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Dal cellulare a Finalborgo

by Paolo Valera · Italian · Gutenberg #25285 · 530,365 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Dal cellulare a Finalborgo
    
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Title: Dal cellulare a Finalborgo

Author: Paolo Valera


        
Release date: May 2, 2008 [eBook #25285]
                Most recently updated: January 3, 2021

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/25285

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DAL CELLULARE A FINALBORGO ***




Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net
(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)









                             PAOLO VALERA

                            DAL CELLULARE
                             A FINALBORGO



                       ILLUSTRATO DA G. ZUCCARO



                                Non è quello che si è sofferto noi
                                quello che più mi pesa, ma quello
                                che si è fatto soffrire agli altri.

                                FEDERICO CONFALONIERI.



                                MILANO


              TIPOGRAFIA DEGLI OPERAI (SOC. COOPERATIVA)

                   _Corso Vittorio Emanuele_ 12-16

                                 1899



                                 ALLA

                           MIA BUONA MARIA





__L'inverniciatore descrive il camerotto di S. Fedele.__


Ho sempre avuto la fortuna di trovare sul cammino della vita dei
simpatizzatori o delle persone che mi volevano bene prima di
conoscermi. Al Cellulare, nello stanzone di «carico e scarico», mi si
registrava e mi si salutava come un personaggio di casa. Mi si
ricordavano episodii della mia vita cui io avevo completamente
dimenticati. Come quello di essere stato alloggiato in una cella come
scrittore scollacciato o come un _égoutier_ della penna.

Tra gli impiegati che volevano assolutamente essermi utili, era un
giovinetto alto, elegante, con una bella faccia illustrata dai baffi
superbi e chiari e illuminata dalla lucentezza degli occhioni neri in
campo azzurro. L'unghia lunga del mignolo e la cravatta di _foulard_ a
palloncini gialli sul fondo solferino pallido, e i manichini che gli
uscivano candidi dalle maniche, gli davano l'aria di gran signore.

--Se le occorre qualche cosa non mi dimentichi.

Lo ringraziai con la voce turbata dalla gentilezza. Era una
consolazione trovare chi non aveva paura di stendervi la mano nelle
giornate di Bava Beccaris. Prima dell'arresto passavo per le vie come
un fantasma che faceva germogliare in coloro che mi conoscevano
un'interrogazione:

--Come, non è ancora stato arrestato?

Gli intimi sgusciavano via come ombre. Era in tutti lo spavento di
compromettersi. Se l'imprudenza mi faceva fermare qualche amico,
l'amico diventava smorto e mi diceva, con l'orologio in mano, che
doveva correre in qualche luogo.

Domandai subito una stanza a pagamento. Era troppo tardi. Le stanze di
lusso erano state tutte prese dai deputati, dai giornalisti e dalle
persone facoltose che mi avevano preceduto. Ma non dovevo
preoccuparmene. L'impiegato che mi voleva bene se ne sarebbe occupato
come di una cosa personale. Per il momento bisognava accomodarsi come
si poteva, perchè il Cellulare non era mai stato così pieno.

--Ha dei libri?

--Neppure uno! Mi hanno sorpreso ieri mattina in letto e nella
confusione mi sono dimenticato di insaccocciare un po' di munizione
intellettuale.

--Non ci pensi, stia tranquillo. Parlerò io al bibliotecario e verrà
immantinenti a portarle volumi che le piaceranno. Dei romanzi che ho
letto io e che le faranno passare le giornate come in un sogno.

--Di Barrili?

Uscito dalla stanza della registrazione, passai un cancello di color
oscuro e mi trovai in un ambiente assai diverso. Non c'erano più
riguardi. L'angelo custode mi trattava volgarmente col voi.

--Tirate fuori tutto ciò che avete nelle tasche!

Nella stanza della visita mi ingiunse di svestirmi, e di fare presto,
perchè lui non aveva tempo da perdere.

--Fuori anche le calze, mammalucco!

Mi palpeggiò gli abiti e la biancheria con la voluttà dell'aguzzino
alla ricerca di qualche cosa nascosta.

--Che cos'è questo?

--Un lapis!

--Vi piacerebbe un lapis! Perchè non l'avete tirato fuori quando ve
l'ho ordinato?

Non gli risposi neanche. Era anche lui un'autorità del momento.

Mi condusse di sopra al primo piano, e mi chiuse in una stanza
«intermedia». Le «intermedie» servono per i malviventi di passaggio.
Hanno sei o sette sacconi di paglia in terra, la secchia dell'acqua e
il bugliolo delle evacuazioni nell'angolo. Nei giorni di Bava Beccaris
erano affollate di «rivoluzionarii».

Non ci volle molto a capire che i miei cinque compagni erano degli
idioti che nessuno sarebbe mai riuscito a intellettualizzare. Erano
stati sorpresi dal ciclone militare, ma tre di loro non sapevano
neppure il significato della parola rivoluzione. Il quarto era un
giovanotto mingherlino che faceva il tintore in una fabbrica a qualche
miglia dalla ripa di porta Ticinese, e che nella giornata di sabato
era andato con degli altri a bere nelle osterie senza pagare e a
domandare dei prestiti a dei fittabili senza l'intenzione di
restituirli.

--Credevate di fare la rivoluzione?

--Sì, mi disse egli chiudendo le dita a ventaglio. Facevamo della
rivoluzione! Non creda però che si sia fatto denaro. Finita
l'escursione, avevamo bevuto mezzo litro di vino e ci saremo spartiti
una e cinquanta a testa.

Il quinto era un ex-cameriere che si occupava più della sua pipa e del
suo ventre che degli avvenimenti che lo avevano mandato in prigione.
Era uno sboccaccione che mi fece sentire più di ogni altro la
ripugnanza per la coabitazione forzata. Egli non aveva riguardi. Si
scaricava delle ventosità nel modo più indecente.

Il più buono dei tre era un inverniciatore che passeggiava dalla
mattina alla sera coi tacchi ferrati come i piedi dei cavalli,
zufolando, o dando in ismanie per essere stato arrestato senza colpa
alcuna.

--Si figuri che io non ho saputo della morte di Vittorio Emanuele che
ieri; questo per dirle che non ho nulla di comune con l'uomo politico.
Ero in casa che stavo per andare a dormire. Tra le otto e le otto e
mezza sentii bussare. Chi è? Andai ad aprire. Erano due agenti di
questura in borghese. Mi domandarono se ero il tale. Nossignori,
risposi. Come vi chiamate? Così e così. Venite con noi, che il
questore ha bisogno di parlarvi. Il questore? Non me lo feci dire due
volte. Chi male non fa, paura non ha, va bene? Avevo lavorato tutti i
giorni come nelle altre settimane e alla domenica ero andato col mio
ragazzo a pescare.

Di che cosa dovevo avere paura? Dissi alla moglie di non inquietarsi
che sarei ritornato subito. Il signor questore non era uno stupido e
sapeva quel che si faceva. Mi buttai in dosso la giacca in fretta e
giù dalle scale con loro. Mi parevano buoni diavoli. Parlavano come
persone dolenti di avere dovuto disturbarmi. Si figurino! Faccio
intanto una passeggiata. Sul corso di porta Magenta mi diedero anzi un
solfanello per la pipa. Piperei tutta la vita. Quando fummo in
questura parlarono con un altro e mi lasciarono dicendo che sarebbero
venuti a prendermi. Con tante cose da fare in quei giorni, si saranno
dimenticati, perchè li aspetto ancora.

Fatto sta che il nuovo individuo mi disse di vuotarmi le saccocce. Se
non ho niente! Guardi pure. Faccia il comodo suo. Sono uscito di casa
per un momento. D'abitudine non vado mai attorno coi denari in tasca.
Al sabato consegno la settimana alla mia donna e non ci penso altro.
Quando ho il tabacco per la pipa, basta. Non sono mica un beone che
sciupa il sudore di una giornata nelle bettole. Coloro che frequentano
il trani finiscono sempre male.

Dicevo bene? Sicuro che non avevo niente, aperse l'uscio del primo
camerotto e felicenotte. Non mi disse neppure che chiudeva. In casa
mia, nel casone di via Ochette, siamo in sei e si vive tutti in una
stanza. Si sa, un povero operaio non può fare tanto cogli affitti così
cari. Si figuri che pago più di cento lire all'anno. C'è di buono che
il padrone è una pasta d'uomo. Se non arrivo in tempo non mi butta in
istrada. È un padrone di casa che sa anche lui il vivere del mondo.
Con dei figli che mangiano tanto pane, un povero padre non può sempre
pagare la pigione in giornata. Che cosa dicevo? Parlavo del camerotto.
Un vero castigo di Dio.

Mi sono trovato in mezzo a un fumo che mi fece chiudere gli occhi e
tossire come un vecchio di sessant'anni. Non ci si vedeva. Era pieno
come un uovo. Gli uni erano addosso agli altri e nessuno poteva
muoversi. Creda a me che non dico bugie. Erano gli uni sugli altri
come le sardine. Fu una vita da cane la notte del mio arresto. L'aria
che si respirava rivoltava lo stomaco. Faceva venire voglia di
vomitare. Nel piccolo spazio tra l'uscio e il tavolazzo, pareva di
essere in una marcita. Gli sputi di tutta quella gente che masticava
il tabacco avevano ridotto il terreno molle e sdrucciolevole. Coi
piedi nelle pozzanghere si stava malaccio. Si sentivano i reumatismi
venire su per le gambe. Non si poteva camminare perchè eravamo in
troppi. Quando tiravo su il piede per poggiarsi sulla gamba, sentivo
il «ciac» della palta che si staccava dalla suola. I muri sudavano.
Era un sudore che restava alle dita come la gomma. Sul tavolazzo non
si stava meglio. I seduti dovevano tenervi le gambe piegate fino agli
occhi con le dita allacciate. Quando c'era qualcuno che aveva bisogno
di spandere acqua, si voleva morire. La tinozza lasciava venir fuori
un odore che asfissiava.

Non c'era posto, ma il carceriere era un diavolo che non faceva caso a
quello che dicevamo. Apriva e ne cacciava dentro degli altri senza
tanti complimenti. Lui non aveva tempo da perdere. Conosceva nessuno e
trattava tutti alla spiccia. Cinque o sei erano vestiti bene. Si
capiva che dovevano essere persone di considerazione perchè avevano
gli anelli brillantati sulle dita che abbagliavano la vista. Un
signore grosso, col pancione dell'uomo che mangia bene, faceva
compassione. Si asciugava gli occhi e diceva che la sua famiglia
avrebbe pensato male a non vederlo andare a casa. C'erano degli altri
nella stessa condizione. E la mia Margherita? Mi pareva di sentirla
piangere. La vedevo andare alla finestra tutta disperata a cercarmi
giù nell'ombra o all'uscio della scala ogni volta che sentiva i passi
di qualcuno. In dieci anni di matrimonio non ho mai dormito fuori di
casa. E una povera donna che voglia bene al marito si impressiona.

In pochi nasceva il bisogno di parlare. E quelli che dicevano qualche
cosa era per lamentarsi di essere stati portati via dalle loro
famiglie innocenti. Io ero sempre in piedi che aspettavo il posto
d'uno del tavolato. Mi ero straccato a stare lì senza muovermi.

Dovevano essere le dodici. La gente del camerotto sembrava sopita nel
tenebrore della lanterna. Si vedevano qua e là teste che precipitavano
sul petto come cariche di piombo. I gruppi appisolati avevano pose che
in altri momenti avrebbero fatto sgangherare dalle risa. Qua e là si
russava come tanti porci. Lungo il corridoio si udivano, in certi
momenti, tonfi o corpi che si urtavano violentemente con delle grida
che morivano dietro gli uscioni.

Un po' dopo ho dovuto ricaricare la pipa e fumare, per illudermi che
gli individui sulla tinozza erano persone sedute. Venivano via i
miasmi della fogna che mi andavano per la cappa del naso come della
starnutiglia. C'era uno in manica di camicia che non pativa come
pativo io. Mangiava il suo pane senza starnutare. Era già stato in
prigione e ci aveva fatto l'osso. Mi diceva che era uscito ieri
l'altro dal Cellulare e che aspettava la scarcerazione d'ora in ora.
Non era però impaziente. Aveva la sorveglianza e con la sorveglianza
si sta meglio dentro che fuori. Parola d'onore. Dai tredici ai
diciannove anni non aveva fatto altro che uscire per rientrare,
sovente senza guadagnare un centesimo. Gli ho domandato che mestiere
faceva. Parve sorpreso. Sono cose da domandare? _El tirador de
sacchett_.

Pescava nelle tasche delle signore, mi diceva lui, con una delicatezza
che non disturbava le derubate. Doveva essere un buon diavolo, perchè
raccontava su tutto, come tra vecchi amici. L'ultima volta era stato
côlto in chiesa. Non immaginatevi grandi guadagni, mi diceva. In
chiesa si busca da vivere, ma non si fanno quattrini. Le donne vi
vanno a pregare con la moneta in saccoccia per la scranna e per
qualche povero all'entrata. Non c'è che la signora in via a fare spese
di qualche importanza che vi vada col portamonete gonfio. E poi
credete che si possa continuare a lavorare nello stesso sito? Se vi
ritornate prima di qualche mese vi sentite agguantato da due falsi
divoti che vi aspettavano da un pezzo. È una professione piena di
rischi. Se non fosse tardi, l'avrebbe cambiata da parecchi anni. Ma
adesso c'è e bisogna che vi resti.

Venni svegliato dal fracasso dell'uscione. Se ne cacciarono dentro
altri cinque o sei, venuti da chi sa dove, a pugni sulla testa e sulle
spalle. Ero così ingarbugliato dal sonno che non ho potuto vedere le
guardie in borghese che pestavano gli arrestati senza misericordia.
Forse avevano ragione. I cinque o sei non mi parevano facce da
galantuomini. Si erano lasciati battere senza dire una parola. Si
tiravano su i calzoni e facevano sparire i pugni dai cappelli, con la
grazia più naturale del mondo. Chi erano? Pochi di buono
indubbiamente. Sono stato arrestato anch'io, ma non mi si è fatto
nulla. Gli agenti non sono poi dei cani, diavolo. Non dànno via per il
gusto di dar via. Siate onesti, se volete essere rispettati.

Si respirava come i moribondi. Anche quelli seduti incominciavano a
dire che era una vera porcheria chiudere in una stanza lurida tanti
cittadini. L'acqua doveva essere diventata calda come l'orina. Pure si
beveva con piacere perchè c'era una caldura che toglieva il respiro e
c'erano delle ore prima che venisse mattina. Non potete immaginarvi
come mi dispiaceva di non avere avuto cinque centesimi in tasca.
Sognavo l'alba con un bicchierino di grappa. Fa tanto bene quando si
ha i piedi nel sudiciume e si è passata la notte senza dormire. Non so
che cosa si faceva di fuori. Ma di tanto in tanto udivo delle persone
che s'arrabattavano per la muraglia urtate da qualche prepotente che
smanacciava. Erano forse degli altri arrestati che gli agenti
spingevano nei camerotti.

Alle quattro non si poteva più dormire. Si sentiva il sussurro del
brodo che bolle nella caldaia coperta. Si chiacchierava sottovoce. Si
ragionava sui tumulti di Milano.

Nessuno sapeva come avevano avuto principio, ma tutti erano d'accordo
nel biasimarli. Perchè avevano fatta la rivoluzione? Si parlava di
morti e feriti come se ci fosse stata una grande battaglia. Ho sentito
cose da far venir su la pelle d'oca. Perchè avevano fatto la
rivoluzione? Era la domanda che si facevano l'un l'altro di tanto in
tanto. Non si stava forse bene? Non erano che i lazzaroni che si
lamentavano. La gente che lavora non ha tempo di pensare a tante
storie. Il lavoro stracca e non lascia il tempo di sentire asinate.
Quando io vado a casa alla sera, mangio la minestra con ingordigia,
faccio la mia pipata con piacere e vado a letto mezzo addormentato.
Gli oziosi vanno in giro e si scaldano la testa.

Si aperse di nuovo l'uscione con fracasso. L'incaricato pareva in
collera. Povero diavolo, non aveva chiuso occhio in tutta la notte.
Doveva essere sfinito morto. Si fece un'altra infornata. Dicevano che
non c'era più posto. Ma gli agenti provavano il contrario. Cacciavano
su gli arrestati calcandoli alle spalle con sfuriate di parole
porcone. Aspettiamo a biasimare gli agenti. Non si sta su tutta notte
senza perdere la pazienza e non si dicono villanie senza qualche
ragione. L'uscio si richiuse con rabbia. Gli entrati parevano bruti.
Quattro erano malvestiti e dovevano essere vagabondi. Gli altri
avevano l'aria di essere signori. Uno di essi era grosso, piccolo, con
un cappellaccio in testa che faceva paura. Poteva essere un
rivoluzionario. Ho sentito dire che era uno scultore che aveva fatto
la barricata con le sue statue e che aveva messo le mani nel sangue di
un soldato. Pareva abbattuto. Aveva una faccia scolorata che faceva
stremire. Gli altri dovevano essere persone istruite perchè parlavano
con parole difficili. Mi fece colpo la parola lubrico--una parola che
è sempre in bocca del mio padrone quando dà degli ordini agli
spalmatori d'olio.

Dicevano che il suolo era lubricato, per dire che non si poteva stare
in piedi. Erano stati arrestati a domicilio. Si capiva, dal
tutt'assieme, che erano pesci grossi perchè non si mischiavano con gli
altri.

Più tardi è entrato un signore con tanto di catena d'oro. Ci disse che
era stato arrestato sullo stradone di Abbiategrasso. Veniva a Milano
in carrettella e non sapeva dei disordini. Gli hanno domandato in che
mondo viveva. Abbiategrasso non era mica in America. Lui era come me.
Non leggeva mai i giornali e ignorava tutto quello che avveniva. Io
sono buono di leggere, ma faccio troppa fatica. Cinque minuti dopo, le
parole mi vanno insieme e mi pare di essere ciocco. Non sono poi
curioso. A me importa proprio niente di sapere gli interessi degli
altri. Ho anche troppo da fare a tirare innanzi la mia baracca, senza
darmi dei grattacapi.

Dove sono rimasto? Al signore della carrettella. Egli aveva una micca
in saccoccia. Gliela avevano fatta comperare i carabinieri a porta
Ticinese per paura che morisse di fame. Io cominciavo proprio ad aver
fame. Speravo di vedere mia moglie con la sporta. Povera donna. Mi
voleva bene e io rimanevo nel camerotto a perdere il tempo.

Alla mattina, con un po' d'aria fresca e un po' più di luce,
sembravamo tanti ubbriaconi che avessero passata la notte in un
porcile, o in un acquavitaio che ci avesse rasi come una damigiana.
Eravamo bianchi come i cadaveri. Il più allegro era sempre il
precettato. Egli era rimasto in manica di camicia e con la sua giacca
aveva coperto le gambe di uno sconosciuto che tremava dalla febbre e
dalla paura. Gli ho dato la pipa da spazzare una seconda volta.
All'odore del luogo ci eravamo abituati. Non c'era che l'impazienza di
uscire. Chi doveva correre al lavoro, chi aveva degli affari
importanti e chi si sentiva voglia di sgarbugliarsi gli occhi con del
caffè caldo. Prima delle otto eravamo ricaduti nella disperazione.
Perchè non ci si lasciava andare? C'erano gli scalmanati per l'uscita
che non si lasciavano acquietare se non dicendo loro di rammentarsi
che non avevano da pensare a noi soli. Alle otto venne il carceriere a
domandarci se volevamo qualche cosa. Quasi tutti gli domandarono se
non era tempo di liberarci. Ci disse di fare presto, che lui aveva tre
camerotti zeppi di gente che aveva fame. Allora fu una gara, e il
carceriere dovette pregarli di andare adagio. Chi comandava del caffè
e dei sigari, chi del pane e salame e chi una frittura di fegato col
limone. C'erano signori che si ricordavano del limone in un momento da
strapparsi tutti i capelli dalla testa! Non ci furono che due che non
gli diedero seccature: io e il precettato. Eravamo tutti e due senza
il becco di un centesimo. Venuta la distribuzione, si sono ristorati
come hanno potuto. Mangiavano con le mani e stracciavano il pollastro
coi denti. C'erano di quelli che avrebbero voluto il tovagliolo.
Ringraziate Dio, o brontoloni, si diceva, che avete il fazzoletto.

Le persone di cuore non possono mangiare senza dividere con coloro che
non mangiano. Io e il precettato abbiamo finito per menare i denti più
degli altri. Della gente buona ce n'è dappertutto. Ci fu quel signore
col cappellaccio, che dicevano avesse fatto la barricata con le
statue, che mi diede il suo vino. Egli non aveva voglia di bere.
Grazie.

Non so come si faceva a non crepare. Ci mettevamo i gomiti sullo
stomaco per mancanza di posto e tenevamo la mano sulla schiena di
quelli davanti per non buttarci addosso le cose brodose.

I vestiti più bene offrivano i sigari a quelli che non avevano da
fumare. In pochi minuti eravamo tutti in una nube, l'uno non vedeva il
naso dell'altro. Il fumo purgava il camerotto che alle volte puzzava
come una latrina. Verso le dieci o le undici ore eravamo stufi, stufi,
più che stufi. Non si sapeva niente, nè se ci si lasciava andare, nè
se ci si mandava in qualche luogo.

Il caldo era diventato eccessivo. Si sgocciolava. Finalmente si aperse
un'altra volta l'uscione e ci si fece uscire a due a due. Fuori
dell'uscita c'erano dei signori in borghese che a certi individui
lasciavano andare degli scapaccioni. Probabilmente li conoscevano. A
me non si è fatto nulla. Chi male non fa, paura non ha. Mi si fece
salire in un carrozzone e mi si condusse qui al Cellulare. Nel
carrozzone credevo proprio di lasciarvi la pelle. Nella mia celletta
eravamo in tre. Ci mancava il respiro. Provai una grande contentezza
quando mi trovai nel cortile del Cellulare.

Me l'ho scampata bella. Dio non c'è per niente.




__Il soccorso.__


È una scena piangevole che potete vedere ogni mercoledì e ogni
domenica, tra le dieci e la una, sulla piazzetta Filangeri, dinanzi
l'edificio della sventura sociale. Ma in un giorno o nell'altro non
troverete mai la folla delle giornate di Bava Beccaris, quando ciascun
cittadino aveva paura di non essere più cittadino e ogni donna poteva
essere disgiunta dall'uomo da un ordine imperativo o da una mano
brutale.

La mia pagina è una fotografia senza ritocchi di una di queste
domeniche.

L'orologio di un campanile suonava le otto e il sole bruciava le
cervella. Sul piazzale si vedevano alcune carriole cariche di frutta
acerbe o sfatte, di dolci perseguitati dalle mosche e di cose
mangerecce coperte di polvere. Il portone traduceva un corpo di
guardia improvvisato in una città insorta. Un portone coll'andirivieni
della gente che fa paura. C'erano soldati in piedi, soldati che
riposavano sulla paglia sternita nei fianchi, soldati che entravano e
uscivano, soldati che si asciugavano la fronte e si aggiustavano la
giberna sul ventre. Si vedevano andare e venire secondini, guardie di
finanza, delegati, questurini, carabinieri, ufficiali, autorità
carcerarie, autorità militari--tutte persone che ricordavano il
momento, persone dalla faccia feroce, persone che passavano come
ventate di collera, persone pronte a venire alle mani col primo che
avesse detto una corbelleria.

L'ufficiale di guardia pareva, col pensiero, a spasso. Con la ciarpa
azzurra a tracolla, seduto sulla sedia addossata al pilastro con una
gamba sopra l'altra, si ninnolava buttando in alto il fumo diafano
della sigaretta.

Le donne giungevano sole e a gruppi con i fagotti, i canestri e le
corbe piene di roba e si appoggiavano al muro della carcere o andavano
ad occupare i sedili di granito della piazzetta o si aggruppavano alle
altre aggruppate nel largo in faccia al bastione. Tra le popolane dal
faccione prosperoso e dalle maniche rimboccate sull'avambraccio
bronzato, c'erano vecchie che si reggevano a mala pena in piedi, teste
che riassumevano la primavera nella chiarezza mattinale e figure dalla
faccia bianca o scolorata che uscivano dalla moltitudine con le loro
vesti e i loro cappelli neri come tante ditte di un ufficio mortuario.

Imperava il dolore. Ah, se si potesse uscire dal dolore come si esce
dalle porte cittadine! Il dolore distruggeva la ripugnanza delle
vestite bene per le vestite male e assorellava le donne colpite da una
sventura comune. Tutte queste mamme, tutte queste spose, tutte queste
amanti, tutte queste sorelle vedute assieme storcevano il cuore e
facevano venir sulle labbra una parola tragica, una bestemmia brunita
dal rancore, una maledizione che si rompeva nella testa col suono
della lastra di metallo che la martellata manda in frantumi.
Riproducevano l'afflizione, l'ambascia, il dietroscena domestico, il
naufragio femminile, la devozione sublime delle donne affezionate agli
uomini chiusi laggiù, oltre il portone, al di là dei cancelli, negli
sgabuzzini del lugubre edificio imbevuto delle lagrime dell'esercito
della sventura, che ha patito più del Cristo in croce. Nei loro occhi
non era l'ardimento. Nei loro occhi era la stupefazione, lo
sbalordimento, l'umiliazione. Povere donne! Erano donne abbattute,
costernate, vinte dal supremo cordoglio che non le lasciava disfogare
la piena del loro martirio.

I carrettoni chiusi scompigliavano e buttavano manate di nero sulla tela
lugubre che s'allargava a ogni minuto. I traballamenti delle ruote
andavano sul cuore della moltitudine come fitte che si sprofondavano nelle
ferite palpitanti e sollevavano in tutti il vespaio delle supposizioni. A
ogni sussulto si correva involontariamente col pensiero nelle cellette del
veicolo che accarezzavano l'arrestato come la guaina accarezza la lama, a
palpeggiare gli incassati come se si avesse avuto paura che si fossero
rotta la testa o stessero in lotta coll'ultimo alito di vita. Chi saranno?
E l'interrogazione faceva rabbrividire. Forse saranno dei ladruncoli o dei
rivoluzionari o degli innocenti usciti dalle braccia della famiglia,
rimasta in casa a piangere la loro sciagura! E i veicoli della tortura
scomparivano e lasciavano le donne più avvilite di prima.

