Il Principe della Marsiliana
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Title: Il Principe della Marsiliana
Author: Emma Perodi
Release date: November 9, 2005 [eBook #17035]
Most recently updated: December 12, 2020
Language: Italian
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Il Principe della Marsiliana
ROMANZO ROMANO
DI
EMMA PERODI
Milano FRATELLI TREVES, EDITORI Milano
ROMA TRIESTE BOLOGNA
Via del Corso, 383. presso G. Schubart. Angolo Via Farini.
NAPOLI: Piazza Sette Settembre, 26 (Largo Spirito Santo).
LIPSIA, BERLINO, VIENNA, presso F.A. Brockhaus.
PARIGI, presso J. Boyveau, 22, rue de la Banque.
DELLA MEDESIMA AUTRICE:
_Spostati_, scene della vita... L. 1 --
Il Principe della Marsiliana
ROMANZO ROMANO
DI
EMMA PERODI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1891.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti._
Milano.--Tip. Fratelli Treves.
I.
Dinanzi all'osteria di _Muzio Scevola_, in Trastevere, sventolavano un
sabato sera le bandiere tricolori e quelle gialle a rosse del Comune
di Roma, e dalle finestre delle casupole vicine pendevano tralci di
lauro, ai quali erano appesi i lampioncini di più colori, pronti per
la illuminazione. Sopra la porta dell'osteria vi era il ritratto di
Garibaldi, circondato pure di lauro, e intorno a quello erano disposte
le candele infilate nelle punte di ferro.
Sulla piazzetta davanti all'osteria stavano molti uomini aggruppati a
capannelli e discutevano vivamente; alcuni appartenevano alla classe
dei bottegai e portavano le catene d'oro pesanti attaccate ai primi
bottoni della sottoveste, il corno di corallo penzoloni e le cravatte
vistose; altri invece appartenevano al ceto dei cittadini, e la
maggior parte al popolo minuto.
I cittadini, che erano in minor numero, andavano da un gruppo
all'altro e posavano familiarmente la mano sulle spalle dei popolani.
A un tratto, nel veder scendere da una botte un giovinotto sbarbato e
vestito correttamente di saia turchina, tutte le conversazioni
cessarono, i capannelli si scomposero e la folla si spinse verso di
lui.
Il giovinotto distribuiva strette di mano a tutti, salutando ciascuno
per nome.
--Signor Rosati!--dicevano le persone aggruppate intorno a lui
rispondendo al saluto.
--Come va? Che mi dite di nuovo?--domandava Fabio Rosati, rivolgendo
uno sguardo d'intesa a tre o quattro cui la folla popolana pareva
ubbidire.
--In Borgo si può contare su cinquecento voti, non più,--disse il
Simonetti, un omaccione grasso, che aveva bottega d'orzarolo vicino a
piazza Rusticucci e godeva di molta popolarità fra i liberali di quel
rione.
--E dalle parti vostre come si sta?--domandava Fabio Rosati a
Scortichino, il ricco oste di San Francesco a Ripa.
--Benone, sor Fabio mio. Ieri sera avevo l'osteria piena di gente e
dopo che ebbi parlato, come so parlar io, non fo per vantarmi, sa, e
ebbi detto che bevessero pure senza pensare al conto, tutti convennero
che era meglio votare per Sua Eccellenza, che almeno aveva dato prova
d'essere liberale in Campidoglio, piuttosto che per quel clericalone
del de Petriis, che non ha mai fatto altro che portare la mantellina
dei fratelloni dell'Angelo Custode, impiastricciare i cocci, e
imbrogliare i forestieri.
--Bravo Scortichino!--disse il Rosati con fare di protezione battendo
sulla spalla al ricco oste.--E qui che notizie ci sono?--domandò a un
uomo alto con una lunga barba e due occhi mansueti come quelli di un
agnello.
--Qui, trattandosi di un principe ci pensano due volte,--disse il sor
Domenico, uomo popolarissimo, che vantava ancora l'amicizia di
Garibaldi, si ricordava del Vascello e parlava dell'eroe con le
lagrime agli occhi.--Qui ci vorrebbe qualcosa per ismuover questa
gente, qualche colpo che rendesse popolare il principe della
Marsiliana.
--E quale, per esempio?--domandò il Rosati infilando il braccio in
quello del sor Domenico e guidandolo in disparte.
--Qui, sor Fabio mio, il principe ha dei nemici. Dicono che non può
essere liberale schietto con quella moglie.
--E che fa la principessa?--chiese il Rosati fermandosi e guardando in
faccia il sor Domenico.
--Bazzica troppo dalle monache di Santa Rufina. Capirà, la carrozza
tutti ce la vedono ogni giorno ferma per delle ore davanti al
convento, tutti sanno che non aiuta altro che i baciapile e poi ha
anche la riputazione di esser superba come tutti in casa Grimaldi.
--E che cosa sapreste suggerirmi, sor Domenico, per riconquistare alla
principessa le simpatie del Trastevere?
--Una cosa sola: bisognerebbe che la principessa venisse stasera a
cena all'osteria insieme col principe e domenica l'elezione di lui è
assicurata.
--Siete pazzo!--esclamò il Rosati mostrando con un gesto di ribrezzo
quanto ripugnavagli di vedere la principessa della Marsiliana in quel
luogo.
--Eppure è l'unico mezzo,--diceva l'oste senza alterarsi, scrollando
la bella testa mansueta.--È l'unico mezzo!
--Ma ora è tardi.
--No; lei corra a casa dal principe, gli riferisca questo
suggerimento mio, e gli dica che se non viene la principessa è inutile
che venga neppur lui.
Fabio Rosati stette un momento pensoso, con gli occhi fissi per terra,
poi stendendo la mano al sor Domenico gli disse:
--Credo che abbiate ragione;--e senza salutare nessuno risalì in
_botte_ e si fece condurre al palazzo del principe della Marsiliana.
Nel passare sotto la porta carrozzabile per entrare nel cortile, Fabio
domandava al guardaportone alto, solenne e tutto tronfio di portare la
livrea della antica casa principesca, se Sua Eccellenza era tornata.
Il guardaportone, senza aprir bocca, brandi la mazza con gesto da re
di corona e accennò al Rosati il _phaéton_ attaccato che aspettava il
principe, e quindi riposò in terra la mazza e riprese a guardare con
occhio sprezzante la gente che passava a piedi.
Fabio salì di corsa le scale. Giunto nell'anticamera nella quale il
trono, formato di arazzi portanti lo stemma della famiglia nel centro
e le imprese del celebre cardinal Urbani, sulla parte laterale,
occupava tutta una parete, si fermò e disse al servitore di guardia di
annunziarlo, e senza aver la pazienza di attendere la risposta, si
mise alle calcagna di lui per l'ampia galleria, nella quale tutto un
passato di deità olimpiche e d'imperatori romani parevano schierati
per far gli onori a chi passava.
Fabio non volse neppure uno sguardo su quei marmi preziosi; il suo
occhio grande e dolce pareva che non provasse il bisogno di guardare
nulla di ciò che lo circondava, che non ubbidisse a nessuna curiosità.
Eppure era la prima volta che entrava in casa Urbani, o almeno in
quella parte del palazzo riservata alla famiglia, poichè il principe
aveva al pianterreno due stanze che guardavano sul Corso e nelle quali
riceveva la mattina tutte le persone che non erano presentate alla
principessa. Fabio Rosati, segretario di una quantità di comitati, nei
quali figurava il nome del principe della Marsiliana, e anche del
Circolo dei Cittadini di cui don Pio era presidente, aveva
frequentissime occasioni di avvicinarlo. Svelto, intelligente, benchè
privo affatto di cultura, rispettoso senza cortigianeria, e sopratutto
buono e abile, Fabio era riuscito a conquistare l'animo di molti
patrizii romani, e specialmente di don Pio, il quale ora aveva rimesso
nelle mani di lui l'esito della sua elezione a deputato.
Il servo si fermò in fondo alla galleria, dinanzi a una porta grigia
tutta coperta di dorature, e bussò leggermente. Il cameriere di
fiducia del principe, un francese sbarbato, con gli occhiali che
davano alla sua fisonomia l'aspetto di prete, comparve sull'uscio, e
vedendo Fabio, che conosceva, lo pregò di entrare in un salottino
precedente la camera del principe.
Don Pio, appena udita la voce di Fabio, gli andò incontro e gli
strinse cordialmente la mano.
--Grazie di essermi venuto a prendere,--disse al Rosati.--Mi annoiava
di giunger solo in mezzo a tutta quella gente.
--Non vengo per questo,--rispose Fabio guardando in terra e non
sapendo come riferire al principe le parole del sor Domenico. Dacchè
era entrato nel palazzo sentiva maggiormente tutta la stranezza della
proposta che doveva fare, e non aveva il coraggio di esprimerla.
--Occorrono altre somme per le spese elettorali?--domandò il
principe.--Me lo dica francamente; so quanto bevono gli elettori
romani, e nulla mi stupisce.
--No, no; ho ancora qualche migliaio di lire,--disse il Rosati
sorridendo.--Si tratta di una cosa molto più difficile a dirsi.
--Me la dica subito,--insistè il principe senza turbarsi;--sono
preparato a tutto.
--Senta, il sor Domenico, l'oste di _Muzio Scevola_, dice che se
stasera non viene la principessa insieme con lei, i voti del
Trastevere le saranno per la massima parte negati.
Il principe sorrise mettendosi il monocolo all'occhio sinistro, e
guardò fisso il Rosati dicendo:
--È una condizione curiosa e non so se donna Camilla l'accetterà;
tenterò. Ma l'ora è passata già,--aggiunse il principe guardando una
piccola pendola di smalto posata sopra la scrivania;--lei vada a far
pazientare chi mi aspetta, io cercherò d'indurre la principessa a
venir meco.--E accompagnando il Rosati nella galleria, don Pio penetrò
nel salottino di sua moglie, e appena passata la soglia di quella
stanza sparì dal volto di lui tutta l'espressione di dolce bonarietà,
che aveva durante la conversazione col Rosati.
La principessa nel vedere il marito si alzò e fece cenno a due monache
di Santa Rufina, che erano sedute in faccia a lei, di lasciarla.
--Che cosa vuoi?--domandò la piccola signora al marito con voce
leggermente nasale, andando verso lui dopo aver accompagnato all'uscio
le suore.
--Sai che io voglio in ogni modo esser deputato e che sarebbe un'onta
per me se col mio nome, col mio passato, con le mie aderenze e i miei
mezzi non riuscissi a essere eletto!
--Non le capisco certe vanità,--diss'ella alzando gli occhi al
cielo.--Quando uno si chiama Urbani non ha bisogno di tenere a un
titolo che il popolo può conferirgli, e può anche ritorgli.
--I tempi sono cambiati, bisogna camminare con essi se non si vuol
restare schiacciati e soffocati appunto da questo pondo grandissimo
che il passato ci ha posto sulle spalle; bisogna far qualcosa noi pure
per esser degni degli avi.
Il principe pronunziava queste parole con voce monotona, senza nessun
sentimento, come una lezioncina imparata a mente. E infatti da
quindici giorni la ripeteva di continuo a sè stesso per dirla in ogni
occasione.
La principessa lo ascoltava a testa bassa, come se riprovasse quelle
massime.
--Dunque che cosa vuoi?--gli domandò parlando sempre con voce nasale e
a denti stretti, come chi ha la consuetudine di servirsi della lingua
inglese.
--Voglio che tu mi accompagni stasera all'adunanza elettorale.--Quel
nome di osteria faceva ribrezzo anche a don Pio e non poteva
pronunziarlo.
--E dove?--domandò la principessa, alzando in volto al marito due
occhi piccoli e fieri.
--Da _Muzio Scevola_.
--E che luogo è?
--Una locanda, dove mi danno una cena elettorale.
--Non ci vengo.
--Ma, Camilla, pensa a quello che fai; mi tacciano di clericale per
colpa tua; per colpa tua non sarò eletto; io voglio riuscire deputato,
e tu, tu devi venire.
--Non vengo,--rispose la piccola signora sedendosi.--Tu sei padrone di
derogare al tuo nome, alla tua nascita, ma non puoi imporre a me di
avvilirmi. Io, oltre a esser custode del nome tuo, sono anche custode
di quello di mio padre; sono una Grimaldi, lo sai.
E fieramente alzò la piccola testa dal volto pallido, sul quale non si
leggeva altro che una grande espressione di fierezza.
--Camilla, tu sei la mia rovina,--disse il principe, uscendo senza
stenderle la mano.
Nella galleria lo attendeva il suo cameriere per infilargli il
soprabito e presentargli i guanti, il bastone e il cappello.
Don Pio, calmo in apparenza, dette alcuni ordini, scese le scale
inchinato dai servitori, e dopo essersi seduto nel _phaéton_ prese in
mano le redini dei cavalli e uscì dal palazzo.
Era quasi notte quando il _phaéton_ si fermò sulla piazzetta dinanzi
all'osteria, già illuminata dai lampioncini colorati, e il principe,
sceso prontamente, si trovò a fianco Fabio Rosati e il sor Domenico,
il quale si tolse il cappello a cencio e gli disse a bruciapelo:
--Non mi ha voluto dar retta e le cose si imbrogliano. Faremo un buco
nell'acqua se non viene la principessa.
Don Pio infilò il braccio familiarmente in quello del sor Domenico e
tirandolo in disparte gli disse:
--Che volete, la principessa non c'entra per nulla nella mia elezione;
le signore hanno idee che noi dobbiamo rispettare, ma che non
dividiamo.
--Lo capisco,--diceva il sor Domenico spartendosi con le dita la lunga
barba, come soleva fare quand'era soprappensieri,--lo capisco, ma lei
sa, Eccellenza, che abbiamo da far con certa gente cocciuta e siamo in
certi tempi...! Basta, vedremo; bisognerebbe che per amicarsi i
trasteverini lei avesse qualche buona promessa in riserva e la
manifestasse stasera.
--Vedremo,--disse il principe ritornando verso Fabio Rosati, che era
circondato da un gruppo di persone ben vestite e parlava a bassa voce
con loro.
Appena a quel gruppo si avvicinò don Pio tutti si tolsero il cappello
e si fecero addietro alcuni passi. Il principe stese la mano
all'ingegnere Marini e al professore Arnaldi. Fabio Rosati gli
presentò subito quelli che non conosceva.
--Il signor Massa, giornalista,--disse accennando un giovinotto
pallido, con le scarpine lucide e l'aria spavalda,--il signor Caruso,
giornalista pure--aggiunse accennando un omaccione grasso, dallo
spiccato tipo meridionale con le lenti sul naso e una barbetta rada
sulle guance butterate dal vaiuolo.
Il principe della Marsiliana fece un passo verso i due rappresentanti
della stampa e stese loro la mano.
In quel momento la sora Lalla, grassa, rossa, tutta catene e pendenti
d'oro, comparve in cima alla scaletta dell'osteria, e, con le mani
sui fianchi esuberanti, si mise a gridare:
--Ma insomma, volete proprio che tutto vada ai cani! Venite o non
venite?
Il sor Domenico, che aveva per la sua vecchia compagna un affetto
grandissimo, un affetto in cui entravano i ricordi giovanili, la
gratitudine per il coraggio mostrato da lei quando egli era in carcere
a San Michele, da dove lo aveva fatto scappare, e la stima per la sua
proverbiale onestà, sorrise e disse volgendosi al principe:
--Credo che Lalla abbia ragione; è tempo di andare a cena se si vuol
mangiare.
Il principe, col fare disinvolto del gran signore che sa subito
adattarsi al luogo dov'è e alle persone che lo circondano, salì in
fretta la scala; il Rosati lo seguiva da vicino e il Massa saliva a
due a due gli scalini per non rimanere a distanza. Giù sulla piazzetta
il sor Domenico invitava tutti a salire e a un tratto la scala fu
guernita di persone di ogni ceto che parevano impazienti di mettersi a
tavola, e sulla piazza non rimasero altro che alcune donne, due coppie
di guardie di pubblica sicurezza addossate al muro e due carabinieri,
che camminavano pesantemente in su e in giù senza scambiar parola fra
di loro.
Appena il principe della Marsiliana comparve nella sala bassa
dell'osteria ornata sulla parete principale di un affresco
raffigurante Muzio Scevola con la mano sull'ara, e su quella di fondo,
di un teatrino, la sora Lalla alzò la mano, il capo della banda
collocata sul palcoscenico dei burattini brandì il bastone del
comando, e le trombe intonarono la rumorosa marcia dell'_Aida_.
Don Pio guardò il Rosati e atteggiò le labbra a un lieve sorriso di
scherno vedendo quel tugurio basso, tutto pieno di tavole, i
quartaroli del vino posati sulle panche e vedendo sopratutto quei
pezzi d'uomini di bandisti aggruppati sopra il palcoscenico, con le
quinte più basse di loro e le teste che rimanevano celate dal palco;
ma fu un sorriso impercettibile, e messosi l'occhialino all'occhio
sinistro si accostò alla sora Lalla e le stese la mano.
--S'è affaticata tanto per me,--le disse sorridendo.
--Ci siamo avvezzi al lavoro, Eccellenza,--disse la sora Lalla
togliendosi la mano destra di sul fianco per darla al principe.
Al sor Domenico, che giungeva in quel momento, spuntarono le lagrime
agli occhi vedendo la mano della moglie in quella del principe della
Marsiliana, e volgendosi addietro gridò, come per dare l'intonazione
alla folla che lo seguiva:
--Evviva il nostro candidato!
--Evviva!--rispose la folla. E il capo banda a un tratto troncò la
marcia dell'_Aida_ per incominciare l'inno di Garibaldi.
Una grande confusione regnava nella sala, aumentata dalla musica e
dalla troppa gente che, volendo passare per recarsi nella terrazza
coperta dalla pergola, lavorava di gomiti e spingeva quelli che le
facevano resistenza verso la tavola principale, che era quella
d'onore. Il sor Domenico, accorgendosi che il principe della
Marsiliana era pigiato verso le sedie o doveva presentare le spalle
per resistere all'urto, alzò la testa, la quale dominava la folla, e
gridò:
--Ragazzi, fate largo!
Tanto quelli che erano assuefatti ad ascoltarlo, quanto gli altri che,
forse per la prima volta, il caso poneva accanto a lui, ubbidirono a
quella voce dolce, che aveva nel comando una intonazione di
convincente preghiera, e intorno al principe si formò un vuoto.
Don Pio, volgendosi all'oste, gli disse sorridendo:
--Se così vi ascoltano, la mia elezione è assicurata.
--Non credo,--rispose l'oste con la sua solita franchezza.--Vostra
Eccellenza ha molti avversari fra i popolani. Se la principessa fosse
venuta qui, domani a otto, tutti votavano per lei, ma così, ci vuole
un colpo, un colpo da maestro, se ne rammenti.
Il principe, guardando la folla, si arricciava il baffo sinistro senza
rispondere, e intanto si avviava al posto d'onore indicatogli
dall'oste e già stava per sedersi, quando Caruso gli si accostò e
chinandosi all'orecchio di don Pio, gli disse a bassa voce:
--Prometta di adoprarsi per fare approvare la stazione in Trastevere e
tutti i voti sono suoi.
Don Pio, che da un quarto d'ora cercava inutilmente la promessa che
doveva assicurargli i voti dei popolani di quel rione, udendo quel
suggerimento si voltò di scatto a veder chi glielo dava, e non seppe
nascondere quanto facevagli piacere.
--Grazie,--disse a Caruso, stringendogli con effusione la mano.
--Niente,--rispose l'altro abbassando la testa.
Accanto al principe si era seduto a destra il sor Domenico e a
sinistra il posto restava vuoto; don Pio avrebbe voluto che quella
seggiola fosse occupata dal Caruso per parlare con lui, ma non ebbe il
coraggio di chiamarlo. Lo conosceva appena, già era debitore a
quell'uomo di una idea che non gli sarebbe mai nata e non voleva che
vincoli maggiori di gratitudine si stabilissero fra lui e quello
sconosciuto. In quel momento penetrava a stento fra la folla
l'onorevole Serminelli, deputato di un collegio d'Abruzzo, e don Pio
Urbani fecegli cenno di andare accanto a lui.
Erano già state servite le fettuccine nei vassoi ricolmi, e tutti si
erano empiti il piatto tirandone giù un mucchio e lasciandone cadere
sulle tovaglie, che erano in più punti imbrattate di sugo. Soltanto
nella vicinanza del principe la gente mangiava poco e la tovaglia era
ancora bianca. Il sor Domenico stesso, messo in soggezione, non aveva
il suo bell'appetito di tutti i giorni, e la sora Lalla, che non
perdeva d'occhio nessuno e dirigeva il servizio, si accostava ogni
tanto al principe, al marito o a Fabio Rosati, col quale aveva maggior
confidenza, e invitava or l'uno or l'altro a mangiare e sopratutto a
bere.
Di questo invito non avevano bisogno alle due tavole laterali, poste
lungo le pareti. Una di quelle era presieduta da Scortichino, l'oste
di San Francesco a Ripa, che mangiava per tre dando il buon esempio a
tutti, e mesceva a destra e a sinistra da bere asciugandosi la fronte
col tovagliolo; e l'altra dal Simonetti, l'orzarolo di Borgo, che
faceva sparire nello stomaco, a forma d'otre, i vassoi delle
fettuccine. Quasi nessuno parlava in quel primo quarto d'ora, ma
quando dopo le fettuccine ebbero mangiato il fritto e comparvero i
tradizionali carciofi alla _giudìa_, quando i camerieri ebbero
incominciato a portar via le bottiglie e sostituirle con altre piene,
allora, negli intervalli della musica, incominciò un vocìo assordante,
incominciarono le grasse risate echeggianti sulla terrazza attigua
coperta dal pergolato, e dove si era riunita tutta la gente di minor
conto, tutta la plebe.
Il principe parlava poco e ascoltava il sor Domenico e l'on.
Serminelli, tutti e due pratici di elezioni, che gli davano dei
consigli. Caruso non potendo stare accanto al principe si era messo
alle costole a Fabio Rosati e sottovoce ripetevagli che se il principe
sapeva svolgere l'idea suggeritagli da lui, era deputato del certo.
Don Pio, nella cui mente era infatti penetrato il suggerimento del
Caruso, ascoltava con orecchio distratto i discorsi delle persone che
aveva a fianco e teneva l'occhio intento sul Rosati e su quel tipo
strano di uomo grasso e senza energia, che pareva avesse concentrata
nell'occhio tutta l'attività della mente, e avrebbe voluto, senza
chiedergli nulla, avere da lui altri suggerimenti. Egli sentiva
avvicinarsi il momento di parlare e la sola idea che sapeva di dover
manifestare era infatti quella della stazione in Trastevere, ma era
una idea isolata, che non sapeva su che basare, nè come svolgere.
La sua non era una elezione preparata da lunga mano, come egli non era
preparato alla vita politica. Lo scioglimento della Camera in seguito
alla caduta del ministero, avvenuto in primavera, aveva rese
necessarie in maggio le elezioni generali, e un gruppo di elettori,
ascoltando il suggerimento del Rosati, si era fatto propugnatore del
nome di don Pio Urbani, principe della Marsiliana, non perchè fosse
noto come uomo intelligente, nè come buon amministratore, ma solo per
contrapporlo a un ricco mercante di campagna, il de Petriis, che, per
la impopolarità acquistatasi nel consiglio comunale, si voleva
escluso dal Parlamento come rappresentante di un collegio di Roma.
Del resto, don Pio non aveva altri precedenti che questi. Figlio unico
e erede di un grande nome e di un grande patrimonio rovinato, era
rimasto orfano di padre nei primi anni dell'infanzia. Sua madre, mercè
l'aiuto di un buon amministratore, che si diceva fosse vice-principe
di nome e di fatto, aveva estinto gran parte delle ipoteche e
preparato al figlio, che faceva educare nel collegio dei gesuiti a
Mondragone, un avvenire ricco e senza fastidi. Don Pio, appena uscito
di collegio, aveva corso la cavallina, e col pretesto di viaggiare,
per dar l'ultima mano alla sua educazione, aveva girato il mondo in
compagnia di una donna più anziana di lui, celebre a Nizza e a Parigi
per la sua eleganza e per la disinvoltura con cui rovinava la gente.
Da quei viaggi don Pio era tornato sfiaccolato, senza aver imparato
null'altro che a vestirsi e a spendere. Cresciuto senza nessun ideale,
senza nessun attaccamento nè all'antica causa dei papi, nè alla nuova
causa dell'Italia, tornava a Roma dal suo viaggio quando la più grande
rivoluzione del nostro secolo si era già compiuta. Quel grande fatto,
che aveva afflitto così profondamente tutti i partigiani del papato e
che aveva fatto esultare tutti gli italiani, lo aveva lasciato
indifferente. Sua madre, rimasta fedele alle antiche idee, sua madre
lo aveva inutilmente spinto a schierarsi fra i sostenitori del
Vaticano, fra quelli cui lo legavano vincoli di parentela e di
consuetudini di famiglia; egli sorrideva, si metteva il monocolo
all'occhio sinistro e non rispondeva. Del resto la duchessa Teresa
Urbani si limitava a esortare il figlio, e si sarebbe guardata bene
dall'imporgli la sua volontà. Giunta a quarant'anni senza avere eredi,
ella provava per questo figlio, tanto invocato e tanto vivamente
bramato, una di quelle passioni cieche che le donne sentono per quelle
creature che le hanno salvate dal marchio della sterilità, passione
più forte di ogni altra della loro esistenza. Agli occhi di donna
Teresa nessuno era più bello, più intelligente e più spiritoso del suo
Pio, benchè egli non avesse nè una bella figura signorile, nè una
bella intelligenza, e di spirito ne possedesse quel tanto necessario a
fare buona figura in un salotto. La vera qualità del principe della
Marsiliana era piuttosto la scaltrezza, che egli sapeva nascondere
sotto un aspetto di grande bonarietà. Egli aveva inoltre una specie
di fiuto che lo poneva sulla traccia delle persone da sfruttare, e
che ora gli faceva indovinare nel Caruso l'uomo opportuno, l'uomo che
avrebbe potuto cavarlo d'impaccio.
