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Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

by Francesco Domenico Guerrazzi · Italian · Gutenberg #17837 · 1,358,744 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
    
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Title: Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Author: Francesco Domenico Guerrazzi


        
Release date: February 23, 2006 [eBook #17837]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/17837

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK BEATRICE CENCI: STORIA DEL SECOLO XVI ***




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  BEATRICE CÈNCI

  STORIA DEL SECOLO XVI

  DI

  F. D. GUERRAZZI


  PISA
  A SPESE DELL'EDITORE

  1854.




Questa Edizione è posta sotto la tutela delle leggi relative.--Per cui
si avranno per contraffatti quegli Esemplari non muniti della firma
dell'Editore.


_Tip. Vannucchi._




A

MASSIMO CORDERO

MARCHESE DI MONTEZEMOLO, SENATORE DEL REGNO


_Non potendo in altro modo sdebitarmi dell'amicizia, che malgrado
l'asprezza della fortuna e la malignità degli uomini, tu, nobile
veracemente, mi conservasti, questo mio libro intitolo al tuo nome, e
desidero tu lo abbi caro.--Sta sano.

Bastia, 20 novembre 1853

A TORINO.

_Aff.mo Amico_

F.D. GUERRAZZI




INTRODUZIONE

              Amoroso ti versa a raccontare
                 Questa storia di pianto, o pianto mio.
                                              ANFOSSI.


Io quando vidi la immagine della Beatrice Cènci, che la pietosa
tradizione racconta effigiata dai pennelli di Guido Reni, considerando
l'arco della fronte purissimo, gli occhi soavi e la pacata
tranquillità del sembiante divino, meco stesso pensai: ora, come
cotesta forma di angiolo avrebbe potuto contenere anima di demonio? Se
il Creatore manifesta i suoi concetti con la bellezza delle cose
create, accompagnando tanto decoro di volto con tanta nequizia
d'intelligenza non avrebb'egli mentito a se stesso? Dio è forse uomo,
per abbassarsi fino alla menzogna? I Magi di Oriente e i Sofi della
Grecia insegnarono, che Dio favella in lingua di bellezza. La età
ghiacciata tiene coteste dottrine in conto di sogni, piovuti dal cielo
in compagnia delle rose dell'aurora: lo so. Serbi la età ghiacciata i
suoi calcoli, a noi lasci le nostre immagini; serbi il suo
argomentare, che distrugge; a me talenta il palpito che crea. I
pellegrini intelletti illuminano di un tratto di luce i tempi
avvenire; per essi i fati non tengono i pugni chiusi; su l'oceano
dello infinito appuntando gli occhi della mente, scorgono i secoli
lontani come l'alacre pilota segnala il naviglio laggiù in fondo, dove
il mare si smarrisce col firmamento. A questi sogni divini, che cosa
avete sostituito voi, uomini dal cuore arido? La verità, voi dite.
Sia; ma la dottrina di cui ci dissetate è tutta la verità? È ella
eterna, necessaria, invincibile, o piuttosto transeunte e mutabile?
No; le verità che deturpano la creatura non formano la sua sostanza,
del pari che le nuvole non fanno parte del cielo.--O giovani
generazioni, a cui io mi volgo; o care frondi di un albero percosso
dal fulmine, ma non incenerito, Dio vi conceda di credere sempre il
bello ed il buono pensieri nati gemelli dalla sua mente
immortale;--due scintille sfavillate ad un medesimo punto dalla sua
bontà infinita--due vibrazioni uscite dalla stessa corda della lira
eterna, che armonizza il creato.

Così pensando io mi dava a ricercare pei tempi trascorsi: lèssi le
accuse e le difese; confrontai racconti, scritti e memorie; porsi le
orecchie alla tradizione lontana. La tradizione, che quando i Potenti
scrivono la storia della innocenza tradita col sangue, che le trassero
dalle vene, conserva la verità con le lacrime del popolo, e s'insinua
nel cuore dei più tardi nepoti a modo di lamento. Scoperchiai le
antiche sepolture, e interrogai le ceneri. Purchè sappiansi
interrogare, anche le ceneri parlano. Invano mi si presentarono agli
occhi uomini vestiti di porpora: io distinsi dal colore del mollusco
marino quello del sangue, che da Abele in poi grida vendetta al
cospetto di Dio;--ahi! troppo spesso indarno. Conobbi la ragione della
offesa: e ciò, che persuase il delitto al volgare degli uomini, usi a
supporlo colà dove colpisce la scure, me convinse di sacrificio unico
al mondo. Allora Beatrice mi apparve bella di sventura; e volgendomi
alla sua larva sconsolata, la supplicai con parole amorose:

«Sorgi, infelice, dal tuo sepolcro d'infamia, e svelati, quale tu
fosti, angiolo di martirio. Lunga riposa l'abominazione delle genti
sopra il tuo capo incolpevole; e non pertanto reciso. Poichè seppi
comprenderti, impetrami virtù che basti a narrare degnamente i tuoi
casi a queste care itale fanciulle che ti amano come sorella poco anzi
dipartita dai dolci colloquii, quantunque l'ombra di due secoli e
mezzo si distenda sopra il tuo sepolcro.»

Certo, questa è storia di truci delitti; ma le donzelle della mia
terra la leggeranno:--trapasserà le anime gentili a guisa di spada, ma
la leggeranno. Quando si accosterà loro il giovane che amano, si
affretteranno, arrossendo, a nasconderla; ma la leggeranno, e ti
offriranno il premio che unico può darsi ai traditi--il pianto.

Ed invero, perchè non la dovrebbero leggere? Forse perchè racconta di
misfatti e di sventure? La trama del mondo si compone di fila di
ferro. La virtù nel tempo pare fiaccola accesa gettata nelle tenebrose
latebre dello abisso. Fate lieta fronte alla sventura; per molto tempo
ancora siederà non invitata alle vostre mense, e temprerà il vostro
vino col pianto. Quando cesserete di piangere voi sarete felici. E
giovino adesso le lacrime e il sangue sparsi; imperciocchè il fiore
della libertà non si nudrisca che di siffatte rugiade. La virtù, disse
Socrate, in contesa con lo infortunio è spettacolo degno degli Dei.
Bisogna pure che sia così, dacchè troppo spesso se lo pongano dinanzi
ai loro occhi immortali.

Pensoso più di te, che di me stesso, io piango e scrivo. Educato alla
scuola dei mali, mi sono sacri i miseri. I fati mi avvolsero fino
dalla nascita la sventura intorno alla vita come le fasce della
infanzia:--la sventura mi porse con le mammelle rigide un latte
acerbo, ma la sventura ancora mi ha ricinto i fianchi con la zona
della costanza; per cui dentro il carcere senza fine amaro incominciai
questo racconto, e dentro il carcere adesso io lo compisco.

Sopra la terra si levarono e si levano soli, nei quali la stirpe dei
ribaldi, per celare il pallore del rimorso o della paura, s'imbrattano
la faccia col sangue dei magnanimi, come gl'istrioni della tragedia di
Tespi se la tingevano di mosto.--Lo ricordino bene le genti: quando
l'amore di patria è registrato nel codice come delitto capitale--la
tirannide allaga a modo di secondo diluvio.

Ma la storia non si seppellisce co' cadaveri dei traditi: essa
imbraccia le sue tavole di bronzo quasi scudo, che salva dall'oblio i
traditi e i traditori.

Nella sala grande di Palazzovecchio in Firenze, nella estremità della
parete volta a tramontana havvi un quadro, dove scorgi un nano
precursore del duca Cosimo dentro Siena, con un fanale acceso nella
destra. Cotesta immagine è simbolo, o verità? Cotesto nano non è morto
senza posteri: sceso da serie lunghissima di antenati, ha dovuto
lasciare una discendenza che per ora non sappiamo quando sarà per
cessare.

Al tramonto del sole alcuni uomini hanno guardato la propria ombra; e,
vedutala lunga, si sono creduti grandi. Beati loro se fossero morti a
mezza notte! Però non senza intendimento la fortuna gli ha conservati
in vita: essi hanno insegnato che mille uomini mediocri, uno
aggiuntato all'altro, non formeranno mai un grande uomo;--e molto meno
un uomo di cuore.

Apolli di gesso vuoti, ma tristi; abietti, ma iniqui;--menzogna di
divinità. Quando atterrarono in Alessandria la statua del Sole,
trovarono la sua testa ricettacolo di ragnateli: quello che troveremmo
nella vostra non so; quel che conosco di certo si è, che il vostro
cuore racchiude un nido di vipere.

Le mani sono di Esaù, la voce è di Giacobbe, diceva Isacco; in voi,
voce mani e anima tutto è di Augustulo; imperciocchè la debolezza si
accoppii ottimamente con la crudeltà. Giuda senza rimorso, Claudii
senza impero--uscite dalla mia mente per sempre.

Però mi contrista un pensiero, ed è: che dal mal seme presto o tardi
nasce un frutto pessimo. O Creatore, tu che hai insegnato come il bene
non sorga dai sepolcri,--disperdi, io ti scongiuro, il giorno delle
vendette.

Verrà un dì, e verrà sento, in cui i miei conterranei daranno
sepoltura onorata a questo corpo stanco accanto alle ossa paterne.
Colà in quel monte, a capo della Terra ov'ebbi nascimento, la mia
tomba vi appaia quasi una mano distesa per benedirvi. A me giovi la
pietà vostra dopo la mia morte; io vi ho amato dal giorno che apersi
gli occhi alla vita;--e quando condurrete i vostri figli al Santuario
della Vergine, mostrando la mia lapide dite loro:

«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall'ora
che gli versarono sul capo l'acqua del battesimo; tutta la sua vita fu
una lunga lotta con lei: ma le lotte con la fortuna assomigliano a
quella di Giacobbe con l'Angiolo. Superato, non vinto, amò, soffrì e
si travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici
popoli, nè principi;---lo saettarono tutti. Dall'alto e dal basso gli
lanciarono strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri,
parte l'esilio. Prigioniero meditò e scrisse; libero si affaticò per
la salvezza comune, e principalmente per quella de' suoi nemici od
emuli. Invano la ingratitudine tentò riempirgli l'anima d'odio. Le
acque dello affanno lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore.
Offeso gli piacque la potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che
tenne la vendetta passione di menti plebee; nè perdonava soltanto, ma
(più ardua cosa assai) egli obliò.[1] La spada della legge, confidata
nelle sue mani, non convertì in pugnale di assassino. Quando altro non
potè fare, col proprio seno tutelò la vita di uomini che sapeva
essergli stati, e che avrebbero durato ad essergli nemici. Il popolo
un giorno lo ruppe come un giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono
alle moltitudini insanite come uno schiavo nel circo delle fiere.
Consumato nelle viscere, egli cadde sopra un mucchio di rovine e di
speranze; e non pertanto, morendo, lasciava alle genti il desiderio di
costumi migliori, e di tempi meno infelici. Le sue dita, con ultimo
moto, segnarono per testamento sopra questa terra desolata le parole:
_virtù, libertà_.»


NOTA

  [1] «My curse shall be forgiveness». Byron, _Child Harold, C. IV._




CAPITOLO I.

FRANCESCO CÈNCI

                    Per tutti i cerchi dello Inferno oscuri
                      Spirto non vidi in Dio tanto superbo.
                                                 DANTE


Non so se più soave, ma certamente simile alla Madonna della Seggiola
di Raffaello avrebbe dipinto un quadro colui, che avesse tolto a
imitare per via di colori il gruppo, che stava aspettando Francesco
Cènci nella sala del suo palazzo. Una sposa di forse venti anni,
seduta sopra i gradini di un finestrone, teneva al petto il suo
pargolo; e dietro alla sposa un giovane di egregie sembianze, col
volto basso, contemplava cotesto spettacolo di amore: egli solleva le
mani giunte e alquanto piegate verso la spalla sinistra, per
ringraziare Dio di tanta prosperità che gli manda. La sembianza e lo
atteggiamento dimostrano come in quel punto lo commuovano tre affetti,
che fanno l'uomo divino. Le mani erano a Dio, lo sguardo al figlio, il
sorriso alla sposa.--Però la donna non vedeva cotesto sorriso, chè lei
assorbivano intera i doveri e la dignità di madre. Il fanciullo
sembrava un angiolo, il quale avesse smarrita la via per tornarsene in
cielo.

Ma dall'altra parie della sala stava disteso sopra un pancone un uomo,
che sembrava avesse fornito a Michelangiolo il modello di taluno de'
suoi famosi crepuscoli. Appena mostrava il volto, celato sotto il
cappello di larghe falde e conico di forma. La barba avea lunga,
rabbuffata e grigia; la pelle, simile a quella che Geremia deplora nei
figliuoli di Sion, tinta di cenere come il pavimento del forno[1]. Si
avviluppava dentro un ampio tabarro: le gambe e i piedi, l'uno
soprammesso all'altro, aveva calzati di sandali, giusta il costume
degli uomini del contado di Roma. Forse egli era armato, ma teneva le
armi nascoste; però che la Corte Romana, dopo papa Sisto V, procedesse
molto rigidamente in simile faccenda.

Chiunque, in mezzo della sala, avesse posto mente prima al gruppo
dell'amorosa famiglia e poi a quell'uomo, avrebbe ricordato il detto
della Scrittura: _divise le tenebre dalla luce_[2].

Due giovani gentiluomini passeggiavano per la sala, taluni con veloci
e talora con tardi passi, ricambiando parole a voce alta, o sommessa.
Il primo aveva la pelle chiazzata di vermiglio come macchie di erpete;
dalle pupille nere, luccicanti traverso i cigli infiammati, traluceva
la ferocia, mescolata ad un certo smarrimento mentale: rari ed irti i
capelli: sozzi i denti: il naso camuso e le guance flosce lo
arieggiavano col cane da presa. Le vesti, comecchè nobilissime, erano
scomposte: la parola usciva impetuosa e roca dai labbri riarsi:
accenti impuri, cui forse natura per rendere più laidi volle
accompagnati con fetido fiato: rotti e continui i moti delle spalle,
dei bracci e del capo. Il delitto stava là dentro come un vulcano
prossimo a prorompere.

L'altro poi era pallido, e di aspetto gentile: copiosa e ben composta
la chioma bionda, tardo e mesto a guardare e a parlare: sovente
distratto: qualche volta sospiroso: si fermava, trasaliva, la
commozione interna svelava col tremito del labbro superiore, e
coll'agitarsi degli estremi peli dei baffi. Le vesti, i nastri, le
trine del colletto e delle maniche elegantissime. Chiunque lo avesse
veduto avrebbe esclamato a prima giunta: _costui sospira_.

In tonacella senza ferraiolo, simile ad una gazza che inquieta ed
obliqua saltella per casa, ecco un prete guizzare qua e là, dandosi la
maggior pena del mondo per trarre a se l'attenzione degli astanti, o
almeno di taluno fra loro. Egli favellava della state e del verno, del
caldo e del freddo, della sementa e della raccolta, ma nessuno gli
attendeva: talora domandava se in quel giorno avrebbe potuto avere la
degnazione di parlare con sua Eccellenza il clarissimo signor Conte;
tal altra a quale ora egli soleva levarsi, e a quale asciolvere; se
costumava spendere molto tempo attorno alle mondizie della persona, e
se tutti i giorni desse udienza;--era fiato gettato: nessuno gli
rispondeva, però che gli sposi rimanessero estatici nella loro
letizia; il villano paresse una statua di bronzo; il gentiluomo dal
volto vermiglio lo avesse squadrato così di traverso, da mettergli i
brividi addosso; il gentiluomo dal volto pallido lo fissasse come uomo
piovuto dalle nuvole. Il povero prete stava per dare del capo nei
muri: proprio per disperazione, di tanto in tanto apriva il breviario
e leggeva; ma col sembiante di chi trangugia medicine amare: gli occhi
gli sdrucciolavano giù per le pagine: avresti detto che avesse recato
seco cotesto libro, come colui che va ad annegarsi si porta il sasso
per legarselo al collo.

Il volto dello sciagurato prete, per ordinario tinto del giallo
pallido dei mozziconi di cera avanzati al servizio dell'altare, quasi
per impazienza si era fatto acceso: non poteva darsi pace che nessuno
gli porgesse ascolto; e sì ch'ei meritava essere avvertito, non fosse
altro per indovinare se avesse più logora la tonacella veste del suo
corpo, o il corpo veste della sua anima: logori entrambi, amici vecchi
fra loro, e, con rammarico grande del loro padrone, testimoni che
nulla ha da durare eterno nel mondo.--

Il curato (dacchè il prete fosse proprio un curato) dopo aver fatto
esperimento come non si verifichi sempre la sentenza della Scrittura
«_picchiate, e vi sarà aperto_,» si era indirizzato per la terza o
quarta volta a certo staffiere di sala, il quale sembrava finalmente
disposto a dargli retta, quando il gentiluomo dalla trista figura
chiamò con voce arrogante:

--Cammillo!

La natura dei servi è, che quando non hanno motivo peggiore per
incurvarsi, obbediscono a cui comanda più superbo; e Cammillo
staffiere, comecchè tra la famiglia ampissima dei servi non fosse dei
più tristi davvero, tuttavolta, girando quasi per iscatto di molla su
i talloni, mutò la faccia per le spalle davanti al prete; e, fatto
arco della persona verso il gentiluomo, con voce ossequiosissima
rispose:

--Eccellenza!

--Avrebbe il nobil Conte per avventura mal dormito stanotte?

--Non lo so--ma non credo. Gli furono portate parecchie lettere sul
fare del giorno, massime di Spagna e del Regno:--potrebbe darsi, ma
non lo so, che adesso stesse attorno a riscontrarle.

In questo punto un latrato infernale intronò le orecchie degli
astanti: poco dopo si aprono con impeto furiosissimo le imposte della
stanza del Conte, e ne prorompe fuori un mastino di enorme grandezza
tra spaventato e inferocito.

Il villano, giacente accanto la porta, in meno che si dice _amen_ è
balzato su ritto; e, sviluppatosi dal tabarro, dà di mano a un pugnale
largo, e lungo bene due palmi, atteggiandosi a difesa. La giovane
madre si strinse il figlio al seno, cuoprendolo con ambe le braccia.
Il padre si parò dinanzi al figlio e alla sposa schermendoli col
proprio corpo. I gentiluomini si scansarono con fretta decente, come
chi non vuole a un punto incontrare il pericolo, e non mostrar paura.
Il curato poi si mise a fuggire.

Il cane, seguendo suo istinto, si avventa contro il fuggitivo, lo
azzanna per gli svolazzi della tonaca, e gliene strappa un lembo; e
gli faceva peggio, se due staffieri correndo non lo avessero
trattenuto a gran pena afferrandolo pel collare. Il breviario era
rotolato per terra. Il povero prete traeva dolorosi guai; e, stretto
dalla medesima smania che spingeva lo ebreo Sylock a gridare «_la mia
figlia! i miei danari!_», esclamava:

--La mia tonaca! il mio breviario!--

Il cane infellonito abbaiava più forte che mai.

Sopra la soglia apparve un vecchio. Questo vecchio era Francesco
Cènci.

Francesco Cènci, sangue latino dell'antichissima famiglia Cincia,
annoverava fra i suoi antenati il pontefice Giovanni X, quel sì famoso
drudo della bella Teodora, la quale per virtù di amore lo condusse
vescovo prima a Bologna, poi a Ravenna, e finalmente lo fece papa. E
come nel tempo, così era cotesta famiglia nel delitto vetusta;
imperocchè, se la storia porge il vero, Marozia sorella a Teodora,
intendendo torre a lei e al Papa amante il dominio di Roma, occupa
proditoriamente la mole Adriana: invaso con molta torma di ribaldi il
Laterano, uccide di ferro Piero fratello di Giovanni, e Giovanni
stesso chiude in carcere; dove, o per veleno o altramente, rimase
morto. Corre fama eziandio, che lo rinvenissero cadavere nel letto di
Teodora; e la superstizione immaginò lo avesse strangolato il diavolo,
in pena dei suoi delitti. Morte obbrobriosa a vita di vituperio!

Francesco Cènci possedè copiosissimi beni di fortuna, chè la sua
entrata si stimò meglio di centomila scudi; la quale per quei tempi
era infinito, ed anche ai nostri sarebbe non ordinario tesoro. Glielo
lasciava il padre, che, tenendo il camarlingato della Chiesa sotto Pio
V, mentre questi vigilava a rinettare il mondo dalle eresie, il
vecchio Cènci attendeva a rinettargli dagli scudi l'erario: egregi
entrambi nel diverso mestiere. Intorno al conte Francesco, male
sapevasi che cosa si avesse a pensare: forse sopra alcun uomo mai
corse così diverso il grido come sopra di lui. Chi lo predicava pio,
liberale, mansueto e cortese: altri, all'opposto, lo dicevano avaro,
villano e crudele. Fatto sta, che in conferma così dell'una come
dell'altra fama potevansi addurre riscontri. Aveva sostenuto parecchi
processi, ma n'era uscito sempre assoluto _ex capite innocentiæ_:
molti però non si acquietavano punto a siffatti giudicati, e andavano
sussurrando dintorno, che fino allora non avevano veduto mai la Ruota
Romana condannare uomini ricchi per centomila scudi di rendita. Ma se
la vita sua compariva al pubblico misteriosa, troppo palesemente ebbe
a provarla senza fine spietata la sua misera famiglia, la quale per
pudore, e molto più per paura, non ardiva profferire parola. La sua
famiglia troppo bene sapeva com'egli si compiacesse immaginare trovati
terribili, e quanto più paurosi, ed alla opinione dello universale
contrarii, tanto a lui maggiormente graditi; e appena immaginati
dovevano mandarsi ad esecuzione, e ad ogni costo; avesse a spendersi
un tesoro, o commettere incendio, od omicidii. Il suo volere, era il
lampo; il fare, tuono. Costumava (a tanto egli giunse di audacia!)
tenere conto esattissimo dello speso in delitti; ed in certo suo libro
di _Ricordi_ si trovarono registrate le seguenti partite:--_Per le
avventure, e peripezie di Toscanella 3500 zecchini, e non fu caro. Per
la impresa dei sicarii di Terni zecchini 2000, e furono
rubati_.--Viaggiava a cavallo e solo: quando sentiva il cavallo stanco
scendeva, e comperavane un altro: se ricusavano venderglielo ei se lo
toglieva, dando qualche pugnalata per giunta. Paura di banditi nol
tratteneva da passare soletto le foreste di san Germano e della
Faiola; e spesso ancora, senza punto posare, fu visto condursi a
cavallo da Roma a Napoli. Quando appariva in un luogo, egli era certo
che o ratto, o incendio, o assassinamento, od altro funestissimo caso
stava per succedere. Forte fu della persona, e destro in ogni maniera
di esercizii maneschi, così che provocava sovente i suoi nemici con
soprusi e dileggi: ma di questi, palesi ne aveva pochi; chè lo
temevano assai, e a cimentarsi con lui ci pensavano due volte.
Conduceva in ogni tempo al suo soldo una masnada di bravi; il cortile
del suo palazzo offriva infame asilo ad ogni maniera di banditi. Tra i
feroci baroni romani ferocissimo.

Sisto V, che fu pontefice (ed avrebbe potuto anche essere carnefice)
di Roma, certa volta invitati al Vaticano gli Orsini, i Colonna, i
Savelli, i Conti Cènci, ed altri fra i più potenti dei nobili romani,
dopo averli trattenuti alquanto in piacevoli ragionamenti si accostava
agli aperti balconi, donde, volgendo gli occhi alla sottoposta città,
disse ai circostanti: «O la mia vista, siccome suole per vecchiezza, è
diventata fosca, o di qualche strano apparecchio vanno ornati
stamattina i merli dei palazzi delle Signorie vostre eccellentissime:
andate a riscontrare, e in cortesia fatemi assapere quello ch'è.»

Erano i cadaveri penzoloni dei banditi, che nei palazzi di cotesti
signori riparavano. Il Papa aveva ordinato si prendessero, e tutti,
senza misericordia, ai merli del palazzo s'impiccassero.

Francesco Cènci, per questo e per altri successi avendo ottimamente
conosciuta la natura del Papa, reputò opportuno di tirarsi al largo; e
finchè ei visse stette a Rocca Petrella, chiamata ancora Rocca
Ribalda. Il serpe aveva trovato a mordere la lima.

Di persona, aiutante era molto; e, comunque in là con gli anni, pure
bene di salute disposto; se non che, offeso nella diritta gamba,
zoppicava. Copioso d'idee e facondo di eloquio, avrebbe acquistato
fama di oratore egregio se glielo avessero conceduto i tempi e la
lingua, che, ad ogni più leggiera alterazione inciampandogli fra i
denti, lasciava adito alla voce come acqua rotta fra i sassi. Di laide
sembianze non poteva estimarsi per certo; e non pertanto sinistre
così, che giammai seppero ispirare amore, talvolta reverenza, troppo
spesso paura. Se togli il colore dei capelli e dei peli, di neri
mutati in bianchi; se alcuna ruga di più; se una magrezza maggiore, e
una tinta più gialla e biliosa, il suo volto presentava la medesima
aria della sua giovanezza. La fronte, mentr'ei posava, appariva
segnata appena di una ruga non profonda quale o il rimorso o la cura
sogliono imprimere; ma sì sfumata, leggiera, come l'amore descrive,
esitando, con la punta estrema dell'ale sopra la fronte della bellezza
che declina. Gli occhi, mesti per ordinario, colore del piombo simili
a quelli del pesce morto, privi affatto di splendore, contornati da
cerchi cenerini, e reticolati di vene violette e sanguigne--pareano
cadaveri dentro casse di piombo. La bocca sottile perdevasi fra le
rughe delle guance. Cotesto volto sarebbesi adattato ugualmente bene a
un santo e ad un bandito: cupo, inesplicabile come quello della
sfinge, o come la fama dello stesso Conte Cènci.

Della persona e dei costumi di lui parmi aver detto abbastanza: più
tardi m'ingegnerò esporre uno studio psicologico intorno a questo
prodigioso personaggio.

Il Conte la sera precedente erasi ritirato di buon'ora nelle sue
stanze, insalutati moglie e figliuoli. A Marzio, che gli profferiva i
consueti uffici, aveva risposto:

--Va' via: mi basta Nerone.

Nerone era un cane enorme di mole e di ferocia.--Così lo nominò il
Cènci, meno in memoria del truce imperatore, che per significare, nel
vetusto linguaggio de' Sanniti, forte, o gagliardo.

Coricato appena, prese a dare di volta pel letto: incominciò a gemere
d'impazienza: a mano a mano la impazienza diventò furore, e si pose a
ruggire. Nerone gli rispondeva ruggendo. Indi a breve il Conte,
balzando dalle odiate piume, esclamò:

--Abbiano avvelenato le lenzuola!--Questo si è pur dato altra volta,
ed io l'ho letto in qualche libro. Olimpia! Ah! mi sei fuggita, ma io
ti arriverò:--nessuno ha da scapparmi di mano--nessuno.--Quale
silenzio è questo accanto a me! Che pace qui in casa mia!
Riposano:...--dunque non gli atterrisco io?--Marzio.

