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Tra cielo e terra: Romanzo

by Anton Giulio Barrili · Italian · Gutenberg #28374 · 464,334 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Tra cielo e terra: Romanzo
    
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Title: Tra cielo e terra: Romanzo

Author: Anton Giulio Barrili


        
Release date: March 20, 2009 [eBook #28374]
                Most recently updated: January 4, 2021

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/28374

Credits: Produced by Carlo Traverso, Emanuela Piasentini, and the
        Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net
        (This file was produced from images generously made
        available by The Internet Archive/Canadian Libraries)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK TRA CIELO E TERRA: ROMANZO ***




Produced by Carlo Traverso, Emanuela Piasentini, and the
Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net
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                    TRA CIELO E TERRA.


[Illustrazione: Anton Giulio Barrili]




                    TRA CIELO E TERRA


                         ROMANZO

                           DI

                   ANTON GIULIO BARRILI

            NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA DALL'AUTORE

                         MILANO

                 FRATELLI TREVES, EDITORI

                          1907


                  Proprietà letteraria.




OPERE di A. G. BARRILI.


  _Capitan Dodèro_ (1865). 13.ª ediz.                       L. 1 --

  _Santa Cecilia_ (1866). 11.ª ediz.                           1 --

  _Il libro nero_ (1868). 4.ª ediz.                            2 --

  _I Rossi e i Neri_ (1870). 8.ª ediz. (2 vol.)                2 --

  _Le confessioni di Fra Gualberto_ (1875). 13.ª ediz.         1 --

  _Val d'olivi_ (1873). 18.ª edizione                          1 --

  _Semiramide_, racconto babilonese (1873). 9.ª ediz.          1 --

  _La notte del commendatore_ (1875). 2.ª ediz.                4 --

  _Castel Gavone_ (1875). 10.ª ediz.                           1 --

  _Come un sogno_ (1875). 26.ª ediz.                           1 --

  _Cuor di ferro e cuor d'oro_ (1877). 18.ª ediz. (2 vol.)     2 --

  _Tizio Caio Sempronio_ (1877). 2.ª ediz.                     3 50

  _L'olmo e l'edera_ (1877). 20.ª ediz.                        1 --

  _Diana degli Embriaci_ (1877). 2.ª ediz.                     3 --

  _La conquista d'Alessandro_ (1879). 2.ª ediz.                4 --

  _Il tesoro di Golconda_ (1879). 12.ª ediz.                   1 --

  _Il merlo bianco_ (1879). 2.ª ediz.                          3 50

    --Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz.                    5 --

  _La donna di picche_ (1880). 6.ª ediz.                       1 --

  _L'undecimo comandamento_ (1881). 13.ª ediz.                 1 --

  _Il ritratto del Diavolo_ (1882). 4.ª ediz.                  1 --

  _Il biancospino_ (1882). 12.ª ediz.                          1 --

  _L'anello di Salomone_ (1883). 3.ª ediz.                     3 50

  _O tutto o nulla_ (1883). 2.ª ediz.                          3 50

  _Fior di Mughetto_ (1883). 4.ª ediz.                         3 50

  _Dalla Rupe_ (1884). 3.ª ediz.                               3 50

  _Il conte Rosso_ (1884). 3.ª ediz.                           3 50

  _Amori alla macchia_ (1884). 3.ª ediz.                       3 50

  _Monsù Tomè_ (1885). 3.ª ediz.                               3 50

  _Il lettore della principessa_ (1885). 3.ª ediz.             4 --

    --Edizione illustrata (1891)                               5 --

  _Victor Hugo_, discorso (1885)                               2 50

  _Casa Polidori_ (1886). 2.ª ediz.                            4 --

  _La Montanara_ (1886). 8.ª ediz.                             2 --

    --Edizione illustrata (1893)                               5 --

  _Uomini e bestie_ (1886). 3.ª ediz.                          1 --

  _Arrigo il Savio_ (1886). 3.ª ediz.                          1 --

  _La spada di fuoco_ (1887). 2.ª ediz.                        4 --

  _Il giudizio di Dio_ (1887)                                  4 --

  _Il Dantino_ (1888). 3.ª ediz.                               1 --

  _La signora Àutari_ (1888). 3.ª ediz.                        1 --

  _La Sirena_ (1889) 5.ª ediz.                                 1 --

  _Scudi e corone_ (1890). 2.ª ediz.                           4 --

  _Amori antichi_ (1890). 2.ª ediz.                            4 --

  _Rosa di Gerico_ (1891). 3.ª ediz.                           1 --

  _La bella Graziana_ (1892). 2.ª ediz.                        3 50

    --Edizione illustrata (1893)                               3 50

  _Le due Beatrici_ (1892) 5.ª ediz.                           1 --

  _Terra Vergine_ (1892). 5.ª ediz.                            1 --

  _I figli del cielo_ (1893) 5.ª ediz.                         1 --

  _La Castellana_ (1894). 2.ª ediz.                            3 50

  _Tra Cielo e Terra_ (1894). Nuova edizione riveduta
  dall'autore (1907)                                           3 50

  _Fior d'oro_ (1895). 4.ª ediz.                               1 --

  _Il Prato Maledetto_ (1895)                                  3 50

  _Galatea_ (1896). 7.ª ediz.                                  1 --

  _Diamante nero_ (1897) 3.ª ediz.                             1 --

  _Raggio di Dio_ (1899). 4.ª ediz.                            1 --

  _Il Ponte del Paradiso_ (1904). 2.º migliaio                3 50

         *       *       *       *       *

  _Lutezia_ (1878). 2.ª ediz.                                  2 --

  _Con Garibaldi, alle porte di Roma_, ricordi (1895)          4 --

  _Sorrisi di gioventù_ (1898) 2.ª ediz.                       3 --

  _Zio Cesare_, commedia in cinque atti (1888)                 1 20




A FRANCESCO BERLINGIERI


Venendo a Te, per dedicarti il mio libro, penso ad una tua bella
fantasia giovanile, «Un frate che minia la _Divina Commedia_»; povero
frate che tu hai lasciato senza compagni, mutando il suo buon codice
membranaceo nei codici moderni del patrio diritto; povero frate, per cui
l'arte aveva ancora «sorrisi e fascini», ma più assai la giovane natura,
parlante a lui l'onnipossente linguaggio da quelle stesse pagine ch'egli
andava infiorando con le belle immagini fantasiose, ridenti d'italica
primavera al genio di Oderisi da Gubbio e di Franco Bolognese. Deposti i
pennelli, poggiata la faccia sulla palma della mano, pensa il povero
frate, con gli occhi rivolti al poema del profugo Fiorentino «a cui
temprâr l'ingegno--e l'amore e lo sdegno». O frate, tu gli hai detto,
ammonendolo:

    O frate, a lui l'esilio
      E le pugne dell'alma:
      A te l'obblìo degli uomini
      E la cristiana calma.
      Perchè t'alzi a colloquio
      Col Ghibellin? tu piega
      La queta fronte, e prega.

Ma sì, tardi consigli, come sono su per giù tutti i consigli
dell'esperienza! Il male è fatto: il tuo monaco ha riletto dianzi quel
diabolico canto V dell'_Inferno_, donde scoppia tanta passione umana, e
dilaga e straripa. Quei due maravigliosi dannati raccontano anche così
bene!

    Per più fiate gli occhi ci sospinse
      Quella lettura e scolorocci il viso:
      Ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Povero frate! Satana gli ha dato l'esca. Che ardori nel suo sangue! che
visioni nella sua cella! I giorni felici si ripresentano alla sua mente,
con immagini e fragranze di baci; la gioventù lo chiama, la terra lo
invita; il rimorso lo turba, e il cielo dimenticato un istante gli
ridipinge agli occhi la scena terribile dei sicuri castighi. No, non più
affetti terreni, non ribellioni, non fughe.

    Dio, mi salva dal dèmone
      Che tutto mi possiede!
      Di macere vigilie
      Rinforzerò la fede.
      Nè più profane pagine
      Avran su me l'impero!
      Io minierò il Saltero.

L'uomo antico era ricomparso tra le mortificazioni dell'asceta; ma
l'asceta ha riconosciuto il tentatore, ha resistito, ha vinto. Così tu,
fantasticando davanti alle rovine di un vecchio convento, che l'anima
tua ripopolava «di larve incappucciate», hai rievocato un momento tipico
della vita passata, o, per dire più veramente, hai intravveduto nella
vita passata un lampo della coscienza eterna, dell'eterno dissidio e del
vincolo eterno tra la terra ed il cielo.

Ho il mio frate ancor io. Non minia, pur troppo: parla il linguaggio
aspro e nondimeno attraente che molti ascoltano tuttavia, che molti
ascolteranno ancora dopo di noi, perchè tra forme mortali e transitorie
reca sempre la nota della immortale verità non mai intieramente
chiarita, della immortale domanda non mai pienamente soddisfatta. Egli è
voce e coscienza d'una religione storica, che in mezzo a tante cure
mondane onde fu troppo infrascata nei secoli scorsi ed è ancora afflitta
nel nostro, è pur bastata a dare un corpo di dottrine morali purissime,
suggellate dal bel principio in uno stupendo esemplare di dolcezza e di
grazia, di virtù, di mansuetudine, di sacrifizio sublime, parlante dalla
montagna al popolo di Tiberiade, disputante coi dottori della legge nel
tempio di Gerusalemme, odiato ugualmente da Scribi e da Farisei (specie
non morta ancora), ugualmente franteso da Giudei e da Romani, dagli uni
e dagli altri condannato nella doppia sentenza del sinedrio e del
pretorio, epicamente grande nel supplizio del Golgota, redivivo e
trionfante nella fede degli umili come promessa infallibile di
ricompense celesti, presente in ispirito e in verità dovunque si
soffre, dovunque si procede, dovunque si spera di giungere ad una meta,
commensale divino degl'infelici, rompente con paterno amore ai
pellegrini di Emaus quel pane quotidiano, che a tanti figli d'Adamo
sèguita sempre a mancare. Triste cosa, non è vero? e si può bene
rimpiangere che i seguaci si siano allontanati di tanto dall'esemplare
maraviglioso; riuscendo agli onori del trionfo per collegarsi tosto a
mutua difesa coi potenti della terra; non dando ai miseri altro aiuto
fuor che di buone parole; sognando per sè l'impero del mondo, ed
ottenendo per via da tutti i monarchi, alternamente combattuti e
favoriti, uno scampolo di territorio per le loro famiglie, nella patria
divisa, assoggettata e tradita. Ma gli errori degli uomini nel corso dei
secoli, ed oggi le ineluttabili ragioni della difesa civile, non ci
faranno dimenticare il buon principio essenziale di quella religione,
che ha pure educato nei cuori il sentimento del divino, prendendolo
ovunque le fu dato rintracciarlo, germe prezioso e fecondo, tra la
scoria delle superstizioni volgari e tra le perle della filosofia
antica, tra i dubbî della scuola e gli stupori della piazza, tra i
foschi terrori e le serene speranze di settantaquattro generazioni. E
chi sa? l'istesso mio frate, un po' incalzato e stretto al muro da chi
avesse avuto più tempo per ciò, si sarebbe licenziato a parlare più
liberamente che non solesse fare dal pergamo ai fedeli cristiani di San
Giorgio. Credete in Dio, avrebbe detto, credete in un Dio giusto e
buono, come causa prima dell'universo; osservate la legge morale,
com'ella per volontà di lui si è rivelata alle genti: praticato il
rispetto, l'amore, la carità nel mondo, e lasciate al tempo la cura del
resto. Molte foglie cadono ogni autunno dall'albero; molti rami secchi
al peso delle nevi invernali, all'azione dei geli, al soffio della
tramontana si spezzano: ciò che è vitale, vivrà.

Il mio frate non minia, ti ho detto; nè io son riuscito a miniar lui con
arte degna del tema. L'ho tirato giù alla grossa, ma vedendolo bene; e
penso che questo si debba sentire da tutti coloro che lo vedranno
apparire a suo tempo, nel corso di queste pagine, viva figura di
combattente, o larva di promessi rimorsi per due povere creature
condotte dal destino all'aspro dissidio tra la passione e il dovere, tra
la natura obbedita e la legge violata. Intorno alle quali cose, io credo
che il mio pensiero, essendo chiarissimo, non si possa frantendere nè
falsare da uomini di parte, credenti o miscredenti che vogliano essere:
ma certo non sarà male renderlo più evidente colla giunta di poche altre
considerazioni.

La società moderna, per giudizio di alcuni, va bene abbastanza, volgendo
apertamente ed infallibilmente al meglio, alla liberazione, alla
certezza, alla luce. Non tanto sfoggio di sostantivi, mi raccomando.
Spero anch'io che volgerà al meglio, se per merito di qualche evento
prodigioso le capiterà di rimettersi in gambe: per ora mi sembra che
zoppichi; e guai se lo zoppo fa a correre; vuol esser tombola, non ti
pare? La grande rottura, avvenuta da un pezzo, e di questi tempi
condotta agli estremi, tra la scienza e la fede, ha tra parecchi buoni
effetti il cattivo di lasciar la morale senza guida, senza sostegno, in
un momento sociale che più avremmo bisogno di lei; mentre le
moltitudini, felicemente sciolte da tanti vincoli molesti, sentono più
vivo il gusto della libertà e lo estendono volentieri a tutti i
godimenti dell'essere; mentre tutti gli accorti, segnatamente i meglio
provveduti, i meglio collocati nel mare magno della vita, dopo aver
tremato un pochino di certe raffiche minacciose, si rassegnano alla
burrasca, vogando alla galeotta e ripetendo tra sè il motto infame di
Luigi XV: «_après moi le déluge_»; mentre lo stesso fondamento della
società, che è la famiglia, non ha più un medesimo pensiero, un medesimo
criterio, un medesimo istinto, per tutte le persone che la compongono.
Nel modo di vivere, di sentire, d'intendere, di curare la conservazione
delle tradizioni, degli averi, delle virtù private e domestiche,
principio delle pubbliche e civili, noi non sembriamo già più i figli
dei nostri padri: gran soluzione di continuità, che dovrebbe farci
pensare! Così la famiglia si disunisce, un po' per debolezza sua, molto
per colpa de' suoi capi, che non l'hanno più per santuario, come gente
civile, ma per rifugio, come selvaggi primitivi. L'uomo va per un verso,
e la donna per l'altro, secondo gli umori, i gusti, le vanità; crescano
i figli come vogliono e possono; e padri e madri e figliuoli con molti
bisogni, perchè con molti appetiti; senza ideali, perchè senz'ombra
d'idee.

Restaurare nel civile consorzio il senso morale parrà necessario a chi
pensa; e necessario veder cominciare la restaurazione dai capi, dai capi
della famiglia, dai capi della società, donde l'autorità deriva, donde
gli esempi si spargono. Ma noi non faremo niente senza virtù private,
senza idealità che le informino, scaldandone la buona semente nei cuori.
Tanto io credo, «e creder credo il vero». Per ritornare al libro che ti
offro, esso sarà giudicato come vorrà essere; anzi diciamo pure,
pronosticando, che non sarà giudicato affatto. Viviamo in un paese di
gente savia e prudente, che aspetta di fuori sentenze ed oracoli, mode,
predizioni del tempo ed almanacchi. Mi preme soltanto che il libro sia
sentito da coloro che lo leggeranno. Da ventimila, dice l'amico editore,
sperando: da venti, dico io, già molto ambizioso, se penso ai
venticinque di cui si contentava il Manzoni: nel fatto, levando tutti
gli zeri, me ne bastano due.

Eravamo in due all'Acqua Novella, te ne rammenti? C'è là, in un angolo
felice della nostra Liguria occidentale, il più antico e il più recente
mio ricordo campestre. Vidi da bambino ed amai quella voltata in discesa
dalla balza di Bergeggi a Spotorno, con le rovine dell'èremo di
Sant'Antonino, piantato nel vivo della rupe ferrigna, sotto i ciuffi
degli arbusti che gli fanno ombra dal ciglio sfaldato del gran masso
imminente. Era allora il mio sogno d'essere il padrone dell'èremo, di
restaurarlo, di farmi frate là dentro, frate di un ordine mio, molto
benedettino per la copia dei libri, molto templario per la quantità dei
conversi; gaudenti essi della vita materiale, gaudente io della felicità
intellettuale, in quella grata solitudine, difesa dai venti freddi, con
quel lembo di cielo opalino, con quella lista di mare turchino davanti,
dimenticando tutto l'altro dello spazio e del tempo, ignorando l'ora
degli altri, aspettando la mia senza troppo curarmene. Veramente,
l'orologio non era lontano; orologio solare, sul terrazzo di una casa
verdognola, trecento passi più in là, nel bel mezzo di un orto; con
quella sua leggenda: «_ultima necat_» che fu la prima frase latina
capitata davanti a' miei occhi, e che mi dava sempre tanto da pensare,
tutte le volte che passavo da quelle parti. Quando fui in grado da
intenderla, amai compirne l'idea, premettendole un «_vulnerant omnes_».
Ma per allora non era il caso di filosofarci su; ed io non filosofavo,
sentendo il desiderio di quella pace, sognandola tutta per me.

Era un sogno, e finì come finiscono i sogni. Ma i bei sogni si ricordano
volentieri; ed io più volentieri l'ho ricordato, tornando or non è molto
con te alla tua bella Spotorno, bianca lucente sulla spiaggia lunga, tra
la voltata di Bergeggi e il monte Orsini, aspra guardia di Noli. Ad un
certo punto, e di comune accordo, abbiamo fatta fermar la carrozza; io
per contemplare il mio èremo, tu per farmi bere un sorso della fontana
lì presso, l'Acqua Novella, zampillante da una gran vasca quadrata, sul
margine della strada maestra. O acqua ben nomata, veramente fresca,
ristoratrice e pura, come tutte le cose novelle! Io non sogno più
solamente il mio vecchio èremo e la mia vecchia meridiana; sogno ancora
l'Acqua Novella e quel buon tratto di strada quieta, che abbiamo fatta a
piedi con tanta allegrezza, mentre i cavalli ci seguitavano al passo. E
penso ancora, nel mio sogno, che l'uomo più felice della terra debba
essere un certo guardiano di strada ferrata, che ha il suo casotto in
quelle vicinanze, col suo orticello, i suoi fagiuoli e il suo gran fico
brogiotto, accanto allo sbocco della galleria di Bergeggi. Poveraccio! e
forse egli sogna a sua volta un trasloco, una promozione, che lo sbalzi
guardia eccentrica o guardia di sala in qualche stazione importante,
donde gli sia facile di mandare a scuola le quattro o cinque creaturine
che senza fatica, quasi senza un pensiero al mondo, gli sono rampollate
là dentro.

Son tutti così, i miei bravi cantonieri di strada ferrata. Ricordo
ancora quello di Varigotti, conosciuto tanti anni fa. Aveva anche lui
una bella fontana daccanto, anzi una vera cascata d'acqua, che piombava
dalla balza rossastra, sotto la chiesuola abbandonata di San Lorenzo;
aveva un orticello, con pèschi, fichi e fagiuoli, ch'erano una
maraviglia a vederli; aveva il gran mare turchino davanti, e
tutt'intorno, da ogni piega del terreno, da ogni borro, da ogni
fenditura della rupe, occhieggiavano a lui tra lucide foglie di smeraldo
i bei limoni dal color dell'oro. Per esser felice, non gli mancava
neanche una moglie, giovanissima, bella e savia, amante del lavoro e di
lui. Ma quello ci aveva il mal del paese; voleva lasciare quel sorriso
di cielo e di mare, quel profumo, quel tepore, quella gloria, per
ritornarsene al suo nido natale, o non troppo discosto, tra Bussoleno e
Modane, sotto le Alpi nevose, a sentir cantare gli aquiloni e scrosciar
le valanghe. Barattava male, e non fu difficile contentarlo. Sarà
felice, ora? Ah, penso che Gabriello Chiabrera fu ben ispirato, il
giorno che sul portone della sua casa fece scolpir l'oraziano: «_Nihil
est ab omni parte beatum_».

Ma se una felicità compiuta non si ritrova in nessun luogo, neanche là
dove io l'avevo sognata, bene mi sarà lecito di desiderare che la vita
sia più ricca d'ideale, e che un'acqua novella, se pure non ci si debba
vivere accanto con oraziana serenità, rinfreschi e purifichi le nuove
generazioni; che il sentimento del divino, ingenito nella coscienza
umana, si accordi un giorno colla critica non più arrogante di facili
dispregi, colla scienza non più infatuata di sollecite deduzioni, e
venga in buon punto a rinvigorire di nuovi succhi la povera morale
intristita. Questo è il mio sogno dell'età matura, e credo che questo
sia pure il tuo. Tu hai, a buon conto, una famiglia nata di te; vuoi che
abbia i tuoi stessi ideali, riflettendo alcun che di quelli che tu
stesso derivi dai tuoi vecchi; ai quali con animo reverente mando un
augurio e un saluto filiale ancor io.

Comunque esso sia riuscito per l'arte, il mio libro è morale. Non già
come un trattato; credo anzi che ci corra molt'acqua, e tutt'altro che
novella, di mezzo. Ma esso è morale, nondimeno, come può essere tale un
romanzo; cioè a dire una rappresentazione della vita reale, aspersa
d'una certa idealità, che è poi la nota personale fatalmente recata
dall'artista nella cosa veduta, nella cosa sentita ed espressa.

Ritorneremo col bel tempo all'Acqua Novella e al vecchio èremo
diroccato. Tu ama intanto il tuo

                              ANTON GIULIO BARRILI.




TRA CIELO E TERRA




CAPITOLO PRIMO.

Addio, bel mare!


Gli avevano fatta un'ingiustizia, saltandolo nelle promozioni; perciò, a
mala pena sbarcato, aveva mandata la sua dimissione al ministro. Per la
via gerarchica, s'intende; e il capo del suo dipartimento marittimo,
alla Spezia, si era degnato di esortarlo a pensarci su, almeno un paio
di giorni. Per non fargli dispiacere col mostrarsi sconoscente alla
cortesia del superiore, aveva accettato il consiglio; ma, quarantott'ore
dopo, si era ripresentato al suo illustre capo, pregandolo di dar corso
alla lettera.

Tra gli uguali, qualche amico sincero aveva tentato dissuaderlo,
arrischiandosi a dirgli che commetteva un errore; ma egli non aveva
voluto convenirne. Altri gli dicevano: «Fai bene; è stata
un'ingiustizia; le ingiustizie non si sopportano». Ed egli rispondeva
con un vivo cenno di assenso, quasi di ringraziamento, come uno che si
senta compreso, congedandosi con una poderosa stretta di mano da tutti
quei vecchi compagni, ai quali lasciava un gradino vuoto su quella scala
di Giacobbe che conduce al paradiso del viceammiragliato.

Era sicuro del fatto suo; la risoluzione gli pareva buona, per il caso
presente e per i casi futuri. Infatti, che cosa sperare da quel
ministro, che era stato suo comandante in una memorabile crociera e che
aveva mostrato in parecchie occasioni di non poterlo soffrire? Effetto
di una ruggine antica, per una manovra fatta da lui, di suo capo, che il
comandante non aveva ordinata, che anzi aveva biasimata. Un po' troppo
presto, per altro: lo scandaglio, la mattina dopo, aveva dimostrato a
tutti che seguendo ciecamente gli ordini del comandante si sarebbe
rimasti incagliati. Quattro palmi di sàgola avevano dato ragione
all'inferiore; e il superiore se l'era legata al dito, quantunque
l'inferiore si fosse studiato con ogni maggior cura di non lasciar
trasparire il sentimento della propria superiorità. Una promozione, dopo
quel giorno malaugurato, era venuta per tutt'e due, l'uno giungendo al
grado di tenente di vascello, l'altro al grado di contrammiraglio. Due
anni ancora, e il contrammiraglio diventava ministro. Il ministro si era
slegato finalmente il dito, saltando nelle prime promozioni il tenente
di vascello.

Lagnarsi? È presto detto. In che modo? Aspettare che cascasse il
ministro; sì, fra due o tre anni, e intanto divorarsi l'affronto. No,
niente aspettare; perciò aveva mandata la sua dimissione. Cosa
amaramente spiacevole per lui, quanto edificante per tutti, la sua
dimissione era stata accettata a volo. Brutto momento, vedersi così di
punto in bianco fuori dell'uscio! Ma c'è «la buona compagnia che l'uom
francheggia»; e questa, nei brutti momenti, consola.

Ahimè, non del tutto. A lui una pena sorda restava nel profondo
dell'essere. Amava il mare; il bel mare, così pieno di misteri, così
magnifico nella collera, così augusto nella calma, che pare abbia
un'anima, e grande, meravigliosamente grande, grande almeno sei volte
quella dell'umanità tutta quanta; il buon mare che mette in comunione
tutte le creature viventi, assai più ed assai meglio che non facciano
tante strade ferrate e tanti telegrafi. In questi dotti congegni c'è
sempre l'arte di un mondo piccino, piccino come tutte le trovate degli
uomini; c'è sempre l'idea di sentirsi passare in una cruna d'ago,
assottigliati, stiacciati, tanagliati dagli attriti continui del passo.
E poi, che cosa sono le invenzioni dell'uomo, ristrette ad un solo
ufficio, ordinate ad una sola utilità, in confronto di quella superficie
azzurra, pianura liquida e senza solco, che palpita e porta, mobile,
gloriosa e superba, che dà moto e gioia a tanti organismi animati,
colore agli occhi, calore agli spiriti, essendo ad un tempo la via e la
vita?

Tutto è nuovo su quella via, l'abbiate pure cento volte percorsa; ve la
fanno parer sempre nuova i mille diversi aspetti delle cose, nella
vastità sconfinata degli orizzonti, nella infinita varietà delle tinte,
mezze tinte e sfumature, dell'aria e dell'acqua. Il punto a cui volgete
la prora è di giorno una striscia di azzurro, di grigio, di roseo,
sull'ultimo lembo del mare, una striscia tenue che non vi offre il
colore stridente nè i contorni aspri del vero; nella notte, poi, è un
punto di fuoco, che getta sulle acque un raggio luminoso; più spesso, e
di giorno e di notte, è l'invisibile, il nulla, ma con la sublime
certezza di vedere, di trovar qualche cosa, al momento prefisso, sulla
via che vi dimostrano le stelle, che vi traccia infallibilmente un
computo aritmetico. E intanto il lontano fa pensare; l'occhio intravvede
l'infinito; l'anima sente Dio; nè ci sono professori di calcolo per
rimpicciolirvi quello con la figura di un otto coricato, nè filosofi del
malanno per dirvi che questo è un sogno, una idiosincrasia naturale, una
concrezione storica del vostro pensiero.