Si discuteva a Roma da molto tempo il nuovo piano regolatore della
città, e durante queste discussioni la capitale si trasformava a vista
d'occhio, ponendo, come tanti ostacoli al nuovo piano, i lavori che
già erano compiuti.
La questione di trasportare altrove la stazione ferroviaria era
all'ordine del giorno. Nelle adunanze della Società degli architetti
si era messa avanti l'idea di trasportarla ai Prati di Castello, fuori
della porta San Giovanni, lasciando quella vecchia riserbata soltanto
per la piccola velocità.
Già si erano fatti studî e disegni, si erano pubblicati opuscoli per
sostenere l'una o l'altra idea, ma il pensiero di fare la stazione nel
Trastevere non era balenato a nessuno, e quel pensiero, di cui il
principe riconosceva l'opportunità, per assicurare la sua elezione,
ora lo tormentava non sapendo egli come esprimerlo, e, mentre con la
punta del coltello egli cercava di scalcare una quaglia, pensava,
pensava che avrebbe dovuto fra poco parlare, e quel pensiero gli
faceva aggrottare le ciglia.
La banda sul palcoscenico continuava a suonare, tutti parlavano a un
tempo, quando il sor Domenico si alzò e fece cenno ai sonatori e ai
convitati di tacere. La sora Lalla andò sulla terrazza a dare un
ordine eguale, e a un tratto per tutta l'osteria, un momento prima
così piena di rumore, regnò un silenzio solenne; nessuno osava neppur
portarsi la forchetta alla bocca per non far rumore. Il sor Domenico
si alzò e con quella voce dolce e vellutata, che scendeva al cuore, e
nella quale era riposto in parte il segreto della sua popolarità,
disse, imitando Garibaldi che era il suo idolo:
"Ragazzi! Voi sapete se io sono sempre con voi. Da anni e anni non mi
considero più un uomo isolato; mi pare di essere il vostro padre, il
capo di tutte le famiglie del Trastevere, perchè quando qualcuno
soffre io soffro insieme con lui, come quando qualcuno gode io mi
associo alla sua gioia. Sapete pure che il mio amore non è limitato a
questo generoso rione dove si mantenne sempre viva l'ammirazione per
le virtù passate di questa Roma, il cui nome solamente è simbolo di
grandezza o di gloria, ma si estende invece a tutta la città e
all'Italia, che ha dovuto cinger qui la sua corona regale! Voi sapete
pure che io non ho mai parlato a voi altro che il linguaggio della
verità, che non vi ho mai dato un consiglio che non fosse onesto e
ispirato da quell'amore di patria che ci anima tutti. Ora che siamo
alla vigilia delle elezioni, io prendo la parola e dico, con quella
sincerità che tutti conoscete, di porre il nome del principe della
Marsiliana accanto a quello degli uomini liberali cui deste il
suffragio nelle passate legislature. Questo nome non è portato da
nessuna combriccola, non rappresenta interessi parziali, e sopratutto
non è legato a nessun passato. Per noi ci vuole un uomo nuovo, che
capisca i nuovi tempi, un uomo al disopra di qualsiasi sospetto; e
tale è il principe della Marsiliana; io, ragazzi, lo raccomando al
vostro suffragio, io credo che nessuno possa meglio rappresentare
questo collegio di Roma che lui!"
Grida diverse partirono dalla folla, che ingombrava prima la terrazza
e che ora si era spinta fino nella sala e occupava tutto lo spazio
dinanzi all'affresco di Muzio Scevola; alcune di approvazione e altre
di disapprovazione. Scortichino, il Simonetti e il sor Domenico
sopratutto accennarono a quegli strilloni di far silenzio e il
capobanda fece intonare l'inno di Garibaldi per porre fine al tumulto,
che minacciava farsi serio. Appena ristabilita la calma, don Pio posò
il tovagliolo ed alzatosi, senza guardar nessuno in faccia e a voce
bassa, incominciò a parlare, dicendo:
"Porto un gran nome, è vero, ma le mie simpatie sono per il popolo,
poichè io stimo e rispetto chi lavora, e ho viva ammirazione per
quelli che sostengono, giorno per giorno, ora per ora, la lotta per
l'esistenza. Se voi, che siete qui adunati, volete concentrare sul mio
nome i vostri voti, assicuratevi che avrò a cuore i vostri interessi
più dei miei. Nulla mi lega al passato: nè simpatia, nè vincoli di
famiglia; tutto invece mi spinge verso l'avvenire, che è
rappresentato, specialmente qui a Roma, dalla forte, onesta e
patriottica popolazione del Trastevere. L'avvantaggiare gl'interessi
materiali e morali di questo rione, sarà per me una nobile ambizione.
Io credo che uno dei mezzi per concentrare qui una parte della vita
rigogliosa della Roma nuova, della Roma degli italiani, sia quello di
far costruire in questo luogo la nuova stazione ferroviaria. Per
l'attuazione di questo disegno io spenderò tutte le forze mie e se vi
riuscirò sarò più altero di aver legato a quest'opera il mio nome, di
quello che non sia della gloria passata dei miei antenati."
Grida di viva approvazione partirono dalla folla; il sor Domenico
aveva le lagrime agli occhi e cercava la mano del principe per
istringerla. Fabio Rosati gli s'era accostato e pareva che chiedesse i
suoi ordini, quando Caruso lentamente si alzò e volgendo intorno uno
sguardo dubbioso di sopra alle lenti, chinò la testa in atto di saluto
incontrando gli occhi di don Pio, e quando la folla, per ordine dei
soliti capi, fu ricondotta al silenzio, egli prese a dire:
"Il principe della Marsiliana ha con brevi parole svolto tutto un
programma di cui l'idea fondamentale consiste nel trasportare nel
Trastevere un centro di attività e di lavoro.
"Questa idea non è una idea nuova, sorta nel momento delle elezioni,
suggerita dal bisogno di procacciarsi dei voti, no, quest'idea è stata
lungamente studiata ed elaborata dal nostro candidato."
Il principe meravigliato da quelle parole, e credendo di sognare, non
osava alzar gli occhi per non incontrare quelli dell'oratore nè
quelli del Rosati, il quale con la testa dava lievi segni di
approvazione e ammirava la furberia e la sfacciataggine di Caruso.
"Io, che seguii quel lavorìo paziente ed accurato, degno di una mente
vasta e educata a tutte le più nobili discipline dell'economia
moderna, io che ebbi l'onore di essere il confidente del principe
durante lo svolgimento della nobile idea, io posso esporvi il vasto
piano concepito da don Pio Urbani. Egli vorrebbe vedere Roma
circondata da una cintura di ferrovia che avesse la stazione
principale qui nel Trastevere, quella di smistamento a San Giovanni e
quella di piccola velocità ai Prati di Castello. Inutile dirvi che
l'attuazione di questo disegno farebbe salire enormemente il prezzo
dei terreni nelle tre località indicate e darebbe un grande sviluppo
alle costruzioni, portando qui, dove specialmente siamo, molta gente,
molte forze e molto denaro."
Don Pio, benchè assuefatto a non meravigliarsi di nulla, era
assolutamente annichilito da tanta sfacciataggine, e continuava a
tenere gli occhi nel piatto. Da principio, udendo Caruso, aveva
provato la voglia di fare una risatina sarcastica, ora s'era fatto
serio perchè capiva che quell'uomo s'imponeva a lui in forza del
servizio resogli e creava fra di loro una specie di complicità. Un
resto di onestà, un sentimento di pudore lo spingevano a protestare,
ma il pensiero del fine cui mirava, troncavagli le parole in bocca e
lo induceva a lasciare che le cose andassero per la china su cui
avevale avviate Caruso, purchè riuscisse eletto.
I popolani del Trastevere, abbacinati da quel miraggio d'interessi e
di guadagni, erano tutti concordi nel vedere in don Pio l'unico
candidato, il solo candidato serio, e non pensavano più alle simpatie
della principessa della Marsiliana per i clericali, non osavano più
rimproverare al principe l'inerzia di cui aveva dato prova per il
passato. Appena Caruso ebbe cessato di parlare, un evviva frenetico,
accompagnato dall'inno di Garibaldi, echeggiò per la sala bassa, tutte
le mani si protesero per cozzare i bicchieri ricolmi, e don Pio,
turbato, dovette partecipare al brindisi.
--In bocca al lupo,--gli disse Caruso avvicinando il proprio bicchiere
a quello di don Pio.
--Grazie,--disse il principe, guardandolo senza sorridere.
Fabio Rosati s'era alzato e andava da una tavola all'altra
distribuendo strette di mano, raccogliendo le parole lusinghiere per
il principe con l'intenzione di ripetergliele poi.
--Ve lo dicevo che non c'era altri che lui, che il voto era ben
dato?--ripeteva egli a quanti gli parlavano della stazione in
Trastevere.--Bella mente, idee larghe, idee nuove e un cuore d'oro.
In quel tempo don Pio era assalito dalle domande dell'on. Serminelli,
il quale voleva gli svolgesse meglio l'idea cui aveva accennato. Don
Pio, non sapendo che cosa rispondere, guardava Caruso, ma questi aveva
attaccato discorso con un popolano, che aveva accanto, e fingeva di
non badare a lui.
--Ma è una sorpresa che ci avete fatta,--diceva l'onorevole il quale
aveva nel principe uno dei più validi elettori, poichè don Pio era un
grande proprietario di terreni sul Fucino.
Don Pio esitò a rispondere, ma finalmente, accettando la situazione
tal quale avevala creata Caruso, disse:
--Ci voleva la bomba, ci voleva, non vi pare?
Caruso intanto, con le orecchie tese, non perdeva una parola di quanto
diceva il principe della Marsiliana e gongolava lasciando pendere il
labbro inferiore, e ponendosi i pollici nei taschini della sottoveste
con un fare di grasso beato.
Tutti erano contenti, tutti, anche il sor Domenico, il quale andava
ripetendo fra i suoni stanchi della musica che l'elezione era
assicurata, tutti, meno Fabio Rosati, il quale provava pel Caruso un
senso di repulsione e nella sua onestà si meravigliava che il principe
tacesse, che il principe tollerasse quello che a lui pareva un
insulto.
Ma come avviene spesso, invece di togliere a don Pio la grande stima
che gli tributava da lungo tempo, da quando si era mostrato verso di
lui affabile e cortese e lo aveva trattato molto diversamente da quel
che non sogliano i signori del patriziato romano con i cittadini, nei
quali credono di veder sempre dei clienti, Fabio se la prendeva con
Caruso e sentiva accrescere immensamente la repulsione che quell'uomo
già inspiravagli. Con un colpo d'occhio capiva l'influenza che
quell'intruso dall'aspetto volgare avrebbe presa sul principe e gli
doleva che per essere eletto dovesse sottoporsi a quel giogo.
Le voci avvinazzate formavano un frastuono tremendo nella sala bassa e
sotto il pergolato; un odore nauseabondo di vino versato, di pietanze,
di cattivi sigari, di gente sudicia, riempiva l'aria, e don Pio
incominciava a sentirsi a disagio in quel luogo ed era stanco e
nauseato. Per questo, fatto un cenno al Rosati, si alzò e,
accompagnato dal sor Domenico, dalla sora Lalla e dall'onor.
Serminelli, dal Caruso e dal Massa, traversò la sala dove echeggiarono
della grida stanche e rauche di "Evviva il nostro candidato" e
accommiatatosi da tutti salì in _phaéton_, prese le briglie di mano al
cocchiere e, invitato il Rosati a sedersi accanto a lui, toccò con la
punta della frusta i cavalli, che partirono al trotto.
Durante il breve tragitto, Fabio fu più volte sul punto di dire al
principe quanto lo affliggeva di vederlo nelle mani di un volgare
imbroglione, di narrargli che Caruso aveva servito un po' tutti i
partiti con la penna, una penna che non sapeva intingere altro che
nella bile, e che ora non avendo più nessuno si attaccava a lui come
alla tavola di salvezza. Voleva narrargli che era diffamato come uomo
per avere abbandonato a Milano la moglie e un figlio senza pane; che
era diffamato come giuocatore, per essere stato scoperto con le carte
segnate in mano, era diffamato come giornalista per non essersi mai
addimostrato fedele a nessuno, servendo meglio chi meglio lo pagava.
Ma tutte queste rivelazioni, che salivano a Fabio dal cuore alla
bocca, egli non aveva coraggio di farle a una persona che incutevagli
tanto rispetto quanto il principe della Marsiliana. Fabio Rosati era
troppo romanamente educato per trovare in sè tanta audacia, poichè
quelle rivelazioni naturalmente contenevano un biasimo per don Pio, il
quale, invece di rinnegare qualsiasi connivenza col Caruso, aveva
permesso che mentisse sfacciatamente.
Don Pio pure, nonostante l'impassibilità della fisonomia, si sentiva a
disagio rispetto al Rosati, e dispiacevagli di aver perduta la sua
stima in un momento in cui aveva bisogno della fede illimitata del
giovane per riuscire nell'intento. Per non abbordare l'argomento
spiacevole, don Pio non disse parola durante il tragitto, e soltanto
giungendo al palazzo invitò a mezza bocca il Rosati a salire.
--Grazie, è tardi e ho da fare,--rispose l'altro, che in condizioni
diverse sarebbe stato lietissimo di quell'invito.
Essi si separarono freddamente, e Fabio, triste come chi non ha veri
ideali e vede crollare la fede che ha riposta in un individuo, più per
la sua posizione che per il valore personale, si diede a percorrere
lentamente il Corso, deserto in quell'ora tarda. Egli aveva sognato di
adoprarsi tanto e poi tanto per la elezione del principe di Marsiliana
da meritare la gratitudine di lui, da diventare per l'avvenire l'_ad
latus_ del principe, la persona indispensabile, e quando si vedeva
dischiusa già la casa Urbani, ecco che un altro, un intruso, entrava
con un salto nella posizione da lui faticosamente conquistata, e la
faceva sua.
II.
Fabio Rosati era un giovane intelligente, il quale sentiva che il
bagaglio di cognizioni di cui si era munito negli anni in cui un uomo
deve prepararsi alla vita, era troppo leggiero, troppo meschino per
permettergli di andar oltre nel mondo. Dotato, come quasi tutti i
romani, di quella preziosa qualità che si chiama il senso pratico,
egli sperava di farsi strada lo stesso mercè la protezione, l'aiuto di
persone altolocate, e, non sentendosi forza sufficiente per vivere di
vita propria, voleva porsi nell'orbita di qualche pianeta per fare in
quella la parte di satellite.
A don Pio, carattere chiuso e piuttosto diffidente, egli aveva sentito
d'ispirare una certa simpatia, che aveva coltivato con ogni mezzo.
Valendosi delle conoscenze che aveva nelle redazioni dei giornali egli
afferrava ogni occasione per far citare il principe della Marsiliana;
ora per vantare l'eleganza di un attacco alle corse delle Capannelle;
ora per descrivere un ballo al quale non era invitato; ora per
annunziare la partenza per un viaggio, e spesso egli stesso spingeva
don Pio a fare un dono a un asilo, a compiere un atto benefico
qualsiasi per avere mezzo di lodarne l'animo generoso. Lentamente egli
aveva assuefatti, prima i giornalisti e poi il pubblico a quel nome
che ora figurava spessissimo nelle cronache e così aveva preparato il
campo alla elezione politica di don Pio, dopo aver cooperato a quella
di presidente del Circolo dei Cittadini e di consigliere comunale.
Giunto al caffè Aragno, Fabio cercò subito con l'occhio i conoscenti
con i quali soleva passare la serata, per narrar loro la cena
elettorale da "Muzio Scevola". Scorse in mezzo ad essi Caruso, che con
il solito aspetto di satiro sonnecchiante, parlava senza scomporsi e
facevasi ascoltare. Fabio non seppe allora reprimere un moto di
dispetto e stava per uscire senza accostarsi a nessuno, quando il
Peronelli, redattore del _Fieramosca_, e il Sorani, corrispondente
della _Gazzetta Milanese_, due giornalisti con i quali stava di
consueto, gli fecero cenno di rimanere.
--Dunque è andato tutto bene?--domandava il Sorani a Fabio.--Ti
aspettavo per telegrafare; completa tu i particolari che mi ha dato
Caruso; è bene che di questa elezione si parli in provincia: l'idea
del principe della Marsiliana è splendida.
--Io conto di fare nel _Fieramosca_ un capo cronaca dell'avvenimento
di stasera,--diceva il Peronelli, fumando lentamente la sigaretta e
sorbendo il _cognac_ a centellini.--Hai visto, Rosati, se c'erano
giornalisti alla cena? Vorrei essere il primo a descrivere questo
curioso fatto, perchè, a dirla fra noi, è troppo bello che un principe
del Sacro Romano Impero, un grande di Spagna, vada da Muzio Scevola!
--Sarebbe stata più buffa se ci veniva anche la principessa, come
voleva il sor Domenico,--osservò Caruso col suo sorriso
sarcastico.--Del resto, di giornalisti non ho visto altro che il Massa
della _Ragione_, che ci dormirà sopra ventiquattro ore, poi avrà
bisogno di altre ventiquattro per pensarci, e dopo una settimana
finalmente scriverà il resoconto.
--E tu dove ti metti?--disse Fabio.
--Io non faccio più parte della grande famiglia,--rispose Caruso
lasciandosi cadere le lenti dal naso con un fare stanco e noiato.--Io
la ripudio, non perchè disprezzi quella certa influenza che il
giornalismo conferisce, ma perchè l'esercizio del mestiere è troppo
poco rimunerativo, e io ho bisogno almeno almeno di campar bene; è un
mestiere da signori, che don Pio potrebbe fare, ma non io.
--Ma chi avrebbe mai supposto,--esclamò il Sorani, che era un ometto
magro, tutto nervi, che non sapeva star fermo un istante,--chi avrebbe
mai supposto che il principe della Marsiliana, così muto, avesse nel
cervello delle idee come quella della stazione in Trastevere! Pareva
occupato soltanto di sè, dei suoi cavalli, e stufo anche delle donne.
Fabio involontariamente guardò Caruso, ma questi pareva occupato a
tagliare col temperino la punta di un sigaro d'Avana, e nulla rivelava
in lui l'uomo che volesse rivendicare la paternità di quella idea, e
molto meno vantarsi di averla suggerita. Maggiore del dispetto che
provava in quel momento il Rosati per l'intruso, era la premura per il
principe della Marsiliana e il desiderio di vederlo eletto; per
questo, invece di allontanarsi senza parlare al Caruso, si chinò
all'orecchio di lui e gli disse:
--Hai pensato a comunicare il risultato della cena di stasera ai
giornali della mattina e all'Associazione costituzionale-progressista?
--No,--rispose l'altro alzando lentamente gli occhi e rimettendosi le
lenti sul naso.--Credevo che questo fosse affar tuo; capirai bene, io
non sono nulla, non ho nessuna veste....
--Mi pareva che tu avessi dimostrato tanta devozione alla causa del
principe.
--Non mi pare,--rispose Caruso accendendo il sigaro dopo averlo
considerato da ogni parte,--ma se tu lo dici, sarà. Credevo di nuocere
solamente al De Petriis che mi è più antipatico come impiastricciatore
di cocci, che come clericale, e pare che io abbia giovato al principe
della Marsiliana. Assicurati per altro che quel tuo principe non
m'ispira nessun entusiasmo, perchè lo credo una vera nullità.
Queste parole sprezzanti e il tono con cui erano pronunziate, offesero
profondamente Fabio, il quale per non lasciarsi trascinare da un
impeto di collera, prese a bracetto il Sorani, dicendogli:
--Vieni al telegrafo; ti detterò io quel che devi telegrafare alla
_Gazzetta_,--e salutando appena gli altri, uscì.
--Mio caro Peronelli,--disse Caruso, appena rimase solo col redattore
del _Fieramosca_,--a te voglio fare una confidenza. Tu sei di opinioni
liberali ed è bene tu sappia la verità; il principe della Marsiliana
non ha basi solide nel Trastevere, l'entusiasmo di stasera si deve a
quella idea buttata là della stazione, idea che non credo sia sua e
che egli certo non saprebbe svolgere e molto meno attuare. Appena
svanito questo bollore, i Trasteverini rammenteranno bene che don Pio
non ha fatto nulla, nulla nè prima nè dopo il settanta, che è legato a
una moglie di sentimenti e tendenze ultra-clericali, che è educato da
una madre nera come la cappa del camino, e che per il popolo non ha
davvero simpatie; non è molto che ne ha dato prova quando travolse
sotto alla sua carrozza quella vecchia e poi lesinava le poche lire
per venirle in aiuto; fu il _Fieramosca_ allora che narrò il fatto.
--È vero,--disse il Peronelli riflettendo.--Noi, del resto, non abbiamo
accettata la lista concordata dalla Unione costituzionale-progressista
e possiamo combatterlo e portare invece del suo nome quello del
professore Ghirani, che è un patriotta, un amico. Ora vado a
divertirmi,--soggiunse il Peronelli alzandosi e chiamando il
cameriere per pagare.
Caruso si alzò pure sorridendo malignamente ma sulla porta del caffè
salutò il Peronelli e si diresse a casa lasciando che l'altro andasse
a sfogare contro il principe della Marsiliana il vecchio risentimento
dello spostato per il signore, e, sorridendo per aver lavorato
efficacemente per il suo avvenire, Ubaldo Caruso entrò nella casa, che
abitava sull'angolo delle Convertite, e spogliatosi si addormentò
tranquillamente.
Lo stesso non accadde a don Pio; una volta solo nel suo salotto egli
si dette a riflettere agli avvenimenti della sera, e lo assalì lo
sgomento di esser divenuto schiavo di un uomo che gli ispirava un
senso involontario di repulsione. Nello stringere quella mano grassa,
madida e fredda stesagli dal Caruso, nel momento di separarsi, aveva
provato quella stessa impressione che si prova nel toccare qualcosa di
ributtante; sensazione apparentemente fisica, ma che ha le sue basi
nel morale.
Egli dette al suo cameriere Giorgio il permesso di coricarsi, ma prima
fece preparare il tè sopra un tavolinetto di legno, rivestito di
stoffa antica, e, mentre la fiamma azzurrognola crepitava sotto il
ramino di argento, don Pio accese la sigaretta e gettatosi sopra una
poltrona si dette a meditare, a meditare sulla vita passata, così
vuota, così sterile, e sulla vita avvenire che egli voleva ad ogni
costo circondata, rivestita di gloria. Sulla parete di fronte a lui
v'era appeso un grande ritratto del cardinale Urbani, vestito della
porpora, col lungo strascico coperto di merletto di Venezia, la croce
di brillanti sul petto, i capelli scendenti sulle spalle in copiosi
ricci, e lo sguardo imperioso e ardito.
Illuminato da un lume basso, quel ritratto in piedi si allungava tanto
da prendere proporzioni gigantesche, e mentre don Pio lo fissava,
parevagli che la bocca si atteggiasse a un sorriso di scherno, e che
tutta la fisonomia del fiero prelato prendesse una espressione di
disprezzo, che affliggeva e umiliava l'ultimo discendente degli
Urbani. Com'era piccino, infatti, fisicamente e moralmente, rispetto
al cardinale, e come sentiva la sua piccolezza! Gli pareva di vedere
il fiero signore a cavallo, col petto rivestito di ferro muovere da
quello stesso palazzo per andare a difendere il Castello della
Marsiliana, minacciato dai Colonna; gli pareva di vederlo attaccare
violentemente nel Concilio di Trento le dottrine di Lutero, gli pareva
di vederlo circondato di artisti insigni e di dotti discutere
argomenti di arte e di letteratura in mezzo a quella corte geniale che
aveva saputo formarsi d'intorno, e alla quale aveva commesso le opere
d'arte che ornavano il palazzo, e la ricerca delle preziose antichità
e dei libri rari che facevano non solo di quel palazzo, ma anche delle
ville sontuose di casa Urbani altrettanti asili della bellezza
artistica e della sapienza umana.
Quel sentimento della sua piccolezza si traduceva in una sensazione
fisica, e don Pio si rannicchiava sulla poltrona, palpava le esili
braccia, senza distoglier l'occhio dal quadro, e stabiliva
involontariamente un confronto fra le membra muscolose e potenti di
quel porporato, e sè stesso. Allora lo vinceva un senso di doloroso
sgomento. Quel nome che portava parevagli un pondo troppo immane per
le sue deboli spalle, e si pentiva di aver fatto un primo passo nella
via pubblica, appunto perchè sentiva di non poter su quella lasciare
nessuna orma profonda, riconoscendosi incapace di grandezza, sia nel
bene, sia nel male.
Un sorriso stupido gli correva in quel momento sulle labbra carnose, e
i grandi occhi neri, mansueti come quelli del bove, si distoglievano
dal ritratto dei cardinale per vagare vuoti di un pensiero energico,
per la stanza. Senza quella cena della sera egli avrebbe la mattina
dopo disposto tutto per la partenza e se ne sarebbe andato a Parigi a
dimenticare le noie procurategli già da quella elezione; ma ora era
compromesso, aveva invocato l'aiuto della parte più energica del
popolo di Roma, aveva affacciata una idea e doveva necessariamente
sostenerla e svilupparla; ma come fare?
Mentre più che mai sentiva l'insufficienza delle sue forze, mentre più
che mai capiva che, senza un aiuto, egli non sarebbe riuscito a
cavarsi da quel ginepraio, sentì bussare alla porta che dava sulla
galleria, e prima che avesse fatto in tempo a girar la maniglia, vide
entrare nella stanza la madre col capo coperto da una cuffia di
merletto e il corpo grasso e floscio avvolto in un accappatoio di lana
bianca.
Donna Teresa posò la candela sopra una mensola, e presa tra le mani la
testa del figlio, lo baciò sugli occhi e sulla fronte. Più alta di
lui e così grossa com'era con le ampie maniche bianche della veste,
ella pareva in quel momento la statua della Protezione. Don Pio si
lasciò baciare e stringere fra le braccia della duchessa come un
bambino. Aveva bisogno di quelle carezze, e sentiva che se vi era al
mondo una persona, che potesse guidarlo e sorreggerlo, quella persona
era certo sua madre.
