Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia
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Title: Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia
Author: Emilio Praga
Release date: October 5, 2004 [eBook #13627]
Most recently updated: October 28, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MEMORIE DEL PRESBITERIO: SCENE DI PROVINCIA ***
EMILIO PRAGA
MEMORIE
DEL
PRESBITERIO
SCENE DI PROVINCIA
TORINO
F. CASANOVA. LIBRAIO--EDITORE
Via Accademia delle Scienze (Piazza Carignano)
1881
_AD ANTONIO GALATEO_
AMICO MIO,
_Quando_ Emilio Praga _ci leggeva la prima parte di queste sfortunate_
MEMORIE DEL PRESBITERIO, _e ci offriva di collaborare con lui e
terminare il lavoro, non pensavamo che noi due, pochi mesi dopo,
l'avremmo terminato senza lui.
Da molti anni il_ Pungolo _di Milano, che aveva acquistato la
proprietà del racconto, lo prometteva ai suoi lettori; il Praga a
lunghi intervalli lo ripigliava, aggiungeva alcune pagine nelle quali
lasciava libero il freno alla sua immaginazione ineguale, splendida a
lampi, al suo sentimento profondo e malato, bizzarro e delicatissimo;
ne ingarbugliava l'intreccio, poi, stanco, l'abbandonava
ancora. S'illudeva sempre di arrivare al fine e non l'avrebbe forse
finito mai. Quando mancò, era appena alla metà.
Il_ Pungolo _dovendo finalmente pubblicarlo, il Direttore Leone
Fortis, amico di Praga e mio, propose a me di finirlo. Non potei
dirgli di no, ma l'impresa mi sgomentava. Il meglio dell'opera stava
nelle delicatezze di sentimento e di forma, in quel particolare
profumo di poesia e di affetto che Emilio solo possedeva. L'intreccio
poi era una disperazione, una matassa arruffata donde non usciva alcun
filo buono. Fu allora ch'io ti pregai di rileggere il manoscritto, e
tu, più pronto ed immaginoso di me, cavasti in una notte quel filo
ch'io disperavo trovare. La tua soluzione io ho adottato esattamente
nella catastrofe del romanzo. Una sola cosa ci ho messo di mio, od
almeno mi sono sforzato di metterci, ed è il ricordo dell'amico
nostro, ch'io mi studiai di riprodurre, come l'avevo vivo davanti gli
occhi, nella figura, nei discorsi, e nelle digressioni del
protagonista Emilio.
Queste cose tu le sai, ma, se permetti, le ripeto qui, in fronte,
licenziando il libro che l'amico Casanova volle ristampare tutto
intiero, perchè le sappia anche il lettore. Io devo prima di tutto
aver riguardo al nostro povero amico, perchè la gente non gli faccia
colpa, di peccati non suoi; poi mi_ _preme dir le ragioni per cui
m'indussi ad una opera che potrebbe a taluno sembrare irreverenza, ma
soprattutto trovo giusto far conoscere ai lettori il serio aiuto che
tu mi hai dato.
Tuo_
ROBERTO SACCHETTI
LE MEMORIE DEL PRESBITERIO
_J'ai plus de souvenirs que
si j'avais mille ans._
I.
Fra parecchie centinaia di versi che, in mancanza di meriti più
assoluti, ebbero incontestabilmente quello di sciogliere per bene lo
scilinguagnolo alla sonnolenta critica letteraria del _bel Paese_,
v'hanno due componimenti sovra cui piovve con rara abbondanza la lode;
la lode che è per l'anima di un autore ciò che è pei fiori la pia
rugiada dell'alba.
Uno di quei componimenti aveva nome il _Professore di greco_, l'altro
portava il titolo che sta in cima di queste righe.
Senza ch'egli ripudii gli altri suoi figli, è naturale che questi due
sieno i prediletti del poeta.
Guardate il sorriso trionfante della madre di cui vi prendete nelle
braccia e accarezzate, ammirando, il bambino; per poco ella si ristà
dal fare altrettanto con voi.
Per me, se me ne fosse data licenza, non indugerei un momento a
rispondere con baci in fronte alle indulgenze accordate a quelle mie
strofe. Tanto più che, oggidì, le creature che si commovono un po'
ancora alla poesia sono le donne, e le donne belle in ispecie.
Ma l'esercizio di siffatti rendimenti di grazie non è concesso in
questa valle di frutti proibiti. Forse provvidenzialmente: lo scambio
delle gentilezze e delle cortesie diventerebbe troppo generale, e la
musica di baci finirebbe per assordar di soverchio la gente d'affari.
Però baciar col pensiero non è, che io mi sappia, proibito. Ed è un
bacio morale che io intendo appunto inviare con queste semplici
memorie, come un ringraziamento a quelle poche anime appassionate che
forse, nelle ore men gaie, si ricordano ancora del mio vecchio
professore e dei mio vecchio curato--due scheletri, adesso, amendue.
Semplici memorie; è la giusta parola.
Cominciano e finiscono in un paesello delle Alpi. Il povero sant'uomo
e il suo presbiterio, un medico e una farmacia, un sindaco e la sua
storia...--Ecco tutte le mie scene e tutti i miei personaggi.
Nulla è grande, nulla è piccino; il cuore ne è la misura; e un po' del
mio è restato lassù in quei boschi, fra quelle pareti bianche, in
mezzo a quel beato silenzio; lassù dove furono prima pensate queste
pagine.
Epperò, chi volesse trovarci altra cosa che un po' di cuore non
legga.--So di alcuni, i quali di quel _po'_ si accontenteranno.
II.
Molti anni, ciò che vuol dire molte sciagure, sono passati dal giorno
in cui bussai a quella porta.
Compivo i venti, avevo la valigia del pittore sulle spalle, e un buon
angelo mi guidava--un angelo che adesso chi sa dove è andato a
nascondersi. Allora io vedevo e sentivo; splendore di cielo, verzure
di convalli, scroscio di torrenti, belate di mandre, tutto brillava,
profumava, cantava per la presenza di lui; e sul nostro passaggio gli
atomi della natura si animavano al contatto delle sue ali per parlar
meco di arte e di gloria.
Quel giorno la conversazione era cominciata al primo nascere del sole,
e aveva continuato senza interruzioni per tutta la strada.
Epperò come fui vicino al villaggio di Sulzena, la stanchezza delle
gambe prevalse. Si fece silenzio.
Tramontava il sole, e pensavo a mia madre; due tra le infinite cose da
cui germina la umana tristezza.
Essa veniva lentamente impossessandosi di me, ma dolce, quasi
voluttuosa, come quella che conduce alle lagrime, di cui parla
Virgilio--_quædam flere voluptas._
E forse le lagrime erano lì per sgorgare, quando la recrudescenza
della fatica diede nuova autorità alle gambe.
Furono questi poveri stinchi a farmi accorto della presenza del
villaggio.
Alla solita strada polverosa, soffice e piana come il pavimento di un
gabinetto principesco, era successo un selciato di pietre druidiche,
sul quale, a non inciampare, vi giuro che o bisognava avervi camminato
appena fuor delle fasce, o aver compiti molte volte i sette anni.
Debbo alla luna, che in quel momento era venuta a far capolino, ed a
un mio talento ginnastico se non mi ruppi il collo, io che sette anni
non li avevo ancora compiti tre volte.
Non è necessario descrivervi il villaggio di Sulzena.
Voi lo conoscete già, per poco che abbiate fatta conoscenza con alcuna
delle nostre montagne. Cotesti villaggi si somigliano tutti. Case, o
meglio capanne_ _(_baite_) ad un solo piano, coperte di schisto nero,
e alla parte del nord, di muschio, al cui verde opaco spesso viene a
sposarsi quello trasparente del caprifoglio avviticchiato alle
pareti. Porte basse e larghe, attraverso alle quali appare il
cortiletto ingombro di gerle, e quasi sempre ombreggiato da un pometo
che in maggio si copre di fiori bianchi e rosa; botteghe, che in
un'ora di esame non arrivereste a indovinare che cosa vendano, se non
esistessero al disopra e ai lati certi orrori di ortografia scritti a
color crudo e per lo più turchino.
Poi il monumento comunale, la fontana perenne, formata di quattro
lastre di pietra appena dirozzate, e dove tre volte al giorno vanno a
dissetarsi in famiglia tutte le giovenche del vicinato.
E se il villaggio possiede un'osteria siete certi di riconoscerla a
una insegna gigantesca colla parola _Albergo_ sovrapposta a un uscio,
cui si ascende per tre o quattro gradini, dietro il quale si cela
umilmente un locale umido sì ma pulito, tappezzato di pentole e di
stagni e dove mancano infallibilmente ai fornelli il cuoco ed il
fuoco.
Ero già passato davanti a buon numero di case, e per quanto avessi
guardato e guardassi in su ed in giù a destra ed a sinistra, l'insegna
non appariva, che mi potesse far sperare in una cena ed in un letto.
Gli abitanti erano già rientrati, vedevo le finestre illuminate dal
riverbero dei focolari; non avevo ancora incontrato di vivo che un
ragazzetto ed un cane. Il primo, spalancati due grandi occhi azzurri
mi aveva contemplato in silenzio per un minuto, poi s'era dato alla
fuga dietro una siepe; il cane aveva abbaiato sommessamente come uno
che non sappia di aver torto o ragione, poi anch'esso via nella
macchia.
Proseguii tra quelle case dalla faccia inospitale, coll'animo alquanto
turbato.
Nei pellegrinaggi artistici non è, del resto, cosa difficile di
trovarsi nell'imbarazzo in cui avevo a quell'ora tutta la probabilità
di essere caduto.
In uno dei libri sacri dell'India sta scritto:
«Se ti nasce una figlia dàlle un nome sonoro abbondante in vocali, e
che sia dolce alle labbra dell'uomo».
L'egual consiglio si sarebbe potuto dare a quei filologhi dabbene che
imposero il nome ai villaggi. Quando si viaggia senza una meta
prestabilita, all'unico scopo di veder uomini e cose, quante volte non
accade di prendere a destra piuttosto che a sinistra, di salire invece
che di scendere, per l'unica ragione che avete preferito, leggendo
sulla vostra _Guida_, fra i molti che vi stanno intorno il villaggio
dal nome più seducente, dal nome più _dolce alle labbra dell'uomo_?
Ma, ahimè, siccome è più che possibile che una Bice, o una Amina, o
una Adele, siano fanciulle meno perfette di una Giovanna, di una
Gregoria, o di una Anastasia, del pari accade che il più bel nome
intitoli spesso la borgata meno simpatica, e, ciò che è più triste se
vi arrivate a notte, una borgata senza osteria.
E tale mi aveva l'aria di essere il villaggio di Sulzena quando,
giunto all'inevitabile fontana, mi scontrai finalmente in un uomo.
III.
Curvo sul bacino da cui esalava un acre odor di sapone, prova che
quella sera le comari avevano fatto il bucato, egli teneva le braccia,
nude fino alle spalle, nell'acqua biancastra, e pareva assorto in
qualche occupazione di grave momento, giacchè non si accorgeva o non
curavasi del largo zampillo che, cadendo dall'alto, gli spruzzava
copiosamente la testa.
Stavo per rivolgergli la parola, quando si sollevò, e, traendo dalla
fogna un cencio infilzato a un bastoncino, esclamò, con quel timbro di
voce proprio dei lavoratori della montagna:
--Una calza! e poi si lagnano della povertà, e poi pretendono trovar
l'acqua pulita alla mattina! Come si fa, se lasciano otturarsi il
pertugio... persino dalle calze! O che gente!
--Brav'uomo, gli dissi io, sapreste indicarmi l'osteria?
Si volse e la prima cosa che osservò fu--indovinate che cosa?--il mio
bastone.
--Oh! che magnifico corno! ma questo era il papà di tutti i camosci!
E senza complimenti, me lo prese dalle mani, a si diè a contemplare
l'alpestre ornamento del mio muto compagno di viaggio colla
compiacenza con cui una forosetta avrebbe vagheggiato un monile.
--Non ve ne sono mica sulle nostre cime di camosci così grossi; è
forastiero, vossignoria, non è vero?
--Sì, siamo d'altri paesi tant'io che il corno. Veniamo da lontano,
epperò abbiamo bisogno di mangiare e di dormire; se dunque voleste
aver la bontà di indicarci....
--D'osteria propriamente non ce n'è: ma c'è di meglio.
--Che?
--C'è il curato!
--Ma che c'entra il curato coll'osteria?
--Se c'entra! La mi dica, sarebbe cosa decente che, per mancanza della
locanda, non si potesse alloggiare un cane in paese?
--È giusto. Ed è il vostro curato che ha messo insegna?
--Oh! insegna, no; un prete, le pare? E poi che importa l'insegna;
quelli che girano il mondo non le mangiano mica le insegne delle
osterie, nè vi dormono sopra.--L'importante è che trovino un desco
ed un letto; ciò che si trova dal signor curato per l'appunto. E,
soggiunse, ammiccando furbamente gli occhi, non si paga niente.
Quest'ultima informazione mi decise. Già mi aveva ripugnato l'idea di
dormire sotto il tetto di un prete; quella di dovergli restare
debitore di un servigio mi fece cavar dalle tasche la carta geografica
e andarvi in traccia di un'altra possibile meta.
Il lettore non si scandalizzi di questa mia istantanea ripugnanza,
apparentemente, solo apparentemente, volterriana.
A quell'età non era, come non fui mai, un cattolico fervente; bensì mi
trovavo ancora un cristianello per il quale l'accettar l'ospitalità da
un uomo di chiesa, non sarebbe sembrato certamente un derogare ai
propri principii religiosi e alla umana dignità. Tanto più con
quell'appetito e con quella stanchezza in corpo!
Ahimè! la ricusavo appunto, stavolta, perchè già in due altre
occasioni, dacchè mi aggiravo su per quei monti, l'avevo accettata, e
con mio inenarrabile danno.
Non vi conterò quanto mi era capitato la prima volta; fu una tragedia
che si svolse nelle tenebre di un granaio, fra due lenzuola di _colore
oscuro_ e... ciò resterà un eterno mistero.
La seconda volta il mio ospite era stato un prete giovane, dalla
faccia color scarlatto, gran bevitore, gran cacciatore e, per
conseguenza, gran parlatore. La sua vita domestica e i suoi
sproloquii, non rammento se più degni di Casti o di Aretino, erano
riusciti a togliermi dall'animo tutto il bene che le aveva fatto, in
quindici giorni, la semplice natura.
La possibilità di ricadere nell'afa ammorbata di un sacerdote di simil
genere, mi spaventava quasi peggio delle memorie più materiali che
serbavo dell'altro.
Chiesi dunque al mio interlocutore, in quanto tempo avrei potuto
raggiungere un vicino villaggio, di cui dovetti ripetere più volte il
nome ch'ei non conosceva che in dialetto; dialetto spicciativo che
faceva un monosillabo di una parola composta di almeno una dozzina di
lettere.
--Eh! non meno di tre ore, a camminare spedito; e c'è a due terzi di
strada un torrentello che non le consiglio di guadare di notte.
--Non importa; questo buon bastone cornuto m'ha, come lo vedete,
aiutato a guadarne altri, e di molti. La strada è questa?
--Sì, fino alla chiesa che è là, a due minuti dal paese; poi si volge
per la strada più stretta, a mancina: quella che scende,
costeggiando l'orto del signor curato.
--Vi ringrazio: state sano, voi e tutta la vostra famiglia.
--Vengo anch'io fino alla chiesa; di là le indicherò meglio.
--Benone.
E ci incamminavamo.
Le case erano già chiuse quasi tutte. Avean l'aspetto più povero di
quelle vedute nei dintorni; ma in compenso la strada era di una
insolita pulitezza. Alti gruppi di quercie si intercalavano
bizzarramente qua e là all'abitato, coprendo le tegole di verzura e di
ombria; alcune rocche di camino andavano a nascondersi nel frondame;
lì, la casa e l'albero non erano vicini, parevano abbracciati.
La luna illuminava quei casti amplessi quasi affettuosamente, ed io
vedeva, nell'umida penombra, di così cari _motivi_ di pittura che me
ne piangeva proprio il cuore a staccarmene.
--Dite, il mio brav'uomo, oltre il curato, non conoscete nessuno che
possa offrirmi, pagando, una materassa? Una materassa mi basta e,
quanto al mangiare, sono ancor meno difficile.
--Per carità! Nessuno, nessunissimo; tutta povera gente che a voltarli
colle gambe in aria non cade in terra la croce di un quattrino. I
più agiati, in questa stagione, sono _all'alpe_: si dorme nelle
stalle o a ciel sereno... s'immagini.
--E fra due ore, troverò alloggio all'osteria di....
--Ne può esser certo: la Gertrude, la locandiera, una diavolaccia che
ha cinque figlioli sulle spalle, apre ai forestieri di notte:
scenderebbe per servirla, anche se si trovasse in punto di morte.
--Ditemi un po' che facevate intorno alla fontana?
--Le dirò: non posso andar a casa se prima non mi sono assicurato che
nulla impedisce il corso dell'acqua. Per esempio, veda, stanotte la
voleva esser bella, se non c'era io a liberare da questa calza il
pertugio. L'acqua inondava la strada, e domattina per le giovenche,
restava nel bacino quella del bucato.
--Siete dunque impiegato municipale?
Spalancò gli occhi, come se gli avessi parlato chinese, poi rispose:
--Io sono il campanaro. È per questo che non posso andar a casa senza
aver visitata la fontana.
Lo strano ravvicinamento del lavatoio col campanile era fatto per
destare la mia curiosità. Ma l'altro non mi fece sospirare, e
continuò:
--Il signor curato non dimentica mai, quando passo nella sua stanza per
metter la spranga alla porta, dopo il rosario, di domandarmi se ci sono
stato «Baccio e il pertugio?» oppure soltanto «_Baccio_?»... Sissignore,
va tutto bene. È come un'altra _terza parte_....
--Il curato copre dunque anche le funzioni di sindaco?
--Il sindaco! Si starebbe freschi se si aspettasse una provvidenza dal
sindaco....
Eravamo usciti dal villaggio, e già appariva non lontana la parete
bianca del presbiterio, e più in su, dietro la cima di un boschetto,
la freccia aguzza e scintillante del campanile.
La notte era splendida e calma; si sarebbe potuto leggere, al raggio
lunare, la più microscopica scrittura di donna; e, tranne il
gorgheggio sommesso di un usignuolo, che rompeva l'aria a intervalli,
per l'ampia vallata non errava che il suono de' miei passi e di quelli
del campanaro che mi seguiva zoppicando.
L'idea del sindaco pareva averlo messo di cattivo umore; giacchè la
sua fisionomia sincera e gioviale erasi alquanto rannuvolata, come
sotto la preoccupazione di qualche cosa di triste.
A un tratto, un rumore di passi accelerati giunse dalla parte della
chiesa, e apparve davanti a noi una strana figura umana che
gesticolava, venendoci incontro in mezzo alla strada.
Quando ci fu a due passi, diede in uno scroscio di pianto, e mettendo
le mani sulle spalle della mia guida, non accorgendosi forse nemmeno
di me:
--La muore, Baccio, la muore proprio! Oh! la mia povera Gina... la mia
povera donna... così giovane... così....
Le lagrime lo soffocavano. Il campanaro era lì come impietrito. Poi
disse:
--Ma se la stava meglio! Anche il signor curato cominciava a
sperare....
--Sono stato adesso a chiamarlo. Ah! Baccio, Baccio, la muore!....
E proseguì verso il villaggio brancolando.
Era un giovane sui trent'anni, alto e tarchiato. Egli aveva detto
quelle parole con accento di così profonda desolazione, che me ne
sentivo tutto atterrato. Nulla infatti di più straziante che lo
spettacolo del dolore negli organismi sani e robusti.
Ci aveva lasciati appena, che il curato apparì. Sembrava assai
vecchio, e accelerava il passo con visibile stento. Aveva la larga
fronte coronata di capelli bianchissimi; illuminati dalla luna, li
avresti detti un'aureola. Non so quale solennità traspariva da tutta
la sua figura. Alla commozione che già mi dominava, si aggiunse, al
suo apparire, una specie di vaga dolcezza.
Mi tirai da un canto, levai il cappello e gli fissai gli occhi nel
viso.
Ma nel suo pensiero non esisteva certo, in quel momento, che una
immagine; quella della morte con cui stava per trovarsi a
colloquio. Egli meditava la parola che le pone sulla fronte il
sorriso.
Passò in mezzo a noi, colla testa fissa al villaggio, senza vederci.
--Brav'uomo, dissi al campanaro; ho mutato avviso. Mi fermo qui:
dormirò dal vostro curato.
Il viso del sagrestano si illuminò.
--Che buona idea, signor mio, che bel pensiero, esclamò con quella sua
voce strozzata che parea voler farsi ad ogni costo gentile per
ringraziarmi. E soggiunse, mettendomi le mani ai panni:
--Dia a me la valigia, dia tutto a me; la si metta in libertà; che
bella improvvisata per don Luigi! questa sera ne aveva proprio
bisogno. Se sapesse, signor mio, come ritorna sbigottito il
pover'uomo dalle visite ai moribondi! ne perde l'appetito per una
settimana.
--Badate, gli diss'io cedendogli il mio piccolo bagaglio; badate che
spenderò la vostra parola; che senza le informazioni che mi avete
fornite, non avrei osato certo....
--Ma che dice! vedrà che accoglienza le sarà fatta; e ne avrò anch'io
la mia parte, per avervi guidato.
Tutto il contegno del bravo montanaro rivelava un non so che di tanto
sinceramente cortese che arrivati che fummo alla porticina del
presbiterio, ogni trepidazione, ogni ripugnanza mi avevano lasciato:
mi pareva quasi che quell'uomo e quella casa li avessi conosciuti e
frequentati già da gran tempo.
IV.
Uno squillo sottile e prolungato rispose allo scrollo potente che il
sagrestano, avvezzo alle corde del campanile, aveva dato all'esile
cordicina verde che uscia da un buco dell'imposta. Pochi istanti dopo,
un rumor di passi si avvicinò e una vocina fievole chiese chi fosse.
--Son Baccio.
E la porta si aperse.
Cesare entrando in Roma colle spoglie delle Gallie, non aveva certo
l'aspetto più altiero e più trionfante di quello di Baccio, quando,
penetrato nel corridoio e fatto un sorriso alla vecchierella che ci
aveva aperto, disse a me:
--Resti servito!
La prima senzazione che provai, fu di un profumo d'incenso diffuso,
misto a quell'odore senza nome che emana dalla umidità delle pareti
nelle case poco abitate. La vecchierella che precedeva col lume,
parlava a bassa voce colla mia guida; giunta in fondo al corritoio che
dava in un cortiletto, si arrestò, mentre l'altro proseguiva col
bagaglio e poichè le fui giunto vicino, alzò con ingenua famigliarità
la lucernetta fino all'altezza del mio naso; allora vidi due occhietti
lucidi e profondi che mi fissavano con una curiosità che sapeva di
investigazione e che si sciolse in un lungo sorriso immobile.
--Santa Caterina! sclamò poi precedendomi di nuovo attraverso i
ciottoli erbosi, se l'avessi saputo prima, avrei almeno allestito
qualche cosa che fosse degno di un signore!
E dirigendomi la parola:
--Siamo in certi paesi, illustrissimo, che si ha proprio vergogna
quando arriva un forestiero come lei. Basta, Don Luigi le spiegherà
meglio ogni cosa. Ecco, s'accomodi qui: questo è il suo gabinetto.
Ciò che la ingenua Perpetua chiamava il gabinetto del signor curato,
era uno stanzone ampio ed alto, così che avrebbe potuto servire per
una festa da ballo. Sedetti sopra una specie di divano coperto di una
pelle color caffè, arrestata all'ingiro da piccoli bottoni d'ottone, e
mi diedi ad osservare. Davanti a me un largo tavolo quadrato, in
vecchio noce annerito, appoggiato a quattro gambe solide come colonne,
dominava da protagonista la scena. Per metà coperto da un tappeto di
panno verde grossolano, sopportava due alte cataste di registri legati
in cuoio, senza dubbio i registri delle nascite e delle morti, questa
_scrittura doppia_, questa _Entrata ed Uscita_ di un commercio senza
soluzione di continuità, per quanto possano mutare i tempi e gli
avvenimenti.
Accanto ad essi il breviario aperto pareva annoiarsi aspettando la
ripresa della lettura interrotta, in compagnia di un gran calamaio di
piombo da cui aveva l'aria di spiccare il volo una coppia di penne
d'oca; appoggiato al calamaio un rotolo di carta azzurrognola coperta
di fitti e grossi caratteri. A destra del tavolo nereggiava gettando
un'ombra lunga e tagliente sulla parete, una libreria.
Le novanta volte su cento voi potete giudicare del carattere, delle
abitudini, degli affetti di un uomo dal frontispizio dei volumi
schierati nella sua libreria, E ciò sopratutto in quelle silenti
dimore delle creature pensanti, sepolte nella monotona vita della
provincia, case bianche che serbano una tal aria di modesta
aristocrazia, se così è lecito esprimermi, in mezzo al bottegume ed al
borghesume; oasi strappate dagli uragani della vita al giardino della
civiltà, dalla civiltà dimenticate, ma che il viaggiatore filosofo
saluta e benedice talvolta colla pia gioia del nomade nel deserto. Là
non troverete le cento nullità letterarie di cui si pasce ogni giorno
la curiosità cittadina; il libercolo, l'opuscolo di circostanza, il
volume a margini sterminati, ultimo portato della speculazione
libraria, li cercherete invano sotto ai vetri puliti di quegli
scaffali che racchiudono tutte le memorie di un passato, pane
quotidiano di spiriti che, per lo più tuffati in un ozio meditativo,
non hanno bisogno di nuovi sapori, di sali più corroboranti per
innalzarsi al disopra delle monotone realtà che li circondano.
La libreria, la famiglia rispetto alla quale non siete nè figlio, nè
padre, ma che vi può dare tutte quelle gioie che stanno chiuse in
queste due parole, interrogatela quando è patrimonio dell'uomo
solitario, dell'uomo esiliato dalla società e che ha in essa creata la
società sua. Lo conoscerete.
I libri del curato di Sulzena erano pochi ma eletti.
Fatta astrazione delle numerose edizioni della Bibbia, dei suoi
dizionarii e commenti, delle opere dei Santi Padri, e dei numerosi
volumi di giurisprudenza ecclesiastica, suppellettile indispensabile,
parecchie file di volumi legati più modernamente, e taluni con una tal
qual civetteria più da gabinetto di dama che da studio di prete,
annunciavano nel mio ospite una coltura elevata e gentile.
Ciò per la scelta così come pel numero. I classici da Omero a
Menandro, da Tucidide a Plutarco, rappresentati nei più profondi e nei
più fantasiosi; i nostri poeti, un bel Dante coi commenti del
Portirelli, legato in oro, e l'indice della _Divina Commedia_ del
Volpi; un Boccaccio,--ad edizione non purgata.--i poeti minori,
l'Ariosto. Notai l'assenza di messer Francesco e del Tasso.
