I drammi de' campi
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Title: I drammi de' campi
Author: Emilio Raga
Release date: May 25, 2008 [eBook #25587]
Most recently updated: January 3, 2021
Language: Italian
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Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I DRAMMI DE' CAMPI ***
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_EMILIO RAGA_
I
DRAMMI DE' CAMPI
PADRE DON GIUSEPPE
LA VENDETTA--PROPRIETARI E FITTAIUOLI
SEQUESTRO.
MILANO
_Emilio Quadrio, Editore_
Via Rastrelli, 8.
1886.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_L'Edizione è stampata su carta Filadelfia filogranata_ E. Q.
PADRE DON GIUSEPPE
Peppe, figliuol mio, sii sempre buon cristiano, e timorato di Dio, che
Dio t'aiuterà, e ti guarderà dal peccato e dalle male persone.
Ciò lo zio Saverio non si stancava mai dal ripetere a quel monello del
nipote, che una sua figliuola, morendo, gli aveva lasciato sulle
braccia e corroborava tali parole con degli esempi che n'aveva piena
la testa, e che raccontava con quella commovente ingenuità e con
quella fede propria de' buoni vecchi.
Lui invece stava ad ascoltarlo broncio broncio, con gli occhi bassi,
che alzava solamente quando il vecchio volgeva altrove i suoi, e per
saettargli uno sguardo di bestia restia ad addomesticarsi.
Una delle curiosità archeologiche di S. Giovanni era di certo lo zio
Saverio, con quella sua figura incartonita da mummia egiziana sotto un
berrettino bianco, insaccato sempre in una specie di giubba di grosso
panno turchino, a falde quadrate, in brache corte e stivaloni col
nappino, tutti rabeschi. Sì che per le strade i monelli gli andavan
dietro, e gli facevano la baiata, senza far parere che la facessero a
lui. Ma se ne fosse anche accorto? quei panni non li avrebbe smessi
per tutti i tesori del mondo: aveva visti vestiti così suo nonno, suo
padre, mill'altri dell'istesso ceto con essi; dovevano trovarci tutto
il loro comodo in quella foggia di vestire dacchè l'avevano adottata,
e con la tenacità del suo buon senso contadinesco non capiva perchè
dovesse far diversamente da loro egli, cui quella foggia non dava
punto noia, e sacrificare ai tempi come tanti e tanti che, a dir vero,
gli parevano assai leggieri di mente. Per lui invece era uomo di
carattere don Francesco che portava ancora il codino: per questo
anche, quando l'incontrava, gli faceva un saluto più rispettoso di
quello che facesse al padre arciprete o al figliolo del barone (che
veniva da Cammarata in S. Giovanni per la sola festa di giugno)
tutt'attillato nel suo vestito alla moda, una vergogna per un capo di
paese!
Ma se seguiva con tanta tenacità la moda dei suoi padri, ne aveva
radicati nell'anima le massime e i principi, poichè bisogna dire che
era l'onestà in persona, qualità che in quella famiglia s'erano
tramandata di padre in figlio. Epperò nominava sempre mastro Gaetano
suo avo, ch'era stato il tutto in casa del vecchio barone, in mezzo
all'oro e all'argento, e quando morì le spese del mortorio dovette
fargliele il padrone: nominava sempre mastro Andrea suo zio, morto
povero in canna per il suo buon cuore; non parlava di suo padre, i
Berlingrieri potevan dire che uomo era, e quanta fiducia avevano
riposta in lui, senza che se ne avessero avuto a pentir mai. Sicchè
ebbe a morir di vergogna quel giorno in cui un vicino venne a dirgli
che aveva visto passar per la piazza Peppe, il nipote, legato come
Gesù Cristo. Nascose la faccia tra le mani, e cadde a sedere sulle
tavole del letto, dove restò come impietrito, senza poter piangere.
--Compare Saverio, bisogna fare la volontà di Dio, gli disse
mastr'Antonio un suo vicino che aveva risaputa la cosa, e entrava in
compagnia di certe donnicciuole le quali venivano un po' per
consolare, un po' per appagare la loro curiosità. E il vecchierello
fece la volontà di Dio: prese il bastone, e curvo come se sul suo capo
in que' pochi momenti fossero passati dieci lunghi anni, andò da don
Francesco. Chi meglio di lui poteva aiutarlo in quel frangente?
Don Francesco domandò un quarto d'ora per vestirsi, passato il quale,
i due pezzi d'antichità si misero in via. E tanto fecero, e tanto
dissero, che finalmente vennero in chiaro di quel ch'era accaduto. Da
qualche tempo quelli che possedevano poderi nelle vicinanze del paese
non erano più padroni delle loro frutta: man mano che maturavano
andavan per coglierle, e restavano col naso in aria, e la bocca
spalancata; c'era stato chi aveva risparmiato loro l'incomodo.
Si davano al diavolo; facevano delle sfuriate ai mezzaioli o ai
garzoni, i quali protestavano: che ci potevano fare? il ladro era più
destro di loro.
Sputava fuoco più di tutti un certo don Biascio Sivoli, detto Ciacè,
il quale aveva un pero; un famoso pero che faceva pere burrone non
meno famose; mezzo chilo l'una, e mai bacate; e non solo non ne poteva
mangiar più lui, ma, quel ch'era peggio, manco mandarne al sor giudice
che ogni volta in piazza, appena lo vedeva, non mancava dal fargli gli
elogi di quelle pere: e il galantuomo ne andava in visibilio. Tanto
più che aveva una causa pendente con quella carogna del farmacista, e
sperava di vincerla con le pere. Ah, birboni! l'intendevan così? E ne
parlò a mastr'Andrea, un perticone, capo degli sbirri, con una vera
faccia d'orco.
--Lasci fare a me, rispose questi. Però, se scopro il ladro.... un
paniere eh, restiamo intesi.
--Una cesta, mastr'Andrea, una cesta.
E don Biagio dormì tra due guanciali.
Gli sbirri, è chiaro, la san più lunga de' mezzaiuoli e dei garzoni,
sì che in capo a otto giorni mastr'Andrea coglieva il ladro proprio
sul pero, e col corpo del delitto addosso. Era il nipote dello zio
Saverio.
Un mese di carcere, il dolore del nonno, le lunghe ammonizioni che
questi gli fece, ricordando mastro Gaetano, mastr'Andrea, e tutti i
santi della famiglia, non fecero nè caldo, nè freddo, a quel
monellaccio che aveva proprio il furto nel sangue.
--Non lo farò più, nonno, disse piagnucolando con quella sua aria
d'ipocrita nel visaccio appastato dalla lordura, e l'indomani fu da
capo. Però non rubò più frutti, ma galline, che portava a una vecchia
mendicante, la quale le andava a dare per niente in certe case dove
sapeva che si chiudevano gli occhi.
In quel tempo anche Castrenze, il figlio del _Capurbano_, aveva le
mani lunghe.
I due monelli s'annusarono, fecero comunella insieme, e
incoraggiandosi l'un l'altro, riuscirono a rubare certe posate
d'argento.
Peppe le prese, e andò a portarle alla vecchia.
--Quanto mi date di queste qui nonna? disse mostrandogliele di sotto
al giubboncello.
Alla ladra luccicarono gli occhi; e tira di qua, tira di là, gli dette
dodici tarì.
I due amici quella sera gozzovigliarono nella taverna di mastro
Nicasio: e all'uscire, nell'allegria del vin bevuto, a Peppe venne
un'idea.
--Aspettami qui, disse all'amico, e corse diviato in casa della
vecchia.
Questa dormiva: la fece alzare, si fece aprire, ed entrò tutt'agitato.
--.... Sapete.... disse giungendo le mani, quelle posate....
--Ebbene...,
--Son del Capurbano, il padre di Castrenze....
--Misericordia!
--Ieri seppe che gliele rubò il figliuolo....
--E?...
--Diventò un diavolo dell'inferno, e gli fece confessare che cosa ne
aveva fatto.
--E come si fa ora?... oh, Vergine santa!...
Il furbo si stringeva nelle spalle, sporgeva il labbro inferiore: e'
non lo sapeva.... no, davvero non lo sapeva.... l'affare era brutto
assai....
E quando l'ebbe impaurita a dovere, disse dimenando il capo:
--Via.... forse.... si può accomodare ogni cosa.
--E come?
--Datemele, le darò a Castrenze, egli le rimetterà al posto....
troverà una scusa....
--E i miei dodici tarì?
--Che volete, ce li siamo mangiati: chi poteva supporre una cosa
simile!
--Io voglio i miei dodici tarì, strillò la vecchia.
--Ebbene vi si restituiranno i vostri dodici tarì, non abbiate paura.
Credete d'aver da fare con ladri? accordateci un po' di tempo per
poterle mettere assieme.... Se poi preferite andare in prigione....
La vecchia borbottò qualche cosa, andò al pagliericcio, ne scucì un
poco da un lato, cacciò la mano dentro, ne cavò fuori le posate, e le
dette al monello.
--Non ti dimenticare di portarmi il mio danaro, sai!
Ma già Peppe era lontano.
Trovò l'amico che l'aspettava con impazienza.
--Guarda, gli disse: e alzato il lembo del giubboncello, gli mostrò le
posate.
--Oh, e come hai fatto a riaverle!
Peppe gli raccontò ogni cosa, tra scaltri ammicchi, e sghignazzamenti.
--E ora che ne faremo? domandò Castrenze.
--Le porterò a un altro, to'.
--Bravo.
E così fece: e l'indomani nuova gozzoviglia nella taverna del
Maffioso: e nella piazza il solito «aspetta.»
Quello che questa volta aveva preso le posate era un contadino
conosciuto per uomo che soleva tenere il sacco a' piccoli ladri: un
vecchio tabaccoso che pareva la morte secca. Prendeva il fresco,
appollaiato come un barbagianni sulla soglia dell'uscio, quando arrivò
Peppe correndo.
--Che hai, gli domandò col suo risolino scaltro, sei inseguito dagli
sbirri?
--No.... entrate... devo parlarvi. E chiuso l'uscio, seguitò. Queste
posate....
--Ebbene?
--Sono del Capurbano, il padre di Castrenze.
--Diavolo!
--Seppe che gliel'aveva rubate il figliuolo, lo prese per un orecchio,
lo condusse in una stanza, serrò l'uscio, e lì di dove vieni? vengo
dal mulino. Capite.... svesciò ogni cosa.... anche che le posate
l'avete voi.
--Davvero!
--Maria santissima, rispose il monello facendo croce delle mani sul
petto.
--E come si ripara ora?
--Ci sarebbe un rimedio, insinuò il tristerello.
--E quale? Di su.... presto....
--Datemi le posate.... Castrenze le rimetterà al posto, io negherò....
voi pure, e tutto sarà finito.
--E i dieci tarì che ti detti?
--Ce li siamo mangiati, parola d'onore; però domani cercherò di
portarvene tante galline.
Il contadino si fece bestemmiando a un angolo della stanza, sollevò un
mattone con la punta d'un coltello che s'era levato di tasca, prese le
posate e gliele dette.
--Non ti dimenticare di portarmi le galline, sai!... se no.... quanto
è vero Dio....
--Oh, per chi mi prendete! E intascate le posate, andò via.
Quel giochetto durò otto giorni; e i due amici se la passavano proprio
come tanti re.
Ma ci fu il duro che non cadde nella rete; che negò non solo di saper
di posate, ma minacciò anche di prendere a pedate nel sedere il
tristerello se non batteva il tacco, e addio cuccagna.
Il diavolo addosso però l'aveva mastro Andrea che inghiottiva male i
lavacapi che gli faceva il sor giudice, gonfiando le gote, e
sbuffando. Al degno sbirro era entrato il sospetto che autore di tutte
quelle birbonate fosse Peppe: ma come fare ad averne la certezza?
--Riga diritto ragazzo! gli diceva facendo gli occhiacci ogni volta
che l'incontrava per la strada.
Ma lui cacciava le mani in tasca, e alzava le spalle, ed esclamava:
--O che vi salta in mente, mastr'Andrea!
--Basta, sono affari tuoi codesti.... uomo avvisato, mezzo salvato.
E lo sbirro tirava per la sua via brontolando.
Intanto non aveva pace: e fruga di qua e domanda di là, finalmente ci
riuscì a risapere ogni cosa. Le posate al farmacista gliele aveva
rubate Castrenze, l'avevano vendute insieme con Peppe e s'eran
mangiato il danaro da mastro Nicasio! Il povero sbirro si mordeva le
pugna: ah, il birbone aveva qualche santo dalla sua! come fare a
parlare? quella forca di Castrenze era figlio del Capurbano!!
Ma era uomo di mondo mastro Andrea, e stimò esser da sciocco il
perdere tutto il benefizio di quella scoperta. «Non si sa mai come
possano andare le cose» era la sua massima. Basta andò diviato dallo
zio Saverio. Gli era stato sempre amico.... ricordava sempre i bei
tempi che facevano a sussi alla Rupe, dalla buon'anima di suo padre, e
non voleva guastarsi con lui.... Però rimediasse, e presto.... un
altro caso simile, e addio.... era costretto a parlare poi, se non
voleva perdere il pane; aveva moglie e figliuoli da mantenere lui.
E quando l'ebbe tenuto tanto sulla corda, che il pover'uomo ansava, e
lo guardava spaurito, non sapendo dove diavolo volesse andare a parare
l'amico, a qualche cosa di serio per certo, gli disse: è successo
questo, questo, e quest'altro.
Lo zio Saverio spalancò tanto d'occhi; poi tirò giù il berrettino, e
cominciò a grattarsi la zucca.
--Birbone!... ripeteva con voce piagnucolosa, birbone!... E non sapeva
dir altro.
Anche questa volta prese il bastone, e corse da don Francesco. Il buon
galantuomo scosse il capo e il codino, e guardando il vecchio che
pendeva dalle sue labbra, disse:
--Qui bisogna rimediare seriamente.
--E come? Santo Dio, non ho forse fatto di tutto per....
--Umh, interruppe l'altro grattandosi l'orecchio, ne siete proprio
sicuro?... Siete stato troppo debole, compare Saverio, troppo debole!
Certi esseri, vedete, che hanno un curioso naturale, bisogna tenerli
sotto appena escono dalle fasce, altrimenti è impossibile ridurli: il
trattarli poi con un po' di _fra Pioppo_ non fa mica male. (Fra
Pioppo, chi non lo sapesse, per don Francesco era il bastone). Avete
lasciato prender radice ai cattivi istinti, compare Saverio; e ora,
Dio non voglia che sia troppo tardi!
Lo zio Saverio lo guardava tutto sgomento, e a bocca aperta: don
Francesco strinse le sopracciglia, e stette a pensare.
--Via mandiamolo a Bronte, e facciamolo prete, disse a un tratto.
E impietosito della cera che seguitava a fare il vecchio, cercò di
consolarlo.
Stesse tranquillo, nel seminario l'avrebbero ammansato; ben altri musi
che il nipote que' padri avevano rimesso nella buona via; sarebbe
tornato una pasta di miele, istruito, e con la zimarra per giunta, il
che valeva un bel «don» e un certo lustro alla famiglia, mettersi alla
pari co' galantuomini nientemeno! Amici lo zio Saverio ne aveva, si
sarebbero dati attorno e il nipote arciprete gliel'avrebbero fatto
fare: si strappava un'anima dalle granfie del diavolo, e un vero
regalo si faceva al paese, poichè, via.... fatta eccezione di
quelle.... monellerie, era dei Rizzotto, buona gente di padre in
figlio. In quanto a danari, in simili occasioni ce ne vogliono,
accomodava tutto lui.... la retta era una miseria.... tuttavia, al
bisogno, egli presterebbe volentieri qualcosa.... con l'ipoteca sul
podere della Rupe che aveva limitrofo, s'intendeva.
--Piuttosto mandate vostro nipote da me, concluse, gli darò una
tiratina d'orecchio, e lo preparerò alla cosa.
Lo zio Saverio se n'andò contento come una pasqua.
--Benedetto quel codino! mormorava per strada dimenandosi come
un'anitra in que' suoi stivaloni. Benedetto quel codino!... Questi son
gli uomini! E in quel mentre una truppa di ragazzacci gli urlava
dietro: _olé! olé!_...
Peppe alle prime parole di don Francesco ricalcitrò: però al sentire
di «don» d'arcipretura, e di cinquecento lire all'anno, oltre le
messe, cambiò d'un tratto: prese la sua aria d'ipocrito, chinò la
testa, e balbettò ch'era pronto a partire, e che avrebbe fatto
l'obbligo suo. Andò via vispo e allegro, col capo pieno di pensieri.
Sapeva che i preti oziavano dalla mattina alla sera, scuffiavano di
santa ragione, stavan grassi, grassi, ben pasciuti, se togli gli
ammalati, e quelli di temperamento gracile.... Dicevano ch'eran
ladri.... come se ladri non ce ne fossero un po' per tutto! che si
servivano dell'ordine santo per gabbar questo e quello.... col
purgatorio purgavano le borse, per via della paura che facevano
dell'inferno beccavano legati ed eredità.... ebbene peggio per i gonzi
che si lasciavano purgare le borse e avevano paura dell'inferno to'! E
tutte queste belle cose non che gli facessero nausea, ma destavano
anche in lui molta ammirazione per que' benefattori dell'umanità. Oh,
il bel mestiere! Li accusava però d'esser poco cauti: via era troppa
la sfrontatezza con cui operavano! egli si sentiva di far più di loro,
con la differenza che non sarebbe stato mai tanto minchione da farsi
scorgere: bisognava aspettare una buona occasione, agire
nell'ombra.... Era contento della fortuna che gli capitava
inopinatamente.... e poi quel «don» lo solleticava Egli don
Giuseppe.... anzi padre don Giuseppe! riverito, ossequiato,
rispettato, adulato, anche da quelli che ora lo minacciavano di calci
nel sedere.... a capofila quel cane di mastr'Andrea, se lo avesse
trovato vivo!
Via, il sogno era troppo bello, e stava in lui di mutarlo in realtà.
E spinto da queste molle, nascondendo quel che covava nell'animo con
l'ipocrisia più raffinata, tenne nel seminario una buona condotta,
cercò d'apprendere, e nov'anni dopo si presentava a Cefalù per far gli
esami. Era una formalità già s'intende: i vescovi pur di far preti,
consacrerebbero un asino vestito: tanti boari, tanti villanzoni duri
di testa e di cuore eran passati, passò dunque anche lui, che, alla
fine dei conti, il breviario e 'l messale li sapeva leggere, e fu
prete.
In paese gli amici prepararono la cavalcata: don Alessio Berlingrieri,
come il più ricco, mandò la sua cavalla coperta alla lettera di nastri
e fronzoli; i Salamaria, gl'Inchilli, i Salines, i vetturini dai
vestiti di velluto nuovo, dalle lunghe _berrette_ di seta nera, e 'l
fazzoletto rosso nel taschino, con le mule dalle gualdrappe di stoffe
antiche d'ogni colore, e le sonagliere di rame argentato, e i
pennacchi variopinti; i figli dei _galantuomini_, con gran codazzo di
dipendenti, partirono a cavallo, facendo sfoggio di bardature strane:
selle de' loro nonni, briglie arrugginite lunghe un braccio, che
facevano storcer la bocca alle povere bestie, sproni alla
D'Artagnan.... una vera mascherata, che, tuttavia, fece gonfiare il
nuovo don Giuseppe. Egli, pavoneggiandosi nella zimarra nuova, sulla
cavalla di don Alessio la quale procedeva all'ambio, non avendo più
nulla del vecchio mariuolo ch'era un tempo, ebbe una parolina dolce
per tutti, distribuì gran strette di mano e qualche inchino, mantenne
anche un contegno serio con Castrense, divenuto un giovane
d'importanza anche lui, dacchè al 60 aveva aiutato i compagni a
mettere la bandiera tricolore sul campanile.
Fecero l'entrata in paese in una lunga fila, con gran scalpitio di
mule e di cavalli, con un tintinnio assordante di sonagli, fra un
popolo d'uomini, di donne, di bambini, di monelli, che accorrevano da
ogni parte a baciar la mano e ad acclamare il nuovo prete, il
fortunato giovine sposato di fresco alla chiesa. Il vecchio nonno che
l'aspettava sulla soglia dell'uscio, col solito berrettino bianco
sulla testa tremolante, ebbe a venir meno al vederselo arrivare in
pompa, e scordò le pene e gli stenti sofferti, e il vivere a
stecchetto per mantenere in seminario quel diavolo, ora che
l'abbracciava prete, col «don» festeggiato dai galantuomini di cui
poteva dirsi alla pari.
Sì che quando due mesi dopo fu in fin di vita, il pover'uomo ci
pensava ancora commosso, con gli occhi umidi. Gli posò le mani sul
capo e lo benedisse: moriva contento di lasciarlo un santo, e in una
certa agiatezza; la buon'anima della sua figliuola che glie l'aveva
tanto raccomandato, non poteva lamentarsi di lui....
Poi cambiato tono, baciandogli la mano, soggiunse con gravità:
--Reciti le ultime preghiere dei morti, sua revevenza, io sento già
d'andarmene.
Lui, il sacerdote, s'era sentite sul capo, senz'ombra di commozione,
quelle mani tremolanti di vecchio già fredde per l'avvicinarsi della
morte, solo la maschera che stavagli di permanenza sul viso dacchè era
entrato nel seminario, s'atteggiò al più vivo dolore: a forza di
volontà arrivò anche a spremere due lacrime dagli occhi, avendo veduto
che i pochi astanti piangevano. Poi s'alzò, si fece grave, e con voce
ferma intonò le preghiere dei morti, nel mentre che un pensiero
occupavagli il cervello suo malgrado: «faceva bene quel vecchio a
andarsene; oramai in quella casa sarebbe stato di troppo.»
Le cerimonie funebri, le visite e le solite consolazioni degli amici
lo annoiavano maledettamente: aveva fretta di cercare il gruzzolo che
stimava ci dovesse essere per certo. Sicchè la sera, quando restò
solo, cacciò un sospiro di soddisfazione. Si levò la zimarra che gli
dava impaccio, e in maniche di camicia, con le lunghe tasche di
traliccio legato ai fianchi e ciondolanti giù per le anche, al lume
d'una lucerna che andava posando or su un mobile or sur un altro, si
mise a rovistare per tutto: apriva e chiudeva i cassetti d'un vecchio
canterano, mettendo la poca biancheria sossopra; casse, cavandone
fuori abiti vecchi nelle cui tasche frugava con le mani febbrili;
imposte d'armadi coi tintinni di stoviglie. Poi prese il bastone sul
quale soleva appoggiarsi il povero vecchio, e cominciò a battere
sull'impiantito, sui muri, ascoltando il suono che rendevano,
attentamente. Ma non trovava quel che cercava, e si rimetteva a
rovistare da capo.
A un tratto gli balenò un'idea. Corse al letto del nonno, mandò per
aria cuscini e coperte, afferrò il pagliericcio di sul quale non era
poi molto che i becchini avevano levato un cadavere, lo scucì, ne fece
cadere la paglia.... Trasalì. Aveva sentito un rumore sordo,
argentino.... Si buttò sulla paglia, vi cacciò le mani tramestando....
afferrò un grosso batuffolo, e così inginocchiato com'era, con la
faccia in fiamme, e gli occhi luccicanti, cominciò a svolgerlo....
Scaraventò ogni cosa al muro: non aveva trovato che una ventina di
colonnati, e tre monete d'oro. Nel silenzio si sentì com'una pioggia
d'argento, un rotolare, un abbandonarsi tremolando di monete.
--Ah, esclamò il sacerdote tra' denti stretti, il vecchio ghiotto se
li mangiava i danari!
S'alzò lentamente, prese il lume, e, tutt'accigliato, si diede a
cercar le monete: le raccattava e le cacciava nelle lunghe tasche. Le
aveva contate, il numero tornava; però non era contento; sperava che
figliassero il cupido! e stette ancora una diecina di minuti, cercando
in ogni cantuccio, sotto a' mobili, curvo, spargendo per terra l'olio
della lucerna, la quale teneva molto bassa, mentre la sua ombra
s'allungava sul muro, s'accorciava, s'alzava, s'abbassava, si voltava,
si rivoltava d'una maniera assai grottesca.
Entrò nella sua camera, posò la lucerna e andò a buttarsi sul letto.
Che disinganno! aveva contato su quel denaro, che era sicuro di
trovare, per alzar la casa, e arredarla come si conveniva al suo nuovo
stato.... Non se l'aspettava un tiro simile! E ora come fare? poteva
stare in quella stamberga? No: non era stato quello il suo sogno.
Sapeva che in questo mondo tutto il rispetto, tutti gli ossequi son
per i ricchi e un pochino anche per gli agiati, avessero meriti o pur
no: tutto il disprezzo, tutta la diffidenza per i bisognosi, per i
pezzenti carichi anche di tutte le virtù: non voleva essere del numero
di quest'ultimi.... per i suoi fini era necessario che non ci fosse, o
almeno mostrasse di non esserci. Bisognava dunque provvedere....
Basta, prenderebbe ad imprestito segretamente la somma necessaria sul
fondo e sulla casa.
Intanto si confortava col _consolo_ che uno alla volta gli facevano
gl'intimi: caffè, latte, biscotti la mattina; brodi, galline lesse,
arrosti di maiale, dolci il mezzogiorno; ova, e intingoletti la sera.
Per bacco! non aveva mai sguazzato in tanto bene di Dio! si lasciava
pregare un pochino per non parere, asciugava qualche lacrimetta che
riusciva a spremer dagli occhi, cacciava un sospiro lamentevole, poi
ventre mio fatti capanna!
Ma dopo il settimo, l'ultimo giorno che si ricevono nuove visite di
condoglianze dagli amici, ebbe a provare un nuovo e più amaro
disinganno: sulla casa e sul fondo c'era già una discreta ipoteca. Lo
aveva spogliato dunque quel vecchio ladro! E non gli passò mai per la
mente che l'infelice, vivendo di solo pane, avesse speso quel danaro,
di cui egli si credeva defraudato, per mantenerlo nel seminario, farne
un dotto e un santo, come soleva dire!
Vendè i mobili vecchi, affittò la casa dov'era nato, prese per sè una
stanzetta piccola, ma pulita, in casa di mastr'Antonio per quattr'once
all'anno, l'arredò decentemente e con una certa civetteria strana in
quell'omaccione, comprò una zimarra nuova, un cappello nuovo da servir
pe' giorni di festa, e così alloggiato, e rimpannucciato, attese.
Attese una buona occasione con la cocciutaggine d'una bestia malefica
accrescendo la dose di quella sua ipocrisia già mostruosa.
Cominciò a insinuarsi nelle grazie de' _galantuomini_, e de' ricchi
_burgisi_, con l'orecchio teso e un miele di sorriso sulle labbra, con
una scaltra adulazione anco che abboccare tutti gli uomini: in
processo di tempo s'impadronì delle coscienze di tutti, poi, a poco a
poco, senza mostrare le sue arti, entrò ne' negozi del tale, nelle
vedute, nelle speranze del tal altro. Così fu più della giornata in
casa di tutti; il beniamino delle monache, che, alla morte del padre
don Alfio, lo fecero cappellano; e rappresentando destramente e con
disinvoltura, la parte d'indispensabile, adoperandosi sotto sotto con
le mani e co' piedi, potè diventare il factotum nelle amministrazioni
di certe opere pie.
