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Lucifero

by Mario Rapisardi · Italian · Gutenberg #22641 · 415,724 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Lucifero
    
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Title: Lucifero

Author: Mario Rapisardi


        
Release date: September 16, 2007 [eBook #22641]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/22641

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe, http://dp.rastko.net. (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LUCIFERO ***




Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe,
http://dp.rastko.net. (This file was produced from images
generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense
- Milano)







  LUCIFERO

  POEMA

  DI

  MARIO RAPISARDI.




  MILANO,

  LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA.
  Corso Vittorio Emanuele, 26.

  1877.



  PROPRIETÀ LETTERARIA.




  _Coi tipi di G. Bernardoni._




I

ARGOMENTO.

Silenzio di Dio.--I suoi ministri imprecano.--Gli uomini ridono.
Lucifero s'incarna.--Proposizione del poema, ed apostrofe ai
critici.--Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini
alle finali battaglie del pensiero.--S'incontra in Prometeo, che cerca
da prima dissuaderlo dall'impresa, ch'egli crede inutile e disperata;
commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare
la sua storia.--L'Eroe si dispone al racconto.


    Dio tacea da gran tempo. Ai consueti
    Balli moveano in ciel gli astri, e con dura
    Infallibile norma albe ed occasi
    Il monotono Sol dava a la terra.
    Reddían le nevi a biancheggiar le spalle
    Del tremante dicembre; april venia
    Col suo manto di fiori; arida e stanca
    Movea la bionda està giù da' falciati
    Campi a cercar le vive onde marine;
    E, coronato il crin d'edra e di poma,
    Scendea l'autunno a ruzzar vispo e snello
    Fra l'accolte alpigiane, e pigiar l'uve
    Nei colmi fianchi dei capaci tini.
    Tutto seguía così l'alte, immutate
    Leggi de la Natura, e nullo in terra
    Creato obietto, o in ciel, l'arduo sentiva
    Strano silenzio del mai visto Iddio.
      Abbandonati e solitarî intanto
    Giacean per le infrequenti aule divine
    I marmorei Celesti; e per le fredde
    Vòlte il sacerdotal canto e la prece
    Qual vano si perdea grido, che inalza
    Da la rupe solinga il cacciatore,
    Se mira dileguar giù ne la valle
    Tra 'l sonante canneto il salvo augello.
    Da fiero gel, da sacro orror comprese
    Fur l'alme vostre allor, pallidi e negri
    Zelatori de l'are; e quando ai vani
    Scrigni balzar vedeste arido e magro
    L'obolo di san Pietro, e oziose e tristi
    Tornar dal mondo, qual gregge digiuno,
    Le scornate Indulgenze, orridamente
    Su le madide tempie alto rizzârsi,
    Come ad istrice, i crini, ed agitato
    Tre volte e quattro tentennò il tricorno
    Su la sacra tonsura. Un grido, un urlo
    Cupo s'alzò dai congiurati petti:
    --La fede muore! O Dio, fulmina e sperdi
    Gl'increduli mortali!--
                            Alcun non arse
    A la prece crudel fulmine in terra;
    E i mortali rideano.
                        Udì quel riso
    Lucifero, e balzò. Sedeangli intorno
    Il silenzio e la morte; oscure e fredde
    Strisciavan su la sua fronte immortale
    Strane larve di sfingi e di chimere,
    Ed ei, solo com'era, in mezzo a tanta
    Morte la luce e l'armonia sentiva.
    --Qui in eterno starò? Favola indegna
    Senz'opra e senz'amore, io, che del cielo
    Per istinto d'amor spregiai la vita?
    No, si torni a la terra! Un nuovo io sento
    Spirto d'amor, che mi discorre il petto:
    Santo auspicio è l'amor. L'ultima prova
    Tentiam; l'ora è propizia: assai già sono
    Su la terra i miei fidi; uom fatto anch'io
    Amerò, soffrirò; correrò il breve
    Travaglioso cammin d'un uom mortale,
    E, redento da l'opre e da l'amore,
    Recherò a l'uom salute e morte a Dio.--
      Così l'Eroe parlava, e i circostanti
    Baratri tenebrosi si agitavano,
    Come per improvviso urto di vento
    Il sen cupo del mar. L'ali di gufo,
    Il piè forcuto e la bovina fronte
    Mutò d'un tratto il favoloso iddio;
    E dai lombi gagliardi e da le spalle
    Le fuliggini tèrse e la stillante
    Cispa dagli occhi affumigati ed orbi,
    Tutt'uomo apparve, e radïò dal volto
    La superba beltà d'un dio mortale.
    Tramutato così, dal piceo trono
    Balzò d'un tratto; il guardo mosse in giro.
    Ed esclamò:--L'infernal regno è sciolto;
    Il mio regno è la terra!--
                               Ecco il subietto
    Del canto mio. Classico o no, ne affido
    L'occulto senso a voi, vergin consesso
    D'oculati Aristarchi. A voi diè Giove
    La diva Arte in governo e i mal concessi
    Talami de le Muse; e se agl'incerti
    Occhi vostri si niega il delicato
    De le Grazie sorriso e la suave
    De le sacre fanciulle ispiratrici
    Candida voluttà, dolce vi sia
    Star su la soglia a noverar gli ardenti
    Amplessi e i baci insazïati, ond'hanno
    Suon di celesti melodie le chiuse.
    Odorate cortine, ed immortale
    Vita in terra gli eletti: in simil guisa
    Sta su la porta dei gelosi arèmi
    La fida turba dei scemati servi,
    Mentre il figlio d'Osmàn deliba il fiore
    De le belle Circasse. Alto e solenne
    Officio è il vostro, e non indarno io chiamo
    Il vostro nume auspice a me: voi soli
    Le riposte misure e voi sapete
    Le leggi e il rito, onde s'ottien l'impero
    De l'occulte bellezze, e qual più giova
    Tener modo e governo in sul tentato
    Mare de l'Arte, e quando ed in qual guisa
    Toccar si dee la tuba o la chitarra,
    E metter l'ali al dorso e dar di sproni
    Al Pegaso spumante, o nel tenace
    Fren moderarne a tempo i perigliosi
    Impeti giovanili, ed a che segno
    E con che industria è depredar concesso
    Del Meonio le carte, o del Tebano.
    Pèra colui, che al necessario giogo
    Prova sottrar la temeraria nuca,
    E va a ruzzar licenzïoso, come
    Selvatico puledro, per li campi
    De la sfrenata fantasia! L'immensa
    Ira vostra ei subisca, e tutto a un punto
    Perda il pazzo sudor, per cui tenea
    Seder primo in Parnasso. Armati ed irti
    D'alfabetiche cifre, unitamente
    Sorgete, e contro a lui, contro a lui solo
    Tutti dal sapïente arco scoccate
    I rettorici strali; onde il meschino,
    Travagliato da l'onta e dal rimorso,
    Egro ed insano a riparar s'affretti
    Fra le mura d'un chiostro. O, se più degno
    Sia di spregio che d'ira, alta, pesante
    Sul suo capo ostinato onda si aggrevi
    Di silenzio e d'oblio. Gelide e mute
    Gli sfileran dinanzi ad una ad una
    Le sdegnose gazzette; indifferenti
    Si chiuderan su la sua faccia smorta
    D'Acadèmo le sale; e allor che, stanco
    D'urlar strambotti contro al secol ladro,
    Povero e solo abbraccerà la morte,
    Non fia che le supreme ore gli allegri
    L'aureo rabesco d'un qual sia diploma.
    Saldo così su cardini d'acciaro
    Il tron vostro si gira, e vita e nome
    Dal cieco umano folleggiar traete.
    Tal ne l'algide stalle, in fra le zampe
    D'ardimentoso corridor, ritrova
    Cibo e sollazzo il piceo scarabèo;
    E, quando fra le storte ànche ghermisce
    Il picciol globo del dorato fimo,
    L'ali spiega da terra, e s'alza a sghembo
    A emular de l'audace aquila il volo.
      S'incarnò adunque il mio Demonio. In terra
    Sorrideva l'aprile; entro al suo petto
    Sorrideva l'amor. Sopra la cima
    Del Caucaso famoso, onde s'appella
    La giapetica stirpe, egli fu visto
    Venir come in un sogno, e star d'incontro
    A l'aurora nascente. Un invisibile
    Spirto, qual di canora aura, fremea
    Per le fibre del mondo, e più lucenti
    Dava al ciel gli astri ed a la terra i fiori:
    Gli dan nome d'amor l'anime accese
    Dei parlanti mortali; ed ei su tutte
    Anime impera, e solo e senza legge
    Il mar penetra e i monti e la selvaggia
    Cute degli olmi e il petto aspro del tigre,
    Chè spirto è desso, e qual raggio di sole
    Splende e s'agita in tutto, e l'alme e il tutto
    Con secreta armonia mesce e ritempra.
    Era per l'aria un fluttüar d'ardenti
    Atomi mobilissimi di luce,
    Una confusa, fluvïal fragranza
    Di sconosciuti balsami, e suave
    Musica di parole e di concenti
    Misterïosi. Un'irrequieta e nuova
    Delizïosa voluttà di sensi
    Vaganti per immenso ètera, come
    Rondini in cerca di lontani lidi,
    Una dolcezza non provata mai
    Di lagrime e di sogni, al primo arrivo,
    Sentì l'Eroe nel petto; e lo stupito.
    Sguardo volgendo per la vasta luce,
    Muto restò, di giovinetto a modo,
    Che raggiante di vita alfin ritrova
    La sognata beltà dei suoi vent'anni.
    Ma, poi che in lui l'alto stupor primiero
    Al fier proposto e a la ragion diè loco,
    L'incredul'occhio ai firmamenti spinse,
    --E, dove sei, sclamò, tu che presumi
    Regnar l'anime eterno? Alzati, e pugna!
    L'uman genio ti sfidai--
                            Il pugno strinse
    Superbamente, eresse il fronte, e stette
    Il fulmine aspettando, o la risposta.
    Tacito intanto dal soggetto mare
    S'apre l'indifferente occhio del sole
    Su le cose create, e si ridesta
    Giù per le valli intorno e la pianura
    Il lieto suon de le fatiche umane.
    --Sorgi, la terra è tua, proruppe allora
    L'inclito Pellegrin, sorgi, o gagliarda
    Possa de l'uomo! Assai d'ombre e di sogni
    Preda al mondo tu fosti; e dal terreno
    Pugno di fango, onde t'han detto uscito,
    Non ti redense ancor la tua cotanta
    Vita de l'alma audace e la sventura
    Tua perpetua compagna. E che ti valse
    Al par di te, trar da la creta i Numi,
    Se al cospetto dei freddi simulacri
    Dechinasti il ginocchio, e la superba
    Libertà del pensier serva fu fatta
    Di codarde paure? Or sorgi ed osa:
    Il tron del mondo è tuo; numi e fantasmi
    Son fuor de la Natura, e non ha vita
    Tutto che il vol de la ragion trascende.
    A che tra larve ìnesorate e vane
    Cercare un che t'aggioghi e ti spauri,
    Se muta al cenno tuo trema e si prostra
    La possente Natura? Ama e combatti!
    L'opra de l'uomo è amor, vita è la guerra,
    Tuo regno è il mondo, e il solo iddio tu sei!--
      Tacque, e a l'ardito favellar commosse
    Tremâr l'aure d'intorno, e agitò i fianchi
    La titanica rupe. Era nel monte
    Negra, profonda, solitaria, intatta
    Da umane orme e dagli astri una spelonca
    Di bronchi irta e di sassi. Orrido intorno
    Le fan murmure i venti, e tra' selvaggi
    Fianchi, qual di commosse ali e di strida,
    Cupamente rintrona. Irati al verno
    Vi piomban da l'opposta erta i torrenti
    Scatenati dai ghiacci, e a balzi, a salti
    Mugulando spumeggiano; ma quando

    Giungono al vallo de l'orrenda uscita,
    Perde l'onda il nativo impeto, e pigra,
    Torba, pollente s'impaluda, e manda
    Pestiferi mïasmi a chi la spira.
    Quivi, al fin del suo dir, contenne i passi
    L'umanato Demonio, e con feroce
    Piglio di scherno a contemplar si stava
    L'orrido sito e il ciel. Da le profonde
    Viscere allor del cieco antro una voce
    Querula, lunga, dolorosa emerse
    Come suon di sospir. Porse l'orecchio,
    E s'appressò l'Eroe, quanto il permise
    L'angusto varco e la stagnante gora,
    Ed ascoltò:
               --Di che perigli in cerca,
    Misero! vai? Che stolta opra e che vano
    Talento è il tuo di proseguir l'impresa,
    Ch'io già per tempo incominciai, spregiando
    La tutta ira del ciel? Stolto! che tardi
    Son fatto accorto, e di Prometeo il nome
    Mal mi dieron le genti! E che non feci,
    Che non diss'io per questa al pianto nata
    Cara stirpe de l'uom? Cieca ed ignuda
    Giacea nel lezzo de l'error, sì come
    Belva cibando la caonia ghianda,
    E altra legge nel mondo, altro governo
    Non sapea che l'istinto: ad altri ignota
    E a sè stessa giacea, scherno e vergogna
    De le cose create, e le create
    Cose, ignara di tutto, iva mescendo
    Con fallace giudicio. Ahi! qual dei numi
    Qual mai n'ebbe pietà, se non ch'io solo
    Io sol più che a me stesso? E non cotanto
    Mi punse il cor la fulminata fronte
    Dei fratelli Titani, e non di sdegno
    Arsi così per l'usurpate sedi
    Del fuggiasco Saturno e pe' negletti
    Consigli miei, quanto d'affetto e d'ira
    Destommi in cor la tribolata sorte
    Degli umani infelici. Ardito e solo
    Contro a' Numi io mi stetti, e alzai la voce
    Contr'esso Giove, allor che ad uno ad uno
    Sprecava i doni al vegetale e al bruto,
    E a l'uom, misero tanto, altro conforto
    Non largía che il morir. Tutto ebbe allora
    L'uomo infelice il mio favor: sol io
    Gli svegliai l'intelletto; io di sapienti
    Arti e d'opre gentili e di gagliardi
    Ardimenti lo instrussi; io sotto al trono
    Gli aggiogai la Natura, e dio lo resi
    Non minor d'alcun altro. Ahi! qual mi venne
    Premio da ciò? Non che n'aver mercede,
    L'invida rabbia arsi di Giove, e degno
    Tenuto fui d'ogni più cruda ammenda
    Quasi reo di delitto. Or quinci ai nembi,
    Come vedi, io mi fiacco, e a le voraci
    Cagne del ciel fatto son cibo, e scherno
    E favola del mondo. E nè querela
    Movo di ciò; chè il querelar non giova
    A chi esente è di morte; e inesorata
    L'ira è dei Numi, e inesorato al pari
    L'orgoglio mio. Ma qual benigno frutto
    Colser giammai di mie fatiche tante,
    Del mio tanto soffrir le sconsolate
    Proli del mondo? Ahimè, che sórte appena
    Da la tenebra antica, a l'infinita
    Luce del Ver schiusero gli occhi, e poco
    Poco a lor parve ogni più grande acquisto;
    Tal che, tolte dal sonno, ai sogni in preda
    Diedersi tutte, e del saver la sete
    Arse in loro così l'alma e la vita,
    Che a precoce vecchiezza e ad immatura
    Morte fûr sacre e a maledir condutte
    L'alto mio dono e il sagrificio mio!--
    --Figlio di Temi, a lui rispose irato
    L'inclito Pellegrino, e che perigli
    Fantasticando vai? Nè vil fanciullo,
    Credi, io mi son, che si rivolta in fuga
    A la prima minaccia, o nauta imbelle,
    Che trema al più leggier spirto di vento,
    E si chiude nel porto. In questa eterna
    Rupe confitto, in verità, tu ignori
    Gli alti fati de l'uomo; e qual tu sei
    Carco di mal, di falsi mali agli altri
    Indovino ti fai! Lascia, deh! lascia
    Questi vani compianti, e oltre misura
    Non ti strugger di noi, se pur non t'hanno
    Tolto il senno davver le tue sciagure.
    Però sappi, e t'acqueta: opra gagliarda
    Tu cominciasti, ed io, se il ver discerno,
    La compirò. Non già il saver, t'accerta,
    Reso l'uomo ha quaggiù misero tanto,
    Ma la nemica a ogni saver, la cieca
    Credulità. Di false ombre e d'inganni
    Essa vive nel mondo, e si fa gioco
    De l'umana ragion; ma quest'azzurro
    Cielo e quest'aure e questi monti io giuro,
    Ch'ella è presso a morire, e arbitra in terra
    La ragion sederà; largo e securo
    Spiegherà il vol su' mal temuti errori
    Il redento intelletto; e allor che tutto
    Ciò che vuol, ciò che può senta e conosca,
    Questo ignaro di sè dio de la terra
    Pago fia di sè stesso, ed oltre il vero
    A cercar non andrà larve e paure!--
      Disse, e partía; ma lo rattenne un detto
    Del pazïente Prometèo:
                          --S'hai grande
    E pari, ei disse, agli alti accenti il core,
    Deh! non partir così, quando m'hai dèsto
    Tale un desío, che a lo sperar somiglia.
    Molto io soffersi e soffro, e assai maggiore
    Del mio soffrir fu la speranza, il tempo,
    Che co' fulmini suoi Giove sedea
    Sovra il trono d'Olimpo, e sul mio capo
    Rovesciava ogni mal. Crescea cogli anni
    E col disprezzo mio la sua paura
    E la sua crudeltà, però che immite
    Più chi regna divien quanto più trema,
    E dei fiacchi è virtù l'esser crudele.
    Solo di tutti io l'avvenir vedea
    Securamente, e de la sua caduta
    Presapeva il destin. Godi dei tuoi
    Vani, äerei rimbombi, io gli dicea,
    O spensierato usurpator del cielo;
    Tal da l'Inachia stirpe uno stupendo
    Mostro verrà, che spezzerà il tuo scettro
    Come fil non ritorto, e me da questi
    Ceppi redimerà; nè ti varranno,
    Credi, i fulmini allor, chè assai più salda
    Sarà del fulmin tuo la sua possanza.
    Forse Giove non cadde? Ahi! ma il secondo
    Dei vaticinii miei sperdeano i venti!
    Qui fra' ceppi io rimasi: ad un tiranno
    Tiranno altro successe, e meco avvinto
    Restò in preda agli affanni ogni uom mortale.
    Or che parli tu mai? Cadde a buon dritto
    E dopo assai di mali esperimento
    L'alta speranza mia; nè agevol cosa
    È il ridestarla, ed utile per certo
    Non mi saría, quando più tetro e fiero
    Sembra il dolor cui la speranza illuse.
    Pur, se grave non t'è l'esser pietoso
    A chi tanto per l'uom male sostenne,
    Al mio partito interrogar rispondi:
    Uom mortale sei tu? Qual t'assecura
    O responso, o destino, onde presumi
    Condurre a fin tant'onorata impresa?
    Non t'illude il voler, che dei più saggi
    Tal tiranno si fa, che par destino?
    Fidi in altri, o in te stesso? E se in te fidi,
    Tal possa hai tu, che al grande ardir s'adegue?
    E se fondi in altrui le tue speranze,
    Tanta han virtude ed armonia le genti,
    Che, fatto un brando sol d'un sol consiglio,
    Al trïonfo del ver movan secure?
    Qual che tu sii, svelati a me: qui sconto
    L'immortal vita inutilmente, e assai
    Tempo a soffrire e ad ascoltar m'avanza.--
    --Ben m'è lieve appagar, l'Eroe rispose,
    La discreta domanda. Uom saggio, in vero,
    Io non terrò chi lusingato e spinto
    Da una rosea speranza ad ardua impresa,
    Pria non libra sè stesso, e con sottile,
    Freddo giudicio non prevede, e scerne
    I possibili eventi; anzi dà mano
    Subita a l'opra, e ciecamente ai casi
    Gitta sè stesso e de l'impresa il fine.
    Or, perchè a tal tu non mi assembri, io tutte
    Ti dirò le mie cose e l'esser mio,
    Quando a colui che tanti uomini e tempi
    Vide, e al fato durò con alma invitta,
    Grato è ridir ciò che di gloria è degno.--
      Disse, e in cima a la rupe erma e selvaggia
    Pensieroso si assise. Alto a l'intorno
    Spazïava il silenzio, e in larghi giri
    Un'aquila le azzurre aure fendea.




CANTO SECONDO.

ARGOMENTO.

Incomincia la narrazione.--La Natura e il Pensiero.--Stato primitivo
degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i
Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.--La gran Lite.--La
guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei
Numi.--Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno
lo accoglie.--Un istinto di amore lo chiama sulla terra.--L'albero
della scienza.--La tentazione.--Percosso nuovamente da Dio, ripiomba
nell'inferno.--Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla
terra.--Cristo predica l'amore.--Gli uomini desiderosi del cielo
dimenticano la terra.--Lucifero ve li richiama, ed è malamente
calunniato.


    Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai
    Ceppo mortal, così l'Eroe riprese,
    Ma da natura, immortal germe, io nacqui
    Una a le cose, e da la luce ho il nome.
    Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto
    Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso,
    Torna più grato, e pregio doppio ha il vero.
    Però di studïose ombre e d'enimmi
    Non cingerò il mio dir, chè nè maestro
    Di misteri son io, nè a disdegnosa
    Anima, che a sdegnosa alma favelli,
    Dubbio o coverto il ragionar si addice.
    Nuovi non già, ma da la turba illusa
    Negletti veri io parlerò. Due sono
    Le virtù, che le cose hanno in governo:
    La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna
    Genitrice visibile è di tutto,
    La pesante materia ordina e muta
    Per suo proprio valor; l'altro la informa
    Di spirital possanza, e la solleva
    Ad ardui voli e a magisteri egregi.
    Ferrea, immota in sue leggi, una procede
    Lenta così, che par che giaccia: inalza
    Su le rovine, onde si allieta, il trono,
    E da l'arida morte una perenne
    Fonte di vita e di beltà deriva;
    Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende
    Tutte cose universe, in varia guisa,
    Con poter vario e con legge diversa
    Ogni via tenta, ogni regione esplora
    Mobilissimo sempre, e tutto aborre
    De la tarda materia il peso e il freno;
    E quando avvien, che di misteri e d'ombre
    L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto,
    La ragion de le cose occulta e serba,
    Ei libero discorre, e si ribella
    Ad imposte paure; apre e dischiava
    Terre, cieli ed abissi; argini atterra,
    Crea, muta, strugge, e a le domate forme
    Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime.
    Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita
    Abbian comune e necessaria, avversi
    Son per intimo ingegno; onde tu vedi,
    Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella
    Soccomber mostra; eppur son ambo invitti,
    Sono eterni ambidue, però che morte
    Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose
    Da cotanto agitare ordine e vita.
      Sparsi per gli antri, e fieramente soli
    Vivean gli uomini primi, e nulla amica
    Possa lor sorridea, tranne il Pensiero.
    Ispide pelli eran lor vesti, e rudi
    Selci lor armi e sol conquisto il foco.
    Da l'alte culle del fecondo Irano,
    Procedendo, spandeansi a mala pena
    Sui giapetici piani, e gl'inclementi
    Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve,
    A nuove lotte s'accingean. Muggía
    Dai britannici fiumi alto l'immane
    Caval de l'acque, a cui, pari a vorago,
    S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro
    L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli;
    Devastando correan l'irte spelèe,
    D'umane carni esploratrici, e fuori
    Dai frondosi dirupi a l'onde in riva
    Calavasi il deforme orso e il velloso
    Primigenio mammuto: oscura e pigra
    Mole di membra, a cui nemico è il sole;
    E tu, sovrano troglodita, astretto
    Dal fecondo bisogno, a miglior prova
    Sempre volgendo il multiforme ingegno,
    Armi e industrie trovasti; onde più lieve
    Ti fu il domar co'l lavorato renne
    Le nemiche falangi. Apron le nubi
    L'inesauste sorgenti, e senza freno
    Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono;
    Entro al diluvïal baratro immenso
    Spariscono le specie, in quel che, armato
    Di novella virtù, l'uom passa i mari
    Su la prima piròga, e, di recisi
    Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi,
    Fermo vi elegge e men selvaggio asilo.
    Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise
    Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno
    D'un che l'alma struggea dentro a l'amore,
    Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso,
    Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre
    Forme e il pensier nel duro selce espresse.
    Però, quand'ei con lungo studio al rito
    Del caro amor la sua fanciulla indusse,
    Docil vide obbedire ai suoi talenti
    Il tenace basalto; a l'agil fianco
    Brunite armi precinse, e il flessüoso
    Collo di lei, che gli gemea su'l petto,
    Incoronò d'inteste ambre e di baci.
      Or deggio dir, che, di regnar mal paga
    Sovra i campi natii, la curïosa
    Mente de l'uom s'insinüò nei cupi
    Visceri de la terra, e ai fiammeggianti
    Gnomi, che custodían l'ampie miniere,
    Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste
    Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe?
    Io benedico a voi, fiumi e torrenti,
    Che giù dai fianchi dei materni Uràli
    L'auree sabbie lucenti al pian recaste;
    Ma più a la paziente opra, che il lieve
    Stagno confuse e il risonante rame,
    Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro
    Abbracciamento mineral divelti,
    S'arresero i metalli a l'uom tenace.
    O pensiero immortal de l'uom che muore,
    Te da prima io conobbi, e quinci unito
    S'intrecciò a' fati umani il mio destino.
    Bruco, che il corpo infermo, a mala pena,
    Per intima virtù svolge dal primo
    Involucro, e, a la dolce aere credendo,
    Crisalide novella, il picciol volo,
    Co' fior de' campi il suo color confonde,
    Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica
    Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco,
    E cammina, cammina, e a nullo iddio
    Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine.
    Ultimo forse e più perfetto anello
    De la catena universale, ei tutto
    Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana
    Mutabil cosa e de la terra è il vero.
    Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase
    Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte
    Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno!
    Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso,
    Fluttuar de' creati esseri il mesto
    Figlio de l'uom, che riprodotta e viva
    Non pur vedea nei circostanti oggetti
    Tanta lite incompresa e tanto affanno,
    Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta
    L'esistenza sua poca iva ammirando
    Un perpetuo agitar d'odio e d'amore.
    Di fantastici mostri e di chimere
    Popolò quinci il mar, l'aria, la terra,
    Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra
    Vide e un mistero, o una maggior possanza,
    Là piegò la cervice e pose un Dio.
    Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo
    E tiranno de l'uom, da cui soltanto
    Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari.
    Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto
    Spazïar l'insegnato etere, or chiuso
    Tra' fulmini precipitar su l'ale
    Dei rotanti uragani, or sovra al dorso
    Dei cavalli del mar correre i flutti
    E sfrenar l'onde a battagliar coi venti;
    O ver come immortal fremito immenso
    Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo
    Degli avari terreni, e al vigilato
    Solco apparir fra le compiute ariste.
    Però quel che Dio fu, quale ancor vive,
    E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto
    Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino,
    O prospero, o maligno, arbitro è solo.
      Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero
    Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse
    E le cose universe, il fronte oppose
    Con indomito orgoglio, e una selvaggia
    Voce di libertà gittògli incontro,
    Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta
    Prepossanza di Dio tenne equilibre
    Con perenne agitar? Fu la feconda
    Lite, che il mar de l'essere commove
    Con assiduo flagello, e dai cozzanti
    Corpi la luce e l'armonia deriva.
    Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto
    Padre di servitù, per fiero istinto,
    Rubellossi da prima; essa al feroce
    Andropòfago Iddio scosse la reggia
    Vigilata dai fulmini; e dal fiero
    Cozzo con lui tanta favilla emerse,
    Che, mutata dagli anni in fiamma viva,
    Tutto divorerà dei numi il regno.
    O d'ogni libertà fonte primeva,
    Madre d'inclite pugne, io ti saluto!
    Tu co'l moto la vita, e co'l solenne
    Fra le cose de l'alma egregio attrito
    Luce dèsti e saper negli intelletti
    E co'l saper la libertà, sublime
    Pianta, che sol dov'è coltura alligna.
    Te da la terra solitaria i saggi
    Primamente avvisâr; te, spiratrice
    Di terrigeni mostri a Dio rubelli,
    Raffiguraro e coltivâr le genti,
    E or fosti Isi nomata, or Bahavàni,
    Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco,
    Or discordia infinita, e, se paura
    Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli,
    O fur da sacerdoti empî travolte,
    Nome avesti d'errore e di menzogna
    Tu, che ad onor del vero e de la luce
    I misteri del cielo agiti e sperdi.
    Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali
    Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi.
    Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli
    Troni d'Olimpo, il nèttare libando
    D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna,
    Fra le dapi fumanti e le vezzose
    Fanciulle che tesseangli inni e carole,
    Cura de l'uom gli penetrava il petto.
    Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti
    Dal comando di lei, che Lite ha nome,
    Quanti mai da la terra erano usciti
    Terribili Titani, a cui la forza
    Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire;
    E avventando ciascun li suoi cinquanta
    Capi feroci e le altrettante braccia
    Contro ai regni di Giove, orribilmente
    Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo.
    Arse d'ira il tiranno, e forza a forza
    Oppose, e vinse. Da le attinte altezze
    Precipitâr gl'intrepidi gagliardi
    Un dopo l'altro fulminati, e monti
    Ed isole parean, che in un selvaggio
    Moto la terra, o il mar vorace inghiotte.
    Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo
    Di cotanta caduta, o sopra a tutti
    Sventurato Titano? Eran pur folli
    D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga
    Maggior virtù, dove più grande e saldo
    Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto
    A pugnar contro a tutti e a vincer basti.
    Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza
    Di giganti trïonfa, o adamantina
    Spada conquide, e solo a la modesta
    Continua punta del pensier soggiace.
    Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse
    Furor d'atre procelle, a poco a poco,
    Morsa dal flutto che le geme intorno,
    Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi,
    E il flutto assiduo del pensier li rode.
    Così Giove fu vinto, e in simil guisa
    Vinto sarà chi gli successe. Or odi
    Quel ch'io feci e farò. Da una malnata
    Bordaglia rea, che da natura in dono
    Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede,
    Ièova ne venne, un implacato iddio,
    A cui fulmine è il guardo e tuon la voce.
    Solitario e funesto egli incombea
    Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto
    Dei tremanti mortali, e gran sepolcro
    Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo,
    Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi.
    Io nel cielo era ancor, bello di tutti
    Radïamenti. Era sorriso e luce,
    Fragranze ed armonie del ciel la vita,
    E, cullati in un mar d'ozii e di fiori,
    Si tenean tutti e si dicean beati.
    Sol'io, spirito inquieto, indifferente
    A quell'aprile, a quel banchetto eterno,
    Sentía dentro a l'altera anima un vôto
    Misterïoso, un mar senza confine,
    Come una solitudine infinita
    D'intorno a me, dentro di me: se avessi
    Conosciuto l'amor, forse in cor mio
    Ravvisato l'avrei sin da quel giorno.
    Poco mi parve il ciel, misera vita
    L'eternità. Di strane opre, di voli,
    Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie
    Tal m'invase un desío, che sfere ed astri
    Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia
    D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra
    Del mio stesso pensiere, o una diversa
    Immagine con me nata, e divisa
    Fatalmente da me. Dove mai, dove,
    Sospiroso io dicea, trovar ti posso,
    O disïata e necessaria parte
    De l'esser mio? Per entro a l'immortale
    Anima mia tutto il mortal sentiva.
    Infelice mi tenni. A Dio nel fronte
    Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai:
    Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi
    Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero,
    Io replicai, l'eterno vero; io voglio
    Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela!
    Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi,
    Nè pugnai già: sentía ch'era più grande
    De lo sdegno di Dio la mia caduta.
    Quale allor degli antichi astri mi accolse?
    Nessun fuor che la terra, e de la terra
    Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta
    Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio.
    Bollía sotto ai miei passi un fragoroso
    Mar di liquide fiamme; in gran tenzone
    Mugghiando si rompeano onde contr'onde;
    Ma più cocenti assai dentro al mio petto
    Combattendo bollían dubbî e speranze;
    Salde e ferree correan sovra il mio capo
    Di granito le vòlte, e assai più saldo
    Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque,
    Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
    Una voce incompresa: ama e cammina!
    Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce
    De la terra cercai; chi avria potuto
    Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea
    Fulminato, non vinto. È là, un occulto
    Pensier diceami, è là sovra la terra
    Il tuo destin, là di tue prove il campo,
    Là fra tanto agitar d'odî è l'amore,
    Là fra tanto morir la vita alberga!
    Mi trasformai la prima volta: ignoto
    Corsi la terra, e al caro sole in vista
    L'uom, la natura e l'esser mio compresi.
    L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono
    A piè dei suoi creati idoli il vidi
    Vaneggiar paventoso, e legar tutta
    L'anima ardita a un inconcusso altare
    M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante
    A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo
    De la terra sorgea l'egregia pianta
    D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico
    Del veggente saper, che i tenebrosi
    Spirti rischiara, le ruggía d'intorno
    Con feroce divieto; onde alcun mai
    Coglier non osi ed assaggiarne il frutto.
    Fu allor che con sottile arte la mente
    Degli uomini tentai: simile a Dio
    Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto;
    E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa
    Brama, un'ardente, inestinguibil sete
    Di saver, d'indagar l'ombre, che folte
    Gli addensava d'intorno il Dio nemico,
    Morse gli uomini tutti; e qual più viva
    Sentì in cor la mia voce e il poter mio,
    E per vie non segnate oltre si spinse
    Al confin de la pavida ignoranza,
    E interrogò con l'intelletto audace
    Le piante e gli animai, la terra e gli astri,
    Quei di mago ebbe nome e di ribelle.
    Piombò quinci su'l capo ai maledetti
    Figli di Cam la collera di Dio,
    E assai d'essi perîr, non la pugnace
    Virtù, che a l'uom pria la Natura infuse,
    Ed io, sin da quel dì, sveglio e raccendo.
    D'orgogliose speranze io mi pascea
    Secretamente, ed oltre un mar d'affanni
    Prevedea su la terra il mio trïonfo;
    Ma fulminato dal geloso Iddio
    Nuovamente io piombai nei tenebrosi
    Baratri de la terra, ove il superbo
    Sdegno del petto e il mio dolor nascosi.
    Ivi scendea talor qualche gagliardo
    Intelletto di sofo o di poeta,
    A cui fu colpa il propagar le nuove
    Apocalissi del pensier mortale.
    Rïardea la speranza entro al mio petto
    Co'l suo venir, però che per ciascuna
    Stella, che al fronte di Sofia s'accende,
    De la Fede su'l crin spegnesi un sole.
      Così durai gran tempo, e non già pago
    De l'esser mio: sempre a me innanzi, ovunque
    Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
    Una voce incompresa: ama e cammina!
    Ritornai su la terra. Un mansüeto,
    Che de l'iroso Iddio credeasi il figlio,
    Predicava l'amor. Debole e solo
    Egli parea, ma tutta era con esso
    L'umanità. Stetti pensoso e muto
    Ad ascoltarlo, e mi obliai. Senz'armi
    Egli pugnò; vinse morendo: cadde
    Giove dal ciel, Roma dal mondo, e il mondo
    E il ciel fu suo. Sperai, dubbiai; ma il giorno
    Che tutte dopo a lui volgersi al cielo,
    Per cercarlo, vid'io l'anime umane,
    E su la terra derelitta e mesta,
    Come in carcere vil, gemer la vita;
    No, vittoria non è, gridai da l'imo
    Petto, e furente mi scagliai per quanta
    Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia;
    No, vittoria non è questa, che il tempo,
    L'opra, il pensier, l'uomo e la vita uccide;
    Amor questo non è, ch'entro a una fatua
    Luce di ciel nuota ozïando, e il tergo
    Cheto soppone a qual che sia flagello!
    Braccio e pensier, moto e conflitto è amore;
    Campo d'opre comuni e di travagli,
    Non èremo la terra; uom, che nel pianto
    Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta,
    Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo!
    Tremâr le infeminite anime al grido
    Del mio potere; e Dio, fatto più forte
    De l'umano terror, me per la mano
    Del suo fido Michel di ceppi avvinse,
    E percosso e ferito indi nei cupi
    Baratri m'inchiodò; stolto! e si tenne
    Securamente vincitor. Dai ceppi,
    Dagli abissi io balzai, giovine eterno,
    E mutando me stesso in mille guise
    Ebbi regno nel mondo. Una venale
    Turba di sacerdoti a cui nel nome
    Abusato del Cristo, agevol cosa
    Era il far degli altari empio mercato,
    Me d'ogni colpa allor, me d'ogni affanno
    Degli uomini imputò; strani sembianti
    Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso
    D'ogni umana salute e d'ogni amore
    Il mio nome suonò; ma in faccia a questo
    Dolor tuo sacro e in faccia al mondo io giuro:
    Mi fu iniqua la fama! Orrido, immoto
    Su l'umane coscienze s'assidea
    L'infallibile Domma: un paventoso
    Mostro senz'occhi e tutto plumbeo il corpo,
    Che il mortale Pensier di ferri avvinto
    Squarcia con le feroci unghie, e sen ciba.
    Suo regno è l'ombra, sua virtù gl'inganni;
    L'ignoranza dei popoli il suo scudo,
    Ed armi sue l'anátema e la scure.
    Contro ad esso io pugnai: sinistra e maga
    Cosa per lui la sitibonda brama
    D'ogni saper; frutto vietato il vero,
    Colpa il voler, la libertà delitto,
    E allora, oh! allor, superbamente il dico,
    Menzogna, error, colpa e delitto io fui!--




CANTO TERZO.

ARGOMENTO.

Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad
Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui
viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo
scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.--La rivoluzione,
filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.--Leone X e
Lutero.--Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la
rivoluzione prende l'aspetto politico.--Tirannide monarchica e
republicana: la libertà sta nel centro.--Rivoluzioni d'Inghilterra,
d'America, di Francia.--Il canto della guigliottina.--Fecondità delle
rovine.--Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle
quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.--Finita così la
narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la
sua venuta.


    Sopra la terra imperversava intanto
    Un uragan di popoli. Sul vecchio
    Tronco latin spirò l'aura del norte,
    E il rinverdì; fra le disfatte genti
    S'insinuò un gagliardo alito, un fremito
    Di selvatica possa. A quella forma
    Che al ritorno d'april, sotto al fecondo
    Bacio del Sol, freme la terra, e il cieco
    Germe, che in grembo custodì dal fiero
    Morso de' ghiacci, a l'aurea luce esprime;
    Tal serpea de l'uman genere in petto
    Una nuova virtù, che a la secreta
    Aura del mio pensiere apríasi il varco.
    Ed Ario sorse, e tutte avea d'intorno
    Le germaniche stirpi.--Oh! splenda un lume
    Di verità su queste genti; un riso
    Di libertà su le coscenze umane;
    Sia concesso il pensier!--Questo ai pastori
    Del buon Cristo ei chiedea, là, su la soglia
    Del Niceno consesso, ove a congiura
    Tratti il cenno li avea d'un parricida.
    Siccome folla di mendici, a cui
    Cadan rotte le vesti e manchi il pane,
    Tali sul freddo limitar premeansi
    Mute, ansïose del giudizio, ai fianchi
    D'Ario le genti. Alzâr le braccia i sacri
    Del Cristo alunni, e su la fronte ardita
    Del Cirenèo fulminâr tutta a un'ora
    L'umanità. Sfida fu questa, a cui
    Ostinata e mortal guerra successe.
    Quinci la Fede della plebe: un'orba
    Maga, che l'ignoranti anime impera,
    E d'error vive ed a le stragi istíga;
    Quindi colei, che luminosa incede
    Fra tutti affanni, e di Scïenza ha nome:
    Di severi intelletti arbitra e diva,
    Sperimentando, essa li guida in loco
    Dove scevro di nubi il Ver fiammeggia;
    Gli eterni de le cose atomi indaga,
    L'essenze esplora, e a la cagion lontana
    La varia prole degli effetti annoda.
    Chi potría tutti annoverar di questa
    Universa battaglia i campi e l'armi,
    Gli eroi, gli studî, i vincitori, i vinti?
    Sol taluno dirò. Di precursori
    Italia è madre, e tre corone ha in fronte:
    Regnò co'l brando e con le leggi in pria;
    Poi, vinta i polsi e strazïata il petto,
    Co'l pensiero regnò. Gemean le menti
    Sotto al flagel d'una loquace, astuta
    Sfinge bifronte, che, di Cristo a un tempo
    E d'un Saggio, che patria ebbe Stagira,
    Usurpando il poter doppio e gli aspetti,
    Mutava con sottile arte in oscura
    Fede il saper, la cattedra in altare.
    Povera fra le genti iva e digiuna
    D'ogni culto Sofía, nè pria fu lieta
    Di fermo ospizio e d'onorate offerte,
    Che s'avvenne in Telesio. Il venerando
    Vecchio sedea pensosamente a l'ombra
    De le selve native; e, pari al raggio
    Novo del Sol, che tra le fronde e i rami
    Scendea sereno a ricercargli il fronte,
    Un arduo gli splendea dentro al pensiero
    Giovanissimo spirto. A l'aura, al guardo
    Riconobbe la santa esule, e incontro,
    Sorridendo e tremando e con aperte
    Braccia le córse. Una parola ardita
    Quinci udiron le serve itale menti;
    Impallidì l'orrida Sfinge; il duro
    Giogo fu scosso; e da quell'aureo giorno
    La casetta del sofo ara divenne.
      Qual da le dilicate ántere aperte
    Manda l'amante fiore al fior lontano
    Il pòlline fecondo, e messaggero
    Del casto bacio è il zeffiro d'aprile:
    Tale il novo pensier, creduto a un novo
    Magistero di cifre, inclite imprese
    Maturò fra le ardenti anime; e il vanto
    Fu tuo per vero, o egregia arte, per cui
    Da metallici tipi impresso, e in mille
    Guise prodotto, agil discorre e vola
    Il mortale pensier, visibil fatto.
    Possa tu sei, che ogni confine, opposto
    Fra gente e gente, indomita conquidi;
    Fulmine sei, che la funesta e scura
    Tirannia de l'error sfolgori e sperdi;
    Luce sei tu, per che dovunque e in tutte
    L'alme il sorriso d'ogni ver si svela,
    Tu, nel commercio de l'idee, le sparse
    Genti accomuni; in facile amistanza
    Leghi i vivi agli estinti, e in guisa annodi
    L'uno a l'altro pensier, l'ieri al domani,
    Che la specie de l'uom, devota a morte,
    Un sol gigante ed immortal diviene.
      Ma qual de l'onda avvien, che d'uno in altro
    Vase versata, altra figura assume,
    Così, da la contesa alpe ad estranei
    Climi varcando il pensier novo, in nova
    Forma e in campo diverso e con altr'armi
    Contro a un cieco poter sorse, e proruppe.
      Trafficata, qual vil merce, passava
    Da un giogo a l'altro la saturnia terra;
    E i suoi figli rideano. Un rubicondo
    Pastore e re, che di Leone il nome,
    Ma l'alma avea d'un animal di Circe,
    Banchettava su l'are, e il ciel vendea.
    Venne un giorno d'oltralpe un battagliero
    Frate sul Tebro. Gli bollía nel petto
    Il sassonico sangue, e calda al pari
    Del suo sangue la fede.--Oh! ch'io nel vivo
    Fonte, dicea, de l'evangel di Cristo
    Quest'anima disseti!--Io, ch'era presso,
    Per man lo presi, e lo condussi in loco
    Ove il sir de l'umane alme gioíva
    Fra una ciurma di servi, a cui sul crine
    Sedea per celia un ramoscel d'alloro,
    Una burla su'l labbro, e sol ne l'epa
    La libertà. Del buon Leone intorno
    Tripudïando oscenamente ignude
    Ivan muse e madonne; ed ei, nuotante
    Come in un mar di placida quïete,
    Sonnecchiava e ridea, mentre, seduta
    Sui suoi ginocchi, con la man lasciva
    Stazzonando il venía lubricamente
    Del Bibbiena una putta, ed esso il Cristo,
    In abito or di scalco, or di poeta,
    Compartía, strambottando in buon latino,
    Cibi a le pance e a l'anime indulgenze.
    Su la spalla battei de lo stupíto
    Solitario, e gli dissi: Ecco il vangelo!
    Arse in cor d'ira e di vergogna in volto
    Il generoso, e a le natíe contrade
    Disdegnando volò. Folti a' suo' fianchi
    Si stringeano i fedeli al suo ritorno,
    Dimandando di lui, che il ciel dispensa;
    Ed ei tuonò:--Colui, che il ciel dispensa,
    L'are insozza, il ciel vende, e Dio svergogna!--
    Disse, e dal petto fremebondo il sacro
    Abito svelse, e si lanciò nel mondo
    Come guerrier contro a nemico armato.
      Ululâr contro a lui, contro al pensiero,
    Contro a la vita, contro al ciel, gl'ingordi
    Lupi di Trento; sibilâr gli obliqui
    Rettili del Loiola, e dentro ai petti
    S'insinüando, avvinghiâr l'alme; un freddo
    Lento velen vi sparsero, sperando
    Che sepolta nel sonno, o nel terrore,
    L'umana volontà tutta si spenga.
    Fu un sepolcro la terra. Un'ara e un trono
    Soli sovr'esso; e tutto occhi e sospetti
    Sovra entrambi il Loiola: Iddio discese
    Umilmente dal cielo; e, perchè alcuna
    De le pecore sue non si smarrisse,
    Al comando di lui prese il coltello,
    E con celestïal garbo l'immerse
    Ne la gola di mille. Un mar di sangue
    Coprì la terra; il divo manigoldo
    Tornò al ciel, carezzò l'insanguinata
    Barba, e pago dal suo trono sorrise
    Come al settimo giorno. Io nel fumante
    Sangue mi astersi, e fulminai la voce.
    Pugnâr vivi ed estinti, e nuova intorno
    Pullulò da la strage onda di vita.
      Gemina possa, è libertà: risveglia
    Le menti in pria, poi discatena i polsi.
    Uom, che servo ha il pensier, la destra ha inerme;
    Spada non ha chi i suoi diritti ignora.
    Ricca d'affanni e d'ogni mal contesta
    Egli è certo la vita; e pur qual turpe
    Cosa è nel mondo, che al servir s'agguagli?
    E qual di tutte è servitù più infesta
    Che servir, non volente, al ferreo cenno
    D'assoluto signor? Popol che geme
    Fra' ceppi, e sente del suo mal vergogna,
    Per metà è schiavo, e qual gode e s'oblía
    Schiavo è due volte, e d'ogni ingiuria è degno.
    Dinanzi a re, che il suo piacer fa legge,
    E a nessun mai de l'opre sue risponde,
    Leggi non son, nè cittadini: ai sommi
    Gradi i pessimi esalta; il buon deprime;
    L'altrui sostanze impunemente invade;
    Grandi e piccoli offende; il sangue sparge;
    L'onor calpesta: è tutto insomma ei solo.
    Nè giustizia miglior, nè più felice
    Stato è, per me, dove la plebe impera.
    Idra ingorda è la plebe, e per ciascuna
    Testa ha due bocche: a divorar la prima,
    A morder l'altra e a maledir dischiusa.
    Vile in servire, in comandar superba,
    Cieca in ambo gli stati, iniqua sempre.
    Miglior però d'ogni governo io tengo
    Quel che al centro risiede, e da ogni estremo
    Con eguale poter si tien diviso.
    Quinci l'empia Licenza, a cui gradito
    Cibo è la strage cittadina, e quindi
    La Tirannide astuta; ed esso in mezzo
    Sta, come ròcca, e per vegliante cura
    Campa a un'ora dal male e al ben provvede.
    Da l'estrano temuto, e riverito
    Al par da' suoi, de la sua gente i dritti
    Custodisce e difende, e, pur lasciando
    A l'oprare d'ognun libero il campo,
    Argine solo il dritto altrui gli oppone.
    Così liberi tutti e tutti a un tempo
    Servi sono a la Legge; e per diversa
    Via, con varia fortuna e vario ingegno
    Egual fine ha ciascuno: il ben di tutti.
    Questo però, qual ch'abbia forma e nome,
    Libero stato io sovra gli altri estimo.
      Nè pensar già che il buon desío m'accechi,
    Se dir m'udrai, che a tanto inclito obietto
    Ogni gente del mondo ormai si appressi.
    Al novo grido del pensier ribelle
    Tremâr con l'are i troni, e giù dai troni
    Precipitâr scettri purpurei e teste
    Coronate di re. Surse su'l nudo
    Scoglio Albïone, e su'l riverso giogo,
    Il suo tiranno a giudicar, piantosse.
    E giudicò. Splendea nitida e bella,
    Qual s'addice ad un re, sovra il tuo collo,
    O Stüardo, la scure; e fredda, muta
    Come il pensìer del rigido Cronvello,
    Cadde, e libò con voluttà plebea
    Il regio sangue di tue regie vene.
    Rotolò ne la polve il tuo parlante
    Capo, e le voci balbettate a pena
    Da le labbra morenti entrâr nel petto
    D'ogni re de la terra, a cui mutato
    Sembrò il regno in abisso, in palco il trono.
      Surse anch'ella e ruggì d'oltre l'Atlante
    L'americana Libertà, che troppo
    Sentì al collo pesar l'anglico giogo;
    E tu primo ne udisti il grido orrendo,
    Redentor Vasintóno, a cui la spada
    Sfolgoratrice d'assoluti imperi
    Essa prima affidò. Scornata e vinta
    L'altera Anglia soggiacque; e non le valse
    Fulminar Franchi orgogli e antenne Ibere,
    Nè gli oceani domar, nè invitta e ferma
    Durar su la contesa arce di Calpe,
    Quando te non domò, te di nemici
    Vincitore non pur, ma di te stesso.
    Libertà allor sul grande istmo si assise
    Vittorïosa, e ne le immense braccia
    Ad un patto d'amor le genti accolse.
    Sedea fra tanto una cortese e imbelle
    Sovra il trono di Francia ombra di re.
    Quinci un cortèo di pallide e lascive
    Fantasme, e inciprïate ombre e superbi
    Scheletri incappellati e rugginose
    Armi vuote, che si tenean diritte,
    Come fosser guerrieri; e quindi un vasto
    Tumultüoso brulicar di vivi.
    Il Re dicea: Stiam fermi, io son lo Stato!
    Ed il popolo: Avanti, eguali tutti!
    Diceva il Re: Pieghiam la fronte a Cristo;
    E la plebe: Nè re, nè dio vogliamo:
    Cristo è il passato, e l'avvenir siam noi!
    E il magnifico Re, non per paura,
    Ma perchè ardea d'amor pe' suoi soggetti,
    Titubò, tentennò, si rassettò
    Co'l mignolo sottil certi indiscreti
    Ricci, che gli sfuggían da la parrucca,
    E gridando: sto fermo, un gradin scese.
    Fe' un sogghigno la plebe, e disse: È poco.
    Ed il Re scese ancora. Ancor non basta!
    Gridò la plebe; e il Re: M'abbasso troppo;
    Allor pari sarem!--Meglio per tutti;
    Se non ami con noi viver nel fango
    Un palco t'alzerem d'oro e di gemme;
    Vieni, scendi e vedrai!--Scese; e la plebe
    Urlò un plauso di gioia, e, sì com'era
    Nana, minuta, sbrindellata e scarna,
    Diessi a ballonzolar bizzarramente
    Tutta in giro al buon re.
                             --Balliam, balliamo:

      La nostra gioia, il viver nostro è un'ora:
    L'uccel venne a la rete, il pesce a l'amo.
    Da l'una a l'altr'aurora,
    Balliam, balliam, balliamo.

      Balla con noi, buon re: noi non siam prenci,
    Non vestiamo, gli è ver, porpora ed ostro,
    Ma fatto è il manto tuo coi nostri cenci,
    E tinto te l'abbiam co'l sangue nostro.

      Balla con noi, buon re: vigile ognora
    Tu pensavi al tuo popolo diletto:
    E il popol tuo vegliava e veglia ancora
    Per comporti a sue spese un cataletto.

