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La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

by Heinrich von Treitschke · Italian · Gutenberg #28317 · 500,066 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2
    
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Title: La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Author: Heinrich von Treitschke

Translator: Enrico Ruta


        
Release date: March 12, 2009 [eBook #28317]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/28317

Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net. Images courtesly provided by Alberto Mello


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FRANCIA DAL PRIMO IMPERO AL 1871. VOLUME 2 ***




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Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
Images courtesly provided by Alberto Mello.










  ENRICO VON TREITSCHKE


  LA FRANCIA
  DAL PRIMO IMPERO AL 1871

  TRADUZIONE
  DI
  ENRICO RUTA

  VOLUME II


  BARI
  GIUS.LATERZA & FIGLI
  TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

  1917




  PROPRIETÀ LETTERARIA

  OTTOBRE MCMXVI--45237




PARTE QUARTA


LA REPUBBLICA E IL COLPO DI STATO




La repubblica e il colpo di Stato. [Scritto ad Heidelberg nel 1868.]




I.


Nei giorni che Napoleone ritornò da Mosca, il generale Mallet una
mattina evase dal manicomio di Parigi dov'era rinchiuso. Propalò la
favola, che l'imperatore era caduto: da un momento all'altro la macchina
di quel potente impero dispotico si rifiutò di funzionare. Funzionari e
ufficiali s'inchinarono al pazzo, il quale osò dichiarare: «il governo
sono io!». Il prefetto della Senna dispose la sala del consiglio, in cui
si sarebbe adunato il governo provvisorio di Mallet: un ministro fu
tenuto sotto catenacci e serrature; le truppe della guardia aprirono la
prigione ai compagni della cospirazione. Quando l'imperatore venne a
sapere con quale illimitata potenza era venuto fatto a un pazzo di
comandare una mattina sulla capitale a sua posta, esclamò sdegnato: «Un
uomo qui è tutto? I giuramenti, le istituzioni non contano nulla?». Era
passato da allora un lungo tempo, in cui pareva che la vita parlamentare
si sostenesse sulla libera cooperazione del popolo o almeno della
classe dominante. Eppure la sostanza di questo stato era rimasta
dispotica, il governo si teneva in lotte incessanti con l'umore mutevole
della società. Bastava un improvviso momento di debolezza alle
Tuileries, e un ardito colpo di mano compiuto da un piccolo partito
avrebbe potuto rovesciare l'autorità dello stato e imporre una
costituzione aborrita dalla maggioranza del paese. La rivoluzione di
febbraio fu appunto un colpo di mano siffatto, non propriamente
altrettanto insensato, ma appena meno ingiustificato della scesa di
testa del pazzo nel 1812.

Il ministro Rouher sollevò l'indignazione dei partiti liberali, quando
espresse, tuttora sotto la repubblica, la prima e la più famigerata
delle sue alate parole, qualificando la rivoluzione di febbraio come una
catastrofe. Se non c'inganniamo interamente, verrà tempo in cui il
giudizio della storia sonerà di gran lunga più aspro, e designerà la
rivolta di febbraio come una pazzia e un delitto. Chi riconosce
l'inconsistenza della situazione di fatto, e noi non abbiamo punto
palliato gli errori del governo di luglio, non per questo giustifica
coloro, che senza un disegno e senza una meta distruggono le istituzioni
in vigore. Laddove il movimento grandioso del 1789 e la necessaria
difesa della libertà del 1830, altamente giustificati in sé stessi,
riceverono puramente una significazione più elevata dalla potente
ripercussione sul mondo europeo, all'opposto la rivoluzione di febbraio
non ci porge nulla che sia degno di ammirazione. La sua grandezza
consiste solamente nelle conseguenze, da nessuno volute, che produsse in
Francia, e principalmente nell'influenza spiegata in Germania e in
Italia, dove l'idea dell'unità nazionale, maturata in lunghi dolori,
aspettava soltanto il segnale per cimentarsi nella lotta. Senza dubbio
un avvenimento così importante non era un caso; anzi una necessità
profonda si annidava nel duplice fatto, che la borghesia di Francia non
mosse un dito per la difesa del proprio dominio, e che un regime
apparentemente consolidato potè cadere di botto, per un tumulto
improvviso di piazza. Ma in questo guazzabuglio di debolezza che ha
perduto la testa e di passione losca, solamente l'adulazione al popolo
scoprirà un segno di grandezza, la voce della sollevata coscienza
nazionale.

Nella lotta per la riforma della legge elettorale l'opposizione con
imprevidenza puerile si attenne al pericoloso mezzo delle dimostrazioni
popolari. Il partito sovversivo, che per sua propria confessione non
contava tra i seguaci sicuri a Parigi più di tremila affiliati, profittò
dell'occasione per una lotta di barricate: e la lotta pareva cessata,
perché il re aveva ceduto e Guizot si era dimesso. La pace era
conchiusa, quando di botto dalla folla ammassata davanti al ministero
degli esteri partì quel colpo enigmatico, di cui nessuno neppure oggi sa
dire con sicurezza se fu un caso o l'atto precipitato di uno spaurito o
una bricconata demagogica sull'esempio delle bravate consimili nella
guerra della fronda. I soldati di guardia al ministero si credettero
assaliti e risposero al colpo con un fuoco mortale: la folla scoppiò in
un urlo selvaggio di vendetta. Gli operai si sollevarono in cieco
furore. Il re, rovesciato da quel fatale _abattement du troisième jour_
paventato in tutte le rivoluzioni di Parigi, diede inconsideratamente la
partita perduta prima del tempo: il partito vincitore del momento
dichiarò la repubblica. E la repubblica s'insediò in cima a un
ordinamento amministrativo dispotico, che a mala pena era in grado di
comportare un trono parlamentare. Un popolo di raffinata civiltà ricevè
il governo dalle grida di una turba plebea nel palazzo Borbone; e questo
governo improvvisato si dové subito completare coi nomi di una seconda
lista, acclamata nel palazzo di città da un'altra moltitudine di popolo.
La più lussureggiante città del mondo fu obbligata di botto ad
avvezzarsi alla semplicità della vita repubblicana, che in un ambiente
siffatto non poteva riuscire ad altro che ad una caricatura della
monarchia. Una nazione, le cui classi colte quasi alla vecchia maniera
spagnuola vedevano la meta della propria ambizione unicamente nelle
cariche dello stato, gettò questo immenso potere statale nelle mani di
un magistrato mobile. In verità, l'insensatezza dei fantasticatori
politici non ha mai osato una più pazza incongruenza.

Trentacinque milioni di francesi riceverono per telegrafo la notizia,
che il loro stato aveva cambiato regime, e si conformarono senza
resistenza al nuovo ordine. Predominò l'apparenza, che in questo stato
accentrato non sarebbe sorta la questione, decisiva in ogni paese
germanico, del come si sarebbero comportate le provincie davanti al
colpo di mano della capitale. Ma, col fatto, la volontà del paese non
era ancora spenta completamente. Già sotto Luigi Filippo un giornale
liberale aveva sentenziato, che Parigi era tuttora solamente la
cittadella del potere, ma non era più il cuore della Francia. Questa
sentenza adesso si sarebbe avverata per un breve corso di tempo: per la
prima volta dai tempi della Convenzione la provincia mostrò indipendenza
di risoluzione verso la dittatura della capitale.

La borghesia e la popolazione conservatrice delle provincie erano troppo
straniate dall'attività politica, le pubbliche autorità troppo abituate
all'ubbidienza meccanica, perché difendessero risolutamente la
costituzione giurata. Ma, passato il primo sgomento della sorpresa, la
maggioranza della nazione si mise all'opera con efficace costanza e con
l'istinto infallibile della disperazione, per ribattere il regime
improvvisato del febbraio e scotere il giogo dei radicali e degli
operai della capitale. La nazione era priva di qualsiasi attaccamento a
una determinata dinastia, ma era convinta della necessità della
monarchia e tanto più della intangibilità dell'ordinamento vigente del
diritto di proprietà; e manifestò con sicuro tatto questo sentimento
prima con le elezioni reazionarie dell'assemblea nazionale, poi col suo
atteggiamento ostile verso la sommossa di luglio e in fine con
l'elevazione di un pretendente al seggio presidenziale. Tenendoci
strettamente a cotesti dati, noi siamo in grado di prendere la difesa
del popolo contro l'indignazione di parecchi nobili francesi, i quali a
proposito di questa rivolta arrabbiata alzano le spalle e sentenziano,
che il carattere di tale popolo sia siffattamente originale, che si
sorprende sempre di sé stesso.

Chi si proponesse di considerare la rivoluzione di febbraio con l'animo
del satirico, troverebbe nell'orribile guazzabuglio di questa società in
frantumi la materia rispondente. Comunque, la civiltà mite dei nostri
tempi non si smentì nemmeno in quei giorni di vertigine. Non appena la
barbarie della plebaglia si fu sfogata nel saccheggio di alcuni
castelli, principiò un governo umano e decoroso con a capo uomini
personalmente integri. Tale moderazione apparve molto confortante nella
condotta seguita dal nuovo governo rispetto agli Orléans; e con
legittimo orgoglio Lamartine poté dire nell'assemblea nazionale:
«Nessuno può rivolgerci questa domanda: che cosa avete voi fatto della
vita di un cittadino?». Ma se il movimento fin dal principio rifuggì da
un inutile spargimento di sangue, esso però palesò ben poco di
quell'entusiasmo giovanile e idealistico, di quell'ebbrezza di speranza,
che illuminò e infiammò gl'inizi della prima rivoluzione. Migliaia
d'impiegati spergiuri domandarono l'abolizione del giuramento politico,
e la repubblica annuì alla preghiera. Noi non spendiamo una sola parola
sull'imprudenza politica di tale provvedimento: giacché precisamente il
morso della coscienza negli uomini dimentichi del dovere dimostra, che
per la media degli uomini il giuramento pure costituisce un legame di
fedeltà più solido di quello che la frivolezza voglia concedere.
Domandiamo semplicemente: l'anima giovanile di uno schietto movimento di
popolo sarebbe stato capace di una tale manifestazione di cinico
disprezzo umano? E che cosa si era mai raggiunto con la caduta della
monarchia, con la slealtà generale della burocrazia? Solamente una nuova
semplice rivoluzione contro il trono, solo un cambiamento alla cima
dello stato.

Nessun terzo può descrivere l'inutilità di cotesta rivoluzione più
causticamente, che non abbia fatto lo stesso Lamartine con invidiabile
ingenuità. Non appena il governo provvisorio nel palazzo di città si fu
liberato della calca delle turbe plebee, i novelli capi dello stato si
misero a tutt'uomo a fissare le grandi idee politico-sociali, che la
repubblica avrebbe realizzate. I tribuni del popolo si frugarono bene
nel petto per «trovare quei pensieri che sgorgano dal cuore e che sono
la suprema politica, perché sono la suprema natura e la suprema verità».
Giacché l'istinto, come c'insegna Lamartine, è il legislatore supremo;
chi traduce nella scrittura le decisioni dell'istinto scrive sotto
l'alito di Dio! Finalmente i pensatori si alzarono da sedere e con
ardente entusiasmo notificarono alle turbe la seguente «filosofia delle
rivoluzioni»: suffragio universale e abolizione delle leggi di settembre
(cioè due desiderii, che Luigi Filippo in sostanza aveva già accettati
negli ultimi tempi del suo regno); inoltre alcune nuove acquisizioni, e
cioè: fraternità come supremo principio statale, esterminio della
miseria mercé l'amore e, per soprassello, soppressione della schiavitù
dei negri! Giorni dopo, Lamartine aggiunse anche il principio
dell'abolizione della pena di morte; in fine i grandi uomini si diedero
con le lacrime agli occhi «il bacio della vita» e annunziarono il lieto
messaggio al popolo in delirio.

Per tutto questo, dunque, le strade della capitale furono arrossate di
sangue, per questo una scossa terribile fu riserbata alla pace del
mondo! E che cosa sarebbe mai stato della rettitudine e chiarezza
tedesca, se mai noi avessimo potuto ammirare una tale vertigine! Fu
tirato fuori tutto l'armamentario della rettorica rivoluzionaria: fu
chiamato al voto «ognuno che nel suo titolo di 'uomo' porta i diritti
del cittadino»: ogni francese è sovrano e nessuno da ora in poi può dire
a un altro: «tu sei più sovrano di me». In tre giorni i vecchi partiti
invecchiarono di un secolo, e come allora il gran Carnot organizzò la
vittoria della libertà sul dispotismo, adesso il nuovo ministro
dell'istruzione Carnot si mise a organizzare la vittoria della luce
sulla cultura! L'albero della libertà splendeva su ogni piazza; su ogni
chiesa, su ogni edifizio pubblico l'iscrizione: «Libertà, Eguaglianza,
Fraternità!». Il superbo nome di «cittadino» cacciò via di nuovo il
cortigiano «signore»; e il poeta popolare Festeau si diede a magnificare
con iperboli spocchiose il nuovo «Risveglio del popolo»: _le géant
souffle, un trône est emporté!_ Né doveva mancare la sublime semplicità
dei liberi stati del mondo antico: un carro tirato da buoi trascinò la
statua della libertà sotto gli occhi ironici dei parigini _blasés_, e
sui _boulevards_ fu portato su e giù a spasso un grande bossolo di
stato, in cui ogni cittadino poteva versare il suo obolo per la
repubblica.

Nelle vene del radicalismo moderno non scorre una sola goccia di
quell'austerità rigidamente morale, che animò un tempo i pii compagni
della democrazia inglese. Perciò, non appena il rigore delle autorità si
allenta, non si manifesta in nessun luogo la coscienza del dovere
politico, anzi all'opposto si rivela dovunque solo sfrontata cupidità
del proprio interesse sociale. Aveva poca consistenza il magnanimo
entusiasmo suscitato pel momento nel popolo eccitabile, quando a teatro
la Rachel declamava con fervore infiammato la Marsigliese. Neppure un
sol ceto della società, fin giù agl'invalidi e ai sordomuti, si teneva
dal presentare, esigendo e minacciando, i suoi desiderii all'autorità
dello stato. Una legione di cacciatori d'impieghi assediava il governo:
ogni ambizione, che non aveva trovato il suo appagamento sotto il
sistema parlamentare, ora faceva ressa. Osservando la quantità delle
nuove uniformi repubblicane e il nepotismo sfrontato che s'inoculò nella
repubblica sul modello del regno di luglio, ci ricordiamo con terrore di
ciò che un tempo Luigi Filippo aveva predetto: che, cioè, le condizioni
dell'America spagnuola sarebbero state il campione della Francia.
Onnipotenza dello stato e rapido cambiamento dei detentori del potere:
ecco il nocciolo delle nuove aspirazioni del popolo. Nei primi giorni
della rivoluzione il consiglio municipale di Parigi, insediato dietro
elezione, fu subito deposto; e in suo luogo fu nominata una commissione
di cittadini giudicati idonei alla carica pel fervore dei loro
sentimenti repubblicani. Tutti gl'impiegati furono dichiarati senz'altro
dimissibili per ragioni di pubblico bene. E soprattutto l'amovibilità
dei giudici fu tenuta per un gioiello di libertà repubblicana: un
principio, che col fatto ebbe esecuzione e che fu difeso con ardore da
Victor Hugo e i suoi colleghi. Tutto ciò in nome della libertà! A tutti
gli impiegati era dovuto dallo stato lo stipendio, a tutti gl'indigenti
l'assistenza.

Dopo la vittoria gli operai lì per lì confermarono ancora una volta
l'antico principio, che ogni classe sociale, dove proceda come classe,
cade nell'egoismo, nella πλεονεξία. Il parlamento operaio, che
nelle sale del palazzo del Lussemburgo dibattè sotto la presidenza di
Luigi Blanc la soluzione della questione sociale, trattò di tutto e di
ciascuno; ma si rimase d'accordo solo in questo, che gli operai parigini
lavorassero un'ora al giorno meno dei compagni delle provincie, come
pure, che dei 34 candidati di Parigi alla dieta non meno di 20
appartenessero al ceto operaio! Quando gli agricoltori domandarono di
essere ammessi alle deliberazioni, furono loro concessi quattro
rappresentanti su quattrocento lavoratori cittadini. Posto in ansia, il
padre di famiglia delle classi medie ritenne conveniente esprimere la
sua alta considerazione alla nuova potenza della classe operaia. Ognuno,
anche l'artista, il negoziante, l'industriale, si dichiarò operaio, e
perfino il candidato reazionario, che non poteva negare di essere
affetto dal peccato della proprietà fondiaria, si denominò almeno
_propriétaire cultivateur_. Si guardava con occhi sentimentali il
camiciotto di Albert, operaio e membro del governo: il camiciotto era
esposto nella bottega, come indicava il _Moniteur_, e ognuno poteva
persuadersi, che effettivamente la Francia aveva la fortuna di essere
governata da un chiavare in corpo e persona. Sopra questa società, in
cui si era destato tutto l'egoismo dei bassi ceti e ogni forte
sentimento del dovere era spento, era collocato un governo, che si
qualificava da sé eccellentemente attraverso la confessione dello stesso
Lamartine: _la popularité c'est le pouvoir tout entier:_ un governo
soggetto a ogni capriccio del popolo eccitato, senza forse nemmeno un
capo universalmente riconosciuto. Un nuovo tempo era venuto, tutti i
vecchi capiparte erano logori, dovunque s'invocavano uomini nuovi.

Un sintomo di rovina più significativo di questi e inseparabile dai
grandi rivolgimenti, era la menzogna universale di quasi tutti i
partiti. La menzogna costituiva il più esoso tratto caratteristico del
movimento, e un ammonimento per tutti coloro che trattano i gravi
affari della politica come un gioco fantastico. Troppo spesso Cormenin
nei suoi libelli velenosi aveva gridato per scherno alla monarchia di
luglio: «la repubblica è morta davvero! Contro chi promulgate le vostre
leggi di settembre, se non contro i repubblicani?». Troppo spesso la
classe operaia era celebrata anche dalle persone moderate come il vero e
proprio popolo, ed era ripetuta l'intelligentissima massima: «le
repubbliche sembrano guidate immediatamente dalla Provvidenza, perché
non si vede nessuna mano mediata tra il popolo e il suo destino!». Ora
dunque la repubblica ideale era fondata mercé l'esaltazione del quarto
stato divinizzato, e sul momento apparve manifesto, che la celebrata
forma di stato prettamente francese contava nelle classi colte non più
che pochi seguaci seri. Ma gli uni erano legati dalla forza delle loro
proprie frasi, gli altri aderivano alla repubblica per paura.

Il secondo e poco meno penoso tratto caratteristico della nuova società
era la mancanza di riflessione prodotta dalla paura della morte. La
sollecitudine per la sicurezza della borsa e della testa smorzava ogni
altro sentimento. Fin dalla caduta dell'impero la nazione non aveva più
goduto un lungo periodo di pace interna, ed entrava quasi altrettanto
affaticata nella nuova rivoluzione, come si era trovata al termine della
prima. Sentiva quanto poca forza morale le era rimasta per opporre
resistenza all'anarchia; sapeva per una tremenda esperienza ciò che
significava il dominio del quarto stato; e imparava ora, che nel tessuto
artificiale della moderna economia fondata sul danaro e sul credito ogni
perturbazione sociale si presenta impareggiabilmente più devastatrice
che non nelle semplici relazioni di scambio del secolo decimottavo. La
paura era la grande schiava del tempo; e rimane a spettacolo memorabile
e profondamente vergognoso il vedere fino a qual segno questa, che era
la più generale delle passioni, amareggiasse e abbrutisse le classi
possidenti. Uno dei più famosi masticaspavento, Dupin, confessa egli
medesimo, che in quel tempo parve diventata letteralmente una verità
l'ardita immagine miltoniana della tenebra visibile. La signora di
Girardin chiuse i suoi intellettuali articoli di appendice, scritti
durante il tempo della pace sotto il nome di Visconte de Launay, con una
dipintura acre, ma purtroppo veritiera, dell'abbrutimento contemporaneo.
La Francia, esclamò, si spezza in due eserciti col duplice grido di
guerra: _guillotinez! fusillez!_ Gli uni vogliono il saccheggio, gli
altri la difesa dai saccheggiatori con tutti i mezzi del potere.

Il contrasto degl'interessi tra il terzo e il quarto stato, che dopo i
giorni di luglio era apparso appena leggermente e confusamente, nel
febbraio scoppiò subito violento, e sentito con lucidità di coscienza.
Gli operai si erano battuti per le strade; la borghesia, che durante la
battaglia si era tenuta in disparte, fece presto a riacquistare il senso
delle cose e a capire che nella sanguinosa lotta di classe le toccava
lottare a che fossero strappati al quarto stato i frutti della vittoria.
Perciò anche i vecchi repubblicani del medio ceto, come Arago e Marie,
principiarono di botto a perdere le staffe del loro ideale. Perciò
perfino il misuratissimo Tocqueville parlò con passionata violenza dei
repubblicani borghesi, del maledetto color di rosa in politica; perché
questo pugno di ben pensanti fantasticatori aveva ingenuamente
improvvisato una forma di stato, che non poteva derivare la forza di
vivere altronde che dal dominio del quarto stato. Ma nessun popolo
colto, e tanto meno l'accentrata Francia, può stare senza governo,
nemmeno per un istante. La repubblica esisteva di fatto, teneva
frattanto in suo potere la macchina burocratica, offriva la sola
garanzia possibile per la sicurezza della borsa. Perciò avvenne, che gli
stessi borghesi che nel loro intimo esecravano la repubblica e i suoi
fondatori, si dichiararono unanimemente pel nuovo governo. Gli stessi
nomignoli di partito, «repubblicano di oggi» e «repubblicano di ieri»,
tradiscono la corruttela morale di questa società frustata dalla paura.
Come profondamente era discesa la intellettuale nazione, se applaudiva
le frasi vuote di Lamartine, perché il poeta metteva avanti la faccenda
dell'«ordine»! Lo stesso maligno cospiratore Caussidière fu ammirato dai
borghesi riconoscenti. Costui aveva costituito una guardia di polizia
con gli eroi delle barricate, e questi baldi compagni «creavano l'ordine
col disordine».

Nessuno meglio del partito vincitore conosceva il valore di cotesti
omaggi ai poteri del momento. Perciò annunziò il principio: «la
repubblica è al di sopra del suffragio universale»; contestò al popolo e
alla rappresentanza popolare il diritto di ristabilire la monarchia, e
volle il differimento delle elezioni fino a quando il popolo fosse
istruito. Ledru-Rollin comandò ai prefetti di prendere tutti i
provvedimenti che assicurassero alla repubblica la cooperazione del
popolo! Conseguentemente volle subito mandare nelle provincie commissari
con poteri illimitati, secondo l'uso della Convenzione, per plasmare la
nazione. Saggiamente, non fu sottoposta immediatamente al voto generale
la domanda: riconoscete la repubblica? L'elezione per l'assemblea
nazionale fu ciò che gli americani del nord chiamano _a Hobson-choice_:
un'elezione, in cui non è possibile un no. Solo il cieco dottrinarismo
della nuova democrazia francese poteva dare un qualsiasi valore al fatto
per sé stesso comprensibile, che i deputati eletti in nome della
repubblica salutassero il nuovo regime con diciassette o con ventisei
voti. Come stavano le cose, importava solamente la voce: noi vogliamo
che lo stato sussista. L'enorme maggioranza dei deputati era decisa a
sostenere la repubblica fino a quando fosse stata l'ultimo baluardo
della proprietà, e a scavalcarla immediatamente, non appena si fosse
presentata la possibilità della monarchia.

Lo spacco profondo, che separava la società, correva anche attraverso il
governo. Il caso aveva collocato cotesti uomini sulla breccia della
società; e governavano, come disse incisivamente Lamartine, pel diritto
del sangue versato che bisogna stagnare. Magari tutti i membri del
governo avessero avuto parimente salda e chiara soltanto la volontà di
stagnare quel sangue! Invece, accanto ai repubblicani moderati, quali
Lamartine, Arago, Dupont, il crudo radicalismo era rappresentato in
tutte le sue gradazioni, fin giù al comunismo, da Ledru-Rollin, Luigi
Blanc, Albert. Le passioni di classe della borghesia e degli operai,
eccitate al più alto grado e pel momento inconciliabili, ecco che
avrebbero dovuto intendersela tra loro entro l'ambito di un governo! Il
mondo civile non disconoscerà mai al Lamartine, quanto spesso nei primi
giorni dello scompiglio abbia fronteggiato la furia, degli anarchici ora
con frasi impetuose, ora col pronto dileggio, sempre con alto coraggio
personale. Noi sopravviventi di quella età sappiamo bene, che un singolo
uomo, e tanto più un uomo di lettere, poteva assai scarsamente a quei
tempi, e sappiamo pure come risibilmente abbia esagerato i propri meriti
il vanitoso tribuno del popolo; nulladimeno egli per un momento parve
davvero il campione del terzo stato e della proprietà, e fu esaltato
come tale ben oltre le frontiere della Francia dai più entusiasti
oratori della borghesia. Fece del suo meglio per serbare incolume ai
francesi il loro glorioso tricolore, ed espiò in tal modo una parte
della colpa, gravante su di lui, di avere egli stesso scatenato
improvvidamente la rivoluzione. Ma il coraggio del bizzarro sognatore
riuscì solo per un momento a calmare la paura dello spettro rosso: egli
stesso, Lamartine, qualifica l'andazzo del suo governo come un correre
verso un lontano oscuro, _marcher vers l'inconnu_. Alla debolezza dei
moderati parve soprattutto impossibile stabilire l'unità nel seno del
governo ed escluderne i democratici sociali; d'altronde si temeva che un
passo ardito non provocasse lo scoppio della guerra civile. Perciò tra i
membri di questo governo esisteva così poca coerenza, che Lamartine non
sapeva proprio nulla del pazzesco disegno di Ledru-Rollin d'inviare in
tutto il paese commissari come quelli della Convenzione!

