Due amori
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Title: Due amori
Author: Salvatore Farina
Release date: November 4, 2008 [eBook #27159]
Language: Italian
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Credits: E-text prepared by Braidense, Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreaders Europe
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DUE AMORI
RACCONTO
DI
SALVATORE FARINA
VOLUME I
Milano
E. Treves & C. Editori
1869
Tip. Internazionale.
ALL'AUTORE
Voi mi chiedeste alcuni anni or sono il permesso di far pubblica per le
stampe, in forma di romanzo, la narrazione che io vi ho fatto al
focolare della vostra casa natale. Un riguardo ad una persona vivente,
mi ha obbligato a rispondervi negativamente.
Quella persona è spirata un mese fa tra le mie braccia, dopo quaranta
anni che era morta alla speranza ed all'amore.
Sento che i momenti che rimangono a me non saranno molti, nè amari.
Voi, giovine e vigoroso, rammentando talvolta il vostro vecchio amico,
serbate gelosamente il consiglio che vi dà la vecchiezza: amate e
benedite.
GIORGIO.
DUE AMORI
I.
Ritorno col pensiero ad un tempo molto lontano, io non aveva compiuto
ancora i tredici anni, e le _camerate_ del collegio di B** m'avevano
accolto da pochi giorni in mezzo ad una nidiata di vispi fanciulletti.
Ve n'erano di grandicelli, ma la più parte erano più piccini di me; così
che nel primo giorno che io vi era entrato, la mia comparsa era stata
causa di molte gare fra i miei nuovi compagni. E l'uno cercava
guadagnarsi la mia amicizia facendo pompa del suo coraggio, e l'altro
coll'astuzia delle sue gherminelle. Solo i più maturi se ne stavano
ritrosi, temendo in me un rivale pericoloso.
Il collegio è un'immagine viva della società--volgo di plaudenti e
d'ammiratori da un lato; e un branco di autocrati, sempre rissosi fra di
loro, che si contendono le bricciole dell'adulazione. Se non che là dove
nella vita delle grandi città veggiamo l'astuzia e la fortuna in
trionfo, e la povertà e la virtù divorare nel segreto le loro lagrime,
nei collegi invece si bada agli anni. Così la gerarchia è stabilita
sulle sicure basi dell'eguaglianza; però che ognuno sa che alla sua
volta sarà anch'egli il despota, e che non gli sarà frodata la sua parte
di regno.
E so d'aver provato più volte io stesso questo sentimento di
compiacenza, e d'essermi domandato più tardi senza frutto la ragione di
quell'intenso desiderio di crescere che ci fa precorrere nei primi anni
la tribolata carriera della vita.
Fu in quel luogo che io conobbi Raimondo.
Da principio la sua mestizia, e l'abituale suo starsene solo e taciturno
erami sembrato indizio d'alterigia; e poi che io non voleva essere il
primo ad accostarmi a lui, sebbene una irresistibile attrazione mi
spingesse a farlo, stetti gran tempo senza rivolgergli la parola. Ma in
segreto io mi struggeva di diventargli amico, e cercava ogni modo per
essergli vicino, per vederlo, per essere da lui veduto.
Il suo contegno aveagli procurato molti odii--a quell'età si odia, si sa
odiare--però i più robusti dei suoi compagni lo temevano, non ch'egli
fosse dotato di maggior forza, ma per quella natura ferma ed impassibile
che faceva paurosi i più gagliardi.
Avevamo nella nostra _camerata_ una specie di sorvegliante, un pretocolo
sui 28 anni, il quale aveva preso a trattare bruscamente Raimondo; nè
mai avvenne che questi se ne lamentasse. A poco a poco anche Don
Giuseppe (così veniva chiamato il sorvegliante) avea subito il
predominio della energica fermezza di Raimondo; e se ne inviperiva ogni
dì più; così colla stizza crescevano i rimbrotti, le querele e le
punizioni. Raimondo soffriva senza fiatare.
Nessuno di noi amava certamente Don Giuseppe; ma a me venne in tanta
ripugnanza, che la sua voce mi faceva male. Cercai da principio di
dissimulare; ma non andò guari che egli se n'accorse, e prese a
vendicarsene. In breve Raimondo ed io fummo accomunati nelle
persecuzioni; questo vincolo dovea stringere la nostra amicizia.
Don Giuseppe era ghiotto dei zuccherini. Un giorno un grosso cartoccio
ch'egli nascondeva in un antico forziere che era nella _camerata_, cadde
nelle mani dei nostri compagni. I zuccherini furono spartiti e divorati
in un istante. Non s'avea ancora avuto tempo di far sparire l'involto di
carta azzurra che li conteneva, che Don Giuseppe capitò fra noi, e dal
turbamento cagionato dalla sua presenza e dalla vista della carta
azzurra fu avvertito della nostra colpa. Aprì il forziere e conobbe la
verità dei suoi sospetti.
Parve per un momento furibondo, e ci aspettavamo che si scagliasse
contro di noi; ma con nostra sorpresa lo vedemmo allontanarsi senza dir
motto. Nessuno seppe immaginare che cosa si passasse in quell'anima
rabbiosa, ma io non andava errato pensando che Raimondo ed io avremmo
scontato la pena per tutti.
Venne il mattino successivo. Don Giuseppe chiamò a sè Raimondo. Egli vi
andò coll'abituale sua calma; poco stante fui chiamato anch'io, e vi
andai trepidante, ma pur deciso a non tradire la mia debolezza.
Raimondo era in un canto col capo chino, e mi guardava con curiosità.
Don Giuseppe era seduto; mi fece accostare a lui e m'interrogò in tuono
burbero s'io sapessi chi per il primo avesse frugato nel forziere della
_camerata_; minacciavami il digiuno e la chiusura se non lo palesassi.
Compresi che la stessa domanda era stata fatta a Raimondo, e
involontariamente mi rivolsi a lui. Incontrai i suoi sguardi fissi nei
miei, e parvemi di scorgervi il timore che io avrei palesato per
sfuggire al castigo. Ma ciò non era nel mio cuore, e se pure vi fosse
stato, quello sguardo mi avrebbe dato forza per vincere la codardia.
Risposi essermi trovato anch'io nella _camerata_; avere per conseguenza
cognizione del fatto e del suo autore; ma non volere per nissun conto
denunziare chicchessia.
Gli occhi di Don Giuseppe schizzarono fiamme; Raimondo li teneva come
prima abbassati al suolo.
Se non che all'improvviso Eugenio S... entrò in quella camera. Era egli
uno scapestratello, sempre allegro, sempre pronto ai colpi di mano, ai
chiassi; e perciò Raimondo ed io avevamo avuto poco a fare con lui.
Don Giuseppe gli domandò imperiosamente che cosa venisse a fare senza
essere chiamato. Rispose con accento fermo essere venuto ad indicare il
nome di colui che aveva commesso il furto del giorno antecedente.
Raimondo ed io ci guardammo sorpresi. Sapevamo entrambi che egli stesso
n'era stato l'autore, e stentavamo a dar fede a tanta codardia.
Nessuno di noi aveva in pratica il cuore d'Eugenio S...; però temevamo
ch'egli venisse per riversare sovr'altri la propria colpa, non potendo
immaginare che avesse intenzione di abbandonarsi all'ira di Don
Giuseppe.
Ma il nostro stupore fu tanto più grande, quando udimmo quel giovinetto
palesare coll'impudenza della sua età la sua colpa, ed implorare con
aria di canzonatura il perdono del sorvegliante.
Quell'atto lo riabilitò ai nostri occhi. Compresi che Raimondo aveva
concepito per lui in quell'istante una grandissima stima--nè io ne fui
geloso, lusingandomi di poterla dividere.
Fummo posti tutti tre nel _camerino di riflessione_; e per tre giorni
tenuti al semplice regime di pane ed acqua.
Non appena ci trovammo soli, l'irresistibile tendenza d'espansione che
la natura ha chiuso nel petto degli uomini ruppe la giovane barriera che
la chiudeva.
E ci vennero sulle labbra i nostri sentimenti, le nostre idee, i nostri
propositi.
A quell'età non si hanno segreti; si recita la parte colla maschera
nelle mani; si mostra il viso aperto, e nel viso l'anima.
Un'ora dopo noi eravamo vecchi amici. Ciascuno di noi conosceva il
passato dell'altro. Quale passato, mio Dio? Una breve ora di vita volata
fra i turbini del desiderio--un petalo di rosa che la nostra mano avea
strappato e che il vento recava sulle sue ali.--Nessuno di noi si
sarebbe certamente arrestato nel suo cammino per rivolgersi un istante a
contemplarne la fuga, se il timore che alcuna parte di noi rimanesse
celata ai nuovi amici non ci avesse spinto a farlo in quel giorno;
perocchè non si pensa allora che verrà tempo in cui si tenterà a gran
fatica ricostruire tutta la tela della nostra vita, e che quegli anni
infantili così rapidamente fuggiti saranno i soli su cui vorremo
arrestarci con compiacenza.
Il dolore e la colpa fanno la giornata dell'uomo, e il rimorso ne
accompagna il tramonto; la vita ha un solo raggio di luce che le
passioni non han deturpato--l'infanzia.
Raimondo per lo addietro così taciturno ci avea rivelato una folla di
progetti; pareva ch'egli uscisse con voluttà da quella sua abituale
riservatezza.
Eugenio teneva pronte le sue celie per ogni cosa. Era riuscito a
trafugare alcune nocciuole prevedendo che gli sarebbe toccato _il pane
ed acqua_, e rovesciò le tasche sul nostro desco.
Così fra i motteggi e le confidenze passarono quei tre giorni.
D'allora in poi fummo indivisibili.
II.
Dodici anni appresso io mi trovava a Milano. Il collegiale s'era fatto
uomo; e tuttavia io ripensava con mestizia a quei giorni di delirio. Da
gran tempo non aveva saputo più novelle di Raimondo. Egli era partito
per un lungo viaggio otto anni prima, quando, rimasto solo per la morte
d'un vecchio zio che avealo educato, eragli nata vaghezza di veder cose
nuove. L'ultima sua lettera recava l'impronta d'una melanconia profonda,
inguaribile. Dicevami come egli viaggiasse in compagnia d'un indiano e
come andasse mendicando la pace di borgo in borgo, e non sapesse
risolversi a far ritorno in Europa.
Trovavasi allora a _San Cosmo_, borgata del _Paraguay_, e colà avrei io
voluto rispondergli e pagargli tributo di conforti, se la sua vita
nomade non m'avesse tolto ogni speranza di fargli pervenire la mia
lettera.
Così erano passati due anni. Un mattino del 18.... udii picchiare
all'uscio della mia cameretta in un modo noto.
--Venite innanzi, Simplicio, gridai dal mio letto appuntando i gomiti
sul guanciale.
Il vecchio portinajo entrò e mi porse una lettera; il cuore mi battè
frequente; io aveva riconosciuto i caratteri di Raimondo.
Dicevami un mondo di cose--tutte meste; ma ciò che mi riconfortava era
la promessa del suo ritorno in Italia. Sarebbe partito da _Maldonado_ a
bordo del bastimento francese _La vitesse_, contando di toccare Livorno
due mesi dopo.
Immaginate la mia gioja. A calcoli fatti egli non doveva trovarsi a gran
distanza da me, e al più tardi fra otto giorni io sperava di
riabbraciare l'ottimo amico dell'infanzia.
Le mie speranze non andarono fallite; cinque giorni dopo io riceveva da
Livorno avviso del suo arrivo; e il domani egli era meco.
III.
Egli era meco. Ma posso io dire che egli fosse ancora quel Raimondo
d'una volta, il collegiale taciturno e severo, ma ad ora ad ora
confidente ed entusiasta? Io cercavo indarno sotto la sua nera barba le
note linee di quel volto pallido ed affilato--il suo sguardo era sempre
mesto, ma avea perduto quel fuoco che irraggiava a sprazzi vivissimi di
luce la sua testa. Ov'erano quelle espansioni ingenue d'una volta, e
quel tenero e soave raccoglimento alle speranze?
--Quanto siamo mutati! mi disse egli un giorno fissandomi in volto
impensierito.
--Tu più di me, gli risposi.
--Lo credi. Ma provati a rimontare la corrente degli anni e non
t'incresca di rovistare nelle ceneri di quello che fu già di te
medesimo.
--Ho paura di farlo.
--Hai ragione, le sono ubbie. Il tempo fa il suo mestiere. Oggi abbiamo
i peli sul mento; fra una ventina d'anni saremo canuti--ed ecco la vita.
--L'anima sola non muta, aggiunsi tocco melanconicamente dalle sue
parole.
--L'anima!.... ripetè distratto. Tu ci credi....
Fui atterrito da questo dubbio.
--Ma che cosa dunque è avvenuto dentro di te? Qual terribile urto ha
spezzato la tua fede così salda?
--La mia fede! So d'averne avuto una. V'è un'età nella vita in cui si è
fanciulli; allora è un bisogno; si guarda il cielo, si vedono le stelle,
si respira il profumo dei fiori, si è ignari del resto, e si crede.
Quel giorno non parlammo più oltre.
Quando fui solo, ricordando Raimondo e i nostri anni di collegio, fui
tratto a pensare ad Eugenio. Egli si era recato da qualche anno a Roma
per perfezionarsi nell'arte del disegno, e vi aveva fama di buon
pittore. Gli scrissi una lunga lettera e gli palesai, come la fantasia
me lo raffigurava, lo stato dell'anima di Raimondo, i suoi dubbii, le
sue ansie. Ma non osai dirgli come io lo credessi tanto mutato da essere
fatto insensibile all'affetto; non osai dirgli, e non osavo dirlo a me
stesso, come io riputassi affievolita d'assai nel suo cuore
quell'amicizia che già ne aveva uniti così teneramente.
Quand'ebbi chiuso quel foglio, lo rimirai buona pezza in silenzio. E in
un momento di terribile scetticismo temetti anche d'Eugenio.
Che importa egli mai l'aversi ricambiato un saluto ogni mese, se due
cuori han cessato di battere vicini da gran tempo? Ahimè! cotesto è il
destino delle amicizie strette nell'infanzia. Ci separiamo fra le
lagrime, e portiamo scolpita nel petto l'immagine diletta; il tempo ci
trasforma e ci guasta, ma quell'immagine non ci abbandona giammai. Di
tal guisa noi viviamo in qualche parte la vita d'allora, e alimentiamo
col pensiero il nostro affetto. Ma nissuno di noi pensa che l'oggetto
del nostro amore non è più; e che la pallida larva che avanza è
menzognera. Però se egli avviene che i cadaveri si scontrino per via, e
non si riconoscano, e ricordino appena d'essersi amati molto, allora
essi scuotono il capo sfiduciati e si chiamano ingrati a vicenda.
IV.
Il giorno successivo, appena fu l'alba, mi recai all'abitazione di
Raimondo.
Era la prima volta che io vi andava; nè sapevo dire perchè vi andassi, e
quale fosse l'animo mio. Ma so che così facendo io rispondeva ad una
imperiosa esigenza del mio cuore.
Ho veduto degli uomini arrestarsi impensieriti dinanzi alle rovine di
Pompei, e trepidare per un frammento di capitello novellamente scavato,
come se egli ridestasse in loro i teneri ricordi d'un'età passata.
Quanto più a ragione non dovremmo noi commuoverci d'un sentimento severo
di mestizia, accostandoci alle rovine di un cuore che ha sofferto ed
amato, se quelle doglie e quell'amore ci hanno appartenuto in qualche
guisa?
Era forse questo sentimento dissimulato che mi guidava in quell'ora
mattutina al fianco di Raimondo.
Come io fui giunto al quartiere remoto che egli abitava, mi arrestai
dubitoso; e parvemi imprudente il visitarlo a quell'ora. Ma poi che io
mi ostinava a voler cancellato col pensiero il tempo che ci aveva tenuto
divisi, conchiusi che il mio Raimondo di collegio non si sarebbe offeso
di questa licenza, e in due salti fui ai terzo piano.
Fu ad accogliermi una specie di negro, di cui non era facile a primo
aspetto indicare la razza. Vestiva all'europea, ma i suoi capelli
abbandonati sulle spalle ondeggiavano in nerissimi anella. Di corpo era
snello e di statura men che mezzano; ma a traverso la sua giubba di
lana, e i suoi larghi calzoni di tela, si poteva indovinare la
meravigliosa proporzione delle sue membra.
Mi salutò con un cenno del capo, come uomo che non è troppo avvezzo agli
omaggi; e come ebbi posto piede nell'anticamera, mi rivolse la parola
con accento gutturale in un linguaggio tra lo spagnuolo e l'italiano.
--Sia il benvenuto nella casa del mio signore il visitatore del mattino.
Poi senza dir altro mi accennò una sedia e si allontanò.
Sorpreso di questo strano servitore, io non aveva avuto tempo di dirgli
il mio nome perchè Raimondo fosse prevenuto. Se non che il negro fu di
ritorno in un baleno, ed accostatosi a me mi disse a voce bassissima:
--Il signore mio padrone dorme--il signore che ha visitato la casa del
mio padrone può aspettare ch'ei si svegli.
Compresi ben tosto come con costui mi sarebbe tornata inutile ogni
insistenza; d'altra parte il timore di riuscire importuno, e una certa
curiosità d'esaminare alcun tempo quel personaggio misterioso mi
consigliarono d'aspettare.
--Attenderò, dissi al negro.
--Il mio signore vuole che gli amici suoi sieno ricevuti come il signore
medesimo. Il visitatore è egli l'amico del mio signore?
--Lo sono.
--La parola dell'amico del mio signore è buona; l'amico del mio signore
comandi, e sarà obbedito.
--Il vostro nome?
--_Charruà_, della tribù dei _Charruà_, nato sulle rive dell'Uruguay.
--Voi siete dunque indiano? Ed abbandonaste il vostro paese?
--Lo Charruà ama il suo benefattore, e lo segue. Le sue braccia e la sua
vita gli sono dovute.
Così dicendo egli levava in alto le braccia nude, facendone spiccare i
muscoli poderosi.
--Ma non lasciaste voi parenti colaggiù e come abbandonaste la tenda del
padre vostro in riva all'Uruguay?
--La tenda del padre mio, le sue armi, e il suo _poncho_[1] sono state
seppellite con lui nel monte--lo Charruà che mi ha svegliato nel mondo
si è addormentato per sempre. Io mi sono nascosto per due giorni nella
capanna; poi venne a me un compagno, mi pizzicò le carni delle braccia e
vi confisse le scheggie della canna. Poi andai nel bosco; l'_yaguarstè_
e le altre bestie feroci ebbero paura del buon figlio e fuggirono.
Allora io ritornai nella capanna, levai le scheggie dalle braccia, e non
mi cibai per due giorni. Così il buon _Charruà_ saluta l'ultimo sonno
del padre.
[Nota 1: Il _Poncho_ è una stoffa grossolana, intessuta di lane, che ha
un buco nel mezzo del quale si fa passare la testa.]
Così dicendo s'accendeva in volto, e muoveva gli occhi nerissimi con
vivacità. Poi mi mostrava le braccia con fare orgoglioso, perché
osservassi le larghe cicatrici che il suo lutto vi aveva lasciato.
Incominciavo a prendere interessamento per quest'uomo, che al selvaggio
e virile ardimento della sua razza univa una tinta vaga di dolcezza e di
bontà, dote assai rara fra le tribù indiane.
Ma in questa si udì un tintinnio di campanello.
--Quando il suo signore lo chiama, lo _Charruà_ si fa più leggiero del
serpente _boi-hoby_. Che cosa deve dire il vostro servitore al suo
signore?
--Mi chiamo Giorgio.
--Dirò dunque al mio signore che il suo amico Giorgio gli fa la visita
del mattino.
V.
Poco dopo ritornò a me e mi pregò che lo seguissi.
Attraversai una lunga fila di camere. Da per tutto io vedeva con
sorpresa l'impronta della ricchezza; poiché sebbene sapessi Raimondo
unico rampollo d'una casa distinta, egli non mi aveva fatto alcun cenno
della sua fortuna.
La camera in cui si trovava Raimondo era addobbata con squisita
eleganza. Il suolo interamente coperto di tappeti e di pelli di tigre;
le pareti tappezzate a drappi azzurri.
Raimondo mi aspettava con desiderio; e s'era rizzato per metà sui
guanciali. Mi porse la mano affettuoso, e mi fe' sedere accanto a lui
con compiacenza.
--Ti avrei fatto avvisare; mi disse quando ebbe congedato d'un cenno
l'indiano; avevo tanto bisogno di vederti, di abbracciarti.
V'era tanta mestizia, e così dolce, nelle sue parole, che ne fui
sorpreso, e non seppi rispondere nulla. Ma all'improvviso m'accorsi che
il suo volto era pallido più del consueto, che il suo respiro era
affrettato, e che grosse gocce di sudore gli bagnavano la fronte.
--Che hai tu dunque? gli domandai spaventato.
Sorrise.
--Nulla. Un po' di febbre. Me l'aspettavo; colaggiù era malato di
nostalgia, ed ora... Gli è il mutamento di clima; io mi era abituato a
quel cielo di fuoco.
Poi proseguì lentamente.--V'hanno ben altre doglie che serrano ben
altrimenti il cuore e intisichiscono l'anima. Che avrai tu pensato di me
dopo il mio linguaggio di jeri.
--Pensai che la tua anima è malata; che tu hai d'uopo d'un buon medico.
Raimondo mi porse un'altra volta la destra.
--Ahimè! dissemi; io dispero d'incontrarne uno. Vi sono veleni che non
hanno antidoto--gl'Indiani lo sanno assai benevisono piaghe che
consumano ed uccidono, e contro le quali nulla potrebbero il ferro ed il
fuoco. Hai tu mai dubitato?
--Di che?
--Di tutto: di Dio, dell'uomo, della donna, dell'amore di noi stessi...
--E dell'amicizia, aggiunsi con amarezza.
--Sì; anche dell'amicizia. Or bene se tu l'hai provato cotesto
supplizio, sai tu che vi esista un rimedio?
--Ve n'ha uno.
--Quale?
--Amare; gettarsi nel mondo, respirarne le colpe, e raccoglierne con
ogni cura le poche virtù, udire la bestemmia dei mille e l'umile
preghiera dell'innocente; soffrire l'indifferenza e l'odio fin che non
s'incontri un uomo che ci faccia credere all'amicizia, una donna che ci
faccia credere all'amore, e qualche raro esempio che ci faccia credere
alla virtù. Amicizia, amore, virtù--questa triade benefica sarà la
nostra rivelazione; allora leveremo gli occhi al cielo e troveremo il
nostro Dio.
Per alcun tempo Raimondo non rispose, e parve meditare sulle mie parole.
--Sarà forse come tu pensi; prese a dire poi con abbandono; la mia anima
lotta ancora per crederlo. Ma credi tu che io non abbia pensato a
codesto, che io non abbia sospirato di desiderio, che io non abbia
pianto di sconforto? Amare, aspettare; ma per tutto ciò conviene vivere,
soffrire. Incontrerai una donna che ti amerà, un esempio dì virtù che
mitigherà lo spasimo del tuo cuore--ma quale cammino per arrivare a
questa meta? Noi siamo viaggiatori che ci avventuriamo nel deserto senza
averne misurato l'estensione. E chi ne assicura che l'oasi che
vagheggiamo lontana non sia l'effetto del miraggio--che le sabbie
ardenti non si perpetuino senza fine, finché ci toccherà cadere sfiniti
al suolo ad aspettarvi la morte? Ricercare smaniando! Ma a che giova? ed
è egli possibile rassegnarsi a questo strazio, quando si è incerti
dell'esito, quando s'ignora perfino l'esistenza dì ciò che si vagheggia?
Che diresti d'un pazzo che corresse dietro alla sua ombra? E che altro
sono essi gli uomini colle loro eterne chimere dì virtù e d'amore! Dove
son esse cotali fantasime se non nella loro mente? E quale mai può
vantarsi d'averle vedute?
--Ed ecco il tuo errore, ripresi con dolcezza. Ti sei fitto in mente che
tutti gli uomini vedano attraverso la nebbia che oscura il tuo
orizzonte. Ma oramai conviene che tu non dissimuli nulla a te stesso. Io
non ti domando una confessione, perchè forse tu stesso non sapresti
farmela; ma esigo dalla tua amicizia che tu getti uno sguardo scrutatore
nell'anima tua. Molto spesso conoscere il male è guarirlo. Ora io ti
domando: che hai tu fatto della tua vita? A diciotto anni ti colse
desiderio dì viaggiare. Avresti potuto recarti nelle città popolose; la
società ti sarebbe apparsa gigante in mezzo alle sue turpitudini;
avresti contato le lagrime della miseria e le carrozze stemmate
dell'ozio, e ti saresti sentito serrare il petto dallo sconforto. Ma dal
turbine delle oscenità da trivio e degli amorazzi di gran dama, avresti
forse sceverato una fanciulla modesta e povera, e l'affannoso lavoro di
un operajo indigente. Increscioso del mondo in cui non avevi ancora
vissuto, misantropo senza aver conosciuto gli uomini, senza ancora
essere uomo tu stesso, hai visitato invece l'America meridionale e gli
sbandati avanzi delle sue tribù di selvaggi. Così hai passato i più
begli anni della tua vita respirando un'aria che non era la tua,
ascoltando un linguaggio che tu comprendevi a stento, avvicinando uomini
i quali per diversa cultura di spirito, per diversa eredità di genio,
per costumi e bisogni diversi, non potevano migliorare od accrescere in
alcun modo il patrimonio delle tue idee, dei tuoi sentimenti. Ritornasti
al tuo paese stanco della vita, odiando vieppiù gli uomini, mentre degli
uomini e della vita non hai formato un giusto concetto. La più gran
parte di coloro che non devono pagare col lavoro il loro pane sono
ammalati del tuo male, la noja. Se non che, mentre altri ricerca
nell'ebbrezza e nel delirio dei sensi la dimenticanza, tu con più falsa
logica domandi la pace alla solitudine, e frugando nel tuo cuore malato
vorresti rinvenire in esso il farmaco del tuo male. Quando si è giovani,
come tu sei, credilo, mio caro Raimondo, la solitudine è una compagna
assai triste. Convien dare allo spirito le sue battaglie, i suoi battiti
al cuore.
La franchezza del mio linguaggio sorprese Raimondo. Parvemi allora
d'essermi spinto troppo oltre nel mio dire, e temetti che egli se ne
fosse offeso. Lo osservai con inquietudine; era calmo. Poco dopo si
scosse, e in un balzo discese dal suo letto.
--Che fai? gli domandai meravigliato.
--Voglio esser teco: pranzeremo insieme, andremo ai teatri, ai caffè....
--Ma tu sei malato. Poc'anzi avevi la febbre.
--È un nonnulla. Quel che più importa è di uscire da questa inerzia,
quel che più importa è di vivere.
Così dicendo, Raimondo si vestiva; compresi come il tentare di
distoglierlo dal suo proposito sarebbe stato in quel momento opera vana;
e però mi tacqui.