Manzoni chiudeva l'augusta falange. In fatto d'arti figurative, il
curato non era nè troppo eclettico nè troppo avanzato. Alle pareti
pendevano dentro cornici che un giorno erano probabilmente dorate,
quattro larghe ed alte stampe rappresentanti _il giudizio di Salomone,
Giuseppe venduto dai suoi fratelli, Alessandro che taglia il nodo
Gordiano, _e_ il sacrificio di Abramo_. Insieme formavano come una
selva che tu avessi veduta attraverso alla nebbia, irta di braccia
ritorte, ad angoli acuti, retti, ed ottusi, di gambe ravvoltolate,
raggrinzate, incrocicchiate, di torsi scabri più della corteccia del
pino, di movenze in aperta congiura contro l'equilibrio, di
panneggiamenti più complicati e più indecifrabili che non siano per me
e forse anche per voi i logaritmi. Il barocco aveva detta l'ultima
parola in quelle quattro composizioni evidentemente uscite da un'unica
fantasia; e lì come incastrati nella parete umidiccia, sopra ampie
scranne a forme rettangolari, erano tale una stonatura da mettere i
brividi al più volgare dei beoti.
Sul camino, piccolo in confronto all'ampiezza della stanza, sorgeva
sotto il suo berrettone di vetro un pendolo tutto incrostato di
conchiglie marine d'ogni specie e d'ogni colore, che nell'insieme
formavano un disegno assai somigliante alla rosa dei venti. Ai lati
due vasi di ardesia, lunghi lunghi, di forma conica, ricolmi di carte
fuor d'uso, di vecchi astucci da occhiali, e di fuscelli di malva
appassita, pieni di polvere.
Evidentemente il curato non prodigava le sue affezioni domestiche al
di là della libreria.
La fantesca ritornò sull'uscio donde era uscita. Il cigolìo mi fe'
volgere la testa: ella pareva volermi dire alcun che e non averne il
coraggio. Dopo aver titubato alquanto:
--La scusi, balbettò, la scusi tanto; mi trovo colla credenza vuota
come la chiesa alla mezzanotte. Domani sì, ce ne sarà della grazia
di Dio... adesso....
--Oh! la mia cara donna, la interruppi, vi pare? Fatemi friggere due
ova, e datemi un boccone di cacio, oppure un tozzo di pane in una
scodella di latte; sono i cibi che preferisco e non voglio
assolutamente che vi diate altre brighe. Anzi, se mi permettete,
verrò in cucina ad aiutarvi.
--Oh! che buon signore! già l'ho detto subito dalla faccia. Venga pur
qui, se non vuol star solo finchè torni don Luigi; quanto ad
aiutarmi (e si diè a ridere fra i denti), non è mica caso... se ne
avessi bisogno, c'è Baccio.
--A proposito, sclamò il campanaro quando entravamo in cucina; mi
scordavo di dirvelo, o Mansueta; sapete dov'è il signor curato?
--Lo so io? stavo annaffiando quel po' di piselletti che sembra siano
stati cosputati dalle streghe, che Dio mi perdoni... che non
vogliono dar segno di vita...; sento il campanello, vengo dentro, e
don Luigi non c'era già più.
--È dalla Gina che muore.
Per poco la povera Mansueta non si lasciò cader di mano la scodella
che stava per collocar sui fornelli.
--Santa Caterina beatissima! Dite da senno? Ma come mai? non è
possibile... con quel povero bravo suo marito... che l'ho visto
nascere! e con quella povera creatura di bambina! lasciarli
soli... è impossibile, è impossibile. Baccio, vedrete che Don Luigi
non la lascierà morire così.
Il sagrestano parve star sopra pensiero alcun poco, e,
--Non so se farò bene o male, disse come parlando a sè stesso; è notte
alta. Ad ogni modo è giusto che tutti lo sappiano e preghino.
E uscì frettolosamente da una porticina che metteva all'aperto.
Io mi accovacciai sotto l'ampio camino della cucina ed attesi,
osservando la fantesca occupata intorno alla mia cena. Le sue labbra
avvizzite e cadenti cominciarono allora a muoversi con una velocità
che andava sempre crescendo. Il burro che bilbiva nella scodella
accompagnava col suo capriccioso scoppiettio gli _ora pro ea_, gli
_ave_ e gli _amen_ che di tanto in tanto sfuggivano alla preghiera
mentale della vecchierella. Tutto era silenzio nel resto. Io guardava
il tizzone ardente da cui spiccavansi le faville come anime liberate
dalla materia, e pensavo a quella della povera montanara che in quel
momento faceva forse lo stesso.
D'improvviso uno squillo, forte e nitido, cadde dall'alto, e rimbombò
nell'aria tragicamente.
--Che è questo?
--È Baccio che suona l'agonia per la Gina. E abbandonati i fornelli, e
accostatasi ad una scranna, la povera creatura cadde ginocchioni.
O memoria della mia giovinezza!.... Contemplai per un istante quella
testa grigia, e involontariamente piegai un ginocchio al suo
fianco. Fu in questa posizione che trovommi in casa sua il curato di
Sulzena.
V.
Mi rivolsi al suono dei suoi passi, mi rizzai, e gli mossi
incontro. Egli si fermò, mi stese ambe le mani, e, prima ch'io
trovassi una parola, mi disse:
--Quanto vi sono grato di non aver proseguito il vostro viaggio. Oh!
non l'avrei perdonata a Baccio, se vi avesse lasciato partire.
E data un'occhiata intorno per la cucina, si rivolse a Mansueta, che
si era pur alzata al suo arrivo e che lo stava contemplando come una
imagine santa.
I rintocchi dell'agonia continuavano.
--Sei colta all'improvviso, non è vero, poveretta? Hai detto a questo
signore l'abbondanza dei nostri paesi?
--Oh! è un signore alla buona. Ed ecco le ova che ha desiderato;
fresche come l'acqua del pozzo.
--Una cena simile! disse il curato; e abbassando la voce, soggiunse
tristamente:
--E accompagnata da musica siffatta.
Mi introdusse dipoi nel tinello dove la vecchia fante non tardò a
depormi innanzi, sopra un tovagliolo bianchissimo, le ova ed il pane
accanto a una bottiglia di vino.
Il curato, cui non avevo ancora avuto modo di rivolgere il mio
discorso tranne che a monosillabi, mi sedette vicino e, pur
ripetendomi le sue scuse per la grettezza della cena, mi guardava con
quell'occhio interrogativo, sebbene meno adamitico, che aveva veduto,
al primo entrare, sotto la cuffia di Mansueta.
Il curato poteva contare sessantacinque ai settanta anni; ma la tarda
età appariva in lui più che dalle rughe del viso, ch'era ancor fresco
e rubizzo, da una cert'aria di stanchezza grave, direi quasi solenne,
che circondava tutta la sua persona. Avea la fronte altissima e
singolarmente convessa: la fiamma della lucerna vi poneva una larga
pennellata lucente che illuminava una pelle così rosea e così tersa
che si sarebbe detta di un fanciullo. Poche ciocche di capelli,
bianchi come la neve, gli circondavano la testa; ma così fini, così
vaporosi, che parevano sospesi nell'aria, e gli incorniciavano il viso
meglio di una chioma di vent'anni. Il naso aquilino e finissimo pareva
di un gentiluomo spagnuolo; la bocca, da cui apparivano ancora, a
dispetto degli anni, due file intatte di denti, era forse un po' larga
in confronto alla perfezione dei lineamenti che la circondavano; ma il
difetto era cancellato da due piccole pieghe ai lati che le
perpetuavano il sorriso: aggiungete due occhi limpidi e profondi,
l'abito modestissimo, ma di nitidezza inappuntabile, una mano quasi
femminile, una voce dolce e nel tempo stesso piena di vibrazioni,
l'_erre_ di una duchessa--e vi spiegherete le parole che rivolsi al
mio ospite, assaporando le ova eccellentissime del suo pollaio.
--Signor curato, gli dissi, davvero che, se non avessi coscienza della
strada che ho percorso, crederei che qui non sono in Italia. La
stranezza del modo con cui oggi ho dato tregua al mio viaggio, la
cordialità che mi circonda, il vostro aspetto, tutto mi farebbe
supporre d'essere in una di quelle case della Tebaide, dove son vive
tuttavia le memorie bibliche, e gli uomini santi le respirano
ancora, e le ripetono con antica sapienza....
Il vecchio mi interruppe:
--Tebaide, sì, è una Tebaide questa valle: ma soltanto per la
solitudine; quanto al resto, sono troppo indegno del paragone.--Questo
pezzetto di cacio... assaggiatene... è dei nostri pascoli.--Ed è per
questo che l'ospitalità è qui, oltre che è un dovere, un bisogno, una
vera consolazione.
Una malinconia velata, ma che tentava nascondersi invano, suonava
nella voce del prete.
--Pochi viaggiatori, m'immagino, passeranno per questi gioghi,
diss'io. E son così belli! Da quindici giorni vado errando quassù, e
non so come mi reggerà il cuore a riveder la pianura. Vorrei poter
vivere sempre in alto, in quest'aria pura, in mezzo a queste scene
sublimi; esse valgono, ve ne assicuro, signor curato, tutti gli
svaghi e tutti gli agi della città. Io vi invidio....
--Oh! non ditelo! Voi siete giovane, e, alle vostre parole mi sembrate
poeta--siete pittore, del resto, e... _ut pictura poësìs_; gioventù
e poesia mostrano il lato bello di ogni cosa, e il lato brutto e
triste lo nascondono. Pensate la vita di un uomo che è solo da
quarant'anni!... senza un'anima con cui ricambiare un'idea!... le
scene della natura, voi dite; le amo anch'io, le ammiro, le adoro,
sono le mie confidenti, la mia società... ma sono mute, non mi
rispondono; e si ha bisogno di chi risponda quando si interroga,
quando si pensa, quando si soffre.
Alzai la faccia: quella del curato si era fatta più pallida e pareva
che un velo gli fosse sceso sugli occhi. Incontrando il mio sguardo si
ricompose, e mutò tono alla voce, forse pentito di quelle parole che
implicavano quasi una confidenza a un uomo conosciuto da pochi minuti.
--Pochissimi viaggiatori, pochissimi; e viaggiatori della vostra
condizione ancor meno. Di solito è qualche mulattiere ritardato
dalle intemperie che viene a chiedermi un posto per sè e per le sue
mule; e' mi dà le notizie delle borgate ove ha corse le fiere e
udito parlar di politica all'albergo o ai caffè. Oppure son
compagnie di tagliapietre che vanno a esercitare il loro acerbo
mestiere sulle cime; povera gente onesta che di solito ha girato
molto il mondo, e avuto avventure. Ecco i miei ospiti. Capirete come
io sia riconoscente a voi...
--Signor curato, lo interuppi, io sì che debbo essere riconoscente a
Baccio ed alla mia buona stella di avermi condotto in questa
casa. Ah! la gioventù e la poesia non sono per me tutto riso e
splendore; perchè sono giovine ed artista, sono pieno di dubbi e di
sconforti, e perchè sono, o meglio sento che sarò un giorno poeta,
l'anima mia assorbe già, insieme colle bellezze, tutti i lamenti e
tutti i terrori della natura.
Salendo al villaggio, signor curato, mi sentivo triste come un
moribondo; pensavo a mia madre, stranamente. Avevo anch'io bisogno di
trovar chi mi rispondesse, chi mi capisse!... bevo questo bicchiere
alla salute di Baccio, di quel bravo uomo che mi ha condotto davanti a
un'anima buona e bella come la vostra!
Prendendo il bicchiere speravo vincere o almeno sviare l'emozione che
sentivo salirmi dal cuore alla faccia. Fu invano: io stavo sotto un
fascino: l'amicizia che doveva legare dappoi il giovine pittore al
vecchio curato aveva già stese le ali sulle nostre teste.
Alle mie parole egli si era alzato, e, con un gesto che avea del
fratello insieme e del padre, mi prese le mani, mormorando:
--Dio vi benedica!
In questo, Mansueta entrò con una candela accesa e mi disse:
--Quando desidera, il letto è pronto.
Persuaso che fosse l'ora in cui conveniva ritirarsi, strinsi la mano
un'altra volta al mio nuovo amico, e, a malincuore, giacchè non
sentivo più nessuna stanchezza, seguii la fantesca.
Ella mi fece salire una piccola scala dai gradini larghi e lisci, e mi
trovai davanti a un letticciuolo pulito, fiancheggiato da un ampio
seggiolone che aveva l'aria di aver passato i begli anni della sua
gioventù fra la musica e l'incenso del coro.
Del resto la camera destinatami non offriva molta materia di
analisi. Una sedia coperta di paglia stava al posto del tavolo da
notte, coll'inevitabile bicchier d'acqua e il mazzo dei zolfanelli; in
faccia al letto, sotto la finestra, un tavolino quadrato con una gamba
più corta delle altre, pareva un ballerino nell'atto di spiccare la
_pirouette_; una fila di quadretti coprivano in simmetria le pareti
bianchissime: sotto i vetri punzecchiati dalle lentiggini delle
mosche, riconobbi il Crisostomo, San Filippo abate, San Luigi
Gonzaga,--litografie colorate con toni azzurri e rossi crudi e duri
come gli scheletri che si trovano nelle sabbie dei tropici--brava
gente che certo faceva le meraviglie di veder quel letto vestito a
nuovo e me beatamente distesovi sopra.
Non era quella la camera che il curato offriva agli scalpellini ed ai
mulattieri; non tardai a persuadermi che per me si era scelto il
locale delle grandi occasioni, in cui chi sa da quanto tempo nessuno
aveva dormito.
Ne può essere prova l'anedotto innocentissimo che mi piace contarvi,
benchè affatto estraneo al soggetto. Prendo anzi quest'occasione per
ripetere ch'io qui non scrivo un romanzo col suo principio, col suo
mezzo, col suo fine, colle sue cause, il suo sviluppo e le sue
conseguenze, e tutte le belle cose che si leggono nei trattati di
estetica; ma bensì raccolgo impressioni di scene e di fatti,
sensazioni di luoghi e di persone in cui mi sono scontrato e che, per
un mero effetto del caso convergeranno, se mi si presta attenzione, a
far cornice utile se non anche necessaria al soggetto doloroso che è
la ragione di essere di questo studio.
Mi ero dunque coricato e riandavo col pensiero, già ondeggiante
nell'atmosfera magnetica che precede il sonno, i casi della
giornata. Macchinalmente i miei occhi erano fissi alla finestra
chiusa, dalle fessure della quale penetrava un pallido bagliore di
luna. D'improvviso mi parve che qualche cosa si movesse sul tavolino
sottoposto, qualche cosa di nero, un volume o una scatola. Concentrai
l'attenzione, trattenendo il respiro, e... un sudore freddo mi coperse
dal capo ai piedi; era un berretto da prete che dondolava, che
s'inchinava, che saltellava diabolicamente. Mi rizzai senza volerlo;
il berretto, come se mi avesse veduto o sentito, si arrestò; riposi la
testa sul guanciale, il berretto si diè a ballare di nuovo.
Bisogna ch'io confessi che ho la disgrazia di credere a una quantità
sterminata di cose a cui la maggioranza degli uomini non crede; e voi
sapete l'influenza della solitudine sugli spiriti inclini al
soprannaturale.
A quell'epoca non avevo ancor letto Edgardo Poë, ma avevo già tutti
sognati i sogni di quell'anima infelice; e quell'amore pieno di
voluttuoso sgomento che mi lega adesso al poeta dell'_Inesplicabile_,
mi avvinceva già, inconscio, al mondo tenebroso delle sue
scoperte. Quel berretto magico che mi aveva atterrito, cominciavo a
osservarlo, col capo quasi sepolto nelle coltri, collo sguardo
immobile, col respiro represso, eppure con una sorta di godimento che
somigliava a quello che prova il naturalista quando, frugando nelle
roccie, gli vien dato di scoprire una specie rara d'erba o di
minerale. Ballonzolando capricciosamente, a furia di piccoli sbalzi,
il berretto era giunto sull'orlo del tavolo, e il fiocco,
traboccatone, penzolava, coll'ondeggiamento monotono e regolare di una
campana.
Allora mi parve di udire ancora i rintocchi della dell'agonia della
Gina, e di veder la giovane morta distesa attraverso la camera.
L'eccessiva stanchezza, gli avvenimenti impreveduti danno--coll'aiuto
di una materassa di piume,--di così fatte allucinazioni.
Il pallore di quella faccia, rovesciata sulle spalle, illuminava le
pareti; gli occhi, coperti di un velo diafano, come se i ragni vi
avessero filato di sopra, spalancati e pieni di stupore, scintillavano
fiocamente; del corpo, sepolto nella penombra, non scorgevo che
indistintamente i contorni. A poco a poco svanirono del tutto, quasi
assorbiti dalla oscurità: ma, in compenso, il lume del viso
cresceva. Io l'affisava senza batter ciglio, per tema che,
abbandonandola solo un minuto secondo, la visione dovesse sparire. La
contemplazione indefessa la incatenava; ma fra essa e i miei occhi
passavano dei globi e delle striscie di fuoco. Cominciavo a sentirli
di soverchio stanchi, e già anche la faccia del cadavere si
scioglieva: non ne restavano che due scintille sotto le palpebre; ma
quelle due scintille (mi toccai per accertarmi che non sognavo) quelle
due scintille non erano una illusione, quelle due scintille
esistevano, quelle due scintille erano occhi veri, due occhi oscuri
che mi guardavano, che mi guardavano fissi fuor da quel berretto
infernale!...
Balzai nel mezzo della stanza e nello stesso tempo... diedi in uno
scroscio di risa.
Il berretto rotolò per terra, e il più leggiadro topolino del mondo mi
passò tra le gambe.
--Ecco uno, pensai, ricacciandomi fra le coltri, uno che ha avuto più
paura di me.
E spento il lume, e mormorato come il bramino:
Tutto non è che ombra vana!
mi addormentai per non risvegliarmi che a mattino inoltrato.
VI.
Una delle più care soddisfazioni che si possano provare viaggiando, è
quella del ritrovarsi, dopo un buon sonno, in un paese dove si è
giunti di notte e di cui, per conseguenza, non avete che una idea
complessiva raccolta nel buio, e, il più delle volte, affatto opposta
alla realtà. Giacchè tenebra vuol dire esagerazione, così nel bene
come nel male, nel brutto come nel bello. Svanita la fatica del corpo
e l'animo riposato delle memorie del cammino percorso, le novità che
vi circondano par che acquistino attrattive maggiori. Uscendo dalla
nuova camera o solo mettendo il capo alla finestra, l'aspettazione e
la curiosità sono soddisfatte, comunque sia la scena che vi si
affaccia, nel modo stesso che se foste davanti ad un quadro nel
momento in cui l'artista ne toglie il lenzuolo che lo nascondeva. La
porta e la finestra danno sull'ignoto; un passo, e voi sapete,
d'improvviso, a che vi hanno condotto le tante leghe percorse;
un'occhiata, e vi decidete a restare o rifare il bagaglio:--parlo a
coloro che viaggiano--come si dovrebbe sempre viaggiare--senza meta
prestabilita.
Ora la mia finestra dava sul giardino del presbiterio; un giardino
ampio e solcato, sparso da viali di varia larghezza che si
intersecavano ad angoli retti, dando altrettanti confini alle
aiuole. In quegli angoli sorgevano, sovrapposti a rozze basi di
mattoni dei vasi di limoni di straordinario rigoglio, le cui foglie si
distinguevano, pel luccichio, in mezzo a tutte le altre. Le viti
sorrette da lunghi pali, erravano in tutte le direzioni, qui formando
delle vie coperte sotto cui intravedevo panche e tavole di pietra
scura, là abbarbicandosi ai muri che da due lati facevano ala al
giardino. La vegetazione era splendida: maggio aveva fatto il suo
dovere. Le macchie dei fiori, gialli, rossi, turchini, bianchi, viola,
amaranto, si mescevano in pazza allegria colle infinite gradazioni del
verde dei legumi; peri e pruni contorcevano i loro tronchi nodosi,
avvolti completamente, come da un abito di festa, nei fiorellini color
rosa e color pavonazzo del rhododendron e della glicina. Non saprei se
fossero cresciuti per colmar panieri o per comporre ghirlande. Ma quel
che dava l'intonazione a quel quadro di tutte le tinte eran le
rose. Avresti detto che quella notte ne fosse venuta una nevicata: ce
n'erano dappertutto, in alto, in basso, sulle pareti, in mezzo alle
viti, sui tetti, per terra. Il dolce fiore di Venere non crebbe mai
con tanta dovizia intorno ai templi di Lesbo. L'emblema della
virginità, le rose bianche, nascondevano intieramente il fianco del
presbiterio, non lasciando scoperto che quel tanto che era necessario
per dar spazio alle imposte delle finestre: la mia ne era tutta
incorniciata. La rosa delle quattro stagioni dominava dispoticamente,
nelle siepi, la turba passeggiera dei tulipani, dei garofani e delle
anemomi; le rosette dalle cento foglie, simbolo delle grazie,
gremivano il chiosco posto a capo del viale più grande, e si
cacciavano a destra e a sinistra sul muricciuolo di cinta,
occhieggiando.
Era evidente che il curato amava i suoi fiori platonicamente; tranne
forse per le funzioni solenni della chiesa, li lasciava crescere e
morire sullo stelo. Infatti un tappeto di foglie tremolanti copriva i
viali: tutti quei fiori pagavano il tributo della umana fragilità non
all'uomo, ma alla natura e le loro salme, scomposte e sparpagliate
dall'aria, volavano intorno in vortici odorosi, a somiglianza di
farfalle: non avevo quasi aperta la finestra, che il pavimento della
camera ed il letto ne erano coperti.
Di là dal muro di cinta si protendeva la campagna, in pendio; pochi
metri coltivati a frumento, esile e sparuto come un povero esiliato
dal suo clima; e, interotte qua e là dalle macchie dei castagni e
degli onici, praterie piene di sentieruoli. Più in su, la montagna da
cui io era sceso il dì innanzi, arida e brillante delle sue frane
silicee. Alla mia destra sporgeva, oltre il fianco della casa
parocchiale, a poca distanza, un edificio rustico, di proporzioni, per
quanto modeste, pure assai più grandiose di tutte quelle intravedute
attraversando il villaggio. Certo doveva essere l'abitazione di
Baccio. Due fanciulli vi stavano giocando sul balcone di legno, e una
donna, col capo circondato alla moda montanina di un fazzoletto rosso,
distendeva tutto all'ingiro i pannolini del bucato.
Fui interrotto nelle mie rapide osservazioni dalla buona Mansueta che,
viste schiuse le imposte, si era affrettata a prepararmi il caffè e me
lo porgeva, fumante e profumato, chiedendomi come avessi passata la
notte.
Chiesi subito del curato: stava cantando messa.
Quel _cantando_ mi fe' rissovvenire che eravamo in domenica; epperò mi
credetti in dovere di affrettare la mia modesta toeletta per dar
saggio del mio rispetto ai doveri dell'ospitalità, col far parte dei
fedeli raccolti in quel momento intorno a Don Luigi.
Discesi e, poichè la vecchia mi aveva preceduto di qualche tempo,
giunto in faccia alla scaletta, mi trovai imbarazzato davanti a due
porte, non ricordandomi quale di esse mettesse al gabinetto da cui ero
uscito la sera. Ne apersi una a caso e mi accorsi di aver sbagliato;
pure andai avanti. Ne valeva la pena. Era il deposito delle
suppellettili più importanti e degli arredi sacri di maggior valore,
il _capharnaum_ della chiesa. Il baldacchino rosso a ricami e frangie
d'oro, sorretto dalle sue quattro aste collocate in altrettanti vasi
di pietra, occupava, con una posa obliqua che rammentava un ubriaco,
il mezzo dello stanzone.
Intorno, candelabri di metallo pulito, lanterne da processione infisse
sopra bastoni di color rosso già sbiadito verso le estremità dal
sudore delle mani dei _confratelli_; crocifissi pure di
metallo--allampanati, portanti al congiungimento delle due aste una
specie di rosa fatta di raggi in ottone invece del Cristo. Tuttociò,
disposto in ordine di battaglia sul pavimento, pareva allacciato, come
da serpi di argento, dalle catenelle sottili dei turiboli. Un armadio
gigantesco sorgeva contro il muro: le imposte ne erano spalancate. Vi
pendeva tutta una famiglia di abiti sacerdotali, camicie, cotte,
stole: guardando da lontano somigliavano una fila di preti
appiccati. Un grosso messale antico mi tentò; l'apersi, e lessi in
lettere rosse intercalate a lettere nere: _Breviarium Romanum ex
decreto Sacrosanti Concilii Tridentini restitutum, S. PII
V. Pontificis Maximi jussu Editum, Clementis VIII et Urbani
VIII. Auctoritate recognitum in quo Officia novissima sanatorum
accurate sunt disposita. Venetiis, MDCCXXVII. Apud Nicolaum
Pezzana_. Una di quelle vecchie edizioni logore e belle che fanno
pensare. Quasi a ogni pagina erano mazzetti di rose disseccate che
avevano colorato leggermente all'ingiro i caratteri, e mescolato il
loro profumo di un giorno a quello eterno del libro.
Dietro una stia piena di galline chioccianti e su cui stavano
sparpagliati una infinità di sacchetti e di cartocci di semi, portanti
il nome della specie scritto su cartoline appese al collo, a mo' di
decorazioni, s'innalzava appoggiata al muro una immensa tela
oblunga;--ai suoi lati drappeggiavano quattro bandiere tricolori
circondanti colle loro pieghe le lettere cubitali, di color giallo,
imitante l'oro, che dicevano: _Viva lo Statuto_. Quel _viva_ però
pareva fosse stato esposto alla pioggia tutto solo, tanto era sbiadito
in confronto del resto del dipinto; come se il curato a imitazione
degli auguri romani, lo avesse qualche volta esposto sulla porta della
chiesa, senza altre parole al suo seguito, per celebrare la festa del
Dio ignoto. Mi avvicinai, e scorsi sul secondo _v_ le impronte
evidenti di una raschiatura; per poco che un'unghia fosse passata di
nuovo lassù, si sarebbe letto un _via_ invece di leggere un _viva._
Ciò mi fece pensare alla parete d'un seminario, su quelle stesse
montagne, dove avevo ammirato quest'altra iscrizione epigramma balordo
di sanfedisti:_ Stat ut 0_ (sta come zero).
I lettori vedranno in seguito come io fossi in errore, cedendo in quel
momento, davanti a quel _v_ nebuloso, a un dubbio poco lusinghiero
verso il vecchio curato, e più ancora verso il giovanile entusiasmo
che mi aveva così repentinamente animato verso di lui. Però l'ingiusto
pensiero non durò che un minuto. Riapersi il Breviario; mi parve di
vedervi specchiato il bel viso dell'uomo che vi leggeva il paradiso
attraverso le rose, e giurai a me stesso che era impossibile ch'egli
fosse un nemico della patria.