I repubblicani moderati al governo non erano liberi, toccava anzi a loro
portare le conseguenze della propria misura, e, una volta che avevano
abbattuto il trono con l'aiuto dei comunisti, lusingare almeno con
parole sonanti la cupidigia dei loro alleati. Lamartine dichiarò che lo
stato, la provvidenza dei forti e dei deboli, aveva in caso di necessità
l'obbligo di procurare lavoro ai bisognosi. Carnot annunziò che
l'economia politica, finora scienza della ricchezza, sarebbe divenuta
d'ora in avanti una scienza della fraternità. Di gran lunga più
pericoloso sonava il linguaggio dei giornali ufficiosi a proposito della
proprietà, e la cosa non si fermò alle parole, I finanzieri moderati
Garnier-Pagès e Duclerc compilarono un disegno d'imposta progressiva, e
intendevano di raccogliere nelle mani dello stato l'amministrazione
delle ferrovie, delle banche, delle società di assicurazione. L'occhio
acuto di Cavour discerse subito, che cotesta condiscendente debolezza
dei moderati avrebbe incomparabilmente più che non la minaccia del rosso
spaventati i possidenti. Cotesti esperimenti economici non si
accordavano quasi a parola coi provvedimenti proposti dall'icario Cabet
per arrivare a poco a poco dall'ordinamento costrittivo della proprietà
privata all'eden comunistico? E non si viveva già in pieno paradiso
comunistico, se lo stato costringeva i risparmiatori ad accettare titoli
di rendita di stato in luogo dei 335 milioni di lire di pure rimesse,
che avevano depositato nelle casse di risparmio, e per giunta assegnava
loro un ottavo in più sulla rendita? Già ricompariva il sinistro disegno
di emettere assegnati in quantità arbitraria; e solo con gran fatica fu
combattuto da Fould e dallo scritto occasionale di Bastiat _Maudit
argent_. Marie, ministro dei lavori pubblici, aveva già aperto le sue
officine nazionali; e vi accorrevano in folla migliaia di operai senza
pane, i quali percepivano dallo stato il salario del loro non far
niente. Il ministro nutriva la puerile fiducia, che queste turbe pagate
dalla repubblica avrebbero formato una guardia di sicurezza contro il
comunismo. Anche Luigi Blanc trovò ridicole tali speranze, e infatti gli
operai profittarono della loro vita in comune nelle officine nazionali
per organizzarsi militarmente alla guerra delle barricate. Nessuna
meraviglia, che di 1329 milioni di entrate quell'anno 613 milioni, cioè
61 milioni più che nel 1847, siano stati spesi nella sola capitale!

Il pavido borghese aveva tuttora davanti agli occhi le terribili scene
dei giorni di febbraio, quando la folla urlante, guidata da un macellaio
che brandiva la coltella, si precipitò all'assalto del palazzo Borbone;
e i conquistatori delle Tuileries non furono indotti ad uscire dal
castello reale, se non dopo assicurati, che non si sarebbero loro
perquisite le tasche. Per giunta, ecco che Ledru-Rollin rievocava le
ombre sanguinose di Robespierre e di Saint-Just, e i suoi onnipotenti
commissari già principiavano nelle provincie a condonare qua e là le
tasse sui salari, per spianare il terreno al dominio del comunismo
pratico. Dalle moltitudini saliva per mille voci il grido: «Deve
sparire la proprietà o la repubblica! Il rosso dell'amore tra gli uomini
sostituirà i colori, _la tricolore de nos devanciers_, di un'età
superata! Abbasso tutti i vizi dei tempi monarchici, e prima di tutto
l'eredità dei beni e dei titoli!». Quando i radicali moderati posero la
repubblica al di sopra del suffragio universale, Proudhon si diede a un
pensiero anche più ardito e dichiarò: la rivoluzione è al disopra della
repubblica! Non era dubbio, che dietro quel grido di delirio non fosse
sempre una decisione seria. Se anche il pathos della prima rivoluzione
non era andato immune dall'esagerazione rettorica, ora i luridi fogli
della nuova repubblica condotti alla maniera di Marat mostravano del
tutto una sete di sangue epigonica, falsa, spasmodicamente sforzata.
Tuttavia si comprende benissimo, che da tali minacce una società di
godimento e di lavoro concepisse un cupo e cieco terrore.

Durante lo stesso febbraio la rendita al cinque per cento discese da 120
a 55: l'esportazione degli articoli della moda parigina di primavera si
arrestò completamente. Nella città dei forestieri intere file di case
erano vuote, centinaia di macchine erano ferme, e al popolo senza lavoro
la repubblica come primo benefizio portò un'imposta addizionale di 45
centesimi: un peso che non era menomamente compensato dall'abolizione
dell'imposta sul sale. Anche Bonaparte dopo il 18 brumaio aveva iniziato
il proprio governo con un inasprimento d'imposta del 25 per cento; ma il
popolo lo tollerò di buona voglia, perché desiderava il nuovo
dispotismo. Ora, invece, la repubblica esecrata veniva in un'ora
infelice ad aggravare i balzelli; e per tutte le classi di possidenti
corse un grido di collera. Borghesia e agricoltori si tennero compatti
come un sol uomo, unanimi non già in un qualsiasi pensiero politico, ma
nella passione della propria conservazione. Come a quel tempo in
Prussia i contadini a Berlino erano i più fedeli alla bandiera del re,
così in Francia i piccoli ortolani del contorno di Parigi erano i più
fieri nemici del comunismo. L'aforismo tanto biasimato di Machiavelli,
che l'uomo perdona più facilmente l'uccisione dei genitori e dei
fratelli che il furto del suo avere, ebbe in quest'occasione la
conferma. A torto i nemici del comunismo si arrogarono il titolo di
partiti moderati; una parola arguta, in modo incomparabilmente più
calzante, designa i due partiti come _la montagne rouge_ e _la montagne
blanche_. Fanatismo e violento furore divampavano dall'una e dall'altra
parte. L'una e l'altra erano risolute a una battaglia sociale decisiva,
e le elezioni per l'assemblea nazionale facevano indovinare a quale
delle due sarebbe toccata la vittoria.

Queste elezioni palesarono per la prima volta ai dottrinari del
radicalismo l'ingrata verità, che nessuno è meno democratico della
moltitudine. L'istinto della conservazione economica si mostrò più forte
delle minacce dei partiti e degl'impiegati. Il ministro Carnot nelle sue
circolari elettorali espresse invano un'idea altamente civile, ripetuta
volentieri oggigiorno dai prefetti dell'impero: egli dichiarò che è un
pregiudizio reazionario la vecchia opinione, che degne doti del deputato
siano la proprietà e la cultura. Il contadino nella sua semplicità
pensava diversamente; egli accordò la sua fiducia solo ai possidenti,
perché ogni proprietario è un naturale nemico dei comunisti. La
proprietà fondiaria fu rappresentata nell'assemblea nazionale più
numerosamente che non nelle camere della monarchia di luglio. La classe
agricola oberata di debiti, soggetta, ignorante, s'inchinò questa volta
solamente a una autorità: alla Chiesa. Il delirio della paura sociale
aveva rideste tutte le torbide e confuse forze delle anime, anche la
cieca bigotteria: mille cuori smarriti cercavano consolazione nel
confessionale: la raccolta degli ultramontani principiava a maturare.
Siccome appena un settimo dei francesi vivevano nelle città superiori ai
10.000 abitanti, i contadini diedero il tracollo, e a palazzo Borbone
accanto a un forte partito montagnardo comparve un esiguo gruppetto di
repubblicani azzurri, e contro questi e quelli una schiacciante
maggioranza di reazionari.

Fra tutti i parlamenti di quell'anno procelloso nessuno era più
infecondo, nessuno più immorale. Le poche teste politiche scomparvero
quasi sotto la mediocrità generale e l'insipienza di cotesti 900
rappresentanti del popolo. Anche gl'ingegni soffrivano sotto la gran
menzogna del tempo: la repubblica aveva paura di sé stessa. La
maggioranza reazionaria considerava la repubblica soltanto come un
terreno neutrale, che per fortuna sarebbe stato presto abbandonato; e la
dichiarazione corrente: «noi riconosciamo lealmente la repubblica come
un governo di tutti per tutti», esprimeva cotesto sentimento in modo
molto perspicuo. Il signor Thiers che sotto la prima impressione del
timore aveva gridato: «Adesso non ci rimane che farci dimenticare,»
riprese presto nuovo coraggio, e innocentemente significò: «Prima io
preferivo la costituzione inglese. _Forse_ io mi sono ingannato; _forse_
la costituzione americana è meglio appropriata alla Francia!». Quanto ai
legittimisti, era notorio, che agognavano il momento di una levata di
scudi: il che fu loro impedito solo dalla codardia e dall'incapacità del
loro pretendente. E un'assemblea siffatta, la cui maggioranza non
credeva né a sé stessa né alla propria opera costituzionale, avrebbe
messo mano a quell'ardito lavoro per l'essere o il non essere, che forma
generalmente il destino delle costituenti!

Dopo la vittoria elettorale i possidenti presero animo per abbattere le
bande di operai che minacciavano la tranquillità della capitale. La
forza del governo provvisorio si era logorata nelle lotte sociali delle
prime settimane; anche la commissione esecutiva nominata dall'assemblea
nazionale era insiememente, come disse Lamartine, necessaria e
impossibile. Nelle classi medie si consolidava l'opinione, che solo la
sciabola poteva rovesciare l'anarchia. Il poeta, le cui persuadenti
parole di conciliazione erano state tuttora nel febbraio accolte con
plauso dalla borghesia, ora, dopo appena poche settimane, era un uomo
usato, finito. E adesso la feroce sollevazione del 15 maggio palesava da
quale terribile inselvatichimento e traviamento d'idee fossero dominate
le moltitudini: il «popolo» tentò di annientare l'assemblea nazionale.
In effetto, se nel febbraio una turba di popolo aveva potuto
arbitrariamente disperdere la camera monarchica, perché mai un'altra
turba nel maggio non avrebbe tentato il somigliante col parlamento della
repubblica? «Il popolo non viola mai la costituzione», disse l'avvocato
Michel difendendo i cospiratori del 15 maggio. Quel giorno non emerse
unicamente la ferocia anarchica, ma anche la propaganda conquistatrice
della prima rivoluzione: «liberazione della Polonia, guerra alle potenze
orientali!» diceva il grido di guerra dei cospiratori. Da allora la
borghesia si persuase pienamente della necessità della dittatura. Quando
fu celebrata, il 20 maggio, la festa della Concordia e centomila guardie
nazionali, ossia la borghesia armata, sfilarono per un'ora davanti alle
moltitudini fitte degli operai, ognuno, preso da presentimento, ebbe
ricondotto l'animo al mattino del giorno della Belle-Alliance: avvenne,
come se due eserciti pronti alla lotta volessero prima della mischia
mostrare l'uno all'altro la propria forza.

La decisione si avvicinava. Nel giugno la rivolta operaia esplose nella
lotta sociale più formidabile, che sia avvenuta nella storia moderna
dopo la guerra dei contadini in Germania. Di rado i figli di un popolo
si sono battuti con pari furore; e siamo in grado di argomentare quale
fosse la ferocia dell'urto, se anche oggi dalla bocca di francesi
intelligenti apprendiamo spesso giudizi iniquamente duri sul carattere
sincero di Cavaignac. Il borghese si batteva pei suoi averi, l'operaio
intendeva di godere integralmente il prezzo della vittoria della rivolta
di febbraio, stata tutta opera sua; ma il soldato bramava soprattutto da
lungo tempo di vendicare l'onore mortificato della divisa. L'esercito,
compiuto nei giorni di febbraio il suo obbligo, aveva abbandonata senza
troppa esitazione la pacifica monarchia borghese; sperava dalla
repubblica un tempo di vittorie, si aspettava, quando l'Italia si
sollevò, di ricalcare un'altra volta la «via sacra» di Montenotte e di
Lodi. Ma la primavera dei popoli, in luogo di allori, gli portò solo
tormento ed umiliazione. Già i vincitori di luglio avevano dimostrato
poco riguardo per l'esercito; per colmo, gli eroi di febbraio non la
rifinirono più dallo scherno verso gli abbrutiti mercenari: aberrazione
inconcepibilmente stupida e affatto non francese! Il governo provvisorio
esortò invano «a ripristinare l'unità del popolo e dell'esercito
momentaneamente turbata». I soldati, la più parte contadini e rimasti
fedeli anche nelle variopinte uniformi alle idee sociali del villaggio,
erano esasperati dal servizio incessante di quei giorni burrascosi, e
per giunta si vedevano sempre più esposti agli oltraggi dei demagoghi;
talché l'esercito, che in altri tempi aveva con ardente entusiasmo
offerto la spada alla rivoluzione, ora invece si trovò subito di fronte
ai fondatori della nuova repubblica con un odio implacabile.

Finalmente la bandiera rossa era a terra, l'autorità dello stato si era
rotta con la democrazia sociale, le officine nazionali furono chiuse.
La proprietà era salvata e, ciò che più conta, si era acquistata la
persuasione, che le fondamenta della nostra società sono più salde di
quanto si credeva, e che la «questione sociale» dev'essere risoluta con
mezzi più miti di quelli affermati dai radicali degli ultimi
quarant'anni. L'importanza storica di queste battaglie in città consiste
principalmente in questo, che la lotta e le atrocità avevano spianato la
via a un'êra di pacifiche riforme sociali. Evidentemente dominava la
sciabola, e il governo di Cavaignac aveva innegabilmente acquistato
maggior potenza e animo, che forse nessun ministero tedesco del tempo.
L'infinito affetto, che la borghesia salva portava al dittatore,
rivelava la paura immensa da cui in fine era stata liberata. Chi però
guardava più a fondo, certamente poteva intravvedere, che anche il nuovo
detentore del potere si sarebbe logorato in poco tempo e sarebbe stato
dimenticato. Anche Cavaignac, come poco avanti Lamartine, avrebbe
sperimentato, che i tempi democratici amano il potere e odiano i
potenti. Il suo partito, quello dei repubblicani azzurri, rimase poi
come prima: un piccolo gruppo senza base nel popolo. Gli operai
astiavano il loro domatore, ma i contadini e una gran parte della
borghesia erano tuttora scontenti dei fatti di luglio: essi agognavano
la monarchia.

Come mai una tale repubblica avrebbe potuto contare sull'amore
dei francesi? Forse che in realtà non era una schiavitù ribellata?
E potevano anche i moderati non consentire, quando Proudhon
lanciava l'invettiva: «cotesta repubblica parlamentare inzuccherata
di giacobinismo e di dottrinarismo non è niente altro che
controrivoluzione»? La capitale era sottoposta allo stato
d'assedio; si discuteva la costituzione della nuova libertà sotto
la protezione delle baionette. I rivoltosi erano condotti davanti
ai tribunali straordinari da leggi con forza retroattiva. La
violazione delle lettere e tutte le male arti della polizia
segreta erano in vigore come al tempo dell'imperatore soldato.
Migliaia di operai erano deportati di là dal mare, e la vendetta
dei trasportatori non cedeva alla rabbia dei livellatori. Questa
era la libertà, e per questo il benessere del paese cadeva in
rovina, per questo la superba nazione era condannata nella grande
politica a una completa impotenza!

Più tardi Thouvenel con giusto dolore lamentava, che durante il tempo
della repubblica la sua patria in Europa fosse stata considerata
assente. Sotto Luigi Filippo la considerazione del regno non aveva mai
patito così profondamente, giammai i suoi interessi europei erano stati
trattati da fatui dilettanti con maggiore leggerezza e insensatezza. Il
manifesto di Lamartine all'Europa aveva annunziato con frasi strepitose
al felicitato continente, che sotto la guida della libera Francia si
apriva un'êra di fraternità universale. Per la perfetta tranquillità dei
vicini, a questa «bella pagina di filosofia nazionale» era anche
aggiunto il codicillo conclusivo: «la Francia sarebbe felice, se le
fosse dichiarata la guerra e fosse costretta, malgrado la sua
moderazione, a crescere in potenza e in gloria»! Scoppia fuori da ogni
parte, attraverso il fragore verbale della fraternità dell'amore
cosmopolitico, la cupidigia d'impadronirsi del Belgio e della Savoia, la
smodata vanagloria nazionale. «Oggi le idee penetrano da per tutto, e le
idee portano il nome della Francia!». Lo stesso spirito di grandigia
parla da ogni pagina della storia della rivoluzione di Garnier-Pagès e
dalla profezia di Proudhon: le frontiere delle nazioni spariranno da sé,
non appena avrà dovunque trionfato l'economia nazionale della nuova
Francia. L'alleanza con la Russia secondo Lamartine è «il grido della
natura, la rivelazione della geografia»; e nello stesso istante desidera
la liberazione della Polonia! Egli spera che la Prussia con bello
esempio precederà le altre potenze orientali nella reintegrazione della
Polonia, e non dubita che il nostro stato si terrà contento
d'indennizzarsi sui paesi del Reno, nello Schleswig-Holstein, lo
Hannover o altrove, _et ailleurs_! Non meno stupefacente di queste
vedute è la conoscenza che Lamartine mostra degli uomini dirigenti. Il
re Federico Guglielmo IV sembra a lui un formidabile uomo di forza,
«capace di comprendere tutto, di tentare tutto, di osare tutto»! Saggi
sufficienti a illustrare una sapienza politica, alla cui celeste
innocenza non bastava il frasario d'uso parlamentare: è veramente, come
dicono nella campagna di Gottinga, una politica che non mena a niente:
_eine Politik wo's gar nicht giebt_. Con che riso sardonico l'astuto
pretendente, che se ne stava da parte in agguato, avrà dovuto intendere
cotesti oracoli repubblicani! Per la salute del mondo, Lamartine non fu
mai in condizione di menare ad effetto la sua geniale politica estera:
tutte le forze dello stato si consunsero nelle lotte civili.

Finalmente sotto Cavaignac tornò al ministero degli esteri un uomo
d'affari, Bastide, un repubblicano rigido, così poco addestrato ai
maneggi diplomatici quanto lo stesso dittatore. La conquassata
repubblica era tuttora a mala pena al caso di prendere una decisione
nelle questioni europee, e, quando le venne fatto, seguì fedelmente le
orme di Guizot; salvo che al frasario conservatore sostituì il radicale.
Anche la filantropica seconda repubblica fu ossequente al tradizionale
principio francese, secondo il quale la potenza della Francia si basa
sulla rovina dei vicini. Solo un uomo ingiusto censurerà la Francia di
avere indugiato a riconoscere il potere centrale tedesco e a ricevere
ufficialmente il nostro ambasciatore imperiale Federico von Raumer, che
apparve subito accanto all'ambasciatore prussiano von Willisen. Chi
potrebbe volerne ai francesi, se non compresero la sottile differenza
tra un tedesco prussiano e un prussiano tedesco, e se confessarono
apertamente, che non sapevano che si pensare del nostro immaginario
potere centrale? Un ambasciatore, il quale per l'occasione offriva al
ministro Bastide un libro che aveva ottenuto un successo, cioè le
_Considerazioni di un vecchio professore di storia sullo stato della
Francia_, non poteva seriamente aspirare ad essere considerato come il
rappresentante di una grande potenza. Più grave era l'atteggiamento
ostile della repubblica verso la sollevazione dello Schleswig-Holstein,
e addirittura riprovevole l'animosità invidiosa contro la lotta dei
piemontesi. Intendeva accettare repubbliche figlie a Milano e a Venezia,
ma non mai un vitale e potente regno subalpino. La dominazione austriaca
in Italia sembrava al dittatore meno pericolosa di un nuovo generale
Bonaparte alla testa di un esercito vittorioso. Quando il re Carlo
Alberto sollecitò a Parigi l'invio di uno sperimentato condottiero per
le sue truppe battute, gli fu risposto con un freddo rifiuto. Noi
vogliamo la libertà dell'Italia, scrisse Bastide a Bixio a Torino, ma
non la supremazia del Piemonte, che può riuscire più pericolosa
all'Italia dello stesso governo austriaco. Con idee siffatte si riusciva
solamente alle mezze misure; e la stessa repubblica veneta, che implorò
insistentemente l'aiuto della Francia, ottenne puramente l'appoggio di
una innocua dimostrazione della flotta francese.




II.


In questo modo l'infelice stato tentennava, sconvolto, non libero
all'interno, disprezzato e quasi senza volontà all'estero. Di tale
condizione era degna anche la nuova costituzione repubblicana, che
indubitabilmente, fra le tante costituzioni nate morte di quell'anno,
era la più assurda. Della commissione costituente dell'assemblea
nazionale facevano parte diversi uomini segnalati, come Tocqueville; e
di aver menato a termine un'opera tanto incongruente la colpa fu la
falsa situazione di questa repubblica mal suo grado. La lotta quotidiana
e logorante per la sicurezza dell'avere e della vita non profittava
certo a idee politiche feconde. I legislatori non potevano sottrarsi
alla convinzione, che la Francia abbisognava di un governo forte; ma
nello stesso tempo temevano l'arbitrio di una Convenzione e anche più
l'usurpazione di un presidente ambizioso. E si sperava di sfuggire a un
tal pericolo proclamando l'idea dottrinaria, né ancora pienamente
attuata in nessuno stato del mondo, dell'assoluta divisione dei poteri
come il supremo principio di ogni governo libero. Il popolo sovrano
trasferì il potere legislativo a un'assemblea nazionale, che siedé in
permanenza per lo spazio di tre anni senza potere essere disciolta.
Quando di tanto in tanto si aggiornava, nominava a rappresentarla una
commissione dal proprio seno; e quando spirava il termine del mandato,
una commissione nuovamente eletta ne prendeva subito il posto. Nulla, il
puro nulla era stato previsto per tutelare questo corpo di 750 membri
dalle decisioni avventate: ogni legge che aveva deliberata, entrava in
vigore un mese dopo, nei casi urgenti anche tre giorni dopo
l'approvazione. Si poneva appena mente, che la stessa democrazia
dell'America del Nord non ha rinunziato a quella fonte di mutui
emendamenti e temperamenti, che costituisce il sistema delle due camere.
Ma quello che decise il sistema della camera unica non fu lo zelo di
eguaglianza dei radicali né furono le condizioni sociali di un popolo
che è fuso in una massa compatta di contribuenti, sibbene la paura
sociale dei possidenti. Noi abbiamo bisogno della dittatura, e la
dittatura non comporta partizioni; solo l'unità del potere assicura
l'ordine: tali erano le considerazioni reazionarie, che indussero la
maggioranza alla sua decisione radicale. Alla repubblica una e
indivisibile corrispondeva la camera una: non si volle vedere, che solo
i governi dispotici godono il privilegio della semplicità. In tal modo
parve effettuato quello spauracchio di una legislatura senza limiti, che
mosse un tempo Mirabeau ad esclamare: «io preferirei di vivere a
Costantinopoli piuttosto che in Francia sotto il dominio di un
parlamento siffatto!».

Ma sotto questa assemblea teoricamente onnipotente era un presidente,
capo del potere esecutivo, della _force publique_. L'idea di porre un
collegio a capo del potere esecutivo ebbe pochi sostenitori. Le tristi
esperienze raccolte sotto il Comitato di salute pubblica, sotto il
direttorio, sotto il governo provvisorio preoccupavano in modo purtroppo
comprensibile: l'intima natura di questa nazione tendeva a un solo
dirigente, vale a dire alla monarchia. La Francia a quel tempo contava
in impiegati e in cittadini stipendiati dallo stato per pubblici servizi
535.365 persone, di cui 18.000 funzionari e pensionati della legion
d'onore e 15.000 _cantonniers_, senza computarvi il numero, che non fu
calcolato, degli agenti del ministero del commercio. Aggiungiamo le
forze di terra e di mare quasi altrettanto numerose; consideriamo
inoltre, che la Rivoluzione aveva distrutto quasi tutti i poteri
indipendenti, e che da secoli dipartimenti e comuni, istituti di
beneficenza e privati erano parimente avvezzi a richiedere di più
sussidi lo stato, e vedremo emergere chiaro, che il capo di una siffatta
amministrazione era il monarca, col suo vero titolo che avrà sempre. E
cotesto uomo potente era il nemico nato della costituzione, perché
questa proibiva che fosse eletto! Per colmo, l'assemblea nazionale diede
al presidente una consacrazione, che nel mondo moderno vale più
dell'olio di Rheims: doveva essere eletto direttamente dal popolo
sovrano. Invano i seguaci sinceri della repubblica diffidarono di una
siffatta tirannide popolare, che in uno stato accentrato eguaglia
apertamente il panteismo politico. Il socialista Felice Pyat predisse in
un memorabile discorso il destino imminente: un presidente eletto in
questo modo potrà dire all'assemblea nazionale: «io solo ho dietro di me
tanti voti quanti voi tutti insieme, io solo valgo pel popolo più di
qualunque vostra maggioranza». A tale considerazione la gente ingenua
non diede peso, pensando che il presidente era eletto in autunno e
l'assemblea nazionale era rieletta da capo nel successivo maggio, e che
perciò l'assemblea veniva a godere da parte del popolo la fiducia più
recente e più efficace. Altri nutrivano preoccupazioni morali rispetto a
un'elezione del presidente fatta dall'assemblea nazionale: ciò valeva
quanto corrompere l'assemblea, porre le redini dell'amministrazione
nelle mani di una mediocrità ligia e, in conclusione, fondare un dominio
come quello della Convenzione. La maggioranza dell'assemblea era
ispirata dall'odio alla repubblica: voleva stabilire un potere autonomo
accanto al parlamento, per poi, all'occorrenza, ripristinare il trono.
Donde seguì che i repubblicani sinceri si accordarono per la più parte
a seguire la via meno popolare, cioè a propugnare l'elezione del
presidente fatta dall'assemblea; i monarchici occulti, invece, seguivano
la regola radicale dell'elezione popolare.