In pochi istanti egli ebbe posto termine al suo abbigliamento; mi porse
il braccio ed uscimmo dalla sua camera. Giammai erami sembrato così
allegro come in quel punto; nell'attraversare il suo appartamento si
arrestò innanzi ad un cassetto come colto da un'improvvisa idea; e
trattine due pezzi d'osso che si configgevano l'uno nell'altro, mo li
porse sorridendo perchè io li esaminassi.
--A che serve questo arnese?
--Domandalo a Charrnà; e ti saprà dire con quanto sagrifìzio egli si sia
deciso a privarsi per amor mio dell'ornamento del suo labbro. Gli
indiani lo chiamano il _barbotto_; appena nati lo fanno passare
attraverso il labbro superiore e non lo depongono più nella vita. È il
distintivo del loro sesso, perocchè essi non hanno barba nè diversità di
vestimenta. Comprenderai come sia facile contrarre l'abitudine di tenere
il broncio, quando si porta questo giocattolo sul labbro; aggiunse
scherzosamente; e come il riso diventi una cosa difficile. Ho conosciuto
fra le altre la razza dei _Minuani_, gente severa, e melanconica come i
deserti che la chiudono nel suo territorio--un buon _minuano_ non ride
mai nella sua vita; ecco gli uomini coi quali ho creduto di vivere fin
ora.
VI.
Nonostante la cura che Raimondo poneva per nasconderlo ai miei occhi, io
compresi dopo alcuni giorni come il nuovo genere di vita a cui si era
dato non riuscisse tuttavia a riempiere il vuoto profondo del suo cuore.
Nei primi giorni egli prese parte ai nuovi piaceri con avidità; lo
condussi ai teatri, alle adunanze chiassose di scapoli che da gran tempo
avevo abbandonato anch'io, da per tutto ove si ride, si folleggia e si
dimentica. Ma in ciò fare comprendevo io stesso l'insufficienza del mio
rimedio; però pensai che il tempo avrebbe compito meglio di me l'opera
che io aveva intrapreso. Stimai dunque miglior partito introdurlo in
quelle poche famiglie che io conosceva e abbandonarlo poscia a sè
stesso. Così feci. Ma ben tosto mi persuasi che ogni mio studio per
ridonargli la sua pace era riuscito a vuoto. Quando Raimondo non ebbe
più il mio eccitamento, trascurò le nuove conoscenze, e talvolta si
tenne qualche giorno lontano da me senza avvisarmene secondo il consueto
per mezzo di Charruà.
Evidentemente egli temeva i miei rimproveri; ma, forse per non mostrarsi
ingrato, continuava a mostrar desiderio di vedermi, e per non peccare
d'inciviltà si recava di tempo in tempo presso quelle famiglie che lo
avevano accolto cortesemente nelle loro sale.
Fra le altre la contessa B. che aveva anch'essa passato parte della sua
vita nell'America del Sud, s'era mostrata assai desiderosa di Raimondo.
Egli vi si recava più volentieri, attratto dalla cortesia e dallo
spirito della padrona di casa; ma si mostrava indifferente e freddo
verso la folla di signore eleganti e d'artisti, da cui erano frequentati
quei convegni notturni.
La contessa B. era una donna sui cinquant'anni; di modi affabilissimi, e
di cuore ancor giovane. A poco a poco avea posto un grande affetto a
Raimondo, e se avveniva che rimanesse alcun tempo senza vederlo, ne
domandava a me con molta premura.
Naturalmente Raimondo si accorse di questo suo desiderio; e siccome egli
era modesto e riconoscente a quel po' d'affetto che gli si offriva, fu
tratto man mano a rendere più frequenti le sue visite. Così avvenne che
capo qualche tempo le sue abitudini n'andarono affatto mutate.
Una sera, mentre Raimondo ed io discorrevamo in un canto della sala
colla contessa, vedemmo venire incontro a noi un vecchio alto della
persona ed una giovinetta sui diciotto anni. La contessa corse loro
incontro, strinse la mano al vecchio, e baciò sulla bocca la fanciulla.
Poco stante ci presentò il generale R. e la signorina Clelia.
Il generale era un uomo alla buona, di modi franchi e assai parco di
parole. Se non avea toccato i settant'anni, certo era giù di lì; ma si
conservava tuttavìa abbastanza in forze, sebbene la sua alta statura lo
obbligasse a tenere il capo alquanto incurvato.
La signorina Clelia era una personcina dilicata, piuttosto pallida, con
due occhioni neri e con lunghe treccie di capelli castani che lasciava
scendere sulle spalle. Nell'insieme una creatura come se ne vedono
tante; non affatto bella, e tuttavia ricca di doti fisiche; e se le
falliva quella consapevolezza dei proprii meriti che è sì presso alla
civetteria e che molti ricercano nella donna, spirava in compenso dai
suoi occhi una candida espressione di ingenuità, e dall'abbandono delle
sue membra e dalle sue movenze, una certa mollezza che non è difetto, e
una tal quale indolenza piacevole. Clelia era una creatura buona.
Parlava senza affettazione, senza guardarsi all'intorno per farsi
ascoltare; sorrideva spesso; a quell'età il sorriso viene dal cuore; e
se taluno le dirigeva la parola, sapeva starsene in ascolto--tutto ciò
non è tanto comune come può parere. La sua parola era facile e chiara;
diceva tutto il bene che sapeva--quando si mormorava di qualcheduno,
taceva; se lo poteva senz'offendere, mutava discorso--palesava i suoi
gusti senza tenersene--era presto fatto a dirli, i suoi gusti, ed
infinito ad enumerarli: amava tutto. Tale mi parve dopo alcuni giorni
ch'io l'ebbi in pratica la signorina Clelia.
Se non che io non seppi alla prima indovinare la sua condizione. Il
vecchio generale la chiamava talvolta: "figliuola mia;" ma il più
spesso: "signorina;" però se io poteva argomentarne del suo affetto
paterno, era ben altra cosa della sua qualità dì padre.
Ma in una radunanza d'_amici di casa_ l'è assolutamente impossibile di
tener per gran tempo la tua curiosità, senza che trovi cento disposti a
pagartene. I ciarlieri e i curiosi sono le razze più numerose che
pullulino sulla terra. E che Domine Iddio ti scampi dagli uni e dagli
altri, però che per maggior malanno essi si vivono in ottima armonia, e
i ciarlieri vendono per uso e consumo dei curiosi--e la sete di questi è
per lo meno pari alla feconda produttività di quelli. Ma siccome avviene
che il curioso sia alla sua volta ciarliero, anzi per ciò solo sia avido
di sapere, in quanto trovi mezzo di dire, a conti fatti avviene che è
sempre l'uditorio che si trova a mancare. Però i galantuomini che se ne
vivono al di fuori, si vedono involontariamente trascinati al mercato
dove si vende _a gran ribasso_.
Press'a poco in questo modo avvenne che io sapessi qualche notizia sul
conto della signorina Clelia. Era orfana, o almeno passava per tale; in
questo convenivano tutti; ma secondo gli uni il Generale era un tutore,
secondo altri un padre che nascondeva una colpa--se taluno avesse osato,
non si sarebbe arrestato dinnanzi alla sua canizie e avrebbe detto
peggio.
Una sera io mi era recato secondo l'usato presso la contessa B., notai
che Raimondo, che da qualche tempo s'era fatto frequentatore assiduo,
non era venuto. La contessa me ne domandò notizie; risposi non averne;
infatti in quel mattino egli non era stato da me. Il discorso si portò
naturalmente sovra di lui; la signorina Clelia era seduta d'accanto e ci
ascoltava. In quella entrò Raimondo. Fosse caso o istinto, i miei occhi
s'incontrarono con quelli di Clelia; ciò bastò a farlo arrossire.
--Si parlava di voi, disse la contessa, ne dicevamo molto male, perchè
temevamo che non veniste.
Raimondo si scusò con garbo; da qualche tempo avea fatto cammino nella
galanteria.
Poco stante la conversazione nostra languì; Clelia non diceva
motto--Raimondo s'era fatto tetro. Mi aspettava che secondo il suo
costume di allontanarsi quand'era sorpreso da cotali malinconie,
togliesse commiato. Ma con mia sorpresa egli stette. La contessa, che
aveva in qualche pratica il cuore di lui, procurava distrarlo, ma
inutilmente.
Un'ora dopo la signorina Clelia salutò la contessa, e uscì.
Raimondo non s'era quasi mosso; ma non andò guari che anch'egli lasciò
l'adunanza. Io gli tenni dietro e lo raggiunsi.
VII.
Parve lieto che io l'avessi seguito; ma non mi palesò la cagione della
sua mestizia. Credendo ch'egli volesse andarne a casa, lo accompagnai.
Durante la via non mi disse parola. Come fummo arrivati alla sua
abitazione, feci atto di arrestarmi; ma egli passò oltre. Assolutamente
Raimondo era distratto.
Attraversammo molte vie, sempre collo stesso silenzio--così di passo in
passo uscimmo alla campagna.
Il cielo era sereno; le stelle fitte e lucenti; qualche rara nuvoletta
bianca viaggiava in quell'immenso aere notturno.
Le tenebre avevano animato le voci strane dei loro cantori; i grilli
nelle praterie, le rane nella vicina palude, e a quando a quando la
civetta e il gufo nell'estrema punta della quercia levavano al cielo il
loro inno melanconico. Intendendo l'orecchio si udiva da lungi come un
vago mormorio di mille note diverse; il silenzio ha la sua voce, una
voce confusa che non si sa d'onde parta, ma che arriva sempre al cuore.
Ci arrestammo estatici.
Poco dopo Raimondo mi afferrò le mani, levò gli occhi al cielo, e mi
disse con un accento singolare di selvaggia esultanza:
--Amico mio, amico mio, non ti pare che la natura susurri il suo arcano
linguaggio per noi soli? Io mi sento leggiero--vorrei salire in alto....
in alto, inseguire quella nuvola. Mi si dilata il cuore--ho un gran
cuore--vorrei stringere tra le braccia l'universo, e dirgli che l'amo.
--Mi par proprio di volare, aggiunse con crescente entusiasmo, mi par
proprio di credere. La mia fede è fatta di voli.
In quella soave contemplazione passò alcun tempo.
Suonava mezzanotte, e noi non ci eravamo ancora mossi.
Vedendo come quel rintocco non lo scuotesse, io fermai in mente che
Raimondo era distratto.
VIII.
Il domani alcune occupazioni mi tennero lontano da casa. Quando vi
ritornai seppi che Raimondo non era stato a far ricerca di me.
Se non che non era ancora l'alba del giorno successivo, che io udii
picchiare all'uscio della mia camera; era lui. Mi proponeva una
passeggiata all'aria aperta--accettai.
Per via parve pensieroso; ad ora ad ora m'interrogava sulle mie
abitudini, ed io gli venia ripetendo cento cose che egli conosceva
meglio di me.
--Come hai vissuto jeri? mi domandò all'improvviso.
--Occupatissimo. Sarei venuto da te, ma non ebbi tempo.
--E la notte?
--Un sonno solo.
Non ebbi dette queste parole, che egli ammutolì e si oscurò nel viso--nè
per quanto io vi almanaccassi sopra, seppi comprenderne la cagione.
IX.
Alla sera io mi recai in casa della contessa; mi aspettava d'incontrarvi
Raimondo, ma non vi era ancora.
Il generale mi venne incontro; gli domandai notizie della signorina
Clelia. Era incomodata lievemente e s'era rimasta a casa.
Raimondo non comparve--quando l'ebbi aspettato tre ore inutilmente, mi
allontanai.
Per otto giorni fu la stessa cosa. Sempre che mi recai nelle sale della
contessa non vi vidi mai Raimondo--e il generale continuava a dirmi che
la signorina Clelia era incomodata.
Io era stato più volte in casa del mio amico; ma Charruà m'avea sempre
detto che non era in casa. Vi andai ancora una volta--la stessa
risposta.
Raccomandai a Charruà dicesse al suo signore: Che l'amico avea bussato
sette volte all'uscio dell'amico, e che l'uscio non s'era aperto.
Charruà accennò del capo; uscii con animo di non più ritornare.
Tre ore dopo Charruà veniva a me e recavami una lettera di Raimondo.
Ne ruppi il sigillo e la lessi con avidità. Quella lettera era così
concepita:
"Tu hai ragione di lamentarti di me; tu hai ragione di dire ch'io sono
un ingrato; ma benchè sappia d'essere colpevole molto, e d'aver tradito
i doveri dell'amicizia, lascio sperare al mio cuore che la franchezza
con cui mi faccio accusatore di me medesimo, renderà te giudice più
benigno.
"Ti devo una confessione, una confessione che non farei a mia madre
s'ella vivesse ancora, che il mio pensiero non vorrebbe fare alla mia
anima, se per poco io potessi separarne le facoltà, e fare che il mio
solo volere ripartisse a seconda dei suoi capricci la scienza.
"Lo dirò senza esitare più oltre: "io amo." Vorrei anche in questo
momento temperare la forza di questa affermazione e dirti solo che "ho
paura di amare;" e forse sarei nel vero; ma io penso che in coteste cose
il sospetto valga la realtà; e d'altra parte la titubanza prolungherebbe
lo strazio che ha durato fin ora.
"Così dunque, anzi che continuare, in una lotta ineguale senza frutto,
io preferisco darmi per vinto.
"Devo dirti qual donna io ami? Tu l'hai indovinato--Clelia.
"Non sorridere del mio orgoglio. Tutto ciò che tu potresti dirmi, me lo
son detto io stesso. Ho pensato alla sua bellezza, alla sua grazia, al
suo candore; poi ho penetrato dentro di me, vi ho rovistato tutto il
buono che vi ho trovato, e mi è sembrato assai misera cosa. Debbo
dirtelo? mi sono rinchiuso nelle mie camere, e per la prima volta nella
mia vita ho dimandato allo specchio una parola di conforto.
"Il risultato di questo supplizio tu lo conosci: ho cessato di
frequentare la casa ove avrei incontrato quella creatura. Ho cessato di
veder te, perchè non avrei resistito alla tentazione di chiedertene
notizie. E d'altra parte tu avresti indovinato il mio segreto; ora poi
che io mi lusingava di guarire dal mio delirio, parevami che ove
qualcuno, fosse anche il migliore dei miei amici, avesse potuto guardare
nel mistero del mio povero cuore, io sarei stato impotente a sanarlo.
"Non ti dirò quanto io abbia sofferto fino ad oggi: non ti dirò quanto
io soffra tuttavia; nè come il primo soffio di questa fatale passione
venisse a ridestare nel mio seno gli entusiasmi dei primi anni; nè come
poche ore dopo soltanto si tramutasse in fuoco insaziabile. È tutt'oggi
ch'io mi torturo senza pietà; vorrei piangere molto, e non trovo una
lagrima. Non so perchè; ma in mezzo a questa disperanza senza fine, odo
talvolta come delle voci che mi ripetono accenti d'amore, e promesse
ineffabili; e tutto ciò mi suona improntato a melanconia, come una gioja
severa che si accompagni col dolore, ed abbia la stessa sorgente del
pianto.
"Ho dei momenti in cui sembro un fanciullo, e vorrei levar dal sepolcro
la mia povera nonna per appoggiare sulle sue ginocchìa il mio capo e
sognare ad occhi aperti.
"Altre volte inferocisco; passeggio a gran passi, smaniando, e per
disfogare il dispetto, tengo il broncio a Charruà.--Povero Charruà! Sono
alcune notti ch'egli veglia al mio capezzale. Gli ho detto di dormire,
ma non ha voluto darmi retta; ho dovuto mandarlo via dalla mia camera;
ma quando credeva ch'io dormissi, ritornava sulle punte dei piedi, mi
guardava con tenerezza e si allontanava crollando il capo senza far più
rumore d'uno spettro.
"Eccoti il mio segreto. Giudica tu mio buon amico se io meriti compianto
o rimprovero.
"Sarei venuto io stesso, ma ho pensato che scrivendoti avrei avuto più
coraggio, ed ho scelto questo partito.
"Lo vedi; io sono stremato di forze, il mio animo è fiacco. Perdonami.
Una sola parola a Charruà, ed io verrò."
--Farò di meglio, pensai dentro di me, andrò io stesso; e fatto cenno a
Charruà che durante tutto quel tempo s'era rimasto immobile e
pensieroso, uscimmo.
X.
Raimondo non avea taciuto nulla nella sua lettera; e tuttavia il vederlo
crebbemi il dolore.
Mi ripetè il suo spasimo, i suoi dubbii, il suo timore di riuscire
ingrato agli occhi di Clelia; e poi che gli uomini temono sopra ogni
cosa il ridicolo e lo vedono da per tutto dove il compasso non ha
portato la sua misura, io compresi che Raimondo era torturato da questo
pensiero. Arrossiva di amare; col suo volto, coi suoi modi parevagli
debolezza; e quando doveva pure dirla questa parola che Dio ha scolpito
nel cuore delle sue creature, balbettava e mi guardava nel volto temendo
che io lo canzonassi.
Strana vicenda delle cose del mondo è questa che il vizio usurpi a
quando a quando le spoglie della virtù e s'incontrino degli sciagurati
che si tengano della loro abbiezione, e parlino delle loro colpe e
mettano a nudo le loro sozzure con compiacenza. Ma che la virtù
arrossisca di sè medesima, e per poco non discenda a domandare il
mantello del vizio, questo in verità non si saprebbe comprendere. Ed io
penso che se gli uomini non si frodassero a vicenda di uno spettacolo
che sana molte piaghe, e sdegnassero questo mentito tributo alla colpa,
il fardello dei loro dolori n'andrebbe alleggerito d'assai.
Persuasi Raimondo a sperare, ad abbandonarsi a me. Non ci volle gran
fatica; la solitudine avealo fatto arrendevole, però io posi per primo
patto che egli venisse meco quella sera medesima in casa della contessa.
Rifiutò sulle prime vivamente; non avrebbe osato incontrarsi subito con
Clelia; ma quando io gli dissi come da una settimana ella non fosse più
venuta nelle sale della contessa, allora fu un tempestare di domande,
alle quali io non sapeva rispondere. Da quel punto non stette più sul
diniego; senza che io insistessi più oltre, era inteso che quella sera
sarebbe venuto.
XI.
Vi andammo assai di buon'ora; io con animo lieto ed aperto alla
speranza; Raimondo trepidante e dubbioso, ma tuttavia più calmo.
Avendo in mente che essendo primo ad arrivare si sarebbe trovato in
minori imbarazzi, era stato lui a farmi premura; pure quando fummo
giunti, sebbene fosse assai lieve la speranza che la signorina Clelia si
recasse dalla contessa, e l'ora fosse tale da toglierne ogni lusinga
d'incontrarvela, poco mancò che Raimondo non se ne dolesse. E poi che
egli era stato travagliato da una cotal paura d'incontrarsi con Clelia,
avvenne, come è facile immaginare, che in quel punto dimenticasse il suo
primo timore, e l'ansia dell'aspettazione si convertisse per lui in
nuovo supplizio. Se non che, fosse caso o provvidenza, Clelia un'ora
dopo entrò nelle sale accompagnata dal vecchio generale, e allora
Raimondo fu da capo alla prima trepidanza.
Se io non andai errato nel giudicare, parvemi che come Clelia vide
Raimondo, si turbasse nel viso, quasi non s'attendesse d'incontrarlo; e
partendo da questa prima osservazione, immaginai di vedere per tutta
quella sera le traccie del turbamento sul suo volto, e ch'ella facesse
del suo meglio per dissimulare.
Comunicai il mio pensiero a Raimondo; e non è a dire se egli n'andò
lieto. Da quel punto fermò in mente di volerle palesare l'animo suo, e
raccolte le sue forze se le fece innanzi, la salutò e si assise al suo
fianco.
--Questa volta il selvaggio s'è fatto uomo, pensai dentro di me; e giuro
che giammai mortale che avrà vissuto fino a domani potrà dirsi più
felice di Raimondo.
Non rimanendomi di meglio a fare, gironzai alcun poco per le sale.
Un'ora dopo essendomi nato desiderio di vedere a qual punto si trovasse
nel suo labirinto, cercai cogli occhi Raimondo. Egli era sempre vicino a
Clelia e le parlava con calore.... "Benissimo!" Però non avendo di
meglio a fare, io continuai a gironzare per le sale.
XII.
Dopo due ore che mi parvero eterne, le sale incominciarono a farsi
deserte.
--Ecco due creature che le avranno trovate troppo brevi; dissi
abbracciando dell'occhio il gruppo appassionato di Clelia e Raimondo.
L'una cosa paga l'altra. E scommetto io che essi avevano molte cose a
dirsi.
Non avevo peranco cessato di dire queste parole, che il generale
s'accostò alla signorina Clelia, e questa si rizzò in piedi, e salutato
cortesemente Raimondo, si allontanò. In un baleno fui d'accanto a
Raimondo, che pareva essere rimasto fuori di sè; e trattolo meco, sotto
il pretesto di riverire la contessa, giunsi ancora in tempo a farlo
incontrare un'ultima volta con Clelia.
--Cospetto, gli dissi quando fummo usciti, non potrai lamentarti di me,
nè dire che io non mi abbia sorbita la noia in bel modo per lasciarti a
tuo bell'agio.
Se non che al malumore di Raimondo compresi come la celia non tornasse
opportuna.
Nè io so d'averlo mai visto tanto dispettoso; ma, quel che è peggio,
egli era sconfortato dei fatti suoi; e chi conosce le vie più riposte
per cui si giunge all'umana debolezza, pensi se questa era tortura.
In conclusione egli se n'era stato tutta sera vicino al suo amore, e non
gli aveva detto ch'egli era il suo amore; gli si era seduto al fianco,
l'avea seguito per due ore come uno spettro, gli aveva parlato
all'orecchio, per narrargli i suoi viaggi presso le tribù indiane, e
descrivergli i costumi dei _Lenguà_, dei _Pampà_ e degli _Aguite
queducayà_.
Non so come mi stetti dal ridere, e me ne rattenne lo spettacolo del suo
dolore che non era men vivo, sebbene andasse unito al ridicolo.
Se non che richiamandomi alla mente quel giorno, e pensando a quelle
puerilità d'anima innamorata, parmi ora che soltanto il riso beffardo
dei cinici potrebbe deriderle; e che in un'età in cui si è così presso
alla fanciullezza che un palpito affrettato del nostro cuore può
rinnovarcene le dolcezze, sia grave torto degli uomini il rifuggirne col
rossore sulle guancie.
Però il lettore avveduto farà bene a non sorridere di Raimondo; e s'egli
ebbe nella vita un'ora sola in cui gli abbia somigliato, o sia in età di
temere altrettanto per lo avvenire, tanto meglio per lui--e farà bene a
confortarsene.
XIII
Ogni volta che abbiamo qualche cosa da rimproverare a noi stessi, suole
avvenire che al dolore succeda il pentimento, e che questo provochi
propositi nuovi; così l'animo di Raimondo andò a poco a poco
rasserenandosi; e come ei fu queto, domandò il cielo in testimonio che
un'altra volta sarebbe stato più avveduto e più ardimentoso.
Con questo proposito egli ritornò la sera successiva in casa della
contessa, ed io credo che non avrebbe fallito alla sua promessa, se la
mala stella non ci si fosse posta di mezzo. Clelia non venne.
Il giorno successivo neppure--così l'altro e l'altro ancora.
Immaginate lo spasimo di Raimondo. Del resto il generale continuava ad
intervenire colla stessa regolarità, nè mai una volta che mancasse. Ora
se la signorina Clelia fosse stata ammalala, il generale non sarebbe
venuto--questo era evidente.
Come Raimondo fu venuto a questa conclusione, non andò molto che prese
il suo partito. S'egli era stato debole e pauroso con una donna,
altrettanto sapeva essere franco con un uomo; però colto un momento in
cui il vecchio generale si lisciava in un cantuccio della sala i lunghi
mustacchi, gli si accostò risoluto e lo salutò.
Il generale s'inchinò, e continuò a lisciarsi i mustacchi; ma Raimondo
tenne duro, e gli domandò notizie della sua salute. Il generale stava
benissimo, e continuava a lisciarsi i mustacchi; ma quando s'accorse che
il suo interlocutore non aveva in animo di lasciarlo in pace alle sue
fantasie, gli domandò tra il sorriso e il cipiglio:
--Il signore mi conosce?
--Ho questa fortuna. Ella è il generale R. Mi fu presentato dalla
contessa ed io non l'ho più dimenticato.
--Troppo onore.
--Io sono Raimondo X.
--Ne ho piacere.
--Ella è anche, se non erro, il tutore, o lo zio, o il padre della
signorina Clelia?
--Precisamente.
--E la signorina Clelia è ella incomodata?
--Non credo.
--Però da un pezzo non frequenta queste sale...
--Fa i suoi gusti.
Raimondo incominciava a perdere la pazienza; comprese che non vi era
mezzo di far chiaccherare quel vecchio orso, e mutò sistema:
--Vorrebbe ella avere la cortesia di darmi qualche notizia più chiara
sul conto della signorina Clelia?
Il generale si volse all'improvviso, e guardò in faccia Raimondo. Poi
con affettata cortesia:
--E si può sapere a quale scopo ella mi fa questa domanda?
--Io m'interesso molto per la signorina Clelia....
--E con qual diritto ella s'interessa per la mìa creatura? interruppe il
generale con asprezza.
--Perchè l'amo, rispose calmo Raimondo.
--L'ama! E in che modo ella l'ama?
--Io non ne conosco che uno.
--Questo è vero; disse il generale mansuefatto dalla sincerità di
Raimondo.
Per qualche minuto nissuno dei due fe' motto. Il generale pareva
riflettere, e la sua fronte si rischiarava. Fu egli il primo a rompere
il silenzio:
--La mia creatura sa essa di questo amore?
--Non lo so, ma credo di no.
--E che venite dunque a contare a me?
--Perdonate? ma se io potessi dirlo ad essa, non lo direi a voi.
--Lo credo.
--Ma io non so come fare a dirglielo.
--Eh! diamine; non glie lo dirò già io per voi. Parlatele.
--Non domando di meglio; ma posto che essa non viene qui...
--È verissimo.... posto che essa non viene qui, voi non potete parlarle.
--Se la conduceste qui...
--Vi pare? Essa fa i suoi gusti.
--Ma se la pregaste....
--S'io la pregassi, verrebbe.
--Dunque?...
--Dunque io non la prego. Quest'è chiaro. Dal momento che la mia
preghiera distruggerebbe la sua volontà, tanto varrebbe ch'io
l'obbligassi.
--Ma allora io non vedo come...
--Ed io meno di voi.
--Converrete che ciò è doloroso.
--Pienamente.
--Vi sarebbe un altro mezzo.
--Sentiamo.
--Ponete che invece di venir essa qui, mi recassi io da lei.
--Bravissimo. È ben trovato.
--Dunque siamo intesi. Voi m'invitate ed io vengo.
--Siamo intesi; v'invito e venite...
--E parlerò colla signorina Clelia.
