Damiano: Storia di una povera famiglia
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Title: Damiano: Storia di una povera famiglia
Author: Giulio Carcano
Release date: April 26, 2008 [eBook #25178]
Most recently updated: January 3, 2021
Language: Italian
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DAMIANO
STORIA
D'UNA POVERA FAMIGLIA
RACCONTATA
DA
GIULIO CARCANO
MILANO
BORRONI E SCOTTI
TIPOGRAFI-LIBRAI E FONDITORI DI CARATTERI
1850
A SUO ZIO
GIOVANNI CARCANO
L'Autore.
Mi ricordo, Zio, che ne' miei primi anni, sotto il pergolato del
nostro piccolo giardino, all'ora del tramonto, o presso il focolare
nelle sere d'inverno, al tornar dalla caccia in compagnia di mio
padre, vi piaceva trattenervi a raccontar con semplici e animose
parole il tempo passato; quella età meno trista della nostra, quando
un po' di gloria almeno non ci era negata.
Io non li vidi que' giorni così pieni di vita; ma ben so quel che ci
hanno fruttato. Ed ora, rileggendo questa storia, da qualche anno
dimenticata fra gli scritti miei, parmi che l'angustia e l'inutile
tormento dell'oppresso Damiano riflettano in parte ciò ch'ebbe a
patire una gioventù che a sè dinanzi nulla scorgeva ancora. È storia
di povera gente, della famiglia d'un soldato di Napoleone.
A voi, veneratore del Grand'Uomo, il quale sarebbe stato, per verità,
più grande se avesse saputo essere italiano, a voi offro questo libro.
Esso vi dica come l'onorando vostro nome viva nel mio pensiero.
Dicembre 1850.
GIULIO.
DAMIANO
STORIA D'UNA POVERA FAMIGLIA
Capitolo Primo.
Di là dal ponte di San Celso, in quelle parti che conservano ancora la
buona popolar fisonomia della nostra vecchia Milano, una strada
solitaria, a traverso di campi e d'ortaglie, conduce da quello
all'altro sobborgo della porta Vigentina, poco stante dalle mura della
città. È quella che chiamano strada di Quadronno; ma, quantunque io
soglia con amore frugar nelle cronache e nelle descrizioni di Milano,
non andrò in cerca dell'origine di codesto nome, con buona pace de'
dottori ed antiquarii che ne storpiarono, nei loro polverosi e tarlati
volumi, non so che strane e stiracchiate spiegazioni, le quali troppo
danno a pensare. Ma, per chi nol sapesse, dirò che il giovine
innamorato, l'amico della solitudine e il dabben cittadino che brami
un po' di cielo aperto, un po' di verde, o di silenzio campestre nel
cerchio delle mura, si piacciono non di rado di andar seguitando per
quella deserta e tortuosa via i sogni de' lor pensieri, le imagini
dorate dell'avvenire.
Era il 4 di maggio del 1831.
E nella vigilia di quel giorno che, dieci anni innanzi, aveva veduto
in mezzo all'Oceano, là sopra il deserto scoglio di Sant'Elena,
l'ultima
«Ora dell'Uom fatale»
nella vigilia di quel giorno, uno degli oscuri eroi del popolo, un
velite di Napoleone, avanzo di cento battaglie, moriva povero e
abbandonato, in una casipola della disabitata strada di Quadronno.
Il sole, tramontato appena dietro le maestose e lontane cime del monte
Rosa, rifletteva una luce fuggevole sulle candide e leggiere guglie
del Duomo; ma vestiva d'un raggio più sfavillante e quasi di fuoco
l'aurea statua della Madonna che dalla guglia più sublime pare invocar
la protezione del Cielo sull'ampia sottoposta città. E la città, prima
di riposare nel silenzio della notte, brulicava di mille romori;
mentre, a poco a poco, andava ravviluppandosi in un interminato velo
di nebbia trasparente e sottile, fra il quale scintillavano le prime
stelle.
In quell'ora, una piccola processione di buona e povera gente, gli
ultimi che s'erano indugiati nella chiesa dopo la benedizione della
sera, era uscita divotamente, ma con passo affrettato, dal portico del
tempio di san Celso, accompagnando il prete che portava Cristo in
sacramento. Andavano alla dimora di un loro fratello; e salmeggiando
camminavano lungo il marciapiede, per evitare il rincontro d'alcune
signorili carrozze, che dal consueto giro del dopo pranzo sulle mura,
passando via rapidamente per quel poco frequentato sobborgo,
riconducevano le annojate signore al palchetto del teatro o
all'elegante ritrovo de' circoli serali.
Al rintocco del campanello del sagrestano, alcuni onesti vecchi,
alcune donnicciuole soffermavansi lungo la via, e, mettendosi dietro
al sacro baldacchino, accrescevano il numero di quell'umile corteggio
del Signore. Gli uomini si scoprivano il capo, le donne e i fanciulli
inginocchiavansi, al passare del Sacramento, sulla porta delle case,
sull'entrata delle botteghe; e a mano a mano che la pia turba veniva
innanzi, vedevansi sui terrazzini, sui davanzali delle finestre d'ogni
casa, a ogni piano, comparir lumi in segno d'onore e di divozione; nè
finiva di passare che s'udivano le buone vicine domandar l'una
all'altra dove ed a chi mai portassero in quell'ora il Signore.
La piccola processione svoltava nella strada di Quadronno. Quella via
fiancheggiata da poche e malandate case qua e là sparse a gruppi, e
per buon tratto listata da un fossatello d'acqua verdognola e lenta,
andava grado grado rischiarandosi per la malinconica luce de' ceri e
delle lanterne che circondavano il sacerdote, e che mettevano un
fuggitivo bagliore sulle muraglie della via, o brillavano in mezzo
all'opaco verde delle siepi, e riflettevansi via via entro al morto
rigagnolo. Il prete aveva intuonate le litanie de' Santi; e ad ogni
santo ch'egli invocava, la turba rispondeva con monotona e mesta voce:
_Prega per lui._
Nelle grandi città, sotto il maligno influsso dell'abitudine che
genera tirannia di costume, indifferenza e noja, si guasta per lo più
il senso dilicato del cuore; cosicchè, alla presenza delle mistiche e
commoventi funzioni della Chiesa, invece di sollevarsi all'infinito,
l'animo si rannicchia nella picciolezza dell'egoismo; nè comprende
quanta verità e quanta bellezza vi sieno nelle più semplici e comuni
solennità di una religione che benedice la culla e la fossa, e così
santifica del paro la vita e la morte. Pure, quando appena si senta il
mistero delle cose, non si può non esser compresi di una viva
commozione a queste umili e sublimi scene che ci passano quasi ogni dì
sotto gli occhi. È l'ultima visita d'un Dio al letto dell'uomo che
muore. In quel punto che il passato non è se non la memoria d'un
sogno, e il presente un gemito prolungato dell'umano dolore che vede
la sua fine e la teme; in quel punto in cui gli uomini ci abbandonano,
è il Signore che viene a visitarci; e nell'ultimo giorno di questo
cammino mortale ci dona il pane della vera libertà. E l'uom del
Signore s'accosta colle medesime consolazioni e promesse così al
padiglione del letto reale, come al giaciglio del mendicante; con le
medesime parole d'amore e di pace pone l'ostia della riconciliazione e
del riscatto sulle labbra del giusto che passa nel domestico letto, e
su quelle dell'assassino che sta per salire la scala del patibolo.
Così la Religione dice la prima e l'ultima parola al figliuolo del
dolore.
Ma già, per quella tortuosa strada, era venuto il fedele corteggio
alle poche abitazioni aggruppate a mezzo del quartiere, e passando
dinanzi un umile antico oratorio e l'attigua piazzetta, si fermava al
limitare d'una casa più meschina, più bassa dell'altre, dalla larga
tettoja che piovendo all'infuora nascondeva quasi le poche e ineguali
finestre. Da' piccoli vetri cadenti d'una di quelle finestre,
traspariva un lume fioco e tremolante.
Coloro che accompagnavano il Sacramento, si posero ginocchioni in
fila, sotto al portone di quella cadente casa, da' due lati d'un
andito oscuro; e il prete s'avanzò nel cortile, preceduto dal
sagrestano e da un cherico, seguito da quattro o cinque vecchi che
portavano i ceri benedetti. Salirono per una stretta ed erta scala di
legno alla stanza dell'infermo.
L'uscio, che rispondeva sulla loggia, era aperto; e dalla soglia due
giovinetti venivano a rincontro del ministro del Signore. Uno di que'
giovinetti, il minore, piangeva forte; l'altro era smorto e ma non
dava segno alcuno di dolore.
Attraversata la prima camera, il prete entrava in quella dell'infermo.
Un vecchio tutto calvo, con lunga barba e mustacchi bianchi, con gli
occhi fissi, incavati, con la morte già dipinta sulla faccia,
levandosi da sè medesimo a sedere sul basso e scomposto lettuccio,
alla vista del Sacramento, alzò la testa e le mani verso il cielo; e
quasi risentendo vigorìa di giovinezza, si sostenne ritto sulla
persona al cospetto del sacerdote, aperse a stento le pupille
fiammeggianti ancora d'un lampo di vita, e cominciò con voce tremola
ma chiara: --Sono dieci anni quest'oggi che anche _lui_ è morto
così!--Indi, fattosi lentamente il segno della croce, lasciò cader le
braccia sulle coltri e la testa sul petto, chiuse gli occhi e stette
immobile, senza respiro; pareva cadavere.
Il vecchio soldato di Napoleone aveva voluto vestire per l'ultima
volta la sua antica assisa di velite, quell'abito di bianco panno
dalle risvolte e da' paramani verdi, sotto al quale batteva lento e
tranquillo ancora il suo cuore, come nei giorni della battaglia;
all'occhiello dell'assisa pendeva un nastro di color verde e rancio,
l'unico, il più prezioso giojello ch'egli avesse posseduto al mondo,
l'insegna cavalleresca della corona di ferro. Sulla coltre, da una
parte posava il crocifisso; dall'altra la spada, che da anni ed anni
lasciava appesa nella corrosa e ammuffita guaina a lato del capezzale,
e che venuto alla sua estrema giornata volle tenersi più vicina, come
l'ultima memoria della passata vita.
Stavano alla destra del letto, inginocchiate sul nudo terreno, alcune
donne. Fra loro, la moglie e la giovinetta figliuola dell'infermo;
quella, abbandonata sulle ginocchia, accosciata per la stanchezza del
dolore, e col volto bagnato delle lagrime scorrenti; questa, umilmente
composta in atto di preghiera, accanto alla candela benedetta che
ardeva da un lato, e tutta rassomigliante ad uno di que' serafini che
vediamo effigiati ne' quadri dei nostri antichi pittori; bella
quantunque pallidissima, spirante in ogni atto una calma rassegnata,
un non so che di paradiso. E dietro alla madre e alla figlia, si
tenevano rincantucciate due o tre buone femmine del vicinato, accorse
per ajutarle in quel giorno della disgrazia. Dall'altra parte del
letto, inginocchiavansi i due figliuoli, que' giovani che poco prima
eran venuti ad incontrare il santo viatico: il minore non piangeva
più, ma seguiva cogli occhi ogni moto del sacerdote; il maggiore
invece non li distaccava mai dalla paterna faccia.
Il sacerdote, entrando, aveva pronunziato il saluto che il rito della
Chiesa prescrive: Pace a questa casa!--Al che il sagrestano coi
fedeli: E tutti coloro che vi abitano.--Poi, mentre il cherico,
spiegato il candido corporale su d'una piccola tavola, accendeva due
sacri ceri, il sacerdote vi posò la piscide; e facendo coll'aspersorio
dell'acqua lustrale un segno di croce sul letto e sugli astanti, li
benedisse colle parole del profeta:--Aspergimi coll'isopo, e sarò
mondo; lavami e più che neve sarò dealbato.
Il vecchio riaperse gli occhi, ma trasognato, e come ignaro della
mistica cerimonia che s'apprestava; colle dita convulse stringeva ora
la spada, ora il crocifisso. Orava il sacerdote, e benedicendo
un'altra volta il malato, tolse dalla piscide e sollevò in faccia a
lui l'ostia divina.
Il velite si riscosse, guardò i suoi figliuoli ad uno ad uno,
congiunse le mani, e mormorò quasi parlasse con sè medesimo: Era
meglio vent'anni fa! Ma quando il prete, chinandosi sul letto e
pronunziando le parole del mistero, gli ebbe pôrta la particola,
rispose con voce forte e sicura: Così sia!--
Orò di nuovo il sacerdote; e detto agli astanti: Andiamo in pace, nel
nome del Signore--ripigliò il sacro vase d'argento, poi, benedetto il
morente fratello, si partì coi pochi fedeli.
E nella stanza, appena che si rimisero in via e che, nel seno della
notte, allontanandosi a poco a poco, svanirono le voci della turba
salmeggiante, fu una pace, un silenzio non interrotto; come se in quel
letto più non giacesse un uomo all'ultima sua notte. La madre e i tre
figli stavano tuttavia inginocchiati al luogo stesso; gli occhi del
vecchio s'eran richiusi; ne più s'udiva che il greve e affannato suo
respiro.
Passata che fu mezz'ora, l'infermo tornò a sollevarsi da sè; e facendo
un piccolo cenno della destra, disse:--Damiano!
Era il nome del suo figlio maggiore. Il quale chinandosi sopra di lui,
e stretta con immenso affetto la sua mano, v'impresse caldi baci, e se
la mise sul cuore per riscaldarla; poichè quella mano era fredda.
--Mio Damiano, mio figlio! così il vecchio soldato, con voce piana e
grave: Ho veduta mille volte la morte in faccia, ma non ho sentito mai
quello che sento in quest'ora. Io non son più Vittore, non son più
nulla per voi....
--Padre mio!.... lo interruppe il giovine.
--Lasciami dire! La mia strada l'ho compita; fu lunga anche troppo....
Oh! io non doveva morire così miseramente in un letto, come un vecchio
che ha paura.... Quando penso che anche _quell'uomo_, ha finito come
me!... oh! almanco, di qui a poco, Vittore potrà forse rivederlo.
Tacque un momento; e gli astanti ben comprendevano ch'egli, al suo
costume, voleva parlar di Napoleone.
--Ora, tocca a te, ripigliò: tu hai ad essere il capo della famiglia,
il padre di tuo fratello e di tua sorella, il compagno di tua madre.
Povera donna! m'ha voluto sempre bene; e io non ho fatto nulla per
essa, poco per voi. Vecchio torbido, impaziente, ostinato nelle mie
idee, nelle mie inossite usanze della caserma, non ho più potuto
rifarmi a' mestieri del dì d'oggi; e per questo vi lascio, poveri come
v'ho messi al mondo. Ma se i preti non ci sono per niente, e s'è vero
quel che vengono a dirmi, che Dio perdona a tutti, perdonerà anche a
me. Ah! l'avessi lasciato anch'io a tempo il mio posto al mondo, non
sentirei quello che adesso mi sta sull'anima.... Ma tu, Damiano, tu
farai meglio di me.
Il giovine proruppe allora con doloroso impeto:--No, no! Il Signore è
buono, il Signore avrà compassione di noi, e non vi torrà così a'
vostri, alla vostra casa!
--No, è cosa finita! tornò a dire l'infermo: è meglio così, perchè
ormai io v'era d'impaccio, e buono a nulla; come que' poveri diavoli
de' feriti in una ritirata. Ma almeno, lo conosco, Damiano, il tuo
cuore; so che cosa saresti stato in un altro tempo; in mezzo agli
uomini d'adesso, si marcisce, non si vive. Ricordati di tuo padre;
egli avrà forse il suo grosso conto da accomodare di là; perchè vide
momenti terribili, cose che al mondo non erano mai succedute: ma se
non ti lascia altro, ti lascia la sostanza del povero che camminò
sempre con fronte levata, in mezzo a tutti i guai della vita; e devono
valer qualche cosa, in nome di Dio! la buona coscienza, e il buon
nome.
Pareva impossibile come il vecchio avesse ancora in sè stesso quella
forza, con cui pronunziava queste parole. Damiano le ascoltava
riverente, e pur frenavasi dal piangere; ma il suo minore fratello,
che fino allora aveva pianto tacitamente, cominciò a singhiozzare; e,
per soffogar quello schianto del cuore, nascose tra le mani il volto e
tutto si abbandonò sul letto di suo padre. Intanto, fatta già
insensibile dallo stento del vegliare, dall'angustia e dal patimento,
la moglie di Vittore cadeva tramortita sul pavimento; e se la
figliuola, quella creatura che pareva veramente l'angelo della pietà
nella famiglia del dolore, con un vigor più grande dell'età sua, non
l'avesse sollevata e posta a giacere sulla prima seggiola che le venne
trovata, il suo svenimento avrebbe forse potuto raddoppiare una
imminente sciagura.
L'ammalato, per buona ventura, non se ne accorse: pareva assorto in
profondi pensieri; e, stese le mani, stringeva con l'una quella del
suo maggior figliuolo, posando l'altra sulla bionda testa del minore.
Damiano nutriva ancora in cuore un poco di speranza. Vedendo il padre
rianimarsi, come per miracolo, dopo il continuo torpore di giorni e
settimane, confidò che il cielo avesse a prolungare ancora per alcun
tempo quella vita cara. Udendolo parlare a lungo, con insolita calma,
con una dolcezza d'affetto che ben di rado gli era uscita dal cuore,
credè che tutto non fosse ancora perduto, e si arrischiò di
dire:--State quieto; e non vi tormentate così coi pensieri, non
parlate di morire....
--E che importa, o Damiano? il vecchio riprese. Meglio oggi che
domani; la vita che passò mi somiglia un giorno. Solo, ti torno a dire
che sarei morto più contento, se avessi potuto darvi uno stato, a voi
altri due poveretti: e quest'è la mia spina. Di te, Damiano, mi duol
meno, chè, lo so bene, non avrai bisogno di nessuno; ma il povero
Celso, ancora fanciullo.... I cuori timidi e semplici come il suo, son
quasi sempre vittima de' furbi, o de' prepotenti. Basta, a te lo
raccomando; so che vi amate, e tu penserai a lui, alla povera vostra
mamma, ed alla mia Stella, che sarà il vostro angiolo custode!
Questa interna fatica dell'affetto consunse la lena dell'infermo; e lo
sforzo di dire per l'ultima volta ciò che gli stava nel cuore, lo fece
ricader gravemente sul letto, arrovesciata la calva testa sugli
scomposti cuscini, le braccia pesanti, irrigidite, e tutta la persona
abbandonata, distesa, quasi che la morte fosse già venuta. Damiano,
fatto pallido come il padre suo, toccò, cercò i polsi di lui; ed eran
muti. Nulla disse; un brivido gli corse per l'ossa, posò tremando la
destra sul cuore paterno. Il cuore del vecchio soldato batteva ancora;
caduto in un sopore tranquillo, l'ora terribile non era ancora suonata
per lui.
Appunto in quella, sopraggiunse il medico; il quale, passando a caso
per la via, era salito a vedere se l'ammalato da lui già dato per
morto fin dalla mattina, respirasse tuttavia. Entrò con passo grave e
tardo, tenendosi il cappello in testa: era uno di que' medici, che
nella stanza del povero recano la schifiltosa albagìa della scienza, e
il conforto, o piuttosto lo scherno, d'una sentenza dottorale, caduta
loro di bocca come per caso. Diede una fredda occhiata all'infermo
assopito, alla famiglia che piena d'ansietà s'era stretta d'intorno a
lui; poi, accostando una candela accesa alle labbra del pover'uomo,
nel veder la fiammella che agitavasi, disse:--Non la vuol finir così
presto come credevo: non per niente furono le membra di quest'uomo
temprate ai ghiacci della Russia. Eh via, non mettetevi a piangere voi
donne, che non è tempo ancora; lasciatelo in pace, egli dorme. Ma io
per me, non ho più nulla a far qui; se domandasse a bere, dategli di
quella pozione di che vi lasciai la ricetta stamane: è un
sedativo.--Così detto, se n'andò, non senza dare uno sguardo d'ambigua
significazione alla Stella, che sollevando a lui gli occhi pieni di
lagrime, pareva aspettasse dalle sue parole la grazia domandata al
cielo. Quel signor dottore era uno scapolo di quarant'anni, che si
teneva in pregio come buongustaio di bellezze, e non isdegnava di
occhieggiare a quando a quando que' modesti fiori che l'esercizio
della sua scienza severa gli faceva talvolta incontrar nel cammino.
Capitolo Secondo
Un'ora di poi, tutto era silenzio nella casa. Le donne con Celso,
s'erano per un poco discostate nell'attigua camera, più squallida e
nuda dell'altra, ove non si vedevano che due letti, chi sa da quanto
tempo non tocchi, e alcune seggiole scompagnate. Sedettero,
riguardandosi senza parlare, teso l'orecchio al più lieve movimento
che si facesse nell'altra stanza; finchè, a poco a poco, la stanchezza
del dolore e un sonnecchiar breve, interrotto, li apparecchiavano a
sostenere il colpo pur troppo aspettato. Damiano volle rimanersi al
suo posto, a veglia del padre.
Il lume della candela benedetta mandava un tremolo raggio sulla fronte
del vecchio addormentato. E Damiano solo, immobile, pensava al padre,
al domani, alla dolorosa battaglia della vita, alla tremenda verità
della morte.--Gran Dio! diceva nel cuore, quanto è grande il carico
che mi volete dare! L'anima mia si perde; ma Voi, Voi solo potete
inspirarmi l'amore e la fede!
In quel momento, un colpo battuto con cautela all'uscio della casa,
destò l'attenzione del giovine. Corse a veder chi fosse; e di subito
rientrò pian piano nella stanza, accompagnato da un uomo, che ne
veniva appoggiato a una grossa canna d'India, ed era molto innanzi
nell'età. Costui, togliendosi il cappello bianco a larga tesa,
s'avanzò guardingo fino al letto di Vittore; e fattosi puntello del
bastone su cui intrecciò le mani rugose, stette a contemplarlo
fisamente. Quel vecchio mostrava più anni che non l'uomo ch'egli
vedeva morire; in altro tempo, in mezzo alle battaglie e alle
vittorie, era stato il fratello d'armi di Vittore. Tanto tempo era
passato; morti l'un dopo l'altro quasi tutti i loro antichi compagni,
quei figliuoli delle guerre di Napoleone, i quali avevano diviso con
lui la grandezza del pericolo e la grandezza del trionfo; i pochi
avanzi della Russia sparsi qua e là, nelle città, nelle borgate,
poveri, oscuri; languenti d'inedia o di cruccio nelle anticamere,
nelle officine, nelle capanne, in mezzo ai solchi; ultimi testimonii,
anzi ombre viventi di una gloria che i figli de' nostri figli forse
non crederanno vera; tutto era passato per questi uomini di un'altra
età. Quanti diversi pensieri, in quell'ora, vicino a quel letto di
morte, agitavano l'anima di Lorenzo, l'antico granatiere della guardia
reale, ch'era venuto a salutare, per l'ultima volta, il velite amico
suo!
Vittore, alcun tempo di poi, riscosso dal lungo sopore, metteva un
sospiro penoso; e volgendo intorno gli occhi vitrei, infossati, li
fissava nel volto di quel nuovo venuto che immoto lo contemplava. E
con mesto sorriso, come seguisse il filo delle memorie che avevano
tessuto il suo sogno di quell'ora:--O Lorenzo, disse, che begli anni
furono quelli! Ti ricordi d'Imola, delle sponde del Cenio?
--Se me ne ricordo? mi pare jeri. Fu la prima nostra campagna, da che
n'andammo semplici volontarii all'armata d'Italia: disse con fuoco
l'antico granatiere.
--Era nel marzo del 97. Io avevo trentacinque anni, e il mondo mi
pareva tutto mio!.... lo interruppe malinconicamente l'infermo.
--Io toccava i quaranta; ma il mio cuore era giovine: riprese l'altro.
Non t'è presente ancora il dì della prima battaglia, e quell'orrendo
temporale che ci venne addosso la notte innanzi, là sulle rive del
fiume, in faccia al nemico che ci contrastava il passo? La nostra
legione vedeva il fuoco per la prima volta.... Ma non abbiam dato
addietro un passo, noi.... te ne ricordi?...
--Oh sì, lo vedo ancora quel giorno; e parmi d'essere là....
--La nostra legione, in colonna serrata, ebbe ordine da quel dannato
di Lahoz d'attaccare alla bajonetta le batterie papaline.... Io non so
quello che fossi diventato quel giorno; ma il fuoco, il fumo, i morti
non mi spaventavano più; noi corremmo addosso, come leoni, a quelle
bocche d'artiglieria.... Di', non le hai ancora negli orecchi le
parole scritte nell'ordine del giorno dal Grand'Uomo, quelle parole
che la storia non cancellerà più?....
--Sì, sì! disse il malato: »_Questa legione_, e parlava di noi, _che
vede il fuoco per la prima volta, si è coperta di gloria_....
--_Essa_, seguì l'amico, _s'impadronì di quattordici pezzi di cannone,
sotto il fuoco scagliato da tre o quattromila uomini trincierati_.
Il vecchio granatiere piangeva, parlando dell'antico fatto; e il
velite infermo, tornando indietro di trent'anni e più nella vita,
dimenticava i suoi mali, dimenticava quell'ora che già stava sopra di
lui. Allungò la destra fuor delle coltri, e con moto convulsivo
sollevando la spada che posava tuttora sul letto:--Da quel giorno,
disse, i nostri cuori, o Lorenzo, furono uniti, come la mia mano a
questa spada. E quando dalla Romagna, la nostra legione andò a
rinforzare il corpo di Guyeux, sul Tagliamento? Fu allora che noi
vedemmo la prima volta Bonaparte.... Passò a cavallo, vicino alle
nostre file, in mezzo a una nube nera, la spada in alto, calcato sugli
occhi il cappello e i lunghi capegli sbattuti indietro dal vento....
Gridò: Avanti, e passò. Noi gli teniam dietro: una bomba scoppia a due
passi da me; colto qui nel braccio da una scheggia infocata, cado per
terra; e tu mi raccogli, Lorenzo; e sollevandomi di peso, vuoi ch'io
non resti indietro nella vittoria. Ah! l'ho veduto anch'io quel
giorno! l'ho veduta quella bandiera piantata di là dall'Isonzo!....
Posso ancora morir contento.
--E Gorizia?... ripigliò Lorenzo, animato dalle parole del vecchio
commilitone, dimenticando che quella era l'ultima notte dell'amico
suo. Che bujo d'inferno, quando ci mettemmo dentro al paese, al
lampeggio delle archibugiate, snidando colle bajonette que' che non
erano fuggiti!... E quella povera madre, con due bambini in collo, me
la vedo ancora dinanzi, abbracciarmi piangendo le ginocchia, là sui
barcollanti scaglioni della sua cadente catapecchia! E San
Daniello?... e Osopo?... e Gemona?