Questa campana! Si aspettava la campana del soccorso, la campana che
doveva far dimenticare ai cellularizzati la smisurata intelligenza
malvagia degli uomini, degli uomini che hanno per idealità il male, la
campana che consolava lo stomaco di chi mangiava poco e male. Fate
presto, in nome del Signore. Spalancate il cancello, prendetevi la
corba delle vivande divenute fredde lungo la strada, divenute
immangiabili aspettando qui sul selciato due ore, tutto un secolo.
Siate buoni, siate caritatevoli con le povere donne trambasciate!

Il convoglio degli arrestati che veniva verso il Cellulare a piedi
suscitava in ogni seno un orrore indicibile. Non poche donne erano
state obbligate a chiudere gli occhi come quando si riceve un'ondata
di luce in pieno viso. Era una banda che falciava gli ideali di
redenzione più modesti. Sfilavano appaiati ai polsi come individui
usciti da un porcaio o da un sotterraneo, con le ragnatele sulle
spalle, con l'umidore nella gonfiezza sotto gli occhi, con i capelli
irrigiditi in una zuffa spaventosa. Erano laidi, stracciati, dilaniati
dai patimenti. Circondati dai questurini, dai carabinieri e dai
soldati, il loro volto assumeva il colore acceso degli aggressori di
strada che stramazzano i viandanti a coltellate. Alcuni, con gli abiti
che non avevano perduta tutta l'eleganza e con la faccia cadaverica
fino alla fronte, davano l'idea degli insorti còlti sulle barricate
colle mani odoranti la polvere.

Altri, a piedi nudi, coi gomiti all'aria come le ginocchia,
traducevano la loro vita grama di poveracci che basivano sul
marciapiede e stendevano la mano ai passanti.

Le donne si lasciavano commuovere. Alcune singhiozzavano e dicevano
che era meglio morire che vedersi trattati come birbaccioni che
avevano fatto del male. Altre si mordevano le labbra e si
scricchiolavano le dita per reprimere la sensazione che dava loro
stille di sudore e faceva loro pulsare le tempie dal disgusto e dalla
furia.

Non mancavano più che cinque minuti. La calca piegava verso l'entrata.

La prima fila, spinta dai nuovi venuti che si cercavano un posto al
centro tra le proteste generali, andava più di una volta sul cordone
militare che non si rompeva.

La ragazzaglia aveva dimenticato la tensione dell'angoscia generale e
si era abbandonata al chiasso, e le donne, le più attempate, che si
straccavano a stare in piedi, mormoravano con la voce piagnolosa.

Proprio, non si aveva pietà per le donne dei poveri prigionieri. Con tanta
gente che soffre e con tanti soccorsi, la direzione non s'era commossa.
Continuava a ricevere alla stessa ora, nelle stesse ore, come se nulla
fosse avvenuto di straordinario. Inzuccherate il veleno, o signori! Ci
farete penare meno, ci farete! Non ci voleva un gran giudizio per capire
che bisognava far porta un po' prima. Pazienza! pazienza! pazienza! Sì,
pazienza se si avesse avuto il buon senso di mettere alla porta un
cristiano che non strapazzasse tutti come tanti servitori! Ma no! Ci
avevano lasciato quell'anticristo di vecchio sciancato che aveva l'anima
nera con le povere donne.

Tutte le volte che si doveva passare sotto un volpone di quella fatta
ingrossava il cuore davvero. Era un secondino ripugnante, col collo
che si gonfiava come quello del serpente quando va in collera, con la
faccia ridotta a una grossa cipolla ammaccata. Bastava spremerla per
vederla colare di marcia. Dio non poteva dare del bene a questi mostri
verdi come la bile. Respingeva la gente dilatando la gola e dicendo
parole che facevano andare il sangue in acqua. Pazienza. Si era nelle
sue mani e non c'era che dire.

Anche quegli altri del soccorso erano buone lane. Non sapevano dove
stava di casa la buona maniera. Bastava non aprir bene il canestro o
avere dimenticato di fare la lista come volevano loro per vederli dar
fuori come vipere.

--L'ultima volta m'hanno mandata a casa la figlia tutta piangente. Era
uscita dalla coda per isbaglio. Si sa, una povera tosa non può sapere
i regolamenti. L'hanno mandata in fila con un codazzo di rimproveri
come se fosse stata la loro figliuola! Porconi! Non hanno creanza, non
hanno. Ci vorrebbe.... Lo so ben io cosa ci vorrebbe. Acqua in bocca,
che i tempi sono tristi.

--A me mi è toccato di peggio. Mi hanno lasciato il mio Alberto per
ultimo perchè non aveva la lista scritta. Noi, povera gente, non si ha
tempo di scrivere. Loro hanno un bel dire. Vorrei vederli al nostro
posto. La ragione volete che ve la dica io? Hanno la bocca larga come
quella dei coccodrilli e i denti in gola. Quella è la ragione. Ma i
miei denari li mangio io. Sissignori, li mangio io. C'è già troppo da
fare colle disgrazie che ci manda il Signore, per avere da pensare a
queste sanguisughe che ci beverebbero tutto il sangue in una volta!

--Se ci fossero delle persone con due dita di testa ci lascierebbero
entrare senza farci fare anticamera e senza buttar all'aria i cesti
come se fosse roba rubata. Tirano fuori tutto, mettono le mani in
tutto, cacciano il risotto nel salame, la torta nello stufato, le
ciliege nell'insalata e l'arrosto nella minestra. Ci vuole dello
stomaco a mangiare il soccorso.

--Non ditelo a me, per amor del cielo, che ho veduto quello che
voialtri forse non avete veduto. Ho veduto al di là del terzo cancello
come si trattano i cesti. Non ne avete idea. Non ci sarebbe che la
morte che potrebbe farmi dimenticare il disgusto che ho provato in
quella mattina che ho assistito a tanto scempio. Credetelo, in certi
luoghi si ha più considerazione per i torsoli che si gettano ai
maiali. Vuotavano i canestri come se fossero stati sacchi di patate.
Rovesciavano sul tavolo tazzine, piatti, scodelle, tegami, stoviglie,
senza badare se il condimento dell'insalata andava sul minestrone o se
la marmellata si versava sull'arrosto. Erano sgarbati che facevano
venire la rabbia. Ma quando si ha bisogno di loro, bisogna tacere. È
una grande punizione questa che Dio ci ha mandata. Con lo stesso
coltellaccio facevano tutto. Assaggiavano, tagliavano, mettevano
sottosopra. Con lo stesso coltello infarinato e impiastricciato di
intingoli affettavano le pera, rivoltavano la minestra e il risotto,
dimezzavano il pane, facevano in due i limoni, sparavano i polli,
dividevano lo stracotto, mettendosi in bocca ora una fetta di
coratella, ora una striscia di anitra, tra le risate che facevano
male. Riducevano le torte e i pasticci, fatti in casa chissà con
quanti sacrifici, in una condizione compassionevole. Siate poveri
diavoli e vedrete come è dura la vita. Voi state a casa a darvi del
male per mettere assieme un pranzetto come si deve, per il povero
diavolo che avete in prigione, correte come una disperata o prendete
l'omnibus per farglielo mangiare caldo, e poi vedete che tutto va alla
malora, che tutto diventa freddo, che tutto si mescola, le cose
giulebbate con la carne arrostita nel brodo succoso e la cipollata col
fegato nel piatto delle fragole o dei lamponi grossi come le more.
Portate le uova fresche per tirar su lo stomaco a chi ne ha tanto
bisogno e poi venite a sapere che gli sono arrivate in cella
sfracellate, coi tuorli dispersi per le vivande. È una grande
punizione questa che Dio ci ha mandata! Ah sì, non credevo che si
potesse penare tanto a questo mondo! Si fa di tutto per risparmiare i
soldi per un cartoccio di tabacco e al colloquio vi si dice che non
avete cuore di lasciare il vostro uomo senza una pipata per passare il
tempo che non passa mai!

--I sigari o il tabacco, pazienza. Se non si fuma, non si crepa. A me
è andato perduto il cesto, una volta dopo l'altra, per due o tre
giorni. Se non ci fosse stata una buona guardia, mio marito sarebbe
morto consunto di fame. Con una pagnotta di regalo ha potuto tirar
innanzi e scrivermi per domandarmi se ero morta, se l'avevo
dimenticato. È stato un vero crepacuore. Gli avevo mandato un pranzo
da far risuscitare i morti, un cesto pieno di grazia di Dio, e lui,
povero diavolo, era rimasto in cella a straziare il mio nome onorato
con delle ingiurie che non meritavo. Avete ragione voi, Antonia. È una
grande punizione questa che Dio ci ha mandato!

Finalmente! I primi rintocchi rovesciarono la folla verso il banco
delle guardie. La gente sgomitava, si sbuttonava, si riversava tenendo
in alto i canestri, protendendo le borse e i fagotti, pregando di
accettare la corba e supplicando gli agenti a essere buoni, che erano
lì da un pezzo con la roba gelata.

Le guardie non avevano tempo da ascoltare storie. Prima della una
dovevano verificare circa mille soccorsi. Prendevano quelli che
capitavano loro alle mani, senza guardare e senza commuoversi. Chi non
rispondeva sollecitamente alle domande, veniva lasciato col pranzo in
mano. Ogni donna era obbligata a dire, in fretta e in furia, nome e
cognome del detenuto, il numero della cella, se il padre e la madre
erano morti o vivi.

--Cella 89, Giuseppe Agesilao, del fu Pietro e della vivente Teresa
Baragni.

--Avete fatta la lista?

E il braccio di chi non poteva farla vedere, veniva scansato e buttato
dall'altra parte.

Alla una pomeridiana, le donne giunte tardi o rimaste tra quelle che
non avevano potuto consegnare i fagotti, piangevano dirottamente.

La campana aveva chiusa la consegna e la campana non aveva budella.

Era un grande dolore rifare la strada con il mangiare, dopo aver fatto
tanta fatica e avere speso tutto quello che c'era in casa per
consolare i poveri cristi in prigione.

--Aveva ragione Antonia di dire che era una grande punizione questa
che Dio ci aveva mandato!




__Il diario di un mese di Cellulare.__


La mia cella è una fornace. Ho il sole sulla muraglia esterna dal
sorgere al tramonto del sole. Subisco una trasudazione che mi snerva.
Preferisco però l'isolamento alla compagnia della stanza intermedia.
Coi miei compagni sarei divenuto uno scemoide. A poco a poco il loro
linguaggio antintellettuale e trivialmente sbracato sarebbe divenuto
il mio. In otto giorni mi ero già abituato a passeggiare
sull'ammattonato fracido dei loro sputacchiamenti.

Gli _habitués_ del carcere manifestano ogni giorno, alle finestre, i
loro rancori contro i cosidetti rivoluzionari. La polizia ne ha fatte
delle retate e l'autorità carceraria ha dovuto affollarli nelle celle.
Ci accusano di essere gli autori delle loro disgrazie. Dicono che i
giudici, in conseguenza dei tumulti, sono diventati eccessivamente
severi. Coloro che in tempi ordinarii se la sarebbero cavata con delle
settimane o dei mesi, ritornano al Cellulare con degli anni di lavori
forzati e di sorveglianza.

--La sorveglianza--disse uno di loro--conduce al _domino_ (domicilio
coatto).

Il capoguardia è uno sbilucione con tanto di pancia. In questo momento
è impossibile dire se egli sia un burbero con del cuore o se sia in
lui l'anima dell'aguzzino. Perchè il personale di custodia è come
invaso dalla paura di riuscire mite. Parla a monosillabi, ha una voce
che sente del carceriere e preferisce dire di no ai detenuti che gli
domandano qualche cosa. Ieri, dopo tanta insistenza, ho ottenuto il
permesso di tagliarmi le unghie vellutate e lunghe. Ma ho dovuto
tagliarmele alla presenza di questo omaccione che rintuzza ogni
desiderio col regolamento. Il suo ufficio è un bugigattolo in faccia
all'ufficio di matricola. È in esso che ho avuto il primo colloquio.
Il capo metteva la sua faccia tra la mia e quella del mio amico. Ci
teneva addosso gli occhi semichiusi e ci interrompeva tutte le volte
che tentavamo di parlare degli avvenimenti e di scambiarci notizie che
sapevano tutti.

Gli ho ridomandato una cella a pagamento per avere il chiaro alla
sera, la materassa sulla branda e un tavolino con la scranna.

--Ce ne sarebbero così delle persone che vorrebbero questi comodi!
Abbiamo faticato a trasformare una cella a pagamento per don Davide
Albertario, venuto qui il 24. Con un prete non potevamo fare
diversamente. Con le guardie occupatissime siamo anzi obbligati a
mandarlo al passeggio solo per impedire che qualche mascalzone lo
insulti. Si sa, il Cellulare non è un collegio.

È suonata la campana che annuncia la distribuzione del pane. I
prigionieri la chiamano la «voce di Dio». È un minuto di
raccoglimento. Le finestre diventano quelle di un edificio disabitato.
Non si sente più un'anima. I detenuti sono all'uscio ad aspettare che
si apra l'usciuolo con la parola che li invade di piacere: «Pane»! Il
distributore che è uno scopino la ripete a ogni pagnotta che passa per
il buco. Lo ricevo anch'io, ma lo passo, _colombando_, al delinquente
vicino alla mia cella che ha sempre fame. È un ragazzo di diciassette
anni, scolorato come un onanista, e già recidivo. L'ultimo furto lo ha
consumato nello studio del capomastro suo padrone. Egli si aspetta il
dibattimento di giorno in giorno.

La vita carceraria è fatta per imbestiare le persone più buone e più
altamente educate. Dall'oggi all'indomani si passa dal finimento da
tavola alla scodella di terraglia del cane dell'accattone orbo. Non
c'è più biancheria, non ci sono più posate, non ci sono più cristalli,
non ci sono più tondi, più tondini, più fruttiere, più portampolle,
più insalatiere, più portastecchi. Non c'è più che il maiale con un
pezzaccio di legno scavato malamente in fondo.

Come, o signori, ma io sono un inquisito, sono una persona che deve
essere creduta innocente fino all'ultima parola della Cassazione, e
voi mi punite mettendomi in mano uno scopino disfatto e laido perchè
mi scopi la cella, e voi mi obbligate, con le mie mani abituate ai
guanti, a portare fuori e dentro la mia tana il vasone da notte come
un latrinaio qualunque! No, accidenti, no, mi ribello! capite, mi
ribello! Voi non siete autorizzati a punirmi. Voi dovete rispettare in
me il cittadino anche se fossi uno squartadonne.

Ho perduto. Mi è toccato proprio scopare e mettere fuori le porcherie
con le mie mani. La guardia al mio no! di stamane se n'è andata
chiudendomi l'uscio sui piedi. Ella mi avrebbe fatto marcire nella
puzza e nel sudiciume. Potevo ringraziare Dio--diceva--che non mi
aveva fatto rapporto. I superiori mi avrebbero convinto che avevo
torto, con dei giorni di pane e acqua.

Sia fatta la volontà degli altri. Ma se divento io direttore generale
delle carceri!...

Noiosi! gente noiosa! Sono entrati per la seconda volta i battitori e
mi hanno stordito. Battono i ferri delle finestre con un gusto e con
dei finali che spaccano la testa. Tirlic-tirlac, tirlic-tirlac,
tirlac, tirlac! Tirlic, tirlac, tirlic-tirlac, tirlac, tirlac, tirlac,
tirlac, tirlac, lac, lac, lac, lac, lac!

Di che cosa avete paura? Come è possibile che io possa segare o
schiantare i bastoni di ferro se mi avete fatto svestire e se vi siete
assicurati che non è a mia disposizione neppure un chiodo? Se le
vostre guardie non sono corrotte, voi potete smettere di sciupare il
tempo e il personale per rintronarmi le orecchie!

Mi è rimasto in mano il manico del chiccherotto e la terraglia è
andata in frantumi. È come se avessi rotto un caraffa di cristallo
finissimo. C'è tutto il Cellulare sottosopra.

Il secondino di servizio guardò i cocci con aria di sospetto, fece
un'annotazione e richiuse l'uscio. Rividi lo stesso agente con un
sottocapo, il quale entrò a dare un'occhiatina ai frantumi.

--Come avete fatto a romperla?

--Cadde. Me ne faccia dare un'altra a mie spese.

--Uhm!

Stamattina sono stato chiamato ad «udienza». Tra le sette e le otto il
direttore viene al centro della carcere, va in una stanza che
partecipa della rotonda lambita dagli esagoni e dà «udienza».

Coloro che si sono fatti iscrivere e coloro che sono stati iscritti a
loro insaputa, escono dalla cella al suono della campana che chiama a
«udienza», discendono e si fermano sulla punta del raggio, dove
aspettano che Minosse vada in sedia.

È una mezz'ora che l'ho veduto.

Il direttore era seduto a un tavolo di cucina, con la faccia sullo
sfogliazzo e le braccia sul tavolo come pesi in riposo. Con una mano
faceva dei segni rossi in margine al nome e con l'altra andava alla
ricerca della pagina.

--Come avete fatto a romperla?

--Mi restò il manico in mano.

Mi entrò negli occhi come per precipitarsi negli abissi della mia
coscienza e risalirne con la bugia in mano.

--Andate! mi disse.

Ho saputo dopo che ero stato condannato a pagarla. Non sono i venti o
i trenta centesimi che mi fanno sprecare l'inchiostro. Ma io domando
se è giustizia di farmi pagare un chiccherotto che mi si è dato
slabbrato e pieno di crepe e che aveva servito a chi sa quanti
detenuti. Vi pare, o signor direttore, è giusto che un poveraccio
sconti col digiuno un avvenimento che può avvenire a voi, alle vostre
figlie, alla vostra signora, alla vostra serva, a tutti coloro che
bevono?

Mi tocca proprio dare dell'animale all'avvocato Guglielmo Gambarotta.
È qui nel mio raggio, sullo stesso piano, ha la cella piena di volumi,
mi ha lasciato supporre che mi avrebbe fatto fare un'indigestione di
libri e poi mi tiene qui a penare e ad aspettarli ad ogni piede che
passa! Che la guardia non abbia voluto prenderli? Ma e la «colomba»,
non ha ancora imparato a «colombare»?

Non ho ancora finito di scrivere l'interrogazione che sono stato
chiamato alla spia da una voce sconosciuta.

--L'avvocato Gambarotta è uscito. Lo saluta.

--Chi siete?

Nessuna risposta. La sua uscita mi lasciò fantasticare. Che si sia
incominciata la scarcerazione degli innocenti?

Il passeggio è monotono. È come un'altra cella scoperchiata. Il gruppo
dei passeggi è di venti raggi che fanno capo a una rotonda di mattoni,
circondata di pietre, sull'alto della quale è la guardia seduta che
sorveglia i detenuti. In direzione opposta i raggi si slargano fino a
far posto a una filata di otto uomini, l'uno al gomito dell'altro. Il
cancello dalla parte più larga del passeggio ha un lastrone di ferro
che impedisce di vedere il viso di chi passa. I muri divisori sono
alti quattro metri, così che i passeggiatori di un passeggio non
possono vedere, nè capire quello che dicono, i passeggiatori di un
altro.

In venti raggi passeggiano dagli ottanta ai cento individui. Una volta
che i raggi sono popolati, la guardia discende la scaletta che conduce
alla sua altura con una manata di fidibus, li accende e li
distribuisce, di raggio in raggio, ai fumatori.

--Fuoco!

Chiusi tra queste pareti vi accorgete subito che il detenuto che
possegga un pezzo di matita lascia traccia della sua passeggiata,
quantunque sia proibitissimo insudiciare o scrivere sui muri. In
questi segni grafici io non vedo nè il grafomane, nè il delinquente.
Vedo semplicemente l'individuo che dice sul muro quello che non può
dire su un pezzetto di carta. Supponete che un condannato di ieri
possa credere che i suoi amici, oggi o domani, passeranno per lo
stesso passeggio. Non esiterà un minuto a scrivere: «Amici, salute.
Condannato a 14 anni e otto mesi. Uscirò il 1913. Coraggio! Salutatemi
la Nina. Addio.»

Si è detto che la muraglia è il libro della canaglia, perchè vi si
leggono ideacce che non possono nascere nel cervello dei galantuomini.
È dubbio. Io vorrei vedere costoro per qualche mese o qualche anno
nello stesso ambiente. A nessuno di noi, liberi, viene in mente di
scarabocchiare sui muri i «morte ai _boia_!» State in prigione e vi
vedrete un giorno o l'altro trascinati a manifestare il vostro odio
contro la spia che vi avrà denunciato, o al giudice per salvarsi, o
alla guardia per ingraziarsela, o al direttore per ottenere qualche
favore. Le stesse guardie carcerarie, le quali sovente sono vittime
dello spionaggio, partecipano di questo sentimento che erompe e trova
il suo sfogo sulle muraglie delle casematte, degli ergastoli, dei
bagni di tutto il mondo. In Francia i delatori sono perseguitati sulle
muraglie come in Italia.

--«Mort aux _vaches_!»

Ci è toccata la prima ora di passeggio. Si esce volentieri alla
mattina, specialmente quando si ha avuto una notte fosforescente come
quella passata. Non sarebbe mancata che l'imprudenza di un solfanello
per metterci in mezzo alle fiamme. I miei compagni sono quelli di
ieri.

Passeggiavano col piacere delle persone che godono mezzo mondo a
sentirsi in mezzo all'aria fresca. Il detenuto che ha i capelli ritti
come setole piantate nella testa, spingeva innanzi la faccia per
sentirsela alitare sugli occhi. Andavamo in su e in giù fumacchiando e
sparlando della direzione.

Un compagno ci raccontava che in un libro, che gli aveva prestato il
cappellano, era detto che al bagno di Tolone i forzati avevano due
arie di un'ora ciascuna. Qui invece ci si lesina anche quella poca ora
regolamentare.

Col sistema della direzione che ci conta l'ora dal primo tocco della
campana d'uscita al primo tocco della campana d'entrata, il
prigioniero del Cellulare non sta mai a passeggio più di cinquanta
minuti. Non c'è errore e ve lo dimostro. Siamo in un raggio di cento
persone. Ci sono due o tre guardie di servizio. Le celle non si
possono spalancare che tirando indietro il catenaccio. Mettete quattro
o sei mani ad aprirle tutte, e poi ditemi se gli ultimi non devono
uscire otto o dieci minuti dopo. La rientrata ha gli stessi
inconvenienti. Perchè i primi a uscire sono anche i primi a rientrare.
Il regolamento non è oscuro. Dice chiaro e tondo che ci si deve, nei
giorni feriali, «almeno un'ora» e maggior tempo «alla domenica».
Invece alla domenica ci si rubano degli altri minuti. Nei giorni
domenicali non si sta mai a passeggio più di tre quarti d'ora. La
ragione è che si aumentano i servizi con lo stesso personale di
sorveglianza. È facile capire perchè non si protesta. Prima di tutto
non è possibile trovarsi d'accordo in un carcere che ha tanti detenuti
che vanno e vengono in un giorno. Poi si farebbe del male alle guardie
che stanno più male di noi che abbiamo svaligiato o assassinato
qualcuno. Hanno un servizio di diciassette o diciotto ore sulle
ventiquattro e pagano, con le trattenute sullo stipendio ridevole, i
pisolini notturni, e le mancanze che fuori di questo luogo farebbero
storcere le budella dalle risa.

La barba lunga mi ha sempre fatto schifo. Al largo me la faccio radere
una volta al giorno. In questo periodo di Bava Beccaris ho dovuto
lasciarmela crescere quattordici giorni. I peli mi pungevano come
tante pagliuzze.

Adesso sono sbarbato e non mi pento. Ma vi so dire che ho passato un
brutto momento. È entrato nella mia cella un uomo che mi pareva avesse
gli occhi lucidi del bevitore. Il suo alito puzzava di grappa e le
maniche della sua giacca sucida erano lastricate del pattume del
mestiere. A ogni movimento sputava in terra la saliva negra della
cicca che egli rivolgeva come un boccone sotto i denti. Mi ha messo al
collo uno straccio sporco come un cencio di cucina. Gli aveva servito
per sbarbare un raggio intiero. A ogni rasoiata sudavo come sotto
un'operazione chirurgica. Avevo sempre paura di vedermi cadere una
sleppa di carne insanguinata. Sbatteva sul pavimento, che avevo reso
lucido con le mie braccia, le ditate della spuma coi peli che si era
accumulata sul suo rasoio. Il suo modo era spiccio. Dalla eminenza
dello zigomo passava per la guancia come una strisciata di rasoio.

Lascia peli dappertutto, specialmente dove il rasoio non può scorrere
liberamente, come nella pozzetta del mento.

Mi brucia la pelle della faccia come se fosse stata scorticata e ho
ancora per il naso l'odore putrilaginoso del suo sapone orribile.


Stamattina riandavo la canzone:

    C'est aujourd'hui mon jour de barbe

con piacere.

Alle undici maledivo il barbitonsore del Cellulare come un rasoio di
punizione. Egli rade e punisce.

Mi sono messo in corrispondenza con uno _scarpa_ internazionale che ha
la cella al pianterreno. Fu lui che mi scrisse per dirmi che aveva
letto tanti anni sono un mio libro.

Egli è il Rousseau dei borsaiuoli d'alto rango. Si sbottona senza
reticenze. Egli è quello che è, e non ha bisogno di far misteri con
uno che egli chiama un «dottore sociale». Non ha fatto studii, ma ha
letto e viaggiato molto. In un bigliettino di ieri l'altro mi faceva
sapere che non voleva nè la mia commiserazione, nè il mio compianto.
«Il delitto della vita mi ha frustato e fatto saltare al di là della
sbarra del codice penale, ed io non farò mai sforzo alcuno per
rientrare nell'orbita della legge.»

Egli è divenuto la mia miniera. Mi sono attaccato a lui con la tenacia
dei cercatori d'oro capitati in una terra aurifera. Per vederci egli
mi scrisse di piegarmi sulle calcagna domattina al passeggio, vicino
alla cancellata, in uno dei primi raggi, o di fare di tutto, con un
pretesto qualunque, per mettermi fra gli ultimi. Indosserà un gilet e
una giacca di velluto di seta e terrà il cappello duro in mano.

Mi sono stati raccontati gli ultimi particolari di Enrico Corio. Egli
era un tipaccio di giovine che si lasciava concitare dalla libidine
dinanzi la carne del suo sesso.