--Impossibile; il suo appartamento è separato dal mìo...
--Ma in questo caso il mio trovato non serve.
--Anche questo è vero.
--Che mi consigliate di fare?
--Consigliarvi? Vi pare? alla mia età...
--Anche voi avete avuto vent'anni; anche voi avete amato.
--Ho avuto vent'anni, non lo nego; e poichè voi ne sembrate persuaso,
confesserò che ho amato anch'io.
--E che fareste al mio posto?
--In verità poichè l'affare è molto serio, vorrei pensarci sopra
seriamente.
--Cosicchè tocca a me il pensarci?
--Tocca a voi, cred'io.
--Grazie del consiglio, generale.
--È una bagatella, signor Raimondo.
XIV.
Il mio amico s'era posto sulla via delle arditezze; al giorno
successivo, dopo che ebbe rimuginalo mille progetti in mente, prese il
partito di scrivere a delia.
Ecco la sua lettera.
"Io sono una specie di selvaggio, un essere che sta tra il nuovo e il
vecchio mondo, ma che non appartiene a nessuno dei due. Voi dovete
ricordarvi di me, perchè so d'avervi raccontato le mie peregrinazioni
fra le tribù indiane.
"In quel racconto v'ha un mistero, qualche cosa che non era nei miei
viaggi, ma traboccava nel mio cuore e voleva corrermi alle labbra.
"Sappiatelo adunque: io vi amo.
"Non vi offendete di questa confessione e della ruvida franchezza con
cui la faccio.
"Non deridete il mio orgoglio. Io ho fatto di tutto per vincere me
stesso, per soffocare una passione senza speranza.
"So di non essere avvenente, di non potermi appigliare a nulla per
accarezzare l'ambizioso sogno d'essere amato da voi.
"E so pure che l'anima vostra è bella, che il vostro corpo è leggiadro,
che l'abisso dei vostri occhi è profondo.
"Tuttavia io vi amo.
"Ho scongiurato con ogni mezzo questa sciagura; ho pianto ed imprecato;
ma il mio culto s'è ingrandito ogni giorno nel mio seno, e la stessa
lontananza volontariamente impostami, ha ravvivato nel mio pensiero la
vostra immagine.
"Una volta posto il piede nell'abisso, vi si è attirati da un fascino
misterioso. Ah! voi non sapete quanto l'abisso dei vostri occhi è
profondo.
"La mia colpa adunque, se pure io ne ebbi mai una, è quella di avervi
veduta--ma anche il non vedervi non era in mie mani.
"Vedervi e non amarvi--guardare il sole e non esserne
illuminati.--Impossibile, impossibile.
"Che potrebbe egli fare un uomo? Distoglierne le pupille.... tant'è: il
calore che gli sferzerebbe la fronte risusciterebbe nelle sue tenebre la
luce.
"Così io potrei rinunziare a voi, e non vedervi, e non parlarvi; ma non
potrei rinunziare alla memoria di voi; non potrei rinunziare al mio
amore, a questo amore che è cosa mia, perchè io l'ho nutrito nel mio
seno e mi dà vita.
"Potreste fuggirmi--io non cercherei di raggiungervi; dappertutto ove io
andassi, mi seguireste egualmente. Io vi ho collocata nel più lucido
orizzonte della mia intelligenza; colà mi sorridete e vi sorrido, mi
amate e vi amo, siete mia.
"Cotesta vi parrà audacia; fors'anco impertinenza--pensatelo pure
inesorabilmente, ma pensate pure che è amore. "Vi ho dato il mio
segreto. Se voi sorriderete del mio orgoglio, o compiangerete la mia
sciagura, non so. Forse l'una cosa e l'altra insieme; poi che il mio
orgoglio è grande, ma non meno grande la mia sciagura, e forse più
grande la bontà del vostro cuore....
"Quest'ultima idea ravviva in me una speranza.
"Più vasta dei deserti, sconfinata come la distesa dei mari, inesplorata
come le vie degli orizzonti, è la speranza. L'anima dell'uomo si fa
gigante in essa.
"Io spero.
"Un vostro cenno, e m'avrete schiavo; un vostro cenno, ed io fuggirò dal
vostro sguardo; mi ricaccierò in quelle inospiti terre che mi han visto
per tanti anni.
"Porterò fra quei selvaggi raminghi l'immagine mesta e bella di colei
che ha fatto battere la prima volta il mio cuore, e ne popolerò la mia
solitudine.
"Ma avrò il coraggio d'affrontare la mia sorte, poichè l'anima dell'uomo
sa essere gagliarda nel dolore."
Raimondo riuscì a far pervenire questa lettera a Clelia in quello stesso
giorno. Com'ebbe compiuto questa impresa, si sentì venir meno tutte le
forze: almanaccò sulla riuscita, e ne trasse motivo di sconforto.
Parevagli d'aver troppo oltre spinto la sua baldanza, ed ora d'aver
pallidamente dipinto il suo stato, ed ora d'essersi reso ridicolo. Per
due giorni fu nuovo strazio. Al terzo giorno ricevette per posta questa
lettera di Clelia.
"Signor Raimondo.
"Apprezzo i sentimenti che vi hanno inspirato la vostra lettera. Voi
siete un uomo leale e mi parlate il linguaggio della franchezza e della
modestia.
"Non v'imiterò nella modestia; non tenterò neppure di farlo perché non
saprei riuscirvi; le donne sono molto più vanitose degli uomini--e voi
forse degli uomini il meno vanitoso. Ma l'esempio della vostra
candidezza deve essermi scuola; io devo mostrarmi a voi quale sono,
colla verità sulle labbra.
"Non è un mistero che io vi andrò rivelando, non è neppure un segreto;
ma è cosa che non si palesa che a chi ha diritto di farcene domanda--ed
io penso che voi lo abbiate. Se l'affetto che voi dite di nutrire per me
non è mentito, nè io vi credo capace di simulazione, è mio dovere farvi
conoscere il mio passato.
"È una storia semplice e mesta, come se ne ascoltano tante; ma forse
l'animo vostro ne andrà profondamente mutato.
"Voi, signor Raimondo, avete avuto una madre.
"Non è egli vero che è una buona creatura la madre?
"Si ricordano le sue carezze e i suoi baci, e i suoi dolci rimproveri
che vanno ai cuore--e s'intende risuonare per lungo tempo all'orecchio
l'eco d'una canzone del paese natale che la poveretta canticchiava
daccanto alla culla--e pare sempre di vedere un viso dolce chino sul
guanciale. Oh! la è pure una buona creatura la madre!
"Il padre è più accigliato, più severo, ma affettuoso anch'esso. Egli ha
sgridato talvolta il suo piccino; aveva una voce robusta che incuteva un
po'di timore, ma quando veniva dal suo lavoro, si lasciava frugare nelle
tasche. Il buon uomo le aveva riempite a bella posta di zuccherini per
far felice il suo bambino. Egli avea del criterio fino il povero padre,
e sapeva che in quell'età i zuccherini fanno felice.
"Non è egli vero, signor Raimondo, che dovrebbe essere un gran dolore se
ci si togliesse d'un tratto la memoria degli anni infantili, se
spingendo lo sguardo nel nostro passato, noi non potessimo arrestarci
sopra l'occhio sereno dei nostri poveri genitori?
"Cotesto dolore io l'ho provato. Non conobbi mìa madre; ella morì troppo
presto perchè io potessi serbarne memoria. Mi dissero però ch'era bella,
ch'era giovine e poveretta, che aveva pianto tanto, e che prima di
morire volle baciarmi. Io l'amo molto mia madre; la sogno sovente, ma in
un modo confuso, diverso da tutto ciò che si può vedere nella vita,
diverso anche da ciò che si può immaginare. Però quando mi sveglio io
non serbo più la memoria di quel fantasma.
"Di mio padre so nulla; da principio credeva che io non lo avessi mai
avuto; mi assicurarono però che Iddio ne dà uno a tutte le sue creature.
"Le mie memorie più remote risalgono a quattordici anni fa. Io aveva
allora quattro anni; mi ricorda d'una bella signora, assai bella, che io
chiamavo _mamma_, e mi baciava e mi regalava dei confetti perchè io la
chiamassi con quel nome.
"Tutti gli altri la salutavano con rispetto--io sola sedeva sulle sue
ginocchia.
"Altra persona di cui serbo memoria, era un uomo abbastanza vecchio, ma
assai robusto, almeno per quanto pareami allora, il quale mi sollevava
di terra con una mano sola e mi reggeva seduta sulla palma e mi portava
di stanza in stanza fra le risa mie e i paurosi rimbrotti della _mamma_.
"Quest'uomo è oggi il generale R., quella donna era la marchesa sua
moglie.
"Venendo più in giù, trovo la memoria d'una notte mesta. Non erano
ancora due ore da che io ero stata messa a letto, che un affaccendarsi
di servi per le camere mi destò all'improvviso. La _mamma_ era stata
colta da paralisi; si agitava convulsivamente sul suo letto senza
parlare--i medici tentennavano il capo sfiduciati. Dopo alcune ore di
spasimo, la poveretta morì.
"Così rimasi sola col generale. Fui posta in un collegio e vi passai ìa
vita fino a sedici anni; poi mi ricongiunsi al mio benefattore.
"Eccovi il mio romanzo. Se devo giudicare dal concetto che io mi sono
fatto di voi, non avrò a temere che sia per scemare la vostra stima a
mio riguardo.
"La vostra stima, la stima degli uomini che vi assomigliano mi basta.
"CLELIA."
Raimondo venne a me ebbro di gioja. Mi fe' leggere la lettera di Clelia,
e mi ripetè cento volte che egli era il più felice degli uomini.
Se non che non sì tosto fu quetato in lui il primo impulso di letizia, e
il suo cuore venne in certa guisa abituandosi a quella felicità da prima
insperata, che la naturale incontentabilità degli amanti risvegliò mille
timori da capo, e diè vita a pretese fino a quel punto ignorate.
E sì rifece a rileggere quella lettera da cima a fondo per rintracciarvi
smaniando una parola di conforto. Indarno io tentai di ridonarlo al suo
giubilo persuadendolo che l'avergli scritto, l'avergli confidato il suo
passato, l'avergli detto d'apprezzare i suoi sentimenti, non poteva
essere un atto di pura cortesia.
Egli non mi contrastava in questo, s'ingarbugliava con mille parole, ma
finiva per crollare la testa sconfortato. M'accorsi che aveva fatto un
passo innanzi, e non contento che Clelia accettasse l'amor suo,
pretendeva d'ispirargliene, anzi d'avergliene inspirato; e poi che
conosceva l'assurdità delle sue pretese, soffriva per non dirlo.
Provai a dirgli come io pensassi che già prima Clelia si fosse presa di
lui, e come l'avessi vista ad arrossire quando egli era apparso nelle
sale della contessa, e come avessimo parlato di lui, e Clelia avesse
ascoltato assai attenta.--Di cotal guisa conobbi la verità del mio
sospetto; Raimondo stesso dovette confessarmi che quella lettera gli era
parsa insufficiente, che essa non gli diceva quali sentimenti avesse
egli suscitato nell'animo di Clelia.
Riconfortato dalle mie parole, ma più ancora dallo stesso bisogno che
egli sentiva di speranza, afferrò una penna e scrisse a Clelia in questi
termini:
"Vi ho benedetta per il bene che mi avete fatto. La vostra confidenza ha
alimentato le mie illusioni.--Io posso ancora sperare d'essere amato da
voi. Così vi ripeto un'altra volta: "Volete voi esser mia?" Un solo
cenno e volerò ai vostri piedi.
"RAIMONDO."
Clelia rispose il giorno successivo:
"Il generale mi ha parlato di voi; stima l'indole vostra, quasi direi
che vi ama. Ciò mi ha fatto piacere. Gli ho mostrato la vostra lettera,
ed ha sorriso.
"CLELIA."
Raimondo non attese un minuto, e replicò:
"Che il generale mi stimi, e mi ami, e sorrida delle mie lettere, è cosa
lusinghiera. Ma in nome di quanto avete di più caro al mondo, ditemi:
volete voi esser mia? posso io lusingarmi d'avervi inspirato una favilla
sola di questa fiamma inestinguibile?
"RAIMONDO."
A quest'ultima lettera non ebbe risposta.
Aspettò alcuni giorni--lo stesso silenzio. Venne a me col volto
contristato.
--Credimi, gli dissi io; va a far visita al generale.
--A che farci? mi domandò imbroncito.
--Credimi, va a far visita al generale.
Quel giorno stesso Raimondo andò a far visita al generale.
XV.
Otto giorni dopo, il mio amico era in grandi faccende. Mi chiamò a sè e
mi recai nella sua abitazione. Lo trovai in mezzo ad una faraggine di
mobili e di tappeti. Appena mi vide, mi venne incontro--il suo volto
spirava la gioia. Raccomandò a Charruà sorvegliasse alle opere degli
artefici, e mi trasse nella sua camera.
Non ebbi tempo d'interrogarlo, che egli mi pose a parte con una parola
della sua felicità: sposava Clelia.
Pensate se n'era lieto. Aveva fatto addobbare di nuovi arazzi le camere;
aveva cercato d'indovinare quanto poteva riuscire gradito ad una donna,
e lo aveva accumulato con ogni cura nelle sue sale. Egli aveva ancora la
testa piena di progetti; qua era una statuetta da collocare, colà un
amorino, una tenda, uno specchio.
Guardai fisso Raimondo--l'anima gli brillava nel volto; mi pareva un
altro uomo.
La gioia e il dolore ci trasformano e si contendono bizzarramente il
dominio dello spirito.
Alla sera volle lo accompagnassi dalla contessa. Da qualche giorno io
l'aveva trascurata; però acconsentii volentieri.
Clelia e il generale vennero anch'essi. Ogni mio studio fu di penetrare
nell'animo di Raimondo e di vedere se la sua guarigione era sicura, e se
non fosse a temersi una ricaduta nelle prime melanconie. Ma ogni mio
dubbio cessò ben tosto.
Assolutamente la felicità ci trasforma--assolutamente la felicità è
nell'Amore.
Com'ebbi così conchiuso, salutai la contessa, il generale e la signorina
Clelia; strinsi la mano a Raimondo, e lusingato del buon esito della mia
cura, andai a cacciarmi fra le coltri.
Io non amavo, però dormii sonni profondi; e siccome la contentezza di
Raimondo si rifletteva nel mio cuore, sognai che avevo una bella, e che
la mia bella mi faceva una carezza.
XVI.
Di quei giorni m'ammalai. Da gran tempo mi aspettavo a questo; avea
preveduto il mio male, lo avea sentito serpeggiare per le vene, e mi ci
ero rassegnato. Il medico ne fece carico ai nervi, ed io penso che non
s'ingannasse. Sorpreso a quando a quando da tremiti improvvisi alle
gambe e sentendomi ogni dì più debole, fui costretto a tenere il letto.
La mia ripugnanza per quell'inerzia forzata cui era condannato mi fece
parere insopportabile quel supplizio. Siccome però la mia testa era
libera, e la mia intelligenza conservava la sua lucidità, a poco a poco
mi abituai.
Raimondo era venuto ogni giorno a vedermi. Un dì venne a me più lieto
del solito. Tutto era pronto; fra otto giorni Clelia sarebbe stata sua.
Siccome io gli presi la mano e gli sorrisi con tristezza, egli mi baciò
in volto.
--Tu interverrai alle mie nozze, mi disse con accento di fiducia.
--Lo credi? domandai con quella ingenua speranza che è propria degli
infermi.
--Ne ho la certezza. Mi pare perfino che tu oggi stia meglio; ti trovo
meno pallido.
Non era vero che io stessi meglio, e se il mio viso non era pallido
conveniva accagionarne una febbricciatola lenta che da alcuni giorni non
mi abbandonava un'istante. E tuttavia io mi lasciai andare assai
facilmente alle illusioni; ne aveva bisogno.
Alla vigilia del matrimonio di Raimondo volli provare a farmi forza, e
balzai da letto. Non avea mosso due passi, che mi si piegarono le
ginocchia e dovetti appoggiarmi per non cadere. Il pronostico di
Raimondo andò fallito: io non assistetti alle sue nozze.
In quello stesso giorno venne il medico; trovò che io stava meglio, ma
ad assicurare la guarigione consigliavami i bagni di mare. La stagione
era propizia; confortavami ad affrettare; sperava il mutamento d'aria
avrebbe contribuito a ridonarmi la salute.
Ne feci parola a Raimondo e sebbene gli dolesse che ciò mi avrebbe
allontanato da lui per qualche tempo, approvò l'idea del medico.
Determinai adunque che non appena mi fossi potuto reggere in piedi sarei
partito per Genova.
Tre giorni dopo potei fare alcuni giri attorno alla mia camera senza
l'aiuto del bastone; non aspettai altro--il domani sarei partito.
Charruà venne, com'era uso, a chieder mie notizie.
Feci conoscere per mezzo suo a Raimondo la mìa risoluzione, e come fossi
dolente di non poter salutare prima della mia partenza la sua sposa;
avrei aspettato lui, e mi sarei servito del suo braccio.
Il mattino successivo assai di buon'ora Raimondo e Charruà erano nelle
mie camere. Simplicio, il portinaio, era salito prima ancora da me e
m'avea preparato le valigie ed aiutato a vestire; così che in un istante
io fui spiccio, e col sostegno del mio amico e di Charruà scesi le
scale.
Una carrozza era ferma; feci per salire, e una mano candidissima uscì
dallo sportello per aiutarmi; guardai dentro con occhio di
meraviglia--era Clelia.
Non dirò la mia sorpresa, nè se più grande fosse in me la riconoscenza o
il piacere.
Mi fece sedere al suo fianco, mi domandò della mia malattia, e dissemi
con accento di sincerità che se n'era afflitta anch'essa--così dicendo
guardava con tenerezza il suo Raimondo.
Compresi come essi fossero felici, e quanto intensamente si amassero. E
per una antitesi naturale mi portai col pensiero a quei giorni di tetra
mestizia che tanto aveano impoverito l'anima di Raimondo. Quale
diversità nell'espressione dei suoi sguardi, e quale nuova e soave
armonia nelle linee tranquille del suo volto! Dove era il segreto della
sua pace, dov'era il culto che gli mancava, il tempio in cui rinverdisse
la sua fede inaridita? Egli l'aveva cercato da per tutto, fuorchè nella
sua casa. Ed ecco l'angiolo della sua casa gli aveva sorriso, e gli
aveva dato un cuore vergine e un affetto sereno invece delle lusinghiere
e fallaci passioni della colpa.
Poc'anzi la solitudine colle sue paure, colle sue ire, coi suoi dubbii
perenni; oggi un viso amoroso che si specchia nelle sue pupille, un
corpo snello e pieghevole che si serra al suo petto, un cuore che battè
col suo--due sguardi, due sorrisi, due anime che si confondono.
Non più quell'eterno smaniare, quel portare dappertutto la noja, quel
domandare ad ogni cosa l'amore e riceverne il cinismo. Il mondo gli
apriva le sue sale dorate, quelle sale ripiene di mille incantesimi, di
mille follie, quelle sale dove s'incontrano uomini che, stringendo la
mano e bisbigliando all'orecchio di ognuno la maldicenza, offrono a
tutti una larva d'amicizia; e donne dagli sguardi infuocati, dai sorrisi
affascinanti che barattano con essi una larva che chiamano amore--egli
ne ha ritirato il piede. Poteva carpire cento baci di fuoco che ardono e
distruggono, e s'appagò di quell'uno che purifica. La virtù, la pace, la
felicità erano nella scelta--ecco il segreto che ha trasformato
Raimondo.
Per via io guardava Clelia con un sentimento di mestizia indefinibile.
Era pallida e bella, di quella bellezza buona che è l'ideale
dell'artista.
Chi si è sentita in petto una inspirazione, ed ha vagheggiato lungamente
un tipo, ed ha creduto rinvenirne le forme nelle perfezioni della
materia, colui non strapperà giammai all'arte il suo segreto. La natura
lo ha creato copista e farà bene a non guardare più in là. Il mondo
delle cose ha le sue rivelazioni, ma sono limitate, imperfette nella
loro immensità. Un frammento di colonna che toccasse le nubi non sarebbe
tuttavia una colonna.
Il mondo delle idee si perde nel cielo; l'arte, che è figlia del cielo,
sarebbe cosa morta senza l'idea che le soffiasse dentro il fuoco divino.
La bellezza è la perfezione della materia--la bontà è la perfeziono
dello spirito--bellezza e bontà unite sono la perfezione dell'arte.
Io guardava Clelia con espressione di mestizia--giovine, bella, amata;
che mancava alla sua felicità? Non sapevo dirlo a me stesso; vedeva la
sua letizia, la dolce serenità dei suoi occhi, udiva il suo gajo
cicaleccio, e tuttavia parevami che io dovessi compiangerla, e venianmi
dal cuore non so quali indistinte parole di conforto.
Mi par oggi, e son passati tanti anni, che io le diedi quell'addio, e
che, stringendomi la mano, essa mi rispose: a rivederci. E si fermò
sulla parola, dicendomi come sperasse che ciò sarebbe stato assai
presto.
"Dipende da voi" aggiunse--e fu l'ultima sua parola.
"Dal cielo" pensai.
In quella fu dato il segnale della partenza. Mi gettai nelle braccia di
Raimondo, salutai ancora una volta delia, e partii.
XVII.
Una sera io me n'andava errando lungo la spiaggia. Da qualche tempo i
miei nervi mi permettevano le lunghe passeggiate; direi anzi che le
esigevano. Avea volto le spalle ai rumori della città e muoveva lento
verso San Pier d'Arena. La brezza marina increspava leggiermente le onde
che a volta a volta si spingevano a lambire i mìei passi distratti; io
era mesto d'una mestizia dolce che assomiglia a contemplazione, e che
non ha nulla del dolore.
Quando mi sentii stanco, m'inerpicai sopra uno scoglio e m'assisi.
Ricordai allora ciò che il signor S. aveami detto la sera innanzi
dell'isola di Sardegna, e il suo invito di recarmivi con lui per alcuni
giorni. Ma poichè tutta quella notte io m'ero travagliato con codesto
martello, e n'ero uscito saldo come prima nel mio proposito di non
ritornare mai più alla mia patria, volli respingere questo pensiero e
sorriderne. E così feci; e per meglio riuscire, volli divagare il mio
pensiero, e girai gli occhi all'intorno per trovare qualche cosa che mi
suggerisse nuove idee.
La spiaggia era deserta, sabbiosa e seminata di conchiglie, quelle
stesse conchiglie che fanciulletto io raccoglieva nei lidi solitarii
deila mia patria. Il mare frangeva il suo lamento sovra gli scogli con
ritmo severo, come l'aveva udito per tanti anni. Così io mi vidi
riportato alla mia infanzia--la mia infanzia era la mia patria. E allora
mi parve che io fossi un ingrato; e pensai che quella terra ch'io
fuggiva m'avea pure data la luce, e m'avea nutrito coi frutti delle sue
selve feconde. Né a me che avea respirato le sue aure profumate d'aranci
si conveniva di rinfacciarle le sue miserie, fruito più di sventura che
di colpa.
Però da quel punto seguii senza resistervi il corso dei miei pensieri.
Mi ritornò alla mente il volto sereno di mia madre, e i suoi grand'occhi
neri--e i fili d'argento che incorniciavano la fronte rugosa della
povera nonna, la vecchia amica della primissima mia vita. Ripensai i
tripudii sognati sulle sue ginocchia, e le cento storielle delle bigie
notti d'inverno, e i fantasmi del focolare. Salii le note scale, mi
aggirai per le note stanze del tetto che mi avea visto nascere, e rividi
i volti noti che m'aveano prodigato i loro sorrisi. Udii lo scampanare
che mi destava ridente nel mio letticciuolo e le grida assordanti, e lo
sparo dei mortaretti che festeggiavano la buona santa del villaggio; e
vidi riversarsi per le vie sassose una folla variopinta, vestita a cento
fogge, sorridente e gaja come una mattinata d'aprile.
--Così dunque io non rivedrò più quei luoghi che serbano tanta parte di
me medesimo; io non vedrò più le figure abbronzate dei miei compaesani,
non percorrerò più quelle vie, non udrò quelle canzoni e la nenia di
quelle cetre notturne. E non sarebbe certamente un gran disagio
l'andarvi. Quindici giorni; che sono essi quindici giorni per un artista
che non ha altra legge che il suo capriccio?
--Vediamo--non è che fantasticare, ci s'intende, io ho giurato di non
andarvi e non ci andrò. L'ho giurato! A chi? Perchè l'ho giurato? e qual
danno se io mancassi al mio giuramento? Non è che io voglia patteggiare
colla mia coscienza; ma in fede mia se io non ci andrò, non è certamente
il mio giuramento che deve arrestarmi. Io partirei domani col signor
S.--quel signor S. è una buona persona, che mi ha dell'affetto; per
viaggio non sarei solo. Arriverei fra tre giorni, rivedrei qualche
amico, e lo troverei mutato, rovisterei dapertutto ove io sapessi celata
qualche corda che potesse risvegliare un'armonia sopita nel mio cuore;
visiterei come in mesto pelegrinaggio la mia vecchia casa una volta
popolata da tante fantasie--e i tugurii dei poverelli che erano un tempo
gli amici della nonna--e vedrei forse aprirsi quelle porte tarlate alla
notizia del mio arrivo, e venirmi incontro qualche vecchierella che si
ricorderebbe di avermi portato in braccio, per baciarmi sulla bocca. Poi
m'inoltrerei per un mesto viale, e salutate le mura di un solitario
ricinto, andrei silenzioso a ricercare la tomba de' miei cari per
appoggiare sovr'essa la testa e deporvi una ghirlanda..., però che io
non dormirò l'ultimo sonno accanto a te, povera madre mia.
A poco a poco era scesa la notte; il mare fremeva languidamente alla
guisa d'un cuore innamorato che si stringe al petto della sua donna--la
notte è la negra amica del mare.
Mi ritrassi dalla spiaggia e ritornai sui miei passi.
--Oibò, conclusi dopo alcune ore dacchè andavo voltandomi e rivoltandomi
sui fianchi nel mio letto; oibò! io sto saldo come una piramide; non ci
andrò. E giuro che se questa dannazione mi dura ancora, io farò le mie
valigie all'alba, e fuggirò questa città senza voltarmi indietro.
--Io fuggirò questa città senza voltarmi indietro, ripetei un'ora dopo.
--Per via di mare, bisbigliavami il mio demonio.
--No, in fede mia, viaggerò per terra. E partirò senza neppur vederlo
questo signor S. a cui devo tanto supplizio.
--Ma egli se l'avrà a male.
--Tanto peggio per lui.
--E partirà senza i tuoi augurii--e pensa se il mare gonfiasse le sue
tempeste.
--Buon per me che avrò evitato il pericolo.
XVIII.
Il domani all'alba io faceva le mie valigie. Non avevo ancora deciso ove
sarei andato; ma era fermo nel proposito di lasciare Genova.