Il cameriere chiamato accorreva prontissimo.

--Marzio, riprese il Conte, la famiglia che fa?

--Dorme.

--Tutti?

--Tutti; almeno sembra, poichè ogni cosa sia tranquilla in casa.

--E quando io non posso dormire ardiscono riposare in casa mia?--Va',
guarda se veramente dormono; oreglia alle stanze, in ispecie quella di
Virgilio; sprangale pianamente per di fuori, e torna.

Marzio andò.

--Costui, continuava il Conte, sopra gli altri aborrisco; sotto quella
superficie di ghiacciata mansuetudine non iscorrono meno veloci le
acque della ribellione: aspide senza lingua, non però senza veleno.
Quanto mi tarda, che tu muoia!--

Marzio, tornando, confermava:

--Dormono tutti, anche don Virgilio; ma di sonno travagliato, per
quanto può giudicarsi dall'anelito febbrile.

--L'hai sprangata fuori?

Marzio col capo accennò affermativamente.

--Bene; prendi questo archibugio, sparalo traverso l'uscio della
stanza di Virgilio, e poi urla con quanto hai di fiato nella gola:--al
fuoco! al fuoco!--Così insegnerò a costoro dormire mentre io veglio.

--Eccellenza....

--Che hai?

--Io non le dirò: pietà del ragazzo, che pare ridotto _in
extremis_....

--Continua....

--Ma la è cosa da mettere sottosopra il vicinato.

Il Conte, senza punto turbarsi, pose chetamente la mano sotto al
capezzale; e, trattane fuori una pistola, la spiana improvviso contro
il cameriere, che tramutò in volto per terrore, e con voce soave gli
disse:

--Marzio, se un'altra volta invece di obbedire attenterai contradirmi,
io ti ammazzerò come un cane:---va'.

Marzio andò più che di passo ad eseguire il comando.

È impossibile descrivere con quanto terrore fossero destati le donne e
il fanciullo. Balzano da letto, si avventano contro gli usci; ma non
li potendo aprire urlano, pregano si dica loro lo accaduto, per amore
di Dio aprano, dalla tremenda ansietà gli liberino. Nessuna risposta:
spossati tornano a gittarsi sul letto, travagliandosi per un sonno
affannoso.

Dopo forse due ore il Conte chiama di nuovo il cameriere, e lo
interroga:

--Fa giorno?....

--Eccellenza no.

--Perchè non fa giorno?...

Marzio si strinse nelle spalle. Il Conte tentennando il capo, quasi
per irridere se stesso della domanda strana, riprese:

--E quanto tarderà ancora a spuntare l'alba?

--Un'ora.--

--Un'ora!--Ma un'ora è un secolo, è una eternità per chi non può dormire,
o mio... sta a vedere, che per poco non aggiungeva--Dio.--Dicono il sonno
amico dei santi: se questo fosse, io avrei a dormire quanto i sette
dormienti insieme! Che fare adesso? Ah! spendiamo questo avanzo di notte
in qualche opera meritoria;--educhiamo Nerone.--

E ordinava a Marzio prendesse certo uomo di paglia, e lo portasse in
sala dove mettevano capo le camere delle donne e del fanciullo: egli
poi trasse Nerone in altra stanza, lo aizzò, lo inasprì, e poi,
spalancato allo improvviso l'uscio, lo avventò contro l'uomo di
paglia. Il cane, cieco di rabbia, si lancia a balzi contro il
simulacro, e lo strazia latrando disperatamente. Il Conte traeva
maraviglioso sollazzo a contemplare le prove di cotesta belva, e a
Marzio, che gli si era accostato, così favellò:

--Questo è il figlio della mia predilezione, come disse la voce sul
Giordano; e lo educo, a Dio piacendo, a difendermi dai nemici, ed
anche dagli amici; in ispecial modo dai miei figli dilettissimi; dalla
consorte più diletta ancora, ed anche un po' da te--e toccava la
spalla al cameriere--mio lealissimo Marzio.

Così empita di spavento e di terrore la casa tornò alla stanza, dove
la natura, vinta dalla spossatezza, lo costrinse a breve sonno e
interrotto. Quando si alzò era torbido in vista.

--Ho fatto mal sonno, Marzio.... mi son sognato che stava a mangiare
co' miei defunti. Questo denota morte vicina. Prima però ch'io vada a
mangiare costà, bene altri, Marzio, bene altri mi avranno preceduto ad
apparecchiarmi la tavola.

--Eccellenza, sono giunte lettere dal Regno per cavallari apposta....

Il Conte sporse la mano per riceverle. Marzio continuava:

--E di Spagna col corriere ordinario; le ho messe tutte sul banco
dello studio.

--Bene: andiamo....

E sorretto da Marzio, accompagnato da Nerone, si avviava allo studio.

Sorgeva appena un magnifico sole di agosto, il quale tingeva in oro
co' giovanetti raggi l'azzurro emisfero. Unica gloria, dacchè la viltà
nostra ci ha tolto perfino quello, che sembrava a perdersi
impossibile--il sentimento della nostra abiezione. Dio! Oh come grandi
hanno da essere le nostre colpe e la tua ira, se nè pianto, nè sangue,
nè nulla vale a fecondare sopra questa terra un fiore di virtù!

Il Conte si appressò al balcone, e, fissato il maestoso luminare,
mormorò detti segreti. Marzio, letiziato a tanta bellezza di cielo e
di luce, non potè trattenersi da esclamare:

--Sole divino!

A queste parole gli occhi del Conte, per ordinario spenti,
corruscarono a modo di baleno dentro una nuvola, e gli avventò contro
al cielo. Se è vero che Giuliano l'apostata lanciasse contro il cielo
il sangue, che gli scorreva dalla ferita mortale, deve averlo gittato
come quel guardo, e con quella intenzione.

--Marzio, se il sole fosse una candela, che soffiandovi sopra potesse
spegnersi, la spegneresti tu?

--Io? Le pare, Eccellenza!--lo lascerei acceso.

--Io lo spegnerei.

Caligola aveva desiderato al popolo romano una testa sola, per
recidergliela con un colpo; il Conte Cènci avrebbe voluto stritolare
il sole. Povera creta! Se il sole si accostasse, la cenere della terra
non occuperebbe spazio nell'universo.

Si assise al banco; aprì, e lesse una, due e tre lettere, pacato in
prima, poi precipitosamente; al fine, scorsele tutte, proruppe con
orribile bestemmia:

--Felici tutti! Ah Dio! tu me lo fai proprio per dispetto.

E chiuso il pugno, abbassò il braccio con quanto aveva di forza: caso
volle che colpisse in mezzo alla fronte Nerone, il quale col muso
levato e gli occhi pronti seguitava i moti del suo signore. Il cane
diè un balzo di furore, poi irruppe contro la porta, ne spalancò le
imposte, e fuggì via sbuffando. Il Conte gli mosse dietro
richiamandolo, non senza aver prima con un suo riso amaro osservato:

--Vedi, Marzio, s'ei fosse stato un figliuolo mi avrebbe morso!--


NOTE

  [1] «La nostra pelle è divenuta bruna come un forno per l'arsura della
    fame.» _Geremia_ Lamentaz. V. n. 10.

  [2] «E Iddio separò la luce dalle tenebre.» _Genes._ C. I. n. 4.




CAPITOLO II.

IL PARRICIDIO.

                    ........tutta la Caina
                    Potrai cercare, e non troverai ombra
                    Degna più di esser messa in gelatina.
                                               DANTE.


Marzio invitò il gentiluomo dal volto chiazzato di sangue a passare
nello studio del Conte. Questi attendevalo in piedi; e tostochè lo
vide, con bella leggiadria di maniere lo salutò dicendo:

--Benvenuto, Principe; in che cosa noi possiamo avvantaggiare le
comodità vostre?

--Conte, ho da parlarvi; ma qui dentro vi è uno di troppo.

--Marzio ritirati.

Marzio, inclinata la persona, usciva. Il Principe, andatogli dietro,
si assicura se avesse chiusa diligentemente la porta; tira la tenda, e
poi si accosta al Conte, che, maravigliando non poco di coteste
cautele, lo invita a sedere, e senza far motto attende ad ascoltarlo.

--Conte! sarà Catilina adesso, che incomincerà la sua orazione _ex
abrupto_. Però io vi dico ad un tratto, che estimando meritamente voi
uomo di cuore e di consiglio, di mente e di braccio, a voi mi rivolgo
per l'una e per l'altro, e spero mi sarete cortese di ambedue.

--Parlate, Principe.

--La svergognata mia genitrice, incominciò costui con voce velata,
vitupera con sozze opere la casa mia ed anche un poco la vostra, pel
vincolo di parentela che passa fra le nostre due famiglie. La età,
invece di spegnere, riarde le sue aride ossa di libidine infame. Lo
usufrutto ampissimo che gode, per disposizione dello stolido mio
padre, sperpera fra turpi drudi:--per tutta Roma ne corrono le
pasquinate:--vedo lo scherno dipinto sopra i volti della
gente:--dovunque passi mi feriscono detti oltraggiosi.... il mio
sangue ribolle nelle vene... il male è a tal ridotto, che non patisce
rimedio, tranne.... Or via, ditemi, Conte, che cosa io mi debba fare.

--La clarissima donna Costanza di Santa Croce! Ma lo pensate voi?
Orsù; se voi fate per giuoco, io vi consiglio a torre per lo scherzo
argomenti meglio dicevoli; se poi favellate da senno, allora,
figliuolo mio, vi ammonisco a non lasciarvi andare alle tentazioni del
demonio, il quale, come padre di menzogna, conturba le menti con
immagini false....

--Conte, lasciamo il diavolo a casa sua. Io posso mostrarvi qui le
prove manifeste, ed obbrobriose pur troppo.

--Vediamo.

--Udite. Essa mi abbandona, per così dire, annegato nella miseria,
mentre con l'entrate di casa tira su fanti e staffieri, e uno stormo
dei loro figliuoli, che si sono annidati nel palazzo peggio che
rondini;--me dal suo cospetto bandisce;--di me non vuol sentire
favellare;--di me, Conte, intendete, di me che non mi sarei dato un
pensiero al mondo dei fatti suoi, se si fosse comportata come madre
benemerita verso figlio benemerente. E, per palesarvi ogni cosa di un
tratto, ieri sera giunse a cacciarmi via di casa--dal mio
palazzo--dalla magione dei miei illustri antenati.

--Avanti, ecci egli altro?

--E parvi poco?

--Mi pare anche troppo: e veramente, a confessarvelo _in secretis_,
corre buon tempo che io mi sono accorto come la Principessa Costanza
nutra per voi, Dio la perdoni, naturale avversione. Adesso fanno
appunto otto giorni ch'ella mi tenne lungo proposito di voi....

--Sì?--E che cosa mai vi disse cotesta sciagurata di me?

--Metter legna sul fuoco non è da cristiano; però taccio.

--A quest'ora, Conte, lo incendio acceso dalle vostre parole è tanto,
che poco più vi potete aggiungere;--e questo comprenderete di leggieri
coll'ottimo vostro giudizio.

--Pur troppo! E poi il silenzio mi grava, imperciocchè le mie parole
vi serviranno di governo, e v'impediranno di farvi capitare male. La
signora Costanza dichiarò espressamente, alla presenza di parecchi
insigni prelati e baroni romani, che voi sareste il vituperio della
famiglia; voi ladro,--voi omicida--voi, soprattutto, bugiardo....

--Ella disse?--E al Santa Croce, diventato per rabbia come tizzo
acceso, tremava la voce.

--E disse ancora, voi scialacquatore sciaguratissimo di ogni vostra
sostanza; voi aver tolto a usura danari dai giudei sodandoli sul
palazzo dei vostri illustri antenati, per cui ella ha dovuto
riscattarlo del suo per fuggire la vergogna di andare ad albergare
altrove;--disse avervi pagato più volte debiti, e voi commetterne
quotidianamente dei nuovi, e più grossi, e più brutti che mai: voi
giuocatore disperato; non darsi laidezza nella quale non vi siate
ingolfato fino alla gola; di Dio spregiatore, e di ogni umano
rispetto... Per ultimo, onde mettere il colmo alla brutalità vostra,
aver preso a imbestialirvi col vino e con acqua arzente per modo, che
spesse volte vi riportarono su di una scala malconcio della persona.

--Disse?...

--E a tanto essere arrivata la inverecondia della vostra vita, da non
trattenervi la reverenza materna o il rispetto del luogo, di condurre
nel palazzo dei vostri illustri antenati femmine di partito; con altre
più infamie, che a rammentarle soltanto mi sento salire il rossore
sopra la fronte....

--Mia madre?...

--Ed aggiunse ancora, reputarvi di ogni correzione incapace; e, per
quanto al suo materno cuore riuscisse dolorosissimo, essere ormai
decisa di ricorrere a Sua Santità perchè vi chiudesse in castello... a
far visita allo Imperatore Adriano. In fè di gentiluomo cotesto si
chiama starsi in prigione con ottima compagnia...

--Così ella disse?... Proseguiva a interrogare il Principe con suono
strozzato, mentre il Conte rispondeva con la medesima voce acre ed
irritante:

--O a Civita Castellana... a perpetuità.

--A perpetuità!--Propriamente ella disse a perpetuità?

--E presto;--e ciò dovere alla memoria onorata dell'inclito consorte,
alla reputazione della prosapia clarissima, ai nobili parenti, alla
sua coscienza, a Dio...

--Egregia madre! Non ho una buona madre io? esclamava il Principe con
voce, che tentava rendere beffarda, quantunque male potesse celare lo
insolito terrore.--E i prelati che cosa rispondevano eglino?

--Eh! voi sapete il precetto dello Evangelo? L'albero che non fa buon
frutto va reciso... ed essi lo ripetono con tale una voce amorosa, che
pare proprio v'invitino a bere la cioccolata.

--Or dunque, il tempo stringe più che io non credeva. Conte,
suggeritemi voi qualche consiglio... io mi sento povero di partiti....
sono disperato....

Il Conte, crollando il capo, con voce grave rispose:

--Qui, dove scorre la fontana di tutte grazie, voi potrete attingerne
a secchi pieni. Ricorrete a monsignor Taverna governatore di Roma, od
anche, se avete danari molti e senno poco, al clarissimo avvocato
signor Prospero Farinaccio, che farebbe a mangiar con l'interesse.

--Ahimè! non ho danari....

--Veramente senza danari vi potreste volgere ai colossi di Monte
Cavallo con maggior profitto....

--E poi la faccenda riuscirebbe contenziosa, ed io ho bisogno di
rimedii che non muovano rumore.... e soprattutto spediti....

--E allora umiliatevi ai piedi beatissimi:--perchè avvertite bene, che
nel corpo del Santo Padre ogni membro è beatissimo, e però anche i
piedi _et reliqua_ del Pontefice: lo predicano _insignis pietatis
vir_, come Virgilio canta di Enea.

--Domine fallo tristo! Papa Aldobrandino nacque a un parto con la lupa
dell'Alighieri, _che dopo il pasto ha più fame di pria_. Vecchio,
spigolistro, e testardo peggio di un mulo delle Marche; cupido di far
roba per arricchire i suoi consorti, da provarsi a scorticare il
Colosseo. Anzichè ricorrere a costui mi getterei nel Tevere a
capofitto.

--Sì, cessato il tenue sorriso ironico, riprese a dire turbato il
Conte; sì, ora che penso, voi gettereste il tempo e i passi. Dopo il
solenne fallo di aver dato favore alla mia ribelle figliuola contro
me, sarà diventato più difficile ad ascoltare i lamenti dei figli
contro i genitori. Chiunque voglia custodire illesa l'autorità, o
spirituale o regia, bisogna che studiosamente conservi la patria
potestà: tutte le autorità derivano da principio comune, nè puoi
offendere l'una, senza che se ne risenta anche l'altra. Il padre e il
re non hanno mai torto; i figli e i sudditi mai ragione. Donde viene
in essi il diritto di lagnarsi, donde l'audacia di sollevare la
fronte? Vivono perchè il padre li generò, vivono perchè il re gli
lascia vivere. Guardate Ifigenia e Isacco; cotesti sono esempii della
vera subiezione dei figli, come Agamennone, Abramo, Jefet della
purezza della patria potestà. Roma si mantenne gagliarda finchè il
padre ebbe diritto di vita e di morte sopra la sua famiglia. Quelle
leggi delle dodici Tavole furono pure il benedetto trovato! Per esse,
che cosa mai rappresentava la famiglia? La comunanza della moglie, dei
figli e degli schiavi sottoposta al dominio assoluto del padre. Secoli
di oro, e mi smentisca chi può, volsero per Roma quando poterono
vendersi i figli sanguinolenti.

--Dunque?.. domandò il Santa Croce, sbalordito da cotesto impensato
rabbuffo, lasciandosi cadere come disperato le braccia.

Il Conte Cènci, pentito per non aver potuto reprimere quello sfogo
impetuoso dell'animo suo, si affrettò a rispondere:

--Oh! ma per voi è diversa la cosa.

Il Santa Croce, confortato da quelle parole, e più dallo sguardo
paterno che gli volse il Conte, accosta la sedia; e, sporgendo in
avanti la testa, gli sussurra dentro le orecchia:

--Aveva sentito dire... e si trattenne; ma il Conte, con maniera
beffarda imitando i modi dei confessori, lo animava:

--Via, figliuolo, dite su!

--Mi avevano supposto che voi, Conte, come uomo discreto e prudente
molto, eravate riuscito sempre... quando taluno v'infastidiva, torvi
cotesto pruno dagli occhi con garbo maraviglioso. Versato nelle
scienze naturali, voi non dovete ignorare la virtù di certe erbe, le
quali mandano al paese dei morti senza mutare cavalli; e, quello che
importa massimamente, senza lasciar vestigio di carreggiata sopra la
strada maestra.

--Certamente è mirifica la virtù dell'erbe; ma come vi possano giovare
io non comprendo davvero.

--In quanto a questo giova che voi sappiate, come la clarissima
Principessa Costanza costumi prendere seralmente certo lattovaro per
conciliarsi il sonno...

--Bene...

--Voi potete comprendere che tutta la quistione sta in un sonno breve,
o in un sonno lungo;--un dattilo, o uno spondeo; una cosa da nulla, in
verità--semplice prosodìa:--e lo scellerato si sforzava di ridere.

--_Misericordia Domini super nos_! Un parricidio, così per cominciare.
Elle sarebbono buone mosse per dio! Sciagurato uomo! e lo pensate voi?
_Honora patrem tuum et matrem tuam_. E qui non vi ha cavillo, che
valga, imperciocchè abbia detto così chi lo poteva dire lassù sul
Sinai.

Il principe, ostentando fermezza, riprese:

--In quanto a pensarvi andate franco, chè io vi ho pensato delle volte
più di mille: rispetto poi alle prime mosse, io vo' che sappiate non
essere mica questo il primo palio che corro.

--Lo credo senza giuramento: e allora fatevi qua, e ragioniamo di
proposito. L'arte di manipolare i veleni non si trova più in fiore
come una volta: della più parte dei tossici stupendi, noti ai nostri
virtuosissimi padri, noi abbiamo perduto la scienza. I principi Medici
di Firenze si sono molto lodevolmente affaticati intorno a questo ramo
importantissimo dello scibile umano; ma, se consideriamo la spesa, con
poco buon frutto. Qui, come altrove, corre lo invitatorio del Diavolo:
_de malo in peius venite adoremus_. Ecci l'acqua _tofana_; buona a
nulla per un lavoro a garbo: cadono i capelli, si staccano le unghie,
i denti si cariano, la pelle vien via a stracci, e tutta la persona si
empie di luride ulcere--sicchè, come voi vedete, ella lascia dietro a
se tracce troppo manifeste e diuturne. L'adoperò sovente la buona
memoria di Alessandro VI; ma a lui poco importava si lasciasse dietro
le tracce. Per me faccio di berretta ad Alessandro Magno; col ferro si
taglia netto ogni nodo gordiano, e ad un tratto...

--Ohimè, il ferro! O che non lascia dietro a se traccia il ferro?

--Una volta ci era un re, e si chiamava Eduardo II, il quale avendo di
se, o di altri un figliuolo, amoroso a un dipresso come voi, ebbe le
viscere forate ed arse per suo comandamento, senza che ne rimanesse
vestigio. Curioso trovato in fè di Dio![1] Ma chi vi consiglia di
tenere nascosta la morte di donna Costanza? Anzi la dovete palesare, e
voi dirvene apertamente autore.

--Conte, voi burlate....

--Non burlo io; anzi parlo del miglior senno che io mi abbia. Non
avete voi mai letto le storie, almeno le romane?--Sì, le avete lette.
Or bene; e a che pro leggete libri, se non ne fate vostro vantaggio
per ben condurvi nel mondo? Rammentatevi la minaccia di Tarquinio a
Lucrezia: egli, dove non gli assentisse la moglie di Collatino, le
dichiarò l'avrebbe uccisa, e poi messo al fianco uno schiavo
trucidato, pubblicando averla sorpresa nel turpe adulterio, e morta
per giusto dolore della offesa fatta al parente, per vendetta della
sacra maestà delle leggi; con altre più parole assai, che si costumano
dagli uomini sinceri. Così voi, nè più nè meno, vi avete a ingegnare
di cogliere in fallo la Principessa con qualche suo drudo, e
ammazzateli entrambi. La gravità della ingiuria scusa la strage: nel
Codice (non mi rammento la pagina, ma cercate e troverete) hanno ad
essere leggi, che scolpano in questo caso il misfatto...

--Ma io, rispose il Principe visibilmente imbarazzato, non so bene
s'ella si rechi in camera i suoi drudi.

--O dove volete, ch'ella li conduca?

--E poi, coglierli per l'appunto su l'atto reputo
  impossibile.

--O come mai! Le volpi si prendono sempre alla tagliola.

--No... a cotesto rischio di far le cose alla scoperta non voglio,
anche potendo, avventurarmi io...

--Dite piuttosto, interruppe il Conte con maligno sorriso, dite
piuttosto che i drudi di femmina sessagenaria voi gli avete nella
immaginativa vostra pescati pel bisogno di trovare in altri le colpe,
che scusino le vostre; dite, che la cagione che vi muove sta nel
desiderio, che l'usufrutto di vostra madre cessi; nè in questo so
darvi torto, imperciocchè conosca come i padri eterni facciano i figli
crocifissi se non co' chiodi, almeno coi debiti;--il torto, che io vi
do, è aver voluto prendervi beffe di un povero vecchio--e giucare meco
dello astuto...

--Signor Conte, in verità io vi giuro...

--Silenzio co' giuramenti; io credo, o non credo; e i giuramenti mi
danno aria di puntelli alle fabbriche, segno certo che le minacciano
rovina: però a voi senza giuramenti non credo, e co' giuramenti anche
meno.

--Deh! via non mi abbandonate.--E questo disse costui tanto avvilito,
che parendo al Cènci avere ormai scosso a sazietà cotesto sacco di
farina ria, e volendo dar fine al conversare, irridendo rispose:

    _O dignitosa coscïenza e netta,
    Come ti è picciol fallo amaro morso!_

Andiamo, riprendete animo: _Minor vergogna, maggior colpa lava_. Però,
a confessarvi il vero, non posso darvi consiglio che valga.--Ricordo
aver letto come in altri tempi, in certo caso affatto simile al
vostro, fosse veduto adoperare con ottimo successo questo argomento.
Notte tempo appoggiarono al muro del palazzo una scala, che arrivava
per l'appunto alle finestre della camera da letto della persona, o
delle persone che si volevano ammazzare: s'involarono poi e si
distrussero diligentemente alcuni arnesi di oro, e di argento, o altre
masserizie minute per colorire la cosa, e dare ad intendere, che
l'omicidio fosse commesso in grazia del furto: finalmente si lasciò la
finestra aperta fingendo, che quinci i ladri avessero preso la fuga.
In tal guisa si allontanarono i sospetti dalla persona a cui cotesta
morte tornò utile; e lo erede ebbe fama di pio, ordinando funerali
magnifici e copia di messe. Tuttavolta egli non si rimase qui, e volle
acquistarsi eziandio nome di rigido vendicatore del suo sangue: e
allora assediò la giustizia onde si facessero ricerche sottilissime;
non rifinì mai di lagnarsi della oscitanza della Corte, e giunse
perfino a promettere una taglia di ventimila ducati al denunziatore
secreto, o palese del colpevole.--Così i nostri virtuosi padri ebbero
in sorte di godersi in tempo utile il bene dei morti in santissima
pace.

--Ah!, dandosi del palmo della mano su la fronte, esclamò il Santa
Croce, voi siete pure il degno valentuomo, signor Conte! Io mi vi
professo schiavo a catena. Questo appunto è il partito che mi sta
proprio a taglio. Ma qui non è tutto; voi porreste il colmo alla
beneficenza vostra e all'obbligo mio, se vi degnaste chiamare da Rocca
Petrella qualcheduna di quelle brave persone, che incaricate di simili
lavori...

--Di che lavori,--di che persone andate farneticando voi? La matassa è
vostra; a voi sta trovare il bandolo per dipanarla; badate che il filo
non vi tagli le dita. Noi non ci siamo visti, e non ci dobbiamo più
rivedere. Da qui innanzi io me ne lavo le mani come Pilato. Addio, don
Paolo. Quello che posso fare per voi, e farò, sarà pregare il cielo
nelle mie orazioni ond'egli vi assista.

Il Conte si alzò per accomiatare il Principe; e mentre con modi
cortesi lo accompagnava alla porta, andava ruminando fra se questi
pensieri:--e poi vi ha taluno che sostiene, che io non avvantaggio il
prossimo! Calunniatori! Maldicenti! Più di quello che mi faccia io è
impossibile. Contiamo un po' quanti stanno adesso per guadagnare in
grazia mia. Il becchino _in primis_; poi vengono i sacerdoti, che sono
il mio amore; succedono i poeti per la elegia, e i predicatori per
l'orazione funebre; seguita mastro Alessandro il giustiziere, e
finalmente il diavolo, se diavolo vi ha.--Frattanto arrivati alla
porta il Conte aperse l'uscio, e, licenziando il Principe col solito
garbo pieno di urbanità, aggiunse con voce paterna.

--Andate, don Paolo, e Dio vi tenga nella sua santissima guardia.

Il Curato, udendo coteste parole, mormorò sommesso:

--Che degno gentiluomo! Si vede proprio che gli partono dal cuore.


