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La pergamena distrutta

by Virginia Mulazzi · Italian · Gutenberg #17850 · 764,487 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of La pergamena distrutta
    
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Title: La pergamena distrutta

Author: Virginia Mulazzi


        
Release date: February 24, 2006 [eBook #17850]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/17850

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA PERGAMENA DISTRUTTA ***




Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
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  LA
  PERGAMENA DISTRUTTA

  ROMANZO
  DEL SECOLO XVI

  DI

  VIRGINIA MULAZZI




  MILANO

  TIPOGRAFIA già DOMENICO SALVI e C. (Direttore Lodovica Bortolotti.)

  Via Larga, 19

  1872




  Quest'opera, di proprietà della ditta editrice
  SOCIETA' ANONIMA, _Tipografia già Domenico Salvi e C._,
  è posta sotto la salvaguardia della legge sulla proprietà letteraria.





INDICE.

  Al lettore

  PARTE PRIMA.
  Il segreto

  PARTE SECONDA.
  Il viaggio

  PARTE TERZA.
  La duchessa dell'Isola




AL LETTORE


_Affidata ai gentili incoraggiamenti, che mi furono fatti da diverse
egregie persone, mi decisi a pubblicare questo Romanzo da me composto
per mio piacere.

Ho scritto liberamente, come la ispirazione mi dettava, senza la cura
costante di seguire alcuna scuola dei grandi autori.

Sarò paga se questo mio lavoro varrà a far passare piacevolmente
qualche ora ed a ravvivare ed accrescere il sentimento del dovere e
l'amore alla virtù._

                                          L'AUTRICE.





PARTE PRIMA

Il segreto




I.


Era una notte di gennajo dell'anno 1574.

In uno dei più bei palazzi, che contasse allora Catania, fra i meno
danneggiati dal terremoto del 1563, si poteva notare un va e vieni
insolito a quell'ora; e dietro le antiche finestre scorgere in molte
camere dei lumi.

Perchè si vegliava sì tardi in quel palazzo?

Il vecchio duca dell'Isola, suo proprietario, era stato colpito la
notte istessa da grave malore, e trovavasi in fil di vita.

L'infermo, che conservava ancora tutte le sue facoltà mentali, aveva
compresa la gravità della sua posizione, e chiesto con istanza di
confessarsi, non però al solito religioso, ma ad un benedettino,
giunto da poco in Catania per predicarvi, e tenuto in gran conto da
tutti.

Tal desiderio era stato tosto soddisfatto; ed il frate trovavasi
rinchiuso coll'ammalato nella camera da letto, che aveva già un
aspetto mortuario.

In una sala attigua stavano riuniti il figlio e le due figlie del
duca.

Il primo, don Francesco dell'Isola, erede del titolo e dei beni del
padre morente, era un uomo che non varcava i trentacinque anni, ed al
quale nondimeno se ne sarebbero dati di più; tanto la sua fisonomia
regolare e distinta aveva un carattere serio e riflessivo.

Soltanto i suoi occhi neri erano di una vivacità estrema; non si
poteva quasi afferrare l'espressione di quello sguardo, ma se ne
rimaneva soggiogati.

Quando don Francesco taceva, o fissava gli occhi al suolo,
l'osservatore più acuto non avrebbe potuto leggere sul suo volto che
la più grande impassibilità, l'indifferenza più altiera. L'insieme del
di lui aspetto era burbero ed imperioso.

Da due anni era ammogliato. La sua sposa, unica figlia del marchese
del Faro, uno dei più ricchi signori della Sicilia, morto quasi subito
dopo quelle nozze, trovavasi nella notte, di cui si parla, ad un
vicino castello con suo figlio, bambino di un anno.

Le sorelle di don Francesco erano molto più giovani di lui: quantunque
entrambe belle, presentavano due tipi diversi.

Donna Maria contava poco più di vent'anni: bionda, dagli occhi
nerissimi e lucenti, dai tratti fini ed incantevoli, aveva veramente
alcun che di affascinante.

Donna Rosalia, la sorella minore, aveva pure occhi neri: bellissime
trecce, parimenti nere, circondavano perfettamente il suo volto bruno,
pallido e melanconico. Toccava appena i diciassette anni, e non
pertanto sembrava che il dolore avesse già stampata la sua traccia su
quella fronte pensosa.

Tutti tacevano.

Aspettavano per entrare dal duca che il confessore ne uscisse: se non
si fosse udito un leggiero bisbiglio nella camera dell'ammalato,
avrebbero cominciato a temere qualche accidente.

Infatti il tempo di una confessione ordinaria era già spirato da un
pezzo.

Perchè mai quella durava sì a lungo?

Don Francesco e le sue sorelle se lo chiedevano forse tacitamente, ma
non iscambiavano le loro riflessioni.

Finalmente la porta si aprì, ed il padre benedettino disse con
agitazione:

--Non vi è tempo da perdere. Il duca vi attende: io tornerò fra breve.

Ed escì.

I figli del duca entrarono tosto nella camera di lui.

Donna Rosalia sola sembrava comprendere quanto quell'istante avesse di
terribile: l'indifferenza si leggeva sul volto degli altri.

Certo, malgrado il turbamento del frate, credevano si trattasse
soltanto di un addio supremo, e compivano quest'atto come una
formalità.

Quando il vecchio duca vide i suoi figli, tentò rizzarsi, e con voce
tronca disse loro:

--Avvicinatevi tutti ed ascoltate.

Essi obbedirono.

Il morente sembrava agitatissimo. La più viva ansietà era dipinta sul
suo volto livido e contraffatto. Egli parve riunire tutte le sue
forze: indi, prendendo la destra di suo figlio e stringendogliela:

--Devo chiedervi molto, don Francesco, gli disse: un sacrificio: ma
spero che voi me lo farete.

Don Francesco lo guardò sorpreso.

--Devo palesarvi, continuò l'ammalato, ciò che ho palesato ora al
confessore: un segreto importantissimo, che riguarda la nostra
famiglia.

--Un segreto! esclamarono attoniti i figli.

--Sì: ma non ho tempo da perdere: udite, udite! Io aveva un fratello,
il sapete, figlio della seconda moglie di mio padre, il cavaliere
dell'Isola, che tutti credono morto.

--Come, egli esiste forse? chiese don Francesco accigliato.

--Non lo so: lasciatemi continuare. Mio padre lo prediligeva: lo
preferiva di gran lunga a me suo primogenito.... Io lo odiava.... ed
avrei voluto....

Qui parve che al morente mancasse il respiro: ed infatti per qualche
momento non potè proseguire. Ma quella specie d'affanno si dileguò,
grazie a qualche goccia di un cordiale che donna Rosalia gli aveva
appressato alle labbra.

--Avrei voluto nuocergli, riprese; farlo cadere in disgrazia di nostro
padre; rovinarlo....

Il duca s'interruppe ancora, vedendo la porta aprirsi.

--Il conte di San Giorgio, disse il cameriere di confidenza
dell'ammalato, che Vostra Eccellenza mi aveva ordinato di andar a
chiamare.

E si ritirò per lasciar passare colui che aveva annunciato.

Un uomo di circa trentasei anni entrò nella stanza. Era il figlio
dell'unica sorella del duca.

Vestiva di velluto nero, ed era fregiato della croce ottagona dei
cavalieri di Malta. Quell'abito severo dava maggior risalto alla
maschia bellezza dei suoi lineamenti.

Alla vista di lui un lampo di soddisfazione apparve sul pallido viso
del duca.

Donna Rosalia guardò il conte come se sperasse qualche cosa dalla sua
venuta.

Donna Maria e don Francesco fecero un gesto d'impazienza.

--Avvicinatevi, cavaliere, esclamò l'infermo.

--Ma, disse sommessamente don Francesco a suo padre, è conveniente
ch'egli oda?...

--Oh sì! rispose l'ammalato ad alta voce: io lo voglio! D'altronde
egli è della famiglia.

--Ma che avviene? domandò il cavaliere di Malta, accostandosi al
letto.

--Lo vedete, disse il duca con un tristissimo sorriso: sto per morire.

E continuò subito:

--Mentre giungeste, conte, stavo confidando a' miei figli un segreto
di famiglia. Rimanete: voi pure dovete udirlo.... Vi ho mandato a
prendere espressamente....--Così, aggiunse tra sè, don Francesco non
potrà....

Ma sentiva la vita spegnersi nel suo seno, e si affrettò:

--Il cavaliere dell'Isola, mio fratello secondogenito, non è forse
morto....

--Come? che dite? interruppe il conte.

--La verità; lo odiavo: ascoltate. Vedevo con dispetto che, malgrado
quella mia avversione, nostro padre, che l'adorava, avrebbe fatto in
favor suo tutto quanto gli fosse stato possibile. Fu dunque con una
gioja grandissima che mi avvidi dell'amore appassionato di mio
fratello per una giovane avventuriera di meravigliosa bellezza, da
poco giunta a Catania. Favorii segretamente quella sua inclinazione,
consigliando ad un tempo la fanciulla ad essere severa seco lui. Mi
guardai bene dal parlarne per allora a nostro padre: volevo attendere
che le cose fossero giunte ad un punto che quel disgraziato, il quale
contava appena venti anni, non potesse più retrocedere.... Ah che
feci?... Quali rimorsi mi preparai!... Ma ora sono vani i
rimpianti!... Almeno si potesse riparare!...

--Riparare? chiese freddamente don Francesco.

--Sì, rispose il vecchio, guardandolo fiso con ansietà mista a
terrore.

Sospirò profondamente; indi proseguì:

--Io tacqui dunque, e mi adoperai in modo che mio fratello sposasse
segretamente la sua amante. Non sostenni poi apertamente la parte di
delatore; ma nostro padre fu istrutto presto d'ogni cosa per opera
mia. Gli si fornirono le prove: non potè dubitare. La sua collera,
nell'apprendere quelle nozze così ineguali, fu terribile, maggiore di
quanto lo avessi sperato. Ne provai una infernale soddisfazione!...
Oh! mio Dio! come potei esser sì tristo?...

Il vecchio duca era oltremodo commosso: sollevava al cielo lo sguardo,
come per chiedergli perdono.

Tutti i testimoni di quella scena tacevano.

--Mio fratello, continuò il morente, fu diseredato, scacciato.... Le
sue preghiere, le sue lagrime riescirono vane. Nostro padre fu
inflessibile: sembrava ch'ei volesse tenere, nel punire il suo
secondogenito, la stessa misura tenuta nell'amarlo....

--Dunque, interruppe di nuovo il conte di San Giorgio, fu allora che
si disse il cavaliere dell'Isola partito per una guerra lontana, ove
si credette poi da tutti che avesse trovato la morte?

--Sì: mio padre volle così, perchè l'onore della nostra famiglia ne
rimanesse illeso: comperò coll'oro il silenzio del prete che aveva
celebrato il matrimonio, e quello di due vecchi servi, i soli che
conoscessero il vero. Così nessuno ebbe mai il menomo sospetto. Tutti
considerarono il cavaliere dell'Isola come estinto. Sua madre da
qualche anno era già morta, come la vostra, conte: sicchè nessuno
tentò placare il duca.

--Oh sventurato! esclamò donna Rosalia: sapete che ne sia avvenuto?

--Ohimè no!...

Un sorriso impercettibile ed alquanto ironico sfiorò le labbra di don
Francesco.

Donna Maria rimase impassibile.

--Ma, come volete mai rimediare allora, signore? domandò il cavaliere
di Malta.

--Vi è un mezzo, in cui spero molto.

Tutti si fecero attentissimi.

Il morente impallidiva ad ogni istante più: si comprendeva facilmente
come gli abbisognasse un supremo sforzo di volontà per non lasciarsi
ricadere supino sul letto.

--Mio fratello, continuò con voce tronca, si era recato nell'Italia
settentrionale, ed aveva preso servizio nell'armata della repubblica
veneta sotto un falso nome, che non conosco. Facendo fare delle
indagini però, si potrebbe trovare il cavaliere dell'Isola; o, se egli
non vivesse più, ritrovare i suoi figli; poichè ne ebbe due, un
maschio ed una femmina. Ecco quanto nei primi anni seppi a caso di
lui. Mi sembra che si dovrebbe far pubblicare che nostro padre prima
di morire aveva revocato l'atto col quale diseredava il cavaliere
dell'Isola. Mio fratello od i suoi figli si presenterebbero colle
carte di famiglia, ch'egli aveva portate seco. Oh, voglia il cielo che
ciò avvenga!

S'interruppe ancora: indi con molta pena proseguì:

--Perchè nostro padre aveva difatti revocato quell'atto negli ultimi
istanti di sua vita: si era pentito amaramente della durezza usata
verso quel figlio, un dì tanto amato.... Mi aveva supplicato
distruggere quell'atto, che contiene anche la rinuncia di mio
fratello, il quale era stato costretto a firmarla.... Così mai avrebbe
potuto presentarsi a reclamare.... Eppure non era soltanto della
parte, che gli spettava degli averi paterni, che si era privato
quell'infelice: ma anche di metà della dote vistosissima di sua
madre.... L'altra metà il duca gliela fece consegnare in oro al
momento della partenza.... Prima di morire, mio padre mi ordinò di
rendere al cavaliere dell'Isola il suo nome, e dargli la terra di
S.... colle vastissime sue dipendenze.--È quanto, disse, gli è ancora
dovuto....

La fisonomia di don Francesco si faceva sempre più cupa, ed il morente
ne sembrava spaventato....

--No, continuò poi, io non distrussi quell'atto ingiusto, quella carta
fatale: ma voglio farlo adesso.... datemela! È sola nel mio scrigno,
nel cassetto a destra: eccone la chiave, che portai sempre sopra di
me.... Tenete, conte;.... là, nel mio gabinetto....

Il cavaliere di Malta obbedì, e tornò quasi subito con una vecchia
pergamena, che porse all'infermo, il quale la prese esclamando:

--È questa!

Don Francesco gliela tolse all'istante: sino ad allora non si era
mosso.

--Datemela, figlio mio, supplicò il morente: non disubbiditemi come
feci io a mio padre.... Non preparatevi rimorsi simili a quelli che mi
lacerano l'anima!

Don Francesco rimase impassibile. Il conte lo guardò indignato: fece
per parlare; ma egli glielo impedì.

--Non accetto consigli da voi, cavaliere, gli disse: so come devo
condurmi nell'interesse della mia casa.

--Avete ragione, esclamò donna Maria,--che sembrava volersi cattivare
il fratello.

Il vecchio duca sospirò.

--Come! voi pure, figlia mia!

Alle parole, indirizzategli un istante prima da don Francesco, una
vampa di rossore era salita al viso del conte di San Giorgio; ed
involontariamente forse aveva appoggiata la mano sull'elsa della
spada.

Suo cugino se ne avvide, e:

--Quando vorrete, gli disse.

--No! esclamò spaventato il vecchio: ve ne supplico entrambi!

Donna Rosalia si volse piangendo al fratello:

--Come? mormorò: anche una sfida! Ma non vedete che nostro padre sta
per morire? Non comprendete quanto soffre?... Deh! rimediate al male
che fece, e di cui è tanto pentito!... Fate che muoja in pace!...

--Tacete! rispose don Francesco, guardandola in modo, che la fanciulla
atterrita non osò più proferire parola.

Il morente girava con angoscia lo sguardo intorno a sè, mentre andava
mormorando:

--Ed il confessore, che mi assolse soltanto a condizione che venisse
riparata la mia colpa!

Indi con forza:

--Don Francesco, distruggete quella carta: io ve lo impongo!

--Rifletterò, rispos'egli tranquillamente.

--Ah! voi non volete annientarla! Pietà!... Ed io che confidai in
voi!...

E dopo un istante:

--Se fosse qui donna Livia!... Ella sola forse....

Quel nome di donna Livia parve fare un grande effetto su tutti gli
attori di quella funebre scena.

--Sì: ella sola infatti! mormorò sommessamente il cavaliere di Malta.

Don Francesco sembrò alquanto scosso.

Suo padre continuò a bassa voce:

--Avevo ordinato si andasse a prenderla! Perchè non mi hanno obbedito?

--Sono andati, padre mio; gli susurrò all'orecchio donna Rosalia:
anzi....

Ed escì inosservata: aveva udito il rumore di una carrozza: ma gli
altri non vi avevano fatto attenzione.

--Oh! disse tra sè il vecchio: se potessi commuoverlo! Se il cielo lo
permettesse!

E come incoraggiato alla speranza dell'ajuto celeste, tentò ancora:

--Don Francesco, disse con voce quasi inintelligibile, ve ne prego;
distruggete quella pergamena!.... Non fate che Dio vi maledica!

Nell'accento del vecchio vi era quella esaltazione religiosa che al
momento di lasciare la terra, s'impadronisce talvolta di coloro che in
vita commisero grandi colpe.

E tale esaltazione, possibile sempre, era naturale nel duca in
un'epoca in cui la fede non poteva quasi essere intieramente soffocata
in alcuno: e si riaccendeva allo spegnersi della vita con tutte le
proporzioni della superstizione.

Così allora quell'uomo, il quale aveva negato a suo padre moribondo
ciò che a lui, moribondo pure, negava ora il figlio, e che di più era
stato prima causa della ingiustizia cui voleva rimediare sì tardi,
sentivasi sinceramente compreso d'orrore per la condotta di Don
Francesco.

Era pentimento? Era certezza che Dio punirebbe suo figlio, come puniva
lui? Forse eravi anche questo nella sua disperazione.

Vedendo don Francesco risoluto a non distruggere la pergamena, egli si
chiedeva con terrore se quel segreto passerebbe così di padre in
figlio, senza che mai vi fosse chi volesse rimediare.

Ma ora non era però più un vero segreto: altre persone, oltre a don
Francesco, lo conoscevano: ma, ove anche parlassero, che mai
potrebbero fare se egli conservava la pergamena?

Dunque a che giovava?

Poi suo figlio, che egli conosceva pur troppo ostinato e duro, non
vorrebbe ottenere il silenzio di tutti, a qualunque costo?

Ed allora le sue ultime parole, invece di cancellare una colpa antica,
aprirebbero mai il varco a nuovi delitti?...

Come finirebbe tutto?...

Queste idee tormentose traversavano lo spirito del duca colla rapidità
del lampo, ed aggiungevano ancora, se possibile, agli strazj che già
lo laceravano.

E la morte veniva. La sentiva avvicinarsi a passi accelerati!...

Ah perchè, perchè non aveva evitate sì crudeli angosce?...

Vedendo che il cavaliere di Malta voleva parlare, il morente gl'impose
colla mano silenzio.

--Io muojo! esclamò disperatamente, volgendosi a suo figlio: se voi
non mi obbedite, Dio non vi perdonerà! Distruggete, distruggete quella
pergamena!...

--Voi, rispose don Francesco con un rispetto che sembrava una
derisione, voi non ragionate più, signore! Perciò non comprendete quel
che comprendeste in passato: che l'interesse cioè ed il decoro della
nostra casa esigono venga conservata questa pergamena; poichè
altrimenti, oltre il danno, si provocherebbe uno scandalo.

--Oh cielo!... Siete dunque risoluto?...

Ed il vecchio duca si lasciò cadere affranto sui ricchi guanciali.

--Sì, riposate, signore, continuò il figlio: vi fa male agitarvi
tanto!...

E don Francesco, girando il suo sguardo imperioso intorno a sè,
aggiunse lentamente:

--Chi mi impedirà di lasciare le cose come sono sempre state?

--Io!... disse entrando una giovane dama, seguita da donna Rosalia.

E strappò nello stesso tempo quasi di sorpresa la pergamena dalle mani
di don Francesco attonito, interdetto.

--Donna Livia! esclamarono insieme il vecchio ed il conte.

E prima che gli astanti si riavessero dallo stupore. donna Livia aveva
già gettata la pergamena sulla vivissima fiamma che splendeva nel
camino, e che in un attimo la consumò.

Comparsa, parola, azione, tutto era stato l'opera di un istante.

--Oh! grazie! mormorò il vecchio duca: grazie!

--Il cielo vi ha mandata, signora! disse il cavaliere di Malta,
contemplando con emozione donna Livia.

Don Francesco si avvicinò a lei, dicendole con voce concitata e
tremante per la collera, per il dispetto:

--Che avete voi fatto?

--Nostro padre è morto! esclamò in quell'istante donna Rosalia, che
trovavasi più vicina al letto.

Era vero!

L'ultima scossa era stata violenta! La speranza aveva precorso di
qualche istante l'opera della morte!




II.


Vi fu qualche minuto di confusione.

Intanto il frate benedettino rientrò nella camera. Tornava dal
convento, ove era andato ad annunziare che passerebbe tutta la notte
presso il duca dell'Isola: aveva certamente creduto in una più lunga
agonia. S'inginocchiò presso il morto, e si mise a pregare.

Donna Rosalia si univa sola a quelle preci: gli altri erano ancora
sotto l'impressione della scena di poco prima. Anche la giovinetta non
l'aveva dimenticata: ma pure poteva piangere il padre.... Sembrava che
la morte, questo grande mistero, esercitasse sopra di lei una specie
di attrazione. Certo dessa vi guardava senza timore, fors'anche con
desiderio.

Don Francesco fissava severamente donna Livia, come se avesse voluto
fulminarla col suo sguardo nero. Vi era del furore in quello sguardo,
e nel furore una minaccia per ciò che ella aveva fatto.

Ella evitava di mirarlo.

Donna Livia era una bella dama, che dimostrava venticinque anni al
più: i suoi magnifici capegli neri, eppure morbidi e fini, formavano
un magico contrasto colla bianchezza abbagliante della sua pelle. Ma
la bellezza principale di quel volto erano gli occhi, dell'azzurro più
puro: grandi, profondi, perfettamente ombreggiati, ma forse un po'
troppo severi per una giovane donna. Però i tratti di lei erano poco
accentuati; e ciò le toglieva in severità, e le aggiungeva in grazia.
La sua statura era di poco più alta dell'ordinaria, e la persona
elegante in modo, d'avere nei minimi suoi atti della seduzione.

Donna Livia portava quella notte un ricco mantello da viaggio, specie
di zimarra di velluto nero, foderata di seta azzurra.

Era la moglie di don Francesco, ora duca dell'Isola.

Il cavaliere di Malta seguiva con inquietudine lo sguardo di suo
cugino: forse temeva per donna Livia la collera di lui.

Ed infatti come le perdonerebbe egli, per natura violento ed altiero,
di aver distrutta quella pergamena, che teneva preziosa, e l'insulto
ricevuto innanzi alla famiglia?...

Opporsi, come ella aveva fatto, alla volontà del marito, sfidarla in
un tempo in cui questi aveva sulla moglie un'autorità illimitata, era
certamente correre grave rischio.

In faccia alla morte sembra che ogni sdegno dovrebbe tacere: ed invece
in quella circostanza i rancori si risvegliavano, nascevano forse.

E chi cercherebbe il cavaliere dell'Isola, od i suoi figli? Ove
sarebbero?

Don Francesco che farebbe, nel caso si ritrovassero suo malgrado?...

Il benedettino conosceva la causa dell'agitazione che regnava tra i
membri della nobile famiglia dell'Isola: aveva confessato il defunto,
che a lui per primo rivelava il segreto. Non sapeva però nulla della
scena accaduta allora.

Il vecchio duca gli aveva detto che, se non veniva distrutto l'atto
col quale si diseredava nella forma più solenne il cavaliere
dell'Isola, e che ne conteneva anche la rinuncia, non si potrebbe
rimediare: giacchè se don Francesco lo avesse conservato malgrado gli
ordini del padre, non avrebbe che a mostrarlo per rendere vano ogni
sforzo.

Quel frate era veramente un uomo dedicato esclusivamente a Dio, e che
metteva nell'adempimento dei suoi doveri una convinzione sincera e
profonda.

Buono, caritatevole, cercava ogni mezzo per far del bene: si chiedeva
adunque con vera angoscia come dovrebbe agire in quella circostanza,
che poteva metterlo in difficile situazione.

Ah! nessuno pensava veramente al morto!

Tutti sembravano impietriti.

Donna Livia si strappò prima a quella immobilità.

Si accostò al letto, e s'inginocchiò presso donna Rosalia. Nel passare
dinanzi a don Francesco aveva incontrato il di lui sguardo, che non
l'aveva mai lasciata un istante.

--Grazie, diss'ella quindi alla giovane cognata, quando le fu vicina;
senza di voi, donna Rosalia, non sarei forse giunta in tempo.

--Sono io che vi devo molta riconoscenza, rispose la giovinetta: per
voi mio padre non è morto disperato.... Ah! possa Dio perdonargli!

Donna Maria notò quel breve colloquio, e lo fece con un cenno
rimarcare al fratello.

--Ah, mormorò questi, sì?... Donna Rosalia le era andata incontro
senza che me ne avvedessi.... L'aveva prevenuta di tutto....
Sciagurata anch'ella!

Donna Maria non potè reprimere intieramente un leggiero sorriso.

Il cavaliere di Malta le si avvicinò:

--Oh! le disse sommessamente e con indignazione: non arrossite voi,
donna Maria? Invece di calmare voi attizzate gli odj! Come lo potete
in questo istante?

Ma ella era nel numero di coloro che credono lecita ogni colpa, purchè
siano essi che la commettano.

Alzò sul cugino i suoi grandi occhi neri, e rispose poi, torcendo il
bel capo:

--Come potrei io rispondere a tali rimproveri?

Cosa strana! Quell'uomo era coraggioso, franco: eppure rimase
intimidito: si pentì quasi di aver ceduto ad un subito impulso di
collera.

Certe sensazioni non si ragionano: non si comprendono nemmeno
talvolta: ma si provano, benchè non abbiasi il coraggio di
confessarle.

Don Francesco si era pure avvicinato al letto funebre del padre, ed
immergeva i suoi sguardi ora in questo, ora nella sposa, ora in donna
Rosalia.

Era impaziente: il prolungarsi di quella situazione gli pesava: ma
però si conteneva perfettamente, tanto che il conte di San Giorgio, il
quale l'osservava di continuo, si chiese se egli si fosse risolto a
perdonar tutto ed a riparare la colpa del padre.

Dopo breve tempo il cavaliere di Malta si congedò freddamente da don
Francesco: non sapeva che fare: andò a stringere con amicizia le mani
di donna Rosalia, sua figlioccia: poi fece per parlare alla giovane
duchessa; ma in quell'istante vide donna Maria guardarlo in un modo
che lo spaventò: sicchè senza proferir parola, salutò profondamente
donna Livia, ed escì.

Che significava tutto ciò?

Don Francesco fece sortire le sue sorelle: indi si rivolse a donna
Livia:

--Venite, signora, le disse.

Ella si alzò e lo seguì. Era commossa; ma nulla indicava che fosse
atterrita.

Il duca silenzioso la condusse nel loro appartamento in una sala, di
cui rinchiuse gli usci: indi, piantandosi in faccia a lei, la fissò
qualche momento senza parlare: finalmente diede libero sfogo alla sua
collera.

