Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96
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Title: Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96
Author: Various
Release date: December 24, 2008 [eBook #27608]
Most recently updated: January 4, 2021
Language: Italian
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Vol. XXIX Num. 62
BOLLETTINO
DEL
CLUB ALPINO
ITALIANO
1895-96
[Illustrazione: CLUB ALPINO ITALIANO]
Per cura del CLUB ALPINO ITALIANO (Sede Centrale)
TORINO
Via Alfieri, 9
1896
G. Candeletti, Tipografo del C. A. I.--Torino, via della Zecca, 11.
[Illustrazione: _R. H. Budden_]
R. H. Budden
Fra le più care e tipiche figure dei pionieri dell'alpinismo italiano,
che ormai col volgere degli anni, come natura vuole, vanno scomparendo,
una più delle altre pareva voler sfidare impavida le bufere della vita e
mantenersi vegeta sulla breccia fra l'ammirazione dei vecchi per
l'ardore giovanile con cui combatteva, dei giovani per la tenacia colla
quale sosteneva alti i più puri ideali di tutta la sua esistenza.
Ma ad un tratto quella maschia figura che da ben quarant'anni viveva fra
noi è scomparsa; quel roseo viso, sorridente sempre, incorniciato fra
due candide fedine non è più che un dolce ricordo; quello sguardo
aperto, vivace e profondo, che rispecchiava tutta la bontà d'un animo
elevato, d'un cuore impareggiabile si è spento; quella tempra gagliarda,
infaticabile, violentemente si è infranta, lasciando inciso nei monti
con indelebili caratteri il suo nome, che ogni montanaro, ogni alpinista
d'Italia venerava, lasciando immenso cordoglio nell'animo d'una lunga e
numerosa schiera di poverelli che aveva beneficati.
* * * * *
Riccardo Enrico Budden era nato il 19 maggio 1826 in Stoke Newington
(Londra), ove trascorse i primi anni della sua vita, e, rimasto orfano
giovanissimo ancora, veniva posto in collegio, dapprima a Bonn e più
tardi a Parigi.
Compiuta ch'Egli ebbe la sua educazione, libero di sè, ricco di censo,
dopo breve permanenza in Francia, cominciò i suoi viaggi attraverso
l'Europa, non ritornando in patria che di tempo in tempo e per non
lunghi soggiorni.
Fu a Nizza, italiana allora, che circa quarant'anni or sono si innamorò
del bel cielo tirreno, s'appassionò alla patria nostra che più tardi
visitava e studiava in ogni sua parte.
A Genova prima, poi a Torino pose sua dimora, quindi in Svizzera e
nuovamente in Francia, di dove il ricordo delle città italiane lo
richiamava fra noi. Traslocata a Firenze la capitale, Egli pure vi si
recava e dalle sponde dell'Arno seguiva a Roma le sorti del nostro
paese, ch'ei già allora considerava come sua seconda patria. Non rimase
mai gran tempo nella medesima regione, chè la sua inesauribile attività
lo spingeva or in questa or in quella, finchè, innamoratosi
dell'ospitalità semplice e cordiale che sovente s'incontra in tutte le
classi del vecchio Piemonte, ch'Egli chiamò «paese del _franco
parlare_», si stabilì in Torino, ove già più volte aveva abitato.
Nei primi anni ch'Egli era fra noi, come praticavano non pochi suoi
connazionali, si recò a visitare le nostre montagne e rimase
profondamente colpito dalle innumerevoli bellezze della Valle di Aosta,
sì che ad essa più che ad altre valli italiane rivolse tutte le sue
cure, dedicò tutte le sue forze, facendosi promotore di quei
miglioramenti che valessero ad aumentarne la prosperità ed a renderla
più gradita agli stranieri. La percorse in ogni suo angolo e, trovatala
deficente di strade e di alberghi, si fece tosto promotore d'una prima
sottoscrizione onde raccogliere fondi per abbellire Courmayeur,
chiamata, per la sua posizione, a rivaleggiare con altre importanti
stazioni alpine d'oltr'alpe.
Fu questa nobile iniziativa che lo portò a conoscere il nostro Club.
Egli si era rivolto alle Autorità della valle, offrendo un concorso di
lire 500 come primo fondo della sottoscrizione che voleva iniziata a tal
fine, e quelle non risposero, parendo forse a loro strana l'idea di
quest'inglese entusiasta dei monti. Ma Egli non si sgomentò; insistette,
ne parlò con amici e venne consigliato di rivolgersi al Club Alpino di
Torino, costituitosi appunto due anni prima.
Fortuna volle s'incontrasse in G. B. Rimini ed in Bartolomeo Gastaldi, i
quali, intuito l'uomo, non solo accolsero con entusiasmo la sua
proposta, ma lo fecero inscrivere socio del Club.
Da quel giorno può dirsi che dedicò intiera la sua vita pel bene della
nostra istituzione, e tanto fece colle opere, col consiglio,
coll'esempio e con generose elargizioni, da meritarsi il titolo di
_Apostolo dell'Alpinismo_.
Recatosi nuovamente a Courmayeur, riuscì a vincere le mille diffidenze
che osteggiavano l'attuazione del suo progetto, a poco a poco convinse
i più restii, mentre intanto sollecitava dagli alpinisti inglesi l'invio
di somme in aiuto dell'opera sua. E nel maggio del 1868, lieto della
riuscita che prometteva, in una lettera da Courmayeur annunziava a
Bartolomeo Gastaldi che l'incoraggiamento del Club Alpino non era
rimasto senza frutti, avendo quel Consiglio Comunale votate e fatte
eseguire diverse opere, quali la strada al Pavillon di Mont-Frety,
l'impianto di viali, il miglioramento di parecchie strade mulattiere,
ecc., e che i paesi vicini spinti dall'esempio accennavano essi pure a
mettersi sulla buona via.
Disgraziatamente, iniziate da poco le opere, il fallimento della Cassa
di Risparmio d'Ivrea e sua succursale di Aosta, presso la quale i fondi
erano stati depositati, ne inghiottì gran parte, rendendo impossibile
l'attuazione del progetto, se Egli, per dar nuova spinta alla
sottoscrizione, non avesse versate alla Sede del Club altre lire 500.
Erano allora i tempi d'oro dell'alpinismo, vasto campo di terreno
vergine da esplorare, con tempre gagliarde, innamorate della natura, del
bello, che s'accingevano con ardore all'impresa.
Non si conoscevano ancora tutte le comodità della vita alpina d'oggi:
con un semplice bastone in mano, un sacco sulle spalle, un po' di pane
in tasca, s'avviavano al monte quei pionieri dell'alpinismo, ed Egli
ricordava con piacere quando cogli amici suoi, il canonico Carrel e gli
abati Gorret e Chanoux, G. B. Rimini e tanti altri iniziati al culto
della natura, se ne iva peregrinando fra i monti.
Le sue gite sono innumerevoli, ma Egli non dà relazione che di quelle
compiute nei primi tempi, quando era necessario spronare altri a
pubblicare le loro impressioni. Nè ha la pretesa di fare scoperte, ma
dice che scrive soltanto per far conoscere le nostre valli, poichè
disgraziatamente la maggior parte dei viaggiatori «non lasciano
volentieri la via solita per vedere nuovi paesi, studiare i costumi e le
particolarità delle popolazioni e godere delle abitudini semplici, dei
prezzi moderati che pratica tanta povera gente, che si trova per così
dire onorata da tali visite inaspettate,» se non vi sono spinti od
attratti da altri.
Nelle sue relazioni, ricche di dati interessanti sui costumi o sulle
leggende delle valli visitate, dà soventi ragione dei nomi delle diverse
località ed i fatti più semplici gli lasciano campo a profonde
riflessioni. Al suo occhio nulla sfugge delle scene imponenti che si
ammirano sulle montagne, la cui solitudine lo colpisce profondamente e
fra le quali è lieto di trovarsi in mezzo a tanta brava gente non
corrotta dalla civiltà moderna. Sono briosi aneddoti che infiorano
tratto tratto e rendono piacevole la lettura dei suoi scritti, dai quali
traspare completa un'anima d'artista innamorato delle superbe bellezze
del quadro che ha dinanzi.
Non trascorreva mai una stagione intiera in questo piuttosto che in quel
distretto alpino; quel medesimo sentimento che lo spingeva di città in
città, quel bisogno di studiare e vedere sempre nuove cose, anche in
montagna gli faceva compiere lunghe corse, visitare parecchie valli,
passando sempre per nuovi valichi. Così, ad es., lo vediamo nel 1867 da
Chamonix portarsi al Piccolo S. Bernardo, di dove si reca ad ammirare il
gruppo del Rutor; poi discendere a Courmayeur e dopo breve permanenza,
per Liverogne, Valsavaranche ed il Colle del Nivolet portarsi a Ceresole
Reale, salire la Bellagarda ed altre punte, ritornarsene pel Nivolet a
Valsavaranche, ove lo troviamo sulla Bioula e sul Colle del Lanzon che
discende a Cogne. Da Cogne lo attrae quello splendido belvedere che è il
Pousset, lo attraggono i valloni circostanti; ma anche questi solo per
qualche giorno, poichè nuovamente s'avvia per la Finestra di Champorcher
a Bard, a Pont St.-Martin, a Gressoney St.-Jean. Qui trova il primo
châlet albergo costruito nelle valli italiane dal sig. Linty e ciò lo
rallegra, ma neppure ciò ha il potere di trattenerlo a lungo; dopo pochi
giorni pel Colle di Valdobbia passa a Riva, a Varallo, e sempre pei
monti a Biella e di nuovo a Pont St.-Martin, ad Aosta e pel Gran S.
Bernardo a Ginevra.
I disagi della vita di montagna per lui sono nulla, il suo animo buono,
generoso tutto dimentica e s'entusiasma, quando ode dire da chi Egli
compensa largamente per qualche servizio resogli: «Monsieur, me donne
trop, cela ne vaut pas tant», e non sogna che di ritornare presto fra
quella gente.
Nel 1868 lo troviamo a Courmayeur, a Varallo, ad Alagna, sempre
traversando colli; poi sul Monte Generoso e di là per Verona, a
Neumarkt, fra le Dolomiti, a Predazzo, a Paneveggio, sul Passo di
Vallès, a Forno di Canale, ad Agordo e ritornare pel Passo di S.
Pellegrino di nuovo a Neumarkt, di dove prosegue per Innsbruck, Monaco,
ecc. ecc.
Ed in ogni suo viaggio nota e giudica quanto vede, ed in questo, ad
esempio, loda come sono tenute le foreste e le strade nel Trentino,
biasima invece il modo col quale facevano servizio le diligenze.
Volendolo seguire nelle sue escursioni avrei qui da riempire molte
pagine, e ripetermi molte volte, poichè in sì lungo volgere d'anni
visitò a più riprese quei siti, la cui bellezza maggiormente lo aveva
colpito. Aggiungerò soltanto che intervenne a quasi tutte le numerose
gite sociali della Sezione di Firenze, compiutesi durante la sua
presidenza, visitò più volte le Alpi Apuane e l'Appennino Toscano e
Romano, ecc., non limitandosi alle Alpi che cingono l'Italia, da lui
tutte sinceramente amate e tanto, da soffrirne quando qualche regione
era lasciata nell'oblio. Lo sentiamo perciò, anni addietro, lagnarsi
quando le Alpi Marittime erano trascurate ed esporci in un articolo
pubblicato sulla «Rivista Mensile» quali sono le opere eseguite dai
francesi sul loro versante onde attirarvi i viaggiatori, insistendo
perchè le Sezioni della Riviera s'assumessero l'impresa di promuovere i
miglioramenti necessari alle strade, ai sentieri, agli alberghi, ecc.
ecc., coadiuvando in tal modo «con tutte le forze loro quest'opera di
riparazione verso tanta parte di regione montana lasciata in un
abbandono poco giustificato.»
Era pur solito a seguire nei loro giri tutti i Congressi Alpini che fin
dai primi tempi raccomandò con insistenza si tenessero fra i monti,
poichè quello era l'unico campo sul quale, sparita ogni differenza di
regione, dovevano gli alpinisti italiani conoscersi ed affratellarsi.
Quantunque non avesse salite alte vette, non fosse un «grimpeur», era
però un vero alpinista, nel senso più puro ed elevato della parola. Egli
non vedeva nelle alte ascensioni una stranezza, una specie di pazzia,
come qualcuno anche oggi le dice; voleva anzi che la gioventù si
dedicasse a queste grandi e nobili imprese, com'ei le chiamava, e più
d'una volta nei suoi discorsi, ed in special modo al Congresso di
Varallo, insistè sulla utilità di tali gite e sulla necessità di
rinvigorire la nostra fibra, compiacendosi di portare ad esempio i suoi
connazionali che nella forza del corpo trovano nuova forza della mente,
convinto che lo sviluppo del Club avrebbe aiutato molto il rinnovamento
fisico e morale della nostra nazione.
Ed oggi più che mai, in questi critici momenti, quella tipica figura che
si mantenne giovane di corpo, di mente e di cuore sino alla morte,
avrebbe resi nuovi e sempre maggiori servigi, scuotendoci dall'apatia
coll'autorità sua e spronandoci sulla via del bene coll'entusiasmo
sincero, inesauribile, che solo possiede chi è profondamente convinto
della bontà dell'idea che sostiene.
Mente elevata ed energica, Egli nei monti non vedeva soltanto picchi da
salire, ma in loro riassumeva, personificava pensieri ben più alti delle
punte imbiancate dalla neve eterna, ritenendoli non fine ad uno scopo,
ma mezzo per raggiungere ideali altissimi, sublimi.
Figlio d'un paese libero, legato all'Italia da vincoli d'affetto,
predicava l'alpinismo come palestra nella quale ogni italiano avrebbe
dovuto imparare a lottare, plasmando nei duri cimenti col monte un saldo
carattere nazionale, che valesse un giorno a cancellare quelle meschine
separazioni da regione a regione, frutto di lunga servitù. Era un'Italia
forte e libera che egli sognava, erano Italiani intelligenti, attivi,
che desiderava vedere, ma voleva fossimo Italiani solo, null'altro che
Italiani.
Quindi con Felice Giordano si fece iniziatore della prima riunione
annuale tenutasi nel 1868 in Aosta sotto la sua presidenza ed intervenne
poi a quasi tutti i Congressi Alpini, ch'ei riteneva, come già dissi,
efficacissime occasioni per viemmeglio unirci.
Per lui, quella dell'alpinista doveva essere una santa missione, ed io
rammento che molte volte mi diceva di ricordarmi sempre quando fossi di
passaggio per le alte Alpi, ove lungi dal mondo vive segregata tanta
povera gente, di dirle una buona parola o darle un consiglio, procurando
di parlare un linguaggio che potesse essere compreso, che valesse a
diradare alquanto le tenebre che annebbiano quelle ruvide intelligenze.
Animo pio e generoso, innanzi agli spettacoli sublimi della natura, il
suo cuore non dimenticava mai i poveri montanari; tante bellezze non
soffocavano in lui il sentimento della pietà, anzi lo acuivano, ed Egli
sentiva quanto enorme era il contrasto fra il grandioso spettacolo che
ammirava e la miseria di tanti infelici condannati a vita sì triste.
Eccolo quindi venire a loro, lentamente spiegare in linguaggio dolce e
mite quanto bene potrebbero ritrarre da più razionali colture, unendosi
in associazioni, procurando di migliorare questa o quella produzione,
costruendo sentieri, riparando le vie di accesso ai principali centri
alpini, munendo di linde camerette le luride cantine e trattando
cortesemente i pochi forestieri che cominciavano a visitare le alte
valli. E se le sue parole non furono dapprima comprese, non se ne
sgomentò. «Quanto non si è ottenuto ora--diceva--si otterrà un
altr'anno, non m'hanno ancor capito». Ed eccolo nuovamente col sorriso
sulle labbra, non più straniero a quelle genti che soccorreva anche con
denaro, ritornare a loro, guadagnarsene le simpatie, persuaderle.
Convinto che lo studio dei monti, promovendo frequenti gite, finirebbe
col risvegliare negli alpigiani la volontà di meglio conoscerli, Egli
riteneva necessario ottenere che mettessero da parte quella diffidenza
innata che osteggia l'attuazione di molti progetti, facendo loro capire
che esistono realmente società di uomini disinteressati e generosi, i
quali con studi e ricerche tentano di far apprezzare il loro paese.
Raccomandava quindi agli alpinisti di essere cortesi e gentili, di
prendere la più gran cura in special modo nei paesi maggiormente
abbandonati, di non urtare le suscettibilità anche dell'uomo il più
povero, onde fosse più facile il compimento della nobile idea.
Il suo affetto per gli abitanti dei monti lo aveva reso entusiasta di
quegli oscuri benefattori della umanità che sono i parroci di montagna,
intenti a sacrificarsi pel bene di quelle popolazioni. Egli non può
trattenersi, nei suoi scritti, dall'esprimere ammirazione per loro e dal
deplorare che, mentre «s'innalzano ovunque monumenti a grandi ministri,
a valenti generali, a celebri predicatori, lo zelante benefattore del
suo villaggio è raramente ricompensato, ed alla sua morte neppure una
pietra ricorda alla posterità i tentativi incessanti da lui fatti per
introdurre qualche utile innovazione nel suo paesello, e qualche po' di
luce nelle menti più scure.» Quindi egli ricorda soventi i nomi di
questi uomini valorosi che dedicano intiera la loro esistenza al bene
delle alte valli e sono lieti di porsi a disposizione anche degli
alpinisti, quando per avventura passano in quei paesi dimenticati.
E questo suo amore pei montanari lo porta ad interessarsi in modo
speciale delle guide, i compagni, gli amici degli alpinisti. Egli
vorrebbe vederle organizzate ed istruite, ed è perciò che nel 1870,
durante una gita da lui fatta a Valtournanche coll'Abate Gorret, le
raduna, cerca convincerle e se pure non può dirsi che quel giorno sia
riuscito nel suo intento, riuscì certo a far comprendere quanto fossero
giuste le sue parole, che in epoca non lontana portarono poi benefici
frutti.
Pubblicò a tal fine un opuscolo, che fece distribuire in buon numero di
copie ai valligiani di Aosta, col titolo: _Observations aux guides des
vallées Italiennes_, pieno di buone norme, di utilissimi consigli. In
modo piano e semplice, come era uso parlare, in esso spiega come devono
condursi coi viaggiatori, quali sono i modi da usarsi durante le gite e
nelle stazioni alpine, e fa loro comprendere quanto sia grande la
responsabilità della guida, ai cui ordini devono rimanere intiere
comitive, e come sia necessaria molta abnegazione, perseveranza,
pazienza, sangue freddo e coraggio a tutta prova, cuore e mente capace
di sostenere tanto peso. E siccome non è facile trovare tali doti tutte
riunite nel medesimo individuo, Egli vorrebbe saggiamente che le guide
fossero divise in due categorie, quelle di prim'ordine, per le grandi
ascensioni e quelle per le passeggiate ed escursioni minori.
Per ingentilire alquanto questi uomini, vagheggiava una scuola da
istituirsi nei principali centri, che valesse ad infondere loro un po'
di coltura e più di tutto quel sentimento del dovere, del sacrifizio,
che dovrebbe assolutamente essere condizione «sine qua non» per ogni
guida.
Rigorosamente classificate, senza riguardi o di regione o di meschine
raccomandazioni, allo stesso modo che gli alpinisti si radunano a
congresso, avrebbe voluto che il Club mentre non è ancora in grado di
creare scuole speciali, avesse radunate le guide migliori a fraterno
banchetto, almeno una volta all'anno, in questo od in quel centro
alpino, onde si conoscessero, avessero modo di scambiarsi le loro idee,
ed in tale occasione con un discorso od una conferenza, si fosse svolto
qualche argomento di non dubbia utilità attinente al loro mestiere.
Riteneva questo un modo buono e pratico per incoraggiare questi bravi
uomini che tanto hanno contribuito a farci conoscere le nostre montagne,
ed un'occasione, aumentandone le cognizioni, di porli in grado di
rendere maggiori servizi alla causa dell'alpinismo.
E quest'iniziativa, era solito dire, dovrebbero prenderla le principali
Sezioni del Club, nei cui distretti od in quelli limitrofi si trovano
buone guide, poichè questa specie di premio servirebbe di esempio a
tutte e sarebbe mezzo efficace per svegliare e cementare nei montanari
italiani sani sentimenti di simpatia.
* * * * *
Fra le numerose opere ch'Egli avrebbe voluto presto attuate, teneva pure
un primo posto quella del rimboschimento, perchè era convinto che le
foreste sono quelle che in giorno non lontano dovrebbero aiutare la
nostra rigenerazione finanziaria. Scrisse su tale argomento numerosi
articoli, ma le nostre pubblicazioni non essendo a sufficienza estese,
ne pubblicò gran numero anche sui periodici delle alte valli. Nel 1869
istituiva un premio di Lire 500 per quel comune che primo avesse
rimboschito buon tratto di terreno ed altri ne diede privatamente ed ai
Comizi agrari, destinati a premiare quei contadini che presso alle loro
alpi avessero piantato, in un dato periodo d'anni, maggior numero
d'alberi.
Poi, convinto che se i premi erano d'aiuto non potevano considerarsi
incentivo sufficiente quando manca l'amore a sì benefica impresa, aveva
ideato di fondare, come già fecero altre nazioni, una «Società degli
amici degli alberi» che avesse còmpito speciale d'instillare l'amore
delle piante nei fanciulli, avrebbe voluto ripetere quanto in America
diede sì splendidi risultati, portando quelle popolazioni a stabilire
addirittura un giorno festivo dedicato alle piante (_The arbor day_).
Durante le sue gite ciò che lo accorava era di vedere quelle sterili
distese di terreno ove il pascolo era libero, ove ognuno estirpava le
poche piante ancor esistenti, e non cessava dal dire che il Governo
avrebbe dovuto intervenire con energiche disposizioni, onde impedire
tanto danno e che tutto fosse distrutto mentre ancora poteva porsi
riparo.
Nell'Appennino Toscano la sua propaganda ebbe felici risultati ed egli
lo constatò con piacere nel suo discorso alla festa alpestre nella
Garfagnana in occasione dell'inaugurazione d'un saggio di
rimboschimento. Informò allora gl'intervenuti come i giornali esteri
avessero lodato quanto da noi si andava facendo, ricordando specialmente
un articolo del barone Von Raesfeldt, direttore forestale della Baviera,
pubblicato sulle «Mittheilungen» del Club Tedesco-Austriaco (aprile
1882) nel quale, si faceva «lusinghiera menzione dei nomi di patriotti
italiani che hanno eseguite piantagioni estese e non venne dimenticato
il comune di Castiglione di Garfagnana per l'iniziativa presa del saggio
di rimboschimento agli Spondoni (terreno comunale), esprimendo la viva
speranza che altri comuni d'Italia siti in montagna, non avessero a
tardare nel seguire l'ottimo esempio». Aggiungeva che coloro i quali
hanno percorso le Alpi e l'Appennino sanno quanto vi è ancora da fare in
materia di rimboschimento, di piscicoltura, di piccole industrie, di
tutto ciò che è atto ad attirare i viaggiatori ed augurava con calorose
parole che questi esempi, dati da benemeriti comuni e dalle Sezioni del
C. A. I., creassero in Italia un'opinione pubblica favorevole al
rimboschimento, perchè in allora invece di scritti, di conferenze e di
altri mezzi di propaganda, si vedrebbero eseguire piantagioni in tutti i
punti della penisola, e le nude e sterili montagne, ora soggiorno di
popolazioni miserabili, diventerebbero paesi ben coltivati, prosperi,
difesi dalle inondazioni e dalle frane.
A lui non isfuggivano mai le occasioni per sospingerci in quest'opera,
ed allo stesso modo che le terribili inondazioni del 1868 e degli anni
successivi gli diedero motivo di dimostrarci nei suoi scritti come
tanta sciagura sarebbe stata risparmiata o almeno di gran lunga ridotta
se folte foreste avessero coperte quelle immense distese di terreno,
brulle affatto, il dono fatto alla Sezione di Torino, da un suo socio,
di alcune fotografie della «Yosemite Valley», gli offrì campo per
descriverci quella vasta regione, lunga 15 miglia inglesi, che nel 1864
gli Stati Uniti d'America donavano alla California perchè ne facesse un
parco nazionale che oggidì è coperto da enormi alberi, ammirazione dei
visitatori di quelle contrade.
E non soltanto alle piante d'alto fusto Egli rivolgeva le sue cure, ma
anche alla sfavillante flora montana, agli edelweiss, a quella miriade
di variopinte pianticelle che minacciano sparire dalle nostre Alpi.
Anche per esse Egli prese la penna in mano e convinto che l'infondere
nelle persone più rozze, che soventi si lasciano trascinare dalla
brutale manìa della distruzione, un sentimento di rispetto verso le
opere della natura è un mezzo indiretto d'educazione del popolo, scrisse
sulla _protezione delle piante_. C'informò come in Inghilterra tale
propaganda abbia fatta molta strada e siccome buon numero di queste
fragili e graziose piante alpine sono ormai sparite da diverse località
delle Alpi Italiane, lasciando nude le roccie, fece voti che molti animi
bennati alzino la voce in favore dei poveri fiorellini che danno ancora
un sentimento di poesia ai luoghi perduti fra il ghiaccio e la neve e
che la stampa italiana appoggi con simpatia gli sforzi fatti dal C. A.
I. per salvare dalla totale distruzione questo ornamento naturale delle
patrie montagne.
E siccome altrove sono sorti giardini d'acclimatazione per la flora
alpina, ci sospingeva ad aiutare quei volonterosi che anche da noi si
sono posti per quella via e ad un pranzo che in suo onore diede la
Sezione di Torino al Monte dei Cappuccini, ricordando quanto l'amico suo
abate Chanoux faceva per l'impianto d'uno di questi giardini al Piccolo
S. Bernardo c'invitava a concorrere coll'obolo nostro in aiuto di
quell'uomo benemerito.