      Balla con noi, buon re; balliam, balliamo;
    Facciam cambio di doni, oggi ch'è festa:
    Noi la vita e l'onor dato t'abbiamo,
    E tu, buono qual sei, dànne la testa!--

      Era questo il baccar di quel tremendo
    Popolo di pigmei. L'un l'altro, a un segno,
    S'aggruppâro, si unîr, si fuser tutti
    Come liquido bronzo, e una trifronte
    Furia formâr così gagliarda e fiera,
    Che immoto stette a contemplarla il mondo.
    Ella si scosse, e dietro a lei sparirono
    I secoli; diè un grido, e tremâr quanti
    Popoli e re. Tutto sia nuovo, disse,
    E fulminò: tempi, memorie, cose,
    Troni ed altari, uomini e dii. La terra
    Corse in tre passi; e a le rovine in cima,
    Fra un oceano di sangue eretto un trono,
    Lieta, guardando a l'avvenir, si assise.
    Come allor, che dai campi aridi e brulli
    Piomba co'l verno una tempesta, orrendo
    Romba il tuon, fischia il vento, a larghe falde
    Piove olimpo; i torrenti alzansi in fiumi,
    I fiumi in mar; crollan capanne e case,
    E ti par tutto, ove che il guardo giri,
    Un sepolcro di torbe acque la terra;
    Tal passò quell'Erìne; e, a quella forma
    Che, a le fiamme del Sol, bevendo i campi
    L'abbondevole umor, pullula intorno
    Fuor del morbido limo ogni diversa
    Vegetal vita, e variopinto e bello
    D'erbe intesto e di fior spiega il suo manto;
    Così da le rovine alte e dal sangue
    Germinâr cose e idee, ch'arbori or fatte,
    Dan riparo a le genti e frutti al mondo.
      Questi, ch'io noto con parlar fugace,
    Inclito Prometèo, son, tra' maggiori
    Fatti, per cui l'uman genere avanza,
    I maggiori e più illustri; e d'essi al raggio
    La speme del mio cor s'accende e cresce.
    Me più volte cacciò nei tenebrosi
    Baratri il Dio, che al suo fatale è presso,
    Ma invitto sempre ad altre prove io sorsi,
    E a l'estrema mi accingo, or che cotanto
    Spazia nel Ver de l'uman genio il volo.
    Però ti piaccia udir, come appuntando
    L'uomo industre e tenace il vario ingegno
    Or d'Iside nel grembo, or di sè stesso,
    Utili veri a la sua vita invenne.
    Qual dirò prima o poi? Correa su' ciechi
    Flutti il nocchiero, e nulla al dubbio corso
    Guida costante gli reggea la prora,
    Fuor che l'Orsa malfida e il vario sole.
    Mal securo ei fuggía gli alti, e la riva
    Con vigile tenendo occhio, il nemico
    Nembo tremava, che rapìagli il cielo.
    Ma poi che la virtù primo conobbe
    Del commisto magnete, il qual, sospinto
    Da un istinto d'amor, volgesi al polo,
    Un sottil, ben temprato ago ne trasse;
    Mobilmente il librò sovra a un diritto
    Fil d'intrepido ottone; entro una cava
    Ciotola il custodì tutta di puro
    Rame, e, co'l guardo al ben costrutto ordigno,
    Diede a l'agile prua certo il governo.
    Così per mari inesplorati, in traccia
    D'un pensier, che parea sogno e deliro,
    T'affidavi, o Colombo; e intenta e certa,
    Più de la punta del sottil congegno,
    Ch'oltre ai nembi scorgea l'artiche nevi,
    Lungi, lungi, oltre ai mari, oltre al confine,
    Dove il cielo si univa al mar crudele,
    Tutto un mondo vedea la tua pupilla.
      Esplorata così questa rotante
    Sfera, che intorno al Sol l'anno misura
    Più vasto al genio umano aere s'apría.
    Crescean genti e città; crescean con elle,
    Madri d'opere eccelse e d'aurea prole,
    Le varie stirpi de' bisogni industri,
    E d'un vol più veloce e più securo
    Ogni gente, ogni cor l'uopo sentiva.
      Qual parría del vapor più debil cosa?
    Atro figlio de l'acqua e del selvaggio
    Foco, di tutto genitor, si leva
    Turbinando per l'aria, e l'aria offende
    Di fosco, umido vel, sin che del tutto
    Si discioglie e si sperde. Eppur, se in cupo
    Spazio tu ardisci imprigionarlo, e al cielo,
    Ch'ei desía, non gli assenti adito alcuno,
    Cozzar tosto l'udrai contro ai pareti
    In terribile guisa, e sì con fiero
    Talento e con tal vivo urto li assale,
    Che, fosse anche d'acciar la sua prigione,
    Indomito la spezza; i perigliosi
    Frantumi in alto, in cento versi avventa,
    E con tuono improvviso all'aria esplode.
    Di tal fiero poter con mente audace
    L'uman genio si valse; accortamente
    Il compose, il costrinse in ben attati
    Cilindri, che dischiuso abbiano un varco;
    Diè modo e verso al repentino istinto,
    Che a dilatarsi e cercar l'aria il porta,
    E di guisa il domò, che or dentro a immoti
    Dedaleï congegni urge, ed immani
    Suste ad un cenno e ferrei magli elèva,
    Ruote stridule aggira, e, a tutto intorno
    Propagando con vario ordine il moto,
    Porge all'uom mille braccia, a l'arti il volo;
    Or, d'un agile pino occulto in grembo,
    Via lo spinge su' flutti, al nembo, a' venti,
    Senza remi, nè vela; ond'esso, in forma
    D'agile carro, sui voraci abissi
    Rapidissimo scorre, e lidi e genti
    In utili amistanze obliga e aduna.
    Nè il mar vince soltanto; anche la terra
    Con nuovo magistero a lui soggiace.
    Varcar vedi per lui, quanto è distesa
    Da l'igneo Sâra al gelido Trïone,
    Tal fulmineo congegno, che animato
    Mostro il diresti: un ferreo ed infernale
    Pègaso dai fiammanti occhi, che orrendo
    Fuma, fischia, ansa, sbuffa, alita, e crassi
    Fiati or da l'alto or giù dal ventre avventa;
    Ed ecco, or per campagne umili e valli
    Correr mugghiante e serpeggiar lo miri,
    O lungo i fianchi d'un aëreo monte
    Divincolando trascinar l'immane
    Corpo; or sui fiumi sorvolar, traendo
    Fuor dai pensili ponti alto fragore;
    O la riva del mar tremulo al giorno
    Radere, o dentro a tetri anditi a un tratto
    Cacciarsi, e poi, lontan che il vedi appena,
    Sbucar, lieto fischiando, a l'aure amiche.
      Di tante meraviglie a l'uom stromento
    È il domato vapore. Or quelle ascolta,
    Ch'opra il vigor del fulminante elettro.
    O che chiuso ei si assieda, o che trascorra,
    Tutto egli abita e muove: il ciel sublime
    Turba e schiara a sua posta, or con sovrana
    Possa adunando, or dispergendo i nembi;
    La terra investe, agita i petti, e i germi
    Scalda e svolge ne l'una, e dentro agli altri
    L'estro del ricco immaginar produce.
    Le piante, gli animai, l'ambre, i cristalli,
    L'irto pel, l'aurea seta, il fil sottile,
    Tutto, qual serpeggiante anima, invade,
    Per ogni cosa si conduce, e, come
    Odio avesse ed amor, le simiglianti
    Cose respinge, e le diverse attira;
    Altre muta, altre scambia, altre dissolve.
    Di questa forza onnipossente, occulta
    Entro al sen de le cose e di sè stesso,
    L'uom si avvisò meravigliando; e poi
    Che al vulgare stupor, che inerte ammira,
    L'acuto esame operator successe,
    L'ignea virtù, la doppia indole, i fatti
    Ne investigò, ne misurò; gli azzurri
    Dardi, per via di ben composti ingegni,
    Costringendo, ne accrebbe, e di tal guisa
    Al suo nume obbligò l'etereo foco,
    Che il fulmine del ciel, già paventosa
    Arma di Dio, terror de l'uomo e morte,
    De l'umano pensier schiavo s'è fatto.
    Affascinato da la tenue punta
    D'un magnetico stil, che su dai colmi
    Aërei tetti a vertice s'inalza,
    Giù da le nubi rovinar tu il mira
    Con fragore innocente, e sotto al cenno
    Del tranquillo mortal cercar gli abissi.
    Qui di doppio metal sorger tu vedi
    Piccioletta colonna, a cui di pila
    Dà nome il mondo. Di frequenti, alterne
    Piastrelle, altre d'argento, altre di zinco,
    Fra cui, molle di salsa onda, si spiega
    L'indocile a l'elettro olida lana,
    Con modesto artificio essa è costrutta.
    Dentro ai vari elementi, in questa forma
    Sovrapposti e congiunti, in un momento
    Per innata virtù svolgesi e guizza
    L'elettrica corrente; ai poli avversi
    S'urta inqueta, s'aduna, e quindi e quinci
    Svanirebbe per l'aria inutilmente,
    Se ai due lati non fosse un magistero
    Di metallici stami, in cui bentosto
    La fulgurea scintilla entra, e propagasi
    Precipite, e, fidata al tenue filo
    Che ronzante a l'immenso aere si stende,
    E i lidi estremi ed ogni gente unisce,
    Fende il ciel, passa i campi, il mar penètra
    Qual dèmone; e non pur segni e parole,
    Fidi messaggi del pensier, produce,
    Ma, stupendo a veder, le desïate
    Di chi lungi è da noi care sembianze
    Fedelmente ritratte a noi presenta.
      Ma a che produrre il favellar? Che detto
    Sarà che il vol de l'uman genio adegue?
    Dirò, com'ei, con piccioletto ordigno
    Le alate ore del dì segna e divide?
    E l'elastica e grave aria, che preme
    Su le suddite cose, e il caldo e il gielo
    Con ingegno sottil pesi e misuri?
    O come, armato la pupilla inferma
    Di veggenti cristalli, al ciel li appunta
    Con alto ardir, gli astri gelosi esplora,
    E, penetrando un oceán di fiamme,
    Strappa ai templi del Sol gli ardui misteri?
    La terra, il mar, l'aria sonante, il cielo,
    Tutto ha l'orma di lui, tutto gli cede
    Riverente il governo. Un sol, sol uno
    Maligno error nei regni suoi si ostina,
    E quell'uno cadrà. Più forte io sento
    Favellarmi l'amor; già di mortali
    Forme il fantasma del cor mio si veste;
    Ecco, il sento; ecco, il vedo. Oh! se a cotanto
    Volo, per tanta via, per tanti affanni
    L'uomo mortal contro a l'error si eresse,
    Credi, non pur possibile e secura,
    Ma vicina, imminente, agevol cosa
    È la morte del Nume e il mio trïonfo!--
    Disse, e giù per la china aspra e romita
    Concitato avvïossi. Alto un saluto
    Suonò l'antro profondo, e a lui d'intorno
    Strana e gagliarda un'armonia si desta:
      Ei viene, egli s'avanza;
    Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;
    Non firmamenti, o báratri,
    Ma le tende de l'uom son la sua stanza.
      Sorgete a lui d'intorno,
    O sepolti ne l'ira; e voi, che fate
    Traffico di terreni odî, dal vostro
    Usurpato soggiorno
    Levatevi! Tremate
    Da la cortina dei venduti altari,
    Voi, che potenti di menzogne, il foco
    Del dissidio apprendete; e al reo costume
    De le plebi insensate
    Esca porgete, ed affilate acciari.
    Raggio non ha di lume
    La mente vostra, e non ha tetto o loco
    Per voi la terra, abbenchè vasta. O fieri
    Mastri d'insidie, o neri
    Viventi covi di serpenti, o mostri
    D'error pasciuti e d'uman sangue ingordi,
    Ministri d'ira, apostoli d'errore,
    A terra alfin; costui che viene è Amore!
      Ei viene, egli s'avanza;
    Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;
    Non firmamenti, o báratri,
    Ma le tende de l'uom son la sua stanza!
      O derelitti e miseri
    Figli devoti a povertà, reietti
    Da splendidi banchetti,
    Servi cenciosi a la spezzata gleba,
    Che fertile e ridente,
    Il molle ozio nutrìca
    Di fastosa Ignoranza;
    A voi dura e nemica
    Madrigna, invidiosa
    Pur d'un vil tozzo bruno
    Che pugna duramente
    Con l'affilato dente
    Pria che sfami il plebeo fianco digiuno;
    Schiavi, in piè, tutti in piè; quanti pur siete
    Da le arene di Libia a la restía
    Cuba, asilo di schiavi, e qual pur sia
    Sotto al flagello de l'assiduo sole,
    Crudo signore anch'esso,
    Il color vostro e il crin. Schiavi, in piè tutti!
    Parla cotal parola
    Costui che vien, per cui,
    De l'opre e degli affanni
    Santificati a la feconda scola,
    L'alma e la destra amica
    Di provvida fatica,
    Porger potranno tutti
    De la finor vietata arbore ai frutti!

      Ei viene, egli si avanza;
    Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi!
    Non firmamenti, o báratri
    Ma le tende de l'uom son la sua stanza.
      Voi, che in abietto e vile
    Ozio distesi, il turpe viver molle
    Annoverate dal fuggir de l'ore,
    Schiavi imbelli del core
    Vostro e d'altrui, larve patrizie, all'opra!
    Tal giudice v'è sopra,
    Che a nulla mai quanto a l'oprar perdona.
    Nè del ceruleo sangue
    Vi gioverà l'inclita stilla, o il caro
    Peso di scrigno avaro,
    Solo a capricci di lussuria aperto;
    Nè, meno ignobil merto,
    Le illustri opre dei padri: egro ed imbelle
    Nipote da gagliardi avi discende,
    Qual da la salma d'un illustre antico
    Discende il vil lombrìco.
    Industre ed ingegnosa
    Gente, ai travagli del pensiero avvezza
    Come ad opra di man, combatte ed osa
    Assidua ed animosa,
    Ed a mezzo il cammin mai non assonna.
    Da le vulgari ed ime
    Sedi s'inalza a mal contesa altezza,
    E, rampogna sublime
    Cui l'ozio ingombra e l'ignoranza opprime,
    Sa ciò che vale, e di sè stessa è donna!
      Tal suonava d'intorno al Pellegrino
    Meravigliosa un'armonia, fra tanto
    Che, incoronato di superba luce,
    Sul superbo suo capo il Sol splendea.




CANTO QUARTO.

ARGOMENTO.

Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti
luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla
morte.--Descrizione di Tempe.--Le bagnanti sorprese.--Il palazzo
incantato e la fanciulla misteriosa.--Lucifero arriva; ascolta il canto
di Ebe, e le domanda ospitalità.--Accenna in brevi tratti all'esser suo
e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.


    Concitato così le spalle tòrse
    A la scitica rupe, e dentro al petto,
    Siccome vena di sboccanti lave,
    Giovane e forte gli bollía la vita.
    Solo e pensoso ei va, come solinga
    Per gli spazî del ciel tacita nube,
    Nè gli cal se la bianca alba gli rida,
    Nè se il Sol lo saetti, o lo ravvolga
    L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo;
    Perocchè diva è la sua tempra, e nulla
    Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto.
    Solo e pensoso ei va: monti e dirupi
    E foreste e deserti indifferente
    Lasciasi a tergo, e par nave, che muta
    Solchi le tenebrose onde sospinta
    Da prosperi aquiloni. Il flutto varca
    De lo spumante, ingiurïoso Arasse;
    Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama
    Le Amazzoni omicide; le spelonche
    Orride mira e le ferrate valli
    Dei Cálibi feroci; e dei cotanti
    Popolati di fiabe incliti lochi
    O si scorda, o non cura, o ver sorride.
    Ma di te si sovvenne, in su la sponda
    Del propontide stretto, Ero infelice;
    E il mar querulo ancor di tanto lutto
    Ricercando con gli occhi e le nascenti
    Per l'azzurro del ciel candide stelle:
    --Ecco il talamo vostro, ecco le faci
    Del vostro imene, o giovanetti, ei disse:
    Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno
    Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno
    Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo
    Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli,
    Due fior la vita, ed ogni cor due stelle!
    Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze;
    Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio
    Ed un sospiro; un talamo e una fossa;
    Un sogno e un sonno; un inno ed un addio!
    Oh! l'amore, oh! la morte!--
                                In tali avvolto
    Meste e leggiadre fantasie d'amore
    Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti
    Per tanto flutto verginali amplessi
    E la pronuba face e il fato estremo
    Invidïando al garzoncel d'Abido,
    Sentì quasi pietà d'esser sì solo.
      Mentre ei vaga così di terra in terra,
    E amor solo il comanda, ad altre piagge
    Volano i canti miei: su le ridenti
    Piagge di Tempe, asil di giovanette,
    Ninfe, amanti di rose e di garzoni.
      Come canestro di ben culti fiori,
    Nel tessalo giardin Tempe verdeggia,
    Tempe, amena contrada, a cui diêr grido,
    Quando Grecia fioría, Numi e poeti.
    Coronata di selva, entro ad opaca
    Valle per ben chiomati olmi canori
    E per canto d'augelli e suon di rivi,
    Tra Larissa e l'Egèo molle dechina,
    E, quai Titani, a lei stanno d'intorno
    Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri
    Gioghi di monti, da le cui pendici,
    Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe
    Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi,
    Quando più torve lo mordean l'Erinni,
    Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse
    S'addossavano ancor rocce su rocce
    Senza varco di uscita; e brulla e mesta
    Era la terra. Arse di rabbia il fero
    Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto
    Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti
    Gl'iperborei macigni; inorriditi
    Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro
    Al furente Almeníde. Amena e bella
    Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume
    In memoria del dio. Fra sempre verdi
    Gramigne e giunchi flessuösi e fiori
    Esso ha il lubrico letto, ed or si volve
    Querulo come rivo, or mugolante
    Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno
    Tra foltissimi vepri al Sol s'invola,
    Or limpido e sonante al ciel risplende
    Come lama d'argento, ed ai lavacri
    Il polveroso mandrïan conforta.
    Pingue così di spume e di tributi
    Scende superbo a fecondar la valle,
    E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno
    E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa,
    Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda
    E sdegnosa altresì; però che un tratto
    Su l'ampio dorso del Penèo galleggia
    Lieve e cheto com'olio, indi si parte
    Solissimo fra' giunchi, e vien per via
    Mordendo argini e siepi ed involando
    Iridati lapilli e tenui fiori,
    Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce
    Con allegro susurro il giovin flutto.
    Cercan la sua romita onda al merigge
    Sitibonde le capre, e tarde e stanche
    Giù da l'erta si calano le vacche
    Al tinnío de le pensili campane,
    Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso
    Il rubesto caprar zufola al vento.
      Venían furtive un dì sopra la riva
    Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe
    Le ritonde sembianze, e su l'eburnee
    Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza
    Degli estivi solstizî, e mezzo ignude
    Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli,
    Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti
    Palpitavan, celati entro ai cespugli,
    L'insidïosi giovanetti, e nulla
    Prendean cura di greggi, o di ritorno,
    O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito
    Fuor mai si spinse, e disïoso e folle
    Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda,
    Clamorose echeggiar sentivi intorno
    Femminee strida, ed agitate e rotte
    Suonar l'acque. Qua e là, scevre di velo,
    Fuggon le donzellette, e vesti e pepli
    Scambian confuse, e tremanti avviluppansi
    Ne le riverse tuniche, e pe'l lido
    Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono
    Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia,
    Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli
    Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi
    Rosee forme fuggenti, e scappan dardi
    Di voluttà. Riedon delusi intanto
    I giovincelli, e s'affollan sul piano
    Clamorosi, anelanti, ed un si loda
    Del proprio ardire, e ride e si fa gioco
    Del ritroso compagno; un leva a cielo
    La beltà de l'amica; altri fa mostra
    D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta
    Sorrisi e baci e occulte intelligenze
    Di vicini ritrovi; e va del caso
    Superbo ognun qual d'un primier trïonfo.
      Così a le danze ed ai trastulli amica
    Tempe fioriva un dì, quando nei bruni
    Letti del mar dormía cieco ed ignoto
    Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta
    Come vedova or siede; e s'anco aprile
    Va per uso a recar le sue ghirlande
    Su quell'orbe contrade, e van le stelle
    A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume,
    Ben puoi dire, che senso han tutte cose
    Di ricordi gentili, e son fedeli,
    Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori.
    Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse
    Ispide macchie al croceo Sol biancheggia
    Qualche muta capanna, ove, costretto
    Di scarse lane il macerato fianco,
    Numera i penitenti anni nel duolo
    Il romito calòcero, che nulla
    Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo
    Forse dar più non puote, offre al Signore.
      Sola, fra questi incolti èremi, in vetta
    D'un'aërea collina, a cui sorride
    Primo dagli orti il giovinetto sole,
    Una strana magion sorger tu miri
    Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente
    Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora
    Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia,
    Or circonfusa d'un'argentea luce
    A dolce meditar l'anime invita.
    Danza d'intorno a lei con grazïoso
    Florivolo tripudio il fresco Aprile,
    Che le penne del dorso e il facil volo
    Ivi gran tratto e volentieri oblía,
    Fin che non giunga a discacciarlo il verno.
    Sentono il suo fecondo alito i fiori,
    E su su da le intatte erbe, che tremolano
    Riscintillanti al candido mattino,
    Schiudon l'auree corolle, innamorate
    D'agili silfi; ed ei, per la diffusa
    Luce che lo circonda e le volanti
    Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia,
    E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi,
    L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro,
    A un concento d'amor tempra e concorda.
    Mira a la lunge il credulo romito,
    Come spera di Sol, fulger l'ostello,
    E suonar l'aure insolite armonie
    Stupefatto ode, ed incantevol mostro
    Di spiriti lo crede, asil di fate
    Suäditrici di lascivi amplessi.
    Pende un tratto con doppio animo, e quando
    Nel travolto pensier dèmoni e ninfe
    Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi
    Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori,
    Trepidante di là togliesi, e il foco
    Del vorace desio, che il cor gli afferra,
    Nel pensiero di Dio spegner presume.
    --Piombi il foco del ciel su l'empie mura,
    Quinci a notte passando, esclama il vecchio
    Merciaiolo di Sira; al maledetto
    Spirito che vi ha stanza aprasi il nero
    Regno di Belzebù!--Sporge le braccia
    Imprecando in tal guisa; e, borbottando
    Per l'erma notte altre più ree parole,
    Riattizza la pipa: in fosche e spesse
    Nugole fuor da le sonanti labbra
    Sbuca il putido fumo, e con sinistro
    Gorgoglío geme la tartarea canna.
    Ma di lui men feroce, in su la china
    De le valli fiorite, allor che intera
    Guarda l'estiva luna entro lo specchio
    De le chete fontane, e a le tranquille
    Brezze dei monti flettono la cima
    L'arsicce mèssi e i moribondi fiori,
    Men feroce di lui fermasi e guata
    Il giovinetto pastorel, che vide
    Un dì ne la pensosa ora dei vespri
    Vaga passar di sotto ai pergolati
    De l'aërea magione una bellissima
    Immagin di fanciulla, e non sa forse
    Il semplicetto mandrïan, se cosa
    Fosse di sogno, o di mortal figura
    Non fallace apparenza. Entro al pensiero
    Quella leggiadra visïon tuttora
    Vagolando gli nuota, a quella forma
    Che vediam ne la verde onda d'un lago
    D'un astro ignoto tremolar l'aspetto,
    E ne par forse innamorato e mesto
    Spirto, dannato ad abitar quell'acque.
    Sui disfatti scaglioni il giovinetto
    Appo il fonte si asside, e la stanchezza
    Dei lunghi giorni e la stagion cocente
    Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri
    Fra le vergini rose e le modeste
    Edere de le siepi, or tu gli reca
    Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora
    Derivar da la dolce arpa l'ignota
    Di quell'aureo palagio abitatrice,
    Ebe, il misterïoso astro di Tempe,
    Ebe, l'arcana visïon d'amore.
      Ella è colà: nei taciti giardini
    Pari a le stelle uscì; candida e sola,
    Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira
    Pei fioriti vïali, ecco, domanda
    Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo,
    Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto
    Ne la pensile rete ella distende
    Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura
    Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
    Spinge tra fronda e fronda il curïoso
    Raggio la luna, ed al tremar dei rami
    Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi.
    Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda
    Fate di danze, innamorati augelli:
    Bacio d'amor su quella fronte intatta
    Finor non si posò; pronube danze
    Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura,
    Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
    Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira
    L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa
    Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco
    S'apre a fatica a la materna luce;
    Onda, che parta il marinar co'l remo,
    Mormorando s'aduna, e corre al lido;
    Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura
    Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
    Or vedete, ella sorge; a la vocale
    Arpa dà piglio; sul foglioso, oscuro
    Sedil, tessuto di costanti bossi,
    Mollemente si adagia, e al fuggitivo
    Tremulo raggio de l'occidue stelle
    La mesta del suo cor voce confida:

            --Date a la terra i fiori,
          Date i coralli al mar;
          Ad ogni cor gli amori,
          Ad ogni dio l'altar.
          Abbia ogni nembo un'ìride,
          Ogni astro i suoi splendori;
          Date a la terra i fiori,
          Date i coralli al mar.

            Ma, rieda il verno o il maggio,
          Mesta e soletta io son;
          Muto è del cielo il raggio,
          Triste è de l'arpa il suon;
          Qual vana ala di zeffiro
          Passo nel mio vïaggio,
          E, rieda il verno o il maggio,
          Mesta e soletta io son.

            O immagini lucenti
          Di più felici dì,
          Sogni de l'arte ardenti,
          Il vostro april sfiorì;
          Invan chiedo le olimpiche
          Forme a le nuove genti,
          O immagini lucenti
          Di più felici dì.

