono assaliti dalle pressioni d'aria formidabile,
giganteschi boa di forze torride che li arruffano, impacchettano,
globalmente. Salgono i fumi, ma sono ricacciati giù, scopati dalle
ventate furenti e rinascono più tenere, più tranquille, più attente, più
sottomesse le sette casette di Rotzo. La luce che cresce dà ai tetti il
colore del sangue. Sono forse segnate per il macello quelle strane
pecorelle? Il campanile è da tempo decapitato. Penso al tragico fermento
molecolare di quelle fragili mura che presentono l'urto acuto di
diabolico pesce d'acciaio che li sfascerà. Sembrano anche bianche polpe
di cadaveri in fondo al mare grigio verde fumoso di quest'alba
sottomarina fra gli assalti voraci degli innumerevoli squali esplosivi.
Valli, valloni, valloncelli, burroni, vallette, conche e torrentelli si
sono svegliati, gemono, singhiozzano e strillano a perdifiato. Poi una
collera li invade e scoppiano ovunque moltiplicando i loro grugniti,
rutti, sputacchi, vomiti lugubri. Le valli ampie sono sdegnose nelle
loro digestioni sonore e senza fretta ingoiano i pesanti fragori per
rivomitarli masticatissimi tra i denti stridenti dei loro echi che
brillano e tintinnano di passione.
Sentiamo sotto i piedi risuonare i polmoni, le budella e fino in fondo
lo sfintere della montagna dove si sono infilati, asserragliati e
stipati infiniti rumori. Alle nostre spalle frana una valanga di echi
appassionatissimi. Li distinguo tutti: ovoidali, sferici, serpentini,
piramidali, cubici, stracciati, tutti accalcati nella furia goliardica
di partecipare alla battaglia. Risse, corse, fughe, salti, capitomboli e
coiti forsennati di rumori.
Ormai gli echi si sono fatti esperti, attentissimi, tutti al loro posto
come vedette.
SPRANG-SPRANG di cannonata e BRAAAA BRAAAA di echi. Vi sono in alto
loggioni di Echi affollatissimi che fischiano. Sono molto più numerosi
delle cannonate. Ogni cannonata è aspettata da 10, 20, 30 echi pronti a
schiacciarne il fragore sbranarlo, lacerarlo, liquefarlo, spremerlo,
allungarlo, spezzettarlo per poi riscagliare tutto con schizzi, sputi,
scherzi, rabbuffi e risate, risaaaate, risaaaate infiniiiiiiiiite.
Sento lontanissimo dietro di me rumoreggiare dei colossi che certo
buffonescamente calpestano la lamiera del mare Adriatico. Certo le
platee della pianura veneta applaudono e ridono. Nel cielo, migliaia di
rumori ginnasti dondolano sui trapezi del vento, giuocano e ridono.
Noi non possiamo ridere, colla faccia presa dal respiratore inglese, che
ci dà, colle sue tubature, dei profili di originalissimi palombari
immersi in un mare di gas asfissianti e lagrimogeni. Ecco la terribile
iprite!
Gli ufficiali verificano il respiratore inglese sul viso dei soldati.
Hanno tutti il naso prolungato mostruosamente dalla tubatura di caucciù
che scende nella gialla musetta. Alcuni sembrano formichieri, altri
fanno oscillare dei misteriosi cordoni naso-ombelicali. Una luce di rogo
crepita improvvisamente dietro di noi: sono strani viluppi neri di
resina e catrame che cuociono e fumano sospesi su cavalletti come porci
impalati, spandendo un acre odore-vapore anti-ipritico.
La trincea sembra un laboratorio chimico pieno di scienziati impazziti.
Impazziti forse dalle continue nuove miscele sempre più pericolose
azzannanti e massacranti che la valle smisurato lambicco fornisce a noi
pronti ma un po' ansanti nel risolvere i problemi di questa così lirica
e pur scientifica battaglia chimica: acetilene, solfuro di carbonio,
acido solforoso, cloropicrina.
TUM-TUM BROONG
d'un nostro 75 da campagna.
Rispondono gli echi
BRAA
bu-bu-bu-bu-bu-bu
vu-vu-vu-vu-vu-vu-vu.
Entrano in scena i grossissimi calibri. Sulle bottiglie, i bottiglioni
di esplosivo inebriante crollano ormai i barili giganti. E la frenetica
gioventù baldanzosa dei gas a lungo compressi si scatena nella domenica
di tutte le libertà omicide. I barili non bastano. Bisogna sventrarsi,
pensano i cannoni, e gettare a manate e a palate sulle montagne in giro
le nostre lunghissime budella di bronzo. Inghirlandiamone anche le cime
che ora tintinnano sotto i primi buffetti dorati del lontanissimo
faticoso sole nascente. I rumori salgono, salgono, come spiraliche
budella nere a strangolar le cime perchè se mai vi fosse un nostalgico
pastore a sognare, possa pensare d'essere immerso a capofitto colle
punte dei monti nel più spaventoso inferno di tutte le religioni.
Prendiamo il camminamento e poi la trincea della brigata Casale. Si
scende dietro le spalle dei fucilieri che scattano, sparando
pim-pam-pam-pam.
Un gruppo di mitragliatrici innaffia giù con un ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta che
non cessa, un burrone a 300 metri sotto di noi granulato di piccole
forme che salgono. I nastri delle cartucce corrono su a tuffarsi nella
macchina sussultante come frettolose di trovarvi il varco e per la canna
precipitare con gioia contro i corpi vivi che appetiscono.
Sulle bocche delle mitragliatrici si aprono e chiudono fulmineamente
orchidee e giaggioli scarlatti, argentei e dorati. Flora tropicale dalla
telegrafica fecondità.
Valle Ghelpa mette 200 metri di vuoto tra noi e la trincea austriaca di
Cima Tre Pezzi incoronata di fumi neri zaffiro, smeraldo e celeste
verdolino delicatissimo. Svolazza via un fumo elegantissimo a mille
pieghe come una veste di Poirée. Sentiamo che la battaglia infuria a
destra dove si dice gli inglesi abbiano ceduto. Siamo a Sculazzon fra le
mie bombarde con l'amico Mattoli.
Si tira verso destra in un punto della valle ormai trasformato in un
vulcano. Il ritmo della fucileria opprime il cuore. Corre voce nella
lunga trincea della brigata Casale che gli austriaci hanno conquistato
900 yards agli inglesi con un principio di accerchiamento che avrebbe
per obiettivo il Cengio. Tutto il blocco di montagne che s'incunea fra
l'Astico e l'Assa è in pericolo. Passano uomini e uomini con cassette di
munizioni. Hanno spostato le mitragliatrici verso la destra. I telefoni
però funzionano. Ordine di cessare il fuoco delle bombarde. Ma una lieve
angoscia ci punge nello straripamento dei fumi che ormai hanno invaso
tutto il paesaggio oscurandolo. Siamo ripiombati in una specie di notte
caotica fra gli altissimi scossoni dell'aria dove viaggiano come su
mille binari paralleli i proiettili dei grossi calibri. Impera ora il
280. Interviene tirannicamente il 305 di tratto in tratto. Questo che
scoppia è certo un veliero carico di esplosivi spinto in questo mare di
fumi per colmare, incagliandosi, lo stretto che separa gli Austriaci e
gli Inglesi.
Oh con quale fierezza italiana io ammiro i buoni fanti della brigata
Casale che sparano nella trincea! In uno squarcio di luce ancor torbida
una allucinazione o una realtà stranissima assale i miei occhi. Ogni
soldato che spara sussultando al suo parapetto ha uno strano alone
azzurro-rosso intorno a sè. Sembra un molle globo di nebbia, una ruota
di fumo azzurrino. Ne noto tre, quattro, venti, cento. Mi alzo e
nell'angosciosa precipitante frenesia della fucileria seguo la trincea.
Certo ogni combattente appare ai miei occhi come un nucleo opaco o
meglio come il mozzo di quella misteriosa ruota di diafano azzurro.
Intuisco così la presenza della vita vissuta che avviluppa ogni
combattente nel momento della battaglia.
Sono grovigli di giorni passati, di gioie godute, di dolori sofferti che
affettuosamente si arrotondano sull'uomo nel giuoco supremo; quando le
forze ostili lo assaltano da ogni parte. Ogni ruota azzurra è diversa
dall'altra, non so se per l'età, le condizioni di vita, o la coscienza.
Malgrado le ondate sbattenti dei fragori e degli echi polifonici io odo
quelle ruote azzurre veramente vive chiamare, gridare, implorare. Voci
di donne in lagrime, gridio di bambini al sole e la madre impietrita che
singhiozza, e il viso del padre che si scolora leggendo il giornale, e
la bocca soavissima fresca che mostra le sue perle più ricca di ogni
ricchezza.
Ecco sfioro la schiena d'un forte soldato dal viso cotto dal sole: sono
nel suo alone azzurro e tremo come chi entra nella casa dove è morto
qualcuno fra pianti disperati. Il soldato che m'è vicino e che spara,
spara, affrettando i colpi è forse un marinaio. Chi pensa più alle
fischianti pallottole che cinguettano sul capo coi primi passeri
indifferenti? Sono preso dalla gioia di scoprire una nuova legge. Ben
lontano dai Bergson seduti nelle cretine poltrone universitarie trovo
nel momento più pericoloso d'una battaglia la soluzione di molti
problemi che i filosofi non potranno mai scoprire nei libri, poichè la
vita non si svela che alla vita. Il segreto amplesso del passato e del
futuro nella stessa coscienza si rivela a coloro che tutto il passato
hanno vissuto, sudato, pianto, baciato, morso e masticato e che vogliono
fra le carezze o le gomitate della morte vivere, baciare, masticare e
soffrire il loro futuro.
I fanti della brigata Casale mi appaiono come astri nella loro atmosfera
gassosa di luce azzurra. Atmosfere ruotanti che si sfrangiano simili a
ruote dentate della gran macchina della battaglia. Il mistero mi
avvince, la divinazione mi incoraggia. Ogni ruota è formata, tessuta di
innumerevoli piccole ruote. Più queste piccole ruote snelle e
combacianti sono numerose, più l'alone o ruota globale chiude fortemente
il nucleo che è più compatto. Quando è facile decifrare e contare le
ruote secondarie che girano sul combattente, questo ha un nucleo più
fragile e più scoperto; e la massa di sensibilità vissute, ondeggiando
elasticamente e agganciandosi ad altri aloni, lo protegge poco o
affatto.
Potenza della nostra razza meravigliosa e della sua sensualità dentata,
polputa e coperta di bocche come una piovra! In quelle ruote azzurre vi
sono tutte le forze affettive dei congiunti, amici, parenti, figli,
madri, amanti e bambini che unite alle forze dei dolori e piaceri
passati corazzano i combattenti. Avevo già ammirato la bella qualità
d'uomini che distingue la brigata Casale, uomini forti, agili,
scattanti, con muscoli visibili, denti e capelli ben piantati. Li ho
sentiti i migliori della razza eletta perciò capaci di amare, più amati,
più ricordati, più istintivi. Amici del sole e del mare, sanno agire
bene senza pensare, hanno quasi tutti oggi un forte alone azzurro
d'affetto e di coraggio protettore; vincono, vinceranno, hanno già
vinto, ne sono sicuri.
Infatti mentre cresce dovunque la spavalderia gesticolante del sole
scopando via con le sue lunghe scope d'acciaio e d'oro flessibilissime
le immani matasse di fumi, nebbie, fragori, rumori, io constato che fra
questi combattenti dagli aloni azzurri vi sono pochi morti, molti
feriti, ma questi raggianti e sicuri d'una prossima più forte salute
domani.
Tre ore dopo rientravo al Gruppo. Riordinamento delle linee telefoniche
rotte. I guardafili corrono sulla strada. Uno porta l'apparecchio
telefonico, l'altro rotoli di filo. Incontro dei porta-ordini in
biciclette veloci che ondeggiano su e giù nei vasti buchi scavati dalle
granate. Il fuoco austriaco rallenta sempre più. Giungono le ultime
granate colleriche disperate. Trovo al Gruppo bombardieri le prime
notizie e le voci che corrono false, vere, imprecise. Molti feriti,
pochi morti. I nostri muli massacrati. I nostri fanti contrattaccano con
gli Inglesi a Cesuna per riprendere i 300 yards perduti. Una baracca
nostra vuota in fiamme. Il bombardamento austriaco si accanisce ancora
su Campiello. Gli Austriaci hanno preso cima Ekerle agli Inglesi. Molti
colpi sono caduti su Piovene e su Schio. L'offensiva austriaca è
generale dal Val D'Astico fino al mare; con fluttuazioni la linea nostra
resiste poderosamente. Sento nell'aria la sicurezza della vittoria.
Alle 10 il bombardamento che è cominciato alle due e mezza di notte è
completamente cessato. Val Silà riprende la sua fresca anima alpina,
bacinella di silenzio puerile, tenero, nostalgico. Ma l'invade un nuovo
frastuono veramente inaspettato. E' il corteo orchestrale di ieri sera
che gira spaccando i timpani colla virulenza delle latte percosse, i
lazzi, i pernacchi. Hanno aggiunto due chitarre e un clarinetto. Il
direttore impazzisce gesticolando di gioia; sembra guidare
buffonescamente l'anima ancor commossa della Patria alla fiera finale
dove saranno macellate e mangiate dai panciuti e ghiotti cannoni le
mandre austriache.
Mi addormento in baracca affranto, soddisfatto. Sonno pesantissimo.
A mezzo giorno due nostre cannonate mi svegliano dandomi l'illusione di
Ghiandusso battente alla mia porta. Grido nel sonno «Ava-a-anti». Ho
preso due cannonate per un innocuo bussare alla porta, tanto il mio
sonno fu profondo.
Tre giorni dopo il generale Monesi in automobile si ferma davanti alle
baracche del Gruppo. Entra, allegro. Eccellenti notizie. Con La
sicurezza di un generale vittorioso, dopo avermi detto di avere
assistito alla serata futurista di Brescia mi parla del piano fallito
degli Austriaci che speravano di tagliarci fuori facendo cadere tutto il
massiccio nostro (Forte Corbin, Cima Arde, Cesuna) giungendo al Cengio e
poi al Pao con un aggiramento. Le nostre posizioni perdute del Tonale
sono riconquistate. Asiago, il Grappa sono fermi. Abbiamo perduto una
parte del Montello sul quale pesa lo sforzo principale degli Austriaci,
che sono però contenuti.
Il generale Monesi parte sotto una pioggia dirotta, mentre si straccia
il nebbione agitato e dilaniato dal vento che sale da Val D'Astico
inesauribile caldaia di nebbie. I nostri 75 campagna non tacciono mai e
i loro proiettili hanno dei rumori di siluri sull'acqua.
Ptoo!... fisssss
Pto! Pto! Pto! fiiiiii
Ptoo! Ptoo! Ptoo! fiiiii
Il 19 giugno all'alba vedo venirmi incontro Zazà allegra e civettante
con in bocca un foglio di carta, seguita dal suo nuovo corteggiatore
Ligò cagnolino buffo incrocio di barboncino e di buldog bastardo.
Agilissimo con mosse di cavallino, fulvo come Zazà ma frenetico di
mosse, musino delicato con una strana punta rosea-nerastra, occhi
acquosi-grigi, grazioso, intelligente, vivace, non più giovanissimo. E'
sempre in foia. Assale amorosamente Zazà e le strappa il foglio di
carta. Io prendo a volo il foglio e leggo: «Bollettino Diaz--9011
prigionieri austriaci e circa 300 mitragliatrici austriache catturate.
Le nostre truppe stanno riconquistando il Montello e ricacciando gli
austriaci nel Piave».
Il 21 giugno sera sorveglio e dirigo un lavoro di mine per piantare una
nuova baracca. Tre bombardieri intorno al pistoletto conficcato in una
piega della roccia. La mazza bene impugnata da braccia rudi gira sulla
mia testa scintillando ogni volta rosea in alto negli ultimi raggi
obliqui del sole. Il secondo bombardiere ogni tanto spinge il
raschietto nel buco per togliere la polvere. Con cura introduco la
sabulite, capsula e miccia. Tutti via a 50 metri di distanza. Il
bombardiere dà fuoco e fugge
Tum Tum PRAANG
Poi i tonfi toonfi dei blocchi ricadenti. Zazà abbaia e corre mentre un
porta-ordini in bicicletta arriva trafelato. Il capitano legge e mi
comunica l'ordine di partire per Scandiano e raggiungere le squadriglie
di Auto-Mitragliatrici blindate alle quali sono assegnato.
IV.
UNA DONNA-PREMIO
Il 22 giugno, partendo da Val Silà a piedi seguito dal mio attendente
Ghiandusso, che chiacchiera volubilmente, sento subito rinascere nelle
mie gambe l'inebriante elasticissimo passo del Carso. La strada scende
fra i grossi calibri Inglesi che gli artiglieri alti, biondi, casco
coloniale e braccia nude ripuliscono cantando. Quelle voci aspre un po'
velate di marinai d'oltre Manica contrastano con le morbide ondate
profumate del vento estivo che ci viene un po' stanco dall'immensa
pianura veneta giù sotto il Cengio.
La mia cagnetta Zazà sculetta, abbaia e m'invita a correre. Corro con
lei fuori dalla strada. La montagna è tutta riplasmata dal
bombardamento. Mi fermo e bevo la visione calda e nutriente della Patria
coricata immensamente che sembra sollevare con ritmo felice l'ampio
petto della pianura tatuato di strade e villoso d'alberi che il sole
imbrillanta di un sudore dorato. La città e i villaggi sono i suoi
amuleti.
Oggi è il 22 giugno; 22 doppio di 11, mio numero preferito, numero
fortunoso che mi lega alle forze favorevoli e all'Italia.
A Campiello fra tre buche profonde di 305, trovo il mio carrozzino con
mulo e bagagli. Tutti su con Zazà abbaiante. Ghiandusso dice:
--Guardi quella granata da 280. Non è scoppiata. Dorme nel suo buco come
un porcellino. Mi sembra di andare alla fiera.
La strada già rovente è piena di soldati inglesi che corteggiano con
omaggi incerti le belle popolane italiane. Ghiandusso sentenzia:
--La guerra è stata fatta per _mescià le rasse_!
Giungo a S. Orso, Comando della decima armata. Io provo sempre uno
schifo istintivo nell'entrare nei comandi. Quasi sempre deprimentissimi
ambienti dove regnano due generi di imboscati odiosi: _gli sgobboni
arrivisti_, pavoni e tacchini di Stato Maggiore che antepongono sempre
la loro carriera alla Patria e i _fiacconi rammolliti_ che pensano
unicamente a migliorare la mensa e allo champagne. Ho inoltre un
profondo orrore per i generali che hanno quasi sempre delle civetterie
ridicole di vecchie mantenute. Ma Caviglia fa eccezione e il suo
ambiente è quasi degno di lui.
Mi riceve affettuosamente e subito mi descrive sul plastico la battaglia
del Montello, precisandomi tutti gli errori e tutte le correzioni già
suggerite e in parte compiute con successo. Con la sua sorprendente
calma ultra-piemontese, alto, freddo, pochi gesti, assoluto equilibrio
fisiologico, armato d'un buon senso spoglio di frasi, egli parla del
maneggio delle fanterie che non fu lodevole. Disapprova i due attacchi
sui fianchi del Montello che furono come era prevedibile massacrati
dalle artiglierie nemiche. Bisognava invece sferrare un attacco unico
centrale, con 4 reggimenti, dopo avere simulato con un violento
bombardamento le due azioni ai fianchi.
Caviglia dice:
--Badoglio ha creato un meraviglioso schieramento di artiglierie...
Quando Badoglio ha il tempo di riflettere è un generale capace e
potente. Ad ogni modo è il nostro miglior generale.
Caviglia parla poi del Duca D'Aosta che era a Fogliano quando gli
austriaci irruppero sulla nostra riva. Fu più volte invitato a
ritirarsi, rispose sempre «No, rimango!» Il duca è un uomo coraggioso,
freddo, e di gran buon senso. Quando gli sottopongono dei piani militari
li esamina bene poi dice spesso: «Non vanno, portatemene degli altri».
Riesamina, accetta o rifiuta senza boria, nè presunzione. Ha un ottimo
capo di Stato Maggiore: Fabbri. Dall'Astico al mare il morale delle
nostre truppe è semplicemente meraviglioso.
--Ho visto i rincalzi assalire gli autocarri partenti per la linea con
gioia trionfale. La popolazione del Piave è pure calma, sicura. Durante
la battaglia del Montello ho visto i contadini arare la terra, e i
bambini in piedi attenti intorno ai 75 campagna controbattuti.
Parto da S. Orso con la convinzione che Caviglia è veramente il capo
predestinato a stringere nel suo congegno volitivo, intuitivo e decisivo
tutte le probabilità favorevoli e sfavorevoli, tutti i calcoli, tutte le
forze degli uomini, della pioggia, del sole, e del terreno come
altrettanti fili convergenti a quella meravigliosa tavola di commutatori
elettrici che ha nel cervello. Bisogna che ad ogni costo Caviglia abbia
il comando supremo della prossima immancabile battaglia finale.
Schio è tutta sonante di canti al sole, quando vi entro sul mio
carrozzino. Non riconosco quasi più la cittadina che sonnecchiava
quest'inverno sotto le alte batterie austriache sdegnose. Oggi è
veramente fiera d'aver subito i coiti furenti dei 305. Sulla piazza,
incontro la fanfara dei primi bersaglieri che tornano dal Piave.
Esplosione lirica del pomeriggio infocato. Passo aggressivo, fucili e
tascapani fioriti, tutte le trombe al cielo spinte su dalle rudi facce
di cuoio lucenti di sudore. Sopra, squilla il sole come la più bella
tromba bersagliera lanciata in alto nel ritmo danzante della marcia.