Dopo aver predicato il rimboschimento, si dedicò pure ai torrenti, ai
fiumi, a cui Egli pensava, anche durante le brevi assenze dal nostro
paese, e così nell'agosto del 1870 scriveva da Londra a Bartolomeo
Gastaldi riguardo alla piscicoltura alpina, molto trascurata in quei
tempi in Italia, mentre in Germania ed in Francia riusciva fonte non
disprezzabile di ricchezza. Invitava quindi il Club Alpino a continuare
sulle sue pubblicazioni la maggior propaganda possibile onde invogliare
i privati, uniti in associazione, ed i comuni, a far qualcosa essi
pure, usufruendo dei laghi alpini a proposito dei quali disse sarebbe il
caso di studiare se mediante speciali sbarramenti non si potrebbero
utilizzare le loro acque, formando canali economici, per l'irrigazione
dei fianchi dei monti ed anche degli altipiani, rendendo fertili col
tempo molte regioni, ora sterili solo per mancanza d'acqua, adottando il
sistema di coltivazione a terrazze, dal quale si ottennero successi
molto soddisfacenti in certe parti dell'India.
Per risvegliare nei soci del Club il desiderio di occuparsi di questa
vera industria, nel 1883 pubblicò un opuscolo ove tratta di tale
materia. Fatta un po' di storia fin dagli antichi tempi, cita quanto si
è già tentato da noi e quanto si è ottenuto in Svizzera, in Ungheria, in
Scozia, ove si spesero somme ingentissime. Dà le norme principali per
l'allevamento ed interessanti ed utili notizie sulle trote, e conchiude
esprimendo la speranza che «allo stesso modo che nel C. A. I. si sono
trovati valenti e coraggiosi giovani, veri campioni del rimboschimento,
delle piccole industrie di montagna, del miglioramento degli alberghi e
dei rifugi alpini, i quali consacrano il loro tempo ad appoggiare questi
utili rami dell'alpinismo, non dubito che altri volonterosi sorgeranno e
cercheranno di fondare piccoli stabilimenti di piscicoltura nelle patrie
montagne. In questa lotta pacifica per vincere l'apatia e la noncuranza
degli alpigiani, gli alpinisti veterani a barba grigia possono anche
portare il loro contributo di lavoro e d'intelligente cooperazione e se
si lagnano di non essere più in gamba per intraprendere, come le altre
volte, ascensioni in montagna, si trovano almeno in istato di promuovere
utili iniziative in fondo delle vallate». Perchè per «incivilire le
regioni di montagna si esigono cuore, tempo, e sopratutto una
perseveranza indomabile, e queste sono qualità che non dovrebbero
mancare agli alpinisti italiani, e le loro conquiste in fatto di
rimboschimento, d'industrie alpine, di piscicoltura in montagna, più di
quelle dei picchi più ardui lascieranno certamente utili risultati per
le future generazioni». Finisce dicendo che spera che il suo scritto
sarà sprone ad altri a meglio popolarizzare questa industria e dare
mezzo di vivere a molti onesti alpigiani che si trovano costretti ad
emigrare per mancanza di mezzi d'esistenza.
È questa loro misera esistenza, che tutto lo commuove e porta a farsi
paladino delle scuole di piccole industrie in montagna. Dopo averne
predicata l'utilità e svolte proposte presso la Sezione di Firenze, dopo
aver dati consigli e parole d'incoraggiamento alla Sezione di Vicenza,
nel gennaio 1882 intervenne all'adunanza della Sezione Romana, ed ivi,
parlato in favore della sua idea, disse essere opportuno d'invitare la
Sede Centrale a tenere in occasione del Congresso Alpino internazionale
del 1884 un'esposizione di oggetti d'industrie montanine, onde si
potesse vedere quel poco che già da noi si produceva e quanto restasse
ancora da fare di fronte allo sviluppo che esse hanno preso in Austria
ed in Svizzera.
Lo spaventano le lunghe giornate d'ozio cui sono condannati gli abitanti
delle alte valli per i mesi nei quali dura l'inverno, mentre insegnando
loro un po' di disegno, di plastica, d'intaglio in legno, si potrà
facilmente procurare loro occupazione e guadagno. Scrisse quindi molto
attorno a tale soggetto, ed in uno dei vari articoli faceva appello alle
signore e signorine frequentatrici della montagna affinchè dedicassero
qualche ora durante i mesi di permanenza negli alti villaggi ad
insegnare alle ragazze più intelligenti a costrurre cornicette per
fotografie, a far pizzi, ad applicare fiori disseccati su piccoli
cartoncini, ed eseguire tutti quei piccoli ninnoli che a loro servono a
far passare le ore di noia, onde aiutare il sorgere, anche da noi,
dell'industria dei cosidetti _ricordi per touriste_, tanto in fiore e
proficua in altre contrade alpine.
Attratta l'attenzione degli amanti della montagna in favore di quelle
buone ed oneste popolazioni, data una spinta alle piccole industrie,
credè opportuno parlar anche dell'apicoltura in montagna, poco costosa e
rimunerativa se razionalmente coltivata e che potrebbe diventare fonte
maggiore di guadagno fra gli abitatori dei monti e specialmente per
quelli che dimorano vicino a foreste che consiglia di «provare a
stabilire _società d'apicoltura_ sul genere delle _latterie sociali_, le
quali hanno avuta una così bella riuscita nelle Alpi».
* * * * *
Il desiderio del bene, del progresso, lo spinge sempre a nuove proposte
tutte utili e fonte di benessere avvenire. Quindi non si contenta di
vedere quelle brulle pendici, ora aride e bruciate dal sole, coprirsi di
alberi fronzuti, solcate da freschi rivi, abitate da popolazioni
industriose, agiate, ma vuol pure che su quel verde manto sorgano
alberghi alpini, all'ombra di alte conifere, onde favorire da noi sempre
più, quella tendenza al monte, che per lui rappresentava il mezzo più
giusto e sicuro per ottenere tempre gagliarde, caratteri forti, e per
attrarre d'oltr'alpe numerosi stranieri che ora cercano svago e salute
in altri paesi.
Incoraggiò quindi moralmente e materialmente molti di coloro che si
accinsero a tale impresa e, non contento di recarsi personalmente sul
sito a dar consigli, pubblicava uno scritto (_Osservazioni agli
albergatori delle valli Italiane_) nel quale sono riassunte molte saggie
e pratiche norme che oggi ancora dovrebbero essere lette dagli
albergatori alpini.
Li invitava a costrurre da principio soltanto dei piccoli châlets, chè
ai grandi fabbricati avrebbero pensato poi, ma voleva camerette pulite,
urbanità di modi, prezzi miti e possibilmente una tariffa unica, onde il
viaggiatore sapesse sempre quanto doveva spendere e non si esponesse ad
aver questioni alla partenza. «Abbiate cura--diceva Egli--dei vostri
alberghi, e gli stranieri d'ogni nazione in gran numero verranno a voi,
porteranno il benessere nella popolazione e se saranno ben trattati,
lascieranno con rincrescimento le vostre belle montagne, colla promessa
di ritornarvi l'anno dopo. Abbandonate ogni idea d'isolamento,
d'egoismo, di gelosia ed anche di concorrenza; un solo pensiero vi
animi, quello di ricevere e trattar bene i viaggiatori. A tale scopo
dovreste radunarvi una volta all'anno, discutere insieme i vostri
interessi comuni, i modi di approvvigionare i vostri alberghi,
specialmente quelli che hanno comunicazioni difficili.»
Egli vide durante le sue frequenti gite che gli albergatori delle nostre
valli sono generalmente buona gente del paese, pieni di volontà, ma che
non essendo mai usciti dal loro guscio non hanno idea del come devono
condursi, consiglia quindi questi volonterosi, a mandare i loro figli a
servire nei grandi alberghi, specialmente in quelli delle montagne
svizzere, onde vedano ed imparino a vantaggio loro e del paese.
Vorrebbe che il proprietario dell'albergo illuminasse i viaggiatori su
tutto quanto può interessarli e li mettesse in guardia contro le
inciviltà di certi tali, che non pensano che a sfruttarli, invece di
vedere in essi dei veri benefattori che vengono a spendere danaro in
casa loro.
Alla questione degli alberghi alpini egli strettamente collegava quella
della costruzione di rifugi nelle alte valli, sulla strada delle grandi
ascensioni, o sui colli più frequentati. Scrisse in merito un lungo e
pregevole articolo sull'_Utilità pratica dei rifugi alpini_, dove si
lagna che non siasi ancora capito quanti vantaggi importantissimi
arrechino queste capanne, non solo a chi esplora le montagne, ma ben
anco per il numero grandissimo di turisti che attireranno e che ne
faranno meta di gite interessanti.
Insiste pure sull'idea che in alcuni di essi, i quali per la posizione
loro meglio si prestano, venga stabilito servizio d'osteria, sotto la
sorveglianza del Club, a cui spetta il porsi a capo di tale movimento,
sussidiando quei volonterosi che si presteranno alla sua attuazione od
anche assumendolo a proprio carico nei primi tempi, poichè la sola
iniziativa privata potrà da noi, per ora, difficilmente addossarsi un
tale peso. Spiega poi come e dove tali servizi si potrebbero stabilire,
dando a prova di tutte le sue asserzioni i risultati ottenuti
specialmente in Austria.
Ed oggi tale idea va da noi svolgendosi per opera di benemerite sezioni
e, può dirsi ormai non lontana l'epoca nella quale avrà completa
attuazione.
Il suo nome, dal giorno in cui, nel 1865, comparve nella prima
sottoscrizione apertasi al nostro Club per costruire una grotta sui
fianchi del Cervino, figurò sempre su tutte le liste degli oblatori, non
solo per cospicue somme, ma anche per oggetti da servire all'arredamento
di detti rifugi.
* * * * *
«Lo studio dei monti--diceva Egli--è uno studio fecondo di grandi idee,
grandi quindi saranno le nazioni che vi si dedicano». Ma affinchè queste
idee trovassero terreno pronto a farle fruttare, a svolgerle, avrebbe
voluto che ogni alpinista fosse dotato d'una soda ed ampia coltura. Nè
con ciò intendeva di vedere in ognuno di essi uno scienziato, od uno
specialista di questa o di quella dottrina, ma che, pur mantenendosi
semplici alpinisti, fossero in grado di notare nelle loro relazioni
quelle osservazioni che una mente colta può facilmente fare sui fenomeni
naturali osservabili durante un'escursione, affinchè gli studiosi
possano trarre dati utili a chiarire punti ignorati o mal conosciuti
dalla scienza.
Quindi si doleva allorchè nelle pubblicazioni alpine vedevano la luce
degli scritti unicamente o troppo alpinistici, ed anche quando
trattavano di una sola regione, perchè Egli non credeva cosa buona che i
nostri Clubs dovessero solamente illustrare i paesi nei quali erano
stati fondati, poichè per lui l'alpinismo non aveva confini.
I primi articoli che trattano di grandi ascensioni e che videro la luce
nelle pubblicazioni nostre, furono in gran parte da lui tradotti da
giornali del C. A. Inglese e da quelli Tedeschi, e subito accanto ad
essi altri ne vediamo di varietà e geografici, quali i _Viaggi ed
ascensioni in Norvegia_, in cui ci descrive questo singolare paese «così
bello ed attraente per gl'immensi ghiacciai, per le innumerevoli
cascate, per le folte foreste, per le montagne pur grandiose, malgrado
la non grande elevazione, ma sopratutto per l'incomparabile incanto dei
magnifici fjords»; quelli sulle _Società di geografia ed i Clubs
Alpini_, sull'_Oberland ed i suoi ghiacciai_, sulla _catena del Suffaid
Koh e sulla regione di Jellalabad nell'Afghanistan_, sulle _Esplorazioni
nelle grandi Ande dell'Equatore_, il sunto del libro del professore
ALBERT HEIM di Zurigo sui _terremoti ed il loro studio scientifico_, nel
quale succintamente ci dà le norme da seguirsi affinchè qualunque
persona, anche non munita di strumenti, possa riuscire a fare
osservazioni; la descrizione del _termografo_ stato collocato sul
Faulhorn, occasione propizia a lui per muovere invito agli italiani di
fare anche loro qualche cosa di simile su quelle vette ove non è
possibile stabilire osservatorî; un lungo scritto sul _nuovo metodo per
lo studio dei ghiacciai_, ecc.
È a lui, conoscitore di parecchie lingue, che si deve lo svolgimento
preso dalla «Bibliografia» nel nostro «Bollettino» prima e nella
«Rivista Mensile» poi, ove ci tenne continuamente al corrente di quanto
accadeva e si pubblicava oltr'alpe, portando a conoscenza nostra ciò che
praticavano i potenti Clubs d'Inghilterra, di Germania e Austria, di
America, ecc.
Nè mancava mai di dar risalto ai punti dai quali avevamo qualcosa di
buono da imparare, qualcosa di utile da imitare, ed affinchè ci servisse
di sprone e di norma sicura e non rimanessimo indietro agli altri,
iniziò nel 1874 la compilazione della _Rivista generale dei Clubs e
delle Società Alpine_, che mantenne al corrente sino alla sua morte.
Mentre poi ci segnalava quanto di meglio facevano gli altri, non appena
anche da noi qualcosa si era ottenuto, lo rendeva noto agli stranieri,
esaltando l'opera nostra, onde ce ne venisse stima maggiore.
Le nostre pubblicazioni ebbero da lui un impulso vigoroso, e senza tema
di errare può dirsi che, fra tutti i soci, fu quello che maggiormente
contribuì con consigli e con pregevoli e numerosissimi scritti a dar
loro l'importanza che oggi hanno. I suoi articoli che trattano d'un
infinito numero di soggetti, attinenti all'alpinismo, nei primi tempi
erano contraddistinti colle segnature: «_Un membre étranger du C. A.
I._; _Un Inglese amico delle montagne_» ecc.; e più tardi colle sole
iniziali R. H. B., od anche col nome in disteso.
Tutti riuniti, i suoi scritti formerebbero certamente diversi volumi di
molta importanza, specialmente se fosse possibile radunare anche quelli
pubblicati sui periodici nostrani e stranieri. Vedrebbero allora gli
Alpinisti Italiani qual mole enorme di utile lavoro, quante nobili
iniziative, quante opere generose, Egli ha predicate, che ancor non
hanno potuto avere completa attuazione nelle nostre Alpi; quanto potente
fosse l'amore che quest'uomo portava alla nostra Istituzione, il cui
progresso fu scopo di tutta la sua vita.
Allorchè il Padre Denza si fece iniziatore degli _Osservatori
meteorologici in montagna_, Egli tosto accorse a sostenere, ad aiutare
quella ardita iniziativa, offrendo generosamente e l'opera e l'obolo
suo, sì che l'illustre scienziato non dimenticò mai di segnalare nei
suoi scritti e nei suoi discorsi, l'aiuto che il generoso Inglese gli
aveva dato nell'impianto delle stazioni di Belluno, di Casteldelfino, di
Valdobbia, di Domodossola ed altre.
Ed il senatore Torelli al Congresso Alpino tenutosi a Bormio nel 1873,
rendeva grazie egli pure al Budden, d'essere stato dei primi ad aiutare
l'impianto dell'Osservatorio Meteorologico alla IVª Cantoniera dello
Stelvio.
Nè minor fortuna ebbe il padre Filippo Cecchi, direttore
dell'Osservatorio Ximeniano di Firenze, quando a lui si rivolse, per
stabilire nell'Appennino Toscano una rete di tali osservatorî che in
breve volger di tempo, mercè l'aiuto che Egli ne diede e come privato e
come Presidente della Sezione Fiorentina, poterono iniziare utili studi.
Amante sincero d'ogni progresso scientifico, quando seppe che il Padre
Denza voleva tradurre in lingua italiana un libro del Whymper sui
barometri aneroidi, e che difficoltà finanziarie facevano ostacolo a
quel progetto, pagò del suo i diritti d'autore onde rendere possibile la
traduzione, che per la morte dell'insigne scienziato non potè portarsi a
compimento.
Così Egli proclamava coi fatti come la scienza debba essere sorella
all'alpinismo e che le associazioni alpine debbono avere uno scopo
eminentemente educativo, onde lo vediamo darsi a tutt'uomo per
l'impianto delle Biblioteche del Club, recar buon numero di volumi alla
prima filiale della nostra istituzione in Aosta e sollecitarne l'invio
dai suoi connazionali; altri portarne all'Ospizio del Piccolo S.
Bernardo, a Cogne, a Valtournanche, ai principali alberghi di montagna,
alle guide, ecc....., mentre arricchiva di opere pregevolissime e di
valore quelle della Sede Centrale, della Sezione di Firenze, di Agordo,
ecc....., facendo sempre qualcosa anche per altre Sezioni nel lungo
volger d'anni, dalla fondazione del Club ad oggi.
Animo educato al bello ed al buono, se per lui la scienza doveva essere
compagna dell'alpinismo, non dimenticava però l'arte che considerava
ausiliaria potente. Entusiasta dei monti, innamorato dei ghiacciai, di
quelle immense distese di nevi, le quali, benchè non fossero state campo
alle sue gesta, per lui non avevano segreti, avendole ammirate un
infinito numero di volte, in ogni ora del giorno, inondate di luce, o
coll'infuriar della bufera, all'alba ed al tramonto, silenziose o
solcate da tuonanti valanghe, rimpiangeva soventi che i nostri artisti
non studiassero quelle scene potenti, perchè riteneva sarebbero stati
d'aiuto alla nostra causa. Più d'una volta in numerosi scritti
insistette perchè principiassimo ad occuparci seriamente di
quest'importante argomento, trovava anzi «un fatto piuttosto strano che
in questo ramo d'attività il C. A. I. siasi lasciato prendere il passo
dai Clubs Alpini Inglese, Austriaco e Svizzero, e che in nessuno dei
diversi congressi si sia tentato di riunire una collezione di quadri
alpini, affine di coltivare in tal senso la passione delle montagne nel
pubblico, creando una vera scuola d'artisti che ci rendessero in modo
vero i monti, mettendo al bando quella pittura di fantasia che ce li ha
spesso rappresentati sotto aspetti imaginari» e combattendo così anche
l'eccessivo verismo di questi tempi.
Lavoratore instancabile, fino agli ultimi suoi giorni era solito
dedicare tutte le ore del mattino a compilare articoli per le nostre
pubblicazioni, per quelle dei Clubs esteri, o pei giornali quotidiani, e
nel pomeriggio si dedicava alla lettura, specialmente di libri e
giornali stranieri.
Nelle opere sue si scorge come Egli avesse dell'apostolo l'ampiezza
delle idee e la pertinacia nel predicarle, nel sostenerle, com'Ei
vedesse tutto possibile quando con buona volontà e costanza ci fossimo
accinti al lavoro, e non si sgomentasse mai allorchè le sue proposte
venivano ritenute speranze da sognatore, anzi proseguisse imperterrito
con ardore di neofita il suo cammino, riescendo in questi ultimi anni a
vedere attuato parte del suo vastissimo programma e molte altre sue
proposte avviarsi esse pure per la buona strada.
Benchè da tanto tempo avesse posto dimora fra noi, pure conservava
intenso, vivissimo l'affetto alla patria sua e non lasciava passare
occasione per informarci di quanto i suoi connazionali compivano
d'utile, di buono, ed in che fossero a noi superiori.
Era solito dire che l'alpinismo aveva avuto la virtù di farlo diventare
oratore, ed in tutti i congressi, nelle assemblee, ai pranzi sociali,
la simpatica e franca sua parola risuonava gradita sempre, portatrice
d'idee pratiche, d'alto criterio, d'entusiasmo per quanto riusciva a
decoro del Club.
Originalissime erano le sue concioni, ognuna delle quali rappresentava
un'idea che voleva ribadirci in capo, dette con una cadenza di voce, con
una pronuncia tutta speciale che tradivano la sua origine, ma davano
alle sue parole un non so che di vibrato, di squillante, d'energico.
Caratteristica indimenticabile di molti suoi discorsi erano certi scatti
curiosi d'informe ma franca eloquenza, che gli permettevano di
spiattellarci a bruciapelo, curando solo che ben comprendessimo quanto
voleva dirci, verità crude, crude, che da altri dette, che non fosse
l'apostolo dell'Alpinismo, avrebbero urtata la suscettibilità di non
pochi.
Carattere adamantino, sempre eguale, elevato sempre, solo rare volte e
quando si sentiva fortemente contrariato s'indispettiva ed allora, rosso
in viso, con fierezza, battendo il piede in terra soleva esclamare:
«_Sono inglese!_» per farci comprendere che tosto o tardi voleva
riuscire nel suo intento.
Entrato a far parte del C. A. I. nei suoi primordi (1865), veniva nel
1866 eletto a membro del Consiglio Direttivo, carica che, salvo breve
intervallo, mantenne sino alla morte.
Nel 1866 propugnò ed aiutò l'impianto della Sezione di Aosta, ne
sorresse i primi passi, ed allorchè colla morte del canonico Carrel e di
tanti altri volonterosi essa minacciava di cadere, Egli accorse, ne
promosse la fusione col «Cabinet littéraire» e con dono di quadri e di
libri ne abbellì le sale e v'iniziò una specie di museo, destinato a
raccogliere i prodotti minerali e delle principali industrie della
vallata. Alle sedute che allora presiedette sospinse calorosamente
giovani e vecchi ad aiutare con tutte le loro forze il risorgere della
più vecchia Sezione del Club, ch'Ei voleva destinata a rendere servizi
importanti a tutta l'estesa regione che la circonda. Fu in quelle
memorande sedute, che risorta a nuova vita, la Sezione d'Aosta
proclamava il Budden suo Presidente Onorario.
Presiedette pure il comitato formatosi per attuare il progetto di
riparare la mulattiera e tracciare un sentiero che salisse al Col
Fenêtre in Valpellina, comitato che ottenne dalle Autorità svizzere, il
compimento dell'opera sul versante di Val di Bagnes.
Ai suoi aiuti morali e finanziari è dovuta la esecuzione del sentiero
che attraversa il Colle di Valcornera, quello del Tournalin, la
costruzione di un «pavillon» sul Pic Sismonda e di tutte le capanne
della Sezione, la pubblicazione di un album ove sono illustrate la
Valpellina, la Valgrisanche e le Valli di Cogne e Rhême, fattasi per
sottoscrizione, in capo alla quale Egli figura per lire 200, la
fondazione della Scuola di Agricoltura, della Scuola per le Piccole
Industrie e della nuova Società d'Apicoltura, ecc. ecc., tanto che il
Comizio Agrario di Aosta che aveva avute da lui sì larghi
incoraggiamenti nel 1871 lo nominava suo Presidente Onorario e l'anno
successivo il Consiglio Comunale di detta Città credette dover suo
concedergli la cittadinanza onoraria[1].
Nel 1869 con Felice Giordano, Giovanni Battista Rimini ed Igino Cocchi
fondava in Firenze un'altra Sezione del Club Alpino, che presiedette
poi sino ai suoi ultimi giorni e che sotto di lui ha compiute
importantissime opere, quali la pubblicazione di Annuari, di un Catalogo
della biblioteca sezionale, delle Guide dei Bagni di Lucca, delle dimore
estive in Toscana, del Casentino, di Vallombrosa, di Montepiano, ecc.,
la costruzione di sentieri, al Callare di Matanna ed al Procinto, fra la
Garfagnana e la Versilia, il rimboschimento al Capo d'Arno, e di larghe
estensioni di terreno in diverse regioni dell'Appennino Toscano e delle
Alpi Apuane, l'impianto di alberghi, il collocamento di migliaia di
pesci nei torrenti, la fondazione delle Stazioni Alpine di Stia, di
Lucca, di Prato, la costruzione del Ricovero Dante sul Monte Falterona e
quello al Lago Scaffaiolo nella montagna Pistoiese. Diede inoltre largo
sviluppo alle gite sociali ed alle escursioni scolastiche, contribuendo
così a far ampiamente conoscere il Casentino, Vallombrosa, Montepiano,
il Mugello, le montagne Pistoiesi e Lucchesi, le Alpi Apuane e la
Lunigiana.
Fu sotto la sua presidenza ed auspici, che nel giugno 1876 la Sezione di
Firenze tenne in Pistoia, con felicissimo esito, il IXº Congresso
Alpino, e nel 1893 ebbe luogo la Riunione intersezionale al Procinto
(Alpi Apuane), in occasione della quale benchè avesse allora ormai
raggiunti 68 anni, Egli salì con una ventina di soci sulla vetta di quel
monte curioso, vera torre di roccia, per calcare il cui vertice dovette
affrontare il pericolo di salire per una scala di legno alta 8 metri
poggiata contro la parete a picco, ed oltr'essa innalzarsi su per 265
scalini tagliati nella viva roccia. Quel giorno venne inaugurata lassù
in onore del Budden una lapide con medaglione-ritratto di Lui, scolpito
in marmo statuario di Carrara.
Nel 1879 di passaggio a Genova con Damiano Marinelli, in occasione di
una gita al Monte di Portofino, gettava le basi di quella Sezione
Ligure, oggi floridissima.
Sapendo quanto l'iniziativa personale e la buona volontà servissero a
dar incremento alle Sezioni, ne visitava or l'una or l'altra ed avrebbe
voluto e propose che la Sede Centrale inviasse tutti gli anni qualcuno
dei suoi membri a vedere quelle che avevano maggior bisogno
d'incoraggiamento, di consiglio, onde rianimarle, metterle sul giusto
cammino.
Rappresentò il Club Alpino Italiano ai Congressi del Club Alpino
Svizzero tenutisi a Sion (1874) ed a Ginevra (1879), a quelli del Club
Tedesco-Austriaco in Villach ed a Innsbruck, a quelli del Club Alpino
Francese tenutisi a Parigi in occasione dell'Esposizione universale del
1878 e nell'agosto 1889, al Mont Dore (1882) ed a Sixt e Chamonix
(1883), e presiedette la riunione degli Alpinisti Francesi ed Italiani
tenutasi sul Colle del Moncenisio nell'anno 1875.
In occasione del Congresso tenutosi in Torino nell'agosto 1874, Quintino
Sella fece speciale menzione delle benemerenze del Budden verso la
nostra Istituzione e nell'assemblea del 1889 i delegati di tutta Italia
lo proclamavano Socio Onorario.
Era pure Socio Onorario dell'Alpine Club di Londra, del Club Alpino
Francese, della Società Alpina Friulana, della Società Alpina dei Tatry
(Ungheria), del Club Alpino Polacco di Cracovia, socio corrispondente
dell'Appalachian Mountain Club di Boston, socio effettivo di gran parte
degli altri Clubs e Società Alpine di Europa, Delegato della Sezione di
Napoli del nostro sodalizio, membro di molti Comitati e Commissioni
speciali nelle quali in sì lungo volgere di anni la sua parola
assennata, i suoi consigli pratici furono sempre ascoltatissimi.