La vista di lei lo sollevò alquanto e alzando la testa la fissò con
uno sguardo così affettuoso come nessuna donna, all'infuori di lei,
aveva mai veduto balenargli negli occhi e attrattala accanto a sè
sopra un sofà basso, le disse:
--Se tu sapessi come aveva bisogno di te, ma supponevo tu fossi alla
Marsiliana.
--Sono giunta stasera,--rispose la duchessa appoggiando la mano breve
e carnosa sulla spalla del figlio.
La duchessa continuò:
--Non potevo star lontana mentre tu qui lottavi. Il mio appoggio non
ti è mai mancato, e perchè volevi ti mancasse adesso?
--Non credevo che una donna, e una signora sopratutto, potesse essermi
utile in una occasione come questa, e non ti ho scritto di questa mia
manifestazione di vanità, perchè, se vuoi che ti dica il vero, non
credevo tu l'approvassi.
--Ma tu sai, Pio, che io approvo tutto quello che serve a metterti in
evidenza, a porti al disopra dei tuoi simili!
--Credevo che i tuoi sentimenti di devozione al papa t'impedissero....
--Il primo, il più forte dei sentimenti, anzi l'unico, è l'amore per
te. Tu sai che ti amo al punto da esser gelosa delle donne che tu
preferisci, e di non esser tranquilla altro che ora perchè ti vedo a
fianco quella povera Camilla....
--Che, tu sai, io non amo,--disse il principe alzando le spalle e
sorridendo cinicamente.
--È proprio così; ma mettimi al corrente di quello che è accaduto; so
che stasera c'è stata una cena in Trastevere.
--Sì, una cena molto buffa,--disse il principe offrendo alla madre una
tazza di tè.--Io non so come ho fatto a resistere, a star serio tutto
quel tempo. Pare che fossi investito a segno della mia parte da far
breccia su quei _vassalloni_.
--Se ti sentissero!--osservò la duchessa.
--Se hanno due dita di cervello, debbono capire che tutta questa
tenerezza democratica non può esser sincera; che è una commedia, e che
è già una grande degnazione che uso loro se mi sottopongo a
rappresentarla.
--Bella degnazione!--ribattè la duchessa ridendo mentre stringeva gli
occhi, fatti piccoli dalla molta carne delle guance.--Sono essi che si
degnano dare a te il loro voto, piuttosto che ad un altro, e affidarti
i loro interessi morali e materiali.
--Ed è appunto toccando la molla dell'interesse che li ho guadagnati
alla mia causa. Altrimenti con quella Camilla e la sua smodata
devozione, non avrei potuto davvero contare sull'appoggio del
Trastevere. Ho promesso nientemeno che di far trasportare la stazione
ferroviaria in quel rione!
--E come ti è venuta quella idea?--domandò la duchessa fissando il
figlio con aria incredula.
--Non so; è stata una specie di ispirazione; ma non ti pare una idea
bella?
--Eccellente per facilitare la tua elezione,--rispose ella,--ma non so
se riescirai ad attuarla.
--Questo non m'importa, basta che sia eletto; al poi ho tempo di
pensarci.
--Ma perchè vuoi essere deputato ad ogni costo?
--Perchè molti principi romani sono già al Parlamento, e per quel
_ciondolo_ di medaglia che portano alla catena, si danno una
importanza!... Io non voglio esser da meno di nessuno.
--Se ci tieni tanto, sarai eletto, te lo prometto io,--disse la
duchessa prendendogli una mano.--Quello che tu vuoi, io lo voglio;
quello che ti fa piacere, io sento il bisogno di procurartelo, fosse
pure l'amore di una donna.
--E se ti prendessi in parola?--disse il principe ridendo.
--Mi troveresti sempre pronta a mantenerla.
Dopo poco la madre si alzò per andarsene, ma prima che ella
richiudesse l'uscio del salottino del principe, si volse al figlio e
gli domandò sorridendo:
--Chi è il tuo grande elettore?
--Il sor Domenico Stoppani.
--E il tuo agente?
--Fabio Rosati.
--Dormi tranquillo, figlio mio, tu sarai deputato di Roma,--disse la
duchessa battendo sulla spalla di Pio, e guardandolo con una
espressione d'ineffabile tenerezza, che rivelava tutto l'amore che
ella aveva per lui nell'animo.
Il principe prima di andare a letto scrisse con una certa esitazione
un biglietto al Caruso, pregandolo di recarsi da lui la mattina
seguente. Lo scaltro uomo, parlando col principe, gli aveva detto
incidentalmente che stava di casa in via delle Convertite, e don Pio
rammentava benissimo quell'indirizzo e il numero dell'abitazione. Egli
mise quella lettera sopra una tavola nella galleria, al posto dove
soleva mettere le lettere, che dovevano essere recapitate presto.
Spogliato che fu, egli si coricò nel letto ampio, sormontato dalla
corona ducale, da cui scendevano fino in terra le cortine di damasco
azzurro, con lo stemma degli Urbani intessuto di oro, e non tardò a
cedere al sonno.
III.
Don Pio destandosi a giorno chiaro vide la testa di Giorgio affacciata
alla portiera dell'uscio e credè che egli venisse ad annunziargli
Caruso.
--Pregalo di attendermi un minuto,--disse il principe riacquistando a
un tratto la memoria degli avvenimenti della sera precedente, e
saltando in fretta dal letto con gli occhi ancora assonnati, andò
nello spogliatoio e dopo aver tuffato la faccia in una catinella di
acqua fresca, ed avere indossato un vestito di flanella bianca, entrò
nel salottino e vedendo Fabio Rosati, invece del Caruso, non seppe
reprimere una smorfia di dispetto, nè potè trattenersi dal dire:
--Ah, è lei!
Fabio capì che non era nè atteso, nè desiderato e il sorriso gli morì
sulle labbra, ma dominando la pena che gli cagionava quella
accoglienza, tolse da un fascio di giornali il _Fieramosca_, e pose
sotto gli occhi del principe l'articoletto sulla cena della sera
precedente.
Don Pio lo lesse e poi, restituendolo al Rosati, disse
tranquillamente:
--Quando si entra nella vita pubblica, dobbiamo attenderci agli
attacchi. Questa asserzione che io non sia capace di svolgere l'idea
della stazione in Trastevere, è una asserzione stupida, un mezzo per
gettare la sfiducia fra i miei elettori; ma glielo farò veder io se
sono capace; glielo farò vedere a questo stupido scribacchino del
_Fieramosca_,--continuava don Pio, cercando in altri giornali se si
parlava della sua candidatura.
Fabio non aveva parole; a momenti pensava che Caruso si fosse vantato
affermando la paternità di quella idea; ma poi, ripensando a tanti
particolari della sera prima, il dubbio svanivagli dalla mente e vi
penetrava la sconfortante supposizione che il principe mentisse,
mentisse anche davanti a lui, e questa supposizione gli agghiacciava
il sangue nelle vene.
Quella benevolenza dimostratagli da don Pio in tante occasioni lo
aveva legato a lui con vincoli saldissimi, gli aveva fatto nascere
nell'animo una specie di culto per quel patrizio così diverso dagli
altri nel modo di trattarlo, e ora che lo vedeva precipitare
dall'altare su cui avevalo posto, provava un vero dolore. La serenità
non svaniva dal volto di Fabio, ma le sue labbra carnose, non
ombreggiate dai baffi, si scoloravano a vista d'occhio.
Don Pio continuava a guardare i giornali e a fare brevi e dispettose
osservazioni.
--Questo giornale sostiene la mia candidatura perchè sono caratista;
questo perchè il direttore mi deve cinquemila lire; quest'altro
perchè sono consigliere della Banca Romana; tutto interesse,
nient'altro che interesse!--continuava a dire sorridendo
amaramente.--Se non fosse così, tutti mi lapiderebbero, tutti. Ma sarò
eletto?--domandò dopo una breve pausa a Fabio, che, ritto dinanzi a
una mensola, osservava i ninnoli che vi erano posati sopra.
--Lo spero,--rispose Fabio.
--Ma nulla di positivo mi può dire?
--Io ho ragione di sperarlo,--disse Fabio sorridendo.--Io ho preparato
il terreno, a lei sta il lavorarlo.
Il principe fece una mossa d'impazienza; egli era assuefatto dalla
madre e da quanti lo circondavano a non conoscere l'impossibile, a
credere che con i denari e con un grande nome si giunga a tutto, e il
linguaggio che tenevagli Fabio non era fatto per il suo orecchio. Per
altro, piegato fino dall'infanzia a non mostrare quello che provava,
sorrideva al Rosati e gli diceva di spender pure, di non lesinare
sulla pubblicità, di promettere mari e monti, pur di ottener voti; ma
mentre parlava, involontariamente lo spingeva verso la porta, come se
volesse liberarsi di lui. Fabio, a un certo punto, si accorse del
desiderio del principe e si congedò. In quel momento acquistò la
certezza che don Pio attendeva Caruso. Egli percorreva a testa bassa
la galleria, quando un servitore si staccò da un sedile addossato al
muro e fattosi avanti gli disse che la duchessa madre desiderava
parlargli.
Fabio si scusò, rispose che non era in abito da visita, che sarebbe
andato più tardi, ma il domestico rispose che la signora duchessa
voleva parlargli subito, e non potendo resistere a quelle vive
preghiere, egli salì le scale che conducevano al secondo piano,
pensando sempre con sconforto alla delusione provata.
La duchessa era già vestita, col cappello in testa e il libro da messa
in mano, pronta per uscire. Ella, che sapeva sempre quello che voleva,
e andava diritta allo scopo, stese affabilmente la mano a Fabio e
senza tanti preamboli gli disse, dopo averlo fatto sedere accanto a
sè:
--Io voglio che mio figlio sia eletto; che cosa bisogna fare?
Fabio riflettè un momento, ma spronato da quel fare risoluto, vinse la
naturale pigrizia del pensiero, e rispose lealmente:
--Oramai il principe si è impegnato troppo formalmente per la stazione
in Trastevere, bisogna fare di quell'idea la base della sua elezione
e svolgerla, predicarla, affermarla.
--E con quali mezzi?
--Con la stampa.
--Ma io non credo che i giornali, così senza nessun interesse diretto,
prenderebbero a cuore la candidatura di mio figlio.
--È vero, ma la stampa non è in floride condizioni a Roma e io farei
così per amicarla al principe: C'è un giornale morente, un giornale
parlamentare, che era sostenuto da un gruppo di deputati piemontesi e
liguri, i quali si sono stancati di non ottenere neppure un posto di
segretario generale con tutti i sacrifizi fatti per mantenerlo. Quel
giornale, che è _La Stampa_, tira gli ultimi aneliti, ma non è
screditato. Bisognerebbe comprarlo e reclutare fra i redattori dei
giornali romani tutta la redazione promettendo loro stipendi che non
hanno mai sognati. Bisogna intendersi bene; la scelta è difficile
perchè molti di quei redattori, per amore del giornale dove sono, per
devozione al direttore, sarebbero capaci di rifiutare, ma fra sei
disinteressati c'è sempre l'avido. Ora questo avido con la speranza di
migliorare la sua situazione appena _La Stampa_ sarà nelle mani del
principe, saprà sostenerne la candidatura, saprà combattere per lui,
e l'avere un alleato, un amico in tutti i campi, o almeno una persona
che avrà interesse a paralizzare gli attacchi, mi pare un immenso
vantaggio.
La duchessa stette un momento soprappensieri, poi disse:
--Quanto ci vuole a comprare _La Stampa_ e ad accaparrarsi la
redazione?
--Il giornale m'impegno a farglielo avere con 50,000 lire; per
accaparrarsi i redattori bastano 20,000.
--E a far vivere poi il giornale?
--Questo dipende dallo sviluppo che il principe vorrà dargli; ma certo
la casa Urbani può permettersi questo lusso.
La contessa fissò per un dato tempo la copertina del libro da messa e
pareva che seguisse con l'occhio le cifre che vi tracciava
mentalmente, e poi disse:
--Tratti pure e informi me dei risultati delle trattative; a mio
figlio parlerò io stessa;--e stendendo la mano a Fabio si alzò per
congedarlo con un cortese sorriso.
Fabio scese le scale tutto lieto di quell'incombenza. La sua più viva
ambizione era sempre stata quella di essere redattore di un giornale,
e di un giornale influente. A forza di portare la notizietta, il
resoconto di un ballo, la descrizione di un matrimonio, era riuscito a
farsi strada in alcuni giornali, e aveva degli amici fra i redattori,
ma non aveva mai potuto mettere il nome di un giornale sulla sua carta
di visita, non era mai potuto entrare a un teatro gridando alla
maschera il nome di un giornale, non era mai stato delegato a
rappresentare un giornale in un banchetto politico, in una
commemorazione, in qualche solenne cerimonia. Ora tutte queste
aspirazioni stavano per realizzarsi; ora la parte di cronista, come
romano, gli spettava quasi per diritto. Eppoi in quel contratto di
vendita egli avrebbe guadagnato qualcosa e Fabio aveva sempre e poi
sempre in mira l'interesse in ogni atto della vita. Non potendo avere
ideali sognava il benessere materiale, l'appagamento di ogni
desiderio; egli era nato con l'istinto della mediocrità e
quest'istinto si sviluppava in lui sempre maggiore con gli anni.
Sul portone del palazzo e mentre ruminava il pensiero di ottenere il
giornale con una somma inferiore a quella detta alla duchessa,
s'imbattè nel Caruso, e seppe reprimere il moto di dispetto che gli
cagionava quell'incontro.
Capiva che ormai bisognava contare con quell'uomo se voleva che il
principe fosse eletto, se voleva che acquistasse il giornale, se aveva
a cuore davvero l'esito di quella impresa.
Fabio lo salutò dunque cordialmente, e gli stese la mano.
--Che noia!--disse il Caruso, dopo avergli reso il saluto con il suo
fare stanco e spingendo in avanti il labbro inferiore e socchiudendo
gli occhi.--Il principe iersera mi ha subito scritto, vuoi vedermi ad
ogni costo. Questi gran signori non hanno un soldo di sale in zucca, e
si danno sempre il lusso di pensare col cervello degli altri.
Fabio si sentì offeso dalla mancanza di rispetto per tutta una classe,
che era assuefatto a venerare, e per don Pio specialmente, ma non
rispose altro che con un sorriso, e disse:
--Credo infatti che tu sia aspettato da un pezzo.
--Lo so, ma io non mi scomodo per nessuno e prima delle dieci in
camera mia non fa giorno. Addio, Rosati,--e passò davanti al portinaio
strascicando il passo, e soltanto sul primo gradino dell'imponente
scalone gettò via il sigaro d'Avana, che aveva in bocca.
Per altro, in presenza di don Pio cambiò subito atteggiamento, e seppe
incurvare la schiena, seppe farsi umile.
--Scuserà se mi sono fatto attendere, ma affari urgenti da sbrigare mi
hanno tenuto occupato sin ora: quando siamo nel giornalismo c'è sempre
un ministro o un segretario generale, che hanno bisogno di vederci e
ci tempestano di lettere e di ambasciate,--e così svogliatamente cavò
di tasca due lettere con il bollo del Ministero degli Esteri e di
quello dell'Interno. Però si guardò bene dal leggerne il contenuto al
principe. Erano lettere vecchie di due impiegati subalterni, ai quali
in altri tempi si era rivolto per domandare notizie.
--Capisco,--disse il principe,--e mi duole di averlo disturbato, ma se
non lo avessi fatto col mio biglietto di ieri sera, avrei dovuto farlo
stamani. Ha veduto gli attacchi del _Fieramosca_?
--Sì,--rispose il Caruso,--ma lei deve rallegrarsene. Se il suo nome
non intimorisse gli avversari, se non credessero la sua una
candidatura seria, non la combatterebbero. La lotta è vita per gli
uomini che vogliono conquistare un posto nella politica; senza lotta
nessuno si è mai fatto strada.
--Ma come sostenerla con mezzi così disuguali? Essi mi fulminano dal
pergamo del giornale, e io non posso battermi con anni eguali.
--Scusi, ma quando non mancano i mezzi materiali, le armi si cercano,
si comprano.
--Non ci avevo pensato,--disse il principe.--Del resto queste armi non
si creano in un giorno.
In quel momento fu bussato leggermente, e, senza attendere risposta,
la porta fu socchiusa e comparve la duchessa Teresa.
--Pio, ho bisogno di parlarti,--disse ella al figlio, senza curarsi
della presenza di un terzo.
--Ci vedremo dopo colazione,--rispose il principe, cui premeva di
continuare il discorso col Caruso.
--Avrei bisogno di sbrigare subito subito quest'affare,--rispose la
duchessa, dando un tono leggermente imperioso alla voce.
Il Caruso, senza aspettare di essere congedato, prese il cappello,
s'inchinò alla duchessa, e stendendo la mano al principe si diresse
verso la porta.
--Potrebbe tornare qui oggi?--gli domandò.
--Come desidera,--rispose il Caruso col suo fare svogliato, e fatto
un nuovo saluto e lasciando il principe nella incertezza sull'ora,
uscì.
--Chi è quell'individuo?--domandò la duchessa a don Pio.
--Non lo so,--rispose egli con fare noiato,--nè mi curo di saperlo. È
un individuo che mi aiuta a farmi eleggere deputato.
--Tu devi avere un giornale,--disse la duchessa,--e con quel mezzo
potrai fare a meno di chiedere aiuto ad alcuno.
--Ma il giornale non lo posso scrivere io e non si fa da solo. Ci
vogliono dei giornalisti, e quell'individuo, che è uscito ora, è
appunto tale.
--Come mi è antipatico!--disse la madre.
--Anche a me moltissimo,--rispose il principe,--ma quando si ha
bisogno della gente non si va a guardare se vi è simpatica o no; si
accetta quale è, e si adopra finchè ci serve; poi si getta via come
uno straccio vecchio.
--Che cinismo!--esclamò la duchessa, guardando fissamente il figlio
negli occhi.
--Vorreste che io mi cucissi a fianco quell'uomo per la vita?
--No, vorrei che tu sapessi farne a meno ora per non doverlo un giorno
rinnegare.
--Ora non so farne a meno: in questo momento nelle mani sue sta la mia
elezione e io penso all'oggi, soprattutto all'oggi, perchè voglio
essere deputato.
--Ma tu sarai eletto non per conto di quell'uomo, ma per opera mia; e
non te l'ho forse promesso? Perchè manchi di fiducia in me?
La duchessa cinse il collo del figlio col braccio destro e attirò a sè
la testa per baciargliela.
--L'ho promesso a me stessa tante volte che tutto il bene che avrai ti
dovrà venire da me, e vorresti che in questa occasione mancassi alla
mia parola? Vedi, Pio, io voglio che, quando sarò sparita, tu pensi a
me con tenerezza, tu riconosca, per la forza dei fatti, che tua madre
non solo ti ha fatto ricco, ma non ti ha negato mai un balocco
nell'infanzia, nell'adolescenza, nell'età matura. Per me questa
elezione non ha più valore di un balocco; tu lo vuoi ed io te lo
voglio procurare. E per procurartelo metterò nelle tue mani un
giornale, e col giornale acquisterai importanza come deputato e potrai
salire dove tu vorrai, purchè tu sappia scegliere la gente che deve
aiutarti.
--Quest'allusione so a chi è diretta, ma ti ripeto, mamma, che
quell'uomo, che tu hai veduto uscire di qui, mi s'impone per la forza
delle circostanze.
--E tu imponiti a lui con altri mezzi, che non ti possano nuocere;
deve essere avido e bisognoso; un uomo ricco ha sempre modo di
obbligare uno che non è, e che vuol esserlo. Ora andiamo nella sala da
pranzo, perchè la colazione deve esser pronta,--disse la duchessa,--ma
non far parola a Camilla di tutto questo tramestio, che ella non può
capire, e di cui il suo animo timoroso potrebbe sbigottirsi.
--Camilla è un grande ostacolo, mamma; ella non capisce la vita sotto
nessun aspetto.
--Beati i poveri di spirito! Lasciala battere la sua via,--disse la
duchessa prendendo il braccio del figlio e guidandolo fuori del suo
quartiere.
La principessa, immersa nella lettura di un giornale illustrato, _Le
figlie di Maria_, era ritta dinanzi a una delle finestre della sala, o
quando vide entrare il marito e la suocera andò loro incontro, e dopo
aver baciato a questa la mano, presentò la fronte al bacio del marito
che gliela sfiorò leggermente, e appena sedutosi a tavola continuò con
la madre l'interrotta conversazione, non curandosi della presenza di
lei, come non si curava dei servitori, che giravano le pietanze e
cambiavano piatti e posate.
Quella grande sala con le pareti coperte d'arazzi e i mobili del tempo
dell'Impero, dalle forme rigide e dalle dorature sbiadite, era
tristissima e fredda.
Pareva che la primavera non potesse farvi penetrare i suoi effluvi
profumati, che il sole non osasse spingervi i suoi raggi.
La principessa Camilla mangiava poco e lentamente. Ella non prendeva
parte alla conversazione, e soltanto quando udì parlare dell'acquisto
del giornale, posò la forchetta e domandò con la voce che diveniva
molto nasale quando ella voleva criticare:
--Che cosa te ne farai, Pio, del giornale? Pensi forse a scriverlo da
te?
--Se sapessi, sarei ben lieto di prender la penna, ma non so,--rispose
il principe in tono allegro.
--Non ti vergogneresti di farti giornalista?
--No, anzi sarei fiero di saper fare qualcosa, mentre così devo sempre
ricorrere ad altri, ed è cosa che mi umilia.
--Come sei cambiato, Pio!--esclamò donna Camilla.
--Cammino con i tempi, che vuoi? Se mi ostinassi a tener le mani alla
cintola, per fare come fecero alcuni dei miei antenati, tutti mi
passerebbero avanti, e io sono della tempra dei cavalli da corsa; non
solo non tollero che alcuno mi lasci addietro di una testa, ma neppure
tollero di sentirmi galoppare alle calcagna. Ci trovi qualcosa da
ridire, Camilla?
--La mia parte non è quella di biasimare; io amo l'ombra, la quiete, e
nella quiete medito e prego.
Il principe sorrise ironicamente e guardò la madre. Era ebro, non già
per il vino bevuto, ma per le idee che gli mulinavano per il capo, per
quella vita nuova nella quale s'ingolfava, e in cui sperava di
spendere quella malsana irrequietezza, che lo aveva spinto per il
passato a viaggiare di continuo, a gettarsi ora nei piaceri della vita
di Parigi e di Cannes, ora in quelli della vita inglese; a cambiare
capricciosamente sistema di coltivazione nei suoi possessi, a
riformare, senza attendere il risultalo di una prima riforma,
l'allevamento delle razze equine e bovine, a disfare per riedificare.
A trentacinque anni don Pio era, come carattere, un ragazzo male
educato, e la deputazione, la vita politica, si presentava a lui con
tutte le attrattive di un nuovo trastullo. Prendevano il caffè quando
alla duchessa fu recata una carta sulla quale don Pio gettò gli occhi.
--Pregate quel signore di attendermi un momento.--diss'ella
continuando a bere il moka.
--Non sapevo che tu conoscessi il Rosati,--osservò don Pio.
--L'ho conosciuto per giovarti e credo che di quel ragazzo si possa
fare un utile cooperatore.
--Ha poche idee,--disse il principe.
--Ma ha molta fede in te, ti è molto affezionato,--disse la duchessa
alzandosi.
--Posso assistere al vostro colloquio?--domandò il principe infilando
il braccio in quello della madre.
--Sì, amor mio, vieni, vieni pure.
Essi uscirono senza dire una parola a donna Camilla. La piccola
signora li guardò mentre uscivano e poi esclamò con accento di dolore:
--Tutto mi allontana da Pio, tutto! Dio mio, datemi forza di sopportare
questa orribile solitudine, mandatemi dei figli, dei figli!
IV.
Nella settimana precedente le elezioni generali, ai manifesti di ogni
colore che tappezzavano i palazzi, le case, i monumenti di Roma e
formavano come una grande cintura intorno all'obelisco di
Montecitorio, erano frammisti molti cartelli che ammiravano la
trasformazione del giornale _La Stampa_. Quei cartelli informavano il
pubblico che il giornale ingrandiva il formato, portava il prezzo da
due a un soldo, avrebbe contenuto articoli d'insigni scrittori,
corrispondenze telegrafiche da tutte le parti del mondo, romanzi
novissimi; quei cartelli facevano molte altre promesse, che avrebbero
lasciato il pubblico indifferente, se fra tutta quella farragine di
innovazioni non avesse letto che il giornale trasferiva i suoi uffici
al pian terreno del palazzo Urbani. Quella notizia era molto
commentata e naturalmente si diceva che il giornale passava nelle mani
del principe della Marsiliana, che il principe aveva intenzione di
spendere l'osso del collo pur di farsi eleggere e poi divenire
ministro.
Nelle redazioni dei giornali i commenti erano più vivi ancora. Tutti i
redattori accaparrati dal Rosati per _La Stampa_, col patto di
rimanere per il momento al loro posto e stare zitti, parlavano del
giornale e del principe con molta simpatia; gli altri, che speravano
di trovare lavoro, di veder migliorate le loro condizioni, di essere
accaparrati, chi come cronista drammatico, chi come cronista musicale,
o che avevano un romanzo da vendere, approvavano l'impresa di don Pio,
e Fabio approfittava di quelle buone tendenze dei giornalisti,
invitava a colazione o a pranzo ora questo ora quello, e intanto
parlava della elezione del principe, insinuava che l'appoggiassero,
paralizzava gli attacchi ed era beato per quell'aureola d'influenza
acquistata a un tratto e per le diecimila lire guadagnate sul
contratto di vendita della _Stampa_, di cui un migliaio aveva
imprestato ai nuovi colleghi con molto accorgimento.
In mezzo a tutta questa gioia per una mèta raggiunta, Fabio non aveva
altro che una amarezza: Ubaldo Caruso. Quell'uomo che stava sempre al
fianco del principe, che già aveva presa la direzione del giornale, e
faceva la polemica accanita per sostenere l'elezione di don Pio e
enumerava ogni giorno i vantaggi che sarebbero nati per il Trastevere
dall'aver la stazione, quell'uomo era la bestia nera di Fabio. Con le
sue maniere striscianti, parlando poco, promettendo poco e lasciando
sperare molto, Ubaldo si era assicurato la collaborazione di un
ex-ministro di agricoltura, dei Carrani, uomo fegatoso, inviso al
presidente del Consiglio, ma venerato come capo da una numerosa
schiera di malcontenti di cui aveva sposato i risentimenti e i
rancori.