Dopo avere straziato il ragazzo fino alla strangolazione lo chiuse,
nel luglio del 1896, in una fogna, credendo di seppellire con esso
anche il delitto.

Al Cellulare, durante la lunga istruttoria, egli era preoccupatissimo
di farsi credere innocente. Di carattere piuttosto esaltato, dava in
ismanie, spesso, per convincere la guardia di servizio che egli era
veramente mondo di ogni delitto. E quando gli si diceva che se era
innocente non doveva avere paura, finiva per disperare della
giustizia.

L'accusa non gli impediva di mangiare tutti i giorni con appetito
sempre crescente.

Occupava la cella 53 del sesto raggio. Terminata l'istruttoria
nell'aprile del 97, e saputo che avrebbe dovuto comparire dinanzi i
giurati, divenne inquieto. Pare che non fosse più sicuro della sua
innocenza.

Prima si lasciava trasportare e cercava di convincere le guardie che
non sarebbe mica il primo che si manderebbe in galera innocente. La
direzione, che temeva un tentato suicidio, gli mise alla spia una
sorveglianza speciale e gli fece togliere dal letto le lenzuola che
gli potevano servire per appendersi all'inferriata.

Era domenica, tre giorni prima del processo. In domenica le guardie
sono spostate e sopraccariche di lavori. Il Corio aveva mangiato più
del solito, perchè dopo il pranzo del bettoliniere gli era giunto
anche il soccorso che gli aveva mandato o portato la moglie. Alle tre
del pomeriggio era ancora vivo. La guardia era entrata e lo aveva
sorpreso che stava lavando il fazzoletto senza sapone. Stava appunto
mollificando la tela con la quale intendeva stringersi violentemente
lagola. Alle tre e mezza lo si trovò sdraiato sulla branda, con la
coperta fin su intorno al collo e la testa come affondata nel
guanciale. Pareva addormentato, Il sangue gli aveva ammantata la
faccia di un acceso bruno. Il fazzoletto bagnato con lo stringimento
dell'uomo determinato a morire gli era entrato nella carne e gli si
era perduto sotto il gonfiore. Tagliatogli il laccio tirò una fiatata
che gli sollevò il petto. Egli era ancora tepido. Sul muro col lapis
aveva scritto queste parole commoventi:

«Moglie mia, muoio innocente. Vieni a trovarmi al cimitero.»

Alla mattina del lunedì la Corte andò alla sua cella a redigere il
verbale del suo suicidio, e la direzione mandò il cadavere a Musocco.

Le prove contro di lui erano schiaccianti. Incapace di resistere al
fuoco dei testimoni, volle morire lasciando credere alla persona che
gli era forse ancora cara che egli moriva vittima di un'accusa infame.

Non si capisce come un edificio di circa mille persone possa tirare
innanzi senza un medico in casa. Una volta passata l'ora della visita
medica, potete essere presi dai dolori di pancia, indemoniati da
un'emicrania, disturbati dai crampi allo stomaco o istitichiti fino
alla soffocazione da qualche porcheria che avete ingollato, non c'è
più cane che si commuova del vostro malanno.

Pauroso di morire premete il bottoncino, fate cadere la banderuola per
avvertire la guardia che avete bisogno di lei e poi le dite che state
male, molto male.

--Non sarà niente. Domani mattina fatevi annunciare al medico.

--Signora guardia, non posso aspettare fino a domani. Mi sento morire
ed ho come un martello nella testa che mi dà degli stiramenti nervosi
fino al collo. Mi faccia la grazia di chiamarmi il medico. Veda come
sudo. Sudo come in un bagno a vapore. Favorisca dirlo al direttore.

La guardia, se è buona, chiude l'uscio adagino dicendovi di avere
pazienza che domattina sarete uno dei primi. Se è invece di quelle che
fanno il mestieraccio senza sentire i dolori degli altri, vi scuote
con una sfuriata di parole che vi lasciano tramortito e vi chiude
l'uscio in faccia, dicendo che mancherebbe che si desse ascolto a
tutte le frignate.

--Non dovevate andare in prigione, se eravate ammalato. Andate là che
non morirete. Non è l'anno delle bestie cattive!

Al passeggio non parlavamo che di ammalati, di medici e di infermieri.
I miei compagni erano d'accordo che non c'è carcere o reclusorio o
ergastolo che abbia un'infermeria che s'avvicini a quella delle
persone libere di due o tre secoli sono. È un'infermeria a celle o a
stanzoni che passa sopra qualsiasi precauzione.

--Quella a celle deve essere preferibile.

--Illusione! È un'illusione di credere che quella a celle dia maggiore
sicurezza di quelle a letti a poca distanza l'uno dall'altro. Forse
voi non siete mai stato in infermeria. Io ci sono stato e mi sono
convinto che è migliore quella a stanzoni e a finestroni. Almeno in
uno spazio grandioso, coll'aria che si cambia più rapidamente, si
respira più liberamente e si ha la consolazione di essere con
qualcheduno.

--Convenite che in quella a sistema cellulare c'è meno pericolo
d'infezione.

--Illusione, caro mio. Trovate un pretesto qualunque, fatevi condurre
di sopra e scenderete del mio parere. Voi vedrete che le celle
angustissime--larghe per un letto, col passaggio di un uomo che non
sia troppo grosso--sono allineate su due file di un corridoio largo
poco più di un metro. Avete capito? Gli ammalati, divisi dalle pareti,
vivono in uno stesso ambiente e respirano la stessa aria.

--Con delle malattie contagiose state fresco.

--Così è del sistema curativo. V'immaginate un medico enciclopedico,
che sa tutto, che non consulta che sè stesso, che si sbarazza in
un'ora di cinquanta o sessanta ammalati raccolti nell'ottagono, alla
presenza di tutte le guardie che vanno e vengono, di tutti i
prigionieri che passano e ripassano, e che deve limitare le sue
ricette a cinque giorni di latte, a delle polverine innocue o al pane
bianco con tre dita di una carne soriana che non si lascia masticare
che dai denti d'acciaio, in quattro dita di brodo così detto o di
minestra così detta al brodo? Volete la mia opinione? Prima di
abbandonarvi al delitto interrogate la vostra salute. Se non siete
sanissimo, curatevi, evitate il pericolo di andare in prigione.

--Me l'ha detto anche la guardia, stamane. Non dovevate venire in
prigione.

L'altro, quello coi capelli ritti, fece osservazioni di un altro
genere.

--Non sono così pessimista, ma convengo che in tutto questo sistema
c'è qualcosa di sbagliato. Vi racconto quello che è avvenuto a me in
otto mesi di prigionia. Ho notato, prima di tutto, che per andare in
infermeria bisogna essere più che moribondi. Il medico è sempre
riluttante a mandarvi in una cella d'infermeria. E io non posso dargli
torto. Una volta che egli vi accorda il permesso di sdraiarvi sulla
branda, si sta meglio nella cella del raggio. In quest'ultima c'è più
luce e aria più pura. Il guaio grave, secondo me, è che se m'annuncio
ammalato mi si punisce sopprimendomi l'ora d'aria. Come, il mio
malessere è forse dovuto alla mancanza di moto e d'aria libera e voi
mi tappate in cella tutte le volte che vado dal medico?

Al detenuto che non abbia studiato bene il regolamento possono
capitare giornate dolorose. La guardia di servizio tra le sei e le
sette vi domanda: ammalato? qualche volta, salta una cella senza
accorgersene. E spesso registra il trentatrè invece del trentacinque.
Non c'è più rimedio. Bisogna stare attento domattina e suonare se non
la si vede.

La settimana passata mi sono annunciato ammalato: la guardia mi
rispose:

--Incominciate a mettere fuori la vostra pulizia--cioè a metter fuori
il catino coll'acqua sporca, il vaso da notte e la spazzatura della
cella.

Sono ammalato e si esige da me il servizio della pulizia!

Il quarto compagno è un galeotto. Egli è già stato in galera e ha
fatto il giro di parecchie carceri giudiziarie.

--L'infermeria carceraria è una nota dolorosissima. A Milano gli
ammalati sono trattati, direi quasi, meglio che negli altri luoghi. Ma
qui e dappertutto ho dovuto convincermi che nei casi d'urgenza si
muore come cani. Vi narrerò due casi che non ho ancora dimenticati.
Ero a Bologna al tempo del processo Luraghi, Favilla, Platner e non so
chi altro. Il Luraghi era alloggiato nella mia stanza con altri e il
Platner dimorava in infermeria perchè sofferente di non so quale
incomodo. Erano le nove di una notte buia. Qualcuno di noi russava e
qualcuno di noi si voltava sui fianchi per addormentarsi. Sentimmo un
grido d'uomo spaventato o d'uomo colto da un malore.

--Guardia! guardia!

La guardia non era vicina o era altrove o non sentiva.

--Guardia! guardia!

La voce del detenuto era diventata rantolosa.

--Guardia!... guardia!...

Dopo un quarto d'ora di questo lamento che ci lacerava il cuore
sentimmo dei passi che andavano verso la cella del disgraziato.

--Che c'è? gli domandò la guardia.

--Sono ammalato.... muoio! Signore, fatemi morire!

--Adesso vado a prendere le chiavi.

Di notte le chiavi delle carceri sono in direzione. Nessuna guardia
può aprire le celle. La parola lenta e straziante del disgraziato
discendeva dal terzo al primo piano come un gemito che rimescolava il
sangue.

--Muoio....

La guardia era in viaggio. Doveva discendere al piano terreno, passare
una corte che non è mai finita, andare in ufficio, svegliare la
guardia scelta in possesso delle chiavi e rifare la strada e le scale
fino alla cella di colui che moriva.

Non esagero dicendo che ci vollero venti minuti. Le guardie, abituate
a questi avvenimenti quotidiani o settimanali, ci fanno il callo.

Mezz'ora dopo sentimmo una moltitudine di piedi che discendeva e
faceva tremare le pareti della scala come gente che portasse un peso
enorme sulle spalle.

Il mio vicino di letto mi disse sottovoce:

--Lo portano via!

Vi fu un momento lugubre per tutta la camerata. Ciascuno era compreso
della notizia e ciascuno pensava che un giorno o l'altro poteva
trovarsi nella stessa condizione.

All'indomani si seppe che il detenuto era morto.

Il Luraghi che aveva visto il Platner ci raccontò la scena notturna.

--Ho veduto stamane il Platner, sbattuto come un individuo che non ha
dormito. Gli chiesi se se si sentiva male.

--Non sto affatto bene. Stanotte poi non ho potuto chiudere occhio. Ci
hanno portato su, verso le dieci, un uomo quasi morto. Spirò cinque
minuti dopo che l'avevano adagiato sul letto. Morì mandando uno di
quei gridi che restano nelle orecchie per tutta la vita. Pareva una
voce di rame andata a schiantarsi su una pietra della muraglia. Se
dovessi morire così anch'io? Senza un'anima che mi porga un bicchiere
d'acqua o mi lenisca il passaggio dalla vita tribolata alla pace della
tomba con una parola soave? Mi trovai sotto le coltri terrorizzato dal
brivido che mi aveva dato il pensiero triste. Il medico? Egli è venuto
troppo tardi. Passammo la notte a recitare il rosario dei morti. Col
cadavere nella stanza non c'era altro da fare. Dopo la visita lo
portarono nella cappella mortuaria. Povero diavolo! Nessuno sapeva chi
fosse. Morto, aveva assunta un'aria così feroce che mi faceva chiudere
gli occhi.

Il secondo episodio è identico al primo. Erano forse le dieci. Come al
solito non potevo dormire. Luraghi mi raccontava un incidente del suo
processo.

--Guardia! guardia!

Era un grido che usciva da una finestra delle celle disotto. Tra il
grido e la chiave vi fu l'intervallo di una mezz'ora. Sentimmo i
prigionieri della camerata che lo portarono in infermeria. Morì anche
lui, poco dopo, senza sapere di che male moriva. Quando si fece vivo
il medico, il sole era alto e gli ammalati avevano già pregato per la
sua anima da tanto tempo.

Il Platner rinunciò all'infermeria.

La sera dopo era tra noi a ripeterci coi colori dell'ambiente quello
che vi ho raccontato in poche parole.

Ci salutammo colla promessa che all'indomani mi avrebbero spiegato che
cos'era la «pulce».

Questo sì che fa male! Non posso sentir piangere i ragazzi in
prigione. Perchè li mettono in prigione come gli adulti?

Ce n'è uno che deve essere in fondo a una camerella sotterranea.
Piange come una disperazione. Il suo lamento arriva nella mia cella
come quello di uno che sia stato male ammazzato in una cantina. Ecco
che grida più forte. Mamma! mamma! Taci, taci, tormento delle mie
viscere, tu mi passi per le orecchie come uno spillone puntuto.
Abbiate pietà di un povero ragazzo. Sentite come piange dirottamente!
Con che voce chiama la mamma! Forse egli ha peccato, forse egli ha
disubbidito, forse egli vi ha insultati, ma pensate ai suoi anni,
perdonategli... Bravo, taci, mi fai tanto bene. Il pianto lo ha vinto.
Probabilmente egli è sdraiato nel sonno. Se vedrò il cappellano farò
di tutto per indurlo a gettarsi ai piedi del direttore. Non è
un'umiliazione, quando si è impotenti, genuflettersi ai piedi della
iena che lo ha rinchiuso. Il cappellano non c'è più. Me ne ricordo
adesso. Egli è stato vittima non so se dell'autorità carceraria o
militare. Peccato, era così buono. Ecco che si risveglia, santo cielo.
Dormi, dormi, perchè morirai a piangere in questo modo.

--Oh mamma! mamma! oh la mia mamma!

Carnefici, non capite che vuole la mamma? Lasciatelo andare a casa,
lasciatelo! Siate buoni, sono io che vi prego.

Che cosa volete che abbia fatto un fanciullo di pochi anni? Bisogna
avere le viscere di ferro per resistere alle sue grida, che vanno al
cuore come tante pugnalate! Potessi aiutarti, ma sono chiuso,
ermeticamente chiuso in un buco. C'è nessuno che senta, che si
commuova? E andai all'uscio e premetti il campanello, e feci cadere la
banderuola.

--Che volete?

--Sentite come piange quel ragazzo!

--Badate ai fatti vostri!

--La «pulce» è una visita improvvisa. È avvenuta a me nelle carceri di
Bologna. A Bologna nessuno entra nella cella. Chi fa la pulizia sono i
detenuti incaricati dei servigi domestici. Il coperchio del bugliolo
bacia bene e questo vasone da notte rimane chiuso in un buco che ha
l'apertura anche lungo il corridoio esterno. Lo scopino lo porta via e
ve lo rimette senza annoiare i detenuti nella stanza. Acqua, vino,
cibi vengono serviti dal buco dello sportellino.

Eravamo in quattro. Si fumava. Io penso adesso, quando la Cassazione
mi farà indossare la casacca del recluso, come potrò vivere senza
fumare. Fumo più di quaranta sigarette al giorno.

Una volta ne fumavo cento. Eravamo dunque in quattro. Non si pensava a
nulla. Si spalancò l'uscio senza darci tempo di buttar via sigarette e
pipe. Entrarono quattro guardie, le quali, dopo averci ingiunto di non
muoverci, ci ordinarono di spogliarci. Nudi ci fecero mettere in
quella parte della stanza dove non era che la parete. Ci passarono le
mani per il corpo dal capo ai piedi, ci guardarono tra le dita, ci
frugarono per i capelli, ci palpeggiarono qua e là, ordinandoci di
alzare le braccia e di fare dei passi. Poi ci passarono minutamente
gli abiti premendoli, piegandoli, dissaccocciandoli, guardando
dappertutto. Terminata questa visita minuziosa, la ricominciarono
guardando negli angoli, sui banchi, dovunque poteva essere nascosto
qualche cosa.

Sfecero il letto, cacciarono le mani nel pagliericcio, spiegarono la
coperta, sgrupparono i fagotti e misero le mani nei tascapani. Non
trovarono nulla. Pareva proprio che fossero alla ricerca delle pulci.




__Noterelle del mio amico alla matricola.__

Maggio 1898.


So quanto deve avere sofferto in una stanza con degli altri di
un'altra condizione. Ma non ho potuto aiutarla. Dalla sua entrata sono
avvenute cose incredibili. Il personale di custodia è terrorizzato.
Noi scrivanelli non abbiamo più modo di entrare nei raggi dei
politici. L'Astengo se n'è andato. Era un direttore umano. Il suo
delitto è di avere permesso ai più grossi detenuti politici di
pranzare insieme. Siccome non ci sono locali sufficienti e siccome
anche nella cella i prigionieri sono appaiati per mancanza di spazio,
così non si capisce il rigore della direzione carceraria di Roma.
Provvisoriamente ha preso il suo posto l'ispettore De Luca. È uomo di
cuore. Se ce lo lasciano non abbiamo perduto nulla. Ha fatto
migliorare il vitto e non punisce che quelli che vogliono proprio
essere puniti.

È la prima volta che mi capita di vedere una testa direttiva che
riconosce i diritti dei carcerati. Di solito i direttori dei nostri
giudiziari sono un po' come i direttori delle caserme dei forzati in
Siberia, descritti dal Dostoïewsky--un autore che non mi lascia mai
uscire dalla tristezza. Individui che hanno sempre bisogno di passare
sul regolamento per schiacciare qualcuno o levare qualche cosa a
qualcun altro.

Ho ricevuto la sua noticina. Si fidi pure. È un uomo che per me
andrebbe nel fuoco. La guardia che sorveglia la sua cella non è
cattiva, ma dice tutto quello che avviene nel suo raggio. È dunque
pericolosa. Non ci sono stanze a pagamento a pagarle un occhio. È
inutile strepitare. Procuri di adattarsi. Sono momenti eccezionali. Il
suo pranzo è andato per due giorni in qualche altra cella. Si consoli
che lo avrà mangiato un povero diavolo. La confusione è inevitabile.
C'è una media di settecento soccorsi al giorno. Si raccomandi alla
madonna perchè non le capiti qualcosa di peggio. Va bene, va bene. Dia
sempre retta ai miei suggerimenti. Io la so più lunga di lei e non lo
dico per vantarmi. Lo dico perchè la mia esperienza è più lunga della
sua. Ascolti attentamente. Un buon prigioniero deve essere sempre
pronto a subire la perquisizione. Ravvolga i miei fogliolini nella
carta incerata che le mando e appenda il sacchetto dove la camicia è
più nascosta. In queste giornate di sorprese è una precauzione
necessaria.

Sugli arrestati di maggio non posso giovarle molto, perchè una volta
registrati noi non abbiamo più alcuna comunicazione con loro.

Il giorno sette, cioè sabato, eravamo qui che aspettavamo, di minuto
in minuto, gli arrestati della giornata. Ma non abbiamo registrato che
quattro imputati di delitti comuni, completamente estranei ai tumulti.
Non ricordo bene la data dei primi rivoltosi capitati al cellulare. So
che i primi sono entrati alle sei ore mattina, la seconda o terza
giornata che fosse dei tumulti di Milano. Erano gli arrestati di porta
Ticinese. Sono giunti in uno stato da far pietà ai sassi. Erano stati
trattenuti, nella caserma di S. Eustorgio, più di quarant'ore colle
manette ai polsi. È un po' troppo. Non siamo mica in Russia. La mia
speranza era il dubbio. Non volevo credere che ci fosse gente con
tanto di pelo sullo stomaco. Ho interrogato coloro che li avevano
accompagnati al Cellulare. Il fatto è vero. Le autorità militari,
senza locali adatti, avevano dovuto assicurarsi dei barricatisti con
le manette. Poca gente di buono e fra loro parecchi già noti ai nostri
registri.

Il grosso convoglio degli arrestati è stato quello di domenica. Parlo
sempre delle quattro giornate. Era accompagnato dal delegato Birondi.
Egli entrò nella nostra stanza smorto che faceva paura. Ci si diceva
che aveva sofferto orribilmente a passare per le vie con tanti
arrestati e cogli ordini severi che avevano soldati e agenti di P. S.
Un _molla! molla!_ di qualche matto al largo poteva far nascere chi sa
che tragedia. Tra gli arrestati c'erano il deputato De Andreis, il
direttore dell'_Italia del Popolo_, l'avvocato Romussi, direttore del
_Secolo_, l'avvocato Federici, Valentini, ex direttore della _Sera_,
Ulisse Cermenati dell'_Italia del Popolo_ e il professore Gilardi del
_Secolo_.

Lunedì ho registrato gli onorevoli Turati e Bissolati e la dottora
Anna Kuliscioff.

Il Turati, non appena libero dalle manette, ci disse che non era nuovo
ai nostri registri. Era stato qui, non so quando, a scontare una
sentenza per un reato di stampa.

L'avvocato Leonida Bissolati, direttore dell'_Avanti!_, parla con la
grazia di una signora altamente educata. È tutt'assieme una faccia
intelligente ammantata di un'ombra spirituale. So che ha tradotto
Carlo Marx con un suo amico cremonese. Ma non ho mai potuto leggerlo.
Non c'è ancora nella nostra biblioteca. Se avrà occasione di vederlo
me lo saluti tanto e gli dica della mia simpatia per lui.

La dottora venne registrata dopo. Io non l'ho veduta. Ma mi s'è detto
che essa è venuta qui in vestaglia. È stata arrestata alle cinque del
mattino in casa sua e non le si è dato tempo neppure di acconciarsi
alla meglio. La sua guardiana mi ha raccontato che la prima cosa che
fece in cella fu di accendere una sigaretta. Ho saputo che è una
fumatrice instancabile.

È avvenuto quello che doveva avvenire. Coi continui arresti non
sappiamo più dove mettere gli arrestati. Ieri eravamo 1048. Il numero
eccessivo ha obbligato il direttore a ficcarne, parecchi, tre per
cella, coi pagliericci in terra. Fortuna che non fa troppo caldo.
L'ultimo pesce grosso che registrai fu don Davide Albertario. È alto,
dalle forme erculee. Venne da San Fedele con una comitiva di venti
individui della peggior specie. Quasi tutti recidivi. Per impedire
agli screanzati di dirgli qualche insolenza, il direttore lo manda al
passeggio solo. Mangia bene e riceve il pranzo e la colazione da una
trattoria esterna. Fuma anche lui come un turco. Dopo alcuni giorni
gli concessero, come ai deputati e ai giornalisti, carta, penna e
calamaio. Scrive tutto il giorno ed è sempre in nota per della carta.
Deve essere un grafomane.

Domenica si sarà accorto che diceva messa un'altra voce. Il cappellano
Enrico Villa è stato sospeso e non può più mettere piede nel carcere.
Al suo posto officiava un frate. Lei sa che io sono religioso e può
darsi che pecchi d'indulgenza. Ma credo che sia impossibile trovare un
cappellano come don Enrico. Era un sacerdote che adempiva al suo
ministero con entusiasmo. Lo si vedeva andare e venire come il moto
perpetuo. Appena uno era in cella, andava a trovarlo, a consolarlo, a
incoraggiarlo. Non lasciava mai alcuno senza libri e diceva a tutti
parole che aiutavano a tirare innanzi la vitaccia del cellularizzato.

Il nuovo direttore è tra noi come un flagello. Non dissimula. È una
sovrapotenza assoluta, arricchita dalla funzione di punire. È in lui
come una spaventevole rettitudine. Respira il dolore degli altri come
una donna virtuosa la spiritualità dell'incenso.

La sua vanteria è di essere il direttore che ha fatto mangiare, come
si esprime lui, più cella di rigore ai detenuti di tutti i direttori
d'Italia. Le guardie che vogliono entrare nelle sue grazie devono
dargli ogni mattina prova del loro zelo. Non si sono mai visti tanti
puniti a pane ed acqua come in questi giorni. Se qualcuno si lamenta
dicendo che la sua infrazione non è di quelle punibili col
regolamento, il direttore gli risponde, in modo piuttosto brusco, che
il regolamento interno del carcere lo fa lui, perchè ne è il giudice e
il responsabile.

Il mio compagno all'ufficio di matricola è stato castigato stamane con
dieci giorni di camicia di forza. La sua mancanza era grave. Aveva
dato uno schiaffo a un collega che lo aveva accusato di poltroneria in
questi giorni che non abbiamo avuto tempo neanche di dormire! Era qui
con me da diciannove mesi. Lavorava come un negro ed era forse, tra
noi, il più intelligente. Dopo un semestre di tirocinio gratis il suo
«stipendio», per un lavoro di diciotto ore sulle ventiquattro, era di
dodici lire il mese. Aspetti a dire che non c'era male. Perchè il
governo, sulle dodici lire guadagnate dal detenuto, se ne prende sette
e venti. Non ho mai capito perchè il governo si trattiene sui guadagni
dei carcerati il sessanta per cento. Per me è una truffa. E lo dirò
sempre anche se si tenterà di convincermi del contrario, come si è già
fatto, mettendomi nella camicia di forza. Rubare al detenuto è il più
delittuoso dei delitti. Non le pare?

La camicia di forza è di tela grossolana come quelle delle brande dei
soldati e va giù fin quasi alle ginocchia. Gli occhielli per
stringervi il condannato al supplizio corrono per il dorso da una
estremità all'altra. Le maniche non hanno uscita per le mani. Il
supplizio maggiore è intorno al collo. È una tela rigida che lo sega.
Se le guardie incaricate di chiudervi l'individuo non sono umane, la
camicia di forza diventa una vera tortura. Io credevo di non arrivare
alla fine. Vi respiravo con una fatica rantolosa e lo stringimento mi
dava una molestia che mi faceva impazzire. Dopo qualche ora passata
con le braccia legate sulla schiena, come Gesù Cristo, diventai
furioso. Gridavo, mi rotolavo per il suolo della cella buia e
sotterranea con degli sforzi per liberarmi dal camiciotto che mi dava
un tormento spasmodico, ma nessuno veniva a calmarmi o a vedermi. Non
fu che il sonno che mi diede un po' di requie. Molti dei condannati al
camiciotto che sopprime ogni movimento, implorano la commutazione del
castigo. Preferiscono un periodo più lungo di camerella con pane e
acqua alla tela che pigia le carni su sè stesse con intendimenti
assassini. Ma è difficile che si riesca ad ammansare i direttori. La
clemenza non è il loro forte. Ho conosciuto un detenuto, imbestialito
dagli spasimi atroci, che portò via coi denti un pezzo del tavolato
sul quale doveva dormire.

La maggioranza tace. Essa soffre il supplizio senza mandare un
lamento. Ci sono individui che si farebbero attanagliare piuttosto che
domandare perdono al loro carnefice, come ci sono nature che possono
resistere a tutte le pene dell'inferno.