--Ah! esclamò, voi pensaste dunque di potermi offendere impunemente?
Mi credeste vostro schiavo, vostro trastullo? Non mi conoscete
ancora?... Vi pentirete, signora, di quanto avete fatto: ve ne do la
mia parola!...

--Mai! rispose donna Livia con voce sicura; mai mi pentirò di
un'azione giusta.

--Un'azione giusta!... Osate chiamarla tale in faccia mia?...

Ed il duca furibondo fece un passo verso di lei: ma subito si arrestò.
Gli è ch'ella era pur bella in quell'istante, in cui un nobile sdegno
aveva acceso delle scintille ne' suoi grandi occhi, e ch'egli l'amava
con vera passione.

Pure si vedeva ch'ella non cercava di affascinarlo: forse perciò
appunto riesciva intieramente.

--Ah! mormorò tra sè don Francesco retrocedendo; mi sarebbe
impossibile offenderla troppo! Dunque, cederò io questa volta a lei?
No!

E si mise a percorrere la sala agitatissimo.

Egli aveva sposato donna Livia sapendo ch'ella non lo amava: anzi dopo
che ella stessa lo aveva pregato di rinunziare alla sua mano,
adducendo a motivo di quel rifiunto l'essere stata perdutamente
innamorata di un cavaliere morto poco prima.

Bella, nobile, ricchissima, don Francesco aveva tentato ugualmente
ogni mezzo per conseguirla; ma allora egli sperava dominarla
facilmente: sin là aveva creduto la donna un oggetto di piacere, una
distrazione, non di più; ma quando ebbe sposato donna Livia, comprese
che ciò non era: non voleva convenirne però, e si rivoltava contro sè
stesso per pensare talora il contrario.

Ed intanto si sentiva ogni giorno più trascinare verso quella donna
giovane e bella, che metteva nel bene tanta forza quanta ei ne metteva
nel male; e che al fascino della bellezza, della grazia, della
gioventù, aggiungeva quello della superiorità del carattere.

Dopo aver passeggiato qualche tempo come un pazzo, il duca si rivolse
di nuovo a donna Livia, che era rimasta in piedi dinanzi al camino.

--Voi non parlate, signora? le chiese con amarezza; perchè?

--Perchè parlando non potrei che ripetere quanto ho già detto, rispose
ella freddamente.

Egli tacque: eppure soffocava dalla collera. Quando si vuol dir troppo
non si dice nulla, talvolta.... Ma poi, ritornando alla sua idea
fissa, che cioè non doveva cedere, nè sopportare in pace un'offesa,
abbandonò quella calma forzata.

--Oh, disse, io saprò punire quelli che non rispettarono il mio
volere, che tentarono farmi arrossire!... E colei che venne ad
incontrarvi, ad informarvi di tutto, proverà prima il mio sdegno...
Donna Rosalia...

--Voi non farete ciò, signore, rispose la duchessa; d'altronde su di
me sola deve pesare la responsabilità di quanto io sola feci.

--Ah! è così che voi... Ma neghereste che mia sorella vi aveva
avvertita, prevenuta?

--Non lo nego.

--Dunque?

--Dunque è egualmente inutile che vi adiriate con donna Rosalia:
perchè, ove anche ella non mi avesse informata a tempo, e non mi fosse
stato possibile distruggere quella pergamena....

--Ebbene?

--Mi sarei opposta a che voi la conservaste, e non cercaste
rimediare....

--Oh, voi non avreste potuto nulla, signora! disse egli alzando le
spalle.

--Perchè? Il segreto non era noto a voi solo, ed io certo lo avrei
presto conosciuto.

--E che m'importa se mi rimaneva in mano quella prova? disse il duca
con veemenza.

Ed aggiunse con maggior calma:

--Allora non avreste potuto cangiare assolutamente la menoma cosa, nè
vincere la mia volontà, ve lo assicuro.... Vedete dunque che senza
quella sciocca fanatica....

--Non insultate vostra sorella, che meriterebbe invece la vostra
stima.... Poi, ve lo ripeto: è vano.... Non so ciò che avrei fatto; ma
in ogni modo non avrei mai permesso che rimanesse a mio figlio ciò che
non gli appartiene.

Don Francesco durava veramente fatica ad ascoltare ancora:
meravigliava di sè stesso, della sua sofferenza. Certo la situazione,
in cui si trovava, era penosa: poichè l'orgoglio, l'interesse, il
risentimento combattevano nel suo cuore coll'amore una lotta orribile.

--Ah! esclamò dopo un istante; ciò che non gli appartiene? Eppure,
signora, quell'atto era fatto volontariamente, e colui che lo fece
aveva il potere di diseredare un figlio ribelle, che era disceso ad
una unione disonorante.

--Sì; ma lo aveva revocato.

--Ah, sapete anche questo? chiese il duca con sdegno.

--Sì, disse donna Livia: e guardate, aggiunse con fermezza; per
persuadervi che io avrei riparato egualmente, anche malgrado
l'esistenza della pergamena, vi dirò in qual modo avrei agito.

--E come?

--Disponendo delle mie sostanze, di cui sapete che, per volere di mio
padre, ho quasi per intiero l'assoluta proprietà, sino all'ammontare
della parte di eredità legittima che spetta a vostro zio, e...

Il duca interruppe.

--E credete che ciò vi sarebbe stato possibile? le domandò con ironia.

--Nulla è impossibile quando la giustizia lo esige.

--Che volete dire con ciò? Che io sono ingiusto?

--No; ma che ringrazio il cielo, il quale non permise....

--Tacete! tacete! esclamò il duca furioso.

Egli si sentiva tratto con violenza ad imporre colla forza silenzio a
sua moglie, a gettarle almeno in viso una di quelle parole umilianti
che trafiggono coloro cui sono dirette, ed avviliscono tante donne, le
quali cadono allora ai piedi di chi le insulta; ma donna Livia! Ei la
conosceva: guai se non l'avesse rispettata!

Che avrebbe dato in quell'istante per non amarla?...

Ed invece la fermezza di lei, il suo coraggio gliela rendevano
maggiormente cara.

Ella sembrava riflettere.

--Signore, disse poi con calma; io voglio sperare che, quando vi
rifiutaste a distruggere quella pergamena, non avevate calcolato
quanto ciò sarebbe stato ingiusto; e che ora mi approvate, perchè
troncai delle esitazioni senza dubbio involontarie.... Voi dovete
comprendere,--aggiunse con qualche alterezza,--che io ho bisogno di
udir questo dall'uomo di cui porto il nome.

--Ma come! quale ardire? Siete voi ora che interrogate?

--Sì: pensate anche che, operando come avevate divisato, non avreste
potuto rammentarvi vostro padre, la sua morte, senza rimorsi amari e
crudeli.

--Non colmate la misura, donna Livia, esclamò il duca impazientato.

--Chiamate voi colmar la misura parlando così? Ah no! È dirvi la
verità, la sola verità!

--Ma credete voi che io sopporterò d'essere insultato a tal segno? Non
sapete dunque, signora, che potrei, se lo volessi, punirvi
severamente? Che ne ho il diritto?

--Il diritto? disse la giovane duchessa con amarezza: dite il potere,
signore, ma non il diritto. Del resto usatene, se lo credete. Non sarà
già il timore che mi chiuderà le labbra.

--La vostra temerità è grande, donna Livia: oh lo riconosco! ma non so
se la conservereste sempre in faccia al pericolo....

Ed il suo pensiero ricorse forse un momento ai bravi, ai trabocchetti,
ai veleni ed alle altre galanterie di simil genere, che in quei tempi
di felice memoria sbarazzavano più di un nobile marito di una sposa o
nojosa, od incomoda.

Ma egli non avrebbe potuto rassegnarsi a non veder più colei che gli
stava dinanzi, la sola donna che avesse amata, che amasse ancora. Si
sarebbe punito egli stesso. Non poteva dunque ascoltare tali
tentazioni.... Soltanto se avesse creduto donna Livia infedele,
sarebbe stato capace di essere crudele verso di lei; ma, benchè
l'avesse sempre sorvegliata con tutta la gelosia che può suggerire la
passione più viva, l'amor proprio più sconfinato, non aveva mai
trovato nulla a rimproverarle.

Però in quell'istante avrebbe voluto atterrirla, perchè da ciò
dipendeva in parte la riuscita di un piano ch'egli avea concepito
subito dopo la distruzione della pergamena.

--Voi non parlate più, le disse ironicamente: oh dunque cominciate a
temere!...

--No, signore: stavo pensando come mai ad un gentiluomo possa essere
venuta l'idea di conservare un patrimonio non suo.

--Un gentiluomo deve pensare prima di tutto a sostenere il decoro
della sua casa, e mio padre istesso fece per sì lunghi anni ciò che io
vorrei fare.

--Ma si era pentito!

--Bene! sarò sempre a tempo a pentirmi anch'io.

--Ora non avete più prove, e....

--Perchè voi distruggeste quella pergamena! esclamò don Francesco con
furore.

--Sì: e ve lo ripeto: vorrei udire da voi che mi approvate; che siete
disposto a riparare la colpa di vostro padre. Fatelo, signore, ed io
cercherò dimenticare questa scena dolorosa.

Ella fissò in lui il suo sguardo severo e profondo, che sembrava
volergli leggere in cuore.

--Orgogliosa! mormorò egli.

--Ascoltatemi, riprese donna Livia lentamente. Voi credete davvero che
il rendere al cavaliere dell'Isola quanto gli si deve possa essere di
gran danno alla vostra casa?... Ebbene, riflettete che ciò non è; od
almeno che essa può sopportare tal danno senza perdere nulla in
splendore. La maggior parte delle sostanze che possedete vi rimarrà
ancora: tali sostanze saranno considerevolissime, ed unite alle mie
assicureranno sempre a nostro figlio una delle rendite più
ragguardevoli della Sicilia... D'altronde la pergamena è distrutta, e
voi...

--La pergamena è distrutta sì, interruppe egli con forza, ma se
tutti tacessero, nessuno forse verrebbe a reclamare; anzi è
probabilissimo....

--Oh mio Dio! voi pensate...

--Sì: penso che voi dovrete serbare il silenzio, come le mie
sorelle... A questo patto soltanto vi perdonerò il grave oltraggio che
ho da voi ricevuto.... Ve lo perdonerò perchè....

La guardò un istante con passione.

--Ma, chiese donna Livia, ed il padre benedettino, ed il cavaliere?...

--Del padre benedettino non vi preoccupate; me ne incarico io. Quanto
al cavaliere, vedremo....

Il suo sguardo si fece minaccioso.

--Dunque, disse la giovane duchessa con sdegno e con dolore, voi
persistete?

--Sì, rispose don Francesco con fuoco: e voi rammentatevi, signora,
che guai se parlerete!

--Che io taccia? Che assecondi un simile progetto?... Ah, non sarà
mai! Non lo sperate!...

Il duca fece un gesto di rabbia. I suoi occhi scintillarono di
collera: e non potendo contenersi più a lungo, escì dopo aver detto a
donna Livia con accento minaccioso:

--Riflettete, riflettete molto, signora: ve lo consiglio
nell'interesse vostro.

E per distrarsi, pensò occuparsi del frate benedettino che aveva
confessato suo padre moribondo: si proponeva correre sulle di lui
traccie verso il convento dove abitava.




III.


Il convento dei benedettini, a cui ricorrevano in quell'istante i
pensieri dei duca, era un vasto e comodo edifizio situato nel centro
di Catania.

Là vivevano quei padri nella più completa pace, dedicandosi allo
studio dei libri antichi ed alle ricerche scientifiche e storiche.

Attiguo al convento eravi un bellissimo giardino, che gli stessi
monaci lavoravano, ciò che loro serviva di distrazione, di riposo.

Nella città e nei dintorni si aveva per quei religiosi grande
considerazione e rispetto, e si ricorreva sovente a loro per consiglio
ed ajuto.

Molte volte taluno di essi aveva consolato degli infelici, rasciugate
delle lagrime ed impedita qualche prepotenza.

Anche i cavalieri avevano talora, talora fingevano avere dei riguardi
per quei frati.

Malgrado tutto questo però, don Francesco credeva facilissimo ridurre
il benedettino, ch'ei ricercava, al silenzio.

Era questo per lui come il primo passo che farebbe in una via la quale
doveva divenire aspra soltanto procedendo.

Donna Livia, il cavaliere di Malta gli sembravano i soli, i veri
ostacoli, nei quali avrebbe forse ad inciampare.

Il suo amore per la sposa gl'impediva non solo di punir lei, ma ben
anche di punir donna Rosalia, come lo avrebbe voluto, come lo aveva
detto. Ciò gli allontanerebbe troppo, lo sentiva, donna Livia, La
sapeva capacissima di qualunque più forte risoluzione, ed anche
avveduta tanto da mandarla ad effetto.

La sofferenza da lui avuta quella notte, i rimproveri sopportati dalla
duchessa lo facevano arrossire di sè medesimo. Cedere, riparare la
colpa del padre gli sarebbe sembrato una gran debolezza; come se fosse
debolezza il saper vincere i pregiudizii creati da un amor proprio
eccessivo.

Il potere, che donna Livia aveva sopra di lui, umiliava il duca; ma
era grande, immenso: tale che, se ei non fosse stato sì orgoglioso, sì
ostinato soprattutto, sarebbe caduto a' suoi piedi quella notte; sì,
quella notte istessa in cui ella aveva sì arditamente distrutta la
pergamena.

Grazie alla di lui alterigia però, colla quale in apparenza soffocava
la sua passione, nessuno, donna Livia istessa, sapeva fino a qual
punto egli l'amasse.

Quell'amore era una specie di tormento per un uomo del carattere del
duca.

In un tempo in cui le donne non sapevano opporre ai voleri ed anche
alle ingiustizie dei mariti, dei padri, dei fratelli che una barriera
di eterne lagrime, il carattere eccezionale della duchessa poteva
spiegare in parte l'ascendente ch'ella aveva su don Francesco. Per
altro, se non ne fosse stato tanto innamorato, è certo che la temerità
di donna Livia, com'ei la chiamava, avrebbe potuto costarle assai
cara: e questa volta, nell'affrontare la volontà del marito, ella
aveva pensato poter correre pericoli reali.

Dopo averla lasciata, il duca si era dunque occupato del padre
benedettino.

Ma il monaco poteva essere ancora al capezzale del morto: e prima di
recarsi al convento, don Francesco se ne informò dai domestici.

Gli fu risposto che il frate era partito da qualche tempo per un
paesello vicino, che gli nominarono, e ch'ei doveva essere ancora per
via.

Don Francesco pensò che con un buon cavallo gli sarebbe facile
raggiungerlo. Preferiva parlargli sulla strada, anzichè entrare nel
convento, ove la sua presenza farebbe un chiasso che non si curava di
provocare. Poi il segreto sull'affare, che tanto gli premeva, verrebbe
certo più facilmente serbato.

Ordinò dunque gli si sellasse tosto un cavallo, e quando questo fu
pronto, gettatosi sulle spalle un ricco mantello, partì.

Era nel mese di gennaio, come fu detto. L'aurora, spuntava appena;
sicchè il freddo era abbastanza vivo.

Il duca cavalcava pensieroso, colla maggior rapidità che consentisse
il terreno ineguale: poichè il villaggio additatogli era situato nella
direzione dell'Etna, di cui il sole cominciava a colorire la vetta.

Ma tratto tratto don Francesco si arrestava, onde osservare innanzi a
sè. Cominciava ad impazientarsi di non scorgere il frate. Finalmente
lo vide; mise il cavallo al galoppo, ed in pochi istanti gli fu
vicino.

Quegli si era già rivolto, e si scosse riconoscendo il duca. Che
vorrebbe da lui? Ahi, che temeva d'indovinarlo! Indirizzò al cielo una
muta e calda invocazione, e salutò rispettosamente don Francesco.

Questi rispose con un leggiero cenno del capo; indi:

--Devo parlarvi, padre, gli disse, e con accento alquanto imperioso,
senza perdere tempo continuò:--Mi risponderete come vi parrà; ma,
rammentatevelo bene, con precisione, con chiarezza.

In quell'istante il povero benedettino aveva a sopportare non soltanto
l'abituale alterigia del duca, ma anche tutta la collera che questi
sentivasi in cuore per tante cagioni, e che desiderava sfogare contro
qualcheduno.

Quel frate non poteva davvero trovar don Francesco in un'ora peggiore.

--Vi ascolto, Eccellenza, rispose.

--Voi, riprese il duca, avete confessato mio padre, ed egli vi ha
confidato un segreto.

--Ebbene?

--Ebbene, quel segreto io voglio sia sepolto per sempre: sicchè, mi
comprendete.... Guai a voi se lo aveste a svelare!

--Ma la mia coscienza....

--Che coscienza! interruppe don Francesco: cosa c'entra la vostra
coscienza in un affare che riguarda soltanto la mia famiglia? Vorrei
vedere che ve ne immischiaste!...

E volse sdegnosamente il capo.

--Vostro padre dopo la confessione, disse il benedettino, mi aveva
incaricato di svelare quel segreto; dunque....

Anche questa volta il marito di donna Livia non lo lasciò continuare,
e:

--Questo non è affar vostro, ve lo ripeto: d'altronde il povero duca
non ragionava più: era fuori di sè:... e voi dovete convenirne, se vi
preme la vostra vita: od almeno dovete obbedirmi.

--La mia vita è consacrata a Dio, e nulla mi dorrebbe perderla in
servizio suo,--rispose il frate con qualche esaltazione.

--Oh, non declamazioni, ve ne prego! Vi ho già prevenuto; vi ho detto
di rispondermi con precisione, con chiarezza. Alle corte, tacerete?

Il benedettino rimase silenzioso.

--Che? pensò il duca, avrei dato anche in un frate che non ha paura?
Non so cui mi tenga dal finirla a dirittura con costui!... Ma....

Ei seppe contenersi.

Don Francesco non era uno di quei signori scapestrati che si
gloriavano delle loro prepotenze. Egli invece desiderava coprire con
un velo abbastanza fitto le sue. Sino ad allora non aveva avuto
occasione di usarne molte, grazie al suo carattere freddo e pochissimo
inclinato ai piaceri. Assai gli premeva d'altronde esser tenuto per
degno capo di una casa illustre: e siccome la venerazione, che
circondava i benedettini, e quella in particolare che si aveva per
quel predicatore era grandissima, ei non volle per allora porre le
minacce ad effetto, benchè ne sentisse gran voglia.

Pertanto non rinunciava certo allo scopo che si era prefisso. Solo
pensò tentare altra via; poichè non era riescito subito, come lo aveva
sperato, ad atterrire il frate.

Si volse a lui con una certa benevolenza mista di ironia, e:

--Credo comprendere, padre, le vostre reticenze, gli disse: voi non
volete mancare alla promessa fatta al duca moribondo, senza che ciò
torni.... a profitto di Dio--non è così!

--Che intendete? chiese il monaco un po' confuso.

--Intendo che con una buona somma data a voi.... perchè....
l'adoperiate.... come crederete.... in servigio del Signore.... vi
disfereste dei vostri scrupoli.

--No, Eccellenza! esclamò il benedettino con indignazione.

Don Francesco fece un gesto di vivissima impazienza.

--Osereste rifiutare? chiese con alterigia anche maggiore del solito.

--Ma io non devo, non posso mancare a' miei doveri!

In quell'istante il duca riflettè che il monaco non era presente
quando donna Livia aveva dato alle fiamme la pergamena: pensò
approfittare di tal circostanza.

--Del resto, disse quindi al religioso, voi non potete far nulla. Mio
padre ha dovuto dirvi che sta in mia mano un atto importantissimo,
indiscutibile, e che senza il mio assenso....

--È vero! mormorò il frate.

--Dunque non comprendete che il vostro silenzio non mi è necessario,
benchè ve lo abbia chiesto e lo desideri, onde evitare scandali
inutili? Voi non volete tacere? Ebbene, sarete voi responsabile di
quanto potrà accadere di male!... Se veramente vi premesse servire a
Dio, come dite, capireste che vale assai meglio serbare un segreto,
che non vi appartiene, anzichè mettervi sulla coscienza tutto ciò che
io sarò forse costretto a fare, onde sostenere le mie ragioni ed il
decoro della mia casa. Parlate pure!... Oh, farete la grand'opera
meritoria!... aggiunse con motteggio sprezzante.

Il povero benedettino rimase interdetto: ignorando la distruzione
della pergamena, trovava le parole del duca di una logica inesorabile.

Volle provarsi ad impietosirlo, benchè nulla sperasse.

--Non abusate, eccellenza, della vostra posizione elevata, gli disse:
perdonate la mia arditezza, ma è a nome di Dio che vi parlo... Egli...

--Tacerete sì o no? È questo che vi domando.

--Io tacerò: tacerò con tutti, se voi stesso riparate a quella
ingiustizia.

Chiamare ingiustizia ciò ch'ei voleva fare!...

Il duca si sentì tentato di far tosto pentire il frate d'aver
pronunziata quella parola. Donna Livia l'aveva pronunziata anch'ella,
è vero: aveva detto anche assai più; ma certo don Francesco non
sopporterebbe dal benedettino ciò che aveva a suo dispetto sofferto da
lei. Quel vecchio frate, coperto da un povero sajo, benchè fosse
rivestito d'un carattere sacro, non faceva sul duca la centesima parte
d'impressione della vezzosa sua sposa.

Don Francesco si guardò attorno adirato, e certo, se non avesse scorto
alcuno, non avrebbe tardato ad insegnare al frate il modo di
contenersi con uno dei più potenti baroni di Sicilia. Ma il mattino si
avanzava: il sole appariva sull'orizzonte, e molti contadini passavano
lì presso per avviarsi alla città.

Si propose dunque di rimandare la sua vendetta a tempo migliore, se il
benedettino non avesse voluto assolutamente promettergli il silenzio:
quel silenzio che, ad onta di quanto aveva detto, gli era
indispensabile.

--Vi accordo una dilazione di quattro giorni, disse seccamente al
religioso, grazie al vostro abito soltanto.

--Una dilazione!

--Sì: vi do tempo a decidervi; la riflessione vi persuaderà a tacere,
giacchè comprenderete benissimo che il parlare, mentre non gioverebbe
ad alcuno, e sarebbe affatto inutile, vi esporrebbe a funeste
conseguenze. Guai se parlerete in questo frattempo! aggiunse con
piglio minaccioso.... Guai!... Dunque?

Il frate riflettè un istante: indi:

--Per quattro giorni tacerò, disse.

--Bene, rispose il duca.

Volse la briglia al cavallo; lo mise al galoppo, e si allontanò come
un fulmine.

.................................................................
.................................................................

In breve giunse a Catania: entrò inosservato nel suo palazzo per una
porta segreta, nascosta da un gruppo d'alberi del giardino, e di cui
egli solo da lungo tempo teneva la chiave.

Diede il cavallo ad un palafreniere; indi si recò nel gabinetto ove
suo padre serbava le carte d'importanza, e dove cavaliere di Malta
aveva tolta la pergamena da uno scrigno.

Rinchiuso in quella stanza, don Francesco cominciò un minuto esame di
tutto quanto essa conteneva; rovistando in ogni mobile che avesse dei
cassetti, in ogni suppellettile che potesse nascondere qualche cosa.

Infatti vi potevano essere altre carte, delle lettere, che senza avere
l'importanza della pergamena, riguardassero quel segreto, e gli
convenisse conservare, o distruggere.

Ma nulla trovò che avesse rapporto col cavaliere dell'Isola.

Allora si assise dinanzi ad uno scrittoio, e vi rimase immobile,
pensieroso. La sua fisonomia in quell'istante, tetra e cupa oltre ogni
dire, faceva un singolare contrasto collo splendido sole che penetrava
a larghi sprazzi nel gabinetto.

Sì!... mormorò finalmente: io voglio ottenere il silenzio di tutti, e
l'otterrò!... Voglio che il fratello di mio padre, od i suoi eredi non
vengano mai a reclamare ciò che... ciò che loro appartiene!.. direbbe
donna Livia ed anche quel benedettino temerario.... Se veramente colui
non vuole obbedirmi, se ne pentirà, lo giuro!... Ah! se il pensiero di
alienarmi troppo donna Livia non mi trattenesse, avrei forse già
castigato quel frate; ed in un modo o nell'altro obbligata donna
Rosalia al silenzio!... Ed il conte, che questa notte osò quasi
minacciarmi... Anche per lui lo troverei il mezzo!... Oh, sì lo
troverei!... Eppure niuno è colpevole come mia moglie!... nessuno
avrebbe ardito fare ciò che ella fece.... Ah, perchè sono io costretto
ad essere seco lei tanto diverso da quello che sono con tutti gli
altri?... Perchè mio malgrado sono trascinato ad amarla? più che ad
amarla anzi; giacchè non è amore soltanto che io sento per lei... è
delirio, è frenesia!... Arrossisco in pensarlo; ma... che fare?... Oh
la ingrata!...

Egli si alzò.

Ma io non devo accusarla, aggiunse tra sè: non l'ho sposata forse
contro il suo volere?... Non sapevo, non mi disse ella stessa che...
Ah! ma come mi sorprendo ad occuparmi di lei sì sovente... per non dir
sempre?... Ma sia pure che io l'ami: non per questo, lo giuro, sarò il
suo trastullo.... E questa volta ella dovrà obbedirmi... Non sarà mai
che io ceda su tal punto... giammai!... Quantunque colei abbia su di
me il potere di una maliarda.... Poi.... se mi fosse dato abbassare la
sua alterigia riuscendo nel mio progetto, ne avrei doppia
soddisfazione!... D'altronde che direbbero di me coloro, innanzi ai
quali ricusai a mio padre di rendere al cavaliere dell'Isola il nome e
le sostanze? Mi deriderebbero, vedendomi cedere a donna Livia... Poi,
chi sa quali scandali si provocherebbero? quali vergogne forse ne
verrebbero alla mia casa?.... Sì: tutti dovranno tacere: lo voglio!...

Il gabinetto, nel quale si trovava il duca, era diviso dalla camera
mortuaria da una gran sala soltanto. Egli, dopo qualche altro momento
di riflessione, aperse l'uscio: traversò quella sala: socchiuse
leggermente la porta della camera ove giaceva cadavere suo padre.

Vide dei religiosi e molti servi in orazione. Nessuno si accorse di
lui, ed egli rientrò inosservato nel gabinetto, ove rimase fin verso
la sera.

Non temeva che nè donna Livia, nè il conte di San Giorgio prendessero
per quel giorno risoluzione alcuna: aveva saputo dal suo cameriere che
entrambi avevano passato gran parte della giornata nella stanza del
defunto, unendosi alle preghiere della gente ivi raccolta.

Mentre usciva dal gabinetto, per recarsi nel suo appartamento, fu
arrestato da donna Maria.

--Che volete? le chiese egli.

--Devo comunicarvi una cosa importantissima, rispose la sorella.