--Io era alla vanguardia, seguì l'infermo, quando c'inviammo per le
orride gole dell'Alpi tirolesi. Non passava quarto d'ora, che non mi
trovassi la morte di faccia, ai fianchi, da ogni parte; e parecchi li
ho veduti io, colti dalla palla d'un invisibile moschetto, piombar giù
rotoloni ne' precipizj; e al loro grido disperato rispondere l'urlo di
gioja del montanaro. Oh! lo sento ancora, quel povero Antonio, il mio
fratello di latte, chiamarmi per nome nell'andar giù.... Allora, lo
confesso, non potei a meno di guardarmi indietro, e rasciugarmi col
rovescio della mostra una lagrima. Fu un vezzo che passò presto; e
dopo una settimana, vi era usato come a un buffo di vento....
--Era proprio così. Avevamo il cuor forte, ma non cattivo; e ci
credevano demonj incarnati. E la gioja di poterne risparmiar qualcuno?
più di cento volte lo feci, e fui benedetto. Anche tu, mio Vittore,
anche tu avesti il cuor buono e forte.
--E quel giorno che credemmo di aver tutto perduto per sempre? Lui era
tornato in Francia, poi abbandonava noi Italiani, e andava a cercar
fortuna in Egitto.... E noi? tornammo poveri e oscuri cittadini,
peggio di prima. Ma la mala stagione durò poco....
--E venne giù dall'Alpi, come una valanga, e il 2 di giugno del nuovo
secolo entrava in Milano. O campi di Montebello e di Marengo! o giorni
di gloria troppo presto passati per noi!...
Così i due veterani di Napoleone, soli, in una povera stanzetta, in
faccia d'un piccolo ritratto dell'Imperatore che pendeva sull'opposta
parete, ritessevano in quella notte la storia famosa del guerriero, il
cui nome corse, più grande di quanti furono, per tutto il mondo. E
parlarono ancora d'Eylau e di Friedland, anniversario della vittoria
di Marengo, di Friedland, ove sessantamila Russi furono schiacciati: e
d'Ulma, e di Vagram, e d'Austerlitz, di Burgos, di Saragozza, di
Tarragona, ove fu speso, ma invano per noi, tanto sangue italiano;
rammentarono le nevi della Russia, e le rive della Moskowa e la
terribile giornata di Malo-Jaroslawetz, poichè là era stato che que'
due vecchi soldati ricevettero sul campo di battaglia la croce d'onore
e il grado d'uffiziale.... Poi l'incendio del Kremlin, poi la funesta
ritirata; numerarono sulle dita, l'un dopo l'altro, quegli anni
dileguati come nebbia; ripeterono tanti nomi di sconosciuti eroi; ma
quando menzionarono gli ultimi casi, e il Beauharnais e la resa di
Mantova, e quell'ultima volta che videro il grand'uomo a Saint-Denis,
allora non trovarono più parola.
E guardavansi in faccia l'un l'altro con dolore ineffabile, vivo
ancora dopo tant'anni, come parlassero d'una recente sciagura. Ed
essi, che forse non avevano mai pianto in vita, cominciarono a versar
qualche lagrima in silenzio.
Ma il volto dell'infermo, prima coperto d'un terreo pallore, appariva
acceso di una vampa febbrile; e al sollevarsi continuo delle lenzuola
si vedeva quasi il violento pulsar del suo cuore. In un corpo men
logoro dall'età e dai duri e lunghi travagli della povertà, quella
subitana revulsione avrebbe forse potuto prolungare al buon Vittore le
ore contate. Ma egli moriva di quella malattia che miete tanta gente
del povero popolo, moriva di una lenta tabe, cagionata dallo stento e
dalla dura lotta col bisogno quotidiano: così che le poche forze
vitali che gli rimanevano, le aveva spese tutte in quell'ultimo
colloquio coll'antico suo compagno d'armi.
Era già molto innanzi la notte, e Damiano, fin allora muto testimonio
di quella scena, avea fatto prova più di una volta, ma invano
d'interrompere le calde e commoventi parole de' due vecchi. Di nuovo
s'accostò al letto paterno; e se prima, veggendo destarsi lucida e
viva più che mai la memoria di suo padre, non gli era bastato l'animo
di troncare il corso alla foga delle sue fantasie, ora al lampo di
gioja che vide balenar nel suo volto, tornò a sperare, e con un
sospiro a ringraziarne il cielo.
Ma il vecchio invece sentiva a gran passi avvicinarsi la sua fine.
Attaccandosi all'amico e al figliuolo, riuscì a sollevarsi di nuovo
dai guanciali; e le parole formando a fatica:--Ora, disse, posso
andarmene; ho salutato l'amico, ed ho avuta una delle mie ore
antiche.... Ricordati, Damiano, di tuo padre!--E altre voci rotte, che
molto volevan dire, gli uscivan di bocca:--Il mio nome.... la mia
spada... sangue italiano... giura, o mio figlio!
--Povero padre! Esclamò con ferma voce il giovine; so che cosa volete
dire e vi giuro....
--Basta, disse Vittore. E vagando in altri pensieri:--Chi m'avesse
detto, a me giacobino del novantasei, che avrei finito così!... Meglio
se, vent'anni fa, m'avesse portato via una palla di cannone!... Ma
vedermi il prete a fianco, i figliuoli a' piè del letto.... oh! morire
così è troppo seria cosa....
--Fatti animo, Vittore, l'interruppe con una cotale bruschezza
guerresca il vecchio amico; chè in letto non si muore sì presto come
nella prima fila d'un battaglione. Tu sei più giovine di me, e vogliam
berne insieme qualche mezzina ancora alla memoria di quel tale....
--Zitto!... riprese a stento il malato. Vieni qui, tu, Lorenzo; più
vicino.... ho una preghiera a farti.--E aprendosi lo sparato della
camicia, tolse fuori un sacchetto di pelle che gli pendeva sul
cuore.--Tu lo conosci, Lorenzo! E devi averne al collo il compagno....
--Se lo conosco! è l'ultimo nostro tesoro; è un pugno della cenere di
quella nostra vecchia bandiera della Guardia, che bruciammo a
Vimercate nel 14, quando ci fu dato l'annunzio che tutto era
finito.... Oh! me lo ricordo! tu fosti il primo a portare in piazza
una bracciata di rami secchi e a darvi il fuoco, gridando che non
avremmo restituite le nostre bandiere!...
--Sì, sì! la lascio dunque a te quest'unica memoria, che avevo pensato
di portar con me; sei stato mio fratello, nè voglio andarmene senza
lasciarti nulla.... oh sì! l'ultimo che sopraviva di noi dev'essere il
custode di questa reliquia.--E levatosi il piccolo involto di ceneri
che da diecisette anni sentiva il battito del suo cuore, lo pose nelle
mani dell'amico. Poi, con voce che diventava sempre più rotta:--Bada,
Damiano, che questa corona d'onore la voglio sul mio petto, anche
quando sarò sotterra. Bada che non mi sia tolta quando mi metteranno
via; e anche la mia spada, se lo puoi, la poni a canto a me.... son
trentacinque anni che mi fa compagnia; e per voi altri, adesso, è un
arnese inutile.... Zitto, zitto! non risvegliare nè la Teresa nè
Celso, nè la povera Stella... è la Provvidenza che ha mandato loro un
po' di sonno.... Addio Lorenzo, addio Damiano....
--Ah! no, non mi abbandonate! Il Signore abbia compassione di noi,
proruppe con soffocata angoscia il giovine.
--Che ora è?... disse il vecchio, levandosi ritto a sedere per
l'ultima volta.
--È passata la mezzanotte.
--Va bene, Damiano. Siamo al cinque di maggio: son dieci anni che
dicono ch'egli è morto.... sono contento di far l'ultimo passo anch'io
nello stesso dì! Chi sa che non lo ritrovi lassù, dov'è la giustizia,
dov'è il ben di tutti!...
E ricadde, per non rialzarsi più. Cominciò a crescere l'oppressura del
respiro; di lì a poco, il singhiozzo dell'agonia, l'immobilità dello
sguardo, la persona agitata da tremiti violenti e continui, il gelo
delle membra, il sudor della morte, annunciavano a Damiano che tutto
stava per finire, che da un momento all'altro non avrebbe avuto più
padre. Lorenzo, il soldato che vide le migliaja de' morti, tremava
come una foglia a quell'aspetto; ma non seppe staccarsi dal fianco
dell'amico; e pensò che il suo dovere gli comandava d'ajutare, di far
quel poco che poteva per la superstite famiglia del suo Vittore. E
vedendolo morire, giurò a sè medesimo d'adempiere quel compito sacro.
Appunto in quella, la Teresa e i figli, riscossi da un breve sopore,
ricomparvero sbigottiti nella stanza del moribondo. E a lui corsero
vicino, lo chiamarono a nome singhiozzando: non li udì, non li vide,
non rispose più.
Ma la Teresa, in mezzo alla sua disperazione, non perdè l'animo;
stringendo la mano a Celso, gli volse un'occhiata dolorosa e
significante: egli ben la comprese; e staccandosi dal suo fianco, uscì
di corsa a chiamare il prete.
Nell'ora che dal letto impadiglionato del ricco vicino a morte, il
freddo zelo degli amici di casa rimove i più stretti congiunti, nè più
vi rimane che uno sciame d'avidi servi, ad almanaccar di quanto il
padrone avrà lasciato a ciascuno, agognando il momento di vederlo
serrar gli occhi, per fare spazzo del poco che la previdenza degli
eredi presunti dimenticò ne' cassettoni e negli armadii; nell'ora che
l'uomo adulato, imbalsamato in vita dalla turba degli accorti, degli
impostori e de' parassiti, vede allontanarsi dal suo letto l'un dietro
all'altro, il parente ossequioso, il sollecito procuratore,
l'inesorabile avvocato, il notajo inquisitore coll'estremo codicillo,
le strane figure de' testimonj, e tutti, tranne l'ultimo prete a cui
tocca la vece di raccomandargli l'anima a Dio; non t'incresca di
fermarti ancora per poco nella stanza del povero padre di famiglia, il
quale visse amato da' suoi figliuoli, e muore circondato da loro.
Nessuno viene a turbarli nel compimento di quel dovere, nessuno li
strappa da quella camera nuda e fredda già come un sepolcro: il pianto
non è che per loro, e sarà l'unica eredità. E piangono da vero, perchè
domani non avranno più chi se li tenne intorno per tanto tempo, chi
spartì con loro casa, mensa e letto, chi contò per essi soltanto tutti
i giorni della fortuna e della disgrazia; e dovranno andarne di qua,
di là, senza fiducia di bene, senza certezza di riuscita, a
guadagnarsi il pane d'ogni dì, nella bottega, nella soffitta, nel
campo, o sulla via: poi, forse si troveranno ben presto un'altra
famiglia d'intorno, il sangue del sangue loro; e dovran faticare,
morire anch'essi, non lasciando dopo di sè altra cosa che figliuoli e
povertà. Ma il Signore che disse: _Beati quelli che piangono_, tiene
conto d'ogni sacrifizio e d'ogni patimento: nella morte almeno siam
tutti fratelli; e nude l'anime, quali uscirono dalle mani del
Creatore, ritorneranno a Lui.
Lo stesso prete, che al cader del giorno aveva recato alla casa di
Vittore il viatico santo, ritornava nel mezzo della notte, seguito
soltanto dal vecchio sagrestano e da Celso: egli portava con sè il
vasetto dell'olio consacrato, per compiere su quell'uomo venuto al
gran punto la mistica estrema unzione. Chi fu testimonio una volta
sola di così solenne e pietoso sacramento di perdono e di
riconciliazione, e non adorò il mistero che congiunge il corpo allo
spirito e la vita all'immortalità?
Benedisse coll'aspersorio dell'acqua santa il letto e gli astanti
all'intorno inginocchiati; poi allungando la destra sopra il morente
vecchio, il prete proferiva le parole del rito:--«O Dio, Padre
onnipotente! Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, che abiti
nell'alto e riguardi gli umili, riguarda a codesta imposizione delle
mani che facciamo sul tuo servo; e codeste mani abbiano virtù sullo
spirito suo.»
E dopo ch'ebbe pregato, intinto il pollice nell'olio santo, unse in
forma di croce gli occhi, gli orecchi, la bocca, le mani, e i piedi
del vecchio, invocando, ad ogni volta, che la misericordia del Signore
vi cancellasse la traccia del peccato, e facesse degna quell'anima
cristiana dell'eterna sua destinazione.
Poi seguiva dicendo: «Riguarda, o Signore! Tu che hai pietoso affetto
per la tua creatura, inchina l'orecchio alle nostre orazioni; mira
placato il tuo servo che giace affaticato dalla malattia; tu lo visita
nella tua salute! Non ricordarti, o Signore, dei delitti del tuo
servo, e non voler fare vendetta dei peccati suoi! Salva il tuo servo,
o Signore, mio Dio, il tuo servo che spera in te!»
Trascorse un'altra ora; e il sacerdote non si staccò dal letto, ma
cominciò a leggere sul rituale sommessamente i salmi della penitenza e
le litanie de' Santi; nel mentre che la famiglia prostrata non ardiva
quasi respirare, per non turbar col pianto o col singhiozzo la
presenza del ministro di Dio, in quel gran momento.
Ma ormai, veggendo che l'ultimo spazio di vita era consumato, il
prete, inchinatosi sul moribondo Vittore, con voce lenta e mite
continuò: «Vale in Cristo, la pace sia con te! Parti, o anima, da
questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel
nome del Figlio che ha patito per te, nel nome dello Spirito Santo che
in te discese; nel nome degli angioli e di tutte le anime sante care a
Dio. Oggi sia nella pace il tuo luogo, e la tua casa nella celeste
Gerusalemme.»
L'agonia del vecchio si faceva sempre più dolorosa; e pareva che la
morte non potesse vincere un uomo indurato a tante prove. Immobile,
colle braccia in croce sul petto, la fronte trasudata e grondante, le
pupille sbarrate e mute nel nero cerchio delle occhiaje, contratte le
labbra, le mani istecchite, livide l'unghie, e tutto della persona
sfinito e perduto, quell'uomo sosteneva ancora la lotta dello spirito
colla carne. Ma i momenti precipitarono: egli ebbe un altro pensiero
per la terra, il supremo pensiero: girò le pupille all'angolo ove
sapeva ch'erano la sua donna e la figlia sua; e in quell'ultima
occhiata disse loro l'addio.
Teresa cadde svenuta, e la Stella diede un grido.
--«Accogli, o Signore, proseguiva il prete imponendo le mani
sull'agonizzante, l'anima del servo tuo che dal pellegrinaggio sen
viene a te; manda i tuoi angioli santi ad incontrarla, che le
insegnino la via e le aprano le porte della giustizia....»
L'anima di Vittore era partita. Il ministro di Dio salmeggiò ancora
per qualche tempo, e poi benedisse il cadavere. E Lorenzo, il quale,
col cappello fra le mani, appoggiato alla sua canna, s'era tenuto
nascosto dietro quelli della famiglia, immemore quasi del dove si
fosse, si risovvenne allora che a lui toccava di far qualche cosa.
Sollevò dal suolo l'una dopo l'altra, le due povere donne e
sostenendole con quel poco di forza a lui rimasta, le condusse via,
dicendo che la sua unica stanza era aperta per esse.
Uscirono; ma Damiano e Celso vollero rimanere in compagnia del
sagrestano presso al padre loro.
La candela benedetta ardeva ancora. E ben presto, i primi albori d'una
bella e serena mattina di primavera, cominciavano a rischiarare di
luce rosata le finestre della casa; e il primo raggio del sole che
penetrò in quella stanza di morte, venne a cadere sul letto
dell'estinto soldato di Napoleone.
Era l'alba del cinque maggio.
Capitolo Terzo
Il giorno dopo la morte di Vittore, la Teresa e i figliuoli vollero,
senza intender ragione, tornare alla loro casa di Quadronno; chè quasi
tenevano un sacrilegio l'averla in que' momenti abbandonata. Il
vecchio tenente Lorenzo li aveva fatti padroni della sua deserta
stanzaccia; ma ben vedeva che vi stavano a disagio, e ch'era poi
tutt'uno; poichè le due donne altra cosa non facevano che piangere e
pregare; peggio poi, quando non riusciva a persuaderle che gustassero
almeno qualche cucchiajata di minestra.
Quel piangere, quel biasciar rosarii, facevan perder la flemma a
Lorenzo, al quale sempre andarono pel verso più i fatti che le parole:
ma, buono come era, in cuor suo le compativa, e non aveva mai
desiderato, quanto allora, di possedere un po' di ricchezza, per dire
a' figliuoli del suo amico: Prendete, mettete la sia roba vostra. Ma
non potendo far ciò che voleva, lasciò che la madre e la figlia se
n'andassero, anzi le accompagnò egli stesso, alla solitaria via di
Quadronno, intanto che Damiano e Celso s'eran dati attorno per quelle
dolorose brighe che anche la morte del povero impone ai superstiti
della famiglia, subito dopo l'ultima separazione.
La casa dove abitava la famiglia di Vittore non aveva più di cinque
stanze anguste, umide, dalle soffitte basse e tarlate; due a terreno,
la cucina e un camerotto, in che stavano Damiano e Celso, e tre al
pian di sopra; una saletta, se così poteva chiamarsi, poi la camera
dov'era morto l'antico velite, contigua a quella della Teresa, e in
fondo un bugigattolo, con una finestrina quadrata, aperta a mezza via
fra la parete e la tettoja, in forma di abbaìno: era là che fino
allora aveva dormito sonni di pace e d'innocenza la Stella.
Quelle stanze eran povere, nude, ma pur decenti; bianche le pareti,
vecchia e rada la suppellettile. Era povertà, non miseria; ma povertà
non trascurata, non abbietta, anzi nascosta con molta cura da
quell'ordine e da quella simmetria con che vedevansi collocati gli
antichi arredi della famiglia. Il rozzo pavimento, le tavole, i due
armadii, e l'unica modesta specchiera e il quadretto ov'era il
ritratto di Napoleone, ogni cosa appariva linda, assettata come il
primo dì ch'era venuta in casa. Ma nulla di soverchio, nulla che
annunziasse pur l'ombra o la memoria d'una miglior condizione passata.
Chi appena ponesse il piede in quella dimora, doveva dire: Qui stanno
umili e oneste creature, degne d'una sorte migliore; è l'asilo della
povertà che non conosce sè stessa.
Le donne, rientrate appena, si affaccendarono a mettere in ordine
mobili e letti e l'altre cose, come se nulla fosse succeduto. Solo la
stanza del vecchio soldato era vuota; e sullo sporto del camminetto in
quella stanza più non si vedevano due candelieri d'argento, ultimo
resto del lusso della famiglia, i quali avevano servito a pagare la
spesa della modestissima esequia, e l'elemosina d'alcune messe di
suffragio.
Abitavano da vent'anni in quel quartiere, che rassomigliava a tanti
altri, ove dimorano tuttodì le famiglie popolane, quando guadagnansi
da vivere per la via del lavoro non avvilito. Queste buone e
sconosciute famiglie fanno la più gran parte della nostra popolazione;
e in mezzo a loro si nascondono tante umili e vere virtù, tanti
sagrificj, tante prove di coraggio, d'onore, di patimento e di
grandezza! E così crescono di continuo all'industria, alle arti, al
piccolo commercio, a' mestieri i più comuni e i più neccessarii tante
creature che nella loro vita non vedranno forse il sole se non
attraverso le grosse inferriate del fondaco, e dell'officina, o sul
limitare della bottega, o dietro una finestra da' piccoli vetri
verdastri; così nascono e muojono, oppressi dalla moltitudine che loro
si agita d'intorno, dalla crescente tirannia del bisogno, consunti
dall'impeto di tanti cari e nobili affetti soffocati nel cuore, dalla
mancanza di spazio, d'aria, di cielo, mietuti innanzi tempo dalla
ferrea neccessità di soffrire e tacere, uomini che potrebbero pure
sollevarsi coll'anima fino alle più alte verità e spendere il sangue
per il bene di tutti; solitarii, sconosciuti genii che non trovano chi
stenda loro una mano, chi abbia una parola d'amore e di conforto, chi
vegga nell'umiltà loro una ragione di più per venerare l'altezza
dell'intelletto, chi li addirizzi a tempo sulle vie sublimi dell'arti,
di cui sanno pure antiveder da sè stessi il fine unico e civile. E
passano così al pari d'ombre malinconiche e perdute, senza che nessuno
ripeta i loro nomi o cerchi qualche volta le poche orme che lasciarono
sulla terra.
Pure, gli onesti amici del vero, che non vanno tronfii di esser
filosofi e veggenti, ma rintracciano il bene e lo amano per sè stesso
dovunque lo ritrovino, van nutrendo in mezzo a questa ingenua e forte
generazione per tanti secoli dimenticata, il prezioso germe dei
diritti e dei doveri, gli uomini d'un tempo migliore. In mezzo di
loro, il poeta sorge più animoso, inspirandosi all'armonia della virtù
civile e della forza morale; a loro domanda il filosofo fede,
aspettazione di verità e di giustizia; poichè in ciò solo è posta la
ragione di quanto fanno o piuttosto debbono fare gli uomini. Imparate
dal popolo il coraggio di soffrire e di combattere senza stancarsi
mai; e la virtù di risorgere, oppressi, e di non disperare, caduti.
Interrogate le usanze, i costumi, le tradizioni, le credenze, i
pregiudizj stessi del popolo, ed esso vi parrà sempre più grande;
chiedetegli, se bisogna, i più dolorosi sagrificj, secoli interi di
prova e di sciagure, e lo troverete sempre lo stesso; la sua fede nel
bene non verrà meno mai.
La fraternità de' pensieri, l'esempio dell'amore e dell'amicizia, e la
confortatrice parola della virtù non hanno mistero. Convien sedere
presso il focolare della famiglia, entrar nella chiesa e nel cimitero
in compagnia de' poveri; bisogna confondersi nel tumulto delle feste
popolari, mettere i nostri fratelli a parte di quella luce di
conoscenza e d'affetto che sentiamo dentro di noi; bisogna, in una
parola, amare ed operare. Ma l'andar così meditando dietro ad un
pensiero che cento altri ne sveglia, già troppo mi dilunga dall'umile
scena del mio racconto.
La sera medesima di quel dì che la famiglia di Vittore era tornata a
casa, la Teresa e i figliuoli sedevano mestamente nella stanza
paterna, come in luogo sacro. Avevano pregato insieme, e scambiavano
alcune meste parole, ma senza piangere: sentivano, dopo la divota
comune preghiera, una calma rassegnata, una consolazione che altra
cosa al mondo non può dare.
Quelle anime oneste e nuove alle dure lezioni della vita non
guardavano ancora nell'avvenire. Ma Damiano ci pensava.
Damiano, divenuto oramai capo di casa, era seduto da un canto, colla
testa china sulla spalliera della seggiola. Alto e snello della
persona, v'era nella sua postura di quel momento un indizio di
preoccupazione e d'abbandono, che non rispondeva alla vivace
espressione de' suoi occhi e delle sue pallide sì ma tranquille
sembianze. I capegli neri e lisci gli ombreggiavano la fronte, e sulle
sue labbra, sormontate appena dal primo pelo, errava incerto e amaro
quel sorriso che non sai se indichi ironia di dolore, o interna
soddisfazione di poter vincere la guerra dell'animo. Egli andava
vestito di nero; modesti gli abiti assai, ma li portava con non so
qual naturale lindura; e il corto soprabito abbottonato fino al collo,
e il fazzoletto con trascuranza annodato facevano spiccare di più il
pallore dei suoi lineamenti e l'amarezza di quel suo indicibile
sorriso.
Damiano aveva tocchi appena i diecinove anni: poichè era nato
nell'anno della fatale spedizione della Russia, e propriamente un mese
dopo partito per l'esercito il padre suo; il quale, comechè portasse
di già i mustacchi bigi, aveva voluto prender moglie quando tutti i
cannoni del regno, nel marzo del 1811, annunziarono che all'Imperatore
era nato un erede. Ma il buon velite aveva scambiato con le dure
marcie sulle nevi del settentrione la contentezza di prendersi fra le
braccia, appena nato, il suo primogenito. Quel bambino, divenuto poi
un fanciullo ardito, avventato, era stato la consolazione di Vittore
ne' giorni tediosi, quando, mutata la scena, cominciò a rimpiangere il
passato. Ora, il giovinetto non era più quello di prima: ora s'è fatto
un uomo.
Quella sera egli pensava a tante cose, che per la prima volta gli
apparivano chiare alla mente. Vedeva l'avvenire di sua madre, di sua
sorella, del fratello minore, vedeva quelle vite a lui così care,
attaccate a così lontane e dubbiose speranze! E poi, le cure divenute
più che necessarie, per assottigliare di più, s'era possibile, lo
spendio quotidiano della famiglia; la spina d'alcuni debiti vecchi
fatti da suo padre, per provvedere alla prima educazione di lui e di
Celso, ne' momenti di maggior povertà; il sacro obbligo di
risparmiare, per quanto poteva, almeno per allora, la conoscenza delle
angustie ond'erano minacciati d'ogni parte; e la memoria dell'illibato
nome paterno; e le nascenti difficoltà di trovar subito un
sostentamento della vita, senza gittarsi, come pur troppo temeva di
dover fare, al primo mestiere capitato; per giunta a ciò, le ragioni
da rendere alle persone del tribunale, che avevano già fatto i
preliminari comandati dalla legge affine di esporre in faccia al
giudice pupillare la povera condizione della famiglia; e sopra tutto,
il pensiero del domani, inflessibile, oscuro che gli ripeteva: bisogna
guadagnarsi il pane! questi dolori, e ben altri ancora, pesavano
sull'anima di Damiano.
Sua madre, donna semplice e dabbene, che nel marito e ne' figliuoli
ebbe tutto il suo mondo, che aveva amato, sperato e vissuto soltanto
in loro, pareva aspettasse da Damiano quella forza che non sapeva più
trovare in sè medesima. Tenendo stretta colla destra al seno la testa
graziosa della Stella, la quale, seduta accanto a lei sur uno
scannetto, le s'era appoggiata al grembo in atto quasi fanciullesco,
la povera madre interrogava con eloquente sguardo il suo Damiano.
Ma egli, quantunque non avesse perduta neppure un'ora, e già maturasse
nella mente ciò che bisognava fare, non ebbe in quel momento cuor di
parlarne. Disse solamente che colui il qual nacque povero, convien
faccia ogni giorno di necessità virtù: e poco di poi soggiunse, che
quella materia aveva parlato lungamente col signor Lorenzo, l'unico
amico che loro restava, che qualche sacrifizio conveniva pur farlo, e
primo di tutti quello forse d'abbandonar la casa ove avevano vissuti
tanti anni nella loro povertà abbastanza felici.