NOTA

  [1] Eduardo III, dopo aver preso la corona, fece trasportare suo
    padre Eduardo II al castello di Corff, e quinci a Bristol; ma i
    cittadini avendo fatto vista di volerlo liberare, Maltraverse e
    Gournay segretamente, nella notte, lo traslocarono al castello di
    Berkley. Considerando che le asprezze di ogni maniera non
    bastavano al vecchio Re, il Vescovo di Hereford, d'accordo con la
    Regina, mandò ai custodi un ordine sibillino, da interpretarsi in
    due maniere. Ecco l'ordine: _Edwardum occidere nolite timere bonum
    est_; il quale, giusta la diversa ortografia, poteva dire: Non
    temete uccidere Eduardo, ch'è buon partito;--ovvero: Non vogliate
    uccidere Eduardo, che la è cosa da temersi.--I custodi, secondo
    che naturale talento e diuturna pratica di ogni maniera di
    bassezza e d'infamia sogliono mai sempre in siffatti casi
    persuadere, intesero il peggio punto; quindi sorpreso il vecchio
    Re giacente nel letto, gli forarono gl'intestini con un ferro
    rovente passato traverso un corno bugio introdotto nell'ano. Il
    Vescovo e la Regina s'infiammarono in grandissima ira pel piacere
    di essere stati intesi per filo e per segno: i sicarii fuggirono.
    Uno di loro, il men destro, arrestato subito a Marsiglia, per non
    parere, ebbe ad essere impiccato: l'altro poi, più svelto, si
    ridusse in Germania, donde in capo a qualche tempo potè ottenere
    di ridursi incolume a casa sua.

                              _Chroniques_ di Froissart. L. I. c. 23.




CAPITOLO III

Il Ratto

                    Ma tutto è indarno: chè fermata e certa
                    Piuttosto era a morir, ch'a satisfarli.
                    Poichè ogni priego, ogni lusinga esperta
                    Ebbe e minacce, e non potean giovarli,
                    Si ridusse alla forza a faccia aperta.
                                      ARIOSTO, _Orlando Furioso_.


Il Conte, dato uno sguardo nell'anticamera, accennando all'altro
gentiluomo favellò:

--Signor Duca, favorite...

Il giovane dal pallido sembiante entrò nella stanza a guisa di
smemorato: alla cortese proposta di sedersi o non intese, o non volle
tenere lo invito. Solo, come se lo avesse colto la vertigine, con una
mano si appoggiò al banco, e dalla parte più lontana del petto
disciolse un sospiro lunghissimo.

--Che sospiri, quali affanni sono eglino questi? domandò il Conte con
voce lusinghiera.--O come mai, alla età vostra, può avanzarvi tempo
per farvi infelice?

E il Duca, con un suono che parve lene sussurre di acque, rispose:

--Io amo.

E il Conte, per dargli spirito, giocondamente soggiunse:

--È la vostra stagione, figliuolo mio; e fate ottimamente ad amare con
tutta l'anima, ed anche con tutto il corpo: e se non amate voi,
giovane e bello, o chi dovrebbe amare? Forse io? Vedete, gli anni mi
piovono neve sopra i capelli, e mi stringono il cuore di ghiaccio. A
voi parlano di amore e cielo e terra; a voi da tutta la Natura sorge
una voce, che vi consiglia ad amare:

    _Le acque parlan d'amore, e l'ôra, e i rami,
    E gli augelletti, e i pesci, e i fiori, e l'erba
    Tutti insieme pregando ch'io sempre ami;_

cantava quel dolcissimo labbro di messer Francesco Petrarca. Su, via,
giovanetto, ella è cosa da vergognarsi questa? Predicatela dai
pulpiti, banditela di sopra i tetti; chè buona novella è amore. Non si
vergognava già confessare il Petrarca, che pure fu uomo grave e
canonico, come amore lo avesse tenuto anni ventuno ardendo per madonna
Laura mentre era in vita, e più dieci dopo che la si volava al
cielo[1]. Misericordia! Amori erano quelli da disgradarne le querce.
Nè per avere insegnato l'amore suo in mille rime si chiamava sazio,
chè sul declinare degli anni desiderò averle fatte dal sospirar suo
prima:

    _In numero più spesse, in stil più rare_[2].

A santa Teresa, vedete, fu perdonato molto perchè aveva molto amato; e
vi ha chi dice anche troppo. La stessa santa chiamava infelicissimo il
diavolo; e sapete perchè? perchè non poteva amare. Amate dunque _totis
viribus_; chè altramente operando offendereste la Natura, la quale è,
come sapete, figliuola primogenita di Dio.

Il giovanetto, turandosi il volto con ambe le mani, e tratto un altro
lungo sospiro, esclamò:

--Ah! disperato è l'amor mio...

--Non dite questo, che senza speranza non sono neppure le porte dello
inferno. Ragioniamo. Vi sareste per avventura invaghito della donna
altrui? Avvertite, che allora incontreremmo uno inciampo; anzi due; il
marito prima, e poi il Decalogo. E' pare che quando Dio promulgò la
sua legge sul Sinai, si sentisse forte corrucciato contro la sua
figliuola Natura; però che, a dirla fra noi, nè più nè peggio potevano
contrariarsi gli appetiti di lei. Non pertanto confortatevi di questo:
che quanto il Decalogo proibisce il cuore permette.

--Oh! no, signor Conte, il mio è diritto amore.

--E allora sposatela in _facie Ecclesiæ_, per filo e per segno,
secondo il _sacrosanctum Concilium Tridentinum_, e non mi venite...

--Dio sa se io lo farei; ma, ahimè! un tanto bene mi è tolto.

--E allora non la sposate.

--La donna, che amo, trasse troppo più che io non vorrei umilissimi i
natali; ma se si consideri il portento delle forme leggiadre, o
piuttosto l'altezza dell'animo, ella è in tutto meritevole d'impero...

--_Alma real degnissima d'impero_, lo ha detto anche messer Francesco
Petrarca; e se così è, e voi sposatela.

--Freddo cenere ed ombra, durerà in me questo amore eternamente.

--Di quanto tempo comporrete voi questa eternità? Nelle donne, secondo
i computi più accurati, la eternità di amore dura una settimana
intera: in alcune, ma rare, si prolunga anche un poco al secondo
lunedì, e basta.

Il giovane, tanto era sprofondato in cotesto suo amore, che
accorgendosi allora del modo beffardo col quale gli favellava don
Francesco, diventato in volto vermiglio per vergogna e per dispetto,
rispose:

--Signore, voi mi fate torto; sperava trovar consiglio;--mi sono
ingannato--scusate;--e fece atto di andarsene. Ma il Conte
ritenendolo, dolcemente favellò:

--Piacciavi rimanere, Duca; io vi ho parlato così per provarvi: ora
troppo bene mi accorgo, che vi accende passione veemente davvero, e
per avventura fatale. Versate il vostro animo nel mio; saprò
compassionarvi, e, potendo, ancora sovvenirvi. Io ho sepolto i miei
amori; sessanta e più anni gli associarono alla fossa, e cantarono
loro il _miserere_: per me amore è memoria, per voi speranza; per me
cenere, per voi rosa che sboccia; ma non pertanto ravviso nel mio
cuore i segni della fiamma antica, e ragionando meco, bene potete
ripetere i versi del Petrarca:

    _Ove sia chi per prova intenda amore,
    Spero trovar pietà, non che perdono:_

_Non ignara mali miseris succurrere disco_; come disse Didone ad Enea,
venuto da Troia a fondare Roma per la maggior gloria dei papi in
generale, e di Clemente VIII in particolare.

Il Conte Cènci, malgrado la protesta, dileggiava; ma sarebbe stato
difficile indovinare s'ei favellasse da senno o da burla, impercíocchè
apparisse composto a gravità: solo stringeva gli occhi, e la pelle
reticolata gli si aggrinzava dintorno come una nassa da pescare: le
palpebre lungamente tremolavano: egli rideva con le pupille il riso
della vipera.

--La fanciulla, che io amo, dimora in casa Falconieri. Quale per lo
appunto sia il suo lignaggio io non saprei; ma comecchè la tengano in
parte di congiunta dilettissima, pure appartiene a condizione
servile.--Ahimè! Quando prima la vidi al Gesù, ornata di onestà e di
leggiadria, io ne persi il sonno: ogni altra donna mi parve sozza e
vile.

--Deh! parlate basso, Duca; guai a voi se le nostre superbe dame
romane vi ascoltassero. Farebbero di voi una seconda edizione di Orfeo
messo in pezzi dalle Baccanti, con note e appendici.

--Reputandolo facile amore, continuava il giovane infervorato, (e Dio
sa se me ne prende rimorso) non trascurai veruno dei partiti che
soglionsi usare per venire a capo degli amorosi desiderii. Me misero!
Che queste male pratiche le devono di certo avere persuaso fastidio, e
forse aborrimento di me.--Ella, chi sa, adesso mi odia;--e si fermava
per timore di singhiozzare; poi con voce sommessa proseguiva: come mai
devono aver suonato le vituperose proposte all'orecchio della
castissima donzella?

E il Conte, riguardandolo attonito, pensava: più nuovo pesce di costui
non vidi al mondo.

--I Falconieri, proseguiva il Duca, mi hanno fatto ammonire che io
smetta dalla usanza di passare sotto il palazzo, però che la fanciulla
non sia tale che io la debba condurre in moglie, nè quale ella possa
consentire a diventarmi amica.

--E voi allora?

--Io scelsi il partito di chiederla in isposa...

--Non ci è rimedio: io avrei fatto come voi.

--Il mio parentado, appena venne avvertito del mio proponimento
infuriò contro me, quasi fossi per commettere qualche gran sacrilegio;
e chi mi chiamò a considerare la ingiuria del sangue, e chi la nobiltà
della casa offuscata; taluno lo sdegno dei congiunti, tale altro la
rabbia dei colleghi; sicchè con mille diavolerie mi hanno sconvolto il
cervello in modo, che poco mancò che io non mi sia dato per perduto.

--Eh! la è faccenda seria; ed io avrei detto come loro....

--Ma quando Adamo zappava ed Eva filava dov'erano i gentiluomini?[3]

--Veramente; dov'erano? Io per me non lo so.

--Io vorrei che mi chiarissero in che cosa, noi gentiluomini,
differiamo dai popolani. Forse noi non bagna la pioggia, o non
riscalda il sole? Forse non ci toccano i dolori; la nostra culla non è
circondata di pianto; il nostro letto di morte non è assediato dai
singulti? Possiamo dire alla morte, come al creditore importuno,
tornate domani? Dormiamo meglio l'ultimo sonno dentro un sepolcro di
marmo, che il popolo sotto la terra? Io vorrei che mi chiarissero un
po' se i vermi, prima di accostarsi a rodere il cadavere di un papa o
di un imperatore, gli fanno di berretta dicendogli: si contenta,
santità? si contenta, maestà? Il mio ducato semina, e raccoglie
contentezze? Amore non toglie via ogni differenza fra gli amanti?

--Cosi è: _Ogni disuguaglianza amor fa pari_, dice il poeta. Qualche
cosa di simile cantò con la solita eleganza il signor Torquato Tasso,
nella sua favola boschereccia: ricordatevene Duca?

--Oh Dio! e che cosa volete che io mi ricordi? Io non ho più memoria,
nè mente, nè nulla. Per pietà, umanissimo. Conte, voi che avete senno
ed esperienza di mondo, siatemi cortese a indicare un rimedio a tanta
molestia!

--Mio caro, riprese il Conte ponendo la mano familiarmente sopra la
spalla del Duca, porgetemi ascolto. Voi avete ragione...

--Sì?...

--E i vostri parenti non hanno torto. Voi avete ragione, però che
_fumo di nobiltà non valga fumo di pipa_[4]. I vostri parenti non
hanno torto perchè essi vedranno, come io vedo, qui dentro l'artifizio
di femmina, per disposizione naturale o per suggestione altrui,
sparvierata. Non vi stizzite, Duca voi veniste a consultare l'oracolo,
e i responsi si hanno ad ascoltare quantunque non garbino. Quella che
sembra a voi ingenua ritrosia, a me pare repulsa studiata sul
fondamento, che gli ostacoli irritano le passioni. Poichè le cose
vietate tanto più si appetiscono, così conta per avventura la donna
sopra l'ardore dell'animo vostro, onde precipitarvi colà dove ella vi
aspetta. Insomma, qui apparisce la rete tesa per trarre guadagno dalla
fiamma che vi accende. Umana cosa è amare; lasciarne vincere dai
ciechi moti dell'animo appartiene ai bruti. Quando io era giovane, ed
attendeva a siffatte novelle, non si badava così al minuto. Un
gentiluomo come voi, quando lo prendeva capriccio di qualche bellezza
plebea, la persuadeva con danari ai suoi piaceri. Se repugnava, e
questo so dirvi che accadeva di rado, almeno ai tempi miei, rapivala.
Se il parentado latrava gli si gettava un pugno di moneta in gola, e
taceva; imperciocchè il volgo abbai, come Cerbero, per avere l'offa.
Quando la donna diventava fastidiosa, e questo avveniva spesso, con
alquanto di dote si allogava; nè di partiti si pativa penuria, sì
perchè coteste creature compiacendo alle voglie di un gentiluomo non
saprei vedere in che cosa disgradino, e sì perchè bocca baciata non
perde ventura, ma si rinnuova come fa la luna....

Il Duca fece un gesto di orrore. Il Conte, imperturbato, sempre più
insisteva:

--No, figliuolo mio, non disprezzate il consiglio dei vecchi: io delle
cose del mondo ne ho viste assai più di voi, e so come le vanno
ordinariamente a finire. Badatemi, in grazia: io vi propongo un
partito di oro. Voi vi mettete, per così dire, a cavallo al fosso. _In
primis_ voi riducete in potestà vostra la ragazza; e qui sta il tutto,
o almeno la massima parte, e voi avete a convenirne; e poi, caso che
la vi riuscisse o Clelia, o Virginia, o la Pantasilea, e allora
sposatevela in santa pace, e buona notte, e buona guardia. Se potete
schivare cotesto scoglio del matrimonio, fatelo per quanto le forze vi
bastino; avvegnachè, sacramento a parte, il matrimonio sia proprio la
fossa dello amore; l'acqua benedetta lo spenge: quel _sì_ che egli
pronunzia, ed è come il vagito dello imeneo, è anche a un punto
l'ultimo sospiro dello amore in agonia: il matrimonio nasce dallo
amore come l'aceto dal vino[5]; oltrechè fuggirete la indignazione dei
parenti, e le dicerie del mondo, che non è poco guadagno. Voi mi
direte che e' sono morsi di zanzare, ed io ve la do vinta; ma quando
le zanzare si avventano a migliaia vi conciano il viso, che Dio ve lo
dica per me; e non possiamo trarre guai delle ferite ridicole e non
pertanto moleste: i quali tutti fastidii un uomo discreto cercherà
sempre, potendo, evitare.

--No, Conte, no; io vorrei darmi piuttosto di un coltello nel cuore...

--Adagio ai ma' passi; a gittarci via siamo sempre in tempo. Prima di
prendere il male per medicina, considerate prudentemente il negozio.
Voi vedete come la mia proposta vi presenti due casi, e al tempo
stesso due modi di risolverli. Voi, con quel sano giudizio che vi
trovate, governatevi a seconda delle circostanze.

--Ma e se la fanciulla mi prendesse in odio?..

--Vi rammentate l'asta di Achille? Ella sanava le ferite che faceva:
così amore sana la piaga di amore; e la bellezza ha la manica larga
per assolvere i peccati, che per virtù sua si commettono. Perdonerà,
non vi affannate, perdonerà; o che ha da cominciare adesso il mondo a
procedere per ritroso? Non vogliate cascare sul vergone come uccello
di passo. Le donne, più che non credete, sovente vi mostrano il viso
dell'uomo d'arme per provare il valore dello amante. A Sparta se il
marito volea trovarsi con la moglie l'aveva a rapire; nè ho rinvenuto
storici che raccontino, che le mogli se lo avessero a male. Ersilia
forse non amò Romolo? Dobbiamo spaventarci di un ratto noi altri
romani, che nasciamo dalle rapite Sabine?

Confuso il giovane, e aggirato da cotesti ragionamenti, si trovò come
strascinato giù per un terreno sdrucciolevole. La cupidità cammina
sempre con le tasche piene di cotone, per cacciarlo nelle orecchie
alla coscienza onde non senta i suoi spasimi. Nel delirio della
passione, il giovane, senza pure pensarvi, rispose:

--E come avrei a fare io? Io non sono uomo da questo. Da qual parte
incominciare? Dove trovare uomini i quali volessero mettersi per me a
cotesto sbaraglio?

Il Conte pensò, che il dabben giovane senz'altri conforti si sarebbe
rimasto in mezzo alla via; e poi gli venne adesso alla mente cosa, che
non aveva avvertito avanti; onde si affrettò di soggiungere:

--E gli amici che stanno a fare nel mondo? In questo bisogno posso
molto bene accomodarvi io. se non m'ingannava la vista. Così
favellando si accosta alla porta della sala, e, apertala, chiamò:

--Olimpio!

Il villano, come bracco che all'appello del cacciatore leva il muso,
drizzatosi in piedi, rispose con disonesta famigliarità:

--Ah! vi siete accorto finalmente che ci sono in esto mondo,
Eccellenza;--e brontolando soggiunse sommesso:--senza fallo vuol
mandare qualcheduno in paradiso.

--Vien qua.

E Olimpio andò. Quando fu entrato nella stanza, per quella soggezione
che anche i più impudenti plebei risentono dalla vista di arnesi e di
stanze signorili, si trasse il cappello, e giù per le spalle gli cadde
copia di chiome nere le quali, mescolandosi co' peli della barba, gli
davano sembianza di un fiume coronato di canne, come sogliono
effigiarlo gli scultori. Volto duro come intagliato in pietra serena:
occhi sanguigni infossati sotto sopracciglia irsute, più che ad altro
somiglianti a lupi dentro la lana; voce cupa e arrotata.

--Siamo sempre vivi, nè gli domandò il Conte sorridendo.

--Eh! proprio per miracolo di san Niccola. Dopo l'ultimo ammazzamento,
che commisi per vostra Eccellenza...

--Che vai tu farneticando, Olimpio? Che ammazzamenti, o non
ammazzamenti ti sogni?

--Trasecolo io? Per Cristo santissimo! di conto, ordine e commissione
vostra;--e battendo con la larga mano il banco. aggiungeva: qui mi
contaste i trecento ducati di oro, che non furono troppi;--ma tanto è;
io me ne contentai, e non ci è a ridire sopra. Se presi poco, mio
danno. Qui...

E siccome il Conte con le mani e con gli occhi ammiccava, che si
rimanesse da mettere più parole intorno a cotesto fastidioso
argomento,

--Oh! allora egli è un altro paro di maniche, proseguì
imperturbabilmente costui; potevate avvertirmi a tempo. Io credeva che
stessimo in famiglia, don Francesco; scusate. Per tornare ai miei
montoni, il Bargello mi si era fasciato intorno alla vita più stretto
della mia cintura; la corda ha rasentato più volte il mio collo, che
la mia bocca la foglietta: vedete, tutti gli alberi mi parevano
cresciuti in forma di forca. Adesso, in questo arnese, io quasi non
ravviso più me stesso; epperò mi sono avventurato a ritornare, perchè
l'ozio, vedete, egli è propriamente padre de' vizii: ed io, non avendo
a fare più nulla, mi era perfino ridotto a lavorare. Se in questo
mezzo tempo a qualche vostro nemico fosse cresciuta qualche gola di
più, che non vi piaccia ch'egli abbia, siamo qua agli ordini di vostra
Eccellenza.

E con la destra fece un atto orizzontale al collo.

--Tu arrivi, si può dire, come le nespole in ottobre; e vedrò così
adoperarti a trarre un fuscello, dacchè travi per mano a quest'ora non
ne abbiamo;--ma, te lo ripeto, egli è quasi un nonnulla, una eleganza
del tuo mestiero,--tanto per rimetterti in filo.

--Udiamo, via.--E il masnadiero usando della terribile domestichezza
che il delitto suol porre fra i complici, si mise a sedere. La gamba
destra accavallò alla sinistra, e il braccio sinistro puntò sul
ginocchio alzato; sopra la mano aperta appoggia la faccia, e quivi,
con gli occhi chiusi, il labbro inferiore sporgente in fuori, parve
atteggiato a profondo raccoglimento.

--Questo giovane gentiluomo, ch'è il clarissimo signor Duca di
Altemps..., incominciò a favellare don Francesco,

--Bè!--E senza schiudere gli occhi, appena fece il masnadiero un
lievissimo cenno col capo.

--Ha concepito un furioso amore per certa fanciulla...

--Delle nostre, o delle vostre?

--E che so io? Una camerista...

--Nè nostra, nè vostra; notò Olimpio, alzando le spalle in atto di
disprezzo.

--Ricercata di amore, si avvisa a starsi sul sodo. La proteggono i
Falconieri, che se stessero a patrimonio come a superbia, a noi
converrebbe far la sementa in mare. Ella ripara in casa loro, e questo
le cresce baldanza; forse, e senza forse, vi sarà di mezzo qualche
lussuria di prelato, la quale non ho voglia, nè tempo verificare
adesso: comunque sia, ciò fa impaccio al signor Duca...

--Chi mi chiama?.. interrogò il Duca riscuotendosi a un tratto.

--Povero giovane, ve' come lo ha concio la passione! Giuoco, che voi
non avete inteso parola di quanto abbiamo favellato fin qui Olimpio ed
io?

Il Duca abbassava la faccia, e arrossiva.

--Per concludere, Olimpio, bisogna che tu la levi, e la porti colà ove
ti verrà indicato.

--Comandate altro, Eccellenza?...

--Per ora no. Tu farai d'introdurti nel palazzo; e, non potendo
altramente, scasserai qualche porta, o ferrata terrena. Se anche
questo non ti riuscisse, ti aiuterai con una scala di corda...

--Azzittatevi; voi portate la febbre a Terracina. Il calzolaio, salvo
vostro onore, non ha a passare la scarpa. Queste cose io so bene da
me, con qualcheduna altra ancora che non sapete voi. Lasciatemi
contare... Uno... due... tre... mi vi abbisognano quattro compagni.

--E tu li troverai...

--Bisognerà procurarci pistole e cavalli.--Quanto avete disegnato
spendere intorno a questa impresa?

--Ma!--Non ti parrebbe abbastanza un cinquecento ducati?

--No, signore, non bastano. Fatta la parte ai compagni, levate le
spese dei cavalli e delle armi, mi riviene una miseria.

--Orsù; non ci abbiamo a guastare fra noi. Vadano ottocento ducati,
oltre le grazie e i favori grandi, che puoi sperare da me...

--Farò ammannire le carra per portarmeli a casa. Fatta la festa si
leva l'alloro. Don Francesco, diamo un taglio a queste novelle;
aspettate a pascermi di rugiada quando vi apparirò davanti in
sembianza di cicala.--Dove ho da portare la ragazza?

--Nel palazzo del signor Duca, o in qualcheduna delle sue vigne, che
t'indicherà...

--Ecco un granciporro, Eccellenza. Se la Corte prende fiato della
cosa, i primi luoghi che verrà a perquisire saranno le dimore del
signor Duca. Procurate dunque prendere a fitto, o farvi imprestare da
persona segreta qualche vigna remota in città; ma meglio sarà torla a
fitto, impiegandovi persona che non sia punto dei vostri...

Il Conte aveva guardato in faccia Olimpio, e sorriso in modo strano,
quasi schernendolo di non essere stato compreso: poi erasi accomodato
al banco, e posto a scrivere. Il masnadiero mosse al giovane Duca
alcune interrogazioni brevi ed aspre. Questi rispondevagli a modo di
smemorato: sentivasi travolto come foglia dal turbine: era caduto
sotto la potenza del fascino, che alcuni serpenti pur troppo gittano
sopra gli animali vicini: voleva protestare, si provava a fuggire, e
non poteva. Quando gli sembrava esser prossimo a rompere lo
incantesimo con lo aiuto di Dio, ecco affacciarglisi al pensiero la
immagine dell'amata donna, ch'ebbra anch'essa di amore gli gittava le
braccia al collo... Allora un diluvio di fuoco gli scorreva le vene;
le arterie gli battevano così, che per poco non gli si spezzavano; e
se il ratto fosse avvenuto subito, non gli sarebbe parso presto
abbastanza. La gioventù, il desiderio e la speranza ordiscono tale una
catena, dentro la quale l'anima onesta e appassionata spesso si
dibatte, ma di rado la spezza; se poi vi si aggiungano eccitamenti,
non è cosa umana potere resistere. Il cattivo genio aveva vinto, e il
buono si allontanava cuoprendosi il volto con le ali. Il Conte,
quantunque attendesse a scrivere, pure sentiva la vittoria del vizio
su la virtù dello ingenuo giovane; sicchè soffermatosi ad un tratto,
domandò sbadatamente:

--A quando la impresa?

--Facendo i miei conti, ormai vedo che fino a domani notte non ci
posso entrare,--rispose Olimpio.

--Domani notte, eh! Ma tu non sai, che l'orologio a polvere, col quale
la passione misura il tempo dello aspettare, è la sua fiaccola, di cui
gitta le gocciole accese sul cuore del povero amante? Tu invecchi.
Olimpio, nè sei più quel desso. Prima potevano stamparti sul viso:
_cito ac fidelis_, ch'è la impresa delle Decisioni della sacra Ruota
Romana, la quale impresa però non impedisce che le liti non durino
quanto lo assedio di Troia, e sieno traditrici da disgradarne Sinone.
Dunque dopo il trotto contentiamoci del passo: a domani. Brevi istanti
appresso, piegando il volto verso il Duca, domandava di nuovo:

--Quantunque per natura io rifugga da ogni maniera di indiscreta
curiosità, pure non posso resistere alla voglia di conoscere il nome
della vostra innamorata. Vorreste essermi cortese di compiacermi,
signor Duca?

--Lucrezia...

--Oh! Lucrezia. È par fatale, che queste Lucrezie abbiano a mandar
sempre sottosopra i nostri cervelli romani. Questa volta però non farà
cacciare i re da Roma: vi stanno i papi, e con bene altre radici, che
Dio li prosperi, e con bene altre virtù, che non erano quelle di
Tarquinio; e Rodrigo Lenzuoli basti per tutti.--La Italia può fare a
meno piuttosto del sole, che del Papa; senza quelle benedizioni _urbi
et orbi_ non crescerebbero i baccelli.--E riprendendo a scrivere,
quasi per eccesso di brio mormorava:--Crezia, Creziuccia,
Crezina,--ardo per voi la sera e la mattina...--Terminato lo scritto,
si levò in piedi dicendo:

--Olimpio, io mi figuro che tu abbia a recitare i tuoi rosarii; sicchè
sarà bene che tu te ne vada. Avverti che non ti veggano uscire di casa
mia; perocchè, quantunque tu sii meglio del pane, e onesto a prova di
maglio, tu capisci bene che si possono avere amicizie migliori delle
tue.--Marzio!

E Marzio comparve.

--Marzio, accompagna questo evangelista, per le scale di ritirata,
all'uscio del giardino che sta sul chiasso. Addio; mi raccomando alle
tue sante orazioni.

                                ------

--Come va, compare?--mentre Olimpio andava, così, battendo sopra la
spalla di Marzio, lo interrogò.

--Come piace a Dio,--rispose Marzio un po' duramente. E l'altro:

--Oe, che non mi ravvisate, Marzio?

--Io no...

--Guardatemi meglio, e vedrete che parrà a voi quello che pare a me.

--E che par egli a voi?

--Pare che noi saremmo un magnifico paio di gioie attaccati alle
orecchie di donna forca.

--Olimpio, siete voi?