--Venite, disse don Francesco.

E la condusse nel gabinetto.

Con lei sola il duca non era adirato; perchè comprendeva ch'ella lo
asseconderebbe intieramente: sola lo aveva approvato nella notte
precedente.

--Donna Livia, cominciò ella a bassa voce....

--Ebbene?

--Ha chiesto un abboccamento al conte nella prima sera che seguirà i
funerali di nostro padre.

--E dove?

--Al suo castello: certamente ella conta ritornarvi subito dopo le
cerimonie funebri.

Il duca durava fatica a frenare la sua agitazione, a contenersi.

--È lo zelo per l'onor vostro, che mi consigliò ad avvisarvene,
continuò la giovane.

--Spiegatevi più chiaramente, disse don Francesco con fuoco: voi
offendete la duchessa.

--Che io mi spieghi?... riprese donna Maria un po' sconcertata.... Un
abboccamento... la notte... in quel castello isolato, non è forse
abbastanza?

--No: e voi v'ingannate nelle vostre temerarie supposizioni.

--Come?

--Questo abboccamento, disse il duca, benchè alquanto alterato, questo
abboccamento non deve avere altro scopo che di consigliare al
cavaliere il silenzio.

--Ma se donna Livia ha gettato ella stessa sul fuoco la pergamena!

Don Francesco fece un vivissimo movimento di rabbia insieme e di
dispetto.

--Che importa? disse quindi; se io voglio che tutti tacciano.

Donna Maria rifletteva.

--Basta, riprese dopo un momento: sarà come dite; ma io avevo pensato
il contrario.

--E perchè?

--Perchè so che il cavaliere....

E si arrestò un istante, come se non osasse proseguire. Indi:

--Perchè l'ama, disse.

--Ama donna Livia?... E voi credete ch'ella lo riceverebbe per...
domandò il duca alterato... Voi mentite! esclamò poi: la vostra è una
perfida insinuazione.

--No, non mento; e non è questa una perfida insinuazione... Del resto
sta in voi l'accertarvene.

E fece per allontanarsi.

Ma suo fratello la trattenne con un cenno.

--Che vi fece pensare che il conte ama donna Livia?--le chiese a voce
bassissima e concitata.

Donna Maria in quell'istante era un po' pentita di aver ceduto al suo
odio per la duchessa; ma era troppo audace per iscoraggiarsi tosto:
per altro, siccome aveva sempre avuto gran soggezione di suo fratello,
tremò un momento, temendo averlo irritato contro di lei, ora ch'egli
era il capo della famiglia. Così prese una scappatoja.

--Me ne avvidi io, rispose, già da molto tempo. Però non intendo con
questo offendere la vostra sposa.--Ella forse lo ignora....--aggiunse
con un mezzo sorriso.

Vi fu un breve silenzio, che il duca ruppe primo, dicendo seccamente a
donna Maria:

--Lasciatemi, e scacciate sì ingiuriosi sospetti.

Ella escì dal gabinetto poco soddisfatta, molto indispettita.

Che? pensò: ei le ha dunque perdonato la distruzione della pergamena,
l'insulto ricevuto innanzi a tutti?... Egli!... così violento,
superbo, irascibile?... L'ama dunque a tal punto?... Non vuole che si
sospetti di lei nemmeno in questo giorno?... Oh! ma avrà dissimulato;
è sì geloso, sì diffidente;... le mie parole non saranno perdute....
Si recherà certo segretamente al castello, ed io potrò senza periglio
dare un abboccamento al principe.... Se colei perdesse la sua
influenza su don Francesco, sarebbe meglio per me. Mia sorella, ne
sono sicura, l'avrà pregata di sollevare ostacoli al mio matrimonio
col principe, ed ella forse glielo ha promesso... Per altro ogni
speranza di donna Rosalia è vana: egli mi ama tanto!... Mai ella sarà
sua sposa... Mai!... Ma io ho d'uopo di vederlo solo una volta
almeno... Egli è sì debole!... Se non avessi detto al duca che il
cavaliere è invaghito di donna Livia, non sarei stata certa ch'ei si
sarebbe assentato.... D'altronde pensava poterla in questo giorno
accusare audacemente... Speravo che l'abboccamento da lei dato al
conte bastasse solo a perderla... Ma, chi sa?... il cavaliere l'ama...
Posso lusingarmi ancora!...




IV.


Sono scorsi due giorni....

I funerali del vecchio duca erano finiti.

Il sepolcro, che sembra aver l'incarico di compiere l'opera della
morte, nascondendo ad ogni sguardo gli avanzi inanimati che richiamano
in modo sì crudele la persona estinta, aveva accolto quelli del padre
di don Francesco.

Ah! perchè un ribrezzo irresistibile allontana tosto dai cadaveri? E
perchè tale ribrezzo viene sentito maggiormente dai parenti, dagli
amici che dagli indifferenti?

È forse ciò effetto della disperazione che si prova in pensare come lo
spirito immortale, che animava prima quelle membra, non sarà mai per
farvi ritorno?... Mai!

E non vi è lagrima, non vi è preghiera, che valga a richiamarlo
nemmeno un istante! Sembra quasi impossibile che non sia dato ottenere
risposta veruna da chi poco prima poteva ancora comprendere, amare,
soffrire!

Ecco forse perchè si fuggono abitualmente, appena la morte gli ha
toccati, coloro che furono cari in vita, e che divengono quasi oggetti
di terrore.

Ma non si può condannare un tal terrore, che in certe persone è
davvero invincibile.

Niuna di tali sensazioni aveva però accompagnato nella tomba il
vecchio duca dell'Isola. Le sue ultime parole, il segreto da lui
rivelato avevano destato in tutti preoccupazioni gravissime: ed
all'estinto non si pensava che per contraccolpo di esse; come cioè
alla prima causa che le aveva fatte nascere.

Se egli fosse disceso nel sepolcro col suo segreto, avrebbe aumentata
innanzi a Dio la propria responsabilità; ma quanti odj, quante colpe
fors'anco avrebbe evitate!

Le preghiere di donna Rosalia, che chiedevano disperatamente a Dio di
perdonare a suo padre, erano state le più ardenti che avessero seguito
il vecchio duca.

Appena finiti i funerali, la duchessa, come lo aveva pensato donna
Maria, era ritornata al suo castello.

Quel castello era stato lasciato a donna Livia dal padre di lei, e
colle vaste dipendenze formava parte delle sue cospicue sostanze.
Benchè in inverno, la duchessa vi si recava sovente per più giorni
insieme al suo bambino.

Questa volta aveva condotto seco lei donna Rosalia, temendo forse
lasciarla in palazzo.

Il duca non aveva mostrato la menoma emozione nell'udire da sua moglie
ch'ella ripartiva pel castello.

Nei precedenti giorni don Francesco aveva cercato contenersi come in
un tempo di tregua; e come al benedettino, data una dilazione alla
duchessa, e chiestane una per iscritto al cavaliere di Malta, perchè
riflettessero meglio.

Nulla del resto,--aveva aggiunto con entrambi,--potrebbe smuoverlo dal
partito preso, cioè di ottenere il silenzio con tutti i possibili
mezzi.

E tale dilazione momentanea era stata accettata dal conte di San
Giorgio e da donna Livia.

Il giorno era per finire, quando la duchessa arrivò con donna Rosalia
al castello. Quasi subito condusse la cognata in una sala del piano
superiore: indi si assise vicino a lei senza parlare.

Donna Rosalia ruppe prima il silenzio.

--Dunque, disse, voi sperate, donna Livia, di poter giungere così a
compiere il voto del mio sciagurato padre?

--Sì: non vedo via migliore di questa.

--Ma bisognerà che nessuno possa mai sospettare...

--Nessuno sospetterà, lo spero: e se, come credo, il vostro padrino
asseconda il mio progetto, giungeremo presto forse allo scopo che
desideriamo ottenere.

--Lo volesse il cielo!

--Basta; fra poco lo sapremo; il conte non dovrebbe tardar molto.

E donna Livia si alzò: andò a mettersi a una finestra: guardò pel
vasto orizzonte che le si stendeva dinanzi.

--Nessuno! mormorò volgendosi alla cognata; nessuno ancora!

Donna Rosalia non l'intese.

Vedendo la duchessa alla finestra, aveva abbassato gli occhi, e
lagrime silenziose scorrevano sulle sue pallide guance.

Donna Livia la considerò qualche tempo.

Sventurata! pensò; ah, non è soltanto la morte e la colpa di suo padre
che ella piange! Quanto deve soffrire! Eppure quali angosce le sono
serbate ancora! Adesso ella dubita soltanto: che sarà fra poco quando
comprenderà che il principe non l'ha mai amata, o che almeno non l'ama
più?--Cielo, perchè permetti che donna Maria debba, come ne sono
sicura, venir preferita a questa fanciulla?... Donna Maria sì egoista,
sì falsa ed insensibile!... Ah, non sono ingiusta pensando così di
lei! Troppo bene la conosco.

E si passò una mano sulla fronte, mormorando: Oh! io so quanto costi
rinunciare alla felicità vagheggiata!

E nei begli occhi della giovane duchessa brillò una lagrima... Ma ella
scacciò tosto la sua emozione... Alfine, disse quindi tra sè, ho mio
figlio, che tanto amo!... Sì: egli potrà forse farmi in parte
dimenticare....

E come per non pensare a sè stessa, tornò ad esaminare donna Rosalia.

Temo, rifletteva, ch'ella non sappia sopportare il disinganno che
l'attende... Vorrei incoraggiarla: vorrei dirle che so ciò che la fa
soffrire:... ma no! D'altronde ora devo pensare a far quanto mi detta
la mia coscienza, cercando realizzare il progetto che ho concepito.

E donna Livia tornò a guardare nella campagna.

Mentre poco prima stava considerando la giovane cognata, si sarebbe
durato fatica a riconoscere in lei la donna che aveva strappato la
pergamena a suo marito nella notte fatale, e che era quindi rimasta di
ghiaccio alle di lui minacce.

Passò qualche tempo.

Ad un tratto la duchessa esclamò:

--Il cavaliere giunge.

Donna Rosalia alzò il capo.

--Sì, riprese donna Livia, allontanandosi dalla finestra. Egli si
avvicina al galoppo. Io vado tosto a riceverlo, e vi comunicherò poi
la sua risposta.

Ciò detto, sortì rapidamente.

Donna Rosalia le guardò dietro un istante.

Sì, disse tra sè; ella otterrà forse quanto mio padre desiderava...
Riescisse almeno quel progetto!

Indi a sua volta si mise alla finestra, ove stava prima appoggiata la
moglie del duca. I suoi sguardi non errarono a lungo, e si arrestarono
tosto nella direzione di Catania.

La notte, che si avvicinava, non le permetteva di scorgerla... Per
qualche tempo donna Rosalia rimase immobile.

Quella fanciulla, benchè nata in seno all'opulenza, era davvero degna
di compassione! Sua madre era morta nel darle la luce; ed ella, al
pari di donna Maria, aveva passato l'adolescenza in un monastero, ove
le religiose cogli scrupoli, le continue pratiche di pietà, i
sermoni;--le compagne colle immagini fallaci del mondo, col
fantasticare in regioni sconosciute--avevano sviluppato nelle due
sorelle gl'istinti diversi: così donna Rosalia, per natura sensibile e
generosa, era divenuta appassionata ed insieme molto pia, fanatica
quasi;--e donna Maria, d'indole perversa ed egoista--scettica, falsa,
avendo ella presto volto il suo naturale ingegno, il brio, la
perspicacia all'intrigo ed al male.

Ritornate nella casa paterna dopo qualche anno, quelle due ragazze
erano state abbandonate a sè stesse ed alle influenze non sempre buone
delle governanti e delle cameriste.

L'abitudine del vecchio duca di ricevere società numerosa, onde certo
soffocare colle distrazioni i rimorsi; l'egoismo, l'indifferenza di
don Francesco, il quale non si era mai dato alcun pensiero delle sue
giovani sorelle,--avevano compita l'opera funesta di quella educazione
viziata.

Ed ecco perchè, mentre donna Maria si occupava a sorvegliare la
cognata, che ella odiava senza motivo; a condurre di pari passo gli
amori col giovine cavaliere, ch'ella aveva da poco rapito a donna
Rosalia; questa non sapeva far altro che piangere e pregare.

Così anche quella sera ella andava mormorando lagrimosa:

Ah! egli è là fra quelle mura, ed ella pure! Gli è di me più vicina!
Sarà dunque vero, gran Dio, che è dessa ch'egli ama ora?... Eppure vi
fu un tempo in cui i suoi occhi cercavano i miei, e che di rado mi
lasciavano!... Ma allora ella non era là; non la conosceva; non
l'aveva veduta mai!... Ah, perchè è tanto bella? Forse in questo
istante il principe le parla, le dice d'amarla!... Perchè non sono io
rimasta a Catania? Gli osserverei almeno!... Preferirei la collera di
don Francesco all'idea che, mentre io sono qui, essi sono insieme....
Insieme!... Ah, questa sola parola mi uccide!... Se venisse il giorno
fatale che gli unisse per sempre, sento che non potrei più vivere...
Cielo! perdona!

E donna Rosalia allontanò colla mano i suoi abbondanti capegli neri,
che le cadevano sulla fronte.

Indi con un movimento di disperazione:

Oimè! disse amaramente tra sè; a che mi varrebbe esser presso di loro,
sorvegliarli?... Se ei non mi ama più!... Non farei che venir
riguardata come un testimonio importuno... All'indifferenza che il
principe comincia, lo temo, a provare per me, si aggiungerebbero la
noja, il tedio.... Me infelice!... Eppure, se il cielo mi ajutasse,
potrei forse venir preferita ancora; perchè infine io non sono certa;
dubito soltanto.... Gran Dio, perdonate a mio padre la sua colpa, ed
abbiate anche pietà di me!... E se mi confidassi a donna Livia?...
Ella forse potrebbe.... Ma no!... ma no!...

La giovinetta appoggiò il capo ad una mano, e di lì a qualche tempo:

Ah! perchè donna Maria non è ella rimasta ancora a Palermo?... Quale
stella a me fatale decise sì presto il suo ritorno?... Se almeno
tardava un anno, qualche mese, avrei forse già sposato il principe; ed
invece!... Ella venne ad attraversarmi la via della felicità....
Poteva maritarsi in casa di quella nostra parente; essere contenta; ma
lungi di qui!...

Donna Livia starà ora persuadendo il cavaliere: ei non le negherà
certamente quanto ella gli chiederà.... È sì buono il mio padrino!...
Se riescissi presto a veder restituire ai nostri parenti spogliati
quanto è loro dovuto, mi sembra che, oltre la soddisfazione che ciò mi
cagionerebbe, ne trarrei anche un lieto presagio pel mio avvenire...

Il rumore lontano di un cavallo che sembrava venire verso il castello,
interruppe le riflessioni di donna Rosalia. Ella si scosse, e cercò
collo sguardo di penetrare attraverso l'oscurità che avvolgeva la
campagna; ma nulla distinse.

Ed intanto quel rumore andava avvicinandosi sempre più... Ella
attendeva con un'agitazione piena di ansietà.... Ah! pensava, se fosse
il principe che, sapendomi a questo castello, venisse qui per vedermi
nascostamente, parlarmi lungi da donna Maria, rassicurarmi!...

E se la notte non lo avesse vietato, si sarebbe potuto vedere un
vivissimo rossore animare le sue guance abitualmente scolorite.

Ma era illusione la sua, e durò poco.

Quel rumore, che tanto l'aveva scossa, era già cessato.

Certamente qualche cavaliere era passato nelle vicinanze, poi sì era
allontanalo.

Donna Rosalia sospirando rinchiuse allora la finestra ed andò a sedere
dinanzi al camino.

Intanto un cavaliere grande, coperto da un ampio mantello, sotto al
quale scorgevasi appena la spada, si avanzava a piedi, leggermente,
verso il castello, per una stradicciuola remota che metteva alla porta
rustica del fabbricato.

Era il duca.

Un servo, che certo lo aspettava da qualche tempo, gli mosse incontro.
Non parlò, ed attese.

--Conducimi all'istante nel luogo ove sai, mormorò don Francesco.

Il servo obbedì.

Entrambi, colla rapidità ed il silenzio di due fantasmi, entrarono per
una porticina nel castello.

--Hai ben preso ogni precauzione, perchè nessuno possa sospettare la
mia presenza? domandò il duca.

--Sì, Eccellenza.

--Bene.

E disparvero per un lungo e deserto corridojo.




V.


Dopo aver lasciato donna Rosalia, la duchessa si era recata in una
sala terrena, la più piccola di tutte, ove abitualmente soleva
trattenersi quando era al castello.

Quasi all'istante il cavaliere di Malta fu introdotto.

Allora donna Livia gli accennò di chiudere la porta; indi:

--Sedete, conte, gli disse: devo pregarvi di una grazia.

--Comandate, rispose egli commosso. Sapete che io sono interamente ai
vostri ordini. Ah, vorrei mi chiedeste molto, onde potervi
testimoniare la mia assoluta devozione!

Queste parole furono pronunciate in un modo che non lasciava dubbio
alcuno sulla loro sincerità.

--E molto vi chiederò infatti, riprese con calma la duchessa.
Ascoltatemi.

Il cavaliere di Malta attendeva in silenzio.

--È del segreto rivelato dal vecchio duca che io intendo parlarvi,
continuò donna Livia. Voi certamente lo avrete immaginato.

Il conte fece un cenno affermativo, ma non l'interruppe.

--Perciò, proseguì ella, ho voluto vedervi oggi in questo castello. Io
ho concepito un progetto, e col vostro mezzo spero poterlo realizzare.
Ora ve lo comunicherò. Sulle prime ero decisa ad oppormi risolutamente
a don Francesco, come avevo cominciato a fare; ma poi cangiai avviso.
Compresi che egli vuole ottenere assolutamente il silenzio di tutti su
quel disgraziato affare, con ogni mezzo; mezzi estremi forse, a cui io
devo evitare che egli ricorra. Non crediate però, conte, che io
acconsenta a vedere in pace il cavaliere dell'Isola ingiustamente
spogliato: quando penso che mio marito può accogliere tale idea, mi
sento fremere; ma ei non la manderà ad effetto sinchè avrò vita.

Ella si arrestò un istante; indi:

--Ho riflettuto: ho pensato che forse don Francesco ritiene in buona
fede di non essere colpevole operando in tal modo, facendo quanto
infine fece suo padre per tanti anni.... Egli non ha certamente
afferrato il vero concetto di.... Insomma la cosa non gli appare forse
come a voi, conte, come a me.... sotto la sua vera luce....

--Voi lo scusate!...

--Lo devo: poi, comprendete, desidero anche persuadere a me stessa ciò
che vi dico: cioè che l'orgoglio, l'ostinazione, sì forti in lui,
siano i suoi soli moventi.

--Ah, donna Livia, io quella notte ho temuto assai la sua collera per
voi.... Faceste bene a desistere da una aperta opposizione: sarebbe
stata troppo pericolosa.

La duchessa sorrise amaramente.

--Non è il timore che mi consigliò; ma il pensiero di mio figlio: e
d'altronde che avrei ottenuto, continuando a provocare don Francesco?
Nulla.... Ma per mio figlio istesso io desidero riparare a quella
ingiustizia.... E per farlo senza destare troppi odj, e per evitare
altre scene tristi, ecco quanto ho pensato.

Il conte di San Giorgio si fece attentissimo.

--Ora, proseguì donna Livia, la pergamena non esiste più: e se vostro
zio od i suoi eredi venissero a reclamare, attestando, come potranno
certamente farlo, con prove autentiche, la loro identità; don
Francesco non potrebbe rifiutarsi a rendere ad essi quanto è loro
dovuto. Mi comprendete?

--In parte: continuate, signora.

--Ma, onde non contrastare troppo apertamente col duca, bisognerebbe
cercare di loro segretamente: ed una volta trovatili, fare che essi
reclamino, mostrando però non essere stati consigliati da alcuno, e
soltanto perchè la morte del vecchio duca dell'Isola giunse
casualmente a loro cognizione.

--Vi comprendo, donna Livia: ed io, sì, io li cercherò.

--Vi ringrazio, cavaliere: sapevo non contare invano sopra di voi.

--Sì: avete ragione: questo è il mezzo migliore infatti. Sono pronto a
secondarvi intieramente. Come credete che io debba agire?

La giovane duchessa parve commossa da sì completa devozione; indi:

--Mi diceste che un ordine vi chiama a Malta tra breve: mostrando
quell'ordine come per caso a don Francesco, ei non potrebbe concepire
il menomo sospetto. Giunto a Malta, potrete disimpegnarvi ed ottenere
un lungo permesso?

--Sì, lo posso: mi basterà vedere un momento il gran maestro: fra
qualche giorno partirò.

E prima che ella rispondesse, riprese:

--Avevo pensato un istante a prendere sopra di me ogni responsabilità,
svelando il segreto, poichè voi avevate distrutta la pergamena; ma
allora.... Voi conoscete don Francesco!... Un duello a morte con lui
sarebbe stato inevitabile. È inutile dirvi perchè ne rifuggii.

--Aveste ragione, conte: un duello tra voi e mio marito, qualunque
risultato avesse, mi sarebbe causa d'eterna amarezza.

--Ma, e come eviterete lo sdegno del duca, quando questi nostri
parenti venissero a reclamare?

--Don Francesco mi disse che, se io serbo il silenzio, mi perdona la
distruzione della pergamena. Voi fate in modo che il cavaliere
dell'Isola, od i suoi figli non suscitino scandali. Così il duca si
persuaderà più facilmente, e sarà possibile far credere che nessuno di
noi conosceva la loro esistenza. Pur troppo il vostro compito non sarà
facile; perchè ignoriamo qual nome essi portino; ma siccome il vecchio
duca prima di morire disse sapere che suo fratello aveva preso
servizio nell'armata della repubblica veneta, così dimorerà ancora su
quelle terre: o, se egli più non esiste, è là che potrete aver
contezza de' suoi figli.

--Infatti, questa è l'ipotesi più verosimile: l'avevo già pensato
anch'io. Per iscoprire quei parenti farò tutto il possibile, e spero
riescire ad onta del mistero che ce li nasconde... Ed al duca dirò che
acconsento a serbare il silenzio?.. aggiunse con qualche esitazione.

--Potete dirgli che, obbligato ad assentarvi per un tempo di cui
ignorate la durata, dovete rinunciare per ora ad occuparvi della
rivelazione di vostro zio.

--Gli dirò che, finchè rimango a Malta, serberò il silenzio da lui
chiestomi! Non gli sembrerà strana la mia lunga assenza, benchè non
sia tempo di guerra; poichè già diverse volte, il sapete, ebbi
missioni che durarono mesi e mesi..... D'altronde, mostrandogli
l'ordine.... Ma, e gli altri taceranno?

--Il benedettino giungerà qui tra breve: egli è un uomo sicuro: gli
confiderò tutto, ed ei mostrerà d'aver ceduto a don Francesco che, lo
so, ha insistito con forza presso di lui.... Quanto a donna Rosalia,
il duca non la teme molto: la crederà facilmente scoraggiata. Ed io
gli dirò aver deciso tacere, nella speranza ch'ei si persuada da sè a
riparare quella ingiustizia.

Ella si arrestò; indi con una specie di disgusto:

--Oh! mi ripugna scendere ad una finzione: ma è necessario.

--No, donna Livia, questa non è finzione; od almeno lo scopo che vi
proponete la giustifica. Tale scopo è santo!

--Riesciste almeno!

--Speriamo: il cavaliere dell'Isola, come saprete, ha portato seco le
sue carte di famiglia: dunque....

--Infatti.... Tranquillizzeremo donna Rosalia, che è ansiosissima di
veder compito il voto di suo padre.

--Povera donna Rosalia! Mi dispiace lasciarla infelice.

La duchessa alzò il capo.

--Che volete dire? domandò.

--Voglio dire che, come ve ne sarete certamente avveduta, ella ama il
giovane principe degli Alberi, e ch'ei non pensa se non a donna Maria.
Me ne duole assai per la mia figlioccia, che ho sempre amata molto; ma
non vedo rimedio alcuno.... Ella soffre....

--Sì: eppure credo non abbia perduta ogni speranza.

--La perderà fra poco. Io so che il principe conta chiedere presto la
mano di donna Maria.

--Come lo sapeste?

--Ora vi racconterò. Il principe stesso me lo disse...

In quell'istante, se il conte e donna Livia avessero prestato
attenzione, avrebbero potuto udire un lieve rumore dietro la
tappezzeria.

Era don Francesco, che giungeva nel suo nascondiglio. Trovavasi un po'
in ritardo; perchè aveva pensato esser meglio partire da Catania a
qualche intervallo dal suo parente, anzichè seguirlo troppo davvicino,
o prevenirlo, e dar sospetto. Poi, siccome la gelosia era stata il
solo suo movente, erasi detto che, ove anche perdesse una parte di
quella conversazione, ne udirebbe sempre abbastanza per sapere quali
rapporti regnassero tra la duchessa ed il cavaliere di Malta.

Donna Maria non si era ingannata: benchè il duca avesse mostrato non
crederle, le insinuazioni di lei gli avevano suscitato in cuore un
inferno.

«Il principe stesso me lo disse.»

Ecco le prime parole che don Francesco doveva udir pronunciare dal
conte di San Giorgio.

Il cielo certamente non permise che egli sentisse quanto riguardava il
segreto rivelato dal padre.

Intanto il cavaliere proseguiva:

--Incontrai il principe fuori della città: egli era a cavallo: io
pure. Mi si avvicinò, e mi chiese se volessi acconsentire che per
qualche tempo mi accompagnasse. Accettai. Sembrava ch'egli avesse
qualche cosa a dirmi, ed io attendeva che parlasse. Infatti quasi
subito esclamò:--Ah! la morte del duca vostro zio venne a spezzare i
miei più cari progetti.--Lo guardai sorpreso, come per interrogarlo,
ed egli continuò:--Avevo risolto chiedere donna Maria in isposa in
questi giorni, e non ebbi il tempo di farlo.--Io pensai tosto a donna
Rosalia, e mi sentii stringere il cuore.--Ah! dissi, voi amate una
delle mie giovani cugine, principe?--A queste parole, che avevo
pronunciate appositamente, mi parve che egli arrossisse: ciò mi
persuase sempre più che in passato deve avere lasciato credere a donna
Rosalia di amarla.--Amo donna Maria, mi rispose con qualche imbarazzo,
e temo che la morte di suo padre possa, non solo ritardare, ma
impedire le mie nozze con lei; perciò desiderai consultar voi, che
come stretto parente conoscerete forse le idee di don Francesco.
Credete che ei possa concedermela?--Voi siete di famiglia illustre,
risposi; siete ricchissimo, non dovete dunque temere un rifiuto.--Gli
è che il duca potrebbe avere per donna Maria qualche altro
progetto.--Io rimasi un istante perplesso; indi:--Non credo,
ribattei.--Cercate voi, riprese egli, d'interpellare don Francesco in
proposito.--Io non ho con lui grande intimità, risposi: mi sembra sia
meglio che voi stesso, quando ve ne parrà giunto il tempo, facciate la
vostra domanda.--Voi comprendete, donna Livia, che io non potevo
acconsentire ad immischiarmi d'un matrimonio che darà tanta pena alla
mia figlioccia.--Farò come mi consigliate, disse il giovane: più
presto che sarà conveniente, parlerò al duca.--E dopo essersi
trattenuto ancora qualche istante meco, mi lasciò un po' freddamente.
Mi parve alquanto offeso per non aver io voluto accogliere la sua
preghiera.--Volli narrarvi tutto ciò, donna Livia, perchè pensiate voi
se vi par meglio preparare un po' per volta al disinganno donna
Rosalia.

