Gutenberg · eo1.org

← catalogue

Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

by marchesa Colombi · Italian · Gutenberg #17907 · 294,093 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

Author: marchesa Colombi


        
Release date: March 3, 2006 [eBook #17907]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/17907

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK TEMPESTA E BONACCIA: ROMANZO SENZA EROI ***




Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at
http://www.braidense.it/dire.html)












  LA MARCHESA COLOMBI

  TEMPESTA E BONACCIA

  _ROMANZO SENZA EROI_





  MILANO
  LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA
  Corso Vittorio Emanuele, 26

  1877




_Proprietà letteraria._

_Tipografia Sociale--S. Radegonda 6._






TEMPESTA E BONACCIA



I

   +-------------------------------------------+
   |                                           |
   |                                           |
   |                                           |
   |                                           |
   |           AVV. MASSICO GUISCARDI          |
   |                                           |
   |                                           |
   |                                           |
   | _Milano, Piazza del Duomo, N. 10._        |
   |                                           |
   |                                           |
   +-------------------------------------------+




II.


   +-------------------------------------------+
   |                                           |
   |                                           |
   |                                           |
   |                                           |
   |          _I LETTORI_                      |
   |                                           |
   |                                           |
   |                                           |
   | _In hac lacrymarum valle._                |
   |                                           |
   |                                           |
   +-------------------------------------------+




III.


Ed ora, signori lettori, che ci siamo reciprocamente presentati
scambiandoci le carte da visita, come si usa tra le persone ammodo
quando non hanno la fortuna di potersi vedere, tiro via colla mia
storia.

Non vanto illustri avi, nè sono figlio di paltonieri. Appartengo
all'umile classe dei borghesi. Non sono nè ricco nè povero. Ho
trent'anni.

Quattro anni sono mi accesi d'una grande passione; feci le debite
pazzie, e poichè le donne sogliono misurare e compensare l'amore a
seconda delle pazzie che fa fare, fui, come di ragione, riamato. E per
quella volta la donna mia non prese abbaglio, dacchè io l'amassi
davvero con un trasporto che non avevo mai conosciuto prima.

Napoleone III o non so chi altri, pronunciò una parola meritamente
celebre: «Quanto dura l'eternità in Francia?» Se il plagio non
deprezzasse la mia trovata, sono certo che diverrei altrettanto famoso
dicendo: «Quanto dura l'eternità in amore?»

Rinuncio alla celebrità ma non al motto: «Quanto dura l'eternità in
amore?»

Ahimè! In tutta buona fede avrei accettato allora di passare la vita
senza un'altra gioia, nè un altro affetto, nè un altro interesse, nè
un'altra ambizione, fuorchè l'amore di quella donna. Non mi credevo
suscettibile di altro sentimento. Al confronto di quell'attrazione
potente, irresistibile, gli altri sentimenti mi sembravano meschine
convenzioni sociali.

Alcuni amici s'avventurarono a dirmi:

--Massimo, non pensi che è sleale corteggiare la moglie d'un altro, e,
peggio, d'un amico? La tua coscienza non ripugna dallo _stringere
sorridendo la mano d'un uomo che tradisci_?

È la frase consacrata. Ed io meravigliavo tra me, come le menti di
quegli amici miei mancassero di elevatezza per non potersi scindere da
meschini pregiudizî sociali, ed innalzarsi con me nelle sublimi
regioni della passione. Sì; la mia donna era vincolata ad un altro. Ad
un egoista che si era permesso di farla sua, senza prevedere che io
l'avrei amata. Ad un tiranno, che persisteva ad essere suo marito
malgrado il nostro reciproco amore. Animo volgare, incapace di
eroismo, che non aveva nemmanco la generosità di _sopprimersi_ per la
felicità d'un amico.

E nondimeno mi si accusava. Non si comprendeva che la mia colpa, se
pur colpa è possibile in una grande passione, era crudelmente espiata
dal pensiero che quell'uomo si permetteva di chiamar _sua_ la donna
_mia_, di darle del tu, d'amarla, e forse financo di aspirare al di
lei amore. Oh, quell'uomo! Io l'odiavo per le ore di tortura che
m'imponeva; per le notti che mi faceva vegliare tra gli spasimi della
gelosia; per il sacrifizio cui mi assoggettavo ogni giorno di
frequentare la sua casa, di parlargli amichevolmente, di simulare
colla donna amata una freddezza che non avevo nel cuore, di tollerare.
che egli le parlasse con una famigliarità oltraggiosa. Oh! quando
stringevo sorridendo la mano d'Ernesto, nonchè sleale, mi sentivo
grande e generoso: perchè l'odiavo, perchè avrei voluto ucciderlo; e
me gli mostravo amico, e rispettavo la sua esistenza, per non
compromettere la donna mia.




IV.


Così pensavo allora, ed ero in buona fede, lo giuro.

Su quell'incendio passarono tre anni; e passarono le scene di gelosia,
sempre più rade da parte mia, sempre più frequenti da parte di lei; e
passarono i rimproveri che mi spesseggiavano sopra per ogni nonnulla.

Dopo tre anni e qualche mese cominciai ad accorgermi che
l'osservazione de' miei amici non era punto volgare, nè ingiusta.
Infatti come non ne avevo compreso prima la moralità incontestabile?
Come avevo potuto stringere sorridendo la mano d'un uomo che tradivo?

Ma certo il mio cuore doveva aver ripugnato all'atto sleale. Certo
doveva aver fatto pressione sulla mia coscienza per amore della donna
mia; per farle il sacrificio de' miei principî... Deve essere un amore
ben grande quello che giunge fino ad immolare le cose più sacre, fin
l'onore. E dopo tutto ciò ella spingeva l'ingratitudine fino a farmi
dei rimproveri... Oh! le donne! E codesto esclamavo inorridito da
tanto egoismo.




V.


Stavo sotto l'incubo di quel legittimo orrore. Ed intanto la mia
delicatezza cominciava a trovare ogni giorno più penosa l'idea di
tradire un amico ne' suoi più cari affetti.

Una sera andai al teatro Carcano. Vi cantava una artista esordiente,
giovane, simpatica.

La sera seguente il Carcano era chiuso. Il direttore dell'orchestra mi
offerse di presentarmi a lei. Ero così triste, che proprio non
desideravo far conoscenze; ma per compiacere il mio vecchio amico,
andai con lui dall'artista all'Albergo Milano.

Trovai che la giovane signora conversava con un giornalista mio amico.
Era Giorgio Albani.

Il vecchio professore si ritirò alle nove. Io, giovane, non potevo
ritirarmi così presto; sarebbe stato scortesia verso la signorina; era
quanto dirle che la sua compagnia non mi tornava gradita.

Mentre io, sempre egualmente sollecito della salute del mio vecchio
amico, lo accompagnavo--sino in capo alla scala,--la signorina disse a
Giorgio:

--E quel signore che non ha preso il cappello e non m'ha salutata? Non
se ne va?

--Perchè? Le dispiace? domandò Giorgio.

--Un poco; ha una cert'aria inquisitoria; quando mi guarda mi sembra
di un'autopsia morale.

--Come s'inganna! È così sbadato, e così buono; quando lo conoscerà
meglio, sono certo che le piacerà.

--Può darsi; ma intanto mi annoia; volevo fare una passeggiata, ma con
quel signore non oso; mi dà soggezione.

--Massimo!? esclamò Giorgio ridendo.--Ma le giuro che egli non aspira
punto a destare questo sentimento nelle signore...

In quella rientrai. Giorgio mi disse:

--Massimo, la signorina mi diceva che desidera fare una passeggiata;
ma ha soggezione di te.

Egli diceva questo in aria di tanta ammirazione... si sarebbe detto
che facesse un merito a sè stesso della timidezza di quella signora.

Giorgio sapeva ch'io non amo in generale le artiste. La libertà delle
loro maniere mi dà uggia. Ed ora sembrava dirmi: Vedi che Fulvia non
si emancipa; e, per essere artista, non cessa d'essere una signora?

Io contavo proprio quella sera di gettare colla mia presenza un raggio
di felicità sull'esistenza della donna mia... Ma all'udire il
desiderio dell'artista... esordiente, giovane, simpatica,--dovetti
rassegnarmi, per delicatezza, a mettermi in terzo con lei e con
Giorgio in quella passeggiata.--Ritirarmi sarebbe stato esternare il
sospetto ch'essi stessero meglio soli... un uomo delicato non offende
così gratuitamente una donna. Così, invece di tergere le lagrime della
mia bella marchesa, mi rassegnai a sopportare il sorriso inesauribile
di quella spensierata giovane. Ella scherzava su tutto. Pareva una
cicala, nata solo per cantare.

Io, che avevo tanto amato i languidi sguardi, gli atteggiamenti
melanconici della donna mia, sempre avvolta in una nube di tristezza,
trovavo insoffribile il cinguettìo di quella nuova venuta.

Ciarlando un po' di tutto, ella venne a dire di essere stata
raccomandata alla marchesa Vittoria Prandi; era la donna dei miei
pensieri. E Vittoria, cortese e generosa, era corsa a vedere la
giovane raccomandata nella sua camera dell'Albergo Milano.

Ora dunque Fulvia desiderava passare la sua prossima sera di riposo al
circolo della marchesa, per ringraziarla della sua cortesia. Pregò
qualcuno di noi a volerla accompagnare. Con che gioia colsi
quell'occasione di vedere la donna mia!

Anche Giorgio Albani si offerse di fare da cavaliere alla giovane
artista; ma egli non frequentava la casa di Vittoria; la conosceva
poco; io invece ero intimo della famiglia; lo persuasi che era più
conveniente che Fulvia vi si presentasse con me, e con me solo.

Ella rimase indifferente a codesta discussione, ed interpellata
rispose:

--Per me, purchè vi sia qualcuno che m'accompagni, sia l'uno sia
l'altro, mi fa egualmente piacere.

Facemmo una lunga passeggiata. Fulvia fu allegra, gentile, spiritosa,
ma serbò sempre un certo imbarazzo riguardo a me. Quando mi parlava,
evitava di guardarmi, e non accompagnava il discorso col menomo gesto.

Si occupava ad abbottonarsi o sbottonarsi i guanti, a cogliere una
foglia ed a ripiegarla in tutti i sensi, e seguiva cogli occhi l'atto
della mano, quasi fosse più intenta a quello che a quanto diceva.

I tratti di spirito che intercalava al discorso, i frizzi con cui
presentava in caricatura una persona o una cosa, detti così senza
importanza e poco accentuati, acquistavano un carattere più umoristico
e sorprendevano di più.

Quando l'avemmo ricondotta all'albergo, Giorgio mi ripetè quanto ella
aveva detto a riguardo mio, mentre accompagnavo il mio vecchio amico
sulle scale.

--Ebbene, dissi, domani a sera non verrò. Non voglio privarla del
piacere d'esser sola con te.

Egli non rispose. Era delicatissimo, prudente, pieno d'onore. Forse
gli dispiacque il sospetto sottinteso in quella mia risposta, e non
volle nondimeno ribatterlo per non impegnare una discussione che
poteva far torto ad una signora ch'egli stimava. Parlammo d'altro e
parlammo poco.

Io amavo sinceramente Giorgio, che era un nobile cuore, un amico
leale. Pensai a lungo a quella parola amara che gli avevo detta; ed a
quando a quando ripensai alla antipatia della giovane artista per me.

Prima che giungesse la sera del giorno seguente, mi persuasi che, a
rimediare all'offesa che le avevo fatta, ed al dispiacere che avevo
dato a Giorgio, era necessario che passassi ancora quella sera con
loro. Andai a vedere Fulvia nel suo camerino in teatro; Giorgio mi vi
raggiunse, e tornammo all'Albergo Milano insieme.

Fulvia aveva cantato quella sera con tanta grazia e tanta passione,
che il pubblico l'aveva accolta con entusiastici applausi. Nel
camerino s'erano affollate le visite a complimentarla. Io l'avevo
ascoltata da un palco di proscenio, ed amantissimo della musica, ero
stato profondamente commosso dalla sua voce; dimenticai le parole poco
lusinghiere per me che ella avea dette ad Albani e, nella sincerità
dell'animo, le dissi porgendole la mano:

--Signora Fulvia, ella mi ha strappato le lagrime.

--Le ho vedute, mi rispose: e mi strinse la mano cordialmente, e da
quel momento fummo amici.




VI.


Il domani Fulvia non cantava, ed io accompagnai la giovane artista in
casa Prandi a passarvi la serata. La società era poco numerosa.
Vittoria accolse la sua raccomandata colla solita affabilità, e mi
parve che si riuscissero simpatiche a vicenda. Ciarlarono
all'amichevole un po' di tutto; Fulvia saltando di palo in frasca,
trattando le cose con frivolezza mista d'un zinzino di sarcasmo, ed
esprimendo certe idee arrischiate che facevano restare gli ascoltanti
a bocca aperta. La marchesa seria, melanconica, ragionevole.

Io certo preferivo il nobile buon senso della donna mia; ma così, da
osservatore, notai che la conversazione di Fulvia riusciva più
piacevole.

La marchesa mi guardava col suo occhio profondo pieno d'amore; i
lunghi sguardi ch'ella mi volgeva tradivano la più viva passione.

Io ne ero certo lusingato e felice; ma non avrei voluto per nulla al
mondo che Fulvia si accorgesse che io... cioè che la marchesa aveva il
cuore preoccupato. E però le ricordai che quando volesse ritirarsi,
ero a' suoi ordini.

Ella si trattenne sino alle dieci soltanto. Mentre uscivamo. Vittoria
mi strinse la mano e mi susurrò:

--Tornate?

Io le risposi con un cenno affermativo; ma nella mia alta prudenza
avevo già deciso che non tornerei. Fulvia poteva aver concepito
qualche sospetto, ed io sentivo di doverla persuadere, pel decoro
della donna mia, che il mio cuore... cioè che il cuore di Vittoria era
completamente libero. E però, rientrato con Fulvia all'Albergo Milano,
posai il cappello coll'aria tranquilla d'un uomo cui nulla fa premura,
deciso a trattenermi.

Vittoria avrebbe dovuto essermi riconoscente di quel sacrifizio fatto
al suo decoro.

La giovane mi guardò un momento con meraviglia, quasi aspettando che
mi congedassi. Io sedetti accanto alla sua tavola, e mi posi a
sfogliare un albo. Ella allora mi offerse un sigaro, e si pose a
sedere dall'altro lato del tavolino.

Per verità, benchè non ci mettessi interessamento di sorta, il tempo
mi passò veloce tenendo dietro alle matte scorribande di quel
cervellino per le vie più torte della fantasia.

Quel poco che sapeva del mondo lo presentava in modo affatto nuovo;
aveva il dono di sorprendere sempre. Quando la lasciai erano le
undici, e dovetti confessare a me stesso che uno spirito elegante e
sereno, per chi non avesse come me un'altra passione, può piacere non
meno che un'immaginazione vaporosa e sentimentale.

Certo, Giorgio Albani, col suo cuore entusiasta correva pericolo di
perdere la pace, frequentando quella giovane. Compresi che, a
preservare l'amico mio da una passione che potrebbe costargli delle
amarezze, era mio dovere condividere con lui la compagnia
dell'artista; e, quando uno di noi dovesse rimanere solo con lei, era
meglio che restassi io, che nel mio impegno con Vittoria aveva una
salvaguardia.

Il giorno dopo cominciai, coll'eroismo dell'amicizia, a passare tutte
le mìe ore di libertà presso Fulvia.

Giorgio era sempre con noi; veniva insieme e partivamo insieme. Egli
le lanciava sguardi appassionati; la circondava d'ogni maniera di
premure; e quando parlava con lei aveva persino un'altra voce; trovava
delle note profonde di petto che non avevo mai conosciute nella sua
scala vocale.




VII.


Un giorno, uscendo da pranzo con un amico, incontrai Fulvia tutta sola
che camminava a passi accelerati in via del Monte Napoleone
dirigendosi verso il Corso. Presentai l'amico a lei, lei all'amico, e
dalla presentazione emerse, sempre nuovo come la Fenice della favola,
il famoso complimento:

--Ho tanto piacere di fare la sua conoscenza, col rispettivo:--Il
piacere è tutto mio.

Ma per verità, se vi fu momento in cui Fulvia non mi diede grande idea
del suo spirito, fu quello; tanto più che, nel pronunciare quel
supremo dei luoghi comuni, la vidi arrossire come una collegiale.

--Qui c'è del torbido, pensai; e quindi le chiesi dove fosse diretta.

--Dalla signora Melli, mi rispose, e continuava ad arrossire.

Io avevo tutta la stima di quella giovane, ma non ero tanto ottimista
da attribuire quel rossore e quella subita paralisi del suo spirito
alla soggezione che poteva inspirarle uno sconosciuto. E però, non per
curiosità, nè per interesse mio proprio, ma per l'interesse di Giorgio
che evidentemente l'amava, volli accertarmi se realmente andasse dalla
signora Melli, o se vi fosse qualche mistero di mezzo.

Lasciai ch'ella voltasse l'angolo del Corso, e quindi congedatomi
dall'amico le tenni dietro.

La signora Melli abitava una delle case del corso Venezia, tra la via
Monte Napoleone e la chiesa di San Carlo. Appostandomi nel caffè
dell'Europa, che è in faccia alla chiesa, avrei potuto vedere uscire
Fulvia dopo la sua visita, se realmente era diretta dove aveva
asserito.

Ma mentre passavo dinanzi alla casa in questione per dirigermi al
caffè, ecco Fulvia che usciva dalla porta.

Ella mise la più lusinghiera delle esclamazioni al vedermi.

Quella rapida uscita non era entrata per nulla nelle mie previsioni;
vidi che era lieta d'incontrarmi ancora.

--La civettuola!--cominciai a recriminare internamente--gioisce di
trovarmi qui. Si figura che la stia aspettando pei suoi begli occhi.
Come sono vane le donne!

La signora Melli non era in casa. Proposi a Fulvia di fare una
passeggiata. Ella accettò, e risalendo il Corso ci dirigemmo verso
Porta Venezia.




VIII.


Non so come avvenisse, che, durante quella passeggiata, ci trovammo a
parlare d'amore, a teorizzarvi intorno, a fare della metafisica
sentimentale. Certo fu lei a mettere il discorso su tale argomento. Le
donne non sanno parlar d'altro.

Per pura cortesia io dovetti secondarla, ed in breve c'ingolfammo in
uno di quei laberinti di ragionamenti da cui non c'è filo d'Arianna
che ci tragga.

Mi sarebbe impossibile dire da che punto partimmo, e dove ci condusse
la discussione, sebbene ne abbia in mente molte parole e persino il
suono della voce di Fulvia nell'atto che le pronunciava; ma l'ordine
mi sfuggì; forse perchè il discorso non ne aveva.

Si parlava d'incostanza. Fulvia mi disse:

--Convenga che noi abbiamo creato questa parola, e l'abbiamo schierata
tra le colpe nel codice dell'amore, mentre non è che un fatto
naturale. Forse l'amore è un episodio tempestoso; non altro. Due
persone s'incontrano; dopo un tempo più o meno lungo s'accorgono
d'amarsi; se lo dicono; sono felici di quel sentimento: ma quello
stato d'esaltazione non dura, e, cessata l'esaltazione, è cessato
l'amore. La costanza, che si traduce in quell'affetto lemme lemme, da
cui sono avvinti gli sposi, è un portato della civiltà, e ne abbiamo
bisogno per la tutela della prole. Ma in natura non esiste. Ed infatti
vediamo che tutti gli animali si amano per un dato periodo di tempo
poi diventano stranieri gli uni agli altri.

Disse tutto ciò con molta serietà; ma quando io volli rispondere per
combattere codeste idee, esclamò:

--Mio Dio, come siamo ridicoli a voler ragionare sul sentimento, e
definirlo! Ognuno lo prova in un modo speciale ed agisce in
conseguenza.

E rise del suo discorso, e sopratutto non poteva perdonarsi d'aver
detto _tutela della prole_, e d'aver paragonato l'amore degli uomini,
che per lei era tutto idealismo, a quello degli animali inferiori.

--Come tutto questo è volgare e brutale! diceva. Subordinare la
passione al calcolo preventivo dei bisogni della società!
Profanazione! dov'è il Cristo che scacci i mercanti dal tempio? Il
sentimento è l'essenza divina che il soffio di Dio ha infuso
nell'uomo. Accettiamolo com'è.

--Tutto questo mi prova, le risposi con un'enfasi di cui allora non mi
rendevo ragione, che per ora lei non è innamorata. L'amore ha leggi
fatali che tutti siamo costretti a subire. Ammetto che possa finire,
anzi in tesi generale è certo che finisce. Ma nessun innamorato ha il
coraggio di dirlo e neppur di pensarlo. _Mai_, _sempre_, sono parole
che si legano inevitabilmente all'amore. L'idea che quegli sguardi che
c'inondano di dolcezza non si rivolgeranno più sopra di noi, che
quella mano tanto eloquente pel nostro cuore non stringerà più la
nostra mano, che fra noi e quell'essere, che è parte di noi, che è
anzi tutta la nostra vita, debbano frapporsi il tempo e lo spazio, ci
mette spavento; sentiamo di preferire la morte; e nel giorno
dell'amore nessuno comprende la vita fuori e dopo di esso.

Io parlavo coll'eloquenza della convinzione, che è pure la chiave del
successo. E nondimeno ella si aggrappava sempre più alla sua strana
teoria, ed io non potei rimovernela d'un punto.

L'entusiasmo con cui dipingeva il suo _episodio tempestoso_, mi faceva
sentire sempre più, non per me, ma per l'amico mio, che certo amava
Fulvia, il bisogno che quell'amore fosse durevole.

Fulvia mostrava troppa potenza d'amore e di sacrifizio, perchè quelle
idee fossero inerenti al suo carattere. L'amore in lei doveva, una
volta nato, assorbire tutto il suo essere, sovrapporsi ad ogni
interesse, ad ogni considerazione, non colla sfrontatezza che calpesta
le leggi, ma colla nobile abnegazione che persiste, e vince.

Credetti comprendere che circostanze speciali non le permettessero la
speranza d'un amore più completo, ed ella si adoperasse ad idealizzare
quel poco che le veniva concesso, tanto per rapire la sua fugace
scintilla al fuoco celeste.

Ma quali fossero queste circostanze, non mi riesciva d'immaginarlo.

Un'artista giovane, libera, corteggiata, perchè non potrebbe amare?
perchè non potrebbe vagheggiare di unirsi per sempre all'uomo amato?
Forse un punto nero nel suo passato non le permetteva di abusare della
fede d'un uomo d'onore!

Ma tutto in lei si opponeva a questo sospetto.

Da tutti i suoi atti, da tutte le parole traspariva la confidente
lealtà della donna onesta.

Tuttavia, per l'interessamento che m'inspirava l'amico mio, sentivo il
bisogno di scrutare più profondamente l'animo di Fulvia.

--Giorgio è innamorato di lei, nevvero? le domandai senza altri
preamboli.

--Non mi ha mai detto questo.

--Non l'ha detto, ma l'ha fatto comprendere.

--Non so. Io non mi occupo d'indovinare sciarade.

--Sia sincera, Fulvia, mi dica la verità. Crede che Giorgio l'ami?

--Non posso dirle ch'io lo creda propriamente; ma certo se non mi
amasse, sarebbe un gran commediante.

--Dimostra di amarla molto dunque?

--Prende tutte le apparenze d'un sentimento profondo e represso.

--Represso?

--Certo. Represso.

--Non le disse mai una parola d'amore?

--Mai.

--Non le piace Giorgio?

--Sì; mi era simpatico, e la sua voce mi risuonava possentemente in
cuore.

--E poi?

--Cosa vuole! io ho una iettatura. Mi piacciono gli amori da romanzo.
Vorrei che l'amore fosse così anche nella realtà. Ed invece è
tutt'altro. E quando mi pare di scontrarmi in una passione come quelle
che si leggono, è come una goccia di mercurio; mi sfugge mentre sto
per afferrarla.

--Io non sono forte nello stile figurato, e forse non la comprendo,
osservai. Ma è certo che Giorgio non mi sembra punto inclinato a fare
con lei la goccia di mercurio.

--Eppure, prima che il sogno si facesse realtà, è passato un soffio di
vento, ed ha rovesciato l'idolo dal piedestallo.

--Così, domandai con involontaria acrimonia, lei ha avuto per Giorgio
il quarto d'ora di idolatria?

--Con che tuono lo dice?

--Con che tuono? Non sono le sue parole? Non ha detto che si crea un
idolo? E che quell'idolo cade ben presto dal suo piedestallo?

--Sì, ho detto codesto, ed è vero. Ma ebbi torto di dirglielo. Io le
apro schiettamente il mio animo, come se fossimo vecchi amici. Le
spiego un fenomeno che accade a me, che nasce forse da una eccessiva
delicatezza di sentimento, e che ad ogni modo apporta conseguenze
penose, per me, come per altri; e lei mi risponde con un'ironia che
sente il rimprovero. Ci ho colpa io se sono fatta così?

Ella mi volse quell'apostrofe con una voce in cui strisciava l'accento
allentato del disinganno che sembra volgersi indietro, e staccarsi con
pena da una credenza passata; il suo cuore aveva sofferto della mia
ironia, e nelle sue parole mi pareva di sentire gocciolare le lagrime
che respingeva dagli occhi.

Confesso che non mi ero mai conosciuto prima d'allora tanta equità di
sentimento e tanta facoltà di compunzione. Neppure nelle rimembranze
azzurre della mia prima confessione, trovavo nulla di simile al
sincero pentimento, al profondo dolore che mi strinse il cuore al
pensiero di aver offeso il mio prossimo nella persona di Fulvia.

Curvai come una parentesi la mia lunga persona per mettere la mia
testa al livello di quella di lei, e le dissi, con intima convinzione:

--Oh! perdoni, signora Fulvia, lo giuro sull'anima mia che non ho
voluto offenderla; dica, mi perdona?

Ella mi stese la mano senza parlare, e volle sorridermi per supplire
alla parola; ma le sue labbra tremavano in quel momento, ed i suoi
occhi mi apparvero natanti in uno strato cristallino... Povero cuore
di donna, tenero, generoso! Fulvia era commossa; ed io! Ah, non sapevo
che desse tanto rimorso l'offendere il prossimo. Ripregai quel
prossimo gentile di perdonarmi: e che me lo dimostrasse continuando
quel discorso interrotto: ero così felice di quelle confidenze e così
dolente di averle demeritate: ma no, non le avevo demeritate; ella non
lo credeva. No? Ebbene, perchè non proseguiva? Perchè non voleva dirmi
come era svanito in lei quel nascente amore per Giorgio?...

Un sorriso, una stretta di mano... ed il prossimo clemente continuava
così:

--Si ricorda la festa da ballo di martedì? Io, senza esser punto
innamorata di Giorgio, avevo avuto la debolezza di farmi bella per
lui. Mi pareva che mi amasse come vorrei essere amata io, per una
leggerezza di cui mi vergogno, desideravo di sentirmelo dire colla sua
voce appassionata. Giorgio m'invitò a danzare, e mi fece danzare
davvero. Ma quando mi strinse al suo cuore, e forse la parola d'amore
stava per sfuggirgli dal labbro, quell'abbraccio mi lasciò fredda.
Egli lo sentì, e tacque.

--Ma perchè? Cosa le aveva fatto?