Da una parte si attribuiva al presidente una incalcolabile potenza
morale, dall'altra il suo potere veniva sospettosamente circondato da
limiti legali, che per un uomo onesto erano superflui, per un uomo senza
coscienza erano vani. Il presidente era il capo supremo dell'esercito,
nominava tutti gli ufficiali, ma gli era inibito di vestire l'uniforme e
di comandare personalmente il minimo reparto di truppa: il che era
un'offesa grossolana a tutte le consuetudini e alle idee tradizionali
dell'esercito francese. Gli era assegnato un appannaggio, troppo alto
per la virtù di un repubblicano, ma miseramente gretto per le pretese,
che la Francia era abituata da secoli a esigere dal capo dello stato: il
povero diavolo, che invidiava ai deputati la loro paga giornaliera,
rimpiangeva malvolentieri i tempi dei re. Il presidente aveva la facoltà
di proporre leggi all'assemblea nazionale, ma non godeva del diritto di
veto, e solo poteva rimandare alla camera i disegni di legge per la
ripresa in esame. Talché è obbligato a portare la responsabilità
dell'applicazione delle leggi, che disapprova. Di più. Non solo è
condannato a stare per tre anni accanto a un'assemblea nazionale ostile,
senza punto il diritto dell'appello al popolo per comporre il dissidio;
ma si esige anzi, che il presidente personalmente responsabile scelga il
suo ministro parimente responsabile dalla maggioranza del parlamento.
Sicché la maggioranza viveva sotto una tale ossessione di idee
monarchiche, da pretendere anche dalla repubblica lo stesso regime
parlamentare concepibile solo con la monarchia!

E mentre si finse di vivere a repubblica, fu mantenuto poi inalterato il
dispotismo amministrativo di Napoleone, salvo alcune modificazioni
sconclusionate. Fu estesa la competenza del consiglio di stato in
materia di ordinanze, e devoluta la nomina dei suoi membri per sei anni
all'assemblea nazionale: che era evidentemente un'insensata infrazione
al principio della divisione dei poteri. In tal modo il presidente
responsabile, sia nella deliberazione e preparazione dei disegni di
legge, sia nell'interpretazione delle norme amministrative, doveva
seguire la via prefissa da uomini, che non godevano la sua fiducia.
Finora il consiglio di stato era il custode dello spirito di classe e
della tradizione burocratica. Come mai l'imperiosa burocrazia avrebbe
tollerato, che cotesto architrave dell'amministrazione fosse aperto alle
oscillazioni delle lotte parlamentari? I legittimisti domandarono, per
le ragioni ambigue che sappiamo, l'autonomia dei comuni; ma la
maggioranza del parlamento rigettò, con la stessa risolutezza mostrata
un tempo dalla Convenzione, ogni raccostamento al modello americano. La
repubblica una e indivisibile guardava con vigile diffidenza qualunque
moto tendente nelle provincie all'autonomia; e come i negozianti di
Marsiglia si costituirono in associazione per ottenere la rimozione
delle oppressive misure di quarantena, corse pei fogli parigini
l'allarme, che il federalismo della Gironda alzava nuovamente il capo!
L'amministrazione dei dipartimenti e dei comuni rimase sostanzialmente
quale era sotto il re borghese: un tentativo sconnesso e dilettantesco
di riforma fu arrischiato solo nei sottodistretti di dipartimento. Il
circondario per l'innanzi era amministrato dal sottoprefetto con
l'assistenza di un consiglio distrettuale, mentre il cantone,
suddivisione del circondario, non aveva alcuna importanza
nell'amministrazione e valeva puramente come circolo giurisdizionale del
giudice di pace. Ora, invece, il sottoprefetto di botto veniva a
comandare egli solo nel circondario, e corrispondentemente s'istituiva
in ogni cantone un consiglio cantonale eletto. A questo proposito,
legittimisti come F. Bechard e radicali come Lamennais avevano sovente
ricordato, che la maggioranza dei comuni locali erano troppo piccoli per
l'amministrazione autonoma. Per la qual ragione si pensò di stabilire
nel cantone il centro di gravità di una nuova autonomia. Ma i singoli
membri non permisero di venire staccati ad arbitrio dalle giunture
ferree dell'amministrazione napoleonica. Questo stato non tollera
consigli amministrativi eletti, ai quali non presieda come capo
deliberante un funzionario governativo: ragion per cui i consigli
cantonali non entrarono mai in vita. Le sole riforme effettive, che
l'amministrazione introdusse in questo campo, consisterono nel
ripristinamento dell'inamovibilità dei giudici abolita nei giorni della
vertigine rivoluzionaria, e nell'istituzione di un tribunale che
decidesse sui conflitti di giurisdizione. Anche l'esercito rimase qual
era: l'egoismo degli abbienti non volle ammettere, che la famosa
eguaglianza di tutti i francesi portava di conseguenza l'universalità
del servizio militare obbligatorio.

Domandiamo ancora una volta: in che cosa il capo supremo di questo stato
burocratico si differenzia da un re? Manca al potere monarchico del
presidente il carattere ereditario. Ma chi ripensa al destino toccato a
Luigi XVI, a Carlo X e a Luigi Filippo, ascolterà non senza un sorriso
l'affermazione, che la moderna corona francese sia stata ereditaria. Gli
mancava, inoltre, il veto: ma il diritto di veto era esercitato dai re
francesi tanto di rado, quanto dagl'inglesi. Gli mancava, infine,
l'irresponsabilità; ma chi può sul serio affermare, che quei tre re non
abbiano portato alcuna responsabilità? Anzi, per l'appunto il
presidente, solo che fosse mediocremente un uomo, si vedeva costretto a
una guerra di vita e di morte contro l'assemblea nazionale. E siccome i
legislatori lo presentirono, con fiscalità avvocatesca provvidero che il
presidente, non appena usurpasse le attribuzioni dell'assemblea
nazionale, fosse spogliato sul momento dell'ufficio, che fosse
immediatamente convocata la suprema corte di giustizia, e via dicendo.
Ma anche tali minacce rimasero senza effetto davanti all'onnipotenza
dello stato burocratico napoleonico; onde si venne a ricorrere a
un'estrema garanzia: il presidente doveva giurare la costituzione.
Mirabile cecità! Tutti i giuramenti politici erano stati aboliti, e
l'intera nazione aveva richiesto il diritto di non essere legata alle
istituzioni dello stato per mezzo di obblighi di coscienza. Ciò era una
giusta conseguenza della libertà dei culti. E l'unico uomo il quale
possedeva come nessun altro la potenza e la voglia di lacerare la
costituzione, egli solo doveva giurare! Non gli sarebbe bastata la
coscienza di alzare il braccio, caso mai avesse voluto cogliere il
frutto del dominio che gli pendeva seducente innanzi agli occhi. Ma, se
in qualsiasi circostanza è sempre una difformità e un'imprudenza
accampare terribili pretensioni che avanzano di troppo la media della
virtù umana, come ci appaiono per altro miserabili cotesti legislatori,
i quali presumevano di aver salvato la rocca di una costituzione
insostenibile, sol perché ne scaricavano la responsabilità della
resistenza sulle spalle di un terzo!

Per conseguenza non riesce affatto strano, che in molti comuni il solo
uomo che accogliesse la pubblicazione dello statuto al grido di _vive la
costitution!_ fosse il sindaco. Il duca di Broglie sentenziò a punto:
questa costituzione ha slargato i confini dell'umana stupidità!
Parimente il vecchio furbo Dupin nel dotto commentario che fece di
quell'aggeggio, seppe contenere a stento la sua malignità ironica. Anche
nel rimanente, il contenuto della carta non era tale da sedare le
perplessità dei possidenti. In effetto, dopo un eccellente discorso di
Thiers la privata proprietà era stata riconosciuta e l'imposta
progressiva rigettata. Ma non fu possibile, in questo tempo di
cupidigie, scartare l'idea del fantastico Lamennais, di preporre alcuni
diritti e doveri generali, che stessero in testa alla costituzione.
Donde gli edificanti insegnamenti della sapienza e della virtù, come per
esempio: «è dovere dei cittadini amare la patria e difendere la
repubblica col pericolo della propria vita»; e anche qualche
proposizione meno innocente, che potesse almeno interpretarsi in senso
comunistico, come la seguente: «è dovere della repubblica procacciare i
mezzi di sostentamento ai cittadini bisognosi», e così via. Avendo
infine l'articolo 110 affidata la costituzione alla sorveglianza e
all'amor di patria di ogni francese, Ledru-Rollin ne inferì il diritto
dell'assemblea nazionale di chiamare il popolo alle armi; ma i
possidenti vi scorsero tremando un avvenire pieno di guerre civili.




III.


Quell'oscillare della maggioranza tra opposte paure si spiega facilmente
col fatto, che i legislatori in quell'articolo erano agitati
dall'angustioso presagio di un candidato alla presidenza, il cui solo
nome voleva dire la fine della repubblica. Luigi Bonaparte disse la
verità, quando nel 1850 esclamò, parlando agli alsaziani: «Questa
costituzione è fatta in gran parte contro di me».

Il ripristinamento del suffragio universale, non mai a nessun patto
potuto ammettere dall'_homme principe_ Enrico V, importava pei
napoleonidi il rinnovamento del titolo legittimo, al quale appunto essi
dovevano il trono. A essi soli fra tutti i pretendenti era dato
collocarsi sul terreno del nuovo diritto pubblico. Il nome della casa
illegittima spuntava da per tutto, dovunque l'antico regime era stato
distrutto; perfino nella repubblica di Venezia fu avviato un maneggio
per l'elevazione della dinastia dei Leuchtenberg. Nelle lotte di
febbraio, come già in tutte le sommosse del tempo monarchico, presero
parte separatamente anche alcuni bonapartisti; e nel tumulto al palazzo
Borbone proprio un colonnello imperiale piantò per la prima volta il
tricolore sulla tribuna. Da allora non passò un mese senza piccole
agitazioni bonapartiste sui _boulevards_. Fin dal 26 febbraio un
proclama del governo provvisorio diceva: «Non più legittimismo, non più
bonapartismo, non reggenza! Il governo ha preso tutte le necessarie
misure per rendere impossibile il ritorno delle antiche dinastie e
l'elevazione di una nuova». Le teste calde del partito, come in altri
tempi dopo i cento giorni, si riunivano al caffé Foy; e uno degli
assidui era il deputato socialista Pietro Bonaparte, che con tanto zelo
dichiarava: «Quale uomo intelligente può volere l'impero? Esso è ormai
non più che un glorioso ricordo storico: il suo ristabilimento è una
chimera». Nella colluvie dei fogli d'occasione che portavano sulla
testata il nome della repubblica con un aggettivo sonoro, c'era anche
una «repubblica napoleonica». La condotta del partito era determinata
dalla stessa situazione: fomentare agitazioni, affinché l'attrito dei
partiti li corrodesse tra loro, e alla fine gli abbienti guardassero a
un forte potere dello stato come al supremo dei beni. Il maneggio in
breve divenne tanto sospetto, che il governo provvisorio fece arrestare
Persigny. Per la prima volta, dopo la sommossa di febbraio il sangue
scorse il 12 giugno, in un tumulto insignificante suscitato al grido di
«viva l'imperatore!». È fuori di dubbio, che nelle avvisaglie della
sollevazione di giugno gli agenti bonapartisti tennero mano al gioco,
sebbene vada inteso, che un cozzo di classi tanto notevole e inevitabile
non possa essere stato preparato solamente da artifizi e intrighi. Né
mette conto rintracciare coteste trame; giacché in verità i milioni di
voti non si accaparrano con le piccole arti dei cospiratori. Il
bonapartismo, come partito organizzato, ebbe sempre una assai scarsa
importanza. Possedeva strumenti devoti nei deputati côrsi Pietri e
Conti; e più tardi acquistò con Emilio Girardin, rottosi con Cavaignac,
un alleato pericoloso, e con la _Presse_ un organo abilissimo, senza
coscienza. Si contava con sicurezza anche sul rappresentante radicale
del popolo Napoleone Bonaparte, figlio di Girolamo, il quale gareggiava
col cugino Pietro in tonanti invettive contro la foia omicida dei re.

Più seguito ebbe la condotta dello stesso pretendente. Non lasciò
correre un istante, che non profittasse dell'ora favorevole: per cinque
volte in cinque mesi diede con lettere pubbliche notizia di sé alla
nazione. E nel febbraio apparve a Parigi «per mettersi al servizio della
sua patria». Nella lettera al governo provvisorio viene espressa
l'esatta concezione bonapartistica della rivoluzione di febbraio: egli
ammira il popolo di Parigi il quale «ha eroicamente cancellato le ultime
tracce dell'invasione straniera». Accolto dal governo con diffidenza,
ritornò subito a Londra, dopo aver dichiarato con un'altra lettera ai
governanti: «Dal mio sacrifizio riconosceranno la purezza delle mie
intenzioni». Nelle elezioni dell'assemblea nazionale nel giugno, il nome
del principe sortì in quattro dipartimenti, anche a Parigi, mentre
vigeva tuttora a suo danno la legge di proscrizione. Il governo propose
che fosse mantenuta. Ma siccome i radicali, con a capo Jules Favre,
espressero la fiducia, che i Bonaparte non potevano più in nessun modo
riuscire né ora né poi pericolosi alla repubblica, si decise per la
riammissione del principe. Una tale cecità degli avversari sconcertò
alquanto il pretendente nel suo calmo riserbo: in una lettera datata del
15 giugno rifiutò tre delle elezioni, aggiungendo però queste parole
sincere: «io non nutro ambizioni; ma se il popolo m'imporrà doveri, io
saprò adempierli». Ma dai primi giorni si accorse del granchio, e si
affrettò a chiarire in un'altra lettera, che egli voleva una repubblica
savia, grande, sapiente. Nel luglio fu rimesso in iscena il movimento
popolare, e fu rifiutata con una quinta lettera anche l'elezione in
Corsica. Noi non ci arrischiamo di decidere, se il principe ha scritto a
Parigi qualcuna delle lettere datate da Londra. L'accortezza non si
disgiunse dalla sua tattica; giacché, mentre esercitava la virtù civile
della rinunzia, il pretendente sventava i disegni degli avversari, che
speravano di logorarlo prima del tempo nei dibattiti dell'assemblea
nazionale. Per giunta, egli non era affatto un oratore, e tale da
conquistarsi con la parola la ghirlanda a cui aspirava. Frattanto
l'elezione presidenziale si avvicinava, ed era tempo di mostrarsi
personalmente al popolo: per cui, quando nelle elezioni suppletive di
settembre i quattro dipartimenti gli si mantennero fedeli, anzi a quelli
se ne aggiunse un quinto, il principe si decise ad accettare.

Il 26 settembre entrò nel parlamento tra l'esclamazione generale di _le
voilà!_ prese il suo posto pronunziando un paio di parole fedelmente
repubblicane, però senza senso concreto, e s'irrigidì in un profondo
silenzio. I suoi nemici gli risparmiarono di parlare. Quante erano le
immaginabili banalità che la fantasia dei radicali si esauriva ad
escogitare, tante ne furono diffuse dalla stampa e dalla tribuna sul
conto del principe: fu rimessa in circolazione perfino la mitologia
della prima rivoluzione. Luigi Bonaparte era un agente della perfida
Albione, assoldato per rovesciare la gloriosa repubblica: era un
visionario, uno sciocco, segnalato non per altro che pei mustacchi
cerati. Qualche testa fina, come Montalembert, posta sull'avviso da quei
vituperii della Montagna, finì col domandare, se un uomo così
ferocemente coperto di oltraggi poteva essere un uomo del tutto
insignificante. La più parte della gente colta s'ingannò: credevano
fermamente alla nullità personale del principe: più tardi, però,
avrebbero saggiato un disinganno, di cui non si era provato nel mondo il
più singolare, dal tempo dell'ascensione al pontificato di Sisto V.

Ma gl'incauti oratori presentivano l'effetto, che i loro attacchi
avrebbero avuto sulle moltitudini? Erano sinceri, quando unitamente con
tali denigrazioni personali manifestavano uno sconfinato disprezzo per
la potenza del bonapartismo? O mostravano puramente il coraggio del
ragazzo, che fischia all'oscuro per ingannare la paura? Come era mai
possibile che la repubblica, proscritti i Borboni, avesse richiamato i
napoleonidi incomparabilmente più pericolosi? Fu anche respinta la
proposta schiettamente repubblicana di escludere dal seggio
presidenziale i principi delle dinastie decadute; e ciò, perché i
dottrinari vi vedevano una ineguaglianza illegale, i conservatori già
speravano in segreto l'elezione del principe, e i radicali affettavano
di non temerlo. Quando poi in primavera il cittadino Pietri fu mandato
commissario civile in Corsica e tutti i voti dell'isola caddero su
bonapartisti, la stampa repubblicana si consolò avvisando, che non si
trattava di altro che di una innocente stamburata del patriottismo
locale, e che il Pietri, repubblicano provato, non ne portava alcuna
colpa. Erano tanti sempliciotti davvero? E nemmeno l'ultima elezione del
principe, che era la nona, aprì gli occhi ai ciechi? Quanto a taluni
repubblicani, bisogna comunque supporre, che il disprezzo da essi
ostentato era ipocrito. Tuttora nell'ottobre Lamartine, sì, assicurava,
che fosse stupida e ridicola la paura, che un Bonaparte o un Borbone
potesse abusare del popolo; ma perché mai egli stesso nel giugno aveva
proposto, che fosse mantenuto l'esilio di Luigi Bonaparte? Parimente, se
in alcuni circoli radicali fu ventilato il disegno di catturare una
notte tutti i Bonaparte e trasportarli a Caienna, questo per lo meno
dimostra, che non tutti i repubblicani partecipavano a quella
tranquillità. D'altra parte, la grande maggioranza dei repubblicani
effettivamente teneva il bonapartismo per morto e seppellito: tutti gli
scritti che gli uomini del partito pubblicarono dopo il colpo di stato,
concordano nell'affermare, che nessuna frazione era meno temuta di
quella dei bonapartisti. Cotesta confessione implica nello stesso tempo
l'autocondanna dei repubblicani; giacché un partito che conosceva così
poco il popolo, era manifestamente incapace di governare una
democrazia. L'enorme illusione, in preda alla quale viveva allora la
società colta di Parigi, insegna quanto sia alta la barriera che anche
nei nostri tempi democratici separa i ceti colti dagl'incolti; e,
insieme, ci consente di rivolgere uno sguardo profondo sulla condizione
innaturale di uno stato accentrato troppo eccessivamente, in cui era
stata affatto dimenticata l'esistenza delle provincie.

Per noi che li abbiamo risaliti alle origini, non serbano più alcun
mistero i motivi che condussero all'elezione del pretendente. La paura
dello spettro rosso continuò a essere la passione dominante nel ceto
degli abbienti. Dovunque in Europa la marea primaverile era in
decrescenza, dovunque sorgeva quello sciagurato desiderio
d'intorpidimento, quell'indolenza, che nel nostro paese ebbe la sua
espressione caratteristica nella massima: ci vogliono i soldati contro i
democratici. Nelle mani del pretendente le aberrazioni del radicalismo
europeo fruttavano. Abitudine e ottusità, tardità e preoccupazione
economica, che sono le alleate tradizionali della reazione, dominavano
sui cervelli dei contadini. La dittatura di Cavaignac non era altro che
un momento dell'eterna lotta pei fondamenti della società; ma il
contadino aspirava ad una tranquillità più durevole. I meriti del
generale, che per altro non erano menomamente comparabili con le
splendide gesta alle quali un tempo Bonaparte si era richiamato,
valevano ben poco per le popolazioni campagnuole; d'altronde i contadini
lo conoscevano appena: per loro era puramente uno degli aborriti
repubblicani. D'altra parte, i lavoratori della città perseguitavano di
astio indissolubile il vincitore dei sollevati di giugno: sarebbe stato
il benvenuto per loro qualunque capo di governo avrebbe reso la pariglia
ai generali africani. Luigi Bonaparte lo previde. A Londra, quando gli
parlavano della ferrea rigidezza di Cavaignac, disse secco secco al
direttore Lumley: «colui mi spazza la via».

Il fatto è questo, senz'altro: le popolazioni delle campagne volevano la
monarchia. Delle due dinastie borboniche la più recente era impossibile
per ora, la più antica per sempre. Né l'una né l'altra vantavano un
aspirante. Il disegno, ventilato da alcuni zelatori, di fondere i due
rami della casa Borbone, andò a monte, sia perché gli Orléans non
potevano rinnegare la propria origine rivoluzionaria, sia perché i
rigidi legittimisti erano più di qualunque altro partito ostinati
ferocemente nell'odio all'Orléans, compare dell'usurpatore. Perciò Luigi
Bonaparte rimase il solo presidente possibile, nel caso che la nazione
avesse voluto ristabilire il trono; e nello stesso modo come egli
acquistò il potere sol perché non c'era altro mezzo per riparare
all'improvvisata del febbraio, così il secondo impero si è retto fino a
oggi sostanzialmente per questo, che la nazione non sa che cosa potrebbe
sostituirlo. La stampa di sinistra non si stancava di gridare al popolo:
se eleggete Bonaparte, voi fondate l'impero. E una volta che, ciò non
ostante, il napoleonide fu nominato, per gl'imparziali non è più il
caso, dunque, di contendere sul sentimento monarchico dei contadini. Né
possiamo convincere di menzogna Luigi Napoleone, per avere egli, nel
proclama emanato a giustificazione del colpo di stato, presentato
l'elezione del 10 dicembre addirittura come una protesta contro la
costituzione repubblicana. Le numerose schede portanti la designazione
_Napoléon empereur_ e dichiarate nulle dai magistrati scrutatori, non
lasciavano il menomo dubbio sull'intenzione dei votanti. Le ingiurie dei
radicali erano servite soltanto a innalzare l'importanza del principe
nell'opinione del popolo delle campagne. Le comiche scese di testa
dell'avventuriero di Strasburgo e di Boulogne non impressionavano la
povera gente; alla quale anzi andava a genio, che il pretendente avesse
arrisicato due volte la testa pel fatto suo. E quando anche molti degli
elettori effettivamente tenessero il principe per un pazzo, non per
questo il _Journal des débats_ era autorizzato alla disperata invettiva:
«la Francia gioca, la Francia vuol giocare!». L'opinione degli elettori
giungeva in sostanza a dire: «noi giudicavamo ogni possibile forma di
monarchia come più salutare di questa repubblica»: e chi ha il coraggio
di tacciare di stoltezza un tale convincimento?

L'arma del pretendente, la potentissima fra tutte, era il nome. Di rado
un popolo è stato più barbaramente punito, per le vuote fantasie della
sua vanità nazionale. Le persone colte a furia di vagheggiamenti
fantastici avevano fatto dell'imperatore soldato un idolo; adesso
avrebbero toccato con mano, che anche nel secolo decimonono vivevano
milioni di uomini che credevano all'idolo. Contro ogni aspettazione,
l'esercito in principio si mostrò poco sensibile alla malia del gran
nome militare. Certo, la stella di Cavaignac era sul tramonto anche nel
mondo militare. Gli ufficiali si aspettavano, che egli presto avrebbe
cacciato via l'assemblea nazionale con un napoleonico _le règne du
bavardage est fini!_ giacché tra loro non aveva misura l'odio contro i
_pékins_, cioè i ciarloni, gli avvocati. Quando invece serbò, col
concorso di Charras, Lamoricière, Leflô, un irreprensibile contegno
parlamentare, l'autorità del generale africano principiò ad affievolirsi
nelle truppe. Ma siccome il pretendente era egli stesso un _pékin_, il
suo nome riuscì a soppiantare solo in alcuni reggimenti quello del
valoroso generale. Gli uomini delle grandi guarnigioni erano in parte
conquistati al comunismo. Insomma l'armata, che avrebbe deciso un tempo,
come ognuno presentiva, del destino della Francia, era apertamente
divisa di sentimento. Né, oltre le due forze prepotenti dell'istinto
monarchico e della gloria napoleonica, si contavano le ragioni
concorrenti, che presso i partiti facevano inclinare la bilancia dalla
parte del principe. Un grande gruppo realista credeva fermamente, che il
principe avrebbe costituito per loro il ponte di passaggio: un
pretendente per l'altro pretendente! La più preziosa virtù del triste
sciocco non sarebbe altro che la buona volontà di sobbarcarsi. Molti
socialisti pensavano egualmente: il principe sarà presto logoro; allora
verrà il momento per noi. Altri, per contro, opinavano alla disperata,
come il Saint-Arnaud nelle sue lettere: «il principe è l'ignoto, e la
salvezza posa tuttora nell'ignoto». Infine parecchi furbi facevano
questo calcolo: «se nessuno dei candidati raccoglie due milioni di voti,
l'elezione tocca all'assemblea nazionale, che senza dubbio designerà un
repubblicano azzurro»; e per conseguenza si accordavano a favore del
principe.