--Lo spirito della forca ci fa come lo aceto nel naso; rischiara lo
intelletto, e richiama la memoria...

                                ------

--Conte, prese a dire il giovane Duca esitando; io temo mostrarmi
ingrato al consiglio ed aiuto vostri... e non pertanto sento non vi
poter ringraziare. Dio... (ma io faccio male a invocare il suo santo
nome in questa trista faccenda,--sarebbe meglio ch'ei non ne sapesse
nulla). La fortuna dunque operi, che non vada a finire in pianto.

--E la fortuna è per voi; perocchè, come femmina, ella ama i giovani,
e gli audaci. Se Cesare non passava il Rubicone, sarebbe diventato
Dittatore di Roma?

--Sì; ma neppure gl'idi di marzo lo avrebbero veduto trucidato sotto
la statua di Pompeo.

--Ogni uomo porta, nascendo, l'ascendente della sua stella. Avanti
dunque. Voi non potete fallire, che vi sovviene copia di autori
volgari, greci e latini. D'altronde perchè repugnate commettervi alla
fortuna? Ella governa il mondo. Vedete Silla, che più di ogni altro
seppe accomodare le differenze con la scure, le dedicò il bel tempio
di Preneste.

E così confortando accomiatava il male arrivato giovane, il quale
uscendo andava a balzelloni; tanto scompiglio gli avevano messo nella
mente le parole del Conte, e le cose alle quali egli aveva assistito.
Sentiva il male, presagiva peggio; ma ormai spinto sul pendio del
misfatto, non sapeva ritrarsene. La passione, il boa feroce
dell'anima, lo stringeva sempre più veemente, e soffocava in lui
l'ultimo alito di virtù.

Il Conte, appena partito il Duca, recatosi in mano il foglio vergato
poc'anzi leggeva, soffermandosi di tratto in tratto per ridere
clamorosamente:

«Reverendissimo, et illustrissimo Monsignore.--La maggiore empietà,
che abbia mai inquinato questa sede augustissima et felicissima della
vera nostra religione, sta per succedere. Il duca Serafino D'Altemps,
per compiacere a sfrenatissime voglie, trama rapire domani notte,
armata mano, dal palazzo dei Falconieri la onesta fanciulla Lucrezia,
camerista in casa dei prelodati clarissimi signori. Accompagnano il
Duca, complici del delitto, tre o quattro dei più solenni banditi
capitanati dal famoso Olimpio, cercato da due anni dalla Corte per
ladronecci e assassinamenti, con la taglia di trecento ducati di oro.
State su l'avvisato, che si tratta di gente usa a mettersi ad ogni
sbaraglio, e il pericolo aumenta la fierezza.--Di tanto vi avvisa un
osservatore del buon governo, e zelante dell'ordine, e della
esaltazione di santa Madre Chiesa. Roma li 6 agosto 1598.»

--Va bene: la scrittura non può conoscersi per mia: questa fra un'ora
sarà nelle pietose mani di monsignor Taverna.--La piegò, e la suggellò
improntandovi sopra una croce, e scrivendovi: A Monsignore Ferdinando
Taverna governatore di Roma.

--A tutto signore tutto onore: egli è Duca, e va proprio trattato da
pari suo. A cotesta perla del Principe Paolo penseremo più tardi. E
poi ci liberiamo da Olimpio, se pure non giunge anche per questa volta
a scamparla. La rete è tesa nelle regole dell'arte; ma

    _Rade volte addivien, che alle alte imprese
    Fortuna ingiuriosa non contrasti._


NOTE

  [1]  Tennemi Amore anni _ventuno_ ardendo
       Lieto nel foco, e nel duol pien di speme:
       Poichè Madonna, e il mio cor seco insieme
       Salirò insiem _dieci_ altri anni piangendo.

                                  PETRARCA.

  [2]  Se io avessi pensato, che sì care
       Fossin le voci dei sospir miei in rima,
       Fatte io le avrei dal sospirar mio prima
       In numero più spesse, in stil più rare.

                                  PETRARCA.

  [3] Durante la sommossa avvenuta in Inghilterra volgendo l'anno 1378
    della Era volgare, Giovanni Ball predicava: gli uomini tutti
    discendere da uno stipite comune; uguali essere i diritti loro
    alla libertà, ed ai beni della terra; arnese di tirannide ogni
    maniera di distinzioni. La plebe infuriando cantava la canzone, di
    cui il concetto corrisponde alle parole del testo:

        When Adam delv'd, and Eve span
        Where was then the gentleman?

    La pratica del comunismo ha preceduto di gran lunga la teoria. Il
    popolo in cotesta occasione, come sempre, chiese troppo; i
    possidenti, rappresentati allora dal Re, concessero quanto ei
    volle; e se più domandava, e più gli davano, rilasciando delle
    concessioni fatte patenti solennissime. Passata la burrasca il Re,
    ricercate in prima diligentemente le carte delle patenti le abolì,
    e ritolse ogni cosa; e quello, che parve duro in quel tempo, e non
    pertanto si è veduto ripetere perpetuamente, ricercò, e spense di
    mala morte i miseri popolani, che fidandosi in lui avevano posate
    le armi. Per modo che sembra oggimai doventato assioma nei
    rivolgimenti umani: chiedere troppo, e male; promettere tutto, e
    attender nulla; donde la necessità di nuove agitazioni. Vicenda
    perpetua di violenza, e di frode! E quando il popolo torna alla
    catena, se Salomone lo percuoteva co' flagelli Roboamo lo
    strazierà con li scorpioni. Tuttavolta varia apparve la ragione
    dei tempi: nei barbari, come vedete, i possidenti o privilegiati
    attesero a raccogliere i documenti, e distrussero questi molesti
    testimoni della frode: negli altri, celebrati civili, carte,
    documenti e giuramenti lasciansi stare: invece di sgombrarne la
    strada, par cosa più spacciativa saltarci sopra a piè pari, e
    tirare innanzi pel suo cammino. Se veramente siasi progredito,
    lascio che altri giudichi; però, in fatto di pudore, lo scapito è
    sicuro.

  [4] Nel così detto _Album_ di certa Marchesa Pallavicini di Genova
    io lessi scritto dalla mano della Marchesa du Devant, conosciuta
    nel mondo letterario col nome di Giorgio Sand, questo concetto:
    «Fumo di gloria non vale fumo di pipa.» Le pipe ed il tabacco, nei
    tempi della storia che raccontiamo, erano diventati assai comuni.
    Francesco Hernandez, medico e naturalista spagnuolo, lo introdusse
    primo in Europa. Dicono che Francesco Drake lo portasse in
    Inghilterra ai tempi del Cromwello; ma si trova eziandio, che il
    famoso cavaliere sir Riccardo Raleigh fumasse tabacco fino dal
    regno della Regina Elisabetta; e si aggiunge la storia del servo,
    il quale temendo prendesse fuoco il padrone mentre gittava fumo
    dalla bocca, andò cheto cheto per un bugliolo di acqua, e glielo
    rovesciò sul capo. Nicot, ai tempi di Caterina, ne portò la pianta
    in Francia; donde chiamasi _nicotina_ il veleno, che se n'estrae,
    e figurò tanto funestamente nel processo Bocarmè. La pianta stessa
    _nicoziana_ ebbe anche nome di erba _tornabuona_, perchè Niccolo
    Tornabuoni ne introdusse la coltivazione in Toscana nel 1570; ed
    erba _della Regina_, perchè Caterina dei Medici incominciò ad
    usarne la polvere: ma il nome rimastole è tabacco, da Tobasco
    paese ove prima la osservò l'Hernandez.

  [5] «... il matrimonio deriva dallo amore, come l'aceto dal vino:
    bevanda sobria, acida, e dispiacevole». _Byron_, Don Giovanni.
    Canto III.




CAPITOLO IV

LA TENTAZIONE.

                     O male, o persuasore
                       Orribile di mali,
                       Bisogno......
                             PARINI, _Il Bisogno._


Entrarono i giovani sposi. L'uomo baciò affettuoso la mano al Conte:
la donna volle fare lo stesso; ma il fantolino, che teneva in collo,
gittando uno strido glielo impedì. Fu caso quello, o piuttosto
presentimento? L'uomo non conosce le arcane virtù della natura. Il
Conte guardò fisso la donna; e vedendola maravigliosamente bella i
suoi occhi si aggrinzirono, e le pupille mandarono un baleno.

--Chi siete voi, buona gente, e in che cosa posso accomodare ai
bisogni vostri?

--Eccellenza, incominciò il giovane, o non mi ravvisa ella più? Io
sono il figliuolo di quel povero falegname... si ricorda?.. rovinato,
or fanno appunto quaranta mesi,... e se non era la sua carità egli si
sarebbe gettato nell'acqua.

--Ah! ora me ne sovviene. Voi vi siete fatto uomo, garzone mio; ed il
buon vecchio del padre vostro come si porta egli?

--Il Signore lo ha chiamato a se. Creda, Eccellenza, che il suo ultimo
sospiro fu per Dio, e il penultimo per la sua famiglia e per lei:--non
rifiniva mai di mandarle benedizioni, ed augurarle dal cielo tutte le
prosperità, che da uomini possano desiderarsi maggiori.

--Dio lo abbia nella sua santa pace. E queste sono la moglie, e
creaturina vostre?

--Per l'appunto, Eccellenza. Appena mia moglie è rientrata in santo,
mi è parso bene di fare il mio dovere conducendola a renderle
reverenza e offrirle grazie col cuore, perchè, dopo Dio, noi ripetiamo
da lei la nostra felicità.

--Voi siete felici?

--Felicissimi, Eccellenza, se la memoria del perduto genitore non
venisse di tratto in tratto a turbarmi;--ma i suoi anni erano molti, e
morì come un fanciullo che si addormenti... Egli non aveva rimorsi su
l'anima.... e le sue notti io le so dire ch'ei le dormiva
tranquille... povero padre!--E sì dicendo si asciugava le lacrime.

--E voi, donna, vi sentite felice?

--Sì, prima la Vergine benedetta, e più che non si può immaginare col
pensiero, o riferire con parole. Michele vuol bene a me; io lo voglio
a lui; tutti e due ne vogliamo tanto e poi tanto a questo bello
angiolo nostro. Michele guadagna da camparci, e ce ne avanza;--sicchè,
Eccellenza, ella vede che non chiamandoci soddisfatti sarebbe proprio
un mormorare contro la provvidenza di Dio.--Queste cose dicendo la
donna appariva sfavillante.

--Voi siete dunque felici?--domandò il Conte per la terza volta con
voce cupa.

--E si può dire in grazia sua, Eccellenza. Entrando in casa di Michele
io ho appreso a venerare il suo nome. La prima parola che insegnerò al
mio bello angiolo, sarà benedire il nome del caritatevole barone
Francesco Cènci.

--Voi mi riempite il cuore di dolcezza, disse il Conte dissimulando la
rabbia che lo soffocava; e per infingersi meglio baciava in fronte, e
vezzeggiava il fanciullo:--buona gente! anime degne! Però quel poco,
che io feci, non merita tante grazie; e a fine di conto, a noi altri
favoriti con copia di beni corre obbligo grande sovvenire ai poverelli
di Cristo. A che buono il danaro, se non per riparare qualche
sventura? Havvene forse del meglio speso di questo? Non lo mettiamo a
usura su le banche del paradiso, dove ci vien reso a mille contanti il
doppio? Sono io dunque, carissimi, che devo ringraziarvi per avermi
offerta occasione di fare del bene.--Qui tratta fuori una cassetta del
banco, prese un pugno di ducati d'oro e gli offerse alla donna; la
quale, fattasi in volto tutta vermiglia, andava schermendosi; ma il
Conte insistendo, diceva:

--Prendete, figliuola mia, prendete. Voi mi avete fatto torto quando
non mi avvisaste della nascita di questo bel putto; che toccava a me
essergli compare. Compratevi una collana, e portatela al collo in
espiazione del peccato commesso: guardate di farvi riuscire ancora un
guarnelletto sfoggiato al fanciullino, perchè quantunque per bello ci
passi il segno, pure sapete come dice il poeta?

    _Sovente accresce alla beltà un bel manto._

Io vo' che la gente, in vedendolo, esclami: oh avventurosa colei
ch'ebbe così bel portato;--e il vostro cuore di madre esulterà.

La giovane madre dapprima sorrise; poi da quelle soavi parole, che le
fioccavano sul cuore, si sentì conquisa, e pianse, senza però cessare
il sorriso; come quando, in primavera, piove a un punto e risplende il
sole, mentre le gocce cadenti disegnano in cielo l'arco maraviglioso,
che noi reputiamo testimonianza del patto di pace fermato da Dio con
gli uomini... E fosse pur troppo così!

--Continuate ad amarvi--prosegue il Conte con la voce solenne di un
padre;--la gelosia non turbi il sereno dei vostri giorni; nè mai altra
casa possa piacervi più della vostra: vivete tranquilli e nel santo
timore di Dio. Qualche volta rammentatevi nelle vostre orazioni di me,
povero vecchio, che non sono... oh! credetemelo, non sono quale vi
appaio per avventura felice; (--e qui il Cènci di pallido, come
ordinariamente egli era, diventò livido--) e se in alcun bisogno
vostro penserete a me, siate persuasi che voi troverete viscere
paterne.

I giovani sposi si chinarono per abbracciargli le ginocchia; ma egli
nol volle consentire affatto, e con voce ed atti benigni gli rimandò
con Dio. Passando per la sala essi non rifinivano mai di esclamare:

--Oh il pietoso signore! Il caritatevole gentiluomo!

Gli staffieri udendo simili parole sogguardavano l'uno l'altro facendo
spallucce; ed uno fra loro, il più audace, sussurrò fra i denti:

--Che il diavolo si sia fatto cappuccino?

--Felici! felici!--ruggì Francesco Cènci dando libero sfogo alla
collera male repressa;--e vengono a dirmelo proprio in faccia! Lo
hanno fatto a posta per tormentarmi con la vista della loro
contentezza! Questo giudico il più atroce insulto, che io mi abbia
sofferto da un pezzo a questa parte!--Marzio! Va, corri tosto, e
raggiungi Olimpio; riconducilo qui; affrettati, dico; se torni, prima
che suoni l'_Angelus_, insieme con lui, ti do dieci ducati.--Io vi
farò vedere se, senza piangere lacrime di sangue, uom possa venire a
dichiarare in faccia al conte Francesco Cènci, ch'egli è felice.

In questo punto, e certo non gli fu ventura, ecco entrare pian piano
il degno sacerdote: _Omnes sitientes venite ad aquas_, giubbilava
dentro il cuor suo, comecchè stringesse in fascio i lembi della toga
stracciata; ma da cotesta beatitudine lo trasse fuori il cupo
brontolìo di Nerone. Il prete (tanto scordevole egli era delle
ingiurie più triste!) si risovvenne allora del cane nemico, e parve la
moglie di Lot quando si volse indietro a guardare lo incendio di
Sodoma.

--Silenzio, Nerone!--Reverendo, accostatevi senza sospetto.

Il Prete, ripreso alquanto di coraggio, mosse qualche altro passo a
sghembo come costumano i granchi; e, invitato a sedersi, si pose sopra
l'angolo estremo della sedia, rannicchiato a modo di civetta sul canto
del tetto.

--Parlate, Reverendo; sono ai vostri comodi.

--Ed io punto ai miei,--pensò il prete, ma non lo disse; e invece
favellò:

--La fama...

Nerone udendo la voce del prete torna a brontolare, e il prete subito
si drizza impaurito; sgridato il cane si riacqueta, e il prete si
attenta da capo ad aprire la bocca. Badando sempre con occhio obliquo
la bestia, che malediceva in cuor suo, egli riprese:

--La fama, che suona delle magnanime vostre imprese per tutto il
mondo....

--E per Roma....

--Questo s'intende da se, caro lei, perchè Roma fa parte del mondo...

--E per questo appunto io lo diceva...

--E vi pareggia a Cesare...

--A quale dei due, Reverendo, a Giulio o ad Ottaviano?

--Questo non ispiega bene la fama; ma io mi figuro a quello che fece
tanti regali al popolo romano in vita e in morte.

--E sapete voi perchè egli poteva donare tanto?

--Eh! mi figuro perchè ne aveva...

--Certo, ne aveva perchè gli rubò da tutto il mondo; e questo debito è
cascato addosso a noi altri nipoti, e ci tocca a pagarlo con le usure,
vi dico io...

--Ah! tocca a lei pagare i debiti di Giulio Cesare?

--E voi siete venuto qui in mia presenza a paragonarmi con cotesto
insigne ladrone di provincie e di regni?...

Il Prete confuso malediceva l'ora, che gli venne in mente recitare una
orazione di lunga mano composta: era meglio che avesse favellato,
secondo il solito, così alla buona. Ah!--pensava--potessero farsi le
cose due volte!--Poi tutto umiliato sussurrava...

--Perdoni, per lo amore di Dio... io non credeva... avendo tolto a
imitare la orazione di monsignor Giovanni della Casa a Carlo V...
che...

--Ascoltatemi, favellò il Cènci, deposto a un tratto il suono
scherzevole, e assunto un cipiglio severo. Io sono vecchio, e voi più
di me: però del tempo non ne avanza a me nè a voi: parlate dunque
netto, e spedito. Tutte le cose lunghe mi vengono a fastidio,--anche
la Eternità.

Il Prete, preso alla sprovvista, non sapeva da qual parte rifarsi;
quel subito trapasso dal dolce all'agro lo aveva sbalordito: in oltre
la ultima proposizione del Conte gli pareva mal sonante, ed eretica.
Finalmente, come uomo a cui un buffo di vento sopraggiunga impetuoso a
portar via le carte accomodate sul banco, parlò con tronchi accenti:

--Eccellenza... lei vede in me un prete... e per di più curato di
campagna... La mia Chiesa rassembra proprio un crivello... l'acqua
piovana scende giù dal tetto, e si mescola col vino delle ampolle...
Un melogranato cotto in forno, a paragone della mia Canonica sdrucita,
può figurarsi una pina verde... talora, quando piove, mi trovo
costretto a starmi in letto coll'ombrello aperto, e non basta. Sa ella
con che cosa mi tocca ad asciugarmi il viso?.. lo sa?

--No certo.

--Con Rodomonte.

--E ch'è egli questo Rodomonte?

--Il gatto della canonica; ma egli alla peggio la rimedia pei tetti; a
me e a Marco, che non possiamo andare a procacciarcelo sul tetto,
spesso manca il desinare e la cena; ed io sospiro, e Marco raglia.--Ho
una tonaca sola... o piuttosto, come dice Cremete negli
_Autontimerumeni_, ignaro se il suo figlio tuttora viva,--non saprei
più dire se io l'abbia, o se io non l'abbia:--veramente ella era
lustra da potermivi guardare dentro; ma alla fine con qualche rammendo
poteva tirar su fino a dicembre... ed ora il cane di vostra Eccellenza
miri come me l'ha concia!.. E sporgendo il lembo, la sua voce prendeva
la intonazione dello _stabat Mater dolorosa_.

--Non pronunziaste voi il voto di povertà? Perchè vi lagnate di uno
stato, che tanto si accosta alla perfezione? Ah! questa perfezione non
vi piace; amereste meglio essere imperfetto con qualche migliaio di
scudi di entrata, che perfetto, e più che perfetto in povertà?
Prendetevela con l'Autore di questa grammatica, che voi altri preti
non volete capire. Gesù Cristo vi ha predicato non essere i vostri
beni sopra questa terra: guardate il cielo, e sceglietevi là il vostro
campo; lo spazio, grazie a Dio, non manca. Ma voi fate orecchie di
mercante, e dite in cuor vostro: la doppia è il Padre, la mezza doppia
il Figlio, il terzo di doppia lo Spiritossanto, e credo fermamente che
una discenda dall'altra.

    _Godete, Preti, poichè il vostro Cristo
    Dai Turchi e dai Concilii vi difende_[1].

Vergogna, Reverendo; vergogna questo darsi continuo pensiero di cose
mondane! Quando la Chiesa costumava calici di legno possedeva
sacerdoti di oro; e questo dice san Clemente di Alessandria. Ora
ch'ella ha calici di oro, i preti son diventati di legno:--e sapete
voi, Reverendo, di quale legno? Del legno, che il santo Evangelo
dichiara doversi recidere perchè infecondo, e gittare sul fuoco...

Il povero Curato sostenne cotesta bufera di male parole come un
veterano la scarica delle palle nemiche; poi con un sospiro esclamò:

--Ah! san Clemente Alessandrino era un santo dottissimo; ma non credo
che gli bisognasse stare a letto con l'ombrello aperto quando
pioveva...

--Sia; patite difetto di cose necessarie alla vita? Ebbene, ricorrete
agli opulenti prelati. Forse non ebbero assai? Ma che volete da noi,
l'ultima stilla di sangue? Andate, picchiate ai palagi dei Vescovi;
bussate alle porte degli Abbati... bussate, vi dico, e vi sarà aperto;
chiedete, e vi sarà dato: _pulsate et aperietur vobis_, è stato detto
da cui non può fallare.

--E' pare che cotesti dignitarii spesso si trovino per faccende fuori
di casa, perchè io mi son provato a battere alle porte loro; ma
vedendo che potevo rompermici le noccola prima che da qualcheduno mi
venisse aperto, me ne sono rimasto.

--Voi, clero minuto, siete proprio gregge; e così sogliono chiamarvi i
grassi prelati, perchè verso di voi si comportano da veri pastori.
Infatti qual è la parte di pastore, per cui diritto vede, che seco voi
non adoperino? Forse non vi mungono? non vi tosano? non vi
arrostiscono scorticati, e vi mangiano?--Orsù, ardite ribellarvi
contro la iniqua gerarchia: pubblicate al mondo in qual modo sopra un
solo capo, o per simonia, o per patto di lussuria, o in modo altro più
turpe, si cumulino benefizii, prebende e abbadie, le quali da un lato
fanno preti oziosi, superbi, viziosi, e ribaldi; dall'altro poveri,
vili, abietti, e ribaldi: palesate che le riforme dei Concilii non
hanno riformato nulla: manifestate come questo tristo collegio
d'ipocriti farisei ad altro non attende, che a impastar pane con la
farina del diavolo. Costringete i parasiti a tenervi a parte della
mensa, che lautissima da lungo tempo imbandiscono, e per lungo tempo
ancora imbandiranno loro la ignoranza e la follia degli uomini.

Il Curato, atterrito da quel turbine di eresie, volse attorno gli
occhi con riguardo, e poi sotto voce osservò:

--Eccellenza, per lo amore di Dio voglia rammentarsi che qui in Roma
vi è una qualche cosa, come sarebbe il Santo Uffizio, e il castello
Sant'Angiolo.

--Avete paura? Bene; ma se imparaste a tremare, apprendete ancora a
soffrire. La pecora lecca la mano che le taglia la gola. Esempio
sublime, e lodato meritamente, della perfetta obbedienza. O piuttosto,
perchè disertaste voi la bandiera della natura? Perchè abbandonaste la
vanga paterna per comandare dalla polvere? Quando voi preti vi
allontanate dalla campagna vi piangono dietro le viti, e gemono i
solchi. Tornate a lavorare l'altrui podere, servi fuggitivi. La terra
vince di amore qualsivoglia tenerissima madre; ella vi nutre, ella vi
veste, ella vi seppellisce: che cosa volete di più, indiscreti? Vi
lagnate che la natura vi abbia diseredato: bugiardi! vi è mai forse
mancata la terra? Dove stanno sepolte le migliaia di generazioni, che
vi precederono? Sotto terra. A cui di voi, nascendo, madre natura non
destina tre braccia di terra, e a taluno anche più?--A voi questa
storia non garba. Il breviario pesa meno della zappa. Voi volete
godere qui il paradiso, che agli altri promettete di là. Scalabroni,
vi piace gustare senza fatica il mele raccolto dalle api? Ma le api
adoprano l'aculeo per cacciar via i ladri; l'uomo non sa valersi del
suo giudizio per liberarsi da voi altri. Ditemi un po', Reverendo, non
vi pare che l'aculeo dell'ape, tutto bene considerato, meriti più
pregio assai della ragione umana?--Orsù; vivete come vi aggrada,
morite come vi piace, ma levatevi dintorno a me. Da me voi non avrete
uno scudo. Da camparvi vi fu dato. Io non ho danaro per sopperire alle
morbidezze vostre;--io non posso fare le spese ai vizii vostri; e voi
ne avete più, che figli Giacobbe, quantunque un vizio costi più di tre
figliuoli.

    _Credete voi però, Sardanapali,
      Potervi fare hor femine, hor mariti,
      E la Chiesa hor spelonca, et hor taverna;
    E far tanti altri, ch'io non vo dir, mali,
      E saziar tanti, e sì strani appetiti,
      E non far ira alla lenta superna?_[2]

Il povero Prete era come colui, che, essendo lontano da casa, sorpreso
da un rovescio di acqua nell'aperta campagna, piega le spalle, e sta a
pararne quanta Dio ne manda. Però, percosso dall'abbominazione
dell'ultimo rimprovero, levò gli occhi al cielo, e non potè
trattenersi da dire:

--In quanto a Verdiana, Eccellenza, ch'è la fantesca la quale io tengo
in casa, le giuro per Quello, che non vuol che giuriamo, ella è si
antica, da potere aver portato sassi quando fabbricavano il Colosseo.
Ma pare a lei, che un uomo della mia età e del mio carattere possa
attendere a siffatte scostumatezze? Poh!

--Perchè no? Ossa vecchie e legna secche avvampano più presto.

    _.........i' sarei preso ed arso
    Tanto più, quanto son men verde legno,_

diceva messer Francesco Petrarca; e delle cose di amore il canonico
Petrarca intendeva assai addentro, e più disonestamente, che non ci
vuol dare ad intendere il vecchio peccatore--perocchè ei fosse dei
vostri...

E il Prete, levando in alto le mani e il viso, esclamò pietosamente:

--Gesù! che cosa mi tocca a udire!

Il Conte Cènci con l'indice della mano destra all'improvviso descrisse
un segno orizzontale sopra la fronte, quasi disegnasse mutare registro
allo strumento, e con voce più mansueta riprese:

--Oh! non lo diceva mica per voi, povero sacerdote, che siete così
attrito dallo stento, da assomigliarvi a san Basilio. Quando mi
capitasse la voglia di palesare i fatti miei a qualcheduno, fate conto
che non vorrei confessarmi ad altro sacerdote che a voi. Or via,
tregua alle parole, Curato mio dolce. Quanto danaro vi abbisogna per
restaurare chiesa o canonica, comperarvi una tonaca nuova per riparare
la fellonia di Nerone, ed una mezza dozzina di asciugamani per
lasciare in riposo la pelle di Rodomonte?

--Dirò... Verdiana ed io abbiamo fatto le mille volte il conto; ella
su le fodere del lunario, io sopra i margini del breviario, e non ci
siamo messi mai d'accordo; ch'ella dice più, ed io meno: ma io
crederei che con un dugento di ducati ci si potrebbe incastrare.

--Dugento ducati! Misericordia! ma che sono eglino diventati prugnòli?