--Nulla: si ricorda che lei mi aveva chiesto il primo ballo per star
seduti vicini, a veder le tolette? Allora Giorgio andò ad invitare
un'altra signora, e volle spiegare ai miei occhi tutte le sue grazie.
Mio Dio! Non l'avesse mai fatto! Non ha mai osservato come è ridicolo
un uomo serio nella danza? E per colmo di sciagura, ballava bene! Che
orrore! Era così volgare, così volgare... mi fece un'impressione
terribile... Mi fece ridere.

--Ma è una follia. Potrà cancellarsi quell'impressione. Giorgio non
ballerà più, e sarà tutto dimenticato.

--No. Da quel giorno quel principio di simpatia svanì. Giorgio ha
sentito il contraccolpo della mia freddezza. Egli è cortese sempre, ma
è tutto mutato per me. Però siamo sempre buoni amici.

--Ah! lei è una fanciulla terribile, Fulvia. Povero Giorgio! Povero
Giorgio! Egli che va superbo di ballar così bene!

Mi accorsi che accompagnavo quest'esclamazione col più giocondo riso.
Ne rimasi atterrito. E pensai: Amerei forse questa pazza giovane che
respinge da sè un nobile cuore, come un cencio, perchè l'uomo che
glielo consacra balla troppo bene?

Quando stavamo per entrare in città, le dissi:

--Lei è una donna molto simpatica, ma molto strana.

Ella non mi rispose. Rientrati in casa, ci sedemmo come la sera
innanzi, ai due lati del tavolino.

Riepilogavamo in brevi frasi interrotte i discorsi fatti. Mi ricordo
di averle detto:

--Io compiango quel povero giovane che s'innamorerà di una donnina
tanto capricciosa.

--Non lo compianga--mi rispose Fulvia con una profonda nota di petto
che non aveva mai fatto vibrare fin allora, neppure in teatro.--Non lo
compianga, perchè io credo di saper amare come poche donne sanno.

In quel momento Fulvia era bella d'entusiasmo e di passione.

--Per otto giorni? le dissi; e veramente anche la mia voce non aveva
più il suono di prima.

Oh! gioventù, gioventù!

Prima che Fulvia avesse tempo a rispondere, l'uscio si aperse, ed
entrò Giorgio con alcuni amici.

Giorgio era pallidissimo; aveva l'occhio spento; una nube di tristezza
pareva velargli la fronte; i suoi atti erano lenti, la sua voce fioca.
Disse: «_Buona sera, Fulvia_» come avrebbe detto «_Requiescat in
pace_.» Lo trovai molto ridicolo. Gli gridai alla mia volta «_Buona
sera, Giorgio!_» come avrei gridato «_Viva l'Italia!_»

E traversata la sala andai a piantarmi dinanzi allo specchio con un
sorriso di soddisfazione. Non ero un uomo serio, ed avevo la
convinzione di ballare orribilmente male. Per la prima volta compresi
la portata di codeste mie grazie.

Quando mi ritirai nella mia camera e mi coricai, invocai invano il
sonno ed il riposo. Il bernoccolo della morale aveva preso in me uno
sviluppo straordinario. Ero profondamente pentito d'aver potuto
oltraggiare Ernesto ne' suoi affetti coniugali; un momento di delirio
mi aveva trascinato, mio malgrado, a tradire l'amicizia; quel momento
era durato quattro anni... Sono fenomeni strani, ma che pure accadono.
Giosuè non ha fermato il sole? Ma veramente io sentivo repugnanza a
quella vita di inganni; provavo il bisogno di rientrare nella
legalità. La profonda riconoscenza che serbavo a Vittoria pel suo
amore (non si trattava già più del mio) non m'impediva di osservare la
tranquillità con cui ella mentiva al marito alla mia presenza. Certo
ella si prestava ad un'odiosa commedia; certo ne soffriva; ma tuttavia
con che arte vi si prestava! E come sapeva nascondere le sue
ripugnanze! Oh! una donna che mente dinanzi all'uomo che ama, non può
farlo che a danno di quello stesso amore per cui si avvilisce fino
alla menzogna. Io ero stato ben generoso a superare il disgusto che
m'inspirava quell'ipocrisia sorridente; avevo spinto la clemenza fino
a non avvedermene affatto; ma ormai mi era caduta la benda. Il mio
onore, il decoro e la pace di Vittoria, l'amicizia di Ernesto
m'imponevano di rompere quella relazione colpevole. Ed a coronare
tutto codesto capitolo di morale rivoltato in tutti i sensi, veniva
sempre come un ritornello la riflessione: «Fulvia è una cara ed onesta
giovane, ed io ballo assai male.»

Verso le quattro del mattino, stanco di avvoltolarmi nel letto, e
stanco di quelle idee sempre le stesse, che cominciavano a diventar
noiose, mi alzai, e mi posi a scrivere alla marchesa quelle mie
riflessioni, ed a persuaderla ch'era necessario separarci per sempre.

Per quanto io stesso riconosca i miei torti, e sappia punirmene col
sarcasmo, posso dirlo a fronte alta, io non sono cattivo. Avevo amata
Vittoria con tutta l'anima; la passione mi aveva trascinato per un
pendìo fatale e colpevole.

Le gelosie, gli ostacoli, l'acre sapore del frutto proibito e, più che
tutto, il bisogno d'amare del mio cuore giovane ed ardente, avevano
prolungato per quattro anni quell'accecamento passionato, che in una
natura più fredda, in una mente più calcolatrice, e però più egoista,
sarebbe cessato dopo pochi giorni. Quando conobbi Fulvia, un nuovo
amore, ed un amore puro, legittimo, pieno di speranze e di sorrisi,
che poteva fare la felicità di due cuori, senza frangere altri cuori,
senza ledere nè l'onore nè l'amicizia, senza dare rimorsi nè a me nè
ad altri, aveva cominciato a balenare alla mia mente come cosa che
riguardasse Giorgio. Così lo avevo compreso, apprezzato. A poco a
poco, senza ch'io stesso me ne rendessi conto, quella luce pura aveva
albeggiato sul mio proprio orizzonte, mi aveva presentato la vita
passata e la futura sotto un nuovo aspetto. Allora vidi l'errore che
la passione mi aveva celato. Considerai me stesso e gli altri, sperai
di potermi togliere a quella falsa posizione attingendo in un amore
innocente la forza di strapparmi a' vincoli, a cui tuttavia mi
legavano le memorie, le abitudini, la riconoscenza. Se avessi preso
quella risoluzione senza l'aiuto ed il conforto d'un nuovo affetto,
sarei stato più eroico. Io non fui che un uomo d'onore; accettai la
forza piovutami in cuore senza demandarle da qual parte venisse; avevo
trent'anni, ed avevo sostenute per quattro anni con fede e costanza le
tempeste d'un amore clandestino; chi potrebbe farmi una colpa d'aver
accolto nel mio pensiero la speranza d'un amore giovane ed ardente
come il mio cuore?

Tuttavia non fu senza lagrime che tracciai quella lettera che doveva
frapporsi, barriera eterna, fra me e Vittoria.

Il mio cuore è buono; sentii il suo dolore, ne presi la mia parte.
Dinanzi alla crisi tremenda della separazione, tutti i trasporti si
ridestarono in me. La bella figura piangente di Vittoria grandeggiò ai
miei occhi di tutta la nobiltà della sventura; tutti gl'istinti
generosi dell'anima mia mi riportarono verso di lei; dimenticai la
lieta artista che non aveva avuto ancora per me nè un palpito nè una
lagrima.

Se la donna mia fosse stata libera, quel salutare ritorno su me stesso
mi avrebbe ricondotto a lei per sempre; ed a lei, a lei sola, avrei
domandato ed offerto, nella serena dolcezza d'un amore senza colpa,
l'obblio dei nostri torti, dei nostri rimorsi. Un istante gettai la
penna e volli correre a lei, ma l'incanto omai era sciolto; e non mi
era più possibile di calpestare l'onore e l'amicizia che si
frapponevano fra noi. Se prima, cieco ed impetuoso, meritavo perdono,
ora ipocrita e consciamente colpevole, avrei meritato disprezzo.

Ripresi la lettera incominciata, ed ebbi il coraggio crudele di
compierla; e quando l'ebbi fatta consegnare a Vittoria, mi sentii
migliore. Ella mi rispose un biglietto rassegnato e melanconico in cui
mi domandava di continuare a frequentare la sua casa per salvare le
apparenze, per evitare i commenti. Nella gioia come nel dolore gli
amori colpevoli impongono la finzione ed il calcolo.




IX.


Per tutto quel giorno non vidi Fulvia. Omai non era più possibile
l'illusione. Non per convenienza, non per vegliare alla felicità di
Giorgio, ma per me, per la mia propria felicità io mi sentivo attratto
verso quella strana giovane; il suo sguardo, la sua voce, la lealtà
del suo cuore avevano gettato nel mio i germi dell'amore. Lo sentivo
nascere in me, ed un terrore inconscio mi avvertiva di fuggirla.
Tuttavia questa risoluzione non era ben determinata, e mentre andavo
vagando dalla Galleria al caffè Martini, e di là ai Giardini pubblici,
trovando le ore lunghe ed il giorno eterno, non volendo più tornare
all'Albergo Milano, dicevo fra me:

«Che mi dirà quando la rivedrò? Si lagnerà della mia assenza?»

E continuavo a ripetere queste parole:

«Quanto tempo che non vi vedo, Max!» e studiavo in esse l'intonazione
della sua voce. Dove e quando mi avrebbe salutato così, dacchè non
dovevo più vederla?

Non ne sapevo nulla, ma udivo quelle parole, e mi scendevano al cuore;
e le ripetevo con tale insistenza che ne ero sbalordito, ed il capo mi
pesava come dopo un'emicrania.

Il giorno seguente, alle undici del mattino, stavo in piedi al caffè
Martini dalla parte di via Manzoni. Il mio famoso: «_Quanto tempo che
non vi vedo, Max!_» cominciava a farsi scolorito, e, malgrado tutti
gli sforzi della mia immaginazione, non mi riesciva più di riprodurre,
nel pronunciare quella frase, l'impressione di dolcezza che mi aveva
fatta provare il giorno innanzi. Avevo vegliato tutta notte su quel
pensiero. Lo avevo completamente esaurito, e con esso la mia energia,
l'immaginazione, e la potenza d'amare. Ero annoiato; mi trovavo
puerile d'aver fantasticato come uno scolaro dietro un sogno d'amore;
i miei scrupoli a proposito di Vittoria mi sembravano ridicoli;
insomma l'uomo raffazzonato dalle abitudini sociali si sostituiva in
me all'uomo della natura, in quell'atmosfera del caffè Martini.
Guardavo giù giù in via S. Giuseppe l'andirivieni di belle signore in
toletta da mattina, di bei giovanotti che le adocchiavano; e
sbadigliavo ad intervalli misurati, quando udii una vocina graziosa
esclamare:

--Oh! il signor Guiscardi!

Era Fulvia accompagnata da Giorgio che andava alla _prova dell'opera_.

Io mi affrettai a salutarla, ed ella mi disse:

--Come va che ieri non l'ho veduto tutto il giorno?

Nulla dell'intonazione misteriosa e melanconica della frase ch'io
sognavo. Ed infatti, perchè mi avrebbe detto Max? Non me l'aveva mai
detto. E dove aveva preso io l'idea ch'ella mi amasse tanto da
esclamare _quanto tempo!_ dopo un giorno? È vero ch'io non aveva
stabilito l'epoca del nostro incontro; ma è altresì vero che mi
giungeva già in ritardo.

Fulvia mi rivedeva con evidente piacere; ma era lieta e serena come
all'usato.

--Credevo che mi amasse, ma non è vero, pensai. E questa contrarietà
mi ridonò tutto l'ardore giovanile del giorno innanzi; e quella frase
scolorita riprese tutte le sue attrattive; ed avrei dato l'anima mia
per sentirmi dire da Fulvia:

--Quanto tempo che non vi vedo, Max!

Il mio proponimento di fuggire la giovane artista fu completamente
dimenticato. Era evidente che non l'avevo preso se non per provare
quanto le rincrescerebbe la mia lontananza. Ma poichè non produceva
nessun effetto, era necessario ch'io mi facessi amare abbastanza,
perchè un'altra volta avesse a desiderarmi. Questa argomentazione
naturalmente non la formulai nè colle parole, nè col pensiero; ma mi
sentii irresistibilmente trascinato a ravvicinarmi a Fulvia, e da quel
giorno le consacrai tutte le ore, tutt'i momenti che la mia
professione mi lasciava liberi.

E rivissero in me i poetici entusiasmi della prima giovinezza, e le
timide peritanze e gl'impeti inconsiderati ed i terrori puerili, e
l'eterno dubbio e l'eterna speranza.

Con lei sciolsi il riso romoroso della fanciullezza; e mi abbandonai
alle vergini emozioni dei primi affetti. Tutto il mondo era rinverdito
intorno a me, ed io col mondo.

Nè mai parola esplicita d'amore era corsa tra noi, nè mai ci eravamo
trovati a lungo da soli dopo quella sera. Altri amici erano sempre con
noi e tutti la corteggiavano, e parecchi nutrivano evidentemente per
lei vero affetto, e speravano. Ed io li trovavo sommamente
impertinenti, ed era offeso che Fulvia non se ne mostrasse
oltraggiata. Ed io pure l'amavo, e speravo, e non mi credevo
impertinente, nè avrei trovato ragionevole che Fulvia considerasse
codesto un oltraggio.

Tutti insieme facevamo lunghe scorribande per le nostre prosaiche
campagne lombarde; e talora la mesta Vittoria era con noi; e Fulvia le
cingeva la vita, e lungo i campi monotoni passeggiavano abbracciate e
parevano la statua del dolore stretta a quella della gioia, il
compendio della vita umana.

In tali giorni io non corteggiavo Fulvia, per non offrire alla
marchesa uno spettacolo doloroso; e di codesta abnegazione mi sentivo
eroico.

Ma allora i miei amici le stavano intorno e le dicevano mille cose
galanti, e le davano margheritine a sfogliare per vedere chi di noi
l'amasse più; ed io mi sentiva molto infelice.




X.


Un giorno ella si fermò ritta in un prato con un fascio di codesti
fiori e li diede a reggere ad un bel giovane che le stava al fianco.
Poi andò man mano prendendo le margherite, e ad ognuna dava il nome
d'uno di noi, poi la sfogliava dicendo: «_mi ama, poco, molto, di
cuore, alla follìa, mi burla_.»

E codesto fece per gli uomini come per le donne ch'erano con noi, e ad
ogni oracolo erano esclamazioni e risa e commenti.

Quando disse il mio nome, io che me ne stavo a due passi con Vittoria,
tesi l'orecchio, e sentii battermi il cuore ed accelerarsi il respiro,
come se si agitasse una quistione vitale. Sull'ultima fogliolina,
cadde la parola «_mi burla_.»

--Oh mi burla! esclamò, è una impertinenza! Perchè potesse burlarmi
bisognerebbe ch'io l'amassi.

Quelle parole gettate al vento, con un lieto riso, mi suonarono al
cuore come una sentenza di morte--_Bisognerebbe ch'io l'amassi_.
Dunque non mi amava? Sperava ch'ella si volgesse a riferirmi la
crudele risposta del fiore per combatterne la calunnia; ma l'allegra
signora passò tosto ad un altro nome, e da quello ad un altro, senza
pensarvi più che tanto; ed io odiai e maledissi tutti quelli di cui il
fiore asseriva che amavano Fulvia _molto, di cuore, alla follìa_.

Che mi disse Vittoria in quel frattempo? Che le risposi? Si avvide
della mia agitazione? Mi trovò crudele? O ridicolo? Non ne so nulla;
non vi pensai punto. Dimenticai lei ed il mondo; rimasi solo col mio
amore. Oh gioventù, gioventù!

Ed i giorni correvano veloci, ed io correva con loro a capo fitto in
quella vertiginosa tempesta del cuore; dramma palpitante che si agita
nell'intimo del nostro essere, celato al di fuori dalle frivolezze e
dai sorrisi.

Fulvia teneva sulla tavola un albo, ed io vi avevo già scritto e
riscritto il mio amore in versi ed in prosa. E tuttavia nè io credevo
averglielo rivelato, nè ella averlo compreso. Perchè prima e dopo
della mia parola che partiva dall'anima, erano altre parole che sa
Iddio d'onde venissero. Tutti scrivevano su quell'albo, ed io lo presi
in orrore.

Una sera vidi sulla sua tavola tra i fogli di musica, gli _albums_, i
mazzolini di fiori, i libri, i lavori all'uncinetto, che
l'ingombravano, un pezzettino di carta su cui, non so chi, aveva
scritto parecchie volte _Fulvia Zorra_. Per tutto il tempo che rimasi
tenni quel pezzetto di carta tra le mani, lo piegai in quadrato, in
triangolo, ne feci una barchetta, un cappello da carabiniere, un
imbuto, e tante altre cose sciocche; e di volta in volta prima di
ripiegarlo guardavo Fulvia, poi leggevo il suo nome, poi tornavo a
guardarla, e mi pareva di esprimere qualche cosa che ella dovesse
comprendere. Quando si fece tardi, e stavamo per congedarci, io e
tutti gli altri che eravamo a far la corte a Fulvia, ridistesi
accuratamente quel cencetto di carta, e sotto il nome della giovane
scrissi in caratteri microscopici _Massimo Guiscardi_. Poi le misi
dinanzi quel documento e le dissi con un'aria da oracolo: «Guardi.»

--Ebbene, non vedo nulla! mi rispose.

--Qui, legga; e le accennavo quei due nomi vicini vicini, coll'aria
che doveva avere la sfinge nel proporre i suoi problemi.

Ella guardò bene e poi disse:

--Io non vedo che il suo nome.

E le pareva nulla! E non era commossa! Il mio nome sotto il suo; un
idillio, un romanzo, un poema un avvenire, una vita... Ella non
comprendeva la poesia di quel ravvicinamento. La trovai stupida, e
spingendo la carta sulla tavola con disprezzo le dissi:

--Non capisce mai nulla lei!

Allora ella capì il senso ch'io dava a quel gioco di parole. Si fece
rossa come una vampa, e l'occhio le brillò di gioia, e guardò quella
carta coll'angosciosa passione con cui si guarda addietro un'occasione
che fugge... Ma non disse una parola di più. Comprese che
l'aggrapparsi così ad una dichiarazione mancata sarebbe goffo, ed il
suo spirito elegante preferì un rimprovero ed una grande abnegazione,
all'essere un momento solo ridicola a' miei occhi. Io vidi e compresi
tutto ciò, e l'amai doppiamente per quella finezza di tatto.




XI.


Sovente uscendo dal teatro dopo lo spettacolo giungevo in tempo ad
offrire il braccio a Fulvia prima de' miei amici.--Ed allora la tenevo
stretta stretta come cosa mia, e camminavo a fronte alta come un
conquistatore, e meravigliavo che i passeggeri non mi facessero tutti
di cappello, e leggevo l'ammirazione mista d'un po' d'invidia su tutti
i volti. È ben vero che a tarda sera poco si distinguono i volti, e
meno le passioni che esprimono: ma che non vede un occhio innamorato?

V'erano momenti in cui tenendola serrata così, e combinandosi i nostri
passi come un solo passo, e tacendo entrambi quasi per muto accordo,
mi pareva che pensassimo e sentissimo insieme, ed ella si fondesse in
me, ed io in lei, e facessimo un solo essere.--E me la immedesimavo
per modo, che finivo per dubitare della sua presenza reale, e credermi
solo sognando di lei. Allora provavo il bisogno di accertarmi della
sua esistenza. Nè volevo parlare per non rompere l'incanto: e mi
passavo la sinistra mano dietro il dorso, e colla punta delle dita
sfiorava il gomito del suo braccio che posava sul mio. Se aveva le
maniche serrate ai polsi, le mie dita non incontravano che la stoffa
dell'abito, ed ella non s'avvedeva di nulla. Ma più spesso aveva
maniche svolazzanti, ed allora sentivo un gomito fresco e liscio, e
non sapevo staccarmene, e mi prendevano vertigini pel dispetto di non
poterci arrivare che colla punta delle dita. Ed allora Fulvia
spaventata si voltava, poi alla sua volta portava dietro la mano
destra per accertarsi che non aveva una bestia sul gomito. Sono certo
che pensava ad una bestia, ed aveva paura.

Io lasciava che si tranquillasse, poi ripetevo il gioco, e la poverina
diveniva pensosa ed inquieta.

Una volta ebbe come un'idea, un sospetto del vero, perchè la vidi
cercare collo sguardo la mia mano sinistra. Ma questa era tornata già
a carezzarmi il mento, ed ella tornò daccapo ad impensierirsi.

E codesto perchè, malgrado tanta tempesta di giovanile amore che si
agitava in me, io la corteggiavo evidentemente meno de' miei amici; e
per una certa convinzione che avevo d'inspirare le stesse
inquietudini, gli stessi trasporti che provavo, non assumevo
nessun'aria sentimentale; ero sempre allegro, e questo mi faceva
sembrare indifferente.

Come dunque Fulvia avrebbe potuto credere che un giovane che non la
corteggiava, nè faceva l'innamorato, cadesse in simili ragazzate? Io
però ero spesso indispettito di quella sua mancanza di penetrazione, e
pensavo: «Com'è sciocca! non sa indovinarmi.» Ma altre volte il suo
imbarazzo e le sue tacite paure mi divertivano assai.




XII.


Un uomo costretto a sciupare man mano il suo patrimonio, prevede che
giunto in fondo rimarrà denudato e povero, e la vita gli sarà penosa.
E però va vendendo alla spicciolata i piccoli capitali, e le
cedolette, e le gioie di famiglia, e lascia per ultimo il fondo più
vasto che forma la base delle sue sostanze; e su quello mette ipoteche
sopra ipoteche, prima di decidersi a venderlo, perchè pensa che dopo
quello non avrà più nulla....

Così è di me, lettori. Sto liquidando l'aureo capitale delle memorie,
e mi appiglio ai piccoli fatti, ai particolari, alle sensazioni mute;
e tremo di por mano al grande avvenimento che forma la base del mio
romanzo, delle mie gioie, perchè sento che con quello avrò esaurito il
tesoro delle dolci ricordanze; mi resterà il dolore, la prosa.... poi
l'isolamento, la miseria del cuore.

Ma anch'io ho tanto preso a prestito sul quel mio capitale, che omai i
lettori potrebbero rapirmene il segreto mettendone insieme le
bricciole sparse. Tanto vale adunque ch'io prenda il mio coraggio a
due mani e dia dentro a grandi colpi di penna a distruggere quei
poveri e cari avanzi della mia fortuna passata.




XIII.


Era la sera d'una domenica. Fulvia non doveva cantare, ed era rimasta
in casa. Giorgio, un altro amico ed io passavamo la sera con lei. La
via Manzoni brulicava di folla elegante. «Usciamo sul terrazzo a
vedere le signore che tornano dal Corso» disse Fulvia. Ed uscì. Io me
le posi a destra, l'altro signore a sinistra. Il resto del terrazzo
era ingombro di fiori. Giorgio rimase dietro a lei.

Egli era sempre melanconico anche quando scherzava, e scherzava molto
per nascondere la sua pena. Si dissero amenità, si fece sfoggio di
spirito a spese dei signori e delle dame eleganti che passavano nella
via, si rise molto. Ed intanto si fece buio buio e la folla s'andò
diradando. E colla folla e colla luce scomparve la vivacità del nostro
spirito. La mia voce aveva ripresa quella nota profonda che aveva
avuta già l'ultima volta che m'ero trovato solo con Fulvia; ed ella
pure parlava con quell'altra nota di petto che, fin da quel giorno,
aveva fatto riscontro alla mia.

Per appoggiarsi al terrazzo ella aveva conserte le braccia, e la sua
mano sinistra rimaneva pendente sotto il gomito destro, e la destra
sotto il sinistro. Io aveva preso la stessa posizione, sicchè la mia
mano destra e la sua sinistra erano vicine, e la mia carezzava senza
posa la sua, che non si ritirava punto, e riceveva passiva le mie
carezze.

Ad un tratto, dopo averlo lasciato sino allora in piedi dietro a noi,
Fulvia fu presa da un'improvvisa pietà per Giorgio.

--Ed il povero Albani, esclamò, che se ne sta dietro tutto solo!
Facciamogli un po' di posto. E così dicendo si strinse, non presso il
suo vicino a sinistra, ma presso me, e, certo per fare che le braccia
occupassero meno spazio, passò il suo nel mio e mi si serrò daccanto.

In quel momento il mio cuore prese a battere con tal violenza, che me
ne echeggiavano i sussulti alla gola ed alle tempia. Premevo il
braccio di Fulvia con sì vivo trasporto, che certo ella dovette
sentire i miei palpiti. E la mia mano continuava a premere la sua.

Oh! tutta la mia vita per un'ora come quella! Le nostre persone
aderivano, e le mani erano congiunte, e la mia testa sovrastava alla
sua, ed il mio alito cadeva sui suoi capelli. Ella non mi guardava ed
io non guardavo lei. Tutti e due avevamo gli occhi intenti giù nella
via, dove non vedevamo nulla. Dicevamo cose insensate cogli altri
amici, e si faceva un gran ridere.

Ma Fulvia ed io ridevamo non di allegria, di gioia; perchè omai una
fase nuova era cominciata per noi; perchè sentivamo d'amarci e
d'esserci rivelato a vicenda il nostro amore. Le nostre mani si
stringevano con passione, si isolavano dalla conversazione, parlavano
tra loro, si davano del tu. Quella di Fulvia diceva:

--Non più misteri fra noi, nè peritanze; io so che mi ami, e ti amo.

E la mia rispondeva:

--Sì, cara; ti amo con tutta l'anima, e sono felice.

Ed oasi inebrianti mi balenavano allo sguardo, e mi pareva ad ogni
istante che gli altri due dovessero scomparire, e noi rimanere soli;
soli in faccia l'uno all'altra; e guardarci finalmente, e cercarci
negli occhi e sulle labbra tutto quanto ci eravamo detti colle strette
delle nostre mani, e dirci: È vero.

Poi m'indispettivo che i miei amici si frapponessero tra me e lei; tra
noi ed il nostro amore. Eravamo sempre appoggiati al balcone. Un
momento pensai:

--Se l'inferriata del balcone cadesse, e li trascinasse con sè!

E, traendo meco la giovane che mi dava il braccio, mi rizzai per
lasciarli cader soli. Oh, l'egoismo dell'amore!

Ma il terrazzo non cadde, nè i miei buoni amici con esso. Il tempo
passava, ed io non pensava punto punto a spiccarmi di là. Ivi era la
felicità; non avrei osato fare un movimento per timore di metterla in
fuga. Fulvia mi strinse la mano ancora una volta, poi sciolse il suo
braccio dal mio, e rientrò nella camera; i miei amici la seguirono.

Io rimasi immobile; e mi parve ch'ella fosse già troppo fredda, per
aver saputo strapparsi spontaneamente a quella suprema gioia.