Ci legò e mantenne in buoni rapporti con tutti i Clubs Alpini esteri coi
quali, come coi più eminenti alpinisti stranieri, era in continua
corrispondenza facendo, come argutamente egli ci disse all'ultima festa
tenutasi in suo onore al Monte dei Cappuccini in Torino, da _ministro
degli esteri_ del Club Alpino Italiano.
* * * * *
Di Lui, fornito non solo di sublimi doti di mente e di cuore, ma ben
anco di largo censo, rimarrebbe ora a dire quanto l'animo suo grande e
generoso lo condusse a compiere per i poverelli, se la sua modestia
eccezionale non avesse nascosto con un velo quasi impenetrabile le
infinite sue opere di pietà. Sarebbe questa certamente la pagina più
gloriosa di tutta la sua esistenza.
Condusse sempre vita modesta, non adeguata alla cospicua fortuna di cui
disponeva, destinando ad opere di beneficenza, a lenire miserie, senza
la minima ostentazione, quanto non eragli strettamente necessario,
secondo le norme del Vangelo, di cui era fervente osservatore. E nello
stesso modo che può dirsi come nessun infortunio che abbia colpito gli
abitanti delle Alpi o degli Appennini sia stato da lui dimenticato, così
è da asserire che nessun povero si è mai rivolto invano a lui che,
allorquando per avventura le generose sue elargizioni avevano esaurite
le somme disponibili, non esitava punto a privarsi degli oggetti
personali di prima necessità, pur di venire in loro aiuto.
L'animo suo benefico, il suo carattere dolce, la sua timidezza che lo
portava a nascondere ogni suo atto, a far quanto poteva onde si parlasse
il meno possibile di Lui, facevano strano contrasto colla tenacia
eccezionale della sua fibra, colla sua ferrea volontà, che lo sorresse
sempre nel lento e continuo lavoro di rigenerazione ch'Egli voleva
compiere.
Sposata la causa dell'Alpinismo nei giovani anni, vi dedicò tutti i suoi
giorni, informò ad essa tutti i suoi atti, predicando incessantemente
onde si comprendesse qual campo immenso essa abbraccia, quanti benefici
frutti apporterà alla nostra patria. Egli vedeva in essa un elevatissimo
problema, dalla cui soluzione si deve attendere, fisicamente, moralmente
ed economicamente, frutti d'inestimabile valore.
«Tale era l'uomo, che piangiamo estinto, tale il collega che perdemmo
irreparabilmente. Ma uomini che, come il Budden, sono l'incarnazione dei
più alti ideali dell'umanità, non muoiono; essi sopravvivono allo
sfacelo della materia nei loro ideali stessi, che sono immutabili. Se
l'Apostolo dell'Alpinismo abbandonò le sue forme terrene, rimane fra noi
imperituro il suo vangelo. E nella venerazione degli Alpinisti Italiani,
nel Pantheon dei benemeriti della nostra Istituzione il posto di
Riccardo Enrico Budden è accanto a Quintino Sella e a Bartolomeo
Gastaldi.»[2]
A tener desta la sua memoria che sarà sprone a tutti gli alpinisti a
proseguire sulla via da lui tracciata, nel gruppo del Gran Paradiso una
vetta alta 3687 m. porta il suo nome, che venne pur dato ad un Colle
delle Alpi Pennine ed al rifugio costruito dalla Sezione di Aosta sulla
Becca di Nona (Pic Carrel), e che l'amico suo abate Stoppani registrò a
lettere d'oro nel libro «_Il bel Paese_.» Monumenti questi, coll'opere
sue, degni dell'Apostolo dell'Alpinismo Italiano.
Nicola VIGNA
(Sezione di Aosta).
NOTE:
[1] A questo proposito ci sembra opportuno riferire testualmente la
deliberazione Consigliare presa in data 20 maggio 1872, la quale
enumera i preclari titoli di benemerenza del Budden a riguardo della
Valle d'Aosta.
«Considérant que M.^r Budden n'a cessé, depuis qu'une bonne étoile
et son goût du beau le conduisirent dans nos montagnes, de vouer un
intérêt particulier à la Vallée et principalement à cette Ville où
il a établi une Succursale du Club Alpin, de laquelle il est le
digne Président honoraire et l'âme vivante; qu'il cherche sans cesse
à faire connaître la beauté de nos sites et la majesté de nos pics
gigantesques et à nous attirer les touristes et les voyageurs, tant
par ses nombreuses relations particulières que par la voie du
journalisme; que, dans ce but, il est toujours là à suggérer de
bonnes directions à nos hôtels et des conseils pratiques à nos
guides; qu'à son initiative ed à sa persévérante bonne volonté sont
dues les améliorations au pavé et aux promenades de Courmayeur, la
construction de la grotte d'abri au Mont-Cervin, la prochaine
construction d'une cabane au Col Sismonda, le chemin du Tournalin,
etc.;
«Qu'il ne se contente pas d'étudier et de nous communiquer avec une
amitié constante tous les moyens propres à nous attirer les
étrangers et les amis de la belle, riche et variée nature de nos
montagnes, mais qu'aux conseils, il joint toujours l'aide puissant
de ses libéralités, témoin la belle part qu'il prend à toutes le
souscriptions, le prix qu'il a établi pour l'inventeur du meilleur
système de reboisement de nos forêts, cette collection d'ouvrages,
de cartes géographiques, d'itinéraires, de dessins, de lithographies
et ce beau portrait en grand de notre compatriote regretté M.^r le
Chanoine Georges Carrel qui ornent et embellissent notre salle du
Club;
«Que tous ces mérites sont des titres à notre reconnaissance et
constituent le vrai citoyen;
«Ce Conseil, voulant consacrer, par un acte légal, la manifestation
de l'opinion publique et de ses propres sentiments,
«A délibéré, à l'unanimité des suffrages, de conférer à M.^r le
chevalier Budden le titre honorifique de _Citoyen de la Ville
d'Aoste_ et de charger la Junte Municipale de lui délivrer le
diplome relatif, avec une copie de la présente délibération.
«Préalable lecture, la présente a été signée comme suit.
«Signés: _Le Président_ DALBARD
_Le Conseiller ancien_ V. ROSSET avocat
RIVAZ JEAN-BAPTISTE».
[2] Vedi «Riv. Mens.» vol. XIV (1895) pag. 459.
Emilio Rey.
Non parte mai del tutto chi lascia dietro di
sè buona memoria.
E. DE MARCHI.
Dinanzi al frequente succedersi delle disgrazie alpine, l'animo si
turba, s'inquieta, e pare che il nostro entusiasmo si sfumi o vada a
poco a poco raffreddandosi. Eppure così non è, e non sarà mai.
L'alpinismo, per queste tristi calamità che vengono crudelmente a
colpire i suoi fidi, non è condannato a morire; e continua imperturbato
nella sua via tracciata, alla conquista di vette inesplorate, dove il
nostro essere, dimentico della sua veste terrena, si rende migliore e
mira ad altissimi ideali.
Le disgrazie alpine, non vanno considerate _sui generis_ ed imputate a
temerità, ma nella causa immediata che le generò: esse provano vieppiù
la debolezza dell'uomo, per quanto gigante egli sia, dinanzi ai
superiori eventi; e, benchè spargano un subitaneo terrore nelle nostre
file, fortificano, ritemprano i nostri cuori: poichè non è che dopo aver
passato per dure prove che l'anima si sente forte.
Se i più valenti campioni dell'alpinismo soccombono là dove già
passarono non curanti più volte, non è perchè abbiano oltrepassato il
limite consentito dalla prudenza e dal coraggio, ma così volle il
destino, il fato supremo. Dobbiamo ammettere la massima alpinistica che
in montagna una lieve, anche involontaria imprudenza può costare la vita
ad un uomo: ma quale è l'essere perfetto che non abbia una momentanea
debolezza?
Una tremenda prova la diede la guida Emilio Rey, onore e vanto delle
guide italiane, compagno gentile e valoroso, zelante fino
all'abnegazione, forte ed insuperabile; Lui, guidatore sicuro dei più
eletti campioni dell'alpinismo europeo, che nè la furia delle tormente,
nè l'aspra verticalità dei picchi bastarono a farlo indietreggiare, Lui
perì vittima di una tenue imprevidenza.
Dinanzi ad una tomba di recente aperta non è lecito criticare, chè
unanime sorge il plauso a questa vita bruscamente spezzata.
Emilio Rey dorme placidamente nell'umil campo dei morti del suo caro
paese natìo e riposa dall'aspre tenzoni della sua vita: il suo nome è
stampato a caratteri d'oro nei fasti dell'alpinismo; la sua fiera ed
amabile figura resterà impressa perennemente in quanti lo conobbero.
* * * * *
Il mese di agosto è stato terribilmente nefasto per la stazione alpina
di Courmayeur. In questo mese, che è il più propizio per le grandi
ascensioni, perivano nel 1890, sugli alti ghiacci del Monte Bianco, due
guide provette e di fama, assieme a un giovane e baldo alpinista che
iniziava brillantemente la sua carriera. Quattro anni dopo, un alpinista
temprato ai più ardui cimenti rimase vittima della subitanea ira di quel
colosso, mentre veniva di calcare la cervice di uno dei suoi più temuti
satelliti.
Le guide di Courmayeur, che da più di mezzo secolo riportano vittorie su
quell'eccelsa catena, erano sempre state risparmiate nelle infauste
vicende che vi si svolsero; ma nell'anno decorso venne pur troppo il
loro turno. In men di una settimana ci rapiva un onesto padre di
famiglia che lasciò due orfani in tenera età, ed un giovane che lasciò
la sposa diletta nell'inconsolabile solitudine; e quindi, affinchè il
colpo si ribadisse più tremendo nei nostri cuori, ci toglieva una
persona che non solo ci era cara, ma formava il nostro vanto, una delle
nostre maggiori glorie.
Del Rey conosciamo purtroppo i particolari della sua tragica morte;
degli altri due, Savoye Michele e Bron Lorenzo, non basteranno le
supposizioni a colpirli di biasimo; l'animo ripugna a pensare che non
abbiano compiuto i doveri loro incombenti: gli onori resi ai loro corpi
giustifichino la loro condotta. Essi sono morti, ma non scomparsi dalla
nostra mente; i martiri dell'alpinismo ci sono sacri.
«Il est des catastrophes si complêtes, si foudroyantes qu'on refuse d'y
croire dans le premier moment.--On se dit:--Ce n'est pas possible!--et,
malgré l'évidence, on doute.»
Tale accento di dubbio, di sorpresa e di profondo dolore, si leggeva in
volto a tutte le persone in Courmayeur, verso il mezzogiorno del 25
agosto 1895, quando giungeva dal Colle del Gigante la guida francese
apportatrice del triste annunzio della morte di Emilio. In men che non
si dice, a tutti fu nota la disgrazia. Fu come un vento gelido di morte
scendente dalla montagna ad imprimere su tutti gli animi lo sconforto;
come per incanto scomparve quella gaia serenità che si vede dipinta sui
volti delle persone in un giorno di festa. Gli occhi s'imperlavano di
lagrime furtive, e lo sguardo, nel suo mutismo, lanciava una maledizione
a quella montagna che ci rapiva una persona amata da tutti.
Mi par ancora di vedere la moglie del Rey, all'uscir di messa,
apprendere, dal suo figlio maggiore, la tremenda sciagura che la
colpiva. Povera donna! non volle credervi; ma interrogati, cogli occhi,
gli astanti fu purtroppo conscia della verità di quanto le asserivano.
Che terribile frecciata al cuore!
L'annunzio di tanta iattura lasciò la maggior parte di noi increduli. Ci
pareva impossibile che un Rey fosse caduto e tanto più in un sito
relativamente poco pericoloso. Ma a che pro' illudersi?
Per quel giorno e per molti altri ancora, Emilio Rey divenne il tema di
tutti i discorsi; però da tutte le bocche, non una parola di biasimo
usciva al suo indirizzo, ma lodi ed ammirazioni.
Poichè Emilio Rey non è più, tramandiamo ai posteri la sua fiera e
simpatica immagine, narriamo le gesta della sua vita gagliarda che mai
venne meno al dovere del giusto e del prode. Che le generazioni avvenire
sappiano chi fu e come fu Emilio Rey!
Il còmpito è arduo e spinoso, ma riconforta l'animo nel ripercorrere
questo cammino pieno di vittorie, dove tra le foglie della quercia
robusta, sono intrecciati i fiori gentili della cortesia ed i frutti di
animo elevato e d'una coscienza candida, immacolata.
* * * * *
Emilio Rey nacque nel 1846 in quel di La Saxe, frazione di Courmayeur,
in Valle d'Aosta. Poco o nulla di notevole v'è da dire sulla sua
giovinezza, se non che ricevette un'educazione austera, che valse
grandemente a formarne un uomo di carattere dai forti proponimenti e dai
ponderati giudizii. L'istruzione gli fu pur troppo limitata: abbozzata
meschinamente nella scuoletta del villaggio, fu compiuta in famiglia
fino oltrepassata la puerizia. Ma se la mente fu lasciata in balìa di sè
stessa, il cuore venne ornato di tutte quelle doti che, nella vita,
valgono più di qualunque ornamento estetico, e bastano da sè sole per
farsi apprezzare e rispettare.
Della sua poca coltura ebbe poi Emilio sempre a dolersene per tutta la
vita, adducendo da fine osservatore l'aforisma: «L'instruction sert
grandement à former les caractères et à développer les forces latentes
du coeur et de l'esprit. Elle constitue, pour ainsi dire, la noblesse
de l'ouvrier.»
Però il continuo contatto e la vita quasi intima che trasse con persone
di vasto sapere lo dirozzarono non solo della scorza che conservava di
montanaro, ma gli suscitarono un'ardente brama di sviluppare le facoltà
intellettive per quanto gli permettevano e l'età matura e le occupazioni
domestiche. In prova di quanto dico, sta il fatto che fin dal 1878,
allorquando il suo nome si era già fatto una breccia nella fama, sentì
la necessità di possedere, almeno superficialmente, l'idioma delle guide
bernesi, colle quali aveva frequenti relazioni ed era amico e emulo. Si
ridusse perciò a passare quell'inverno a Meiringen colla guida Zumberg,
che da tempo conosceva. Più tardi, verso il 1887, teneva presso di sè,
per tutta la stagione invernale, un certo Fischer, giovane dell'Oberland
Bernese (perì nell'88 accompagnando i signori Donkin e W. Fox al
Dichtau, nel Caucaso), onde vieppiù impratichirsi della lingua tedesca.
Emilio Rey parlava e scriveva correttamente il francese, conosceva
l'italiano e il tedesco ed interpretava anche la lingua di Byron.
Tuttavia, se la sua parola era calda, forbita, schiettamente
entusiastica, e quasi direi spiritosa, il suo scritto era stentato,
sebbene conciso; preferiva sempre la piccozza alla penna!
A lord Wentworth che lo richiese di ragguagli sulla loro prima
ascensione dell'Aiguille Noire di Petéret, rispondeva questa frase
tipica: «La description de cette course neuve ne me satisfait pas du
tout, et je trouve que j'ai bien plus de peine et de soucis de décrire
mes courses que de les faire!»
Il padre di Emilio, Giuliano Rey, era un uomo tipico per eccellenza. Il
procedere franco della sua persona, l'espressione leale, ma ferma del
suo sguardo indagatore, la sua parola, il suo gesto, tutto contribuiva a
cattivargli di primo acchito ossequio e venerazione. Fu per molti anni
capo-guida e per più di due lustri giudice conciliatore. Fu nel
disimpegno giudizioso delle funzioni che importavano questa carica, che
si conquistò amore e rispetto nel suo paesello. Tale fu il genitore di
Emilio Rey; non potevo tralasciare un accenno al padre parlando di tanto
figlio.
Rey, giovinetto, apprese ed esercitò il mestiere di falegname, nel quale
divenne abilissimo. Fu lui, che più tardi, costruì i rifugi alpini delle
Aiguilles Grises, del Colle del Gigante, delle Grandes-Jorasses, del
Triolet e del Gran Paradiso. Chi abbia pernottato in quelle capanne non
potrà a meno che tributargli riconoscenza per la loro ammirabile
costruzione e solidità.
Prima di intraprendere la narrazione della sua vita avventurosa,
visitiamolo nelle pareti domestiche. È là che il cuore di Emilio
rifulge di vivida luce e come figlio, e come sposo, e come padre.
Professò sempre profonda venerazione per gli autori dei suoi giorni.
Come mi riuscirono strazianti le lagrime della sua vecchia madre, quando
rivide, per l'ultima volta, l'idolo della sua vita.... cadavere!
Primo pensiero di Emilio fu sempre la famiglia. Quando trovavasi assente
da casa, per cause inerenti alla sua professione, vi era però presente
in ispirito. Ed era principalmente nei passi difficili che tale pensiero
lo tormentava. Quale reazione esercitasse nel suo animo l'idea della
morte, ne sia prova la calma impassibile del suo sguardo e la lucidità
di mente che in quegli istanti possedeva in sommo grado. Non era lo
spettro nero, no, che lo turbava, che gli ridonava forza e coraggio; ma
bensì il pensare essere Egli il cardine della prosperità della famiglia,
l'avere i figli giovani, epperciò abbisognanti di un sostegno, di una
guida onde incamminarsi nella vita. Egli era padre premuroso e
previdente: mercè la sua instancabile attività, procurò alla famiglia
una prosperosa agiatezza. Diede ai figli una buona educazione, ma più di
tutto suscitò in loro l'amore al lavoro.
Emilio Rey non era un uomo da godersi beatamente il meritato riposo
colle mani alla cintola. Lui riposava lavorando. Terminata la stagione
delle corse, appendeva ad un chiodo la corda e la piccozza, e correva
pei campi ad invigilare gli ultimi lavori. Caduta la neve a ricoprir le
campagne del suo candido velo, gli rimaneva la pialla per fargli parere
meno lunghi i mesi invernali. Secondo Lui l'alternarsi di varii lavori
costituiva un riposo. Che ne dite, lettori, di questa saggia filosofia?
* * * * *
Emilio Rey abbracciò la professione che lo rese celebre per spontanea
vocazione. Egli non apprese ad essere guida cacciando il camoscio o
sotto l'altrui scorta, ma di propria e volontaria iniziativa.
Fin da giovinotto, ci raccontava in questi anni, nel giungere su una
prominenza, su una vetta qualunque, egli si sentiva invaso da un «bien
aise» insolito e come purificato da ogni sozzura terrestre in
quell'ambiente aereo e vivificante; e rimaneva lunghe ore estatico ad
ammirare le bianche guglie delle montagne circostanti, sulle quali
avrebbe bramato volare onde abbracciare un più vasto orizzonte.
All'età di 22 anni, nel 1868, cominciò il suo tirocinio di guida. Poco
notevoli furono le corse compite nei primi tempi della sua carriera,
limitandosi a poche vette del suo paese e della valle, ascensioni e
passaggi riputati al giorno d'oggi come volgari, ma in quei tempi
ritenuti scabrosi. Denotava, fin d'allora, di diventare un'eccellente
guida.
Nel 1875 accompagnava l'ing. Angelo Genolini in un tentativo al Dente
del Gigante, ripetuto poi due anni dopo con lord Wentworth e l'avv. De
Filippi. A proposito di questa bizzarra vetta, insensibile alla assidua
corte che le faceva un numeroso stuolo di ammiratori, a quanto mi
riferiscono altre guide militanti allora, Emilio fiutava la possibilità
di domarla, però non escludendo mezzi meccanici.
Fu solamente nel 1876 che il Rey cominciò a distinguersi fra i colleghi
per quello che era. Venne impegnato per parecchio tempo da lord
Wentworth, col quale salì le Grandes-Jorasses, il Castor, lo Strahlhorn,
il Riffelhorn dal ghiacciaio di Gorner, più un tentativo sull'Aiguille
Verte dai châlets di L'Ognan. Se non era per l'indisposizione di due
guide, che si ammalarono quando già trovavansi vicino alla meta, quella
sarebbe stata una vittoria del Rey. Egli tenne la testa della carovana
per tutto il tempo e si distinse talmente che il Wentworth lo classificò
tra gli arrampicatori di prim'ordine.
L'anno successivo guidò lo stesso alpinista in una serie d'importanti
imprese, fra cui ascensioni di picchi vergini, quali l'Aiguille Noire de
Pétéret e la Punta Giordano dei Jumeaux. Per vie nuove salì il Gran
Paradiso dal ghiacciaio della Tribolazione, e la Grìvola, con una
variante, da Valsavaranche. Fu pure all'Aiguille de Rochefort (seconda
ascensione), ai Jumeaux, ed al Cervino, da Zermatt al Breuil, col quale
faceva la prima volta conoscenza.
Il valente alpinista inglese scrisse belle pagine sul libretto di
Emilio, gentile preludio di altre non meno piene di ammirazione per le
sue eccezionali qualità. Lord Wentworth lo dichiarò abilissimo e forte
alpinista, possessore di un tatto speciale per orientarsi in mezzo ai
frangenti i più difficili.
A proposito di questo intuito delle guide, che istintivamente sanno
afferrar subito il lato debole della montagna, propendo che esso
consista non già nell'istinto naturale del montanaro, ma bensì
nell'acquisita esperienza e profonda osservazione. Allorchè nel 1886,
assieme alla guida François Simond, Emilio accompagnava il sig. H. Dunod
alla Meije, non la conoscevano nè gli uni nè gli altri, «mais, sans
hésitation, il devina si facilement l'issue des passages délicats,
qu'ils détinrent pendant longtemps le récord de la vitesse». Partiti dal
Châtelleret, compivano l'ascensione con passaggio della «Brêche» e
scendevano a La Grave in sole 16 ore![3]
Nel 1878 Emilio veniva a stringere relazione col Monte Rosa guidando
alla Punta Dufour il dott. Theodor Petersen, allora presidente del Club
Alpino Tedesco-Austriaco.
Dal 18 agosto a metà settembre del 1879, il Rey fu ritenuto da J.
Baumann, che assieme al sig. J. O. Maund gli crearono una aureola di
notorietà. A partire da questo tempo, tutti i più festeggiati alpinisti
andarono a gara per averlo compagno e guida nelle loro escursioni. In
quell'anno compiva, coi signori J. Baumann, G. Fitz Gerald e F. J.
Cullinan, la prima ascensione dell'Aiguille di Talêfre, e della Dent
d'Hérens per la cresta che dal Tiefenmattenjoch conduce alla sommità.
Faceva pure le seconde ascensioni del Grand Dru, e del Cervino per la
cresta di Zmutt, pochi giorni dopo il sig. Mummery colla guida Alexander
Burgener. Per questa via, doveva pure accompagnare ultimamente a quel
colosso S. A. R. il Duca degli Abruzzi, se il tempo non fosse venuto,
quand'egli era ancor libero, a «gâter le jeu».
Sempre con J. Baumann, nel 1880 tentò l'Aiguille du Plan dal ghiacciaio
di Blaitière. Questa vetta fu poi soggiogata poco dopo, dalla parte
opposta compiendovi la seconda ascensione. Nella gita suddetta il Rey
aveva compagno Andreas Maurer, col quale era amicissimo e doveva in
seguito misurarsi sui picchi più ardui delle Alpi.
Nell'anno medesimo, con Georg Gruber esplorava il fianco meridionale del
Monte Bianco, scoprendo il Colle du Fresnay (una sella nevosa che unisce
l'Innominata alla parete rocciosa sostenente l'immane cupola del colosso
alpino) e riuscendo sulla suprema vetta, direttamente dal ghiacciaio di
Fresnay, variando nel percorso la strada tenuta nel 1877 da J. Eccles
con Alphonse Payot. Questa ardita esplorazione gli fu di valido aiuto,
come vedremo in seguito, nelle due ascensioni alla terribile Aiguille
Bianche de Pétéret. Con lo stesso alpinista, nell'anno successivo,
perveniva sul Monte Bianco dal ghiacciaio della Brenva e pel Corridor
(14 luglio) e scopriva un nuovo passaggio nel gruppo del Triolet, il Col
du Piolet, così denominato perchè dovettero abbandonare una piccozza
alla quale avevano assicurato una corda onde scendere sul versante di
Chamonix. La prima di queste escursioni non fu mai più ripetuta, sia
perchè è pericolosissima per la caduta di blocchi di ghiaccio, sia
anche perchè la cresta per la quale salirono al Colle della Brenva, non
è sempre praticabile per il vetrato ricoprente le roccie.
Nel 1881 con J. Baumann, il Rey fece un tentativo arditissimo
sull'Eiger, per la cresta di Mitteleggi. Chi non conosce quella
montagna, non può farsi un'idea di questo «tour de force» eccezionale,
per la quasi assoluta verticalità della parete. A proposito di questa
azzardatissima impresa, l'alpinista isolano scrisse le seguenti testuali
parole sul libretto di Emilio per compensarlo, in certo qual modo,
dell'insuccesso, non dovuto già all'imperizia della guida, ma
all'impraticabilità del sito. «Rey solo e senza essere legato,
contornando un masso difficile e sporgente, proseguendo lungo la cresta,
riuscì ad arrivare a un punto sino allora inesplorato.» Pochi giorni
dopo però, l'Eiger veniva salito dalla stessa comitiva per la solita
via. In quell'anno, con Andreas Maurer, Emilio guidò il Baumann ed il
Maund, alla prima ascensione del Grosser Lauteraarhorn dal versante
occidentale; e più tardi guidò il sig. Moritz von Déchy all'Aiguille
Verte.--«L'ascension de l'Aiguille Verte était accomplie aprés une
sévère chûte de neige, sous des circostances très difficiles et
défavorables. J'avais eu l'occasion de voir Rey au travail et depuis
j'ai souvent pensé de faire avec lui un voyage lointain, dans une des
chaînes de montagnes hors de l'Europe».--Così si esprime il signor Déchy
in una gentilissima epistola direttami a proposito di Rey. E più oltre,
pensando sulla misera fine dei suoi due compagni di viaggio, esclama:
«Hélas! tous les deux sont maintenant morts, tous les deux tombés sur
leur champ de gloire!»--Che fatale sorte fu serbata a questi due
valorosi militi dell'alpinismo! Ha qualche cosa di fatidico, questo
destino delle guide, che non vale però a diminuire il loro entusiasmo
per la montagna e l'intrepidezza con la quale affrontano i pericoli
maggiori.