La duchessa riflettè un istante.

--No, disse quindi, non la preverrò. Perchè anticiparle il dolore, la
disperazione forse, in cui la getterà il sapere che il principe vuole
sposare donna Maria? Alle volte la verità, per quanto possa essere
crudele, è preferibile ai dubbj, è vero, ma non per tutti....
D'altronde ella non mi ha parlato mai del suo amore, ed io non posso
provocare le di lei confidenze senza commettere un'indiscrezione.

--Non so che dire; ma non potremo evitare che fra poco ella conosca il
vero; poichè infatti, se il principe non l'ama, mi sembra inutile
cercar d'impedire le nozze di lui con donna Maria. D'altronde ciò
dipende dal duca.

--Certamente. Se donna Maria avesse cuore, potrebbe ella... Io non la
credo innamorata propriamente del principe.

--Nemmeno io: ella non è capace di amare alcuno; ma non rinuncierà mai
ad un gran partito come questo per generosità. Il lusingarsene sarebbe
un assurdo. Guardate, donna Livia, io provo per quella fanciulla,
quantunque tanto bella, una repulsione grandissima.

La duchessa non rispose: perchè avrebbe difeso donna Maria? Non era
suo costume prodigare elogi a chi non stimava.

--Ed io, continuò il cavaliere, voglio dirvi che vi guardiate da lei:
anche conoscendola, come certo la conoscete, non la temete forse
abbastanza. Siete al disopra di ogni sospetto; ma colei potrebbe
egualmente nuocervi. Diffidate... La notte, in cui morì mio zio, io
feci per accostarmi a voi: volevo dirvi qualche parola sul disgraziato
affare della pergamena, mentre eravate appoggiata al letto.

--Ebbene?

--Io vidi donna Maria esaminarmi in modo che rabbrividii. Ella
sorrideva impercettibilmente; ma quel sorriso era sì malvagio, che io
vi lessi macchinazioni infernali, come ne lessi ne' suoi sguardi...
Oh! donna Livia!--aggiunse con viva emozione--io che so per prova come
voi siate fra il numero raro di quelle donne che saprebbero morire
prima che mancare anche in ispirito all'onore, al dovere; posso dirvi
che ella sospetta di voi: posso dirvelo senza timore d'offendervi.

--Vi ringrazio, conte, rispose la duchessa tristamente: mi prevarrò di
questo vostro avviso.

Il rumore, che si poteva aver udito poco prima, si rinnovò; ma neanche
questa volta nè donna Livia, nè il cavaliere lo notarono.

Il duca, scosso e persuaso dalle ultime parole del cavaliere di Malta,
ed arrossendo d'aver potuto un momento dubitare della duchessa, non
aveva voluto trattenersi maggiormente. D'altronde da un istante
all'altro il conte poteva lasciare il castello, ed ei non voleva
esporsi ad incontrarlo in cammino. La risposta, che donna Livia aveva
data all'avvertimento del cavaliere, pareva dover terminare il
colloquio; pensò che si sarebbe fatta chiamare donna Rosalia, e che
ella entrando poteva avvedersi di lui: non gli rimaneva forse che il
tempo strettamente necessario per ritornare a Catania senza essere
raggiunto dal cugino.

Fu fortuna; poichè, se si fosse trattenuto ancora, avrebbe inteso
parlare del progetto che riguardava il cavaliere dell'Isola.

--Chi sa quali cangiamenti avverranno qui forse durante la mia
assenza? disse il conte di San Giorgio a donna Livia.

--Non cerchiamo d'interrogar l'avvenire, rispose ella: disponiamoci ad
accettar con coraggio quanto potrà darci di male, e forse sarà meno
triste di quanto potremmo presumere in mezzo a tante preoccupazioni. I
presagi, che talora si credono scorgere in esso, sono più fallaci di
una sibilla menzognera.

Vi era in queste parole della giovane duchessa un senso di sconforto,
che ne traspariva suo malgrado, come una rimembranza di speranze
distrutte, di necessità subíte.

Il cavaliere la esaminò con una certa agitazione; indi:

--Avete ragione, signora, le disse: vi fu un tempo in cui io guardavo
al futuro con una specie di temeraria fiducia: credevo non dover
trovarvi mai se non che pugne felicemente sostenute, soddisfazioni di
un guerriero.... ed invece....

La duchessa lo guardò attentamente.

--Non temete, donna Livia, proseguì egli con dolore ed insieme con
esaltazione; io non mancherò giammai alla promessa che vi ho fatta;
riguardatemi senza timore come il vostro amico più devoto.

--Vedete che come tale vi riguardo, caro conte; non metto ora forse la
vostra amicizia alla prova, ed a dura prova?

Ella sorrise leggermente, e dopo qualche istante:

--L'unica cosa, che temo indovinare nell'avvenire, è il dolore di
donna Rosalia. Questa fanciulla, credetemelo, cavaliere, mi preoccupa
assai.

--Ed io pure: ma che fare? d'altronde presto partirò. Voi la
consolerete, duchessa.

--Lo tenterò almeno. Ora ella è meco al castello: volete salutarla?

--Volentieri.

Donna Livia fece chiamare la sua giovane cognata.

Dopo un momento questa entrò. Era sì pallida, sì abbattuta, che il suo
padrino e la duchessa si scambiarono uno sguardo di compassione: essi,
che sapevano come tutto fosse finito per lei.

Donna Rosalia si conteneva però: desiderava far credere che la morte
del padre, ed il segreto di famiglia fossero causa del suo turbamento.
E ciò in parte era anche vero. Ma ahi! in piccola parte soltanto.

--E così? domandò ella a donna Livia.

--Il conte è pronto ad assecondarci, rispose la duchessa: se otterremo
il nostro scopo, sarà grazie a lui. Ei partirà prestissimo: forse
prima non lo rivedremo più.

Donna Rosalia guardò il cavaliere di Malta; e nei suoi occhi neri
grandi e belli si dipinse una viva riconoscenza.

--Grazie, grazie, dissegli, per mio padre e per me.

--Fo il mio dovere, cara figlioccia: io pure desidero assai togliermi
la parte di responsabilità, lasciatami in questo affare dal duca
morente. E poi colui, che cercherò reintegrare ne' suoi diritti, non è
forse mio zio? Non avrei osato agire solo, perchè personalmente io non
devo una riparazione.

E come per distrarre la giovane, per occuparla di altro che del
principe, aggiunse:

--Siate cauta, cara donna Rosalia: adoperatevi colla duchessa,
affinchè non si penetri da alcuno il vero motivo della mia assenza.

--Oh non temete! quel progetto mi sta tanto a cuore!

--Ora, riprese il conte, ritorno subito a Catania. Prima di partire mi
recherò da don Francesco: se sarete ritornate in città, avrò il
piacere di salutarvi ancora: altrimenti, pazienza!

Egli contemplò qualche istante donna Rosalia e la duchessa; la prima
con una tenera compassione; la seconda un po' più a lungo, e con
espressione indefinibile. Indi decidendosi, si strappò alla specie
d'incanto, che lo tratteneva in quella sala: e dopo aver abbracciata
donna Rosalia, e baciata tremando la mano alla duchessa, partì.

La moglie e la sorella di don Francesco rimasero silenziose: entrambe
erano commosse, agitate.

Il progetto di donna Livia era generoso; ma chi sa dove poteva
condurre?

Quasi subito una vecchia che era sempre stata governante di donna
Livia, sin da quando questa era bambina, venne ad avvertirla che il
benedettino, invitato segretamente da lei a recarsi al castello, era
giunto non visto da alcuno, ed attendeva nella cappella.

Donna Livia vi si recò all'istante.




VI.


Sul cadere dello stesso giorno, in cui il duca ed il conte si recavano
al castello di donna Livia per fini diversi, donna Maria passeggiava
sola nel giardino del palazzo.

La passeggiata aveva certamente uno scopo; perchè l'affascinante
bionda camminava rapidamente, e non si arrestò che dinanzi un rustico
padiglione, situato in fondo al giardino istesso. Entrò in una stanza
terrena di quel fabbricato, la cui finestra dava su di una via isolata
e deserta. Donna Maria sedette sopra un rozzo sgabello di legno:
attesa un poco, indi si alzò: guardò dalla finestra, e:--Non viene
ancora, disse tra sè. Ma, a che mi lagno? Non gli ho io fatto
raccomandare di aspettar la notte? Mio fratello è sì violento,
esigente, bizzarro, che, se mi sorprendesse in colloquio con un
cavaliere, sarebbe capace di un eccesso... Ma egli è assente.... Ah!
lo comprendevo bene: sapevo di non arrischiarmi troppo, dando al
principe un appuntamento... Ero sicura che don Francesco si sarebbe
recato al castello, onde sorprendere la sua cara sposa col
cavaliere!... Chi sa che cosa può accadere?... Ma ecco il principe: e
non è ancor notte fatta.... Ora temo quasi sia troppo presto...

Guardò intorno a sè. Ma nessuno mi vede, pensò.

Quasi subito un giovane gentiluomo entrò dalla finestra, che potè
facilmente scavalcare.

Era desso il principe degli Alberi, colui che donna Rosalia amava con
tanta passione. Era piccolo, bruno, delicato; con un certo che di
languido nella fisonomia assai più dolce e gentile di quanto addicasi
ad un uomo.

Donna Maria lo salutò con un sorriso molto espressivo, e gli porse la
mano, ch'ei baciò con trasporto.

--Finalmente! esclamò il giovine, vi trovo sola: posso dirvi
finalmente, lungi da ogni sguardo importuno, quanto vi amo!

La sorella del duca ascoltava coll'aria di una donna che è certissima
del suo potere, e che si tiene egualmente certa non si possa mai
eccedere nell'adorarla.

Dagli sguardi, che il principe fissava in lei, era facile comprendere
che quella fanciulla era tutto per lui... Se donna Rosalia lo avesse
veduto in quell'istante, non avrebbe più conservato la menoma lusinga!
Si sarebbe sentita trafiggere il cuore da una mortale ferita.

--Vedendovi, diceva egli a donna Maria, trovandomi solo con voi, mi
illudo: mi sembra che la felicità, di cui godo, debba essere duratura;
che nulla al mondo possa aver forza bastante per farla cessare, per
costringermi ad allontanarmi da voi!

Ella sorrise ancora.

--Speriamo, rispose.

--Oh certamente! Se non sperassi farvi mia, non potrei vivere.... E
pensare che devo differire a chiedere la vostra mano! Credete che tale
dilazione dovrà esser lunga?

--Di qualche mese almeno.

--Quale fatalità!

--Ne soffro al pari di voi, principe,--disse donna Maria, alzando al
cielo i begli occhi, nei quali sembrava fremere una viva passione,
repressa soltanto dall'onore e dalla modestia.

Il giovane la contemplava estatico agli ultimi chiarori del giorno;
sembrava che volesse prolungarli col desiderio, ed impedire alle
tenebre di avvolgere quella seducente bellezza.

Certo, se egli aveva dei rimproveri ad indirizzarsi sulla sua condotta
passata, se il pensiero di donna Rosalia poteva cagionargli rimorsi;
rimproveri e rimorsi dovevano essere ben leggieri.

E forse non sospettava nemmeno le lagrime amare che la sua incostanza
faceva scorrere in quegli stessi istanti.

Ah! perchè si può impunemente distruggere la felicità di una persona,
senza che tal colpa, la quale molte volte ha conseguenze più funeste
di un delitto, venga punita?--Ma non è infamia mancare a promesse che
talora un uomo, talora una donna ebbero l'ingenuità, la sciocchezza di
credere sacre.... È invece cosa naturalissima!... Non è crudeltà
dimenticare d'aver pronunciate parole che forse s'impressero a
caratteri indelebili nella mente, nel cuore di chi non si vuole, non
si può più amare; è soltanto cedere alla natura che spinge verso un
altro oggetto; il quale, simile al sole, che oscura co' suoi fulgidi
raggi le faci trovate talvolta al mattino, fa impallidire ogni altra
immagine.

E coloro, che agiscono in tal modo, credono in buona fede di non far
gran male.

Il principe, per esempio, mentre stava contemplando donna Maria, non
si preoccupava molto di tutto questo: è vero ch'egli aveva a scusa una
passione più forte della sua ragione, che lo conduceva, che lo
trascinava: ma bastava ciò?...

--Credeva, proseguiva egli, aver trovato un mezzo per affrettare il
compimento de' miei voti.

--E qual mezzo?

--Non so se devo parlarvene: esso non è riescito.

--Comunicatemelo egualmente.

--Già da molti giorni non potevo vedervi, e ciò mi addolorava assai;
questa privazione mi rendeva più crudele l'idea del contrattempo che
tanto mi affligge. Pensai che facendo parlare al duca da qualcheduno
della vostra famiglia mi avrebbe giovato, e m'indirizzai al conte di
San Giorgio.

--A lui?

--Sì.

Donna Maria parve riflettere.

--E che vi rispose? domandò poi.

--Mi disse ch'ei non ha alcuna influenza su don Francesco, e mi
consigliò a chiedergli direttamente la vostra mano, quando lo
giudicherò conveniente.

--Ah, egli vi disse questo?

E donna Maria si volse: aprì una piccola lanterna che stava in un
angolo della stanza, e chiuse le pesanti imposte della finestra, onde
nessuno potesse scorgere il lume dalla via.

Dopo un istante il principe continuò:

--Compresi che il conte non voleva forse adoperarsi per noi: però
anche senza il suo concorso....

Donna Maria lo interruppe:

--Quel concorso non ci sarebbe stato di grande utilità.

--È dunque vero che il duca non si sarebbe lasciato persuadere da lui?

--È verissimo: ed è forse meglio ch'egli abbia rifiutato.

Ed intanto pensava alla scena che forse avveniva al castello, e che
ella stessa aveva preparata. Ma ad un tratto una subita riflessione
venne a turbarla grandemente... Il principe aveva parlato al cavaliere
di Malta... E se fosse stato per comunicar ciò alla duchessa che il
conte.... Ella aveva udito dell'abboccamento; ma qualche parola
appena, mentre stava nascosta dietro una portiera... E se il duca
riconoscesse infondate le sue accuse?... Ei, che già le aveva proibito
dubitare di donna Livia!... Oimè! pensava; avrei fatto una bella
cosa!... Qual sarebbe la sua collera!... Egli, così violento,
brutale!... Oh bene! gli dirò chiaro che acconsento a serbare il
segreto rilevato da nostro padre, a condizione soltanto ch'ei mi lasci
sposar presto il principe.

Quest'ultima idea la rassicurò alquanto, e si rivolse sorridente al
giovane.

--Quali pensieri vi occupano, donna Maria? chiese egli. Nei vostri
begli occhi mi parve leggere come dell'inquietudine, e...

Ella non lo lasciò terminare.

--Nulla, disse: pensavo che faceste male ad agire senza consultarmi:
vi avrei risparmiato un inutile passo.

--Purchè tal passo non ci riesca dannoso, che m'importa di averlo
sprecato? Tutto è per me indifferente fuorchè il nostro amore.

--Sì; ma bisogna condurci con prudenza.

Prudenza!... Questa parola, proferita freddissimamente da donna Maria,
fece sull'innamorato principe l'effetto d'un pezzo di ghiaccio sul
fuoco.

La giovane nel pronunciarla non aveva pensato che alla collera di don
Francesco, provocata forse inconsultamente da lei, e non si era
lasciata trasportare dall'entusiasmo del suo innamorato, come aveva
finto sino ad allora.

--Ah! mormorò il giovine tristamente; voi non mi amate, come io vi
amo, donna Maria.

Ella comprese tosto l'errore commesso, e con una adorabile
languidezza:

--Non vi amo, disse, perchè tremo per voi? Perchè pavento che qualche
passo troppo azzardoso possa suscitare nuovi ostacoli alle nostre
nozze?... Impedirle forse?... E voi potete dirmi che non vi amo?

--Perdonate! esclamò il principe.

--Non dubiterete più di me? gli chiese donna Maria con accento
incantevole.

--Mai più: lo giuro.

--Bene, allora ascoltatemi, e lasciate che io vi dica come dovrete
contenervi.

--Sì, consigliatemi voi, donna Maria: che farò per ottenere l'assenso
del duca?

--Fate quanto vi disse il cavaliere di Malta.

--Voi credete dunque che il suo consiglio sia buono?

--Sì, sì.

--E quando dovrò porlo ad effetto?

--Ve ne avviserò io.

--Non sarà mai tanto presto quanto lo desidero.

--Ma, caro principe, bisogna concedere un ritardo un po' lungo per la
morte di mio padre.

--È vero!

Vi fu un momento di silenzio, dopo cui il giovine disse a donna Maria:

--E potrò almeno qualche volta vedervi ancora.... sola.... come...
stasera?

--Sola non so.

--Ma la duchessa è al castello: per qualche tempo senza dubbio vi
rimarrà.

--Sì; ma io non avrò gran libertà egualmente: poi potrebbero sorgere
accidenti impreveduti, che affrettassero il ritorno di donna
Livia,--aggiunse con una esitazione che sembrava oscillare tra il
timore e la speranza.

--Come?

--Che volete? Temo sempre.

Queste ultime parole, pronunciate con dolcissima espressione,
incantarono il principe.

--Non so, disse, se dovrò cessare le visite che facevo in palazzo di
tanto in tanto, vivente vostro padre.

--Vedremo. Se fosse necessario un tal sacrificio, aggiunse ella
sospirando, esso costerebbe a me non meno che a voi.

In quel momento l'essere più diffidente avrebbe giurato che donna
Maria diceva il vero: sì grande è l'ascendente di un vago volto.

Come adunque non l'avrebbe creduto il principe, che l'adorava?...
Aveva errato nell'amare quella fanciulla d'indole più che perversa,
sopratutto se per lei aveva tradito un'altra; ma ora, come presumere
ch'ei si arrestasse? Chi saprebbe farlo su un delizioso pendío
cosparso di fiori, ai piedi del quale non scorge il precipizio in cui
può cadere?

Donna Maria non ingannava intieramente il suo innamorato però: per
esempio, quando diceva soffrire del ritardo, degli ostacoli forse, che
la morte del padre aveva suscitato alle loro nozze, era nel vero. Mai
ella avrebbe trovato un miglior partito del principe!... Era avida di
libertà, di piaceri, di dominio!

Ogni suo voto sarebbe stato soddisfatto, appena fosse sposa di lui.

Affezioni simili non datano dal dì d'oggi, benchè la educazione
diversa, i diversi costumi potessero renderle assai più rare in quel
tempo.

Donna Maria aveva dunque in sè degli elementi preziosi di progresso:
perchè ogni sua parola, ogni sorriso, ogni sguardo era calcolato,
gettato per fare effetto.

E con questi difetti, o qualità, come si vorrà chiamarle, cattivava
intieramente il principe.

--Oimè! il tempo di separarci è venuto, gli disse ella.

--Che! di già? Mi sembra sì poco che son qui presso di voi, cara donna
Maria!

--A me pure; ma...

--Il duca non è assente? Non siete voi libera per qualche ora?

--Ei non mi disse quanto sarebbe durata la sua assenza. Seppi a caso
che doveva partire... Una passeggiata a cavallo può durare anche
pochissimo.

--Ah sì! avete ragione: mi converrà lasciarvi. Al suo ritorno don
Francesco potrebbe chiedere di voi... Ma non temete l'indiscrezione di
qualche servo?

--Non temo; perchè mi vedono molte volte passeggiare in giardino,
quantunque sia nel verno. Poi ho una delle mie donne, che mi è
intieramente devota, quella che impiegai sempre per comunicare con
voi.... Fu dessa che, sotto un suo particolare pretesto, ottenne dal
giardiniere la chiave di questa stanza. Ora ella veglia qui presso.

--Addio dunque, donna Maria: rammentatevi di me.

--Potete voi dirmelo?

--Chè non mi è dato rattenere il tempo?

--Vedete, caro principe: la notte è già discesa: partite; addio.

Il giovane dovette rassegnarsi: e dopo qualche altra parola di
commiato piena di passione, si allontanò colle più grandi precauzioni.

La notte era discesa infatti, e donna Maria non indugiò a rientrare.

Era agitata. Ormai si teneva sicurissima, è vero, d'aver affascinato
il principe in modo, che ei non potesse più sfuggirle. Quel primo
colloquio, avuto con lui da sola a solo, ne la accertava: per questo
pensava meno al giovane di quanto lo avesse fatto prima di recarsi
all'appuntamento.

Ma altri timori le impedivano gioire intieramente del suo trionfo. Il
duca adirato le passava dinanzi come un fantasma terribile. Una sola
persona, lo sapeva, poteva farsi perdonare da lui; ed era quella
persona appunto, ch'ella aveva accusata. Le restava minacciare il duca
di rivelare il segreto del padre; ma questo pensiero, che dapprima
l'aveva rassicurata, non le infondeva più tanto coraggio.

Ella non potrebbe egualmente forse salvarsi da una esplosione di
collera.

«Ma a che temer tanto? dicevasi poi, aggiungendo, come sempre accade,
nuove riflessioni alle antiche.... Io posso sostenere arditamente, se
don Francesco mi rimprovera, che credevo esser nel vero.... D'altronde
gli dirò che intendevo parlare del cavaliere soltanto, non di donna
Livia.... Poi, chi sa!... Se il duca avesse sorpreso una sola frase
equivoca, allora!... Sì, ciò basterebbe a renderlo furioso, e
spingerlo ad un eccesso.

»E mia sorella? Oh avrà bel fare!... Il principe ama me sola.... di
questo non voglio più preoccuparmi; non devo nemmeno parlargli di
lei.... no; non voglio mostrare di temer donna Rosalia.»

Qualche momento dopo, donna Maria era seduta tranquillamente dinanzi
al camino in una sala di riunione. Attendeva il ritorno del duca con
viva ansietà.

Molte volte aveva già chiesto di lui alla fidata camerista, che erasi
guadagnata colla promessa di condurla seco e di migliorarne la
condizione, quando ella sposerebbe il principe degli Alberi.

Ma il duca non era ancor ritornato.

Eppure le stelle già da qualche tempo brillavano in cielo.

«Mi sembra ch'egli indugi, pensava donna Maria: che sarà mai avvenuto?
Si sarebbe egli già pacificato con donna Livia?... Ma il castello è
lontano una buona lega dalla città.... Andare, venire, fermarsi.... vi
vuole il suo tempo!»

Poi, vedendo entrare la camerista senza che l'avesse chiamata:

--Ebbene? le domandò.

--Il signor duca è ritornato, rispose l'interrogata.

--Viene qui?

--No: è già salito nel suo appartamento, e vi si è rinchiuso.

Donna Maria si alzò.

--Accompagnami alle mie stanze, disse alla camerista, che la seguì in
silenzio.

Era collera verso di lei, o verso la moglie, che faceva desiderare al
duca di essere solo?

Donna Maria se lo chiedeva con qualche timore.




VII.


«Donna Livia non ama il conte!...»

Ecco il primo pensiero del duca; le prime parole che gli erano venute
alle labbra, appena lasciato il suo nascondiglio!

E tale convinzione gli aveva fatto provare un istante di gioja
purissima! Essa per un momento aveva scacciato dallo spirito di lui
ogni altra preoccupazione!...

Persino il segreto rivelato dal padre; il cavaliere dell'Isola; i suoi
eredi; la pergamena distrutta erano stati dimenticati in quel punto!

Tutto era sparito, come una tetra fantasmagoria, costretta ad
indietreggiare dinanzi alla dolce realtà.

Il marito felice, nel riconoscere accusata a torto una sposa adorata,
aveva vinto il signore orgoglioso, ingiusto; l'uomo ostinato,
irascibile, avido soprattutto di comando.

Ma ahi! come per poco!

Perchè quella sensazione, che egli aveva provata vivamente, non aveva
cercato rattenerla?

Perchè doveva essere passaggiera, fugace, come tante sentite talora
contro volere; senza saperlo quasi; soltanto per un istinto di natura?

Quella sensazione aveva lasciato nel duca, è vero, una traccia del suo
passaggio; ma essa col suo entusiasmo, colla sua poesia si era
allontanata come luce sovrumana, incantevole; come sogno delizioso e
fuggitivo, di cui è dato serbare soltanto il ricordo.

Altri sentimenti nè entusiastici, nè poetici, radicati fortemente in
don Francesco, non avevano voluto cedere per molto il campo ad
un'ubbia generosa.

Atterriti, per così dire, del momentaneo esilio che in grazia di
quell'ubbia avevano dovuto subire, essi si adoperarono tosto nel
dimostrare al duca come il mettere in oblio per una donna ogni altra
cosa sarebbe stato mancare di dignità.

Così quei sentimenti tornarono a signoreggiare il suo cuore....

Senza di essi don Francesco, spinto dall'amore, avrebbe saputo
rinunciare a' suoi ingiusti progetti; acconsentire alla perdita di
qualche parte delle sue ricchezze; sopportare il disdoro che egli
credeva dovesse venire alla sua famiglia, alla sua casa da quella
riparazione.

E tutto questo per ottenere l'approvazione della duchessa!

Donna Livia non lo aveva sposato per inclinazione; ma era buona,
sensibile: sarebbe stata commossa nel vedergli fare un sacrifizio che
ella più d'ogni altra avrebbe apprezzato.... E.... chi sa!... Al
sentimento del dovere, che solo l'aveva guidata sino allora, si
sarebbe forse aggiunta un'affezione non appassionata, ma riconoscente
e sincera....

Ella aveva amato un altro, amato moltissimo; ma colui era morto: e se
ella avrebbe voluto restargli fedele egualmente: se perciò aveva
desiderato assai rimaner sempre libera: non rifiuterebbe ora forse un
giusto affetto all'uomo di cui portava il nome: al padre di suo
figlio, ove ei sapesse meritarlo: gli perdonerebbe alla fine di averla
fatta sua quasi forzatamente.

E ciò non sarebbe stato grandissimo compenso ad un sacrificio
d'orgoglio, d'interesse, d'amor proprio?