Un momento prima sentiva che quella donna mi amava; l'avrei giurato
pel cielo e per la terra. Ed ora, a due passi di distanza, rinascevano
tutte le mie dubbiezze. E pensavo:

--Forse quello ch'io credetti lo slancio irresistibile della passione,
non fu che un atto di civetteria. Forse l'avrebbe fatto con un altro
come lo fece con me. Infine una stretta di mano non può avere che un
valore relativo. Ogni giorno ella stringe la mano a tutti i suoi
conoscenti... Fui uno sciocco a lusingarmi per una stretta di mano...
Oh! una stretta di mano! Furono molte strette, e furtive! È ben altra
cosa. No; senza un grande e prepotente amore, una donna non può far
violenza al proprio ritegno fino a stringere furtivamente la mano d'un
giovane, che non sa ancora se l'ami. È bensì vero ch'ella doveva
saperlo. E tuttavia ecco che se ne va via con indifferenza, e parla e
scherza con Giorgio; forse in questo momento stringe la mano a lui
come l'ha stretta a me... Oh, le artiste! Chi può mai dire se
un'artista è una donna come un'altra? Chi sa? Forse è un'avventuriera;
forse ha già avuto dieci amanti... Ed io me ne stavo innamorando! Eh
via! Fu un'aberrazione, uno scherzo; ne riderò per un pezzo. E
rientrai perchè la commozione mi serrava la gola; se fossi rimasto
solo avrei pianto.




XIV.


I miei amici stavano congedandosi da Fulvia.

--Domani, ella diceva, non riceverò nessuno sino alle quattro; perchè
voglio studiare, e loro mi fanno perdere tutto il mio tempo.

--Dunque verremo alle quattro, disse Giorgio.

Io pure le porsi la mano in atto di saluto, e, trattenendo la sua,
domandai:

--Ed io, a che ora debbo venire?

Comprese ella l'impertinenza di quella domanda, che rilevava a tutti
che io mi credeva in diritto di aspirare ad una preferenza? Comprese
ella, che agivo con lei, artista, come non avrei mai agito con
nessun'altra signora? Comprese che, stupido e vile, la insultavo senza
ragione?

Forse lo comprese, e lo perdonò al mio amore, inasprito dalla presenza
altrui, che mi strozzava in gola la suprema parola; o forse il suo
animo eletto non sospettò neppure la viltà del mio pensiero, e,
sentendosi superiore ad ogni insulto, non pensò che altri
l'insultasse. E non interpretò nella mia domanda, che il desiderio di
vederla più presto, e la speranza d'essere distinto dagli altri. Ella
rispose:

--Venga alle quattro.

Ma le sue parole soltanto dicevano così; e la sua voce invece, e la
sua mano che premeva la mia, rispondeva:

--Vedi bene che non posso dirti, presente altri, di venir prima; ma
vieni presto, perchè ti amo.

Fulvia, cara donna del mio cuore, hai tu udita dalla tua stanza
solitaria la mia voce commossa mandarti un canto? Era il canto del
pentimento, era una preghiera di perdono ch'io volgeva alla lealtà
dell'anima tua. E tu mi perdonasti; ed io stesso mi perdonai, perchè,
se il primo pensiero avvezzo a prendere norma ne' suoi giudizi dalle
convenzioni sociali ha potuto insultarti, il mio cuore ti amava,
Fulvia; ti amava col caldo trasporto d'una passione che poteva
guardare senza spavento e senza rimorsi il domani e l'avvenire; ti
amava di quell'amore impetuoso e vero, e che a tutto sovrasta e tutto
purifica.

Per lunghe ore m'aggirai nelle contrade buie e silenziose adiacenti
all'Albergo Milano, mandando alla notte ed a lei canti d'amore.

Il mio cuore nuotava in un'onda di dolcezze, aspirava soavemente la
delizia di sentirsi amato. Ma il mio pensiero irrequieto precorreva
con impazienza il domani; preparava il primo incontro ed il correr
muto delle nostre braccia a stringerci l'uno all'altra, e l'irrompere
delle ferventi parole, per tanta ora frenate in quella sera.

Passai una notte agitatissima, tormentato da ardenti fantasie. Mi
pareva che all'alba volerei da Fulvia.--Ma colla luce venne la
ragione, e vidi l'assurdità di comparire alle sei del mattino in casa
di una signora, senza averne l'ombra di un diritto.

Il sonno mi opprimeva, ed il mio capo, affaticato da quella veglia
affannosa, aveva bisogno di riposo. Nascosi il volto nel guanciale, e,
dopo una breve lotta co' laboriosi pensieri che mi si agitavano,
sebbene affievoliti, nella mente, il sonno la vinse.

Mi risvegliai alle dieci, cogli occhi riposati e la mente tranquilla.
Tuttavia ero ancora un po' assonnato, e dinanzi a quella prepotente
esigenza fisica tacque l'impazienza del desiderio morale, e
sonnecchiai fino alle dieci e mezzo.

Ma tra il sonno e la veglia, l'immagine della donna amata mi tornò al
pensiero, e si fece a grado a grado più viva, sicchè l'ansia di
rivederla e di sentir dal suo labbro che mi amava, e di dirglielo, mi
si riaccese ardentissima in cuore. Mi levai, ed alle undici mi fermavo
alla sua porta, anelante pel battito accelerato del cuore.--Giungevo
trionfante e sicuro come un conquistatore; ma all'atto d'entrare fui
imbarazzato del mio contegno; compresi che tutte le scene che mi ero
figurate nella notte erano assurde; che in realtà non avevo nessuna
ragione seria di credermi amato; che sotto pena di ridicolo, non
potevo presentarmi che precisamente come mi ero presentato tutti gli
altri giorni.

Pensai anche una scusa per giustificare quella visita mattutina; e so
d'averla trovata; ma non me ne valsi, e la dimenticai completamente.

Fulvia stava studiando, e faceva sul pianoforte una scala cromatica.
La porto profondamente scolpita nella memoria, e mi è impossibile di
ripensare a quel giorno senza che quella scala cromatica mi risuoni
all'orecchio.

Bussai alla porta, ed il suono cessò.--La voce di Fulvia disse:
«Avanti!» Non era punto commossa. Certo credeva che fosse un cameriere
dell'albergo.

Ella, naturalmente, non soleva alzarsi da sedere quando entravano
uomini; ma quella mattina si alzò, e mi venne incontro.--Non so se
quella notte avesse fatto come me progetti appassionati; ma certo a
quell'ora aveva pensato al par di me che dovevamo incontrarci coi modi
semplici e contegnosi degli altri giorni. Oh, la tirannia delle
convenienze!

--Come va, caro signor Guiscardi?--mi disse stringendomi la mano. Mi
guardai intorno per vedere chi fosse il signor Guiscardi. A forza di
pensare che dovesse chiamarmi Max, avevo dimenticato il mio cognome.
Quel saluto mi suonò gelido, e ne fui sbalordito.

--Buon giorno! buon giorno, Fulvia; le risposi con aria affaccendata
guardando il soffitto.

Fulvia m'invitò a sedere accanto a sè; mi fece varie interrogazioni
che non compresi, e certo vi risposi a sproposito. Ella voleva
sembrare calma, ma era evidentemente turbata. Quell'alzarsi, per
venirmi incontro, aveva tradito il suo imbarazzo. Il suo sguardo
sfuggiva il mio, e le sue domande si succedevano con assurda rapidità
senza aspettare le risposte. Si sarebbe detto che non volesse
lasciarmi tempo a dire qualche cosa che temeva di udire.

Alzandosi dal pianoforte aveva preso in mano gli esercizi di Kramer
che stavano sul leggìo, e continuava a sfogliarli, ed a protendere il
capo per leggere a quando a quando una nota in una pagina socchiusa,
come se quella fosse l'argomento dei nostri discorsi.

E tutto ciò faceva per non guardarmi in viso; ma io era felice, perchè
sentivo che, al primo incontrarsi dei nostri sguardi, quella
momentanea commedia sarebbe diventata impossibile; ci saremmo trovati
in faccia alla realtà;--e la realtà era il nostro amore.

Ed intanto parlavamo molto. Ci prendevamo la parola l'un l'altro, e
parlavamo tutti e due ad un tempo.

In un momento ch'ella aveva posato il suo fascicolo chiuso sulla
tavola, e vi teneva sopra la bella mano, io posai sovr'essa la mia,
timidamente. Ma a quel contatto il battito del mio cuore perdette ogni
misura, chinai il volto su quella mano, e vi impressi un bacio. E
tutti e due eravamo ammutoliti.

Giammai avevo provato una simile dolcezza.--Le andavo ripetendo senza
posa:--Mi amate, Fulvia? Mi amate?

--Oh, lo vedete bene! mi rispose evitando i miei occhi che cercavano i
suoi.

--Oh, ditelo, Fulvia; ditelo voi!

--Ebbene.... sì, mi disse con un filo di voce agitata e commossa.

--Dammi del tu, Fulvia, chiamami Max; dimmi ancora che mi ami.

Un istante ella alzò gli occhi, che rifulsero un lampo d'amore; e
riabbassandoli tosto, mormorò:

--Sì, Max, ti amo!

Oh, quel tu, e quel nome pronunciati da lei, mi inebriarono. Perdetti
ogni facoltà di ragionare, e prendendole il capo fra le mani, posai le
labbra sulla sua fronte.

In quel momento il mio sguardo doveva esprimere tutto il trasporto che
avevo in cuore.

La povera giovane ne ebbe paura, e con voce tremante mi disse:

--Se è vero che mi amate, sappiate rispettarmi, Massimo.--Pensate che
sono sola.

Questa parola mi richiamò in me stesso, e ad un tempo mi atterrì. Mi
staccai precipitosamente da lei, e la guardai per leggere sul suo
volto quanto vi fosse di verità in quella preghiera.

Avevo completamente dimenticato che Fulvia era un'onesta giovane; e la
mia immaginazione fantasticava già un amore senza ostacoli e senza
freno. Quella voce mi ricordò la realtà; ebbi paura di me.

In quel momento provai un grande imbarazzo. Avevo trent'anni ed avevo
molto amato. Pure era la prima volta che mi trovavo in faccia ad un
amore puro. Un istante pensai.

Essere amato da un'artista, che viaggia sola,--e rispettarla; e filare
il sentimento come un collegiale.--Sarebbe ridicolo!

E tradussi codesto pensiero mefistofelico in uno sguardo pieno
d'ironia.--Ma i miei occhi si scontrarono con quelli di Fulvia che,
attonita del mio silenzio, mi interrogava collo sguardo. Quegli occhi
erano pieni di lagrime, ed il suo volto era arrossito come non può
arrossire che una donna onesta.

Il mio sguardo ed il mio cuore ridivennero buoni; la vidi e la
credetti pura, ed ebbi fede in lei. Le presi la mano, e con sincerità
profonda le dissi:

--Come farò a rispettarvi, Fulvia? Ora che so che mi amate!

--Amandomi molto e davvero, mi rispose.

--Ma io non so amare per metà.

--Io v'insegnerò; non ad amarmi per metà, ma a resistere al vostro
stesso amore; e quando voi sarete debole, io sarò forte per tutti e
due.

M'inginocchiai accanto a lei. Il mio cuore era profondamente commosso,
ed il mio pensiero vagava in un'onda di contento indeterminato.

Continuavo a baciare con trasporto le sue mani, e le domandavo ancora,
ed ancora:

--Mi amate, Fulvia?

--Pur troppo, vi amo--mi rispose con voce soffocata.

A quelle parole, dolorose per me, la guardai negli occhi;--erano gonfi
di pianto.

--Perchè dite _pur troppo_? Perchè piangete? Vi dispiace di amarmi?

--Sì, mi rispose piangendo.

--Ma perchè? Cosa v'ho fatto, Fulvia? Siete scontenta di me?

--Non di voi, Massimo; di me sono scontenta. Avrei dovuto combattere
codesto amore; nasconderlo; fuggirvi. Sono stata troppo debole; e voi
troppo appassionato: fui troppo facile a svelarlo.

--Oh, non lo dite! esclamai. È tanto tempo che io vi amo; che ve lo
faccio comprendere.--E le schierai una quantità di soavi _ricordate?_
rammentandole ad una ad una le mie mute dichiarazioni, i miei
trasporti, le mie speranze, le mie smanie, le mie gelosie...

Ella mi ascoltava senza cessare di sospirare e di piangere. Erano le
lagrime che si danno ad un cadavere da cui si è sul punto di separarsi
per sempre.

Finalmente mi disse:

--Che avrete pensato di me ieri sera, quando io strinsi furtivamente
la vostra mano? Se sapeste come ho sofferto tutta notte ripensando a
quell'atto! Come me lo rimproverai!

--O Fulvia!--Fui così felice in quel momento; non lo rimpiangete.
Quello slancio impensato è una prova della vostra lealtà. Voi non
conoscete le arti di fingere un'indifferenza provocante, per invitare
l'amore a rivelarsi.--Amate e lo lasciate comprendere. Siete buona e
sincera.--Non istate a pentirvene; non vi dolete d'avermi fatto
felice.

--Ma io non posso, non debbo farvi felice;--non debbo amarvi--esclamò
al colmo dell'angoscia, singhiozzando come un bambino.

--Perchè non dovete amarmi? Non siete libera?

--No, Massimo; sono promessa ad un altro che deve essere mio sposo.--E
si nascose il volto nelle mani, e si sciolse in pianto.

Quella parola mi fece un male crudele. Mi parve che in quel momento mi
si sottraesse il sangue dal cuore. Mi alzai lentamente ed andai a
stendermi lontano da lei in una sedia a bracciuoli. Ivi rimasi qualche
tempo senza pensar nulla, in uno stato d'abbattimento, con questa sola
idea tuttavia non bene distinta:--Che tutto era finito; che stavo per
partire, e non la vedrei più.

Ma intanto la vedevo, e la vedevo piangere, e quel pianto era d'amore
per me. A poco a poco il mio stato di passività si andò animando d'una
sensazione dolce. Provavo, dirò così, l'ebrezza di soffrire insieme.
Il desiderio conteso, le aspirazioni ferventi verso una meta
impossibile, sono lo stato più confacente al mio carattere.

Sentii un'acre dolcezza sostituirsi al senso di scontento che mi aveva
invaso. Mi diedi a riflettere al nostro breve passato; ad esaminare
quasi tranquillamente tutto il procedere di Fulvia ed il mio. Ad un
tratto pensai:

--Ecco la ragione dell'_episodio tempestoso!_ Promessa ad un altro,
non poteva sperare di unirsi per sempre ad un uomo amato, e sognava di
esaltarsi almeno per un tempo per un grande amore, prima di
sacrificarsi per tutta la vita!

E tutte le promesse che avevo creduto di scorgere nell'espressione di
quella sua strana idea, mi balenarono al pensiero in quell'ora di
dolore, come un miraggio.

Quante lusinghe, quante speranze, quale completo abbandono in quelle
parole ch'io interpretavo con una larghezza d'idee che Fulvia non ci
aveva posta nel dirle!--Guardai la testa bruna di Fulvia, la sua
persona casta e graziosa, e tutto un paradiso d'amore mi si aperse
alla fantasia esaltata.

--È giovane e pura, e sarà mia--pensai.--E sorsi, e me le accostai,
per ripeterle quelle sue parole, per implorare in nome dell'amore
l'esaudimento delle mie ardenti speranze.

--Fulvia...--mormorai prendendole la mano.

Ella alzò il capo e mi guardò addolorata. Ma innanzi alla lealtà del
suo sguardo il mio ardire venne meno. Era quello sguardo con cui
m'aveva fissato dicendomi: «Se mi amate, saprete rispettarmi sempre.»

I miei amici che aspirano alla riputazione di Don Giovanni
sentenzierebbero senza dubbio, leggendo queste parole, che _tutte le
donne dicono così_. Io ammiro che sappiano quel che dicono _tutte le
donne_. Quanto a me non lo so. Ma so di certo che Fulvia doveva dirlo
in modo differente dalle altre, perchè quelle parole, in bocca a lei,
erano sincere, ed inspiravano rispetto.

Le mie idee si confusero. Non osai rammentarle quel suo discorso
avventato d'altre volte e, quasi inconscio dell'atto imprudente, le
porsi tremando l'ultimo biglietto di Vittoria.

Ella lo lesse, poi me lo rese in silenzio. Più discreta di me, non
pronunciò il nome della povera donna che aveva traditi i suoi doveri
per me.--L'indovinò forse? O lo conosceva?

Seppi più tardi che lo conosceva. E che nel suo animo, in cui m'aveva
posto tanto alto, non entrò neppure il sospetto che quell'atto mi
fosse inspirato dalla stupida vanità di far pompa d'una mia
conquista.--Comprese il muto linguaggio ch'io le parlavo dandole
quella carta:--Io ho rotto dei legami che duravano da anni per amor di
voi; non farete voi altrettanto per me?--Così mi comprese e fu nel
vero. Una donna sinceramente innamorata, legge chiaramente nel cuore
dell'uomo che ama, e non s'inganna mai.

Ci rimettemmo a discorrere, mesti entrambi, parlando di lei, di me,
dei nostri vincoli che ci trascinavano per vie disparate.--Non so a
qual proposito venni a dire ch'io non avrei potuto legarmi in
matrimonio, che codesta idea mi faceva spavento. È una fanfaronata che
tutti i giovani si credono in obbligo di fare. Ed io dicevo come gli
altri, senza che ci fosse grande verità nelle mie parole. E poco dopo
le domandai:

--Ma perchè non potreste sciogliervi dalla promessa con quel
fidanzato, dacchè non l'amate?

--È un bravo giovane, un nobile cuore, mi ama... E poi, a lui non fa
spavento l'idea di legarsi a me per tutta la vita.

Mi parve che in quelle parole vi fosse una provocazione. L'uomo della
società si ridestò un'altra volta in me, e mi suggerì questo pensiero:

--Non è vero che Fulvia sia promessa ad un altro. È uno stratagemma
per farmi svelare le mie intenzioni, ed indurmi possibilmente a
sposarla; non è che una commedia, ed anche, d'una volgarità... Non
avrei che ad offrirmi di soppiantare il mio rivale, e tosto ella lo
lascierebbe dileguarsi come un vile.--Tuttavia quest'idea,--che
trattandosi d'un altra donna, in pari circostanze, sarebbe già stata
una certezza per me,--era ancora un po' dubbia dinanzi alla
schiettezza di Fulvia. Volli accertarmene, e le dissi col mio accento
più passionato:

--E se vi sposassi io, Fulvia?

Un lampo di gioia brillò nel suo sguardo.--Pur troppo è così,
pensai.--E già rimpiangevo che la nobile fanciulla da me ideata non
fosse che una piccola intrigante in cerca d'un marito. E colla morale
un po' opportunista d'un giovane innamorato, dissi tra me:

--L'avrei preferita meno onesta, ma più schietta.

M'ero ingannato ancora. Fulvia si fece anche più mesta di prima; e
prendendomi la mano in atto riconoscente mi disse:

--Sarebbe impossibile, Max. Ve l'ho detto, sono promessa ad un altro.

Questa risposta, anzichè addolorarmi, mi colmò di gioia. Ella non
aveva mentito. Era sempre quella donna nobile e leale, incapace di
finzione e di calcolo. Ancora una volta mi pentii di averla calunniata
nel mio pensiero.

--Ebbene, le dissi, amatemi come un fratello; e non pensiamo ad altro,
e speriamo nell'avvenire.--E suggellai quelle parole fraterne con uno
di quegli sguardi in cui l'amore ha stillato tutto il suo nettare e
tutto il suo fiele.

Ma ella piangeva ed io era triste.

Pensavo che quella donna non sarebbe mai mia, e sarebbe un giorno d'un
altro. Pensavo che questo altro era stato amato da lei, non fosse che
un'ora, quando gli aveva fatto quella promessa. Ma tali promesse chi
pensa a mantenerle quando è cessato il sentimento che le ispirava? Ed
a che servirebbe?--Perchè dunque Fulvia sposerebbe un uomo che non ama
più, ella così sincera, invece di dirgli francamente: «Io non vi amo
più; non potrei farvi felice; per la felicità che vi tolgo, vi ridono
in compenso la vostra libertà.»--Perchè? Questo vincolo aveva qualche
cosa di misterioso ai miei occhi. Fulvia era libera e sola; era stata
innamorata--viveva sul teatro... Il dubbio mi entrò ancora una volta
in cuore.

--Questo matrimonio dev'essere per lei una riparazione, dissi tra
me.--È chiaro. Per quell'uomo ha commesso un errore; ora non lo ama
più; ma è onesta; non vuole appartenere ad un altro. Forse una terza
esistenza dipende da questo suo sacrificio... Povera giovane!

E nella bontà del mio cuore mi sentii compreso da infinita pietà.

--Fulvia, le dissi, perchè mi nascondete il motivo che vi obbliga a
sposare un uomo che non amate? Abbiate fiducia in me; forse pensandoci
insieme troveremo il mezzo di svincolarvi da codesto impegno.

--Non vi nasconderò nulla, mi rispose.--Ma non posso dirvi tutto ora,
i vostri amici potrebbero venire; e poi certe cose sono più facili a
scrivere che a dirsi. Vi scriverò. Vi scriverò questa notte, e domani
saprete tutto. Ma non sarà perchè mi aiutiate a sciogliermi dal mio
impegno. Sarà per giustificare, se è possibile, il mio strano contegno
con voi.

Accettai questa promessa, e poco dopo lasciai Fulvia colla profonda
convinzione che i miei sospetti non mi avevano ingannato;--ed infatti,
cosa mai potevano essere le confidenze _più facili a scrivere che a
dirsi_, se non un amore colpevole, il solo di cui una donna che
conosce il mondo possa arrossire?--Se v'ha sotto il sole un uomo nato
nell'anno di grazia mille ottocento quarantacinque, il quale possa
dire in coscienza che in pari circostanze avrebbe pensato altrimenti,
lo autorizzo a gettarmi la pietra; pronto a riceverla nella testa.




XV.


La certezza che Fulvia aveva una macchia nel suo passato, l'ombra d'un
rivale, e forse il fatto stesso d'aver finalmente confessato il mio
amore, lo avevano sensibilmente diminuito.--È fuor di dubbio che la
poesia dell'amore è prima della rivelazione;--la parola immiserisce il
sentimento, lo circoscrive ne' suoi limiti.--La pace del sentirsi
amati, ci toglie dal cuore l'esaltazione dell'incertezza, l'entusiasmo
dell'aspirazione; e non c'è amante felice il quale non debba
confessare che lo era di più, quando non era completamente certo di
esserlo.

La tempesta era sedata nel mio cuore.--Quel giorno badai
tranquillamente ai miei affari, poi andai a far qualche visita, poi al
caffè, al teatro, e non tornai più da Fulvia. Pensavo a lei con quel
sentimento di commiserazione che era nato in me gemello al sospetto
sul suo passato. Provavo per lei la tenerezza e la pietà che avrei
provato per una vedova indiana condannata al rogo.--Non mi pareva di
conoscerla nè di esserle legato di più.

Al teatro vidi Giorgio.--Egli era stato all'Albergo Milano. Ma Fulvia
non lo aveva ricevuto.--Pure la sua scrittura era scaduta, ella non
cantava più, e doveva essere in casa.--Egli era inquieto.

Quanto a me avevo un senso vago d'essere un eroe dell'amicizia. Sì;
io, che fino a poche ore innanzi avevo adoperato tutto il mio
ascendente per involargli quella donna ch'egli amava, ora pensavo che
Giorgio dovesse essermi riconoscente perchè non me ne sentivo più
innamorato, perchè non pensavo a contendergliela, perchè ero
fermamente risoluto a non aver nulla di comune con lei.

Ed intanto vedevo col pensiero la giovane artista intenta a scrivere
per me una storia, per cui non provavo già più che una lieve
curiosità.

Povera Fulvia! non giudicarmi troppo severamente. È il mio carattere
così;--io non so amare che a sbalzi.--Era certo studiando me, che la
tua anima passionata inventava l'_episodio tempestoso_. Sì, il mio
amore è splendido ed ardente come il lampo, ma rapido com'esso.--Salgo
troppo alto nella sfera della passione, per rimanervi; bisogna ch'io
ridiscenda;--ed allora la prosa della realtà mi gela il cuore,--poi mi
innalzo di nuovo, ritrovo la luce, ritrovo l'ardore,--ma per perderli
e ridiscendere ancora.--Perdonami, Fulvia; io non ne ho colpa; come tu
non hai merito del tuo amore più durevole e profondo. È la natura che
ci ha fatti così.--Tutto quanto hai diritto a pretendere è ch'io ti
riconosca superiore.--E lo riconosco ampiamente.

La mattina seguente quando mi fu recato il caffè che soglio prendere a
letto, vidi sul vassoio un grosso piego che compresi subito essere le
confidenze di Fulvia. Confesso che fui sinceramente meravigliato di
trovarmi ancora in sì stretto rapporto con lei; tanto nel mio cuore me
ne sentivo già moralmente disgiunto.

Io sono pigro e mi alzo abitualmente assai tardi. Dopo aver preso
tranquillamente il caffè, feci aprire le finestre, ravviai i guanciali
e le coltri, mi posi a sedere sul letto, ed alla luce d'un bel sole
mattutino impresi a leggere quelle pagine colla tranquilla e benevola
curiosità con cui si comincia un romanzo d'un autore noto e
simpatico;--nè più nè meno.

Con questa sola differenza che, dissuggellando quel piego andavo
chiedendo tra me: «Scrive bene?» Ed era il solo pensiero che mi
occupasse in quel momento.




XVI.

LE MEMORIE DI FULVIA.


«_Caro Max,_

«La mia nascita, la mia infanzia, la mia adolescenza non hanno nulla
di romantico.--Me ne duole, per l'effetto di queste mie pagine, ma è
così.

«Il mio babbo era impiegato governativo, ed era povero. La mia mamma
morì pochi anni dopo la mia nascita. Non avevo fratelli. In casa mia
si viveva meschinamente, con una sola serva che aveva cura di me.

«Quando ebbi dodici anni, il babbo mi pose in collegio, dove rimasi
sette anni. La pensione era dispendiosa. Egli licenziò la serva,
vendette il mobiglio, e si pose a vivere a dozzina per fare economia.

«Ed infatti riescì a mantenermi tutto quel tempo in collegio, senza
farmi sentire la menoma privazione, senza farmi sfigurare presso le
compagne; e, dal canto suo, non fece mai l'ombra d'un debito. Forse le
privazioni, povero babbo, le imponeva a sè stesso; ed il mio benessere
era il frutto de' suoi sacrifici.

«Ma fin allora non m'ero mai imbattuta a pensare quale potesse essere
la condizione economica di mio padre. Accettavo la mia, e la godevo
colla spensieratezza della mia età.

«Parecchie delle mie compagne imparavano il canto. Io vi aspiravo
vivamente. Amavo la musica con trasporto, ed ero ambiziosa. Pregai la
direttrice che mi facesse provare la voce. Il maestro trovò che era
buona. Allora, senza pensare all'aumento di spesa che gl'imponevo,
scrissi al babbo quel mio desiderio. Non mi cadeva in mente che lo
studio d'un'arte potesse essere questione di denaro.

«Il babbo che mi aveva data un'istruzione nell'idea di fare di me
un'istitutrice, s'adattò senza difficoltà a farmi invece una cantante.

«Io, che avevo desiderato cantare come dilettante, mi adattai,
parimente senza difficoltà, ad essere artista. E tre anni dopo cantavo
per la prima volta in un concerto, dopo il quale firmai la mia prima
scrittura per la stagione di primavera a questo teatro Carcano di
Milano.

«Come vedete, la mia carriera s'iniziò tranquillamente, senza
contrasti. Non avevo una famiglia aristocratica che s'indignasse di
vedermi sulle scene, e contro cui avessi a difendere l'arte
incompresa. La mia famiglia è modestissima; non vanto passate
grandezze; la mia vita d'artista non ha nulla di drammatico; tutto è
prosa intorno a me.