Con che ansia, adolescente allievo del collegio di marina, aveva
aspettato il giorno del suo primo imbarco! Con che passione aveva fatto
il suo primo viaggio, quindici anni addietro! Lo aveva sentito cantare e
sospirare, fremere, urlare e ruggire, quel mostro immane dai grandi
occhi verdi e dal dorso di spume! E lo aveva ammirato nella molteplicità
degli aspetti, soavi e terribili, graziosi e feroci, sempre nuovi e
stupendi; lo aveva amato nella salubre vivezza delle fragranze, nella
dolce giocondità dei ritmici cullamenti. E dopo tante ammirazioni, dopo
tanti amori, lo aveva lasciato! Ma sì, che volete? gli avevano fatta
un'ingiustizia. Le ingiustizie non si sopportano, o si mostra di averle
meritate; nel qual caso non sono più ingiustizie, ne convenite? Triste
cosa, per altro! Aveva sempre sognato una guerra, da far le sue prove
anche lui, da onorare l'Italia, questa lunga penisola che pare una gran
nave imbozzata attraverso il Mediterraneo, e che non dovrebbe starci,
perdio, come un pontone, come una fregata in disarmo. Quella guerra non
l'aveva certamente invocata; il valoroso non invoca i pericoli, che non
sono solamente per sè, ma per tutti; li aspetta, e si prepara ad
affrontarli.

Aspettando la guerra, preparandosi a quella, il soldato serve la patria.
E perchè non l'aspettava egli ancora, passando sopra ad una cattiveria
di ministro? Infine, gli uomini passano, la patria resta. Verissimo,
questo; ma è verissimo ugualmente che son tutte parole. La patria che
resta è sorda, cieca e muta; non vi sente, non vi vede, non vi conforta
per nulla, non vi consola affatto, non vi vendica di quell'altra che
passa, agitandosi intorno a voi, standovi sotto, accanto e sopra, che vi
giudica senza criterio, ammirandovi di fuga quando il caso dà a voi di
far bene e a lei di non poter fare altrimenti, disprezzandovi quando ne
può avere un pretesto, deridendovi spesso e volentieri, ne abbia o non
ne abbia ragione, solo che si presenti un appiglio. La patria grande, la
vera, dopo tutto, si serve con dignità. Levate la dignità al soldato, e
non gli resta più nulla; c'è la morte nell'anima, e il servire è
vergogna.

Per altro, non credeva di dover tanto soffrire, obbedendo alla voce
della propria coscienza. Fu una triste giornata quella in cui gli
annunziarono che la dimissione del tenente Sospello era stata accettata.
Ah, non voleva stare neanche un giorno alla berlina delle condoglianze.
Le sue valigie erano fatte, in attesa dell'evento. Se ne andava subito
subito; e lontano, molto lontano dal mare, che non voleva vedere mai
più. Alla terra de' suoi padri, alle Alpi, avrebbe chiesto il rifugio;
possedeva ancora una bicocca, lassù. Di vecchi non c'era più nessuno, ad
aspettarlo: restava una sorella maggiore, nobile e santa creatura, che
tant'anni prima avrebbe desiderato di chiudersi in un monastero, ma non
aveva osato farlo, per non lasciar solo del tutto il suo vecchio babbo.
Morto quello, non aveva potuto lasciar solo e vuoto il vecchio palazzo,
dove cinque generazioni di Sospelli di Vaussana erano passate, e dove
era naturale che ella restasse per custodire il posto alla settima, se
mai il fratello Maurizio si risolvesse di continuare la stirpe.

Buona e cara Albertina! Egli andava a farle compagnia nella triste
casa; e qual compagnia! Lei, fastidita del mondo anche prima di
conoscerlo, certamente per qualche intima ragione si era appartata a
quel modo, rinunziando alle gioie della vita; se pure la vita ne ha.
Anch'egli, vecchio scapolo, che aveva sognato d'impalmare la gloria,
offeso un giorno nella sua dignità, rinunziava a tutti i sogni di una
legittima ambizione, per andarsi a rinchiudere nella casa dei suoi
maggiori, come un povero alcione ferito va a posar l'ala sanguinolenta
sul nido abbandonato.

Maurizio aveva già scritto alla sorella, annunziandole la sua dimissione
come un proposito irrevocabile: ma egli non intendeva già d'impoltronire
nella sua bicocca montanina; non voleva finir cacciatore, nè giuocatore
beone, come tanti gentiluomini campagnuoli. Possedeva una ricca
libreria; l'avrebbe al bisogno accresciuta, per dedicarsi ad un'opera di
polso. Aveva sempre vagheggiato il pensiero di scrivere un libro delle
guerre marittime d'Italia, ma condotto con una certa larghezza di
disegno, da appagar tutti i gusti, da rispondere a tutti i bisogni
intellettuali, ordinato e preciso come una storia, vivo e animato come
un romanzo, il libro del marinaio italiano, il libro che mancava ancora,
per dare una idea chiara e compiuta delle antiche navigazioni e degli
antichi commerci, argomenti di emulazione e cause di guerra tra i
popoli; per descrivere i costumi marinareschi, le imprese audaci, le
trasformazioni successive della strategìa e della tattica navale nel
gran bacino mediterraneo. Certo, per condurre a termine un'opera come
quella, non gli sarebbero bastati i libri che possedeva. Ma il primo
anno lo avrebbe speso a tracciare il quadro; poi avrebbe veduto, si
sarebbe destreggiato via via secondo il bisogno, cercando altri libri,
viaggiando per città e biblioteche; ottima occasione per isgranchirsi,
per non fare la ruggine. Ed era ancora una bella vita per un uomo di
trentadue anni; e aveva tempo davanti a sè per colorire degnamente il
quadro ideato.

Il suo attendente, congedandosi da lui alla stazione di Spezia, gli
aveva dato il buon viaggio con le lagrime agli occhi.

--Grazie, Susini, e addio; siamo uomini;--gli rispose
Maurizio.--Scrivimi, se ti occorrerà qualche cosa; ed anche quando non
ti occorrerà nulla; riceverò sempre le tue lettere con molto piacere.

--E lei, signor tenente, non avrà mai bisogno di nulla, da un povero
marinaio?

--Sì, spesso sentirò che mi mancherai, bravo Susini. Intanto, ti prego,
appena sarà di ritorno, mi saluterai il _Duilio_.--

Aveva il cuor gonfio, il signor Maurizio, e incominciava a tremargli la
voce.

--Ah, signor tenente!--mormorò il marinaio, singhiozzando.--È stata una
grande ingiustizia.

--No, sai? t'inganni. Non si fanno ingiustizie, in servizio. Ci possono
essere degli equivoci, dei malintesi; ma ingiustizie no, mai;--replicò
il signor Maurizio, che aveva ancora la disciplina negli occhi e non
voleva finir la carriera dando lo scandalo di dir male o di lasciar dir
male dei superiori.--Se ti sembro commosso, pensa che ne ho qualche
ragione. Non si abbandona il mare senza uno schianto dell'anima. Un
giorno la sentirai anche tu, Susini mio, la nostalgia del mare.

--Io no, signor tenente, con sua licenza non avrò da sentirla. Non si
ricorda che sono della Maddalena?

--È vero, sì, e invecchierai vedendolo ogni giorno; e quando sarai morto
lo sentirai ancora da tutte le parti brontolare alla spiaggia; che bella
cosa!--concluse sospirando il tenente.--Ma senti, fischia la macchina, e
non vuol più saperne dei nostri discorsi. Qua la mano, mio vecchio, e
addio!--

Il treno si metteva in moto, e il marinaio ebbe appena il tempo di
baciare la mano che il suo tenente gli offriva per l'ultima volta.

--Non lo vuole ammettere;--borbottò egli, allontanandosi dal marciapiede
d'asfalto, come il treno fu scomparso nel buio della notte;--ma tutti lo
dicono a una voce: è stata un'ingiustizia. Per colpa di quei signori
laggiù, la marina italiana ha perso ancor uno dei suoi manovrieri. E
buono, poi, buono come il pane di Voltri; gentile come una ragazza di
quindici anni, che non gli si è sentito mai uscir di bocca una mala
parola, neanche nelle ore che scapperebbe la pazienza ai santi.--

La notte, senza lume di luna, era buia, e l'entrare del treno nelle
centomila gallerie delle Cinque Terre e l'uscirne non facevano divario
alla vista. Maurizio, nondimeno, sentiva il mare vicino, lo sentiva alle
acute fragranze e al romper dei marosi contro le rupi. Lo rivide
sull'alba, il vecchio amico brontolone; lo rivide di là dal monte di
Portofino, farsi a mano a mano più luminoso e più bello, a Recco, a
Nervi, a Genova, e giù giù per tutta la quieta Riviera di Ponente, dove
si aprono cinquanta seni azzurreggianti tra il verde, e su lembi sottili
di candide spiagge cinquanta paesi si distendono al sole. Quanti porti e
rade, e golfi e calanche, di cui Maurizio conosceva gli approdi! A
Genova era vissuto parecchi anni collegiale, e tante volte c'era tornato
ufficiale. Nella rada di Vado, ancoraggio sicuro, era andato una volta a
rifugio colla sua cannoniera, cacciato per due giorni da un fortunale di
libeccio. Quella costiera della Cornice tutta frastagliata da balze
ferrigne, coi suoi fondi di turchino carico listato di smeraldo e
sormontato di bianche creste spumose, come l'aveva in pratica! Ed era
sempre là, il suo mare, ad ogni uscita di galleria, il suo mare azzurro,
scintillante, superbo, il buon mare, il bel mare, a cui aveva tutto
sacrificato per tanti anni, perfino l'amore, il grande, il forte, il
supremo bisogno dei cuori.

Non aveva egli dunque amato mai? Sì, aveva amato, ed anche incominciando
per tempo; ma anche per tempo si era fermato. A quattordici anni aveva
preso una cotta famosa per una sua cuginetta, splendidissima e
formosissima bionda. Per moglie non sarebbe andata, avendo perfino un
anno o due più di lui: ma chi bada a queste differenze, quando cantano
gli anni adolescenti nel cuore? Quella stupenda creatura egli l'aveva
veduta da bambino, e avevano giuocato insieme a marito e moglie: il «te
ne rammenti?» era stato proferito con gusto al nuovo incontro, quando la
cuginetta era venuta coi parenti a Genova, per salutar lui collegiale
promosso agli esami finali e già presso all'imbarco desiderato. Ah, il
bel giuoco di cui si ricordavano ridendo, ed anche arrossendo un
pochino! Ma egli arrossiva anche d'un altro pensiero, che tanta bellezza
fiorente gli aveva fatto nascere subitamente nell'anima. Perchè non si
sarebbe ripigliata da senno quella condizione di marito e moglie che
nove anni prima si era stabilita per giuoco? Ed egli già stava
mulinando, in quei giorni di baldoria per le strade di Genova; studiava
il modo di girare la frase, per dire alla cuginetta: aspettami due o tre
anni, quanti i nostri parenti stimeranno che bastino, per.... Ma la
frase non gli veniva mai bene, come avrebbe voluto. E frattanto, una
domenica all'Acquasola, dov'erano andati a sentir la musica, quella
splendidissima e formosissima bionda che tutti ammiravano, gli aveva
detto di schianto:

--Sapete che non siete punto belli voi altri, con la vostra feluca?--

Il «voi altri» andava agli ufficiali di marina. Maurizio non era ancora
che un allievo, e non portava la feluca; ma l'avrebbe portata ben
presto, nelle circostanze solenni. Perciò s'impermalì un pochettino,
sentendo quella eresia, e guardò la cuginetta con aria di persona
offesa.

--Non siete belli, vi dico;--ribattè quell'altra, ridendogli ancora sul
muso;--e tu starai male, cugino Maurizio. Neanche si capisce, quel
vostro uniforme; non significa nulla. Perchè quella feluca nera, che non
si può tenere ben salda sulla testa, che vi scivola sempre indietro, con
uno di quei becchi d'anitra, in su, verso la luna, e l'altro in giù, che
vi piove sulle spalle? perchè quello spadino al fianco, che par uno
spiedo da infilzare i ranocchi? perchè quella coda di rondine, smilza
smilza, che va a cercarvi i polpacci? Non si capisce, ti ripeto, quel
vostro uniforme; non significa nulla.

--È quello a un dipresso di tutte le marinerie europee. Lo ha portato
Nelson, signorina.

--E lasciatelo a Nelson, e vestitevi da cristiani. Guarda laggiù,
quell'ussero di Piacenza. Che eleganza di vestiario! che armonia di
tinte! e che aria marziale!

--Ah sì, quello starebbe bene a bordo!--notò Maurizio, allungando le
labbra, con aria di sublime disprezzo.

--A bordo, non so;--ribattè la cugina, senza scomporsi.--Noi siamo in
terra; per la terra giudichiamo gli uomini.

--Dagli uniformi;--conchiuse Maurizio.

Erano rimasti grossi per tutto il tempo della passeggiata. Quel giorno
si separarono freddi. La notte, quando fu solo nel suo letticciuolo di
collegiale, Maurizio pianse a calde lagrime il suo bel sogno svanito; ma
con quelle lagrime gli si prosciugò la vena delle tenerezze. La cugina
era una civettuola e una sciocca, vana della sua bellezza, felice
d'esser guardata, e più fatta per godere gli omaggi della cavalleria che
quelli della marineria. Gli ultimi giorni che ella passò a Genova non
furono niente migliori. Maurizio era imbronciato, ed ella stette molto
sulla sua. Ella partì per Nizza con la famiglia, ed egli s'imbarcò per
il suo primo viaggio. Così finiva il romanzetto, a mala pena imbastito,
così l'amor suo a mala pena sbozzato. Del resto, quella splendidissima e
formosissima bionda, egli non aveva più avuto occasione di vederla.
Quattro anni dopo, essendo egli di stazione a Montevideo, gli giungeva
notizia che la cugina era andata a marito, passando anche a vivere in
Francia. Buona fortuna, e figli maschi.

Strano ragazzo, quel Maurizio! aveva giurato di non lasciarsi più
cogliere a certe lustre, ed era stato di parola: il primo amore era
anche l'ultimo. Parliamo del grande amore, s'intende, di quello che si
crede veramente l'amore, il forte, il solenne, il poema della vita.
Episodii, sì, ad ogni crociera, ad ogni viaggio sui mari lontani, ad
ogni fermata nei porti patrii: ma presto gliene era venuta la nausea.
Tutti giuochi, superficialità, scioccherie, quando non erano indegnità;
e queste e quelle erano poi sempre offese alla gran legge dell'universo.
«L'amore è un atto religioso» diceva egli volentieri, quando ne cadeva
il discorso cogli amici; «come atto religioso, non va preso a scherzo».
Ed egli era religioso, come è sempre nel fondo dell'anima il gentiluomo
di mare. Chi vive meno nel consorzio degli uomini vive più intimamente
con sè, e più spesso con Dio; con Dio, il cui spirito corre non visto
sull'acque, cavalca le nubi della tempesta, si libra sull'arco
dell'iride, si affaccia nella gloria del sole sorgente sull'oceano,
siede nella porpora accesa dal grande astro al tramonto.

Grandi cose, sul mare! Ed ora, abbandonato il vasto suo campo, sarebbe
tornato alle cose piccine. Ma sì, così portava la necessità. Lo avevano
voluto umiliare; aveva preferito spezzarsi. Non esagerava egli un poco?
Forse; ma era fatto così. Obbedire gli piaceva, ma all'intelligenza, o
alla probità che ne tien luogo, quando tra chi comanda e chi obbedisce
aleggia l'idea del dovere morale. Altrimenti no; e per non dar scandalo
brontolando, se ne andava via, spezzando la spada. Uno spiedo, dopo
tutto; non glielo aveva detto quella formosissima bionda? Ed anche
buttava la feluca a mare: galleggiasse a sua posta, e naufragasse al
primo scoglio. Lassù, nella quiete della sua bicocca solitaria, avrebbe
evocate le figure dei grandi ammiragli; buon metodo per dimenticare i
piccini.




CAPITOLO II.

Alla terra dei padri.


Maurizio di Vaussana cessò finalmente di vedersi il mare da fianco. Era
giunto alla stazione di Ventimiglia. Sceso dal treno, prese la via dei
monti, dopo aver fatte caricare le sue valigie in una vettura da nolo.
Quanto ai suoi bauli, aveva dato lo scontrino del bagaglio ai signori
Rolandi, buona gente, amici vecchi di casa sua, che s'incaricarono
volentieri di farglieli recapitare il giorno seguente a San Giorgio. E
la vettura si mosse, partì con alto fragore di ruote, tintinnìo di
sonagliere e scoppiettìo di frusta nell'aria polverosa, ma soprattutto
con la gloriosa velocità di tutte le vetture da nolo, quando
incominciano la corsa.

--Sentirai la nostalgia del mare anche tu--aveva detto il tenente
Maurizio al marinaio Susini. Per intanto, non doveva sentirla lui così
presto. L'aria fine dei monti natali carezzava le guance del
viaggiatore, ancora dorate dai soli africani. Quante balze conosciute
gli occhieggiavano dall'alto, lungo la via serpeggiante! Le eriche, i
pini, i ginepri, i roveri, i lecci, tutti conosceva Maurizio, a tutti
sorrideva, come ad una brigata di vecchi amici, ritrovati dopo tanti
anni di assenza. Ad una certa voltata ci doveva essere una macchia di
fràssini, nascosta dietro il ciglio d'un poggio. I suoi ricordi non lo
avevano tradito: vide, riconobbe i suoi fràssini, non molto cresciuti da
quelli di prima, sempre eleganti, svelti, pieghevoli, che stendevano
verso la strada i rami sottili, vestiti di foglie tenere, luccicanti al
sole pomeridiano. E le ginestre del pian del Termine? Il piano, per
fallire al suo nome, era una eminenza, e finiva in un dirupo; ma le
ginestre erano sempre là, facendo siepe al ciglione, contente del
galestro in cui avevano messo radice, portando fieramente levati i loro
pennacchi verdi cupi, in attesa di vestirne le vette con tanti bei
grappoli di quei fiori gialli che ogni anno solevano dare (o lasciarsi
prendere, che è tutt'uno) per l'infiorata del _Corpus domini_, nel
paesello di San Giorgio.

Alla vista di quelle ginestre, uno strano sentimento lo prese; un vivo e
pungente ricordo, un aspro, impaziente desiderio di quelle feste
lontane, di quelle solenni riconciliazioni con Dio che la Chiesa ha
seminate accortamente lungo il corso dell'anno; tutti giorni a cui
corrispondono fragranze e suoni ed immagini particolari, vapori
d'incenso, frescura di cose tenere e dolci, sorrisi di cielo, suoni di
zufoli allegri, tagliati nelle cortecce dei rami di castagno, uccellini
gorgheggianti la canzone del natale divino dalle gravi canne di un
organo. Come tutti i sensi rivivevano in lui di gioconda vita infantile!
e quanta adolescenza gli veniva incontro da quelle gole ospitali!

Sei tu, non è vero? sei qua finalmente? Buon figliuolo di salda memoria,
vieni alla dimora dei padri. La vedi lassù, quella montagna, che appare
per la sua sommità, dietro a due ordini di colline? Ci vorrà ancora un
paio d'ore, prima di giungerci; frattanto si affaccia a noi, pare che
stia spiando il nostro arrivo, come una scolta di fortezza. Era lassù,
la ròcca dei tuoi antenati; quelli del ramo primogenito, estinto oramai,
il ramo dei Sospelli di Balma. Buon seme di forti castellani, rigidi al
dovere e così fermi alla consegna! Finirono, come tutto finisce; ora
dormono col Signore, in fila, l'un dopo l'altro, come guerrieri caduti
sul campo, al posto loro assegnato. Anche i Sospelli di Vaussana
rischiano di finire con te. Vieni, giovanotto; prendi il tuo posto
accanto alla tua squadra; mettiti in fila anche tu. Il mare è bello,
attraente, e perfido; la montagna è severa, ma sana e fedele. Questa è
la patria, salda, immobile, di granito; qui, dove le eriche e i rovi non
muoiono mai, aggavignati al terreno. Si succedono i virgulti, e son
sempre gli stessi. Senti il profumo agreste della macchia? È la stessa
virtù che si trasmette di generazione in generazione. Anche di lassù si
vede qualche volta, il tuo mare: son belle le cose vedute dall'alto, e
da una giusta distanza. La varietà dei particolari si perde, e la patria
grande, tanto più grande quanta più se ne abbraccia col pensiero,
trascurando la minutezza delle parti, si ama anche meglio. Quando c'è
bisogno di difenderla, quando ci chiama alle bandiere la voce del re, i
gentiluomini calano come falchi dalla rupe, seguiti dai loro
vassalli.... No, non più vassalli, ora: tutti fratelli in Dio e nella
patria; è più bello così, ci ravvicina meglio al Vangelo. E i forti, i
buoni, gli intelligenti, salgono sempre, dovunque sian nati, facendo
stipite di nuova grandezza. Chi era il bisnonno di Carlomagno? Pipino
d'Héristal. Ma chi il bisnonno di Pipino? un ignoto guerriero, un servo
di palazzo dei re Merovingi. Così tutti i degni, i valenti, i buoni,
posson salire; i fannulloni, i fiacchi, i cattivi, discendere. La
montagna resta, produce i suoi virgulti, i suoi fiori, i suoi frutti.
Tu, povera pianta, ritorni alla tua terra natale. Più presto che non ci
fosse dato sperare, in verità! È stata un'ingiustizia, tu dici; meglio
così. Partivi fidente, ritorni disingannato, ma anche educato dalla
sventura, agguerrito alle pugne dell'esistenza. Farai il tuo dovere,
qui, come altrove; servirai alla gran legge di Dio, che è progresso
infinito, dovunque si vada, di dovunque si muova.

Il paesello di San Giorgio incominciava ad apparire. Peccato che fosse
già tardi! Le ombre della sera cadono troppo rapidamente, nelle gole
delle Alpi. Ma nella scarsa luce del crepuscolo, i ceppi delle case
biancheggiavano ancora abbastanza: poi, quando la vettura fu all'entrata
del borgo, incominciavano ad accendersi i lampioni. Un po' radi, secondo
l'uso dei piccoli paesi e la poca «elasticità» dei bilanci comunali; ma
supplivano qua e là i lanternini appesi a qualche tabernacolo di santo,
negli angoli delle vie. A quella scarsa luce Maurizio vide i ciottoli
enormi onde era lastricata la strada maggiore; sempre quelli, con le
loro gibbosità, coi loro alti e bassi continui, sempre quelli,
eternamente rugosi e rossastri nella corteccia inattaccabile della
quarzite, che s'è arrotondata così, colorata così, nella mota millenaria
del periodo glaciale. Poveri cavalli, costretti a lavorare di zampe
ferrate in quel letto di torrente!

Ma ecco, finalmente, un po' di strada da cristiani; ecco il battuto
della piazza maggiore; ecco la chiesa, la parrocchiale di San Giorgio; e
più su, in capo ad una piazza, che scende larga in pendìo, la mèta del
suo viaggio, il suo palazzo, il «Castèu». Meritava il nome con cui era
stata battezzata, e sotto cui era comunemente riconosciuta, la vecchia
casa dei Sospelli di Vaussana; castello del Trecento, o giù di lì, con
la sua torre da un lato, con le sue logge alte al secondo piano,
fors'anche coi merli e le caditoie; restaurato quindi a palazzo
signorile, nel corso del Secento, gran colpevole un po' da per tutto di
simili trasformazioni architettoniche. E veramente allora erano state
chiuse le grandi finestre a sesto acuto, per ricavarne di più piccole, a
stipiti quadrati, nel mezzo; ma ancora da certe screpolature
s'indovinava l'alzata dell'arco primitivo, e da qualche sfaldatura
dell'intonaco ne trasparivano le elegantissime linee di cotto. Un nuovo
restauro, dei principii del secolo presente, aveva aggiunte le persiane;
ed erano queste, per l'appunto, che avevano persuaso il padre di
Maurizio di non appagare un desiderio della moglie, a cui sarebbe
piaciuto di veder ritornate alla luce e alla gloria antica le ogive del
Trecento.

--Cara mia,--le aveva detto il buon conte di Vaussana,--per contentare
il tuo gusto medievale bisognerebbe rinunziare a questa benedetta
invenzione delle persiane. Levate queste, ed anche ingrandite le
finestre, immagina tu come si starebbe freschi. Che idea, quella dei
nostri antenati, di voler morire dal freddo! È vero,--soggiungeva il
degno gentiluomo, temperando l'asprezza del suo troppo moderno
giudizio,--che gli antichi lo sentivano meno, il freddo; ed è forse per
questo che durarono tanto.--

Giaume, il vecchio castaldo dei Vaussana, aspettava Maurizio ai piedi
dell'erta, e fu il primo a dargli il bentornato. La sorella Albertina lo
accolse a braccia aperte, sulla soglia del portone; benedetto portone,
sormontato dallo scudo dei Sospelli, di rosso, al libro aperto
d'argento, caricato d'una spada in palo, del medesimo, col motto «_tout
droict Sospel_», continuo tema di pazze congetture agli eruditi
mandamentali.

La contessa Albertina aveva fatto preparare per suo fratello
l'appartamento dei vecchi al primo piano. Non era egli oramai il signore
del castello? Ma il nuovo arrivato, in omaggio ai ricordi, amò meglio di
ritornare nel quartierino della torre, in quelle due camerette che aveva
ancora occupate la notte prima di andare a Genova, per entrare nel
collegio di Marina. Si sentì giovane, anzi ragazzo, là dentro; e la
mattina seguente, aprendo gli occhi e rivedendo il suo nido alla luce
dell'aurora, gli parve di non essersi mosso mai da quel luogo. Tutte le
cose intorno a lui sorridevano, con quell'aria domestica che è data ai
mobili di casa dalla loro istessa vecchiaia. Maurizio stette un'ora
buona a guardar tutto attentamente, incominciando dal suo letto di legno
dipinto di celeste a fiorami; passando poi allo specchio dalla cornice
barocca indorata, con una luce di Venezia tutta sfiorita dagli anni, al
canapeino di legno, dipinto nello stile del letto, all'armadio, al
tavolino, alla piccola libreria, dov'erano ancora i suoi libri di
scuola.

Poco lontano di là, al secondo piano del palazzo, era una libreria ben
più ricca, quella del babbo, che era stata anche di due generazioni
anteriori: libri vecchi, ma in gran numero, quasi tutti di storia, e di
erudizione. Il fatto suo, non vi pare? Ed egli per l'appunto aveva
contato su ciò. Il suo primo pensiero fu di riordinare in quindici o
venti giorni quella libreria, da tanti anni dimenticata; avrebbe veduto
frattanto che cosa ci fosse di utile per sè, nella compilazione
dell'opera che aveva disegnato di scrivere. Voleva seguitare a dormire
nella sua cameretta di adolescente; l'attigua gli sarebbe servita come
spogliatoio; tutte le altre del secondo piano, che venivano in fila, le
voleva ridurre a stanze da lavoro, coi libri, le carte murali, gli
atlanti, e tutto l'altro che gli bisognasse.