VII.
Nulla di più pittoresco di quel sagrato. A un'altezza considerevole
dalla campagna circostante, leggermente inclinato verso il villaggio,
quasi per invitarne gli abitanti a salire, era coperto per metà da
un'erba fitta ed uguale; l'altra metà era formata da una lunga
scalinata a gradini bassi e lunghi di marmo bianco, levigatissimo. Un
muricciuolo girava tutto all'intorno; in esso erano praticati de'
sedili, e vi pioveva ombrie profonde una fila di castagni piantati
all'infuori, a distanza ineguali.
Salii verso la chiesa, da cui uscivano, miste al brontolìo della folla
accalcata che giungeva fin quasi alla metà della scalinata, le
cantilene sacerdotali. Al mio giungere, tutti quei visi abbronzati,
tutte quelle nuche piatte e arruffate, fecero una evoluzione per la
quale mi vidi addosso cent'occhi che mi guardavano meravigliati come
all'aspetto di una bestia feroce.
Mi inoltrai con molta disinvoltura, urtando a destra e a manca,
finchè, giunto sotto il pronao, m'avvidi che il proseguire era impresa
impossibile. Mi alzai sulla punta dei piedi per vedere l'altare;
memore ancora delle messe udite in compagnia di mia madre, m'accorsi
di essere giunto in tempo, la messa era ancora _buona; il libro non
era ancora voltato_. Il curato che ravvisai alla sua corona di capelli
bianchi, era circondato da due preti, meno vecchi assai di lui, a
giudicarne dalle cuticagne, una fulva, l'altra nera ma che avevano un
punto di strana rassomiglianza nelle chieriche, di ampiezza
fenomenale; le avresti dette due ostie appiccicate alle chiome. La
turba era ginocchioni; gli uomini a destra, le donne a sinistra; il
solo Baccio era in piedi, aggirandosi a capo chino per veder dove
mettere il passo, in su ed in giù, scavalcando i fanciulli appiccicati
alle gonne e alle giubbe, scotendo sommessamente la borsa
dell'elemosina in cima ad una lunghissima canna che si piegava
mollemente ad ogni scrollo.
Egli faceva il suo mestiere di scaccino con uno zelo ammirabile; la
borsa compiva dei giri miracolosi; una grossa mano non aveva finito di
alzarsi da una parte e deporvi l'obolo, che ne vedevi un'altra
affrettarsi a far lo stesso dal lato opposto della chiesa. A volte,
invece di scendere fra le teste, la borsa vi cadeva su: allora, chi si
sentiva chiamato alla carità con così eloquente linguaggio, la faceva
con gesto men devoto, e la moneta, cadendo, dava un suono più
forte. Avvicinatosi alla porta, il campanaro s'accorse della mia
presenza, e, allargandosi a furia di gomiti la via, in un istante mi
fu vicino.
--Venga con me, mi disse, le ho preparato un posto in cantoria,
proprio accanto all'organista.
E, tirata fuori una chiave e aperta una porticina quasi invisibile, mi
precedette al buio su di una scala di legno che scricchiolava.
Nelle chiese di campagna il privilegio di assistere alle cerimonie
dalla cantoria stabilisce in chi lo gode una superiorità fra le più
invidiate. È una specie di titolo gentilizio; è il diritto
d'_immagini_ dei romani. Non sogni d'ambirlo chi lavora la terra, o
chi pascola il gregge, nelle arti lo ottengono, a volte, il fabbro ed
il falegname perchè membri quasi indispensabili della fabbriceria cui
somministrano _gratis_ pali e chiodi per l'apparato delle processioni;
nel commercio, l'alto soltanto: lo speziale ed il droghiere, che
formano una sola persona le nove volte su dieci.
Questa gente alla festa, fende con disinvolta alterezza la folla e
sale lassù come a una regia, i villani danno il passo, e poi guardano
i fortunati dal basso sgangherando la bocca al canto con compunta
umiltà.
Al mio arrivo l'organista intonava allegramente il _gloria in
excelsis_ menando le gambe e le braccia, e tenendo fissa la faccia
allo specchietto inclinato in cui si rifletteva l'altare.
Era un vecchierello sottile, con un collo enorme. Non immaginatevi che
io sia per descrivervi ciò che supposi esistesse disotto a quella
cravatta nera: il mio realismo non giunge sin là. Solo vi dirò che
quella cravatta, sciolta da quel collo, non avrebbe misurato meno
della lunghezza della cantoria.
Dalla formidabile fasciatura che somigliava un imbuto incatramato
sbucavano quasi paurosi un mento aguzzo ed un naso aquilino, tenuti
insieme da una pelle color di dattero maturo. La piccola testa sparuta
dondolava seguendo il ritmo musicale, coll'aria ingenuamente burlona
dei chinesi di porcellana.
Accanto all'organista sedevano due sole notabilità: una figura lunga
lunga, di faccia scura con un grosso libro di divozione a caratteri
cubitali appoggiato sulle ginocchia. La faccia dell'altro non aveva
nulla che si prestasse all'analisi. Una certa pretesa borghese
appariva nell'abito festivo del farmacista (giacchè non ho nessuna
ragione per indugiare a dirvi che il piccolo uomo rossiccio era il
farmacista); mentre l'altro vestiva un giubbone di stoffa grossolana
pulita, è vero, ma uguale nel resto a quelle degli umili montanari.
Poichè m'ebbero per bene investigato, susurrandosi non so che cosa
all'orecchio, si posero a parlare a voce men bassa. Mi pare che
riprendessero una conversazione troncata al mio arrivo.
--Vi dico che a me non la fanno, e che non occorre aver studiato il
latino per provar che due e due fanno quattro.
--Scusi, signor sindaco, rispondeva il farmacista, non ho mica detto
il contrario; benchè, quanto al latino, mi possa permettere di
osservare che è una gran bella cosa l'averlo studiato. Ma....
--Non ci son ma, signor Bazzetta carissimo; quel che è del comune è
del comune, e quel che è della chiesa è della chiesa,
--Mi permetta un esempio. Si ricorda del paretaio di Bernardino, alle
quattro croci? Ebbene, per qual ragione ne è il proprietario? Perchè
da oltre quarant'anni il proprietario vero, essendo lontano, lo
aveva lasciato senza volerlo e senza saperlo nel godimento di quella
terra; quando volle rivendicarla, si trovò che ne aveva perduto il
diritto.
--Uh, disse il sindaco, se Bernardino avesse avuto a fare con
me,--vorrei vederli adesso chi li mangerebbe i tordi del suo
paretaio.
--Eppure, signor sindaco, è la legge che parla, e contro la legge...
--Una delle due: o Don Luigi cede alle buone o sacram...
Il campanello dell'elevazione gli tappò la parola in bocca.
I due interlocutori s'inginocchiarono e si diedero a battersi il
petto. Il sindaco con colpi sonori, il farmacista accennandoli appena.
La musica che a questo punto della messa è fissato debba essere
malinconica era diventata, sotto le dita dell'organista che vi ho
descritto un trillo di due note che continuarono senza mutare, finchè
il curato ebbe spalancate le braccia.
Allora, dato un rapido mutamento agli indici, il patetico suonatore
s'incurvò sulla tastiera, alzò i ginocchi, alzò le braccia e trombe e
tromboni rimbombarono come uno scoppio di tuono.
Il sindaco che già si era rimesso a sedere, diè un balzo, e:
--Maledettissimo, disse, quando volete fare di queste cannonate,
almeno avvisatemi prima.
L'organista volse il capo, e, certo che alcuno gli aveva parlato, e
non avendo inteso a che soggetto rispose con un sorriso pieno di
ringraziamenti.
La conversazione riprese con questa domanda del sindaco:
--Oggi, m'imagino, sarete invitato a pranzo.
--Per l'appunto, signor sindaco, è d'abitudine tutte le solennità.
--Senza contar gli altri giorni, soggiunse il primo con accento
iroso. E seguitò:
--Ebbene ci sarò anch'io, non a pranzo, perchè sto bene a casa mia, e
poi..... perchè io non sono invitato; bisogna sapere il latino per
essere invitati. Ma fa lo stesso, ci sarò anch'io, vi dico, e mi
sentirete a parlare.
--Via, via, ve la prendete in un modo! che vi importa mai di quei
quattro palmi di prato?
--Faccio l'interesse del Comune, io. Sono o non sono il sindaco? È mio
dovere. Non ho mica paura dei preti! Eh, eh, mio padre, come mi
vedete, ai tempi di Napoleone, in Ispagna ne ha strozzato mezza
dozzina.
--Per amor del cielo, signor sindaco...... la prudenza è la prima
qualità che.....
--Mi sentirete a parlare. Sono contento che siate testimonio anche
voi. Domani siete in libertà? Venite a pranzo da me; alla buona,
ma.... almeno senza, latino.
--Non mancherò, signor sindaco.
--Sono figlio di un militare, e sacr.... fortezza ci vuole....
--Per l'appunto. _Fortiter et_.....
Troncò la citazione come l'altro aveva troncato a metà la bestemmia,
ripiegò dicendo: Fortezza, fortezza: è la prima qualità ch'io stimo
negli uomini.
La messa era arrivata al _Domine non sum dignus_. L'organista
infrenava i suoi tromboni e lasciava smorire la sua vena musicale in
un belato di voce umana.
Le ultime parole dello speziale risuonarono nei silenzioso
raccoglimento della Comunione e fecero rivoltare tutto l'uditorio.
--Silenzio, diss'egli stizzito al sindaco, mi fate parere ridicolo.
--To' è lui!..... borbottò l'altro,--poi ripigliando senz'altro il
filo del suo ragionamento che malgrado l'interruzione aveva
continuato a dipanarsi nel suo capo bernoccoluto:
--Eppoi sentite; la prescrizione non corre perchè il titolo è precario
e to', mi hanno detto, sono sicuro che, per essere latino, dovrà
persuadervi: _non currit præscriptio contra_.....
--_Non currit præscriptio contra non valentem agere_, suggerì
dolcemente l'organista che, ai suoi bei tempi, aveva fatto lo
scrivano di notaio.
Il Sindaco si volse brusco brusco e con uno sguardo bieco stereotipò
sul viso tondo dell'omacciolo il suo ebete sorriso.
--A momenti, brontolò, gli faccio perder io il latino col vizio di
orecchiare.
L'altro che s'era drizzato in fretta sul suo scannetto lasciò per
darsi contegno ruzzolare la mano sui tasti acuti facendone sprigionare
una gamma ascendente di squittii di quaglie innamorate.
--Ve l'ho detto io d'usar prudenza? ammonì il signor Bazzetta.
Suonava dall'altare l'ultimo _Dominus vobiscum_, E dalla porta
socchiusa dai più impazienti penetrava nella chiesa con un raggio di
sole, un respiro di ilarità, di vivace, di festoso risveglio.
--_Ite missa est_.
Le bianche pezzuole si rizzavano e qualche testolina si volgeva e
qualche occhietto saettava sguardi curiosi in mezzo alla folla degli
uomini assiepati sul limitare.
Poi tutti uscivano con grande scalpiccio.
E uscii anch'io e mi posi all'ombra delle querele per fare la mia
presentazione, per dirla in istile di pergamena «agli uomini,--ed
anche alle donne,--dell'_oppido_ di Sulzena».
Pare che la cosa seguisse con scambievole soddisfazione. Io fui
contento di alcune donnine che vidi,--esse di essere vedute: e gli
uomini nella loro ingenuità montanina guardavano amorosamente con aria
di benevola simpatia il corno portentoso che tenevo in mano e che
ostentavo con una certa vanità.
VIII.
Pochi momenti dopo, la voce del sindaco e del farmacista risuonava
dietro il muro del giardino parrocchiale, in cui dopo la messa, mi ero
venuto a sedere per liberarmi alquanto i polmoni dall'afa
dell'incenso.
Il sindaco diceva:
--Vado a casa a prendere un libro dove si prova, come due e due fanno
quattro, che la terra della carbonaia era del Comune e deve
ritornare al Comune. Ci dò un'occhiata ancora, mentre voi pranzate e
in quattro salti sono qui. Siamo intesi?
--Intesi? Di che? Oh! io non c'entro, io! Ne ho abbastanza delle noie
della farmacia, perchè cacci le mani negli impiastri degli altri. Me
le lavo io, le mani, quando esco dalla bottega.....
--Ma non mi prometteste di venir a pranzo domani?
--Questo è un altro paio di maniche, e ci verrò senza dubbio, a
pranzo. Anzi, dite pure a Brigida che, o manzo o vitello o pollo che
sia, aspetti me per mettere al fuoco. Vi farò, caro sindaco, un
piatticello....
--Allora ordinerò di uccidere un pollo.
--Un'anitra varrebbe meglio.
--Vada per l'anitra.
--Giovincellina.... se è possibile......
--Faremo una scorpacciata, e poi vi dirò che razza di curato......
--Tacete!.... A quattrocchi si può emettere un parere; ma qui, in
mezzo alla strada, sulla sua porta..
--Che porta! Non ho paura io delle cocolle.
--Io sono amico di Don Luigi.....
--E di me non lo siete forse?....
--Amico di tutto il mondo; ma..... capite, oggi pranzo qui, domani
pranzo da voi e il quassio e il tamarindo per farvi digerire lo do a
tutti due.
--A rivederci; e ne sentirete delle belle.
--Mi raccomando.... giovincellina!.....
Uno scricchiolio non lontano mi fe' volgere il capo; era il signor
Bazzetta che entrava dal cancello. Vedendomi, parve turbarsi un po',
e, toccato il largo cappello di feltro, fece per tornare sui proprii
passi. Ma era troppo tardi; io gli rivolsi la parola:
--Signor farmacista, gli dissi, permettete che, in assenza del signor
curato, io vi faccia gli onori di casa. Gli amici degli amici sono
amici,--voi conoscete il proverbio,--e poichè (appoggiai su queste
parole) voi siete amico di Don Luigi come lo sono io.... Il
farmacista mi guardava con occhio scrutatore. La sua faccia che in
cantoria non mi aveva fatto nessuna impressione, ora mi appariva
improntata di una intelligenza, di un acume che traspariva da tutti
i pori. Due occhietti grigi, un naso aquilino, due baffetti ed un
pizzo di un colore impossibile fra il biondo e il grigio
evidentemente resi così mercè qualche apparato chimico, i capelli
appiccicati alle tempia, volti in avanti, divisi da una dirizzatura
inappuntabile. Una certa ricercatezza nel vestire: stoffa alla buona
ma di una tinta, come dire? _coquette_,--la camicia bianchissima,
stirata alla perfezione; il colletto all'_inglese_, e i polsini a
buffetti uscenti vezzosamente di un paio d'oncie fuor delle maniche.
Quand'ebbi finito, si avvicinò, mi stese la mano, ch'io strinsi e mi
disse:
--Un amico di città? Ma, scusi sa, come può essere, se don Luigi, da
vent'anni non si è mosso dal paese?
--Il tempo non è sempre indispensabile alle amicizie; voi, che siete
amico di tutti, come mi pare di avervi udito dire testè, lo dovete
sapere....
--Ah! il signore ha udito il discorso?.....
--Sì, signor Bazzetta, qui e in cantoria.
Come il lettore vede, il piccolo mistero di cui mi aveva messo a parte
la collerica eloquenza del sindaco destava in modo sommo la mia
curiosità. L'aspetto da energumeno del nemico del vecchio curato, il
parlar sibillino del suo convitato mi facevano intravedere il filo
probabile di una congiura che la mia stima per don Luigi mi persuadeva
ingiusta e malvagia e che forse il caso e la fortuna mi potevano dar
di sventare.
Mi fissò nuovamente, parve riflettere, poi prendendo una rosa che
pendeva lì vicino e fiutandola:
--Che lusso di fiori, disse sbadatamente, e, abbandonato il ramo che
rimbalzò a raggiungere il cespo, continuò:
--Che taccola quel sindaco; uh! quando comincia a far danzare la
lingua, non smetterebbe più; è una pioggia d'ottobre; è la mia morte
quell'uomo. Alla messa, in piazza, nella farmacia, dappertutto, la
sente la sua voce. E dover far finta di prenderci gusto! Chè,
altrimenti guai! Ha un carattere..... basta.... le sono seccaggini;
pene e tormenti, inerenti alla vita di campagna.
--Pare, interruppi, che oggi avesse qualche grave affare pel capo.
--Lo so io? rispose Bazzetta animandosi; lo so io? Mi colga malanno se
ho capito una parola di tutto il suo discorso. Non ha veduto?
Dondolavo il capo, tanto per dargli ad intendere che la ascoltavo, e
più di qualche monosillabo così _pro forma_, come si suol dire, non
ho risposto nè bianco nè nero.
--Gli consigliaste la prudenza, se non ho male inteso. Trattasi dunque
di cosa in cui è presumibile ch'egli possa dimenticarla, la
prudenza?
--È un affare che s'agita da un gran pezzo.
Il curato possiede un campicello; un prato, per dir meglio,
ombreggiato da una gran quercia. Son pochi metri di terra che non
valgono due scudi, tanto più che il curato li lascia incolti,
permettendo che vi raccolgano l'erba e le ghiande gli accattoni delle
montagne. Però, il perchè lo ignoro, predilige quel luogo
stranamente. Ci va, benchè la salita sia molto erta, quasi tutti i
giorni, al tramonto, e vi resta a leggere un libro, sempre quello, da
venti anni in qua. Or son pochi mesi, essendo obligato da tempo a star
a letto per una febbre ostinata, un bel giorno, dopo aver molto e
molto sospirato, gli venne la fantasia di farsi vestire e trasportar
da Baccio fino lassù, sotto la sua quercia. Il giorno dopo era
guarito. Ebbene, il Sindaco, col pretesto che quella poca terra è
necessaria per farvi passare una viuzza, secondo lui indispensabile,
vuole e pretende che Don Luigi la ceda al Comune, vantando non so
quali diritti. Per me, ripeto, amico di tutti e farmacista di tutto il
mondo, e così messer Iddio lo volesse.--Che ne dice?
--E credete che il sindaco riescirà?
--Eh! se ci si mette.... ha le autorità dalla sua.... ha
influenze.... acqua in bocca..... ecco don Luigi; facciamo sembiante
di nulla. Il curato infatti ci veniva incontro pel viale di mezzo,
tutto sorridente, e spalancando le braccia. Avute le mie
congratulazioni per la cameretta, pel giardino e per la chiesa, don
Luigi si rivolse al farmacista che accendeva una lunga pipa di
schiuma e:
--Caro Bazzetta, gli disse amichevolmente, avete data un'occhiata in
cucina? Come vedete, oggi il pranzo è proprio di gala; bisogna farsi
onore.
--Non dubitate, reverendo, rispose l'altro toccandosi il cappello e
inchinandosi burlescamente: ho già impartite le ordinazioncine; ora
tocca alla Mansueta ed a Baccio; però un'altra occhiatinina può
giovare. Ci vado.
Quando il farmacista fu partito, don Luigi mi stese nuovamente la
mano, e stringendo con effusione la mia, mi invitò a sedere sul banco
di pietra.
--Mi sembrate preoccupato, disse guardandomi in faccia dopo uno
scambio di parole che era durato una diecina di minuti. Ditemi, per
carità, che cosa vi ha tolto la ciera contenta di ieri sera? avete
dormito male? vi è nata qualche contrarietà? parlatemi come a un
vecchio amico, mio caro, giacchè voi siete già tale per me...
--Preoccupato, risposi, oh! no, davvero! È questa lieta novità di
spettacolo che mi distrae: ho dormito a meraviglia, ho visto dei
soggetti di pittura magnifici, tutto mi sorride e mi piace, sono
vostro in corpo ed anima, e vi avverto, don Luigi, che il giorno di
lasciar questa casa non è molto vicino.
--E se occorresse barricarla, per allontanarlo di più, son io quello
che la muterei in fortezza, sclamò il curato, a cui il lettore
s'accorgerà che io non avevo detta tutta intiera la verità.
I miei occhi non potevano togliersi da una macchia di castagni
sovrastante al giardino, sotto la quale, da cinque minuti, era venuto
a sedersi il terribile sindaco, armato di un grosso volume nero nero,
e seguito da un figuro che la lontananza non mi permetteva di ben
definire. Nella posa di quei due uomini raggomitolati sotto quelle
fronde, v'era un non so che di truce, di misterioso, che mi
sgomentava. La testa del sindaco, china sul libro, seguiva
affannosamente la mano dell'altro che pareva leggesse; e di tanto in
tanto si alzava verso il presbiterio, ed erano allora due pugni chiusi
che si appuntavano nella stessa direzione.
Per quanto mi fosse doloroso il togliere don Luigi alla sua calma
allegria, non potei resistere al bisogno, che mi pareva dovere, di
additargli quello strano gruppo, pur tacendo delle cose udite in
cantoria.
--Don Luigi, gli dissi, studiano molto le vostre pecorelle. Guardate
lassù quelle due: si direbbero studenti di Università alla vigilia
degli esami.
Il povero vecchio alzò gli occhi, guardò, ravvisò, e un tremito gli
corse sulle labbra, e un pallore, non so se di collera o di paura, gli
coperse la faccia. Balbettò, per rispondermi, poche parole ch'io non
compresi, e si alzò.
--Entriamo in casa; oggi conoscerete tutti i notabili del villaggio.
E mi precedette passandosi a più riprese la mano sulla fronte.
Io mi sentiva l'anima oppressa.
IX.
Giunti alla sala da pranzo, trovammo la tavola imbandita. Il curato mi
fe' sedere alla sua destra; uno dei due preti che avevo intraveduto
alla messa fu invitato a porsi dall'altra parte, e gli altri presero
posto come vollero.
Eravamo otto commensali. Il farmacista fu l'ultimo a venirsi a sedere
al mio fianco; e ancora, fra un boccone e l'altro, scappava via a dare
una occhiatinina (egli aveva il gusto dei diminutivi) ai fornelli. A
volte, era egli stesso che compariva dalla cucina con un piatto
fumante che poneva davanti al secondo prete, il quale stava a capo
della tavola dirimpetto al curato. In tal caso si trattava di qualche
intingolo manipolato dalle sue mani e ch'egli assaggiava cogli occhi
commossi, prima che colla bocca.
--A lei, Don Gaudenzio; mi tagli un po' di cotesto, ma, per carità,
non dilanii, tagli.
E, ciò detto, veniva al suo posto coll'aria di uno che, fatto il
proprio dovere, lascia altrui la intiera responsabilità delle
conseguenze.
Don Gaudenzio pareva creato da Dominiddio apposta per coprire
l'ufficio a cui era stato scelto alla tavola del presbiterio. Certo
erano costrutti così gli schiavi incaricati di squarciare gli agnelli
nei banchetti omerici. Egli si tirava d'impiccio con una rapidità
prodigiosa. Le sue braccia colossali passavano, coprendolo agli occhi
altrui, due o tre volte sul piatto, poi deponeva coltello e forchetta,
e la vittima si trovava pronta a far il giro della tavola.
Quando il piatto arrivava davanti all'organista, l'avresti detto un
convoglio che, fatte brevissime soste alle stazioni secondarie, è
finalmente arrivato a uno scalo di grande importanza, e perciò vi si
ferma un bel pezzo, vogliano o non vogliano i viaggiatori. Era
ingordigia raffinata e soverchia da parte del musicista? Oh, no certo;
ma bensì deplorabile effetto della sua eccezionale struttura. Ei non
poteva guardar da vicino al dissotto di sè stesso; il volume del collo
ne lo impediva; la sua piccola testa era inchiodata su quell'enorme
piedestallo nella direzione degli astri e dello specchietto
dell'organo, ed era con grandissimo stento e ancora allontanando il
piatto verso il centro del tavolo, che il povero uomo riusciva a
vederne il contenuto e a prenderne la propria parte. Una volta la
sosta di un pollo arrosto fu così lunga, che il prete che sedeva in
faccia a me fra il curato e l'organista nell'imbarazzo, perdette la
pazienza, e, riscaldato probabilmente dal profumo della imbandigione
che tanto tardava a cadere nelle sue mani, esclamò:
--Signor Prosdocimo, in nome di Dio! ci vuol tanto tempo per decidersi
fra un polpastrello ed una ala? Ci sono tanti che aspettano!...
Il Bazzetta venne allora in aiuto dell'infelice organista, cui le
parole del sacerdote impaziente avevano dato il tremito. D'un balzo
gli fu alle spalle, e, guidatagli la mano, gli infilzava sulla
forchetta il boccone migliore. Il pretaccio, che forse lo aveva da
gran tempo adocchiato e sperava infilzarlo sulla propria, si morse le
labbra e, preso il piatto, lo girò al curato, senza servirsene,
dicendo dispettosamente:
--Non è mica ch'io abbia parlato per me....
--Oh! osservò don Luigi, chi mai potrebbe pensarlo?
E mi diè un'occhiata di una furberia che, su quei lineamenti fatti per
la serenità e la dolcezza, era proprio impagabile.
I discorsi, durante il pranzo, furono molti e svariati; io, come nuovo
arrivato e come cittadino, ne dovetti naturalmente far le spese
maggiori. Le domande fioccavano, nè a tutto potevo rispondere.
Don Gaudenzio era stato in seminario con un tale abatino pieno di
talento e a cui i superiori preconizzavano una carriera delle più
luminose. Egli voleva sapere da me che cosa ne fosse avvenuto.
--Don Ambrogio Marzocchi? Non lo ho mai sentito nominare.
--Pare impossibile! Un giovine di tanto talento. Eppure, scusatemi....
--S'immagini....
--Scommetto che adesso è almeno almeno canonico del duomo.
--Sarà benissimo.
Don Gaudenzio non mi guardò più che con aria di suprema compassione.
E fui subito dall'organista che con una voce da donnicciuola malata mi
chiedeva se i cori della cattedrale milanese fossero composti di
maschi o di femmine.
--Maschi, signor Prosdocimo.
--Pare impossibile: li ho sentiti una volta sola, da ragazzo,
all'epoca dell'ingresso dell'arcivescovo Romilli, e avrei
giurato.....
--Ci sono uomini che hanno la voce dell'altro sesso; rari sì, ma ci
sono.... mormorò il farmacista.
E ghignava sotto i baffetti.
Due commensali non apersero bocca,
L'uno era don Sebastiano, il vice-curato, l'ombra di quel quadro
luminoso di giocondità, un certo coso incoloro, insipido,
insignificante (ed altre negative in _in_), del quale per dare un'idea
giusta bisognerebbe poterlo descrivere senza dirne nulla.
L'altro, un giovane abatino, pallido, dagli occhi azzurri, dalla ciera
linfatica e sofferente, dai modi timidi e muliebri. Lo splendore vago
e malinconico del suo sguardo parea cercasse qualche cosa che non era
presente, una memoria lontana, una speranza indefinita. Mangiò
pochissimo e non bevette che acqua, ciò che non fece, per esempio, Don
Gaudenzio.
Si era appena finito, e i commensali stavano ancora ripiegando i
tovaglioli, quando Baccio entrò con una faccia sepolcrale, ed annunzio
l'arrivo del sindaco.