L'onorevole Carrani aveva capito qual partito politico trarre da un
giornale ricco, che gli avrebbe creato popolarità fuori del Parlamento
e influenza a Montecitorio, che gli avrebbe permesso di combattere a
oltranza il Governo e di profittare di una crisi per rientrare nel
Gabinetto, non più a rappresentare una parte secondaria, che non
avevagli servito altro che a stuzzicare la sua smodata ambizione e la
sua sete di dominio, ma a rappresentarvi una parte principale, come
ministro dell'interno e forse più. Considerando tutti questi vantaggi
il Carrani aveva dato ascolto alle parole di Ubaldo e aveva subito
preso a scrivere articoli pieni di fiele nella _Stampa_, scoprendo le
mene elettorali del governo in favore del candidato opposto a don
Pio, che era il ricco mercante di campagna de Petriis. Quel povero
Petriis era attaccato in ogni modo: nella sua vita economica come uomo
d'affari, che dava capitali a interesse un tantino illegale; come uomo
privato per le sue simpatie per una notissima donnina, che si offriva
un tempo alla borsa della galanteria per poche lire; come consigliere
comunale per la sua opposizione ad ogni spesa che avesse in mira
l'erezione di monumenti ai patrioti; come ex-deputato per il suo
mutismo durante due legislazioni. E siccome il de Petriis era uno di
quei romani, che non si commuovono per nulla, che hanno nel sangue
l'indifferenza propria dei popoli che hanno tutto udito, tutto veduto
e che sono convinti che tutto sia possibile in un mondo che varia,
come il cielo alle falde del Vesuvio, lasciava dire, e il Carrani non
cessava gli attacchi. E mentre da un lato Ubaldo faceva propaganda per
don Pio sostenendo l'idea della stazione in Trastevere, mentre Fabio
tratteneva gli attacchi della stampa di ogni partito interessando i
redattori dei giornali, il Carrani demoliva l'avversario del principe
con ogni mezzo, onesto o disonesto che fosse.
Don Pio non faceva nulla in tutto quel tramestio; egli pagava
soltanto, pagava lautamente. In una settimana aveva speso più di
centomila lire, ma siccome la duchessa, che per una antica
consuetudine aveva continuato ad amministrare il patrimonio, non gli
faceva osservazioni, egli non si curava di quella somma inghiottita in
così poco tempo dalla compra del giornale, dalle spese per manifesti,
per acquisto di voti; e baloccandosi col giornale, di cui con occhio
inesperto e curioso studiava l'ordinamento, ordinava mobili per la
redazione, faceva trasportare nelle sale a quelle destinate tutta la
ricca biblioteca di casa, e si lasciava persuadere da Ubaldo, col
pretesto che non era prudente per un giornale d'opposizione di
servirsi di una tipografia che non fosse propria, a ordinare motori,
macchine, caratteri e tutto ciò che è necessario per montare una
grande stamperia, che doveva esser collocata in un cortile interno del
palazzo, che già coprivasi a cristalli.
Il palazzo Urbani non aveva, da cinque secoli che era piantato sulle
sue fondamenta, veduto mai un via vai continuo come in quei giorni che
precedevano la elezione del principe, e sopratutto non aveva mai
veduto uno dei suoi proprietarii scender nelle cantine, conferire con
gli architetti, confabulare con gli accollatarii, e incitare gli
artigiani al lavoro come se fosse un assistente.
Stanco, egli giungeva in ritardo a colazione e a pranzo, e in presenza
della moglie parlava di continuo con la duchessa di quello che aveva
fatto e di quel che restavagli a fare per preparare al giornale un
comodo alloggio; e intanto esaminava gli articoli comparsi nella
_Stampa_, parlava degli attacchi degli altri giornali, attacchi come
di schermitori che tirassero in sala. Ogni tanto, per un affare
urgente, il Rosati e l'Ubaldo mandavano un biglietto al principe, ed
egli li faceva entrare, offriva loro un bicchiere di Bordeaux o una
tazza di caffè, e si parlava di giornalismo, di elezioni, di
probabilità di riuscita, e don Pio e la Duchessa prendevano il gergo
delle tipografie e delle redazioni, e donna Camilla muta, afflitta,
rimaneva estranea a tutti quei discorsi, a quella vita artificiale che
ferveva in casa Urbani, dimenticata da tutti, non destando simpatie in
alcuno, meno che in Fabio. Egli capiva la solitudine glaciale che
circondava la signora, e ogni tanto, nel fervore di un discorso, si
volgeva a lei dandole una spiegazione, cercando di associarla a quella
vita senza riuscirvi.
Donna Camilla continuava a tenere gli occhi bassi, a mangiare
lentamente, e appena riuscivale di schivarsi, se ne andava senza far
rumore. Così procederono le cose fino alla domenica, fino al giorno
delle elezioni.
V.
La domenica fissata per le elezioni don Pio non ragionava più e il
palazzo Urbani pareva diventato il quartier generale di un esercito di
popolani. Ogni momento entrava rumorosamente nel cortile una _botte_ e
scendeva da quella o il sor Domenico, l'oste di "Muzio Scevola", o
Scortichino, l'oste del San Francesco a Ripa, o un altro popolano
elettore del principe, e il principe riceveva tutti senza far fare
anticamera a nessuno, era prodigo di strette di mano, di sorrisi, di
incoraggiamenti, che inorgoglivano quei plebei ai cui occhi il
principe ingigantiva, perchè provavano il bisogno di inalzarsi essi
pure per opera di lui.
Tutti gli portavano le notizie delle elezioni. Dal seggio non si
moveva Fabio; egli sorvegliava la votazione, contava i votanti,
sapeva, aiutato dagli amici, chi votava per il candidato governativo e
chi per don Pio, per modo che poteva a un di presso fargli il
bollettino dei voti ora per ora. Se vedeva che qualcuno su cui
contava, tardava a giungere, se un gruppo dal quale aveva avuto
promesse di appoggio, non si presentava, spediva uno dei suoi aiutanti
di campo in cerca dell'individuo o del gruppo, e l'aiutante di campo
girava le osterie finchè non lo aveva trovato e poi tornava al seggio
trionfante.
Per quel servizio, Fabio Rosati aveva fissato dieci _botti_, aveva
pagato venti individui, e, calmo in apparenza, non dimenticava nulla,
e, sopratutto, pensava al principe e mezz'ora per mezz'ora gli spediva
qualcuno. Naturalmente la lotta era viva e in qualche momento la
bilancia pendeva in favore del de Petriis, qualche altro in favore del
principe. Il Governo aveva fatto consigliare ai suoi di votare per il
de Petriis, e quel battaglione ubbidiva alla consegna, mentre i
partigiani di don Pio, dispersi nelle osterie, dimostravano, al
momento dell'elezione, più simpatia per il vino, che pagavano con i
denari del principe, che per il principe stesso. Quelle dieci _botti_
non si fermavano un momento, e Fabio, con quei bollettini vari che si
succedevano a breve distanza, manteneva il principe in uno stato di
continua ansietà e lo faceva passare dalla speranza al timore.
Alle sette, all'ora del pranzo, il principe fu avvertito che la
minestra era in tavola, ma egli aspettava ancora il resultato
definitivo dello spoglio, e non pensava neppure a uscire dalla
redazione della _Stampa_, dove l'Ubaldo gli dava speranza, dove
continuavano affluire i suoi elettori per portargli le notizie. Verso
le otto la duchessa impaziente era scesa dal figlio, e quando Fabio
entrò di corsa nella stanza con le braccia alzate e gridando: "abbiamo
vinto!" la duchessa prese la testa di don Pio fra le mani e la baciò
con effusione, quindi stese la destra ad Ubaldo e la sinistra a Fabio,
dicendo loro:
--Se mio figlio è deputato, lo devo a voi due!
Il principe si contentò di sorridere; quella confessione non voleva
farla; l'orgoglio di razza si manifestava in lui potente appena gli
arrideva il successo, anche se sentiva che quel successo non era opera
sua.
--Perchè non andiamo a pranzo?--diss'egli alla madre.--È tardi, e
Rosati e Ubaldo debbono aver fame quanto me. Via, signori, salite!
--Grazie,--rispose umilmente Ubaldo.--Mia moglie è giunta ieri da
Milano e non sarebbe contenta se io mancassi oggi subito a desinare.
Dacchè era riuscito a farsi dare il posto di redattore-capo della
_Stampa_, l'Ubaldo aveva voluto cancellare tutto il passato che ognuno
avrebbe potuto rinfacciargli ogni momento, aveva voluto cancellare
almeno quello che si cancella, e aveva chiamato a Roma la moglie e il
figlio, e prendendo in affitto una casa di dipendenza del palazzo
Urbani, aveva preparato loro un quartiere semplice, ma comodo e da
persone per bene.
--La signora Caruso lo scuserà; si tratta di una giornata eccezionale;
la faccia avvertire da un usciere,--disse don Pio.
--L'ora del desinare è già passata da un pezzo e Maria starà in
pena,--rispose l'Ubaldo, che era ben lusingato di sentirsi pregare.
Fabio Rosati nascose un sorriso, fingendo di arricciarsi i baffi, che
non aveva, e quel sorriso non sfuggì a Ubaldo, il quale peraltro fu
subito distratto da quel pensiero vedendo entrare sua moglie, che,
accorgendosi della presenza di tanta gente, rimase inchiodata sulla
porta, senza sapere se doveva avanzarsi o retrocedere.
--Vieni, Maria,--dissele il marito, facendo con molta premura alcuni
passi verso di lei.--Mi scuserai del ritardo: capisco, il pranzetto
che mi avevi preparato è già guasto; è una giornata eccezionale, una
giornata di elezioni.
--Puoi venire adesso?--gli domandò la moglie con premura arrossendo
pel sentire tutti gli occhi fissi su di lei.
--Non credo, sono invitato; abbi pazienza per una sera.
Ella abbassò gli occhi mestamente come chi vede svanire una dolce
speranza lungamente accarezzata, e non disse parola.
Il principe vedendola, così afflitta andò a lei e le disse:
--Ero io che avevo pregato suo marito di passare con noi questa sera
di festa, questa sera della mia elezione alla quale ha tanto
validamente cooperato, ma se questo deve far dispiacere a lei,
rinunzio al piacere di pranzare con suo marito.
Maria alzò i suoi occhioni verdastri e cangianti come l'onda marina, e
arrossì di nuovo nel pensare a rispondere. Era una donnina modesta,
semplice e d'imponente non aveva altro che la maestosa persona dritta
ed elegante. Di cuore e di mente era una bambina ancora, una bambina
ingenua e fresca come una rosa, che la miseria, le privazioni e
l'abbandono del marito non avevano ancora sfiduciata.
Nata a Venezia nella povera casa di un pittore, che aveva l'ingegno
superiore alla capacità, nata in mezzo a una quantità di fratelli e
sorelle, ella si era assuefatta fino dall'infanzia a non temere le
privazioni e i disagi, a ritenerli quasi compagni costanti della vita
di un artista. Nella povera casa l'allegria e la serenità erano le
sole cose che non facessero difetto, e il padre sapeva tener viva
nella famiglia la fede in sè, la fede che un giorno o l'altro il suo
ingegno avrebbe trionfato, che un giorno o l'altro sarebbe venuto un
inglese, un russo o un principe tedesco, e avrebbe pagato a peso d'oro
i quadretti che ora vendeva quasi per nulla ai mercanti di oggetti
d'arte. Questa speranza e un culto per l'arte in tutte le sue
manifestazioni, salvavano i figli dall'abbattimento e mantenevano il
loro pensiero in una sfera che non era volgare. Benchè poco còlti,
essi avevano un gusto naturale per tutto ciò che era bello; la vista
di un bel quadro, l'udizione di un'opera, una visita in una chiesa o
in un palazzo sollevavano l'anima loro come una consolazione che a
tutti non è dato provare. In mezzo a quella bella e lieta famiglia,
Maria rifulgeva come una statua greca del secolo di Pericle in mezzo a
un gruppo di statue moderne, e la sua bellezza istessa, unita a una
grande dolcezza di carattere, la facevano l'idolo di tutti.
Ubaldo, nonostante che fosse di Pisa, paese dove non mancano i mezzi
d'istruzione, era stato mandato alla Scuola Commerciale di Venezia per
vedere se là riuscivano a fargli imparare qualcosa, come si mandano i
malati di petto da un clima in un altro con la speranza di salvar loro
la vita. Ma anche alla Scuola Commerciale studiò quanto aveva studiato
in patria, e, uscito da quell'Istituto, non volendo darsi al commercio
come il padre, rimase a Venezia facendo il dilettante giornalista e
imponendo alla famiglia gravi privazioni per mantenerlo in quella vita
di ozio costoso.
Bazzicando nella redazione di un giornale, frequentando il
palcoscenico dei teatri, andando ora qua ora là per fare il pezzetto
di cronaca, aveva preso una infarinatura di giornalista, aveva
annodate molte relazioni, e con questo fardello molto scarso si
lusingava di entrare davvero nel giornalismo, magari per la porta
umile del cronista, ma di entrarvi, e tanto fece che riuscì in
quest'intento. La pertinacia era l'unica virtù che egli veramente
possedesse; del resto, gli mancavano e il sentimento della famiglia,
l'operosità, il desiderio d'imparare, l'economia decorosa, qualità
tutte che sono la forza di chi discende da una schiatta di mercanti. I
suoi venivano da Gaeta; da un secolo circa erano andati ad esercitare
il commercio a Livorno e il padre di Ubaldo da quella città era
passato a Pisa, dove aveva sposata la figlia del proprietario di una
fabbrica di tessuti. Prima era divenuto direttore di quella fabbrica e
poi proprietario alla morte del suocero.
Il pittore Rossetti era spesso nelle redazioni dei giornali per
invitare i redattori a visitare i suoi quadri: il povero artista
sperava, facendo parlare di sè, di attirare nel suo studio quei ricchi
forestieri, dai quali attendeva la fortuna. Ubaldo Caruso ricevè un
giorno il Rossetti e lo assicurò che presto lo avrebbe visto allo
studio. Il Caruso era da poco nel giornalismo e non trascurava
occasione per farai conoscere, per obbligare quanti si rivolgevano a
lui; per questo si affrettò a mantenere la promessa e un dopopranzo,
terminata la cronaca, andò dal Rossetti.
Lo studio del vecchio artista era messo con un certo gusto; non vi
erano oggetti di valore, ma le stoffe antiche un po' sbrandellate
coprivano i muri, le porcellane di Venezia erano posate sui mobili
tarlati; e sui divani erano gettati dei tappeti turchi molto vecchi.
Tutte quelle tinte miti si fondevano in un tutto armonioso, che
accarezzava dolcemente l'occhio e faceva da cornice a una stupenda
figura di giovinetta che, seduta davanti all'artista, sopra un ripiano
di legno, servivagli di modella per una Desdemona.
Ella arrossì lievemente vedendo entrare un estraneo e sollevò il capo
dai guanciali che le facevano da sostegno.
--Il signor Caruso, redattore del _Tempo_,--disse il vecchio
stringendo la mano con effusione al giornalista.--Mia figlia minore,
la mia Maria.
Ubaldo gettò uno sguardo sul quadro, che rappresentava Desdemona in
atto di ascoltare il racconto delle battaglie di Otello, lo lodò
immensamente e disse che se quel quadro era riuscito così, era merito
non solo dell'autore di esso, ma anche della bellezza della signorina.
Il vecchio artista, lieto di quelle lodi prodigate all'opera sua e
alla figlia prediletta, non permetteva più che l'Ubaldo se ne andasse.
Con quella parlantina tutta propria dei veneziani, ei gli manifestava
le sue speranze, speranze che i disinganni non erano riuscite a
scemare, gli parlava con fede dell'arte, delle consolazioni che dà a
chi l'ama e la coltiva, e ripetevagli sempre:
--Che peccato che il signore non sia artista!
Il Caruso pareva che prestasse molta attenzione alle parole del
Rossetti, ma invece guardava molto la bella Maria, la quale lo
accompagnava nella visita allo studio strascinando sul pavimento un
vecchio vestito di antica stoffa gialla, che aggiungeva maestà alla
imponente figura di lei e ne faceva meglio risaltare i nerissimi
capelli chiusi nella reticella d'oro. Ella, al contrario del padre,
parlava pochissimo, ma la sua voce era così dolce, così carezzevole,
che chi l'udiva credeva sempre di sentire susurrare all'orecchio
parole affettuose, che scendevano dritte al cuore, e la parola ella
accompagnava con un abbassare così lento delle pesanti palpebre da far
credere a chi la guardava, che ella capisse il fascino che esercitava,
e quasi ne fosse vergognosa.
Ubaldo Caruso s'invaghì subito di Maria, e non potendo dirle quello
che gli ispirava perchè la ragazza non si scostava mai dal padre e
ogni tanto posavagli in atto carezzevole la testa sulla spalla, la
guardava di continuo e le faceva salire a vampe il rossore fino alla
fronte e alle orecchie.
Naturalmente l'Ubaldo scrisse il giorno dopo sul _Tempo_ un articolo
molto laudativo per il Rossetti e trovò modo di vantare la splendida
bellezza della figlia, che aveva servito di modella al quadro di
Desdemona. In redazione si burlarono molto di lui per l'ammirazione
tributata a un artista invecchiato nell'oscurità, ma i colleghi
dell'Ubaldo andarono allo studio del Rossetti e tutti rimasero
incantati della figlia. Intanto il pittore dedicò a colui che gli
aveva procurato tutte quelle visite di giornalisti una grande
riconoscenza. Non si sentiva più ignorato e questo lo doveva ad
Ubaldo, e glielo diceva e glielo dimostrava ammettendolo in casa sua,
in mezzo a quella numerosa e geniale figliolanza, dove la miseria non
era riuscita a offuscare la serenità e l'allegria.
Era d'autunno e a Venezia affluivano molti forestieri del Nord,
diretti a Nizza, a Cannes, a Roma e a Napoli. Mercè le preghiere
dell'Ubaldo, due altri cronisti parlarono del Rossetti e del suo
ultimo quadro, che fu venduto davvero a una signora russa, e l'artista
ottenne commissioni da altri forestieri.
La gioia del vecchio non ebbe limiti, come non ebbe limiti il suo
affetto per Ubaldo. Lo trattava come un figlio, come il suo figlio
prediletto, e non faceva altro che parlare di lui, mentre il giovane
approfittava della ospitalità accordatagli in casa Rossetti, per
dimostrare il suo amore a Maria, la quale accoglieva quegli omaggi
senza entusiasmo.
Non era amore, amore nel senso alto e nobile della parola, quello che
ella ispirava ad Ubaldo; era un capriccio, una passione sensuale che,
appunto per la impossibilità di esser soddisfatta, si faceva irritante
e prendeva del vero amore tutte le apparenze. In quella famiglia
onesta, dove le ragazze erano sempre circondate dai genitori e dai
fratelli, era impossibile pensare a una seduzione, e Maria, modesta e
onestissima, non avrebbe commesso mai un fallo, anche se fosse stata
dominata dall'amore, e amore non ne provava per Ubaldo, come non ne
aveva mai provato per nessuno. Era stata assuefatta a pensare che una
ragazza non deve amare altri che l'uomo che i genitori le presentano
come sposo; aveva veduto le sorelle inoltrarsi negli anni, senza mai
far parlare di se, senza mai soggiacere a una passione, serbando
sempre il cuore al marito, che un giorno speravano le avrebbe tolte
di casa per far di loro buone e oneste madri di famiglia, e Maria
voleva fare come le altre. Così quando Ubaldo le diceva alla sfuggita
qualche parola d'amore, ella abbassava le pesanti palpebre e
arrossiva, non già perchè il cuore fosse turbato da quelle parole, ma
perchè le parevano un insulto al suo pudore di donna. Ella non osava
rispondergli duramente, perchè divideva la gratitudine che il padre
aveva per lui, e capiva che quel benessere relativo di cui godevano
era opera di Ubaldo, capiva che se le speranze del vecchio e di tutta
la famiglia erano state una volta appagate, lo dovevano a lui, ma non
lo incoraggiava punto e si manteneva modesta e pudica come era stata
sempre.
Quel contegno e il vederla sempre irritavano la passione di Ubaldo per
Maria. Egli, dopo un anno di tentativi inutili per farsene una
innamorata, avevala chiesta al vecchio pittore il quale avevagli
detto:
--Ma prendila, prendila subito, è la più bella cosa che possiedo e
sono lieto di dartela.
Il Rossetti nel dir questo non aveva pensato alla famiglia di Ubaldo
la quale avrebbe dovuto farsi viva e mandare il consenso, e neppure
alla possibilità che Maria rifiutasse l'offerta.
Dalla parte di casa Caruso l'ostacolo fu appianato con una gita a Pisa
del figlio, il quale come tutti i figli unici ottenne il consenso
quando disse che se non poteva sposare Maria si sarebbe ucciso.
Dalla parte di Maria la resistenza fu più lunga e più seria. Una lotta
tremenda si combatteva in lei fra il desiderio di contentare il padre,
che tanto desiderava quel matrimonio, e la voce della fede che le
diceva di commettere una specie di sacrilegio sposando un uomo che si
burlava della religione e al quale sarebbe stata unita soltanto dal
vincolo di un contratto civile. Ubaldo si accorse che Maria con lui si
sarebbe mantenuta sempre sulla negativa, perchè non lo amava e non si
sarebbe mai lasciata intenerire dalle sue preghiere. Allora cessò
d'importunarla con suppliche e con lettere, e si mise alle costole al
padre, e tanto e così bene seppe raggirarlo, che un giorno il Rossetti
con le lagrime agli occhi supplicò la figlia di sposare Ubaldo. Maria
non seppe resistere e lo sposò, facendosi per altro giurare che le
avrebbe lasciato piena libertà di praticare la religione cattolica e
che i figli che sarebbero nati dalla loro unione avrebbero tutti avuto
il battesimo e sarebbero stati educati religiosamente.
Ubaldo promise tutto quello che Maria voleva, e Maria lo amò appena
sposatolo perchè ella era di quella pasta di donne che non sanno voler
bene che al marito. Per due anni quell'unione fu felice, ma poi, morto
il padre del Caruso e trovatosi Ubaldo possessore di alcune decine di
mila lire, lasciò il posto modesto occupato fino a quel giorno nella
redazione del giornale _Il Tempo_, e volle andare a Milano con la
speranza di trovar lavoro più lucrativo in quel campo più vasto del
giornalismo italiano.
Quella risoluzione del marito cagionò a Maria un vivo dolore. Ella non
era mai uscita da Venezia, non aveva mai lasciato passare un giorno
senza andare a casa dei suoi, e ora doveva abbandonare la città, che
era il suo mondo, la famiglia che adorava. Nonostante, non importunò
Ubaldo con i suoi rammarichi e le sue lagrime. Ella ubbidì senza
lamentarsi, poichè l'ubbidienza era la sua virtù, e poichè credeva che
la moglie non dovesse avere altra volontà che quella del marito.
A Milano, Ubaldo prese un bel quartiere in via Brera, lo ammobiliò con
eleganza, volle che la moglie si vestisse bene, e per i primi tempi
non fece altro che le corrispondenze per _Il Tempo_ di Venezia. Questa
sua qualità di corrispondente lo mise in rapporto con molti
giornalisti; si seppe presto che aveva un piccolo patrimonio e una
bellissima moglie, e la sua casa divenne un punto di ritrovo. Tutti
gli facevano delle cortesie, era invitato, aveva continuamente palchi
per i teatri ed ebbe anche l'offerta di entrare nella redazione della
_Gazzetta di Lombardia_, giornale pettegolo che basava la sua
diffusione sullo scandalo, ma che non viveva floridamente e cercava
sempre il mezzo per tirare avanti un altro trimestre. Ubaldo Caruso
accettò l'offerta e fu ben lieto di poter scrivere di politica e di
non sentirsi più chiamare cronista. Però ebbe a pagare a caro prezzo
quella soddisfazione. Nei giorni di bisogno il direttore della
_Gazzetta_ ricorreva a lui, gli faceva credere che presto gli avrebbe
potuto restituire la somma che gli chiedeva, portando a termine questa
o quella combinazione finanziaria, e Ubaldo dava senza lesinare,
cullandosi nella speranza che alla fine il giornale gli sarebbe
rimasto. E su quella speranza basava tutti i calcoli per l'avvenire,
si vedeva diventato di punto in bianco un uomo influente, un uomo che
i ministri dovevano trattare da pari a pari, che dirigeva l'opinione
pubblica, aveva influenza sulle elezioni e poteva aspirare a tutto.
Un giorno la _Gazzetta di Lombardia_, gli rimase infatti, perchè il
direttore non sapeva come tirare più avanti e non poteva rendere al
Caruso le somme prese in prestito da lui.
Quel giorno per Ubaldo fu un giorno di gioia, seguito da molti di
grande amarezza. Egli tenne gli antichi redattori per avere il piacere
di farla da direttore e proprietario con quelli che erano stati suoi
colleghi, e dette al giornale un carattere di opposizione al governo,
al municipio, alle autorità, sperando di farsi ascoltare, e, sonando
sempre a vituperio, di reclutare lettori in tutta la grande falange
dei malcontenti.
Ma questo calcolo, che è giusto quando un giornale si appoggia a un
partito, e ha molti mezzi per parare i colpi che gli vengono dal
governo e dal suoi sostenitori, è sbagliato quando un giornale non ha
base politica, non è sostenuto da nessuno, è povero e chi lo dirige
non conosce l'arte del ricatto che sfugge all'azione del Codice
penale.
Le poche migliaia di lire che restavano ad Ubaldo furono inghiottite
in breve tempo dalle spese quotidiane, dai processi per diffamazione,
da tutto quel patrimonio di passività che il vecchio direttore aveva
lasciato come sola eredità al nuovo.