            La giovinezza, il riso,
          Le grazie ed il piacer
          Fuggon tremanti al viso
          De l'inamabil Ver;
          Fuggon su l'ali rosee
          Del vago error conquiso
          La giovinezza, il riso,
          Le grazie ed il piacer.--

    Ella così cantò. Sul limitare
    Appresentossi un pellegrin. Dai muti
    Sottoposti sentieri, a stilla a stilla
    Bevuta avea la voluttà secreta
    Di quel suon, di quel canto, a par di fiore,
    Che le brine del cielo avido beve
    Ne le tiepide sere; e a forza tratto
    Ivi venía, per quel secreto istinto
    Che l'altera rivolge aquila al sole.
    --La Ragion sia con voi, grave e solenne
    Esclamò su la soglia; un pellegrino
    Chiede ospitalità.--
                        Lo sguardo eresse
    A lo strano saluto Ebe, e tremante,
    Attonita mirò quella bizzarra
    Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse
    Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero
    Gioco gli fan così su la persona
    Le acute ombre notturne e l'auree faci,
    Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva
    Apparenza di spirto, ivi per voce
    D'incantesimi tratto.
                         --O pellegrino,
    Così a dir prese con trepida voce
    L'inclita giovinetta; ove di cibo
    Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata
    Gente ed a case inospitali e dure
    Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo
    Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente
    Viene in tal guisa a visitar la terra.
    Però siedi e t'allegra; e mentre intorno
    Movan le ancelle ad imbandir le cene,
    E a sprimacciare e ricovrir di schiette
    Coltri le piume al tuo riposo amiche,
    Dir ti piaccia il tuo nome e le native
    Piagge ed i casi tuoi, però che al volto,
    A le fogge straniere e al portamento
    Uom venturoso e non vulgar ti estimo.--
    Egli sorrise e s'adagiò. Siccome
    Tenera foglia al susurrar del vento
    Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura
    Goda cullarsi e presentir l'onore
    Dei colmi bocci e del nettareo frutto,
    O che, del nembo aütunnal presaga,
    L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa
    Trepidava ne l'alma al novo aspetto
    De l'orgoglioso Pellegrino, e muta
    Pendea da lui, qual candido corimbo
    Che dal solingo muricciòl de l'orto,
    Quando zeffiro tace, immobil pende.
    Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero
    Ospite, e come può, cerca con gli occhi
    Disïosi tradir tutta in un punto
    La dolcezza improvvisa, onde si strugge
    Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto
    Nei grandi occhi di lei, con lenta voce
    Diè principio al suo dire:
                             --Ospite, ov'io
    Dar potessi la fede ai tanti miti,
    Di che memore è il loco, io di mortali
    Questo l'asil non crederei, ma antica
    Stanza di numi; ma nel cielo i numi
    Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo
    Regnator de la terra; ond'io con esso
    Primamente mi allegro, e son superbo
    D'esser con te. Pur molte fiate e molte
    Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi
    Raccontar la mia storia, e tu non senza
    Terror l'udresti, perocchè diverso
    Molto son io di quel che sembro, e fama
    E possanza ed impero ho anch'io nel mondo
    Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace
    Saper tanto di me, che altera cosa
    Il silenzio non sembri e folle il vanto,
    Brevemente dirò. Su l'immortale
    Cardine del Pensiero, inclito padre
    Di stupendi artificî, erto il mio trono
    S'alza come alpe, e nulla a me di fronte
    Nel creato universo altra si estolle
    Nemica forza emulatrice, tranne
    La gran larva di Dio. Fiero e superbo
    Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta
    Region dei cieli e la miglior presume
    Frenar sotto il suo scettro, e il radïante
    Popol degli astri e il dolce aere e la luce
    Al mio regno involar, ma questa bruna
    Picciola sfera, ove si affanna e preme
    Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde
    Alme al Vero devote e al culto mio
    Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno
    Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato,
    Darò, nè guari, e di mia man la morte!--
    --Tu bestemmî, stranier! raccapricciando
    Ebe esclamò; tremar mi fai!--
                                 Su'l labbro
    Pose ei l'indice in croce, e altero in atto
    Silenzio indisse, e proseguì:
                                 --Pugnammo
    Con diverse armi sempre, e spirò incerta
    L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso
    Firmamento del ciel, rigido, immoto
    L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco
    Fosse a la colpa del mestier divino,
    Sotto triplice larva il ciel governa.
    Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto
    Fan la ridda i pianeti, ed ei nè un solo
    Arrestarne potría; come insanita
    Tiade balza la terra a l'aër cieco,
    E l'etere si spande, e il mare ondeggia,
    E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto
    Lo spensierato iddio pasce le nari
    Del bruciaticcio di venali incensi,
    E a soffiar vuote bolle di sapone,
    Che a la luce del Sol gli sembran stelle,
    Sciupa l'eternità. Ferrei governi
    E immote norme ed assoluti imperi
    A l'incontro io dispregio, e avverso al fato
    E a la Natura sto; m'agito e vivo
    Fra le cose create, e son de l'alma
    La libertà. Stupido e fiero ei regna
    Immobilmente, ed or di püerili
    Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo
    Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui
    E d'anfibî ministri e d'evirate
    Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza
    Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno
    Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta,
    Di libere e gagliarde alme il difendo
    Liberamente. O amore, o affanno, o colpa
    Di scïenza e di luce, o istinto e vita
    Di verità, di libertà, se merto
    Altro non hai che la tortura e il rogo,
    Se altro nome non hai fuor che delitto,
    Ecco, a la terra io fermamente il grido:
    Altare è il rogo, ed il delitto è dio!--
      Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni
    Omeri scosse, e sollevò la faccia
    Con fantastico ardir. Pavida, incerta
    Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota
    Purpurea fiamma le scendea nel petto
    Agitandole il cor. Sorse a la fine
    Tacita; con gentile atto la destra
    Cortesemente al forestier profferse,
    E al cheto asil dei suoi verginei sogni
    Conturbata si volse. Ei con l'acceso
    Sguardo la cinse; com'etereo foco
    Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto
    D'eterno amor le fibre intime ardente,
    Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa!




CANTO QUINTO.

ARGOMENTO.

Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme
sensibili.--Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del
trionfo.--Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.--L'Acropoli
di Atene.--Voluttà d'amore fra le rovine.--L'Ombre di Socrate, di
Focione, di Codro.--Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno
all'Eroe, e lo beffeggia.--Onde questi, abbandonando la fanciulla nel
sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.


    Ma qual riposo mai, qual mai quïete
    Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta,
    Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete,
    Sì fiero caso a la tua vita appresta?
    Come fil di corallo entro a le chete
    Onde germoglia Amor ne l'alma mesta;
    Amor sen vien furtivo e taciturno,
    Sen viene al cor qual ladroncel notturno.

      Su le deserte, angoscïose piume
    Ella inquieta si volge, ella sospira;
    E, qual lieve farfalla intorno al lume,
    Amor non visto intorno a lei si aggira;
    Gira per l'aria, e com'è suo costume,
    Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira;
    E de lo strano Eroe le reca innante
    Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante.

      Ella il vede, ella il sente: ad una ad una
    Fan le audaci parole a lei ritorno,
    Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna
    Tornan le pecchie argute al lor soggiorno;
    Ed or le parla de la sua fortuna,
    Muto or la guarda, or le si asside intorno;
    Ed ella, a par di bianca aërea face,
    Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace.

      Sorse alfine; e de l'ombre impazïente
    Gli opposti vetri a le fresche aure aperse.
    Taceva anco la notte, e rade e lente
    Fuggían contro al mattin le stelle avverse;
    Un zeffiro gentil da l'orïente
    Le vaghe ali movea di brine asperse,
    E ad ogni fior de le ben culte aiuole
    Dolci olezzi traea, dolci parole.

      Diceva a l'aura il fiore:--Aura pietosa,
    Che mi porti le brine alme e vivaci,
    Deh! per poco su me l'ali riposa
    L'ali dolci così, così fugaci;
    Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa;
    Son mia vita ed amor solo i tuoi baci;
    Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo;
    Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!--

      --Sorgi, dicea con lamentevol grido
    Presso a la rosa il tenero usignolo;
    Quanto bella sei tu, tanto io son fido,
    Quanto lieta sei tu, tanto io son solo.
    Già il candido mattin sorge dal lido,
    E tu sorgi così dal tuo bocciòlo;
    Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio;
    Tu sei l'amore, e l'armonia son io.--

      Questo udía pe'l giardin la vereconda
    Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve,
    Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda,
    E un'Ombra vide, o di veder le parve;
    Stette, il respir contenne, e a la gioconda
    Luce de l'alba il Pellegrin le apparve;
    Mise ella un grido, e pallida divenne;
    Se non fuggì, fu Amor che la rattenne.

      --Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento,
    M'odi, pietà del mio destin ti tocchi:
    Io, che ai Numi recai guerra e spavento,
    Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi!
    Ogni raggio d'onor fia per me spento,
    Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi:
    In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto,
    La vita, il trono, la vittoria acquisto.

      Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita
    Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi
    Sempre in traccia di te corsa ho la vita,
    O eterna Idea, che umana forma or prendi;
    Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita,
    Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi;
    Or che t'aggiungo, e intero alfin son io,
    Son colmi i fati, ed il trionfo è mio.

      Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo,
    Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare:
    T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo,
    E immenso è l'amor mio siccome il mare:
    Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo,
    La beltà agli occhi, a la beltà un altare,
    Sola virtù di questa fragil salma,
    Luce de la pupilla, aria de l'alma!--

      Così dicendo, a l'odorato lembo
    De le vesti di lei dolce si appiglia;
    Ella pavida in atto, al vergin grembo
    Restringe i veli, e al suol figge le ciglia;
    E qual fussia gentil, che dopo il nembo
    Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia,
    Stillante di pudor la faccia bella,
    Senza il fronte levar, così favella:

      --Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese,
    Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto;
    Deh! chi mai la possente arte ti apprese
    Del suäve parlar, ch'apre ogni petto?
    Ben questi alberi muti e le scoscese
    Rupi verrían commossi a tanto affetto,
    E amor risponderían, d'amore istrutti,
    Le dure querce e gl'infecondi flutti.

      Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri
    Il fior di questa mia povera vita,
    Se le gioie del mondo e i giorni allegri
    Par ch'abbian del mio cor la via smarrita?
    Qui passan gli anni miei romiti e negri,
    E m'è la speme del morir gradita;
    Chè sol di là di quest'oscuro esiglio
    Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.--

      Tal parla, e in verginale atto la faccia
    Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro,
    E minacciar vorría, ma la minaccia
    Le muore su le labbra in un sospiro.
    Ebbro, anelante, con aperte braccia,
    --Ah! no, risponde il Pellegrin delíro,
    Tu, che sì bella e sì pietosa sei,
    Senza luce d'amor viver non dèi.

      No, non fia ver, che senz'amore al mondo
    Volga tua vita abbandonata e sola,
    Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo,
    Qual bianco giglio in solitaria aiuola:
    Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo,
    La forte ala d'amor penetra e vola,
    Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto,
    Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.

      Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore,
    Raggio di sole e manto irto di neve,
    Vol di farfalla e profumo di fiore,
    Tutto passa così rapido e lieve;
    Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore,
    E l'istante d'amor forse è il più breve;
    Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla,
    Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla.

      Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte,
    Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
    Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
    Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
    Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
    Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
    Come ad olmo consorte edera o vite
    L'alme unirem sovra a le bocche unite!--

      Disse, e acceso negli occhi e in atto strano
    Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse;
    E un'armonia suonò per l'aër vano,
    Ch'armonia parve, e baci erano forse.
    Sorto era il sole intanto, e dal sovrano
    Balzo a schiarar quelle due fronti accórse;
    E negli occhi de l'un, qual fior nel lago,
    Specchiar l'altra mirò la propria immago.

      V'è una pianta gentil, ch'alma e giuliva
    Di bei fiori non è, non è di foglie,
    Ma al tocco sol, come se fosse viva,
    Tutta in sè si restringe, e si raccoglie;
    Nome il volgo le dà di sensitiva,
    E senso di pudor certo essa accoglie,
    Chè tutto, che del Sol si scalda al raggio,
    Ha virtude d'amor, senso e linguaggio.

      Tal divien la fanciulla; e il ciel sereno
    Erra co'l guardo, e incerta pende, e geme;
    Ed agli urti del cor le ondeggia il seno,
    E il cor le fugge a la risposta insieme:
    --Stranier, caro stranier, per questa almeno
    Secreta ambascia, che m'affanna e preme,
    Deh! per questa ti prego alma soletta,
    L'onore, il pianto, i sogni miei rispetta.

      Deh! se fido è il tuo dir, se l'alma è fida,
    Se a l'audace voler tua possa è uguale,
    Fa' che scorra da' regni aurei de l'Ida,
    Nuova di giovinezza onda immortale;
    Fa' che amico a le Muse il Ver sorrida;
    Che men funesto a noi vibri il suo strale;
    Che a questa vecchia gente infastidita
    Riedan le Grazie a rifiorir la vita!

      E se tanto non puoi, dammi che a questa
    Terra, che non m'intende, alfin m'invole;
    Ch'io mi scevri da tanta orda molesta,
    Che sepolta nel ver l'anima vuole.
    Oh! ch'io torni dei miei sogni a la festa,
    Ch'io mi confonda in un raggio di sole,
    Ch'io naufraghi coi miei poveri numi
    In un mare di luce e di profumi!--

      --Oh! no, vieni, amor mio, vieni, ei rispose,
    Co'l Sol nascente e i rugiadosi fiori,
    E alle fole, che il mito aureo compose,
    I nostri involïam superbi cori:
    Il trono de l'amor son queste rose;
    Tutti son ne la vita i suoi splendori;
    È qui sovra la terra il ciel che agogni,
    Qui ne le braccia mie tutti i tuoi sogni!

      Vivi a la terra e a me: vivi al governo
    Di questo amor, che fiamma è del pensiero,
    Di questo universal giovane eterno,
    Ch'è lume sol fra l'intelletto e il vero;
    Egli ombra e luce, ei paradiso e inferno,
    Tempo ed eternità, verbo e mistero,
    Principio e fine del mortal cammino,
    Fede, legge, virtù, vita, destino.

      Vieni con me; per l'infinita via
    L'Ozio non poltre, e non sbadiglia Imene;
    L'opra e l'amor son la ricchezza mia,
    Mio cibo il ver, la libertà il mio bene:
    Aquila altera per l'aria natía
    Al Sol va incontro, e schiva è di catene;
    I nembi sfida, i turbini sovrasta,
    Libera muor; la libertà le basta.

      Noi liberi così, per vario corso,
    Correrem, cimbe audaci, il mar crudele,
    E il dio, che non indarno ha l'ali al dorso,
    De l'ali sue ne rifarà le vele.
    A lui, che sdegna, e sia pur d'oro il mòrso,
    Piega, o dolce fanciulla, il cor fedele;
    Chè, finchè l'occhio ha un guardo e l'alma un riso,
    Ei solo è il Dio, la terra è il paradiso!--

      Favellando così, giuso a la valle
    Avean, senza saper, già vòlti i passi,
    E incerti si seguían, qual due farfalle,
    Ch'erran lente sui fior, su l'erbe e i sassi;
    Ma quando s'avvisâr del vario calle
    De l'assòrta fanciulla i guardi lassi,
    Tremò, gelò, rieder volea, ma vinta
    Da l'angoscia al suol cadde, e parve estinta.

      Cadd'ella sì, ma non di fiori e d'erbe
    Guancial trovò sul molle suol proteso,
    Nè le miti verbene e le superbe
    Rose andâr liete del vergineo peso:
    Ben ei l'amante Pellegrin le acerbe
    Forme accoglie su'l petto ansio ed acceso,
    E gli spiriti erranti in su le chete
    Labbra le avviva, e geme, e le ripete:

      --Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte,
    Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
    Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
    Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
    Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
    Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
    Come ad olmo consorte edera o vite
    L'alme unirem sovra a le bocche unite.--

      Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro
    Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno;
    Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro;
    Splender mirò de la Ragione il regno;
    Vacillò de l'Error l'idolo impuro;
    Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno,
    E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa,
    Empio ognun trova, e a fulminar si appresta.

      Sconosciuta fra tanto a la ventura
    L'innamorata coppia oltre cammina,
    E or d'un côlto villaggio entran le mura,
    Or cercano la valle, or la collina;
    Posan or su la sponda, or ne l'oscura
    Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina:
    La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento
    Per essi: amor; l'eternità un momento.

      Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei
    Le nitide versâr perle dal crine,
    Fra il Saronico golfo e i flutti Egei
    Il sacro Attico suol videro alfine;
    E, i Bëozii varcati e i monti Onéi,
    Le Cecropie toccâr mura divine,
    Che avean, benchè or le copra oblio profondo,
    Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo.

      Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo
    L'urne riversa il vigile Cefiso,
    Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo
    Crescea corone un dì l'aureo narciso.
    Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo
    La pelasgica rupe appo l'Illiso,
    Or rupe incolta, ma d'illustre prove
    Già campo a la fatal figlia di Giove.

      Di pentelici marmi, in su la cima,
    L'inconcusso delúbro alto sorgea,
    E d'opre egregie e sagrificî opima
    Ivi ebbe l'ara la terribil dea:
    Fra l'argive falangi inclita e prima
    Sovente essa l'invitta asta scotea;
    E al lampo sol del venerando aspetto
    Venía prode ogni vil, rupe ogni petto.

      Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta,
    Temprate in Lemno a le celesti incudi,
    E libera de l'irto elmo l'augusta
    Fronte splendea fuor dei funesti ludi,
    Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta
    Spirava il riso di men ferrei studi;
    E a l'ombra del vocal delfico alloro
    Venían le Muse, e s'assidea fra loro.

      Tra i ruderi famosi e le dirute
    Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano;
    Pensieroso guardò l'are cadute
    E i fòri e del deserto ágora il piano
    E il monte del tremato Are e le mute
    Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano;
    E d'un dio su la testa infranta e nera
    Umor versò, che nettare non era.

      Sorge la notte; ei là, presso al Pecile,
    S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema
    Pende la luna, e sovra a la gentile
    Bionda testa di lei sorride e trema.
    Pensoso egli è più de l'usato stile;
    È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema;
    E nuotando le vanno incerte e scure
    Cento memorie in cor, cento paure.

      Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna
    Del sen le fa con le protese braccia;
    E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna
    De le stelle del cielo essa l'abbraccia.
    Velò la fronte ipocrita la luna,
    Chè tanta voluttà par che le spiaccia,
    Come vecchia pinzochera far suole
    Al caro suon di lubriche parole.

      Disse alfin la fanciulla:--Oh! se sapessi
    Che paure ho nel core! Ai giorni miei
    Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi,
    E amore e vita ed avvenir mi sei.
    Se un giorno abbandonar tu mi dovessi,
    Come rondin deserta io mi morrei,
    Io mi morrei così!--Tacque, e gli avvolse
    Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse.

      Poi riprendea piangendo:--Era fatale
    Quest'amor, più di te, più di me forte;
    Pria mi ridiede e poi mi bruciò l'ale,
    E infranse e ribadì le mie ritorte.
    Sento che tu non sei cosa mortale,
    Ma ne le braccia tue sento la morte;
    Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge,
    L'alma s'eterna, e il viver mio sen fugge.--

      Non risponde colui: torbido, immoto
    Per le tenebre lunghe il guardo intende;
    Chè un agitar di strane Ombre e un ignoto
    Di larve brulicar l'aria comprende:
    Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe 'l vuoto,
    E incerta su di lor la luna splende;
    E a lui d'intorno in apparenze strane
    Prendon fogge e sembianze e voci umane.

      Parla un'Ombra così:--Socrate fui,
    E tra' mortali un'altra volta io vegno,
    Chè contro a questi nebulosi e bui,
    Che mal di saggi han nome, arde il mio sdegno.
    Solo del vero io parlerò, di lui,
    Ch'unico iddio su la natura ha regno;
    E, perchè al fronte suo l'ombra sia tolta,
    Beverò la cicuta un'altra volta!--

      Sorge un'altr'Ombra, e dice:--Al vulgo iniquo,
    Che tanto omai del suo poter presume,
    Tal esempio darò, che da l'obliquo
    Calle il ritragga d'ogni rio costume;
    Chè ove manca a virtù l'ossequio antiquo,
    Splender non può di Libertade il lume;
    E ognun, che insorga al patrio onor rubello,
    Sappia ch'io vivo, e Focïon m'appello.--

      Sparve, e un'altra a dir prese:--O voi ch'eletti
    Foste in terra a portar le regie some,
    Al patrio ben primi volgete i petti,
    E le stranie falangi allor fien dóme.
    Codro son io; dei popoli soggetti
    Fui padre, e l'aureo serto ebbi a le chiome;
    Ma a salvar Grecia, inesorato e forte,
    Gittai quel serto, ed abbracciai la morte.--

      S'avanzarono altr'Ombre. A la fanciulla
    Su le stanche pupille il sonno scese,
    E sovr'esso a la terra arida e brulla
    Le strenue membra il Pellegrin distese.
    Gli aleggiò intorno un sopor dolce, e nulla
    Per lo pian solitario o vide o intese;
    Ma al dileguar de le notturne larve
    Novo prodigio in su 'l mattin gli apparve.

      Mostro ei mirò, che lungo e macilento
    Viengli incontro per tòrto aspro sentiere:
    Come punta di falce adunco ha il mento,
    D'asin le orecchie e il naso ha di sparviere;
    Tien l'ali a tergo, e le svolazza al vento,
    Intrecciate di scope ispide e nere;
    Gambe ha di ragno e membra irsute e viete,
    E su la testa un gran cappel da prete.

      Qual trampolier, che da la ripa a un tratto
    Dentro al placido rio salta e gavazza,
    Così intorno al dormente agile in atto
    Balla quel mostro, e per l'aria svolazza;
    Gracchia qual corvo, miagola qual gatto,
    Sbuffa, ride, saltella urla, schiamazza;
    Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia,
    E così lo deride e lo sbeffeggia:

      --Questo dunque è l'ardir, questa la possa,
    Di cui tremar dovean l'alme e le stelle?
    Così la fede dei mortali hai scossa?
    Così fatta hai la terra al ciel rubelle?
    Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa!
    Oh! il gran trofeo d'una fanciulla imbelle!
    O eroe de la Ragione, o Re dei forti,
    Torna meglio a regnar fra l'ombre e i morti!--

      Si destò, balzò in piedi, al dir beffardo,
    Lucifero, arse d'ira, i pugni strinse,
    Minaccioso rotò d'intorno il guardo,
    Vide Ebe, e di pallor muto si tinse.
    Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo
    Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse,
    Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci
    Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci.




CANTO SESTO.

ARGOMENTO.

L'Eroe s'imbarca per la Francia.--Rivolge superbe parole alla
Natura.--Aurora boreale.--Sermone di frate Iginaldo.--Tempesta e
naufragio.--Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano
salvarla.--Morte di frate Iginaldo.--Lucifero co'l cadavere della
fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.--Iddio, che vuoi
perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo;
armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il
nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla
pugna.--Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a
ferirlo.--L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla
giovinetta.


      Fra le chete e fiorenti isole o ninfe,
    Cui bacia il flutto de l'icario mare,
    Passa il Genio de l'uom sovra gli abissi
    Tenebrosi de l'acque. Erto su l'ardua
    Prora egli sta: spazia fra l'onde e il cielo
    L'ala del suo pensiero; e per le ardenti
    Regïoni dei suoi sogni, vestita
    Di crescenti speranze e di fulgori
    Non toccati giammai, vede una sponda,
    Che, libera e temuta in fra le genti,
    L'ampia de la Ragione arbore edùca.
    Gallia ebbe nome un dì; Francia l'appella
    L'abietta lingua popolar, ma schiva
    Com'è d'umili cose, ella a buon dritto
    Titol di capo assume e di cervello.
    Ivi la tenda ei pianterà: superba
    Patria di sogni ella a sè chiama e attira,
    Qual per forza d'istinto, il venturoso
    Arcangelo umanato, a cui nel petto
    Con eterno bollor balzano i sogni.
    Sotto al suo piè monotona fra tanto
    Brontola la rotante èlica; fischiano
    Gli euri a l'antenne; mormoran confuse
    Voci di meraviglia e di vendetta
    Le solcate, saltanti acque; al governo
    Veglia il nocchier silenzioso, e avvolta
    Nel suo madido manto alzasi al cielo
    Coronata di muti astri la notte.
    Mira il Dèmone il ciel vasto e le vaste
    Onde, su cui passa leggera e certa
    Con le fiamme nel sen quella nuotante
    Fra tanta immensità piccola prora,
    E ai solenni ardimenti inorgoglito
    Dei suoi cari mortali, osa con questa
    Baldanzosa jattanza alzar la voce:

      --Piega al cenno de l'uom, piega la testa,
    O superba di nomi Iside antica,
    E leggi e ceppi a sopportar t'appresta!

      V'è tale abitator su questa aprica,
    Ultima sfera, che al tuo passo intorno
    Volge ignorata, e tu scemi a fatica,

      V'è tal, che dal raggiante aureo soggiorno,
    Ove chiusa nei tuoi pepli ti assidi,
    Ti scaccerà, sì come ancella, un giorno.

      L'idra orrenda del male erra quei lidi,
    Siede immoto l'affanno, e ferrea incombe
    Prematura e fatal morte a quei nidi;

      Ma dal sen degli affanni e de le tombe
    Giovin sorge il Pensiero, e s'alza tanto
    Quanto più giù la vil creta procombe;

      E l'uom col serto del martirio e il santo
    Peso del suo dolor, nauta immortale,
    L'onde si accinge a navigar del pianto;

      E, rompendo co'l petto il mar fatale,
    Pur morendo, procede, e su l'impure
    Salme a nuovi ardimenti agita l'ale.

      E tu invan, fiera Dea, tu invan d'oscure
    Sfingi hai custodia intorno; invan di tuono
    Armi il tuo grido, e veste hai di paure.
      Questo verme immortale ebbe tal dono,
    Per cui scrolla are, ombre dirada, e altero
    Su le rovine tue piánta il suo trono.

      Tu di fulmini t'armi, e in tuo mistero
    Minacciosa sorridi; egli al tuo sguardo
    Il fulmin strappa, ed arma il suo pensiero.

      Tu di flutti e d'abissi il tuo codardo
    Regno precidi, o ver di lidi avari
    Inciampo opponi periglioso e tardo;

      Ed ei co 'l foco dei tuoi falsi altari,
    Con l'onda tua nei suoi congegni occulta,
    Fa mari i monti, e fa montagne i mari.