Questa era la via, che la gioja provata nel veder donna Livia sempre
degna dell'amor suo, aveva per un istante additata al duca; e dalla
quale lo allontanarono poi le altre sue passioni.

Egli si vergognò come sempre di amar tanto; e come sempre si promise
di non cedere.

Eppure questa vittoria di un cattivo démone gli costava, ne soffriva
assai.

Non si ha l'idea delle pene strane che deve provare un cuore
trabalzato continuamente da un sentimento all'altro, incatenato da
pregiudizii che non ha la forza di svellere, e che lo rinchiudono in
una prigione di ferro.

Dopo essersi dibattuto tra l'amore, che lo spingeva al bene, e
l'orgoglio che lo trascinava al male, don Francesco aveva finito per
cedere al secondo: e così la sua volontà, nell'esigere ad ogni patto
che il segreto di famiglia fosse serbato, era rimasta eguale.

Escito dalla dolce esaltazione di poco prima, tornava a veder le cose
dal lato pratico: però alcun che di quella esaltazione gli era
rimasto, ed unito agli altri suoi pensieri creava una specie di caos
nel suo cervello.

E donna Maria?

Il duca vi aveva pensato un istante con vero orrore; ma poi
riflettendo si era sforzato a calmarsi; aveva gran motivi per non
abbandonarsi all'ira, ma per frenarsi aveva bisogno di non veder
subito la sorella, e per questo al ritorno dal castello era salito
tosto nel suo appartamento.

Seduto innanzi ad un gran fuoco, egli riandava nella sua mente tutto
quanto gli era avvenuto in pochi giorni, dalla morte del padre sino a
quella sera.

«Dunque, pensava, era per prevenire donna Livia dell'amore del
principe per donna Maria; della sua intenzione di chiedermela in
isposa, che il cavaliere si recò al castello? Ed io avevo
sospettato?... Mi ero sentito ardere di gelosia?... Eppure.... se
avessi riflettuto, non avrei dovuto temere.... Ella non mi diede mai
motivo di dubitare.... Perchè ho io prestato fede a donna Maria,
quando da lungo tempo avrei dovuto comprendere ch'ella odia mia
moglie?... Poi avrà temuto che la duchessa mettesse ostacolo al suo
matrimonio col principe; che cercasse impedirlo per compassione di
donna Rosalia....

»Anche di costei mi si spiega ora l'eterna malinconia.... Avrei dovuto
avvedermi da me medesimo di tutto questo; ma per verità non me ne sono
mai preoccupato.... Basta: ora penserò.... Ah! donna Rosalia ama il
principe senza speranza?... E donna Livia ne ha pietà?... Ciò è
naturale!... Ella deve aver riflettuto a lungo sul sentimento!...
Ella!...»

Ed il volto del duca si annuvolò.... Una specie di sorriso amarissimo
sfiorò le sue labbra; ma fu un lampo!...

«Devo io negare donna Maria al principe? pensò poi.... Devo
rifiutargli la sua mano, quando me la chiederà?... Colei lo
meriterebbe: ma la conosco!... Si vendicherebbe di me, col palesare il
segreto, che voglio tenere celato.... Nulla l'arresterebbe....
Lasciandole invece sposare il principe, tacerà.... Ne sono certissimo:
non ha gli scrupoli della duchessa.... Ma ella pure dovrà
obbedirmi.... Che mai conterà fare?... Mi sembra impossibile imporle
la mia volontà.... Ed il cavaliere?... Ah, egli avvisò donna Livia che
si guardasse da mia sorella!... Aveva compreso che questa si era
avveduta del suo amore per la duchessa.... In questo donna Maria non
mi ha ingannato.... Forse mi rese un servigio; ma ella m'offese....
Sì, il conte ama donna Livia!... L'ama con idolatria: lo compresi
dalle sue parole, dal fremito della sua voce!... Indegno!... Basta: lo
tratterò in avvenire con tanta freddezza, che non oserà frequentare la
mia casa!... Non è che io tema della duchessa!... Mai ella amerà il
cavaliere, come mai non amerà alcuno!... Per questo saprò contenermi
con mio cugino.... Ho d'uopo del suo silenzio; e se me lo promette,
tacerò per ora.... Un duello con lui sarebbe in questo momento uno
scandalo.... Del resto il mio onore è illeso; ed io non devo
preoccuparmi di una folle passione del cavaliere, che d'altronde da un
istante all'altro può lasciar la Sicilia, per sempre forse.... Sì,
otterrò il silenzio di tutti!»

.................................................................
.................................................................

Il giorno dopo, don Francesco ordinò ad un servo d'invitare donna
Maria a passare da lui. Aveva stabilito un piano che doveva cominciare
dall'intendersi colla giovane.

Ella non si fece aspettare: era ansiosissima di sapere qualche cosa,
benchè non fosse affatto senza timore su quel colloquio. Esaminò
rapidamente, con grande attenzione, il volto del duca; ma non potè
trarre alcuna congettura da tale esame, tanto quel volto rimase
impassibile.

--Che volete da me? domandò al fratello, sedendo sulla seggiola ch'ei
le additava in faccia a lui.

L'accento di donna Maria era il più naturale del mondo.

Il duca la fissò un momento senza parlare: sotto quello sguardo
incisivo e duro la giovane si sentì arrossire a suo dispetto. Fu
costretta ad abbassare gli occhi, quantunque tutt'altro che timidi; ma
la sua coscienza non era tranquilla.

--Bramo, le rispose lentamente il duca, sapere su qual fondamento
basava l'ingiusta accusa che lanciaste alla duchessa.

L'ingiusta accusa? Dunque don Francesco l'aveva riconosciuta tale....
Ella non aveva temuto invano: bisognava ricorrere senza esitare ai
mezzi di difesa preparati....

E donna Maria vi ricorse all'istante.

--Questo rimprovero mi sorprende: vi avevo già detto che io non
intendevo menomamente offendere la vostra sposa: intendevo parlare del
cavaliere soltanto; e credetti darvi coll'avvertirvi del suo amore per
la duchessa una prova di devozione. Se voi pensate diversamente, mi
giudicate male, ve lo giuro.

Il duca sorrise con incredulità.

--Ciò potrebbe anche essere, mormorò.

Donna Maria non fu per nulla rassicurata da quelle parole. La calma di
don Francesco le sembrava forzata; e soltanto l'idea che egli aveva
bisogno del suo silenzio le infondeva coraggio: poichè infatti,
pensava, se egli, così violento, si contiene, vuol dire che teme
disgustarmi.

--Ciò non toglie, riprese il duca, che voi abbiate commesso un
gravissimo errore, una colpa anzi, tentando gettare in me dei dubbj su
donna Livia.

--No, poichè sapevo che l'amate al punto da....

Donna Maria aveva detto ciò con qualche ironia, trasportata dalla sua
animosità per la duchessa, involontariamente fors'anche.

Don Francesco l'interruppe.

--Vi avverto, donna Maria, le disse alterato, che non sono disposto a
tollerare la menoma celia, per quanto velata essa sia.

La giovane si era fatta pallida, ma si rimise tosto.

--Credeva parlando così, disse, giustificarmi, rispondere alle vostre
domande.

Ella aspettavasi che suo fratello le dicesse da un momento all'altro
il motivo pel quale il cavaliere si era recato al castello, motivo che
ella credeva conoscere; ma così non fu: gliene increbbe assai, perchè
aveva stabilito valersene ad ottenere l'assenso alle sue nozze col
principe.

--No, riprese il duca: voi non credeste rispondere alle mie domande,
asserendo tenervi certa che io non avrei dubitato di donna Livia. Voi
pensate tutto all'opposto. Credete voi che io non vi conosca?

E si arrestò, volendo giudicare dell'effetto che farebbero queste sue
parole.

Ma donna Maria seppe questa volta contenersi mirabilmente e credette
dover metter mano senz'altro all'ultimo colpo, cioè al segreto del
padre.

--Ecco, disse senza alterarsi, quanto ottenni da voi in ricambio della
mia devozione.

--Spiegatevi.

Era su quel terreno ch'egli aveva voluto condurla.

--Sì, riprese donna Maria, non ho io forse rispettato senza discuterlo
il vostro volere, quando tutti gli altri vi contrastavano?... quando
la vostra sposa...

--Basta, interruppe il duca alzandosi e mettendosi a passeggiare:
basta.

E dopo un istante di silenzio, che donna Maria non osò rompere:

--Ebbene, sì, disse: voi in quella notte mi avete ubbidito,
secondandomi. Non istarò ad indagare se il faceste unicamente per
vostro particolare interesse; lo riconosco senza restrizione: è tutto
quanto posso fare per voi.

«Ah, egli scende finalmente a patteggiare,» pensò donna Maria...--E
fatta più ardita da questa riflessione, si rivolse al duca:

--A proposito, e gli altri taceranno?

Don Francesco si accigliò; quella domanda risvegliava tutte le sue
inquietudini; pur nondimeno rispose con un cenno affermativo.

--Ne sono contentissima.

--Davvero?

--Certamente.

--Se è così, tacerete, senza chiedervelo, voi.

Donna Maria parve imbarazzata; poi decidendosi:

--Sì, tacerò; ma anch'io voglio facciate qualche cosa per me.

--E che cosa?

--Prima di chiedervela....

Ed ella esitò.

--Continuate.

--Poco fa mi sembraste non prestar fede alle mie parole... ed io....

--Donna Maria, disse il duca cangiando tuono, non voglio più udirvi
parlare dei vostri indegni sospetti. Spiegatevi.... Voi mi avete
offeso, gravemente offeso calunniando la duchessa, il sapete: e sapete
altresì che, se vi perdono, è soltanto a condizione che il segreto di
famiglia non venga mai svelato da voi. Lasciate ogni reticenza: che
volete da me?

E la guardò attentamente.

Donna Maria, sorpresa da quel cangiamento, rimase sulle prime un po'
stordita. Perchè don Francesco non le aveva parlato così a dirittura?
Se sapeva quanto doveva chiedergli, ed ei lo sapeva certamente.... Era
dunque per non darle la soddisfazione di confessare che era stato al
castello?... Ma, qualunque fosse la causa che lo avesse guidato, ella
comprendeva che era risoluto a comperare il suo silenzio... E senza
occuparsi maggiormente a spiegare a sè stessa ciò che vi era di strano
nel procedere del duca, rispose quasi subito:

--Voglio chiedervi non disponiate di me senza consultarmi, e non
diversamente di quanto contava fare nostro padre.

--Nostro padre pensava maritarvi, disse affrettatamente il duca, che
voleva finirla.... Comprendo: voi volete che vi pensi anch'io....
Infatti, siete nata pel mondo voi....

Egli sorrise sarcasticamente, passando le dita nei suoi folti baffi
neri.

Ma donna Maria non si spaventò di quel contegno: provò per altro un
vivissimo senso di dispetto nel pensare che don Francesco, il quale
sembrava farsi un piacere d'umiliar tutti, ed a cui per allora ella
era soggetta, aveva potuto perdonare a donna Livia, che ella odiava,
la distruzione della pergamena; sdegnarsi, soffrire delle offese fatte
a colei.

Ma perchè invidierebbe la duchessa? Fra poco non l'attendava forse un
eguale destino? Migliore anzi: perchè ella comprendeva bene che donna
Livia non era felice.... Non avrebbe ella presto uno sposo che
l'amerebbe quanto il duca amava sua moglie, e che di più le sarebbe
facile dominare, perchè nè orgoglioso, nè ostinato?

Scacciò dunque quel movimento di rabbia, e rispose tranquillamente al
duca:

--Ebbene, sì: desidero vivere nel mondo; ma ho temuto, perchè so che
una volta consigliaste nostro padre a mettermi in un ritiro.

--La vostra domanda riguarda anche donna Rosalia? chiese il duca
ironicamente.

Era un altro rimprovero: e se donna Maria avesse prima dubitato che
don Francesco non fosse stato al castello, quelle parole ne
l'avrebbero accertata.

Ma, guardando all'avvenire sì ridente per lei, pensò non doversene
offendere per allora, e rispose:

--Io non conosco i gusti di donna Rosalia.

--Bene, bene: se mi si presenterà per voi un buon partito, non lo
rifiuterò.

Ei non parlava del principe, e donna Maria si decise finalmente a
farlo ella stessa.

--Il principe degli Alberi mi ama, disse: egli vi chiederà la mia
mano.

--Ah, voi mantenete corrispondenze amorose? domandò allora il duca con
una severità piena per altro d'indifferenza.

--Vedevo il principe soltanto quando veniva da nostro padre, e....

--Basta, basta: vi dispenso dal giustificarvi.

Quella specie di sprezzo ferì molto donna Maria; ma si propose
rimandare la vendetta a tempo migliore; e senza darsene per intesa:

--Dunque se il principe verrà al palazzo, e mi chiederà se deve
sperare, potrò rispondergli affermativamente?

--Sì, sì; ma non colloqui sotto le finestre, non abboccamenti
misteriosi; perchè ciò sarebbe sconveniente, e non lo permetterei.

Donna Maria pensò che non aveva tremato invano d'essere scoperta la
sera prima: si felicitò della prudenza avuta.

--Non dubitate, rispose.... E quando potrò...

--Bisogna attendere un poco, mi pare: per convenienza almeno.--Ed
aggiunse con ironia:--Oh, avete la gran fretta di aver marito!...

--Non è questo: soltanto volevo sapere ad un dipresso....

--Fra tre o quattro mesi, diss'egli seccamente.

--Benissimo, vi ringrazio.

Era soddisfattissima della buona riescita di quel colloquio. Benedisse
al segreto del padre, grazie a cui soltanto il duca assecondava i di
lei voti.

Don Francesco le si avvicinò, e guardandola fissamente:

--Ora, le disse, non vi raccomando di nuovo di serbare il silenzio
sull'affare che sapete, e non parlarne mai nemmeno col vostro sposo
istesso: non avete alcun interesse a tradirmi: solo vi dirò che, se
mai per animosità o per dispetto lo faceste, io ve ne farei pentire.
Nessuno, rammentatevelo bene, nessuno vi salverebbe allora dalla mia
collera; vostro marito mi risponderebbe, ed alla menoma
indiscrezione....

Donna Maria non aveva mai pensato a rivelare quel segreto; la
responsabilità colpevole, che assumerebbe tacendo, era la cosa di cui
meno si preoccupava; ma, ove anche fosse stato il contrario, le parole
minacciose del duca l'avrebbero tosto persuasa. La calma, con cui egli
le aveva parlato dapprima, non l'aveva illusa: aveva compreso ch'essa
era simulata a fatica, e non indizio d'aver don Francesco cangiato
carattere.

--Non parlerò mai, esclamò, lo giuro!

--E sarà meglio per voi. Ora potete ritornare nelle vostre camere.

Donna Maria partì.

«Sì, costei tacerà, pensò il duca. Ah, quante noje per riparare a ciò
che fece donna Livia!... E se a malgrado di esse non riescissi?...»

Un movimento di rabbia gli sfuggì; indi:

«Domani vedrò il benedettino, vedrò il cavaliere: e se tutti tacciono,
nessuno ha mai reclamato sin qui... È vero che la morte di mio padre,
conosciuta da coloro, potrebbe... Ma no, no: è impossibile!...»




VIII.


Il giorno dopo, il duca attendeva con impazienza la risposta del
benedettino.

Quella sera spirava la dilazione accettata dal frate. Don Francesco
non dubitava che mancasse: prima, perchè si teneva sicurissimo che non
si oserebbe farlo aspettare; secondariamente, perchè il monaco aveva
preso tutt'altro che leggermente quell'affare di tanto rilievo.

Infatti il religioso non mancò. Non era molto che don Francesco
attendeva, quando un servo venne ad annunziarlo.

Dunque aveva deciso tacere: poichè altrimenti come ardirebbe
affrontare colla sua presenza la collera dì un potente signore?

Ma la risposta che doveva dare riguardava un affare sì delicato, che
affidarla ad un'altra persona o ad una carta sarebbe stato quasi
impossibile.

Queste domande il duca se le fece colla rapidità del pensiero, e
mentre ordinava fosse introdotto il frate all'istante.

Quando questi fu nel gabinetto, e chiuse le porte, don Francesco lo
interrogò.

--Dunque, gli disse, siete deciso a serbare il silenzio?

Il frate s'inchinò in segno di assenso.

Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi del duca; ma fu
passaggiero più del lampo istesso, e pressochè impercettibile. La
fisonomia di don Francesco rimase compassata ed altiera.

--Ero sicuro, riprese volgendosi di nuovo al monaco, che la
riflessione vi avrebbe giovato; che, grazie ad essa, avreste
riconosciuto la giustezza delle mie osservazioni. Bene: potete contare
sopra di me.

«Ah! pensò il frate, ei crede che io abbia avuto paura!»

Ma la sua adesione era stata muta: per non dar sospetto qualche cosa
bisognava dire, e le ultime parole del duca gliene fornirono
occasione.

--Non potrò approfittare delle vostre offerte, Eccellenza, rispose. Io
non sono qui che di passaggio: presto devo abbandonare questi luoghi.

Era vero: il duca lo sapeva: non poteva dunque meravigliarsene:
eppure, provò una certa apprensione, pensando che non gli sarebbe
possibile sorvegliare quel frate. Chi lo assicurava che colui,
assente, manterrebbe una promessa strappatagli, egli almeno lo
credeva, dal solo timore?... Lo esaminò un istante con diffidenza: il
monaco comprese quel che passava nell'animo di don Francesco, ma non
proferì parola.

--Io, disse il duca lentamente, vi ritengo impegnato al silenzio per
sempre. Rammentatevelo bene... Per sempre! ripetè con accento
minaccioso.

--Non è mia intenzione mancarvi, rispose con gravità il padre
benedettino.

--Datemene un giuramento sacro.--E gli additò la croce attaccata al
grosso rosario, che gli pendeva dal fianco.

--Giuro su questa croce, disse il frate, che mai rivelerò il vostro
segreto.

«Cielo! pensò poi; più tardi questo cavaliere, se la duchessa riesce
nel progetto comunicatomi, crederà forse che io abbia mancato a sì
sacra promessa.»

Il duca si era atteso a reticenze all'atto di quel giuramento solenne:
e non avendo scorta nel monaco la menoma esitazione, credette poter
esser tranquillo.

Vedendo il frate restare innanzi a lui in silenzio, pensò ch'ei
volesse, e non osasse, reclamare la promessa fattagli poco dopo la
morte del padre.

--Accettate dunque, disse, la ricompensa che vi aveva offerta.

Un movimento di penosa perplessità sfuggì al benedettino. Il duca non
vi abbadò: estrasse da un gotico scaffale una borsa piena d'oro e la
porse al monaco.

Questi impallidì: pensò che rifiutando avrebbe potuto far nascere dei
sospetti; ma quell'oro gli avrebbe abbruciato le mani, anche adoperato
esclusivamente in opere pie.

«No, disse fra sè, non posso fingere a tal segno, per quanto Dio non
debba condannare l'artifizio a cui degli animi nobili sono costretti
ricorrere, onde riparare una ingiustizia crudele, ed evitare
fors'anche dei delitti: ma non accetterò quest'oro!»

E volgendosi al duca:

--Eccellenza, non vogliate offendervi se io rifiuto.

--Che?

--La sola circostanza che le mie parole, rivelando quel segreto,
sarebbero state inutili, mi persuase a tacere: non posso dunque
accettare ricompensa alcuna.

Il duca, benchè molto indispettito, si felicitò di aver celato al
frate la distruzione della pergamena, e di averne con tal mezzo
ottenuto il silenzio.

Salutò con freddezza il benedettino, che s'inchinò profondamente ed
escì.

.................................................................

Qualche ora dopo, il duca udì bussare al suo gabinetto.

--Chi è là? domandò.

--Io, Eccellenza, gli rispose il suo cameriere. Don Francesco andò ad
aprire.

--Che hai? chiese con asprezza: avevo ordinato non mi si sturbasse.

--Nè io avrei ardito farlo senza ragione; ma il conte dì San Giorgio
desidera di....

--Ah, egli è qui? domanda di me?

--Stava per dirlo; ma se vostra Eccellenza non vuol riceverlo, andrò
ad avvisarlo.

--No, no: fallo entrare subito: sbrigati.

Il servo escì, e poco dopo introdusse il cavaliere di Malta.

I due cugini si salutarono in silenzio, mentre il domestico si
ritirava.

Per un istante entrambi rimasero muti. Non erano mai stati in termini
molto cordiali, e dopo il diverbio avuto la notte della morte del
vecchio duca, diverbio che era stato per degenerare in aperta contesa,
l'imbarazzo, che provavano trovandosi l'uno in faccia all'altro,
sarebbe stato giustificato, se anche forti ragioni segrete non vi
avessero contribuito.

Sembrava che nessuno di loro volesse parlare il primo, e si
squadrarono con qualche alterigia.

Al duca pareva, durante quel rapido esame, udire il cavaliere parlare
d'amore a donna Livia, ed a quell'idea il suo sangue si rimescolava:
mentre sembrava al conte veder don Francesco comandare, imporre il
silenzio a colei, per obbedire alla quale stava per intraprendere un
lungo, periglioso e forse inutile viaggio; per la quale senza esitare
avrebbe data la vita.

A lui non venne neppure in pensiero che il duca, anzichè aver
assistito ad una parte del suo abboccamento con donna Livia, ne avesse
avuto la menoma contezza.

L'aria accigliata, con cui veniva ricevuto, non poteva sorprenderlo:
era abituale a don Francesco: epperò ruppe primo il silenzio.

--Sono venuto per salutarvi, duca, disse: domani io parto.

--Partite? come? per dove?

--Per Malta. Un ordine pressante mi vi chiamava già da qualche giorno.

Il duca provò un movimento di soddisfazione; ma tosto un sospetto gli
attraversò lo spirito, però non lo lasciò scorgere per allora al
cugino.

--Vi ringrazio, cavaliere, gli rispose, della vostra premura: ve ne
sono doppiamente grato, perchè non ignorate certamente che io sono
solo al palazzo con donna Maria.

Dicendo questo, lo guardava fissamente.

Il conte si turbò. «Ah sì! disse tra sè: è meglio che io parta, che mi
allontani: avrei dovuto farlo prima senza esitare.»

E con gravità rispose:

--Non dovreste esser sorpreso della mia visita; oltre al congedarmi da
voi, essa ha un altro scopo, che conoscete.

--È vero. Ebbene, che cosa avete risolto?

--Finchè rimango a Malta, vi prometto il silenzio da voi chiestomi col
vostro foglio.

Queste parole gli costarono assai.

--Bene, rispose il duca: il tempo vi farà persuaso certamente che io
ho ragione di voler evitare alla nostra famiglia degli scandali... Ma
quanto rimarrete assente da Catania? Non potete dirmi nulla di più,
conte?

Ei lo guardava con insistenza. Il cavaliere di Malta comprese che non
era senza sospetti. Per rassicurarlo, soprattutto per evitare a donna
Livia dei dispiaceri, benchè si sentisse internamente indignato per la
domanda fattagli, estrasse un foglio, e lo porse al duca, dicendo con
una certa indifferenza:

--Non saprei: vedete voi stesso l'ordine del gran maestro, che già da
due settimane ho ricevuto: mi dice di recarmi a Malta, appena ciò mi è
possibile, senza precisarmi il perchè. Jeri vidi uno dei miei
confratelli reduce dall'isola, che mi rinnovò a voce le istanze del
gran maestro... Infatti differii anche troppo.

Il duca, benchè con qualche esitazione, esaminò attentamente quel
foglio: la sua fronte si spianò; l'ordine era preciso, autentico: ogni
dubbio gli era impossibile.

Restituì il foglio al conte, non senza pensare che l'indugio, posto da
questo a partire, proveniva dal suo folle amore per la duchessa. «In
ogni modo, disse tra sè, tal partenza mi giova, e comincio a credere
che la sorte mi favorisce.»

E vedendo il cavaliere già disposto a partire:

--Volete salutare donna Maria? gli chiese: la farò chiamare.

--No, no: non voglio disturbarla a quest'ora inopportuna.

Il duca era già certo di tale risposta, sin da quando aveva fatto
l'offerta.

Il conte, temendo che suo cugino gli chiedesse promesse più formali,
che sapeva non poter attenere, si congedò.

--Addio dunque, duca, disse: vi prego presentare a donna Livia ed alle
vostre sorelle i miei saluti di commiato.

--Non vi mancherò, rispose don Francesco,--cercando dissimulare
l'ironia, della quale era improntata la sua risposta.--Vi auguro
fortuna nel vostro viaggio.

--Grazie, rispose il conte.

«Ah, se ne sospettasse il finale scopo, pensò, non mi augurerebbe
fortuna! Ma già lo conosco: non fu sincero egualmente.»

Ed escì, dopo avere scambiato col duca un altro addio freddo e
cerimonioso.

Don Francesco gli guardò dietro per qualche istante.

«Sì! egli va davvero a Malta, disse tra sè: comprendo ora.... Ei prese
pretesto dall'amore di donna Rosalia per veder sola la duchessa almeno
una volta prima di partire... Maledetto! Benchè ei non possa nutrire
alcuna speranza, pure sono doppiamente lieto ch'ei si allontani... A
Malta potrà forse trovare imbarazzi grandissimi: e quando ritornerà,
vedremo... Se non vorrà promettermi il silenzio, ebbene... un duello
deciderà.... Io sono sicuro della mia spada, quanto egli della sua,
benchè tra le più temute dei cavalieri di Malta.

Ora non mi rimane che donna Livia: mi prometterà ella il silenzio? Lo
dovrà.... Feci già troppo perdonandole la distruzione della
pergamena... Ma a che pensarvi? Io non avrei mai avuto il coraggio di
punirla; perchè, prescindendo dalla sua ostinazione, ella merita
assai....»

Ei si lagnava sempre tra sè di quella ostinazione, eppure... nessuno
era più ostinato di lui: e se anche donna Livia lo avesse supplicato,
non avrebbe certamente ceduto su tal punto.

Fu detto che il contrasto di due volontà egualmente ferme non regge;
che, simili a lame di buon acciajo, volano in frantumi forzando
troppo: una di quelle volontà deve spezzarsi alla fine se non piega, e
ciò è verissimo.

Così donna Livia dovette mostrare di piegare la sua.

Un istante ella aveva pensato di pregare il duca; ma se ne era
dissuasa tosto.

Pregare può riescire con una tempra forte, ma moderata dal cuore
sensibile, dall'intimo gentile: mentre invece non conduce a nulla con
chi, pure esigendo l'umiliazione negli altri, e servendosene, non
comprende ciò che essa ha di meritorio e la disprezza.

La duchessa sapeva benissimo che suo marito era nel numero di questi:
così aveva pensato riparare nascostamente alla colpa del vecchio duca,
per quanto fosse in lei.

Obbedire don Francesco in quella circostanza nol poteva: perchè, se
cedere in cose di poco rilievo è virtù necessarissima, e non, come
credono tanti, indizio di debolezza; lo diviene quando ci rende
complici, non foss'altro che col subirli in silenzio, di atti che
offendono il decoro ed i diritti della famiglia, della società.