--E con meno non ci è propriamente a rimediarla,--riprese il Prete
incrociando le dita delle mani e appoggiandosele alla pancia;--e noti,
che ci aggiunterei una quarantina di ducati che conservo nello
inginocchiatoio accanto al letto, e che mi costano da quarantamila
digiuni non comandati.

--Uditemi, Reverendo; io non sono ricco abbastanza da accogliere la
presunzione di restaurare la casa di Dio. Egli è padrone del buon
tempo e del cattivo; e se lascia piovere in casa sua, segno è certo
che l'acqua piovana gli piace. Io vi darò cento ducati, ma ad una
condizione.

--E quale, Eccellenza?

--Che voi, insieme ai quaranta vostri, gli adoperiate unicamente a
restaurare la canonica, corredarvi di masserizie necessarie, di
asciugamani, di una tonaca per voi, ed anche di una veste per
Verdiana...

--Mai no, Eccellenza, mai no; piacemi la casa risarcita, piaccionmi le
masserizie, e la vesta per Verdiana mi piace assai più della tonaca
mia; ma le cose del Signore hanno da andare innanzi ad ogni privata
comodità. Su questo punto Verdiana ed io siamo di un medesimo cuore, e
non ci patirebbe l'animo di fare nostro prò neppure di un bagattino,
se non avessimo provveduto prima alla casa di Dio....

--Che cosa andate voi bestemmiando di casa di Dio? Ha egli mestieri di
casa per ricovrarsi dalla pioggia, o dalla bruma della notte come noi
altri? Casa di Dio è l'universo; sono le stelle, il sole, la luna, e
tutto quanto vive, vegeta e cresce quaggiù. Tutto è Dio. In tutto
penetra, da tutto emana la Divinità. Dio vuolsi adorare nelle
magnificenze della natura, nelle opere dello intelletto, nella
innocenza e nella sensibilità dell'uomo.

--Signor Conte, rispose il Curato mettendosi la destra sul cuore, e
con dignitosa semplicità, io sono un uomo povero d'intelletto: credo
quello che i miei padri credevano, e non cerco più oltre. Io so
eziandio che lo spirito umano spesso si spinge temerariamente a tal
punto, dove non comprende più nulla; e allora, fra il dubbio che
tormenta e la fede che consola, parmi cosa savia attenermi alla
fede.--

Queste schiette parole punsero sul vivo il Conte Cènci, il quale
studiando dissimulare la ferita con la moltiplicità degli empii
discorsi, si affrettò a replicare:

--Voi già, secondo l'usanza dei sofisti, ve la svignate fuori del
seminato. Io non vi contrasto la credenza, ma il modo del credere. O
come volete voi che a Dio incresca l'acqua piovana dentro la vostra
parrocchia, poichè s'egli ve l'avesse a uggia sarebbe padrone di non
la mandare? Egli ha creato l'acqua, e il fuoco altresì: ora, se quando
è bagnato vuole asciugarsi, non ha a far altro che prendere con le
molle uno degl'infiniti soli del cielo, e metterselo nel cammino. Può
temere l'acqua Colui, che vi cammina sopra come se fosse un selciato?
Egli che apre e chiude le cateratte dei cieli come fo io di questa
cassetta?--Via, via, Curato mio, almeno confessatemi questo, che a lui
nulla importa di nuvoloso, nè di sereno.--Ecco qua; questi sono
ducati, e sfolgoranti... (--e qui preso un pugno di scudi d'oro, gli
distendeva dinanzi agli occhi del prete--) io voglio che sieno vostri;
a patto però, che gli spendiate solamente per voi e per Verdiana. Dio
è ricco abbastanza per farsi le spese da se.

E sì favellando protendeva il viso tentatore come il Diavolo a santo
Antonio. Il Prete covava la moneta con gli occhi, e da tutti i pori
del corpo gli trasudava la cupidigia della miseria. Una molto
terribile battaglia si combatteva in quella povera anima. Il Conte
però, notando come il Prete girava nel manico, insisteva alacremente:

--E questa ultima ragione sopra le altre vi muova, che se voi non
accettate il patto io gli ripongo in cassetta...

--Eccellenza!...

--Ma via, mettiamo da parte le ragioni che vi ho esposto: a voi non
garbano, ed io non vi voglio chiudere il Limbo che vi aspetta. Non è
egli vero, che voi dovete provvedere a due cose: alla chiesa ed alla
canonica? Poniamo dunque che la chiesa sia santa; la canonica voi non
impugnerete già che sia religiosa! Ora chiaritemi un po' come possiate
commettere questo grossissimo peccato, incominciando dalla seconda
piuttostochè dalla prima?--Voi troverete tanto cammino fatto nello
adempimento dei vostri doveri. Non vi ostinate; ricordatevi che vi ha
tal giusto, che per la sua giustizia perisce; e questo ha detto re
Salomone...

--Eccellenza... veramente... in questa maniera... mi parrebbe... e
nondimeno...

--Su, via, dunque; accettate, e promettete adoperarli unicamente per
voi. Considerate, in grazia, quest'altro: se Dio è, come voi ed io
crediamo, eterno, non gli dorrà aspettare quattro o sei anni, e potrei
dire secoli. Se voi foste diverso da quello che siete, vi direi:
facciamo un poco come lui, che non pensa mai a noi...--Sicchè; li
volete, o non li volete?

--Ah signore! la tentazione è grande; ma io temo commettere un
grossissimo peccato...

--Li volete, o non li volete?

--Ma mi lasci riflettere. Non è mica cosa da niente uno scrupolo di
peccare, per un parroco che ha la cura delle anime...

--Ebbene; ponete tutto a debito dell'anima mia. Tanto io ho conto
lungo col paradiso...--Ah! li prenderò...

L'angiolo dell'Accusa portò questo peccato alla cancelleria del cielo
e lo registrò nel libro maestro delle colpe umane, senza che l'angiolo
della Misericordia vi lasciasse cader sopra una lacrima, e ve lo
cancellasse per sempre come sul pietoso giuramento dello zio Tobia.

--Ecco il danaro; promettete dunque?

--Prometterò.

--Ora avvertite di non mancare; manderò, o verrò io stesso a vedere se
avrete attenuto il patto: se troverò altrimenti, guai! Mi chiamo
Francesco Cènci, e basta.

Il Curato fra lieto e tristo intascò la moneta; e, profferte
umilissime grazie, con copia di riverenze si allontanò dal male
visitato barone.


                                ------


Marzio tornava in compagnia di Olimpio. Ebbe Marzio la promessa
mercede, ed ordinandolo il Conte si ritirò nell'anticamera.

--Che c'è egli di nuovo, Eccellenza?

--Ci sono altri centoquaranta ducati da metterti nella cintura...

--Voi mi volete far morire d'indigestione...

--Mi era parso, poc'anzi, tu ti partissi pessimamente soddisfatto, ed
io ho voluto richiamarti perchè tu abbi la miglior giunta alla buona
derrata.

--Questo è proprio un diluvio di tenerezza per me!

--Tristo cavaliere è colui, che non ha cura del suo cavallo; e non vi
ha favore ch'io non mi mostrassi parato a farti, per torre via dal tuo
cuore quella po' di ruggine che potresti avere concepito contro di me.

--Ruggine, io? Ma che vi pare, don Francesco; io vi ho voluto sempre
più bene che al pane.

--Che si fa a morsi, eh? Vien qua, piacevolone, ch'ella è appunto una
burla quella che ti propongo. I ducati, di che io ti diceva, già sono
tuoi...

--Dove son eglino?

--Non manca altro, che tu le li vada a pigliare. Non torcere il muso.
Hai tu veduto quel corvo di prete? Ebbene; io glieli ho donati secondo
la tua intenzione. Ora hai da sapere come costui sia curato a santa
Sabina, piccola chiesa lontana dall'abitato. In casa tiene una
vecchia, un gatto, e, a quanto pare, un asino: faccenda agevole, e da
compirsi stanotte. Troverai i danari dentro allo inginocchiatoio
accanto al letto del prete.

--O perchè glieli donaste voi, se avevate in mente di ritorgli sì
presto a quel poveraccio?

--Quando io pretesi insegnarti la maniera di entrare nel palazzo
Falconieri, tu mi avvertivi non ispettare a me mescolarmi in simili
bisogne.... te ne ricordi? Adopera dunque verso me la discretezza, che
volesti io usassi teco.

--Avete ragione: non fa neanche una grinza. Volete, altro, don
Francesco?

--Ah! sì; un altro servizietto da poco. Conosci il falegname, che
abita presso Ripetta? Quel desso, che rifece la casa co' miei
danari?[3]

--Quel giovane, che stava dianzi in sala ad aspettare? Sicuro che lo
conosco, e so dove sta di casa; perchè quando la faceste rifabbricare
di nuovo andai a vederla, per ingegnarmi a spiegare su la faccia del
luogo lo indovinello della vostra beneficenza.

--E non sono uso a fare del bene io? Ed anche adesso non ti benefico?
Non aggiungere la ingratitudine agli altri tuoi peccati, perchè egli è
quello che più dispiaccia all'angiolo custode.--Domani notte...

--Non posso servirvi: sono impegnato col signor Duca... non
rammentate?

--Farò le tue scuse...

--Abbiate pazienza; l'onore del mestiere non permette che io manchi...

--Procurerò che egli ti dia licenza di propria bocca...

--Oh! allora va bene.

--Domani notte, dunque, t'introdurrai come potrai nella bottega del
falegname. Prendi gli arnesi e i legni che troverai là dentro, ed
alzane una catasta: poi mettivi sotto i fuochi lavorati, ch'io ti
apparecchierò; e verrai per essi domani dopo l'_Ave Maria_,
presentandoti alla porta del chiasso: accendili, e vientene via dopo
aver chiuso di nuovo la porta della bottega. Avrai per questa opera
pia cento ducati. Servi fedelmente, che in breve intendo farti ricco.
In vero, dove potrei impiegare il mio danaro meglio che con te?--E tu
devi convenirne meco. Allontanati per la via del giardino, e procura
che nessuno ti veda all'andare, nè al tornare.

Olimpio obbediva.

                                ------

 Francesco Cènci rimasto solo, forte si stropicciava le mani in segno
di profonda soddisfazione, e con parole rotte favellava:

--Stamane fu pasqua. Questo si chiama vivere davvero! Un parricidio
tramato, un ratto ammannito, un furto ed uno incendio apparecchiati;
poi i traditori traditi, e per giunta fatto cascare un santo. Finchè
io sto in questo mondo il diavolo può andarsene in villeggiatura. Io
sono il rovescio di Tito: costui gemeva se passava il giorno senza
fare qualche bene: io arrovello se non ho commesso una ventina di
mali. Tito!--Cerretano di umanità, gesuita del paganesimo! Giudea lo
dica, e lo incendio spento dall'onda del sangue umano; e la
moltitudine dei crocifissi, per cui mancava il terreno alle croci, o
le croci ai corpi; e gli undicimila prigioni morti di fame; e le
migliaia dei gettati alle belve in odio di avere difesa divinamente la
patria[4]. Va, va, natura di stoppa, che non sapevi odiare, nè amare;
piangendo lasciasti uccidere un milione e mezzo di uomini, e piangendo
ti lasciasti strappare dal fianco la bella Berenice. Domiziano, tuo
fratello, era fuso con bene altro metallo: cuore di acciaio; fronte di
bronzo: immagine augusta di re. Il fulmine non sa distruggere cotesti
semidei; se li tocca, li consacra. L'Apostata ti chiama belva
d'imperatore[5]: belva tu, che andasti a farti scannare in Persia,
mentre potevi condurre vita beatissima a Roma o a Bisanzio. A cui
buona la vita se, dopo morte, i posteri non tremassero al nostro nome,
e temessero vederci ricomparire, sbucati fuori della tomba, ad ogni
tratto? Tutti rammentano il diluvio. La credenza di Dio si fonda sopra
la paura, e quindi egli ebbe vittime di sangue. I tiranni si sono
detti immagini del Dio di Mosè, che soffia con la sua propria bocca
nel fuoco dello inferno; epperò furono temuti, ed ebbero anch'essi
vittime di sangue, e tuttavia ne avranno. Se il Papa si fosse
mantenuto ministro del Dio Agnello, a quest'ora lo avrebbero
arrostito: le paterne viscere di Sua Santità si struggono di
emulazione, perchè la piazza del Vaticano sia superata in meriti da
quella di Vagliadolid. Il bene e il male tengono le mani dentro ai
capelli della umanità; ma il bene glieli arriccia, il male glieli
strappa. Io adoro la forza. Tutto è menzogna, tranne la forza: ella
arroventa il suo marchio, ne segna alla gota le generazioni, e a furia
di flagelli le disperde pel mondo:

      _Tremate, maledite, e obbedite:
      Così quaggiù si vive,
      E la porta del ciel si trova aperta!_[6]

Se mi fossi trovato alla battaglia, che gli Angioli ribelli
combatterono contro Dio!--Dio! Dio!--Questa parola mi torna addosso
come un tafano importuno, invano cacciato. Ma chi ha veduto questo
Dio? chi gli ha mai favellato? Corrono oggimai cinquanta e più anni
che io con ogni maniera di offese l'oltraggio, e la sua maledizione
m'ingrassa i campi. Perchè mi creava egli così? Egli metteva le
forbici sopra la pezza intera, e poteva tagliarmi a modo suo. E s'ei
non mi creava, o perchè egli, Creatore, sofferse in pace che altri gli
rubasse, e guastasse il mestiere? _Anima mala_: sono elleno anime
malvagie le nostre? Sia; io per certo non ho ragionevole fondamento
per impugnarle: ma non istava in facoltà sua farla buona, o cattiva?
_Poenituit!_ Sì? Se ei si pentiva, segno è certo ch'egli aveva
sbagliato; e se sbagliò, perchè mai portiamo il peso dei suoi errori?
E dove è allora la sua ogniscienza, dove la onnipotenza sua, dove lo
infinito suo amore? Che penseremmo noi di cotesta femmina, la quale si
avvisasse percuotere il suo figliuolo perchè lo ha partorito gobbo? E
posto che egli abbia errato, come questo libro del mondo ci mostra
palesemente ad ogni facciata; ma fosse poi buono davvero, secondochè
ci danno ad intendere quelli che lo conoscono; o non poteva tirar di
frego su l'uomo e la natura intera, e incominciare da capo? Meglio
così, che impacciarsi in quel laberinto del riscatto, che a fin di
conto non ha riscattato nulla. Egli fu nebbia: ha lasciato il tempo
come lo trovò:--e se gli uomini prima andavano allo inferno di passo,
ora ci vanno di corsa. Inferno! E sia; ed io vi andrò, per la ragione
che la sentenza verrà profferita da chi è giudice e parte, e per di
più senza appello. Tutti i giudici iniqui condannano senza appello.
_Deus autem fecit nos, non ipsi nos_. Non importa: se l'anima è morta
col corpo, mi piace; se sopravvive, anche di questo mi contento; a
patto che non mi venga tolta la facoltà, da me fino a questo punto
esercitata, di maledire per _omnia saecula saeculorum; amen_.


NOTE

  [1] Questi versi, e taluni altri dei quali la citazione si omette,
    pronunziati da Francesco Cènci nel corso di questo Capitolo,
    appartengono a certo sonetto di Francesco Berni canonico
    fiorentino. Le anime timorate dei Gesuiti, per evitare gli
    scandali, provvidero che fossero applicate ai Luterani le sentenze
    dette dal Berni contra i Preti, conciando il sonetto così:

        _Piangete, Luteran, chè il nostro Christo
        Cotanto vi odia, che non più si offende
        Del Turco, e l'errar vostro ognor si estende
        Per far lo stato vostro empio e tristo_: ec.

    Questa mirifica trasformazione (d'altronde ordinaria nella
    fabbrica dei Gesuiti) occorre nella edizione delle Rime del Berni,
    fatta a Venezia nel 1627.

  [2] PETRARCA, _Sonetti_.

  [3] La inondazione del Tevere, a cui si allude, accadde al ritorno
    di Clemente VIII da Ferrara, ch'egli aggiunse ai dominii della
    Chiesa, il 23 dicembre 1598.

  [4] Veramente io per me penso che pochi uomini al mondo sieno degni
    del vituperio e dello abbominio dei posteri quanto Tito, con
    quella maschera di umanità sul volto, e con la fama usurpata di
    benigno. Io desidererei che i miei compatriotti tutti leggessero
    la _Guerra Giudaica_ di Giuseppe Flavio, onde imparassero, non
    dico a rispettare, ma ad ammirare i Giudei, combattenti per la
    indipendenza della patria contro la tremenda forza di Roma.
    Intanto mi sia lecito riportar qui una prova, dimostrativa quale e
    quanta fosse la umanità di Tito: «I soldati, per isdegno o per
    odio inchiodavano i dati loro nelle mani, e ciò in diverse
    maniere, per beffa; e attesa la moltitudine, ch'essi erano,
    mancava il terreno alle croci, e le croci ai corpi» (_l_. 5 _c_.
    6). «I Romani tanta strage fanno nella presa di Gerusalemme, che
    allagarono di sangue tutta quanta la città fino ad ammorzarne
    molti luoghi compresi dal fuoco» (_l_. 6. _c_. 8). «Ora perchè i
    Romani erano stanchi di trucidare, e tuttavia compariva moltissima
    gente, Tito manda un bando, i soli armati e restii si uccidano, il
    rimanente si pigli vivo:--tutto il fiore cacciato nel tempio, e
    rinchiuso nel ricinto assegnato alle donne: per guardia vi pone i
    suoi liberti, e Frontone _suo amico_ perchè sentenziasse di quale
    castigo fosse meritevole ciascuno. Egli dunque, i sediziosi tutti
    danna alla morte; i giovani, fatta una scelta fra i più grandi e
    avvenenti, li destina al trionfo; della moltitudine, i di là dai
    18 anni inviolli per lavoranti in Egitto; ma li più furono da
    _Tito stesso_ distribuiti per le provincie ad esservi nei teatri
    disfatti dalle bestie o dal ferro. Quelli che non varcavano la
    detta età furono venduti. Ma in quei giorni medesimi, in cui
    Frontone ne faceva la cerna, ne morirono undicimila di fame» (_l_.
    6. _c_. 9). «Mentre Tito dimorava a Cesarea celebrò con gran pompa
    il giorno natale di suo fratello, aggiungendovi in onore di lui il
    _supplizio_ di una gran quantità di Giudei; perciocchè il numero
    dei periti tra nel pugnare con le fiere, e di fuoco, e nel
    battersi insieme, sorpassò i duemila cinquecento!.. Indi Cesare
    venne a Berito, e qui ancora come innanzi disertò buon numero di
    prigioni.» (_l_. 7. _c_. 7). Ecco qual era il fratello di
    Domiziano, che la buona anima dello abate Pietro Metastasio ci
    dipinge nella _Clemenza di Tito_ tenero così, da far piangere di
    passione quante femmine odono, o leggono. Io poi ho voluto
    riportare questi brani di Giuseppe Flavio, onde i poco versati
    nelle storie non si lascino sorprendere dalla reputazione di tali
    tiranni della umanità, e stieno in guardia contro le ipocrisie
    vecchie e nuove. Le parole nulla contano, e i fatti poco, dove non
    sieno continui, diuturni, e non diversi mai.

  [5] GIULIANO, _I Dodici Cesari_,--DOMIZIANO.

  [6] PETRARCA, _Canzoni_.




CAPITOLO V.

ANCORA DI FRANCESCO CÈNCI.

                     «A cagione del tuo cuore di ghiaccio, e del tuo
                     ghigno di vipera; a cagione delle perfide tue
                     iniquità, e per la ipocrisia della tua anima...
                     pel piacere che trovi nel dolore altrui; per la
                     tua fratellanza con Caino, io ti condanno ad
                     essere il tuo proprio inferno».
                                                 BYRON, _Manfredo_.


Di Francesco Cènci non dissi abbastanza. Così strano, complesso, ed
anche mostruoso comparisce il suo ingegno da quanto fu esposto, e da
quanto verrò esponendo nel corso della storia, che merita fermare il
pensiero sopra di questo personaggio.

Non so se adesso; ma respiravasi un giorno per l'aere di Roma tale una
ebbrezza, che toglieva l'uomo dalle consuete abitudini della indole
umana. I fati ordinarono, che per un tempo tutto si presentasse costà
fuori della consueta misura delle cose, e piuttosto immane, che
grande. Chi più valoroso di Cesare? Chi più virtuoso di Catone? Chi o
più politico di Augusto, o dissimulatore di Tiberio, o truce di
Nerone, o stupido di Claudio? E, per non rammentare di soverchio nomi,
chi più magnanimo degli Antonini? Le donne stesse toccano la cima
della libidine e della castità, della perfidia e della fede. Lucrezia,
Cornelia, Porzia, Arria, Eponina[1] ebbero nascimento nella medesima
città che produsse Livia, Poppea e Messalina. Gli edifizi stessi,
invece di essere dominati, pare che dominino il tempo: stanno; e
malgrado le ingiurie dei secoli, e quelle più nocive assai degli
uomini, non furono potuti disfare. Per la Europa, per l'Asia e per
l'Affrica occorrono reliquie di questo popolo portentoso, come ossa di
cadavere che abbia avuto il mondo intero per sepoltura. L'Aquila
romana, logorando le ale nello immenso volo di conquista, ne sparse le
penne per tutto l'universo. Roma gittò dalla cima del Campidoglio una
rete di ferro sopra i viventi; più tardi tentò gittarne un'altra di
credenze e di paura, e conquistarli di nuovo. I Papi all'ombra del
Colosseo soltanto poterono concepire il pensiero di farsi re
dell'anima. Quando consentirono a ridursi in Avignone diventarono
davvero _servi dei servi_[2]. Il Papato nello schiaffo di Bonifazio
VIII patì un oltraggio, dal quale sarebbesi rilevato difficilmente:
pure anche Gesù l'ebbe, e non di manco vive e regna; ma il processo,
che per paura sostenne si facesse alla memoria di Bonifazio il codardo
Clemente V, fu ferita insanabile all'autorità pontificia.

Roma guerriera si avventa a modo di leone, e sbrana, o perdona la jena
nemica: Roma sacerdotale seguita, come la fiera, i barbari alla
lontana; ma il giorno della battaglia ella stende la mano sul bottino
di guerra.--Roma galeata invia Proconsoli, che costringono i Re dentro
un cerchio tracciato sul terreno; Roma mitrata invia frati con la
testa scoperta e i piedi nudi a mettersi fra il taglio della scure del
barbaro e i popoli oppressi. Perchè furono spediti cotesti frati?
Forse per riparare i percossi sotto la veste di Cristo, o piuttosto
per andare d'accordo, prima che la scure calasse, intorno alla parte
delle spoglie e della carne? Lo dica la storia. Roma cade o come
gladiatore combattente, o come rettile pestato: in ambedue i casi ella
manifesta tremendo lo spirito di vita; imperciocchè, per quanto sia
dato antivedere ad intelletto umano, essa non deva spegnersi, bensì
trasformarsi. Il gladiatore cadde, allagò di sangue la terra, si
rialzò, combattè ancora, e giacque quando le ultime gocce gli
stillarono dalla ferita lente, pese, e rare come le prime della
procella[3]. Il serpe tronco su le vertebre dura ad agitare le membra
lacerate: gli basta vivere, quand'anche la sua vita non dovesse
manifestarsi che con l'estreme convulsioni dell'agonia. La fiaccola
romana, due volte accesa dalla destra dei fati, finchè le bastò la
resina mandò di tratto in tratto vampa capace d'incenerire, o
illuminare una generazione. Adesso Roma compie i suoi secondi destini:
non avendo saputo, nè voluto gittare via la soma, che la incurva alla
terra, ad ogni passo vacilla, ed accenna cadere. Chi fu una volta, e
pretese sempre essere signore, deve sporgere limosinando la mano agli
antichi suoi servi?--Temi i doni del nemico; esso si prostra, ma
ridendo, ai tuoi piedi: egli venera l'autorità religiosa per tesserne
un filo, e, attorto all'altro della autorità violenta, rinforzare le
catene del mondo. Non trovando diritto sopra la terra, egli s'ingegna,
mercè del Sacerdote, derivarne uno dal cielo. Napoleone rialzò il
Pontefice perchè lo ungesse Imperatore e sparisse. Una macchina
religiosa messa fuori in un giorno di festa e poi riposta, o
distrutta. Quando Bonaparte prese in fastidio la sua vera, la sua
gloriosa origine--quella del Popolo--evocò il Papato, come Saulle
l'ombra di Samuele, onde gli fingesse origine divina. Se i diacci del
settentrione non erano, adesso si troverebbero le chiavi della Chiesa
in qualche museo con le altre spoglie fatte in guerra[4]. E così
sempre avvenne dalla parte di Francia; talora si presentò come
alleata, tal'altra come figlia devota: ella ha mentito sempre. Il suo
grido è stato quello di Diogene esposto al mercato per esservi venduto
schiavo: «chi vuol comprare un padrone?»

Ma così non può durare, nè durerà. Tutte le cose nostre hanno lor
morte. Il dubbio aveva roso il tronco dell'albero, ora ha prodotto un
frutto di odio; le genti lo hanno raccolto, e se ne sono saziate:
staremo a vedere se i vassalli di Filippo il Bello, educati alla
scuola di Voltaire, faranno rigermogliare all'antico albero frutti di
vita. Errore fatale! Cesare che fu spento alla sprovvista, e Dionisio
a cui consentirono prolungasse la vita con pane di obbrobrio, non
morirono finalmente di pari morte entrambi?--Morirà Roma sacerdotale,
non però la Chiesa di Cristo. Come il nostro Redentore, gittato
lontano da se il coperchio del sepolcro proruppe fuori luminoso dei
raggi della eternità, così la Chiesa lanciati nel fiume gli ornamenti
terreni, che la fanno scambiare con la donna dell'Apocalisse[5],
inebriata del sangue dei santi si porrà dinanzi alle generazioni
avviandole su pel cammino del cielo.

Dal ribollimento portentoso della barbarie, che tenne dietro al
naufragio della civiltà romana, non dovevano galleggiare due teste
coronate, nè nuovi tormenti e nuovi tormentati: sibbene la Croce
vincolo comune di popoli fratelli, benedizione a tutte le genti che
vivono in pace nella terra dei loro maggiori. Se ad ogni modo il Padre
dei fedeli voleva presentarsi incoronato, Cristo aveva insegnato di
che cosa dovesse comporsi la sua corona; tutte le gemme del mondo non
valgono una spina della corona di Cristo!--

Queste verità furono predicate _ab antiquo_ dal senno italiano; ma
comunque ripetute a sazietà, non riescono meno pericolose a cui le
dice, nè meno odiate a cui le dovrebbe ascoltare, e non le ascolta.
Molti dei nostri grandi, che le professarono, riposano adesso in Santa
Croce sotto monumenti fastosi; se vivessero sarebbero travagliati in
carcere; dove ora io mi trovo vicino a cotesto Tempio, sperando a mia
posta nel sepolcro, se non fama, riposo.