Un pensiero gli stava sempre fitto nel cervello: «aspettare una buona
occasione.»
Oramai in paese non si parlava che di lui. Chi l'avrebbe detto! quel
monello diventare un così santo uomo!... e che acume, e che prudenza,
e che savia accortezza, e che scienza! Bisognava sentirlo a citare
que' passi latini sempre a proposito, con quell'aria di chi sappia la
sua lingua sulla punta delle dita, abbia buttato sangue sui volumi
degli antichi grandi scrittori! faceva accaponare la pelle
addirittura!
E per un consiglio s'andava da padre don Giuseppe; per venir fuori da
un affare spinoso s'andava da padre don Giuseppe. Un padre aveva un
figliuolo discolo? andava da padre don Giuseppe: un marito aveva la
moglie, o una figliuola cervellina? andava da padre don Giuseppe.
Anche da giudice conciliatore gli facevan fare in certe liti tra loro.
Bisognava vedere allora l'aria che assumeva il furbo matricolato:
voleva gli si raccontasse ogni cosa minutamente; egli ascoltava
attentamente, gravemente; scrollava il capo, appoggiava la fronte
sulla palma della mano, mandava un certo sibilo delle labbra; guardava
i contendenti, diceva che la questione era arruffata.... poi finiva
con lasciar tutti contenti, e con l'idea che in quell'occasione aveva
sudato sangue, ma era stato un vero Salomone. E crescendo quella sua
riputazione di dottrina e di saggezza, don Alessio Berlingrieri gli
dette a istruire la figliola; i Salamaria, risaputa la cosa non
vollero esser da meno di quel villano rifatto che si sentiva un gran
che perchè aveva quattro soldi, e gli affidarono il figliuolo; i
Satines la figliuola; i Rossetti il nipote. Eran danari quelli che
cominciò a riscuotere ogni mese, senza contare i regali che
fioccavano. Il furbo conosceva i suoi polli: ricevuto un regalo dal
tale, lo annunziava con grandi elogi, come per mostrare la sua
riconoscenza a tante gentilezze contro i suoi meriti; sì che i gonzi
invasi dalla furia dell'orgoglio, facevano a sopraffarsi, con quanto
gusto del prete ognuno immagini.
Ma un giorno quella famosa occasione che aspettava da tanto tempo,
parvegli si presentasse finalmente. La moglie di quell'avaro del
borgese Pietro Sgrò, in punto di morte, profittando del momento
ch'egli ascoltava la sua confessione, gli domandò se si prenderebbe
l'incarico di dividere ai parenti di lei una certa somma ch'era
riuscita a sottrarre al marito.
--Che somma? domandò il reverendo il quale si sentì rimescolar tutto,
e cercava di nascondere la sua agitazione sotto a una leggera
tosserella.
--.... Ducent'onze padre....
--Oh la pu...! esclamò dentro di sè il degno sacerdote.
Sperava una somma molto maggiore.... Basta bisognava contentarsi anche
di quella, tanto per cominciare; eran anni che aspettava.
Accettò. La morente levò di sotto al cuscino un involto, e glielo
dette. Egli lo fece sparire nelle sue larghe tasche, poi domandò a chi
dovesse dividere que' danari.
--Darà cent'onze a Masi.... cento alle figliuole del povero
Salvatore.... Raccomanderà loro che preghino per l'anima mia.... E
ora, padre, mi dia la santa assoluzione....
--_Ego absolvo te a peccatis tuis_, biascicò il prete con un crocione,
mentre pensava: alzerò la mia casa.... pagherò quel maledetto debito a
don Francesco finalmente!
Poi andò ad aprir l'uscio, e fece entrare i parenti, e il marito che
si faceva brutto per cercar di piangere.
L'ingegno nel furto però don Giuseppe l'aveva avuto sempre; l'affare
delle posate bastava a mostrarlo chiaramente; e poi il suo programma,
lo sappiamo, era di far tutto quello che facevano i preti, senza farsi
scorgere: mangiarsi tutti i danari, in questo caso, sarebbe stato da
sciocco, ed egli non lo era. Aspettò che fosse seppellita la gnora
Grazia, poi andò da i parenti: dette dieci onze a Masi, dieci onze
alle due orfanelle. Era un legato segreto affidato a lui dalla
buon'anima della gnora Grazia, non bisognava farne parola per via del
marito che avrebbe potuto reclamare.... lo sapevano che spilorcio
era.... E se ne partì accompagnato dalle benedizioni di quei poveretti
che spogliava così indegnamente!
Ci ho rimesse vent'onze.... borbottava per via. Però se la cosa si
venisse a risapere.... avrei impiegato bene quelle vent'onze. La
fiducia alletta, potrei farmi ricco senza correre tanti rischi....
E trovò scaltramente il modo che la cosa si risapesse.
Dai quattro canti del paese si levò un concerto di lodi. Era un santo,
quel che si dice un santo? pochi, ne' suoi piedi, avrebbero dato una
tal prova d'onestà.
Egli pagò don Francesco, alzò la casa, l'arredò, andò ad abitarvi,
prese una serva vecchia, tanto per evitare le ciarle.
I primi passi erano fatti: la riputazione se l'era acquistata, aveva
la casa, aveva un bel podere, una cinquantina di lirette al mese
ricavava dalle lezioni, due tarì al giorno dalla messa; oltre
gl'incerti, come essere nozze, accompagnamento di morti, vespri e via
discorrendo, senza contare il ben di Dio che gli mandavan gli amici, i
galletti delle penitenti, i dolci del monastero. Per bacco, quello di
prete era un bel mestiere, quando si sapeva fare!
Allora messo in appetito, non ebbe più freno; dimenticò in certo modo
anche la sua solita prudenza. Cominciò a fare «dei piccoli negozi»
come diceva lui: comprava lino, _abbracio_, accia, scarpe, mussolina,
ferro e altro, e li dava a credito per il doppio del valore; comprava
frumento, fave, orzo, cicerchi, e li dava all'_addita_ (interessi) di
quattro tumoli a salma (il 25 per cento!) con l'obbligo di pagare
anche la differenza in più tra 'l prezzo corrente nell'inverno, e
quello corrente nella raccolta, e frutti di quella differenza per
giunta!! prestava danari agli interessi di un taro al mese per onza!!
Tutto questo in piccolo, s'intende, egli non aveva ancora tanti
capitali.
Queste faccenduole lo tennero occupato tre anni. Impelagata
nell'interesse, la carne non lo tormentò co' suoi stimoli: era vissuto
nella castità; senza nemmen l'ombra d'un cattivo pensiero. Ma ora lo
scopo, in certa maniera, era raggiunto; grazie a Dio, le cose eran ben
avviate; ora egli viveva nell'abbondanza; e a quella pasciona aveva
fatto la pelle lustra. Fu un risveglio di bestia in fregola.
Non lottò del resto: contrariato debolmente fin da piccolo, era
avvezzo ad abbandonarsi a' suoi appetiti: s'era dato al furto e
all'usura, con una facilità di prostituta, così fece in quest'altra
occasione.
Via, i suoi colleghi non bacchiavano le acerbe e le mature? Nel
confessionario facevano servir Cristo da mezzano, nelle case dov'erano
ricevuti senza sospetto, sotto al manto della religione insidiavano le
pecorelle. Anche i capi davano un bell'esempio! bastava leggere le
storie per apprenderne delle grosse su vescovi, cardinali e papi.... O
che forse il loro arciprete non aveva in casa la ganza? Era naturale:
li aveva ridotti tanti cani arrabbiati la legge sul celibato, e doveva
essere un grande imbecille.... o peggio, quel Gregorio VII, e tante
pecore quei del concilio.... guarda un po' cosa si voleva dalla natura
umana! La cosa era andata sinchè aveva avuto l'attrattiva della
novità, poi quei consacrati ristucchi, se n'erano infischiati e del
papa, e della legge. E avevano fatto bene. Si parlava loro di Dio, di
coscienza.... ah, ah, ah, se uno moriva di sete gli andassero mo a
dire di non bere perchè così voleva Dio, e la coscienza! Buffonate!
Del resto, egli non cercava di spiegarlo, ma il fatto era lì chiaro e
lampante: molti e molti preti, per non dir quasi tutti, e alcuni li
conosceva lui, con le mani imbrattate d'ogni sozzura andavano a alzar
l'ostia la mattina per farci calare un Dio, e questo Dio ci calava
senza tante smorfie, era chiaro.
E dunque?
E quel «dunque» lo portò a un terribile dilemma.
O Dio esiste, e allora come tollera per uno tollera per mille.
O Dio non esiste, e allora....
Allora e non ebbe più freno. Si mosse a cercare con calore, con una
smania sempre più crescente, alimentata com'era da' suoi pensieracci:
i suoi sguardi si fecero procaci, le sue parole con le donne d'una
certa libertà pulita, senza sguaiataggine, ciò che dava meglio nel
segno: curò anche con più civetteria quel suo enorme corpaccio... E
una notte nella febbre che l'agitava, si rammentò delle due orfanelle
che aveva spogliate.
Poverette! non avevano padre, non avevano madre; le dieci onze erano
bastate appena per pagar la casa, qualche debituccio, e levarsi i
panni d'addosso....
Però egli sempre ligio alla sua massima favorita, non le prese in casa
con sè, come avrebbero fatto gli altri: ci andava di nascosto la
notte, chiotto chiotto, chiuso nello _scappolaro_ che nemmen Dio
l'avrebbe conosciuto.
In quel torno, ad alimentare la proverbiale maldicenza di provincia,
una notizia soffiò nel paesetto, e prese ben presto la violenza del
famoso venticello della calunnia. Marietta, l'unica figliuola dei
Salines, l'allieva del reverendo padre don Giuseppe, era gravida!
Anna, la loro serva, lo diceva anche a chi non voleva saperlo. Era
_scivolata_ dunque la piccina con quell'aria di madonnina infilzata!
ma bravo! Però si ignorava chi fosse stato a fare il tiro: si nominava
Mico, il vetturino, un bel pezzo di giovanotto.... Ecco perchè i
Salines se n'erano andati in campagna due mesi prima del solito! Via
farebbero bene ora a turarsi la bocca, non dir più corna degli altri,
come solevano.
E che il tiro l'avesse fatto il prete non passò per la mente a
nessuno, tanto la sua riputazione d'uomo onesto lo metteva al di sopra
d'ogni sospetto; e poi era stato lui, si diceva, a strappar di bocca
alla ragazza il nome del birbante che l'aveva sedotta, era stato lui a
confidarlo ai parenti sotto al suggello della confessione,
raccomandando la prudenza, poichè i panni sucidi si lavano in
famiglia.
E il tiro lo aveva fatto proprio il reverendo. Si lasciavan soli
durante la lezione, e con la porta chiusa; egli sapeva insinuarsi
tanto bene, essa lasciava fare guardandolo con quella sua aria di
bambocciona.... il resto va da sè.
E incoraggiato dal buon esito, cominciò a guardare con gli occhi dolci
la figlia di don Alessio. Però dovette ingoiare le sue voglie, e
beverci sopra: la fanciulla era tanto selvaggia nel suo inconscio
pudore, tanto contegnosa, imponeva tanto a quel bruto, da fargli
comprender che ad insister oltre avrebbe compromesso l'edifizio così
abilmente e pazientemente innalzato, avrebbe perduta l'amicizia del
vecchio, la quale gli fruttava più d'ogni altra.
--Basta, non manca tempo, pensò. Chi sa.... forse in seguito....
E, da vero volpone, pel momento mutò registro affatto.
II.
Quelle vecchie cartacce di famiglia, se don Alessio l'avesse
dissotterrate, avrebbero provato chiaramente che a S. Giovanni
s'ingannavano di grosso a crederlo un villano rifatto. Ma o che non
gli importasse di quella credenza, o ch'avesse svolte un tempo quelle
pergamene e chi sa per quale diavoleria l'aveva prese, scritte
com'erano in latino, o che n'ignorasse l'esistenza, fatto sta esse
dormivano in fondo ad una cassapanca di querce annerita dal fumo e
dagli anni, che giaceva impolverata nella soffitta con gli altri
mobili rotti. Si chiamava Berlingheri, non _Berlingrieri_ come
pronunziavano nel paese, e discendeva da uno dei tanti rami
dell'antica casa di Tolosa, così celebre nella storia. Chi sa quante
peripezie dovette subire attraverso i secoli quella famiglia (venuta
nel reame di Napoli con Carlo d'Angiò) prima di ridursi in Sicilia;
chi sa per quali vicende i membri di essa si videro costretti a
scingere la spada, e a impugnare o zappa o lesina o martello; a
seconda dell'inclinazione d'ognuno, e dell'opportunità, dovendo pur
vivere, perchè ora fosse perduto ogni vestigio dell'antico splendore.
Si saran certo divisi come i pulcini delle quaglie appena messe le
penne, si saran moltiplicati nei vari paesi trascinandosi dietro la
fatalità che li colpiva poichè tutto deve mutarsi quaggiù; e qua la
morte li avrà distrutti, là si sarà contentata d'assottigliarli, e la
miseria aveva cancellata la nobiltà. Ora non restavano che un vecchio
agrimensore a P...... povero come Giobbe con una nidiata di figliuoli
per soprassello, don Alessio e la sorella donna Costanza, don
Bastiano, loro fratello, ammogliato a Cammarata. Il padre un vecchio
_burgisi_ cupo, avaro tanto che non avrebbe dato un Cristo a baciare
era arrivato a forza di stenti e di privazioni a raggranellare un
patrimonio. Aveva mandato i figliuoli maschi a scuola in casa di un
prete dove fecero quel che poterono, aveva tenuto la femmina sempre in
casa a filare e tessere, ed era contento di lasciarli ricchi col
cappello, che, senz'altro, dava loro diritto al «don.»
Don Bastiano dunque, il primogenito, aveva quarantasei anni; una
moglie ristecchita gialla come un rigogolo, e un figliuolo per nome
Giovanni il quale studiava a Palermo.
Grasso, con un ventre enorme, con un'aria di bue che sonnecchi, don
Bastiano non era punto un testone. Nei paesi d'attorno non c'era chi
gli potesse stare alla pari nell'amministrare un patrimonio:
_arbitriava_, come si dice da noi, e con l'industria agraria, per la
quale si può dire ch'era nato, era riuscito a duplicare il suo in
pochi anni.
Invece don Alessio, il minore, aveva battuta tutt'altra via; egli la
sentiva diversamente del fratello, col quale si dissomigliavano anche
di persona: era corto, magro assaettato. Non voleva saperne di
_arbitri_; per lui ciò era un voler comprare impicci a contanti, senza
alcuna utilità: si contentava d'aumentare il suo col metter da parte
qualche soldo.
--Ma io mi sono arricchito così! urlava don Bastiano quando il
discorso cadeva su quell'argomento, il che era per solito, e tu, con
lo startene con le mani alla cintola, hai accresciuto di poco quel che
ti lasciò la buon'anima.
--Se io ho accresciuto il mio di poco o di molto non lo so....
rispondeva lui, nè voglio dirlo.... si vedrà appresso. Se mi mettessi
in quelle brighe, ne uscirei con una canna in mano. Scuoti pure la
testa.
E si bisticciavano, mentre avrebbero potuto risolvere la questione in
due parole: don Alessio non aveva le attitudini necessarie a quel
genere d'industria.
Però la campagna piaceva anche a lui; e specialmente andava pazzo per
un suo podere a due tiri di schioppo da S. Giovanni, dove aveva finito
con lo starsene tutto l'anno. La villetta sorgeva e sorge tuttavia a
mezza costa del colle alle cui falde s'aggruppano le case del paese,
con la parrocchia del campanile a ventola grigio per gli anni, dalle
commessure delle cui pietre screpolate pendono dei ciuffi d'erba. A
sinistra si estende un'ampia costiera nuda, tagliata dalla linea
bianca dello stradale, rotta da borratelli e da frane; di fronte e a
destra la valle; e dopo questa s'alzano colline e colline, le une
dietro le altre, sino alla massa brulla della montagna di S. Calogero
che chiude lo sfondo col più pittoresco effetto che mai.
Questo podere gliel'aveva portato in dote la moglie figlia d'un
signore decaduto di Cammarata. Era ben poca cosa veramente, ma egli
l'aveva ingrandito assai, e migliorato.
Così dava sfogo a una sua manía: non poteva vedere un appezzamento di
terra vicino alle sue, che non avesse a far di tutto per averlo:
metteva in campo lusinghe, persuasioni, tendeva gherminelle, offriva
cambi con altre terre, minacciava anche, messo con le spalle al muro.
E se tutto ciò non approdava a nulla, perdeva la pace, se ne sognava
la notte, era preso dalla malinconia, e faceva fioccare l'offerte,
sino a che il proprietario, abbagliato, non cedesse.
Allora diventava un giovinotto a vent'anni: non voleva che la persona
s'allontanasse, temeva che ci dormisse sopra; correva a casa, si
cambiava d'abito, prendeva il danaro necessario, e via dal notaro.
Respirava. L'indomani immancabilmente metteva in capo il suo largo
cappellaccio, di feltro grigio, prendeva un suo lungo bastone che
pareva un bastone di pecoraio, e se n'andava diviato nella nuova
proprietà. Provava un vivo piacere a vedere rompere i limiti divisori,
squarciar la terra dall'aratro se campo seminativo, dalla zappa se
vigna, e spingeva quel suo amore per la terra sin a curvarsi a
raccogliere anche lui de' sassi e gettarli nei mucchi rotondi che
faceva inalzare apposta perchè occupassero meno spazio, a estirpare i
minimi fili d'erba che i giornalieri si lasciavano dietro. Ciò sin a
tanto che un nuovo amore non venisse a fargli scordare il primo, un
nuovo acquisto non richiedesse le carezze già prodigate al precedente.
Così aveva fatto la fortuna di tanti poveri diavoli, che, se ridevan
di lui, in fondo lo benedicevano. Questa brama però aveva le sue
colonne d'Ercole: cessava appena il confine arrivasse a una via, a un
torrente, anche a un ruscello. Bisognava vedere allora con quanta
indifferenza guardava le terre al di là! non l'avrebbe prese manco
regalate. Ciò per non guastar l'ordine. Era di sangue caldo, gridava
per ogni nonnulla; ma in fondo poi era una pasta di zucchero: in
quella casa il bernoccolo della bontà l'avevan tutti.
Donna Costanza, la sorella, aveva avuto sempre una particolare
affezione per lui; sì che avevano finito con far tutt'una casa. Era
una donna di media statura, grossa, con un faccione rotondo dal naso a
ballotta; proprio una botta, come dicevan tutti, ma che aveva tali
pregi da far dimenticar quasi la sua bruttezza, per la quale, del
resto, in paese non aveva potuto trovare un cane che le abbaiasse. Non
è a dire se ciò arrivava all'anima della poveretta che lo sapeva,
benchè si fosse rassegnata. Anzi aveva spinto il buon senso a tal
punto, da non voler acconsentire a farsi vedere da uno spiantato d'un
paese vicino, venuto con un mezzano di matrimoni per conoscerla e
sposarla qualora gli piacesse, diceva lui: aveva compreso esser quella
una pura formalità, quel coso voler la dote e non lei.
Aveva fatto la serva alla cognata, una donna superbiosa da stomacare,
e quando questa era morta al parto, s'era data a prodigare tutte le
sue cure alla neonata: l'aveva cresciuta, le aveva insegnato quel poco
che sapeva di lavori donneschi, le aveva trasfuso tutti i buoni
sentimenti della sua anima candida, e ne aveva fatto un angelo. Fu
così che la piccola Lola non s'accorse della sostituzione e l'amò come
una vera madre.
Sin dal primo giorno però aveva avuto il governo della casa; il che la
solleticava un pochino: lei provvedeva alle spese giornaliere, lei
s'occupava delle provviste. Sicchè era sempre attorno or per una cosa,
or per un'altra, e un po' di riposo l'aveva solo la sera, quando,
messa a letto la nipotina e fattala addormentare con una fiaba, andava
a sedersi vicino al tavolino dove il fratello faceva invariabilmente
la solita partita a scovertino con padre don Giuseppe. Essa amante
d'ogni giuoco (benchè non giocasse che al solo lotto) stava a guardare
attentamente e con un vivissimo piacere. Nella stanza regnava il
silenzio rotto solo dalla voce monotona de' giuocatori:--Coppe.--A
lei.--Bastoni.--Tre d'assi.... Don Alessio, bizzoso quanto mai al
giuoco, dava un gran pugno sul tavolino: era il segnale, e
cominciavano a bisticciarsi. Donna Costanza cercava d'acquetarli....
Basta, ci riusciva: ma eccoti il reverendo a cominciare a sua
volta.... A un'ora e tre quarti precisi si stabiliva di fare l'ultime
tre partite, a due ore si cenava, a tre tutti erano a letto. Si faceva
una piccola eccezione alla regola, quando il reverendo restava a
cenare alla villa, o quando c'era Giovanni, il nipote, il che era
sempre un avvenimento.
Aveva appena aperto gli occhi gnaulando, quando la mamma decretò, che
gli si sarebbe messo nome Giovanni com'il nonno, e se ne sarebbe fatto
un avvocato. Chi ha roba, ha liti. Il bimbo era venuto su sano e
robusto, con tutt'altra inclinazione che per il codice, a giudicarne
dalla sua passione pe' bastoni, su' quali cavalcava tutto il santo
giorno, e per certi cappelli da generale con fiocchi e franzoli di
carta, sua manifattura, che mettevano come un fruscio di foglie
dovunque passasse galoppando. Poi una sera, in casa dello zio, gli
avevano messa sulle braccia la cuginetta nata d'allora, e gli avevan
detto ridendo: bacia la tua piccola sposina. Il fanciullo era
diventato rosso sino alla radice dei capelli, aveva fatto una smorfia
che voleva essere un sorriso, e aveva appiccato un bacio tanto forte
sulla guancetta della bimba, che questa s'era messa a strillare. Così
li avevano fidanzati sin dal nascere; e a mantenere sempre viva
quell'idea ne' loro piccoli cervelli, la nonna alludeva, don Bastiano
e donna Rosaria alludevano, don Alessio, donna Costanza, le serve....
fino i gatti di casa: tutt'e due ricchi, tutt'e due figli unici, era
naturale: la sposa non avrebbe cambiato nemmeno di cognome. Essi soli
non pronunziarono parola che accennasse a quell'accordo de' parenti:
però la piccola Lola, sin dall'età della ragione cominciò ad imporsi
con certe prepotenze di donnina viziata, a tenergli il broncio come
un'amante quand'egli non le andasse a' versi, e Giovanni a fare ogni
suo volere, benchè non fosse tanto pieghevole. Egli passava alla villa
le feste e le vacanze. Facevano a rincorrersi o a rimpiattino,
scorazzavano pe' campi, saccheggiavano il frutteto, alzavano casette e
forni con pezzi di mattoni e terra bagnata, riempendo la casa, per
solito silenziosa, delle loro risa e delle loro grida infantili,
insudicciandosi, e facendo spazientire la zia. Fin la partita
disturbavano la sera, e, cosa incredibile, don Alessio li lasciava
fare sorridendo.
Ma un bel giorno Giovanni arrivò col babbo. Veniva a salutare lo zio,
la zia e la cuginetta, prima di partire per Palermo: aveva compiti i
dieci anni e la nonna aveva detto: è tempo ch'egli entri in collegio.
I due cugini non si videro che dopo sette anni. Il ragazzo s'era
cambiato in un bel giovinetto che si pavoneggiava un pochino nella
divisa di colleggiale di panno turchiniccio con le mostre rosse, la
bimba in una fanciulla, che, a cagione del suo sviluppo precoce,
mostrava più anni di quelli ch'avesse realmente. Dovettero pensar
certo alle allusioni che s'eran fatte in famiglia sul loro avvenire,
poichè si guardarono timidamente, arrossirono, si confusero, non
seppero se non balbettare poche parole. Don Alessio e donna Costanza
sorrisero e la vecchia serva dette loro d'occhio.
Agosto, settembre e ottobre, passarono come in un sogno delizioso. Oh,
le belle passeggiate ne' dintorni! le scorpacciate di more sotto al
grand'albero, con la faccia e le mani impiastricciate di rosso,
facendo a rubarsi le più grosse, e le più mature! Oh, le belle sere
passate al lume di luna nell'aia, sdraiati sulla paglia, a sentire
l'allegre canzoni de' contadini, accompagnate dallo scaccia pensieri;
o i cori stupendamente intonati con quelle cadenze larghe e
malinconiche che fan vibrare le parti più riposte del cuore! E la
raccolta delle frutta nell'autunno, e la vendemmia con i balli nel
prato al suono dello zufolo accompagnato dall'accordo delle voci dopo
la tramuta! Sì che lo studente, ritornato a Palermo, alzava la faccia
spesso dal libro, e con l'anima inondata di mesta tenerezza, restava
assorto in que' ricordi, fra' quali si moveva la figura della cugina
col visino bianco tanto simpatico, e gli occhioni bruni e le grosse
trecce nere che soleva portare sulle spalle. E or la vedeva seduta in
casa, curva sul suo lavoro d'ago o di ricamo; or in mezzo a' campi per
la viottola costeggiata di siepi di sambuco, con una rosa fra'
capelli; or seduta nell'aia col bel viso illuminato in pieno dalla
luna; or sotto al gelso, a rizzarsi sulla punta de' piedini, e stender
la mano per cogliere una grossa mora: la manica del vestito
scivolando, lasciava a nudo un braccio bianco come neve: oh, quella
manica caramente indiscreta! Allora sì, aveva un bel rileggere il
periodo, fare tutti i suoi sforzi per carpirne il senso; dopo due o
tre parole la mente ricorreva dietro a quel caro fantasma. Pensava con
un dolce trasalimento che una volta in cui lei gli mostrava certi
cardellini che un contadinetto le aveva portati la mattina stessa, le
loro mani s'erano incontrate nel carezzarli, ed essa s'era fatta rossa
rossa: ricordava anche com'era vestita quel giorno.... d'una veste di
mussola azzurro cupo, con delle mostre di tela color caffè crudo,
aveva sul capo, e annodato sotto il mento, un fazzoletto di seta
bianca: pensava che l'ultima volta ch'egli lasciò la villa,
nell'accomiatarsi, aveva tenuto a lungo fra le sue la mano che la
fanciulla gli abbandonava, e s'erano guardati a lungo negli occhi:
quel suo sguardo l'aveva accompagnato come una carezza nel montare a
cavallo, nel voltarsi indietro a salutar per l'ultima volta là dove la
via si perde fra gli alti castagni che nascondono la vista della
spianata... gli pareva di vederlo ancora dopo tanto tempo. E
assaporava tutta la dolcezza di que' ricordi, provava la tristezza
della lontananza, il desiderio di quel luglio nella cui metà si
solevano dar le vacanze, immaginava eventi per i quali la sua presenza
fosse inesorabilmente necessaria, ne' luoghi a lui ora tanto cari.