Nella primavera del 1895 parlando con Emilio Rey, gli domandavo perchè
oramai non si concedesse riposo, dacchè si era acquistato, con la sua
attività, un'avviata agiatezza. Con la solita franchezza, Egli mi
rispose: «Ce n'est pas le gain qui me pousse sur les sommets, c'est la
grande passion que j'ai pour la montagne. J'ai toujours considéré la
récompense comme chose secondaire à ma vie de guide.» Poi soggiunse
inspirato da chi sa quali presentimenti: «Je sens, je prévois qu'un jour
ou l'autre, on me recueillera dans une crevasse: ce ne sera point le
danger qui m'aura tué, mais un caprice de la montagne. Je l'ai trop
aimée et vaincue pour qu'elle ne se venge pas sur moi!»--Chi allora
prevedeva che questi pronostici su sè stesso, si avverassero in pochi
mesi? Povero Emilio!
Rey aveva una facoltà tutta sua propria per cattivarsi, a prima vista,
delle simpatie. Anche fra i profani in alpinismo contava degli
ammiratori e degli amici. In montagna non solo riusciva utile e gradito
compagno, ma sapeva prevenire e soddisfare tutti i minimi desideri del
viaggiatore, rassicurarlo nei momenti incerti, suscitargli il coraggio e
la forza per vincere e l'entusiasmo per la vittoria. È per questo
infatti che tutti gli alpinisti da lui guidati lo veneravano come un
maestro e lo amavano come un amico, è per questo che lo volevano sempre
con loro e lo richiedevano di accompagnarli, come d'un favore, nelle
loro più arrischiate escursioni. Non stupisca dunque se un alpinista
come il sig. Déchy, riconoscesse nel Rey, in una sola ascensione fatta
con lui, una guida valente ed un gradito compagno per un lunghissimo
viaggio quale vagheggiava di fare nel Caucaso.
Emilio Rey compì poi con Carus D. Cunningham un lavoro
considerevolissimo. A cominciare dal 1882 sino al 1884 fu ritenuto da
quell'alpinista quattro mesi all'anno. Sono tutte salite di primo
ordine, e meritano un'accenno.
Nel 1882 si principiò in giugno nella catena del M. Bianco salendo
parecchie vette, fra le quali l'Aiguille de Talèfre (prima ascensione
dal versante italiano per la cresta Est), la Calotte de Rochefort (prima
ed unica ascensione). Nel distretto di Zermatt Emilio guidò il
Cunningham al Cervino, al Rothhorn, al Grabelhorn, ecc.
La campagna susseguente fu non meno trionfale per il Rey. Oltre il
Cunningham accompagnò i signori H. Walker, J. W. Hartley e W. E.
Davidson, i quali scrissero due nobilissime pagine sul libretto di
Emilio che per l'autorità di chi le dettò gli fanno molto onore.
Col primo di questi due ultimi valentissimi «grimpeurs», faceva
nell'agosto la seconda ascensione delle Aiguilles du Dru. Quella del
Petit Dru fu compiuta senza l'aiuto dei mezzi meccanici adoperati nella
prima salita (C. T. Dent e J. W. Hartley con A. Burgerner e K. Maurer:
12 settembre 1878); venne definita da questi due sperimentati alpinisti
come la più dura scalata che abbiano fatta. In quattro giorni
consecutivi Emilio fece la terza, la quarta, la quinta ascensione del
Grand Dru. Questo si chiama possedere una forza di resistenza e un
«entraînement» non comuni.
Una di esse, con W. E. Davidson, fu la prima salita compiuta
direttamente dal Montanvert, senza che pernottassero al ghiacciaio della
Charpoua, come abitualmente si fa. Partiti dall'Hôtel alle 3,35 del 28
agosto, alle 11 arrivavano sulla vetta e già verso le 17,45 dello stesso
giorno erano di ritorno all'albergo. Impiegarono dunque in tutto
solamente 14 ore e 10 min., delle quali, diffalcando le fermate,
risultano ore 10,55 di assoluta marcia. Si consideri poi anche che non
fecero uso di scale, nè di corde fisse, e variarono la solita via. Il
sig. Dent raccontando questo «tour de force» unico nel genere, scrisse:
«Il sig. W. E. Davidson in una recente ascensione su questa montagna,
potè trovare la strada senza l'aiuto di scale e di corde. In uno spazio
di tempo prodigiosamente breve, salì e discese la vetta, sulla quale si
fermò delle ore senza fine.»
Sempre nel 1883, Emilio guidò il Cunningham alla prima ascensione della
punta più alta dell'Aiguille du Midi per il versante Nord-Ovest, alla
seconda ascensione delle Périades (prima per il versante Est); pure alla
seconda del Mont Blanc du Tacul, ma con una variante; infine
nell'Oberland a buon numero di vette. Mi limito ad enumerare solamente
le principali, perchè lo spazio tiranno e la minor importanza delle
altre mi vietano di troppo dilungarmi in cose di poco interesse.
Il signor Cunningham nutriva una vera affezione per Emilio Rey. Nel
gennaio del 1884 lo invitò a passar seco alcune settimane in Inghilterra
dove lo fece viaggiare nelle principali città e lo presentò ai soci
dell'Alpine Club. Ovunque fu festeggiatissimo, e ricevette numerosi
segni di viva simpatia e grande ammirazione. Dai servitori del
Cunningham, all'editore del _Nineteenth Century_, col quale passò un
«aprés-midi» intellettuale, a Madame Tussaud, tutti avevano per lui una
parola di lode. Ed Egli si trovava «à l'aise partout» e «on remarqua
qu'il se conduisait avec un tact parfait, conservant toujours sa naïve
aîsance.»
In quel frattempo Emilio fu col sig. Cunningham al Ben Nevis, la vetta
più alta della Grande Brettagna, e sull'Arthur Seat. Era la prima volta
che queste ascensioni venivano compiute da una guida delle Alpi. La
stampa scozzese ne tessè, a proposito, una particolareggiata relazione,
nella quale vediamo con piacere il nome del Rey far vanto alle guide
italiane[4].
[Illustrazione: EMILIO REY]
Sempre nel 1884, Emilio in giugno trovasi già, in compagnia del
Cunningham, a Grindelwald ad iniziare la campagna alpina che fu
fecondissima d'importanti imprese. In quello splendido distretto
si ascesero il Mittelhorn, il Mönch, lo Schrekhorn, il Mettenberg,
la Jungfrau, ecc... Nella catena del Monte Bianco si compì la prima
ascensione della Tour Ronde per la cresta Nord-Est, con discesa al
Colle dello stesso nome. La stagione terminavasi con la seconda
ascensione del Grosser Lauteraarhorn, per la cresta scendente verso lo
Schreckhorn.
Dal 1884 in poi il sig. Cunningham, per motivi di salute, non potè più
viaggiare sulle montagne, ma con ciò non venne meno in lui la
riconoscenza ch'egli pubblicamente professava al nostro Emilio per gli
ingenti servigi resigli.
«In tutte le relazioni ch'ebbe con me--scrisse il Cunningham nel suo
aureo libro _The Pioneers of the Alps_--negli impegni d'ogni anno,
nessuna azione venne mai a diminuire, in minimo grado, l'alta stima che
ho per lui, o a danneggiare la grande amicizia che esiste tra di noi
due».--E più oltre: «Ricordandomi delle circostanze sopraggiunte, quando
i nostri giorni d'alpinismo parevano terminare, mi ricordo quanto l'idea
del pericolo, che mi sembrava inevitabile, scomparisse alla vista delle
braccia robuste, della testa calma e del coraggio inflessibile della mia
guida».
Verso la fine di luglio del 1885 il Rey fu impegnato dal sig. H. Seymour
King, onde accompagnarlo alla prima salita dell'arditissima Aiguille
Blanche de Pétéret, alla quale era legato il triste ricordo della
catastrofe del prof. E. M. Balfour con la guida Petrus. Partiti da
Courmayeur il 30 di quel mese, dopo sforzi inauditi (specialmente
nell'ultimo tratto del ghiacciaio di Fresnay), poterono arrivare verso
sera a poco più di 3600 metri, sospesi sull'arditissima parete Ovest
dell'Aiguille Blanche, dove pernottarono. Dio sa come passarono la notte
a quella straordinaria altezza, quasi librati nel vuoto, legati alle
roccie e con 20° sotto zero! La «verve» inesauribile di Emilio aveva
sempre lo stesso grado di spiritosità, benchè i denti battessero
sonoramente le ventiquattro, ed il vento, colle sue folate da
intirizzire le pietre, continuamente li molestasse. Solo l'alpinista che
ha dormito alla bella stella a 3000 metri sul livello del mare, può
considerare quale sforzo morale deve l'uomo operare su sè stesso,
affinchè il fisico non soggiaccia alla forza dell'ambiente.
Al mattino del 31 luglio attaccarono dapprima le roccie che sorpiombano
sul ghiacciaio di Fresnay, quindi, lavorando di piccozza su corazze di
ghiaccio ed infine per una cresta nevosa che diventa esilissima e
vertiginosa, riuscirono sulla vetta. Questa salita, che durò tre giorni
con due notti all'aperto, non venne poi mai ripetuta, sia perchè è
pericolosissima per le roccie disgregate e per le cornici di ghiaccio,
sia anche perchè il ghiacciaio di Fresnay, superiormente, alla base
della parete Ovest dell'Aiguille Blanche, si spacca enormemente e forma
una bergsrunde insormontabile.
In principio dell'estate 1886 il Rey fu con Miss Katharine Richardson,
che accompagnò in seguito quasi tutti gli anni. Di questa intrepida
alpinista, coraggiosa quanto mai, che mentiva formalmente il suo sesso
(in quanto si riferisce alla resistenza, alla vigoria, alla tempra)
soleva Emilio parlarne di sovente; e concludeva che nel mondo muliebre,
di uno stampo simile se ne incontrano di rado.
Non notiamo nuove imprese compiute dal Rey in quella campagna, se non
che guida il sig. H. Dunod all'Aiguille Verte e alla seconda ascensione
dell'Aiguille des Charmoz, oltre alla già menzionata salita alla Meije,
in Delfinato.
Nell'agosto del 1887 Emilio ascese moltissime vette della catena del M.
Bianco che per brevità non le enumeriamo. Era con J. H. Wicks e W. Muir.
All'Aiguille des Charmoz scoprì una variante e riuscì pel primo sul Mont
Mummery, una delle tante punte di cui è formata l'Aiguille. Di questa
vetta, allora moltissimo in voga, eseguì col sig. Dunod la prima
traversata delle sue cinque punte, che divenne poi di prammatica per un
abile turista che dimorasse «tant soit peu» al Montanvert. Sempre col
Dunod, e nell'anno medesimo, dal Grand Dru scese pel primo al Petit Dru.
Questo passaggio, se non esige delle qualità tecniche eccezionali, è
sempre difficile ed emozionante, specialmente nel tratto pel quale si
deve discendere, quasi perpendicolarmente, lungo una corda di 30 metri.
In senso inverso, questa traversata venne effettuata da Miss K.
Richardson con E. Rey e G. B. Bich. Il Dunod scrisse a proposito di
questo passaggio sul libretto del Rey: «...c'est certainement en grande
partie au courage et à l'adresse d'Émile Rey que je dois la réussite de
ce passage».
In settembre di quell'anno, 1887, troviamo Emilio ad accompagnare il
dott. Paul Güssfeldt al Gabelhorn ed al Cervino, per la nuova via
scoperta poco tempo prima, da Zermatt a Breuil. Lasciate quindi le Alpi
Pennine, si ridussero nel Gruppo del Bernina a compiere una nuova
ascensione del Monte Scerscen pel versante italiano. Nel rendere conto
di questa salita non posso fare a meno che lasciar la penna al valente
alpinista tedesco che ne scrisse una succinta relazione sul libretto
della sua guida.
«En partant de la cabane Mannelli (Italie) nous atteignîmes le
Roseg-Fuorcla (Güssfeldt-Sattel) d'ou nous exécutâmes une nouvelle
ascension du M. Scerscen, en suivant plus ou moins la grande arête
jusqu'à la «Schreckhaube» et de là, sans plus nous éloigner de l'arête,
jusqu'au sommet du Scerscen. La descente devait s'effectuer par le
versant suisse. Pendant 4 heures consécutives E. Rey a dû couper des
grandes marches pour frayer un chemin dans ce mur de glace, qui sépare
les parties supérieures de la montagne de l'arête inférieure; celle-ci
était toute couverte de neige et nous devions la descendre pendant les
premières trois heures de la nuit. La descente entière a duré depuis 1
heure p.m. (22 sept.) jusqu'à 4 heures a.m. (23 sept.), et seulement 24
heures après avoir quitté la cabane italienne, nous arrivions au
Restaurant Roseg. C'est a l'exceptionelle adresse de Rey et à son
courage à toute épreuve que nous devons la réussite complète de notre
tentative un peu hasardée. Il est de mon devoir de professer tout haut
l'admiration que j'ai pour les qualités extraordinaires d'Émile Rey».
Tale è il primo attestato rilasciato dal Güssfeldt al Rey, che divenne,
d'allora in poi, la sua guida prediletta, accompagnandolo, come vedremo,
ad azzardatissime esplorazioni. Fu il Güssfeldt che fece conoscere il
nome di Emilio a S. M. l'Imperatore di Germania, il quale da lui sarebbe
stato guidato sulle montagne scandinave se la politica, quella gran
brutta megera, non fosse venuta a sventare il progetto.
Al primo accostarsi ad una guida conosciuta e di fama, restiamo
titubanti, affascinati da un'ingenua soggezione che ci fa sembrare quasi
ragazzi. Questa sensazione di rimpicciolimento, che svapora il nostro
giustificato orgoglio di parer superiori a quegli uomini rozzi, ma pur
grandi, non la provarono soltanto gli alpinisti «à l'eau de rose», ma i
più valenti e provetti. Spigolando l'epistolario di Emilio Rey, trovo
alcuni brani di lettere che meriterebbero di essere trascritti
testualmente, perchè farebbero vieppiù risaltare la considerazione che
di Emilio si aveva nel mondo alpino.
Così il dott. Güssfeldt nel sollecitargli il favore di accompagnarlo,
ebbe cura di aggiungere: «J'ai assez d'expérience dans les hautes
montagnes, pour pouvoir apprécier vos qualités extraordinaires, et vous
pouvez être sûr que je vous causerai peu d'embarras, même dans des
situation difficiles».
Tutti poi badavano di notificargli il loro stato di servizio e a che
punto giungeva la loro forza di resistenza, perchè sapevano che il Rey
ripugnava di accompagnarsi, in salite difficili, con neofiti in
alpinismo. Ma torniamo in carreggiata.
Verso la fine di dicembre del 1887 i signori Corradino, Gaudenzio,
Erminio e Vittorio Sella, accompagnati dai tre Maquignaz, padre e figli,
e da Serafino Henry di Courmayeur, tentavano il M. Bianco, partendo
dalla Capanna Q. Sella al Rocher du Mont Blanc. Furono ricacciati in
basso dallo scatenarsi improvviso di una tormenta. Non iscoraggiti da
questo tiro birbone del tempo, al mattino del 4 gennaio 1888 ritentavano
la prova, nella speranza che il Monte li volesse benignamente ricevere
per augurargli il buon capo d'anno. Invece di Henry, questa volta colla
comitiva Sella, partiva Emilio Rey.
È superfluo ripetere qui tutte le peripezie della faticosissima marcia
del 5 gennaio, nella quale, partiti dal rifugio Q. Sella, raggiungevano
la vetta e discendevamo a pernottare ai Grands-Mulets. Il sovrano dei
monti li accolse con un sorriso mefistofelico, ed appena partiti prese
il broncio e li avvolse di una fitta nebbia. Però aveva fatto i conti
senza la valentia delle guide, chè queste non se la presero, e trassero
la comitiva a salvamento malgrado l'oscurità della notte e la molestia
del freddo e della pesante nuvolaglia.--«Sotto l'ultima delle Bosses du
Dromadaire il Rey, con Daniele Maquignaz e Vittorio Sella, intraprese
rapidamente la discesa ai Grands-Mulets, onde tracciare la via verso
essi, al resto della comitiva. La notte buia e la nebbia sorpresero
tosto il Rey ed i suoi due compagni. Egli tuttavia seppe dirigere la
discesa con coraggio ed abilità sorprendenti, superando senza gravi
ritardi le numerose difficoltà che presentarono i larghi crepacci del
ghiacciaio e raggiungendo i Grands-Mulets verso le 10 della sera[5]».
Questa ascensione invernale al M. Bianco fu giudicata dal Cunningham
come uno dei più rimarchevoli «tour de force» compiti in inverno
nell'alta montagna.
Così fu brillantemente inaugurato l'anno 1888, che l'avrebbe coronato
dei più fulgidi allori, se circostanze imprevedibili non fossero
sopraggiunte ad annientare gli accarezzati ideali. Forse doveva
riuscirgli fatale. Che a qualche cosa «malheur est bon?»
Rey desiderava ardentemente misurarsi su montagne sconosciute, fuori
delle Alpi; e quando il sig. Maurice de Déchy lo richiese per
accompagnarlo nel Caucaso, accolse la proposta con entusiasmo. A questo
proposito, mi scrisse lo stesso Déchy: «Il n'y avait là dedans peu
d'intérets materiels; c'était le désir ardent d'Émile de voir et
d'essayer ses forces dans une des montagnes hors de l'Europe».
Siccome il sig. Déchy aveva, in quell'epoca, una missione da compiere
pel suo governo nella Bosnia e nella Erzegòvina, decise d'intraprendere
quel viaggio in principio della stagione, restarvi qualche settimana e
partire quindi pel Caucaso. Egli invitò il Rey ad essergli compagno
anche nelle Alpi Dinariche. Emilio anticipava perciò la partenza e verso
la fine del maggio del 1888 giungeva a Budapest in casa Déchy. Terminati
i preparativi pel viaggio nel Caucaso, partirono per Sarajevo nella
Bosnia. Per quasi due mesi percorsero quelle montagne poco conosciute,
compiendovi diverse ascensioni, fra le quali, quelle del Vlasulja e del
Maglich che è punto culminante delle Alpi di Bosnia ed Erzegovina. «Rey
era guida, compagno, assistente. Non vi erano grandi difficoltà da
vincere in quelle ascensioni, ma se non era «le grand guide» che allora
si faceva valere, era però il viaggiatore perfetto che sapeva prestarsi
a delle posizioni insolite, rendersi utile nei lavori scientifici e
sopratutto di essere il più gradevole compagno di viaggio».
«Eh bien! Monsieur--esclamava allora al Déchy--si nous serons au
Caucase, sur ces grands sommets, parmi les roches et la glace, vous
verrez ce que je peux, s'il le faut!»
Ma ohimè! Così non doveva essere. La missione del Déchy terminavasi
troppo tardi per poter intraprendere nello stesso anno il viaggio nel
Caucaso. D'altronde Rey era impegnato per la fine di luglio con Miss
Richardson e non voleva mancare alla parola data. In seguito il sig.
Déchy non trovò mai il tempo per compiere il suo progettato viaggio; ma
se l'avesse intrapreso, avrebbe certamente scelto Rey come compagno, e
questi sarebbe accorso premurosamente.
Era disegno del Déchy, appena fossero giunti nel Caucaso, di tentare la
salita del Dychtau (il Cervino di quella colossale catena--oggi
Koshtantau). Chi sa, se la sorte toccata ai signori Donkin e W. Fox, non
li aspettasse anche loro?
«Non, c'est dans ses montagnes, à lui, qu'Émile Rey devait mourir. Mais
s'il a accompli le mieux dans les Alpes, le voyage qu'il avait fait avec
moi hors de son domaine, le montrait voyageur accompli, l'homme qui
savait partout gagner les sympathies». Così termina l'epistola del sig.
Déchy, colma di effusione di tenera riconoscenza e di ammirazione per la
diletta sua guida Emilio Rey. Verso quest'uomo, unico nella modesta sua
professione, in tali sensi si esprimono anche i Cunningham, i Güssfeldt,
le Richardson e la numerosa falange degli amici che con lui ebbero
relazioni o conoscenza! Solo ora che non è più, notiamo il grande vuoto
che lascia dietro di sè.
Ritornato nel suo Monte Bianco a raggiungere Miss Richardson, compiva
con la medesima, fra l'altre, la prima ascensione dell'Aiguille de
Bionnassay, per la cresta Sud. Nella discesa, che effettuarono per la
cresta Est, dovettero procedere per più di un'ora, a cavalcioni sulla
stessa, foggiata a lama di coltello e sorpiombante sui sottostanti
ghiacciai. Qual deliziosa passeggiata abbiano fatta, su quell'esilissima
ed affilata cornice di ghiaccio, lasciamo immaginare al lettore! Peccato
che giunti al Dôme du Goûter non abbiano rivolti i loro passi verso il
Monte Bianco; così creavano una novella strada per quella somma vetta.
Con la stessa valente alpinista nel 1889 saliva l'Aiguille de la Za per
la faccia Ovest, la Pigne d'Arolla pel versante Nord-Est, e la
traversata dal Petit al Grand Dru, già menzionata. In settembre faceva
la prima ascensione del Dôme de Rochefort col sig. W. Muir.
In principio dell'estate 1890 Emilio era a Grindelvald con la Richardson
che guidò al Mettenberg, alla Jungfrau, al Beichgrat. Venuti a Zermatt
traversavano il Castor variando la solita via sì nella salita che nella
discesa. Eletto quindi il quartier generale al Montanvert, effettuavano
l'ascensione dell'Aiguille di Chardonnet, discendendo per la faccia
Sud-Est. Questa strada già tentata, altre volte, veniva poco dopo
seguita nell'ascesa dal sig. C. J. Arkle.
Continuiamo a spigolare il libretto di Emilio Rey; d'altronde sono
salite di data così recente che sono nella memoria di tutti.
Nel gennaio del 1891 il dott. Güssfeldt, che il Rey aveva accompagnato
nella precedente estate, venne a Courmayeur coll'intento di compiere
alcune ascensioni invernali. I suoi occhi si volsero sulle
Grandes-Jorasses, che per maestosa imponenza ed elevazione rivaleggiano
col Monte Bianco. La salita venne fatta il 14 gennaio, senza incontrare
gravi ostacoli, se non la molestia della nebbia che li avvolse nella
discesa. Il 25 dello stesso mese, anche il Gran Paradiso veniva
soggiogato, ma dette del filo da torcere. Per ben tre volte dovette la
comitiva salire da Valsavaranche al Rifugio V. E. prima di riuscire. Il
tempo avverso sempre li ricacciava in basso. E se vollero che il loro
tentativo avesse un felice epilogo dovettero intraprendere l'ascensione
di notte.--«La persévérance de Rey s'est jointe à la mienne--scrisse il
Güssfeldt--et c'est par cela que nous avons triomphé à la fin. Tout ce
que un homme peut faire pour un'autre, Rey l'a fait pour moi. Honneur et
reconnaissance à lui!»
L'estate seguente Emilio fu col dottor Ludwig Darmstädter nel gruppo del
Gran Paradiso e nella catena del M. Bianco; accompagnò Miss Richardson
all'Aiguille meridionale d'Arves in Delfinato, ed in settembre era
nuovamente con Paul Güssfeldt.
Con questo ultimo alpinista e coadiuvato dal compianto Savoye, fu nel
1892 al Monte Bianco pel ghiacciaio della Brenva, creando un'altra
variante. Posso asserire, senza tema di essere smentito, che nessuna
guida salì questa montagna _tante volte e per tanti lati_ come fece
Emilio Rey. Con quel colosso era in intima confidenza, ne conosceva
tutti i segreti, tutte le debolezze; era, si può dire, quasi proprietà
sua.
Nello stesso anno, in principio della stagione, Emilio guidò Walther
Schultze alle principali vette del Monte Rosa; e più tardi, aveva
l'insigne onore di accompagnare S. A. R. il Duca degli Abruzzi,
coll'avv. F. Gonella, al Dente del Gigante e nella traversata del Colle
di Talèfre.
In giugno del 1893, il Rey trovasi nelle Alpi Retiche a guidare il sig.
A. von Rydzewsky alle prime ascensioni del Pizzo Torrone Occidentale e
della Cima di Rosso, entrambi per la parete Nord, del Dente di Sciora,
del Colle e della Cima di Castello e del Piz Badile. Dall'Engadina
Emilio riducesi al paese natìo, dove l'attendono i signori Wicks, Wilson
e George Morse per accompagnarli all'Aiguille Noire de Pétéret.
In agosto è già in Delfinato con la sua inseparabile alpinista inglese.
Là, per il persistente cattivo tempo, devonsi accontentare del Pic
Oriental della Meije.
Siamo ora giunti alla più fulgida delle sue vittorie, ad una di quelle
imprese che di rado si ripetono e lasciano lungo ricordo dietro di sè.
Voglio accennare alla conquista dell'Aiguille Blanche de Pétéret per la
parete Est del M. Bianco direttamente dalla stessa. Questa veramente fu
l'ultima vittoria che il Rey abbia riportato sulle montagne e
specialmente sul M. Bianco.
Ma se fu l'ultima, segnò anche l'apogeo della gloria che egli si era
acquistata come guida alpina.
Fu il dott. Paul Güssfeldt di Berlino, più volte nominato, che ebbe il
vanto di compiere tanta impresa. Oltre che dal Rey, era accompagnato
dalla guida svizzera Chr. Klucker e da Cesare Ollier di Courmayeur,
allora portatore e che promette di venire all'altezza dei suoi compagni
di spedizione. La corsa durò 82 ore, dal 14 al 17 agosto. Partiti alle 4
del giorno 14 da Courmayeur, raggiungevano verso le 18½ un sito adatto
per passarvi la notte a 3200 m. sulla parete Est dell'Aiguille Bianche
de Pétéret. L'indomani, licenziati i portatori venuti a recar coperte,
ricominciarono l'arrampicata che fu pericolosissima nel primo tratto,
quindi solo vertiginosa, sebben non facile. Alle 11½ erano sulla vetta
dell'Aiguille ad inalberare il vessillo della vittoria. Ridiscesi al
Passo di Pétéret, per creste, talancie ghiacciate e roccie friabili,
alle 16 trovavansi ancora 700 metri al di sotto della vetta del Monte
Bianco. Non avendo la possibilità di salirlo, stante l'ora tarda e le
probabili difficoltà da incontrare, sbarcarono la nottata ai piedi di
una ripida parete rocciosa a 4250 metri. Rey, per tutta la notte, tenne
desta la comitiva colle sue canzoni francesi e coi suoi spruzzi di motti
spiritosi.