«E la mia storia più intima, quella che mi dispongo a confidarvi?
Ahimè, Max, è prosa anch'essa. Ora soltanto che è divenuta un ostacolo
fra noi, attinge un po' di poesia da questa circostanza; la triste
poesia del dolore.

«Uomini e donne hanno la crudele abitudine di rinnegare dinanzi ad un
nuovo amore i loro amori precedenti. Tutt'al più ne ammettono uno, se
la sua notorietà impedisce di negarlo; ma s'affrettano a dire che non
fu vero amore; che fu un sogno giovanile, una calda amicizia cui il
cuore illuso scambiò per una passione. Il solo vero amore deve sempre
essere l'attuale.

«È forse atto di cortesia per lusingare l'amor proprio della persona
amata; per dirle: «Nessuno ebbe a' miei occhi le tue attrattive,
nessuno m'inspirò il sentimento che tu m'inspiri.»

«Io sarò meno gentile, ma più vera. Ho amato prima di conoscer voi,
Max.

«L'uomo, a cui sono fidanzata, non è un vecchio ricco ed acciaccoso
che mi venga imposto tirannicamente da mio padre, e contro di cui io
possa fare appello ai vostri sentimenti cavallereschi. No; è un bel
giovane povero come me; buono, nobile, intelligente. Che io stessa
scelsi, che amai; che amai con trasporto; per cui ho palpitato, ho
pianto, ho gioito; la cui parola d'amore mi scese soave all'anima; a
cui mi fidanzai con delizia sognando un avvenire di felicità.

«Ed ora, perchè non l'amo più? È almeno stato infedele, sleale? Ha
demeritato il mio amore? No; è stato fedele, e mi ama, e merita
d'essere adorato. Sono io che non l'amo più, perchè non l'amo più;
perchè l'amore non è eterno che in casi eccezionali; l'amore può
cessare; il suo carattere era troppo freddo per rispondere alle mie
aspirazioni; e la sua freddezza ha spento l'ardore che le sue prime
parole d'affetto m'avevano acceso nel cuore, ecco la prosa.

«Era un tedesco che m'insegnava il canto. Quando lo conobbi, era
giovanissimo; e dirigeva già l'orchestra del teatro Regio di Torino,
dove io sono nata e cresciuta. Era bello e d'un'eleganza di buon
gusto.

«Non è punto vero che si ami un uomo per le sue qualità esterne o per
le sue abitudini; si amano le qualità e le abitudini per l'uomo. I
primi amori che io sognava nel segreto del cuore, erano per eroi, per
uomini fieri, dall'aspetto maschio, da' modi franchi, come i vostri,
Max. Uomini dalla voce dolce come una melodia, profonda come un
pensiero, passionata come un bacio--la voce di Giorgio. I giovani dai
_palmerstons_ profumati, dai capelli unti e lucenti, dalla
scriminatura dritta come una rotaia di ferrovia, gli eleganti che
discorrono di toletta, e ne mutano tre ogni giorno, erano a' miei
occhi ridicoli. Non me ne occupavo che per farne la caricatura.

«Il mio maestro di canto era appunto uno di codesti. Sembrava una
figurina tagliata fuori da un giornale di mode. S'inchinava in due
tempi; parlava sotto voce con un garbo inalterabile; era sempre del
parere delle signore, e nelle sue stesse lezioni sapeva non
contraddirmi, apertamente, e non riscaldarsi mai. I suoi lineamenti
erano belli, d'una bellezza regolare e fredda. Viso ovale, occhi nè
grandi, nè piccoli, colorito fresco, profilo greco, labbra rosse che
nel parlare lasciavano vedere i denti d'una bianchezza abbagliante. La
sua barba d'un biondo fulvo, ed i suoi baffetti erano evidentemente
l'oggetto delle sue cure amorose. Parlava poco, ed era sempre dello
stesso umore; nè troppo serio, nè troppo gaio. Aveva l'aria d'un
cortigiano aspirante che facesse la sua pratica nell'etichetta di
corte. Quando lo conobbi mi fu antipatico. Quando l'udii parlare, il
suo accento straniero e la sua voce--sopra tutto la sua voce--finì di
rendermelo repulsivo. Era una vocina di testa, con una nota cavernosa
nel naso, che ad ogni tratto risuonava come una corda spezzata. Avevo
sul pianoforte il metronomo per misurare il tempo. Il mio maestro non
mi parve più animato di quello strumento. Avrei giurato che aveva una
complicazione di ruote e d'ingranaggi al posto del cuore, e la sua
bellezza mi lasciava fredda come la bellezza d'un fantoccio.

«In fatto di musica egli apparteneva a quella scuola che i profani
chiamano dell'avvenire. Quanto a me, non avevo ancora opinioni; le
cadenze lente e melodiche mi eccitavano il sentimento e mi riescivano
facili; ed io le cantavo di preferenza.

«Un giorno il maestro entrò ch'io stavo intuonando, forse per la
decima volta, un'aria della _Straniera:_

    Trovarti, rivederti
    Un solo istante ancora...

«Contro tutte le sue abitudini, il calmo tedesco fece un atto di
dispetto, tolse quella musica dal leggìo e la respinse dicendomi:

«--Non s'innamori di questa roba!

«Io mi sentii offesa nel mio sentimento più caro. Avevo messa tanta
espressione in quel canto, che mi figuravo di far pensare lui come
tutti, ad un assente rimpianto, cui aspirassi di _trovare_ e
_rivedere_. Le mie compagne me l'avevano fatta ripetere a sazietà, e
mi avevano detto:

«--Si sente che ci metti tutta l'anima.

«--Si direbbe che hai delle lagrime nella voce, ecc.

«Ed ecco invece che quel glaciale tedesco non comprendeva nulla di tutto
ciò; e là dove si esprimeva un dramma di sentimento, egli non vedeva che
la povertà d'una combinazione di crome e semicrome; nel grido dell'anima
che deplorava l'assenza d'un essere amato, egli non deplorava che
l'assenza di complicazioni armoniche e d'istrumentazione. Ne fui
irritata, e, senza nasconderlo, gli risposi:

«--Perchè non ho a cantare un'aria che mi piace?

«--Perchè non le giova a nulla, mi disse riprendendo la sua calma
abituale. È una melodia bella a sentirsi, ma che non fa fare nessuna
ginnastica alla voce, e la sua ha bisogno di esercitarsi nelle
difficoltà, per svilupparsi ed acquistare agilità ed estensione.

«--Gli esercizi sono freddi e mi annoiano, borbottai; non c'è
sentimento.

«--L'espressione del sentimento,--riprese il giovane verista,--è
infatti una delle attrattive per cui la musica ottiene il favore del
pubblico. Ma per noi la musica dev'essere uno studio serio, e non un
idillio sentimentale.

«Io fui sempre troppo sincera, come mi conoscete, Max. La parola mi
fugge dal cuore al labbro, senza dar tempo alla ragione di
controllarla. Indignata di quelle parole che reprimevano il mio
entusiasmo, lo rimbeccai con vivacità:

«--Ella non ha cuore se intende la musica così. Il maestro
d'aritmetica non parlerebbe altrimenti.

«Egli non mi rispose. Aperse sul leggìo un fascicolo di studi sugli
arpeggi, ed incominciò gli accordi dell'accompagnamento, accennandomi
di ripetere la mia lezione.

«Ma io ero irritata; cantavo male. Feci due o tre note false; egli mi
corresse; la vergogna mi paralizzò la voce; gettai la musica sul
pianoforte, fuggii all'altro capo della stanza, sedetti ad uno
scrittoio colle braccia sovr'esso ed il capo sulle braccia, e scoppiai
in pianto.

«Il maestro stette un momento in silenzio, durante il quale sentii che
mi guardava. Vi sono sguardi che si sentono come un raggio carico di
elettricità rivolto su di noi.

«Poi lo sentii voltarsi verso il piano, tentare qualche accordo
incerto; rimanere pensoso come in cerca d'un pezzo di cui il lungo
abbandono gli avesse fatte dimenticare le note; e finalmente
cominciare con esitazione, e quindi procedere con sicurezza la grande
aria del soprano nella _Sonnambula_, poi il duetto tra soprano e
tenore nella _Lucia_, e chiudere quel piccolo concerto coll'aria del
tenore ed il duetto d'amore della _Jone_. Tutta musica affatto
contraria ai suoi gusti.

«Quella concessione fatta a' miei gusti sentimentali era una muta
scusa ch'egli mi rivolgeva. Io lo compresi e ne apprezzai la
delicatezza.

«In quel momento il congegno ad ingranaggi e ruote che mi ero figurato
nel petto del mio maestro, scomparve, e vidi un cuore caldo e
sensibile palpitare sotto l'eleganza della sua toletta.

«Non piangevo più, non pensavo più alla mia umiliazione. Un altro
ordine d'idee mi preoccupava lo spirito.

«--Quel giovane cuore era egli rimasto freddo fin allora accanto a me?
Quello sfoggio di melodia, un minuto dopo averla condannata, era un
semplice atto di delicata condiscendenza? O era una dimostrazione di
simpatia?

«Intanto, sebbene non piangessi più, continuavo a starmene nello
stesso atteggiamento, col volto nascosto. Quando si è piantato
qualcuno in asso per andare a piangere dispettosamente in un canto,
non è così facile asciugarsi gli occhi e tornare a dirgli
tranquillamente: «Eccomi, ho finito» a rischio di sentirsi ridere in
volto.

«Il maestro comprese che bisognava ajutarmi ad uscire dall'imbarazzo
in cui mi ero posta. Lasciò il piano; venne a fermarsi in piedi
dinanzi a me, e mi domandò:

«--È in collera?

«Non sapevo che dire, e presi il partito di non rispondere, di non
alzare il capo. Ma la sua voce mi parve meno brutta. In quella, da
lontano, nel silenzio delle classi deserte,--perchè a quell'ora, tutte
le compagne erano in giardino alla ricreazione,--si udì battere un
uscio. La direttrice veniva abitualmente ad assistere alle lezioni di
musica, e certo doveva esser lei. Io sentii con terrore la
sconvenienza della mia posizione, il maestro pure la sentì perchè
riprese curvandosi verso di me:

«--A momenti è qui la direttrice. Via, mi perdoni, e venga a
riprendere la lezione.

«Io mi rizzai in fretta, e senza rispondergli, senza guardarlo, tornai
al pianoforte.

«Egli mi seguì, sedette, pose le mani sui tasti, poi, invece di
riprendere l'accompagnamento interrotto, alzò gli occhi in volto a me,
e, con un sorriso che parve trasfigurarlo, mi interrogò:

«--Ed ora cosa facciamo?

«Io presi senza rispondere il fascicolo d'arpeggi che avevo respinto.
Era una risposta.

«Colla galanteria che gli era naturale egli accolse quell'atto di
condiscendenza come un grande favore, e mi disse:

«--Grazie, signorina; ella è troppo buona; _sebbene io non abbia
cuore_, le sono molto riconoscente del sacrificio che mi fa.

«In quella entrò la direttrice, e la sua presenza m'impedì di
rispondere qualche imprudenza.

«Alla lezione seguente la direttrice era in classe quando il maestro
entrò. Egli aveva un fiore di vaniglia all'occhiello dell'abito. Io
guardavo quel fiore e pensavo: «L'ha portato per me....»

«Poco dopo la direttrice fu chiamata fuori. Io precipitai
istintivamente l'esercizio che stavo facendo. Il maestro non mi
corresse quell'errore di tempo. Erano così rari i momenti in cui il
caso ci accordava di esser soli; entrambi avevamo premura di
profittarne. Egli mi disse, mentre voltava il foglio:

«--È ancora in collera con me?

«--Sì, gli risposi; perchè non vuole lasciarmi cantare nulla di bello.

«--Ebbene, riprese egli, domani le porterò _Gran Dio morir sì
giovane_, lo canteremo insieme.

«Non potei a meno di ridere. La grande facilità di quella melodia l'ha
resa siffattamente popolare che omai ci sembra volgare, e la proposta
era realmente umoristica.

«La mia ilarità gli diede coraggio ed egli soggiunse:

«--Sono stato infelice per causa sua tutti questi giorni.

«Io feci un atto ed un sorriso d'incredulità.

«--Non mi crede? riprese. Se sapesse che rimorso provava per averla
fatta piangere! Ero tentato di andare da Blanchi a provvederle tutti
quanti gli spartiti di Bellini e di Donizzetti....

«Cominciavo a sentirmi umiliata di quell'incapacità che mi attribuiva
di apprezzare le più alte e complesse combinazioni dell'armonia
tedesca.

«--Ma no, protestai. Ella mi deride. Io non sono mica esclusivamente
amante della melodia. Ieri ho suonato tutta la _Sinfonia pastorale_.

«Era vero; l'avevo suonata dapprima in omaggio a lui, e dopo una prima
lettura l'avevo ricominciata con vero interesse, e l'avevo scorsa fino
in fondo con passione.

«--Ah! lo sapevo bene che ella non poteva non comprendere quella
musica vera e sublime, esclamò con un sorriso di soddisfazione. E
continuò:

«--Guardi, ne ero tanto sicuro, che le ho portato un fiore per fare la
pace.

«Così dicendo, mi porgeva la vaniglia che s'era tolta dall'occhiello
dell'abito.

«Io accettai quel fiore; poi fui mortificata della mia facile
condiscendenza, e, tanto per darmi un contegno, osservai che era
bello.

«Egli mi rispose che l'aveva coltivato sul suo balcone; che amava
molto i fiori, che gli rammentavano le persone care che non poteva
aver vicine; e riprese:

«--Ella non crederà che io abbia delle persone care, poichè dice che
non ho cuore.

«--Vedo bene che non ne ha,--gli risposi--se non sa perdonare
un'offesa.

«--Ma è perchè la sua offesa è troppo grande. È la più grande che si
possa fare ad un povero giovane.

«Io non diceva nulla. Egli soggiunse:

«--Dica, lo crede davvero ch'io non abbia cuore?

«Ed accompagnava quella domanda con uno sguardo che smentiva altamente
l'accusa.

«Ebbi appena il tempo di dirgli «No» e tosto s'udì la direttrice che
s'avvicinava alla classe.

«Io aveva in mano il fiore di vaniglia che un momento prima era
all'occhiello dell'abito del maestro. Se la direttrice l'avesse
veduto, non avrebbe mancato di farne rimprovero non a me sola, ma a
lui; anzi a lui solo, perchè quanto a me non potevo che accettare la
cortesia d'un superiore.

«Tutto questo mi passò in mente nell'atto ch'ella apriva la porta, e
con un movimento rapidissimo nascosi il fiore. Ma nel fare codesto
arrossii vivamente. Era riconoscere che nel dono di quel fiore c'era
implicato qualche cosa che la direttrice non doveva sapere; che quel
_qualche cosa_ io l'avevo indovinato; e però accettando il fiore,
avevo accettato il _qualche cosa_ sott'inteso; ed ora nascondendolo,
convenivo d'avere un segreto comune con lui.

«Egli mi ringraziò con uno sguardo, poi cercando fra i fascicoli di
musica l'aria della _Straniera_ che era stata causa del suo malumore,
e mettendola sul leggìo, mi disse:

«--Canti un poco per riposarsi dallo studio.

«Compresi che voleva così ringraziarmi secondando una mia
predilezione, e cantai. Ma quell'aria mi era divenuta antipatica, e da
quel giorno non vi fu astruseria di logaritmi musicali che non mi
esaltasse fino al delirio.

«All'altra lezione il maestro portò un nuovo fiore. Le compagne
trovarono modo di far uscire la direttrice, ed appena fummo soli il
fiore mi venne offerto, come cosa convenuta. Accettando quell'altro
avevo stabilito un precedente che autorizzava il giovane maestro a
procurarmene una collezione.

«Gli domandai s'era anche del suo balcone.

«--Sì, era una pianta giovinetta e tutta in fiore. Aveva qualche cosa
che mi somigliava. Egli la chiamava la vaniglia di Fulvia. Credeva di
vedermi guardandola; nel togliere quel fiore gli era sembrato di farmi
male e di sentirmi piangere....

«--Che tenerezza! esclamai volendo mostrare del sarcasmo.

«--Ebbene, riprese, si meraviglia della mia tenerezza? Ora non crede
più ch'io non abbia cuore; si ricordi che mi ha detto di no, che non
lo crede più.

«Io sorridevo senza rispondere e mi sentivo tutta accesa in volto.
Egli mi prese lentamente una mano e soggiunse:

«--Ora lo sa, nevvero, che ho un cuore?

«--Ero tutta commossa da quella prima stretta di mano. Lo guardai.
Egli era bello in quel momento; ed il suo volto animato non aveva più
nulla della freddezza abituale. Abbassai il capo, e non dissi nulla;
ma avevo accennato di sì.

«--Ed un cuore capace d'amare..., continuò egli alzandosi dal piano e
baciandomi lievemente la fronte senza abbandonar la mia mano.

«Io feci un altro cenno come il primo.

«--E lei non mi vuol anche un po' di bene? Non pensa un poco a me?

«Terzo cenno come sopra.

«Ero timidissima e quella scena che non mi dispiaceva punto, mi
confondeva. Tuttavia era ben vero ch'io lo credeva innamorato, e lo
amavo. Non mi sarebbe stato possibile di negarlo.

«D'allora appena poteva esser solo un momento con me, mi prendeva la
mano e mi dava un bacio. A poco a poco codesto finì per diventare
un'abitudine. Ma una dolce, dolce abitudine di cui mi sentivo lieta e
tranquilla.

«Così passarono gli ultimi tre anni ch'io rimasi in collegio. Ci
eravamo promessi di sposarci, quando la sua posizione sarebbe più
assicurata. Era una promessa vaga, che si perdeva in un avvenire
indefinito; ma io ne ero felice. Non avrei desiderato anticiparla.
Dovevo fare la carriera del teatro. Ed allora sarei libera di vederlo
sempre, di parlargli, di fare insieme delle passeggiate solitarie. Io
viaggerei sola; egli mi verrebbe a vedere sovente. Mi pareva d'essere
in una città ben lontana da Torino, applaudita dal pubblico,
circondata da ammiratori; e ad un tratto di veder lui, il mio bel
maestro tutto trafelato che avea percorsa una strada infinita per
vedermi un'ora, un'ora d'espansione.

«Tutto questo mi preoccupava la fantasia. Io sognava tutte le follìe
giovanili dell'amore, che allora la vigilanza continua della
direttrice rendeva impossibili.

«Quei tre anni passarono. Uscii di collegio. Dovevo studiare un anno
ancora prima di poter cantare in pubblico. Il babbo riprendendomi con
sè, dovette rimettere casa. Egli non aveva la menoma risorsa. Convenne
prendere un mobiglio a credenza, impegnandosi a pagarlo in un anno a
rate mensili.

«Codesto riduceva il suo stipendio ai minimi termini. Poi bisognò
pensare ad un corredo per me, che appunto per la carriera a cui
miravo, avevo d'uopo di farmi conoscere e di figurar bene.

«Dedotto tutto, ci rimaneva appena di che vivere economicamente. Per
sottrarre ancora da quella modesta entrata, già tanto assottigliata,
la spesa delle mie lezioni di musica, avrei dovuto condannare il mio
povero babbo e me ad infinite privazioni.

«Non so se avrei durato costantemente in quel proposito; però in quel
momento per parte mia mi vi sarei sobbarcata volentieri. Ma non potei
accogliere l'idea di imporre simili sacrifici al babbo. Decisi di
studiare da sola.

«Alle due, l'ora in cui soleva darmi lezione in collegio, il maestro
venne. Il babbo era all'ufficio. Eravamo soli. Egli mi salutò col
solito bacio, poi aperse il pianoforte, cattivo strumento da nolo, che
ai primi accordi lo fece rabbrividire.

«Io gli dissi, cercando dissimulare la difficoltà della dichiarazione
sotto una frase scherzosa:

«--Non vi atteggiate a maestro, Welfard; ora non siete più il mio
maestro.

«--Perchè no? Cosa sono ora?

«--Siete.... un amico....

«--Più che un amico, Fulvia; lo sapete. Ma codesto non toglie ch'io
sia anche il vostro maestro. Avete bisogno di studiare ancora, e
molto.

«--Studierò da sola.

«--Non basta. Ma perchè non volete più studiare con me? Il vostro
babbo non permette ch'io venga qui?

«Rimasi alquanto imbarazzata. Ma fu un momento. Io non ho mai compreso
la vergogna della povertà nè la gloria della ricchezza.

«Gli presi la mano, e conducendolo alla soglia di quel salotto che era
anche la camera da letto del babbo e dava accesso a due altre povere
camerette, gli dissi:

«--Guardate. Questo è tutto il nostro appartamento. Siamo poveri. Non
sapevate, quando mi diceste d'amarmi, che il babbo ed io eravamo
poveri? Ecco perchè non posso prender lezioni!

«Egli mi abbracciò teneramente. Era commosso. Mi condusse al
pianoforte e volle incominciare la lezione senz'altro. Io chiusi il
piano. Allora mi prese le mani nelle sue, e con atto supplichevole mi
disse:

«--Che pensate ora, Fulvia? Non sono il vostro fidanzato? Non ha da
essere un giorno tutto comune tra noi? Voi che siete una ragazza tanto
superiore, vi vergognereste d'accettare qualche lezione da me, perchè
non potete pagarle? Ma sapete che mi fate torto, che mi affliggete?

«Ero mortificata. Sentivo che nel suo caso avrei detto come lui. Mi
pareva davvero d'avergli fatto torto e dispiacere.

«Il denaro non ha mai avuto importanza per me. E quando egli riaperse
il piano, e traendomi accanto a sè, mi disse:--Via, cominciamo subito
subito la lezione, se volete che vi perdoni--io mi affrettai ad
obbedirlo, perchè sentivo di dovere una riparazione alla sua
delicatezza offesa.

«D'allora venne sempre a darmi lezione e non si parlò più di compenso.
Non era il mio fidanzato?

«Tutti gli spartiti che mi occorrevano, egli trovava per caso di
averli fra le sue carte. E molto spesso li aveva nuovi. Io mi
accorgevo di tutte queste gentilezze, e le accettavo con riconoscenza.
Ricusare quelle delicate premure mi sarebbe sembrato una sgarbatezza.
Veniva ogni giorno, si occupava di me parecchie ore di seguito;
attento, severo, instancabile, mi fece fare progressi insperati. Mi
procurò molte conoscenze nel mondo musicale, e quando mi credette
capace di figurar bene, combinò un concerto, sa Iddio con che fatiche,
con quante brighe, unicamente per farmivi avere una parte!

«Quella sera condusse seco l'impresario del Carcano che era a Torino,
me lo presentò, e risparmiandomi viaggi inutili, incertezze d'ogni
maniera, e sopratutto le presentazioni umilianti alle agenzie
teatrali, mi procurò una scrittura assai conveniente per una
esordiente.

«Tutto codesto, lo vedete, Massimo, è prova d'un nobile cuore; ed io
me gli sento legata per la vita.

«Ma tutti i sogni d'amore tempestoso che avevo vagheggiati quando ero
in collegio, non si realizzarono mai. Non mi accadde mai di vedere
Welfard irrompere in casa mia improvvisamente. Mai non mi propose di
uscire una sera con me, quando il babbo mi accompagnava a passeggio.
Mai non interruppe una lezione in un impeto d'affetto per stringermi
al suo cuore. Veniva ogni giorno alla stessa ora; mai un minuto prima.
Partiva ogni giorno alla stess'ora; mai un minuto dopo. Mai una parola
appassionata; mai un impeto di gelosia.

«Quante volte ne ho pianto in segreto, invocando con tutta l'anima un
amore caldo, passionato come quello ch'io mi sentivo nel cuore! Quante
volte, dopo aver divorato lungamente le mie lagrime, esse mi
sfuggirono dinanzi a lui! Allora, nell'angoscia che mi premeva, gli
rimproveravo la sua freddezza, l'indifferenza con cui mi vedeva
imprendere una carriera tanto piena di seduzioni.

«Avrei voluto che vi si opponesse, che mi facesse delle scene
violente, che mi tormentasse con sospetti ingiuriosi. Tutto ciò mi
avrebbe provato che era geloso, e però, che mi amava.

«Ed egli mi rispondeva con parole d'affetto, diceva che mi amava
immensamente, ma mi apprezzava altrettanto, ed aveva fiducia in me.
Per questo non era geloso. Che la sua passione non era meno grande per
esser meno espansiva; era il suo carattere così.

«Ed è vero, Max. Era il suo carattere così. Ed era quel carattere
freddo, che non rispondeva al mio, appassionato ed ardente, e mi
rendeva infelice.

«In termini legali, la causa della mia infelicità si chiamerebbe
appunto _incompatibilità di carattere._

«E realmente credo che sia tale, perchè, se la freddezza di Welfard è
un tormento per me, lo scontento che io ne provo, la melanconia che me
ne risulta, le mie frequenti lagnanze, sono un tormento per lui. È
così che, amandoci sinceramente, ci rendiamo a vicenda infelici. Io
sono italiana come il nostro cielo; egli è tedesco come un soldatino
di piombo.

«Ero in questo stato d'animo quando partii da Torino per recarmi qui.

«Avevo sperato che Welfard mi accompagnerebbe per assistere al mio
_debutto_. Mi pareva impossibile che non avesse a prendere un
interesse vivissimo a quel passo tanto importante per me.

«Egli non ne parlò nemmanco. Quando gli proposi di venire, mi disse
che lo avrebbe desiderato, ma non ne aveva il tempo. Venne ad
accompagnarmi allo scalo, e quando entrai nella sala d'aspetto, mi
strinse la mano, mi fece un inchino e partì. Mi fermai alla porta e lo
seguii collo sguardo, sperando che si volgesse qualche volta per
vedermi e salutarmi ancora. Ma egli non pensava che al suo sigaro. Non
si voltò mai. Correva e fumava come una locomotiva!

«Il babbo, non meno occupato di lui, potè bene trovar due giorni per
accompagnarmi qui, installarmi, vedermi andare in iscena. Perchè non
avrebbe potuto ottener anche Welfard un permesso come il babbo? Quella
indifferenza mi fece male, salii in convoglio piangendo. Mi parve
d'essere amata a tempo perso, di non essere il primo, ma l'ultimo de'
suoi pensieri. Le considerazioni di tempo, di occupazioni, erano messe
innanzi a me. Tutti i doveri gli erano più sacri che il dovere
contratto con me di amarmi e di farmi felice.

«E pensavo: Se ora, che gli appartengo soltanto idealmente, è freddo
così, che sarà quando diverrò sua moglie, quando la certezza del
possesso m'avrà spogliata del prestigio d'un'aspirazione?

«Nondimeno, allorchè il successo mi riempì l'anima d'una gioia nuova
ed immensa, sentii che le nobili soddisfazioni dell'arte, e l'avvenire
che mi prometteva la mia carriera, erano tutto opera di Welfard, e si
ravvivò più che mai in me il senso di gratitudine infinita che mi
legava a lui.

«Gli scrissi a lungo quella notte istessa sotto l'impressione delle
nuove emozioni che mi agitavano; cercai di trasfondere la mia anima
nella sua, di riscaldarlo al fuoco del mio entusiasmo, della mia
passionata riconoscenza.