Però l'amore a quell'età soggiace all'incostanza dell'anima ancora
fanciulla: oggi è fiamma, domani cova sotto le ceneri, o si spegne del
tutto. L'esser libero per la prima volta in una grande città, i
divertimenti, gli amici con le loro tentazioni, lo distrassero: i
ricordi si presentarono meno vivi, i pensieri non più caldi e
insistenti come prima: cominciò con qualche scappatella, sinchè ruppe
la cavezza affatto, e la fanciulla fu quasi dimenticata.
In quel torno la nonna cadde malata gravemente. Giovanni chiamato in
fretta da Palermo, arrivò appena in tempo per baciarle la mano
l'ultima volta. Passato il lutto, s'aprì il testamento. Ma la vecchia
aveva fatto prima delle donazioni a don Bastiano, il testamento non
era tanto chiaro, don Alessio si piccò per un nonnulla, e messe su
causa. Con la causa nelle due famiglie entrò una certa animosità,
sicchè cessarono dal vedersi.
A Giovanni ciò non fece nè caldo nè freddo: ora egli aspettava con
impazienza la fine delle vacanze per tornare a divertirsi in città,
dove anzi si diceva che il signorino facesse il cascamorto con la
figlia d'un ricco negoziante.
Intanto in paese, per non perder tempo, guardava con fissità da
facchino le grosse figlie del cancelliere della pretura, che andavano
in sollucchero civettando della maniera più grottesca; faceva la posta
alle servotte che andavano all'acqua in piazza, sull'imbrunire. Le
pedinava; sussurrava loro dietro delle parolacce e delle proposte; ne
ghermiva qualcuna in un vicolo deserto o sotto a un arco buio. Ciò
secondo lui era essere un giovine di spirito, uno che sappia davvero
cosa vuol dire far vita.
--Che caro pazzo, dicevan tutti. E se ne imitavano le mode, se ne
scimmiottavano le maniere, si ricercava la sua compagnia, la sua
amicizia.
La sera in Casino si faceva crocchio attorno a lui; egli raccontava le
sue avventure, con parole molto libere, tra le grasse risate, e gli
sguardi accesi di voglia di quei più o meno barbuti signori, tra gli
ammicchi e' sogghigni dei giovinastri, de' quali qualcuno s'alzava
rosso come un gambero, e spariva per tutta la sera. Gli attempati anzi
affettavano di dargli dei consigli, infilando famigliarmente il
braccio sotto al suo: tutto ciò per strappargli delle confidenze: come
stesse a quattrini, se era in via di rovinare il babbo, poveretto, un
uomo che non se lo meritava davvero. E lasciatolo appena, andavan
dicendo roba da chiodi de' fatti suoi. Aveva le mani bucate quel
giovine; quella casa era bell'e ita; non era credibile quanti debiti
avesse quel poco di buono a Palermo; una sera, nientemeno, aveva speso
mille lire per una cena in un certo locale.... in un certo costume....
cosa da far nausea addirittura!
--Uh, chi gli darà la figliuola ora a quel vizioso? _A pronuncia!_
esclamano le mamme, segnandosi col pollice sulla fronte, come per
scacciarne la tentazione.
Trascorsero cinque anni. Si decise la causa che vinse don Bastiano. Si
misero di mezzo alcuni amici intimi, e i due fratelli pacificarono. In
quell'occasione si pianse di commozione e di gioia; nessuno però ne
provò tanta quanto la giovinetta, oramai sicura di rivedere il suo
Giovanni. Essa non aveva scordato le belle passeggiate, e le canzoni
dell'aia, e i balli dell'autunno. Lo amava di più anzi quell'ingrato
che non s'era fatto più vivo, forse per quel che sentiva raccontare
della sua vita sbrigliata (è così fatta la natura umana) forse perchè
come certi teneri cuori non doveva amare che una sola volta.
Si rividero. Arrossirono come al solito sino al bianco degli occhi,
balbettarono come al solito, e passata la prima commozione provarono
tutt'e due una viva tenerezza.
--Dio, come s'è fatto bello! pensò l'una tutto il giorno.
--Come s'è fatta bella! pensò l'altro. E in capo a poche settimane non
solo tornò ad amarla come prima, ma confessò a sè stesso che oramai
non poteva vivere senza di lei.
Tuttavia malgrado ciò, malgrado fosse compreso dal fascino che facevan
sempre più crescere i colloqui intimi ne' quali parlavano del più e
del meno con tenere inflessioni nella voce, le carezze degli occhi,
certi rossori subitanei, certi dolci sorrisi, certi tocchi
innocenti.... que' mille nonnulla insomma che per gli innamorati sono
tante incantevoli rivelazioni, non osò mai farle una dichiarazione.
Egli tanto ardito con l'altre donne, dinanzi a lei diventava
timidissimo. Aveva tentato diverse volte cercando di farsi coraggio
con tutti gli argomenti possibili, ma inutilmente: non poteva
pronunziarla quella parola che il cuore gli spingeva sulle labbra, e
non s'accorgeva ch'essa stava ad aspettarla ogni volta tutta tremante.
Un giorno però ardì rubarle un guanto. Era un piccolo guanto grigio,
molto sciupato, che cacciò rapidamente nel taschino del panciotto: e
ne lo cavava fuori spesso, e lo baciava, e ne aspirava l'odore con
certi dolci fremiti, come se sotto al naso e sulle labbra, ci avesse
la piccola manina della fanciulla con la punta dell'indice
punzecchiata dall'ago.
Lola lo cercò con una singolare insistenza; fece un mondo di domande
al cugino.... avrebbe fatto supporre essersi accorta ch'era stato lui
a prenderglielo. Quel guanto ebbe la virtù di guarire in certo modo il
giovine dalle sregolatezze passate. Ora era agitato d'altri pensieri.
Aveva ventitre anni e si sentiva stanco di quella vita da
scapestrato.... Oh, la vita beata coniugale, nella pace, tra una
nidiata di figlioletti rosei e ricciuti, senza cure e senz'impicci! E
provava una dolcezza infinita. Gran destino era il suo che quella
benedetta nonna avesse disposto ch'egli doveva prendere la laurea
prima d'ammogliarsi!... Basta, era il penultim'anno quello, e per di
più n'era passata la metà: un anno e sei mesi si fanno sur un piede,
che diavolo!
Anche la sua timidità era scomparsa dopo quell'atto ardito; almeno
egli lo credeva: anzi aveva giurato a sè stesso che, arrivato a
Badalà, non si sarebbe lasciata sfuggire la prima occasione
favorevole; l'avrebbe pronunziata quella parola che doveva rendere
completa la sua felicità.
E aspettò le vacanze in preda a un'impazienza vivissima.
III.
Se fosse dato a ognuno di far correre il tempo a seconda de' propri
desideri, la vita, dall'età della ragione all'ora della morte, non
sarebbe che un breve passo. Finalmente vennero quelle penultime
vacanze tanto desiderate, e l'ora in cui il giovane potè montare la
sua storna, e seguito da due campieri, mettersi in via per S.
Giovanni.
La villetta gli apparve all'uscir dalla gola della Ferma, imporporata
da' raggi del sole in sul tramonto. Come gli batteva il cuore! come
parvegli interminabile quel breve tratto di via che doveva ancora
percorrere per arrivarci! Che faceva lei in quel momento?... Se era al
terrazzino poteva riconoscerlo alla cavalla.... Come la troverebbe?...
s'era mutata?... Oh, se non l'avesse a guardar più negli occhi con
quella dolcezza di paradiso che faceva di lui il più felice degli
uomini!
E una voce interna gli diceva, che stesse tranquillo, la sua Lola
sarebbe stata con lui come per il passato, che cessasse dal dubitare,
essa l'amava. E quella villetta in mezzo ad un bel verde, circondata
sin dove l'occhio arrivava, da stoppie gialle, tramezzate qua e là da
favuli bruni, da vigneti, da qualche boschetto, gli sembrava un vero
Eden, dove, con quell'Eva, si sarebbe potuta passare la vita intera
nelle voluttà dell'amore.
Al paesetto sonava l'_Angelus_ quando il ponte di legno che
accavalcava il piccolo borro, secco in quella stagione, risonò sotto
lo scalpitare delle cavalle. S'internarono in una viottola ripida tra
due siepi di rose d'ogni mese, si curvarono sul collo delle cavalle
per evitare i rami del famoso moro, e poco dopo, per il viale de'
castagni, sbucarono nella spianata. Due grossi mastini si slanciarono
abbaiando; una fanciulla, con un cucito in mano, s'affacciò appena nel
terrazzino e rientrò vivamente arrossendo: Giovanni però l'aveva
veduta.
Le solite feste dello zio Alessio e della zia Costanza non mancarono;
non mancò il solito invito fatto sempre con la solita frase: «questa
volta, spero, vorrai passare alcuni giorni con noi;» gli offrirono
vino, gli offrirono caffè. E don Alessio cominciò a darsi moto;
s'affacciò alla terrazza, urlò con quanto n'aveva in canna allo
stalliere di menar nella stalla la cavalla del signorino; s'adirò
anche perchè non l'aveva già fatto, e lì un diavoleto: poi rientrò,
andò, come soleva a dir le sue ragioni alla sorella, e senz'attender
risposta, nell'anticamera ad affacciarsi all'uscio della scala e
chiamar Elisabetta che portasse i lumi.... A quel buon vecchio entrava
il diavolo in corpo ogni volta che arrivava il nipote!
Lola intanto non compariva, e il giovine n'era proprio indispettito:
via, dopo un anno quasi che non lo vedeva, avrebbe dovuto essere un
pochino più sollecita: non avrebbe fatto l'istesso lui.... no
certo.... ma lui l'amava, e lei chi sa....
Ma quel suo monologo interno fu interrotto in punto dalla comparsa
della fanciulla.... Oh, quanto s'era fatta più bella! S'avanzava con
una certa esitazione, con un certo imbarazzo, i quali davano una
grazia nuova al suo corpo grande e ben formato che non mancava di
flessuosità e d'eleganza, mettevano in quel caro visetto un non so
che, che lo rendeva adorabile. Non erano i suoi occhi no, che
l'ingannavano, o la dubbia luce della sera, s'era fatta più bella.
Gli si fece incontro, e gli strinse la mano tutta commossa, e gli
domandò notizie dello zio, della zia, di lui, con le solite carezze
nel tono della voce, e negli occhi. Già ora egli si chiariva del
perchè di quel ritardo: l'aveva vista di volo nel vano del terrazzino,
ma poteva giurare che in luogo di quel nastro celeste, su' suoi
capelli c'era un fazzoletto a scacchi rossi e neri.... e il lembo
dello sottana, ch'era scomparso rapidamente, gli pareva di vederlo
ancora, non era grigio per certo: e quella cipria sul viso.... no,
essa non adoperava la cipria ogni giorno. Dunque s'era fatta bella per
lui. E una viva tenerezza aveva già cacciato il dispetto, quel brutto
dispetto che gli aveva fatto fare il proponimento d'andarle incontro
tutto gaio e indifferente, e d'indirizzarle un complimento che voleva
essere anche un frizzo.
Quella sera anche padre don Giuseppe, che gli era stato sempre
antipatico, non gli parve più, quello. Quando il prete comparve sulla
soglia dell'uscio con un «buona sera a tutti quanti» che rintronò la
stanza come il mugghio d'un toro, e un «oooh, don Giovannino! ben
arrivato!» direttogli con tutt'e due le mani stese, il giovine
confessò a sè stesso d'essersi ingannato sul conto suo: via, in quel
faccione d'appoplettico, non si poteva negare, una certa espressione
di di bontà c'era, e quell'alta persona, dalle membra enormi, non
aveva proprio quell'andatura stupida d'un bruto che l'aveva colpito
altre volte. Spesso l'aveva pensato, spesso aveva esternato quel suo
pensiero in famiglia: «quel prete m'ha tutta l'aria d'un birbante»
aveva giudicato leggermente. I suoi occhi grigi, lucenti come acciaio
brunito, eran duri.... ma egli poteva anche affettarla quella
durezza.... quanti non c'è che hanno il ticchio di mostrarsi diversi
da quel che sono! ne aveva conosciuti lui di quelli che si studiavano
a farsi una cera burbera, mentre in fondo eran gli uomini più buoni
del mondo....
Ma venne l'ora della partita, e don Alessio non transigeva: si preparò
il tavolino, con il lume, le carte, e le solite fave per gettoni; i
due avversari presero posto l'uno di faccia all'altro, motteggiando;
donna Costanza sedette al suo con la calza.
--Coppe.
--Bastoni.... Danaro.
--A lei. E al tono della voce, e al modo che don Alessio pronunziava
quel «a lei» si capiva che cominciava a stizzirsi.
--Bastoni.... Sei di napoletana.
Il solito pugno di don Alessio, le solite recriminazioni.
I due giovani, in piedi vicino al tavolino, se ne stettero un pezzo a
veder giocare: si guardavano sorridendo all'escandescenze del vecchio.
Quando donna Costanza s'alzò, chiamata dalla serva tutta in faccende
per il nuovo ospite, prima l'una, e poi l'altro, vennero nel
terrazzino. Giovanni rientrò a prendere due sedie, e sedettero.
Era una sera senza luna, con un bel cielo stellato.
_L'arma mi sentu nnesciri_
canticchiava lo stalliere con voce di canna fessa, e per la campagna
silenziosa vibravano i tocchi lenti della campana del paese, la quale
annunziava un'ora di notte.
--Questo è il momento.... pensò Giovanni: e il cuore gli si mise a
battere come se volesse saltargli fuori dal petto. Pensò e ripensò a
una frase tanto per cominciare il discorso, ma non gli riuscì di
trovarne: il suo cervello era vuoto. Si stizzì, si rimproverò d'essere
uno scolaretto, un uomo dappoco. Fu lei, che, con la sua voce
melodiosa, ruppe quel silenzio imbarazzante.
--Ti sei divertito a Palermo?
--No.... cioè.... così così.... Esitò ancora un poco, poi, per uscire
da quel ginepraio, si mise a parlare di teatri, di serate deliziose
passate alla villa, di scampagnate fatte con amici, di bagni....
La fanciulla aveva inarcate le sopracciglia. Non stava certo in pena
il signorino lontano da lei.... E in un lampo intravvide la figura
della figliuola del negoziante, com'essa aveva cercato di
rappresentarsela le tante volte pensandoci, dal giorno che aveva
sentito dire qualche cosa in proposito. Essa andava certo ai bagni....
Giovanni l'aveva vista.... non lo diceva, il perchè era chiaro! alla
sola idea che il giovine avesse potuto veder colei nell'acqua,
ricoperta d'un semplice velo di mussolina, le si strinse il cuore. Oh,
no, non approvava che le signore, e in ispecie le ragazze, andassero a
bagnarsi con gli uomini; lei ne sarebbe morta di vergogna.
E glielo disse secco secco.
Ma lui, non essendosi accorto di quel mutamento repentino nel viso, e
nelle maniere della cugina, le dava la berta. Via che c'era di male,
tutte lo facevano: era uno de' tanti pregiudizi che l'uso avrebbe
finito col cancellare.
--La moda, cara mia, la moda,... E parlò della moda, e poi di
passeggiate e d'equipaggi. Egli voleva incoraggiarsi con quel diluvio
di parole; però non ci riusciva.
--E tu, disse infine quand'ebbe esaurito anche quel tema, com'hai
passato il tempo?
--Al solito, rispose lei: qui, lo sai, non ci si può divertire certo
come a Palermo.
E disse quest'ultime parole con un leggiero tono d'amarezza.
Allora il giovane si accorse di quella sua cera brusca, e ne fu
proprio sgomento. Che aveva dunque!... che le aveva fatto!... Non era
molto, essa lo guardava con la solita dolcezza, n'era sicuro....
Perchè allora? Non ci si raccapezzava. E maledisse in cor suo la
disgrazia che lo perseguitava. Qual più bella occasione di questa? Ora
era perduta completamente: egli non aveva il coraggio di dirle una
mezza parola di amore vedendola a quel modo. E mise un sospiro, e si
contentò di guardare con la coda dell'occhio la manina che la
fanciulla aveva abbandonata sul grembo. Se non fosse stato per quella
diavoleria a lui ignota, forse a quell'ora stringerebbe tra le sue
quella manina gentile e graziosa.
IV.
Il vecchio orologio a pendolo, chiuso in un armadio impiallacciato,
sonò l'ora canonica, e si fissarono al solito l'ultime tre partite.
--Resterà a far penitenza con noi stasera, disse don Alessio al prete.
E questi accettò con un sonoro «grazie» mentre un largo sorriso
rallegrava quel suo faccione da frate gaudente. Corbezzoli! quella
sera si doveva mangiar bene in casa dell'amico, s'era soliti di
festeggiar sempre l'arrivo del nipote.... c'eran certi atomi odorosi
nell'aria che venivano dalla cucina, da far credere che si mangerebbe
carne.... Umh....
E giocò distratto, e perdette con gran piacere del vecchio, che lo
veniva stuzzicando con un mondo di monellerie.
Un'insalata di lattughe dalle foglie crespe, metà d'un verde tenero,
metà d'un bianco gialliccio, una montagna di costole di castrato
arrosto il cui odore aveva fatto perder la bussola al reverendo, de'
funghi delle Madonie con salsa d'acciughe, varie sorta di frutta, ecco
il solido di quella cena di provincia: rappresentava il liquido un
vinetto nero, un po' frizzante, ma buono in fondo, e che il prete
tracannava a gran bicchieri.
Egli parlava poco: macinava a due palmenti: e restringendosi ad
approvare spesso col capo, o con qualche «già» con qualche «sicuro»
con qualche «è fuor di dubbio» messi con arte a posto debito,
ascoltava don Alessio che aveva preso l'aire nel suo discorso
favorito. Quella mattina era sceso al paese per certi suoi affari,
quando, vicino alla chiesa, gli s'era attaccato a' panni don
Castrenze, il già sindaco. Aveva un diavolo per capello quell'uomo,
per il tiro che gli aveva giocato il partito contrario con alla testa
i bottegai, tutti borbonici sino alla punta delle unghie. Imbecille!
lo sapeva lui don Alessio, chi era stato a accoccargliela.... E chi
era stato aveva fatto benone, perdinci! Oramai eran tutti ristucchi di
quell'inetto ch'era diventato consigliere per caso, e sindaco per
intrighi. Un bel bindolo! Già col Governo degli italianissimi bastava
mostrarsi idrofofo per le cose passate, ad essere ritenuto un gran
che, e poter pervenire a qualunque carica politica o amministrativa:
don Castrense che predicava essere stato un di quelli che avevano
attaccato la _bandiera tricolore_ ai ferri del campanile (e le due
parole sottolineate egli le pronunziava con un'enfasi canzonatoria)
era uomo da papparsi il comune col cassiere e i consiglieri bell'e
vestiti per di più! Ora strillava come una gazza spennacchiata, perchè
l'avevano disturbato nel meglio.... non era potuto riuscire che a
levarsi quel debito con i Salamanà. In soli pochi mesi di sindacato!
Era dei sorteggiati di quell'anno, perchè aveva sostituito un morto, e
aveva avuto un solo voto! c'era da scommettere che se lo fosse dato
lui. Dunque gli aveva riempito la testa d'un mondo di chiacchiere:
voleva ricorrere al re in persona, sarebbe andato a Roma così
minchione come poteva parere, e quell'elezioni l'avrebbe fatte
annullare. Era pazzo, poveretto.... si sarebbe visto! Anzi l'indomani
scriveva al deputato sul proposito.
--Sta fresco a pigliarsela con lei! esclamò il prete riempendosi il
piatto di funghi. Mi pare che voglia fare a' cozzi co' muriccioli.
--Lasciamolo correre, riprese il vecchio con un sorriso di disprezzo,
alcunchè sodisfatto dell'adulazione dell'amico: e seguitò a enumerare
i giusti motivi che lo spingevano a spalleggiare gli avversari di don
Castrenze, mentre il reverendo, con la bocca piena, ciondolava il capo
d'alto in basso, mostrando di saperla lunga in quegli occhiacchi. Via,
l'ira e lo zelo di don Alessio si sarebbero spiegati subito, quando si
fosse saputo che don Castrense aveva due tumuli di terra a pochi passi
dalla villa, giusto gli ultimi che ci volevano per compire l'unità del
podere secondo l'intendeva il proprietario, e si negava a venderli, si
negava tenacemente.
Donna Costanza faceva la cera di chi cominci ad essere preso dal
sonno: i due giovani, seduti l'uno vicino all'altro, apparentemente
ascoltavano; al modo come giocavan d'occhi c'era da supporre che la
loro piccola burrusca fosse passata com'una burrasca di aprile.
Ma alle frutta si cambiò discorso: per via d'uno dei nuovi eletti,
parente d'un latitante, si venne a parlare del famoso don Peppino, il
capo d'una banda che spargeva il terrore nel territorio vicino.
Don Alessio prese la palla al balzo. Ce n'erano stati dei banditi in
Sicilia, e non pochi ancora: Pestalonga, Pasquale Bruno, anticamente;
i fratelli Palumbo, e Sbirrillo ne' tempi più recenti; ma sanguinari,
ma feroci come questi, mai più! Era alla _civiltà_, era al
_progresso_, era al governo degli eretici conculcatori d'ogni legge,
che si dovevano tali uomini. Nella borgata di Braccamena, i contadini,
stanchi dei delitti d'ogni sorta che commetteva la banda, avevano
stabilito di dar man forte alle autorità: una notte otto uomini,
armati sino a' denti, avevano assaltato la borgata, e fatta irruzione
nelle case, avevano strappato dalle braccia della famiglia tre
cittadini, li avevano trascinati in campagna, ne avevano fucilati due,
avevano rimandato il terzo a portar la notizia.
--Oh, poveretti! esclamò la fanciulla sottovoce, e si voltò a guardare
il cugino tutta spaurita.
S'era mai sentita una cosa simile? si poteva supporre che tali fatti
avvenissero sotto un governo ben costituito? E i rei impuniti al
solito.... Maniscalco! Maniscalco! ecco che ci voleva: quello sì che
era uomo, e del mestiere per bacco! Avrebbe messi in un pugno sbirri e
manutengoli, e, o me li consegnate, o me li consegnate, avrebbe detto
loro. E glieli avrebbero consegnati, perchè sapevano che non si
scherzava con lui. Ora eran tutti una cosa; cani e selvalgina
mangiavano insieme nell'istesso piatto, e chi ne andan di mezzo erano
i poveri cittadini.
Ora anche il prete parlava, era sazio.
--Non per nulla pesa sugli italiani la scomunica del pontefice. Un Dio
c'è poi, per quanto i tristi si spolmonino a negarlo; e la chiesa è la
chiesa!
E rosso come un gallo pel vin bevuto, posò i grossi pugni sulla
tavola, girando in volto a tutti que' suoi occhiacci.
--Avete ragioni da vendere, approvava don Alessio scrollando il capo
d'alto in basso: e le parole vostre son parole d'oro. Non si potrebbe
spiegar diversamente la sfrontata sicurezza con cui que' malandrini
scorazzano la campagna, perpetrano delitti. È il castigo di Dio!
proprio il castigo di Dio!
E via di questo tenore! che' mettendosi in que' discorsi non c'era chi
potesse arrestarlo.
Le donne rabbrividivano: esse avevano paura: guardavano verso il
terrazzino come se già il famoso bandito fosse per presentarvisi.
Gesù Maria! se gli saltasse il ticchio di fare una escursione da
quelle parti.... Davvero, non era prudenza star in campagna, una
disgrazia poteva accadere.... scongiuravano don Alessio a pensarci. Ma
questi faceva spallucciate energiche, mandava la cosa in burla. O che
sarebbero venuti a fare in casa loro i briganti? egli era un uomo
onesto che non aveva fatto mai male a nessuno, la sua casata era
conosciuta, ed era stata rispettata sempre, scacciassero quelle paure.
--Sicuro, appoggiava il prete, si sapeva in Sicilia chi erano i
Berlingrieri: buona gente, ma se toccati da vicino, buoni a mostrare i
denti, a non lasciar posar mosche sul naso.
Del resto c'eran gli amici, che all'occasione, si sarebbero fatti fare
a pezzi per loro.
--Grazie.... è la bontà de' miei concittadini.... rispose don Alessio
con un inchino portando la mano al petto. Ma Costanza, disse poi
voltosi alla sorella, stasera non hai nulla da darci? per esempio....
un pezzettino di dolce.... Non lo credo. Il reverendo mi fa cenno che
ha ancora sete.
--Io!... ma le pare! esclamò questo arrotondando le parole, e col
solito sorriso largo che trovava sempre che spirasse buon vento di
ghiottornie.
--Eh, via, non lo neghi.
Il reverendo si strinse nelle grosse spalle, facendovi rientrare
quanto più potè il suo collo di toro; e donna Costanza che s'era
alzata sorridendo, andò a prendere un piatto dalla credenza, e s'avviò
nell'altra stanza.
--Ehi, una di quel suggellato, le gridò dietro il fratello.
Quella sera era allegro: era arrivato il nipote, e aveva potuto fare
la sua sfogatina, il che gli capitava di rado: aveva dimenticato
perfino don Castrenze, e la sua cocciutaggine a non volergli vendere
que' benedetti due tumoli di terreno senza i quali non poteva
proclamare l'unità del suo podere.
Anche Giovanni gongolava. Quell'idea di dolci venuta allo zio, non
poteva capitare in miglior punto: avrebbe passato un altro po' di
tempo vicino a colei ch'egli oramai non chiamava più in sè stesso che
la sua Lola. Tutta l'anima del giovane era piena di quell'amore, e
ogni altra cura non faceva che sfiorarla appena. Durante la cena non
aveva pronunziate più di venti parole, e chiuso nell'estasi, aveva
capito ben poco di quanto avevano detto i due amici. Del resto gliene
importava uno zero di don Castrenze, di don Peppino e la sua banda,
troppo lontana per poter fare uno strappo alla sua felicità, della
scomunica e del sommo pontefice per giunta: via avesse a perire anche
l'umanità, salvo le due famiglie ben inteso, non si sarebbe commosso
per questo. Ora parlava sottovoce con la fanciulla: le domandava se
campavano ancora i canarini che le aveva portato l'anno scorso, e
sbirciava di quando in quando la manina di lei sempre lì sul grembo,
tentatrice, con una voglia pazza d'impadronirsene, senza che ardisse
di farlo. Campavano ancora, rispondeva lei, di nuovo con la solita
tenerezza negli occhi bruni, con la solita melodia nella voce,
l'indomani glieli avrebbe mostrati. Eran maschio e femmina: uno, il
meno giallo, non cantava, cinguettava solamente, e il giorno innanzi
gli aveva veduto nel becco una delle pagliuzze ch'essa aveva messe
apposta nella gabbia per vedere se facessero il nido. E quest'ultime
parole le disse con un dolce sorriso che stampò delle grazie infantili
nel suo viso di vergine, dal quale il povero innamorato non poteva
staccar gli occhi alla lettera.
Donna Costanza comparve con un piatto di torromini e biscotti in una
mano, e una bottiglia sigillata e tutt'impolverata nell'altra.
L'orologio battè la mezzanotte.