Il regolamento è meno scellerato dei loro interpreti. Esso dà dei
riposi anche alla camicia di forza e ingiunge che dopo quarantotto ore
consecutive rimanga inoperosa per ventiquattro.

Le infrazioni di poco conto, come le infrazioni al silenzio, sono
punite secondo il sistema del direttore. Alcuni--e sono, mi pare, i
più saggi--puniscono con la soppressione del diritto al passeggio per
tre giorni, altri preferiscono dare addosso allo stomaco dei
disgraziati. Diminuiscono loro la razione del pane di trecento grammi
o l'aumentano dello stesso peso sopprimendo loro la minestra. La
diminuzione del cibo del carcerato non è un castigo. È un omicidio. Il
povero diavolo che sconta parecchie di queste sentenze, anche se
rimane in vita, non è più un uomo. È un invalido. Glielo dice uno che
studia l'ambiente da qualche anno.

La seconda infrazione al regolamento aggiunge alla dieta assassina la
cella di rigore o il rigore del cubicolo o cella sotterranea, dove ero
io quando avevo la camicia di forza.

Se l'infrazione commessa dal detenuto deve essere punita con più di
dieci giorni, allora si raduna d'urgenza il Consiglio composto del
direttore, del contabile, del capoguardia e del cappellano.
Bisognerebbe essere imbecilli per credere all'indipendenza dei
subordinati di un direttore di carcere. Una volta fatto questo
Consiglio, non si esce che condannati. È inutile che le dica che le
guardie hanno sempre ragione.

Non so se le hanno detto che sono qui anche Vittorio Luraghi, l'Herra
e l'avvocato Gelmi. Del secondo non le parlo. Mi pare un incosciente.
Non dimentichi che io sono un condannato comune come loro, e che
perciò sento profondamente il loro grido angoscioso di gente finita.
Di me non ho compassione. Se mi risovvengo dei miei trascorsi gli è
per punirmi con una serqua di vituperi. Con gli altri, sono
indulgente. Trovo in ogni loro delitto una scusa.

Nell'Herra non c'è nulla del Roberto Macaire. Non ne ha nè l'astuzia,
nè l'inquietudine, nè l'audacia. È in cella come un rassegnato. Egli è
caduto come una ragazza che si lascia abbracciare con un bacio
lungo.--Lo aspettiamo alla matricola. Il direttore gli ha promesso un
posto di scrivanello.

Il Luraghi mi desta una compassione indicibile. Tutte le volte che
posso andare nella cella mi sento riempire gli occhi. Non mi parla mai
dei suoi patimenti. Non mi parla che della sua mamma. Egli la piange
come uno sciagurato che dispera. Mi diceva l'altro giorno che la sua
povera vecchia di ottant'anni è il suo grande tormento. Ha paura di
non poterla più vedere. Perdere i denari, perdere una fortuna nelle
speculazioni bancarie è una cosa che si può anche sopportare. Ma
perdere la mamma che si adora, in prigione, è superiore alle forze del
condannato. Io spero che questo terribile dolore gli sarà risparmiato.

La sua vita è triste. Non spende per il vitto che una media di due
lire il giorno. Non va mai al passeggio. Gli ho detto più di una volta
che fa male. Che il moto è una necessità dell'esistenza carceraria. Ma
non sono riuscito a smuoverlo. È testardo, è nemico della propria
salute. Un giorno o l'altro lo porteranno in infermeria perchè non
potrà più andarvi con le sue gambe. Fuma e legge avidamente. Il suo
disgusto è per i battitori e per le mani dei secondini che lo
palpeggiano.

L'avvocato Gelmi è un altro anacoreta che non vuol uscire dal suo
guscio. Non so se sia povero o se voglia tenersi i quattrini. So che
mangia come tutti i prigionieri che non hanno da spendere. Col suo,
non si compera che cinque centesimi di latte. Le confesso che non ha
le mie simpatie, pur essendo in questo luogo. Per me egli è troppo
furbo e i furbi mi spaventano. La mia ripugnanza per lui non mi ha
impedito di domandargli alcune note per il suo libro. Ma egli mi ha
risposto che non potrebbe aderire al mio desiderio che commettendo un
parricidio. Non appena ritornerà tra i vivi, pubblicherà un'opera
intitolata: _La Bancarotta della Giustizia_. La prega di perdonargli
questa gelosia di mestiere, concepibile in un uomo che ha bazzicato
nella redazione di qualche giornale letterario.

Non si dimentichi delle tre giornate di gozzoviglia carceraria. Sono
tre giornate che si segnano lungo l'anno colla matita rossa.

Alcuni si preparano la pancia come se dovessero andare a un banchetto.
A Natale, a Pasqua e nel giorno dello Statuto ci si serve un pranzetto
che ci fa venire l'acquolina. Invece di darci la solita _sboba_
terrosa, ci si porta un piatto di pasta asciutta o un piattone di
risotto giallo fumante, con della cipolla arrostita e annerita che
mette in mente i funghi, con ottanta grammi di carne in umido che
commuove le budella. Di vino non ce n'è che un bicchiere. Ma anche
brusco, per la gola che non beve che acqua, diventa del Falerno o del
Ghemme. Ah, il Ghemme!

È stato la mia perdizione. Vorrei essere fuori per inaffiarmene il
ventre. Mi piace il Ghemme. Con tre o quattro bicchieri di questo vino
sfido un esercito.

Fuori di queste giornate, non c'è che l'avvenimento reale che possa
portarci del benessere.

Va a nozze un principe, o nasce una principessa, o accade al re
qualche cosa che viene celebrato come una gioia nazionale? Il
prigioniero rinasce. Egli vede una sosta nell'applicazione del
regolamento e sogna una diminuzione della pena. Egli è sicuro che si
distribuiranno dei piattoni di risotto e della carne annegata nella
bagna e che verranno probabilmente delle grazie.

Questa è una delle ragioni per cui in carcere siamo più monarchici del
re. Non è che lui che si ricordi degli afflitti sepolti nelle celle. È
lui che ci diminuisce i tormenti. Pur troppo non sempre. Ma qualche
volta, qualcuno gode di questa sua prerogativa. È il re che ci fa
mangiare un po' meglio quando il suo cuore è in giubilo. E non vi
maraviglierete, o signori increduli, se vi dico che gliene siamo grati
e se aggiungo che più di una volta gridiamo viva il re! viva la
regina! con entusiasmo.

Stanotte abbiamo avuto un aumento di detenuti senza aprire il portone
d'entrata. È nato un bimbo. Mi dicono che sia belloccio. È sempre
così. I figli dei tribolati sbucano dall'utero fiorenti di salute.
Sembra che le loro madri siano state lì a covarli nella bambagia,
mangiando bene e bevendo meglio.

La guardiana, che è venuta dabbasso, mi ha assicurato che ha le guance
rosse come una mela e gli occhi azzurrati e lucidi da mangiarseli a
baci.

La madre è una ragazza di vent'anni, o di circa vent'anni, recidiva,
abituata ai furti domestici.

Sa far da mangiare, sa stirare, sa rammendare, ma sa anche involare la
roba dei padroni. Non c'è pericolo che se ne vada da una casa senza
lasciarvi il segno delle proprie dita. La colpa è forse del suo amante
che vive, sovente, alle sue spalle.

Durante la mia breve carriera di _matricolatore_, l'ho registrata nel
librone infame tre volte. Il bimbo, anche se nato nella carcere, non
viene registrato. Il regolamento non permette di mettere a matricola
che i ragazzi superiori ai due anni. Il legislatore deve avere creduto
che, se si può nascere delinquenti, si possono commettere delitti
anche in fasce. Il bimbo della ladra verrà mandato all'ospizio dei
bambini lattanti.

I questuanti sono una vera piaga. Vanno e ritornano periodicamente,
eternamente. Dicono che qui si sta meglio che fuori. Qui, hanno
l'alloggio e il vitto sicuri. Fuori, sono perseguitati, o inseguiti, o
trattati come cani e agguantati come birbe non appena stendono la mano
o cercano di appollaiarsi in qualche luogo.

Il maggior contingente degli accattoni lo dà la campagna. Mi è
capitato di registrare dei pezzi di giovinetti che mi facevano venire
sulla lingua una folata di interrogazioni. Ma loro me le portavano via
dicendo che in campagna, d'inverno, non si trova lavoro. E anche
d'inverno, loro, i loro figli e le loro donne, non si dimenticano di
mangiare.

Dal dicembre del '97 al maggio '98, la questura ce ne ha condotti al
Cellulare una media di quindici al giorno.

I pretori li condannano da tre giorni a un mese di detenzione.

C'è per aria qualche cosa di grosso. Da domani non potrò più tenerla
al corrente. Il nostro amico è sospetto e la vigilanza è stata
raddoppiata. Le guardie cambieranno raggio magari ogni giorno. Il loro
posto non lo sapranno che al momento di andare in servizio. Non si
scoraggi e lasci passare la bufera. Dopo vedrà che non mi chiamo mica
quello che mi chiamo per nulla. Mi cambi il nome se non riuscirò a
riallacciare il filo stroncato dal temporale.




__La pagina intima del processo dei giornalisti.__


Il processo dei ventiquattro è stato chiamato dei giornalisti per fare
del lusso.¹

    ¹ Il processo dei giornalisti è stato il più strepitoso di tutti i
      processi delle Corti militari. I _Tribunali_--divenuti quotidiani
      durante lo stato d'assedio--hanno raggiunto, con esso, la massima
      tiratura, di 35.000 copie. Col processo dei deputati l'interesse
      era diminuito e la tiratura discese alle 10.000.

In verità, i giornalisti rappresentavano la minoranza. Tanto è vero
che ciascuno di loro leggeva l'atto d'accusa facendo tanto d'occhi.

--Come, che c'entro io con costoro?

Si conobbero, o almeno si videro, alle tre del mattino del 15 giugno
1898, nella stanza ove si «caricano e si scaricano» gli arrestati che
vanno e vengono dal Cellulare. Fuori e dentro c'era ressa di
carabinieri silenziosi, tetri, colle mani piene di ferri. Il loro capo
era un capitano con l'occhialino nel cavo dell'orbita, con una cera
accigliata, con due baffi marziali, che passava da una parte
all'altra, col frustino in mano, facendo risuonare gli speroni degli
alti stivali alla scudiera, mentre assisteva all'ammanettamento.

Romussi pareva un po' più ingrigiato. Era ilare, salutava gli amici e
presentava i polsi al suo ammanettatore con la faccia illuminata dal
sorriso. I carabinieri giovani che adempivano a questo servizio erano
più spietati dei vecchi. Continuavano a dare dei giri anche quando si
diceva loro che i polsi facevano sangue.

Don Davide era conosciuto da tutti, ma lui, personalmente, non
conosceva che l'avvocato Romussi, Valera e Zavattari. Non si capiva se
era seccato in mezzo a tanti ignoti che lo guardavano come una bestia
rara. Il capitano lo squadrò dal capo ai piedi, gli girò intorno col
fare di un domatore di belve, e si voltò dall'altra parte percotendo
leggermente lo stivalone. Si capiva che l'aveva su coi preti o che ci
aveva gusto a vederne uno nelle peste.

Don Davide pareva imbronciato. Rispondeva al buon giorno di qualche
amico con la voce grossa di chi è in collera con sè stesso.

La sua veste talare ambrosiana e il suo paltò di panno nero sentivano
il bisogno di parecchie spazzolate. Indossava la veste, cinta dalla
fascia di seta nera, dal giorno in cui dieci tra carabinieri e soldati
di linea entrarono nella casa paterna di Filighera ad arrestarlo. Il
suo paltò polveroso era stato buttato nell'angolo della cella dal
momento che vi era entrato.

L'avvocato Bortolo Federici, noto a molti come repubblicano, attirava
l'attenzione di parecchi per il suo cappello Oberdan nero, sopra un
«completo» caffè scuro. Zavattari era abbattuto, dimagrato, colle
guance infossate e biancastre e con le mani che tremavano come se
avesse avuto la febbre. A uno degli arrestati, che gli aveva dato il
buon giorno, rispose che era ammalato, gravemente ammalato e che, se
non lo si lasciava andare presto, sarebbe morto in prigione. Fu una
nota che diffuse un po' di tristezza in coloro che gli erano vicini. I
carrettoni che li portavano al Castello erano nicchie che obbligavano
gli ammanettati a stare con le labbra ai fori della respirazione.

Smontarono nel cortile ducale pallidi come cadaveri. Il primo a
discendere fu Del Vecchio, un omettino che nessuno, prima dell'accusa,
aveva sospettato che fosse un leone capace di arringare la folla sulle
barricate. Girava gli occhi come trasecolato. Non sapeva trovare una
parola e non seppe trovarla neanche al processo. Accompagnati da molti
carabinieri, si fecero passare in mezzo a due file di soldati e salire
per le scale anguste, al primo e al secondo piano, disperdendoli per
gli stanzoni anticamente occupati dalla Corte degli Sforza. Lungo la
ringhiera del primo piano, avevano messo Chiesi, Seneci, Cermenati,
Federici, Valera, Lallici, Ghiglioni, Romussi. Al secondo piano,
Lazzari, Valsecchi, Zavattari, qualche altro socialista, parecchi
anarchici e il direttore dell'_Osservatore Cattolico_, il quale
occupava la stanza N. 10, colla finestra sul tetto che gli lasciava
entrare l'aria, il vento e la pioggia. Il primo temporale della
seconda notte lo obbligò a salvarsi dall'acqua torrenziale che lo
aveva sorpreso in letto in mutande.

I buchi al centro degli usci dei ventiquattro processandi permettevano
di andare cogli occhi negli stanzoni in faccia, gremiti di arrestati.
Davano a volte l'impressione di un immenso lazzaretto pieno di
colerosi, e a volte di lunghi corridoi affollati di insorti che
agitavano entusiasticamente i cappelli, i fazzoletti e le mani.

All'uscio di ciascuno dei ventiquattro, era una sentinella. Al minimo
rumore che la seccava, metteva la bocca al buco e diceva:

--Eh, fate silenzio o vi mando dentro una pallottola!

Più di uno degli arrestati, per proteggersi dalla «pallottola», è
stato obbligato a far chiamare il capoposto. Don Davide, che non ha
mai avuto paura di farla a pugni con coloro che lo hanno insultato e
come uomo e come prete, nella sua stanza si sentiva a disagio. Temeva
sempre che un Misdea qualunque o una sentinella che esagerasse nella
consegna lo allungasse cadavere. Una sera, mentre passeggiava fumando
un virginia, una sentinella, che doveva essere anticlericale,
continuava a perseguitarlo dalla _spia_ dicendogli di non fare
fracasso, di buttare via il sigaro che era proibito fumare e di andare
a letto se non voleva che ve lo mandasse lui.

Il sacerdote, che non aveva angolo che non fosse visibile alla bocca
di fuoco, venne preso da una specie di panico che lo obbligò a
chiamare ad alta voce il capoposto, il quale, per fortuna, era un
chierico.

I ventiquattro, dopo dieci ore di processo, ritornavano in camera sfiniti
o stracchi morti, mangiavano un boccone e si buttavano sul pagliericcio
con la speranza d'addormentarsi subito e dimenticare ciò che avevano
sentito nella giornata. Le venti o le trenta sentinelle, alla distanza di
pochi passi l'una dall'altra, alle otto precise incominciavano a gridare
con delle voci sgangherate: Sentinella all'ertaaa!--All'erta stooo!
Sentinella all'ertaaa!--All'erta stooo!--Sentinella all'ertaaa!--All'erta
stooo!--Sentinella all'ertaaaaaaaa!--All'erta stoooooooo!--Sentinella
all'ertaaaaaaa!--All'erta stooooooooooooooooo!

Una voce seguiva l'altra con degli o e degli a larghi che spesso
morivano nell'aria come un'agonia e talvolta si rompevano con un
fracasso che metteva sottosopra il cervello dei detenuti che non
potevano dormire. E dopo dieci o quindici minuti di riposo,
ricominciavano a gettare le voci per lo spazio più sgangherate di
prima.

Gli accusati si alzavano al suono della campana con le occhiaie della
gente che patisce d'insonnia. Il direttore del _Secolo_, che non può
dormire che al buio e in un luogo tranquillo, tormentato dalle grida
degli incappottati, si voltava e si rivoltava sul giaciglio anche
quando aveva preso un po' di solfonal o di trional.

Il Chiesi, che non sa leggere in letto perchè gli si chiudono subito
gli occhi, in Castello aveva dei momenti di disperazione perchè non
gli si concedeva il riposo notturno. Ulisse Cermenati, che sa stare
ritto sulle gambe, andava al processo dinoccolato e pieno di sonno, e
Federici raccontava agli amici che accendeva, spengeva e riaccendeva
il lume con dei tentativi di passare la notte leggendo.

Si credeva che il processo fosse ancora più sommario di quello che è
stato. E ognuno che aveva qualcosa da dire si era alzato nell'ultima
notte prima dell'alba, col permesso del capoguardia, a buttar giù
qualche nota. Alcuni dei ventiquattro avrebbero voluto che si fosse
andati al Tribunale col proposito dell'on. A. Costa, quando era tra
gli arrestati al Cellulare. Lasciarsi trascinare dinanzi il Tribunale
di guerra senza dire una parola.

Ma quest'idea non ha potuto prevalere, un po' perchè non si
conoscevano tutti, un po' perchè nessuno poteva comunicare coll'altro
e un po' perchè gli accusati appartenevano a diversi partiti in lotta
fra di loro. Valera, andata a male la proposta del silenzio, credeva
che sarebbe stato utile, per suo conto, di servirsi del sistema di O'
Donovan Rossa, cioè di _guadagnar tempo_ e provare, con la lettura dei
documenti sparsi per i libri e per i giornali, che l'Italia era
gravida di socialismo.

Ma il tampone presidenziale gli è stato messo in bocca tante volte che
dovette sedere come un uomo letteralmente imbavagliato.

Il sistema di O' Donovan Rossa, il quale, tra parentesi, non era
ancora il capo dei dinamitardi, era di valersi del Tribunale per far
conoscere al popolo la condizione del suo paese e protrarre il giorno
della sentenza con la lettura della storia irlandese attraverso gli
ottantatrè _Acts_ o leggi eccezionali, che avevano coercizzata la
nazione per punirla di domandare con insistenza la libertà che avevano
gli Inglesi.

Dopo tre giorni il giudice tappò la bocca al feniano, ma il suo
sistema divenne un'arma poderosa nella Camera dei Comuni, ove i
parnellisti costringevano i deputati coercizionisti ad assistere a
delle sedute parlamentari che duravano perfino quarantadue ore e
impedivano ai ministri, per delle settimane e dei mesi, di far votare
i _bills_ che dovevano imbavagliare gli Irlandesi.

Don Davide, che era sempre stato tenuto separato dagli altri e che
anche al Cellulare si mandava al passeggio da solo, si era preparata
un'autodifesa di circa venti o venticinque fogli da protocollo, per
provare, con grande semplicità, la sua innocenza. Cominciava dal dire
di ignorare il perchè era stato arrestato, carcerato e condotto al
Tribunale, e tirava via affermando che, nè direttamente, nè
indirettamente, aveva mai preso parte ai tumulti.

«Non solo, diceva egli in terza persona, nè indirettamente, nè
direttamente non ha preso parte a tumulti, ma sempre in vita sua usò
dello scritto e della parola per l'ordine nella religione, maestra di
rispetto, fonte di civiltà e di proprietà. Lo stesso avvocato fiscale
che lo incolpa di _fini speciali_, confessa di non sapere il perchè lo
si perseguita. Fini speciali? Dunque, non connivenze con altri
partiti, ma un'azione solitaria. Quale? Repubblicana, no; socialista,
no; dunque? Distruzione dell'Italia attuale e ricostituzione del poter
temporale del papa; questo, suppone l'accusatore. Ora, questo è
assurdo, perchè don Davide Albertario in proposito ha per programma di
attenersi a quello che gli altri poteri, l'ecclesiastico e il laicale,
concertino tra di loro.

«Domando dunque, concludeva don Davide, che mi si lasci libero al mio
lavoro benefico, al mio altare, alla mia famiglia. Sono cittadino e
sacerdote e scrittore che ha fatto il suo dovere. Non rapitemi la
libertà. L'onore, nè voi nè nessuno me lo rapiranno giammai.
Rimandatemi al mio luogo di lavoro.»

Romussi, che, come tutti sanno, è un lavoratore instancabile, si era
alzato alle due antimeridiane a gettar giù cartelle sopra cartelle,
dolendosi, di tanto in tanto, di non avere avuto con sè la collezione
del _Secolo_ per poter documentare la sua vita di giornalista.

Ciononostante, scrisse un mucchio di cartelle che sono state distrutte
o perdute.

Al Castello vi doveva essere un raccoglitore di manoscritti. Perchè di
tanto in tanto si sentiva qualcuno dei ventiquattro lamentarsi di
avere smarrito dei foglietti pieni delle idee che intendeva svolgere
al Tribunale militare. Don Davide fu il più sventurato di tutti.
Perchè, oltre all'avere sciupata la fatica per l'autodifesa, trovò che
una mano ignota gli aveva involato dalla valigia un manoscritto
ch'egli aveva preparato nelle lugubri giornate al Cellulare e che
intendeva pubblicare subito dopo la sentenza. Egli ha potuto far avere
a me una di queste cartelle, scritta con una calligrafia quasi
femminile, e piena di parole feroci contro quelli che chiama i suoi
delatori.

La cosa più noiosa durante gli otto giorni di processo erano le
manette. A tutti noi si mettevano i ferri quando si usciva dalla
stanza per andare al tribunale nel cortile della Rocchetta, quando dal
tribunale si era accompagnati nella stanza a far colazione, quando ci
si riconduceva sul banco degli accusati e quando ci si riconsegnava al
secondino per essere chiusi in prigione fino all'indomani alla stessa
ora. Lungo il passaggio tra un cortile e l'altro, v'era sempre folla.
In quello ducale, era una siepe di ufficiali che amavano vedere da
vicino queste persone pubbliche che avevano scritto delittuosamente
nel giornale socialista, repubblicano, radicale, liberale, cattolico.
In quello della Rocchetta, era la moltitudine, composta di curiosi, di
amici, di preti, di soldati, che sgomitava per mettersi in prima fila
a vedere, salutare, commuoversi, piangere. Si vedevano persone che si
tergevano le lagrime col dorso della mano, persone che agitavano il
cappello per dir loro: coraggio! e persone che levavano in alto le
mani giunte per tradurre la loro desolazione.

La prima volta che riattraversavano il cortile della Rocchetta per
salire a colazione, vi fu un fotografo che sentiva indubbiamente la
prepotenza della funzione del giornalismo moderno di riprodurre la
vita sociale illustrata. Si staccò da un capannello e si presentò
colla sua macchina sullo stomaco dinanzi i primi due dei ventiquattro,
i quali erano il direttore del Secolo e il direttore dell'_Osservatore
Cattolico_ colle mani legate assieme. Romussi si mise un braccio
attraverso il naso e don Davide si tirò il cappello sugli occhi
voltandosi di fianco--entrambi per tradurre la loro indignazione e per
impedirgli di esercitare la sua professione. Anche adesso che correggo
le bozze mi duole di questo loro scatto antigiornalistico. Perchè ci
hanno soppresso uno dei documenti più preziosi delle giornate di
Bava-Beccaris. Se fossi direttore di giornale vorrei che tutti i miei
corrispondenti avessero l'audacia del fotografo giornalista. Allora
sarei sicuro che il mio quotidiano sarebbe il primo quotidiano
d'Italia.

Tra la folla degli avvocati accorsi a dare l'ultimo addio ai
condannati, si distingueva il Majno che camminava con l'ombrello in
una mano e il cappello nell'altra, salutando dappertutto: «Addio,
Chiesi, ciao, Federici, coraggio, Romussi, sta allegro, Valera,
arrivederci presto, don Davide, ecc.»

Nei suoi addii era lo strazio di un avvocato e di un amico reso
impotente dalla legge marziale.

Questa traversata fu un attimo solenne, indimenticabile che fece
piangere più di uno dei diciannove che ritornarono in camera carichi
di mesi e di anni.

La Kuliscioff non ha mai partecipato a questi strazi e a queste
consolazioni, perchè la sua residenza rimase sempre al Cellulare. Ne
veniva e vi ritornava in _brougham_, vestita di nero come un funerale.

Il suo contegno è stato di donna equilibrata. Nelle poche parole che
le si permise di dire, non si occupò che delle sue idee marxiste. Il
resto sembrava per lei estraneo. Di tanto in tanto si assentava per
fumare una sigaretta.

D'altronde, non era la prima volta che essa passava delle giornate in
prigione. Era già stata nelle carceri parigine e poi per più di due
anni nelle prigioni d'Italia.

Poche ore dopo la sentenza, gli anarchici vennero mandati a
Finalborgo, e i giornalisti partirono il giorno seguente, cioè alle 11
della sera del ventitrè.

Alla Stazione Centrale, c'era una folla enorme ch'era riuscita a
sapere l'ora della partenza. Ma i carabinieri fecero entrare i
condannati dalla parte opposta--evitando di passare sulla prima
piattaforma, piena di amici che volevano salutarci. Tra gli intimi di
Romussi, vi era il professore Pietro Panzeri, direttore dell'Istituto
dei rachitici, che piangeva come un ragazzo.

Il vagone cellulare era nuovo o pennelleggiato di fresco. Perdeva un
odore di vernice che faceva turare il naso.

Don Albertario, grosso come era, non riuscì a mettere il piede sul
predellino che aiutato. Nello sforzo gli cadde il cappello da prete:
istintivamente tentò di raccoglierlo, ma si avvide tosto di essere
ammanettato ed alzò gli occhi al cielo.

Nessuno disse una parola. Pareva che la vita fosse finita sul
montatoio. Ciascuno, ravvolto nel proprio dolore come in un mantello,
sentiva gli strazii delle famiglie che singhiozzavano sotto la
tettoia.




__In Vagone cellulare.__

Viaggio notturno da Milano a Finalborgo la notte dal 24 al 25 giugno
1898.


Mentre i carabinieri si preparavano a metterci i ferri per avviarci
alla casa di pena a scontare le sentenze militari, ciascuno di noi
pensava, involontariamente, al carrozzone che ci doveva condurre dal
Castello alla Stazione Centrale. Nessuno di noi aveva potuto
dimenticare la nicchia nella quale, venendo dal Cellulare, aveva
subito, per più di mezz'ora, lo strazio di pencolare tra la vita e la
morte per mancanza d'aria!