«Passarono otto lunghi giorni; ed in ciascuno di essi speravo una
lettera, e ciascuno mi recò una delusione.

«Ed intanto mi vedevo circondata da giovani vivaci, espansivi, che si
disputavano come una gloria il piacere di accompagnarmi; che
trascuravano i loro affari, le loro famiglie per me; che si rendevano
indiscreti, importuni a forza d'assiduità.

«Mi erano tutti indifferenti. Se tutti avevano le qualità che
mancavano a Welfard, nessuno aveva poi le virtù ch'egli possedeva. E
tuttavia ogni giorno, dopo aver sperato invano una lettera, ero
costretta a dire a me stessa: Oh perchè tutti questi esseri tanto
inferiori a lui sanno amar meglio? Perchè in lui solo Dio non ha
infuso il soffio della passione, che è la poesia della vita?

«Una sera, nove giorni dopo che avevo scritto a Welfard, ero pronta
per andare al teatro, quando mi venne recata la sua risposta.

«Tremavo di speranza nell'aprirla. Tutte le espansioni della mia
lettera mi si affacciarono al pensiero, reclamando in ricambio una
parola appassionata.

«Ahi! fu ancora una delusione. La passione è muta in quell'anima; in
essa la virtù, la generosità non sono uno slancio di sentimento, ma
unicamente un portato della riflessione, la fredda idea del dovere.

«Vi trascrivo qui la sua lettera: giudicatene.

«Cara Fulvia,

«Mi fa molto piacere il vostro successo--del resto io non ne aveva mai
dubitato;--voi farete una bella carriera; me ne congratulo
sinceramente.

«Ho veduto i giudizî dei critici sul vostro _debutto_. Sono tutti
lusinghieri per voi, ed anche per me, credetelo, sebbene voi vi
esageriate fuor di misura la poca parte ch'io ebbi nella vostra
educazione musicale.

«Tenete conto dell'appunto che vi fece il critico della
_Perseveranza_. È vero; voi abusate delle note basse, e le forzate. È
una risorsa delle artiste a cui il tempo e le fatiche hanno guastato
le note di mezzo. Ma voi non avete lacune nella vostra scala, e dovete
assolutamente correggere codesto difetto. Appena vi fermerete un poco
a Torino, ci lavoreremo insieme.

«La scrittura che vi fu proposta è buona. Il teatro di Reggio
d'Emilia, nella stagione di primavera, è un teatro importante.
Transigete sugli interessi pur di combinare codesto affare che può
esservi molto utile. La tessitura dell'_Africana_ va benissimo per la
vostra voce, ed in pochi giorni potrete imparare la parte.

«Mi dispiace all'anima di non poter esservi accanto per risparmiarvi
codeste noie di contratti. Ma, voi lo sapete, sono schiavo del lavoro.
Questo però non mi toglie dal pensare a voi.

«Scrivetemi spesso, ed amatemi come vi ama,

«_Il vostro_ WELFARD HERBERT.»

«La freddezza nordica di quella lettera mi strinse il cuore. Dacchè
amavo Welfard, era la prima volta che mi allontanavo da lui; la prima
volta che ci scambiavamo una lettera. Per me era un grande
avvenimento; e gliel'avevo detto, come aspettassi con ansia la sua
prima parola scritta, come la sua stessa calligrafia che m'era ignota
m'inspirasse la palpitante curiosità d'una rivelazione.

«Egli non accennava a nessuna di codeste emozioni; forse non le aveva
trovate degne d'una risposta. L'unica parola d'affetto in tutta la sua
lettera era una formola di saluto, un luogo comune. Forse una tedesca
l'avrebbe trovata abbastanza espansiva. Ma io, nel mio caldo cuore
italiano, me ne sentii delusa e quasi offesa.




XVII.


A questo punto delle confidenze di Fulvia, posai il manoscritto, e mi
guardai intorno trasognato.

Era l'anima sincera di Fulvia che traspariva in quelle confessioni,
scevre egualmente di vanità e di falsa verecondia. Era la sua ingenua
abitudine di dire la verità ad ogni costo, senza ostentare virtù
trascendentali, riconoscendo i proprï torti; considerando le cose
nella loro realtà.

Sentivo che mi aveva aperto tutto quanto il suo cuore, che non aveva
più segreti per me.

Un sentimento nobile e puro, ed un debito di riconoscenza. Ecco tutto
il suo passato.

Ed il punto nero ch'io credevo trovarvi?

Povera Fulvia! L'avevo commiserata come una colpevole, ed era pura
come un lembo di cielo. Povera, povera Fulvia!

Il sole irradiava la camera avvolgendo gaiamente il mio letto in
un'onda di calore e di luce. Il mio cuore era lieto. Mi vestii
canticchiando, e sorrisi al sole che rinasceva più bello e più ardente
dopo la oscurità della notte, come il mio amore dopo il gelo del
sospetto. Lo dissi:--io non so amare che a sbalzi.

Ma non potevo comprendere che quella freddezza fosse stata solamente
in me. Mi pareva che fossimo stati moralmente disgiunti, ed ora ci
riunissimo; sentivo il bisogno di essere assicurato ch'ella mi amava
ancora. Ella, che me l'aveva detto la sera innanzi, ella che aveva
scritto tutta la notte per me!

Balzai in piedi, mi vestii in furia, uscii correndo, e non mi fermai
che sulle scale dell'Albergo Milano, dove tre camerieri m'inseguirono
e m'arrestarono come un ladro, per dirmi:

--Il numero 17 è uscito!

Il numero 17 era Fulvia! Briganti! Li respinsi come tre creditori, e
ripresi a salire dicendo:

--Aspetterò la signora Zorra.

Ma anzichè comprendere la mia lezione uno di essi staccò la chiave dal
quadro, e mi precedette gridando a' suoi compagni, a' suoi complici:

--Quando torna il numero 17 direte che c'è gente in camera ad
aspettarla.

Entrai ardito e solo in quella camera, in quel santuario, dove il mio
amore aveva bamboleggiato come un fanciullo, sognato come un poeta,
sperato come un credente, sofferto come un martire.

Mi stesi nella poltrona di Fulvia, e volli adattare la mia persona in
quella specie di nicchia che serbava l'impronta della sua. Ma la mia
testa troneggiava fuor dalla sponda, e se volevo abbassarla al posto
della sua testa, le ginocchia protendevano un metro lontano dal
sedile. Pensavo al profeta Elia che per risuscitare i fanciulli morti
si stendeva sui loro corpicini, le mani sulle mani, i piedi sui piedi,
la bocca sulla bocca, ed invocai la fede che fa muovere i monti, per
rinnovare quel miracolo, e rannicchiarmi nell'impronta di Fulvia sulla
sua poltrona. Ma la fede non venne, nè il miracolo. Allora mi alzai,
girai per la stanza esaminando ogni cosa. Pensai a Saint-Preux nella
stanza di Giulia. Sopra una sedia nell'alcova erano alcuni oggetti di
vestiario; alzai la cortina, stesi la mano per rinnovare le follìe
dell'amante della _Nouvelle Héloïse_. Ma in mezzo alle tempeste della
mia vita, in cui non mancano avventure, serbai sempre in me qualche
cosa di ingenuo, una specie di culto sentimentale dinanzi al pudore
d'una donna. E questo sentimento delicato mi fece ritirar la mano.

Indagare le forme d'una giovane amata nelle pieghe del suo busto! Quel
Saint-Preux era indiscreto e brutale.

E lasciai ricadere la cortina dell'alcova, e tornai a sedermi nella
poltrona di Fulvia, rassegnato ad occuparvi maggior spazio di lei.

Poco dopo l'uscio si aperse ed entrò Fulvia, che al vedermi, emise un
_Oh!_ de' più felici che sia mai suonato tra labbra umane. Non aveva
scontrato nessun cameriere, e la mia presenza in casa sua le riesciva
inaspettata.

Corse a me, e mi disse:

--Come sono felice di trovarvi qui. Com'è bello! Peccato che non
possiamo essere che amici. Eravamo fatti per comprenderci. Queste
spensieratezze mi piacciono tanto. Se Welfard avesse saputo farmi una
sola di queste sorprese... Ma egli avrebbe temuto di compromettermi,
avrebbe pensato a quel che direbbe la gente, ai commenti dei
servitori, poi avrebbe consultato il galateo, e non ne avrebbe fatto
nulla. Egli pensa a tutte le cose del mondo invece di pensare ad
amarmi.

--Ed io non penso che a questo, le risposi. E sono imprudente.

--O siatelo, esclamò, siatelo sempre, Max. La prudenza è lo spegnitoio
d'ogni slancio giovanile. Non mi parlate di prudenza. Io l'abborrisco.

E non finiva d'ammirarmi per quella grande impresa d'essere stato ad
aspettarla in casa sua. Sotto l'impressione del tedio e del disinganno
che le avevano procurato le fredde circospezioni del suo fidanzato,
non vedeva nulla di più bello che un po' di audacia. A' suoi occhi era
un eroismo quella sfida lanciata alla società; ed ella pure si faceva
una gloria di esporsi francamente alle calunnie con apparenze
accusatrici.

L'amore aveva tanto osservato, compulsato, ragionato intorno a lei,
che si era fatto uggioso come un vecchio pedante; ed ella sentiva il
bisogno di rimettergli la benda tradizionale, di restituirgli le sue
ali svolazzanti, la sua giovanile cecità. Era un errore, povera donna;
ma e l'altro? Tutti gli eccessi conducono all'errore.

Le domandai dov'era stata.

--Oh mio Dio; non mi ci fate pensare Max. Sono stata all'agenzia a
firmare la scrittura per Reggio di Emilia. Parto domani.

Il mio amore, che si stava addormentando dinanzi alla sua facile
ammirazione, alla sicurezza del suo affetto, si ridestò d'un tratto a
quell'annuncio. Separarci, perderla, vedere lo spazio frapporsi come
ostacolo tra noi; tuttociò riponeva Fulvia nel novero della
aspirazioni, ne rifaceva un frutto proibito; e come tale sentii
d'adorarla, mi afflissi della sua partenza, cercai di oppormivi, di
protrarla. Ed il suo povero cuore di donna, già addolorato da quella
separazione, si abbandonò al suo dolore, e pianse. Io cercai di
consolarla; ma le mie parole quanto più erano affettuose, tanto più
aumentavano la sua commozione, le sue lagrime. Ed il suo pianto
diveniva angoscioso e convulso.

Allora mi allontanai per lasciarla calmarsi, ed andai a sedermi al
pianoforte. C'erano due sgabelli rimasti dal mattino quando forse si
era suonato a quattro mani. Io mi sedetti dalla parte dei bassi, e
curvandomi con molto disagio suonai la sinfonia del _Freyschütz;_ poi
l'aria del tenore nel primo atto: _L'onda, il colle, il prato, il
bosco._

I singulti di Fulvia s'erano allentati man mano. Mi voltai. Ella stava
guardandomi col mento appoggiato alle mani incrociate; era accesa in
volto ed aveva gli occhi gonfi. Mi baciai una mano poi vi soffiai
sopra per mandarle il bacio. Ella volle sorridermi, ma le lagrime
tornarono ad empirle gli occhi. Allora le dissi:

--Cantate, Fulvia; venite a cantare.

Ella si alzò asciugandosi gli occhi, e, con voce ancora piangente, mi
disse, allontanando l'altro sgabello:

--Tiratevi in mezzo. _Siete seduto a quattro mani_.

Io risi e mi divertii di quello scherzo come del più felice motto di
cui possa gloriarsi il _Pompiere_, e riescii a far ridere anche
Fulvia, che, come tutte le persone nervose, non era mai tanto facile a
ridere come quando aveva pianto.

Allora intuonai la grande aria di Agata: _Perchè non giunge il sonno_.
E Fulvia la cantò divinamente, passando dal lagno increscioso alla
dolcezza della preghiera, poi al terrore passionato, alla
supplichevole invocazione di pace, ed alla calma serena di un'anima
che ha pregato e spera. Ma quando fu alla stretta: _O dolce mia
speranza, o dì beato_, non volle assolutamente cantarla, disse che era
un'ironia, che quel giorno era troppo doloroso per lei, e dovetti
rinunciarvi.

Stavo ancora seduto al pianoforte quando venne recato a Fulvia un
biglietto d'una signora a cui io stesso l'avevo presentata, che la
invitava a pranzare seco, ed aggiungeva che vi sarei anch'io, perchè
mi aveva scritto in proposito.

Riservandomi a ricevere quel biglietto al mio ritorno a casa,
insistetti presso Fulvia perchè accettasse, promettendole di
accompagnarla e poi ricondurla a casa e passare tutta la sera con lei,
e tutte le ore del domani.

Ella dunque accettò.

Poco dopo giunse Giorgio, e rimase con noi sino all'ora del pranzo.
Allora uscimmo insieme, e Giorgio ci accompagnò sino in via Torino
alla casa dove eravamo invitati.

Fulvia ci aveva domandato un momento di libertà, di cui io avevo
profittato per correre a casa a cangiar abito, ed al mio ritorno
l'avevo trovata in una elegante toletta verde cupo, con un gran
collare alla Medici ed un ramo d'edera nei capelli. Quella tinta cupa
s'adattava benissimo al suo colore olivastro e pallido; ed il collare
altissimo correggeva la linea un po' aspra del suo collo
eccessivamente lungo.

Fulvia non era bella. Non so che cos'avesse di attraente. Era forse il
suo occhio innamorato o l'infinita dolcezza che spirava da tutto il
suo volto, e specialmente dalla sua bocca? O era la sua voce
bellissima, la seduzione possente del canto?

No; questo posso affermarlo; l'ammiravo come artista, ma l'amavo come
donna. Se non _avesse cantato_, l'avrei amata egualmente, e chi sa?
Forse l'avrei amata meglio.

Era il suo carattere leale fino all'ingenuità, appassionato fino
all'esaltazione; erano i suoi modi; era l'originalità del suo spirito;
e, più che tutto, era «amor, che a nullo amato amar perdona» il quale
mi faceva sentire l'influenza della simpatia che inspiravo.

Tuttavia vestita così, Fulvia era una bella signora; ed io ne fui
glorioso ed innamorato; e mi sentivo tanto felice d'amarla, e tanto
afflitto di poterla amare soltanto idealmente sotto il titolo di
amica, che in quella casa di freddi conoscenti non trovavo parole per
sostenere la conversazione. Fulvia pure era preoccupata e non parlava
che a sbalzi, per dir qualche cosa di strano alla sua maniera, poi
tornava ad ammutolire per lungo intervallo.

Si discorreva di un padre di famiglia ch'era morto improvvisamente in
principio di carriera, lasciando la moglie e due figli in gravi
imbarazzi.

--Pover'uomo, esclamò Fulvia; «non potrà sentire la Messa funebre di
Verdi.»

I nostri ospiti erano una famiglia di formalisti, dalle virtù e dai
sentimenti di parata. Si guardarono l'un l'altro inorriditi. Fulvia
non se ne avvide. E ricadde nelle sue preoccupazioni. Allora io volli
parlare, scherzare, far dello spirito, per divergere i pensieri di
quei pedanti dalla parola avventata di Fulvia. E, per eccitarmi ad un
brio fittizio, mi diedi a bere un bicchiere sull'altro; e tosto mi
sentii animato fino all'esaltazione, ed accaparrai io solo tutta
l'attenzione della compagnia.

Io, del resto, conoscevo perfettamente il cuore di Fulvia; e sapevo
che lo scetticismo, che un abuso di spirito le poneva sulle labbra,
non era nel suo interno. Sul finire della serata proposi una colletta
a beneficio della famiglia del disgraziato che era morto prima di
sentire la Messa di Verdi, che stava per essere compiuta ed eseguita a
giorni.

La proposta fu accolta freddissimamente dalla compagnia; ma io non
mostrai d'accorgermene e raccolsi le magre offerte in un portasigari
giapponese. Quando se ne fece lo spoglio vi si trovarono 520 lire. Un
biglietto giallo, e venti lire in ispiccioli. Il biglietto giallo
attirò tutti gli sguardi. I convitati si conoscevano troppo bene tra
loro, per sospettarsi a vicenda capaci d'una simile prodigalità. Ma
nessuno neppure ne avrebbe creduta capace la spensierata giovane, che
non aveva trovato una parola sentimentale per quella sventura. Tutti
gli occhi si volgevano verso di me con una specie di commiserevole
ammirazione quasi a dire:

--È generoso, ma è un capo scarico; finirà male.

Io avevo veduto quella mattina stessa in mano a Fulvia tre biglietti
da L. 500 che aveva ricevuti dall'impresario;--il primo quartale
anticipato della sua modesta scrittura da esordiente;--e sapevo bene
da che parte venisse l'offerta sardanapalesca.

Lasciai che la convinzione della mia generosità mettesse radice per
bene in tutti gli spiriti, e poi traendo lentamente il mio portafogli
dissi:

--Manca ancora il mio obolo. E ne tolsi 20 lire che posai
magnificamente sul vassoio.

Allora vidi tutti i visi volgersi più allungati che mai verso Fulvia,
e sentii entrare in me la persuasione che quella gente, non potendo
più dirla senza cuore, la diceva senza testa.

Erano già le nove. Per toglierla a quell'inquisizione malintenzionata
proposi a Fulvia di ritirarsi; ed uscimmo.

Lungo la strada parlammo poco. Io ero spossato dallo sforzo fatto per
sostenere la conversazione. Ella pensava alla sua partenza ed era
triste.

Quando fummo a casa ci sedemmo come al solito ai due lati della
tavola. Ma il vino bevuto mi era salito al capo; e senza esserne
ancora precisamente esaltato, ne avevo le idee intorpidite e l'occhio
stanco. Non sapevo più parlare. Ogni volta che aprivo la bocca dicevo:

--Mi amate, Fulvia?

La prima volta mi rispose con espansione: «Sì, mi amava, e malgrado
che non potessi essere che un amico per lei, sentiva che nessuno le
era più caro di me, neppure Welfard.» E mi stringeva la mano, e mi
guardava quasi aspettando ch'io le dicessi parole altrettanto
affettuose.

Io volli farlo, apersi la bocca e dissi:

--Mi amate, Fulvia?

Questa volta ella mi rispose soltanto:

--Perchè lo domandate? Non lo sapete abbastanza?

Ed io pensai che infatti lo sapevo, che ne ero certo; e che ero
soltanto molto infelice del suo impegno con quel _soldatino di
piombo_, e della sua partenza. E volli esprimerle tutto ciò; e la
fissai languidamente e le dissi:

--Mi amate, Fulvia?

Ella mi guardò meravigliata, e mi strinse la mano senza rispondermi.
Aveva ragione di non rispondermi. Ero sciocco; non sapevo dir altro;
cominciavo ad accorgermi d'essere monotono. Pensai tante buone cose da
dirle; sognai di seguirla a Reggio, di vederla andare in iscena, e poi
di proporle di fuggire con me in un piccolo casino svizzero lontano
lontano, che mi pareva di vedere, e che era fatto come una pagoda
chinese. E poi eravamo già fuggiti. Eravamo già là insieme nella
pagoda, seduti in terra colle gambe incrociate bevendo il thè, ed io
le domandavo con trasporto:

--Mi amate, Fulvia?

Ma anzichè udirmi rispondere qualche dolce parola, sentii una mano
irritata strapparmi la tazza di thè, gettarmi fuori dalla pagoda, ed
una voce ironica, senza note di petto, dirmi all'orecchio:

--Destatevi. Come siete brutto quando dormite!

Apersi gli occhi trasognato. Avevo dormito come uno sciocco nella
famosa poltrona di Fulvia. E quel ch'è peggio avevo _dormito brutto_.
Mi parve di vedere Giorgio danzare un valzer vertiginoso nella camera;
balzai in piedi spaventato, e questa volta non più per divagazione
d'ebbrezza, ma con profondo terrore domandai:

--Mi amate, Fulvia?

--No; mi rispose. Non vi amo più. _Quest'orrenda notizia vi dò._ E
voltandomi le spalle andò a sedersi al pianoforte e suonò tutto quello
che potè pescare di più tedesco nel suo repertorio musicale. La
tempesta di Rubinstein, il rondò dell'Oberon, il duetto del secondo
atto del Lohengrïn.

Per protezione speciale di santa Cecilia non mi addormentai di nuovo.
Stetti sopportando pazientemente quel supplizio acustico, e poi
andandole dietro la sedia e togliendole le mani dalla tastiera le
susurrai:

--Ora basta di germanizzare, Fulvia. Siamo un poco italiani.

--No, mi rispose senza voltarsi. Non vi amo più.

Io me le inginocchiai accanto per poterla guardare negli occhi, e le
dissi:

--Davvero? Ripetetelo.

--Sì, lo ripeto, _non vi amo più_. Macbeth ha ucciso il sonno, ed il
_vostro_ sonno ha ucciso il _mio amore_.

--Che bisticcio! esclamai figgendo sempre più i miei occhi ne' suoi e
tenendole strette le mani. Siate sincera, Fulvia. Non fate dello
spirito, non fate eccentricità. Siate un poco voi stessa. È vero che
non mi amate più? Che una posa inelegante nel sonno ha potuto
distruggere tutto il vostro amore? Dite, Fulvia, non mi amate più?

Ella arrossì, abbassò gli occhi e rispose:

--È vile, ma lo confesso. Vi amo ancora, malgrado tutto.




XVIII.


Il giorno dopo andai a prendere Fulvia per accompagnarla allo scalo.
Sapevo che altri ammiratori sarebbero stati pronti all'ora della
partenza per accompagnarla anch'essi. E, per evitare d'averli in
carrozza in quegli ultimi momenti, uscii io stesso per ordinare ad un
fiaccherajo di venirci a prendere. Gli diedi uno scudo di mancia, e
gli ordinai di prendere il suo _brougham_ più stretto, e di levarne la
panchetta dinanzi.

Quando vennero ad avvertirci che la carrozza ci aspettava, scendemmo
tutti; ma, naturalmente, a nostro grande rincrescimento, soltanto
Fulvia ed io potemmo capire nell'angusto veicolo. Dissi agli amici che
ci raggiungessero alla stazione, e via!... Mancava un'ora alla
partenza.

In quell'ora di corsa Fulvia non fece che piangere. Io le promisi di
raggiungerla il giorno dopo a Reggio. Nulla mi sorrideva di più che
quella scappata. Correrle dietro segretamente, rivederla con mistero
dopo averla tanto veduta ed accompagnata ostensibilmente.

Tutto ciò aveva una tinta d'amore che mi agitava e mi faceva prevedere
la fine di quell'assurda commedia di platonismo e d'amicizia, dietro
la quale tenevamo malamente inceppati i nostri veri sentimenti, le
nostre vere aspirazioni, la nostra doppia libertà.

Fulvia seppe riprendere il suo piglio franco ed un po' mefistofelico
nel salutarmi allo scalo alla presenza di Giorgio; ma dietro le sue
parole acremente scherzose, io sentivo sgocciolare le lagrime che le
ricadevano sul cuore.

Ella doveva arrivare a Reggio la stessa sera; ed io dovevo
raggiungerla la mattina seguente colla prima corsa.

Come lo feci? Come tenni la mia promessa?

Sento che non avrei bel gioco narrando io stesso le mie gesta da
questo punto innanzi.

Più tardi, molto più tardi, il caso mi pose tra le mani il giornale di
Fulvia.

Se qualcuno può dare un giudizio vero, equo, delle azioni d'un uomo e
de' suoi sentimenti, è la donna che lo ama.

Io lascerò dunque che d'ora innanzi il lettore mi giudichi traverso le
opinioni di lei, dietro il suo esame psicologico. Essa mi scruta
l'anima, mette spesso a nudo i miei pensieri un po' egoistici, il mio
cuore arido; ma, sommato tutto, nel suo esame vi sarà sempre più
indulgenza per me che non ne sento in me stesso.




XIX.

GIORNALE DI FULVIA.


«La mia partenza da Milano m'aveva addolorata meno ch'io non
m'aspettassi. La speranza, la grande consolatrice, la grande
menzognera, mi faceva prevedere giorni più belli. Massimo sarebbe
venuto a Reggio; l'avrei veduto solo, misteriosamente; non l'avrei
presentato a nessuno dei nuovi conoscenti che la mia vita artistica
m'avrebbe imposti; e di codesti avrei procurato di accoglierne il meno
possibile, e soltanto in teatro; e l'accesso alla mia casa l'avrei
riservato a lui, a lui solo.

«Così, staccandomi da lui, e dalle care memorie di quel breve passato,
io non volgevo lo sguardo indietro, ma innanzi a me; non correvo
lontano da lui, ma incontro a lui, e mi pareva che il fischio della
macchina irridesse alla società che mi compiangeva, o godeva forse di
vedermi infelice pel termine d'una passione esaurita, mentre io,
felice e pura, vedevo azzurreggiare all'orizzonte le dolcezze d'un
sentimento caldo ed inebriante come l'amore, casto come l'amicizia.

«L'idea di scindere il mio impegno con Gualfardo, nè di fargli il
menomo torto, non entrava nel mio cuore. E se la mia coscienza
delicata mi rimproverava di sentire troppo vivamente la superiorità di
Max, di pensare con troppa dolcezza con che impeto egli mi amava, e
con che nobile slancio mi aveva offerto di farmi sua, tosto mi trovavo
giustificata dal pensiero di aver respinto quella proposta che era per
me tutto un avvenire di felicità. Avevo fatto il mio dovere; che si
poteva pretendere di più?

«Giunsi a Reggio a tarda sera. La mattina seguente, appena alzata,
mandai a prevenire l'impresario del mio arrivo. Alle undici egli
arrivava da me. Dovevo andar in iscena fra sei giorni. Concertammo
tutto per le prove al pianoforte e le prove d'orchestra, ed a misura
ch'egli mi fissava le ore che dovevo consacrare al teatro, io
compulsavo quante me ne rimarrebbero da dedicare a Max.

«Quando l'impresario mi lasciò, l'omnibus dell'albergo usciva dal
cortile per andar a prendere i viaggiatori allo scalo. Mancavano
cinque minuti all'arrivo del traino. Rimasi alla finestra da cui non
vedevo che il cortile, ed alcuni staffieri che pulivano delle
carrozze. Il cuore mi batteva così forte, che sentivo di comprimerlo
stando appoggiata al davanzale; e pensavo come mai quegli staffieri
potessero occuparsi di quelle carrozze, e quei forestieri, che vedevo
per entro la finestra della sala terrena, potessero mangiare
tranquillamente, col cuore sussultante a quel modo. Mi pareva che
tutti i cuori dovessero sussultare.

«Finalmente udii ruotare una carrozza in lontananza.

«È l'omnibus, pensai. E corsi alla porta, e scesi una scala a
precipizio. Al primo piano scontrai un cameriere che mi guardò
meravigliato perchè non avevo cappello. Poi, come risovvenendosi d'una
causa che avrebbe potuto farmi scendere così, mi chiese:

«--Scende a colazione? La sala è a pian terreno, a destra.

«Io arrossii di quella mia espansione come d'una volgarità; tanto le
convenienze finiscono per imporsi anche agli animi più appassionati.

«Rimasi un momento immobile senza poter profferire una parola. Sentivo
il veicolo passare dinanzi alla porta dell'albergo, e tirar via senza
fermarsi; non era l'omnibus. Il cameriere tornò a dire:

«--Desidera scendere a colazione?