Del resto, si stava molto bene lassù, con una vista impagabile. Dalla
finestra della sua camera da letto vedeva anche meglio la montagna
vicina, col castello della Balma, da cui lo separava una boscaglia tutta
nera e folta, assai pittoresca, ottima per andarci a passeggio
nell'estate, corsa com'era da sentieri solitarii e tagliata per mezzo da
una valletta, con una bella cascata, bianca come il latte, rumorosa come
il mare, quando viene a frangere in una caverna a fior d'acqua. La
chiamavano l'Aiga, e qualche volta anche la cascata del Martinetto. Egli
la sentiva per l'appunto rumoreggiare, come vent'anni addietro, quando
si addormentava alla sua nenia dolcemente monotona.

Albertina approvò tutti i disegni di Maurizio. Approvava ogni cosa,
felice di riavere il fratello, e di ritrovarlo lo stesso di prima, nel
modo di pensare, di sentire, di essere. Egli, del resto, era sempre
giovane. Lei, piuttosto, immutata nell'animo, era tutt'altra oramai
nell'aspetto, invecchiata parecchio, sebbene non avesse che un anno più
di lui. Ma le donne, si sa, invecchiano a star sole, più che non
facciano gli uomini. Ebbene, che importava ciò? Sarebbe stata anche
meglio una madre, per lui, con la precoce autorità delle rughe. Hanno
questo spirito di sacrifizio, le vecchie zittelle buone. Quanti fili
d'argento nei cappelli neri della contessa Albertina! Ma diritta ancora,
diritta sempre, come la spada in palo, nello scudo dei Sospelli; o
meglio, diritta come la propria coscienza, e sorridente, serena,
luminosa come una santa sull'altare.

Quella mattina, essendo giorno di festa, fratello e sorella uscirono
insieme, per andare alla chiesa. Maurizio vide per la strada e sulla
piazza maggiore molti visi maravigliati: ne riconobbe parecchi, e con
tutti andò subito all'abbordaggio. Non era mai stato superbo, e non
faceva consistere la nobiltà nella mutria. Erano compagni di scuola,
rimasti nel borgo, quasi tutti della classe media, tra povera ed agiata:
a vicenda agricoltori, industriali e meccanici, come spesso occorre nei
paesi di montagna; piccoli intelletti, nei quali la istruzione primaria
e la secondaria non avevano fatto miracoli, ma nei quali la educazione
sana e la vita ristretta agli esempi domestici avevano conservato ottimi
i cuori. Restavano naturalmente un po' timidi; ma la timidità rende gli
uomini facilmente più amabili. Tutti quei vecchi compagni di scuola e di
giuochi infantili erano tanto più amabili con Maurizio, in quanto che
niente era intervenuto a turbare la cortesia delle relazioni, niente ad
inasprire gli animi, fosse pure per una settimana, o solamente a
intiepidire le amicizie, come avviene pur troppo nella convivenza di
tutti i giorni, per gli attriti inevitabili dei piccoli interessi
offesi, o delle piccolissime questioni del comune, della fabbriceria,
dell'asilo. Furono tutti felici di stringer la mano al contino (così lo
chiamavano ancora, come lo avevano chiamato da ragazzo, vivente il
signor Vittorio suo padre); felicissimi quando seppero che era stanco
del servizio, che non lo avrebbe ripreso, e che sarebbe rimasto a lungo
tra loro.

La chiesa parrocchiale era bella, assai più bella dentro che fuori:
nuove le dorature, ed egualmente gli affreschi, frutto di risparmi
dell'opera, di limosine accumulate e di aiuti straordinarii di agiate
persone. Aveva un bellissimo altar maggiore, tutto di marmi incrostati a
fiorami di vario colore, imitanti un drappo di broccato antico. Quello
era stato un dono fatto cento cinquant'anni addietro alla chiesa da un
Sospello di Balma. In una cappella laterale, dentro una gran nicchia
protetta dalla sua invetriata, si vedeva una statua di san Giorgio a
cavallo, in atto di piantar l'asta nella gola spalancata del drago. Era
una statua da portare in processione il 24 di aprile, ricorrendo la
festa del santo onde aveva nome il paese; e quel buon saggio di scultura
nel legno, del primo ventennio del secolo decimono, era dono di un
Sospello di Vaussana, il nonno di Maurizio. In quella cappella, di
patronato della famiglia, aveva la sua panca la contessa Albertina, che
c'era infallantemente ogni giorno a pregare, un'ora nei giorni di
lavoro, due ore nei giorni di festa, e più, all'occorrenza, secondo la
durata degli uffizi divini. Quante preghiere! direte. Ma sì, è ben
necessario che qualcuno preghi per tutti coloro che ne han perso l'uso:
se poi non è necessario, pensate che il pregare della contessa Albertina
non ha mai fatto male a nessuno.

Sull'altar maggiore, di sopra al tabernacolo, sorgeva un gran crocifisso
di legno. Quel crocifisso era la maraviglia del paese. Si diceva, tra
quei terrazzani, che non ce ne fosse uno più bello al mondo, neanche a
Roma; e si soggiungeva che certi inglesi avessero offerto di pagarlo a
peso d'oro; la solita chiacchiera! Certo, era bello; più elegante che
vero, aveva sentenziato uno scultore verista, che era passato di là. Ci
si vedeva il modellato dell'Apollo del Belvedere, col risalto armonico
dei muscoli, con la giusta gentilezza delle membra, con la soave finezza
delle articolazioni; solo si notava negli occhi e nella bocca una
espressione di dolore, ma niente più di quella che occorre negli occhi e
nella bocca della Niobe di Scopa; non c'era insomma l'accasciamento di
un corpo rifinito dallo spasimo della morte, nè lo stiracchiamento delle
braccia, nè la torsione in avanti degli omeri, nè la uscita fuori di
squadra delle due scapole, come sarebbe stato necessario, con tanto
traboccare di una massa pesante.

Alle quali ragioni dottissime aveva risposto un collega della scuola
idealista, che nella rappresentazione dei tipi consacrati dalla
tradizione dell'arte bisogna dare la parte sua all'uso costante,
all'opinione ricevuta, al sentimento universale; che soprattutto non è
da far vedere un Dio morente nella medesima condizione statica di un
giovane facchino appiccato per due ore al giorno come modello nello
studio di uno scultore. Il vero, sì, ma non tutto il vero; altrimenti,
perchè non si crocifiggerebbe un uomo al giorno, per esporne con utilità
di sensazioni estetiche la ineffabile angoscia alle turbe? Quello è
infatti il vero, veramente vero. Ma ancora, in quel caso, si vedrebbe
che non tutti gli organismi umani si diportano ad un modo,
nell'atteggiamento della persona, nell'abbandono delle membra,
nell'espressione dell'agonia. Così nella parrocchiale di San Giorgio le
due scuole si erano bisticciate un tantino, ma persuadendosi ancora a
vicenda che si può esser bravi artisti e farsi onore con ogni scuola; e
avevano poi fatta all'insegna dei tre Re una pace temporanea, come la
faranno un giorno definitiva, alla consumazione dei secoli.

I piedi del crocifisso sparivano quella mattina sotto una gran fioritura
di rose, disposte a mazzo enorme, legato al tronco della croce. Belle
rose di ogni forma e d'ogni grandezza, chiuse ancora od aperte, d'ogni
profumo, d'ogni temperanza del rosso e dell'incarnato, del pavonazzo e
del cremisi, del salmonato e del giallo; davano tutte insieme a
quell'augusto morente l'aspetto di un trionfatore.

--Sei stata tu, non è vero?--bisbigliò Maurizio all'orecchio di sua
sorella, indicandole quel gran mazzo di rose.

--Sì,--rispose ella, arrossendo lievemente.--Sono di quelle che ha
piantate nostra madre. Il Castèu è sempre il primo ad averne; ed è stata
veramente una fortuna che ce ne fossero tante, per festeggiare il tuo
arrivo a casa.--

Maurizio si sentì scorrere una lagrima giù per le guance. Anch'egli,
come la sua buona sorella Albertina, vide nel presente il ricordo del
passato, e v'associò la promessa del futuro. Non voleva più andarsene da
San Giorgio; dalla terra alpina dove dormivano i suoi maggiori; dal
solitario Castèu, dove prima che altrove fiorivano così bene le rose.

Finita la messa, uscirono sulla piazza, per ritornare a casa;
lentamente, per non aver aria di fuggire, ed anche allungando un tantino
la strada, per abbondanza domenicale. Così videro sfilare in parata
tutto quanto il paese; e da ogni parte erano inchini, sberrettate,
scappellate, a cui bisognava rispondere. Maurizio notò sottovoce a sua
sorella di non essersi provveduto abbastanza, alla Spezia, portando
solamente due cappelli con sè.

--Aspetta la prima fiera;--gli rispose Albertina.--Ci saranno cappelli
d'ogni qualità: ed anche verrà la paglia di Nizza, che solevi ricordare
nelle tue lettere.

--Infatti, è strano;--esclamò Maurizio.--Non se ne trova più. E neanche
paglia di Firenze, che la somiglia tanto. La moda, la moda! è una gran
sciocchezza, la moda.--

Ma sua sorella non la intendeva così, quantunque alla moda sacrificasse
ben poco.

--Bada di non far la ruggine, Maurizio; e soprattutto non ti far vecchio
prima del tempo.--

Rideva, la buona zittella; e ridendo, diventava più giovane. Rispondeva
più ilare, più serena, più franca ai saluti che venivano d'ogni parte. A
San Giorgio sicuramente, da dieci anni almeno, non l'avevano più veduta
così.

--Vedrete che torna bella;--dicevano alcuni.

--Lo era tanto a vent'anni!--rispondevano altri.--Ce n'è rimasto qualche
poco, per far festa al signor Maurizio.

--Quello, poi, li ha sempre, vent'anni. E dovrebb'essere sui
trentacinque.

--No, non può averne che trentadue. Ricordate? è nato lo stesso giorno
del figlio di Misa Margoton.--

Misa Margoton, che serviva d'indice cronologico ai terrazzani di San
Giorgio, era una nizzarda, andata giovanissima lassù, a fare la
ciambellaia. Erano famose per tutta la Vaussana la ciambelle di Misa
Margoton, e facevano furori a tutte le fiere, a tutte le sagre dei
dintorni.

Alla svolta di una strada, la coppia fraterna s'incontrò ad angolo con
tre persone, di aspetto assai signorile, una donna e due uomini: uno di
statura giusta, piuttosto atticciato, con due gran baffi biondi
largamente brizzolati di bianco, di bell'aspetto, gli occhi cerulei, e
una faccia di color sanguigno che forse aiutava a levargli otto o dieci
dei sessant'anni che gli davano a prima giunta i suoi baffi; l'altro
d'aspetto grigio, alto e magro, con due gambe di ragno, figura pulita di
cavaliere malinconico; la donna giovane, elegantissima nella semplicità
del vestimento, biondi i capelli e rosea la guancia, come la regina
Isotta dei canti medievali.

Erano facce nuove per Maurizio, che pur dovette salutare, imitando la
sorella, in risposta al primo saluto del signore dai baffi
biancheggianti. Il quale, rinnovando il saluto, o piuttosto
appoggiandolo con un cenno del capo, si voltava ancora un tratto a
guardare, e sicuramente per veder meglio lui, che gli giungeva nuovo
egualmente.

--Villeggianti precoci!--disse Maurizio alla sorella.--Ma già, niente
maraviglia, se ci son già le rose al Castèu.

--Non villeggianti; vivono tutto l'anno a San Giorgio. Non conosci più i
proprietarii della Balma?--rispose Albertina, sospirando.

--Povera Balma!--ripigliò il giovane, che aveva colto a volo il
sospiro.--Ma non è dunque più dei Matignon della Bourdigue?

--Lo è sempre. E quel signore dei baffi bianchi è il generale, il
cadetto della famiglia.

--Come? come? il capitano, quello? così smilzo allora, e così biondo,
che lo chiamavano l'Arcangelo Gabriele?

--Lo hai lasciato capitano, biondo, smilzo, ed ora è complesso, bianco e
generale;--rispose Albertina, ridendo.--Pensa, caro mio, che son passati
venti anni.

--È vero;--conchiuse Maurizio, chinando la testa.--Il capitano della
Bourdigue, nizzardo, che aveva optato nel '61 per la Francia. E come è
passato ora a vivere di qua dal confine?

--Il fratello maggiore è morto cinque anni fa. Rimasto unico dei
Matignon, ha preso il suo ritiro, ed è venuto a vivere alla Balma.

--E quella signora è sua figlia?

--No, sua moglie.

--Come? ma se ha l'aria di una ragazza! O figlia, o nipote, avrei detto.

--Ed è sua nipote, infatti.

--Ah, ora ci sono;--gridò Maurizio.--La figlia del signor Camillo....
il miscredente.--

Il volto della contessa Albertina si rabbruscò, a quella scappata del
fratello Maurizio.

--Perchè miscredente?--diss'ella con accento di mite rimprovero.

--Lo dicevano, allora, ed io ripeto quel che ho sentito.--

Avrebbe voluto soggiungere: lo diceva perfino nostro padre. Ma capì di
aver abbastanza amareggiato l'animo della sua dolce sorella, senza
bisogno di metterlo ancora in angustia colla testimonianza del babbo.

--Sarà stato uno scherzo;--diss'ella ripigliando.--Del resto, tu sai che
il mondo s'inganna facilmente a certe apparenze, per discorsi male
intesi e peggio riferiti. Comunque sia, il meglio che si possa fare....

--È di non credere alla miscredenza;--interruppe Maurizio, compiendo a
suo modo la frase impacciata di sua sorella Albertina.--Hai ragione,
sai? nel caso particolare e nel caso generale, hai ragione. È bene di
non ripetere certe cose, neanche a sè stesso. Ed ecco,--soggiunse
egli,--che cosa vuol dire andar via da casa, per ritornarci dopo
vent'anni, con tanto viatico d'esperienza. Io ho lasciata qua la mia
buona filosofia, che mi sarebbe stata tanto utile laggiù. Per fortuna,
la ritrovo ora, messa ad interessi composti, sotto il tetto paterno.

--Eh via, non ti far così brutto, ora;--disse di rimando Albertina.--Ti
ho veduto poc'anzi in chiesa, e non mi sei parso niente diverso da
quello di venti anni fa. Eri serio, composto.... e divoto.

--Ma sì, come bisogna essere in chiesa. O non ci si va, o ci si sta come
si deve. Dopo tutto, non è la casa del nostro superiore? del grande
ammiraglio, di quello, io voglio dire, che non commette ingiustizie?--




CAPITOLO III.

Cortesie di buon vicinato.


Passarono tre giorni, che Maurizio occupò degnamente in cento piccole
cure. Prima di tutto aveva da riconoscer la casa, dopo tanti anni
d'assenza, da vedere tutte le novità che c'erano state fatte in quel
lungo intervallo, il parco, il giardino, l'orto, il frutteto, la
fagianaia, il pollaio, insomma tutto ciò che sua sorella Albertina aveva
ordinato, o condotto a termine, o perfezionato, affinchè il Castèu,
com'ella diceva, bastasse a sè stesso.

--Egregiamente;--notava Maurizio, approvando.--Credo che si potrebbe
sostenere anche un anno d'assedio.

--Capisco che tu ci avresti tempo di annoiarti;--rispondeva Albertina.

--No, sai; tu coi tuoi polli e coi tuoi fagiani; io coi miei libri, le
mie carte, i miei strumenti; si passerà il tempo benissimo, e il
peggiore dei nemici non avrà modo di penetrare qua dentro.--

Maurizio aveva ricevuti da Ventimiglia i suoi bauli e le sue casse.
Tutto era già stato aperto, schiodato, sciorinato; libri, carte
geografiche, idrografiche, bussole, cannocchiali, seste, sestanti,
cronometri, tutto il bagaglio scientifico dell'ufficiale di marina. Il
legnaiuolo della casa era stato chiamato, e sotto la direzione di
Maurizio lavorava ad aggiustare, ed aggiungere scaffali, a piantar
chiodi e bullette, ad appender quadri, stampe, fotografie, armi, stoffe,
amuleti, stoviglie, tutto il museo dell'ufficiale di marina che era
stato anche un viaggiatore intelligente e curioso. Era quello un lavoro
faticoso, ma gaio; e lo rendeva più gaio il pensiero della quiete
futura, in cui Maurizio avrebbe potuto finalmente metter mano alla sua
Storia delle Guerre marittime. Quella, davvero, non gli usciva di mente.

La mattina del quarto giorno, mentre era in maniche di camicia su d'una
scala di legno appoggiata alla parete, gli fu portata da Giaume una
lettera.

--Già la posta a dar noia!--esclamò egli, seccato.

Non era della posta; era una lettera del paese.

--Mettila là, su quella tavola. Chi l'ha portata?

--Il fattore della Balma.

--Ah!--disse Maurizio; e più non disse.

Com'ebbe finita l'operazione per cui si era inerpicato lassù, scese
tranquillamente e andò a prender la lettera, che portava scritto sulla
busta: «Al signor conte Maurizio Sospello di Vaussana; Sue mani», e sul
rovescio un gran suggello di ceralacca, con lo stemma dei Matignon della
Bourdigue. Maurizio prese con molta flemma una spatola d'avorio, ne
introdusse delicatamente la punta sotto la piega della busta, ne tagliò
tutto il lato superiore, trasse il foglio che c'era dentro ripiegato in
due, lo spiegò lentamente e lesse ciò che gli scriveva il castellano
della Balma:

        "_Signor Maurizio_,

    «Quando un ufficiale va in un paese e sa che c'è un altro ufficiale
    a lui superiore di grado, va a fargli una visita, non vi pare?
    Sarebbe prescritta l'uniforme; ma io non la esigo; anzi ve ne
    dispenso. Non vi dispenso però dalla visita. Andrei contro la legge,
    venendo io stesso da voi, se nella mia condizione di ospite non
    avessi qui cura d'anime. Vi ho conosciuto bambino, e credo anche di
    avervi in quei tempi consegnato qualche amorevole scappellotto. Non
    vi dispiacerà il ricordo, poichè desidero di mutarlo in una buona
    stretta di mano.

    «Conoscete la via della Balma. Dieci minuti di salita, per gambe
    come le vostre, e al piè delle scale un vecchio amico a braccia
    aperte.

                                        "BOURDIGUE."

Maurizio lesse e sorrise; ripiegò il foglio, dopo avergli data ancora
una rapida scorsa, lo rimise nella sua busta, e depose questa sulla
tavola; dopo di che ritornò al suo lavoro. Alle dodici il legnaiuolo si
congedò, per andarsene a desinare.

--Ripasserò alle due, signor conte;--diss'egli.

--No, per oggi basterà;--rispose Maurizio.--Ho da far altro; ritornerete
domattina, all'ora solita.--

E anch'egli discese, dopo essersi messo in ordine, per andare ad
asciolvere. Dopo il pasto mattutino, andò nelle sue stanze a mutar
abiti.

--Vai fuori?--gli chiese Albertina, vedendolo così vestito di tutto
punto.

--Sì, alla Balma. Vedi che cosa mi scrive il tuo generale.--

Così dicendo, porgeva ad Albertina la lettera che aveva ricevuta nella
mattinata.

--È cortese;--osservò ella, dopo aver letto.--E gli sei proprio debitore
di una visita. Io, anzi, te lo volevo dire fin da ier l'altro.

--Andiamo dunque, e perdiamo questa mezza giornata;--conchiuse egli
sospirando.

E uscito dal Castèu, si avviò alla Balma; non dalla parte del paese, ma
dalla parte della montagna, per la scorciatoia del bosco e della
cascata, che ben ricordava, per averla fatta da ragazzo, almeno un
centinaio di volte.

Rivedere i luoghi dove si è passata la prima adolescenza, dove non è per
noi un ricordo che non sia lieto, è certamente bellissima tra tutte le
cose belle della vita. Maurizio s'immerse in quella gioia così profonda,
e nondimeno un pochettino chiassosa, che invade tutto il nostro essere,
e trova ancor modo di espandersi in esclamazioni, in grida, in rotte
parole, che vorrebbero diventar inni, ondate di poesia, e non riescono
ad essere che sussulti, gorgogli, balbettamenti dell'anima. Si fermava
un po' da per tutto, vedendo e ricordando; ma più si trattenne davanti
all'Aiga, alla bella cascata, con tutte quelle felci e quei muschi onde
erano tappezzate le pareti dello scoglio, con quella rupe che
sopraggiudicava l'abisso, con quel lastrone orizzontale, vero labro di
granito, donde si precipitava il cristallino volume delle acque nella
conca sottoposta, sprizzando in polvere liquida, estuando in candide
spume, rompendosi in rivoli che tornavano a ricongiungersi più sotto in
un solo zampillo. Maurizio non si sarebbe più spiccato di là, se non
avesse pensato in buon punto che aveva da fare una visita d'obbligo, che
per quella visita aveva congedato il legnaiuolo, interrompendo il suo
piacevole lavoro, che per quella visita si era vestito di tutto punto e
mosso di casa.

--Ci tornerò;--diss'egli ad alta voce, come per fare le scuse della sua
fretta alla divinità del luogo.

Gli antichi avevano ben ragione a mettere delle dee per protettrici
delle fonti. Non c'è cosa più poetica di una bell'acqua corrente nella
solitudine di un bosco, nè altra che più meriti il sorriso di una
divinità tutelare.

Maurizio si avviò finalmente; e non in dieci minuti, per verità, ma in
trenta o quaranta giunse sotto al muro di cinta del castello della
Balma. C'era un muro, e ci stava benissimo; tutti i castelli che si
rispettano ne hanno uno, spesso più d'uno. Ma l'uscio per entrare? o la
breccia? Maurizio rammentava benissimo che la breccia non mancava; non
fatta da nemici, ma da contadini poco disposti a passare per la strada
maestra. Quella breccia, ridotta a passo campestre, si ritrovava più su,
dietro una svolta del muro.

--Per di qua;--gli disse dall'alto una voce.--Se andate alla Balma, c'è
qui il sentiero.

--Lo so, grazie;--rispose Maurizio.--Conosco i luoghi da un pezzo.--

E salutava, così dicendo, il brav'uomo che gli dava l'avviso. Era un
pastore, che se ne stava seduto su d'un masso, pascolando due mucche e
una dozzina di pecore.

Trovato facilmente il passo, ed entrato nel recinto della Balma, il
visitatore fu ben presto ad una piccola spianata, davanti a cui sorgeva
la gradinata che metteva al portone d'ingresso. Non c'era nessuno alla
vista, ma si sentivano voci di dentro; anzi, per dire più esattamente,
si sentiva una voce sola, che faceva per quattro, rumorosa, allegra,
voce di comando frammezzata di risa.

Nessuno era nel vestibolo. Maurizio entrò, col suo cappello in mano; da
un uscio aperto, sulla sua destra, vide una sala da biliardo, e due
uomini che stavano giuocando, l'uno occupato in una serie di caramboli,
l'altro in atto di guardare il giuoco dell'avversario, e in pari tempo
di ingessare il cuoio della propria stecca. La serie fu breve, per
effetto di troppa sicurezza, o di fretta soverchia nel dare il colpo, e
il giuocatore sfortunato era già per attaccare un moccolo, quando un
gesto del compagno, che stava dirimpetto all'uscio, lo costrinse a
voltar gli occhi verso il nuovo personaggio che appariva allora nel
vano.

--Ah, bene!--esclamò egli, deponendo la stecca sul panno verde e
muovendo incontro al visitatore.--Siate il benvenuto, signor Maurizio.
Qua la mano; anzi, no, un abbraccio, tanto per cominciare. Ma come
va?--soggiunse, volgendosi al compagno.--Il vostro servizio d'avamposti
procede assai male, mio caro Dutolet.

--Non so veramente come sia andata;--rispose quell'altro, con accento
dimesso.

Maurizio era rimasto un pochino interdetto, non sapendo che cosa
significasse quell'accenno di avamposti, che interrompeva in mal punto
la cortesia delle accoglienze.

--Figuratevi;--ripigliò il generale, rivolgendosi a lui, come se avesse
letto in quel punto nell'animo del visitatore.--Avevamo messo un uomo in
sentinella a metà della salita, per essere avvertiti del vostro arrivo.
Vi avevo annunziato che mi avreste ritrovato in fondo alla scala, e voi
siete arrivato fin qua, signor conte, senza trovarmi al posto assegnato.
E sono disonorato, Dutolet;--disse il generale, volgendosi ancora al
compagno.--Manderemo agli arresti la sentinella infedele; daremo un
esempio, non vi pare?

--Intercedo per la sentinella, generale;--disse a sua volta Maurizio,
mettendosi volentieri sul tono di celia che aveva assunto il signore
della Bourdigue.--Voi l'avete fatta mettere al posto buono per
invigilare la strada maestra; e certamente sarà ancora laggiù ad
aspettare che io mi presenti al cancello. Ma io non son venuto di
laggiù; son capitato dalla scorciatoia del bosco.

--Ottimamente, da astuto nemico che conosce il terreno,--replicò il
generale, ridendo.--Ma questo mi fa pensare che la Balma non è così
forte come sembra. La posizione è stata girata, Dutolet; come laggiù....
ti rammenti, mio bravo? E quanti valorosi ci sono caduti, incominciando
da te!...--

Un'ombra era passata sugli occhi del generale, contrastando
maledettamente con l'aperto sorriso di prima. In un attimo, per altro, e
la figura marziale del vecchio riprese il suo aspetto di franca
cordialità.

Il generale Matignon della Bourdigue doveva essere stato un gran bel
giovane a' suoi tempi: era ancora un bell'uomo, e decorativo in sommo
grado. A cavallo, certamente, con quelle spalle quadre, quell'ampio
torace, quei baffi bianchi biondeggianti e quegli occhi azzurreggianti
sul vermiglio della carnagione, doveva parere uno di quei paladini di
Carlomagno, che potevano essere oppressi dal numero a Roncisvalle, ma
dopo aver fatto prodigi di valore e di forza, accoppando mille Saracini,
prima di ricevere essi medesimi una graffiatura al braccio, o una
ammaccatura al ginocchio.

L'accenno militare condusse naturalmente il generale alla presentazione
del suo ospite. Il capitano Dutolet, sottotenente nella campagna del
1870, era stato ferito gravemente a Reichshoffen, e sarebbe morto sul
campo, se non si fosse dato pensiero di lui, facendolo raccogliere in
tempo e mandare all'ambulanza, il suo capo di squadrone Matignon de la
Bourdigue. Quel magro cavaliere dal volto grigio, dalle gambe di ragno e
dall'aria sempre malinconica, era una salda tempra di acciaio; ancora a
servizio, veniva a spendere le sue licenze ordinarie e straordinarie
presso l'antico superiore, che da cinque anni aveva lasciato l'esercito,
per passar tra gl'invalidi assai prima del tempo. Anche il generale de
la Bourdigue aveva avuto a dolersi di una ingiustizia? La cosa era
possibile; tanto gli uomini si rassomigliano, sotto tutte le longitudini
della zona temperata e sotto tutti i governi civili.