Voleva far ritorno a Milano, voleva proseguire per alcun tempo ancora la
mia cura in qualche paesuccio dei dintorni. Mentre io contendeva fra
questi due partiti, il cameriere venne a dirmi che il signor S. del Nº
35 era sulle mosse per la partenza, e che domandava il permesso di
venirmi a salutare.
--Il signor S., da capo col signor S.; pensai, assolutamente non ci è
scampo; avrei dovuto immaginarlo. E dove vanno essi i passeggieri della
vostra locanda? domandai asciutto.
Il cameriere mi guardò in faccia stupefatto.
--Convien distinguere, rispose; v'ha chi viene per via di mare e parte
per via di terra, e chi invece giunto per terra s'imbarca....
--Non parlatemi d'imbarchi--voglio viaggiare per terra.
--Quand'è così, le vie sono molte....
--Ed è appunto per questo che io non so scegliere....
--Non comprendo.
--Me ne accorgo. State attento. Questo è il numero 80, non è vero? Il
numero 81 è occupato?
--Da un inglese.
--Viaggia?
--È arrivato jeri.
--E il numero 79?
--Da un piltore dì paesaggi.... va a Sestri.
--A Sestri? Ho il fatto mio; ora potele dire al signor S. che l'attendo.
XIX.
A questo punto io non potea più dubitare della saldezza dei miei
propositi; ma siccome m'aspettavo che la vista del signor S. e i suoi
eccitamenti avrebbero ricercato ogni parte vulnerabile della mia
risoluzione, mi raccolsi con tutte le mie forze per resistere
all'attacco.
--Fuggirò per via di terra, mi ripetei.
E mi tenni così sicuro del fatto mio, che avrei sfidato le sirene a
venirmi a provocare sulla spiaggia, che io tanto non mi sarei mosso un
pollice dal mio terreno.
Il signor S. entrò nella mia camera. Partiva fra due ore; sarebbe
sbarcato a Cagliari; offrivami i suoi servigi se io n'avessi bisogno.
Ci siamo, pensai. Risposi sorridendo, e ringraziandolo.
Il signor S. non insistette, e mutò discorso. Mi narrò i suoi viaggi per
l'Italia, ciò che egli vi avea visto di buono, e ciò che parevagli
biasimevole. Conversava assai bene, e da principio lo ascoltai con
piacere. Ma da qualche tempo io m'era distratto; rispondevagli a
monosillabi, e tal volta accennando del capo.
Convien sapere che io m'era fitto in capo che il signor S. fingesse
parlarmi d'altro, ma che in fondo non avesse altra mira che trascinarmi
con lui in Sardegna.
Se non che, pensandovi meglio, conobbi tutta l'assurdità dei miei
sospetti, e come egli non potesse avere alcun interesse a spingermi a
questo viaggio. Però da quel punto abbandonai il mio sistema ridicolo di
difesa, umiliato della debolezza che me lo avea suggerito.
Il signor S. mi domandò dove io intendessi di recarmi, e se mi sarei
fermato ancora un pezzo a Genova.
--Lo vedete, risposi, additandogli le mie valigie.
--Voi partite?
--Per Sestri--balbettai, vergognando meco medesimo d'una determinazione
presa così all'improvviso e per causa così meschina.
--È un'amena posizione--diss'egli.
Poco stante mi strinse la mano affettuoso, mi augurò il buon viaggio--ed
io a lui.
Uscì--io me ne stetti alcun poco immobile guardando la porta ond'era
uscito, e poi le mie valigie, e da capo le mie valigie e la porta.
Frattanto il signor S. ritornò nella mia camera; aveva dimenticato il
suo bastone. Al vederlo il cuore mi si allargò come se mi fossi liberato
da un gran peso.
--Quando arriverete voi a Cagliari? gli dissi.
--Domani notte.
--E dite che fra quindici giorni chi vi andasse con voi potrebbe
ritornare?
Questa seconda domanda la feci più a me medesimo che a lui.
--Anche fra otto; mi rispose.
--Ebbene, signor S., io parto con voi.
Così dicendo presi le mie valìgie, saldai il mio conto col locandiere, e
andai ad assicurarmi un posto a bordo della _Lombardia_.
Qualche ora dopo contemplava sulla tolda quell'immenso anfiteatro di
palazzi, e l'estrema punta del faro che veniva perdendosi ai miei occhi.
XX.
Rividi la mia patria. Benchè vi fossi andato quasi a malincuore, io vi
aveva portato tuttavia le mie illusioni, pochi fiori scampati alla
bufera; e però visitai tutte le reliquie delle mie memorie infantili,
con quella religione severa con cui si visita un ossario di famiglia. Le
memorie sono una parte di noi, perchè il passato è una parte della
nostra vita. Contemplando i luoghi che ridestano le memorie del nostro
passato, abbracciando d'uno sguardo solo tutta la tela della nostra
esistenza, noi ricostruiamo in certa guisa il presente, completiamo la
scienza di noi medesimi; scienza melanconica e difficile, perciocchè
conoscere l'uomo non è altrimenti che conoscere le suo debolezze.
Io non dirò como avvenisse che, recatomi in Sardegna più per forza di
contrasto che per desiderio, e con animo di ripartirne non più tardi di
quindici giorni dopo, mi rimanessi invece poco meno di cinque anni,
gironzando per città e per capanne, visitando rovine di secoli, dopo
aver visitato le rovine della mia povera casa. Anche oggi ripensandoci,
io non so dirlo a me stesso.
Né vorrò farne colpa a te, Elena, bionda e leggiadra creatura, a te così
ricca di lusinghe e così avara d'affetto; però che come io ti ho
perdonato le lagrime che mi hai fatto versare, se tu fosti causa che io
sprecassi i più begli anni della mia giovinezza amandoti senza frutto,
vivendo in una terra che non amavo più, ed in una inazione che tarpava
il mio ingegno, anche questo ti perdono. E so che, malgrado la fatuità
onde sei vestita, il tuo cuore è buono, e la leggierezza dei tuoi sedici
anni può scusare il tradimento. Volgerà lungo giro di tempo senza che io
ti rivegga; passerà forse tutta la mia vita; ma s'egli avvenga che il
destino ci voglia ancora vicini, forse la vecchiaia farà ciò che non ha
potuto fare la balda giovinezza: che le nostre anime s'intendano. Allora
ragioneremo del passato dei novelli amori che ti attendono, del passato
dei novelli amori che m'attendono--se pure mi spetta ancora alcuna parte
di gioia nella vita--Così solitarii percorreremo il sentiero che sarà
segnato agli ultimi nostri passi, tu appoggiata al mio braccio, io al
mio bastone di quercia. E forse scendendo uniti nella tomba, tu mi
bacierai sulla fronte, con più tiepida frenesia certamente, ma con più
verità e con più sentimento che non ne ponesti nel primo tuo bacio.
XXI.
Ritornando a Milano dopo così lungo spazio dì tempo, il mio primo
pensiero fu per Clelia e Raimondo. Due volte soltanto io avevo avuto
loro notizie; l'una per lettera nei primi giorni che io mi trovavo in
Sardegna, e l'altra ad intervallo di qualche mese da un giovine signore
lombardo, venuto in Sardegna per diporto, che io incontrai nelle mie
escursioni artistiche. Raimondo non sapendo ove dirigere le sue lettere,
ed essendoglisi offerta l'occasione, si servì di questo mezzo per farmi
dire che ritornassi presto, ch'egli aveva avuto una bambina, e
ch'avevala battezzata Bianca, e ch'era più felice di prima. Quel signore
lombardo s'era informato di me per qualche tempo senza frutto; e come
avea saputo che io mi era recato a _Quartu_ a poca distanza da Cagliari,
ci era venuto anch'esso. Scrissi subito a Raimondo, ma dopo quel tempo
non ebbi più risposta.
Così io giungeva a Milano coll'anima commossa; mi pareva d'accostarmi ad
una buona amica che avessi abbandonato senza ragione, e mi tenesse il
broncio.
--È finita--dissi, volgendo un'ultima volta il pensiero alla mia
patria--tutta una tela di insidie alla mia debolezza hanno potuto
tenermi ancora presso di te per tant'anni, ma il mio cuore ne è sempre
rimasto lontano; tu non sei più che una tomba per me, la tomba dei miei
cari. Però il mio pensiero volerà spesso fra le tue mura e i tuoi
cipressi, o patria mìa; ma il cuore giammai, però che il cuore sfugge i
sepolcri, però che il cuore è la vita.
In quello stesso giorno andai a far visita a Raimondo. Per via io era
ebbro di gioia; accostandomi a quella casa dove avrei incontrato la
felicità sotto le sembianze della pace domestica, il mio cuore
accelerava i suoi battiti. Pensai alla cara sorpresa che io avrei fatto
arrivando così alla sprovveduta, a quella bambina di tre anni che mi si
sarebbe fatta incontro timorosa, alla serenità del volto leggiadro della
mamma, e all'espressione di gioia severa che avrebbe animato gli occhi
nerissimi di Raimondo.
La sola persona a cui non aveva pensato, e che anzi io aveva dimenticato
in tutto quel tempo, era quel buon uomo snidato dall'altro mondo, quella
creatura dai capelli lucidissimi ed abbondanti, dalle forme svelte e dal
cuore così grande--quella creatura che aveva spinto il suo disinteresse
e il suo affetto per Raimondo, fino a lasciare il suo sole cocente per
seguirlo; fino a deporre il suo _poncho_ e rinunziare al suo
_barbotto_--_Charruà_ della tribù dei _Charruà_.
Al contrario egli si ricordava assai bene di me, e non appena mi vide,
diè un picciol grido di sorpresa. Lusingato da questo segno
straordinario di simpatìa, io apriva le labbra ad un sorriso; ma non ne
ebbi tempo, che Charruà si compose d'improvviso a mestizia; crollò il
capo mestamente, chinò gli occhi al suolo e con voce bassissima come è
il costume della sua razza:
--Voi qui, signor Giorgio--mi disse--vi aspettavo.
A quell'accento, a quell'espressione desolata, io fui sorpreso più che
atterrito, tanto il mio cuore era lontano dalla melanconia. Guardai
Charruà, e vidi come il suo volto nerastro avesse smarrito quella
lucentezza che gli aggiungeva grazia, come le sue guancie fossero
infossate, e i suoi occhi non brillassero più come una volta.
--M'aspettavate, gli dissi: che è dunque avvenuto?
--L'amico del mio signore, risposemi Charruà tristamente, è venuto la
prima volta in giorni di mestizia, l'amico del mio signore non vide
questa casa nei giorni della gioia--egli non poteva fallire: la
sventura, ovunque egli fosse, dovea parlare al suo cuore e richiamarlo
nella casa dell'amico.
--Raimondo dunque?
--Il mio signore non tarderà a venire; il vedervi gli farà bene.
Così dicendo m'accennava di entrare nelle stanze di lui. Io aveva in
pratica la casa e lo precedetti sbadato; avevo in mente un pensiero
terribile che non osavo dire a me stesso.
Entrando nella sala, mi soffermai dinanzi ad un gran quadro ad olio di
finissimo pennello; raffigurava una donna giovine e bella, ma con tanta
verità di tinte e con così vivo distacco, che pareva dovesse balzar
fuori ad un tratto dalla nera cornice.
Quella donna era Clelia. Al vederla rimasi come impietrito; il cuore mi
parlava troppo palesemente, perchè io potessi dubitare della verità dei
miei timori; ma smanioso d'uscire da quell'ultima incertezza, e d'altra
parte timoroso di perderla d'un tratto, non osavo rivolgermi per
interrogare Charruà.
Poco stante mi rivolsi. Egli era a due passi da me, colla testa china e
colle braccia incrociate. Lo guardai; mi guardò, ma non disse motto; e
siccome io m'accostai a lui ed insistetti dello sguardo, egli sciolse le
braccia e le lasciò cadere lungo i fianchi.
Quel gesto fu una rivelazione. Impietrito dalla fatale novella io non
parlai per alcun poco. Charruà mi si fece accosto, con un brusco
movimento del capo gettò innanzi le lunghe anella dei suoi capelli, e mi
bisbigliò all'orecchio:
--Lo Charruà non incanutisce mai, i suoi capelli sono sempre neri come
l'ala del corvo. Osservate signore come il vostro servo è mutato.
Io lo guardai con tenerezza: i suoi capelli una volta nerissimi,
incominciavano infatti ad incanutire. Gli porsi la mano, e fè atto di
portarsela alle labbra--m'accorsi che il suo ciglio era umido di pianto.
--Morta! sclamai in quel punto, guardando ancora una volta quel quadro.
--Morta--ripetè Charruà con voce fioca come un soffio di vento.
In quel punto entrò Raimondo. Mi vide e mi mosse incontro senza
affrettare il passo.
Lo strinsi fra le braccia: "sono io, gli dissi, l'amico tuo, il tuo
Giorgio."
Mi guardò in volto: "Tu qui!" sclamò poi con lieve accento di
meraviglia. E fu il solo cenno ch'egli mi facesse del suo piacere nel
rivedermi; ma io pensai che il dolore profondo gli impediva di
manifestarlo, ma che, sebbene l'anima sua fosse fatta in certa guisa
insensibile, egli ne provasse tuttavia grande conforto. Però lungi
dall'offendermi della sua freddezza, rimasi più atterrito e dolente del
suo strazio.
Mi si strinse al seno, ed appoggiò il capo sul mio omero.
Charruà in un canto della sala, immobile come una statua, col capo
ricurvo sul petto, gettava ad intervalli uno sguardo pauroso e dolente
sul suo padrone. Una folla d'immagini desolate mi empiea la mente ed il
cuore.
D'improvviso Raimondo si scosse, e stringendomi al petto, mi disse con
accento di tristezza indefinibile:
--Che tu sia il benvenuto, amico mio--poi guardando il ritratto dì
Clelia, ed accenandolo col dito: da un mese io sono solo.
Non disse altro; ma mi fe' segno che lo seguissi e mi trasse verso la
sua camera.
Nell'uscire da quella sala, mi rivolsi, e vidi Charruà immobile, colle
braccia incrociate e colla testa inclinata sul petto.
XXII.
Io non aveva avuto agio di contemplare il volto di Raimondo; però non
appena fui seduto al suo fianco il primo mio sguardo corse a ricercare
nei suoi lineamenti le traccie del suo dolore. Il dolore ha una
terribile maniera d'alterare le sembianze dell'uomo; non è quella
magrezza che succede ad una lunga malattia, ma una tinta indefinibile e
sfumata di languore, un solco che non apparisce, ma che pure è profondo,
credetelo, assai profondo.
Volsi l'occhio in giro per la camera; ogni cosa diceva l'abbandono e la
mestizia; pareva che le stesse pareti vestissero il lutto. La polvere
s'era addensata sugli scaffali dei libri; i ragni erano venuti ad
attaccare i loro fili sovra alcune tele preziose di scuola fiamminga; da
per tutto dove prima era l'ordine, regnava la trascuranza; si vedevano
vasi di Sassonia posti alla rinfusa, e le più belle armi delle fabbriche
di Boston giacenti confusamente in mezzo ad alcune vecchie medaglie
irruginite.
Volli provarmi a confortare Raimondo. Egli sorrise, ma non cercò
d'interrompermi e continuò a tenere il capo fra le palme ed a guardare
fissamente il suolo con un'espressione d'amarezza disperata.
Compresi come la sua doglia non avesse rimedio.
Il sommo dolore rifiuta i conforti; è severo e sdegnoso insieme; soffre
e tace; guarda con occhi immobili, ma senza lagrime. Anche la sventura
ha il suo pudore; le grandi sventure passano in mezzo agli uomini
tacitamente; il loro lamento sale al cielo, ed è un ruggito. Ma tuttavia
è pur la misera cosa questa fragile e boriosa natura nostra: nè il
disastro dell'uomo era tanto lieve, che vi si aggiungesse questa barbara
e cieca compiacenza d'alimentare il proprio affanno, di vivere in esso,
di fissare la propria sciagura senza volerne distogliere lo sguardo un
istante.
Ammutolii.
Raimondo si rivolse a me, quasi timoroso d'avermi offeso; ma come vide
che il mio volto gli parlava più la compassione che il rammarico,
sorrise ancora tristamente e si ricacciò nella sua tetraggine.
Lasciai quella casa sventurata coll'anima inquieta ed abbattuta. Nello
scendere le scale m'incontrai in una bambina guidata per mano da una
vecchierella.
Vestivano il bruno entrambe: riconobbi subito Bianca, la figlinoletta di
cui avevami fatto cenno Raimondo. La sollevai sulle braccia, e la baciai
in volto. La vecchierella, che non mi aveva mai veduto, mi guardò
sorpresa, ma mi lasciò fare--la piccina sorrise.
Era una creatura dolce, uno di quei leggiadri amorini, dei quali Albano
s'è tante volte compiaciuto, e che hanno fatto celebre il suo pennello.
Viso affilato, pallido e lungo, capelli ondeggianti, ocelli grandi ed
espressivi. Somigliava a Raimondo ed alla povera mamma insieme, ma più a
Raimondo; tuttavia, osservandola alcun tempo, mi parve di veder rivivere
su quel volto infantile la memoria di Clelia come io l'aveva vista la
prima volta in casa della contessa.
Per via pensai al modo con cui Raimondo mi avea accolto, al modo con cui
mi avea parlato, alla natura del suo dolore che erami parso avesse
dell'amarezza, e credetti di vedere in tutto ciò un mistero, e che la
sola morte di Clelia avesse dovuto affliggerlo, non dirò meno
intensamente, ma in un modo diverso.
Colla mente fissa in questo pensiero almanaccai cento cose stranissime
senza frutto; e allora cercai di darmi pace dicendo a me stesso come
fosse naturale che Raimondo si dolesse insieme della perdita di Clelia,
e si amareggiasse del suo destino. Questa spiegazione mi appagò alcun
tempo, e mi vi acquietai; ma ben tosto i miei dubbi risorsero, e da capo
le mie ricerche, e le mie fantasie.
XXIII.
Il giorno dopo ritornai in casa di Raimondo.
Vi andavo con animo commosso, ma pur deciso a farmi forza, a parlargli
la voce confortevole dell'amicizia, e dove fosse stato necessario, la
voce del rimprovero. Egli era giovine, dovea esser forte--era padre,
doveva almeno _vivere_. Gli avrei parlato francamente; avrei affrontato
il suo dolore, gliene avrei rinnovato a vivi colori l'immagine,
ricordandogli la sua felicità di cui appena io era stato testimonio, e
la grandezza della sua sciagura; ma lo avrei costretto a palesarmi tutto
il suo segreto, se pure egli ne nascondeva uno, a versare il suo cuore
nel mio--fors'anco a piangere.
Contavo molto sul mio progetto; io prevedeva che se fossi riuscito ad
avere la sua confidenza, avrei avuto in mie mani la sua salvezza.
Comunque il mio tentativo dovesse andar fallito, avrei fatto il debito
mio. Se la sorte mi avea richiamato presso di lui nei giorni della
mestizia, io doveva accettare il mandato che mi si confidava: non avrei
potuto rifiutarmi senza tradire l'amicizia, senza disconoscere la tela
misteriosa e provvidenziale che riuniva l'esistenza di Raimondo alla
mia.
Charruà mi mosse incontro--il suo signore non era in casa. Domandai dove
avrei potuto incontrarlo, e parve titubante se dovesse dirmelo; ma
questo dubbio durò poco; mi accennò del dito una corona di semprevivi
che pendeva da un angolo della parete, e mi disse come Raimondo uscisse
ogni mattina con una corona consimile, ma non volesse essere seguito.
--Ci andrò--dissi risoluto. Ed uscii senza domandar altro.
Mi diressi verso un cimitero. Quale? Non vi avevo pensato: però mi
cacciai in una carrozza da piazza e ordinai mi si conducesse al più
vicino.
Vi giunsi in breve ora, e vi posi il piede con un senso di raccapriccio.
Pensavo a Clelia che forse dormiva in quel luogo, a Clelia già così
bella, così felice; e venivanmi in mente le ultime parole che ella mi
aveva rivolte con tanta dolcezza.
--A rivederci, a rivederci--io andava ripetendo dentro di me, e vi
scorgevo non so che di melanconico che mi toccava il cuore.
--Or ecco dove io ricerco la tua memoria, povero angiolo.
Mi avanzai trepidante, e spinsi lo sguardo innanzi a me.
Un'ampia pianura seminata di croci nere incurvato al suolo; qua e colà
alcune lapidi bianche colle iscrizioni sbiadite dal tempo, alcune fosse
scavate di recente, e accanto ad esse un mucchio d'ossami--ecco quel che
s'offerse ai miei occhi.
Raimondo non era in quel luogo. Volli ritornare indietro, ma poi che la
carrozza s'era allontanata, e mi avrebbe toccato rifare a piedi la via,
disperai d'incontrarlo per quel mattino.
Avanzai lentamente, quasi sbadato, attraverso quei sentieruzzi. Non so
più che mi avessi in capo, ma al vedermi così solo in quel luogo, io mi
sentii come compreso da una misteriosa trepidanza.
Buttai a caso lo sguardo sopra alcune inscrizioni; e mi parve di vedere
i superstiti lagrimosi, e d'udire i rotti singhiozzi, e mormorare fra le
lagrime agli indifferenti le virtù dei defunti.
Un'anima ha vissuto--è partita; è la storia di ognuno.
La tomba ha una parola sola per tutti; ogni tomba ha un'intera leggenda
che non è compresa che da pochi--talvolta da un solo--e per poco tempo.
Più tardi ogni altro accento è muto; il santuario della morte non parla
più che la sola parola della morte.
Pure crediamo dì temperare con poche parole la legge inesorabile, e che
i passanti debbano arrestarsi e indovinare dal nome che ci è caro tutto
il tesoro di memorie che egli ridesta nel nostro cuore.
All'improvviso scorsi d'innanzi a me una lapide nuova; era di marmo
bianco, semplicissima nel disegno e non abbondava di iscrizioni.
Il cuore martellavami il petto come volesse spezzarlo. M'accostai a
quella tomba e vi lessi commosso queste bibliche parole:
"Perchè mi hai tu abbandonato?"
Nè so che la pomposa eloquenza m'abbia mai cercato il cuore così
profondamente.
Io non poteva indovinare chi fosse chiuso sotto quel marmo, poichè la
menzogna non ne aveva tessuto l'elogio; ma comprendeva lo strazio di chi
ne aveva lagrimato la morte.
Più oltre erano nuove iscrizioni, e tutte levavano a cielo le
impareggiabili virtù del defunto, e compiangevano lui morto, come se
egli avesse a mendicare ancora sulla terra il pane, gli onori e
l'adulazione.
Però mi raccostai a quella tomba recente.
"Perchè mi hai tu abbandonato?" Era tutto--una storia d'affetti
spezzata, un mondo di sogni svanito.
Pensai a Raimondo ed a Clelia.
M'allontanai un'ora dopo dal cimitero, senza essere andato più in là
nelle indagini per cui era venuto. Fantasticai mille cose meste, ma
senza potermi togliere di capo quel moto: "perchè mi hai tu
abbandonato?"
XXIV.
Nei giorni successivi io non vidi Raimondo. Mi era recato più volte da
lui, ma Charruà aveami detto che il suo signore non era in casa.
Anche Charruà parea sempre più tetro; l'ultima volta che io gli avea
parlato aveami risposto con un mugolio strano che non giunsi ad
intendere. Argomentai però giustamente dal contegno di lui, dello stato
di Raimondo. Charruà era come uno specchio dell'anima del suo signore;
non subiva altre impressioni, non amava altri affetti, non pativa altri
dolori che quelli del suo protettore. Così egli chiamava Raimondo, e il
suo occhio si addolciva pronunziando questa parola, come se gli
ridestasse in mente una memoria assai mesta. Né io seppi mai che cosa lo
legasse con tanta riconoscenza al mio amico, ma della riconoscenza non
incontrai certamente e non incontrerò più mai sulla terra immagine tanto
viva.
A poco a poco il mio demonio andò cacciandomi in mente che Raimondo non
volesse vedermi, e che perciò mi facesse dire che non era in casa. E da
prima pensai che egli non volesse essere turbato nel suo dolore e che io
subissi la sorte di tutti--e me ne dolsi amaramente pensando alla nostra
amicizia, e ai diritti ed ai privilegi che io credeva mi spettassero; ma
più tardi andai oltre a credere che egli cercasse di fuggirmi
accusandomi d'essere stato io la causa delle sue afflizioni. Però,
siccome io mi teneva innocente e l'ingiustizia mi accende il dispetto
nel cuore, stetti alcun tempo senza far ricerca di Raimondo, fingendo
non curarmi di lui.
Se non che il mio proposito venne meno a poco a poco; in pari tempo che
il mio sospetto andava dileguandosi; né corsero quindici giorni, che mi
recai in casa della contessa sotto il pretesto di farle visita, ma in
realtà coll'animo pieno di speranza di sapere dalla sua bocca qualche
cosa dei cinque anni che erano passati.
La contessa mi rivide con gioja--mi parlò di Clelia con molta
mestizia--e mi chiese notizie del "povero Raimondo."
Ella accentuò con dolore queste ultime parole, e mi parve di leggervi il
compianto e quasi un rimprovero d'essere stata dimenticata da lui.
Non avevo adunque nulla ad apprendere da essa. In quei cinque anni
Clelia e Raimondo erano stati spesso nelle sue sale. Le erano parsi
entrambi felici, fino agli ultimi mesi, nei quali Clelia avea cominciato
ad ammalarsi--d'allora in poi li aveva veduti più di rado--nelle ultime
ore di vita della povera Clelia, s'era trovata al suo capezzale--non
sapeva dirmi altro.
Mi tornò in mente il vecchio generale; e siccome parevami che io avrei
potuto saperne di più da lui, ne chiesi alla contessa.
Tentennò il capo, e mi disse ch'era morto. Poco dopo le nozze della sua
Clelia era stato colpito di gotta una prima volta, e n'era guarito in
tempo per poter tenere al fonte battesimale la piccola Bianca che egli
chiamava teneramente la sua nipotina. Poi siccome un nuovo accesso del
suo male gli avea tolto l'uso delle gambe, e lo aveva costretto a vivere
nel suo sepolcro imbottito, com'egli aveva battezzato in un momento di
buon umore il suo antico seggiolone di cuojo verde, s'era dato
all'assenzio. Alla momentanea forza che egli ritraeva da questo liquore
doveva le sue ore più gaje; e però in breve ne abusò. I medici
pronosticarono che seguitando di tal passo non avrebbe vissuto più di
qualche mese; egli lo sapeva e se ne compiaceva. "Non vedo l'ora, soleva
dire, di potermi rizzare dal mio sepolcro imbottito--in quei di sasso,
scommetto, ci s'ha a star meglio." Quando fu agli estremi di vita volle
gli si recasse un bicchiere d'assenzio, e siccome quello che gli veniva
apprestato non era ricolmo, pregò lo si colmasse. Poi lo sollevò, e lo
tenne alcuni istanti innanzi agli occhi, dicendo: "come è bella la luce
traverso questo bicchiere!"