«Dovevo pur giustificare quella corsa precipitosa giù dalle scale. Mi
rassegnai e scesi in sala da pranzo. Di là non vedevo in corte. Udii
entrar l'omnibus, senza poter guardare chi ci fosse. Il servizio delle
tavole fu rallentato un momento; segno che i camerieri erano occupati
fuori a ricevere i forestieri. Dunque c'erano dei forestieri. Chi sa?

«Quando venne il cameriere domandai:

«--È giunta la posta? Non osavo prendere l'argomento di fronte.

«--Sissignora; è giunta, ma per lei non c'è nulla.

«Il cuore mi battè più forte. Non aveva scritto; doveva esser venuto.

«--Nessuno ha domandato di me? chiesi guardando nel mio piatto.

«--Nessuno, signora.

«Non mi restava altro da domandare. Eppure Max avrebbe dovuto cercare
di me appena giunto: accertarsi se ero là, in quell'albergo. Ma no; lo
sapeva. Eravamo d'accordo di trovarci là, all'_Hôtel Royal_, egli
stesso me ne aveva dato l'indirizzo.

«Forse aveva voluto rassettarsi un poco.

«Farà toletta, poi verrà a vedermi in camera.

«E dietro questo pensiero sentii una smania febbrile di trovarmi nella
mia stanza.

«Il cameriere, che mi portava un nuovo piatto, mi parve un cospiratore
che macchinasse di trattenermi là con quell'esca volgare per farmi
perdere quell'occasione di riveder Max. Tagliai un pezzo di _gigot_
coll'aria d'un principe che sa di aver dinanzi una vivanda avvelenata,
lo posi sul mio piatto, e porsi il piatto stesso ad un grosso gatto
bigio, che mi rimproverava sordamente la mia ghiottoneria. Poi
alzandomi come una regina offesa che ha sventato una congiura, mi
avviai alla mia camera.

«La porta accanto alla mia era aperta. E nella notte precedente e
nella mattina, quella camera non era abitata. Vi avevano dunque
installato un forestiere giunto allora con quella corsa mattinale. E
mi pareva che da quell'apertura spalancata uscisse una luce color di
rosa; e sentivo che là dentro era la felicità. Dall'uscio della mia
stanza potevo veder entro la stanza vicina; ma l'imposta della porta
aperta me ne mascherava una parte. Non vedevo il letto.

«Fui lenta ad introdurre la chiave ed a girarla nell'aprire il mio
uscio, per spingere l'occhio indiscreto in quella camera misteriosa.
Non vi si vedeva alcuno; ma sopra una tavola accanto al balcone stava
un pastrano di mezza stagione, di panno bigio. Io conoscevo quella
tinta. Era il soprabito di Max. Dacchè lo conoscevo glielo avevo
sempre veduto sul braccio, sebbene non lo calzasse mai. Max era dunque
venuto. Era là accanto a me. Doveva essere nella parte della camera
nascosta dalla porta. Mi pareva vederlo. Feci un po' di rumore colla
chiave della mia camera, ed aspettai fingendo di non poter aprire. Ma
nessun movimento si fece udire nella stanza di Max.

«--S'è alzato prestissimo per partire, ed appena giunto si sarà
addormentato, dissi tra me. Conoscendo il suo carattere irrequieto, le
sue abitudini turbolente, non potevo spiegare altrimenti quel silenzio
nella sua camera. Lasciai il mio cuore, i miei pensieri, la mia anima
nella penombra misteriosa di quella porta, ed entrai finalmente nella
mia stanza.

«Non potei occuparmi di nulla. Per me aspettare è sempre stata una
così grande e laboriosa occupazione, che non mi fu mai possibile di
far qualche altra cosa mentre aspetto una persona o un avvenimento
importante. Sedetti sulla punta d'una sedia, nell'atto precario di chi
sta per slanciarsi incontro a qualcheduno, ed aspettai. Non potevo
nemmeno pensar nulla. Sul camino stava un orologiaccio di bronzo
dorato, tutto giallo e lucido che pungeva gli occhi; ed io seguivo
affannosamente il battito del suo pendolo col pensiero, ripetendo
senza posa «verrà, non verrà; verrà, non verrà, ecc.» Il pendolo
diceva quelle parole ed il mio pensiero era forzato a ripeterle
meccanicamente come se fosse montato col pendolo. Mezz'ora dopo stavo
ancora nella stessa posizione; ma mi sarebbe stato impossibile di
udire qualsiasi rumore nella stanza vicina, tanto mi fischiavano gli
orecchi, e mi assordava il sussultar violento del mio cuore,
ripercosso alla laringe ed alle tempia. Non potevo più tollerare
quell'incertezza. Pensai di mettermi a suonar il pianoforte ed a
vocalizzare per isvegliare Max. Ma le mani mi tremavano convulse, e la
voce poi! M'attaccai al cordone del campanello, e suonai come se
avesse preso fuoco alla stanza. Non avevo che questo pensiero:
_svegliarlo!_ Così quando un servo ed una cameriera accorsero
spaventati per vedere che cosa accadesse, fui sul punto di gridare: È
svegliato? Per buona sorte l'abitudine della società ci muta la natura
e ci governa. Non lo feci, sebbene non potessi rendermi conto
razionalmente di quel doveroso riserbo. Feci più: quei volti
spaventati mi avvertirono della violenza con cui avevo chiamato, e
l'istinto di coprire il mio sentimento mi suggerì questa parola:

«--Un sorcio! ho veduto un sorcio!

«La cosa mi giustificava completamente. Nessun codice a questo mondo
può esigere che una donna conservi il suo sangue freddo dinanzi a un
sorcio. La cameriera, meno riguardosa di me, perdette ogni contegno al
solo nome dell'inoffensivo animale e si pose a strillare come una
pazza. Tutti i forestieri si affacciarono alle loro porte, tutti si
diedero a cercare eroicamente quel sorcio di fantasia. Anche il nuovo
arrivato dal pastrano bigio uscì nel corridoio. Non era Max.




XX.


«La mattina seguente aspettavo ancora. Ed ancora passò l'ora degli
arrivi senza che alcuno bussasse alla mia porta. C'era lettera almeno
per me? Non osavo domandare. Mi pareva che persino i camerieri
dovessero leggermi in volto l'ansietà del cuore, e comprendere che
soffrivo un'amara delusione; nel loro linguaggio brutale, _una
canzonatura_.

«Ed intanto poteva essere che la lettera ci fosse laggiù nella tavola,
e che nessuno pensasse a portarla. Mio Dio! come farli ricordare di
me? Ah! uscirò.

«Detto fatto. Misi cappello e cappotto e scesi le scale lentamente,
senza sapere dove andassi. Nel passare dinanzi all'ufficio sentii
gridarmi:

«--Signora, scusi; una lettera per lei.

«Ebbi un sussulto che mi scosse dalla testa ai piedi. Mi sentii
divenire fredda. Era una lettera grossa, ed era di Max.

«Non saprei dire come nè quando avessi veduta la sua scrittura, ma la
riconobbi.

«Rimasi là due minuti paralizzata con quella lettera in mano.
Assolutamente non potevo avventurarmi per la strada con quella
curiosità nell'anima. C'era da cadere in apoplessia. E neppure potevo
tornare indietro dopo essermi avviata con quella sicurezza come se un
grande affare m'aspettasse fuori. È impossibile dire fino a che
sottigliezze arriva in una donna il pudore del sentimento. Ma uno dei
suoi istinti principali è di dissimulare agli estranei l'interesse che
inspira una lettera.

«Mi venne un'idea, e la colsi al volo come una ispirazione di cielo.

«Mi avviai direttamente alla sala da pranzo, quasi che quella e non
altra fosse stata la mia meta.

«--Fa colazione? mi chiese il cameriere.

«--Sì.

«--Cosa prende? Caffè e panna?

«--Sì.--Mi sarebbe stato impossibile dir altro. Poi pensai che non
volevo esser interrotta dal servizio mentre leggerei la mia lettera,
ed aggiunsi:

«--Subito.

«Appena seduta ero servita. Apersi quella busta, stesi il foglio
dinanzi a me appoggiato alla bottiglia dell'acqua, presi da una mano
la molletta, dall'altra la zuccheriera... e lessi:

--«_Mia cara Fulvia_,

--«Voi mi chiamavate _filosofo_, forse collo stesso significato con
cui i Greci chiamavano Eumenidi le bruttissime furie. Ebbene; io vi
darò in iscritto un saggio di quella filosofia che non ho saputo
mostrarvi conversando con voi, dovessi pure con questo provocare gli
scongiuri della bella maga che ha evocato il mio non so se buono o
cattivo spirito filosofico.

--«Nell'ora stessa in cui vi vidi partire giurai di non raggiungervi a
Reggio; e manterrò il proponimento per quanto mi costi il mancare alla
parola data, e rinunciare alla profonda soavità de' vostri sguardi.

--«E sapete perchè?

--«Perchè nell'ora amara della partenza, sentii che nel nostro amore
neonato, era davvero per me il germe di una passione pazza, violenta,
infelice come tutte le mie passioni. Questa scoperta tirò dietro a sè
delle considerazioni in gran parte analoghe a quelle che voi facevate
sulla nostra relazione, che venne troppo tardi; sulla sua natura, che
è falsa perchè in realtà è amore, e noi gli facciamo violenza per
camuffarlo nell'abito austero dell'amicizia; sopra i suoi ostacoli,
che si riassumono tutti in uno solo: il vostro fidanzato. E le
conclusioni che trassi furono per me d'uno sconfortante che non potrei
esprimervi a parole.

--«Sapete, Fulvia, che io non posso nè amare, nè possedere a metà! Vi
dissi che un altro amore mi aveva dominato in cuore avanti ch'io vi
conoscessi. Ebbene, allora io rasentai il manicomio tormentandomi
notte e giorno coll'idea fissa che un altro uomo aveva l'intimità
della mia donna. Nè giovava farmi riflettere che quell'altro uomo era
suo marito.

--«E nel caso vostro, Fulvia, credete che potrei più facilmente
rassegnarmi?

--«Stando così le cose nostre, sento che mi è necessario evitare di
convertire in passione ardente, l'affetto che m'avete inspirato. Ma la
passione verrebbe senza dubbio, la sento montare come un fiotto dal
fondo del mio cuore.

--«Mi conosco, Fulvia; anche qualche colloquio; anche l'amarezza d'una
partenza e non sarei più padrone di me. Se io venissi a Reggio,
sareste voi disposta a rompere ogni altro impegno, a vincolarvi con
me, ad esser mia, ed a seguirmi a Milano, o a lasciare che io vi segua
sempre e dovunque?

--«Mi avete già risposto di no... Ecco la mia filosofia.

--«Voi avete la sapiente moderazione che v'inspira il vostro decoro di
donna; io no. Nel tempo stesso che v'onoro e vi venero, eccitate in me
i trasporti più rivoluzionarii dell'amore intero e prepotente.

--«Dunque, non ci vedremo per ora. Le nostre esistenze, come voi mi
diceste un giorno, debbono accontentarsi per ora di procedere
parallele. Chi sa che l'avvenire non permetta la convergenza delle due
linee? È un mio sogno ed una mia speranza.

--«Intanto, se questa lettera non è il Waterloo del mio povero amore,
seguitiamo ad amarci da lontano. Scriviamoci della lirica epistolare.
Ed, imitando quei grossi ragni da giardino di cui avevate tanta paura
nelle nostre gite campestri, gettiamo delle fila che forse il vento
romperà, forse diventeranno la tela istoriata d'un amore profittevole
alla mia vita, e degno di voi.

--«Triste e solitario, penserò spesso con amara dolcezza i vostri
dolci occhi fisi ne' miei. E voi?

--«MASSIMO.»

«Sempre nella stessa posizione prosaica, nell'atto di inzuccherare il
mio caffè, lessi tutta quella lettera. Passai dalla dolce trepidazione
della speranza al più profondo abbattimento, senza che il menomo
cangiamento si fosse fatto nella mia persona. Soltanto sentivo
velarmisi gli occhi d'un liquido tremolante, e poi grosse lagrime
rigarmi le guancie e cadere nella tazza che avevo dinanzi.

«Abbassai il velo ed uscii. Mi sentivo sola, perduta nel mondo; quella
lettera aveva fatto il vuoto intorno a me e nel mio cuore.

«Io non so dove trovino gli scrittori quei caratteri chiari, coerenti,
che, una volta descritti, agiscono sempre a seconda delle passioni e
dei sentimenti predominanti che hanno rivelati. Nel mondo non è così.
Si trovano nature fluttuanti in una perpetua alternativa di bene e di
male, di coraggio e di debolezza, di passione generosa e prepotente, e
d'egoismo calcolato e freddo.

«Massimo così appassionato, così impetuoso, così irriflessivo nelle
sue giovanili imprudenze, ora era ad un tratto prudente e misurato
come un'equazione algebrica. Qual'era il suo carattere? E dove?
Nell'uomo o nella lettera?

«Egli che mi aveva dimostrato un amore delirante, ora parlava con
paura del pericolo _che l'affetto che io gli avevo inspirato si
mutasse in passione._

«Non era adunque che un semplice affetto? La passione era ancora nelle
nubi dell'avvenire? Ed il suo cuore era tuttavia calmo abbastanza per
venire a congresso colla ragione, capire che non era il caso
d'accelerare più oltre la misura de' suoi battiti, e fermarsi?

«Ma allora che cos'era il sentimento che mentre _mi onora e mi venera,
eccita in lui per me i trasporti più rivoluzionarii dell'amore
prepotente ed intero?_ Mentiva in quell'ultimo periodo? O mentiva nel
primo? M'ingannava l'uomo, o m'ingannava la lettera?

«Ingannava la lettera. Così pensai dopo averne passata in attenta
rassegna ogni frase, ogni parola.

«Egli mi amava; in un impeto di vera passione aveva deciso di
seguirmi, ed aveva sperato d'indurmi a rompere ogni altro impegno, a
mancare alla mia parola, ad esser sua.

«Poi, nell'intervallo tra il progetto e l'esecuzione, aveva pensato a
me, onesta e leale, che cesserei di esserlo il giorno in cui cedessi
al suo amore. E si era detto.

--«A che l'uomo sarebbe il più forte se non avesse il coraggio morale,
dinanzi all'amore di una donna, di combatterlo per sè e per lei,
quando è nell'interesse di lei di combatterlo?

«Ed attingendo nella lontananza quell'eroismo che vicino a me sarebbe
stato affogato da un impeto giovanile, ad una parola, ad uno sguardo,
aveva scritto una lettera ragionata; aveva compresso il suo cuore per
farlo tacere dinanzi al mio. Ed a quando a quando il cuore s'era
imposto alla ragione, ed aveva dettato una frase che smentiva le
precedenti.

«Così mi spiegai la lettera sconclusionata ed incoerente di Max. Era
realmente così?

«Ma ad ogni modo io ne era addolorata ed offesa. Avrei voluto quella
passione che non ragiona. Forse era un'idea da romanzo; forse sarebbe
stato una ruina per me; forse in realtà egli era generoso ed
assennato, io imprudente ed egoista; forse avrei dovuto ringraziarlo e
benedirlo del sacrificio che s'imponeva per me.

«Eppure non lo ringraziai nè lo benedissi. Il mio pensiero non andava
al futuro per calcolarvi i mali preveduti da quel savio procedere.
Stava nel presente, che aveva sognato divino e trovava arido e vuoto.
Cercava il giovane innamorato e trovava l'uomo savio. Nell'amarezza
della delusione gettai sulla carta questa risposta:

--«_Massimo_,

--«La vostra lettera è un plagio. Avete tradotte in pratica le mie
teorie dell'_episodio tempestoso_; ma voi, campione degli amori
eterni, l'avete abbreviato. Vedo che siete ridivenuto filosofo; ma vi
preferivo poeta.

--«FULVIA.»

       * * * * *

«Dopo queste ci scambiammo una serie di quelle lettere, in cui il
platonismo dell'amicizia disillusa fa posto tra riga e riga alle
insinuazioni fatali dell'amore, che, grande o piccolo, caldo o freddo,
alato come un Dio o paffuto e rubicondo come la prosa dell'umanità,
sta sempre rimpiattato in qualche angolo, dovunque stanno in rapporto
un uomo giovane ed una giovane donna.

«E tra una lettera e l'altra cominciai a fare le prove dell'opera, poi
ad andare in iscena, ad essere applaudita, ad inebriarmi nella gloria
del successo, nella passione dell'arte; ed anche nell'interesse delle
nuove scritture.

«Tutto codesto spuntò la prima amarezza; mi aiutò a vivere senza
quella gioia di cui m'ero fatto un unico pensiero, mi ripose lo
spirito in calma.

«E quelle lettere ridivennero per me una grande dolcezza, e le attesi
e le accolsi e le studiai come a caso nuovo; e di volta in volta mi
affannai a trovarvi ed anche a provocarvi espressioni d'amore; e mi
dissi che la violenza con cui egli reprimeva il sentimento dinanzi
alla ragione, veniva meno grado grado, e tornai a credermi amata, e
tornai ad amare, e tornai a sperare. Erano illusioni? Era verità? Non
lo seppi mai.




XXI.


«Sempre con quell'andirivieni di lettere, che ormai era parte
integrante della mia esistenza, ed era la parte più cara, terminai la
stagione di Reggio; di là passai ai bagni di Livorno, dove mi
raggiunsero il babbo e Gualfardo che avevano ottenuto entrambi un mese
di libertà per passarlo meco.

«Questa volta Gualfardo ed io eravamo, per dirla con termine da
teatro, perfettamente _affiatati_. Freddi entrambi, egli per natura,
io per lo sgomento che avevo di mentire con lui un amore che sentivo
invece per un altro, ci trattavamo come due bagnanti che si sieno
conosciuti alla tavola rotonda il giorno innanzi. Così a me non
accadeva di fargli rimprovero della sua freddezza; e, quanto a lui,
sarebbe andato a rotoli il mondo prima che pensasse a rimproverarmi la
mia.

«E tuttavia ogni volta che scrivevo a Massimo o ricevevo lettera da
lui, mi sentivo umiliata della mia colpa, ne avevo rimorso, stavo a
disagio tra il babbo e Gualfardo; e cento volte fui sul punto di
aprire l'animo mio al mio bel maestro, e di dirgli lealmente: «o fa
ch'io possa amarti, o rendimi la mia libertà.»

«Ma come erano passati i trasporti febbrili di Milano pel bello ed
innamorato Massimo, come era passato il grande sconforto per la caduta
delle mie illusioni a Reggio, passarono anche i miei rimorsi ed i
propositi generosi. Nei romanzi, sul teatro, tutti i principii hanno
un fine; tutti gli intrecci giungono ad uno scioglimento. Nella vita
codesto accade di rado; tutto passa e si dilegua. _Sic transit_.

«E finì il mese dei bagni, e mi recai a Firenze dove ero scritturata
per andar in iscena colla _Jone_ al teatro della Pergola.

«Le lettere di Max s'erano fatte sempre più misteriose; mi citava dei
versi d'amore, ne scriveva per me. Nella mia qualità d'artista ero
circondata a Firenze come altrove. Ben pochi non mi corteggiavano; ed
a me pareva che l'amore fosse il grande affare dell'umana vita.

«Il babbo era tornato con Gualfardo a Torino; non avevo ambiente di
famiglia che m'inspirasse a maggiore serietà d'idee. Quanto a
Gualfardo non mi parlava mai, nelle sue lettere, del nostro
matrimonio, più che d'un eclissi lunare. E così mi restava sempre quel
vuoto nel cuore, ch'egli non pensava a riempiere con una parola
appassionata, e ch'io popolava colla calda memoria di Max.

«Ero alla vigilia di lasciar Firenze. Scrissi al babbo che sarei
partita col primo treno dell'indomani, e sarei giunta a Torino la sera
stessa. Non contavo fermarmi per via.

«La sera mi giunse una lettera di Max. Era una strana lettera, che
riporto per intero.

       * * * * *

--«_Mia buona amica_,

--«Avete voluto mortificarmi rimproverandomi i sottintesi delle mie
lettere; accetto la lezione e ve ne ringrazio. Voi dite sempre le cose
vere, e per giunta, come le dite benino! Insomma, siete una giovane
ammodo, e vorrei esservi vicino per esprimervi tutto il trasporto
d'amicizia e di simpatia... che ho per voi. Quanto al resto, acqua in
bocca. Non volete più che ne parli; e sia.

--«Mi crederete molto malvagio se vi dico che provo un senso di acre
voluttà figurandomi che il vostro Gualfardo pensa forse, nel gelo
della sua anima, alla vostra freddezza durante il mese di Livorno, e
ne soffre alla sua maniera?

--«Vi sono periodi nella vita in cui si sveglia nell'uomo tutta la
parte che gli è toccata nella grande eredità del male. Io mi trovo in
uno di cotesti periodi. Non mi sono mai sentito così parente (alla
lontana) coi malfattori d'alta e bassa sfera, come ora, e pensando a
voi ed al giovane tedesco.

--«Il fatto è che io sono molto infelice. Vi giuro pei bei giorni del
nostro fuggevole passato, che non faccio delle frasi per commovervi. A
che le farei? Anch'io come voi dispero dell'amore; anch'io, Fulvia,
guardo con tristezza sconfortata a quel lampo di felicità che ci ha
abbagliati. E poi? E poi c'è Gualfardo, e la vostra fede inviolabile a
quella statua di ghiaccio, ed il suo anello nuziale, e la sua
felicità.

--«_Non son chi fui, perì di me gran parte:_ la parte migliore, la
parte che nessuna potenza umana potrà ridonare alla vita. Mi resta la
vostra amicizia, Fulvia; la vostra affettuosa amicizia, punto luminoso
e dolcemente mesto in una landa oscura e fastidiosa.

--«(Ora poi voglio posare sulla tua bella fronte un lungo bacio, che
sia il compendio delizioso di tutte le mie speranze svanite, di tutte
le mie illusioni non raggiunte; che sia come la cadenza armoniosa di
una bella canzone, che non dovremo mai più ricominciare).

--«Addio, Fulvia. Non mi rimproverate un ultimo sfogo dell'anima. Io
non sono temibile per voi. Non credo di esserlo stato mai dinanzi alla
vostra fiera virtù. Ma ora poi, mi sento disfatto in faccia a me
stesso, e debbo esserlo anche in faccia a voi. A rivederci, se il
destino lo vorrà. Quando vi stringerò la mano, la bella mano candida,
mi troverete molto mutato.

--«MAX.»




XXII.


«Quella lettera mi fece una profonda impressione. Lessi più e più
volte quel periodo chiuso nella parentesi, e lo ripensai ancora ed
ancora dopo aver piegata la lettera, e mi trovai di saperlo a mente.

«Mi nascondevo il volto tra le mani, e ad occhi chiusi vedevo Massimo
dinanzi a me, e sentivo il suo bacio. O Dio! Non era vero ch'egli non
fosse temibile per me. Ero d'una debolezza dinanzi a lui! Egli aveva
l'energia che mancava a me; e quello sguardo d'aquila che penetra
nell'anima. Con questo mi conosceva; con quella mi dominava.

«Se, quando io gli avevo detto in quella sera burrascosa: «Non vi amo
più» egli fosse rimasto umiliato dalla mia parola, e l'avesse
accettata, io mi sarei esaltata in quel capriccio, e vi avrei
persistito, e quell'amore sarebbe finito come la simpatia per Giorgio.
Max invece mi scrutò il cuore e vide che l'amore viveva, ma era
sopraffatto soltanto da una fantasia bizzarra; ed, ardito ed energico,
s'oppose alla mia fantasia, mi dimostrò il mio proprio inganno, e mi
disse:

--«Sii sincera; non vedi che mi ami?» Ed io fui sincera, il capriccio
svanì, l'amore rimase.

«Egli mi dominava coll'ascendente del suo grande ingegno e della sua
anima leale; e non poteva non esser temibile. Dovevo fuggirlo. Dovevo
fuggirlo.

«Codesto pensavo, poi ripensavo il suo bacio, poi guardavo la mia mano
per vedere se fosse realmente _la bella mano candida_, o se gli
preparasse una delusione. Dove poi? Quando? Io non ne sapevo nulla. Ma
chi può dire da quanto tempo ha cominciato ad abbozzarsi nel nostro
pensiero un errore prima che una circostanza futile, o una
catastrofe,--uno zeffiro o una bufera,--lo spingano nella realtà dei
fatti?

«Quella sera non ricevevo alcuno perchè dovevo fare i preparativi
della partenza. Però quando si presentò la signora contralto colla
quale avevo stretto amicizia, la mia cameriera credette dover fare
un'eccezione in suo favore e la introdusse.

«Ebbi sempre il baco delle confidenze. Le mostrai la lettera. Era una
donna franca e gioviale. Buona in realtà, onesta anche; ma senza
raffinatezze. A lei, bacio più bacio meno, non era quello che
disturbasse la digestione. In quella lettera non trovò che da ridere.
E come ne rise!

«Quanto a me, l'ultimo pensiero che avrei potuto avere, sarebbe stato
di ridere di quella lettera, e di un sentimento che mi dava
l'impressione di tenermi sospesa per virtù d'incanto sul cratere di un
vulcano. Però, appunto perchè a' miei occhi tutto codesto era tanto
serio e grave, che mi tormentava in una continua alternativa di
aspirazioni e di terrori, di audacia e di rimorso, mi sentii consolata
al vedere che quella giovane non lo considerava che come un gioco.

«Dunque io mi esageravo i miei torti, e Massimo pure si esagerava la
gravità dei nostri rapporti; non c'era alcun male. Infatti non ero io
onesta come prima, e degna della mano d'un uomo d'onore? Questo mi
rasserenò e diede alle mie idee ed al mio giudizio un carattere meno
severo.

«La contralto era milanese; ella doveva partire con me da Firenze per
Torino, dov'era scritturata. Ma voleva fermarsi due giorni a Milano.

--«Si fermi anche lei» mi disse. «Che paure ha? È forse la prima volta
che vede il signor Massimo? Se ha saputo rispettarla prima lo saprà
ancora. E poi la ci ha da essere anche lei.

«Tolga Iddio ch'io voglia scaricare, colla viltà di Eva, la
responsabilità di un mio errore sull'amica tentatrice. Ero libera ed
in età di ragione e d'esperienza, e quel che feci lo feci perchè
volli.

«Ma è un fatto che, una volta ch'ella ebbe messa la questione sotto un
punto di vista falso, io non la presi più che da quel lato. «Essere o
non essere Massimo capace di rispettarmi;--essere o non essere io ben
risoluta di rimanere onesta.»

«E, poichè di codeste due cose ero certa, non pensai che il male ha
tante gradazioni; che un fidanzato è oltraggiato non solo dall'ultima
conseguenza dell'infedeltà, ma da qualunque dimostrazione d'amore
prodigata ad un altro, fosse pur solo una stretta di mano; Una
lettera... una gita misteriosa poi... ed un bacio! Santa pazienza!

«Tutto codesto non pensai, e spedii questo telegramma al babbo:
«Pietro Zorra, via Roma, 10.

--«Vengo colla contralto. Resto Milano due giorni. Arriverò sabato.

«FULVIA.»

       * * * * *

«Tre volte avevo scritto e riscritto «saluta Gualfardo» e tre volte il
rimorso me lo avea fatto cancellare. Finii per contare le parole colla
precisione d'un avaro, e persuadermi che era affatto impossibile
raddoppiare il prezzo del telegramma per aggiungere quel saluto e quel
nome. Dio m'è testimonio che l'avarizia non c'entrava, ed avrei dato
fin l'ultimo soldo, per poter salutare Gualfardo colla coscienza
tranquilla ed il cuore contento.