Giudici e Sacerdoti affermano essere gravi errori cotesti; e non solo
lo affermano, ma lo provano con le prigioni e gli esilii: a lasciarli
fare brucerebbero ancora. Lo ammonimento: _Amate la giustizia, o voi
che avete a giudicare la terra_, non trovò eco nei loro orecchi. Aghi
calamitati vòlti sempre al polo della tirannide e dello errore, un
giorno saranno a posta loro giudicati.--Beati quelli di cui il peso
sarà trovato giusto in quel giorno!

Francesco Cènci fu alito corrotto di antico genio romano; alito latino
uscito fuori da un sepolcro scoperchiato, ma pur sempre alito latino;
ebbe indole indomata, talento schernitore, anima implacabile, e
cupidità dello immane, del mostruoso, e del grottesco. Se fosse
vissuto ai tempi di Giunio Bruto non solo avrebbe condannato i suoi
figliuoli, ma, spingendo la violenza contro la natura oltre il
possibile, gli avrebbe decapitati di propria mano. Fu vaghissimo di
scienza, che poi, come Salomone, dileggiò, chiamandola vanità e
travaglio di spirito; ovvero se ne giovò nella guisa, che i Sibariti
adoperavano le rose come istrumento di morte. Ebbe ricchezze, e le
profuse senza poterle distruggere. Con immensa potenza di sentire,
pensare ed operare egli vide pararglisi innanzi le due vie del bene e
del male. Breve, a cagione dei tempi, il cerchio del bene: qualche
affetto domestico, facoltà di fondare chiese o monasteri, sollevare la
povertà con la elemosina, che la perpetua; vita placida; morte oscura;
memoria durevole quanto l'eco della voce del monaco, che ti canta il
_miserere_ per le navate della parrocchia.

Nè il secolo in cui viveva consentiva estendere le forze portentose
dell'anima sua a prove maggiori: cotesti erano giorni di agonia per lo
intelletto italiano; il cielo nostro vestiva la cappa di piombo
degl'ipocriti di Dante, la quale permetteva a quelli che vegetavano
sotto di andare in cento anni appena un'oncia. Nonostante si provò a
operare grandemente; uomini e cose gli si strinsero intorno come la
camicia di Agamennone, sicchè presto il bene gli venne in fastidio,
poi gli parve abbietto, finalmente l'odiò. Si volse al male, e gli
disse, come il Demonio,--_sii il mio bene!_--Gli piacque la parte di
Titano, e gli parve magnifica audacia levare la fronte ribelle contro
il cielo, e sfidarlo. Riposto nel male ogni suo desiderio, siccome
ogni mezzo per salire in fama, lo amò col delirio dello ebbro e con
l'ostinazione del calcolatore: oltrepassare le nequizie fino a lui
conosciute immaginò che fosse trasportare altrove le colonne di
Ercole, e scuoprire nuovi mondi: strinse vincoli di famiglia per la
voluttà di lacerarli scelleratamente: coltivò affezioni più care per
ispegnerle o sotto il soffio di un crudele scherno, o meno
dolorosamente col pugnale: a Dio non credeva, ma lo sentiva come un
chiodo in mezzo al cuore; e allora lo bestemmiava brutale a modo
dell'orso, che morde lo spiedo che lo ha trafitto pensando sanare la
piaga; empio miscuglio, insomma, d'Ajace, di Nerone e di bandito
volgare, don Giovanni Tenorio è un frammento del suo carattere[6].
Visse tormento a se e ad altrui: odiò, e fu odiato; si nudrì di male,
e il male lo uccise. Morì come forse avrebbe scelto morire;
imperciocchè tanto erano giunte le sue scellerate passioni a soffocare
la natura, ch'è lecito supporre, che sentendosi ormai grave di anni, e
di forze più poco adattato a nuocere, almeno per lungo tempo, il suo
truce spirito esultasse della strage del corpo nel pensiero, che
varrebbe a precipitare nel sepolcro per via di sangue la sua intera
famiglia. Io immagino vedere cotest'anima trista soffiare nei carboni
che arroventarono le tanaglie, le quali straziarono le carni del suo
figliuolo Giacomo; abbrivare la mazzola che gli ruppe le tempia; e a
piene mani raccogliere il sangue grondante dalla scure che recise la
testa dei suoi, per bagnarsene il petto come rugiada rinfrescante. E
fermamente credo che sarebbe stata opera meritoria non pure
disperderne la cenere pei quattro venti dalla terra, ma condannarne la
ricordanza a perpetuo oblio, se il Consiglio divino non avesse posto
la innocenza accanto al delitto, il vizio accanto alla virtù, il
dolore al piacere, la luce alle tenebre;... e però le immanità sue non
servissero a dimostrare quale e quanto bello angiolo di amore fosse
Beatrice sua figlia, la più semplice, la più fiera, e la più infelice
delle donzelle italiane.

Poichè giustizia mi muove a penetrare in cotesta antica sepoltura, io
la scoperchio; sicuro di trovarvi la vergine sepolta, come già fu
rinvenuto nelle catacombe romane il corpo di santa Cecilia[7] intatto,
vestito di una veste bianca simbolo di purità; atteggiata a dolce
riposo, con un nastro vermiglio intorno al suo collo di
cigno:--cotesto nastro vermiglio è la traccia della scure, che recise
un capo divino da un corpo divino!


NOTE

  [1] Le donne ricordate sono note abbastanza, tranne Eponina ed
    Arria. Eponina fu moglie di Giulio Sabino. Ribellatosi costui
    contro Vespasiano Imperatore, fu vinto, e riparò dentro un
    sotterraneo; con lui si chiuse la consorte fedele, e quivi
    stettero dieci anni interi procreando ed allevando figliuoli.
    Scoperti, e tratti davanti a Vespasiano, non trovarono
    misericordia, al cospetto dello imperatore crudissimo, tanta fede
    e tanta miseria. DIONE CASSIO, _Stor. l._ 66.--Arria ebbe a marito
    Cecina Peto, uomo consolare. Questi essendo caduto prigione nella
    sconfitta che toccò Scriboniano, non osava darsi la morte, che
    Claudio imperatore gli aveva ordinato: allora la valorosa femmina,
    dopo avere tenuto al suo consorte discorsi adattati a
    ingagliardirgli il cuore, gli tolse dal fianco il pugnale, e
    quello appuntandosi al petto, con lieta faccia gli disse: «Mira,
    Peto, si fa così», e se lo immerse dentro; quindi subito
    estraendolo tutto fumante di sangue, glielo porse con dolce
    parlare: «Peto, non fa male! _Non dolet, Pete!_»; e così
    favellando moriva. Il marito, senza porre tempo fra mezzo, la
    forte moglie seguitava nella morte. PLINIO _Jun._ III. 16.

  [2] Filippo Valesio minacciò far condannare come eretico dalla
    Università di Parigi Giovanni XXII. Benedetto XII piangendo
    confidava agli ambasciatori di Ludovico il Bavaro imperatore, che
    il medesimo Re Filippo gli aveva promesso fargli anche peggio che
    non fu fatto a Bonifazio VIII, se si fosse attentato a sciogliere
    dalla scomunica il Bavaro. MICHELET, _Hist. de France_, t. 3.--Più
    tardi forse, se me ne prende vaghezza, dimostrerò storicamente gli
    aiuti francesi sul Papato di qual gusto essi sappiano.

  [3] _Pellegrinaggio del Fanciullo Aroldo_.--C. VI. st. 140.

  [4] Due scrittori contemporanei, l'uno di maggior fama che merito
    (THIERS) l'altro di maggior merito che fama (FOSCOLO) hanno
    discorso, quegli nella _Storia del Consolato e dello Impero_,
    questi nei suoi _Scritti politici_, delle ragioni che persuasero a
    Napoleone il concordato con la Santa Sede. Chiunque ami conoscere
    a prova senno italiano a paragone di senno francese che cosa sia,
    può confrontare le considerazioni dell'uno e dell'altro scrittore.
    Thiers riporta come eco quanto piacque allo Imperatore dare ad
    intendere a cui ci volle credere. Il Foscolo penetra dentro al
    cervello del solenne e dissimulato politico, e mette in luce le
    vere ragioni che lo condussero a quel passo.

  [5]   _Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
        Quando colei, che siede sovra l'acque,
        Puttaneggiar co' regi un dì fu vista._
                      DANTE, _Inferno_, C. XIX;

    e _Apocalisse_, Cap. 17.

  [6] Il signore STEHNDALL ha scritto, o piuttosto tradotto, un
    racconto volgare, che corre intorno ai casi della famiglia Cènci,
    aggiungendovi parecchie osservazioni di suo. Nel presentare, per
    così dire, la _psicologia_ di questo immane uomo di Francesco
    Cènci, in qualche parte io me ne sono giovato; e ciò tanto più
    dichiaro volentieri, in quanto che noi altri italiani andiamo
    lieti palesare animo grato a cui mostra amare le cose nostre, e
    noi; come di altissimo disprezzo proseguiamo cui per maligna
    ignoranza si fa nostro detrattore. E veramente duole, ma duole
    assai, che la maggior copia di fatti alterati e di giudizii falsi
    e ridicoli intorno alle cose e agli uomini italiani muova di
    Francia. I tedeschi (e possano vergognarsene i francesi) come
    meglio informati, così procedono più giusti verso noi altri
    italiani.

  [7] Io non mi posso astenere dal riportare qui un frammento della
    _Storia della Scultura_ del Conte CICOGNARA, sia perchè in se
    stesso merita considerazione, sia perchè si versi appunto intorno
    alle arti dei tempi, nei quali successero i casi che noi
    raccontiamo: «La storia di queste arti presenta un convincimento
    di tale verità nella bellissima figura scolpita da Stefano da
    Maderno per la chiesa di Santa Cecilia in Trastevere; opera
    elegantissima, riuscita a quel modo malgrado la corruzione dei
    tempi, e che nessuno potrebbe mai credere eseguita dallo stesso
    artefice, che nella Cappella di Paolo V scolpì poi la storia di
    una battaglia.... Questa graziosa statua giacente rappresenta un
    corpo morto, come se allora fosse caduto mollemente sul terreno,
    con l'estremità bene disposte, e con tutta la decenza nello
    assetto dei panneggiamenti, tenendo la testa rivolta allo ingiù e
    avviluppata in una benda, senza che inopportunamente si scorga lo
    irrigidire dei corpi freddi per morte. Le pieghe vi sono facili, e
    tutta la grazia spira dalla persona, che si vede esser giovane e
    gentile, quantunque asconda la faccia; le forme generali e le
    belle estremità che si mostrano, danno a vedere con quanta grazia
    e con quanta scelta sia stata imitata la natura in quel posare sì
    dolcemente. Or dunque come poteva ciò farsi, se di tutti gli
    artefici, che abbiamo qui nominati, nessuno mai scolpì cosa che
    con questa potesse venire al confronto?.... Due ragioni
    evidentemente spiegano questo fenomeno nella storia dell'arte. _La
    prima, che essendo stato trovato in quel tempo il corpo di santa
    Cecilia intatto in una cassa, ed atteggiato tal come si vede la
    statua, venne ordinato per buona ventura che lo artefice imitasse
    la giacitura del medesimo, cosicchè ponendosi il guardo al
    monumento, si vedesse tutta la somiglianza al corpo della vergine
    incorrotta, che Clemente VIII nell'anno 1599 fece riporre in una
    magnifica cassa di argento, dopo la miracolosa sua liberazione
    dalla podagra_». _Vol. VI. C. 2_.--Così il corpo di santa Cecilia
    con la testa mozza fu trovato precisamente nell'anno in cui
    Beatrice Cènci ebbe recisa la sua.




CAPITOLO VI.

NERONE.

                    Fanciulla del dolore, o tu che sai
                      Piacere anco sepolta, e ricoperta
                      Dal silenzio di trecento anni, bella
                      Sai tornare alla idea come nel giorno
                      Che te lo Amor rapiva, o tu delizia
                      Dei racconti di queste itale care
                      Fanciulle, che spirar sai dalle stesse
                      Dipinte tele, onde l'occhio fatato
                      Dal tuo sguardo, in imago ancor ti cerca
                      Rediviva per Roma, abbi il mio pianto.
                                     ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.


Era bella come il pensiero di Dio, quando mosse innamorato a creare la
madre dei viventi:--era cara quanto i suoi ricordi. L'Amore con le
mani di rosa delineò le curve soavissime del suo volto dilicato; ed
appoggiandole il dito sul mento per contemplare la sua gentile
fattura, vi lasciò la fossetta;--segno veramente di amore. La sua
bocca rassomiglia un fiore testè colto in paradiso, tutto fragrante di
divinità; la quale diffondendosi intorno alla persona fa reputarla non
terrena creatura: così gli antichi cantarono, un senso di ambrosia
rivelasse ai mortali la presenza di un Dio. I suoi occhi spesso
cercavano il cielo, e lunga pezza ve li teneva fissi con immenso
desiderio, sia per contemplare la patria, della quale ben presto
tornerebbe cittadina; sia per iscorgervi spettacoli misteriosi
rivelati a lei sola; sia, finalmente, che l'amata immagine materna
quinci con la voce la chiamasse e co' cenni. Certo fra gli occhi della
inclita fanciulla e lo emisfero nostro quando esulta sereno traluceva,
dirò quasi, una parentela, imperciocchè entrambi apparissero formati
col medesimo azzurro:--entrambi annunziassero la gloria del Creatore.
Quando, declinandoli alla terra, ella considerava cosa o persona, gli
apriva splendidi ed acuti per modo, che paresse dilatare l'anima e la
intelligenza con quelli: allora chiunque le stava davanti, se non si
sentiva innocentissimo di cuore portava frettoloso la mano sul petto,
dubitando che lo involucro della carne non bastasse a celarle i
pensieri riposti della colpa; altri poi per tenerezza lacrimava: per
ogni dove li girasse l'aria diventava più chiara, il cielo più lieto.
Se interveniva a balli notturni, ecco la luce delle fiaccole per virtù
dei suoi occhi raddoppiava; le note armoniche sfavillavano più
melodiose, e il piacere si versava a onde sopra i giovani capi. In
qualunque punto del festino ella fosse scomparsa, la noia soffiava un
alito ghiacciato sulla universale esultanza. La sventura certo aveva
battuto le ale intorno cotesta fronte bianca di giglio; ma l'era
venuto meno lo ardimento per lasciarvi sopra una traccia inamabile, e
passò oltre. La preghiera dei mortali avrebbe potuto riposare su
quella fronte, per librarsi quinci più pura verso il trono di Dio. Nei
giorni giocondi, ahi rari!, della sua vita ella si compiacque talora
sciogliere con giovanile baldanza il volume delle chiome bionde, e
apporle al sole; quasi volesse instituire gara co' raggi di lui: ma il
sole le circondava amoroso di tale uno splendore, che la gente tremava
di reverenza e di piacere a riguardarla, reputandola una santa scesa
dal cielo circonfusa dal nimbo radiato[1].

O Bellezza! Io dai primi anni ti ho alzato un altare nell'anima, dove
ti sacrifico i più dolci dei miei pensieri;--pensieri che, me levando
da questa creta mortale, mi avvicinano al Creatore di tutta bellezza;
ma nè io ho parole, nè credo che veruno umano eloquio le possieda,
capaci di significarti degnamente: se potessi appormi la carta sul
cuore, e improntarla dei suoi palpiti, forse aprirei alle genti
concetti non mai più uditi: però questo nè a me, nè ad altri fu
concesso, e le mie immagini è forza che si rivelino incomplete, vaghe,
e confuse; onde se la fantasia di chi legge non supplisce al difetto,
io dispero farmi comprendere. Oh da quante catene è stretta quaggiù
l'anima immortale!

Bellezza, Amore, voi eravate ai fianchi di Dio nel giorno della
creazione; egli vi lasciò suoi primi vicarii sopra la terra. La
bruttezza e l'odio vennero più tardi, faville scoppiate insieme dal
primo fulmine che Dio avventò contro l'uomo, quando lo condannava allo
affanno e alla morte. Il culto della Bellezza e dello Amore riconduce
la nostra schiatta diseredata alla sua origine divina.

O Francesco Petrarca, tu che per prova intendesti amore; dopo tanti
dolci concetti, con quale amaro liquore ti bagnò il labbro Calliope
quando dettasti questi versi ingiocondi:

    _Ei nacque d'ozio, e di lascivia umana,
      Nudrito di pensier dolci e soavi,
      Fatto signore e dio da gente vana?_[2]

E senza amore dove sarebbe adesso il tuo nome? L'_Africa_ certo, e il
dotto favellìo delle tue epistole non farebbero cercare il tuo volume.
Tu saresti, come tanti altri scrittori, posto a modo di medaglia
antica dentro lo scaffale, per informare chi avesse voglia di saperlo,
che tu vivesti un dì. Se amore nasce da lascivia, o come avviene che
_nel muovere degli occhi onesti e tardi_ della tua donna tu vedevi il
_dolce lume, che ti mostrava la via che al ciel conduce?_ Se in cuore
umano _fuoco di amore poco dura dove occhio e tatto spesso nol
raccenda_, o come, dopo la morte, ti compariva Laura tutta accesa nei
raggi di sua stella, e tu le muovevi pietose parole, ed ella or sì, or
no pareva rispondesse; finchè, risensando dal mesto vaneggiare, dicevi
alla tua mente:

     _..... tu se' ingannata;
    Sai che in mille trecentoquarantotto
      Il dì sesto d'aprile, in l'ora prima,
    Del corpo uscìo quell'anima beata?_[3]

Ah! se la terra avesse sepolto a un punto la _bella vesta delle
membra_ di Laura e la memoria del suo amore, i tuoi canti suonerebbero
esercitazioni di gaia scienza, eco delle canzoni dei Trovatori, gemiti
mentiti di cuore bugiardo; e se così fosse, io ti compiangerei perchè
avresti tradito i posteri, e te.

Beatrice stava seduta sopra un verone del palazzo Cènci, che guardava
il giardino: in grembo ella teneva un fanciullo, che dagli occhi, dai
capelli, da tutte le sembianze appariva esserle fratello: ella gli
accarezzava amorosa i capelli, e di tratto in tratto gli baciava la
fronte. Il fanciullo riposa il suo capo sul seno della sorella, e
affissa in lei le pupille immote, ma senza intenzione, a guisa di
persona assorta nel pensiero di qualche cosa fuori di questo mondo. La
infermità aveva appassito il fiore della giovanezza: la sua pelle era
tenue, e candida di un bianco pallido e dilicato così, che i raggi del
sole cadente gli tralucevano in vermiglio traverso le orecchia e le
dita: talora sospirava, più spesso schiudeva la bocca con isbadiglio
convulso: pareva un angiolo in pena. Beatrice sconsolata gli disse:

--A che pensi, mio diletto Virgilio?

--Penso, che sarebbe pure stata la grande carità non farci mai venire
al mondo!

--Ah! Virgilio...

--E poichè a questo non trovo più rimedio, il meglio sarà uscirne
presto.

--Uscirne! E perchè?

--E perchè restarci? Il mio cuore qui dentro è morto da tempo; e
quando il cuore è morto, oh come pesa che gli sopravviva il corpo!

--Tu, si può dire, ti affacci appena, fratello, alla vita, e già
favelli parole disperate; ciò non istà bene: vivi e rallegrati, perchè
non sai quali rose educhi per te la fortuna.

--Rose! fortuna! Adesso la morte coglie i fiori per la ghirlanda della
mia bara. La fortuna mi abbandonò quel giorno che perdemmo la madre...

--Ma noi non ci possiamo considerare orfani affatto: forse l'ottima
signora Lucrezia non ci mostra viscere di madre?

--Sì, ma non è nostra madre.

--E poi non hai anche me, che ti amo tanto?

--Sì, sì, buona sorella, rispose il fanciullo gittandole le braccia al
collo e piangendo dirotto;--ma nè anche tu sei la mamma mia.

--Ed oltre a me, ti mancano forse fratelli? Non hai tu padre?

--Chi padre?

Beatrice, atterrita dallo improvviso rimescolarsi del fanciullo a
cotesta parola, si tacque. Solo, dopo lungo silenzio, con voce
esitante soggiunse:

--Francesco Cènci non è per avventura tuo padre... e mio?

Il fanciullo abbassò il capo, chiuse gli occhi, fece delle braccia al
petto croce, e con suono velato rispose:

--Sorella, guardami su la fronte alla radice dei capelli; vedi la
cicatrice che vi porto?--La vedi?--Sai tu chi mi ha ferito?--Io non
tel dissi fin qui; ma ora, che mi sento vicino a morire, io te lo
posso confessare. Ripensando fra me come Francesco Cènci mi tenesse in
dispregio, e sovente mi guardasse di traverso, nè a me parendo di
meritarlo, un giorno, fattomi cuore, gli caddi davanti, e tentai
prendergli la mano per recarmela alla bocca. Egli gridò: «va via,
bastardo!» e mi diè così forte un pugno nel petto, che mi spinse giù a
precipizio a percuotere col capo nello angolo dello armario, ch'ei
tiene nel suo studio.--Francesco Cènci mi vide svenuto, e tutto
intriso di sangue;--mi vide, e non mi rilevò.--Di qui la ferita; di
qui la infermità, che mi consuma le viscere...

Beatrice rabbrividì, nè potè formare parola. Il fanciullo con passione
crescente scuoprendo dalla manica un braccio scarno, e sporgendolo
verso la sorella:

--Guarda, aggiunse, la traccia di questo morso. Sai tu chi me lo ha
fatto? Nerone; e senti come. Un giorno io colsi in giardino una bella
pesca, e dissi: andiamo ad offrirla al signor padre, che forse la
gradirà. In questo pensiero mi avvio alla sua stanza, apro l'uscio, e
vedo ch'ei legge. Timoroso di disturbarlo, mi accosto pian piano;
quando Nerone mi si avventa addosso e mi morde il braccio:--io
spasimava per dolore... mio padre rideva.

Il seno di Beatrice palpitava così, che parea volesse spezzarsi.

--E se Marzio non era, egli mi lasciava sbranare. Mira anche qui--e il
fanciullo si spartiva i capelli al sommo del capo--vedi questa
piazzetta? Manca una ciocca di capelli. Sai tu chi me gli ha
strappati? Il padre mio. Poco dopo il colpo percosso dentro l'armario,
col capo tuttora fasciato, preso dalla passione che mi affogava, mi
presentai risoluto dal padre, e gli dissi: «Padre mio, in che cosa vi
offesi? perchè mi odiate voi? Beneditemi in nome di Dio, benedite il
figliuolo vostro, che vi ama». Egli, avvoltasi prima una ciocca dei
miei capelli alle dita, mi rispose così;--senti bene, proprio così:
«Se tu avessi il capo di zolfo, e le mie parole fossero di fuoco, io
ti benedirei per bruciarti: va, vipera, perchè io ti odio tu devi
odiarmi; io non so che cosa farmi del tuo amore, bastardo!» E tirò
tanto forte, che mi parve tutta la pelle del cranio si distaccasse con
immenso dolore: la ciocca dei capelli gli rimase in mano; ed
infuriando, lo spietato, nella ira, come se egli soffrisse, non io, il
dolore, soggiunse: «Io maledico te e i tuoi figliuoli, se mai arrivi a
procrearne; possiate tutti vivere di miseria, nudrirvi di delitto, e
morire di patibolo».--Ora, Beatrice, fammi grazia di dirmi un po' come
posso desiderare di vivere io? Mia madre mi ha lasciato; mio padre mi
ha maledetto: non è egli dunque meglio, che io muoia? Non dico il
vero, sorella?--E qui il fanciullo singhiozzava convulso.

Cotesti dolori non potevano consolarsi. Beatrice lo sentì, e si
tacque; la sua fronte si coperse di sudore, e le gocce succedendosi
cadevano spesse come le lacrime dagli occhi dolenti. Poichè fu
trascorso spazio lungo di tempo in silenzio affannoso, Beatrice,
comprimendo la passione che le traboccava dall'anima, si provò a
confortarlo con voce mansueta:

--Quietati, Virgilio, tu avrai colto il mal tempo...

--No, egli era tranquillo...

--Forse turbato da qualche cura segreta...

--No, egli era lieto;--dopo che il cane mi ebbe morso egli si pose a
scherzare con lui... col cane, che stette per isbranargli il
figliuolo!--Adesso anch'io non lo amo più... sai? Quando lo vedo
m'entra il tremito nelle vene, e la sua voce mi dà il dolore di capo.
Spesso con gli occhi della mente io vedo non lontano un luogo oscuro,
dond'esce rumore di bestemmie e d'imprecazioni scellerate; e una voce
irrequieta mi tintinna nelle orecchie: «Cotesta è la contrada
dell'odio, tu sei aspettato colà». Io non vi voglio andare; io non
voglio odiare persona... molto meno mio padre... piuttosto voglio
morire.

Beatrice, tramutata nella faccia, si sentiva venir meno; ma con la
forte volontà domando la natura, si vinse: levò gli occhi al cielo, si
sforzò favellare, e non potè;--invece di parola, dalla gola attenuata
mise un singulto. Soprastette alquanto, e poi con voce, che studiò
rendere soave, disse:

--Virgilio mio, non disperiamo; ma supplichiamo l'Eterno onde voglia
ispirare sensi più mansueti per noi nella mente del nostro genitore.

--O Beatrice! E pensi tu, che io non lo abbia supplicato? Oh quante
volte l'ho fatto! La notte precedente al giorno in cui Francesco Cènci
respingendomi da se mi ruppe la testa, io mi levai cheto da letto in
camicia, scalzo, e me ne andai giù in cappella; dove, inginocchiato
davanti la reliquia di santo Felice protettore della nostra famiglia,
supplicai con tutto il fervore perchè l'anima del padre ammollisse, e
lo persuadesse a ricambiare con un poco di amore lo svisceratissimo
bene che gli portavamo noi. Vedi eh! come mi esaudirono i santi!

E trattenendosi alquanto sopra di se, poco dopo riprese:

--Ma un'altra preghiera conosco avermi esaudito Dio, e fu quando mi
rilevai da letto, e per la seconda volta andai a prostrarmi davanti al
Crocifisso miracoloso, e: _Abbi misericordia_, dissi, _o divino
Redentore, di me, e tu o mi dona lo affetto del padre, o richiamami
alla tua pace_. A queste parole Gesù piegò il capo, come per
rispondermi: _Sarai esaudito..._

--Ci esaudirà tutti, inspirando benignità nel cuore del padre...

--Io so di certo che fu esaudita la seconda parte della preghiera, e
non la prima; imperciocchè, quando mi ricondussi a giacere, una voce
distinta mi chiamò: «Virgilio! Virgilio!» Mi alzai, apersi la porta, e
non vidi persona; tornai a coricarmi, e la voce di nuovo gridò:
«Virgilio! Virgilio!» Per questa volta io non mi era ingannato di
certo, e risposi: «chi mi chiama?» E la voce: «Io ti chiamo dal
paradiso». Eccomi pronto, mio Dio»; ma la voce: «No, la tua ora non è
venuta ancora, ma si avvicina».

--Coteste sono immaginazioni che dà la febbre; su, via, non lasciarti
rodere dalla tristezza; io ti voglio veder lieto...