Quel generale, che avrebbe fatto ancora una così bella figura a cavallo,
possedeva un magnifico stato di servizio. Nizzardo di nascita, aveva
raggiunto il grado di capitano nell'esercito, piemontese, combattendo in
Crimea e quindi in Lombardia nella campagna del '59. Dopo la cessione di
Nizza alla Francia, era stato tra quelli che avevano optato per la
nazionalità francese, e nel '70 era giunto al grado di capo squadrone,
dopo aver fatto parte del corpo di spedizione al Messico e aver
combattuto valorosamente sotto le mura di Puebla. Colonnello dopo Sedan,
generale di brigata nell'esercito della Loira, non aveva più fatto altri
passi in avanti. A chi era dispiaciuto? Che demeriti avevano ritrovato
in lui? Il generale Bourdigue non istette a domandarlo: una dolorosa
occasione gli si offerse di lasciare il servizio, ed egli colse quella
occasione pel ciuffo.

Camillo, il suo fratello maggiore, rimasto italiano alla cura
degl'interessi domestici, che erano tutti di qua dalla linea della Roia,
era venuto improvvisamente a morire, lasciando orfana l'unica figliuola
Gisella. Il generale, venuto a surrogare il fratello, aveva prese le
redini della amministrazione domestica; e il tutore, un anno dopo,
diventava marito. Come era avvenuto ciò? Si diceva a Nizza, a
Villafranca, a Mentone, dovunque i Matignon erano conosciuti, e si
ripeteva da Ventimiglia a San Giorgio, dove avevano le loro possessioni,
che la fanciulla medesima avesse voluto quelle nozze.

I valorosi, hanno sempre questa sorte di fascino sulla donna. Pare alla
bellezza di appoggiarsi meglio, quando il braccio che la sostiene è
quello di un eroe. Inoltre, la donna conosce il suo proprio valore, la
sua qualità di gioiello; sente di essere buon premio alla forza, morale
o fisica ch'ella sia, o l'una cosa e l'altra ad un tempo.

La contessa Gisella, a cui Maurizio di Vaussana fu presentato quel
giorno, era una bellissima creatura di ventuno in ventidue anni, bionda
e rosea come abbiamo già avuto occasione di dire. Ma quando si dice
bionda e rosea, non si è detto ancor nulla: bionda e rosea può essere
anche una pupattola; bionda e rosea su per giù era anche la cugina
splendidissima e formosissima di Maurizio. La castellana della Balma non
offriva tuttavia nessuna somiglianza con una pupattola; non aveva
nessun'aria di parentela con la cugina di Maurizio.

In primo luogo era più alta, e più flessuosa nella persona; donde una
formosità d'altro genere. Poi la carnagione era più fine, d'impasto più
gentile, più tenero, con un certo riflesso dorato sul roseo, che non
aveva quell'altra. Il biondo dei suoi capelli era più luminoso, più
morbido, più ondato; e quei capelli formavano un volume così abbondante,
da potersi paragonare a quelli di Genovieffa di Brabante, capaci a far
da accappatoio a tutta la persona, quando la bella principessa della
leggenda ebbe logorati i suoi abiti nella foresta di Trèveri. Non si
poteva poi pensare alla cugina, vedendo gli occhi della contessa
Gisella; grandi occhi profondi, neri d'un nero d'indaco, ma che
mettevano bagliori d'oro ad ogni batter di ciglia.

--Mia moglie è fosforescente;--diceva qualche volta il generale.

La contessa Gisella sorrideva, e senza ombra di civetteria, volentieri
secondando un complimento maritale, con un nuovo sprigionamento di
faville. Era una bambina, niente vana della propria bellezza,
ignorandola forse, certamente non dandosene pensiero e non sapendo che
farsene. Qualche volta, con versi infantili, storcimenti di bocca,
guardate di sbieco, pareva che lavorasse a farsi brutta; ma senza
venirne a capo. Tutto ciò ch'ella faceva era improntato di sincerità,
d'ingenuità, di franchezza e di grazia. Vi passava davanti come una
bella farfalla che aleggia capricciosa nella pompa de' suoi vivi colori,
e non sa di essere la vita del giardino, la festa degli occhi, la
maraviglia del quadro.

Vedendo lei da vicino, discorrendo con lei, Maurizio non potè
trattenersi dal pensare a sua cugina e al dolorino acuto che gli aveva
lasciato nell'anima quella splendidissima e formosissima bionda.

--Ecco--diceva egli tra sè,--una donna bella vi colpisce, v'infiamma, vi
fa soffrire come un dannato. Poi se ne presenta un'altra più bella,
magari nel suo stesso genere, il che è veramente il colmo dell'audacia;
e lì per lì, senza cancellarvi l'immagine della prima, senza
distruggervi in cuore la memoria degli antichi tormenti, ve ne rende
innocua la sensazione, sterile e vano il pensiero. Come ho potuto
soffrir tanto per quella là? Quella là, certamente; è il modo d'indicar
la figura che è passata, non lasciando più desiderio di sè. Anche le
donne, alla lor volta, sentono e ragionano così; anch'esse hanno «quello
là» da giudicare in forma sommaria, mandandolo a farsi benedire. E il
meglio, dopo tanta esperienza, il meglio sarebbe di esser tutti
filosofi, uomini e donne, di cansare gli innamoramenti fatali, di
prendere un po' più alla leggera le cose del cuore, fragili e fugaci
alla fin fine come tutte le altre.--

Ma queste cose si possono pensare, non fare. Sono le occasioni, quelle
che vengono addosso, quando meno ci si pensa; sono le circostanze,
quelle che imprigionano, quando meno si crede di restarci impigliati. La
donna che si ama di più, che più dovrà farci soffrire, non è sempre la
più bella, contro cui c'era modo di mettersi in guardia a tempo
opportuno. Un amico di Maurizio aveva fuggito i lacci di due
meravigliose creature: poi si era ucciso per una piccola strega dei mari
del settentrione, secca stecchita a quel modo, che quando l'aveva veduta
la prima volta gli era parsa un'aringa affumicata.

Maurizio di Vaussana stette un paio d'ore alla Balma, ragionando di
cento cose. Cadde anche il discorso sulle cause del suo ritiro precoce
dal servizio: ma s'intende che nè il generale lo incalzò troppo con le
domande, nè egli credette necessario di dire la verità tutta quanta. Si
toccano mal volentieri certi tasti più intimi, quando non si è tra
connazionali: e il signore della Balma e il signore del Castèu,
quantunque appartenenti pel sangue alla medesima valle, non erano di una
medesima patria. Maurizio trovò il modo di dire che da un pezzo sentiva
il bisogno di attendere agli interessi di casa sua. Vivendo il babbo,
era una cosa; morto il babbo era un'altra. Da principio, correndo ad
ogni tanto voci di guerre possibili, aveva stimato necessario di restare
al suo posto di combattimento: ma oramai, sfumata ogni probabilità di
vicine «complicazioni europee», le voci della sua terra erano state più
forti, ed egli, di marinaio che era diventato, ritornava a fare il
gentiluomo di campagna.

--Per nostro vantaggio;--disse il generale.--E speriamo che ci restiate
per sempre. Ma il miglior modo d'incatenarvi qui, sarà quello di darvi
moglie. Non fate conto di prenderla?--

Maurizio sorrise. Che idea! c'era egli proprio bisogno di prender
moglie, per vivere e non annoiarsi della vita? Ma questo, che pensò, non
lo disse. Infatti, sarebbe stata una grande scortesia verso una buona
intenzione, e più ancora verso quell'uomo che l'aveva presa bellissima.
Rispose invece con un «perchè no?» a fior di labbra, che lo impegnava
fino ad un certo punto, lasciandogli la porta aperta per una brava
ritirata.

--Del resto--soggiungeva,--una moglie non si trova lì alla prima voltata
di strada. Non è anche conveniente per la felicità, di trovar prima
l'amore, donde sia facile poi avviarsi al matrimonio?

--Un altro vi risponderebbe: prima il matrimonio; l'amore verrà poi, e
non sarà che più forte, perchè fondato sulla conoscenza, sulla stima
reciproca;--ripigliò il generale.--Ma queste sono le vie battute dal
ragionamento, e voi amate le vie strane. Per una di queste, infatti,
siete salito alla Balma. Innamoratevi dunque, signor Maurizio, e
sposate. Per voi, ultimo dei Sospelli di Vaussana, è anche un debito
d'onore verso i vostri maggiori, che hanno diritto di veder continuato
il lustro di un buon nome.--

Il signor Maurizio non sorrise più, s'inchinò ringraziando. Poco dopo,
essendo la sua prima visita durata oltre i termini della convenienza, si
alzò per prender commiato.

--Badate, amico;--gli disse il generale, prendendogli affettuosamente la
mano e stringendola forte tra le sue;--qui non siamo in città, da
vederci una volta alla settimana: siamo qua tutti i giorni, mattina e
sera. Del resto, ora che conoscete anche il mio ospite, non sarà più il
caso per noi di lasciarlo solo, quando verremo a scovarvi nel vostro
Castèu.--

Le accoglienze erano state molto cordiali da parte del generale, e
gentili da parte della contessa Gisella; Maurizio poteva esser contento
dei suoi vicini della Balma. Bastavano esse per dirgli il carattere dei
signori Matignon? Le prime visite per solito non contano, in
quest'ordine d'indagini e di scoperte; nessuno si fida a questi incontri
preliminari, a questi semplici contatti di superficie, dove le regole
della buona creanza e i luoghi topici della conversazione son tutto.

Pure, tanto è forte nell'uomo l'abito dell'indurre, Maurizio se ne
partiva dalla Balma con una opinione formata, se non ancora dal suo
raziocinio, certamente dalle sue sensazioni. E l'opinione era questa:
che i signori della Balma erano ottima gente; il conte un allegro
compagnone, con qualche scatto d'imperiosità, derivato dalla abitudine
del comando, dall'abuso della caserma e della piazza d'armi, ma del
resto un buon diavolo, e piacevole in società, quantunque, fuori dagli
argomenti militari, un po' tavola rasa; la contessa una bella bambinona,
senza grande istruzione anche lei, ma buona, una vera pasta di zucchero,
felicissima di obbedire a quel gran marito e ai suoi grandi mustacchi,
di cui sembrava infatuata, come se fossero ancor biondi. Pensando a
quella coppia, gli tornavano a mente due colombi che aveva visti un
giorno a Pisa, espressi dallo scalpello di uno scultore, collocati l'uno
di rimpetto all'altro, intenti a tuffare il becco nel latte di una tazza
d'alabastro; donde a lui era venuto il pensiero che da un momento
all'altro, solo che si chinassero un tantino di più, ci sarebbero
cascati a capo fitto.

Affogar nel latte, che morte! E non c'era anche il pericolo di annoiarsi
un pochino, con tanto latte per tutto pasto? Veramente, per rompere la
monotonia c'era l'ospite, il capitano Dutolet. Ma c'era proprio? o non
era piuttosto l'ombra di un ospite? Quel ragno grigio si poteva creder
benissimo, dalle apparenze, un compito cavaliere: doveva anch'essere un
valoroso della buona specie, poichè era molto modesto, non parlava mai
delle sue imprese di guerra, e, quando il suo generale vi accennava,
egli cercava subito di sviare il discorso. Ma era di poco aiuto, Dio
buono, anzi di nessun aiuto in una conversazione. E dovevano esserci
ogni giorno alla Balma molte ore di noia.

Anch'egli, il signor Maurizio, si sarebbe annoiato al Castèu, senza i
suoi libri, senza il suo disegno di scrivere un'opera. Ah, come voleva
mettersi presto al lavoro! Su presto, adunque, in ordine i libri, le
carte, gli strumenti; e fatto ciò, sùbito un buon orario da
imprigionarcisi dentro, come il filugello nel bozzolo. Egli ricordava
benissimo a questo proposito la massima di un suo vecchio professore al
collegio di Marina: «i sistemi fanno e non fanno, il metodo è tutto».

Per dar sesto alle cose sue ci sarebbero volute ancora cinque o sei
giornate di lavoro. Disgraziatamente, non erano più giornate intiere, ma
mezze: alle dodici, ora del desinare, il legnaiuolo era congedato. Come
fare altrimenti? Il generale era venuto con la sua signora a visitare la
contessa Albertina; gran miracolo che non si ripeteva più da sei mesi. E
in quella visita, il conte Matignon de la Bourdigue aveva rinnovato a
Maurizio il suo avvertimento: «Siamo in casa tutti i giorni, mattina e
sera, sera e mattina». Poveri colombi, sugli orli d'una tazza di latte!
La vita della campagna è sana; ma chi non ci ha niente da fare, Dio
misericordioso!... Si cerca di essere in tre; quando in tre non si sente
sollievo, bisogna trovar modo di essere in quattro.

Maurizio andava dunque ogni giorno a fare il quarto a quei buoni vicini.
Si giuocava molto a biliardo; si faceva anche un po' di scherma, e
qualche volta si usciva a far quattro colpi di pistola. Il generale, da
vecchio ufficiale di cavalleria, era un gran sciabolatore al cospetto di
Dio; con la spada reggeva appena al confronto del capitano Dutolet, ed
era molto inferiore a Maurizio, gran tiratore, che si era fatto in
Genova alla scuola elegante e vigorosa di Licurgo Cavalli, e che a
Napoli era stato perfezionato dalla grazia corretta di Masaniello
Parise. Alla pistola batteva tutti il capitano Dutolet, con quel suo
modo curioso, strano, inconcepibile, di tirar diritto senza puntare. Per
colpire il bersaglio a venticinque passi, Maurizio aveva bisogno di star
sulla mira almeno cinque secondi. Il capitano niente; si presentava di
fianco, innanzi al bersaglio, con la bocca della pistola a terra; alzava
il braccio, portandolo naturalmente, automaticamente in linea,
all'altezza necessaria, non un millimetro di più, non un millimetro di
meno; e paf, era un centro senza fallo.

I due testimoni di quelle prodezze lodavano senza risparmio. Ma il bravo
capitano Dutolet non accettava le lodi. Non c'era niente da far
maraviglia; un po' di pratica; questione di esercitare le articolazioni
a quel punto di arrivo in linea, i muscoli a quel grado di tensione,
ecco tutto.

--Ecco niente;--gridava il generale, con la sua voce di tuono.--Se non
si trattasse che di esercizio, in tutti i giuochi tu riusciresti
eccellente, mio caro. E allora come va che sei sempre una sbercia a
carambolo?--




CAPITOLO IV.

La disputa filosofica.


Un giorno che Maurizio faceva la solita strada del bosco per salire alla
Balma, gli venne veduta la gran novità di un abito talare che appariva e
spariva a intervalli lungo i tigli del gran viale. L'abito talare
scendeva; e Maurizio, fermandosi alquanto ad una svolta del sentiero,
riconobbe il suo uomo. Don Martino che veniva di lassù! Era un caso
strano, inaudito. Il signor di Vaussana non aveva saputo mai che
l'arciprete di San Giorgio bazzicasse alla Balma; e vedendo per la prima
volta don Martino ritornare da quella eminenza, pensò involontariamente
al signor Camillo, il miscredente.

Infatti, quell'anima buona di sua sorella Albertina poteva dir tutto
quel che voleva, per coprire la verità, ma il primogenito dei Matignon
era vissuto tutt'altro che in concetto di buon cristiano. In chiesa non
lo aveva mai visto andare nessuno, nello spazio di trent'anni. Si diceva
dal vicinato che fosse un libero pensatore, che leggesse il Voltaire, il
Rousseau e gli altri Enciclopedisti; desolazione della abominazione.
Quella, s'intende, era la chiacchiera d'altri tempi, dei tempi in cui si
voleva dar colpa di tutta la miscredenza moderna al Voltaire, al
Rousseau; nè poteva indurre in errore Maurizio, che conosceva benissimo
le opinioni spiritualistiche del Ginevrino, e quanto all'altro
rammentava benissimo la storia del tempietto di Ferney con la famosa
epigrafe: «_Deo erexit Voltaire_»; un po' orgogliosa, per dire la
verità, ma non atea. Comunque fosse, avessero torto o ragione le
coscienze timorate del luogo a veder così neri gli Enciclopedisti,
restava sempre il fatto che il primogenito dei Matignon non era vissuto
praticando la religione dei padri; e l'essere andato don Martino,
arciprete di San Giorgio, al suo letto di morte, non provava punto che
si fosse riconciliato all'ultim'ora. Se ciò fosse avvenuto, l'arciprete
non avrebbe tralasciato di dirlo: in quella vece, quando gli si toccava
quel tasto, don Martino cambiava discorso. Dunque.... la conseguenza era
facile a trarsi; don Martino era andato per moto spontaneo dell'anima,
fors'anche giungendo tardi, e ad ogni modo non salvando che le
apparenze, per chi voleva contentarsene.

Quanto al generale, egli doveva essere la seconda edizione del suo
fratello maggiore; salvo, s'intende, lo studio sugli enciclopedisti.
S'impacciano poco con la filosofia, i militari. Così pensava Maurizio; e
così pensando, la presenza inaspettata dell'arciprete di San Giorgio al
castello della Balma doveva parergli una cosa strana, inaudita. Ma non
era affar suo: da uomo educato, non poteva domandare; da uomo senza
curiosità, non ne sentiva il bisogno; si era già dimenticato dell'abito
talare, giungendo alla presenza del castellano della Balma.

Il generale era col suo inseparabile Dutolet, ambedue seduti al fresco,
su certi sedili di ferro, disposti a semicerchio fuori dell'ingresso,
accanto alla gradinata di marmo.

--Venite qua voi a consolarci;--disse il generale, com'ebbe veduto
Maurizio.--Venite a riconfortarci lo stomaco. Non lo sentite, l'odore di
scarafaggio?--

Maurizio ebbe l'aria di non intendere a che cosa volesse alludere il suo
interlocutore.

--Già,--ripigliò il generale,--voi venite sempre dalle scorciatoie; se
foste venuto dal gran viale, avreste incontrato l'uomo nero che ci ha
regalato un'ora del suo tempo; e ne avremmo fatto volentieri di meno.
Con che scopo, domando io, con che scopo il signor arciprete di San
Giorgio viene una volta al mese quassù? Per vedere quando si fa conto di
lasciargli queste quattr'ossa?.... Ma non ne abbiamo nessuna voglia; non
è vero, Dutolet?

--Per quello che mi riguarda,--disse il capitano, senza neanche
sorridere,--ci sarebbe troppo poco da rosicare.

--Non dimentichiamo i diritti dell'ospite;--notò il generale,
osservando che Maurizio era rimasto silenzioso.--Nè di politica nè di
religione si deve ragionare tra uomini. A questo ci ha ridotti la
civiltà; e le sue leggi van rispettate.--

Maurizio vide allora la necessità di parlare.

--Se è per me, generale, non vi date pensiero;--rispose.--Non mi fanno
paura i discorsi di politica, nè quelli di religione. Credo ancor io che
la civiltà abbia delle leggi false, come ne ha delle puerili. A mio
avviso si può discutere di tutto; basta che nella discussione si porti
della misura, della buona volontà, del rispetto.

--Ah, mi levate un peso dal cuore!--gridò il generale.--In fede mia, non
ne potevo più. Immaginate che non posso soffrire i preti.

--Scusate, generale, ma allora....

--Volete domandarmi perchè li ricevo? In verità, non sono io che li
invito a venir quassù. Già, non so se debbo ridere o andare in collera,
quando me li vedo davanti. Non sanno che esser umili coi potenti e coi
ricchi. È dunque una umiliazione che vogliono.

--Ed io, perdonate, non la infliggerei loro; mi darei piuttosto ammalato
d'emicrania.

--È quello che dice mia moglie. V'intendereste benissimo con lei, almeno
nel fatto di dispensarli da una visita inutile. Neanch'essa li può
soffrire. Mio fratello l'ha educata bene, ed io non ho avuto da
consigliare mutamenti nella sua educazione. Niente preti, miei giovani
amici, specie con le donne. Infatti, è ancora per mezzo delle donne che
essi comandano nel mondo; sono essi che le hanno educate alla
superstizione, e con la confessione, col perdono periodico, le hanno
educate alla colpa.

--Ma il perdono è di Cristo.

--Cristo fu un uomo. Come uomo, lo venero, ho un gran rispetto per lui;
non senza riconoscere, per altro, che avrebbe fatto meglio ad essere più
severo, insegnando per esempio a non fallire con tanta facilità. Ma che
si fa la burletta? Col dirci che il giusto cade sette volte al giorno,
non si dà la licenza a tutti di cascar quattordici, o ventotto? Per me,
dicano quel che vogliono con la teorica del perdono; non conosco che il
dovere, io, e so che il dovere è buono.

--Debbo io dirvi tutto quello che penso, generale?

--Ma sì, per bacco. Non lo dico io liberamente, approfittando della
vostra licenza?

--Ebbene,--rispose Maurizio,--vi dirò che il dovere è buono, perchè
scende diritto diritto dalla legge morale; e la legge morale è Dio.

--Ah, il gran cavallo di battaglia! Ma siete voi persuaso, caro amico,
che Dio non sia una creazione dell'uomo?

--Anche la morale, allora.

--La morale,--sentenziò il castellano della Balma,--è l'utilità bene
intesa, per cui solamente si conserva questa povera specie umana. Non
fare ad altri quel che non vorresti che fosse fatto a te; fare ad altri
quello che vorresti che fosse fatto a te.

--Già, per dare il buon esempio,--replicò Maurizio, sorridendo;--ma gli
altri lo seguiranno? ecco il busilli.

--Seguano o non seguano, c'è tutta la morale umana in queste due
massime. Conosco degli atei che vi conformano i loro atti assai meglio
di tanti credenti.

--Pur troppo, generale, pur troppo. Ma permettete, non scendiamo alle
applicazioni; stiamo nel campo dei principii. Fare o non fare, secondo
quelle due massime, è facile, ed anche può essere piacevole all'uomo
incivilito. Ma come potete voi credere che l'uomo primitivo, l'uomo
della selva, facesse ad altri quello che avrebbe voluto che si facesse a
sè?--

La domanda piaceva poco al generale; e dalla breve pausa che egli fece
prima di rispondere, Maurizio potè credere che l'avversario si trovasse
impacciato. Ma non era così; proprio allora il generale metteva in
posizione le artiglierie.

--Io non vi parlo dell'uomo primitivo;--disse egli, non potendo
trattenere un'alzata di spalle.--Che c'entra qui l'uomo della selva?
Buon padrone di aver fatto come gli sarà piaciuto, o tornato più comodo.
L'uomo primitivo, per vostra norma e regola, era un antropopitèco. Vi
maravigliate di sentirmi parlare con tanta asseveranza di quel grazioso
animale? Nel fatto, io non ne so nulla; vi parlo con la scienza alla
mano. Ho letto Darwin, mio caro; ho letto Huxley, Buchner, Mortillet,
Spencer, tutta la scuola dei liberatori. L'antropopitèco non si è ancora
trovato negli strati del terreno terziario; ma si troverà, non dubitate.
E una necessità in terra, come certi corpi in cielo, per l'equilibrio
del sistema planetario. Nella scala progressiva degli esseri,
l'antropopitèco ha il suo posto: animale d'istinti maravigliosi, già
dotato di qualche intelligenza, come sono del resto tanti animali meno
progrediti di lui, egli ha fatta la sua strada, e nessun calendario gli
ha misurato il tempo necessario alla sua legittima evoluzione. Il
bisogno lo ha fatto industrioso; l'industria lo ha fatto civile; la
civiltà lo ha fatto morale. Vi capacita?

--Eh!--disse Maurizio, stringendosi nelle spalle, mentre in cuor suo si
maravigliava forte di trovare sotto la spoglia di quell'uomo d'armi un
lettore dei moderni evoluzionisti;--vuol esser dunque morale
indipendente, la nostra?

--Non mi spaventano i nomi;--replicò il generale.

--Ebbene,--ripetè Maurizio,--non vi spaventino dunque le mie povere
argomentazioni.

--No davvero, sentiamole.--

Qui fu una piccola interruzione nel dialogo. Dall'alto della gradinata,
appariva la contessa Gisella, col suo cappellino di paglia in capo,
l'ombrello da sole in mano e una borsa ad armacollo, che le dava
un'aria graziosissima di pellegrina. La bella signora dagli occhi
fosforescenti vide Maurizio, e scese lesta i gradini per venirlo a
salutare.

--Vado per affari,--diss'ella, porgendogli la mano.--Spero di ritrovarvi
ancora al ritorno.

--Oh, lo troverai;--gridò il generale.--Siamo affondati in una disputa
che non finirà tanto presto.

--Di che si tratta?--chiese ella, nell'atto di aprire il suo ombrellino.

--Dell'antropopitèco;--rispose Maurizio, che in verità lo masticava
male.--M'immagino che vi sarà noto, questo grazioso tipo di progenitore.

--Ah sì,--diss'ella, sorridendo,--l'unica cosa brutta nella teorica di
mio marito.

--Ma necessaria;--soggiunse il generale;--necessaria come un anello
nella catena. Se tu mi levi quell'anello, dov'è la continuità
dell'evoluzione? dov'è la dottrina?--

Maurizio non aveva da rispondere ad una argomentazione che non pareva
fatta per lui. Nondimeno, ne prese appiglio per rivolgere una frase alla
contessa Gisella.

--Fortunatamente,--diss'egli,--nessuna dottrina mi farà credere che la
contessa derivi da un antropopitèco. Passi per noi ominacci!

--Ed ecco, ora puoi andare, bambina;--ripigliò il generale, mezzo
burbero e mezzo faceto.--Il vicino è cavaliere, e il tuo complimento
l'hai avuto. Accettalo come premio anticipato all'opera buona che fai.

--Vado, vado;--rispose la bella signora, avviandosi.--E voi, conte,
lasciatevi persuadere. La teorica della evoluzione richiede
quell'anello. Ammasso quello, tutto il resto va da sè.--

Ciò detto, si mosse leggera, lasciando la luce del suo sguardo
celestiale e la fragranza della sua maravigliosa persona nell'aria. Un
istante dopo, era sparita alla svolta del sentiero campestre, per cui
soleva venire ogni giorno il signor di Vaussana.

--Vedete quella donna, Maurizio;--disse il generale, continuando ad alta
voce un discorso che era venuto facendo tra sè.--Ella è tutta bontà,
tutta previdenza per la povera gente. Non c'è tugurio per queste
montagne, dov'ella non porti una buona parola, e qualcosa di più, se
bisogna. Ha sentito quest'oggi dal prete che è ammalata la moglie del
pastore, lassù al Martinetto; e sùbito ha deciso di mettersi in
campagna. Il prete non è andato; non andrà che chiamato, per portare
tant'olio quanto ne sta sul polpastrello dell'indice, o del medio. Lei
porta dell'altro; se le riesce, farà risparmiare al prete la sua
trottata, alla chiesa la sua ditata d'olio. E notate, non crede alla
morale dei vostri uomini neri.--

Quel «vostri» non era un po' troppo? Maurizio si sentì toccato sul
vivo.