      Che stai? Schiava a le tue leggi, sepulta
    Ne l'ira tua tu cadi; al tuo governo
    Egli si asside, e ai tuoi disdegni insulta
      Libero, invitto, onnipossente, eterno!--

      Udì il vanto oltraggioso e la superba
    Sfida la Dea, che tutte cose impera,
    E da le sedi adamantine, eccelse,
    Ove, occulta al creato, erge il suo trono,
    Chinò lo sguardo, e il rilevò, siccome
    Commiserando a questa ultima sfera,
    Bruna ed ultima tanto e tanto audace.
    Prendea l'aure in quel punto ad ampie vele
    L'ignifera carena, e fra' tranquilli
    Miraggi de le fate argenteo il dorso
    Scopríano a la notturna aere i delfini,
    Pazzamente esultando; e già non lungi
    Nereggiava agl'incerti occhi la sponda,
    Che udì del tapinello Aci il lamento,
    Quando il fiero Ciclope eragli sopra
    Con geloso consiglio; e già tra' cupi
    Firmamenti d'azzurro, erti ed immani
    Spiccava agli astri, qual fumante altare,
    Gli affocati cratèri Etna superbo,
    Quando, gli alti corrucci e il lampeggiante
    Sguardo sentendo de la Dea sdegnosa,
    Di sulfureo vapor l'aria si tinse,
    Mugghiò il mar dagli abissi intimi, e tutti
    Scoppiâro a un tempo e con tutt'ira i venti.
    Balzò dagli antri de la terra un vasto
    Sanguinoso fantasma; in tortuöse
    Rapide spire si elevò, diffuse
    Per li nordici campi orrido il crine,
    Sparse il cielo di sangue, e in fiammeggianti
    Cerchi gl'impaüriti astri costrinse.
    Guardò l'Eroe senza sgomento al petto
    La boreäl meteora, e a le stupìte
    Genti, che su la tolda erano accórse
    A mirar tanto caso, e di paura
    Avean gelido il core e verde il viso,
    Insegnò, come seppe, in dir cortese
    Il magnetico evento; allor che sorto
    Da le funi riposte, ove grand'ora
    Scialbo e sparuto era rimasto assiso
    Certo frate Iginaldo, in modo strano
    Trampolando sui piè, sciolse la lingua
    Ai soliti sermoni. Era costui
    Un fil d'omo, sottil, magro, ricurvo,
    Pallido come cece, istrice al fronte,
    Falco a lo sguardo: un subbio benedetto,
    A cui tutta ravvolta era la trama,
    Che ordita avea con fine arte il Loiola.
    Corsa gran parte avea d'Asia; pescato
    Con la rete di Pietro alme e moneta
    Per la sposa di Cristo, e al Franco lido
    Quinci movea per sovvenir le afflitte
    Dai novelli cimenti anime pie.
    Di Lucifero il detto e il paventoso
    Mormorar de la ciurma, a quella strana
    Apparenza di cielo, ei tosto accolse
    Ne le vigili orecchie, e, tolto il destro
    Di fulminar con la parola audace
    L'alme corrotte e l'empietà dei tempi,
    Gittossi a' piedi il brevïario, strinse
    Ne la tremula destra il crocifisso,
    Che tenea, qual pugnale, a la cintura,
    E in questa guisa a favellar proruppe:
    --Prostratevi, tremate; ululi e pianti
    Alzate, o genti de la terra; il crine
    Di polvere spargete! Ecco, si appressa
    L'ora del gran giudizio; ecco, il Signore
    Sbuca fuor da le sue stanze, e discende
    Come nembo d'autunno. Ardono i cieli
    A l'irata presenza, e piovon fiamme
    Su le terre di Sòdoma; qual cera
    Squaglian monti e palagi; orridi e neri
    Bollon com'olio i flutti; apron le gole
    I mille abissi de la terra, e inghiottono
    Le falangi del tristo. Empî! di falsi
    Idoli e di scïenze occulte e maghe
    Mal vi fate voi schermo! Avete il tempio
    Profanato del Cristo; il santo avete
    Patrimonio di Pier fra voi diviso;
    Gozzovigliato fra le stragi; aperto
    Con mille punte di tortura il grembo
    De la madre di tutti; i figli spinti
    Contro al sen de la madre; e il latte e il sangue,
    Con vile e frodolente arte spremuto,
    Tracannando qual vino, ebbri e feroci,
    Incoronati d'empietà, vi siete
    Sopra l'ossa dei santi eretto il trono!
    Ma tra' fulmini avvolto ecco, passeggia
    Il Signor degli eserciti, e l'immondo
    Trono di Belzebù, come vil coccio
    Infrangerà! Questo che in ciel vedete
    È il giudizio di Dio!--
                            --Questo è il rossore
    Di Dio, che sul tuo labbro ode il suo nome!--Una
    voce gridò.
              --Questo è l'inferno,
    Riprese il frate, che divora e strugge
    Le falangi degli empî!--
                             --O forse il sangue,
    Che han versato ogni tempo i manigoldi
    Di Vaticano!--
                  --Odo fra noi la voce
    De l'eresía; Satana è qui; perduti
    Tutti siam noi: ci sarà tomba il mare!--
      Dicea, quando dal mar torbido e negro
    Mugulando una sconcia onda levosse,
    Contro al legno proruppe, e lieve in guisa
    L'alzò, che spinta noi vediam dal turbo
    Una povera foglia. Orridamente
    Cigolaron le antenne; urlâr concordi
    I venti e i passaggier, le ciurme e il mare,
    E, dal fiero sospinto urto improvviso,
    Balenò, traballò, rovescion cadde
    Il loquace profeta, e destò il riso
    Ai mal fermi su' piè trepidi astanti,
    Qual da la ferrea gabbia, ove a diporto
    Con muta gravità saltando aggirasi
    La rugosa bertuccia, o ver, seduta
    Ad un raggio di Sol, prova l'aguzzo
    Dente a spellar secco virgulto, e il guardo
    Volge furtivo ai curïosi intorno,
    Se avvien ch'altri l'aìzzi, essa d'un salto
    Balza a l'opposto lato, i bianchi denti
    Digrigna, batte le palpebre, e torna
    Con guardinga incuranza al giro usato;
    Così in piè balzò il frate, il sospettoso
    Occhio intorno girò, forbì le sozze
    Palme, scosse la tunica, e, l'adunca
    Faccia a la tenebrosa aria levando,
    Umile e grave accovacciossi; aprì
    L'unto breviario, e mormorò latine
    Forse bestemmie, che parean preghiere.
      Giù dagli astri in quel punto, a par di scura
    Aquila, che a l'ovil piombi improvviso,
    Precipitava una procella, e il core
    Discioglieva ai più fermi. Orride e gravi
    Come monti di piombo, ingombran tutta
    Del ciel la faccia le sulfuree nubi;
    Mugghian lividi i flutti, e d'ogni banda
    Saltan sul mare ad azzuffarsi i venti.
    Quinci aquilon prorompe, e quindi irato
    Si scatena il ponente, e in un sol groppo
    Pugnan, come Titani: un le pesanti
    Nuvole afferra, e contro al mar le scaglia
    Con immenso fragor; l'altro dai fondi
    Gorghi del mar l'onde travolve, e al cielo
    Furibondo le avventa, e sfida Iddio.
    Qual da robusto giocator, compulso
    Dal dentato bracciale, a l'altro avverso
    Il ben gonfio pallon balza e resulta,
    Tal de l'onde in balía, dei venti in preda,
    Di qua spinto e di là, s'agita e batte
    Il rotante naviglio; ed or su 'l dorso
    Del fiotto immane al ciel levasi, or piomba
    Ruïnoso tra' flutti, e s'inabissa
    Come cosa perduta. A l'aër nero
    Fra lo schianto dei tuoni odi un confuso
    Suon di strida e di preci, un disperato
    Urtar d'opre e di cose, un fiero, orrendo
    Battagliar con la morte, e inconsüeta
    Fratellanza di pianti e di paure.
    Tu sol, fra tanto perdimento, il petto
    Non apristi a la tema, inclito amico
    Degli arditi mortali; e l'alma e il braccio
    Adoprando al governo, e da ogni parte
    Con diva ressa esercitando il grido
    Su le pavide ciurme, il cigolante
    Pino a le voratrici acque contendi.
    E là, dove nel mar libico schiude
    La selvaggia di Sardo isola il seno,
    Ben ridotto l'avresti, ove già fermo
    Di tutti la madrigna Isi in quel giorno
    Non avesse nel cor l'esizio estremo.
    Suscitò co 'l suo fiato un vorticoso
    Turbine, spalancò l'onde, in un mucchio
    Avviluppò fiaccate arbori e sarte,
    E fin dentro ai secreti antri, ove occulto
    L'impellente vapor mugola e ferve,
    Vïolento introdusse il flutto avverso.
    Scoppian, travolti nei dedalei fianchi,
    Gl'ingegnosi lebèti; in duo partito
    Salta al cielo ad un punto, e s'inabissa
    Il perduto naviglio; e orrenda, immensa
    Fra le rovine e il mare urla la Morte.
      Era fra tanti derelitti, a cui
    Piomba certo su 'l capo il danno estremo,
    La leggiadra Isolina; a le ginocchia
    Del nostro Eroe si attenne, e fredda, bianca,
    Scompigliata negli atti e negli accenti
    Fra' singhiozzi pregò:--Deh! mi salvate,
    Deh! salvatemi voi! Ch'io lo riveda,
    Ch'io muoia almen fra le sue braccia!--Un'onda
    In questo dir si sollevò; travolse
    La giovinetta, e de l'Eroe lontano,
    Come fiore divelto, in mar la spinse.
    Diè Lucifero un grido, e d'Ebe a un'ora
    Si risovvenne: aprì le braccia, e fermo
    Di rapir la gentil preda a la morte,
    Qual tempestoso augello, in mar lanciosse.
    Trabalzati dal turbo erran gl'infranti
    Pini su' flutti, e con sinistri e neri
    Serpeggiamenti ingombrano gli abissi
    Tenebrosi del mar: sembran natanti
    Dèmoni, che al ghignar cupo de l'onde
    Ballin pazza una ridda a far più triste
    De' disperati naufraghi la morte.
    Rompe i flutti Lucifero, e fra tanta
    Desolata pietà sol di lei cerca,
    Sol si affanna per lei, che tutte in core
    Le sopite d'amor fiamme gli avviva.
    Biancheggiar vede alfin come un'incerta
    Forma, cullata abbandonatamente
    Da men torbidi flutti, e sembra cosa
    Di visïon, che tremoli a lo sguardo
    D'oblique stelle, e tu non sai, se chiusa
    Entro a un vel di canore acque e di spume,
    Sia l'amor che tu sogni, o ver la morte.
    Stranamente l'Eroe spinse la voce,
    Pari ad artigliatrice aquila, quando
    Disertar vede il nido, e da le nubi
    Piomba, e co 'l grido il cacciator sgomenta;
    E a quella volta ambo le braccia e il petto
    Affaticò. La cara supplicante
    Ben riconobbe, e in cor gioì: di peso
    L'alza, l'impone al grande òmero, e forte
    Serrandola co 'l braccio a mezza vita,
    Con ambo i piè squarcia di forza il flutto.
    Ella respira ancor; la fuggitiva
    Pupilla per le vaste ombre dilata,
    E un caro astro ricerca, il derelitto
    Astro de l'amor suo.--Cessate, o venti,
    T'accheta, o mar; risplendi, o Sol; venite,
    Lontane terre, al cenno mio; ch'io possa
    Serbar quest'infelice alma a l'amore!--
    Girò in tal dir lo sguardo, e a lui da presso
    Con le braccia convulse a una raminga
    Botte aggrappato disperatamente
    Scòrse il misero frate: un moribondo
    Topo ei parea, che, a la grommata riva
    D'un impuro padùle a ber venuto,
    Vi trabocchi per caso: il miserello
    Stride pietosamente, i neri e furbi
    Occhi spalanca; or d'uno or d'altro verso
    Si travaglia d'intorno a un galleggiante
    Sughero, che da' piè sempre gli sfugge,
    E, invan le gambe picciolette a un tempo
    Dimenando e la coda, alza a fior d'onda
    Tenero il muso, i grigi orecchi appunta,
    Finchè, domato da la sorte acerba,
    Riman su l'acqua tumido e supino.
    L'Eroe lo vide, e contro a lui di punta
    Si disserrò, qual su l'ingorda sula
    Piomba il labbo animoso: a la codarda
    Voratrice la vasta ala non giova;
    Gracchia a l'aure fuggendo, e il mal digesto
    Cibo a l'audace assalitor concede.
    Tal sul frate l'Eroe piombò, nel punto,
    Che a cavalcion su le cerchiate doghe
    Con gran pena ei salía: per la pelata
    Nuca agguantollo; al soverchiante flutto
    L'abbandonò; su la girevol cimba
    Pontò forte la destra, e su d'un salto
    Vi si assise, e gridò:--Frate, il tuo regno
    De la terra non è, non è del mare:
    Io t'insegno il vangel!--Guaiva il frate,
    Tapinandosi indarno, e rotte e fioche
    Voci mettea:--Non vo' morir, non devo
    Così presto morir! Come San Pietro
    Tu solchi il mar; salvami tu!--
                                   --Profeta
    Non son, nè figlio di profeta, eppure
    Veggio che in gran peccato esser tu devi:
    Troppo temi il morir!--
                           --Sono in peccato,
    Hai detto il vero, in gran peccato io sono:
    Vo' confessarmi a te!--
                           --Volgiti ai santi;
    Il demonio son io.--
                        --Sàtana, o Cristo,
    T'adorerò, pur che mi salvi!--
                                  --Assai
    Facile è in ver la fede tua: rinneghi
    Dunque la legge cui finor servisti?--
    --Pur che sia salvo, io la rinnego!--
                                         --In molle
    Rèstati adunque, e non aver paura
    De le fiamme d'inferno!--
                             Il moribondo
    Sparì tra' flutti; al cor l'altro costrinse
    La giovinetta; su la fredda e bianca
    Fronte baciolla; le spirò su' labbri
    Una dolce parola: ella era muta
    Come la morte. Egli proruppe:--È bello,
    Bello, o frate, è il morir: vedi? su questa
    Bocca è la morte, ed io la bacio e l'amo!--
      Era già piano il mar, taciti i venti,
    Terso di nubi il ciel; roridi e bianchi
    Tremolavan per l'aere i fuggitivi
    Astri, e a specchiar la fronte aurea nei flutti
    Con le perle su 'l crin venía l'aurora.
    Correa spinta dall'aure a fior di spume
    La cimba portentosa, e verso ai cari
    Lidi movea; quando al tenace amplesso
    D'un terribile sogno Iddio si tolse
    Scapigliato ed ansante:
                           --Ove, ove siete,
    Miei campioni, gridò? Qui a me d'intorno
    Gli arcangeli non veggo e il formidato
    Fulmin de l'ira mia! Tacciono i cieli
    L'inno de la mia gloria; alzano il riso
    Gl'increduli mortali, e l'inconcusso
    Trono de la mia luce, ecco, diventa
    Tenebroso sepolcro ai passi miei.
    Rompete il laccio dei melliflui sonni,
    Troppo ingenui Celesti! Orrido io sento
    Sibilar per le vive aure lo strido
    De l'umano Pensier; sorge di nuovo
    Lucifero da l'ombre, e sotto ai chiari
    Sguardi del cielo, in faccia al Sol, vestito
    D'umane carni e d'ardimenti invitti,
    Contro al nostro poter pugna co 'l riso.
    Dormite pur, beate alme, sognate
    L'albe eterne dei cieli e la ghirlanda
    Mai consunta degli astri e le piovute
    Manne del paradiso; e tu, dai regni
    Contrastati del mondo, oltre il confine
    De la fallibil creta alza l'imbelle
    Tuo desiderio, e bamboleggia e trema,
    Reo vegliardo di Roma! Io, benchè agli occhi
    Nereggiar miri un crudo fato, e senta
    Mormorar fra' consorti astri una voce
    Di superba minaccia, io quel nemico
    Spirto di libertà, ch'agita i petti,
    Soffocherò!--
                 Disse, e l'usbergo usato,
    Che tutto era di nebbie e di paure,
    Stupenda opra, vestì; l'orrida assunse
    Ègida, che le avverse anime impietra;
    Strinse nel pugno la fulminea spada,
    E d'immenso clamore il ciel confuse.
    Balzâr dal sonno esterrefatti i Troni,
    Gli Arcangeli balzar, tutte fûr deste
    Le falangi de' cieli, e a frotte, a stormi
    Alïando venían, simili a incerti
    Pigolanti piccioni, ove tra' sonni
    Del temuto falcon sentan lo strido.
    Videli appena il Dio, che da le soglie
    Polverose de' cieli il dubitante
    Per lunghi ozî ed età passo togliea,
    Con fier cipiglio borbottando; e, in petto
    Mal frenando la gialla ira, tre volte
    Rotò sovra la testa il brando ignudo,
    --E, via di qua, sclamò, via dal mio sguardo,
    Plebe del cielo infeminita! Ai molli
    Suoni de l'infingarde arpe voi date
    L'anima tutta, e le divine essenze
    Seppellite nel sonno. Onta a voi tutti!
    Mentre l'uomo laggiù s'agita, e invade
    Ogni cosa crëata, e dio diventa,
    Voi, d'ogni cosa e di voi stessi ignari,
    Con pacifico studio divorate
    I banchetti celesti, e con le belle
    Figlie de l'uom gli ozii spartite e il letto!--
    Girò, in tal dire, anco una volta il brando,
    E partito saría, se da la folta
    Dei trepidanti arcangeli non fosse
    Sorto innanzi Michel, l'adamantina
    Spada del cielo. A le incostanti aduso
    Bizze del Padre, ei gli si pianta innanzi
    Con ischietto sorriso, e,--Qual talento,
    Gli dice, è il vostro di pugnar? S'addice
    La pugna a voi? Lucifero ha vestite
    Spoglie umane, ed a noi l'alme ribella;
    Ma rotto è forse il brando mio? Su lui
    Disagevole è tanto il mio trïonfo?
    Ben altre volte io gliel provai. Smettete
    L'armi dunque e lo sdegno; io, s'ancor sono
    Il guerrier vostro, io pugnar deggio: a voi
    Il comandar, a me il servir si aspetta.--
    Così parlava, ed il canuto mento
    Gli careggiava, e il rabbonía. Di forza
    Volea prima da lui svolgersi il nume,
    Poi fiero in vista e mal frenando un riso,
    Ritrasse il piè dal limitar: le indotte
    Armi svestì; senza mirarlo in fronte
    Al diletto campion la pugna indisse,
    E, calcando ai superbi astri la faccia,
    Su l'aureo trono in maestà si assise.
      Gemea l'Eroe fra tanto, e su la bocca
    De la bella sua morta iva mescendo
    Dal profondo del cor lagrime e baci.
    Mestamente fendea l'onde, e nel raggio
    Dei purpurei crepuscoli diffuso
    Vagolava il suo spirto oltre la vita.
    Saltò da l'etra in quell'istante il forte
    Messaggero di Dio, tutto ne l'armi
    Coruscanti precluso, e parea stella
    Portatrice di stragi. A sommo il flutto
    Contro al gagliardo nuotator piantosse,
    Precidendogli il lido, e con superbe
    Voci il tentò:
                  --Riedi, insensato, ai neri
    Baratri tuoi; quest'aure e questa luce
    Non son per te. Del tuo Signor dispregi
    Il divieto così? Ben del suo sdegno
    T'è noto il peso e del mio brando. Lascia
    Quest'aure adunque, se non vuoi di nuovo
    Provar l'ira del Padre e il braccio mio!--
    Guardollo in fronte, e con sorriso amaro
    Gli rispose l'Eroe:
                       --Superbo e vôto
    È il tuo parlar, qual si conviene a servo
    D'assoluto signor. Gonfio de l'aura
    D'un fatuo nume, opre millanti e cose,
    Che son, più che vittorie, onte e dispregi.
    Ma inver semplici or siete, ove co 'l suono
    D'una futil minaccia il pensier mio
    Svïar provate da l'ardita impresa,
    Per cui tutta cadrà da' vostri petti
    La superba jattanza. Ebbri del fumo
    Dei vaporati sagrificî, il guardo
    Voi non drizzate oltre l'istante, e lunghi
    Anni di gloria e non caduco impero
    V'impromettete. Al par di voi, securo
    Si tenea ne le ròcche ardue d'Olimpo
    Il fatal Saturnìde; e pure ei cadde,
    E favola e ludibrio oggi è il suo nome
    Ai più vili del mondo. E voi, voi pure,
    E non guari, cadrete; e su le vostre
    Fiere cervici striderà la punta
    Dei sarcasmi plebei. Stolti! che al volo
    De l'umana ragion, che tutto arriva,
    Presumeste por ceppi, e chiuder l'alma
    Dentro al sepolcro degl'imposti errori;
    Ma trono eretto su l'error non dura;
    Al tuo cieco signor la terra il grida!--
    Strinse al petto, in tal dir, la giovinetta,
    E verso al lido si spingea. Tremendo
    Fulminò l'aïzzato angelo il grido,
    Raggiò d'ira e di lampi, e la funesta
    Spada calò. Su la sua cara estinta
    Piegò il nemico il petto, e nulla oppose
    A la spada fatal destrezza o scudo.
    Balena il mar sinistramente; a l'aure
    Fischia l'acciar, ma, come ghiaccio in fiamma,
    Tocco appena l'Eroe, sciogliesi e strugge.
    Vide il portento, e scompigliossi in core
    Il guerriero di Dio; nè però a mezzo
    Lascia la pugna: smisurate, immense
    Spiega l'ali gagliarde, e si disserra
    Contro al ribelle nuotator. Qual suole
    Orgoglioso tacchino, ove al guardato
    Beccatoio appressar veda un digiuno
    Ramingante mastin, smetter l'usata
    Ruota d'un tratto, scolorir l'eretta
    Caruncula, e assalir tremendo in vista
    Il mal sofferto esplorator; s'aggira
    Questo, e no 'l bada; e mentre quei su' fianchi
    L'ale gli sbatte, e sbuffa, e stronfia, e grida,
    E il bèzzica a la coda e lo flagella,
    Tacito e imperturbato ei mette il muso
    Ne l'accolto becchime, e fiuta e passa;
    Tale il divo campion con le robuste
    Penne il superbo Pellegrin combatte
    Rotëandogli intorno.
                        Ai cari lidi
    Questi si affretta, e con parole acerbe
    Lo stanco assalitor punge e motteggia:
    --Torna ai cieli, o fanciullo; e le lucenti
    Soglie giammai de la magion paterna
    Non lasciar quind'innanzi. È dura impresa,
    Credi, il fermar sopra le vie del fato
    Il pensiero de l'uom: pari a torrente
    Ch'argini rompe, alberi svelle, ei corre
    Per sentiero infinito, e, non che un solo,
    Mille Dii non potrían romperne il corso!--
      In così dir, prese la riva; irato
    L'Angiol guardollo, e dileguossi al vento,
    Come vapor di nebbia vespertina,
    Che s'innalzi dal mar: vela un istante
    I purpurei del Sol placidi occasi,
    Poi si scioglie a la brezza.
                                Il Pellegrino
    Diede un forte sospir; la cara estinta
    Su l'arena depose; e poi che l'ebbe
    Tersa, come potea, del flutto amaro,
    La guardò lungamente; una leggera
    Zolla le impose, e muto e senza pianto,
    Pari a fantasma, in riva al mar si assise.




CANTO SETTIMO.

ARGOMENTO.

Storia d'Isolina.--Amore.--Sogno di felicità.--La lettera della
madre.--Ultimo commiato.--Lontananza.--La giovinetta abbandona la
famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce
miseramente tra' flutti.--Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero;
il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblío di sè
stesso.--Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della
gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.--Egli ascende sulle
Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.--Alla vista
delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di
quella guerra.