--Perchè le chiami immaginazioni? Forse non si legge nella santa
scrittura, che il Signore fece sentire la sua voce a Samuele? Anche ieri
notte, tenendo gli occhi aperti, vidi a un tratto empirsi la stanza di
luce, ed entrare una bellissima gentildonna vestita di celeste, tutta
ingemmata, la quale essendosi fatta accosto al letto si curvò, pose il
suo volto accanto al mio, mi baciò in fronte, e sparve: le sue labbra
erano ghiacciate, e il freddo mi strinse il cervello. Vuoi sapere,
Beatrice, a cui rassomigliava la gentildonna?--Rassomigliava al ritratto
della signora Madre, che sta appeso in sala grande. Tutto mi parla di
morte. Forse non sento che io manco a poco a poco, come candela giunta
al verde? La vita mi fugge da tutti i pori. Guarda queste mani scarne, e
bianche al pari del marmo; guarda queste unghie colore di viola;
guardami qui in mezzo della fronte, e vedi il segno espresso ove ha
deposto il suo bacio la morte.

E più non potè dire.

Un uccello in questo momento venne a riposare le stanche ale sopra il
parapetto della terrazza: volgeva il capo in qua e in là, come
sospettoso d'incontrare molestia; ma presto assicurato, si pose a
saltellare--a beccare; finalmente parve fissasse il fanciullo; poi
sciolse un dolcissimo canto, aperse le penne, e fuggi via.

--Oh, esclamava Virgilio, potess'io seguitarlo! Forse, chi sa!, egli
conosce suo padre, e sua madre dall'aperta frasca tende lo sguardo
ansiosa del suo ritorno. O madre mia! Beatrice, dimmi, dov'è nostra
madre adesso?...

--Nostra madre?--È lassù in paradiso.

--Lo so, la sua anima alberga nella patria dei giusti; ma io vorrei
conoscere in qual parte riposino le sue ossa. Sapresti tu indicarmelo,
Beatrice? Il Conte Cènci non volle permettere mai, che mi conducessero
a visitare il sepolcro di nostra madre...

Beatrice, studiando deviare il doloroso colloquio in obbietti alquanto
meno tristi, si levò pronta per appagare il desiderio del fanciullo;
e, postolo a sedere sul parapetto della terrazza, si prostese fuori
col busto.

Il pianeta del giorno stava per tramontare, e mandava i mesti raggi
dello addio a questa terra, che, sebbene infelice, gli è sì cara. Ogni
digradare della luce presentava una nuova maraviglia: colori
soavemente più languidi, come lo spirare dei suoni per la superficie
delle acque. Le vette dei campanili, le cime dei monti, le nuvole
lontane pareva si affaticassero a ritenere un palpito di raggio, in
quella guisa stessa che i cari parenti, da balcone da loggia o da
colle, sventolano al pellegrino che si allontana un panno bianco,
finchè la sua forma non si confonda con la bruma della sera... Oh Dio!
Egli è presso a sparire; gli occhi della madre, offuscati dalle
lacrime, non lo distinguono più; ella se gli asciuga col velo per
rimirarlo ancora:--adesso ella li tende più alacri che mai... ahimè!
il suo figliuolo è sparito:--quando lo rivedrà? Voci misteriose
mormoravano pel cielo e per la terra: dalle piante e dalle acque
uscivano sussurri di gemiti segreti, eco di quelli che si diffusero
lungo le marine alla morte di Cristo, e piangevano: _Il gran Pane è
morto!_[4]

Questa terra, anticamente mesta e vocale più di ogni altra, rivela il
dolore del mondo al dileguarsi del sole. Nati gemelli nel giorno della
creazione, essi spireranno insieme. Comecchè la terra sappia che il
sole tornerà domane a portarle luce e calore, pure ella conosce
ugualmente, che i giorni dalla mano del tempo cadono irrevocabili
nello abisso della Eternità. Molto certamente hanno vissuto insieme
prima che l'uomo nascesse, e molto vivranno ancora dopo che la nostra
razza sarà scomparsa; passeranno secoli e secoli, avanti che si
rompano sfasciati a rovinare in corsa disordinata per le miriadi dei
mondi superstiti; ma ogni secolo come ogni minuto si avvicinano al
punto, dove il Creatore per ogni cosa creata ha scritto: _basta_. Se
l'uomo pensasse che questi eccelsi luminari, che queste belle luci di
amore, portento delle notti serene, hanno a chiudere le palpebre nella
morte; che tutto, anche le rocce di granito, ossatura della terra, ha
da sformarsi... Se l'uomo, dico, a queste cose pensasse... atomo
infelice balestrato dall'utero della donna nel seno della morte,
tormenterebbe egli per essere tormentato?--O grano di sabbia maligno!
tu ardisci perfino avventarti dentro gli occhi di Dio, e farli
lacrimare di spasimo...--

Ma intanto questa bella e magnifica natura non può rimanere lungamente
desolata; ed ecco non per anche il sole è scomparso da una parte dello
emisfero, che dall'altra si affaccia la luna.--Benvenuta, amica delle
anime afflitte; benvenuta, compagna dei nostri trionfi: anche vestiti
della tua luce si mostrano maestosi alle genti il Campidoglio e il
Colosseo; anche al lume dei tuoi raggi negli archi di Tito, di
Costantino, di Severo, e nella colonna Trajana si vedono le immagini
dei popoli vinti. Ahimè! Luna, che percorri frettolosa il cielo di
Roma, tu non vedrai più nemici vinti, se non iscolpiti sopra i
monumenti degli antichissimi capitani.

Nella notte, al chiarore di questa luna, quando Roma dorme più
profondo il sonno dal quale sarebbe misericordia che non si destasse
mai più, le larve dei famosi capitani scoperchiano le vetuste
sepolture, e vengono silenziose a visitare la terra donde dettarono
leggi ai re del mondo; la rupe, che seppero difendere; il luogo dove
Cammillo vide la spada di Brenno gittata su la bilancia per aggravare
il peso della nostra vergogna...: la vide, ma nessuno dei barbari
passò i monti a raccontarlo alla sua moglie. All'alba si dileguano
perchè odiano la vista dei viventi, e aborrono esser vedute
piangere!--È fama che sul fare del giorno, quando i morti rientrano
nelle antiche sepolture, si spanda lungo pei campi un gemito, che
lamenta così: «Grande fu la gloria, ma l'abiezione è senza misura
maggiore; e tu, o Re del mondo, e fino a quando?..»

La miseria di Roma vince la desolazione dei sepolcri. Beati i morti!
Perchè ti chiami Città eterna?--Oh! rammenta, che ai tempi della tua
antica religione tu credevi eterno anche il marito dell'Aurora.--Eterno,
ma caduco, Titone venne in tanto odio di se, che reputò grazia somma dei
Numi essere convertito nello stridulo animale, fastidio dei giorni di
estate: fu un lieto giorno per lui quando potè scambiare la sua
miserabile eternità con la vita di una cicala. Perchè ti chiamano Città
eterna?--La religione, a cui tu credi adesso, t'insegna come vestirono
Cristo con le insegne reali per vituperarlo più crudelmente. Dio nel suo
furore sembra ti abbia condannato, pur troppo, ad una eternità... ma è
quella del pianto.

Beatrice prostese il busto fuori del parapetto dicendo:

--Là, là oltre cotesti colli avvi una terra feconda, che la Madre
nostra portò in dote a Francesco Cènci: ivi è una chiesa dedicata ai
santi apostoli Pietro e Paolo. In cotesta chiesa, dentro un sepolcro
di marmo--a mano diritta di coloro che entrano--lungo la parete
giacciono le ossa della nostra madre benedetta.

E mentre, levato il braccio, additava il luogo acconsentendo con tutta
la persona all'atto, fortuna volle che dal seno le uscisse una lettera
e un medaglione, e cadessero giù nel giardino.

--Oh Dio, il mio segreto! urlò la giovane con grido straziante,
divampando in volto per la vergogna.

Francesco Cènci, appiattato dietro un bosco di lauri, da gran tempo
stavasi a contemplare coteste due creature fisso così, che pareva
volesse avvelenarle col guardo. Appena egli ebbe visto cadere il
foglio e il medaglione, si mosse frettoloso per prenderli; non tanto
presto però quanto lo spronava il desiderio, che la gamba offesa gli
arrecava impedimento. Beatrice lo scòrse costernata, e con suprema
smania ripetè due volte:

--Il mio segreto! il mio segreto! La mia vita a chi mi salva il
segreto!

Il fanciullo guardò lei, fattasi in volto del colore della morte,--e
guardò il vecchio;--quindi risoluto, e pieno di ardimento, con
disperato sforzo attaccandosi alle bozze sporgenti della terrazza,
discese nel giardino, e pronto come il baleno ebbe ricuperato il
foglio ed il ritratto.

--Vieni qua, urlava il vecchio rabbioso... vieni qua... portami
cotesta roba...

E poichè Virgilio, fingendo non lo sentire, prendeva la via per
tornarsene difilato a casa, il Conte imbestiando nel suo furore
muggiva:

--Vipera maladetta! Portami il foglio... e tosto... Se ti raggiungo,
ti strappo il cuore con le mie proprie mani.

Il fanciullo più, e più sempre affrettava il passo. Francesco, cieco
d'ira,

--Nerone!--grida--Qua, Nerone... su... addosso... e con ambedue le
--mani aizza il cane contro il figliuolo--addosso... addosso...

Il cane si slancia furiosamente, invano però; chè Virgilio quantunque
avesse già percorso buon tratto di via, pure, sembrandogli sentirsi le
zanne del mastino nelle vive carni, aveva messo le ali alle
piante:--non fuggiva, volava. Salì i gradini a due a due; e con
terribile anelito, estenuato di forze, giacque sul pavimento,
depositando ai piedi di Beatrice la lettera e il ritratto. La
fanciulla l'una e l'altro ripose precipitosa nel seno.

Poco dopo ecco il cane irrompere sopra la terrazza latrando: aveva gli
occhi di brace: esalava il fiato fumoso. Beatrice, improvvida a qual
partito appigliarsi, volge attorno lo sguardo, e scorge dentro una
nicchia un trofeo di armi antiche posto ad ornamento della loggia:
afferra una spada, e si pianta dinanzi al giacente fratello. Il
mastino feroce a testa bassa si caccia oltre per isbranarlo: la
fanciulla animosa, colto il destro, gli mena un colpo così potente,
che penetrandogli il petto gli fende il cuore. Il cane si rotola nel
proprio sangue, e traendo doloroso guaito spirò.

Sovrasta nuovo pericolo, e più grave. Francesco Cènci sopraggiunge
tempestando, con lo stile alla mano: balbuziente per furore, egli
grida:

--Dov'è la mala vipera? Morte di Dio! Chi mi ha ammazzato Nerone?...
Chi?

--Io.--

--Ebbene; anche tu... ma no, prima la vipera.--

E si china sul figliuolo per iscannarlo. Beatrice solleva la spada
insanguinata, e, puntatala contro il petto di Francesco Cènci, con
espressione impossibile a riferirsi dice:

--Padre... non ti accostare...

--Scellerata! Da parte; dico,--e si provava di arrivare il giacente.

Beatrice con voce tremendamente pacata ripetè:

--Padre, non ti accostare!

A cotesto suono, che conteneva a un punto una suprema preghiera ed una
suprema minaccia, Francesco Cènci si ristette a contemplarla.

Dov'è la vergine dal dolce sembiante? Gli occhi di Beatrice, dilatati
in guisa strana, pare che avventino fiamme: le narici aperte
sussultano: le labbra compresse, il seno palpitante, i capelli sciolti
le fremono dietro le spalle: la gamba sinistra ferma, e tesa in
avanti; diritto il corpo; il pugno manco chiuso, e la destra accosto
al fianco armata di spada con la punta in alto, in atto di ferire. Nè
pittore mai nè scultore varrebbero ad effigiare cotesto portentoso
simulacro, nè la parola lo può. La fanciulla appariva tale, da non
sostenerne la vista: paragonarla al cherubino branditore di spada, che
difendeva la porta dell'Eden dopo il peccato di Adamo, sarebbe dir
niente; perchè come fosse quel cherubino noi non sappiamo: ella era
quale si mostra anche oggi la vergine romana, quando rammenta che
nasce del sangue di Clelia. Francesco Cènci ne rimase percosso; si
pose estatico a contemplarla, lasciò calare la mano armata, gittò via
lo stile; sentì per un momento placarsi l'anima. Beatrice anch'essa
gittò lontano da se la spada. Il vecchio sporse verso di lei le
braccia aperte, esclamando teneramente:

--Sei pur bella fanciulla!... Oh! perchè non mi ami?...

--Io?--Vi amerò... e gli si avventò al collo.

Il padre e la figlia si strinsero in religioso abbracciamento.

Ma il bene durava nell'empio vecchio quanto un baleno. Egli provava
per un sentimento di umanità la paura stessa, che altri proverebbe per
un rimorso. A un tratto ecco apparire i segni del parossismo del
delitto: gli si corrugano gli occhi, le palpebre tremano di quel riso
sinistro che faceva abbrividire; le palpa i capelli, il collo le
stazzona e le spalle; baciolla e ribaciolla, e nello accostare la
bocca al suo orecchio vi sussurrò dentro una parola...

Beatrice declina la faccia livida; si scioglie dallo amplesso del
padre, si reca in collo il fratello giacente, e nel partirsi manda
contro Francesco Cènci uno sguardo lungo--un fulmine di
disprezzo--ch'ebbe potenza d'impietrire il sangue nelle vene a colui,
che non temeva uomini, nè Dio.

Egli rimase lungamente immobile, chiuso dentro un profondo pensiero:
colà nel suo spirito prese a imperversare una tremenda procella. Ma la
voce del male vinceva il muggito dell'uragano; la voce del bene
disperata era, e fuggitiva come quella del naufrago. Quali pensieri
gli si avvolsero nella mente? Di che cosa dubitò? Che cosa statuì? Chi
lo sa! Forse lo stesso Demonio, se si fosse affacciato a vedere lo
inferno dell'anima di Francesco Cènci, avrebbe volto altrove impaurito
la faccia. Però è da credersi, che in cotesta vertigine di maligni
partiti egli si appigliasse al peggiore; conciosiachè battendosi forte
della palma destra la fronte, digrignasse fra i denti:

«Or come va? Io, che presumerei comandare al giorno quando si affaccia
all'orizzonte: «addietro! splenderai quando te ne darò licenza...»
ecco io mi sento arrestare in mezzo del mio cammino da meno, che da un
filo di paglia, dalla volontà di una fanciulla. Ahi sciagurata! Il
vetro potrà egli resistere, sotto al martello del fabbro? Tutto ha
piegato fin qui nella stretta della mia mano di ferro; e tu pure
piegherai--o ti stritolerò ad un punto anima ed ossa.


NOTE

  [1] _Ah! quella chioma
      Che la delizia fea già degli Amori,
      Che con le rosee dita all'aura spesso
      Spargeanla, allor che Beatrice lieta
      Nei più bei dì di sua bellezza, ai raggi
      La apponeva del Sole, e lo vincea._

                             ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.

  [2] PETRARCA, _Trionfo d'Amore, C. I._

  [3] Idem, _Rime in morte di Madonna Laura. Son. 63._

  [4] Il testo allude ad un fatto narrato da parecchi scrittori
    dell'antichità. Intorno alla fede ch'ei merita lasciamo che ogni
    uomo leggendo ne giudichi. La verità è, che Tiberio intendeva
    riporre Gesù Cristo fra li Dei, e ne mosse proposta in senato; e
    fu ventura che non ce lo volessero. Intorno al fatto lo
    riporteremo tal come lo racconta PLUTARCO, nell'opuscolo--degli
    Oracoli già cessati:--«Trovandosi il vascello del pilota _Jamo_
    presso alcune isole del mare Egèo, improvvisamente cessò il vento.
    Tutte le persone della nave erano ben deste e quasi tutte se la
    passavano bevendo insieme, allorchè tutto ad un tratto udirono una
    voce, che veniva dalle isole, e chiamava _Jamo_. Questi si lasciò
    due volle chiamare senza rispondere, ma alla terza finalmente non
    potè più resistere. Quella voce gli comandò, che appena foss'egli
    arrivato ad un certo luogo dovesse ad alta voce gridare, che _il
    gran Pane era morto_. Non vi fu alcuno che non rimanesse colto
    dallo spavento. Stavasi deliberando se _Jamo_ dovesse obbedire; ma
    egli stesso conchiuse, che allorquando fossero giunti al luogo
    indicato, se eravi vento bastante per proseguire il cammino non
    era necessario dir nulla; ma che se fossero stati ivi trattenuti
    da troppa calma, era d'uopo eseguire l'ordine ricevuto. Non mancò
    infatti di sopraggiungere la calma nell'accennato luogo: ond'egli
    tostamente si diede a gridare ad alta voce esser morto il _gran
    Pane_. Appena ebbe terminato di parlare, da tutte le parti
    udironsi gemiti e pianti come di un gran numero di persone da tal
    nuova sorprese, ed afflitte. Tutti coloro ch'erano in nave furono
    testimoni di tale avventura: a poco a poco se ne sparsero le voci
    fino a Roma; e avendo lo imperatore _Tiberio_ voluto vedere _Jamo_
    in persona, unì alcuni dotti per apprendere da loro chi fosse.»...
    Che poi il _gran Pane_ fosse Gesù Cristo, vedilo in BOCCACCIO,
    _Genealogia degli Dei_, là dove parla del dio Pane.




CAPITOLO VII.

LA CHIESA DI SAN TOMMASO.

                             .....E Belzebub in mezzo.
                                     PETRARCA, _Sonetti_.

                «Tanto egli odiava questi suoi figliuoli, che aveva
                fatto nel cortile del suo palazzo una chiesa dedicata
                a san Tommaso, col solo pensiero di seppellirveli
                tutti».
                                        NOVAES, _Storia_.


La chiesa di san Tommaso dei Cènci, comecchè in parte mutata da quello
che era, sta tuttavia. Lo dicono monumento vetustissimo, e già ebbe
nome: _De Fraternitate_, ed anche _in Capite Molae_, o _Molarum_.
Questa notizia ricavasi dal diploma di papa Urbano III ai Canonici di
san Lorenzo in Damaso. La chiamarono poi _in Capite Molarum_ come
quella che sorgeva prossima al molino della Regola, là dove il Tevere
rimase interrato fino dal 1775; e _De Fraternitate_, ed anche _Romanae
fraternitatis caput_, forse perchè quivi fondarono la prima
confraternita donde trassero in successo di tempo esempio e titolo le
altre confraternite di Roma. Narra la fama, che il Cincio, vescovo di
Sabina, nel 1113 ne consacrasse l'altare. Giulio III la concedeva in
giuspatronato a Rocco Cènci nel 1554, con obbligo di restaurarla; cosa
che, per essere soprappreso dalla morte, egli non potè adempire;
laonde Pio IV nel 1565 spedì nuovamente la Bolla d'investitura a
favore di Francesco Cènci figlio di Cristofano, imponendogli il
medesimo carico; al quale egli soddisfece, secondo che attesta la
seguente iscrizione poeta sopra i muri esterni della chiesa:

    _Franciscus Cincius Christophori filìus
    Et Ecclesiae patronus, Templam hoc
    Rebus ad divinum cultum et ornatum
    Necessariis ad perpetuam
    Rei memorìam exornari ac perfici
    Curavit. Anno Jubilei 1575[1]_.

Quel marmo attestava a chiunque passasse quale, e quanta fosse la
pietà di Francesco Conte dei Cènci!--Cosi quasi sempre riscontriamo
sinceri gli epitaffi, le iscrizioni, le gazzette officiali, e le
orazioni funebri dei cappellani di Corte.

La chiesa ha forma, a un dipresso, quadrata. Condotta di un miscuglio
di ordine dorico, presenta cotesta sconcia depravazione dell'arte, che
gli artisti costumano significare col nome di _barocco_. Contiene
cinque cappelle; ha soffitto a crociere, dove anche nei giorni che
corrono possiamo osservare l'arme dei Cènci, che fa per impresa campo
squartato di bianco e di rosso, con tre lune rosse in campo bianco, e
tre lune bianche in campo rosso.

All'altare maggiore si vede un quadro dipinto a olio della maniera del
secolo sesto, o di poco anteriore: è di buona scuola, e rappresenta
san Tommaso che tocca la piaga a Gesù. A sinistra dello altare stesso
venerano un Crocifisso dipinto, opera del secolo decimo secondo, e a
questo alludeva Virgilio nel suo colloquio con Beatrice.

Intorno a lui raccontami mirabilissime cose. Certo manoscritto antico
conservato una volta, e forse anche adesso, nel Campidoglio (non però
commesso alla custodia delle oche che salvarono la rupe Tarpeia),
firmato da Giacomo Cènci, dichiara come il padre Guardiano in Araceli
donasse la prefata devota immagine al medesimo Giacomo, e con
giuramento gli affermasse avere davanti a quella più e più volte fatta
orazione san Gregorio Magno: nè il buon padre Guardiano si fermava
qui; che, proseguendo nella narrazione, attestavagli, cotesto Cristo
avere usanza tratto tratto operare miracoli. Se anche di presente la
immagine ritenga siffatta virtù, o se l'abbia trasferita in altre,
come sarebbe la immagine di Nostra Donna di Rimini, che apre e chiude
gli occhi, o l'altra di Tredozio, che piange a un punto e ride[2], io
non saprei accertare per ora; ma quando prima sarò, se piace a Dio,
liberato dal carcere, mi propongo raccogliere più ampie notizie, e
ragguagliarne i miei devoti lettori. Quello però che conosco di certo
si è, che il Cristo di san Gregorio Magno per tutto il tempo che durò
la vita di Giacomo Cènci si ostinò a non fare miracoli; ed ecco come
andò la faccenda.

Fra Brancazio, (tale era il nome del Guardiano di Araceli) senza che
faccia nemmeno mestieri dichiararlo, non donava mica il Cristo per
nulla; all'opposto egli imponeva al donatario: _primo_, che
restaurasse a sue spese la facciata della chiesa dei reverendi Padri
Francescani in Araceli, il che fu adempito; _secondo_ a rifornire la
sacrestia di pianete, piviali, dalmatiche, ammitti, roccetti e simili
altri arredi, ed anche questo fu fatto; _terzo_ a fondare una messa
quotidiana perpetua all'altare di san Francesco con la elemosina di un
ducato, ed anche la messa quotidiana fu fondata: e così i dabbene
Padri, avendo trovato il terreno morvido, presero ad avviarsi alla
casa di Giacomo spessi ed oscuri, simili in tutto alla schiera delle
formiche quando s'imbattono in un mucchio di grano lasciato su l'aia,
e non rifinivano mai di cavargli di sotto ora questo, ed ora
quell'altro benefizio: dandogli ad intendere, che per quanto ei
donasse, già non presumesse risarcire il Convento per la perdita
inestimabile del Crocifisso, davanti al quale aveva pregato san
Gregorio Magno; imperciocchè, senza contare il pregio del dipinto,
ch'era pure d'illustre magistero, gl'infiniti miracoli che soleva
operare procacciavano elemosine abbondantissime, e reputazione di
santità al luogo e a chi l'abitava non meno proficua. Messere Giacomo
Cènci, con tutto che santissimo uomo si fosse, preso nonostante da
stizza per la pretesa improntitudine, certo giorno gli disse: «Padre
Brancazio, che il Crocifisso di san Gregorio Magno alle sue mani abbia
operato miracoli, sarà: lo dice _lei_, e non ho motivo per dubitarne;
però dopo ch'è entrato nella mia cappella le posso giurare da
gentiluomo di onore, che non ne ha fatti più». E il Frate, voltandogli
bruscamente le spalle, gli rispose: «Mi rincresce dirglielo,
spettabile signor Conte; ma questo è segno, che nè _lei_ nè la sua
casa sono degni di ricevere queste grazie.» E così messer Giacomo
rimase saldato da fra Brancazio.

Di reliquie poi cotesta chiesa non pativa difetto, e tutti questi
tesori ecclesiastici si conservavano dentro un'urna di marmo posta
sotto l'altare maggiore. Lascio dei Santi di seconda qualità, chè
troppo ci vorrebbe a favellare di tutti, e ricorderò soltanto la
piegatura del collo di san Felice dove venne trafitto da un colpo di
lancia in Calamina, ora detta Madapor, ed anche Città di san Tommaso,
nella India: _de pandone circa collum eius in percussione ipsius_,
come ne fa fede la iscrizione posta sopra la porta minore della
medesima chiesa. Ma vedete dove quel benedetto Santo girava per
cercare la morte, mentre questa è sicuro che sarebbe andata a trovarlo
anche standosene quieto e tranquillo a casa sua![3]

Chiedo licenza ai miei lettori (i quali so che non me la negheranno)
di passare sotto silenzio le altre cappelle; molto più che, gli
assicuro io, non meritano speciale menzione. Non pertanto piacemi
ricordare come la chiesa e le case dei Cènci fossero erette sopra le
rovine del Teatro Balbo...

Una chiesa sopra un teatro! I secoli trapassano come i vetri dipinti
della lanterna magica; il mondo è la parete dove si riflettono le
immagini loro, e nel continuo passaggio le cose più strane si
succedono senza dar tempo a compire un pianto, o un riso. Noi
fabbrichiamo sopra i sepolcri dei nostri padri; le generazioni future
s'impazientano di fabbricare su quelli di noi. Cenere sopra cenere; e
l'universo si allarga e si feconda per queste incessanti alluvioni
della morte. Dove gli umani sollazzavansi un giorno, oggi pregano;
forse vi decapiteranno domani, domani l'altro danzeranno. La Fortuna,
gittata via la benda, all'antica follia aggiunse la ebbrezza nuova; e,
fatta Menade, percuote orribilmente un suo crotalo infernale,
eccitando al ballo tondo Grazie, Furie, Satiri e Muse. Marte balla
anch'egli; Nemesi co' flagelli di vipere batte la misura. E l'uomo
presume mettere il chiodo a questa ruota, che affatica il cielo e la
terra? Ah! ella è pretensione cotesta da far morire di riso lo stesso
dio del Riso, il vecchio Momo.