Vorrei proseguire, ma non posso, tanto la massa irruente di quelle forze
guerresche mi s'avventa con prepotenza sul viso, preme su di noi come un
Simun di gioia selvaggia. Gridano capriolando davanti ai bersaglieri i
monelli in delirio. Le porte delle case, le finestre, i balconi spremono
grappoli di donne e bambini scroscianti applausi, fiori sui cani
abbaianti. Zazà si slancia, ma la ripiglio a volo, e tenendola fra le
gambe guido a destra il mio mulo che dà calci con un'imprevedibile anima
poetica.
Mi viene incontro a ondate sbatacchianti, l'anima italiana
tempestosissima, irta di belle pazzie, scamiciatissima. Dei bersaglieri
riposano la bocca e se l'asciugano mentre gli altri a gote gonfie
sembrano dilatare le case con globi violenti di suoni scagliati al
cielo. E gli occhi ridono, e tutti ridono. Dietro le prime trombe
marziali e cadenzate, saltellano si sganasciano e si divertono altre
trombe mattacchione.
Abbiamo vinto, tutto è permesso. Vi sono molte donne a guardarci.
Spandono buon odore i bei seni accaldati sotto i capelli pesanti. «Un
bacio, via, bella mora, non fa male! Che belle chiappe... Evviva la
fila, signor tenente... Vieni giù biondina! Viva i bombardieri!... Viva
i bersaglieri!... Viva la fila dei bersaglieri che resiste a tutti i
colpi!»
Un bersagliere colossale sembra quasi ingoiare la sua tromba, poi si
curva fingendo di cadere a destra, a sinistra buffamente. Ogni tanto uno
sgambetto all'amico davanti, una gomitata a sinistra e colla mano destra
rema rema accarezzando le facce delle donne. Quella curva lo magnetizza:
un pizzicotto. Colla mano sinistra scuote in alto la tromba bavosa
mentre la sua mano destra arrotondata sulla bocca prolunga il suono dei
pernacchi tumultuosi e dei lunghi uuu... uu-uu-uu- uu-uu-uu prr prr prr
prr oooooooo aaaaaa.
Bacia tutte le donne per forza. Queste stizzite ridono, strillano,
ruzzolano quasi sotto il peso brutale nello schiamazzo dei bambini e dei
cani. Il sole volantista arroventato ritto nel polverone incandescente
delle strade celesti, gonfia dall'alto dei gas di gioia insalamandoli
nella strada come in un enorme pneumatico torrido.
Il mio carrozzino segue la corrente di quella passione popolare ed ecco
a 100 metri da una strada laterale sbocca un battaglione scozzese.
Contrasto prodigioso. Passo lento in cadenza, saggio, ritmato, monotono
col dolce ondeggiamento dei gonnellini quadrettati color pinete
alpestri, giubba kakì, berretto in forma di barchetta rovesciata
sull'orecchio, fasce a mezzo polpaccio fissate da nastro e fiocco rosso.
Splendore dei cuoi e degli ottoni. Tutti calmi con l'azzurro mite degli
occhi rapito ai cieli di Scozia, tutti obbedienti per sempre al peso del
fucile e degli zaini eleganti. Accompagnano la marcia con una melopea
che senza urto s'innalza, si spande
o-eee o-eee o-eee hurraaa!
o-eee o-eee o-eee hurraaa!
I bersaglieri salutano con tutte le trombe alzate, pigiano donne e
bambini sulla sinistra e offrono con un frastuono infernale la destra
all'altra razza che passa.
Lenta - grave - forte - solenne. - Uno - due - uno - due, con piccole
risatine brevi negli occhi senza voltar la faccia, uno - due, uno -
due, venuti da lontano e sicuri della strada futura marciano gli
scozzesi. Quando il tenente dà l'ordine, allora soltanto i pifferi
nordici spruzzano allegria, e le sacre zampogne incominciano a gonfiare
pance e mammelle con gioia comandata fra le braccia degli antichi
montanari gonnelluti che le portano maternamente--nazii iii ziii biii
biuu.
I bersaglieri suonano il _tippereri_ senza parole urrara pum - pumb
papapapum - pumb para pum pum-pumpum.
Rispondono gli Scozzesi
_Adioo miabeladioo._
Passa il carreggio Inglese. Lussuoso scintillio di ottoni sui cavalli
fortissimi. Zampe ingonnellate di lunghi peli. Il sole sembra ruzzolar
giù magnetizzato sui finimenti ghiotti di scintille. In alto sui carri
verde scuro pieni di cose ricche inutili i guidatori in kakì faccia
rossa polverosa colla pipetta all'angolo della bocca.
Dietro, vengono più grandi, terremotando, gli autocarri inglesi,
scatoloni colossali o palchi automobili per assistere ai cortei.
Smisuratamente sproporzionatamente. I volantisti, pipino in bocca,
faccia rossa polverosissima sembrano arrampicarsi come topi sui volanti.
Questo secondo autocarro è ancor più grande. L'ultimo gareggia con le
case. E' forse una casa di Folkestone col suo giardinetto a guisa di
strascico. Portano tutto con loro gli Inglesi. Ogni battaglione
trascina una città di case dinamiche riboccanti di spettatori.
Noi italiani combattiamo quasi nudi, ma ognuno ha purtroppo nel cuore un
pensile giardino di donne-fiori i cui capelli pesantissimi ci incurvano
in avanti sui golfi lunari del pericolo.
L'indomani sera in treno per Verona leggo il trionfale comunicato di
Diaz: «_Dal Montello al mare, il nemico sconfitto ed incalzato dalle
nostre valorose truppe, ripassa in disordine il Piave_».
Alla stazione di Verona quasi buia mugola asserragliato e ribollente uno
dei reparti d'assalto che va a riposo. Odore acre e mordente di belve
vittoriose. Ballano nelle corse e nei gesticolamenti i fiocchi dei fez
neri tra il vociare turbinoso, le gomitate e gli spintoni. Gli arditi
hanno occupato il caffè della stazione. Si intravede un rimescolio di
braccia nude stantuffare e rubinettare fiaschi di vino e bicchieri di
birra, fra una fantasmagorica agitazione di luci azzurre e di ombre
caricaturali. Ogni discussione sembra una rissa. Tutti si pigiano. Fame
e sete azzannante e arraffante nel buio. Grandinare di bottiglie,
bicchieri. Bestemmie degli ufficiali presi nei vortici della folla
grigia-nera che non cede, resiste alle lente sbuffanti locomotive in
manovra coi meccanici che si sporgono gridando.
Mi sento chiamare. E' il colonnello Trivulzio alto montanaro dal viso
sessantenne alcoolizzato ma solidissimo, occhi giocondi vivacissimi,
pipa in bocca. Ha lasciato il suo reggimento di fanteria per il comando
di un reparto d'assalto. Fra le gomitate, gli urli dei suoi fez neri, mi
racconta:
--A Meolo, c'era da ridere. Una battaglia di clown e buffi napoletani.
Vero bordello pieno di risse di avvinazzati. Ma quanto sangue e quanti
morti! Però tutto era allegro. Non ho mai visto tanta confusione. Pensa,
una nostra mitragliatrice tirava su una mitragliatrice austriaca che
tirava su una nostra mitragliatrice! Una nel culo dell'altra. Tutte e 3
sulla stessa riga. Non si capiva dove era la linea. La linea oscillava
continuamente. Alberi spaccati, reticolati che non prevedevamo, tutti i
fili telefonici rotti. Ad un tratto, io mi avanzo con una mitragliatrice
in una boscaglia e sbocco in un prato. Ma, ta-ta-ta-ta-ta... due, tre
mitragliatrici austriache! Ai! ai! indietro, indietro! sono troppi,
siamo pochi!
E il colonnello Trivulzio descrive con gesti comici questa subita
ritirata buffissima di gente scottata.
--Ci rannicchiamo dietro gli alberi, 50 metri indietro. Tre secondi.
Altri fez neri ci arrivano alle spalle come scolari in baldoria. Subito
tutti in piedi ci slanciamo nel prato. Che casino! Che casino! Ma vi era
una sicurezza straordinaria! Avevamo la vittoria nelle ossa. Avanti,
indietro, si perdeva, e riguadagnava. Si perdeva con strafottenza di
ricconi alla tavola del giuoco. «Dobbiamo far saltare quei tre cannoni?»
mi domanda un caporale. Tutti rispondono: «No, no, no, per carità!
Glieli prenderemo, non facciamo saltare nulla. I cannoni sono nostri e
torneremo fra mezz'ora a riprenderli.» Eravamo tutti tranquilli come
Battisti! Trenta pariglie di cavalli nostri furono prese dagli austriaci
e riprese da noi mezz'ora dopo.
Attraverso la calca con Zazà nelle braccia e fuori per Verona buia.
Qualche bettola, a ciglia semichiuse. La sbornia già spinge fuori i
gruppi-viluppi, le coppie-canore e gli arditi pugni e pugnali pronti
fieri, irritatissimi di non veder davanti a loro la città inginocchiata
con tappeti di donne morbide sul selciato, lampade e giardiniere di
donne ai balconi. Sotto un portone nero, una zuffa fra carabinieri e
arditi. Intervengo poichè un enorme carabiniere ha avvinghiato e porta
sotto il braccio poderoso un frenetico magro ardito che batte coi piedi
l'aria con ritmo di telegrafia Morse.
--Via, non si trattano così dei soldati vittoriosi.
--Ma, signor tenente, mi ha sferrato un pugno nel naso. Guardi come
sanguina.
--Lo lasci andare, è ubriaco. Bisogna concedere una sbornia agli eroi.
--Se lei me lo comanda, signor tenente, lo lascio andare.
Ecco liberata la belva gloriosa nella città buia. Avrò delle noie, ma
non importa.
Giro tutta la notte cogli arditi aizzando e moltiplicando i canti,
ebbro non di vino ma di quell'alcool trasfigurante che tutti i filosofi
sognano di sciogliere e distruggere nei lambicchi meticolosi e freddi e
che si chiama Patriottismo. In questo senso non diverrò mai un
antialcoolico.
All'alba nello scompartimento di seconda classe che mi porta a Modena
trovo finalmente il Premio che mi offre la Patria.
Un'italiana veramente bella. Bruna, delicata, morbida e flessuosa.
Trentenne, con occhi capelli e denti eccezionali.--Ma adagio! Ve la
descriverò a poco a poco. Freno tutti i miei slanci compreso quello del
mio lirismo descrittivo. La contemplo sommerso nell'ammirazione.
Ghiandusso la guarda estatico. Zazà le si accuccia vicino, quasi sulle
gambe. Io attacco discorso. Pronto, incalzante, intuitivo. La sento
entusiasta della vittoria. Parlo della battaglia. La bella signora
ascolta, vive tutti i gesti. Si chiama Rosina Millari di Oderzo. Ricca
profuga un po' sperduta, poichè non ama i parenti che la ospitano. Deve
passare la giornata a Modena senza scopo per raggiungere la sera stessa
una villa fuori di città. Invito la bella a colazione. Esita. Ma le
forze mi sono favorevoli. Non si può veramente rifiutare nulla a un
soldato vittorioso. Alla stazione di Modena non si può mangiare.
L'affollamento dei soldati ci costringe a uscire al più presto coi
bagagli suoi e miei, Ghiandusso-Zazà, tutta una famiglia improvvisata e
poco dopo installata all'Albergo d'Italia.
Ho l'anima di un soldato italiano. Sapete cosa significa avere 40 anni,
del genio, molto fascino, una potente irradiazione di idee personali
nuovissime e sane, regalate al mondo, dei poemi potenti creati, altri da
scrivere, e nondimeno volontariamente e con entusiasmo giocare il tutto
con disinvoltura per la propria terra e la propria razza in pericolo?
Mi direte che un tenente di più al fronte è poca cosa. Ma questo tenente
ha un nome luminoso, una parola eloquente, diventa perciò un esempio, un
faro, un richiamo, una bandiera vivente di coraggio e fede per tutti
coloro che credono in lui. Ecco ciò che sono. Un accumulatore di energia
patriottica, utilissimo e assolutamente disinteressato. Militarizzare
così il più ribelle dei temperamenti, disciplinando e strangolando il
proprio orgoglio, sempre sull'attenti davanti a dei superiori che non lo
sono. Ecco degli eroismi profondi e dolorosissimi che meritano, cari
passatisti e care passatiste, dei premi da afferrare con mani rudi e
pochi riguardi!
Nella camera dell'Albergo d'Italia io entrai come si entra da un
pasticcere quando si è stati privati di zucchero per molto tempo. Parlai
d'amore con lirismo variopinto e modulatissimo offrendo tutti i
trampolini vellutati alla dedizione della bella donna, ma in realtà io
la conquistavo si può dire d'autorità.
Non era una corvée che imponevo ai nervi della mia amica, li mandavo
anzi in licenza sulle spiagge d'un gran mare di voluttà perchè vi
guizzasse il suo spirito al quale io superiore cortese insegnavo a
nuotare.
La stanza era accesa dai riflessi delle mille bandiere che infuocavano
le facciate delle case. Mobili giardini pensili. Rosso che sembra
veramente ringiovanito. Il verde vile di Caporetto è diventato un verde
Piave, un verde Mare Adriatico, diventerà un verde Isonzo. Il cielo
incandescente sembra roteare come un viluppo gesticolante di bersaglieri
scamiciati, feroci, urlanti, la bocca piena d'Italianità selvaggia e
d'orgoglio, amore - vendetta - rapina - eroismo - maffia.
Mi voltai per seguire la bella mia affaccendata nell'aprire i suoi
bagagli. Un morso delicato nella nuca. Poi la svestii. Si lasciò fare
languidamente, con tutte le moine che distinguono le amanti venete e il
loro chiacchierio di uccellino che maledice la gabbia, implora la
libertà e non conosce altro cielo che quello che brilla nell'acqua dello
scodellino. La stordii di baci e di carezze infinite. La presi e ripresi
con foga, con slancio, delirando. Poi mi fermai. Buttai sul divano
l'anima che mi aveva servito fino allora e ne tirai fuori un'altra dalla
profondità dei miei nervi.
--Bisogna, pensai, che io valuti con precisione scientifica e occhi di
buongustaio il premio offertomi dal destino.
Imposi dolcemente silenzio a Rosina che si accaniva a dimostrarmi
l'imbecillità paurosa di suo marito notaio, pedante germanofilo,
disfattista, imboscato malgrado una buona salute e i suoi 25 anni, e le
dissi:
--Cara Rosina, sei troppo bella per coprirti con una camicia, toglitela.
Voglio analizzare la tua bellezza con cura e prendere delle note.
Salto dal letto prendo il mio libretto di note dispongo bene il corpo
nudo e coricato di Rosina:
--Chiudi gli occhi. Bene!... ora aprili!
Occhi meravigliosi. La cornea lievemente azzurrina venulata agli angoli
da piccolissime venette sanguigne, nuota in uno strano rosolio dorato.
La pupilla è nera cerchiata d'oro scuro...
Rosina è stupita, trattiene la sua allegria mi lancia un'occhiata
brillante e maliziosa che si lega bene al sorriso. Ecco il sorriso
sboccia, mobile losanga, e fiorisce tondo sui denti piccoli, freschi,
bianchi, saporiti. Penso ad una giovanissima Madonna di Raffaello, ma
più calda, passionale, dietro i cristalli di una _limousine_ veloce.
Io amo i seni piccoli, vivaci, spiritosi. Questi di Rosina sono invece
un po' grassi e lievemente materni. Ma la bella cupola militare del
ventre è perfetta. Sotto l'ombelico una lievissima depressione
perpendicolare discende, piccolo sentiero appena marcato e si perde
nell'ombra triangolare fra le cosce. Ancora più ammirevoli. Hanno
muscoli sodi, mascherati dalla più dolce carne. Bei cuscini soffici e
nuovi con ricche molle di muscoli.
Ma Rosina si annoia di tanta estetica scultoria. Nuovi baci, nuove
carezze e nuova pausa con relativo chiacchierio sul marito che Rosina
critica ora come un vizioso parassita amico delle prostitute.
Il nostro dialogo è interrotto da un balzo di Zazà che vuole accucciarsi
fra noi.
La mia cagnetta di guerra non conosce le donne. Ha sempre vissuto in
mezzo ai soldati ed è decisamente ostile ai dissolventi profumi carnali.
Mi ammonisce abbaiando, richiamandomi all'antica castità. La caccio via,
rimbalza su. La mando dall'attendente nel corridoio.
Io sono ormai sufficientemente premiato. Ho centellinato e masticato
deliziosamente tutte le ghiottonerie di quel letto imbandito come una
tavola di re.
Nell'annotare sul mio libriccino la mollezza soave delle due bende di
capelli che coprono le piccole orecchie di Rosina ho sentito gonfiarsi
nel mio cuore un oceano di pensieri e ormai il mio spirito vi veleggia
sopra, con le sue vele date al tondo soffio delle purezze astratte.
Dico a Rosina concludendo:
--Non ti potrò mai dimenticare, poichè sei veramente la figlia del
nostro Piave devoto e della vittoria!
Poi soggiungo:
--E anche la figlia della luna augurale!
Così, sporgendomi al balconcino, salutai la luna che avevo maledetto il
27 ottobre sul Carso, tutta gialla, allora, insozzata forse a dipingere
bandiere austriache.
Un'ora dopo ci accompagnava in carrozza rotolando in alto grassa, bianca
e felice la luna enorme. Fresca campagna dilatata dalla gioia della
vittoria. Passiamo sulla Secchia, rapita anch'essa di gioia lunare.
--Non cercarmi, non scrivermi, ti scriverò io, mormora Rosina
abbracciandomi. Mio marito è geloso, ti ucciderebbe!
Sento che Rosina sta per trasformare suo marito imboscato in un ardito.
--Non venirmi a cercare, ripete Rosina, verrò io a Milano da te.
Non l'ascolto. Penso di dare al mio prossimo poema i ribollimenti e
formicolii d'argento della Secchia che scorre dolcemente quasi nel mio
cuore. Le vigne alte sospese a braccia spalancate, aggrappate ai gelsi
mi danno colle loro grandi ombre nere animate dei consigli energetici.
Il vecchio cocchiere porta ora in equilibrio sul cappello a cencio la
pletorica luna piena. Vorrei affrettare il passo del cavallo. Sono
stanco di voluttà. Le ruote della carrozza svegliano in me il ritmo
pneumatico della mia futura blindata, nuova amante per le velocità della
prossima vittoria.
V.
IL PAZZO
Sono costretto di passare 2 giorni al deposito di Scandiano.
Due giorni di burocrazia militare aereati dalla compagnia del futurista
Virgilio Marchi, granatiere valoroso, ora invalido di guerra. E'
riuscito a improvvisare qui una piccola esposizione di quadri futuristi.
La visito per consolarmi dell'atmosfera imboscata discutendo
sull'equilibrio delle dinamiche architetture ideate da Marchi.
Spacco, sfondo e incendio la tediosa atmosfera di Scandiano con un
discorso ai bombardieri e una susseguente discussione sul futurismo col
generale Sacchero. Dormo male a Scandiano, assillatissimo dal desiderio
di conoscere presto la bella blindata che mi aspetta, le sue forme
snelle e il suo cuore carburante. Ma la mia propaganda futurista e
quella degli amici Marchi e Francesco Flora sembrano aver già
trasformato la piccola città ultra-passatista.
Ne sboccia l'ormai immancabile prodigio. Cosa è questo gridio di folla?
Usciamo dalla mensa. Sensazione di sommossa. Tutti corrono. Redarguisco
due sergenti che fuggono davanti a un pericolo inspiegabile. Sassate
fitte piovono su noi. Risacca di bambini e donne urlanti. Entriamo nella
vasta piazza erbosa e vuota davanti al palazzo Estense.
In fondo, vicino alla porta ducale, gesticola un pazzo. Nudo dalla testa
calva congestionata ai ginocchi. Ha le fasce alle gambe e le scarpe. Il
pazzo, curvo, cerca febbrilmente delle grosse pietre e le scaglia con
forza contro la cancellata del palazzo, dove si agitano confusamente
ufficiali e soldati.
Divertente e tragico consiglio di guerra sotto il fuoco accelerato del
pazzo. La sentinella ha dovuto spostarsi cercando di parare col fucile a
baionetta inastata i colpi molto precisi. La folla ondeggia allo sbocco
della via Cesare Battisti, con fughe repentine, quando il pazzo si
avvicina preceduto dalle sue pietre.
Appare veramente il dominatore di questa piazza lugubre, sonnolenta,
austera, troppo saggiamente imboscata lontano dagli aeroplani e dal
fronte. Nudità potente, forte torace, maestria di lanciatore di pietre.
Il membro pendente fuor dalla nicchia dei peli neri beffeggia
spavaldamente le morali freddolose, magnetizzando gli sguardi delle
ragazze che strillano paura, orrore, curiosità dietro le grate vezzose
delle dita sugli occhi.
Ad un tratto il pazzo si curva, prende una manata di sterco e la mangia
avidamente.
Forse per insegnare gli indispensabili sacrifici dello stomaco a coloro
che non si contentano di salvare la pelle ma la vogliono anche
riccamente nutrire mentre i combattenti bevono e mangiano il ferocissimo
fuoco solare delle battaglie.
Il pazzo ha impugnato due grosse pietre e con esse si percuote
atrocemente la fronte. Vendicatore selvaggio venuto dalle lontane
caverne e dalla amicizia dei mammuth egli vuole dimostrare che nella
media saggezza prudente non c'è virtù. L'ora è venuta di sfondare tutti
gli scrigni compreso quello della fronte, liberandone le generose
pazzie. Sputa ripetutamente il pazzo contro il palazzo ducale, sputa dal
fondo della sua violenza barbarica sulla mezza civiltà cauta dei
restauratori di palazzi antichi e di viltà moderne. E' un uomo
preistorico che dà meglio di me una lezione di futurismo agli imboscati
di Scandiano.