Il curato ebbe un movimento di tutta la persona, e un rapido sguardo
in alto, che mi colpirono. Poi, puntellandosi ai bracciuoli della
poltrona disse, alzandosi lentamente:
--Vengo; fatelo passare nel gabinetto.
Un silenzio successe alla partenza del curato; l'imbarazzo generale
era evidente.
Bazzetta, la testa all'aria, maneggiava con fare sbadato, uno
stuzzicadenti; don Anastasio, il prete che aveva fatto allibire il
povero Prosdocimo, s'era alzato, e, piano piano, come uno che cerca di
sviare da sè l'attenzione, era andato a collocarsi presso la porta da
cui era uscito don Luigi e origliava. Solo don Gaudenzio, disteso
ancora tranquillamente davanti agii avanzi della lauta imbandizione,
pareva non essersi accorto nemmeno della sparizione del curato; e
dondolandosi il mento, prelibava il sonno della digestione.
Io uscii nel giardino sperando che mi sarebbe dato di vedere che cosa
succedeva. Ma fui deluso: tutti gli sportelli delle finestre erano
chiusi; e non si udiva che il burrichìo degli insetti che svolazzavano
tra le rose, mentre dalla cucina veniva il suono chioccio dei piatti
uscenti dal ranno.
L'abatino, che era sempre stato silenzioso durante il pranzo, mi seguì
fuori dalla stanza, ed entrò in un viale ombroso che correa parallelo
a quello in cui mi ero posto; e vedevo tra il fogliame la sua faccia
diafana e i suoi occhioni profondi che mi fissavano con una curiosità
fatta di meraviglia e di rispetto nel tempo stesso.
Certo, a quell'umile esistenza incantucciata fra le umili pareti di un
presbiterio solitario e ignorato, destinato a crescervi ed a morirvi
nell'ombra e nella dimenticanza; a quella debole creatura pensierosa e
malaticcia a cui nessuno guardava, a cui nessuno parlava; che era lì
come un arnese della parrocchia, inconscio di sè e degli altri, doveva
essere oggetto di meraviglia l'aspetto di un giovane della stessa sua
età, fiorente, robusto, pieno di vita, libero come l'aria, che era
giunto da lontano, dalle città portentose, che parlava nuove e
edificanti parole d'arte e di progresso, e che il curato, il venerando
signor curato aveva accolto e trattava da pari a pari. È propria delle
nature deboli la facilità di ammirare, e, per talune dì
rimpicciolirsi, il sentirsi di polvere davanti ad altre che siano o
sembrino più elette e più forti, diventa per loro una compiacenza,
quasi una voluttà profonda ed indefinibile.
Di tal tempra pareva il mingherlino giovinetto che mi seguiva,
coprendomi di sguardi penetranti e modesti. Mi nacque simpatia per
lui, e, nell'ansietà in cui ero per quanto accadeva in quel momento
nel gabinetto, pensai che facendomi amico quel piccolo ammiratore,
oltre che obbedire alla incipiente simpatia, sarei forse anche
riuscito a trargli di bocca qualche rivelazione intorno il mistero.
Giunto a un risvolto del viale, mi indirizzai quindi a lui, che parve
tremar sulle gambe, vedendomi giungere.
--Siete nativo del villaggio? gli chiesi.
Egli arrossì fin nel bianco degli occhi, chinò il capo, intrecciò le
mani, si pose a girare le dita come se numerasse le grane del rosario,
e, finalmente, con una vocina velata:
--Sissignore, rispose.
--E vivete qui, col curato?
--Nossignore, in casa del signor Sindaco.
--Ah! siete suo parente?
--Parente.... no, ma è lui che mi mantiene agli studii.
Ripresi a passeggiare; egli mi seguì, ma restandomi indietro un
pochino.
--E la vostra famiglia, ove abita?
--Non ho più che mia zia, la sora Mansueta; rispose tristamente il
chierico; sono figlio di una sua sorella, che è morta.
--E il babbo?
--Non l'ho mai conosciuto; non so chi sia stato.
--Conoscete almeno il suo nome?
--Nossignore.
--Ma voi come vi chiamate? Dissi, fissandogli gli occhi nel viso.
--Col nome di mia madre, rispose il poveretto, chinando gli occhi nel
pronunciare quelle parole, e, rialzandoli tosto, quasi a cercarmi
silenziosamente la spiegazione di un enigma.
In questo punto, mentre le foglie stornivano e i passeri battevano
dell'ali al disopra della vite la voce terribile del sindaco squarciò
l'aria tiepida e tranquilla, come lo scroscio di un torrente che
d'improvviso fosse sgorgato dal monte. Il mio interlocutore impallidì
ed io sentii di fare altrettanto.
--Ah! possedete dei documenti? Me ne infischio dei vostri documenti; i
miei valgono meglio. E, corpo di mille Satanassi, se non varranno
quelli, ho altre cose nel sacco.
Le parole che, a giudicarne dalle interruzioni del sindaco, venivano
intercalate dalla sua vittima, non giungevano fino a noi.
--Sì, altre cose nel sacco, e di belle e di buone, signor prete: è
passato quel tempo che mi mettevate paura e ne approfittavate per
rovinare il mio avvenire. È passato, ma me ne ricordo; e il coltello pel
manico adesso l'ho io..... Quando penso che mi avete fatto ubbidire come
un agnellino, e che ne porto ancora le conseguenze..... con quell'ombra
di pretucolo che mi avete accollato.... Ma... ciò che è segreto per me
non lo è per gli altri, e corpo di... Tacerò se userete le buone,
altrimenti!...
Vi fu un silenzio di qualche minuto, dopo questa oscura minaccia. Dopo
non udii che un _siamo intesi_, ma così irto di ferocia che mi
rimescolò le viscere.
Il terribile uomo comparve sotto la vite, dirigendosi al sentiero ove
stavo io coll'abatino.
Al vederlo, quest'ultimo parve voler sprofondare sotto la terra.
--Animale! gli gridò il sindaco, venendogli incontro; che fai qui a
discorrere colle persone che non conosci! Dio ti maledica, cretino
da galera; avanti, a casa, o buschi il resto di quelle che ti ho
date ieri; avanti, a casa, a lavorare!
E, afferratolo pel collare, lo sollevò dal suolo, e lo piantò a due
passi di distanza.
E l'infelice, col capo nelle mani, lo precedette, ed uscì dalla
porticina tutta inghirlandata di glicine e di verbene.
X.
Mi decidevo a seguire la miserevole coppia, pronto a mettermi in mezzo
se le percosse dell'aguzzino si fossero ripetute, quando un improvviso
trambusto nel presbiterio mi fece tornare sui miei passi. Era come se
molte persone andassero e venissero parlando tutti in una volta a voce
concitata e sommessa.
Giunsi col cuor stretto alla porta della cucina, e vidi il farmacista
che, curvo sui fornelli, soffiava nel fuoco, disfacendo nel tempo
stesso un cartoccio.
--Che cosa succede? gli chiesi.
--È venuto male a Don Luigi, rispose tra un soffio e l'altro.
--Seriamente?
--Peuh! Così, così..., i suoi soliti disturbi, ma con forza maggiore.
E, svolto del tutto il cartoccio, versò una polvere bianca in un
colino.
Io volai nel salotto.
C'erano tutti i commensali meno don Sebastiano, il vice-curato, il
quale notai allora con sorpresa, era sfumato via quetamente, come
fosse un ombra impassibile alle cose di questo mondo. Tutti facevano
capannello in un angolo, daccanto alla finestra per cui io avea spiato
un momento prima; ma al mio giungere don Gaudenzio se ne staccò, ed io
potei inoltrarmi fino al seggiolone ove avean posto a sedere il povero
curato.
Egli era estremamente pallido e respirava affannosamente,
comprimendosi il cuore colla mano destra, stringendo colla sinistra,
tutta convulsa, quella dell'organista che gli teneva un fazzoletto
inzuppato sulla fronte, e cacciava fuori dalla cravatta il mento
aguzzo ad una distanza alla quale, fino a quel giorno, non era
probabilmente mai giunto. Baccio, col viso stravolto parlava a bassa
voce con Don Prosdocimo, i cui lineamenti severi si erano rabboniti di
molto, la Mansueta guardava in cielo e non pareva accorgersi delle
lagrime grosse e rare che le gocciavano sulle guancie.
Il curato mi sorrise, e parve, al movimento delle labbra, che volesse
parlarmi, ma non potè; allora abbassò gli occhi e non li rialzò che
alla voce di Bazzetta il quale con una chicchera fumante in mano, gli
diceva:
--Ecco la camomilla; sa che le ha sempre fatto bene, vedrà che le farà
bene ancora. Giù, giù, mentre è calda; si faccia coraggio.
--Quel benedett'uomo, diceva Don Anastasio colla sua voce burbera e
piena di convinzione. non ha altri momenti da scegliere per venire a
disturbare il signor curato?--E lui, così buono, da guastarsi la
digestione per dargli udienza.... a quel....
Uno sguardo di Don Luigi, che aveva finito di ingoiare la pozione, gli
troncò le parole in bocca.
--Come si sente? Va meglio?.... un cuscino per appoggiare la testa....
Il curato crollò il capo, ed accennò al cuore.
--Questo è troppo piccolo, disse Bazzetta a Baccio che portava un
cuscino;--uno di quelli del divano, là in gabinetto.
Trovandomi il più vicino all'uscio, ne andai in cerca io. Con mia
grande sorpresa trovai disteso sul divano il panciuto don Gaudenzio,
il quale, come se nulla fosse accaduto, appisolava beatamente col capo
appoggiato appunto sui cuscini di cui venivo in traccia,
Lo scossi a più riprese, ma inutilmente. Socchiudeva gli occhi ad ogni
mio urto, sussurrava poche parole inintelligibili, e tornava a
russare. Perduta pazienza, afferrai uno dei cuscini, e, tenendo fermo
contro il muro quella montagna di carne rorida di sudore, lo tirai a
me violentemente. Il capo del prete ricadde sul cuscino sottoposto e
continuò via, sorridendo bestialmente, nel sonno, senza accorgersi di
essere disceso di un piano.
Cadeva il sole, quando una febbre violenta assalse Don Luigi, dopo un
sopore affannoso che era durato tutta la giornata, interrotto da
lunghi tremiti e da sospiri repressi. Il Bazzetta, tranne alcune corse
al suo negozio, era sempre stato con me al suo fianco, e fummo noi due
che, aiutati da Baccio, trasportammo e ponemmo a letto l'infermo.
I due sacerdoti erano partiti per dar passo agli uffizi divini del
pomeriggio; e l'organista ci aveva lasciato due ore dopo lo sviluppo
del male, facendomi di grandi inchini e raccomandandomi caldamente di
restare finchè Don Luigi non fosse perfettamente ristabilito.
--Domani, disse mettendosi il cappello, cercherò di venire, ma ho
tanta strada da fare e fa tanto caldo.... Basta, parto meno
crucciato perchè v'è qui lei. Loro signori di città sono gente di
esperienza; è proprio il Signore che l'ha mandato.
E si avviò con quel passo misurato, nè frettoloso, nè lento, delle
persone abituate a far sempre la medesima strada. Baccio intanto si
preparava ad andar per il medico il quale teneva la sua dimora legale
a una grossa borgata a tre leghe dal nostro villaggio. Ma non fu senza
arricciare il naso che Bazzetta rispose alla proposta del campanaro il
quale pel primo pensò alla necessità dell'Esculapio:
--Il medico! Perchè gli cavi anche quel po' di sangue che ha in corpo!
Il medico!.. febbre? Un salasso!... polso abbattuto? Mignatte!...
Oppressione di capo? Mignatte!.... Delirio, agitazione nervosa? Un
salasso! Salassi e mignatte, ecco il sistema del dottor Caniveri.... un
uomo che stimo, del resto. Se si lasciasse fare a me.... lo do sano in
due giorni, solo lasciandolo in calma. S'interruppe, pensò, poi
avvicinatosi a Baccio gli disse all'orecchio una parola.
E soggiunse:
--Che te ne pare?
--Magnifica idea!
--Quello è l'uomo che ci vuole: vado da lui; e al diavolo il signor
Caniveri.
Verso le sei di sera, Baccio partì, tutto orgoglioso del bastone col
corno di camoscio, ch'io gli avevo prestato di gran cuore, sapendo di
fargli un segnalato piacere.
Bazzetta crollava il capo vedendolo allontanarsi e fu con voce
dispettosa che mi disse: Io resterò fino a mezzanotte, e ritornerò sul
far del giorno. Intanto voi cercate di divagarvi, chè davvero, per
essere la prima vi è toccata una giornataccia.
Poi, avvicinatosi, mi prese per un braccio e ammiccando gli occhi
soggiunse:
--C'è in casa un vinettinino impagabile. Non fate complimenti; ne
troverete nell'armadio, in cucina.
E salì alla camera del curato.
Io feci un giro pel villaggio. Gruppi di montanari e di villanelle,
seduti davanti alle porte delle capanne, s'indugiavano a respirar
l'aria balsamica della sera. Da qualche finestra debolmente illuminata
uscivano le nenie del rosario, interrotte dal chiocciare delle galline
che sbucavano d'ogni parte dalle siepi degli orti, per ricoverarsi al
pollaio.
Passando davanti alla fontana, pensai: Chi sa se questa notte non
succederà l'inondazione. E mi pareva di veder Baccio colla sua famosa
calza in mano. Un vero attruppamento di ragazzi stava immobile, cogli
occhi spalancati, come davanti a qualche cosa di straordinario, in
faccia alla porta di una casupola le cui finestre, a differenza di
tutte le altre, erano spalancate. Chiesi a un d'essi che cosa
attirasse la loro attenzione, ma il ragazzotto, per tutta risposta se
la diede a gambe, seguito dall'intiera falange.
Mi inoltrai dissotto all'androne; non so perchè, quella casa aveva
qualcosa di strano da cui mi sentivo attirato. Nel cortile non c'era
nessuno; sulla loggia che lo incoronava erano distese materasse e
lenzuola in gran numero; un cagnolino guaiva presso una porta
semichiusa.
--Abbruciate altro aceto, mamma Lena! ouf! si direbbe che è morta da
una settimana!
E una vecchia, curva come un tronco abbattuto, attraversò il cortile
con una lanterna in mano e miagolò:
--Vengo, Lisa! e voi andate là da quel poveretto che a furia di
piangere finirà per perdere gli occhi.
Era la casa della povera Gina.
Due ragazzetti, i suoi orfani, vennero a sedersi accanto al cane, con
una enorme scodella di latte e pan giallo, ridendo e giocando, fra
l'una e l'altra boccata. Ma il cane di tanto in tanto ripeteva i
guaiti.
Partii da quel luogo, quasi col rimorso di averlo profanato colla mia
indiscreta curiosità, e me ne ritornai al presbiterio, ripensando al
sogno della notte e alla quantità e alla universalità degli umani
dolori.
Le campane dell'Ave Maria squillavano malinconicamente; in assenza di
Baccio si era andato a cercare il suo sostituto, un vecchio piccino,
pellagroso, e che zoppicava. Nell'alternarsi incerto degli squilli si
sentiva qualche cosa del suo incesso.
Entrai nella cucina, non illuminata che dalla fioca luce del
crepuscolo: il fuoco era semispento. Un grosso moscone volava su e
giù, ronzando affannosamente e dando ad ogni tratto del capo nelle
casseruole appese ai muri. Non vedevo nessuno.
--Il curato dorme ed io bevo. Venite a farmi compagnia. Era lo
speziale, accovacciato e sepolto nell'ombra sotto la cappa immensa
del camino. Mi avvidi subito ch'egli si era rifatto, colla
bottiglia, delle noie e delle fatiche della giornata. I suoi
occhietti brillavano nel buio come due carbonchi. Gli sedetti
dirimpetto, e, sorseggiando quel vinettinino davvero squisito, si
cominciò a chiacchierare.
Il lettore si imagina di leggieri quali dovettero essere e come
insistenti le mie domande. Avevo giurato a me stesso di non chiudere
occhio se non avessi prima saputo qualche cosa intorno a quel sindaco
misterioso che mi appariva il perno, il movente del dramma, del cui
svolgimento il caso mi faceva spettatore.
Il Bazzetta sulle prime fu restìo come un mulo. Sapeva di grandi cose
(ci teneva a convincermene) ma prudenza gli suggeriva di tenerle per
sè. Pochi erano al fatto di così gravi affari: nessuno forse, dopo il
curato ed il sindaco, li conosceva a fondo come lui: responsabilità
quindi maggiore, obbligo più formale di rinchiudersi nel
silenzio. Queste mezze rivelazioni, queste reticenze non facevano
naturalmente che accrescere a dismisura la mia curiosità. Misi a
contribuzione tutta la mia eloquenza, e pregai e insistetti tanto che,
quando Dio pur volle, non senza l'aiuto del vino ripetutamente
versato, il dabbene speziale, si decise a snocciolarmi tutta una
storia.
--La Mansueta, disse, quasi per scusar sè stesso, l'ho mandata a
dormire, chè guai dubitasse soltanto che mi permetto di narrarvi le
disgrazie che sentirete, e di cui è, poveretta, la causa senza
volerlo. Se narro a voi, proprio perchè siete voi, è perchè penso
che, alla fin delle fini, fra pochi giorni sarete lontano le cento
miglia, e della mia storia non vi ricorderete più nemmeno il
principio. Accendo la pipa, scusatemi, e poi mi starete a sentire.
Ciò che udii quella sera, nel silenzio opaco e tristo di quella
cucina, vorrei potere e saper ripetere colla rozza ed efficace
semplicità con cui narrava il dabbene speziale; ma dovrei accennare le
interruzioni, citare le osservazioni, ch'egli vi intercalava, senza di
che l'effetto sarebbe mancato e il racconto non farebbe che diventar
più prolisso. Preferisco quindi riassumere alla meglio e raccontarvi
con parole mie:
IL ROMANZO DEL SINDACO
Si chiamava Angelo De Boni. La sua famiglia, oriunda di Zugliano, il
capo-luogo del circondario, era un tempo fra le più agiate di quelle
valli. Possedeva i pascoli migliori, le_ baite_ le meglio costrutte, e
il belato e le campanelle delle sue mandrie si sentivano a molte e
molte leghe all'ingiro. Le donne De Boni erano citate per le loro
gonne di seta e cotone, lusso che non si permettevano se non la moglie
dell'Intendente e la sorella dell'Esattore. Quelle gonne invidiate
avean valso anzi a far correre pel paese certe voci poco benevoli
sulla rettitudine dei costumi di casa De Boni.
Questa si componeva di due famiglie riunite in una sotto il governo di
due fratelli, il padre e lo zio di Angelo. Quest'ultimo, uomo dato in
corpo ed anima alla religione, rimasto vedovo in giovane età con due
ragazze e senza erede maschio, natura bisbetica e malinconica, teneva
i conti, regolava le spese, e viveva in casa (una grande casaccia
umida e burbera la cui porta maestra era sempre chiusa) come una
lumaca nel guscio. Il padre di Angelo era l'opposto del
fratello. V'erano due ore soltanto sulle ventiquattro in cui egli si
ricordasse di avere una famiglia e una casa: al mezzogiorno, vale a
dire all'ora del desinare, e a mezzanotte, vale a dire all'ora del
coricarsi. Il resto della giornata lo passava girando da un pascolo
all'altro, da questo a quel bosco, calzato di due enormi stivali, che
in paese erano proverbiali, e armato di un alto e grosso bastone le
cui solide proprietà non erano ignote a nessuno dei suoi pastori e dei
suoi coloni, compresi i vecchi, le donne, e i fanciulli. Alla sera,
giocava a _tresette_ all'osteria, trincando come un bufalo,
bestemmiando come un vetturale, pallido se vinceva, scarlatto se la
fortuna gli voltava le spalle, arcigno, beffardo, arrabbiato
sempre. Sua moglie era una donna piccina e grassotta, di un biondo
cinereo, con una pelle la cui floscidità appariva più che mai nelle
palpebre, le quali non potevano star sollevate un minuto secondo,
talchè chi non la conosceva poteva credere ch'ella fosse cieca o
avesse il dono di camminare ad occhi chiusi.
Del resto, essere passivo e inconcludente, errava per la casa, dal
solaio alla cantina, accusando flemmaticamente e inappuntabilmente ad
ogni bisogno, colla regolarità di un pendolo, come un sonnambulo, come
un automa. Non si capiva come quella _cosa_ avesse potuto procreare
due volte. Giacchè il signor Angelo aveva avuto un fratello. È vero
che costui--vivo, pochi lo avevano veduto, morto, nessuno ne osava
parlare... almeno in publico. Era il secondo genito e pare che la sua
venuta al mondo non avesse gran fatto garbato all'autore dei suoi
giorni. Le dicerie andavano più in là: si mormorava che l'infelice
avesse dovuto accorgersi allo sbaglio fatto nascendo, appena uscito di
fascie. Fu il cane della casa; cane a tal punto che un bel giorno,
(l'infelice contava allora quattr'anni) un calcio paterno nel ventre
lo aveva messo a filo di vita. D'allor in poi la rachitide si
impadroni di quel diseredato che vedevate, origliando alle fessure
delle finestre, strascinarsi, smorto e coll'asma, dietro le gonne
della madre affaccendata e noncurante, finchè andava a ricoverar le
visioni e la tosse in qualche angolo della casa, dove le mosche
fossero meno numerose e accanite nel tormentarlo. Due anni dopo quel
calcio, la portaccia De Boni si aperse, un piccolo feretro ne uscì, e
tutto fu detto. Le due cuginette di Angelo erano ciò che in campagna
chiamano due _leggierine_; non brutte, non belle, orgogliose e facendo
pesare i gruzzoli della loro dote su tutte le fanciulle del paese,
incapaci di un buon pensiero, atte a diventar due esperte cortigiane o
due donne simili alla loro zia, secondo l'occasione e le circostanze,
si assomigliavano in tutto, e si accordavano in tutto, tranne che in
due cose sole: la maggiore aveva un culto speciale pei girasoli che
alla minore mettevano spavento: questa si sarebbe pasciuta per la vita
eterna di stufato d'agnello, e all'altra veniva la nausea solo a
sentirne l'odore. Del resto il vecchio bigotto che si spartiva la vita
fra i registri dei bovini e dei laticinii, e il _Manuale di Filotea_,
le lasciava far quanto volevano, e, purchè non gli lasciassero mai
sfornita la scatola del tabacco, non se ne imbarazzava nè punto nè
poco.
Questa suprema noncuranza del presente e dell'avvenire della loro
prole, era l'unico punto di somiglianza fra i due fratelli De
Boni. Rotto appena il guinzaglio inevitabile della primissima
infanzia, il piccolo Angelo, nerboruto e tracotante ragazzotto dai
capelli fulvi e dallo sguardo battagliero, si era affrettato ad
approfittarne. Era lo spirito folletto, il genio malefico delle mandre
e dei pastori. A piedi nudi, a capo scoperto, lo scudiscio in mano,
quando non era qualche cosa di peggio, facesse caldo, facesse freddo,
sotto il sole, sotto la pioggia, piombava nei tugurii, rovesciava le
pentole, gettava l'acqua della polenta sui focolali a stento
attizzati, prendeva i vecchi per la barba, i marmocchi pel naso o le
orecchie, attaccava dei razzi alla coda dei gatti, trovava un gusto
matto ad affumicar le tane dei sorci, e, quando, stanco finalmente e
trafelato se ne ritornava a casa sull'imbrunire, aveva sempre in tasca
un cartoccio destinato al suo prediletto passatempo della sera. Quel
cartoccio conteneva una dose di quella polvere di cui si riempie la
striglia adoperata sul corpo dei cavalli e dei muli, egli ne faceva
incetta mediante pochi quattrini, presso i ragazzi dei mulattieri
dipendenti da suo padre, e, arrivato a casa, salìa pian pianino alla
camera del fratello rachitico, alzava le coltri del suo letticciuolo,
e con gioia satanica ne cospargeva copiosamente le lenzuola. Nulla dà
il prurito come quella polvere; un prurito morboso, insopportabile,
spasmodico. Il povero piccino si coricava all'avemaria, e non era
appena sdraiato che cominciava a contorcersi e a gemere. Angelo,
appostato dietro l'uscio, si teneva i fianchi, e gongolava pensando
che la infelice creatura ne avrebbe avuto fine al mattino
seguente. Era questa la _bonne bouche_ del suo quotidiano banchetto di
piccole infamie.
Un avvenimento straordinario, e complicato da molti casi fatali, venne
a troncarle sul più bello, od almeno a cambiarne il corso.
Il vecchio scorridore di giogaie, l'iracondo dispensiero di bastonate,
il bevitore senza pari, il giuocatore febbricitante, cominciava a
sentire il peso degli anni inesorabile. I primi bagliori dell'alba che
venivano a trovarlo nel letto, egli non li salutava più coll'animo
lieto di una volta; «così presto?» pensava, e vestivasi con minor
sollecitudine, guardando con un senso d'invidia, che non voleva
spiegare a sè stesso, la moglie che russava dall'altra parte. Le erte
lo infastidivano; brontolava assai spesso contro l'incuria degli
appaltatori stradali: e si sorprendeva le molte volte, a mezzo del
cammino altre volte percorso d'un tratto, seduto sotto una quercia,
colla testa annuvolata e le ginocchia indolenzite. Nel tempo stesso il
suo carattere subiva insensibilmente una trasformazione. Il malumore
senza parentesi serene, il non mai interrotto digrignare dell'animo
suo, subiva adesso dei lunghi intervalli di stanchezza, nei quali
pareva che quell'orso si sprofondasse in una profonda ed amara
meditazione. Erano rimorsi? Era presentimento di avvenire funesto? La
podagra lo assalì repentina come un colpo di fulmine, e colla podagra
tutti gli incomodi e le sofferenze reali o immaginarie che sono
conseguenza degli improvvisi cambiamenti nelle abitudini inveterate.
Allora, a sentirlo, non c'era giuntura che non gli dolesse, nè c'era
altro sollievo per lui, che stroppicciargli le dita: ciò che la
placida sua consorte disimpegnava colla impassibilità e lo scrupolo
con cui rigovernava ogni sera il vasellame di cucina. Al mattino era
preso da granchi fortissimi allo stomaco che lo contorcevano sulle
lenzuola come una serpe a cui si sia fracassata la testa; e lo
seppellivano sotto una montagna di pannolini caldi che, egli, dopo un
momento, gettava dalla finestra.
Condannato all'immobilità dalla malattia, ebro di noia, un pensiero
che non gli era mai passato pel capo dacchè era uscito dalla scuola,
gli attraversò la mente: che cioè esistevano dei libri e che
probabilmente essi dovevano essere stati fatti per qualche cosa. Ne
chiese; e fu un grande avvenimento in famiglia. Le due pulzelle
corsero a nascondere nel solaio certi volumi che usavano leggere di
soppiatto e che vendeva loro di tanto in tanto il compiacente mercante
girovago (il _masciago_) che passava pel paese ogni quindici giorni; e
il lettore del _Manuale di Filolea_ fu molto contrariato di veder un
vuoto nelle due file di libri ascetici che componevano tutta la sua
supellettile letteraria.