Ubaldo, non sapendo come rimediare, si dette a giocare alla Borsa;
ebbe da principio la disgrazia di vincere, giocò allora con più
ardore, perdè, perdè sempre, perdè tanto che a una liquidazione a fine
mese non potè pagare le differenze e fu affisso alla Borsa. Senza
credito, senza mezzi, senza il giornale, non sapendo a qual partito
appigliarsi, fece le valigie e andò in Svizzera lasciando a Milano la
moglie e il bambino, che eragli nato da poco più di un anno.
La dolce creatura, che aveva sopportato così serenamente la miseria
nella casa paterna, non ebbe una parola di rimprovero nè un pensiero
di biasimo per il marito che l'abbandonava. Lasciò che i creditori
prendessero tutto ciò che vi era in casa, e si ridusse a vivere in una
modesta cameruccia, benedicendo l'uomo che per cinque anni le aveva
procurato una esistenza comoda e avevale fatto conoscere i piaceri
della vita.
Prima di dar fondo alle poche centinaia di lire che ella
economizzando aveva messe da parte, cercò una occupazione. Sapeva
dipingere i fiori ed ebbe lavoro da una fabbrica di terraglie. Ma una
bella donna come Maria, che per qualche tempo tutti avevano veduta
alle prime rappresentazioni ai teatri, alle inaugurazioni e a ogni
festa ove il giornalismo è invitato, non sparisce senza che qualcuno
non s'informi di lei, non sparisce senza essere rimpianta. Molti amici
del marito la cercarono, seppero dove stava, che vita sacrificata ella
faceva e vollero aiutarla e consolarla, ma ella onesta com'era,
respinse sdegnosamente tutte le offerte, cercò di sottrarsi a ogni
persecuzione e lavorò sperando in giorni migliori.
Ubaldo, dopo aver passato alcuni mesi molto travagliati in Isvizzera,
ottenne da certi parenti ricchi, che aveva a Livorno, i mezzi per
andare a Parigi sperando di divenire colà il corrispondente di qualche
giornale italiano, e dopo lungo attendere vi riuscì mercè la sua
pertinacia. Ma appena ottenuta quella occupazione egli si lasciò
trascinare a far vita dispendiosa, giocò, si indebitò di nuovo fino
agli occhi e dovette lasciare Parigi, come aveva lasciato Milano, e
venne diritto a Roma, dove capita tutta la gente che non sa che cosa
fare altrove; venne a Roma senza mezzi, ma ricco di esperienza
acquistata, e ricominciò la vita del corrispondente.
Non era un bello scrittore, ma l'amarezza, il fiele che lo rodevano,
lo spingevano a raccogliere tutte le voci che potevano recar disdoro a
qualche personalità spiccata, a macchiare qualunque individuo o
istituzione. Egli fu presto conosciuto nei ritrovi serali dei
corrispondenti al telegrafo; le sue corrispondenze furono lette, ebbe
dei duelli con esito favorevole per lui, e fu temuto e guardato dai
compagni come un flagello, del quale sarebbe stato opportuno di
liberarsi, senza saper come.
I modesti guadagni che faceva non bastavano ad appagare le sue
abitudini costose e così cercò di mischiarsi in qualche affare, fece
acquistare dei terreni, ma ancora non era pago e cercava, cercava
sempre il mezzo di far fortuna, quando credè di averlo trovato la sera
della cena elettorale di don Pio. Capì che nel principe l'ingegno era
molto inferiore all'ambizione, e che le forze non gli sarebbero
bastate per farsi eleggere e poi per sostenere da solo il mandato, e
sognò di rendersi indispensabile a lui, di essere la sua mente,
l'anima di quell'uomo, che parevagli soltanto un fantoccio animato
dalla vanità. Fabio lo aiutò mirabilmente proponendo l'acquisto del
giornale.
In quei due anni Ubaldo si era poco rammentato della moglie. Egli
sapeva che la povera donna lo avrebbe amato sempre e che la sua onestà
l'avrebbe protetta da qualsiasi pericolo. Qualche volta a Parigi
uscendo la mattina da una casa di giuoco dopo aver guadagnato alcuni
rotoli di monete d'oro, era andato al telegrafo e aveva mandato alla
moglie qualche centinaio di lire. In quell'ora triste gli pareva di
vedere la sua bella Maria intenta a dipingere terraglie, stanca,
assonnata, e quella visione non gli dava tregua finchè il telegramma
non era partito; poi non pensava più a lei, afferrato di nuovo
nell'ingranaggio delle preoccupazioni incessanti.
Ora l'aveva ritrovata sempre bella e serena, senza che dalla bocca di
lei fosse uscita una parola di rammarico per quei due anni di
abbandono. E appunto quella dolcezza di cui ella dava prova aveva
intenerito il cuore cinico del marito, che, rivedendola, se ne era
incapricciato come prima di sposarla. Ma ora ella non ispiravagli
soltanto un rinnovamento di desiderio; gl'incuteva anche rispetto,
rispetto per la sua onestà e per il suo dolce animo femminile, ed egli
la circondava di un culto, credeva in lei come si crede in una idea
incarnata in una persona.
Egli non volle in quel momento di confusione prolungare l'impaccio di
Maria e prese il cappello per uscire insieme con lei, quando donna
Teresa, che aveva osservato a distanza la bella creatura, le si
avvicinò e dissele:
--Io non ho il bene di conoscerla, ma dopo i discorsi che ho inteso
fare non posso ignorare che ella è la moglie del signor Caruso; perchè
invece di toglierci suo marito, non accetta ella pure il nostro
invito?
Merla arrossì e alzò i suoi occhioni in faccia al marito.
--Dal momento che la signora duchessa è così cortese di pregarti,
accetta pure,--le disse Ubaldo.
In quel momento entrò correndo l'onorevole Carrani, gettò il cappello
sopra una sedia e stendendo la mano al principe, esclamò:
--Dunque la posso chiamare collega, dunque abbiamo vinto, vinto,
stravinto! Sa che il presidente del Consiglio è su tutte le furie, che
ha chiamato il Prefetto e il Questore e li ha rimproverati del loro
poco zelo? Ora _La Stampa_ diverrà il primo giornale d'Italia, e
l'avvenire è nelle nostre mani.
L'onorevole Carrani parlava con impeto, aveva le movenze pronte e il
corpo singolarmente agile e smilzo. Negli occhi gli brillava
l'intelligenza e sulla bocca aveva sempre un sorriso sardonico e
iroso. Ora l'idea di aver procurato una pena al presidente del
Consiglio, che odiava perchè lo aveva voluto escluso dal rimpasto
ministeriale, qualificandolo come elemento di disordine, lo consolava
di molte amarezze ingoiate con rabbia, e la speranza di combatterlo
con piena libertà nel giornale di cui era l'anima, la speranza di
abbatterlo un giorno e di esser presidente in sua vece, lo ubriacava
quasi.
--L'onorevole Carrani,--disse il principe presentando l'uomo politico
alla madre e alla signora Caruso, che erano rimaste a parlare insieme.
--Spero che ella pure vorrà pranzare con noi; stasera è un pranzo
giornalistico e tutti quelli che hanno contribuito all'elezione di Pio
debbono bevere lo _champagne_: via, signore, andiamo a metterci a
tavola.
La duchessa Urbani infilò il braccio in quello dell'onorevole Carrani,
mentre don Pio offriva il suo a Maria e s'incamminava prima
attraverso il cortile e poi su per le scale.
Donna Camilla, leggendo un libro di preghiere, aspettava nell'ampia
sala da pranzo. Nel sentire aprire la porta si alzò e fece alcuni
passi, ma alla vista di tutta quella gente rimase perplessa, e alzò in
faccia al marito uno sguardo freddo e interrogativo.
--La signora Caruso,--disse don Pio per tutta risposta.--Sono eletto e
ho invitato tutti coloro che mi hanno aiutato in questo lavoro
d'Ercole.
--Io non ho fatto nulla,--disse Maria inchinandosi dinanzi alla
principessa, che la salutò freddamente.
La duchessa presentò alla nuora l'onorevole Carrani, ed ella appena
chinò la testa dinanzi a lui.
Intanto i servitori, diretti dal maestro di casa, avevano
apparecchiato per i quattro invitati e dopo cinque minuti don Pio
conduceva a tavola Maria, faceva sedere il Carrani fra la madre e
donna Camilla, e indicava al Rosati il posto in mezzo alla moglie e
alla signora Caruso, ponendosi a fianco Ubaldo, che rimaneva collocato
così fra lui e la duchessa.
A don Pio se mancava la cultura seria, non mancava però la perfetta
educazione e la scienza di saper ricevere e di fare con garbo squisito
gli onori di casa. Nessuno si sentì a disagio quella sera a pranzo a
casa Urbani, neppure Maria, che metteva per la prima volta il piede in
una casa aristocratica e conosceva allora tutta quella famiglia. La
duchessa pure sapeva ricondurre la conversazione sugli argomenti che
potevano interessare il Carrani e il Caruso, e avendo sentito
dall'accento che Maria era veneziana, le parlava con entusiasmo di
Venezia lodando la grazia e la cortesia delle donne di quella città.
L'intelligenza della duchessa, il suo talento d'assimilazione, che è
un dono di razza e che quasi tutti i gran signori possedono, le teneva
luogo di coltura, e, ragionando di politica, d'arte, di affari, ella
non si trovava mai a corto di parole e d'idee; quella sera, in cui
voleva fare effetto su tante persone nuove, seppe far valere tutte le
sue qualità e destò un vero entusiasmo nel Carrani, nel Caruso e in
Fabio Rosati, col quale aveva avuto frequenti abboccamenti nei giorni
antecedenti.
Don Pio non badava alla madre; egli era sotto il fascino della
bellezza di Maria, della sua freschezza d'impressioni, di quella
maniera ingenua e schietta di esprimerle, di quella grazia che fa
delle veneziane le donne più attraenti d'Italia. Tutti erano lieti a
quella tavola, tutti lo dimostravano. Lieti dell'avvenimento della
giornata, lieti di quella improvvisata, lieti dei discorsi scambiati,
meno che donna Camilla. Pareva che ella non capisse ciò che dicevano,
non le importasse di nulla, che biasimasse l'allegria, e l'occhio
freddo di lei si staccava a stento dal piatto. Rispondeva con
monosillabi se interrogata, e pareva che col suo contegno freddo e
compassato dicesse ai convitati: "Stasera vi tollero perchè mi siete
imposti, ma non siete miei pari e non ho nulla di comune con voi." La
freddezza della principessa della Marsiliana non alterava per altro la
generale allegria. Si beveva e si parlava senza badare a lei, e la
banda, accorsa nel cortile del palazzo, suonava un pezzo dopo l'altro
sperando di avere un bel regalo dal principe, mentre Ubaldo esponeva
la necessità di dare un grande sviluppo alla _Stampa_, di farne un
giornale pieno di notizie telegrafiche dalle capitali estere e dalle
città italiane, un giornale che non avesse rivali per informazioni.
Con molta chiarezza egli esponeva il suo piano. _La Stampa_ doveva
accogliere tutte le lagnanze, tutte le accuse contro le
amministrazioni pubbliche. Anche se poi fosse costretta a smentirle,
pure la sfiducia restava negli animi e bisognava sopratutto sfiduciare
il paese, assuefarlo a dubitare del governo e degli uomini che erano
al potere, se si voleva rovesciarli e portare al timone un partito più
spinto di cui il rappresentante non poteva essere altri che
l'onorevole Carrani.
Il deputato progressista approvava naturalmente le parole di Ubaldo ed
egli continuava nella sua esposizione.
_La Stampa_, egli diceva, doveva penetrare in tutti i paesi di
provincia, e questo si poteva ottenere interessandosi a tutte le
questioni locali, questioni di elezioni comunali, questioni di abusi
di funzionari pubblici, pettegolezzi. Doveva inoltre e sempre
sostenere tutti i membri dei partito progressista e radicale...
--Radicale!--esclamò la duchessa.
--Sì,--rispose Ubaldo inchinandosi,--perchè oggi siamo progressisti,
poichè questo partito, fra quelli ammessi, è il più avanzato; ma
domani possiamo essere radicali, se il partito radicale acquista
terreno, distrugge la sfiducia che hanno in esso tutte le persone
d'ordine...
--Come me,--osservò scherzando la duchessa.
E l'Ubaldo ridendo a denti stretti, rispose:
--Precisamente.
--Sfiducia che io non divido,--osservò l'onorevole Carrani, che era
accusato appunto dalle persone d'ordine, di far l'occhiolino a quel
partito.
--In fatto di religione,--continuò Ubaldo accomodandosi la lente e
senza badare alle occhiatacce che gli lanciava Fabio,--bisogna
combattere il Papato con le stesse armi con cui si combatte il
governo; far morire la fede screditando chi la predica.
La principessa della Marsiliana, cui nessuno fino a quel momento aveva
badato, si era alzata, e, inchinando leggermente la testa, pallida in
volto come una morta, si avviava per uscire.
--Camilla!--disse il principe con voce di rimprovero.
Fabio Rosati era balzato in piedi e accompagnava la principessa, senza
che ella neppur lo guardasse. Un servo corse a spalancare la porta e
la richiuse dietro a lei.
--Mio Dio, che cosa ho mai detto?--domandò Ubaldo guardando in faccia
tutti i commensali.
--Niente, niente di male,--rispose il principe ridendo col suo riso
cinico.--Lei ha dato argomento alla principessa per dieci confessioni
e per altrettanti esercizi spirituali.
--Continui a esporre il suo programma,--disse la duchessa che
ascoltava attentamente.
Maria, turbata dalla scena muta di donna Camilla, da quell'atto di
scortesia fatto agli invitati, era impallidita e aveva guardato il
principe in atto supplichevole.
--Scusi,--le disse don Pio sottovoce stringendole la mano,--tutti
abbiamo una afflizione da portare, io ho quella,--e volgeva l'occhio
alla porta dalla quale donna Camilla era uscita.
--Poveretto!--disse Maria, non sapendo bene se il principe con quella
confessione voleva alludere allo stato mentale della principessa, o
alle esagerate opinioni clericali di lei. Ma il dubbio le entrò
nell'animo che donna Camilla fosse pazza.
--Inoltre,--continuò Ubaldo,--noi dobbiamo accaparrarci gran numero di
lettori solleticando anche le passioni.
--Come sarebbe a dire?--domandò la duchessa che non perdeva una
parola.
--Le passioni letterarie,--soggiunse Ubaldo,--e questo si potrà
ottenere accaparrando lo scrittore più in voga, che pagheremo
lautamente e che scriverà quello che gli parrà. Presentato dal
principe egli potrà entrare in tutti i salotti romani. Potrà vedere
quello che nessun giornalista vede: svelare Roma aristocratica, Roma
vera a tutti gli italiani, e quella cronaca avrà per il borghesuccio,
per l'impiegato, per il provinciale una singolare attrattiva. In
quanto a romanzi, si debbono pubblicare soltanto quelli di Zola.
--Saranno molto istruttivi per le ragazze e i ragazzi
specialmente!--disse la duchessa ridendo.
--Non fa nulla, la nuova generazione è assuefatta a saper tutto, a non
scandalizzarsi di nulla. Ora è una ipocrisia quella di far credere che
i ragazzi e sopratutto le ragazze non sanno; esse sono più istruite di
noi; la _Stampa_ deve distruggere tutte le ipocrisie.
--Il mio amico Ubaldo ha perfettamente ragione ed ha capito la
missione di un giornale d'opposizione come nessuno l'ha capita fin
qui,--disse l'onorevole Carrani.
Era la prima volta che Ubaldo ai sentiva chiamare amico
dall'ex-ministro e gongolò dentro di sè, mentre col capo ringraziava
dell'approvazione.
--Ma questo giornale costerà sette o ottocento mila lire
l'anno!--disse la duchessa che aveva una speciale disposizione per il
calcolo e una grande pratica di affari.
--Se costasse anche un milione,--rispose Ubaldo,--questa somma non
sarebbe gettata. _La Stampa_ fra un anno tirerà centomila copie,
incasserà duecentomila lire dalla quarta pagina, permetterà al suo
proprietario di partecipare a tutte le grandi combinazioni finanziarie
e sarà sostenuta dal partito.
--Il nostro è povero,--osservò l'onorevole Carrani.
--È povero ora, ma non sarà più tale fra sei mesi. Noi ci varremo
delle vacanze parlamentari per acquistar diffusione, avremo un
redattore in ogni luogo di bagni, in ogni stazione climatica, e,
mentre ci accaparreremo i lettori fra il pubblico ricco e ozioso,
troveremo mezzo di scovare una questione, o più questioni, che destino
una eco fra gli italiani di tutte le province; per esempio, chiederemo
l'abolizione della tassa sul sale, commoveremo il pubblico col quadro
della miseria dei poveri pescatori dell'Adriatico e del Tirreno,
costretti a fare il contrabbando di quell'alimento necessario pur non
mangiare i fagioli senza sale; faremo il quadro dei miseri abitanti
del Veneto, obbligati a mangiare la polenta sciocca, cotta nell'acqua;
parleremo della pellagra, della scrofola, di tutti i mali che nascono
da quella privazione, e tanto faremo, tanto tempesteremo che al
riaprirsi della Camera dovrà farsi una crisi, e se il vecchio canuto,
che ora la fa da dittatore, dovrà conservare la presidenza del
Consiglio, dovrà accogliere nel seno del gabinetto degli uomini, che
noi gl'imporremo, e allora il partito non sarà più povero, allora _La
Stampa_ avrà appoggi materiali.
--Ma lei è un Talleyrand!--esclamò la duchessa che non aveva perduta
una parola di quel discorso.
--No, signora duchessa, sono un ambizioso, senza mezzi e senza
capacità. Appartengo a una famiglia che si è arrabattata in ogni tempo
e in ogni luogo, non per conquistare beni ideali, ma per assicurarsi
l'agiatezza, e, come se la disdetta che pesa su questa famiglia
volesse esercitare su di me la sua legge di continuità, io sono stato
sempre schiacciato dalla mancanza di mezzi, dalla mancanza di coltura,
dalla mancanza di energia. Per questo io espongo a loro il mio
programma perchè se ne impossessino, perchè lo svolgano, e lo
applichino salvandolo dalle mie mani incapaci a tanto lavoro.
Ubaldo continuò:
--Lei, principe, ha i mezzi, ha l'intelligenza e ha l'energia,--disse
ninnando la testa con fare cortigianesco dinanzi a don Pio,--lei,
onorevole Carrani, ha la forza, la coltura, l'influenza. Io non sono,
e non voglio essere altro che lo sbozzatore di una colossale statua
moderna, loro sieno gli artefici che danno alla statua l'impronta
dell'arte, l'impronta del genio!
Alzò la coppa ricolma di _champagne_ e stese il braccio verso il
principe e verso l'onorevole Carrani. Tutt'e due cozzarono il
bicchiere e la duchessa accostò pure il suo a quello del signor Caruso
e degli altri. Maria, con gli occhi luccicanti dalla gioia esultava
vedendo il marito dar prova d'intelligenza, vedendolo ascoltato e
apprezzato da gente altolocata. Fabio solo taceva umiliato e il
sentimento della sua inferiorità gli metteva nell'animo una grande
tristezza. Aveva sognato di essere lo scalino del quale il principe si
sarebbe servito per salire, e invece vedeva un altro, più
intelligente, più esperto, più abile di lui, chinare la schiena
volonterosa e offrire a don Pio il mezzo d'inalzarsi.
Le lodi per il discorso di Ubaldo, per la chiarezza con cui vedeva il
lavoro da farsi e il premio da conseguire, non finivano più. Il
principe, l'ex-ministro, la duchessa bevvero alla salute di lui, poi
alla salute della bella signora Caruso, e rimasero lungamente a
parlare dopo aver preso il caffè. Don Pio, ora che la principessa
aveva abbandonato il campo, raddoppiava le attenzioni per Maria.
Scelse le più belle fra le rose che ornavano la tavola e gliene formò
un mazzo, e quando ella disse al marito che era ora di andare a casa,
don Pio ordinò che fosse attaccato il _coupé_, l'accompagnò fino in
fondo alle scale, e baciandole la mano con molta galanteria, le
domandò il permesso di andarla a visitare.
--Mia cara,--disse Ubaldo a Maria quando furono entrambi seduti nel
_coupé_ del principe della Marsiliana,--se non faccio fortuna è perchè
sono nato sotto una cattiva stella, o c'è qualche iettatore che mi ha
preso di mira.
--Come ti voglio bene!--gli disse la buona donna posandogli la testa
sulla spalla e pensando solo al trionfo del marito e non al suo.
Donna Camilla, che vegliava nella sua camera solitaria, che non si
coricava mai prima di aver sentito uscire Giorgio dalla stanza di don
Pio, attese anche quella sera inutilmente il marito, e divorando senza
piangere la rabbia che provava per tutti quei cambiamenti sopravvenuti
in casa Urbani negli ultimi giorni, per tutti quegli intrusi che erano
entrati nel palazzo, e soprattutto per quella bella creatura che
attirava tutta l'attenzione di don Pio e nella quale intuiva una
rivale, non potè dormire neppure quando fu sicura che tutti si erano
addormentati, e non potè pregare. Ella rimase tutta la notte alzata a
pensare all'avvenire che l'attendeva, un avvenire molto più triste del
passato, un avvenire di completa solitudine e di tremendo abbandono; e
spaventata dal quadro che la sua fantasia le poneva dinanzi agli
occhi, ripeteva a sè stessa stringendo i denti:
--Sono una Grimaldi, devo lottare, e per il nome che porto e per la
razza che rappresento, e non devo abbandonare il mio posto.
VI.
Sul di dietro del palazzo Urbani, e dove un tempo sorgeva un gruppo di
case destinato ai famigliari della antica casa, ora inalzavasi un
edifizio, nel quale il ferro e il cristallo rappresentavano una parte
importantissima. Le colonne, che servivano di ornamento fra una
finestra e l'altra, i terrazzi, i pilastri, tutto era in metallo,
mentre le immense superfici di cristallo, collocate una accanto
all'altra facevano somigliare quella casa a un acquario.
Una sera, sette mesi dopo che don Pio della Marsiliana era stato
eletto deputato, quella casa, che nel centro della facciata portava
scritto a caratteri dorati _La Stampa_, scintillava di luce. Sul
cornicione correva un filo di fiammelle di gaz e quell'ornamento
luminoso si ripeteva lungo tutti i terrazzi, giro giro alle tre
porte grandiose, una delle quali metteva alla redazione, una
all'amministrazione e la terza alla tipografia, che occupava tutto il
sottosuolo e dalla quale si sentivano partire i boati delle macchine
in azione. Quella sera, ogni momento giungevano carrozze che
deponevano invitati e signore sotto l'ampia tettoia di cristallo, e
molti uomini in cravatta bianca salivano continuamente lo scalone
coperto di tappeti e ornato di piante.
In tutta la città erano stati diramati inviti per l'inaugurazione
della prima casa che un giornale possedesse a Roma, ma quegl'inviti
più specialmente erano stati accettati dai deputati, dagli artisti e
dai giornalisti.
Gli onori di casa erano fatti da Ubaldo Caruso e da Fabio Rosati, i
quali pareva fossero fra loro pane e cacio, benchè, gelosi com'erano
uno dell'altro, si disputassero continuamente alla sordina il dominio
sull'animo di don Pio.
Il redattore-capo e il cronista, tutti e due in giubba e cravatta
bianca, stavano in cima alle scale, in un salottino che metteva nella
grande biblioteca, e lì salutavano quelli che giungevano, si
presentavano scambievolmente le persone che non conoscevano; e se
arrivava una signora, erano pronti a offrirle il braccio per condurla
in sala, dove Maria, seduta sopra una ottomana fra la moglie
dell'onorevole Carrani e donna Teresa Sorani moglie di un
ex-presidente del Consiglio, accoglieva col suo fare schietto e
disinvolto le signore che le venivano presentate, e sapeva farsi
ammirare da loro, come si faceva ammirare dagli uomini. Ella indossava
un vestito di merletto nero, non aveva altro che due perle agli
orecchi, e in testa un grande cappello Rembrandt, dalla tesa
spiovente, coperto di lunghe penne di struzzo. Con una mossa di
persona freddolosa, che le dava tanta grazia, ella si riportava ogni
tanto sulle spalle la pelliccia di velluto amaranto guarnita di
martora, e quella mossa la faceva somigliare a una donna impaurita,
che cercasse rifugio in qualcuno, in qualcosa.
In fondo all'ampia sala, la cui pareti erano rivestito di scaffali,
dove don Pio aveva fatto collocare la biblioteca di casa Urbani, era
preparato un pianoforte a coda per gli artisti dell'Apollo e del
Costanzi, che dovevano cantare dopo il ballo. Don Pio, dritto in un
angolo, parlava con due principi, onorevoli come lui, e con altri tre
o quattro deputati meridionali appartenenti al patriziato. Appena il
principe era in mezzo a giornalisti, voleva far loro capire che non li
considerava suoi pari, e se poteva circondavasi di antichi conoscenti.
Anche quando era negli uffici di redazione, gli piaceva di far da
principe, di far sentir la distanza che correva fra lui e i plebei, e
Fabio Rosati, che aveva capito quella debolezza, si era affrettato a
trattarlo d'"Eccellenza" e i nuovi redattori venuti da altri giornali
avevano fatto altrettanto. Soltanto Ubaldo aveva continuato a
chiamarlo "Principe", e non perchè gli costasse fatica a pronunziare
quella parola di cui si abusa nel mezzogiorno d'Italia, ma perchè gli
pareva a sua volta di stabilire una distanza fra sè e gli altri
redattori della _Stampa_, trattando il principe della Marsiliana con
maggior familiarità.
In quei sette mesi Ubaldo aveva scossa la naturale inerzia, e si era
dato ad applicare il programma di don Pio, e nell'applicazione di quel
programma aveva dato prova di una grande pertinacia. _La Stampa_ non
era giunta a tirare centomila copie, ma già da tre era salita a
quarantamila, cifra altissima rispetto agli altri giornali della
capitale. Nei teatri, nei caffè _La Stampa_ era nelle mani di tutti, e
il pubblico si interessava alle polemiche violente che vi si facevano
anche per le quistioni più insignificanti. Messi sulla via
dell'opposizione a oltranza, tutti i redattori pareva che avessero
acquistato nuova energia in quella battaglia continua in cui l'on.