I ferri ci distrassero. I carabinieri adempivano alla funzione di
ammanettarci, incalzati dal «fate presto!» del tenente dei
carabinieri, che ci guardava con la caramella nell'occhio.

L'ordine era di ammanettarci a _fior di pelle_. E chi si lamentava
riceveva la buona misura di qualche altro giro di vite. Io protestai.
Dissi che non era possibile che ci fosse ordine di stringerci i polsi
fino a farceli sprizzare di sangue. Mi si fece tacere, assicurandomi
che alla stazione mi sarebbero stati allargati.

Chiusi nel carrozzone, credevamo di morire. C'era un fetore che dava
il capogiro. La cella era angusta, buia, col sedile di legno cosparso
di crostini di pane e coi fori per l'aria che parevano tappati. Il
veicolo ci sballottava in un modo crudele. Quando le ruote
sussultavano sui sassi o attraversavano i binari, ci sembrava che il
carrozzone stesse per rovesciarci sulla strada.

Non abituati a questi viaggi di punizione, sognavamo il treno.

Alla stazione ci si fece discendere passandoci sotto l'ascella, a
zig-zag, una catena che ci teneva uno dietro l'altro e ci impediva di
pensare alla fuga.

Per scappare bisognava che il condannato si trascinasse dietro tutti
gli altri.

Eravamo così male informati sul trasporto del bestiame di galera, che
credevamo sul serio che ci avrebbero fatti viaggiare in un vagone di
terza classe. Invece fummo disillusi non appena ci trovammo in quella
specie di corridoio lungo due filate di celle.

A mano a mano che si saliva, si veniva spinti e incassati dal
carabiniere che aspettava il condannato dietro l'uscio. L'operazione
di cellularizzarci veniva fatta in un modo fracassoso. Si schiudevano
gli usci con collera, si bestemmiava contro i catenacci che cigolavano
senza andare avanti o indietro, si ingiungeva il silenzio con degli
imperativi brutali a coloro che volevano sapere dove diavolo ci si
mandava, e si sbattevano sulla faccia gli usci come tanti schiaffi
ribaldi.

Rimanemmo per qualche minuto sbalorditi. Io mi trovavo in una cella di
mezzo, tra Romussi e don Davide Albertario. Chiesi era in faccia al
direttore del _Secolo_ e io potevo vederlo, attraverso la ferriata, di
profilo. L'avvocato Federici era in una delle prime celle della fila a
destra e gli altri, compresi due che non conoscevo, erano sparsi nelle
celle in fondo.

Aspettavamo con ansia che venissero a liberarci le mani indolenzite
dal peso del ferro che diventava sempre più enorme.

Faceva un caldo eccessivo. Nella tana inverniciata il giorno prima,
coll'uscio sulle ginocchia che non ci permetteva nè di allungare, nè
di incavalcare le gambe, si respirava un'aria pestilenziale e si
sudava come in un forno. L'indugio del treno a mettersi in moto era
per noi un vero supplizio. Speravamo che, lanciandosi nello spazio,
folate d'aria sarebbero venute ad attutirci la sete e a rinfrescarci
la faccia.

Finalmente il treno si era mosso. La lentezza e le prime fermate ci
fecero capire ch'eravamo attaccati a un treno omnibus. Il treno, che
s'incammina adagio adagio e sosta a tutte le stazioni, diventa una
tortura per i poveracci calcati nelle nicchie che lasciano respirare a
disagio e intetrano l'ultima scena dei condannati sulla via della
espiazione.

Invece delle buffate d'aria fresca che non venivano, nè potevano
venire, perchè il nostro vagone era l'ultimo e aveva le aperture in
faccia a due altri, fummo obbligati a incominciare una lotta disperata
contro l'usciuolo dell'inferriata a scacchi, che si chiudeva e
minacciava di soffocarci a ogni scossa.

--Signori carabinieri, facciano il piacere di fermarci l'usciuolo!

I signori carabinieri non potevano essere umani con noi, perchè
avevano ricevuto ordini imperiosi di essere severi e perchè temevano,
a ogni stazione, di trovarsi alla presenza di qualche ufficiale
incaricato di «dare un'occhiata ai polli nella stia». Ma per
l'usciuolo facevano proprio di tutto per inchiodarlo alla parete e
spesso sacramentavano contro la compagnia ferroviaria che si era
dimenticata di configgervi la molla o l'uncino per tenerlo aperto. Di
tanto in tanto veniva qualcuno di loro a sbattercelo indietro con un
sostantivo energico. Ma il più delle volte dovevamo respingerlo noi
con la punta delle dita.

Alla stazione di Pavia, una voce umana riuscì a intenerirci fino alle
lagrime.

--Signor Romussi, signor Chiesi, posso fare qualche cosa per loro e
per i loro compagni?

La persona che parlava era invisibile. Si sentiva solamente che la sua
voce era commossa.

A così poca distanza, eravamo già tutti stracchi morti per la
posizione incomoda in cui ci teneva la celletta, per i ferri che ci
avevano intormentite le braccia e per l'arsura che ci faceva dire a
ogni minuto:

--Signori carabinieri, un po' d'acqua!

La voce dello sconosciuto ci era andata al cuore come una
consolazione. C'era dunque qualcuno che pensava ai poveri diavoli che
soffrivano. Romussi, interpretando il pensiero di tutti, con una voce
che avrebbe impietosito i sassi, disse:

--Se ci potesse dare una gasosa!

Lo sconosciuto ci rispose con dei singulti.

Era troppo tardi. Il ristorante era chiuso e il treno stava per
partire.

--Addio e coraggio! ci disse lo sconosciuto con degli altri
singhiozzi.

Lungo questo viaggio indimenticabile ci domandavamo di tanto in tanto
l'un l'altro se eravamo vivi.

_Chiesi_: Come stai, Fritz?

_Federici_: Bene.

--Don Davide, dormite?

--Magari potessi dormire!

--Romussi, come ti senti?

--Maledettamente male. Non avrei mai creduto che il trasporto dei
prigionieri fosse fatto in questo modo. Siamo trattati peggio delle
bestie.

--Pazienza, che non siamo lontani da Sampierdarena.

Guardando nelle celle della fila opposta mi si agghiacciava il sangue.
La testa dei cellularizzati che ubbidiva al moto del treno si
delinquentizzava in un modo spaventevole. Pareva la testa di un
mostro. Illuminata dalla luce fosca che tremolava, assumeva
proporzioni spaventevoli. La fronte si allungava sovente con delle
gibbosità che facevano abbassare le palpebre dalla paura. Gli occhi
ingrossavano e venivano alla superficie con una luminosità feroce. La
bocca, sbadigliando, spalancava un abisso circondato da una dentiera
enorme che digrignava come quella di un teschio appeso nella penombra.

Lazzari sembrava una iena in agguato.

Lungo le gallerie avevamo il fumo della macchina che entrava nelle
celle a volumi a ubbriacarci e ad avvelenarci le ultime ore.

--Signori carabinieri, un po' d'acqua. Io muoio dalla sete!

A Sampierdarena il cuore del brigadiere si lasciò intenerire dalla
voce piangevole dei condannati.

--Ci faccia dare un caffè, signor brigadiere. Sia buono.

--Dio gliene renderà merito, gli disse don Davide che tirava il fiato
come un uomo che si sente morire.

Il carabiniere con la caffettiera in una mano e la chicchera
nell'altra ci conciliò con l'umanità che sembrava composta di tigri.

Ci si aperse la cella e ce lo si versò in bocca a sorsi, con una
pazienza materna. Bravo carabiniere!

Discendemmo a Finalmarina come gente scampata a un pericolo. Aprivamo
la bocca per sorseggiare l'aria e ci auguravamo che il reclusorio
fosse lontano lontano per aver tempo di sgranchirci le gambe e di
rimetterci dallo sbalordimento di un vagone che chiamavamo assassino.

Qualche mese dopo, nella quinta camerata del reclusorio di Finalborgo,
ricordando questo episodio della nostra vita carceraria, i direttori
del _Secolo_, dell'_Osservatore Cattolico_ e dell'_Italia del popolo_
si strinsero la mano e promisero che, non appena ritornati al largo,
avrebbero intrapresa la campagna contro questa abbominazione che si
chiama vagone cellulare.




__L'arrivo al Reclusorio.__


Alla stazione di Finalmarina non c'erano che cinque o sei persone,
compresi due preti. Eravamo disfatti. Avevamo gli occhi della gente
che non ha dormito, i capelli spettinati, le guance cadaveriche e le
punte dei baffi piegate come una desolazione. Il sole ci illuminava le
lividure ai polsi che avevano assunto un colore nerastro. Ci si passò
la catena da un braccio all'altro e fiancheggiati dai carabinieri e
seguiti dai facchini coi fagotti, ci avviammo verso il reclusorio. Il
silenzio intristiva la scena. Attraversammo il binario, continuammo
lungo la linea ferroviaria fin quasi all'imboccatura di un tunnel e
voltammo a destra, per lo stradone carrozzabile che i finalborghigiani
chiamano delle «catene», perchè è percorso dai galeotti che vanno e
vengono dalla Casa di pena.

I carabinieri ci stavano ai panni e ci incalzavano con degli avanti! È
per loro il momento più trepido. Anche legati come cani, potrebbe
saltare in testa a qualcuno di darsi alla fuga. Sprofondavamo i piedi
nella polvere alta, sollevando un pulviscolo che ci imbiancava e ci
andava per la gola e per le nari come un prurito che ci raddoppiava il
malessere. Rasentavamo Capra Zoppa perseguitati da un'arsura
indicibile. Ciascuno di noi sognava una sorsata di latte o un'altra
chicchera di caffè per snebbiarci il cervello. A metà strada, al dorso
di un parapetto, trovammo un giovine che aveva l'aria di un chierico e
piangeva come un ragazzo. Forse sapeva chi eravamo o forse provava una
commozione violenta dinanzi un prete alto e spalluto che passava
incatenato come un grassatore.

Dopo una ventina di minuti, vedevamo sorgere a destra la torre
quadrata del malaugurato edificio nel quale dovevamo passare tanto
tempo. Svoltammo il ponte, passammo tra mezzo alla folla, infilammo il
viottolo tortuoso a sinistra e, dopo pochi passi, ci trovammo alla
porta del reclusorio di Finalborgo.

L'entrata è quella di un portone qualunque. Non dà l'impressione di
una tomba di vivi, neppure pensando alle sentinelle di guardia.

Ci si tolsero i ferri tra due cancelli che inchiudono l'ufficio del
capoguardia e ci si domandò se avevamo bisogno di qualche cosa.

--Dell'acqua, rispondemmo.

Ce ne portarono due bottiglie e i secondini, con la premura di
dissetarci, ci diedero l'impressione di persone che non incrudeliscono
col Regolamento.

Anche colle mani libere, sembravamo galeotti autentici. Romussi,
coll'ala del cappello floscio che gli ombreggiava la faccia
fuligginosa, col solino gualcito e annerito dal sudore e coi baffi
sottosopra, aveva assunto l'aspetto di un uomo feroce. Chiesi, colla
barba e coi capelli impolverati e coi neracci della notte perduta
sotto gli occhi, pareva un capo ciurma invecchiato di dieci anni in
poche ore. Don Davide in un altro luogo avrebbe fatto scompisciare
dalle risa. Aveva l'aria di un Ernani passato attraverso il polverone
della strada. Al margine del cubicolo, colla tesa del tricorno pelosa
e abbandonata dalle stringhe, colla collarina scomparsa sotto il
merinos, col panciotto dai bottoni escoriati pieno di chiazze, colla
veste talare ammantata di polvere e colle scarpe scalcagnate e coperte
d'uno strato bianco, faceva compassione. Sulla sua faccia erano tutti
i patimenti di uno strazio inenarrabile. I carabinieri consegnarono le
buste dei nostri denari al capoguardia, il quale si mise a
registrarle, ci salutarono e noi passammo nello stanzone a pianterreno
intitolato «banchi di rigore». Lo stanzone, colle due finestrucole che
davano sul viottolo, era buio. Col suo immenso lastrone infisso lungo
la parete, cogli anelloni sotto il rialzo dei piedi e al disopra della
testa, faceva rabbrividire. Si vedeva che eravamo proprio in una casa
di pena. Ogni infrazione al regolamento voleva dire andare sul
tavolato di pietra incatenato alle mani e ai piedi.

Il capoguardia non ci fece cattiva impressione. Era alto, piuttosto
magro, con una voce che faceva sentire il _twang_ americano e con un
accento leggermente meridionale. Valera lo battezzò subito per il
Javert del reclusorio, per un Regolamento ambulante, per il
funzionario che si sarebbe stroncata la vita piuttosto che violarlo.

E attraverso i mesi che siamo rimasti sotto la sua sorveglianza non
abbiamo avuto occasione di modificare il giudizio valerano. Egli è
rimasto, per tutti noi, l'uomo-regolamento, guidato da uno zinzino di
buon senso. Prima di noi, in altre galere, egli aveva avuto sotto di
sè Amilcare Cipriani e De Felice.

Per ammazzare il tempo e impedire agli amici di pensare che stavamo
per diventare dei numeri di matricola, mi misi a narrar loro la fuga
del principe Krapotkine dall'ospedale dei detenuti di San Nicola di
Pietroburgo. Fu un grido unanime di protesta. Era una fuga che
sapevano tutti a memoria. Sapevano della stanzetta al terzo piano
dirimpetto all'ospedale, del violino che suonava che la via era libera
e la carrozza di fuori ad aspettarlo, e dei passi guadagnati sulla
sentinella coi famosi due lati del triangolo.

Entrò il capoguardia mentre don Davide e Federici, dall'alto del
tavolato, cercavano di capire dalla finestruola da che parte
dell'edificio penale ci trovavamo. Egli aveva in mano un opuscolo.

--Loro sono persone educate. Questo è il Regolamento. Lo leggano e
procurino di non violarlo per non obbligarci a infligger loro delle
punizioni.

Rientrò il capo con una guardia che portava il misuratore e con
un'altra che aveva sotto il braccio il mastro dei delinquenti.

--Adesso, dobbiamo registrarli e prendere loro la misura.

Ci lasciammo registrare e misurare con la docilità delle pecore. Non
eravamo mica in galera per romperci la testa contro gli articoli del
regolamento. Il primo a sottomettersi fu Chiesi e l'ultimo Achille
Ghiglioni, l'uomo terribile che aveva messo sossopra tutto Niguarda
con una Cooperativa di commestibili di trecento o quattrocento lire!

L'_attraction_, sulla piattaforma del misuratore con l'asta che
discendeva sulla testa, era don Davide, il quale, tra noi, aveva
raggiunto l'altezza massima. Sul misuratore, con le cosce voluminose e
la grandiosità del torace, egli aveva più del granatiere che del
sacerdote.

Finita questa operazione, ci si annunciò il bagno. Era quello che
desideravamo. Dopo tanti giorni di processo, tante notti passate sul
saccone in terra e un viaggio che ci aveva diminuito di peso, un bagno
era la suprema delle consolazioni corporali. Vi andammo l'uno dopo
l'altro senza ritornare ai «banchi di rigore».

Il bagno era in un angolo della vasta cucina, ove cuoce la minestra
quotidiana dei condannati, diviso da una coperta appesa a due chiodi.
Ciascuno di noi dovette svestirsi e tuffarsi nell'acqua alla presenza
di una guardia incaricata di tener sempre gli occhi sul recluso. Don
Davide ebbe delle ritrosie. Egli non seppe decidersi a liberarsi degli
ultimi indumenti che quando la guardia si rassegnò a voltare la faccia
dall'altra parte.




__Filippo Turati.__

                Il criterio nostro è questo; ogni
                provvedimento sarà vano se non sia
                assicurata al Paese piena ed intera
                libertà: libertà di propaganda, di
                pensiero, d'associazione, d'organizzazione,
                a tutte le classi della società.

                (_Dal primo discorso alla Camera_).


L'ho conosciuto nell'ottanta o nell'ottantuno. Io caricavo l'appendice
della _Plebe_ di Bignami della zavorra umana che scovavo e raccoglievo
negli angiporti e nelle stamberghe, e lui riempiva le colonne di una
terapeutica che inchiudeva, colle spinte e controspinte romagnosiane,
i germi della giustizia sociale. Era forse la prima volta che la
democrazia adulta leggeva in un giornale socialista che la questione
criminale è intimamente connessa colla questione economica. Con un
centinaio di pagine intitolate _Il delitto e la questione sociale_ il
Turati si rivelava un naturalista della scienza penale, un verista che
studiava oggettivamente l'uomo delinquente, un sociologo che accusava
la società di essere «complice impune dei misfatti che freddamente
puniva». Egli credeva fino d'allora che l'ordinamento punitivo fosse
essenzialmente transitorio e che il delitto troverebbe la sua cura in
uno Stato che volesse «a tutti garantito il frutto integrale del
proprio lavoro».

Il suo cruccio erano i suoi nervi. I nervi non gli davano requie. Non
lo lasciavano dormire, non lo lasciavano lavorare e gli distruggevano
il pensiero di prepararsi un futuro intellettuale. Egli si diceva
sfibrato, fiacco, senza attività cerebrale. Doveva morire. Sarebbe
morto fra due o tre anni o fra due o tre mesi, non lasciando di sè che
«misere strofe» ai suoi cari. Tutti i medici lo avevano abbandonato.
Egli era un nevrastenico. La sua era una nevrosi inguaribile.
Pazienza. E ci salutava commosso e ritornava, sfiduciato, alla sua
villa di S. Croce, a due passi da Como, colle tasche e le valige piene
di libri che aveva comperato dal Dumolard o che gli aveva dato a
prestito il suo e il mio amico intimo Felice Cameroni--il critico che
aveva incominciato a predicare lo zolismo nell'appendice del _Sole_.

Durante questa battaglia accanita tra lui e il suo sistema nervoso
egli, come il dott. Pascal, si preparava silenziosamente i _dossiers_
coi quali avrebbe poi intrapresa la campagna per liberare la società
borghese dalle sofferenze sociali. Condannato da una malattia
implacabile, consumava le sue ultime ore nel laboratorio della
putredine sociale a cercare i parassiti distruttori che saccheggiano
l'organismo umano. Morente, sentiva, come Pascal, la voluttà e la
grandiosità della vita, della vita sana, economicamente e moralmente
sana. _Oui, je crois au triomphe final de la vie_.

Egli leggeva, postillava, ammucchiava note sopra note e maturava nel
cervello allargato dallo studio febbrile la rivista alla quale diede
poi tutta la sua intelligenza.

Con la tendenza a credersi eternamente ammalato e dotato della
pigrizia del divoratore di libri che non darebbe mai mano alla penna
della produzione, il Turati sarebbe forse divenuto un frutto secco o
rimasto un autore stitico s'egli non avesse potuto fondere la sua
esistenza con quella di una donna capace di agitargli lo spirito cogli
stessi ideali e di piegarlo a un lavoro meno sbandato e più omogeneo.
E questa donna fu Anna Kuliscioff. È lei che lo ha incalzato, che lo
ha fortificato, che lo ha imparadisato. Lei e lui e la _Critica
Sociale_ non si distinguono più.

La _Critica Sociale_, Filippo Turati e Anna Kuliscioff sono più che un
nome. L'una e l'altro e l'altra si completano. La _Critica Sociale_ è
fatta della loro carne, nutrita del loro ingegno, calda dei loro pensieri.
In essa è la redenzione degli uomini, è la pace nel benessere economico, è
il trionfo della felicità della specie sull'egoismo e sugli interessi
degli individui. La _Critica Sociale_ è stata l'università della
generazione crescente. È dessa che ha dato a quasi tutti noi la «coscienza
sociale». Nata il quindici gennaio 1891, quando il socialismo scientifico
era un lusso per i superuomini delle scienze economiche, fece nascere
nella gioventù la fede nell'uguaglianza di condizione e un bisogno
prepotente di gettarsi negli studi che devono avere per risultato la
sconfitta della borghesia e l'elevazione del proletariato.

La bibbia di Filippo Turati è il _Capitale_. Non c'è altro di più
nutriente. Dal _Capitale_ si esce uomini completi. Un giorno che gli
si è domandato di dire pubblicamente quale libro avrebbe raccomandato
a chi fosse condannato a portarsi seco in un eremo tre soli volumi,
egli rispose ripetendo tre volte il _Capitale_. Con questo libro che
egli paragona o mette al disopra al _Darwin's Journal_, la gioventù
entra nella vita corazzata di altruismo, con una idea chiara dello
Stato a base di produzione socializzata. Ammiratore convinto del
grande novatore della scienza sociale, egli è, necessariamente,
entusiasta dei socialisti tedeschi--talli erompenti, dice lui, dal
forte ceppo scentifico di Carlo Marx--i quali, con la loro marcia
gloriosa, hanno infuturato il più grande fatto e l'esempio più
significante della storia contemporanea.

Cresciuto in un ambiente prefettizio--idolatrato dalla mamma--con un
avvenire trionfale nel foro milanese--circondato dagli agi della vita,
egli preferì discendere nell'agone sociale a lottare per l'esistenza
collettiva--a sostenere i diritti dei proletari incatenati agli
anelloni del salario--ad agitare il programma marxista che deve
eliminare dalla società i ricchi e i poveri.

Lui, coi nervi che gli impedivano un'occupazione costante, si dedicò a
un lavoro febbrile--a un lavoro che aumentava in ragione degli anni--a
un lavoro che lo cacciava dalla redazione sulla piattaforma
pubblica--e dall'angolo del correttore di bozze nel girone
legislativo.

Perdutamente innamorato dei suoi ideali, egli non sospettava che
sarebbe venuto il giorno in cui i suoi nemici--che sono anche i
nostri--lo avrebbero sorpreso sulla strada e svaligiato di tutto.

È stato mandato al reclusorio di Pallanza come incitatore di tumulti e
come un demagogo che mette un po' di barricata in ogni frase. Ma non
c'è nessuno che abbia mai sentito come lui tanta avversione per la
turbolenza oratoria che sprona alla battaglia ogni minuto e per i
«discorsi che acclamano la rivoluzione, sovreccitano i sentimenti
delle masse e fanno sbottonare lo stifelius di un delegato di pubblica
sicurezza». No, il _bavardage épouvantable_ degli esaltati non ha mai
fatto parte del suo bagaglio di piattaforma.

Il socialismo in bocca di costoro non può impensierire alcuno.
Dovrebbe impensierire i suoi nemici quando si ritrae dal palcoscenico
dei teatri diurni per entrare nel laboratorio «a notomizzare col
bisturi della scienza il carcame sociale steso sul tavolaccio della
statistica e della disciplina positiva». Allora sì. Allora gli
statisti dovrebbero proprio incominciare a sentire delle apprensioni.
«Perchè quei miti pensatori, nutriti di cifre e di sillogismi, onesti,
riservati, impeccabili sovente nella vita privata, magari un po'
puritani e un po' quacqueri se se ne gratta la scorza, quei sacerdoti
dell'altruismo, quei mangiatori d'_hascisch_ dell'ideale, hanno più
dinamite nella loro parola e nella scatola ch'è sotto il loro
cappello, che non ne sia nelle tasche dei feniani e nelle cantine di
Pietroburgo: con quest'aggravante che, di cotesta nitroglicerina
spirituale, non c'è doganiere o segugio di polizia dal fiuto fine che
ne possa sentire l'odore e mettervi sopra la zampa. Quando il moderno
Anteo--come il Colaianni definisce il socialismo--che ad ogni caduta
risorge più vigoroso, agguerritosi negli studi e nel raccoglimento,
uscirà in piazza con idee mature e propositi determinati, è allora che
sarà davvero formidabile, quanto prima era innocuo.»¹

    ¹ _Socialismo e Scienza_ di Filippo Turati.

Nell'ambiente parlamentare egli era una forza legislativa--una voce
gagliarda che domanda giustizia per gli affamati di pane, di libertà e
di pensiero--un ragionatore che sa disorientare i legislatori
borghesi, i quali non vogliono convincersi che la società degli
sfruttatori s'avvia verso il periodo della sua naturale
decomposizione. Eloquente, con una dizione esatta, egli sa far
ingoiare, con garbo, agli onorevoli tutto quel diavolo che vuole,
spruzzando la sua prosa tersa ed elegante di una ironia e di un
sarcasmo che non trovate se non in bocca degli oratori altamente
educati.

I discorsi di Sheridan si leggevano una sola volta e si mettevano in
libreria. Quelli di Filippo Turati si leggono e si consultano sovente
come quelli di Burke, perchè sono densi di pensieri, pronunciati in
una lingua che dovrebbe far testo nelle scuole, caldi dell'anima
dell'oratore che vuole condurci ad espropriare la società a beneficio
di tutti.

Va sulla piattaforma con riluttanza. Preferisce il tavolino di
redazione al palco dinanzi la folla che lo saluta col battimano
fragoroso e lo ascolta a bocca aperta. Nemico dei parolai e degli
smargiassoni che sciolgono i problemi con qualche frase alcoolizzata,
non capisce la piattaforma che quando si ha qualcosa da dire. È una
tolda che lo impensierisce, che lo mette in orgasmo, che lo obbliga a
buttar giù note, a raccogliere fatti, a pulire della prosa che andrà
perduta per l'aria, perduta fino a quando avremo anche noi il
quotidiano che darà il discorso tale e quale è pronunciato. Ma una
volta che egli è in piedi, pieno dell'argomento, il suo discorso esce
come dal libro di un grand'uomo.

Tutti lo hanno sentito parlare. La sua eloquenza non è l'eloquenza
bolsa che va in giro per il comizio a mendicare gli applausi. È
l'eloquenza di un grande oratore. Qualche volta pare una tempesta di
pensieri. I suoi periodi snodati, brevi, vigorosi si inseguono con un
calore crescente e precipitano sull'uditorio come un uragano
intellettuale.

La sua penna di giornalista, che gli ha conquistato un mondo di
lettori, è una penna che cesella ed ubbidisce al padrone. Non è mai
sbrigliata anche quando è virulenta o infuria sull'avversario. Produce
uno stile nervoso--uno stile che ti mette sottosopra il sangue--che ti
accarezza--che ti schiaffeggia--che ti intenerisce. Ha immagini
scultorie, grandiose, indimenticabili.