Poche persone venivano a visitare l'ammalato: la casa De Boni aveva
qualche cosa scritto sulla facciata che parea dire alla
gente--«stanimi lontano». E ancora, a quei che vi andavano di tanto in
tanto, vuoi per carità, vuoi per altri fini, la mezz'ora, presso quel
capezzale, somigliava a una mezz'ora passata in una tomba. Il vecchio
podagroso li salutava con un monosillabo, poi li lasciava parlare,
mentre la sua attenzione pareva aggirarsi le mille miglia lontano. Le
labbra erano in perpetua agitazione, e gli occhi che teneva
abitualmente fissi alla parete davanti a sè, d'improvviso, a un punto
inconcludente del discorso che gli era fatto, si animavano e venivano
a squadrar stranamente dal capo ai piedi il narratore. Ciò che facea
rabbrividire e balzar sulla sedia costui. A volte, li interrompeva sul
più bello di una narrazione con un addio, secco come una acciuga, e
riapriva un _San Tomaso d'Aquino_, o il _Mese di Maria_,
riaccomodandosi il guanciale sotto la testa.
La famiglia non si diede per molto tempo pensiero di queste ascetiche
malinconie. Ma un giorno il figlio Angelo s'accorse che la cosa si
spingeva a conseguenze imprevedute e per lui poco gradevoli. Suo padre
diventava caritatevole,--faceva delle elemosine. Per un uomo, noto per
la sua tirchieria, la cosa era grave. Era certo segno di un grande
disordine morale; perciò i maggiori eccessi diventavano possibili.
Diffatti la sua prodigalità in breve non ebbe più limiti. Buttava via
il danaro e le robe dalla finestra--letteralmente.
Quale era stata la causa di sì strano rivolgimento?
Ecco: un giorno leggendo il Vangelo; gli era caduta sottocchio quella
sentenza, satura di un sublime socialismo, che dice:--_In verità vi
dico è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che
non un ricco entri nel regno dei cieli_.--E poi la risposta del Cristo
al Fariseo:--_Se vuoi la salute, va, vendi ogni aver tuo, e danne il
prezzo ai poveri_.
Queste parole avevano rimescolato le viscere del vecchio peccatore
spaventato. Il suo animo fu sopraffatto da superstiziosi terrori.
Inoltre una voce gli sussurrava in cuore:--che ti servono a te oramai
le ricchezze? tu sei impotente a goderne: poco ti resta da vivere--e
tu dovresti sagrificar la tua salute eterna per il bene degli eredi?
Posta così la quistione--l'egoismo l'aveva sciolta subito.--L'avaro
era diventato prodigo per ispeculazione, e collocava i suoi averi
all'interesse nella cassa pensioni del Padre eterno.
Ma ciò non poteva sembrare ugualmente utile a quei di casa sua,
specialmente al figlio Angelo, che contava allora già più di
trent'anni e che, da quando il padre s'era ammalato, si considerava
come capo della famiglia. Egli aveva col sangue ereditato tutta la
sordidezza e la prepotenza del padre:--si oppose vigorosamente alla
sua ruinosa follia. Non lo perdette più d'occhio un minuto; prese un
robusto montanaro tra i suoi mandriani e lo creò carceriere del
vecchio idiota, Costui, felice di vendicarsi dei maltrattamenti avuti
dal De Boni, fece il mestiere a meraviglia;--custodiva rigorosamente
il suo padrone e lo picchiava un poco ogni giorno. La famiglia non se
ne dava per intesa. Ma il povero rimbambito entrava in parossismi
furiosi: egli urlava come un ossesso--tanto che la gente si fermava
nella strada. Un giorno qualcuno gridò ad alta voce contro queste
violenze--e il montanaro affacciatosi alla finestra rispose:
--Ma è pazzo, pazzo da legare.
Questa scena diede ad Angelo un'idea: pensò di liberarsi di quel
fastidio col mettere il vecchio al manicomio.
E andò difilato dal!'intendente. Ma questi, udito il suo desiderio,
tirò innanzi delle difficoltà;--ci volevano tante condizioni per far
ricoverare il vecchio--eppoi, egli non era povero,--era necessario
pagare una retta mensile piuttosto grave.
Angelo uscì di là bestemmiando contro questa società che non gli usava
la finezza di liberarlo di suo padre. Ma in quel torno una circostanza
venne a favorire il suo disegno.
Un giorno che pioveva a rovesci e le vie della piccola città erano
mutate in torrentelli melmosi, un avvenimento stranissimo faceva
dimenticare quel tempaccio agli avventori raccolti nella così detta
bottega da caffè, l'unica del resto, a cinque leghe all'ingiro, che
potesse portare o bene o male tal nome. La pareva mutata, all'immenso
ronzio che vi si udiva, in un alveare di api antidiluviane: chi
ragionava _ex cathedra_, chi avanzava osservazioni sommesse, chi
parlava all'orecchio del vicino, chi girava da questo a quel
capannello come in cerca di consigli o di spiegazioni; talchè la
povera conduttrice del negozio, sudata come un pulcino, faceva una
confusione non mai veduta nel distribuire le tazze di caffè, i
_capiler corretti_ e i bicchierini di _anesone_ di Brescia.
--No, no, no, diceva a mezza voce, aggiustandosi la cravatta intorno
al collo, il vecchio cancelliere Anastasio; no, qui c'è sotto un
mistero.
--_Mysterium, mysterium invocat_! notava cattedraticamente il maestro
di scuola; e, ne attesto i sette savii della Grecia, il mistero che
circonda questi signori non comincia qui.
--Eh! bontà di Dio! voi siete pulcini nel guscio ancora; e volete
pigolare, e delle cose e della gente delle grandi città. Se ci aveste
passato un mese e cinque giorni di seguito, come me... bontà di Dio!...
a Milano! I palazzi, i teatri, gli equipaggi... il corso... il caffè,
e... come lo chiamano il laus... lans... chinetto, il maca... ca... il
camao... giuochi d'inferno!... Quante famiglie di cui ieri si parlava
come del re Erode, ricchi da non saper più contar i denari... da un
momento all'altro, trac! colle gambe all'aria... e chi l'ha avuta, l'ha
avuta! Allora, somigliano buone anche le cittaduzze di campagna, anche
le borgatelle dei montanari.
Chi parlava con tanta esperienza di causa era il signor Ernesto, il
più bel giovane del paese a detta delle mammine, e quello che
_vestiva_ con maggior garbo, a detta delle fanciulle. Quel mese e
cinque giorni passati a Milano lo circondavano di gloria, come
l'aureola dei Santi, ed egli passava la vita, in un ozio senza riposo,
bellimbusto davanti alla farmacia e al caffè, giocatore ammanierato e
pieno di mentita sbadataggine al tavolino delle carte, annoiato e
contento, sbadigliando e pavoneggiandosi, capace di parlare dall'alto
al basso anche col re, se lo avesse incontrato, e lasciando sempre nel
discorso una filza di sottintesi che davano a pensare agli ingenui
suoi compaesani chi sa quanti romanzi pieni di tragiche e sentimentali
vicende... tutte nel giro di quel mese e di quei cinque giorni.
Egli si arricciò i lunghi baffi neri, arrotondò coll'indice della
destra le tese di un cappello di feltro di una bianchezza insolente, e
lasciata cader con grande rumore la stecca che aveva nella sinistra,
e, inalberandosi come uno che stia per prendere la corsa, soggiunse:
--Le città... le grandi città come Milano! come Parigi!--non sono
stato a Parigi... ma fa lo stesso; chi ha visto Milano ha visto
Parigi... miglia più, miglia meno. Il denaro fugge, scappa, scivola,
svapora, svanisce, dilegua... lo so io... pur troppo!
E abbassandosi all'orecchio del fabbriciere anziano di S. Gaudenzio;
--Soltanto in donne!!!... lo so io...
--Uh! cattivo soggetto!
E una risatina tra carne e pelle piena di libidine senile e di riserva
bigotta.
Ma la piccola porta dai vetri pieni di gemme di pioggia, che vi
serpeggiavano or rapide or lente in tutte le direzioni, cigolò sui
cardini, e l'apparire di un personaggio dall'incesso lento e maestoso
fece restar lì di botto tutte quelle labbra cicaleggianti, ronzanti e
roboanti. Il piccolo cancelliere si alzò, fece un arco della schiena,
afferrò una sedia, l'alzò di peso, l'offerse; il fabbriciere spalancò
una enorme scatola, schiuse un sorriso cretino, si ripulì le labbra
colla lingua e mormorò un «posso?» dolce come una ciliegia bucherata
dai passeri; il bell'Ernesto se ne ritornò al bigliardo, con aria
dispettosa. Provatevi a interrompere un agricoltore che parla di un
prato di marcita, o un veterano che descrive un campo di battaglia!
Il nuovo arrivato, nientemeno che la prima autorità della provincia,
il rappresentante del governo, il signor «Intendente» come dicevasi a
que' tempi in Piemonte, chiuse con calma e dignità l'ampio ombrello
scarlatto dal manico d'ottone, e passando coll'indifferenza di un nume
fra gli astanti, andò a consegnarlo alla padrona perchè lo facesse
asciugare; poi, sempre con quel tal passo, tornò indietro, sedette,
non prima di aver ben divise l'una dall'altra le falde del lungo
soprabito, cavò il fazzoletto, si soffiò il naso, vi raddrizzò sopra
gli occhiali, e, finalmente, con una voce da basso sfiatato:
--Servo di loro signori, disse, guardandosi intorno senza girar il
capo, tempaccio da lupi, eh! tempaccio da lupi.
E il maestro di scuola, il quale doveva essere un uomo maligno, e che,
solo fra tutti, non aveva mutato contegno all'arrivo del signor
Intendente, pensava più che non mormorasse facendo mostra di gettar
gli occhi su un vecchio giornale:
«... Graviter commotus, et alto
Prospiciens, summa placidum caput extulit nuda».
Grandi erano il rispetto e la deferenza che creavano intorno al signor
Intendente l'alta sua carica e il suo burbero carattere; ma, quel
giorno, l'emozione degli animi era tanta che deferenza e rispetto
furono posti in un canto per dar luogo ad una salva di interrogazioni
che si successero fitte e insistenti come una gragnuola di maggio.
Lungi dall'indispettirsi per la insolita mancanza ai riguardi
dovutigli, il degno magistrato, senza dar risposta a nessuno,
appoggiate ambo le mani al tavolo, gongolava, e incrociate le dita,
faceva girar chetamente l'uno intorno all'altro i due pollici; ciò che
è un segno non dubbio di benessere e di soddisfazione.
Cessata finalmente la tempesta, fu un silenzio profondo, religioso,
solenne. Uno andò a chiudere per bene gli usci perchè nessuno stridor
di molla o di cardini venisse a sturbar la voce invocata; dietro il
banco si cessò di ripulir chicchere e cucchiaini, e la padrona,
raggomitolato il grembiale e assicuratolo alla cintura per di dietro,
venne a collocarsi nell'uditorio, a rispettosa distanza,
s'intende. S'udiva il passo delle mosche che gremivano il soffitto.
Il signor Intendente si soffiò un'altra volta il naso, si racconciò
un'altra volta le falde dell'abito, un'altra volta diè un piccolo
colpo magico agli occhiali, e, come se parlasse dall'alto della
bigoncia, così prese a dire:
--Fin dalle prime trattative intavolate fra il signor De Emma, da oggi
nostro novello concittadino, e l'israelita Zaccaria, desse furono
note a questa Regia Intendenza. Non che i due contrattanti, o solo
uno dei due ne avesse resa cognita l'autorità; a ciò nessuna legge
obbligavali. Tale comunicazione sarebbe stata atto di pura cortesia;
ma tale comunicazione all'autorità non fu fatta. Tuttavia, o
signori, benchè le finestre del regio palazzo ov'essa ha sua sede,
appaiano chiuse la più parte del giorno, e benchè qui il nostro caro
cancelliere si vegga passar tante ore seduto al tavolino del
tresette (e i due auguri sorrisero, l'uno maliziosamente, l'altro
con un sorriso vago e melenso), tuttavia, dico, essa, l'autorità,
non cessa un minuto mai di aver occhi per vedere, orecchie per
udire, non cessa un istante di vegliare _au salut de l'empire_, come
diceva mio padre di buona memoria, cantarellando vicino al fuoco.
Scrissi quindi, privatamente, prima, ad alcune influentissime persone
di Milano,--persone alto locate, assai alto locate, che mi onorano di
loro stima e amicizia, per aver informazioni sul conto del signor
D'Emma e famiglia.
Non posso attribuire il loro ostinato silenzio alle mie replicatissime
lettere, a una dimenticanza a un oblio, che offenderebbero, oltre che
la mia persona, anche le vostre, o signori, di cui sono, e me ne
onoro, il rappresentante.... benchè indegno.... come dice il parroco
quando si dà il nome di pastore.
Un mormorio che voleva significare: «le pare, degnissimo! ma so ben
che scherza ecc. ecc.» salì alle nari dell'Intendente, più soave della
presa di tabacco che gli tenne dietro.
Il magistrato continuò:
--Difficilissima posizione, o signori, è la mia. Alte questioni di
giurisprudenza ci sorgono intorno ad ogni piè sospinto nella
intricata selva della amministrazione. Dove finisce il diritto
privato, dove l'ingerenza del pubblico diritto incomincia? Come
uomo, come figlio di questo fortunato comune che il governo di Sua
Maestà Sabauda mi assegnava come una seconda patria, e tale è per
me, voi lo sapete,--io poneva a me stesso questa domanda: noi siamo
davanti ad un fatto nuovo, stranissimo, oscuro, il quale presenta,
sotto ogni lato considerar lo si voglia, adito al sospetto, al
dubbio, alle incertezze, alle diffidenze. E che, o signori! Una
delle più ampie e considerevoli case della nostra città, è cercata,
contrattata, venduta, nell'ombra, nel mistero, come se in quella
ricerca, in quel contratto, in quell'affare si nascondesse un
delitto. Il venditore interrogato, non risponde, si eclissa, diventa
invisibile. L'acquisitore è assente e direi quasi d'ignota
dimora. Si sa finalmente che giungerà da Milano; più tardi, che si
chiama il signor Abbondio de Emma. La vecchia casa del Giudeo viene
in fretta ed in furia riattata: eccoci invasi da una turba di operai
d'ogni mestiere e condizione; arrivano carri pieni di suppellettili;
l'oro e i marmi scintillano di sotto alle imbottiture indiscrete e
alle coperte che svolazzano al vento. Tutto ciò,--una montagna di
roba,--entra, si ammassa là dentro; la porta si chiude; e così
ermeticamente che un gatto non potrebbe trovar un buco per cui dare
un'occhiata...--Signori, ho letto, nei tempi in cui avevo tempo da
perdere, le mille e una notti, un libro pieno delle cose più
stravaganti di questo mondo e dell'altro. Ebbene, assistendo a
questo spettacolo, quel libro mi tornò in mente. L'impressione che
questo complesso di cose fece sull'animo mio, d'uomo e di cittadino,
fu l'impressione che voi tutti provaste, o signori. Me lo dicevano,
fin dal primo giorno, i vostri sguardi scrutatori, le vostre
sommesse parole; le timide inchieste delle vostre spose e delle
vostre fanciulle me lo dicevano. Questa nostra pacifica famiglia,
così calma nella sua modestia, così modesta nella sua calma,
somigliava ad un nido su cui passi d'improvviso l'ombra di qualche
augello solitario e lontano.
A questa immagine poetica e peregrina, il facondo oratore si arrestò,
e parve accorgersi che era da un pezzo che si logorava i polmoni,
giacchè, voltasi alla padrona che lo guardava tutta attonita,
coll'ammirazione beata di chi non capisce ciò che ascolta, le ordinò
con aria di paterna protezione:
--Madama... una _mezz'acqua_ d'agro: mah!... mi raccomando.
Fu servito, bavette un sorsellino, si soffiò il naso, ecc. ecc., e
riprese:
--È colomba o avoltoio cotesto signor De Emma? Ci porterà la
benedizione o la rapina? Ecco il pensiero che mi assediava e pesava,
lo so, sulla città intera. Ma, ripeto: dove finisce il diritto
privato, dove comincia l'ingerenza del pubblico diritto? Oh! se si
fosse sconnessa una sola pietra del selciato di publico dominio
davanti alla casa Zaccaria, se vi avessero ammonticchiati sol
quattro mattoni che disturbassero più o meno la circolazione, oh!
siatene certi signori, che in tal caso avrei scritto immediatamente
_ex_ ufficio, e tutto sarebbe venuto alla luce. Ma nulla di tutto
ciò; non uno spruzzo di calce, non un granello di sabbia su cui
poter movere il più modesto lamento. Ecco perchè non scrissi,
dapprima che in forma affatto privata e confidenziale. Confido, o
signori, che voi apprezzerete questo mio prudente procedimento.
--Però... tuttavia... osarono interrompere alcuni sommessamente.
Il signor Intendente alzò allora il capo, a guisa del gallo che sta
per cantare;--e fu con tono di superna commiserazione per quegli
ingenui interruttori che ripigliò:
--Tuttavia, però, se.... ma.... davvero che, con tutto il rispetto
dovuto, miei cari signori, mi fanno _da_ ridere. Mi ascoltino, e
s'accorgeranno che l'autorità sa e può fare il suo dovere. Irritato
dal silenzio dei miei amici di Milano, e come il mistero in
quistione cresceva ogni giorno e assumeva ogni giorno più allarmanti
proporzioni......--Tuttavia, però.... dicevano loro signori? Ebbene
io presi una eroica decisione: riferii il tutto nei suoi minuti
particolari all'illustre mio collega, che è a capo della regia
Intendenza centrale di Novara, chiedendo per mia regola e per
tranquillità dei miei amministrati, ampie, formali, categoriche
informazioni.
--E....? E....? Si udì da tutte le parti.
--E le informazioni mi sono giunte categoriche, ampie, formali!
Viaggiando in ferrovia, voi avete provato senza dubbio insieme ai
vostri compagni di viaggio quel senso di sollievo che vi allarga il
petto, avete mormorato o pensato quell'_ah!_ della liberazione che
sale involontariamente alle labbra, quando dopo essere stati sepolti
dei minuti che sembrano eterni nella oscurità fuliginosa di una
galleria, il convoglio sbuca finalmente a riveder la luce del sole.
Così respirarono tutti gli avventori del piccolo caffè, alle ultime
parole dell'Intendente, mentre un pallido raggio di sole si faceva
strada attraverso alla pioggia diminuente, come se anche la natura
sentisse il bisogno di tirar il fiato dopo quella interminabile
filastrocca.
Per giustificare ancor meglio quella febbrile curiosità, mi basterà
dire (avrei veramente dovuto dirlo prima) che quel mattino stesso
quattro carrozze da posta portanti il misterioso signor De Emma, la
sua famiglia e uno stuolo numeroso di servidorame erano trionfalmente
entrate per la via principale, facendo traballar le imposte delle case
e più ancora la fantasia dei loro abitanti.
Momento solenne! Il piccolo cancelliere allungava il collo, si palpava
le braccia, spirava tenerezza e beatitudine da tutti i pori, dileguava
come un sorbetto; il fabbriciero cacciava fuori dell'orbita due occhi
vischiosi che somigliavano due pallottole di amatista, e non
s'accorgeva d'aver in mano la scatola da cinque minuti e che metà del
tabacco era andato ad asciugare i liquidi di cui era costellato il
pavimento. Anche il maestro che aveva appena mostrato di prestar
attenzione al bello stile del magistrato, si era degnato di avvicinare
la sedia, e, guardando al soffitto per non aver l'aria di un gonzo
metteva negli orecchi tutto l'acume di cui privava le pupille. La
partita al bigliardo si era interrotta; il bell'Ernesto, colla stecca
fra le gambe e un mozzicone di zigaro spento in un angolo della bocca
si era abbassato al livello della attenzione di quei _provinciali_; la
padrona del negozio si asciugava il sudore...
Il signor Intendente gongolava, gongolava....
XI.
Ed io?...
Io vorrei che la vostra curiosità, lettori, somigliasse, anche solo in
diciottesimo, quella che mi faceva immobile sotto la cappa del camino,
quando Bazzetta fu arrivato a questo punto della sua narrazione. La
mia vanità di romanziere ne sarebbe più che solleticata,
Ma io e voi siamo meno fortunati, assai meno fortunati degli uditori
del signor Intendente, i quali dopo aver aspettato per bene che egli
delibasse il suo trionfo, facendoli languire a fuoco lento, alla
perfine seppero quanto volevano sapere senza che nessun Baccio e
nessun medico venisse a frapporsi e a troncar sul più bello la
storia. Facciamo di necessità virtù, e vediamo che cosa succede di
nuovo al presbiterio.
La notte (ve lo potete imaginare) era già di molto avanzata, quando,
durante una meditata pausa del mio novelliere, ci giunse attraverso il
giardino il suono ben distinto del passo di una cavalcatura.
--Il dottore! sclamò Bazzetta. e, vuotato d'un fiato un altro
bicchiere, s'alzò, scosse dalla giubba le ceneri della pipa e si
avviò verso la porta. Nel tempo stesso Baccio picchiava colle sue
dita nocchiute contro i vetri della finestra da cui la sua figura
traspariva lunga lunga, per il riflesso della lampada e l'oscurità
della notte.
Uscii per la porticina che Bazzetta si era affrettato ad aprire, la
quale metteva nell'orto attiguo al giardino, il quale orto
fiancheggiava il presbiterio dal lato opposto alla chiesa. Da quello
un'altra uscita sì apriva sulla strada dei monti.
Allora mi si presentò una figura, o meglio due figure che ne facevano
una sola, degna della matita di Goya o della penna di Hoffman.
Immaginatevi un uomo alto quasi tre metri e una rozza lunga più di
quattro; sottili, allampanati, e cavallo e cavaliere, come due candele
poste in croce, e il grottesco profilo del famoso _cavaliere dalla
trista figura_, vi parrà al confronto, una immagine di quasi greca
bellezza..
--I miei rispetti, signor dottore, disse il farmacista toccandosi il
cappello, e aiutando il mio più che don Chisciotte a disbrigarsi
dalle staffe e a smontare. Ella era già a letto mi immagino; io non
volevo che la disturbassero; come vede, vegliavo io, e giacchè
trattasi delle solite bagatelle....
--Eh, interruppe il medico con una voce timbrata e sonora, e bella
come poche ne intesi in mia vita, sono abituato a queste passeggiate
notturne. Fanno bene all'anima e al corpo. E come va ora Don Luigi?
Attaccato, così dicendo, il cavallo ad una inferriata, si avviò, come
pratico della casa, verso la scaletta per dove si saliva alle camere
del curato. Ma Bazzetta gli precluse il cammino e, presolo dolcemente
per un braccio, lo trascinò verso un angolo della cucina e gli si pose
a parlare a bassa voce, gesticolando con molta energia (ne avea
vuotate delle bottiglie!) e, non dubito, sforzandosi, con una diagnosi
delle più scrupolose, di scongiurare le tanto paventate cacciate di
sangue. Così ebbi agio di considerar per bene la figura stranissima
del medico.
Dissi stranissima; ma in questo caso la parola va presa nel suo senso
più artistico e più nobile, giacchè, una volta diviso dalla sua rozza,
quell'uomo presentava un aspetto le mille miglia lontano dal ricordare
l'eroe di Cervantes.
Calvo come un ginocchio, con due sole ciocche di capelli grigi,
nascenti poco più in su delle orecchie e cadenti su quelle come due
pezzuole bagnate, pareva che egli illuminasse gli oggetti intorno a sè
col raggio della fronte vastissima nella quale le protuberanze che
accusano l'istinto della meditazione assumevano quasi le proporzioni
di una difettuosità. I suoi occhi nerissimi sembravano voler far dei
pertugi nelle pareti; portava due baffi grigi anch'essi, folti e
corti, e un pizzo quasi bianco del tutto, lunghissimo e aguzzo come
un'ala di rondine. Vestiva semplicemente: ma in quella semplicità
traspariva alcunchè di ricercato che tradiva la presenza di una donna
amorosa alla sua toletta. Era un gentiluomo campagnuolo sotto le
spoglie di un discepolo di Esculapio.
--Sono intirizzito, Baccio, e poichè Don Luigi dorme ancora, una
fiammata mi farebbe bene.
--Subito, rispose il campanaro, ma prima vado a mettere in stalla
quella povera bestia che è là fuori. La conosco da un pezzo; se le
rientra il sudore la vi ha la tosse per quindici giorni.
Il dottore lo lasciò uscire, e, senza darsi pensiero alcuno di quella
strana precedenza data alla sua bestia da Baccio, andò ai fornelli, ne
tolse di sotto una fascina, la gettò sul fuoco e, voltogli il dorso, e
spalancate le gambe, prese di buon grado la tazza di vino
presentatagli da Bazzetta.
Il quale, passandomi vicino, mi gettò all'orecchio queste parole:
--A domani il resto della storiella; intanto, acqua in bocca, mi
raccomando.
--Vi pare? ho promesso e vi basti.
--Ecco, signor dottore, un ospite giunto da ieri al signor curato. Un
grande artista, uno scrittore, che so io, un poeta di Milano, che si
diverte ad andare attorno a _ritrattare_ le montagne, sicuro; un
signore di Milano. Di Milano, non è vero?
Il lungo dottore si inchinò col miglior garbo del mondo.
Stavo per compire, o meglio, per rettificare a modo mio la
presentazione, quando ai piedi della scala apparve la faccia pallida e
sconvolta di Mansueta.
La poveretta aveva finto di obbedire all'ordine pietoso del
farmacista, ma, invece di andarsi a coricare, aveva passato quelle
lunghe ore, rannicchiata su di una seggiola, a piedi del letto del suo
padrone, compulsandone il respiro, contandone i tremiti,--e veniva ad
avvertirci che Don Luigi si era svegliato, che sospettava la presenza
del medico e che era pronto a riceverlo.
Si salì tosto, i due della scienza in capo fila, io, Mansueta e Baccio
dietro, sulla punta dei piedi e rattenendo il respiro.
Dal fondo della camera dove mi arrestai per non disturbare la visita,
l'aspetto del buon curato mi apparve assai più calmo e riposato che
non fosse l'ultima volta che lo avevo veduto. Egli era sul letto, meno
coricato che seduto, appoggiando il dorso su tre ampi cuscini. colle
braccia distese lungo il corpo, fuori della coltre, arrivandogli
questa, stretta e distesa, alla metà del petto soltanto. Cosa non
comune per un vecchio, nessuna benda o berretta gli cingeva la testa;
la sua canizie riposava liberamente sul capezzale.
Ci mandò un sorriso collettivo, e stese la mano al dottore, il quale,
con mia meraviglia somma e somma dolcezza, chinò il bel capo e
baciolla. Allora vi fu uno scambio di sguardi che non dimenticherò
mai. Quello di Don Luigi pareva dire:
«Voi sapete come e perchè!»