    Nè tu, dolce amor mio, saprai gli affanni
    De la bella Isolina? Io, quando i cari
    Giorni ripenso, che l'amor ne diede
    Tutti sparsi di luce, e la promessa,
    Che a l'incerto avvenir m'obbliga il petto;
    E il ciel rigido miro, e con le cento
    Ali del mio desir navigo il mare,
    Calar veggio dal ciel, sorger dai flutti
    Tanti negri fantasmi; un'infinita
    Pena, un'angoscia indefinita e nova
    S'apre ne l'ondeggiante anima, e a' mesti
    Casi pensando de la pia fanciulla,
    Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango.
    Giovinetta infelice! Un cheto e lieve
    Raggio di fuggitivo astro parea
    Nei passi suoi; fior di dolcezza ell'era
    Negli sguardi e nell'alma; ala odorata
    Di vespertino venticello estivo
    Somigliavan sue voci, e chiaro e santo
    Era l'amor, che le accendea la vita.
    Un giovinetto da la lunga chioma,
    Esile e mesto e tutto alma negli occhi,
    Era il dolce amor suo: povero ed egro
    Vaneggiator, che le natíe contrade
    E la terra dei suoi padri e le sante
    Braccia materne abbandonava; e il nero
    Vuoto d'amor, che gli s'apría nel petto,
    Empía d'inclite forme illuminate
    Da la fiamma de l'Arte. Un giorno, ei vide
    La beltà d'Isolina. Era straniera
    Agli occhi suoi quella beltà; straniera
    Quella terra a' suoi passi; a ogni vivente
    Cosa straniero il suo pensier; ma in core
    Da gran tempo sedeagli, ospite ignota,
    Quella forma leggiadra; e sentì allora,
    Ch'ivi, da canto a lei, sotto quel caro
    Sguardo di ciel, che le vivea negli occhi,
    Era la patria sua, l'aurea contrada
    Dei sogni suoi; non là, dove la morte
    Sedea su le dilette ossa paterne,
    Non là, dove, nei suoi lutti racchiusa,
    Piangea la madre sua vedova e stanca.
    Da quel giorno si amâr. Livide e torte
    Lingueggiâr fra le care alme le sozze
    Ironie de la plebe; ai giovanili
    Passi, intèsta di fior, tese la rete
    L'insidïosa ipocrisia; ma grande
    Crebbe amor dai perigli, e fûr più saldi
    Battezzati nel pianto i primi amplessi.
      Scorrazzavano un dì, come fanciulli,
    Per le aiuole fiorite. Entro a un sereno
    Mar di tiepidi raggi e di fragranze
    Nuotavano le cose, e tutto fiori
    Salìa sui monti il giovinetto aprile.
    Dolcemente anelando ella si assise
    Sotto il bruno laureto; e lieta in core
    Di tanto Sol, di tanti fior, di tanta
    Giovinezza d'amor, con puerile
    Malizïoso rampognar severo
    Provocava l'amico.--A nulla buono,
    Dicea, sei tu; girato ho in un istante
    Tutto quanto il viale, e tutti ho colti
    I suoi fiori più bei: guarda;--e su l'erbe
    Sciorinava il suo bianco grembiuletto
    Tutto colmo di fiori. Egli porgea,
    Sorridendo, la bocca, e, a nulla buono,
    Dicea, son io fuor che a rubarti i baci.
    Furtivamente fra le foglie e i rami
    S'insinua il sole, e di minute e lievi
    Agitate da l'aure ombre ricama
    Quelle giovani fronti e le diffuse
    Vesti di lei, che in mezzo ai fior si asside.
      --Quanto io devo a l'amore, egli diceva,
    Quanto a la tua pietosa anima io deggio,
    O mia buona Isolina! Agli occhi miei
    Cangiato è il mondo; di mai visti fiori
    Mi sorride la terra; una lucente
    Indefinita regïon di sogni
    Mi si schiude ne l'alma, e la più bella
    De le speranze mie m'albeggia in core.
    Altr'uom son fatto. Ombre funeste e gravi
    Tedî, e incessante fluttuär d'ignoti
    Dubbi e fallace illusïon di sensi
    Mi sembrava la vita: inutil gioco
    Di crudeli potenze, agli occhi occulte,
    Ma paventate qual visibil cosa
    Da la paura onniveggente. In mano
    D'un fiero iddio balzar vidi la terra
    Come inutil crepunda; ai sanguinosi
    Ludi, a le prede con ferin costume
    Correr le schiatte dei mortali; eterno
    Gravar su le ribelli anime il piede
    La matrigna Natura; e tra le spire
    Di velenosi abbracciamenti, oppressa
    Da ignoti e strazianti incubi, indarno
    Tender la moribonda Arte a le stelle.
    Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco
    Occhio de l'uomo m'involai; coi morti
    Vissi, e vaghezza d'ogni morta cosa
    Ebbi così, che i miei giorni infelici
    Sol ne la speme de la morte amai.
    Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardo
    D'intorno a me, dentro al mio cor, nè trovo
    Me stesso in me: caro portento è questo
    Ch'io sol devo a l'amor!--
                              Ne le tremanti
    Mani, in tal dir, chiudea quella leggiadra
    Picciola testa d'angeletta, e lunghe
    Lunghe carezze le facea coi baci.
    Dei còlti fiori ella scegliea fra tanto
    I più freschi, e i più belli; e mormorando
    Un'allegra canzon de le sue valli,
    Li girava in ghirlanda, e col securo
    Volo de la ridente anima il giorno
    De le sue nozze precorrea.
                              --Di freschi
    Fiori odorosi, io vo' la mia corona
    In quel giorno beato: a par di questa
    Tesserla io vo' di zàgare fragranti,
    Che a me son tanto care, e simbol sono
    Del nostro amor: te ne rammenti? il primo
    Foglio che mi scrivesti un conteneva
    Di quei teneri fiorì. Oh! come allora
    Sarem felici! Andran confusi e tristi
    I cattivi del mondo, e i nostri amplessi
    Saran da Dio santificati. È amara
    Cosa, me 'l credi, il mormorar del mondo
    Fra due cori che s'amano: somiglia
    Sibilo di serpente in mezzo al canto
    Melodïoso di felici augelli;
    Grido somiglia di sinistro augello,
    Che rompa a sera l'armonia d'un primo
    Giuramento d'amor. No, no; non voglio,
    Che bieca, oscura intorno a noi si aggiri
    La maledica turba, e ne sia d'uopo
    Velar di mal sofferte ombre il sorriso
    De l'amor nostro immensurato: io voglio,
    Che testimòni a la letizia nostra
    Sieno gli uomini e Dio; ch'arda di amore
    Tutto il creato insieme a noi. Deh! affretta,
    Giorgio, affretta quel dì! Non mi rincresce
    Lasciar per te queste mie valli; il caro
    Mio letticciòl, dove ho sognato e pianto
    Tante volte fanciulla; i gelsomini,
    Ch'ombran la mia finestra, e la gaggía,
    Sai? la gaggía de l'orticel materno,
    Ch'or principia a fiorir; non mi dà pena,
    Che dir? non penso pur, che lasciar deggio
    La mia povera mamma: io son cattiva,
    Non è ver? ma per te!--
                           Gonfî di pianto
    Gli occhi altrove volgea; sfogliava i fiori
    Con inqueta mestizia, e riprendea
    Poi con tremula voce:
                         --Io, sai? non voglio
    Viver lontan da la tua mamma: un solo
    Tetto ne accoglierà; seder mi è caro
    A la mensa dei tuoi; guardar le stelle
    Da le finestre de la tua stanzetta;
    L'aure spirar che tu spirasti; assisa
    Presso l'immagin del tuo caro estinto
    Di te parlar con la tua mamma; seco
    Portar la croce, e consolar d'alcuna
    Speme di gioia il suo lungo dolore.
    Questo è il mio sogno, questo sol; m'illude
    Forse l'amor? Tanto sperar mi è dato?--
      Giunse un foglio in quel punto:
                                     --Unico mio,
    Dal mio letto di spine, ov'egra e stanca
    Di più lungo soffrir trascino i giorni
    De la mia vedovanza, io ti sospiro,
    Io ti cerco dovunque, e le deserte
    Braccia protendo, e non ti trovo, e piango.
    Dove sei, dove sei, che più non torni
    A questo petto abbandonato, a queste
    Case del padre tuo, che, di te prive,
    Orbe son d'ogni luce, e fredde e mute
    Sembran solo aspettar la morte mia?
    Dove sei, figlio mio, che più non odo
    La voce tua; che più non torni a sera
    A sedermi da canto, a dirmi i cari
    Sogni del tuo pensiero e i tenebrosi
    Dubbi e l'ambasce d'un sorgente affetto?
    Tutto, figlio, così, tutto oblïasti
    L'affetto mio? Del genitor non serbi
    Memoria alcuna? Ah! così poca e breve
    Ala di tempo, e così nova terra
    Covre quei suoi diletti occhi, che calde
    Son le ceneri ancora, e, se tu il chiami,
    Risponderà. Deh! così mesta e sola
    Soffrir puoi tu, che da te lungi io cada?
    Così dunque morire, anzi ch'io muoia,
    Deve la mia speranza ultima, e al piede
    Mirar deggio spezzato in un sol punto
    L'estremo idolo mio? Già non fûr queste
    Le tue promesse; e non cotal conforto
    Da tanto amor m'impromettea! Lontano
    Dai piangenti occhi miei, fatto straniero
    Al materno cordoglio, il fior tu libi
    De le gioie del mondo; io bacio i cari
    Abiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuo
    Letto, come solea, sprimaccio a sera
    Con materno costume; al picciol desco
    La tua seggiola appongo; al consueto
    Uscio origliando, a tarda ora, il tuo passo
    Scricchiar da lungi inutilmente aspetto;
    E forse allor che tu beato in braccio
    Dei tuoi rosei fantasmi erri i sognati
    Campi de l'Arte, ed a l'amor sorridi
    D'ogni umano conforto abbandonata
    La madre tua ti benedice, e muore!--
      Pallide e mute si guardâr negli occhi
    Quelle due fulminate anime. Ei sorse
    Freddo, anelante, scompigliato; al petto
    Strinse l'amica: la baciò su 'l fronte
    Mal frenando i singhiozzi, e una parola
    Mormorò fra le labbra; ella il comprese;
    E, gittandogli al collo ambe le braccia,
    In lagrime proruppe, e cor non ebbe
    Di contendere il figlio a una morente.
      Ei partì con la notte. A la finestra
    Ella balzò; tenne il respir; fra l'ombre
    Perdersi udì i suoi passi; a l'aure tese
    L'anima tutta; aspettò ancor; le parve,
    Che pentito ei tornasse; a una lontana
    Voce tremò, chiamollo a nome; e quando
    Stendersi agli occhi suoi squallido e freddo
    Vide il bianco viale, a la notturna
    Brezza ondeggiar con murmure indistinto
    Le due file d'acacie, e a la sinistra
    Luna uggiolar sentì a la lunga i cani,
    Sul freddo letticciòl, come perduta
    Cosa, piombò; ne le deserte coltri
    Si serrò paürosa, e pianse e pianse.
      Toccò Giorgio il natío lido; anelando
    Le vie percorse; a le paterne case
    Volò; ma fredda era la soglia; al vento
    Sbattean le imposte abbandonate, e nera
    Regina per li vuoti anditi, avvolta
    Ne le vesti materne, iva la Morte.
    Ei l'abbracciò; dei cari abiti ignude
    Mostrò le scricchiolanti ossa del petto
    Quella fatal. Dov'è mia madre? ei disse,
    Balzando indietro inorridito. Immota
    Ella il mirò; da le profonde occhiaie
    Balenò un fatuo lume; armò le vôte
    Mandibole d'un fiero urlo, e rispose:
    --La madre tua, tu l'uccidesti! Assisa
    Ne la bianca sua fossa ella ti aspetta!--
    Grido non diè, non diè gemito o pianto
    Lo sventurato, e ne le grandi e fredde
    Braccia gittossi di colei, che sola
    Di sue vedove case avea l'impero.
      Gravi fra tanto, angoscïosi, eterni
    D'Isolina sul cor passano i giorni;
    Passan sovra al suo cor gl'inganni alati
    Del suo tempo felice, e più s'infosca
    Co'l cader d'ogni dì la sua speranza.
    Dov'ei n'andò? Perchè non torna ai dolci
    Nidi de l'amor suo? Ne le materne
    Braccia obliò le sue promesse? In preda
    D'improvviso dolor s'agita, o il freddo
    Calcolo sul gentile animo scende,
    E a men umile preda il cor gli adesca?
    Ella dubbia così: facil maestra
    La lontananza è di sospetti, e fabro
    Di torture il silenzio. Ai consüeti
    Lochi si adduce; il solito viale
    Percorre; ne la memore stanzetta,
    Presso il camin, di fronte al caro specchio
    Spïator di lor baci, a l'ora usata,
    Tutti i giorni si asside; e poi che inganna
    Lungamente così l'ore infelici,
    E tutta sola, abbandonata, incerta
    Ne l'oscuro avvenir l'anima affisa,
    Co'l cor serrato indi si toglie, e al primo
    Detto, che a consolarla alcun le porga,
    Rompe in lagrime amare, e altrui s'invola.
      Sinistramente al suo pallido volto
    Irridevan le amiche; e la ben mesta
    Anima cruccïando ivan co'l vezzo
    Di maligni sussurri.
                        --Un venturiero
    Era al certo colui!--
                         --Povera stolta!
    Già toccar le parea gli astri co'l dito!--
    --Altro! Prostrate e pallide al suo piede
    Bice e Laura vedea!--
                         --Cinta d'alloro,
    Come le anguille, in groppa al suo poeta
    Credea varcar l'eternità!--
                               --Ma il remo
    Dice a l'onda che passa: io ti saluto!
    E l'ape dice al fior: verrò tra poco!--
    --E l'ingenua sposina aspetta ancora
    L'asin che voli, e l'amor suo che torni!--
      Tanto dolor la povera Isolina
    Onta cotal più non sostenne: ai cari
    Tetti involossi; abbandonò nel pianto
    La materna dolcezza; e, le notturne
    Ombre spregiando e le natíe paure,
    La dolente sua vita al mar commise.
    O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoi
    Freddi baci l'avvinse; addormentolla
    Nei letti suoi, pria che donarla al novo
    Ferreo dolor, che l'attendea sul lido.
      Su la fossa di lei, presso a la sponda
    Or Lucifero siede. Alta d'intorno
    Spazia la notte; silenziosa e poca
    Tremula su le grigie acque la luna;
    Ei grandeggia fra l'ombre; occulte voci
    Mormora il labbro suo: rupe il diresti,
    Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi,
    Spinga ai venti la cresta, e di confuso
    Scroscio risuoni al dirocciar d'un rio.
    Scuro e immoto così pende l'Eroe
    Su la zolla pietosa. Amor, che preda
    Fa di giovani vite, e ne la cara
    Lucida vita de le cose alberga,
    D'ansie superbe e di grandi ale instrutto,
    Dominar l'ombre ama talor; vïaggia
    Oltre la vita; e, di regnar mal pago
    Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa,
    Scende ne l'urne a interrogar la morte.
    Tremò allor su le care ossa la luce
    D'un'azzurra fiammella: incerta e lieve
    Lambisce il suol, palpita a l'aura, ondeggia,
    Color muta e sembianza, e ambisce al cielo.
    Come al sole d'april, da le materne
    Lucide foglie in vago giro inteste,
    La candida magnolia alza il bocciòlo,
    Così dal grembo de la fatua luce
    Una bianca si svolge aërea forma,
    A cui brune e diffuse erran le chiome,
    E diffusi per l'aure i rosei veli
    Dïafani a la luce. Il Pellegrino
    Ravvisò la sua morta.
                         --Oh! così lievi
    Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina,
    Docil così, buona così è la morte,
    Ch'anco una volta agli occhi miei ti assente?
    Bianco e freddo amor mio, parla: ti muove
    La prece mia? pietà ti tragge a questa,
    Che lasciasti anzi tempo, aere vitale?--
    Tremava ella, e tacea; languide intorno
    Volgea le luci pe'l deserto lido,
    Come chi chieda ai circostanti oggetti
    Una persona lungamente attesa,
    E tutta in quel disío l'anima intenda.
    --Oh! che chiedi a le mute ombre, che chiedi
    Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta
    È questa piaggia, e non ha fronda o fiore;
    Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida
    Ei s'accovaccia ne la calma; infiora
    D'albe spume gli abissi; ignudi e belli
    Manda intorno a danzar silfi e sirene,
    Che funesta han la voce; alita un cheto
    Sopor sovra le sue vittime; e quando
    Più sicure esse van sognando il lido,
    Sbuca fuor dagli agguati orrido, e caccia
    Su le rotte acque a gavazzar la morte.
    Oh! che chiedi a la terra, al mar che chiedi,
    Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori,
    Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi,
    Vieni, il cor mio ti dò; vieni, e saranno
    Pe'l tuo morbido crin tutti i miei fiori,
    Pe'l tuo picciolo cor tutte le stelle!--
    Tremava ella, e tacea. Pallida e mesta
    Cadea la luna; impallidía la bella
    Sospirosa al partir; tendea le braccia
    Egli, e gemea:
                  --Deh! non fuggir, t'arresta!
    Son de l'amor, son tue l'albe dei cieli;
    Tue son le perle del mattin; tue sono
    L'armonie di quest'aure; è tua la vita!
    Vieni, vieni con me, vivi, e trïonfa
    Dentro un raggio di Sol, dentro i diffusi
    Regni del mio pensier! Da le voraci
    Onde non io le tue candide membra,
    Non io la tua beltà tolsi agli abissi,
    Perchè deserta, in peregrina stanza,
    Ospite de le fredde ombre ti aggiri;
    Nè alfin la morte al voto mio t'arrese,
    Perchè al tornar de la dïurna luce
    La negra terra ad abitar tu scenda.
    No, non fuggir! Nè il suol, nè il mar, nè il cielo,
    Nè la morte ti avrà: l'amor ti spira
    Vita più bella, ed a l'amor vivrai!--
    Dicea, come piangesse, e facea forza
    Di caldi amplessi e di sospiri al fato.
    S'alza fra tanto il sole; ed ei su'l petto
    L'aure fugaci e il suo dolore abbraccia.
      --Sorgi dal tuo dolor; cingi la veste
    Degli ardimenti tuoi; di cose e d'opre
    Non di futili sogni amor si pasce.
    Opra incessante è Amor: vita a l'inerte
    Polve non spira ei già, ma su l'inerte
    Polve l'onor d'illustri fatti accende.
    Non vedi tu qual turbine di guerra
    Del provocato Reno agita i lidi,
    E, al suon de le fatali armi di Brenno,
    Tutte d'Europa impallidir le genti?
    Mai viste imprese il Sol vedrà. Dai campi
    Fulminati di Mario, ombre feroci,
    Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l'ire
    Dei nepoti d'Arminio. A gran tenzone
    Due glorïosi popoli prorompono
    Come oceàni. Mugola dai fondi
    Tenebrosi la Senna; e da l'inulto
    Elba i carri fulminei a le vegliate
    Mura di Faramondo Arminio avventa.
    Sorgi; uom folle è colui che l'alma e il braccio
    Spreca in vôta fatica: a lui sembianti
    Fûr di Dànao le figlie; uom saggio e forte
    L'opra non gitta ad impossibil cosa!--
      Sentì la voce del suo spirto, e il core
    De l'Eroe fiammeggiò come un'ardente
    Voluttà di battaglie. Il sommo attinse
    De l'ondìsone Ardenne, e quinci e quindi
    Le due genti mirò.
                     Pari a procella,
    Che su'l mar piombi, le Borussie querce
    Lascian le congiurate aquile al cenno
    Del germanico Giove: immenso, orrendo
    Mandan lo strido al ciel; scoton gli allori
    Trïonfati in Sadòva; e un'omicida
    Smania di pugne in tutti i cor si desta.
    Quanti dal borëale urto sospinti
    Sovra il campo del mar rotano i flutti,
    Tanti e alteri così levansi i figli
    De la rigida Odèra; e quei vi sono,
    Che fermezza di membra e d'alma han pari
    A l'Ercinia materna alpe, e l'audace
    Sassone, che nel freddo Albi s'infianca,
    E il fedele ai suoi re Bavaro, onore
    Dei Vindelici piani; e quanta forza
    Di strenua gioventù fra la superba
    Vistola e il serpeggiante Emo si accampa.
    Da l'onor di sì forte oste precinta,
    Splendida come Sol, move la possa
    Di Brandeburgo. Rigida e severa
    L'augusta diva del pensier vien seco:
    Prestantissima dea, che da le fredde
    Mute vigilie, onde le cose indaga,
    Vien de l'opre al fragor, però che vano
    Senza l'opre è il pensiero; i radïosi
    Regni abbandona e il puro ètere, dove
    Son l'ignude sostanze, e a le nebbiose
    Noriche selve, ov'ha più fidi altari,
    Accorre, auspice dea; popoli e prenci
    Duci ispira e guerrieri; inconsuëte
    Armi rivela, ordigni nuovi appresta,
    Terre esplora e nemici, e grande e prima
    Sfida la morte, e del trïonfo è certa.
      Udì il suon di tant'armi, e tremò in core
    L'avoltoio d'Asburgo: il sanguinoso
    Occhio, ove l'onta ardea di due sconfitte,
    Rotò; scosse le cionche ali; ma rotto
    Mirando al piè l'antico scettro e il brando,
    A satollar l'ira e la fame, il rostro
    Nel cor de l'adescato Ungaro infisse.
      L'udì la borëal Dania, feconda
    Genitrice di popoli, e ne l'armi
    Tutta si strinse, e balenò. Nel fermo
    Petto una tempestosa ira le rugge
    Contro al superbo assalitor di genti,
    Che, di numero prode e di cor vile,
    La sconfisse nel sangue; i palpitanti
    Visceri le cercò; chiamò la belva
    Dormitante su l'Istro; e su le offese
    Sedi di Sondemburgo, orridi in vista,
    Piombare entrambi, e s'imbandîr la dape.
      Ma nel cor non tremò, non trasse il brando
    A far più salda la ragion dei forti,
    La glorïosa Itala donna. Assisa
    Su la sponda regal d'Arno, secura
    Ne la fortezza sua, le genti e l'opre
    E la fugace ora propizia e il fato
    Sagacemente interroga; compone
    Le impronte ire dei figli; obliga al giogo
    Del suo voler le avverse anime; affrena
    L'empia licenza popolar; flagella
    L'ambigua turba, che nel dubbio annida;
    Spregia il frollo garrir dei suoi tribuni,
    Cui legge è l'ira e sola patria il ventre;
    E, men d'acciar che di giustizia armata,
    Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono.
      Dentro la cerchia de le mura antiche
    Non si contenne il valor Franco. Al grido
    Del vandalico orgoglio, ai provocati
    Campi volò, primo volò, nè volle
    Misurar l'armi e interrogar la sorte.
    Aquila, che dal curvo etere mira
    Disertar su la negra alpe i suoi nidi,
    Gli accorti agguati e le fulminee canne
    Del cacciator non sa: piomba da l'alto
    Con terribile strido, e pugna, e muore.
      --Dove corri, o fatale aquila, al lampo
    Del glorïoso tricolor vessillo
    Lucifero gridò; figli de l'armi,
    Dove correte voi? Grido di oppressi
    Non vi chiamò, non amor patrio accese
    Tanto vampo di guerra: inclita e grande
    Sovra il trono del mondo alto si asside
    La patria vostra, e sol co'l nome impera.
    Chi snudò prima il brando? Il fier consiglio
    Da che labbro partì? Chi le secure
    Aure turbò di tanta pace, e immerse
    In un mar di perigli il luminoso
    Trono di Lui, ch'à di saggezza il vanto?
    Fu la malnata Idra del vulgo, il destro
    Livor dei vili. Abito assunse e volto
    Di libertà; con tumida parola
    Provocò le dormenti ire; commosse
    Con sonante lusinga il cor dei forti;
    Piaggiò con prostituta arte l'oscena
    Turba armata di lingua e di cor nuda;
    Ma dentro a la bugiarda alma un'obliqua
    Ambizïon fea nido, e sotto al manto
    Involava a mortal guardo il venduto
    Stilo di Ravagliacco e il cor di Giuda.
    Così strisciando tortuösamente
    A l'aureo cocchio arrampicossi, dove
    Sedea, temuto Automedonte, il senno
    Del fatal Bonaparte. Ei nei dorati
    Mòrsi reggea l'intempestiva foga
    Dei volanti cavalli, e parea Febo
    Portatore del giorno. A lui, da canto
    Quella furia si assise; un sopor lieve
    Gli suäse ne l'alma; oscurò il lume
    Dei veggenti consigli; ond'ei le forti
    Redini rallentò su le spumanti
    Briglie dei corridori. Un urlo mise
    L'empia gorgòne; in piè balzò; disperse
    Co'l freddo soffio le veglianti cure,
    Che custodían con cento occhi al governo,
    E da l'altezza dei lucenti alberghi
    Per la lubrica china i fieri alipedi
    Abbandonò. T'arresta, empia e mentita
    Furia! E tu, se alcun raggio anco ti avanza
    De l'antica virtù, se t'arde ancora
    L'onor di Francia e la tua gloria i polsi,
    Sorgi, e tuona il tuo nume, o sir dei pronti
    Accorgimenti e de le pronte spade!
    Sorgi; a la furibonda idra le cento
    Creste conculca; e a quella rea, che il freno
    Con falsi nomi a l'oprar tuo contende,
    La man caccia su'l volto, e la sbugiarda!
    Ahi! che al vento io favello! Armi, armi, grida
    Dal mar britanno a la regal Pirene
    Ogni gente, ogni petto; orrido io sento
    Il fragor de la pugna; e quando a mille
    Divora i prodi la fulminea morte
    Su le ripe contese, una linguarda
    Turba su le fraterne ossa s'impanca,
    E al vinto insulta, e al vincitor si arrende!--




CANTO OTTAVO.

ARGOMENTO.

La catastrofe di Sédan.--L'ombra di Turenna e la resa.--Lucifero entra
in Parigi.--La babilonia delle gazzette.--L'assedio.--Gloria ed
obbrobrio a chi spetta.--Un generale francese, trasformato in asino, è
condotto al macello.--I Prussiani entrano nella città.--L'allocuzione
del proletario.--La colonna Vendôme.--L'ombra di Federigo.--La
petroliera.--Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non
senza dubitare un istante del suo trionfo.


    Io l'ho visto cader, morir l'ho visto
    L'aquila dei trïonfi, il fior dei forti;
    Tutto sbucar di Teuta il popol misto
    Da l'empie selve e dominar le sorti;
    Correr, non pago, oltre il fatal conquisto,
    Straziar le genti e gavazzar sui morti;
    Piegar la fronte a l'ultime sconfitte
    L'inclito Sir de le falangi invitte!

      O sventura, e fia ver? Caduto in fondo
    Di rea fortuna, che non tien mai fede,
    Il gran popol vedrem, che, a niun secondo,
    Di Quirino parea l'unico erede?
    Colui vedrem, che impallidir fe' il mondo,
    L'armi chinar d'un vincitore al piede?
    Al piè d'un vincitor, deposte in guerra,
    L'armi, che già dettâr leggi a la terra?

      Ahi! così non solean rieder dal campo
    Sotto duce miglior di Francia i figli!
    L'afro Leon lo sa, cui nullo scampo
    Fûr l'arse arene, e poca arma li artigli;
    L'Istro lo sa, che, di lor pugne al vampo,
    Abbondò al mare i flutti suoi vermigli;
    Lo san le valicate alpi, lo sanno
    L'ispido Scita e il mercator Britanno;

      E il sai tu pur, che là su' fumiganti
    Campi di Iena fulminato e fiâcco
    L'orgoglio tuo vedesti, e lordi e infranti
    Di Torgravia gli allori e di Rosbacco.
    Ov'è, Francia, quel brando? Ove quei tanti
    Prodi? È fatto ogni cor molle e vigliacco?
    Sol di lingua son prodi i figli tuoi?
    Vincer non san, morir non san gli eroi?

      Morir volean, tutti morir! Dai colli
    Cari a la Mosa, ove Turenna nacque,
    Ruïnavano a morte, e facean molli
    Di strage i campi, e rosse e gonfie l'acque.
    Pallido, in suo dolor chiuso, mirolli
    Il Sir de l'armi, ed aspettando tacque;
    Vide la morte, e con terribil gioia
    Spronò il destriero, ed esclamò: Si muoia!

      E s'avventò. Da le sonanti Ardenne
    Lucifero lo vide. Allora a un punto
    Di Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne,
    Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto!
    Si volse il duce, il fier caval contenne,
    D'ira non men che di stupor compunto,
    --E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi
    Cadono i prodi, e non vuo' giunger tardi.

      Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco,
    La speme al petto, al dir l'ora già manca;
    Mi assegna il fato un breve istante, e poco
    Forse è a morir, ch'anco la morte è stanca.
    Mira; in un cerchio di strage e di foco
    Ne serra il vincitor da destra a manca;
    Pria che cedere a lui questa mia spada,
    Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!--

      --Non è ancor tempo di morir, riprese
    L'Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda
    Alma non ha chi de l'avverse imprese
    Non sostien l'ira, e ad avvenir non guarda.
    Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese,
    Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda;
    Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte
    Viltà è la fuga, ed è fuga la morte.

      Non io, che la superba alma fiaccai
    Ne le mobili Dune al fermo Ibero,
    Non io, quel dì che il mio destin mirai
    Di Marindàl sui piani avverso e nero,
    Piansi perduto il mio nome, o spronai
    Negli abissi di morte il mio destriero;
    Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi
    Ad imprese più belle, e venni e vinsi.

      Cedi così. Nè libero, nè solo,
    Come al comando, oggi al morir tu sei:
    Di generosi petti inclito stuolo
    Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi.
    Freme la patria tua, che mira al suolo
    I figli suoi; questi almen serba a lei;
    S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa,
    Abbia almen chi per lei combatter possa!

      Tu piega e va: la via del trono è chiusa;
    Sorge ne l'ira il popol tuo rubello;
    Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa,
    Far tue vendette con l'oprar suo fello:
    Gente, che, al regno e a servitù mal usa,
    Predica in piazza, e traffica in bordello;
    Sovrani, che saran servi al più destro,
    Frolli eroi da polenta, o da capestro!--

      Disse, e ridendo un cotal riso altero,
    Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto,
    E ratto s'involò come il pensiero
    Dove il nembo di morte era più folto.
    Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero
    Girò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto,
    Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'ira
    Nuova vision, nuovo portento ei mira.

      Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogli
    L'isola illustre al suo sguardo apparío,
    Splendida del fulgor di mille sogli,
    Riverita sì come ara d'un dio:
    Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli,
    La fortuna posò del suo gran Zio,
    Simile al Sol, che da l'eteree tende
    In grembo a l'oceàn placido scende.

      --Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa,
    E consolata al ciel la fronte eresse;
    Han pur luce i tramonti, e glorïosa
    Voce di fama han le catene istesse!--
    Tal disse, e a la guaína disdegnosa
    Il fiero acciar con man lenta concesse.
    Un'orribile voce allor fu udita:
    Reso è l'Imperator, Francia è tradita!

      --Chi di resa parlò? L'empia parola
    Chi proferì? Parola infame è questa!
    Finchè una spada è in pugno, un grido in gola,
    E guarda una pupilla, e un'alma è desta,
    Finchè un palpito al cor, finchè una sola
    Stilla di sangue ed un respir ne resta,
    Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce,
    Traditor chi il suäde, empio chi il dice!--

      Così fremeano i prodi. Immenso, orrendo
    Ne la vittoria sua Teuta procede,
    E i vinti eroi, che maledían morendo,
    Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede.
    Piega intanto il vessil franco, e tremendo
    Piega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede;
    Piega, si avvolge, al suol lento declina
    Qual cometa, che volga a la marina.

      Al fero, indegno, inusitato aspetto
    Urlano i vinti; e qual leva le braccia,
    Qual rompe il brando, e dal ferito petto
    Strappa le bende, e fra' morti si caccia;
    Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto,
    Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia;
    Chi schernisce al suo duce, e con amara
    Voce gli grida: A morir, vile, impara!

      Mandò allor la francese aquila un grido
    Alto così che ne rimbomba il cielo;
    L'ale staccò da lo stendardo infido,
    Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo.
    L'udì il Borusso, e il trïonfato lido
    Guardò geloso, e sentì al petto un gelo;
    Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi,
    Lucifero discende, e volge i passi

      Pensieroso colà, dove l'irata
    Aquila artigliatrice il vol protende;
    Ov'ebbra di vendette e di peccata
    La fortuna di Francia alza le tende.
    Mille de la fatal Senna a l'entrata
    Trova l'Eroe strane chimere orrende,
    Sfingi fallaci e sozze furie immani,
    Mostri di cento bocche e cento mani.

      Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguarda
    Furia fra quante mai vivono al sole,
    Che l'Assurdo brïaco e la bugiarda
    Fola al mondo lanciâr, turgida prole.
    Molta a lei diè l'Error stirpe bastarda
    D'anfibî mostri e tumide figliuole,
    Che, nutrite di fango e di vendette,
    Nome portan di gazze e di gazzette.

      Ruzzan torbide intorno, e son cotante,
    Sì varie son di fogge e di favelle,
    Di color, di costume e di sembiante,
    Che tante voci non udì Babelle:
    Quante locuste ebbe l'Egitto, o quante
    Zanzare ha il luglio assai son men di quelle;
    E ciascuna di lor tanto un dì gracchia,
    Quanto un anno non fa corvo o cornacchia.

      Gracchiano tutto dì folte, importune,
    Voci e aspetti mutando e usanze e vie,
    E al latrar de le vaste epe digiune
    Aguzzan gli estri, e ruttan profezie:
    Apostoli da piazze e da tribune,
    Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie;
    Bolle, che, di livor gonfie e di ciance,
    Pensan coi labbri, e senton con le pance.

      Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolte
    Non pur turban le vie, ma i sensi e i cori:
    Inquiete, ansanti, curïose, folte
    Corron, s'urtan le turbe a' lor clamori.
    Sorgono a mille intorno a lor le stolte
    Menzogne alate e i pallidi Timori
    E il cieco Ardir, che ne l'error gavazza,
    E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza.

      Libertà v'è; su l'abborrita reggia
    Alza il suo trono, ed al caduto impreca:
    Trono di nubi, in cui siede e galleggia,
    E in tumide promesse il tempo spreca;
    Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia,
    Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca;
    Tremenda Dea, che a l'armi a lei funeste
    Scudo oppone di frasi e di proteste.

      Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga,
    E d'idropiche ciarle impregna i venti,
    E onor, giustizia e fin sè stessa affoga
    In un mar d'aforismi e d'argomenti:
    Aërostati eroi, rabule in toga,
    Frontespizî di libri e cavadenti,
    Tutti saltati a l'imperar supremo
    Qual dal fòro mendace e qual dal remo.

      Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arte
    Usa egualmente, e desta ire e litigi;
    Fra' trïonfi procede, e d'ogni parte
    Versasi, e irrompe a circondar Parigi.
    Pugnano ancor, benchè deluse e sparte,
    Le franche genti, e son tanti i prodigi,
    Che dir non puoi, se sia de' due maggiore,
    Chi pugna e vince, o chi pugnando muore.

      Ahi! miracoli vani! E che mai giova
    Disperato valor, cui manchi il forte
    Senno, che le falangi ordina, e a prova
    Le guida e regge a dominar la sorte?
    Già il vincitor superbo di Sadòva
    De la reggia di Francia urge a le porte,
    E l'accerchia, e la serra, e con orrenda
    Fame di strage intorno a lei si attenda.

      Etna così, quando dai fianchi immensi
    L'infocata trabocca onda vorace,
    E di sabbie infiammate e zolfi accensi
    I campi opprime, e l'aria accende e inface,
    Al povero pastore, in men che il pensi,
    Cinge di fiamme il campicel ferace,
    E, fatta isola intorno a lui che fugge,
    Lento e crudel tutto divora e strugge.

    Muta e sdegnosa a quell'ardir nefando
    Stette Europa e guatò; stetter gl'infidi
    Regi, e nullo è di lor che snudi il brando,
    E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi.
    Nè però il cor perdono i Franchi; e quando
    Men lungi è il male, ognun par che più fidi:
    Generosa fidanza, eroico inganno,
    Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno.

    Ferve il popol ne l'opre, e mai non resta
    Per mutar d'ore o per mancar di giorno,
    Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta,
    E boschi incide, e spiana campi intorno;
    Di su, di giù, da quella parte a questa,
    Gente industre che va, che fa ritorno,
    E s'ingegna, e s'adopra a far sicuri
    Le contrade, le vie, le case, i muri.

    Fra cotanto agitar d'opre e di cose,
    Cui segue il canto e mai non giunge al vero,
    Ad accender vieppiù l'alme vogliose
    Il popolar rimbomba inno guerriero:
    Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose,
    Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero,
    Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi,
    E incuorano alla pugna, e veston l'armi.

    E rompendo talor, pari a torrenti,
    Fuor da le mura, a tanto ardor già strette,
    Gittansi in mezzo a l'avversarie genti,
    E scompiglian lor piani e lor vendette.
    Ben dei mille che uscîr non tornan venti,
    E rimangon le madri orbe e solette:
    Paghi son tutti, ove la patria possa
    Un riparo innalzar di scheltri e d'ossa.

    Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide,
    E fiamme ai tempî, a le magioni avventa;
    Quindi fra le macerie alto si asside
    L'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta;
    Quel che l'uno non può, l'altra conquide;
    L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta;
    Vola intorno la Morte, e in doppia guerra
    Le mura oppugna, e i difensori atterra.

    Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amati
    Ruderi, e dai men noti ermi recessi,
    Balzan novelli eroi, pugnan coi fati,
    E sembran dal valore i fati oppressi:
    O che pulluli il suolo armi ed armati,
    O fecondin la vita i morti istessi;
    O a difender la patria, integri e forti,
    Per miracol d'amor, tornino i morti.

    --Salve, o popol di prodi! A sorger primi,
    Primi a pugnar, soli a morir voi siete;
    Se fia che lo straniero oggi vi adimi,
    Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete;
    Vestiti di valor, di gloria opimi
    A le più tarde età splendidi andrete,
    Sprone ed esempio ai generosi petti,
    Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti.

    Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliqua
    L'ire svegliaste del natal paese,
    E d'armi impari, in vana guerra iniqua,
    Lo abbandonaste a le nemiche offese;
    Obbrobrio a voi, che la temuta, antiqua
    Gloria offuscaste de l'onor francese,
    Pur che rotta la spada, e infranto e nero
    Giaccia il vessil de l'abborrito impero!

    Matricidi! A la patria, ai figli suoi,
    Qual frutto mai de le vostr'opre avanza?
    Duci, guerrier, francesi, uomini voi?
    Voi del suolo natio gloria e speranza?
    Capi senza cervel, scimmie d'eroi,
    Spugne gravi d'invidia e d'arroganza,
    Vernici di valor gonfie di vento,
    Molluschi in campo e tigri in parlamento!

      Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardo
    Tuo braccio e l'alma a tutte prove invitta,
    Primo, solo, raggiante astro Nizzardo
    Fra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta!
    Dove che fra le genti io giri il guardo,
    Ne la lor libertà tua gloria è scritta,
    Gloria miglior del buon sangue latino,
    Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino!

      Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera,
    Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli,
    Colei non è, che a la sorgente e fiera
    Lupa de la Tarpèa ruppe li artigli?
    Colei che fulminò la tua bandiera,
    E fe' i campi del tuo sangue vermigli?
    Colei non è, che la tua patria inulta
    Co'l piè calpesta, e a la tua spada insulta?

      No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppresso
    Balenan l'armi e il grido al ciel rimbomba;
    E dal guardato suo scoglio inaccesso
    Tremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba;
    E, vincendo del par gli altri e sè stesso,
    Al superbo oppressor schiude la tomba;
    Dal trono de l'error balza i potenti;
    Dà spada al dritto e libertà a le genti!--

      Così dicea l'Eroe, quando una strana
    Vista mirò. Tratto al macel venía
    Uno zoppo asinel, che in voce umana
    Tapinavasi invan lungo la via.
    Folta era intorno a lui la disumana
    Turba, che il morso del digiun sentía;
    E qual dicea ch'alto miracol fosse,
    Chi d'insulti il pungea, chi di percosse.

      Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto,
    E più dal senso del supplizio atroce,
    Il poverel movea simile a un santo,
    Che tra fieri Giudei porti la croce.
    Con l'orecchie dimesse, in suon di pianto
    A intenerir la turba alza la voce,
    E ragli emette ora profondi or fini,
    Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini.

      L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppia
    Sua bizzarra natura interrogollo;
    Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppia
    I sospiri, e fa il greppo, e scote il collo;
    E poi che ragli e pianti e voci accoppia,
    E di tanto preludio ha il cor satollo,
    Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa,
    Batte la coda, e parla in questa guisa:

      --Uomo già fui, nè de la plebe: amici
    Pria m'ebbi i fati; ai marziali ardori
    Fei campo il petto, ed ai ben posti uffici
    Non fûr tardo compenso i dolci allori.
    Francia è la patria mia; contro ai nemici
    Guidai gli altri e me stesso ai primi onori,
    Fino a quel dì che prigionier si rese
    Nei campi di Sedàn l'Augel francese.

      Mi resi anch'io; ma con arguto ingegno
    Ruppi la fede, e il Prusso irto delusi:
    Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegno
    Per la patria a pugnar; chi vuol mi accusi.
    Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegno
    Feroce assedio i nostri muri ha chiusi;
    Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto,
    Ritornar giuro o vincitore o morto.

      Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è vero
    Ch'asino or sono, io fui sconfitto e vinto;
    Morir tosto pensai, ma in tal pensiero
    Tremai, gelai, fui per cadere estinto;
    Quando rinvenni dal terror primiero,
    Qui mi trovai d'una vil turba cinto,
    Che gridava, insultando al mio dolore:
    Ritornar giuro o morto o vincitore!

      Allor, gelo in pensarlo, io non so come,
    Tutte raccapricciar le membra sento;
    S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome,
    E allungasi la testa, e cresce il mento;
    Stendesi su pe'l dorso e per l'addome,
    Questo cuoio abborrito in un momento;
    Pendono a terra ambo le mani, e ognuna
    In un zoccolo vil si chiude e aduna.

      Credo sognar, cerco fuggir, me stesso
    Fuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita;
    Ma batter sento in suon quadruplo e spesso
    Sul percorso terren l'ugna abborrita.
    Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso,
    L'ombra fatal veggio al mio corpo unita;
    Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio;
    Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.--

      Tacque, e poi che più fiera al fiero caso
    L'affamata canaglia urla e s'avventa,
    Da superbo furor l'animo invaso:
    --Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!--
    Nè briciolo di lui saría rimaso,
    Se l'opra del Demonio era più lenta;
    Ei la turba contiene, e la captiva
    Bestia discioglie, e vuol che soffra e viva.

      --Viva, egli dice; e dal suo tristo esempio
    Quindi a far senno ogni francese impari;
    Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio,
    Forma assumer dovesse a costui pari,
    De la patria non più traffico e scempio
    Farían, come finor, volpi e somari;
    Che tosto ognun conoscería le vecchie
    Golpi a la coda e gli asini a l'orecchie.--

      Sorse un grido in quel punto. Il popol forte,
    Da l'armi oppresso e da la fame infranto,
    Schiude al superbo vincitor le porte,
    Che a quest'orrido aspira ultimo vanto.
    Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte,
    Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto;
    Piega il ginocchio, e, crudelmente pio,
    Chiama a le stragi sue complice Iddio.

      Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggia
    Per le rigide vie torbido il sangue;
    Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia,
    Là un incendio che sorge, uno che langue;
    Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia,
    Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue;
    Ed armi infrante e sparse membra ed adri
    Globi di fumo ed ulular di madri.

      Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle
    La polve degli eroi Teuta calpesta:
    E sul terreno ancor fumante e molle
    La fiera Idra plebea scote la testa;
    Drizzasi e fischia, e le non mai satolle
    Fauci spalanca, e l'aria intorno infesta;
    E su la fossa dei fratelli inulta
    La civile Discordia orrida esulta.

      Sorge il vil proletario, e l'empia ed adra
    Ambizïon la tôrta alma gli addenta;
    Libertà invoca, e la man ferrea e ladra
    Ne le sostanze altrui superbo avventa.
    Fa tribune le piazze, ed orna e squadra
    Fiere dottrine, e novo dritto inventa;
    E scapigliato, in truce atto di sfida,
    Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:

      --Lasciate le servili opre; le glebe
    Abbandonate; il profetato giorno
    Giunto è per noi, che come abiette zebe
    Digiuni erriamo a le ricchezze intorno!
    Vendette abbia e trïonfi anche la plebe,
    Nè di sua servitù vada altri adorno;
    Non più sparga sudor, sangue ed affanni
    A crescer l'onta e ad educar tiranni!

      No, non sparga, per dio! L'antiche some
    Gittiamo alfin, leviamo al cielo il volto!
    Le terre, il tetto, il pan, l'onore, il nome,
    Tutto i vili patrizi hanno a noi tolto!
    Ci hanno emunte le vene; infrante e dome
    Le virtù, stôrto il senno, il cor sepolto,
    Fatto de le nostre ossa argine e scudo
    Al petto vil d'ogni giustizia ignudo!

      Ov'è la patria nostra? I nostri figli
    Ove son mai? Ce l'han tutti rapiti;
    L'han trascinati fra' nemici artigli,
    Carchi l'han di vergogna, e l'han traditi!
    Geme un popol fra' ceppi e fra' perigli;
    Essi spandon sui morti onte e conviti;
    E le nostre deserte, orbe contrade
    L'orgoglioso stranier devasta e invade!

      Oh! sia fine a l'obbrobrio! Alta vendetta,
    Anzi onor di giustizia il tempo chiede;
    Tale un'opra da noi la patria aspetta,
    Che le dia ferma in avvenir la sede.
    Cada il patrizio altèr; cada interdetta
    L'aurea fortuna, ond'ei si tien l'erede;
    E, partiti ugualmente i censi avari,
    Con noi soffra o s'allieti, e a noi sia pari!

      --Pari sian tutti a noi! Con legge uguale
    Il benefico Sol dispensa a tutti
    Il vivifico suo raggio, ed uguale
    Splende, sì come il Sol, l'anima in tutti.
    Tal sia la legge e la giustizia! Uguale
    A tutti ognuno, e uguale a ognun sian tutti;
    Tutti un nome, un pensier, tutti un'insegna:
    Il popol Dio, che a Dio somiglia, e regna!--

      Tal parla; e come al boreäl flagello
    Mugghian negre le nubi, e il mar si sfrena,
    A l'audaci promesse, al parlar fello
    Freme la turba, ed urla, e si scatena;
    Dà piglio a l'armi; al vero, al giusto, al bello
    Guerra incomincia inesorata e piena:
    Quel che a l'ira fuggì de l'armi infeste,
    Cieca nel suo furor, travolge e investe.

      Com'è colui, che, d'improvviso ossesso
    Da bieca furia de la mente insana,
    La man, vana in altrui, volge in sè stesso,
    E le proprie sue carni adugna e sbrana;
    Il superbo così popolo oppresso,
    Poi che su l'oppressor l'ira fu vana,
    Ebbro d'odio feroce e di dispetto,
    L'armi ritorce de la patria al petto;

      E così ne la strage infuria, e immerge
    Nel delitto così l'anima prava,
    Che le macchie del sangue il sangue asterge,
    E l'uno error l'altro disperde e lava:
    Tutto vorría quanto risplende e s'erge
    Spegnere ed adeguar la turba ignava;.
    E d'ogni mal, d'ogni miseria in fondo
    La patria seppellir, la Francia, il mondo.

      O dal tempo e da l'armi invïolate
    Moli, d'invidie oggetto e di stupori,
    Ove accolser le industri Arti onorate
    Tante illustri memorie e tanti allori,
    O tempî de l'uman genio, crollate,
    Date campo di stragi ai vincitori;
    Già su voi la fraterna ira si sferra:
    Titani, eroi, numi de l'arte, a terra,

      A terra tutti! A la possente e nova
    Aura di libertà, che altera incede,
    Tremi dal trono suo Fidia e Canova,
    E s'umilî del gran popolo al piede!
    Al gran popol la molle arte non giova;
    All'oro, al sangue, e non all'arte ei crede;
    Degna luce per lui, ch'ai numi è pari,
    Gl'incendî son, son le rovine altari!

      Tu, colonna fatal, ch'ergi l'altera
    Testa agli astri e co'l piè Francia calpesti,
    E di rampogna tacita e severa
    Le loquaci dei vivi alme funesti,
    Crolla tu pur, bronzea colonna, e fiera
    Su le rovine tue Francia si desti,
    Si desti alfin; scoperchi i freddi avelli,
    Schiaffeggi i padri, e il nome lor cancelli!

      Ecco gli eroi. D'intorno a quel gigante
    Trofeo di gloria, per lo piano immenso,
    Vario di cor, di lingua e di sembiante,
    Corre, brulica, ondeggia il popol denso.
    Già s'alza a l'aura il vessil trïonfante
    Tinto nel sangue e negl'incendî accenso;
    E a tal segno di strage e di vendetta
    S'allieta il volgo, e il fatal crollo aspetta.

      Sta superba frattanto e indifferente
    La colonna regal, pur come suole,
    E del purpureo suo raggio occidente
    Tranquillamente la saluta il sole.
    Tranquillo a par sorge il Guerrier possente,
    Che l'altera sovrasta inclita mole;
    E di ghirlande glorïose onuste
    Spandon l'ale tuttor l'aquile auguste.

      S'ode un bisbiglio; al fiero assalto muovono
    Gli ardui congegni; al ciel stridono; imbianca
    Ogni volto; tentenna in su l'aërea
    Reggia il Guerrier, piega da destra a manca;
    Piega, balena; con fragor terribile,
    Che il cielo assorda, ed ogni cor disfranca,
    Cade, non già, ma su la rea canaglia,
    Stanco di più soffrir, scende e si scaglia.

      Trema la turba, e come avesse al dorso
    De l'incalzante eroe l'ira e la spada,
    Urla fuggendo, e l'ali impenna al corso,
    E l'uno, avvien, che a l'altro inciampi e cada.
    Frenate, o prodi, a la paura il mòrso;
    Volgi la faccia, o terribil masnada;
    O Erostrati, o tribuni, o genti indôme,
    Non è un uom, che v'insegue, è solo un nome!

      L'uom dei fati è colà: disteso, avvolto
    Di negra polve, nel deserto piano
    Poco ingombra di terra, e gli occhi e il volto
    Vinti ha nel bronzo, e inerte è la sua mano.
    T'accosta a lui; vittorïoso e folto
    Corri a l'insulto, o gran popol sovrano;
    E dir possa ciascun, se tanto egli osi:
    Su'l fronte a Bonaparte il piede io posi!

      Soli a l'oltraggio non sarete! Esulta
    Dai vigilati balüardi il fiero
    Nemico, e applaude a l'opra vostra, e insulta
    A la caduta del fatal Guerriero.
    Da la polve di Iena, or non più inulta,
    Balza un popol di scheltri orrido e nero;
    E su l'immago de l'eroe nemico
    Poggia l'Ombra regal di Federico.

      Sorge orgogliosa, e il ciel torbida e grande
    Prende co'l capo, e al negro aere torreggia,
    E le rotte al suo piè bronzee ghirlande
    Conculca, e dai profondi occhi fiammeggia.
    --Ch'io vi cancelli, esclama, orme esecrande
    De la vergogna mia; ch'io più non veggia
    Vôlti in trofei, cangiati in monumenti
    Questi bronzi rapiti a le mie genti!--

      Dicea, quando pe'l ciel rigido e scuro
    Un sinistro baglior sorge e risplende,
    E un piceo fumo, un odor crasso e impuro
    Gli occhi travaglia, ed il respiro offende.
    Ahi! qual cagion, qual destino empio e duro
    Di nuova rabbia i franchi petti accende?
    Tra le fiamme sepolta e la rovina
    De la Senna cadrà l'alma regina?

      Torna il dì. Sola sola, incerta, oscura,
    D'un rosso nastro il crin sozzo costretto,
    Le vie trascorre una strana figura,
    Guardinga agli atti, agli sguardi, a l'aspetto;
    Muta, veloce rasenta le mura;
    La destra invola furtiva nel petto;
    Sogghigna, ammicca la strada romita,
    Fermasi, brontola, fugge, è sparita.

      Ma dietro ai suoi passi, trascorsa appena,
    Un suono scoppia di grida e di pianto;
    Fra dense nubi l'incendio balena,
    Stride, si spande da questo a quel canto;
    Essa a la danza gli stinchi dimena,
    Cionca co'l lurido suo drudo intanto,
    Con pazzo volto, con gioia feroce,
    Salta, e lingueggia con stridula voce.

      Vide le fiamme e l'ultimo periglio
    Lucifero e l'orrende ire e il gran lutto,
    E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio,
    Fuor dei lidi infelici erasi addutto.
    Qual uom che muova a volontario esiglio
    Di fieri casi e di giust'ira istrutto,
    Tal ei si parte, e la diletta e grama
    Terra saluta, e dolorando esclama:

      --Dove ti cercherò, se qui non sei,
    O intemerata e splendida
    Reggia dei sogni miei?
    Luminosa Ragion ch'ardi e ravvivi
    Ogni terrena cosa,
    Se qui non regni, in qual region tu vivi?
    Pur io da l'abborrite ombre ho veduta
    La maestà dei tuoi passi e la luce,
    Che dai vigili, acuti occhi tu spandi
    Sovra il mar dei destini; io l'amorosa
    Voce ascoltai, che l'anime riduce
    Agli amplessi del Vero, io la solenne
    Voce di libertà, che a voli arditi
    Del pensiero de l'uom sferra le penne.

      Di tenebrosi troni e di ferrati
    Gioghi e di fronti umilïate e vili
    Lieta non vai, bella non vai di fiori,
    Che di pallidi servi il pianto edùca;
    Nè tuo serto è il terrore. Inclita e ferma
    Tu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fati
    Previdente governi. Ardon nei tuoi
    Limpidissimi sguardi
    Quante spemi ha il futuro, e quanti ha raggi
    L'onnipossente libertà, ch'è dono
    Tuo primo e non caduca
    Gloria di umani e tua miglior parola.

    Tu di sensi gagliardi
    Le umane alme alimenti,
    E sè stesse a sè stesse insegni e sveli,
    Perchè libere alfin corran le genti
    A la vittoria di più fidi cieli.