Adesso che i nervi lo lasciano tranquillo, la sua salute si è
rinvigorita e le sue forze intellettuali si sono triplicate. Egli è
diventato un lavoratore metodico come l'autore dei Rougon-Macquart. Vi
può dire coll'orologio alla mano il manoscritto che vi potrà
consegnare in un mese per un anno di seguito.

Veste male, non è mai stato vestito bene. Da giovane andava per le vie
coi calzoni che gli lasciavano vedere tutto il corame della scarpa,
con una giacca o un paletot che lo tirava da tutte le parti e un
cappello floscio che lasciava vedere il suo alto disprezzo per la
spazzola e il copricapo nuovo. Il nodo della sua cravatta traduceva
l'uomo che non si guarda mai nello specchio; era mal fatto e andava da
tutte le parti, tranne che sotto il bottone del solino spesso
sgualcito. Parecchi di noi che scrivevamo nella _Farfalla_ lo
credevamo un _bohémien_ eternamente alla caccia di un _louis d'or_
come gli eroi di Murger. Lo si vedeva e si pensava all'assalto alla
borsa. Ma lui ci stringeva la mano, ci parlava di qualche
pubblicazione e ci salutava senza domandarci nulla. La giornata dopo
che il Giarelli lo aveva fatto diventare celebre presentandolo ai
lettori delia _Ragione_ come autore del _Mago_--un canto che sentiva
del profumo dei suoi anni e che sgretolava il vecchio mondo come il
canto satanico di Carducci--lo pregai di prestarmi un libro.

--Figurati!

Mi lasciai trascinare a casa sua con uno stringimento di cuore. Mi
aspettavo di vedermi spalancato l'uscio di un uomo in mare. Credevo di
trovarlo in una soffitta che venisse inaffiata dalla pioggia, con una
dozzina di volumi pieni di ditate untuose per il suolo, con dei fogli
imbrattati di inchiostro su un tavolo che non sta mai quieto, con una
seggiola sventrata, con una camicia sudicia appesa alla parete e un
paio di ciabatte squinternate vicino a un saccone di foglie di
granturco sui cavalletti di legno.

All'entrata diventai di tutti i colori. La sua casa in via Gesù era di
quelle che respirano il benessere degli inquilini. La portinaia lo
salutò con una mezza riverenza, lo chiamò signor dottore, e gli lasciò
prendere un mucchio di lettere da un casellario che rivelava
l'ambiente signorile. Salimmo per uno scalone, entrammo per l'uscio
aperto da una cameriera e mi trovai coi piedi sul tappeto, in un
salotto sontuoso, circondato da mobili eleganti, cogli occhi che
andavano da una tela di qualche sommità del pennello ai _bibelots_ di
un'_étagère_ superba.

La mamma non pareva la mamma di un figlio che si trascurava negli
abiti fino all'indecenza. La guardavo e pensavo alla castellana. Alla
signora alta, coi capelli bipartiti come una Madonna, con la faccia
signorilmente lunga, con l'abito nero giù a piombo, illuminato intorno
al collo dal pizzo antico e illustrato al seno da una nidiata di
solitari sepolti nelle trine. Nella penombra del salotto le sue dite
affusolate si muovevano e perdevano faville dappertutto.

Se avessi qualcosa da amministrare e potessi indurre Filippo Turati a
prendersi cura del mio patrimonio, non esiterei un minuto ad
affidargli la mia amministrazione. In pochi anni sarei sicuro di
andare verso la ricchezza che ride dei rovesci degli altri. Egli è un
ragioniere consumato. Ha l'occhio nell'avvenire ed è di una esattezza
direi quasi scrupolosa. Questa abilità, che in un uomo di cifre
diventerebbe una virtù grandiosa, in lui è un difetto che gli costa
una somma enorme di lavoro intellettuale perduto. Mi sento male quando
vedo il direttore della Critica Sociale scrivere gli indirizzi degli
abbonati, registrare gli incassi, impaccare libri e correre alla posta
carico come un facchino. Ma lui non smetterà mai. Egli chiama tutto
questo una distrazione. Abituato a non darsi al riposo, continuerebbe
a scrivere e diventerebbe prolisso e slavato come un pennivendolo da
ottanta lire il mese.

Fuma dalla mattina alla sera. Terminata una sigaretta ne accende
un'altra e continua così fino al momento di addormentarsi.

Alcuni che non lo conoscono bene sospettano in lui il tirchione che si
lascerebbe ammazzare piuttosto che metter fuori un centesimo o offrire
una bibita agli intimi che vanno a trovarlo. È un errore grossolano.
Filippo Turati non è uno sciupone. Ma coloro che frequentano la sua
casa sanno che la sua tavola è sempre popolata di amici e che la sua
mano mette sempre nella mano dei bisognisti dei biglietti di banca.

Una sola volta l'ho veduto seccato di sapersi all'uscio persone che
hanno bisogno di dirgli una parola. Stava facendo colazione e questi
signori lo avevano fatto smettere sei volte. Alla settima rifiutò di
muoversi.

--Ah, per oggi basta, perdio! Ditegli che non ci sono, ditegli!

Poi, dopo qualche boccone, si trovò pentito,

--Era forse uno che meritava più degli altri. La ragione è che ne ho
troppi. Da un po' di tempo il mio uscio sembra l'uscio del duca
Scotti.

È buono, generoso, leale, capace di amicizie vere, sentite. Il
socialismo è la sua anima, la sua fede, il suo ideale. Per esso ha
combattuto--per esso soffre--per esso sarà pronto domani e sempre a
morire.




__Il cubicolo.__


Passando per il corridoio dei cubicoli, vidi nel secondo Chiesi, nel
terzo Romussi, nel quarto Federici, e nel quinto don Davide. Credo di
essere diventato pallido come un morto. Veduti col viso ai due bastoni
di ferro in croce dell'uscio, mi parvero delle bestie o delle ditte di
un museo di criminali. Le loro facce non erano più che grinte
spaventevoli, con delle mascelle enormi, degli occhi biechi, delle
fronti con tutte le stimmate del delinquente nato. Entrai nel sesto.
Dopo di me, venivano Achille Ghiglioni e Costantino Lazzari.

Il cubicolo era completamente vuoto. Non vi trovai che una lastra
d'ardesia, larga poco più del corpo d'un uomo, infissa nella parete a
destra. Mi distesi carico di emozioni, chiudendo gli occhi come per
obbliarmi. Sarebbe bastata, una parola qualunque per farmi piangere.
Non avevo paura, ma tutto ciò che si compiva nel silenzio di
quell'attimo mi commoveva fino alla gola. Vi rimasi assopito non so
più quanti minuti. Mi risvegliai spossato. Il cubicolo era così tetro
e angusto che mi ricordai delle camerucce dei famosi forni di Monza,
ove i Visconti avevano scontato i loro mesi di prigionia. Per
muovermi, non avevo che uno spazio di un metro e sessanta di lunghezza
e un metro circa di larghezza. Era alto, con una finestrolina sopra la
porta che riceveva la luce scialba del corridoio chiuso e largo poco
più della tana. Per vederci malamente, dovevo stare cogli occhi alla
inferriata.

Nessuno dei miei compagni fiatava. Si capiva che attraversavano anche
loro il momento della prostrazione.

Sentii Chiesi che domandava a Fritz come stava.

--Bene, grazie.

Nacque subito il dialogo.

_Romussi_: Mi pare di essere in un antro. È possibile che ci si
facciano passare degli anni in questo buco?

_Federici_ lo tranquillava assicurandolo che la segregazione personale
non poteva durare più di un sesto della pena.

_Romussi_: Saccorotto! Ci dici poco a vivere in questa tana per sette
od otto mesi? Ho tentato di leggere col libro alla ferriata, ma ho
dovuto smettere. Vi avrei lasciata la vista...

Chiamammo due o tre volte don Davide senza averne risposta. Credevamo
che dormisse. Invece, il povero prete, entrato nel cubicolo, non seppe
più reggere. Pianse dirottamente. Pianse nel silenzio soffocando i
singhiozzi per non farsi sentire dai colleghi, pregando Dio di
aiutarlo in un momento di tanta ambascia.

Io, che personalmente lo conoscevo da parecchi anni e che durante il
processo avevo ribadita l'amicizia, inquieto del suo silenzio, gridai:

--Don Davide? Che cosa fate? Dormite?

Rispose con una voce cavernosa che non dormiva. Non aveva bisogno che
un po' di calma per riaversi da tutte quelle emozioni che stavano per
strangolarlo.

Fummo sorpresi dalla guardia con le scarpe di cimossa, la quale ci
spiava in agguato.

--Silenzio! gridò imperiosamente il secondino.

Mezz'ora dopo venne il direttore a vederci, cubicolo per cubicolo, col
cappello in testa e la voce che sentiva dell'uomo abituato a parlare
coi galeotti. Così fu anche in seguito. Venne sempre nella nostra
camerata col cappello in testa e col linguaggio dell'uomo che vuole
essere temuto e vuole essere considerato un domatore di dannati alla
galera.

Uscito il direttore dal corridoio, entrò nel cubicolo un pagliericcio
di crine vegetale puntato, assolutamente insufficiente anche per un
corpo mingherlino come quello di Romussi. Mancava ai piedi di mezzo
braccio e bisognava addormentarsi sul fianco e con la faccia al muro,
se non si voleva cadere sull'impiantito.

--Pane!

Trasalimmo.

Era un galeotto con la catena a parecchie maglie, accompagnato da una
guardia, che andava di buco in buco a distribuire la pagnotta.

Il pane regio--come lo chiamavamo--parve a tutti noi immangiabile.
Dovevamo aver fame, perchè eravamo ancora con l'ultima costoletta e
l'ultimo risotto che avevamo mangiato al Castello.

Romussi mi fece sapere che aveva divorata la sua pagnotta fino
all'ultima briciola. Coi suoi denti da mastino e il suo apparecchio
digestivo sempre in ordine, ne avrebbe mangiata un'altra. Gli altri la
sbriciolarono.

--Minestra!

--Uh! sentii dire.

Era un uh! che traduceva la nausea.

Nessuno di noi seppe ingoiare la minestra.

Guardai che cosa mi aveva scodellato nella gamella. Vidi una pasta che
mi pareva esalasse un non so che di tufaceo e una broda piena di
scandellature gialle alla superficie. Tutto assieme mi faceva recere.

L'afa del pomeriggio ci rendeva inquieti e ci faceva sentire un
bisogno prepotente di uscire all'aria a vedere un po' di cielo.

Verso sera, ci si portò una coperta, un fiaschetto d'acqua, un catino
di zinco ed un asciugatoio ruvido a quadrettoni colorati, largo come
un fazzoletto.

Alle cinque, per noi era notte fatta. Ci augurammo la buona sera.

Mi adagiai sul pagliericcio nella speranza di addormentarmi. La
tristezza aumentava in ragione della oscurità che andava diffondendosi
nel cubicolo.

Verso le nove, sentii due mandate all'uscio del portico.

Era la ronda.

La ronda è composta di un sottocapo e di due guardie, una delle quali
porta la lanterna fumosa e puzzolente.

Entra in ogni cubicolo tre volte per notte, sbatte in faccia la luce
della lanterna, da un'occhiata alla finestra e alla ferriata e se ne
va richiudendo l'uscio a chiave.

Ci vogliono dei mesi prima di abituarsi a queste sorprese notturne.

Romussi non poteva dormire che con dei narcotici. Gli sbatacchiamenti
gli davano sui nervi.

Il secondo giorno fu più triste. Ci eravamo alzati all'alba, chiamati
dalla campana come gente che non aveva tempo da perdere e poi ci si
era lasciati nella capponaia a cellucce senza darci un libro, senza
dirci una parola, senza lasciarci sperare che all'indomani saremmo
usciti.

Bisogna proprio essere aguzzini che gustano la voluttà dell'altrui
sventura, per tenere degli infelici cento e più ore sotto
l'impressione che il sesto della loro sentenza verrà consumata in una
tana senza luce e senz'aria!

Nel cubicolo siamo rimasti due giorni e mezzo.

Durante questo primo periodo, non abbiamo visto che un'ombra che passò
dalla nostra cella con una parola per ogni buco: coraggio!

L'ombra era il cappellano.

Uscimmo storditi. Ci palpavamo la nuca e guardavamo il cielo come
abbacinati. Erano bastati due giorni e mezzo per solcarci le guance e
imbrutirci come gente che si levasse da una sbornia potentissima.

Ci scambiammo su per giù gli stessi pensieri.

--Credetti di morire, sapete. Mancavo d'aria: avevo bisogno di moto e
di luce, sopratutto di luce, sopratutto di moto, sopratutto d'aria.

Don Davide aveva avuto delle nausee che lo avevano impensierito.

--Ci fu un momento in cui dovetti raccogliermi e pregare il Signore
Iddio.

Costantino Lazzari aveva l'aria di uno smemorato. Si palpeggiava il
collo e continuava a battere i piedi in terra come per ridar loro la
circolazione del sangue.

Ci si condusse al passeggio in un cortiletto che sentiva del luogo.
Non avevamo che uno spazio di pochi passi inquadrato da muraglie
giallognole, scrostate e sbullettate. Col dorso verso la torricella,
dalle finte finestre, che usciva da un angolo dell'edificio, vedevamo
un largo verde di Capra Zoppa. La torricella era triste e ci ricordava
che in essa erano le celle più orribili del reclusorio.

Al lato opposto della porticina d'entrata del portico, è la muraglia
con le finestruole a mezzaluna e a doppia inferriata, dietro la quale
è una filata di cubicoli.

Quante volte, durante la passeggiata, abbiamo sentito gli inquilini
dei cubicoli prorompere in pianti dirotti!

Nella muraglia che taglia il cortile, è un pozzo chiazzato di verde.

Le due diane dipinte sul muro sono gli orologi solari dei reclusi.
L'una segna il corso del sole dalle 7 del mattino a mezzogiorno, ed ha
per epigrafe: _Sic mea vita fugit!_ Una condanna atroce, dicevamo al
passeggio, per i poveri prigionieri che portano tanti problemi nella
testa, e sono costretti a sciupare il tempo con le mani in mano!
L'altra, adorna dei segni dello zodiaco, si accontenta di avvisare i
galeotti al passeggio che senza sole non serve a niente: _Sine sole,
sileo_.

Le dita della destra battute sul palmo della mano sinistra di un
sottocapo ci avvertirono che la nostra ora d'aria era terminata.




__Nella quinta camerata.__


Nella quinta camerata entrammo il 27 giugno 1898. È al primo piano. Vi
si sale curvando la testa nel buco di un enorme cancello di ferro, la
cui porticina è aperta e chiusa a chiave a ogni passaggio di forzati e
di reclusi da un cerbero negli abiti di guardia carceraria. Col piede
nell'antiporto che mette nell'intimità dell'edificio, subite la
sensazione che state per essere perduti nella vasta tomba del
reclusorio. Al margine di tanti stanzoni affollati di numeri di
matricola, non sentite alito di vita. Vi sembra di essere nell'androne
di un convento spopolato. La voce di un vivo diventa sonora e vi fa
rabbrividire. Dal buio dell'antiporto, si sale a tentoni per il buio
pesto di due scale, si riesce in una specie di pianerottolo fosco come
la nebbia e si sbuca in un corridoio chiaro, in fondo al quale è la
quinta camerata a fianco di altre camerate.

Vi entrammo l'uno dopo l'altro accompagnati da una guardia e da un
sottocapo. L'entrata è un altro cancello di ferro, foderato nella
parte superiore da un lastrone munito di spia, che sopprime il di
fuori fino alla distanza di un mezzo metro da terra. Di modo che i
secondini, accosciati negli angoli, possono assistere ai movimenti dei
piedi, oppure coll'occhio al buco vedere tutti i condannati che escono
dalla rete del regolamento.

La nostra camerata non ha che la spia nella fodera del cancello. Ma le
altre ne hanno due anche nelle muraglie che le fiancheggiano.

La guardia le scopre all'insaputa dei reclusi e li sorprende fuori di
posto o a chiacchierare o a giuocare a dama colle pedine di mollica di
pane.

Di tanto in tanto la udite che ingiunge loro di stare quieti o zitti.

--Fate silenzio, voi, numero tale, se non volete andare in
«camerella»!

La guardia di Finalborgo fa il suo dovere senza esagerazione e senza
imbestialire contro la ciurma che ha delinquito. Ma è possibile, dite,
di rimanere in un camerone di settanta o ottanta individui per delle
settimane, per dei mesi, per degli anni, con una mano nell'altra, col
pensiero istupidito, senza mai lasciarsi scappare una parola,
un'interrogazione, un grido che viene su dall'anima in un momento di
crepacuore? No, non è possibile. Me lo disse tutto il personale del
penitenziario di Dublino quando ero là a visitare i dinamitardi e gli
altri condannati alla servitù penale. La lingua non sa acconciarsi
alla paralisi completa. Me lo disse e lo scrisse il principe di
Krapotkine che ha scontato la condanna francese nella _Maison centrale
di Clairvaux_.

Questo sistema--diceva--è così contrario alla natura umana che non
poteva essere mantenuto che a forza di punizioni. Nei tre anni che
passai a Clairvaux, il sistema era caduto _en désuétude_. Lo si era
abbandonato a poco a poco, a condizione che le conversazioni
all'_atelier_ e alla passeggiata non fossero troppo rumorose.

Volete un documento che le punizioni non riuscirono, nè riusciranno
mai a far perdere agli inquilini delle carceri l'abitudine di parlare?

Ero al Cellulare quando il signor Sampò prese il posto del signor
Astengo. I detenuti conversavano senza vedersi, stando alla ferriata
della finestra. Il nuovo direttore si mise a infliggere delle
settimane e dei quindici giorni di pane ed acqua, con l'aggiunta
magari della cella di rigore, ai violatori del silenzio. Credete che
ci sia riuscito?

Dalla conversazione di finestra in finestra era stato eliminato il
linguaggio stomachevole. Ma il chiacchierìo era rinato pochi giorni
dopo con maggior vigore di prima. E quale castigo, o signori
carcerieri, riuscirebbe mai a tappare la bocca ai prigionieri subito
dopo la sveglia e mentre squilla la campana del silenzio? Voi sentite
mille bocche in una volta che si scambiano dei buon giorno commoventi,
degli addii pieni di cuore, dei saluti che inchiudono il «coraggio!» o
il «non pensarci che passeranno anche questi mesi!»--Ciao, Biscella!

--Addio, Lumaghin!

--Giuliano, dormi bene!

Una sera ci sono cascato anch'io. Un detenuto sopra o vicino alla mia
cella si mise a gridare:

--Numero tale?

--Che c'è?

--Che cosa hai fatto?

Non risposi.

--Buona sera.

--Buona notte.

Questo semplice dialogo mi fece affiggere sul dorso dell'uscio della
mia cella che il direttore mi aveva punito con dieci giorni di pane ed
acqua!

Dopo il Cellulare, il Castello e il cubicolo, la quinta camerata
dell'ex convento dei frati, dell'ordine di san Domenico, ci parve un
paradiso. La percorrevamo in lungo e in largo con delle fiatate di
soddisfazione. Finalmente qui si respira! Le pareti erano pulite,
imbiancate di fresco, con del verde che girava tutto intorno a un
metro d'altezza.

Le due finestre a doppia inferriata, coi famosi cassoni, che non ci
lasciavano vedere dall'alto che un profilo di Capra Zoppa,
diventarono, per noi, delle aperture illimitate che lasciavano entrare
aria a volumi. Le brande lungo il dorso del camerone assunsero la
forma di letti elastici, con dei materassi sprimacciati, sui quali si
poteva adagiare il corpo affranto dai patimenti, con un guanciale
soffice che pareva appena uscito dalle mani del materassaio.

Guardavamo tutto con compiacenza. Paragonavamo l'asse al disopra delle
brande, che correva lungo la parete, a una elegante guardaroba o a una
comodissima dispensa. Ciascuno di noi aveva un largo spazio per
ammonticchiarvi la biancheria e i libri, per mettervi il catinetto di
zinco, la fiaschetta impagliata, la brocca per bere, la spazzola e la
pettinina, la gamella con inciso il nostro numero di matricola e la
pagnotta che ci avrebbero portata tepida due volte il giorno. Il sole
completava la nostra contentezza. Vi entrava un po' di sbieco dalla
prima finestra e veniva a frangersi sui bastoni di ferro della
seconda, lasciando cadere dei barbagli fino al suolo e portandoci del
calore e della gaiezza che si diffondeva dappertutto.

La sola noia del luogo erano le mosche--delle mosche grosse come
quelle che vivacchiano intorno ai letami--delle mosche pesanti che
aleggiavano con un ronzìo greve, che parevano sonnolente anche
nell'aria, che si fermavano sul nostro naso, sulle nostre orecchie,
sul nostro collo, sulle nostre labbra, sulle nostre mani, senza paura
di essere schiacciate dalla nostra collera. Si cacciavano via e
ritornavano a noi con una insistenza feroce e con una ostinatezza che
ci faceva perdere la pazienza. Più di una volta fummo obbligati a
rincorrerle e a dar loro una caccia disperata coi fazzoletti,
inseguendole fino alla inferriata. Ma era della fatica sprecata.
Ricomparivano a sciami più inviperite di prima. Erano le nostre arpie.

In camerata non eravamo più che delle cifre. Gustavo Chiesi era
divenuto il numero 2555, Carlo Romussi il 2556, don Davide Albertario
il 2557, Bortolo Federici il 2558, Paolo Valera il 2559, Costantino
Lazzari il 2560 e Achille Ghiglione il 2561.

La prima volta che si spalancò il nostro cancello e che entrò un
sottocapo con due galeotti a fare la distribuzione degli asciugatoi e
delle lenzuola, ci fu un po' di confusione. Nessuno era ancora
riuscito a tenersi a mente il proprio numero di matricola e a
convincersi che non eravamo più che dei numeri.

--2555?

--Presente!

A mano a mano che si veniva chiamati, si andava vicino al cancello a
ricevere la «biancheria». Per asciugarci la faccia e tutto il corpo,
ci avevano dato una pezzuola di canape ruvidissima, a rigoni
spaventevoli, a listoni alternati, che andavano dal bigio al
cioccolato--due colori che porto nella testa con orrore. Perchè sono
le striscie che rappresentano la casa di pena e riassumono l'emblema
del reclusorio. Sono i colori della camicia, i colori delle lenzuola,
i colori del saccone, i colori del tascapane, i colori delle mutande,
i colori del berretto, i colori della casacca e i colori dei calzoni.

Per tutto il tempo della condanna non si vedono che dei _clowns_.
Delle schiene a rigoni, delle braccia a rigoni, delle gambe a striscie
e delle teste col copricapo listato di caffè e di bigio con dei
puntini che paiono tante punzecchiature di pulci.

Il numero di matricola aveva ingrossato il cuore di alcuni miei
compagni. Romussi si era seduto sul suo sedile di legno con le
lenzuola sulle braccia e l'asciugatoio in mano dicendo: «Saccorotto!»
Don Davide, di temperamento sensibilissimo, che si lascia commuovere,
o trasportare, o abbattere dagli avvenimenti, sarebbe dato fuori a
piangere se non fossimo stati presenti. Gli pareva impossibile, come
diceva lui, che un sacerdote, che indossava la veste talare da
trentasei anni, questa veste, aggiungeva, «che mi fu compagna e amica
nei tempi lieti e tristi», potesse essere diventato il 2557, con la
gamella matricolata e con la branda in una camerata comune ch'egli
doveva calare e piegare al suono di una campana!

Era inutile abbandonarci alle malinconie. Perchè non eravamo che alla
titillazione del sistema. Ci aspettavano ben altre sorprese.

Costantino Lazzari si era seduto, come al solito, tra due brande senza
dire una parola. Egli si teneva come isolato. Non aveva confidenza in
alcuno e nel suo angolo era il suo mondo. Se qualcuno lo interrogava,
rispondeva come un mastino irritato. Una volta che gli domandai se
aveva qualche dispiacere, mi rispose di occuparmi delle cose mie!

--2559?

--Presente!

Presi la mia biancheria e me la appesi dando in una risata che mise
quasi tutti di buon umore.

Noi credevamo che nei penitenziarii i forzati e i reclusi venissero
abbandonati al rimorso dei loro misfatti, e non vedessero che la mano
incaricata di stendere loro dal buco la pagnotta, la minestra e
l'acqua. Invece, in una camerata di galera, si è come in una sala di
ufficio telegrafico. C'è sempre gente che va e viene. Alla mattina,
quando avete ancora gli occhi ingarbugliati, vi dovete mettere sul
guardavoi, nello spazio delle brande, per la «conta». Si spalanca il
cancello ed entrano tre guardie seguite da un sottocapo o da una
guardia scelta che vanno fino in fondo alla muraglia, contando, mentre
passano, uno, due, tre, quattro, cinque, sei e sette. È la consegna
dei reclusi dalla guardia notturna alla guardia diurna. Escono, si
chiude e si schiude di nuovo il cancello per i reclusi che vengono a
portar via il mastello dell'acqua sporca, per il recluso che viene a
prendere il barile dell'acqua, per il forzato che vuota il «bugliolo»
e il pitalone. Il «bugliolo» è il recipiente di legno con coperchio
del liquido puzzolente. Scoperchiandolo, vi sentite in faccia la
tanfata pestifera delle uova putrefatte. Il «pitalone» delle altre
camerate è un enorme mastello che rimane negli angoli e passa per i
corridoi come una cloaca. Nel reclusorio di Finalborgo non ci sono
latrine! Quando si vuotano e passano dinanzi i cancelli, si è come in
mezzo ai bonzoni dei pozzi neri che si scaricano. Il fluido
nauseabondo vi sommerge come in un edificio coperto fino ai coppi di
materie fecali.

Credete di essere lasciato in pace ed ecco il delinquente che viene
col secchione del latte a mescervene nella brocca cinque centesimi.
Rimane chiuso per cinque minuti e poi si riapre per lasciar entrare il
recluso con la pagnotta.

--Pane!

State per mettervi a sedere e si spalanca un'altra volta il cancello.
È il sottocapo che batte le dita della destra sul palmo della sinistra
dicendo: aria!

Ritornati dal passeggio, viene a farvi visita il forzato della spesa.

La spesa non durava mai meno di quindici minuti.