Celso e la Stella piegarono mestamente il capo; ma la Teresa che aveva
avuto sotto a quel tetto i tre figli, che in quella stanza aveva
veduto morire il suo protettore e amico, e che là sperava poter
chiudere anch'essa gli occhi per sempre, la Teresa sentì una fitta nel
cuore, e proruppe:--Oh no! Damiano, lasciami qui morire, lasciami qui
morire!
Tutta sera non dissero più nulla. Ma quando si separarono per
coricarsi, la madre si tenne vicina la Stella; e Damiano e il fratel
suo vegliarono l'intera notte nella loro camera a terreno, cercando di
dar l'uno all'altro quel coraggio che si può avere a vent'anni e
quando s'è poveri.
Capitolo Quarto
Venne il signor Lorenzo la seguente mattina; nè senza perchè, come
n'aveva fatto promessa a Damiano. E quando furono riuniti nella
saletta superiore, lui e il giovine cominciarono a guardarsi con
cert'aria significativa, come se ciascuno volesse che l'altro per il
primo pigliasse la parola.
La madre, essendosi accorta alla fine di quel muto scambio
d'occhiate:--Via, disse, signor Lorenzo; già so che l'è venuto il dì
della disgrazia, e per me son preparata a tutto. Parli pure, dica su
lei; poichè Damiano non ne ha il cuore.
Allora l'antico tenente, cercando un resto del coraggio di quel tempo
che alla testa de' valorosi correva all'assalto d'una casamatta là
nella Spagna, o teneva fronte all'urto d'una colonna di Cosacchi a
Smolensko o a Borodino, si fregò gli occhi e disse:--Amici miei,
vecchio come sono, starei più volontieri innanzi la bocca d'un
cannone, collo schioppo al braccio e lo zaino ai piedi, che non qui,
adesso, in faccia a voi, che siete l'anima, e il sangue del mio
fratello. Ma poichè tocca a me, a me che n'ho vedute già tante,
l'ajutarvi in questa trista ora, abbiate pazienza, se vi parlo senza
complimenti, ma da galantuomo. Già con Damiano abbiam fatto de'
discorsi, anche di troppo; è un peccato che non sia il tempo buono per
lui.... Ma, tant'è! quell'uomo che teneva stretto come un balocco,
tutto il mondo nel suo pugno, quello là, è caduto. E cosa potete far
voi, poveri figliuoli, che non l'avete visto neppure!
--Chi ha cuore e braccio, è sempre padrone della sua parte a questo
mondo: rispose con voce animosa Damiano.
--E chi ha amore per i suoi, trova sempre un po' di bene a fare:
soggiunse con una ingenuità d'angiolo la Stella.
--Cari tutti e due! e avete ben ragione. In quanto a me, io l'aveva
detto cento volte a quel brav'uomo che ora andò a tener compagnia ai
nostri vecchi fratelli di guerra, gliel'aveva detto che pensasse a
dare un mestiero a' figliuoli, un buon mestiero per cui non può mai
mancar da vivere: chè, alla fin del conto, chi lavora è sempre padrone
della sua fatica, come e forse più che il ricco del fatto suo; e il
pane della fatica è il pane più saporito, più onorato che sia. Ma lui,
non ne volle sentire: lo so bene, quella sua croce d'onore gli aveva
un po' ingarbugliate le idee, e non voleva che i figli d'un cavaliere
dovessero imparare a maneggiar la mestola o la pialla; lo compatisco.
Ma l'ho anch'io la croce, l'ho avuta nello stesso dì che lui, e ne fo
quel conto che si deve: essa è là nel fondo della mia vecchia valigia,
e non la porto all'occhiello che una volta all'anno, quel giorno che
sapete. Del resto poi, che cosa importa? Non voglion dir più niente
adesso le decorazioni, sono un balocco di stagno dorato e niente di
più: chi ci bada ormai?... Ma non è di questo che dobbiam parlare.
--Oh! signor Lorenzo, non mi tenga nell'angustia; dica pure quello che
bisogna fare: soggiunse quasi piangendo la Teresa.
--Volevo dire che bisogna pensare ai fatti nostri, ripigliò. Voi siete
una brava donna; ma di certe cose le donne non s'intendono nè si
debbono intendere. Ora vel posso dir io, io che le ho raccolte e lette
le poche carte di vostro marito, jer mattina insieme a Damiano, prima
di consegnarle a quella ciera d'ospedale del signor impiegato venuto
qui a frugar dappertutto, che mi faceva una stizza da non dire. Or
bene, io supponeva.... io sperava che.... badate bene.... in
coscienza, non avete più nulla. Già quel Vittore ha sempre avuto il
suo cuor largo di soldato; ha creduto troppo alla probità degli
uomini, all'onore, tutte belle cose, ma...
--Pover'uomo! disse la Teresa. Oh! se tutti fossero come lui....
--Come lui non ne troverete; ma è vero, per altro, ch'egli pensò poco
al domani. Nelle sue carte che, per il meglio, ho voluto mostrare
anche a un dottor di legge, mia vecchia conoscenza, abbiam trovato, in
mezzo ad alcuni bollettini di guerre passate che non si vedranno mai
più, certi conti, certe logore ricevute di foraggi e d'altri servigi
al militare, ne' momenti che nei nostri paesi cominciò a far caldo: le
son vecchie carte del 96 ch'egli ebbe dal vostro nonno, buon'anima, il
quale, a quei dì, aveva anche lui terra al sole. Ed io l'ho
conosciuto, sapete, vostro nonno, che potevo avere allora l'età
vostra.... Ma! chi l'avrebbe detto che si doveva finir così?...
Contro il suo costume, il vecchio tenente cercava con le molte parole
di far men doloroso agli amici suoi l'annunzio della povertà; e
abbandonavasi così alle memorie del passato.
--Via, vada innanzi, signor Lorenzo, diceva con qualche impazienza
Damiano.
--Sì, sì! Allora, o giovine, aveva anch'io il fuoco nelle vene come
voi; allora s'è fatto qualcosa... Dunque vostro padre, a quel che
pare, non pensò mai a far valere quelle carte che forse gli potevan
dare un migliaio di lire; adesso temo sieno buone per la pipa. E non
può star che così; vorreste che costoro pagassero le spese di quegli
altri?... Onde, per di qui, nulla a sperare. Qualche debituccio del
resto, che salderò io; è il meno che possa fare per l'amico mio. Vi
confesso che mi piange il cuore: son povero anch'io e non ci ho
pensato mai; pure adesso, vedete, ne sento dolore e quasi vergogna.
Oh! se avessi lo scrigno di quei musi matricolati che ho pur
conosciuto e che ora non mi conoscono più, di que' volponi che
gridavano più forte degli altri e fecero poi, come si dice, il san
Giovanni dalle quattro faccie.... Ma io no! io e Vittore no! piuttosto
mangiar pane con la muffa!... Non abbiam forse rosicchiato noi unghie
di cavallo, là, in quella maledetta terra?
--La virtù costa lagrime e sangue: esclamò, come parlando fra sè,
Damiano.
--Povero padre mio! sospirava la Stella.
--Anche la vostra pensione, tornò a dire Lorenzo, anche quelle poche
trecento lire all'anno, per la croce d'onore di vostro padre, son
rasciutte; morto lui, non vi tocca più nulla. Che cosa fare dunque?
Nessuno di voi ha pratica avviata, un'arte per le mani; voi, Teresa, e
quest'angiolo della vostra tosa, lo so bene, cercaste finora di far
gruzzolo col vostro lavorar di segreto; ma nell'ultima malattia di
Vittore, tra medico, speziale e prete, v'han nette d'ogni cosa.
Damiano sa il fatto suo e ha volontà; Celso è giovine, è un po'
miserello, ma vuol studiare, e si farà; la buona gente non è tutta
morta, e alcuno che vi soccorra, per Dio! lo troveremo. Ditemi un po',
signora Teresa, non avete più nessun parente, nè vicino, nè lontano?
--Ho un vecchio cugino, figlio d'un fratello di mia madre, che tiene
un grosso fondaco di drogherie, là dalla parte di piazza Fontana....
Ha fatto una fortuna, a quel che mi dicono, ed ha anche casa sua, qui
in Milano. Non ha più moglie, ma sibbene un figliuolo.
--Benissimo! disse il vecchio soldato, se non hanno il cuore di
stoppa....
--Ma sono anni e anni che non li vedo io, questi parenti. Loro son
ricchi e non si sono mai dati a cercare di noi; il mio Vittore era
povero, ma non usò mai piegar la testa a chi si sia, e non ha cercato
di loro. Quel benedetto uomo non volle mai aver bisogno di nessuno.
--Lo dite a me? aggiunse Lorenzo. Credete non lo sappia io? E perchè
restammo semplici soldati, lui ed io, fin quasi all'ultim'anno del
grand'uomo? Perchè non avemmo mai bisogno di nessuno. E poi, era un
tempo che il generale stringeva la mano all'ultimo soldato, come a un
fratello... Ma pensiamo a voi adesso: sì, convien tentare qualche cosa
presso a quel vostro parente....
--Signore Iddio! esclamò la vedova: non vorrà vedermi; se sapeste che
uomo è!...
--Andremo insieme, mamma, soggiunse affettuosa la Stella; sento che
avrò il cuor di parlargli io.
--Potete provare, disse Damiano; ma non basterà. Uno che per tanto
tempo non volle sapere se fossimo vivi, potrà sentire a un tratto il
consiglio della compassione, il bisogno di far del bene?... E poi,
umiliarsi, pregare, sentirsi a dire delle parole che vi fanno guardar
per terra, col rossore sul viso e pensieri d'inferno nel cuore!... Io
per me.... Ma no, non date ascolto a me; noi dobbiamo fare, come tutti
fanno, quando son poveri: abbassare il capo e tacere! Forse Dio ci
terrà conto di questa difficile virtù!
--Non parlare così, Damiano, mio buon Damiano! lo interruppe la
sorella: pensa che nostro padre ci ascolta ancora; e se tu non ne dai
un po' di coraggio, che cosa faremo senza di te?
--Hai ragione, ripigliò il giovine, a cui d'improvviso balenò l'anima
negli occhi. Noi staremo sempre uniti: ciascuno farà per tutti; la tua
semplice e amorosa fede sarà quella che a me darà la virtù che mi
manca. La risoluzione che bisogna pigliare dunque, la si pigli al più
presto. Non abbiam più di che pagare la pigione di questa casa, per la
quale ci voleva intera la pensione di nostro padre: cercheremo altro
asilo; due camere sono bastanti per noi; la pace e la pazienza ce le
faranno amare.
--Sentite, figliuoli, ripigliò, poichè stette alquanto sopra di sè, il
buon tenente: se volete, possiamo far casa insieme; o venite voi a
star con me o io con voi. Già sono alla stretta anch'io; fuor de la
grama pensione della mia croce, e di un altro centinaio di lire che
busco da un vitalizio fatto dieci anni fa, non ho niente al mondo. Io
non posso lavorare, chè son troppo vecchio, ma quel ch'è mio è anche
vostro.
--No, no, mai! disse con fermezza Damiano. Se verrà l'ora della
necessità, voi sarete il nostro secondo padre; ma vivono tant'altri
più poveri di noi; e noi, giovani e robusti, non volete che troviamo
da vivere?
--Figliuolo animoso! lasciati abbracciare dal tuo vecchio
amico.--Così, avvicinandosi a lui, Lorenzo lo serrò con grande affetto
sul proprio cuore.
--Cercheremo casa, seguì Damiano, verso il centro della città: le
pigioni sono un po' più care, è vero, ma s'è più alla portata per
trovar lavoro. Io per me ho quasi compito gli studi del liceo, e alla
fine dell'anno venturo, potrò mettermi a un impiego, a un'arte, a un
mestiero qualunque. Intanto mi son già fatto raccomandare ad una brava
persona che mi darà da fare come scritturale in un negozio. Voi
vedete, signor Lorenzo, che non ho perduto tempo.
--E noi pure lavoreremo; non è vero, mamma? continuò la Stella,
esprimendo col suo candido sorriso la verità che le parlava dal cuore.
Io so ricamare, e quando saremo là, nella nuova casa, starò tutto il
dì contenta al telajo; Damiano mi cercherà avventori, e avviato che
sia il lavoro, non avremo più a domandar la carità di nessuno. A noi
basta così poco....
--E io, disse alla sua volta la vedova, non conosco forse fior di
persone, che ci potranno ajutare? Il signor rettore di San Celso, e il
signor curato di San Calimero, per loro bontà, mi compatiscono, e si
sono degnati di parlarmi le tante volte. Quelli son uomini, e hanno
aderenza coi primi signori di Milano; e chi sa....
--Sì, sì, quel che volete, mamma; pure facciam di tutto per ajutarci
da noi, come possiamo, che sarà ben meglio.
Così l'interruppe Damiano; il quale sapeva il debole della mamma, una
gran riverenza ai preti e ai signori.
--Bravo! esclamò Lorenzo; così avrebbe parlato tuo padre.
Damiano crollò il capo; e di lì a poco, levandosi in piedi, si mosse
per uscire.
--Ricordatevi sopra tutto del vostro compare, figliuoli: non è più che
un vecchio ronzone condannato a tirar la barca; ma finchè avrà fiato,
sarà sempre il vostro compare.
Ciò detto, il vecchio soldato si calcò il cappello sulle ciglia, prese
la sua canna e borbottando fra sè, per nascondere un segreto
accoramento di cui sentiva dispetto, se n'andò. Non aveva pianto
l'altra volta ch'era uscito di quella casa, dopo aver veduto morire il
suo ultimo fratello d'armi; ma allora, appena fu nella via,
guardandosi indietro, si rasciugò gli occhi col rovescio della mano, e
disse: È finita! non son più quello.--
Capitolo Quinto
Rintanato in uno studio a terreno, se ne stava il signor Domenico,
antico negoziante di droghe e derrate coloniali, nell'ampio seggiolone
di cuojo, appoggiate le gomita a un enorme registro impalcato sul suo
scrittojo, dietro un baluardo di colli di mercanzie, di casse, di
barili accatastati all'ingiro, e sepolto quasi sotto a' cumuli de'
libri mastri, delle cartelle e vacchette d'ogni maniera che gli
facevan muro da ogni parte.
Uno de' suoi scritturali, la penna appiccata sopra l'orecchio e gli
occhiali rialzati a guisa di visiera sulla fronte, uscì del fondaco e
attraversò il portichetto per annunziare al principale che due donne,
l'una vecchia e l'altra giovine, le quali si dicevano sue parenti,
domandavano il favore di parlargli.
--Chi sono? chiese il negoziante, senza levar gli occhi dal registro.
E quando ne intese il nome:--Non ho parenti di questo nome, brontolò;
non mi seccate.
--Pure.... arrischiò lo scrivano.
--Non mi seccate, ripetè lo stizzoso vecchio.
Ma in quella, venute innanzi le due donne, s'udì la voce della signora
Teresa:--Scusi, signor Domenico, scusi un poco, se mi fo cuore di
venire così; ma spero che tra parenti....
--Chi è?... disse il negoziante; e il capo ricoperto d'uno spelato
berretto di felpa verde sporse fuor dalla trincea de' suoi libri
mastri.
--Sono io, sono la Teresa, moglie del cavalier Vittore.... Non si
ricorda, signor Domenico? siamo cugini: la mia povera mamma era
sorella del suo signor padre.
--Um!... grugnì il vecchio.
La Teresa sentiva stringersi il cuore; e la Stella non aveva quasi
osato levar gli occhi, poichè l'accoglienza di quell'uomo, che
mettevasi, quasi che lei e sua madre non fossero là, a brontolar co'
suoi fattorini, i quali andavano e venivano; e più di tutto una specie
di rantolo continuo con cui ajutava lo stentato e rabbioso suo
respirare, le facevano ribrezzo, anzi paura.
Nondimeno, quand'egli, veggendo che non volevano andarsene così
subito, si volse loro a domandar brusco che cosa avessero a dirgli, le
due donne si fecero più vicine; e un po' l'una, un po' l'altra,
seppero trovar la via di raccontargli la loro disgrazia, e di
ripetergli che avevano pensato di ricorrere a lui, come al solo
parente che avessero. Una volta in cammino, la Teresa non finì di dire
così presto; parlò del suo Vittore, morto da un mese; dell'ultima
penosa malattia di lui, per cui s'eran consunti i loro risparmi; della
necessità in cui si trovavano di cercar lavoro per vivere, e della
risoluzione di lasciar la casa di Quadronno, la cui pigione era
soverchia per loro, e di venirne invece a stare in quella parte della
città, se loro venisse fatto di avere, con una scarsa pigione, nel
contorno, un paio di camere al terzo o al quarto piano. E
conchiuse:--Signor Domenico, siamo figliuoli di fratello e sorella; ci
ajuti lei dove può; o ci dica almeno che cosa dobbiamo fare?
--Eh! eh! eh! rispose con una secca tosserella il negoziante, senza
punto scomporsi: Saremo cugini, come vuol lei, ma posso dire che non
ci siamo mai conosciuti; certo è un vent'anni buoni che non ho avuto
l'onore di vedere il suo signor cavaliere, che.... a quel che m'è
stato detto.... io non so niente.... fu sempre una testa matta e
pericolosa. Dunque, che cosa mai vuole ch'io faccia?...
E seguitando lentamente ad ansare, diceva che la loro parentela era di
quelle che non portano con sè alcun dovere; che moltissimo
gl'incresceva la condizione della famiglia, e che sentiva tutta la
volontà di far qualche cosa per loro, se lo avesse potuto. E qui,
pensato un poco e tentennato il capo, soggiungeva com'egli pure avesse
un figliuolo al quale, volendo dargli un nome e uno stato, doveva
buttar dietro tesori; come si trovasse in un mar d'impicci e dovesse
pensare a' casi suoi; nè lasciava di dir loro che, per altro, avevano
fatto egregiamente a non parlar di lui coi signori del tribunale, come
dell'unico parente che avessero, poichè egli non si sarebbe indotto
mai ad esser nè tutore nè contutore, nè altro, in riguardo a loro. E
quasi ciò non bastasse, continuò che il commercio è un abisso,
sull'orlo del quale non bisogna camminare con gli occhi chiusi; egli
poi, quantunque dicessero le male lingue il contrario, era un pover
uomo; in quel momento più che mai si trovava imbarcato in rischiose
mercantili spedizioni; i fallimenti fioccavano da tutte le parti;
nella mattina appunto eragli venuto avviso di quello d'un suo
corrispondente di Marsiglia; e da tutto ciò conchiudeva di non poter
propriamente fare per loro quello che avrebbe voluto.
Ben si può imaginare come stillassero queste fredde e avare parole del
vecchio nel cuor della Teresa e della Stella. Nondimeno, la vedova,
quando non continuasse un pezzo ancora con quel su e giù di _ma_, di
_che_, di _siccome_, che a lei serravano il cuore, a lui la strozza,
s'affrettò a cucir insieme qualche scusa, e a dire che non bramava
altro se non d'essere indirizzata a qualche onesta persona della
vicinanza, che loro potesse appigionare a buon mercato quelle poche
stanze di cui s'erano già messe alla ricerca. Allora il vecchio
parente, veggendo come gli fosse dato trarsi d'impaccio con poco, fece
un mar di promesse: avrebbe domandato, detto, parlato e che so io. Poi
si pentì, entrandogli il pensiero non avessero con quel pretesto a
tornare; ond'è che di tal modo conchiuse:--Aspettino: ho appunto il
caso loro. Conosco il signor Pietro, subaffittuale di parecchie case
nel contorno; le mando a lui, e son persuaso che si accomoderanno.
Ehi, signor Dazio?...
Lo scritturale che si era lasciato veder poco prima, colla penna
appiccata all'orecchio e gli occhiali sulle gobbe della fronte, tornò
a far capolino dall'uscio dello studio.
--Ehi! conducete questa signora, dissegli il principale, dal signor
Pietro, a nome mio, e ditegli che faccia per lei quello che può. Del
resto, mi dispiace proprio, signora Teresa (e si tolse dal cucuzzolo
pelato il pelato berretto) ma è inutile che si dia l'incomodo di
tornar qui; i miei negozj mi tengono dì e notte occupato, e non ho
tempo nè denari da buttar via, io; sono un pover'uomo io.... Servitore
umilissimo.
La madre e la figliuola se n'andarono senza proferir parola, più
malinconiche assai che non fossero venute. E sendo già in via, non
lasciarono di visitar le povere stanze che il signor Pietro in
persona, quando seppe ch'erano una raccomandazione del ricco
droghiere, volle loro far vedere, magnificandole come una reggia. La
mattina seguente vi tornò la vedova con Damiano; le due camere al
quarto piano eran vuote; e il padrone della casa in via di Quadronno,
benchè fosse di poco passata la Pasqua, lasciava più che volentieri i
suoi affittuali in libertà d'andarsene, comechè il pensiero di perder
la mezza pigione, non ancora pagata, gli facesse gelare il sangue.
Ben presto dunque s'acconciarono col nuovo locatore, il quale, a mero
riguardo del signor Domenico, si tenne contento, per il fitto, di
cencinquanta lire all'anno. Col ricavo della suppellettile di
sopravanzo venduta a un arcigno rigattiere, il quale teneva bottega
sul terraggio di San Celso, pagarono il semestre anticipato, e pochi
dì appresso, la povera e onesta famiglia dell'antico velite s'era così
allocata nella sua novella abitazione. Assai triste, la Teresa e la
figliuola abbandonarono la solitaria casa, dove avevano passato tanti
anni che lor parevano in quel momento anche troppo felici; dove
lasciavano tante piccole memorie, tante speranze ancor vive. Le donne
semplici e casalinghe, come la Teresa, attaccano, direi quasi, una
parte della lor vita alle care pareti, alle note finestre, a quegli
arredi che mai non mutaron luogo, che furono testimonio de' loro
giorni oscuri ed ugnali; altrove, non trovano più l'aria che prima
respiravano, nè quel sole, nè quell'angolo del cielo che conoscevano,
che amavano tanto.
Le due stanze erano al più alto piano d'un lungo casamento che guarda
sulla piazza Fontana, e dove cento famiglie del popolo, le quali
vanno, vengono, e s'alternano di continuo a brevi spazii di tempo,
nascondono la povertà e la fatica, il bisogno e il vizio. Nessuno
aveva posto mente a' nuovi vicini di casa; e intanto le due donne, con
quel naturale senso d'ordine e d'economia, che alle anime contente del
poco tempera il patimento nei giorni stessi dell'avversità e dona non
so quale altezza nella mala fortuna, trovarono il segreto di dare
all'angusto loro quartiere un aspetto di grata mondezza e semplicità.
E l'una e l'altra delle stanze avevano un uscio e una finestrina
inferriata che davan sul lungo ballatojo esterno, dalla parte d'un
cortilaccio; dall'altro lato, in ciascuna stanza, una finestra più
grande, mal difesa da imposte vetriate, s'apriva sulla pubblica via.
Nella prima, più angusta, non si vedevano che due letti, uno a
rincontro dell'altro, ne' due angoli a manca dell'entrata; là stavano
Damiano e suo fratello. La seconda stanza, un poco più capace, aveva
nel fondo un'alcova, e di fronte a questa un cammino sporgente collo
stretto e alto focolare, come tutti i cammini de' poveri. Sotto la
finestra, verso il cortile, era un fornellino; accanto all'altra, che
guardava la via, si vedevano sempre al luogo stesso, un tavolino e il
telajo di Stella, ben forniti di biancherie diverse e di lavori d'ago
o di spola: in quel cantuccio madre e figlia passavano l'intera
giornata. Nell'alcova era collocato il letto della Teresa; quello di
Stella, più piccolo e basso, nell'altro cantuccio, dietro una bianca
tendina di percallo a drappelloni che, durante il giorno, lo copriva
alla vista di chi venisse.
Non era passato che poco più d'un mese; ma in quel breve correr di
giorni, le due donne, senza perder tempo, procacciatasi la clientela
d'una buona mercantessa di mode della vicina piazza del Duomo, e
sperando che questa n'avesse a tirar con sè qualche altra, vedevano di
poter vivere senza stancare la carità altrui. Così, a poco a poco, si
misero animose a quell'assidua e non conosciuta fatica delle povere
madri e figliuole del popolo, la quale sostenta a un tempo e miete le
vite di tante creature, che passano senza domandar ragione del loro
destino.
Capitolo Sesto
Damiano che, non tocchi ancora i vent'anni, la bell'età del coraggio e
della speranza, si sentiva già padrone del proprio cuore, e guardava
con occhio serio e mesto la vita, aveva anch'esso obbedito con gioja
alle ultime raccomandazioni del padre. Amava tanto sua madre e sua
sorella, che la voce dell'amore era per lui la voce del dovere.
Ma sebbene, nell'ardita confidenza d'un'anima piena di pensieri e
tuttora inesperta, egli avesse giurato in cuor suo di riuscire ben
presto a qualche cosa, per sè e per i suoi; nondimeno, le incertezze
del suo stato, le prime angustie sopravvenute, le stesse speranze che,
disegnandosi a poco a poco quali sono veramente, e facendosi più vive
e più necessarie, stancano e logorano anche gli anni d'una pensosa
giovinezza; infine quel dover ricominciare ogni dì una nascosta
battaglia con sè medesimo e con le cose che lo circondavano, e
sentirsi cader le braccia, e trovarsi sempre al principio della via;
tutto ciò aveva desto in lui il primo tormento del dubbio, una precoce
malinconia che facevagli troppo spesso presagire il male, cercar la
solitudine e provare il bisogno delle gravi meditazioni: per soffocare
così quel germe dell'ira che gli rampollava già nell'intimo del cuore,
per tenere da forte la sua promessa, senza maledir gli uomini e la
vita.
Egli aveva da natura sortito una bell'anima, una mente libera e
franca. Fin da fanciullo, nudrito delle forti e franche parole
paterne, cominciò ad amare quanto di bello e di grande gli sfavillava
all'intelletto o al cuore. I semplici e maravigliosi racconti del
padre e del signor Lorenzo, suo compare, quegli eroici fatti in cui i
due vecchi soldati avevano avuta non l'ultima parte; quelle storie di
pericoli, di battaglie, di trionfi, quel rapido mutarsi di genti e di
cose, al quale non poteva tener dietro la sua tenera immaginativa, gli
suscitavano prima di tutto pensieri di grandezza, di gloria, d'onore;
e s'era figurato che l'uomo, se lo vuole, è sempre l'arbitro del
proprio avvenire. Abbandonavasi alla spensierata fiducia
dell'adolescente; il quale desidera, folleggia e sogna, trovandosi
come nel mezzo di lieto giardino, dove fanno capo tutti i sentieri
della vita; e non sa per quale mettersi, chè tutti del pari gli
sembran facili e brevi; ma crede che per qualunque s'avvii, toccherà
ben presto un alto e onorato fine.