Carrani e Ubaldo si sostenevano, il primo trattando le quistioni di
politica interna, e soprattutto le quistioni di economia nelle quali
era competentissimo; il secondo attaccando la politica incerta del
Governo rispetto all'estero, e le quistioni municipali. Il principe
discuteva, approvava, era soddisfatto della influenza che gli dava il
suo giornale, e pagava, soprattutto pagava. L'edifizio per la
redazione della _Stampa_ gli era costato ottocentomila lire, e il
giornale in sette mesi ne aveva ingoiato altre trecentomila, ma ora
aveva una tipografia bellissima, quattro macchine rotative, aveva
abbonati, lettori e credito in tutte le parti d'Italia.
Le notizie che a caro prezzo _La Stampa_ si procurava nei Ministeri,
qualche volta avevano l'onore di una smentita ufficiale, o di una
rettifica e allora don Pio gongolava, e il signor Caruso più di lui.
Egli voleva che il giornale incutesse timore ai governanti, voleva che
non movessero foglia senza pensare alla censura accanita della
_Stampa_, e a questo in parte era riuscito. Come era riuscito a farsi,
che un'antica lite fra il Municipio e la famiglia Urbani per la
sistemazione di una strada laterale al palazzo, fosse composta
all'amichevole, e che il Municipio pagasse per l'espropriazione di una
striscia di terreno due milioni sonanti, che avevano coperto le spese
di costruzione, e le spese vive del giornale, senza che il patrimonio
Urbani ne risentisse nulla.
Incoraggiato da quel primo successo, don Pio non sognava altro che
speculazioni. Ubaldo gli aveva fatto intendere che Roma doveva
prendere maggiore sviluppo edilizio, gli aveva fatto intravedere che a
Roma sarebbero accorsi abitanti da tutte le parti d'Italia, e che
conveniva preparare abitazioni per questa nuova popolazione. Don Pio
non aveva fatto il sordo; aveva comprato ovunque, e specialmente fuori
di Porta Portese, dove nel progetto che sostenevano col giornale,
avrebbe dovuto sorgere la nuova stazione ferroviaria. E non solo aveva
comprato terreni, ma aveva messo mano a costruire diversi villini,
dentro un parco cinto di mura, villini che guardavano il Tevere da un
lato e avevano allo spalle il Gianicolo. In questo disegno di acquisto
di terreni, di costruzione di grandi case operaie, e nello stesso
tempo di case signorili, don Pio era sostenuto da Fabio, il quale
aveva un fratello ingegnere, giovane senza clienti; egli sperava di
poterlo occupare presso il principe.
La duchessa, donna accorta, aveva messo in guardia don Pio contro la
febbre di acquisti e di costruzioni che lo aveva invaso, ma il
principe era ormai su quella via sulla quale non si ragiona più, dove
gli ostacoli non sono visibili per l'occhio che è fisso sull'avvenire,
ed è abbagliato dal guadagno che la speranza gli promette. Il
patrimonio ereditato dal padre, tutto in vaste tenute nella pianura,
in ricchi possessi in Sabina, in Maremma e nell'Umbria, in Abruzzo, in
palazzi, in case, non pareva a don Pio che costituisse la ricchezza.
Era un patrimonio che non si poteva alienare dall'oggi al domani, di
cui godeva soltanto le rendite, ma non era la ricchezza, non i titoli
di rendita, i fogli di Banca, i conti correnti negl'istituti di
credito, tutto quello che permette a chi ne è possessore di levarsi
tutti i capricci, d'ingolfarsi in tutte le speculazioni, di giocare
non con l'avversario davanti, ma di giocare sul tappeto verde mondiale
della Borsa, dove le poste sono spaventose e le differenze a fine mese
possono mettere in mezzo di strada, anche un principe della
Marsiliana. Quella era la ricchezza che sognava don Pio, e Ubaldo
promettevagli che l'avrebbe acquistata con _La Stampa_ e con la
speculazioni edilizie. E l'on. Carrani si guardava bene dal
contraddire il giornalista, poichè egli aveva bisogno di un giornale
sostenuto da un uomo ricco per ritornare al governo, e voleva tornarci
a ogni costo.
I redattori della _Stampa_, che si consideravano fortunati di aver
raddoppiato lo stipendio e di stare in un giornale dove non si sentiva
mai parlare di miserie, dove l'amministrazione pareva un piccolo
ministero delle finanze, dove nessuno era povero, dal proprietario
agli uscieri, e questi avevano modi rispettosi come i domestici delle
grandi famiglie, non sarebbero mai andati da don Pio a dirgli che
faceva male a spendere, a profonder quattrini nel giornale e nelle
speculazioni.
Per Roma si diceva da tutti che don Pio si rovinava se continuava di
quel passo, si facevano i conti addosso a lui e al giornale; tutta la
città parlava della sua pazzia, ma nessuno osava biasimarlo in faccia
e molto meno dargli consigli; questo ardire non lo aveva altro che
donna Camilla.
Ella, ogni sera, aspettava il marito alzata, e don Pio se la vedeva
comparire in camera quando Giorgio era uscito. Si metteva sulla
poltrona accanto al letto di lui e ogni sera facevagli lo stesso
fervorino:
--Ti rovini e ti danni con quel giornale. Le mie preghiere non
basteranno a salvarti. Pensa al nome che porti, pensa all'anima tua!
Qualche volta don Pio era di buon umore e allora si voltava verso la
moglie e la pregava d'imparare a mente un'altra esortazione, ma di
cambiare, per carità, di cambiare. Donna Camilla non rispondeva agli
scherzi, ma neppure abbandonava la camera prima di aver recitato tutte
le preghiere serali per la salvezza dell'anima del marito e avergli
toccato la fronte e le labbra con una reliquia della Croce.
In altre sere, quando don Pio era assonnato, stanco o noiato di quella
insistenza, rispondeva sgarbatamente alla moglie:
--Al patrimonio mio e alla mia anima voglio pensar da me; lasciami in
pace.
Allora donna Camilla, quasi si fosse imposta di tormentarlo, si
sedeva, al solito, accanto al letto e pregava più lungamente e più
insistentemente; ella esortavalo a separarsi da quegli scomunicati,
che combattevano, dileggiavano la religione e il rappresentante di Dio
in terra. Allora donna Camilla si faceva eloquente nel difendere la
causa della religione, e riassumeva tutti gli argomenti che aveva
sentito addurre contro _La Stampa_ nelle case clericali, che avevano
continui rapporti col Vaticano, e nelle quali ella andava. Nè cessava
dal parlare o dal recitar preci altro che quando vedeva don Pio
addormentato e capiva che le sue esortazioni erano sprecate.
Quella creatura, che non aveva mai amata d'amore e alla quale non lo
univa neppure il vincolo dei figli, gli era divenuta così antipatica
come donna e come essere pensante, che si sarebbe ribellato se ella
gli avesse chiesto una carezza, come si ribellava ai consigli che gli
dava. Non capiva come aveva fatto a sposarla e trattarla come una
compagna.
La sera prima del ricevimento inaugurale, donna Camilla entrò in
camera del marito dicendogli, con quella voce aspra che si faceva
nasale quando ella era in collera:
--Mi hanno detto oggi in casa Bernielli che tu ricevi domani sera alla
_Stampa_; spero che non sia vero.
--È verissimo,--rispose don Pio tirandosi le coperte sulla testa e
facendo atto di voler dormire.
--Ma Pio, Pio!--diss'ella senza sedersi e posando su di lui uno
sguardo di rimprovero.--Non capisci che deroghi al tuo nome, che tu
t'infanghi mescolandoti col fango della strada?
--E qual'è, sentiamo, questo fango col quale mi piace insozzarmi?
--Il Caruso. È un uomo screditato anche fra i giornalisti; è un uomo
pericoloso e ti porterà alla rovina.
--È un uomo abile, intelligente e io ho bisogno di lui,--disse don
Pio. Poi, mettendosi a un tratto a sedere sul letto, aggiunse con tono
secco e imperioso:
--Io non ti domando, Camilla, quali sono i tuoi consiglieri, i
dispensatori delle tue carità; non mi occupo mai degli affari tuoi e
tu non occuparti dei miei; questo desidero, questo voglio. La sera
fammi il piacere di non venirmi più a turbare, ti dispenso da questa
visita che non fa altro che irritarci maggiormente. Conosco la tua
ostinazione e per mettere un ostacolo materiale alla tua venuta, mi
chiuderò dentro.
Donna Camilla si conficcò i denti nelle labbra, e rispose senza
lasciare il suo posto:
--Pio, tu mi hai molto trascurata dacchè mi hai sposata; per mesi e
mesi ti sei dimenticato di me e io ho taciuto e pregato; pregato
Iddio che riconducesse il tuo pensiero sviato a tua moglie. Ma anche
in quel tempo in cui la tua mente correva dietro a altre donne, tu non
eri mai scortese con me, rammentavi sempre di essere un signore di
fronte a una signora. Ora tu lo dimentichi, ed è perchè pratichi male
e perchè non hai più un capriccio che svia il tuo pensiero, ma una
passione colpevole, che ti occupa tutto e ti trascina al male. Prega
Iddio che io non abbia in mano la prova di questo tuo amore,
altrimenti faccio uno scandalo, e di noi s'ha da parlare per un pezzo:
rammentalo.
Don Pio la fissava meravigliato mentre ella usciva dalla camera con
passo celere senza guardarlo, ed ebbe allora la convinzione subitanea
che sua moglie era gelosa, gelosa della bella Maria, che, davvero,
occupava tutto il suo cuore ispirandogli un amore timido, uno di
quegli amori che tolgono tutto l'ardire, tutta la sfrontatezza a un
uomo, benchè assuefatto alle avventure galanti, e fanno di lui un
bambino supplichevole, un essere senza volontà e senza energia. Ma
quell'amore, che la bellezza di Maria e soprattutto quel suo fare
schietto e franco, gli avevano ispirato, era tutt'altro che una
passione colpevole. Maria non era una di quelle donne che cedono, che
subiscono il fascino della colpa; ella amava il marito, e nel suo
cuore non c'era posto per altro affetto. Così ella aveva dapprima
figurato di non accorgersi delle attenzioni, delle premure di don Pio;
ma quando egli incominciò a parlarle del suo amore apertamente, non se
ne era adombrata, ma ne aveva riso, riso schiettamente come di cosa
impossibile e nello stesso tempo aveva evitato di trovarsi sola col
principe, e di quell'amore aveva avuto la delicatezza di non far
sospettare nulla al marito, per non creargli una falsa situazione.
VII.
Don Pio in quell'estate non aveva fatto altro che brevi assenze da
Roma per accompagnare la principessa a Sorrento e poi a Saint-Moritz,
ma col pretesto delle costruzioni era rimasto alla capitale e ogni
settimana quasi aveva condotto Maria Caruso e Fabio Rosati a far delle
gite col suo _break_ nei dintorni della città. Nel mondo giornalistico
e in quello aristocratico l'assiduità del principe presso la bella
donna, che tutti ammiravano, aveva dato da ciarlare, e quelle ciarle
erano state ripetute da Alberto Grimaldi alla sorella. Don Pio si
faceva pure vedere al teatro nel palco della signora Caruso e non
trascurava occasione di stare con lei.
Se donna Camilla non avesse conosciuto Maria non avrebbe dato peso
alle ciarle; ma la conosceva, aveva avuto campo di ammirarne la
stupenda bellezza, la grazia infinita e capiva che se don Pio era
innamorato di lei non poteva trattarsi di un amoretto, perchè Maria
lasciava una impressione così profonda in quanti la vedevano che, una
volta subitone il fascino, bisognava amarla, amarla sempre. E la
durata di quell'affetto la sgomentava appunto. Don Pio non sarebbe più
tornato a lei, mai: tanto se Maria gli resisteva, quanto se cedeva. Ma
la resistenza donna Camilla non l'ammetteva di fronte al marito. Le
pareva addirittura irresistibile perchè a lei sfuggiva sempre ed ella
non sapeva resistergli dal momento che doveva implorare una attenzione
e una carezza; per lei era un idolo e che cosa si nega agli idoli
quando avviene che scendano dal loro piedestallo per farsi nostri
eguali?
Non capiva donna Camilla che con Maria era il caso inverso; Maria era
l'idolo, e il principe il devoto, il supplicante, l'entusiasta,
l'innamorato.
Dopo la risposta sprezzante del marito, la povera donna, sgomenta di
aver lasciato scoprire la gelosia che la struggeva, si era rinchiusa
in camera sua e aveva lungamente almanaccato per mandare a monte
quella serata alla _Stampa_, che autorizzava la sua rivale a far gli
onori di casa per un ricevimento che dava don Pio, per un ricevimento
dove avrebbe figurato l'argenteria, la livrea di casa Urbani, e dal
quale ella era esclusa e per le sue idee e per la posizione ostile,
che aveva presa la sera della elezione del marito.
Non potendo impedire quella festa, voleva conoscerne l'esito nei suoi
minimi particolari e per questo pensò a Fabio Rosati, che le ora parso
più modesto e più rispettoso di tutti gli intrusi, com'ella li
chiamava. In quel giorno appunto la principessa era stata pregata di
fare ammettere all'Orfanotrofio di Termini, dov'era impiegato il padre
del Rosati, un bambino di un antico servitore di casa Grimaldi, e ella
aveva pensato d'incaricare don Pio di quella faccenda. Invece, dopo
la scena avvenuta nella camera del principe, donna Camilla stabilì di
scrivere al Rosati e di pregarlo di passare da lei il giorno
successivo, servendosi del pretesto dell'Orfanotrofio per amicarselo e
avere da lui tutte le notizie che desiderava sul giornale e su Maria.
Nel piccolo cervello della duchessa l'amore del principe per la bella
veneziana era diventato un'idea fissa, dolorosa e martellante. Prima
di coricarsi infatti, non volendo scriver lettere, tracciò sopra un
biglietto di visita poche righe d'invito e chiuso il biglietto in una
busta andò da sè a portarlo sulla tavola dove mettevano le lettere.
Il biglietto fu recapitato e alle due Fabio si faceva annunziare alla
principessa, la quale, per fargli dimenticare lo sgarbo della sera del
pranzo e per confessarlo a suo agio, fu con lui cortesissima. Fabio
promise l'appoggio del padre per il protetto della signora e con
quella servilità che i romani della borghesia hanno nel sangue per
tradizione, e che li fa parere sempre clienti quando sono in faccia ai
principi, soddisfece pienamente la curiosità di donna Camilla.
--Venga dopo il ricevimento,--gli disse nel congedarlo e stringendogli
la mano,--e si rammenti che voglio saper tutto; chi c'era, di che
cosa si è parlato, com'erano vestite le signore; io sono curiosa e mio
marito e così parco di parole ora che ha tanti affari per il capo.
Fabio capì benissimo che la curiosità della principessa della
Marsiliana nascondeva una grande gelosia, e non potendo essere quello
che voleva per il principe, ora che Ubaldo rappresentava presso di lui
la prima parte, si propose di mantenere desta quella curiosità, di
dirle quel tanto che poteva renderlo indispensabile a donna Camilla,
senza tradir mai un segreto, senza mai compromettersi.
Egli aveva giudicato sinistramente Maria fino dal primo giorno;
l'aveva creduta complice del marito nei raggiri e nelle astuzie, e
riteneva che quella sincerità di cui ella faceva vanto non fosse altro
che un mezzo per meglio accalappiare la gente. Non sapeva nulla del
passato di lei, dei suoi sacrifizi, della sua grande virtù, ed era
convinto che ora ella si valesse della sua bellezza per rendere il
marito onnipotente presso don Pio. Fabio non aveva l'intelletto del
cuore; gli mancava la finezza del sentimento e la fede nella onestà
assoluta. Tutto era relativo per lui, e pur essendo persuaso che Maria
non accordava nulla al principe, riteneva che ella fosse onesta con
lui soltanto per meglio dominarlo.
Egli spiava di continuo la bella donna perchè voleva impossessarsi di
un segreto, credendo che il possesso di un segreto sia sempre un
capitale che un giorno o l'altro si può rendere fruttifero, e quella
sera della festa, appena potè abbandonare il suo posto di ricevimento,
non la perdè un momento di vista, ora col pretesto di aiutarla nel
dare il thè, ora per mantenersi vicino alle signore che le facevano
corona.
Don Pio, dopo il concerto al quale presero parte i due massimi maestri
di Roma e le prime donne in voga, nonchè Maurel, Maurel che
entusiasmava nell'_Amleto_, si accostò a Maria e le presentò i suoi
colleghi della Camera, con i quali era rimasto a parlare tutta la
sera.
--Che cosa divina è mai la musica!--esclamò la bella creatura parlando
al principe Buontalenti e al duca di Sermano,--io capisco quale
attrattiva abbia per il popolo. Tutte le altre arti vivono rinchiuse
negli studi, nei musei, nelle biblioteche, non sorridono altro che a
quelli che le amano, ma la musica si espande, si fa popolare e consola
tutti. Chissà quanti poveri non sono ora aggruppati qui sotto,
attirati dalle note soavi; chissà come essi tollerano meglio la loro
miseria stanotte e come domani essi vedono la vita meno triste!
Ella parlava presto presto, quasi le parole le volassero dalle labbra
per andarsi ad annidare nel cuore di chi l'ascoltava.
Don Pio era tutto occhi e tutt'orecchi.
--A Roma, a Milano la musica è un godimento dei ricchi, ma da noi a
Venezia, e, come mi dicono, anche a Napoli, è un godimento per tutti;
si canta nelle strade, si canta in gondola, si fanno serenate sotto
gli alberghi; i ricchi pagano, ma il popolo gode.
--Che ne direbbe,--domandò don Pio fissandola,--se uno di questi
ricchi avesse in animo di costruire un teatro popolare, dove si
dessero la opere italiane specialmente e dove un grande lubbione
permettesse al popolo di udirle pagando venti o trenta centesimi?
--Direi,--rispose Maria.--che quel ricco è un benefattore, un uomo che
capisce la carità meglio di tanti filantropi.
--Ed io voglio essere quel banefattore,--rispose don Pio,--Fra un
anno, qui accanto, dove ora non sono altro che macerie, sorgerà un
teatro popolare e lei avrà il vanto di avermi suggerito quest'opera di
carità.
Tutti approvarono il disegno del principe, tutti fecero plauso alla
sua idea, e un momento dopo nelle sale della _Stampa_ non si parlava
d'altro che del principe della Marsiliana e del nuovo teatro.
--Come si deve chiamare?--domandò il principe a Maria quando gli elogi
furono cessati.
--Come vuole; il nome non fa nulla.
--Lo chiameremo "La Fenice" in memoria della sua Venezia,--rispose il
principe.
Fabio ebbe cura che i servi portassero subito lo _champagne_ e si
bevve al nuovo teatro, al principe ed alla bella madrina.
--Io spero,--le disse il principe a bassa voce,--che ella accetterà un
palco in quel teatro e che io potrò farglielo addobbare in modo che
ella si creda lì nel suo salotto e possa ricevervi i suoi amici.
--Sarà il palco della _Stampa_,--rispose Maria, che aveva sempre
l'abilità di schivare le attenzioni troppo premurose del principe, e
sapeva tenerlo a distanza, senza offenderlo.
In quel momento venne a far circolo alla bella signora una folla
d'invitati che erano nelle altre stanze, e una piccola francese, molto
vivace e molto intelligente, che cercava dopo la morte del marito di
conservare la posizione che egli avevale fatto, dandosi per
protettrice delle arti e del giornalismo, prese le mani di Maria e le
disse:
--Mia cara, mi hanno detto che a lei si deve se il principe si è
impegnato formalmente a costruire un teatro; non poteva essere altri
che la figlia di quel caro Rossetti, una creatura che ha imparato ad
amar l'arte nascendo, che si faceva protettrice delle arti.
--Lei conosce mio padre?--domandò Maria con premura.
--Lo conosco, e col povero Filippo--(Filippo Mariani era il defunto
marito che la signora Adriana nominava venti volte al giorno)--e col
povero Filippo abbiamo spesso visitato il suo studio. Suo padre è un
artista del vecchio stampo, un vero artista italiano nel senso più
bello della parola, e io sono lieta di veder qui a Roma la figlia di
lui.
Tutto questo era detto a voce alta, e a un tratto il povero Rossetti,
che era un Carneade per tutti i conoscenti di Mario, divenne, mercè le
lodi della vedova del grande conoscitore d'arte, un artista di
prim'ordine. La signora Adriana Mariani sapeva, come tutti, dell'amore
che Maria aveva ispirato al principe, e lodando lei voleva adulare chi
la amava.
Maria, bella e cortese com'era, non fu da quel momento conosciuta
soltanto come la moglie del signor Caruso; ebbe anche lei il suo
patriziato artistico, non fu più una ignota sbalzata a Roma dalla
incerta posizione del marito, fu la figlia di un artista di merito.
VIII.
La mattina dopo tutti i giornali avevano un lungo resoconto del
ricevimento alla _Stampa_, che doveva inaugurare i sabati invernali, e
tutti parlavano della promessa del principe della Marsiliana rispetto
al teatro, e della bellezza e della grazia con cui la signora Maria
Caruso aveva fatto gli onori di casa.
Il dovere d'ospitalità aveva fatto tacere tutti i risentimenti
partigiani, aveva ucciso tutte le polemiche. _La Stampa_, con
l'inaugurare il grandioso edifico in cui si era insediata, era
divenuta _ipso facto_ il primo giornale di Roma.
--Eccellenza,--diceva il Rosati umilmente entrando il giorno di poi
nel salotto di donna Camilla,--il suo protetto è accettato
all'Orfanotrofio di Termini. Mi farà un favore se vorrà ricordarsi di
me ogni volta che le occorre qualcosa e associarmi alle sue opere di
carità.
--Grazie, mille grazie,--rispondeva la principessa stringendogli
l'indice e il medio della mano, come faceva con tutti, quasi le
ripugnasse ogni contatto,--ma si accomodi, la prego, e mi racconti
come andò ieri sera.
--Benissimo. Fu un trionfo continuato per il principe e una
approvazione generale per la sua splendida promessa.
--Che promessa?--domandò donna Camilla.
--Non lo sa? avremo un teatro mercè sua e si chiamerà "La Fenice".
--Perchè quel nome?--domandò sollecitamente la principessa.
Fabio, accorgendosi di aver commessa una imprudenza, dovette narrare
com'era sorta l'idea del teatro e il perchè del nome. La principessa
si morse le labbra, ma non tradì il dispetto che provava altro che
dando alla voce una intonazione più aspra e più nasale del consueto,
e, dopo aver domandato al signor Rosati quali erano gli artisti che
avevano cantato, quali signore v'erano, stette qualche momento
pensosa, con gli occhi volti a terra e poi gli disse:
--Io presiedo l'Opera per le Povere Madri Lattanti, e di quella
associazione fanno parte quasi tutte le signore romane e molti
signori, ma mentre essi mi danno molto appoggio per riunire offerte,
mi abbandonano tutto il lavoro più duro, che è quello di visitare a
casa le povere donne, per assicurarsi se sono veramente miserabili, e
di domandare informazioni sul conto loro nel vicinato. Io non posso
accudire a tutto; vuole aiutarmi in questa opera di carità? Bisogna
lavorare anche per l'anima.
Fabio accettò con riconoscenza e la principessa lo pregò di tornar da
lei il martedì venturo.
Mentre Fabio, tutto lieto di entrare in una associazione aristocratica
e di poter andare in casa Urbani come non ci andavano i suoi colleghi
della _Stampa_ e neppure Ubaldo, che diventavagli antipatico ogni
giorno più, scendeva le scale del palazzo patrizio, la principessa, a
denti stretti, esclamava:
--Voglio anch'io gettar fango su questa odiosa famiglia che mi
disprezza, voglio anch'io imitare mio marito, voglio anch'io che tutta
Roma parli di me e ne parli male, purchè del male io non ne faccia,
purchè davanti alla mia coscienza io non abbia da rimproverarmi altro
peccato che la vendetta!
Donna Camilla appoggiò la fronte ai cristalli e guardò Fabio, che
traversava la strada; poi, come se la sua esaltazione cessasse a un
tratto per dar luogo a un grande sfogo di dolore, disse, nascondendo
il viso fra le mani:
--Ma che cosa ho mai fatto per non ispirare affetto in nessuno? Non ho
conosciuto mia madre; sono stata trattata con freddezza da mio padre e
dai miei fratelli; Pio mi ha sposata senza amarmi, non si cura di
dimostrarmi la sua antipatia; non ho figli, non ho nessuno e dovrò
vivere sempre così sola, così abbandonata, così dimenticata da tutti?
--A questa domanda il suo cuore rispose con un singhiozzo tremendo,
che le squarciava il petto, come certi fulmini che squarciano il cielo
e non sono accompagnati dalla pioggia. Gli occhi di donna Camilla
rimasero asciutti, poichè ella non sapeva piangere, ma il suo dolore
era più straziante che se avesse avuto per lenimento le lagrime.
A pranzo ella era fredda e compassata come al solito e salutò il
marito, che non aveva veduto prima in quel giorno, come se non fosse
mai corsa fra loro una parola aspra.
La duchessa aveva portato in sala, dal suo quartiere, tutti i giornali
che parlavano del ricevimento, e disse al figlio con grande
espansione:
--Mi pare, Pio, che ormai il tuo giornale abbia il primo posto qui a
Roma e che tu faccia di tutto per conservarglielo: il progetto di
creare un teatro è una idea stupenda e credo che quest'impresa ti
frutterà anche dei denari.
--So che è stata accolta con molto entusiasmo,--disse donna Camilla.
--Chi te lo ha detto?--domandò don Pio.
--Il signor Rosati stamane.
--Non sapevo che tu degnassi parlare con uno dei miei intrusi.
--Il Rosati è romano, di buona famiglia; è un bravo giovine, mentre
gli altri....
Don Pio non rispose per non fare un battibecco in presenza della
servitù, e per non sentir vilipesa Maria; ma da quel momento nutrì
sospetti contro Fabio e promise a sè stesso di sorvegliarlo
supponendolo ligio alla moglie e capace di riferirle quello che non
voleva ella sapesse.