Si hanno dei doveri anche verso sè stessi: guai a chi li dimentica!
Tanti uomini che sopportarono di essere disonorati impunemente; tante
donne sventurate, che per una eccessiva arrendevolezza contribuiscono
a mantenere i loro mariti sulla via del vizio, ne sono una
dolorosissima, incontrastabile prova.

Che avrebbero ottenuto, si dirà, resistendo? Nulla forse; ma almeno
non si sarebbero contaminate anch'esse.

Certo non si deve ricorrere alla resistenza che quando si riconoscono
inutili gli altri mezzi; ma allora bisogna averne il coraggio.

Anche il più grande amore non giustifica certi errori. L'amore, per
essere grande, ha d'uopo d'essere puro: allora si ha ragione di
sacrificargli tutto; ma se la stima, la fede, su cui dovrebbe sempre
basare, mancano; si deve saperlo combattere come uno strumento di
corruzione; è lacerare una tela logora, che finirebbe egualmente per
cadere a brandelli.

Accingersi a tale impresa, compirla non vuol dire mancare di
sensibilità; preferir sè agli altri: no; poichè è soltanto per una via
difficilissima, seminata di ostacoli grandi che vi si giunge: via che
spaventerebbe gettandovi gli occhi assai più di quella che tiene
l'eterna condiscendenza.

Ma tutte queste idee vengono diversamente intese; così, mentre tanti
avrebbero bisogno di rara fermezza per non lasciarsi avvilire
dall'amore, il duca, che poteva farsi condurre da esso ad una nobile
meta, non lo aveva voluto: emetteva tutto il suo coraggio, tutta la
sua ostinazione a resistere, ed era risolutissimo a farlo, altrimenti
avrebbe arrossito di sè stesso.

Dopo la partenza del cavaliere di Malta, egli rimase qualche momento
pensieroso. Indi si alzò mormorando:

--Questa sera istessa ella dovrà promettermi il silenzio, perchè
infine io posso esigerlo. Anzi voglio vederla senza indugio, subito.

E chiamato un servo, ordinò si mettessero i cavalli ad una carrozza.

Pochi momenti dopo partiva pel castello.





PARTE SECONDA

Il viaggio.




I.


Verso la metà di marzo dello stesso anno 1574, il conte di San Giorgio
sbarcava nel porto di Manfredonia, seguito da un solo servo che da
molti anni gli era sempre compagno in ogni suo viaggio.

Giungeva da Malta, ove, come lo aveva detto a donna Livia, gli era
stato facile ottenere dal gran maestro, a cui lo legava personale
amicizia, un lungo permesso; ed essere disimpegnato da una missione in
Ispagna, per affidargli la quale era stato chiamato nell'isola.

Il conte non aveva voluto imbarcarsi direttamente per Venezia,
desiderando percorrere, giacchè ne aveva occasione, gran parte
dell'Italia, ed anche nella speranza di trovare forse in cammino
qualche indizio di coloro che cercava.

Il paese, che doveva percorrere, gli era affatto ignoto: mai vi si era
recato, benchè molte volte avesse sentito desiderio in addietro di
andare a combattere nell'Italia superiore, su quei campi inaffiati di
continuo sangue.

Ma la sua qualità di cavaliere di Malta gli aveva lasciato sempre
pochissima libertà. Aveva preso parte alla difesa dell'isola, quando
questa era stata assediata nel 1565, da Solimano II, e là vi si era
grandemente distinto.

Dopo che i Musulmani furono costretti a levare l'assedio di Malta, il
conte di San Giorgio l'aveva lasciata anch'egli; ma sino al 1572 era
quasi sempre rimasto assente dalla Sicilia, a motivo di diversi
incarichi affidatigli.

Ritornato in patria, aveva conosciuto donna Livia, da poco sposa a don
Francesco; e quella conoscenza gli aveva fatto desiderare vivamente di
restare a Catania per lungo tempo.

Ma ei sapeva benissimo poter essere chiamato a Malta da un momento
all'altro, come lo sapeva il duca suo cugino, che per questo non si
era meravigliato della sua partenza.

Dopo qualche giorno di fermata a Malta, il conte di San Giorgio aveva
avuto la fortuna di trovare un piccolo bastimento mercantile, che
salpava per Manfredonia. Là si provvide di cavalli e di una mula:
malgrado la sua impazienza, contava viaggiare a piccole giornate.

Egli si chiedeva se potrebbe giungere a scoprire il cavaliere
dell'Isola: e la sua ragione pur troppo gli rispondeva che forse mai
vi perverrebbe.

Quando si ha la certezza di raggiungere uno scopo, sia esso pure
lontanissimo, si misura la distanza con fiducia; ma invece chi
assicurava il cavaliere di Malta ch'ei non correva dietro ad una
chimera? Che vedeva egli, cercando consultare il futuro? Quali
probabilità gli si presentavano? Ben poche ed incerte. Tutto gli
appariva oscuro, come la strada che doveva percorrere: poichè, se
anche gli riescisse incontrarsi col cavaliere dell'Isola, o co' suoi
figli, come li riconoscerebbe? non solo; ma come lì sospetterebbe
benanco sotto un falso nome, egli che mai gli aveva veduti?

Quando aveva accettata la missione affidatagli dalla duchessa, non
aveva pensato molto a tutto ciò. Compiere un'azione giusta;
soprattutto obbedire a donna Livia; fare ciò ch'ella desiderava: ecco
quanto allora aveva scorto. Non aveva nemmeno diviso i dubbj della
duchessa, i suoi timori dì non riescire: l'aveva anzi rassicurata.

Ma ora, nella solitudine, alla prospettiva di quel viaggio lungo e
difficile forse, che doveva intraprendere, mille riflessioni
scoraggianti gli si presentavano allo spirito. Però, se esse potevano
raffreddare il suo entusiasmo, non iscemavano la sua devozione; e mai
una sola volta si pentì dì quanto aveva promesso.

Ciò non era poco: molti, il cui zelo si accende e si spegne
coll'incostanza di una fiamma fittizia, avrebbero maledetto l'impegno
assunto, se si fossero trovati in luogo suo.

Per giudicare della abnegazione di chi si sobbarca ad un compito
pericoloso e difficile, bisognerebbe poter attendere, quando sfumata
l'ebbrezza dei primi momenti, chi promise si trova di fronte ad
ostacoli che forse non previde nemmeno, e che per questo non sa
affrontare. Allora cadrebbero molte di quelle illusioni, su cui tante
volte appoggiano le speranze persino di un popolo intiero. Sarebbe
doloroso assai certamente; ma forse più saggio, più salutare.

Ma il cavaliere di Malta, benchè avesse subito la influenza che
esercita su tutti il contatto della fredda realtà, la quale sembra
farsi una gioja di spargere negli animi una specie di acqua diacciata,
non si scoraggiava, e cercava il mezzo migliore per trovare la via più
breve e sicura. Vedendo che non vi riescirebbe facilmente da sè, si
decise a prendere tosto una guida.

Aveva creduto dapprima non averne bisogno: poi gli ripugnava anche un
poco affidarsi a persone che non conosceva. Egli era valorosissimo:
non sapea che fosse la paura: però non ignorava che vi sono perigli,
contro cui la spada non giova; agguati, nei quali una volta caduti, la
destra più forte è impotente a trarne: ma questi dubbj, queste
esitazioni le vinse, perchè gli premeva non perder tempo. Solo si
promise sorvegliare colla massima attenzione la persona che gli
sarebbe di scorta.

Trovar questa persona non gli fu cosa agevole: le lunghe gite, che
tentano sempre poco i contadini, spaventavano la maggior parte di
coloro ai quali il conte di San Giorgio si indirizzava.

Non poteva ricorrere se non che a villici, poichè si era alquanto
discostato da Manfredonia: e come orizzontarsi per que' luoghi
montuosi ed ignoti?

La ricompensa, che ei prometteva, allettava bensì l'avidità di molti;
ma la paura, la diffidenza finivano sempre per avere il sopravvento.

Legato alla sua casa, al suo villaggio da un affetto tenace,
sospettoso per natura, il contadino prova a staccarsi, sia pure per
poco, dai luoghi ove nacque una ripugnanza grandissima, quasi
superstiziosa: ed in quei tempi tal ripugnanza non poteva essere che
maggiore. D'altronde per questo motivo istesso pochissimi erano andati
molto in là. E la via, che il conte voleva farsi additare, era
sconosciuta a molti del pari che a lui.

Finalmente nella locanda di un paesello trovò una specie di mulattiere
che acconsentì ad essergli di guida sino a Chieti, ove del resto
doveva recarsi egualmente per commissione dei padri cappuccini, che lo
impiegavano sposso.

--Là giunti, disse al cavaliere di Malta, Vostra Eccellenza potrà
probabilmente accompagnarsi con qualche cappuccino, che tratto tratto
ve ne sono che si recano in Romagna per predicarvi o per altro.

--Lo farei volentieri, rispose il conte.

--Allora, riprese la guida, io condurrò Vostra Eccellenza nel convento
dei Padri, che trovasi nei dintorni di Chieti.

Il cavaliere di Malta accettò, e si rimise in cammino col servo e col
suo conduttore, il quale montava una grossa mula carica di diverse
bisacce contenenti carte ed altri oggetti diretti ai padri cappuccini.

Il freddo era ancora abbastanza vivo in mezzo a quei monti: e le
lunghe notti, le pioggie, che cadevano talora, obbligavano a fermate
più lunghe di quanto il cavaliere avesse previsto.

Nulla stancava la sua costanza: eppure per natura egli era poco
paziente.

Ma l'idea che le noje, cui sottostava, erano necessarie per obbedir
donna Livia, bastava ad alleggerirgliene il peso.

Amava la giovine duchessa come si ama di rado; immensamente cioè, e
senza speranza alcuna di mercede. Una volta che egli aveva accennato
tremando al suo amore, ella, se lo rammentava ad ogni istante, gli
aveva detto che tale amore per la sposa di un altro, di suo cugino,
era indegno di lui, che ogni sua lusinga sarebbe stata follia verso sè
stesso, offesa grandissima a lei, ed egli aveva giurato di non
parlarne giammai.

L'amicizia, che poi ella gli aveva accordata, la fiducia che in lui
riponeva lo rendevano altiero; gli bastavano, o faceva almeno il
possibile perchè gli bastassero.

Ed a lui era vietato persino ciò che è sempre concesso agli
innamorati: pascersi cioè d'illusioni: immaginare, circostante
imprevedute e lontane che possono venire a cangiare qualunque
situazione più difficile. Donna Livia in ogni modo mai lo avrebbe
amato; mai sarebbe stata sua. Libero, la morte di don Francesco gli
sarebbe forse balenata un istante come ipotesi possibile; Vi avrebbe
fermato il pensiero involontariamente, arrossendo fors'anco, ma con
trepidazione; avrebbe veduto aprirglisi dinanzi una fuggitiva
probabilità, una via nascosta, nella quale pur ripugnando d'entrare,
avrebbe creduto scorgere una meta.

Ma egli, legato da voti eterni, non aveva nemmeno mai guardato a tal
via: fra il suo amore e donna Livia vi era un abisso: lo sapeva, e
nondimeno la adorava sempre. Ella in quel viaggio gli era ad ogni
istante presente: si chiedeva ciò che ella farebbe, che le avverrebbe
in quella Catania da cui sempre più andava allontanandosi.

Pensava anche a donna Rosalia: un segreto presentimento gli faceva
temere che la sua figlioccia non resisterebbe alle pene che
l'attendevano. Confrontava tra sè quell'assenza alle altre: provava
una voluttà amara e melanconica, nel dire a sè stesso che mai si era
sentito come allora legato a Catania tanto fortemente.

Precorreva col pensiero il giorno in cui vi ritornerebbe: lo
desiderava e lo temeva insieme.

Ed intanto procedeva, ma lentamente.

Era contento della sua guida, che conosceva perfettamente le strade, e
che faceva quanto era in poter suo per assecondare l'impazienza che
egli mostrava.

Quel buon uomo era d'altronde poco voglioso di prolungarsi l'onore di
viaggiare in compagnia d'un cavaliere generoso ed affabile, ma che non
proferiva mai dieci parole di seguito, e che coll'esempio forse aveva
reso il suo servo poco ciarliero.

Ad Ambrogio, chè tale era il nome della guida, era occorso più volte
far cammino insieme a frati di diversi ordini, e mai ne aveva trovato
alcuno che serbasse con più regolarità il silenzio di questi suoi
compagni. Credeva la parola una necessaria manifestazione del
pensiero, e fra sè diceva che il suo momentaneo signore doveva pensare
assai poco. Non immaginava come invece il povero conte fantasticasse
continuamente; come, mentre sembrava fissare la criniera del suo bel
cavallo nero, il suo cervello non potesse trovare un momento di
riposo.

Ambrosio in buona fede credeva, ed avrebbe scommesso, che quel
gentiluomo non sapeva sostenere una conversazione; egli al contrario
si sentiva nato per la società: così ad ogni momento rivolgeva il
discorso al servo, non osando farlo al padrone. Non lo lasciava per un
pezzo, accontentandosi della brevità con cui gli si rispondeva.

Sin dal principio aveva chiesto e chiedeva ancora al fedele seguace
del conte di San Giorgio il nome di questi; ma tali domande riescivano
sempre inutili: il cavaliere aveva detto al suo servo Antonio che
desiderava non si sapesse chi egli fosse, e ciò era bastato a
chiudergli le labbra in proposito. Invano la guida diceva goder tutta
la fiducia dei padri cappuccini; che quindi si poteva contare sulla
sua segretezza, se la segretezza era necessaria.

Il servo rispondeva colla più gran flemma che ne era intieramente
persuaso.

L'altro interrogava ancora su diversi argomenti. La curiosità, tutti
lo sanno, è la facoltà che si stanca meno; essa si ravviva cogli
ostacoli. Per questo Ambrogio non aveva rinunciato affatto all'idea di
conoscere il nome del gentiluomo che accompagnava, e non isfuggiva
occasione alcuna per riescire in tale intento.

Un giorno egli disse ad Antonio con aria trionfale:

--Ho veduto per la prima volta che il vostro padrone è un cavaliere di
Malta. Ho osservato la gran croce dell'ordine sotto al suo mantello.

--Sì, bravo, rispose Antonio.

--Oh, io li conosco i cavalieri di Malta; i padri cappuccini me ne
hanno mostrati alcuni.... Allora voi sarete stato alla guerra col
vostro padrone.

--Siete curioso, messer Ambrogio.

Ed il bravo domestico spronò il cavallo, onde raggiungere il conte di
San Giorgio, che senza avvedersene forse era sempre innanzi un buon
tratto.

Così si fece quel viaggio sino al principio degli Abruzzi: così
probabilmente sarebbe continuato sino a Chieti, se una pioggia
dirottissima non avesse costretto il conte ed i suoi compagni a
passare due giorni nella meschina osteria di un paesello situato tra i
monti, nascosto quasi tra le ramificazioni degli Apennini.




II.


Contro gli elementi è inutile impazientarsi!

Ed il cavaliere di Malta, benchè a malincuore, decise, entrando nel
suo meschino alloggio, di starvi finchè il tempo fosse cangiato.

Sarebbe stato follia pensare altrimenti.

Il cielo era carico di nubi nere, che si aprivano per lasciar cadere
la pioggia con una violenza estrema.

Le vie erano allagate, ed i poveri tetti di quelle case, che avevano
tutte il carattere più deciso di capanne, erano scossi da sì impetuosa
bufera, e sembravano barcollare.

Il timore che potessero crollare, se quel temporale perdurava, non
sarebbe stato infondato.

Tutti si rinchiudevano in casa.

Il conte di San Giorgio si affacciò alla finestruccia mal connessa
della povera stanza che gli era stata fissata. Contemplò la scena che
si offriva a' suoi sguardi.

Non un'anima viva, non un rumore il quale contendesse anche debolmente
con quello della pioggia, che infuriava sempre più.

Le nubi fittissime e scure sembravano avere abbassata la vôlta del
cielo, mentre gettavano una specie di tetro manto sulla campagna e la
avvolgevano intieramente con esso.

Il delizioso paesaggio, il vasto orizzonte che da quella finestra
sarebbe stato possibile scorgere, erano spariti; non si sarebbero
sospettati in quel giorno.

Quella scena era triste, ma non faceva sul cavaliere una impressione
penosa. Essa armonizzava coll'animo suo: lo spingeva maggiormente
verso la malinconia. cui già inclinava.

Dopo qualche tempo si venne a toglierlo alle sue meditazioni.

--La cena è all'ordine, disse Antonio, arrestandosi sulla soglia ed
inchinandosi.

Il cavaliere lo seguì in silenzio; la sala da pranzo era la cucina;
non ve n'era altra nell'osteria.

L'oste istesso venne ad incontrare quello che aveva indovinato essere
un ospite di gran conto, e lo pregò umilmente a perdonargli se non gli
era possibile servirlo in luogo migliore.

Il conte rispose con distrazione che ciò gli era indifferentissimo.

Si assise ad una tavola preparata per lui in fondo alla stanza.

La guida intanto era già installata dinanzi al fuoco e stava
discorrendo coll'ostessa, a cui narrava essere il gentiluomo, che egli
accompagnava, un cavaliere di Malta. Tale qualità sembrava far poco
effetto sull'ostessa, che chiedeva se quel signore era ricco e
generoso.

In quel momento furono interrotti da Antonio, che si avvicinava per
ricevere dall'oste un piatto d'uova da recare al conte.

Quella modestissima cena si componeva di ben poca cosa, ed il
cavaliere la terminò presto.

La pioggia continuava sempre con eguale violenza: nulla faceva
presumere che il cielo avesse a rasserenarsi presto; l'oste diceva al
cavaliere che alle volte tali pioggie primaverili duravano tre o
quattro giorni di seguito.

Tale prospettiva non doveva certo allettare il conte. Che mai poteva
far egli onde ingannare il tempo, lungo forse, che dovrebbe passare in
quella miserabile osteria: egli, abituato alla società più scelta ed
aristocratica?

Se lo chiese però senza timore; la solitudine anche in quel luogo
orribile non lo spaventava, poichè mai gli avveniva d'annojarsi.

L'oste lo invitò a sedere dinanzi al camino sgombrato dagli utensili
di cucina, e nel quale ardeva un gran fuoco.

Il cavaliere vi si assise infatti: benchè fosse nobilissimo ed avesse
avuto in vita sua grandi soddisfazioni d'amor proprio, non era
orgoglioso: non riguardava con disprezzo quelli che la Provvidenza
aveva fatti nascere al disotto di lui; per questo non isdegnò
trattenersi in quella cucina, al contatto della povera gente che vi si
trovava.

«Donna Livia, diceva tra sè, sì generosa ed indulgente farebbe lo
stesso.»

Ogni qualvolta egli trovava qualche rassomiglianza tra i suoi
sentimenti e quelli della duchessa provava un senso di gioja; gli
sembrava avvicinarsi a lei.

Era un'ingenuità, direbbero molti.

E sia; ma di quelle ingenuità che si possono rinvenire in persone di
spirito, e che fanno sorridere di compassione tanti sciocchi.

Un'ora dopo, il cavaliere di Malta era ancora seduto nello stesso
luogo.

La notte era venuta: nessun avventore aveva colla sua presenza rotta
la monotonia che regnava in quella vasta cucina, resa ancora più
triste dalla meschina lampada ad olio che sola la rischiarava.

Finalmente il conte si alzò: il servo lo precedette con un lume: da un
pezzo Antonio era già pronto.

Un letto abbastanza pulito attendeva il cavaliere: egli avrebbe dato
assai assai perchè il sonno venisse a toglierlo tosto ai pensieri
continui, che quasi lo stancavano. Ma è allora appunto che il sonno si
fa attendere; e tutti dormivano nell'osteria che il cugino del duca
vegliava ancora.

L'indomani il cattivo tempo imperversava come nel giorno precedente:
come il precedente lo passò il conte, e verso sera, alla stessa ora
del dì prima, era assiso al fuoco della cucina.

Vi stava da qualche tempo: da qualche tempo Ambrogio un po' discosto
ciarlava colla moglie dell'oste, quando si udì battere con forza
all'uscio di strada.

Si andò ad aprire, ed un uomo sulla sessantina entrò tutto stravolto.

L'oste al vederlo mise un grido di sorpresa; un altro ne mise la
moglie.

--Voi qui! esclamarono insieme, volgendosi al nuovo venuto.

--Sì, per mia disgrazia, rispose egli.

--Che volete dire?

--Che sono ben sfortunato! Oh se sapeste che cosa è avvenuto a me ed a
mio figlio!

--Spiegatevi una volta.

--Adesso, lasciatemi sedere.

E si avanzò verso il camino; ma ad un tratto si arrestò imbarazzato,
scorgendo il cavaliere di Malta, che non aveva veduto prima; non seppe
più se avanzare o retrocedere; rimase perplesso, confuso.

--Non temete, gli susurrò all'orecchio l'oste; è un cavaliere
buonissimo; la sua presenza non vi impedirà che mi narriate....

Egli era curioso di conoscere il motivo di quella agitazione; curioso
quasi al pari di Ambrogio, che non molto discosto attendeva con
un'ansietà mista di piacere il racconto che starebbe per fare il
vecchio. Eppure non lo conosceva: le sue parole, non lo
riguarderebbero menomamente; ma che monta? Quando si è presi dal
desiderio di sapere, saper sempre senza ragione, non si pensa tanto:
nella brava guida tal desiderio era ad ogni istante vivo.

Del resto questa volta aveva compagni; non soltanto l'oste, ma anche
sua moglie attendeva con impazienza. Essi erano parenti di colui che
doveva parlare, è vero; ma probabilmente non avrebbero, anche in caso
diverso, gran che differito da Ambrogio.

Il conte aveva prestato poca attenzione a quanto succedeva intorno a
lui; in quell'istante donna Livia ed anche gli altri suoi parenti, i
loro segreti, le loro preoccupazioni orano assai più presenti allo
spirito di lui, delle persone che gli stavano vicine. Non vide nemmeno
l'oste esaminarlo rapidamente, come per accertarsi della verità di
quanto aveva asseverato al vecchio.

Dopo un tale esame, l'oste scostò una sedia dalla tavola, e
collocandola a qualche passo dietro il conte l'additò al suo parente,
dicendogli:

--Sedete e parlate. Sapete quanto ci interessiamo a voi e a vostro
figlio.

Il cavaliere volse il capo a quelle parole.

Tutti gli sguardi si fissarono sopra di lui; ma egli aveva già ripreso
la sua prima posizione.

Certo, pensò, quanto costui vuol narrare si può udire senza
indiscrezione, poichè si dispone a parlare in presenza di tutti; e
persuaso d'udir cose indifferenti, tornò ad immergersi ne' suoi
pensieri.

Antonio non divideva la curiosità degli altri; formava eccezione col
conte, malgrado non avesse, come questi, preoccupazioni particolari.

Ei non si dava pensiero che di quanto risguardava il suo servigio; da
questo in fuori non aveva da molti anni pensato assolutamente ad
altro; da ciò la flemma indifferente che gli era naturale in ogni
cosa, che si leggeva sulla sua fisonomia, in ogni suo atto, e che
tanto meravigliava la guida.

Intanto il parente dell'oste si disponeva a soddisfare alle domande
fattegli, e dopo aver dato in qualche altra esclamazione di dolore,
incominciò:

--Ero andato quindici giorni fa con mio figlio a Teramo: poveretto!
chi avrebbe immaginato ciò che lo attendeva! Certo allora non si
sarebbe mosso di qui.

Ed il vecchio si arrestò un momento, come se volesse accrescere la
curiosità degli uditori.

Era per questo, o perchè il dolore gl'impediva veramente di
continuare, troncandogli la voce? Nessuno glielo chiese; che ad
interrompere un contadino non si finisce più. Si aspettava che
riprendesse da sè il racconto, e ciò non tardò molto.

--Sapete, proseguì, che mio figlio doveva sposare, appena arrivato a
Teramo, quella ragazza, cui voleva gran bene, che credeva ne volesse
altrettanto a lui, ma ciò non era, a quanto sembra. Fidatevi dunque
delle donne, delle forestiere soprattutto!... Vi è noto difatti che
quella giovane è di Ancona, o forse di più lontano ancora; e che mio
figlio la conobbe per essere ella camerista di quella dama, che ha la
bella villa qui presso....

--Affrettatevi, Adriano, disse l'oste, che tutto ciò il sappiamo.

--Eh lasciatemi dire con ordine... Insomma mio figlio e colei si erano
data parola di sposarsi: questo bisogna ve lo richiami; ed io ero
contento, perchè la padrona della ragazza, che se la tiene assai cara,
aveva promesso dotarla: mio figlio non vedeva più che pe' suoi
occhi... dunque, senza andare a saper tanto pel sottile chi ella
fosse, che famiglia avesse, si erano concluse le nozze; convenuto che
verso Pasqua il mio Battista ed io saremmo andati a Teramo, e che dopo
le feste si sarebbe fatto il matrimonio in casa della signora. Di
lettere non ne corsero da quest'autunno a quando partimmo; però non
doveva essere avvenuto cangiamento alcuno nelle idee della ragazza,
perchè il mese scorso ci mandò a salutare da un dipendente della sua
padrona, come faceva sempre quando ne aveva l'occasione, e ci fece
dire che ne aspettava. Noi partiamo dunque.

--Che uomo nojoso! disse piano l'ostessa ad Ambrogio. Come se non
sapessimo anche questo!

--Eh via, lasciatelo dire, rispose la guida pure a bassa voce.

--Sì, sì, tacete sussurrò l'oste.

Questa leggiera interruzione era durata un batter d'occhio, ed il
vecchio continuava.

--Partiamo dunque. Appena giunti a Teramo, naturalmente ci rechiamo a
casa della padrona di Carolina. Facciamo chiedere di questa, ed ella
vien subito, sì; ma come ci tratta! Ha un'aria da signora davvero:
sembra sdegnare di salutarci, ed in poche parole dice chiaramente a
mio figlio che non può più divenire sua moglie, perchè un gran
cangiamento è avvenuto nella sua condizione.

--Ma era vero questo? interruppe l'oste.

--Eh sì; aspettate. Mio figlio senza chieder altro si mette a piangere
come un ragazzo. Gli è che, vedete, era stregato da colei; povero
bernardone!

--Ed ella? domandò l'ostessa; e voi, che faceste?

--Ella non parve molto commossa dalla disperazione di Battista;
dissegli si consolasse, che ella non aveva colpa, se impreveduti
avvenimenti le impedivano mantenere un'antica promessa. Se avesse
trattato così con un altro non l'avrebbe passata liscia... Ma
Battista! Ella lo conosce; si contenterebbe, ne era sicura, di
singhiozzare.

--Ehi? chiese l'oste; come andò poi a finir tutto?