La vecchia Elisabetta che s'era ammammolata in cucina, nel ciondolare
il capo con soverchio abbandono, si svegliò in sussulto: sentì ancora
risa, voci allegre, e tintinnìo di bicchieri. Sbarrò gli occhi, sporse
le labbra, si fece la croce con la mano manca, poi si grattò la gamba,
e tornò ad ammammolarsi. Eran circa trent'anni che serviva in quella
casa, mai i padroni avevano fatto così tardi!
V.
Giovanni si svegliò al canto del gallo: aveva dormito poco e male.
Vicino alla cugina le ore erano passate così celeri, aveva provato
sensazioni così dolci, che gli pareva mill'anni di rivederla, e
riprovarle. E poi quella mattina si sentiva tutt'altro ardire: via la
dichiarazione che ruminava da tanto tempo, e che di vacanze in vacanze
aveva rimesso a più propizia occasione, l'avrebbe fatta finalmente!
bisognava approfittare di quelle buone disposizioni. Era che gli aveva
cagionato de' batticuori violenti davvero al povero innamorato quel
momento definitivo! benchè si fosse sforzato a persuadersi che il suo
amore era ben accetto, che un fiasco non l'avrebbe fatto di certo. Ma
tutto stava nel cominciare: tanto è vero che il peggio passo è quello
dell'uscio; dato il quale si sentiva in cuore di poter dire tanto da
farne volumi addirittura, senza che quel fiume di parole venisse a
decrescere, quella sorgente viva di tenerezza che lo alimenterebbe, a
disseccarsi.
Guardò alle imposte: appena un barlume trapelava dalle commessure:
però il letto gli pareva seminato di spine; balzò a sedere, si vestì,
e s'affacciò al terrazzino.
L'oriente si tingeva dell'incarnato e dell'arancio dell'aurora: era un
cantuccio di luminosa accensione nel cielo limpido, d'un azzurro
argentato, sotto alla cui volta si disegnavano netti, tutti in giro, i
contorni bruni dei monti. Per la campagna fresca, luccicante dalla
guazza, esalante acri profumi di stoppie umide nelle quali dormivano
la masse nere dei boschetti, e de' gruppi d'alberi, e le casette
biancicanti tra 'l verde delle vigne come macchie di calce intrisa,
una pace, una tranquillità senz'un soffio: nella valle, e sul paesetto
si stendeva una nebbia bassa che aveva l'aria d'un gran lago grigio
dal quale il campanile emergesse come uno scoglio solitario.
Lei era là, dietro all'imposte serrate ermeticamente di quell'ultima
finestra, e dormiva nel suo letto verginale.... forse sognava di lui.
Quale incanto nel rappresentarsi quella figura di vergine
addormentata, quanti pensieri a quel pensiero e che dolce rimescolio!
Ma le allodole trillavano, si svegliavano le passere accovacciolate
ne' tetti, fu il segnale del concerto al quale presero parte tutti i
volatili. La vetta brulla di S. Caloggero si tinse di porpora, a
oriente apparve l'orlo d'una palla dorata, la luce irruppe giù per le
spalle dei monti, salutata dai tocchi a festa delle campana della
parrocchia. Poi, scendendo sempre più, mise de' riflessi d'oro nel
lago grigio delle nebbie, le quali si squarciarono, si divisero in
gruppi, si sollevarono e batterono quasi in ritirata, indugiando per
le gole, dinanzi alla gloria invadente di quel bel sole d'agosto.
La porta della stalla girò sui cardini, sulla soglia comparve la
figura scamiciata e grottesca dello stalliere. Egli si ritirò; aprì la
bocca a uno sbadiglio sghangherato, poi rientrò lentamente. Nelle
stanze si sentivano rumori di passi, d'imposte che si aprivano: la
casa si svegliava.
Giovanni dette un ultimo sguardo alla finestra della cugina, e
rientrò. Si lavò, si lisciò con la massima cura, poi andò fuori a
sedersi sotto al pergolato, dove se ne stette un'ora buona a scrivere
con una bacchetta il nome della fanciulla sulla sabbia del vialetto, e
a scancellarlo subito dopo averlo scritto. Ritornando la trovò nella
spianata.
--Dove sei stato che non t'ho visto?
--Sotto al pergolato.
--Che bella giornata!
--È un incanto. E tu dove vai?
Accennò con gli occhi a un paniere pieno di mondiglia di grano
ch'aveva infilato nel braccio, e rispose:--A dar da mangiare alle
galline ed ai piccioni.
S'era alzata allora: aveva in dosso un vestito da mattina di mussolina
celeste; un fazzoletto di seta dell'istesso colore, annodato sotto il
mento, inquadrava graziosamente il suo visino con i capelli un po'
arruffati sulla fronte e gli occhi ancora gonfi dal sonno.
_Puri, puri, pì, pì, pì._ E a questa specie di billi billi siciliano,
calò dai tetti un nugolo di piccioni, accorse dalle stalle, dal
pollaio di tra gli alberi sotto la spianata, gran quantità di pollami:
galli altissimi di un bel rosso dorato, con grosse creste rosse;
chiocce con pulcini nati di fresco; pulcini già grandicelli,
spennacchiati, con la malagrazia di fanciulli a sette o otto anni,
pollastre linde, lucide, con l'andatura spigliata di giovinette;
vecchie galline, favorite dalla testa pelata, per le spesse carezze
dei pennuti sultani.... tutt'attorno a Lola il suolo ne brulicava alla
lettera. Lei, con un'espressione di piacere infantile nel viso,
alzando in aria il paniere curvo da un lato, ne faceva cadere il
grano; e movendosi lentamente, lo veniva gettando a strisce a zig zag.
_Puri, puri, pì, pì, pì._ Ed era un pigiarsi vorace, un rumore sordo
di becchi che battevano il suolo, tramezzato da qualche schiamazzo, da
salti e beccate con le penne del collo arruffate nel contrastarsi il
becchime, dal pigolio dei pulcini e dal chiocciar delle chiocce, dal
tubar dietro la compagna di qualche piccione, che, da vero
innammorato, preferiva al cibo la galanteria.
Giovanni guardava quel quadro con un nuovo incanto: sentiva nascersi
un coraggio da leone. Questa volta.... ma via, n'aveva fatti
abbastanza, si sarebbe visto alla prima occasione.
--Saliamo? domandò la giovinetta. E salirono sopra.
Per le scale erano soli: Giovanni sentì battersi il cuore.... fu per
parlare.... ma pensò che non era quello il momento. Per le scale!... e
poi, poteva sopravvenire qualcuno.... Egli sentiva che gli avessero
troncato le parole in bocca, non l'avrebbe fatta più quella benedetta
dichiarazione!
Vennero nell'anticamera. Sulla lunga tavola, attorno a un piatto colmo
di biscotti, eran disposte delle ciotole, e due bottiglie col latte.
Lola scese in cucina, e poco dopo ritornò col caffè caldo: presero il
caffè e latte. Anche questa sarebbe stata una buona occasione.... eran
soli.... Ma via! non era nemmen da pensarci! Come si poteva fare una
dichiarazione con una ciotola in una mano e un biscotto nell'altra?
Bisognava esser pazzi, o sciocchi affatto. Dove diamine l'aveva la
testa!
Qui non c'era a ridire.
Ma la fanciulla lo condusse a vedere i canarini, nella gabbia appesa a
un chiodo nel muro della terrazza: disse un mondo di cose sul come
l'aveva allevati, sul come li governava, sul bene che loro voleva.
--Quanto sono carini! Queste sole parole egli potè trovare restando a
guardarli come il villano alla fiera il saltimbanco che dia nella gran
cassa, sulla soglia della baracca.
Ma al passeggio don Alessio, per mostrare a donna Costanza il rigoglio
di certi piantoni di peri che aveva fatto mettere in quella primavera,
li lasciò soli. Lei andava lentamente, con lo scialle rosso piegato
sul braccio, guardando il cielo acceso dagli ultimi raggi del
tramonto; e dal suo bel viso traspariva la dolcezza dei pensieri che
l'agitavano.
Egli cominciò a parlare dell'incanto della campagna, de' piaceri che
vi si gustavano.... e quel discorso, girato e rigirato con una
tenacità degna di miglior risultato, non potè riuscire dov'egli voleva
tirarlo. Via, questa volta non c'era nessuna scusa; bisognava
confessare che quella sua timidezza era spinta al ridicolo; era
ingrullito per certo. Non seppe darsene pace, ne provò un'umiliazione
profonda. Ma che farci? era quella la sua natura, certe ritrosie
dell'anima non si spiegano. Pensò di scriverle.
Ma eccoti lì delle nuove esitazioni che pareva l'aspettassero al
varco. Darebbe la lettera a lei? gliela metterebbe nel cestino? e se
la zia Costanza andasse a frugarvi dentro, e la trovasse? Darla e lei
dunque.... Ma come? con che scusa? Ah, la cosa non era così facile
come aveva creduto sulle prime!
E s'era deciso a ritornare al vecchio progetto, vo' dire a quello
d'una dichiarazione a voce, quand'una sera lei lo trasse in disparte
in fondo alla terrazza, e, con gran mistero, gli domandò se sapesse
far dolci.
Il giovane cascò dalle nuvole!
--Dolci?... no, non ne so fare, rispose.
--Non ne hai visti fare nemmeno?
--Nemmeno.
--Oh!... E la fanciulla mise un sospiro.
--Ma perchè mi fai....
--Mi pare che la nonna ne soleva fare.
--Sì.
--E non t'è venuta mai la curiosità di salire in cucina in
quell'occasione.... di domandarne almeno la ricetta!
--No, non me ne sono curato. Ma....
--Hai fatto male, disse lei gravemente: un giovine deve saper fare un
po' di tutto.
--Ma perchè mi fai codeste domande insomma?
--Sai, domani è il compleanno del babbo.... volevo fargli una
sorpresa.... Avremmo fatto un dolce noi due in segreto, e Lisabetta
l'avrebbe presentato a tavola, dopo aver finto prima di passare la
frutta.... Capisci ora?
Il giovane capiva pur troppo! capiva che sarebbe stata una
bell'occasione quella per far la sua dichiarazione, e gli sfuggiva per
non saper far dolci! Non essergli venuta mai la voglia d'imparare a
farne! Aveva ragione la cugina, un giovane deve saper fare un po' di
tutto. Però non si dette per vinto così presto.
--Potremmo fare un riso col latte....
--Bravo! esclamò Lola, battendo le mani come una bambina.
Il riso l'aveva, il latte l'avrebbe fatto portar di nascosto in cucina
dal zu Giorgi l'indomani prestissimo.... Ma s'arrestò a un tratto;
s'appoggiò alla ringhiera avvicinandosi di più al giovine, e voltosi
verso di lui, soggiunse: Ma siamo sempre da capo.... Come si fa?
Giovanni scrollò la testa. L'aveva mangiato a casa sua tante volte,
era il caval di battaglia della nonna, e aveva guardato con tanto
d'occhi il babbo a farne delle scorpacciate. Non sapeva altro.
--Come si fa.... come si fa.... cominciò a dire. Ci vuol lo zucchero
certo.
--Oh, la bella scoverta! esclamò la giovinetta ridendo. Lo zucchero va
in tutti i dolci.
--Si bolle il riso.
Qui ci fu una gran discussione. Si bolliva nell'acqua? Si bolliva nel
latte? Lo zucchero si metteva prima? dopo? a bollire col riso?...
Compresero che avrebbero fatto un pasticcio.
--Una crema, propose la fanciulla. Ma eran sempre daccapo. E restarono
in silenzio, a pensare ciascuno dal canto suo come risolvere il
difficile problema: poichè se a Giovanni rincresceva di non trovare
una maniera qualunque di fare quel benedetto dolce, a Lola, forse per
le stesse ragioni, dispiaceva ch'ei non la trovasse.
Ma a un tratto essa alzò la graziosa testolina, e mise il dito alla
bocca.
--Aspetta.... aspetta.... E senz'altro via di corsa, lasciando il
giovane in asso.
Tornò poco dopo, con in mano il calendario che don Alessio teneva
appeso a un chiodo nella parete sopra il tavolino.
Un grosso cuoco in berrettino bianco, e grembiale di tela, con una
casseruola in una mano e un mestolo nell'altra, col faccione rubicondo
aperto in un beato sorriso, faceva bella mostra di sè sul cartoncino
inverniciato, sul quale era incollato un pacchetto di foglietti che
portavan scritto, la data del giorno, il santo, il mese, le fasi della
luna, l'ora del mezzogiorno e della mezzanotte, un avvenimento
storico; e dietro una pietanza nuova, qualche dolce e la maniera di
apparecchiarli.
L'uno stretto all'altro, agitati da una dolcezza indicibile,
cominciarono a sollevare a uno a uno que' foglietti, e a leggervi
dietro, curandosi di non staccarli per non fare andar in collera il
babbo.
Trota in gratella.... spinacci in teglia.... lesso di cavolfiore....
frittura di pesce.... ragout di filetto.... ceci e tagliatelle....
Nemmen l'ombra d'un dolce! Diavolo, cominciavano a esserne inquieti,
quando la fanciulla mise un piccolo grido,... Torta di pasta dolce con
crema!
Aveva trovato quel che cercava. Staccò il foglietto pian piano, e si
misero a leggerlo. «Prendi cinque o sei....»
Ma si rimescolarono a un rumore di passi, e nel voltarsi vivamente,
Lola vide entrar nella terrazza donna Costanza. Nascose in fretta
calendario e foglietto sotto al grembiale, e fare cenno a Giovanni con
rapido aprir d'occhi.
La zia s'avanzò col suo passo grave, squadrò, i due giovani, e disse:
--Cosa fate lì voialtri due?
--Noi? rispose Lola. Nulla.
--Nulla, ripetè Giovanni arrossendo un pochino.
--Che cosa hai nascosto sotto al grembiale mentre io entravo?
--Io.... sotto al grembiale! riprese la fanciulla con tutta
naturalezza. E mostrò le palme delle mani. La furbetta, voltandosi un
poco, era riuscita a cacciar in tasca ogni cosa.
La zia Costanza li minacciò col dito, poi si fece alla madia dove
teneva a seccare la conserva di pomodoro, la rivoltò con un cucchiaio
di legno, e se n'andò.
L'indomani i due giovani s'incontrarono nell'anticamera, e si fecero
dei cenni. Quanta delizia già in quella piccola congiura!
A volere che la cosa andasse, bisognò mettere a parte del segreto
Elisabetta. Lola riuscì a prender di soppiatto zucchero, ova, fior di
farina, cioccolatta e via discorrendo: Giovanni stava alle vedette.
Quando tutto fu pronto, scesero in cucina. Lessero e rilessero quel
piccolo fogliettino, forse più di quel che era necessario, unicamente
per il piacere di starsene così vicino l'uno all'altro che sentivano
il calore delle loro guance, il tocco leggiero de' capelli, per il
piacere di guardarsi negli occhi da vicino nel voltarsi per commentare
quelle parole in verità punto sibilline.
Ma in questa entrò la zia.... Diavolo, non ci avevano pensato che
quella benedetta donna trottolava per la casa dalla mattina alla sera!
non c'era che fare, bisognava mettere anche lei a parte del segreto.
Donna Costanza sorrise di compiacenza, giurò di non fiatare; volle che
le si leggesse il foglietto, dette qualche consiglio, assistette ai
primi preparativi. Ma aveva ad accudire ad altre faccende e se n'andò.
--Lisabetta, non c'è acqua, disse Lola che ne cercava nelle brocche. E
la serva, che aveva finito d'infornare allora allora la torta, andò a
prenderne.
Restarono soli.
Via, era l'ora... una simile occasione perdio, non sarebbe capitata
mai più. Ma Giovanni tremava, parevagli che una mano gli stringesse la
gola.... E il tempo passava.... Oh, egli soffriva realmente! Anche lei
tremava la poveretta, e si affaccendava senza scopo di qua e di là,
tanto carina con le braccia a metà nude, e il grembialino bianco, e le
ciglia impolverate leggermente di farina.
--Lola.... disse finalmente il giovine con voce soffocata,
avvicinandosele.
E lei che si faceva al forno per vedere a che punto di cottura fosse la
torta, si fermò, e si voltò col viso in fiamme e gli occhi lucenti....
Ma giusto in quel punto, risonò il passo della serva che ritornava con
l'acqua. Giovanni aveva perduto troppo tempo a decidersi! Si
discostarono bruscamente; e lei al colmo dell'agitazione, dimenticando
di premunirsi del cencio, afferrò il manico del chiusino con la mano
nuda.... Cacciò un grido e lo lasciò subito. Era arroventato. A quel
grido il giovine si voltò, comprese, fece un balzo verso di lei, le
prese la mano, e guardò.
--Ti sei scottata?....
--No, rispose la fanciulla vivamente e cercando di ritirare la mano,
no.... davvero.... è niente.... E sorrideva mentre gli occhi le si
riempivano di lacrime.
--Come! ti par niente! oh, non vedi che alzan le bolle....
Lisabetta.... presto.... acqua....
E Lisabetta, che, posata la brocca in fretta, era corsa anche lei, ne
prese in un catino. Giovanni vi immerse la mano della fanciulla,
tenendola sempre tra le sue, costernato e nell'istesso tempo agitato
dolcemente.
--Ti senti meglio?
--Sì, rispondeva lei. E si ricambiavano mille carezze con gli occhi e
col tono della voce.
VI.
Con tutto ciò il dolce non riuscì tanto cattivo, e a tavola vi fecero
onore tutti, il prete, in ispecie, che non risparmiò i superlativi. Ma
chi fu proprio tocco da quel grazioso pensiero, fu don Alessio che
dovette contenersi per non fare i lucciconi. Egli avvolse in un unico
sguardo di tenerezza la figliuola e il nipote i quali rimbeccavano
donna Costanza, che, con qualche motto in proposito del famoso dolce,
gli andava stuzzicando scherzosamente. Però questo solo sfogo non
bastò ai suoi affetti traboccanti, e voltosi al reverendo che
diluviava a scoppiacorpo, cominciò a parlargli sottovoce, dando di
tratto in tratto delle occhiate amorose alla figliuola. Ne aveva
quella sola, e l'adorava, era proprio la parola adatta, l'adorava! e
lei se lo meritava, la poverina, ch'era un angelo di virtù e di bontà.
Sua moglie, bon'anima, gliel'aveva raccomandata tanto! e non aveva
nulla a rimproverarsi: l'aveva cresciuta bene, educata bene....
(aiutato in tutto dalla sua buona sorella era vero) aveva lavorato
tanto per lei, ch'era riuscito a farle una dote.... discreta. E disse
delle compre ch'avevano fatto, dei miglioramenti co' quali aveva
triplicato il valore dei suoi fondi. E sempre per quella benedetta
commozione che fa parlare più del dovere, toccò un certo tasto: oltre
alle compere, oltre ai miglioramenti, privandosi del superfluo, era
riuscito a mettere insieme un tesoretto.... la figliola l'avrebbe
trovato alla sua morte tutto in bella moneta d'oro e d'argento, la
sola moneta sicura.--Chi la sposerà non farà un cattivo affare di
certo.... e....
Ma troncò lì il discorso, l'attenzione degli altri essendosi rivolta
verso di lui.
Finirono tardi di desinare, poi andarono a spasso.
Il prete era pensieroso. Ascoltava donna Costanza che gli raccontava
un suo sogno dal quale intendeva ricavare i numeri e giocarli tanto
era strano.
--Mi pareva ch'era di domenica, e attraversavo il paese per andare
alla parrocchia a sentir la messa cantata. Per le strade non c'era
un'anima: però sentivo un bisbigliare confuso, senza potermi
capacitare di dove venisse. Guardai a destra, guardai a sinistra,
guardai in aria, nulla! E quel bisbigliare seguitava non solo, ma
cresceva dietro di me via via che andavo avanti. Allora presa dal
terrore affrettavo il passo tanto che finivo con mettermi a correre.
Arrivavo nella piazza proprio trafelata. La porta grande della
parrocchia era parata a nero, si sentiva un salmodiare, che, senza
sapermene spiegare il perchè mi faceva drizzare i capelli sulla
fronte. Guardo a destra.... e che vedo? una cosa orribile! giù in
fondo alla strada un gruppo di gente che mi mostravano a dito: però
erano impalati ne' loro vestiti neri, avevano le facce color di cera,
gli occhi spenti... Son morti, pensai con raccapriccio.... Guardo a
sinistra, altri morti; ma quelli ridevano piegati in due con le mani
sulle ginocchia; guardo nel vicolo accanto alla casa degl'Inchilli,
morti che mi facevano segno d'avvicinarmi. Mi volto per ritornare
indietro, ma altri morti sbucavano dalle strade laterali e venivano
verso di me guardandosi e consultandosi. Allora quasi pazza di
terrore, corro per rifugiarmi in chiesa. Ed eccoti che per quanto
corressi non riuscivo a fare che un brevissimo tratto di strada: e i
morti crescevano, crescevano d'ogni lato: tutta la strada n'era piena
zeppa... già mi circondavano.... mi toccavano quasi.... Oh, Dio!...
Finalmente riuscii a salire il primo scalino.... il secondo.... il
terzo.... misi il piede in chiesa. Lì a un tratto diventavo leggiera
come una piuma: mi pareva d'andare sfiorando appena il pavimento. Le
navate erano parate a nero, e nel mezzo della principale c'era una
morta stesa sopra una bara e circondata di ceri: i preti, in paramenti
neri, cantavano la messa all'altar maggiore. Io mi avanzavo: ma
arrivata vicino a quella morta, cacciava uno strido. Mi svegliai. In
quella morta avevo riconosciuta me stessa.
--Che gliene pare?
Il reverendo si voltò come un trasognato.
--Di che cosa? domandò a sua volta..
--Ma del sogno che gli ho raccontato!
--Bello, bello davvero.
--Bello!! un sogno simile!!
--Bello!... dico bello così.... per dire.... bello insomma perchè ci
sono i numeri con certezza.
--Volevo ben dire!... Dunque.... per me prenderei prima d'ogni altra
cosa morti.
--Sessantasette, approvò gravemente il prete che sapeva il libro dei
sogni sulla punta delle dita.
--Poi messa cantata, è chiaro.
--Messa cantata ottantanove.
--Ma un momento.... i morti si movevano.
--Morto che si muove trentuno.
--In ultimo, spavento.
--Novanta.
Don Alessio camminava avanti con la figliuola da un lato, e il nipote
dall'altro. Raccontava loro quante gherminelle aveva teso a Filippo
Mesi per indurlo a vendergli un fondo limitrofo alle terre di Badalà,
che poteva valere un par di centinaia d'onze tutt'al più: come,
finalmente, non potendo venirne a capo per nessun verso, gli s'era
presentato un giorno nel fondo stesso con cinquecent'onze d'argento
nella bissacca sulla baia, una famosa cavalla che aveva in quel tempo.
E lasciato un discorso e presone un altro, cominciò ad enumerare i
pregi della cavalla.
Una gioia schietta agitava dolcemente l'anima della fanciulla, le
trapelava dal bel viso. Interrompeva con un'esclamazione di piacere il
racconto caloroso del padre a ogni cespo di fiori che vedeva lungo il
ciglio dei fossi, correva a saccheggiarlo, se n'adornava con grazia
infantile il petto, e' capelli. Brividi voluttuosi scorrevano pel
corpo di Giovanni, che, felice di vivere, aspirava gli acri profumi
dei nocciuoli, le cui chiome d'un verde cupo sopravanzavano i muri
dall'un lato e dall'altro della strada, taceva, ascoltava, dava spesso
alla cugina de' lunghi sguardi appassionati.
Quando tornarono alla villa, alla parrocchia sonava l'avemaria.
Don Alessio fece accendere i lumi, fece preparare il tavolino, e la
partita cominciò.
--Danaro.
--Prendo con una donna.
--Bastoni.
--Spade....
Ma il reverendo giocava molto distratto. Egli non solo perdette quella
partita ma cinque o sei altre in fila: sicchè don Alessio non ci
capiva proprio nella pelle a cagione di quel fortunato accidente non
mai successo dacchè giocavano; e si rifaceva motteggiandolo.
Giovanni in piedi, guardava rodendosi dal dispetto: doveva sorridere
allo zio, il quale, a ogni facezia che diceva gli rivolgeva uno
sguardo, e Dio sa come sorrideva.
Perchè Lola aveva salito in fretta, ed era andato diviato nella sua
camera «che vi faceva per tardar tanto?... Che vi faceva? lo sapeva
lui che vi faceva! Non lo amava, insospettita dalla scena della
mattina ch'egli volesse dichiararle il suo amore, voleva fargli
comprendere con bel garbo che ne abbandonasse il pensiero. Ebbene....
la contenterebbe. L'indomani, partiva, in quella casa non ci avrebbe
messo più piedi....
Tuttavia pensava con amarezza che la sua posizione era orribile....
Che figura umiliante! Dio, che figura umiliante! Ma chinava le spalle,
poichè non c'era rimedio: bisognava pensarci prima piuttosto; non
esser tanto animale da spingersi sino a quel punto, in cucina;
considerare come un salutare avvertimento la forte ripugnanza ch'aveva
sempre sentita tutte le volte che il suo cattivo genio gli suggeriva
di spiegarsi.... Ma d'altra parte chi poteva supporre.... chi poteva
pensare.... Essa lo guardava con tanta tenerezza, usava con lui que'
modi atti a incoraggiarlo piuttosto.... Che sciocco! O che importava
ciò? Era civetta: tutte a un modo le donne.
Andò a sedersi nel terrazzino, e abbandonò il capo sulla palma della
mano, abbattuto per quel leggiero e dubbio incidente, proprio come se
si fosse trattato d'un affar grave e certo.
Ma un odore di fiori campestri lo fece trasalire: alzò la faccia. La
fanciulla che s'era avvicinata bel bello, stava davanti a lui, e lo
guardava inquieta.
--Che hai?
--Nulla.... mi duole il capo.
--E stai al fresco?
--Mi son seduto qui apposta.... un poco d'aria mi farà bene.
Lei stette ancora a guardarlo come per accertarsi che non si trattava
di cosa grave, poi, certo rassicurata, andò a prendere una sedia e
sedè al solito accanto a lui.
No, una fata col suo tocco magico non avrebbe potuto operare nel
giovine un cambiamento così completo e istantaneo. Egli sentì
allargarsi il cuore, sentì svanire i dubbi, sentì che l'anima sua era
ripresa dal fascino dell'amore.
Lei taceva; e un respiro concitato le sollevava il petto. La manina
bruciata, cinta d'una fascia bianca, era lì nel grembo, tentatrice più
del solito....
Giovanni la prese dolcemente tra le sue, e l'accarrezzò. Lola non la
ritirò: abbassò gli occhi e arrossì.
--Ti fa male ancora? domandò il giovine con un fil di voce.
--No, mormorò lei.
E stettero così, palpitanti, in un rimescolio pieno d'incanto.
Ma egli si fece più ardito; le cinse la vita con un braccio; senti
ch'essa s'abbandonava e la strinse appassionatamente.
--T'amo.... mormorò con voce tremante. T'amo....
La fanciulla trasalì. Alzò lentamente gli occhi umidi di tenerezza sul
viso di lui, poi li abbassò con un sospiro.