È vero ch'egli era stato, per pochi anni un fanciullo. A dodici anni,
non più audace e avventato come prima, s'avvezzò a pensare che cosa
avrebbe fatto quando fosse divenuto uomo; e cominciò a mostrar
nell'indole e nel costume una intempestiva serietà, un modesto
riserbo, che rado s'incontrano in chi fin da principio non si senta
capace di qualcosa di bene. A quella età, come volle il padre, andò
alle scuole pubbliche del ginnasio; e in mezzo alle numerose,
irrequiete bande degli scolari s'era messo in pensiero d'indovinare in
piccolo quel che sia, press'a poco, il mondo veduto in grande. Fra il
sommesso cinguettìo nelle panche della scuola e l'insolente rombazzo
che si menava ne' cortili all'ora del riposo, seppe di per sè
discernere le piccole gare, le amicizie, i rancori; trovò anime
tranquille, solitarie, e cuori già pieni di malevolenza e di fiele;
vide gl'intrighi de' mediocri, la sfacciatezza de' cattivi, tutti i
buoni e i mali affetti che già si urtano e si rimescolano fra loro. E
si diede a pensare che tale doveva essere il mondo, ove si fanno
continua guerra l'amore e l'odio, la virtù e il vizio.
Così, a quel tempo, ebbe pochi amici anche tra i compagni della
scuola; ma con que' pochi s'era legato di fraterno amore: e nell'ore
che gli avanzavano libere, massime le domeniche e i giovedì, soleva
raccogliersi coll'uno o coll'altro, rifacendo gli studj in comune,
leggendo insieme, e con gran gioja, i pochi libri che potevan trovare;
ricopiando o mettendo a memoria le più belle pagine de' nostri poeti
che loro cadevano fra mano, e de' quali, senza ch'altri ne li facesse
accorti, sentivano il misterioso incanto. Allora esultavano,
piangevano, parlavano a lungo insieme i poveri e buoni giovinetti; le
loro candide e serene fantasie aprivano il volo nel paradiso della
poesia; e il divino aspetto della bellezza rifletteva anche in essi il
suo raggio creatore. Essi non sapevano allora; ma, pur troppo,
l'avvenire non doveva avere per loro, come non ha per nessuno, de'
momenti più sublimi, delle inspirazioni più care di quelle!
Fu appunto allora che Damiano prese a voler bene, sopra tutti i
compagni, a un giovinetto di poco maggiore di lui, figliuolo d'un
pittore; e ben sovente, appena il potesse, passava di lunghe ore in
casa di quest'amico suo. Il pittore, di cui parlo, abitava, come
tant'altra brava gente, a un quinto piano; non era un genio, ma
conosceva l'arte sua; le aveva posto amore, nè mai s'era indotto,
appunto per l'amore che le portava, a farne vile mercato. Per ciò era
povero.
Nello studio dell'onesto e ignoto artista, il giovin Damiano sentì in
quel tempo un forte turbamento, soave insieme e penoso, inesprimibile,
non provato mai; era quell'incerto desiderio di bellezza e di virtù
che aveva circondato fino allora gli anni suoi e che cominciava a
prendere sembianza e parola. Non sapeva staccarsi dal cavalletto del
suo buono amico, il signor Costanzo, che così chiamavasi il pittore; e
mentre questi, silenzioso, stava dipingendo una testa della Madonna
per qualche chiesa di campagna, ovvero uno di que' ritratti dei
defunti benefattori dell'Ospedal Maggiore, che fanno l'aspettativa de'
nostri umili artisti, il giovinetto gli si teneva a' fianchi,
riguardandolo; e quando gli chiedeva il segreto di rimpastare i colori
sulla tavolozza; e quando, trafugata una listerella di matita e un
frammento di cartone, cheto cheto rincantucciavasi dietro il
cavalletto, per ritrarre a suo modo alcuno di quei busti di gesso
tolti dall'antico che fregiavano qua e colà le pareti dello studio. E
il pittore lo lasciava fare. Venutigli però sott'occhio quegl'ingenui
abbozzi, primi tentativi della mano fanciullesca, maravigliava
scoprendo da certa nettezza de' tratti, da certa armonia de' contorni,
la naturale inclinazione del giovine all'arte sublime, figlia
prediletta del cielo italiano.
Pertanto, innamorato com'era di quest'arte, il pittore prese ad
iniziar Damiano nel disegno. Era una festa per il giovinetto alunno
l'accorrere sempre a lui nell'ore libere, e studiarsi di rispondere
alle cure del brav'uomo: il quale, in breve, si addiede che in quel
tenero cuore era già viva la favilla animatrice del genio. Ma,
avvilito dall'oscurità sua, abbandonato nella sua soffitta, e di
continuo alle prese col bisogno, il pittore provò insieme a codesta
gioja un dolore, uno sconforto; e pensando a quell'anima verginale che
voleva anch'essa innalzarsi nel cielo della creazione, tornava sul
proprio passato. Meditata la propria sorte, temè che, addirizzando il
giovinetto su quel cammino non avrebbe forse fatto che un infelice di
più. Pure, alcun tempo di poi, stimò bene di conferirne col padre di
Damiano; se non che al vecchio Vittore la proposta del brav'uomo di
avviare nella pittura il figliuolo sembrò una mattezza: egli viveva
persuaso che il regno delle scienze e delle arti era finito, se non da
per tutto, qui da noi, con Napoleone. E pensando meglio per il
figliuol suo che diventasse ragioniere, sensale, agente di cambio o
qualcosa di somigliante, anzichè povero sapiente, od oscuro artista,
non volle acconsentire che entrasse alle scuole dell'Accademia;
risoluto invece che, finito lo studio del liceo come tutti gli altri,
si dovesse mettere per altra via più battuta e piana, non volle sentir
altro discorso di pittura nè di poesia.
Nondimeno, continuò Damiano in segreto a visitar la soffitta del suo
maestro e amico. Quel primo amor dell'arte crebbe in lui ogni dì, e
divenne a poco a poco il suo sospiro, il suo segreto. Vegliava le
notti, disegnando al lume d'una lucernetta; o s'alzava coll'alba, per
consacrar le prime ore del giorno alla sua misteriosa fatica, dando
viva forma a' sogni dell'anima giovanile, dimenticando in quell'ore
ogni altra cosa. Ma sopravenne una improvvisa sciagura che ruppe la
sua prima affezione; una di quelle sciagure che lasciano nella vita
d'un giovine tale impronta che spesso non si cancella più. La morte
venne a rapirgli il suo unico e fedele compagno, il figliuolo del
pittore Costanzo. Questo caso lo gittò in una profonda tristezza; e
parecchi mesi passarono, senza che più pensasse ad appartarsi nella
sua terrena cameretta per disegnare e schizzar sugli sparsi foglietti,
come soleva, aeree figure e fantastici gruppi; o per rileggere qualche
pagina di Virgilio o di Dante, dell'Ariosto o del Tasso, ch'eran tutta
la sua biblioteca.
Nel suo dolore, quasi che l'anima gli si fosse oscurata per sempre,
aveva fatto il voto di sagrificare al perduto compagno il più caro
sogno de' pensieri. Non disegnava più, e ben di rado lasciavasi vedere
in casa del vecchio pittore; il quale dal canto suo era inconsolabile
d'aver perduto non uno, ma due figliuoli in una volta. In
quell'intervallo, rinacque ardente in Damiano il desiderio degli studj
i più severi. Fu l'anno prima che seguisse la morte del suo povero
padre, quando cominciò a frequentare il liceo pubblico; e la nuova
parola della scienza l'aveva riscosso profondamente. Studiò assiduo
per molti mesi, non senza grave timore ne' suoi che potesse cadere
ammalato. Egli credeva e amava, aveva cominciato a vagheggiar la
verità sotto le splendide forme del bello; e ben presto s'avvide che
la sua mente non era fatta per tener dietro al volo della scienza; e
si sentì svilito, spaventato quasi dall'immenso mistero dell'umanità e
dell'universo a cui per la prima volta affacciavasi. Si trovò come
perduto in una landa nebbiosa, interminata, ove facesse cammino senza
sapere se il sole gli fosse dinanzi, o dietro le spalle. Ma quantunque
così giovine, così inesperto ancora, la vita gli parve ben più
difficile che dapprincipio non avesse creduto.
Egli vide intorno a sè moltissimi a lui pari d'età, compagni di patria
e di studii, che avrebbe voluto salutare, amare, più che condiscepoli,
fratelli; alcuni d'illustre casato, molti agiati o ricchi abbastanza
per non temer del futuro; la più gran parte di condizione eguale o
poco migliore della sua; moltissimi non curanti o fastiditi;
indifferenti e scapati gli altri; pochi volonterosi di cercar nello
insegnamento del passato un tesoro di virtù per l'avvenire,
d'apparecchiar la mente e la coscienza alla dura prova della vita, di
poter dire con giustizia a' loro padri, alle madri, ai fratelli,
quando tornassero in mezzo di essi: Anch'io sono un uomo, e son qui
con voi e per voi! Que' giovani di cui Damiano domandava l'amicizia, o
cercava qualche volta la compagnia, lo guardavano appena, pigliavansi
giuoco di lui, delle sue pedantesche riflessioni, della sua
malinconia; ridevano della sua povertà. Lasciavano che solo si
dilungasse lungo il muro della via con qualche libro sotto il braccio,
mentr'essi, zufolando un'arietta, n'andavano a gironi col cigarro in
bocca e il cappello di traverso, ovvero fermavansi all'entrata del
botteghino di caffè a ciarlar delle prime loro conquiste, della
ballerina, della piccola crestaja, o della saltatrice de' cavalli. E
Damiano camminava verso casa sua, a capo chino e col cuor ferito; gli
fuggivano dal pensiero i poetici sogni dell'arte che ancora amava in
segreto, e diceva: Non sarò mai nulla!... Alla svolta della via di
Quadronno, tornavangli in cuore padre, madre e sorella; ma non gli
tornava il coraggio. Pensava al poco che sapea della vita; e ogni suo
pensiero incerto e torbido pareva domandargli il perchè fosse nato,
qual fosse la invisibile catena che l'univa alla famiglia, agli uomini
del suo paese, agli uomini di tutto il mondo; ma invano cercava che
cosa rispondere. Tutto ciò che gli era stato insegnato gli aveva piena
la mente d'aride o slegate cognizioni; già il suo cuore spontaneo,
ardente, era divenuto sospettoso e freddo; parevagli quasi che tutto
d'intorno a lui cominciasse a sfasciarsi, a cadere; la filosofia, la
storia, cose morte; la virtù, non altro che una dolorosa necessità
d'aver pace con sè medesimo.
Così, nella prima giovinezza, Damiano aveva anch'egli sentito, e senza
quasi saperlo, l'influsso della funesta malattia del secolo, il
tormento del dubbio. E per questo, nell'ora più difficile del viver
suo, in quella notte che passò presso al letto di morte di suo padre,
la sua fronte s'era curvata sotto il peso d'amarissimi pensieri, e
l'animo suo fu prostrato dall'idea che la famiglia ormai non aveva
altro conforto e ajuto che lui solo; lui, che non trovava nè conforto
ne ajuto per sè.
Ma nel momento solenne della disgrazia, quando appunto l'anime tetre
par che trovino una voluttà nel disperare e maledire, le anime
semplici, sentono invece rinascere le pure e grandi forze della vita.
Il cuore di Damiano fu agitato dal profondo; una virtù nuova,
l'energia del vero dolore, gli diè come un'altra vita. Egli ebbe in
quell'ora, per così dire, la rivelazione, la coscienza di sè. Tanto è
vero che, nelle maggiori necessità, l'uomo sente la pienezza della
propria vita, e, direi quasi, l'orgoglio del dolore.
Renduti al padre gli ultimi ufficj d'amore sulla terra, detto addio
alle giovenili fantasie, e rivolto uno sguardo pacato al futuro,
Damiano aveva veduta chiara, a sè dinanzi, la ragione del suo dovere;
allora conobbe che cosa gli restasse a fare, e seppe la propria sorte.
L'insofferenza di sè, l'incertezza d'una vocazione, la noja della
fatica che avvelena le dolcezze dello studio e turba i nostri anni
migliori, anche lo sdegno dell'opinione e dei fatti altrui, tutte le
tempeste d'un cuor giovine e piagato, furono sopite in lui da quel
giorno. Il sentimento dell'impotenza, il rossore e la cupa
rassegnazione della povertà avevano ceduto il luogo a forti, leali
affetti; l'avvenire gli prometteva consolazioni e premio; ed egli
ricominciò con gioja a vivere. Il dolore del padre perduto durò nel
cuor suo; ed egli tenne quasi un sacro tesoro; fu quel dolore utile e
giusto che insegna, non a disperare, ma a combattere. Da quell'ora,
gli rinacque l'amor dell'arte nella quale aveva fatto i primi passi;
da quell'ora tornò agli studii prediletti, ai cari volumi che gli
avevano insegnato l'eterna bellezza del pensiero; e disse a sè
medesimo:--Il poco che potrò fare, non deve andar perduto; consacrerò
la mia fatica a coloro che d'altro non ponno vivere che dell'amor mio;
e il loro amore e la coscienza d'averlo meritato mi compenseranno!
Con questa libera e forte persuasione, egli aveva continuato di buon
cuore a frequentar le scuole dei liceo, affinchè non gli venisse a
mancare, al caso, quel primo scalino a qualche oscuro e poco ambito
impiego. Intanto, ritornava, sempre più spesso, alla casa del suo
vecchio amico, il pittore Costanzo; il quale, benevolo e generoso
nella sua oscurità più che tant'altri in mezzo alla superba fortuna,
si profferse volentieri di ravviarlo nella pittura, come meglio
avrebbe saputo. Damiano vedeva l'incertezza della riuscita, e pur non
sapeva rinunziare a quella cara tentazione.--Finirò questi due anni di
studio, diceva fra sè, e poi... O l'arte ch'io amo, o qualunque altro
più umile mestiero, a cui mi metterò con coraggio, mi darà pane. E chi
sa che la vita non possa ancora esser lieta e bella, per me e per
questi cari che fan viaggio con me sulla terra! Penso infine che tanti
sono più disgraziati di noi, e pur vivono e debbono vivere.... E poi,
siamo in un tempo che anche il povero ha una voce grande e forte, una
voce che comincia a farsi sentire per tutto. Si può dir quanto si
vuole--finiva--ma la giustizia è una, e quel ch'è vero è vero!
Il nostro Damiano la pensava così. E già da qualche mesi, da che la
famiglia stava nel nuovo quartiere, continuava con alacre animo quella
vita tutta di studio e di lavoro. Già dal principio, il suo vecchio
compare, il signor Lorenzo, che non s'era dimenticato di lui, datosi
attorno, aveva potuto non inutilmente raccomandarlo a un mercante di
pannine della Pescheria Vecchia; uomo dabbene, che assentì a prenderlo
presso di sè come scritturale, per mettergli in netto i libri di
negozio e tenergli il carteggio. Questa briga, un poco tediosa,
costava a Damiano tre ore ogni sera; ma gli profittava dugent'ottanta
lire l'anno, che per lui, nella presente strettezza, non eran poche:
bastavano per la pigione di casa, e gliene avanzavano per la misurata
spesa del suo vestire, ch'era umile sì, ma decente e ben fatto alla
persona; onde l'aspetto suo aveva non so che di simpatico e di
gentile.
Tornato a casa la sera, egli soleva leggere o scrivere per sè, fino a
notte ben tarda; poi, dormito un sonno di poche ore, levavasi col
mattino, per correre allo studio del pittore Costanzo; il quale
l'amava ogni giorno di più, dandogli anche tutto quell'affetto che già
portava al figliuolo a lui tolto dal cielo. Di là, al batter dell'ora,
s'affrettava di correr al liceo per non mancare alle lezioni; nè
curando più la sbrigliata scolaresca si teneva in disparte, tutto
raccolto in sè, e volonteroso di penetrare i segreti della scienza,
che la monotona voce del professore non riusciva a spiegargli. Dipoi,
non vedeva l'ora d'essere a casa; e arrivato al suo quarto piano, un
bacio alla madre, il sorriso, il saluto della Stella, la quale,
smettendo dal cucir di bianco o dal ricamare al telajo, ajutava la
madre nell'ammannire la scarsa minestra e qualche avanzo di carne
lessa, che neppur sempre compariva sul povero desco; e più di tutto,
l'aspetto di quella pace casalinga, di quella rassegnazione nella
disgrazia; e poter riposare gli occhi in volti conosciuti e cari; e
dall'un canto il suo pulito letto rifatto, e il tavolino col picciol
mucchio de' suoi libri, e l'aperta finestra che lasciava entrare il
bel sole del mezzogiorno, gli racconsolavano il cuore, gli
rallegravano la mente con idee conciliatrici d'amore e di virtù; e si
sentiva più forte e migliore.
Le due donne stavano sempre in casa, lavoravano sino a notte, e di
solito non vedevano anima viva. Unica loro compagnia era l'antico
tenente, che lasciavasi vedere due o tre volte la settimana, e godeva
nelle lunghe sere raccontar le cose de' tempi suoi alla Stella o al
giovinetto Celso. Poichè, quantunque avesse una predilezione per
Damiano, il buon soldato voleva bene anche all'altro suo figlioccio;
anzi andava da un pezzo ruminando che mai se ne sarebbe potuto fare,
senza trovar cosa che gli piacesse. Ma la madre ci pensava più di lui;
ed una sera, fra le altre, in uno di que' lunghi silenzii che sembrano
mettere, fra poche persone raccolte, un'aria di mestizia e quasi di
sospetto, la buona vedova si fe' coraggio, ed uscì a dire:--Non sa,
signor Lorenzo? Il mio Celso vuol proprio andare a prete; è una
vocazione che ha da un pezzo; e per me la tengo una vera grazia del
Signore!
Strabiliò il vecchio cisalpino; fece una smorfia, come per mandar giù
una bestemmia che gli era venuta sulla lingua, e guardò in faccia il
figliuolo. Il quale arrossì, chinò timidamente il capo e non seppe dir
nulla.
Damiano, quella sera, non era ancora tornato a casa, di modo che il
discorso cadde. Ma prima d'andarsene, il signor Lorenzo, volgendosi a
salutare la vedova, le aveva detto un po' brusco:--In quanto al vostro
figliuolo, se vuol proprio fare il prete, che lo faccia; può ben
essere un prete galantuomo. Ma per me, non mi cercate nè pareri, nè
altro; lasciatemi pur fuori da questa faccenda, chè non c'entro io.--E
si partì, senza aspettar Damiano, come di solito faceva.
Celso aveva allora diecisette anni; ma essendo stato da piccino
gracile e infermiccio, era cresciuto meschino di membra, sicchè ne
mostrava quindici appena. Venne al mondo in un anno di tristezza e di
sventura per la Teresa, e del quale tanto lei che Vittore non
parlavano che colle lagrime agli occhi; nell'anno che vide la rovina
di Napoleone, e il rimpasto del passato. Vittore si teneva caro
Damiano, il suo primogenito, sopra gli altri due; e soleva dire che
quello era nato almeno nel suo miglior tempo, quando c'era ancora
un'Italia. La buona Teresa in vece non poteva di queste ragioni far
misura al suo affetto; e compensava anzi il suo secondo figliuolo,
quel poverino travagliato e gramo, con più viva sollecitudine, con
quella specie d'amorosa gelosia, onde non son commosse che le viscere
d'una madre.
A dieci anni, il fanciullo infermò di lenta febbre; e inchiodato nel
suo letto, per molti mesi tra la vita e la morte, non aveva avuto
altro medico, altro angiolo salvatore che l'amor di sua madre. La
semplice e pia donna, in mezzo all'angoscia, vedendo languire limato
dalla consunzione quel suo caro, come povera pianticella a cui manchi
il succo della vita e la luce del sole, non dubitò di far nel suo
cuore un voto, che se dal Signore le fosse restituito il figliuolo,
avrebbe fatto quant'era possibile per consacrarlo al suo santo
servigio. Poteva essere un voto temerario, un voto inutile; ma in vece
parve un'inspirazione di lassù. Poichè il fanciullo, riavutosi quasi
miracolosamente, dimostrò col crescer dell'età un'indole quieta,
composta a religiosi pensieri; e da sè, senza che ne lo consigliasse
la madre, correva di nascosto quasi ogni dì alla chiesa del santo di
cui portava il nome; amava poi, sopra ogni cosa, le belle funzioni
delle domeniche e delle solenni feste della Madonna; ed era ritirato,
studioso, esemplare, tanto che la sua timidità e il suo silenzio
avevan fatto più d'una volta perder la flemma al vecchio Vittore, che
non gli pareva di vedere in lui un suo figliuolo. Il giovinetto non
aveva osato aprirsi con alcuno de' suoi; ma ben lo seppe indovinare la
madre: quantunque, timida com'era anche lei, n'esultasse e tremasse ad
un tempo. Cosicchè, finch'ebbe vivo il marito, temendo il rifiuto o il
dispetto di lui, che aveva messo sopra i figliuoli tutt'altre
intenzioni, non trovò mai un po' di coraggio per parlargli della
vocazione di Celso.
Morto il vecchio soldato, la vedova s'era consigliata col proprio
confessore, e gli aveva condotto il figliuolo, che finalmente disse la
propria volontà di vestir l'abito chericale; aggiungendo che, al letto
di morte di suo padre, gli era sembrato d'udire un'altra volta la voce
del cielo che lo chiamava. La mamma Teresa ne pianse di contentezza,
ringraziando Dio che le mandasse quella consolazione; e il prete,
vedendo le buone disposizioni del giovinetto, trovò savio e giusto che
si avesse a pensare, senza por tempo in mezzo, al suo avvenire; di
più, promise di raccomandarlo affinchè ottenesse presto qualche
piccolo beneficio, con cui, avute prima le superiori licenze,
continuar gli studii ed entrar nel seminario senz'altri sagrifizii
della famiglia. La stessa mattina la madre aveva parlato della cosa
con Damiano; il quale, sebben vedesse più volentieri che il fratello
per alcun tempo maturasse una deliberazione così grave, pure non seppe
contraddire all'ardente voto di lui e a quello più ardente della
madre; e anzi profferse i suoi tenui risparmi, fatti in que' pochi
mesi, per le prime spese che fossero necessarie. Ed avevano anche
posta qualche speranza nel compare Lorenzo; ma udite le brusche parole
di lui, appena venne a sapere che al suo figlioccio volevan mettere il
collar da prete, non entrarono più in tale argomento.
Capitolo settimo.
--L'Illustrissimo è alzato?
--Non si sa.
--Sarà visibile stamattina l'Illustrissimo?
--Non si sa.
--Il capo credenziere domanda a che ora si ha da tener pronta la
colezione dell'Illustrissimo?
--Non si sa.
Nella lunga e tetra galleria d'un palazzo che portava un nome antico
quasi come quello del nostro antico Milano, così domandava, con umiltà
spagnolesca, un servitore in livrea gallonata su tutte le costure; e
così a lui rispondeva, con serietà spartana, un cameriere vestito di
nero, passeggiando su e giù col sussiego d'un ministro.
Il servitore s'inchinò, e senza risicare una sillaba di più, ripassò
il vestibolo che precedeva la galleria e rientrò nella vasta
anticamera; dove forse una diecina d'altri servitori stavano qua e là
sparsi; quale sdrajato e dormiglioso già di mezza mattina, sopra una
delle stemmate cassapanche; quale camminando innanzi e indietro per lo
stanzone, colle mani sotto le falde delle livrea; altri discorrendola
con burbanza fra di loro, come avvocati in conferenza, o lasciando a
ogni poco scappar di bocca grasse risa e parolacce; alcuni poi
aggruppati presso il loggiato del cortile, giuocando a tavola sopra un
bisunto scacchiere; nè mancava quello che, togliendosi fuori l'una
dopo l'altra dalle tasche della giubba non so che fette di prosciutto,
sbocconcellava sbadatamente in disparte.
La campana maggiore del Duomo, a cui facevano eco tutte l'altre di
Milano, annunziava il mezzogiorno; e l'Illustrissimo, usurpata un'ora
al sonno, però che quella era mattina di ricevimento, rimosse la
cortina azzurra del suo letto; e sporgendo una mano dal capezzale,
tirò il cordone di seta.
Un omicciattolo corputo, tarchiato, volgare all'aspetto e al
portamento, entrò subito nella camera del suo signore. Era il suo
cameriere, e più che servo, consigliero e amico; il solo della casa
che avesse licenza di penetrare negl'intimi appartamenti del padrone;
e sapeva tenerlo codesto suo privilegio: era, se volete, il
Mefistofele dell'Illustrissimo.
Appena entrato, costui aperse con cautela la finestra, socchiudendo
però le gelosie, e calando le tende di seta, perchè la luce troppo
viva non ferisse gli occhi del padrone; poi s'avvicinò al letto; e
senza dir motto, versata da un nero fiaschetto in una tazza dal labbro
dorato non so che mistura biancastra, la porse al suo signore.
Levatosi a sedere, torcendo la bocca e il naso, egli la trangugiò; e
borbottava al servo:--Quando finirà, briccone, questa tua maledetta
bottiglia?
--L'aveva detto io, rispose colui a mezza voce, con uno sghigno che il
rese più brutto; l'aveva detto che certe cose costan care a lor
signori, come a noi poveri diavoli, eh! eh!
--Pazienza! disse il signore, ma guai a te, se questa sciatica non
finisce presto!
Il servo rise ancora d'un riso più strano, ma non rispose altro.
Ponendo appiè del padiglione su d'una seggiola a bracciuoli, le vesti
del padrone in una cesta coperta di broccato, gli diè braccio a
scendere del letto, lo ajutò a sedere, a vestirsi di sotto, a calzar
le trapunte pianelle; poi, indossata che gli ebbe una morbida veste da
camera, corse ad aprire la porta; e l'Illustrissimo trascinossi nel
gabinetto vicino.
Quel gabinetto, adorno di specchi, di dorature, di bronzi scolpiti, di
candelabri e di mille novità della moda, racchiudeva quanto il lusso,
il comodo e l'eleganza ponno desiderare. Sulla pettiniera rivestita
d'una copertina di merletto antico, una miriade di vaselli, tazze,
boccette di cristallo, d'argento e d'oro, con essenze e manteche
portentose; ne usciva una nube imbalsamata, da disgradarne il chiosco
d'un sultano del Misore; dinanzi alla tonda specchiera, un seggiolone
coperto di velluto cremisino; e accanto a quello, in atto rispettoso,
con un rocchetto spiegato, il parrucchiere dell'Illustrissimo.