Assicurano taluni, che quando la fede rimane vedova convoli facilmente
a seconde nozze; e dicono ancora, che abbia dato il medesimo anello a
parecchi mariti. Io per me mi astengo da simili argomenti, che putono
di abbrustolito... per fuoco infernale di certissimo, e per fiamme di
Santo Offizio non lo sappiamo per ora di certo, ma in breve lo
sperano. Intanto i reverendi Padri Gesuiti s'insinuano piamente fra i
Popoli ad apparecchiare i fornelli.--Quello, che a me pare poter dire,
senza pericolo della salvazione dell'anima nell'altra vita e del Regio
Procuratore in questa (però che si tratti di pretta storia) si è, che
parecchi dei nuovi Numi s'introdussero nel tempio degli antichi; nè
più nè meno come gli Austriaci, col biglietto di alloggio, in casa dei
buoni borghesi toscani. _Veteres migrate coloni!_ Molti altri
inquilini dell'Olimpo di Giove migrarono con armi e bagaglio nel
Paradiso di Santa Madre Chiesa; e, offrendo esempio da imitarsi agli
uomini politici dei nostri tempi, voltato mantello continuarono a
deliziarsi nel profumo delle adorazioni[4]. Anche su i riti accaddero,
più che non si crede, transazioni, e per opera degli stessi Pontefici.
Nè in ciò sembra che meritino punto biasimo, perchè, i più astuti
scrittori affermano pericoloso stravincere, e doversi accettare
qualunque accomodamento: basta che si assicuri un guadagno (pei Numi,
bene inteso); però che, in quanto ai Sacerdoti, se ne stieno contenti
a quello che loro invia la Provvidenza: e questo sanno tutti,
insegnandolo il Vangelo di Cristo... Svergognati! Quando mai fu fatta
penuria di moneta spirituale per acquistare beni temporali? Lo
spirito, predicato più nobile della materia, in diritto le ha sempre
ceduto nel fatto. La Chiesa, donna e madonna del Paradiso celeste, si
accinse a cercare anche il terrestre. La investigazione non sembrava
difficile. solo che avesse badato e perlustrare il paese che giace tra
i fiumi Pisone, Ghilone, Hiddechel, e l'Eufrate[5]; ma non le venne
fatto, o non potè trovarlo. Allora si mise con maggior profitto a
cercarlo fra le spoglie di guerra dei Franchi e dei Normanni, o nelle
transazioni tra l'Inferno (di cui è procuratrice del pari, o per lo
meno ne tratta i negozii senza mandato) e il rimorso e la paura dei
peccatori, _perchè coll'oro si fanno anche arrivare l'anime in
paradiso_, come affermava Cristofano Colombo scrivendo a Ferdinando e
ad Isabella cattolicissimi regnanti[6]; e così dicendo non iscuopriva
l'America. Affermano eziandio, che la Chiesa per mettersi in possesso
del Paradiso terrestre si avvantaggiasse a fabbricare carte false; ma
queste sono cose che non si devono credere: almeno io non le credo.
Nel mille predicavano i Chierici la fine del mondo, e nonostante ciò
facevansi instituire eredi. I beni terreni di cui dovevano astenersi,
tanto, all'opposto, piacquero loro, che pretesero ritenerli anche dopo
la fine del mondo! _Considerata a dovere questa clericale
improntitudine, farà meno maraviglia l'avaro Ermocrate, che instituì
erede se stesso_.

Qui dentro, e mi si può credere, non vi sono biblioteche per comporre
dotti discorsi; ed anche libri vi fossero, io non ho avuto tempo per
leggerli: pure ricordo che in Roma, il tempio che fu di Vesta la Dea
del _fuoco_, oggi è consacrato alla Madonna del _sole_; quello di Remo
e Romolo _gemelli_, ai santi Cosimo e Damiano _gemelli_; l'altro della
_Salute_, a Santo _Vitale_: su l'orlo del lago Numicio, dov'è fama che
si precipitasse la sorella di Didone _Anna Perenna_, adesso si venera
la cappella di santa _Anna Petronilla_: ed oggi ancora, a Messina nel
giorno dell'Assunzione, come la Cerere sicula andava in traccia della
sua figlia Proserpina rapita da Pluto, la Madonna, tratta in
processione, va per le strade cercando il suo divino figliuolo: quando
poi, dopo un lungo errare, le mostrano la immagine del Salvatore, ella
trema, storna, e dodici uccelletti proromponle dal seno spandendo pel
cielo la esultanza del suo cuore materno. Nel foro Boario, presso
l'ara massima dove i Romani pronunziavano il giuramento solenne, ora
sorge la chiesa di _santa Maria Rocca della verità. Il Panteon è
diventato _Santa Maria della Minerva_. Qui fra noi, _San Giovanni_ era
il _tempio di Marte_: la Cattedrale di Pisa, il _palazzo di Adriano_
fabbricato di ruderi di case e di tempii. Uno dei pilastri della
parete esterna da mezzogiorno notai composto in parte d'un architrave
di granito col nome di _Cerere Eleusina_. Del monte _Soracte_ hanno
fatto il monte _Santo Oreste_, e a canto la cassa di _Santo Ranieri_
ho veduto una statua di _Marte_ convertita in _San Potito_ (il quale,
insieme a Santo Efeso, fu solennissimo operatore di miracoli) con la
lieve variante di torle dalla destra la spada, e sostituirvi un libro.
I Gesuiti nell'Indie consentivano l'adorazione degl'Idoli si
continuasse; solo a piè dei mostri ponessero o crocellina, o cuore di
Gesù, o altro segno della religione nostra; anzi nella China giunsero
perfino a velare la immagine di Cristo confitto in croce, per paura
che i popoli si scandalizzassero di un Dio morto coll'ultimo
supplizio: e Gregorio VII manda lettera a Santo Agostino apostolo
della Brittania, con la quale lo conforta a sopportare i sagrificii di
vittime co' riti pagani per acquistare a mano a mano terreno[7]. Gesù
Cristo predicò non potersi servire a Dio ed a Mammone, e cacciò via
risoluto i profanatori dal tempio. I suoi vicarii hanno proceduto più
blandamente; bene o male abbiano fatto, ne renderanno conto al
Mandante. A me basta aver detto la verità quando affermai, che i
Chierici andarono corrivi anche troppo per acquistare impero... Ahi
tristo aere del carcere! non mancherebbe altro, ch'ei mi facesse
diventare teologo. Io mi affretto a tornare più che di passo alla
storia, lasciando molte cose per via che furono dette, e che sono
state dimenticate con iscandalo di tutti i professori del progresso
umano.

La cappella di san Tommaso dei Cènci nel giorno dieci di agosto
compariva parata a lutto: lungo le pareti pendevano lugubri gramaglie:
da per tutto si vedevano ghirlande di fiori intrecciate con rami di
cipresso: sette sepolcri di marmo nero scoperchiati aspettavano i
morti, a guisa di bocche co' labbri aperti ansiose di bevanda: avevano
tutti una iscrizione medesima, ed era questa:

    _Mors parata, vita contempta_[8].

E più oltre un ottavo sepolcro sopra gli altri cospicuo, di marmo
bianco finissimo, con quest'altra iscrizione:

    _Si charitem, caritatemque quaeris
    Hinc intus jacent
    Non ingratus haerus
    Neroni cani benemerentissimo
    Franciscus de Cinciis hoc titulum
    Ponere curavit....._[9].

In mezzo alla chiesa stava collocata una bara coperta di velluto
chermisino ricamato di oro, cosparsa anch'essa di freschi fiori.
Intorno alla bara ardevano sei ceri sopra candelabri d'argento
lavorati con artifizio mirabile.

Un coro di preti, parati di pianete e di dalmatiche di damasco nero,
aspettavano un morto per recitargli le ricche esequie. Nè stette
guari, che si fecero sentire passi misurati; e poco dopo, alzata la
tenda della porta laterale, comparve una barella portata da due uomini
e da due donne.

Giacomo e Bernardino Cènci tenevano le stanghe davanti, le posteriori
Lucrezia Petroni e Beatrice.

Il morto era Virgilio. Dio aveva accolto la seconda parte della
preghiera dello sventurato fanciullo: egli dormiva nella sua pace.

Seguivano alcuni servi di casa vestiti magnificamente a lutto, con
torcie accese. Non senza dolore misto a maraviglia poteva osservarsi,
come le vesti dei famigli fossero troppo meglio in punto, che quelle
di Giacomo e di Bernardino: segnatamente di Giacomo, squallido così,
da disgradarne il più povero gentiluomo di Roma. Scarmigliati aveva i
capelli, lunga la barba, le maniche e il colletto luridissimi: portava
bassa la faccia umiliata, la fronte aveva rugosa, le guance pallide e
macilenti: dagli occhi accesi versava lacrime amare, e gli si vedeva
il palpito del cuore di sopra il farsetto. Dal suo volto tralucevano
due passioni contrarie: pietà, e rabbia male repressa. Bernardino
anch'egli piangeva. ma così per imitazione, piuttosto che per impulso
spontaneo; imperciocchè se non era diventato affatto stupido di cuore,
la sua mente era ottenebrata dalla paura del padre, e dalla ignoranza
di tutte le cose, nella quale costui compiacevasi conservarlo.
Lucrezia, quantunque matrigna si fosse, lasciava l'adito al
pianto:--però, essendo piuttosto pinzochera che devota, si rassegnava
facilmente e presto; togliendosi le sciagure in pazienza, e
attribuendo al santo volere di Dio ogni evento così buono come tristo
della vita. Io per me lodo la costanza, ch'è quasi zavorra, la quale
fa stare in equilibrio la nave nelle procelle della vita; credo ancora
io, che delle cose che avvengono in giornata molte dovessero per
necessità succedere: ma quando le idee religiose si adoprano a
insugherire il cuore, allora cotesta insensibilità non è virtù; si
rassomiglia troppo al vestibolo della morte: l'uomo, finchè vivo, ha
da vivere con le sue passioni. Io so che alcuni chiamano le passioni
venti contrarii alla vita serena, e jene e lioni e simili altri
animali ruggenti, e cercanti cui si abbiano a divorare. Marco Antonio
per le vie d'Alessandria fu visto seduto su di un carro tratto da
lioni. Se le similitudini addotte sieno acconce, o no, poco importa
conoscere; di questo si persuada la gente, che se l'uomo può domare le
belve, e governare la procella, molto più potrà le passioni; egli ha
da reggere, non lasciarsi impietrire.

Francesco Cènci condusse in moglie cotesta femmina appunto perchè
gliela dissero tenerissima della religione, e perchè certa volta,
avendo ella udito favellare della empietà di lui, aveva esclamato:
«Signore! io terrei piuttosto maritarmi col diavolo, che col Conte
Cènci[10].--Egli allora le si pose dintorno; finse costumi esemplari;
frequentò chiese, imparò a piegare il collo, e a levare in molto
commuovente maniera gli occhi e le mani al cielo: sopra tutto si
mostrò largo donatore ai preti, degni guardaportoni del paradiso.
Sapeva raccontare leggende dei Santi, discuteva della _gratia gratis
data_, e della _forma e della sostanza_ dei sacramenti meglio del
Definitore sinodale dei Padri Francescani. La donna incominciò a
credere lo avessero calunniato. In ogni caso, o non poteva essersi
convertito? Non poteva avere la Beata Vergine impartito a lei la virtù
di strappare cotesta anima dagli artigli del demonio? Oh! è così
dolce, così altera cosa per donna devota guadagnare un'anima in
contrasto col demonio, che, parlando generalmente, le femmine pie
davvero non si contentano della prima conversione, che con lodevole
zelo si affaticano per la seconda, e questa diventa impulso alla
terza; e se durasse in loro la potenza come la volontà, non è da
dubitarsi che sagrificherebbero la vita intera in opera tanto
meritoria[11]. Tra per queste ragioni e i conforti dei parenti, le
ricchezze grandi e la nobiltà di casa Cènci, la donna condiscese ad
accettare il Conte Francesco per suo secondo marito.

Appena il Conte ebbe menato a casa Lucrezia, come per ischerzo, le
disse: «Voi volevate maritarvi col demonio piuttosto che con me: io vi
ho presa per provarvi che avevate ragione»;--e le tenne parola.

Ogni giorno le si poneva accanto su lo inginocchiatoio; e mentre ella
recitava responsorii e rosarii, egli cantava versi osceni, od empii:
ella sfogliava un libro di orazioni, ed egli le incisioni turpissime
di Marcantonio Raimondi commentate da Pietro Aretino: si studiò
sovvertire in lei ogni idea di religione e di morale, a empirle
l'anima di dubbio e di paure; ma Lucrezia di coteste diavolerie non
intendeva niente, e spesso non vi attendeva nemmeno. Talora, quando il
tristo marito stanco di favellare taceva, incominciava ella, o
riprendeva a recitare il rosario: per la qual cosa avvenne che
Francesco Cènci, invece di aspreggiare altrui, se medesimo
tormentasse; invece di spingerla alla disperazione mordesse le sue
labbra di rabbia, e stesse per impazzare di furore. Riuscito invano
questo partito, scelse altro disegno. Prese a costringerla di
ascoltare i suoi quotidiani adulterii: nè ciò valendo punto a
irritarla, empì la casa di cortigiane; non si astenne da parole e da
atti capaci di offendere la sua dignità di donna e di sposa; ma ella
con inalterabile dolcezza gli diceva: «Dio vi ravveda, e vi perdoni
come io vi ho perdonato». Francesco non trovava maniera di commuovere
cotesta fredda, ed ineccitabile natura. Spesso, acciecato dalla ira,
ei la umiliò al cospetto dei servi; la bistrattò, la percosse; le fece
patire penuria di vesti e di cibo; le fece portare in volto i segni di
furore, peggio che bestiale. Tempo perduto: tutto ella soffriva con
rassegnazione, tutto ella presentava al sacro cuore di Gesù in isconto
dei suoi peccati. Francesco, per non darsi della testa nel muro, cessò
di perseguitarla, essendosi (cosa a dirsi incredibile) più presto
stancato il talento di tormentare in lui, che in lei la pazienza:
ond'è che reputandola stupida, la lasciò da parte come natura morta,
che non merita essere straziata nè blandita.

Beatrice sola non lacrimava; teneva gli occhi fitti sul morticino, e
immemore seguiva i passi altrui con moto macchinale.

Quando giunsero al catafalco Beatrice si recò lo estinto fanciullo
nelle braccia, ed ella fu che con le proprie mani ve lo acconciò
sopra, gli assestò i capelli, gli pose sul petto il crocifisso, e il
mazzetto delle viole; poi, remosso alquanto uno dei candelabri, con la
faccia declinata nel palmo della destra appoggiò il gomito sul canto
della bara, tenendo sempre fisso lo sguardo sul morto.

Un famiglio puntava Beatrice con gli occhi come due lingue di fiamma,
e talora trasaliva: il famiglio era Marzio.

Oltre i quattro rammentati, nacquero a Francesco Cènci tre altri
figli; Cristofano e Felice, ch'egli mandò a studio in Salamanca, e
Olimpia. Questa fanciulla, che destra era molto ed animosa, non
potendo più reggere alle paterne persecuzioni scrisse un memoriale,
dove espose molto accomodatamente i carichi del padre suo; e poi,
nonostante il carcere domestico nel quale si trovava ristretta, seppe
così bene industriarsi, che lo fece pervenire nelle mani di Sua
Santità, supplicandola che si degnasse collocarla in convento finchè
non l'avesse provveduta di onesto matrimonio. L'accorta fanciulla
delle infamie paterne rivelò le più credibili, e facili a verificarsi;
delle altre tacque, avvisandosi che l'enormezze quanto più superano
l'ordinario tanto meno si conciliano fede: sicchè le inverosimili,
quantunque vere, screditano le verosimili; e pensò inoltre che un
figlio, ricorrendo contro il padre per propria salvezza, non deve
oltrepassare i termini del bisogno; imperciocchè, in questo caso, la
difesa troppo ardente degenerando in offesa manifesta, faccia nascere
il sospetto che l'accusatore sia condotto da odio snaturato contro il
suo sangue. Il Papa pertanto, ammirando la moderazione della giovane,
deliberò venire in soccorso di lei; e, fattala trarre dalla casa
paterna e mettere in convento, non andò guari che la maritò col Conte
Carlo Gabbrielli gentiluomo onoratissimo di Gubbio, a cui il Papa
costrinse don Francesco Cènci sborsare conveniente dote. I ricordi dei
tempi narrano come il Cènci, furibondo per questo successo, giunse
perfino a promettere centomila scudi a chiunque, viva o morta, la
odiata figliuola nelle sue mani riportasse: ma il Pontefice poteva
troppo più di lui; ed anche per questa volta egli ebbe a mordere il
freno. Non si potendo sfogare contro la fuggitiva, moltiplicò la
rabbia della persecuzione contro ai figliuoli rimasti in casa; e tanto
cotesto cordoglio gli cuoceva il riposto animo, che sovente, come
Augusto quando ebbe perduto le legioni di Varo[12], fu visto aggirarsi
per le camere del suo palazzo; e battendo palma a palma, od
appoggiando la fronte febbricitante a qualche stipite, esclamava:

--Ahi! Papa, Papa, rendimi Olimpia. Principi, Preti, e Padri hanno a
sostenersi ad ogni costo, e sempre, se vogliono mantenere l'autorità
nel mondo reverita e temuta...

I Sacerdoti celebrarono gli ufficii divini con la esattezza dei nostri
soldati quando fanno la carica in dodici tempi, e presso a poco col
medesimo entusiasmo. Beatrice a nulla badò, nulla intese: solo quando
il sacerdote asperse la bara di acqua benedetta, uno spruzzo dalla
fronte del morticino le rimbalzò sopra la faccia. Rabbrividì, diventò
più cupa, poi sospirò queste parole:

--Accetto lo augurio!

--Morire... non tocca a voi...

Tali accenti percossero improvvisi le orecchie di Beatrice, come se si
fossero dipartiti dalla bara del morto: volse subito il capo, ma non
vide alcuno prossimo a lei. La calca dei famigli e degli incappucciati
si allontanò dalla chiesa seguitando i sacerdoti; poi a mano a mano
quella dei cristiani accorsi dal vicinato. I Cènci rimasero soli col
morto. Il popolo di buone viscere piange facilmente alle sventure
altrui; ma dura poco, perchè le proprie gli consumano tutto il suo
pianto, e qualche volta non basta.

Stavano tutti genuflessi, riposando il corpo sopra le calcagna, col
capo dimesso, e le braccia, con le mani incrocicchiate, pendenti giù
lungo le cosce. Beatrice sola, che non aveva lasciata un momento la
pristina sua positura, scuote ad un tratto la testa, guarda con occhi
torvi quei miseri, e con gesto imperioso esclama:

--A che piangete voi? Alzatevi! Sapete voi chi ci ha ucciso questo
fratello? Lo sapete voi? Voi lo sapete, sì; ma tremate di pensarne
perfino il nome dentro il vostro cervello. Quello, che non ardite
pensare nel vostro segreto voi, io lo rivelerò a voce alta: lo ha
ucciso suo padre... il padre nostro... Francesco Cènci.

I prostrati non si mossero, ma raddoppiarono i singhiozzi.

--Levatevi su, vi comando; qui ci vuole altro, che pianto! Bisogna
provvedere alla nostra salute, e subito, se non vogliamo che nostro
padre ci ammazzi tutti.

--Pace, figliuola mia, pace; che è peccato lasciarsi vincere dalla
collera, rispose Lucrezia: vieni, inginocchiati anche tu, e
sottomettiti al santo volere di Dio.

--Che dite voi, signora Lucrezia? Credete servire Dio, e lo
bestemmiate. A sentirvi, Dio avrebbe creato l'acqua per annegarci, il
fuoco per arderci, il ferro per tagliarci? Dove avete letto che il
dovere dei padri sta nel tormentare i figliuoli, quello dei figliuoli
nel lasciarsi tormentare?--Dunque non vi è limite, oltre il quale
venga concesso di opporci? Qualunque ribellione è illegittima? La
natura ha segnato le generazioni degli uomini col marchio in fronte:
_soffri, e taci?_ Vi ha qualche cosa peggio del parricidio? Ditemelo,
perchè io conosco molte, ma per avventura non tutte le iniquità, che
si commettono sotto il sole. Tre cose io comprendo che non si possono
annoverare: le stelle nel firmamento, i pensieri maligni nel cuore
dell'uomo, e le angosce dei disperati...; forse sono più... ditemelo.
Signora Lucrezia, come amavate poco il povero Virgilio!...

--Come! non l'amava io? Questo caro figliuolo mi era diletto come se
fosse nato di me.

--Davvero? Queste parole presto sono pronunziate, ma in fatto non è
così. Amore di madre non s'immagina. Se voi lo aveste portato nelle
viscere, se partorito con dolore, non piangereste, ruggireste adesso.
Ma qual maraviglia se la voce del sangue non è più ascoltata dagli
uomini, mentre non la intende neanche il cielo? Il grido di Abele oggi
non arriverebbe più al cospetto del Vendicatore: perchè questo? Forse
l'Eterno infastidito si tura le orecchie, o il grido del sangue si
fece più fioco?--Ma se il cielo è diventato di bronzo, il mio cuore si
mantiene di carne, e geme e freme e palpita come il cuore vergine di
uno dei primi viventi... E voi, Giacomo, che pure siete uomo, o non
sentite voi nulla qui dentro?--E la donzella si percosse il seno dal
lato manco.

--O Beatrice, rispose una voce dal pavimento, e la profferiva Giacomo
Cènci, io non sono più quello di prima: la parte migliore di me
periva: io paio appena un'ombra, una memoria di me medesimo.
Guardami... ti pare egli questo il sembiante d'uomo di venticinque
anni? Che cosa posso io contro il destino? Mi sono dibattuto, più che
non pensi, dentro la catena della necessità; l'ho morsa finchè non mi
ha stritolato i denti; tu la vedessi! Ella è affatto nera pel mio
sangue rappreso...

--Ma la mano trova un legno, ed ecco una leva capace a rovesciare una
torre;--trova anche un ferro, ed ecco un martello per rompere, una
spada per isgombrarci il cammino davanti; e poi l'amicizia moltiplica
i capi e le mani...

--La sventura, sorella mia, è come una notte di dicembre; t'investe
delle sue tenebre in guisa, che tu non vedi più alcuno, nè alcuno vede
più te.

--Alza la voce nel buio; la conosceranno almeno i parenti: ho inteso
dire che il peggior parente vale l'amico migliore.

--Vi sono sventure, come vi sono infermi a cui non vale virtù di
senno, nè virtù di farmaco. Io non nego la pietà, la parentela,
l'amore... io nulla nego; ma tutto in mano al potente diventa arme
atta a percuotere, e in mano del debole diventa vetro per ferirlo.
Contempla, sorella, quale e quanta sia l'abiezione a cui mi trovo
condotto. Io non ho vesti per cuoprirmi; mi mancano perfino camicie:
io non ho modo per curare la mondizie del corpo, di cui il difetto
tanto umilia il gentiluomo. Ma questo sarebbe poco dolore se
affliggesse me solo; ho quattro figli, e spesso mi manca tanto da
sostentarli, non che d'altro, di pane. Dei due mila scudi annui, che
il padre dovrebbe pagarmi per decreto del Papa, appena, ed a stento,
mi dà la ottava parte; i frutti della dote di Luisa mi nega[13]; onde
io sovente, tornando a casa, trovo i miei figliuoli nudi, la madre
piangente, e tutti domandare del pane... Ah! che cosa posso darvi?
Prendete, mangiate le mie carni. Sì, per Dio, le mie carni! egregio
cibo, in verità, le mie carni estenuate dal digiuno, e riarse dalla
febbre! Fuggo da casa mia per sottrarmi a cotesti gridi; ma la
disperazione viene meco, e mi ricinge a mille doppi la vita con le sue
spire orribili di serpe, mentre i suoi denti avvelenati mi mordono il
cuore.

--Ma perchè non ricorriamo al Papa? Vi ricorse pure Olimpia, e con
ottimo successo?

--E non vi ricorsi io? Mi prostrai ai suoi piedi; bagnai il pavimento
di lacrime; pregai pei figli miei, per voi, ed anche per me: gli
esposi a parte a parte le paterne enormezze; non gli nascosi nè anche
le più riposte, e più infami; lo supplicai, per quel Dio che presume
rappresentare in terra, a volerci prendere sollecito ed efficace
riparo. L'austero vecchio non si commosse, non battè ciglio; mi pareva
raccomandarmi alla statua di bronzo di san Pietro, di cui i piedi sono
logori dai baci; e sempre freddi. Mi ascoltò con faccia di pietra;
tenne ognor fitti nei miei gli occhi suoi grigi, e pesi come di
piombo; poi pronunziò lento queste parole, che mi caddero su l'anima a
modo di fiocchi di neve: «Guai ai figli, che manifestano le vergogne
paterne! Cam per questo fu maledetto. Sem ed Jafet, che usarono
reverenza al padre loro, furono all'opposto dilatati, e le loro
generazioni abitarono nei tabernacoli di Canaan. Leggesti mai che
Isacco mormorasse contro Abramo? La figlia di Jefet si ritirò forse su
i monti per maledire suo padre? I padri rappresentano Dio in questo
mondo. Se tu avessi tenuto reverente la faccia inclinata per adorare,
non avresti veduto le colpe del tuo genitore, e non lo accuseresti: va
in pace». E così favellando mi dimise dal suo cospetto. Ora tu lo vedi
a prova: Olimpia adoperando gli argomenti medesimi potè trovare la via
della grazia nel cospetto del Papa: io, invece, trovai quella della
indifferenza, o dello sdegno: qui dentro vi ha un destino, che vuole
così. Che cosa può l'uomo contro il destino?

--Può morire.

--Sì, eh! Ma tu non hai figli, Beatrice; tu non hai sposo, come ho io
sposa amante, ed amata. Se non fossi padre, chi sa da quanto tempo
avrebbero ripescato il mio cadavere ad Ostia; ma un giorno o l'altro,
pur troppo! vedo che cotesta sarà la maniera di liberarmi da questa
quotidiana, ed insopportabile disperazione. Davvero mi sembra nuotare
a ritroso alla corrente di un fiume, e a mano a mano sento venirmi
meno la lena alle braccia, e i piedi farmisi ogni ora più pesi.--Oh!
tu sapessi, quando passo vicino al Tevere, come il fiotto dell'acqua,
che si rompe per le pigne del ponte, mi pare che dica:--quanto
tardi!--Ma certo in questo modo ha da finire... anche Beatrice me ne
conforta... un sepolcro di acqua!

Beatrice alle parole di Giacomo aveva mutato colore più volte: una
forza interna visibilmente la spingeva a parlare; pure si trattenne
finchè, riassunta una mesta tranquillità, abbassò il capo, stese la
mano verso Giacomo, e favellò pacata:

--La empietà allaga la terra come il diluvio universale!--Fratello, io
ho profferito stolte parole... perdona, ed oblia.

--Ora sorgi... Chi troppo si curva alla terra, i suoi consigli si
risentono di fango... Vieni, e sii uomo. Io nell'impeto del mio dolore
diffidai della misericordia di Dio; egli mi ha perdonato, perchè sento
scendermi su l'anima la serenità, foriera del buon consiglio...

--Tra l'altare e i sepolcri si congiura qui...?

Un brivido ricercò le ossa dei Cènci: volsero la faccia spaventata, e
videro il vecchio Conte, come se fosse uscito fuori del pavimento,
livido in volto, tutto abbigliato di nero, col tòcco vermiglio in capo
secondo che allora costumavano i patrizii romani. La sembianza del
fiero vecchio era quieta di paurosa tranquillità; impenetrabile e
sinistra come quella della sfinge. Si restrinsero insieme, tacquero;
non osarono levare gli occhi, nella guisa che gli uccelli, tacendo
acquattati sotto le foglie, allo accostarsi del falco s'immaginano non
essere veduti. Sola Beatrice gli stette ferma, e risoluta davanti.

--Testimoni i santi, egregi figli congiurano la morte del padre
scellerato.--Fa

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