--Che importa?--diss'egli, contenendosi ancora.--Crede alla santità del
dovere, alla divinità della compassione, alla immortalità dell'anima
umana.

--No, sapete, crede semplicemente alla bontà della vita; obbedisce ad
una legge di natura, intendendola un po' meglio di tanti e tanti. E
notate ch'io non ho avuto da istruirla. Era così, quando divenne mia
moglie. È una testa forte.

--Permettete ad una testa debole d'inchinarsi;--replicò Maurizio,
facendo l'atto per l'appunto.

Ma il generale era avviato, e non voleva fermarsi così presto.

--Ecco,--diss'egli,--ora v'inalberate.

--No, generale.

--Allora, perchè vi tirate da banda, come se voleste uscire dal giuoco?
Mi avevate pure promesso una argomentazione serrata!

--Vero, ma siamo stati fortunatamente interrotti; ed ora che ho perso il
filo.... Nondimeno, per non parervi battuto e contento, vi dirò
brevemente ciò che penso. Voi considerate la morale come l'effetto di
una convenzione. Ora la morale per convenzione, dato che possano
giungere a stabilirne una dei figli o nipoti di antropopitèchi, sarebbe
una morale senza ragione in sè stessa. Vedetene la conseguenza. Se io so
che la legge morale non ha nessuna sanzione, che non c'è nessun premio a
chi segue, nessun castigo a chi viola la legge, non me ne farò più nè
di qua nè di là, baderò al mio interesse, e buona notte al prossimaccio
mio.

--Signor Maurizio, i miei complimenti. Fate voi dunque il bene per un
premio che ne sperate? vi astenete dal male per un castigo che ne
temete?

--No, generale, per dovere; per un dovere che la mia coscienza intuisce.
Del resto, ecco già un certo numero di volte che voi mi venite dicendo:
il bene. Il vocabolo induce la cosa; la cosa induce l'idea. Perchè si
dice il bene? che cosa s'intende di dire, dicendo: il bene? chi mi
assicura, se non c'è sanzione alla legge del bene e del male, chi mi
assicura che il bene non è il male, e il male non è il bene?

--Il bene è un concetto ereditario;--sentenziò il generale.--Si è visto
e riconosciuto a poco a poco l'utile generale, e questo è stato chiamato
il bene.

--Sia pure; ma quanto più leggero, sulla bilancia del nostro raziocinio,
quanto più debole dell'utile particolare! Infatti, il bene degli altri,
ne sia pure ereditario quanto si vuole il concetto, non è in molti casi
il mio bene, è spesso il mio danno, il mio pericolo, il mio sacrifizio:
e di questo sacrifizio, di questo pericolo, di questo danno io non vorrò
a nessun patto saperne.--

Il generale stette un istante sopra pensiero.

--Sentite,--diss'egli poscia,--io non la intendo così: senza badare a
questi danni, a questi pericoli, io ho sempre fatto il mio dovere.

--Lo credo, e lo so,--si affrettò a rispondere Maurizio.--Ma questo, con
vostra buona pace, non lo avrete fatto per omaggio alla morale
indipendente.

--E per che cosa, secondo voi?

--Per avanzo di vecchie idee, generale. Qui davvero il principio di
eredità vi soccorre. Avete infatti la eredità di un complesso di
conseguenze legittime che l'umanità ha tratte via via da parecchie
religioni e da parecchi sistemi filosofici, di cui è vissuta, con cui e
per cui è progredita. Ecco perchè uno spirito forte dei nostri giorni
può andare avanti, più avanti di molti altri nel sentiero della
filantropia, del disinteresse, del sacrificio di sè, immaginando di aver
spogliata per sempre la morale della sua antica sanzione. Ma non si
andrà molto lontano, io ve ne avverto, non si andrà molto lontano, con
questo piccolo viatico. Anche le eredità più vistose si consumano. E la
morale indipendente andrà fin che potrà senza Dio; poi, di attrito in
attrito, vi sfumerà tra le mani. Temete, mio generale, temete che quando
ne avranno assai meno le classi civili, non ne abbiano più affatto le
rozze.

--Già, l'argomento politico! Ma non è filosofico.

--Lo so; m'è venuto alla mente, e l'ho aggiunto alla mia dimostrazione.
Dopo tutto, la vostra doppia massima del non fare e del fare, è frutto
della morale all'antica, non già della morale indipendente che oggi si
predica. Tutte le religioni l'hanno per canone indiscusso.

--È di tutte, e perciò non appartiene in proprio a nessuna;--osservò il
generale.

--Che importa? Le religioni son sante.

--Tutte? Da parte vostra è una dichiarazione ben grave, signor Maurizio.
Per caso, le ammettereste voi tutte per buone?

--Storicamente, perchè no? Nella vicenda delle cose umane sono i varii
modi di cercar Dio; e come io credo fermamente che il progresso umano
sia a questa condizione di cercar Dio nella vita, così credo che Dio si
sia in tutte riconosciuto.--

Il generale diede in uno scoppio così fragoroso di risa da far rizzare
la testa al capitano Dutolet, che involontariamente cominciava ad
appisolarsi sul canapeino di ferro.

--Che larghezza di comprensione! Lasciatevi ammirare, caro mio. Vi
avverto per altro che l'arciprete di San Giorgio non vi assolverebbe.

--Lui no, forse; ma un altro, di qui a cent'anni, sicuramente.

--Possiate voi campar tanto! E credete poi che quell'arciprete del
ventesimo secolo riconoscerà l'elemento del divino anche nella religione
di Moloch?

--No, egli troverà che quella non era una religione, ma un pervertimento
di religione. Le religioni, tra i popoli rozzi, girano facilmente alla
superstizione, e la superstizione alla ferocia o alla stupidità sua
compagna. Ma questi pervertimenti uccidono una religione nel tempo, come
l'edera sgretola il muro a cui si abbarbica; Dio si allontana, e passa
in un'altra.

--Chi può saper quando, e come?--esclamò il generale.--Io dico invece:
fare il bene, qualunque cosa ne avvenga.

--È da stoici;--rispose Maurizio.--Ma presuppone almeno l'imperativo
morale. Perchè faccio io il bene? Per appagare la mia coscienza. Perchè
la mia coscienza sceglie la sua felicità nel bene? Per averne un
piacere. Ma è un piacere ideale, se il più delle volte porta danno,
sofferenza, pericolo, sacrificio e morte. È dunque un ideale. L'ideale
suppone l'idea, l'idea suppone un mondo intellettuale che non è quello
della cieca natura. Cercate, generale, indagate, troverete Dio
necessario.

--Dove? non si è mai visto, ch'io sappia. Nel roveto, forse?

--Nella coscienza, generale. Se ci trovate la contentezza, perchè non ci
trovereste la sanzione dell'opera buona?

--Ci penserò; ve lo saprò dire domani.--

Evidentemente, il generale era stanco; e nessuno vorrà dargli torto.
Quanto al capitano Dutolet, egli si era addormentato del tutto. Diamo
ragione anche a lui.




CAPITOLO V.

Si viene alle grosse.


Maurizio era rimasto un po' male. Quella improvvisa stanchezza del suo
interlocutore poteva significare due cose: o che egli, Maurizio, avesse
ecceduto nella difesa delle proprie opinioni, o che il suo avversario,
usato al comando in ogni cosa, fosse noiato di sentirsi contraddire.

Che stranezza, del resto, e come Maurizio si era lasciato ingannare
dalle apparenze! Egli non avrebbe immaginato mai che quel vecchio
soldato fosse un filosofo, che quel moderno gentiluomo campagnuolo
avesse voluto ingombrarsi il cervello, asserragliare il suo grosso
ateismo con tanto bagaglio di dottrina. Dall'alto di quella barricata il
castellano della Balma aveva scaraventato sulla testa di Maurizio i suoi
duri sarcasmi, le sue pungenti ironie. Son pure prepotenti questi
spiriti forti, come amano gabellarsi da sè! Quando si degnano di
disputare con voi, hanno sempre l'aria di compatirvi.--Ma come? anche
voi, con queste idee di cent'anni fa? Ma questo è risaputo; ma questo è
fritto e rifritto; ma questo è già stato ribattuto, polverizzato,
annientato. Il mondo cammina, che diamine! In che grotta a mezza strada
vi siete fermato a dormire? lasciatele al volgo, queste anticaglie;
lasciatele alle donnicciuole, per bacco!--

Il volgo, si sa, è tutta quella gente che non importa istruire, che è
bene lasciare nell'ignoranza, per utile suo, e nostro, per non
accrescere il numero degli spostati, come oggi si dice, o degli
spostatori, come forse si pensa. Le donnicciuole, poi, sono le loro
madri, e le loro mogli; se occorre, saranno anche le loro figliuole e le
loro nipoti. Gli spiriti forti non si abbassano; deridono o sorridono,
secondo i casi e gli umori; ma passano sopra, gloriosi della loro
dottrina, o di quella del sapiente di rimpetto; il quale sarà vissuto
magari nel sereno disprezzo di ogni ubbìa metafisica, di ogni
«concrezione ereditaria», ma poi sarà morto ascritto, per via di
transazione, a qualche chiesa protestante, oppure, senza mezzi termini,
col prete al capezzale e con al collo la medaglia benedetta dal papa.
«Rammolliti», si capisce; tutti rammolliti, gli spiriti forti che non
durano tali fino all'ultimo. Perciò vien di moda il premunirsi contro
queste defezioni dell'ultim'ora, dichiarandole anticipatamente debolezze
della nostra povera fibra.

E questo è poco male, finalmente; anzi non lo sarebbe affatto, a
considerare le cose con ispirito di libertà. Ma il guaio è che questa
divisione di spiriti forti e di spiriti deboli ha ridotto il nostro
mondo civile ad una ben malinconica convivenza di due società, tra le
quali è stretta unione d'interessi, di affetti, di consuetudini, e un
gran vuoto per tutto il resto, che è poi la vita intellettuale, la vita
morale delle anime. Donde avviene che questo povero mondo civile vada
così barcollando alla sua meta misteriosa, come gli ubbriachi a casa
loro, non indovinando più l'uscio, e tante volte neanche la strada.

Tra il signor Maurizio e il castellano della Balma si era fatta la pausa
un po' lunga. Il terzo, che sonnecchiava così bene sul piccolo canapè di
ferro, ne era stato svegliato in soprassalto, come avviene in istrada
ferrata al fermarsi improvviso del treno. Il capitano Dutolet aveva
aperto un occhio, poi l'altro, ed era rimasto lì trasognato a guardare,
mezzo intirizzito, mentre Maurizio si tormentava i baffi, e il generale,
per occupare in qualche modo il silenzioso intermezzo, cercava di
accendersi un sigaro.

Il signor di Vaussana se ne sarebbe andato assai volentieri, levando
anche d'impiccio il suo avversario. Ma un pensiero lo tratteneva. La
contessa Gisella gli aveva detto di aspettarla. E forse aspettarla era
male. Ritornando, la signora avrebbe trovato il marito di cattivo umore,
tanto nervoso da non lasciar passare il menomo complimento, da veder
tenerumi, smancerie, svenevolezze in ogni discorso. I mariti in collera
son tutti così, bestie feroci; e guai ad essere graziosi, cortesi,
galanti, quando essi hanno le sopracciglia aggrondate.

Andarsene, dunque, scegliendo tra i due mali il minore? Sì, ma per qual
via? Anche nella scelta della via c'era il pericolo, per un verso o per
l'altro, di urtare i nervi al signor generale. Se andava per il gran
viale, non poteva il castellano domandare che novità fosse quella? Le
novità dànno sempre materia a pensare. Se andava per la strada del
bosco, non si poteva credere che l'avesse scelta per combinar laggiù la
contessa Gisella, che appunto di là era andata e di là sarebbe tornata?

Noiosa condizione di un uomo messo lì a dibattersi tra la stizza e le
convenienze sociali! Ed ecco i bei resultati delle discussioni. Ma egli,
in fin dei conti, se era stato vivace nella espressione del suo
pensiero, non aveva neanche trasmodato, e a quella vivacità era stato
spinto dal tono sarcastico del signor generale. Dal fondo dell'anima non
gli traluceva forse il pensiero di canzonare Maurizio per la sua fede?
Ora uno spiritualista, un credente, deve esser tanto più sincero, in
quanto che troppa gente, che crede, par quasi che si vergogni di
confessarlo davanti agli spiriti forti. Egli non aveva da parlare come
un teologo, non avendo studiato teologia; ma da filosofo non
materialista, nè scettico, doveva egli, per ottener grazia dal suo
contradditore sarcastico, dare addosso a quelle credenze in cui sono
stati educati i nostri padri, e in cui saranno ancora educati i nostri
figliuoli?

Più ci pensava, e più si persuadeva di non aver niente a rimproverarsi.
Quanto al generale, facesse il broncio fin che voleva. A un certo punto,
se il silenzio fosse durato dell'altro, Maurizio avrebbe guardato
l'orologio, fatto un gesto di terrore e parlato del solito appuntamento
che cava gli uomini da una posizione difficile. Ma grazie al cielo non
fu mestieri di bugie; la contessa Gisella appariva dal sentiero del
bosco. Era un pochino affannata dalla corsa, e accesa in volto più
dell'usato; ma il color delle rose le tornava bene come quello dei
gigli. Venne innanzi leggera, saltellante come una bambina, sorridente
come l'aurora. Non era un complimento, non una esagerazione il dire che
con lei ritornava la luce. Che bella cosa una bella donna! C'è chi la
preferisce al telegrafo e alle strade ferrate. Io all'invenzione della
stampa. E voi?

Il generale parve gradir molto l'arrivo di sua moglie. La contessa
giungeva opportuna a rompere quella scena muta.

--Già finita la discussione?--domandò ella, avvicinandosi al crocchio,
che per verità non appariva troppo animato.

--Sì,--rispose Maurizio, inchinandosi.

--E siete battuto?

--Non so; forse.... e senza esserne persuaso. Tutti i vinti sono
così;--soggiunse egli, sorridendo;--non vogliono mai convenire della
loro disfatta.

--Ti avverto, mia cara,--entrò a dire il generale, con la sua grossa
voce ancora gonfia di stizza,--che il signor di Vaussana ha finora il
vantaggio. Questo sia detto per la verità.--

Non era molto; ma era già qualche cosa. Maurizio colse il buon punto per
esser cortese a sua volta.

--In omaggio alla verità,--riprese egli,--diciamo che voi mi avete
promesso di pensare a certi argomenti miei. Potete vincermi ancora; le
sorti della battaglia sono dunque indecise. E la vostra ammalata,
contessa?

--Ah, la povera Biancolina? Febbre, signor Maurizio, gran febbre, e
complicata di miseria. Le disgrazie piovono addosso ai Feraudi con un
accanimento strano. Son già debitori di un semestre al Pinaia, il
potentissimo fornaio e pastaio di San Giorgio, un proprietario con cui
non si scherza, a quanto pare; e una mucca è morta improvvisamente nella
settimana scorsa, e l'altra ha il latte cattivo. Il marito è filosofo, e
pensa, guardando in aria; la moglie, rovinata dallo stento, ha dovuto
mettersi a letto. Sapete voi, quando una povera donna dei campi si mette
a letto, che cosa vuol dire? che la casa resta senza governo, i piccini
senza zuppa, le bestie senza strame, e tutto il resto in conseguenza.
Vedete che compassione! Ho aiutato come ho potuto; ma finora, più che
altro, con le buone parole. Intanto ci vorrà il medico, e manderò subito
a cercarlo.

--Permettete che lo cerchi io, discendendo in paese;--disse Maurizio,
con accento premuroso.--Tra mezz'ora egli potrà essere lassù al
Martinetto.

--Grazie, accetto l'offerta;--rispose la contessa.--Io penserò invece a
mandar brodo e qualcos'altro a quella poveretta.--

Maurizio non la conosceva neanche di vista, l'ammalata del Martinetto.
Il Feraudi, marito filosofo, lo aveva appena veduto qualche volta
pascolar le sue bestie sui greppi, tra il Martinetto e la Balma. Pure,
si mostrò addolorato per le disgrazie di quella povera gente: ed anche
ne fu consolato, pensando che la sua conversazione andava lontana le
mille miglia da ogni pericolo di galanteria. Il generale, del resto, a
poco a poco aveva spianate le rughe, e si degnava di mettere qualche
parola nel dialogo. Maurizio gli rivolse il discorso, temperatamente,
placidamente, come se nulla fosse avvenuto.

Frattanto doveva prendere commiato, avendo fretta di andare pel medico.

--Bravo, correte;--gli disse Gisella con quella stessa amabile
sollecitudine che avrebbe usata in altre occasioni per trattenerlo
ancora un poco alla Balma.--Immagino che il dottore conosca la strada.

--Se non la conoscerà gliela insegnerò io, che ho i miei monti.... sulla
punta delle dita.--

Gisella gli porse la mano. La stretta era sempre stata amichevole, come
dev'essere lo _shake hand_, dal giorno che l'Inghilterra lo ha diffuso
per tutto il mondo civile. Ma quella volta fu confidente, fraterna, come
di due persone che hanno conchiuso un patto. Non erano essi associati
oramai da un'opera di carità?

--Se avete notizie, ce le porterete domani, non è vero?--disse Gisella.

Anche il generale brontolò un arrivederci. Il capitano Dutolet, detto il
buon ragno, ed anche, aiutando il suo nome di battesimo, Guglielmo il
taciturno, abbozzò un sorriso ed una parola di due sillabe almeno.
Maurizio si avviò spedito, e scese quella volta dal gran viale. Per
quella novità ci era una ragione evidente: il medico abitava per
l'appunto in principio del paese, cioè verso le falde del poggio su cui
sorgeva il castello della Balma.

Il medico fu presto ritrovato, e con le più calde esortazioni spedito,
subito al Martinetto, di cui fortunatamente conosceva il sentiero.
Maurizio lo accompagnò per un tratto, facendo raccomandazioni. Quando il
discepolo d'Esculapio fu di ritorno, lo trovò ancora sulla sua strada,
desideroso di notizie. Aveva trovata la febbre, difatti, e piuttosto
forte, più vicina ai quaranta gradi che ai trentanove. Ma egli si era
trovato in caso di dare il rimedio, senza il bisogno di scendere alla
farmacia per la ricetta: preveduto il bisogno, la contessa aveva
lasciata lassù una parte della sua cassettina di medicinali, ed egli
aveva potuto somministrar subito una dose della inevitabile antipirina.
Più tardi avrebbe somministrato il chinino, se quella febbre si fosse
mostrata ribelle. Ma che febbre era? Reumatica, diceva il dottore, e
colpiva un organismo intaccato dalla grama vita; occorreva riposo, per
intanto, ed una miglior nutrizione: due cose che al solito non sono alla
mano dei poveri.

Più tranquillo da quel lato, Maurizio ripigliò la via del paese. Sulla
piazza gli venne veduto il Pinaia, che stava seduto a prendere il fresco
sull'uscio della sua bottega. Mentre il fornaio si alzava a mezzo, per
fargli di berretto, un'idea passò veloce per la testa a Maurizio. Sì,
certo, bisognava associarsi alle buone opere della contessa Gisella.
Chiamò il fornaio e lo condusse in disparte, entrandogli subito del caso
di quella povera gente. Ah, sì, povera gente! rispondeva il Pinaia, che
da quell'orecchio era un po' duro. Gli erano debitori d'un semestre, e
maturato da un pezzo; ancora un po' che aspettasse, gli sarebbero stati
debitori di tutta l'annata, cinquecento lire, a non contare l'interesse
della moneta. E non c'era verso di spillar loro un centesimo. Ma quella
povera mucca morta! ribatteva Maurizio; l'altra col latte guasto, che
non si poteva farne nulla; e la moglie ammalata! Tutte scuse, tutti
pretesti. La mucca era morta da cinque giorni, se mai, e il semestre lo
dovevano da due mesi. L'altra mucca aveva il latte guasto, ma si
aspettava un vitello. Quanto alla moglie ammalata, vecchia storia! Già
altre volte s'era ammalata, la bella Biancolina; e sempre alla scadenza
del semestre, per impietosire il padrone. Ma lui non ci cascava più, no
davvero. Una morte, aver terra al sole; d'allora in poi, quando avesse
quattro soldi di costa, voleva metterli in rendita dello Stato; e
calasse poi quanto voleva; ci avrebbe sempre risparmiato di più, che a
farsi mangiar vivo dai contadini. Brutta razza, i contadini; astuti,
furfanti di tre cotte, sempre lì a piangere miseria, coi gruzzoli di
marenghi nel saccone.

Maurizio era lì lì per domandargli:--E voi, Pinaia, di che razza siete
disceso?--Ma non volle aver due litigi in un giorno, cascando dal
generale al fornaio. Si contentò in quella vece di dirgli:

--Sentite, Pinaia: quella gente mi preme. Può esser vero quel che voi
dite; può anche non esser tale, e in questo caso io avrei rimorso di non
essermi interessato per le loro disgrazie. È giusto nondimeno che
abbiate il fatto vostro, aggiustiamola così: se non pagheranno loro,
pagherò io.

--Quand'è così, non parlo più, e al Martinetto, non domanderò più un
quattrino.

--No, non correte tanto;--disse Maurizio, che già temeva di parergli
troppo generoso.--Volevo dire che vi sto garante, sicuro come sono che
pagheranno.... entro il mese.

--Non me ne parli; non posso aspettar tanto le buone grazie del Feraudi.
Passerà il mese e non avrò nulla; ci metterei la mano sul fuoco, tanto
ne sono sicuro. Se devo aspettare il mio denaro da Lei, passi tutto il
tempo che Le piacerà, signor conte.

--Ah no, questo, no; io non ho l'uso di farmi far credenza;--disse
Maurizio, alterato.--Sono dugento cinquanta lire, avete detto? Eccole
qua;--soggiunse, mettendo mano al portafogli.--Voi me le restituirete,
appena il Feraudi vi avrà pagato.--

Il denaro è sempre buono a prendersi. Mastro Pinaia allungò la mano.

--Le faccio la ricevuta, signor conte. Se ha la bontà di aspettarmi un
minuto....

--No, a vostro comodo, Pinaia. Me la manderete domani. E grazie, non è
vero?

--Lei è troppo buono, signor conte;--rispose mastro Pinaia, facendo le
viste di non aver capita l'ironia.

--Sia pure;--rispose Maurizio, che voleva mostrare di aver capito il
complimento del fornaio arpagone.--Ma vi pregherò di non ridirlo a
nessuno. Non vorrei che mi metteste sulle braccia tutti i debitori
morosi di San Giorgio. Il povero Castèu e quella poca rendita che mi fa
vivere ci passerebbero in un mese.

--Lei ha ragione a tener poca terra, signor conte;--conchiuse il
fornaio.--Anch'io, nel mio piccolo, voglio far come lei. Tutta rendita,
tutta rendita dello Stato vuol essere.--

Nauseato del fornaio arpagone, ma contento altrettanto di sè, Maurizio
prese la via del Castèu. I suoi libri, quella sera, lo trattennero
lungamente a pensare.--Quanta roba!--diss'egli, passando i suoi scaffali
in rassegna.--E buona e cattiva; ci sono armi per tutti. Ed anche la
buona diventa cattiva, per chi se ne serve alla rovescia, senza
paragonare, senza mettere a contrasto, senza far la parte delle
conclusioni frettolose.--

Quella, notte portò in camera un volume del suo Cournot: _Matérialisme,
Vitalisme, Rationalisme_, ed anche, per riscontrare alcune preziose
citazioni, _Les Origines_ del Pressensé. Buoni libri erano quelli.
Anch'egli aveva avuti i suoi dubbi; anch'egli aveva tratte le frettolose
conseguenze dallo studio di certi fenomeni naturali, di certe teoriche
evolutive; quei libri, insieme coi suoi trattati di astronomia, e con
gli studi fisiologici del Pasteur, lo avevano ricondotto in carreggiata.
Ed anche aveva vedute certe conclusioni di Herbert Spencer a proposito
dell'inconoscibile, certe confessioni dello Stuart Mill a proposito
della creazione, donde gli era apparso il dubbio del dubbio, cioè a dire
la modica fede di quei grandi maestri del pensiero moderno intorno alla
saldezza dei loro proprii sistemi. Infine, aveva ragione lui. È giusto,
è desiderabile che la scienza positiva, che dubiti di tutto, che tutto
rimetta in discussione e sottoponga nuovamente ad esame, distruggendo,
ma col proposito di riedificare. Così era avvenuto in materia
d'antichità, per la storia delle origini Romane, che dopo aver negato
ogni fede a Tito Livio e a Dionigi d'Alicarnasso, si ebbe ancora ricorso
a quei due disgraziati, perchè aiutassero a rimettere in piedi il loro
edificio crollato.

Il giorno seguente, all'ora solita, forse qualche minuto dopo, anzi che
prima, il signor di Vaussana rifece il gran viale della Balma. Perchè il
gran viale e non il sentiero del bosco? Mah.... non indaghiamo certi
arcani del cuore. Quel giorno egli andava un pochettino come la biscia
all'incanto, lassù. Ma era necessario; aveva promesso alla signora. E
fors'anco il generale si era mutato da quello del giorno innanzi. Ma no,
sarebbe stato un miracolo; e Maurizio, con tutta la sua fede, non
credeva ai miracoli.

Per dargli ragione, quel giorno il signor generale era aggrondato. Stava
giocando a picchetto col capitano Dutolet; forse perdeva. All'arrivo di
Maurizio si degnò di smettere il giuoco; facile sacrificio per coloro
che pèrdono. La contessa Gisella stava ricamando, accanto alla finestra.

--Grazie;--gli disse ella, appena lo ebbe veduto comparire.--Il dottore
è già stato tre volte al Martinetto; due ieri, e una stamane. La nostra
ammalata va discretamente. C'è anche una donna del paese per aiuto.
L'avete mandata voi?

--No, signora; ma ne avevo parlato al dottore, ed egli avrà provveduto.

--Siete dunque voi egualmente. Così i piccini son governati, e l'inferma
è tranquilla; grazie ancora.--

Il generale stava in contemplazione davanti a sua moglie. Maurizio, per
non aver aria di parlar sempre con lei, gli rivolse il discorso.

--Ebbene, generale, ci avete pensato?--

Il generale fece il gesto dell'uomo che non si ricorda alla prima; poi,
dopo una spallata, rispose:

--No caro, non ho voluto perdere il mio tempo.--

La risposta era dura, ed anche ruvida parecchio. La contessa alzò gli
occhi attoniti, per guardar suo marito. Ma egli in quel punto non
guardava sua moglie, e non colse al volo quell'occhiata di rimprovero.
Maurizio balenò un tratto, non sapendo che rispondere. E forse non era
da risponder nulla; forse il generale non si sentiva bene quel giorno,
ad onta del suo fiorente aspetto, della sua pelle vermiglia. Il tempo
non era neanche buono; certamente gli dava ai nervi il vento di mare,
così molesto, così uggioso in montagna, dove giunge sempre con un gran
corteggio di nuvole.