Il governo si proponeva di mandare commissari nelle provincie, per
«indagare» sull'opinione del paese; ma dové astenersene, perché ogni
ricordo della Convenzione suscitava i contadini a rivolta. In tal modo
gli agenti del principe si trovarono ad avere le mani libere; e
dimostrarono al mondo, che il suffragio universale provocava una nuova
tattica di partito, più grossolana e senza scrupoli. Furono messe in
giro le più grosse contafavole, quanto più assurde, tanto più efficaci:
il principe intendeva di distribuire al popolo i duemila milioni
ereditati dallo zio, e rimettere tutte le imposte per due anni.
Cantastorie e figurinai giravano pei villaggi celebrando la magnificenza
dell'impero; e riportava dovunque un gran successo la poesia sublime di
quella canzone da organetto, che dobbiamo alla musa di Emilio Girardin:

    Si vous voulez un bon,
    Prenez Napoléon!

Con quanto fervore qualche buon contadinotto credette davvero, che il
vecchio imperatore in persona fosse ritornato! Il principe, che si era
atteggiato a erede della Rivoluzione per lo spazio di due decenni,
adesso di botto, siccome i fanatici del quieto vivere e dell'ordine
miravano a lui, si offrì alle speranze degli ultraconservatori. A questi
nuovi alleati aveva prestato un pegno dei suoi buoni sentimenti fin dal
tempo che era a Londra; infatti, durante le agitazioni dei cartisti,
egli si era ascritto come artigliere. «Il mio nome è il simbolo
dell'ordine e della sicurezza», diceva il suo manifesto elettorale. Egli
si designò protettore della famiglia e della proprietà: ai francesi
sarebbe di nuovo permesso «di contare sopra un domani». Nessuno tra i
repubblicani volle credere, che il povero pazzo avesse steso da sé
questo manifesto così bene scritto e così accortamente ponderato;
nessuno notò, che l'ultima proposizione dell'appello consonava parola
per parola con la conclusione del proclama, che un tempo a Boulogne fu
sequestrato all'avventuriero. Solamente quelli che accostarono il
principe e pensarono di dominarlo, non tardarono a fare esperienza, che
sotto le sue maniere flemmaticamente bonarie si celava la fermezza
dell'autocrata. Avvicinandosi il giorno delle elezioni, lo stesso
Cavaignac non poté più dubitare del sentimento monarchico dei contadini;
perciò una forte maggioranza di voti a favore del principe era ritenuta
per lo meno possibile. Ma all'estero, dove ogni conoscenza della Francia
era attinta unicamente alla stampa parigina, il risultato dell'elezione
produsse una sorpresa indescrivibile. Tra tanti milioni di uomini, solo
Cavour aveva nel novembre tranquillamente predetto, che tra poco le
famose misure energiche della rivoluzione sarebbero approdate a questo
risultato: Luigi Bonaparte ascenderebbe al trono imperiale.

Il 10 dicembre, racconta un bonapartista in delirio, «di botto il
pensiero del popolo venne fuori trionfante, potente, completo,
irresistibile, come il fiore dell'aloe, che d'un colpo tonante sboccia
in un attimo e si spande». Riuscito eletto il pretendente da più di
cinque milioni e mezzo di voti, la capitale era schiacciata dalle
provincie, la borghesia dai contadini; e, insiememente, precipitavano
d'un colpo le tacite speranze dei realisti, perché l'espettazione, che
il principe avrebbe spianato la via alla monarchia, riposava sulla
supposizione, che avrebbe potuto ottenere non più che una debole
votazione. Ora, invece, egli veniva a trovarsi potentemente collocato al
disopra dei partiti, coperto dalla colossale maggioranza della nazione.
La natura delle cose gli consigliò di lasciare che i vecchi partiti si
dissolvessero completamente. Parenti e parassiti, lacché e cacciatori di
posti, e la pompa e il fasto di una corte regale accolsero il
presidente, quando salì dalla semplicità repubblicana alla cerimonia del
giuramento nel palazzo dell'Eliseo. Quel giorno stesso, però, egli
disse: «io so bene di dovere un minimo di voti alla mia persona, alcuni
ai socialisti e ai realisti, e quasi tutti al mio nome». Parola modesta;
solo che, purtroppo, conteneva questo annunzio: la legittimità della
quarta dinastia è ristabilita!




IV.


Le lotte parlamentari che ora ardono come le ultime lingue di fuoco di
un cratere spento, fanno vivo riscontro, per la loro cruda veemenza
accoppiata nello stesso tempo all'impostura impotente, con le languenti
contese di parte, che un tempo turbarono la nazione dopo la caduta del
dominio del Terrore; salvo che sono anche più imbelli, più indegne, più
bugiarde di quelle. Un presidente imperiale, un'assemblea nazionale in
preponderanza realista e una costituzione repubblicana nata morta
componevano le tre forze motrici dello stato: la Francia, notavano con
malizia i democratici sociali, si era ingabbiata nella sua nuova carta
come in uno strangolatoio. Se, infatti, il presidente avesse voluto
mantenere, anche malgrado dell'assemblea nazionale, il potere monarchico
di cui godeva come capo dell'amministrazione, sarebbe stato fermato
sulla sua via dal principale ostacolo: la completa mancanza nel
parlamento di un partito bonapartista visibile. Cotesta situazione
innaturale decise sostanzialmente il corso irresistibile degli eventi;
il quale era immutabilmente prefisso, giacché la pacifica classe
agricola, che era il sostegno del bonapartismo, non contava nel suo seno
rappresentanti politici in parlamento. Per gli altri quattro partiti,
legittimisti e orleanisti, repubblicani e socialisti, sorgeva
irrefutabile la questione: era lecito disprezzare l'ambizione di
quell'uomo, il quale aveva sotto di sé il potere esecutivo, e aveva alle
spalle la forza morale di cinque milioni e mezzo di suffragi? E
l'assemblea nazionale, che mancava essa stessa di appoggio nel popolo,
non era tenuta a cercare un terreno d'intesa con la nuova forza della
tirannide popolare? Lo spirito di parte fu più forte di tali
considerazioni patriottiche. Si era formato il tacito accordo, come
disse Thiers, che nessun partito avrebbe sfruttato la repubblica a suo
pro. Il che vuol dire, che ogni partito segretamente sperava di sentir
presto battere l'ora del proprio dominio, e che era deciso a non cedere
il passo a nessun altro. Tanto meno a quello sciocco di presidente.

Tra tutti gli errori in cui i partiti possono incorrere, il più
perdonabile è senza dubbio l'inverso giudizio fatto di un uomo politico
entrato da poco nelle lotte della vita pubblica; eppure la media degli
uomini rimette più volentieri qualunque altro errore, fuori di questo.
La lotta dei liberali contro il conte di Bismarck ha condotto anche noi
tedeschi a fare la poca onorevole esperienza, che solamente alla banale
vanità sembra una degradazione personale il riconoscimento
dell'importanza di un avversario preso in dileggio. A Parigi gli
avvertimenti del conte Molé e di pochi altri imparziali erano fatti al
vento: la maggioranza dell'assemblea nazionale non volle adattarsi a
rispettare in pace il presidente. Non lo avevano conosciuto prima, e non
vollero conoscerlo ora. Il suo primo messaggio al parlamento offriva un
lucido prospetto della situazione del paese; ma lo stesso stile senza
frasi, lo stesso riserbo da uomo di stato emanante da quell'atto valse
come una novella prova dell'inettitudine del presidente. Il principe era
e rimaneva un pazzo, uno «zolfanello», uno straccione animato
dall'ambizione banale di pagare i vecchi debiti e contrarne dei nuovi,
di sentirsi chiamare monsignore, di tenere serve e cavalli, e via
dicendo: il tutto sul tono di quelle finezze, di cui Victor Hugo il
Grande ha vuotato il sacco addosso a Napoleone il Piccolo.

Il principe era pervenuto alla sua carica in nome dell'«ordine», e
conseguentemente «si circondò di uomini d'ordine di tutti i partiti».
Principiava l'êra desolante della reazione europea, giacché di tutti
gli stati provati dalla tempesta del marzo il solo piccolo Piemonte
mostrò l'energia morale di serbarsi fedele alle idee liberali. Per farsi
riputazione nell'Europa bramosa di pace, il principe doveva appoggiarsi
ai conservatori. Sul complice e zelatore di tale reazione contava
l'assemblea nazionale che, eletta nella primavera del 1849, era
presieduta da Dupin con sfacciata partigianeria. L'elezione si era
risoluta in una nuova protesta del popolo contro la rivoluzione di
febbraio. I repubblicani moderati perderono quasi tutti i seggi,
essendosi la loro alleanza coi fanatici dell'ordine già sciolta fin
dall'autunno precedente. La colossale maggioranza degli eletti era di
reazionari, vale a dire di realisti. Il club bonapartista della via
Montmartre si era fuso col grande club dei così detti moderati della via
Poitiers: in generale i contadini bonapartisti elessero candidati
realisti, perché costoro erano i soli reazionari colti che essi
conoscevano, e che erano loro raccomandati dal parroco. Soltanto dalle
urne delle grandi città sortirono in copia i nomi democratici sociali;
ragione sufficiente per rinfocolare da capo la rabbia di partito dei
reazionari.

Nel giugno del 1849, quasi contemporaneamente con l'apertura di questa
camera, scoppiò a Parigi e a Lione una rivolta repubblicana prestamente
domata: passò di nuovo sul paese la follia del terrore, solo che adesso
il terrorismo dei «moderati» non conobbe più limiti. «È tempo», diceva
un proclama del presidente, «che i buoni prendano coraggio e i malvagi
tremino». Gli stessi uomini, che prima avevano dichiarato intollerabile
la temperata severità delle leggi di settembre, a stento ora riuscivano
a sfogarsi nei provvedimenti di arbitrio contro i repubblicani. Senza
esitazione Odilon Barrot da ministro ricorse contro le riunioni popolari
alle stesse leggi scadute fin dal 1793, che Guizot nel febbraio aveva
esumate contro Barrot e le adunanze riformiste. Il governo venne
autorizzato a chiudere tutti i clubs politici e a proibire le
associazioni operaie pel miglioramento del salario. Il consiglio
municipale di Parigi fu nominato dal presidente, e fu limitata per gli
operai la libera elezione di domicilio nella capitale. Frattanto si
susseguivano le deportazioni: con quale frequenza echeggiava a Lambessa
il disperato grido dei prigionieri: «giudici o morte»! L'estremo
fascino, che circondava tuttora il gran nome della repubblica, andò
perduto in cotesti saturnali della reazione. Parve perciò
comprensibilissimo, che gli alberi della libertà nel gennaio del 1850
fossero rimossi dalle piazze di Parigi. Come un tempo il primo Napoleone
ebbe poco da aggiungere alle leggi eccezionali repubblicane del 18
fruttidoro, così ora il secondo impero deve ai predecessori la più parte
dei più famigerati provvedimenti di sicurezza del suo dispotismo. Per
esempio, il prescritto draconiano che all'autore del più piccolo
articolo di giornale fa ordine di sottoscriversi, è un benefizio della
repubblica. I compagni di Luigi Blanc e di Albert erano in esilio fin
dall'estate del 1848; nel giugno del 1849 il medesimo destino toccò a
Ledru-Rollin e ai suoi prossimi seguaci. I pochi superstiti della
Montagna schiumavano di rabbia; e chi in una adunanza vedeva esplodere
l'uno contro l'altro questi due opposti irreconciliabili, il
materialismo sfrenato e il gretto furore pretesco, sentiva che il giorno
della libertà era tramontato. «Il popolo è l'insurrezione, _les
assommeurs sont incalomniables_»; così gridava la destra. Perfino uomini
miti e coltissimi, come per esempio l'economista Carlo Dunoyer,
diventarono reazionari fanatici in quelle lotte furibonde dei partiti:
qualunque richiamo alla necessità di un'amnistia suscitava a tumulto
tutte le passioni comuni dei moderati. Finalmente nella primavera del
1850, nei giorni in cui l'elezione del socialista Eugenio Sue a Parigi
fece correre di nuovo i brividi addosso ai possidenti, la reazione
celebrò il suo ultimo trionfo: la legge del 31 maggio depennò dalle
liste tutti gli elettori che non potevano dimostrare di dimorare almeno
da tre anni nella loro residenza abituale. In tal modo la grande
maggioranza dei lavoratori, cioè tre milioni su dieci milioni di
elettori, fu defraudata del voto. Esultò la maggioranza, inebbriata
dalla vittoria; presto però avrebbe appreso, che il famoso «capolavoro
della restaurazione sociale» segnava il principio della fine.

La maggioranza rivelò sfrontatamente, come al tempo del re borghese, il
proprio egoismo di classe, anche nelle questioni non strettamente
politiche. Chi esemplificava a questi industriali il libero scambio
degli stati vicini, si sentiva rispondere con scherno: «gli altri popoli
mandino pure in malora le proprie officine in grazia delle vuote teorie;
tanto meglio per la nostra industria protetta!». Concordavano in
siffatte idee tutti i giornali, dal repubblicano _National_
all'_Univers_ ultramontano. Il disegno di legge doganale liberale di
Sainte-Beuve fu messo da parte, il ministro liberoscambista Buffet e
Leone Faucher furono costretti ad accordarsi davanti alla paura dei
protezionisti, e il trattato di commercio col Piemonte non si poté
rinnovare se non sotto date limitazioni, perché il Piemonte in fatto di
navigazione non era da annoverarsi tra i piccoli stati innocui! Era
insolenza quella di Massimo d'Azeglio, quando fin dall'aprile del 1849
scrisse canzonando al suo amico Rendu: «il vostro stato lo chiamate
ancora repubblica?».

L'assemblea nazionale consumava le proprie forze in siffatti espedienti
del furore partigiano e dell'egoismo sociale. Anche il solo prodotto
durevole di cotesti legislatori, la legge sull'istruzione del 15 marzo
1850, portava il vasto suggello della mentalità di partito. Subito dopo
l'assunzione del presidente, il ministro ultramontano Falloux nominò
una commissione per la sistemazione della scuola: era presieduta da
Thiers, volteriano. Non invano gli _Annales de la propagande de la foi_
erano diffusi nel paese in 170.000 esemplari, né invano il vescovo
Dupanloup faceva da anni il panegirico delle idee dell'89. Il clero si
era accostato alla repubblica con pia sommissione, per impetrare subito
alla Chiesa la libertà d'insegnamento e di associazione. Laddove i
liberali avevano esitato finora a rinvigorire la potenza della Chiesa,
che era l'unica forza sociale serbante tuttora una certa indipendenza di
fronte all'onnipotenza dello stato, ora invece la paura economica
invocava l'ordine a ogni costo. La solidarietà degl'interessi
conservatori esigeva che il clero plasmasse e educasse uomini quieti di
spirito. In nome dell'ordine, volteriani e ultramontani stretti in bella
unione decisero non solamente l'abolizione dell'assolutismo
nell'università di Parigi; il che era nei desiderii di ogni animo
libero; ma l'assoggettamento dell'istruzione letteraria all'influenza
della Chiesa. Quattro vescovi entrarono a far parte del consiglio
superiore della pubblica istruzione, e insieme con loro, per ragioni di
decenza, anche alcuni rappresentanti degli altri culti: la Chiesa fondò
scuole a volontà, e lo stato non richiese più alcun titolo d'idoneità
scientifica dagl'insegnanti ecclesiastici.

Anche nella politica estera si manifestò lo stesso cieco zelo di
settarismo rivoluzionario. Nella contesa per la costituzione tedesca la
Francia naturalmente si schierò allato all'Austria. Solo quando il
principe di Schwarzenberg mise avanti il suo disegno di fondazione di un
impero di settanta milioni di sudditi, solo allora a Parigi si
spaventarono: temerono da una tale proposta, innocente anzi che no, un
rafforzamento della Germania, e fecero minacce persistenti a Berlino e a
Vienna, fino a quando l'Austria non rifiutò l'adesione dei suoi stati
alla confederazione germanica. La questione italiana, tirata avanti tra
i peccati di omissione del passato anno, era adesso interamente caduta.
Quando poco prima dell'impresa di Novara il re Carlo Alberto domandò
aiuto a Parigi, il presidente era propenso a consentire alla proposta;
ma i ministri temerono l'ambizione del Piemonte, e la Francia si tenne
spettatrice inerte del dominio della sciabola rafforzato di nuovo
dall'Austria nel Mezzogiorno di Europa. Per tutto l'anno 1849 il
presidente serbò una grande inclinazione a dare man forte al Piemonte;
ma lo ritenne il quietismo, lo spirito reazionario dell'assemblea
nazionale. Si contentò di prevenire la Toscana dall'adesione a una
unione doganale austriaca.

Tanto meno parve tollerabile l'intervento armato degli austriaci e dei
napoletani a Roma. Ma gli uomini d'ordine tuonarono contro il
radicalismo magnanimo degli ardimentosi triumviri romani, gli
ultramontani lamentarono il derubamento del _Patrimonium Petri_, e anche
protestanti liberali, come Coquerel, in quei giorni di felicità
reazionaria levarono al cielo il papa come il migliore amico della
libertà. Da tali imbarazzanti contraddizioni sorse in fine il disegno,
che la Francia sarebbe intervenuta a favore del papa, insieme, e della
libertà. Luigi Bonaparte previdentemente, fin da prima della sua
elezione, aveva cercato di destreggiarsi tra le due direzioni: il due
dicembre scrisse al nunzio, che non aveva niente di comune in Roma col
cugino radicale Canino, e che egli voleva il ristabilimento dello stato
pontificio; cinque giorni più tardi scrisse sul _Constitutionel_, che,
non ostante tutto, non approvava la spedizione a Roma. Quando salì al
governo, l'impresa romana era già cosa conclusa, e l'uomo che un tempo
aveva indetto guerra al papato temporale, fu condotto a limarsi per
cinque mesi nel tentativo impossibile di far giustizia nello stesso
tempo al papa e al liberalismo. Il primo atto importante di politica
estera della repubblica, la quale «non doveva mai movere guerre contro
la libertà degli altri popoli», si aprì con uno strappo alla
costituzione; la prima spedizione guerresca del napoleonide, con una
rotta. La nuova assemblea nazionale spinse finalmente le cose alla piega
decisiva. Radunatosi questo parlamento reazionario, l'agente diplomatico
liberale Lesseps fu richiamato, e rinnovato con sanguinoso calore
l'assalto a Roma. Cadde la repubblica romana, prostrata dalle armi della
libertà francese: la Francia prestò servizio di birro al papato di
ritorno, e gli ultramontani tripudiarono sulla rovina dei demagoghi
senza Dio. Era palmare, che la politica dell'intervento della Francia
aveva riportato a Roma lo stesso premio, che in Ispagna al tempo di
Luigi XVIII: i più gravi sacrifizi di danaro, di uomini e di riputazione
tornarono unicamente a profitto della potenza dell'Austria e del partito
reazionario. È indubitabile, che il principe non desiderasse menomamente
un ripristinamento incondizionato del papa re; anzi Gioberti stesso
attesta con quanto zelo Tocqueville, ministro degli esteri, si
adoperasse per ottenere garanzie in pro dei diritti politici dei romani.
Se non che il presidente non aveva la forza di resistere alla foga
reazionaria dell'assemblea nazionale; né al napoleonide era consentito
di lasciare invendicata la rotta delle armi francesi. Cacciato l'eroico
manipolo di Garibaldi e ristabilito l'antico sgoverno, il principe
indirizzò a Edgardo Ney la famosa lettera, che domandava per lo stato
pontificio amnistia, amministrazione laica, principii liberali di
governo e il codice Napoleone. Il che non era un richiamo valevole pel
momento, giacché il presidente conosceva bene, mentre scriveva,
l'implacabile odio vendicativo della Curia; era una riserva per
l'avvenire e, insieme, un segno ai liberali di Europa, che il principe
non aveva ancora rinunziato per sempre ai sogni rivoluzionari della
giovinezza.

In tal modo il parlamento faceva da manovale a una reazione vendicativa,
e la trappoleria repubblicana era uno schifo per ogni uomo sincero e
onesto. Come mai istituzioni di tal sorta avrebbero ispirato un
tremebondo ossequio a un principe imperiale? Non cadeva dubbio, che il
presidente avrebbe battuta una terribile strada, verso la meta a cui una
fede fatalistica lo sospingeva. Era la strada sicura, tanto più che
all'indole senza scatti e per nulla impassibile del nipote era
completamente estraneo quel gusto brutale delle azioni violente, che era
proprio della natura guerriera dello zio. Se altra strada non fosse
stata davanti, che quella della violenza, a tutti coloro che conoscevano
il passato di cotesto cinico sarebbe parso evidente che egli, stimolato
dalla temeraria sfrontatezza di Morny, avrebbe rotto il giuramento con
la fredda calma di un giocatore, che onora il successo come suo Dio. E,
in verità, l'atmosfera morale di quella età senza fede e senza ideale
era poco propizia alla lealtà della coscienza. Se gettiamo uno sguardo
sugl'intrighi realisti dell'assemblea nazionale, non possiamo trattenere
una dura parola: in cotesta maggioranza cento se ne contavano, che si
sarebbero arretrati davanti al rischio del colpo di stato, ma nemmeno
trenta davanti allo spergiuro. Una volta che Thiers ed Emilio Girardin,
che avevano aiutato il presidente a conquistare il potere, subito dopo
lo abbandonavano, noi arrischiamo la scortese affermazione, che cotesta
diffalta non fu provocata da scrupoli di coscienza. Questi signori
diedero le spalle a Luigi Bonaparte, perché andò a vuoto la loro
speranza di dominare l'autocrata.

Specialmente dopo la rivolta del giugno 1849 il presidente sentì la
necessità di procedere di accordo coi reazionari. Cercò dapprima di
governare parlamentarmente, e nel viaggio che fece nel paese durante
l'estate del 1849 si comportò con molta prudenza. Felice occasione di
conoscere uomini e cose, e intessere tra il tintinnio dei bicchieri le
prime fila della grande cospirazione. Chi oggi rilegge a mente fredda
quei brindisi e quei discorsi ufficiali comprende, sempre con nuovo
stupore, che solamente i vanitosi oratori dell'assemblea nazionale
potevano sorridere di quelle arti di seduzione tanto abili e pericolose.
Dovunque, il principe seppe lusingare la boria provinciale: a Rouen lodò
la perfezione delle industrie, a Saumur, sede della grande scuola di
cavalleria, lo spirito militare; a Poitiers ricordò i giorni procellosi
di Carlo VII, ad Epernay le ultime lotte dell'imperatore. Parlò
rugiadoso, come un mite uomo di ordine; diffidò dalle teorie dei
cervelli esaltati, richiamò alla fede, al rispetto della proprietà e
della famiglia. Stimò anche necessario di rievocare un colpo di stato
sul tipo di quello del 18 brumaio; perché, spiegò innocentemente, «la
Francia non si trova ora nella condizione che richieda un rimedio così
eroico». Ad Ham, sicuro, ad Ham, dove la popolazione si affollò
tripudiando intorno al prigioniero liberato, egli riconobbe con
contrizione i peccati della giovinezza: ora non capiva più quella
presunzione che un tempo lo spinse ai tentativi violenti di sovversione,
e non lamentava affatto di averli dovuti espiare. Solo una volta, ad
Angers, tradì, alquanto più chiaramente, il suo desiderio riposto: «io
non ho né il genio, né la potenza di mio zio»: parola significativa in
un paese, le cui provincie sono abituate ad attendersi ogni prosperità
dal capo dell'amministrazione.

A malgrado di una tale riservatezza del principe, non era però
verosimile che un capo di stato responsabile si sarebbe vincolato ai
consigli dei terzi. Il presidente dichiarò nel modo più reciso al
principe Napoleone, suo arrogante cugino, che non avrebbe mai tollerato
l'influenza di chi si sia, e che intendeva di governare nell'interesse
delle moltitudini, non mai di un partito. Anche i ministri sentirono
presto sopra di sé la forza di una volontà fatta: s'indussero perfino a
decorare, apparentemente per meriti verso la repubblica, i congiurati di
Strasburgo, e con tutto ciò non riuscirono a cattivarsi la soddisfazione
del padrone. Solo che il principe cercò di legare a sé la testa forte
del gabinetto, Tocqueville. Il quale però argomentò: «il principe vuole
creature, non già ministri». Inoltre il presidente, il 31 ottobre 1849,
annunziò all'assemblea nazionale che la repubblica abbisognava di una
guida unica e ferma; che perciò aveva dimesso i ministri e si era
circondato di uomini «tanto solleciti della responsabilità mia quanto
della loro». «La Francia», esclamò, «cerca la mano, la volontà, la
bandiera dell'eletto del 10 dicembre. Tutto un sistema ha trionfato il
10 dicembre. Il solo nome di Napoleone è un programma, e significa,
all'interno, ordine, autorità, religione, benessere del popolo, e,
all'estero, dignità nazionale». Principiò il governo personale.
Conformemente alle dottrine dell'idea napoleonica, vennero chiamati al
ministero specialisti come Fould, Rouher, Hautpoul, i quali
espressamente dichiararono di stare fuori dei partiti e di riconoscere
un solo partito, «la salute della Francia». La piega degli eventi, che
del resto risultava inevitabilmente dalla situazione di responsabilità
fatta dalla costituzione al presidente, era tale, che Tocqueville
convenne perfino: «forse il principe fa bene a mandarci via». Pochi
giorni dopo, a una riunione di dignitari della magistratura il
presidente insegnò, che la Francia aveva visto passare in varia vicenda
costituzioni e governi, e solo le creazioni dell'imperatore erano
rimaste!