Il 16, partiti per tempo, raggiungevano il M. Bianco e scendevano a
pernottare alla capanna dei Rochers Rouges (4500 m.), da dove il giorno
dopo, pel Grand Corridor, il Grand Plateau, il Dôme ed il ghiacciaio del
Dôme, erano di ritorno a Courmayeur verso le ore 21.
Ho voluto tracciare l'itinerario, non per dare importanza alla impresa,
ma per dimostrare di quale forza di resistenza, di qual straordinaria
vigoria d'animo e di corpo la comitiva era dotata. E dire che in tutto
il tempo che durò, non successe un minimo episodio rattristante.
Güssfeldt scrisse per tutta lode sul libretto di Emilio: «Il fallait un
compagne aussi tenace, vigoureux et brave que Rey pour mener cette
entreprise a bonne fin.»
Nel settembre del 1893 Emilio Rey fu di nuovo con W. E. Davidson che
assieme ai signori M. Holzmann e G. FitzGerald, ascese i Jumeaux,
compiendo la seconda ascensione della punta Giordano; traversò le cinque
punte dell'Aiguille des Charmoz dal Nord al Sud, e salì le due vette
dell'Aiguille du Dru.
Nel 1894, Emilio Rey veniva scelto da S. A. R. il Duca degli Abruzzi e
dall'avv. F. Gonella, quale loro prima guida. A tutti è noto lo
splendido risultato di quella campagna. S. A. dimostrò di possedere una
fibra robusta ed animo forte, incrollabile. Del Rey, il Principe
sentenziò che con lui si può essere sicuri di compiere qualunque
ascensione: parole che prendono un rilevante significato dalla Augusta
penna che le dettò. Nel settembre dello stesso anno, Emilio eseguiva col
Güssfeldt la quarta (credo) ascensione del Cervino per la Cresta di
Zmutt.
Meritevole di essere segnalata, è la corsa che il Rey fece nel passato
agosto con George H. Morse. Saliti al Monte Bianco dai Grands-Mulets per
le Bosses, discendevano pel Corridor al M. Maudit, dal quale al Mont
Blanc du Tacul e quivi a Montanvert. Il 23 di quel mese salutava per
l'ultima volta l'Aiguille du Dru che tante volte soggiogò, e la dimane
veniva al Dente del Gigante..... dove trovò la morte.
* * * * *
Qui la penna, che febbrilmente scorreva sulla carta, quando narrava le
gesta gloriose del Rey, cade involontariamente di mano. Una stretta al
cuore, uno stringimento alla gola, mi strappano le lagrime, che solcando
silenziosamente le gote cadono ad inumidire il foglio. È angoscia,
strazio, sgomento, sconforto che provo? Non so; certo una fusione di
tutti questi sentimenti.
Che il Rey sia perito ai piedi del Dente del Gigante e nel modo tragico
che tutti sappiamo, è un pensiero che la ragione non ammette e all'animo
ripugna. Lungi da noi l'idea di _polemicare_ sulla sua condotta; altri
più autorevoli di noi, non gli diedero torto. Perchè viaggiare in due
soli e perchè slegarsi quando l'apparente pericolo esisteva? Egli non è
più per risponderci; ma se ci fosse, son certo che i suoi ragionamenti
ci indurrebbero ad approvarlo. Se errore vi è stato in quest'ultima
pagina della sua vita, esso non menoma in verun modo la squisita
bellezza del suo libro d'oro. Non è una macchia che alteri la candidezza
del foglio, ma un'inezia che passa inavvertita. Come si può prevenire i
pericoli minimi, quando continuamente si lotta coi grandi?
Emilio Rey ebbe il vanto di accompagnare i più celebrati alpinisti dei
Clubs Alpini europei, e questo torna ad onore del Club Italiano e delle
sue guide di cui egli rialzò il prestigio. E la nostra Società, memore
dei servigi direttamente o indirettamente resile, porrà un perenne
ricordo a quello che fu il principe delle sue guide, principe di sangue
democraticissimo se si vuole, ma nobile e puro, disinfettato da ogni
microbo malefico nell'aereo ambiente dove traeva vita.
Egli teneva ad occupare il posto che si era conquistato fra i suoi
colleghi; era conscio del proprio valore, ma dal suo animo non trapelava
un'ombra di vanagloria. Era altero sì, ma non presuntuoso; non si diede
mai il caso che s'impermalisse del successo di altre guide. Il
sentimento che egli provava di sè stesso era alterezza, non alterigia,
come alcuni invidiosi gli rimproveravano. D'altronde «noblesse oblige»;
e «on n'est pas un grand homme à bon marché» direbbe l'Houssaye.
Egli metteva sempre una distinta separazione tra quelli che tengono il
più alto ed il più basso rango nella sua professione.
«Un giorno al Montanvert--narra il Cunningham--assistevamo all'arrivo
dei «poliglotti», come un'ingegnosa persona battezzò quella turba
composta di quasi tutte le nazioni, che può essere vista ogni giorno
compiendo il penoso pellegrinaggio da Chamonix al Montanvert. In essa
trovavasi un inglese che si era già provvisto di occhiali verdi, di un
velo e di scarpe per la montagna, e che non gli mancava più che una
guida per terminare i suoi preparativi. Volgendosi al Rey e indicando
dapprima la Mer de Glace e quindi il Chapeau, gli chiese:
«Combiang?»--«Voilà, Monsieur,»--replicò Rey, scoprendosi e indicando
con la mano sinistra un gruppo di piuttosto poveri campioni della
Société des Guides,--«voilà les guides pour la Mer de Glace; _moi_, je
suis pour la Grande Montagne».
Emilio Rey possedeva in sommo grado tutte le qualità che fanno le grandi
guide: audacia, sangue freddo, prudenza, robustezza, abnegazione,
gentilezza di maniere, tali erano le supreme doti dell'uomo, del quale
intessiamo brevemente la vita. La prima di queste qualità fu certamente
il grande amore per l'ammaliante sirena dei monti, un amore come pochi
professano e che egli portava sino all'idolatria. Era, si può dire,
«l'enfant gâté» della montagna: non visse che per essa e... morì per la
medesima. L'ideale della sua vita fu l'alpinismo, nel quale navigò in
tutti gli orizzonti, in tutte le sue manifestazioni. Ma fu un pilota
abile che seppe evitare lo scoglio anche nel più forte della tempesta.
Il mare, quell'infinita distesa di liquido glauco che v'invita
voluttuosamente a tuffarvici e vi procura sensazioni indescrivibili, il
mare infido, ad un tratto, quando meno ve l'aspettate, vi inghiotte e
sparite nel caos. Tale è la montagna. Quale è la sorte dei marinai, dei
marinai che si sono affacciati impassibili cento volte sulla porta degli
abissi? Così quella delle guide; così fu di Emilio Rey, benchè fosse
attento e coraggioso timoniere.
Sebbene il suo temperamento e la sua indole avida di novità lo
spingessero sempre avanti, sapeva fermarsi quando e dove al coraggio
sostituivasi la temerità. Egli non oltrepassò mai i limiti concessi
dalla prudenza, e non si potrebbe trovare un accidente toccato ad un suo
viaggiatore.
«Avec cela, chercheur toujours en éveil, sans routine dans le choix des
routes et des moyens d'accés. En s'occupant de vaincre l'obstacle
immediat du terrain, son oeil fouillait dejà au loin et sa pensée
concevait l'assaut prochain. Sobre, ennemi du tabac, d'une propreté
méticuleuse qui ne se fiait jamais aux porteurs dans les soins de la
cuisine et l'entretien des refuges, complaisant pour ses camarades, il
n'avait aucune des prétentions ridicules de certains grands guides, dont
les épaules se croyent déshonorées par la présence d'un sac».--Così Miss
Richardson, che del Rey poteva darci un adeguato giudizio, lei che
l'ebbe, per molto tempo, a condividere e l'amaro e il dolce della rude
vita alpina. Gli inglesi, così parchi nelle lodi, per Emilio Rey
calpestano la loro naturale ritrosia e freddezza e ce lo dipingono quale
era realmente, con un colorito caldo... veramente alpino.
Terminando, non posso a meno di riportare uno stralcio di lettera del
dott. Paul Güssfeldt, che per l'autorevole persona che l'ha scritta,
torna al massimo vanto del nostro Emilio: «... Vous savez que j'ai tenu
Rey dans la plus haute estime, qu'il m'a rendu les plus grands services,
qu'il était d'un courage, d'une adresse, d'une connaissance des
montagnes sans pareil et qu'il restait fidèle a son devoir sans crainte
de mort».
Al monumento, che auspice la Sezione Torinese del C. A. I. gli alpinisti
erigeranno prossimamente a Courmayeur, paese nativo di Emilio Rey, si
raccolgano le giovani reclute ad infiammarsi di quell'entusiasmo e di
quell'ardimento mai venuti meno alla grande guida, e cerchino di
seguirne le orme, sia nell'assennata audacia, che nella piacevol arte di
aggradire. Esso costituirà un pegno, un mutuo contratto tra le guide e
l'alpinismo.
Courmayeur, marzo 1896.
GIULIO BROCHEREL (Sezione d'Aosta).
Debbo qui pubblicamente ringraziare distinte persone che col Rey
avendo viaggiato erano in grado di pronunziare giudizii e fornire
ragguagli sulle loro salite. Al Cunningham per il prezioso dono del
suo «The Pioneers of the Alps;» a M. von Déchy, al dott. P.
Güssfeldt, a Miss K. Richardson, ecc., l'attestazione della mia
sentita riconoscenza.
Va pure ricordata l'opera prestatami dalla gentilissima signorina
Mary Ruffier di Courmayeur, nella ricerca e nell'interpretazione di
articoli comparsi su riviste anglo-sassoni. Ch'essa riceva un
grazie di cuore. G. B.
=Prime ascensioni compiute da Emilio Rey.=
1. Aiguille Noire de Pétéret m. 3773: Prima ascensione 5 agosto 1877
2. Punta Giordano dei Jumeaux m. 3876: Prima ascensione 6 settem.1877
3. Gran Paradiso m. 4061 dal ghiacciaio della
Tribolazione agosto 1877
4. Grìvola m. 3969 da Valsavaranche (variante) Id. 1877
5. Aiguille de Talèfre m. 3750: Prima ascensione 25 Id. 1879
6. Dent d'Hérens m. 4175 per la cresta del
Tiefenmattenjoch Id. 1879
7. Col du Fresnay 15 Id. 1880
8. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. di Fresnay
(variante) 15 agosto 1880
9. Col du Piolet 6 luglio 1881
10. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. della Brenva
(variante) 14 Id. 1881
11. Grosser Lauteraarhorn m. 4043 per il versante Ovest. Id. 1881
12. Aiguille de Talèfre per il versante italiano 15 Id. 1882
13. Calotte de Rochefort m. 3965: Prima ascensione 30 Id. 1882
14. Aiguille du Midi m. 3843 per il versante Nord-Est 26 giugno 1883
15. Les Périades m. 3491 pel versante Est 28 luglio 1883
16. Mont Blanc du Tacul m. 4249: Seconda ascens. (variante) Id. 1883
17. Aiguille du Dru (Grand Dru) m. 3815 variante 28 agosto 1883
18. Tour Ronde m. 3790 per la cresta Nord-Est 12 settemb.1884
19. Discesa al Col de la Tour Ronde 13 Id. 1884
20. Aiguille Blanche de Pétéret m. 4113: Prima
ascensione 31 luglio 1885
21. Pic de la Meije m. 3987 in un sol giorno (16 ore) 31 Id. 1886
22. Aiguilles des Charmoz m. 3410 (variante) 9 agosto 1887
23. Picco Mummery (Aiguilles des Charmoz): Prima ascens. 9 Id. 1887
24. Aiguilles des Charmoz m. 3410 e 3442: Prima
traversata 27 Id. 1887
25. Aiguille du Dru (Primo passaggio dal Grand al
Petit Dru) 31 agosto 1887
26. Monte Scerscen m. 3966 dal versante italiano 22 settemb.1887
27. Monte Bianco m. 4807: Prima ascensione invernale dal
versante italiano 5 gennaio 1888
28. Vlasulja m. 2340 (gruppo del Volujak) 20 giugno 1888
29. Maglich m. 2390 (Bosnia) 25 Id. 1888
30. Aiguille de Bionnassay m. 4061 salita per la
cresta Sud 13 agosto 1888
31. » » » discesa per la
cresta Est 13 Id. 1888
32. Aiguille de la Za m. 3662 per la faccia Ovest 26 luglio 1889
33. Pigne di Arolla m. 3801 per il versante Nord-Est 2 agosto 1889
34. Aiguille du Dru m. 3795-3815: Primo passaggio dal
Petit al Grand Dru 25 Id. 1889
35. Dôme de Rochefort m. 4014 per la cresta Sud-Est. 14 settemb.1889
36. Castor m. 4222 salita per la cresta Est (variante) 10 agosto 1890
37. » » discesa per la faccia Nord (variante) 10 Id. 1890
38. Aiguille du Chardonnet m. 3823 per la faccia
Sud-Est 5 settemb.1890
39. Grandes-Jorasses m. 4205: Prima ascensione
invernale 14 gennaio 1891
40. Gran Paradiso m. 4061: Prima ascensione _notturna_ 25 gennaio 1891
41. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. della Brenva
(variante) 16 agosto 1892
42. Dente di Sciora m. 3235: Prima ascensione 4 giugno 1893
43. Cima di Rosso m. 3362 per la parete Nord 8 Id. 1893
44. Pizzo Torrone Occidentale m. 3297 per la parete
Nord 10 Id. 1893
45. Colle di Castello dal Nord 12 Id. 1893
46. Cima di Castello m. 3402 dal Nord 12 Id. 1893
47. Piz Badile m. 3307 per la cresta Est 19 Id. 1893
48. Aiguille Blanche de Pétéret m. 4113 per la parete
Est 15 agosto 1893
49. Passo di Pétéret m. 3946 15 Id. 1893
50. Monte Bianco m. 4807 per l'Aiguille Blanche de
Pétéret 16 Id. 1893
51. Monte Bianco; discesa alla capanna dell'Aiguille du Midi
passando per il Mont Maudit ed il Mont Blanc du Tacul Id. 1895
G. B.
NOTE:
[3] Vedi «Rev. Alp. de la Sect. Lyonn. du C. A. F.» (N. 9 del 1895);
_Emile Rey_ par M. PAILLON et K. RICHARDSON.
[4] Vedi: _Evening Express_ di Edimburg del 12 febbraio 1884.
[5] Vedi le annotazioni del sig. Sella sul libretto di E. Rey.
Spedizione scientifica al Monte Rosa
(1894 e 1895).
Indagini sulle acque e sulle nevi delle alte regioni.
Per eseguire le indagini che mi accingo ad esporre, la spedizione,
composta di me, del dott. Lorenzo Scofone mio assistente, e di Carlo
Viziale, inserviente del laboratorio di materia medica dell'Università
di Torino, si era stabilita all'alpe detta di Lavez, situata a 2450 m.
sul livello del mare, in Val di Gressoney, lungo le pendici erbose
digradanti dalla punta del Telcio che si spicca dalla cresta che scende
dal Lyskamm a morire nel vallone di Indren, sopra Gressoney la Trinità.
L'alpe è una casetta che si compone di una grande stalla al piano
terreno e di due stanze al primo piano; delle quali l'una serviva da
laboratorio e da cucina, l'altra da dormitorio e da laboratorio per i
lavori più delicati. La posizione non potrebbe essere migliore per chi
vuol attendere a ricerche sulla montagna. I ghiacciai sono accessibili
in tre ore; la vetta stessa del Rosa si può comodamente raggiungere in
nove o dieci ore. Il luogo dove sorge l'alpe è riparato dai venti del
nord ed ha un largo orizzonte davanti a sè che permette di godere il
sole dal mattino alla sera.
Il proprietario, sig. Monterin Alberto di Gressoney la Trinità,
informato dal compianto barone Luigi di Peccoz del nostro progetto di
spedizione e della ricerca che facevamo di un luogo ove stabilirci, ci
offrì la casa gratuitamente, arredandola dei mobili necessarii; sono
lieto di potergli qui rendere pubbliche grazie; ricordo anche con
riconoscenza e rammarico il barone Peccoz, il quale pure ci fu largo di
aiuti e di preziosi consigli, e certamente avrebbe fatto ancora molto in
pro' della nostra impresa se avesse vissuto[6].
Noi ci proponemmo anzitutto di esaminare le acque della regione,
scendendo dalle più alte ottenute dalla fondita delle nevi delle vette,
a quelle dei ghiacciai, ed a quelle dei torrenti, dei laghi e delle
sorgenti. Il nostro esame si estendeva tanto alla composizione chimica
quanto alla morfologica. Nel presente lavoro non si tratta che la parte
chimica.
I.
STUDIO CHIMICO DELLE ACQUE DEL ROSA.
1º =Acque di neve e di ghiaccio.=
Per raccogliere e conservare le nevi e i ghiacci ho fatto costrurre
delle cassette di latta doppie, cioè chiudentisi l'una nell'altra. La
cassetta interna ha la base di cm. 28,5 × 15 e l'altezza (compreso il
coperchio) di cm. 21,5: quella esterna, la base di cm. 34,5 × 20,5 e
l'altezza di cm. 27,5. Nella cassetta interna, rinchiudentesi con un
coperchio, si metteva il ghiaccio e la neve da analizzarsi, nello spazio
fra le due cassette, si introduceva della neve o del ghiaccio pesto. Per
preservare l'esterno della cassetta maggiore dai raggi solari la si
involgeva poi ancora in una fodera fatta di rozzo feltro spesso.
Questo sistema si dimostrò oltremodo pratico ed utile; la neve esterna
durava per parecchie ore, tanto da darci sempre il tempo di scendere al
laboratorio. E se si riponevano le cassette entro alla piccola cantina
dove si custodiva il latte, e dove grazie ad una corrente d'acqua la
temperatura non saliva mai oltre i 9°, il ghiaccio esterno poteva durare
due giorni, e quello interno anche cinque o sei.
Le dimensioni delle cassette vennero studiate in relazione a quelle
della portantina destinata al loro trasporto. Noi ci siamo valsi del
modello di Vittorio Sella[7], assai leggero e resistente; su una
portantina si possono sovrapporre comodamente due cassette doppie, e
gettandovi sopra una coperta si trasportano per delle ore al sole senza
che vi sia fusione di sorta.
Il sig. V. Sella ebbe la cortesia di incaricarsi della costruzione delle
portantine, le quali si mostrarono comode e leggere; il prezzo è di L.
12 ciascuna[8].
Portato il ghiaccio o la neve in laboratorio si estraeva dalla cassetta,
si lavava accuratamente con un getto d'acqua distillata, poi si metteva
a fondere a temperatura ordinaria entro ad una grande cassula che si
teneva riparata dalla polvere coprendola con un imbuto rovesciato. Le
prime acque di fusione si eliminavano, le altre si raccoglievano.
Ottenuta l'acqua di fusione, si facevano anzitutto dei saggi qualitativi
per la ricerca dei componenti che possono alterarsi col soggiornare
dell'acqua, o peggio coll'evaporazione, quali sono l'ammoniaca, i
nitriti, i nitrati. Se l'acqua era torbida, la si filtrava prima di
intraprenderne le indagini.
Il resto dell'acqua misurato accuratamente (per lo più erano due litri)
si metteva a svaporare nelle cassule, su fornelli a petrolio, avendo
cura che le fiamme non fossero fumanti, senza di che ricadevano
nell'acqua, passando fra la cassula e il filtro capovolto, minutissimi
fiocchi di fuliggine.
Dirò qui, di passaggio, che le lampade o fornelli a petrolio usate
convenientemente, si mostrarono assai comode; per ottenere temperature
più alte ricorremmo a lampade a gaz di petrolio con aria compressa,
oppure a lampade a benzina o gazogeno sul tipo della lampada svedese da
gazista; una lampada a serbatoio di benzina ed a tubo circondato
d'amianto della casa Muencke di Berlino, in capo a pochi giorni si
guastò e funzionò irregolarmente.
L'evaporazione si continuava fino ad avere un residuo di circa 200 cc.
d'acqua; per le ulteriori indagini questo residuo, insieme colla
risciacquatura della cassula mediante acqua distillata, si introduceva
in un pallone di vetro, dal collo lungo, il quale si fondeva alla
lampada, chiudendo così ermeticamente la boccia. Conservate in tal
guisa, le acque giunsero tutte in perfetta condizione a Torino.
2º =Acque dei laghi.=
Abbiamo raccolte le acque in due laghi alpini; quello Gabiet, situato a
sud dell'alpe Lavez a m. 2339 e quello Salzia[9] a nord dell'alpe, lungo
il contrafforte che scende dall'Hohes Licht dopo abbassatosi a formare
la depressione del Colle della Salzia.
Entrambi i laghi sono permanenti e non mostrano nelle rive traccie di
grandi oscillazioni di livello. Non sono alimentati dalla neve e
giacciono entro a depressioni rocciose circondate, quello Salzia da
balze dirupate di roccie sconnesse e disgregate, quello Gabiet da una
distesa di pascoli interrotta verso ovest dalla parete del Rothhorn,
formato da banchi di rupi rossigne, che per l'azione atmosferica si
frantumano in scheggie.
Non si scorgono correnti di acqua che alimentino il lago Salzia, nè
potrebbero esistere per la sua posizione; bisogna dunque ammettere che
esso riceva il tributo di polle o scaturigini profonde.
Il lago Gabiet invece riceve un torrentello che esce dall'estremità
opposta precipitando in cascata nel vallone di Netscio.
Entrambi questi laghetti hanno acque assolutamente limpide e incolore,
il che non avviene per i laghi che ricevono acque di neve filtrate per
strati di poca potenza. In questo caso, l'acqua suole assumere una tinta
d'azzurro di cobalto, dovuta alle minutissime particelle di materia
sospesa: se ne ha esempio nella stessa regione, in un piccolo stagno che
è ai piedi della grande cascata di detriti frananti dalle scoscese punte
che fiancheggiano il Colle d'Olen; un altro esempio ancora più
caratteristico è quello del così detto Lago Azzurro, che è ai piedi
della morena laterale destra del ghiacciaio di Ventina sopra Fiery; lago
che è segnato sulla carta dello Stato Maggiore. Il fondo di questi laghi
azzurri è sempre costituito di limo finissimo, impalpabile, quasi
vischioso, bianchiccio, il quale riveste tutto quanto è sott'acqua; le
rive dove l'acqua si è ritirata mostrano una zona bianca e polverulenta,
fessurata per il calore del sole che la sta essiccando. Non così nei
laghi ad acqua incolora, nei quali traspare la tinta naturale del fondo.
Nei laghi Gabiet e Salzia l'acqua ha sempre una temperatura eguale o
alquanto superiore a quella dell'aria; entrambi sono abitati da insetti
ed in quello Gabiet trovai che nuotavano dei piccoli ranocchi.
Le acque si raccolsero in grandi bottiglie di circa 5 litri, colle
solite cautele con cui si prendono i campioni d'acqua da analizzarsi: la
presa operavasi a poca distanza dalla riva, nei punti profondi e non
contenenti animali visibili.
I saggi eseguiti in laboratorio furono gli stessi che già ho accennato
per le acque di neve, e così pure il trattamento per avere il residuo da
portarsi a Torino.
3º =Acque di torrente.=
A circa un chilometro dall'alpe Lavez scorre il torrente che trascina le
acque del versante meridionale della Piramide Vincent e dei due
ghiacciai di Garstelet e d'Indren che ne occupano la parte superiore.
Questo torrente, segnato sulla carta col nome di Mos (che è quello dei
casolari più bassi del vallone, presso al suo sbocco a Schaval), è
chiamato in quella regione col nome di Indren, nome che credo più
appropriato, come quello che appartiene al ghiacciaio maggiore che lo
alimenta.
Le acque sono sempre torbide, come accade per tutti i torrenti glaciali;
ma la torbidità e la portata del torrente variano immensamente nelle
diverse ore del giorno, e, come è da aspettarsi, le variazioni dei due
elementi sono parallele; e si ha un _maximum_ nelle giornate calde e
verso il cader del giorno, e un _minimum_ al mattino.
Non potei misurare la portata del torrente; ma ho determinato le
variazioni sulla quantità di materie in sospensione nell'acqua. Presi
dei saggi in giorni ed in ore diversi e filtrai un volume determinato,
usando i filtri senza ceneri Schleicher e Schull, n. 589, diametro cm.
9. Ho verificato che il peso delle ceneri di uno di questi filtri
corrisponde a quello indicato che è di grammi 0,00011.
Una parte minima del deposito delle acque passa ancora attraverso al
filtro, per cui il filtrato è leggermente opalescente, nè con successive
filtrazioni lo si può rendere assolutamente chiaro; filtrati
assolutamente chiari si ottengono solo lasciando depositare a lungo le
acque prima di filtrarle; la quantità di sostanza che passa per i pori
del filtro è minima e trascurabile nei casi ordinarii, ma può crescere
in alcune circostanze, come dirò più sotto.
I filtri col loro deposito ben secchi vennero chiusi in un pesafiltri e
portati a Torino dove si lasciarono nella stufa a 100°-120° fino a peso
costante, poi si incinerarono; dal peso delle ceneri totali si dedusse
quello delle ceneri del filtro.
Ecco i risultati ottenuti:
«1894. 4 agosto, ore 8: acqua del torrente raccolta nel ruscello deviato
per portare acqua all'alpe Lavez, temperatura dell'aria 8°, cielo
sereno. Un litro di acqua lascia un deposito di grammi 0,0037.
«9 agosto, ore 9: cielo sereno; acqua del torrente raccolta presso al
ponte del sentiero che mette verso Lavez. Un litro lascia un deposito di
gr. 0,0171.
«Stesso giorno, ore 15: il tempo si è fatto nuvoloso; temperatura 12°;
l'acqua raccolta nello stesso punto lascia per litro un deposito di gr.
0,0885.
«5 agosto, ore 17,30: sereno, temp. 10°; il torrente molto torbido;
deposito di un litro gr. 0,0913.
«3 agosto, ore 18: pioggia per tutta la giornata, temp. 10°; deposito di
un litro gr. 0,0115.
«10 agosto, ore 17: giornata soleggiata e afosa; la superficie dei
ghiacciai era solcata da rivoletti di acqua, il torrente fortemente
ingrossato, l'acqua torbidissima. Deposito di un litro gr. 0,3868; il
filtrato è ancora assai torbido per una materia finissima che la carta
non trattiene; un dosaggio fatto in laboratorio, con ogni cautela, dopo
aver lasciato in riposo il liquido per più mesi mi permise di separare
sul filtro un nuovo residuo pesante gr. 0,280 per litro; e tuttavia il
filtrato non era ancora perfettamente limpido. L'acqua del torrente
conteneva dunque gr. 0,3868 + 0,28 = gr. 0,6668 di materie sospese per
litro.»