--Carolina, continuò il vecchio che sembrava parlare anche per proprio
conto, e come desideroso di sfogarsi, aveva certamente dato parola a
mio figlio, soltanto per la poca terra che possediamo; non abbadò a
Battista che cercava intenerirla.

Carolina, le diceva tra i singhiozzi, non vi ricordate dunque più
d'avermi voluto bene ed assicurato tante volte che non vedevate l'ora
di diventare mia sposa? Ella non rispose subito; indi: Che cosa ho da
farci? Allora io non sapevo...

--Che cosa siete diventata dunque? l'interruppi io, qualche dama?--Non
una dama, mi disse in collera un bel giovane che entrava allora, e che
forse vuole sposarsi lui quella gioja; ma non è più in condizione
eguale a vostro figlio. Farebbe una pazzia se lo sposasse.--Dite
almeno una volta, domandai a colui, che cosa le è avvenuto;
spiegatevi.

--Oh per questo vi soddisferò, ribattè egli; è giusto; volete che
parli io per voi? chiese tutto sorridente a Carolina: mi date
licenza?--Fate pure diss'ella, ed io andrò dalla signora, che mi
aspetta. E quasi senza salutarci, si allontanò, contenta di liberarsi
di noi. Grande acquisto che avrebbe fatto mio figlio!... Ma ei non
vuol darsi pace e continua a piangere.

--Ma che cosa vi narrò poi quell'uomo? domandò l'ostessa.

--Carolina, mi disse, ha ragione; per obbedirla, per accontentarvi vi
dirò tutto.--Aveva un'aria d'importanza che bisognava vedere.--Ma io
non mi lasciai mettere soggezione. Attesi si spiegasse. Mio figlio
attendeva pure con ansietà certamente; ma senza ristare dal piangere e
col volto nascosto fra le mani,--Saprete forse, continuò colui, che
Carolina aveva una zia che l'amava molto e che sempre aveva servito da
governante; da molti anni era andata con un vecchio padrone a Venezia.

Venezia! questo nome scosse il cavaliere di Malta; gli sembrava strano
venisse a ferire il suo orecchio in quel luogo solitario, tanto
lontano dalla città delle lagune. Quale combinazione! Dapprima, non
aveva quasi ascoltato il racconto del vecchio; poi lo aveva udito con
qualche interesse; certo non vi era confronto alcuno tra il suo amore
per la duchessa e quello di Battista per Carolina; ma pure si lasciava
involontariamente cattivare da tutto quanto riguardava quel
sentimento, che viene sì diversamente provato, che spinge ora al bene
ed ora al male.... Adesso l'interesse del conte si era fatto maggiore;
si parlerebbe forse dei luoghi, ove doveva recarsi.

Il vecchio continuava, e ripeteva le parole di quello, che egli
sospettava rivale a suo figlio.--Questa zia è morta da due anni: ma
Carolina non ne ebbe mai contezza: quand'ecco che alcuni giorni fa
viene chiamata ad un convento; trova un frate forestiere, che le
annunzia la morte di quella donna, e le rimette molto danaro,
moltissimo danaro, dicendole che le era stato lasciato dalla zia già
da molto tempo, ma che, non avendola sino allora potuta trovare, si
aveva dovuto aspettare tanto a rimetterglielo. Ed ecco tutto. Colui
fece per andarsene, ma io lo trattenni.--Quanto mi aveva narrato
sembravano inverosimile.--Come mai, chiesi, questa zia era divenuta sì
ricca?--Questo non so, rispose: sembra fosse stata al servizio di un
padrone generosissimo; forse ammassò quell'oro a poco, a poco:
nessuno, disse quel frate, sa però chi fosse tale padrone, ed ella
morì improvvisamente, senza nemmeno avere potuto confessarsi; morì
tanto improvvisamente, che corse per Venezia la voce fosse stata
avvelenata.--Bene; replicai io a quel giovane; se lo tenga Carolina il
suo oro: chi sa da qual parte viene! Datti pace, Battista, dissi
quindi a mio figlio: ma ei non mi udiva, e dovetti condurlo via per
forza da quella casa. Ora è qui che mi vuol far impazzire. Da due
giorni che siamo ritornati, tento invano consolarlo. L'ho lasciato un
momento solo con sua madre per disperazione.... Non potevo più
resistere a vederlo sì afflitto.

Il vecchio aveva terminato il suo racconto; l'oste e la moglie si
diedero a consolarlo. Ambrogio tanto per parlare fece lo stesso.

--Mandatemelo qui quel ragazzo, disse l'oste; cercheremo distrarlo un
poco.

--Non vuol andare da nessuno; vi assicuro che fa scoppiare il cuore.

--Sventurato! mormorò il cavaliere.

Questa parola ei l'aveva pronunciata senza avvedersene, sommessamente
tanto, che nessuno la udì. Il dolore di quel giovane contadino, che
appariva sì profondo, lo aveva vivamente commosso; e non era questa la
sola impressione, che gli avesse destata la narrazione udita.

Il conte pensava anche a quella donna morta, a quanto dicevasi, di
veleno a Venezia, e si sentiva tratto a fantasticare su quella
circostanza; ma cessò presto dall'occuparsene. Sapeva che non bisogna
mai lasciarsi trasportare dalla immaginazione, che può condurre
lontanissimo dal vero, e fare scorgere misteri, laddove non sono che
cose naturalissime.

Eppure lo spaziare in regioni ideali poteva essere in quel tempo
errore più perdonabile. L'oscurità generale, i costumi dell'epoca, non
bellissimi al certo, avevano però alcun che di ribelle, che si
sottraeva all'impero assoluto della realtà.

Ma il conte resistette; e vide in quella storia un fatto naturale, e
che non poteva avere certo alcun rapporto cogli sconosciuti parenti,
che egli sperava rinvenire a Venezia.

Vi soffermava ancora il pensiero; ma soltanto per occuparsi del povero
Battista, o piuttosto per riflettere quante pene si possono trovare
ovunque; quanti affanni di cuore è possibile rinvenire in ogni ceto di
persone: pene tante volte ignorate, affanni degnati tante volte appena
d'uno sguardo dai felici, cui tutto sorride, che non comprendono come
si possa soffrire, e temono forse lasciare un lembo della loro
felicità a contatto del dolore.

Il conte amava osservare, riflettere; egli era alquanto filosofo.

Quando era entrato in quella meschina osteria, non aveva creduto
certamente trovarvi diversioni, che potessero occupare anche per poco
il suo spirito. Però si sentiva più che mai preso dal desiderio di
proseguire il suo viaggio nel modo più sollecito.

Ah! come bramava condurlo a termine; ritornare a Catania; riveder
donna Livia; fare in modo che il duca non giungesse mai a sapere
ch'ella lo aveva mandato in traccia dei loro parenti spogliati!

Intanto il vecchio Adriano era partito; l'osteria aveva ripreso il
solito aspetto; vi si parlava sommesso come prima.

Il cavaliere di Malta si alzò: accennò al suo servo di seguirlo e
passando da una loggia di legno, che metteva alla sua camera fredda e
mal riparata, vi si soffermò per consultare il cielo. La pioggia era
cessata, ma l'oscurità era ancora profonda; non si vedeva brillare
alcuna stella.

Domani, pensò il conte, benchè il cielo non sia ancora sereno, potrò
partire egualmente, lo spero...

Ed entrò nella sua stanza.




III.


L'indomani spuntò torbido e nero, e la pioggia, cessata la sera prima,
aveva ripreso a cadere, se non con gran violenza, senza interruzione
però.

Le strade erano poi ancora più impraticabili; agli abitanti del
paesello ciò non dava gran pena; nessuno ne fu dunque contrariato la
centesima parto di quanto lo fosse il cavaliere di Malta.

Si era alzato all'alba, ansioso di sapere se potrebbe continuare la
sua via. Ei provò un senso di dolorosa impazienza nel vedere che ciò
gli sarebbe impossibile ancora; ma durerebbe sempre quella situazione?

Donna Livia per sicuro lo credeva assai più innanzi; ed invece tanti
ostacoli ritardavano il suo cammino, ad onta della buona volontà,
dell'ansietà sua; ed ora doveva fermarsi di nuovo!

Tutte queste cose il conte le pensava sospirando; per incoraggiarsi
diceva a sè stesso essere la strada che gli rimaneva lunga sì, ma
certamente più conosciuta, più agevole, ma non vi riusciva; il
pensiero di dover aspettare ancora lo tormentava. Il giorno precedente
non si era tanto impazientato. Perchè mai questo?

Era forse semplicemente effetto dell'essere intieramente riposato
dalle fatiche del viaggio. In ogni modo tale indugio gli pesava assai.
Dopo aver passeggiato un pezzo su e giù per la sua stanzaccia, discese
nella cucina.

L'oste venne, come già aveva fatto la mattina innanzi, a
complimentarlo, unendo ai rispettosi saluti qualche imprecazione al
cattivo tempo, che perseguitava il cavaliere.

Il conte ebbe bisogno di tutto il suo buon senso per non adirarsi di
quelle ciarle. Era in una disposizione d'animo tutta diversa del
solito. Quante volte non accade ciò, e talora anche senza cagione
alcuna?

L'oste era ben lontano dal dolersi della pioggia, grazie a cui
soltanto il cavaliere forastiero si tratteneva.

La guida aveva preso in paco il suo partito; aveva ciarlato tutta
mattina coll'oste e la moglie, prendendo a tema la storia del povero
Battista; si era occupato con loro a commentarla, e senza impazienza
alcuna aspettava che il tempo smettesse il broncio.

Quanto al servo del conte, comprendendo che il suo padrone era di
cattivo umore, malediva alla pioggia, ed usciva dalla sua abituale
placidezza.

Ma verso sera le nubi si diradarono come per incanto; un vento
impetuoso le aveva scacciate in pochi istanti; il cielo tornò sereno,
ed il sole apparve circondato da un'aureola dorata, splendido e puro.
Mai esso era giunto sì caro al conte di San Giorgio. Le sue speranze
ritornarono con esso, come se si fossero riaccese a quella fulgida
luce.

Però ei non poteva pensare a partire sino al giorno seguente.

La notte non era lontana; ed il sole, che aveva quasi terminato il suo
corso, benchè allora soltanto si fosse mostrato sull'orizzonte, non
doveva tardare a nascondersi di nuovo.

Il cavaliere di Malta si ritirò presto, ordinando al servo ed alla
guida di tenersi pronti a lasciar l'osteria l'indomani per tempo.

E così fu; poichè le strade, grazie al vento che aveva continuato
tutta la notte impetuoso, si erano alquanto asciugate.

Fu con vero piacere che il conte si allontanò da quei luoghi; quasi
ora pentito di non aver pazientato qualche giorno a Malta per
attendervi una nave, che direttamente lo conducesse a Venezia; ma
ormai la cosa era fatta.

Ah! se avesse potuto varcare, come lo faceva col desiderio, lo spazio,
che il divideva da quella città, cui era diretto, come presto vi
sarebbe giunto! con quale rapidità!

Ma il desiderio, per vivo che sia, non dà mai l'impossibile, benchè
possa far conseguire il difficile; ed al conte non rimaneva che usare
dei mezzi posti a sua disposizione onde affrettarsi.

Ambrogio durava fatica assai più del servo a seguirlo su d'una strada
difficile, ove il pantano giungeva ancora ad una incomoda altezza. Ma
si fece il possibile per arrivare a Chieti prima della notte, e fale
scopo fu raggiunto. La giornata non era ancora finita, quando Ambrogio
esclamò:

--Ecco Chieti!

E poco dopo si fermarono ad una locanda.

Il mattino seguente la guida condusse il conte al convento dei
cappuccini situato fuori della città.

Quei padri accolsero benissimo i viaggiatori, e fecero mille offerte
al cavaliere di Malta.

Ambrogio si era apposto al vero. Un padre cappuccino doveva partire
per una città delle Romagne, Loreto; ed il conte vi si recherebbe con
lui.

Ciò gli era assai caro, tanto più che poteva costeggiare l'Adriatico,
come desiderava.

Ambrogio fu largamente ricompensato; ma dovette separarsi da' suoi
compagni di viaggio, senza saperne di loro più di quanto ne aveva
indovinato.

Il padre cappuccino lo rimpiazzò presso di loro, e partirono insieme
il giorno dopo.

Quel frate si recava a Loreto per predicarvi, ed assicurò il cavaliere
che, il tempo permettendolo, vi giungerebbero fra cinque o sei giorni.

--Dunque, cavaliere, diss'egli al conte, voi siete diretto a Venezia?

--Sì.

--Venite da lungi?

--Da Manfredonia, ove arrivava da Malta.

--Come mai non vi imbarcaste direttamente per Venezia?

--Non mi fu possibile ritrovar subito un bastimento; ma forse ad
Ancona mi imbarcherò.

Il frate troncò quel dialogo; pensava che andar per mare a Venezia
sarebbe stato il partito più ragionevole.

Ed il conte era sempre più pentito di non averlo adottato, perchè
avrebbe fatto più presto ed evitato mille noje.

Il cappuccino, che viaggiava col cavaliere, era un giovane di una
fisonomia simpatica e dolce, dai modi gentili e distinti.

Era stato detto al conte esser egli un bravo predicatore; ed infatti
sembrava molto istruito.

La finezza di sentire, che rivelava sempre ne' suoi discorsi,
contribuiva a rendere la sua compagnia piacevole. Il cavaliere lo
ascoltava volentieri, e sovente si interteneva seco a lungo,
felicitandosi sinceramente di averlo compagno.

Un giorno avvenne al conte di dimenticare in una osteria di villaggio,
ove avevano passato la notte, una piccola valigia, che portava sempre
seco; mandò tosto il suo servo a cercare di essa, ed egli medesimo
pregò il frate a ritornare un poco sui loro passi, onde sapere più
presto su la valigia fosse ritrovata.

Il cavaliere era agitatissimo.

--Se la smarrissi, disse al padre Leone, non me ne consolerei giammai,

--Oh! spero la ritroverete, ed intatta; poichè certamente avrete con
voi la chiave.

--Sì, ma temo lo stesso; per me quella piccola valigia è preziosa;
contiene delle carte importantissimo, delle lettere, poi anche il
ritratto di mia madre che non ho mai conosciuta, ed i cui tratti mi
sono noti soltanto, grazie a quell'effigie.

--Comprendo allora la vostra ansietà, signor cavaliere; ma, ne sono
persuaso, ricupererete quella valigia; conosco l'oste che ci albergò,
per aver alloggiato da lui diverse volte; sì egli che la sua famiglia
sono persone onestissima; ed a quest'ora non vi sarà stato dopo di noi
alcun forastiero.

Il conte, incoraggiato da quelle parole, attese Antonio più
tranquillamente.

Questi giunse poco dopo; portava seco la valigia, che rimise al suo
padrone.

Essa era chiusa, nessuno poteva averla toccata; pure il conte la aprì
e la osservò.

Tutti volsero la briglia alle loro cavalcature; ritornarono a fare il
tratto di strada già percorso due volte in sì breve tempo. Pel momento
si procedeva lentamente; perchè il cavaliere era ancora occupato ad
esaminare la valigia.

Prima di rinchiuderla, ei mostrò al padre cappuccino un quadretto,
legato in oro e cesellato con molta finezza, dicendogli:

--Ecco il ritratto di mia madre, di cui vi parlai. Un distinto pittore
glielo fece appena sposa.

Il giovane frate lo prese tra le mani e l'osservò.

--È singolare! esclamò tosto.

--Che cosa?

--Questo ritratto.....

--Ebbene!

--Mi rammenta in modo straordinario una giovane signora, che vidi
diverse volte a Pesaro.

--Che dite?

--Il vero; sono le stesse fattezze, e soprattutto l'impronta della
fisonomia, il taglio degli occhi, il loro colore, lo sguardo...
tuttociò non potrebbe essere più eguale.

Il cavaliere era agitato... Sua madre rassomigliava al vecchio duca
dell'Isola, a donna Rosalia, che anche per questo gli era sempre stata
cara; ma più che a tutti rassomigliava, per quanto ne aveva udito
dire, al parente diseredato, di cui in casa non si serbava alcun
ritratto. E vi era a Pesaro una giovane donna, che tanto veniva
richiamata dall'effigie della contessa?... Come mai?

Pure alle volte si danno di questi casi; ma nelle circostanze, in cui
si trovava il conte di San Giorgio, ei non poteva riguardare quella
somiglianza come un semplice capriccio della natura.

--È cosa strana infatti! disse dopo un momento al cappuccino con
preoccupazione, prendendo il ritratto, ch'ei gli rendeva e
rinchiudendolo nella valigia.

--Sì, rispose egli; sono sicuro che, se voi vedeste la donna, di cui
vi parlai, sovverreste che io non esagerai menomamente; soltanto vi è
nel ritratto di vostra madre maggior brio, maggior freschezza di
colorito. Sembrano entrambe della stessa famiglia; tanto che io
l'avrei pensato tosto se voi, signor cavaliere, non mi aveste detto
non aver parenti da questo parti.

Il cavaliere di Malta rimase perplesso; il suo imbarazzo consigliò il
giovane frate a parlar d'altro: gli sembrava che il suo compagno di
viaggio non desiderasse continuare il discorso di prima.

Ben presto comprese che la preoccupazione del conte non faceva che
aumentare; per questo, dopo qualche frase indifferente, il frate si
tacque.

Il cavaliere non s'avvide quasi di quel silenzio; era fortemente
impressionato, e questa volta gli sembrava aver davvero ragione di
fantasticare.

Andrò a Pesaro, pensava; vedrò questa donna; ah si! bisogna che io la
veda; ma vi sarà ella ancora? A questo dubbio, natogli dopo qualche
tempo di silenzio, egli si volse al giovane, frate, e:

--La persona, che diceste assomigliare a mia madre, abiterà ancora a
Pesaro?

--Non saprei. Allora vi abitava; io non la conoscevo che di vista.

Il cavaliere ebbe un istante d'angoscia. Non importa, pensò poi; mi
recherò egualmente a Pesaro; io spero in ogni modo di trovarvela.

E come per distrarsi, senza sapere quanto si dicesse, s'indirizzò
nuovamente al cappuccino:

--Vi ho chiesto ciò, perchè avrei voluto giudicare io stesso di questa
rassomiglianza prodigiosa.

Il padre Leone sorrise leggermente; non poteva comprendere il motivo
reale, che guidava il cavaliere di Malta; ma era persuaso che esso
nascondeva un mistero.

Benchè assai giovane, non doveva aver più di ventitre anni, ei
possedeva molta esperienza, e soprattutto molta penetrazione; ma non
mostrò dubitare delle parole del conte.

Ed il viaggio, grazie a quell'incidente, continuò per un pezzo senza
che nè il cavaliere, nè il padre Leone profferissero parola.

Il primo non cessava dal pensare a quella donna, che il giovane
religioso aveva veduta a Pesaro, e che forse era strettamente legata
alla famiglia dell'Isola. Che non avrebbe dato per intrattenerne donna
Livia, per mostrarle il debole lume, che gli era apparso nelle
tenebre, e che sperava potesse guidarlo ad una intiera luce?

Ma perchè avrebbe desiderato far dividere alla duchessa la sua
agitazione, il disinganno che forse lo attendeva?... perchè infatti
poteva essere una falsa lusinga la sua.

Poi pensava che non s'imbarcherebbe ad Ancona; che terrebbe la via di
terra, e che il recarsi a Pesaro non lo devierebbe quasi dalla sua
strada.

Non sarebbe un gran ritardo, se anche i suoi passi in quella città
riuscissero inutili.

Ma perchè non avverrebbe il contrario? Ora sperava, ora temeva senza
poter renderne ragione a sè stesso.

Il giovane frate, che lo accompagnava, si occupava forse della
straordinaria impressione cagionata dalla osservazione da lui fatta;
osservazione semplicissima. Infatti se il cavaliere non aveva parenti
colà, se diceva il vero, perchè commuoversi a tal segno, se una. donna
sconosciuta richiamava i tratti di sua madre?

Intanto si continuava a procedere in silenzio. Il servo, che per
rispetto si teneva sempre un po' indietro dal suo signore e dal
religioso, non si era avveduto di nulla; nulla aveva inteso; egli era
anche quel giorno, ciò che era sempre, un automa movente, che sembrava
aver ricevuto per sua parte di felicità la calma più grande ed
inalterabile.

Si avanzava, e Loreto non era gran che discosto.

Il momento di lasciare il padre cappuccino si avvicinava: il conte
pensava anche a questo. La sua ansietà di procedere raddoppiava però;
benchè sentisse un'emozione penosa nel dire a sè stesso, come ogni
lega, che lo approssimava alla meta, lo allontanava sempre più dalla
sua isola natale, da Catania, dalla duchessa.

In mezzo alle sue preoccupazioni ei si chiedeva alle volte se mai la
rivedrebbe; era veramente il suo un grande amore, e colla lontananza
sembrava accrescersi. Certo contribuiva assai a fargli desiderare di
affrettarsi. Il conte non sarebbe stato sì ansioso senza di esso; per
quanto l'idea di compiere il voto del vecchio duca, di riparare alla
sua colpa, portando a dei parenti sventurati delle speranze, un
perdono che era loro dovuto, e che forse meritavano, avesse potuto
bastare ad agitarlo.

Ma in quale posizione troverebbe quei parenti? Potrei saperlo in parte
ora, pensò, se.... E senza finire di spiegare a se stesso ciò che
intendeva, si volse di nuovo al padre Leone.

--Perdonate, gli disse, la mia curiosità, che deve sembrarvi davvero
stravagante. La giovane donna, di cui parlaste, che conosceste a
Pesaro, in quale condizione si trovava?

Il giovane religioso lo esaminò rapidamente; ma rispose tosto:

--Non era ricca, a quanto credo. Era vedova da poco, per quel che ne
intesi; aveva due bambini.

--Il suo nome non lo conoscete?

--No.

--E, perdonate, dove solevate vederla? Il padre Leone parve
riflettere.

--Vi giuro, disse il conte, pensando che il frate potesse temere,
rispondendo, di cagionar danno a quella, donna; vi giuro che le mie
domande sono dettate da un giusto motivo; che soddisfacendomi,
dicendomi quanto sapete di quella donna, non le nuocerete menomamente.
Ebbi torto, il vedo, nel volervi far credere che la sola curiosità....

Il cappuccino l'interruppe.

--Non vi chiedo i vostri segreti, signor cavaliere rispose con una
dignità, che poteva sorprendere in mi povero frate; e poichè mi date
parola che non comprometto quella giovane donna parlando, vi dirò il
poco che ne so, o piuttosto che ne penso.... La credo una infelice
perseguitata dalla fortuna; ma la sua origine, le sue vicende mi sono
intieramente sconosciute.... Io solevo vederla nella chiesa di San
Domenico, ove l'anno scorso predicava. La sua tristezza,
l'abbattimento che si leggeva sul suo volto, il mistero, di cui pareva
circondarsi, chiamarono su di lei la mia attenzione. Molte volte,
nelle ore del giorno, in cui le chiese sono più deserte, potei
esaminarla lungamente; chè sovente, come ve lo dissi, ella era in
chiesa: abitava lì presso, e diverse volte la vidi entrare in una casa
vicina.

--Dunque non sapete se avesse parenti?

--Lo ignoro; ma secondo me, non crederei; però tale mia convinzione
potrebbe essere erronea....

Diceva egli il vero, oppure conosceva particolarmente quella donna?...
O non voleva dirlo, legato da qualche promessa, fors'anco dalla
confessione?...

Il conte pensò che in ogni modo il frate sembrava persuaso che ella
non avesse parenti: sa tale supposizione era vera, essa veniva a
distruggere in parte le sue speranze.

Ringraziò il cappuccino, e non fece altre domande su quell'argomento;
perchè comprese che il suo compagno o non voleva dir altro, o in
realtà non ne sapeva di più.

L'indomani giunse, senza che essi parlassero ancora di quella donna.

Arrivarono a Loreto; il padre Leone si accommiatò dal cavaliere di
Malta, perchè doveva recarsi tosto alla chiesa.

--Sempre, gli disse il conte salutandolo, rammenterò con piacere i
giorni, che passammo insieme.

--Ed io pure, rispose il giovane.

--Se mai il caso ci riunisse, ritroverete, padre, in me un amico: come
a me sembrerà ritrovarne uno in voi.

--Non ne dubitate, signor cavaliere, rispose il giovane commosso
alquanto. E si allontanò.

Il conte di San Giorgio lo seguì un istante collo sguardo: aveva
lasciato molte volte vecchi conoscenti, senza sentirne dispiacere,
come ora ne sentiva nel separarsi da quel cappuccino. Ma altri
pensieri lo occupavano troppo, perchè tale impressione durasse a
lungo.

Discese ad una locanda, deciso a fermarvisi fino all'indomani, perchè
i cavalli avevano bisogno di riposo. Visitò il santuario della
Vergine, scopo allora di appositi viaggi; e la sera ritirandosi ordinò
al suo servo di tenersi pronto a partire l'indomani di buon'ora.




IV.


Il giorno dopo il conte giungeva ad Ancona due ore prima del
mezzogiorno.

Ormai in tre giornate si troverebbe a Pesaro: saprebbe allora se aveva
sperato invano trovar colà il bandolo dell'arruffata matassa.

Affrettava col desiderio quel giorno: eppure con esso potevano svanire
le speranze concepite.

Per non impazientarsi troppo, se ciò doveva avvenirgli, si preparava a
restare deluso; ma a che serve? Alle volte si ha un bell'antivenire
colla immaginazione una pena, un disinganno, come si volesse con ciò
evitarli; non si soffre meno quando giungono.

Ad Ancona il conte, che era andato a fare un giro per la città, si
vide ad un tratto sbarrare la via da un gentiluomo sulla cinquantina,
che sbucava allora da una stradicciuola.

Alzò gli occhi sopra di lui, e provò una sorpresa non molto
aggradevole, riconoscendo uno dei suoi confratelli, col quale da più
anni non si era trovato.

Sino ad allora il caso lo aveva favorito; mai eragli avvenuto
d'incontrarsi in alcuno, che lo conoscesse; per questo aveva sperato
con qualche fondamento di poter condurre a termine il suo viaggio
nell'ombra più completa, come desiderava; ma dissimulò la sua
impazienza e rispose ai saluti dell'amico nel modo più amabile che gli
fu possibile.

--Per quale combinazione vi trovo qui? chiese al conte l'altro
cavaliere di Malta.

--Devo recarmi nelle terre venete per un affare.

--Ah comprendo! Infatti un sì lungo viaggio non si può far senza
scopo.

--Certamente.

Nel rispondere così asciutto, il conte sembrava contrariato, e l'altro
non persistè con nuove domande; chè temeva essere indiscreto.

Quel gentiluomo si chiamava il barone Fiordispina: era un'ottima
persona; amava assai il conte, di cui più volte a Malta, durante
l'assedio di Solimano, aveva ammirato il valore, il coraggio. Da
queste qualità soltanto soleva il barone misurare la stima, che
accordava ai suoi amici.