I fiori ch'essa aveva sul petto e tra' capelli, esalavano un
soavissimo odore, mentre i grilli col loro canto monotono, li
addormentavano in quell'estasi che provavano completa per la prima
volta.
VII.
Padre don Giuseppe intanto seguitava a perdere. La testa al giuoco il
degno sacerdote non ce l'aveva per nulla: a quella malaugurata
confidenza fattagli a tavola dal povero Berlingheri egli, scosso
violentemente, aveva dato quel passo che separa la colpa del delitto,
aveva risoluto di metter le mani a qualunque costo sul danaro
dell'amico. Non un rimorso, non l'ombra d'un rammarico, una gioia
feroce, la soddisfazione d'aver finalmente colta al varco, e per un
caso veramente fortunato, quella buona occasione che aspettava da
tanto tempo.... Non se la sarebbe lasciata scappare!! Ma questa sua
risoluzione, per quanto tenace, s'era imbattuta subito in un ostacolo
non facile a superarsi, benchè sotto la forma di due parole, e un
punto interrogativo: «E come?»
Qui un subbuglio di pensieri. Insinuarsi destramente nell'animo
dell'amico, e cavargli di bocca dove teneva nascosto il tesoro? La
cosa non sarebbe stata tanto difficile.... Ma poi?.... Doveva tenerlo
certo nella sua camera, e in qualche altro luogo riposto.... Come
penetrarvi, come avere il tempo d'operare? Correrebbe novantanove
gradi di probabilità su cento di perdere la riputazione o peggio,
senza guadagnar nulla. Aprirsi con Lisabetta.... e fare il tiro mentre
i padroni fossero fuori di casa?... Umh.... Lisabetta stava coi
Berlingheri da trent'anni, doveva essere incorruttibile.... Oh, se
avesse potuto far con Lola quel che aveva fatto con l'altra.... ma
quella fraschetta gli aveva imposto sempre con quell'aria di regina
che assumeva a ogni benchè leggiero tentativo.... Con donna
Costanza.... Sorrise internamente, trovando buffa l'idea. Tuttavia
pensò che ci sarebbe potuto riuscire: peccato che la cosa non gli
fosse venuta in mente prima.... una donna brutta e vecchia, quando si
sa fare, si tira a quel che si vuole! Disgraziatamente era troppo
tardi: una simile faccenda richiedeva del tempo, egli non voleva
aspettare, poichè poteva darsi benissimo che nel frattempo all'amico
saltasse il grillo d'impiegare i danari, e non gli garbava punto di
restare a denti asciutti. Come dunque? E bruciato dalla febbre della
cupidigia, vi aveva fatto il capo grosso a passeggio, mentre giocava,
ci fece il capo grosso nell'andarsene a casa, ci fece il capo grosso
seduto al tavolino mentre faceva dei ghirigori con l'indice sulla
coperta impolverata del breviario, a cena, a letto nell'insonnia. E
come?... E come?... ed era la sua tortura.
A volte si credeva in possesso del tesoro, e l'impiegava in mille
modi. Davanti agli occhi poi, ci aveva un barbaglio d'oro e d'argento:
vedeva napoleoni e dodici tarì in ogni punto, come un allucinato; se
ne sognava delle cascate addirittura con un tintinnio carezzevole
all'orecchio.
E se il suo pensiero fosse volto ad altro, lo rimettevano in
carreggiata i danari che dava la mattina alla serva per la spesa, le
posate a tavola, i bottoni di metallo de' giubboni dei contadini che
incontrava per strada, la catenella d'oro, il pomo d'argento del
bastone d'un amico, la sua tabacchiera.... i candelieri dorati
dell'altar maggiore, i turibuli allineati nell'armadio socchiuso della
sagrestia, il calice, i ricami d'oro degli arredi.... Sin nell'ostia
che alzava tra le dita per consacrarla, al posto del Cristo in croce,
ebbe a vedere diverse volte una nube d'oro!
E diventava più feroce nella brama: e con una strana fosforescenza
negli occhi, e quel color di febbre che non lo lasciava nè notte, nè
giorno, ripeteva in sè stesso cocciutamente ch'egli lo voleva quel
tesoro, sì, lo voleva!... anche se per impadronirsene fosse stato
necessario di passare sui cadaveri di suo padre e di sua madre.
E come.... e come... Ed era la sua tortura.
Cominciò a vagar per le strade come un trasognato, rendendo il saluto
senza sapere a chi lo rendesse; a rispondere a sproposito nei
consulti, non a tono nelle conversazioni; a passeggiar continuamente
come una bestia feroce nella gabbia, brutto, con le mani dietro la
schiena, quand'era in casa....
Un giorno arrivò anche ad ascoltare le querimonie d'un debitore carico
di famiglia, il quale voleva una dilazione: e a gran sorpresa del
meschinello rispose con un «va bene, si vedrà» che non aveva mai detto
dal tempo che s'era messo a spogliare i poverelli!
--Che ha padre don Giuseppe? cominciavano a domandarsi in paese.
--Ma!
--Che ha padre don Giuseppe?
--Ma!
E amici e conoscenti n'erano proprio inquieti, tanto più che il loro
Salomone non pareva avesse più quella lucidità di mente meravigliosa.
Che stesse per impazzire? Oh, Dio nol volesse! Quella sarebbe stata
davvero una grave sventura per il paese.
Ma egli non impazziva, no: l'aveva saldo il cervello, benchè un
pensiero glielo martellasse dalla mattina alla sera, senza profitto.
Che diamine era successo dunque in lui, sempre d'ingegno così sveglio?
non era più quel Peppe d'un tempo che aveva ideato quel bel tiro delle
posate?
E un giorno a quest'idea gli si presentò davanti agli occhi la figura
losca di don Castrenze. Avevano continuato a essere amici, avevano
riandato sempre il tempo passato.... Anche lui aveva seguitato a
cercar d'ingegnarsi: come avesse pagato il debito ai Salamaria si
sapeva. Era sicuro perciò che in questo frangente l'avrebbe aiutato
volentieri. Sì, era una buona ispirazione la sua, il cuore non
l'ingannava. In due avrebbero veduto meglio nella cosa. Ed egli che
non ci aveva pensato prima!
Non mise tempo in mezzo: si buttò il ferraiuolo sulle spalle, prese il
cappello, e uscì.
Il galantuomo giusto era in casa. Ricambiarono i saluti e sedettero;
parlarono per un pezzo del più e del meno, e infine il reverendo entrò
con bel garbo nella faccenda per la quale era venuto.
Ma il volpone voleva tastar prima il terreno: operare con cautela era
la sua massima, e trattandosi di ciò non perdeva mai la bussola. Fece
cadere il discorso su don Alessio. Per indisporre Castrenze contro il
vecchio, gli disse ch'era stato lui a buscherarlo nell'elezioni:
l'aveva cantato chiaro a cena, la sera ch'era arrivato don Giovannino,
il nipote.
Osservò con soddifazione che gli occhi dell'amico mandavan fiamme
addirittura, ascoltò pacatamente il sacco di vituperi che questi
vomitò contro il Berlingheri. Allora cominciò a far le parti del
galantuomo, pioggiandolo accortamente, dicendogli ch'egli aveva preso
le sue difese, convincendolo del bene che gli aveva sempre voluto e
gli voleva. Era l'amico d'infanzia, il vecchio compagno delle
scappatelle passate. Oh, i bei tempi d'allora! Si ricordava eh, quella
graziosa burla delle posate!
Il galantuomo cambiata a un tratto l'espressione del viso, dichiarò
che non poteva pensarci senza sbellicarsi dalle risa, e rise
battendosi le coscie. Al che il reverendo trasalì di gioia: ora
s'inoltrava più sicuro nel suo discorso, un vero capolavoro con
tant'arte, con tanto accorgimento, l'aveva condotto! Quand'ebbe dato
gli ultimi tocchi, ritornò a parlare di don Alessio; prese un'aria di
mistero e disse del tesoro.
Qui s'animò, s'accese, le sue frasi diventarono poetiche, e affascinò
l'amico addirittura.
Lo fece restare a bocca aperta nel provargli con cifre, vuol dire
matematicamente, che il tesoro doveva montare a diciottomila onze!
Manasia era affittato mille e duecent'onze all'anno; il fittaiolo
aveva l'obbligo di pagare la fondiaria e la sopratassa comunale: la
Ceppa, diciotto salme di terreno tutto seminativo, a buttarla giù non
doveva dar meno di duecent'onze all'anno: Badalà, l'aveva sempre
sentito dire all'amico, gli dava legna, vino, olio, frumento, e legumi
per uso di casa, ecc.: i canoni di Serravalle rendevano quattrocento
cinquant'onze all'anno. Pareva non ci fosse altro.... no, non c'era
altro. Mille e duecento, dunque, e duecento, mille e quattrocento, e
quattrocento cinquanta, mille ottocento cinquanta. Metteva mille
ottocento via, numero rotondo, i cinquanta andavano per il resto della
fondiaria. Il vecchio non spendeva più di trecent'onze all'anno....
quattrocento, là. Ne restavano mille e quattrocento. Ah.... comprava
delle terre ogni anno. Bene, metteva c'impiegasse cinquecent'onze: non
di più certo.... Da mille e quattrocento dunque, leva cinquecento, ne
restano novecento. Erano vent'anni che don Alessio accumulava quella
somma! Novecento per venti facevan giusto diciottomila!!
Allora, veduto l'amico ansante sotto al fascino di quella cifra, parlò
chiaro: voleva impadronirsene a ogni costo, chiedeva il suo aiuto,
avrebbero diviso, s'intendeva.
Castrenze accettò la proposta con grand'entusiasmo; nella foga
dell'ammirazione e della riconoscenza, arrivò anche ad alzarsi, e a
correre a stringersi nelle braccia il colosso, egli piccolo,
grassotto, con gli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni in quel
suo muso di faina!
L'aveva sempre detto lui, ingegno come quello di Peppe non ce n'era,
no, non ce n'era: e i più scaltri poi non eran degni neppure di
legargli le scarpe. Diciottomila onze! una fortuna per Gesù Cristo!
quelli erano affari! Si poteva rischiare a occhi chiusi la libertà....
e anche la pelle, per una simile conquista! Bravo, aveva fatto bene a
parlarne con lui.
E quand'ebbe sfogata tutta la sua gioia, e l'amico l'ebbe ascoltato
approvando, ventilarono la cosa rossi dal piacere, e con gli occhi
lustri.
Era chiaro, loro due soli non potevano fare il tiro, tanto più che il
prete non voleva cercar d'appurare dove don Alessio tenesse nascosti i
denari: bisognava dunque ricorrere ad altri, benchè in questo caso
verrebbe a toccar meno a ciascuno: ma non c'era scampo, o bere o
affogare. Allora il reverendo propose qualcuno del paese. Ma don
Castrenze tentennò il capo, non eran uomini quelli, de' quali si
sarebbero potuti fidare. La villa era vicinissima al paese; anche che
riuscissero a penetrarvi con l'astuzia, non potrebbero spennare il
gallo senza che stridesse.... e non contava le galline.... epperò un
chiasso, un diavoleto che potevano attirar carabinieri e paesani
armati da quelle parti, e compromettere ogni cosa; figurarsi poi a
volerci entrare di viva forza, unico mezzo forse. No, no, prima di
tutto era necessario allontanar quel pericolo.
Egli sapeva chi li avrebbe levati d'imbarazzo: dovendo dar parte della
somma a qualcuno, meglio darla a uomini sul cui aiuto potevano contar
senza meno, ch'avrebbero assicurato la riuscita della cosa, allora
com'allora molto dubbia.... Dovevano esserne con don Peppino. Aveva un
amico che l'avrebbe fatto abboccare col capobanda: Peppe fidasse in
lui pienamente. Peppe approvò; lodò la sagacia e la prudenza di
Castrenze.... gli raccomandava però.... di non compromettere la sua
veste sacerdotale. E avendogli questi detto che in ballo ci avevano a
esser tutti, rispose che anche lui l'intendeva così; ma voleva che lo
si facesse passare per un tal Serafini, campiere a spasso:
all'occasione si sarebbe travestito da campiere.
Presa dunque questa deliberazione, stettero a parlare ancora della
casa. Fermavano la maniera di diportarsi entrati in casa, com'essere:
far cantare a ogni costo l'amico nel caso che non volesse cantare;
tenere gli occhi alle mani dei compagni, ladri, ma ladri! ch'avrebbero
potuto far sparire un migliaio d'onze in men che non si dice.
Discutevano il come cancellare in seguito ogni traccia del reato; si
sarebbero travestiti, avrebbero poi fatto sparire gli abiti, si
sarebbero procurato un alibi.... Se riuscivano a metter le mani su'
danari volevano goderseli in santa pace, che diavolo! Arrivarono anche
a far progetti sul come l'avrebbero impiegati: il prete voleva
ingrandire il suo fondo della Rupe, don Castrenze voleva metter su
negozio di frumento, darlo a' contadini nell'inverno a quattro tumuli
a salma.... Ciò dava il benefizio del ventiquattro per cento; non
c'era mica male!
Si separarono coi cervelli in fiamme, dandosi la posta per l'indomani,
chi sa fosse sfuggita loro qualche cosa.
E l'indomani don Castrenze che la notte non aveva dormito, andò ad
aspettare il prete in piazza, vicino la porta piccola della parrocchia
dove questi era solito dir messa.
Mezz'ora dopo il reverendo venne fuori in fretta. Nemmen lui aveva
dormito la notte; era uscito presto; aveva vagato per il paese come un
cagnaccio randagio; aveva abborracciato la messa col capo pieno di
pensieracci; e correva al ritrovo.
--Bisogna far presto, disse sottovoce a don Castrenze, proprio
presto.... può darsi che l'amico impieghi i danari; resteremmo con un
palmo di naso.
Don Castrense accennò di sì col capo a varie riprese. Anche lui era di
quel parere: partiva a momenti, andava a trovar l'amico che doveva
farlo abboccare con don Peppino. E fattesi reciproche raccomandazioni
e reciproche proteste, si divisero. Don Castrenze era già lontano,
quando il reverendo lo richiamò con un «pst pst» energico. Voleva
dirgli si ricordasse di non compromettere la sua veste sacerdotale....
Serafini.... campiere a spasso.... restavano intesi....
--Si parla una volta, rispose il guercio, stringendo la mano che
l'altro gli tendeva come ultima raccomandazione.
VIII.
Il galantuomo desinò un po' più presto del solito. Alzatosi da tavola,
sellò il morello, mise nelle bisaccie il gabbione col furetto, due
pani bianchi, un fiasco di vino, un quarto di ricotta salata, un po'
di salsiccia e quattro sedani: e montato a cavallo, con Vespa e Monaca
dietro partì per Pietracaduta.
Arrivò sul far della notte. La luna già levata in un cielo senza una
nuvola, batteva sulle vecchie mura della masseria con la mandria da un
lato riparata da spini su' muriccioli a secco, si specchiava
nell'abbeveratoio vicino, facendone scintillare le acque, increspate
da un leggiero venterello. Dietro, sotto a' suoi raggi, verdeggiava
tutt'in giro la costa, senza un albero, sparsa qua e là di sassi, e
sulla cui sommità spiccava nell'azzurro un mastino acculato che
abbaiava.
Allo scalpitìo del cavallo s'affacciò alla porta un contadino.
--Ehi!
--Ehi!
--Che volete?
--C'è compare Giorgi?
--C'è. Si voltò verso l'interno, e chiamò:--Su Giorgi!... su
Giorgi!...
--Oh.
--C'è uno che cerca di voi.
Un momento dopo comparve il campiere. La luna l'illuminò tutto,
facendo luccicare i fregi di rame della giberna ch'aveva ad armacollo:
era un uomo chionzo dal naso a trombetta, con una barba ispida, e
nera: era vestito di bordiglione, portava, schiacciata indietro sul
capo una _scarzetta di felpa_ con una lunga nappa di seta.
--Ehi!
--Salutiamo, compare Giorgi.
--Oooh, don Castrenze!
Il galantuomo era sceso da cavallo; s'abbracciarono e si baciarono.
--Quant'è che non lo vedo!.... Presto, Masi, conduci il cavallo nella
stalla; levagli le bisaccie di dosso e portale su. (Poi avviandosi con
l'amico)--Come va tanto bene?
--Son venuto un po' per vedervi, è un secolo che non si fa quattro
chiacchiere....
--Grazie.
--Un po' perchè mi bisognano un par di conigli per regalarli.
--Ci corre con poca fortuna: l'altr'ieri ci furono quattro cacciatori
di Cammarata, e spazzarono via ogni cosa.... Basta, con tutto ciò non
resteremo a denti asciutti; so certe tane in un dirupo....
Frattanto erano entrati nella fattoria. Giorgi andò a staccare da un
chiodo una lucernetta di latta, e s'incamminò facendo lume. Salirono
per una scaletta ripida di cinque o sei gradini, e vennero nella
stanza de' campieri. Era piccola, a tetto, dalle pareti sudice: a
sinistra due letti con le panchette di legno, e su ciascuno uno
strapunto abballinato a quadretti bianchi e azzurri; a destra un
deschetto addossato alla parete, e due rozzi sgabelli. Al capezzale
de' due letti tre o quattro immagini di santi affumicate, incollate
con midollo di pane, un fascio di _taglie_ di ferula. Da tutta quella
roba esalava un puzzo di caprino ch'appestava.
Giorgi Ciulla posò la lucerna sul deschetto.
S'accomodi, disse all'amico accennando uno sgabello, e mi permetta:
vado a preparare qualcosa da mangiare: si contenterà del poco che c'è.
Se avessi saputo....
Entrava Masi con le bisacce.
--Non state a incomodarvi, compare, ho portato un po' di salsiccia. E
fattosi incontro al contadino, la cavava fuori dalle bisacce coi
sedani, il pane, il fiasco e la ricotta: dava l'una al campiere,
posava le altre cose sul deschetto.
--Oh, non c'era proprio bisogno.... basta, sempre compito don
Castrenze! E Giorgi, dicendo ciò solo per cerimonia, stendeva la mano,
e pensava con piacere che di quella salsiccia ne prenderebbe una
satolla.
Mezz'ora dopo i due amiconi erano seduti al deschetto senza tovaglia,
davanti alla salsiccia che aveva quel bel colore dorato degli arrosti
cotti appuntino. Giorgi si levò di tasca il coltello, l'aprì, e si
mise a tagliare il pane: dette la parte dell'orliccio all'amico, ne
posò un'enorme fetta accanto al suo piatto; partì la salsiccia,
aspettò, lasciandoci gli occhi sopra, che l'amico si servisse, infilzò
il coltello in un rocchio, e si mise a mangiare a bocconi doppi.
--E che si dice, compare Giorgi, domandò il galantuomo ammiccando.
--E che s'ha a dire, don Castrenze, rispose con la bocca piena: ci
angustiano.
--Al solito, eh?
--Già.--E tra un boccone e l'altro prese l'aire.--Vengono quegli
sbirroni de' carabinieri, si mangiano mezza masseria, poi fuori con la
solita storia: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola!
vengono quegli sbirroni dei militi, spazzano il resto, e poi: ci avete
a far pigliare i briganti, se no all'isola! i soldati l'istesso, con
la differenza però che quegli lì se gliene date, ne prendono, se no,
niente. Ma siate ragionevoli, noi che l'abbiamo legati alla cintola i
briganti? nella masseria non ci vengono.... A chi lo dite? è come
parlare al muro. A me mi paiono pazzi! Lasciamo stare che non potremmo
mostrarci più a fronte scoperta, che ognuno avrebbe il diritto di
sputarci in faccia, mi spiego?...
Il galantuomo alzò le sopracciglia, e approvò col capo.
--Ma quando ci fosse toccata una schioppettata nella schiena, seguitò
Ciulla, o che loro ce la leverebbero?
Infilzò il coltello in un altro rocchio al quale attaccò un morso, e
abbassando la voce riprese:
--Prima che venisse don Peppino dalla Calabria, i briganti di Sicilia,
parlo di quelli de' nostri tempi s'intende, non erano che la.... (e
disse la parola) di tutti i briganti! tanti scassa pagliai buoni solo
a rubar cavalle, mule, caci, _scappolari_, o barde o bisacce,
assaltavano qualche volta il procaccio, facevano qualche
_sequestro_.... ma che razza di sequestri: fatti senz'abilità e
senz'accordo....
--Come quello del marchese di S. Gabriele, per esempio.
--Appunto. Ma venuto don Peppino la cosa cambiò aspetto: si
cominciarono a far furti seri, si cominciò a fare alle schioppettate
con la forza, a ammazzar spie, a organizzare sequestri, veri
sequestri.... Non parliamo di quelli de' fratelli Sala; la colpa fu di
compare Vincenzo, che, lasciato a guardia de' sequestrati, pensò
d'ubbriacarsi....
--Che bestia!
--Lei lo sa, i due giovini che non erano minchioni, gli fracassarono
il cranio con una terribile legnata, e se la svignarono. Ma quello di
Salemi però fu fatto da maestri, quel che si dice da maestri.
--È vero.
E il campiere trasportato dalla mania che aveva di chiacchierare,
usciva sempre più dal proposito: ora raccontava i particolari del
sequestro Salemi.
--Lei non l'ignora certo, propose l'affare don Santo Rufola
soprastante dei Carabillò. Per mezzo suo si sapeva che Salemi doveva
andare a Termini, anche l'ora della partenza s'era appurata, e ch'egli
portava dei salsiciotti che doveva regalare al suo avvocato! Don
Peppino fa appostare i suoi uomini a Sbalzo di Franco, tra gli ulivi
sopra lo stradale: lui in stivaloni verniciati e giacchetta di
velluto, a cavallo alla sua storna sellata come la cavalla d'un
principe, si mette a passeggiare fumando tranquillamente. Che razza
d'uomo, eh!
--Per Gesù Cristo!
--E in pochi giorni, duemila e cinquecent'onze in tasca, in barba a
tutti gli sbirri della Sicilia!... Ah, la vita del brigante ha de'
pericoli, ma è bella soggiunse con un sospiro. Borsa piena, libertà,
senza pastoie di legge e del diavolo! Se non avessi moglie e
figliuoli!...
E annaffiò il suo rammarico bevendo al fiasco con gran rumore di
labbra: poi disse strizzando un occhio:
--Si lascia bere questo vinetto!
E il galantuomo solleticato dalla lode, facendo cerchio dell'indice e
del pollice uniti, e alzando la mano, esclamò con enfasi volgare,
ch'era di quello pisciato dal Padre Eterno!
--È di Malfarina?
--Già.
--Famosa contrada.
Allora si ricordò che aveva lasciato il discorso a mezzo.
--Dunque, dicevo io, perchè le cose ora vanno di tutt'altro modo?
perchè la banda ora è ordinata e disciplinata come si deve: capo, vice
capo, gregari, affiliati, manutengoli, spie, e gli statuti, come
dicono loro, certe leggi con le quali il marchese tiene tutti in un
pugno. Capisce lei! Andate a scherzare con questa gente! Bisogna rigar
diritto se non si vuol avere una schioppettata, o una citazione....
--Una citazione!
--Sicuro.
--E cos'è questa citazione?
--Cos'è questa citazione? Vengo e la servo: ha da sapere che n'han
inventata un'altra: appena vien loro un sospetto, vi mandano un pezzo
di carta scritta, proprio come fa la giustizia, dove vi s'intima di
farvi trovare il tal giorno, alla tal ora, nel tal luogo: lì il capo,
il vice capo, e il più anziano, siedono su' sassi come se fossero
giudici, vi dan l'avvocato per difendervi, uno v'accusa, e vi fan la
causa! Finiscono per lo più con mandarvi all'altro mondo. Perciò li
vadano a prender loro i briganti se n'hanno voglia e coraggio, tanto
son pagati per questo: noi ci lascino stare per i fatti nostri a
buscarci il pane, che andiamo per le _serre_ di notte e di giorno, e
non si sa mai quel che può capitarci.
--Avete ragione.
E per far vedere ch'anche lui era in giorno di queste cose, si messe a
raccontare come fossero stati uccisi il tal campiere, il tal pastore,
il tal contadino, fucilati i due della borgata di Roccamena, per non
aver voluto badare ai fatti loro; e per l'istessa ragione costretti a
snocciolare grosse somme tizio e sempronio, ricchi proprietari; come
al fattore di Marcatobianco, che una notte aveva lasciato fuori senza
pane e senz'orzo compare Ciccio Raja, avessero fatto lo smacco di
rubar due mule e sette cavalle, tra cui la famosa Bordellina, la
cavalla morella che ora cavalca don Peppino.
--Ora a proposito, ditemi una cosa.... riprese dopo un po' di
silenzio, è veramente calabrese questo don Peppino?
Il campiere che ingoiava un grosso boccone, accennò di sì col capo.
--Calabresissimo, disse poi.
--O perchè allora lo chiamano il Lombardo?
--È lui che dice che è lombardo.
--E con quale scopo?
--Eh... ce l'avrà certo il suo scopo.... chi sa che corbellerie grosse
avrà fatto in Calabria.... e com'è naturale lei mi capisce....
--E... ditemi un'altra cosa.... perchè lo chiamano il Marchese?
--Glielo dirò in due parole.
Prese un sedano, e cominciò a nettarlo.
--Ha da sapere che una domenica di marzo dell'anno scorso andavo al
picco dell'Avvoltoio, per certe mie faccenduole: nel bosco incappai in
un appiattamento di bersaglieri. Alto, mi gridò l'ufficiale alzandosi
di dietro a un pietrone. Mi fermai.
--Chi siete?
--Il campiere di Pietracaduta.
--Come vi chiamate?
--Giorgi Ciulla.
--Di dove venite?
--Dalla masseria.
--Dove andate.
--Al picco dell'Avvoltoio,
--Avete permesso d'armi?
--Sissignore.
--Mostratemelo.
--E perchè no.
--Me lo levai di tasca e glielo detti. Lo lesse guardandomi di quando
in quando come se volesse farmi il ritratto: poi approvò col capo, e
me lo restituì.
--Avete visto briganti?
--E dove! alla masseria non ci vengono; io giro un po' pel feudo, vedo
passare tanti e tanti.... ma la _trazzera_ è del re e non si può
impedire: la gente lo portano scritto in fronte se sono briganti o no?
--Avete la lingua molto sciolta, brutto muso.
--Io non so se sia un brutto muso; questo so, che aria chiara non ha
paura di tuoni.
--Basta. Andate. Ci vorrebbe la legge.... (non so più che cosa avesse
bestemmiato) per questi birboni!
--Bacio la mano.
E seguitai per la mia via. Avevo fatto un mezzo miglio, quando vidi
venire verso di me un uomo a cavallo a una cavalla baia. Quello lì,
dissi, mi pare Nino D'Amico.... Se è lui, ha da esser devoto a qualche
santo. Mi avanzo: era lui.
--Salutiamo.
--Oh, co....co....compa....pare Giorgi! (Tartaglia un poco, disse, al
galantuomo sorridendo).
--Dove si va, compare Nino?
--Scendo alla masseria per parlar con Ntoni il capraro.
--Ringraziate Dio d'avermi incontrato, gli dissi io allora.
--Perchè?
--Nel bosco ci sono appostati i bersaglieri.