Con la riapertura della Camera _La Stampa_ era entrata in un periodo
di ostilità continue. L'onorevole Carrani, don Pio della Marsiliana e
il gruppo di deputati che tutto speravano dal ritorno dell'ex-ministro
dell'Agricoltura e Commercio al potere, tempestarono il Governo
d'interpellanze. Ogni piccolo avvenimento dava loro occasione
d'impegnare una zuffa; la guerra la serbavano alla discussione dei
bilanci. Oggi servivano loro di pretesto a una interpellanza i mali
trattamenti usati dalle autorità austriache a una barca da pesca
chioggiotta, domani le prevaricazioni di un ricevitore del registro, e
poi la morte di un soldato in seguito a una marcia, un disastro
ferroviario, un maestro comunale rimosso.
E quella scaramuccia, che i deputati amici della _Stampa_
incominciavano alla Camera dei deputati, era continuata nelle colonne
del giornale con una violenza di cui non si serbava memoria nel
giornalismo italiano. La tattica della _Stampa_ era quella di
sollevare le quistioni dal basso, agitare, agitare finchè esse non
giungevano a molestare i ministri, e sopratutto il presidente del
Consiglio, punto di mira di tutte le polemiche, bersaglio di tutti gli
attacchi. I giornali che sostenevano il Governo avevano un bel
ribattere le accuse; _La Stampa_ aveva più diffusione da sola che essi
tutti riuniti, ed era per questo più ascoltata, come quella che meglio
poteva farsi udire da maggior numero di persone. C'erano poi tutti i
politicanti, che hanno bisogno dell'imbeccata del giornale per
formarsi una idea delle questioni, e quei politicanti lo leggevano,
come lo leggevano gli avversari per combatterlo o biasimarlo.
Don Pio della Marsiliana non era certo considerato alla Camera come
uomo di valore, perchè anche là come in tutti i consessi la forte
mente e i forti caratteri s'impongono, e anche se un deputato non è
oratore, anche se non prende mai la parola, i compagni sanno
apprezzarlo, a qualunque partito esso appartenga, per i lavori degli
uffici, per le discussioni in seno delle commissioni, per i mille
mezzi che anche dentro al Parlamento sono offerti all'attività
intellettiva di un uomo per estrinsecarsi. Ma anche non essendo
considerato un valore, egli godeva di una situazione speciale
formulatagli dal gruppo, che rappresentava il giornale, e dal
giornale stesso.
Da principio quel gruppo non aveva altro nucleo che l'onorevole
Carrani, ma in breve, quando gli altri quattro capi dei diversi gruppi
del partito progressista incominciarono a vedere che quel gruppo
diveniva preponderante, si riunirono ad esso, calcolando che potevano,
mercè la generosità di don Pio della Marsiliana, risparmiare tutti i
danari che sarebbe costata loro la guerra al governo, dal momento che
c'era un principe che faceva tutte le spese all'organo battagliero. Fu
un calcolo economico che ebbe un risultato politico. Si sapeva che
quei cinque uomini non simpatizzavano tra loro, si sapeva che tutti
miravano a farsi accettare nel gabinetto che combattevano, ma questi
screzi, che non erano un mistero per gli uomini politici e per i
giornalisti, non eran noti al pubblico, il quale vedeva un forte
partito capitanato da cinque duci, armati da capo a piedi per
combattere il governo, e sperava da quegli uomini, che mostravano
spiriti così battaglieri, una guerra in tutte le regole. Il pubblico
non si accorgeva che tutti e cinque erano pronti a passare
separatamente nel campo nemico, purchè il premio della divisione fosse
un portafoglio importante.
Quella parte di Giove pagante che il principe della Marsiliana
sosteneva di fronte agli uomini dell'avvenire, unita alla naturale
albagia, lo aveva reso così orgoglioso di sè e del suo potere da far
credere che egli avesse adottato per la sua persona il dogma
dell'infallibilità. Non ascoltava più consigli da nessuno rispetto ai
suoi affari, neppure dalla madre, che con tanta accortezza aveva
amministrato per diversi anni il suo patrimonio. Egli non faceva altro
che comprare terreni ovunque ne trovasse. I primi avevali pagati un
prezzo mite, ma in seguito quando non fu più il solo a comprare, e la
compra divenne una vasta speculazione, allora dovette pagarli prezzi
altissimi, e per far fronte a quelle spese esorbitanti, chiedeva
milioni alle Banche, dando ipoteca sul suo vasto patrimonio. E in quei
terreni fabbricava senza tregua, e per fabbricare occorrevano altri
capitali, che novamente chiedeva al credito, dando una seconda e una
terza ipoteca sui suoi possessi. Intanto più ingegneri lavoravano al
progetto della stazione in Trastevere, fra i quali il fratello di
Fabio Rosati; intanto a Roma non si parlava d'altro che delle vaste
speculazioni di don Pio. Il popolo, i borghesi lo consideravano come
un portentoso esempio di attività, come l'ideale dei principi secondo
le idee moderne; nel patriziato lo consideravano invece come un
reprobo, un pazzo, e erano convinti che un giorno o l'altro si sarebbe
pentito di aver derogato alle tradizioni della sua casta.
Ma _La Stampa_ andava a vele gonfie, aumentava diffusione e tiratura
tutti i giorni; ma anche costava sempre più denari a don Pio, il quale
cullato dalle promesse di Ubaldo, dai discorsi dell'onorevole Carrani
e più di tutto dal grande fatto di aver riunito all'ombra del labaro
del giornale tutte le forze del partito progressista, sognava già di
essere un giorno ambasciatore a Berlino o a Parigi, o anche ministro
degli esteri, e per questo pagava senza contare. Il giornale,
amministrato bene, sarebbe stato una fonte di guadagno, ma
amministrato con i criterî e con le tradizioni delle case principesche
romane, era invece un pozzo senza fondo che inghiottiva nella sua
immensa bocca capitali su capitali. Un amministratore generale, tre
sotto-amministratori della tipografia, della pubblicità e del
giornale, prendevano laute paghe e avevano ai loro ordini uno stuolo
d'impiegati. La redazione pure costava un occhio. Ubaldo non aveva
meno di dodici redattori e una ventina di corrispondenti stipendiati;
poi c'era la parte letteraria che si pagava salata, poi gli
avvenimenti straordinari che chiamavano da un capo all'altro d'Italia
e talvolta d'Europa il Rosati, il quale sapeva farsi rimunerare,
c'erano i regali agli abbonati che costavano più del prezzo
complessivo annuo del giornale e così gli associati lo avevano per
niente; c'erano i romanzi d'appendice, c'era tutta una rete di calcoli
sbagliati a bella posta e che empivano le tasche di tutti, mentre
vuotavano quelle del proprietario, che non sapeva neppur trarre dal
giornale quel partito che avrebbe potuto.
In tutte le grandi operazioni finanziarie che si compirono nel primo
anno che ebbe vita _La Stampa_ don Pio non ebbe alcuna parte; era
troppo gran signore per andare nelle anticamere dei ministri e nei
gabinetti dei capi di grandi stabilimenti di credito a far valere
l'appoggio del suo giornale o mercanteggiare almeno il silenzio di
esso. Ubaldo invece, del quale era stato dimenticato il passato con
quella facilità con che a Roma si dimentica tutto, aveva saputo
guadagnare in molti affari e ora non era più l'uomo che non possiede
nulla, che non sa come vivrà domani. Egli aveva titoli di rendita e
calcolando abilmente si permetteva il lusso di speculare alla Borsa,
valendosi delle notizie che aveva prima di molti altri, e siccome
ritirava i titoli invece di pagare le differenze, oppure col credito
che aveva acquistato li depositava alle Banche, così non perdeva mai,
e sempre aumentava il suo capitale. Inoltre speculava anch'egli in
terreni, ma comprando per rivendere subito, perchè l'istinto
commerciale dicevagli che qui, come prima a Vienna e poi a Berlino, il
giorno del _krach_ doveva venire, e che era impossibile che su tutti i
terreni che si levavano all'agricoltura per farne terreni
fabbricativi, sorgessero case, e quelle case dessero un guadagno.
L'attitudine alla speculazione che può non rivelarsi in gioventù nei
figli e nipoti di mercanti, si manifesta sempre in essi con l'andar
degli anni, speculazione meschina se le condizioni dell'esistenza
assegnano loro un campo ristretto, speculazione vasta se il campo che
possono esplorare ha grandiose proporzioni.
Ora che Ubaldo aveva sentito tutti gli strazi della miseria, tutte le
punture continue e dolorose dei sacrifizi, si era fatto accorto, non
sprecava più, non sacrificava nulla alle apparenze. Maria viveva
comodamente, ma viveva come il giorno che da Milano era venuta a
Roma, quasi le sole risorse della famiglia consistessero nella paga di
Ubaldo. Per questo nessuno, nè quelli che erano addentro alle cose
della _Stampa_, nè i curiosi che facevano parte degli altri giornali e
di tutto quel mondo della politica, dell'arte, della Borsa che forma
attorno ai giornali una vasta rete, poteva dire che il principe della
Marsiliana era l'amante di Maria e le faceva doni costosi. Quello che
ella spendeva per la sua _toilette_ era compatibile con i guadagni
palesi del marito; gli occulti erano ignorati dal pubblico e dagli
amici di Ubaldo.
Maria non aveva neppure un _coupé_ per fare le visite o per andare a
Villa Borghese e soleva accettare l'offerta che le faceva ogni tanto
la signora Adriana Mariani di condurla seco. Questo modesto contegno
di Maria, che il mondo sapeva adorata dal principe, le aveva
accaparrato le simpatie e la stima generale, perchè il mondo, che è
composto d'individui che ogni giorno per conto proprio si burlano
della morale, la vuole rispettata e grida e sbraita quando qualcuno la
offende.
La principessa della Marsiliana, ròsa dalla gelosia, dimenticata dal
marito, non credeva alla onestà della sua rivale. Quel teatro, che
ella vedeva ogni giorno inalzarsi maggiormente, le diceva che Maria
non avrebbe accettato dal principe un paio di orecchini di brillanti,
nè un paio di cavalli, ma che aveva tanto potere su di lui da
ottenere, con una parola sola, che egli facesse spese che neppure un
re si permette. Questa convinzione di avere nella bella Veneziana non
una rivale avida, una rivale che non si contenta con l'oro, la rendeva
pazza dalla disperazione. Finchè ella non aveva veduto don Pio correr
dietro altro che a donne che s'incontrano oggi per abbandonarle
domani, senza rincrescimento, e che non considerano l'uomo altro che
come mezzo per appagare le loro brame di lusso, non era stata gelosa e
aveva dato prova di quella tolleranza che sanno avere tutte le signore
di nascita illustre per i peccatucci degli uomini.
Ma appena aveva capito che don Pio era innamorato seriamente di Maria,
e che quello non era un amore che svanisse tanto presto, si era
attaccata al marito con quella insistenza propria di chi vede
sfuggirsi un bene al quale ha diritto, e aveva provato tutti gli
strazi, tutte le angustie della gelosia. L'orgoglio di razza rendeva
anche più acuti quei tormenti; ella vedevasi preferita una plebea, e
conscia della propria inferiorità dinanzi alla rivale, inferiorità che
non era soltanto fisica, ma anche intellettuale, non vedeva nessuno
scampo e non sperava altro sfogo che nella vendetta.
Quando la mattina ella usciva per andare ai conventi o alle
associazioni di beneficenza, dove la chiamava l'abitudine, e vedeva
gli operai lavorare al teatro: quando verso sera tornava dalla
passeggiata o dalle visite e vedeva che neppure la notte il lavoro
cessava in quell'edifizio inalzato da suo marito per appagare il
desiderio di Maria, provava una rabbia sorda, e stringeva nelle
piccole mani nervose i nastri del cappellino, si metteva fra i denti
il fazzoletto di batista, strappava le rose che ornavano il davanti
del _coupé_ e fremeva come una fiera rinchiusa in una gabbia. Col viso
sconvolto, con le ciglia aggrottate ella si presentava a colazione e a
pranzo, e, se don Pio si faceva aspettare, se invece di pranzare in
famiglia passava già vestito dalla sala da pranzo per dire che era
invitato, ella non mangiava nulla, trangugiava grandi bicchieri di
acqua fredda e non rispondeva neppure con monosillabi ai discorsi
della suocera, la quale non sapeva rassegnarsi al silenzio, e la
lasciava appena terminato il pranzo per salire nel suo quartiere,
dove sempre era visitata dalle amiche e dai conoscenti di gioventù, e
dove trovava modo di dare sfogo alla sua loquacità, raddoppiata ora
che il figlio faceva cose così insolite per un patrizio, e che davano
agli amici della duchessa argomento a frequenti domande e ad
osservazioni.
E mentre don Pio passava le serate alla Camera, dava una capatina nei
teatri o nei ritrovi eleganti, e fluiva per andare alla _Stampa_, dove
si vegliava molto tardi e dove era sicuro d'incontrare Maria, la
signora Carrani e Adriana Mariani, e ogni sera più s'invaghiva della
bella donna, la principessa della Marsiliana stava sola nel suo
salotto a rodersi dalla gelosia. Ogni tanto, desolata, si gettava
bocconi davanti a un grande Cristo d'argento, dono di suo padre, e gli
parlava con voce interrotta dai singhiozzi dolorosi, gli domandava
perchè le aveva dato un gran nome, le aveva dato le ricchezze e le
aveva negato tutte le attrattive della donna, non l'aveva fatta nè
bella di volto, nè bella di corpo, non le aveva dato i vizii, che pure
hanno il loro fascino, nulla, nulla; e, senza accorgersene, ella
passava dalla preghiera al rimprovero. E quando donna Camilla
rientrava per un momento in sè stessa, era pentita di quello che
aveva detto, e umilmente con la faccia appoggiata ai piedi inchiodati
del Cristo, la schiena curva, supplicava la santa immagine di
perdonarla, di aver pietà del suo dolore.
Poi, dopo quegli sfoghi ai rialzava da terra, ricomponeva il volto,
ricomponeva le vesti e sedeva dinanzi al tavolino coperto di lavori
incominciati e destinati ai poveri, con le piccole mani scarne si dava
a lavorare frettolosamente, mentre il cervello anch'esso lavorava,
lavorava a cercare un mezzo per vendicarsi doppiamente del marito,
coprendolo di vergogna; e staccandolo per sempre da Maria.
Dopo ognuna di quelle serate angosciose, donna Camilla trovava un
pretesto per scrivere a Fabio, per invitarlo a andare da lei la
mattina seguente. Ora il pretesto glielo forniva l'invito a una
adunanza da spedire alle patronesse dell'opera pia delle Madri
Lattanti, ora un'informazione da assumere, ora un sussidio da
elargire. E quando Fabio la mattina dopo era da lei, ella lo
interrogava su quello che facevano alla _Stampa_, sui lavori del
teatro e per ultimo su Maria. Fabio Rosati era troppo accorto per far
vedere alla principessa che capiva la sua gelosia e i suoi strazii, e
fingeva sempre di credere che quella premura di lei per sapere notizie
della signora Caruso fosse frutto della curiosità pura e semplice, e
le parlava dei trionfi che riportava in ogni festa al Circolo dei
Cittadini e al Circolo degli Artisti la bella Veneziana, e come
d'intorno a lei si formasse una cerchia di ammiratori, che ogni sera
popolavano le sale della _Stampa_ per il solo piacere di vederla e di
sentirla parlare.
Come tutte le donne gelose, la principessa desiderava di veder Fabio
per udir parlare di Maria, e dopo che lo aveva veduto era più che mai
straniata dai tormenti che impone quella malattia del cuore, più che
mai era desiderosa di sapere.
Intanto in anticamera, negli ozii della guardia, i servitori parlavano
molto delle attenzioni che don Pio usava alla famiglia Caruso col
mandare la caccia che giungeva dai possessi di Maremma, le piante e i
fiori delle serre della villa a porta Salaria, i latticini che
arrivavano dalla Sabina e i vini dell'Umbria, ma non parlavano meno
dei biglietti che la principessa scriveva a Fabio Rosati, e ogni volta
che lo vedevano salir le scale del palazzo, mentre uno dei servi lo
accompagnava alle stanze della signora, gli altri, rimasti in
anticamera, ridevano e dicevano nel loro linguaggio triviale:
--Il principe e la principessa fanno il comodo loro.
Due o tre volte don Pio aveva incontrato Fabio nella galleria, mentre
si avviava al quartiere della principessa, e sempre lo aveva salutato
con molta freddezza, con una freddezza che faceva morire al Rosati il
bonario sorriso sulle labbra, e dopo, quando lo rivedeva in redazione,
fingeva di non accorgersi di lui, e non c'era caso che gli rivolgesse
per un pezzo la parola.
Il principe non aveva nessun sospetto ingiurioso per la principessa,
ma credeva Fabio il cronista particolare di lei, alla quale, non
riconosceva attrattiva di sorta, e la relegava nel numero di quelle
donne che, quando non destano repulsione, lasciano freddi e
indifferenti quanti le avvicinano.
La freddezza del principe per Fabio non influiva sulla posizione di
lui alla _Stampa_, poichè don Pio non s'ingeriva mai dei particolari e
lasciava piena indipendenza ad Ubaldo, il quale, sapendo che in certe
occasioni il Rosati era un eccellente corrispondente e un cronista
prezioso, gli dava spesso degli incarichi, che Fabio accettava
volentieri, perchè gli procuravano conoscenze, e guadagni superiori a
quelli ordinari.
Don Pio si sarebbe consolato facilmente della vita triste che menava
in famiglia, del risentimento di cui dava prova la principessa ogni
volta che gli dirigeva la parola, delle preoccupazioni economiche che
non gli accordavano tregua, dopo che aveva seppellito tanti milioni
nell'acquisto di terreni che non riusciva a rivendere e per i quali
sborsava un forte interesse agli istituti di credito, che gli avevano
prestati quei milioni; si sarebbe anche consolato nel vedere che _La
Stampa_ non gli dava i lauti guadagni che aveva sperato, purchè Maria
lo amasse, purchè Maria fosse sua. Ma di fronte a lei, egli, così
ardito, non aveva volontà, non aveva ardimento di sorta. Il vederla
sempre in mezzo a gente, il non poter sfogare mai con lei la tenerezza
che gl'ispirava, faceva del suo amore un tormento continuo, un
supplizio da dannato. Le attenzioni, le premure più delicate, che sono
un lusso dei ricchi, egli le aveva tutte per Maria. Non c'era sera in
cui ella non trovasse nel cantuccio del salone della _Stampa_ dove
soleva sedersi, una quantità di fiori e i dolci che ella preferiva.
Maria lo ringraziava con effusione, era cortesissima con lui, ma
nulla più, e le stesse parole le usava con tutti quelli che ad
imitazione del principe, offrivano a lei i loro omaggi.
Una seconda estate era trascorsa e la principessa non si era mossa da
Roma per assistere il proprio fratello, che, cadendo da cavallo, si
era piuttosto gravemente ferito, e in quella estate ella si era fatta
vedere così spesso fuori col Rosati, lo aveva così spesso ricevuto,
che la ciarla che ella lo amasse dal palazzo Urbani era giunta nella
redazione della _Stampa_ e anche alle orecchie di Maria, la quale
aveva risposto al Suardi, che la informava di quel fatto:
--Io non ci credo; la principessa è una santa donna!
--Se è una santa lei, Fabio non è un santo, e quando la santità manca
da un lato c'è sempre pericolo che la parte peccaminosa guasti
l'altra. Voi non sapete che il peccato, secondo la scienza moderna, è
di natura infettiva e ha il suo bacillo?
--Con la vostra strana maniera d'argomentare avete in certo modo
ragione,--disse Maria.--Quando un uomo si mette a far la corte a una
donna fa sempre con lei la parte del corruttore, ed ella si lascia
corrompere se non ha il sentimento del dovere, che è il più potente
antisettico, per esprimermi come voi fate, che si conosca.
--Ben detto!--esclamò il Suardi ridendo.--M'indicate dove si vende
quell'antisettico, del quale pare che voi possediate tanta copia?
--In nessun luogo disgraziatamente--rispose Maria cui non era sfuggita
l'allusione.--Alcuni sono tanto fortunati da averne scoperta una
sorgente e finchè quella non si esaurisce, sono al coperto dalla
infezione; se la sorgente diviene sterile si ammalano subito.
--E voi siete sicura che la vostra non si esaurirà mai?
--Sì--rispose ella arditamente.--Sì, perchè la mia sgorga in un
terreno che, date certe circostanze speciali, l'alimenta sempre.
--Come si chiama di grazia questo terreno?
--Il giardino della riconoscenza.
--Mia bella signora, voi parlate come una pastorella di Arcadia.
--E voi come un pastore, che navighi di continuo sul fiume del Tenero.
--Se ci sentissero, riderebbero per bene alle nostre spalle,--osservò
il Suardi che passava per lo sguaiato e il cinico della redazione, ed
era in fondo il più ingenuo e il più illuso fra i suoi colleghi.
La principessa voleva che parlassero male di lei, voleva
compromettersi, voleva incanagliarsi, come diceva a sè stessa nelle
sere di spasimo, affinchè il marito lo sapesse, affinchè al marito
parlassero di quel fatto, ma in quest'intento non riusciva. La
duchessa madre, che poteva essere la sola che riferisse quelle voci a
don Pio, era assente da Roma, e gli altri non avevano col principe
della Marsiliana tanta confidenza per permettersi uno scherzo; essi
attaccavano piuttosto Fabio, ridevano con lui dell'amore che aveva
ispirato, ma al principe non dicevano nulla, e il principe pensava il
meno possibile alla moglie.
IX.
Durante l'estate, per non trovarsi solo di fronte alla principessa a
pranzo e a colazione, don Pio aveva invitato un vecchio professore,
molto noto come bibliofilo, a riordinare l'archivio di famiglia, e lo
tratteneva sempre ai pasti e con lui impegnava lunghe discussioni
sugli antenati e sui fatti storici cui essi avevano partecipato. Così
la principessa non aveva modo di far quasi mai sentire la sua voce, e
appena preso il caffè fuggiva indispettita lasciando il marito a
discutere con l'Onorati.
In quell'estate il teatro "La Fenice" fu condotto a termine e don Pio
non solo si occupava di farlo addobbare all'interno con tutta
l'eleganza possibile, ma pensava pure a procurargli per le tre
stagioni invernali, tre compagnie di canto, che assicurassero alla
_Fenice_ la sua reputazione.
--Prima costruttore, poi giornalista, ora impresario! Quante
trasformazioni vedremo ancora?--dicevano i vecchi e i giovani patrizi,
che non perdevano d'occhio il principe.
Alcuni di essi avevano tanta fiducia nella malleabilità del carattere
di don Pio, che speravano ancora, dopo aver fatto il mangiatore di
preti e l'irriverente verso la dinastia, di vederlo di nuovo al
Vaticano, nelle anticamere papali o forse con l'uniforme degli esenti
della guardia nobile addosso.
Verso i primi di novembre, quando la gente era in parte ritornata a
Roma, don Pio volle inaugurare il teatro con un ricevimento ai
giornalisti, al mondo politico e agli amici.
Gl'inviti furono diramati dal principe istesso, e siccome il teatro
conteneva circa quattromila persone, così furono dispensati un po' in
tutte le classi sociali e l'aristocrazia ne ebbe la sua parte.
Donna Camilla, informata da Fabio di quel fatto, stabilì di assistere
alla festa, ma non disse nulla al marito di questo divisamento, e
neppure alle parenti e alle amiche, che la tempestavano di domande.
--Non mi occupo degli affari di mio marito,--rispondeva ella
sdegnosamente a quante le parlavano della _Fenice_--"Cela ne me
regarde pas."
E pareva infatti che ella non si curasse per nulla di ciò che faceva
don Pio, tanto la mossa con cui accompagnava quell'asserzione era
sdegnosa, e il tono della voce, sprezzante.
Invece appena era sicura che don Pio era fuori di casa e che Giorgio,
il fido cameriere, era a pranzo o non poteva andare nelle stanze del
marito, ella vi penetrava furtivamente, rovistava fra le carte, nelle
tasche degli abiti, cercava, cercava quella prova della colpabilità di
Maria, quella prova che doveva facilitarle la vendetta.
Un giorno ella trovò sulla scrivania di don Pio un paio di lunghissimi
guanti da donna e sorrise a denti stretti, come se quello fosse un
indizio che una volta o l'altra il marito avrebbe dimenticato una
lettera, una prova, come aveva dimenticato quei guanti, e li guardò,
li odorò lungamente e poi si diede a fissare la scrivania supponendo
che in essa stesse rinchiusa tutta la corrispondenza di Maria. Se la
forza le fosse bastata, con un colpo avrebbe volentieri fatto saltare
quel cassetto, che credeva le nascondesse uno scambio di sentimenti,
una ardente passione, che la defraudava di tutto, anche delle rare e
misere gioie concessele dal suo matrimonio.
Ella fu sul punto di portar via quei guanti, ma poi ebbe paura della
collera di don Pio, e li ripose dove li aveva trovati; ma quel giorno
stesso scrisse al Rosati pregandolo di passar da lei in serata.
La sera, prima donna Teresa era tornata in città dopo un lungo
soggiorno a Perugia, e la nuora prima del pranzo andò nel quartiere
della duchessa per consegnarle le gioie che aveva tenute in custodia
durante la sua assenza. Mentre le due signore parlavano, la madre
esaltando l'attività di don Pio, che aveva in così breve termine
condotto a fine il teatro, la moglie biasimando le azioni del marito:
entrò il principe con i guanti in mano.
--Credo,--diss'egli dandoli alla madre,--che ieri sera tu li abbia
dimenticati in carrozza quando venni a prenderti alla ferrovia.
--Sono appunto un paio di guanti che stamane ho fatto tanto cercare
alla cameriera,--disse la duchessa gittandoli in una coppa di
Sassonia.
Donna Camilla fissava con rammarico quei guanti. Dunque Pio non
dimenticava nulla di Maria, non avrebbe mai dimenticato nulla, non si
sarebbe mai tradito?
La presenza della madre rendeva don Pio espansivo durante il pranzo, e
quella sera, quando furono seduti a tavola, non rifiniva più di
parlare. Pareva che a lei sentisse il bisogno di narrar tutto, e donna
Camilla soffriva essendo certa che con lei non provava un bisogno
uguale. Alla madre narrò che per sè nel nuovo teatro aveva riserbato
la barcaccia di destra al _parterre_, e che per la _Stampa_ aveva
fatto preparare quella di fronte. Disse che tutti e due quei palchi
avevano un salottino dietro per fumare, e che il teatro era riuscito
elegante e carino quanto mai.