Era la cosa più difficile di questo mondo. Ogni mattina si doveva
sciogliere il problema come si poteva vivere all'indomani con 25
centesimi, se si era condannati alla reclusione come il 2555 e il
2556, o con 35 centesimi se si era condannati alla detenzione come gli
altri numeri di matricola della nostra camerata. Il 2555 rinunciava di
solito al vino. Un quarto di vino costava nove centesimi. Era del
lusso. E si faceva registrare per due «uova al tegame»--cioè per 22
centesimi. Il resto lo scialava in frutta.

Il 2256 non rinunziava alla bibita. Senza una golata di vino non
avrebbe saputo ingoiare tutte le porcherie del bettolino.

La lista della spesa includeva anche il caffè. Il 2557 e il 2559
persistettero per più di una mattina a berne mezza razione di cinque
centesimi. Ma dovettero rinunciarvi. Era un'acqua colorata e tepida di
un sapore che faceva fare gli occhiacci. Lo si inghiottiva come una
medicina disgustosa.

Il 2557 non lasciò mai il suo mezzo litro di vino di 18 centesimi,
anche quando il vino era acre o imbevibile come l'aceto. Egli aveva
uno stomaco di ferro, ma senza una goccia di vino non avrebbe potuto
digerire i piatti del _menu_ carcerario.

Il nostro piatto di forza erano i gnocchi di dodici centesimi conditi
coll'olio, puah! che sentiva della colatura della lucerna. Il lunedì
avevamo la leccornia di 200 grammi di bue in umido per ventotto
centesimi e di 100 per quattordici. La carne era dura come il corame,
e il 2556 diceva appunto che ci volevano i suoi denti o i denti del
leone per masticarla. Nel sugo pepato, pepatissimo, bisognava
mollificare il pane, guardando altrove e mangiando a occhi chiusi. Il
sugo era una miscela che sapeva di un po' di tutto e che diventava
succolento in ragione dello sgrassamento che si compiva in noi sotto
il regime di una dieta di ferro.

Non ho veduto sbatterlo via con indignazione che una volta.

--Aristocratico! aristocraticone! gridammo in coro al 2558.

--Bravi! guardateci in fondo!

C'era un semplice scarafaggio in decomposizione!

Lo regalammo al forzato latrinaio, avvertendolo della nausea in fondo.

Lo prese come un intingolo regale, leccandosi le dita e curvandosi con
la fraseologia dei ringraziamenti sentiti. Ne avessero tutti i giorni
i galeotti di queste vivande che rifocillano lo stomaco e rincarnano
gli ischeletriti!

--La nostra sentenza--ci disse--sembrerebbe meno dura.

Il secondo moto di violenza che ricordo fu quello del 2557. Era una
domenica e indossavamo già la casacca galeottesca. In domenica, in
luogo delia minestra delle undici, c'è la carne e il brodo. Eravamo
seduti al desco. Il 2557 aveva sbocconcellata un po' di pagnotta nel
brodo, come gli altri. In un attimo lo vedemmo alzarsi con un impeto
di revulsione, suggellato da un _porci!_ Egli si era drizzato in piedi
come un fusto d'orgoglio, aveva preso la gamella ed era andato alla
spia del cancello:

--Dite al signor direttore che non sono un maiale! Questa carne puzza
come una carogna!

Fu un sottosopra. Siccome, in fondo, volevano tutti bene al 2557, un
po' perchè era un sacerdote, un po' perchè era un bell'uomo, e un po'
perchè era buono, così venne su subito il sottocapo a constatare il
reato d'incipiente putrefazione e a dirgli che gli avrebbe mandato di
sopra una sleppa di manzo eccellente!

Noi però non gli abbiamo perdonato lo scatto che ci aveva tolto
l'appetito. Il 2555 lo pregò di leggere il «manuale del buon
sacerdote».

--È doloroso che un secolare vi debba richiamare ai doveri che vi
impone la vostra veste. Mangiate quello che vi portano; siate umile,
siate modesto, siate paziente e perdonate a tutti coloro che vi fanno
del male. Andare sulle furie per un po' di carne «passata», è da uomo
volgare.

--Avevo fame! capite che avevo fame! Ho 52 anni, sono alto e grosso e
mi tocca mangiare la razione comune, la razione della gente
mingherlina, piccola, senza il mio apparecchio digestivo! È vero o non
è vero che c'è voluto più stoffa per vestirmi? È vero o non è vero che
c'è il supplemento al vitto per gli uomini della mia proporzione anche
nelle caserme? È dunque naturale che mi si dovrebbe trattare con una
dieta diversa.

--Voi vorreste dei privilegi!

--Abbasso i privilegi!

--Privilegio! gridai anch'io.

--Privilegio! Chi è mingherlino non può mangiare come mangia un uomo
dalle mie proporzioni!

Anche senza avere l'apparecchio digestivo del 2557, in galera si
patisce la fame pur avendo i mezzi per il sopravitto. Se poi non se ne
hanno, si diminuisce di peso di giorno in giorno.

Con 600 grammi di pane cento volte inferiore a quello del soldato, e
150 grammi di pasta sempre scellerata, un condannato si sente i crampi
nello stomaco più di una volta in 24 ore. In tutte le camerate si
ripete la stessa storia:--«Ho fame, si ha fame, abbiamo fame.»

I trentacinque minorenni della nona camerata, quasi in faccia alla
nostra, ci impietosivano. E tutte le volte che potevamo, mandavamo
loro le nostre pagnotte e la nostra minestra.

Senza le nostre cinque o sei o sette o dieci pagnotte al giorno
avrebbero fatto della fame tutti i giorni. Perdio in prigione si
patisce inesorabilmente la fame.

Tanto è vero che in prigione si soffre del digiuno prolungato, che il
2556--cioè il direttore del _Secolo_--mi disse, la seconda volta che
fummo al Cellulare, queste testuali parole che trovo registrate nel
mio diario:

--Una buona novità introdotta dal direttore cav. Codebò è quella di
avere diviso la distribuzione della minestra e del pane. Certi
prigionieri, giovinetti robusti, mangiavano d'un colpo i 600 grammi di
pane, e alla sera si trovavano tormentati dalla fame. Egli pensò di
distribuirlo in due riprese: alle 10 e alle 3. Così pure divise la
minestra quotidiana. I detenuti, con questo sistema, hanno un cibo
caldo, benefico, specialmente d'inverno.

Ma anche così, si pativa. Con una quantità insufficiente e una qualità
abbominevole non era possibile uscire dal regno della fame.




__Nequizie regolamentari.__

I pasti e le cimici.


Gli entusiasmi per la quinta camerata non potevano durare a lungo.
Chiudetemi in un salotto elegante con le inferriate a scacchi e il
cancello di ferro, e vedrete che in pochi giorni i mobili mi
diventeranno odiosi e l'ambiente senza uscita mi incendierà il
cervello e mi ridurrà in un angolo a imbecillire nella mia impotenza.

_Il silenzio è obbligatorio:_ disteso a caratteri neri sul fondo
bianco della muraglia in faccia al cancello, diveniva, di ora in ora,
odioso e intollerabile per dei giornalisti che avevano passata la vita
tra il chiasso delle redazioni. Era una ingiunzione che ci riduceva a
una ragazzaglia di casa di correzione.

Vivere con degli amici--e degli intellettuali come i miei compagni--è
una vera consolazione e spesso anche un'istruzione. La loro parola vi
va per le orecchie come una carezza, vi solleva lo spirito abbattuto,
vi distrae e vi porta in mezzo ai ricordi tumultuosi della loro
professione battagliera. Ma sempre, sempre, sempre, senza mai un
minuto di isolamento, diventa, spesso, una pena e una tortura!

Vi fa male di vedere loro crescere lentamente le unghie sucide senza
aver modo di offrir loro la limettina per tenerle regolate e pulite, e
di assistere a tutto ciò che fuori di galera si fa nel bagno, alla
latrina, nello spogliatoio e nella stanza da letto. E vi sentite
desolati di udire la bestemmia di qualche vostro compagno che aveva
l'abitudine di lavarsi i denti collo spazzolino.

--Che male ci sarebbe--incominciava a dire qualcuno di noi--se la
direzione mi permettesse uno spazzolino e della polvere e dell'acqua
dentifricia?

--E che strappo si farebbe al regolamento se io, prete, continuassi a
indossare quella divisa di sacerdote che io credo di non avere
disonorata?

--Capisco la punizione.

--Io no, non la capisco. Se capisco qualche cosa è la mia separazione
dalla società che posso avere offesa. La punizione che mi distrugge è
un delitto. E lo griderò dai tetti, o meglio dal giornale, non appena
al largo.

--Lasciami dire. Io posso capire la punizione. Ti va? Ma la
raffinatezza di sopprimermi le sigarette se ho l'abitudine di fumare,
di mandarmi a dormire all'ora delle galline invece di lasciarmi
lavorare o studiare, di costringermi a stare sul saccone duro come una
pietra per dieci o dodici ore, di non permettermi una locomozione che
mi mantenga sano, di tenermi in piedi con una nutrizione che mi
restituirà alla mia famiglia, e alla società, idiota e incapace di
guadagnarmi l'esistenza?

--Taci! C'è raffinatezza più diabolica di quella di romperti
violentemente la comunicazione epistolare con tutto il mondo che hai
conosciuto, che conosci, che ti ama e continua a volerti bene, anche
dopo la condanna dei tribunali di guerra? Raffinatezza più triste, più
sciagurata di quella di impedirti di scrivere a tua moglie, a tua
madre, ai tuoi figli, a coloro che ti amano e che ti piangono e che ti
idolatrano, se non una volta ogni tre mesi, se sei alla reclusione, o
una volta al mese, se sei alla detenzione? E anche questa lettera
mensile e trimestrale non è un'altra tortura? Tu non puoi parlare, ti
si dice, che dei tuoi interessi. Non è un interesse dire, per esempio,
ai tuoi di casa di non addolorarsi perchè ti si è mandato alla
reclusione innocente? No, perchè insulteresti la giustizia. Non è un
interesse parlare di ciò che fai e di ciò che vedi, della tua salute,
se stai bene o male? No, perchè il condannato non deve parlare di
quello che avviene nella casa di pena!

Più di una volta, io e don Davide abbiamo dovuto discendere in
direzione a riprenderci la lettera coll'ordine di riscriverla senza
qualche frase contraria al regolamento. Per due settimane ero stato
malaccio. Mi sentivo debole e non sapevo più digerire la pagnotta e la
pasta del penitenziario. Scrissi nella lettera della mia
indisposizione, aggiungendo «che adesso stavo bene». Si poteva essere
più modesti? La direzione trovò modo di farmela rifare.

--Non le pare, signor direttore, o signor capo, che questa sia una
notizia di carattere intimo?

--No, perchè il recluso non deve occuparsi di ciò che avviene nel
reclusorio.

--Aguzzini! gridai mentalmente. Aguzzini!

E le lettere che ci pervenivano dal di fuori? Bastava un accenno alla
vita pubblica, un alito dell'agitazione che si faceva a favore dei
condannati, un'allusione a una prossima amnistia, una frase
ministeriale, il pensiero di un deputato, l'opinione di un giornale,
perchè la mano della direzione corresse sul delitto, con la penna
carica di inchiostro a coprire tutto di nero. Ho veduto delle lettere
piene di chiazze, piene di rigoni che sgrammaticavano la dicitura o
sopprimevano le parole che potevano suscitare delle speranze o lasciar
trapelare la commozione pubblica.

Qualche volta la mano diventava brutale e allora recideva il foglio
alla testa o alle gambe o lo metteva spietatamente in un cassetto
senza neanche dire crepa al numero di matricola al quale era
indirizzato!

Una scena che avrebbe fatto piangere gli amici, se avessero potuto
mettere l'occhio alla spia della nostra camerata, era quella dei pasti
dei primi tempi. Gli abiti dei sette amici, che aspettavano il
monosillabo della Cassazione per uscire o per indossare la casacca
galeottesca, si erano consumati e malconciati. C'erano delle maniche
sdrucite, dei calzoni sfilacciati agli orli, degli occhielli sfatti o
che si sfacevano, delle ginocchia e dei gomiti lucidi o maculati di
larghi oleosi e dei baveri sui quali si era andata accumulando la
forfora di una cute che nessun parrucchiere spazzolava da un pezzo.

Don Davide pareva uno di quei preti descritti dal Porta. Colla veste
piena di macchie, colle calze rotte, colle brache stralucide che
perdevano, col nero, dei brandelli, e con la collarina inamidata da
tanto tempo che lasciava vedere il giallo delle trasudazioni del
collo.

Abituati al tovagliolo e alla posata lucente sul candore diffuso per
la tavola, la mobilia della nostra sala da pranzo si riduceva a una
lunga panca dalla quale sbucavano, di tanto in tanto, gli insetti
rossicci che la povera gente chiama cimici, e a dei sedili di legno
rotondi, le cui capocchie laceravano di frequente i calzoni
dell'avvocato Romussi. Mettevamo la panca vicino alla seconda finestra
e sedevamo quattro da una parte e tre dall'altra. Coi tozzi di pane
sparsi qua e là lungo la panca, colla gamella fumante sul palmo della
mano sinistra, e un moncone di cucchiaio di legno greggio col quale
tentavamo di sbasoffiar via una pasta scondita o condita fino al
disgusto, potevamo essere copiati per un mucchio di pitocchi di
frateria che si scalda lo stomaco colla minestra del convento.

Ho parlato delle cimici, perchè ne ho trovate dappertutto. Nei
camerotti polizieschi, nelle celle del Cellulare di Milano, nelle
stanze del carcere giudiziario di Genova e nello stanzone del
penitenziario di Finalborgo. Dopo la condanna, il Turati occupava, al
Cellulare, una stanza spaziosa e ariosa nell'esagono del secondo
raggio. Io, De Andreis, Romussi e Federici passavamo parte della
giornata con lui. Nessuno di noi poteva adagiarsi sul suo letto a
pagamento, senza che venissero alla superficie filate di queste
schifose bestioline che fanno pancia col vostro sangue. Mi diceva
Turati che di notte sciupava il tempo con questi puzzolentissimi
insetti che non lo lasciavano dormire. Tre o quattro giorni prima che
andasse alla reclusione, il direttore, impressionato dal suo tormento,
gli fece imbiancare il cellone e passare alle fiamme il letto di
ferro.

--Ne ho trovate, ci diceva lo scopino incaricato di farli morire col
fuoco, a nidiate. Morivano mandando un'odore pestilenziale che mi dava
le vertigini.

Un'ora dopo questo nettamento e questa pulitura, ne vedemmo tre che
andavano via, pian piano, per il cuscino!

Nelle vecchie carceri di Genova non mi sono fermato che 15 ore. Se vi
fossi rimasto di più, ne sarei uscito dissanguato. Venivano fuori a
frotte.

Il soffitto ne era pieno e negli angoli delle pareti si potevano
prendere a manate. Alla notte, per paura che mi andassero nelle
orecchie, o su per il naso, o in bocca, fui costretto ad alzarmi. Il
letto ne formicolava. Potevo coglierle a manate al buio. Sdraiato non
mi lasciavano quieto. Le mie mani precipitavano sulle gambe, sul
petto, e le rincorrevano per il corpo senza riuscire mai a
liberarmene. Come erano spietate le cimici del carcere giudiziario di
Genova! In questo carcere maledetto, non ebbi coraggio di mangiare, ma
ebbi l'imprudenza di comandare un caffè. Ritirandolo dal buco
dell'uscio me ne caddero tre nella chicchera e due nel piattino.
Buttai via la bevanda dal disgusto.

Nello stanzone di Finalborgo formicolavano per i cornicioni, si
sorprendevano sulle pareti, si trovavano in letto, nelle screpolature
dei muri, nelle commessure delle finestre, e perfino nelle crepe del
tavolo.

L'ambiente ha una grande influenza sugli individui. Anche l'uomo
cresciuto nella reggia, nelle tombe penali diventa, a poco a poco, un
porco. Dopo due o tre mesi non è più schifiltoso e non si meraviglia
più di nulla. Si abitua a mangiare le cose meno mangiative o più
repulsive con le i mani, a pulirsi le dite nella giacca, a vedersi gli
orli delle unghie calcate di sudicerie nere, a lavarsi maledettamente
male in un cucchiaio d'acqua senza sentirsi invaso dal malessere, a
considerare i pidocchi come amici di casa e a prendere delicatamente
le cimici senza contorsioni e travolgimenti d'occhi.

Se volete convincervi che l'ambiente agisce potentemente
sull'individuo, invitate un ex recluso a pranzo. Osservatelo
attentamente quando mangia e lo sorprenderete più di una volta in
flagrante violazione delle regole più comuni della persona allevata
bene.




__Don Davide Albertario.__


Se il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ fosse stato ministro
della chiesa anglicana, a quest'ora egli sarebbe padre di una nidiata
di figli. Perchè le _misses_ non gli avrebbero permesso di consumare
la gioventù nel celibato, in un paese ove il servo di Dio prende
moglie come qualunque altro mortale.

Fisicamente è più corazziere che sacerdote. È un bell'uomo alto,
spalluto, con un petto che traduce la sua salute di ferro, piantato su
due gambe poderose, che fanno tremare le pareti della quinta camerata
di Finalborgo quand'egli passeggia concitato o disperato di sapersi un
leone in gabbia. La dieta della fame non è riuscita a smagrarlo, o a
chiazzargli di lividure le guance voluminose, o a fargli nascere delle
rughe sulla fronte. I suoi 52 anni sembrano 38. Ha la carnagione di un
prelato in fiore, gli occhioni luminosi che rivelano la bontà del suo
animo ed è dotato di una forza che mi piegava in due non appena mi
mettevo a lottare con lui.

La sua attività cerebrale è prodigiosa. Non appena gli furono concessi
gli strumenti di lavoro, la sua mano non è stata più quieta. Con una
corrispondenza che avrebbe tenuto occupati tre segretari, egli trovò
modo, in due mesi, di riempire 587 fogli di protocollo, che
rappresentano l'opera sua di prete, di giornalista, di predicatore e
di recluso. Senza essersi completamente sbottonato, come in una
autobiografia, i lettori--se i manoscritti verranno pubblicati--vi
troveranno il polemista che si ferma dove incomincia l'invettiva, il
letterato che si sdraia con compiacimento nel suo letto intellettuale,
l'oratore che ripassa pieno di letizia attraverso le sue orazioni
trionfali, il sacerdote che sta ritto sulla tolda della sua nave
cattolica, agitando il suo programma che si riassume nella formola
«col papa e per il papa».

È nato nella provincia di Pavia, studiò all'Università
gregoriana--frequentata dagli stranieri che si avviano alla
carriera ecclesiastica. Si laureò in sacra teologia nel 1868, in
diritto canonico nel 1869 e a 23 anni venne consacrato sacerdote
dall'arcivescovo di Milano, mons. Calabiana, unitamente al suo
compagno di infanzia, il padre Zecchi, il noto scrittore della
_Civiltà Cattolica_ e uno dei più insigni oratori della
predicazione sacra.

L'_Osservatore Cattolico_ si può dire sia stato il suo bimbo adottivo.
Incominciò a volergli bene nel 1869 e continuò ad amarlo e a nutrirlo
col suo ingegno fino al giorno in cui Bava Beccarla mandò i
carabinieri e i soldati ad arrestarlo come un malandrino qualunque
nella casa paterna.

Io non posso dire di essere un lettore costante di fogli religiosi. Ma
credo che non ci sia in Italia un giornale del partito che possa
essere paragonato al quotidiano di don Davide. È un giornale che sente
tutta la modernità professionale senza perdere del suo concetto
fondamentale, che è la necessità della chiesa cattolica. È redatto
bene, redatto da giovani che lo seminano di idee col ventilabro e che
riempiono le sue colonne di uno stile spigliato, nervoso, che non
lascia mai giù le ali sui guazzi sociali per paura di sporcare chi
legge. È interessante per ogni lettore. Vi trovate l'appendice
drammatica, l'appendice letteraria, l'articolo politico, il
trafiletto, la cronaca, gli avvenimenti internazionali e una larga
piattaforma per i servizi municipali--per le questioni operaie--per i
problemi dell'avvenire.

L'_Osservatore Cattolico_ è stato condannato nella persona del suo
direttore per queste motivazioni: 1.° perchè ha con fine ironia
combattuta la monarchia; 2.° perchè si è unito ai repubblicani e ai
socialisti e agli anarchici per demolire le istituzioni dello Stato;
3.° perchè ha eccitato all'odio i contadini contro i signori e contro
altre classi sociali; 4.° perchè ha educato il clero alla vita
battagliera invece che alla missione di pace alla quale è destinato da
Cristo.

--Che c'è di vero, don Davide, in tutto questo?

--Per capire la portata della motivazione della sentenza che mi ha
relegato per tre anni in questo reclusorio, bisogna conoscere la
natura del mio giornale. L'_Osservatore Cattolico_ è anzitutto un
giornale che si dedica alla propaganda e alla difesa della chiesa
cattolica e del papa. Siccome l'Italia è aderente a questa chiesa,
così si deve ritenere necessaria la religione al bene sociale, per la
vita presente e per la vita futura, come si deve ritenere necessario
che essa sia tenuta in onore e non perda influenza. Questo è il
caposaldo del programma del mio giornale nel rapporto religioso.

«Nel rapporto politico io, direttore dell'_Osservatore Cattolico_,
sono indifferente alla forma monarchica o repubblicana di governo. Do
la preferenza a quella forma in cui i governanti sono col mio
programma religioso, al quale subordino tutto il resto. Quindi è una
bugia dire che io combatta la monarchia, come è una brutta invenzione
quella di accusarmi di complicità coi repubblicani e socialisti e
anarchici. In un ambiente monarchico io lavoro in mezzo al popolo,
perchè il governo abbia a cessare dall'opposizione contro il papa e
contro la religione e abbia a promuovere la pace religiosa nel paese.

«Il mio programma sociale è ampio e generoso. Io accetto tutto ciò che
nei postulati del socialismo è compatibile colle dottrine della chiesa
cattolica e mi adopero per attuarlo formando l'opinione in questo
senso. Deploro il concetto fondamentale materialista del socialismo,
deploro che non ammetta le verità cattoliche, perchè il materialismo e
la negazione delle verità cattoliche scavano un abisso tra il
cattolicismo e il socialismo. L'_Osservatore Cattolico_ combatte la
speculazione che impoverisce, combatte l'usura, invoca provvedimenti
di Stato che salvaguardino i diritti e gli interessi delle classi
inferiori e ne migliorino le condizioni. Esso però rifugge dallo Stato
collettivista. Tutto questo vogliamo ottenere con la persuasione della
propaganda pacifica, con la carità generosa, col mezzo delle autorità
e delle leggi. Credetelo, è una calunnia dire che io ecciti all'odio o
alla discordia.

«Da questo potete argomentare del valore delle motivazioni della
sentenza del Tribunale militare. No, non sussiste la fine ironia
contro la monarchia, non sussiste la congiura con altri partiti contro
le istituzioni, non sussiste l'eccitazione di odio tra le varie classi
sociali, non sussiste l'educazione del clero in senso opposto alla
missione assegnatagli da Cristo. Non sussiste nulla di nulla. Di vero
non c'è che questo: che si è mandato in galera un innocente.

«Volete una prova che il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ non ha
tentato di sviare dal retto sentiero il clero italiano? Da che sono
nella casacca del galeotto, sua santità il papa mi ha mandato la
benedizione più di una volta, e una medaglia d'oro che tengo
carissima, centinaia di vescovi, da ogni parte d'Italia, scrissero a
me e a mia sorella lettere affettuosissime, sacerdoti e vescovi--come
quello di Savona--sono venuti a trovarmi e a ogni distribuzione
postale ricevo, come avete veduto, un mucchio di lettere e di
telegrammi. Se non ci fossero di mezzo i patimenti di questa vitaccia,
che sopprime il sacerdote e distrugge l'uomo, direi che il Tribunale
di guerra mi ha reso un segnalato servigio.»

L'affezione per sua sorella è nota a tutti coloro che leggono le sue
lettere datate da Finalborgo e indirizzate alla «cara Teresa». Sono
lettere castrate e scritte nella condizione di un uomo che non può
dire quello che sente e che vuole. Ma in esse è il pathos di un'anima
addolorata. C'è la tenerezza di chi soffre della separazione e della
lontananza. E la sorella lo ricambia di pari affetto. La sua assenza è
il suo strazio. Per liberarlo, ha messo sossopra mezzo mondo. Ha
mandato una lunga epistola all'episcopato italiano--ha scritto al
presidente dei ministri e ha fatto bussare, a insaputa del fratello,
fino alle porte reali.

In mezzo a noi, don Davide, non ha mai fatto sentire il prete. Egli
era un compagno che prendeva parte alla discussione, che si adattava
in un modo mirabile alla vita comune, e che rideva delle nostre risate
come un giovialone che non si ricorda della condanna.




__I forzati.__


Il «forzato» è colui che sta scontando la sentenza che gli ha inflitto
il vecchio codice. Lo si può dire il martire del bagno penale. Nessuno
ha subito le sue torture. Egli è passato attraverso tutte le sevizie
che sono nel regolamento composto dagli «estratti dei regi bandi del
22 febbraio 1826». Un'infrazione qualunque, come quella, per esempio,
di essere reo di bestemmia o di imprecazione contro l'onore e la
riverenza dovuta alla Maestà di Dio, alla Beatissima Vergine ed a
tutti i santi, lo avrebbe mandato croatescamente sulla panca a
ricevere la punizione di parecchie «bastonate». Tutti noi, compresi i
direttori dei reclusori, possiamo smarrire qualche cosa senza
crederci, per questo, meritevoli di punizioni corporali, non è vero?
Il forzato che perdesse il semplice libretto di «massa» viene invece
disteso sulla pancaccia della bastonata!

Istigando alla disubbidienza o all'ammutinamento o rivoltandosi contro
i «suoi custodi», il galeotto incorreva «nelle pene corporali
estensibili sino alla morte».

Il bastonatore era sempre un grandiglione dalle braccia poderose che
faceva divenire alto il sedere con colpi che strappano dei
misericordia!

L'abito del forzato differisce da quello del recluso. Il forzato a
vita indossa una giacca rossa, porta una callotta verde alta e
rotonda, ed ha sul cuore una striscia nera sulla quale è stampato il
numero di matricola.