Basta, tornò, e ce n'andammo insieme. Mi disse che doveva parlare a
Ntoni per l'affare della morella che gli avevano rubata, e che don
Peppino, pregato da lui, aveva fatto cercare: s'era trovata, e Ntoni
poteva andarla a prendere alla Gerbina: mi disse che alla masseria di
quel feudo quel giorno c'era condito, mi ci volle condurre a ogni
costo, e ci andammo. Lì trovammo don Peppino. Nino Di Marco, compare
Ciccio Raja, Mamola.... tutti i picciotti insomma; e alcune donne,
Maria la Ciminnita e sua figlia Peppa, una certa donna Rosa da
Villafrate, Anna Caltabellotta l'innamorata del capitano, una ragazza
a quindici anni, che, gli assicuro, si può bere in un bicchier
d'acqua. Gli amici mi fecero un mondo di cose, ci abbracciammo, e ci
baciammo. Intanto seppi che s'erano riuniti alla Gerbina per decidere
se dovevano ammettere nella banda Antonino Mistretta detto il
Salemitano e Vincenzo Biggica. Il Salemitano era vecchio nell'arte; ma
Biggica non aveva dato nessuna prova, si figuri che non aveva commesso
manco un reato! era però un giovane di buoni principii; a cui piaceva
la vita libera, e che aveva tanto in uggia gli sbirri, che si cambiava
di colore ogni volta che ne vedeva uno. Basta, si chiusero nella
stanza di sopra, confabularono un quarto d'ora, e finalmente uscirono.
Don Peppino s'avvicinò a Biggica e al Salemitano: fece al primo una
predichetta come ne suol fare, gli mise innanzi agli occhi i pericoli
della vita del brigante, quale fine l'aspetta.... qua, là, egli non
aveva reati sulla coscienza, era giovine, aveva una madre da
mantenere, pensasse alla povera vecchierella.... Insomma un certo
discorso che ci fece piangere tutti. Finalmente gli disse, che la
banda riunita, secondo i regolamenti, respingeva la sua domanda, e
accettava quella di Mistretta. Allora ci avvicinammo tutti a compare
Nino, e ci congratulammo con lui; e il povero Biggica restò in
disparte come un can bastonato. Sedemmo a tavola. Compare Raimondo
aveva fatto le cose proprio bene, e ci fu mangiare per trenta. Basta,
andiamo che sentivo spesso Anna Caltabellotta chiamar don Peppino ora
il Marchese, ora il suo Capitano delle Montagne, facendosi tutta
sdolcinata. Ero seduto vicino a compare Nino D'Amico che mangiava come
un lupo.
--Compare, gli domandai sottovoce, mi fareste il piacere di dirmi
perchè quella sgualdrina chiama il vostro capo ora il Marchese, ora il
Capitano delle Montagne? Compare Nino lasciò un osso di capretto che
stava stritolandolo addirittura, e mi rispose:--Compare, è un segreto
del nostro capo.... però voi m'avete liberato da un gran pericolo, e
non posso negarvi nulla: ma!...
--Oh, non dubitate. (Lo dico a lei perchè è dei nostri). Dunque
compare Nino si chinò e mi disse all'orecchio:--È un marchese
incaricato da Francesco di venire a organizzare in Sicilia un
brigantaggio come quello del Napoletano.
--Davvero! esclamò don Castrenze.
--Che posso dirgli, riprese il campiere stringendosi nelle spalle.
--Stento a crederci.... perchè.... Ragionate con me: se le cose
andassero come vuol dar a intendere D'Amico, don Peppino non ci
avrebbe avuto difficoltà ad accettar nella banda Biggica, Dolce, De
Felice, Graziano e tant'altri. Ma, direte voi, _non s'eran fatti
ancora conoscere_: ed io vi rispondo, che in affari di quella sorta,
non si guarda tanto pel sottile.
--Sì, ma....
--Io suppongo piuttosto che don Peppino, da quel volpone matricolato
che è, sparga queste voci per farsi amici i proprietari malcontenti,
averne protezione, e cavargli i danari di tasca senza farli strillar
tanto. Che ve ne pare?
Compare Giorgi si strinse di nuovo nelle spalle, poi dette un'altro
lungo bacio al fiasco.
--Ma non gli ho raccontato il meglio, riprese asciugandosi le labbra
col rovescio della mano. Ci alzammo da tavola. Don Peppino dette la
mano alla sua favorita, e invitò i compagni a fare altrettanto con le
loro belle. Andavano a fare una passeggiata nel bosco, ci dissero, e
partirono senz'altro. Restammo io, compare Nino, Mistretta, Biggica e
altri, si figuri come. Ci guardammo negli occhi. Puliamoci il muso,
dissi levandomi il fazzoletto di tasca. Tutti si messero a ridere.
E Giorgi anche ora rise a squarciagola della sua barzelletta, mentre
il galantuomo si restrinse a un certo suo sorriso di satiro, che
scoprì i denti neri nella bocca che gli arrivava agli orecchi.
Accesero le pipe, appoggiarono i gomiti sul deschetto, le guance nelle
palme, e restarono a guardarsi, cacciando gran boccate di fumo.
--E ora a noi, pensò il galantuomo, e, senza levarsi la pipa di bocca,
cominciò a tastare le acque: e se il Marchese ci veniva spesso alla
masseria, se era uomo da potersigli fare una confidenza senza che uno
avesse poi a pentirsene, e se qualche giorno compare Giorgi potesse
farlo abboccare con lui... Si trattava d'un affare delicato....
rischioso.... ma d'oro, proprio d'oro! E insinuandosi a poco a poco,
sempre cauto, cercando di cogliere i minimi moti del volto ruvido del
campiere, finì con dire, a pezzi e bocconi, quel tanto perchè quegli
comprendesse. Non nominò la persona a cui doveva farsi il tiro, ma
parlò di Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso, che gli
aveva proposto l'affare.... e finalmente gli domandò se voleva essere
della partita anche lui. Ma non ci sarebbe stato bisogno di tante
precauzioni: Ciulla era il più gran birbone ch'esistesse sotto la
cappa del cielo. Egli approvò, e accettò. Non conosceva quel Serafini,
ma quando ne rispondeva don Castrenze non ci trovava a ridire. Gli
parve buona l'idea di parlarne a don Peppino, però c'era un piccolo
guaio: il Capitano messo alle strette dai soldati, carabinieri e
militi, che andavano per quelle campagne come le cavallette, era
ricorso alla sua solita tattica, se n'era andato alla marina di
Ribera. Appena tornato però, era sicuro che veniva a Pietracaduta, gli
parlerebbe, avvertirebbe poi l'amico, indicandogli il giorno che
doveva venire alla masseria per concludere ogni cosa.
Per evitar qualche guaio, gli scriverebbe: «Domani verrà il pecoraio
che vuol vendere la cavalla.»
Tutto ciò, l'indomani dopo aver preso un par di conigli col furetto,
don Castrenze andò a raccontare al reverendo, il quale fu contrariato
dall'intoppo: ma non c'era che fare, e si rassegnò: con una certa
pazienza, poichè.... insomma.... l'affare era avviato benino. Annunziò
con gran piacere al guercio che don Giovannino era partito quel giorno
stesso, per ritornare agli studi: un impiccio di meno.
IX.
«Domani arriva il pecoraio che vuoi vendere la cavalla.» Seguivano i
saluti, e la firma dell'onesto Ciulla. I due amici che aspettavano
quella lettera da più di due mesi e con la più viva impazienza, furono
alleggeriti da un gran peso. Se ne stettero tutta la sera in gran
colloquio, riepilogando, ponderando, discutendo, aggiungendo,
togliendo, e si separarono contenti come pasque, ricaduti nei soliti
sogni, con un grato tintinnio d'oro degli orecchi.
--Ti raccomando di non compromettere la mia veste sacerdotale....
aveva detto il prete al solito al galantuomo, e questi aveva
risposto:--Si parla una volta.
L'indomani, in groppa al morello, con le bisaccie ben gonfie, e Vespa
e Monaca dietro, il guercio arrivava a Pietracaduta.
Il campiere l'aspettava: messero il cavallo in istalla, e fecero le
viste d'andarsene a caccia.
--È venuto? domandò il galantuomo sottovoce, quando s'ebbero
allontanato un poco dalla masseria.
--Stamattina, rispose Ciulla nell'istesso tono.
--Dov'è?
--Sulla montagna.
--Gli avete parlato.
--Gli ho parlato.
--Accetta?
--.... Ci son guai.
--Guai!
--Guai.
--Ma perchè?
--Perchè.... perchè.... Lei mi disse che a parte dell'affare ci doveva
essere un suo amico.
--Pietro Serafini.
--Già.
--E?...
--Io, se si ricorda, gli domandai di dov'era.
--Ed io vi risposi, di Mezzoiuso.
--Gli dissi che non lo conoscevo.
--Ed io soggiunsi, che rispondevo di lui personalmente.
--Da parte mia non ci trovai a ridire: si figuri! ma...
--Spiegatevi.
--Pare che don Peppino non l'intenda così: egli non conosce questo
Serafini..... e ciò sarebbe niente.... ma il peggio è che compare Nino
D'Amico che è di Mezzoiuso e conosce tutto il paese, non sa nemmeno
lui chi sia: anzi giura e spergiura che a Mezzoiuso questo casato non
c'è. Allora il capitano è montato su tutte le furie; n'ha fatto una
partaccia; m'ha detto che io non dovevo mettere innanzi un affare
senza aver preso prima le debite informazioni sulle persone, questo è
proibito dagli statuti della banda; la passavo liscia perchè egli mi
conosceva da tanto tempo. Si figuri! Mi son sfegatato inutilmente a
fargli comprendere che ero sicuro di lei, che ne rispondevo come di me
stesso: m'ha ordinato di mettere in chiaro ogni cosa al più presto, se
no guai per tutti! Lo vede in quale impiccio mi trovo per causa sua?
Ora bisogna rimediare: lei lo sa meglio di me, con quei diavoli lì non
si scherza.... se ci avesse a arrivare quel po' di carta scritta,
saremmo in un precipizio.
--Carta scritta.... carta scritta.... disse il galantuomo un po'
inquieto. Ma insomma mi spiegherete una volta cosa significano tutte
queste storie?
--Non ha capito?
--Io no.
--Oh!... ma la cosa è chiara.... il capitano teme.... che lei....
Storse il muso e alzò le sopracciglia, dicendo, che non c'era bisogno
d'aggiunger altro.
--Io! esclamò il galantuomo all'atto del campiere. Io!!
Questi scrollò il capo.
Allora il guercio non potè più tenersi: egli che non era arrossito di
vergogna per l'infamia che meditava, arrossì all'idea che lo si
credesse spia e traditore. Rizzò con una grottesca dignità la sua
piccola persona.
--Io! io! E si batteva il petto. Io!... Ma io sono un galantuomo,
compare Giorgi, e voi lo sapete, e lo sa tutto il paese, e la
provincia e tutta la Sicilia....
--St.... piano; si calmi.
--E anche voi, compare Giorgi, riprese riabbassando la voce, anche
voi, dubitate di me!
--Io! che dice mai!
--Non cercate di discolparvi. Dubitare di me! dubitare di me! Oh,
quando s'arriva a questo punto, vo far vedere se sono una spia,... un
traditore.
--Ma chi le ha detto....
--Andiamo dal capitano! interruppe afferrando bruscamente Giorgio per
un braccio. Andiamo dal capitano!... spiegherò ogni cosa, e vedremo!
Non avrei aperto bocca per tutto l'oro del mondo avevo giurato
all'amico. Ma ora si tratta della mia riputazione, del mio onore, sì,
del mio onore, e non transigo. Andiamo dal capitano!
Lassù nella montagna il capitano, che aveva visto venire i due amici,
aveva preparato, come suol dirsi, la scena: s'era seduto sur un sasso
in una piccola spianata, sotto a un enorme castagno, dalle cui gemme
turgide cominciavano a spuntare le prime foglioline d'un colore verde
pallido: aveva disposto gli otto compagni, armati sino a' denti, e che
tenevano i cavalli per le briglie, a semicerchio, quattro a destra,
quattro a sinistra, e col fucile tra le gambe, e con l'aria più
mafiosesca che mai, aspettava.
Egli era alto, segaligno, dagli occhi grigi, la cui espressione cupa
di smarrimento dava, a prima vista, alla sua faccia lunga, olivastra,
col naso leggermente schiacciato, con le labbra sottili e pallide,
quell'aria sinistra che rende paurosa la fisonomia d'un pazzo. Vestiva
con una certa eleganza; il che era naturale perdio! o che doveva
lasciar credere che fosse un marchese da burla! Giacchetta e panciotto
di velluto nero, cravatta di seta azzurra con spillone di corallo,
calzoni attillati di panno grigio sotto agli stivaloni verniciati:
aveva una catenella d'oro, anella d'oro alle dita, in capo un cappello
di feltro grigio a falde strette, alto di cocuzzolo, con una bella
penna di falco. Ma tutto ciò strillava maledettamente sulla sua
persona ordinaria; gli dava l'aria d'un contadino vestito da signore,
generava un miscuglio di leggiadro e di rozzo, di grottesco e di
feroce, curioso a vedersi. Presentazione del galantuomo, sguardo bieco
e penetrante del bandito, cenno reale dello stesso, al quale i
compagni obbedirono subito allontanandosi.
--Dunque, voi siete quello che proponeste a compare Giorgi l'affare di
S. Giovanni?
Così il capitano cominciò il suo interrogatorio, fissando don
Castrenze come se volesse leggergli nell'anima.
--A servirla.
--Assicuraste che l'affare è buono.
--A servirla.
--Gli parlaste d'un certo Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a
spasso.
--A servirla.
Il Marchese aggrottò le sopracciglia: quell'«a servirla» cominciava a
fargli montar la senapa al naso. Tuttavia si contenne.
--Come va che nessuno sa chi sia costui! Nino D'Amico, che conosce
tutto Mezzoiuso, assicura che a Mezzoiuso non ci sono nè Pietri, nè
Serafini.....
E di punto in bianco, con orrende bestemmie, e un piglio feroce,
aggiunse che avrebbe fatto tutti a pezzi. se non spiegavano come
stesse quella faccenda.
Lungo la via il guercio aveva preparato il suo discorso: voleva
intrecciar le braccia sul petto, guardar il Capitano ciondolando il
capo d'alto in basso, poi dirgli il fatto suo fuor dei denti. O che
modo era questo di sospettar della gente! Non ci avrebbe creduto
nemmeno se gliel'avesse detto il Papa, per Gesù Cristo! conosciuto
com'era da un uomo come compare Giorgi Ciulla, gli pareva che prima di
darglisi la taccia di spia e di traditore, si sarebbe dovuto andare un
po' più adagino.... Egli era un galantuomo, e lo sapeva il paese, la
provincia, la Sicilia tutta.... e piuttosto che macchiarsi d'un
infamia simile avrebbe messo il collo sotto la mannaia, etc., etc.
Ma la paura ch'ebbe del volto livido e del brutto sguardo del bandito
gli ricacciò in gola quel piccolo squarcio d'eloquenza: invece svesciò
subito ogni cosa, come colui che non gli paia l'ora di discolparsi.
Sì, Pietro Serafini era un nome d'invenzione: egli aveva creduto
regolare mantenere il segreto, per una delicatezza verso il suo amico,
che indossava la veste sacerdotale: l'amico stesso gli aveva fatto
giurare di non tradirlo. Però ora si trattava della sua riputazione,
del suo onore, e non stava a far più tanti complimenti.... Serafini
era padre don Giuseppe Rizzotto.
E a un moto di sorpresa che non poterono frenare Ciulla e il Capitano,
al sentir pronunziare in una faccenda simile il nome di colui che
godeva fama di santo, Don Castrenze, che capì tutt'altro, soggiunse:
che se non gli credevano, farebbe abboccare con don Peppino l'amico,
travestito da campiere s'intendeva. Per grazia di Dio aveva da far con
gente che comprendevano il pudore del prete. Oltre di ciò, venuta
l'ora, nè lui ne l'amico si sarebbero mossi dal lato del Capitano che
avrebbe potuto farne il suo piacere al minimo indizio di tradimento.
C'era che dire?
Non c'era che dire. Tuttavia per un resto di dubbio, o che, il bandito
dichiarò che voleva parlare col prete, concedeva che venisse
travestito da campiere.
--Padronissimo, rispose il galantuomo.
E il Marchese, dopo averci pensato su un pochino, riprese:
--Domenica sera dunque.
--Dove?
--Nel bosco di Melia.... tra due ore e due ore e mezzo.... e
precisamente alle Tre Croci. Conoscete il luogo?
--Sissignore.
--Chi arriva il primo aspetta.
--Bene. E il segno per riconoscerci?
--....Quando due uomini a cavallo, incappottati, vi passeranno vicino,
domandate loro:--Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta?
Gli dette commiato con queste parole:
--Badate!... prenderò delle informazioni.
--Oh, ci ho tanto piacere!
Quel giorno stesso il galantuomo, arrivato davanti alla sua casa,
smontò, menò il morello nella stalla, portò di sopra le bisacce e il
cappotto, e via a trovare il reverendo.
Costui tornava dal dir messa, e stava prendendo il caffè. Ne offerse
all'amico, poi gli domandò:
--Che cosa hai fatto?
--Tutto.
--Parlasti con don Peppino?
--Ci parlai.
--Accetta?
--Sì: ma vuole abboccarsi con te.
--E.... ti sei ricordato di non compromettere la mia veste
sacerdotale?
--Oh!
--Bene.
--Stasera, a tre ore, il Capitano ci aspetta nel bosco di Melia, alle
Tre Croci.
Allora il prete gli disse che s'era provveduto degli abiti per
travestirsi, e gli raccontò come. Glieli aveva prestati Mommo il
Vappo, il guardiano delle vigne della Rupe, un po' cugino del suo
mezzaiuolo. Gli aveva dato a bere che gli abbisognavano per una certa
sua tresca; gli raccomandava anzi il silenzio. Il bietolone s'era
messo a ridere: gli era parsa assai buffa la cosa; per questo anzi
aveva cercato di scavare come stesse. Ma lui s'era mostrato
dispiaciuto di non poterlo contentare, in quel caso, più che in ogni
altro, bisognava saper tenere il segreto, tanto più che n'andava
l'onore d'una famiglia onesta, e via discorrendo.
Castrenze aveva certi abiti vecchi di suo padre: si sarebbe legato
oltre un fazzoletto attraverso un occhio, a causa di quel benedetto
strabismo. Ciò per la sera del tiro. Accomodato a quel modo, sfidava
tutti gli occhi del mondo a riconoscerlo.
Si separarono dandosi la posta alla Rupe, in sull'avemmaria.
Erano due ore e un quarto quando i due amici, a cavallo e incapottati,
entravano nel bosco di Melia, e s'indirizzavano alle Tre Croci, dove
l'aspettava don Peppino.
La sera era placida. I raggi della luna, stentando a penetrare il
fogliame spesso de' lecci, arabescavano qua e là il suolo erboso,
mettevano sotto alla volta di quelle piante secolari un chiarore
incerto, nel quale i tronchi neri si rizzavano come strani fantasmi.
Nel silenzio s'udiva lo scalpitio delle cavalcature che si
arrampicavano per la viottola ciottolosa, di tratto in tratto
l'abbaiare sinistro d'una volpe.
Andarono su su per una diecina di minuti. Ma svoltando a sinistra,
nell'internarsi in una specie di viale cupo e profondo, all'altro capo
del quale si vedeva come un gran buco d'un chiarore pallido, sentirono
un fischio che fece loro rizzar la testa vivamente.
--Castrenze.... mormorò il prete.
--Oh, rispose il guercio, fermando il cavallo, e voltandosi.
--L'hai sentito?
--Sì.
--Che diamine vuol essere.
--Umh.... Il Capitano è diffidente, forse avrà sparsi i suoi compagni
attorno il luogo dell'appuntamento.... sarà un di essi che l'avverte
del nostro arrivo.
--O se invece fossero i soldati?
--Eh, per Gesù Cristo!... i soldati non fischiano.
Ciò detto si rimise in via dando di calcagno al morello; e il prete
gli andò dietro borbottando.
Poco dopo venivano in una radura, e si fermavano.
Era un luogo quasi circolare, nella cui parte superiore si vedevano
tre mucchi di pietre, su ciascuno de' quali era conficcata una rozza
croce di legno. Un'altra via, dirimpetto a quella che avevano percorso
i due amici, s'ingolfava più cupa e più profonda.
--Non c'è nessuno, disse il prete sottovoce, dopo avere spinto lo
sguardo un po' da per tutto.
--Aspettiamo.
Ma in questa sentirono un fruscio di sterpi smossi, e videro sbucare
dalla via dirimpetto, due uomini a cavallo, armati e incapucciati, i
quali pareva andassero per i fatti loro.
Padre don Giuseppe si strinse nel cappotto.
--Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta? domandò il
galantuomo, quando que' due gli passarono vicino.
--Don Castrenze.... disse quello ch'era avanti.
Era don Peppino. Don Castrenze gli presentò l'amico. Allora
smontarono, e stretti in un gruppo, tenendo le bestie a mano, si
messero a confabular sottovoce. Don Peppino faceva delle domande al
falso Serafini; voleva altri e più precisi schiarimenti sull'affare,
voleva aver la certezza che il sacerdote non avesse preso un granchio
a secco: si trattava di risicare la libertà, e probabilmente la pelle,
intendeva far le cose a occhi aperti: del resto glielo spiattellò
chiaro e tondo, non l'avrebbe passata liscia, se l'affare de' danari
fosse una favola. Ma il falso Serafini protestava, portava la mano al
petto in segno di giuramento; dimenticando il personaggio che
rappresentava, stava per aggiungere: «sul mio ordine sacro» Fortuna
che si contenne in tempo! Però al Capitano non restò più alcun dubbio,
e quell'istessa sera volle visitare il paese, per fare il suo disegno
d'attacco, diceva lui.
--Fece un fischio, poi ordinò si montasse a cavallo, e via pel bosco.
Giunsero a S. Giovanni quando all'orologio della parrocchia sonava
mezzanotte: i rintocchi lenti e malinconici del «ntin-ntan» si
perdevano per la campagna tutta verde, silenziosa nel chiarore del
plenilunio. Giù, a' piedi del monte, il paesetto dormiva, costeggiato
dallo stradale, dominato dalla villa, i cristalli delle cui imposte
scintillavano. A destra della villa biancicava un'erta a mandorli
tutti fioriti, che spandevano attorno un odore delicatissimo.
Il galantuomo e compare Nino restarono in cima alla costa a tenere i
cavalli, il capobandito e il sacerdote scesero a piedi alla volta di
S. Giovanni. Lo girarono, poi l'attraversarono per lungo e per largo.
Don Peppino s'era levato di tasca una specie di grosso taccuino, sur
un foglio del quale tracciava linee e linee con un mozzicone di lapis:
egli si dava una grand'aria d'importanza dinanzi allo strano cicerone
che badava a dir sottovoce, via via che ci arrivavano: questa è
l'entrata di S. Saverio, la principale del paese.... questa è
l'entrata di S. Brigida.... E intanto salivano e scendevano secondo
gli accidenti del terreno, e passavano davanti a una sfilata di
casipole a uscio e tetto o a un piano, con finestrini che parevano
tanti piccoli buchi quadrati: fra quelle casipole s'aprivano vicoli e
vicoletti sucidi che mandavano zaffate di puzzo appestante. Dei
cagnacci si levavano di tratto in tratto di vicino agli usci,
latrando; qualche asino, svegliato, ragliava dentro la stalla. E lo
strano cicerone seguitava sottovoce: questa è l'entrata delle Grotte,
o la via della Piazza, o la via del Monastero. E il Capitano tracciava
linee e scriveva. Ora passavano davanti a case di miglior aspetto;
erano a due piani, coi terrazzini; qualcuna con finestre verdi, su'
cui oggetti erano allineati de' vasi di fiori.
--Questa è la caserma dei carabinieri, disse il reverendo: e si fermò
all'imboccatura del vicolo, preso a un tratto dal restìo.
Il fabbricato sorgeva immediatamente fuori del paese, e stendeva la
sua ombra sur una piccola spianata selciata con ciottoli: era un
vecchio monastero in rovina, con le sue inferriate inginocchiate, e il
portone a angolo acuto.
Il Capitano lo girò e rigirò, fermandosi di tratto in tratto a
guardarlo attentamente, come se dovesse comprarlo. Era una sua
bravazzata.
--Non ha che una sola uscita? domandò poi al falso Serafini.
--Due, rispose questi. C'è pure quella della chiesa, nella quale si
può penetrare per il coretto.
--M'avete detto che per solito non ci sono che tre carabinieri, un
vice brigadiere, e un brigadiere...
--Sì.
--Ne siete sicuro?
--Sicurissimo.... Però può darsi il caso che da una sera all'altra
capiti qualche pattuglia da Cammarata, e ci resti.
--Bene starete all'erta; nel caso dei casi il vostro amico sa da chi
farci avvertire. E ora andiamocene....Sarebbe inutile visitare i
dintorni della villa i _picciotti_, quando sarà l'ora, ce li
condurrete voi e il vostro amico: io avrò troppo da fare qui.
E fini con un sorriso mafiosesco.
--Resta a fissare il giorno, disse il reverendo incamminandosi.
Il bandito stette a pensarci su.
--Non può essere prima del ventinove di marzo, disse infine.
--Il ventinove di marzo! Ancora altri dieci giorni!...Badate, in
simili faccende non si perde tempo.
--Lo so; ma non c'è che fare.
--Vediamo....
--È impossibile. Della gente ce ne vuole.... devo avvertire i
_picciotti_.... far certi preparativi....
Ma l'omaccione insisteva: era impaziente: con un po' di buona volontà
non c'era bisogno poi di tanto tempo per riunire gli amici, al
Capitano certo non sarebbero mancati i mezzi. Le cose lunghe diventan
serpi.... un caso qualunque poteva far scoprire tutto, ci pensasse.
Oltre di che se si presentasse una buona occasione, il vecchio
potrebbe impiegare il danaro, e lasciar tutti con un palmo di naso....
Allora l'altro l'interruppe. A lui la cosa premeva più che a
ogn'altro, figurarsi! ma bisognava essere ragionevoli: non si poteva
riunire i _picciotti_ in meno d'otto giorni.... e poi, o che
s'assaltava un paese al lume di luna?
Questa ragione, più d'ogni altra, calmò gli ardori troppo evangelici
del reverendo: egli si persuase. Il ventinove di marzo dunque. Il
capitano manderebbe un suo fidato a Pietracaduta, Ciulla penserebbe a
far avvisare don Castrenze: l'importante era stabilire il luogo dove
riunirsi la sera, prima di dar l'assalto. E scelsero la così detta
_Tribunella_, una cappellina poco più su dallo stradale, a mezzo
miglio del paese, che alcuni fedeli avevano eretta alla Madonna
Addolorata. Intanto salivan la costa di buon passo. Don Peppino
ruminava il disegno d'attacco: non poteva nascondere a sè stesso la
difficoltà dell'impresa, e per il contorno irregolare del paese, e per
la vicinanza di Cammarata, e per la posizione della caserma dei
carabinieri: tuttavia di dar addietro non ci pensava nemmen per sogno:
s'affidava alla sua vecchia esperienza, all'arditezza de' compagni,
s'affidava alla fortuna che l'aveva sempre aiutato nei pericoli.