Tralasciando la prima osservazione perchè il decorso piano del ruscello
può aver influito sul depositarsi dei materiali sospesi, si scorge
subito che a seconda dell'ora e delle condizioni generali di temperatura
la quantità di materiale sospeso varia grandemente. Sono sopratutto
interessanti le due cifre estreme perchè prese quasi alla stessa ora; il
3 agosto, giorno piovoso in cui probabilmente sui ghiacciai nevicava, il
torrente non trascinava che gr. 0,0115 di detriti; il 10 agosto,
giornata soleggiata e calda ne trascina gr. 0,666, cioè sessanta volte
tanto. Ho accennato al fatto che una parte dei materiali sospesi che è
più fina passa attraverso ai filtri se non si ha cura di lasciarla
depositare a lungo. Questa parte non è molto considerevole se non in
occasione di massimo intorbidamento dell'acqua. Il 9 agosto alle 15 si
raccolse l'acqua che abbandonava sul filtro (per ogni litro) gr. 0,0885
di deposito. Il filtrato, lasciato depositare per qualche mese, diede un
deposito di gr. 0,0148. Allorchè adunque il torrente trascinava il
massimo di materiale i detriti più fini rappresentavano i due terzi di
quelli grossolani: in uno stato di intorbidazione media i detriti fini
rappresentavano un sesto appena del materiale esportato. Per l'azione
del calore che aumentò le fondite, il 10 agosto la quantità di sabbia
grossolana quadruplicò, mentre quella della materia finissima sospesa
non fece che duplicare.
Questo fatto tenderebbe a provare che i detriti più grossolani hanno una
origine diversa dai finissimi; i primi sono situati sulla superficie del
ghiacciaio e vengono trascinati facilmente al basso dai rivoletti che
precipitano per la china gonfii d'acqua di fusione; i secondi sono nelle
parti profonde del ghiacciaio, rivestono cioè il letto ed i fianchi, in
parte anche stanno rinchiusi nel ghiaccio stesso, sopratutto nelle
_dirty bands_; se ne può inferire che la comparsa dei finissimi detriti
sia indizio della fusione interna del ghiacciaio, e la loro quantità sia
la misura dell'intensità di questo fenomeno.
Coi dati accennati si può tentar un calcolo grossolano del materiale che
le acque esportano alla montagna. Il Lys, torrente della Valle di
Gressoney, ha una portata diversissima nelle varie stagioni; l'estate
(dall'aprile al novembre) non possiede mai meno di litri 8000 per minuto
secondo, ed in questa epoca le acque sono grigie come tutte quelle dei
torrenti glaciali; nel più forte della canicola la quantità d'acqua
supera d'assai gli 8000 litri, e le acque sono torbidissime. L'inverno
la quantità d'acqua si va riducendo per il cessare quasi completo delle
fondite; le sole sorgenti alimentano il torrente, che si riduce a 1000
litri per minuto secondo[10] di un'acqua chiara e trasparente.
Ora risulta dalle mie determinazioni che nelle giornate ordinarie di
estate l'acqua dell'Indren trascina il mattino circa gr. 0,010 di
materiale sabbioso, e il pomeriggio circa 0,08: in media 0,045.
Ammettendo che gli altri torrentelli scendenti dai ghiacciai abbiano la
stessa quantità di detriti, il che non deve essere lontano dal vero,
perchè la natura delle roccie su cui posano i ghiacciai è la stessa, e
sottraendo dal numero dei litri che contiene in media il Lys durante
l'estate i 1000 litri della stagione invernale che corrispondono alle
acque di sorgente, si ha un residuo di 7000 litri al secondo. Sono
dunque per ogni minuto secondo gr. 315 di roccia polverizzata che
scendono dai monti nel piano, cioè 1134 chilogrammi all'ora o 27
tonnellate e 216 chilogrammi nelle 24 ore; e nei 167 giorni dal 15
aprile al 30 ottobre 4544 tonnellate. Questa cifra che non è che un
_minimum_ (perchè non vi si tien calcolo dell'aumento di fondita delle
giornate calde, e della quantità di materiale che in quei giorni
raggiunge quasi il decuplo della quantità ordinaria), rappresenterebbe
la quantità di materiale che una superficie di circa 22 km. quadrati di
ghiaccio è in grado di esportare alle roccie su cui posa.
La quantità di materiale che è trascinata dall'acqua nelle ore più calde
delle giornate estive è molto grande; anche senza tener conto
dell'aumento dell'acqua di fondita si arriva a 8 tonnellate all'ora; e,
se si pensa che durante quelle ore i torrenti hanno certo raddoppiato il
loro contenuto in acqua, si hanno 16 tonnellate all'ora, cioè 384
tonnellate nelle 24 ore.
I detriti che trascinano le acque del torrente Indren sono costituiti da
una sabbia grigio-chiara, prevalentemente composta di silice; trattata
con acido cloridrico a dolce calore se ne può estrarre una grande
quantità di ferro.
4º =Acque di sorgente.=
Lungo il sentiero che conduce al Colle d'Olen, e nel punto in cui si
dispicca quello che sale verso il vallone d'Indren e verso il Rosa, a
circa m. 2320, sgorga per parecchie abbondanti polle ai piedi di un
macigno un'acqua purissima, fresca e saporita, rinomata nella valle,
nota a tutti i viaggiatori che non mancano di sostarvi per dissetarsi.
Questa fontana non ha, che io mi sappia, un nome: siccome Quintino Sella
la conosceva e l'apprezzava, e vi fece sosta in una gita pranzando sul
terreno, così credetti bene di battezzarla col suo nome.
Il volume d'acqua è cospicuo e forma un piccolo torrentello che dopo
pochi salti si confonde con quello che scende dal Rothhorn sovrastante
al Colle d'Olen. L'acqua deve provenire da strati profondi; non trovai
mai alcun divario nella sua temperatura (3° C) osservata in giorni ed
ore diverse.
Trattata come le altre acque, il residuo della concentrazione di due
litri era costituito da un'acqua perfettamente chiara e limpida, con un
leggerissimo deposito cristallino bianco.
* * * * *
Le varie acque descritte si sottoposero, come dissi, ad alcuni saggi,
gli uni fatti subito, altri eseguiti più tardi sui residui
dell'evaporazione incompleta di due litri d'acqua. Incomincio da questi
ultimi.
Il saggio quantitativo si riferisce ai residui solidi delle acque a
110°. I componenti minerali di tali residui non si poterono determinare
quantitativamente per la scarsità del materiale: nè si sarebbe potuto,
nelle nostre condizioni, svaporare maggiori quantità d'acqua per ogni
campione.
Il 28 luglio 1894, giornata serena e calma, sulla vetta della Gnifetti
(o Signalkuppe) dove sorge la Capanna Margherita (4559 m.) e a distanza
di un quaranta passi circa dalla capanna, in un tratto erto e lontano
dalla traccia degli alpinisti, scavato colla piccozza un foro, ne
traemmo la neve del fondo e la portammo a fondere nell'interno della
capanna, riscaldando la cassula colla lampada a gaz di benzina.
Come è noto, a simili altezze non si trova ghiaccio compatto ed unito se
non forse a grandi profondità; quello raccolto da noi era in granuli di
varia grandezza, perfettamente separati gli uni dagli altri. Il residuo
solido (a 110°) di un litro di questa acqua pesava milligrammi 16,9.
Calcinandolo non anneriva, il che si osserva per tutte le acque
esaminate, tranne una di cui dirò più sotto.
Novecento metri più in basso, sul ghiacciaio del Lys, nella parte sua
superiore, dove spiccandosi dalla parete occidentale della Piramide
Vincent precipita a valle in una grandiosa cataratta dalle alte e
capricciose onde gelate, lo stesso giorno (28 luglio), calatici lungo la
parete di un enorme crepaccio, raccogliemmo un grosso frammento di
ghiaccio, poco compatto, abbastanza friabile, con frattura cristallina.
Lo riponemmo nella cassetta di latta e lo facemmo fondere a Lavez. Il
residuo fisso per litro a 110° fu di milligr. 13,9.
Il 10 agosto ritornammo a prendere un campione di ghiaccio nella stessa
località (dietro la Capanna Gnifetti): non ricorremmo più al crepaccio
della prima volta, ma ad un altro più a monte in direzione della traccia
che sale verso il Colle del Lys. La struttura del ghiaccio era la stessa
già descritta, corrispondente allo stadio di passaggio fra il nevato
delle vette e il ghiacciaio delle parti declivi e basse. Il residuo di
un litro non era che di milligrammi 8,8 per litro; fra quante acque
abbiamo esaminato nel 1894 non ne trovammo nessuna più povera di
materiali sciolti.
Nel corso dell'anno 1895 ho potuto ripetere alcuni dosaggi del residuo
secco dell'acqua di ghiaccio; la spedizione era munita di una bilancia
di precisione che permise di operare a Lavez stesso, evitando di portare
residui a Torino. Uno dei campioni di ghiaccio era stato ottenuto
scavando alla base della Piramide Vincent, entro un grande masso di
ghiaccio (serac), franato dalla vetta lungo il pendìo occidentale. Si
ebbe cura di raccogliere ghiaccio profondo e quindi antico, presentante
bene apparenti le strie orizzontali caratteristiche; era compatto,
trasparente, molto poroso, disseminato di bollicine d'aria di dimensioni
varianti da un grano di miglio ad un pisello, non friabile, a frattura
cristallina.
Ghiaccio di aspetto eguale raccogliemmo più in basso al limite fra il
ghiacciaio del Garstelet e il lembo superiore della morena dove finisce
all'estremità nord delle roccie dell'Hohes Licht. Il ghiacciaio del
Garstelet non termina veramente in questo punto, ma ricompare più in
basso, sbucando di sotto i detriti morenici, riunito con quello
d'Indren. Come dirò più innanzi a proposito della crioconite, il
ghiacciaio del Garstelet nel punto là dove noi prendemmo il campione è
continuamente lavato da un velo di acqua, che vi scorre sopra, e il
ghiaccio sottoposto è molto compatto e probabilmente assai antico.
All'analisi chimica risultò che il ghiaccio preso alla base della
Piramide Vincent, fuso e filtrato dai pochissimi detriti sospesi,
svaporato e seccato a 110°, lasciava un residuo di milligrammi 2,4 e
quello del Garstelet di milligrammi 1,6. Ciò proverebbe che in alcuni
punti il ghiaccio è costituito di acqua quasi perfettamente pura.
Ecco qui radunate le cifre dei residui secchi ottenuti nel corso di mie
ricerche:
Provenienza delle acque Residuo fisso a 110°
milligr. per litro
Ghiaccio della Punta Gnifetti (m. 4559) 16,9
» » Base della Piramide Vincent (3700 c.) 2,4
» » Capanna Gnifetti (3600 c.) 1,39
» » » » » 8,8
» del Ghiacciaio Garstelet (3300 c.) 1,6
Acqua del lago Salzia (2670) 27,2
» » Gabiet (2339) 25,1
» » » 23,1
» della Sorgente Sella 30,8
» del torrente Indren 16,1
» » » (in piena) 21,2[11].
La differenza fra i residui di ghiacci provenienti da località vicine,
quali sono quelle da cui si presero i saggi sia nel 1894 che nel 1895,
dimostra con un argomento chimico che il ghiacciaio non è una massa
omogenea, prodotto della miscela intima di tutte le correnti di nevato
che vi scendono; ma è un miscuglio irregolare di filoni di varie nevi
che per l'origine e la età diverse devono necessariamente avere
composizione varia.
Se questo stato di cose si mantenga anche nelle porzioni più basse del
ghiacciaio, e nel lembo terminale del così detto mare di ghiaccio, dopo
che, per la continua rigelazione coadiuvata dalla pressione, il
miscuglio dei varii filoni parrebbe dover essersi fatto più intimo, è
ciò che rimane a stabilirsi con altre ricerche.
È noto che durante la congelazione di un'acqua contenente materiali
disciolti o sospesi, la distribuzione di questi si fa irregolarmente,
non solo fra la porzione congelata e quella rimasta sciolta, ma nelle
stesse masse congelate. Questo fatto che venne confermato recentemente
da A. C. Christomannos[12] non può tuttavia spiegare la varia
composizione del ghiaccio in regioni vicine.
Dopo le acque di neve, le più povere in materiali disciolti sono quelle
del torrente Indren; il che si spiega riflettendo che queste sono il
risultato della fondita di quelle, e che il terreno su cui scorre il
torrente, costituito da roccie impermeabili, non può aver ceduto nuovi
materiali all'acqua. Il giorno 9 agosto 1894 alle ore 15 (temp. 12°)
raccolsi l'acqua di cui ho già dianzi dato il tenore in materiali
solidi sospesi. Un litro dell'acqua conteneva sciolti milligr. 16,1. Il
10 agosto in cui, come pure dissi, si ebbe un enorme aumento nella
fondita del ghiaccio, il residuo a 110° per un litro fu di milligr.
21,2; il quale residuo si annerì fortemente alla calcinazione e si
ridusse a milligr. 16 come il primo. Questa cifra è dunque l'espressione
della quantità media di materiale sciolto contenuto nei ghiacci che
alimentano il torrente. Le sostanze organiche trovate in di più nel
giorno di piena possono provenire dal ghiacciaio stesso o dalle rive del
torrente dove scorre tra sponde erbose.
I laghi hanno un residuo alquanto più elevato: più di tutti quello
Salzia, chiuso all'intorno da roccie e senza correnti che lo alimentino
o che ricevano l'eccesso delle acque. Un litro lascia un deposito di
milligr. 27,2. Il Lago Gabiet in due determinazioni ad epoche diverse mi
diede milligr. 25,1 e 23,7 per litro.
L'acqua della sorgente Quintino Sella ha il residuo più abbondante: 30,8
milligr. per litro.
I residui tutti vennero analizzati qualitativamente. Vi si trovò acido
cloridrico, acido solforico, calcio, sodio. Nelle acque di neve questi
elementi erano in minimissima quantità, e le reazioni a parità di volume
non indicavano una differenza che mostrasse il sopravvento di uno
piuttosto che di un altro dei componenti. Lo stesso si dica per le acque
dell'Indren.
Nelle acque dei laghi i cloruri sono scarsi, e quasi tutto il deposito è
fatto di solfati, prevalentemente di calcio. Non mi venne fatto di
rinvenire magnesia.
I solfati sono pure abbondanti nel residuo dell'acqua della sorgente
Quintino Sella, mentre i cloruri sono in tenuissima quantità.
Quest'acqua contiene anche dei carbonati in una piccola proporzione.
Delle acque di neve, due, cioè quella della vetta della Punta Gnifetti e
quella raccolta il 10 agosto dietro alla Capanna Gnifetti, non
contenevano traccia alcuna di ferro; ne trovai invece in tenue quantità
(rivelabile col solfocianato potassico) nell'acqua raccolta il 28 luglio
alla stessa altezza della precedente, ma non precisamente nello stesso
punto. Questo è una prova di più della non omogeneità delle masse
ghiacciate. Il ferro manca pure nell'acqua dell'Indren che ho
analizzato. Non potei analizzare il residuo lasciato dall'acqua nel
giorno di piena (10 agosto) perchè si ruppe il tubetto che ne conteneva
la soluzione.
Tutte le altre acque, cioè dei due laghi Gabiet e Salzia e della fontana
Quintino Sella, contengono piccole quantità di sali di ferro sciolti.
Le soluzioni dei residui acidificate con acido cloridrico e trattate con
solfocianato potassico dànno tutte una tinta rosea decisa. Credo
superfluo il dire che i reattivi erano stati accuratamente purificati, e
che in ogni caso si stabilivano delle controprove.
Mentre il ferro allo stato solubile si trova solo eccezionalmente nelle
nevi e nel torrente, lo stesso metallo indisciolto è abbondante nei
depositi di queste acque. L'acqua di fusione della neve della Punta
Gnifetti conteneva per litro milligrammi 2,5 di materiali sospesi:
esaminati al microscopio si mostravano composti di granellini di sabbia
quarzosa, riganti il vetro, erano tinti in rosso ocraceo, e trattati con
acido cloridrico davano chiara reazione di ferro col solfocianato. Ho
pure accennato alle sabbie dell'Indren ricche di ferro. Non è dunque che
questo metallo faccia difetto, ma mancano le condizioni per cui si
trasformi in composti solubili. Su tale argomento ritornerò fra poco.
La ricerca dell'ammoniaca, dei nitriti e dei nitrati si fece sul luogo e
colle acque fresche.
La presenza di ammoniaca si accertava direttamente nelle acque mediante
il reattivo di Nessler. 100 cc. dell'acqua si trattavano in un cilindro
a tappo smerigliato con ½ cc. di idrato sodico e 1 cc. di carbonato
sodico. Trattandosi di acque che contenevano quantità piccolissime di
sali dei metalli terrosi, non si osservò mai alcun precipitato dopo
aggiunti questi due reattivi. Tuttavia si lasciava riposare mezz'ora,
poi si travasava il liquido chiaro in un altro cilindro, e si aggiungeva
1 cc. di liquore di Nessler[13].
Prima di ricercare l'ammoniaca nelle acque, mi accertai che non ne
esistesse nell'atmosfera del nostro laboratorio in modo che potesse
assorbirsi. Lasciai aperti diversi recipienti contenenti acqua
distillata nella camera e vi ricercai l'ammoniaca. I risultati furono
assolutamente negativi.
Le indagini sulle acque eseguite nel 1894 mi diedero per risultato:
presenza quasi costante di ammoniaca nelle acque delle nevi, tanto della
vetta del Rosa, quanto del ghiacciaio del Lys. L'acqua dell'Indren
(proveniente dalla fusione di un ghiaccio che conteneva ammoniaca) nelle
condizioni ordinarie non ne mostrava traccia; ma nella piena del 10
agosto, l'ammoniaca apparve pure in quest'acqua per scomparire il giorno
dopo; in tutte le altre acque non trovai traccia alcuna di ammoniaca.
Quest'anno potei riprendere quest'argomento in condizioni migliori,
avendo meco come dissi la bilancia di precisione, e il necessario per
preparare acqua distillata; ebbi così mezzo di fare qualche dosaggio
quantitativo secondo il metodo di Frankland e Armstrong[14].
Le acque ottenute dalla fondita del ghiaccio o della neve contenevano
sempre ammoniaca; in un solo caso non ne trovai traccia, e fu nel
ghiaccio che scavai al Garstelet, e di cui dissi dianzi che non lasciava
che un residuo di milligrammi 1,6.
Ecco le cifre ottenute:
I. Ghiaccio della porzione terminale del grande ghiacciaio del Lys,
punto in cui scaturisce il torrente a m. 2150 circa; si raccoglie nella
grotta stessa della sorgente del Lys; alla superficie delle masse
ghiacciate la fusione è continua, la temperatura 0°; il ghiaccio
racchiude granelli di sabbia; è formato di numerosi frammenti compatti e
trasparenti, incastonati gli uni negli altri irregolarmente, in modo da
ricordare le suture delle ossa craniane.--Ammoniaca per litro
milligrammi 0,3.
II. Ghiaccio della porzione superiore del ghiacciaio del Lys a 3600
metri circa, dietro i sassi su cui sorge la Capanna Gnifetti.--Ammoniaca
per litro milligr. 0,05.
III. Ghiaccio del Garstelet, porzione discendente verso l'Hohes Licht
(3400 m. circa).--Ammoniaca per litro un po' meno del precedente; il
dosaggio esatto non si può eseguire perchè si è presso al limite
inferiore della sensibilità della reazione.
IV. Ghiaccio di una balza alla base occidentale della Piramide Vincent
(a 3700 m. circa), di cui si è determinato il residuo solido (v. pag.
54).--Ammoniaca per litro milligr. 0,10.
V. Neve profonda e compatta di una valanga che scende nel piccolo lago
azzurro sotto al Colle d'Olen; è dell'inverno scorso: ammoniaca per
litro milligr. 2. Un'altra porzione della stessa neve conservata nei
recipienti chiusi ed analizzata l'indomani dava solo 1 milligr. di
ammoniaca per litro. L'acqua del laghetto in cui scendeva il nevato non
conteneva più se non traccie di ammoniaca inferiori a 0,05 milligr. per
litro. Rinvenni invece traccie di nitriti (non determinate) che
mancavano affatto nella neve. In questo lago sono numerosi organismi:
insetti, crostacei (_Daphnia_) e alghe.
In complesso appare chiaro che l'ammoniaca esiste quasi costantemente e
in quantità variabili nel ghiaccio dei ghiacciai e nelle nevi e che vi
si conserva inalterata; anche per lunghi periodi di tempo; ma collo
struggersi delle masse ghiacciate, l'ammoniaca passata nell'acqua di
fusione, sparisce in poco tempo sì da non trovarsene più traccia a due
soli chilometri dalla sorgente, come si verifica nel torrente Indren.
Solo quando la fusione dell'acqua avvenga rapidamente, l'ammoniaca si
trova ancora nell'acqua del torrente.
I nitriti si sono ricercati colle reazioni della metafenilendiamina, con
quella dell'acido solfanilico e solfato di [Greek: a] naftilamina, i
nitrati colla salda d'amido e joduro di zinco, e colla soluzione
d'indaco[15]. In ogni caso e per tutte quante le acque le reazioni
furono negative. Ciò per quanto riguarda il 1894; nel 1895 trovai
traccie di nitriti nel lago dell'Olen, come dissi più sopra.
Il comportarsi dei composti tanto ossigenati che idrogenati dell'azoto
nelle nevi del Rosa è interessantissimo. Se i risultati da me ottenuti,
in base ad accurate reazioni sottoposte sempre a controprove, sono di un
valore positivo, non è perciò meno desiderabile che possano essere
confermati da un numero maggiore di osservazioni estendentisi su più
larga zona. La questione importante dell'origine e della distribuzione
dei composti azotati alla superficie del globo e nell'aria dalle
indagini che ho esposte riceve un nuovo contributo, per cui si
rischiarano alcune circostanze finora meno note.
È generalmente ammesso che i composti azotati (ammoniaca, nitriti e
nitrati) che si trovano in piccolissima quantità nell'aria e che da
questa passano nelle acque meteoriche si formino sotto l'influenza delle
scariche elettriche o di vive combustioni. Dall'epoca della celebre
esperienza di Cavendish questo fatto è stato confermato in numerosi e
varii modi[16]; e si potè constatare che i composti azotati sono tanto
più abbondanti nell'atmosfera quanto più elevata è la temperatura e
intensi i fenomeni elettrici, come avviene sopratutto nelle zone
tropicali. Dei tre composti azotati accennati, l'ammoniaca essendo
gazosa si diffonde nell'atmosfera e si rinviene anche negli strati più
elevati; mentre invece i nitriti e nitrati (d'ammonio) tendono a
precipitare nelle zone più basse, essendo solidi.
In un modo o nell'altro, sia che (come avviene per l'ammoniaca) siano
diffusi nell'atmosfera, o (come succede dei nitrati e nitriti) vi siano
sospesi, questi composti devono necessariamente essere imprigionati
nelle goccie d'acqua o nei fiocchi di neve, e soffermarsi sui ghiacciai.
E se nelle nevi delle alte vette non si trova se non ammoniaca, ciò deve
riferirsi che in quelle altezze non si verificano quelle condizioni che
sono necessarie perchè gli elementi dell'acqua si combinino coll'azoto
atmosferico.
La questione muta dunque d'aspetto; a rischiararla diventa necessario
verificare se ad una certa altezza i fenomeni elettrici mutino di
natura, o d'intensità, il che per ora non è facile per la scarsità dei
dati, le osservazioni continuate nelle zone elevate essendo ancora
nell'inizio.
A tutta prima parrebbe che sulle alte vette si dovessero avere
importantissimi fenomeni elettrici; è noto che ogni picco alpino ha
numerose impronte di fulminazione, e spesso si mostra magnetico in
conseguenza appunto delle scariche che ha subìto[17]. Sulle vette alpine
alcuni viaggiatori hanno assistito a fenomeni elettrici imponenti; il
sig. Galli il 16 agosto 1889 trovandosi alla Capanna del Bergli (3299),
alla base del gruppo della Jungfrau, fu leggermente ferito da un fulmine
penetrato nel rifugio. Si è in vista di questi pericoli che uno fra i
principali intenti della Commissione nominata dal Club Alpino Italiano
per dirigere la costruzione della Capanna Margherita sulla Punta
Gnifetti, fu di trovare il modo di renderla sicura dal fulmine[18]. Si
adottò il sistema di rivestirla di fogli di rame, armandola di punte
agli spigoli, da cui scendono gomene metalliche che la mettono in
diretta comunicazione col nucleo granitico del monte.
Dal complesso tuttavia delle osservazioni e dalla esperienza quotidiana
risulta che i violenti fenomeni elettrici a grandi altezze sono rari e
che le vere scariche temporalesche, in cui la ricomposizione della
elettricità si fa repentinamente per mezzo di scintille, vi sono meno
frequenti che non al basso; al disopra dei 3000 metri nella nostra
latitudine temporali con lampi e tuoni si hanno assai più rari che al
piano. La scarica elettrica nelle zone assai elevate muta carattere, non
è più subitanea come quella della bottiglia di Leyda, ma diventa
continua o semi-continua, assume l'apparenza di fuoco di S. Elmo o forse
anche di scarica oscura. Su questo punto le osservazioni sono numerose e
confermansi quotidianamente; il Vallot che è uno di coloro che abbia
vissuto più a lungo sul Monte Bianco, cita fra i fenomeni elettrici non
i fragorosi fulmini, ma le _milles piqûres de l'électricité des
orages_[19]. Il Vallino ha radunato molti esempi di scariche elettriche
nelle alte montagne[20]; se ne trovano pure registrati molti
interessantissimi negli Annali dell'Osservatorio di Harvard College, il
quale venne eretto sul Pikes Peak nelle Montagne Rocciose a 4308 m.
Recentemente si pubblicarono nei «Sitzungsberichte» dell'Accademia di
Vienna le osservazioni sulla elettricità atmosferica e sui fuochi di S.
Elmo fatte sulla vetta del Sonnblick, confermandosi il risultato di
precedenti osservazioni che dimostrano la variazione dell'energia
elettrica esservi poca, comparata a quella della base perchè
l'Osservatorio si erge al disopra di quegli strati dell'atmosfera in cui
sono più, frequenti i processi elettrici[21].