Ecco però i passatisti alla riscossa. Sono numerosi. Li guida il tenente
colonnello Tusini, piccola barba quadrata nerissima, quasi finta sul
viso bruno, nervoso, collerico. Lo segue un siciliano nerboruto e bruno,
il tenente Trafficante. Il pazzo indietreggia tirando sassi. E'
accerchiato. Sente il muro dietro di sè. Ha un minuto di esitazione, che
lo perde. Tutti si slanciano su lui, lo afferrano alla vita, lo
rovesciano a terra, quasi soffocato. Mi precipito per soccorrerlo,
mentre piovono sul suo capo calvo pugni violentissimi, accaniti,
esasperati dalla paura.
--Basta! basta! non massacratelo!
Un caporale atletico, impazzito più del pazzo gli imbavaglia con una
mano la bocca. Il pazzo tutto insanguinato torce spaventosamente gli
occhi senza implorare pietà; mentre un soldato lo strozza quasi col
braccio destro e dichiara solennemente:
--E' così che si tengono i pazzi.
Io gli grido:
--Ma i saggi come voi fanno schifo!
VI.
UN'ESPOSIZIONE FUTURISTA NAVALE
La caserma di S. Benigno a Genova ha tutti i difetti delle caserme, ma
una qualità eccezionale che la rende forse unica al mondo ed è quella di
cavalcare con la sua mole rossa il promontorio montagnoso del Faro.
Domino così facendo colazione su una delle terrazze: a sinistra
l'anfiteatro di Genova coi suoi vetri in fiamme, tetti d'ardesia
verniciati di argento solare, e pensili giardini tropicali. Davanti, il
colmo alto mare di cobalto; a destra, le criniere di fumo di
Sampierdarena; e sotto, il porto formicolante irto e fumoso.
Mi pare di essere sulla terrazza di un meraviglioso grattacielo
italiano. Giù, giù, il porto lavora energicamente per la guerra
mondiale. Grande bocca d'Italia aperta ai carboni che cortei di navi le
portano sfuggendo ai sottomarini, microbi circolanti nelle vene-arterie
del mare.
Uno di questi cortei di navi si abbozza confusamente, sull'arco
dell'orizzonte. I carboni ingoiati dai treni corrono facendo correre le
forze che nutriranno il fronte congestionato di fuoco. Sotto di me, navi
e treni mescolati.
I treni s'intrufolano fra le navi. Simmetrie eleganti disinvolte di
rotaie a fasci argentei. Le rotaie luccicano imperative come leggi
davanti ai treni lentissimi asmatici, sotto fumi rivoluzionarii. Peso
delle chiatte incastrate nell'acqua carbonosa. Sono scaricate da omini
microscopici che portano velocemente sulla testa coffe di carbone
correndo sull'oscillare elastico delle assi sospese. Andirivieni degli
omini fra le chiatte e i cumuli di carbone alti e cosparsi di brilli.
Brillano pure i torsi nudi sudati.
In alto il sole comanda, dirige tutto, meccanico sanguigno dalle
roteanti braccia d'oro dirigendo le antenne, le gru e gli elevatori
elettrici che viaggiano su ponti di ferro pattinando oleosamente e
portando a braccio teso mascelle metalliche ghiotte di carbone.
Una dura volontà solidale di guerra fa gonfiare i bicipiti degli
elevatori che girano orgogliosamente sui piedi uniti per farsi ammirare
come buoni patrioti da tutte le case attentissime dell'anfiteatro-porto.
Ribollimento frenetico d'oro solare fra le navi. Spirali, fantasie,
ramificazioni dei fumi bianchi-grigi, perlacei che salutano i
lontanissimi combattenti.
Ma insiste la pressione dell'alto mare colmo di cobalto che vuole
straripare sull'orlo della diga: cobalto freschissimo che schizza, balza
dai moli al mio colletto di mitragliere S. Etienne, e si frange blu sui
vetri dell'ultimo piano di S. Benigno. Questi vetri si offrono bersaglio
ai cannoni di una possibile squadra nemica.
S'avanza invece e si delinea in alto mare un corteo amico di navi
variopinte.
12. No! 22. Altre ancora si sbozzano. Sono 29.
Il sole le vernicia. Balzano, lingueggiano, s'intrecciano le linee
colorate dinamiche sui loro scafi alberi e ciminiere. Tutte camuffate.
Poichè non possono entrare nel porto già pieno, esse si dispongono in
lunga fila parallela alla diga. Lo spettacolo mi gonfia d'entusiasmo.
Volo coi miei sguardi che si avventano gioiosi verso le navi. Grido ai
miei amici mitraglieri tutti in piedi, tutti presi al collo dal blu
inebriante dell'alto mare:
--Ecco la prima grande esposizione futurista! Una sala alta 50 Km. dal
pavimento di cobalto. Ventinove giganteschi quadri e complessi plastici
colorati in movimento. Guardate! Quella linea rosea sulla prima nave a
destra, quella linea slanciata che si arrotonda suggerisce l'idea di una
poppa di nave mentre ne copre il ventre in realtà. La vera poppa essendo
colorata in turchino, come vedete, vien presa a distanza per il turchino
dell'alto mare... Sulla seconda nave l'angolo acuto nero quasi a fior
d'acqua suggerisce l'idea di un basso bompresso di piccolo veliero.
Queste navi furono camuffate dagli armatori inglesi sui disegni del
pittore futurista inglese Newinson allievo e ammiratore di Balla e di
Boccioni. Così il genio futurista italiano, imprimendo attraverso le
sue esposizioni europee i suoi ritmi dinamici e le sue volanti
colorazioni all'ingegno plastico inglese, può vincere la cubatura
pesante tedesca e i suoi pericolosi sottomarini. Ogni nave così
trasfigurata contiene 4 o 5 illusioni di mezze o piccole navi da
trascurare o da sbagliare tirandoci sopra.
I pittori futuristi nei quadri precedenti creavano compenetrazioni e
simultaneità di linee e colori nel tempo e nello spazio. Volumi e colori
dell'esterno-interno apparente-reale lontano-vicino, colore, peso,
odore, rumore da suggerire a noi che li guardavamo.
I pittori futuristi che dipinsero queste grandi navi o complessi
plastici-naviganti vogliono anch'essi con le loro linee compenetrate e
le loro simultaneità di colore e forma, suggerire ciò che non c'è,
nascondere ciò che c'è, traendo in inganno e beffeggiando i sottomarini
in agguato! Ah! ah! ridiamo, amici, ridiamo di gioia poichè tutti i
simboli si armonizzano e si perfezionano. I sottomarini altro non sono
che critici passatisti di questa grande esposizione futurista navigante.
Critici pieni di bile compressa e d'invidia, che sognano di uccidere le
lampeggianti sfolgoranti creazioni del genio novatore. Inutile spiegare!
Il sole è il più sollecito e più eloquente dei conferenzieri e il più
chiaro illustratore.
La fila delle navi-quadri s'immobilizza, a 3 Km. da Sampierdarena, nel
mare. Andiamo, amici, a visitare a nuoto la prima grande esposizione
futurista!
Mezz'ora dopo tutti in costume da bagno entravamo in mare allo
stabilimento Colombo vera tonnara di donne e bambini. Cento salvagenti
verdi, costumi neri, cuffie rosse. Vasto guizzare e anguillare di
braccia e gambe. Grassi mappamondi rammolliti. Corrono bambini come
piccole stelle di carne. Migliaia di scimmie scimmioni scimmiette. Donne
e bambini aggrappati alla corda, sono violentemente strappati
dall'ondata schiumante pigiati, spremuti come frutti banani pere o
datteri sopra un unico gambo investito dal vento. L'ondata si precipita
sui bagnanti come la voluttà si slancia sui nervi. Colle mani pesanti di
schiuma, rotola, impasta, strizza, pesta, spalma questa pasta di
femmine, d'imbelli e d'imboscati per insegnar loro un po' di guerra. Tra
le potenti dita bianchissime del mare la pasta umana sprizza il suo
lievito di paura.
iiiiiiiii ui ui
iii
iii
nitriti gridiii
guaiiiti.
L'umanità subisce il coito delle forze. Ecco, donne e bambine si
avanzano con paura-coraggio, frenetica allegria e isterico terrore
contro l'urto dell'ondata... Voglio, non voglio, temo, ho paura
scappiam, restiamo, pigliamola in faccia. Dio! i capelli!... Tutta
bagnata!... Che freddo! l'acqua sulle gambe e sul ventre! Mi do a te, mi
apro tutta a te, mare rude, potente invadente massiccio, mare
sverginatore, uccidimi possiedimi mare guerra, eroismo massacro! Ho
paura, mi fai male, sei troppo brutale, mi piaci, ti odio!...
Aiii Aiii Siii Siiii
Aaaaaaaaa iiiii
Una mamma va incontro all'ondata portando fra le mani un grosso tondo
bambino nudo. Sembra volerlo lanciare con un calcio di foot-ball contro
l'irruente alta schiuma, che crolla
Taaaraagiiiiuuu
gggiiii uuuu
giaaaa.
Disinvolta, quella mamma! Sembra snaturata. Eroica certo e il destino la
ricompensa poichè il suo tondo marmocchio ruzzola nell'onda, capriola ed
eccolo più sano di prima sulla sabbia. Vorrei l'Italia fosse così
disinvolta nel lanciar la sua prole contro il nemico che schiuma di
rabbia e d'odio eterno come il mare.
--Amici! grido allora, usciamo da questa coloratissima tavolozza che ha
per colori donne e bambini e ondate schiumose!
A nuoto ci lanciamo nel ribollimento argenteo abbagliante verso il
pavimento di cobalto della grande esposizione futurista da visitare.
Lontano qua e là, a destra, teste nere d'altri visitatori. Barche
nerissime irte di rematori e simili a pettini neri coi denti al cielo.
Tentano di criticare, discutere nella pienezza geniale del mare che
bolle sicuro di sè. Piove fuoco argenteo vivo di gioia artistica. Ogni
onda ha una sua idea in cresta che fiammeggia. Per essere più degno e
più intriso d'arte sublime mi arrampico su un trampolino e
Patapluum Plufff
giaaaa ggggggggg di schiuma
Nuoto sott'acqua a occhi aperti, vedo in alto una volta incendiata.
Scintille di rumori nelle orecchie blublublublu bloblo tlac tloc gott
gluglu.
Emergo. Luce anguillante di pittura futurista in ogni onda. Elastici
tessuti di riflessi viola gialli, verdi, azzurri. Si prolungano così
ramificandosi i sincronismi celesti dei raggi.
Il mare è una tavolozza sovraccarica di colori. Pennello vivente, voglio
nuotandovi dentro dipingere anch'io un quadro.
Comincio col nuotare alla rana. Formo così un groviglio duro di linee.
Poi a destra, nuoto alla marinara sul fianco come le donne formando una
capigliatura di linee molli sfumate. Balzo a sinistra e nuoto _over_
facendo ruotare il braccio sinistro col braccio destro teso in avanti.
Dipingo nell'acqua una ruota. Mi slancio con un _braccetto_ vigoroso
facendo ruotare alternativamente le due braccia, ma tenendo la testa
fuor d'acqua.
Nel mare si dipingono così due ruote davanti alla prima ruota. Tuffo la
testa nell'acqua accelerando il doppio movimento alternato delle mie due
braccia rotanti. Intuisco con gioia il liquido meccanismo di orologeria
colorato che nasce da me.
Vedo accendersi il rosso di quella nave camuffata come un incendio,
torcersi quella spirale azzurra intorno alla ciminiera come una molla
gigantesca sulla quale una nuvola elasticamente molleggia come un saluto
di padre eroico al figlio combattente.
Gioia di rinvigorire il corpo perfezionandone i tessuti, aguzzandone i
muscoli, perchè scattino dalla schiena ai piedi come una codata di
pesce! Gioia di acquistare la potenza guizzante d'un grande pesce-spada
prima di partire per il fronte. Le bocche dei cannoni nemici amano
simili pesci temerari. Mi succhio un dito. Sono fresco e saporito. Il
pasto dei cannoni, porrebbe essere veramente succulento. Ma la fortuna
sorride ai grandi pesci audaci che ora come me si nutrono lo stomaco del
buon carbone tot igienico che le navi-quadri- futuristi spargono sul
mare.
A grandi bracciate, facciamo il giro solenne dei conoscitori di quadri.
Intorno ad ogni nave camuffata coloratissima ride il pavimento liquido
moltiplicando la bollente gioielleria dei riflessi. Chi può comperare
pescecanescamente l'opera impagabile? Le navi a tinte rosee hanno
intorno a loro mille riflessi di carne femminile come migliaia di donne
bagnanti che applaudano. Le navi a tinte purpuree e gialle hanno intorno
dei riflessi in forma di vetrate insanguinate e rotte e talvolta
l'intera cattedrale di Reims sommersa. Il sole stanco di conferenze e
proiezioni sulla lavagna del cielo abbandona la sala della grande
esposizione. Occhiata d'oro vermiglio, fronte e calvizie di fuoco
sereno!
--Somiglia alla tua! mi grida un compagno, nuotando.
Sulla calvizie del sole si posano con ali febbrili di farfalle, due
idrovolanti.
Torniamo con un ampio giro che ci conduce verso gli affastellamenti di
tettoie e camini e la foresta di fumi Ansaldo. Nuotiamo come squali
guidati dalle gigantesche carni sanguinolente che gli alti forni
sembrano masticare. Magnetismo delle colate d'acciaio. Il ritmo delle
presse e dei magli titanici cadenza le nostre bracciate, mentre la
nostra bocca sputa schiuma bianca come i torni sputano limatura
argentea.
Entriamo sempre più nell'oceanica sinfonia dei rumori del ferro in rissa
col ferro. Attacchi e contrattacchi, boxe. Fierezza dell'acciaio,
Cocciutaggine di colossi in fusione. Nell'aggrovigliato paesaggio di
rumori ormai quasi buio si accaniscono a quando a quando le immense
fruste e i lazos delle fiamme rosse. Fiuto la presenza di mille cannoni
antiaerei nuovi sui loro candelieri colla bocca al cielo pronta ai
lunghi sputi precisissimi di fuoco zenitale.
Sono nuovi pennelli ultra-dinamici di Balla per ridipingere le nuvole
all'aurora. Fiuto le nuove Tanks già costruite con un volantista un
cannoniere e un cannone da 37, serrate, armatissime, ultrasintetiche
come libri futuristi.
Vedo poi giganteggiare il cannonissimo 381 allungato che dovrà tirare da
Venezia a Pola (130 Km.) simbolo perfetto del genio italiano a
lunghissima portata.
VII.
LA 74
Non conoscete la mia nuova amante? Ve la presenterò. Intendiamoci,
quella preferita, che escluderà tutte le altre e sarà forse definitiva.
Non ha un nome, ha un numero e ciò mi piace poichè ogni Rosina è sempre
tradita dal ricordo di un'altra Rosina, ogni Maria dal ricordo di
un'altra Maria. La mia nuova amante si chiama 74, 7 e 4 fanno 11, il mio
numero augurale che mi segue dovunque e mi è più o meno sempre
favorevole.
La mia 74 ha una salute di ferro, anzi d'acciaio, una meravigliosa
sensibilità, ma blindata. E' capace d'offendere e d'uccidere. Mentre è
assai difficile ferirla mortalmente. La conobbi ieri nel cortile della
caserma di S. Benigno. Mi aspettava in riga con le sue sette compagne
che le rassomigliano come sorelle. Con delle differenze però importanti.
Sono tutte donne autoblindate color verdone scurissimo, tutte armate.
Ma la mia è la più agile di tutte, ha un cuore-motore più forte, e il
fuoco delle sue ironie mitragliate non ha debolezze nè distrazioni. Fu
la sorte a designarmi come compagno della bella 74. Subito le baciai i
fianchi d'acciaio, la grande palpebra metallica e lei mi ringraziò con
un mezzo giro della sua cupola ornata d'un fascione tricolore. Volli,
allora, penetrare nella sua anima. Tutta affettuosa, la mia 74 mi aprì
sportello destro e sportello di sinistra cosicchè occupando il
seggiolino della sua volontà e impugnando il volante dei suoi segreti
pensieri la slanciai fuori a bella velocità giù per la strada tortuosa
che scende al porto di Genova. Sento la gioia gonfiare le arterie della
mia 74 che mi porta cantando. Non ha una voce sola, ma un'orchestra di
voci bene intonate. Ora godo il languido canto lamentoso del suo
cuore-motore che fa da freno in discesa. La sua gioia cresce ed ecco
flauti, clariiini, violiiini accompagnano il ritmo delle ruote.
La mia 74 ha forse un difetto; i suoi fianchi sono troppo vasti per
poter anguillare e correre senza urtare nelle strade ingombre di Genova.
Debbo preoccuparmi anche del suo culo di acciaio veramente poderoso
armato di una mitragliatrice a guisa di pungiglione. Con mano molle, ma
pronta al volante consiglio i suoi fianchi di non agganciare a destra e
a sinistra tram e carrozze.
--Su presto! le grido, ti conduco a Rapallo, a salutare i miei cari e
poveri amici mutilati. Vi sarà danza questa sera, belle donne e canti al
chiaro di luna sul mare.
Il cuore-motore della mia 74 precipita i suoi battiti e mi risponde come
un cavallo con nitriiiti, nitriiiti, nitriiiti.
La sua allegria si manifesta nel mostrarmi tutte le sue virtù. Ecco il
ci-ci-cigolio di mille passeri giulivi nelle sue giunture-costole
d'acciaio. Sarà bello amarla e stringerla con passione, o meglio viverle
nel cuore quando si batte.
Ma sono stanco di goderla dall'interno, voglio vedere le sue forme
potenti correre fra le raggere tropicali di questo pomeriggio sulla
strada di Varazze.
Lascio il volante al mio volantista Menghini, che avrà pieni poteri in
mia assenza sul cuore-motore della mia 74. Ho aperto lo sportello di
sinistra. Seduto di fianco sul seggiolino colla schiena presa nella
cinghia-spalliera ho le gambe penzoloni fuori a picco sul mare di
schiaffi pugni bava e smeraldi vendicatori.
Gioia disinvolta sfrenata di darmi così alla molleggiante velocità com'è
una saltatrice sul cavallo nel circo dopo il bel cerchio di carta
sfondato. Mi sento preso così a mezzo corpo dall'immensa rabbia amorosa
dell'orizzonte marino. La mia gamba destra allungata verso l'invisibile
acceleratore della velocità spirituale; la mia gamba sinistra piegata
sul predellino fuori.
Sotto di me, le volanti docce di schiume bianchissime e gazose ggggggg.
Microscopico stabilimento di bagni che magnetizza i miei muscoli
polverosi. Al sole obliquo una cuffia rosso carminio di bagnante. La
vedo guizzare nel molle cristallo verde col roseo lampo dei polpacci.
Snella agilissima, ma meno snella, meno agile della mia 74. La strada
curva è girata, o meglio presa in giro dalla nostra fusione veloce
tlantlantrintrrrrr trrrr. Polverone sferico, blocchi di caldo roteanti.
Trombe d'aria sbatacchiate fra le facciate delle case sovraccariche di
biancherie roventi alate. Ondeggiare frenetico della mia 74 fra le
resistenze dei metalli. Anguillare sulle anguille affettuose delle
rotaie.
Incrociamo delle automobili festive, veri salami-proiettili. A Varazze,
urrah! la mia 74 incontra le sue 7 sorelle e torniamo in squadriglia
sferzati dai lunghi raggi del tramonto, in una gara pazza di velocità
verso Genova e Rapallo.
Ognuno dei miei 7 compagni auto-mitraglieri pretende che la sua amante
blindata sia più veloce della mia. Le 8 donne d'acciaio lanciate
gareggiano, gareggiano, gareggiano, precipitando il ritmo dei loro
cuori-motori fra i mille ostacoli ganci ombre insidiose, riflessi lunghi
e corti, rosse occhiate languide delle bettole e maledette lanterne dei
passaggi a livello. Il mare si precipita contro le scogliere sotto la
strada, infrangendo con fracasso ogni barriera. Folla urlante di
onde-faccie schiumose di sudore rosso per vedere, per vedere la corsa
delle blindate impazzite. Entrando in Genova la mia 74 è in testa. Ritmo
perfetto, dominatore del cuore-motore obbedientissimo a me. Rallentiamo
sotto la curiosità affannosa e ronzante delle lune elettriche. Ma fuori
verso Nervi dove il mare sventaglia dolorosamente sulla ghiaia la tosse
dei suoi risucchi malati, la gara riprende, le agili donne d'acciaio
corrono cantando felici d'essere possedute da maschi e di possedere il
lunghissimo tortuoso corpo della strada con lesbica virilità.
La luna piena succosa che si sbuccia dalle nuvole sull'orizzonte marino
è il nostro traguardo magnetico.
Le sette blindate che mi seguono tentano ad ogni curva di sorpassarmi. I
miei amici ignorano il segreto della mia superiorità. Ognuno maneggia
sapientemente la propria amante, ma non ha raggiunto il grado di fusione
perfetta che mi lega alla mia 74. Tutti i calcoli meccanici sono
cancellati da questo slancio impetuoso che io imprimo ora con la mia
volontà al cuore-motore. Correre, correre, correre, accelerando cento
altri acceleratori sconosciuti e misteriosi che mi sono nati sotto i
piedi, sotto le dita, sul volante e nella mia fronte. Non sento più la
pressione invidiosa delle altre sette macchine dietro di me. Sono
distanziate. Ecco gli esuberanti volumi di vegetazione di Camogli e in
mezzo a loro in fondo alla strada che strapiomba sul mare la luna, la
bella luna di carne tiepida e profumata da infilzare. Stop. Ho vinto la
gara.
VIII.
GLI EQUIPAGGI DELLA LUNA SBARCANO A RAPALLO
Possiamo ormai tutti in squadriglia languidamente rallentare nella
grande magia dei profumi notturni, fra le diafane aeree mani lunari che
viaggiano nella brezza e supplicano i giardini di bagnarsi nel mare.
Quando entriamo nel giardino del Casino delle Delizie, la luna alta
armata di tutti i suoi fascini si è già impadronita del golfo
meraviglioso.