<tb>

Il forzato a tempo ha la callotta scarlatta e la striscia di un verde
slavato. Se vedete un camerotto o un cortile di queste «facce da
galera», vi sentite correre per la schiena i brividi dello spavento.
Provate gli orrori di sapervi dinanzi ai sanguinarii che hanno fatto a
pezzi le donne, squarciata la gola agli uomini e spaccato il cranio ai
bimbi. Il loro abbigliamento e il loro viso galeottizzato triplicano
la ripugnanza che vi ispirano.

Non appena il forzato entrava nello stabilimento di pena, gli
completava la _toilette_ il fabbro, un altro collega che gli ribadiva
al malleolo l'anellone di ferro massiccio della catena. Il catenone a
diciotto maglie era così lungo e così pesante che nessun forzato, per
quanto forte, sapeva stare in piedi più di un'ora.

Uno di questi sventurati di Finalborgo mi descriveva tutta quella
massa di ferro, che il codice gli imponeva di trascinarsi dietro fino
a sentenza finita, con queste parole:

«La maniglia--come chiama lui l'anellone--era assai diversa da quella
che mi vedete ora. Era un grosso cerchio che mi dava un grande
fastidio. Di giorno mi lacerava le mani a ogni movimento e di notte,
con la parte mal ribadita, mi scorticava l'altro piede tutte le volte
che mi voltavo addormentato. Mi alzavo con la gamba stracca e
indolenzita.

«Il catenone mi tribolava dalla mattina alla sera. Non sapevo dove
metterlo. Se me lo tiravo sui fianchi, non sapevo reggerlo più di
dieci o quindici minuti. Erano minuti di spasimi. Se me lo tenevo
sospeso con le mani, dovevo abbandonarlo non appena mi dolevano le
braccia. E se me lo ammucchiavo sulla spalla o sul braccio sinistro,
sentivo subito il bisogno di levarmelo.

«Erano dei quintali che mi indemoniavano. Non era che in terra, seduto
sulla pietra, incatenato al grande anello di ferro confitto nel rialzo
del granito della cella, che potevo trovare un po' di quiete. Con la
maggior parte del peso sul suolo, si poteva tirare il fiato. Ma tutti
noi, di questi ambienti, sappiamo che il moto delle gambe è questione
di vita. Guai al condannato che poltrisca nella disperazione! La sua
sentenza si estingue presto. Egli si avvia col treno lampo al
sepolcro.»

--E adesso, quest'altra di quasi due chili di ferro, che vi penzola
dalla gamba, vi rompe le scatole?

--Una catena alla gamba, coll'anello massiccio che non si può rompere
che colla morte o nel giorno in cui avete finito di espiare la pena, è
un tormento senza nome. Quante volte questa catena mi ha fatto pensare
al suicidio!

<tb>

Il galeotto di questo straziante periodo, che si chiuse, credo, nel
90, veniva accoppiato con un altro.

Il compagno di «branca», vale a dire di catena, rimaneva indivisibile
per degli anni e degli anni. Attaccati allo stesso anellone del
macigno, dovevano dividersi, con la noia penosa dell'unione
coercitiva, il peso della catena e seguirsi ogniqualvolta uno si
moveva.

Se, per esempio, il 387 si alzava, il 130 non poteva rimanere seduto.
Se uno degli infelici aveva dei bisogni urgenti, l'altro si doveva
accosciare rasente il mastello puzzolente e aspettare che facesse i
comodi suoi. I passi di ciascuno dovevano essere studiati, e il
desiderio del 387 doveva essere il desiderio del 130. Immaginatevi, mi
diceva uno di questi forzati, di trovarvi appaiato con un tale che
avesse la diarrea, come è toccato a me per tre mesi! O supponete, voi
che siete educato, che non avete perduto tutto e che aspirate alla
riabilitazione, di essere inchiodato allo stesso anello con un uomo
volgare, magari brutale, magari capace di fracassarvi lo stomaco con
un pugno per una parola mansueta che gli è andata nell'orecchio come
una scudisciata!

--Ho letto una volta un libraccio che raccontava gli orrori degli
inquisitori spagnoli. Certamente, leggendo, mi si accapponava la
pelle. Ma non credevo che il Gutzman sia riuscito più feroce
dell'inventore della «branca». Essa non vi fa scricchiolare le ossa
contorcendovi, ma a lungo andare vi deturpa e vi masturba la vita
assai più degli ordigni di tortura. Appaiato per degli anni con un
grassatore o un brigante o un omicida! Pensateci un minuto e vi
troverete col capogiro!

<tb>

In generale il forzato, come lo abbiamo conosciuto noi, è buono. Nella
zona della espiazione diventa un fratello che si intenerisce dei
vostri dolori e vi rincuora alla speranza. A Finalborgo c'è stato un
tempo in cui adempiva alla funzione pietosa d'infermiere Alfonso
Carbone, un capo brigante che aveva della iena e che mutilava le sue
vittime attorcigliandosi le loro budella intorno la mano. In
infermeria, lo si poteva dire una suora di carità. Si alzava a tutte
le ore, accorreva al letto di chiunque lo chiamasse e faceva di tutto
per alleviare le sofferenze. Un compagno, che aveva passato dieci e
più anni al «Castellaccio», mi raccontava della bontà di Cipriano La
Gala. Egli, Cipriano La Gala, era là a scontare la prima condanna di
dieci anni di isolamento. Fu un modello di condotta. Così
irreprensibile che il direttore, signor Brunellesco, dopo sette anni,
lo fece scatenare e mettere in compagnia di altri quindici galeotti.
In sette anni il La Gala non aveva mai detto una parola alla guardia,
che non fosse di ringraziamento. Nella vita in comune, egli era un
agnello che si prosternava alla volontà del primo o dell'ultimo
galeotto. Durante la sua residenza, non ebbe mai un rapporto, mai un
accento che rivelasse l'eroe di tanti delitti.

In galera, ho conosciuto gente che sente la fratellanza come non la si
sente all'aria libera. Ho conosciuto forzati che si sono levati il
pane di bocca per darlo a chi aveva più fame di loro. So di un tale
che si è tolto il panciotto, che si era pagato coi suoi denari--perchè
il panciotto è una concessione del direttore o del medico--per
regalarlo a un poveraccio senza fondo di massa, oppresso dalla tosse a
scatti che non perdona.

La solidarietà per il diritto comune è nel grido di _fuori! fuori!_ di
tutte le camerate, quando i forzati si credono curvati dall'arbitrio e
vittimizzati dagli abusi. Spieghiamoci. Supponete che una guardia sia
tanto cattiva da farvi punire per dei nonnulla o che il pane non sia
che della mota malcotta e indigeribile. In galera non è ammessa la
protesta, nè collettiva, nè individuale. Se voi dite: rifiuto questa
gamella di minestra perchè è immangiabile, siete sicuro che vi si
ordina di portare il vostro materiale lettereccio in magazzino e di
andare diffilati ai banchi di rigore. Se vi fate registrare per
un'«udienza col signor direttore», vi capita, novantanove volte su
cento, che il direttore vi dice che siete un insolente e che fuori,
prima di andare in galera, non mangiavate tanto bene e che per questa
volta vi manda a mangiar meglio nel cubicolo, per una quindicina di
giorni, con l'aggiunta della camicia di forza se osate lamentarvi.

Sovente alcuni forzati, si sottomettono alle punizioni individuali per
richiamare l'attenzione del direttore su questo o quel sopruso. Ma
quando il sopruso continua con maggiore accanimento e quando il
direttore si ostina a «ignorarlo», allora i forzati perdono la
pazienza e ricorrono alla violenza del _fuori! fuori!_.




__Un fuori! fuori!__


Uno di questi ammutinamenti è avvenuto poche settimane sono nella casa
di pena di Padova. L'ultimo di Finalborgo è sotto la data del 3
gennaio 1896. Il direttore Codebò aveva assunta la direzione del
reclusorio nell'ottobre del 1895. Egli vi era andato preceduto dalla
fama di direttore «severissimo», d'un direttore, per esprimermi con la
frase di un forzato, che terrorizzava con una disciplina di ferro.

Direttore di un reclusorio, egli voleva che imperasse il silenzio
assoluto. Il guaio era che gli inquilini di questo bagno penale--come
lo si chiamava mava prima--erano misti: cioè erano reclusi e forzati.

I primi, col nuovo codice, devono scontare la condanna senza parlare;
i secondi, col codice vecchio, possono conversare sottovoce tra loro.

Il reclusorio poi deve essere a celle. E nel reclusorio di Finalborgo
non ci sono che cubicoli, banchi di rigore e celle di punizione in
Torretta. Nei lavorerii in comune avveniva, per esempio, che i reclusi
dovevano tacere e i forzati potevano scambiarsi delle parole
sottovoce.

Il direttore, per impedire che si mancasse di rispetto al regolamento,
fece affiggere un ordine del giorno il quale ingiungeva di farla
finita col chiasso. Forzati e reclusi lo stracciarono. Il direttore
incominciò allora con le punizioni e i reclusi e i forzati si misero a
gridare e a urlare che gli avrebbero fatto un _fuori! fuori!_

La sera prima, i più eccitati si erano scambiati degli abbracci e
salutati con dei baci, dicendosi l'un l'altro: chi sa quando ci
rivedremo!

Il giorno dopo si trovarono--come dicevano loro--decimati. In ogni
camerata ne mancavano venticinque. Dove erano andati? Erano stati
mandati via o erano in punizione?

La questione del malcontento generale non era mica limitata al
«silenzio». I reclusi si lamentavano anche per altre cose. Essi
dicevano, per esempio, che era antiumano e contrario all'igiene
affollare i tavolati delle camerate di ottanta pagliericci. «Dormivano
l'uno addosso all'altro come bestie.» Uno--mi si raccontava--che
avesse avuto bisogno di sputare di notte, doveva mettersi sul sedere e
sbattere l'espettorazione al di là dei piedi.

La direzione persisteva nel mantenere due soli--dico due soli--catini
di zinco, d'un litro e mezzo o due d'acqua ciascuno, per ogni
camerata. Alla mattina era una lotta. Tutti volevano lavarsi nel
recipiente, e invece dovevano contentarsi di una manata d'acqua che
raccoglievano nel cavo delle mani. Questo modo di lavarsi produceva un
altro inconveniente: lasciava le pietre della camerata sempre umide. E
anche la popolazione delle case di pena ha una paura maledetta dei
reumatismi.

Nel subbuglio entrava anche la biancheria. Si cambiavano loro le
lenzuola ogni quaranta giorni e le camicie lacere e acciabattate a
intervalli di quindici giorni.

Il _fuori! fuori!_ era sempre in discussione. I più vecchi ricordavano
ai più giovani che tale grido voleva dire una rivolta: e una rivolta
di forzati e reclusi poteva avere delle conseguenze terribilissime.

Mentre si svolgeva nelle camerate il concetto di limitarsi a una
protesta individuale, si sentirono dei gemiti e delle voci strazianti
che uscivano dai banchi di rigore.

Il _fuori! fuori!_ fu un fatto compiuto.

Tutte le camerate furono in piedi. In ciascuna nacque un pandemonio
indescrivibile. Le «asse dei pancacci»--mi diceva uno di
loro--incominciarono a volare da una parte e dall'altra. Si urlava, si
sgolavano ingiurie e si imprecava contro la giustizia. I reclusi
aggiunsero al casaldiavolo il rifiuto della minestra. Nessuno di loro
aveva voluto sporgere la gamella.

--Datela ai maiali! datela!

Un quarto d'ora dopo, lo stabilimento era invaso dalla truppa, dai
carabinieri e dall'autorità locale.

Il direttore, seguito dai soldati, si presentò all'uscio del banco di
rigore per sedare il tumulto.

I puniti gli risposero scaraventando al buco della spia una fiaschetta
d'acqua. Gli spruzzarono la faccia e lo scalfirono in qualche parte.

Passò al cancello delle due camerate dei reclusi. Lo ricevettero con
degli urli e dei gesti minacciosi. Lo accusarono di essere «causa di
tutto il male» e lo coprirono di villanie.

L'eccitamento divenne così intenso che i capitani dei carabinieri e
della fanteria dovettero pregarlo di ritirarsi.

Gli ufficiali, con delle buone parole, cercavano di calmarli.
Promettevano loro tutto, compresa la giustizia. Ma, mentre riducevano
una camerata alla ragione, le altre davano fuori e strepitavano
dicendo che era meglio morire subito che continuare una «vita infame
come questa». Dappertutto si schiamazzava e si levavano in aria i
pugni come da gente determinata a tutto.

Qua e là si sentivano voci che domandavano un'inchiesta.

--Vogliamo la Commissione! Venga una Commissione da Roma!

A mezzogiorno erano nel reclusorio il prefetto d'Albenga e il sindaco
di Finalborgo.

Il prefetto parlava loro con grazia. Incominciava i suoi piccoli
discorsi così: Poveri sventurati! Ma li terminava dicendo loro che
aveva pieni poteri civili e militari.

--Se non farete silenzio, mi varrò di questi diritti.

Fu come una dichiarazione di guerra.

Gli occhi dei forzati erano illuminati dalla vendetta.

Il capitano ordinò il _pronti_ e i _fucili_ si curvarono verso la
regione del petto dei rivoltosi.

Non ci volle altro. Nacque tra i forzati la gara di voler morir prima.
Ciascuno si cavava la giacca, si sbottonava la camicia e si presentava
ai fucili, gridando:

--Fuoco! fuoco!

Il primo di tutti fu Vitale--un forzato siciliano. Sbattuta in terra
la giacca, diede un addio commovente ai compagni, ne baciò qualcuno
stringendoselo al seno, e con un addio generale, un «addio a tutti»,
si mise innanzi ai soldati:

--Voglio essere il primo! Tirate! tirate! Fate fuoco! fate fuoco!

Coloro che hanno assistito a questa scena mi hanno assicurato che
nessuno aveva mai veduta tanta gente offrire entusiasticamente la vita
grama della galera alle palle militari.

--Avremo finito di tribolare! Fate fuoco! fate fuoco!

Ufficiali e soldati rimasero paralizzati. Sarebbe parso loro una
vigliaccheria di tirare sulla moltitudine che voleva morire.

Il capitano, invece del fuoco, ordinò il pied'armi e si ricominciarono
i discorsi.

Ci si disse che «eravamo tutti figli d'Italia, figli di una grande e
bella nazione e che anche noi un giorno saremmo stati degni di farne
parte».

Le parole affettuose passarono sui loro dolori come un balsamo. L'odio
lasciava posto al moto del cuore.

Le mani dei galeotti irruppero negli applausi e le loro bocche
incominciarono a gridare: Viva l'Italia! Viva l'Italia!

Ai reclusi venne fatto lo stesso discorso e anche nelle loro camerate
risonarono i battimani e il: Viva l'Italia!

I soldati rimasero nel reclusorio tre giorni e i caporioni passarono
sotto consiglio e andarono ai banchi di rigore per qualche mese. Dopo
vennero quasi tutti traslocati in case di pena, ove la reclusione si
svolge in tutto il rigore.

Il risultato è chiaro: il _fuori! fuori!_ fa delle vittime e lascia
gli altri in una condizione peggiore di prima.

In galera non si protesta: si muore.




__L'influenza dei sanguinarii.__

Il Frezza e i «mozzi» nostri amici.


In galera, anche se siete superbiosi o illustri, diventate così
piccini che, in meno di due mesi, non ricordate più se eravate
qualcuno. L'ambiente e i compagni vi sfasciano e vi disperdono il
passato e vi mettono sur una base d'eguaglianza sulla quale i
livellatori del tempo cromwelliano non troverebbero da ridire.

Tra voi e gli assassini della Carcano di via Torino non può essere che
questa differenza: che se non siete sanguinarii come lo Zanzottera e
il Coturno, non dominate la camerata e non suscitate l'ammirazione dei
vostri colleghi di catena che idolatrano il coraggio infuturato nelle
pagine dei delitti celebri.

I sanguinarii, raccontando i romanzi della loro vita, crescono di fama
ogni giorno, diventano temuti e assumono, sovente, il posto di «capo
di società»--il posto più eminente al quale possa aspirare chi indossa
la casacca del forzato. Perchè il «capo di società» è l'arbitro o il
despota dei «paesani» o dei «patriotti».

È lui che scioglie le contese e che ordina il boycottaggio di questo o
quel galeotto sospetto di delazione o di essere il confidente di
qualche agente di custodia. Quando il «capo di società» sussurra
all'orecchio degli altri il nome del «traditore», lo sciagurato si
trova in una condizione peggiore del landlord crudele in Irlanda. Egli
non solo subisce l'isolamento del coleroso, ma è respinto da tutte le
camerate.

Le autorità del penitenziario sono obbligate a curvare la fronte
dinanzi a questa sentenza invisibile che infligge al malnato una
specie di ostracismo sociale. E quando non vogliono sottomettersi alla
legge galeottesca, avviene sempre qualche inaffiata di sangue. Mi
spiego con una di queste tragedie che si è svolta nel bagno di
Castellaccio nel 1880. Due galeotti--un abruzzese e uno di Terra di
Lavoro--vennero assunti come «mozzi», cioè come persone di servizio.
Una spia tra i «mozzi» diventa, in un bagno, una vera disgrazia in
famiglia, mi diceva uno dei miei amici forzati, ora in un altro bagno.
Nessuno si arrischia più a mandare un addio a un «paesano» nella
camerata in faccia.

L'odio per la spia è il sentimento che signoreggia tutti gli altri. In
ogni galera e in ogni carcere giudiziario voi trovate sulle pareti,
sui cancelli, lungo i corridoi e per i muri dei raggi di passeggio un
solo pensiero che nessun direttore è mai riescito a far cancellare,
questo:--Morte ai _boia_! I _boia_, cioè le spie, cioè i Petito, non
hanno quartiere. Sono considerati dei rognosi e presi a pugni e spesso
a coltellate. Dove è uno di loro, l'ergastolano o il recluso o il
detenuto non è più tranquillo. La sua vita rimane un tormento
spasmodico fino alla sua scomparsa. Chi l'uccide diventa un eroe ed ha
l'applauso generale, perfino, spesso, dei secondini che disprezzano le
spie.

Francescone, della provincia di Caserta e Topino, di non so più dove,
vennero incaricati di «accomodare la faccenda.» E costoro, senza giri
fraseologici, proposero ai due «sospetti» il dilemma: o di smettere di
fare il «mozzo»--occupazione che dava loro modo di fare la spia--o di
prepararsi a morire.

I due mozzi che si credevano protetti dal personale del bagno, non
vollero credere alla sentenza e tirarono innanzi a fare il loro
mestiere. La cosa non andò per le lunghe. I due sanguinarii, con un
pezzo di cerchio di mastello, si erano preparati due ferri
affilatissimi. Il giorno in cui, nel cortile di passeggio, capitarono
loro tra i piedi, non esitarono un attimo. Piombarono sulle «spie» a
guisa di due «leoni». Una di esse cadde in terra come un sacco di
cenci. Era morta. L'altra, ferita mortalmente, si contorceva e
boccheggiava nel proprio sangue.

Il Francescone credo che sia ancora nel bagno Dalghera di Finalborgo,
col numero di matricola 2031.

L'influenza del sangue, tra i criminali, la trovate pure nei «delitti
di camerata». I delitti di camerata si limitano a tre: amori
turpi--scoppi di odio personale--e vendette covate a lungo.

I primi possono infiammare o eccitare i galeotti fino
all'omicidio--l'odio personale può erompere con una morsicata che
mangi via il naso o strappi fuori un orecchio o lasci un guazzo
sanguinoso nel collo--e la vendetta--specialmente tra i delinquenti
del Mezzogiorno, quali erano quelli di Finalborgo--si compie quasi
sempre con lo «sfiguramento». Vale a dire facendovi uno sberleffo che
vi renda orribili tutta la vita, come la celebre fioraia milanese
scomparsa dalla scena col viso illustrato dal rasoio di un malnato.

Nel bagno di Castellaccio, per esempio--diceva il mio informatore che
aveva passata la gioventù in parecchi bagni--le «tagliatine di faccia»
erano avvenimenti quotidiani.

Mi pregava però di credere che coloro che si «abbandonavano a questi
brutti scherzi» erano tutti «avanzi di galera».

--E voi credete che queste esplosioni di collera malvagia elevino gli
autori di qualche gradino sugli altri?

--Senza dubbio. Sarà qualche volta anche per paura. Ma è certo che
questi misfatti, se non hanno, s'intende, la disapprovazione della
maggioranza e dei cosidetti capi di società, costituiscono, più che un
merito, una prodezza che dà dell'influenza in mezzo ai compagni.

«Ve ne posso dare la prova, rimanendo qui dove siamo. Voi sapete che
in questo reclusorio, due anni sono, la moltitudine dei condannati era
composta di napoletani e di siciliani. Per una ragione o per l'altra
erano nati, tra loro, odii implacabili. Una popolazione aveva giurato
di estinguere l'altra. Mancavano loro le armi. Ma c'era un fabbro. E
questo fabbro calabrese, che li armò tutti di uno spuntone micidiale,
entrò nella testa dei galeotti come un dio. Non c'era più che lui. Lo
si venerava e coloro che potevano gli baciavano la mano con la quale
aveva fabbricato gli strumenti da sventrarsi l'un l'altro.

--Avvenne poi lo scontro?

--Sono stati armati sette mesi, aspettando tutti i giorni un'occhiata,
o un gesto, o una parola per rovesciarsi, napoletani contro siciliani.
Ma i capi di società che avevano dato ordine di guardarsi bene dal
provocare qualcuno della parte nemica, evitarono il disastro di un
conflitto inaudito rimandandolo di settimana in settimana. Io ne
rabbrividisco ancora.

«Il Natale del 96 dissipò ogni malinteso. I capi si rappattumarono, e
i siciliani e i napoletani si abbracciarono per organizzare il fuori!
fuori!

--So che c'è qui anche il Frezza, l'assassino di Raffaele Sonzogno, il
direttore della _Capitale_ di Roma.

--C'era. È partito, qualche giorno prima del vostro arrivo, per il
bagno, credo, di Civitavecchia.

--Che tipo era?

--Un tipo ignorante. In ventisei o ventisette anni di galera, è
rimasto l'imbecille del processo. La sua mania era di credersi un
personaggio politico--un uomo che aveva «fatto il colpo» per ordine di
Garibaldi.

«Mentre tutti noi, che disprezziamo il sicario, gli dicevamo che non
era che un vile accoltellatore che ammazza per una somma qualunque.
Qualche volta si sentiva umiliato e qualche volta scattava con una
caterva di improperii!

--Diceva mai nulla di Luciani?

--Ch'era contento di sapere che portava la catena come lui. Quando era
abbattuto e si sentiva stufo di questa vita che non gli dava mai un
barlume di speranza, lo chiamava la sua «disgrazia». Senza l'amico del
Paino dell'Olmo, egli diceva che non sarebbe mai andato all'ergastolo.




__Callegari Sante.__


Il Callegari Sante, uno studente di scultura, di diciassette anni, che
fece parte del cosidetto «processo dei giornalisti», si è trovato nel
vagone cellulare che lo conduceva a scontare i suoi diciotto mesi di
casa di correzione, con il Frezza. «La nostra prima tappa, mi disse
questo minorenne, doveva essere Bologna. I miei compagni di viaggio
erano quasi tutti condannati per reati comuni. Nelle celle del vagone
mi parevano tante bestie. Parecchi di loro erano usciti dal reclusorio
di Finalborgo ed erano sulla strada dei penitenziarii sparsi per
l'Italia meridionale. Vicino alla mia cella era un certo Frezza, del
quale non avevo mai sentito il nome--nome che ignorerei forse ancora,
s'egli non mi si fosse rivelato per l'uccisore del povero Sonzogno.
Quantunque separato, sentivo un bisogno prepotente di scappare lontano
da questo ributtante assassino. Ma ero legato come un salame e nessuno
dei carabinieri mi avrebbe cambiato cella. Durante il viaggio non fece
che parlare. Quanto più si andava innanzi, tanto più mi diventava
interessante.

--Non credi ch'egli abbia voluto personeggiare il Frezza? Perchè avevo
sentito dire o letto in qualche giornale che era morto.

--Può darsi anche questo, ma non credo. Per quale ragione mi avrebbe
infinocchiato, se io non lo conoscevo e se fra qualche ora ci saremmo
separati per non vederci più mai?

--Continua.

--A suo modo mi svolse il dramma, persistendo a ribadire il chiodo che
il suo delitto era politico.

«Prima di arrivare a Pesaro, ove dovevamo fare tappa, perchè
viaggiavamo tutti per «corrispondenza», il Frezza mi si era palesato
per un individuo d'animo piuttosto mite. Le dirò un fatto il quale
prova che è in lui un fondaccio morale. Dall'altra parte della sua
cella era una ragazza condannata per i tumulti nei dintorni di
Bologna. Io non potevo vederla. Era ciarliera e un po' licenziosa.
Diceva parole poco convenienti alla età sua. Il Frezza le fece una
predica. Pareva un padre che desse una lavata di capo alla propria
figlia!

«Tra il vagone cellulare e la carcere di sosta, mi trovai accoppiato
con questo sciagurato. È piuttosto alto che basso, è snello ed ha un
non so che sulla grinta che pare della malizia diffusa sulla faccia di
tutti i galeotti.

«Mi raccontava che aveva lasciato il bagno penale di Finalborgo e che
la sua nuova destinazione era Barletta.

«--Questo, mi disse, è il mio dodicesimo trasloco in trent'anni di
bagno!

«Lungo il viaggio mi offerse continuamente del suo pane e del suo
salame.

--Quanto tempo impiegasti da Milano a Urbino?

--Sette giorni per un viaggio di dodici ore! A Urbino entrai nella R.
Casa di correzione--un grande edificio che pare un palazzo, situato
nella parte più alta della città--e, tutto sommato, non mi trovai
male. Ero il numero 362. Quando me lo cucirono al camiciotto mi parve
di sentire l'ago entrare nel mio cuore. Che impressione diventare un
numero! Questo stabilimento--come lo chiamano la direzione e gli
inquilini--ha parecchie officine, quattro dormitorii, in ciascuno dei
quali dormono trentaquattro corrigendi, e due vasti cortili per il
passeggio. Ci mandavano a dormire alle sette e ci facevano alzare alle
sette. Era la cosa più noiosa della casa di correzione. Dodici ore di
letto duro come il macigno, quando si è giovani, sono troppe. Prima
della campana io stavo là supino, ad occhi aperti, colle gambe
impazienti di sdrucciolare dal letto.

--Non vi si facevan fare gli esercizi militari?

--Sì, tre volte la settimana.

«I mi

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