E quello del medico, corrucciato prima terribilmente, poscia d'un
subito rassegnato:
«Pur troppo!»
Que' due sguardi racchiudevano tutto un dramma.
XII.
E un dramma sognai, molti drammi sognai, come appena ebbi raggiunto il
letto e chiusi gli occhi che, dopo tante emozioni, ne avevano davvero
bisogno.
La famiglia De Boni, il terribile Sindaco, l'abatino, il caffè di
Zugliano, il signor Intendente, quel misterioso De Emma, passarono nel
mio cervello come in una lanterna magica, a due, a tre, a quattro,
isolati, tutti insieme. mischiandosi, urtandosi, fuggendosi,
fondendosi, come un _imbroglio_ degno delle più romantiche _giornate_
uscite dalla fantasia di Calderon de La Barca o di Lopez de Vega.
Sicchè, quando la luce del giorno venne a svegliarmi, mi alzai balordo e
rannugolato peggio di un autore che ha passato la notte guardando la
punta asciutta di una penna di acciaio. Il tempo mi teneva bordone.
Quale spettacolo mi si offerse quando spalancai le imposte! O sole, o
beatitudine diffusa il dì prima sull'universa natura! Più nulla! Il
cielo, di un grigio plumbeo ed uniforme avea fatto una discesa sulla
terra; esso nascondeva le cime dei monti i quali parevano un altipiano
fuggente in una linea retta senza soluzione di continuità, tracciata per
il passaggio di un convoglio ferroviario. Più in giù di quell'immensa
coperta bianca, erravano, squarciandosi alle cime arruffate dei pini,
alcune nuvole vaporose che mutavano forma ad ogni minuto secondo,
fiocchi di soffice cotone dispersi da un ventilabro invisibile. Aveva
piovuto certo buona parte della notte; ogni foglia, ogni virgulto era
una conca piena di goccie che ad una ad una, a intervalli uguali,
faceano capolino all'orlo, si allungavano in forma di pere, staccavansi
e precipitavano. Quelle migliaia e migliaia di stille facevano un rumor
sottile, indefesso, impercettibile quasi, e che non ha nome nel
vocabolario di nessuna lingua, Ora, pioveva ancora; ma, per
accorgersene, era necessario affissar lo sguardo su qualche cosa di
oscuro. Le fronde pendevano immote; pure, di tratto in tratto, un alito
leggiero di vento le scoteva mollemente; ciò ricorda quei respiri più
lunghi del solito che sollevano a distanza di parecchi minuti il petto
di chi dorme dopo una buona digestione, e che sembrano uscire per
attestar che la vita palpita tuttavia sotto la completa immobilità. I
passeri aggruppati in crocchi malinconici si scambiavano dalle folte
macchie degli onici il loro cicaleccio di semicrome e di semiminime
affastellate, ma senza brio, senza vivacità, come per non tradir
l'abitudine; e la rondine volava dalla campagna alla gronda, spossata, a
malincuore, come un impiegato che vada all'ufficio col dolor di capo.
Giungeva dalle convalli il belato lamentevole delle capre e degli
agnelli in collera col trifoglio bagnato; le giovenche, più parche di
fiato, rispondevano ogni tanto con un lungo muggito che somigliava a
una raccomandazione di aver pazienza.
Sulla strada costeggiante il muro del giardino, quella dove il dì
prima si erano fermati a colloquio il Sindaco e il farmacista, sbucò
d'improvviso una truce apparizione: un uomo con una cassa a spalle,
una cassa da morto. Egli camminava a fatica sotto il peso, il quale, a
tutti gli alberi che incontrava, ne scoteva, urtandovi, uno scroscio
di goccie di pioggia che prevenivano così quelle dell'acqua
benedetta. L'uomo, ad ogni nuovo scrollo, usciva in una bestemmia.
M'accorsi allora delle campane che suonavano pei funerali della povera
Gina.
Ed io che il dì innanzi, a quella finestra, aveva nell'anima un
carnevale di rime!
Discesi, e trovai preparata la tavola per la colazione.
--Tre posate? chiesi a Baccio che ripuliva, strofinando e soffiando,
il mobiglio.
--Ma sicuro; uno voi, due il signor Bazzetta e tre il signor De Emma.
--Il signor De Emma! sclamai, balzando come se mi si fosse posta sotto
i piedi una lastra rovente. Ma chi è il signor De Emma?....
--Eh! Come non lo sapete? Il signor medico..... quello che ho condotto
a casa io, ieri sera. Siccome faceva un tempo del diavolo,--voi non
ve ne siete accorto perchè chi sa come avete dormito..... non
potevate tener gli occhi aperti,--e che la veniva a rovesci, si è
deciso a passar qui la notte. E a momenti verrà a tenervi compagnia.
Io era colpito dal fulmine. Pronunciando quel nome, Baccio mi aveva
rubato, tradito, assassinato! Io che sognavo nello sconosciuto,
nell'innominato di Zugliano, un fantastico personaggio da romanzo a
sensazione, un grande colpevole o una grande vittima costretta dalla
fatalità a ricoverarsi nella solitudine e nell'ombra, mi trovava in
faccia al mio ideale rimpicciolito nella casacca di un semplice
medico! Mi si calava la tela sul più bello del primo atto, mi si era
carpito il denaro del biglietto d'ingresso! Addio curiosità, addio
interesse! Povero Bazzetta! E che noiosa giornata mi si parava
d'innanzi!
Meditavo sul mio avverso destino, quando un rapido movimento di Baccio
mi fe' volgere la testa malinconicamente china al pavimento. Come se
un cenno imperioso lo avesse chiamato, lasciò la granata e un cencio
che avea fra le mani e con quelle sue gambe affusolate fu nel giardino
in due salti. Lo seguii istintivamente, ma mi arrestai tosto, udendo
la voce di Bazzetta che, nascosto dietro lo spigolo, parlava a bassa
voce al campanaro, a due passi dalla finestra.
--Ricordati bene di quanto ti dico. Non pronunciar mai, in presenza
del forestiero, nè il nome, nè il cognome del dottore. Se ti occorre
parlargli, di' «signor dottore» e basta. Hai capito? Lo so io il
perchè.... è una celia, una improvvisata che voglio fare. Siamo
intesi.
Bazzetta doveva essere un ben noto burlone, e Baccio molto abituato
alle sue gherminelle, per rispondergli con perfetta semplicità, come
alla cosa più naturale del mondo, un asciutto:
--Va bene.
Questa ingiunzione confidenziale, ghermita così senza intenzione, mi
rasserenò. Ah! caro Bazzetta, pensaci, tu mi vuoi serbare da abile
drammaturgo, il piacere di una sorpresa,--e,--briccone!--non tanto per
procurarmi una emozione quanto per interesse tuo, darti spasso di
me. A noi due, la partita è doppia, e vedremo chi sarà il più
furbo. Intanto ecco in mancanza del mistero, un intrighetto _extra
machina_, che condirà per bene, ed a mio solo profitto, il resto del
tuo racconto.
--Bravo il mio Baccio, siamo a tempo? sclamò il farmacista, entrando.
--Manca il signor dottore.
--Ci sono.
Il signor De Emma entrò e sedemmo.
Non si trovarono mai riuniti al medesimo desco, tre commensali più
imbarazzati, e più incerti del loro contegno. Risparmierò quindi di
ricordarmi i discorsi o meglio i monosillabi che furono scambiati in
quella mezz'ora di pasto frugale, dopo il quale il medico si
accommiatò e sparve sulla sua rozza per la porta da cui era giunto la
sera.
Bazzetta mi invitò ad uscire per prendere una «boccatinina» d'aria, e
visitar poi la sua farmacia dove,
--Noi due soli, soggiunse ammiccando gli occhi, in santa pace, con un
vinettino bianco che vi piacerà, faremo di passar la giornata alla
meglio.
--Dite che la passeremo a meraviglia se mi continuerete la storia del
Sindaco. Ardo dal desiderio di conoscere finalmente il misterioso
signor De Emma da voi dipintomi con sì bizzarri colori.
--Si continuerà, rispose Bazzetta, e la sua faccia furba fu solcata da
un sorriso che voleva dire: «se tu sapessi come ti godo!»
Quanto al sorriso che nascosi io alla meglio, e che fortunatamente
potè sfuggire a Bazzetta, imagiginatevi voi che cosa dicesse.
Eravamo giunti a metà del sagrato su cui il piede scivolava per l'erba
bagnata che divideva in quadrati innumerevoli le pietre, levigate e
lucide come cristallo.
--Ah! me n'ero scordato! sclamò il farmacista fermandosi di botto; c'è
il funerale di quella povera creatura!
E mi additò la strada in faccia a me, ed il villaggio da cui sbucava
una lunga processione davanti a cui s'alzava pencolando ora a destra
ora a mancina, un sottile crocifisso abbrunato.
--Converrà ch'io ci assista, seguitò il Bazzetta: sapete, nei piccoli
paesi bisogna conformarsi..... e poi... il vedovo mi deve una somma
rotondettina,--sei mesi di malattia,--coglierebbe il pretesto della
mia mancanza al funerale per lesinar sul conto e portar il saldo
alle calende greche. Questi montanari, sapete, uh! sono più furbi di
noi. Voi, del resto, non importa, se non vi piace, potete
tralasciare....
--No, no, vi tengo compagnia.
--Allora poniamoci qui in disparte, a vederli passare. Entreremo in
coda.
Ci levammo il cappello; il funebre corteo era giunto sul sagrato.
Quella smilza croce pencolante, dalle cui estremità orizzontali
pioveva ogni tanto una goccia di pioggia sui gomiti allargati del
portatore, pareva salutar tristamente da una parte e dall'altra,
davanti e di dietro con moti sussultorii ora rapidi ora solenni, come
fa chi cammina dopo aver troppo bevuto.
Il portatore era un vecchio piccolo, magro, serio, maestoso, e da uomo
che compie in pubblico un ministero glorioso e invidiato,--e sudava
come una spugna compressa. Venivano dietro di lui don Gaudenzio
coll'aspersorio in mano, alzato in alto come una sciabola, e un
chierico che portava con evangelica rassegnazione una delle più belle
gobbe ch'io abbia mai viste. Poi, a due a due, i terrazzani di ogni
età, d'ogni statura, ma assimilati, grandi e piccoli, giovani e
vecchi, da una specie di cotta rossa scendente fino quasi agli stinchi
e sormontata da una pellegrina che avrebbe dovuto esser bianca, e qua
e là l'era e non l'era. Salmodiavano, spalancando enormemente la
bocca, guardando in cielo con occhi bovini e indietro di tanto in
tanto, per compiacersi della funzione e per veder se il convoglio
cresceva o diminuiva. Di sotto alla tunica uscian loro i calzoni di
frustagno e le enormi scarpe inzaccherate. Alcuni, fra i giovani, i
quali probabilmente avean comprata o ereditata quell'uniforme
medioevale da qualche confratello di statura più alta della loro, la
sorreggevano dandosi l'aria di non parere, appoggiando una mano
sull'anca o nascondendola fra le pieghe. Di tanto in tanto la fila che
si stendeva sul sagrato colle sinuosità di una biscia, veniva
scomposta dalla sbadataggine di qualche ragazzotto, sulla testa del
quale, pronto come il baleno, cadeva uno scapellotto sonoro, se non
era un urtone infittogli per di dietro da qualche ginocchio poco
cavalleresco.
Il feretro sorretto da quattro robusti montanari, probabilmente i
parenti della defunta e del vedovo, si avanzava col movimento delle
navi che pendono troppo in avanti. Era coperto di un drappo nero, ai
lati del quale scorgevansi delle figure dipinte circondate da fregi
ricamati in oro. sbiadito. Non una corona, non un fiore su quel povero
cadavere disteso.
Son troppi rozzi quei poveri iloti del lavoro e del sacrificio per
intendere e apprezzar le dolcezze simboliche di cui la società posta
più in alto circonda lo spettacolo del feretro e della tomba. Sul
legno volgare dei loro cataletti essi non sanno che spargere lagrime;
non sanno che lasciar crescere l'erba selvatica sulle loro fosse senza
cippi e senza iscrizione, ma che i dolenti rintracciano come guidati
da uno istinto pietoso o come se udissero una voce che li chiamasse da
sotterra.
Non so perchè le donne, che seguivano in gran numero il feretro, non
erano disposte in fila a due a due, come gli uomini. Forse perchè
erano desse le veramente afflitte: e il dolore si ribella alle leggi
dell'ordine. Quasi tutte singhiozzavano; molte avevano il grossolano
fazzoletto turchino e rosso sugli occhi, parecchie, le fanciulle in
ispecie, portavano in tutta la persona, i segni di una angoscia
pensierosa e profonda.
L'umile corteggio, composto di poco meno di un centinaio di persone,
era chiuso da altri terrazzani che, non appartenendo alla
Confraternita, si erano messi i loro giubboni della festa; e in mezzo
a loro, correndo innanzi e indietro, fra le gambe e gli ombrelli
chiusi, una masnada di ragazzetti scamiciati pei quali quella riunione
di gente era una festa tanto più gradita perchè era una soprappiù
delle solite del calendario.
La bara deposta, i _Fratelli_, divisi in due schiere, andarono ad uno
ad uno a collocarsi dietro l'altar maggiore. Tutti gli altri si
gettarono in ginocchio. Squillò sottilmente un campanello. Don
Sebastiano uscì a dir la messa: il coro intuonò le funebri
litanie. Otto grosse candele ardevano intorno alla morta, e la cera
gocciolava agglomerandosi lunghesse in grosse e bizzarre stalattiti,
che Baccio, in ciò assai più decoroso dei sagrestani di città, si
guardava bene di andar a raccogliere. Alcuna di esse, staccandosi di
un tratto, andava a cader sui bossoli di metallo; ciò produceva un
rumor secco e forte che faceva alzar qualche testa piamente china, e
bisbigliare e farsi dar del gomito i ragazzi. Il prete salutava il
tabernacolo, si curvava, si rialzava, spalancava le braccia; dal coro
giungevano gli _ora pro ea_, or gutturali or in tono sostenuto, a
uguali intervalli.
Uno sprazzo di pallida luce illuminò d'improvviso un angolo della
chiesa, e tosto svanì; una porta laterale si era aperta e
rinchiusa. Un uomo era entrato, che non si fece il segno della croce,
non piegò il ginocchio, ma si addossò alla parete e vi restò ritto
come una statua. Soltanto che uno scrollo lo scoteva ogni tanto da
capo ai piedi; allora si passava una mano sulla fronte e poi tentava
di farsi ancor più istecchito, come se volesse penetrare nel muro che
lo sosteneva.
Un sordo mormorìo, come s'ode nella foresta quando una corrente
d'acqua è vicina, era corso da un capo all'altro di quella folla
inginocchiata.
--È il marito della povera morta, mi disse all'orecchio Bazzetta.
In questo, Baccio attraversò difilato la chiesa, nella direzione di
quell'uomo; ma costui come se lo vide vicino, alzò un braccio e parve
dare un comando a cui fosse impossibile non obbedire. E infatti,
l'onesto campanaro si arrestò di botto, stette un istante come
indeciso, poi chinò il capo e ritornò sui proprii passi.
Quando furono finite le esequie e mentre la processione avviavasi
verso il cimitero, ne feci uscir Baccio con un cenno, e gli chiesi:
--Che cosa vi ha detto quell'infelice?
--Va via! mi ha detto, va via, e con una voce che mi ha fatto gelare
il sangue nelle vene. E sì che le mie erano buone intenzioni; volevo
strapparlo da quella scena.... Va via, mi ha detto, come a un cane!
Non so quale attrazione irresistibile mi spingeva a rientrar nella
chiesa. La costeggiai, per non dar nell'occhio a nessuno, e vi
rientrai infatti, ma piano piano, a passo di lupo, come se fossi per
commettere un delitto--dalla porticina da cui era apparso il vedovo.
Quale scena, gran Dio!
Egli era sulla soglia della sagrestia, ai piedi di Don Sebastiano
ancor coperto degli abiti con cui aveva officiato, e gli stringeva e
gli baciava le mani e gli si avvinghiava al corpo, gemendo, interrotto
da rantoli e da singhiozzi:
--Oh! per l'amore del cielo! Buon prete del Signore, aiutatemi a non
morire in grazia dei miei poveri bambini. Vedete... ho pensato tutta
notte che mi sarei gettato anch'io dentro nella fossa e l'avrei
abbracciata così forte quella cassa benedetta che non me ne
avrebbero potuto strappar fuori...--Don Sebastiano! per
carità... ditemi voi qualche cosa... voi che l'avete bagnata adesso
coll'acqua benedetta... perdo la testa; vedo la chiesa, la santa
chiesa che gira, che gira, che gira! aiutatemi a non morire... lo
sapete anche voi, non posso morire... i bambini, i poveri
disgraziati... tre!... li ho mandati sulla montagna... non sanno
niente... quando torneranno a casa!... O povero me!... aiutatemi,
per carità, lasciatemi sentire questo odore d'incenso che mi va al
cuore... ditemi che cosa devo fare perchè il Signore mi soccorra...
Lo sventurato si aggrappava al lungo sacerdote e sprofondava il capo
nelle ampie pieghe della negra sottana e nei merletti bianchi della
cotta, mentre le sue gambe si contorcevano sul pavimento come agitate
da una convulsione spasmodica.
Allora dalle labbra di quel prete il cui volto non aveva mutato nè
colore, nè espressione, udii cader, gelate, asciutte, plumbee, feroci,
queste parole:
--Ho altro adesso da fare; il mio caro indiscreto che sei. Lasciami
dunque andar la stola una volta: tu me la insudici colle tue
lagrime. O che credi di risuscitarla con queste pazzie. Lasciami
andare ti dico. Non ti basta la messa! Colle buone, va via!...
E dato colle sue scarne braccia uno scrollo, si liberò dal
supplicante, il quale si lasciò cader per terra colla testa nelle
mani, mentre il gobbo chierico, datogli un'occhiata di ebete
curiosità, rinchiudeva a chiave la porta della sagrestia.
Volai fuori, più che non uscissi, da quella chiesa che non doveva aver
più per me l'ombra neppure di una illusione; e non so per quanto tempo
corsi pei prati e pei boschi, sbalordito, commosso di pietà e di
sdegno fino alle lagrime, quasi fuori di me. Ma conveniva pure non
abusare della bontà di Bazzetta, e la continuazione del suo racconto
era fatta per sollevarmi l'animo o almeno deviarmi il pensiero dalla
cosa spaventosa che mi aveva siffattamente scombussolato.
Lo trovai nella sua farmacia, dietro il banco, occupato a servire una
vecchia montanara catarrosa e febbricitante. Veder quella donna che,
di femminile, non aveva che la gonna cenciosa, e pensare alle roccie
basaltiche tutte a buchi e a crepacci, che si trovano sulle cime, in
mezzo al verde, sparpagliate non si sa come e perchè--era la stessa
cosa. Quella creatura apparteneva alla montagna, era una parte di
essa; salendovi e scendendovi per settant'anni (che meno non ne
mostrava) se ne era compenetrata la natura. Come esistono rupi che
hanno profili umani,--argomenti a così buie leggende,--quella vecchia
aveva le sembianze di una rupe; con un po' di fantasia ne avreste
scoperto sull'epidermide i licheni e il muschio. Ella brontolava senza
interruzione, con una voce chioccia e malinconica la litania delle sue
sofferenze; il farmacista continuava imperturbabilmente a stritolare
le sue droghe in un mortaio di marmo, mescendovi ogni tanto qualche
gocciola di valeriana, con una eleganza tutta particolare, e un
sorrisetto d'uomo contento. Era, per un simile paesucolo, una farmacia
veramente bella. Il legno inverniciato e i vetri degli scaffali erano
senza scrostature e senza macchie. Le due bilancie scintillavano,
tazze di porcellana, scodellini di ottone, cucchiai, forbici, il
rotolo di cordicina color rosa, tutto era al suo posto, come se si
trattasse di essere ispezionati da una commissione della Facoltà di
Medicina. La porta d'ingresso era ampia; su una delle lastre stava
scritto in lettere gotiche: _Medicamenti nazionali ed esteri_;
sull'altra: _Zafferano d'Aquila_ e _Vischio sopraffino_. Le finestre
ai due lati, dovevano nei giorni di sole versare una luce carissima in
quell'ambiente. Da una piccola porta che si apriva sul fondo, a
sinistra dell'armadio principale, scoprivasi un portichetto, un
cortile, e più in là, dietro un cancello di legno dipinto in verde, un
giardino o un orto che fosse.
--Uh! signor Bazzetta, continuava la vecchia, se provasse. Qui
vede... mi fa sempre tac, tac, tac.
--Già, già, già!
--E di notte poi... è come una cosa che mi vien su, su... che mi par
di morire...
--Ah vi par di morire?
--Come è vero Maria Vergine. È sempre quel tac, tac, tac...
--Già, già.
--E guarirò, dice, con quella polvere lì?
--Vent'anni di meno ci vorrebbero a spalle, la mia comare, e vi
risponderei subito di sì.
--Se non è che per questo! Il mio bisnonno è morto che aveva centosei
anni e due mesi, la mamma mia, che Dio l'abbia in gloria, ne aveva
novantasei quando è caduta nel pozzo. Senza quel pozzo, vivrebbe
ancora che sarebbe un piacere a vederla,
--In un museo, osservò Bazzetta, e mentre la comare si contorceva per
la tosse,--ecco qua, aggiunse, un cucchiaio ogni tre ore... e
abbandonar l'acquavite. Avete inteso. Addio.
E la congedò dandole amichevolmente del palmo sulle spalle; ciò che mi
parve facesse un gran piacere a colei, che uscì dedicandomi un inchino
grottesco.
--Ed ora a noi! Aspettatemi un momento che vado per un certo
affarettino; intanto affilate le orecchie.
Ritornò quasi tosto e m'introdusse sotto il portichetto, dopo aver
dato una girata di chiave alla bottega.
Trovai due comode seggiole davanti a un piccolo tavolo dove ergevasi
maestosa una pingue bottiglia di vino bianco fra due enormi bicchieri.
--Qui nessuno ci sentirà, e c'è un fresco che consola. Un sorso e
riprendo il filo.
Così, in vera santa pace, il facondo Bazzetta cominciò:
--Dicevamo dunque che era arrivato a Zugliano il De Emma e che la
curiosità era grande di sapere i fatti suoi. Del resto si ha il
diritto, quando arriva in paese un forastiere, di conoscere chi
è... per potersi regolare. Io fui dei primi a conoscere la verità,
quando meno me lo aspettava. Naturale. Il signor De Emma era un
medico; tornava dall'Inghilterra, e mezzo per vaghezza di studio,
mezzo per occuparsi, innamorato delle nostre montagne, veniva a
stabilirvi una casa di salute. La nostra farmacia ebbe dunque subito
dei rapporti con lui.
Il dottore si dedicava quasi esclusivamente alle malattie di
cervello. E, come vi dissi, l'Angelo De Boni si arrovellava allora per
liberarsi del padre. Lo presentai al De Emma, il quale, per sottrarre
il vecchio alle sevizie della famiglia, acconsentì, mediante una
modica pensione a prenderlo nel suo nuovo stabilimento.
Il vecchio non oppose alcuna resistenza, ma concepì un odio
implacabile per quelli della sua famiglia, tantochè non voleva più
vederli. Ciò dava fastidio ad Angelo, perchè non essendo accertata
giuridicamente l'alienazione mentale del padre, egli ne temeva un
testamento di vendetta. Del resto il vecchio era mansuetissimo;--solo
rimaneva chiuso, muto, assorto tutto il giorno nella lettura dei suoi
libri religiosi.
Il signor De Emma aveva con sè due giovani donne: una inglese, sua
moglie,--l'altra italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla famiglia
per allora rimasero ignoti. Si credeva fosse un'inferma in cura del
dottore--tanto era patita e sparuta. Costei, per suo gusto, si
occupava degli ospiti dello stabilimento.
Aveva una pazienza, e certe maniere e certo visino dolce, amorevole,
che i malati presero a volerle bene: era un pallido raggio di sole
nella tenebrìa squallida della loro vita di ospedale.
Ed anche il De Boni non rimase insensibile alle sue cure.--Un giorno
che il poveraccio s'affaticava, a forza di lenti, di decifrare il
carattere minutissimo di un _Sant'Agostino_, ella glielo prese di
mano, sedette accanto al letto e gli fe' lettura. Poi ci tornò ogni
dì. In breve ella acquistò imperio grandissimo su quel bietolone. E fu
in grazia sua se il signor Angelo potè ripresentarsi al suo padre
senza farlo montare in furore.... La giovinetta un po' colle buone, un
po' colle brusche, come si usa coi ragazzi, sapeva ridurlo docile come
un agnello;--tutte le volte che il figlio si presentava, era lei la
sua introduttrice e assisteva a tutti i loro colloqui. Strani colloqui
di grugniti e di muggiti non interotti che dalle soavi sue
parole. Ella faceva da interprete, da paciera....
In quella il vecchio orologio a pendolo della scala battè sei colpi.
--Sei ore, sclamò Bazzetta, già sei ore!
Era scritto ch'io dovessi rimanere un altro pezzo con la mia curiosità
oramai vivissima.
XII.
Le ampolle e gli ampollini, i vasi di porcellana, le tazzette di
marmo, i pestelli, le forbici, i cucchiai, i bistorini, le pentoline,
le casseruole, le caldaie, i filtri, i setacci, le ventole e tutti gli
altri utensili che abbellivano il porticato e la farmacia
dell'onorevole mio collaboratore Bazzetta perdevano a poco a poco le
scintille del sole che declinava.
--A rivederci stasera, mi disse Bazzetta, stringendomi la mano
energicamente, molto energicamente. Sono le sei, vo' a pranzo da
quella bestia di Sindaco, del quale vi dirò poi... ma... zitto.
Ed uscì frettoloso, lasciandomi solo nella sua simpatica botteguccia.
--Eccolo; è lui!
--Parlagli, il papà è uscito.
--Non ho coraggio...
--Vuoi che parli io?
--Sei matta? Tocca a me!
--E se ti tocca, parla.
Queste parole «di color oscuro» erano sussurrate dietro un piccolo
uscio che metteva al porticato.
Le interlocutrici--me ne accorsi alle fisonomie intravedute dalle
fessure--erano la moglie e la figliuola di Bazzetta.
La conversazione continuò così:
--Mamma, il babbo gli ha detto tutto.
--Grulla!
--E che!
--Fatti avanti.
--Tocca a te che sei la mamma.
--A te che sei più franca...
E mi comparvero davanti due cose femminili.
Vi dipingo a larghe pennellate la moglie del farmacista.
Era lunga, lunga, lunga; aveva gli occhi nella nuca e le ciocche dei
capelli a un centimetro più innanzi della punta del naso! E che punta
e che naso! Lunga, lunga e scialba del colore dei ceri da funerale; le
mancavano due lettere dell'alfabeto, l'erre e l'esse; sputava
formidabilmente ad ogni monosillabo.