Dall'alto cassero di madreperla la Luna ha calato la sua lunga scala
nell'acqua intenerita. Subito ha messo in mare i suoi canotti bianchi
costruiti con la polpa di favolose noci di cocco. Gli equipaggi della
luna vengono a terra alzando in cadenza fuor dalle onde i lunghi remi
d'argento, perchè ne grondino perle innamorate e sguardi spiralici di
bionde bionde che quando dormono guardano ancora coi loro denti di
perle. Clic cloc gott gott plic ploc sotto la prua. Languida sonnolenza
di acque tessute di corpi in fuga, volubili, che si sciogliono sotto la
carezza delle pale scivolanti.
I rematori hanno il corpo nudo plasmato d'argento vivo, ma tornito,
senza frange, intriso di luce intensa che non abbaglia, anzi seduce gli
sguardi. I loro visi sono mandorle d'argento, e vi scorrono sopra gli
smeraldi degli occhi che guardano e si celano sotto alghe verdi.
Quando a braccia tese fanno leva sulle pale affondate, i rematori
rovesciano le facce bianche sotto una doccia di latte immateriale.
Bevono un sorso lungo poi rapidamente insieme si leccano le labbra colla
lingua di rubino acceso, serpentello di fuoco sull'argento del viso.
Un'immensa dolcezza preme sulla montagna boscosa che digradando scende
sino agli ultimi coni circonflessi di verdura di Portofino, vasca
d'angeli. «Venite giù, venite giù, Monti, rocce, terrazze e giardini;
nell'acqua tenera abbandonatevi!»
Nell'estasi dilagante, gli equipaggi della Luna intonano un canto grave,
pieno di serena malinconia che sale sale sale allargandosi, si ferma
lentamente, ricade estenuato. Ma con scatto improvviso, eccolo di nuovo
in alto su quella nuvola di tiepida neve abbagliata. La voce trema in un
do bianco prolungato con tale soavità da rapire nel sogno i giardini
coricati sul mare e soffocare alla gola gli alberi svegliati in una
straziante voluttà di piangere. I lunghi canotti della Luna hanno ora
tutti i remi alzati, le pale grondanti di perle, ad aspettare che il
canto solenne ricada finalmente giù dalle troppo fredde nuvole nel
grembo carnale del golfo.
Perversamente il Casino delle Delizie protende le terrazze a scaglioni,
le balaustre curve appassionate, gli aloes infilzanti, le rose suicide
alle ringhiere e le vetrate spalmate di stelle e levigate dai pianti del
mare. Frusciaaare, schiumaaare, tubaaare delle onde colombe sulle tombe
rapite ai cimiteri e come culle rimorchiaaate dai profumi del maaare.
Il Casino delle Delizie offre una magica festa ai suoi invitati. Sotto
le quercie e i pini ombrelliferi una orchestrina di nervi e fibre,
tremolanti archetti di pudore, clarini di mandre sognate,
tamburelli-cuori rapiti al petto delle bambine, chiama gli usignoli a
spasso nei dintorni, perchè le armonie non siano troppo flebili.
Ed ecco gli usignoli saltellare fuori dai piccoli tunnel fronzuti e
inoculare l'adamantino sangue del loro canto nelle ramificate arterie
del silenzio, sotto le palme che spandono l'anima sognante del Nilo.
Giungono i primi invitati: ufficiali e soldati mutilati. Il loro
incedere ha un ritmo sincopato sulla ghiaia scricchiolante dei viali.
Scatti obliqui e cadenze rotte che scuotono l'estasi generale.
Ma sono bene accolti, e piovono i gorgheggi e le fughe a ventaglio di
perle sonore fra un diluvio di profumi.
Le ombre della notte e le forze della dolcezza lunare non sdegnano, ma
avviluppano con mille carezze e moine questi corpi umani preziosi che
l'affamatissima battaglia ha rosicchiato.
Alcuni si affacciano alle terrazze tonde, prue illusorie con alti
pennoni e bandiere addormentate. Ben diverse da quelle che aizzavano
come mantici il fuoco del sangue nelle risse per l'intervento.
Altri vanno oscillando su passerelle che ricordano i transatlantici.
Ogni mutilato insegue, sembra, col suo movimento troncato il membro
rapito che certo non dorme in un cimitero del fronte ma vive,
trasfigurato, la vita delle carni immateriali nella scìa della luna. O
lassù, nell'elastico sorprendente tessuto delle nuvole.
I mutilati sono ricevuti dalle Ombre e dai Profumi che stendono amache
penose, divani spirituali, cuscini di sospiri.
Noi soli siamo materiali e pesanti. I nostri applausi di uomini interi
stonano coll'imprecisa vellutata cortesia degli usignuoli e delle onde
che stendono gementi tappeti d'argento per gli equipaggi della Luna.
Frusciaaare schiumaaare tubaaare di onde colombe sulle tombe rapite ai
cimiteri e come culle rimorchiaaate dai profumi del maaare.
L'orchestra di nervi e fibre patetiche annuncia l'arrivo scivolante
delle dame. Previdente pensiero dei grandi sarti inspirati che hanno
fasciato appena di stoffe leggerissime quei mobili corpi femminili,
perchè l'aroma della voluttà si spanda in giro inebriando le nari
veggenti dei ciechi di guerra.
Gli usignoli supplicano le dame di danzare. Sono obbediti. E la musica
tutta vortici e pennacchi vaporosi rapina i corpi delle donne. I ciechi
le guardano a quando a quando poi godono la Luna. Allora le teste
rovesciate all'indietro bevono il bianco fuoco d'amore coi loro tragici
occhiali neri. Penso ai risucchi di piacere delle piccole rade buie
incappucciate di verdura quando bevono la luna.
Noi facciamo danzare le belle donne ma non le tratteniamo. Anzi
imponiamo loro di trascurarci. Tutte a gara sviluppano il flirt
semilascivo coi mutilati nelle penombre favorevoli, per le scale coperte
e gli spiralici sentieri che sgusciano dall'ombra e s'affacciano sullo
splendore del golfo lunare. Coppie strane dove un agile corpo di donna
giovane è accarezzato un attimo, ma preferisce accarezzare un corpo
maschio infranto che zoppica, ondeggia. Questi tende una mano sola, e
non può tender la bocca per baciare.
Il gesto della donna diventa materno per accarezzare un mento d'argento,
che la luna subito con dolce meccanico furore salda alla carne. Ride il
sangue del mutilato in questa bizzarra officina improvvisata di metalli
innamorati e carni che sognano di metallizzarsi. Il torso di quel
tenente bersagliere si rizza con forza nella pienezza della sua
virilità.
--Non ho più labbra, dice, ma il bacio non è indispensabile in amore!
Parlo male ma so cantare, e anche danzare... Che importa se la mia
spina dorsale avrà poi bisogno di tre giorni di ossigeno per rimettersi?
Ora che gli equipaggi della Luna sono sbarcati bisogna che io balli per
dimostrare che si può far all'amore in mille modi sconosciuti. Questi
profumi deliranti urlano come l'odore della balistite che mi bruciava
sul Carso... Urlano, urlano l'eroismo e l'amore!... Balliamo e cantiamo.
Questa è una nuova trincea dove però la nemica non ci fa male anzi ci
nutre tutti col suo piacere. Se continua, mi guarirà! Farà, farà anche
rinascere le mie labbra! Balliamo cantiamo insieme!
_Ognun lo sa e ben ci conoscete
perchè l'allegria con noi portiam._
_Un cuore ardente e gioventù abbiam,
un cuore ardente e gioventù,
se pur con le stampelle camminiam._
_Chi siete?... Siamo la ganga
perchè amiam le bimbe, il vin
spumante e di Rapallo il mar!_
I mutilati cantavano. Frusciaaare schiumaaare tubaaare delle onde
colombe sulle tombe rapite ai cimiteri e rimorchiate dai profumi del
mare.
Tre mutilati danzavano, cercando di aggraziare i gesti nascondendo fra i
capelli delle dame i visi spaccati o cotti dalle esplosioni. Due altri,
in uniforme elegante e accurata, mutilati d'una gamba all'inguine si
rizzavano e sulle stampelle tentavano di cadenzare uno strano ritmo di
nave rullante. Un alpino mi domanda scusa di passarci davanti danzando,
poichè ogni volta la sua manica vuota sfiora il viso della signora
seduta accanto a me. Questa è una signora milanese: grandi occhi chiari
di bambina e bocca carnosa sempre ridente sotto pesanti capelli biondi
che le imperlano la fronte di sudore. E' buona, intelligente, piena
d'imprecise indulgenze e facilità nei suoi flirt svariati. L'amai con
passione 5 anni fa; poi la vita ci separò. Siamo molto amici. Le parlo
da cuore a cuore e lei mi risponde con assoluta sincerità.
--Io adoro la danza, ma non ho mai avuto tanto piacere come nel danzare
con quel tenente bersagliere dalla mascella d'argento. Io non mi capisco
troppo: sono una civetta, forse qualcosa di peggio... ma tu mi
capisci... Era così felice di stringermi fra le braccia. Siamo stati
anche giù nel buio sulla riva. Ha tentato di baciarmi il seno, ho
lasciato fare... Quando si è così poco vestite come siamo noi, signore,
oggi, è molto facile cadere... Deve essere tanto infelice poveretto!...
_... Da quando la guerra era scoppiata
Rapallo in silenzio qui dormiva,
ma tosto che la ganga è arrivata
il silenzio e la quiete qui spariva.
Chi siete?... Siamo la ganga
perchè amiamo i fiori, il cielo
azzurro e di Rapallo il mar._
Sono diventato l'amico d'un capitano alpino mutilato della gamba e
coscia destra chiacchierone e gioviale. Questa sera certamente ha
dimenticato ciò che ha perduto.
Gli dico che la mia bionda amica ha un capriccio per lui ed egli
tendendomi il viso molto vicino mi sussurra con gioia visibile:
--Me ne sono accorto... Mentre eravamo giù insieme vicino all'acqua
seduti ho preso la sua mano e l'ho portata sulla mia coscia metallica.
Veramente ho notato un piccolo movimento come di scottatura che la sua
bella mano ha avuto nel toccarla. Questo m'è capitato altre volte.
Inconvenienti del nostro mestiere. Ah! Ah!... Io rimedio subito portando
la mano della donna un po' più su.
E rideva, rideva, con gioia infantile senza rancore per la guerra poichè
gli aveva concesso questa notte di delizie. Poi riprese a cantare:
--Forza, orchestra!...
_Quando noi passiamo ci guardate
e dite che siam pazzi tutti noi
ma le pazzie nostre perdonate,
perchè siam pazzi sì, ma un poco eroi.
Chi siete?... Siam gli sciancati
Chi siete?... Siam gli avariati,
perchè abbiam fatto l'Italia,
col sangue nostro e la gioventù._
La mia amica mi prende il braccio e mi sussurra:
--Vieni, andiamo giù.
--Farai soffrire il povero tenente.
--Non preoccuparti; tornerò da lui dopo. Ora voglio stare con te. Tu non
sei un mutilato, ma mi fa un po' paura vederti partire per il fronte.
Non c'è più nulla fra di noi, ma io ti voglio sempre bene lo sai. E
questa sera ho un desiderio pazzo, pazzo, pazzo che questa benedetta
guerra finisca. Hai visto quei poveretti come sono conciati... Tu sai
che sono una buona patriota, ma non capisco, non riesco ad ammettere,
malgrado tutti i miei sforzi, la necessità di questa eterna, brutale
carneficina.
Io chiusi la bocca della mia amica con un lungo bacio. Tanto più utile
che prevedevo il lungo suo discorso contro la guerra e preferivo
ascoltare quello più eloquente e più patetico che la luna prodigava ai
suoi equipaggi lussuosi d'argento vivo remanti nei gorghi di perle:
--Abbandonati, anima,--cantava la Luna--sciogliti, dimentica, acquètati.
Ho dei rosolii che dissolvono ogni collera, ogni ferocia; ho dei balsami
che addormentano i rancori. Tutte le volte che ho voluto fermare la
guerra m'è bastato colmare le trincee col latte benefico della mia luce
e subito le sentinelle in vedetta hanno reclinato il capo invaso dal
sonno e dal pessimismo tenerissimo, dimenticando le pattuglie nemiche in
agguato. Le mitragliatrici avversarie non hanno avuto più per loro
altro interesse che quello di un notturno apparecchio telegrafico o di
cani abbaianti. Sono la dispensatrice del nichilismo perfetto, del
dissolvimento totale e di tutti i soavi abbandoni alla deriva d'una
qualche corrente molle di baci, alcool, pigrizie, o sogni. Io sola
vincerò la guerra la notte in cui spegnerò con carezze troppo lente il
sangue solare dell'uomo, costringendolo a disprezzare l'ultima attività
aggressiva del coito per negare e sognare unicamente.
--Hai sentito, cara Amica, le argomentazioni della luna in favore della
pace universale, eterna? Sono subordinate come le tue argomentazioni
alla distruzione della vita. Alle origini lontane dell'umanità noi
vediamo popoli accaniti offrire agli Dei cadaveri sanguinanti. Poi un
Dio ebraico affamato anch'esso di carne umana. La terra nel suo viluppo
d'atmosfere contiene delle forze dominatrici, intricatissime e
difficilmente decifrabili che noi definiamo con parole inefficaci quali:
primavera, gioventù, eroismo, volontà ascensionale delle razze,
rivoluzione, curiosità scientifica, slancio del progresso, civiltà,
record. Tutte queste Forze indubbiamente telluriche adorano il sangue
umano, cioè la lotta, il bisogno di distruggersi vicendevolmente
simboleggiato dalle onde schiumose del mare. Queste Forze dominano la
maggioranza più viva dell'immenso formicaio umano. Maggioranza d'istinti
selvaggi e implacabili, tutti più o meno sanguinarii.
La minoranza meno viva o stanca o vecchia o ferita ha creato le idee
pure, i sentimenti puri, le vaste bontà, la soavissima pace, l'amore
umano, ed altre astrazioni di dolcezza serena che varcando le montagne
aspre dei desideri e le irte foreste delle ambizioni, dovrebbero
finalmente pacificare tutte le razze imponendo loro un ritmo morbido
come quello di questo golfo innamorato e fedele alla luna. La parte
turbolenta e istintiva del formicaio umano è spesso affranta e disillusa
del suo andare crudele e sanguinante. Si ferma ed ammira inebriata le
soavi pigrizie affettuose che la minoranza saggia ha lanciato in cielo e
che ormai navigano anch'esse imperiture sulla curva della Terra. Ma la
sosta è breve, le Forze di voluttà aggressiva e di primavera crudele,
incalzano di nuovo la maggioranza giovane e virile. Più furibondo che
mai il ritmo di distruzione e di morte ricomincia, e se le contese
piccole, minute non bastano, si afferrano a volo le vaste astrazioni di
bontà e di pace per farne delle bandiere al nuovo massacro. Si scagliano
le folle in guerra, massacrando gli uomini, per massacrare la guerra!
Altri si slanciano su aeroplani a lungo perfezionati perchè possano
varcare tutte le atmosfere e gareggiare con le stelle. Immagina, amica
mia, qui in questo golfo quattro o cinque aviatori già pronti sui loro
apparecchi dalle eliche rombanti per la grande gara. Immagina il loro
dialogo.
--Dobbiamo, dice l'uno, assolutamente a costo della vita salire a 20 km.
di altezza, vincere o morire, amici!
Poi a mezza voce al meccanico fedele:
--Hai bucato il serbatoio dell'altro aeroplano?
--Sì, risponde il meccanico con occhiata radiosa. Fra un'ora il vostro
concorrente precipiterà in mare.
--Grazie, son sicuro di vincere, gli altri non mi fanno paura.
E così gli aeroplani della grande gara ultra-terrestre si slanciano nel
cielo ove ecco appare il Rabbi di Galilea col viso più tragicamente
pallido di quello crocifisso sul Golgota. Gli occhi al cielo
disperatamente guardano con bontà infinita e tremendo dolore il Padre
dei padri, riassunto di forze cosmiche che ha l'implacabile e muto X
rosso sul viso di tenebra azzurrina. Il Rabbi piange e dice:
--Padre, tu mi hai trasmesso il germe della divina bontà e dell'assoluto
perdono e quello più prezioso ancora dello sconfinato amore, ma essi
vogliono soltanto uccidersi o lacerarsi a lungo per meglio assaporare il
sangue. E in nome della bontà ritornano al massacro--e non si riposano.
La loro forza dà la morte. Il loro amore è sanguinante. Il bimbo
nascituro insanguina la madre per scagliarsi verso la vita. La sua
vergine sorella sarà domani insanguinata dal maschio che la primavera
frusta con le sue belle flessuose verghe di profumi. Padre tu hai creato
l'amore: e per l'amore si fanno guerra. Hai dato a loro il sogno della
bontà, ma questa scoppia con straripamenti di lave guerriere come un
vulcano. Se vuoi che l'amore eterno, puro, e la bontà serena e la pace
di cuori intrecciati regnino finalmente, spacca, spacca la terra,
distruggila senza pietà!
E il Rabbi alto nel cielo piange, mostrando con le due mani aperte come
fiammeggiano le ferite degli uomini. Ma la luna grida al Rabbi con un
lungo stridente gocciolìo di cristalli:
--No! no! Non spaccare la terra! E' mia! la cullerò, l'assopirò, la
svenerò deliziosamente. Sarà pallida come me, finalmente pacificata in
una vasta, continua voluttà carnale!
Giù intanto sulla riva gli equipaggi della Luna si imbarcavano. I remi
riprendevano il loro grave sonnolento fruscia-a-are, fruscia-a-a-are
fruscia-a-a-a-are schiumare tubare nelle onde colombe sulle tombe rapite
ai cimiteri e rimorchiate dai profumi del mare.
Sparvero ad uno ad uno ritirando su, su fino al cassero della Luna tutte
le scie d'argento, i canotti bianchi, e le vaste reti di profumi pieni
di pesci d'oro guizzanti.
La mia amica languiva al mio braccio, io avevo sonno; ma i mutilati
riaccendevano con le stampelle alzate l'orchestrina di nervi e fibre che
sull'alta terrazza miagolava, strillava, singhiozzava come mille gatti
in groviglio d'amore.
Il tenente bersagliere correva dimenandosi e cantando:
--Un valzer pazzo, il più pazzo dei valzer, vogliamo! E' troppo lento,
questo! Sfondiamo il pianoforte!
Con un pugno rovesciò a terra il pianista e si mise a tempestare la
tastiera con le mani e coi piedi. Sradicò con un calcio il pedale e si
sforzava di scandire un valzer terrificante colpendo, di tanto in tanto
i bemolli col suo mento d'argento. Gli ultimi saluti della Luna,
ironici, mettevano fra lui e la tastiera una risata candida di fiume
africano che cento elefanti bevessero con proboscidi d'argento russanti
come canne d'organo.
--Bisogna che la Primavera scoppi nel pianoforte. Mi sento nel sangue, e
anche voi, cari mutilati, vi sentite nel sangue una Primavera diabolica,
mille primavere equatoriali. L'Africa mi divampa nelle gote e arroventa
il mio mento! Se non fosse d'argento sarebbe già liquefatto!
I mutilati intorno danzavano tutti, tutti, alcuni sulle mani e sui piedi
come orsi, altri sulle stampelle, altri in bilico su un piede. Altri si
rincorrevano come belve nei cespugli.
Fuori sulla terrazza, uno più ebbro degli altri, sull'altalena,
abbracciato con una donna seminuda volava volava inargentandosi in alto
di luna tra i fogliami. Certo un soprannaturale sciampagna li esaltava.
Anche le donne erano impazzite. Una vergine bellissima si spalancò così
a pochi metri di distanza, fra due rosai, al desiderio feroce d'un
alpino, che, mutilato delle due braccia, realmente le mangiava di baci
il viso, imprimendole il suo amore fra le poppe coi colpi reiterati del
suo petto.
Un'ora dopo sulla soglia del Casino paradisiaco io gridavo ai miei
amici:
--Male molto male! Siamo realmente avvelenati, avvelenati di chiaro di
luna. Occorre immediatamente una sana furente bevanda di Velocità. Cento
strade succhiate! Andiamo a Chiavari a tutta, tutta, tutta velocità.
Sarà meglio di una corsa, un tuffo.
--Ah! ah! gridano tutti, ci sono però i passaggi a livello, carri,
carrette, cani e marmocchi.
--Macchè! Tutto dorme ancora, scavalcheremo ogni ostacolo, saremo una
ventata di ferro, proiettili, folgori, non lasceremo respirare il
pericolo, strozzeremo la morte nel suo letto e capriolandole sopra le
pizzicheremo i piedi senza morire!
Tutti in macchina. La mia 74 in testa. Padroneggio elasticamente il
volante. La mia 74 ne gode. Corre, corre con lunghi brividi. Ronza il
carburatore felice. Le candele sono eccezionalmente pulite. Ritmo
perfetto. Martelli deliranti di precisione gioiosa. Sento nel cambio di
velocità gli ingranaggi amoreggiare come labbra. Unirsi. Volere.
Scorrere. Scattare. Forza vellutata. Velluto in delirio. Dolce
aggressività delle ruote. Pneumatici danzanti aerei. Gas addomesticati
disciplinatissimi, pronti a tutto, perchè si corra, corra, corra, corra
un correre di corrente modulatissima oliata ebra di correre, quasi
liquida e pur metallica, leggera e non di meno prensile. Docile alla
strada ma come un maschio che imponendo sembra subire il ritmo della
femmina beata. E' beata di ricevermi la strada che si sbianca nei
brividi delle prime luci spasimi sotto le ombre massicce delle montagne
lungo l'ampio sussurrare del mare pieno di giochi di gatti bianchi che
miagolando rincorrono a zampate, spruzzi di baffi rimbalzanti nel refe
argenteo rapito alle vele della Luna. Correre, correre tuffandosi nella
vegetazione nerissima.
Trapaniamo forse la midolla nera della notte?
Balza fuori la mia macchina. Oliatissima morbida mia carezza nel grembo
di questa valle. La luce cresce come se colasse fuori dal mio motore
cuore arroventato.