La voglia di dominare dell'assemblea e la volontà sempre palese e vigile
del presidente si erano già azzuffate più di una volta in intrighi
odiosi. Fedele agli usi dissipati del tempo che era un fuggiasco, il
principe viveva in eterni imbarazzi di pecunia. Ma s'ingannava
l'assemblea, se sperava che la nazione avrebbe, come pel passato,
ripetute a dileggio le beffe di Cormenin su _Louis le désireux_.
Mormorarono i contadini della spilorceria dei deputati, quando il
presidente annunziò ostentatamente la vendita dei suoi cavalli; e il
fido Achille Fould trovò sempre nuovi speculatori pronti ad arrischiare
il loro danaro sulla grossa partita del principe. L'ostilità dei due
poteri, rattoppata cento volte miserabilmente, precipitò in fine ad
aperta rottura dopo la legge elettorale del 31 maggio 1850. Ognuno aveva
temuto disordini in conseguenza di cotesto attentato a quanto la nazione
aveva di più sacro, di cotesta grossolana offesa all'eguaglianza. Quando
il popolo, con tutto ciò, persisté nella sua ottusa infingardia, allora
in tutti i partiti si sollevò la questione: tale essendo il torpore
della nazione, anche un colpo di stato sarebbe tollerato? Si ridestarono
speranze antiche e angustie nuove. L'estate del 1850 vide tutti i
partiti monarchici affaccendati in alacre faccenda, e rivelò di nuovo la
profonda slealtà dei repubblicani dell'oggi. I legittimisti
pellegrinavano a Wiesbaden, gli orleanisti a Claremont. Thiers,
naturalmente, aveva inteso soltanto di esprimere il proprio rispetto
personale al vecchio re; più francamente, Berryer confessò di essere
andato a Wiesbaden a compiervi una missione politica. L'una e l'altra
manifestazione non ebbero successo. Anzi il duca di Chambord non era
adesso affatto disposto a un riconoscimento incondizionato del nuovo
diritto pubblico. E veramente tra gli orleanisti si annunziava il
disegno, che il duca Joinville concorresse al seggio presidenziale.
Anche per questo partito il giuramento alla costituzione non formava
alcun ostacolo; sarebbe prestato, come candidamente racconta Dunoyer,
solo sotto la tacita riserva, che la Francia avrebbe al più presto
ristabilita con mezzi pacifici la monarchia. Mancava però l'ardimento
della risoluzione.

Nel frattempo il presidente profittò destramente del favore del caso,
che gli permetteva d'inaugurare le ferrovie costruite dagli Orléans.
Percorse per la seconda volta il paese e civettò apertamente intorno al
favore delle moltitudini. «I miei migliori amici abitano nelle capanne,
non nei palazzi», esclamò agli operai delle strade ferrate della
Piccardia; e ricordò la parola dell'imperatore dei plebei: «il mio polso
batte all'unisono col vostro!», e lamentò con dolore, che la
costituzione gli avesse risecato il diritto di grazia. Mostrò a Lione
vivo interesse per la cassa di soccorso degli operai: l'applauso dei
setaiuoli gli aprì il cuore, e parlò loro come «rappresentante di quelle
due grandi manifestazioni nazionali che nel 1804 e nel 1848 si proposero
di salvare per mezzo dell'ordine i sublimi principii della Rivoluzione».
Anche più trasparente predisse, che l'amor di patria secondo le
circostanze avrebbe potuto comandare la rinunzia o la perseveranza, e
infine prese fervorosamente commiato: «sarebbe immodesto, se io vi
dicessi come l'imperatore: o Lionesi, io vi amo! ma permettetemi di
dirvi dal profondo del cuore: o Lionesi, amatemi!». E continuò a parlare
in cotesto stile, finché a Caen disse chiaro e tondo: «se il popolo mi
imponesse una nuova soma, sarebbe grave colpa da parte mia il sottrarmi
all'alta missione!». Nulladimeno, il tripudio delle moltitudini operaie
importava poco: i destini del paese erano librati sul puntone della
spada. L'odio dell'esercito contro ogni forma parlamentare continuava in
nulla disasprito anche sotto l'assemblea reazionaria. Si principiò col
disprezzare come chiacchieroni i generali africani: veterani imperiali e
giovani lanzichenecchi ambiziosi bramavano di porsi di gran lunga al
disopra dei benemeriti condottieri. Attivi faccendieri rinfrescavano
infaticabilmente i ricordi della gloria imperiale; e in cento caserme
spiccavano le effigie dell'uno e dell'altro Napoleone con sotto il
ritornello:

    _Dieu nous l'a pris et Dieu nous l'a rendu!_

Al ritorno dal suo secondo viaggio, il principe passò la grande rassegna
sul piano di Satory: il vino corse a fiumi, e i soldati ubbriachi
gridavano: viva l'imperatore! La stampa europea scoppiò di nuovo in risa
di scherno sul povero pazzo: i bengali di Satory furono paragonati coi
tuoni di Austerlitz e il nipote ai fuochi con lo zio al fuoco. Non si
riflette alle tante volte che nell'età dei Cesari il destino del mondo
fu deciso con simili espedienti. Subito dopo, il generale Changarnier,
comandante delle forze armate di Parigi, fu rimosso, e furono divise le
sue funzioni e affidate a uomini ligi. Il generale aveva titubato a
lungo, tanto da essere la «sfinge» guardata con paura dai partiti in
lotta; in fine si buttò ai realisti, perché opinava di dominare il
principe e perché non penetrava la situazione del paese. Nemmeno una
compagnia, affermava pateticamente, aiuterebbe il presidente al colpo di
stato: «discutete in pace, o rappresentanti del popolo!». Così stavano
le cose, quando si riaprì dopo un breve aggiornamento l'assemblea
nazionale. S'incrociarono dall'una e l'altra parte accuse e contraccuse
furibonde, tutte egualmente giustificate, tutte egualmente ignominiose:
fedele riflesso di una vita pubblica menzognera, in cui gli uomini leali
si contavano sulle dita. Possiamo bene prestar fede al principe, che
spesso, davanti a coteste selvagge zuffe parlamentari l'animo gli
veniva meno. Il secondo anniversario della sua elezione, egli nel
palazzo di città dichiarò, che il suo era il solo potere legittimo, che
fosse sorto dal febbraio: piaggiò l'esercito, mutò i ministri a
piacimento. Diffidante, Thiers esclamò: _l'empire est fait._

Milioni di uomini sentivano, che questa lotta senza uscita tra i due
supremi poteri dello stato non poteva, non doveva durare. Una cupa
astiosità si appesantiva sul paese. Nessuno voleva esprimere la propria
opinione, perché da tutti si temeva; e nessuno poteva esprimerla, perché
la stessa fantasia degli uomini era mutila: non avevano alcun concetto,
alcuna idea dell'imminente futuro. L'ipocondrico scritto di Raudot sulla
decadenza della Francia, che fu una mortificazione per la boria
nazionale, contò, non ostante le esagerazioni, numerosi lettori.
Efficacia anche maggiore ottenne lo scritto brutale di Romieu sullo
«spettro rosso», con la sua faziosa requisitoria contro «il popolo,
questa bestia feroce e stupida». Gli almanacchi e i fogli clandestini,
di cui si nutriva la borghesia di provincia, si compiacevano d'infinite
invettive contro i nemici della proprietà. L'industria e il commercio
non erano in grado di elevarsi, la scienza e l'arte tacevano affatto. La
gente si consolava tuttora col pensiero, che cotesta era la conseguenza
dei giorni turbolenti; solo più tardi si riconobbe, che effettivamente,
dopo la febbre degli ultimi sessant'anni, la forza creatrice della
nazione era giaciuta alquanto tempo appassita.

Se non che, piú grave di tutte le sollecitudini del momento, premeva
l'ansietà degli enimmi del 1852, anno che avrebbe portato
contemporaneamente l'elezione del presidente e dell'assemblea nazionale.
Il clero, che da tre anni si era tenuto lontano dal pretendente, ora,
dopo la caduta della repubblica romana, era entrato con riconoscenza
tra le fila bonapartiste. Anche nei suoi viaggi il principe aveva
guadagnato molti aderenti col suo tatto obbligante. In effetto, dal
popolo non era amato menomamente, perché gli mancava l'opportunità di
mostrare la propria importanza alle moltitudini. Solo che ai vantaggi
che già da tre anni lo raccomandavano al popolo, se ne aggiungeva adesso
uno nuovo di assai maggior peso: Luigi Bonaparte si trovava già al
governo, e la nazione aveva orrore di qualsiasi incerta novità. E
siccome non si presentava contro di lui nessuno speciale candidato,
rimaneva indubbiamente stabilito, e nessun imparziale lo ha contestato,
che il popolo, contrariamente al disposto della costituzione, avrebbe
rieletto il principe. Il che era tanto sicuro, che nemmeno una
dichiarazione esplicita del presidente di non accettare la rielezione,
avrebbe distolto il paese dal suo proposito anticostituzionale. Quale
spettacolo, se il popolo avesse eseguito egli stesso il colpo di stato,
fomentando in ogni capanna la slealtà e l'indisciplinatezza; se migliaia
di funzionari, se l'intera Francia ufficiale avesse incitato la nazione
a lacerare lo statuto! Ma i rappresentanti popolari di una democrazia
erano poi autorizzati a osservare, contro la volontà del popolo sovrano,
la lettera di una costituzione divenuta impossibile? No, certamente: se
nel turbine delle contese di parte sopravviveva tuttora una favilla di
spirito patrio, l'assemblea nazionale doveva decidere il rimaneggiamento
legittimo della costituzione. Tale era la volontà del paese: 79 consigli
generali dei dipartimenti sopra 85 domandavano la revisione dello
statuto. Che dietro le richieste della revisione si nascondessero alcuni
motivi assai loschi, che non fosse sano rimettere in questione il nuovo
diritto pubblico fondato appena di recente; tutto ciò non meritava
considerazione a confronto con un depravamento politico senza pari e a
confronto con l'altro pericolo della guerra civile. Per quanto i
complici del bonapartismo abbiano favoleggiato a meraviglia sulle trame
sinistre dei rossi, è però certo, che la democrazia sociale preparava
per le elezioni del 1852 un ultimo colpo disperato. Una rete di società
segrete copriva di nuovo il paese come al tempo della Restaurazione.
Laggiù, nel Mezzogiorno, dominava la società dei montagnardi col suo
tenuto organo, _l'Ami du peuple_. In quelle provincie infiammabili
l'antico fanatismo borbonico era stato soppiantato da un fiero movimento
radicale, che aveva il centro a Marsiglia. Che le cospirazioni
comunistiche, anche esse, non vi fossero affatto spente, ciò è ormai
fuori dubbio dopo le recenti rivelazioni sull'Internazionale. Si doveva
rimanere inerti davanti al malanno che maturava? Il generale
Changarnier, quando fu arrestato la mattina del 2 dicembre, opinò che
avrebbero potuto risparmiarsi l'incomodo; tanto, la rielezione del
presidente era già assicurata. Gl'inconsiderati moralisti, che ripetono
tuttora cotesta affermazione e dichiarano il colpo di stato una violenza
superflua e inutile, non farebbero meglio a ponderare, se fra tutti i
colpi escogitabili, che avrebbero potuto ferire la Francia, il più
terribile non sarebbe forse stato proprio _le coup d'état populaire_,
vale a dire, la lacerazione dello statuto perpetrata dalla generalità
della nazione?

Con tutto ciò il quadro della situazione inauditamente intrigata non è
ancora compiuto. Data per certa la rielezione del principe, era
altrettanto assodato, che i contadini avrebbero rimandato all'assemblea
nazionale una maggioranza di reazionari realisti, giacché non esisteva
ancora per nulla un forte partito bonapartista preparato al parlamento.
Talché, anche la revisione dello statuto, se pur si fosse attenuta solo
a rendere possibile la rielezione del presidente, anticipava non altro,
che lo spettacolo di nuovi intrighi infiniti. Solo il ripristinamento
della monarchia, già da un pezzo invocata dalle moltitudini, e
propriamente della corona napoleonica, l'unica possibile allora, avrebbe
avuto virtù di ridare allo stato la salute; e, in effetto, il dilemma
«repubblica o monarchia?» fu seriamente dibattuto dalla commissione
parlamentare, che trattò della revisione nell'estate del 1851.
Un'eccellente relazione, dovuta alla penna di Tocqueville, propose
all'assemblea di decidere per la revisione. Ma l'accecamento della
Montagna e di alcuni avversari fanatici del presidente impedì che si
raccogliesse sulla proposta la maggioranza voluta di tre quarti
dell'assemblea. Il diritto esistente era insostenibile, la riforma era
preclusa dal voto del 19 luglio. Il problema del prossimo futuro,
secondo la parola cruda del radicale Schölcher, sonava: _à qui le
canon?_




V.


Il profondo disgusto che suscitano in ogni uomo retto i grossolani
panegirici della stampa bonapartista, non c'impediscono di riconoscere,
che in quel momento il presidente era il solo uomo che perseguisse uno
scopo politico chiaro, conseguibile. Già da mesi, tutti parlavano della
minaccia del colpo di stato, eppure in quell'infinito torpore della
nazione un atto violento sembrava altrettanto difficile quanto l'idea
della difesa. I partiti si corrodevano in vane leghe, preparandosi, dopo
la catastrofe, a giustificare la loro inerzia con la frase vuota: che il
disprezzo all'indegno presidente aveva impedito ogni vigilanza. Anche
Tocqueville non fece che abbracciare lo sconsolato partito di aspettare
il colpo di stato e d'intervenire in seguito, affinché almeno un lecco
delle civili libertà fosse salvo! Come ci appare sicuro e superiore, in
mezzo a una tale babele, il presidente! Nell'estate del 1851 intraprese
il suo terzo viaggio, e chi nelle concioni peregrinanti del principe
udiva la reiterata professione di fede immutabile allo statuto proprio
in uno con l'annunzio non metaforico del colpo di stato, doveva
convenire che la mancanza di coscienza dello zio aveva un degno erede. A
Digione il principe diede l'affidamento, ormai non più inconsueto, che
avrebbe seguito la voce del paese: «e, credetemi, la Francia nelle mie
mani non perirà»: e arrischiò una vivace spostatura contro l'assemblea
nazionale, che avrebbe approvate tutte le misure di rigore, rigettate
tutte le proposte di clemenza. Sebbene il _Monitore_ avesse soppresso il
passo, pure un nuovo turbine d'indignazione si scatenò nell'assemblea.
Né gli animi eccitati si calmarono, quando alcune settimane dopo, a
Beauvais, il principe pronunziò le evangeliche parole: «È confortante il
pensiero, che nei supremi pericoli sovente la Provvidenza presceglie un
solo a strumento di salvazione». Generalmente traspariva da questi
discorsi lo studio di presentare il bonapartismo come un sistema del
giusto mezzo, egualmente lontano sia dalle impossibili utopie che
dall'antico regime, «quali si fossero le forme in cui questo volesse
ammantarsi». Come mai in giorni siffatti Guizot potesse scrivere un
libro su Monk, e ciò nella speranza non dissimulata che il principe
seguisse il miserevole esempio di quell'eroe; cotesto era un mistero
anche pei devoti dell'impeccabile ministro.

Ma al presidente era riserbato un ultimo trionfo: la legge del 31
maggio. Sembra a noi del tutto ammissibile, che solo di contraggenio il
principe avesse dato il suo consenso a questa limitazione del suffragio
universale, il quale, del resto, costituiva il solo titolo legittimo
della sua dinastia: d'altra parte, egli non aveva facoltà d'impedire la
legge. E appunto di quest'opera inconsiderata decise ora di servirsi
come arme contro l'assemblea nazionale. La stampa bonapartista, con a
capo il sempre disinvolto Véron, aprì la campagna contro la legge. Di
più, il principe saggiò un tentativo, poi subito smesso, di approccio ai
democratici sociali, e finalmente il 4 novembre in un messaggio al
parlamento disse: «Nutrite voi forse meno fiducia di Noi
nell'espressione della volontà popolare? Ripristinare il suffragio
universale significa prendere la bandiera alla guerra civile e l'ultimo
argomento all'opposizione». Era quello, dopo il rigetto della revisione
dello statuto, un altro grosso sproposito del parlamento l'ostinarsi,
per odio al presidente, a tenere in vita una legge che tutti
confessavano insostenibile. E così il presidente apparve ora alle
moltitudini come il difensore della democrazia di contro a una casta
tirannica.

In uno stato burocratico la lotta tra il potere esecutivo e il
legislativo deve infallibilmente menare alla vittoria dell'esecutivo,
quando però il capo dell'amministrazione possa contare sulla validità
del proprio volere e sull'indifferenza delle popolazioni. Sin dalla fine
di ottobre, dichiarata la guerra, un gabinetto di proseliti
personalmente ligi circondò il presidente. Già da un pezzo il principe
aveva ravvisato nel generale Saint-Arnaud l'avventuriero arrischiato e
senza coscienza che faceva al caso suo. Per procurare al suo uomo un po'
di grido, fu intrapresa una spedizione contro i Cabili. Tornato
dall'Africa vittorioso, l'eroe ottenne il portafoglio della guerra, e
immantinente risovvenne alle truppe il dovere della cieca ubbidienza
militare. Il presidente ricevé gli ufficiali con l'assicurazione: «il
giorno del pericolo io non mi condurrò come i miei predecessori; non vi
dirò: marciate, vi seguo! vi dirò: io marcio, seguitemi!». In
conseguenza di tali avvenimenti, i questori della camera presentarono la
mozione, che l'assemblea nazionale avocasse a sé il regolamento di
ordine dell'esercito. Che, dati gli umori ostili dell'esercito, cotesta
idea non avrebbe seguito, era evidente; ma, affinché tutta l'azione
dell'assemblea non apparisse un vacuo apparato verbale, bisognava venire
all'estremo tentativo di difesa. Il parlamento era colpevole di falli
indimenticabili, perché troppo sovente aveva posto al disopra del bene
del paese l'odio reazionario della fazione: ed ora, giusto contrappasso,
gli toccava di andare alla malora sotto la rabbia settaria della
Montagna. L'odio ai dispregiatori dei sacri giorni di febbraio stava ai
socialisti più a cuore, che non la preservazione della repubblica. Essi
si ribadirono come i rappresentanti schietti di quella democrazia
dell'invidia, che gl'italiani qualificano col nome incisivo di
_democrazia di rappresaglia_. E non vollero prestare nuove armi agli
assassini del suffragio universale: la mozione dei questori fu
rigettata. Fu il terzo grosso sproposito del parlamento. Esso stesso, il
parlamento, diede la partita perduta. Il presidente, secondo che ammette
lo stesso Granier sulla fede di Cassagnac, era deciso, non appena la
proposta dei questori fosse stata approvata, a rispondere immediatamente
con un atto di autorità. Caduta la proposta, disse sollevato: _cela va
peut-être mieux!_ Ora sapeva, che contro di lui non esisteva nemmeno
l'ombra di una volontà, e che se il colpo di stato avesse incontrato
mille avversari, non un uomo si sarebbe mai afflitto per quel
parlamento.

La sola giustificazione possibile del colpo di stato è nelle
incalcolabili perturbazioni che minacciava di apportare l'anno 1852, e
nella necessità della monarchia, ammessa ormai dalle manifestazioni non
ambigue della volontà popolare non solo, ma, in fondo, perfino dalle
ultime discussioni dell'assemblea nazionale. Il presidente scansò gli
sbagli del 18 brumaio, e prese a modello la rigidezza ferrea,
rapidamente risolutiva, con cui altra volta lo zio aveva compresso il 13
vendemmiale Parigi sollevata. Anche ai quattro uomini, che soli il
principe aveva iniziati ai suoi torbidi segreti, Morny, Saint-Arnaud,
Persigny e Maupas, appartiene la testimonianza, che tutti insieme
seguivano con la sicurezza della virtuosità le teorie del catechismo
della tirannide di Machiavelli. Morny era l'anima dell'impresa: dal
silenzio del suo gabinetto dirigeva i movimenti delle truppe, quando
alla fine il 3 dicembre, con sua alta soddisfazione, la rivolta nelle
strade si annunziò abbastanza fiacca. Se il 2 dicembre fu una necessità,
e oggi qual uomo che abbia senso politico può ancora contestarlo? è però
non meno sicuro, che negli animi superficiali degli sfrontati
venturieri offertisi sicari al colpo di stato, non è a ricercare nulla
di quella profonda serietà, di cui un atto di ardimento storico suole
compenetrare gli audaci autori. La sera del 1º dicembre disse il signor
di Morny: «se è questione di scopa, procurerò di trovarmi dalla parte
del manico»; e il mattino del giorno seguente, mentre i birri invadevano
la camera dei deputati, Saint-Arnaud e Mocquart si baloccavano con
spiritosaggini scimunite: come sarebbero stati spassevoli a vedere il
piccolo Thiers e il piccolo Baze in camiciola, davanti ai graduati di
polizia! E coteste vecchie storie innominabili, il signor Véron dopo
quindici anni le serve in tavola un'altra volta, con vanitoso
compiacimento. La massima incontestabile, che un uomo di stato non deve
volere nulla più morale del necessario, non basta evidentemente a
discolpare la frivola e feroce criminosità dello strumento del
necessario. Se una congiura, perpetrata dai custodi stessi della legge,
è certamente la più esosa di tutte le violazioni del diritto, per giunta
cotesta enormezza fu resa quasi inespiabile dalla nullità morale dei
consoci, dei quali il presidente si valse. E anche l'esecuzione del
colpo di stato procedé con brutalità sproporzionata e inutile.

Lasciamo ad altri il rimestare in quella lordizia e descrivere
particolareggiato, come il generale Forcy fece prendere pel colletto i
deputati, come il generale Saint-Arnaud fece punire di morte sul momento
i còlti sulle barricate, come la soldatesca avvinazzata si sparse dopo
la vittoria ad assassinare e inferocire nei viali dei boulevards, come i
difensori delle barricate rimasti lì furono spazzati via in mucchio,
tanto che i superstiti si riversarono al camposanto per riconoscere a un
braccio, a un piede sporgente dalla terra i loro cari caduti. Il sistema
delle deportazioni e delle proscrizioni, maneggiato dall'assemblea
nazionale con così miserabile maltalento, si ritorse adesso contro i
suoi autori. È ben lecito calcolare, che durante lo stato d'assedio
proclamato su una gran parte del paese, 80.000 persone furono
imprigionate: nemmeno a Napoli e a Roma la reazione aveva così
radicalmente fatto piazza pulita degli avversari.

Tra gli avvenimenti della rivoluzione di brumaio il giudizio morale
stima il più obbrobrioso non già la brutale irruzione della soldatesca
nella sala dei cinquecento, ma la seduta serotina del 19 brumaio, non
menzionata dalla maggior parte delle opere storiche, nella quale essa
medesima, l'assemblea dei cinquecento, dichiarò di avere il generale
Bonaparte ben meritato della patria. Del pari, il punto tragico
impressionante del colpo di stato di dicembre non è la barbarie degli
sgherri, non è il pathos rettorico a buon mercato che i deputati
sfoggiarono in faccia ai soldati irruenti; è invece la sorte delle
rappresentanze popolari, le cui armi spirituali, quando vengono al cozzo
con la potenza del pugno, si rivelano compassionevoli: e noi lasciamo ai
bonapartisti il gusto di farne le beffe. Il terribile della catastrofe è
il fatto, che la maggioranza della nazione approvò il colpo di stato.
Può darsi che il presidente, da professatore fatalistico qual era della
fede napoleonica, avesse stimato le simpatie popolari più forti di quel
che erano; comunque, aveva per sé l'enorme maggioranza delle provincia,
e gli operai della capitale non lo avversavano. Appena mille sollevati,
appartenenti i più ai ceti colti, erano accorsi alle barricate. Gli
uomini del camiciotto guardarono con malizia, come i principali
_transporteurs_ fossero raggiunti dal taglione. Il sobborgo Sant'Antonio
era stato completamente disarmato fin dalla sollevazione di giugno; e ai
membri dell'assemblea nazionale che comandavano la resistenza fu
risposto con sprezzo: «perché combatteremmo contro l'uomo, che ci ha
dato il suffragio universale?». Tanto era profonda la voragine, che
separava le folle dai repubblicani colti! La grande maggioranza della
popolazione della capitale diede prova di una frivolezza completa; la
ressa dei curiosi invase i luoghi delle barricate vinte come un circo di
nuovo genere, e tutti si rallegravano, che gli annali della capitale del
mondo si fossero ancora una volta arricchiti di un formidabile
avvenimento. In alcuni dipartimenti del centro e del Mezzogiorno
tumultuarono i contadini e i piccoli borghesi; nel Varo a capo della
rivolta era una dea della libertà. Comunque, fu significante, che gli
umili nelle provincie principiassero finalmente a mostrare una volontà;
del resto le turbolenze furono per ogni dove facilmente sedate.