Il quale s'abbandonò sul seggiolone; e confidando la testa alle mani
dell'esperto acconciatore, si voltò al cameriere, e:--Son di là?
dimandò.
--Chi, Illustrissimo?
--Quelli che ci debbono essere.--
E fatto un cenno colla mano, volle dire che li facesse passare.
Intanto che vengon costoro, e che il degenere successore di Figaro sta
architettando la bigia chioma del vecchio patrizio, con cauto riserbo
solleviamo una parte del velo che copre questo gran personaggio.
Quantunque egli avesse già da lunga stagione cancellato dalla memoria
in qual anno del passato secolo fosse venuto a consolar le
genealogiche speranze della famiglia, nondimeno portava scritta nel
volto la cifra dell'età sua; e al primo vederlo avresti detto: E' non
aspetta più i suoi sessantaquattro. Alto della persona, lento e
superbo lo sguardo, ed in una cotale incerta severità di lineamenti
spirante l'indole vera della sua gentilesca prosapia, un misto
d'antica bontà lombarda e d'albagia spagnuola. Portava un gran nome,
anzi parecchi, un più dell'altro grande e illustre; poichè la
ricchezza e lo splendore di due o tre famiglie feudali, andavano a
finire in lui. Signore d'interi villaggi, di boschi e latifondi, non
sapeva nemmeno le sue rendite; ma un'amministrazione formata d'un
procuratore generale, di due ingegneri, di tre o quattro ragionieri e
scritturali, tutti provvisti di pingue assegnamento le governava: per
tal modo le ricchezze della casa, se (come succede) non ingrandivano,
non venivan meno. Bisogna dire però che l'oro nelle sue casse non
ammuffava; poichè i nobili appartamenti, le coppie de' cavalli
forestieri, i sontuosi pranzi d'ogni settimana, e poi cuochi,
credenzieri, camerieri, cocchieri, palafrenieri, e tutto l'altro
sciame della livrea, tenevano in onore un'opulenza quasi proverbiale.
Molte vedove d'antichi servitori di quella gran casata vivevano delle
pensioni a loro fatte: ogni anno, a giorni dati, si distribuivano, per
ordine dell'Illustrissimo, piccole doti a povere zitelle, per le quali
era, nel resto dell'anno, un correre, un affaccendarsi e brigare di
nonne, di zie, di madri e figliuole, con una litania di miserie. Aveva
poi riservato per sè il diritto di conferire certi benefizii
ecclesiastici, d'antico patronato della famiglia, coi quali intanto si
procacciava una piccola corte di curati, canonici e coadiutori, pronti
a contrastarsi con ira tremenda, per qualcuno dei loro protetti, il
più magro benefiziuolo che uscisse vacante. Nè mancava chi a tempo
sapesse levare a cielo la munificenza, la pietà illuminata di quel
gran signore che non intralasciava il costume degli antenati,
ristorando a tutto spendio qualche vecchio altare, qualche cadente
oratorio di campagna, per mettervi poi in fronte lo scudo della
famiglia inquartato di stemmi di tutti i colori, come un gherone della
guarnaccia di Arlecchino, con una bella inscrizione in latino, del
secol d'oro, della quale i posteri, inarcando le ciglia, dio sa che
cosa diranno.
Con tutto ciò, quel gran personaggio, sebben potente per nome e
ricchezza, non aveva mai voluto immischiarsi nella pubbliche faccende; e
se in altro tempo ci fu tirato, come si suol dire, pei capegli, fece
vedere di non voler saperne punto nè poco. Coll'orgoglio della nascita,
aveva ereditato dai magnanimi lombi degli avi quella specie di egoismo
feudale di lasciar che il mondo cammini a sua posta, purchè non abbia a
tirare in compromesso lo splendor della casa e la rotondità de' suoi
tenimenti: era peccato insomma che fosse nato al tempo nostro, anzichè
al secolo di Filippo II, o di Filippo IV. Finchè durarono i privilegi, i
fedecommessi e le altre prerogative, aveva menato intorno corteggio come
di principe; poi, in mezzo alle convulsioni politiche del paese, in
quella guerra di venti anni la quale mutò la faccia dell'Europa, visse
di lunghi mesi in uno de' suoi castelli, lontano più che potè dal tuonar
de' cannoni; si ristrinse nel cerchio della vita privata, obbedì mano
mano all'opinione trionfante, pagò censi, tributi, gravezze, e si tenne
così fedele amico al potere. Marchesi, conti e baroni, qualunque avesse
titolo, autorità, era in casa sua il benvenuto; non già ch'egli avesse
bisogno di loro, o ne cercasse l'amicizia a lui bastava che ancora il
suo nome avesse un eco in mezzo al proprio ceto; che il fasto de' suoi
appartamenti, che l'oro e i cristalli de' suoi conviti abbarbagliassero
coloro che si movevano, per dir così, nella sua sfera, come satelliti
d'un pianeta. Con tutto questo, uomo degnevole, quantunque freddo e
altero alla sembianza, amico della mensa squisita e delle belle donne;
perocchè molta briga non s'era pigliata mai della nobilissima dama
compagna, alla quale quarant'anni prima aveva dato il nome, in ricambio
della splendida dote che giovò in quel tempo a ristorare la breccia
fatta dal 96 nella sua ricchezza.
Questa dama viveva ancora, e nello stesso palazzo aveva appartamento
separato da quello del marito, non per altra ragione che per
consuetudine principesca; aveva pure il suo corteo di consiglieri e
parassiti. Marito e moglie si contraccambiavano cordiali proteste;
l'uno faceva all'altra una quotidiana visita di cerimonia; nè
l'Illustrissimo aveva mai mancato, in certe solennità di pranzi e di
conversazioni, di quel rispetto, di quelle onoranze che la reciproca
dignità esigeva. Nondimeno, la dama s'era permessa, più d'una volta,
nel solito circolo serale, di dir sogghignando ad alcuno degli amici
che il signor consorte non aveva smorzato ancora tutti i capricci di
gioventù; soggiungendo poi seriamente che pur troppo la nobiltà andava
perdendo di giorno in giorno importanza e decoro; e che si perdevano
insieme l'ordine e la gerarchia della società. E i fortunati ammessi
alla patetica partita de' tarocchi, nella solenne ora del tè,
strozzavansi in gola le risa e le facevano eco.
Già la mano del parrucchiere, con tutte le delicatezze dovute all'alta
sua pratica, aveva raso il mento e rimesso in onore il zazzeruto
occípite dell'Illustrissimo, quando il fido cameriere rientrò nel
gabinetto, seguìto da diverse persone. Buon per lui che non tardasse
un minuto di più, perocchè vide venir la tempesta in una occhiata
obliqua lanciatagli dal padrone: abbenchè il ferro del parrucchiere
gli tenesse tuttavia imprigionate le bigie ciocche della zazzera,
l'inquieto signore non lo lasciò mancar del fatto suo, buttandogli in
viso un:--Infame!
Il cameriere, aveva alla prima indovinato che la non era una buona
mattina; però si tenne cheto, guardandosi dal far le scuse; e lasciò
che i venuti si facessero al cospetto del padrone, ciascuno alla sua
volta.
Senza volgere il capo al primo che s'avanzò, una figura lunga, nera,
sbiadita la faccia e pelata la nuca, con gli occhiali d'argento sul naso
aguzzo e col mento incastonato nella bianca cravatta:--Segretario: disse
l'Illustrissimo. E colui, inchinatosi, non ardiva levar su il capo e le
schiene dalla curva presa.
--Risponderete subito, seguiva il signore, alle tre lettere venute
ieri di Parigi, di Roma e di Modena, che a ciascun corrispondente si
pagheranno mille lire anticipate, sopra i soliti banchieri della casa;
ne manderete l'avviso e preparerete le cambiali; queste le firmerò io,
quelle voi. Sopra tutto, non dimenticate di domandar ragguagli
dell'andamento delle cose nostre; ma, come di solito, che il mio nome
non sia pronunziato. Son cose da farsi, nel mio posto; ma non c'è
bisogno che tutti le sappiano. Avete capito?... Risponderete poi alla
lettera della contessa mia sorella, che non posso assolutamente
accettare l'incarico da lei offertomi, quantunque onorevolissimo e
pio... notate bene, onorevolissimo e pio. È vero che di codeste sue
cariche poco m'importa; ma bisogna dir così, perchè anche lei è una
potenza, un Richelieu in cuffia di merletti e in sottana di raso.
Avete dunque capito, segretario?
--Illustrissimo, è come fosse fatto.--E s'incurvò di nuovo, fino a
toccar col naso il fascicolo delle carte che teneva in mano.
--Passiamo a cose più importanti, più solide. E, senza volgersi:--A
voi, maggiordomo.
--Ma... ma... se vossignoria permette, arrischiò il segretario,
coll'abituale suo inchino: vorrei dire che oggi sarebbe... mi pare...
il dì fissato da vossignoria, per il conferimento delle due doti
disponibili da un pezzo, e anche di quel benefizio vacante, del quale
il reverendo subeconomo.... mi pare.... ebbe a farle parola.
--Non rompetemi il capo con affari; c'è forse necessità che voi?....
--Non io... non io.... ma la bontà, il cuore di vossignoria che,
trattandosi di far del bene, non tarda mai un'ora....
--Ma senza bisogno dei vostri consigli; mi capite?
Queste parole e il tuono con che furon dette avrebbero in altro
momento gelata ogni risposta sulle labbra dell'umile segretario; ma
bisogna dire che un gran motivo lo stringesse, se tenne fermo e
facendo un'altra riverenza, aggiunse:--Quando non sia troppo ardire il
mio, vorrei chiedere.... mi pare... che una persona, la quale gode il
favore dell'illustrissima padrona.... il padre Apollinare, mi pare....
dovrebbe aver raccomandato a vossignoria un giovane chierico, di
famiglia onesta, bisognosa.
--Ora capisco, avete anche voi le vostre premure, signor segretario:
ve l'ho pur detto che non vi prendiate di siffatti impegni, se.... se
vi piace l'aria di casa mia.
--Mille perdoni, Illustrissimo, ho fallato!... ma fu perchè....
--Ma, ma, ma.... non voglio nè i vostri _ma_, nè i vostri _perchè_; le
buone ragioni le so io; conosco come siete fatti voi tutti.... o
qualche regalo, o qualc'altro interesse.... carità pelosa!
--Oh! prendo il cielo in testimonio....
--Lasciate in pace il cielo!
--Un'altra volta, Illustrissimo, mille e mille perdoni: volevo dir
soltanto che la povera madre di quel giovine domanda un minuto
d'udienza.... e le sue carte sono qui, in mia mano.
--Eh! che aspetti alla buon'ora! che gente! rubarmi tutto il dì! E
voi, ci voleva tanto a spiegarvi? Via, datemi queste carte, e vediamo
di che si tratta.
Pigliò le carte, ma senza pur gittarvi un'occhiata, senza aprirle, le
mise giù sul tavolino, e voltosi al segretario:--Sapete voi qualche
cosa di questa gente?
--Buona gente, Illustrissimo, buona e povera gente; una madre piena
d'anni....
--E di catarro: non voglio vederla.
--Tre figliuoli; due maschi....
--Son pochi.
--E una fanciulla....
--Bella?
--Oh! oh! Illustrissimo.... io non so niente.
--Via, via, che lo sapete; l'ho ben capita io! bravo, segretario! non
portate gli occhiali per niente. Ora veggo la raccomandazione, eh! eh!
se l'ho detto subito, carità pelosa!
Il povero segretario pativa il martirio. La prima volta forse che
voleva fare un po' di bene al prossimo, si trovava spacciato, come il
topo negli artigli d'un vecchio leone. La famiglia di cui s'era
arrischiato a parlare, era (come ben sa il lettore) quella della
vedova Teresa: ella stessa se ne stava allora aspettando, giù nello
stanzino del portinaio del palazzo, se venisse il buon punto di
presentarsi a quel signore. Il vecchio cugino di lei, il negoziante di
droghe da noi un poco conosciuto, si era indotto, per la gran ragione
che non vedeva di dover metter fuori del suo, a raccomandar l'abatino
al segretario che l'onorava della sua amicizia, essendo egli il
droghiere della casa; ed il segretario aveva promesso, per uno
speciale riguardo al signor Domenico. Se poi, nel promettere, avesse
dato un pensiero a certi anniversarii pacchetti di cioccolatte _tutto
caracca_ che gli accompagnavano l'augurio del buon Natale, non saprei
dire. Ma intanto la Teresa aveva potuto consegnare in proprie mani del
signor segretario le carte del suo Celso; ed ella stessa, come
dicemmo, aspettava col batticuore, aspettava sperando in un
ministeriale _Vedremo_, di quel suo insperato protettore. Così stava
la cosa; ed ecco perchè il poveraccio s'intese dal labbro del padrone
accusar di carità pelosa.
A quelle parole, accompagnate da una risata sonora dell'Illustrissimo,
il segretario indietreggiò; e il giallore del suo viso, dal mento
scorcio fino alla calva nuca, divenne un rosso di fuoco; chinò il capo
per nascondersi, balbettò qualche scusa che finì in un sibilo strano;
ed ecclissandosi dietro al corpulento maggiordomo che in quella
avanzavasi, imboccò la porta e disparve.
Così bisogna dir pur troppo che quasi sempre la fortuna o la disgrazia
di chi ha bisogno d'altrui pende da un filo; è l'effetto del
capriccio, del buono o malumore del momento, d'una parola,
d'un'occhiata, d'uno sbadiglio. La conversazione fra il gran signore e
il segretario, dal bel principio, aveva preso la mala piega; e di tal
maniera, senza colpa di nessuno, il benefizio sospirato dalla povera
donna per il suo figliuolo, era già ito in fumo.
Capitolo Ottavo
--A voi, maggiordomo: che novità?--Così l'Illustrissimo: e intanto il
parrucchiere, dati gli ultimi tocchi all'edifizio della sua
capigliatura, vi faceva cader sopra un nembo di polvere cipria, per
velare il bigio di quella zazzera famosa: era codesta una sua vecchia
consuetudine aristocratica, un ultimo tributo al costume de' suoi
nonni. Le sue prime conquiste in amore egli le aveva fatte
coll'incipriato tuppè; e forse, nella virtù del suo tuppè, sperava di
vincere ancora.
--Illustrissimo: il maggiordomo rispose; aspetto gli ordini....
--La colezione, al solito, dopo la messa, nel salotto d'udienza:
intanto riceverò qualcuno fino alle tre.
--Benissimo. E il pranzo?....
--Al solito: oggi è sabbato; avete ordinato?
--Sì, Illustrissimo, per i soliti invitati del sabbato; dodici
coperti...
--È uno de' miei giorni di penitenza; ma che cosa fare? se non si
mette insieme una dozzina di costoro, vi gridan la croce addosso. Per
altro, un sistema ci vuole, e ciascuno cerca i pari suoi; ond'è che mi
par benissimo pensato di tener la domenica per le persone di riguardo,
e il martedì e il sabbato per l'altra gente. Io per me, dico il vero,
non ho pregiudizj di ceto; anzi mi compiaccio di veder questi buoni
diavoli farsi una festa di quella grazia di Dio che toccano due volte
la settimana; e so mettermi alla loro portata, senza però darmi troppo
fastidio. Via dunque, chi avremo oggi?
--Vossignoria lo sa: il dottor Durante: il signor Pino, ingegnere
della casa; l'avvocato Natali, i due signori canonici, il signor
coadiutore della parrocchia.
--Questi tre li digerisco, per riguardo a mia moglie. Poi?
--Poi il ragioniere Capra, il signor segretario, e il curato delle
Cascine Nuove, venuto a Milano stamattina e invitato per ordine
dell'illustrissima signora padrona. Anzi, egli aspetta il favore di
riverire vossignoria.
--Già, lui! è un livello perpetuo. Mi par di vederlo colla coda
dell'occhio spiare obliquamente il giro de' piatti, finchè non si
fermino alla sua sinistra. Ah! ah! e un buon uomo, lo compatisco; egli
porta con sè la memoria de' miei pranzi nella solitudine della sua
cucina, e ne parla pur un mese colla serva, ah! ah!....
--Eh! eh! eh!--fece eco, con un cotal riso di rispetto, il
maggiordomo.
--Via, delle scempiate d'oggi mi compenserò domani; chè almeno avrem
commensali degni del pranzo. I biglietti d'invito li avete mandati
tutti?
--Tutti, Illustrissimo.
--Non ebbi la risposta del conte Ippolito, e di sua moglie, nè quella
del marchesino Alfonso.... A proposito, l'ho fatta di conio: che dirà
la bella contessa, trovandosi col suo nuovo adoratore? Eh! via, in
cuore mi ringrazierà, la gentile donnina; ed io pregherò il marchesino
di servirla del braccio; è un fior di donna ancora la contessa!...
somiglia un pochino a quell'antica mia.... a quella Rosalbina; ten
ricordi, Rosso?
Questi commenti che l'Illustrissimo un po' faceva tra sè a mezza
bocca, un po' indirizzava al fedel servitore, che Rosso appunto aveva
nome, eran bevuti come oracoli dal parrucchiere e dai domestici. Il dì
appresso, la novella degli amori del marchesino con la bella contessa
doveva far le spese della conversazione nelle anticamere e nel
tinello.
--E chi altro avremo? seguitò il signore; ricapitoliamo, maggiordomo.
--Quel signor principe russo, arrivato martedì, il quale passò un'ora
fa, e lasciò i biglietti di visita per vossignoria....
--Bene.
--Il signor cavaliere Lavinio....
--Mi garba poco, ma compie il numero, L'abate Apollinare, e quel
signor visconte francese....
--Egregiamente. Pensate a tutto e fatevi onore.
--Non dubiti; arrivarono per l'appunto stamattina due casse di
bottiglie di Sauterne, due di Bordeaux, una d'Iohannisberg, due di
Champagne, una di....
--Sì, non mi rompete il timpano; tocca a voi a pensarci; e a suo tempo
darete le polizze all'amministrazione di casa.
Il maggiordomo s'abbottonò l'abito di fino panno color marrone, si
rassettò la cravatta di raso a rabeschi che non bastava a tenergli in
sesto il soggiogo del mento, e fregandosi le mani con un'involontaria
compiacenza, dati due passi a ritroso, n'andò pe' fatti suoi.
Ma già l'acconciatura dell'Illustrissimo era compiuta; e il
parrucchiere, il quale, diversamente da' suoi confratelli d'un secolo
addietro, non aveva osato entrare nel discorso, accontentandosi al più
d'accompagnarne le frasi con qualche _oh! ah! eh!_ ovvero con mezzi
sogghigni d'approvazione, raccolse gli strumenti dell'arte, li ripose
nella toeletta, e strisciando una riverenza partì.
Due altri stavano nel fondo del gabinetto in rispettosa e muta
attenzione. Era uno il cappellano della casa, pretazzuolo di mezzana
statura, aspro e cachetico all'aspetto, magro e angoloso della
persona; il suo volto col tarlo del vaiuolo pareva indizio del tarlo
del malumore che dentro il rodeva. Egli tentennavasi sugli smilzi
stinchi, fra cui dondolava la negra veste talare; teneva in mano il
largo cappello a tre punte, e sotto l'ascella un volume del Breviario.
Vedendolo agitar le labbra, si sarebbe potuto dire che andasse
masticando i salmi dell'uffizio; ma invece biascicava il suo cruccio
pensando all'indiscrezione di sua signoria che lo faceva tardare a dir
la messa quotidiana fino a un'ora dopo mezzodì; e si torceva le
nocchiute dita, e grattava la fodera del cappello, sentendosi lo
stomaco ne' talloni.
Bisogna credere che l'Illustrissimo ne avesse alla fine pietà, poichè
andandogli incontro e stendendogli con gran degnazione la mano:--Don
Aquilino, scusi un po', se lo feci aspettar questa piccola mezz'ora;
vada pure in sagrestia; e tu, Rosso, fa che si avvisi mia moglie. Una
parola, don Aquilino. Tenga queste carte (e gliele pose fra mano) sono
di certa donna venuta per il benefizio: finita che sia la messa, la si
pigli lei l'incomodo di mandarla via con qualche buona parola; io ho
tanto a fare! le dica che questa volta non posso dispor niente, che il
benefizio è già impegnato per un altro.... Capperi, lei lo sa, il
figliuolo d'uno de' miei fattori, ch'entra in sacris quest'anno....
Insomma, ci pensi lei, ne parli con mia moglie, colla contessa mia
sorella; è pasta per loro. Vada pure innanzi; io vengo fra cinque
minuti. Oggi poi, mi farà l'onore di sedere a tavola con me, don
Aquilino.
Il pretazzuolo a cui tenzonavano in cuore il dispetto da una parte,
dall'altra la paura di spiacere all'Illustrissimo, non seppe dir altro
che un sospiroso--Obbedirò. E stava per uscire, quando il Rosso gli si
fece accosto, per soffiargli nell'orecchio queste agre parole, che
furono per lui come una stilettata:--Caro don Aquilino, non faccia il
dispettoso; abbia giudizio! c'è un tal abate Pasquale che invidia il
suo posto; è un bel boccone, e vale una prebenda.
Il prete lo guardò in cagnesco, con un'occhiata di fuoco; ma si
tacque, e rivoltosi a fare un ultimo inchino all'Illustrissimo, uscì
fuori di là.
Intanto l'Illustrissimo s'era fatto vicino all'altra persona che stava
indifferente là, appoggiata ad uno stipite della porta. Costui, al
vestire, all'impassibile serietà lo avresti detto un procuratore, un
avvocato, un medico, ma era tutt'altro. Pareva come straniero a quanto
succedeva, comechè non avesse perduto una parola di ciò che si era
detto; e compassionando padroni e servi che gli somigliavan fantoccioni,
andava fra sè dicendo ch'era lui che li faceva ballar sulle dita dal
primo all'ultimo. Era uno di quegli uomini venuti non si sa donde, ma
che da per tutto si trovano, consumati nell'esperienza, non per aver
osservato il mondo con senso di bene, ma perchè fecero d'ogni erba
fascio; un di coloro i quali sanno diventar necessarii ai grandi e ai
piccoli; riescono a tutto coll'arte del non parere; parlan poco e molto
fanno, con volto di bronzo, e cuor di macigno; la vita loro è un
problema, e il lor mestiero non ha nome. E ciò basti di lui, per ora,
giacchè avrem modo anche troppo presto di far conoscenza più stretta con
tal uomo. L'Illustrissimo, per certo, se'l teneva grandemente caro; nel
passargli vicino gli battè d'una mano amica sulla spalla, e:--Proprio
voi, vi aspetto di là fra poco, intanto che farò colezione; ho cosa
d'importanza a dirvi, signor Omobono.
Il signor Omobono, che così appunto egli era stato mal battezzato,
chinò leggermente la testa; poi, tranquillamente rimettendosi il
cappello, uscì per la porta opposta a quella per dove n'andarono gli
altri.
Intanto la vedova di Vittore, su d'una panca nello stanzone del
portinaio di quel gran palazzo, con quanta angustia un cuor materno
può avere, aspettava, sperava, temeva da due lunghissime ore. Chiusa
nel suo nero scialle di grossa lana, col velo sugli occhi e gli occhi
a terra, la povera donna tremava, e si sentiva un freddo per le ossa,
come nel fitto dell'inverno, benchè si fosse ancora al principio di
settembre. Le avevano detto tanto della generosità di quel signore,
che parevale impossibile avesse a mancarle una qualche provvidenza;
richiamava in mente, pesava le buone parole avute da quei che s'eran
degnati di raccomandarla; poi, ripensando i giorni della disgrazia,
tornando coll'animo al prediletto figliuolo, si sentiva come perduta;
e in segreto raccomandavasi all'Avvocata di coloro che piangono; e
credeva giustizia che la sua speranza dovesse compirsi. A quando a
quando, il vecchio portinaio le dirizzava qualche indiscreta domanda,
oppure magnificava con goffe baje la ricchezza e il potere de' suoi
padroni. La gente della casa ed altri capitati per faccende, entravano
e uscivano, nè v'era chi ponesse mente alla vedova; la quale,
stimandosi dimenticata, e pure non osando farsi innanzi da sè, spiava
il passaggio del signor segretario, nelle cui mani stavano le carte
provanti la povertà sua. Ma, non vedendolo più, si sentiva quasi
morire.
Passata un'altra ora, il cappellano frettoloso attraversò l'andito, e
ficcando il capo dentro la porta invetriata:--Dov'è, disse, con voce
stridula, la donna che portò queste carte a sua signoria?
--Son io! rispose la vedova; e mosse verso di lui, respirando appena.
--Bene, disse don Aquilino, allungando il collo, senza movere un passo
di più; non possiam far nulla per questa volta; siamo in altri
impegni. Bisogna che vostro figlio abbia la pazienza di aspettare,
come aspettano tanti.
--Oh mio Dio! proruppe la Teresa.
--Eh! la mia donna, non c'è che dire; vi siete male indirizzata; se
aveste parlato con me, forse la cosa non sarebbe andata così....
benedetta gente! Ma io non ho tempo da perdere; tenete le vostre
carte. E se ne andò difilato verso l'antico caffè del Gnocchi, dove il
chiamava la fame prepotente a prendere il solito cioccolatte e a
legger le novità del mondo politico sulla gazzetta del dì passato.
Alla povera vedova fu forza di tornarsi a sedere; e non ebbe parola a
dire. Solo, quando intese il portinaio che così pigliava a
confortarla, con serietà solenne:--Non ci pensate voi; sua signoria
vede e provvede; e a suo tempo, il benefizio verrà!--essa trovò il
cuore di levarsi e d'uscir di quel palazzo, dove sentiva di non poter
piangere quanto n'aveva bisogno.
Celso rimase mortificato di vedere uscita a vuoto la sua prima
speranza; ma Damiano, che solo non volendo contraddire a sua madre,
l'aveva lasciata darsi attorno per arrivare all'anticamera di un
signore, Damiano, a dir vero, non n'ebbe soverchio dispiacere. Celso
aveva gittato le braccia al collo di lei, dicendole con voce commossa:
--Pazienza, mamma: il Signore non vuol farmi ancora questa grazia; ma
studierò tanto e tanto, finchè venga il momento di poter vedere
compita la mia vocazione.
Ma non era passata più di una settimana, quando il caso, o piuttosto
qualche misterioso potere che con mano invisibile trova il filo di
tante cose sconosciute ed oscure, venne a mutare in viva gioia lo
sconforto della Teresa e del suo beniamino.