Ecco un altro tuffo nella penultima galleria... Interminabile... Mi pare
di essere nel collo ebro, premuto, scoppiante di una smisurata bottiglia
d'alcool. Il mio motore tira bene, bene. Esce, esce, escirà, deve
escire! Sto sturando la bottiglia della valle lunga e nera con la
pressione dei miei pneumatici-pollici che non cedono. Il cavaturaccioli
è fortissimo! Forza! forza! Viene. Forza! Ecco!
Scatta in alto, il tappo rosso, Sole! Tutta la campagna colli, valli,
mare spumeggia di luce bionda. Corriamo, scorriamo schiumeggiamo anche
noi inaffiatissimi di rosso oro vaporante nel buon odore del caucciù che
sa di pane caldo. Divino spettacolo allietatore. Il sole che fu un
istante il tappo allegro ora diventa l'enorme faccia tonda e gonfia del
bevitore. Faccia calda di metallo in fusione con sale, iodio, bromo,
congestionata e gioviale.
Il Sole ha un nuvolone nero fumante fra i denti e lascia cadere giù il
mare come una colata verde schiumeggiante di bava. Forte riflusso delle
sue risate fragorose fra i pomodori degli orti e nel sangue dei nostri
cuori che vincono definitivamente in salute i pomi d'oro delle Esperidi
idiotissime sconfitte.
IX.
IL DEPOSITO FA SCHIFO
Genova è in festa per l'American-day. Suono di trombe, folla, folla,
folla. Balconi riboccanti, vasta primavera dilagante di toilettes
femminili, scugnizzaglia sospesa sui capitelli.
S'avanzano gli inglesi. Elegantissimi. In testa un giovane tenente dandy
con lo stick sotto il braccio. Furoreggia la banda Americana. Come un
bambino gioca il capobanda issando in alto il lungo bastone d'argento.
Più volte lo fa piroettare e intorno a sè lo mulina come per vestirsi di
veloci ruote d'argento. Poi lo punta davanti imitando lo stantuffo. Il
sole d'Italia squilla, scatta, rimbalza sulle trombe d'alluminio, si
affanna a lucidare e abbellire quel popolo venuto attraverso l'oceano
dal lontano pacifismo per fare anch'egli la guerra in nome della libertà
minacciata. Il sole polemizza coi pacifisti anch'egli verniciando di
giustizia vendicativa la primavera sanguigna dei Cow-boys.
Passano fra le due ali di popolo pigiato, variopinto che schizza bambini
tra le maglie dei carabinieri. La strada è vuota.
Sono le Forze invisibili che la mantengono così vuota sotto la pioggia
di fiori, fiori e cuori che cadono dai balconi.
Le Forze impongono a tutti un'incosciente ammirazione per le virtù
guerriere e per l'eroismo prossimo-sicuro di questi nuovi soldati
aggiunti a tanti altri impiegati laggiù al nuovo mestiere indispensabile
di cannoneggiare.
Gli americani hanno l'aria di soldati improvvisati. Passo elastico dei
pelli rosse. Questi lottarono nel Far-West per la loro libera razza
perseguitata. Quelli imitano in Europa la spavalda e scattante agilità
cauta, vellutata dei pellirosse fra le liane e nelle alte erbe.
Seguiamo la sfilata degli americani ordinatissimi, visi radiosi.
Zampilla dai loro passi un ritmo di Cake-walk. Poichè sono
sensibilissimo e il mio cuore subisce i pizzicati della mia
immaginazione visionaria, io vedo in sogno le grandi masse americane
rimescolate da sentimenti europei nei vasi capaci delle ampie città
lontane. Vedo le masse americane canalizzarsi verso i porti, riempire
gli enormi trasporti e in questo Waterland che contiene 12.000 soldati,
traversare le lunghe monotonie astratte meditanti dell'Atlantico, poi
colare come un fiume nelle città italiane e su, su ramificarsi nei
budelli delle trincee sotto crollanti soffitti di ferro nella battaglia
delle nazioni.
Ho un singhiozzo alla gola nel partecipare lucido e cosciente col mio
corpo di soldato e il mio cervello faro onnipresente a questa fusione
storica nel crogiuolo europeo.
Nella arena vasta si svolgerà una finta battaglia. Al centro un
cinematografista è seduto comodamente come un pascià vicino al suo
apparecchio mentre tutti sono in piedi militarmente. Simbolo del falso
genio-letterato tipo Romain-Rolland che guarda, controlla e merita una
bomba d'areoplano. Un fotografo punta la sua macchina sotto la seta nera
lucida come una groppa. Sembra un toro, corna puntate e zampe posteriori
aperte. O semplicemente un dannoso o inutile critico di strategia
militare.
Una compagnia di allievi caporali italiani entra nell'arena.
Allineamento perfetto. Geometria di linee. Tutti i torsi all'indietro
come per tirare una fune. Tutti i torsi in avanti come per slanciarsi.
Si vede il bianco dei polsini muoversi insieme, a distanza uguali, le
braccia remare nell'aria con parallelismo stupendo.
Dieee-tro-front! fulminei, senza oscillazione, torniti. Ripiegamenti sui
tacchi a gradi, a gradi, che sembrano arpeggiati e modulati come una
risacca dolce sulla ghiaia. Flessuosità del movimento che dà a tutta la
compagnia una snellezza precisa di onda.
Zazà, eroica e molto umana, abbaia d'entusiasmo per dimostrare che tutti
gli esseri vivi amano i ritmi marziali.
Una risacca d'applausi annuncia gli Americani. Entrano e si dispongono
su tutto il diametro dell'arena. Si tolgono la giubba e incominciano una
meravigliosa ginnastica con ondulazione di alte erbe sotto il vento e
relativi morbidissimi solchi scavati che gradualmente si chiudono.
L'entusiasmo è ancora ufficioso. Il sole esige uno spettacolo di lotta
ed ecco pesanti e colossali i nostri artiglieri di montagna al tiro
della fune cogli Americani. Primo strappo d'assaggio. Secondo più
deciso. Al terzo gli artiglieri d'un colpo sradicano gli americani
radicati patriotticamente nel terreno.
Il prorompente grido di Viva l'Italia fa impazzire Zazà che abbaia alla
feritoia della mia 74. La finta battaglia incomincia con cannoni da
montagna, muli e compagnie di mitragliatrici ci chiudono la strada. Ma
la squadriglia passa trionfante senza far male a nessuno sotto i grandi
fragori, fragori, rrrombi, rrrombi, rrrombi delle finte cannonate dei
forti genovesi.
In alto, il Sole, gattaccio d'angora dal pelo d'oro, si lecca i baffi
d'oro pregustando l'immancabile massacro di gran parte di quei giovani
muscolosi e sani che sanno ormai anch'essi verniciare i propri istinti
sanguinarii con nuovi ideali.
* * * * *
Il 24 luglio la folla genovese si accalca sul piazzale di S. Benigno
intorno alla nostra 8ª squadriglia di automitragliatrici blindate. Tutte
infiorate. Ogni comandante di squadriglia è ritto in piedi a 3 metri di
distanza dalla sua macchina. Sono stato incaricato dal colonnello di
ringraziare con un discorso le signore genovesi che hanno organizzato la
festa d'addio colmando di doni soldati e ufficiali partenti per il
fronte. Meriggio infuocatissimo. Il porto di Genova è irto di raggi
rimbalzanti poichè il sole infierisce sulle masse di carbone, pugnali
brillanti.
I ventagli blu dell'alto mare non rinfrescano i nostri visi di bragia.
L'esposizione di quadri e complessi plastici futuristi è stata
accatastata alla rinfusa nel porto, col groviglio delle sue fasce
coloratissime.
Flavia Steno parla in nome delle signore genovesi con sobria eloquenza,
ma indugia troppo a descrivere le sofferenze eroiche e gli orrori della
guerra che i miei soldati sono contenti di affrontare.
Il sole di lava comunica per invisibili tubature col mio cuore, vasi
comunicanti. Il mio entusiasmo sale per raggiungere il livello
dell'entusiasmo solare ed insieme porta su la sintesi luminosa dei
problemi da risolvere.
Poichè le donne patriottiche d'Italia hanno il difetto di piagnucolare
troppo, poichè le altre meno patriottiche si lamentano dei disagi
imposti dalla guerra voglio parlare senza diplomazie alle donne
Italiane, dimostrando che l'ambiente delle caserme e dei depositi è
talmente asfissiante di cretinismo e vigliaccheria da mutare la trincea
in paradiso.
Parlo con tono rovente nel silenzio radioso mentre le campane antiche
sgonnellano su e giù come donne ubriache sull'altalena.
--Donne d'Italia, voi che sentite fervere nel sangue l'odio per il
nemico ereditario da scopar via ad ogni costo, non compiangeteci. Noi,
nuovi Italiani, ben più alti sereni eroici dei nostri avi, siamo
allenatissimi alle sofferenze eroiche della guerra!... Dopo 20 giorni di
vita rattrappita, grigia, strangolata e un po' pidocchiosa di caserma
siamo felici di partire. Compiangiamo gli imboscati che amano il
Deposito, poichè noi, nuovi Italiani, dopo 3 anni e mezzo di guerra
siamo senza stanchezza e pieni di ottimismo fisiologico e morale. Il
Deposito sappiatelo, il Deposito ci fa schifo schifo, schifo!
Rumori, brusio, grande emozione nel gruppo degli ufficiali superiori.
--E voi donne, così dette Italiane, che piagnucolate sulla mancanza
dello zucchero, non vi siete mai domandato nella vostra sconfinata
cretineria se avete nella zucca il sale sufficiente per vivere?
Ricordatevi che noi continuiamo e vinceremo questa guerra difendendo e
salvando così non soltanto la libertà di pensiero e lo spirito del
mondo, ma anche ogni elasticità e lo chic, al quale tenete tanto, dei
vostri vestiti e delle vostre case contro il peso professorale, la
goffaggine, la balordaggine grottesca dei tedeschi!... Ma indovino in
voi più ghiottoneria che amore d'eleganza, tanto più che scocca l'ora di
colazione. Per ringraziarvi dei vostri fiori, o pseudo-italiane, vi
porteremo tornando dopo la vittoria qualcosa che farà tacere finalmente
i vostri pianti sulla mancanza di burro... Vi porteremo del buon grasso
di cadavere austriaco, per le vostre tartine!... Arrivederci.
Evidentemente un alto e glorioso destino era riservato alla nostra
ottava squadriglia. Dopo la grande vittoria del Piave 15 giugno il
Comando Supremo preparò con perizia e con metodo l'offensiva generale
predisponendo particolarmente le truppe celeri che dovevano
fulmineamente lanciarsi nella prima ferita grave del fronte nemico. Le
blindate costituivano coi bersaglieri ciclisti e la cavalleria queste
truppe celeri, ma le tradizioni militari davano d'altra parte una
importanza enorme alla cavalleria e una importanza minima e discutibile
alle blindate. Nei circoli militari si negava la resistenza della
blindatura non soltanto alle scheggie di granata, ma anche al fuoco
delle mitragliatrici. Una volta colpiti i pneumatici cosa poteva fare
una autoblindata? Come utilizzarne la velocità in caso di strade rotte e
di guadi?
Tutte queste obbiezioni pesavano su noi, mentre le Forze predisponevano
tutto in favore della nostra tipica e personale vittoria veloce. Infatti
il 25 luglio giunge l'ordine di caricare su un treno tutta l'8.ª
squadriglia. Risparmiamo così ogni sciupio alle nostre macchine che
simili alle celeri Fiat dei grandi circuiti devono giungere vicino al
campo di battaglia in assoluta efficenza. Portata a destinazione la 8ª
squadriglia sarà immediatamente sottoposta a una prova di allenamento in
una serie di brevi manovre con cavallerie e bersaglieri ciclisti.
Il 26 luglio io monto col capitano Raby e coi tenenti Bosca,
Paccagnella, sulla mia auto-blindata 74 caricata su vagone aperto nella
stazione di S. Albania nel porto di Genova. Tutte le auto-blindate
caricate sono infioratissime. Folle di donne bambine alle balaustre del
passeggiatoio. Piovono fiori. Sventolio di bandiere. Squilli di trombe.
Ma non è la solita partenza per il fronte. Ci sentiamo veramente l'anima
di meccanici e volantisti intorno ai motori terrestri o aerei destinati
a vincere un record pericoloso, decisivo. Quando però la locomotiva
fischia e il lungo treno sovraccarico di macchine da guerra irte di
mitragliatrici si mette in moto l'infantile, chiassosa, patetica
sensibilità popolare della partenza per il fronte accende fulmineamente
tutti. In equilibrio fra i 2 taglia-fili della mia 74 io divento in
tutto simile ai miei soldati e lancio a gara manate di cuore alle
ragazze che sbocciano fitte ai balconi.
Prima fermata lunga a Sampierdarena, sull'alto viadotto ferroviario fra
gli applausi delle finestre affollate e dei panni colorati sospesi alle
corde. Tocco quasi con la punta delle dita la punta delle dita
appassionate di due sorelline che mi mandano baci con nome e indirizzo.
Sono brune. Capelli pesanti come i giardini liguri. Occhi che
riassumono i languidi spasimi del Mediterraneo notturno. Labbra ardenti
come le montagne di Sicilia coronate di boschi incendiati nei tramonti
d'agosto. Denti bianchissimi e precisi come le casette strette tutte in
fila bianca in fondo alle rade italiane quando si giunge sopra una nave
veloce all'alba. Le due sorelle si chiamano Augusta e Vittoria. Mando
loro i miei baci, ma vorrei berle poichè le sento fresche, colorate,
ardenti e salate come due sorsi del mio Mediterraneo.
La mia anima futurista attraverso mille balzi elastici ha raggiunto la
sua più divertente e sana trasfigurazione. E' diventata l'anima d'una
recluta di 20 anni.
X.
VITA DA COW-BOYS
--Per Iddio! Aspettare ecco la vera angoscia di questa guerra! Aspettare
gli ordini, aspettare le manovre, aspettare l'offensiva. Ora siamo a
riposo in una brutta fattoria perduta nell'immensa pianura paludosa...
Per quanto tempo? Aspettare non vuol dire riposarsi. Se fossi a Milano o
a Roma farei almeno dell'utile propaganda. Qui non si fa nulla. Per
fortuna il nostro cuoco è veramente meraviglioso!
Parlo ai miei compagni dell'8ª squadriglia, tra monumentali paste
asciutte sanguigne sotto la lampada fumosa assalita da tutte le farfalle
di una afosa sera di agosto.
--Io, dice il tenente Volpe, rimpiango la mia caccia e la mia pesca.
Volpe è un ligure magro, asciutto, quarantenne, agente di cambio e
viveur, furbissimo, pratico. Ma si sente che al denaro e alle donne
preferisce in realtà il piacere originario della sua razza.
--L'ultima mia pesca, che bellezza! Con tre amici in un guscio bene
equilibrato. Al largo di Genova calma perfetta... Una luna enorme che
sembrava una torta... Otto rematori con dei remi lunghi, lunghi.
Acciughe, acciughe, acciughe; a manate, a palate. Tonnellate di
acciughe. La barca era tutta piena di argento. Otto tonnellate, 9 mila
lire! Affondavamo quasi sotto il peso. Il bordo sorpassava l'acqua di 10
centimetri. Attenti! non imbarchiamo acqua per carità!... Ma a me piace
anche la caccia. Andavo ogni anno sul valico del Turchino. Uccelli
d'ogni specie. All'alba si vedevano venir su col vento di tramontana...
Sono lenti, sembrano tirare il carretto per superare il valico.--Passano
a un metro dalla testa.--Non bisogna tirare quando vengono su. E'
questione di calma: tu li lasci passare, poi ti volti e pam, pam, una
botta nel culo. Te li vedi venir giù, a due a due. Se tiri prima che
siano passati, quelli che seguono scappano via.
Il tenente Sacco ragazzone forte pieno di orgoglio infantile, figlio di
papà. Viene dal corpo degli automobilisti. Vuol passare per un
conoscitore di donne. Fiero di aver goduto qualche libertà e qualche
cocotte. Attacca ironicamente il tenente Lattes israelita pallido,
occhiali, poca salute, intelligente tipo di lavoratore, sensualissimo,
goloso, furbo, mellifluo, un po' strisciante.
--L'amico Lattes, dice Sacco, rimpiange il suo imboscamento di un anno
al comando supremo.
--Taci! tu hai fatto la guerra molto meno di me. Ti dai delle arie da
viveur per due o tre prostitute dei Portici Po...
--Io non sono stato giolittiano e neutralista come te, e leccapiedi di
tutti i professori germanofili. Dove eri nelle giornate di maggio?
--E tu, dove eri?
--Io, risponde Sacco, era ancora un ragazzo, ma almeno mi divertivo con
fior di mezzi.
Risata generale. L'espressione _fior di mezzi_ suscita una ilarità
irrefrenabile. Il tenente Paccagnella, effettivo, bel ragazzo snello,
elegante, viene dal corpo dei mitraglieri, già ferito due volte. Un po'
effeminato nelle mosse. Interrompe annunciando che fra due giorni
cominceranno le manovre con la 1ª divisione di cavalleria e i
bersaglieri ciclisti per prepararsi alla grande offensiva prossima.
Il capitano Raby a capo-tavola ride ironicamente. Ventisei anni,
grassoccio, tende alla pinguedine. Mangia poco ma ne soffre perchè
ghiotto. Faccia quadrata, grassa, piccoli occhi; tipo di turco.
Se avesse il fez! Pigro, molle, dorme molto, intelligentissimo, però.
Nasconde evidentemente delle riserve di energia preziosa. Ha inventato
un motore a scoppio senza cambio molto semplificato. Grande memoria, sa
quasi tutto. Crede fermamente nella teosofia, vuole spiegare tutto colla
gradazione teosofica delle vite. Ufficiale effettivo di cavalleria.
Dice:
--Io non credo assolutamente nella cavalleria come truppa celere, utile.
Non credo nelle tanks data la canalizzazione del Veneto. Ho comandato
per due anni le autoblindate, a Gorizia e durante la ritirata, e ci
credo. Se potremo slanciarci avanti coi bersaglieri ciclisti faremo
cose grandi. Tutto al più qualche plotone di cavalleria per collegamento
fuori dalle strade. Possono evitare gli accerchiamenti.
Il piccolo Bosca entra nella sala brandendo una bottiglia di moscato.
--Altro che cavalleria! ci vogliono donne, donne per prepararci!
E' dimagratissimo dagli innumerevoli infortunii sul lavoro erotico.
Corpo esile fragilissimo, ma grande forza nervosa e volontà.
Intelligente, pratico, attivo, coraggioso e assetato di cocotte.
Il capitano annuncia:
--Domani andremo alla messa di Bevadoro per valutare il bel sesso dei
dintorni.
Sigarette e sigari in bocca usciamo tutti nella calda notte d'estate che
si sprofonda incalcolabilmente su l'incalcolabilmente vasta pianura.
cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra
Polifonia oceanica di rumori, scatti, tonfi. Rane. Rospi. Officina
filanda di scricchioliii organizzati cra cra cra cra cra cra cra cra cra
cra cra cra.
Tutti i rospi della terra lavorano al tornio 3 miliardi di granate nere
per bombardare di nero tradimento-terrore-ironia la troppo bianca lirica
spasimante luna fiduciosa che nasce a sinistra. Dietro di noi la
fattoria massa nera calda fende col suo tetto-prua il dilagaaante fresco
oceano lunare di rumori odori argentei fieri acri.
Sssssssssssssssssiiiiilenzio lunare.
La luna soffia a gote bianche piene nel suo megafono di raso bianco per
imporre il ssssssssiiilenzio. Taaaaaci! Vieeeeeni! La notte è
attentissima a tutti i rumori. Alziamo la testa e incensiamo colle
nostre sigarette la via lattea.
Via lattea, muta rivolta di caratteri tipografici. Polvere di rumori già
uditi... pinpinpinpindipingere... punpunpunpungere. Punteggiatura. Ritmo
di telegrafo Morse. Stelle parole telegrafate d'amore o di guerra:
200.000 uomini di riserva!... Presto! ad ogni costo! chiudere il varco
del fronte... e del cuore che muore!
La notte è attentissima a tutti i rumori. Bau bau bau della passione
folle asmatica. Chi è chi è che abbaia? Quel cane o il mio cuore? Irto
erotismo che abbaia verso la vulva soave colma di latte tenerezza, la
luna. Bau bau. Hoooo pau pau pauraaa di non averti sotto le labbraaaa in
questa notte spaventosamente vuotata dalla tua assenzaa.
L'abbaiare del cane sveglia in alto a sinistra la costellazione dello
Scorpione, smisurato dinamismo inchiodato. Lo Scorpione spara le sue
stelle di punta che sembrano rumori di guerra: pan! in alto. Ta-pum! più
giù. Poi pan! Ta-pum! in fondo all'orizzonte.
Ti ti ti ti ti ti ti ti ti d'insetti.
I volumi degli alberi setacci di rumori si sfasciano sotto la pasta dei
rumori. Catalogare tuttiiii rumori presto, presto impacchettarli e
spedirli a volo ai lontaniiisssimi silenzi affamati di rumori.
Il cielo nero è un orecchio infinito circonvoluto, circoncanalato,
contatore di rumori. 3 miliardi, 6 miliardi, 9 miliardi di rumori!
Le acque veggenti copiano, copiano, azzurri copialettere della notte
attentissima.
La costellazione dello Scorpione è una muta fucileria di stelle, sparate
contro il lontano ma prossimo Sole. Ma se ne infiiiiischia laggiù la
locomotiva di quel treno di guerra che corre stringendo nella sua pancia
sotto le sue mani di grasso fumo il rovente Sole imbavagliato che urla
lunghe griiiida rosse disperatissssssime e trionfali di
fuuuuufufuoooocooo.
* * * * *
La chiesa di Bevadoro puzza come una stalla ed è piena di contadine che
hanno un odore forte, belle vesti a colori. Alcune zoccolanti. Altre
fruscianti in calze di seta e scarpini.