Tutti questi fatti giustificano quanto dissi dianzi che se non
assolutamente mancanti, tuttavia le violenti scariche temporalesche che
sono la sorgente più copiosa di composti nitrosi nell'aria, sono rare a
grandi altezze; si comprende perciò come nella neve raccolta sulle vette
si trovi in prevalenza e spesso sola l'ammoniaca che è diffusa
nell'atmosfera e proviene dagli strati più bassi, e non i nitriti ed i
nitrati la cui formazione a tali altezze è scarsa o nulla.
I risultati da me ottenuti relativamente ai composti azotati dell'acqua
a grandi altitudini sono confermati da parecchi autori. Müntz e
Aubin[22] al Picco del Mezzodì (m. 2877) hanno esaminato sei acque di
pioggia, tre di nebbie e quattro di neve e trovarono quasi completamente
assenti i nitrati. Per contro l'ammoniaca era dovunque presente in
quantità variabile, ma sempre inferiore a quella rinvenuta in regioni
basse.
Boussingault comunicò all'Accademia di Francia[23] alcune analisi di
acque raccolte dal sig. Civiale nelle peregrinazioni da lui intraprese
nelle Alpi. Non sono indicate le manipolazioni che abbia subito l'acqua,
nè l'epoca dell'analisi rispetto a quella della raccolta, nè i metodi
usati per il dosaggio.
I risultati sono:
millig. per litro
________/\________
HNO_3 NH_3
1859 Gran S. Bernardo:
Id. Acqua di pioggia sul colle (2600 m.) 0,30 1,10
Id. Acqua di neve » » 0,05 traccie
Id. Acqua del lago » » 0,00 0,11
Monte Velan (3760 m.). Acqua di neve 0,00 0,10
1860 Mer de Glace (1350 m.) 0,26 0,13
1861 Ghiacciaio del Gorner (2400 m.) 0,00 0,00
1862 Ghiacciaio d'Aletsch (2200 m.) indizii indizii
1863 Ghiacciaio di Kaltenwasser (3565 m.) 0,00 0,00
1865 Ghiacciaio di Palu (3900 m.) 0,00 0,00
1866 Vallone Comboë (2100 m.) 0,66 0,30
Dall'esame di questo elenco risulta che in tutte le acque raccolte sopra
ai 3000 metri mancava l'acido nitrico; l'ammoniaca invece si è rinvenuta
anche a questa altezza al Velan, il picco che domina il passo del Gran
S. Bernardo.
Per contro nella zona inferiore ai 3000 metri le quantità di ammoniaca e
di acido nitrico sono variabili e spesso ragguardevoli, con questo
tuttavia che i grandi ghiacciai alimentati da nevi la cui altitudine
supera i 3000 metri anche più basso hanno poco o punto di acido nitrico;
tali sono il ghiacciaio del Gorner formato appunto dalle nevi del Rosa
di cui io studiai il versante meridionale, e quello di Aletsch le cui
radici scendono per i fianchi della Jungfrau e delle altre vette più
alte dell'Oberland Bernese.
Il fatto che la Mer de Glace ha dato invece molto acido nitrico e
ammoniaca si spiega colla circostanza che si è esaminata la neve, e non
il ghiaccio; ora al fondo del ghiacciaio e ad una altezza di 1350 m.
questa neve era certamente d'origine locale, poichè quella alta fonde
sul sito o si trasforma in ghiaccio. Un esame dei ghiacci compatti di
questo estremo lembo del ghiacciaio avrebbe senza dubbio dato altri
risultati e mi induce a pensarlo il fatto che esaminando in quest'anno
1895 il ghiaccio del limite più basso del ghiacciaio del Lys (2150 m.),
che è una vera «Mer de glace», vi rinvenni ammoniaca in copia, e punto
composti nitrosi.
È assai interessante il risultato delle analisi delle acque del circo
Comboë che è un vallone aprentesi al sud d'Aosta, circondato da aspre
roccie fra cui emerge il Monte Emilius; le nevi si raccolsero durante un
temporale violento e siccome non esiste ghiacciaio in questa regione,
dovevano essere di valanga, se pure non caddero nel momento stesso in
cui infuriava il temporale; esse diedero un'acqua a reazione acida,
contenente milligr. 0,66 di acido nitrico per litro.
Tutti questi dati confermano quanto ho detto dianzi che cioè, mentre
anche in montagne alte si ha formazione di composti ossigenati
dell'azoto quando vi siano veri temporali, al disopra di 3000 metri non
si trovano più nitrati nè nitriti, il che deve essere in rapporto colla
natura delle scariche elettriche in queste regioni.
Nella scarica elettrica temporalesca condizione essenziale per la
combinazione dell'azoto coll'ossigeno è la temperatura elevata; col
crescere della temperatura anche altre forme di scarica, e precisamente
quella oscura, producono quantità sempre maggiori di composti nitrosi e
nitrici. Questo fatto venne messo in luce da Hautefeuille e Chapuis[24]:
essi trovarono che l'aria satura d'umidità e scaldata a 100° fatta
passare in un tubo ad ozono (_appareil à effluves_) acquista 16
milligrammi d'acido nitrico per litro d'aria! mentre alla temperatura
ordinaria, _cæteris paribus_, non si hanno che traccie di un acido che
fuma all'aria. Se si pensa alle rigide temperature che regnano di sopra
ai 3000 metri e alla natura delle scariche che si hanno, si può
benissimo comprendere come la formazione di composti nitrosi cessi
affatto.
Che i risultati negativi da me ottenuti possano ascriversi a scomparsa
dei nitrati e nitriti dal ghiaccio non credo sia ammissibile (e lo
provano le analisi delle acque del Civiale in cui quando esistevano i
composti nitrosi si conservarono nel ghiaccio); l'ammoniaca nelle stesse
condizioni persiste a lungo, mentre nell'acqua ed a temperatura più alta
essa scompare dopo qualche tempo. Houzeau[25] trovò che in un'acqua
contenente milligr. 4,7 di ammoniaca per litro, dopo essere lasciata 13
giorni al sole ne rimanevano solo più 0,3. All'oscuro la perdita è assai
meno sensibile; nello stesso periodo di tempo l'acqua da milligr. 4,7
passa a 2,6. Nel ghiaccio, sopratutto profondo, concorre altrettanto la
bassa temperatura quanto l'oscurità e la mancanza di aria atmosferica a
mantenere l'ammoniaca in quantità costante. Ma appena mutano le
condizioni, fonde il ghiaccio, e l'acqua di fondita corre liberamente
all'aria ed alla luce, ecco che l'ammoniaca si diffonde nell'atmosfera e
scompare rapidissimamente.
Ho già accennato che nelle circostanze ordinarie, l'acqua del torrente
Indren a due chilometri dalla sua sorgente non ha più traccia di
ammoniaca e solo eccezionalmente, durante le giornate canicolari che
inducono abbondante fondita, ne conserva ancora inalterata una porzione.
Così pure, nel lago dell'Olen l'ammoniaca si conserva qualche tempo
nell'acqua, ma in piccola quantità.
II.
CRIOCONITE.
Nordenskiöld nel suo viaggio in Groenlandia nel 1870 aveva trovato
disseminata alla superficie del ghiaccio continentale (_inlandsis_),
tanto nella sua porzione marginale, quanto a 150 chilometri dalle coste,
una polvere fina, amorfa, che egli battezzò col nome di _crioconite_.
Studiandone la forma e la composizione la credette d'origine cosmica e
in parte anche eolica, cioè dovuta al trasporto di particelle per opera
dei venti.
Lo scienziato svedese confermava le prime sue osservazioni esaminando
varii esemplari di polvisculi caduti durante un uragano di neve nel 1871
a Stoccolma, o raccolti in varie parti della penisola scandinava; nel
1872 ritrovava e ristudiava la crioconite sui ghiacci galleggianti
presso le isole Spitzberg[26]; tornato poi nel 1888 in Groenlandia
riprendeva lo studio della crioconite, che egli trovò abbondante, e che
anzi fu uno dei maggiori ostacoli al progresso della sua spedizione[27].
La crioconite di Groenlandia è una polvere nera, fine, avente
l'apparenza di fuliggine; si può trovare sparsa uniformemente alla
superficie del ghiaccio in strati di spessore vario da 1 millimetro a 1
decimetro; spesso si raccoglie entro a cavità cilindriche verticali,
veri pozzi in miniatura, profondi da pochi millimetri a 1 metro e larghi
altrettanto. Il fondo è coperto d'un leggero strato di crioconite,
mentre la cavità stessa contiene acqua, e la superficie per lo più è
coperta da un velo di neve o di ghiaccio che nasconde il tutto. Nello
spazio che è fra parecchi grandi fori si eleva un cono di ghiaccio
annerito dal polviscolo. La superficie del ghiacciaio così tormentata è
difficilissima a percorrersi; ad ogni passo la gamba affonda entro le
trappole celate sotto la neve.
Nella crioconite di Groenlandia e di Spitzberg e nei corpuscoli
trascinati e racchiusi nella neve delle bufere e delle nevicate
esaminate dal Nordenskiöld si rinvennero costantemente granuli di ferro
nativo con traccie di cobalto e di nickel, cristalli di quarzo, di mica,
di augite e di altri minerali, sostanze organiche solubili in alcool ed
etere, forme di vegetali monocellulari viventi, alcune volte (come per
esempio dopo l'eruzione del vulcano Krakatoa) ceneri vulcaniche.
La presenza del ferro magnetico unito al cobalto ed al nickel, la
costanza di composizione avente una certa indipendenza da quella delle
roccie vicine, la diffusione in zone lontane fra di loro, sono
altrettanti argomenti i quali inducono il Nordenskiöld ad attribuire
alla crioconite un'origine eolica e cosmica.
Le idee dello scienziato svedese però non sono state accolte da tutti;
parecchi vedono nella crioconite il prodotto dell'erosione e dello
sgretolamento delle roccie fra cui è incassato il ghiacciaio, le quali
anche in Groenlandia talora alzano il capo dal potentissimo mantello di
ghiaccio, formando quei picchi isolati che si chiamano col nome di
«Nunataks». Di più, un altro esploratore della Groenlandia, il Nansen,
che, più fortunato di tutti i suoi predecessori, valicò dalla costa
orientale alla occidentale percorrendo sempre l'_inlandsis_, non
rinvenne che in un solo punto del suo tragitto la crioconite, il che
dimostra la sua zona di distribuzione non essere così vasta come il
Nordenskiöld vorrebbe ammettere.
Una polvere avente tutti i caratteri della crioconite si può trovare qua
e là sui nostri ghiacciai; e come essi sono una miniatura dei vasti
campi di ghiaccio polari, così la crioconite vi si trova radunata in
condizioni che riproducono su piccola scala quelle della Groenlandia.
Nelle mie ricerche trovai i depositi caratteristici di crioconite
limitati a quella parte del ghiacciaio del Garstelet che scende a
lambire la cresta rocciosa che spiccandosi dall'Hohes Licht sale fino a
formare il mucchio di pietrame su cui posa la Capanna Gnifetti. Verso il
Garstelet questo sprone di roccie non ha quasi alcuna sporgenza, sì che
il ghiacciaio scende lievemente a morirvi sopra; verso il ghiacciaio
inferiore del Lys, invece, è un precipizio vertiginoso. L'orlo inferiore
del ghiacciaio è quasi pianeggiante, e per un tratto, che si avanza di
forse un centinaio di metri verso la parte superiore del ghiacciaio
stesso, si mostra tutto cribroso per innumerevoli fori. Sono queste le
aperture di piccoli pozzetti verticali, cilindrici, della profondità di
10 a 15 o 20 centimetri, del diametro che varia da pochi millimetri ad
8-10 centimetri. Chiusi talora da un dischetto di ghiaccio sottile, sono
ripieni d'acqua limpidissima, e al fondo hanno uno straterello d'una
polvere nera, fioccosa, che pare fuliggine.
Non è difficile il comprendere la formazione di queste cavità: gli
ammassi di questo materiale scuro, che assorbe intensamente il calore,
provocano la fusione del ghiaccio circostante e si vanno seppellendo
nella fossa che scavano da sè, finchè, giunti a tale profondità che il
calore diurno non li tocca più, si fermano. Ho potuto constatare che
dopo una nevicata che abbia seppellito tutto uno strato di pozzetti di
crioconite, al disotto dello strato superficiale permane la superficie
cribrosa; in una sezione verticale praticata in queste condizioni si
scorge sotto l'ultima neve recente la traccia dei pozzetti e della
crioconite primitiva.
Nel 1895 percorsi in vario senso il Garstelet per istudiarvi l'origine
della crioconite; e potei farmi una idea più esatta della sua
formazione, sebbene non abbia per varie circostanze avuto mezzo di farne
raccolta sì da ripetere e completare le analisi che riporto qui sotto.
Il Garstelet è una superficie unita di ghiaccio che non presenta traccia
di crepacci se non nella porzione superiore, dove si confonde
coll'Indren per fasciare i fianchi della Piramide Vincent. Per questa
sua continuità e per la sua disposizione a ventaglio le acque di fondita
vi scorrono sopra in un velo continuo e si raccolgono in rivoletti
tutt'intorno all'estremità del ghiacciaio. Sono queste acque
superficiali che raccolgono e trascinano il polviscolo nero detto
crioconite, il quale s'arresta qua e là e si affonda nei pozzetti la cui
acqua fa parte del velo scorrente sul ghiacciaio stesso. La neve recente
porosa ricopre alla sua volta di uno strato più o meno sottile la massa
glaciale, i pozzetti superficiali di crioconite e lo strato acqueo
continuamente fluente. In qualunque punto colla piccozza si rompa la
prima crosta tenue di neve e ghiaccio friabile, sgorga subito l'acqua
irrompendo da ogni lato, riempie e inonda i pozzetti esportandone il
fine detrito nero. Il ghiaccio sottoposto è compatto, duro, purissimo;
le analisi gli assegnano il residuo fisso più tenue, e l'ammoniaca in
certi punti è scomparsa, lavata essa pure dalle acque.
Dove i ghiacciai sono molto inclinati, e fessurati dai crepacci, e
solcati da quei ruscelli che nascono, crescono impetuosi col sole e
muoiono con lui, la crioconite è trascinata nelle cascate e scende a
mescolarsi col profondo limo glaciale. Alla superficie calma, riposata,
unita del Garstelet invece rimane a lungo depositata sotto l'acqua dei
pozzetti, spesso congelantesi durante la notte, e lentamente scende a
seppellirsi sotto le morene e le roccie che incassano il ghiaccio. Più
in alto, al Colle del Lys (4200 m.) la mancanza di fusione, anche
diurna, spiega l'assenza di crioconite, che potrebbe benissimo formarsi
per la poca inclinazione e la scarsità di crepacci.
Con questo meccanismo continuo, agevolato dalla pressione e dal
movimento dei ghiacciai, la crioconite della superficie scende al
profondo, dove si mescola colle sabbie moreniche, coi limi glaciali e
passa nelle correnti inter- e sottoglaciali, dove non è più possibile
isolarla.
La raccolta della crioconite si fece (nel 1894) colle solite
precauzioni, racchiudendola insieme a un poco d'acqua, in una boccia che
venne subito sigillata alla lampada. Non avendo meco il necessario per
verificare la presenza del ferro nativo, trasportai il materiale nel
laboratorio di Torino, dove venne esaminato nel gennaio 1895.
La crioconite del Rosa è un miscuglio di sostanze diverse, in diverso
grado di suddivisione. Una parte è in polvere finissima che nell'acqua
riposata rimane sospesa per lungo tempo, quindici o venti giorni,
comunicandole un leggero grado di opalescenza. Siccome l'acqua dei
pozzetti di crioconite è assolutamente limpida e chiara, conviene
ammettere che la formazione di tali cavità e la discesa della crioconite
si faccia con grande lentezza in modo da non disturbare punto la parte
più leggera del deposito.
Allorchè nell'inverno aprii in laboratorio la boccia contenente la
crioconite, constatai che si era fatto un vuoto parziale, e trovai, non
senza sorpresa che il miscuglio sviluppava un forte lezzo di putrido,
avente carattere deciso fecaloide o scatolico.
Filtrai tosto per carta senza ceneri; il filtrato avente reazione
debolissimamente alcalina era giallognolo, si intorbidiva all'aria
coprendosi di uno strato sottile iridescente, mentre nello spessore del
liquido l'intorbidamento si andava sempre facendo maggiore fino a
depositare uno straterello di precipitato giallo ocraceo. L'odore
fecaloide si faceva sempre più manifesto, ed era sopra tutto percepibile
fiutando delle listerelle di carta da filtro bagnate nel liquido. Il
filtrato dopo alcalinizzato con idrato sodico venne estratto con etere,
che lasciò alla evaporazione una goccia di residuo avente intenso odore
fecaloide; non si ottennero tuttavia cristalli, nè si ebbe la formazione
di nitrato di nitroso-indolo trattando con acido nitrico-nitroso. La
minima quantità di sostanza non permise di stabilire le altre reazioni;
ma l'odore caratteristico è una prova certa della presenza di uno dei
due composti o indolo o scatolo, e più probabilmente di quest'ultimo.
Il residuo della estrazione eterea, fatto bollire per separare le ocre e
svaporato, si acidificò con H_2SO_4 e si distillò; il distillato,
neutralizzato con un una traccia di NaOH e svaporato, lasciò un residuo
piccolissimo di saponi. Questo residuo, introdotto in un piccolo
palloncino e distillato con H_2SO_4, diede poche goccie di un distillato
acido, avente forte odore di burro rancido, e non riducente i sali di
argento; si trattava dunque di traccie d'un acido grasso (escluso il
formico), probabilissimamente butirrico.
La fermentazione avviatasi nella crioconite era dovuta a numerosi
microorganismi che vedevansi muovere in ogni senso in una goccia del
liquido esaminato al microscopio; ad essi era dovuta la scomparsa
dell'ossigeno, mentre avevano consumata scarsa sostanza organica azotata
che era contenuta in questo deposito glaciale.
La polvere nera di crioconite rimasta sul filtro conteneva pure numerosi
organismi; fra questi erano alghe verdi, le quali, non avendo potuto
svilupparsi nell'ambiente disossigenato della boccia chiusa, dove gli
anaerobii avevano il sopravvento, appena ebbero aria a disposizione
cominciarono a vegetare e produssero clorofilla che tingeva le ultime
acque di lavaggio.
Ecco i risultati dell'esame dei vegetali contenuti nella crioconite,
esame gentilmente intrapreso dal prof. Belli, assistente alla cattedra
di Botanica:
ALGHE (_Diatomeae_) appartenenti con tutta probabilità ai generi
_Pinnularia_ sp., _Navicula_ sp., _Frustulia_ sp.?
" (_Cyanophyceae_) _Oscillaria_ sp.!!
" (_Chlorophyceae_) _Pleurococcus_ sp., _Chroococcus_ sp.!
_Hematococcus pluvialis_ Kh.!!
FUNGHI (_Bacteriaceae_) _Bacillus_ sp., _Bacterium_ sp.,
numerosissimi.
" (_Ascomycetes_) Spore con episporio echimato di difficile
identificazione.
GYMNOSPERMAE. Polline di conifera (Gruppo _Abietineae_). Inoltre:
Pappi di Composite? o di Graminacee o Ciperacee.
Fili o tricomi appartenenti probabilmente a semi piumosi
(_Salix_, _Epilobium_, _Clematis_, ecc.).
Il processo di putrefazione avviatosi nella crioconite del Rosa, la
avvicina una volta di più alla crioconite boreale; anche Nordenskiöld
trovò una quantità di detriti abbandonati dal ghiacciaio nel letto di un
torrente, i quali erano caduti in preda a decomposizione putrida ed
esalavano odore d'acido butirrico. Da questi ammassi di crioconite il
Berggren isolò un certo numero di alghe, che descrisse nei resoconti
dell'Accademia di Stoccolma[28]. Si è appunto in causa all'avviatasi
decomposizione putrida che il ferro nativo che potesse essere contenuto
nella crioconite del Rosa si combinò con altri elementi per passare allo
stato ferroso, che alla sua volta si trasformò in ferrico quando aperta
la boccia si diede libero accesso all'ossigeno. Dai dosaggi fatti
risultò che la crioconite del Rosa in cui si era sviluppata la
putrefazione, conteneva circa 16% di sostanza organica; il ferro rimasto
allo stato insolubile rappresentava ancora il 3,5%.
È dunque assodato che anche la crioconite nostrana racchiude
indubbiamente elementi eolici, ma non ho potuto accertarmi se vi
esistano anche elementi cosmici, che sarebbero rappresentati dal ferro
nativo.
La presenza di crioconite e la sua composizione serve a dimostrare con
ogni certezza quanto ho sostenuto già da tempo[29] che cioè l'aria
dell'alta montagna racchiude anch'essa numerosi corpi stranieri.
E qui fa d'uopo di ben precisare la questione; se si parla dell'aria di
montagna nei periodi di calma, non c'è dubbio che essa si debba
considerare come esente o quasi da ogni germe sospeso; questo fatto, già
noto per l'esperienza di vari autori[30], abbiamo potuto confermare
parecchie volte nel 1895 esponendo alcune scatole Petri, contenenti
gelatine o agar sterilizzati, per 24 ore all'aria in varie località, al
Corno del Camoscio sopra il Col di Olen, al Telcio e in prossimità
dell'alpe Lavez. Nessuna di queste scatole accusò pure un germe. È
troppo chiaro che l'atmosfera essendo calma, i germi sospesi nelle zone
basse non possono salire, mentre quelli giacenti al suolo della
montagna, i quali si van facendo più rari quanto più ci si allontana dai
luoghi dove è più attiva la vita vegetale ed animale, non sono smossi
che raramente per essere la regione quasi affatto disabitata.
Io credo inoltre che una parte considerevole dei germi viventi che siano
pervenuti in qualsiasi modo a una certa altezza, vi periscono in breve
tempo, e mi conforta in tale opinione, la quale tuttavia merita di
essere confortata da altre più numerose osservazioni, il fatto che nella
neve nei pressi delle Capanne-rifugio Gnifetti e Regina Margherita, dove
sono numerose le deiezioni umane, non abbiamo trovato quella quantità di
microorganismi che era ragionevole aspettarsi. Su questo fatto dirà più
particolareggiatamente la relazione del dott. Scofone.
Ma appena s'alzi dal piano il vento ad assalire i fianchi del monte,
ecco che l'aria di montagna si carica di polviscoli non meno di quella
dei centri abitati. Questo stato di cose è pressochè abituale in alcune
zone, dove il vento regna continuamente. La punta del Monte Marzo, sulla
quale io feci le esperienze del 1883, si trova appunto in queste
condizioni, poichè il contrafforte che chiude la Val d'Aosta a destra
della Dora, di cui il Monte Marzo fa parte, è quasi di continuo esposto
ai venti, e le nubi vi fanno dimora abituale. I nomi stessi di alcuni
passaggi: Col Nivolé, Col della Nuva (da nuvola) indicano questo fatto.
Perciò si comprende come io abbia allora trovato abbondanti germi, assai
più numerosi sulla vetta dove era continuo quasi il soffiar del vento,
che non a qualche centinaio di metri sotto, dove era il casolare che ci
alloggiava[31].
Siccome lo stato atmosferico in montagna è soggetto a frequenti e
improvvisi mutamenti, così è erroneo esprimere con una media il
contenuto in corpuscoli sospesi nell'aria, come si fa per altri
componenti quali sarebbero l'acido carbonico, o l'ammoniaca, i quali,
benchè soggetti a leggere variazioni, sono pure continuamente presenti.
E se si vogliono pure aver medie, non è filtrando qualche metro cubo
d'aria per poche ore che si potranno avere i dati per stabilirle; ma
bisognerà trarli ripetendo le osservazioni nelle varie condizioni
meteorologiche che si succedono con tanta frequenza in montagna.
Il miglior metodo è ancora l'esame delle nevi, quali ho praticato in
lavori precedenti[32], perchè, sebbene non dia dei risultati
quantitativi, permette di ottenere un'idea completa dei materiali
contenuti nell'atmosfera, mentre le correnti degli aspiratori non
trascinano che i corpuscoli più sottili e leggeri.
È necessario sopratutto, discorrendo dell'aria di montagna e dei
materiali che contiene sospesi, tener presente che le condizioni lassù
non sono come quelle di una città in cui il continuo moto e il viavai
riempie l'aria di polvere e le impedisce di purificarsi, sì che la
polvere diventa un elemento _costante_ dell'atmosfera; in montagna poche
ore di calma o il sopravvenire d'una nevicata depurano quasi
completamente l'aria; ma il sorgere subitaneo d'un vento o d'una
procella di neve rigettano nell'aria i turbini di materie solide di cui
s'era liberata.
Dott. PIERO GIACOSA
(Sezione di Torino).
NOTE:
[6] Debbo anche un ringraziamento alla Ditta Narizzano la quale ci
regalò una quantità di scatole delle sue conserve alimentari
veramente eccellenti e raccomandabili agli alpinisti per la loro
ottima confezione. Anche il sig. dott. Robecchi ci spedì da Strevi
una cassetta dei suoi rinomati vini e vermuth, che furono uno dei
lussi maggiori della nostra modesta spedizione.
[7] Vedi «Boll. C. A. I.» vol. XXIII (n. 57) p. 313.
[8] Forse si potrebbe utilmente sostituire la traversa inferiore cui
si attacca il gancio in ferro per uncinare la correggia di cuoio,
con una leggera sbarra di ferro, foderata di cuoio o di stoffa per
addolcire gli spigoli. Colla traversa in legno attuale accade che
nelle scosse inevitabili della discesa, allorchè la portantina è
carica, si fenda il legno in corrispondenza delle viti che fissano
gli uncini in ferro.
[9] Nella carta dell'I. G. M., foglio 29, alla scala 1:50,000 al
lago Salzia è assegnata l'altezza di 2270 metri; ciò è evidentemente
un errore materiale di scrittura; l'altezza deve essere invece di m.
2670, come risulta anche dalle curve di livello. Nella stessa carta
il sentiero del Colle d'Olen dal versante ovest è tracciato nel
"Thalweg" mentre esso fa un largo giro per portarsi in alto sulle
balze che scendono dal Corno del Camoscio verso il piano d'Indren, e
poi giunge al colle tenendosi sempre a mezza costa.