Stava un giorno la povera famiglia insieme raccolta dopo l'ora del
desinare, allorchè udì battere all'uscio del ballatoio, e una voce
ignota domandar licenza di venire innanzi. Era un prete alto della
persona, pallido in viso, di modi lenti e severi; gli occhi, i passi,
il gesto e le prime parole che disse annunziavano un misto di
circospezione e bontà; non pronunziò il proprio nome, ma soggiunse che
veniva da parte di monsignor arciprete della parrocchia e che veniva
per bene. La Teresa si sentiva tutta confusa di quest'onore; e
incominciò in cuore a ringraziar la Provvidenza. Quel prete aveva un
accento forestiero; e Damiano, per quanto ne studiasse gli atti, le
domande e le gravi riflessioni, non riusciva a immaginare il fine per
cui venisse. Solo notò che il prete, ad ora ad ora, lasciava fuggir
qualche rapida e furtiva occhiata sopra di lui, quasi che avesse
indovinato i dubbii che gli pullulavano in cuore.
Ma la Teresa n'era incantata; ne beveva le parole, come vangelo;
rispondeva a tutto, preveniva anzi le domande che le potesse fare;
tutta per filo raccontava la storia della famiglia, delle loro
disgrazie, delle poche speranze che avevano. E il prete a
tranquillarla, a dirle che si facesse animo, a metterle innanzi
religiose consolazioni e ragioni piene di carità e condite di patetica
unzione. Per quel dì, egli si tenne sulle generali, e promise di
ritornare e di prendersi a cuore la riuscita del giovine Celso;
solamente volle, in contraccambio, che la madre e il figliuolo non
facessero un passo senza dipendere da lui, nè prima che egli fosse
tornato a visitarli.
Non molto andò che il prete ricomparve. Quella mattina della seconda
visita, Damiano non era a casa; e l'ignoto visitatore potè meglio
insinuarsi ne' segreti della famiglia, e negli animi delle tre buone
creature che pendevano dalle sue lente parole, ora melliflue, or
gravi, or facili ed ora severe. Prese Celso in disparte, e poichè
l'ebbe a lungo interrogato, dimostrossi non malcontento dell'indole
sua; e dettogli che di lì a due giorni venisse egli stesso a casa sua,
alla canonica di san ***, per sentire le risoluzioni che avrebbe avuto
a comunicargli, si congedò dalla famiglia maravigliata, accompagnato
dalle benedizioni della Teresa. Egli aveva confidato al giovine come
andasse debitore della sua fortuna ad una benefica dama della quale
era costretto per allora a tacergli il nome; indi, partendosi, lo
avvertì che quando fosse venuto per cercare di lui, domandasse del
padre Apollinare.
Su queste cose si andò facendo in famiglia un caos di supposti; ma
nessuno potè argomentare il vero. E neppure quando si seppe che il
padre Apollinare profferiva al giovine Celso di venirne a star con
lui, e ch'egli avrebbe pensato ad avviarlo negli studii teologici, e a
dargli poi modo d'entrare negli ordini sacri, nessuno potè farsi
ragione del come la cosa fosse accaduta, del come la dovesse riuscire.
Ma la buona famiglia tenne per gran fortuna la profferta; madre e
figliuola piangevano di gioia, d'una gioia amareggiata soltanto dal
pensiero di separarsi dal loro Celso.
Due settimane di poi, il giovane cherico, pieno di speranza,
abbandonava i suoi; e nella lontana canonica, in una cameretta a lui
destinata dal padre Apollinare, studiava nascosto quanto è lungo il
dì, svolgendo e annotando parecchi volumi dei padri e dottori della
Chiesa, che il suo protettore gli aveva scelto dalla propria libreria.
La Teresa si trovò per alcun tempo come deserta; ma poichè il Padre
permise al giovine che ne andasse qualche rara volta a farle una breve
visita, la buona donna si racconsolò; e ragionarono insieme della
futura contentezza.
Capitolo Nono
Era una notte d'inverno. Nella loro stanza solitaria e fredda, stavano
tuttavia al lavoro Stella e sua madre. Sedute nell'angolo vicino al
focolare, su cui morivano fra la cenere gli ultimi carboni, al lume
vacillante d'una candela di sego mezzo consunta, Stella al telaio
ricamava di pagliuzze e fogliettine d'argento la tunica di velo d'un
bel vestito da ballo, Teresa cuciva saldando gli ossicini d'un sottile
imbusto fatto sur un modello parigino: l'abito e l'imbusto dovevano il
domani cingere la snella persona d'una giovine deità del bel mondo.
Lavoravano da un pezzo, senza smettere solo un minuto; ma
interrompevano il frusciar del lavorìo di alcune rade e meste parole,
parole dolorose della madre, tenere e confortatrici della figliuola. I
pensieri di tutte e due eran però gli stessi.
Di tanto in tanto la Teresa, intirizzita dal freddo e dall'umido che
penetravano per le scommessure delle imposte e per gli spiragli della
porta, recavasi in grembo il caldanino, ne risvegliava il fuocherello,
per riscaldarsi un poco le mani; e Stella pure era corsa due o tre
volte a inginocchiarsi sul rialto del focolare, perchè sentiva gelare
le sue piccole dita tutte rosse, che ormai non potevano più reggere la
spola; e tornava poi più diligente e spedita al ricamo.
Bisogna entrare nelle case della povera gente, nelle soffitte, ne'
solaj, nelle catapecchie; dove sconosciute all'occhio degli uomini,
note a quello di Dio, tante madri con le abbandonate figliuole, tanti
disgraziati artigiani con una corona d'innocenti creature, trovano per
mezzo del lavoro, cui non misura giorno nè notte, abbastanza onde
stentare la vita, così che possa venire il domani, al quale non han
tempo di pensare. E là, meglio che altrove, ci potremo persuadere che
nel mondo il bene e la virtù non debbono morire. Bisogna aver udito i
poveri raccontare il segreto delle loro miserie; visitar quelle mura
ove sta di casa la disgrazia che ha vergogna di sè medesima, e dar
mente a que' timidi disegni arrischiati per migliorare un destino che
non muta mai; veder la costanza della fatica, la rassegnazione
coraggiosa che s'appaga di così poco, e diventa natura in quell'anime
buone; la perseveranza, l'ingenuità e sovente anche la gioja che
vengono a diradare il fosco dei dì penosi ed incerti; e imparare come
si possa adempiere in dura vita a' doveri della paternità, della
famiglia, dell'amore; bisogna, dico, vedere e saper tutto ciò per
adorare giustamente la virtù che si nasconde, e sopporta quasi una
condanna fatale. Non è giusto pretendere d'aver tocco il sommo della
grandezza civile, quando si disprezza il lamento di una moltitudine la
quale non ha la coscienza della propria forza.
Guai all'uomo che non ha fratello tra i poveri! Quando il poeta, il
filosofo, il politico, condotti dalla giustizia e dalla ragione, non
rifiuteranno la mano dell'ultimo degli uomini; quando, invece di porre
il dito nelle più sozze piaghe dell'umanità e di torre il velo alle
turpitudini della miseria, avranno sollevate dal fango le modeste e
solitarie virtù che ancora sono da troppi derise e calpestate; allora
forse la voce di chi parla il bene e difende la causa degli oppressi,
sarà, più che non sia, ascoltata e benedetta!--
Era in quei giorni la fine del carnevale; e dall'alta loro stanza, la
vedova e la figliuola udivano il sordo trepestìo delle carrozze
signorili che andavano e venivano per ogni parte della città. Quel
romor di ruote e di cavalli, dapprima cupo e confuso nell'aria
silenziosa, crescente poi mano mano, facevasi più vicino e più
distinto; ne tremavano le muraglie della casa, e traballavano ne'
telaj delle finestre i piccoli vetri; poi il romore diminuivasi a poco
a poco, facevasi quasi muto, finiva nella lontananza. E così, al pari
di quel frastuono che turbava la notte, dovevano finire i tripudj
della lieta stagione cittadina.
A quell'ora già tarda, Damiano non era ancora a casa; ma essendosi
intrattenuto presso il negoziante della piazza, di cui, come dicemmo,
teneva i registri, andavasene solo e pieno di pensieri per la corsia
del Duomo, colla intenzione di tornarne a tenere un po' di compagnia
alla madre e alla sorella; e voleva che passassero qualche ora più
lieta, facendo loro la lettura di quella cara storia de' Promessi
Sposi, di quel libro che porta il nome il più grande, il più bello del
nostro tempo, e che, venuto in luce qualche anni prima, era già così
popolare in tutta Italia. Quel nome, il nostro giovine e le due povere
donne l'amavano già tanto; e quel libro aveva fatto per lungo tempo,
nei giorni di libertà, tutta la loro gioja, la loro poetica festa, il
loro carnevale.
Piovigginava. Nello svoltare il canto della via de' Pattari, Damiano
s'imbattè faccia a faccia con un giovine, suo condiscepolo del liceo,
che riconobbe subito e cercò schivare: ma colui non gliene diè tempo,
e ravvisatolo al chiaror della lanterna della via che gli batteva
sopra, lo pigliò risoluto per un braccio, e:--Sei tu, Damiano? dove
vai?
--A casa: rispose asciutto il giovine, che non aveva voglia di legar
con esso, conoscendolo come uno de' più scioperati e smargiassoni di
tutta la scolaresca.
--Sei matto? replicò l'amico: vuoi andartene a letto all'ora de'
polli? Siamo in carnevale, per diana!
--Son già le undici, e mia madre....
--Eh! baie: non sono battute le dieci, non ho udito il campanone della
piazza de' Mercanti. E poi, che cosa importa? lascia che lei vada a
dormire, e tu vieni con me.
--Non potrei.... piove, non vedi?
--Andremo a tetto.
--Dove?
--Vieni con me, e non cercar altro; sarai contento. Oggi è il
mercoledì grasso, e un po' di gazzera vogliam farla anche noi: tu
n'hai proprio bisogno, te lo dico da buon figliuolo. Già da sette od
otto mesi, anzi, da che il tuo vecchio ti lasciò in libertà, sei
divenuto malinconico, misantropo; mi hai la faccia d'un primo amoroso
della Stadera. Io per me, non t'ho avuto mai per uno de' nostri
migliori compagni; ma per il passato eri più trattabile, eri anche tu
della legge, come si dice. Con tutto questo, io ti voglio bene ancora.
E stassera devi proprio farmi compagnia, chè mi ringrazierai poi...
--T'accerto che io....
--Non vo' scuse; ti sgranchirò fuori io, per dinci! Vorresti farmi il
pedantuzzo? aspetta alla quaresima, quando torneremo al maledetto
cortile del liceo: mancano quattro dì a finire il carnevale; e se non
l'annego in quattro solenni bevute del nostrano migliore, non
chiamarmi più Bernardone. Su dunque, non fare il ritroso, o ti giuoco
un brutto tiro. Piove, e sono stufo di pigliarla su così in mezzo
della via, per convertirti te. E ti giuro, per la cuffia di mia nonna,
che non avrei fatto tanto, se tu fossi stato un bel muso di ragazza.
E tenendolo ben saldo per l'abito, faceva forza per tirarselo dietro.
Il nostro giovine ebbe un bel dire; ma non riuscì a schermirsi di
seguitare i passi di Bernardone. Non volendo provare il mal talento di
quel disperato compagno e le beffe di tutti gli altri, si lasciò
strascinare, nè più fece parola; ma dato un pensiero a sua madre, a
quell'ora di placida gioja domestica che si era figurata, ed alle
segrete sue fantasie che da qualche tempo accarezzava più che mai, gli
andò dietro; facendo però a sè medesimo promessa di scampar più presto
che potesse dalle unghie dell'amico, del quale malediceva di cuore
l'inaspettato incontro.
Passarono due o tre strade, tenendosi l'un dietro l'altro rasente alle
muraglie, per ischermirsi alla meglio dalla pioggia fitta e sottile;
Damiano innanzi e Bernardone alle sue spalle, chè non voleva l'amico
gli uscisse di mano allo scantonar della via. Attraversato un
piazzaletto deserto, l'ardito scolare entrò in una di quelle anguste e
fumose botteguccie, ritrovo degli oziosi di vent'anni, dove, in onta
all'insegna cubitale di CAFFÈ, si fa spaccio di tabacchi e di liquori,
e si pongono innanzi a qualche mal capitato certe torbide aranciate e
limonee, che Dio ne scampi. Ingombrava la bottega una gran nube di
fumo, attraverso il quale potevansi a stento discernere sette od otto
persone sdrajate qua e là all'ingiro, e le accese punte de' cigarri,
su pei tavolini fiaschetti e bicchieri, la fiamma rossigna d'una
lampana che pendeva in mezzo alla stanza, il banco inverniciato a
strisce bianche e azzurrognole che volevano dir marmo venato; e dietro
al banco la floscia e ritonda sembianza d'una donnaccia, avvolta in
uno scialle rosso da vent'anni, con una cuffia avvizzita, e due enormi
ricci sulla fronte; la signora Rosina, padrona del caffè. Si rideva,
si dicevano storiaccie scipite o sconce, interrotte da qualche pugno
sulla tavola, o da qualche strillo di chi, vuotando d'un fiato il
bicchiere, voleva salutar con gioja più viva il carnevale.
Bernardone, dato uno sguardo all'ingiro, non trovando in mezzo a quel
denso fumo coloro che dovevano aspettarlo, attraversò la bottega, come
persona usata del luogo; e, pigliandosi stretto al braccio il
renitente amico, imboccò un usciolino nel fondo, poi da un andito bujo
scese per tre scalini in un camerotto dalla vôlta bassa e scalcinata,
più somigliante ad una cantina che ad una sala di bigliardo. Di
siffatti caffè pochi ne avanzano nella nostra Milano, che si rintonaca
rabbellita in ogni parte; ma gli scolari vagabondi preferiscono
codeste appartate e poco note botteghe, dove la ponno far da padroni
senza paura degli arghi del liceo.
In quella sala di bigliardo, frammezzo al fumo palpabile, erano cinque
o sei giovani, pressochè tutti discinti il collo e senz'abito,
quantunque l'inverno fosse aspro al di fuori; quale con un lungo
cigarro fra i denti, quale con una corta pipa di gesso, di quelle che
fanno la prima delizia degl'imberbi fumatori: i vestiti, i cappelli
ammucchiati in un angolo; e que' giovani compari raccolti intorno al
vecchio bigliardo, se ne stavano intenti ad una partita di sfida fra i
due campioni della serata.
--Viva noi, buoni amici! gridò Bernardone entrando nella tana
affumicata.
--Viva! risposero in coro tutti.
E l'un d'essi, levando il pugno:--Finalmente! si credeva che il vino
t'avesse inchiodato a quest'ora sopra o sotto le panche dell'osteria!
--Eh! malann'aggia, non son novizio come tu, Barello. E poi, non
abbiam per noi tutta la notte?
--Gli è che non sapevamo, gridò con voce di falsetto un altro
mariuolo, piantandosegli in faccia: non sapevamo ove sia il festino a
cui ne devi condurre; altrimenti t'avremmo piantato bell'e bene; e io
pel primo t'avrei forse rubata a quest'ora l'amorosa.
--Bada a quel che dici, anitrino spennato! ch'io ti fo rimbeccar le
parole con questa carezza.... E Bernardone levò in alto la destra, che
parve volesse di botto schiacciar l'incauto vantatore.
--Via, via! saltò a dire un altro: rispetto a Bernardone ch'è il
nostro capo, il fior degli amici! Andiamo, non si perda tempo.
E tre o quattro, cercando il proprio abito e il cappello nel mucchio
de' panni rincantucciati, vociarono insieme:--Alla festa, alla festa!
--Ohe! ohe! che diavolo vi serra addosso? un minuto! dissero i due che
giuocavano la partita di sfida: un minuto che abbiam finito.--E sopra
il capo mulinando le aste del bigliardo, minacciarono romperle sulle
schiene del primo che uscisse.
--A noi, Tita, gli ultimi colpi.
--Quindici alle bianche, venti alle nere.
--Marco non è a tiro di partita.
--Taci là, non parlarmi sul colpo!
--Bravo, bel raddoppio!
--Giù, alla maledetta: e diecinove.
--Gran Marchino! tengo per lui un da trentacinque.
--Vada, per Tita!
--Dalli, Tita!
--Tre punti, e fan ventitre.
--T'annega, a me che rileva? Ora, disse Marco, se il giro mi scappa,
mi scappi il naso.
--È un demonio il Marchino.
--Diecinove e sei.... la partita è mia.
Marco strillò di gioja; gittarono le aste sul bigliardo e
arrabattandosi alla disperata, uscirono in frotta dalla bottega per
correre al festino, dove Bernardone, il caporione, doveva presentarli
come amici suoi. A Damiano nessuno poneva mente: parecchi lo
conoscevano, gli altri non avrebbero osato domandar chi fosse, comechè
venisse sotto la scorta di Bernardone. Egli però avrebbe date le poche
lire che aveva nel borsello, per esser fuori del crocchio insolente e
trovarsi fra sua madre e sua sorella.
Non discosta era la casa a cui n'andavano; situata in un chiassuolo,
guardava altre uggiose abitazioni, addossate fra loro, nelle quali non
entrava mai sole nè luna. Quel viottolo fangoso era a mala pena
rischiarato dal barlume di due lampioni appiccati sopra di due porte:
l'uno portava scritto a lettere majuscole di vario colore: GRANDIOSO
PRESEPIO CON FIGURE e il resto; l'altro, collocato appunto all'entrata
della casa a cui la comitiva incamminavasi, da un lato mostrava
dipinta una mano nera coll'indice teso, e, di faccia, quell'insegna
tutta milanese: ANTICA FABBRICA DI TORTELLI.
Per l'andito bujo della porta, pigliarono a manca una scala erta e
sdrucciolevole per fango, e saliti rasente la muraglia grommata di
muffa, si fermarono sul pianerottolo del secondo piano; dove un
lumicino tremolante in un vetro a foggia di cipolla, e una porta mezzo
aperta, e il romorìo del di dentro, indicavano abbastanza che là era
la festa.
Già lo strepito del salire e il dar sulla voce degli urtati, e qualche
bestemmia di chi sentivasi camminar sulle calcagna, li avevano
annunziati. Parecchi corsero a rincontrarli sul pianerottolo o nella
stanza che serviva a un tempo d'antisala, di deposito de' pastrani e
degli ombrelli, di credenza e pasticceria del festino. Si vedeva in
fatto dall'un canto, una tavolaccia, dietro la quale una vecchia
comare stava spremendo il sugo d'una diecina di limoni in un gran
secchio d'acqua, la riversava in sette tazze già pronte a rinfresco
sulla sottocoppa di latta arruginita; sul parapetto della finestra
erano parecchie dozzine di piattelli e buon numero di bottiglie di
varia statura, fra cui primeggiavano due di que' panciuti boccioni
vestiti di paglia detti damigiane, e accatastati pani e panetti d'ogni
cotta e figura. Dall'altro canto, sopra un fornello cuocevano a lento
fuoco in due capaci casseruole certi capponi, che già col profumo
davan solletico all'appetito. In fondo, dietro un logoro paravento, si
poteva indovinare un letto, confinato là in quella sera di trambusto.
La comare, ch'era la stessa padrona di casa, la più famosa rigattiera
del contorno, andava e veniva dal tavolo al fornello e da quella
nell'altra stanza, tenendo l'occhio a ogni cosa, ascoltando questo e
quello, rimestando cesti, piatti e posate di peltro, gridando,
ridendo, maledicendo, ove fosse bisogno, per farsi udire.
Nella stanza appresso, era la sala del ballo, stavano raccolte da
quindici a venti fanciulle, gaje, piacevoli tutte, e alcune belle, di
quella bellezza che si rivela nelle aperte fisonomie, nella freschezza
dell'età, nella sincerità del sorriso; veri bottoni di rosa di un
semplice mazzo di fiori. Erano quasi tutte a un modo abbigliate, che
parevan sorelle: uno schietto vestitino di percallo o bianco o rosso,
il loro più bel vestitino d'estate; un galano di nastro verde o
azzurro alla cintura, un collaretto ricamato dalle loro mani, sottili
guanti di cotone lisci, lucidi i capegli spartiti sulla fronte; e poi
quelle sembianze così giovanili, così liete, supplivano a tutto ciò
che mancasse; e, più di ogni altra cosa, quegli occhi eloquenti e
sfavillanti d'una gioja quanto più di rado gustata, tanto più viva e
vera. Era il fior delle crestaje, sartorelle e cucitrici del vicinato,
venute colla madre, colla zia, colla nonna al festino del mercoledì
grasso in casa della signora Emerenziana, la vecchia rigattiera.
La signora Emerenziana, o piuttosto la madre Pelagia, per chiamarla
col nome significativo che le davano gli scolari e tutti del vicinato,
era una di quelle femmine che per malizia ponno stare a destra del
diavolo, e beccano per buono tutto quel che viene. Avendo molte
conoscenze nel quartiere, sapendo per il suo mestiero i fatti di mezza
la città, e facendo, oltre a questo, un poco la pegnataria, per amor
de' giovani dalla scarsella leggiera, era riuscita senza molta
difficoltà a compor quella festicciuola, in cui voleva che i suoi
conoscenti seppellissero nell'allegria il carnevalone. Due scolari,
amici del buon umore e delle belle fanciulle, vennero in deputazione
di tutta la comitiva alla madre Pelagia; e messogli in mano un
centinajo di lire ragranellate fra loro, le lasciarono la briga di
tutto ordinar per la festa. Ella se ne era pigliato il carico; e per
la sera stabilita promise sala da ballo, suonatori, ballerine,
rinfreschi, cena e tutto. Da tre dì non era stata un minuto con le
mani alla cintola; mise sossopra le vicine comari dello stesso piano,
a far trasportar mobili e roba, per porre in libertà le due camere del
suo appartamento, smorbarne il vecchio pavimento di mattonelle, e tor
via da' travicelli del salotto i ragnateli, che da un anno vi avevan
fatto cortina e padiglione. Le seggiole mancanti al salotto le pigliò
a prestanza dalle conoscenti, due o tre dall'una, cinque o sei
dall'altra, poco importando poi se fossero lucide o rozze, nane o
zoppe; il restante occorrevole trovollo, rimuginando qua e là le
sconficcate masserizie che da mesi e anni ammuffivano nel magazzino
terreno. In quella mattina però, volendo, come diceva, far le cose con
onore, corse fuori all'angolo della via di San Martino, e chiamò in
casa uno degli imbiancatori che colà stanno in aspettativa affinchè
desse di bianco, o, per dir com'essa, di color perlino alle pareti
della sala: a' palchetti superiori delle due finestre fece appiccare
certi lembi di vecchia tappezzeria damascata, cadenti in ricca e
bizzarra mostra, una a rabeschi verdi, l'altra a liste gialle e rosse.
Due ritratti patrizj del secolo passato (dio sa di chi) e due altri
quadri screpolati e neri, stanati fuori dalla sua bottega, sull'uno
de' quali spiccavano appena le punte della corona e la barba grigia
d'un re David, sull'altro le spalle ignude d'una Maddalena penitente,
adornavano nelle sconnesse cornici ancora mezzo dorate le pareti della
sala. Tutto all'ingiro poi, poco sotto della soffitta, pendeva a
festoni una lunga e polverosa ghirlanda di fiori e frastagli di carta;
cosicchè, al dir della vecchia, somigliava quella stanza un giardino
incantato, una primavera. E codesto giardino lo rischiarava una
lampada di latta, a tre becchi, che attaccata ad un arpione della
trave maestra della soffitta spandeva intorno un lume rossiccio e
guizzante, imbalsamando l'aria col profumo dell'olio riarso. In fine,
in un angolo del salotto, traballava sulle gambe sottili un'antica
spinetta, su cui erano posati gli stromenti degli altri suonatori, un
clarinetto, una chitarra e un corno da caccia. E di tutti e sì varii
apparecchi del festino e della cena, di tutte queste baldorie dovevano
far la spesa le cento lire raccolte dagli allegri scolari; sulle quali
la comare Pelagia contava anche far qualche avanzo, che sarebbe stato
il suo onesto guadagno; un bel napoleone d'oro almeno.
Capitolo Decimo
Già la festa, interrotta un istante per la fragorosa entrata della
comitiva de' scolari, della bella ricominciò. I giovani suonatori,
tornati con maggior lena al lor posto, intuonarono un baccanale: altro
nome non poteva aver quella musica; comechè uno tempestasse con furia
sulla stridente spinetta; un altro facesse guaìre il clarinetto; il
terzo strimpellasse sulla scordata chitarra, e l'ultimo tenesse fronte
a tal confusione d'accordi col reboar monotono del suo corno da
caccia: era proprio una musica nuova, infernale. Ma i suonatori, che,
per non essere pagati, non volevano perdere i diritti della compagnia
di cui facevan parte, li avresti veduti, or l'uno or l'altro, metter
giù lo stromento e correre a mischiarsi al tumulto dei ballerini,
rubando a questo o a quello la sua silfide.
Le madri, le zie, le nonne facevano alla sala una corona di faccie
strane, rugose, ma pur liete; armate il capo di certe cuffie cadenti,
ravvolte ne' scialli di lana bigia, rossa o bruna; sicure poi, o
confidenti, nella virtù delle figliuole, chiudevano un occhio allorchè
passavano dinanzi a loro nei rapidi giri del vals o del galoppo; o si
intrattenevano alla cheta fra loro, ridendo, soffregandosi le mani,
facendo pettegolezzo or de' mariti, or de' padroni o che so io; e ad
ogni po' sbirciavano nell'altra stanza, per vedere se il momento della
cena fosse venuto.
I giovani ballavano senza posa; ciascuno s'era scelta la prediletta, e
quanto durava la lena dei suonatori, quella de' ballerini durava. Al
ricominciar d'ogni ballo, tornava ciascuno alla compagna di prima, e
rado era che la cedesse: chi mai lo facesse per generosità, non
ballando in quel giro, teneva l'occhio geloso sulla coppia che
trascorrevagli dinanzi. Ma tutti, giovani e fanciulle, erano animati
dalla medesima allegrezza; ballavano per la gioja di ballare, e la
fatica pareva farli più vivaci e più ardenti: non v'era invidia, nè
volontà di primeggiare, nè sospettar maligno, nè ipocondriaca
eleganza, come ne' balli di quel che si chiama il gran mondo. Era un
tramestìo, un parapiglia, una confusione; ma il tripudiare schietto,
vero e folle, la gioja popolana brillava nel viso e nel cuore di
tutti.
In mezzo a questa baldanzosa compagnia, alcuni uomini più maturi
facevan crocchio, o si pigliavan diletto del veder girare e saltare le
allegre fanciulle vestite di bianco, le quali a più d'uno mettevano i
grilli. E v'era fra loro chi ringalluzzito sporgeva il mento
dall'ampia cravatta e dimentico della sua quarantina e de' capegli
bigi, lanciava occhiate e complimenti alla briosa zitella che pronta
trascorrevagli innanzi, senza por mente a quest'omaggio. Eran costoro
i più stimabili vicini, mercanti e bottegai, conoscenti o amici
particolari della madre Pelagia.