XXIII.


«Giungemmo a Milano sull'imbrunire. Bisogna aver provato a sentirsi un
simile inganno sulla coscienza, per comprendere l'angoscia di quel
momento. Non mi ero premunita, come le donne da commedia o da romanzo,
di un denso velo per coprirmi il volto. Faceva un caldo soffocante;
ero vestita di chiaro, con un cappello tondo. Chiunque m'avesse veduta
una volta poteva riconoscermi. Allo scalo c'era un mondo di gente
coll'occhio intento ai nuovi arrivati, per cercare fra essi le persone
che aspettavano.

«Mio Dio! Mi pareva che tutti quegli occhi fossero là per me sola; che
tutta quella gente non avesse altro affare a questo mondo che di
domandarsi a vicenda perchè io giungessi a Milano, e che vi cercassi
se non Max; e perchè lo cercassi dacchè avevo un fidanzato.

«Non potevo capire che i facchini gridassero forte i numeri dei colli,
nel distribuire le merci, ed i conduttori d'omnibus e di carrozze
facessero tanto chiasso, mentre io giungevo con tanto mistero. Mi
pareva che tutti avessero a star zitti, ed a camminare in punta di
piedi, ed a sgusciar via al più presto, come feci io.

«Entrammo in una carrozza da nolo; non osai entrare nell'omnibus
dell'albergo, per non esser veduta. Mi pareva di non aver diritto di
essere a Milano; e che ogni primo venuto potesse ricordarmelo. Si
passò in via della Spiga per condurre la contralto da' suoi parenti,
poi per la via Gesù, Monte Napoleone, via Pietro Verri, e piazza
Belgiojoso, mi feci condurre all'Albergo della Bella Venezia. Non
avrei mai avuto il coraggio di affrontare gli sguardi dei camerieri
dell'albergo di Milano. Non c'era mascalzone sulla terra, in cui non
vedessi un giudice, e dinanzi a cui non chinassi la fronte.

«Massimo non seppe e non saprà mai che immenso sacrificio io gli abbia
fatto, e quanto quella follia sia costata al mio cuore.

«Avevo preparato a Firenze un biglietto per avvertirlo del mio arrivo,
e lo avevo impostato allo scalo. Non c'era caso che egli si alzasse
avanti la prima distribuzione della posta. Così il mattino seguente
alle otto avrebbe la mia lettera.

«Non mi fu mai possibile di tener conto, ne' miei calcoli, del tempo
che impiegherebbe il fattorino a recarsi da Max, ed egli a vestirsi ed
a venire da casa sua all'albergo--dalla via del Cappuccio alla piazza
S. Fedele--circa un chilometro di strada. Alle otto si cominciava la
distribuzione delle lettere; e mi pareva che alle otto Max busserebbe
alla mia porta.

«Tutta notte vegliai, angosciata dalla paura di non destarmi
abbastanza presto per essere in ordine a quell'ora mattutina. Alle sei
mi alzai senz'aver chiuso un occhio. Alle sette ero vestita per
ricevere. Con un'ora dinanzi a me, guardai trenta volte l'orologio e
feci dei calcoli infinitesimali, per persuadermi che avevo il tempo di
prendere il caffè prima che Max venisse. Ordinai quella bibita con
tanta premura che dovettero credere che mi prendesse male. Poi
m'inquietai che non fosse lì subito, e nel tempo che il cameriere
impiegò a scendere le scale e risalire, mi pentii dieci volte di aver
dato quell'ordine, e mi spaventai all'idea d'essere scoperta da Max
prendendo il caffè, come non so di che umiliazione. Appena fu recato
il vassoio, dissi al cameriere di aspettare, ed afferrata la tazza
ingollai tutto il caffè bollente in un fiato, bruciandomi la bocca e
lo stomaco, e rimandai tosto il servo col corpo del delitto.

«Non erano che le sette e mezzo. Ancora mezz'ora, mezzo secolo da
aspettare!

«Andai allo specchio e rifeci toletta; mi ravviai i capelli, rilavai
le mani, ecc. Finalmente sentii il primo tocco delle otto. Era come se
Max avesse bussato. Gettai alla rinfusa tutti gli oggetti da toletta
nella scatola senza prendere un minuto per ordinarli; e prima che
l'ottava ora fosse suonata, corsi a sedermi sul sofà, come se me ne
restasse appena il tempo.

«Oh Dio! Le ore avevano cessato di suonare, e Max non era ancora
giunto; ed il mio uscio rimaneva chiuso. Ne ero sbalordita come se da
quell'uscio avessi veduto entrare la guglia del duomo.

«Là, immobile su quel sofà, coll'occhio intento e l'orecchio teso,
rimasi ore dopo ore, e ad ogni passo di cameriere che saliva le scale,
il mio cuore si mettava a ballare una pazza tarantella. S'è molto
scritto sul senso di divinazione dell'amore che ci fa riconoscere il
_noto passo_ della persona amata; ma in realtà codesto si riduce ad
una questione di scarpe. Quelle di Massimo scricchiolavano quand'ero a
Milano. Supposto che le avesse cambiate, addio _noto passo_; non
l'avrei riconosciuto più. Intanto scricchiolavano tutte le scarpe dei
servitori, e, se non ne presi un aneurisma, è un fenonemo da notare
negli annali della medicina.

«Passò il mezzogiorno, ed un'ora, e le due, ed ero sempre sola. Non
c'era pensiero desolante che non mi venisse in mente.

«Max era innamorato d'un'altra e non pensava più a me. O aveva
rinnovata la sua relazione colla marchesa Vittoria, e stava a Monza
nella villa di lei, e non aveva nemmanco idea della mia lettera e del
mio arrivo. O la lettera l'aveva ricevuta, sì; ma giudicava la mia
condotta severamente; come meritava. Gli sembravo un'avventuriera, una
donna senza decoro ad andarmene così di città in città per dare
appuntamento ad un giovinotto in una camera d'albergo. E non si
degnava neppure dì venire a porgermi la mano. Era un rimprovero, una
lezione.

«E quest'idea era la più insistente, la più terribile. Mi pareva di
vedermi dinanzi la bella figura tanto dignitosa di Gualfardo, fissarmi
con uno sguardo di sprezzo, che mi trafiggeva il cuore.




XXIV.


«Alle tre, non reggendo più a quell'immobilità angosciosa, uscii,
traversai la galleria senza nemmanco pensare che mi si potrebbe
riconoscere, andai in duomo, m'inginocchiai dietro il coro, ed in
quella penembra solenne, piansi amaramente.

«Per la prima volta pensai a lungo senza raccapriccio alla morte. Quel
primo novissimo di cui non è dato dubitare, mi pareva in quel momento
la cosa più desiderabile che rimanesse per me in questo mondo. La mia
agitazione era così grande, che nulla dovea sedurmi più di quella
tranquillità assoluta e secura. Pensavo che i morti dovevano gustare
una pace deliziosa adagiati nelle loro casse, dove non vi sono
fidanzati da ingannare, nè amanti da attendere, nè alberghi per
ospitare un errore.

«Avrei voluto partir subito; correre a Torino. Ma avevo scritto che
giungerei sabato colla contralto. Che cosa penserebbero il babbo e
Gualfardo a vedermi arrivare il giovedì, e sola? Eppure, in tanta noia
ed in tanto cruccio, non andavo a cercar consiglio dalla contralto.
L'idea di vederla trattar leggermente quell'agonia della mia coscienza
mi faceva male. Comprendevo omai tutta la gravità del mio passo, e
qualunque fosse il giudizio indulgente di lei, sentivo che non
potrebbe modificare il mio. Nell'uscire scontrai un prete nella
navata; e desiderai d'esser quel prete. Poi vidi un vecchio cieco che
vendeva amuleti e coroncine; e desiderai d'esser quel cieco. E
pensavo. Ecco due uomini che non hanno amori, e non sentono rimorsi, e
sono felici. In quello stato d'animo non credevo ad altre passioni nè
ad altri errori, nè ad altre miserie.

«Nel traversare la Piazza del Duomo per tornare a casa mi trovai in
faccia a Giorgio.

«Se fossi stata più devota l'avrei creduta una grazia concessa dal
cielo alla mia preghiera. Egli non riderebbe de' miei rimorsi, de'
miei dolori. Era un'anima nobile, un amico.

«Gli strinsi la mano con effusione, e come cosa convenuta, egli venne
con me; era contento di rivedermi, ed io ero felice d'averlo trovato.
Gli dissi tutto, tutto il peso che avevo sul cuore. Ed egli mi narrò
come mi avesse amata. Ed io pure gli narrai come allora l'avevo
compreso. E fin che rimase nel mio cuore una piega da svolgere non
cessai dalle confidenze.

«Mi disse che gli facevo male a parlare del mio amore per Max. Ma io
avevo bisogno di parlarne; avevo bisogno di accusarmi.

«Giorgio era uomo di spirito. Checchè avesse nel cuore, non fece la
menoma scena di gelosia. Parlò di Max come ne parlava sempre, con
entusiasmo, colla più calda amicizia. Dissipò tutti i miei terrori.

«--Max non amava un'altra. Non vedeva più Vittoria. E non penserebbe
mai a disprezzarmi per essermi trattenuta a Milano per lui. Max non
era nè severo, nè formalista; guardava ai fatti, e nessuno conosceva
meglio di lui, che io era un'onesta giovane. La sua mamma era in
campagna sul lago di Como; egli c'era forse andato a passare una
giornata, e per questo non aveva ricevuto il mio biglietto, e non era
venuto.»

«Tutto codesto mi disse colla sua bella voce un po' commossa, ed io ne
ebbi profondo conforto.

«Si trattenne a lungo. Passò tutta la sera con me. Si parlava sempre
del passato. E v'erano momenti in cui la sua bella voce mesta mi
commoveva. Ed allora riprendevo a parlare di Max, ed esageravo il mio
amore per lui con espressioni da romanzo. Ero così indisposta contro
di me, mi giudicavo così severamente, che quell'emozione involontaria
alla voce di Giorgio mi sembrava una colpa. E sentivo orrore di me.
Impaurita de' miei sentimenti, li prendevo tutti in mala parte. Se un
accattone m'avesse commossa domandandomi un soldo, mi sarei accusata
d'amare quell'accattone. Se un poeta ignoto m'avesse commossa colle
sue rime, o un maestro colle sue melodie, mi sarei accusata d'amare
quel poeta e quel maestro.

«Però m'accusavo a torto. Ora, ripensando a tutto quel passato, se
v'ha cosa in cui possa riposare la mente senza scontento di me, se
v'ha memoria di cui possa gloriarmi, è quella della sera passata con
Giorgio, della sua lealtà, del suo nobile contegno, della sua vera
amicizia.




XXV.


«Ebbi un'altra notte d'insonnia angosciosa; ed ancora mi alzai
all'alba, ed ancora passai una mattina in ansietà assurde e ridicole
per chi m'avesse osservata a sangue freddo, ma che per me erano una
vera agonia.

«Alle dieci s'udì una corsa rumorosa su per le scale, come d'un
cameriere che accorra ad un appello impaziente, o d'un ragazzo che
giochi; e la sbarra risuonava forte. Ed immediatamente il mio uscio fu
aperto con impeto. E, senza farsi annunciare, senza bussare, senza
chieder permesso, Max irruppe in camera tutto ansante, e mi prese
nelle sue braccia.

«Era dunque ancora lui, impetuoso, passionato, che non faceva mai
nulla come gli altri. Non era vero ch'egli fosse mutato. Alteramente
bello ed alteramente imprudente come prima, dimenticava il mondo
dinanzi al suo amore, non soffriva l'indugio d'un'ambasciata, correva
lieto e spensierato dove lo portava il cuore.

«Com'era felice di vedermi! Anch'io fui felice, Furono belle ore; ore
di gioia inebriante. E quel bacio sulla mia fronte, quel bacio che
aveva descritto nella sua lettera, fu quanto di più intimo, di più
colpevole avvenisse tra noi. Egli mi stringeva le mani, e mi diceva:

«--Voi mi siete sacra per la vostra ingenua fiducia, Fulvia. Sono
contento d'amarvi così. Credetelo pure, io conosco il mondo, e vi
giuro che la sola felicità vera, è quella che si può rammentare senza
rimorso.

«Perchè, s'egli può rammentarmi senza rimorso, ne rimase tanto a me? I
doveri d'una donna sono dunque così differenti e maggiori? E, da lei
che è più debole, si dovrà pretendere di più? Cosi è. Egli mi
rispettava, faceva il suo dovere di uomo d'onore; era onesto e grande.
Io mi creavo un segreto, preparavo una menzogna per ingannare un
nobile cuore, ed ero colpevole.

«Ma allora non pensavo più a fare esami di coscienza.

«Max possedeva tutte le superiorità. La bellezza, la forza, l'ingegno,
il carattere; ed in esse io trovava una scusa alla mia debolezza, ed
una protezione contro le accuse del mondo e della mia coscienza.




XXVI.


«Non vidi più Giorgio, non vidi più alcuno fuori di Max. Egli mi
lasciò, appena per qualche ora, al tempo del pranzo. Poi tornò. Faceva
un gran caldo. Aprimmo il balcone; ci sedemmo l'uno accanto all'altro
tenendoci per mano, e guardando, giù nella via, le signore che
andavano al teatro Manzoni a piedi ed a capo scoperto per pigliare il
fresco. Eravamo sereni ed ilari come due fanciulli. Io gli dissi:

«--Ecco, io non potrò mai andare a teatro con voi. Eppure sarei tanto
felice se lo potessi. Seduta in un palchetto in faccia ad uno sposo
amato, come si devono risentire tutte nell'anima le situazioni
passionate del dramma! Vi sono certe scene che non ho mai potuto udire
senza provare un gran desiderio di ripeterle con una persona amata.

«Allora egli volle che ne citassi qualcuna; ma la mia memoria non me
ne suggeriva; ero tutta assorta nella bella scena reale che
rappresentavamo noi due per noi soli. E gli risposi:

«--Suggeritemi voi, così vedrò se i nostri pensieri si sono accordati
prima di conoscerci.

«Ed egli a citarmi le cose più strambe, passando dagli amori di
Arlecchino e Colombina, alla tomba di Giulietta; ricordando le
situazioni più comiche, evitando a bello studio tutte le scene di
passione. E ridevamo come due scolari in vacanza. Io gli chiesi:

«--Che cosa fanno stasera al Manzoni?

«--Non lo so, mi rispose; vado a vedere.

«--Sì, poi mi racconterete la commedia; e se non la sapete dovrete
inventarla.

«--Accettato. Le scene di sentimento le reciteremo a braccio.

«E scese a leggere il manifesto. Io lo guardavo dalla finestra.

«La commedia annunciata era il _Terenzio_. Egli risalì, felice che
dovessimo parlare in versi martelliani. Io mi prestai di buon grado
alla scena tra Terenzio e Creusa, e da parte di Max, i versi di
Goldoni non furono peggiorati certo.

«Quando cominciò la gente ad uscir dal teatro, gli dissi che lo
spettacolo era finito, e che doveva ritirarsi. E ci lasciammo
stringendoci la mano. Giovani, liberi, innamorati, riuniti
misteriosamente, ci lasciammo con una stretta di mano, e fummo felici,
«sotto l'usbergo del sentirci puri.»




XXVII.


«L'indomani colla prima corsa dovevo partire. Egli sarebbe venuto a
prendermi per accompagnarmi allo scalo, per salutarmi ancora. E poi?
Poi nulla. Non c'era prospettiva d'un altro ritrovo, non c'era
avvenire per noi. Scriverci... era tutto.

«Erano le undici. Mi restavano quattro ore per finire di mettere in
sesto la mia valigia, spettinarmi, svestirmi, dormire, poi rivestirmi,
ripettinarmi. Ed avevo il cuore così angosciato, ero in tale
eccitamento nervoso che prevedevo di passare una terza notte di
veglia. Rinunciai affatto a coricarmi. Mi abbandonai in una poltrona
col capo tra le mani, decisa ad aspettare là il momento della
partenza.

«Avrei voluto che quel momento fosse giunto. Avrei voluto essere già a
Torino. Avrei voluto non essere stata a Milano. Appena Max non mi era
più accanto, mi sentivo profondamente umiliata e pentita della mia
posizione. Ripensavo ad una ad una tutte le mie conoscenze, per
cercare se ve ne fosse qualcuna a cui potessi confidare quella mia
gita misteriosa. No; tutte quante erano troppo oneste persone per
accettare una simile confidenza. Forse sapendola avrebbero cessato di
frequentarmi.

«Oh Dio! Avevo commesso un'azione da non poter confessare alle persone
oneste! Dopo ciò, che importava che io stessa fossi onesta? Ed in
vero, avevo perduta quella onestà morale, che risulta dalla lealtà del
nostro procedere. E pensavo:

«--Una donna che abbia un amante, che conviva seco, ma gli sia fedele,
è più onesta di me che mento a due innamorati, ed alla società. Ecco a
che sono ridotta.

«Piangevo di vergogna, di rimorso, della disperante impossibilità di
cancellare dalla mia vita quel passo fatale.

«E pensavo a quei romanzi che fanno tanto dispetto a leggerli, perchè
vi si vedono esseri che potrebbero essere felici, purchè si
spiegassero francamente, ed invece si sacrificano per una fedeltà
esagerata, ad un principio e ad una promessa che farebbero assai
meglio a revocare, nell'interesse stesso della persona a cui l'hanno
impegnata. Noi eravamo appunto in quella circostanza. Ci
sacrificavamo; perchè? Per fare un romanzo?

«Avremmo potuto essere felici, sposarci, amarci tranquillamente.
Gualfardo non ne sarebbe morto; lo sapevo bene. Eppure non mi sentivo
il coraggio di dirgli:

«--Dopo quanto avete fatto per me, malgrado il vostro nobile
carattere, la vostra generosità, il vostro animo leale, la vostra
fedeltà, il vostro rispetto per la mia gioventù abbandonata, malgrado
tutto ciò, io vi sono stata infedele moralmente, e vi ridomando la mia
parola per esserlo in fatto. Voi foste tutto per me; in compenso io
non voglio esser nulla per voi. Ho trovato un uomo il cui ingegno mi
affascina; un uomo dal carattere impetuoso e giovanile; un uomo che ha
le virtù ed anche i difetti che non avete voi. Io voglio quei difetti,
voglio quelle virtù, voglio quell'uomo. Che importa se sono egoista ed
ingrata? Rinunciate ai vostri progetti d'avvenire; rinunciate a me che
sceglieste fra tante; io non voglio combattere i miei sentimenti, io
voglio essere felice.»

«Guai alla donna che ha il coraggio di affrontare una simile
spiegazione. Il suo cuore dev'essere arido per non spezzarsi; ed
allora la felicità che cerca, potrà trovarla per sè, ma non potrà
renderla a nessuno.

«S'udì ruotar la carrozza in corte, e Massimo salì a prendermi per la
partenza. Mi trovò mesta; volle consolarmi e mi fece piangere. Il
cameriere prese la valigia e ci precedette. Noi ci stringemmo ancora
una volta la mano e scendemmo le scale, e salimmo in carrozza, e
traversammo la città scura e dormente, e giungemmo allo scalo
senz'avere scambiata una parola. C'era ancora un quarto d'ora da
aspettare. Ci sedemmo in un angolo riposto, e ci ripetemmo le più
sincere promesse di _sempre_ e di _mai_.

«O propositi profondamente veri, amore profondo, profondo dolore da
cui eravamo compresi! Calde inspirazioni di quelle proteste, di quei
giuramenti! Che fu di voi? Ahi, tutto passa. _Sic transit_.

«Poco dopo di noi giunse la contralto. Ella salutò, ci precedette, ed
andò a mettersi in carrozza. Max ed io traversammo insieme la sala
d'aspetto, ed insieme ne uscimmo dall'altro lato. Io entrai nel
carrozzone dov'era la contralto. Egli salì sul predellino e rimase là
guardandomi muto e melanconico. Lentamente s'era fatto una luce
scialba e triste, e Max mi disse:

«--Incomincia ad albeggiare.

«In quella il convoglio si mosse; egli mi strinse forte la mano e si
allontanò. Fu l'ultima parola, l'ultimo ricordo senza amarezza che mi
rimase di lui. D'allora non potei più veder l'alba senza sentirmi
stringere dolorosamente il cuore, senza rivedere tutti quei fantasmi
d'amore, di gioia, e sentirne la morte nel gelo di quell'ora, nella
malinconia di quella luce, nella ricordanza di quella parola. E
pensando ad una ad una le cose e le idee a me care, su cui cominciava
ad albeggiare, mi ripetei poi sempre rabbrividendo: non vedranno il
tramonto.




XXVIII.


«--Torino! Porta Susa! Chi scende! Porta Susa!

«Queste grida ripetute a varie distanze e lo spalancarsi della
portiera, mi strapparono alle mie fantasticaggini. Scesi dalla
carrozza e mi avviai all'uscita, triste, confusa, umiliata all'idea di
incontrarmi con Gualfardo.

«Avevo fatti pochi passi, quando sentii prendermi di mano la valigia,
ed udii una voce ben nota dirmi:

«--Ben tornata, Fulvia.

«Era Gualfardo.--Pensai che, per un carattere freddo e chiuso come il
suo, aveva fatto molto a domandare che lo lasciassero passare entro lo
scalo per incontrarmi un minuto prima, e quel pensiero mi serrò il
cuore come un rimorso.

«--Come va, Gualfardo? gli dissi.

«--Bene, bene, e voi? Passate di qui, a destra. Il vostro, biglietto?
E mentre rimetteva il biglietto alla guardia, riprese:

«--Ecco il babbo.

«Io gli corsi incontro per abbracciarlo.

«--Ben tornati, disse il babbo.

«Quel plurale mi sorprese. La gioia del mio ritorno lo confondeva.

«--È un pezzo che state ad aspettarmi? domandai.

«--No, giungo or ora, rispose il babbo.

«--Ah, sei venuto solo? gli chiesi stupita che rispondesse in
singolare alla domanda che gli avevo fatto in plurale.

«--Sicuro. E voialtri avete fatto buon viaggio?

«--Come, voialtri? Io.

«--Ma non siete venuti insieme?

«--Son venuta colla contralto; ma tu non la conosci punto. A
proposito, nello scendere è sgusciata via. Non l'ho più vista.

«Intanto eravamo usciti sotto il portico, e Gualfardo fece avanzare
una carrozza. Quando io ed il babbo vi fummo entrati, Gualfardo mi
domandò la ricevuta del mio bagaglio, e voleva rimanere per farmelo
condurre a casa subito. Io risposi che non occorreva; potevo far
ritirare i bauli con comodo il domani.

«Egli ci mise dell'insistenza, come se gli desse noia d'entrare in
carrozza con noi. Allora il babbo gli disse:

«--Almeno metti qui le valigie che t'imbarazzano.

«Un altro plurale! Io non avevo che una valigia.

«--Sì, dissi; posate la mia valigia. Ed intanto tiravo fuori il
portafogli per dargli la ricevuta del bagaglio.

«Egli posò sul sedile dinanzi a noi la mia valigia, prese lo scontrino
che gli porgevo, e via.

«--Gualfardo! gli gridò il babbo. Anche l'altra, che ne fai di
quell'impiccio?

«Gualfardo tornò indietro. Era un po' arrossito, ed il suo occhio ebbe
qualche cosa di triste in risposta al mio sguardo attonito.

«Egli aveva due valigie!

«--Ma io non ne ho che una, gli dissi. Quella non è mia...

«--È mia, disse Gualfardo.

«Sentii vagamente che in quella parola c'era qualche cosa di
spaventoso, e tuttavia non compresi ancora.

«--Vostra! esclamai. Mi siete venuto incontro colla valigia?

«--Ma sì;--ed entrando in carrozza soggiunse: Tanto fa che venga con
voi; il bagaglio lo prenderò domani; e diede l'indirizzo al cocchiere.
Poi, fissandomi con quella sua aria impassibile da tedesco che metteva
i brividi, mi disse:

«--Vi sono venuto incontro fino a Milano; ecco perchè ho la valigia.

«--Ah? che? come? Non vi siete scontrati? Ora capisco perchè volevi
nascondere la valigia colla scusa di rimanere a ritirare il bagaglio.
Non volevi ch'io ridessi!

«Così esclamava il babbo, e rideva, e trovava un umorismo infinito a
pensare che Gualfardo mi era venuto incontro senza trovarmi; ed
attribuiva la confusione di Gualfardo e la mia confusione unicamente
alla paura del ridicolo.

«Oh Dio! il ridicolo! avrei voluto vedere tutta Torino a bocca
squarciata, tenendosi le costole dal ridere per conto mio; avrei riso
più forte di tutti, avrei danzato di gioia se avessi potuto non essere
che ridicola.

«Ero rimasta fulminata dalle parole di Gualfardo. Avevo udito le
osservazioni del babbo meccanicamente; ma nel mio interno avevo ben
altra preoccupazione.

«Che cosa aveva fatto Gualfardo a Milano? Come e perchè non mi aveva
trovata? Sapeva qualche cosa? Sapeva tutto? O non sapeva nulla?

«Il suo volto era perfettamente impassibile. A giudicare da quello si
poteva credere che non sapesse nulla.

«Cento domande mi vennero alle labbra nell'ansietà di quel momento. Ma
sentivo battermi il cuore con tale violenza, e provavo un'angoscia ed
un'umiliazione tanto profonde, che non avrei potuto pronunciare una
parola su quell'argomento, senza tradirmi col rossore e col tremito
della voce.

«Così non dissi più altro, e mi diedi a guardare fuori dallo
sportello, ed a fissare i passeggieri con tanta attenzione, come se
tra essi cercassi una persona aspettata, dalla cui presenza dipendesse
il massimo interesse della mia vita.

«E Gualfardo, seduto di contro a me, stava ritto come un palo per
lasciarmi padrona dello sportello, e non fece più la menoma allusione
al suo viaggio. Pareva che, ai nostri occhi, l'andare incontro a
qualcheduno per sette ore di ferrovia e non trovarlo, e tornare
indietro ciascuno per suo conto, e vedersi soltanto allo scalo
d'arrivo, fosse la cosa più naturale del mondo.

«Il babbo pensava, forse, che fosse nato tra noi uno di quei malumori
da innamorati, che hanno bisogno di esaurirsi in silenzio, per dar
luogo all'ansia della riconciliazione; e, dopo quella prima espansione
di meraviglia, non cercò più spiegazione. Del resto, taciturno per
abitudine come tutte le persone avvezze ad una vita monotona,
laboriosa, e solitaria, non soleva mai cercare il fondo delle cose
quando per giungervi gli occorreva un soverchio dispendio di parole.

«Quando la carrozza si fermò in via Roma, alla porta della nostra
casa, Gualfardo scese pel primo, mi aiutò a scendere alla mia volta,
prese la mia valigia da una mano e la sua dall'altra, e s'avviò verso
la scala. Il cuore mi si allargò. Se saliva così col suo piccolo
bagaglio, era dunque disposto a rimanere a colazione con noi.
Incoraggiata da quell'idea lo guardai in volto; era perfettamente
calmo. Grazie ad Apollo, grazie a tutte le divinità protettrici degli
amanti, il suo viaggio non l'aveva condotto a nessuna scoperta; egli
non sapeva nulla.