Siamo seduti sul primo banco. Don Luca, prete di Bevadoro, rude
sessantenne, abbronzato, ha due piccoli ragazzini di otto anni che
servono la messa. Sembrano ammaestrati. Don Luca fa un cenno e il primo
ragazzino gli solleva la tonaca nera. Subito l'altro ragazzino tira
fuori dalla tasca della sotto-tonaca un vasto fazzoletto giallo e lo
pone nelle mani aperte del prete. Queste soffiano tre volte
rumorosamente un gran naso rossastro poi si ricongiungono. Il fazzoletto
ripreso automaticamente dalle mani alzate del secondo ragazzino sparisce
nella tasca. Allora il primo ragazzino lascia ricadere la tonaca. Don
Luca comincia:
--Dunque oggi vi parlerò dell'Immacolata Concezione... Taci, Giuseppino,
fa silenzio! (rivolgendosi a un moccioso). Come vi dissi nella predica
precedente, i profeti avevano annunciato che una vergine di Galilea...
Mariettin! sì, sì, te. E' una vergogna venire in chiesa così scollata
per eccitare i soldati! (rivolgendosi a una ragazza che arrossisce, Don
Luca scende fra i banchi e le tira l'orlo della camicietta). Sei una
sgualdrina! Dunque i profeti avevano annunciato che una vergine di
Galilea sarebbe stata scelta come sposa da Giuseppe il falegname, e
divenuta madre pur rimanendo immacolata, avrebbe dato la luce al divino
bambino Gesù. Ora è in Paradiso. Come la vostra vacca nella stalla è
circondata da tante mosche, così la Beata Vergine è circondata da tanti
angeli nel paradiso. Tantum eeergooo! Silenzio!... Quest'anno ha
tempestato. Non verrò a raccogliere l'uva nelle case. Quelli che
vogliono portarmela vengano coi canestri nella canonica.
Sacrameeeentuuum!
Don Luca fa poi un primo giro di questua tra i banchi della chiesa. Ma
davanti al primo banco tira con ostentazione dal portamonete due soldi e
li fa cadere rumorosamente nel piatto.
Fuori, un vecchio contadino che ara un campo mi dice:
--Eravamo 14 uomini in famiglia prima della guerra, e coltivavamo 83
campi. Oggi tutti gli uomini in guerra e poche donne qui.
Poi riprende a pungolare due vacche e 6 buoi aggiogati che tirano
l'aratro.
--Valaa Furboon. Haa le vacchee! Rombon canaiaa. Bigioo valaaa. Vaacheee
vaacooon ve beee.
Una contadinella quattordicenne ma già forte, muscolosa impugna le
stanghe dell'aratro pesando sopra col busto in avanti. E' graziosa. Con
civetteria mi guarda voltando la testa all'indietro. Mette in rilievo le
natiche e mostra con scatti abili delle belle gambe nude e rudi cuoiate
dal sole. Le domando perchè le due vacche sono aggiogate in testa. Mi
risponde:
--Per segnà la strada.
Fffuuu fffuuu fffuuu fffuuu dei fiati bovini
Tlin trac tin tin tliiiin di catene e gioghi.
Sono coricato in un solco; intorno a me corrono, battagliano i tre cani
della squadriglia: Zazà, Nick e Kim. Kim è un foxterrier bastardo con
muso da levriero dolce, stupido incoscente, ragazzaccio. Vuole fare
tutto, andare da per tutto, velocissimo ma senza coraggio. Nick puro
Ruffterrier tipo di uomo sanguigno ambizioso e prepotente, avventuroso,
rissoso, indipendente. Poche idee. Pochi odii violentissimi. E' un po'
pazzo. Fa una maffia elegante di balzi arcuati, pomposi, inutili su
delle alte erbe imaginarie. Morde tutto. Insegue anitre, oche, galline,
mosche e farfalle. Si tuffa in tutte le pozzanghere; poi si ricorda ad
un tratto di Zazà e le fa una corte spudorata, brutale. Zazà si dà delle
arie di cacciatrice di topi. Scava buchi e fruga in fondo per cercarvi
delle talpe, corre velocissima ma si stanca presto. Fa la cura delle
erbe. Golosa, intelligentissima e artista.
Quando scoppia una rissa tra il suo adoratore Nick e il grosso bracco
della fattoria, Zazà si sdraia per assistere. Spesso abbaia per
annunciare a Nick il bracco nemico e aizzarli.
Kim ama anche lui Zazà, si slancia e la rovescia. Zazà rotola sotto, poi
scatta e morde Kim che fugge, ritorna. Addosso a Zazà che rotola
regolarmente. Nick disprezza Kim. Ma se il bracco assale Kim, Nick con
spavalderia di uomo atletico, interviene feroce.
Monotonia, monotonia del sole operaio che cuoce i germi delle viti,
sguinzaglia i tafani sulle groppe dei buoi, accende pruriti nella carne
di quella contadinella, arroventa il dinamismo giocondo dei tre cani e
gonfia il mio petto d'un'ansia soffocante di amore e di guerra. Vita da
cow-boy. La nostra fattoria di Barchessa immobile, sola come una nave
sul mare infinito delle pianure. Tutto il giorno senza giubba, piedi
nudi nei fossi pieni di lucci, anatre, oche. Lucertoliamo al sole.
A schiena nuda sento ramificarsi sulla mia pelle il cervello di Fabre
formicolante d'insetti attivissimi in guerra. Intorno, le pianure
vastissime, aperte, senza alberi partono a grande velocità lontaaano
verso le radici del Grappa che si copre talvolta di nuvole e ribolle di
cannonate ovattate. Questo è certo un bombardamento più feroce di tutti
i precedenti. Ogni sera il Grappa si incorona di vampe convulse.
All'alba erro nell'immensa pianura semi-allagata.
Nick, Kim, e Zazà mi accompagnano. Sono divertentissimi. Ma Nick sempre
più innamorato di Zazà diventa insopportabile. Quel bellissimo cane
tutto muscoli scattanti è, come tutti i cani di razza, un mediocre
assalitore di femmine. Tenta, tenta, ritenta. Zazà si presta con mille
grazie e abilità impudiche. Nick non riesce. Lingua fuori,
esasperatissimo, continua anche lontano da Zazà il movimento convulso
della schiena. Io lo sollevo ogni tanto per la piccola coda dura come
per un manico e lo tuffo nei fossi per rinfrescarlo. C'è invece un altro
pretendente di Zazà, sempre in agguato a 50, 100 metri in giro davanti
una siepe o nell'erba. Piccolo cagnolino bastardissimo nero con enormi
orecchie da vampiro. Ghiandusso che lo ha dichiarato austriaco lo
rincorre a pietrate. L'odiato pretendente sparisce ma 5 minuti dopo
eccolo a pochi metri incollato a Zazà. Tutti addosso. Guaiti,
lacerazione, fuga.
L'altro giorno avevo Zazà al guinzaglio. Sicuro, non sorvegliavo. Ad un
tratto doppio peso al guinzaglio. E' lui, incollatissimo. Devo
piantargli il piede sul muso per sturacciolar via la mia cagnetta.
Evidentemente il piccolo bastardo è un amatore fulmineo.
Mentre le mie scarpe ruminano, brucano e masticano l'erba rasa, penso
che tutti gli erranti pastori e cow-boys delle pianure americane
portano nel loro corpo rimpicciolito dall'opprimente avviluppante
Infinito, una minuscola rosicchiante ossessione oscena o una miserabile
rapacità finanziaria. Essi non godono come me la vasta fusione dell'idea
di spazio e dell'idea di tempo fra il sciiivff sciaaff dei piedi nella
terra molle e pantanosa. L'abitudine delle vaste respiranti, dilatate,
pianure toglie loro ogni curiosità e ogni amore per i cieli, le nuvole,
le stelle e le polifonie degli insetti. Io che noto tutto, valuto,
catalogo ogni sensazione letterariamente, mi sento naufragare a poco a
poco nell'incoscienza dei pastori erranti.
* * * * *
Ma il capitano Raby mi sorprende in una di queste meditazioni e mi
invita ad accompagnarlo a Padova, dove si reca a vedere un suo compagno
morente all'ospedale. Ecco la divina velocità, maestra d'ogni energia e
d'ogni lirismo, furente inaffiatoio di varietà sorprendenti. Mezz'ora
dopo entriamo all'ospedale. Atmosfera tragica e storia ancor più tragica
di questo giovanissimo ufficiale di cavalleria che prese la sifilide a
Pinerolo, si curò col 606. Apparentemente guarito tornò a Pinerolo, vi
prese una blenorragia.
--E' entrato pochi giorni fa all'ospedale, mi dice il capitano Raby. Ha
delle febbri misteriose, dimagra. Avant'ieri l'ho trovato con un braccio
al collo. Mi raccontò che nell'agitare il termometro si era rovesciato
completamente il pollice contro l'avambraccio.
Entriamo nella sala. Il maggiore medico ci dice in fretta:
--E' morto stanotte. Ha le ossa disfatte e disgregate dal 606.
Ci avviciniamo al cadavere. Non si può resistere dal fetore. Dal naso
esce una materia verdastra e delle grandi bolle che scoppiano emanando
un odore di putrefazione avanzata. Il maggiore dice gravemente:
--L'uomo ha trovato due sole medicine: il chinino per la malaria e il
mercurio per la sifilide. Gli antichi greci, persiani, indiani, cinesi
frizionavano il corpo sifilitico con una pomata mercurale. Abbiamo fatto
pochi progressi. I giovani in genere non resistono al 606, le loro ossa
sono troppo fragili, si sfasciano, vedete.
* * * * *
26 agosto, sveglia dolorosa alle due del mattino.
Incominceranno all'alba le grandi manovre tra il Bacchiglione e il
Brenta per prepararci all'avanzata tra Piave e Tagliamento. Saremo coi
bersaglieri ciclisti in testa al primo corpo d'armata d'assalto sotto il
comando del generale Grazioli. Ore tre, in macchina. Lotta tra la luna
quasi piena che investe gli alberi coricandone le ombre lunghissime e i
fanali delle blindate. Queste squassano, sfasciano sventolano le loro
ombre nerissime geometriche. La campagna si gonfia di pulsazioni
scoppianti di motociclette. Freddo. L'interno delle auto-blindate che
diventa un forno al sole è, questa notte, una gelatiera. Un side-car
con fanale bianchissimo che ci sorpassa sembra un pezzo di vita intima
invernale strappata a un castello da un vento pazzo. Fantastica fuga
d'una poltrona con relativo sedentario, le gambe prese nella coperta,
davanti al fuoco del camino.
Le truppe si concentrano in un immenso prato di monte Galdella, orlato
di squadroni di cavalleria. Si indovinano i cavalli sotto gli alberi.
Fiati, fiati di fieno, sterco, piscio, acri ammoniacati mordenti.
Agitazioni di groppe e code sventaglianti. Nel buio sfilano le colonne
di cavalleria. Ci accodiamo alla terza. Il corpo d'armata d'assalto ha
il compito di rastrellare il terreno conquistato da noi e stabilire le
prime linee difensive.
Corteo lentissimo. Davanti a noi i cavalleggeri al trotto si fermano e
mandano pattuglie in avanscoperta. Ci fermiamo, poi lentamente avanti.
Caldo nauseante di olio bruciato nella mia blindata chiusa. Il rumore
del motore con nota d'organo ostinata mi dà sonno. Apro lo sportello per
non dormire. Una strada di campagna ci beve nel folto dei suoi fogliami.
Ingombro di batterie da montagna someggiate con muli. Un reparto
d'assalto fez neri. Arditi che sembrano scolaretti in ricreazione.
Scapigliamento disciplinato. Si addensano, precipitano la marcia. Passo
più che bersaglieresco. Violenti, velocissimi con maffia gloriosa. Penso
all'assurdità delle manovre, cretine in tempo di pace poichè comandate
da ufficiali invecchiati in caserma e imbelli; cretine in tempo di
guerra poichè gli ufficiali che le comandano sono quasi tutti feriti e
perciò svogliati dall'assenza del personaggio più importante: il signor
Pericolo.
Siamo di punta coi bersaglieri ciclisti in contatto silenzioso col
nemico. Un razzo enorme sfascia il suo fuoco nel cielo. Sono gli arditi
che indicano al comando il punto estremo conquistato. Giunge a cavallo
un maggiore affannato. Con voce rotta dall'emozione dice al generale:
--Vi è un tiro di artiglieria infernale sulla nostra destra. Minaccia di
accerchiamento. Bisogna ripiegare. Ritirata.
Le sue parole spaventate (da chi?) e i suoi gesti tragici sono di una
comicità sublime in questo silenzio quasi assoluto che trasuda il
bisbiglio degli uccelli negli alberi soffocati dal caldo quasi torrido
di questa aurora d'agosto. Penso che se i reparti d'assalto colla
cavalleria e le blindate s'infischiassero eroicamente di questo tiro
d'artiglieria infernale non ci sarebbe proprio bisogno di ritirarsi.
Tutto dunque dipende dall'accoglienza che noi faremo al signor Pericolo.
Le manovre servono soltanto a stabilire qualche servizio logistico e a
distribuire medaglie!
Ore tre del pomeriggio. Riprendo la manovra nella mia blindata
tropicale. Innumerevoli errori. Il generale temeva quel punto fosse
battuto dall'artiglieria. Non è così. Vi sono solo delle mitragliatrici.
Due maggiori dichiarano che le mitragliatrici sono 12. Invece sono due.
Constato una volta di più che la nostra razza è legata alla
improvvisazione e alla realtà. Non crede negli esami preparatorii, non
ama le finte, risolve tutto quando l'esame finale è decisivo.
Vado avanti colla mia blindata e un plotone di cavalleggeri appiedati,
baionetta inastata. Mi seguono curvi in fila, defilandosi dietro la mia
blindata che rincula con la poppa armata di tre mitragliatrici. In fondo
la strada è sbarrata da 2 mitragliatrici coperte di fogliame. Un giudice
di campo mi dichiara che non posso fare nulla. Io punto colle due
mitragliatrici le due avversarie.
Un capitano dei bersaglieri ciclisti insorge.
--Guardi che le mie due mitragliatrici sono puntate e la strada è
sbarrata.
Rispondo:
--Le mie sono puntate e blindate. E' mezz'ora che io inseguo i suoi
bersaglieri. Lei non ha avuto il tempo di fare lavori di sbarramento.
Del resto mentre io la mitragliavo i miei uomini hanno tolto tutti gli
sbarramenti.
--Non è possibile.
--Il giudice di campo deciderà.
A 50 metri da noi, altro dialogo tra due reparti avversari.
--Lei con le sue mitragliatrici è fuori uso.
--Io considero prigioniera la sua sezione.
--Se vuole, si accomodi, signor capitano!
Mi consolo dell'ironia scoraggiante e del caldo tropicale con
l'ammirare una giovine mugnaia in rosa ritta sulla chiusa d'un mulino
con un orinale azzurro nella mano destra. Beve estatica il tapaplum
tapaplum di 3 cavalieri che galoppano sotto il ta-ta-ta-ta di una
mitragliatrice innocua, a salve.
=Ssssssssssss= della limpida vasta gomma di acqua convessa
dell'affioratore. Gonfia gelatina trasparente che contiene tutto il
sapore dorato dell'agosto. Cristallo mobile che porta l'immagine precisa
della mia blindata.
=Rrrrrrr= d'areoplano in cielo. Un fascio di sole fuor delle nuvole
investe una bandiera azzurra alla finestra d'un cascinale.
Passa un cavaliere con una bandiera rossa e bianca nello stivalone.
Davanti, il prato è una fusione di smeraldi. Quattro bambini pastori. Si
chiamano forse Rosa Italia, Ninette France, Nik Wilson, John Bull.
Sorvegliano 2 groppe enormi cubiche: un toro cieco che si chiama
certamente Berlino, una vacca elegante magrissima che si chiama senza
dubbio Vienna.
Mascelle: bruuc bruuc bruucroff bruucroff.
Fiati: fuu fuu.
Code incensieri e code ventagli contro le mosche
Turutuum turutuum di cannonate sul Grappa.
Tuf tuf tuf tuf tuf della mia autoblindata.
Tuf--tuff--tuff della lavandaia che sbatte e sciacqua quei panni forse
bende insanguinate nel fosso d'oro blu.
Blu blu blu blu blu di tacchine berlinesi e romantiche.
Plaaff plaaff di sterco di vaaacca vaaacca.
Valaaa bireee vekiii moreee.
Bruuc bruucrof.
=Zzzzzzz= di mosconi tedeschi che tornano =zzzzzz= insistono =zzzzz=
pungono metodici, filosofici. I 4 bambini pastori giuocano colla palla
di caucciù solare che rimbalza sul prato verde.
John!... Wilson!... France!... Italiaaaa!...!
* * * * *
Da tre giorni l'intiera 8ª squadriglia si esercita al tiro della
mitragliatrice. Mentre crediamo poco nella collaborazione della
cavalleria in caso di celere offensiva abbiamo grande fiducia nelle
nostre auto-blindate. Si lavora energicamente sotto il sole tropicale
che trasforma la mia 74 in una vera scatola di cottura.
Ricordo di aver per il primo nella mia _Battaglia di Tripoli_ paragonato
la mitragliatrice a una donna seducentissima perfida capricciosa e
crudele con la sua lucente cintura di cartucce. Trovo ora che l'immagine
è precisa specialmente se si tratta di caratterizzare queste nostre
mitragliatrici S. Etienne vendute dalla Francia all'Italia, più parigine
e più femminili di ogni altra mitragliatrice, più passionali e più
perfide. La mitragliatrice S. Etienne è un'arma perfetta, ma esige cure
tali da stancare qualsiasi amante devoto. Sarebbe docile e continua, se
ben fissata sul candeliere in terra. Ma soffre di affacciarsi alle
finestre troppo strette della blindata. Non ama gli scossoni polverosi
della velocità, esige una oliatura leggerissima, dirò meglio una
toilette da Istituto di bellezza. Altrimenti si inceppa, mastica le
cartucce invece di spararle e si ingombra lo stomaco colla polvere.
Brutto affare sentirsi accerchiati mentre la S. Etienne ha le bizze. Il
mio sergente ha svestito interamente una delle due S. Etienne in cupola.
L'aiuto, seconda cameriera affaccendata intorno al corpo della dama che
andrà al ballo. Eccola rivestita. Spara; poi di nuovo si inceppa. Il mio
sergente bestemmia:
--Accidenti, ora fa la matta! Questa stupida non ama l'olio!
Si soffoca nella mia blindata. Salto fuori per respirare pensando a
un'altra donna che fa la matta nella sua ultima lettera. Si chiama
Bianca, è bionda, fiorentina, sensuale, sta a Palermo, spera di
incontrarmi a Napoli. L'ho amata, ma la sua natura bizzarra piena di
svolte misteriose, sincerità e snobismi, calcoli e generosità assolute,
mi esaspera specialmente ora in questo periodo della mia vita di guerra,
inadatto alle complicazioni e ai diabolismi erotico-sentimentali. Sarei
contento di non rivederla più. E' una mitragliatrice graziosa, precisa,
ma turbolenta e piena d'inceppamenti. D'altra parte, come incontrarla
ora? Mi scrive una lettera assurda ponendomi l'ultimatum. Vedersi a
Napoli o non vedersi più!
Il capitano Raby mi batte sulla spalla con queste parole inaspettate:
--Non posso andare ora in licenza, se vuoi andarci tu, puoi partire fra
due ore.
Scatto di gioia e accetto. Questa gioia mi irrita. Sento che il fascino
della mitragliatrice lontana mi domina, ma dico con tono strafottente:
--Caro Raby, grazie. Parto perchè non temo le mitragliatrici.
XI.
LA MARCHESA CASATI E I BALLI FUTURISTI
In treno riepilogo le cose da sbrigare nella mia licenza: gruppi di
giovanissimi futuristi da visitare, propaganda da intensificare, prima
rappresentazione dei balli futuristi di Depero ecc. ecc. Dominano nella
mia fantasticheria sonnolenta le figure di due donne: Maria, amica
affettuosa e intelligente purtroppo influenzata da un marito professore
germanofilo. La vedrò a Roma. E Bianca che amo un poco, molto, non so,
desidero, odio, strangolerei o trascurerei, vedremo.
Mi ero proposto 4 anni fa di eliminare durante la guerra qualsiasi amore
importante. Non tanto per gelosia, quanto per portare al fronte un'anima
serena, spensierata e gogliardica. Vi sono riuscito a metà.
Nel compartimento vi sono molte donne. Il mio istinto le valuta. Una è
coricabilissima, l'altra è coricabile, la terza è traversabile quando si
ha molto freddo e molta noia nei nervi.
Davanti a me, la moglie un po' volgare, ma bella bionda, sensuale un po'
cocottesca di un venditore di formaggi milanese. Seduto vicino, un
tenente aviatore romano chiacchierone, gioviale, scherza invita tutti a
dividere il suo cestino poi mangia parlando colla signora milanese:
--Stamattina, ho volato su Peschiera. Fui attaccato da un cacciatore
austriaco. Subito l'ho contrattaccato, ma non ho potuto sbatterlo giù.
Aveva un motore più forte del mio. Nel cielo di Torbole me ne sono
venuti due addosso, di cacciatori austriaci. Ho dovuto tagliar la corda.
Mi avevano forato le due ali come due setacci. Alle sette ero sulla
piazza di Peschiera. Vedevo gli uomini sulla piazza...
--Oh! conosco bene Peschiera! risponde la signora milanese con una
assoluta indifferenza per l'eroismo aviatorio. E' una bella cittadina...
Non butti via quel cestino. Servono molto i cestini per spedir la roba.
In tempo di guerra tutto è buono...
La mia ironia assapora questo urto violento tra il cretinismo di una
donna mediocre e la verbosità di un eroe nato per fare l'impiegato e
proiettato in alto nelle battaglie aeree dalla guerra, questa miracolosa
trasformatrice di valori umani.