Queste erano state le ultime sue parole, ed era morto nelle braccia di
Clelia e di Raimondo.
La contessa narrandomi questo triste avvenimento non poteva arrestare le
sue lagrime.
Nell'uscire ella mi domandò se io avessi notizie del signor Eugenio S.
pittore, amico di Raimondo.
--Eugenio S., sclamai, egli dunque fu qui!
--Non lo sapevate? È circa un anno che egli è ripartito per Roma; ma
visse a Milano alcuni mesi.
Quella notizia sconvolse la mia testa. Io non avevo saputo dell'arrivo
di Eugenio a Milano; nè Raimondo me ne aveva parlato. In ciò non era
certamente nulla di straordinario, ma tuttavia io mi domandavo senza
frutto perchè Raimondo non mi avesse parlato d'Eugenio. Era stato
calcolo o dimenticanza? E se il suo dolore consentivami quest'ultima
interpretazione, come spiegare il suo silenzio quando io era ancora in
Sardegna e Clelia viveva? E perché non mi aveva prevenuto di ciò? perché
Eugenio stesso non avea cercato di farmene prevenire o di prevenirmene
egli stesso? Tutto quel dì m'affannai in tale pensiero.
Il giorno successivo incontrai Raimondo per via--era il cielo che lo
inviava; io non aveva ancora cessato di pensare ad Eugenio; però me gli
accostai con animo di domandargliene novelle.
Al vedermi, Raimondo non mostrò sorpresa; mi venne incontro benevolo, si
sforzò di sorridere e si scusò meco della sua condotta. Ciò valse a
dissipare i miei primi sospetti, né io vidi più in lui l'ingrato, ma
soltanto l'infelice.
La sua fisonomia s'era come allungata dal dolore; il suo passo era
grave, teneva il cappello assai calato sugli occhi, e l'abito nero
abbottonato fin sotto la gola.
Poco stante gli parlai d'Eugenio e gli domandai se ne sapesse qualche
cosa. Mi parve che impallidisse, e stentasse alquanto a rispondermi; poi
mi disse che Eugenio non gli aveva scritto da molto tempo.
Siccome io mutai subito discorso, egli mi guardò in volto sospettoso, ma
parve rassicurarsi. Non mi sfuggì quello sguardo e ne penetrai il
senso--però da quel punto ebbi fermo in mente che Raimondo mi celava un
segreto.
XXV.
Un segreto! E di qual natura poteva egli essere questo segreto che
resisteva all'amicizia? O forse che io non ero più l'amico di Raimondo?
ovvero la sua fede nell'amicizia s'era affievolita tanto da farlo
rinunziare alla confidenza?
Per gran tempo mi dibattei in questi pensieri. Vi è qualche cosa che ci
avvelena più che un inganno in amore, ed è un amico perduto--e quel
dubitare d'un amico, quel vederselo innanzi, ma non più sotto l'aspetto
d'un tempo, quel ritentare il passato e trovarlo muto, e vedere un seno
una volta aperto agli entusiasmi confidenti chiuderci gelosamente il suo
segreto, non è certamente meno doloroso. Avanza melanconica e tenace la
memoria, ma essa stessa è tortura; si rimane avviticchiati come un'edera
dissecata ai rami spenti d'un olmo montano--ma la vita non corre più
fra le loro fibre; e quel freddo amplesso è un supplizio.
E tuttavia io non voleva credere che Raimondo fosse mutato verso di me;
e lottavo meco medesimo per persuadermi che la sua amicizia aveva
sopravvissuto alla distruzione del suo cuore. Domandavo questa fede ad
ogni cosa, ad una stretta di mano più lunga, ad un saluto più
affettuoso, ad un sorriso più confidente. Quando io gli era vicino, e
potevo vederlo e parlargli, mi confortavo in cuore, però che mi paresse
di riconoscere ancora il Raimondo d'un tempo; ma come io mi allontanava,
la sua immagine si alterava nella mia mente; non era più lui.
Non dirò se io ne soffrissi. Raimondo se ne accorse e venne più spesso
da me; talvolta si trattenne meco, ma poi che non mi sfuggiva lo sforzo
che egli vi poneva, gliene fui grato, ma disperai d'arrestare il
fantasma della nostra amicizia che si era oramai dileguato.
Mi ricordai d'Eugenio. Forse verso di lui io era assai colpevole; ma la
lontananza non avea reso lui meno colpevole di me. Non ci avevamo
scritto che poche lettere--la nostra vita intima ci era ignota a
vicenda. Pure Eugenio aveva un cuor buono, e in quelle giornate di
solitudine, sconfortato dei miei affetti, timoroso di vedere distrutte
le ultime corde armoniose del mio seno, pensai a lui con desiderio, e
gli scrissi con abbandono.
Mi rispose una lettera mesta; si scusò del suo silenzio; mi parlò dì
Roma e d'arte; ma non mi disse nulla di sè medesimo, del suo passato.
Gli aveva parlato a lungo di Raimondo per eccitarlo a ragionarmi del
tempo in cui egli s'era trovato a Milano, ma non ne fe' cenno. Mi lasciò
sperare che sarebbe venuto a stabilirsi vicino a me ed a Raimondo, la
cui sciagura appresagli per la prima volta dalla mia lettera avevalo
afflitto acerbamente.
Questa lettera d'Eugenio non rischiarò punto le mie tenebre.
Mi raccolsi in me medesimo; ricercai la solitudine, e domandai conforto
al lavoro.
Passarono così alcuni mesi; Raimondo veniva a quando a quando da me; il
suo dolore aveva perduto d'acutezza, ma non era perciò meno intenso o
meno profondo; si era rassegnato al suo destino, ma alla guisa
dell'albero che, incurvato dalla bufera, rinnova la corteccia e riprende
la sua vita, ma non dirizza mai più i suoi rami.
Una sera io me ne stava seduto accanto al caminetto, avvolto nella mia
veste da camera, contemplando alcuni tizzoni che crepitavano scherzando
colle loro lingue turchine. La neve scendeva a larghi fiocchi; il
ghiaccio avea disegnato a bizzarre fioriture le vetrate del mio balcone.
D'improvviso venne picchiato al mio uscio. Era Charruà. Il suo signore
mi pregava di recarmi da lui; aveva bisogno di me, e che io vi andassi
subito se non mi fosse grave.
Buttai in un canto la mia veste da camera; indossai un soprabito, e mi
recai in compagnia di Charruà in casa di Raimondo.
XXVI.
Lo incontrai seduto sul suo letto. Egli mi aveva atteso con impazienza
ed avea temuto che per qualche incidente io non avessi potuto arrendermi
al suo desiderio. Però appena mi vide balzò da letto e mi corse
incontro; si acconciò in furia e mi trasse d'accanto al camino.
E mi disse come fosse stato male tutto il dì, e come avesse avuto in
mente per molte ore di farmi avvisare, ma non fossegli bastato l'animo
di farlo prima. Aveva molte cose a dirmi, delle confessioni a farmi, dei
consigli a chiedermi.
Era nelle sue parole tanto dolore, e tanto e così sincero pareva il
pentimento della riservatezza usata meco fino a quel punto, che se anco
io vi avessi visto una colpa, ed in quel momento la mia mente rabbonita
era assai lungi dal pensarlo, non avrei domandato di meglio che di
perdonargli.
Lo confortai, e gli dissi che io mi era accorto che egli mi celava
qualche cosa, e che mi aveva punto al vivo non già il desiderio di
conoscere i fatti suoi, nè il dubbio d'aver perduto la sua amicizia, ma
il timore d'essere stato io la causa di qualche suo dispiacere che
ignoravo. Sapevo di mentire, ma lo facevo con tanta sicurezza come se
compissi un dovere--e forse non ebbi torto.
Raimondo fu lieto delle mie parole; parve meditare alcun poco, poi come
se, vincendo gli ultimi attacchi della sua titubanza, avesse preso il
suo partito, accostò con un moto risoluto la sua seggiola vicino alla
mia, poi ordinò a Charruà d'accendere un candelabro.
Poco stante, a conciliare la mia attenzione, mi prese le mani, e le
strinse nelle sue.
XXVII.
--Ho aspettato fino ad oggi, prese egli a dire con voce commossa, e
avrei forse aspettato ancora; sarei disceso nella mia tomba senza che
l'amicizia avesse potuto guardare nel mio povero petto--ma oggimai è
impossibile indugiare; io non trovo dentro di me tanta forza per
determinarmi ad un partito; ho bisogno dei tuoi consigli: a tal patto ti
svelerò l'animo mio.
"Non ti offenda questo sentimento d'egoismo; poichè gli è forse meno
biasimevole che tu non pensi; fors'anco non è egoismo. So di non
frodarti nulla tacendo; so pure che la confessione che io ti farò
scemerà il mio affanno--se v'era dunque colpa in me, era quella di voler
essere solo a soffrire; se v'era egoismo nel mio contegno, egli era
certamente un egoismo assai strano--l'egoismo del dolore.
"Non è un segreto il mio, non è una colpa--è un dolore. Se ti dirò cosa
che tu ignoravi, non credere che per contenderti questa scienza io abbia
taciuto finora. Altri avrebbe potuto dirti la stessa cosa, nè io me ne
sarei afflitto. Ma ciò che nissuno poteva dirti, è ciò che io solo
conosco, ciò che io ho serbato per me solo fino ad oggi gelosamente, lo
strazio del mio cuore.
"Io solleverò per te questa cortina che ho calato sul mio passato per
isolarlo, ed isolarmi in esso--dividerò teco l'affanno patito e quello
che mi rimane a patire--il mio strazio sarà il tuo.
"Ho lottato molto per arrestare questo giorno; oggi mi arrendo, ma fui
già vincitore. Io era riuscito ad abituarmi a me medesimo, a questa
solitudine che mi era odiosa, a questo martello inesorabile del pensiero
che mi raffigurava il mio martìrio; era riuscito a creare una colpa per
fare di me un colpevole, e aver diritto di riversare sopra di me l'opera
fatale della sorte. Ho provato dei rimorsi, dei rimorsi incessanti,
inauditi--e li aggiunsi all'anima mia con compiacenza.
"Di tal guisa ho perpetuato il mio dolore--e me ne tenni lieto. Il mio
dolore! Avrei temuto di perderlo, perchè era l'unica cosa che mi
rimaneva di Clelia.
"Oggi vi rinunzio. E che altro potrei far io, povera creta? So io che
faccio? Posso io dire al mìo cuore: batti più forte,--poss'io dire alla
mia mente: raccogliti, sii calma? Oimè! lo sento, qualche cosa si è
spezzato nel mio organismo--un nonnulla forse, una mollecola
spostata--ma è tutto; io non ritrovo più il filo che dirigeva questo
fantoccio--me lo sono lasciato sfuggire di mano--in nome del cielo
ditemi dunque se queste sono le mie gambe, se queste sono le mie
braccia...."
Raimondo si tacque. Aveva pronunciato con tanta vivacità queste ultime
parole, che io lo guardai per un istante atterrito. Non andò guari che
egli mi sorrise e proseguì più calmo, ma con accento di mestizia
profonda:
--L'ho pensato anch'io, l'ho desiderato, l'ho perfino sognato.
Impazzire! rinunziare alle idee--non serbarne che una per tutta la vita,
non volere e non potere averne mai, nè un solo istante, un'
altra--essere sempre con Clelia, accanto al suo letto di morte, la sua
testa incadaverita vicino alla mia, i suoi sguardi immobili fissi nei
miei, le sue labbra gelide appoggiate alle mie labbra, e baciarla
avidamente, d'un bacio lungo, profondo;... L'ho pensato, l'ho
desiderato.
"Ma se la pazzia mi contendesse l'ultimo raggio di luce dell'intelletto,
e che non vi rimanesse neppure la memoria! Questo pensiero mi ha
atterrito.
"È forse meglio non essere pazzo: posso guardarmi in faccia e domandarmi
conto--e penetrare nel mio seno per vedere se le ferite sono sempre
profonde, e lacerarle perchè non guariscano. E quando la mia mente avrà
cessato di vivere del pensiero di lei, io potrò pagare due scudi perchè
s'inchiodi la mia bara; e dire all'anima mia: vattene in pace, non hai
più nulla a fare quaggiù--credilo, non ci hai più nulla a fare."
Ammuttolì d'improvviso e si cacciò il capo fra le mani con un moto
disperato. Compresi come il risvegliarsi di quelle memorie così tristi
lo avesse commosso. Però mi tacqui, pensando che forse ciò gli avrebbe
guadagnato un intervallo più lungo di quiete.
Non andai errato nel mio pronostico; e siccome io aveva continuato a
guardarlo sott'occhi, vidi ben tosto che egli risollevava il capo.
Aveva il ciglio asciutto, nè vi si scorgeva traccia di lagrime versate;
pure egli aveva pianto. Alla guisa del leone ferito che cancella il
sangue caduto sulla sabbia del deserto, egli aveva nascosto il suo
dolore.
Raimondo aveva del leone e del fanciullo--ruggiva o piangeva. Arcano
impasto di gagliardia e di debolezza, le sue guancie conoscevano il
rossore della vergine, i suoi occhi avevano i lampi della collera. A
quel subitaneo e risoluto drizzarsi della sua testa orgogliosa, a quel
guardarmi in volto fisso, alla frequente ansia del suo petto, mi si
rivelò tutta la selvaggia natura di quell'anima di fuoco. E pensai
quanto dovesse essere grande il suo dolore, perch'ei ne fosse così
vinto, quanto grande l'amore che egli aveva educato nel suo cuore per
Clelia, e quanto atroce la sciagura che gliela aveva ritolta per sempre.
E tuttavia io non fui pago; e dissi a me stesso che ciò non era tutto,
che la battaglia di cui io vedeva le rovine aveva dovuto essere non solo
tremenda, ma lunga--che la potenza dell' urto improvviso era grande, ma
che il petto di Raimondo vi avrebbe resistito, se una lotta continuata
non ne avesse prima travagliato e paralizzato le forze.
Per qualche tempo Raimondo non disse motto; io dal mio canto taceva. Le
fiammelle del candelabro guizzavano dinanzi ai nostri occhi, mescendo il
loro debole crepito al nostro respiro.
Mi trassi più presso al mìo amico, ed appoggiai le mani sulle sue
ginocchia. Egli mi guardò, lasciò cadere il capo un istante, poi lo
rialzò d'un tratto, e prese a narrarmi la storia del suo dolore.
XXVIII.
"Sono oramai cinque anni--te ne ricordi? Ci separavamo con mestizia, ma
senza gran dolore,--la felicità mi facea sentire meno l'affanno della
tua partenza--il pensiero di sapermi felice e un cotal poco la
compiacenza d'essere tu la cagione della mia pace ti rendeano forse meno
amara la solitudine in cui andavi a cacciarti.
Non ho mai dimenticato quel giorno; non lo dimenticherò forse mai; e
tuttavia sebbene io tenti talvolta a gran fatica di rappresentarmene
agli occhi l'immagine, non so riuscirvi--al mio quadro manca sempre
qualche cosa. Che mai? un po' di pallore sulle tue guancie e un po'
d'abbandono nei tuoi passi vacillanti forse.... no in fede mia non è
questo. Io so troppo bene che un pittore non potrebbe aggiungere un solo
tocco di pennello a completare la mia immagine--ma tuttavia è
imperfetta. Forse è l'anima mia che è monca; forse il velo dietro cui si
è celata la mia esistenza è troppo fitto, e il passato che io scorgo
attraverso non difetta che di luce. Ah! quest'ombra immensa, questa
nebbia che mi circonda, che mi preme come una cappa di piombo, e di cui
la mia anima neghittosa si compiace! Invano ho tentato talvolta di
sollevarmi, di uscire dalla bigia atmosfera in cui vivo per guardare
ancora una volta il sole. E mi sono detto che vi ha forse ancora qualche
dolore più grande del mio che trabocca dal petto degli uomini, e che io
devo portarvi il mio cuore a raccoglierlo. Ma anche l'entusiasmo del
sagrifizio si è spento in me--sono diventato egoista, non già per paura,
ma per inerzia--ingeneroso senza essere malvagio; incapace di gran male,
ma incapace ad un tempo di bene.
Giammai, io penso, trasformazione più ingrata è avvenuta nella tempra
gagliarda degli anni giovanili. La rovere orgogliosa si è spogliata
della ruvida corteccia, ha barattato i suoi rami rozzi e tenaci colle
pieghevoli fronde del salice che piange senza lagrime.
Talvolta penso che ho torto di lamentarmi--non ho avuto io la mia
giornata?--sia pure un'ora sola nella vita, che importa se almeno in
quest'ora si ha vissuto? Quanti più sventurati di me non bevettero mai
alla coppa della felicità! Ho amato potentemente--fui potentemente
amato--l'amarezza ha seguito la pace--e sia--cotesta è la legge degli
uomini. Il dolore segue i nostri passi e cammina veloce. Quand'ei ci
avrà raggiunto più nulla--tant'è: procuriamo che ciò avvenga più tardi
che sia possibile, e sopratutto non voltiamoci indietro per via.
Ma il sillogismo si è spuntato contro il mio cuore codardo; lungi dal
ricingermi di forza per resistere e soffrire, ho imprecato alla natura;
mi son detto che quando la carriera delle rose è finita, non conviene
andar oltre un passo, ma seppellirvisi per sempre--che se il calice non
può darci altro che amarezza, la mano dell'uomo deve allontanarlo dalle
sue labbra e buttarlo nel mondezzajo, perché nissuno più lo raccatti.
Comprendo quanto egoismo si nasconda in questi principi; e che se
pensassero tutti di tal guisa, il mondo rassomiglierebbe ad uno
sterminato deserto, e i palagi e le ville sarebbero covili e tane
tortuose, e gli uomini serpenti raggomitolati. Ma anche di
quest'immagine talora mi compiaccio--e in verità che tra la bava del
rettile, e l'adulazione che ci circonda, io non so dire quale più bassa
e più oscena--nè se dal confronto l' uomo possa uscirne a miglior
partito e col vantaggio dalla sua.
Vorrei poterti rappresentare al vivo lo spettacolo della mia felicità
d'un giorno perché tu potessi comprendere lo strazio che ho patito.
Io non so se mai altr'uomo abbia sentito voluttà così intense e tanto
profondamente--l'amore, l'abbandono soave e tenero di due anime, quella
confidenza totale che accomuna e confonde le esistenze, quel palpito
concorde che accende le fiamme del desiderio e avviva la sete perenne di
baci. Io ho provato tutto ciò; ed è rimasta nel mio petto un'impronta
indelebile di quella vita, e quasi un'eco del passato che vi ridesta a
quando a quando un sussulto povero e mesto.
Sì, io fui felice; quant'uomo può immaginare, quanto fantasia di poeta,
o sogno d'innamorato può creare. Clelia, il fantasma rosato che io aveva
vagheggiato spasimando per tanto tempo, era finalmente mia, fra le mie
braccia--era mia, palpitante, carezzevole, lieta delle mie carezze. La
nostra vita fu per gran tempo un idilio, uno spasimo dolce, una festa
d'amore.
Nei nostri slanci d'affetto ci chiamavamo coi motti più teneri; a poco a
poco i nostri stessi nomi si corruppero nelle nostre labbra in cento
vezzeggiativi, e ne vennero fuori due parole bizzarre, senza senso, ma
che per noi ne avevano uno dolcissimo. È con quel nome strano che io la
chiamo nei vaneggiamenti delle mie notti insonni, e mi pare ch'ella
risponda alla inia voce e che susurri alle mie orecchia in una favella
misteriosa la sua risposta.
Ci eravamo abituati al piacere d'essere insieme, di vederci ad ogni
istante, e tuttavia noi sapevamo rinnovare tutti i giorni al nostro
cuore lo stesso giubilo, colla stessa potenza di vita, colla stessa
frenesia; insaziabili sempre l'uno dell'altro, quando eravamo lontani ci
pareva d'essere incompleti. Le più strane e sciocche paure si
affollavano nella mia mente s'egli avveniva che io dovessi separarmi per
poco da lei; diffidavo della mia felicità; parevami che il più leggiero
soffio l'avrebbe fatta svanire.
Quando eravamo dappresso deliravamo di contentezza; se mi accadeva
d'uscire un istante, essa correva al balcone per seguirmi collo
sguardo--e siccome sporgeva il corpo dal davanzale per vedermi più a
lungo, io mi voltavo cento volte trepidante, e le faceva segno di
ritirarsi. Ella sorrideva, i passanti ci guardavano e sorridevano
anch'essi--ma quel riso non mi feriva. Ed io penso che gli uomini si
affannino invano per avvelenare col ridicolo la felicità degli amanti, e
che faranno invece assai bene ad arrestarsi a benedire e a scongiurare
il nugolo dalle loro teste--nè mai voce di preghiera sarà salita tanto
alto, però che l'ara benedetta dell'amore darà vita alla famiglia che è
cosa santa.
In casa eran cento follie--me la toglievo spesso sulle braccia alla
sprovveduta, e con quel fardello correva pelle camere ansante. Ella
mandava un piccolo grido di sorpresa; poi appoggiava il capo sul mio
omero e lasciava pendere le braccia dietro le mie spalle frammettendo al
continuato scoppiettio delle sue risa, alcuni accenti di rimprovero più
dolci delle carezze. Il più spesso io arrestava la mia corsa d'innanzi
ad uno specchio, perchè potessi vedere più al vivo lo spettacolo della
mia felicità e compiacermene. Allora ella coglieva il momento per
scivolarmi tra le braccia, e fattomi un bacio, e dettomi: "cattivo" se
ne fuggiva nelle sue camere, giurandomi con una grazia adorabile che non
l'avrei colta più mai.
A tavola gli era un perturbamento quotidiano di tutte le leggi della
simmetria gastronomica. Il nostro cuoco, uomo che si teneva molto del
suo ministerio, s'adoperava con molto garbo a disporre in bell'ordine la
nostra mensa, e poichè non eravamo che due, Clelia ed io, egli
pretendeva, non so per quali regole euritmiche, di collocarci dirimpetto
l'uno all'altro. Ora siccome la tavola era ampia, avveniva che noi
nell'ora di pranzo eravamo in certo modo separati bruscamente. La prima
a sottrarsi a questa catena fu Clelia, e un bel giorno alle frutta
abbandonò il suo posto e mi s'assise d'accanto. In seguito fummo
entrambi--per il primo quarto d'ora stavamo alle leggi del cuoco; ma non
più oltre.
Charruà ne era lietissimo; ma il cuoco, sebbene si adoperasse a fare
anch'egli tanto da parerlo, in fondo in fondo ci soffriva, e non andò
molto che si dimise dalle sue funzioni--nè io saprei immaginare altra
causa se non quella del poco rispetto alla sua scienza.
Insisto su questi particolari perchè mi pare di gustare ancora quelle
gioie e respirare il profumo di quella pace.
Il viaggiatore che attraversa per la prima volta il deserto, appena è se
si arresta alle poche oasi che incontra, però che egli ne ignora
l'eccellenza--ma quando le sabbie ardenti e i raggi del sole gli hanno
appreso la durezza del cammino, egli ripensa con desiderio al tetto che
lo copriva; e se mai gli avviene di avventurarsi per le stesse vie,
ricerca avidamente il povero rezzo della palma, e non sa abbandonarlo
senza un sospiro."
XXIX.
"I primi mesi del mio matrimonio scorsero di tal guisa fra le puerilità
e le matte allegrie. Clelia era in molte cose una bambina; le piaceva
dormire colla testa appoggiata sulle mie ginocchia, le piaceva passare
le sue mani affilate fra mezzo ai miei capelli, e scompigliarli poi ad
un tratto, e riderne. Poi voleva pettinarmi, e farmi la spartitura sul
mezzo della fronte, e recavami uno specchio perchè mi guardassi, e guai!
se io non ne sorrideva.
Io la lasciavo fare--mi deliziava di queste inezie, e ne aveva fatto un
argomento importante della mia vita.
E che l'accigliata filosofia si levi pure a stigmatizzare nell'uomo il
fanciullo--la sua voce non saprà mai giungere fino al cuore--l'infanzia
è l'alba dell'amore, però che l'amore è la vita--il vero filosofo amava
i fanciulli, e voleva vedere le loro teste ricciute attorno a sè, e
dispensava loro le carezze, e parlava alle turbe una filosofia dolce,
fidente, che si compendiava in una parola: amate.
"Amate, amate--sappiate essere fanciulli nell'amore" ecco il consiglio
del saggio--e le turbe faranno assai bene a se stessi se lo
ascolteranno--e faranno bene alle future generazioni se lo ripeteranno
accanto al focolare ai loro figliuoli.
Usciti d'infanzia gli uomini sogliono arrossire di buon'ora del loro
passato; e la maggior offesa che altri possa far loro è di
rammentarglielo. L'età senile giunge sempre troppo presto a vendicare
siffatto oltraggio. Ma poi che io non mi vergogno che vi sia stata
un'età della mia vita in cui ero fanciullo, non mi dorrà neppure di
confessare che fatto uomo seppi rinnovarmene alcun tempo le dolcezze."
XXX.
"Un giorno io era rimasto assente di casa più dell'usato; al mio ritorno
Clelia mi venne incontro alquanto imbronciata. Le prodigai mille carezze
e il suo malumore fu ben presto dissipato; ma rimase nel suo volto come
una impronta indefinibile di mestizia e di sbigottimento, e un abbandono
soavissimo nelle sue membra.
Io non sapeva che pensare; ella mi nascondeva qualche cosa; pareva a
quando a quando volermisi accostare per rivelarla, e che l'animo non le
bastasse.
--Che hai? le chiesi ponendomi all'improvviso d'innanzi ad essa, e
carezzandole le guancie colla mano.
Arrossì, si turbò nella risposta, e tentando districarsene, si confuse
peggio.
--Ho paura.... balbettò poco dopo; ma non disse altro.
--Di che?
Invece di rispondermi si gettò fra le mie braccia e nascose il capo sul
mio omero."
XXXI.
"Clelia era madre.
Finchè ella lo aveva dubitato, era stata come in preda ad un vago
turbamento, ad un timore nuovo, inesprimibile. L'importanza della cosa
aveala atterrita, ma d'un terrore dolce che aveva della sorpresa e nulla
del dolore. Essere madre, portare nel seno un'altra vita, vivere di
quella; era troppo grande voluttà, era una prova suprema, una
risponsabilità senza limiti, tutto un avvenire in sue mani. Quell'anima
ingenua e dolce ne era rimasta stordita, aveva misurato le sue forze e
si era creduta debole ed aveva pianto per paura. Ma non appena ebbe la
certezza del suo stato, succedette a quella titubanza una allegria
matta, un soave raccoglimento alla pace e ad un tempo il più grande
abbandono alla gioia. La sua anima era nei suoi occhi, e i suoi occhi
s'erano come velati; quando li sollevava per guardarmi era un raggio di
sole che veniva a battermi sul viso. Si attaccava al mio braccio con una
compiacenza infantile, e voleva che io la conducessi così per le camere.