Ci fu un altro silenzio tra i due, ma non così lungo come quello del
giorno innanzi. Il generale non aveva veduto, ma certamente aveva
sentito o indovinato lo sguardo di sua moglie; perciò credette
necessario di ripigliare il discorso, e per salvare le apparenze, ed
anche per tirare le somme.

--Noi siamo, signor di Vaussana, due edificatori di piramidi. Voi
vorreste che io fabbricassi la mia coi vostri materiali. Vi ringrazio,
ma non ne ho bisogno. Costrutta coi miei poveri mattoni, la mia si
regge, come la vostra col suo vecchio granito. Segno, per uscir di
metafora, che i nostri sistemi sono due rispettivi concepimenti del
nostro spirito. Vi ricorderò a questo proposito ciò che ho sentito dire
un giorno a Parigi da una gran dama russa, a cui si domandava in che
consistesse la vantata ortodossia della religione sua, che era, dopo
tutto, scismatica: «_l'orthodoxie c'est ma doxie à moi; l'étérodoxie
c'est votre doxie à vous_». Voi con le.... opinioni del passato siete
ortodosso; io sono tale con quelle del presente, e trovo nella teorica
del Laplace, come nelle esperienze di Carlo Darwin e nelle dimostrazioni
dell'Huxley, una spiegazione sufficiente dell'universo. La materia
eterna e la legge immanente nella materia mi dànno ragione di tutto. Sto
coi matematici, poi, e non moltiplico gli enti, che mi farebbero doppio
e mi porterebbero ingombro. Ho detto, e vi saluto.--

Poteva essere una chiusa faceta, o mostrava almeno l'intenzione di parer
tale. Ma sicuramente ce ne potevano esser di serie, che non lasciassero
tanto amaro nell'anima. Del resto, a mostrare che quell'intenzione non
c'era, il generale fece una giravolta sui tacchi, e se ne andò via
zufolando.

--Ettore!...--mormorò la signora.

Ettore si voltò, all'accento di rimprovero d'Andromaca; si voltò, ma era
già in fondo al salotto.

--Ma sì,--gridò egli, stizzito,--che ci vuoi fare? Bisogna bene finirla
così, una discussione come la nostra, che è già stata fatta un milione
di volte, senza riuscire a nulla di nulla. Sono curiosi, questi nostri
amici italiani, con la loro fede incrollabile! È un vizio di razza,
lasciatevelo dire, signor di Vaussana, è un vizio di razza.--

Si andava di male in peggio. Maurizio durò una fatica inaudita a
contenersi. Ne venne a capo, guardando i capelli bianchi di quel diavolo
d'uomo; poi, con voce un po' stridula, quasi sibilante, ma col sorriso
sulle labbra, si contentò di rispondere:

--Ed è per guarircene, che delle nazioni civili si studiano di
restituire la nostra capitale alle condizioni di Benares, la città santa
dell'India.--

Il generale non ascoltava già più; usciva dal salotto borbottando.

La contessa aveva chinata la faccia sul suo telaino, nascondendo la
ciglia. Quando le alzò, Maurizio c'intravvide una lagrima, e si turbò
fortemente. Dopo un istante di pausa, guardò l'orologio.

--Sono le quattro,--diss'egli;--debbo partire.

--Già?--mormorò la contessa.

--Signora,--rispose egli ad alta voce, tanto che potesse udirlo il
capitano, che stava nel vano dell'altra finestra, leggendo un
giornale,--ero venuto per voi, volendo darvi notizie della commissione
che mi avete affidata. Ora ho qualche cosa da fare. Forse dovrò anche
assentarmi per qualche giorno.

--Ah!--diss'ella, guardandolo negli occhi.

--Sì mia signora, una corsa fino a Genova. Non si lascia il servizio da
un giorno all'altro, come ho fatto io, senza che resti qualche faccenda
da terminare. Aspetto oggi stesso una lettera; se non la ricevo, dovrò
partire domattina per tempo.--

La contessa Gisella lo guardò ancora, poi chinò gli occhi e la fronte,
in atto rassegnato.

--Se non ci vediamo, buon viaggio, signor Maurizio, e possano tutta le
cose andare secondo i vostri desiderii.--

Una stretta di mano, lunga e forte, disse a Maurizio ch'egli era stato
compreso, e ch'egli aveva ragione.




CAPITOLO VI.

Sulla montagna.


L'alzata d'ingegno dell'orologio e dell'appuntamento, già vecchia di
ventiquattr'ore, ma non adoperata lì per lì, era tornata in buon punto
alla mente di Maurizio. Se non l'avesse avuta a mano dal giorno innanzi,
certo, scombussolato com'era dalla sgarbatezza del signor generale, non
sarebbe riuscito a trovare una gretola. In quella vece, fortunato lui!
una bugia preparata tirandone un'altra, quella del viaggio necessario,
il signor di Vaussana si ritrovò più presto che non pensasse fuori
dell'uscio. Troppo forte, per verità, la sua disperata invenzione,
seguita da quella rapidissima fuga. Egli oramai poteva credere
fermamente di essere stato per l'ultima volta alla Balma. Infatti, se ne
partiva sdegnato, palesemente sdegnato, senza aver preso congedo dal
padrone di casa. Ma sì, proprio ci sarebbe voluta l'altra umiliazione di
andare ad ossequiare quell'orso bianco! La canizie va rispettata, non si
nega; ma ella non pretenda che uno si avvilisca ancora davanti a lei,
perdendo il rispetto di sè medesimo.

Maurizio era feroce, uscendo dalla vista del castello. Nondimeno,
facendo a gran passi il viale, cercò di padroneggiarsi. A lui marinaio,
ed avvezzo agli amari bocconi della disciplina di bordo, la cosa non
doveva esser difficile. Ne venne a capo, specie al Castèu, quando gli fu
necessario rimanere un paio d'ore, a pranzo, con la sorella Albertina, e
davanti alle persone di servizio. Ma la sua tranquillità apparente lo
abbandonò, quando egli fu solo nelle sue stanze. Quel generale, che
uomo! un vero pazzo da catena. Ed era lui che aveva sentenziato non
doversi mai discutere di politica nè di religione, tra uomini? Ma perchè
mai c'era cascato in quel modo egli stesso?

Un sospetto s'affacciò alla mente di Maurizio; il sospetto che tutta
quella arrabbiatura a freddo fosse stata un pretesto. Se così era,
l'orso bianco della Balma poteva anche passare per un uomo di spirito.
Ma ugualmente per un uomo avveduto? Maurizio fece il suo esame di
coscienza con tutta sincerità. Egli ricordava benissimo di non aver mai
detto niente alla contessa Gisella che potesse destar gelosia nel
marito. Le sue galanterie erano sempre state di quelle che sono
permesse, anzi comandate in società, sotto pena di passare per ignoranti
o per ipocriti. Neanche c'era stato il caso di coglierlo in flagrante di
lunghe occhiate, di mute adorazioni; quel covare una donna con gli
occhi, che alle volte è peggio del farle una dichiarazione, non si
poteva certamente rimproverare a lui, che non ne aveva mai avuto il
costume, e dal suo riserbo non aveva avuto neanche ragione di dipartirsi
alla Balma. La contessa della Bourdigue gli era apparsa bella, anzi
bellissima: più bella del vero l'aveva definita dentro di sè, ridendo
della sua propria scioccheria. Ma le bellissime donne comandano più
ammirazione che non ispirino amore; e l'ammirazione è stato d'animo che
non suole durar molto. Si è sgomentati, oppressi, annichiliti da un tale
eccesso di bellezza, che non par naturale; e si cerca di sfuggire più
presto che si può a quel senso di pena. In lui, del resto, al senso
della ammirazione artistica, era sottentrato il rispetto, e al rispetto
l'amicizia, quanta può esserne tra un uomo e una donna, ma certamente
un'amicizia leale. Provava accanto a lei un sentimento di pace
ineffabile; e questo non si poteva scambiare per un sintomo d'amore, no
certo. Aggiungete questo: un giorno, involontariamente, come vengono
spesso i cattivi pensieri, gli era passato per la testa che ci fosse
qualche cosa tra la signora generala e quel buon ragno del capitano
Dutolet; e, notate un importantissimo segno, non ci aveva sofferto;
solamente si era accontentato di osservare, molto filosoficamente, che
tutti i gusti son gusti. Dopo tutto, quella bellissima donna non aveva
sposato il generale? non lo aveva voluto lei, il suo zio e tutore, che
la precedeva di oltre quarant'anni nella marcia forzata dell'esistenza?

Quanto a sè, conchiudendo, Maurizio non vedeva niente di cui potesse
chiamarsi in colpa. Ma proprio niente? E perchè, ad esempio, quella
gioia profonda, intensa, che lo aveva tutto penetrato, ad una certa
stretta di mano, lunga e forte? Dio mio, era la gioia dell'opera buona
in cui erano associati. E perchè quella compassione tanto viva per la
miseria dei Feraudi? Gli dovevano premer tanto, i contadini del
Martinetto? Gli uomini, di solito (e si parla dei buoni, dei
caritatevoli) se la cavano con una abbondante elemosina. E in questa
categoria di larghezze spensierate poteva entrare, mettendoci un po' di
buona volontà, il regalo di dugento cinquanta lire al fornaio di San
Giorgio. Ma l'ardore, la furia con cui si era adoperato per quella
povera gente, come s'avevano da intendere? Qui il signor Maurizio rimase
un pochino dubbioso. E quel dubbio gli fece male. Lui innamorato? lui,
che aveva giurato di non lasciarsi cogliere mai e poi mai?...
Superficiale per deliberato proposito nelle sue relazioni, leggero e
volubile per la stessa qualità della scelta, il brillante ufficiale di
marina aveva fin allora saputo conciliare la incostanza del cuore con la
probità del carattere, non turbando la pace di nessuno, nè la sua. Se di
punto in bianco egli si era tanto mutato, il generale aveva avuto
ragione ad insospettirsi; si era dimostrato un uomo avveduto, e insieme
di spirito, cogliendo quel pretesto della discussione filosofica per
levarsi un importuno dai piedi. Ma perchè andarlo a cercare,
l'importuno, che non era e non voleva esser tale? Perchè, avuta la prima
visita, si era ostinato a voler la seconda, la terza, e via via fino
alla ventesima, o giù di lì? Eterna istoria! così fanno tutti, quando si
fidano. Si annoiano di esser soli, e cercano compagnia; poi non si
fidano più, e d'essere accompagnati si seccano.

Tutto questo ragionamento, se ragionamento può dirsi un simile annaspìo,
riusciva a confonderlo sempre più. Frattanto, non sarebbe più ritornato
alla Balma; nè, per un certo numero di giorni, avrebbe dovuto pensare al
poi. Aveva annunziato un viaggio: quel viaggio bisognava farlo, non
foss'altro per muoversi, per isnebbiarsi il cervello. E non già, come
aveva detto, la mattina per tempo; ma più tardi, nella giornata, alla
vista di tutto San Giorgio, partì per Ventimiglia: giunto là, non volse
per Genova, dove non aveva niente da fare, sibbene per Nizza, dove
almeno era sicuro di non incontrare amici e conoscenti che gli
entrassero della sua dimissione; argomento molesto, e tanto più allora,
che di quel colpo di testa incominciava a pentirsi.

Nizza era bella, e Maurizio non voleva negarlo, dopo averlo riconosciuto
tante volte. Ma era vuota, Dio santo, fredda e senza luce; il mare
d'inchiostro; la via della Stazione un deserto; il Castello un
catafalco; la passeggiata degli Inglesi un mortorio. Così tingiamo noi
le cose del colore dell'anima nostra. Maurizio si crucciò a Nizza due
giorni; il terzo non ci potè più resistere, e allora se ne ritornò a
Ventimiglia, ripartendo per San Giorgio in modo da arrivarci nella
notte, due ore prima dell'alba, quando tutti dormivano. Dunque
innamorato a buono? E dopo essersi messo da sè fuori del paradiso? Sì,
gli bisbigliava un demone all'orecchio, sì, come un vero collegiale. No,
rispondeva una voce dal fondo dell'anima, come un onest'uomo.

E si chiuse nelle sue stanze, risoluto di lavorare. Avrebbe desiderato
di vedere il medico, per sapere qualche cosa della povera Biancolina; ma
volle resistere a quel desiderio morboso, non amando lasciarsi vedere in
paese. Sapessero poi, o non sapessero, ch'egli era tornato; l'essenziale
era di non mettersi in mostra, e di poter dire più tardi dei fatti suoi
quel che gli fosse piaciuto. Del resto, se lassù credevano ch'egli fosse
in paese, tanto peggio per chi gli aveva usato villanìa: si sarebbe
capito, dopo tutto, ch'egli aveva dovuto provvedere in qualche modo,
fosse pure con una bugia alla tutela della sua dignità.

Questo medesimo pensiero, cresciuto e fortificato nell'anima sua, gli
consigliò dopo qualche giorno di rompere la volontaria clausura. Gli
pesava il vivere da schiavo. Schiavo di che, finalmente? Uscì, dunque,
ma non per andare in paese: si trafugava di buon mattino dall'uscio dei
campi, muovendo spedito verso la montagna. Non si arrisicava dalla parte
dell'Aiga; andava dal lato opposto, verso la Sisa, una balza
indiavolata, più fatta per camosci che per uomini. Di lassù, dopo due
ore di marcia, si scopriva molto orizzonte; inoltre, si vedeva ancora il
Martinetto, e più in là, sull'ultimo sporto della costiera boscosa, il
castello della Balma.

Nella sua prima ascensione Maurizio aveva portato con sè, da previdente
alpinista, il suo binocolo a tre lenti, per campagna, teatro e marina.
Ma la vista di lassù era così stupenda per lontananze preziose, che quel
piccolo strumento ottico non gli parve bastante. Immaginate voi se non
avesse ragione, essendogli occorso di vedere là in fondo, dalla eminenza
della Balma, apparire una figura di donna. Poca cosa, per verità; come
una chiazza di bianco sul verde, ma su quel bianco una macchia di rosso
vivo, che gli rammentava un certo ombrellino. La piccola apparizione
muoveva snella verso tramontana; non si vedeva più; si ritornava a
vederla; pareva venisse alla volta del Martinetto, poichè non scendeva,
nè andava più alta d'una certa zona del bosco.

Maurizio aveva riconosciuto Gisella, e il cuore gli aveva dato un
sobbalzo. Si era affrettato a fissare il momento, guardando l'orologio:
erano le dieci in punto. La vide così apparire e sparire tre o quattro
volte, secondo le sporgenze e le insenature della costiera; poi più
nulla, e passò un'ora senza luce; ma dopo quell'ora, sì, no, sì, lei
ancora, avviata verso mezzogiorno, per ritornare al castello. Ma era
quotidiana, la gita? Il cuore diceva di sì; l'osservazione confermava la
divinazione del cuore.

Il giorno dopo, infatti, la graziosa apparizione si ripeteva, alla
medesima ora; e questa volta non era più un punto bianco e rosso: era
una figura intiera e distinta, veduta come se fosse a cinquanta passi da
lui. Maurizio aveva lasciato a casa il binocolo e portato con sè un
canocchiale di bordo, specie di telescopio, a tubi scorrenti l'uno
nell'altro, per modo che non facesse ingombro tra le mani, nè fosse
difficile portarlo ad armacollo. Ah, come la vedeva bene, oramai, la
bellissima tra le belle! Graziosa nelle movenze, leggera nel passo,
vestita di bianco, ma con certe screziature di rosso; i due colori che
le piaceva di accoppiare nel suo vestiario, e che andavano a maraviglia
con quella sua figura giovanile; rosso il nastro del suo cappellino di
paglia, rosso l'ombrellino che si spandeva come il calice di un bel
rosolaccio sulla sua testa dorata; così vedeva egli Gisella, così aveva
l'illusione d'esserle ancora vicino.

Tutto ciò dava ogni giorno due ore di occupazione a Maurizio; pensare a
quelle due ore, aspettarne il ritorno, erano giocondi uffizi per lui. E
senza fallire al suo debito di onest'uomo, perchè amare è permesso,
anche quello che non ci appartiene, quando si ami da lontano, come si
ama una stella, seguendone il corso nello spazio.

Sempre alle dieci del mattino la vedeva comparire, per tre giorni alla
fila. Il quarto giorno gli prese una matta voglia di sapere che cosa
accadesse lassù al Martinetto. Andandoci di buon mattino e ritornando
prima delle dieci, non c'era pericolo che incontrasse Gisella. Così
tranquillo su quel punto capitale, uscì di casa muovendo verso l'Aiga;
di là, senza procedere più oltre verso la Balma, salì la montagna per
raggiungere la cascata superiore, quella che veramente prendeva nome dal
Martinetto.

La gran massa d'acqua scendeva giù per una piega naturale del monte, che
essa aveva aiutato a rendere più profonda, nella notte dei secoli:
veniva di molto lontano, e Maurizio, che pure da fanciullo aveva corsi e
ricorsi quei greppi, non ne conosceva la scaturigine. Questo egli
rammentava, che l'acqua attraversava un gran prato, uno di quei prati
alpini così verdi, vestiti qua e là da ciuffi di rododendri, e che
all'estremità di quel prato si rovesciava giù da una rupe. L'accoglieva
una prima conca, poi una seconda, da dove ribollendo e spumando
s'inabissava a forse quaranta metri più sotto, venendo a far girare la
ruota di un mulino poco sopra il paese di San Giorgio. Per quel mulino,
naturalmente, era troppa; ne bastava una derivazione, ottenuta
dall'arte: e il canale che serviva al mulino, e il resto della cascata,
si ricongiungevano a poca distanza dal Castèu, per venire a traversare
il paese, e far pensare di tanto in tanto ai suoi abitanti che una
simile ricchezza d'acqua si sarebbe potuta sfruttare benissimo,
impiantando a San Giorgio uno stabilimento idroterapico, che sarebbe
stato il decoro della valle e la fortuna di cinquecento famiglie, a dir
poco.

Lo stabilimento idroterapico è la solita storia con cui si va guastando,
magari in sogno, la cara poesia della montagna, tirando lassù, insieme
coi nostri acciacchi, le nostre malinconie, le nostre miserie fisiche e
le nostre miserie intellettuali. Per fortuna, non ci son sempre i
capitalisti lì pronti per tradurre i sogni in realtà.

L'Aiga, nondimeno, aveva trovato in altri tempi il suo capitalista, uomo
pratico, che era salito su quella balza a impiantarvi un martinetto. Si
chiamava, e tutt'ora si chiama con questo nome, nelle regioni montuose
dell'Italia superiore, il maglio delle ferriere; donde avevano spesso il
nome di martinetto le ferriere medesime. Mosso ordinariamente dalla
forza dell'acqua, il martinetto battendo sull'incudine la ferraccia
arroventata, la modellava via via, la spianava, la stendeva, la foggiava
in ispranghe, per uso dei fabbri. Innanzi la scoperta del vapore e il
minor costo delle sue applicazioni, erano i martinetti assai più
numerosi; e per foggiare il ferro, come per lavorare nelle cartiere e
nelle gualchiere, ne sorgevano dovunque scorresse un bel volume d'acqua
perenne. Ma generalmente oramai, e più per il ferro, i martinetti ad
acqua han persa la lite: dove la scarsezza progressiva, del combustibile
necessario all'arroventatura, dove il rinvilìo del minerale del ferro e
la concorrenza delle migliori qualità hanno dato la prevalenza alle
ferriere dell'Europa settentrionale. Per una di queste cagioni, se non
forse per parecchie, era andato in rovina il martinetto di San Giorgio.

Qualcheduno dei proprietarii che si erano succeduti lassù aveva
azzeccato il suo quarto d'ora di poesia, facendo sorgere alquanto più su
ed alle spalle dell'officina un belvedere, specie di torrione piantato
sull'orlo dell'abisso, con la sua piattaforma circondata di merli e con
un lungo sedile corrente all'ingiro. Si giungeva lassù passando
attraverso una macchia di nocciuoli, dove era stato certamente da
principio un sentiero; ma la traccia di questo era sparita oramai,
cancellata da quella gran nemica d'ogni arte che è la santa madre
natura. Noi ordiniamo, ed essa confonde; i nostri muriccioli si veston
d'edera e di lucertole; i nostri andarini sabbiosi, le nostre redole
fatte a musaico di sassolini a due tinte, si sfasciano sotto le piogge
equinoziali; i bei prati di fieno inglese son dati in governo alla
gramigna, e la sterpaglia riprende ben presto i suoi diritti dove noi
avevamo ripulito col sarchiello, raddrizzato col traguardo e livellato
con la tavoletta pretoria. Santa madre natura, che Iddio continui a
benedirvi! Perchè non si lascia intieramente a voi la cura di foggiare
i nostri parchi, di svariare i nostri giardini? Qualche volta, non c'è
che dire, voi fate meno bello dei nostri architetti; per contro, fate
sempre più grande.

Il belvedere del Martinetto si poteva scorgere dall'altra sponda della
cascata; era invisibile dalla macchia, ed anche a chi ne conosceva
l'esistenza non riusciva troppo facile di ritrovarlo. Maurizio, che si
era inerpicato in altri tempi lassù, con la matta e spesso pericolosa
curiosità dei ragazzi, stentò ad orientarsi in quel folto di rami.
L'orrida bellezza del luogo lo ricompensò largamente della fatica
durata. Trovò il belvedere, i sedili, la merlata, un po' in rovina per
verità, ma fresche e vive le sue ricordanze, all'ombra di quel fogliame
diffuso sulla piattaforma e sull'abisso rumoreggiante lì presso.

Pagato il tributo ai ricordi, Maurizio lasciò la piattaforma del
torrione, e per la macchia dei nocciuoli discese verso il Martinetto.
Una parte del fabbricato era andata in rovina; solo dall'altro lato ne
rimaneva in piedi un'ala, convertita in abitazione colonica. Laggiù
vivevano i poveri fittaiuoli del Pinaia, avendo davanti a sè quel magro
podere e quei pascoli per cui dovevano pagare cinquecento lire ogni anno
al fornaio arpagone di San Giorgio. Compiuto il giro della vasta rovina,
Maurizio riuscì sull'aia che si stendeva davanti alla casa.

Due piccole vite si agitavano, ognuna a modo suo su quell'aia. Un
ragazzetto si trastullava facendo correre l'una dietro l'altra alcune
pallottoline di porcellana e di vetro colorato, lungo certi solchi che
aveva scavati nel battuto: immagine di più faticose cure che gli
sarebbero toccate da grande. Una bella tombolina, seduta con molta
gravità su d'un gradino dell'uscio, abbracciava due bambole, niente di
meno; una fatta di cenci, affagottata, sudicia, che non aveva più figura
umana, e forse non l'aveva avuta mai; l'altra di legno, sfarzosamente
vestita, con le guance paffute e rosse, gli occhi di smalto e una bella
zazzeretta di ricciolini biondi: tutt'e due le teneva ben strette al
seno, ammirando l'una, non sapendo spiccarsi dall'altra; simbolo e
promessa di una maternità che non avrebbe fatto differenza tra le sue
creature, se anco si fossero spartite in mostri e bellezze.

Maurizio accarezzò i bimbi ed entrò nel tugurio, dove trovò seduta di
contro all'uscio, a soleggiarsi un poco, una donna ancor giovane, dal
viso pallido, ma dall'occhio vivace, in aspetto di convalescente. Ci
voleva poco a capire che quella era Biancolina, la povera donna per cui
tanta inquietudine aveva regnato alla Balma.

--Ah!--esclamò la donna, alzandosi a mezzo.--Lo avevo ben detto io, che
sareste venuto a vedermi una volta.

--Mi conoscete?

--Certamente: siete il signor Maurizio. Vi ho veduto una volta passare
di là sotto. Mio marito mi ha detto: quello è il signore del Castèu, che
s'incammina alla Balma.--

Diavoli di contadini! vedono tutto, loro; niente sfugge ai loro occhi di
ramarro. Anche in luoghi così deserti, i passi del signor Maurizio erano
dunque osservati? Ma sì: e se gli scriccioli, i merli, i passeri
solitarii avessero avuto il dono della parola, si sarebbe sentito dire
da molti cespugli: ecco il signore del Castèu, che s'incammina alla
Balma.

Il signor Maurizio lasciò cadere l'allusione, e domandò notizie della
salute. Non era quasi da domandarne; si vedeva la guarigione avviata.
Biancolina era tuttavia un po' debole; della qual cosa si tormentava,
pensando che il suo uomo era costretto a far lui tante cose che prima
erano fatte da lei, come ad esempio mungere il latte e portarlo in
paese. Quanto alle piccole faccende di casa, veniva tutti i giorni una
brava donna dal mulino di sotto; e di questo la convalescente rendeva
grazie al signor Maurizio, che le aveva procurato l'aiuto.

--Ma io non ne so nulla; io non c'entro;--rispose Maurizio,
schermendosi.

--Sì, sì, così dice la mano destra della gente di cuore, quando la
sinistra ha fatto l'elemosina;--ribattè Biancolina.--Ma io so tutto, e
della donna e del medico che siete corso a cercare per me; so tutto io;
ci ho l'angelo custode che mi avverte di tutto. Non lo credete, signor
Maurizio? Ed è un bell'angelo, sapete, con certi capelli d'oro filato,
con certi occhi che paion diamanti. Ma lasciamo star l'angelo; io non
saprò mai come ringraziar voi, che siete tanto buono coi poveri. Ma se
Dio ascolta le mie preghiere, egli vi farà contento di tutto quello che
potete desiderare. Rosina! Vittorio!--gridò la donna, interrompendo il
suo discorsetto.--Non vi spingete troppo addosso a questo bel signore
tanto buono. Non vedete che gli levate l'aria dattorno?

--Lasciateli fare, lasciateli fare, Biancolina. Io amo i bambini. A te
piccina; quale delle tue bambole mi vuoi dare in moglie?--

La bambina rise, come una mamma che avesse due figliuole da collocare.
Ma era una mamma di sei anni, e non aveva nessuna idea delle
convenienze; e ridendo offerse tutt'e due le figliuole. Maurizio baciò
quella mamma, e costituì una dote alle figliuole, in due belle monete
d'argento; poi, per non far nascer gelosie, ne diede altre due al
ragazzetto, ma senza bacio; un amichevole buffetto ne tenne le veci. E
la ragione del diverso trattamento c'era; luccicava tra il labbro
superiore ed il naso di quel piccolo sbadato.

--È ben fresca, questa bambola!--disse Maurizio, per dar sulla voce a
Biancolina, che voleva ringraziare.--Pare comperata ieri.