A Bologna cambio treno. Nello scompartimento altro paesaggio umano:
Alla mia destra e davanti a me due commercianti ricchi fornitori di
guerra.
Fingendo di sonnecchiare li ascolto.
Quello di faccia calvo, pancione dice:
--Che sole, al lido d'Albaro! Ci si sta bene. Come a Napoli. Pesce
fresco. Abbiamo passato io e mia moglie una giornata divina.
La moglie che gli sta vicino, grassa impellicciata, quarantenne, vecchia
luna, approva col vasto seno.
--Se un affare mi va bene, mi prenderò in affitto una villa per
l'inverno prossimo. Non capisco come si possa, quando si può, preferire
di passare l'inverno nel fetido nebbione milanese. Ora c'è molto lavoro.
Io quest'anno per il lavoro non ho fatto la campagna.
Penso che per questi imboscati il fronte temibile è Milano con la nebbia
per nemico.
Senza rancore, continuo ad ascoltare.
Il mio vicino di sinistra altro tipo di fornitore di guerra, trentenne,
magro, racconta con solennità:
--Siamo stati su, in montagna, sopra Pontedecimo. Una signorina
americana colla sua brava licenza di carrozza pubblica ci ha portato
dappertutto. Come guidava bene! Abbiamo scovato così su, su, in un
piccolo villaggio del burro in quantità! Ne ho un pezzo nella valigia. A
proposito, tu non sai che il bel Luigi è morto! Non si sa più nulla di
lui. Abbiamo fatto tutto per sapere se era prigioniero. E' certamente
morto. Se avesse voluto! Dopo la prima medaglia ha voluto partire
ancora! Già non è stato mai un giovane capace e serio. Faceva il bel
giovane. Eleganza e donne! Suo fratello sì, che ha guadagnato dei soldi!
Sua sorella è stata veramente fortunata, ha sposato un milionario!
Il primo fornitore risponde malinconicamente come parlando a se stesso:
--Io ho 4 vagoni di caolino fermi a Modane. Dall'Inghilterra! Cosa vuoi,
nella mia fabbrica di porcellana tutto carbone, esclusivamente carbone!
Noi non abbiamo come voi aria compressa e ventilatori. Per raggiungere
certe calorie tutto carbone. Senza di che si cuoce lì bene e male là.
Colla porcellana è così!
Il secondo fornitore:
--E' un anno che io aspetto 80.000 lampadine elettriche dall'Olanda!...
Sono 35 anni che lavoro con Bianchi. Ci si sta bene, un personale d'oro.
Mi addormento mescolando nel mio sogno il personale d'oro veramente
tutto d'oro massiccio fantasticamente aggredito da 80.000 lampadine
elettriche che gli scoppiano sulla testa. Traverso in sogno la fabbrica
di porcellana con le pazze calorie equatoriali. Valico montagne di burro
e mi sveglio a Roma nell'oro ricco, rovente, dorato di un sole pacifista
di burro sontuoso.
Nella folla scorgo il poeta Mario Carli, capitano degli arditi ferito,
ora direttore di _Roma Futurista_. Ecco Balla, veloce, paglietta con
nastro a colori dinamici, cravatta di celluloide tricolore.
Abbracci. Entusiasmo. Sopraggiunge un gruppo schiamazzante di
giovanissimi futuristi quattordicenni tutti affannati dalla speranza di
partire presto volontari, tutti irti d'odio contro le isradicabili spie,
il governo languido ecc...
All'Hotel Flora, una lettera di Bianca che mi aspetta a Napoli e una di
Maria che mi aspetta a Firenze.
La sera vado dalla Marchesa Casati che desidera essere accompagnata da
me alla prima rappresentazione dei balli futuristi di Depero.
La Marchesa Casati è uno dei nostri più originali prodotti nazionali.
Questa milanese geniale ha saputo per due anni di seguito battere
clamorosamente in eleganza eccentrica e in sbalorditiva creazione di
bizzarrie e snobismi tutto ciò che di più originale, elegante,
eccentrico snobistico conteneva Parigi.
Essa rimane la prova vivente che l'Italia se vuole può domani vincere
anche il primato della moda Parigina. La Marchesa Casati è inoltre
appassionata conoscitrice d'arte futurista, la difende e l'impone nella
società romana. Sono meriti importanti che io particolarmente apprezzavo
mentre l'Italia si valorizzava integralmente al fronte.
Suono al cancello della sua villa in via Piemonte. Il campanello fa
subito accendere laggiù in fondo al giardino buio il lampadario della
scala esterna. Paaak. Ripercussione magica in un ambiente predisposto
agli stupori. La porta s'apre: servo negro bello in frak elegantissimo.
Nell'atrio un odore chiesastico. Forse incenso? No. Piante marine.
Profumo dolce, acre, selvatico che accentua la bianchezza carnale d'una
statua mutilata nella penombra. Sono nella biblioteca a fondo oro
vecchio: le lampade non rischiarano che i tappeti. Questi imbavagliano
le voci del palazzo. Entra il servo negro. Mi tende un vassoio con due
cok-tails. Se fossi vagneriano penserei ai due filtri d'Isotta. Prendo
il mio, bevo: cok-tail eccellente, non troppo forte, fantasioso, tonico.
Ho nel sangue un ritmo africano sincopato e la ribalta accecante d'un
caffè concerto.
Il negro scompare con l'altro cok-tail, secondo filtro per Lei!
Pausa. L'atmosfera ha delle intenzioni speciali. La turbo camminando su
e giù. I miei scarponi enormi con speroni sono felici di stonare fra le
delicatezze sornione delle luci striscianti.
Con un lampo-slancio entra Swift il levriere bianco che veloce si corica
in tondo nella poltrona bianca, profonda. Ritmo freddo polare di calme
astrazioni filosofiche. Swift sembra un cordame bianco per frenare le
probabili vele di questa casa che naviga nel sogno.
Swift sembra anche un salvagente bianco.
Una larga cadenza musicale di profumi e fruscii annunzia il terzo ritmo:
la bella Marchesa!
Saggia pazzia danzante aerea. La sua mano stesa. La sua voce chiara.
Giovialità. Allegrezza d'alba primaverile. La prima impressione di
naturalezza infantile centuplica i valori estetici della figura alta,
agile, tagliente e pur flessuosa, inguainata e pure libera nel mantello
di Paquin crespo di Cina nero con bordo infiorato di oro vecchio.
Non le vedo il viso poichè le lampade illuminano soltanto i tappeti.
La Marchesa apre un poco il mantello per offrire alla luce i suoi
pantaloni turchi Calot in broccato oro vecchio orlati di pizzi
veneziani. Ripete più volte il gesto di tirar sul seno una fascia d'oro
vecchio che conduce giù i miei sguardi agli scarpini turchi oro vecchio
con fibbia nera e tacchi alti madreperlacei. Ma le due mani che portano
e sembrano rincorrere ciascuna due perle enormi sfiorano la parete e
fanno scaturire altre luci da altre lampade cosicchè appare la faccia
pallida e felina, una faccia di tigre sbiancata da un chiaro di luna
intrepido.
Grandi occhi neri, lenti che fissano un punto poi un altro con le pause
di un proiettore. Ricordo il proiettore italiano che dal monte Corada
fissava dopo il lungo nostro bombardamento le trincee austriache del Kuk
travolte, sfondate, impaurite nell'attesa del nostro assalto. Qui
l'assalto è dato dai cavalloni convulsi rossi dei capelli che le
incorniciano la faccia.
Ma la Marchesa non vuole dar l'assalto a nessuno. Ride, scherza, parla
d'arte e della rappresentazione dei balli futuristi che andremo a
vedere. La voce fresca e senza trucchi musicali contrasta col dilagare a
ruota, a spirali, a volute degli sguardi muti. Questi sono pure sguardi
naturalissimi, non vogliono nulla, nè fingono nulla, ma le occhiaie
vaste e fonde contengono una involontaria magia di cerchi azzurri che si
svolgono all'infinito.
Certamente quegli sguardi potrebbero essere fatali ad un inesperto
navigatore di mari femminili. Essi sprofonderebbero intorno le pareti
per creare la penombra verdastra carica d'insetti lussuriosi e veleni
profumati delle foreste native. La marchesa è una milanese bella
intelligente e immaginosa che ha saputo crearsi un'atmosfera
equatoriale, selvaggia, dolce e truce tragicallegrissima. Sudan
imbellettato in automobile.
La bocca è bella, prominente, ma poco civile. Mascelle graziose ma
forti, da belva onesta. Le dimostro che nessuna donna ha mai avuto una
distanza così grande fra le nari apertissime, mobili e le labbra.
Risponde con una risatina a scatti, assolutamente inadatta al senso
delle parole:
--Conoscete il mio pappagallo dell'equatore che si chiama Bra-cadabrà?
Nell'angolo buio un arabesco bianco, giallo, verde appollaiato stride:
--Bracadabrà, Bracadabrà, Bracadabrà.
Il grido del pappagallo lega i colori delle sue penne al rosso dei
capelli della marchesa al nero degli occhi e delle nari, al rosso sangue
della bocca e alla cravatta di celluloide bianca, rossa, verde
dell'amico Balla che entra cantando:
--Bracadabrà, Bracadabrà.
Prima d'uscire la marchesa s'infila al dito mignolo uno strano anello
che bilancia sospeso a tre catenelle un microscopico incensiere con un
granello d'incenso fumante. Traversiamo una sala popolata da tre
assiemi plastici di Boccioni in rissa con dei dinamismi violacei di
Russolo e dei cicloni gialli di Balla.
Usciamo. L'automobile è veloce. Roma notturna: ruderi presi a rasoiate
bianche dalle lampade elettriche.
La sala del Teatro dei Piccoli contiene molte russe agitate, zazzere
pittoriche, occhiali passatisti di professori, signore romane
magnetizzate dai titoli e dal cosmopolitismo, futuristi impazienti,
veleni critici in bottiglia con la relativa testa da morto sopra, tutto
il neutralismo elegante che si infischia della guerra continuando a
mendicare un sorriso e un invito dalla principessa tale, dalla duchessa
tal altra. Balordaggine snobistica, falsa intellettualità, smorfie pro e
contro il futurismo.
Sono seduto fra la marchesa Casati e la principessa di Bassiano,
americana gioviale semplice e intelligente.
Il pittore Besnard, illustre passatista, contende alla marchesa Casati
una parte della curiosità bisbigliante.
Il quadro dei selvaggi enormi fantocci di legno a colori e forme
sintetiche impone il silenzio. Aurora africana con balzi di colori. I
mormorii di stupore fanno pensare alla musica degli insetti sulle paludi
tropicali. Si soffoca dal caldo. Questo è accentuato da un'enorme
selvaggia rossa che s'avanza sulla scena. Ha un petto-ventre quadrato
che subitamente spalanca due sportelli e partorisce una piccola
marionetta.
I bambini nella sala schiamazzano dalla gioia. Interrogo i figli della
signora Giordana. Rispondono con entusiasmo che quelle marionette sono
le più belle, le più vere, le più vive. Ora danzano incalzate dalla
musica futurista di Malipiero, stramba, rude, originalissima. Il conte
di S. Martino che mi stringe la mano calorosamente dichiara ad alta
voce:
--Il vostro Depero ha molto ingegno. Non dimenticate, Marinetti, che io
sono un futurista della prima ora, non rimorchiato. Ho assistito a tutte
le vostre manifestazioni e ho sempre pensato che l'ingegno originale è
tutto nel vostro gruppo futurista.
XII.
UNA FESTA NAPOLEONICA
La sera dopo sono nel salotto di Donna Maria Mazzoleni. Ho una grande
stima e una viva simpatia per questa signora italiana che sa
mirabilmente vestire d'ogni grazia e d'ogni eleganza una vita energica
attivissima integralmente consacrata al patriottismo concreto e alla
pratica filantropia. Spirito largo senza pregiudizi e con spiccate
tendenze futuriste, Donna Maria Mazzoleni ha saputo fare del suo salotto
il ritrovo delle persone più significative e più originali della
capitale: diplomatici, poeti, artisti, musicisti, inventori, principi
indiani, celebrità del teatro, inaspettatissimi prodotti umani
dell'estremo oriente, ufficiali eroici, vincitori di record mondiali e
bellissime signore.
Questa sera non vi trovo che Missiroli, il pallido esitante indeciso ma
troppo intelligente farmacista d'ogni ideologia. Spirito tutto a trapani
inutili, a spaghetti senza sugo, cuoco accuratissimo di insipide
preziosissime salse spirituali. Una di quelle tipiche sibille a
rovescio, come io chiamo, i numerosi culturali falsi profeti che
sbagliando sempre nelle loro profezie diventano involontariamente degli
ottimi indicatori del futuro. Basta credere esattamente al contrario di
ciò che profetizzano: si coglie sempre nel segno.
Con mosse untuose da prelato Missiroli cerca d'inocularmi un po' della
sua ammirazione sconfinata per la Germania. Rifiuto brutalmente
l'iniezione. Egli colla piacevolezza di un cataplasma mi dichiara:
--Avete torto di parlar male di Benedetto Croce poichè egli è il padre
di tutte le vostre libertà futuriste.
Rispondo:
--Ho sempre avuto una profonda pietà per Benedetto Croce, malinconico
carabiniere che predica la libertà rivoluzionaria.
Entrano la contessa e il conte Bosdari nostro ambasciatore ad Atene.
Spingo a poco a poco la conversazione ad una precisa valutazione della
Grecia.
Bosdari dice:
--Il popolo greco è un popolo antiguerresco. Voleva rimanere neutrale.
E' stato strappato alla neutralità da Venizelos. Ora l'esercito greco
organizzato per forza dai francesi non vuole assolutamente battersi.
Venizelos non ha un vero seguito, nè un vero partito. Non vi sono
nazionalisti, nè patrioti in Grecia. Venizelos ha perduto il contatto
del suo popolo perchè ha fatto la rivoluzione con le forze degli
alleati, cioè con forze forestiere. _L'entente devait le laisser pourrir
dans sa neutralitè._ E' un popolo incurabilmente neutrale, pacifista,
ma non germanofilo. Non ha mai creduto nella potenza della sua Regina
tedesca. E' un'oca. I famosi schiaffi e la famosa pugnalata della Regina
al Re sono fiabe. Per molto tempo Venizelos non è riuscito, neanche coi
denari, a trovare 50 individui che gridassero: morte a Costantino! Ma i
francesi hanno una grande influenza ad Atene, una vera prepotenza,
spadroneggiano.
Comprendo che Bosdari si è urtato profondamente con Venizelos. Bosdari
ha un fondo d'incurabile germanofilia. Conclude:
--Ho fatto capire a Venizelos che l'unica potenza la cui amicizia può
permettere alla Grecia di non essere la misera vassalla dell'Inghilterra
e della Francia è l'Italia.
Donna Maria Mazzoleni che sa meglio di Madame di Sevigné dirigere il suo
salotto intellettuale con varietà e contrasti interessanti mi prega di
declamare le mie parole in libertà «_Treno di soldati turchi ammalati_».
Rompo con forza decisiva l'atmosfera di finezze diplomatiche. Vivo
successo di declamatore. La conversazione è orientata ormai sulle
demolizioni utilissime compiute dal movimento futurista e sulla
rivoluzione pittorica creata da noi in tutto il mondo col predominio
lirico, plastico del genio nostro. Altri invitati sopravvenuti
raccontano le leggendarie cazzottature del teatro Costanzi, le
burrascose esposizioni futuriste a New York a S. Francisco. Un attaché a
l'ambasciata Cinese spiega l'influenza decisiva del pittore Boccioni
sull'arte dell'estremo oriente. Si parla molto di una grande festa che
il conte Primoli darà domani nel suo palazzo napoleonico in onore dei
mutilati.
* * * * *
Vi partecipai colla marchesa Casati che mi presentò al famoso Loulou
Primoli. Raffinatissimo, colto, intelligente, ma tragicamente passatista
figlio di una Bonaparte, maestro d'ogni cortesia e d'ogni bizzarria
erotico-sentimentale.
Salgo colla Marchesa per una scaletta piena di fiori e di statuette di
Napoleone. Il guardaportone, personaggio dell'impero, saluta tutti e
lascia passare tutti.
Siamo in casa del Passato. Passato vinto, indulgentissimo, disilluso e
nostalgico. La scala sale girando con grazia e portando faticosamente la
sua balaustra carica di stoffe rosso e oro. Infilata di camere
rosso-oro. Vere cappelle asfissianti di fiori e di profumi artificiali.
Fiori, fiori, falsi e naturali in scatole, scrigni, vasi e vassoi.
Ritratti, ritrattini, ninnoli intimi preziosissimi, ricordi, album,
fotografie d'ogni dimensione, autografi enormi come di giganti e flebili
sbiadite calligrafie di regine morte. Tutte le cose sacre d'una vita
sontuosa che preferisce il ricordo alla crudele realtà presente, tutto
marcato dall'affetto e dal tempo messo in vetrina spudoratamente, con
ostentazione quasi oscena. Ultima offensiva d'un passatismo disarmato
che utilizza le sue fragili armi senza grazia alla rinfusa per fermare
ad ogni costo il futurismo vittorioso e le sue velocità furenti. Questa
sala contiene due pezzi di chiese distrutte, tre portantine pregne di
profumi imperiali, due madonne di bronzo decapitate e una grande grata
panciuta di vecchio legno dorato tolta dal coro di una chiesa di Siena.
La portantina sussurra che le donne del tempo che fu sapevano meglio
amare. Dalla grata panciuta cola come da una chiusa la cadenza morbida
d'un canto chiesastico. Ma le due Madonne tendono sinistramente le mani
vuote come per ridomandare ai rigattieri ebrei le loro teste
probabilmente vendute a parte.
L'odore di muffa aggredisce le nari. Polvere, polvere. Bricabrac di cose
vecchie, morte affastellate. Sembra la vendita all'asta di una reggia
che l'ultimo erede reale offre per necessità ad un popolo
rivoluzionario. Questo però non compera, invade, devasta e brucia.
Infatti le stoffe rosse danno l'illusione delle fiamme e i profumi densi
si inacidiscono fino all'acredine dell'odore di bruciato e di sangue.
Folla di signore. Dominano le cretine:
--Oh ma chère, chère, chère madame, quelle joie de vous revoir!
Tipica frenesia balorda e grottesca delle signore spalmate di falsa
aristocrazia, orgogliose tacchinescamente di trovarsi in un salotto alla
moda select unico. Tutte un po' seccate di trovarsi così numerose.
Sarebbero raggianti di potere compiangere molte amiche assenti. Ma non
avrebbero allora il piacere di vedere il loro privilegio notato da
molte.
La maschera di cera di Napoleone assiste impassibile a questa nuova
ritirata di Waterloo.
Tutto in vetrina, anche i gloriosi mutilati da festeggiare. Sono seduti
immobili nelle poltrone rosso e oro del grande salone. Visi rudi cotti e
riplasmati dalle carezze ferree corrosive delle rose granate. Visi
scabri, tipici come il Carso. Pezzi di sole ancora fumanti e vibranti.
Ora sono un po' pacificati, ma vi passa sopra il brivido di una
irritazione. Perla il sudore su quella fronte. Sentono il peso
insopportabile di quel lusso sfarzoso ammucchiato con boria. Nei loro
occhi oscilla l'anima tra le preoccupazioni di denaro e il piacere
inusitato dei ricchi omaggi mondani. Intorno accaparranti fastidiosi
tutti i brusii mormorii delle donne che vorrebbero essere materne e
invece urtano sbadatamente tutti gli spigoli doloranti di quelle
sensibilità troncate.
Silenzio! silenzio! Il celebre Battistini canterà una canzone
napoletana.
Vola con grazia lentamente poi si slancia patetica in alto la grande
voce del cantante meraviglioso, un po' sciupata, ma piena ancora di
magie. Si gonfia, si arrotonda, cerca di spalancare l'angoscia
appassionata del golfo di Napoli, rompendo e travolgendo pareti, stoffe,
soffitti di oro fuor dal bricabrac passatista, per toccare le vivide,
fresche, elettriche stelle d'Italia che brillavano certo nella
battaglia su quei soldati come su dinamo instancabili dalle scosse
micidiali. Gli applausi e le approvazioni sventagliano mille idiozie ma
hanno il rumore della risacca notturna sui Faraglioni tetri, eroici di
Capri.
Ora si aggira, in mezzo ai busti, statue, statuette, il Bonaparte
padrone di casa e direttore di questo immane esibizionismo d'intimità
napoleoniche. Cortesissimo, pieno di grazie delicate, ma tozzo, stanco,
grosse spalle finite, tirate giù dall'enorme _tight_ verde-blu scuro e
il cravattone quadrettato grigio-perla e blu.
Loulou Primoli ringrazia i suoi invitati con molti sorrisi nella faccia
rossa un po' cotta dai liquori, baffi grigi, gote gonfie, cascanti,
occhi scuri sagaci d'antiquario.
Esco colla Marchesa Casati, felice di rivedere all'aperto la mia amica
futurista in un'altra serra calda che abbia per soffitto l'arco caldo
azzurro del cielo romano.
XIII.
I VELENI DEL GOLFO
Sono stanco di artifici e di snobismi esasperati. Bianca mi aspetta a
Napoli!
Il giorno dopo alle due del pomeriggio appena entrato nello
scompartimento soffocante sono preso da un'ansia inaspettata. Il treno è
zeppo. Quasi tutti napoletani. Sono forse le loro voci cadenzate che mi
spremono i nervi mutando completamente la mia sensibilità. Il mio cuore
raddoppia i suoi battiti. Vorrei aprire la mia giubba grigio-verde per
respirare, respirare il grande alito passionale del golfo. Ma è ancor
lontano, molto lontano. Perchè non parte il treno? Sono pigiato sul mio
sedile, ma non sento più nulla, tutto assorto nella visione interiore
bruciante di Bianca. Dunque l'amo pazzamente? Forse. Sono strabiliato
dalle bizzarrie della mia anima che porta con se in guerra ridendo e
combattendo spensieratamente un amore sepolto, ma vivo ora scattante.