Il reverendo lo seguiva sbuffando; il colosso sudava sotto al
cappotto, mentre un pensieraccio, sortogli in mente nel volger gli
occhi alla villa, gli faceva scorrere dei brividi di piacere per il
corpo; finalmente si sarebbe presentata quell'altra occasione che
aspettava da tanto tempo.... voleva prender due piccioni a una fava:
Lola, quella bella fanciulla che s'era mostrata così sdegnosa con lui,
egli l'avrebbe in mano, e in quella confusione.... La vedeva nel letto
verginale.... dibattersi nella sua stretta.... sentiva palpitare sotto
alle sue, quelle tenere carni.... E agitato da una viva impazienza,
gli sapeva mill'anni, imprecava alla luna che, giusto in que' giorni,
doveva venire, con quella faccia da mascherone, a rompergli le uova
nel paniere!
Un quarto d'ora dopo i due compaesani l'uno accanto all'altro,
tirandosi dietro le cavalcature, il prete ragguagliando di tutto don
Castrenze, s'allontanavano giù per la discesa verso la Rupe, i banditi
a cavallo, e per la via dond'erano venuti.
Il capo aveva ripreso a ruminare il suo disegno di attacco, e lo
veniva perfezionando: bisognava occupare tutte le cantonate delle
strade principali, circondar la caserma de' carabinieri.... quel posto
lo riserbava per sè e alcuni dei più arditi: bisognava atterrir gli
abitanti con urli e schioppettate, alla minima voce, al minimo rumore
che partisse dalla villa.... Ed enumerava gli uomini su' quali poteva
contare: quei di Prizzi, que' di Mezzoiuso, que' di Lercara, que' di
Burgio.... Valvo co' suoi: stabiliva la maniera come avvertir tutti il
più presto possibile.
Intanto, un'altr'ordine di pensieri travagliava la mente del
confidente, e gli mandava in tanto veleno il tacchino di cui quel
giorno s'era inzeppato nella masseria di Melia.
--Assaltare un paese!... assaltare un paese!... ripeteva tra di sè
dimenando il capo sotto al cappuccio. Assaltare un paese!...
Gli parevano tutti pazzi, non poteva darsene pace: e spinto dalla
tremerella che aveva addosso al solo pensarci, diceva una fitta
d'ingiurie a sè stesso. Era un porco, uno schifoso, una carogna, la
cosa più bassa e vile del mondo! Gli stava bene.... gli stava bene!
S'era voluto buttare alla campagna, come se la vita del bandito fosse
seminata di rose!... Se si presentava dopo quel maledetto furto (che
gli fossero cadute le mani!) il più che poteva incogliergli era una
condanna di due o tre anni: puh! la gran cosa! meglio ora che c'era
tutto il verso di morire com'un cane, con una schioppettata? Brr, gli
venivano i bordoni solo a pensarci.
Prese una positura più comoda sulla sella, si strinse di più nel
cappotto, e dopo un poco riprese il filo delle sue idee. Ma poi
santissimo diavolo, glielo lasciassero dire, gente che si senton
uomini davvero dovevano accettare una proposta simile? cose, cose da
stordire! S'affrontavano i pericoli, non c'era che dire, ma gettarsi
in bocca al lupo!... cercare di farsi tagliare a pezzi da una
popolazione spalleggiata da carabinieri, soldati, militi e sbirri del
municipio!... Oh, questa no, non poteva mandarla giù.... E poi, chi lo
diceva che non ci fosse sotto un tranello?... Basta a rischio, di
farsi dare del minchione, egli voleva dir la sua.
Spronò la cavalla, e andò a mettersi accanto al Capitano.
--Do do do do don Peppino.
--Che che che che vuoi, riprese il Marchese contraffacendolo.
--Pe pe per....memettete che che.... dica uuuuuna parola?
--Parla.
--I.... i.... du due san... gio....vannesi mi mi mi pa....paiono
du du due i i intriganti.... io no no non.... credo che sa sa
sarete.... ta ta tanto pazzo da fi fidarvi di di di di lo....ro,
da da....d'accecce....ttare uuna prooo....posta da da gente che
che co co....noscete poco, fa fa fatta forse pe pe per....
--I consigli tienli per te quando non ti si chiedono, imbecille!
--E una! disse tra di sè compare Nino tutto mortificato: pazienza.
Fermò la cavalla e si rimesse dietro.
--Non vogliono consigli? non gliene darò dei consigli.... se
n'accorgeranno quando si troveranno nel ballo, e non ci sarà più
rimedio.... allora diranno: ce l'aveva predicato D'Amico, o perchè non
volemmo dargli retta? Quello è uomo che ha naso e giudizio!...
Facciamo pure: per parte mia, mi tagliassero anche a pezzi, non dirò
più una parola.... Ma giusto in quella, il lamento lugubre d'un gufo
fece rimescolar tutto compare Nino: si segnò col pollice sulla fronte,
giù pel naso sulla bocca, e sul petto: Mamma mia! quello era un canto
di cattivo augurio. E in un baleno gli ritornò in mente quel che aveva
inteso raccontare essere occorso al tale o al tal altro, per aver
sentito quel canto; e s'esaltò e s'impaurì talmente, che, malgrado il
proponimento fatto, e il timore che aveva del capo bandito, non potè
più tenersi. Spronò la cavalla e tornò a mettersi accanto a lui.
--Do do don Pappino, disse con la bocca piccina.
--Che vuoi?
--A a a avete se sentito quel la la....mento?
Il Capitano trasalì: l'aveva sentito anche lui, e gli aveva fatto
molto senso.
--L'ho sentito, rispose affettando quella tranquillità che non aveva.
--È è è i i il ca canto de de del gu gu gu gufo.
--E?...
--A....a....a....apporta disgrazia.
Gli occhi del bandito mandarono un lampo: si voltò; con un gesto
violento allontanò da sè un lato del cappotto, e disse fra denti
stretti:
--L'apporti tu la disgrazia, ceffo di sagrestano, e jettatore!... e se
seguiti a rompermi i corbelli.... sangue.... il gufo avrà cantato per
te. Riprovati ora!
--E due, disse tra di sè compare Nino, che, a quel rabbuffo mise
davvero la coda tra le gambe, fermò la cavalla e tornò dietro. Questa
volta vi restò, fattosi piccin piccino dentro il cappotto, non osando
nemmen di fiatare, tanta era la paura che incuteva il capobandito a'
suoi compagni, quando si degnava di montare in collera.
Ma l'effetto era fatto; una misteriosa inquietudine s'era impadronita
di costui.
Il canto di quel gufo era davvero di cattivo augurio: gli avesse a
incogliere qualche disgrazia? E gli si presentò dinanzi agli occhi la
morte, col suo sinistro riso di scheletro; vide dietro di lei il buio
dell'ignoto.... parvegli di sentir grida e gemiti, e fu preso dal
terrore: sbattè le palpebre, come per far sparire quella tetra
visione, mentre l'anima sua si rimpiccioliva, si rannicchiava basita
nel fondo più riposto del suo corpo. C'era un Dio, l'aveva inteso
dire: ogni scellerato (ed egli in quel momento riconosceva d'esserlo)
doveva render conto delle proprie azioni a Lui, Giudice severo e
inesorabile.... Aveva pur sentito parlare d'inferno, di pene eterne,
nel fuoco eterno, tra gli eterni gemiti dei dannati.... E il bandito
feroce, impasto di iena e di leone; lo strano innestatore che era
venuto ad applicar le mazze del brigantaggio calabrese alla pianta
incespugliata e rachitica del brigantaggio siciliano; l'uomo alla cui
scuola dovevano perfezionarsi Umberto Riggio e Biagio Valvo, i quali a
loro volta dovevano formare capi feroci quali De Pasquale, Leone,
Rinaldi, Rocca, Capraro, Sajeva, Plaja ed Alfano, si frugò con mano
febbrile nel petto, ne tirò fuori l'abitino della Madonna con un
sacchetto gonfio di vari santi, e lo portò alle labbra fervorosamente.
Allora tentò di scusarsi, d'attenuare la gravità de' suoi delitti,
cercando nella sua vita passata, accusando il destino, mentre andava
al passo irrequieto e nervoso della _Bordellina_ che rodeva la briglia
e drizzava l'orecchie a ogni ombra, a ogni leggero rumore.
A' suoi occhi si presentava un primo quadro: suo padre e sua madre,
onesti contadini, nella loro casipola di Lungro di Cosenza, che
dicevano il rosario, seduti attorno al focolare dove bolliva la
minestra di patate: la morte l'aveva spazzati col suo soffio gelato,
quasi tutt'e due a una volta, sicchè era restato orfano a dodici anni
appena, sotto la tutela d'un suo zio, guardiano nella Sila
dell'Acquafridda. Egli la vedeva la sua Sila, quell'immensa foresta di
querci e di pini secolari, tetra, solitaria, e fredda, di cui
conosceva i più cupi recessi, dove tendeva tagliole a ogni sorta di
bestie selvatiche. Egli lo vedeva quel suo zio, un vecchio lupo che
aveva perduto il pelo ma non il vizio, e aveva contribuito a spingerlo
nella via delle scelleratezze, raccontandogli la vita dei banditi
celebri, levandone le azioni alle stelle. Non lo poteva dimenticare;
erano lunghe storie di sangue, di stupri, di rapine, che avevano
lasciato un solco rovente nell'anima sua, l'avevano gettato in preda a
fantasticherie selvagge, a cocenti brame d'emulazione. Sicchè qual
meraviglia se a sedici anni servisse già di spia e da provveditore di
viveri ai briganti, avesse la sguardo bieco, il lampo sinistro degli
occhi d'un vero masnadiere? E il vecchio se ne compiaceva; e
guardandolo, esclamava allegramente: Mannaia alla madonna, non par
vero! non ne ha nulla di quell'imbecille di suo padre che, con la sua
probità, non riuscì ad altro che a crepar sulla paglia: parrebbe
piuttosto figlio mio, parrebbe! E nei momenti di maggior buon umore,
soleva dire, con un riso sgangherato che gli faceva il volto
pavonazzo, e mostrava due file di denti piccoli e aguzzi fra' peli
della barbona ispida e grigia, che doveva esser certo sonnambulo, e
qualche notte durante il raccolto, nell'assenza del cugino, s'era
dovuto cacciare, senza volerlo, nel letto della cugina, mannaia alla
madonna!
Che colpa ci aveva lui dunque, se lo si era educato a quel modo? Chi
gli aveva tolto il padre e la madre? Oh, era ben disgraziato, ecco! e
a volere che la legge fosse giusta, bisognerebbe che l'istesso
capestro stringesse il collo del delinquente, e quello di colui che
l'ha tirato su per le forche!
Ma ad interrompere quelle sue considerazioni, si presentavano altre
figure: sua moglie Rachele.... la sua bimba.... Oh, la sua bimba! la
sua bimba! La vedeva rosea e ricciutella, andar per la casa
barcolloni, o a carezzarlo con le sue piccole manine quando la
prendeva in braccio, e la mangiava dai baci; la vedeva stringere i
pugnetti e i pochi dentini quando le diceva; fai le rabbie.... E aveva
dovuto abbandonarla appena slattata! Maledetto il giorno che scrisse
quella malaugurata lettera minatoria al barone di Firmo, si fosse
aperta la terra ad inghiottirlo!
E a quel dolce ricordo delle gioie della famiglia gli batteva il
cuore, lo tormentava il pensiero che non le avrebbe potuto godere mai
più. Ma il quadro cambiava bruscamente: fuggiva, sapendosi cercato dai
carabinieri.... entrava nella banda Bellucci.... era preso in una
casipola nelle vicinanze di Scigliano.... ammanettato, sedeva sul
banco dei rei, davanti alla Corte di Cosenza. Rabbrividiva: in un
fondo nero apparivano tre ombre insanguinate ad accusarlo: lo
guardavano bieche..... egli le riconosceva, erano il sindaco di
Saracisa.... il signor De Giovanni di S. Donato.... Rafaele il povero
mulattiere. Chiuse gli occhi per non vederli, e fu peggio: essi
stavano lì nel fondo nero, inesorabili, scrollando i teschi d'alto in
basso quasi per dire, lo vedi come ci ha ridotto?
Allora, per sottrarsi a quella terribile visione, evocò altri ricordi.
Rivide l'isola di S. Stefano, le figure più spiccate de' compagni
d'ergastolo, e tra quelle, in un gruppo a parte, schivi d'insozzarsi
al contatto di que' miserabili con cui l'accumunava indegnamente il
governo borbonico, i detenuti politici Silvio Spaventa, Luigi
Settembrini, Gennarino Placo.... Era stato Gennarino Placo, che,
scorgendo forse in lui un cuore non corrotto del tutto, l'aveva preso
a benvolere, ne aveva voluto conoscere le vicende, gli aveva parlato
di morale, d'onestà, di riabilitazione ad una vita nuova col
pentimento del passato, gli aveva insinuato mille buone massime, gli
aveva insegnato a leggere e scrivere. Oh, perchè gli aveva insegnato a
leggere e scrivere! Anche qui egli ci vedeva la mano del Destino
trasportato insieme ad altri nell'ergastolo di Palermo vuoto per la
rivoluzione del sessanta, perchè sapeva leggere e scrivere messo a
capo de' ranceri i quali andavano a far la spesa accompagnati da un
custode, aveva avuto l'agio di poter prendere il volo, un giorno che
questi, invece di tenere gli occhi addosso a' galeotti com'era suo
dovere, s'era messo a guardar dietro a una bella donnetta, che, con le
sottane raccolte sgambettava per la strada, e mostrava le calze.
Qui si rasserenò un poco. Aveva due vie aperte dinanzi a sè, quella
del delitto, e quella del lavoro: ma quattro lunghi anni di galera gli
erano stati di terribile esempio; ma le massime del maestro di S.
Stefano avevano lasciato un'impronta benefica nell'anima sua: era
rientrato in sè stesso. Aveva vissuto nel piccolo mondo della sua
foresta, separato completamente dall'altro, ignaro delle leggi, e, in
certo modo, delle consuetudini di essa, non respirando che vita
brigantesca, non sentendo levare al cielo che briganti, non sentendo
ricordare che fatti di sangue; s'era persuaso dunque che fosse quella
la vera vita col diritto della libertà, della volontà, della forza. Ma
senza nemmeno pensarci (il suo maestro glielo aveva dimostrato) egli
aveva conculcato la prima pel trionfo delle altre due; aveva stuprato,
aveva rubato, aveva assassinato.... egli, l'amante feroce di quella
libertà, l'aveva calpestata! E non aveva il diritto, di far tutto ciò!
aveva visto altri uomini ad arrestarlo, altri uomini a condannarlo,
altri ad approvare quella condanna, a biasimare quel che suo zio gli
aveva raccontato ammirando!... anche qualcuno dei suoi compagni di
sventura aveva sentito a parlare di rassegnazione, di giustizia....
Non era forse Iddio che lo aveva fatto incontrare col maestro di S.
Stefano, gli aveva dato l'agio di fuggire, perchè mutasse vita?
Allora aveva scelto la via del lavoro, e vi si era incamminato pieno
di gioia e d'ardore. Aveva inventato un romanzo: s'era dato per un tal
Giuseppe Del Santo da Bergamo, un garibaldino che aveva versato il
sangue per la patria, dopo d'averle sacrificato un posto di
segretario, che occupava in casa di un ricco signore di Padova: aveva
parlato di sciagure domestiche, di persecuzioni, ed era riuscito a
gettar la polvere negli occhi di tutti. Ed eccotelo cambiato in
maestro, e insegnare l'abbiccì a' contadinotti delle borgate di
Nicoricchia, dell'Uditore e Trabucco; e nelle ore libere, scriver
lettere e far di conti. Era retribuito scarsamente, è vero; certe
volte doveva contentarsi d'un piatto di maccheroni.... ma s'era
attaccato con ardore all'idea di mutar vita, e avrebbe sofferto la
fame e peggio. «Il pane tanto più è saporito, e onorato, quanto più è
bagnato dal sudore della fronte di colui che lo mangia.» E questa
sacra massima lo confortava, ricordandogli l'uomo grande che aveva
fatta la luce nelle tenebre dell'anima sua.
Viveva tranquillo come se quella vita dovesse durar sempre, quando un
punto nero apparve in quell'orizzonte sereno. Nel marzo del 1862,
risaputo che il fittaiuolo dell'_ex feudo_ Scale; vicino Piana dei
Greci, cercava uno che sapesse far di conti, era andato alla masseria,
aveva parlato con costui, avevano stabilite le condizioni. Però non
era potuto star là che una quindicina di giorni, non andando d'accordo
col fattore Alegna, un mafioso che lo metteva con le spalle al muro.
Egli era uomo da farlo stare a dovere; ma aveva risoluto d'evitare che
un qualche guaio lo ricacciasse nell'antica via. Era tornato a
Nicoricchia. Ma quindici giorni di lontananza (è così fatta la natura
umana) erano bastati a far sbollire l'entusiasmo destato in que'
borghigiani dal garibaldino, il quale aveva versato il sangue per la
patria, dopo averle sacrificato un posto di segretario, che occupava
in casa d'un ricco signore di Padova, e l'istesso piatto di maccheroni
non c'era tutti i giorni.
A quel ricordo, anche ora, benchè sotto l'incubo della paura della
morte, e del _redde razionem_, il bandito sentiva accendersi il
sangue, e un pensiero s'agitava in confuso nella sua mente: caso mai
quel Megna gli capitasse tra le mani.... oh, gliela farebbe pagar
cara!
Riprese il filo delle sue idee. Un bel giorno, durante il passo delle
quaglie, era venuto a Nicoricchia il figlio del commendatore Pallanza.
Egli l'aveva risaputo, s'era fatto presentare al giovine da un
giardiniere suo amico, gli aveva raccontato il solito romanzo, lo
aveva ammaliato come aveva ammaliato gli altri, e lo aveva pregato di
fargli avere un posto, tanto da poter vivere, o a Palermo, o in
qualche feudo. Il giovine aveva promesso d'aiutarlo. Difatti, un mese
dopo, gli faceva arrivare una lettera per il signor Lo Cicero,
fittaiuolo di Marcatobianco.
Così il destino l'aveva condotto bel bello nei luoghi (covo di
ladroni) che dovevano esser teatro dei suoi nuovi e più sanguinosi
delitti! A che era valso l'aver sofferto la fame pur di perseverare
nella buona via? Aveva cercato d'allogarsi alle Scale, e s'era
imbattuto in Megna; sarebbe potuto restare a Nicoricchia, e s'era
imbattuto in Pallanza. A Marcatobianco doveva imbattersi in Micca!
Micca era bella; sì.... egli si sentiva trascinato verso di lei;
sì.... s'era mostrato galante, troppo insistente; sì.... ma non era
vero che avesse tentato di violarla! Un giorno di luglio essa s'era
addormentata tra' covoni, in un campo mietuto: egli, che cavalcava da
quelle parti, sonnecchiando al sole che cadeva cocente e terribile
sulla campagna, non s'era accorto di lei se non quando il suo cavallo
aveva fatto uno scarto. Essa si svegliava in sussulto, supponeva quel
che non era, balzava in piedi spaventata, e correva d'un fiato alla
masseria. L'indomani sconciava, e moriva. Che colpa ci aveva avuto
lui?... Il marito gli era nemico; egli l'aveva soppiantato; s'era
valso di quella disgrazia per perderlo nell'animo dei padroni. Era
stato chiamato in Alia, e licenziato.
La luna tramontava: sotto a' suoi raggi obliqui la campagna prendeva
un aspetto livido di mostro spirante.
Il bandito scrollava mestamente il capo sotto al cappuccio: si
ricordava ch'era uscito dal paese assai sconfortato.... pensava, con
una certa amarezza, che aveva servito il signor Lo Cicero bene, e
onestamente.... Gli erano state affidate delle grosse somme, per
andare a pagar la fondiaria o la ricchezza mobile; non aveva avuta mai
la tentazione d'appropriarsele e non farsi più vedere: e l'avrebbe
potuto far facilmente.... Basta, solo in mezzo a sterminati campi di
stoppie e di favuli flagellati dal sole, senza cavallo, senza sapere
dove battersi il capo, aveva veduto il precipizio all'orlo del quale
si trovava, e questa volta l'aveva misurato con occhio indifferente.
Passavano giusto certi mulattieri, era montato in dosso a una loro
mula, deciso d'andare a Termini. Però vicino a Raciura, preso a un
tratto da una di quelle strane sensazioni che certe volte soglion
essere foriere dei gravi avvenimenti della vita, cambiava idea,
smontava, e s'internava nel bosco.
Perchè?
Là, in un pagliaio di pecorai, doveva imbattersi in que' banditi che
aveva conosciuto durante la sua dimora a Marcatobianco, per raccontar
loro quel che gli era successo; cavalcare un par di mesi con essi; dar
prove non dubbie del suo coraggio in uno scontro improvviso, allo
svolto d'una via, con soldati e militi; cedere alle preghiere, e
accettare il comando della banda....
Si rivedeva a Malfarina, sur un poggio a cavaliere di due valli, dopo
aver letti gli statuti della nuova associazione, tra i compagni pieni
d'entusiamo, i quali, agitando i berretti in aria con un urrà
formidabile, guardavano in qua e in là dove scorgessero paesi, quasi
in atto di sfida alla società che si preparavano ad attaccare.
Da quel giorno aveva affogato i rimorsi nel sangue: non del tutto
però, poichè, come si vede, di tempo in tempo ritornavano a galla.
Albeggiava. A destra, da una masseria in costa, si elevava un
pennacchio di fumo; abbaiavano i cani, le pecore belavano nelle
mandrie; un branco di mulacchie si svegliavano stridendo nel bosco;
cominciava il concerto delle calandre ne' seminati ondeggianti al
soffio d'un venterello fresco.... La natura si ridestava allegra e
rugiadosa in quella bella mattinata di marzo, sotto alla volta celeste
d'un cielo senza una nuvola.
Il Marchese fece bocca da ridere: l'apparire del giorno, i rumori
della vita, l'avevano rinfrancato, avevano scacciato le nebbie de'
suoi tristi pensieri. O dove l'aveva la testa per aver ruminato tutte
quelle sciocchezze! il canto d'un uccellaccio, le paure d'una carogna,
l'avevano colpito al punto....
Finì il pensiero con un sogghigno. Voleva farne di più d'ora in
avanti, per punirsi di quella debolezza da femminuccia.... Dio? che
Dio! Inferno? che inferno! Il vero inferno era la _vicaria_¹, e sinchè
aveva in mano la carabina, non ce lo caccerebbero certo! Alla masseria
per Cristo! lì l'aspettavano i compagni: manderebbe Mamala ad
avvertire que' di Mezzoiuso, D'Aquila que' di Prizzi, Di Marco que' di
Lercara, egli e Savona andrebbero a Granza, a trovar Valvo....
L'assalto di S. Giovanni farebbe epoca. E col cuore allargato da una
gioia feroce, diede un par di spronate alla _Bordellina_, che, a
quest'attacco repentino, s'impennò, saltò un ruscello, e via per la
costa come una saetta.
¹ Vicaria, carcere principale di Palermo, onde vicaria per carcere
in generale.
--Ma ma....maria san....santissima! ha iiil di di diavolo iin
corpo!... barbugliò compare Nino, mentre tirava a due mani le briglie
della sua cavalla, che, al partire dell'altra, s'era messa a far
salti. E gli andò dietro alla meglio.
X.
Otto giorni dopo, sul far della sera, attorno alla casipola del Daino
pascolava ancora una mandria di pecore; il pecoraio, seduto sur un
sasso, e col bastone tra le gambe, provava con lo zufolo una polca che
aveva sentito sonare, nell'ultima festa, alla banda del suo paese. E
chi sa quanto ancora sarebbe restato lì, curvo, con gli occhi intenti,
dimentico dell'ora e di sè stesso, se un ragazzetto non fosse venuto,
a nome del Ciulla, ad avvertirlo ch'era già tardi, scendesse con le
pecore. S'alzò, intascò lo strumento, radunò la mandria a urli, fischi
e sassate, e se la cacciò davanti per la viottola sparsa di ciottoli,
che mena alla valle, all'estremità superiore del cui tappeto verde
tagliato da un borro, spiccava la macchietta rossa del tetto della
masseria di Pietracaduta. La casipola tra il lusco e il brusco, restò
come ingrugnata, solitaria nell'altipiano col monte a ridosso, dal cui
pendio calava lentamente una nebbia fitta.
Poco dopo, dalla strada detta Bocca di Capra, sbucarono otto uomini a
cavallo: andavano un dietro l'altro avvolti in lunghi cappotti, come
una sfilata d'ombre nere nella nebbia invadente. Venuti vicino la
casipola, smontarono; lasciarono i cavalli in custodia a uno di loro,
si fecero all'uscio consunto, chiuso con un bastone, infilato per
traverso in un cappio di corda macera fermato al buco della chiave,
l'aprirono, ed entrarono.
Dopo una mezz'ora, eccoti altre ombre sfilare nella nebbia:
--Ehi!
--Ehi!
Smontavano, lasciavano i cavalli, ed entravano.
Ciò sino a mezzanotte passata.
Dieci minuti dopo, l'unica stanzaccia terrena della casipola offriva
uno spettacolo strano. Nel focolare scoppiettava una bella fiammata: e
tutt'attorno sedevano tre uomini: don Peppino nel mezzo, Biagio Valvo,
a destra, Umberto Riggio a sinistra; se ne stavano, ritti a gruppi,
altri banditi, e campieri, e pastori, fin proprietari, associati alla
banda. La fiammata illuminava in pieno le loro facce barbute o rase
del tutto, dall'espressione dura e feroce, faceva luccicare i fregi di
rame delle giberne e de' fucili, i bottoni d'acciaio dei giubboni dei
pastori. E sulle loro teste, coperte di _scorzette di felpa_ con
lunghe nappe, di _berrette di Padova_, o di berrettini a barca di
panno nero, galleggiava un denso strato di fumo, che faceva lacrimare
gli occhi d'alcuni, in ispecie di due induvidui del primo gruppo a
destra. Questi due davano nell'occhio per più ragioni: erano vestiti
d'abiti di panno fine, dal taglio in certo modo elegante a
confrontarlo con quello degli altri abiti, che pareva fatto con
l'accetta; le loro faccie, punto feroci, erano solamente un pochino
abbronzate; anche nel loro atteggiamento c'era qualcosa di
mortificato....Si sarebbero detti due galantuomini smarriti in quella
combricola di birbanti. Erano Pallanza, e Rossetti, due proprietari
de' paesi vicini. Davan pure nell'occhio gli uomini del quarto gruppo,
per il modo strano ond'erano armati: oltre al fucile a due canne,
avevano chi un'accetta, chi un palo di ferro, chi un martello e lunghi
scalpelli, chi una mazza d'acciaio.