      È sogno il mio? M'illude,
    Vôto fantasma, il desiderio, e fingo
    Larve di spirto ignude?
    Dai ciechi abissi invano
    A combatter con Dio l'ultima pugna
    Sorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignota
    Correrò questi lidi, infin ch'io piombi,
    Fulminato Titano,
    A divorar ne l'ombre il mio dolore?
    Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinita
    Luce, che il mio pensier valica e pasce,
    Questo perpetuo fluttuär di cose,
    Quest' impeto di vita
    Non son mio regno e vita mia? Non sono
    Consorti mie le mobili
    Genti, cui la vital morte rinnova,
    Come opportuna piova,
    Ch'apre la terra, e svolge
    La ritrosa virtù del germe inerte?
    E tu, tu che le incerte
    Nubi diradi, ed ogni ben mi sveli,
    Santa Ragion, tu indarno
    Entro al petto de l'uom levi il tuo trono?
    O forse ai regni tuoi,
    Diva maggior, presiede
    La tiranna Natura,
    O, sconsigliato e inutile
    Poter, che ne le ignare anime hai sede,
    Fuor che altere lusinghe, altro non puoi?

      Che dissi? Il dubbio indegno
    Sperdano i venti, e il mar vorace inghiotta!
    Qui sei, qui regni: io sento,
    Unica dea, la tua presenza in questa
    Splendida reggia degli umani affanni.
    La terra è tua; su' simulacri infranti
    Di sbugiardati iddii sorge la possa
    Dei regni tuoi: da fiere alme son còlte
    Le tue leggi inconcusse, e fermi e santi
    Di perenni olocausti ardon gli altari,
    Che cementan co'l sangue i figli tuoi!
    O generosi, o cari
    Apostoli, o gagliarde ostie ed eroi,
    Voi non cadeste indarno! Ecco, su queste
    Ingombrate di stragi inclite rive
    La nova alba diffondesi
    D'una sorgente età; spiran le meste
    Genti educate dal dolor le vive

    Aure di libertà; vigili e pronte,
    Di fieri casi esperte,
    Al sorriso del Vero ergon la fronte;
    E dal sangue fraterno, onde coverte
    Son queste piagge illustri,
    Coronata di lauri e di baleni
    Tu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!--




CANTO NONO.

ARGOMENTO.

Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla
vista dell'incendio di Parigi.--Pettegolezzi divini.--Profonda risposta
di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde
improvvisamente la ragione.---Lucifero, che ha lasciata la Francia,
veleggia per l'America.--Apostrofa alla Spagna.--Arriva nel nuovo
mondo.--Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.--S'interna in
una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia,
che pretende esser sorella del genere umano.


      Con quest'alte speranze e queste cure
    Si partiva l'Eroe, mentre più vasto
    Per la rigida notte infurïava,
    Turbinando, l'incendio. Arder parea
    La terra intorno, e correr sangue i fiumi,
    E, ad ingoiar tant'ira e tanti affanni,
    Come abisso di morte, aprirsi il cielo.
      Sentîr le fiamme inaspettate e il lezzo
    Dei feroci olocausti, e balzâr tutti
    Fuor del sonno i Celesti, a quella guisa
    Che sbucan da le pingui arnie ronzando
    Le pecchie industri, allor che il dispettoso
    Villan, che con obliquo animo guarda
    Al prospero vicin, l'aride ammucchia
    Secce del campo, e presso agli alveari
    Gitta la fiamma e, pago il cor, s'invola.
    Sorser così l'alme beate, e primo
    Al veroni del ciel, trepido, ansante
    Di recidiva voluttà, la via
    S'aprì quel di Gusmano, un tra' più forti
    Zelatori del Cristo, e:--Li han bruciati,
    Li han bruciati? dicea; son tutti rei,
    Tutti eretici son; di roghi ha d'uopo,
    Sol di roghi la terra!--
                            --Ah! ch'io li veggia,
    Gridava dietro a lui, feroce in vista
    Il terror di Toledo; e con aperte
    Nari spirava quella crassa, impura
    Mefite, che a le fiamme orride mista
    Gli astri avvolve di fumo e ammorba il cielo;
    Ch'io li veggia morir; ch'io l'odor beva
    De le ree carni abbrustolate, ascolti
    Il rantolo supremo, e sperda a' venti
    Con questa man la polvere esecrata!--
    Sporge in tal dir la gialla testa, in cui
    Pochi, duri quai chiodi alzansi i crini;
    Schizza sangue dai tondi occhi; le adunche
    Scarne man vibra come artigli, e, tutto
    Tremito i polsi, la sanguinea bocca,
    D'un lungo, giallo e mobil dente armata,
    Fra la bava spalanca, e rauchi e fieri
    Urli interrotti da le fauci avventa.
    A l'aspetto feroce inorriditi
    Portan gl'innocui serafini al volto
    Le miti ali e le palme; e solo allora
    Che sentîro il clamor de le sorgenti
    Dive, si diêro a sogguardar furtivi
    Fra le dita e le penne. In simiglianza
    Di pingui anatre, allor che da l'erbosa
    Riva, ov'ebber più tempo ombre e pastura,
    Al subito apparir d'un orgoglioso
    Cigno, di laghi imperator, si danno
    Clamorose a fuggir; sbatton le brevi
    Ali pe'l lido, e tra le canne e i giunchi
    Del padule vicin tuffansi in frotta;
    Folte così, così confuse e punte
    D'improvviso timor sorser le dive
    Da le tiepide piume; e, tutta a un'ora
    La rigida modestia e il curïoso
    Sguardo dei circostanti angeli e il loco
    Dimenticando, fuor dai nivei pepli
    Libere consentían le rosee forme,
    Che, fresche, acerbe e roride sì come
    Pesche soavi che l'aurora imperla,
    Inducean le celesti anime a un senso
    D'indefinita voluttà. Le vide
    Da l'antico suo seggio il profetante
    Re di Sïonne, e abbandonata al piede
    Caddegli la vocale arpa; nel petto
    Fiammeggiò tutto; e già fuor dagli avari
    Occhi e fuor da le labbra avide il senno
    Senz'altro gli fuggía, se non che a tempo
    Sopravvenne il divin Padre, e d'un cenno
    Le impronte ansie ammorzò. Pensoso e stanco,
    Di sotto il braccio egli venía soffolto
    Da la diva Teresa: una vegliarda
    D'Àvila, ossessa da Gesù, che al vano
    Piacer, che le vulgari anime adesca,
    L'involò tempestivo; ond'ella, esperta
    Del futil gioco de la rea fortuna,
    Al suo divo amator l'alma concesse.
    Or fra gli astri ha dimora, e sacro in terra
    È il nome suo. Ringiovanita e bella,
    In pregio de le sacre estasi, al Nume
    Dilettissima vive, e a lui sorregge,
    Antigone pietosa, il passo infermo.
      A l'appressar del Dio, taciti arretransi
    I minori Celesti, e in duo partita
    S'apre la folla riverente. Un aureo,
    Morbido seggio ivi s'ergea: stupenda
    Opera di ricamo, in cui la diva
    Lucia, maestra d'ingegnosi uncini,
    Esercitata avea tutta ad un tempo
    L'ammirabil perizia. A lei ministre
    Furon le vigilanti ore, e compagna
    La rigida pazienza; e non di perle,
    O di rari smeraldi e di rubini
    La cara opra abbellì, ma, tutti presi
    I riposti, ozïosi astri dal fondo
    Dei forzieri di Dio, gl'infilzò a un refe
    Adamantino, e al divin seggio intorno
    Con sottile d'acciaro ago l'infisse.
    Ivi il Nume si asside; il formidabile
    Sopracciglio fatal tre volte inchina,
    Scote tre volte l'ambrosia canizie,
    Serra il valido pugno; e al cenno usato
    Svegliasi da le sante arpe il concento
    Dei melodici salmi. Apresi il varco
    Tra' folti angeli allor la previdente
    Brigida, e tutta rigorosa, in vista
    Di profetessa, al vecchio Iddio d'innanzi
    Piantasi; e il fren già già scioglie al facondo
    Favellar, che Gesù destale in core,
    Quando il buon Dio con subita rampogna;
    --Brigida, figlia mia, le dice, smetti
    Per carità l'antifona noiosa:
    La san perfino i paperi: i soldati,
    Che legaron Gesù, fûr centocinque;
    Gli sputi, ch'ebbe su la santa faccia,
    Novantadue; le prezïose stille
    Del sangue, che sul Golgota egli sparse.
    Due milïoni; centomila gocce
    Di sudor; cinque piaghe, oltre la sesta
    Rivelata al dottor di Chiaravalle...
    Ma, per pietà, finiscila una volta
    Quest'insulsa scilòma!--
                            Indispettissi
    A tal parlar la vergine Maria,
    E con umile sguardo e cor severo:
    --Padre, figlio, esclamò, suocero, sposo,
    In verità questo parlar non parmi
    Degno di voi! Che! non vi par ben fatto,
    Che si onori mio figlio?
                            --E figlio nostro!
    Battendo l'ali e pipilando, aggiunse
    Il Colombo divin; Brigida a dritto
    Lo ricorda ai beati!--
                          --Aüf! rispose,
    Sorgendo a un tratto il bilïoso Iddio;
    Io non ne posso più di questo eterno
    Bisticciar fra di noi! Non son padrone
    D'aprir la bocca e darle fiato! Questa
    Divinità, che non è tre nè uno,
    Mi comincia a dar noia: un giorno o l'altro
    Me ne sbarazzo! I dii stan bene in caffo,
    E tre son troppi!--
                       Ammutoliron tutti
    A l'acerba parola. Allor lo sguardo
    Gittò il Dio su la terra; e poi che, a schermo
    Del raggio dei vicini astri, la mano
    Tremula pose tra la fronte e il ciglio,
    E affisò lungamente, un sospir trasse
    Dal cor profondo, e, in tuon grave e solenne:
    --Quello, disse, è un incendio!--
                                     Al suon temuto
    De la voce di Dio restâro immoti
    Gl'immoti astri, ondeggiâr l'aure ondeggianti,
    E, pago il cor del rivelato enimma,
    Tornò ciascuno a le celesti alcove.
    Non però torna il re dei Numi, o al sonno
    Crede le membra, abbenchè lasse: in parte
    La più remota ei si ritragge, e seco
    Vien la scorta sua fida. In sui ginocchi
    Questa gli s'adagiò; tutto gli prese
    Fra le morbide mani il capo augusto,
    E il baciucchiò teneramente. Assòrto
    In un triste pensier nulla ei sentía
    La dolcezza dei baci; ond'ella in fronte
    Li astuti gli figgendo occhi d'amore:
      --Caro babbo, dicea, s'è ver ch'io leggo
    Nel tuo pensier, mesto sei tu. Pensoso
    E tacito così, mai non mi fosti
    Da parecchia stagion. Ti vien vaghezza
    Di sparger di novelli astri la faccia
    Dei firmamenti? Ebben, parla: al tuo detto
    Sorgeran soli e mondi. Arde i tuoi sdegni
    La superbia de l'uom? Fulmina: è tua
    L'eternità!--
                 Sorrise amaramente,
    Scrollando il capo, il divin Padre, e,--Acerbi
    Fatti, rispose, al mio pensier tu chiami,
    E quasi punta di crudel sarcasmo
    Tu ferisci il mio cor. Di sogni in sogni,
    Credula come sei, porta la fede
    La semplicetta anima tua; veleggi
    I cari regni de l'amor, nè sai
    Quanto abisso di morte e di dolore
    Sotto a questi vegghianti astri si celi!--
    Punse tal favellar l'orgogliosetta
    Alma di lei, che tutti aperti e chiari
    I misteri del ciel correr presume,
    E, di vivo rossor la guancia accesa:
      --E che dunque, esclamò, questa mi vale
    Presenza tua, se al guardo mio si asconde
    Parte alcuna del ver? Veggente e diva
    Sol di nome son io, quando sostieni,
    Che, di tenace error l'anima avvinta,
    Qui in ciel, quasi mortal femmina, io viva!--
    E a lei con dolce, carezzevol piglio,
    Palpando il collo flessuöso e il crine
    Rispondeva il buon Dio:--Già da gran tempo
    Io'l so, ch'ésca tu sei! Docile e buona
    Finchè si va a' tuoi versi, e ti si corre
    Dietro senza neppur farti uno zitto;
    S'apre bocca? si fiata? Ecco, senz'altro
    Tu mi prendi una bizza! Ah! ma la colpa
    È tutta mia! T'ho ridonato il riso
    Di giovinezza; il cor t'ho schiuso a' facili
    Vaneggiamenti d'un celeste affetto,
    Tutti inutili doni! Altro or tu chiedi
    Del mio paterno amor non dubbio segno?
    Legger vuoi nel destino? Ebben, mi ascolta!--
      Smesse il labbrino, e radïò d'un riso
    La bellissima santa, e, poste al seno
    Con garbo puëril le braccia in croce,
    Si guardò, s'assettò, scosse la bruna
    Testa, a svïar dal fronte piccioletto
    La crespa ed odorata onda del crine,
    E tutta ne l'udir l'anima accolse.
    --Non sorrider così, cominciò il Nume
    Con sospirosa voce; occulta, orrenda
    Cosa io dirò, tal che nessun finora
    Ascoltò dei Celesti. Ah! s'altri fosse
    Di tal secreto e dei miei casi a parte,
    Rubellarsi vedresti al regno mio
    Le angeliche sostanze, e qual notturno
    Spirto d'inutil sogno irne in dileguo
    La mia superba autorità. Se dunque
    Di tanta confidenza oggi t'eleggo
    Secretaria e custode, e tu ten mostra
    Degna co'l seppellirla entro al tuo petto.--
    Co'l tenue capo d'assentir fe' cenno
    La santa giovinetta, e portò al core
    La man picciola e bianca. Il guardo in giro
    Mosse il canuto Iddio; piegò la bocca
    Su l'orecchio di lei; la man distesa
    Fra la bocca e l'infida aria interpose,
    E mormorò:--Nulla son io, non sono
    Che un forte e secolare incubo, imposto
    Da la paura al sonnecchioso Adamo!
    Guai se si sveglia, guai!--
                               Balzò a tal detto,
    Come da subitano estro compunta,
    La dea, che bruno e inanellato ha il crine,
    E pallida, stupita, senza voce,
    Senza moto restò, tal che scolpita
    Immagine parea. Sciolse ad un tratto
    Al pianto insieme e a la parola il freno,
    E, battendosi il petto:--Ah! disse, è vero,
    Che Dio mi parla? E non è sogno il mio?
    Iddio tu sei? Desta e in me stessa io sono?
    O tremenda parola, ahi! s'è pur vero,
    Che udita io t'ho, che nel mio cor t'accolgo,
    Tosto in fiamma ti cangia, e questa mia
    Vuota sostanza incenerisci e annienta!--
    Poi riprendea:--Tu non sei Dio? Non sono
    Opera di tua man questi diffusi
    Mari di luce e questo ciel?--
                                 Tal suona
    La fama, è ver; ma in verità, te'l dico:
    Assai prima ch'io fossi erano i cieli.--
    --Ma la terra, ma l'uom?--
                              --Tu accenni al loco
    Del nascer mio: l'uom, già mio servo, è fatto
    Di Lucifero alunno!--
                         --E a che dormenti
    Lasci i fulmini tuoi? Già nel terrore
    Terra e cielo avvolgeano.--
                               --Ha tal d'acciaro
    Il pensiero de l'uom scudo ed usbergo,
    Che le saette mie sfida e dispregia!
    Ahimè! vicino ai regni miei già miro
    Torbidi sovrastar gli ultimi soli!
    Già tapina esular di terra in terra
    Veggio tra le fugate ombre la Fede;
    Con flagello di foco insta, ed incalza
    Lucifero; lo scherno odo e il sogghigno
    De l'incredule genti; e s'io qui resto
    D'ozî vulgari e di silenzio avvolto,
    Qui tra poco vedrem superbo e forte
    Sorger sovra il mio trono il mio rivale!

      Tal parla Iddio, mentre a la pia fanciulla,
    Fra il disinganno incerta e la paura
    L'anima balza, e si scompiglia il senno.
    Tutta a un punto scomposta il volto e 'l crine
    Rompe in subite risa; il lembo estremo
    De le candide vesti in su la bella
    Testa rivolge, e così a mezzo ignuda,
    Una strana canzon canterellando,
    Per la reggia del ciel sgambetta, e ride.
      Molte fiate tornò limpido e lieto
    Su la terra il mattin; molti su' fiori
    Versò brine dal grembo e rai dal crine
    La bellissima Aurora; e chiuso intanto
    Entro al mondo de' suoi splendidi sogni
    L'alto oceán Lucifero trapassa.
    Poi ch'a la rea città volse le spalle,
    Non d'Albïon la tetra aere, o le cupe
    Arti cercò, per cui rigida e avvinta
    Nei suoi ferrei statuti il mar governa;
    Ma a voi, genti d'Iberia, a voi, gagliarde
    Stirpi, a l'onor di libertà ridéste,
    Dal magnanimo cor volse un saluto.
    --Voi felici, esclamò, quando su'l dorso
    D'un ignifero pin credeasi ai flutti,
    Voi più volte felici, ove, le impronte
    Ire dimesse e le civili erinni,
    Tutte verrete a far corona e scudo
    Al sabaudo monarca! Ai suoi governi
    Arti oblique e malfide armi, riparo
    Di trepidi tiranni e d'alme imbelli,
    Ei non invoca, anzi dispregia. Illustre
    Germe di prodi, e prode anch'ei, la spada
    Sovra il capo degli empî alza, e al consiglio
    Di sola Libertà l'anima assente;
    E, in bionda età senno canuto, alteri
    Ai sovrani del mondo esempi insegna.
    Oh! a lui, prodi, accorrete! A lui, se tanto
    Dagl'iberici petti anco si cura
    Libertà con giustizia, a lui d'intorno
    Serratevi, e del cor, più che del braccio,
    Custodite il suo trono! Ira di avverse
    Parti, d'invidia alimentate e d'oro,
    Romperà allor contro al suo piè, qual foga
    Di torbidi torrenti ad ardua rupe;
    Da le rive del Tebro, auspice amica,
    Sorriderà l'itala donna al raggio
    Del fraterno vessillo; e su la sponda
    De l'orgoglioso Manzanàr la diva
    Libertà, le robuste ali raccolte,
    Gioirà l'ombra dei sabaudi allori!--

    Così mescendo vaticinî e voti,
    Varca i mari d'Atlante, ospiti al gregge
    Degli ondivaghi mostri e a l'improvviso
    Da l'uom domato imperversar dei nembi;
    E tu, assiso a la prora, in simiglianza
    Di grandissima fiamma eri, o Colombo.
    Fuggon sconfitte al tuo cenno le ruote
    Dei fiammanti uragani; urlano al vento
    I segati cicloni, e nei profondi
    Baratri incatenate, a l'uom che passa
    Le procelle del mar piegano il dorso.
      Salvete, inclite rive; e tu, gagliarda
    Libertà, salve! O sia, che de l'aeree
    Ande selvose ami la vetta, asilo
    Del superbo condoro; o che ti piaccia
    Spazïar le insegnate acque, o fra l'ombre
    Di vergini foreste errar su'l dorso
    Del corrente giaguaro, il cui ruggito
    Quando sorge o tramonta, il Sol saluta;
    Grande ognor, se dal doppio istmo le schive
    Genti nei socïali ordini aduni;
    Grande, se per deserti orridi il grido
    Al perpetuo ulular mesci dei venti,
    O più t'aggrada perigliarti al balzo
    Di sonanti cascate, e dar concento
    Di selvagge parole ai boschi e al cielo.
    Tu nei golfi insüeti il pino ibero
    Primamente accoglievi, e le ritrose
    Stirpi, di vesti e d'ogni culto ignude,
    Con lungo studio riducevi al rito
    De' giapetici imperi. Onde fu visto
    Spezzar lo strale e abbandonar le selve
    Il fierissimo Pampa; e giù dai monti
    De l'indomo Uraguai scender l'imberbe
    Nomade che il color d'ambra ha nel volto;
    E, al corpulento Patagòn commisto,
    Dal profondo Orenòco erger l'ignude
    Membra pasciute di schifose argille
    Lo stupido Ottomàco, e sentir l'uopo,
    Tua mercè sola, del civil convegno.
      Per le vaste città, fra' popolosi
    Commerci, a respirar l'aure vitali
    Di quei giovani climi, al mondo ignoto,
    Lucifero s'avvolse, ed aureo raggio
    D'alte speranze e virtù nuova attinse.
      Un dì per le sonore ombre movea
    D'un'intatta foresta. Invïolate
    Da umana scure, indocili al veggente
    Raggio del Sol, gelosamente intesti
    Tendon le secolari arbori i rami,
    Ove di tutte sue virtù ad un tempo
    Le sconosciute pompe Iside spiega.
    Come in tempio infinito, ivi si aggira
    La divina matrigna, e tutta appella
    Sotto agli sguardi suoi dai varî climi
    La numerosa vegetal famiglia,
    La qual, superba de la dea presente,
    Rigogliosa e gigante occupa il cielo.
    Giovinetta immortal, sotto a' suoi passi
    Balza la bella Primavera, e, stretta
    Con insolito amplesso al fresco Autunno,
    Tempra l'aure vitali; e quando i rami
    Di mai veduti fior l'una inghirlanda,
    L'altro, furtivo sorridendo ai fiori,
    Con selvatica man gli arbori impoma.
    Con temperie diversa al loco istesso
    L'arborea felce ivi tu ammiri accanto
    Al rigido lichene; a' molli orezzi
    Dei vitali palmîzi, a l'odorate
    Del profetico cedro ombre ospitali
    Svolgon le foglie flessuöse e snelle
    Le giganti gramigne, e sempre verdi
    Spiega l'artico musco i suoi tappeti.
    Qui l'indico banano apre le braccia
    Provvide indarno di nettaree frutta;
    Qui, impervio ancora al trafficante avaro
    D'ingrati climi e da ogni ferro intatto,
    Serba il purpureo sandalo odorato
    Le rosee tinte e la gentil fragranza;
    Qui, stupendo a saper, quella s'innalza
    Pianta ingrata e vulgar, se tu la miri
    Da le rocce infeconde erger la scarsa
    Chioma e scovrir le povere radici
    Fuor del sasso natío, mentre co' rami
    D'ogni ombra avari si trastulla il vento;
    Ma egregia pianta e prezïosa, allora
    Che al nascente mattin, fuor dagli aperti
    Libri deriva, e versa intorno un'onda
    Di balsamico latte. A lei, se tanto
    Gli è propizio il suo dio, ch'indi la scopra,
    Corre il nomade adusto, e leva un grido
    D'insolita letizia; trafelanti
    I figliuoletti accorrono, e, d'attorno
    Tripudïando al caro arbore, il labbro
    Danno al buon cibo, e a tutta gioia il core.
    E ove te lascio, o provvido e pietoso
    Abitator di torride contrade
    Stupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgi
    Dirittamente come palma, e vinci
    Pur la palma in virtù, ben che a lei pari
    Sovra l'ispido tronco, a mo' di piume
    D'orgoglioso pavon, spieghi le foglie.
    Tu al dipinto Indïan, che nulla ha cura
    Di curvi aratri e di lanosi armenti,
    Non pure offri spontaneo asilo e cibo,
    Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno,
    Di schietta acqua e di pan candido e dolce
    E di liquido latte e di vin puro
    E di vesti e di case e d'ogni adatto
    Utensile il provvedi; ond'ei, null'altro
    Studio avendo e ricchezza, a l'ombra amena
    Dei rami tuoi beato i dì produce.

      Ma chi tutta diría la pompa e i mostri
    Di quei vergini climi? Ivi l'irsuto
    Cacto grandeggia, come cereo immane;
    Ivi a quella di Pesto emula ignota
    L'odorato e gentil calice innostra
    Di Belvèria la rosa; ivi quanti hanno
    Onoranza e virtù di prezïosi
    Medici succhi, o nominanza orrenda
    Di fulminei veleni, indifferente,
    O sien radici o fiori, Iside spiega.
      Passa l'Eroe solo e pensoso. Ingombri
    D'intrecciate vainiglie e di lïane
    Lunghissime a le chete aure pendenti
    Sovr'esso al capo suo chiudonsi i rami,
    E or di cupole in guisa, or di cortine,
    Or di fioriti padiglioni e d'archi,
    Lussureggian di aspetti e di colori
    Al queto occhio di lui. Di strane voci
    E di strilli e di fischi e di pispigli
    Suonan l'aure d'intorno; odi a la lunga
    Romoreggiar di vaste acque, e tra' rami
    Frusciar d'ale infinito; e, a far più viva
    Quella solenne immensità, vaganti
    Stormi, non sai se d'animate gemme,
    O di fiori volanti, o ver di augelli,
    Tra le foglie s'inseguono, o procaci
    S'arrampican sui tronchi, e rauco e chioccio
    Stupidamente al ciel mandano il grido.

      Sente il superbo Vïator quell'ampia
    Solitudin di cose; e al tanto aspetto
    De l'eterna rival l'animo esalta,
    Come rubusto ed animoso atleta,
    Che pronto e fiero in sul diviso aringo
    L'avversario mirando a lui di fronte
    Qual fondato edificio alzar le membra
    Valide e salde e provocar l'assalto,
    Ne l'impavido cor crescer più sente
    L'anima avvezza; agli allenati fianchi
    Batte le palme; le nodose braccia
    Brandisce, e, ardente di slanciarsi il primo,
    Vibra a l'aure sonanti il pugno e il grido.
    Precorreva l'Eroe gli anni; ed al volo
    Di splendide speranze il cor donando
    Nuovi trïonfi del Pensier vedea
    Su l'immensa natura; e:--Verrà giorno,
    Madre altera, dicea, che queste occulte
    Tue sedi, onde ti piaci, e la selvaggia
    Verginità di questi boschi al rito
    Dei nostri aratri ubbidiran. Da queste
    Sconosciute vallèe, mutati in lievi
    A lo spiro dei venti ampii navili,
    Quest'ardui tronchi correran su' flutti;
    E rigogliose e riverite, assai
    Più di queste a te sacre are romite,
    Genti e città qui fioriranno al raggio
    Di benefiche leggi. Altero e cinto
    Di tutto ardir qui nel tuo grembo, aperto
    Da l'industre fatiche, e monti e abiss

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