Il treno parte accelerando col suo ritmo il ritmo del mio cuore che
s'avventa per frugare nei ricordi, precisare le sensazioni.
Completamente isolato nel mio sogno, vedo Bianca, la sento!
Bionda, bionda, gracile, flessuosa con quei suoi occhi pieni d'oro
verde, bellissimi occhi che ridono e bruciano sotto la capigliatura di
scintille e polvere d'oro. Chissà se mi sarà possibile vederla un po' a
lungo a Napoli? Sua zia bisbetica e provinciale ha una franca antipatia
per me. Ma Bianca saprà dovrà superare ogni difficoltà per vedermi!...
La risento nelle mie braccia come la prima volta in casa mia nel mio
appartamento di Chiatamone 5 anni fa. Aveva un vestito leggerissimo,
sembrava nuda. Io l'ubriacavo di poesia. In un attimo i miei baci
travolsero ogni sua volontà. Scapigliata, languida, eccitatissima!
Invocava un pettine per ravviarsi i capelli. Ricordo ancora di aver
chiamato la mia cameriera Giulia che offrendomi il pettine mi spaventò
col suo viso inferocito dalla gelosia.
Andammo a pranzare insieme. Pioveva. Bianca si abbandonava sul mio
braccio felice della pioggia che ci isolava dal mondo. La marea d'una
passione violenta mi portava sulle vette acute delle fantasie più
suicide. Le dicevo:
--La mia vita è lì sulla tua bocca... tutta la vita in un tuo bacio!
Le proposi di partire per Sorrento. Non volle. Ma in carrozzella
semi-aperta sentii che ogni sua difesa era vana. Tutte le forze della
luce, dei profumi, dei suoni e dei rumori si coalizzano, impongono,
esigono che ogni ritardo sia abolito. I baci nostri sono fitti,
precipitati, affannosi. Sembrano incalzati dalla pioggia in una
elettrica furia di vibrazioni. Scendiamo dalla carrozzella. Nel
giardino le nudità pericolose troppo bianche delle statue sembrano
uscite dal coito acre mordente schiaffeggiante di quel mare virile.
Convinco Bianca che docile viene dove voglio. Ansando come un ladro la
guido per la mano nel buio della scala, poi nel buio appartamento, piego
il suo corpo che trema sul letto nel buio, svestendola febbrilmente con
le mie mani convulse che si sbagliano, strappano, strappano le ultime
barriere davanti alla piena irruente della mia passione.
Bianca è quasi nuda. Non vuole la luce. Io esigo lo splendore illuminato
di quel corpo ed eccolo finalmente tutto da baciare con mille elogi
deliranti, carezze che frugano si arrampicano insistono divorano.
Velocità d'incendio che nessuno potrà spegnere.
--Stiamo al buio, te ne prego...
Io rifaccio la luce. Ma lei implora:
--No! No! che scandalo! che scandalo! Sei cattivo! Caro, caro, mi piaci
tanto! Mi piace il tuo temperamento impetuoso, ma Dio mio! non ti calmi
mai! Fermati con questo tuo dinamismo!
Bianca ride.
Io rispondo:
--Dinamismo plastico!
Ridiamo insieme. Risate che sfumano nelle strette feroci dove le nostre
anime si spremono.
--Ho paura, dice Bianca, penso che mi farai soffrire, terribilmente
soffrire.
Si rituffa nell'incosciente abbandono, soffocando le sue grida sotto le
ondate pesanti del piacere. Poi un tremito convulso l'assale. Mi ricordo
che questo tremito non cessava più. Mormorava e implorava:
--Ho freddo, freddo, tanto freddo, riscaldami, amore!
Io la riprendo. Eccola beata, rapita, bambina. La sua anima alla deriva
nuota come in una scia di bollore lunare. Con precisione ricordo i suoi
piccoli strilli di spavento-pudore mentre girava cercando le sue vesti
nella camera, nuda, minacciata dalla luce che io accendevo e spegnevo.
Mangiammo insieme delle frutta nella sala da pranzo, poi la ricondussi
in carrozza alla casa della zia, senza pensare che non l'avrei riveduta
per un anno. Che schianto! Per un anno la cercai senza ritrovarla,
invocando il suo ritorno disperatamente. Il mistero di quella lontananza
e di quel silenzio mi tormenta oggi più che mai.
Bianca non seppe non volle spiegarmi nulla, quando la rividi, un anno
dopo. Mi parlò di un fidanzato. Compresi che non poteva essere sincera.
Certo avrebbe aperto tutto il suo cuore se avesse potuto. Mi disse:
--Ho fretta questa sera. Domani mattina alle 10. Avremo tutta la
giornata per noi.
Bianca è un'amante strana. In fondo la credo una innamorata dell'amore.
Sensuale e cerebrale. Odia le ore d'amore rubate in fretta alla vita. Le
piace organizzare bene le voluttà. Ha un corpo ideale d'amante
predisposto a tutte le raffinatezze del piacere. Non lo dimenticherò
mai. Ho bisogno di lei. Che occhi mutevoli! Occhi di carnevale! Era
felice di questa immagine e l'accoglieva aprendo la sua bocca ardente
come per mangiarsela fra i dentini bianchi... Sento, sento che se avessi
qui Bianca con le sue labbra che si liquefanno fra le mie la soavità del
nostro bacio sarebbe tale da fermare di colpo questo treno.
Dunque, sono innamorato come un pazzo di Bianca. Perchè, perchè non la
prendo con me, strappandola alla sua vita ambigua di signorina che ha un
amante, ne ebbe forse già due, sotto la sorveglianza balzana di parenti
ostili, libera e prigioniera inesplicabilmente?
Bianca è capricciosa. Ogni volta che io ebbi il dono del suo amore la
trovai diversa. Ricordo il nostro quarto convegno a Palermo. Sembrava
ridiventata pura come una vergine. Per un nulla le vampe al viso. Mille
pudori e la lunga difesa di ogni angolo del suo corpo. Poi dopo il primo
amplesso riapparve la fragorosa luce dei suoi occhi di carnevale che
ridevano offrendo la bocca come un fiume di delizia nel paradiso, la sua
bocca nuda, aperta e inquietante. Una strana sensualità quasi oscena nel
sorriso di quel viso roseo, ardente fra i capelli biondi,
sparpagliamento di scintille sul guanciale.
Ricordo un'altra volta: Bianca benchè legata dalle abitudini signorili e
sdegnose della sua vita semi-aristocratica, venne con me felice in un
piccolo albergo da marinai piuttosto sporco. Unico albergo che non fosse
pieno, in una città marittima. Era elegantissima, nasino al vento, quel
nasino all'insù birichino e francese. Volle portare da sola la mia
valigia fra i camerieri stupefatti, per dimostrarmi la forza dei suoi
muscoli. Le dissi:
--Questa stanza è brutta, ma vale cento paradisi.
Mi rispose spensieratamente:
--Somiglia a una camera d'albergo di Alessandria d'Egitto.
Sapevo che Bianca aveva già molto viaggiato con sua zia in Oriente. Più
volte mi aveva parlato di Costantinopoli. Nondimeno la sua allusione ad
un albergo simile a quello che ci ospitava mi turbò, quasi mi fece male.
Quel giorno a letto più nitidamente mi si conficcò nel mio spirito
questa verità spaventosa! Bianca aveva due anime. Mi offriva la prima
ingenua, fresca, fremente, pudica, tutta in lacrime e confusioni soavi;
poi al secondo amplesso mi spalancava una seconda anima di lussuria
gogliardica, ironica quasi clownesca, un'anima da caffè concerto di
secondo ordine. Diceva con mille scatti buffi:
--Mi piacciono, mi piacciono i tuoi baci sulla schiena, ma non li
voglio... Per carità non toccarmi il puff... Il mio puff è scemo,
resterà scemo, non capisce nulla... In quanto a lei, lei! Elle est très
délurée... Lei è pazza, pazza da legare. Colpa tua! Ora è pazza!...
Veramente pazza!
Allora Bianca diventava frenetica, moltiplicava i suoi baci e le sue
carezze rivelando di tanto in tanto una sapienza sensuale da cortigiana.
Diceva con voce puerile:
--Queste sono le rotelle del carrettino!
Poi facendomi ammirare il suo ventre perfetto e, con un dito
sull'ombelico, soggiungeva:
--Questa è la piccola buca delle lettere tutte per me.
Su quel vasto letto, in quella brutta camera d'albergo si esercitava la
pressione del porto tutto catrame, fumo, carbone, antenne, sole
accecante ruvidissimo nelle alberature, polvere salata, scricchiolio di
ruote, carri, carrucole, peso dei cavalli monumentali e dei carriaggi
sul selciato di bragia, treni di piombo ripiombanti sulle rotaie e odori
furenti.
Ero torturato, inquieto. Ma il mio petto si sfasciò dalla delizia quando
Bianca mi ridonò la sua prima anima infantile, vergine, con queste
parole:
--Ed ora stiamo buoni. Voglio soltanto che tu mi mangi un po' la
boccuccia.
Nello scendere dal treno a Napoli io constatai che una lotta si era
scatenata fra il mio cervello volitivo pieno di idee di guerra e di
prossima offensiva e il mio cuore tremante, vinto, liquefatto,
napoletano. Irritatissimo, sconvolto, con le lagrime in gola,
traballavo nella carrozzella traballante pei vicoli notturni.
Napoli nei primi anni di guerra, fu sempre sfacciatamente illuminata
negozi e caffè. Ora imitava finalmente le altre città mascherandosi di
azzurro per paura di un secondo bombardamento di aeroplani. Per
difendersi e nascondersi i napoletani hanno riempito le strade di
piccole lune graziose copiate sulla grande loro luna speciale.
Piccole lune da strada! Piccole lune quasi tascabili! Questa arrotonda
una fresca volta di grottazzurra di Capri. Vi tremano sotto liquide
turchesi e gioielli d'acqua.
In quest'altra piccola luna da strada scintilla il fondo abisso del mare
con palombaro e lampadina elettrica fra guizzi fulminei di pesci. Ma la
giocondità rossa bianca napoletana schizza fuori dalle botteghe radendo
il selciato. Una giocondità tutta a risate represse, occhiate,
sghignazzamenti, baci veloci, strette di mani incandescenti, gomitate
d'oro, luci schiacciate, spremute fra i battenti delle porte sulle
soglie nei buchi del marciapiede.
L'allegria napoletana cede un poco, ma non troppo, alla severità della
guerra. E' ottimista il vasto golfo carnale, indulgente e distratto. Sa
che dopo i malefici iettatori aerei con relativo sterco esplodente
ritornerà la pace pei soldati vittoriosi carichi di passione da spandere
in canti larghi tali da colmare tutti i pozzi del terrore materno.
Così io penso che nel mio cuore la guerra di ferro e fango saprà
vincere la dolce e velenosa guerra dell'amore. Molleggia la mia anima in
carrozzella per le strade spaccate forse dalla passione. Quanti buchi
affettuosi! Il mio spirito virile somiglia al mio cocchiere che tira
ferocemente, tira a strappi brutali il cavallo sfiancato fuor dai
binari. Ma il cavallo sfiancato come il mio cuore va dove vuole, a
destra, a sinistra, resistendo alla mano violentissima che lo strappa.
Non m'ispira pietà quel cavallo, tanto è di caucciù indifferente sotto
le frustate tremende in testa, atroci.
Il selciato è più che napoletano, svaccato. Il cocchiere accanito
sradica fuor dai binari il cavallo, sturacciolando la carrozzella che
balza come un fa bemol fuori dalle righe musicali. Arpeggio violento
strappato nelle corde tese delle strade notturne, molli di languore
erotico, arpe coricate degli abbandoni carnali.
Povera carrozzella dell'amore e del canto nostalgico che con schianti e
singhiozzi si strappa dai binari ferrei della vita di guerra.
Il cocchiere bestemmia:
--Accidenti! Fetente!
In realtà dove vanno a finire le ruote del mio cuore, lo sa il Padre
Eterno!
Ma i vicoli splendono sgargianti infischiandosi degli areoplani.
All'imbocco di questo vicolo il viscido argento profuso dei pesci fuor
dalle casseforti sfasciate del mare. Più su, tutti i fatti di sangue
dei pomodori e dei cocomeri. Venti passi più innanzi crollati giù e
dormenti tre rosei volumi di grassi bambini pneumatici da réclame. A
destra in vetrina la morbida materna bontà cedevole delle mozzarelle
troppo femminili che godono il proprio fresco immacolato candore.
Bisogna bene passar la sera in un caffè concerto. Non potrò vedere
Bianca prima di domani mattina. Nello schiamazzo luminoso della sala
Umberto, canta una donna in gonnellino vermiglio, pallido visetto che
suda sotto ciocche nerissime, pesanti. Occhiate di liquirizia. La
canzone trascina voci e anime di spettatori.
Mamma dice
non devi morir
di malinconia;
c'è il biondino
che ti vuol bene.
Perchè aspettare?
sono sei mesi
che non scrive più
forse è morto.
A tutte le frasi sagge e interessate della madre il ritornello risponde
con un'ondata grave, triste, ostinata, religiosa:
Voglio il mio amore
che vive in trincea,
voglio il mio amore
che aspetta e spera.
Voglio il mio amore
che alla sua bella,
che alla sua bella
ritornerà.
Sono preso anch'io dall'ondata e canto con tutto il pubblico come un
canotto preso fra i ghiacci veloci di quelle buone bibite napoletane che
la mia gola bocca bruciata, beve remando colla lingua. Dormo male con
incubi e sobbalzi all'albergo S. Lucia. All'alba di nuovo in carrozza
con un mio piano d'uomo geloso e sentimentale.
Sei e mezza. Fa fresco. La mia carrozzella è ferma in agguato. Vedo la
porta di Bianca senza pericolo d'essere veduto.
Viene fuori la sferica mammelluta portinaia a vuotare le immondizie nel
carretto dello spazzino.
Bianca sta al pianterreno: a tre metri dalla sua finestra una cassetta
postale. Due bambini corpicini sparpagliati, gambe nude, passano
toccando tutto. Si fermano estatici dinanzi a un fanale dipinto di
fresco, verde. Lo toccano. Il portinaio di Bianca viene fuori a sbattere
il tappeto dell'entrata, scopa la soglia, lucida gli ottoni della porta.
--Fra cinque minuti mi sporcherò, pensa l'ottone luccicando sotto le
mani.
Bianca è in letto, dietro quelle griglie. Respira. La mia forza preme.
La sua tentacola nelle coltri del sonno. E' molto presto. Aspettiamo.
Tre bambine povere vanno a scuola, in nero, un fiocco rosso sui capelli.
Si fermano. Si raccontano.
Una bambina dodicenne elegante in azzurro, bionda, precede a passi
rapidi concisi di dovere--tac tac tac--la cameriera vecchia, rullante,
sbrindellona, ciabatte.
La bambina sbuffa:
--Auf! che tartaruga, la Maria! lo dirò a mammà.
Un bambino di 6 anni fa trascinare il peso delle sue gambe da una
giovane cameriera bruna che corre per non perdere l'appuntamento
coll'amante. Ogni tanto la cameriera si tira su la giarrettiera.
E' ancora presto. Molto tempo da aspettare.
Din din din campanello di chiesa. Rrrrrr di automobile catarroso in
questa rimessa. Ne esce il meccanico, gabbano grasso, lurido, nerastro.
Frescolino venato di tepori. Penso che quella cassetta postale comunica
forse col letto di Bianca. Dal letto Bianca può impostare. Se da fuori
io imposto una lettera, questa cadrà forse nel suo letto!...
Cip cip cip di uccelli. Un raggio duro lungo di sole si slancia giù dal
cornicione di una casa, picchia il selciato e lo apre: calce e oro
accecante.
La frusta del mio vetturino oscilla tra il mio naso e le griglie chiuse
di Bianca che io fisso.
Il cocchiere gira intorno alla carrozzella, calmando il cavallo
impaziente coi suoi: eheee eheee.
La targa di marmo che porta il nome della strada sembra chiudere colla
forza di un suggello la via la casa e la vita-amore di Bianca.
Penso che nella penombra calda sudata della sua camera da letto ora
entra la cameriera col cioccolatte. Calore, sudore, odore vanigliato
acidulo fra i seni di Bianca. Si sente la bocca arida, si ravvia i
capelli, domanda:
--La posta.
--Grazie.
Fuori strada in pendenza. Tutte le strade si inchinano sotto il peso del
calore per versare gente giù nel Golfo. Strade che si tuffano nell'acqua
fresca della sua voce che ricordo:
--Sono piccini, piccini, piccini i miei seni.
Il sole salta a piè pari giù dal cornicione con tutti i suoi pendagli e
fiocchi di fuoco pesante. Piomba nella strada precisando
burocraticamente le ombre.
Due postini con nella mano alzata un grosso pacco di dolori piaceri
angosce. Ciriguée-guée di cancello che s'apre. Peso del sole sulla
strada. Peso delle lettere nelle mani dei postini. Cameriere e portinaie
corrono intorno ai due postini abbeveratoi che tengono alte chiuse le
mani-rubinetti. Tac tac tac pac pac pac di passi.
Aspettiamo ancora, mentre il calore dilata sforza la strada. Attività
delle mosche sulla groppa del cavallo, sventagliamento della coda
autonoma.
La vita ancora triste tentennante si rinfranca a poco a poco. La strada
che era vuota, vergine, sola sonnolenta e floscia, aveva dimenticato i
passi umani.
Ora si svincola freme, scatta, si irrigidisce sotto le vite-passi che la
pungono di volontà-speranza.
In quella finestra aperta una cameriera scopa, scopa, scopa da circa
un'ora. Gran Dio come hanno sporcato la casa: la risporcheranno.
Un operaio porta un water-closet di porcellana al fianco. Una serva
porta un pezzo di campagna verde sulla testa. Un altra ha fra le braccia
un pezzo di battaglia sanguinosa e un pezzo di delitto rosso in una
carta gialla. Un vecchio passa oscillando, calvo, sudato sotto un enorme
vaso di palme, Oriente, viaggio.
Ad un tratto il sole mi trapana il cranio con un consiglio!
--Cosa fai, cretino? cosa aspetti? cosa sorvegli? Dà una mancia al
portinaio e entra.
Il consiglio è ascoltato.
* * * * *
Alle 5 del pomeriggio io stringevo finalmente fra le braccia una
prodigiosa felicità che mi riempiva la gola di dolci singhiozzi. Bianca
era mia, mia, assolutamente mia come non era stata mai.
Dopo due ore di amore forsennato, atroce, lacerante, disperato,
scendiamo languidi stanchi felici nella strada affocata per portare le
nostre anime al mare che ha i lenti balsami le filosofiche brezze
persuasive i lunghi sorrisi d'oro ridente e prezioso. Ondeggiamo nella
carrozzella a Mergellina. Sera calda, gonfia di tutti gli odori
agrodolci leziosi delle alghe. L'aria ha una tenerezza di carne sana
spalmata di salsedine. Il promontorio di Posillipo sembra oscillare
sulle sue palafitte di riflessi. Bevo nella bocca molle viva
instancabile di Bianca tutto l'ardore contenuto il languore mortale e
gli abbandoni del golfo profumato che si sdraia nella notte
smisuratamente affettuosa, dove i soffi del vento si sollevano come
coltri sudate.
Il mare azzurro tremante sospiroso, lecca la strada con mille appetiti
minuti, mille fissità di luci, e mille luci scivolanti affaccendate.
Al largo la lastra del Golfo sembra un viso di donna estenuato,
pallidissimo che aspetta, invoca esige, esige, la delizia suprema.
Sono esausto. Parlo a Bianca e il cuore mi crolla giù di rinuncia e
sciolgo tutti i nodi della volontà, offro tutto me stesso alla vittoria
dell'amore assoluto. Un demonio assurdo mi costringe ad avvilirmi,
annientarmi. Forse ho troppo sofferto della pienezza esuberante di forze
e della rigidità costrittrice. A Bianca regalo rutta la mia vita,
l'amore l'amore!
Sono sincero?
Una voce interna urla: no! Ma è una voce che non riconosco, estranea,
troppo simile a quella di quel venditore di cocomeri che vende nella
ironia bianca dell'acetilene grandi cuori spaccati e freschi.
Inesplicabilmente Bianca rifiuta con tono reciso. Sembra divenuta la mia
stessa coscienza energica. Travasamento d'anime. Bianca è il futurista.
Io sono il passatista sentimentale dai nervi lacerati che si aggrappa
vuole la continuità, l'eternità, l'assoluto del cuore!
Bianca dice:
--Non ci vedremo forse mai più. Io sposerò lui. Vuoi sapere il suo nome?
Si chiama Leone Paris, figlio dell'avvocato Paris. Trent'anni. E' stato
il mio primo amante. Tu sei il secondo.
--Perchè ti sei data a lui?
--Era appena arrivato dal Benadir. Dopo molte imprese audaci. Non l'ho
mai amato, ma è buono. Era ammalato. I medici non speravano di salvarlo.
Sono stata per lui come una sorella. Per me ha voluto guarire. Si è
curato con una energia straordinaria. Io seguivo ogni giorno questo suo
sforzo verso la vita. Ogni giorno egli esigeva qualcosa di più da me...
--Così senza amore sei stata sua?
--Ho creduto che quell'affetto sarebbe diventato amore. Ciò non avvenne.
--Ed ora?
--Ora egli sa tutto, accetta tutto, sa di te senza sapere il tuo nome.
Mi vuole sposare.
--E tu?
--Io sento che quello è il mio destino. Egli mi ama in modo assoluto.
Quando gli ho detto che corsi il rischio di avere un bambino da te, mi
disse: Perchè non l'hai voluto? Lo avrei fatto mio!...
Bianca è una donna intelligente che ha il culto maniaco delle eleganze
morali. Strano tipo di donna involontariamente futurista, essa
perfeziona e conserva preziosamente il valore eccezionale, tipico della
nostra avventura. Vuole che questa rimanga la meravigliosa avventura
della sua vita. Io, in
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