Si abbandonava talvolta ad una gioia pazza, e si diceva lieta d'essere
madre.
--Mi pare di appartenerti di più, mi pare che nulla più possa separarci,
mi diceva in quei momenti con abbandono.
M'avvidi che l'amore materno si faceva strada a stento attraverso
l'amore di sposo, e che io era tuttavia solo a regnare nel suo cuore.
Una volta mi si fece innanzi impensierita e mi disse seriamente:
--Guardami bene.
--Ti vedo, le risposi sorridendo.
--Non è vero che sono piccina?
--Non mi pare.
--Sì, lo sono, voglio esserlo.... Dimmi che lo sono. Mi parrà d'esser
più tua, di far parte di te, di penetrare di confondermi nella tua
essenza.
Più spesso assumeva un fare serio e contegnoso, una gravità che
contrastava bizzarramente colla freschezza delle sue guancie. In quei
momenti non mi diceva parola e si mostrava assai distratta; pareva che
fantasticasse prevenendo il futuro e che volesse far la mamma in sul
serio; però se io mi fossi attentato a scherzare, ella mi avrebbe
risposto che il tempo delle celie era passato, e che bisognava pensare
da senno al nostro _bambino_.
--Puoi dire: la nostra _creatura_; le osservai un giorno sorridendo.
--Perchè?
--E che hai tu da sapere se sia un bambino o una bambina?
--E chi l'ha da sapere se non io? Ti dico che è un bambino.
--Ed io voglio che sia una bambina.
--Per l'appunto, no. Io voglio che sia un bambino e che ti assomigli;
voglio che porti i baffi come tu li porti e il pastrano abbottonato
sotto il mento, come te; e che cammini a passi gravi come tu fai. Non
replicare, altrimenti vado in collera davvero.
Perchè non andasse in collera, me la strinsi al cuore teneramente."
"Malgrado i suoi pronostici e i suoi voleri assoluti, il bambino fu
proprio una bambina, come io aveva desiderato.
Non ho mai saputo comprendere la causa della insana predilezione che
sogliono le madri accordare ai maschi. Un filosofo materialista ne
attribuisce la simpatia del sesso--tal sia di lui s'egli non vede più in
là. Però qualunque ella sia codesta causa, io sono convinto che nasconde
un'ingiustizia.
Me ne era ripetuto cento volte le ragioni, ed aveva desiderato una
bambina.
"Un bambino, m'era detto, non sarà tuo che fino all'età di cinque o sei
anni; più oltre diventerà caparbietto, insolente, distratto, e ti farà
andare in furia più d'una volta. A vent'anni, se mai avvenga che le sue
idee non si accordino colle tue, ti abbandonerà senza dolore; si darà al
giuoco, allo stravizzo, agli amorazzi; vorrà fare il cospiratore, vorrà
cacciarsi nelle fila dei soldati per vanità, e col pretesto della gloria
ti farà provare palpiti non mai sentiti--temerai ch'egli ti venga meno
ad ogni tratto--Al contrario una fanciulla è un amore perenne: la vedrai
crescere per lunghi anni dinanzi ai tuoi occhi--sempre egualmente
desiosa delle tue carezze, sempre ingenua, sempre dolce--e vorrà che tu
pigli parte ai suoi giuochi infantili, e ti salterà sulle ginocchia per
abbracciarti e carezzarti colle sue piccole mani. Quando sarai
invecchiato ed ella cresciuta tanto da non amar più la bambola, si
compiacerà d'uscire con te e darti braccio; ti preparerà di sue mani il
caffè, che è la tua bevanda favorita; terrà in ordine la tua guardaroba,
vorrà numerare la tua biancheria--e quando la sorte le avrà dato un buon
marito e che tu ne sia lieto, ella ti lascierà piangendo, e ti trarrà in
disparte per dirti fra le lagrime che le duole di separarsi da te, e
prometterti che non passerà giorno senza venirti ad abbracciare. Quando
sarai cadente per vecchiaia, persuaderà il marito a raccoglierti sotto
il suo tetto; al tuo arrivo ti manderà incontro i suoi figliuoli, che si
caccieranno fra le tue gambe chiamandoti _nonno_...."
Per tal guisa io andava alimentando il mio desiderio; ed io credo che se
le mie speranze fossero andate deluse, la gioia di esser padre non
avrebbe pagato il mio dolore.
Pensa adunque la mia gioia quando mi nacque quella bambina.
Avea lo sguardo, la bocca e il riso di Clelia; e sebbene mi fosse
vivamente contrastato, io sostenni sempre che n'avesse anche il naso;
però il nome non doveva essere altrimenti.
Se non che in ciò incontrai grave opposizione per parte di Clelia che
venne persuadendomi non so con quali argomenti a battezzarla col nome di
Bianca, ch'era un bel nome. E poi che non voleva contraddirle in ogni
cosa, mi arresi; però fu fermato che l'avremmo chiamata _Bianca_.
Questo angioletto che veniva a visitare la nostra casa e ad iniziare la
nostra famigliuola, fu salutato con festa; per esso la sorgente delle
nostre dolcezze fu moltiplicata; rinnovate le nostre abitudini e dato
loro un altro indirizzo. Quind'innanzi la nostra vita non avrebbe avuto
un solo istante di vuoto; quella bambina la riempiva tutta, noi vedevamo
d'innanzi uno scopo, comprendevamo pienamente le ragioni della
creazione, ne avevamo in mano le fila; parevaci d'aver penetrato il
segreto della divinità.
Quanto è audace l'amore di amante, quanto è sereno quello di sposo,
altrettanto è robusto ed operoso l'amore paterno. Il mio cuore educava a
un tempo i tre affetti, li custodiva gelosamente, e ne irraggiava di
continuo, come il fiore i suoi profumi. L'affetto è il profumo del
cuore.
Quella creatura è oggi l'unico conforto di questa terribile vedovanza
del mio cuore. Per essa io posso ancora ingannare la mia solitudine,
crescere vita alle mie memorie, rinvigorire il culto melanconico che ho
sacrato a quell'angiolo che m'ha lasciato.
Se tu vedessi quanto le somiglia, come l'ingenuo suo sorriso infantile
ricorda il mesto sorriso della povera morta.
Io passo molte ore della notte al suo capezzale,--finchè non si sia
addormentata, ella mi rivolge la sua testolina, sorride e mi porge a
quando a quando le mani per abbracciarmi. Quando dorme io me ne sto
silenzioso a guardarla col gomito appoggiato al guanciale, e allora mi
pare di sentire la presenza d'un essere invisibile che penetri dentro di
me, che mi avviluppi in un amplesso di fuoco, e mi parli una parola
dolce in segreto.
Credi tu che gli spiriti dei defunti possano abbandonare le regioni
dell'aria, e visitare il tetto che li aveva in vita, e confortare i
dolori che hanno lasciato?
Non mi dire di no.
Anch'io ho sorriso molto tempo di questa credenza; oggi è la sola che mi
sia cara, e m'affanno per arrestarla.
Se questa fede non m'inganna, la poveretta non mi ha lasciato del
tutto--sol ch'io la chiami colla mente, ed ella si appoggia subito al
mio fianco, sol ch'io le parli, per udire ancora la sua voce--per
vederla non ho che a cercare il suo volto affilato sotto le guancie un
po' più ritondette della piccina.
Tutto ciò avviene misteriosamente, senza che quasi io ne abbia
coscienza--non vi occorre che un atto debolissimo di volontà che si
produce come per attrazione invisibile.
Nulla di più puro, di più dolce dello spirito di lei come suole
apparirmi in queste fantastiche visioni--la mia anima pur essa ne rimane
mutata; il dolore cede al raccoglimento sereno--l'amarezza alla
mestizia. È un sospiro all'amore, all'eternità dell'amore forse, e vi si
mesce un vago ed indefinito timore che non conturba. La morte sola mi
farà leggere quella pagina, io sento che oggi tutte le potenze del mondo
lo tenterebbero invano.
Come è monca la vita! quanto perplesse e dubbiose le sue rivelazioni,
quanto oscuro il suo linguaggio!
Gli uomini hanno chiesto alla Natura il suo segreto, e la Natura ebbe
pietà delle loro smanie, e concesse loro a brandelli un lurido cencio
perchè nascondessero la loro nudità. Gli stolti ne andarono orgogliosi,
e si tennero in gran concetto, e quel povero mantello battezzarono:
_Scienza_. Felici, se poterono illudersi! Ma il pensatore rifiuta
l'aridità di questa scienza boriosa; egli domanda le cagioni--e la
Natura è muta, inesorabilmente muta.
La morte è la grande rivelazione--il Calvario è più eloquente del
Sinai."
XXXII.
"Era passato un anno dalla nascita della nostra bambina; noi non ci
saziavamo mai di vederla, di recarcela sulle braccia e coprirla di baci.
Quel piccolo amore incominciava a balbettare, a chiamarci a nome. La
nostra felicità era così grande, che quasi la temevamo.
La felicità è paurosa al pari della sventura; il troppo sofferire e la
sovrabbondanza di gioia infiacchiscono allo stesso modo--però il tapino
che non ha nulla a perdere teme la codarda prepotenza degli uomini e
l'uomo dovizioso e contento teme l'instabilità della sorte. Così il
fardello delle miserie non cessa un solo istante di battere sul dorso
dell'umanità incurvata.
Di quei giorni ricevetti lettera di Eugenio da Roma. Aveva compiuti i
suoi studi presso un artista celebre che era morto poco prima; però egli
si trovava solo e sarebbe venuto a stabilirsi a Milano. Sperava di
riaccostarsi in qualche modo alla sua infanzia riaccostandosi a me che
ero stato fra i pochi suoi amici di quell'età benedetta.
La sua lettera era mesta, esalava un profumo di amore, di dolcezza, di
entusiasmo melanconico. Mi parlava a lungo del suo maestro come se io lo
avessi conosciuto, di quadri che egli aveva in mente di fare prima di
morire, di quelli che aveva condotto a termine negli ultimi giorni di
sua vita.
Le sue parole mi fecero una strana impressione. Tentando raffigurare
Eugenio ai miei occhi, ne feci da principio un ritratto di capriccio; lo
immaginai alto di statura, con barba bionda e rara, e coi capelli
lunghi, a poco a poco quel tipo si trasformò nella mia testa, nè io
seppi riuscire ad altro che all'Eugenio del collegio. Allora fui tratto
a pensare al mio passato, ritessei la lunga tela della mia vita
conturbata, rifeci ad uno ad uno i miei viaggi faticosi.
Melanconica cosa la memoria; quel ripetersi le gioie e i dolori senza
provarne lo spasimo e la dolcezza, e dire a sè stessi che tutto ciò non
è più, non sarà più mai; e che pure è una parte di ciò che noi siamo.
Però io diventai mesto; ma quando vidi venirmi incontro Clelia
sorridente e colla bambina fra le braccia, allora io sentii qualche cosa
di freddo, quasi un brivido di piacere corrermi per le vene, e mi gettai
nelle braccia di quelle creature coll'anima traboccante di fede. Quelle
creature erano il mio avvenire.
Da quel punto non pensai più che a rallegrarmi della mia felicità.
Rivedere Eugenio, dividere la mia vita fra l'amicizia e l'amore era
troppo grande fortuna perchè io me ne mostrassi ingrato.
Comunicai a Clelia la lieta novella e con tanta anima come se io mi
tenessi sicuro di farle piacere, e che il suo giubilo dovesse crescere
il mio. Ella sorrise e mi domandò chi fosse Eugenio; e poichè
comprendeva che la sua domanda mi avrebbe confuso, unì le sue mani
passandole attorno al mio braccio, e mi guardò in volto carezzevole.
"Tu hai cento volte ragione;" le dissi. E siccome mi sovvenne allora che
non solo Clelia non conosceva Eugenio, ma non ne aveva forse udito
parlare una sola volta da me, le palesai brevemente i nostri rapporti di
collegio, facendo di lui un ritratto lusinghiero, perchè ella pigliasse
a stimarlo. Clelia mi ascoltava, pareva godere del mio godimento, e mi
assicurava che avrebbe avuto piacere di conoscerlo. Se non che io scorsi
nelle sue parole un po' di freddezza, e quasi me ne piccai. Ella se ne
avvide e mi si fece dappresso.
"Quando arriverà egli? mi domandò.
"Fra quattro giorni.
"E tu gli andrai incontro, non è vero? e passerai le tue giornate con
lui, mi abbandonerai per questo nuovo amico che viene appositamente da
Roma per allontanarti da me?...
La poveretta parlava in sul serio; io non sapeva che risponderle, ma il
mio cuore traboccava di tenerezza. La confortai come seppi; le ripetei
mille giuramenti; e che io l'amava più d'Eugenio e che l'avrei amata
sempre.
Quando fu più calma, levò il suo volto ingenuo e mi confessò ch'era
gelosa e che ci badassi."
XXXIII.
"Quattro giorni dopo io mi recai di buon mattino ad aspettare l'arrivo
di Eugenio. Vi andavo col cuore commosso, come se mi appressassi alle
mura del collegio di B. e salissi per le scale e m'aggirassi per i
corridoi una volta popolati dalle nostre voci argentine.
Per via mi domandavo come avrei fatto a riconoscere Eugenio, e s'egli
avrebbe ravvisato me; ma poi che nessuno dei due poteva lusingarsi di
tanto, io mi affannavo in quel quesito. "E via, pensai, non ne ho il
ritratto nella mente? che se la memoria mi fallisse, non porto io nel
petto un consigliero che mai non inganna?"
Così riconfortato, attesi più calmo. Udii il fischio del vapore e il
pesante rallentare delle carrozze, e vidi schiudersi le porte, e uscirne
una frotta di gente d'ogni sorta coll'aria annoiata e stracca....
Guardai quei volti ad uno ad uno; il cuore martellava stranamente, ma
non mi aveva ancora detto: "vedilo, è lui...."
Coloro avevano tutti aspetto d'uomini impensieriti delle loro faccende;
ora Eugenio, secondo il mio concetto, doveva camminare ridente, e a un
tempo affannoso, per rivedermi. E poi eran tutti bruni, o m'era parso; e
se v'era qualche biondo frammezzo, gli era un personcino dilicato,
mentre Eugenio per quanto io aveva strologato, doveva essere assai alto
di statura.
Erano tutti passati; le porte s'erano rinchiuse, e il cuore non m'aveva
peranco detto nulla.
Volsi lo sguardo intorno a me; i viaggiatori si cacciavano dentro le
carrozze; interrogai dell'occhio la fisionomia di coloro che m'erano più
presso, ma non seppi ricavare da nessuno di quei volti le linee
giovanili d'Eugenio quali m'erano rimaste in mente. A un tratto
m'accorsi che un uomo mi guardava--lo guardai; era bruno, di mezzana
statura, giovane tuttavia ed assai bello. Non era il ritratto che io
cercavo, e volsi il capo altrove, e per poco mi parve d'avere il fatto
mio e corsi dietro ad una persona alta, di cui io non vedeva che le
spalle, ma che avrei giurato ch'era Eugenio. Se non che in quella mi
sentii toccare per un braccio dolcemente; era il giovine bruno di poco
prima.
"Raimondo.... disse egli confuso.
"Eugenio, dissi io--e ci abbracciammo più impacciati che inteneriti."
XXXIV.
"Per via noi camminammo silenziosi; non so che avvenisse in me, e per
qual fine io che aveva tanto desiderato l'arrivo di Eugenio, vedendolo,
sentissi a un tratto una mestizia profonda in luogo di quell'allegra
espansione che io aveva immaginato. Gli è forse perchè gli uomini,
teneri sempre del loro passato, se ne fanno gelosi custodi; però il
rivedere un amico dopo tant'anni, il rivederlo mutato, non è soltanto
uno sconforto che tocca all'amicizia, ma una grave ed irreparabile
offesa che si fa all'edificio delle nostre memorie. So di molti che
lamentarono lo stesso sentimento. Io stesso l'ho provato altra volta.
Sulla riva del _Purus_ io m'era costrutta una tenda, e vi aveva lasciato
Charruà a custodirla durante una peregrinazione che doveva durare alcuni
mesi. Dopo un cammino faticoso ed una assenza più breve che io non
avessi immaginato, feci ritorno alla mia tenda. Per via io aveva
sospirato il momento di rivedere la sua banderuola svolazzante, e la
rividi con gioia, ma quando ricercai dell'occhio la stretta apertura che
vi dava accesso e la vidi coperta da un palmizio che Charruà vi avea
fatto crescere per temperare l'ardenza del sole, la mia aspettazione
delusa distrasse in gran parte la gioia del ritorno. Quel palmizio non
era nel mio cuore, io non lo aveva lasciato, non aveva pensato al
momento di rivederlo. Nè io amai per gran tempo quel palmizio
benefico--anche oggi egli si caccia a forza nei miei ricordi, come un
importuno che per riconoscenza o per compassione non si vuol cacciare
dalla soglia della propria casa.
Questo pensiero mi correva alla mente anche in quel punto, però mi
adoperai del mio meglio a riparare al mio contegno, e dissi non so più
che cosa ad Eugenio. Ma le parole mi venivano stentate e le sue risposte
non meno. E seppi più tardi da lui che egli aveva rimuginalo in quel
punto le stesse considerazioni e che avea dubitato di essermi riuscito
sgradevole.
Convenne rinnovare la nostra amicizia; ricostruirla sulle rovine.
Somigliavamo a due povere capanne che il rivale capriccio di due
tirannuzzi abbia celato sotto gli enormi macigni di due castelli
merlati. I due castelli non si odiano, ma non si amano per anco; pendono
incerti fra l'amore e l'odio, e si guardano con occhi di meraviglia, non
sapendo tuttavia se le feritoie nasconderanno gli archibugieri, o
lascieranno sventolare in quella vece due bianchi fazzoletti, innocenti
segnali d'innamorati. Quei due castelli sono lì, immoti, colossi
terribili se saranno amici, più terribili ancora se nemici, ma il
profumo di quelle povere capanne non è più, i comignoli non gettano più
quel fumo che si confondeva nell'aria; quella misteriosa favella di due
esseri di sasso non s'è udita più mai.
Eugenio era dolce, amorevole, incontaminato ancora da quell'amarezza che
il volgare cinismo degli uomini pone inesorabilmente sulle labbra degli
onesti. La sua mente errava ancora nelle fantasticherie fanciullesche;
si piaceva di progetti assurdi, di dorate chimere; pur conoscendo
ch'egli ingannava sè stesso, viveva lieto dei suoi inganni.
Il suo cuore era il più gran cuore che mai giovine diciottenne abbia
sentito battere nel petto; aperto alla compassione, non per quella
sensibilità che è comune a molti uomini soggetti al predominio dei
nervi, ma per un sentimento gagliardo di carità, per una generosa bile
che fremeva in lui contro l'apatia insultante della classe favorita
dalla sorte.
Io ricercava invano l'allegro e spensierato fanciulletto d'una volta;
nulla più ne rimaneva. Al sorriso scherzevole era succeduto il sorriso
sereno che viene dal profondo dell'anima, alla barzelletta vivace la
parola carezzevole, insinuante, melanconica. Eugenio era bello, assai
bello; non di quella bellezza scipita, rattoppata colle consultazioni
dello specchio, ma d'una bellezza franca, armoniosa, severa. Egli non se
ne teneva, non se n'avvedeva fors'anco; e tuttavia i contorni del suo
volto erano esatti, il suo colorito soavemente pallido, il suo sguardo
lungo, e i suoi capelli bruni e lucenti. Era abitualmente mesto, ma alla
guisa d'un'aquila che vede in alto la luce e una catena al suo piede;
avrebbe forse voluto salire, volare, ma egli nol sapeva, non desiderava
nulla, fuor che di benedire.
Non dirò come al contatto di quel cuore ancora vergine, e a un tempo
così traboccante d'affetto, il mio cuore si rinverdisse, la mia mente si
elevasse più in alto. E tuttavia io sento di dover pagare questo
tributo, io che fui già così ingiusto con lui, che forse lo sono ancora.
Egli era pieno di fede; sebbene io amassi e fossi riamato, e che la fede
non mi mancasse, tuttavia la mia anima ardente nell'affetto, lieta nella
speranza, era inoperosa e languida nel credere. Vicino a lui mi sentii
più forte; scorsi nella vita un'altra ghirlanda di fiori, e salutai il
mondo con un nuovo sorriso.
Talvolta egli era pensoso, distratto; in quei momenti vagheggiava un
concetto, domandava un'ispirazione, voleva _creare_. Questo era il suo
dubbio, il suo contristato vaneggiamento: uscire dalla folla, levarsi
sovr'essa con ardimento nobile, dominarla collo scettro del genio.
Si sentiva nato artista, sapeva di aver lavorato molto per riuscir tale,
e s'impauriva del suo avvenire; si scoraggiava delle sue forze, gli
pareva d'essere indegno di entrare nella lotta, e ch'egli dovesse
uscirne, meschino atleta, colle guancie imporporate dalla vergogna.
In quei momenti mi sfuggiva, voleva essere solo, non voleva turbare la
mia pace. Ma queste paure erano brevi e rare; il suo spirito si
risollevava più audace, la sua mente brillava di nuovo della luce del
pensiero. Allora diventava ciarliero; mi parlava dell'arte con passione,
come d'una innamorata che gli avesse sorriso; e nella sua ebbrezza
immaginava un quadro, e lo incominciava impaziente, e spesso lo finiva
colla stessa febbre. Gli è così che egli dipinse le sue più belle tele
nel breve giro di alcuni mesi.
Io non ho incontrato in altri mai così armoniosa mente legati il culto
dell'arte, e il culto dell'uomo. Eugenio era un grande artista, ma, ciò
che è assai più, era anche un uomo onesto. La più parte degli artisti
invece ha due vite: l'una è la vita dell'arte, ed è grande; l'altra è la
vita dell'uomo, ed è fango.
In breve diventammo indivisibili.
Clelia se ne era mostrata indifferente nei primi giorni; ma non andò
gran tempo che io mi accorsi, sebbene tentasse di dissimularlo ai miei
occhi, che mi celava l'animo suo.
Le domandai un giorno scherzando se fosse ancora gelosa di Eugenio; mi
abbracciò e sorrise, ma non disse di no. A poco a poco non potè più
riuscire a nascondermelo; me lo diceva francamente: l'affetto che io
accordava ad Eugenio era rubato al nostro amore. Mi rimproverava di non
amarla più come prima, di trascurarla come un tempo non avrei fatto.
Fui così sorpreso di questa rivelazione, che per un istante ne rimasi
afflitto, e scesi dentro di me ad interrogarvi il mio cuore. La gelosia
di Clelia era ingiusta; io sentiva d'amarla come l'aveva amata, più che
non l'avessi amata; i due affetti vivevano concordi nel mio petto,
nutriti dello stesso palpito, rinvigoriti l'uno dell'altro. Glielo
dissi, e ne parve giubilante. Ma dopo alcuni giorni si rifece da capo ai
suoi timori.
La donna vuole essere esclusiva nel suo amore; vuol dire a colui che
ama: io sono tua, tutta tua; e poter dire al suo cuore: colui che amo è
mio, di nessun altri, interamente ed esclusivamente mio. Quella creatura
debole è paurosa di tutto; e di che temerebbe ella la poveretta, se non
di colui che ama? Dappertutto ella vede un'insidia per rapirglielo; e ve
lo dice: vorreste offendervi perchè ella vi ama troppo?
--Tu esci; non guarderai nessuno per via?...
--Nessuno, mi conosci.
--Lo so, tu sei buono; ma che vuoi? quelle donne che passano per la via
sono così sfacciate, appiccano gli occhi sulla faccia a tutti i
giovinotti; non è vero che sono sfacciate?
--Impertinenti....
--Ecco qui.... mi canzoni; ma ve n'è di così belle....
XXXV.
"Eugenio veniva sovente di buon mattino per andarne insieme a
passeggiare lungo i bastioni dei platani. Egli amava la natura, e diceva
sempre di volerla sorprendere appena desta; quelle passeggiale all'alba
fecero assai bene alla mia mente, e rinnovarono le mie forze. Ma per
Clelia erano un martirio; s'era fatta una legge di non farmene più
rimprovero, ma io mi accorgeva ch'ella ne soffriva.
--Tu finirai per dimenticarmi, mi disse dopo alcuni giorni, piangendo.
Le risposi con mille carezze, con mille giuramenti; io mi sentiva così
innocente dei suoi rimproveri, che doveva far forza a me stesso per non
lasciarmi vincere dal dispetto. Il mio spirito voleva ribellarsi a quel
giogo, e diventava più insofferente ogni giorno; avessi io avuto una
colpa, il rimorso non mi avrebbe fatto tanto male quanto il sapermi
accusato senza ragione. Tuttavia ella era così buona, così dolce, così
debole, che io ne sentiva quasi compassione, e trovava forza ogni volta
di rispondere ai suoi rimproveri colle mie carezze. Se ne accorgeva e me
n'era grata, e mi sorrideva talvolta fra le lagrime, e nascondeva il suo
volto nel mio petto, dicendomi che la perdonassi. Allora il mio cuore si
allargava; mi felicitavo d'essere stato paziente; ma non andava molto
che queste scene si rinnovavano.
Com'era naturale, Clelia aveva concepito una strana ripugnanza per
Eugenio. In cuor suo lo accusava di rapirmi a lei, d'aver posto fra le
nostre anime un intervallo che prima non esisteva, e d'essercisi
cacciato in mezzo lui colla sua amicizia, coi suoi sogni pazzi
d'artista, colle sue fantasie.
Io comprendevo tutto ciò, e pure mi ostinavo a parlarle d'Eugenio;
parevami che perchè io l'amavo anch'essa dovesse sentirne a parlare
volentieri. Essa mi ascoltava talvolta in silenzio, ed io interpretando
in buon senso quell'attenzione, coglievo l'opportunità di dirle ciò che
io soffrissi vedendo l'ingiustizia con cui essa giudicava del mio amico.
Quando io tacevo, lusingandomi di aver toccato il suo cuore, ella sì
volgeva a me colla stessa aria distratta di prima, e come vedeva salirmi
al volto qualche segno di collera, mi si buttava fra le braccia,
ripetendomi cento volte che mi amava.
Ignoro se Eugenio si accorgesse allora di questa antipatia bizzarra,
irragionevole, che avea destato in Clelia. Egli era così poco vanitoso
ed avea così povero concetto di sè medesimo, che forse non si
meravigliava punto che altri gli addimostrasse freddezza. Fors'anco si
era accorto di tutto; ma, o ne avesse compreso le ragioni, o avesse
temuto di recarmi dolore facendomi intravvedere il suo sospetto, non ne
lasciò apparire alcun segno.
Una mattina Clelia si attaccò al mio braccio scherzosa, e volle che la
conducessi per le camere come una volta. Mi diceva un mondo di cose;
s'era svegliata di buon umore, mi amava più del solito, voleva che io
l'amassi altrettanto. Le passavano in mente mille capricci, ma ne
sorrideva subito ella stessa, e mi avvertiva di non darle retta perchè
quel giorno amava d'essere pazzarella.