Un d'essi, che si dava cert'aria d'importanza, quantunque si facesse
lecito di frastornar talvolta alcuna delle giovani coppie, non
peritandosi nemmanco d'allungar le mani, quasi per rubare in passando
qualche ballerina, pareva tener sugli altri non so quale superiorità;
parlava, sghignazzava più di tutti. Costui l'incontrammo una volta nel
gabinetto dell'Illustrissimo; era quella persona misteriosa, di cui
finora sappiamo appena che chiamavasi il signor Omobono. Sebbene qui
apparisse tutt'altro di quel d'allora, vestito com'era d'un fino
soprabito nero soppannato di velluto, e con ricca lattuga di merletti
allo sparato della camicia, su cui brillava appuntato un bel diamante;
pure metteva sospetto e ribrezzo il tetro e maligno suo sguardo, che
somigliava a quello del lupo, o piuttosto a quello d'una spia. Ma come
si trovasse frammezzo a quella credula e buona gente, raccolta a fare
un po' di mattìa e di bagordo, nè perchè ci fosse venuto, non è facile
indovinarlo.
Damiano, in quella stipata comitiva, stava come perduto. All'entrare,
Bernardone lo aveva presentato quale amico suo e compagno di scuola,
giovine di proposito; altri poi lo conoscevano e gli fecero buon viso,
perchè veniva sotto l'egida del caporione. Nè mancò un tale, che
battendogli su d'una spalla:--So, gli disse, che anche tu hai una
bella sorellina, perchè non l'hai condotta con te?... Vedi mo, la
Gigia, quella birbona, non ha voluto venire; e io sto qui in un
cantone come un fungo.... Animo, Damiano, va a pigliar tua sorella; è
un bel fiore, che manca al mazzo.
A queste parole, il giovine arrossì; e balbettando una mezza scusa, si
trasse in disparte. Ma quel signor Omobono, dall'occhio attento e
dall'orecchio fino, colse in aria le parole dello scolare, e
stuzzicando a diritta e a manca con isbadate inchieste l'amor proprio
delle vecchie sedute in circolo, venne ad informarsi di lì a poco del
nome del giovine, della famiglia, del come e del dove poveramente
vivessero la vedova e la figliuola; in breve tutto ciò che mostrava
non voler conoscere e forse gli premeva.
Intanto, fanciulle e giovani, continuavano i loro festevoli giri con
un tripudio, con una lena che faceva ballar con loro le fondamenta
della casa. E più d'un vicino dal pian di sotto aveva dovuto balzar
dal letto: e comparve colla berretta di notte e gli occhi fuor del
viso, all'uscio della vecchia, per tempestare contro di quel terremoto
che disturbava il quieto vivere di tutto il quartiere. Se non che,
messa appena la mano sul nottolino dell'uscio, di botto Bernardone era
corso a sostenere l'assalto; e il vicino, sbigottito dalla vociaccia e
dal possente gesto dello scolare, raccomandavasi alle gambe, rifacendo
gli scalini a quattro a quattro. Il baccano, l'infuriar de' ballerini
e de' suonatori ricominciava più forte, e un coro di risate e di
fischi accompagnava il notturno visitatore.
Più d'una volta Damiano tentò pian piano d'accostarsi alla porta, e
fumarsela inosservato; ma l'uno o l'altro de' compagni, e più di tutti
il signor Omobono che pareva avergli messa addosso particolar
attenzione, gli attraversarono il passo. E sebbene, per quanto a ogni
poco gli dicessero, non avesse mai voluto ballare, pure se lo tenevano
in mezzo quegli amici a cui aveva in cuor suo augurato cento volte il
malanno.
Ma già l'afa che regnava nel salotto, il polverio destato dalla furia
di quaranta piedi nell'onda del vals fuggitivo e delle saltanti
monferrine, avevano ridotto allo stremo stomachi e gole de' ballerini.
D'ogni parte si cominciava a gridare:--Madre Pelagia, siamo a
tempo?--Signora Emerenziana, è mezzanotte!--Oh che fame, madre
Pelagia!--Per carità!--All'assalto, alle padelle!---Viva noi! dalli!
dalli!--E le folleggianti coppie scioglievansi, giovani e fanciulle
facevano gruppo nel mezzo della sala, e si serravano appresso,
attirati dal profumo delle vivande, troppo lente a comparire. Indi si
precipitavano nella piccola antisala; dove la spietata padrona,
rialzato un lembo del bianco grembiale, e levata la destra armata
d'una gran mestola, in sembianza d'una strega interrotta nell'ora
arcana delle malie, minacciava chi ardisse avvicinarsi a' suoi
fornelli, che dalle brace crepitanti mandavano faville.
Appunto in quella, tambussano alla porta, la spalancano e balzan
dentro improvvisi due inaspettati compagnoni; e con essi le risa,
l'allegrezza, lo strepito raddoppiano. Chi erano? nessuno il sapeva,
fuor di Bernardone, al quale gli arrivati susurraron, passando, una
parola all'orecchio; ed egli rispose con un _Viva_ rimbombante, che
passò il tetto della casa. Que' due, mascherati com'erano l'uno in
abito di Puff, l'altro d'Arlecchino, incominciarono a far balzi,
scambietti e capriole in sì matta guisa, a mandar fuori sì acute grida
di gioja che tutti fecero cerchio a loro; e s'attaccò una guerra di
motti, di gesti e di follìe le più strane e curiose del mondo. Nè meno
ci volle della stridula voce della padrona che annunziava l'ora della
cena per mettere un po' di calma in quella babilonia carnevalesca.
In men che nol dico, giovinotti e zitelle corsero a pigliar luogo di
qua, di là, sulle seggiole vuote: e, come per incantesimo, formavansi
da ogni parte, in ogni angolo, ne' vani delle finestre, gruppi sparsi:
rimpetto a ciascuna fanciulla, ginocchio contro ginocchio, sedeva il
suo ballerino fedele, in guisa da far de' ginocchi tavolino. I pochi
che rimasero senza compagna n'andavano su e giù, malignando dietro i
più fortunati di loro, e in mezzo allo strisciar delle seggiole, al
bisbiglio, al cicalìo, distribuito a ogni coppia un piattello, una
posata di peltro e un bicchiero, cominciò una nuova gara di
piacevolezze e di risa, che facevano come per forza d'elettrico il
giro d'ogni crocchio; ma non si potrebbero raccontarli i segreti, le
arguzie, le matte risposte che si balestravano da un capo all'altro
della vivace e romorosa baraonda. Quella poca volta, dicevano,
volersela spassare per tutto il resto dell'anno; e tutti, ciò che
avevano in cuore l'avevan sulle labbra. Oh che gioja, che felicità per
quelle fanciulle senza pensieri mangiar nel piattello stesso, in
compagnia del bel giovine che faceva loro battere il cuore, colle
balde parole, colle misteriose promesse di fedeltà!
La stessa padrona di casa, e dietro a lei due brave comari entrarono a
un punto; portava quella una capace marmitta di fumante risotto, che
suol fare le delizie delle cene carnevalesche; e queste due gran
piatti, sull'uno de' quali un monte di salame e di salsiccie,
sull'altro un grosso pollo d'India arrostito: ne veniva a tutti
l'acquolina alla bocca, e poco mancò che al profumo ne sdilinquissero
nonne, zie e mammine. Quest'apparizione fu il segnal dell'assalto:
s'udì un altissimo viva, e cinquanta mani corsero all'attacco. In un
minuto, marmitta e piatti eran vuoti, netti come un deserto; a'
discorsi della brigata, al gridìo, alla musica successe una tempesta,
un battagliare di cucchiaj, di forchette sui tondi colmi d'ogni grazia
di Dio. Banditi e complimenti e ritrosie e smorfiette schifiltose:
ciascuno pensava a sè e alla compagna; un buon bicchiero di malvagìa,
bevuto mezzo per uno, nettava dalla polve il gorgozzule delle amiche
coppie. Nè i vecchi, nè le zitellone, rimaste tutta sera a veder
ballare, se ne stavano con le mani in mano, comechè i migliori
bocconi, i primi fiaschi strappati fosser per loro, e le ragazze e gli
amici, per tenersele buone, le lasciassero fare.
Così passava la lieta notte. Ma Damiano, trovandosi colà a suo
dispetto, attorniato da tanti pazzi nell'ora che avrebbe voluto esser
libero e solo nella sua cameretta, tenuto d'occhio da due o tre
maligni che gli pareva volessero pigliarsi gabbo di lui, si sentiva
crescere il malumore; in segreto malediceva quel festino, che forse in
altro dì gli sarebbe sembrato una delizia. Bestemmiò al carnevale,
agli amici, a sè stesso.
Il peggio fu quando, voltosi a caso, trovossi a fianco quell'importuno
che quasi sempre aveva tenuto gli occhi sopra di lui, il signor
Omobono. Costui, spolpando beatamente un'anca di pollo, gli venne a
brontolare all'orecchio:--E voi, caro giovinotto, non ballate? non
mangiate?
--No, rispose Damiano.
--Eh, non fate l'imbecille, o dirò a tutti che siete innamorato...
Damiano tacque.
--Io vi conosco, sapete? voi, vostra madre e vostra sorella....
cappita! è un bel bottone di rosa, e le posso far del bene, io. Non
dico per superbia, ma tratto i primi signori di Milano... Mi sembrate
un buon giovine, so che avete avuto delle disgrazie; ma confidatevi in
me e lasciate fare. Quando mi ci metto io nelle cose....
--Ma, signore.... cominciò tra iroso e superbo il giovine, che sentiva
ripugnanza di colui e delle parole che gli cadevan di bocca a una a
una, in tuono d'affettata compassione.
--Non occorr'altro; lasciate fare a chi tocca, verrò a farvi una
visita; so dove state di casa; e parleremo con comodo; la vostra
famiglia mi preme. Via, siate buono, il mio giovinetto! bevete questo
bicchiero, fra noi, da buoni amici. E fidatevi di me.
--Nè io, nè i miei, non abbiam bisogno di nulla, signore! replicò, con
mal celato disprezzo, Damiano. Si tolse dal crocchio che lo serrava;
il signor Omobono fece per afferrargli il braccio, ma egli con una
buona strappata, e con un urto a' vicini che gli eran d'impaccio, potè
farsi un po' di largo, e trovossi per sua ventura vicino alla porta.
Allora, un impensato caso venne ad ajutarlo. La triplice fiammella
dell'infiorata lucerna, che faceva la vece del lampadario, fumigava,
vacillava, scoppiettava giù presso a morire; il che vedendo, un
giovine magro e lungo il quale avanzava di tutto il capo i
compagni:--A me, a me! gridò; e scavalcate scranne e fanciulle, stese
la mano all'alta lampana; ma senza volerlo, e per far bene,
rovesciolla. Il fuoco s'appiccò alla ghirlanda di fiori che la
ornavano; e subito un gran bagliore, una fiamma rapida, fugace, poi
tutto buio; la sala non rimase più rischiarata che da un moccolo
dimenticato sulla spinetta. Le risate, le grida, lo spavento, la
confusione, il gran guai che fu conseguenza di una disgrazia onde non
venne male a nessuno, diedero tempo a Damiano con una pronta giravolta
d'uscire non visto: trovata la scala, corse giù a precipizio, e senza
por mente alla pioggia che s'era messa dirotta, camminò, respirando
con gioja, fino a casa sua.
Sua madre e la Stella, in gran pena di cuore lo aspettavano, assidue
tuttora al lavoro; l'una si lamentava di quando in quando della
insolita tardanza del figliuolo; l'altra, benchè temesse in cuore,
cercava soavi parole per rassicurarla. Egli le abbracciò con molto
affetto, dissipò quell'angustia raccontando come, mal suo grado,
alcuni compagni del liceo l'avessero trattenuto con loro, senza dir
però nè perchè nè dove; esse, alla prima parola, come fan l'anime
buone, si consolarono. Poi n'andarono chete a coricarsi; mentre
Damiano, tornato nella sua stanza, accese la lucernetta sul tavolino
di studio; e senza far romore, acciocchè lo credessero coricato,
aperse i suoi cari volumi, che tante volte gli avevano popolato
d'aeree, dolcissime visioni quella cameretta nuda, e fatto dimenticare
le tediose cure della giornata; volse e rivolse fogli e quadernetti in
cui era solito notar le più belle cose che leggeva e le memorie liete
o malinconiche della sua fantasia; pagine semplici o poetiche che
nessun cuore può intendere, altro che il cuore di chi le scrisse. Poi
tolse fuori una cartella di disegni a matita, di schizzi e figure che
a nessuno mai aveva ardito mostrare, e li fece scorrere lentamente,
quasi cercando per entro a quei confusi frammenti una nuova e migliore
inspirazione.
Nella solitudine della povertà, in quell'alto silenzio della notte,
l'anima sua dapprima immiserita, sbattuta dalla vista di gioje volgari
e sciocche che non sapeva più amare, era fatta leggera, libera; e
poteva, egli pure, sollevarsi ne' poetici spazii dell'infinito.
Contento di trovarsi solo, non arrossiva più degli affetti che gli
agitavano il cuore e che in faccia degli altri non sapeva esprimere.
Sentiva d'essere qualche cosa; e sollevando la fronte alla sgretolata
soffitta, sembrava interrogar colle ardenti pupille un genio ignoto,
l'angiolo che raccoglieva la sua preghiera e il suo sospiro, che gli
svelava le divine forme della bellezza, e prometteva di fargli aperto
a poco a poco il mistero dell'arte.
Fino a quel dì, Damiano non aveva osato confidare ad anima viva le
speranze che gli davano coraggio e vita, rendendogli cara persino la
volontà del soffrire. Parevagli che una voce potente lo chiamasse, una
voce che diceva:--Anche tu puoi essere artista!--Ma questo misterioso
ed unico amore, non doveva esser noto ad alcuno, neppure al suo
vecchio amico il pittore Costanzo, a colui che, senza saperlo, aveva
destata in esso la prima fiamma. Il buon uomo s'era fisso di dare un
mestiero onorato al povero giovine, ma Damiano sentivasi nato per
qualche cosa di più; amava l'arte, la bellezza, la verità, che gli
erano apparse qua e là, ne' pochi monumenti cittadini de' tempi
andati, nella maestà delle nostre chiese antiche, ne' sacri dipinti
delle solitarie cappelle; aveva interrogato le grandi opere del
passato, e voleva esser pittore. Mai nessuno sui primi tentativi della
sua mano aveva gettato gli occhi: facendo mostra di que' fogli
sgorbiati d'abbozzi strani, egli avrebbe creduto di profanar l'arte
che amava tanto, e li tenne per sè; nessuno seppe, nè rinfocò il
pensiero vitale di quelle bizzarre creazioni d'una giovine fantasia.
Però la coscienza del bello, la fiducia di riuscire, e un'idea
segreta, tormentosa, parlavano all'anima modesta di Damiano: cosicchè
ebbe risoluto alla fine di farsi conoscere, di tentar la fortuna. In
que' frastagli, in que' fogli tutti pieni di figure, andava da
parecchi mesi cercando l'espressione d'un alto concetto già maturo
nella sua mente, e che doveva essere il primo suo quadro.
Ma in quella notte, dopo un'ora d'entusiasmo, i pensieri più dolorosi
della vita ripiombavano sul suo cuore. Si mise a riandare i molti
affanni passati, chinò il capo sulla palma della mano; la sua fronte
era ardente, sentiva batter le arterie; una nube gli veniva sugli
occhi, e negli sparsi disegni onde aveva ingombro il tavolino non
distingueva più nè linee, nè contorni, nè figure. Avrebbe voluto
piangere, ma non poteva; la mente, instancabile tormentatrice,
sembrava compiacersi de' dolori del cuore. Oh! v'ha di tali pensieri
che non possiamo concepir due volte; v'ha un dolore necessario, il
dolore che inspira e crea.
--O mio Dio, così pregava Damiano in quella notte, che mi ponesti
nell'animo tale speranza, fa ch'io la nutra nell'umiltà e
nell'aspettazione; ma toglimi da questo martirio della volontà che si
stanca e trema al paragone dell'affetto; fa ch'io non senta dentro di
me questa voce che mi grida sempre:--Povero pazzo, che ti credi
qualche cosa e sei nulla!
E i suoi pensieri pigliavano un colore più cupo. Compiangeva sè
medesimo come uno scempio ingannato che corresse dietro a un fantasma;
poi, nella paura e nell'oppressione de' pensieri, sentiva un freddo
nel cuore, e temeva che questa idea fissa gli facesse un dì o l'altro
perdere il lume della ragione. E quella voce tornava a parlargli più
aspra e severa:--Che hai tu fatto, per riuscire a qualche cosa di
grande, in mezzo a tanti che nascono, vivono e muojono? Due anni di
sogni, che t'assediano la notte; e tempo sprecato a gittar vane linee
sopra la carta, a rimpastar colori su d'una disusata tavolozza, e
scombiccherar col pennello le tele fruste del povero tuo maestro, ecco
quel che facesti, l'arra del tuo avvenire!
Allora, agitandosi sotto il peso dello sconforto quasi mortale, diceva
a sè medesimo:--Dunque farò sagrifizio della vita a un'ombra vana?
Morirò col mio segreto, e porterò con me nella fossa questa febbre
dell'anima, intanto che mia madre e mia sorella hanno il diritto di
dire: Tu eri il solo che potevi salvarci dalla miseria, e non hai
fatto nulla, nulla per noi?... No! no! io vedo, che sebben m'abbia a
costar caro, pure bisogna ch'io soffochi in cuore queste illusioni.
Che importa?... se non sarò pittore, sarò garzon di bottega, commesso,
scritturale, qualche cosa come tutti gli altri. Ce n'è tanti che amano
e sentono e soffrono al mondo! E sono anche loro miei fratelli.
Lavorerò per il guadagno, alla giornata; e avrò il compenso di
sostenere la povera vita di queste sante creature che sono l'eredità
di mio padre, le sole anime che mi ameranno sulla terra.
L'indifferenza de' compagni, la compassione, peggiore ancora del
disprezzo, la necessità che viene innanzi, l'oggi e il domani, e la
grandezza del destino che tu scongiuri, e questa malinconia che t'ha
messo radice nel cuore, tutto non t'avverte che tu falli la via?... Se
fossi solo quaggiù! potrei abbandonarmi a questa forza che mi
strascina, come all'onda d'un torrente; tentar di riuscire, o morire!
nessuno piangerebbe. Ma così... oh no no! almeno un po' d'amore,
alcuno che mi sorrida, che mi dica una parola di cuore; e farò senza
lamento la vita sconosciuta, sempre eguale, del povero che va e viene
dalla soffitta alla bottega.... Esse mi benediranno; e tu, Signore, tu
mi darai la forza che mi manca, per essere buon figliuolo e buon
fratello!...
Pian piano si trasse alla finestra, l'aperse e guardò nel bujo;
pioveva ancora. Non si accorse del freddo che gli penetrava nell'ossa;
coll'anima vagheggiava tuttora le belle imagini che gli pareva veder
fuggire per sempre. E fra sè pensava a coloro che avevano cominciato
come lui, e col volere, colla fatica, colla ostinazione del coraggio
eran pur saliti al sommo del tempio misterioso; e persuadevasi che,
vinta la prima dolorosa prova, forse avrebbe trovato più facile il
cammino. Figuravasi la gioja santa della madre e della sorella, una
vita più tranquilla per loro, e una modesta fortuna, e una casa
abitata in pace.... Ma poi, contava gli anni che dovevano passare, e
vedeva ch'era pur forza vivere il domani.
--È impossibile, bisogna chinare il capo, è impossibile! Non ci
pensiamo più; e nessuno lo sappia questo martirio!
E seduto di nuovo accanto al letto, le idee gli si mischiavano monche
e aggruppate insieme nella mente: non era più meditare, era sentire e
soffrire, senza aver più coscienza di sè medesimo. Eppure non lasciò
sfuggirsi un lamento, non fece un sospiro, temendo che il più debole
suono avesse a turbare il riposo di sua madre o di Stella. Ma nel
cuore profondo, in quel centro del dolore, sopportava l'ineffabile
tormento della sua vita incerta e abbandonata, la lotta della ragione
contro l'amore.
Alla fine, non potè reggersi più sulla persona; per lo spasimo
convulsivo tremava in tutte le membra; e lasciando cadere la testa
arrovesciata da un lato sopra il tavolino, giacque in lungo e grave
assopimento.
Alla prima ora del mattino, una mano bianca e leggiera si posò sulla
sua spalla. Era la mano della Stella. Essa, vedendo il letto non
tocco, la lucernetta tuttora accesa, il tavolino pieno di carte, credè
che il fratello avesse vegliato tutta notte a studiare; e voleva
rimuoverlo con dolce atto da quella incomoda postura, perchè si
coricasse almeno per brev'ora.
Ma il giovine d'improvviso si riscosse, si alzò, e parve, al modo con
che guardava all'intorno, avesse perduta la memoria e la conoscenza.
Era pallidissimo, cerchiate di lividore le pupille; non rispose alle
amorevoli parole della sorella, ma contemplatala fissamente a lungo,
la baciò sulla fronte, poi scosse il capo. Di lì a poco, ripigliato il
cappello, e detto che aveva bisogno dell'aria viva della mattina, uscì
della povera stanzetta.
Capitolo Undecimo
Il tristo s'affatica sempre, disse già un sapiente, sia nel fabbricare
i mali a danno d'altrui, sia nella paura che altri a suo danno li
volti; cosicchè quanto va ruminando contro gli uomini, tanto paventa
gli uomini non abbiano a macchinar contro di lui. Ma, pur troppo, v'ha
di quelli che amano il male per il male; e mentre sudano per tender
nel bujo le loro reti, non veggono la fine della sorda guerra ch'e'
fanno ai buoni; perciocchè la malizia e il livore danno esca al
delitto.
Abbandoniamo per poco la casa della vedova, e penetrando in quella del
signor Omobono, che già incontrammo due volte alla sfuggita, potrem
forse sapere in qual modo costui avesse sopportato il freddo rifiuto
di Damiano all'offerta che gli fece della sua protezione, la sera
stessa del festino.
Una femmina imbacuccata in uno scialle di Francia, del quale nessuno
chimico avrebbe più saputo dire il colore, saliva le scale che
conducevano alla rimota abitazione di quell'uomo misterioso.
--Chi è?
--Amici.
--Cioè, chi?
--Son'io, l'Emerenziana; aprite pure.
--Ho capito: vengo,
E il signor Omobono, messa nella toppa una grossa chiavaccia, la
rigirò, alzando la bandella dall'arpione; poi cautamente aperse a
mezzo un de' battenti. Veduto ch'era di fatto la vecchia pegnataria,
si trasse indietro per lasciarla passare, e richiuse la porta. Dalla
buja anticamera entrarono in un salottino tappezzato di sbiadita carta
verdognola cadente a brandelli per l'umido delle pareti; ivi erano un
tavolino, due seggiole di pelle scoriata, e una cassa forte di ferro
incastonata nel muro, cui faceva difesa un paravento qua e là
bucherato di feritoje, come una casamatta.
Ravvolto in una zimarra imbottita, dal collare foderato di pelle di
gatto bigio, il signor Omobono si raccostò, strisciando le emerite
pianelle, al camminetto dove, non si può dir bruciavano, ma andavano
scoppiettando, due tizzoni umidicci e riarsi, posti in croce sopra un
monticello di cenere; acconciatosi a sedere a cavalcione del fuoco,
stese le calcagna su due mattoni messi là in vece d'alari; poi,
sbirciata la vecchia con una trista smorfia che quella comprese,
domandò a mezza voce:--E così?...
La madre Pelagia, che si era pure adagiata in un piccolo canapè a
canto del cammino, rispose prima con un sogghigno di mal augurio,
poi:--Bisogna vedere, continuò a mezza voce anch'essa: la cosa non è
facile, come pare a prima vista. Può essere un affar buono, un affar
d'oro, come suol dirsi; e si capisce che siete un buon segugio,
compare mio. N'ho vedute delle altre, io, a fare una eccellente
riuscita; perchè, m'intendo bene, voi pensate di trovarle un marito, a
quel che m'avete detto....
--Sicuro, sicuro, a suo tempo.... brontolò l'Omobono.
--Quand'è così, chiudo un occhio sul resto; poichè tutti sanno che io
sono una donna onesta.... E se non fosse per fin di bene....
--Eh via! me li avete già ricantati le cento volte questi vostri
scrupoli. Al fatto, al fatto. Avete dunque saputo quel che mi preme,
siete riuscita a fare un po' d'amicizia con la fanciulla?
--Adagio, signor Omobono; so e non so; c'è della buona disposizione,
ma c'è pur qualche intoppo.... gente onestissima però; e la fanciulla
non sa proprio niente di questo mondo.
--Tanto meglio! susurrò colui fra' denti.
--La madre è una povera bizzocca, la quale non vive che per un suo
beniamino, da lei mandato a prete fuor di casa; la figliuola, per
dirla, è una vera bellezzina; e quanto al giovine che avete visto in
casa mia, ne potete giudicar meglio di me.
--Sì, sì, costui è il solo che non mi va per il verso e che potrebbe
farmi qualche mal giuoco.
--È però un buon ragazzo, mi dicono.
--È un matto che non sa il proprio interesse, uno che non ha da vivere
fino a domani, e vuol far del grande e dello schifo, con me?... Oh,
verrà giù, ve lo dico io, verrà giù il figliuolo.
--Ma, intendiamoci: non vedo come mai... se avete delle buone
intenzioni, a quel che dite....
--Mi pare d'essermi già spiegato con voi; io non c'entro per nulla,
io. Non posso dir più di quanto ho già detto. Amo far del bene, dove
posso; purchè ne venga un po' di bene anche a me, ci s'intende. Ora
mettete che un gran personaggio, di quelli che hanno il gran niente da
fare e la borsa piena, abbia udito dir bene di questa famiglia;
mettete che gli stia a cuore d'ajutar la vedova, senza che voglia
farsi conoscere; mettete che abbia degli obblighi antichi, lontani...
ve ne può esser tanti e di tante sorta; mettete che questo personaggio
m'abbia detto:--Omobono, voi che siete un uomo prudente, e al tempo
stesso un uomo di mondo, cercate di vedere, di sapere.... il come, il
dove, il perchè.... e se mai bisogna, disponete pure, anche in
anticipazione, di qualche centinajo di lire....
A tali parole, la madre Pelagia rizzò gli orecchi e mostrò d'aver
inteso, quantunque lo scaltrito Omobono avesse ravviluppato il suo
dire in modo che la vecchia non ci avesse a veder chiaro.
--Lasciate fare a me, diss'ella alzandosi; ho capito, e farò quel che
si può. Già ho messo da banda gli scrupoli, posto che voi m'assicurate
che non c'è proprio niente di male, e che si tratta d'obbligazioni che
quel signore ha verso la famiglia della quale parliamo. E poi, in ogni
caso, mi garantite che avrò le spalle al muro?