Noi non annettiamo valore al fatto, che la versatile burocrazia anche
questa volta si conformò, e nella sua grande maggioranza sottoscrisse il
riconoscimento formale del colpo di stato, che il nuovo sovrano, con
sicura conoscenza degli uomini, richiese immediatamente; né vogliamo
indagare se il rialzo, con cui la borsa di Parigi salutò il 2 dicembre,
fu provocato da abili incette da parte dei compari di Fould. Ma la gioia
cieca dei possidenti, la rapida ripresa degli affari, la completa
indifferenza con cui era guardato ogni nuovo tratto violento del
governo, non lasciavano dubbi sull'opinione del paese. Sette milioni di
francesi sancirono col loro voto il colpo di stato. E l'esercito? Come
mai i figli del contado avrebbero prestato la loro spada al napoleonide,
se i contadini non avessero voluto l'impero?

In luogo di attaccarsi alle particolari falsificazioni che si
frammischiarono nel voto universale, conviene piuttosto all'uomo
politico cogliere nel nodo vitale l'essenza di una società democratica,
il significato del proverbio criminosamente abusato _vox populi vox
Dei_. Il più duro assolutismo che conoscesse il secolo decimonono, fu
fondato da una manifestazione della volontà popolare democratica. Nei
primi anni si trovarono di conserva contro il nuovo sovrano presso che
tutte le menti rappresentative della nazione, quasi tutti i nomi
illustri dell'arte e della scienza, della politica e delle armi; nemici
tutti; e con una unanimità a stento udita nella storia. Principiò un
tempo, in cui i cervelli imbamboliti si adagiarono nel puro nulla del
non pensare, e per le nature più nobili andò perduto quasi tutto ciò che
forma per loro il miglior contenuto della vita; innegabilmente, però, le
moltitudini furono per alcuni anni felici e contente. Tanto grama è
l'importanza dell'ingegno e del pensiero in una età di democrazia e di
economia! La rivoluzione di febbraio feriva gl'interessi della
proprietà; ragion per cui le si levò subito contro un'opposizione
vittoriosa. Il colpo di stato fu un benefizio per l'industria e il
commercio; non colse nessuno così gravemente come i capi spirituali
della nazione, gli uomini del pensiero; e perciò l'opposizione si
ridestò a rilento, e tanto più poi, perché in questo popolo la potenza
delle idee non aveva più la forza di annientare il dispotismo. Non la
Francia, sibbene la spada tedesca avrebbe un giorno annientato il terzo
come già il primo Napoleone. Il parlamentarismo, che per lo spazio di
una generazione aveva mosso e occupato la nobiltà intellettuale del
paese, sparì in un sol giorno, senza lasciar traccia, come inghiottito
dalla terra, senza nemmeno un ricordo potente dietro di sé, senza un
partito fervente. Perché effettivamente in cotesto stato burocratico
esso non era mai vissuto, e nello spasimo dell'agonia solo questo aveva
ricordato alla nazione: che la servitù della Francia era stata stabilita
per mezzo del parlamento. Offese violente alla costituzione, come la
legge del 31 maggio, e segrete trame traditoresche con gli Orléans: ecco
le ultime gesta degli eroi di virtù del parlamento francese.

Le estreme cause della catastrofe rimontano lontano. Il presente,
perduto di sé stesso come Narciso, ripete senza riguardo la grave
verità, che la Francia ha rotto con la sua storia. Esso non sa, che in
questa sola parola è tutto un mondo riboccante di colpa. L'esperienza di
ogni giorno insegna fino a qual punto la risoluzione di principiare una
nuova vita devasti le anime anche più salde, e quanto raro avvenga. E
noi ci meravigliamo se una grande nazione, che è dimentica del suo
passato, vada barcolloni tra l'indisciplinabilità sediziosa e la
sottomissione cieca! Noi protestanti non riusciamo a considerare le
precipitose convulsioni della vita francese, senza lamentare ancora una
volta il calamitoso editto che bandì dalla Francia la fede evangelica.
Quando a un popolo ardimentoso e geniale non resta altra scelta che la
Chiesa dell'autorità e del piatto ossequio; quando nelle questioni più
sacre, supremamente personali, gli è tolta la debita libertà, gli è
tolto il terreno della discussione e della comprensione, allora
un'agitazione convulsa invade tutta intera la sua vita spirituale;
terribili contraddizioni vengono immediatamente a cozzo, e la società,
sbattuta da una lotta irresolubile, ritorna sempre a cercare di nuovo la
propria salvezza nella servitù.

Conferisce ai tedeschi il riandare anche la complicità del proprio
popolo, la complicità dell'intera Europa. Non solamente il papa salutò
con riboccanti benedizioni l'eroe del 2 dicembre; in tutti i paesi
europei i possidenti acclamarono al nuovo sovrano. Taluni, come lord
Palmerston, penetrarono la necessità del rivolgimento; i più si
rallegrarono spensieratamente di essere stati sgravati alla fine dalle
ansie per la sicurezza dello scrigno. Perfino lo czar Nicola, l'antico
avversario dei Bonaparte, riconobbe benevolmente i meriti che il
presidente si era acquistati per la causa dell'ordine. La corte viennese
segretamente sperò che il colpo di stato ricondurrebbe decisamente a una
restaurazione borbonica; perciò Felice Schwarzenberg non stimò
inopportuno celebrare _un individu tel que Louis Napoléon_ come un eroe
della causa conservatrice. Il nome stesso «salvatore della società»
depone come un indimenticabile testimonio di miseria per l'animo virile
di quella età profondamente caduta. Ma anche più miserabile
dell'allegria del borghesume salvato, apparve la vigliaccheria del
radicalismo tedesco, il quale, in luogo di resistere virilmente in casa
alle improntitudini della reazione, per un anno intero confermò il
proprio coraggio civile nelle spiritosaggini niente pericolose su «Lui».
Ma quanto più rumorosamente i radicali berteggiavano e schernivano,
tanto più profondamente il nuovo sistema s'insinuava nelle istituzioni
dei paesi vicini. «Il suffragio universale è il lavoro», proclama la
meglio fondata tra le spampanate del nuovo bonapartismo: il 2 dicembre
significa il principio di una nuova età piena di una produzione
economica elevata al grado supremo. Laddove il primo impero aveva con la
sua tracotanza violenta chiamato a raccolta tutte le forze morali dei
vicini, ora invece cotesta nuova scostumatezza e crapulosità francese
traboccò dalle frontiere rovinando e stupidendo: tirannide di una
immoralità senza idee, alla quale in quei cinquant'anni non si sottrasse
interamente nessun popolo di Europa.

Il nuovo sovrano indubitabilmente era molto superiore al suo
_entourage_. Tanto che fin dal principio a un giudizio imparziale non
poté sfuggire, che egli non si proponeva né di calcare le orme sanguigne
dello zio, né di disfarsi nella nullità del cavaliere di ventura
coronato dalla vittoria. All'opposto, per la prima volta nella nuova
Francia iniziò egli un regime, che dagli esordi aveva a misurarsi con
l'opposizione della capitale: tuttora sotto lo stato di assedio un terzo
degli elettori parigini pronunziarono il loro _no_ avverso il nuovo
ordinamento. In tale rischio, il presidente non poteva sdegnare
nessun'arme che gli venisse a mano. Si servì della sciabola, e, alla
maniera dello zio, parlò all'esercito come alla parte scelta della
nazione. Si servì del confessionale, e incorò gli ultramontani alle più
arrischiate speranze. Si servì della dedizione degli spiriti, e la
burocrazia, ligia in ogni tempo, fece presto a ricorrere a tutti
gl'intrighi della vecchia polizia imperiale. La rabbia del tacimento,
_la fureur de silence_, dominò in Francia, mentre la stampa
presidenziale annunziava con giubilo: noi abbiamo un padrone!
L'introduzione del nuovo statuto dichiarò, che il capo supremo dello
stato era personalmente responsabile. L'articolo fu assai motteggiato;
eppure conteneva una delle poche verità sperdute fra le tante bugie
accumulate in cotesta costituzione. L'enorme responsabilità, che pesava
sul nuovo sovrano, sarebbe stata comportabile solamente nel caso, che
egli fosse riuscito a sanare il proprio governo dalla macchia
dell'origine e a dare sviluppo a quelle idee di progresso, che
indubbiamente sono involte nella sostanza proteiforme del bonapartismo.

Fu ristabilita la calma, non già la pace degli spiriti. Già fin da prima
del colpo di stato una circolare segreta del radicale «Comitato di
opposizione» aveva dichiarato, che da ora in poi era impossibile ogni
perdono in riguardo delle classi abbienti. Adesso, per giunta, alle
vecchie contese che scindevano il paese ne era sopraggiunta una nuova, e
talmente soverchievole, che al paragone tutte le altre scissure
sparivano: la Francia si ruppe un'altra volta, come dopo i cento
giorni, in due nazioni: i vincitori e i vinti del 2 dicembre. E cotesto
contrasto durò fino alla caduta del terzo Napoleone. Il secondo impero
ha apportato parecchi successi cospicui alla potenza e al benessere del
paese, ma per lo spazio di venti anni non gli venne mai fatto di
persuadere la nazione al tranquillo e incondizionato riconoscimento del
novello regime.




PARTE QUINTA


IL SECONDO IMPERO




Il Secondo Impero. [Scritto in Heidelberg nel 1871.]




I.


L'opinione corta dei molti viene sempre determinata dall'impressione
dell'ultim'ora. Da quando il secondo impero ha trovato una fine
obbrobriosa sul campo di Sédan, la figura del terzo Napoleone è fitta
nella mente del popolo tedesco come quella di un empio violatore della
pace, e questo giudizio nazionale non sarà forse mai cambiato, certo non
lo sarà nell'avvenire prossimo. Se io mi arrischiassi di ripubblicare,
corrette oggi e completate, le osservazioni sul recente fenomeno del
bonapartismo che scrissi nel 1868, mostrerei la presunzione di voler
influire sul sentimento popolare, che ben a ragione domanda sempre idee
semplici, complete, senza contraddizioni. Mi rivolgo alla breve cerchia
di coloro, che non s'infastidiscono di riandare la conturbante storia
clinica del popolo francese in questi ultimi ottant'anni. Chi ha cercato
di farlo coscienziosamente, prima di condannare perentoriamente
l'edifizio statale di Napoleone III, proporrà piuttosto il quesito, se
è possibile, innanzi tutto, di ben governare cotesta nazione; e ne
caverà la conclusione, che il secondo impero non ha cagionato la rovina
della Francia, ma l'ha trattenuta per due decenni. Toccò all'ultimo
Bonaparte, mercé la propria accortezza, mercé il favore della fortuna e
la debolezza dei popoli vicini, di alzare ancora una volta lo stato
francese a una pienezza di potenza, che sopravanzava di gran lunga la
potenzialità morale della nazione.

Non possiamo affermare, che il contegno dei nostri vicini a nostro
riguardo sia cambiato sostanzialmente dal tempo del trattato di Vienna.
E cerchiamo la ragione di cotesta politica ora irritante, ora
minacciosa, ora violentemente aggressiva, non già in un sistema qual si
sia, ma, parte nel carattere nazionale, che non muterà, fintanto che
l'educazione del popolo francese sarà volta a svegliare l'ambizione
esteriore in luogo dell'intimità morale dell'anima; parte in noi stessi,
nel nostro sminuzzolamento, nelle nostre guerre civili, che permisero ai
francesi di fare assegnamento sulla debolezza della Germania. Ora che
l'impero germanico gloriosamente risorto ha strappato il terreno sotto i
piedi a tutte coteste amichevoli calcolazioni dei vicini, il tedesco può
con superbo sentimento di tranquillità riandare i recenti destini del
paese confinante.

Il tema, tuttavia, si presenta poco grato. Giacché l'antico e
irrevocabile presentimento, che anche cotesto pomposo impero si sarebbe
alla fine rivelato per niente altro che una nuova precarietà, ha già da
tempo impresso un segno passionato di esagerazione su tutti i giudizi
dei nemici del pari e degli amici. Ogni parola di condiscendenza ci si
secca nella penna, quando udiamo con quale sfacciata ciarlataneria il
bonapartismo ha saputo cantare la propria gloria: il nostro modesto
elogio tedesco non salirà mai alla grandiosità dell'apoftegma di Rouher:
«no, no, non è stato mai commesso un errore!». Anche un comodo biasimo
appare triviale rispetto a un sistema, sul quale, come sopra una
gigantesca avventura, gli stessi avversari moderati, fin da gran tempo
prima che soccombesse, avevano calato in forma solenne la pietra
sepolcrale. In tale eccesso di lode e di condanna è difficile mantenere
la linea ferma e netta del giudizio storico; tanto più difficile, in
quanto l'intima contraddizione del bonapartismo, la diabolica mezza
verità, che noi abbiamo così spesso dimostrato essere il carattere
fondamentale del dispotismo rivoluzionario, si presenta nel secondo
impero con una energia addirittura suicida. Il terzo Napoleone non ha
mai, con la parola o con l'opera, stabilita una tesi, che egli stesso
non abbia subito dopo tolta via con una antitesi. Delle pericolose
passioni di cui febbricitava la Francia, egli personalmente era certo
più immune, che non forse qualsiasi uomo in vista tra i francesi
contemporanei; solo che la necessità di sostenersi, l'intima essenza del
suo sistema lo forzava a solleticare continuatamente quelle passioni; di
modo che sopra di lui e sopra la sua Casa si compì la nemesi, che presto
o tardi doveva raggiungere la tracotanza sacrilega dell'intero popolo.

La malagevolezza maggiore per venire a un sicuro giudizio politico è
determinata dai fondamenti sociali del nuovo stato francese. In ogni
tempo l'egoismo di casta è stato la disposizione congenita di tutte le
classi dominanti; e allora appare odiosissimo agli occhi della
posterità, quando si manifesta ingenuo e inconscio ai dominanti che
hanno cambiato natura. Ognuno oggigiorno sente emanare dagli scritti
dell'antichità la superbia intellettuale di quelle dense aristocrazie,
che guardavano sugli schiavi e i banausi come sul vuoto aere. Pochi o
nessuno di noi sospettiamo, quanto noi stessi siamo compenetrati da
sentimenti e pregiudizi affini. Il ceto medio, che al presente determina
in Germania l'opinione pubblica, riconosce nell'illimitata concorrenza
la sostanza della libertà sociale, e nella più ampia discussione il
primo inevitabile presupposto della libertà politica: esso tra lotte
indimenticabili si spupillò dalle fedi dommatiche. Dobbiamo a un tale
spirito l'emancipazione dei contadini; a quello dobbiamo, se i nostri
ceti colti sono i più liberali e i più giusti di tutte le classi
governanti della storia. Tuttavia un severo esame ci dice, che anche
noi, mentre lavoriamo per questo puro ideale politico, parliamo poi
soltanto come gente scatenata. Un superbo gentiluomo del secolo
decimottavo più facilmente avrebbe potuto intendere le idee della
crescente borghesia, che non noi iniziarci nel globo intellettuale del
quarto stato.

L'inclinazione delle classi lavoratrici è stata descritta da Aristotele
col classico: χαίρουσιν ἐάν τις ἐᾷ πρὸς τοῖς ἰδίοις σχολάζειν:
parola, che nei tempi moderni più liberi può bene essere mitigata, ma
non mai confutata. La vita privata, la fatica e la cura della casa,
forma per questi strati sociali il nocciolo dell'esistenza: potrebbero
con pieno diritto aspirare a prender parte al governo dello stato, ma
non si trovano in condizione di offrire allo stato un'opera durevole e
regolare. Si riscaldano di rado per quella vivace lotta degl'intelletti
che per l'uomo colto forma il pane della vita, e sono molto proclivi a
dar via la libertà del pensiero per un governo forte e benigno, che
promova energicamente il benessere dei molti: tra tutte le potenze
spirituali è però sempre quella della Chiesa, che esercita su cotesti
animi l'incanto più forte. È questa la ragione che difficolta al dotto
un giudizio sicuro sul più recente grado di sviluppo del bonapartismo.
Nel mondo moderno l'importanza del quarto stato non era stata mai così
invadente come sotto il secondo impero. Al tempo della Convenzione le
moltitudini parigine dominavano il potere dello stato e mutuavano una
parte della loro potenza al sicuro lavoro della macchina amministrativa.
Sotto Napoleone III erano fuori del governo; ciò non ostante il quarto
stato costituiva la classe più importante: il continuo riguardo al
contentamento degli umili formò il pensiero direttivo del nuovo
bonapartismo. Anche oggi, sotto la così detta repubblica, l'avvenire
della nazione è indubitabilmente nelle mani dei contadini e degli
operai. Solo che dove domina il quarto stato, ivi domina anche il suo
concetto sensuale della vita. E nella nuova Francia appare così
spaventosa la rozzezza morale, il disprezzo di tutti i beni ideali, che
senza volerlo si corre a una congettura, la quale, certo, non è
storicamente dimostrabile. L'apparenza è, che tutti i nobili elementi
latini e germanici siano stati interamente schiumati da questa
nazionalità commista, e che sia tornato sopra a ribollire il sedimento
impuro dell'antichità celta. Se di sotto a un tale strato fitto
d'ipocrisia e d'immoralità vuole distinguere il merito di un siffatto
sistema sorretto sul quarto stato, l'uomo colto deve reprimere con forza
molte delle più care e nobili idee proprie del suo ceto.

Il secondo impero capita nei due più ricchi decenni contemporanei; e se
riflettiamo con quale agilità ha pazzamente corvettato e ha cangiato il
giudizio del mondo sul terzo Napoleone, sentiamo vivamente come siamo
diventati vecchi in pochi giorni. Il nuovo bonapartismo, opposto vivente
dell'infingardo regno borghese, ha trasformato più profondamente e più
violentemente di qualsiasi altro regime moderno le condizioni sociali
del suo paese; la baldanza del suo assoluto volere osò parecchie riforme
recidenti dalle radici, per le quali un parlamento non avrebbe trovato
né il coraggio né la spregiudicatezza. Solo che la precipitosa caduta di
questo sistema dell'affario conferma ancora una volta la regola, che un
governo tanto meno è stabile, quanto più ampiamente allarga la propria
attività.

Raccogliamo innanzi tutto le brevi memorie del presente negli stadi
principali che il secondo impero ha percorso. La sua storia si divide in
due periodi nettamente distinti. Nello stesso modo come un tempo, subito
dopo l'anno 1840, sorse opinione, che la stella degli Orléans corresse
all'occiduo, così, dopo il 1860 il giudizio generale ritenne, che
l'impero del terzo Napoleone avesse sormontato il suo culmine. Con
questo, però, che il decennio dell'ascesa era la fase del dispotismo non
mitigato in nulla, laddove il decennio della discesa era il tempo delle
prove liberali! Non occorre altro che guardare freddamente in faccia
questi dati di fatto per riconoscere immediatamente la verità, che il
bonapartismo con le concessioni alle idee liberali dei ceti più alti
aveva rotto fede a sé stesso, e che la nazione non era più capace di
comportare un regime di libertà.

Al colpo di stato seguì prima un anno di transizione, che fu per
l'immoralità del nuovo sistema la stagione della fioritura. Laddove i
mentiti discorsi del presidente al tempo dell'assemblea nazionale
trovavano spiegazione nella situazione politica, in appresso, invece, la
gherminella repubblicana del 1852 appare semplicemente frivola e
ordinaria. Il presidente stimava necessario un terzo plebiscito per
consolidare la propria potenza? Oppure il fatalista opinava di poter
salire al supremo potere solamente, come lo zio, per tre gradi? Certo,
era decisivo il fatto, che il 2 dicembre il principe tenne a serbare
l'apparenza, che il colpo di stato servisse a salvare la repubblica. Ciò
in riguardo alle grandi potenze, le quali in verità diedero la loro
approvazione alla vittoria dell'«ordine», pur non volendo nessuna di
loro il ripristinamento dell'impero. Insomma, la Francia ufficiale
imposturò, ancora per lo spazio di dieci mesi, con frasi ipocrite la
fede repubblicana, quantunque il colpo di stato nient'altro potesse
significare, che l'erezione del trono. Nel settembre del 1852, durante
il viaggio ufficiale attraverso il paese, il presidente assicurava
tuttora, che nel grido ripetuto «viva l'imperatore!» egli riconosceva
più un tenero ricordo che una espettazione: ma il ministro dell'interno
faceva prender nota dei nomi delle persone che in quel viaggio imperiale
venivano a contatto col principe, «affinché non vadano perduti alla
storia». Il flemmatico uomo si era tenuto freddo e calmo in mezzo a
quell'ardente entusiasmo popolare, il quale indubitabilmente dimostrava,
che le popolazioni avevano interpretato il senso dell'ultima elezione di
dicembre assai più giusto, che non le grandi corti. Alcune settimane più
tardi la brama del paese di ristabilire l'impero si manifestò
irresistibile: la nazione esigeva, secondo l'enfatica espressione del
sindaco di Sevres, lo sposalizio della Francia con l'inviato di Dio.
Seguì allora, stesa da Troplong, quella relazione del senato, che noi
senza esitazione possiamo definire il capolavoro del moderno
bizantinismo. Perché mai anche il linguaggio del fido senato non avrebbe
dovuto sinfoniare fino all'ardimento ditirambico? Appunto, Troplong
medesimo lo confessa: vi sono momenti in cui anche l'entusiasmo ha il
diritto di risolvere questioni! La nazione incorona sé stessa
incoronando Napoleone; in tal modo ella trae nobile e pacifica vendetta
dei trattati del 1815. La repubblica cede la propria essenza tramessa
alla dignità imperiale mercé il popolo sovrano, e la grande ombra dalle
nubi guarda appagata l'esaltazione del nipote.

Sotto la tutela del nuovo trono si svolgono veementi tutte le energie
del lavoro e la vertigine della speculazione: giace una quiete profonda
sulla vita intellettuale e politica. L'opinione dei popoli odiava
l'imperatore in cui vedeva il cagnotto della reazione europea, che
perseguitava per ogni dove, perfino nell'asilo dei paesi liberi, i
campioni della repubblica; e tremava pensando all'ora, in cui egli
infallibilmente avrebbe imboccato la via dello zio. Le corti
tentennavano tra la ripugnanza contro il risalito e il rispetto verso il
salvatore della società. Negli affari europei dava il tono la Russia; e
precisamente quella corte mantenne di fronte al napoleonide, non appena
fu esaltato imperatore, l'attitudine della rigida alterigia
legittimista. In quel torno i disordini orientali offrirono
l'opportunità di sperimentare la potenza della Francia e i talenti del
suo capo. Seguì un brusco spostamento delle alleanze e dei rapporti
internazionali, che ricordò vivamente il tempo splendido del Consolato,
allorché Bonaparte, minacciato pur dianzi da una coalizione
soverchiante, riuscì in pochi mesi ad assembrare in lega gli stati del
Mezzogiorno e del Settentrione contro il diritto marittimo inglese. In
verità, i risultati della spedizione di Crimea ebbero scarsa efficacia
sul mondo orientale, quasi nulla; ma la gloria guerriera delle aquile
imperiali fu novellamente sancita, e i rinfranchi del paese si
palesarono inesauribili, giacché nel bel mezzo della guerra la capitale
lussuriò anche di più nell'orgia della vita neonapoleonica e apparecchiò
una fastosa esposizione alle industrie dell'Europa. Il napoleonide ebbe
la soddisfazione, che nell'anniversario della sua conquista di Parigi un
congresso europeo raccolto sulla Senna sotto la presidenza
dell'ambasciatore francese segnò la conclusione della pace. La
preponderanza della Russia era spezzata. Di nuovo la Francia si chiamava
la grande nazione. Subito dopo venne alla luce il principe imperiale:
gli eserciti francese, inglese, italiano, turco e russo festeggiarono in
pari tempo in Oriente la nascita del principe ereditario. Il sistema
nazionale era eternato, come dissero le autorità nello stile del primo
impero. Nel febbraio 1857 l'imperatore poté congedare il devoto corpo
legislativo con la confidenza, che presto si direbbe del secondo impero
come un tempo del Consolato: «regnava da per tutto il contento, e chi
non nutriva nel cuore malvage passioni gioiva della felicità del paese».

Capitò allora un contrattempo: l'attentato di Orsini stornò per alquanto
tempo Napoleone III dal suo comportamento, e il sistema, prima appena
raddolcito, di oppressione fu novellamente raggravato. Il subisso di
felicitazioni da cui fu inondato l'imperatore per l'avvenuto scampo,
dimostrarono però al mondo fino a qual segno le popolazioni avessero
bisogno di lui: che indubitabilmente parlava in loro un certo qual misto
di sentimenti nobili e di servilità, come nell'ode _Divis orte bonis_
che in un'epoca affine Grazio cantò ad Augusto. Nessuno ha così
incisivamente significato di cotesto attacco la ragione ideale, come
l'_enfant terrible_ dei bonapartisti, il marchese di Boissy, con le
parole: «noi tutti amiamo l'imperatore, perché ognuno dice a sé stesso:
in quale pantano cadremmo, se Napoleone morisse!». Proprio in quei
giorni in cui l'opinione pubblica liberale farneticava nuovamente
sull'imperatore, egli s'incontrò con Cavour a Plombières, e portò a
maturità il pensiero più ardito e più benefico della sua politica
europea. Giacché, per quanto lo stesso imperatore abbia più tardi
peccato rispetto all'Italia e per quanto anche il corso degli
avvenimenti abbia deluso le aspettazioni del napoleonide, pure al terzo
Napoleone rimane la gloria, che senza il suo aiuto il risorgimento
dell'Italia forse non sarebbe stato mai iniziato, e certamente non
avrebbe trionfato. Nelle ore in cui tra le tripudianti acclamazioni
degli operai di Parigi l'imperatore si accingeva a partire pel campo,
appariva effettivamente un sovrano nazionale, il rappresentante della
Rivoluzione. Dopo la vittoria di Solferino l'egemonia della Francia tra
i popoli latini parve assicurata. Anche i liberali illuminati
s'inchinarono al liberatore dell'Italia, e in ampia sfera fu ripetuta la
lode smisurata: Napoleone il Piccolo riposava agl'Invalidi, Napoleone il
Grande regnava alle Tuileries. Era il tempo che l'Europa nella solennità
del Capodanno tendeva l'orecchio a Parigi, con l'emozione angosciosa del
bambino bruciato. Ed ora, con la consapevolezza della propria potenza,
l'imperatore arrischiò la grande riforma della politica commerciale: la
superba idea di raccogliere tutta l'Europa occidentale in un unico
dominio aperto al libero scambio si avviò verso l'effettuazione.