All'improvviso si arrestò, e guardandomi in volto, e circondandomi delle
sue braccia, volle che io le accordassi un favore. Io era felice di
poterla contentare, e glielo dissi.
--Bianca, disse a voce bassa, la piccola Bianca, la nostra creatura che
è laggiù, e mi additava la camera della balia, impallidisce, vien
magra....
--Che dici mai! t'inganni; ieri appena era rosea come un amorino.
--Ed oggi non lo è più, ribattè con un sorriso furbo che parea domandare
dì non esser colto in fallo.
--Ebbene?
--Ebbene, la poveretta ha bisogno di muoversi, di veder la campagna, di
sedersi sull'erba, di raccogliere le piccole margherite, di salutare la
primavera che è così bella....
--La nostra creatura sedersi sull'erba, raccogliere le piccole
margherite!.... ma ti pare?... e avrei continuato nella mia meraviglia,
se non avessi visto Clelia sorridermi collo stesso sorriso di prima.
--Ho inteso, dissi, ho inteso tutto, pazzarella; ma perchè ricorrere a
questo sotterfugio?...
--Ti ho prevenuto; questa mattina ho voglia di scherzare. Acconsenti?
--Acconsento.
--E lascerai a me la scelta del luogo?
--Al tuo capriccio.
Fece un piccolo salto di contentezza, e mi baciò nel volto.
--Ma non è tutto, soggiunse poco dopo. Io voglio che noi siamo soli....
--Soli! e la piccola Bianca che è pallida e che immagrisce?... bisognerà
condurre anche la balia....
--Senza dubbio--non è questo--non farmelo dire: io so che tu ci
soffri...
--Eugenio....
Clelia chinò gli occhi senza dir motto.
--Noi saremo soli, le dissi imbronciato.
--Ma tu diventerai più lieto, non è vero? Non vorrai già tenermi il
broncio per questo? E perchè non saremo noi soli una volta, a nostro
agio? e perchè non potremo noi carezzarci e sorridere senza essere visti
da un'estraneo?
--Eugenio non è un estraneo; un amico non è un estraneo, interruppi. Gli
uomini onesti apprezzano troppo i loro sentimenti per umiliarli e
tradirli in questo modo. Voi donne non conoscete amicizia--chi nol
sa?--però io ho sempre dubitato se voi donne abbiate il cuore fatto come
il nostro.
Clelia non rispose--piangeva.
Allora la tenerezza, vincendomi il cuore, mi fè correre in mente il
dubbio sulle mie stesse parole, il dubbio sopra di me, sopra i miei
sentimenti. Mi rimproverai di disconoscere l'amore di Clelia, di non
apprezzare come meritava quello stesso ingiusto contegno con cui essa
trattava Eugenio. Era gelosia, era egoismo d'amore, ma era amore. Dovevo
io farle una colpa d'amarmi di tal guisa? E il volere il suo amore,
tutto il suo amore, ma rifiutare ad un tempo ciò che in esso vi era di
affannoso, non era egli egoismo più grande? e non avrei io distratto di
tal guisa quell'affetto che mi era così caro?
Tutti questi pensieri turbinarono un brevissimo istante nel mio capo--mi
accostai a Clelia, e le dissi che avrei fatto il suo volere, che non era
desiderio di contraddirmi, ma dolore di vederla così ingiusta verso un
amico sincero che mi avea suggerito parole così aspre; mi perdonasse. Mi
perdonò.
Si fecero i preparativi per la gita in campagna--furono presto
fatti--non recavamo nulla con noi, saremmo andati alla ventura--era il
volere di Clelia.
--E da qual parte ci volgeremo?
Clelia pose l'indice attraverso la bocca, con aria di mistero. Era un
segreto.
Noi stavamo per uscire di casa, quando Charruà venne ad avvisarmi che
Eugenio mi aspettava.
Guardai Clelia in volto; si trastullava col suo ombrellino con aria
apparentemente distratta.
Uscii dalla camera e andai incontro ad Eugenio; lo accolsi freddamente,
egli non se ne accorse o attribuì ad altro il mio contegno. Gli dissi
che io uscivo; che sarei andato in campagna con mia moglie.
--Per molto tempo? domandò meravigliato.
--Ritorneremo questa sera. E ad evitare che egli si proponesse per
compagno, gli domandai come avrebbe passato la giornata.
--Contava passarla teco, mi rispose indifferente; ma poichè tu vai in
campagna....
Come potevo io non dirgli che venisse con noi? In un baleno pensai ogni
mezzo per evitarlo--non ve n'era alcuno. S'egli avesse proseguito a
parlare, se avesse detto due sole parole di più... ma egli taceva. Lo
invitai. Era impossibile che egli non indovinasse lo sforzo con cui io
gli faceva questo invito--ma s'egli non dubitava di nulla, a che mai
attribuirlo? Mi domandò se non sarebbe riuscito importuno--gli risposi
_diamine_, ma freddo. Eugenio comprese che la sua compagnia in quel
giorno non era desiderata. Mi strinse le mani, e sorridendo
ingenuamente: "io sono un pazzo, mi disse; volermi cacciare framezzo a
due sposi che vanno a scampagnare; non accetto l'invito; per quanto tu
faccia, io comprendo che vuoi esser solo."
Lo avrei abbracciato; invece, poichè mi vedevo oramai al sicuro, gli
ripetei l'invito con qualche insistenza.
--Saluterò tua moglie, soggiunse Eugenio, ostinandosi nel rifiuto.
--È di là, e corsi ad avvisarla.
La trovai intenta a spogliarsi di una veste di mussola a scacchi che
aveva indossato per la campagna.
--Che fai? le domandai un po' stizzito.
--Lo vedi, e a temperare il mio dispetto mi venne incontro carezzevole
chiamandomi: _amico mio_.
Le dissi che saremmo stati soli, che Eugenio non veniva, che si
affrettasse che egli voleva salutarla.
--Davvero! esclamò battendo le mani; andremo dunque ancora in campagna,
e saremo soli, e correremo nei prati!... che piacere!
La interruppi e le ripetei che Eugenio aspettava per salutarla.
--Ben volentieri, disse con malizia; gli sono riconoscente a quel povero
signor Eugenio.
Nell'uscire salutò cortese più del solito il mio amico; e ci avviammo
per la campagna.
--Dove andiamo noi, domandai un'altra volta.
Ella pose ancora l'indice attraverso le labbra. Era un segreto."
XXXVI.
"Uscimmo per la porta più vicina. Clelia era fuor di sè dell'allegria;
si attaccava al mio braccio, e mi lasciava improvvisamente per correre
ad accarezzare la bambina, la quale incominciava a muovere i primi passi
da per sè.
La _balia_ era una buona donna, che amava molto la piccola Bianca. Non
aveva voluto lasciarci, non avevamo voluto che ci lasciasse e continuava
a starsene con noi. Anch'essa era giubilante, seguiva attenta i passi
incerti della bambina, e quando minacciava di cadere se la toglieva
sulle braccia e correva inseguita dalla mamma.
Si andò a caso un gran pezzo.
--Dove andiamo noi, in fede mia?
Clelia non pose più l'indice attraverso le labbra, ma si fece presso a
me sorridendo, e mi disse di non saperlo; e che la bambina aveva
appetito, e da gran tempo rifiutava il latte; però bisognava cavarsi da
quest'impiccio.
Per buona ventura lì presso, a un trar di sasso appena, era una bicocca
mezzo sepellita dai gelsi; però fattomi innanzi, vidi penzolare
un'insegna irruginita che non era avara di promesse a chi voleva tentare
l'esperimento.
Proposi a Clelia di entrare in quella locanda; battè palma a palma le
mani, e si fe' innanzi per la prima. Se un uragano avesse scoperchiata
quella misera casetta, e una tempesta di napoleoni d'oro l'avesse
colmata lino al tetto, io penso che quel buon diavolaccio d'oste non
avrebbe avuto più piacevole sorpresa. E' ci venne incontro confuso,
colle gote arrossate dal piacere, girando e rigirando fra le mani il suo
berretto.
Quella fu una giornata benedetta; io me ne ricordo sempre con tenerezza,
con dolore.
Ho riveduto più tardi quella casa, e il volto rubicondo di quell'oste.
Egli mi riconobbe, e s'inchinò allo stesso modo, e fece girare allo
stesso modo il suo berretto, offerendomi i suoi servigi.... Ma io vi era
andato per ritrovare un frammento della mia felicità seppellita, vi era
andato per piangere."
XXXVII.
"La giornata passò rapidissima; il piacere ha le ali leggiere, e corre
veloce innanzi agli occhi dei mortali. Ritornammo a Milano dopo il
tramonto.
Clelia non si saziava di dirmi che s'era divertita.
--Quanto sarei mai felice se potessi essere sempre con te in campagna!"
mi ripeteva ad ogni tratto.
Le promisi che vi saremmo andati presto per fermarci alcun tempo.
--Soli?
Questa insistenza in un'idea che feriva ingiustamente il mio buon
Eugenio mi afflisse. Tuttavia non me ne offesi.
--Soli, le risposi, e non altro.
--Così va bene, soggiunse Clelia; ma questa volta impensierita, come se
temesse di aver ridestato il mio malumore e se ne pentisse, e scendendo
in cuor suo comprendesse per la prima volta d'essere ingiusta.
--Oggi che non l'ho visto, sono più disposta a perdonargli, mi disse
qualche tempo dopo scherzando.
--A chi? domandai distratto.
--E a chi se non al tuo amico, al signor Eugenio?
Le risposi con un sorriso; e finsi di non porvi gran fatto mente
continuando a sfogliazzare un antico albo di paesaggi svizzeri, ma in
segreto me ne compiacqui, e dissi a me stesso che se Clelia m'aveva
detto quelle parole, doveva aver pensato fino a quel punto ad Eugenio; e
che se vi aveva pensato, non poteva andar molto che anch'essa avrebbe
apprezzato le virtù di quell'anima gentile.
Però mi lusingai che si sarebbe ravveduta.
XXXVIII.
"Per tutto il dì successivo attesi inutilmente Eugenio. Quando fu presso
all'imbrunire uscii sperando d'incontrarlo per via, mi recai alla sua
abitazione, e seppi che era rimasto assente tutto il giorno.
Rifeci i miei passi--sulla soglia incontrai Clelia che m'avea aspettato
dalla finestra. Le cinsi il collo del mio braccio, ella passò il suo
intorno al mio corpo.
--Si sarà egli offeso? mi disse.
--E chi mai?
--Il tuo amico Eugenio?
Credevo di no, e glielo dissi."
XXXIX.
"Il domani lo aspettai ancora senza frutto--andai in traccia di lui come
nel giorno innanzi, ma senza poterne avere alcuna notizia.
Me ne ritornai a casa fantasticando mille cose senza riuscire ad
appagare il mio spirito irrequieto.
Questa volta Clelia non mi aveva visto dalla finestra, però non venne
sulla soglia ad aspettarmi. Charruà mi additò l'uscio della sala con una
espressione che non sfuggì alla pratica che io aveva del suo volto. Egli
aveva una buona notizia; sapeva di farmi piacere--ma siccome tutto ciò
era stato indovinato, non voleva tradirsi. Mi appressai rapido all'uscio
e udii una voce nota--entrai; era Eugenio.
Eugenio seduto accanto a Clelia, le narrava forse la storia della sua
assenza, una storia mesta perchè Clelia pareva commossa. In quel punto
io non pensai al piacere di rivedere l'amico mio, all'ansietà passata in
quei due giorni, al timore di averlo offeso, tanto io era felice di
veder Clelia così mutata verso di lui. E pensai alle cagioni che avevano
potuto operare questa trasformazione, e mi rallegrai quasi dell'assenza
d'Eugenio, poichè parevami, e forse non andavo errato, di dover
attribuire ad essa sola questo miracolo.
Strinsi la mano d'Eugenio, e m'assisi vicino a lui, interrogandolo cogli
occhi. Clelia risollevò i suoi verso di me e sorrise. Quel sorriso era
un mondo di idee: una confessione vergognosa dell'ingiustizia con cui
aveva sempre trattato Eugenio, una promessa di non farlo più; e quasi un
dirmi: "vedi, t'ho obbedita--perdonami."
Quel sorriso meritava una risposta; le domandai dolcemente che cosa
l'avesse commossa. Mi fè cenno della mano ascoltassi Eugenio. Ascoltai.
E seppi allora come egli fosse stato assente a cagione dell'arte sua; e
come un barone T... tedesco lo avesse chiamato presso di sè in una villa
del Lago di Como per il ritratto d'una bambina morta. La piccina non
aveva che tre anni ed era bella--Clelia aveva pensato a Bianca e s'era
intenerita. Io stesso a quell'immagine melanconica mi sentii
commuovere--se non che in quella udii nella camera prossima la voce
argentina della nostra creatura. Ricambiai con Clelia uno sguardo
d'intelligenza e il suo volto si rifece sereno."
XL.
"Da quel giorno non ebbi più a lamentarmi di Clelia.
La mia vita si completò come per incanto; v'era stata fino a quel punto
nel mio cuore come un'amarezza dissimulata; la mia anima s'era tenuta
vacillante fra il contraddire palesemente a Clelia e il fare offesa
all'amicizia; oggi il nodo era stato sciolto; i miei affetti che s'erano
guardati gelosi, si stringevano la mano; le due fiamme si riaccostavano,
si confondevano in una sola.
Io pensai più volte con animo pacato a quell'antipatia che una comunione
d'affetti fa spesso nascere fra due cuori egualmente buoni, egualmente
dolci e sereni; a quella gelosia che la generosità di due anime grandi
non sa vincere, e non seppi mai penetrare gli arcani divisamenti della
Natura. I buoni ne piangono come di una calamità; gli scettici ne
accusano la provvidenza--nessuno può scoprirne le fila misteriose.
Però io che ne aveva sofferto così a lungo, mi sentii rinascere l'ardore
dei miei vent'anni inesorabilmente perduti, e mi abbandonai con
trasporto al mio amore che era il mio culto. Oramai io poteva palesare
apertamente l'animo mio, poteva schiudere i battiti del mio petto tanto
tempo repressi; io era libero d'amare.
Clelia non s'imbronciava più se desideravo Eugenio, se m'accompagnavo
spesso con lui. A poco a poco divise in qualche parte la mia gioia, se
ne compiacque.
Quando egli veniva presso di noi, ella non lo vedeva più di mal occhio;
non lo accusava più di volermi sottrarre all'amor suo. Non andò molto
che si abituò tanto alla vista di lui, che se avveniva ch'egli mancasse
al solito convegno, ne era dolente per me poco meno di me medesimo. In
breve famigliarizzò con esso come con un amico d'infanzia.
Eugenio pareva felice di vedersi così bene accolto; ma tuttavia non
diede mai segno d'essersi accorto che fosse avvenuto qualche mutamento
nel nostro contegno verso di lui. Forse per delicatezza finissima non
voleva lasciar parere, forse egli avea dimenticato il passato, o avea
voluto dimenticarlo per smarrire un termine di confronto. Giammai però
che io potessi andare più in là di queste vaghe supposizioni; giammai
sguardo, gesto o parola che desse vita ad un sospetto o avvalorasse
l'uno meglio dell'altro.
Passarono alcuni mesi in questa guisa. Una sera noi ci eravamo raccolti
in questa camera senza sapere perchè; ragionammo d'arte un gran pezzo; a
poco a poco fummo tratti a risollevare i veli delle nostre memorie.
Eugenio aveva una vita avventurosa a narrarci.
Nato di famiglia ricchissima, alcuni rovesci di fortuna lo avevano
tratto in rovina; però egli aveva abbandonato il collegio con animo di
dedicarsi alla pittura per la quale aveva sentito fin dall'infanzia una
potente attrazione. Gli rimanevano cento franchi, non un soldo di meno.
Non era troppo, per intraprendere il gigantesco disegno che gli era
balenalo in mente: recarsi a Roma ad apprendervi il disegno. Vi andò.
Consumò i pochi quattrini che gli rimanevano, ma divenne allievo
dell'Accademia Romana di belle Arti. Patì di fame, ma visse, e crebbe
artista.
Questo racconto s'intesseva con cento episodii burleschi, ch'egli narrò
sorridendo. Io ne ricordo pochissimi; quest'uno non mi è mai passato di
mente.
Nei primi mesi che si trovava a Roma fu aperto il concorso per gli
allievi di disegno di una classe superiore a quella in cui si trovava
Eugenio. Il suo maestro lo consigliò di concorrere; si propose e fu
accettato. Era un ardimento senza pari; lo avrebbe portato innanzi una
classe, e gli avrebbe guadagnato un sussidio mensile di un prossimo
comune.
Il concorso versava sopra una copia dal gesso, ed era stato concesso
agli allievi un mese di tempo per compiere il lavoro. Eugenio si accinse
con ardore, il suo lavoro avanzava ogni giorno, egli si compiaceva già
dell'opera sua, si sentiva fremere nella mano una matita d'artista, e
lavorava senza posa. Quindici giorni trascorsero in febbre; il suo
disegno era quasi al termine; se non che all'improvviso egli scoprì
d'aver errato; avea tracciato alcune linee inutili che la sua
inesperienza e il suo entusiasmo gli avevano impedito per tanto tempo di
scorgere. Si provò a cancellare quelle linee, e rovinò la carta su cui
disegnava. Quella fu la più gran disgrazia che lo potesse colpire; aveva
perduto quindici giorni, e gli mancava una lira per acquistare nuova
carta. Giovinetto provò tutte le fitte della disperazione. Erano
quindici giorni che egli viveva di pane nero e di speranze, oramai tutto
gli falliva; egli disperava di raggiungere i suoi compagni, e condurre a
termine nel breve tempo che gli rimaneva il suo lavoro; e quando pure lo
avesse potuto, non avrebbe ritrovato in tutta la sua guardaroba di che
provvedere quella lira che gli mancava. Non conosceva nessuno, tranne
che un artista scultore; ma lo scalpello dell'uno non portava certamente
invidia alla matita dell'altro: erano due povere creature entrambi;
quale più non era facile determinare.
Trascorse il primo giorno in vane fantasticherie; alla notte egli aveva
passato in rassegna tutte le cose riducibili ad una lira. Una lira! era
un poema, e tuttavia Nababbo e Creso ne avevano avuto assai più; e se
n'erano vissuti senza comprenderne l'importanza; e certamente nessuno
mai poteva vantarsi d'averne analizzato così a fondo le virtù. Pure non
una di queste monete così famigliari oramai all'intelletto di Eugenio
era uscita dalle saccoccie di Nababbo o di Creso a confortare colla
riconoscenza la paziente meditazione del povero artista.
Alla notte ebbe la febbre, la febbre terribile che assale una volta sola
nella vita dei disgraziati sognatori d'arte e di poesia, la febbre
dell'avvenire che accelera il corso del sangue impoverito dagli stenti,
quando recisi i fili inargentati delle illusioni si volge la prima volta
l'occhio all'intorno e si scorge la terribile solitudine che accompagna
i passi della miseria.
Eugenio ebbe paura del suo avvenire, e pianse come un fanciullo. Tutta
la notte pensò al suo passato, alle cure affettuose che avevano
rallegrato i primi battiti del suo cuore, alla nonna incurvata, alla
madre buona ed amorevole anche nei rimproveri; pensò quelle colpe
ingenue e puerili che facevano sorridere la povera donna, quelle sale
arredate con gusto, quei maestri così arcigni e tutte quelle cento
inezie che popolano la vita inesperta e facile della fanciullezza.
Ma le grandi idee sono figlie della miseria, e non a torto fu detto che
le lezioni del cencio e della fame siano le più eloquenti e le più
feconde.
In quella notte Eugenio ebbe una idea....
E non fu appena sorto il mattino, che egli si vestì, mangiò un tozzo di
pane che era avanzato dal suo pranzo ed uscì all'aria aperta,
coll'aspetto d'uomo che ha assolutamente preso il suo partito, ma che
prima di intraprenderne l'esecuzione, vuole riconfortarsi e quasi
ribadire il suo proposito. La brezza mattutina doveva far quest'uffizio.
A capo d'un'ora passata a camminare su e giù innanzi alla chiesa d'un
convento, affrettando il passo quando era lontano dalla soglia, e
rallentandolo mano mano che vi si accostava, prese una risoluzione
suprema ed entrò.
Non era stato da gran tempo in una chiesa, e coi sacramenti non si
trovava certamente in buona armonia, tuttavia egli andò diffilato ad un
confessionale, vi si inginocchiò, ed attese. Non andò molto che un frate
lo vide, e venne a sedersi nel confessionale. Eugenio si sentiva battere
il cuore; ma non vi badò gran fatto, e sbirciò sott'occbi il reverendo
come cercando di leggergli sul volto il proprio destino. Il volto di
quel frate era muto come una tomba. Eugenio allora pensò che egli era li
per confessarsi, e fu per smarrirsi d'animo. Il frate lo prevenne, gli
domandò se voleva confessarsi, e il povero pittore balbettò qualche cosa
che rassomigliava ad un _sì_.
Allora incominciò il martirio; il frate volle sapere da quanto tempo il
suo penitente si fosse accostato al sacramento, e il penitente non
sapeva troppo bene se fosse da quattro o da cinque anni. Lo disse--e il
frate ad esclamare scandalizzato, e a minacciare le pene dell'inferno; e
il tapino a pentirsi--e poi una sfuriata d'interrogazioni e un
rispondere affannoso di _sì_ e di _no_--poi il frate volle recitasse il
_confiteor_, e il penitente, a cui era passato di mente insieme al
latino del collegio, a bestemmiare senza alcun riguardo le parole
sacre--e il frate a scandalizzarsi da capo.
In fine dopo un'ora di tortura Eugenio era riuscito a convertirsi; dopo
un'altra mezz'ora aveva mansuefatto totalmente il frate, il quale avendo
appreso i casi del suo penitente, e premendogli di salvare la sua anima,
lo assolvette con una mano, e gli diede coll'altra la lira sospirata.
Eugenio che finalmente respirava, ricevette con compunzione le due
benedizioni, storpiò un'altra volta il _confiteor_, e se ne uscì col suo
tesoro nel pugno, più ricco di Creso e di Nababbo.
Egli ci raccontò quest'avventura scherzando, e noi stessi ne ridemmo di
cuore; anche ora pensandoci io ne sorrido.
Aggiunse poi che rimessosi al lavoro, nel termine fissato ebbe preparato
il disegno pel concorso, e che ne riportò il premio stabilito. Ma per
giungere a quel giorno egli aveva vissuto alcune settimane nella
miseria; aveva sofferto il freddo, la fame; aveva lottato con una
malattia di petto cagionatagli dal lavoro frenetico, e la scarsità di
cibo consumandolo ogni giorno, lo aveva condotto agli estremi.
A questo racconto straziante che egli aveva cercato di fare colla stessa
bizzarra noncuranza, ma che involontariamente aveva strappato dal suo
petto un singulto e fatto brillare sul suo ciglio una lagrima, io me gli
accostai più da presso, e come a pagarlo di ciò che aveva sofferto,
serrai le sue mani nelle mie. Clelia lottò un istante dentro di sè, poi
nascondendo il capo fra le mani scoppiò in singhiozzi.
Eugenio rialzò il capo, guardò Clelia, e poi me; passò ruvidamente la
mano sugli occhi a detergervi le lagrime, e arrossì in volto come se
vergognasse della sua debolezza.
Da quel punto la conversazione languì. Clelia si provò a sorridere,
cercando i miei occhi che gli risposero tutto l'affetto del mio cuore.
Ma Eugenio non levò lo sguardo dal suolo ove l'aveva fisso nuovamente."
XLI.
"Un'altra volta ritornando a casa, ove sapeva d'essere aspettato da
Eugenio, entrai in sala all'improvviso. Eugenio era seduto sopra una
sedia daccosto al tavolo. Clelia sul divano in attitudine d'ascoltare.
Al vedermi Clelia fè un atto di sorpresa--non m'aveva udito ad entrare
perchè era distratta--non poteva essere altrimenti. Però sorrisi della
sua debolezza--essa arrossì in volto e non sorrise. Non vi badai gran
fatto, e mi rivolsi ad Eugenio.
--Che cosa narravi a mia moglie? gli domandai scherzoso.
Eugenio mi porse la mano.
--Parlavamo di pittura--le facevo una proposta che tu devi farle
accettare.
--Sentiamo....
--Voleva fare il ritratto ad entrambi, prese a dire Clelia.
Eugenio assentì collo sguardo.
--La buona idea! dissi io, converrà bene accettare mia cara.
--Prima però faccia il tuo, disse Clelia.
--Non sarà mai, prima il tuo....
--Via, sii buono....
--Sii buona....
Fu stabilito che Eugenio avrebbe incominciato al domani il ritratto di
Clelia."
XLII.
"Il domani un cavalletto da pittore collocato dinanzi ad una finestra,
un'ampia tela fermata sovr'esso, la tavolozza appesa ad un chiodo, e uno
sgabello a tre piedi, attendevano la prima seduta.
Eugenio non solo fu puntuale all'ora segnata, ma anticipò di una buona
mezz'ora per preparare le sue matite e i suoi pennelli. Clelia si
acconciava a malincuore all'idea di doversene stare immobile per un
pezzo--il suo corpicino era tutto foco.
--Lo vedi, mi disse ella--oggi non posso star ferma, sono una
pazzerella--il signor Eugenio dirà assai male in cuor suo di me, e
sciuperà il suo tempo inutilmente--se incominciasse da te--la tua
gravità, ne son certa, convertirebbe meglio la mia leggierezza.
Non le posi mente, e nulla fu mutato al programma. Clelia nel sedersi mi
guardò fisso, e volle che io mi ponessi di rimpetto ad essa perchè
potesse vedermi senza volgere il capo.
Accondiscesi.
Eugenio non diceva mai parola; in quel momento egli non era più uomo,
veleggiava pei campi ideali dell'arte--era assai lungi da noi. Guardava
Clelia come non l'aveva guardata mai; con uno sguardo ardente,
penetrante, come chi voglia ritenere a lungo l'impressione della forma,
e indovinare e tradurre in una forma il sentimento. Clelia sotto
l'impressione di quello sguardo pareva imbarazzata; guardava me e
sorrideva senza muovere le labbra; io solo leggeva quel sorriso--Eugenio
non l'avrebbe penetrato mai; non era il sorriso dell'arte, il sorriso
della natura fredda, ma il sorriso dell'amore--io mi sentiva più grande
d'Eugenio; la sua arte non poteva dargli ciò che poteva darmi il mio
amore; le frenesie dell'artista sfiorano appena il cuore; quelle
dell'amante lo passano."
XLIII.
La prima seduta fu lunga, nojosissima per Clelia--non per me. Io m'ero
posto dietro le spalle d'Eugenio e portando gli occhi ora sopra Clelia,
ora sopra la matita di Eugenio, aveva visto da quel fondo bianco uscire
mano mano la fisonomia adorata della mia compagna--erano i suoi occhi, i
suoi grandi occhi, la sua bocca leggiadra, sorridente, i suoi capelli
lucenti--ogni traccia di carbone era un soffio novello che infondeva
sempre maggior vita in quella fantastica creazione.