--Andale là, andate franca che non si muoverà una mosca. Ma con
questo, non fate con troppa premura; pigliate le cose alla lunga,
quietamente, chè nessuno sappia, nè possa indovinar nulla; sopra tutto
che il mio nome per ora non sia pronunziato; non mostrate nemmeno
d'aver conoscenza di me.
--Non dubitate, siamo intesi; e quando ci sarà del nuovo mi lascierò
vedere.
--No, no, non v'incomodate; verrò io stesso da voi, è meglio così: già
sono di rado in casa, ho un diluvio d'affari addosso, e arrischiate dì
non trovarmi; passerò io da voi.
--Non occorr'altro, come volete; intanto, state bene.
--A rivederci, signora Emerenziana.
E l'accompagnò fino alla porta, la schiuse e la riserrò dietro a lei
con gran cautela. Quando si vide solo, lasciò fuggire una sonora e
sconcia risata; poi, fregandosi le mani, cominciò a passeggiare in su
e in giù per il salottino, ravvolgendo in mente cento pensieri che
mano mano gli si dipingevano ne' mutamenti strani della fisonomia; e
alcune parole gli scappavano come involontariamente di bocca:--Va pur
là, vecchia strega, chè l'Omobono sa il fatto suo, e anche tu bevi
grosso come gli altri.... Questa ragazza, questo fiore di cui non vidi
da un gran pezzo il compagno, che pare proprio una madonnina, è quella
che ci voleva.... essa deve fare in un modo o nell'altro la mia
fortuna. Io non perdo il giudizio, no; e non arrischio un pelo.... e
alla fin fine, se il mio giuoco non riesce, l'Illustrissimo finirà a
pagar lui per me anche questa volta.... Pensate un po', s'io son uomo
da fargli il cane da caccia, senza averne le mie ottime ragioni....
Ormai, tutti gli affari miei van bene, benone.... se il diavolo non ci
mette la coda, innanzi che passino due anni, l'Omobono, il mercantuzzo
fallito, si vedrà cavare il cappello da quei che adesso gli fanno fare
anticamera e lo tengono per un barattiero venuto al pelatojo....
poveri barbagianni!--
E passando dietro al paravento, aprì l'usciuolo della sua cassa
ferrata; facendo scattar la molla d'un ripostiglio segreto, ne trasse
alcuni fasci di carte vecchie, ripassò molti conti, annotò parecchi
chirografi bollati e non bollati, fece di molte somme e moltipliche,
sfogliazzò registri e polizze di ricevuta, sprofondandosi del tutto in
que' sogni di Mida.
Intanto, la famiglia della Teresa, abbastanza serena e benedetta in
mezzo alle disgrazie, menava una vita umile e buona, una vita a cui la
felicità non mancava, perchè non mancavano il lavoro e la speranza.
Solo Damiano, da qualche tempo, immalinconiva. La madre e la sorella
vedevanlo quasi sempre sopra pensiero; mangiava poco al desinare,
parlava meno; e se ne stava fuor di casa pressochè tutta la giornata.
Non sapevano però com'egli passasse l'ore libere della mattina nello
studio del vecchio pittore, al quale, dopo molto dubitare e molto
pentirsi, aveva confidato di voler tentare a ogni modo se la sua
vocazione per l'arte fosse vera, per riuscire a qualche cosa di bene o
guarire per sempre. In mezzo a questo però, non era men frequente alle
scuole del liceo; poichè avendo giurato di saper procurarsi, al più
presto, il bisognevole per la famiglia, non voleva chiudersi l'unico
sentiero a qualche onesto impiego. Intanto il poco che guadagnava
presso il negoziante di pannine, lo metteva al coperto dell'imminente
necessità e gli dava coraggio per l'avvenire.
Da lungo tempo la buona famiglia non aveva riveduto il signor Lorenzo,
l'unico suo protettore e amico. Sulle prime non aveva sentito il
vecchio soldato tutto il peso della perdita di Vittore; e le cure
prestate agli orfani del suo commilitone, e un resto di fierezza del
suo cuor da veterano gli avevano medicata per qualche mese la ferita.
Ma l'abitudine di tutta la vita, ma il vedersi sparire d'intorno a uno
a uno i pochi avanzi della gloria dell'Imperatore, coloro coi quali
aveva sfidata e vinta la morte le mille volte, i suoi compagni di
guerra, i suoi amici, che usava chiamare uomini d'uno stampo perduto;
e quel trovarsi tutti i dì solo, sconosciuto, l'ultimo di quegli eroi
che portavano scritto nella solcata fronte e nelle ferite del petto i
grandi fatti del loro tempo; tutto ciò metteva nell'anima di Lorenzo
una sdegnosa tristezza: e questa lo vinceva sì fattamente da tenerlo
ancora lontano da que' soli i quali ancora sapevano far sì che qualche
sorriso diradasse la sua serietà, e il frequente aggrottar de' suoi
bigi sopraccigli.
Non faceva più i consueti passeggi fuor della porta Ticinese, da lui
chiamata ancora porta Marengo, o lungo lo stradone di Mosca, o fuor
dell'Arco del Sempione; andava tutt'al più da casa sua, ch'era in via
di san Simone, a un piccolo e deserto caffè poco lontano, tenuto dalla
vedova d'un altro suo povero commilitone morto nei gorghi della
Beresina. E colà, sdrajato in un canto o ritto a guardar fuori della
porta vetriata, se ne stava ore ed ore; talvolta l'intero giorno. Le
sue visite alla Teresa divennero così meno frequenti; ma non già
perchè fosse scemato il bene che portava a que' buoni. La consuetudine
antica durava sì forte in lui, che talvolta vinceva l'unica affezione
pur viva nel suo cuore, e dopo che non abitavano più la campestre
casipola in Quadronno, ov'era andato per sedici anni tutti i dì
dell'anno, non sapeva ancora trovar la strada della loro nuova
abitazione. Ma il suo cuore non era cambiato; vivendo grettamente
colla sua scarsa pensione di cavaliere (e dal giorno della morte di
Vittore non s'era più veduto all'occhiello del suo sdruscito pastrano
il nastro di quella corona) l'onesto vecchio aveva trovato modo,
risparmiando qualcosa ogni mese, di cominciar a mettere insieme poche
centinaja di lire, le quali destinava ad accasar la figliuola
dell'amico, quando il momento fosse venuto. Era questo il suo segreto.
Pure, da qualche settimane, non usciva più. Seduto presso la finestra
della sua stanza, dopo bevuta una scodella di caldo latte la mattina,
rileggeva per la ventesima volta la _Storia di Carlo XII_, lasciando
scappar qualche muto riso e scrollando il capo alla descrizione di
quelle battaglie del secolo passato; poi, quando una vicina dabbene
veniva a portargli qualche cosa per il desinare, la tratteneva per
raccontarle le campagne del Grand'uomo, nelle quali aveva fatto
anch'esso la parte sua, e che ormai non poteva più raccontare a
nessuno. Bene spesso, a un tratto s'interrompeva; e una frase ardita,
un grido di guerra del tempo andato finivano in una sorda
imprecazione, in una bestemmia da soldataccio, che facevano scappar
via l'onesta vicina.
Dopo alcun tempo di questa vita monotona, solitaria e direi quasi
rabbiosa, il vecchio tenente cominciò a sentirsi mal disposto; poi
infermò. Damiano, che da lungo tempo non aveva più saputo nulla di
lui, venne per caso a visitarlo, e trovandolo malato, lo disse
subitamente alla madre; la quale, tornata la pace col suo burbero
amico, non lasciava passar giorno che non venisse con la figliuola ad
assisterlo, a riconfortarlo. Era Damiano istesso che le accompagnava
colà al mattino, e ritornava a prenderle, innanzi all'ora del
desinare. Così quella rinata corrispondenza di cure e d'affetti
ristorò in poco tempo la logora salute di Lorenzo, e fu per la nostra
famiglia e per lui una gran consolazione.
E per non mettere in mezzo nessuna cagione di dispiacenza, il vecchio
giacobino non parlò più di Celso, e di quel ch'era stato: chè ben
vedeva non sarebbe riuscito a far capire alla signora Teresa le sue
ragioni che credeva belle e buone. Se avesse saputo invece che il
destino del giovine abate era proprio in mano di tali che pensavano
far di lui ciò che nel suo rozzo buon senso egli medesimo antivedeva,
non l'avrebbe tenuta in gola, per certo, a costo di romperla del tutto
anche con la vedova del suo amico.
Così la Teresa, nell'aspettazione di un tempo migliore, viveva que'
giorni occupati e tutti uguali della sua nuova povertà. Sul finir
della quaresima, la signora Emerenziana, col pretesto di portarle a
racconciare non so che merletti per commissione d'una mercantessa di
mode, s'era trattenuta due buone ore colla vedova, e aveva saputo
farla cantare su tutti i tuoni, compassionandola, e facendo un'eco
infinita di _ohi!_ di _ahi!_ di _Signor'Iddio!_ alla litania di guai
che la credula donna le andava raccontando. Alcun tempo di poi, tornò
in compagnia d'un signore, un po' sugli anni, che la Teresa non
conosceva punto, ma che pure aveva l'aria d'una persona d'importanza.
Glielo presentò come un ricco privato, un negoziante ritirato dagli
affari, il quale aveva una superba commissione di lavori, nientemeno
che parecchie dozzine di fazzoletti, di cuffie, d'accappatoj e d'altre
simili finissime lingerie da ricamarsi per il corredo di nozze d'una
illustre damina.
La Teresa, rimpastata di buona fede com'era, la credè una grande
fortuna, e non rifiniva dal ringraziar quel signore, che intanto,
girando intorno alla sfuggita i suoi piccoli occhi di ramarro, pareva
studiasse nella rozza suppellettile di quelle stanze, nell'umile ma
decente povertà, il segreto della loro vita domestica e sconosciuta. E
facendo ballar colle dita la grossa catenella d'oro e il gruppetto di
ciondoli di che andava ornato il panciotto, aveva l'aria di pesar
sulla mano quanto potesse valere l'onestà di quelle abbandonate
creature.
Innanzi lasciarle, aveva già pigliato con loro una tal'aria di
confidenza e d'amichevole protezione, che la buona donna gli si
raccomandò con molta e viva preghiera; anzi non esitò un momento ad
invitarlo che ritornasse, per dare, se non altro, un'occhiata a'
ricami delle cifre e degli stemmi, quando il lavoro fosse
incominciato. Quel signore fece a simile invito un cotale atto
d'assentimento, che mostrava un'affettata degnazione; ma nel suo
sguardo, in tutta la sua persona appariva qualche cosa d'incerto e
strano; così che la giovine Stella, la quale intanto s'era tenuta
presso la finestra, al suo telajo, sentì nascere nel suo cuore,
quantunque fosse un cuor di colomba, un segreto senso d'antipatia per
quell'uomo.
Una settimana dipoi, costui lasciavasi vedere di nuovo; rimaneva colle
due donne più lungo tempo, e menava buone tutte le ragioni che
ripetevagli la Teresa; profferendosi a servirla dove potesse, per via
delle tante conoscenze ch'egli vantava, di duchi, di conti, di
marchesi, de' primi negozianti, e banchieri. E così egli soggiogò del
tutto il cuore della onesta donna. La quale già lo stimava il fior de'
galantuomini, una vera provvidenza: anzi, ell'andava fra sè imaginando
il come l'avrebbe pregato di procacciar qualche buon impiego al suo
Damiano, tanto che potesse anche lui vedersi una volta contento, con
un pane onesto e sicuro. Ma, per quel dì, non osò fargliene parola.
Fu nel partire che il sedicente negoziante s'abbattè al piè delle
scale in Damiano che se ne tornava a casa sua. Il giovine saliva, e
nel passare a lato di quel signore, si volse a riguardarlo; gli era
parso di riconoscere in lui quell'Omobono col quale s'era già
incontrato al festino del mercoledì grasso.
Ma il signor Omobono (ch'era ben lui) si tirò sugli occhi, più che
potè, il cappello; e mettendosi il fazzoletto alla faccia, come
sorpreso da un impeto improvviso di tosse, svoltò lestamente la spalla
del portone e si schermì dal curioso esame del giovine; il quale,
preoccupato da' suoi foschi pensieri, credè d'avere sbagliato, e
innanzi che fosse venuto alla sua porta, s'era già scordato di quella
faccia del mal augurio. La Teresa poi, per una delle solite ragioni
per cui le anime oneste credono di soverchio alle oneste intenzioni,
non aveva voluto dir nulla al figliuolo della nuova conoscenza fatta;
pensando di aspettare a raccontargli ogni cosa, allorchè le fosse
riuscito di poter dare a lui pure qualche buona notizia. Vedendo sulla
fronte della madre un'insolita serenità, anche la Stella non ardì
parlarne col fratel suo; e cominciò anzi a dubitare che la ripugnanza
provata dal suo cuore, alla sola vista di quell'uomo, poteva ben
essere un'ingiusta apprensione, una vana ombra, un capriccio.
Capitolo Duodecimo
Era venuto il giovedì santo.
In quel giorno che rinnova le divine memorie alla fede e al dolore
cristiano, la vedova, in compagnia della figliuola, secondo il pio
costume del popolo nel quale vivono intatte le sante tradizioni del
passato, compiva essa pure l'umile pellegrinaggio alle sette chiese,
accompagnando nel consueto giro per la città la processione de'
popolani che recitavano divote orazioni alla visita de' Sepolcri;
avevano innalzato i loro cuori al Dio degli umili e de' credenti,
implorando rassegnazione e speranza, la benedizione ne' travagli, e la
contentezza dell'innocenza. Quel giorno d'austera solennità, quella
continua schiera di donne, di fanciulle, d'intere famiglie seguenti la
stessa via; le chiese affollate di popolo inginocchiato e pregante; e
la stessa fatica del cammino e il conforto della preghiera e della
sacra costumanza adempiuta, tutto aveva destato nelle loro anime buone
una quieta gioja che da lungo tempo non erano avvezze a gustare.
Uscite del Duomo, poco innanzi che si facesse la sera, tornavano a
casa, parlando fra loro di Damiano, il quale da parecchi dì erasi
fatto assai più sereno e mite che prima non fosse. A un tratto, la
Stella s'avvide che le seguitavano due sconosciuti, i quali da un
pezzo si erano messi dietro a lei, di via in via, ed ora le stavano
alle spalle, ora le camminavano dinanzi, e la guardavano
sfacciatamente, discorrendo intanto fra loro, senza rispetto di farsi
udire. Anche nel tempio, mentr'essa pregava a lato della madre, un di
coloro le s'era accostato, facendole intoppo e susurrando non so quali
parole da lei non intese. E intanto che quello l'aveva seguita nel
Duomo, l'altro s'era fermato sotto l'arco del Coperto de' Figini: poi,
all'uscir delle donne, s'erano riuniti e se n'andavano al braccio
l'uno dell'altro. Ciò che prima la Stella aveva notato appena, le
fissò i pensieri, quando intese dietro a sè lo scroscio d'una risata,
e i discorsi di coloro le ferirono l'orecchio. Tremò come una foglia,
e sentendosi quasi mancare si strinse alla madre: la quale, credendola
affaticata dal camminare, e nulla sospettando, le disse: --Animo,
Stella, chè siam quasi a casa.
Se la fanciulla non avesse indovinato che que' due le stavano alle
calcagna a fine di vedere dov'ella fosse per entrare, le parole che
correvan tra loro gliel'avrebbero chiarito. Erano due giovani signori,
vestiti con eleganza alla moda del giorno, due di quegli attillati che
camminano in aria di conquistatori lungo le frequenti nostre corsie,
di su, di giù, all'ore consuete del passeggio, e più spesso
sull'imbrunire, aspettando che la buona ventura mandi loro incontro
qualche galante o misteriosa bellezza; studiosi d'andar segnati a dito
da chi voglia o non voglia saperne di loro, accorti e leggiadri
trovatori di lepidezze e passatempi; di quelli che pigliano le cose
con buon gusto e capriccio; che si credono, essi soli nel genere
umano, persone _comme il faut_, per dirla con una loro favorita
espressione; senza curarsi mai di pensare, prima o dopo di fare; chè
il pensare per essi è un di più.
--Ma, caro Lodovico! diceva l'uno, camminando lungo la muraglia, come
seguisse a dispetto l'amico: Ma, caro Lodovico! bisogna proprio dire
che tu metti da banda il buon genere.
Ed era veramente un tipo del _bon ton_ d'allora colui che parlava;
dico d'allora, comechè tutti sappiano il buon tuono mutar vezzo e
legge, trasformarsi come il Proteo della mitologia. All'arricciata
capigliatura, a' lucidi mustacchi attorti sulla punta, allo studiato
nodo della cravatta, all'abito fino che gli serrava il busto, a'
guanti gialli, e più di tutto all'aria burbanzosa e al passo
trionfale, si ravvisava in lui il giovine semideo del nostro tempo; il
quale non ha ancora fra noi trovato il suo poeta che gl'insegni, come
già fece il buon Parini a quello di settant'anni fa, l'arte
d'ingannare
«....... questi nojosi e lenti
«Giorni di vita, cui sì lungo tedio
«E fastidio insoffribile accompagna;
e così di tutto si ride al mondo, e anche di sè medesimo.
--Ascolta un po', conte: disse l'altro, vestito anch'esso come
l'ultimo figurino delle mode, sebbene non apparisse in lui quella
scioperata arroganza che leggevasi a chiare note sul viso del
compagno. Se poi si era fatto ad apostrofar l'amico, così in aria tra
seria e scherzosa, con quel bel titolo di conte, n'aveva il perchè:
quel titolo era un dolce solletico all'orecchio del giovine paladino.
--E che puoi dirmi ch'io non sappia? Tu sei mortalmente annojato della
quaresima, e cerchi una distrazione....
--Sì, il far di madonnina di costei che tu vedi, mi va al cuore....
--E vorresti ch'io ti avessi a dar mano, eh? è per questo che m'hai
tirato a forza fin qui, proprio all'ora che sulla porta del caffè io
aspettava una persona, per accompagnarla alle prove del ballo nuovo.
--Una persona?... Gran che, conte Achille! per un amico puoi lasciare
ch'essa ti tiri gli orecchi qualche volta!
--Ma non che mi graffii!
--Ah! ah! tu sei proprio ingattito di que' quattr'ossucci di
ballerina.
--Ehi! come parli?
--Va via: come non si sappia che le vai appresso da tre anni, e che
fai il geloso, come fosse una gran dama! E sì, che per entrarle in
grazia devi andar giù chino, e non contarli... Va pure, che con le tue
pretensioni, fai la bella figura!
--Non capisci niente: non sai che il mio è il gran genere?
--Sì, sì, fare anticamera ogni dì alla portaccia; dare il braccio alla
ragazza da una parte, alla mamma bavosa dall'altra; fare il lacchè al
carrozzone del peccato, quando riconduce a casa quell'olla di ninfe, e
stare col servitor bisunto sulla predella del legno?...
--Matto, matto! rispondeva il conte, sganasciando dalle risa. So bene
ch'è l'invidia che ti fa parlare. Ma via, non vado in collera: ora di'
su, di codesta meschina che ne facciamo?
--Vienmi dietro, ch'io vegga dove sta di casa; poi ti dirò il resto.
Già sai che ho miglior gusto di te; amo i fiori di primavera io, i bei
bottoni di rosa....
--Te lo credo, se vuoi: ma sartorelle e cuffiarette non sono più in
moda. A Parigi, è mercanzia per gli studenti e pei giovinotti di
provincia: ce n'è a nugoli di questa roba: io per me, quando ci fui,
non ne volli sapere.
--Che diavolo? ciascuno ha i suoi capricci; a te la scena, a me la
bottega: così saremo sempre amici. Ma senti questa, conte mio.... Non
sai che mio padre....
--Che c'è di nuovo? non vuol più pagare i tuoi debiti?
--Manco male, se fosse: e' ci sarebbe il rimedio; farne degli altri.
--È vero: che ha dunque il reo genitore?...
--Vuol darmi moglie.
--Vecchio pedante!... E la prendi?
--Che fare? finora non dissi nè _sì_, nè _no_: perchè, lo sai bene, i
vecchi voglion fare a modo loro; e mio padre, che fin qui mi tenne
allo stecchetto, con quelle idee antidiluviane d'ordine, d'economia e
di sistema, mi rovina, mi tira all'etisia. Un matrimonio mi potrebbe
tornar bene, sarei padrone del mio: d'altronde, il partito è
magnifico, una figlia di buona casa, non brutta a quel che mi dicono,
e duecentomila lire alla mano. Vedi, che c'è da pensarci sopra.
--Ah! ah! ah! Lodovico che becca moglie!... Bravo lui! stasera, al
caffè, vo' far ridere gli amici.
--Per amor del cielo! giurami che non ne dirai parola, o me la piglio
sul serio.
--Poveraccio! te la fanno, e ci caschi. Va là che non t'invidio: io
sono libero, indipendente, non ho chi mi faccia il moralista, e posso
dire che mi godo la vita. Ma già, capisco: finchè ci sono questi padri
benedetti....
--Che vuoi farci? Il mio mi vuol troppo bene, nè pensa di lasciarmi
così presto. Dovrei dunque aspettare fino a quarant'anni a far le cose
a modo mio, continuando intanto, come ogni misero figlio di famiglia,
colla mia magra mesata che mi basta appena pei sorbetti e pei guanti?
--Ti compatisco; ma doversi ingollar una moglie....
--Che importa? alla fine non ci metto gran pensiero: anzi, ti dirò in
confidenza che sto per far contento il vecchio.
--Come? come, signorino? Prendete moglie, e avete come prima il grillo
delle sartorelle e delle piccole crestaie?
--Non porto ancora la cavezza matrimoniale; e senza un po' di
consolazione come andar incontro ai giorni della disgrazia?
--Si vede che sei proprio un cattivo soggetto. Ma chi è la sposa?
--La figliuola maggiore del barone Alberto, una baronessina,
capisci.... ma, non si deve saperlo da nessuno ancora.
--Capisco: quanto alla sposa, non c'è male, non è il diavolo. Anzi,
t'impegno fin d'adesso che mi presenti a lei; e ti prometto io di
confortarla, intanto che tu correrai dietro alle sottane di percallo
rigato.
--Sì, matto, vedremo. Ma intanto, non far ch'io perda la traccia di
questa....
--Oh! noi siam buoni bracchi; e poi, è selvaggina che si lascia
smacchiar facilmente.
--È il mio genere, la mia passione!
--Buona riuscita!
Di questo sconcio dialogo poco venne all'orecchio dell'innocente
fanciulla; ma bastò per farla accorta del pericolo che correva, e
rivelarle in confuso il perchè quei due le tenessero dietro. Fino a
quel dì, nella pura anima sua, non era penetrato mai uno sgomento
somigliante a quello. A sedici anni, il pudore, quel primo gemito
della virtù tremante di sè medesima, non aveva commosso ancora il suo
cuore d'angiolo; bastarono poche parole di que' due giovinastri alla
moda a strappare il velo a' suoi pensieri intemerati. E doveva essere
appunto in quel dì d'una religiosa e tremenda ricordanza! Povera
Stella!
Nel primo suo terrore, le sopravenne l'idea di dire alla mamma che,
prima di tornare a casa, entrassero un momento in una bottega non
lontana, per cercarvi non so che lavoro. E glielo disse, sperando che
i due smarissero intanto la sua traccia o si stancassero di seguirla.
Ma, come la fanciulla non trovava quasi la voce per dir chiaro ciò che
dentro sentiva, la madre non le diè ascolto; le parve un capriccio,
perchè non s'era avvista ancora di cosa alcuna; e poi, stanca com'era,
non vedeva l'ora di trovarsi in casa. Alla Stella bisognò rassegnarsi;
ed entrarono nella loro porta.
I due signorini si fermarono, alternando ciarle e sogghigni, e
segnando a dito la Stella, intanto che colla madre saliva le scale.
Appunto in quella, Damiano venendo dall'opposta parte della via
s'abbattè faccia a faccia ne' due giovani; i quali, strettasi la mano
e accennando del capo alla fanciulla, pareva facessero in quel momento
una scommessa fra loro.
D'un lampo egli indovinò; e, svoltando nel portone, urtò di proposito,
nel passare, uno de' due galanti ch'erano sulla soglia. Il signor
Lodovico, chè l'urtato era lui, si volse pieno di maraviglia e d'ira,
e:--Che fai, villano? gridò.
--E tu, rispose il giovine piantandosegli dinanzi: e tu, che cosa vuoi
qui?
--Oh bello! oh bello! esclamò il contino Achille.
--Tira dritto, esclamò il cavalier Lodovico, o te la insegno io!...
Ma il giovine, smorto in viso, l'afferrò per un braccio, e con voce
tremante ma cupa:--Quelle due donne, dissegli, sono mia madre e mia
sorella; e se qui ti trovo un'altra volta, guai a te!...
Così detto, lo guardò bene, poi salì prestamente dietro sua madre.
--È matto colui! diceva il contino.
--Matto e insolente: il compagno seguiva. Gli credi tu? sarà un asino
d'artigiano che fa all'amore con la fanciulla, e crede mettermi paura.
Me ne rido io; anzi, adesso mi ci provo di gusto; la è un'avventura
che stuzzica l'amor proprio. Oh! vogliam vederla; e tu, caro conte, mi
terrai parola.
I due amici, dopo un'altra stretta di mano, si separarono. L'uno se
n'andò fra le quinte del teatro, di cui gli schiudevano i penetrali il
suo patrizio nome e l'amicizia coll'impresario, ad ammirare la bella
figliuola dell'aria, com'egli soleva poeticamente chiamar la
ballerina. L'altro passò a fare una visita di cerimonia alla nobile
donzella, che doveva essere, di lì a poco tempo, sua sposa.
Capitolo Decimoterzo
Se non t'incresca, o lettore, di scendere e salire per le anguste
scale de' poveri, di entrar nelle nude soffitte; se ti conforti il
vedere i sacrificj della virtù non conosciuta, e l'impeto dell'anime
oneste e generose; seguiamo i passi di Damiano, che, al far del
giorno, se ne va alacre e contento allo studio del pittore Costanzo.
Ma per quale segreta aspettazione tornavano a Damiano quella gioja,
quell'ardore di vita e di volontà che da gran tempo più non sentiva?
Pochi dì innanzi, non era vivere il suo, ma agitarsi in cupi e
riluttanti pensieri; gli uomini, le cose che lo circondavano, erangli
cagione d'ira o di tristezza; pensava ch'era solo, negletto, incerto
del dove andare, stanco, oppresso dalla povertà da cui credeva
impossibile di poter sollevare la famiglia sua. Ma ora, il mond
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