--Perdonate, disse al suo confratello, prendendogli amichevolmente il
braccio; io non credeva....

Il conte arrossì: quell'uomo gli aveva sempre dato prove di affezione
sincera, ed egli si era adirato ad una sua domanda naturalissima? nè
bastava; la vista di lui lo aveva messo di malumore. Qual colpa aveva
il barone, se ei non desiderava essere incontrato? Ma che? Non avrebbe
dunque più se non pensieri esclusivi? Per essi tratterebbe con
asprezza un amico?... Si pentì di quella involontaria collera; le
gentilezze, le prove di amicizia ricevute dal barone, le strette
relazioni avute sempre con lui gli tornarono in un istante alla
memoria; sicchè gli strinse fortemente la mano sorridendo.

--Eccovi dunque pacificato, caro conte, disse allora sorridendo pure
il barone, contentissimo di quel cangiamento.

--Attribuite la mia perplessità alla sorpresa; non potevo aspettarmi
trovar qui voi, fiorentino.

--È un caso infatti; sono venuto a passare ad Ancona un mese, in casa
di mia nipote Elvira, maritata da poco ad un gentiluomo ili qui.

--Ah vedo!

--Lo sapete: non ho altri parenti fuori di lei; voi, caro conte, ne
avete invece molti a Catania.

Queste parole cagionarono nel conte una penosa impressione. Quai
parenti! pensava; divisi fra loro da rancori, da odj, da passioni
violente! parte di essi spogliati, sconosciuti, nascosti!

--E da Malta, continuò il barone, che notizie abbiamo?

--La lasciai da poco, e per ora non vi è nulla d'importante.

--Me ne dispiace, perchè sono annojato di questa vita. È da Lepanto
che io non combatto! Fu quella davvero una bella giornata: peccato che
voi, conte, non vi siate trovato colà.

--Ah sì! Ero allora in Ispagna.

--Avete perduto una bella occasiona per dar prova del vostro valore.

Il conte sorrise.

--Voi siete sempre lo stesso, disse quindi.

--Eh, mio Dio, sì. Che volete? mi annojo senza guerre. Ma, lasciamo
questo; se avete a recarvi in qualche luogo, non restate per cagion
mia.

--Stavo dirigendomi al mio alloggio.

--Vi fermate molto qui?

--Sino a domani, e soltanto per lasciar riposare i cavalli.

--Non avete dunque alcun impegno quest'oggi?

--Nessuno.

--Pel momento dunque siete libero?

--Sì.

--Allora vi chiederò un favore.

--Quale?

--Che vi lasciate presentare ai miei nipoti.

--Sono dolentissimo di rifiutare, rispose il conte, ma....

--Perchè?

--Ho dei motivi per desiderare tener celato il mio viaggio.

Il barone parve sorpreso, ma riflettè poi che il conte di San Giorgio
godeva di tutta la fiducia del gran Maestro, che aveva avuto da lui
missioni segretissime, che poteva averne anche questa volta... e...

--Non importa, disse; se non è che per questo, qui nessuno può
conoscervi; non negatemi dunque la grazia che vi chiedo.

Il conte riflettè un istante.

--Ebbene, accetto, rispose poi.

--Del resto, continuò il barone, potete star tranquillo; ad Ancona non
havvi alcuno dei nostri confratelli. Ora, venite.

Il conte seguì il suo amico, che lo condusse in una delle più belle
case di Ancona.

Un servo li fece entrare subito in una sala, ove per solito si
tratteneva donna Elvira. Ella si alzò premurosamente, onde ricevere
l'ospite, che le conduceva suo zio.

Bruna, vivace, graziosa, donna Elvira piaceva subito, quantunque non
bellissima; ed il suo amabile sorriso, la sua voce argentina facevano
non si avesse quasi il tempo di notare ciò che eravi di poco corretto
ne' suoi tratti.

Il conte salutò profondamente quella dama, che gli riuscì simpatica
assai.

--Vi presento, mia cara nipote, dissi il barone, il conte di San
Giorgio, uno de' miei migliori amici e confratelli.

Ella salutò con grazia il forastiero, dicendo:

--Gli amici di mio zio sono i benvenuti in mia casa, e la onorano.

Poi, udendo dei passi nella sala attigua:

--Mio marito, disse.

E ripetè il nome del conte ad un gentiluomo che entrava allora, e che
accolse perfettamente il nuovo venuto.

--Spero, conte, gli disse, che durante il vostro soggiorno ad Ancona
accetterete l'ospitalità da noi.

Donna Elvira appoggiò con gentile insistenza questa offerta: pareva
che quei due sposi avessero comuni i pensieri ed i desiderj. E ciò era
infatti; essi erano nel numero di coloro, che Dio vuole felici; niuna
nube era mai sorta sulla loro esistenza; mai tempestose passioni non
l'avevano intorbidata; nulla minacciava il loro avvenire, il quale non
prometteva ad essi che delle gioje.

--Accettate, caro conte, disse a sua volta il barone, vedete con
quanta cordialità vi preghiamo.

Egli era contentissimo; che i suoi nipoti non avrebbero potuto
accogliere meglio il conte.

Questi non potè rifintare sì reiterati inviti, ed accetto; tanto un
giorno si sarebbe fermato ugualmente ad Ancona.

In quella casa poteva trovare qualche distrazione, non lo sperava, ma
comprendeva averne bisogno; perchè nulla stanca tanto la fantasia,
nulla la affatica di più che pensieri costanti, e sopratutto idee
fisse.

Poi da tanto tempo si trovava lungi dalla sfera, in cui era nato!...
Ritornarvi per un momento non gli dispiacque.

Prese dunque di buona grazia il suo partito; promise ritornare pel
pranzo; e dopo qualche tempo si recò al suo alloggio per dare gli
ordini al servo.

Il barone volle accompagnarlo, ed escirono insieme.

Poco dopo, e per l'ora convenuta, ritornarono alla dimora di don
Ottavio, il nipote del barone.

Vi trovarono alcune dame e diversi cavalieri, che erano pure invitati
pel pranzo: e quel giorno per combinazione si festeggiava da don
Ottavio il ritorno di un suo fratello, che veniva di Francia, ove
aveva passato due anni.

Quasi subito fu servito il pranzo con una profusione ed una
splendidezza veramente grandiosa.

Il conte di San Giorgio aveva sulle prime provato un po' di
contrarietà nel trovarsi in una compagnia più numerosa di quanto aveva
creduto; ma poi, pensando che nessuno lo conosceva, si rasserenò, e
divenne ciò che era in natura, il cavaliere di Malta, più
aristocratico che religioso, benchè senza alterigia.

Gli pareva quel giorno, nel vedersi in una sala addobbata con gusto,
in mezzo a persone del suo ceto: col lusso di numerosi domestici
riccamente vestiti; a quella tavola, ove i cibi più ricercati venivano
serviti in preziose supellettili, di trovarsi in Sicilia, al palazzo
dell'Isola: ma quella illusione non poteva durare a lungo, svaniva
quando egli alzava gli occhi sulle dame.

Nessuna di loro richiamava la duchessa! Dopo qualche tempo di
cerimoniosa freddezza, I discorsi si animarono, si parlò di guerra;
era un argomento inevitabile, dove si trovava il barone. Ei non
mancava toccarlo, se gli altri nol facevano prima di lui.

In quel momento di guerra in Italia non ve n'era alcuna; sicchè
l'amico del conte non potè parlare a lungo sul suo tema favorito.

Si chiesero al fratello di don Ottavio particolari sulle stragi della
Saint Barthélemy, durante le quali aveva egli detto essersi trovato a
Parigi.

Ei soddisfece alle domande fattegli, e dipinse con vivacità
quell'orribile massacro, la desolazione degli sventurati ugonotti.

--Vidi, disse, moltissime scene strazianti: il corpo dell'ammiraglio
di Coligny fatto segno ad infiniti oltraggi, e trascinato sino a
Monfalcone, ove venne appiccato sulla forca destinata ai più gran
malfattori. Non posso rammentarmi tale spettacolo senza rabbrividire.
Quale ferocia in quella plebe fanatica!

--E nelle provincie la strage fu pur grande, a guanto ne intesi,
interruppe il barone.

--Certo, riprese il fratello di don Ottavio, particolarmente a Lione,
a quanto ne udii. Il re fu di una severità crudele.

--Ah sì! esclamò il conte di San Giorgio, tale massacro fa esecrando;
come si può in tal modo opprimere vilmente degli infelici, se anche si
ingannano nelle loro credenze?

--Avete ragione, caro conte, dispose il barone: vilmente è la parola.
Infierire contro gente, che non è in numero per difendersi, non è
certo prodezza; coloro, che non arrossiscono di mettersi cinquanta
contro uno, secondo me, sono subito giudicati. Vili e crudeli.

--Sì, replicò il fratello di don Ottavio; dite bene: colle vostre
parole delineate, barone, la plebaglia di Parigi; quella plebaglia che
festeggiava intorno al cadavere del signor di Coligny, e che mi destò
tanto ribrezzo.

Gli altri convitati ad intervalli appoggiavano più et meno caldamente
tali opinioni; che per verità taluno di loro si dava poco pensiero
degli ugonotti, già morti da un pezzo, e trovava che tale discorso non
era il più adatto ad allietare un pranzo.

Ma ciò malgrado questo discorso continuava ancora.

--In Italia, disse don Ottavio, io ne ho la credenza, tali eccessi non
si sarebbero forse potuti commettere, ne è prova il vedere che nel
marchesato di Saluzzo gli ordini venuti di Francia non furono
eseguiti: degli autorevoli ecclesiastici stessi s'interposero, ed
Emanuele Filiberto, a malgrado le suggestioni di Castrocaro, che
voleva perseguitare i protestanti fuggiaschi, ordinò a tutti che
fossero accolti e lasciati liberi.

--Ed il papa, azzardò ridendo un giovane e bel cavaliere, che fece
celebrare come una vittoria quel massacro? Ed il cardinale di Lorena,
che ne ordinò clamorose dimostrazioni di gioja?

--Lasciate stare il papa ed i cardinali, interruppe ridendo pure il
barone, e voi, caro mio, che bazzicate alla corte di Firenze, pensate
che anche Cosimo di Toscana mandò ambasciatori speciali a felicitare
il re e la regina di Francia, ed a rallegrarsene.... Ma lasciamo sì
lugubre argomento, tanto più che Carlo IX è morto, ed a quanto pare
tutti preparano grandi feste anche in Italia pel passaggio di Enrico,
il nuovo sovrano di Francia, che per sì poco tempo regnò in Polonia.

--Infatti, disse un altro, a Venezia sopratutto si devono far cose
grandi, per quanto ne udii jeri in porto da gente giunta di là.

E dopo qualche altra parola su tali feste, si pensò ad occuparsi delle
dame, un po' trascurate, un po' dimenticate per quella discussione,
che probabilmente non le aveva divertite.

Sicchè con allegria terminò il pranzo.

Alla sera i parenti e gli amici di don Ottavio ritornarono alle loro
dimore.

Il conte di San Giorgio rimase ultimo a congedarsi da' suoi ospiti;
non aveva accettato di fermarsi in casa loro la notte, adducendo a
scusa che doveva partire da Ancona all'alba. Ed essi non osarono
insistere. Il barone era veramente contrariato di perdere si presto il
suo amico; ma, comprendendo che egli desiderava veramente partire, e
che probabilmente aveva gravi motivi per ciò, imitò don Ottavio e
donna Elvira, non si oppose alla partenza di lui; perchè eccedere
anche nella cortesia può toccare l'indiscrezione.

Volle però accompagnare il conte al suo alloggio: sortirono insieme
dopo che don Ottavio e sua moglie ebbero pregato il conte a venirli a
vedere se ripassava da Ancona, e ch'egli l'ebbe loro promesso,
ringraziandoli delle gentili accoglienze.

--Voi avete dei nipoti molto cortesi ed amabili. disse il conte di San
Giorgio al barone, appena furono nella via.

--Eh sì! godo nel vederli giudicati tanto favorevolmente da voi, caro
amico; quanto mi dispiace vedervi partire....

--Ci rivedremo presto a Malta: chi sa!

--Lo desidero, ma poichè i musulmani ci lasciano per ora
tranquilli....

Ed egli scosse il capo in segno di malcontento.

--Che? chiese sorridendo il conte, voi rimpiangete Solimano?

--Quasi per dirla!...

Ed il barone si mise a ridere colla bonarietà, che gli era abituale.

Anch'io, pensò osservandolo il conte di San Giorgio. mi rallegravo un
tempo quando vi erano guerre! Ove mai fuggì esso?

I due cavalieri di Malta giunsero in breve alla locanda.

Il fedele Antonio attendeva da gran tempo sulla porta il suo padrone.

Egli riconobbe il signor di Fiordispina, che non aveva veduto nella
giornata, quando si era recato alla locanda col conte.

Si rammentò che a Malta era stato uno dei più intimi amici del suo
padrone. Il barone, vedendo Antonio, esclamò volgendosi all'amico:

--Avete ancora il vostro fido servo?

--Il vedete, rispose il conte, mentre Antonio s'inchinava
rispettosamente.

Costui, pensò il barone, ne sa più di me; conosce la meta del viaggio,
che deve fare il conte, od almeno la conoscerà tra poco.

E dopo aver salutato con effusione il suo confratello, si allontanò.

--Eccomi libero, mormorò allora il conte; domani riprenderò
l'esistenza, che conduco da tanto tempo, ma presto sarò a Pesaro.




V.


Ed egli vi giunse finalmente in quella città, che le parole del
giovane padre Leone gli avevano fatto desiderare sì vivamente.

Fu con una grande speranza, e bisogna anche dirlo, con una certa
sicurezza, che dopo essersi riposato qualche istante si diresse verso
la chiesa di San Domenico, nelle cui vicinanze, glielo aveva detto il
religioso, aveva abitato ed abitava probabilmente ancora quella
giovane donna, ch'ei non conosceva, e che pur nondimeno con tanto
ardore desiderava rinvenire.

L'agitazione, che provava in quel breve tragitto. era tale che
sorprendeva lui stesso.

Gli sembrava che una forza superiore lo guidasse, lo spingesse.

Presto si trovò dinanzi a San Domenico; rimase un istante perplesso,
poi principiò le sue indagini.

--Abita qui, domandò egli ad una donna, che vide ferma sulla porta di
una casa poco lontano, abita qui una giovane signora, bruna, vedova,
con due bambini?...

--Illustrissimo no, rispose l'interrogata.

Il cavaliere di Malta non ne fu sconcertato; certo era quasi
impossibile trovare colei che cercava nella prima casa, in cui ne
aveva chiesto.

Si volse ad una specie di mercante girovago, che vide presso alla
chiesa, e gli ripetè la domanda già fatta invano.

--Io son forastiero, eccellenza, rispose quell'uomo: non posso
soddisfarla; chiamerò qui il sagrestano. che è mio amico e pesarese;
si farà premura di rispondere ad un cavaliere, e forse potrà servirla.

--Sì, chiamatelo, rispose il conte di San Giorgio, mi farete piacere.

E siccome colui aveva più del povero che del mercante, gli mise fra le
mani una moneta d'argento.

--Come mai non ho pensato io stesso? disse tra sè...

Ed intanto l'altro correva a cercar del sagrestane. Presto ritornò;
conduceva seco il suo amico, ed entrambi s'affrettavano.

--Sapreste dirmi, domandò il conte al nuovo venuto, dove dimora una
giovane signora, bruna e vedova, che l'anno scorso di quaresima,
abitava qui vicino, e che spesso si recava in San Domenico, e vi si
fermava a lungo?

Questa volta attendeva in preda ad una ansietà vivissima.

Il sagrestano, vecchietto che si dava qualche importanza, si fece
pensieroso, chè certo richiamava le sue memorie.

--Una giovane signora.... vedova.... bruna.... madre ad un
fanciulline.... che spesso si recava in questa chiesa.... disse
lentamente.

--Sì, sì.

Il conte di San Giorgio s'impazientava.

--Rispondete presto, sussurrò al sagrestano il suo amico, dandogli una
spinta.

--Me la rammento perfettamente, esclamò alla fine il vecchio.

Il cavaliere si scosse.

--Ebbene? domandò.

--Abitava qui vicino infatti, eccellenza, lì in quella casa:--e ne
additava una poco discosta.

--Ma ora, ora?

--Ora non vi abita più.

--Ma però dimorerà sempre in Pesaro? Insegnatemi dove, e....

Il sagrestano lo interruppe.

--Perdonate, eccellenza, è andata via: da più di sei mesi ha lasciato
questa città.

Il cavaliere impallidì; aveva dunque sperato invano, invano si era
lusingato. Restò un momento immobile, indi:

--Siete ben certo di quanto mi dite? mormorò.

--Oh! certissimo; non mi sarei permesso altrimenti dare questa
notizia.

--Non potrei sapere da alcuno ove quella signora si sia recata?

--Non saprei: ella viveva nella solitudine più completa, non
frequentava anima viva, però....

--Continuate.

Ed il conte, annojato da quelle esitazioni, mise del danaro fra le
mani del vecchio.

Sino d'allora, a quanto pare, tal mezzo era il più possente per
ottenere quanto si voleva. Ed il sagrestano non vi fu insensibile.

--È davvero un gran signore, pensò.

--Eccellenza, rispose rispettosamente, vi è una vecchia, che ajutava
talvolta la domestica di quella signora: può darsi che ella sappia in
qual luogo....

--Conducetemi da lei all'istante.

Il sagrestano si affrettò ad obbedire.

Gli fu necessario correre per secondare l'impazienza del conte di San
Giorgio.

--Chi lo avrebbe detto, borbottava tra sè, che quella signora, certo
non ricca, avesse ad essere ricercata con tanta premuna da questo
cavaliere?

Si chiedeva quali motivi ne fossero causa; ne trovava parecchi,
sceglieva tra loro, li confrontava, li respingeva.

Condusse il conte in una bruttissima via, stretta e sucida, la
peggiore di Pesaro; si arrestò dinanzi ad una meschina casupola.

--È qui, disse, che quella vecchia abita.

--Andatemela a chiamare, rispose il conte, spaventato quasi,
disgustato certo dalla specie di fogna, in cui si trovava.

Il sagrestano entrò nella casa,

Il cavaliere di Malta girò lo sguardo intorno a sè.

--Che? pensò: sarebbe possibile che in questo luogo potessi avere gli
schiarimenti che desidero? Che qui trovassi chi possiede i segreti
forse di colei, che ritengo mia prossima congiunta? Cielo! che mai
accadde del cavaliere dell'Isola?... Egli, nato in seno
all'opulenza.... Ed i suoi figli dove precipitarono essi?

Delle voci che si avvicinavano strapparono il conte a quelle
riflessioni.

Una vecchia accompagnava il sagrestano....

Saprebbe dessa?...

Non le disse nulla, non interrogò.... Doveva essere già informata...
D'altronde non ne avrebbe avuto il tempo; chè il sagrestano esclamò
tosto:

Non sa nulla. Eccellenza.

Queste parole fecero svanire l'ultima speranza del cavaliere di Malta.
Dunque tutte era finito!... Non saprebbe che fosse avvenuto della
donna che cercava? Colei, che un istante si era tenuto quasi certo di
rinvenire... Perdeva le sue tracce, quando soltanto per suo mezzo
avrebbe potuto forse aver notizia degli altri suoi parenti... Se il
cavaliere Dell'Isola era morto, come mai ritroverebbe quel figlio, di
cui il vecchio duca moribondo aveva palesato l'esistenza?...

Dovrebbe dunque ritornare a Catania senza nulla scoprire; e non
saprebbe riportare alla duchessa che delle congetture confuse,
incerte, infondate fors'anche... che maggiormente l'agiterebbero?

Mentre egli rifletteva a tutto ciò, il sagrestano e la donna, che gli
aveva condotta dinnanzi, lo esaminavano ed attendevano quanto direbbe
loro.

Infatti, dopo qualche istante, ei rivolse la parola alla vecchia.

--Che disse quella signora prima di lasciare Pesaro? Quale motivo
addusse?

--Nessuno, assolutamente nessuno; balbettò la povera donna posta in
gran soggezione.

--Quella partenza fu dessa precipitosa, o vi parve fosse stabilita da
lungo tempo?

--Partì improvvisamente colla sua domestica, non ne so di più, perchè
soltanto qualche volta andavo in quella casa. Quella signora parlava
pochissimo; era sempre assai triste.

--E non giungeste mai a conoscere qualche importante particolare, che
la riguardasse?

L'interrogata riflettè.

--Non so davvero che mi dire, mormorò; era assai affezionata al suo
bambino, che non toccava ancora, i due anni; so che ne aveva un altro
più piccolo da una nutrice, che ignoro ove abitasse; ella vestiva
sempre a bruno, da poco era vedova, e di suo marito non parlava mai.

--E non diceva talvolta di aver padre, fratello?

--Io non ne ho mai udito parlare.

--Nessuno veniva a vederla?

--Nessuno a quanto credo.

Mi sembra impossibile, pensò il conte, che se veramente era mia cugina
avesse a vivere in tal modo. La sua famiglia non dovrebbe essersi
tutta spenta. Poi ad un tratto.

--Ed il suo nome?

--Io la udii chiamar soltanto la signora Gabriella.

Gabriella! pensò il conte... Ma era questo il nome della seconda
moglie del duca suo avo!... della madre del cavaliere Dell'Isola... Ah
sì! doveva esser sua cugina... E per accertarsene, spinto da un
impulso involontario, irresistibile, senza darsi pensiero che quanto
stava per fare era forse sconveniente per lui, e poteva cagionar
sospetti, trasse rapidamente dalla valigia di pelle, che portava sotto
al mantello, il ritratto della contessa sua madre, e lo mise sotto gli
occhi della vecchia e del sagrestano.

Essi fecero un movimento di sorpresa.

--È il suo ritratto! sclamarono insieme. Dunque il giovane padre Leone
non aveva esagerato!...

Ah perchè non la ritrovai? pensò il conte.

La sorte si prendeva davvero giuoco di lui. Come potrebbe riescire se
essa non lo favoriva?

Dopo un istante di immobilità dolorosa rimise l'effigie della contessa
nella valigia.

Le due persone, alle quali egli l'aveva mostrata, fissavano in lui
degli sguardi pieni di curiosità. Certo, pensavano entrambi, questo
cavaliere deve conoscere assai la signora Gabriella. Forse è suo
fratello!.. forse qualche suo amante!...

Quanto s'ingannavano in quest'ultima congettura sopratutto!...
Eppure... chi non avrebbe pensato come loro, vedendo la premura,
l'agitazione del conte?

È così che talora si crede ciò che non è, e si riesce poi a
persuadersene in modo, che rende in seguito difficilissimo il
convincersi di avere errato.

Il conte di San Giorgio, pensando che quella vecchia non potrebbe
ormai essergli utile a nulla, la congedò dopo aver dato anche a lei
del danaro.

Dal suo contegno e da quello del sagrestano il cavaliere aveva
compresa la maraviglia cagionata in entrambi dalla sua singolare
condotta. Ma che gl'importava di loro? Già nessuno sapeva chi fosse.

--Vostra eccellenza comanda ancora qualche cosa da me? gli chiese il
sagrestano.

--No, no, rispose il conte, che si allontanò frettolosamente.

Ah, pensava, a che ci condurrà il progetto della duchessa? A nulla;
comincio a crederlo. E sarà per nulla che io la lasciai; che mi privai
dell'unica felicità, che mi può dare la vita!... Vederla talora,
parlarle qualche volta... Perchè io non iscoprirò nulla nemmeno a
Venezia: me lo dicono i miei presentimenti... Oh quella donna è
davvero della nostra famiglia!... Gabriella! non m'inganno... dove mai
si troverà dessa?... Se potessi saperlo; indovinare ove dimora!...

Queste idee stancavano l'immaginazione del conte.

Forse, diceva tra sè, è in questi dintorni, in qualche campagna
isolata, che ella si nasconde!

Ma è dunque sola?... Perchè?... Se mi provassi a cercarla nelle
adiacenze!...

Ma allora non mi recherei mai a Venezia!... Ed io voglio andarvi
presto...

Cercherò questa Gabriella nel ripassare di qui... e se a Venezia non
avrò scoperto nulla, farò di trovarla ad ogni patto....

E dopo aver preso questa risoluzione, il conte di San Giorgio si sentì
più tranquillo.

Per qualche tempo aveva esitato tra proseguire e fermarsi senza sapere
a qual partito attenersi. Ma ora ne aveva adottato uno, e si era
deciso fermamente per esso. È sempre un bene escire dalla perplessità.

Poi rifletteva che quella donna poteva essere ritornata a Venezia
insieme a' suoi parenti; che disgiunta forse da loro par qualche colpa
commessa, o per qualche fatalità, avesse finito poi per riconciliarsi
con loro, o per ritrovarli...

Se ciò fosse?... Ed egli, che poco prima si era proposto di non voler
più sperare, si lusingò ancora:... chè nuovi avvenimenti, nuove
congetture gli erano balenate dinanzi a rischiarargli l'orizzonte
sconosciuto.

Appena ritornato alla locanda, il cavaliere di Malta ordinò ad Antonio
di sellare i cavalli, che avevano fatto quel giorno poche leghe.

Il servo rimase sorpreso, poichè quel mattino istesso il conte gli
aveva detto che probabilmente si sarebbero fermati a Pesaro più che
nelle altre città, negli altri paesi già percorsi.

Ma Antonio non si permise la menoma osservazione ed obbedì in
silenzio.

Il conte si disponeva a lasciar Pesaro con una specie di gioja.

Pesaro, in cui era giunto con tante speranza, e che per tanto tempo
aveva desiderata!

Quante noje! Ma il pensiero di donna Livia lo sorreggeva. Sì, il duca
aveva avuto ragione nel trovare che suo cugino amava quella donna con
idolatria, non meno di quanto l'amava egli stesso!

Se avesse veduto quante pene il conte si prendeva per obbedirla, ne
avrebbe riso; ma detto anche fra sè che l'amore del cavaliere era, se
non più appassionato, assai più devoto del suo!

Il conte di San Giorgio era già a cavallo, nella corte della locanda;
stava per escirne, quando vide il sagrestano, che si avvicinava
correndo.

Chiedeva di lui?

Sì.

--Eccellenza, gli disse, mi è venuto un pensiero dopo averla lasciata;
sono andato a chieder notizia di quella dama ad una sua vicina.

--Ebbene?

--La signora Gabriella, dopo una breve assenza, ritornò a prendere le
sue robe, e quella vicina udì dal carrettiere che si recava a Rimini.

Ah! pensò il conte, io vi sarò stassera.

Ringraziò il sagrestano, lo regalò ancora, e partì.

Presto fu fuori della città. Spronò il cavallo, dicendo al servo di
affrettarsi più

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