Eppure l'ora felice dell'impero era già dileguata. Principiò il dichino,
da quando la storia richiamò dovunque nuove complicazioni sociali, a cui
non rispondeva menomamente la pretesa della Francia di essere maestra di
tutto il mondo. La stessa fondazione del regno d'Italia era, per lo
meno, tutt'altro che profittevole alla supremazia della corona
napoleonica. Inoltre, l'inevitabile inazione del gabinetto durante la
sollevazione polacca dimostrò che la Francia non era abbastanza forte
per garantire i suoi così detti alleati. L'imperatore tentò indarno di
comparire ancora una volta come il patrono della pace europea; egli
invitò a un congresso le grandi potenze con espressioni quasi
minacciose: ogni rifiuto avrebbe tradito segreti disegni, che temevano
la luce del giorno! La guerra dello Schleswig-Holstein, e con quella il
grande imbocco della politica tedesca, principiò per l'appunto quando
coteste burbanzose parole si sparsero pel mondo. Il ritegno
dell'imperatore durante le lotte per Düppel ed Alsen gli procurò da
parte dei tedeschi riconoscenza e talvolta eccessivo apprezzamento,
motteggi e biasimo da parte del suo popolo. Frattanto il secondo impero
aveva trovato nel Messico la sua Spagna. Una catena di strafalcioni
grossolani, una inesplicabile disconoscenza della vitalità ed energia
degli Stati Uniti condussero a una disfatta obbrobriosa, misero a
repentaglio la dignità e la riputazione della corona, sconvolsero
siffattamente le finanze e l'esercito, che allo scoppio della grande
guerra germanica lo stato non era nella condizione voluta per l'entrata
in campagna. In tal modo si compì la fondazione dello stato
settentrionale tedesco: un terribile colpo per tutti i più cari
pregiudizi dei nostri vicini: e nello stesso tempo l'unificazione
dell'Italia incominciata dalla Francia fu spinta a termine dalla
vittoria della Prussia.

Nel frattempo l'imperatore era invecchiato, e i validi coadiutori che
sostenevano la sua corona, l'uno dopo l'altro, erano spariti:
Saint-Arnaud e Magnan, Pietri e Mocquart, Fould, Pélissier e Walewski, e
poi i tre non surrogabili, che più di tutti avevano lavorato con
coscienza di uomini di stato alla fondazione duratura dell'impero:
Billault, Thouvenel e quel Morny, che aveva inculcato così spesso al
despota tentennante la fresca energia della risoluzione netta.
D'altronde, qui come per ogni dove, il dispotismo si era rivelato
incapace di produrre nuovi grandi ingegni di uomini di stato.
L'opposizione delle classi colte si ridestò a nuovo ardore, l'attitudine
di fronda ritornò a essere un'arte in moda, e fin dal tempo della
ritirata del Messico risonò tra gli avversari il grido sempre più
baldanzoso: _l'empire est défait_. Lo sfasciamento del _Crédit mobilier_
e il disavanzo crescente del bilancio dello stato, lo spopolamento delle
campagne e l'urbanesimo suscitarono il sospetto sulla sanità del nuovo
rigoglio economico; e la giornata di Königgrätz aguzzò gli occhi sui
rischi e le menomazioni alla propria patria. Anche la fiducia dei popoli
vicini fu distrutta dalle fondamenta dal brutto affare del Lussemburgo e
dalla rioccupazione di Roma. Così, incalzato di dentro e di fuori, dopo
reiterati slanciamenti e arretramenti, alla fine Napoleone si buttò
avanti sulla strada delle riforme costituzionali, che già aveva aperta
col decreto del 24 novembre 1860. Ma il richiamo «guerra o libertà», che
saliva dalle fila dell'opposizione, testimoniava tristamente sia
dell'oltracotanza abituata a calcare coi piedi il diritto dei vicini,
sia, insiememente, della disperazione di un popolo, che sente
l'indegnità della propria posizione senza trovare in sé la forza
durevole per risollevarsi. Il contegno servile della popolazione nella
campagna elettorale del 1869 dimostrò, che effettivamente l'energia
politica era completamente svanita. Non punto una volontà popolare ferma
e sicura, ma solamente la confusa e lunatica scontentezza delle classi
alte indusse il despota a cedere a mano a mano alle rinascenti idee
costituzionali. Finalmente il ministero Ollivier arrischiò il tentativo
di riconciliare la tirannide col parlamentarismo: tentativo, che doveva
sommergersi nel suo proprio assurdo. La gherminella costituzionale placò
tanto poco il livore dei vinti del 2 dicembre, quanto la malvagia
libidine guerresca della nazione. L'imperatore cercò di liberarsi dalla
sua posizione insostenibile, prima con un appello al popolo, poi con una
guerra ardentemente agognata dalla nazione. La nostra buona spada mandò
in frantumi il suo trono; e senza fede, senza dignità, nel modo stesso
come in altri tempi si era inchinata al colpo di stato, così ora la
nazione abbandonò il «salvatore della società», perché sul campo di
battaglia non era stato fortunato.




II.


Le reiterate e violente vicissitudini del trono nella moderna storia
francese e l'egoismo impronto con cui ogni classe dominante ha messo a
profitto il proprio potere, hanno annientato in Francia la monarchia,
nel senso antico e schietto della parola. L'intima contraddizione nella
vita di questo stato si può brevemente compendiare nella proposizione
seguente: la Francia non può fare a meno di un gagliardo potere statale
raccolto in una sola mano, e nulladimeno ha perduto interamente i
costumi e le tradizioni della monarchia legittima. Il nuovo sistema
bonapartistico non era né un dispotismo illuminato sullo stile del
secolo decimottavo, né un semplice ripristinamento dell'impero militare
napoleonico, ma una forma statale per sé stante, affatto moderna: una
tirannide personale, eletta dalle moltitudini e governante a pro di
cotesto quarto stato pervenuto alla coscienza di sé. Laddove nella
monarchia legittima, anche sotto una corona assoluta, tutte le
istituzioni e i costumi statali convergevano allo scopo di sottrarre la
persona del monarca alla lotta dei partiti e di assicurare anche sotto
un principe inetto il regolare andamento della cosa pubblica,
all'opposto nella Francia bonapartistica la persona del monarca portava
fondamentalmente la responsabilità del destino dello stato. Talché un
ministro geniale, sotto un imperatore senza talento o impopolare, non
sarebbe stato in grado di assicurare la durata al sistema. Il
dottrinario del secondo impero, il duca di Persigny, curò di designare
l'eletto del popolo come _homme-peuple_: sotto la forma adulatoria
l'espressione recava l'esatto significato, che cotesta potenza
imperiale era una dignità supremamente personale, che doveva affermarsi
nella sollecitudine quotidianamente rinnovata pel bene delle
moltitudini. È vero, che la maggioranza degli elettori aveva esaltato il
terzo Napoleone in virtù del suo nome: ma nessun uomo imparziale poteva
da cotesta potenza dei ricordi napoleonici trarre la conclusione, che la
moltitudine dei francesi fosse attaccata ai Bonaparte con la medesima
fedeltà con cui i prussiani ai legittimi Hoenzollern o un tempo gli
olandesi alla casa tirannica degli Orange. Ogni vincolo di pietà tra
popolo e casa regnante fu spezzato in Francia dalle tempeste di due
generazioni. Qui l'unico legame possibile tra governanti e governati è
costituito dall'interesse; e, col fatto, nessuno stato della storia
modernissima ha fatto valere così spregiudicatamente, come il secondo
impero, l'egoismo dei suoi sudditi. Il nuovo bonapartismo è stato
effettivamente, come amici e nemici lo hanno qualificato, un
_gouvernement indiscutable_; non già semplicemente a cagione della sua
origine equivoca, ma principalmente per la ragione che lo spirito di
cotesto sistema era grossamente materialistico, e perciò non comportava
prove incondizionate.

È evidente che il capo di uno stato siffatto dovesse essere e rimanere
responsabile. Quando Laboulaye e gli altri dottrinari dell'_empire
libéral_ partivano in lizza contro cotesta situazione di fatto in nome
dei noti principii costituzionali, che regno e responsabilità,
insiememente concepiti, fanno contraddizione, e che lo stabilimento
dell'impero ereditario esclude per sé stesso la responsabilità del capo
dello stato, ebbene, essi davano nel vuoto. Le teorie giuridiche della
monarchia parlamentare non comportano adattabilità a una tirannide
democratica. La fondazione dell'impero era solo un cambiamento di nome,
che non mutava nulla di sostanziale alla vera natura della carica
presidenziale. La trasmissibilità di cotesta corona rimase sempre come
niente altro che un assegnamento incerto sul futuro, laddove, invece, la
responsabilità dell'imperatore era un principio, la cui immutabile
permanenza era ognora affermata dai dignitari dell'impero Rouher e
Troplong, e il cui adempimento pratico veniva reso possibile dalla
stessa costituzione. Bastava che l'imperatore si credesse sicuro del
favore delle moltitudini, ed egli, secondo l'articolo 5, aveva facoltà
di appellarsi al popolo sovrano: che era un'arme violenta del
dispotismo, la quale, usata al momento opportuno e conformemente alla
morale napoleonica, era al caso di accrescere sempre che volesse la
soverchianza della corona, e in effetto escludeva ogni speranza di un
onesto regime parlamentare.

Per contro, posto che le moltitudini venissero nell'idea, che l'eletto
non rappresentava più i loro interessi, il proemio della costituzione
indicava la via per richiamare l'imperatore alla responsabilità.
Dichiarare irresponsabile un capo dello stato francese, ivi è detto,
«ciò significa mentire al sentimento pubblico; ciò significa ammettere
una finzione, che per tre volte è andata dispersa nel turbine delle
rivoluzioni». Più chiaro di così non si può dire, che l'imperatore
portava e voleva portare la sua corona col pericolo permanente di essere
cacciato da una quarta rivoluzione. Con ciò, dunque, nella superba
Francia si era giunti a questo, che la legge fondamentale di una nazione
civile con ingenuità cinica confessava: il nostro regime è un gioco
_va-banque_, ogni sicurezza del diritto pubblico è una lustra, ogni
costituzione nient'altro che un espediente! La corona napoleonica non
godeva la sicurezza della monarchia ereditaria, e appunto perciò era
provvista di una pienezza di potenza, che un monarca legittimo non ha
mai raggiunta: «essendo il capo dello stato responsabile», dice quel
proemio, «la sua attività deve essere libera e senza impacci».

Non vi è alcun dubbio, che il nuovo bonapartismo nutriva, come il primo
impero, il disegno di fare da terreno neutrale, su cui venissero a
ritrovarsi insieme gli avanzi dei vecchi partiti. Esso non si diede
briga del passato dei suoi cooperatori, e prese ai suoi servigi quanti
riconobbero il nuovo ordine. Permise, dopo alquanti anni di
compressione, il ritorno degli avversari esiliati che si obbligavano
all'ubbidienza, e non si discostò mai dal proposito di collocare la
grandezza della patria al disopra dei partiti. Chi non ricorda lo
scritto pateticamente generoso dell'imperatore, che ordinava il rilascio
del pericoloso cospiratore Barbès, perché questi aveva espresso il suo
entusiasmo patriottico per la guerra di Crimea? Similmente l'impero non
volle favorire un ceto solo; seppe contentare l'ambizione e la foga
industriale della borghesia e, nello stesso tempo, ripristinare la
nobiltà: un eccellente mezzo per vincolare alla corona migliaia di
famiglie sia mercé la comune ambizione, sia mercé il timore di una
soppressione di titoli nobiliari male acquistati; ma anche una prova,
che s'intendeva di riguardare le inclinazioni e i pregiudizi delle
classi più alte. Appunto: l'eletto del popolo si applicò un pezzo al
disegno di aggiungere all'antica una nuova nobiltà napoleonica. Nei
brindisi e nei proclami il signor di Persigny esaltava come merito
peculiare del nuovo sistema «l'eminente idea sociale», per cui, avendo
ogni governo precedente rappresentata soltanto una delle tre classi
della società, l'impero invece le rappresentava medesimamente tutte.
Tale vanteria conteneva qualche apparenza di verità. Il quarto stato
dominava interamente sulla vita pubblica, non più però a forza di
turbolenze e barricate, come nei primi tempi della repubblica:
specialmente nelle condizioni ordinarie non era affatto in grado
d'impadronirsi immediatamente del potere, come avevano potuto farlo un
tempo la nobiltà e la borghesia; e sotto il secondo impero aveva
apparentemente, come gli altri tre stati, solo l'incombenza di ubbidire
e lavorare.

Ciò non ostante, il quarto stato costituiva in Francia la classe
politica, ed era di continuo glorificato dalla burocrazia con panegirici
adulatorii. «Dio ha primieramente rivelato il Salvatore a questa che è
la classe più numerosa e più interessante della società», affermavano le
circolari dei prefetti; e prima delle elezioni del 1857 il ministro
Billault dichiarò ufficialmente: «i contadini e gli operai hanno creato
l'impero, quelle moltitudini di uomini operosi, che formano l'ampia base
del suffragio universale». Perciò il signor di Morny esortò gli elettori
a mandare nei corpi legislativi, in luogo dei così detti uomini
politici, commercianti presi dalla cerchia della propria professione; e
il signor Granier secondo Cassagnac asserì anche più rudemente: «la
classe agricola, nocciolo della nazione, domanda già: perché
l'imperatore non governa solo?». Lo stesso Napoleone III designò
continuamente il suo sistema come il _gouvernement du grand nombre_; e
quando in una massima sovente ripetuta dichiarava che il suo governo
riposava «sul popolo, fonte di ogni potere dello stato, sull'esercito,
fonte di ogni forza, sulla religione, fonte di ogni giustizia», in
sostanza con questa tricotomia egli esprimeva semplicemente l'unico
concetto, che cotesto regime del quarto stato poggiava essenzialmente su
quelle forze, le quali determinano la condotta del popolo. Donde appare
del tutto rispondente la società stranamente mista della corte
napoleonica, innocente assembramento di preti cortigiani, di demagoghi
cortigiani, di soldati cortigiani. Consideriamo l'origine del sistema e
la sua esistenza durata per lunghi anni, trascorsa impareggiabilmente
più pacifica del governo senza posa osteggiato dei Borboni e degli
Orléans, e distrutta in fine non da altro che dalle armi straniere, e
non potremo disconoscere, che cotesta forma di stato si era sviluppata
necessariamente dalle condizioni sociali del paese. La moltitudine
arrivata al dominio, sensibile alle idee semplici e generali
dell'eguaglianza e dell'autorità statale unica e onnipotente, inclina
sempre all'eguale soggezione di tutti a un tiranno nazionale. Anche
nelle condizioni incomparabilmente più sane dell'America del Nord, al
tempo di Jackson e di Abramo Lincoln, quella tentazione passò rasente al
popolo sovrano. Inoltre in Francia la moltitudine, non abituata a
governarsi da sé, possiede, secondo che confessa il socialista
Duveyrier, «in supremo grado il sentimento della gerarchia»; e sotto il
fanatismo dell'eguaglianza ha così completamente smarrita l'intelligenza
della libertà, che mille e mille in perfetta buona fede consentono in
quella vanteria del bonapartismo ripetuta fino alla nausea: «il terzo
Napoleone è il vero fondatore della libertà, giacché dal tempo del
secondo impero più non esistono iloti politici».

Il suffragio universale vigeva non più, come sotto il primo Napoleone,
ridotto dalle liste elettorali, ma completo e in regolare attività.
L'esigenza, manifestata un tempo dal parlamento del lavoro al palazzo
del Lussemburgo, che da ora in avanti la superiorità della cultura
dovesse tanto poco costituire un diritto quanto la superiorità della
forza muscolare, aveva ottenuto completa effettuazione. Il suffragio
universale formava la base del nuovo diritto pubblico ed entrava in
vigore in ogni elezione, in ogni cambiamento dei principii fondamentali
della costituzione: gettò in breve tempo radici tanto salde, che nessun
partito ha più pensato seriamente di levarlo. Nelle elezioni del 1863
parteciparono il 73,9 per cento, nei plebisciti che fondarono la
costituzione e l'impero dal 75 all'84 per cento della popolazione adulta
maschile. Abili strumenti del governo, come Thuillier, cavarono da tali
dati la conclusione: «l'impero è la più grande e più felice democrazia,
che il mondo ha mai vista coronata dalla gloria e dalla libertà»; ma lo
storico, invece, per l'appunto in cotesta enorme partecipazione del
popolo discerne la prova dello sconfinato potere del dispotismo
democratico.

Nei tempi di transizione dal medio evo all'età moderna la storia della
maggior parte degli stati ha visto «re della povera gente» i quali,
sorretti dalle moltitudini, fiaccarono l'oltracotanza dei piccoli
signori. Il dispotismo neofrancese era di un'altra specie. Questo aveva
trovato il diritto pubblico già formato da un pezzo, e si sentì chiamato
a spianare con gli accorgimenti positivi di un'autorità statale
onnipotente l'enorme contesa d'interessi della moderna economia
democratica. Si propose, come dice Napoleone III, di «appagare
l'attività di questa società anelante, irrequieta, esigente, che attende
tutto dal governo»: il sistema, in altre parole, era un socialismo
monarchico. Una volta Sainte-Beuve in senato compendiò molto giustamente
il cómpito del _socialisme autoritaire_, di cui noi abbiamo già
rintracciato i primi vestigi nei primi scritti di Luigi Bonaparte: «esso
vuol prendere la parte buona delle idee socialistiche, per strapparla
alla rivoluzione, e inserirla nell'ordine regolare della società». Non
già semplicemente l'indifferenza alle questioni costituzionali propria
di tutti i socialisti, bensì la coscienza dell'affinità elettiva
condusse nel campo di Bonaparte molti, come i Bixio, i Chevalier, i
Duveyrier, che un tempo stavano accosto accosto alle scuole dei
socialisti. Anche quei socialisti che per anni dominarono il mondo
borsistico del bonapartismo, i due Pereire e i loro compagni, non
avevano minimamente abiurato la loro fede.

Ogni regime dispotico è affetto da un tratto mistico: il misticismo
del secondo impero si manifestò nella devozione religiosa con cui
era celebrata la maestà della volontà popolare, la sagra
dell'_homme-peuple_. Non occorre dire che cotesta sagra era
immediatamente caduca, non appena la volontà popolare cangiasse.
Certo, il bonapartismo non nutriva pregiudizi, né pretendeva, come
anni prima i Borboni, di cancellare il passato, ma si sentiva legato
di solidarietà con tutti i governi precedenti: celebrava le idee
dell'89 come il principio fondamentale, la fiamma vitale della sua
costituzione, e professava con labbro eloquente gl'ideali di libertà,
anche se poi col fatto la sopprimeva. L'imperatore asserì: «fedele
alla mia origine, io non considero le prerogative della corona come un
pegno sacro e intangibile, né come un'eredità dei miei padri, che io
deva anzi tutto trasmettere intatto a mio figlio». Ma se il
bonapartismo non soffriva di fisime legittimiste, pativa però del
morbo ereditario della tirannide, dell'odio a ogni salda limitazione
legale del potere dello stato.

L'imperatore poteva garantire concessioni al liberalismo, ma l'eletto
del popolo non poteva mai riconoscere una sincera reciprocità di diritti
e di doveri fra sé e il corpo legislativo, non mai una vera
costituzione. Certamente non era dato introdurre una legge se non mercé
l'accordo dell'imperatore, del senato e del corpo legislativo; nondimeno
soltanto l'imperatore emanava i decreti necessari all'esecuzione,
sebbene la savia disposizione del primo Napoleone, che trasmetteva al
senato la regolazione dei casi non previsti dalla costituzione, fosse
passata anche al secondo impero. Ma siccome fuori dell'imperatore non
esisteva alcun potere che fosse in grado di sistemare coteste difficili
idee di diritto pubblico, seguiva in fatto, che tutti i grandi atti
legislativi dell'impero emanavano soltanto dall'imperatore. Un decreto
imperiale ordinò la successione al trono; un decreto fondò nel 1858 il
Consiglio intimo, che era un collegio di personaggi fidati al quale
l'imperatore esponeva a consultazione tutto ciò che aggradiva, e che in
uno col Consiglio di stato incaricato di tutti i disegni di legge doveva
secondo la costituzione formare «la ruota più importante della nostra
nuova organizzazione». Un decreto imperiale concesse al corpo
legislativo il diritto di mozione, un altro decreto gli ritolse cotesto
diritto e gli accordò in risarcimento il diritto d'interpellare il
governo. L'imperatore aveva facoltà di decretare sempre che volesse lo
stato d'assedio ed era solo tenuto a ottenere suppletivamente la
sanzione del senato. In breve, il formidabile dettame napoleonico _le
pouvoir reprend ses droits_ poteva entrare in vigore ogni momento: da un
istante all'altro tutte le classi dei cittadini dello stato potevano,
come nel 1858, esser poste fuori della legge da una legge di sicurezza.

La mano di ferro in guanti bianchi, cotesto rimedio gradito agli
assolutisti pei nostri tempi malati, era col fatto divenuta il retaggio
della nuova Francia. Solamente cinque capisaldi della costituzione non
potevano abolirsi senza il consenso del popolo sovrano: la
responsabilità del capo dello stato, la dipendenza dei ministri dal solo
imperatore, il consiglio di stato consultivo, il corpo legislativo
deliberante le leggi e il senato come _pouvoir ponderateur_. In altre
parole, la limitazione del potere imperiale, il passaggio al sistema
parlamentare era impossibile senza la sanzione della nazione: per contro
l'imperatore era libero senz'altro di ampliare la propria potestà,
eccetto questo, che non gli era lecito di abolire il corpo legislativo.
Nello stesso modo come un tempo il primo Napoleone aveva detto: «il
disegno costituzionale di Sieyès abbraccia solamente l'ombra; ma noi
abbisogniamo della sostanza, ed io ho collocato cotesta sostanza nel
governo», così anche al secondo bonapartismo era dato di vantarsi, che
il potere esecutivo formava l'unica forza viva del suo diritto pubblico.
È certo, però, che la costituzione del 1852 non ha condotto, come
quella consolare, a un accrescimento sempre più soverchiante del
dispotismo. L'imperatore ha spesso riconosciuto il bisogno di condizioni
di maggiore libertà. Secondo l'assicurazione del duca di Morny, egli nel
1861 lamentava nel Consiglio privato la mancanza di pubblicità e di
sindacato come il cancro del sistema; e nel febbraio del 1866 dichiarò
al senato: «il mio governo non è stazionario, ma progredisce e vuole
progredire». Nel 1865 fece esporre al pubblico i provvedimenti più
importanti del suo governo nella compilazione _la Politique impériale_,
con la ferma fiducia, che il giudizio pubblico non avrebbe disconosciuto
le benemerenze del regime. Se non che la prima condizione della libertà
politica, la sicurezza del diritto comune, la quale importa più delle
singole concessioni al liberalismo, era onninamente impossibile nella
Francia imperiale.

Il secondo impero si serbò fino alla caduta come un dominio dispotico, e
Napoleone III svelò nelle note parole del suo discorso del trono del 14
febbraio 1853 l'estrema ragione di cotesta situazione illegale: «la
libertà non ha mai aiutato a fondare un edifizio politico duraturo, ma
lo corona quando il tempo lo ha consolidato». Si motteggi pure la piatta
balorda concezione dell'essenza della libertà, che si smaschera in
questa mezza verità schiettamente napoleonica; ma la famigerata teoria
del coronamento dell'edifizio non è del tutto assurda. Non si può
rifiutare l'esempio, mille volte addotto dai bonapartisti, dello stato
inglese. Anche l'Inghilterra cominciò a godere pienamente la libertà
parlamentare, quando i pretendenti Stuardi più non erano pericolosi, e
la casa di Hannover era minacciata seriamente solo in alcune parti
separate del regno. In Francia, invece, i tre quarti delle energie
popolari rimasero sistematicamente materia greggia pel governo dello
stato, giacché tre partiti combatterono continuamente il quarto che era
al potere. Giorno per giorno toccava al governo, come del resto a tutti
i predecessori dal 1815, di lottare per la propria esistenza; e di
cotesta sua posizione aveva coscienza viva, né credeva punto a un
subitaneo adempimento della solenne profezia del discorso della corona:
«le passioni inimiche, unico ostacolo all'espansione delle vostre
libertà, andranno sommerse nell'immensità del suffragio universale». Di
gran lunga più chiaramente era espressa la verace opinione
dell'imperatore in quel luogo della _Vie de César_: «i partiti politici
non disarmano mai, nemmeno davanti alla gloria nazionale». Perciò
l'impero finì sempre col ripiombare da capo nelle pavide dottrine della
tirannide: se il paese rispondeva nelle elezioni secondo gl'intendimenti
del governo, la nazione era contenta e non abbisognava di riforme; se le
elezioni riuscivano a favore dell'opposizione, i vecchi partiti erano
tuttora vivi, e ogni concessione portava pericolo. Per sua propria
confessione, il governo paventava più malanni da un abuso della libertà
che da un abuso del potere, e non si faceva carpire mai un diritto
definitivo.