Una creazione, sì, la idea che s'incarna è sempre una creazione--non
invidiarne a Dio la facoltà di creare; per quanto è in noi, per quanto
può giovare ai nostri bisogni, alla nostra fantasia, noi siamo creatori
al pari di lui. Se non possiamo spingere i mondi a roteare nello spazio,
noi possiamo dire al nostro spirito d'errare più lontano di quei mondi.
L'arte è forma, ma la forma è pur essa una creazione. Trasformare è
creare--gli elementi esistevano prima dell'uomo--l'uomo ne ha mutato le
linee; ecco tutto--Ma quanta immensità in ciò! Il sasso da cui
Pigmalione traeva Galatea esisteva mille e mille anni prima di lui; ma
Galatea non era ancora. Nacque in lui, visse di lui, alimentata nella
sua mente; era un sorriso d'amore, un fantasma vagheggiato, tutto
suo--la divinità non vi aveva posto nulla, e tuttavia quel fantasma
viveva la vita dell'idea. Essa aveva aspettato, sepolta in quel sasso,
l'artista innamorato. Il martello dell'arte, con colpi febbrili di
braccio illuminato, ricercò la donna sotto il marmo--e Galatea fu.
In quel giorno stesso la fisonomia di Clelia fu interamente sbozzata.
Uno strano sentimento mi nacque in quel punto. Contemplando quella tela
parevami d'essere innanzi a qualche cosa di vivo, di reale, come se il
pennello di Eugenio mi avesse rapito una parte di Clelia per
rinchiuderla in quelle linee. Come mai poteva essere che quella tela
assomigliasse a Clelia, senza che ne avesse qualche cosa?--V'hanno forse
nella natura somiglianze di forma, senza partecipazione d'essenza?
Fissandomi in quel pensiero, la mia illusione crebbe sempre più; io
continuava a rimirare quel quadro con una specie di gelosia; non poteva
corrervi dubbio, quelle linee si muovevano, sotto quelle tinte v'erano
delle fibre e delle vene, e nelle vene il sangue, la vita, la vita della
mia Clelia. Quest'ultima idea mi atterrì; io mi volsi guardandomi
attorno--Eugenio ripuliva i pennelli, facendosi presso al balcone su cui
batteva l'ultima luce del giorno--Clelia mi guardava sorridendo della
mia muta contemplazione.
Lo dirò io? La stanchezza che dava a Clelia un molle languore, la luce
incerta e povera che le imbiancava le guancie rinvigorirono la mia
allucinazione. E vi fu un momento in cui mi persuasi che quell'onda di
vita che errava su quell'abbozzo fosse realmente involata alla vita di
Clelia, e che di tanto ne andasse diminuita la vitalità del mio amore,
quanta era la vitalità di quel quadro.
Io guardava Clelia, non era più quella di prima--guardava quell'immagine
ancora informe, e vi rinveniva qualche cosa di Clelia--parevami che se
avessi d'un solo tratto visto innanzi a me le due figure, il fantasma di
Clelia, come io l'aveva avuta fino a quel punto, si sarebbe ricostruito
nella mia mente; ma senza di ciò ogni mio studio era vano.
Charruà entrò portando un candelabro acceso--la nuova luce diradò la
folle visione e i vaneggiamenti della fantasia conturbata."
XLIV.
"Passarono alcuni giorni. Eugenio era venuto regolarmente alle sue
sedute; Clelia anch'essa non aveva mancato; pareva svogliata, stanca, ma
sapeva di farmi piacere e non si lamentava.
La tela era oramai al suo termine, il volto e le mani erano finite con
cura, ci si vedeva entro la vita; si poteva girare attorno alla sua
persona, e l'aria dietro il capo scherzava coi suoi capelli. Se fossero
stati sprigionati, avrei creduto di agitarli col mio respiro.
Era una bella tela, da inorgoglire qualunque gran maestro ne fosse stato
l'autore. Eugenio pareva compiacersene; durante le sue sedute egli
rimaneva talora alcuni istanti immobile a guardare Clelia, poi volgeva
l'occhio sul lavoro, e il suo volto non accennava lo sconforto. Ma non
accennava tuttavia l'orgoglio, e sebbene quel silenzio parlasse assai
chiaro, la soddisfazione dell'artista che sorride alla sua creazione non
si palesava in altro modo.
Talvolta Clelia pareva imbarazzata di quegli sguardi lunghi, penetranti,
e si volgeva a me come se io potessi temperarle quella noia. Talvolta io
stesso non poteva risparmiarmi un pensiero di gelosia, e avrei voluto
dire ad Eugenio che non guardasse Clelia in quel modo, ma per vergogna
invece lo avrei nascosto a me medesimo.
Un giorno Clelia impallidì d'improvviso sotto l'impressione d'uno di
quegli sguardi, mi guardò, vide che io l'osservava e mi rivolse un gesto
come a dirmi che ella si sentiva venir meno. Balzai in piedi e le fui
dappresso. La stanchezza, l'immobilità le avevano fatto male. Era così
fragile il suo corpicciuolo di libellula!"
XLV.
"Da quel giorno Clelia mancò alle sedute; se ne sottrasse per alcun
tempo col pretesto di non star bene; in seguito con mille altri,
mendicati giorno per giorno.
Questa improvvisa determinazione si associava ad un mutamento del suo
contegno verso Eugenio. Era fredda e riservata con lui, lo accoglieva
gentile, ma senza accordargli più quella confidenza amichevole che era
stata già frutto di molte lotte.
Eugenio anche questa volta non s'accorse di nulla, o almeno non fe' cosa
che dinotasse di essersene accorto. Era sempre buono e dolce, sempre
mesto, sempre egualmente amante dell'arte sua.
Ricominciarono le mie smanie d'un tempo; ma poi che io mi era abituato
all'armonia che faceva felice la corrispondenza delle nostre anime, ne
soffrii più acerbamente, e dal soffrire più acerbo passai all'essere più
insofferente di quella nuova e più strana ingiustizia di Clelia, e a
dirglielo con accento di rimprovero. La poveretta non mi rispondeva e
chinava gli occhi.
--Voglio dire, soggiunsi un giorno più esacerbato del solito, voglio
dire che assai meschina scusa al capriccio è l'Amore, e che se il tuo
affetto basta al mio cuore di sposo, la tua condotta con lui ferisce il
tuo spirito e lo accusa di picciolezza; e le anime nobili e generose
davvero, aggiunsi con accento più dolce per temperare la durezza delle
parole, e le anime nobili non si comportano di tal guisa, e se hanno
stimato altrui una volta, lo stimano sempre.
Clelia proruppe in lagrime. La lasciai col cuore spezzato dalla
tenerezza, ma colla mente agitata. E quel giorno, per la prima volta, io
fui severo e crudele, e lasciai che piangesse senza confortarla.
Quando la rividi un'ora dopo, aveva la faccia sfigurata dalle lagrime, e
piangeva ancora."
FINE DEL PRIMO VOLUME.
DUE AMORI
RACCONTO
DI
SALVATORE FARINA
VOLUME II
Milano
E. Treves & C. Editori
1869
Tip. Internazionale.
XLVI.
"Quella notte Clelia ebbe la febbre.
Io non saprò dipingere mai lo stato del mio animo in quel giorno fatale.
Pensavo ad Eugenio, alla stranezza della condotta di Clelia verso di
lui, alle parole brusche che io le aveva diretto; mi sentiva commosso
dalle lagrime che aveva visto, pauroso dello stato in cui Clelia si
trovava, e poichè tutte queste sensazioni si avvicendavano così
rapidamente da confondersi, e non concepiva colla mente il nesso che le
legava, io me ne rimaneva sbigottito meglio che offeso, senza avere la
forza di perdonare, e senza sapermi dare ragione della mia durezza.
Aveva ella pianto per i miei rimproveri, ovvero per la cagione stessa
che li aveva provocati? Se le mie parole erano state dure, ella doveva
comprendere troppo bene che non v'aveva parte il mal animo--nè io le
aveva detto cosa tanto acerba da cagionarle così gran dolore--e se ella
aveva coscienza dell'ingiustizia dei suoi modi, il rimprovero doveva
parerle meno amaro. La colpa subisce il rimprovero, l'innocenza solo ha
diritto di piangerne. E come se questa matassa non fosse ancora
ingarbugliala abbastanza, a crescere lo scompiglio del mio cuore
agitato, mi rifeci al primo pensiero che m'era venuto, e domandai a me
stesso perchè mai Clelia si mostrasse ancora insofferente di Eugenio--e
me ne strussi indarno.
Nè d'altra parte io era certo di non illudermi--potevo aver scambiato i
suoi sentimenti e falsatane la natura--quell'apparente freddezza con cui
ella accoglieva Eugenio, poteva essere un effetto indiretto d'un'altra
causa ignorata. E quale era mai questo segreto? e perchè un segreto con
me? d'onde mai era venuta la forza che aveva separato l'inseparabile,
disarmonizzato l'armonia perfetta, allontanato i nostri cuori che
avevano per tanto tempo confuso i loro battiti e diviso tutta la loro
potenza d'amore?
Ebbi la febbre anch'io--la febbre del dubbio; e mi trassi al capezzale
di Clelia coll'anima lacerata.
Clelia dormiva; un sonno agitato, convulso. Io stetti buona pezza a
rimirarla commosso--in quel momento non dubitai più che le mie parole
fossero state la causa del suo dolore, e me ne feci rimprovero.
A poco a poco l'ansia del suo petto si fè più calma, la sua respirazione
più regolare, il suo sonno più tranquillo.
Allontanai la lampada perchè la luce non la destasse, e mi assisi
dinnanzi ad un tavolo. Una melanconia profonda mi prese in quell'ora e
non so perchè io mi sentiva come impaurito; il mio avvenire, che è oggi
questo povero presente, non mi sorrideva più come prima; io non osava
più abbandonarmi come un tempo a quel confidente fantasticare che si
alimenta di speranze e di promesse.
Le ore corsero veloci; io ne udiva ad ogni tratto i rintocchi agli
orologi delle chiese--d'improvviso mi parve udire una parola pronunziata
a bassa voce--mi rivolsi come per rispondere; e allora conobbi che
quella voce veniva dal letto di Clelia. Me le accostai. Dormiva...
agitava le labbra... sognava forse di me, e un sorriso animava il suo
volto. Era bella; di quella bellezza fantastica che i poeti, eterni ed
ingenui sognatori, hanno immaginato per ingemmare la fronte della Musa.
Posi il mio labbro presso al suo labbro, rattenendo il respiro per non
destarla. La sua bocca sorrise e mormorò ancora una parola.... un
nome.... il nome d'Eugenio.... Il sangue mi corse al cuore che batteva a
schiantarmi il petto--un sudore freddo mi spuntò sulla fronte, il mio
corpo tremò e fui per cadere.
"Quel nome nel sogno è nulla, dissi a me stesso--può bene il delirio
ricevere le manifestazioni più strane senza che risponda all'intimo
sentimento dell'anima. E poi che cosa è mai un nome? e qual senso si
rinchiude in esso--e in quale mai lo pronunciava il suo labbro?"
Ahi, che la mia ragione stessa mi torturava! fossi io stato in
quell'istante un insensato! Ma avere una mente e domandare ad essa
l'inganno, è follia maggiore di tutte. Ragionare è accettare la lotta, è
combattere--l'istinto mi aveva fatto indovinare il veleno, il sillogismo
me ne accostava la coppa alle labbra.
Se vi era illusione che potesse alimentare ancora la mia pace, conveniva
non porla a cimento colla riflessione; così come io lo aveva udito, quel
nome poteva avere un significato indistinto, fors'anco non averne
alcuno; pensandovi, egli si aguzzava come la punta micidiale d'una
freccia. Era una rivelazione involontaria, era un sospiro sfuggito
all'ansia d'un petto conturbato, era fiamma dissimulata e tradita.
I miei occhi si offuscavano, mi tintinnivano le orecchie, e un'onda
ardentissima mi saliva fluttuante alla testa.
Un lamento indarno soffocato mi uscì dal petto, e mi lasciai cadere
bocconi ai piedi del letto, nascondendo la faccia fra le pieghe del
lenzuolo.
Quanto tempo passasse di tal guisa non so dire--parevami che qualche
cosa di strano avvenisse intorno a me; io teneva sempre gli occhi
aperti, e parevami di sognare--mille figure bizzarre danzavano
capricciose carole in un'atmosfera di fuoco--mi urtavano, mi portavano
innanzi come un frammento di macigno sospinto da una valanga--e in mezzo
a questo scompiglio io udiva ancora il monotono oscillare del pendolo
nella camera, e il respiro lento di Clelia. E vedevo il suo volto
pallido, e le sue braccia candide abbandonate sopra il guanciale, e i
suoi capelli disciolti, e le sue labbra di rosa, e sulle sue labbra quel
sorriso e quella parola: _Eugenio_....
Mi sollevai sbigottito, ebete, senza quasi aver coscienza di me
medesimo. Mossi alcuni passi--senza avvedermene camminavo sulla punta
dei piedi per non svegliarla--poi me le accostavo e la guardavo
sorridendo; dimentica d'ogni cosa, la mia anima pareva volesse volare
incontro alla sua ad abbracciarla, e che un segreto ammonimento la
ritenesse e le dicesse con dolcezza: "zitto, ella dorme."
Avrei voluto illudermi, e m'illudevo senza saperlo--ma per breve ora.
Arrestandomi ancora dinanzi ad essa, io vidi il suo labbro aprirsi
un'altra volta, vidi un'altra volta quel sorriso....
Fuggii per non udire quella parola.
Nell'altra camera c'era Charruà; il poveretto aveva vegliato; vedendomi
così stravolto mi si fece da presso. Io vidi su quella faccia nera la
pietà che ricercavo, e caddi nelle di lui braccia, piangendo come un
fanciullo."
"Vidi sorgere l'alba attraverso le lagrime. Triste cosa quell'alba. E
tuttavia una speranza mi rianimò il petto; e il pensiero che io potessi
essere in inganno tornò a sorridermi con insistenza. Clelia mi amava, mi
aveva amato sempre--me ne aveva dato prova fino a poche ore prima; e
poi, qual fede meritava una rivelazione del delirio? ed era poi una
rivelazione? "Eh! via, una parola, un nome, non è in fin dei conti che
un nome--dovrò io tessere sovr'esso una sventura con tanta sicurezza?"
Ritornai a Clelia con animo più calmo. Dormiva ancora; aspettai.
Poco dopo ella aprì gli occhi; mi vide e mi sorrise. Come mi fece bene
quel sorriso! Pure ella aveva sorriso nello stesso modo poc'anzi.
XLVII.
"Non dissi lo strazio del mio cuore; lo serbai come un segreto; e con
quell'avidità fatale che spinge l'uomo alla scienza della propria
sciagura, spiai ogni gesto di Clelia per avvalorare di certezza il mio
sospetto.
In quel giorno Clelia fu calma, amorevole, quasi lusinghiera.
Ignoro se ella mi leggesse in viso le traccie dell'affanno, o se io
riuscissi a dissimulare tanto da ingannare l'occhio suo indagatore--so
bene che ella mi guardava fiso e lungamente, e che il sangue mi correva
più celere a quello sguardo, e che mi sentiva riconfortato, e quasi
vergognoso d'aver dubitato del suo amore.
Venne Eugenio. Malgrado i miei ragionamenti fui freddo con lui--egli con
me fu come per lo passato.
Clelia mi stette vicino--non si allontanò come io temeva. Ella dunque
poteva guardare in faccia Eugenio senza arrossire, ed egli del paro.
Buon pensiero che durò poco.
Non poteva forse per parte di Clelia essere questo un riguardo ai miei
desiderii, così stoltamente manifestati? e forse che Eugenio avrebbe
potuto interrompere le sue visite, senza palesarsi?...
Eugenio partì--il mio saluto non fu meno freddo. La giornata passò
tristamente. Clelia non mi domandava conto del mio malumore; non se ne
avvedeva ella? Non era possibile; ne conosceva dunque la causa, e lo
sapeva ragionevole. Ahimè! non vi era più dubbio. Come fu presso
all'imbrunire la pregai che andasse a letto; il riposo le avrebbe fatto
bene. In vero ella era molto abbattuta; passeggiava per le camere, ma ad
ogni tratto era costretta a sedersi.
Alla mia preghiera rispose con mestizia non averne voglia, la lasciassi
ancora qualche ora. Non risposi.
Eravamo seduti a qualche distanza l'un dall'altro--ella sul divano, io
sopra una seggiola a bracciuoli--tristi entrambi e muti.
Fece più volte atto di rivolgermi la parola, ma si pentì e si rattenne a
mezzo ogni volta; ruminava in mente qualche cosa, levava il capo per
guardarmi, e come io mi accorgeva dei suoi sguardi, li rivolgeva ancora
al suolo e ve li teneva fissi gran tempo.
A poco a poco succedette al tramonto la notte; le ombre circondarono
tutti gli oggetti che ci stavano intorno, i nostri volti sfuggivano alle
ricerche dei nostri sguardi, fatti più audaci dalle tenebre.
--Raimondo--chiamò Clelia dolcemente.
--Che vuoi? risposi e mi feci presso a lei intenerito.
--Che tu segga daccanto a me.
Vi era in queste parole un accento così carezzevole e così afflitto, che
mi ritornarono in folla alla mente le dolci memorie dei nostri giorni
d'amore. Il mio cuore, rimasto così a lungo solo, versò all'improvviso
la sua tenerezza. Le cinsi il collo d'un braccio, e coll'altra mano
cercai la sua mano.
Clelia mi amava ancora. Lieto di questa certezza io dimenticai quasi
ogni primitivo timore. Era stato un delirio il suo; ma più folle delirio
il mio di alimentare d'un sospetto lo spasimo del mio cuore.
Per pagarla della mia freddezza fui tenero oltre l'usato. Ad ogni parola
affettuosa che io le dirigeva sentiva la mia mano stretta più forte
nella sua e il battito del suo petto accelerarsi. E allora avrei voluto
scorgere nel suo viso l'espressione del suo animo; ma benchè me le
accostassi tanto che le nostre labbra s'incontrassero, e aguzzassi del
mio meglio lo sguardo, quella notte senza luna era inesorabile, nè mai
un filo di luce che penetrasse nelle nostre stanze.
Charruà non portava i lumi; volli chiamarlo; afferrai il cordone del
campanello; Clelia trattenne il mio braccio senza dir motto.
Gran parte della notte si passò di tal guisa; mai coppia d'amanti fu più
ardente e commossa.
Parlammo di cento cose con abbandono; ma tuttavia era chiaro che
ciascuno di noi nascondeva qualche cosa all'altro, e che struggendosi di
parlare adoperava i più strani giri per arrivarvi senza lasciarne parere
il desiderio.
--Domani sarà una bella giornata, mi disse Clelia.
Conobbi che questa era da parte sua l'ultima via per giungere alle
spiegazioni, e che il suo partito oramai era preso. Che mi avrebbe detto
ella mai?
Anch'io convenni che il domani sarebbe stata una bella giornata.
--E la campagna sarà sorridente di fiori e di profumi....
Io non ne dubitavo--e tuttavia non sapevo ancora a che volesse arrivare.
Non disse altro.
"Si è pentita," pensai.
Ma mi era ingannato; sentii la sua bocca accostarsi al mio orecchio e
dirmi sommesso:
"Mi ci condurrai, non è vero?"
"Dove?" mi domandai, e prima che avessi tempo di rispondere, la mia
mente aveva corso gran tratto il campo delle fantasticherie.
E mi parve d'udire il respiro affrettato di Clelia, e di sentire fremere
il suo corpo vicino al mio. Allora il capo mi si confuse affatto; nuovi
sospetti scesero nel cuore a straziarlo, e non osando più profferire
parola, perchè pauroso di provocare una novella che non avrei saputo
sopportare, tacqui.
--Raimondo, proseguì Clelia con voce più calma, la primavera è così
bella! non vorrai tu che noi andiamo per qualche tempo sul lago?
--Vi andremo, risposi sbadato.
Ma pensando dopo breve tratto alla mia risposta, e per essa alla domanda
di Clelia, mi riconfortai.--Vi andremo--soggiunsi con voce più ferma--è
vero, la primavera è così bella! Ma perchè mai non attendere l'estate?
--La primavera è così bella!
--Hai ragione.
--Soli, non è vero?
--Soli!--Ahimè, che il terribile segreto mi si svelava tutto e le mie
paure risorgevano più gagliarde.
--Eugenio vorrà forse venire con noi, balbettai coll'istinto di
accertare la mia sciagura.
Attesi invano una risposta. Cercai la mano di Clelia che mi era
sfuggita, cercai il suo corpo tentoni con ansietà inesprimibile. Sfiorai
il morbido velluto dei suoi capelli, sentii il freddo marmoreo della sua
fronte appoggiata al cuscino del divano, e alcune lagrime scorrermi fra
le dita.
La gelosia vinse in me ogni altro sentimento; mi drizzai furibondo, col
cuore che ruggiva una bestemmia. Il tremito del mio corpo, l'ansia del
mio povero petto dovevano pur giungere fino a lei e farsi palesi anche
nell'oscurità. La poveretta non faceva motto, e piangeva.
Ripiombai abbattuto sul seggiolone, cacciandomi le mani nei capelli.
--Raimondo, amico mio, salvami; pietà di me, in nome del nostro
amore....
Può il cielo serbare alle sue creature uno strazio più crudele! Io non
risposi, non piansi, non imprecai.
XLVIII.
Essa lo amava! Spietato, inesorabile pensiero. E tuttavia se ne aggiunse
uno più terribile, e non l'ebbi appena concepito che un brivido mi corse
per le membra. Se Clelia avesse potuto vedermi in quel momento avrebbe
avuto paura di me--io stesso ne aveva.
Inorridito da quel dubbio fatale sollevai la testa di Clelia che si era
appoggiata sulle mie ginocchia, e respinsi il suo corpo che cadde
abbandonato sul divano.
Mi levai istupidito dalla mia brutalità, e inciampando nei mobili
passeggiai a gran passi. Dentro di me la desolazione muta; attorno a me
le tenebre, i singhiozzi di Clelia, e l'oscillare del pendolo.
"Non cesserai tu dunque di misurare il mio dolore?"
Venni al fianco di Clelia, cupo, severo, minaccioso. Mi udì, e cessò il
pianto.
--Giurami....--pronunciai sommesso, giurami....
Non dissi altro, non n'ebbi cuore--non n'ebbi pure il tempo.
Clelia si drizzò svincolandosi dal mio braccio. Ella aveva indovinato il
mio sospetto--se ne risentiva come tigre ferita. Era terribile; io
indovinava il suo sguardo, il corrugarsi del suo ciglio, la vedevo
innanzi a me minacciosa.
--Taci, non dir altro--gridò imperiosamente; in nome del cielo--aggiunse
un istante dopo supplichevole.
Sentii il suo corpo vacillare, e stramazzare per terra--volli
soccorrerla--volli chiamare--non lo feci--la vergogna, la paura, il
rimorso mi toglievano il senno. Caddi in ginocchio accanto a lei,
implorando fra le lagrime il suo perdono."
XLIX.
"Avrei io acconsentito alla sua preghiera? Tutta la notte--eterna
notte!--ruminai questo pensiero. L'amor proprio me ne sconsigliava, ma
il cuore mi diceva d'arrendermi--nè andai più oltre. Il sonno di cui da
tanto tempo non aveva provato i benefizii, venne non so per qual via a
quetare il mio spirito.
Anche gli sventurati dormono--la natura ha provveduto in qualche modo al
destino dell'uomo, facendo che l'organismo incateni ogni cosa alle sue
leggi inesorabili, e neppure il dolore possa sottrarvisi.
Alla mattina dibattei lo stesso quesito; il cuore mi parlava meno
forte--l'amor proprio più invelenito che mai.
Io non poteva senza mostrarmi ridicolo a me medesimo involare mia
moglie, e andarla a nascondere nella campagna in quella stagione. Che si
sarebbe detto di me? Che ne avrebbe pensato lo stesso Eugenio?
Comprendo quanto fossero più ridicoli i miei stessi timori. Anche allora
mi feci rimprovero di questa debolezza--ma senza frutto. Mi ostinai nel
mio proposito, e tra che voleva sfuggire la taccia di marito geloso, e
tra che voleva sfidare il mio destino e in certa guisa vendicarmi di
Clelia e di Eugenio, mi compiacqui della mia fermezza.
Non avrei lasciato Milano--e lo dissi a Clelia che non fe' motto per
lagnarsene.
Tanta umiltà mi scese al cuore senza rimuovermi.
Se non che io aveva fidato troppo sul mio orgoglio, e creduto follemente
che avrebbe soffocato la mia gelosia. La natura può rimanere un istante
soggiogata, ma si solleva ben tosto, e ridomanda imperiosamente le sue
leggi.
Durante alcuni giorni non mi fu difficile acconciarmi meco medesimo, e
celare sotto il manto dell'indifferenza la piaga del mio cuore!
M'innebriavo del mio dolore, buttavo nel fango il sentimento e
m'imbellettavo da istrione.
Triste maschera la dissimulazione--tu non l'hai ancora posta sulla
faccia, che già cade a brandelli; e se si appiccica un momento, scotta
come ferro arroventato.
Da qualche tempo mi permettevo di star lontano da Clelia--ci soffrivo,
perchè rinunziavo a quel piacevole e calmo cicaleccio che teneva deste
le nostre veglie solitarie d'un tempo; ci soffrivo tanto più in quanto
le mie notti casalinghe erano diventate abitudini; e tuttavia, sebbene
ricercando di che pagarmene non incontrassi che la noia, io era divenuto
assiduo frequentatore del Caffè di .... e vi passava molte ore
ricercando nelle spire di fumo del mio sigaro, nella fiamma turchina del
mio _punch_ le memorie della mia felicità d'un tempo.
Non so come mi sentissi tanta forza da resistere all'impeto della
tenerezza, nè so se io debba dire che ne uscissi vincitore o vinto. So
bene che una lotta si impegnava dentro di me ogni giorno; e che il
proposito di riaccostarmi a Clelia che un sentimento di giustizia faceva
prorompere nel mio petto, vi moriva miseramente ogni volta.
Clelia ne soffriva in segreto; nè mai avvenne che io facessi ritorno a
casa e non la incontrassi sull'uscio ad attendermi. Talvolta io le
sorridevo pieno di gratitudine--più spesso mostravo di non accorgermi
delle sue attenzioni, e la salutava asciutto. Allora mi ritiravo nelle
mie camere per nascondervi lo strazio del mio cuore, e imprecavo alla
codardia che mi contendeva la dolcezza del perdono.
Io ero ridiventato fanciullo e provavo un'altra volta le debolezze e le
ostinazioni di quell'età. Sapevo che sarei stato felice riaccostandom
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