Era guercia.
Quanto ad Ermenegilda (che nome!) la figliuola di Bazzetta era un coso
femminile di rarissima specie.
Alquanto meno lunga della madre, sembrava più piccola che non fosse
perchè era grassa e paffuta come un dindo nutrito da una brava massaia
per onorare il Natale. Aveva la pelle tesa, come quella di un tamburo,
sicchè, malgrado tanta lussuria di muscoli e di polpe, pareva fosse
stata fatta con economia. I suoi grandi occhioni bovini avean l'aria
di voler saltar fuori a ballonzolare sul pavimento; e certo, senza
quella tensione di epidermide che appariva ancor più evidentemente
nelle palpebre, ti sarebbero schizzati in faccia.
I due così mi vennero incontro, la mamma lunga davanti, la ragazza
grossa di dietro, inchinandosi goffamente e atteggiando la bocca a un
sorriso tra la compiacenza e la fatuità.
--Se non erro, diss'io, prendendo il cappello onde potermela svignare,
al più presto, ho l'onore di conoscere la signora del mio amico
Bazzetta...
--Pur troppo! sospirò quella pertica alzando gli Occhi al
cielo. Dietro di lei si udì un sospirone.
--Diavolo! non potei a meno di esclamare, perchè mi dice «pur troppo?»
--Oh! se sapesse!...
--Oh! se sapesse! disse l'altro coso di dietro.
--Non so nulla, diss'io.
--Lo saprà.
--Saprà, disse l'altra di dietro,
E quella davanti:
--Si accomodi, mostrandomi una seggiola.
Mi accomodai.
Allora la faccia della signora Bazzetta diventò terribile.
Aveva sposato quell'uomo come si sposano tutte le zitelle in
ritardo.--Le avevano detto: ha _del ben di Dio_, ciò che in volgare,
significa «_ha quattrini_» quanto a dimostrarle che era un bell'uomo,
sarebbe stata pena sciupata. Bazzetta a trentacinque anni, era il più
bel giovanotto che si potesse vedere nei paraggi di Zugliano.
--Le dico, continuò la signora Placida (si chiamava con questo nome),
le dico; pur troppo! e lo ripeto!
E l'eco echeggiava:
--Sicuro, certamente, sicuro!
La megera posò il suo formidabile naso fra i miei baffi incipienti, e
sussurrò.
--Se sapesse!...
--Per tutti i santi del paradiso, diss'io, che cosa mi resta a
sapere??
--Bazzetta è un birbone; mi fa tante corna quanti ho capelli in testa;
è uno sfaccendato.
--...ato, ripeteva la fanciulla.
--E vi ha contata la storia del medico e del signor sindaco a modo
suo...--è un birbone!--Beve come una spugna! Oh! che uomo!
-..... Omo!
--E--continuava la signora,--il piccolo Ignazio, l'abatino che pranzò
ieri con voi, è figlio spurio del sindaco--e questo non ve lo ha
detto, e sua madre era la sorella di Mansueta.... e il signor de
Emma....
--Zitta! sclamò Ermenegilda, additando l'impennata della farmacia.
Bazzetta riapparve.
--Ho dimenticato l'astuccio dei zolfanelli.
E fulminò con uno sguardo tale la signora Placida e la signorina
Ermenegilda.... che in men di un baleno scivolarono e scomparvero
dietro l'uscio da cui erano uscite.
--Vi accompagno fino al presbiterio, disse Bazzetta offrendomi il
braccio.
E ci incamminammo.
XIV.
Che bella sera, che tramonto fatto per i pittori e per i poeti!
Il paesaggio appariva e non appariva.
Le forme incerte somigliavano a nubi; nubi che cambiavano i profili e
i colori ad ogni batter di ciglio.
Il presbiterio era immerso in una nebbia diafana, inargentata dalla
luna.
Cantavano le cicale e cantavano i grilli. I prati erano costellati di
lucciole, e Bazzetta zuffolava una canzone che era in gran voga a quei
tempi.
Mi sentivo triste, una indicibile malinconia mi circondava come un
abito bagnato.
Dissi al farmacista:
--Non incomodatevi più a lungo; il pranzo del sindaco vi aspetta, ci
rivedremo stasera.
Non se lo fece dire due volte.
--A stasera, ripetè, dandomi cordialmente la mano; e svoltò per un
viottolo.
Ma era stabilito dal destino che in questo giorno io non potessi
starmene solo co' miei pensieri.
Inciampai in due bambini, accocolati sulla soglia del presbiterio.
--La signora Mansueta, mi disse il più alto dei due, o dorme o non ci
vuole aprire. E il papà che ci ha detto di venire, e che è su dal
signor curato?
--Suona un'altra volta, disse il più piccolo.
Suonai io, e Baccio fu tosto ad aprirmi quella memorabile porticina.
--Oh! bravi ragazzi, sclamò: siete aspettati. Su, su, Don Luigi vi
vuol vedere.
E, mettendo un dito sulle labbra coll'aria di un cospiratore, mi
sussurrò all'orecchio:
--Sono gli orfanelli della povera Gina; non sanno che la sia morta; ci
penserà Don Luigi--intanto il pranzo è preparato.... Resti
servito....
--Come sta il signor curato? Si può vederlo?
--S'immagini; le farà un regalo.
E il buon uomo mi condusse fino all'uscio della camera del curato.
--Non le faccia parola del sindaco, mi disse, e si accommiatò.
I due fanciulli ci avevano seguiti ed entrarono nella camera con me.
Il povero vedovo sedeva presso il capezzale dell'infermo, e pareva
moribondo.
Vedendo i suoi figli, ebbe uno strano gesto; ma si contenne, a un
cenno del curato che continuò il discorso interrotto, dopo avermi
salutato.
La sua voce era debole, ma lo sguardo lampeggiava. Aveva in mano la
bibbia e ne cadevano rose.
--Stammi attento, amico mio, mio buon Beppe. La tua sciagura è
terribile, la capisco e l'ammiro. L'ammiro perchè quella tua povera
Gina, morendo, ti ha fatto migliore. Guarda un po' quei due
fanciulli, Beppe!... Sono la sua eredità; non beverai più l'aquavite
quando scoccano le sei del mattino--(non farmi la brutta cera)--la
bevevi, quotidianamente. Lavorerai dippiù; sentirai come sia dolce
il vivere coi morti...
E piegò la bella persona verso i due fanciulli.
--Non ditele che è morta la loro mamma; la mia Mansueta ci penserà a
prepararli....
Il buon Beppe mormorò:
--Grazie, signor curato.
Ma singhiozzava angosciosamente.
--Ho invitato al mio desco questo caro Beppe coi suoi due fanciulli;
volete tener loro compagnia? Mi obblighereste.--Badate che si pranza
in cucina.
--E sia! Vogliamo mettere il tovagliolo sulle ginocchia?
I due piccini avevano fame più di me e più di Beppe. Come furono
contenti quando li ebbi adagiati davanti a una minestra.... una
minestra fatta per bene!
XV.
Contenti e nel tempo stesso malinconici. Interrogavano tacitamente la
immobile fisionomia del babbo.
E la fisionomia del babbo era lugubre.
Le parole di Don Luigi erano state inefficaci. Il povero uomo pensava
alla sua povera donna.
--È sotto terra, mi sussurrò all'orecchio, sotto terra, tre metri
sotto terra. Hanno un bel dire, ma adesso infracidisce nella sua
cassa, Mi voleva tanto bene, e ce ne volevo tanto a lei!... Scusi,
signor pittore... mi lasci piangere.
I due fanciulli mangiavano avidamente, ma mettevano sempre, fra un
boccone e l'altro un punto di interrogazione.
La buona Mansueta se li condusse via coll'esca di due mele cotte nella
cinigia.
Restammo soli, io, il vedovo e Baccio; soli e in un mestissimo
silenzio non interrotto che dal crepito della lampada ad olio.
Ma Beppe si alzò di repente, e, piantatosi fra me e il campanaro,
prese un atteggiamento che ci fece paura; un atteggiamento di rivolta
e di sfida. Pareva Spartaco in abito di frustagno. E con voce
concitata, rauca, affannosa, cominciò:
--Voglio parlare! bisogna che parli! il mio segreto mi bruccia nella
strozza! Mi ascolti pazientemente, signorino, e tu, Baccio, stammi a
sentire anche tu.
Si asciugò il sudore, tornò a sedere, si nascose la testa nelle mani,
e continuò:
--La mia Gina a quindici anni era la più bella ragazza del paese, e la
più buona. Tu, Baccio, lo puoi dire e lo può dire Mansueta e Don
Luigi e tutti lo possono dire. Le nostre _baite_ erano vicine; mio
padre e mia madre, suo padre e sua madre si davano del _tu_ fin da
quando erano fanciulli alti come quei due poveretti che sono usciti
testè...
Qui s'interuppe, e disse a bassa voce, quasi parlando a sè stesso:
--Perchè li abbiamo messi al mondo, perchè?
E, ringolfandosi nelle memorie, continuava:
--Ella veniva ogni mattina a distendere il fieno sull'aia che separava
le nostre case; e cantava una canzonetta... che era il mio spuntare
del sole.
Ti ricordi, Baccio, che bel giorno fu quello delle mie nozze con Gina?
Sono passati undici anni. Il mio testimonio era quel galantuomo del
signor De Emma. Come scampanavi di gusto, buon Baccio!...
Ed ora è morta e infracidisce nella sua cassa!... E sapete chi me l'ha
uccisa? Quel cane di sindaco che morirà per le mie mani come è vero
che ci sono Gesù e la Madonna e l'Eterno e lo Spirito Santo in
paradiso.
A queste parole guardai Baccio in viso; egli aveva la bocca chiusa
ermeticamente, e gli occhi spalancati oltre ogni umana possibilità.
Tremava dalla testa ai piedi.
Beppe dilaniava un tovagliolo con dita convulse, e, senza accorgersene
lo inzuppava di grosse lagrime intermittenti.
--Dio di bontà, esclamò Baccio, dando un crollo a tutta la sua
zoppicante persona, è venuta la fine del mondo?
--La verrà e presto; sentirai. Parecchi già avevano avvertito la mia
Gina che quel birbone la guardava con certi occhi, che so io, in un
modo che non guardava le altre donne; ma la poveretta era così buona
e così virtuosa che non le passava nemmeno pel capo che al mondo ci
fosse gente capace di fare il male e tampoco di pensarlo. Egli
intanto aveva preso l'abitudine di venir molto di frequente in casa
nostra, ora con un pretesto or coll'altro; io era obbligato dalle
mie facende a passar quasi l'intiera giornata sulla montagna, e i
miei vecchi erano ingenui come la Gina, e, poi via.... erano
vecchi. Alla sera, senza motivo alcuno, gironzolava di su e di giù
davanti al nostro uscio.
Le cose andarono al punto che, un giorno, dopo la cena, poi che i
vecchi e i ragazzi furono andati a dormire, la Gina, con una voce che
non pareva la sua, e cercando quasi di non incontrare il mio sguardo,
mi disse:
--Bebbe, ho bisogno di parlarti.
Me le sedetti vicino, presso il fuoco, ed ella, con quella voce sempre
più diversa del solito, mi bisbigliò nell'orecchio, mettendomi un
braccio intorno al collo:
--Ho paura del sindaco!
Io, che non mi ero accorto nè dubitava di nulla,
--Del sindaco, esclamai strabiliato; oh! che cosa ti gira per il capo,
stasera?
Allora ella mi narrò, come quel cane di un signor Angelo De Boni la
perseguitasse già da più di due mesi, seguendola e arrestandola per le
campagne e pei boschi, trovandosi sempre sul suo passaggio,
sorridendole con un'aria bestiale, e dicendole delle cose... delle
cose di cui ella non capiva il significato, ma che le parevano _cose
cattive, cose contro il timor di Dio_. E le diceva con voce dolce e
rauca... e--aggiunse quella mia sventurata celandosi la faccia tra le
mani--aveva tentato più volte di metterle le mani addosso!...
Credo che fosse un urlo quello che mi uscì dall'animo all'udir questa
infamia; giacchè il mio marmocchio più piccolo si destò strillando, e
sentii nell'altra camera il povero padre voltarsi sotto le coltri e
mandar un sospirone affannoso come è usanza dei vecchi disturbati nel
loro primo sonno.
Come il bimbo fu acquetato, presi pel braccio la Gina e ce ne venimmo
insieme qui dal signor curato. Te ne ricordi, Baccio, fosti tu che
venisti ad aprire, tutto meravigliato.
--Santi del paradiso! sclamò il campanaro, spalancando gli occhi e
alzando le braccia; era per questo?!... Se me ne ricordo! ero appena
tornato dalla fontana e stavo per andarmene a letto...
--E narraste la cosa a Don Luigi, interruppi a mia volta; e che vi
consigliò Don Luigi?
Beppe si passò un'altra volta la mano sulla fronte.
--E che volete che mi consigliasse, mio buon signore? Prima diventò
pallido, pallido, poi mi disse in tutta confidenza, guardandosi
intorno come se avesse paura che i muri e i quadri lo potessero
dire, mi disse che il Sindaco era un uomo capace di tutto; che
bisognava usar prudenza: che Gina non uscisse mai dopo il cader del
sole, che io facessi il possibile per non lasciarla troppo
sola... che so io, tante altre cose mi disse. Ma in cielo era
scritto ciò che era scritto!
Tuttavia le parole del signor curato mi avevano alquanto rassicurato,
e rifacevo la strada verso casa con animo assai più leggiero, quando
la Gina affrettò il passo stringendomi forte il braccio e quasi
avvinghiandosi a me, come se avesse veduto il lupo.
Fosse stato il lupo, fosse stato l'orso!... non mi avrebbe messo
maggior spavento. Spavento, dico? no, rabbia, stupore, ribrezzo;
giacchè era lui, l'infame uomo, che aveva spiato i nostri passi, che
ne aveva certamente indovinato il motivo, e da quel momento, lo
giurerei in punto di morte, stabilì di affrettare la rovina della
povera Gina e la mia.
Ci seguì, a pochi passi di distanza, fino sull'uscio.
Mentre io stavo aprendo adagio adagio per non svegliar la famiglia, ci
passò dinanzi, sempre alquanto lontano, e intonò zufolando l'aria di
una canzone oscena, come per cimentarmi, che so io, per farmi perdere
la testa del tutto.
Qual notte fu quella! Il sonno che a mia memoria non mi aveva mancato
mai, tranne che nell'ultimo mese che precedette le mie nozze (ma
quelle erano veglie che non darei ancora adesso per tutto l'oro del
mondo) non voleva saperne ad ogni costo di venire a togliermi la
febbre che mi ardeva. La povera tosa, che capiva il mio turbamento,
benchè me ne stessi zitto, faceva mostra di dormire; ma io mi
accorgeva che vegliava e che il suo cuore batteva come il mio. Essere
angosciati, e allo scuro, e non poter muoversi, non so se l'abbiate
provato anche voi, è una cosa a cui Dio non dovrebbe condannare una
povera creatura. Come la disgrazia diventa più grossa, come il buio
somiglia più buio e pieno di diavolerie e come sembra di aver sullo
stomaco una pietra da mulino!...
Che cosa ho mai fatto, andavo arrovellandomi dentro di me, che cosa ho
mai fatto di male per meritarmi questa tribulazione? Ho lavorato fin da
piccino come una bestia da soma, non ho mai torto un capello a nessuno,
non ho mai, mai mancato di rispetto ai miei vecchi, ho voluto bene alla
Gina, onestamente, e l'ho sposata da onest'uomo; ho cercato di tirar su
il meglio possibile i figli che la Provvidenza mi ha dato... perchè ci
deve essere un cane?... E, sentendomi serrarsi i pugni e affogarmi della
voglia di bestemmiare, domandavo scusa al Signore e facevo voto di
starmene cheto ed anche.....anche di perdonare.....--ma.....
perdonare..... purchè, purchè..... e il pensiero che colui potesse
toccar, fosse con un dito anche, soltanto un lembo di una manica di
Gina, mi faceva ribollir il sangue daccapo! E le parole del signor
curato che poco prima pareva mi avessero un po' sollevato, allora mi
suonavano all'orecchio con un effetto del tutto diverso. «È un uomo
capace di tutto!» Che tutto? Tremavo, e gelavo e bollivo. E se Gina non
mi avesse detto le cose che a metà?... Infelicissimo uomo!... Nessun
pennello, nessuna penna avrebbe potuto ritrarre l'indefinibilmente
profonda espressione di dolore e di rabbia, di abbattimento e di energia
che in quel momento appariva in quella faccia smunta su cui le lagrime
non scorrevano più.
Io e Baccio attoniti, rattenendo il respiro, non battendo ciglio, lo
guardavamo immobili e atterrati ugualmente; egli, semi-idiota e
vecchio montanaro, ed io non montanaro, non semi-idiota e non vecchio,
affratellati da due sentimenti di pietà che nella bilancia di Dio
certo avrebbero pesato lo stesso.
E Beppe, alzatosi e camminando a lunghi passi per la cucina,
continuava:
--A questo dubbio che mi afferrò per il collo come una tenaglia
rovente, restar un minuto ancora immobile e allo scuro, sarebbe
stato lo stesso che morire.
Balzai dal letto, accesi il lume, lo accostai a Gina e la
fissai... chi sa come, in faccia.
Ella aveva gli occhi spalancati e a sua volta mi affissava, tentando
di sorridere... ma piena di spavento.
Non mi perdonerò mai ciò che feci e dissi allora.
La presi per ambo le braccia e le diedi uno scrollo che la fece
scivolare dal letto, e stringendole le mani come un forsennato, e
quasi mordendole le labbra colle mie, urlai:
--Tu non mi hai detto tutto! Egli ti.....
La sventurata si lasciò cadere in ginocchio, e liberate le mani ch'io,
quasi fuor dei sensi, le abbandonai, le congiunse come si fa davanti
all'altare.
--«Ti ho detto tutto, mi disse; lo giuro sulla testa di quei due
poveri innocenti; tutto, tutto, tutto!» E diede in uno scoppio di
pianto, mentre mi stringeva e mi baciava e ribaciava le ginocchia.
Piangemmo insieme abbracciati non so per quanto tempo; quando ripresi
conoscenza di me stesso, la notte era ancora alta e la Gina stava
rattizzando i carboni sul focolare.
Me le accostai mormorando:
--Perdonami.
--Taci, rispose Gina, questa volta sorridendo davvero. Ci vogliamo
tanto bene. Ma vien qua, il mio uomo, e riscaldati che sei tutto
intirizzito. Datti pace, va, che il diavolo non è brutto come si
dipinge. Quel briccone sa che siamo andati da Don Luigi; ciò lo farà
pensare due volte prima di.....
--No, no, la interruppi io; ho preso la mia decisione; sai che le
poche terre che abbiamo mi sono state a parecchie riprese cercate da
Gervasio, il ricco mandriano; le posso vendere domani; se voglio, e
a patti d'oro. Senti, Gina, le rondini abbandonano il nido dove
furono una volta minacciate; noi faremo come le rondini; andremo
altrove a fabbricarci un nido nuovo; in questo non si potrebbe più
vivere in pace.
--Quello che tu farai, buon Beppe, sarà ben fatto; benchè la sia dura
il lasciar il paese dove si è nati.
--Il paese è dappertutto dove si può vivere sicuri, lavorando. Andremo
in un sito più bello di questo.
Così conversando del nuovo progetto, stretti l'uno all'altro, accanto
al fuoco, fummo sorpresi dai primi bagliori dell'alba.
Io era così ansioso di mettere modo alle cose per mandare ad effetto
il più presto il mio disegno, che, fosse anche un presentimento, la
terra mi abbruciava i piedi. Sicchè senza aspettare che i vecchi si
risvegliassero, per dar loro il buon giorno, siccome ero solito fare
fin dall'infanzia, presi il cappello e i miei ferri e mi avviai verso
i pascoli di Gervasio, dopo aver raccomandato a Gina di non porre
piede fuori dell'uscio, promettendole poi che sarei stato di ritorno
al più presto.
Non trovai Gervasio ai pascoli, che come ben sai Baccio, distano da
qui una buon'ora di Cammino; egli era partito quella notte stessa per
la sua casera di San Sulpizio; cinque leghe di strada, e che strada!
Titubai alquanto se dovessi raggiungerlo, o rimandar la cosa al suo
ritorno. Ma quando sarebbe tornato? i pastori non ne sapevano niente;
poteva fermarsi alla _casera_ un giorno, poteva fermarsi
quindici. Decisi di spingermi fino a San Sulpizio. Mi fornii di due
bei tozzi di cacio e di polenta, e via pei greppi e le pinete, certo
che camminando a dovere avrei potuto essere di ritorno a casa per il
cadere del giorno.
Ma,--ve l'ho già detto prima:--Era scritto ciò che era scritto!
Ti ricordi, Baccio mio, quella crocetta che sta a due passi dalla
_colma dei Tre Ladri_? Fu là che mi prese l'uragano. Un uragano come,
in vita mia, non ne avevo mai visto. To'! il cielo pareva disceso
sulla terra, e i cocuzzoli delle montagne pareva che si arrampicassero
in cielo. Si cozzavano insieme i ghiacciuoli delle nubi e i ciottoli
delle frane; la vallata era scomparsa, le cime non le vedevo più; mi
pareva di sentirmi schiaffeggiare e bastonare da centomila
demoni!...--mi mancava il respiro...--ero come una pulce fra due
unghie... to'.
Mi girava la testa, ma, questa volta, diversamente di prima, vo' dire
di quando la mi girava nel mio letto, allo scuro. Mi sentivo mancar il
fiato: era la _tormenta_! E turbinava, oh! come turbinava! Mi credetti
morto, e lo ero quasi, e mi distesi in terra, colle mani in croce,
dicendo il _De profundis_ e pensando intanto alla mia Gina, ai miei
vecchi, ai miei piccini... e al... e anche al Sindaco!
Restai lì parecchi minuti in tal modo, aspettando l'ultimo momento.
D'improvviso mi sentii battere sulle spalle da una mano vigorosa.
Apro gli occhi già quasi irrigiditi dal gelo, e mi vedo davanti,
indovina?... il figlio maggiore del signor De Emma, che, superata la
bufera passava appunto di lì, colla sua muta, inseguendo il camoscio.
Mi sollevò, mi pose alle labbra la fiaschetta del rhum, e in men che
non si dica, mi ritrovai il Beppe di prima, vispo e sano di corpo e
pronto a far non cinque ma venti leghe... quanto al resto... Il resto
era di ritornare a casa, e al più presto possibile.
--Grazie, dissi al bel giovanotto; ella è proprio il figlio di suo
padre, il figlio della Provvidenza! Oh! fa tardi, se si ritornasse
laggiù? Mi aspettano, sa? e se ella vuol far _tappa_ nel tugurio
della mia Gina,--è un'amica del di lei babbo, la dev'essere una
festa davvero!
Il signor Arturo,--Baccio tu lo conosci,--aggradì l'offerta.
Ci incamminammo, aggrappandoci alla meglio per gli scogli irti di
sterpi. Ma la via del ritorno par sempre buona. Almeno sembrava tale
allora per me.
Beppe parlava come un oratore che non sa, o meglio non vuol venire
alla perorazione.
Bevette un bicchier di vino offertogli da Baccio e, asciugatasi di
nuovo quella fronte piena di passato e di avvenire, continuò ma con
una inflessione di voce e con un atteggiamento che accennavano alla
catastrofe:
--Sissignori. E rividi, che non mi parea vero, la cima del _mio_
campanile, e poi i fumaioli dei vicini, e finalmente infilai il
viottolo che mena alla mia casa.
Per quanto fosse stata posta la strada fra le gambe, la notte ci aveva
precorsi.
A cinquanta passi dalla mia ortaglia chi mi vedo venir incontro?
È mio padre, il mio padre ottuagenario, che non aveva fatto, a mia
memoria, più che non faccia di cammino un bimbo appena uscito di
fascie.
E mi dice, spalancando le braccia:
--Se Dio vuole! Sei qui! Che spavento? E la tua Gina?
--Che! risponde, la Gina?
--Dov'è?
--Se non lo sai tu!!
--Ma come?
--Non l'hai tu mandata a chiamare perchè ti raggiungesse al _campo
della Crocetta_?
--Io?
--Venne un ragazzotto a dirle che ti raggiungesse colà!... per una
cosa d'urgenza...
--Io vengo... vengo... da tutt'altro sito... non ho mandato
nessuno...!...
--Che birbonata è questa? sclamò il povero vecchio guardando in faccia
a tutti quanti.
--Una birbonata, urlai, e, senza aggiungere una sola parola, mi
slanciai a tutta corsa verso il _campo della Crocetta_.
Non mi ricordavo più della strada; non so in quante siepi mi
insanguinai le dita in quante pozzanghere mi ingolfai. Udivo da
lontano i gemiti che uscivano dalla mia casa.
Ma un gemito più vicino, più straziante, un gemito simile a quello di
chi sta per morire, mi arrestò di repente; come se avessi dato del
capo in un muro.
Oh! quel gemito!.... mi ricordava quelli della notte scorsa! Era lei,
era Gina! La trovai, la rinvenni, non so come, nelle tenebre, tra gli
sterpi, distesa per terra....
--Gina!
--Lasciatemi morire!
--Sono io, sono Beppe! il tuo Beppe!
..........................................
Mi parve che udendo il mio nome, si addormentasse.
La presi sulle spalle e lento lento, mentre il cuore e la testa non
sapeva più dove fossero, raggiunsi, la mercè di Dio, la mia soglia.
La adagiai sul letto, livido, estenuata.
Il vicinato era accorso.
Il signor Arturo era scomparso. Poverino, si prese in corpo sei leghe,
e a queill'ora, per andare in cerca di suo padre.
Allontanai tutti quanti.
Gina, dopo un lungo sopore, aperse gli occhi e mi vide.
Rabbrividii a quello sguardo. Ella rabbrividì più di me. E con una
voce che sembrava venire da sotterra:
--Non guardarmi, sospirò, non toccarmi! Chiudi la porta!... È là... il
sindaco!..... è là... porta in quel bel paese, in quel paese più bello,
i nostri bambini!... Portali via, senza farmeli vedere!... oh! povera,
povera me!
--Gina, dicevo io, Gina... dimmi, spiegati....
--Taci... taci.... e si metteva un dito sulla bocca e alzava gli occhi
al cielo.--Taci. Ho resistito, oh! se gli ho graffiato la faccia....
Ella cacciò allora la testa sotto il guanciale, ed io restai solo col
lucignolo agonizzante....
XVII.
Una scampanellata che venia dalla camera di Don Luigi interruppe il
racconto terribile del povero vedovo.
--Dio mio, sclamò, come destandosi a sua volta da un sogno, ho parlato
troppo forte, l'ho risvegliato.
Baccio, che in meno d'un baleno era salito e ridisceso, mi appoggiò la
bocca all'orecchio e mi disse:
--Don Luigi ha bisogno di voi..