Con l'elevazione delle moltitudini l'imperatore niente altro temeva più,
se non lo scontento delle moltitudini. Il grido _silence aux pauvres!_
che un tempo Lamennais aveva designato come la parola d'ordine della
borghesia, valeva anche sotto Napoleone III, ma in un nuovo senso: tutto
nella nuova Francia era lecito dire, salvo che non al popolo. Donde il
terribile bavaglio del pensiero, dallo stesso primo imperatore appena
raggravato, che dalle medesime moltitudini non era sentito
immediatamente come una compressione, ma che pure per cagion loro veniva
mantenuto fermo. Innegabilmente il bonapartismo si è tenuto lontano da
«quel colpevole e imprevidente lasciar andare, che si adorna talvolta
col nome di libertà». Il piccolo commercio dei libri offrì un grato
campo alle sue cure paterne: nei primi due anni dell'impero già seimila
volumi erano stati depennati come immorali dalle liste dei librai
ambulanti. Anche il più modesto dei diritti politici, il diritto di
petizione, era mozzo. Era permesso presentare petizioni soltanto al
senato, che le lasciava sospese a suo libito: tra il corpo legislativo e
le moltitudini doveva intercedere semplicemente l'assenza di ogni
rapporto. Siccome il diritto delle riunioni politiche, che è legato al
suffragio universale come l'àncora al bastimento, venne addirittura
annullato dall'impero, può sembrarci strana, ponendovi mente, la
rapidità e l'infallibilità con cui le nuove idee di opposizione al
governo, affluendo tutti gl'ingegni alla capitale, si diffondevano mercé
le libere conversazioni in tutto intero il ceto colto. Ma la
disposizione delle persone colte era presa poco in considerazione dal
bonapartismo. Anche gli operai potevano discutere tra loro delle proprie
aspirazioni sociali. Ciò che bisognava impedire, era l'influenza delle
persone colte sulle moltitudini: il profondo scontento degli uomini di
pensiero non doveva a nessun patto permeare il quarto stato. Donde la
distinzione profondamente accorta fatta dal ministro Pinard tra
l'istinto innato di sociabilità e il diritto puramente relativo di
riunione. Donde il fatto, che l'unione ginnastica tedesca di Parigi,
grazie al favore della casa Rothschild, formò in Francia l'unica
associazione che non fosse interamente estranea alle idee politiche; e
la superba nazione, che aveva conquistato alla terraferma il diritto di
associazione, era nell'anno 1866 talmente sprofondata al disotto delle
sue speranze, che perfino i liberali non sapevano elevarsi oltre il
desiderio, che dovessero permettersi le pubbliche riunioni almeno negli
ultimi venti giorni prima delle elezioni! Che poi alla chetichella non
si preparassero guai, lavorava la polizia segreta, la zelante discepola
dei Maupas, dei Pietri, dei Lespinasse. Era in funzione anche un
gabinetto nero, per quanto l'enorme aumento del movimento postale
moderno permetteva le miserabili arti di un'età soggetta. Napoleone III
nella sua entrata a Milano, acclamato freneticamente da un popolo a cui
portava la libertà e seguito passo su passo da un nugolo di spie i cui
ben noti ceffi di briganti italiani suscitavano il riso dei neolatini,
ecco una scena, che presenta in piena luce il carattere di cotesta
tirannide popolare. Per simili ragioni si spiega anche, come
l'ineguaglianza del diritto rispetto ai prodotti sia durevoli che
efimeri della stampa, che in uno stato non fondato sulla legge è affatto
inevitabile, prevaricasse sotto l'impero oltre ogni misura. Secondo il
signor Rouher le idee dell'89 stabiliscono solamente un diritto del
singolo di pubblicare la propria opinione, non già un diritto di
comunicazione collettiva. I libri, che la povera gente non legge, godono
di una libertà di stampa quasi intera. Prévost-Paradol curò, come un
tempo i nostri liberali sotto la censura di Karlsbad, di rendere
suppletivamente note nei suoi libri le trattazioni che la polizia non
gli aveva permesse nella rivista. Per le gazzette aveva vigore l'oracolo
di Granier: la stampa inasprisce le controversie senza risolverle, il
governo le risolve senza inasprirle. Un armamentario abbastanza
soddisfacente per mansuefare la stampa era già predisposto nelle leggi
della repubblica: l'imperatore, di soprassello, vi aggiunse nel febbraio
1852 anche l'ammonizione di polizia. In virtù di novantuno ammonizioni
piovute nello spazio di quindici mesi sui giornali già da un pezzo
intimiditi, il signor di Persigny produsse nella pubblica discussione
«quella temperatura moderata nella quale, e soltanto in quella, prospera
la libertà». Più importante pel sistema era l'altezza della tassa di
bollo sui giornali: il bollo ne avviluppò molti tra le difficoltà
finanziarie, li condusse a lerci rapporti con le potenze della borsa, e,
soprattutto, precluse la stampa colta alle moltitudini. Il popolano
poteva bene cavare dal piccolo _Moniteur_ poco costoso la convinzione
dello splendore dell'impero, oppure corroborare la sua educazione morale
sulla perfetta scimunitaggine e sull'oscenità del _Petit Journal_ e
fogli affini di ciancerie e pettegolezzi. La stampa forestiera era
assoggettata dopo, come prima, a una brutalità semplicemente russa: per
nessuna qualsiasi via indiretta era dato che al popolo pervenisse
notizia, come qualmente in qualche parte del mondo vivessero dei pazzi,
i quali non tenevano l'impero come il più libero e il più felice stato
del globo. Aggiungiamo, inoltre, una censura teatrale la cui
meticolosità altamente comica richiamava sovente ai tempi del vecchio
imperatore Franz, e conveniamo francamente, che il governo faceva per
l'innocenza politica delle moltitudini ciò che il governo poteva.

A questo senso d'incertezza, che impediva qualunque cambiamento serio
del sistema, si accompagnava la macchia morale che bruttava il colpo di
stato, e che poteva essere, per quanto dimenticata, perdonata non mai.
Napoleone nella _Vie de César_ confessa, che il più grave cómpito di un
governo sorto dalla violenza è quello di riconciliarsi gli uomini
dabbene. Anche il 2 dicembre, non è dubbio, non fece che ricondurre una
rivoluzione in pro del trono; mutò ben poco nei più importanti istituti
dell'amministrazione, principalmente nello spirito: per l'uomo colto,
che non può veramente vivere senza la libertà del pensiero, col fatto
principiò con quel giorno una nuova età. Perciò perfino il moderatissimo
Tocqueville non seppe risolversi a prestare il giuramento all'impero.
L'accomodazione degli spiriti agili non offriva alcun compenso al
profondo disgusto morale della nobiltà intellettuale della nazione. Se
il vecchio Dupin ricevé un'alta carica dal bonapartismo perché
l'infelice era già ridotto «a dover toccare le rendite dei suoi beni»;
se il principe Napoleone, che il due dicembre nessuno riuscì a trovare,
si affrettò, dopo la vittoria, a entrare nel campo del fortunato cugino;
e via di questo passo all'infinito; potevano bene, questi uomini,
consolarsi col sublime apoftegma di Dupin: «io ho sempre appartenuto
alla Francia, non mai a un partito». Ma all'accorto autocrata certamente
sorgeva spesso il dubbio, se erano davvero coteste le forze morali, su
cui potesse reggersi un regime. Una volta un dignitario dell'impero
proclamò: «Per le moltitudini come pel singolo vale la regola, che chi
domanda e ottiene favore, si lega di gratitudine a chi glielo ha
concesso. Questo impone il pubblico pudore». La verità di coteste
parole, la cui sovrana alterigia di virtù richiama Guizot, doveva
apparire evidente a ogni imparziale, ma difficilmente a una burocrazia,
che già aveva visto a terra tanti troni. Burocrazia, d'altronde, la
quale con tutta la sua solerzia di servizio covava però uno spirito di
corpo affatto deciso: salita in alto in nome dell'«ordine», voleva
serbarsi ceto dominante e perciò, dai prefetti fino alle guardie
campestri, era reazionaria nell'anima. Anche il partito del governo, che
col dolce appoggio dei prefetti era entrato nel corpo legislativo, era
composto di fanatici dell'ordine. L'imperatore era la testa più libera
del governo; nulladimeno, per tutto il tempo che la dinastia non fu
riconosciuta senza riserva dai liberali, si vide costretto ad attuare le
sue riforme per mezzo di uomini che aborrivano ogni progresso. In tal
modo, da qualunque parte ci facciamo, noi ritorniamo alla conclusione,
che l'impero doveva essere e rimanere un dispotismo democratico.

La conseguenza di cotesta forma statale appare indubbia, alla prima
occhiata. La piramide della vecchia amministrazione napoleonica, fatta
col e pel dispotismo, piantata sull'idea dell'onnipotenza dello stato,
trovò il suo vertice naturale nel despota eletto, che impiega in pro
delle moltitudini il potere statale e che nei casi estremi è atteso
dalla rivoluzione. Anche il Consiglio di stato, il numero dei cui membri
fu notevolmente accresciuto, forma di nuovo, come sotto il primo
imperatore, il capo e, nello stesso tempo, l'alta scuola
dell'amministrazione. Protegge gl'impiegati dalla persecuzione
giudiziaria, e discute i disegni di legge con tale minuziosità di
formalismo, da far sembrare superfluo al grosso pubblico ogni altro
dibattito in parlamento. L'enorme aumento degl'impiegati e l'elevazione
degli stipendi legava la burocrazia al sistema, e l'introduzione dei
_cadres de non-activité_ facilitò l'allontanamento, senza troppe
cerimonie, dei caratteri incomodi. Anche l'indipendenza della
magistratura sembra a stento tuttora un riparo contro l'assolutismo. La
promozione dei giudici avviene fondamentalmente come ricompensa di
sentimenti dinastici; l'introduzione dei membri del tribunale nella
commissione giudiziaria non avviene più, come un tempo, per opera del
presidente del tribunale e dei consiglieri anziani, ma per opera del
presidente e del procuratore generale. Accanto a cotesta gerarchia delle
autorità vige, come prudente concessione alle idee degli anni trascorsi,
il _système consultatif_, la, così detta da Persigny, gerarchia della
libertà, vale a dire il corpo legislativo, i consigli generali,
distrettuali e comunali, che non hanno parte effettiva nel potere
statale, ma sono autorizzati a manifestare di tempo in tempo il proprio
consiglio alla burocrazia in nome dei possidenti. Ora, se riesce di
mantenere la buona disposizione dell'esercito mercé guerre brevi e
fortunate e quella delle moltitudini coi giochi e coi lavori pubblici, e
di saziare fino al collo la gente istruita con l'ambiziosa servilità
della _fonctionnomanie_ e della bizza dell'oro, ne vien fuori una
specie di stato affatto destituito di ogni contenuto morale, ma
benissimo idoneo a serbare l'ordine e il lavoro all'interno e la potenza
statale all'estero: che è, come dire, una riproduzione moderna
dell'impero bizantino. Anche lì l'imperatore, una volta riconosciuto dai
partiti del circo, poteva contare sopra un governo passabilmente
tranquillo. Una rigida burocrazia attirava a sé tutti gl'ingegni,
assicurava allo stato un'esistenza millenaria, e un movimento
attivissimo alla società. Un esercito tecnicamente eccellente riportò
per secoli trionfi sugli Ostrogoti e i Vandali, sui Cretesi e i Siri,
sugli Armeni e i Bulgari; e se prestiamo fede a Carlyle e ad altri forti
intelletti dei nostri tempi, gl'ideali di libertà del nostro secolo non
sono in generale da considerarsi altrimenti, che come una specie di
rosolia della modernità.

Negli anni fiduciosi del suo dominio Napoleone III ha certamente creduto
all'immutabilità delle idee fondamentali della sua nuova costituzione
consolare e non ha sognato nemmeno un sistema parlamentare; poiché i più
astiosi attacchi dei suoi vecchi scritti movevano precisamente contro
cotesta forma statale, e anche quando fu sul trono non risparmiò il suo
dispregio a coteste «singolari dottrine dei teorici, cotesto sistema
supergeniale, coteste vuote astrazioni». In fine gli agenti
dell'imperatore zelarono ad ostentare nei loro discorsi uno sprezzo
sconfinato contro il parlamentarismo. Perciò Saint-Arnaud ardeva di
sdegno contro la vecchia carreggiata fangosa sulla quale si cade
miserabilmente, Baroche contro gli scrupoli pedanteschi dei giuristi
costituzionali, Troplong contro il congegno impacciante e forviante
della macchina parlamentare. Persigny e il principe Napoleone si
rifacevano eternamente al vecchio articolo di fede del bonapartismo, che
il sistema parlamentare è oligarchico, che è pernicioso al bene dei
molti ed è lusinghiero solo per la vanità dei singoli. E il signor di
Morny per l'appunto lamentò, pare impossibile, la sostanziale teatralità
dei dibattiti parlamentari: bizzarro rimprovero sulla bocca del
bonapartismo, che nelle arti del ciarlatanismo non ha mai trovato il suo
maestro. Tale avversione, nata dall'istinto del dispotismo, venne
cresciuta e pasciuta dall'inquietante ricordo degli Orléans. I quali
erano pel secondo imperatore ciò che i Borboni erano stati pel primo: un
oggetto di sollecitudine e di persecuzione incessanti. Noi non
rimproveriamo l'invocata confisca dei beni della Casa, perché chi
conosce la storia del demanio francese non può negare che questo
provvedimento, per quanto esoso possa parere, risponde pienamente alle
tradizioni della corona. Ma le maligne allusioni e le fiancate a danno
della monarchia di luglio, che ricorrono di continuo nei discorsi
dell'imperatore, attestano l'implacabile rancore del carcerato di Ham.
Quanto poco da principe fu il discorso del presidente nel castello di
Amboise, allorché, rilasciando Abdelkader prigioniero, paragonò la sua
propria magnanimità con la tapinità del caduto governo! Capitava, anzi,
al livoroso uomo di smarrire il decoro, come pensava agli Orléans:
quando annunziò il proprio fidanzamento alle alte corporazioni dello
stato, non seppe inibirsi di motteggiare sulla piccola principessa
mecklemburghese, di cui l'erede della corona di Luigi Filippo si era
dovuto contentare. E quando il duca d'Aumale dispettò il principe
Napoleone con la sua mordace lettera sulla storia di Francia,
immediatamente fu ordinata la soppressione generale di tutti gli scritti
della cacciata dinastia: ordinata dallo stesso príncipe, che un tempo
nelle carceri della monarchia di luglio aveva goduto piena libertà di
stampa.

Di un tale astio contro il regno di Luigi Filippo fece testimonianza
anche la costituzione dell'impero: nella quale le idee dei tempi
parlamentari sono cancellate fino alle ultime vestigia, e di una
rappresentanza popolare vi si può parlare solamente in senso figurato.
Anche noi tedeschi conosciamo gli abusi delle autorità nella elezioni
politiche; pure ci è dato affermare arditamente, che, in forza
dell'indipendenza dei nostri comuni e dell'educazione delle nostre
moltitudini, i casi più vergognosi della corruzione elettorale tedesca,
arrivano a stento agli esempi dei tempi di Guizot. Era riserbato al
bonapartismo di oscurare tutti i predecessori, e di illustrare così
terribilmente alla democrazia l'effetto a due tagli del suffragio
universale, che il ministro repubblicano Carnot dovè confessare: «il
suffragio universale senza l'educazione del popolo è un pericolo, senza
libertà è una menzogna». La lode della sincerità, che i _satisfaits_
amavano tributare al sistema elettorale del bonapartismo, col fatto era
ben fondata. «Il tempo dei mezzi meschini, dei mezzi segreti è passato»,
disse il ministro Persigny nella sua prima circolare elettorale del
febbraio 1852. «Quale imbarazzo per gli elettori, se il governo non
designasse egli stesso gli uomini di sua fiducia!» e, aggiungevano
ufficiosamente i prefetti, «non rispondendo alla dignità del governo il
fare qualcosa a mezzo, esso combatterà i candidati contrari». In ogni
collegio fu presentato un candidato ufficiale. Ogni altro candidato era
_desavoué d'avance_. Giacché, o era un avversario, e sarebbe stata una
folle speranza presumere di menare a fine anche adesso, sotto
l'imperatore responsabile, propositi ostili al governo; o era un amico,
e allora non era lecito, in grazia di un meschino interesse personale,
porre a cimento il pubblico bene! Si arrivò a combattere i candidati
bonapartisti che non si erano cattivato l'appoggio dei prefetti: chi
doveva il proprio stallo unicamente a sé stesso, poteva cadere nel vizio
dell'indipendenza. Lo strisciamento del così detto partito illuminato
governativo divenne a poco a poco tanto scandaloso, che una volta il
signor Rouher ne fu indotto a dichiarare compiacentemente: «noi
riconosciamo al partito governativo il diritto di correggere i nostri
errori quando abbiamo torto».

Anche il segreto non offriva alcuna garanzia alla libertà del voto. La
votazione procedeva per comune, e i piccoli comuni della campagna
ubbidivano infallibilmente agli ordini del rispettivo sindaco, il cui
zelo ufficiale si era vie più rinfervorato da quando al signor di
Persigny era venuta la felice idea di aprire anche ai sindaci villerecci
la speranza fino allora preclusa del nastro rosso. Nei primi anni
l'imperatore contò tanto fermamente sull'influenza dei suoi funzionari,
che il ministro Billault vietò ai sindaci di comparire personalmente
nella votazione comunale. I collegi erano rimaneggiati a placito del
governo; e nella formazione delle liste elettorali la burocrazia mestava
con libertà sovrana, di modo che la popolazione di Parigi
incommensurabilmente salita contava nel 1863 meno elettori di sei anni
avanti. E da quando, nella seconda elezione dell'impero, alcuni che
avevano rifiutato il giuramento erano riusciti a farsi eleggere, ogni
candidato era tenuto a prestare in anticipazione il giuramento allo
statuto. I comitati elettorali caddero sotto la proibizione del _code
Napoléon_; la libertà del voto esige, come dichiara ufficialmente il
signor Thullier nel 1865, che gli elettori non siano «terrorizzati» dai
comitati. Un caso grazioso generalmente disponeva, che la mattina delle
elezioni pubblici affissi sulle cantonate riferissero le nuove ferrovie
e canali che lo stato si proponeva di donare al dipartimento. A questa
corruzione elettorale dall'alto si sposò a poco a poco un sistema di
corruzione privata tale, che quasi si trattasse di accumulare
nell'impero tutte le magagne del parlamentarismo inglese e dell'antico
parlamentarismo francese. Le spese elettorali, che, per altro, data la
grande estensione dei collegi di provincia, erano considerevoli per gli
stessi candidati ufficiali a cui lo stato alleviava una parte del
dispendio, erano quasi incomportabili agli sprovvisti di una fortuna,
specialmente da quando i candidati presero l'uso di promettere al corpo
elettorale opere di pubblica utilità, di costruire monumenti, fontane, e
via dicendo.

Un corpo legislativo nato da siffatta origine non doveva
conseguentemente esser padrone in casa propria. L'imperatore nominava i
presidenti e i questori; e siccome notoriamente in Francia anche il
presidente del tribunale si crede in dovere di militare in un partito, i
presidenti del parlamento imperiale esercitavano un «terrorismo»
sfacciato contro i loro avversari politici. Un tratto magistrale del
dispotismo democratico era anche l'alta indennità assegnata ai deputati.
In Europa la Francia aveva la rappresentanza popolare più costosa: il
bilancio delle due camere, che sotto Luigi Filippo ammontava a 2,2
milioni, salì nell'impero a 12 milioni. Questo andamento, che sembra
essere sfuggito alla riflessione dei nostri tedeschi fanatici della
dieta, risponde, come dice la legge, «ai fondamenti democratici della
nostra costituzione», alimenta l'indolenza verso i doveri civili
gratuiti, favorita conseguentemente dallo stato burocratico, e abbassa
indubitabilmente l'autorità morale della rappresentanza popolare.
L'ineleggibilità degl'impiegati parve una concessione al liberalismo,
giacché non era a sperare da un impiegato napoleonico una condotta
appena appena indipendente nel corpo legislativo; solo che in cotesto
stato burocratico si veniva a sottrarre al parlamento, insieme con la
burocrazia, anche la competenza tecnica: la grande maggioranza della
camera era composta di dilettanti. Tuttavia il postulato più congruente
della costituzione sul corpo legislativo era il prescritto, che la
stampa dovesse pubblicare semplicemente un resoconto ufficiale
dell'andamento delle sedute. In tal modo veniva effettivamente espresso
senza equivoco il carattere segreto del parlamento e il volere del
governo di non permettere mai il rafforzamento dell'assemblea. Il corpo
legislativo approva o respinge i disegni di legge in blocco; quanto alle
proposte di emendamenti «che tanto spesso turbano l'economia di una
legge», ne è permessa la semplice consultazione nel caso che il
consiglio di stato le abbia precedentemente dichiarate ammissibili. Il
principio della dipendenza del ministro esclusivamente dall'imperatore
era mantenuto nella costituzione con tale fiscalismo, che solamente ai
membri del consiglio di stato, e non già ai ministri come tali, era
consentito di rappresentare il governo davanti al corpo legislativo. La
proposta di una provvisione al famigerato conte Palikao, condotta poi a
fine sotto altra forma, e l'insensato disegno di un ampio diboscamento
furono per lunghi anni i due soli notevoli abbozzi di legge che vennero
ritirati davanti all'opposizione dei deputati. Nei casi dubbi la
presunzione legittima parlava naturalmente contro il corpo legislativo;
e siccome il solo imperatore era autorizzato alla conclusione dei
trattati di commercio, seguiva che anche la radicale trasformazione
delle tariffe doganali era condotta esclusivamente dalla corona.

Non meno deplorando era il procedimento rispetto ai diritti finanziari
della camera. Certo, avevano fatto presto a passare i giorni baldanzosi
della vittoria, quando il ministro Bineau era al caso d'impiantare
l'innocente teoria, che la rappresentanza popolare determina la somma da
erogarsi per l'amministrazione dello stato, ma che sull'impiego nei
singoli capitoli decide esclusivamente il governo. Ma, anche dopo estesi
alquanto i diritti del corpo legislativo, permanevano tuttora cinque
bilanci, il _budget général, extraordinaire, supplémentaire,
rectificatif_ e il _budget de l'amortissement_, che potevano tutti
pubblicarsi in forma provvisoria o definitiva. I bilanci provvisori
abbisognavano di tre, perfino di cinque anni, per arrivare alla forma
definitiva! Di continuo giacevano contemporaneamente tre o quattro
bilanci annuali non ancora chiusi. Il governo godeva della facoltà,
abusata senza riguardo, dei _virements_, cioè della distrazione dei
fondi approvati ad altri capitoli, entro le 59 sezioni del bilancio. A
farla breve, davanti a un sistema finanziario talmente caotico, che la
vera situazione risultava di rado chiara perfino all'occhio conoscitore
di Achille Fould, ogni sindacato parlamentare efficace si arrestava
muto.

Il senato napoleonico era anche più nullo del corpo legislativo. Una
camera alta, che riunisce in sé competenza e indipendenza, e che poi in
cotesta società democratica viene fuori dalle elezioni fatte solamente
dai consigli generali dei dipartimenti; ecco, è un'idea, che fu molto
discussa dai partiti liberali. L'imperatore preferì la nomina fatta
esclusivamente dalla corona. Il senato formò il ritrovo dei dignitari e
dei bigotti dell'impero, e, soprattutto, l'ospizio di tutti gli
strumenti logori che l'imperatore buttava da parte. A ogni modo le
discussioni del senato, giusta il desiderio del fondatore, non erano
nemmeno più, come quelle della camera dei pari sotto gli Orléans,
«meramente un pallido riflesso dei dibattiti dell'altra camera»; esse
significavano puro niente, e solo di tanto in tanto attraevano
un'attenzione fugace, quando il fanatismo dell'ordine si sfogava tra
questi beniamini dell'impero in scenate veementi. Il senato era «il
custode del patto fondamentale della nazione», e vigilava gelosamente
sui propri diritti. Respinse con indignazione una istanza che perorava
la presentazione delle petizioni anche al corpo legislativo, e nel 1865
proibì fuori del senato qualsiasi discussione che mirasse a mutamento o
critica della costituzione. Si mostrò più tollerante verso l'alto. La
voce di un solo senatore, quella del maresciallo Mac-Mahon, si levò
avverso la legge di sicurezza del 1858. I decreti imperiali, che
alteravano la costituzione, furono sempre accettati con contrizione dal
custode del patto fondamentale, ma sollecitamente, senza proteste. Del
suo diritto d'iniziativa, per quanto è a nostra notizia, il senato ha
fatto uso soltanto due volte: quando stese una relazione sui trovatelli
e quando discusse il primo libro di un _code rural_. Tale modestia
rispondeva ai buoni costumi burocratici dello stato, ed ebbe anche il
suo premio: s

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