--Tu avvezzi male i tuoi redattori,--disse ridendo la duchessa,--li
tratti da principe.
--E tratta le loro mogli meglio della principesse,--disse donna
Camilla senza alzare gli occhi dal piatto.
Don Pio non rispose per non lasciarsi sfuggire di bocca l'offesa, e
finse di non aver capita la maligna allusione.
Prendevano ancora il caffè, quando alla principessa fu recato in un
vassoio d'argento il biglietto di Fabio.
--Fate entrare il signor Rosati nel mio salotto e ditegli che vengo
subito,--ordinò la principessa.
--Tu ricevi i plebei come i principi,--disse don Pio sorridendo nel
vederla alzarsi prontamente, senza neppur terminare il caffè.
--Ricevo chi mi pare e come mi pare,--rispose ella sgarbatamente, e
fatto un cenno di testa alla suocera uscì.
--Come è nervosa Camilla; benedetti quei nervi!--disse la duchessa che
aveva sempre preso la vita dal lato pratico e non sapeva che cosa
fossero i tormenti dell'anima.
Il principe dette un'occhiata in giro alla sala e vedendo che i servi
erano usciti, disse sottovoce alla madre:
--Non sai che vorrebbe farmi ingelosire del Rosati?
--Camilla è pazza; la gelosia, la rabbia la divorano. Ma ha forse
ragione di esser gelosa?--domandò la duchessa al figlio con fare
insinuante.
--Non ha purtroppo nessuna ragione. Maria è di una onestà rara, di una
onestà antica e io non ottengo nulla da lei.
--È un miracolo,--sentenziò la duchessa.--Ma ancorchè Camilla non
abbia ragione di esser gelosa, guardati da lei; ora che la rivedo dopo
una lunga assenza noto che la sua fisonomia ha preso una espressione
sinistra.
--Dunque ti pare anche imbruttita?--domandò il principe ridendo.
--Sì, prima era soltanto brutta, ora ha qualcosa di cattivo; guardati
da lei.
Mentre madre e figlio così parlavano nella sala da pranzo, la
principessa aveva messo sotto gli occhi di Fabio certi conti
dell'Opera delle Madri Lattanti, ma non sapeva come fare a dirgli che
sperava egli l'accompagnasse alla inaugurazione della "Fenice". In
quel momento in cui stava per chiedere un favore a un uomo, che non
considerava suo eguale, che per il passato aveva sempre tenuto a
distanza, tutto l'orgoglio di casta combatteva in lei una lotta
tremenda e le parole le spiravano sulle labbra.
Fabio ebbe presto esaminati i conti e alzatosi dalla piccola
scrivania della principessa, s'inchinò e le chiese se aveva altro da
comandargli.
--Dica, Rosati,--domandò la principessa evitando di rispondere,--si
fanno grandi preparativi per l'inaugurazione della "Fenice?"
--Immensi. A Roma tutti i fiori sono incettati per quella sera, e non
si parla d'altro.
--Sarà contenta la signora Caruso di vedere la sua idea tradotta in
opera con una prontezza favolosa?
--Non si può credere quanto la signora Maria sia felice. Ella assicura
che il principe non poteva meglio spendere le sue ricchezze che
facendo la carità di una consolazione artistica ai poveri.
--La signora Caruso deve aver conosciuta la miseria?--domandò la
principessa.
--Pare che la miseria e la casa Rossetti fossero come i due fratelli
Siamesi, e che soltanto la comparsa del Caruso in quella casa
cacciasse la brutta ospite,--rispose Fabio.
--E allora la signora dovrebbe avere molta gratitudine per il marito?
--E l'ha infatti. Ella è una moglie modello e la sua volontà è sempre
sottoposta a quella di Ubaldo.
La principessa fece udire un piccolo riso stridente e acuto.
--Io metto in dubbio tutta quella gratitudine e tutta quella
sommissione.
C'è negli uomini un sentimento innato di cavalleria, che li spinge a
difendere le donne quando le sentono accusare dalle rivali e a
difendere specialmente le belle, quelle che danno per gli occhi un
godimento al cuore e che tutti guardano con un segreto desiderio di
possederle.
Quel sentimento spinse il Rosati a farsi il paladino di Maria.
--Ne è forse innamorato anche lei?--domandò la principessa con
dispetto.
--No,--rispose egli sinceramente,--ma la giustizia mi fa parlare in
favore della bella donna.
--Ci siamo troppo occupati di lei e non menta il conto di perdere il
tempo,--disse la principessa accennando al Rosati una poltrona,--mi
parli piuttosto del teatro e me lo descriva.
Il Rosati, che aveva in tasca un piano della "Fenice" per farlo
riprodurre in zincotipia e poi pubblicarlo nel giornale, lo mostrò
alla principessa, e si trattenne a lungo a spiegarle com'era decorata
la sala, com'erano i palchi, il _foyer_, i camerini degli artisti e
le sale da fumo.
--E il loro palco com'è?--gli domandò la principessa.
--Non lo so; il principe ha dato ordine severo che nessuno vi sia
ammesso prima della sera inaugurale, e io come gli altri sono ròso
dalla curiosità.
--Lei assisterà alla festa?
--Anche se non volessi assistervi, non potrei. A me spetta di fare il
resoconto della serata; io debbo essere al mio posto.
Donna Camilla stette un momento silenziosa guardando la pelle d'orso
bianco su cui poggiava i piedi, e pareva che la domanda che si sentiva
prima tant'ardimento di fare al Rosati non potesse pronunziarla.
--Se non ha niente da comandarmi,--disse Fabio,--io vado via perchè in
famiglia mi aspettano; mio padre è ammalato.
--Senta,--gli disse la principessa alzandosi pure e fissandolo
imperterrita negli occhi,--mi vuole accompagnare alla inaugurazione
della "Fenice?"
La domanda era così strana che Fabio non seppe rispondere altro che
un:
--Sono sempre ai suoi ordini.
--Allora venga a prendermi, passeremo dalla comunicazione interna,
che c'è fra il palazzo e il teatro. Venga alle dieci.
Tutto questo fu detto in tono imperioso di comando, quasi ella volesse
far capire al Rosati che si serviva di lui come ci si serve di un
inferiore, di una persona che ha l'obbligo di ubbidire senza chiedere
il perchè.
--Alle dieci verrò a prenderla,--rispose il Rosati sbalordito,
inchinandosi.
--Buona sera,--dissegli la principessa e mentre sempre gli stendeva la
mano, quella sera incrociò le braccia e chinò soltanto la testa per
congedarlo.
--La principessa mi vuol far perdere il posto,--pensava Fabio turbato
scendendo le scale.
Si trattava di cosa tanto delicata che egli non sapeva con chi
sfogarsi, con chi consigliarsi. Capiva benissimo che egli in tutta
quella faccenda non era che un istrumento di vendetta, ma se la
principessa voleva compromettersi, perchè non sceglieva a complice uno
dei suoi nobili parenti, un giovane del patriziato, perchè gettava gli
occhi su di lui?
Gli venne il desiderio di darsi per malato, di scrivere scusandosi, ma
come faceva a disertare il suo posto quella sera appunto in cui doveva
tutto vedere, tutto osservare per iscrivere uno di quei racconti
brillanti nei quali mancavano soltanto l'ortografia e la sintassi, che
il Suardi aveva cura di aggiungervi prima di mandarli in tipografia?
Fabio era mezzo sbalordito da quel pensiero e tutti se ne accorsero
quella sera alla _Stampa_. Il Suardi specialmente, che tanto
volentieri non gli dava requie, lo burlava, assicurandolo che non
aveva mai scritto con più spropositi. Il principe, giungendo, udì i
motteggi cui era fatto segno Fabio, e squadrandolo gli disse in tono
sarcastico:
--Caro Rosati, lei fa troppi mestieri a questo mondo; si contenti di
fare il cronista della _Stampa_, e avrà la testa più a segno.
Quell'allusione che conteneva una tremenda offesa, annichilì Fabio.
Egli non ebbe il coraggio di fiatare e uscì dalla stanza di redazione
per andarsi a rifugiare nella sala, non ancora popolata come dopo
l'uscita dai teatri.
Il Rosati si gettò sopra una poltrona e rimase lungamente con gli
occhi chiusi a pensare a quel fulmine, che gli cadeva sul capo, senza
veder mezzo di schivarlo, e mentre era così sgomento e perplesso,
sentì battersi sulla spalla e udì la dolce voce di Maria, che gli
domandava con premura:
--È ammalato, signor Rosati, vuole che faccia qualche cosa per lei?
In quel momento Maria gli apparì come l'angiolo salvatore, come la
sola persona che potesse consigliarlo.
--Non sono malato, non ho bisogno di nessuno, mi occorre soltanto di
confidarmi con lei, di dirle quello che mi accade.
--Io sono pronta ad ascoltarlo,--diss'ella facendoselo sedere
accanto,--e le prometto che farò quanto starà in me per darle un
consiglio saggio.
Quelle parole pronunziate con schietto accento di simpatia consolarono
Fabio, il quale narrò a Maria i pretesti addotti dalla principessa per
indurlo a andare da lei, le domande che gli rivolgeva per sapere
quello che facevano alla _Stampa_, le narrò tutto, senza allontanarsi
mai dal vero, perchè infatti egli non aveva nulla da rimproverarsi.
Non le disse però che quelle risposte evasive non erano state dettate
da un sentimento di ritegno e di delicatezza, ma soltanto dal bisogno
di condursi abilmente tenendo i piedi in due staffe, e per ultimo le
narrò quello che esigeva donna Camilla da lui, e l'offesa lanciatagli
poco prima dal principe.
--Che cosa debbo fare? mi consigli lei, mi consigli come
consiglierebbe in un caso simile un fratello, un amico.
Maria, che leggeva chiaramente nella condotta della principessa, che
capiva quanto fosse gelosa e quanto fosse sospettosa di lei, rimase un
pezzo prima di rispondere. Non aveva fatto mai soffrire nessuno a
questo mondo e le doleva, le doleva immensamente di avere, senza
colpa, inconsciamente, esposto una donna alla torture della gelosia.
Dopo una lunga pausa, ella disse con voce strozzata dalla commozione:
--Il principe lo sospetta non di essere innamorato della principessa,
nè di cedere a un sentimento, ma di commettere un'azione bassa. Me la
lasci dire la brutta parola; lo sospetta di spionaggio. L'unico mezzo
per riabilitarsi agli occhi di lui è di chiedergli un abboccamento
stasera subito, e di dirgli francamente quello che vuole da lei la
principessa; l'avrà questo coraggio?--domandò Maria volgendo su Fabio
uno sguardo fermo e scrutatore.
--L'avrò,--egli rispose senza esitare.
In quel momento don Pio precedendo un gruppo di deputati amici
entrava, discutendo, nella sala; nel veder Fabio seduto accanto a
Maria e impegnato con lei in una conversazione seria, affrettò il
passo per mettere una certa distanza fra sè e quelli che lo seguivano,
e accostandosi a Maria le disse con tono sarcastico:
--Se vuol accettare un mio consiglio, non ascolti quello che le dice
il Rosati; io credo che egli muova troppo la lingua.
Fabio impallidì, ma seppe dominarsi e sentendo fisso su di sè lo
sguardo di Maria, ebbe la forza di dire:
--Eccellenza, ho bisogno di parlarle e se potesse ascoltarmi subito,
mi farebbe un piacere.
--Credo che potremo rimettere anche a domani questo
colloquio,--risposo freddamente don Pio.
--In la prego di ascoltarmi subito.
--Vadano in quel _fumoir_,--disse Maria per secondare il desiderio di
Fabio,--e io starò seduta vicino alla porta e impedirò che sieno
disturbati.
--Quando lei ordina.--disse il principe inchinandosi davanti a
lei,--non si può far altro che ubbidire,--e si avviò per il primo,
entrò nel _fumoir_ e cambiando subito tono, disse, con fare di
sprezzo, al Rosati:
--Sentiamo questa seccatura che ha da dirmi;--e accesa una sigaretta
si mise a cavalcioni di una poltroncina guardando il Rosati, che non
osò neppure sedersi.
--Eccellenza,--disse Fabio con voce tremante,--io vengo a compiere di
fronte a lei una missione delicata. La principessa è gelosa,
gelosissima e mi ha invitato ad accompagnarla alla inaugurazione del
teatro.
--Spero che lei si sarà mostrato cortese e non avrà rifiutato l'onore
che la principessa le faceva, sciogliendolo a suo cavaliere?
--Non scherzi, Eccellenza,--disse Fabio in tono supplichevole,--io
temo che la principessa sia trascinata dalla gelosia, non ragioni più
e voglia commettere uno scandalo, che farebbe parlare tutta Roma.
Pensi quanto ne soffrirebbe la signora Caruso....
Fabio, nel pronunziare quel nome capì come erano arrischiate le sue
parole e non osò aggiungere altro.
Il principe riflettè per un momento, e poi alzandosi si mise a
camminare in su e in giù per la stanza; pareva che non sapesse egli
stesso quel che risolvere. A un certo momento si fermò in faccia a
Fabio, e dissegli:
--La ringrazio di avermi avvertito; ma esaminando la sua coscienza,
non si sente punto colpevole di aver fomentato la gelosia della
principessa?
--No,--rispose francamente Fabio.--Io non sono mai andato dalla
principessa se non invitato da lei; ho evitato molte domande
suggestive, e quando ho parlato, mi sono sempre guardato
dall'attizzare la gelosia da cui mi accorgevo che era ròsa. Se non
crede a me la interroghi.
Don Pio riprese a passeggiare nella stanza, e fermandosi poi a un
tratto dinanzi a Fabio, gli disse:
--Saprò fare in modo che la principessa sia accompagnata alla
inaugurazione da altri che da lei; non le dica nulla di questo nostro
abboccamento, e sia sincero con me, assolutamente sincero, se tiene a
risparmiarmi delle noie.
Quando essi uscirono dal _fumoir_, trovarono Maria, come una
sentinella, sulla porta. Era pallida e guardava ora Fabio ora il
principe per leggere sui loro volti il risultato dell'abboccamento.
Fabio le rivolse uno sguardo riconoscente e si affrettò a tornare in
redazione, dove erano i suoi colleghi, e il principe rimase muto di
fronte a Maria.
--Il Rosati le ha detto tutto?--le domandò con voce appena
intelligibile.
--Sì.
Una lunga e penosissima pausa tenne dietro a questa risposta; Maria
era profondamente turbata; il principe tremante, agitato, più che mai
desideroso di lei, non sapeva come rompere il silenzio.
--Non voglio che alcuno soffra per me--diss'ella guardando il principe
mestamente,--e non posso permettere che mi si giudichi colpevole. La
prego dunque di non occuparsi più punto di me, di dimenticarmi, e io,
senza precipitazione, senza dar nell'occhio, saprò far cessare tutti i
tormenti e tutti i sospetti.
Ella parlava lentamente, pesando le parole prima di pronunziarle, con
una serietà, che rivelava la persona assuefatta alle persecuzioni
della sorte, assuefatta a non sgomentarsi delle sventure, sentendosi
sorretta dall'illibatezza della sua coscienza e del suo pensiero.
--Maria,--le disse il principe con voce concitata,--non parli di
allontanarsi, non ammetta neppure che io possa dimenticarla, non
sacrifichi me per soddisfare il capriccio geloso di una donna, che non
mi ama, che non mi ha mai amato, e che fin qui ha tollerato senza
affliggersene la mia indifferenza e la mia trascuratezza; non mi tolga
tutte le gioie che provo a vederla. Non mi tolga la speranza che un
giorno si lascierà intenerire dal mio amore e mi amerà. Tutte le donne
mi sono divenute indifferenti, mi pare che lei sola sia la donna
capace di rendermi felice. Lei è il movente di tutte le mie azioni, lo
scopo di tutti i miei pensieri, la mia ambizione, la mia consolazione:
non mi lasci, non mi abbandoni!
Maria non ebbe campo di togliere a don Pio ogni speranza. L'on.
Carrani si avanzava verso di lei sorridente. Egli era tornato quel
giorno stesso dopo un viaggio in Romagna e recava liete novelle. Il
paese era scontento del Governo e non aveva nessuna fiducia negli
uomini che erano al potere. I deputati delle regioni visitate dall'on.
Carrani, erano pronti a mettere, alla prima discussione, il Presidente
del Consiglio nella necessità di chiedere alla Camera un voto di
fiducia. La Camera, dai calcoli fatti, o negava il voto o lo dava a
scarsissima maggioranza; una crisi era inevitabile e il vecchio
Presidente del Consiglio non poteva negare dei portafogli agli uomini
del loro partito. Ormai si trattava di giorni, e quei giorni dovevano
essere abilmente sfruttati dalla _Stampa_ con attacchi abili contro il
ministro di Grazia e Giustizia e contro quello della Marina, gli
uomini più moderati del Gabinetto e per questo più invisi ai
progressisti. Il primo doveva essere attaccato per la tolleranza
illegale di cui dava prova lasciando che gli ordini religiosi
acquistassero sempre maggiori affigliati, lasciando che, nonostante la
legge che proibisce i conventi, questi si popolassero di continuo ai
nuovi frati e di nuove monache; quello della Marina doveva essere
attaccato nel sistema di costruzioni navali che aveva adottato;
bisognava dimostrare che le grandi navi già varate e quelle che erano
sui cantieri assorbivano somme enormi e che erano insufficienti a
difendere le coste italiane.
--Intendetevi con Ubaldo;--disse il principe che non seguiva per nulla
il Carrani nella sua esposizione,--egli è di là che scrive e lo
troverete subito.
L'on. Carrani non capì che il principe lo voleva allontanare e si
diede a insistere sulla necessità di trovare un tecnico per attaccare
il ministro della Marina.
--Ne conosco uno, un ex-ufficiale, eccovi un biglietto per lui, fatelo
cercare,--e scritto in fretta due parole col lapis su una carta da
visita, la consegnò al Carrani.
Maria si era allontanata dal principe e presa la _Nouvelle Revue_, che
era posata su un tavolino, si era messa a leggerla attentamente.
--Che cosa mi risponde, che speranze mi dà?--le domandò il principe
appoggiandosi alla spalliera della poltrona su cui ella era seduta, e
sfiorandole quasi con la bocca i capelli.
--Non ho altro che una preghiera da rivolgerle,--disse Maria senza
togliere gli occhi dal libro.--La prego di dimenticarmi e di riportare
sulla donna che soffre, sulla donna che ha diritto di essere
consolata, il suo pensiero e il suo affetto.
--Questa non è una risposta,--disse il principe,--io domando di essere
consolato ed ella aggrava la mia afflizione rammentandomi dei doveri
incresciosi.
--Allora,--disse Maria alzandosi,--io non le parlerò più dei doveri
suoi; le parlerò di me, della mia tranquillità, del rispetto cui ho
diritto, e che ho saputo meritarmi a prezzo di grandi sacrifizi.
Allora le dirò che voglio non si occupi più di me.
--È impossibile,--disse il principe.
--Quello che pare a lei impossibile, lo renderò possibile io,
allontanandomi.
--E suo marito?
--Mio marito ignorerà tutto; io saprò trovare dei pretesti per lasciar
Roma, senza turbare la sua pace, che mi è cara, senza porre ostacoli
alla sua operosità.
--Maria, la supplico in ginocchio di non mandare ad effetto la sua
minaccia; Maria, rimanga; Maria, non mi privi della consolazione che
mi viene da lei!
--Come vuole che io rimanga, che non abbandoni il posto, perseguitata
dall'amore suo come sono, e dalla gelosia di una donna?
Il Carrani tornava insieme col Caruso, combinando l'attacco contro il
ministro di Grazia e Giustizia.
--Bisogna fare una specie di statistica, domani subito, dei conventi
che son sorti qui a Roma dopo che è stata applicata la legge della
soppressione delle corporazioni religiose,--diceva avvicinandosi
sempre più al principe,--e poi continuare quella statistica a Firenze,
a Napoli, a Milano, e su quella incominciare l'attacco. Avete un
redattore che possa prendere qui informazioni precise?
--Sì, il Rosati,--rispose Caruso, e premendo il bottone di un
campanello ordinò a un usciere di chiamare Fabio.
Don Pio era rimasto in faccia a Maria, senza parlare, e la guardava
fisso sperando sempre che ella pronunziasse una parola che lo
autorizzasse a sperare.
Intanto che aspettavano il Rosati, il quale era sceso in tipografia a
fare alcune correzioni, don Pio disse al Caruso:
--Dicevo appunto alla sua signora che mi pareva stanca e sofferente e
le proponevo di accompagnarla a casa.
--Sì, Maria ha un aspetto insolito stasera. Va a riposarti e se il
principe è così amabile di accompagnarti, approfitta della sua
offerta; io non posso muovermi ancora.
Maria non seppe che rispondere e poi desiderava un'ultima spiegazione
col principe, sperava d'indurlo a rinunciare a lei.
--Sono pronta,--disse dopo aver data la buona sera all'on. Carrani e
al marito. Ella scese sollecita le scale della redazione per evitare
di appoggiarsi al braccio di don Pio, che la seguiva.
Neppure per la strada si appoggiò a lui e quando furono a una certa
distanza dalla _Stampa_, ella si fermò risolutamente e gli disse:
--Prima di risolvermi a lasciare Roma, ad abbandonare la casa dove ho
vissuto felice, ad abbandonare mio marito in preda a sè stesso, a
rinunziare a questa esistenza agiata e tranquilla che mi è parsa il
paradiso in terra, dopo tanti tormenti che ella ignora, io la
supplico, se è vero che ha un poco d'affetto per me, di rinunciare a
delle speranze che, io viva, io consciente, non appagherò mai. Si
sente la forza di fare questa promessa?
--Purchè rimanga, purchè io la veda, prometto tutto, avrò tutti gli
eroismi.
--Badi, conto sulla sua parola più che su quella di un altro, perchè
ella, per la sua nascita, ha maggior obbligo di mantenerla
scrupolosamente.
Don Pio non parlava più. Abbattuto, con l'andatura stanca egli
camminava accanto a Maria. Senza scambiare una parola giunsero al
portone di casa, che Maria aprì con la chiave.
--Vuole che l'accompagni fin su?--domandò don Pio.
--Grazie,--risposo ella che non aveva piena fiducia nella promessa del
principe,--ho i cerini.
Si strinsero la mano in silenzio e don Pio portò alle labbra le dita
di Maria e gliele baciò ripetutamente. Ella si tirò indietro e chiuse
il portone senza permettere a don Pio di entrare nell'ingresso buio, e
salì le scale turbata, ansante, e solo quando fu nella quiete della
sua camera e vide il suo bambino, che dormiva tranquillo, si sentì al
sicuro.
--Ora che credevo fosse terminata la vita precaria, angustiata,
miserabile, ora dovremo ricominciare i pellegrinaggi, gli stenti, i
sacrifizi! Così non può durare,--diceva Maria a sè stessa ripensando
alla sua situazione.--Ubaldo dovrà lasciare il posto, saremo poveri
ancora,--e un sospiro angoscioso le sollevava il petto.
Mentre ella fantasticava pensando al mezzo di uscire da quella
difficile situazione con minor danno possibile per il marito, don Pio,
sotto il grande baldacchino di stoffa stemmata provava il pentimento
per la promessa fatta e calmava la sua coscienza, poco scrupolosa,
ripetendo a sè stesso che i giuramenti d'amore hanno un valore
relativo, e che nessuno è obbligato a tenerli. Questo ei diceva alla
sua fantasia infiammata per non privarla di una speranza, questo ei
diceva ai suoi sensi eccitati, questo diceva a tutto l'esser suo che
non aveva altro desiderio se non quello di possedere Maria. Non
potendo dormire, don Pio si alzò verso le quattro e si pose a fumare
per la camera cercando di stancarsi, affinchè gli riuscisse più facile
di prender sonno; ma gli occhi restarono smisuratamente aperti, il
corpo pareva non volesse il riposo e davanti a sè vedeva sempre Maria,
che lo guardava affascinandolo con i suoi grandi occhi chiari, col
suo sorriso fresco di bambina, con quel profumo soave di onestà che
emanava da tutta la bella persona.
--Io l'avrò, l'avrò quella donna!--esclamò don Pio,--e voglio che sia
mia in quel teatro che ho costruito per ubbidire a un capriccio di
lei.
Calmato da questa promessa, che faceva a sè stesso, si diede a pensare
al modo di mantenerla, e trovatolo si coricò di nuovo e dormì fino a
ora tarda, di quel sonno tranquillo che è falso dire sia riserbato
soltanto ai giusti, mentre Maria non riuscì a prender sonno, Maria che
aveva la coscienza pura e non voleva altro che il bene.
X.
Prima cura di don Pio nel destarsi fu quella di scrivere a suo cognato
di pranzare quella sera con loro dovendogli parlare, e dopo essersi
vestito andò al teatro per vedere se aveano terminato di mettere gli
apparecchi per la luce elettrica. La "Fenice" era il primo edifizio di
Roma che fosse illuminato con quel sistema, e per quella novità era
occorso un ingegnere venuto da Berlino, e spese, spese da non dirsi.
Mancava ancora molto, prima che tutto fosse terminato, ma il principe
disse che quella sera stessa voleva si facesse la prova della luce
elettrica, e per appagare quel capriccio di lui si raddoppiarono gli
operai, si raddoppiarono le forze, e gli fu formalmente promesso che
alle dieci avrebbe veduto il teatro illuminato.
Il principe dette ancora degli ordini, girò per i palchi, dove i
tappezzieri lavoravano ancora, e si fece consegnare la chiave della
barcaccia destinata alla _Stampa_ e che aveva a fianco il salottino
per Maria. Quel salottino aveva una finestra sulla strada e anche di
giorno era un modello di eleganza.
Piccolo, col soffitto a stucco lievemente filettato d'oro e di
azzurro, aveva le pareti ricoperte di una stoffa celeste a piccoli
fiori di un bianco perlaceo. Sul pavimento di marmo era gettato un
grande tappeto persiano di una tinta mite, e gli ango
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