Scoccavano appunto le undici ore.
Salii d'un balzo.
Certo le pareti del presbiterio non somigliavano alle mura massiccie e
pendenti dei nostri bisavoli; giacchè dal viso alquanto sconvolto del
curato e dalle pieghe sconnesse delle sue coltri m'accorsi,--e non
presi un granchio,--che dal suo primo piano, egli aveva udito in parte
se non in tutto la conversazione della cucina.
Don Luigi mi stese la mano e mi disse:
--Voi che mi parlavate di Tebaide, e mi dicevate--oh! le ricordo le
vostre parole,--Tebaide, dove son vive ancora le memorie bibliche, e
gli uomini santi le respirano ancora, e le ripetono con sapienza
antica...--Vedetela la Tebaide, vedetela la sapienza! Ditemi come è
vero che le apparenze ingannano! Credevate di arrestare il vostro
passo di nomade in un eremo e siete entrato in una bolgia.... Non
importa! Le vie della Provvidenza sono infinite. Forse è Lei che vi
ha inviato. Ciò che sapeste per l'angosciosa espansione di quel
povero Beppe, è il primo filo di tutta una lugubre istoria che
oramai sarebbe impossibile tenervi nascosta. Ma di ciò a suo
tempo. Ora siete mio ospite, e sapete ciò che vi dissi ieri in
giardino. Temete le barricate; ciò che in volgare significa: non
partirete senza il mio permesso. Ora si tratta di non lasciare solo
quell'infelice. Egli ha nell'anima la vendetta; giacchè, voi lo
indovinate senza che io ve lo dica... Quella povera Gina!...
Egli s'interruppe con un gesto d'orrore che mi si apprese al cuore.
--E quell'uomo vive ancora? sclamai coll'impeto dei miei vent'anni.
--Sì, e deve vivere, e saprete il perchè deve vivere,--a meno che non
scavalchiate le mie barricate. Ma per ora, si tratta d'altro; ho
bisogno di un servizio da voi. Non potrei riposare se sapessi Beppe
libero di sè stesso questa notte.
Il curato, così parlando, aveva dato un nuovo scrollo al cordone del
campanello.
Baccio comparve.
--Non lascierai partire Bebbe stasera. Preparagli la camera degli
scalpellini; ai marmocchi ci pensi Mansueta. Questo signore ti
aiuterà a persuaderlo.
Baccio, colla intuizione dei montanari, capì, approvò, inchinossi ed
uscì, facendomi un cenno di supplica.
--Per domani, aggiunse il curato, ci penserà un altro amico.
Gli diedi la buona notte e ridiscesi in cucina.
Non ci fu d'uopo di molta fatica per persuadere lo sciagurato Beppe ad
accogliere l'ospitalità del presbiterio. Come vide i suoi bambini
andarsene a coricare sotto le ali tarpate della Mansueta, egli si
lasciò condurre come un agnello, da Baccio, alla stanza degli
scalpellini.
La foga con cui aveva narrata la sua tragedia lo aveva estenuato.
Dissi a Baccio che ritornava dall'averlo coricato:
--Eh! dimmi! che cosa significano quei lumi laggiù, verso la casa del
sindaco?
Baccio uscì nell'orto e dopo un istante ricomparve sogghignando e mi
disse, facendomi lume su per la scaletta:
--Sono i coloni del signor De Boni che portano a casa Bazzetta,
ubbriaco fradicio.
E con questo bel corollario di quella bella giornata, mi diede la
buona notte.
XVII.
Dopo agitatissimi sogni, fui risvegliato dal signor De Emma, o,--per
essere più veritiero,--dai ferri aguzzi del suo ronzino, i quali,
così, tra la veglia e il sonno, mi somigliarono ai colpi di un
martello che mi battesse sulla nuca.
I galli, sparsi qua e là nelle soffitte e nelle cantine, eruttavano il
loro rantolo singhiozzoso; i passeri cominciavano a pispigliare; si
udiva il risveglio della luce nel fruscio sommesso delle foglie. In
lontananza, le imposte, aperte da braccia ancora intorpidite dal
sonno, sbattevano contro le pareti, quasi paurosamente.
Il giardino apriva anch'esso le sue mille palpebre d'ogni colore. I
fiorelli che si schiudono all'apparire del sole, cominciavano a
sorridere, e i loro petali si intravedevano fra le corolle, come
ansiosi di osservare all'intorno che cosa fosse accaduto durante la
loro prigionia.
Tutti i sudditi dell'entomologia, dal paria al sultano alzavano la
testa e si sentivano a rivivere, e le farfalle spalancavano l'ali per
abbandonarsi alla caccia avventurosa degli effluvii e dei raggi. Le
lumache appese alle scabrosità dei muri, esponevano i loro quattro
tentoni filiformi, occheggiando. Le lucertole, svegliate dai primi
tepori del sole, facean ballonzolare la coda fra l'una e l'altra
fessura. I mosconi ronzavano: i ragni cominciavano a guatare le
ragnatele e i moscerini cominciavano ad ingarbugliarvisi....
Dalla cucina del presbiterio usciva un odore delizioso di caffè
tostato.
Il cielo splendeva serenissimo.
--Buon dì, mi disse scavalcando, il dottore, già desto così per tempo?
La voce del signor De Emma aveva una vibrazione dolce di cui il giorno
prima non la avrei creduta suscettibile.
È certo che il buon curato gli aveva parlato sul conto mio a
quattrocchi con quella strana benevolenza, non so come meritata da me
fino a quel punto, che in lui pareva una divinazione di ciò che doveva
accadere in seguito nei nostri cuori.
Il dottore era salito alla camera del suo infermo. Io scontrai sotto
un viale del giardino il povero Beppe. Egli andava davanti a me
coll'indescrivibile incesso che hanno i sonnambuli, rimondando,
sbadato, quasi senza saperlo,--per abitudine di campagnuolo forse, i
vigneti delle giovani viti, con gesti da automa. Stropicciava ad una
ad una le raffilature che gli restavano in mano, poi le lasciava
cadere dietro di sè. Portava la testa immota, alquanto volta all'insù,
ma quando l'ebbi accostato, senza che egli se ne avvedesse, rimarcai
che gli occhi avea rivolti al suolo, semichiusi, immobili. Tutto il
suo volto spirava il terrore e la pietà insieme che i poeti ci fanno
supporre spirassero dalle maschere formidabili dell'antica
tragedia. La desolazione e la sete della vendetta avevano tramutato in
una notte quella faccia idillica di contadino, in una faccia di non so
qual lugubre eroe. Giacchè le notti che seguono le sventure, sono le
grandi trasmutatrici. Ogni loro minuto è un colpo di scalpello
michelangiolesco. Il marmo candido, innocente, insciente s'atteggia in
poco volgere d'ore a sovrumano furore di demone, la carne atteggiata
alla espressione della pace, della mestizia, della mansuetudine, si è
fatta brutale, freme, sogghigna, sembra volersi concentrare in un
morso.
Tale almeno la faccia di Beppe.
Essa mi colmava di tanto stupore che non sapevo decidermi a
rivolgergli la parola; e, poichè egli non aveva l'aria di accorgersi
della mia presenza, continuai a camminare al suo fianco, pareggiando i
miei ai suoi lentissimi passi.
A un tratto al dissopra di noi, dalla finestra della camera di don
Luigi si fe' udire la bella voce del medico.
--Signori, diceva, l'ammalato non più ammalato, desidera la loro
presenza, e prega il signor pittore a voler passare in cucina ad
avvisar Monna Mansueta che si prenderà quassù il caffè in compagnia.
Queste parole furono dette con un umorismo misto di serietà che mi
piacque immensamente.
--Si viene, risposi; ed a Beppe:
--Saliamo.
Egli mi guardò, si toccò la falda del cappello e mi seguì.
Quando entrai con Beppe nella camera del curato, lo trovai diffatti
intieramente riavuto.
Sorrise a me, stese la mano a Beppe e, tirandolo a sè, gli disse:
--Dunque senti figliuolo, abbiamo, il dottore e io, abbiamo concertato
qualcosa per te. Tu non puoi rimaner qui: hai bisogno di far vita
nuova. Il dottore t'ha trovato un posto di guardiano presso alcuni
suoi ricchi parenti nel bresciano. Tu lascierai qui i bimbi,
Mansueta n'avrà cura finchè non sii in grado di prenderli teco. Tu
seguirai il dottore a Zugliano e domani ti condurrà egli stesso alla
tua nuova dimora. Va bene così?
Il poveretto teneva il capo basso, perplesso fra la reverenza e un
gran desiderio di dire di no.
Finalmente balbettò fra i denti:
--Perdoni, ora non posso partire.... ancora qualche giorno per sbrigar
certe faccende....
--Dimmi il tuo bisogno,--farò io per te ogni cosa...
Beppe fatto più ardito scoteva il capo.
--Non hai più confidenza nel tuo vecchio amico... di' su cosa hai da
far qui.... di' su,--e gli figgeva con inquietudine i suoi
grand'occhi in viso.
Il mandriano stornava smarrito i suoi in cui balenavano lampi sinistri
di ferocia.
Il curato si turbò e, con voce tremante dallo sgomento, tendendo
l'indice verso Beppe.
--Ragazzo, tu pensi a colui.... soggiunse severamente.
Beppe non potè più contenersi: lo vinse un terribil parossismo: si
buttò a terra, si contorceva, si mordeva i pugni e con rantolo
straziante:
--Me lo levino dal sole.... lo nascondano.... lo mettano in un carcere
profondo.... ci sono i tribunali per questo.... non lo lascino a mia
portata....
Egli parlava dell'assassino della povera Gina.
Io non ressi a questo spettacolo straziante; le sue istanze mi parvero
giuste e dissi:
--Egli ha ragione; perchè non consegneremmo quello scellerato alla
punizione della legge? Il suo delitto è abbastanza accertato.... Io
stesso andrò a far la denunzia.
--No, sclamò il curato.
Poi diventò smorto come un cencio lavato.
Il medico mi avvertì con un'occhiata supplichevole di non insistere.
Beppe era ricaduto nel suo cupo sbalordimento. Tuttedue gli furono
intorno a confortarlo e a persuaderlo. Egli era tanto avvilito e tanto
abbattuto che non durarono fatica a indurlo a scendere dopo il desinare
col dottore a Zugliano.
L'infelice baciò le sue creature senza far parola, senza spargere una
lagrima e s'avviò barcollando come trasognato dietro alla mula del
dottore.
Lo accompagnammo sino in fondo al villaggio; poi il curato tornò
indietro; io continuai la mia passeggiata.
XVIII.
Tuttociò che aveva visto e inteso in quei due giorni mi sconvolgeva la
testa: sentivo un vivo desiderio di raccoglimento, di riflessione.
Cosa singolare! in quella solitudine dove la vita mi pareva dovesse
scorrere tranquilla come un idillio, monotona come il ciangottare di
un ruscello avevo trovato invece il romanzo _feuilleton_, il dramma
Porte-Saint Martin, il teatro Fossati; quel dramma e quel romanzo che
ora è caduto di moda ma che la vita si ostina a risuscitare ogni
giorno a dispetto del buon gusto e della letteratura _collet-montant_.
Scendevo così lentamente lungo le rive dello Strona, che mi affretto a
presentarvi (cosa che avrei dovuto far prima), come il torrente più
realista ed indocile alla moralità idrografica ch'io mi
conosca. Figuratevi che egli non vuol saperne neppure per un minuto di
quella linea retta, di quella misura costante che la convenienza
dovrebbe insegnare anche ai torrenti per trasformarli, se Dio vuole,
inquieti rigagnoli, in pingui ed onesti canali. Dimentico dei suoi
doveri, del grande scopo della creazione che è quello di impinguare le
tasche del negoziante di grano e di bestiame, sta asciutto la maggior
parte dell'anno; poi, ad un tratto, quando il ghiribizzo gli salta,
devasta pascoli e distrugge vigneti, cosa contraria all'economia
politica; abbatte _baite_ e casolari, attentato iniquo, come ognun
vede, all'ordine a alla sacra prosperità della famiglia.
E il monello fa l'arte per l'arte; scende a balzelloni, rotolando
massi dalla vetta di Cornalina, gitta sprazzi al sole per trame delle
iridi cangianti. Si butta nei precipizii, si nasconde fra i cespugli,
scompare nelle buche del monte, poi salta fuori a sproposito per
tagliare il sentiero montanino,--e s'adagia fra l'erbe, e folleggia e
spumeggia e si inebbria di libertà e di licenza--con una sicurezza
come facesse la cosa più seria del mondo. Così non è buono a nulla, nè
a far girare una ruota di mulino nè ad irrigare un pascolo,
nulla!... malgrado tutti i tentativi fatti dai buoni padri coscritti
di Zugliano e di Sulzena e persino dall'illustrissimo Consiglio
provinciale di Novara per correggerlo e trame qualche costrutto. Tanta
è la sua impertinenza, che se poteste intenderlo, vi direbbe che Dio
l'ha fatto a quel modo e che vuol tirar innanzi in quella bizzarra sua
maniera,--tutte cose che dicono gli scapestrati.
Dopo tutto gli originali come lui divertono i fannulloni come me, ed
io ebbi, finchè rimasi al Presbiterio, cara la sua compagnia come
quella di carissimo amico. Lo seguivo volontieri per qualche centinaio
di passi giù per la china, felice di non essere menato ad uno scopo,
felice dell'indugio perchè piacevole.
Quel dì scesi più in giù fino alla cascata. Quei di Sulzena chiamano
così impropriamente una specie di rapida che termina in una cateratta
dove lo Strona si perde per ricomparire due miglia più in là nella
valle, tra il Passo degli Stambecchi e il cimitero di Zugliano. Il
baratro è profondo oltre a cento piedi; vi si scende per uno
scheggiato a zig-zag fino allo stretto bacino in cui l'acqua, dopo
essere venuta giù sopra un letto inclinato di ciottoli, fa un gorgo e
inabissa. Le pareti della rupe scavate dal torrente, simulano
l'aspetto di tortuose gallerie, di stallatiti grossolane, e si
appressano in alto sino quasi a toccarsi in un immenso sesto acuto,
anzi acutissimo, tagliato nel mezzo da una fessura, da un cordone o
bianco lucente o turchiniccio, secondo l'ora:--il cielo. Piove di là
una luce tranquilla e soavissima, la cui monotonia è corretta dai
riflessi tremolanti dall'acqua. Scendono dall'alto, lontani come echi
dello spazio infinito, i suoni radi della vita montagnola, qualche
schioppettata di cacciatore, lo slamar d'una frana, il battito
dell'ali di qualche avoltoio, lo strido del falco. Altri suoni più
cupi e misteriosi, a intermittenze meno frequenti, escono da un
crepaccio di fronte, e narrano a voce sommessa l'odissea del torrente
nei fondi recessi del monte.
Il lettore deve a quest'ora essersene accorto,--se strada facendo, mi
si para davanti un ginepraio inestricabile, un pertugio misterioso, un
sentiero che non meni a nulla, bisogna che mi ci cacci dentro.
Però mi lasciai andare giù per lo scheggiato in fondo allo speco dalla
cascata.
L'acqua lascia in disparte alcune tese di terreno coperto di muschio
fitto e finissimo.
Appena l'occhio si fu avvezzo a quella penombra mi accorsi che non ero
solo.
Un giovine chierico seduto in terra col dosso appoggiato ad un masso
dormiva.
Era l'abatino da me veduto il giorno prima, il nipote di Mansueta,
quello che la moglie dello speziale aveva ricordato.
Me gli appressai da tergo senza far rumore: teneva un libro sulle
ginocchia.
Mi chinai, lo presi: erano le _Confessioni_ di Rousseau: aperte al
punto in cui... insomma a quel tal punto... la pagina gualcita
mostrava d'essere stata letta più volte.
Il viso del giovinetto, arrovesciato fra due sporgenze del masso
sorrideva nel sonno come d'una deliziosa visione; la fronte pallidetta
gocciolava di sudore.
Volli riporre il libro, ma questa volta, egli si destò. Si rizzò
confuso e arrossì come una fanciulla.
--Vi diverte? gli chiesi indicando maliziosamente il libro che egli si
sforzava di nascondere nella tasca.
Chinò la testa; divampò addirittura.
--Sembra, soggiunsi io nello stesso tono, che quella di fare il prete
non sia in voi la vocazione più spiegata.
--Evvia, ripresi poi, mosso a compassione del suo turbamento, vi fo
paura? Non abbiamo forse la stessa età? potete bene aver confidenza
in me come s'usa fra amici... non volete che lo siamo amici?...
Rassicurato mi diè un'occhiata di viva riconoscenza.
Io continuai:
--Guardate, per darvi esempio di schiettezza, vi confesso, che a torto
od a ragione, mi rincresce vedervi avviato a far sagrifizio di tutta
la vostra vita... dicono che la vita è tanto ricca di brave e di
belle battaglie, perchè ritrarsi? è meglio battersi.
Il poverino crollò tristamente il capo:
--È il signor Angelo che lo vuole.....
Il solo pronunziare quel nome lo faceva rabbrividire.
--Appena acconsentì a incaricarsi di mantenermi egli mostrò la maggior
impazienza di liberarsi di me e volle ch'entrassi in seminario.
--Voi non siete stato allevato in casa del sindaco?
--No fino a dieci anni io rimasi colla zia Mansueta al
presbiterio. Così vi fossi rimasto sempre. Dacchè ne sono uscito io
non so immaginarmi paradiso diverso dalla mia felicità in quegli
anni beati della mia infanzia, tanto dissimili da quelli che li
seguirono. Quando lessi nel Klopstock i lamenti di Abbadona,
l'angelo esiliato dal cielo, piansi colle sue parole la mia
sciagura, e mi trovai più disgraziato di lui perchè io sono punito
di colpa... che non ho commesso. Il curato mi voleva tanto
bene... poi parve sempre amoroso, rispettabile... l'opposto di
quell'altro.....
--Perchè dunque vi ha abbandonato nelle mani di uno che non ha nessun
affetto per voi?...
--Oh non è stato lui, ne sono sicuro... quel giorno che io lasciai la
mia queta stanzuccia del Presbiterio, egli mi prese in disparte mi
abbracciò stretto e piangendo mi disse:--Povera creatura, mi ti
vogliono levare e mi strappano il cuore, io ti terrei tanto
volentieri.--Poi si fe' promettere ch'io sarei venuto spesso a
trovarlo e che in ogni mio bisogno avrei ricorso a lui. E diffatti
tutte le volte che ha potuto in qualche modo aiutarmi egli l'ha
fatto ed io gli devo tutte le poche gioie che m'ebbi in questi otto
anni di purgatorio.
--Ma colui là, il sindaco, vi reclamava forse?
--Non so... se l'ha fatto non è stato certo per tenerezza... e, ne son
sicuro, nemmanco di sua volontà. Ricordo perfettamente tutte le
circostanze che precedettero e accompagnarono la mia disgrazia: c'è
di mezzo un mistero che non ho mai potuto penetrare. Otto anni sono,
in aprile, il Vescovo venne a Sulzena ad impartir la cresima e si
intrattenne due giorni al Presbiterio. Lo accompagnava un canonico,
parente del signor Bazzetta; andò ad alloggiare da costui e la sera
stessa dell'arrivo lo condusse qui a parlare con Monsignore. Veggo
ancora lo speziale vestito in abito di cerimonia farsi strada in
mezzo alla gente che ingombrava la soglia ed entrare tutto superbo
del singolare favore. Non so perchè ho sempre sospettato che quel
ciarlone sia l'autore dei miei mali. Il mattino seguente di buon'ora
fui svegliato da un discorso animato che si teneva sotto il mio
bugigattolo, nella stanza del Vescovo, quella stessa che adesso voi
occupate. Monsignore faceva ad intervalli non so quali domande,
brevi, come quelle di un confessore o di un esaminatore; il curato
rispondeva sommesso,--non sentivo che il mormorio confuso delle sue
parole,--seguivano delle lunghe pause. Ad un tratto il curato
proruppe con maggior vivacità;--«ma io feci a fin di bene» e la voce
del Monsignore incalzava tosto più severa, più diffusa e accentuata,
persisteva su certe parole che venivano sino al mio orecchio:
decoro... convenienza... riguardo. Poi tacquero entrambi; io sentivo
dallo scricchiolar degli scarpini nuovi sul pavimento di legno che
Monsignore passeggiava, Dopo mezz'ora il colloquio ricominciò: e vi
si era aggiunto una voce, quella cupa del signor Angelo. Egli pareva
preso da una gran collera, che frenava a stento e che irrompeva in
esclamazioni e in interiezioni. Il Vescovo lo riprendeva
vigorosamente ogni volta, e continuava a parlare in tono di
rimprovero. Mi ricordo d'aver inteso il signor Angelo a
strillare:--le prove, le prove,--e Monsignore rispondergli con
recisa fermezza:--le prove ci sono, le abbiamo.
In quella Mansueta venne a prendermi; mi vestì in furia e mi condusse
abbasso: la buona zia mi parve più amorosa del solito: era
inquieta--ed anch'io lo ero. Il colloquio durò quasi due ore:
finalmente il signor Angelo discese, quel suo viso sinistro che ci
faceva scappare noi bambini, era sconvolto dal furore. Io mi trovavo
sulla soglia e non fui in tempo a cansarlo: egli mi diè un gran calcio
che mi mandò ruzzoloni sui ciottoli della strada. Fu quello il suo
primo atto di autorità a mio riguardo.--Voi sapete che non è stato
l'ultimo di tal genere...
Povero ragazzo, mi faceva compassione. Era tanto avvilito che non
poteva neppure nutrire rancore contro il proprio aguzzino.
Egli continuò:
--Qualche giorno dopo, la zia cominciò a parlarmi di andare col signor
De Boni. Aggiunse per ispiegazione che egli era parente del padre
mio e che egli voleva così e ch'io dovevo obbedire. Figuratevi il
mio spavento; gridai, piansi,--la zia cercò di tranquillarmi dicendo
che il signor De Boni, se ero saggio, mi avrebbe trattato bene, che
mi avrebbe portato amore... ma finiva sempre col piangere
desolatamente; non credeva nemmanco lei a quelle sue parole. Un
giorno fui condotto dal cavallante nel seminario di Novara. Quando,
sopraggiunto l'autunno tornai a Sulzena, entrai per la prima volta
in casa del signor Angelo; egli mi trattò sempre come un cane
malvisto. Le mie vacanze sono una tal tortura che io anelo sempre al
collegio come ad una liberazione. Dopo una pausa conchiuse:
--Ecco tutto quel che conosco della mia storia: nessuno mi ha mai
detto qual sia il diritto che vanta sulla mia persona il sindaco--e
che egli esercita con tanta malavoglia come fosse il più odioso dei
doveri.
--Ma voi,--dissi io, senza riflettere, spinto dalla curiosità, ma voi
che ne pensate?
La domanda era indiscreta e me ne accorsi subito e studiavo il modo di
ritirarla...... Ma, con mio stupore, il giovinetto non se ne adontò
punto;--mi guardò con amichevole timidezza come volesse farmi una
confidenza e rispose misteriosamente:
--Ho paura che la mia parentela con colui.....sia assai più stretta di
quel che volesse farmi credere la zia. Questo sospetto è il mio
tormento, la mia disperazione. Nei suoi frequenti accessi di collera
il Sindaco mi da i nomi più oltraggiosi mi chiama... mi
chiama... voi capite;--urla che sono la vergogna della sua casa,--ed
io domando bestemmiando perchè Dio congiunga coloro che non possono
volersi bene.....
Un lampo di odio sfolgorò nelle sue pupille e tosto si spense nella
triste rassegnazione di prima, le sue parole terminarono in un
angoscioso singhiozzo. Come il fiotto del torrente mi parve lugubre in
quel punto!
--Usciamo fuori, dissi io, e quando fummo all'aperto, e che l'aspetto
sereno del cielo, la vista dei monti rivestiti dal raggio di un
roseo tramonto ebbe dissipata un po' la mia commozione, presi il mio
compagno a braccetto e, sforzandomi di dare una gaia intonazione
alla mia voce, gli dissi:
--Ringrazio il caso che mi ha condotto a pescare un amico in fondo
alla cascata.
--Forse non è il caso... soggiunse l'abatino.
--Può darsi non sia il caso.
--È la prima volta che mi accade di parlare di queste cose con alcuno
e mi ha fatto bene.
Questa dichiarazione non mi meravigliò punto. Egli non era il primo a
farmela e non fu l'ultimo: ebbi molte volte a ricevere confidenze da
gente che mi vedevano per la prima volta. Io sono stato così il
depositario di molti dolori. È una triste prerogativa: ho dovuto
persuadermi per esperienza mia e per l'esempio di quelli che la
dividono con me che non è segno di fortuna: è una attrattiva che una
sciagura esercita su altre sciagure.
In tutti i casi consimili non è mai stato mio vezzo di far del
sentimentalismo: ho veduto che i dolori sono come i ragazzi viziati:
più li accarezzi e più si fanno impertinenti. Io preferisco
strapazzarli: è una cura quasi sempre efficacissima.
Però rivolto all'abatino dissi:
--Badate però ch'io voglio sgridarvi; alla nostra età la rassegnazione
è, scusate la parola, dappocaggine, La vostra condizione vi par un
mantello troppo pesante? ebbene gettatelo dietro le spalle. Il mondo
ha tante strade, sceglietene una, e tirate innanzi senza voltarvi
indietro.
Mi guardò stupito: nessun pensiero di ribellione aveva mai
attraversato quel suo animo umile e mansueto. Si strinse a me
rabbrividendo.
Superbo di farla da Mentore o meglio da Mefistofele, io ripresi:
--Il signor Angelo vi tratta come un cane; mostrategli che siete un
uomo col respingere i suoi oltraggiosi beneficii; lasciate la sua
casa, buttate il suo pane e fate da voi.--scommetto ch'egli non vi
correrà dietro a farvelo accettare per forza.
--Guardate, dissi poi, accennando al libro di Rousseau che faceva
sempre capolino dalla sua tasca, voi avete lì un bell'esempio. Non
vi fermate alle sue melanconie, ai suoi piagnistei: guardate al sodo
della sua vita: tutte le volte che Gian Giacomo ha voluto cercare il
successo, il successo gli è venuto incontro: colpa sua se sovente
egli l'ha rinnegato per rinchiudersi daccapo nella chiocciola della
sua pigrizia.
Eravamo così arrivati a Sulzena. Fin là l'abatino aveva camminato al
mio fianco dritto e spedito. Ma all'ultimo svolto del sentiero, quando
apparvero le case del villaggio e più eminente da una parte del paese,
solitaria, più vasta ma non più appariscente dall'altre, quella del
signor De Boni--non potè contenersi. Tolse il suo braccio di sotto al
mio e fe' capire colla sua inquietudine che non voleva essere visto in
mia compagnia. Non insistei e lasciai che prendesse un viottolo di
traverso che girava dietro alle case.
--Ci rivedremo, caro... come ti chiami?
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