E poichè sono su questo argomento debbo pure fare notare altre
imperfezioni della carta sul versante di Gressoney: i due ghiacciai
che coprono il fianco meridionale della Piramide Vincent, cioè
quello di Garstelet a sinistra e quello di Indren a destra, non
hanno nome sulla carta; il bel piano dove le acque del torrente che
scende da questi ghiacciai indugiano in meandri fioriti, è chiamato
piano di Zindra, mentre il nome suo è di Indren, come quello del
ghiacciajo soprastante; il torrente stesso, come è detto più sopra,
si chiama Indren e non Mos. La carta poi, benchè abbia una quota e
l'indicazione di una morena al posto in cui sorge la capanna
Gnifetti, non registra questo frequentatissimo ricovero, come non
registra più in alto l'importantissimo Passo del Lys o Lysjoch.
Eppure altri passi del Rosa meno importanti e meno frequentati, come
p. es., lo Schwarzthor, il Verra Pass, il Felikjoch e lo stesso
Passo della Sesia, sconsigliabile sempre se non ai pochissimi
ardimentosi e in circostanze eccezionalmente favorevoli, sono tutti
segnati, come lo è pure il canale Marinelli e il Jägernetzen che
hanno una importanza esclusivamente alpinistica. Di siffatte
disuguaglianze ed omissioni ho potuto constatare altri esempi. Uno
di essi è di maggior rilievo: sulla strada d'accesso al Gran S.
Bernardo, non è indicata la cantina che è a mezza via tra St.-Rhémy
e l'Ospizio. La carta dell'1:100.000 pubblicata dal Ministero degli
Interni di Francia (foglio XXVI-25, Chamonix) che si vende a basso
prezzo ed è di una grande chiarezza per le sue diverse tinte, porta
questa indicazione, la cui importanza è evidente.
[10] Queste cifre approssimative, ma fondamentalmente esatte, mi
furono comunicate dal gentilissimo sig. cav. Gaspare Mongenet,
consigliere provinciale, e si riferiscono al torrente al suo sbocco
a Pont St.-Martin.
[11] Alla calcinazione si riduce a milligr. 16,0.
[12] «Vedi Berichte d. deutsch. chem. Gesell.» anno XXVII, pag. 343.
[13] TIEMANN U. GAERTNER: _Die Chemische und
mikroskopisch-bacteriologische Untersuchung des Wassers_
(Braunschweig, Wieweg, 1889) pag. 41.
[14] TIEMANN U. GAERTNER, op. cit., pag. 107.
[15] TIEMANN U. GAERTNER, op. cit., pag. 38-39.
[16] Vedi DAMMER, _Handbuch der anorganischen Chemie_, vol. II,
parte 1ª, pag. 52. Per quanto si riferisce alla distribuzione dei
composti azotati nell'aria in varie zone e latitudini, vedi pure i
lavori di SCHLÖSING nei _Comptes rendus_, vol. 81, pag. 1252; vol.
82, pag. 969; di MÜNTZ e AUBIN, _ibid._ vol. 95, pag. 788, 919; vol.
97, pag. 240; vol. 108, pag. 1062; di MARCANO e MÜNTZ, _ib._, vol.
113, pag. 779, e gli _Annuaires de l'Observatoire de Montsouris_.
[17] ALFONSO SELLA, nei «Rend. R. Acc. dei Lincei» del 18 gennaio
1891.
[18] PORRO, nel «Boll. C. A. I.» vol. XXIV, pag. 121.
[19] _Annales de l'Observatoire météorologique du Mont-Blanc_, Paris
1893, vol. I, prefazione.
[20] «Riv. Mens. C. A. I.» vol. IX, pag. 115.--Vedi pure «Zeitschr.
d. Deutsch. u. Oesterr. Alpenverein» XX.
[21] «Nature» 16 maggio 1895.--Riferisco qui una interessante
relazione trasmessami dal dott. E. Oddone, direttore
dell'Osservatorio geodinamico di Pavia, sopra i fenomeni elettrici
osservati alla Capanna Margherita.
«Sui fenomeni luminosi al Monte Rosa la sera del 21, o 22 che sia,
agosto 1893 ricordo che lassù sulla vetta era nebbioso e vi cadeva
insignificante un nevischio. La temperatura era di -5°. Nella
vallata della Sesia imperversava il temporale. Dapprima comparvero
sui 6 parafulmini delle piccole stellette simili a brillanti di
media grossezza illuminati dal sole. La luce loro era bianca. Ma
quando i lampi in basso percotevano la montagna, quasi il suolo e
le nubi fossero anodo e catodo di una gigantesca batteria, allora
le stellette mutavansi in fiocchi allungati e sibilanti. Ed a me
appariva che dopo fulmini azzurri si avessero fuochi negativi
(stellette), dopo fulmini rossi si avessero fuochi positivi
(fiocchi). Il suono era quello del vapore che esce dalla caldaia,
attenuato ma distinto, o meglio s'avvicinava a quel zittìo che si
fa nelle sale ove si ha piacere di udire la musica ed il vicino
disturba. La lunghezza dei fiocchi era forse di un centimetro, ma
l'occhio li giudicava più lunghi.
Nuovi lampi, e comparivano le stellette, nuovi lampi ancora e
ritornavano i fiocchetti. L'intervallo era di due o tre primi.
Avvicinatosi il temporale, non solo dalle punte sui tetti, ma da
ogni asperità delle rupi, dagli spigoli dei disordinati assiti
fuori della capanna, dalla balaustrata in legno uscivano grossi
fiocchi bluastri e fatui lunghi almeno 5 centimetri. All'occhio
sembravano più estesi, la luce però era smorta ed a stento si
avrebbe potuto leggere con simili candele. In tutto se ne potevano
contare una ventina e non mutavano più in stellette. Stavano fissi,
offrendo col solo un crescendo al momento del lampo (momenti che
alcune volte col lampo sparivano totalmente per un secondo!!).
Questi fiocchi dolcemente zittivano, come fu detto sopra, mentre la
neve attorno, benchè non fosforescente, pure leggermente crepitava
e schioppettava. Ho provato a mettere la mano sui parafulmini. Il
fiocco spariva per un attimo, ma poi tornava e mi lambiva le mani
senza provocare sensazioni. Eravamo in tre o quattro fuori della
capanna appoggiati all'uscio di entrata. I capelli e la barba, ad
eccezione di qualche luminosità sui peli isolati, non davano niente,
ma se si toccavano colle mani se ne sprigionavano ramificazioni
luminose molto più intense di quelle che escono dalle macchine di
Holtz senza condensatori. La lunghezza di quelle vive fiammelle era
di cm. 5, ma ne uscivano delle maggiori se si bagnavano le dita di
saliva. La pelle irritata dava la sensazione ben nota.
L'alpenstock, alzato la punta in alto, dava fiocchi di cm. 10 di
lunghezza e di 3 cm di diametro circa. Lo zittìo che emetteva
incuteva timore. L'uomo colla bocca difficilmente sa fare più forte.
Dopo ci siamo ritirati per prudenza, ma non credo che il temporale
crescesse in intensità. Un portatore che uscì ancora rientrò
atterrito: disse che allo scoppiare di un lampo ne aveva avuto la
barba investita e la vista e la memoria momentaneamente offuscata,
ma credo esagerasse.
Il tuono al massimo del temporale rumoreggiava forte, ma prima e
dopo vedevansi i lampi ed esso a noi non giungeva.
[22] «Compt. rend.» vol. 95 (1882), pag. 919.
[23] «Compt. rend.» vol. 95 (1882), pag. 1121.
[24] «Compt. rend.» 1892, pag. 134.
[25] «Compt. rend.» 1883, pag. 525.
[26] _Om kosmiskt stoft, som med nederbörden faller till jordytan._
«Ofversigt a Kongl. Vetenshaps-Academiens Förhandlingar» 1874, nº 1.
Stockholm.
[27] A. E. NORDENSKIÖLD: _La seconde expédition suédoise au
Grönland_ (Paris, Hachette) pag. 194 e segg.
[28] Anno 1871, p. 293 (citato da Nordenskiöld, _Om kosmiskt stoft_,
ecc.).
[29] «Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino» vol. XVIII, 28
gennaio 1888.
[30] GIACOSA, loc. cit, e «Annuaire de l'Observatoire de
Montsouris», 1884-1885.
[31] Le mie esperienze del 1883 non ebbero la ventura di essere
approvate dal dottor Miquel, batteriologo dell'osservatorio
municipale di Parigi, situato a Montsouris. Egli le critica
vivamente nell'Annuario del 1884 a pag. 531, e la sua critica
contrasta singolarmente colle lodi date al signor di Freundenreich
di Berna che avendo eseguito ricerche analoghe sulle montagne era
giunto a risultati che al Miquel parvero più attendibili. Non
risposi allora alle critiche del batteriologo di Parigi e mi limito
ora a dimostrare che il Freundenreich ed io non meritavamo _ni cet
excès d'honneur ni cette indignité_. Le alte lodi per cui è
additato alla riconoscenza del mondo degli scienziati il sig. di
Freundenreich per avere preso la determinazione di salire sullo
Schilthorn (2792 m.) e starci quattro ore per filtrarvi dell'aria
(pag. 536) e quelle che gli si tributano l'anno seguente per essere
stato al Niesen e al Théodule, non avranno avuto altro effetto che
di far sorridere il dotto Bernese che sa come a queste altezze ci si
giunga se non così facilmente come alla Torre Eiffel, certo senza
incorrere in pericoli tali da meritare di essere tramandati alla
posterità; mentre la confessione penosa d'impotenza a cui il Miquel
vorrebbe costringermi, perchè essendo in montagna e sprovvisto di
laboratorio non ebbi mezzi di far quello che non fece neppure
il sig. di Freundenreich di coltivare cioè i germi trovati per
accertarmi dei micrococchi esistenti, non mi ha punto commosso.
Entrambi gli apprezzamenti provano soltanto che il signor Miquel in
quell'epoca non sapeva ancora che cosa vuol dire montagna e lavorare
in montagna. Forse a quest'ora l'avrà imparato.
[32] «Giornale della R. Accad. di Medicina di Torino», 1890, n. 1 e
2.
Nelle Dolomiti di Ampezzo.
La seduzione irresistibile che due mesi d'alpinismo nelle Dolomiti
avevano esercitato sopra di me, mi richiamava altre due volte (1894 e
1895) nella prediletta Cortina d'Ampezzo, alla quale tornavo e tornerò
ancora sovente con quel conscio e profondo amore che la montagna sa
ispirare ai suoi fedeli, e che prende sovente, com'è qui il caso, la
veste d'una vera passione.
Ho già raccontato su altro «Bollettino»[33] le mie salite del 1893. Nel
1894 il cattivo tempo e altre circostanze avevano mandato a vuoto la
progettata campagna alpina. Darò questa volta qualche cenno sopra alcune
ascensioni che compii sullo scorcio dell'estate 1895, e il cui numero
forzatamente dovette essere limitato, avendo già due anni prima esaurito
quasi interamente il repertorio delle più interessanti cime delle
Dolomiti d'Ampezzo.
=Cadini di S. Lucano= m. 2840.
Il gruppo dei Cadini appartiene alla serie ancora abbastanza numerosa di
montagne completamente italiane, che sono dai nostri alpinisti quasi del
tutto trascurate. I Cadini sorgono a sud delle Tre Cime di Lavaredo, a
est di Misurina, eccellente punto di partenza per la loro salita. Essi
non meritano davvero, malgrado la modesta elevazione, il poco conto in
cui sono tenuti dalla più parte: perchè formano, nel loro piccolo, uno
dei più pittoreschi gruppi delle Dolomiti di Sesto; hanno soltanto il
torto--se così si può dire--di non darsi il più piccolo disturbo per
piacere. Il loro esteriore è poco promettente e non richiama in modo
particolare l'attenzione degli alpinisti, anche sotto l'aspetto
pittoresco: mentre invece a quelli che non isdegnano di penetrare in
quel piccolo mondo nascosto, ove si svelano le loro belle e fantastiche
guglie, fasciate da un ghiacciaio in miniatura, i Cadini offrono ampio
compenso, sotto qualunque punto di vista.
Molto di nuovo e di interessante vi è certamente da fare nei Cadini, e
vorrei che fosse un italiano ad occuparsene, scrivendo anche una
monografia illustrata di quel ristretto, ma bellissimo gruppo. Le due
punte principali dei Cadini di Misurina sono i Cadini di San Lucano (la
più alta m. 2840) e i Cadini del Neve (m. 2751). I primi sorgono, ben
visibili da Misurina e Schluderbach, nella parte sud-est del gruppo, i
Cadini del Neve nella parte occidentale, proprio sopra Misurina.
La prima salita dei Cadini di S. Lucano è verosimilmente dovuta ad A.
Wachtler di Bozen, colla guida Santo Siorpaes, sin dal 1870: quella dei
Cadini del Neve ad Anton Angerer, colle guide Michel e Hans Innerkofler.
Delle punte secondarie sono notevoli la Punta Nord-Ovest, salita da Emil
Artmann il 2 agosto 1890: essa è 40-50 m. più bassa dei Cadini di S.
Lucano; e la Punta Nord-Est salita per la prima volta dallo stesso
Artmann, che si occupò con speciale amore di questo gruppo e trovò pure
una nuova via alla punta più alta, per le roccie a sinistra del canalone
di ghiaccio, evitando questo; finalmente la punta più orientale, una
splendida torre dall'aspetto ardito e imponente, superata per la prima
volta dal noto alpinista luogotenente Wundt e da L. Nicolai, senza
guide, il 27 luglio 1886.
Malgrado questo, ripeto, molto resta ancora a fare nei Cadini: in ogni
caso è desiderabile che gli alpinisti cessino dal preferire i Cadini di
S. Lucano ai Cadini del Neve, che sono infinitamente più pittoreschi ed
attraenti, e offrono, a quanto pare, non disprezzabili difficoltà.
La sera del 22 agosto, in compagnia del noto alpinista signor Alberto De
Falkner, che avevo avuto il piacere di conoscere pochi giorni prima,
lasciavo Cortina, diretto a Misurina, sopra una di quelle pittoresche
carrozzelle di montagna dall'aspetto poco rassicurante, ma che compiono,
coi focosi cavalli ampezzani e guidate dall'abile e robusta mano di un
Apollonio o di un Menardi, veri miracoli di resistenza e di velocità su
per la stradetta ripidissima che conduce a Tre Croci.
Presto arrivammo all'Hôtel Tre Croci che ora è arricchito di una
«dépendance» grazie al concorso straordinariamente crescente dei
visitatori delle Dolomiti; toccammo, non senza che una patriottica
vibrazione del cuore ce ne avvertisse, il confine italiano, e salutammo
con ammirazione le eternamente irresistibili Cime di Lavaredo, sorgenti
a nord del piano di Misurina.
Fu davvero eccellente idea--ora in avanzato corso di attuazione--quella
di creare un grande albergo moderno a Misurina, che può e deve diventare
un giorno il St.-Moritz delle Alpi Orientali italiane: la posizione
splendida, l'elevazione, l'aria deliziosa, l'immunità dal vento, la
ricchissima serie d'ascensioni che si possono compiere da Misurina, la
predestinano a un grande avvenire che non le mancherà senza dubbio, ma
al quale gli alpinisti italiani devono concorrere, scuotendo la loro
apatia verso questa regione dell'Alpi.
L'attuale vecchio alberghetto di Misurina era diventato assolutamente
insufficiente ai bisogni; con tutto ciò non vorremmo vederlo scomparire,
ricordandone l'eccellente cucina e i commendevolissimi vini: e un poco
anche per quella certa sentimentalità propria dell'alpinista, che gli fa
preferire sovente, al vicino «Grand-Hôtel» dalle sibaritiche sontuosità,
il piccolo vecchio alberghetto dove sa di trovare quella bottiglia «di
fiducia», quello «stufato di camoscio» frutto delle personali fatiche
del proprietario, e degno coronamento di una riuscita intrapresa.
Nell'albergo passammo una piacevolissima serata in compagnia d'una
simpatica famiglia genovese, i Loero, che ebbero la felice ispirazione
di farsi costrurre una palazzina, nella immediata vicinanza; e col
venerando patriota prof. Regnoli, di Bologna, il quale doveva nel 1895
cercare per l'ultima volta nell'aria vibrante di Misurina il sollievo
alle invernali fatiche.
L'indomani alle 5, con tempo splendido, si partiva, accompagnati dalle
guide Giovanni Barbaria e Zaccaria Pompanin. Nostro obbiettivo, non
conoscendo ancora il gruppo, era la punta più alta, i Cadini di Lucano.
L'esordio di questa escursione, prendendo le mosse da Misurina, è
delizioso: si va per buon tratto su per la comoda strada che conduce
alle Drei Zinnen e al Toblinger Riedel, poi la si lascia a sinistra, e
si risale, su per un ben marcato sentiero, il vallone che ci deve
guidare nel cuore dei Cadini e che è così ben coronato, alla sua
estremità orientale, dal caratteristico torrione salito dai signori
Wundt e Nicolai, di cui ho fatto cenno. La scena a misura che si procede
innanzi, si fa sempre più interessante: le numerosissime guglie dei
Cadini si svelano poco a poco, ed è una simpatica sorpresa quella che si
gode dal sommo dell'erta, quando la grande «caldaia» attorno a cui sono
disposti i Cadini Orientali (e che ha dato nome appunto al gruppo)
compare improvvisamente nel suo insieme, col piccolo, ma pittoresco
ghiacciaio, circondato da belle e svelte cime di schietto carattere
Dolomitico, tra cui notevoli la più alta, che non è però la più
attraente, e le due cime NE. e NO. salite dall'Artmann, e che devono
offrire vivo interesse alpinistico.
Un ampio canalone di ghiaccio assorge dalla estremità occidentale del
bacino, sino ad una specie di forcella fra la punta di S. Lucano e
quella immediatamente a ovest, di pochi metri più bassa: è questa la
consueta via di salita ai Cadini di San Lucano, e noi ci attenemmo
«borghesemente» alla medesima, le roccie a sinistra non avendo l'aria
particolarmente interessante. Intagliando gradini su pel non ripido
canalone, presto se ne raggiunse il sommo: di qui, piegando ad est,
pigliammo le roccie, e con breve e facile arrampicata, qua e là
divertente per chi si proponga di percorrere fedelmente lo spigolo che
guida alla cima, anzichè seguire la via solita, troppo noiosa, arrivammo
alle 9 sulla vetta, cioè in 4 ore da Misurina, compresi 40 minuti di
sosta.
Non potemmo goder la vista, che dev'essere bella, il gran caldo avendo
già velato di nebbie tutte le cime culminanti: rimanemmo però fino alle
10,45, per quel fascino caratteristico dell'«ambiente» di una vetta, con
un buon sole scottante, ma temperato, a tratti, da ondate della sana e
fresca carezza del vento alpino, che fanno provare in grado così
eminente il «piacere di vivere».
Nella discesa seguimmo in parte soltanto il canalone di ghiaccio: presto
piegammo giù per le facili roccie di destra, e in un momento fummo ai
piedi del massiccio. Sotto un caldo soffocante continuammo la discesa
anelanti all'acqua che trovammo solo a 1 ora da Misurina, dove giungemmo
alle 13,45, in tempo per «scritturare» un abilissimo vetturino, italiano
(e lo dico non senza orgoglio), che divorò addirittura a rompicollo,
spargendo la sorpresa e il terrore nei passanti, il tratto fra Misurina
e Cortina, dove giunse inverosimilmente presto, e con slancio così
fulmineo da lasciare durevole memoria di questo teatrale arrivo in
coloro che ebbero la ventura di esserne spettatori.
=Croda da Lago=: PUNTA SUD 2716 m.
_Prima ascensione per la parete Ovest e cresta Sud._
Fra le ardite cime che fanno grandiosa corona al ridente bacino di
Ampezzo, la Croda da Lago, colla sua fiera e dentellata cresta, la sua
linea nobile, quasi sdegnosa, la sua fama alpinistica (al giorno d'oggi
però molto sminuita dalle numerosissime ascensioni), occupa senza dubbio
il posto d'onore, e più d'ogni altra richiama subito l'attenzione degli
alpinisti. Ma mentre questi si rivolgono quasi tutti alla punta Nord
(quella salita per la prima volta dagli Zsigmondy nel 1881), essi
trascurano l'ascensione della Punta Sud--di pochi metri più alta, ciò
che è generalmente ignorato--perchè le maggiori difficoltà della sorella
minore le creano assai maggiori attrattive.
La Punta Sud era stata salita per la prima volta sin dal 1878, dai
signori Fröschels e Silberstein col vecchio Dimai, senza alcuna
difficoltà: dopodichè venne quasi dimenticata.
Io pensai se fosse possibile guadagnar prestigio alla povera vecchia
cima, per mezzo di una nuova via che la riabilitasse davanti agli
alpinisti dell'oggi: e incoraggiato dall'autorevole opinione di
Alessandro Lacedelli, il mattino del 27 agosto, alle 5,30, lasciavo
Cortina in compagnia del signor Alberto de Falkner e colle guide
Zaccaria Pompanin e Giuseppe Colli, nell'intento di provar l'indomani la
Punta Sud della Croda per la parete Ovest, quella rivolta verso Valle
Formin. Tale tentativo ci doveva anche servire come gita di ricognizione
per un altro assai più importante, quello alla punta Nord, dallo stesso
lato, che due giorni prima avevo in animo d'intraprendere, sebbene con
assai poca fiducia nella riuscita.
Alle 6,15 eravamo al simpatico alberghetto di Pocól e alle 9,30 ne
ripartivamo. Lasciando a destra la via che guida al Nuvolau, infilammo
il romantico sentiero che percorre la valletta di Cordes, e sale a
giravolte, su per una bellissima foresta, sino al cosidetto Cason di
Formin, una baita dimenticata, ai piedi dei primi contrafforti
settentrionali della Croda da Lago.
Sostammo qui un momento ad ammirare l'alba splendida, e il contrasto
potentemente pittoresco fra il diroccato, frastagliato bastione della
Croda, a Sud, e l'ampio circo delle cime più meridionali di Ampezzo, dal
tricuspidale muraglione della Tofana di Razes, alla rosseggiante, nobile
vetta della Croda Rossa e all'arrotondata mole del Cristallo.
Risalendo quindi il vallone di Formin, per una traccia di sentiero
serpeggiante fra il macereto che lo ingombra, alle 9,20 arrivammo ai
cosidetti «Lastoni» di Formin, curiosissimo avanzo geologico dell'epoca
glaciale, i quali già avevano colpito l'attenzione del Grohmann nelle
sue prime esplorazioni delle Dolomiti d'Ampezzo. Lì avevamo proprio
sott'occhio tutta la parete occidentale della Croda da Lago, e lì
sostammo a lungo esaminandone con avidità i possibili punti vulnerabili,
mentre ricambiavamo allegri «jodler» colla guida Tobia Menardi, che
aveva appena allora raggiunto con un inglese, la vetta della Croda, e
di là pretendeva intavolare con noi una conversazione, che mise a dura
prova i polmoni dall'una e dall'altra parte, ma con esito vittorioso
malgrado l'altezza e la distanza rispettabili!
Alle 9,45 lasciavamo i Lastoni e ci dirigevamo verso quella specie di
intaglio che s'apre all'estremità sud del vallone di Formin, e lo mette
in comunicazione colla Forcella d'Ambrizzola, quella che s'apre tra la
Croda da Lago e il Becco di Mezzodì. Il nostro piano d'attacco
consisteva nel tentare la salita della Croda per la parete (Ovest)
immediatamente sovrastante al detto intaglio, compiendo poi per la
cresta Sud, vergine anch'essa, l'ultimo e brevissimo tratto che guida
alla cima.
Alle 10 cominciammo l'arrampicata, che si presentò subito bella, sicura,
e divertente, sebbene senza alcuna difficoltà degna di nota: è una
successione variata di camini, cengie e lastroni, su pei quali
progredivamo rapidamente, non disturbati dalle cadute di pietre che si
temevano, avuto riguardo allo stato di disgregamento così evidente nelle
roccie di questo versante della Croda. Così, quasi senza accorgercene,
verso le 1½ avevamo guadagnato la cresta, dove facemmo una lunga sosta,
il colpo d'occhio essendo bellissimo sugli imponenti precipizi della
Croda stessa dal lato di Formin come da quello di Cortina.
A questo punto avevamo già risolto con insperata facilità, l'incognita
della parete ovest: rimaneva ora quella della cresta sud, che sorgeva
esile, aerea, piena d'attrattive, sino a culminare nella desiderata
cima, senza che si potesse bene giudicare della possibilità di
raggiungerla per questa via. Di qui proseguii solo, colle guide, mentre
il signor De Falkner ci attendeva, seguendo con interesse, dalla cresta,
le peripezie della rimanente salita. Gli inizi della quale,
interessantissimi, mi ripagarono subito delle scarse difficoltà della
parete: la cresta è sottilissima, a lama di coltello, in più d'un punto
assai ripida, e nel peggiore la roccia è anche pessima: vi è
specialmente un punto caratteristico nel quale si deve arrampicare a
cavalcioni, abbracciando solidamente i lati della cresta che si
sprofonda a sinistra e a destra in due imponenti dirupi, ed offre
malsicuri e scarsi appigli; il seguente tratto orizzontale è ancora
esilissimo e si percorre a cavallo, ma senza difficoltà: così
raggiungemmo un primo torrione, sul quale erigemmo un omettino di
pietra.
Davanti a noi, separata da un profondo intaglio, sorge l'estrema vetta.
Ci caliamo nell'intaglio (per quanto, in queste circostanze, le guide
raccomandino di non «cicalare»!) per un lastrone verticale e in un
punto sorpiombante, ma non difficile; nel mezzo dell'intaglio, da cui
scendono due profondi canaloni, uno verso Formin, l'altro verso Federa,
prendiamo un'istantanea dello stupendo paesaggio, poi continuiamo la
salita. Poco ci separa dalla meta: un ripido camino di cattiva roccia,
che esige una certa cautela, con breve sforzo di braccia ci guida alla
desiderata cima, che tocchiamo alle 12,20. Ivi troviamo soltanto il
biglietto della nota alpinista Jeanne Immink, salitavi con Antonio Dimai
per la via solita dei primi ascensori: d'altri seguenti nessuna traccia.
Alle 13 ripartiamo, e ricalcando, non senza attenzione, l'attraentissima
cresta, raggiungiamo il signor De Falkner, col quale scendiamo per la
parete Ovest, già pure percorsa nella sali
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