--Infatti, l'ha portata ieri a Rosina la buona fata della Balma,
insieme con le pallottoline per Vittorio. Voi la vedrete fra poco, la
buona fata, l'angelo di questa casa.--

Maurizio guardò l'orologio. Erano appena le otto, ed egli respirò. Tra
due ore sarebbe venuta la buona fata, ed egli non sarebbe stato più di
mezz'ora lassù.

Intanto la donna proseguiva:

--Per oggi mi ha promesso di venir prima del solito. Non istarà più
molto a comparire laggiù, tra quelle due piante di rovere.--

Maurizio fremette. Si era affrettato troppo a respirare. Stette ancora
due o tre minuti, ma proprio sulle spine. Ed era per alzarsi, col
pretesto di aver molto da fare; quando i bambini, che poc'anzi erano
tornati sull'aia a guardar la belle monete d'argento al sole, accorsero
gridando:

--La signora! la signora!--

Un ombrellino rosso apparve laggiù, fra mezzo ai due roveri. Non c'era
più tempo a pretesti; era impossibile la fuga.




CAPITOLO VII.

L'idillio del Martinetto.


Profondamente turbato, Maurizio rimase là, con gli occhi fissi in quel
punto luminoso che gli appariva nel vano dell'uscio, e con un sorriso
impresso, suggellato sulle labbra.

Un grido di gioia infantile, scoppiato a mezzo dell'aia, lo salutò.
Gisella aveva riconosciuto Maurizio. Affrettando il passo, la grande
bambina ebbe l'aria di accingersi a spiccare un volo verso di lui, come
se volesse gettarsi nelle braccia d'un fratello non più veduto da lungo
tempo.

--Ah, lo dicevo ben io, che m'aspettava una novità al Martinetto;--gridò
ella, stendendo la mano a Maurizio e fissando in lui i suoi belli occhi
incantati.--Poc'anzi, di là dal Fontan, ho incontrato un bel serpente,
che se ne stava arrotolato come un braccialetto intorno alla punta di un
masso e mi guardava coi suoi occhietti maliziosi. Non aveva paura di me;
ed io non l'ho avuta di lui.

--Signora....--mormorò Maurizio sgomentato.

--Perchè avrei dovuto averne?--ripigliò la contessa.--Vedere un serpente
è di buon augurio; significa incontro inaspettato.--

Maurizio aveva vinto quel primo sentimento di paura, e sorrideva,
tentennando la testa.

--Ecco,--diss'ella,--io so bene che cosa significhi il vostro sorriso.
Se fosse stato un boa, o un serpente a sonagli, non è vero? Ma qui non
ci sono serpenti a sonagli, nè boa; non si tratta che di povere bisce
inoffensive, e il buon augurio rimane. Del resto, non si è avverato? Ma
vediamo prima di tutto questa buona Biancolina. Come va?

--Bene, signora; di bene in meglio: ho dormito tutto d'un sonno.

--E mangiato?

--No, per aspettarvi. Non mi avete detto ieri che volevate far colazione
al Martinetto?

--Certamente ed ecco qua il mio tributo di provvigioni; il poco che ho
potuto portare nella mia bisaccia, che non è quella dei frati
cappuccini.--

Così dicendo, si toglieva d'armacollo una borsa e l'apriva sulla tavola,
cavandone dei piccoli panini dorati, un cartoccio di biscottini, e un
secchiolino di legno ermeticamente chiuso alla bocca.

I ragazzi si erano appiccicati agli orli della tavola, per essere ai
primi posti; ed anche allungavano le mani, per carezzare, se non a
dirittura per prendere.

--Vedere e non toccare, bambini; almeno per ora;--disse Gisella.--Ma che
cosa vedo, signor Vittorio? che cosa vi ho raccomandato ancora ieri
mattina?--

Il ragazzo si fece rosso in volto come una fragola, e scappò via lesto
lesto. Due minuti dopo ritornava con la faccia umida, ma, a Dio
piacendo, abbastanza pulita.

--Va bene, così; la faccia ha da esser sempre netta e tersa come uno
specchio, mi capite?--riprese la signora, mescolando gli ammonimenti
alle lodi.--Prendete esempio dalla vostra sorellina, che è sempre così
linda.

--Ah, non tanto, signora, non tanto!--esclamò Biancolina.

--Eh, dico in paragone di suo fratello;--rispose Gisella.--Del resto, a
quell'età non si può e non si deve pretender troppo. L'essenziale è di
non lasciar mancare gli avvertimenti. Che cosa avete preparato,
Biancolina?

--Le uova fresche, il latte, il burro, tutto quel poco che abbiamo.

--E il resto l'ho portato io, compreso il caffè fresco e lo zucchero.
Ora a noi; il fuoco è già acceso, come vedo. Signor Maurizio aiutatemi.
Prendete il latte; è laggiù nella madia, in quel mastello coperto; e
riempitene il bricco che è là sulla cappa del cammino. Il più grande,
intendiamoci; l'altro lo metterete al fuoco, dopo averlo riempito
d'acqua. No, no, Biancolina, state lì, voi;--soggiunse Gisella, non
permettendo che la convalescente si occupasse di nulla.--Vogliamo far
tutto noi altri.--

Maurizio era entrato con molta gravità, ed anche con bastante
intelligenza, nelle sue funzioni di sottocuoco. Gisella, frattanto, con
la diligenza e la sveltezza delle buone massaie, apparecchiava la
tavola. Sapeva, o indovinava, dove fosse ogni cosa. Presa una tovaglia,
la spiegava e la stendeva sul piano, mettendovi poi su i tovagliuoli,
rozzi come la tovaglia, ma bianchi e freschi di bucato com'essa. Poscia
accanto ai tovagliuoli dispose piatti e bicchieri, aggiungendo i panini
che aveva portati con sè.

--Ho fatto bene a largheggiare nel numero,--diss'ella, lodandosi un
poco.--Presentivo ancor io che avremmo avuto una bocca di più. Ora alle
posate; saran qui nel cassetto. Bene, è anche qui il pan bigio, che mi
piace tanto. Lo faremo a fette, per istenderci il miele. A voi,
Maurizio; un coltello, e apritemi questa secchiolina.

--Non farò schizzare il miele?--domandò Maurizio, introducendo la punta
del coltello sotto l'orlo del coperchio.

--Eh via, con un po' di grazia! Del resto, mi pare che diciate per
celia. Vedo bene che faremo di voi qualche cosa.--

Appena il bricco dell'acqua calda levò il bollore, Gisella andò a
versarci dentro il suo caffè in polvere. Un buon odore aromatico si
diffuse per la cucina, che era sala da pranzo, anticamera e salotto ad
un tempo.

--Riuscirà un caffè alla turca;--notò Gisella, ridendo.--Piace a voi,
Mau.... signor Maurizio?

--Certamente, è migliore;--rispose il signor Maurizio, dolcemente
solleticato da quel Mau.... senza signore. Gisella si era pentita, ma
tardi; già due minuti prima, senza avvedersene, lo aveva chiamato
Maurizio senz'altro.

Cinque o sei minuti dopo, era ogni cosa, all'ordine, perfino le uova,
gittate nel paiuolo dell'acqua bollente. Quelle uova a bere furono il
principio della colazione; fresche, eccellenti, sorbite con grande
facilità da Maurizio e Gisella, con un po' più di lentezza da
Biancolina, non senza guai per la tovaglia da Rosina e da Vittorio, che
riuscirono anche ad impiastricciarsi la faccia. Fu un'impresa non lieve
per Gisella il ripulirli a dovere. I due bambini tendevano per altro di
buona voglia il musino a quella graziosa mamma improvvisata, ben sapendo
che non voleva veder volti insudiciati.

--Ah, la buona _menagère_!--esclamò Biancolina.--Peccato che non ne
abbiate dei vostri.

--Che! non è forse meglio così?--rispose Gisella.--Per amare i bambini
non è necessario averne dei proprii, ed ogni opinione contraria non
muove che da un inavvertito sentimento di egoismo. Io li amo, perchè son
creature innocenti, e non perchè mi debbano appartenere. Quando vedo una
bella aurora, l'amerò forse meno, perchè non è mia? l'amerei più, se
fosse mia? Idee false, mia cara Biancolina, idee false, quando crediamo
che per amar bene i bambini dobbiamo averne dei nostri. False
almeno--soggiunse Gisella,--per una certa classe di persone; ad esempio
per me. So bene che per voi, se non ne aveste, sarebbe una pena, non
potendo amare e proteggere i miei. Ma io posso, come vedete, amare i
vostri, proteggerli anche, ed averne il diritto, solo che io sappia
metterci un pochino di buona grazia.

--Un pochino!--esclamò Biancolina, ridendo.

--Ebbene, diciamo anche molto,--replicò Gisella,--purchè mi vogliate
bene. Son felice di essere amata; solo a questo patto è buona la vita.--

Maurizio stava a sentire, attonito, sbalordito, ma non da quelle parole,
a cui del resto prestava poca attenzione, contentandosi di gustarne la
musica. Non poteva credere a sè stesso, non riusciva a capacitarsi
com'ella fosse là, davanti a lui, come egli si trovasse a tanta festa,
che non s'era aspettata, e che non intendeva per qual miracolo gli fosse
venuta: In che modo aveva potuto la contessa Gisella capitare a
quell'ora mattutina sulla montagna? e come poteva con tanta facilità
rimanere lassù, accanto a lui? Ma non era ancor tutto; e d'altro doveva
maravigliarsi tra poco.

--Signor Maurizio,--gli diss'ella ad un tratto, rivolgendosi a
lui,--sono contenta di avervi trovato, perchè facevo conto di venirvi a
cercare, questa mattina per l'appunto. Già, non mi fate quel viso....
appena bevuto il latte e sorbite le uova del Martinetto, volevo calare
al Castèu, che è così bello.... tanto bello, che me ne è rimasto un gran
desiderio negli occhi.

--Signora....--balbettò Maurizio,--ci potete venir sempre.

--E infatti così farò. Avevo bisogno di voi, per una faccenda che mi
preme moltissimo; e si tratterà d'un discorso un po' lungo. Ma non vi
spaventate, ve ne prego; altrimenti non saprò più da dove incominciare.
Sarei venuta sola, per un sentiero che non conosco. Voi siete qui, per
fortuna; verrò dunque al Castèu in vostra compagnia, e avrò il vantaggio
d'imparare la strada.

--Sono ai vostri ordini,--disse Maurizio.

La colazione era finita, e Gisella si alzò.

--Te ne vai, madama?--gridò Rosina, aggrappandosi alla gonna di Gisella.

--No, cara; cioè, sì, ma per ritornare fra poco. Infatti,--soggiunse
ella,--non voglio attraversare il paese, su quei lastroni sconnessi.
Anche quassù ci sono dei brutti passi, ma non tanti; e poi non c'è
pericolo d'ingoiar polvere, come laggiù. Ritornerò dunque per di qua, e
vedrò ancora la mia Biancolina, coi suoi cari ragazzi. Non partirò per
altro, senza aver bevuto un sorso d'acqua fresca. Animo, signor
Maurizio; prendete quella secchia; si va alla fontana: io porto il
bicchiere.--

Maurizio si armò della secchia di rame, che era stato pronto a spiccar
dall'arpione. In verità, si poteva farne qualche cosa, di quell'uomo,
sebbene in quel giorno capisse poco. Ed anche si avviò difilato alla
fontana, specie di fossatello scavato al piede d'un masso e mezzo
coperto da un arco di fabbrica, che era facile di vedere da un lato del
piazzale, dalla parte della montagna. Quell'acqua doveva essere una
derivazione della grande cascata, che rumoreggiava un cinquecento passi
più in là. Maurizio attinse l'acqua; Gisella mise il bicchiere nella
secchia, e bevve a larghe sorsate il fresco umor cristallino, mentre
egli stava immobile contemplando la candida gola tesa della sua graziosa
vicina. Gisella era un fior di bellezza, di salute, di buon umore, di
astuzia garbata. Come lo guatava, infatti, come lo guatava di sbieco,
con la coda dell'occhio malizioso, mentre teneva alto il mento e quella
bianca gola scoperta! Ma ad un certo punto le venne da ridere, e fu lì
lì per ispruzzar l'acqua in aria.

--Badate!--diss'ella.--Mi farete far la figura di un mascherone da
fontana.

--In che modo?--chiese Maurizio trasognato.

--Ma sì, con quella vostra faccia d'uomo che non capisce....

--Infatti, signora....

--Ebbene, se non capite ora, capirete poi. Perchè tanta fretta? Non sarò
mica tanto crudele da ricusarvi i miei lumi superiori.--

Maurizio intese che il meglio era di non lambiccarsi il cervello. Perchè
almanaccar tanto, e fantasticare intorno alle cose che si dovranno
conoscer poi appuntino? Prese il bicchiere che Gisella gli offriva, e
bevve a sua volta, ma senza aver l'aria di notare la cortesia grande e
di farne le meraviglie; poi riportò tranquillamente ogni cosa in cucina.
Poco stante, salutata la Biancolina e accarezzati i bambini, si avviò
con Gisella verso il balzo dell'Aiga; la stessa strada per cui era
venuto.

Andarono per un tratto in silenzio. Gisella, passava di là per la prima
volta, e guardava la rovina del lungo fabbricato con curiosa attenzione.

--Che cos'era tutto ciò?--chiese ella a Maurizio.

--Un martinetto, signora; una grande fucina per raffinare il ferro. Qui,
per l'appunto, era la ruota che metteva in movimento il maglio.

--La ruota! ma l'acqua è ancora molto lontana.

--Sì, la cascata è un trecento passi più in là. Ma l'acqua da far girare
una ruota dev'essere di un volume determinato; bisogna dunque derivarne
la quantità necessaria. Vedete infatti quel canale, mezzo coperto di
sterpi; quello portava l'acqua. Lassù, dietro quella balza, era la
presa dell'acqua. Volete che andiamo a vedere?

--Perchè no? è un luogo tanto bello!--

Risalirono la costiera, andando egli innanzi, per metterla in istrada.
Non era quello il sentiero che doveva avvicinarli al Castèu: ma il
signor Maurizio non pensava più affatto al Castèu. Così risalendo,
giunsero davanti alla macchia dei nocciuoli.

--Che bell'angolo di mondo è mai questo!--esclamò Gisella, fermandosi in
contemplazione.--Si sente anche lo strepito della cascata. Ma l'acqua
non si vede.

--Se vi fidate di entrare in questa macchia, c'è là dietro un buon posto
e molto sicuro per ammirar la cascata, forse nel suo punto più bello.

--Perchè non mi fiderei, col signor Maurizio per guida?--diss'ella,
avanzandosi risoluta.

Maurizio abbrancò i rami che gli vennero primi alle mani, e fece largo
alla signora in mezzo a quel folto, dove ambedue si ritrovarono chiusi.
Ella s'inoltrava quanto permettevano via via le bracciate del suo
compagno, e rideva.

--Siamo prigionieri nella selva incantata;--diceva.

--Un po' di pazienza, signora;--rispondeva Maurizio.--Ancora una ventina
di passi, e riusciremo alla luce.--

Egli intanto si lodava in cuor suo di aver fatta quella strada due ore
prima. Se nella mattina non avesse ceduto al primo impulso di rivedere
il torrione dei suoi ricordi infantili, certamente non avrebbe osato
allora di condurre la contessa Gisella a metter piede in quella fratta.
Ed ebbe a parerle di sicuro la più esperta delle guide di montagna,
poichè per l'appunto una ventina di passi più in là finiva la macchia
dei nocciuoli, e davanti alla contessa si schiudeva l'ingresso di una
piattaforma merlata.

--Nuovo! che cos'è?

--Un belvedere, signora. Di laggiù si presenta come un torrione, di
quassù come un terrazzo.--

Gisella seguì Maurizio sulla piattaforma, guardandosi intorno ammirata.

--Bello, bello, questo nido nel verde! Buon giorno, cardellini,
lucherini, o che altro vi siate;--gridò ella ad uno sciame di
uccelletti, che spulezzavano dalla frappa.--E questo bel sedile a
cerchio? vedete che idea meravigliosa!--

Il fragore delle acque cadenti era un po' forte, per verità; pareva che
dovesse spegnere le parole in bocca. Gisella si affacciò alla merlata
per vedere l'abisso; ma subito si trasse indietro. Lo spettacolo era
stupendo, ma dava anche il capogiro.

--Sediamo;--diss'ella;--tanto, abbiamo da discorrere.

--Sediamo;--rispose Maurizio;--sarà meglio qui che al Castèu. Ma proprio
sareste venuta questa mattina laggiù?

--Certamente. Avevo da chiedervi un favore.

--Potevate scrivermi.

--E voi rispondermi una bella lettera, compassata, cortese, ma fredda,
non è vero? Ci avrei fatto un bel guadagno! No, niente lettera, andiamo
noi. Non c'era che un pericolo: che foste partito nella mattina.

--Oh, non ho più occasione di muovermi,--disse Maurizio,--dopo il
viaggio che ho fatto.... il giorno che avevo annunziato.

--Il gran viaggio di tre giorni!--esclamò ella, sorridendo
maliziosamente.--E ne siete ritornato di nottetempo, come un malfattore,
per chiudervi in casa, per nascondervi ad ogni vivente. Ma non così
bene, che io non lo sapessi. Uscivate soltanto per prendere il sentiero
dei monti; anche questo sapevo. Che vi pare? che io non ci abbia una
buona polizia? Molte cose ho saputo, signor Maurizio; e per una tra
tante posso e voglio dirvi: siatemi amico; qua la mano, che io vi
esprima in una stretta buona e fraterna tutta la mia gratitudine.

--Gratitudine! di che?

--Di aver pagato ad un padrone esoso il semestre di quella povera gente
laggiù.

--Io?...--balbettò Maurizio, confuso.

--Sì, ditemi ancora che non è vero.

--E non lo negherò. Ma come lo sapete voi?

--Ah!--gridò ella, battendo allegramente le palme.--Non lo sapevo,
quantunque mi paresse di averlo indovinato; non lo sapevo ancora, e
adesso lo so. Già, non potevate essere che voi; ed io quasi mi vergogno
di essere stata in dubbio un momento. Figuratevi, l'altro giorno ero
andata in paese.... sperando anche un pochettino d'incontrarvi; ma siamo
giusti, non ero scesa per voi; volevo vedere il signor Pinaia,
indegnissimo proprietario del Martinetto, e probabilmente di questo bel
nido nel verde; volevo vederlo, dico, per ottener da lui che aspettasse
ancora qualche settimana a rientrare nel suo avere. Il povero Feraudi,
gli soggiungevo, avrebbe venduta la sua ultima mucca, per soddisfarlo.
Non occorre, mi rispose il Pinaia, sono stato pagato; serbi la mucca per
un altro semestre, se non riuscirà neanche allora ad avere la somma
necessaria. Ora, vedete, signor Maurizio, quella povera gente s'immagina
che sia stata io, la benefattrice, ed io non posso lasciarle credere
quel che non è; vi chiedo dunque il permesso di dire chi è stato.

--No, non ve lo posso concedere.

--E se me lo prendessi.... per caso, non mi guardereste più in viso?

--No, vi scongiuro, non dite nulla. Più tardi, se mai; ci sarà sempre
tempo. I ringraziamenti mi opprimono. Notate che quel giorno ero andato
ancor io dal Pinaia coll'idea di ottenere una proroga. Il Pinaia mi
rispose male, ed io allora, stizzito, pagai; ma invitandolo a non dire
il mio nome.

--E non lo ha detto, signor Maurizio. «Sono stato pagato»; furono
queste le sue precise parole, e non volle aggiungere di più. Dunque,
signor Maurizio, voi siete stato tanto buono; e non mi dite che i
ringraziamenti vi opprimono, perchè voglio esservi grata io, che avrei
pagato tanto volentieri il signor Pinaia. Ma io non avevo quella somma;
avrei dovuto domandarla, essendo _en puissance de mari_, e non potendo
disporre di nulla, neanche del mio, senza farne richiesta, senza darne
notizia. So bene che avrei ottenuto; ma per tante ragioni non mi piaceva
di chiedere. Quante cose che una donna non può fare! E come sarei
insorta, come mi sarei ribellata, quel giorno che voi siete partito da
casa nostra! Perchè avevate ragione, Maurizio, e niente giustificava
quella mala risposta.

--Non parliamo di ciò, ve ne prego;--diss'egli.--Io ho inghiottita
l'offesa: se ho dovuto in qualche modo provvedere alla mia dignità,
credete che ciò non fu senza mia pena, e grandissima. Io piuttosto
credevo che quella sfuriata a proposito di opinioni filosofiche
dissimulasse un altro sentimento, la noia di vedermi in casa sua.

--Qui v'ingannate, non c'è nulla di questo. Lo avete contradetto nelle
sue opinioni scientifiche, e ciò lo ha fatto andar fuori. È il suo
tallone d'Achille. Egli si chiama Ettore, per verità; ma non ha meno,
per questo, il suo punto vulnerabile. Guai a toccarlo sulla filosofia
positiva. Ora, di aver passato il segno è convinto anche lui. Il primo
giorno stette grosso con tutti; il secondo parlò a monosillabi; il
terzo, non so più a qual proposito, uscì in questa confessione: «Ho il
vizio di lasciarmi portare dall'impeto della passione, e il sentir
troppo non è scusa valevole: un giorno o l'altro mi schiaffeggerò».--

Maurizio non ebbe neanche la forza di sorridere alla frase che esprimeva
in forma così comica un pentimento. L'immagine di quell'uomo gli tornava
incresciosa; e da parecchie ore l'aveva costantemente negli occhi.

--Come avete potuto,--diss'egli,--uscir così presto di casa?

--Ah, se ci fosse lui, mi sarebbe stato impossibile;--rispose
candidamente Gisella.--Non già perchè egli m'impedisca di andar fuori;
ma perchè si fa colazione insieme alle dieci. Egli è partito ieri, e
rimarrà fuori una settimana. La passione per l'esercito è ancora forte
in lui; ha voluto assistere a certe prove d'artiglieria che si fanno a
Vincennes; frattanto ha accompagnato il suo amico Dutolet, che finiva la
sua licenza di quaranta giorni. Ecco perchè ho detto ieri a Biancolina
che molto probabilmente sarei venuta a far colazione da lei. Ho la mia
settimana di libertà; voglio andare attorno, per monti e per valli. E
verrò anche al Castèu.

--Il Castèu sarà felice di accogliervi. Ma badate; egli saprà della
visita, e non gradirà che da parte vostra si sia fatto un passo simile.

--Perchè? Non siamo sempre in relazione con vostra sorella? E l'aver
annunziato voi di dover partire da San Giorgio, per quanto se ne
potessero indovinar le ragioni, non sarebbe bastante a farci trascurare
un obbligo di cortesia. Diciamo piuttosto--soggiunse Gisella, con la sua
graziosa malizietta,--che la montagna è assai bella, che qui si sta
bene, e ci si chiacchiera meglio. Avrò dunque il piacere di vedervi in
alto. E poi, e poi, spero bene che appianeremo tutto, non è vero?

--Ah! impossibile;--proruppe Maurizio.--Impossibile che ci rivediamo
alla Balma.... E forse, anche qui....

--Che cosa dite, signor Maurizio? perchè?

--Perchè.... Me lo chiedete, signora? Voi mi avete parlato testè di
un'amicizia fraterna; ed io.... io non vi posso esser fratello.

--Lo so bene; ma allora, non ci si ha più da vedere come amici? Voi non
ragionate, signor Maurizio. E come? mi fate conoscere la vostra bontà di
cavaliere, la vostra cortesia, la vostra gentilezza squisita; mi
conducete qua, dove io sto così bene a discorrere con voi, dimenticando
ogni cosa, e poi mi mandate via?

--Ma io non posso dimenticare.... debbo dirvelo? è in fine un debito di
lealtà: non posso dimenticare.... che vi amo.--

Maurizio pensava che a quelle parole la terra gli si dovesse sprofondare
sotto i piedi. Era una grande audacia, la sua: ma era meglio parlar
chiaro, e dire a quella donna a quale aspra battaglia si sarebbe esposto
il suo cuore, accettando il partito da lei candidamente profferto.

Gisella non si adontò, non rise: calma, se non tranquilla, perchè ella
pure doveva fargli una confessione solenne, rispose:

--Ebbene, anch'io, signor Maurizio, vi amo. Zitto, non mi dite più
nulla. Non guastiamo il valore delle nostre parole; viviamo
profondamente il silenzio di quest'ora. Qua, la vostra mano nella mia!
Ma come arde la vostra, mio povero amico!--




CAPITOLO VIII.

Celeste oblìo.


Ci sono parole nei vocabolarî; costrutti e locuzioni nelle grammatiche;
ci stanno a guisa di forme morte o dormenti, che si ravvivano o si
ridestano al suono della voce da cui son richiamate. Ma il risuonar loro
è nulla, o ben piccola cosa. Ognuno può leggere, ognuno può dire, poichè
la favella è proprio carattere dell'uomo; ma il sentire, il far sentire
ciò che la voce esprime, tutto ciò che una parola, una frase può
contenere di pensiero, è dono di pochi, fortuna di rari momenti solenni.
Con le stesse parole si può riuscir vuoti, molesti a chi ascolta, a chi
legge; ed anche scrivere un canto di Dante, o una scena dello
Shakspeare. Il momento solenne che suscita le forme dormenti, la
collocazione che le atteggia, l'impeto che le muove, l'accento che le
anima, il gesto che le sostiene, ecco la vita; per cui ciò che era piano
risalta, ciò ch'era umile diventa sublime, ciò che si sarebbe a mala
pena ascoltato inebria, commuove, rapisce.

Maurizio non s'aspettava quella risposta di Gisella, non l'aveva
immaginata possibile, non aveva parlato per provocarla; aveva parlato
dell'amor suo per onesta sincerità, per risoluto disegno, per
ragionevole speranza, fosse pur doloroso parlare, fosse pur dannoso
scoprirsi, amaro dover rinunziare alla vista di quella divina creatura.
Voleva fuggire, non rimanere, il poveretto; perciò aveva parlato in quel
modo. Ma gli era avvenuto di sceglier male il momento, e forse peggio la
frase. Del resto, a che sofisticar sulla frase? Tutto ciò che noi
diciamo ha il colore dell'ora, triste o lieta, benedetta o maledetta, in
cui l'animo nostro ha trovato modo di esprimersi. Quando non è più
tempo, le frasi che dovrebbero ritrarci indietro son quelle che ci
travolgono; le parole che vorrebbero salvare son quelle che pèrdono.

Intendiamo lo stato di Maurizio. Quella mano che lo aveva già fatto
tremare una volta, stringendo la sua un po' più dell'usato, quella mano
lo fece fremere, riardere per tutte le vene. Ed anche Gisella, innocente
creatura, non sapeva in quel punto che cosa si dicesse o facesse, nè
dove potesse condurla quel moto di sincerità. Dote o sventura dell'amor
vero è il non veder nulla davanti a sè, nè d'intorno, quando il cuore ha
parlato, cedendo alla sublime follìa che lo invade. Ma infine, per
questa follìa siamo nati, e chi se ne parte dalla vita senza averla
provata, può dire di non esser vissuto. È ben vero, per contro, che
porta le sue tristi conseguenze il provare: qualche volta chi l'ha
provata ne muore; qualche volta sopravvive, ma come un sognatore, come
un sonnambulo, come un'ombra di sè stesso: il morto che cammina, secondo
il detto comune.