Era un vocìo rotto da risa feroci: que' signori parlavano velatamente
dell'assalto di S. Giovanni prossimo a compiersi, e si millantavano
con una mimica smodata. Ma a un tratto il brigante calabrese s'alzò e
impose il silenzio con un gesto. Il farabutto, che dava a quanto
faceva una specie di strana solennità, atteggiò quella sua brutta
faccia a un'aria mafiosesca, guardò tutti in giro e cominciò ad
arringarli, come deve fare un generale prima del combattimento. Disse
che li aveva fatti avvertire di trovarsi quella sera nella casipola
del piano del Daino, a norma degli statuti dell'associazione: sapevano
di che si trattava. Pensassero che la riuscita di quel colpo di mano,
oltre d'impinguare le loro borse, assodava, col terrore, il loro
potere definitivamente. Quello era uno smacco che davano alla forza
armata, un di quegli smacchi che fan cascar le braccia addirittura e
per un pezzo. Raccomandava l'ubbedienza ai capi: stava dinanzi a lui
il fiore vero della malandrineria siciliana, e non parlava d'altro;
era sicuro che ognuno farebbe il suo dovere.
Finito questo breve discorso, che fu accolto con un mormorio di
approvazione, il Marchese cominciò a far l'appello dei banditi.
Di Montemaggiore risposero: Biagio Valvo, Carmelo Lo Cicero, Cruciano
Mesi, Pietro Salpietra, Angelo Mazzarese, Antonino Berretta. Di
Prizzi: Luciano D'Aquila, Paolo e Filippo Gaucitano, Raimondo Sarese,
Francesco Maralà detto Piede di palo, don Nicola Rospetti, don
Giuseppe Palenza (i due proprietari), Giuseppe Sambra detto il
Dannato, Sebastiano Chilli, Giuseppe Occhibianchi. Di Mezzoiuso:
Carmelo Mamola detto Cairone, Pietro Sgrò, Pietro Morale, Giorgio
Vittoriano (campieri manutengoli), Antonino Mistretta detto il
Salemitano. Di Lercara: Antonino Di Marco, Francesco Raja, Pietro
Reina detto il Malo villano, Giovanni Pessa, Gaetano Manzella,
Serafino Cilì. Di Burgio: Nicasio Savona, Giuseppe Carabillò, Umberto
Riggio.
Mancava Nino D'Amico! e il Capitano avendo fatto osservar ciò
aggrottando le sopracciglia, a giustificarlo prese la parola Carmelo
Mamola detto Cairone. Il suo compaesano egli l'aveva lasciato
dispiaciutissimo di non aver potuto venire; al momento della partenza,
l'aveva visto lui coi suoi propri occhi, la cavalla s'era messa a
zoppicare, aveva un'inchiodatura.... non c'era nè il tempo nè la
maniera di _procurarsene_ un'altra. Conchiudeva, che in grazia della
buona volontà, era giusto tener compare Nino come presente, e fargli
aver poi la sua parte di bottino.
Che gran furbo quel tartaglione! aveva trovato il modo di serbar la
pancia a' fichi senza che avesse a risentirsene il borsellino.
E il Marchese che lo conosceva, represse un sorriso, e guardò i due
colleghi. Avendo costoro approvato con un cenno del capo, accettò la
proposta di Mamola. Subito dopo si fece l'esame degli strumenti
portati dai Cercarsi. I tre capi se li passarono di mano in mano
approvando con un lento muover di testa, dichiarando ch'erano atti a
sfracellare porte, a rovinare muri, a scassare casse ed armadi....
--C'è permesso? disse in quella una voce. Ed al voltarsi, i banditi
videro Ntoni sulla soglia dell'uscio, illuminato tutto dalla fiamma.
Il capraio piegava letteralmente sotto al peso di due castrati
scorticati e senza testa, che portava a cavalluccio legati per le
zampe di dietro.
--Compare Giorgi manda questi a lor signori.
Delle grida di gioia, assai imprudenti a quell'ora nel silenzio della
notte, accolsero il capraio e le sue parole: ma un delizioso
trasalimento dello stomaco l'aveva spinto per que' petti feroci, pieni
dell'allegrezza della prossima rapina. Si messero altra legna sul
fuoco, si prepararono delle bacchette di ferro da fucile, per servir
da spiedi ed arrostir le due bestie, che già alcuni avevano levate di
dosso al capraio, appendevano a due cavicchi, e cominciavano a fare in
pezzi....
Per non destar sospetti, la banda prima che aggiornasse si sparse per
la campagna in piccoli drappelli. Nella casipola non restarono che il
Capitano, Biagio Valvo, e Giorgi Ciulla il quale era arrivato durante
la notte.
XI.
Il vecchio orologio a pendolo sonò due ore: il prete contò le fave
ammucchiate alla sua destra: poi esaminò le carte, e accusò i punti
motteggiando.
--Come si perde questa partita! esclamò don Alessio rimasto come un
allocco. Perdio!...
Ma si battè subito sulla bocca, e voltosi alla sorella che guardava
sorridendo, soggiunse:--A momenti mi fa bestemmiare come un eretico
questo cristiano!
--Ma se non sa giocare, riprese il prete motteggiando sempre.
--Io!!
--Lei, lei.
Il vecchio lo guardò un poco, posando i pugni stretti sull'orlo del
tavolino, poi si messe a ciondolare il capo.
--Dica piuttosto che ha il diavolo dalla sua!
E lì un diluvio di ragioni, per via delle quali egli credeva di
dimostrare con la più bella evidenza, che nè quella, nè molte altre
partite, avrebbe dovuto perdere.
Il reverendo rideva proprio di cuore e romorosamente al suo solito;
buttava giù facezie su facezie, con una disinvoltura come se non
covasse nulla nell'animo. S'alzò, strinse la mano dell'amico,
raccomandò all'amica che gliela desse lei qualche lezioncina al
fratello quando non aveva troppo da fare. Si messe il cappuccio che
soleva portare la sera e le giornate fredde in luogo del cappello,
s'avvolse nel ferraiuolo, e, dicendo che aveva un gran sonno, e che
appena arrivato a casa avrebbe cenato, e sarebbe andato a letto, uscì.
--Era tardi.... che non avesse a arrivare a tempo al luogo del
ritrovo?... Aveva fatto male ad andare alla villa quella sera....
Ecco cosa pensava, nello scender le scale, preceduto da Lisabetta che
gli faceva lume! Ma riflettè subito che il non andarci sarebbe stato
un errore: la sua assenza giusto quella sera, si sarebbe potuto
commentare, e certe volte basta un minimo che a metter la giustizia
sulle peste.... Si compiaceva, del resto, del come aveva saputo
nascondere per due buone ore l'agitazione che lo divorava. Eh, eh,
caso mai avesse a accadere qualche guaio.... come per esempio, Dio nol
voglia, un arresto.... sarebbe una testimonianza assai giovevole a lui
quella dei suoi amici che l'avevano veduto tutta la sera così calmo e
burlevole. O che si può supporre che uno abbia tanta forza d'animo da
padroneggiarsi a quel modo, momenti prima di commettere un reato, e
per due buone ore?...
Arrivò davanti alla porta di casa sua in pochi minuti. La serva
l'aveva mandata a lavare alla Rupe: si levò la chiave di tasca, aprì
con gran rumore, entrò, rinchiuse con gran rumore, salì a tastoni,
accese il lume. Si levò il ferraiulo, il cappuccio, la zimarra, il
collare, le ampie tasche, le scarpe con le fibbie; infilò sbuffando un
par di stivaloni, panciotto e _bonaca_ di _bordiglione_, si legò al
collo un fazzoletto rosso, mise sul capo un cappellaccio di feltro
nero, la giberna ad armacollo, prese un par di pistole, un
coltellaccio a molla, il fucile, e così cambiato che nemmeno il nonno,
se fosse tornato al mondo, l'avrebbe riconosciuto, soffiò nel lume, e
via al buio remando. Tutto ciò in fretta e furia, camminando in punta
di piedi, prendendo ogni cosa con la massima precauzione come oggetto
da rompere.
Era tardi; che non avesse a arrivare a tempo al luogo del ritrovo? Ma
ci arrivò che non c'era ancora un'anima, tutto sudato ed ansante. Era
una di quelle notti buie che cielo e terra paiono confusi. Ascoltò:
nel profondo silenzio non si sentiva che il lontano ugiolare d'un
cane, in quel caos di tenebre non si vedeva che un punto rosso,
tremolante, la lampada della cappellina. Egli v'andò; la girò per
accertarsi che non ci fosse gente appiattata dietro, poi si postò tra
due macchie di rovi poco distanti, e vi restò immobile, con l'orecchie
e con gli occhi tesi, rattenendo il respiro, per sentir meglio.
Venivano?... non venivano?... che diavolo facevano a tardar tanto!
E nel tabernacolo, dietro la piccola grata di legno, l'immagine della
Madonna Addolorata, col seno trafitto da sette spade, guardava con gli
occhi neri di vetro, terribili nel volto scialbo, quel degno ministro
di Dio, acquattato lì a pochi passi, armato sino ai denti, tormentato
da due inquietudini: che i compagni avessero a prendere un'altra
strada, e si avessero a dimenticare di lui, che avesse a capitare
qualche pattuglia!
Ma a un tratto dei cani abbaiarono a sinistra.... si udì uno scalpitio
che si veniva avvicinando sempre più.... Come gli batteva forte il
cuore! Comparve nel crocicchio un'ombra a cavallo.... e si mise a
fischiettare un'arietta popolare allora in voga: il segnale.
Finalmente!!
--Castrenze!
--Lasciamo stare i nomi, per Gesù Cristo! esclamò il galantuomo
impaurito, e a voce bassissima, che le piante non hanno orecchie e
sentono.
--E gli altri dove sono?
--Vengon dietro.... giù nello stradale.
Quando i due amici giunsero nello stradale, vi si fermava una massa
nera d'uomini a cavallo. Erano i briganti.
Il galantuomo si rimise a fischiettare; e don Peppino, riconosciutolo
a quel segno, ordinò a tutti che smontassero, e dessero le bestie ai
sei contadini che dovevano restare a custodirle sotto la sorveglianza
di Ciccio Raja. Fu un fantastico agitarsi d'ombre, un bisbigliare
confuso, uno scalpitìo d'uomini e di cavalli.
--Presto!... Presto!... E i vari gruppi s'ordinavano dietro a' capi,
mentre il Marchese distribuiva, a quelli i quali dovevano assaltare la
villa, il palo, la mazza, gli scalpelli e i martelli che aveva fatto
portare ai contadini.
--Siamo pronti? domandò infine.
--Pronti, risposero i vari capi.
--Avanti dunque _picciotti_!
E in queste tre parole, proferite dal Marchese a voce un po' più alta,
c'era la ferocia della tigre oramai certa che sbranerà la vittima
agognata da tanto tempo, la lieta baldanza d'un capitano che sa di
comandare uomini avvezzi a mostrare il viso.
Tuttavia capo e gregari si avanzarono con una certa trepidità: uno del
cavalli mise un nitrito che fece rimescolar tutti involontariamente. Ma
arrivarono senza intoppi alle prime case del paesello, e si fermarono.
Lì fu un nuovo agitarsi d'ombre, e un nuovo bisbigliare: e il Marchese
cominciò ad affaccendarsi di nuovo con quell'aria da generale, che, per
la sua natura d'istrione, soleva assumere sempre che se ne offrisse il
destro. Postava uomini a guardia dell'imboccatura della strada
principale; uomini a tutte le cantonate dei vicoli che mettevano in
piazza, luogo di riunione in tutti i paesi di provincia; uomini
all'imboccatura opposta della strada: e intanto s'avanzavano in
sull'arme, quatti quatti rasente i muri delle case addormentate, non
facendo rumore nemmen per uno: uomini all'entrata delle Grotte; uomini
a quella di S. Brigida, dalla quale si diramava la via che saliva alla
villa.
Oh, i sangiovannesi sono bene accerchiati, e quelli che faranno il
tiro lassù potran stare sicuri di non esser disturbati per un pezzo!
Via dunque, avanti reverendo! avanti ladroni di strada meno
disprezzabili di quell'uno in veste nera! il passo è libero, e le
vittime, due povere donne e un vecchio, aspettano, senza difesa.
--Fate presto, e con prudenza.... raccomandò loro il marchese: e le
sette iene un momento dopo disparvero nell'ombra di quella notte senza
stelle.
--Oh, se potessi prendere due piccioni ad una fava! pensava il
sacerdote con un brutale rimescolio. Basta.... forse non sarà
difficile.
XII.
Povera Lola.... Il lumino da notte posato sul tavolino, davanti a un
quadretto dell'Immacolata Concezione, con un cestino da lavoro per
riparo dal lato destro, spandeva un debole chiarore in una parte della
stanzetta, allungava smisuratamente l'ombra del cestino nell'altra
parte dov'era il letto in cui essa dormiva. La coperta bianca
modellava il suo corpo rannicchiato. Sul cuscino spiccava la sua
testolina bruna, con gli occhi chiusi, e le labbruzza semiaperte a un
respiro dolce e regolare.
Dormiva con le braccia in croce sul petto, e sognava di Giovanni.
Quante volte il giovine, spintovi dalle sue domande, non le aveva
descritto il nuovo quartierino che aveva affittato in una bella casa
in via Macqueda! A lei pareva d'essere a Palermo (in un Palermo
foggiato dalla sua immaginazione, cioè, un giardino immenso sparso di
palazzi, con una larga via nel bel mezzo, via Macqueda) e davanti a
quella casa. Trepidante, entrava, saliva le scale, sonava all'uscio
del terzo piano.... le apriva una serva (vecchia) che la squadrava tra
curiosa e meravigliata.
--È in casa il vostro padrone?
--Sissignora. Signo....
--St.... interrompeva lei con un gesto.
Attraversava in punta di piedi l'anticamera, il salotto, spingeva un
uscio pian piano, e guardava.... Come le batteva il cuore! Egli era al
tavolino, coi gomiti appoggiati sul piano, e le guance tra le palme:
pensava di certo. A che pensava? Essa, camminando sempre sulle punte
de' piedi, veniva sin dietro alle sue spalle... gli buttava le braccia
al collo.
--Oh!...
E qui una dolce sorpresa, un alzarsi di scatto, un abbraccio in cui si
confondevano le loro persone, un bacio in cui si confondevano l'anime
loro. Lui le domandava com'era venuta.... e tornava ad abbracciarla, a
baciarla, senza darle il tempo di spiegarsi.... Uno accanto all'altro
con un braccio attorno alla vita, visitavano la stanzetta. Essa la
vedeva come il giovane gliel'aveva descritta tante volte: con
l'armadione, il tavolino carico di libri dal lume con la ventola
istoriata, gli abiti pendenti dall'attaccapanni, il letto col
zanzariere di velo bianco.... di sotto alla balza della coperta
venivan fuori le punte d'un par di graziose pianelle, quelle stesse
che lei gli aveva ricamate, e regalate prima di partire....
E nella stanzetta, tutta un profumo verginale, un moscerino ronzava di
quando in quando.
Ma a un tratto essa si desta.... e presa da un terribile batticuore,
si rizza sur un gomito.... poi a sedere sul letto.... Chiusa nella
camicia da notte, con gli occhi spalancati, con le mani tra' capelli,
sta ad ascoltare.... Che è, Dio mio!... sente abbaiare i cani
furiosamente.... sente un rumor di sassi che rimbalzano sul suolo....
il guaito d'un dei cani certo colpito.... uno scalpitìo nella
spianata.... un colpo dato alla porta, uno strano scricchiolio....
Ma sono i ladri di sicuro.... e cercano di scassare la porta!
A quest'idea balza fuori delle coperte, e volgendo sguardi atterriti
verso la finestra, dà di piglio alla sottana che è col resto degli
abiti su una sedia ai piedi del letto, se l'infila in fretta, s'infila
la veste, le pianelle, e mentre cerca d'agganciarsi alla meglio la
vita con le dita tremanti, corre all'uscio: l'apre, si slancia nella
camera della zia.
Donna Costanza, supina, col volto gonfio e la bocca aperta, russava
sodo.
--Zia.... zia....
La fanciulla, ritta innanzi al letto, bianca come una morta e tremando
verga a verga, la chiamava con voce soffocata, e la scoteva.
--Eh, eh....
--Zia.... zia....
--Cosa vuoi.... che cosa c'è?... balbettò essa finalmente con gli
occhi ancora tra' peli.
--I ladri.... cercano d'entrare in casa....
--Gran Signora Maria! barbugliò la povera donna, e balzò dal letto, e
s'infilò la veste che la nipote aveva preso di sulla sedia e le
porgeva. Batteva i denti.
Attraversarono la camera come pazze, un andito, spinsero l'uscio del
salotto....
Ma anche l'uscio della stanza di don Alessio, e quello che metteva
nell'anticamera si apersero in quel mentre, e sulla soglia dell'uno
apparve il vecchio, su quella dell'altro la serva.
Il povero Berlingheri era in maniche di camicia, con la vecchia
giberna ad armacollo, la lucerna in una mano, il fucile nell'altra:
aveva la faccia più bianca del berrettino da notte tirato sin
sull'orecchie. Lisabetta non aveva avuto certo il tempo di buttarsi
qualcosa addosso: la camicia nera, rattoppata, le cadeva da un lato
sul braccio, mostrava a nudo metà del petto vizzo, sussultante. Era
morta dallo spavento: batteva palma a palma, si dondolava sulla vita.
--I ladri.... i ladri.... ripeteva con una nenia strana come se
cantasse. Stan scassando la porta.... stan scassando la porta....
--Padre....
--Fratello mio....
--Co.... cocoraggio Co.... coraggio.... tartagliava l'infelice per
rassicurare quelle povere donne. E posò la lucerna sul tavolino, e
stringendo nelle mani quel fucilone che pareva una canna da pescare,
andò alla feritoia, ne aprì lo sportellino con la mano tremante,
riuscì a introdurre la lunga canna nell'apertura, chiuse gli occhi, e
tirò il grilletto. Parve che il fucile facesse cecca, però il colpo
partì immediatamente dopo. Allora fuori di sè, come se quell'atto
avesse esaurite le sue ultime forze, lasciò l'arma che s'arrestò a
mezza aria con la canna dentro alla feritoia, e si messe a urlare con
voce rantolosa:
--Aiutooo!... aiutooo!...
A quello sparo, a quegli urli, due tremendi colpi rintronarono tutta
la casa, e la porta di fuori volò in ischegge, fra un tintinnire
metallico, certo del chiavistello che, sconficcato e lanciato per
aria, cadde, e ribalzò sul pavimento.
Lisabetta balzò a un angolo della stanza, vi si rannicchiò coprendosi
la faccia con le mani, invocando tutti i santi del calendario, sempre
con quella strana nenia: donna Costanza, Lola, corsero strillando a
stringersi al povero vecchio, e l'abbracciarono: stettero tutt'e tre a
guardar la porta, quasi paralizzati. E ad accrescere orrore a quella
scena, dal paesetto, per il silenzio della notte, s'elevò un clamore
infernale, e uno coppiettìo di fucilate.
Allora perdettero la testa affatto, e si misero a correre per la
stanza all'impazzata, cercando un'uscita senza poterla trovare.
--Giovanni mio.... Giovanni mio.... ripeteva tra di sè la povera
fanciulla con ambascia, nè in quella confusione poteva connetter
altro. Poterono infilar l'uscio della camera di don Alessio, spintivi
dal pericolo imminente, come intesero per le scale un rumor di passi
precipitosi che si venivano avvicinando. Andarono a cacciarsi in un
camerino che c'era a destra entrando, e dove il vecchio soleva tenere
gli abiti e la biancheria. Stettero nell'angolo più riposto,
abbracciati, immobili tra gli abiti, rattenendo il respiro,
nell'ingenua speranza di non esser trovati.
Un calcio poderoso fece spalancare con violenza l'uscio del salotto,
che la serva aveva richiuso, e i banditi irruppero urlando: non vi
muovete o siete morti! Uno di que' demóni era avanti, con la lanterna
in una mano e il fucile nell'altra, gli altri venivan dietro in
sull'orme, con certi visacci da atterrire. Il reverendo con il
cappellaccio sugli occhi, il galantuomo con la faccia attraversata
dalla benda, attesa la schioppettata avevano creduto prudente tenersi
tra gli ultimi: non si sa mai quel che può succedere.... molte volte
gli agnelli soglion diventare leoni!... Però videro lo schioppo a
mezz'aria con la canna cacciata nella feritoia, e ripresero animo: se
chi aveva sparato aveva abbandonata l'arme, potevano star sicuri di
non incontrare nuova resistenza. I banditi intanto si scagliarono
addosso alla povera Lisabetta ch'era rimasta rannicchiata nell'angolo.
L'afferrarono per i capelli, e la costrinsero a mostrare il volto, la
minacciarono coi pugni stretti, e coi calci dei fucili, l'ingiuriarono
domandandole dove s'eran cacciati i suoi padroni. Ma l'infelice era
esterrefatta, li guardava con gli occhi istupiditi, non riuscendo che
a mettere dei suoni inarticolati. Con una pedata la mandarono
ruzzoloni, e avanti. Si slanciarono nella camera da letto del vecchio,
urlando, non vi movete, o siete morti! Oh, sì, il poveretto, che
tremava nel camerino stretto alle due povere donne, ne aveva proprio
voglia di muoversi! Cercarono da per tutto: dietro a' mobili; sotto il
letto; e accortisi finalmente dell'uscio del camerino, lo sfondarono a
calci, e dentro.
Seguì una confusione terribile:--Son qua.... son qua....--Non vi
movete, sangue....--Assassino....--Si.... signori miei.... si....gnori
miei.... E strilli di donne.
A un tratto rimbombò un colpo d'arme da fuoco.... si sentì il rumor
d'un corpo che stramazzi.... un grido straziante: Figlia.... figlia
mia....
In quella confusione, un fucile s'era scaricato accidentalmente.
Povera Lola!
A un silenzio lugubre di pochi secondi successero uno scalpiccio,
delle bestemmie, delle frasi smozzicate di minacce: afferravano il
povero padre, lo strappavano a forza dal corpo della figlia, lo
trascinavano fuori dal camerino: anche donna Costanza trascinavan
fuori, ma come peso inerte: più fortunata in questo dal fratello, essa
era svenuta. La lanterna che teneva uno dei banditi, e rischiarava or
qua or là quella terribile scena tra il fumo e il puzzo della polvere,
gettò una striscia di luce sul corpo della povera fanciulla, a metà
sprofondato dentro una cesta sotto agli abiti appesi, con le braccia,
il capo e i capelli penzolanti, gli occhi sbarrati nel volto livido.
S'accorsero che donna Costanza era svenuta quando un di loro tornò col
lume ch'era andato a prendere nel salotto: la lasciarono stramazzar
per terra, e corsero al vecchio che i compagni tenevan per le braccia,
e pel petto della camicia. L'infelice era istupidito dal dolore.
Signori miei.... balbettava, signori miei.... la mia povera figlia....
Tuttavia fu necessità che desse loro i danari. Ripetendo come un
ebete, tutto.... tutto.... si fece al letto, frugò, con le mani
tremanti, sotto al cuscino, ne levò una chiave, andò a rimuovere un
piccolo armadio, e aprì uno sportello ben praticato nella parete e
imbiancato com'essa.
Agli occhi avidi dei banditi che s'affollavano, si presentarono,
schierati in quel nascondiglio, cinque o sei sacchetti rigonfi. Fu un
pigiarsi, uno stendere confuso di manacce, un ghermire rapace. E il
povero vecchio, approfittando del momento in cui supponeva i banditi
bastantemente occupati, si mosse per accorrere in aiuto della
figliuola, che, con quella pietosa ostinazione di chi perde un essere
caro, non voleva credere ancor morta, benchè l'avesse veduta
stramazzare senza mettere un grido.
Ma una mano di ferro gli si posò sul braccio, e lo costrinse ad
arrestarsi.
--Dove vai, assassino!
Era il feroce Mamola, e lo guardava bieco.
Era dunque quel povero padre l'assassino! quel povero padre che
agonizzava nello spasimo di sapere ferita a morte la sua creatura, a
pochi passi da lui, chiedente l'aiuto che barbaramente gl'impedivano
di darle.
--Signori miei.... per pietà.... signori miei, la mia povera
figliuola.... se ne muore senza soccorso.
--Ancora col solito ritornello! riprese il bandito bruscamente.
Lasciala stare quella.... (e l'infame osò pronunziare la terribile
parola) pensa alla tua vita piuttosto!
Il povero padre mise un gemito.
All'ordine dato dal feroce Mamola, tutti i sacchi furono posati sul
tavolino, e sotto gli sguardi cupidi e diffidenti del Rizzotto, e del
galantuomo, si sciolsero, e si esaminò quel che c'era dentro, un par
di migliaia d'onze al più, in moneta d'oro e d'argento. Non era certo
quello il tesoro, il vecchio furbo voleva prenderli per minchioni....
Fu per questo che Mamola gli si piantò davanti, e fissandolo co' suoi
occhiacci iniettati, e afferrandolo con mal piglio per il braccio, gli
disse:
--Via, vecchia carogna, dicci dov'è nascosto il resto del danaro....
Il poveretto protestò, si contorse, disse che con quel chiodo nel
cuore di non potere dar soccorso presto alla figliuola, pur che lo
lasciassero in pace, gli avrebbe dati dei milioni se li avesse
posseduti.... Sì, egli aveva altre sei mila onze, però due giorni
addietro le aveva prestate al fratello, cui bisognavano per compir la
somma necessaria alla compra del Cigno, messo in vendita dai Carabillò
di Cammarata.... Se non gli credevano gli potrebbe far leggere....
Un terribile schiaffo, datogli da Mamola, gli troncò le parole in
bocca.
--Oh, ammazzatemi che è meglio! barbugliò l'infelice con le labbra
insanguinate.
--Ah, inventi frottole!... ah, voi rubarci la somma più grossa!... Tò,
pezzo di ladro!... Tò, pezzo d'assassino!... Il resto dei danari,
sangue.... il resto dei danari, o ti scanno....
E il bandito, orribile a vedersi con la faccia livida tutta rasa, con
la schiuma alla bocca, picchiava e picchiava di santa ragione a ogni
esclamazione, e col pugno, e col fucile volto per la bocca, mentre il
debole vecchio, stordito, accecato, e tutto contuso, or pencolava da
un lato, or dall'altro. Una pedata lo fece cader di peso.... Dovettero
levarglielo dalle mani.
Nè il galantuomo, nè il reverendo avevano preso parte a questa brutta
scena: temevano d'essere riconosciuti malgrado il loro travestimento:
il primo se n'era stato vicino al tavolino a guardare i sacchi col
danaro; il secondo, sinistro col cappellaccio nero sul naso, e quel
che si vedeva dal volto con uno sgraffio sanguinante dall'angolo della
bocca sin sotto al mento, andava battendo col martello sulle pareti,
chi sa ci fosse praticato qualche nascondiglio. Ora però parvegli
venuto il momento d'immischiarsi anche lui in quella faccenda. Il
vecchio era tenace. Che busse! ci voleva altro per rompergli lo
scilinguagnolo: e quella gente era capace di lasciare il banco e il
benefizio.... Bella davvero! non ci mancava altro.... essersi messo
all'arrischio di perdere la libertà, e forse la vita, perchè? per
niente! e la andrebbe così, se il vecchio non cantasse!
E quest'id
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