«Tutto questo pensai nell'istante ch'egli impiegò a muovere due passi.
Al terzo, la serva che era scesa per incontrarci, lo fermò per
isbarazzarlo delle valigie.

«In quel momento credo che il sangue abbia sospesa la circolazione
nelle mie povere vene, tanto era vitale per me la risposta ch'egli
stava per dare a quella serva.

«--Ah, bene! Poichè sei qui, ti lascio la valigia della tua padrona, e
profitto della carrozza per portare a casa la mia.--Disse questo col
solito piglio tranquillo. E cedette la valigia. Se ne andava! Mi
lasciava appena arrivata. Che voleva dire? Sapeva perchè ero stata a
Milano? Si allontanava per sempre?

«Questo pensiero mi traversò la mente spaventoso, come l'idea della
morte, che ci empie di terrore nell'istante di cadere in deliquio.
Esso mi strappò una domanda angosciosa:

«--Gualfardo! mi lasciate?... e tosto, sentendo la stranezza di
quell'impeto, soggiunsi: Non restate a colazione con noi?

«--Non posso, mi rispose, senza neppure notare la mia agitazione. Sono
due giorni che manco alle lezioni. Verrò questa sera.

«Due giorni! Gli porsi macchinalmente la mano, e salii le scale di
corsa senza aver mente a rispondere una parola.

«Due giorni! Mio Dio! Quanto può aver scoperto in due giorni!




XXIX.


«Per tutti i vizi che la morale condanna, per tutte le colpe che la
legge punisce, dovrebbe essere espiazione sufficiente la tortura
morale che io soffersi quel giorno. Mi sentivo avvilita in faccia a
Gualfardo; sentivo ch'egli aveva diritto di sprezzarmi, e ne piangevo
con tutta l'amarezza del mio cuore. Pensavo:

«--Questa sera, o mi darà un bacio, come soleva prima che partissi, ed
io dovrò renderlo,--io che l'ho tradito,--fare la parte di Giuda,
piegarmi all'onta della finzione. O non mi darà il solito bacio, ed
allora vorrà dire che sa tutto, che non si considera più mio
fidanzato, ma ha bastante fede nella mia lealtà per aspettare che gli
faccia io stessa la confessione che gli debbo.

«Ed allora pensavo seriamente a quella confessione. La dovevo io
realmente? Non avevo ricusato di sposare Max per evitarla? Ed ora
perchè la farei? Max non era che un amico per me.

«Sì, ma un amico che ero andata a vedere segretamente; un amico da cui
aspettavo una lettera con tutta l'ansietà del mio cuore.

«Ed un istante sentivo di dovere aprir l'animo mio a Gualfardo ad ogni
costo.

«Poi andavo alla finestra, guardavo un poco la gente, pensavo che,
forse, neppur la metà di quelle signore che avevano marito, nutrivano
per esso un sentimento più caldo dell'affettuosa stima ch'io aveva per
Gualfardo. Che, forse, una gran parte di esse avevano amato un altro
prima di sposar quello, che se ne ricordavano ancora; eppure non erano
meno buone mogli, ed i loro mariti non erano infelici per questo; e
nessuno faceva a quelle donne una colpa dei loro sentimenti
combattuti; nessuno le disprezzava. Ricordai parecchie signore ch'io
conosceva in quelle identiche circostanze; erano signore ammodo, cui
il mondo non faceva la menoma eccezione, il menomo rimprovero.

«Allora le mie idee presero un altro indirizzo.

«Certo io ero troppo scrupolosa. Infine mi ero contenuta decorosamente
con Max; egli sapeva il mio impegno; tra noi non s'era parlato che
d'un sentimento fraterno. Io non avevo tradito i miei doveri verso
Gualfardo. Ero ancora degna di lui. D'altra parte, quanti giovani
avevo io conosciuti mentre cantavo? Quanti m'avevano corteggiata?
Quanti m'avevano parlato con meno riserbo di Max? Io non li avevo
lusingati, avevo respinto il loro amore. Precisamente come avevo fatto
con Max. Forse che pensavo di fare a Gualfardo la cronaca di quelle
galanterie? Nemmeno per ombra. E perchè dovrei farmi un dovere di
narrargli la mia relazione con Max? Perchè gli altri li avevo respinti
senza soffrirne, e Massimo lo avevo ricusato con dolore? Ma questo non
era che un merito di più.

«Poi vennero le penombre della sera. Non vidi più la gente in istrada.
Non vidi più nulla intorno a me; ed allora guardai nella mia
coscienza.

«E vidi che tutto ciò era sofisma per ischermirmi da un dovere penoso.
Vidi che la mia colpa non stava nel sentimento involontario ch'io
provavo per Max, ma nelle piccole ipocrisie d'amicizia con cui lo
alimentavo; in quella specie di compromesso col mio dovere, con cui
cercavo di ricusare il suo amore, e di serbarlo vivo al tempo stesso;
di mantenermi in dolci rapporti con lui, senza spezzare il mio vincolo
con Gualfardo, che per una cara abitudine si era immedesimato colla
mia esistenza; e da cui non avevo il coraggio di sciogliermi.

«In realtà io non desideravo di sposar Max. Egli aveva un grande
ingegno, una posizione agiata, un avvenire largo di promesse, una
salute fiorente, una maschia bellezza, e tutte quelle attrattive di
parola, di voce, di modi, di eleganti cognizioni, che guadagnano tutte
le simpatie, che aprono tutte le porte.

«Un uomo così, nel matrimonio ha tutto a dare, nulla a ricevere. Per
farmi sua moglie avrebbe dovuto sacrificarmi la sua libertà. Farmi
vivere colle sue rendite ed i suoi guadagni, perchè la sua carriera
legale sarebbe stata inconciliabile colla vita girovaga di un'artista.
E poi egli non avrebbe avuto alcun bisogno di farmi continuare a
cantare. Per adattarsi alla vita di famiglia avrebbe dovuto far
violenza al suo carattere gioviale, brillante; alle sue abitudini
chiassose e disappensate; imporsi una gravità, una monotonia, un
ordine d'esistenza a cui non era punto inclinato, e che gli avrebbero
costato un vero sacrificio.

«Ed io, cosa avrei potuto dargli in compenso di tutto codesto? Il mio
amore. Ma quante donne potevano dargli altrettanto, e per di più
censo, bellezza, ingegno...

«Decisamente nel matrimonio a lui sarebbe toccata la parte bella della
generosità; a me quella umiliante dell'egoismo. Ecco perchè non
desideravo di sposare Max.

«Invece Gualfardo era avviato alla stessa mia carriera del teatro. Non
guadagnava più di me; e non poneva nessun ostacolo a che io
continuassi a cantare, e contribuissi quanto lui e più di lui alla
vita comune.

«Egli pure aveva molto ingegno; a lui pure sorrideva la gloria, ma la
stessa gloria, lo stesso ingegno che sorridevano a me. Eravamo pari. E
poi egli era taciturno, serio, compassato; non attirava le simpatie.
Ed era quindi più in grado di apprezzare il mio affetto. Era delicato
di salute e misantropo, due cose che creavano a lui il bisogno della
famiglia, a me la gioia e l'orgoglio di fargliene sentire i vantaggi.

«Per tutte queste ragioni io mi spaventavo all'idea di perdere l'amore
di Gualfardo, malgrado la libertà che mi risulterebbe da quella
perdita.




XXX.


«Gualfardo fu buono quella sera come sempre. Mi baciò in fronte come
soleva fare ogni sera, e mi parve che mi stringesse al suo cuore con
un'espansione insolita.

«Ne risentii più acuta la fitta del rimorso. Mi sentivo così vile,
d'ingannarlo come facevo, così vile...

«Avrei voluto scrivere a Max di troncare ogni corrispondenza con me;
di dimenticarmi, di lasciarmi tutta ai miei doveri. Ma non ne avevo il
coraggio. Ed aspettavo la sua lettera con tutta l'ansietà.--Sempre la
miserabile attrattiva del frutto proibito!

«Il posdomani la lettera venne.

«Max era malato. Soffriva, era triste. Non poteva scrivermi altro
perchè stava a letto. Appena guarito mi scriverebbe a lungo, aveva
tante cose a dirmi.

«Era malato; ed io non poteva correre a lui, sedermi accanto al suo
letto, curarlo, vegliarlo. Ed era malato per me, per la mia partenza;
ne ero sicura. Stava così bene prima! Era dunque il dispiacere che lo
faceva star male. No. Decisamente la nostra posizione non poteva
durare così. Non si comanda ai proprii sentimenti. Poichè ci
amavamo--non solo per noi, ma per lo stesso Gualfardo--era necessaria
una confessione, una risoluzione.

«Quella sera aspettai Gualfardo in uno stato di eccitazione
straordinaria. Volevo esser sola con lui. Ed invece il babbo s'era
incastonato nel suo seggiolone come una perla in un anello. Aveva
l'aria di doverci rimanere il resto de' suoi giorni; dacchè ero
tornata, da tre giorni, non era più uscito.

«--Non esci a passeggiare, babbo? gli domandai.

«--No, mi rispose; fa un caldo orribile.

«Che fare? Pure era necessario ch'io parlassi con Gualfardo da sola.

«--Babbo, ripresi. Io invece sento il bisogno di passeggiare questa
sera. Vuoi ch'io vada al Valentino a far un giro con Gualfardo? vuoi?

«--Eh! va. Omai sei artista; se gli ho permesso di andare ad
incontrarti a Milano, non vedo alcun male a lasciarti fare una
passeggiata con lui. Del resto è il tuo fidanzato.

«Io mi avviai alla mia camera per prepararmi col cappellino, tanto ero
impaziente di uscir subito appena Gualfardo fosse giunto. Ma prima che
fossi uscita il babbo riprese:

«--Ed è un bravo giovane, sai; un bravo, bravo giovane.

«--Sei ben fortunata, Fulvia, d'esserti imbattuta in lui; ed anch'io
ne son fortunato. Muoio tranquillo, vedi, sapendoti nelle sue mani,
perchè è un nobile cuore.

«Io fuggii senza rispondergli. Povero babbo! Io stavo per distruggere
la mia fortuna, e la sua tranquillità. E perchè? O Dio!

«--Gualfardo, volete condurmi al Valentino a far una passeggiata?--gli
dissi appena giunse.--Il babbo lo permette.

«Egli accettò colla solita cortesia.

«Era la prima volta che uscivamo soli. Eravamo un po' imbarazzati. Ed
io pensavo quante volte ero uscita a Milano con Max, e che non eravamo
imbarazzati; ed ammiravo quel carattere impetuoso, espansivo; e
deploravo il riserbo di Gualfardo, e dicevo tra me:

«--Ecco com'è. È impossibile amarlo com'io l'intendo. È la sua
freddezza che è causa di tutto.

«Quando fummo in Borgo Nuovo, c'era grande andirivieni di popolino e
di omnibus; e si faceva buio; e gli accendi-fanali correvano colle
loro pertiche illuminate come piccoli fari; e più d'una volta fui
urtata.

«Allora Gualfardo mi disse:

«--Vorreste prendere il mio braccio, Fulvia? Camminereste meno a
disagio. Se non ci avete difficoltà...

«Io presi il suo braccio, pensando quanto aveva tardato ad offrirmelo,
e quante cerimonie ci metteva; e che invece Max prendeva addirittura
il mio braccio e lo passava sotto il suo in barba a tutti, e
s'arrabbiava se un altro c'era arrivato prima. Ah! quello era amore!

«C'era molta gente al Valentino. Io proposi di andare fino alla
Barriera di Nizza costeggiando il Po.

«Quella strada era quasi solitaria. Parlavamo poco. Io ero preoccupata
di quanto stavo per dire. Gualfardo pareva si studiasse di portare il
discorso su argomenti estranei a noi. Trovava belle o brutte le case
dei canottieri; più o meno svelte le forme dei canotti. E fresca la
strada, e pittoresca, ecc.

«Dopo aver risposto una quantità di _sì_, e di _sicuro_, e di _già_,
io dissi ad un tratto:

«--Gualfardo, ho deciso di accettare la scrittura che mi hanno offerta
per Nuova-York.

«--Sì? diss'egli senza il menomo cenno di sorpresa o di approvazione o
di disapprovazione.

«Quella risposta succinta mi sconcertò. Avevo contato su qualche
obbiezione, su qualche interrogazione per aprirmi la via a spiegare i
miei motivi. Che fare davanti a quel freddo monosillabo? Pensai di
ripetere per eccitare altre risposte.

«--Già, ripresi. Vado a Nuova-York.

«Questa volta egli non rispose affatto. Solo dopo un momento, tanto
per dir qualche cosa, mi domandò:

«--Avete già firmato la scrittura?

«--No, dissi; firmerò domattina.

«Vi fu ancora una pausa. Poi io soggiunsi.

«--Desideravo di parlarvene prima di concludere.

«--Grazie, Fulvia. Ma dovete far sempre il vostro interesse. Questo è
quanto preme.

«--Ebbene, no, esclamai con tutto il mio coraggio. Non si tratta del
mio interesse. Non è quella la ragione che ho consultato per
decidermi...

«Egli taceva, e si vedeva che lo faceva di proposito. Io ripresi:

«--È necessario ch'io vada ben lontana da voi, Gualfardo; ecco perchè
ho accettato.

«A queste parole Gualfardo mi prese la mano che appoggiavo al suo
braccio, e me la strinse in silenzio come per dirmi: coraggio!

«Codesto doveva sembrarmi strano, perchè mi avvertiva che le mie
parole non gli davano la menoma sorpresa. Ma io ero eccitata dalla
parte drammatica che m'ero imposta; e poi avevo realmente bisogno
d'essere incoraggiata, ed accettai quell'atto amichevole senza
esaminarlo punto.

«--Debbo andar lontano, Gualfardo, continuai cogli occhi a terra,
perchè non posso più essere vostra fidanzata. Non lo sono più...

«Un'altra stretta di mano, più energica della prima. Ed io continuai:

«--Ho un grave torto verso di voi. Ho molte cose da farmi perdonare.
Vi debbo una confessione. Gualfardo, quando mi sono fermata quei due
giorni a Milano...

«--Basta, Fulvia, interruppe Gualfardo con una terza stretta di mano.
So tutto. Ero a Milano prima di voi, vi ho veduta arrivare e partire.
So tutto.

«--E non mi diceste nulla?...

«--So che siete leale. Sapevo che parlereste voi. Era difficile; ci
voleva del coraggio. Ma voi l'avete trovato. Siete una brava
giovane...

«M'ero aspettata dei rimproveri o dei lamenti; un amante sdegnato o
afflitto. E non trovavo che un giudice giusto e clemente.

«Forse era un senso d'amor proprio ferito; allora non studiai le mie
impressioni; ma mi dolse all'anima di non sentirmi rimpianta neppure
con una parola. Pensai quanto era freddo per aver sopportato così
filosoficamente la scoperta ch'io amavo un altro: e dissi nel mio
cuore che non aveva nessun amore per me, dacchè si rassegnava così.
Non potei a meno di dirglielo:

«--Voi non mi amate, Gualfardo.

«--Perchè me lo domandate, dacchè amate un altro?

«È vero. Non avevo diritto di lagnarmi. Ma provavo, più forte della
mia ragione, una specie di civetteria sentimentale, che ambiva di
eccitare un rimpianto in quel cuore che era stato mio per tanto tempo.

«--Ve lo domando pel passato, risposi. Ah! per rassegnarvi così
freddamente bisogna che non mi abbiate amata mai.

«--Fulvia, volete dire che ho mentito con voi? Avete ragione di
dirmelo?

«Mio Dio! Ero io che avevo mentito. Rimasi umiliata. La lealtà della
sua condotta era un rimprovero alla mia.

«Avrei dovuto consolarmi di veder passare così liscia quella scena che
m'avea preoccupata e spaventata tanto. Ed invece soffrivo.

«--Mi sarete amico egualmente? gli domandai.

«--No, Fulvia, mi rispose. Dovete vincere quelle irresolutezze del
vostro carattere, che vi fa sempre appigliare ai mezzi termini.
Abbiate il coraggio dei vostri sentimenti. Non si può aver un amico ed
un amante. Sono due affetti che si somigliano troppo. Non mi amate
più? Amate un altro? Lasciatemi. Siate di quell'altro. Non ci
rivedremo più. Almeno non cercheremo più di vederci. Coraggio.

«Mi strinse ancora la mano, poi voltò strada per condurmi verso casa.

«Non vederlo più! Non avevo mai pensato ad una separazione così
assoluta. L'idea di spezzare la nostra intimità che mi era stata fin
allora una dolce abitudine, faceva un vuoto ne' miei sogni d'avvenire.
Non potevo pensarci senza raccapriccio.

«Provai un senso di freddo al cuore, e vidi tremolare tutti gli
oggetti traverso le lagrime che mi velarono gli occhi.

«Camminammo un lungo tratto in silenzio; ed in quei momenti rividi col
pensiero tutto il passato ch'io conosceva di quel giovane. Ritrovai la
sua generosità, la lealtà del suo cuore, ed il suo agire sempre nobile
e dignitoso. Ed allora la sua freddezza mi parve un torto ben lieve in
confronto al mio torto; e mi sentii sempre più avvilita. Ed il rimorso
nel mio cuore era più forte che il sentimento della libertà
ricuperata.

«Quelli che ci scontravano ci credevano marito e moglie, o, se ci
conoscevano, sapevano delle nostre promesse, e pensavano che fossimo
felici di quella passeggiata sentimentale a lume di gaz. E noi invece
eravamo divisi moralmente, e stavamo per diventare estranei.

«Volli pensare a Max. Ma mi faceva l'impressione di uscire da una casa
tepida, agiata, elegante, per correre lungo campi e boschi nel furore
d'un uragano, ad inebriarmi delle tremende bellezze della natura in
burrasca. Era la tempesta con le sue grandi emozioni, le sue fiere
bellezze, ma con tutti i suoi danni ed i terrori e le repulsioni che
inspira.

«Ed intanto provavo un'interna curiosità di sapere cosa accadesse nel
cuore chiuso di Welfard in quell'ora di separazione. Soffrivo di non
vederlo afflitto, e mendicavo un rimpianto.

«--Gualfardo..., cominciai.

«--Non parlate, Fulvia, mi rispose, io potrei accorgermi che siete
commossa, e rimproverarvi un'altra volta le irresolutezze del vostro
carattere.

«--O Gualfardo, i vostri rimproveri sono crudeli.

«--Lo so, Fulvia, e ve ne domando perdono. Ma è necessario parlarci
francamente per evitare degli equivoci, le cui conseguenze sarebbero
dolorose per entrambi. Voi avete troppa immaginazione. Vi siete
figurata una felicità che non esiste. Vi siete fatto uno di quegli
ideali inebrianti, che hanno d'uopo per realizzarsi di tutta la somma
di pregi che la natura ha ripartito in scarse dosi fra gli uomini,
senza la larga parte di difetti che ciascuno di essi possiede. Voi
volete la bellezza elegante, e la maschia espressione della forza;
volete gli impeti inconsiderati della passione, e la pace dignitosa
del sentimento legittimo; volete l'imprudenza giovanile, ed il decoro;
volete un insieme di cose che non si possono associare. Un giorno
trovaste in me alcune delle qualità del vostro ideale, e mi amaste per
esse; poi ne scontraste in un altro qualcuna più saliente, ed amaste
lui; in realtà non amate nè me, nè lui, nè un altro; è sempre la
vostra visione che amate, dispersa qua e là, ed associata a difetti
non contemplati nel vostro programma, che si rivelano poi, e
raffreddano il vostro entusiasmo. È per questo che, legata a me
aspiraste a Guiscardi, e sul punto di legarvi a lui, rimpiangete me.
Se fosse possibile a me di darvi la mia figura elegante e quella che
voi chiamate la nobiltà del mio carattere; se fosse possibile a lui di
cedervi la sua impetuosità giovanile e la sua bella voce ed il suo
fiero disprezzo delle convenienze, ed il suo ingegno; e, finalmente,
se fosse possibile a voi di animare quelle qualità astratte, non
rimpiangereste più nè lui, nè me, e sareste contenta con quel fantasma
di vostro gusto. Ma ciò non è possibile. Ed a qualunque di noi vi
appigliaste, siatene certa, Fulvia, voi fluttuereste sempre fra l'uno
e l'altro, in una alternativa incessante d'aspirazioni e di rimpianti.

«Io tenevo il capo abbassato; sentivo la verità di quel giudizio, e
piangevo amaramente in silenzio.

«Eravamo giunti alla porta della mia casa; egli mi stese la mano dopo
avere staccato il mio braccio dal suo, e mi disse:

«--Addio, Fulvia.

«Io avevo pieno il cuore, piena la mente di un mondo di cose da
rispondergli. Era una riconoscenza infinita, ed un profondo
pentimento.

«Alzai gli occhi, ma il suo sguardo limpido e leale mi paralizzò. Mi
sentii avvilita dinanzi a lui, non potei che rispondergli piangendo:

«--Addio, Gualfardo.

«E lo vidi allontanarsi per sempre.




XXXI.


«Fu una notte orribile per me, nella quale il mio cuore non cessò un
momento di battere lento e forte come una campana sepolcrale.

«Sentivo il vuoto intorno a me; eppure ben altri dolori m'aspettavano.

«Mi ero alzata presto dopo quella notte di veglia e di pianto, e dalla
mia finestra guardavo sbadatamente nella via.

«Mentre stavo assorta così, sentii prendermi per la vita e baciarmi
sui capelli.

«Era il babbo; ed era tanto pallido che, appena l'ebbi veduto, tutte
le mie preoccupazioni svanirono; non provai che lo spavento di vederlo
cadere in deliquio.

«--Mio Dio, babbo, come sei pallido! Che hai? Stai male?--gli chiesi
tremando di spavento; e lo feci sedere sul mio sofà, gli proposi di
fargli il caffè, di andare pel medico, e che so io altro.

«--No; mi rispose trattenendomi, non mi occorre nulla. Son venuto per
parlarti di cose gravi. Resta qui. Fammiti vicina; ho bisogno
d'abbracciarti per prender coraggio, povera Fulvia!

«Pensai che Gualfardo gli avesse scritto che rinunciava alla mia mano.

«--Vuoi dirmi di Gualfardo?... domandai.

«--No, cara. Ti parlerò anche di lui, ma quello è il più caro, il più
consolante de' miei pensieri. Debbo dirti una triste, triste notizia;
si tratta di me, Fulvia, del tuo povero babbo...

«Era profondamente commosso; la sua voce tremava.

«Credetti di comprendere, e chiudendogli la bocca con un bacio, gli
dissi:

«--Non dir più altro, babbo. Sono una sbadata; avrei dovuto pensarci
prima, che puoi trovarti in istrettezze. Io ho tutto il denaro
dell'ultimo teatro. Da questa mattina non avrai più nessun pensiero
molesto; scusami, povero babbo, non penso mai a nulla.

«--Tu sei un angelo, mi rispose singhiozzando; ed io debbo perderti,
lasciarti per sempre...

«A quella parola una luce fatale si fece nella mia mente. Misi un
grido e scoppiai in pianto.

«Povero, caro babbo! Egli, tanto ammalato, mi consolava in quel
supremo dolore.

«--Il tuo cuore ti ha detto la verità. Coraggio, mia buona Fulvia.
Pensa che sono vecchio. Dobbiamo pur morir tutti...

«--Ma no, tu non morrai; tu non devi morire. Faremo tutte le cure
possibili; chiameremo dei medici.--E piangevo, e mi agitavo nella
convulsione del mio dolore, tenendo stretto al cuore quel mio unico
parente, quasi per contenderlo alla morte che lo minacciava.

«La serva accorse alle mie grida, e mi disse con piglio severo:

«--Non faccia scene, signorina. Non vede che fa del male al suo babbo?
Il medico gli raccomanda di evitare ogni commozione.

«Quelle parole mi richiamarono in me. Ma il mio cuore era spezzato da
quell'annuncio crudele. Mi posi in ginocchio accanto al babbo, e
cercai di persuaderlo che il suo male non era grave.

«--Dimmi tutto, babbo; narrami come ti ammalasti, che medico ti vede,
e come ti venne quella idea triste che mi ha fatto tanta pena.

«--Come mi ammalai non lo so. Ma viveva ancora la tua povera mamma che
io soffrivo già di un acuto dolore al cuore, ogni volta che mi
esponevo a qualche fatica. Quand'ella morì, l'affanno di quella
perdita mi sviluppò una malattia di cuore, che mi tenne a letto più
d'un mese. Tu eri bimba allora, ma devi ricordarti di questa
circostanza.

«--Guarii, ma continuavo a sentire a quando a quando quella puntura al
cuore; qualche volta avevo violente palpitazioni. Poi tutto passava,
ed io non ci badavo punto.

«--Ma quest'inverno il dolore cominciò a farsi insistente; al solo
salire una scala la palpitazione mi soffocava. Lasciai che tu fossi
partita per Milano, poi chiamai il medico. Egli mi prescrisse le
solite pillole che prendevo sempre quando si ridestava il mio male;
più tardi mi consigliò i bagni di mare. Fu allora che ti raggiunsi a
Livorno. Ti ricordi che mi trovasti dimagrato e pallido, ed io ti
dissi che soffrivo il caldo? Era la malattia che aveva già fatto
terribili progressi.

«--Il pensiero di lasciarti sola al mondo mi spaventava. Non volevo
crederci; non mi ci potevo adattare. Speravo sempre; volevo sperare ad
ogni costo.

«--Feci la cura dei bagni di mare con assiduità; avevo riposto in essa
tutta la mia fiducia; ma ne tornai più malato di prima. Quando mi
salutasti allo scalo di Livorno per andare a Firenze, mi parve che non
mi restasse tanta vita da vederti tornare, e dissi a Gualfardo:

«--Pensa a renderla felice, perchè non ha più che te sulla terra. Io
non la vedrò più.

«A quelle parole del babbo, io, che avevo sempre pianto in silenzio
nelle sue braccia ascoltandolo, non potei più frenare i miei
singhiozzi, e mi abbandonai ad un pianto convulso, disperato. Il babbo
piangeva anch'esso; mi baciò più volte con trasporto, e ripigliò:

«--Via, non tormentarti, Fulvia. Vedi che ho potuto riabbracciarti.
Chi sa; potrò forse ancora durare a lungo: sono malattie lente. Ma,
per la mia tranquillità, perchè io possa pensare senza spavento alla
morte, vorrei che tu mi dessi la consolazione di vederti unita a
Gualfardo.

«Quella domanda in quel momento mi suonò terribile, spaventosa come un
rimorso. Il mio fatale amore per Max, aveva distrutta l'ultima
speranza del mio povero babbo. L'idea di dirgli in quel momento la
triste verità, che Gualfardo non era più nulla per noi, che io l'avevo
respinto colle mie follie, che non lo vedremmo mai più, mi fece
spavento. Sentii che quella notizia poteva essergli fatale, che
l'avrebbe forse ucciso; compresi che dovevo ingannarlo. Rimasi muta,
assorta nel mio dolore.

«Egli pensò che esitassi a decidermi, e mi disse ancora:

«--Tu ti lasci sedurre da un'arte che lusinga il tuo amor proprio, e
le sacrifichi un amore che ti farà felice. Credilo al tuo babbo, che
ti ama tanto. Io ho studiato l'animo di Gualfardo; pensa con che
interesse l'ho studiato, dacchè so di doverti lasciare a lui, senza
nessun altri al mondo per proteggerti ed amarti. Cr

Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/17907