Ne avrete veduti anche voi, di questi uomini strani, che vi stanno là
come incantati. Parlate, ed hanno l'aria di ascoltarvi; li invitate a
guardare questa o quell'altra cosa che vi abbia colpito, o che attragga
l'attenzione universale, ed anch'essi guarderanno dove voi dite. Ma
interrogateli, e vedrete: vi parranno tornati allora allora dall'altro
mondo. Costoro pensavano ad un loro momento vitale, quello a cui mirano
e per cui respirano tuttavia; lo richiamavano, il bell'attimo fuggito;
felici un istante nella memoria, lo rivivevano ancora. In quelle
maravigliose ricostruzioni del desiderio si sente la vanità di tante
cose miserabili, per cui gli uomini mediocri si struggono, i deboli
ammattiscono, i vili strisciano, i cattivi schizzan veleno. Comandare ai
proprii simili essendone schiavi; figurarsi di trascinarli essendone
trascinati; credere d'ingannarli essendone ingannati; è questo il gran
fine della vita?

Maurizio si risvegliò dal suo momento di ebbrezza. Era lui, lui ancora,
o non forse un altro, il vittorioso, il felice, il signore
dell'universo? Anche lei, la divina creatura, gli appariva trasfigurata,
per miracolo d'amore. Nuovo mondo era quello, altra regione, ignota
sfera per lui; e ci viveva così bene! come in una di quelle nubi,
luminose e fragranti, dove la fantasia dei pochi ha finito o indovinato
che si celino, trascorrendo sulla terra, gli spiriti puri, gli abitatori
del cielo. Maurizio visse estasiato in quel mondo, delle cose
dell'esistenza lasciando ogni cura alla consuetudine, esperta guida che
non ha sempre mestieri del raziocinio. Non fa altrimenti il sonnambulo;
va diritto e sicuro, adempiendo a tutti gli uffici dell'uomo desto; per
una cosa sola, che è la sua meta, il suo pensiero dominante, continua il
sonno ed il sogno.

Vederla apparire ogni giorno, lassù, nel verde aereo nido accanto alla
cascata dell'Aiga, che momento per lui! E come volavano inavvertite le
ore, mentre la montagna custodiva il suo dolce segreto! Gli uccellini
della macchia non fuggivano più, vedendo appressarsi quei due fortunati,
immemori, inconsapevoli d'ogni altra cosa che non fosse il loro affetto
scambievole. Erano due amici, oramai, per la gaia famiglia del bosco.
Spensierati come voi, scriccioli della siepe, come voi, cardellini del
prato, si amavano senza badarsi d'attorno, s'inebriavano della stessa
fragranza silvestre, della medesima freschezza, della medesima gioventù
del creato; unica immagine l'ora presente, unico pensiero il fido
colloquio, unica legge l'amore.

Gisella era calma nella intensità della sua gioia, piena della sua
felicità di dea, vera figlia della natura, come l'avevano voluta i suoi
educatori. Sentiva allora, per la prima volta, tutta l'ebbrezza del
vivere; quasi per effetto di rivelazione subitanea, vedeva più addentro
negli arcani delle cose; una lingua fin allora sconosciuta dischiudeva i
suoi misteri per lei. Le pareva d'intendere le voci degli uccelli nella
frappa, e si fermava estatica ad ascoltarli.--Sentite, Maurizio: questo
qua dice alla sua compagna che la mattinata è splendida, e che si
potrebbe fare una volata fin lassù, da quei ginepri. E quest'altro....
ma no, diciamo quest'altra.... Sapete di chi parla? Di voi, signorino;
dice che siete buono, e gli piacete a quel modo. Cara, ma brutta!
ragiona bene, e non mi va. Che cosa deve importare a voi, signorina, che
il mio Maurizio sia buono? Non ha mica da esser tale per voi.--

Maurizio rideva, partecipando con tutta l'anima a quei giuochi infantili
della divina creatura. Ma non c'era sempre da ridere. Quello stesso
giorno, ad esempio, volendo forse prender consiglio dagli uccellini,
Gisella s'inerpicava sulle alture, alla volta dei ginepri. Lassù, presso
un cespuglio, aveva veduto due serpi avviticchiate, che davano sembianza
del caducèo di Mercurio. Si era avvicinata, al solito, da vera figlia
d'Eva, con molta curiosità e senza ribrezzo, mostrando a Maurizio, che
invano cercava di tirarla via, come una di quelle serpi avesse la testa
quietamente posata tra le fauci dell'altra, ammiccando di là sotto con
gli occhietti astuti, mentre all'altra, che la teneva stretta tra i
denti, si vedeva palpitare con ritmo accelerato la gola gialliccia.
Stranezza di voluttà in quelle due care bestiuole!

--Andiamo, via,--diceva Maurizio,--potrebbero essere due vipere.

--Ebbene che importa?--rispondeva Gisella, senza volersi spiccare di
là.--Esse si amano e non badano a noi; si lascerebbero uccidere,
piuttosto che muoversi. Guardate che ingegno, se sono velenose come voi
dite; amandosi come fanno, si nascondono a vicenda il veleno.--

Maurizio non ebbe pace, finchè non l'ebbe allontanata dalle serpi.

--Lasciamole amare a modo loro;--diss'egli;--chi ama non vuol
testimoni.--

Gisella sorrideva, socchiudendo i grandi occhi d'indaco e sprigionandone
lampi «di faville d'oro» come avrebbe detto il Chiabrera; quindi
arrovesciata la bionda testa sull'omero, porgeva la bianca gola ai baci
del suo sgridatore, per cui era tanto lieta, tanto superba di esser
bella.

Qualche volta vedevano in lontananza il Feraudi, piantato a guardia del
suo armento su qualche rialto della montagna. Il contadino vedeva loro
aggirarsi più spesso all'aperto, per far le scorribande, che non per
andare al Martinetto, dov'era la sua convalescente, tacito pretesto a
tutti quegli incontri quotidiani. Vedeva, dico, ma non dava segno di
ravvisare, e lento nei gesti si voltava a guardare da un'altra parte.

--Si è avveduto;--mormorava Maurizio.

--Non dirà nulla, amico mio;--rispondeva Gisella.

--Perchè?

--Perchè ci è riconoscente e ci ama.

--Pure, bisognerà esser cauti.

--Sì, sì, siamo cauti, mio bel gesuita.--

A Maurizio non piacevano i titoli; non gli piaceva nemmeno che per
dargli del furbo o dell'ipocrita fosse usato quel nome. Sentiva del
resto in quella locuzioni l'effetto naturale, inavvertito, della scuola
a cui aveva imparato Gisella. Quello era di certo il linguaggio del
conte Camillo, soprannominato il miscredente. Gl'insegnamenti sono come
le inondazioni, che si sovrappongono e fanno sedimento; essi lasciano
sempre un deposito di frasi negli orecchi più delicati. Quelle frasi
riappaiono qualche volta, senza che però ci si pensi, o si dia loro
importanza veruna; riapparendo, dimostrano quale sia stata la scuola. E
andasse pur gesuita per ipocrita; perchè ipocrita, poi? forse era
sinonimo di cauto? C'era nell'applicazione del vocabolo un'accusa di
viltà ch'egli non credeva di meritare. Il sentimento che Maurizio
provava era ben altro, se mai; sentimento di pena sorda ma profonda,
ch'egli provava di tanto in tanto, quante volte per brevi intervalli,
quasi lampi nel buio, gli tornava a mente il suo stato.

Al silenzio del suo compagno, Gisella si avvide di averlo ferito.

--Ma se dico per ridere!--esclamò.--Ti amo tanto! Abbracciami, Maurizio,
abbracciami qui, al sereno del cielo. Il pastore ha gli occhi da
quell'altra parte.--

Un bacio scoccato, una risata argentina, e la pace era fatta. Ma se le
paci erano facili, erano anche facili le guerre; e queste, per brevi che
fossero, bisognava abolirle. È il sogno di tutti i filantropi. Per
abolire quelle piccole guerre, Maurizio vedeva la necessità di ravviare,
di educare a modo suo la mirabile selvaggia. Una così bella creatura
doveva esser perfetta; la figlia della natura era degna di ricevere
qualche insegnamento dall'arte.

--Perchè non credi?--le domandava Maurizio.

--Io?--rispondeva ella, stupita.--Non credo io dunque? Ma se credo
all'amor vostro, Maurizio! Ma già,--soggiungeva, ridendo,--il mio buon
amico è un bel discorritore; bisogna lasciarlo discorrere. Eccomi qua,
vi sento, vi ascolto, son tutt'orecchi.

--Oh, questo, poi!

--Dico per modo di dire. So bene che son piccini; fin troppo piccini.

--Un'altra! Ma con voi non si può ragionare, mia bella prepotente. E
siete bella, troppo bella per me, troppo bella per ogni povero mortale.
Perchè di questa bellezza meravigliosa non essere grata a Dio? Vorreste
voi dunque persuadervi di esser nata così per un caso, per un
capriccioso incontro di cellule? Guardatevi in uno specchio, bambina
miracolosa, e poi ditemi voi se è possibile di credere una cosa simile.

--Ma io non credo niente di ciò che voi dite. Maurizio. Voi mi accusate,
io dubito, di aver letto certi libracci di scienza moderna. Nè moderna
nè antica, mio bel cavaliere. Vivo, amo, son contenta di vivere e di
amare; ecco tutto.

--No, non può esser tutto;--s'impuntava a sostenere Maurizio.--Dovete
essere riconoscente.

--Ebbene, sia, sono riconoscente.

--A chi?

--A te.... che mi trovi bella;--rispondeva la pazza canzonatrice, dando
in uno scoppio di risa.--

Non era ciò che voleva Maurizio.

--Vediamo di ragionare;--diss'egli.--Siete un fiore, un bel fiore, un
fiore stupendo. E potete non darvi pensiero del come un tal fiore sia
nato? Potete immaginare che sia nato così, per un caso, per un capriccio
di natura?

--Leva il capriccio e metti il destino; metti la necessità, l'utilità,
quel che vorrai;--rispose ella, alzando le spalle.

--Utilità!--disse Maurizio.--Passi per il frutto; lo capirei ancora. Il
frutto è utile, infatti; possiamo credere che sia una necessaria
produzione dell'albero, come l'albero una necessaria produzione del
suolo....

--Come il suolo una necessaria....

--Sì, canzonatemi ancora. Mi mettevo a ragionar come voi, signorina. Ma
il fiore non è necessario, è superfluo; sopra tutto è inutile che sia
bello. E come potrebbe essere un prodotto della necessità, la bellezza?
Come si potrebbe ammettere che si fosse formata la bellezza per cieca e
sorda opera di selezione, di adattamento, di evoluzione? E l'ideale, che
è il fior dello spirito, si sarebbe egli fatto per necessità di
battaglia? Badate, mia dolce amica; per negare un intelletto creatore,
noi siamo costretti a distribuire troppa intelligenza in ispiccioli a
troppe miriadi d'organismi, a troppi miliardi di miriadi di cellule.

--E dàlli con le cellule! Ma io non ne so nulla, di tutte queste
malinconie. So una cosa sola, Maurizio;--conchiudeva la bella
birichina;--che noi spendiamo troppo tempo a discutere di filosofia.
Questa è filosofia, non è vero?

--Quasi;--disse Maurizio, smettendo.

Un triste pensiero gli era passato allora per la mente.

--Povere nostre giornate serene!--riprese egli, sospirando.--Son per
finire, o non le avremo più così lunghe.

--Le avremo ancora;--rispose Gisella, con la breviloquenza che bisognava
usare per certi argomenti.--C'è una proroga al ritorno.

--Ah!

--Sì, una lettera di questa mattina; avevo dimenticato di
dirvelo. Le esperienze di laggiù durano ancora, e sono molto
interessanti;--soggiunse ella, respirando.

Al respiro di Gisella rispose il cuore di Maurizio con un sobbalzo
d'allegrezza. Ma quel sobbalzo fu tosto represso dal ritorno di un
brutto pensiero; dal brutto pensiero che opprimeva da più giorni la
mente del signor di Vaussana. Perchè infine, lontano o vicino
quell'uomo, ciò che Maurizio faceva, egli gentiluomo di stampo antico,
egli cavaliere senza macchia.... Ma no, no, no, non voleva pensarci.




CAPITOLO IX.

Sull'orlo dell'abisso.


E andava innanzi così, alla ventura, come si va pur troppo in tante
circostanze della vita, quando non siamo noi che scegliamo il sentiero o
regoliamo i nostri passi, ma è la nostra passione, il caso, il destino.
Pure, come gli era concesso dallo stato suo, andava abbastanza
guardingo, e in certi casi perfino sospettoso. Egli sentiva
istintivamente che all'effetto di quelle forze cieche non bisognasse
aggiungere quello dei nostri piccoli errori, delle nostre facili
dimenticanze, delle nostre naturali spensieratezze; perciò
s'impensieriva di tutto, e almeno nelle cose minute, non potendo più
nelle maggiori, nelle essenziali, voleva andar cauto. Di uno temeva, ad
esempio, di uno dubitava, e quest'uno era il Feraudi, il contadino del
Martinetto, il povero pastore che troppe volte gli accadeva di trovare
sulla sua strada, o di veder da lontano, ma anche là in atto di guardare
alla sfuggita, e certamente in condizione di notare quella assiduità di
passeggiate al deserto. La gratitudine, a cui aveva accennato Gisella,
era sicuramente una bella cosa, ma anche rara, molto rara nel mondo,
come tutte le cose belle, e tale da non doverci fare un grande
assegnamento.

Maurizio trovò il modo di combinare quell'uomo ad altre ore, da solo, e
d'intrattenersi a ragionare con lui. Gli faceva larghe dimostrazioni di
benevolenza, lo trattava con molta dimestichezza, quasi con amicizia,
aiutando benissimo a colorire la cosa il ricordo di qualche servizio
reso, e destramente conduceva il discorso sulla signora della Balma,
affinchè quell'altro dovesse dirgliene tutto quello che ne pensava, ed
egli, dal canto suo, potesse giustificare con qualche buona ragione
quella frequenza d'incontri e di gite.

--Che bell'anima, la signora della Balma!--diceva Maurizio.--Come vuol
bene a voialtri! Senza orgoglio, senza pregiudizi di sangue, non è vero?
E semplice, poi! Par quasi una bambina. Come si diverte a correre per
questi bei monti!

--Già,--rispondeva il Feraudi,--in questo è tutta la buon'anima di sua
madre, la contessa Ippolita. Ma era più timida, la vecchia; non si
fidava mica tanto; più in qua del Martinetto non si arrischiava mai,
nelle sue passeggiate.

--Aveva ragione, perbacco;--ripigliava Maurizio, felice di aver condotta
la conversazione a quel punto.--La montagna è sicura; non si ricorda
che ci abbiano mai torto un capello ad anima nata; ma dopo tutto siamo
vicini al confine; gente di fuori, d'una parte e dell'altra, disertori,
pezzenti, non ne mancheranno di certo; un brutto incontro non sarebbe
neanche impossibile. Ed è per questo che mi faccio un dovere di
accompagnarla nelle sue escursioni, così lunghe e frequenti.

--Lei è savio, signor conte;--replicava il contadino;--e nessuno troverà
da ridire intorno a queste precauzioni. Del resto, male non fare, paura
non avere; ha ragione il proverbio.--

Questi discorsi calmavano e turbavano Maurizio: lo calmavano per un
verso, lo turbavano per l'altro. Ed egli andava più guardingo che mai;
voleva studiare, governare i suoi atti più che non avesse fatto fin
allora. Per fortuna, dacchè era tornato a San Giorgio, non aveva avuto
l'uso di farsi vedere in paese a diporto, salvo nei giorni di festa, e
la sua mancanza non doveva esser notata come un fatto singolare, come un
cambiamento improvviso di consuetudini. Uscendo sempre di casa dalla
parte dei campi, non poteva neanche esser veduto dalle case più vicine
al Castèu. Davanti al mulino non passava mai, e risaliva sempre e
discendeva dall'Aiga facendo un giro assai largo. In casa, poi,
inventava ogni giorno qualche pretesto di gite lontane sui monti,
portando il fucile, come un gran cacciatore nel cospetto di Dio. Quel
povero fucile riposava spesso appoggiato a qualche tronco d'albero, o
contro i merli del torrione, dove non metteva paura di certo ai garruli
abitatori della macchia. Ma egli così faceva per eccesso di precauzioni,
volendo essere giustificato più che potesse delle sue lunghe escursioni
agli occhi delle persone di casa.

Gisella era più forte, più serena, più franca. Di che cosa doveva ella
temere? Usciva per i suoi malati, per suo diporto, per suo capriccio, e
nelle sue gite non si era mai trovato niente a ridire. Non aveva fatto
sempre così, anche da fanciulla, vivendo suo padre? Niente era mutato
per lei, nè il casato, nè le consuetudini di vita. Si sentiva sempre la
contessina dei tempi andati; tutti i servi della Balma l'avevano sempre
veduta andare e tornare liberamente, scorrazzare a quel modo.

--Di che temete, Maurizio?--chiedeva ella, con la sua bell'aria di
sicurezza, donde traspariva anche un lampo di celia amorevole.--Voi
v'immaginate che tutti vogliano occuparsi dei fatti miei, e mi date più
importanza che io non ho. Vi dispiace che parli così? Ebbene, diciamo
che ne ho molta.... per te. Ma non per altri, sai, non per altri.--

Maurizio non voleva dir tutto. Le sue inquietudini si tenevano sempre a
mezz'aria, vagavano di qua e di là, senza posarsi mai sopra un certo
argomento. Ma se le sue parole non lo accennavano, il suo pensiero non
sapeva allontanarsene, e negli occhi spaventati di Maurizio stava fissa
una immagine molesta, l'immagine che lo rendeva cupo, che lo faceva
fremere e tremar d'improvviso, anche negli impeti più caldi della
passione. Non fremeva già, non tremava per sè; fremeva e tremava per la
divina creatura, per l'amor suo così grande, così intenso, così vivo, e
così minacciato di morte imminente, sospeso com'era ad un filo. Gli
innamorati conoscono questi falsi equilibrii, e troppo spesso ne vivono.
Del resto, c'è la sua voluttà anche in questo vivere di spasimi.

--Sapete,--disse un giorno Gisella, cogliendo a volo negli occhi di
Maurizio uno di quei lampi che parevano illuminare di tetra luce il
fondo del cuore,--sapete che alle volte, stando qui accanto a me, mi
avete l'aria d'un condannato?

--E non lo sono io forse?--rispondeva egli sospirando.--So bene quel che
mi aspetta. Non dovrò perdervi io, e tra poco, forse domani? Perdervi,
sì; non sarà forse un perdervi, il vedervi appena qualche momento, e di
rado, quando egli sarà ritornato?--

L'immagine prendeva un nome; dagli occhi passava alle labbra. Dal giorno
che Maurizio aveva incontrata Gisella al Martinetto, ne erano passati
almeno diciotto, e ancora un accenno a lui non gli era uscito di bocca.
Ma il tempo stringeva; il ritorno temuto non incominciava a sentirsi
nell'aria?

--Vero,--rispose Gisella,--non sarò più così libera. Triste cosa, amico
mio, triste cosa!--soggiunse, traendo un profondo sospiro e reclinando
la bionda testa sul petto di Maurizio.--Tu lo vedi, dunque? Bisognerà
pensare al rimedio; ed io non ne vedo che uno.... ritornare alla
Balma.--

A quella proposta improvvisa, Maurizio ebbe un sussulto per tutte le
fibre.

--No, no;--diss'egli, tremante;--come sarebbe possibile?

--Nel modo più naturale;--rispose candidamente Gisella.--Egli vi
scriverà, pregandovi di ritornare.

--No, alla Balma, no, mai.

--Perchè?--chiese Gisella, non intendendo quella ripugnanza.

--Perchè!... mi domandate il perchè? Ma egli.... egli ha dei diritti,
dei diritti che il mondo riconosce per sacri. Dio mio!--esclamò il
giovane, abbassando confuso la fronte.--Come oserei ritornare lassù,
ora?... L'ospitalità.... la fiducia ch'egli mostrerebbe di avere in
me.... C'è una legge, infine, una legge che io sento di avere violata.

--Maurizio! Maurizio!--gridò ella, spaventata, afferrandolo per le mani
e costringendolo a guardarla negli occhi.--Ma no, che follia!--riprese
tosto, sforzandosi di sorridere.--Perchè farmi paura così? La legge! la
legge! Io ne conosco una; è quella dell'amore. Non lo credi tu,
Maurizio, che questa legge vada innanzi a tutte le altre? Infine,
ragioniamo; che cosa sono io per lui, se non una bambina, un ornamento
della casa, una compagna della sua solitudine? e una compagna che non
basta neanche a fargliela sentire un po' meno, questa sua solitudine! Il
suo cuore.... lo sai, dove lo ha egli il suo cuore? Nella testa, nella
testa che gli ribolle sempre d'idee bellicose. Era un soldato, ed è
rimasto un soldato; l'amor suo è il servizio, la disciplina, la manovra,
la guerra. Vedi bene che t'inganni. Doveva restare otto giorni; ha
scritto una lettera per prolungarsi la sua licenza; ed ecco, siamo quasi
ai venti; potremo giungere ai trenta, ai quaranta. E perchè? per una
serie di esperimenti importantissimi, che lo interessano tanto, laggiù,
nel suo campo, nel suo poligono. Amico mio, è l'odor della polvere che
inebria questi uomini. Che cosa vuoi che si faccia di me? Ed io,
frattanto, io ho un cuore, non è vero? E te ne ho date le prove,
Maurizio, di essere una buona bambina, che non ha voluto farvi
disperare, come avrebbe fatto tanto volentieri una sciocca, una civetta,
una donna cattiva. Vi ho detto: ti amo; non mi son fatta strappare la
mia dolce confessione di bocca: e tu mi hai intesa, non è vero, mi hai
bene intesa?--

Maurizio tentò di parlare. Quell'onda di passione, sollevata, ingrossata
da tutti gl'inconscii sofismi del cuore, incominciava a soverchiarlo.
Infine, egli amava quella donna, l'amava pazzamente; e non era colpa
sua, ma di un perverso destino, se due uomini erano in lui, se ragione e
sentimento cozzavano troppo spesso nell'anima sua, se quella, già usata
a soccombere, voleva ad ogni costo farsi ascoltare, prima di oscurarsi e
di spegnersi. Queste contradizioni sono frequenti nell'uomo moderno: la
natura e il sangue, antichissime forze, comandano una cosa; il pensiero
e la educazione morale ne persuadono, o ne intravvedono un'altra. Ma
allora, non più: che cosa pretendeva da lui la ragione, se in tempo
opportuno non aveva saputo parlare? Intendeva ella forse di ottenere
alla legge del dovere una troppo tarda vittoria, che sarebbe stata
un'ingiuria? e un'ingiuria a cui la delicatezza del sentimento e
un'altra specie di educazione, la cavalleresca, non avrebbe mai
consentito? Maurizio tentò di parlare: e le idee che gli si affollavano
alla mente voleva esprimerle a lei, stringendola nelle sue braccia,
bisbigliandole in sommesse parole all'orecchio della divina creatura.
Son quelle che valgono, infatti, quelle che persuadono meglio.

Ma Gisella non volle ascoltarlo. Concitata dalla progressione del suo
stesso ragionamento, voleva andar oltre, e non solamente a parole. Come
mai una argomentazione così falsa, così contraria agli imprescrittibili
diritti del cuore, si era affacciata tra i dubbî di Maurizio? Con quei
dubbî era necessario di finirla una volta per sempre. Nel candore del
suo peccato, trascinata da quell'impeto di passione che non sente più
freno, si alzò, spiccandosi da lui, per andare verso la merlata del
torrione, del dolce nido in cui erano raccolti; si affacciò, si spenzolò
fuori con la testa e col petto, tanto che Maurizio atterrito si slanciò
con le braccia tese per afferrarla. Gisella lo trattenne con un gesto,
pur ritraendosi e volgendosi a lui sorridente; poi con un altro lo
trasse accanto a sè, additandogli l'abisso che si schiudeva buio e
rumoreggiante sotto i suoi occhi.

--Guarda!--gli disse solenne.--Guardate, Maurizio;--ripigliò, con uno
dei suoi trapassi consueti dalla confidenza alla cerimonia,--guardate
bene, ma bene, là dentro. C'è la natura in tutta la libera furia delle
sue forze meravigliose. C'è il vuoto con tutte le sue paurose oscurità.
Ma c'è ancora chi vuol leggere nel buio, chi vuol dettar legge alla
natura. Ebbene voi che sapete tante cose, Maurizio, guardate, scrutate,
indagate. Se c'è in quel buio altra cosa che il vostro amore ed il mio,
se c'è una legge che li condanni, se c'è.... se ne siete ben certo....
gettiamoci nell'abisso, e puniamoci da per noi del nostro delitto, della
nostra vergogna. Vi piace? a me piace.... Voi siete un uomo leale, ed io
vi crederò ciecamente; la vostra parola sarà la mia legge.--

Maurizio fu per un istante affascinato; e istintivamente obbedendo,
guardò nel vuoto. Rumoreggiava l'abisso, e nel tumulto assordante delle
sue mille voci pareva chiamarlo.

Sì, c'era, la legge; c'erano anzi mille leggi, tutte derivate da
quell'una, primitiva, ond'erano state mosse ad un cenno del creatore le
forze cieche della natura. Anche quell'arco di sette colori vagamente
disegnato a tenui gradazioni nell'aria, incurvato leggermente sul
baratro, nello strato vaporoso dove migliaia e migliaia di gocce diffuse
in sottilissima polvere d'acqua si offrivano in mobile superficie di
prisma ai raggi del sole, anche quell'arco pareva una rappresentazione,
lievissima, a mala pena sensibile, ma pur vera, innegabile, della
eternità della legge. E non ci avevano veduto, gli uomini primitivi, il
segno istesso della alleanza antichissima della natura con Dio, del
conosciuto coll'inconoscibile? Attratto da quel ragionamento interiore,
imperioso, prepotente, Maurizio levò gli occhi a guardare Gisella.
Gisella guardava lui, con gli occhi fissi e le labbra tese, come per
bere nelle prime parole di Maurizio la sentenza d'entrambi. Egli
rabbrividì involontariamente, tremò tutto di aver forse indugiato troppo
a rispondere.

--No, no,--diss'egli concitato,--no, no!--

E così gridando, l'afferrò per la vita, traendola a viva forza indietro,
per modo ch'essa gli cadde resupina tra

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